GRICE ITALO A-Z B BO
Luigi Speranza -- Grice e Bonaiuti: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Eppur si muove – scuola di
Pisa – filosofia pisana – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Pisa). Filosofo pisano. Filosofo
toscano. Filosofo italiano. Pisa, Toscana. Grice: “There is a Buonaiuti; but
this is BON-!” Galileo B. – tomba a Firenze. Galileo Galilei. Grice: “His
father was, like mine, a musician.” – “La filosofia è scritta in questo
grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico
l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la
lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua
matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche,
senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi
è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto”. Personaggio chiave della
rivoluzione scientifica, per aver esplicitamente introdotto il metodo
scientifico (detto anche "metodo galileiano" o "metodo
sperimentale"), il suo nome è associato a importanti contributi in fisica
e in astronomia. Di primaria importanza fu anche il ruolo svolto nella
rivoluzione astronomica, con il sostegno al sistema eliocentrico e alla teoria
copernicana. I suoi principali contributi al pensiero filosofico derivano
dall'introduzione del metodo sperimentale nell'indagine scientifica grazie a
cui la scienza abbandonava, per la prima volta, quella posizione metafisica che
fino ad allora predominava, per acquisire una nuova, autonoma prospettiva, sia
realistica che empiristica, volta a privilegiare, attraverso il metodo
sperimentale, più la categoria della quantità (attraverso la determinazione
matematica delle leggi della natura) che quella della qualità (frutto della
passata tradizione indirizzata solo alla ricerca dell'essenza degli enti) per
elaborare ora una descrizione razionale oggettiva[N 6] della realtà fenomenica.
Sospettato di eresia e accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica
e le Sacre Scritture, Galilei fu processato e condannato dal Sant'Uffizio,
nonché costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni
astronomiche e al confino nella propria villa di Arcetri. Nel corso dei secoli
il valore delle opere di Galilei venne gradualmente accettato dalla Chiesa, e
359 anni dopo, il 31 ottobre 1992, papa Giovanni Paolo II, alla sessione
plenaria della Pontificia accademia delle scienze, riconobbe "gli errori
commessi" sulla base delle conclusioni dei lavori cui pervenne un'apposita
commissione di studio da lui istituita nel 1981, riabilitando Galilei. La casa
natale di G. Abitazione all'800 Abitazione in via Giusti Dal
libretto di battesimo di Galileo riportante come luogo "in Chapella di
S.to Andrea", si credeva fino alla fine dell'800 che Galileo potesse
essere nato vicino alla cappella di Sant'Andrea in Kinseca nella fortezza San
Gallo, il che presumeva che il padre Vincenzo fosse un militare. In seguito fu
identificata casa Ammannati, vicino alla Chiesa di Sant'Andrea Forisportam,
come la vera casa natale. Figlio di Vincenzo G. e di Giulia Ammannati. Gli
Ammannati, originari del territorio di Pistoia e di Pescia, vantavano
importanti origini; Vincenzo G. invece apparteneva ad una casata più umile, per
quanto i suoi antenati facessero parte della buona borghesia fiorentina.
Vincenzo era nato a Santa Maria a Monte, quando ormai la sua famiglia e
decaduta ed egli, musicista di valore, dove trasferirsi a Pisa unendo
all'esercizio dell'arte della musica, per necessità di maggiori guadagni, la
professione del commercio. La famiglia di Vincenzo e di Giulia, contava
oltre G.: Michelangelo G., musicista presso il granduca di Baviera, Benedetto
G., morto in fasce. Dopo un tentativo fallito di inserire G. tra i XL studenti
toscani che venivano accolti gratuitamente in un convitto di Pisa, e ospitato
senza spese da Tebaldi, doganiere della città di Pisa, padrino di battesimo di
Michelangelo G., e tanto amico di Vincenzo da provvedere alle necessità della
famiglia durante le sue lunghe assenze per lavoro. A Pisa, G. conosce
Bartolomea Ammannati che cura la casa del rimasto vedovo Tebaldi il quale,
nonostante la forte differenza d'età, la sposa, probabilmente per metter fine
alle malignità, imbarazzanti per la famiglia G., che si facevano sul conto
della giovane nipote. Successivamente fa i suoi primi studi a Firenze, prima
col padre, poi CON UN MAESTRO DI DIALETTICA e infine nella scuola del convento
di Santa Maria di Vallombrosa, dove vestì l'abito di novizio. Vincenzo iscrive
il figlio a Pisa con l'intenzione di fargli studiare medicina, per fargli
ripercorrere la tradizione del suo glorioso antenato Galileo Bonaiuti e
soprattutto per fargli intraprendere una carriera che poteva procurare lucrosi
guadagni. Nonostante il suo interesse per i progressi sperimentali di
quegli anni, la sua attenzione e presto attratta dalla semiotica, la logica, e
la matematica – lo studio del segno -- che comincia a studiare sfruttando
l'occasione della conoscenza fatta a Firenze di Ricci da Fermo, un seguace
della scuola matematica di Tartaglia. Caratteristica del Ricci e l'impostazione
che egli dava all'insegnamento della matematica: non di una scienza astratta o
formale, ma di una disciplina materiale che serve a risolvere i problemi
pratici legati alla meccanica e alle tecniche ingegneristiche. E, infatti, la
linea di studio Tartaglia-Ricci (prosecutrice, a sua volta, della tradizione
facente capo ad Archimede) a insegnare a G. l'importanza della precisione
nell'OSSERVAZIONE dei dati e il lato prammatico della ricerca scientifica. È
probabile che a Pisa segue anche i corsi di filosofia naturale (fisica) tenuti
dal liziio BONAMICI. Durante la sua permanenza a Pisa arriva alla sua prima,
personale scoperta, che chiama l' “iso-cronismo” nelle oscillazioni di un
pendolo. Rinuncia a proseguire gli studi di medicina e anda a Firenze, dove
approfondì i suoi nuovi interessi, occupandosi di meccanica e d’idraulica.
Trova una soluzione al problema della corona di Gerone inventando uno strumento
per la determinazione idrostatica del peso specifico dei corpi. L'influsso di
Archimede e dell'insegnamento del Ricci si rileva anche nei suoi studi sul
centro di gravità dei solidi. Cerca intanto una regolare sistemazione
economica: oltre a impartire lezioni private a Firenze e a Siena, anda a Roma a
richiedere una raccomandazione per entrare nello studio di Bologna a Clavius,
ma inutilmente, perché a Bologna gli preferirono alla cattedra Magini. Su
invito dell'accademia fiorentina tenne due lezioni circa la figura, sito e
grandezza dell'Inferno, difendendo le ipotesi già formulate da Manetti sulla
topografia dell'Inferno. G. si rivolse allora a Monte, matematico conosciuto
tramite uno scambio epistolare su questioni matematiche. Monte e fondamentale
nell'aiutare G. a progredire nella carriera quando, superando l'inimicizia di
Giovanni de' Medici, un figlio naturale di Cosimo de' Medici, lo raccoma al
fratello cardinale Francesco Maria Del Monte, che a sua volta parla con il
potente Duca di Toscana, Ferdinando I de' Medici. Sotto la sua protezione, ha
un contratto triennale per una cattedra a Pisa, dove espose chiaramente il suo
programma, procurandosi subito una certa ostilità nell'ambiente accademico di
formazione lizia. Il metodo che sigue e quello di far dipendere quel che si
dice da quel che si è detto, senza mai supporre come vero quello che si deve
spiegare. Questo metodo me l'hanno insegnato i miei matematici, mentre non è
abbastanza osservato da certi filosofi quando insegnano elementi fisici. Per
conseguenza quelli che imparano, non sanno mai le cose dalle loro cause, ma le
credono solamente per fede, cioè perché le ha dette ARISTOTELE. Se poi e vero
quello che ha detto ARISTOTELE, sono pochi quelli che indagano; basta loro
essere ritenuti più dotti perché hanno per le mani maggior numero di testi
aristotelici che una tesi sia contraria all'opinione di molti, non m'importa
affatto, purché corrisponda alla esperienza e alla ragione. Frutto
dell'insegnamento pisano è “De motu antiquiora”, che raccoglie una serie di lezioni
nelle quali egli cerca di dar conto del problema del movimento. Base delle sue
ricerche è il trattato, pubblicato a Torino, “Diversarum speculationum
mathematicarum liber d Benedetti, uno dei fisici sostenitori della teoria
dell'IMPETO come causa del moto violento. Benché non si sapesse definire la
natura dell’impeto impresso a un corpo, questa teoria, elaborata da Filopono e poi sostenuta dai fisici parigini,
pur non essendo in grado di risolvere il problema, si oppone alla tradizionale
spiegazione aristotelica del movimento come prodotto del mezzo nel quale IL
CORPO ANIMATO stesso si muove. A Pisa G. non si limita alle sole
occupazioni scientifiche. Risalgono infatti a questo periodo le sue
“Considerazioni sul Tasso” che avrebbero avuto un seguito con le Postille
all'Ariosto. Si tratta di note sparse su fogli e annotazioni a margine nelle
pagine dei suoi volumi della Gerusalemme e dell' “Orlando furioso” dove, mentre
rimprovera al Tasso la scarsezza della fantasia e la monotonia lenta dell'immagine
e del verso, ciò che ama nell'Ariosto non è solo lo svariare dei bei sogni, il
mutar rapido delle situazioni, la viva elasticità del ritmo, ma l'equilibrio
armonico di questo, la coerenza dell'immagine l'unità organica – pur nella
varietà – del fantasma poetico. La morte del padre lo lasciando l'onere di
mantenere tutta la famiglia: per il matrimonio della sorella Virginia, dove
provvedere alla dote, contraendo dei debiti, così come avrebbe poi dovuto fare
per le nozze della sorella Livia con Galletti, e altri denari avrebbe dovuto
spendere per soccorrere le necessità della numerosa famiglia del fratello
Michelangelo. Del Monte intervenne ad aiutare nuovamente, raccomandandolo al
prestigioso studio di Padova, dove era ancora vacante una catedra dopo la morte
di Moleti. Le autorità della Repubblica di Venezia emanarono il decreto di
nomina, con un contratto, prorogabile, di IV anni e con uno stipendio di 180
fiorini l'anno. Tenne a Padova il discorso introduttivo e dopo pochi giorni
comincia un corso destinato ad avere un grande seguito presso gli studenti. Vi
sarebbe restato per diciotto anni, che avrebbe definito «li diciotto anni
migliori di tutta la mia età. Arriva a Venezia solo pochi mesi dopo l'arresto
di BRUNO a Venezia. Nel dinamico ambiente di Padova (risultato anche del
clima di relativa tolleranza religiosa garantito dalla Repubblica
veneziana), intrattenne rapporti
cordiali anche con personalità di orientamento filosofico lontano dal suo, come
CREMONINI filosofo rigorosamente lizio. Frequenta anche i circoli colti e gli
ambienti senatoriali di Venezia, dove stringe amicizia con Sagredo, che G. rese
protagonista del suo Dialogo sopra i massimi sistemi, e SARPI, esperto di
semiotica. È contenuta proprio nella lettera
al frate servita la formulazione della legge sulla caduta dei gravi. Gli
spazii passati dal moto naturale esser in proportione doppia dei tempi, e per
conseguenza gli spazii passati in tempi eguali esser come ab unitate, et le
altre cose. Et il principio è questo: che il mobile naturale vadia crescendo di
velocità con quella proportione che si discosta dal principio del suo moto. G.
tiene a Padova lezioni di meccanica: il suo “Trattato di meccaniche” dovrebbe
essere il risultato dei suoi corsi, che hanno origine dalle “Questioni
meccaniche” di Aristotele. A Padova G. attrezza con l'aiuto di un
artigiano che abitava nella sua stessa casa, una officina nella quale eseguiva
esperimenti e fabbrica strumenti che vende per arrotondare lo stipendio. Perla
macchina per portare l'acqua a livelli più alti ottenne dal Senato veneto un
brevetto ventennale per la sua utilizzazione pubblica. Da anche lezioni private
e ottenne aumenti di stipendio: dai 320 fiorini percepiti annualmente passa ai
1.000. Una nuova stella e osservata
d’Altobelli, il quale ne informa G.. Luminosissima, e osservata successivamente
anche da Keplero, che ne fa oggetto di uno studio, il De Stella nova in pede
Serpentarii. Su quel fenomeno astronomico G. tenne III lezioni, il cui testo
non ci è noto, ma contro le sue argomentazioni scrive un opuscolo Lorenzini,
sedicente lizio originario di Montepulciano, su suggerimento di CREMONINI, e
intervenne a sua volta con un opuscolo anche Capra. Interpreta il fenomeno
della nuova stella come prova della mutabilità dei cieli, sulla base del fatto
che, non presentando la nuova stella alcun cambiamento di parallasse, essa
dovesse trovarsi oltre l'orbita della Luna. A favore della tesi si
pubblica “Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito della Stella
Nuova. Ronchitti difende la validità del metodo della parallasse per
determinare la distanza minima di cose accessibili all'osservatore solo
visivamente, quali sono gl’astri. Rimane incerta l'attribuzione del dialogo, se
cioè sia opera dello stesso G. o di Spinelli. Compose II trattati sulla
fortificazione, la breve introduzione all'architettura militare e un trattato
di fortificazione. Fabbrica un compasso, che descrive in “Le operazioni del
compasso geometrico et militare” (Padova). Il compasso e strumento già noto e,
in forme e per usi diversi, già utilizzato, né G. pretese di attribuirsi
particolari meriti per la sua invenzione. Ma Capra lo accusa di aver plagiato
una sua precedente invenzione. Ribalta le accuse di Capra, ottenendone la
condanna da parte dei Riformatori dello Studio padovano e pubblica una Difesa
contro alle calunnie et imposture di Capra, dove ritorna anche sulla precedente
questione della nuova stella. L'apparizione della nuova stella crea grande
sconcerto nella società e G. non disdegna di approfittare del momento per
elaborare, su commissione, oroscopi personali, al prezzo di 60 lire venete.
Peraltro, e messo sotto accusa dall'inquisizione di Padova a seguito di una
denuncia di un suo ex-collaboratore, che lo aveva accusa precisamente di aver
effettuato oroscopi e di aver sostenuto che gl’astri determinano le scelte
dell'uomo. Il procedimento, però, e energicamente bloccato dal Senato della
Repubblica veneta e il dossier dell'istruttoria venne insabbiato, così che di
esso non giunse mai alcuna notizia all'Inquisizione romana, ossia al
Sant'Uffizio. Il caso venne probabilmente abbandonato anche perché G. si e
occupato di astrologia natale e non di astrologia pro-gnostica o
previsionale. La sua fama come autore d’oroscopi gli porta richieste, e
senza dubbio pagamenti più sostanziosi, da parte di cardinali, principi e
patrizi, compresi Sagredo, Morosini e qualcuno che si interessa a Sarpi.
Scambia lettere con Gualterotti, e, nei casi più difficili, con Brenzoni. Tra i
temi natali calcolati e interpretati figurano quelli delle sue due figlie,
Virginia e Livia, e il suo proprio, calcolato tre volte. Il fatto che si
dedicasse a questa attività anche quando non e pagato per farlo suggerisce che
egli vi attribuisse un qualche valore. Non basta guardare, occorre guardare con
occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono. (if you see that p, because
you want that p). Non sembra che, nella polemica sulla
nuova stella, G. si e già pubblicamente pronunciato a favore della teoria
elio-centrica di Copernico. Si ritiene che egli, pur intimamente convinto
copernicano, pensasse di non disporre ancora di prove sufficientemente forti
d’ottenere invincibilmente l'assenso della universalità dei filosofi. Tuttavia,
espressa privatamente la propria adesione al copernicanesimo a Keplero – che
pubblica il suo Prodromus dissertationum cosmographicarum scrive. Ho già
scritto molte argomentazioni e molte confutazioni degl’argomenti avversi, ma
finora non oso pubblicarle, spaventato dal destino dello stesso Copernico,
nostro maestro. Questi timori, però, svaniranno proprio grazie al cannocchiale,
che G. punta per la prima volta verso il cielo. Di ottica si sono occupati già
Porta nella sua Magia naturalis e nel De refractione e Keplero negli Ad
Vitellionem paralipomena, opere dalle quali era possibile pervenire alla
costruzione del cannocchiale. Lo strumento e costruito indipendentemente da
Lippershey. G. decide allora di preparare un tubo di piombo, applicandovi
all'estremità due lenti, ambedue con una faccia piena e con l’altra sfericamente
concava nella prima lente e convessa nella seconda. Quindi, accostando l’occhio
alla lente concava, percepii l’astro abbastanza grande e vicino, in quanto essi
apparivano III volte più prossimi e IX volte maggiori di quel che risultavano
guardati con la sola vista naturale. Presenta l'apparecchio come sua
costruzione al governo di Venezia che, apprezzando l'invenzione, gli raddoppia
lo stipendio e gl’offre un contratto vitalizio d'insegnamento. L'invenzione, la
riscoperta e la ricostruzione del cannocchiale non è un episodio che possa
destare grande ammirazione. La novità sta nel fatto che G. è il primo a portare
questo strumento, usandolo in maniera prettamente logica e concependolo come un
potenziamento del sentire – il vedere. La grandezza di Galileo nei riguardi del
cannocchiale è stata proprio questa. Supera tutta una serie di ostacoli
concettuali (cf. Galileo sees that the star is nice +> without a telescope –
I could see the cow from the window) -- utilizzando suddetto strumento per
rafforzare le proprie tesi. Grazie al cannocchiale, G. propone una nuova
visione del mondo celeste. Giunge alla conclusione che, alle stelle visibili ad
occhio nudo, si aggiungono altre innumerevoli stelle mai scorte prima d’ora.
L'universo, dunque, diventa più grande. Non c’è differenza di natura fra la
terra e la luna. G. arreca così un duro colpo alla visione
aristotelico-tolemaica geo-centrica del mondo, sostenendo che la superficie
della luna non è affatto liscia e levigata bensì ruvida, rocciosa e costellata
di ingenti prominenze. Quindi, tra gl’astri, almeno la luna non possiede i
caratteri di assoluta perfezione che ad essa erano attribuiti dalla tradizione.
Inoltre, la luna si muove, e allora perché non dovrebbe muoversi anche la terra
che è simile dal punto di vista della costituzione? Vengono scoperti i un
satellite di Giove, che G. denomina la stelle medicea. Questa consapevolezza
l’offre l'insperata visione in cielo di un modello più piccolo dell'universo
copernicano. Le scoperte sono pubblicate nel Sidereus Nuncius, una copia del
quale G. invia a Cosimo II, insieme con un esemplare del suo cannocchiale e la
dedica dei IV satelliti, battezzati da G. in un primo tempo Cosmica Sidera e
successivamente medicea sidera. È evidente l'intenzione di G. di guadagnarsi la
gratitudine della Casa medicea, molto probabilmente non soltanto ai fini del
suo intento di ritornare a Firenze, ma anche per ottenere un'influente
protezione in vista della presentazione, di fronte al pubblico degli studiosi,
di quelle novità, che certo non avrebbero mancato di sollevare
polemiche. Chiede a Vinta, Primo Segretario di Cosimo II, di essere
assunto allo Studio di Pisa, precisando. Quanto al titolo et pretesto del mio
servizio, io desidererei, oltre al nome di matematico, che S. A. ci aggiugnesse
quello di “filosofo”, professando io di havere studiato più anni in FILOSOFIA,
che mesi in matematica pura. Il governo fiorentino comunica a G. l'avvenuta
assunzione come «Matematico primario dello Studio di Pisa et di FILOSOFO del
Ser.mo Gran Duca, senz'obbligo di leggere e di risiedere né nello Studio né
nella città di Pisa, et con lo stipendio di mille scudi l'anno, moneta
fiorentin. G. firma il contratto e raggiunse Firenze. Qui giunto si
premura di regalare a Ferdinando, figlio del granduca Cosimo, la migliore lente
ottica che realizza nel suo laboratorio organizzato quando e a Padova dove, con
l'aiuto dei mastri vetrai di Murano confezionava occhialetti sempre più
perfetti e in tale quantità da esportarli, come fa con il cannocchiale mandato
all'elettore di Colonia il quale a sua volta lo prestò a Keplero che ne fa buon
uso e che, grato, conclude la sua opera Narratio de observatis a se quattuor
Jovis satellitibus erronibus, così scrivendo. “Vicisti G.” -- riconoscendo la
verità delle scoperte di G. Ferdinando ruppe la lente. G. gli regala qualcosa
di meno fragile: una calamita armata, cioè fasciata da una lamina di ferro,
opportunamente posizionata, che ne aumenta la forza d'attrazione in modo tale
che, pur pesando solo sei once, il magnete sollevava XV libbre di ferro
lavorato in forma di sepolcro. In occasione del trasferimento a Firenze lascia
la sua convivente, la veneziana Marina Gamba, conosciuta a Padova, dalla quale
aveva avuto tre figli: Virginia e Livia, mai legittimate, e Vincenzio, che
riconosce. Affida a Firenze la figlia Livia alla nonna, con la quale già
convive l'altra figlia Virginia, e lascia Vincenzio a Padova alle cure della
madre e poi, dopo la morte di questa, a Bartoluzzi. In seguito, resasi
difficile la convivenza delle due bambine con Ammannati, G. fa entrare le
figlie nel convento di San Matteo, ad Arcetri (Firenze), costringendole a
prendere i voti non appena compiuti i rituali XVI anni. Virginia assunse il
nome di suor Maria Celeste, e Livia quello di suor Arcangela, e mentre Virginia
G. si rassegna alla sua condizione e rimase in contatto epistolare con il
padre, Livia non accetta mai l'imposizione. La pubblicazione del Sidereus
Nuncius suscita apprezzamenti ma anche diverse polemiche. Oltre all'accusa di
essersi impossessato, con il cannocchiale, di una scoperta che non
gl’apparteneva, e messa in dubbio anche la realtà di quanto egli asseriva di
aver scoperto. Sia Cremonini, sia Magini, che sarebbe l'ispiratore del libello
“Brevissima peregrinatio contra Nuncium Sidereum” da Horký, pur accogliendo
l'invito di G. a guardare attraverso il telescopio che egli ha costruito,
ritennero di *non* vedere alcun supposto satellite di Giove. Solo più
tardi Magini si ricredette e con lui anche Clavius, che aveva ritenuto che i
satelliti di Giove individuati da G. sono soltanto un'”illusione” prodotta non
direttamente dal corpo di G. mai dalla lente del telescopio. Quest’obiezione e
difficilmente confutabile. Conseguente sia alla bassa qualità del sistema
ottico del primo telescopio, sia all'ipotesi che la lente potessero deformer la
vision natural all’occhio nudo. Un appoggio molto importante e dato a G. da
Keplero, che, dopo un iniziale scetticismo e una volta costruito un telescopio
sufficientemente efficiente, verifica l'esistenza effettiva dei satelliti di
Giove, pubblicando a Francoforte la “Narratio de observatis a se IV Jovis
satellitibus erronibus quos G. mathematicus florentinus jure inventionis
MEDICAEA SIDERA nuncupavit”. Poiché i gesuiti del Collegio Romano sono
considerati tra le maggiori autorità scientifiche del tempo, si reca a Roma per
presentare le sue scoperte. E accolto con tutti gl’onori da Paolo V e da Cesi,
che lo iscrive nei Lincei. G. scrive a Vinta che i gesuiti avendo finalmente
conosciuta la verità dei nuovi MEDICAEA SIDERA, ne hanno fatte da II mesi in
qua continue osservazioni, le quali vanno proseguendo; e le aviamo “riscontrate
con le mie” e si rispondano giustissime. Però, a quel tempo non sa ancora che
l'entusiasmo con il quale anda diffondendo e difendendo le proprie scoperte e
teorie suscita resistenze e sospetti precisamente in ambito
ecclesiastico. Bellarmino incarica i matematici vaticani d’approntargli
una relazione sulle nuove scoperte fatte da un valente matematico per mezo d'un
istrumento chiamato cannone overo ochiale e la congregazione del sant’uffizio
precauzionalmente chiede all'inquisizione di Padova se e mai stato aperto, in
sede locale, qualche procedimento a carico di G.. Evidentemente, la curia
romana comincia già a intravedere quali conseguenze avrebbero potuto avere
questi singolari sviluppi della filosofia sulla concezione generale del mondo e
quindi, indirettamente, sui sacri principi. Scrive il Discorso intorno alle
cose che stanno in su l'acqua, o che in quella si muovono, nel quale appoggiandosi
alla teoria di Archimede dimostra, contro Aristotele, che i corpi galleggiano o
affondano nell'acqua a seconda del loro peso specifico non della loro forma,
provocando la polemica risposta del Discorso apologetico d'intorno al Discorso
di G. di Colombe. Al Pitti, presenti il granduca, la granduchessa Cristina e
Barberini, allora suo grande ammiratore, da una pubblica dimostrazione
sperimentale dell'assunto, confutando definitivamente Colombe. G. accenna
anche alle macchie solari, che sosteniene di aver già osservate a Padova, senza
però darne notizia: scrive ancora, l'Istoria e dimostrazioni intorno alle
macchie solari e loro accidenti, pubblicata a Roma dall'Accademia dei Lincei,
in risposta a III lettere di Scheiner che, indirizzate a Welser, duumviro di
Augusta, mecenate delle scienze e amico dei Gesuiti dei quali e banchiere. A
parte la questione della priorità della scoperta, Scheiner sostene erroneamente
che le macchie consisteno in sciami di astri rotanti intorno al Sole, mentre G.
le considera materia fluida appartenente alla superficie del sole e ruotante
intorno ad esso proprio a causa della rotazione stessa della stella.
L'osservazione delle macchie consentì, quindi, a G. la determinazione del
periodo di rotazione del sole e la dimostrazione che il cielo e la terra non
sono II mondi radicalmente diversi, il primo solo perfezione e immutabilità e
il secondo tutto variabile e imperfetto. Infatti, ribadì a Cesi la sua visione
copernicana scrivendo come il sole si rivolgesse «in sé stesso in un mese
lunare con rivoluzione simile all'altre de i pianeti, cioè DA PONENTE VERSO
LEVANTE intorno a i poli dell'eclittica: la quale novità dubito che voglia
essere il funerale o più tosto l'estremo e ultimo giudizio della
pseudo-filosofia, essendosi già veduti segni nelle stelle, nella luna e nel
sole; e sto aspettando di veder scaturire gran cose dal peripato del LIZIO per
mantenimento della immutabilità dei cieli, la quale non so dove potrà esser
salvata e celata. Anche l'osservazione del moto di rotazione del sole e dei
pianeti e molto importante: rende meno inverosimile la rotazione terrestre, a
causa della quale la velocità di un punto all'equatore sarebbe di circa 1700
km/h anche se la terra fosse immobile nello spazio. La scoperta delle fasi
di Venere e di Mercurio, osservate da G., non e compatibile col modello
geocentrico di Tolomeo, ma solo con quello geo-eliocentrico di Tycho Brahe, che
Galileo non prende mai in considerazione, e con quello elio-centrico di
Copernico. G., scrivendo a Giuliano de' Medici afferma che Venere
necessarissimamente si volge intorno al sole, come anche Mercurio e tutti li
altri pianeti, cosa ben creduta da tutti i pittagorici, Copernico, Keplero e
me, ma non sensatamente provata, come ora in Venere e in Mercurio. Difende il
modello elio-centrico e chiarì la sua concezione della scienza in IV lettere
private, note come "lettere copernicane" e indirizzate a Castelli, II
a Dini, una alla granduchessa madre Cristina di Lorena. L'horror vacui
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Vuoto
(filosofia). Secondo la dottrina aristotelica in natura il vuoto non esiste
poiché ogni corpo terreno o celeste occupa uno spazio che fa parte del corpo
stesso. Senza corpo non c'è spazio e senza spazio non esiste corpo. Sostiene
Aristotele che "la natura rifugge il vuoto" (natura abhorret a
vacuo), e perciò lo riempie costantemente; ogni gas o liquido tenta sempre di
riempire ogni spazio, evitando di lasciarne porzioni vuote. Un'eccezione però a
questa teoria era l'esperienza per la quale si osservava che l'acqua aspirata
in un tubo non lo riempiva del tutto ma ne rimaneva inspiegabilmente una parte
che si riteneva fosse del tutto vuota e perciò dovesse essere colmata dalla
Natura; ma questo non si verifica. G. rispondendo a una lettera inviatagli da
un cittadino ligure Baliani conferma questo fenomeno sostenendo che «la
ripugnanza del vuoto da parte della Natura» può essere vinta, ma parzialmente,
e che, anzi, «lui stesso ha provato che è impossibile far salire l’acqua per
aspirazione per un dislivello superiore a 18 braccia, circa 10 metri e mezzo.
Galilei quindi crede che l'horror vacui sia limitato e non si chiede se in
effetti il fenomeno fosse collegato al peso dell'aria, come dimostrerà
Evangelista Torricelli. La disputa con la Chiesa Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Disputa tra Galileo Galilei e la
Chiesa. La denuncia del domenicano Tommaso Caccini. Il cardinale Roberto
Bellarmino. Dal pulpito di Santa Maria Novella a Firenze Caccini lancia contro
certi matematici moderni, e in particolare contro G,, l'accusa di contraddire
ARISTOTELE con le loro concezioni astronomiche ispirate alle teorie
copernicane. Giunto a Roma, Caccini denuncia G. in quanto sostenitore del moto
della terra intorno al sole. Intanto a Napoli e stato pubblicato un saggio di
Foscarini, “Sopra l'opinione de' Pittagorici e di Copernico”, dedicata a G,, a
Keplero e a tutti gli accademici dei Lincei, che intendeva accordare ARISTOTELE
con la teoria copernicana interpretandoli in modo tale che non gli contradicano
affatto. Bellarmino, già giudice nel processo di Bruno, tuttavia afferma che
sarebbe stato possibile reinterpretare i passi del LIZIO che contraddicevano
l'eliocentrismo solo in presenza di una vera dimostrazione di esso e, non
accettando le argomentazioni di G,, aggiunge che finora non gliene era stata
mostrata nessuna, e sostene che comunque, in caso di dubbio, si dovessero
preferire IL LIZIO. L'anno dopo Foscarini verrà, per breve tempo,
INCARCERATO e la sua Lettera proibita. Intanto il Sant’uffizio stabilì di
procedere all'esame delle Lettere sulle macchie solari e G. decide di venire a
Roma per difendersi personalmente, appoggiato dal granduca Cosimo: «Viene a
Roma il G. matematico» – scrive Cosimo II a Scipione Borghese – «et viene
spontaneamente per dar conto di sé di alcune imputazioni, o più tosto calunnie,
che gli sono state apposte da' suoi emuli. Il papa ordina a Bellarmino di
convocare G. e di ammonirlo di abbandonare la suddetta opinione; e se si fosse
rifiutato di obbedire, il Padre Commissario, davanti a un notaio e a testimoni,
di fargli precetto di abbandonare del tutto quella dottrina e di non
insegnarla, non difenderla e non trattarla. Bellarmino da comunque a G. una
dichiarazione in cui venivano negate abiure ma in cui si ribadiva la
proibizione di sostenere le tesi copernicane: forse gli onori e le cortesie
ricevute malgrado tutto, fecero cadere G. nell'illusione che a lui fosse
permesso quello che ad altri e vietato. Comparvero nel cielo tre comete, fatto
che attira l'attenzione e stimolò gli studi degli astronomi di tutta Europa.
Fra essi Grassi, matematico del Collegio Romano, tenne con successo una lezione
che ha vasta eco, la Disputatio astronomica de tribus cometis anni MDCXVIII.
Con essa, sulla base di alcune osservazioni dirette e di un procedimento
logico-scolastico, egli sostene l'ipotesi che le comete fossero corpi situati
oltre al cielo della Luna e la utilizza per avvalorare il modello di Tycho
Brahe, secondo il quale la terra è posta al centro dell'universo, con gli altri
pianeti in orbita invece intorno al sole, contro l'ipotesi elio-centrica.
G. decise di replicare per difendere la validità del modello copernicano.
Rispose in modo indiretto, attraverso lo scritto Discorso delle comete di un
suo amico e discepolo, Guiducci, ma in cui la mano del maestro e probabilmente
presente. Nella sua replica Guiducci sostene erroneamente che le comete non
sono oggetti celesti, ma puri effetti ottici prodotti dalla luce solare su vapori
elevatisi dalla Terra, ma indica anche le contraddizioni del ragionamento di
Grassi e le sue erronee deduzioni dalle osservazioni delle comete con il
cannocchiale. Il gesuita rispose con uno scritto intitolato Libra astronomica
ac philosophica, firmato con lo pseudonimo anagrammatico di Lotario Sarsi,
attacca direttamente G. e il copernicanesimo. G. a questo punto rispose
direttamente. E pronto il trattato “Il Saggiatore”. Scritto in forma di
lettera, e approvato dagli accademici dei Lincei e stampato a Roma. Dopo la
morte di papa Gregorio XV, con il nome di Urbano VIII saliva al soglio
pontificio Barberini, da anni amico ed estimatore di G.. Questo convinse
erroneamente G. che risorge la speranza, quella speranza che era ormai quasi
del tutto sepolta. Siamo sul punto di assistere al ritorno del prezioso sapere
dal lungo esilio a cui era stato costretto, come scritto al nipote del papa
Francesco Barberini. G. resenta una teoria rivelatasi successivamente
erronea delle comete come apparenze dovute ai raggi solari. In effetti, la
formazione della chioma e della coda delle comete, dipendono dall'esposizione e
dalla direzione delle radiazioni solari, dunque Galilei non aveva tutti i torti
e Grassi ragione, il quale essendo avverso alla teoria copernicana, non poteva che
avere un'idea sui generis dei corpi celesti. La differenza tra le
argomentazioni di Grassi e quella di Galileo era tuttavia soprattutto di
metodo, in quanto il secondo basava i propri ragionamenti sulle esperienze.
Galileo scrisse infatti la celebre metafora secondo la quale la filosofia è
scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a
gli occhi “(io dico l'universo)” mettendosi in contrasto con Grassi che si
richiamava all'autorità dei maestri del passato e di Aristotele per
l'accertamento della verità sulle questioni naturali. Giunse a Roma per
rendere omaggio al papa e strappargli la concessione della tolleranza della
Chiesa nei confronti del sistema copernicano, ma nelle sei udienze concessegli
da Urbano VIII non ottenne da questi alcun impegno preciso in tal senso. Senza
nessuna assicurazione ma con il vago incoraggiamento che gli veniva dall'esser
stato onorato da papa Urbano – che concesse una pensione al figlio Vincenzio –
G. ritenne di poter rispondere finalmente alla Disputatio di Francesco Ingoli.
Reso formale omaggio all'ortodossia cattolica, nella sua risposta G. dovrà
confutare le argomentazioni anticopernicane dell'Ingoli senza proporre quel
modello astronomico, né rispondere alle argomentazioni del LIZIO. Nella Lettera
G. enuncia per la prima volta quello che sarà chiamato il principio della
relatività galileiana: alla comune obiezione portata dai sostenitori della
immobilità della terra, consistente nell'osservazione che i gravi cadono
perpendicolarmente sulla superficie terrestre, anziché obliquamente, come
apparentemente dovrebbe avvenire se la Terra si muovesse, G. risponde portando
l'esperienza della nave nella quale, sia essa in movimento uniforme o sia
ferma, i fenomeni di caduta o, in generale, dei moti dei corpi in essa
contenuti, si verificano esattamente nello stesso modo, perché «il moto
universale della nave, essendo comunicato all'aria ed a tutte quelle cose che
in essa vengono contenute, e non essendo contrario alla naturale inclinazione
di quelle, in loro indelebilmente si conserva».[65] Dialogo Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dialogo sopra i due
massimi sistemi del mondo. Galilei comincia il suo nuovo lavoro, un Dialogo
che, confrontando le diverse opinioni degli interlocutori, gli avrebbe
consentito di esporre le varie teorie correnti sulla cosmologia, e dunque anche
quella copernicana, senza mostrare di impegnarsi personalmente a favore di
nessuna di esse. Ragioni di salute e familiari prolungarono la stesura dell'opera.
Dovette prendersi cura della numerosa famiglia del fratello Michelangelo,
mentre il figlio Vincenzio, laureatosi in legge a Pisa si sposa con Sestilia
Bocchineri, sorella di Geri Bocchineri, uno dei segretari del duca Ferdinando,
e di Alessandra. Per esaudire il desiderio della figlia Maria Celeste, monaca
ad Arcetri, di averlo più vicino, affitta vicino al convento il villino «Il
Gioiello». Dopo non poche vicissitudini per ottenere l'imprimatur
ecclesiastico, l'opera venne pubblicata. Nel Dialogo i due massimi
sistemi messi a confronto sono quello geo-centrico e quello elio-centrico. Tre
sono i protagonisti: due sono personaggi reali, amici di Galileo, Salviati e
Sagredo, nello cui palazzo si fingono tenute la conversazione. Il terzo protagonista
è ‘Simplicio,’ un commentatore di Aristotele, oltre a sottintendere il suo
semplicismo scientifico. Simplicio è il sostenitore del sistema geo-centrico,
mentre l'opposizione elio-centrica è sostenuta da Salviati e Sagredo. Il
Dialogo ricevette molti elogi, ma si diffusero le voci di una proibizione.
Riccardi scrive ad Egidi che per ordine del Papa il “Dialogo” non doveva più
essere diffuso. Gli chiedeva di rintracciare le copie già vendute e di
sequestrarle. Il Papa adirato accusa G. di aver raggirato i ministri che
avevano autorizzato la pubblicazione. L’Inquisizione romana sollecita quella
fiorentina perché notificasse a Galileo l'ordine di comparire a Roma entro il
mese di ottobre davanti al Commissario generale del Sant'Uffizio. Galileo, in
parte perché malato, in parte perché spera che la questione potesse aggiustarsi
in qualche modo senza l'apertura del processo, ritarda per tre mesi la
partenza; di fronte alla minacciosa insistenza del Sant'Uffizio, parte per Roma
in lettiga. Il processo comincia con il primo interrogatorio di Galileo,
al quale Maculano contesta di aver ricevuto un precetto con il quale Bellarmino
gli avrebbe intimato di abbandonare la teoria elio-centrica, di non sostenerla
in nessun modo e di non insegnarla. Nell'interrogatorio Galileo nega di aver
avuto conoscenza del precetto e sostenne di non ricordare che nella
dichiarazione di Bellarmino vi fossero le parole “quovis modo” (in qualsiasi
modo) e “nec docere” (non insegnare). Incalzato dall'inquisitore, Galileo non
solo ammise di non avere detto cosa alcuna del sodetto precetto, ma anzi arriva
a sostenere che nel detto Dialogo mostra il contrario di detta opinione del
Copernico, e che le ragioni di Copernico sono invalide e non concludenti.
Concluso il primo interrogatorio, Galileo fu trattenuto, pur sotto strettissima
sorveglianza, in tre stanze del palazzo dell'Inquisizione, con ampia e libera
facoltà di passeggiare. Il giorno successivo all'ultimo interrogatorio, nella
sala capitolare del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, presente
e inginocchiato G., fu emessa la sentenza dai inquisitori generali contro
l'eretica pravità, nella quale si riassume la lunga vicenda del contrasto fra
G. e il LIZIO, cominciata con lo scritto Delle macchie solari e l'opposizione
dei LIZII al modello Copernicano. Nella sentenza si sostiene poi che il
documento fosse un'effettiva ammonizione a non difendere o insegnare la teoria
copernicana. Imposta l'abiura con cuor sincero e fede non finta e
proibito il Dialogo, e condannato al carcere formale ad arbitrio nostro e alla
pena salutare della recita settimanale dei sette salmi penitenziali per tre
anni, riservandosi l'Inquisizione di moderare, mutare o levar in tutto o parte
le pene e le penitenze. Se la leggenda della frase di G., «E pur si muove»,
pronunciata appena dopo l'abiura, serve a suggerire la sua intatta convinzione
della validità del modello copernicano, la conclusione del processo segna la
sconfitta del suo programma di diffusione della filosofia, fondata
sull'osservazione rigorosa dei fatti e sulla loro verifica sperimentale –
contro il LIZIO che produce esperienze come fatte e rispondenti al suo bisogno
senza averle mai né fatte né osservate – e contro i pregiudizi del senso
comune, che spesso induce a ritenere reale qualunque apparenza: una filosofia
che insegna a non aver più fiducia nell'autorità, nella tradizione e nel senso
commune e che vuole insegnare a pensare. La sentenza di condanna prevedeva un
periodo di carcere a discrezione del Sant'Uffizio e l'obbligo di recitare per
tre anni, una volta alla settimana, i salmi penitenziali. Il rigore letterale
fu mitigato nei fatti. La prigionia consistette nel soggiorno coatto per cinque
mesi presso Palazzo Niccolini, a Trinità dei Monti e di qui, in Palazzo
Piccolomini a Siena. Quanto ai salmi penitenziali, Galileo incarica di
recitarli, con il consenso della Chiesa, la figlia Livia, suora di clausura.
Piccolomini favore G., permettendogli di incontrare personalità della città e
di dibattere questioni scientifiche. A seguito di una lettera che denunci
l'operato, il Sant'Uffizio provvide, accogliendo una stessa richiesta avanzata
in precedenza da Galilei, a confinarlo nell'isolata villa del Gioiello, che
possede nella campagna di Arcetri. Si l’intima di stare da solo, di non
chiamare ne di ricevere alcuno, per il tempo ad arbitrio di Sua Santita. Solo i
familiari poaaono fargli visita, dietro preventiva autorizzazione: anche per
questo motivo gli fu particolarmente dolorosa la morte di Livia. Poté tuttavia
mantenere corrispondenza con amici ed estimatori: a Diodati consolandosi delle
sue sventure che l'invidia e la malignità “mi hanno machinato contro” con la
considerazione che l'infamia ricade sopra i traditori e i costituiti nel più
sublime grado dell'ignoranza. Da Diodati seppe della versione in latino che
Bernegger anda facendo a Strasburgo del suo Dialogo e gli riferì di Rocco,
purissimo peripatetico, e remotissimo dall'intender nulla di filosofia che
scrive a Venezia mordacità e contumelie contro di lui. Questa, e altre lettere,
dimostrano quanto poco G. avesse rinnegato le proprie convinzioni
copernicane. Dopo il processo scrive e pubblica “Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la mecanica e i moti locali”,
organizzato come un dialogo che si svolge in quattro giornate fra i tre
medesimi protagonisti del precedente Dialogo dei massimi sistemi: Sagredo,
Salviati e Simplicio. Nella prima giornata si tratta della resistenza dei
materiali. La diversa resistenza deve essere legata alla struttura della particolare
materia e G., pur senza pretendere di pervenire a una spiegazione del problema,
affronta l'interpretazione atomistica di Democrito, considerandola un'ipotesi
capace di rendere conto di fenomeni fisici. In particolare, la possibilità
dell'esistenza del vuoto – prevista da Democrito – viene ritenuta una seria
ipotesi scientifica e nel vuoto – ossia nell'inesistenza di un qualunque mezzo
in grado di opporre resistenza – Galileo sostiene giustamente che tutte le cose
discendeno con eguale velocità, in opposizione con Aristotele che ritiene
l'impossibilità concettuale di un moto in un vuoto. Dopo aver trattato
della statica e della leva nella seconda giornata, nella terza e nella quarta
si occupa della dinamica, stabilendo le leggi del moto uniforme, del moto
naturalmente accelerato e del moto uniformemente accelerato e delle
oscillazioni del pendolo. Intraprende corrispondenza con Bocchineri. La
famiglia Bocchineri di Prato aveva dato una giovane, di nome Sestilia, sorella
di Alessandra, per moglie al figlio di Galilei, Vincenzio. Quando Galilei
incontra Bocchineri, questa è una donna che si è affinata e ha coltivato la sua
intelligenza, sposa di Buonamici, un importante diplomatico che diventerà buon
amico di Galilei. Bocchineri e Galilei si scambiano numerosi inviti per
incontrarsi e G. non manca di elogiare l'intelligenza di Bocchineri dato che sì
rare si trovano donne che tanto sensatamente discorrino come ella fa. Con la
cecità e l'aggravarsi delle condizioni di salute è costretto talvolta a rifiutare
gli invite NON *SOLO* per le molte indisposizioni che mi tengono oppresso in
questa mia gravissima età, ma perché son ritenuto ancora in carcere, per quelle
cause che benissimo son note. L'ultima lettera mandata di "non volontaria brevità". Ad
Arcetri, assistito da Viviani e Torricelli. «Vide / sotto l'etereo padiglion
rotarsi / più mondi, e il Sole irradïarli immoto, onde all'Anglo che tanta ala
vi stese / sgombrò primo le vie del firmamento. E tumulato nella Basilica di
Santa Croce a Firenze. Il Cristenesimo mantenne la sorveglianza anche nei
confronti degli allievi. Quando i seguaci diedero vita al Cimento, esso
intervenne presso il Granduca, e il Cimento e sciolto. Convinto della
correttezza della cosmologia copernicana, G. era ben consapevole che essa fosse
ritenuta in contraddizione con il testo cristiano che sostenevano invece una
concezione geocentrica dell'universo. Il cristanesimo considera le Sacre
Scritture ispirate dallo Spirito Santo, la teoria eliocentrica poteva essere
accettata, fino a prova contraria, soltanto come semplice ipotesi (“ex
supposition”) o modello matematico, senza alcuna attinenza con la reale
posizione dei corpi celesti. Proprio a questa condizione il “De revolutionibus
orbium coelestium” di Copernico non e condannato dalle autorità ecclesiastiche
e menzionato nell'Indice dei libri proibiti. Galileo si inserì nel dibattito
sul rapporto fra scienza e fede con la lettera a Castelli. Difese il modello
copernicano sostenendo che esistono *due* verità necessariamente non in contraddizione
o in conflitto fra loro. La Bibbia è certamente un testo sacro di ispirazione
divina e dello Spirito Santo, ma comunque scritto in un preciso momento storico
con lo scopo di orientare il lettore verso la comprensione della vera
religione. Per questa ragione, come già avevano sostenuto molti esegeti tra i
quali *Lutero* e Keplero, i fatti del LIZIO sono stati necessariamente scritti
in modo tale da poter essere compresi anche dagli antichi e dalla gente comune.
Occorre quindi discernere, come già sostenuto da Agostino, il messaggio
propriamente basato nella fede dalla descrizione, storicamente connotata ed
inevitabilmente narrativa e didascalica, di fatti, episodi e personaggi. Dal
che seguita, che qualunque volta alcuno, nell'esporla, volesse fermarsi sempre
nel nudo suono litterale, splicito, potrebbe, errando esso, far apparire nelle
Scritture non solo contraddizioni e proposizioni remote dal vero, ma gravi
eresie e bestemmie ancora. Poi che sarebbe necessario dare a Dio e piedi e mani
e occhi, e non meno affetti di un corpora quasi-umanio, come d'ira, di
pentimento, d'odio ed anco tal volta la dimenticanza delle cose passate e
l'ignoranza delle future.” Lettera alla granduchessa di Toscana. Il noto
episodio biblico della richiesta di Giosuè a Dio di fermare il Sole per
prolungare il giorno era usato in ambito ecclesiastico a sostegno del sistema
geo-centrico. Galileo sostenne invece che in quel modo il giorno non si sarebbe
allungato, in quanto nel sistema
geo-centrio la rotazione diurna (giorno/notte) non dipende dal Sole, ma
dalla rotazione del Primum Mobile. La Bibbia deve essere re-interpretata e
bisogna “alterar” il “senso” delle parole, e dire che quando la Scrittura dice
che Dio ferma il Sole, voleva dire che ferma 'l primo mobile, ma che, per
accomodarsi alla capacità di quei che sono a fatica idonei a intender il
nascere e 'l tramontar del Sole, lo Spirito Santo dice al contrario di quel che
avrebbe detto parlando a uomini sensati. Nel sistema elio-centrico la rotazione
del Sole sul proprio asse provoca sia la rivoluzione della Terra attorno al
Sole, sia la rotazione diurna (giorno/notte) della Terra attorno all'asse
terrestre. Quindi l'episodio biblico ci mostra manifestamente la falsità e
impossibilità del mondano sistema aristotelico e Tolemaico, e all'incontro
benissimo s'accomoda co 'l Copernicano.. Infatti se Dio avesse fermato il Sole
assecondando la richiesta di Giosuè, ne avrebbe necessariamente bloccato la
rotazione assiale (unico suo movimento previsto nel sistema copernicano), provocando
di conseguenza - secondo Galileo - l'arresto sia della (ininfluente)
rivoluzione annuale, sia della rotazione terrestre diurna prolungando quindi la
durata del giorno. A questo proposito, è interessante la critica proposta da
Koestler, in cui sostiene che Galileo sape meglio di chiunque altro che se la
terra si fermasse bruscamente, montagne, case, città, crollerebbero come un
castello di carte. Il più ignorante dei frati, senza sapere nulla del momento
di inerzia, sape benissimo quel che succedeva quando i cavalli e la carrozza
frenavano di colpo o quando una nave finiva contro gli scogli. Se si interpreta
la Bibbia secondo Tolomeo, il brusco arresto del Sole non aveva effetti fisici
degni di nota e il miracolo rimaneva credibile al pari di qualsiasi altro
miracolo. In base all'interpretazione di Galileo, Giosuè avrebbe distrutto non
soltanto gli Amorrei, ma la terra intera! Sperando di far passare queste
sciocchezze penose, Galileo rivela il suo disprezzo per gli avversari. Fece
analoghe considerazioni in lettere a Dini, le quali destarono preoccupazione
negli ambienti conservatori per le idee innovative, il carattere polemico e
l'ardimento coi quali Galilei sostene che alcuni passi della Bibbia dovessero
venir re-interpretati alla luce del sistema copernicano. Le Sacre Scritture si
occupano di Dio. La filosofia naturale, che fa indagini sulla Natura si
fondarsi su «sensate esperienze» e «necessarie dimostrazioni». La Bibbia e la
Natura non possono contraddirsi perché derivano entrambe da Dio. Di conseguenza,
in caso di discordia apparente, non sarà la scienza a dover fare un passo
indietro, bensì gli interpreti del testo sacro che dovranno cercare al di là
del “significato” splicito superficiale (explicatura). Le Sacre Scritture sono
conforme soltanto "al comun modo del volgo", ossia si adatta non già
alle competenze degli "intendenti", ma ai limiti conoscitivi
dell'uomo comune, velando così con una sorta di “allegoria” il “senso più
profondo” di un enunciato.. Se il “messaggio” “letterale” diverge da un
enunciato del filosofo naturale, non lo può mai il suo “contenuto”
"recondito" e più autentico, ricavabile dall'interpretazione delle
Sacre Scriture oltre i suoi “significato” più epidermico. Circa il rapporto tra
filosofia e la rivelazione, celebre è la sua frase: «intesi da persona
ecclesiastica costituita in eminentissimo grado, l'*intenzione* dello Spirito
Santo essere d'*in-segn-arci* come si vadia al cielo, e non come vadia il
cielo», usualmente attribuita Baronio. Si noti che, applicando tale criterio,
Galileo non avrebbe potuto usare il passo biblico di Giosuè per cercare di
dimostrare un presunto accordo tra testo sacro e sistema copernicano o la
supposta contraddizione tra la Bibbia e il modello tolemaico. Deriva invece
proprio da tale criterio la teoria di Galileo secondo la quale esistono *due*
sorgenti di *conoscenza* che sono in grado di rivelare la stessa verità che
proviene da Dio. Il primo è le Sancte
Scritture, scritte dal spirito santo in termini comprensibili al
"volgo", che ha essenzialmente valore salvifico e di redenzione
dell'anima, e richiede quindi un'attenta inter-pretazione delle affermazioni
relative ai fenomeni naturali che in essa sono descritti. Il secondo è questo
grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico
l'universo), scritto in simboli», che va letto (decifrato) secondo la ragione
(non la fede) e non va pos-posto alle Sancte Scriture ma, per essere *ben* o
corretamente interpretato, deve essere studiato con gli strumenti di cui Dio –
nostro genitore -- ci ha dotati: sentire, il giudicare, il discorrire. Nella
disputa filosofica di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalla
autorità di luoghi delle Sancte Scritture, ma dall’esperienza sensata (a
posteriori) e dalla di-mostrazioni necessaria (dall’assiomi, a priori): perché,
procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la Natura – la fisi
dei grecchi --, quella come ‘dettatura’ (dictature – dettato ed impiegato)
dello Spirito Santo, e questa ‘dettatura’ come osservantissima esecutrice de
gli ordini di Dio, nostro genitore.” La FILOSOFIA – regina scientiarum – La
‘materia’ della filosofia la rende d'importanza primaria (metafisica come
filosofia prima, filosofia naturale come filosofia seconda. La flosofia non
pretendere di pronunciare giudizi su una verità specifica (la porta e chiusa).
Al contrario, se una certa esperienza non si accorda con un assioma, allora e
quest’assioma che deve essere ri-letti alla luce della experienza. Non vi può
essere, in definitiva, dis-accordo tra ragione ed experienza, essendo, per
definizione, entrambe vere. Ma, in caso di *apparente* contraddizione su un
fenomeno naturale, occorre modificare l'interpretazione dell’assioma per
adeguarla all’esperienza. Aristotele – con il suo geo-centrimo -- non
differe sostanzialmente da G.. IL LIZIO ammetteva la necessità di rivedere
l'interpretazione dell’esperienza. Ma nel caso del sistema elio-centrico,
Bellarmino sostenne, ragionevolmente, che non vi fossero una prova conclusive a
suo favore. Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel
centro del mondo (o nostro sistema pianetario) e la terra nel terzo cielo, e
che il sole (elio) non circonda la terra (gea), ma la terra circonda il sole,
allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che
paiono contrarie, e più tosto dire che “non l'intendiamo” – cf. Grice on
metaphor and ‘My neighbour’s three-year old is an adult”), che dire che sia
“falso” (‘You’re the cream in my coffee”, “My neighbour’s three-year old
understands Russell’s Theory of Types”) quello che si dimostra. Ma io non
crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata. L’
esperienzia di visione – osservazione -- con gli strumenti allora disponibili,
della parallasse stellare (che si sarebbe dovuta riscontrare come l’effetto
dello spostamento della Terra rispetto al cielo delle stelle fisse) costituiva
invece evidenza contraria alla teoria elio-centrica. In tale contesto,
Aristotele ammetteva quindi che si parlasse di una teoria o ipotesi o modello
elio-centrico solo “ex suppositione” (come ipotesi matematica geometrica o
aritmetica). La difesa di G. ex professo (con cognizione di causa e competenza,
di proposito e intenzionalmente) della teoria geo-centrica quale “reale”
descrizione fisica del sistema solare e delle orbite dei pianete si scontrò
quindi, inevitabilmente, con la posizione ufficiale d’Aristotele. Tale
contrapposizione sfociò nel processo a G., che si concluse con la condanna per
veemente sospetto di eresia" e l'abiura forzata delle sue concezioni
astronomiche. RiAl di là dal giudizio storico, giuridico e morale sulla
condanna a G., le questioni di carattere epistemologico filosofico e di
“ermeneutica” che furono al centro del processo sono state oggetto di riflessione
da parte di Grice. che spesso ha citato la vicenda di G. per esemplificare,
talora in termini volutamente paradossali, il suo pensiero in merito a tali
questioni. Contro Feyerabend, sostenitore di un'anarchia epistemologica, Grice
sostenne che Aristotele si attenne alla ragione più che G., e prese in
considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della teoria
elio-centrica. La sentenza aristotelica contro Galilei e razionale e giusta, e
solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revision.
Questa provocazione sarà poi ripresa da Ratzinger, dando luogo a contestazioni
da parte dell'opinione pubblica. Ma il vero scopo per cui Grice espresso tale
provocatoria affermazione e "solo mostrare la contraddizione di coloro che
approvano l’eliocentrismo di G e condannano il geo-centrismo LIZIO, ma poi
verso il lavoro dei loro contemporanei sono rigorosi come lo sono I LIZII ai
tempi di Galileo. Nel corso dei secoli che seguirono, IL LIZIO modifica la
propria posizione nei confronti di G.. Il Sant'Uffizio concede l'erezione di un
mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze. Benedetto XIV
olse dall'Indice i libri che insegnavano il moto della Terra (“e pur si muove”)
con ciò ufficializzando quanto già di fatto aveva fatto Alessandro VII con il
ritiro di un dicreto. La definitiva autorizzazione all'”in-segna-mento”
del moto della terra e dell'immobilità del sole arriva con un decreto della
Sacra Congregazione dell'inquisizione approvato da Pio VII.
Particolarmente significativo risulta il contributo di Newman, a pochi anni
dalla abilitazione dell'insegnamento dell'eliocentrismo e quando le teorie di
Newton sulla gravitazione risultavano ormai affermate e provate
sperimentalmente. Newman riassume il rapporto dell'elio-centrismo con il LIZIO.
«Quando il sistema copernicano comincia a diffondersi, quale LIZIO non sarebbe
stato tentato dall'inquietudine, o almeno dal timore dello scandalo, per
l'apparente contraddizione che esso implica con una certa autorevole
tradizione? Generalmente si accetta che la terra e immobile e che il sole,
fissato in un solido firmamento, ruota intorno alla terra. Dopo un po' di
tempo, tuttavia, e un'analisi completa, si scoprì che il LIZIO non decide quasi
niente su questioni come questa e che la scienza fisica puo muoversi in questa
sfera di pensiero quasi a piacere, senza timore di scontrarsi con l’adagio,
“Master dixit””. Newman compie della vicenda G. come conferma, e non negazione,
del LIZIO. E certamente un fatto molto significativo, considerando con quanta
ampiezza e quanto a lungo fosse stata sostenuta dai LIZII una certa
interpretazione di questa affermazione fisica geo-centrica, che il LIZIO non
l'ha formalmente riconosciuta (la teoria del geocentrismo, ndr). Guardando alla
questione da un punto di vista umano, e inevitabile che essa dovesse far
propria quell'opinione. Ma ora, accertando la nostra posizione rispetto
all’esperienza, troviamo che malgrado gli abbondanti commenti che fin
dall'inizio essa ha sempre fatto su Aristotele, com'è suo compito e suo diritto
fare, tuttavia, è sempre stata indotta a spiegare formalmente Aristotele o a
dar loro un senso di autorità che l’esperienza può mettere in discussione.
Paolo VI fece avviare la revisione del processo e con l'intento di porre una
parola definitiva riguardo a queste polemiche Giovanni Paolo II auspicò che
fosse intrapresa una ricerca interdisciplinare sui difficili rapporti di G. con
la Chiesa e istituì una Commissione per lo studio della controversia
tolemaico-copernicana nella quale il caso G. si inserisce. Il papa ammise, nel
discorso in cui annuncia l'istituzione della commissione, che"G. ha molto
a soffrire, non possiamo nasconderlo, da parte di uomini del LIZIO. Si cancella
la condanna e chiarì la sua interpretazione sulla questione teologica
scientifica galileiana riconoscendo che la condanna di G. e dovuta
all'ostinazione di entrambe le parti nel non voler considerare le rispettive
teorie come semplici ipotesi non comprovate sperimentalmente e, d'altra parte,
alla mancanza di perspicacia, ovvero di intelligenza e lungimiranza, dei
filosofi del LIZIO che lo condannarono, incapaci di riflettere sui propri
criteri di interpretazione del LIZIO e responsabili di aver inflitto molte
sofferenze a G. Come dichiara Giovanni Paolo II, come la maggior parte dei suoi
avversari LIZII, G. non fa distinzione tra quello che è l'approccio scientifico
ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che
esso generalmente richiama. È per questo che G. Rifiuta il suggerimento che gli
era stato dato di presentare come un'ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto
che esso non fosse confermato da prove irrefutabili. Era quella, peraltro,
un'esigenza del metodo sperimentale di cui egli fu l’iniziatore. Il problema
che si posero dunque i LIZII sono quello della compatibilità dell'eliocentrismo
ed il LIZIO. Così l’esperienza, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che
essi suppongono, obbliga I LIZII ad interrogarsi sui loro criteri di
interpretazione di Aristotele. La maggior parte non seppe farlo. Il giudizio
pastorale che richiedeva la teoria copernicana e difficile da esprimere nella
misura in cui il geo-centrismo sembra far parte dell’insegnamento stesso del
LIZIO. Sarebbe stato necessario contemporaneamente vincere delle abitudini di
pensiero e inventare una pedagogia capace di illuminare il popolo. La storia
del pensiero scientifico del Medioevo e del Rinascimento, che si comincia ora a
comprendere un po' meglio, si può dividere in due periodi, o meglio, perché
l'ordine cronologico corrisponde solo molto approssimativamente a questa
divisione, si può dividere, grosso modo, in tre fasi o epoche, corrispondenti
successivamente a tre differenti correnti di pensiero: prima la fisica
aristotelica; poi la fisica dell'impetus, iniziata, come ogni altra cosa, dai
Greci ed elaborata dalla corrente dei Nominalisti; e infine la fisica
galileiana. Fra le maggiori scoperte che G. fece guidato dagli esperimenti, si
annoverano un primo approccio fisico alla relatività, poi noto come “relatività
galileiana”, la scoperta delle quattro lune principali di Giove, dette appunto
“satelliti galileiani” (Io, Europa, “Ganimede” e Callisto), il principio di
inerzia, seppur parzialmente. Compì anche studi sul moto di caduta dei
gravi e riflettendo sui moti lungo i piani inclinati scoprì il problema del
"tempo minimo" nella caduta dei corpi materiali, e studia varie
traiettorie, tra cui la spirale paraboloide e la cicloide. Nell'ambito
delle sue ricerche di matematica – geometria ed aritmetica -- si avvicinò alle
proprietà dell'infinito introducendo un celebre paradosso di G.. G. incoraggiò
Cavalieri a sviluppare le idee del maestro e di altri sulla geometria con il
metodo degli indivisibili, per determinare aree e volumi: questo metodo
rappresentò una tappa fondamentale per l'elaborazione del calcolo
infinitesimale. Quando Galilei fece rotolare le sue sfere su di un piano
inclinato con un peso scelto da lui stesso, e Torricelli fece sopportare
all’aria un peso che egli stesso sapeva già uguale a quello di una colonna
d’acqua conosciuta fu una rivelazione luminosa per tutti gli investigatori
della natura. Essi compresero che la ragione vede solo ciò che lei stessa
produce secondo il proprio disegno, e che essa deve costringere la natura a
rispondere alle sue domande; e non lasciarsi guidare da lei, per dir così,
colle redini; perché altrimenti le nostre osservazioni, fatte a caso e senza un
disegno prestabilito, non metterebbero capo a una legge necessaria. Galilei fu
uno dei protagonisti della fondazione del metodo scientifico espresso con
linguaggio matematico e pose l'esperimento come strumento a base dell'indagine
sulle leggi della natura, in contrasto con Aristotele e la sua analisi
qualitativa del cosmo. Hanno sin qui la maggior parte dei filosofi creduto che
la superficie della luna fosse pulita tersa e assolutissimamente sferica, e se
qualcuno disse di credere, che ella fusse aspra e muntuosa fu reputato parlare
più presto favolusamente, che filosoficamente. Ora io questa istessa lunare
asserisco il primo, non più per immaginazione, ma per sensata esperienza e
necessaria dimostrazione, che egli è di superficie piena di innumerevoli cavità
ed eminenze, tanto rilevate che di gran lunga superano le terrene montuosità.
Già nella lettera a Welser a proposito della polemica sulle macchie solari, G.
si domandava che cosa l'uomo nella sua ricerca vuole arrivare a
conoscere. «O noi vogliamo specolando tentar di penetrar l'essenza vera
ed intrinseca delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in
notizia d'alcune loro affezioni» Ed ancora: per conoscenza intendiamo
l'arrivare a cogliere i principi primi dei fenomeni o come questi si
sviluppano? «Il tentar l'essenza, l'ho per impresa non meno impossibile e
per fatica non men vana nelle prossime sustanze elementari che nelle
remotissime e celesti: e a me pare essere egualmente ignaro della sustanza
della Terra che della Luna, delle nubi elementari che delle macchie del Sole;
né veggo che nell'intender queste sostanze vicine aviamo altro vantaggio che la
copia de' particolari, ma tutti egualmente ignoti, per i quali andiamo vagando,
trapassando con pochissimo o niuno acquisto dall'uno all'altro. La ricerca dei
principi primi essenziali comporta dunque una serie infinita di domande poiché
ogni risposta fa nascere una nuova domanda: se noi ci chiedessimo quale sia la
sostanza delle nuvole, una prima risposta sarebbe che è il vapore acqueo ma poi
dovremo chiederci che cos'è questo fenomeno e dovremo rispondere che è acqua,
per chiederci subito dopo che cos'è l'acqua, rispondendo che è quel fluido che
scorre nei fiumi ma questa «notizia dell'acqua» è soltanto «più vicina e
dependente da più sensi», più ricca di informazioni particolari diverse, ma non
ci porta certo la conoscenza della sostanza delle nuvole, della quale sappiamo
esattamente quanto prima. Ma se invece vogliamo capire le «affezioni», le
caratteristiche particolari dei corpi, potremo conoscerle sia in quei corpi che
sono da noi distanti, come le nuvole, sia in quelli più vicini, come l'acqua.
Occorre dunque intendere in modo diverso lo studio della natura. «Alcuni severi
difensori di ogni minuzia peripatetica», educati nel culto di Aristotele,
credono che «il filosofare non sia né possa esser altro che un far gran pratica
sopra i testi di Aristotele» che portano come unica prova delle loro teorie. E
non volendo «mai sollevar gli occhi da quelle carte» rifiutano di leggere
«questo gran libro del mondo» (cioè dall'osservare direttamente i fenomeni),
come se «fosse scritto dalla natura per non esser letto da altri che da il
LIZIO, e che gli occhi suoi avessero a vedere per tutta la sua posterità.
Invece i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra
un mondo di carta.A fondamento del metodo scientifico quindi ci sono il rifiuto
dell'essenzialismo e la decisione di cogliere solo l'aspetto quantitativo dei
fenomeni nella convinzione di poterli tradurre tramite la misurazione in numeri
così che si abbia una conoscenza di tipo matematico, l'unica perfetta per
l'uomo che la raggiunge gradatamente tramite il ragionamento così da eguagliare
lo stesso perfetto conoscere divino che la possiede interamente e
intuitivamente. Però...quanto alla verità di che ci danno cognizione le
dimostrazioni matematiche, ella è l'istessa che conosce la sapienza divina. Il
metodo galileiano si dovrà comporre quindi di due aspetti principali: sensata
esperienza, ovvero l'esperimento distinto dalla comune osservazione della
natura, che deve infatti seguire a un'attenta formulazione teorica, ovvero a
ipotesi (metodo ipotetico-sperimentale) che siano in grado di guidare
l'esperienza in modo che essa non fornisca risultati arbitrari. Galileo non
ottenne la legge di caduta dei gravi dalla mera osservazione, altrimenti ne
avrebbe dedotto che un corpo cade più rapidamente tanto più è pesante (un sasso
nell'aria arriva prima a terra di una piuma per via dell'attrito). Studiò
invece il moto dei corpi in caduta controllandolo con un piano inclinato,
costruendo cioè un esperimento che gli permettesse di ottenere risultati più precisi.
Anche l'esperimento mentale può essere un utile strumento di dimostrazione e
permise a Galileo di confutare le dottrine aristoteliche sul moto. necessaria
dimostrazione, ovvero un'analisi matematica e rigorosa dei risultati
dell'esperienza, che sia in grado di trarre da questa risultati universali e
ogni conseguenza in modo necessario e non opinabile espressi dalla legge
scientifica. In questo modo Galileo concluse che tutti i corpi nel vuoto
precipitano con una velocità proporzionale al tempo di caduta, anche se
chiaramente non aveva effettuato esperimenti considerando tutti i possibili
corpi con differenti forme e materiali. La dimostrazione va ulteriormente
verificata, con ulteriori esperienze, ovvero il cosiddetto cimento che è
l'esperimento concreto con cui va sempre verificato l'esito di ogni
formulazione teorica. Sintetizzando la natura del metodo galileiano, Mondolfo
infine aggiunge che: «Il vincolo stabilito da G. tra osservazione e
dimostrazione le esperienze fatte mediante i sensi e le dimostrazioni
logico-matematiche della loro necessità – e un vincolo reciproco, non
unilaterale: né le esperienze sensibili dell’ osservazione potevano valere
scientificamente senza la relativa dimostrazione della loro necessità, né la
dimostrazione logica e matematica poteva raggiungere la sua "assoluta
certezza oggettiva" come quella della natura senza appoggiarsi all’
esperienza nel suo punto di partenza e senza trovare la sua conferma in essa
nel suo punto d’ arrivo. È questa l'originalità del metodo galileiano: avere
collegato esperienza e ragione, induzione e deduzione, osservazione esatta dei
fenomeni e elaborazione di ipotesi e questo, non astrattamente ma, con lo
studio di fenomeni reali e con l'uso di appositi strumenti tecnici. La terminologia
scientifica in Galilei Fondamentale è stato il contributo di G. al linguaggio
scientifico, sia in campo matematico, sia, in particolare, nel campo della
fisica. Ancora oggi in questa disciplina molto del linguaggio settoriale in uso
deriva da specifiche scelte dello scienziato pisano. In particolare, negli
scritti di Galileo molte parole sono tratte dal linguaggio comune e vengono
sottoposte ad una "tecnificazione", cioè l'attribuzione ad esse di un
significato specifico e nuovo (una forma, quindi, di neologismo semantico). È
il caso di "forza" (seppur non in senso newtoniano),
"velocità", "momento", "impeto",
"fulcro", "molla" (intendendo lo strumento meccanico ma
anche la "forza elastica"), "strofinamento",
"terminatore", "nastro". Un esempio del modo in cui Galileo
nomina gli oggetti geometrici è in un brano dei Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze: «Voglio che ci immaginiamo esser
levato via l'emisferio, lasciando però il cono e quello che rimarrà del
cilindro, il quale, dalla figura che riterrà simile a una scodella, chiameremo
pure scodella. Come si vede, nel testo ad una terminologia specialistica
("emisferio", "cono", "cilindro") si accompagna
l'uso di un termine che denota un oggetto della vita quotidiana, cioè
"scodella". Galilei è ricordato nella storia anche per le sue
riflessioni sui fondamenti e sugli strumenti dell'analisi scientifica della
natura. Celebre la sua metafora riportata nel Saggiatore, dove la matematica
viene definita come il linguaggio (o la semiotica, o i ‘signi’ – il segno -- in
cui è scritto libro della natura: La filosofia è scritta in questo
grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico
l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la
lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua
matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche,
senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi
è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. In questo brano Galilei mette
in collegamento le parole "matematica", "filosofia" e
"universo", dando così inizio a una lunga disputa fra i filosofi
della scienza in merito a come egli concepisse e mettesse in relazione fra loro
questi termini. Ad esempio, quello che qui Galileo chiama "universo"
si dovrebbe intendere, modernamente, come "realtà fisica" o
"mondo fisico" in quanto Galileo si riferisce al mondo materiale
conoscibile matematicamente. Quindi non solo alla globalità dell'universo inteso
come insieme delle galassie, ma anche di qualsiasi sua parte o sottoinsieme
inanimato. Il termine "natura" includerebbe invece anche il mondo
biologico, escluso dall'indagine galileiana della realtà fisica. Per
quanto riguarda l'universo propriamente detto, Galilei, seppur
nell'indecisione, sembra propendere per la tesi che sia infinito:
«Grandissima mi par l’inezia di coloro che vorrebbero che Iddio avesse fatto
l’universo più proporzionato alla piccola capacità del loro discorso che
all’immensa, anzi infinita, sua potenza» Egli non prende una posizione
netta sulla questione della finitezza o infinità dell'universo; tuttavia, come
sostiene Rossi, «c'è una sola ragione che lo inclina verso la tesi
dell'infinità: è più facile riferire l'incomprensibilità all'incomprensibile
infinito che al finito che non è comprensibile». Ma Galilei non prende mai
esplicitamente in considerazione, forse per prudenza, la dottrina di Giordano
Bruno di un universo illimitato e infinito, senza un centro e costituito di infiniti
mondi tra i quali Terra e Sole che non hanno alcuna preminenza cosmogonica. Lo
scienziato pisano non partecipa al dibattito sulla finitezza o infinità
dell'universo e afferma che a suo parere la questione è insolubile. Se appare
propendere per l'ipotesi della infinitezza lo fa con motivazioni filosofiche in
quanto, sostiene, l'infinito è oggetto di incomprensibilità mentre ciò che è
finito rientra nei limiti del comprensibile. Il rapporto fra la matematica di
Galileo e la sua filosofia della natura, il ruolo della deduzione rispetto
all'induzione nelle sue ricerche, sono stati riportati da molti filosofi al
confronto fra aristotelici e platonici, al recupero dell'antica tradizione
greca con la concezione archimedea o anche all'inizio dello sviluppo nel XVII
secolo del metodo sperimentale. La questione è stata così ben espressa
dal filosofo medievalista Moody. Quali sono i fondamenti filosofici della
fisica di Galileo e quindi della scienza moderna in genere? Galileo è
sostanzialmente un platonico, un aristotelico o nessuno dei due? Si limitò,
come sostiene Duhem, a rilevare e perfezionare una scienza meccanica che aveva
avuto origine nel Medioevo cristiano e i cui principi fondamentali erano stati
scoperti e formulati da Buridano, da Nicola Oresme e dagli altri esponenti
della cosiddetta "fisica dell’ impetus" del XIV secolo? Oppure, come
sostengono Cassirer e Koyré, voltò le spalle a questa tradizione dopo averla
brevemente processata nella sua dinamica pisana e ripartì ispirandosi ad Archimede
e Platone? Le controversie più recenti su Galileo sono consistite in larga
misura in un dibattito circa il valore fondamentale e l’ influsso storico che
su di lui avevano esercitato le tradizioni filosofiche, platoniche e
aristoteliche, scolastiche e antiscolastiche. Galileo viveva in un'epoca in cui
le idee del platonismo si erano diffuse nuovamente in tutta Europa e in Italia
e probabilmente anche per questa ragione i simboli della matematica vengono da
lui identificati con entità geometriche e non con numeri. L'uso dell'algebra
derivato dal mondo arabo nel dimostrare relazioni geometriche era invece ancora
insufficientemente sviluppato ed è solo con Leibniz e Isaac Newton che il
calcolo differenziale divenne la base dello studio della meccanica classica.
Galileo infatti nel mostrare la legge di caduta dei gravi si servì di relazioni
e similitudini geometriche. Da una parte, per alcuni filosofi come
Alexandre Koyré, Ernst Cassirer, Edwin Arthur Burtt (1892–1989), la
sperimentazione fu certamente importante negli studi di Galileo e giocò anche
un ruolo positivo nello sviluppo della scienza moderna. La sperimentazione
stessa, come studio sistematico della natura, richiede un linguaggio con cui
formulare domande e interpretare le risposte ottenute. La ricerca di questo
linguaggio era un problema che aveva interessato i filosofi sin dai tempi di
Platone e Aristotele, in particolare rispetto al ruolo non banale della
matematica nello studio delle scienze della natura. Galilei si affida a esatte
e perfette figure geometriche che però non possono mai essere riscontrate nel
mondo reale, se non al massimo come rozza approssimazione. Oggi la
matematica nella fisica moderna è utilizzata per costruire modelli del mondo
reale, ma ai tempi di Galileo questo tipo di approccio non era affatto
scontato. Secondo Koyré, per Galileo il linguaggio della matematica gli
permette di formulare domande a priori prima ancora di confrontarsi con
l'esperienza, e così facendo orienta la stessa ricerca delle caratteristiche
della natura attraverso gli esperimenti. Da questo punto di vista, Galileo
seguirebbe quindi la tradizione platonica e pitagorica, dove la teoria
matematica precede l'esperienza e non si applica al mondo sensibile ma ne
esprime la sua intima natura. La visione aristotelica Altri studiosi di
Galilei, come Stillman Drake, Pierre Duhem, John Herman Randall Jr., hanno
invece sottolineato la novità del pensiero di Galileo rispetto alla filosofia
platonica classica. Nella metafora del Saggiatore la matematica è un linguaggio
e non è direttamente definita né come l'universo né come la filosofia, ma è
piuttosto uno strumento per analizzare il mondo sensibile che era invece visto
dai platonici come illusorio. Il linguaggio sarebbe il fulcro della metafora di
Galileo, ma l'universo stesso è il vero obbiettivo delle sue ricerche. In
questo modo secondo Drake, Galileo si allontanerebbe definitivamente dalla
concezione e dalla filosofia platonica per accostarsi invece alla filosofia
aristotelica per cui ogni realtà deve avere in sé stessa le leggi del proprio
costituirsi. La sintesi tra platonismo e aristotelismo Secondo Eugenio Garin
Galileo invece, con il suo metodo sperimentale, vuole identificare nel fatto
osservato "aristotelicamente" una necessità intrinseca, espressa
matematicamente, dovuta al suo legame con la causa divina "platonica"
che lo produce facendolo "vivere". Alla radice di gran parte della
nuova scienza, da Leonardo a Galileo, accanto al desiderio tutto rinascimentale
di non lasciare intentata via alcuna, è viva la certezza che il sapere ha
aperta innanzi a sé la possibilità di una salda cognizione. Se noi
ripercorriamo la Teologia platonica, vi troviamo al centro questa tesi,
largamente e minutamente discussa nel libro secondo: alla mente di Dio sono
presenti tutte le essenze; la divina volontà, che poteva non creare, ha
manifestato la sua generosità col dare concreta e mondana realizzazione alle
eterne idee facendole vivere. La fecondità del concetto di creazione si rivela
nel dono della vita che Dio ha dato, e poteva non dare. Ma la volontà non tocca
quel mondo razionale che costituisce l'eterna ragione divina, il verbo divino,
cui dunque si conforma e si adegua questo mondo il quale, platonicamente,
rispecchia l'ideale razionalità per il tramite dell'intermediario matematico:
"numero, pondere et mensura". La mente umana, raggio del Verbo
divino, è nelle sue radici impiantata essa pure in Dio; è in Dio partecipe in
qualche modo dell'assoluta certezza. La scienza nasce così per il
corrispondersi di questa struttura razionale del mondo, impiantata nell'eterna
sapienza divina, e della mente umana partecipe di questa luce divina di
ragione. Studi sul moto La descrizione quantitativa del movimento
Rappresentazione dell'evoluzione moderna dei diagrammi utilizzati da Galileo
nello studio del moto. Ad ogni punto di una linea corrisponde un tempo e una
velocità (segmento giallo che termina con un punto blu). L'area gialla della
figura così ottenuta corrisponde quindi allo spazio totale percorso
nell'intervallo di tempo (t2-t1). Dilthey vede Keplero e Galilei come le
massime espressioni nel loro tempo di "pensieri calcolatori" che si
disponevano a risolvere, tramite lo studio delle leggi del movimento, le
esigenze della moderna società borghese: «Il lavoro degli opifici urbani,
i problemi sorti dall’invenzione della polvere da sparo e dalla tecnica delle
fortificazioni, i bisogni della navigazione relativamente ad apertura di
canali, a costruzione e armamento di navi, avevano fatto della meccanica la
scienza preferita del tempo. Specialmente in Italia, nei Paesi Bassi e in
Inghilterra, questi bisogni erano assai vivaci, e provocarono la ripresa e
continuazione degli studi di statica degli antichi e le prime ricerche nel
nuovo campo della dinamica, specialmente per opera di Leonardo, del Benedetti e
dell'Ubaldi. Galilei fu infatti uno dei protagonisti del superamento della
descrizione aristotelica della natura del moto. Già nel medioevo alcuni autori,
come Giovanni Filopono nel VI secolo, avevano osservato contraddizioni nelle
leggi aristoteliche, ma fu Galileo a proporre una valida alternativa basata su
osservazioni sperimentali. Diversamente da Aristotele, per il quale esistono
due moti "naturali", cioè spontanei, dipendenti dalla sostanza dei
corpi, uno diretto verso il basso, tipico dei corpi di terra e d'acqua, e uno
verso l'alto, tipico dei corpi d'aria e di fuoco, per Galileo qualunque corpo
tende a cadere verso il basso nella direzione del centro della Terra. Se vi
sono corpi che salgono verso l'alto è perché il mezzo nel quale si trovano,
avendo una densità maggiore, li spinge in alto, secondo il noto principio già
espresso da Archimede: la legge sulla caduta dei gravi di Galileo, prescindendo
dal mezzo, è pertanto valida per tutti i corpi, qualunque sia la loro
natura. Per raggiungere questo risultato, uno dei primi problemi che
Galileo e i suoi contemporanei dovettero risolvere fu quello di trovare gli
strumenti adatti a descrivere quantitativamente il moto. Ricorrendo alla
matematica, il problema era quello di capire come trattare eventi dinamici,
come la caduta dei corpi, con figure geometriche o numeri che in quanto tali
sono assolutamente statici e sono privi di alcun moto. Per superare la fisica
aristotelica, che considerava il moto in termini qualitativi e non matematici,
come allontanamento e successivo ritorno al luogo naturale, bisognava dunque
prima sviluppare gli strumenti della geometria e in particolare del calcolo
differenziale, come fecero successivamente fra gli altri Newton, Leibniz e
Cartesio. Galileo riuscì a risolvere il problema nello studio del moto dei
corpi accelerati disegnando una linea ed associando ad ogni punto un tempo e un
segmento ortogonale proporzionale alla velocità. In questo modo costruì il
prototipo del diagramma velocità-tempo e lo spazio percorso da un corpo è
semplicemente uguale all'area della figura geometrica costruita. I suoi studi e
le sue ricerche sul moto dei corpi aprirono inoltre la via alla moderna
balistica. Sulla base degli studi sul moto, di esperimenti mentali e delle
osservazioni astronomiche, Galileo intuì che è possibile descrivere sia gli
eventi che accadono sulla Terra che quelli celesti con un unico insieme di
leggi. Superò quindi in questo modo anche la divisione fra mondo sublunare e
sovralunare della tradizione aristotelica (per la quale il secondo è governato
da leggi diverse da quelle terrestri e da moti circolari perfettamente sferici,
ritenuti impossibili nel mondo sublunare). Il principio d'inerzia e il moto
circolare Sfera sul piano inclinato Studiando il piano inclinato, Galilei
si occupò dell'origine del moto dei corpi e del ruolo degli attriti; scoprì un
fenomeno che è conseguenza diretta della conservazione dell'energia meccanica e
porta a considerare l'esistenza del moto inerziale (che avviene senza
l'applicazione di una forza esterna). Ebbe così l'intuizione del principio di
inerzia, poi inserito da Isaac Newton nei principi della dinamica: un corpo, in
assenza d'attrito, permane in moto rettilineo uniforme (in quiete se v=0) fino
a quando forze esterne agiscono su di esso. Il concetto di energia non era
invece presente nella fisica del Seicento e solo con lo sviluppo, oltre un
secolo più tardi, della meccanica classica si arriverà ad una precisa
formulazione di tale concetto. Galileo pose due piani inclinati dello
stesso angolo di base θ, uno di fronte all'altro, ad una distanza arbitraria x.
Facendo scendere una sfera da un'altezza h1 per un tratto l1 di quello a SN
notò che la sfera, arrivata sul piano orizzontale tra i due piani inclinati,
continua il suo moto rettilineo fino alla base del piano inclinato di DX. A
quel punto, in assenza d'attrito, la sfera risale il piano inclinato di DX per
un tratto l2 = l1 e si ferma alla stessa altezza (h2 = h1) di partenza. In
termini attuali, la conservazione dell'energia meccanica impone che l'iniziale
energia potenziale Ep = mgh1 della sfera si trasformi - man mano che la sfera
discende il primo piano inclinato (SN) - in energia cinetica Ec = (1/2) mv2
sino alla sua base, dove vale mgh1 = (1/2) mvmax2. La sfera si muove quindi sul
piano orizzontale coprendo la distanza x tra i piani inclinati con velocità
costante vmax, fino alla base del secondo piano inclinato (DX). Risale poi il
piano inclinato di DX, perdendo progressivamente energia cinetica che si
trasforma nuovamente in energia potenziale, fino a un valore massimo uguale a
quello iniziale (Ep = mgh2 = mgh1), al quale corrisponde velocità finale nulla
(v2 = 0). Rappresentazione dell'esperimento di Galileo sul
principio d'inerzia. Si immagini ora di diminuire l'angolo θ2 del piano
inclinato di DX (θ2 < θ1),e di ripetere l'esperimento. Per riuscire a
risalire - come impone il principio di conservazione dell'energia - alla
medesima quota h2 di prima, la sfera dovrà ora percorrere un tratto l2 più
lungo sul piano inclinato di DX. Se si riduce progressivamente l'angolo θ2, si
vedrà che ogni volta aumenta la lunghezza l2 del tratto percorso dalla sfera,
per risalire all'altezza h2. Se si porta infine l'angolo θ2 ad essere nullo (θ2
= 0°), si è di fatto eliminato il piano inclinato di DX. Facendo ora scendere
la sfera dall'altezza h1 del piano inclinato di SN, essa continuerà a muoversi
indefinitamente sul piano orizzontale con velocità vmax (principio d'inerzia)
in quanto, per l'assenza del piano inclinato di DX, non potrà mai risalire
all'altezza h2 (come prevederebbe il principio di conservazione dell'energia
meccanica). Si immagini infine di spianare montagne, riempire valli e
costruire ponti, in modo da realizzare un percorso rettilineo assolutamente
piano, uniforme e senza attriti. Una volta iniziato il moto inerziale della
sfera che scende da un piano inclinato con velocità costante vmax, questa
continuerà a muoversi lungo tale percorso rettilineo fino a fare il giro
completo della Terra, e ricominciare quindi indisturbata il proprio cammino.
Ecco realizzato un (ideale) moto inerziale perpetuo, che avviene lungo
un'orbita circolare, coincidente con la circonferenza terrestre. Partendo da
questo "esperimento ideale", Galileo sembrerebbe erroneamente
ritenere che tutti i moti inerziali debbano essere moti circolari.
Probabilmente per questo motivo considerò, per i moti planetari da lui
(arbitrariamente) ritenuti inerziali, sempre e solo orbite circolari,
rifiutando invece le orbite ellittiche dimostrate da Keplero. Dunque, ad essere
rigorosi, non pare essere corretto quanto afferma Newton nei
"Principia" - fuorviando così innumerevoli studiosi - e cioè che
Galilei avrebbe anticipato i suoi primi due principi della dinamica. Misura
dell'accelerazione di gravità File:Isocronismo.webm Spiegazione del
funzionamento dell'isocronismo nella caduta dei gravi lungo una spirale su un
paraboloide. Galileo riuscì a determinare il valore che egli credeva costante
dell'accelerazione di gravità g alla superficie terrestre, cioè della grandezza
che regola il moto dei corpi che cadono verso il centro della Terra, studiando
la caduta di sfere ben levigate lungo un piano inclinato, anch'esso ben
levigato. Poiché il moto della sfera dipende dall'angolo di inclinazione del
piano, con semplici misure ad angoli differenti riuscì a ottenere un valore di
g solamente di poco inferiore a quello esatto per Padova (g = 9,8065855 m/s²),
nonostante gli errori sistematici, dovuti all'attrito che non poteva essere
completamente eliminato. Detta a l'accelerazione della sfera lungo il
piano inclinato, la sua relazione con g risulta essere a = g sin θ per cui,
dalla misura sperimentale di a, si risale al valore dell'accelerazione di
gravità g. Il piano inclinato permette di ridurre a piacimento il valore dell'accelerazione
(a < g), facilitandone la misura. Ad esempio, se θ = 6°, allora sin θ =
0,104528 e quindi a = 1,025 m/s². Tale valore è meglio determinabile, con una
strumentazione rudimentale, rispetto a quello dell'accelerazione di gravità (g
= 9,81 m/s²) misurato direttamente con la caduta verticale di un oggetto
pesante. Misura della velocità della luce Guidato dalla similitudine con il
suono, Galileo fu il primo a tentare di misurare la velocità della luce. La sua
idea fu quella di portarsi su una collina con una lanterna coperta da un drappo
e quindi toglierlo lanciando così un segnale luminoso ad un assistente posto su
un'altra collina ad un chilometro e mezzo di distanza: questi non appena avesse
visto il segnale, avrebbe quindi alzato a sua volta il drappo della sua
lanterna e Galileo vedendo la luce avrebbe potuto registrare l'intervallo di
tempo impiegato dal segnale luminoso per giungere all'altra collina e tornare
indietro.Una misura precisa di questo tempo avrebbe consentito di misurare la
velocità della luce ma il tentativo fu infruttuoso data l'impossibilità per
Galilei di avere uno strumento così avanzato che potesse misurare i
centomillesimi di secondo che la luce impiega per percorrere una distanza di
pochi chilometri. La prima stima della velocità della luce fu opera, nel
1676, dell'astronomo danese Rømer basata su misure astronomiche. Apparati
sperimentali e di misura Termometro di Galileo, in un'elaborazione
successiva. Gli apparati sperimentali furono fondamentali nello sviluppo delle
teorie scientifiche di Galileo, che costruì diversi strumenti di misura
originalmente o rielaborandoli sulla base di idee preesistenti. In ambito
astronomico costruì da sé alcuni esemplari di cannocchiale, provvisti di
micrometro per misurare quanto distasse una luna dal suo pianeta. Per studiare
le macchie solari, proiettò con l'elioscopio l'immagine del Sole su un foglio
di carta per poterla osservare in sicurezza senza danni alla vista. Ideò anche
il giovilabio, simile all'astrolabio, per determinare la longitudine usando le
eclissi dei satelliti di Giove. Per studiare il moto dei corpi si servì invece
del piano inclinato con il pendolo per misurare intervalli temporali. Riprese
anche un rudimentale modello di termometro, basato sulla dilatazione dell'aria
al variare della temperatura. Il pendolo Schema di un pendolo Galileo
scoprì nel 1583 l'isocronismo delle piccole oscillazioni di un pendolo; secondo
la leggenda l'idea gli sarebbe venuta mentre osservava le oscillazioni di una
lampada allora sospesa nella navata centrale del Duomo di Pisa, oggi custodita
nel vicino Camposanto Monumentale, nella Cappella Aulla. Questo strumento è
semplicemente composto da un grave, come una sfera metallica, legato ad un filo
sottile e inestensibile. Galileo osservò che il tempo di oscillazione di un
pendolo è indipendente dalla massa del grave e anche dall'ampiezza
dell'oscillazione, se questa è piccola. Scoprì anche che il periodo di
oscillazione {\displaystyle T}T dipende solo dalla lunghezza del filo
{\displaystyle l}l:[135] {\displaystyle T=2\pi {\sqrt {\frac
{l}{g}}}}T=2\pi {\sqrt {\frac {l}{g}}} dove {\displaystyle g}g è
l'accelerazione di gravità. Se ad esempio il pendolo ha {\displaystyle
l=1m}{\displaystyle l=1m}, l'oscillazione che porta il grave da un estremo
all'altro e poi di nuovo indietro ha un periodo {\displaystyle
T=2,0064s}{\displaystyle T=2,0064s} (avendo assunto per {\displaystyle g}g il
valore medio {\displaystyle 9,80665}{\displaystyle 9,80665}). Galileo sfruttò
questa proprietà del pendolo per usarlo come strumento di misura di intervalli
temporali. La bilancia idrostatica Galileo nel 1586, all'età di 22 anni quando
era ancora in attesa dell'incarico universitario a Pisa, perfezionò la bilancia
idrostatica di Archimede e descrisse il suo dispositivo nella sua prima opera
in volgare, La Bilancetta, che circolò manoscritta, ma fu stampata
postuma «Per fabricar dunque la bilancia, piglisi un regolo lungo almeno
due braccia, e quanto più sarà lungo più sarà esatto l'istrumento; e dividasi
nel mezo, dove si ponga il perpendicolo [il fulcro]; poi si aggiustino le
braccia che stiano nell'equilibrio, con l'assottigliare quello che pesasse di
più; e sopra l'uno delle braccia si notino i termini dove ritornano i
contrapesi de i metalli semplici quando saranno pesati nell'acqua, avvertendo
di pesare i metalli più puri che si trovino. Viene anche descritto come si
ottiene il peso specifico PS di un corpo rispetto
all'acqua: {\displaystyle P_{S}={\frac {\operatorname {peso\;in\;aria}
}{\operatorname {peso\;in\;aria} -\operatorname {peso\;in\;acqua}
}}}{\displaystyle P_{S}={\frac {\operatorname {peso\;in\;aria} }{\operatorname
{peso\;in\;aria} -\operatorname {peso\;in\;acqua} }}}. Ne La Bilancetta si
trovano poi due tavole che riportano trentanove pesi specifici di metalli
preziosi e genuini, determinati sperimentalmente da Galileo con precisione
confrontabile con i valori moderni. Il compasso proporzionale Una
descrizione dell'uso del compasso proporzionale fornita da Galileo Galilei. Il
compasso proporzionale era uno strumento utilizzato fin dal medioevo per
eseguire operazioni anche algebriche per via geometrica, perfezionato da
Galileo ed in grado di estrarre la radice quadrata, costruire poligoni e
calcolare aree e volumi. Fu utilizzato con successo in campo militare dagli
artiglieri per calcolare le traiettorie dei proiettili. Galilei e l'arte
Letteratura Gli interessi letterari di Galilei Durante il periodo pisano
Galileo non si limitò alle sole occupazioni scientifiche: risalgono infatti a
questi anni le sue Considerazioni sul Tasso che avranno un seguito con le
Postille all'Ariosto. Si tratta di note sparse su fogli e annotazioni a margine
nelle pagine dei suoi volumi della Gerusalemme liberata e dell'Orlando furioso
dove, mentre rimprovera al Tasso «la scarsezza della fantasia e la monotonia
lenta dell'immagine e del verso, ciò che ama nell'Ariosto non è solo lo
svariare dei bei sogni, il mutar rapido delle situazioni, la viva elasticità
del ritmo, ma l'equilibrio armonico di questo, la coerenza dell'immagine l'unità
organica – pur nella varietà – del fantasma poetico. Galilei scrittore. D'altro
più non si cura fuorché d'essere inteso» (Giuseppe Parini) «Uno stile
tutto cose e tutto pensiero, scevro di ogni pretensione e di ogni maniera, in
quella forma diretta e propria in che è l'ultima perfezione della prosa.»
(Francesco De Sanctis, Storia della Letteratura Italiana) Dal punto di vista
letterario, Il Saggiatore è considerata l'opera in cui si fondono maggiormente
il suo amore per la scienza, per la verità e la sua arguzia di polemista.
Tuttavia, anche nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo si apprezzano
pagine di notevole livello per qualità della scrittura, vivacità della lingua,
ricchezza narrativa e descrittiva. Infine Italo Calvino affermò che, a suo
parere, Galilei è stato il maggior scrittore di prosa in lingua italiana, fonte
di ispirazione persino per Leopardi. L'uso della lingua volgare L'uso del
volgare servì a Galileo per un duplice scopo. Da una parte era finalizzato
all'intento divulgativo dell'opera: Galileo intendeva rivolgersi non solo ai
dotti e agli intellettuali ma anche a classi meno colte, come i tecnici che non
conoscevano il latino ma che potevano comunque comprendere le sue teorie.
Dall'altro si contrappone al latino della Chiesa e delle diverse Accademie che
si basavano sul principio di auctoritas, rispettivamente biblico ed
aristotelico. Si viene a delineare una rottura con la tradizione precedente
anche per quanto riguarda la terminologia: Galileo, a differenza dei suoi
predecessori, non trae spunti dal latino o dal greco per coniare nuovi termini
ma li riprende, modificandone l'accezione, dalla lingua volgare. Galileo,
inoltre, dimostrò atteggiamenti diversi nei confronti delle terminologie
esistenti: terminologia meccanica: cauto accoglimento; terminologia
astronomica: non respinge i vocaboli che l'uso abbia già accolto o tenda ad
accogliere. Li utilizza, però, come strumenti, insistendo sul loro valore
convenzionale ("le parole o imposizioni di nomi servono alla verità, ma
non si devono sostituire a essa). Lo scienziato poi segnala gli errori che
nascono quando il nome travisa la realtà fisica o che nascono dalla suggestione
esercitata dagli usi comuni di un vocabolo sul significato figurato assunto
come termine scientifico; per evitare questi errori, egli fissa esattamente il
significato dei singoli vocaboli: sono preceduti o seguiti da una descrizione;
terminologia peripapetica: rifiuto totale che si manifesta con la sua messa in
ridicolo, servendosene come puri suoni in un gioco di alternanze e rime. Arti
figurative «L'Accademia e Compagnia dell'Arte del Disegno fu fondata da Cosimo
I de' Medici nel 1563, su suggerimento di Giorgio Vasari, con l'intento di
rinnovare e favorire lo sviluppo della prima corporazione di artisti costituitasi
dall'antica compagnia di San Luca. Annoverò tra i primi accademici personalità
come Buonarroti, Bartolomeo Ammannati, Agnolo Bronzino, Francesco da Sangallo.
Per secoli l'Accademia rappresentò il più naturale e prestigioso centro di
aggregazione per gli artisti operanti a Firenze e, al tempo stesso, favorì il
rapporto fra scienza e arte. Essa prevedeva l'insegnamento della geometria
euclidea e della matematica e pubbliche dissezioni dovevano preparare al
disegno. Anche uno scienziato come Galileo Galilei fu nominato membro
dell'Accademia fiorentina delle Arti del Disegno. Galileo, infatti, prese pure
parte alle complesse vicende riguardanti le arti figurative del suo periodo,
soprattutto la ritrattistica, approfondendo la prospettiva manieristica ed entrando
in contatto con illustri artisti dell'epoca (come il Cigoli), nonché
influenzando in modo consistente, con le sue scoperte astronomiche, la corrente
naturalistica. Superiorità della pittura sulla scultura Per Galileo nell'arte
figurativa, come nella poesia e nella musica, vale l'emozione che si riesce a
trasmettere, a prescindere da una descrizione analitica della realtà. Ritiene
inoltre che tanto più dissimili sono i mezzi usati per rendere un soggetto dal
soggetto stesso, tanto maggiore l'abilità dell'artista. Perciocché quanto più i
mezzi, co' quali si imita, son lontani dalle cose da imitarsi, tanto più
l'imitazione è maravigliosa.” Ludovico Cardi, detto il Cigoli, fiorentino, fu
pittore al tempo di Galileo; ad un certo punto della sua vita, per difendere il
suo operato, chiese aiuto al suo amico Galileo: doveva, infatti, difendersi
dagli attacchi di quanti ritenevano la scultura superiore alla pittura, in
quanto ha il dono della tridimensionalità, a discapito della pittura
semplicemente bidimensionale. Galileo rispose con una lettera. Egli fornisce
una distinzione tra valori ottici e tattili, che diventa anche giudizio di
valore sulle tecniche scultoree e pittoriche: la statua, con le sue tre
dimensioni, inganna il senso del tatto, mentre la pittura, in due dimensioni,
inganna il senso della vista. Galilei attribuisce quindi al pittore una
maggiore capacità espressiva che non allo scultore poiché il primo, tramite la
vista, è in grado di produrre emozioni meglio di quanto faccia il secondo mediante
il tatto. “A quello poi che dicono gli scultori, che la natura fa gli
uomini di scultura e non di pittura, rispondo che ella gli fa non meno dipinti
che scolpiti, perché ella gli scolpe e gli colora.” Il padre di Galileo era un
musicista (liutista e compositore) e teorico musicale molto noto ai suoi tempi.
Galileo fornì un contributo fondamentale alla comprensione dei fenomeni
acustici, studiando in modo scientifico l'importanza dei fenomeni oscillatori
nella produzione della musica. Scoprì anche la relazione che intercorre fra la
lunghezza di una corda in vibrazione e la frequenza del suono emessa. Nella
lettera a Lodovico Cardi, Galileo scrive: «Non ammireremmo noi un musico,
il quale cantando e rappresentandoci le querele e le passioni d'un amante ci
muovesse a compassionarlo, molto più che se piangendo ciò facesse?... E molto
più lo ammireremmo, se tacendo, col solo strumento, con crudezze et accenti
patetici musicali, ciò facesse...» (Opere XI) mettendo sullo stesso piano
la musica vocale e quella strumentale, dato che nell'arte sono importanti solo
le emozioni che si riescono a trasmettere. Dediche Banconota da 2.000
lire con la raffigurazione di Galileo 2 euro commemorativi italiani per
il 450º anniversario della nascita di Galileo Galilei A Galileo sono stati
dedicati innumerevoli tipi di oggetti ed enti, naturali o creati
dall'uomo: la Galileo Regio, una regione della superficie del satellite
Ganimede; l'asteroide 697 Galilea; una sonda spaziale, la Galileo; un sistema
di posizionamento spaziale, il sistema Galileo; il gal (unità di
accelerazione); il Telescopio Nazionale Galileo (TNG), situato sull'isola di La
Palma (Spagna); l'aeroporto internazionale "Galileo Galilei" di Pisa;
un gruppo musicale giapponese, Galileo Galilei; un album degli Haggard dal
titolo "Eppur si muove"; una canzone scritta e interpretata dal
cantautore pugliese Caparezza intitolata "Il dito medio di Galileo";
il sottomarino Galileo Galilei; una nave da guerra italiana, la Galileo
Galilei; la banconota da 2.000 lire; una canzone Messer Galileo cantata da
Edoardo Pachera durante la 52ª edizione dello Zecchino d'Oro; una società,
produttrice di strumenti scientifici, ottici ed astronomici e denominata
Officine Galileo; una moneta commemorativa da 2 euro nel 2014 per il 450º anniversario
della sua nascita; un supercomputer di potenza di calcolo pari a circa 1
PetaFlop, installato presso il consorzio interuniversitario CINECA e
classificato per diverso tempo fra le prime 500 strutture di calcolo al mondo;
una cattedra di storia della scienza dell'Università di Padova, detta appunto
cattedra galileiana, istituita per Enrico Bellone a cui poi successe William R.
Shea che la resse fino al 2011, più la Scuola Galileiana di Studi Superiori
della stessa università, nonché l'Accademia galileiana di scienze, lettere ed
arti di Padova. Galileo Day Galileo Galilei viene ricordato con celebrazioni
presso istituzioni locali il 15 febbraio, il Galileo Day, giorno della sua
nascita. Altre opere: La
bilancetta (postuma), Tractatio de praecognitionibus et precognitis and
Tractatio de demonstration. Le
mecaniche, Le operazioni del compasso geometrico et militare, Sidereus
Nuncius, Discorso intorno alle cose che
stanno in su l'acqua, Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e
loro accidenti (pubblicato dall'Accademia dei Lincei), 1613 (su archive.org,
BEIC) Discorso sopra il flusso e il reflusso del mare, Roma, Il Discorso delle
Comete, Il Saggiatore, Roma, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo,
Firenze, Due nuove scienze, Leida, Trattato della sfera, Roma 1656 (su BEIC)
Lettere Lettera al Padre Benedetto Castelli, Lettera a Madama Cristina di
Lorena, Lettera a Pietro Dini, Edizione nazionale Opere di Galileo Galilei,
Edizione Nazionale, a cura di Antonio Favaro, Firenze, G. Barbera, Le opere di
Galileo Galilei. Edizione nazionale sotto gli auspicii di Sua Maestà il Re
d'Italia. Firenze, Tipografia di G.
Barbera, Le opere di Galileo Galilei, Edizione Nazionale, Appendice, Firenze,
Giunti, 2013 ss. in quattro volumi: Vol. 1: Iconografia galileiana, a cura di
F. Tognoni, Carteggio, a cura di M. Camerota e P. Ruffo, con la collaborazione
di M. Bucciantini, Testi, a cura di A. Battistini, M. Camerota, G. Ernst, R.
Gatto, M. Helbing e P. Ruffo, Documenti, a cura di M. Camerota e P. Ruffo
(Edizione digitale delle Opere Letteratura e teatro Vita di Galileo è il titolo
di un'opera teatrale di Brecht in più versioni, a partire dalla prima risalente
agli anni 1938-39. Gli ultimi anni di Galileo Galilei è il titolo di un'opera
teatrale giovanile di Ippolito Nievo. Galileo è uno spettacolo teatrale del
2010 di Francesco Niccolini e Marco Paolini. Film Galileo Galilei è un
cortometraggio sullo scienziato pisano. Galileo è un film di Cavani. Galileo si
chiama anche il film di Joseph Losey tratto dal dramma Vita di Galileo di
Bertolt Brecht. Per testuali parole di Puccianti, Galileo fu veramente cultore
e propugnatore della Natural Filosofia: in effetti egli fu matematico,
astronomo, fondatore della Fisica nel senso attuale di questa parola; e queste
varie discipline considerò sempre e trattò come intimamente connesse tra loro,
e insieme ad altri studi vari, come diversi aspetti e atteggiamenti di una
stessa attività dello spirito: filosofo dunque, anche perché portò su questa
attività la riflessione e la critica; ma non incurante delle conseguenze o, come
ora si direbbe, delle applicazioni pratiche. I problemi più importanti e
centrali lo impegnarono per tutta la durata della sua vita scientifica, non con
continua opera su ciascuno di essi, ma con ritorni successivi sempre più
approfonditi e più generali, e in fine risolutivi» (da: Luigi Puccianti, Storia
della fisica, Firenze, Felice Le Monnier, Fondamentali furono inoltre le sue
idee e riflessioni critiche sui concetti fondamentali della meccanica, in
particolare quelle sul movimento. Tralasciando l'ambito prettamente filosofico,
dopo la morte di Archimede, il tema del movimento cessò di essere oggetto di
analisi quantitativa e discussione formale allorché Gerardo di Bruxelles,
vissuto nella seconda metà del XII secolo, nel suo Liber de motu riprese la definizione
di velocità, già peraltro considerata dal matematico del III secolo a.C.
Autolico di Pitane, avvicinandosi alla moderna definizione di velocità media
come rapporto fra due quantità non omogenee quali la distanza e il tempo (cfr.
Gerard of Brussels, "The Reduction of Curvilinear Velocities to Uniform
Rectilinear Velocities", edito da Clagett, in Grant, A Source Book in
Medieval Science, Cambridge (MA), Harvard University Press, e Mazur, Zeno's Paradox. Unraveling the Ancient
Mystery Behind the Science of Space and Time, New York/London, Plume/Penguin
Books, Ltd., Achille e la tartaruga. Il
paradosso del moto da Zenone a Einstein, a cura di Claudio Piga, Milano, Il
Saggiatore, Grazie al perfezionamento del telescopio, che gli permise di
effettuare notevoli studi e osservazioni astronomiche, fra cui quella delle
macchie solari, la prima descrizione della superficie lunare, la scoperta dei
satelliti di Giove, delle fasi di Venere e della composizione stellare della
Via Lattea. Per maggiori notizie, si veda: Luigi Ferioli, Appunti di ottica
astronomica, Milano, Hoepli, Cfr. pure Vasco Ronchi, Storia della luce,
IBologna, Nicola Zanichelli Editore, Dal punto di vista storico, un'ipotesi
autenticamente "eliocentrica" fu quella di Aristarco di Samo, poi
sostenuta e dimostrata da Seleuco di Seleucia. Il modello copernicano invece,
contrariamente a quanto generalmente ritenuto, è eliostatico ma non
eliocentrico. Il sistema di Keplero, poi, non è né eliocentrico (il Sole occupa
infatti uno dei fuochi dell'orbita ellittica di ciascun pianeta che gli ruota
attorno) né eliostatico (a causa del moto di rotazione del Sole attorno al
proprio asse). La descrizione newtoniana del sistema solare, infine, eredita le
caratteristiche cinematiche (i.e., orbite ellittiche e moto rotatorio del Sole)
di quella kepleriana ma spiega causalmente, tramite la forza di gravitazione
universale, la dinamica planetaria. ^ A proposito del modello copernicano: «È
da notare che, sebbene il Sole sia immobile, tutto il sistema [solare] non ruota
intorno ad esso, ma intorno al centro dell'orbita della Terra, la quale
conserva ancora un ruolo particolare nell'Universo. Si tratta cioè, più che di
un sistema eliocentrico, di un sistema eliostatico.» (da G. Bonera, Dal sistema
tolemaico alla rivoluzione copernicana, E non più soggettiva, come era stata
fino ad allora condotta. ^ Secondo Guerra, nella casa sita al n. 24
dell'attuale via Giusti in Pisa (G. Del Guerra, La casa dove, in Pisa, nacque
G., Pisa, Tipografia Comunale. Verosimilmente, G. non dovette avere buoni
rapporti con la madre se non ricorda mai gli anni della sua infanzia come un
periodo felice. Il fratello Michelangelo ha occasione di scrivere a questo
proposito a G., quasi augurandosene l'ormai imminente dipartita. Di nostra
madre intendo, con non poca meraviglia, che sia ancora così terribile, ma
poiché è così discaduta, ce ne sarà per poco, sì che finiranno le lite.» Un
Ammannati fu fatto cardinale da Clemente VII, mentre il fratello Ammannati
ottenne la porpora da uno dei successori di Clemente, l'antipapa Benedetto
XIII. Quanto a Piccolomini, cardinal, fu umanista, continuatore dei Commentarii
di Pio II e autore di una Vita dei papi che è andata perduta. Si ricorda un
BONAIUTI, che fa parte del governo di Firenze dopo la cacciata del Duca di
Atene e un G. Bonaiuti, medico noto al suo tempo e gonfaloniere di giustizia,
il cui sepolcro nella Basilica di Santa Croce divenne la tomba dei suoi
discendenti. A partire da G. BONAIUTI, il cognome della famiglia cambiò in
“Galilei.” Così scrive Tedaldi a Vincenzo G. Per la vostra ho inteso quanto
havete concluso con il vostro figliuolo [Galileo]; et come, volendo cercar di
introdurlo qua in Sapienza, vi ritarda il non esser la Bartolomea maritata,
anzi vi guasta ogni buon pensiero; et che desiderate che la si mariti, e quanto
prima. Le considerationi vostre son buone, et io non ho mancato né manco di far
quell'opera che si ricerca; ma sino a qui son venuti tutti partiti, per non dir
obbrobriosi, poco aproposito per lei… Per concludere, ardisco di dire che credo
che la Bartolomea sia così casta come qual si vogli pudica fanciulla; ma le
lingue non si possono tenere; pure io crederrò, con l'aiuto che do loro, di
levar via tutti questi romori et farli supire; per il che a quel tempo potrete
facilmente mandare il vostro G. a studio; et se non harete la Sapienza, harete
la casa mia al vostro piacere, senza spesa nessuna, et così vi offero et
prometto, ricordandovi che le novelle son come le ciriegie; però è bene credere
quel che si vede, e non quel che si sente, parlando di queste cose basse.»
Obbligatoriamente l'iscrizione doveva avvenire per gli studenti toscani in
quell'Università. Chi voleva andare in un'altra Università avrebbe dovuto
pagare una multa di 500 scudi stabilita da un editto granducale per scoraggiare
la frequenza in un ateneo diverso da quello pisano (In: A. Righini, Op. cit.).
^ Lo testimonierebbe la coincidenza di argomentazioni esistente tra gli
Juvenilia, gli appunti di fisica abbozzati da Galileo in questo periodo, e i
dieci libri del De motu del Bonamico. (In: Storia sociale e culturale d'Italia,
La cultura filosofica e scientifica, La filosofia e le scienze dell'Uomo, La
storia delle scienze, Milano, Bramante Editrice, Ne descrive i dettagli nel
breve trattato La bilancetta, circolato prima fra i suoi conoscenti e
pubblicato postumo (Bottana, G. e la bilancetta: un momento fondamentale nella
storia dell'idrostatica e del peso specifico, Firenze, Olschki. Studi riportati
nel Theoremata circa centrum gravitatis solidorum, pubblicato in appendice ai
Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla
meccanica e ai moti locali. ^ Galileo sottopose a Clavius una sua
insoddisfacente dimostrazione della determinazione del baricentro dei solidi.
(Lettera a Clavius). Medici aveva progettato una draga per il porto di Livorno.
Su questo progetto il granduca Ferdinando aveva chiesto una consulenza a
Galilei che dopo aver visto il modellino affermò che non avrebbe funzionato.
Medici volle comunque costruire la draga che in effetti non funzionò. (Nelli,
Vita e commercio letterario di G., Losanna, con tale Landucci che G. raccomandò
a Cristina di Lorena riuscendo a fargli ottenere il posto di pesatore al
saggio; il lavoro, consistente nel pesare gli argenti che venivano venduti,
procurava un guadagno di circa 60 fiorini. Lettera a Cristina di Lorena (Ed.
Naz., Vol. X, Lettera N., Alla dote per la sorella Livia avrebbe dovuto
contribuire anche il fratello Michelangelo. (Lettera a Michelangelo G.,
Michelangelo... fu versatissimo nella musica e la esercitò per professione;
essendo stato buon liutista non v'è dubbio che fosse allievo egli pure di suo
padre Vincenzo. visse in Polonia al servizio di un conte palatino; era a Monaco
di Baviera ove insegna musica, e in una lettera datata del 16 agosto di
quell'anno, egli pregava il fratello G., di acquistargli grosse corde di
Firenze per suo bisogno et dei suoi scolari...» (Dizionario universale dei
musicisti, Milano, Sonzogno). Le spese per i viaggi in Polonia e Germania furono
sostenute da G.. Michelangelo appena sistematosi in Germania volle sposarsi con
Bandinelli e, anziché saldare il debito per la dote che aveva con il cognato
Galletti, spese tutto il denaro che aveva in un lussuoso ricevimento nuziale. ^
«Mi dispiace ancora di veder che V.S. non sia trattata second'i meriti suoi, e
molto più mi dispiace che ella non habbi buona speranza. Et s'ella vorrà andar
a Venetia questa state, io l'invito a passar di qua, che non mancarò dal canto
mio di far ogni opera per aiutarla e servirla; chè certo io non la posso veder
in questo modo. Le mie forze sono deboli, ma, come saranno, io le spenderò
tutte in suo servitio. (Lettera di Monte
a G.. In: Ed. Naz., Lettera. Ancora vivente, G. fu ritratto da alcuni dei più
famosi pittori del suo tempo, come Tito, Caravaggio, Tintoretto, Caccini,
Villamena, Leoni, Passignano, Sandrart e Mellan. I due ritratti più famosi,
visibili alla Galleria Palatina di Firenze e agli Uffizi sono invece di Justus
Suttermans che rappresenta G. ormai anziano come simbolo del filosofo
conoscitore della natura. (In "Portale G.") Per moto «naturale»
s'intende quello di un grave, ossia di un corpo in caduta libera, diversamente
dal moto violento, che è quello di un corpo che sia soggetto ad un «impeto».
L'esatta formulazione della legge è stata data da G. nel successivo De motu
accelerato: «Motum aequabiliter, seu uniformiter, acceleratum dico illum, qui,
a quiete recedens, temporibus aequalibus aequalia celeritatis momenta sibi
superaddit», ove l'accelerazione di gravità è indicata essere direttamente
proporzionale al tempo e non allo spazio. (Ed. Naz.) Con lettera da Verona,
l'Altobelli riferiva a Galileo, senza dar credito, che la stella, «quasi un
arancio mezzo maturo», sarebbe stata osservata. In verità, dietro Antonio
Lorenzini (da non confondere col vescovo Lorenzini) si celava il Cremonini;
cfr. Uberto Motta, Antonio Querenghi. Un letterato padovano nella Roma del
tardo Rinascimento, Pubblicazioni dell'Università Cattolica del Sacro Cuore,
Milano, Vita e Pensiero, «Nacque in Padova. Poco più che ventenne professò i
voti nell’Ordine Benedettino, e nei primi anni del secolo XVII si trovava nel
monastero di S. Giustina di Padova, legato in molta intimità col Castelli,
insieme col quale fu discepolo di G., prendendo le parti del Maestro nelle
questioni relative alla stella nuova (Da Museo G.). Usus et fabrica circini
cuiusdam proportionis, per quem omnia fere tum Euclidis, tum mathematicorum
omnium problemata facili negotio resolvuntur, opera et studio Balthesaris Capræ
nobilis Mediolanensis explicata. (In: Patauij, apud Petrum Paulum Tozzium)
Alcuni calcoli astrologici, anche risalenti al periodo fiorentino, furono
conservati da G. e compaiono nell'Opera omnia (sezione "Astrologica
nonnulla"). Da notare che per lo più si tratta di calcoli del tema natale,
solo in qualche caso accompagnati da interpretazioni o pronostici. È stata
ritrovata una lista della spesa dove G., insieme a ceci, farro, zucchero, ecc.,
ordinava di acquistare anche pezzi di specchio, ferro da spianare e quanto di
utile per il suo laboratorio ottico. (Da una nota di una lettera di
Brenzoni conservata nella Biblioteca
Centrale di Firenze) Espressione tradizionalmente attribuita da scrittori
cristiani all'imperatore pagano Flavio Claudio GIULIANO che in punto di morte
avrebbe riconosciuto la vittoria del Cristianesimo. Hai vinto o G., riferendosi
a Gesù nativo della Galilea. Il comportamento di G. è stato variamente
giudicato: vi è chi sostiene che egli le chiuse in convento perché «doveva
pensare a una loro sistemazione definitiva, cosa non facile perché, data la
nascita illegittima, non era probabile un futuro matrimonio» (come se egli non
potesse legittimarle, come fece con il figlio Vincenzio e come se una
monacazione coatta fosse preferibile a un matrimonio non prestigioso; cfr.
Sofia Vanni Rovighi, Storia della filosofia moderna e contemporanea. Dalla
rivoluzione scientifica a Hegel, Brescia, Editrice La Scuola), mentre altri
ritengono che «alla base di tutto stava il desiderio di G. di trovare per esse
una sistemazione che non rischiasse di procurargli in futuro alcun nuovo carico
[...] tutto ciò nascondeva un profondo, sostanziale egoismo» (cfr.
Geymonat,). «quel mirare per quegli
occhiali m'imbalordiscon la testa», avrebbe detto Cremonini secondo la
testimonianza di Gualdo. (Da una lettera del Gualdo a G.. Scheiner pubblicò
ancora sull'argomento il De maculis solaribus et stellis circa Iovem
errantibus. La priorità della scoperta andrebbe all'olandese Fabricius, che
pubblicò a Wittenberg, Maculis in Sole observatis, et apparente earum cum Sole
conversione. Cioè con i sensi, con l'osservazione diretta. ^ «Egli pensava
infatti che una colonna d’acqua troppo alta tendeva a spezzarsi sotto l’azione
del suo stesso peso, così come si spezza una fune di materiale poco resistente
quando, fissata in alto, viene tirata dal basso. Fu quindi proprio questa
analogia fondata sull’esperienza osservativa a portare il Galilei fuori strada.
(in IL VUOTO – Garagnani – Isis Archimede). Salmi che la figlia di G., suor Maria
Celeste, s'incaricò di recitare, con il consenso della Chiesa. Baretti, in una
sua ricostruzione, avrebbe fatto nascere la leggenda di un G. che una volta
alzatosi in piedi, colpì la terra e mormorò: "E pur si muove!" (In
Baretti, The Italian Library. Tale frase non è contenuta in alcun documento
contemporaneo, ma nel tempo fu ritenuta veritiera, probabilmente per il suo
valore suggestivo, a tal punto che Berthold Brecht la riporta in "Vita di
G.", opera teatrale dedicata allo scienziato pisano alla quale egli si
dedicò a lungo. In Paschini è riportato che: «secondo le norme del
Sant'Offizio» questa condizione «era equiparata ad una prigionia per quanto
egli facesse per ottenere la liberazione. Si ebbe il timore probabilmente
ch'egli riprendesse a fare propaganda delle sue idee e che un perdono potesse
significare che il Sant'Offizio si fosse ricreduto a proposito di esse» (cfr.
pure Santini, "G.", L'Unità). Conceditur habitatio in eius rure, modo
tamen ibi in solitudine stet, nec evocet eo aut venientes illuc recipiat ad
collocutiones, et hoc per tempus arbitrio Suae Sanctitatis. (Ed. Naz.) A G. era
infatti proibito stampare qualunque opera in un paese cattolico. ^ Fonti di
questa corrispondenza si trovano in: Paolo Scandaletti, Galilei privato, Udine,
Gaspari editore, Favaro, Amici e corrispondenti di G., Bocchineri, Venezia,
Pubblicazioni del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, VNero, G. e
il suo tempo, Milano, Simonelli Editore, A. Righini, G.: tra scienza, fede e
politica, Bologna, Editrice Compositori; Geymonat, Abetti, Amici e nemici di
G., Milano, Bompiani, Banfi, «Galileo fu
invitato alla villa di S.Gaudenzio, sulle colline di Sofignano, alla fine di
luglio del 1630, ospite di Buonamici, che con lo scienziato vantava una
parentela da parte della moglie Alessandra Bocchineri: la sorella di lei,
Sestilia, aveva sposato a Prato l'anno prima il figlio di G., Vincenzo. (In
Comune di Vaiano) Fu permessa a Galilei l'assistenza dell’allievo Viviani e, anche di Torricelli. La prego a
condonare questa mia non volontaria brevità alla gravezza del male; e le bacio
con affetto cordialissimo le mani, come fo anche al Signor Cavaliere suo
Consorte.» (In Le Opere di G., a cura di Eugenio Albèri, Firenze, Società
Editrice Fiorentina) Anfossi pubblicava–anonimamente in Roma un libro in cui le
leggi di Keplero e di Newton erano presentate come cose che non meritano la
menoma attenzione» e si chiedeva come mai tanti uomini santi ispirati dallo
Spirito Santo, «ci han detto ottanta e più volte che il Sole si muove senza
dirci una volta sola che è immobile e fermo?» (Sebastiano Timpanaro, Scritti di
storia e critica della scienza, Firenze, G. C. Sansoni, L'edizione curata da
Favaro si basa sulle copie allora disponibili, perché l'originale non era stato
ritrovato (Avvertimento. Il manoscritto originale è pubblicato come appendice a
Camerota, Giudice, Ricciardi, "The reapparance of G.'s original letter to
Castelli". L'effetto di parallasse stellare, che dimostra la rivoluzione
della Terra attorno al Sole, sarà misurato da Bessel. Per il testo della
condanna, vedi: Sentenza di condanna di G., su wikisource.org. Per il testo
dell'abiura, vedi: Abiura di G. su it.wikisource.org. Questa frase è stata
citata in un intervento molto criticato di Joseph Ratzinger (cfr. "La
crisi della fede nella scienza" in Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità
nell'Europa dei rivolgimenti, Roma, Paoline. Ratzinger aggiunge da parte sua
che: Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa
apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della
razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in
una ragionevolezza più grande. Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che
evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto
oggi la scienza e la tecnica. Già chiaramente indicati nella Lettera a Madama
Cristina di Lorena granduchessa di Toscana. L'Accademia del Cimento, fra le più
antiche associazioni scientifiche al mondo, fu la prima a riconoscere
ufficialmente, in Europa, il metodo sperimentale galileano. Fu fondata a
Firenze da alcuni allievi di G., Torricelli e Viviani. Si lasci alla
storiografia stabilire, caso fosse mai possibile, se Galileo concepisse il moto
inerziale unicamente come circolare o se ammettesse anche la possibilità in
natura della prosecuzione indefinita del moto rettilineo, anche perché in G.
non si può sensatamente parlare di formulazione del principio d'inerzia come se
fossimo nell'ambito della moderna fisica newtoniana, ma solo di alcune
considerazioni preliminari al principio della relatività del moto.» Portale G.,
su portalegalileo. Museo galileo. it.Testi non compresi nella prima edizione
dell'Edizione Nazionale curata da Antonio Favaro, ma in quella curata da Edwards
e Helbing, con Introduzione, Note e Commenti di Wallace, per Le opere di G..
Edizione Nazionale, Appendice Testi, Firenze, G. C. Giunti.
Bibliografiche Abbagnano, Albert Einstein, Leopold Infeld, L'evoluzione
della fisica. Sviluppo delle idee dai concetti iniziali alla relatività e ai
quanti, Torino, Editore Boringhieri, Gliozzi, "Storia del pensiero
fisico", in Berzolari, Enciclopedia delle matematiche elementari e
complementi, Milano, Editore Ulrico Hoepli, Paolo Straneo, Le teorie della
fisica nel loro sviluppo storico, Brescia, Morcelliana, Toraldo di Francia,
L'indagine del mondo fisico, Torino, Einaudi editore, Gamow, Biografia della
fisica, Biblioteca della EST, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, Max Born, La
sintesi einsteiniana, Torino, Boringhieri, Natalino Sapegno, Compendio di
storia della letteratura italiana, Firenze, La Nuova Italia Editrice, Centro di
Studi Filosofici di Gallarate (cur.), Dizionario dei Filosofi, Firenze, G.C.
Sansone Editore, Ludovico Geymonat (a cura di), Storia del pensiero filosofico
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nobile fiorentino, lettore delle matematiche nello studio di Padova, contro
alle calunnie et imposture di Capra milanese, usategli sì nella «Considerazione
astronomica sopra la Nuova Stella del MDCIIII» come (& assai più) nel
pubblicare nuovamente come sua invenzione la fabrica et gli usi del compasso
geometrico et militare sotto il titolo di «Usus et fabrica circini cuiusdam
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Cannocchiali di G. Casa di G. Domus Galilaeana Fisica Galilei (famiglia)
Isocronismo La favola dei suoni Meccanica Metodo scientifico Micrometro di
Galileo Museo Galileo Copernico Ricci Processo a G. Relatività galileiana
Rivoluzione astronomica Rivoluzione scientifica Termometro galileiano
Trasformazione galileiana Villa Il Gioiello Vincenzo G. Virginia G. Vita
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museogalileo.it. Conserva gli strumenti scientifici originali di G. European
Cultural Heritage Onlinesu echo.mpiwg- berlin.mpg.de. Scheda su G. accademico
della Crusca sul sito dell'Accademia, su adcrusca.it.Fondo "Antonio
Favaro", su domusgalilaeana.it. Archivio "Scienza et Fede", su
disf.org. Laboratorio storico "G.", su illaboratoriodi
galileogalilei. it. Lo scherzo d'un uomo di genio dice cose più serie che
non le cose serie dell'uomo volgare; anzi primo indicio della superiorità è il
sorriso. Il volgo andava ripetendo che la caduta di un pomo preannunziò la
scoperta della gravitazione universale: e Byron scherzando di ceva essere stata
la prima volta, da Adamo in qua, che un pomo e una caduta dessero qualche
vantaggio al genere umano. Altro che pomo ! voleva dire il poeta: esatte
premesse occorrono alle grandi scoperte e non il caso. Il pensiero è una catena
e ciò che ai più par caso entra nella serie. Togliete G. e Keplero e avrete
soppresso le premesse immediate a Newton. Togliete Copernico, e li avrete
soppressi tutti. Togliete le tradizioni pitagorichealle univer sità italiane e
sparisce Copernico. Dov'è il caso? Il pomo no: una serie di grandi pensieri che
furono grandi scoperte sgombrò le vie del firmamento all' anglo. Un fatto può
essere occasionale, ma per quegli uomini che portano nel cervello quella
preparazione, che rias sumendo la serie, afferra il fatto e lo trasforma. Così
nell'astronomia e così proprio in tutte le altre scienze. To gliete Bruno e
Campanella, e non troverete Vico. Togliete Telesio, e li perdete tutti.
Togliete le tradizioni naturalistiche dell'antica scuola italica— già greca di
origine —e sparisce Telesio. È la me desima serie ed è una riprova della
cognatela tra tutte le scienze. E questa serie non si smentisce neppur dove la
reazione crede spennare le reni agl'ingegni alati. Non fu una reazione il libro
della Ragion di Stato —che creò tanti discepoli-contro il Principe, che aveva
già tutta una scuola, cioè Bottero non ebbe il disegno aperto di reagire
trionfalmente contro Machiavelli? Ebbene, mentre il prete Bottero mandava ad
uno de'più grandi e sventurati ingegni 215 italiani quante maledizioni gli
erano ispirate dalla triplice reazione di Parigi, di Madrid e di Roma, era nel
tempo istesso tirato dalla logica a prendere da MACHIAVELLI (si veda) la
teorica de’ mezzi, come il secre tario di Firenze aveva preso la teorica
de'fini pubblici da ALIGHIERI (si veda) e da PETRARCA (si veda), ispirati —
alla loro volta —dall'antica tradizione ro mana. Ed ecco la reazione entrare
nella serie, come appunto la santa alleanza insinuava ne 'codici tanti
principii della rivoluzione. E ciò non accade soltanto rispetto ai
sistemide'quali l'uno suppone l'altro anche dove il secondo reagisce al primo,
ma alle singole teo riche di ciascuno, le quali non segnano un progresso che
non sia una conclusione di ciò che si era pensato prima. A che mira, infatti,
la critica di G.? A reintegrare l'unità della natura. Ma se Bacone lo chiama
filosofo telesiano, voi dovete ricordare che Telesio non solo aveva propugnato
il metodo sperimen tale, ma tentato comporre il dissidio lasciato aperto da
Aristotile tra materia e forma, come POMPONAZZI (si veda) e CAMPANELLA (si
veda) troncano il dualismo tra intelletto e senso, e Bruno tra natura e Dio.
Non è un gruppo, è una catena nella quale il nome di ciascuno s’inanella nel
precedente, e tutti insieme presentano il disegno della rinnovata natura. Per
questi il risorgimento fu naturalismo, fu ita liano, mentre la scolastica era
stata europea. Se dalla serie e dal proprio posto nella serie voi spiccate il
nome di G., vi accorgerete che resterà il nome di un astronomo più o meno
insigne, di un improvvisatore di qualche teorica, dello scopri tore fortunato
di qualche astro e di qualche istrumento, ma che cosa egli abbia aggiunto al
pensiero, per quale via e con quali effetti voi non saprete dire. Ammirerete un
mito e sarà volgare ammirazione. Voi, in somma, assisterete ai miracoli di un
prestigiatore non alle scoperte del genio. Or sospettate voi che io vi voglia
esporre ad una ad una le pre messe di G. e di Klepero per arrivare sino a
Newton? che io voglia indicarvi da quali parti specialmente della meccanica terre
stre emerse la meccanica celeste e come la dimostrazione de'quadrati de' tempi
delle rivoluzioni che stanno fra loro come i cubi degli assi maggiori delle
orbite abbia aperto a Newton la conclusione che la forza era proporzionale alla
massa? Sarebbe riuscire, pel cammino peggiore, a nessuna meta. I dotti · non
imparerebbero una sillaba di nuovo e vedrebbero in espressioni difettive
snaturate quelle forme che chiedono un'analisi esatta, e i meno dotti si
allontanerebbero storditi e infastiditi. Io, dunque,. senza guastare la serie,
debbo dirvi quel che penso io intorno ad al cuni pensieri di quell'uomo sommo e
scelgo — non a caso —i punti seguenti: 1.º Come intese G. il metodo
sperimentale? 2. ° Quale valore oggettivo dette egli alla conoscenza? 3. °
Quale fu il risulta mento scientifico e morale delle sue dottrine? Non è poco,
e più che nella cortesia --cosa mediocre— confido nella serietà con la quale
voi ed io vogliamo che sia discusso il pa trimonio glorioso della mente. II. «
Non vogliamo costruzioni scientifiche, non metodi aprioristici, vogliamo il
metodo sperimentale: Così gridano, e vogliamolo pure, io scrivevo, ma
vogliamolo davvero. Non fu forse proclamato ed eser citato con diverso intento
e diversa fortuna? Non fu fecondo o arido, secondo l'intelletto e la mano che
presero a trattarlo? Non si distin gue dall'empirismo? Bisogna dunque sapere
che è veramente me todo sperimentale. G. si trova a pari distanza tra TELESIO
(si veda) e Bacone, due che pro pugnarono il metodo sperimentale senza scoprire
nulla nel mondo naturale, e si trova ad un secolo di distanza da Leonardo da
Vinci, che, professando il metodo sperimentale, strappò più di un segreto alle
cose reali. Perchè dunque l'istesso metodo, arido nelle mani di Telesio e di
Bacone, diventa fecondo nelle mani di Leonardo e di G.? Ecco il punto. E la
risposta è chiara: — Perchè il metodo non è veramente lo stesso. Per Telesio e
Bacone comincia e resta nel fenomeno e dove al fenomeno aggiunge qualche
ipotesi, è soggettiva, cioè puro ri torno all'antico. Per Leonardo e G.
comincia dal fatto e sale alle alte sfere della ragione, mediante il linguaggio
stesso delle cose che è la matematica. La matematica è formale come la logica
—dice Bacone. La matematica è reale come le cose afferma G.. Con la matematica sei
arrivato a far girare la terra -è un frizzo di Bacone contro G.. E la terra
gira -- grida il pisano. Pur tu ti sei disdetto —rincalza Bacone. Stolto ! dice
G. -- potevo disdirmi cento volte, e la prova re sta e la terra continua il suo
giro. Ma chi ti malleva la realtà della matematica? Il fatto stesso che
misuratamente si move, misuratamente per corre il tempo e lo spazio, nella
misura costituisce l'ordine. -La misura è aggiunta. - La misura è: io la colgo:
chi non la coglie non vede il fatto. TELESIO (si veda) non lo dice. VINCI (si
veda) lo dice, e scoprì. Telesio e tu non avete scoperto. Il fatto a voi è
stato muto; a noi ha parlato. Fermiamoci. Il divario è grande. Potete voi dire
che sia l'istesso metodo? È Bacone l'anglo che intese G. o un altro? Quando si
parla di metodo sperimentale, di senso, di fatto, biso gna cogliere tutto il
fatto, il quale non è qualità soltanto, è quan tità; e questi due termini
s'integrano a vicenda, in modo che la quantità si qualifica, e la qualità si
quantifica. Questo pro cesso graduale ed intimo delle cose è l'evoluzione, e la
legge che la traveste, affaticandola di moto in moto, è la causalità, che in
Newton si determina come gravitazione universale. Il fatto dunque non è
fenomeno soltanto, è fenomeno e legge. Così G. lo intuisce e così lo intuisce
intero; Bacone coglie un termine solo e mutila il fatto. L'esperienza che in G.
è piena, in Bacone è unilaterale; quel metodo che in Galilei è sperimentale, in
Bacone diventa empirico; e quel processo che nell'uno è fecondo di scoperte,
nell'altro è gonfio di precetti pom posi. Ha un bel rimuovere Bacone tutti
quelli ch'ei chiama idoli, se innanzi agli occhi gli rimane fisso l'idolo
peggiore, il fatto eslege. Così aveva fatto Leonardo da Vinci notando nel
fenomeno la legge, e così fa Galilei, entrambi con pochi precetti e con effetti
amplissimi, tirandone l'uno applicazioni mirabili alla meccanica, e
specialmente all'idraulica, l'altro al sistema planetario. E si ripeta pure che
in G. l'esperienza naturale è senso pieno, ma quì un fatto contemporaneo ci
deve fermare e impensie rire. Bruno senza i computi di Copernico, senza il
metodo speri mentale e il teloscopio di G., e senza il calcolo superiore di
Newton, non era pervenuto per sola forza di pensiero, alle medesi me anzi a più
larghe conclusioni che non si trovino nell'astronomo tedesco, nell'italiano e
nell'inglese, affermando cose che facevano sgomento a Klepero e furono trovate
poi vere dal progresso poste riore? Il pensiero, da solo, non valse altrettanto
che l'esperienza, e 218 ciò che lo scienziato induceva computando, il genio non
poteva co struire? L'esempio di Bruno, non bene inteso, potrebbe inficiare la
cri tica di G., nè per il genio vale ricorrere ad eccezioni, che com plicano la
quistione e non spiegano nulla. Il vero è che Bruno intese il fatto e
l'esperienza come G., e movendo dal medesimo punto, l'uno giunse con la logica
dove l'altro con la matematica. La conseguenza è che la matematica è la logica
delle cose, e che se rispetto alla mente, come dice Leibintz, pensare è
calcolare, rispetto alle cose moversi misurata mente vuol dire evolversi
razionalmente. Bruno è la riprova, non l'eccezione. Appena, infatti, il nolano
intese il sistema copernicano, n'esultò, cercò alla matematica la riprova della
logica, e come Campanella scrisse l'apologia di Ga lilei, così Bruno di
Copernico. Era dal medesimo punto di partenza la medesimezza del pensiero
logico e del pensiero matematico, con medesimezza di disegno e di effetti.
E-ora si dirà-Cartesio non intese fare la medesima cosa, cioè costruire la
fisica col pensiero, come il nolano, introducendovi la matematica, come G., e
perchè egli riuscì a costruire una fi sica falsa, disconoscendo Bruno in tutto
e in gran parte il disegno di G.? Perchè egli non muove come que due dal fatto,
bensì dall'idea astratta, dal puro cogito, che non è la cosa, ma l'ombra della
cosa, e l'ombra ei tratta come cosa salda. Perciò non solo non giunse per forza
di logica, agl’infiniti mondi del nolano, ma nep pure per forza di matematica a
riconoscere l'importanza del siste ma eliocentrico dimostrato da Copernico e da
G.. Bacone errò, mutilando il fatto e attenendosi al solo fenomeno, Cartesio
errò, correndo dietro l'ombra del fatto e improvvisando la legge. L'uno cadde
nell'empirismo l'altro nell'apriorismo. In Bacone riconosciamo il merito di
avere insistito sulla indu zione, e in Cartesio, come dice Comte, il merito di
aver convertito la qualità in quantità, e la quantità continua nella discreta.
Ma l'uno e l'altro, non avendo colto il punto di partenza, non aggiun sero
nulla alla scienza della natura. Justus Liebig, parlando dell'intima gioia
degli scopritori - ne gata a Bacone - nomina G., Klepero, Newton. E perchè non
ricorda Bruno? Quanta non è la sua gioia dove saluta le comete come testimoni
della sua filosofia, e parlando di Copernico, ag giunge qualche felicità essere
toccata al secolo suo, quando dai 219 lidi dell'oceano germanico un grande
astronomo sorse a con forto della sua filosofia. In quella gioia c'è — come ho
detto— l’unità del pensiero logico col matematico, e nella medesimezza de'
risultati c'è la cognatela tra la natura e il pensiero, la quale vuol essere
riaffermata, supe rando da una parte il vecchio idealismo metafisico e
dall'altra il positivismo empirico. Ed ora, dopo il metodo sperimentale,
dobbiamo esaminare in G. il valore che egli dà alla conoscenza. INon è di
piccolo momento questo esame; involge il massimo pro blema della filosofia ed è
un punto importante della mente, e dirò, del carattere di Galilei. Si può
formularlo così: Il metodo speri mentale condusse G. a quel relativismo
filosofico che dà alla conoscenza un valore precario, cioè o relativo al
soggetto pensante (sofistica) o relativo ad un certo tempo e luogo (empirismo)?
In altre parole: per G. nulla di permanente, di assoluto, di uni versale entra
nella conoscenza, o c'è invece delle conoscenze che per loro necessità
intrinseca s' impongono a tutti gli uomini, e alla natura come agli uomini, e a
Dio come alla natura? Ci sono— risponde il Pisano - e il fatto ci dice che
sono, e ci dice che sono le conoscenze matematiche sian pure o applicate,
perchè non mutano per variare di luogo e di tempo, e perchè tali si riscontrano
nelle cose quali si trovano nella mente. La natura le impone, la mente le
sugella, neppur Dio potrebbe negarle, ma o il sofista o il pazzo.
L'affermazione è solenne, e bisogna lasciargli la parola. Quanto alla verità,
egli dice di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è
l'istessa che conosce la sapienza divina. Nessun divario, dunque, in questo tra
la sapienza divina e umana? Di vario di modo, egli dice, lo ammettiamo, perchè
in Dio è sapienza intuitiva quella che nell'uomo è discorsiva; di numero pure,
perchè Dio le sa tutte quelle verità, e l'uomo una parte; ma di necessità no: sono
del pari necessarie per lui e per noi, e mille Demosteni e Aristotili e-voleva
dire—mille Dei non potrebbero scemare la certezza di una sola di quelle.
Partecipa di questa certezza la scienza della natura, le cui leggi sono
matematiche. E il processo fu questo: TELESIO (si veda) afferma che il 220
libro della filosofia è la natura. Bruno aggiunse che quel libro è scritto in
carattere assoluti: G. conchiuse che i caratteri sono matematici. Anche
Cartesio disse come G.: Apud me omnia sunt ma thematice in natura; ma lo disse
dopo e timidamente, essendoci questa differenza tra’due pensatori, che per G.
le verità mate matiche leggibili nella natura hanno l'istesso valore per la
mente sia divina o umaņa, e per Cartesio niente è limite alla onnipotenza di
Dio, neppure il principio di contraddizione. Se lo disse davvero o per vivere
tranquillo, specialmente dopo le persecuzioni fatte a G., non - so; ma, certo,
l'italiano lo a vanza di tempo e di fermezza. Delle altre scienze che non sono
le naturali G. dubitò, perchè si sottraggono alle matematiche e l'uomo vi mette
del suo. Le abbandonò al relativismo. Ma se tutto è evoluzione e tutto procede
da natura, noi ben pos siamo affermare che i suoi Dialoghi delle Scienze Nuove
saranno quasi prefazione di una Scienza Nuova intorno alla comune natura delle
nazioni. Le teoriche sulla psico-fisi e sulla fisica sociale hanno assai
allargato il campo di applicazione alle matematiche. Noi, è vero, non possiamo
mutare le leggi naturali, ma possiamo forse mutare le leggi sociali e costruire
a nostro talento le società umane? La storia non rientra ogni giorno più nelle
leggi della natura e però della misura? La morale par certo la cosa più im
ponderabile, ed è pure altrettanto graduale e necessaria nel suo processo che
il suo moto si potrebbe dire uniformemente accelerato. Dal pensiero si traduce
nella volontà, dall'azione alle istituzioni, e se rea, dal fastigio all ' imo.
Signori, ho esaminato quelli che nella scienza di G. mi parevano i punti
principali ed ho tentato liberare dagli equivoci volgari il metodo
sperimentale. Non a pompa letteraria mi sono giovato di rapidi raffronti ma per
delineare quello che fu il cervello più equilibrato di quanti al mondo furono
scienziati. Le conse guenze scientifiche e morali di quella profonda rivoluzione
intel lettuale io ve le ho segnate senza orgoglio nazionale e con pura
coscienza di uomo. Era cosí alto il tema, così pieno di pensiero, di [Qui manca
qualche pagina intorno all'applicazione delle matematiche ai fenomeni sociali e
morali, non potuta trovare. 221 poesia, di storia, di gloria e di dolori che a
me non che il tempo, mancò il volere di divagare. Abbasserei l'occhio da
Telesio, da Co pernico, da G. per posarlo sulla politica? Farei allusioni, rim
proveri, programmi? Mail monumento che divisate è mondiale; una sillaba
aggiunta al tema macchierebbe la prima pietra: e, per rien trare nella
mediocrità de ' Parlamenti, invidieremmo a noi questa breve fortuna che ci
solleva a colloquio coi legislatori degli astri. Che sono i nostri codici, i
nostri statuti, i disegni nostri, che durata hanno e che sapienza di fronte
alle leggi onde G. sta biliva il ritmo dei cieli, Machiavelli la vicenda degli
Stati, e VICO (si veda) il corso dell'umanità? C'è qualcosa al di sopra dei
codici ed è la pa rola dei fondatori delle religioni, che lasciano libri sacri
e parlano ai millenarii. Pur viene il secolo che mette nella pagina più au
tentica di quei libri il tarlo del pensiero. Ma qualcuno c'è stato che senza
chiamarsi messia nè profeta misurò una parola a lettere di stelle, la pose nel
firmamento, e nessuno la cancellerà. Come chia mate un uomo che vi trasmette un
libro più duraturo di una bib bia? Alzate il monumento e non mi chiedete altro. The
principle of relativity states that it is im- possible to determine whether a
system is at rest or moving at constant speed with respect to an inertial
system by experiments internal to the system, i.e., there is no internal
observation by which one can distinguish a system moving uniformly from one at
rest. This principle played a key role in the defence of the heliocentric syst-
em, as it made the movement of the Earth com- patible with everyday experience.
According to common knowledge, the principle of relativity was first enunciated
by G. in his Dialogo Sopra i Due Massimi Sistemi del Mondo (Dialogue Concerning
the Two Chief World Systems) (G.), using the metaphor known as ‘G.’s ship’: in
a boat moving at constant speed, the mechanical phenomena can be described by
the same laws holding on Earth. Many historical aspects of the birth of the
rel- ativity principle have received little or scattered attention. In this
short paper we put together some evidence showing that Bruno largely
anticipated Gal- ilei’s arguments on the relativity principle (Bruno). In
addition, we briefly discuss Galilei’s silence about Bruno, and the con-
nection between the lives and careers of the two scientists. A portrait of G.
by Leoni (wikipedia): An eighteenth century egrav- ing of Giordano Bruno the
history blog . com / wp - content / up- loads/bruno-giordano. De Angelis and
Santo Giordano Bruno and the Principle of Relativity The Dialogo Sopra i
Due Massimi Sistemi del Mondo is the source usually quoted for the enun-
ciation of the principle of relativity by G. However, its publication was
certainly not a surprise, as G. had expres- sed his views much earlier, in
particular when lecturing at Padova. Some aspects of the evolution of G.’s
ideas, from the Trattato della Sfera ... (D’Aviso, 1656) in which the Earth is
still placed at the centre of the Universe, towards the Dia- logo, and passing
through his heliocentric correspondence with Kepler (G.), are examined, for ex-
ample, by Barbour (2001), Crombie, Clavelin, Giannetto, Martins and Wallace.
The Roman Inquisition condemned the theory by Copernicus as being foolish and
absurd in philosophy. One month before, the inquisitor Ingoli addresses G in
the essay Disputation Concerning the Location and Rest of Earth Against the
System of Copernicus (Ingoli). This letter listed both scientific and
theological arg- uments against Copernicanism. G. responded, and in his lengthy
reply he introduced an early version of the ‘G.’s ship’ metaphor, and discussed
the experiment of dropping a stone from the top of the mast. Both arguments, as
we shall see, had previously been raised by Bruno, and later were used again by
G., although with small differences, in the Dialogo. In the Dialogo Sopra i Due
Massimi Sistemi del Mondo, G. discusses the arguments then current against the
idea that the Earth moves. The book is a fictional dialogue be- tween three
characters. Two of these, Salviati and Sagredo, refer to figures in the ok that
disappeared a few years after the publication of the book. Salviati plays the
role of the defender of the Copernican theory, putting forward G.’s point of
view. The second character, Sa- gredo, is a Venetian aristocrat who is educated
and liberal, and he is willing to accept new ideas. Thus, he acts as a
moderator between Salviati and the third character, Simplicio, who
fiercelysupportsAristotle. Thenameofthislast character (reminiscent of
‘simple-minded’ in Ital- ian) is in itself a clear indication of Galilean
dialectics, which are designed to destroy opponents. Despite being a famous
commentator of Aristotle, Simplicio manifests himself with an embarrassing
simplicity of spirit. G. uses Salviati and Simplicio as spokespersons for the
two clashing world views; Sagredo represents the discreet reader, the steward
of science, the one to whom the book is addressed, and he intervenes during the
discussions, asking for clarification, contributing conversational topics and
acting like a science enthusiast. On the second day, G.’s dialogue con- siders
Ingoli’s arguments against the idea that the Earth moves. One of these is that
if the Earth is spinning on its axis, then we would all be moving eastward at
hundreds of miles per hour, so a ball dropped from a tower would land west of
the tower that in the meantime would have moved a certain distance to the east-
wards. Similarly, the argument goes that a cannonball shot eastwards would fall
closer to the cannon compared to a ball shot to the west since the cannon
moving east would partly catch up with the ball. To counter such arguments
Galilei propos- es through the words of Salviati a gedanken- experiment: to
examine the laws of mechanics in a ship moving at a constant speed. Salviati
claims that there is no internal observation which allows them to distinguish
between a smoothly-moving system and one at rest. So two systems moving without
acceleration are equivalent, and non-accelerated motion is rel- ative: Salviati
– Shut yourself up with some friend in the main cabin below decks on some large
ship, and have with you there some flies, but- terflies, and other small flying
animals. Have a large bowl of water with some fish in it; hang up a bottle that
empties drop by drop into a widevesselbeneathit. Withtheshipstanding still,
observe carefully how the little animals fly with equal speed to all sides of
the cabin. The fish swim indifferently in all directions; the drops fall into
the vessel beneath; and, in throwing something to your friend, you need throw
it no more strongly in one direction than another, the distances being equal;
jumping with your feet together, you pass equal spaces in every direction. When
you have observed all these things carefully (though doubtless when the ship is
standing still everything must happen in this way), have the ship proceed with
any speed you like, so long as the motion is uniform and not fluctuating this
way and that. You will discover not the least change in all the effects named,
nor could you tell from any of them whether the ship was moving or standing
still. In jumping, you will pass on the floor the same spaces as before, nor
will you make larger jumps toward the stern than toward the prow even though
the ship is moving quite rapidly, despite the fact that during the time that
you are in the air the floor under you will be going in a direction opposite to
your jump. In throwing something to your companion, you will need no more force
to get it to him whether he is in the direction of the bow or the stern, with
yourself situated opposite. The droplets will fall as before into the Angelis
and Santo Bruno and the Principle of Relativity vessel beneath without dropping
toward the stern, although while the drops are in the air the ship runs many
spans. The fish in their water will swim toward the front of their bowl with no
more effort than toward the back, and will go with equal ease to bait placed
any- where around the edges of the bowl. Finally the butterflies and flies will
continue their flights indifferently toward every side, nor will it ever happen
that they are concentrated toward the stern, as if tired out from keeping up
with the course of the ship, from which they will have been separated during
long intervals by keeping themselves in the air. And if smoke is made by
burning some incense, it will be seen going up in the form of a little cloud,
remaining still and moving no more toward one side than the other. The cause of
all these correspondences of effects is the fact that the ship’s motion is
common to all the things contained in it, and to the air also. That is why I
said you should be below decks; for if this took place above in the open air,
which would not follow the course of the ship, more or less noticeable
differences would be seen in some of the effects noted. (G.). Note that G. does
not state that the Earth is moving, but that the motion of the Earth and the
motion of the Sun cannot be distinguished (hence the name ‘relativity’): There
is one motion which is most general and supreme over all, and it is that by
which the Sun, Moon, and all other planets and fixed stars – in a word, the
whole universe, the Earth alone excepted – appear to be moved as a unit from
East to West in the space of twenty-four hours. This, in so far as first
appearances are concerned, may just as logically belong to the Earth alone as
to the rest of the Universe, since the same appear- ances would prevail as much
in the one sit- uation as in the other. (G.).
The possibility that the Earth moves had been discussed several times,
in particular by the Greeks, mostly as a hypothesis to be rejected. Also an
annual motion of the Earth around the Sun had been considered by Aristarchus of
Samos. Later, some medi- eval authors discussed the possibility of the Earth's
daily rotation. The first was probably Buridan, one of the ‘doctores
parisienses’—a group of profes- sors at the University of Paris in the
fourteenth century, including notably Nicole Oresme. Buridan’s example of the
ship, which was lat- er used by Oresme, Bruno and G., is con- tained in Book 2
of his commentary about Aristotle’s On the Heavens: It should be known that
many people have held as probable that it is not contradictory to appearances
for the Earth to be moved circu- larly in the aforesaid manner, and that on any
given natural day it makes a complete rotation from west to east by returning
again to the west – that is, if some part of the Earth were designated [as the
part to observe]. Then it is necessary to posit that the stellar sphere would
be at rest, and then night and day would result through such a motion of the
Earth, so that motion of the Earth would be a diurnal motion. The following is
an example of this: if anyone is moved in a ship and imagines that he is at
rest, then, should he see another ship which is truly at rest, it will appear
to him that the other ship is moved. This is so because his eye would be
completely in the same relationship to the other ship regardless of whether his
own ship is at rest and the other moved, or the contrary situation prevailed.
And so we also posit that the sphere of the Sun is totally at rest and the
Earth in carrying us would be rotated. Since, however, we imag- ine we are at
rest, just as the man on the ship Figure 3: Jean Buridan (www.buscabio- grafias
. com / biografia / ve rDetalle / 576 / Jean %Buridan). moving swiftly does not
perceive his own mo- tion nor that of the ship, then it is certain that the Sun
would appear to us to rise and set, just as it does when it is moved and we are
at rest. (Buridan). Here we agree with Barbour (2001), that what Buridan is
referring to is kinematic relativity. To Barbour, ... we have [here] a clear
statement of the principle of relativity, certainly not the first in the
history of the natural philosophy of motion but perhaps expressed with more
cogency than ever before. The problem of motion is beginning to become acute.
We must ask our- selves: is the relativity to which Buridan refers kinematic
relativity or Galilean relativity? There is no doubt that it is in the first
place kinematic; for Buridan is clearly concerned with the condi- tions under
which motion of one particular body can be deduced by observation of other bod-
ies. (Barbour). Angelis and Santo Bruno and the Principle of
Relativity Later, Buridan (writes: But the last appearance which
Aristotle notes is more demonstrative in the question at hand. This is that an
arrow projected from a bow directly upward falls to the same spot on the Earth
from which it was projected. This would not be so if the Earth were moved with
such velocity. Rather, before the arrow falls, the part of the Earth from which
the arrow was projected would be a league’s distance away. But still supporters
would respond that it happens so because the air that is moved with the Earth
carries the arrow, although the arrow appears to us to be moved simply in a
straight line motion because it is being carried along Figure 4: A miniature
portrait of Nicole Oresme included in his Traité de la sphère. Aristotle, Du ciel et du
monde (wikipedia.org). with us. Therefore, we do not perceive
that motion by which it is carried with the air. Buridan already expresses some
concerns about the dynamics involved, but his conclusion is that ... the
violent impetus of the arrow in ascend- ing would resist the lateral motion of
the air so that it would not be moved as much as the air. This is similar to
the occasion when the air is moved by a high wind. For then an arrow pro-
jected upward is not moved as much laterally as the wind is moved, although it
would be moved somewhat. (ibid.). Thus, the theory of impetus is not pushed to
the limit in which one would identify it with the prin- ciple of inertia, nor
with a dynamical concept of relativity. A further step was implicitly taken a
few years later by Oresme. Oresme first states that no observation can disprove
that the Earth is moving: ... one could not demonstrate the contrary by any
experience ... I assume that local motion can be sensibly perceived only if one
body appears to have a different position with re- spect to another. And thus,
if a man is in a ship called a which moves very smoothly, irrespective if
rapidly or slowly, and this man sees nothing except another ship called b,
moving exactly in the same way as the boat a in which he is, I say that it will
seem to this person that neither ship is moving. (Oresme). Oresme also provides
an argument against Buridan’s interpretation of the example of the arrow (or
stone in the original by Aristotle) thrown upwards, introducing the principle
of composi- tion of movements: ... one might say that the arrow thrown up-
wards is moved eastward very swiftly with the air through which it passes, with
all the mass of the lower part of the world mentioned above, which moves with a
diurnal movement; and for this reason the arrow falls back to the place on the
Earth from which it left. And this appears possible by analogy, since if a man
were on a ship moving eastwards very swiftly without being aware of his
movement, and he drew his hand downwards, describing a straight line along the
mast of the ship, it would seem to him that his hand was moved straight down.
Following this opinion, it seems to us that the same applies to the arrow
moving straight down or straight up. Inside the ship moving in this way, one
can have horizontal, oblique, straight up, straight down, and any kind of
movement, and all look like if the ship were at rest. And if a man walks
westwards in the boat slower than the boat is moving eastwards, it will seem to
him that he is moving west while he is going east. Also, Nicolaus Cusanus
stated later, without going into detail, that the motion of a ship could not be
distinguished from rest on the basis of experience, but some different argu-
ments need to be invoked—and the same ap- plies to the Earth, the Sun, or
another star (Cusanus). All this happened before Copernicus: a dis- cussion of
how things could be, not so much about how things really are. Thisviewpointwould
change after Copernicus. Years after the
publication of the book by Copernicus and years before Angelis and Santo
Bruno and the Principle of Relativity G. was called to Padova, Bruno goes to
England and lectures at Oxford, unsuccessfully looking for a teaching position
there. Still, the English visit was a fruitful one, for during that time Bruno
completed and published some of his most important works, the six ‘Italian
Dialogues’, including the cosmological work La Cena de le Ceneri (The Ash Wednesday
Supper) (see Bruno). This latter book consists of five dialogues between
Theophilus, a disciple who exposes Bruno’s theories; Smitho, a character who
was probably real but is difficult to identify, possibly one of Bruno’s English
friends (perhaps Smith or the poet Smith)—the Englishman has simple arguments,
but he has good common sense and is free of prejudice; Pru- dencio, a pedantic
character; and Frulla, also a fictional character who, as the name in Italian
suggests, embodies a comic figure, provocative and somewhat tedious, with a
propensity towards stupid arguments. In the third dialogue, the four mostly
com- ment on discussions heard at a supper attend- ed by Theophilus in which
Bruno—called in the text ‘il Nolano’ (the Nolan), because he was born in Nola
near Naples—was arguing in part-icular with Dr Torquato and Dr Nundinio,
representing the Oxonian faculty. Bruno starts by discussing the argument
relating to the air, winds and the movement of clouds, and he largely uses the
fact that the air is dragged by the Earth: Theophilus ... If the Earth were
carried in the direction called East, it would be necessary that the clouds in
the air should always appear moving toward west, because of the extremely rapid
and fast motion of that globe, which in the span of twenty-four hours must
complete such a great revolution. To that the Nolan replied that this air
through which the clouds and winds move are parts of the Earth, be- cause he
wants (as the proposition demands) to mean under the name of Earth the whole
machinery and the entire animated part, which consists of dissimilar parts; so
that the rivers, the rocks, the seas, the whole vaporous and turbulent air,
which is enclosed within the high- est mountains, should belong to the Earth as
its members, just as the air does in the lungs and in other cavities of animals
by which they breathe, widen their arteries, and other similar effects
necessary for life are performed. The clouds, too, move through happenings in
the body of the Earth and are based in its bowels as are the waters ... Perhaps
this is what Plato meant when he said that we inhabit the concavities and
obscure parts of the Earth, and that we have the same relation with respect to
animals that live above the Earth, as do in re- spect to us the fish that live
in thicker humid- ity. This means that in a way the vaporous air is water, and
that the pure air which contains the happier animals is above the Earth, where,
just as this Amphitrit [ocean]1 is water for us, this air of ours is water for
them. This is how one may respond to the argument referred to by Nundinio; just
as the sea is not on the surface, but in the bowels of the Earth, and just as
the liver, this source of fluids, is within us, that turbulent air is not
outside, but is as if it were in the lungs of animals. (Bruno). The Dialogue
then moves to discussing the motion of projectiles, and Bruno starts by
explaining the Aristotelian objection to the stone thrown upwards: Smitho – You
have satisfied me most suffic- iently, and you have excellently opened many
secrets of nature which lay hidden under that key. Thus, you have replied to
the argument taken from winds and clouds; there remains yet the reply to the
other argument which Aristotle submitted in the second book of On the Heavens2
where he states that it would be impossible that a stone thrown high up could
come down along the same perpendicular straight line, but that it would be
necessary that the exceedingly fast motion of the Earth should leave it far
behind toward the West. Therefore, given this projection back onto the Earth,
it is necessary that with its motion there should come a change in all
relations of straightness and obliquity; just as there is a difference between
the motion of the ship and the motion of those things that are on the ship
which if not true it would follow that when the ship moves across the sea one
could never draw something along a straight line from one of its corners to the
other, and that it would not be possible for one to make a jump and return with
his feet to the point from where he took off. (Bruno). In Theophilus’ speech,
Bruno then gives the following reply (in reference to the ship shown ina
figure: Theophilus – With the Earth move ... all things that are on the Earth.
If, therefore, from a point outside the Earth something were thrown upon the
Earth, it would lose, because of the latter’s motion, its straightness as would
be seen on the ship AB moving along a river, if someone on point C of the
riverbank were to throw a stone along a straight line, and would see the stone
miss its target by the amount of the velocity of the ship’s motion. But if
some- one were placed high on the mast of that ship, move as it may however
fast, he would not miss his target at all, so that the stone or some other heavy
thing thrown downward would not come along a straight line from the point E
which is at the top of the mast, or cage, to the point D which is at the bottom
of the mast, or at some point in the bowels and body of the ship. Thus, if from
the point D to the point E someone who is inside the ship would throw a stone
straight up, it would return to the bottom along the same line however far the
ship mov- Angelis and Santo Bruno and the Principle of Relativity ed,
provided it was not subject to any pitch and roll. (Bruno). He then continues
with the statement that the movement of the ship is irrelevant for the events
occurring within the ship, and he explains the reasons for this: If there are
two, of which one is inside the ship that moves and the other outside it, of
which both one and the other have their hands at the same point of the air, and
if at the same place and time one and the other let a stone fall without giving
it any push, the stone of the former would, without a moment’s loss and without
deviating from its path, go to the prefixed place, and that of the second would
find itself carried backward. This is due to nothing else except to the fact
that the stone which leaves the hand of the one supported by the ship, and
consequently moves with its mo- tion, has such an impressed virtue, which is
not had by the other who is outside the ship: The ship referred to in the
dialogue; note that the letters are missing (math.dartmouth.edu). because the
stones have the same gravity, the same intervening air, if they depart (if this
is possible) from the same point, and arc given the same thrust. From that
difference we cannot draw any other explanation except that the things which
are affixed to the ship, and belong to it in some such way, move with it: and
the stone carries with itself the virtue of the mover which moves with the
ship. The other does not have the said participation. From this it can
evidently be seen that the ability to go straight comes not from the point of
motion where one starts, nor from the point where one ends, nor from the medium
through which one moves, but from the efficiency of the originally impressed
virtue, on which depends the whole differ- ence. And it seems to me that enough
consid- eration was given to the propositions of Nun- dinio. (Bruno). The
experiments carried out in the ship are thus not influenced by its movement
because all the bodies in the ship take part in that move- ment, regardless of
whether they are in contact with the ship or not. This is due to the ‘virtue’ they
have, which remains during the motion, after the carrier abandons them. Bruno
thus clearly expresses the concept of inertia, using the word ‘virtu`’, in
Italian meaning ‘quality’, which is carried by the bodies moving with the
ship—and with the Earth. Bruno’s arguments certainly constitute a step towards
the principle of inertia. We have seen that in La Cena de le Ceneri Bruno
anticipates to a great extent the arguments of G. on the principle of
relativity. In fact, his explanation contains all of the fundamental elements
of the principle. The idea that the only movement observable by the subject is
the one in which he does not take part, was presented earlier by Jean Buridan
and Nicole Oresme, together with the notion of the composition of movements, which
was alien to Aristotelian mechanics (see Barbour). Sim- ilar arguments were
used by Copernicus. The main missing ingredient was the idea of inertia, which
explains the fact that projectiles move along with the Earth. In fact, while
there is a continuous line between Buridan, Oresme, Copernicus, Bruno and
Galilei, the arguments of Bruno on the impossibility of detecting absolute
motion by phenomena in a ship constitute a significant step towards the
principle of inertia and providing a dynamical context for relativity. What is
new in Bruno, and what brings him almost exactly to where G. stood, is a clear
understanding of the concept on inertia. The arguments and metaphors used in
dis- cussions concerning the world systems were common to different authors,
and were largely derived from Aristotle, Ptolemy and their com- mentators.
Often they were used without ref- erencing, and sometimes they were attributed
to the wrong source. For example, in his On the Heavens, Aristotle uses as
experimental argu- ment the one about the stone that is sent upwards. In their
comment on this work, Buridan and Oresme used a modified version of this
experiment in which an arrow is sent upwards in a ship — although this was
possibly introduced by an earlier unidentified commentator/translator.
Nevertheless, the description by G. of exact- ly the same ship experiment that
Bruno used in the Cena makes it very likely that G. knew this work. The use of
the dialogue form with a similar choice of characters can also be seen as a
possible sign that Bruno influenced G.. Angelis and Santo BRUNO and the
Principle of Relativity However, G. never mentions Bruno in his works,
and in particular there is no reference to him in G.’s large corpus of letters,
even though he references the ‘doctores parisienses’ in his MS 46 (G.), 3 a
110-page long manuscript containing physical speculations bas- ed upon
Aristotle’s On the Heavens. Some authors (e.g. Clavelin) have commented on G.s
silence about Bruno, putting forward reasons of prudence, but as pointed out by
Martins this can hardly explain the absence of any mention also in his personal
correspond- ence. Furthermore, although G. himself never mentions Bruno’s name
in his personal notes and letters, several of his correspondents do mention the
Nolan. In a letter to G. dating to 1610, Martin Hasdale tells him that Kepler
had expressed his admiration for G., although he regretted that in his works
the latter failed to mention Copernicus, Giordano Bruno and sever- al Germans
who had anticipated such discov- eries—including Kepler himself: This morning I
had the opportunity to make friends with Kepler ... I asked what he likes about
that book of yourself and he replied that since many years he exchanges letters
with you, and that he is really convinced that he does not know anybody better
than you in this profession ... As for this book, he says that you really
showed the divinity of your genius; but he was somehow uneasy, not only for the
German nation, but also for your own, since you did not mention those authors
who intro- duced the subject and gave you the opportun- ity to investigate what
you found now, naming among these Bruno among the Italians, and Copernicus, and
himself. Thus, we can say that G. was probably aware of Bruno’s work on the
Copernican system. When G. arrived in Padova it is also possible that the two
scientists met, because Bruno was a guest of the nobleman Mocenigo in Venice at
the time and G. shared his time between Padova and Venice. IBruno had
unsuccessfully applied for the Chair of Mathematics that was assigned to G. one
year later. Although it might be impossible to prove that the two astronomers
met, it is hard to believe, given the motivations and characters of the two men
and the circumstances of their lives during those years, as well as the small
size of the Italian scientific community in those days, that they failed to
discuss their respective arguments con- cerning the defence of the Copernican
system. Amphitrite was in Greek mythology the wife of Poseidon, and therefore
the Goddess of the Sea. 2. See Aristotle. Although Antonio Favaro, the Curator
of the National Edition of Galilei’s works, dates it to 1584, Crombie and
Wallace prefer a date of around 1590. We
wish to thank Bonolis, Bettini,
Pascolini, Peruzzi and Saggion for useful suggestions, and the anonymous
referees for directing us to some important aspects that we neglected to
mention in the first draft of this paper. 8 Aristotle, On the Heavens.
Cambridge (Mass.), Harvard University Press (Loeb Classic Greek Library English
translation of theGreek original). Barbour. The Discovery of Dynamics, Ox-
ford, Oxford University Press. Bruno, The Ash Wednesday Supper. The Hague,
Mouton (English translation by Jaki of the Italian original. Buridan, Questions
on Aristotle‟s On the Heavens. Cambridge (Mass.), Medieval Academy of America
(English translation by Moody of the Latin original). Clavelin, G.s Natural
Philosophy. Paris, Colin (in French). Copernicus, On the Revolutions of the
Heavenly Spheres. Nuremberg, Johannes Petreius (in Latin). Crombie, The History
of Science from Augustine to Galileo. New York, Dover. Cusanus, N., 1985. On
Learned Ignorance. Minne- apolis, The Arthur J. Banning Press (English trans-
lation by J. Hopkins of the 1440 Latin original). Aviso, U. Treatise on the
Sphere of Galileo Galilei. Rome, N.A. Tinassi (apparently written in Padova in
Latin). G. Collezione Nazionale G. della
Biblioteca Nazionale di Firenze (in Latin). G., Carteggio. National Edition of the Works of G.,
Florence, G. Barbera (in Italian). G., Dialogue Concerning the Two Chief World
Systems. Berkeley, University of California Press (English translation by
Stillman Drake of the Italian original). Giannetto,
Bruno and Einstein. Nuova Civiltà delle Macchine (in Italian). Hasdale, M., Letter to G. In G. . Ingoli, F.,
Disputation Concerning the Location and Rest of Earth Against the System of
Coper- nicus. Rome (English translation by C.M. Graney of the Latin original at
arxiv.org). Martins, G. and the
principle of relativity. Cadernos de História e Filosofia da Ciência (in
Portuguese). Oresme, N.. Le livre du Ciel et du Monde. Book (manuscript). Paris, National Library.
Oresme, N., n.d. Traité de la sphère. Aristote, Du ciel et du monde. In the
National Library, Paris, fonds français. Wallace, W.A., Prelude to G.: Essays Angelis and Santo
BRUNO and the Principle of Relativity Medieval and Sixteenth-Century
Sources of G.s Thought. Dordrecht, Reidel. Wallace, W.A. G. and His Sources:
Heri- tage of the Collegio Romano in G.‟s Science. Princeton, Princeton University Press. Volgare
e latino nel carteggio galileiano G. epistolografo: volgare e latino. Un
confronto con Descartes e Mersenne. Le lingue dei corrispondenti. Le lettere
latine di G.. G. epistolografo: volgare e latino Per le consuetudini della
respublica litterarum lo scambio epistolare europeo riveste un ruolo
importantissimo, anche in considerazione della censura, in quanto «la lettre
n’a pas besoin d’imprimatur ni de ‘privilège’» (Fattori in Armogathe,
Belgioioso, Vinti).1 Non esistendo ancora i periodici scientifici, le lettere
svolgevano anche tale funzione. Allievi e simpatizzanti, protettori, principi e
cardinali, eruditi ita- liani e stranieri, colleghi ed ecclesiastici, artisti e
letterati, amici e familiari: il carteggio galileiano comprende tutto questo.2
I destinatari di Galileo sono per lo più in Italia, ma non mancano
corrispondenti stranieri, specialmente in Francia (Parigi e Lione), in Baviera,
a Praga e nei Paesi Bassi: «Per quanto la giurisdizione del 1 Sulla respublica
litterarum e la corrispondenza tra i savants cf. Fumaroli 1988; Bots, Waquet
1994 (in particolare i saggi di Johns, Fumaroli, Waquet, Frijhoff); Waquet;
Armogathe, Belgioioso, Vinti 1999 (in particolare l’intervento di Marta
Fattori); Jaumann; Bots, Waquet; Fumaroli. Breve, ma puntualissimo, Bucciantini
in Irace 2011, 344-9; si veda anche Garcia. All’epistolario galileiano è
dedicato Ardissino 2010; la studiosa ha cura- to un’antologia delle lettere
italiane dello scienziato (G.), con introduzione di Battistini (L’umanità di
uno scienziato attraverso le sue lettere). Sul registro polemico
nell’epistolario si veda Ricci. Filologie medievali e moderne
Bianchi 4 • Volgare e latino nel carteggio galileiano suo epistolario sia di
estensione europea, Galileo si rivolge soprat- tutto alla classe dirigente
degli Stati italiani, laica ed ecclesiastica» (Battistini in G.). In che lingua
scrivevG. le sue lettere? Ci si aspetterebbe che, nonostante la programmatica
scelta del volgare per le sue opere, egli utilizzasse nella corrispondenza con
gli stranieri il latino, lingua franca dell’aristocrazia del sapere. Una
verifica integrale nei volumi dell’EN riserva invece la sorpresa di una
situazione affatto diversa, che riportiamo in tabella: Anni Lettere di cui
scritte in latino da G. a Kepler (EN) 1 a Brengger (EN) a Kepler (EN) a
Fortescue [Aggiunti] (fEN) 1 a Bernegger [Aggiunti] 1 agli Stati generali dei Paesi Bassi (EN) a
Boulliaud (EN) a Boulliau(d) (EN) 3 Cf. anche Garcia: «l’espace de
cette république semble se réduire, dans son esprit, à la seule Italie –
c’est-à-dire aux trois villes de la Péninsule les plus actives culturellement,
Rome, Venise et Florence». Filologie medievali e moderne G. in Europa, Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano Su
un totale di 445 lettere – manteniamo i criteri di Favaro, che include anche le
epistole-trattato, quali le tre sulle macchie solari, e le dedicatorie – sono
latine soltanto 9 (il 2,02 %). Si tratta delle lettere superstiti, ma, anche
supponendo che la sorte ne abbia distrutto un numero maggiore in latino che in
italiano, i dati sono inequivocabili. Sappiamo poi che di quelle 9, 2 sono
state composte da Niccolò Ag- giunti su commissione dello scienziato (v.
infra). Ne restano dunque 7. 4.2 Un confronto con Descartes e Mersenne Il
confronto con Descartes è eloquente. Charles Adam ricostruisce che nel carteggio superstite
«sur un total de 498 lettres, 63 sont en latin» (Adam), cioè il 12,65%. Del
resto la familiarità del fi- losofo con il latino era profonda: Il apprit le
latin à fond, non seulement comme une langue morte, mais comme une langue
vivante qu’il pourrait avoir à parler et à écrire. Il la parla, en effet,
quelquefois en Hollande, et même en France à une soutenance de thèses; et il
l’écrivit dans trois ou quatre de ses ouvrages et un certain nombre de lettres.
Quelques- unes de ses notes mêmes, rédigées pour lui seul et à la hâte, sont en
latin. Il maniait cette langue aussi bien et souvent mieux que le français, le
plus souvent avec vigueur et sobriété, parfois aus- si pourtant avec quelques
gentillesses de style qui rappellent les leçons des bons Pères; lui-même avoue
qu’il a fait des vers, sans doute des vers latins, et une fois avec Balzac il
se piqua de bel esprit et lui écrivit dans un latin élégant ‘à la Pétrone’. (Adam)4 Il latino fu ancor più abituale per Mersenne,
che anche in quanto ecclesiastico (ordine dei Minimi) era più legato alla
lingua antica: su 308 epistole da lui redatte e conservateci sono la- tine il
38, 64% (119), in francese le restanti.5 Sarebbe interessante uno studio
dell’uso linguistico in tale epistolario che analizzi il tipo di missiva, la
provenienza e la formazione dei destinatari. Accenniamo qui soltanto al fatto
che Mersenne, a cui furono rivolte alcune lette- [Al carteggio di Descartes è
dedicato l’ampio volume di Armogathe, Belgioioso, Vinti; vi si veda in
particolare il saggio di Torrini che compara l’epistolario di Descartes e di
G.: per il primo il carteggio fu un luogo privilegiato di discussione
filosofica, ben più che per G.. Conteggio nostro dai volumi della
corrispondenza dell’erudito (Mersenne). Divergono leggermente dalla nostra la
somma indicata nel vol. 17 a p. 107 (330) e quella che si ricava dall’indice
delle missive. La lettera a Baliani ci è tradita in italiano da una stampa
secentesca delle opere di questi, ma si tratta probabilmente di una traduzione
dall’originale latino o francese (cf. il commen- to di de Waard, Beaulieu).
Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel
carteggio galileiano re in italiano, non rispose mai in quella lingua; i
curatori del carteggio affermano, seccamente, che «Mersenne savait très mal
l’italien» (commento alla lettera). Troppo seccamente, perché egli comprendeva
in verità assai bene l’italiano, come dimostra la traduzione-rielaborazione di
pagine galileiane (Les Méchaniques de G., Les nouvelles pensées de G.).
Interessante sarebbe valutare affermazioni di comprensione o incomprensione di
una lingua stra- niera come quelle di Baliani, in cui la grafia sem- bra
giocare un grande ruolo. Per esempio, ha ricevuto da Mersenne una lettera «in
lingua francese, ma tanto chiara ché io l’ho intesa leg- gendola correntemente»
(missiva), cioè è riuscito a legger- la nonostante fosse in francese e
nonostante la grafia. Un mese pri- ma aveva spiegato al corrispondente.
Rispetto alla lingua, in che V. P. mi deve scrivere, confesso, che mi è più
caro che mi scriva in lat- tino, che già hò preso un poco la pratica del suo
carattere. Il france- se però intendo meno, ancorche intenda assai bene i libri
stampati (missiva; in nota i curatori ricordano che Torricelli aveva lo stesso
problema). G. non leggeva il francese.7 Contrariamente a ciò che era
consuetudine e norma nella respublica litterarum, G. fece uso parchissimo del
latino per l’epistolografia. Anche se dobbiamo precisare che era ormai scontata
a quell’altezza cronologica, almeno in Francia e Italia, l’utilizzo della
lingua materna per comunicare con connazionali,8 e il carteggio stricto sensu
ga- lileiano – lettere composte o ricevute dallo scienziato – non presenta
quasi eccezioni. Anche tra le lettere che nell’EN fanno corona all’epistolario
galileiano propriamente detto, ma che fornendo informazioni sullo scienziato
furono raccolte da Favaro, sempre o quasi gli italia- ni scrivono a un
connazionale (foss’anche il papa) in italiano. Analo- gamente si comportano i
dotti francesi (pur con qualche eccezione): Mersenne, Fermat, Descartes si
scrivono in francese. Ricorrono in- vece non infrequentemente al latino i dotti
tedeschi per comunicare tra loro: nell’EN si veda Scheiner che scrive a
Kircher, e Bernegger a tutti i propri connazionali.10 Analogamente, l’olandese
Gro- [Sul rapporto Mersenne-G.(e Descartes-G.) si veda almeno Bucciantini.Cf.
anche Favaro. Pantin 1996, 58: «À
la fin de la Renaissance, les langues vernaculaires (surtout s’il s’agissait du
français et de l’italien) étaient devenues le premier moyen de s’exprimer et
même de raisonner (dans la correspondances scientifiques du début du XVIIe
siècle les allemands sont souvent presque les seuls à parler latin)». Di diverso parere Battis- tini in G.: pur essendo
ancora il latino la lingua abituale nel trattare ma- terie scientifiche ed
erudite, anche tra connazionali». 9 Paolo Maria Cittadini, che si firma teologo
dello Studio bolognese, si rivolge in la- tino a G. (EN). Per un’indagine sulla
corrispondenza dei dotti tedeschi nel Cinquecento si veda Lefèbvre 1980. Cf.
anche Leonhardt. Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e
latino nel carteggio galileiano ot (Grotius) scrive in latino a Maarten van den
Hove (Martino Orten- sio nell’EN) e a Voss. Le lingue dei corrispondenti G. non
si allinea al costume della comunicazione latina con stra- nieri, mostrando una
forte tendenza a evitare la lingua antica. D’al- tra parte, l’adozione
dell’italiano da parte di stranieri testimonia la fortuna della nostra lingua e
il suo prestigio. G. instaura una comunicazione italiana paritetica – nel senso
che entrambi i corri- spondenti scrivono in italiano – non solo con Clavius e
Faber, che vi- vevano stabilmente in Italia da molti anni (si noti però che in
alme- no due lettere il principe Cesi aveva scritto al secondo in latino), ma
anche con Welser, l’ingegnere militare Antoine de Ville (al- lora in servizio
della Serenissima), Carcavy, Peiresc, Reael, Lowijs Elzevier, Ladislao di
Polonia, Massimiliano di Baviera, Beaugrand. L’effettiva conoscenza
dell’italiano da parte dei corrispondenti non si può misurare solo dalle
missive, per alcune delle quali va postulato l’intervento di un madrelingua
(certamente nel caso di principi e regnanti, ma anche le lettere di Reael sono
troppo ben scritte per non supporre almeno un correttore).16 Significativo il
caso di Noailles. Già scolaro di G. a Padova, ufficiale militare e poi non
troppo abile am- basciatore francese a Roma, attivo nel chiedere alla Chie- sa
clemenza per l’antico maestro, lo incontrò a Poggibonsi sulla via del ritorno
in Francia e ricevette una copia manoscritta delle Nuove scienze, delle quali
fu dedicatario. Restano 8 lettere da lui inviate a G. Le prime cinque sono in
italiano e risalgono al tempo in cui era diplomatico a Roma: di esse soltanto
una è interamente autografa, ma probabilmente Nell’inopportunità di riportare
dettagliate rassegne biografiche sui molti personag- gi che nomineremo,
rimandiamo una volta per tutte all’Indice biografico (anche del supplemento) e
agli indici di Drake e di Heilbron, nonché al regesto di nomi propri curato dal
Museo Galileo di Firenze, disponibile online e continuamente aggiornato. Daremo
qui solamente qualche informazione utile al nostro discorso. Cf. Stammerjohann.
Quando questi è malato, anche il fratello scrive in italiano a G.. 14 Cf.
Pernot e Vérin. Scrive in italiano anche a Micanzio. Bonaventure e Elzevier si
erano invece rivolti a G. in latino. Diodati scrive a Reael in italiano Su di
lui cf. Favaro. Per i corrispondenti francesi di G. rimandiamo a Baumgartner e
ai riferimenti bibliografici ivi contenuti. Filologie medievali e moderne G. in
Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano composta o almeno
rivista da un madrelingua. Le altre quattro han- no soltanto la sottoscrizione
di pugno del diplomatico. In un punto morto delle discrete manovre per il
mitigamento della condanna di G., Noailles si scusa con questi del ritardo nel-
lo scrivere: «Potrà similmente attribuire la cagione dell’haver tardato a
scriverli all’assenza del mio secretario italiano. È al- meno in parte un
pretesto, ma ci informa delle abitudini linguistiche della corrispondenza. La
stessa lettera riporta un breve poscritto au- tografo, che può dare l’idea
della competenza linguistica dell’amba- sciatore, buona, ma nettamente
inferiore alla lingua e allo stile esibito nelle altre lettere a G.: Il latore
de la presente li darà nove di me, et quanto gran stima fo de le sue virtù et
come sto con desiderio di servirla in ogni occorrenza. Di fatto, l’uso
dell’italiano sembra, non solo in Noailles, un piacere e un omaggio al maestro
degli anni pado- vani e al grande scienziato. Dopo il rientro in Francia
Noailles gli scriverà personalmente – cioè senza aiuto di segretari – in
francese (restano tre lettere autografe). Lettere che – l’ambasciatore dove
certo esserne al corrente – G. non poteva intendere e di cui restano tra i
manoscritti galileiani le traduzioni italiane. A Grienberger e de Groot che gli
si rivolgono in latino, G. RISPONDE IN ITALIANO. In latino gli scrivono anche
Gassendi (con l’eccezione di una missiva italiana composta insieme a Peiresc),
Tycho Brahe, Mersenne, Morin, Abraham e Bonaventure Elzevier, l’avver- sario
Scheiner e parecchi altri. Ma non sono conservate le risposte del nostro (a
Tycho non rispose affatto) e dunque non sappiamo in quale lingua fossero
composte. Gli scrissero invece in italiano Martin Hasdale (tedesco, fu a lungo
in Italia per divenire poi potente consigliere alla corte di Rodolfo II); David
Ricques (polacco o tedesco), Thomas Segget (scozzese, fu a lungo in Italia; poi
a Praga), il greco Demisiani, il cardinale Joyeuse, Zbaraski (Zbaraz), White
(allievo di Castelli, scrive da Londra e si scusa per gli errori di lingua),
Giovanni di Guevara (spagnolo, ma nato a Napoli), Philippe de Lusarches
(maestro di camera degli ambasciatori fran- cesi a Roma), Johannes Riijusk
(cugino del Reael, scrive da Venezia), Weert (olandese al servizio della
Serenissima), Justus Cf. l’introduzione di Favaro alle missive e il
supplemento. Al ruolo dei segretari nella respublica litterarum accenna Fattori
in Armogathe, Belgioioso, Vinti. Schorer (mercante tedesco attivo anche a
Venezia), Müller (tedesco, linceo, da Roma), Beaulieu (non meglio
identificato), Welles (da Londra), Breiner, Coignet, Lentowicz (che è studente
a Padova), Schröter (tedesco), Tarde, Assia, Brozek (polacco), Maarten van den
Hove (Hortensius, olandese). Bucciantini Filologie medievali e moderne G.
in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano Weffeldich (agente
degli Elzevier a Venezia), Jean-Jacques Bouchard (dotto francese che visse
molti anni a Roma), Henry Robinson (ingle- se, fu a Livorno per commercio e
abitò per alcuni anni a Firenze). Restano alcune epistole italiane che Galileo
inviò a Leopoldo d’Austria (Innsbruck), a Pedro de Castro conte di Lemos
(Madrid), agli Stati Generali delle Province Unite dei Paesi Bassi (ve n’è
un’altra in latino, di cui parleremo tra qualche pagina), a Francisco de
Sandoval duca di Lerma (Madrid), a Maarten van den Hove (matematico olandese).
Scrivono a G. sia in latino che in italiano Leopoldo d’Austria, Jacques
Jauffred21 (una missiva privata è in volgare, una pubblica è stampata in
latino), Benjamin Engelcke (di Danzica, fu per alcuni an- ni in Italia). Gli
Stati Generali delle Province Unite dei Paesi Bassi si rivolgono a G. sia in
latino che in francese (Reael traduce per G.; una deliberazione dell’assemblea
sulla proposta galileiana del calcolo della longitudine è redatta in olandese e
Reael la tradu- ce in latino per Galileo). Il francese è peraltro usato anche
in altre occasioni dagli olandesi, come quando Huygens si rivolge a Diodati. Il
quadro generale dell’epistolario è dominato dall’italiano, anche perché la
maggioranza degli stranieri aveva vissuto per un periodo abbastanza lungo in
Italia durante gli studi universitari o per altri motivi. Sono dunque stranieri
con una vasta conoscenza personale della Penisola e della sua lingua. Le
lettere latine di G. Si esaminerà ora il ristretto gruppo di epistole latine di
G. rimasteci. Della corrispondenza tra G. e Kepler, di importanza capi- tale,
restano poche lettere, 7 da parte del tedesco, 3 da parte del pi- sano. Non si
incontrarono mai di persona. La comunicazione si svolse sempre in latino e
coprì, per quanto è conservato, un arco temporale che va dal 1597 al 1627 (ma
le lettere scritte da Kepler non vanno oltre il 1611). I rapporti scientifici e
personali tra i due scienziati so- no illustrati nel dettaglio e nell’ampio
quadro culturale del tempo in Bucciantini, a cui ci rifacciamo per la nostra
analisi. Al tempo del primo contatto epistolare nessuno dei due è famoso: G. è
niente più che il solido matematico dello Studio di Padova; Kepler, dopo aver
rinunciato alla carriera teologica e pastorale, è matematico a Graz. I due non
si conoscono neppure di nome. Per tramite Su di lui vedi DBI (s.v. Gaufrido).
Cf. infra in questo capitolo. 23 Cf. Favaro. Una testimonianza in senso
contrario (ovvero scarsa com- petenza dell’italiano da parte di studenti
stranieri a Padova) è riferita da Mikkeli; ci sembra tuttavia un’eccezione di
fronte alle tante altre. Filologie medievali e moderne G. in Europa Volgare e
latino nel carteggio galileiano dell’amico Paul Homberger, Kepler fece arrivare
in Italia il suo Mysterium cosmographicum. Probabilmente fu lo stesso Keplero a
suggerirgli [a Homberger] di destinare una copia allo Studio di Padova, ovvero
di consegnarla a chi in quel tempo occupava la catte- dra di matematica in una
delle università più prestigiose d’Europa» (Bucciantini). E G., letta solo la
prefazione dell’opera, nella quale Kepler dichiara la sua adesione al
Copernicanesimo, decide di inviare una lettera di ringraziamento all’autore per
tramite dello stesso Homberger che stava per fare ritorno in Austria. È la
missiva che contiene l’importantissima di dichiarazione di Copernicanesimo da
parte di G. (in Copernici sententiam multis abhinc annis venerim). Importantissima
anche in base alla doppia considerazione che a fine Cinquecento i copernicani
si contano sulle dita (oltre a Kepler e G., sono BRUNO (si veda), Rothmann,
Mästlin, Digges, Harriot, Stevin, de Zúñiga) e che prima delle scoperte le
copernicianisme était une opinion extravagante et ridicule, et donc non
dangereuse ni ne méritant même d’être condamnée (Bucciantini). Si capisce
dunque l’entusiasmo di G. nell’apprendere che un tale Kepler aveva le sue
stesse idee e pubblicava opere per difenderle e diffonderle, mentre lui, G.,
non aveva avuto il coraggio – afferma – di pubblicare le sue osserva- zioni in
difesa del sistema eliocentrico per non fare la fine di Copernico, lodato da
pochissimi e deriso dai più. Il latino di questa lettera ci sembra un poco più
elevato di quello del Sidereus nuncius, con più frequente subordinazione
(soprattutto frasi relative e infinitive). La gioiosa risposta di Kepler,
contento anch’egli di aver trovato un compagno, è più lunga e stilisticamente
superiore, per quanto non brillante: esclamazioni e interrogative retoriche
vivacizzano il dettato, che è molto fluido e senza imbarazzi; vi sono finezze
umanisti- che, come l’inserzione di una parola in caratteri greci (αὐτόπιστα).
La strategia culturale di Kepler per l’affermazione del Copernicanesimo prevede
innanzitutto il convincimento dei matematici ed egli si dichiara disponibile a
far pubblicare in terra tedesca gli scritti di G., se questi teme di farlo in
Italia. Ma G., non condividendo la strategia proposta, non rispose a questa
lettera.27 Stupito del silenzio, Kepler ritentò attraverso Bruce di avere nuove
di G. . Cf. anche Biancarelli Martinelli Una dichiarazione di poco precedente,
ma appena accennata e di- messa, diversamente dalle righe indirizzate a Kepler,
è in una lettera a Mazzoni (cf. Bucciantini Bucciantini Bucciantini Bucciantini
Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel
carteggio galileiano Giunse poi la stagione del Sidereus nuncius, durante la
quale Ke- pler fu il solo grande interlocutore straniero cui G. si rivolse e la
cui conferma delle scoperte ebbe importanza paragonabile soltanto a quella
degli studiosi del Collegio Romano. Oltre alla presa di posizio- ne ufficiale
con la Dissertatio cum Nuncio sidereo, Kepler invia a G. una lettera privata,
chiedendo, in sostanza, altri elementi a sostegno delle scoperte e del
cannocchiale. La risposta di G. è significativa. Il nostro è ancora a Padova,
ma ha già ottenuto il posto alla corte di Toscana e la lettera è pervasa da
un’esuberante soddisfazione del proprio succes- so, con toni che sfiorano
l’autocelebrazione» (Bucciantini): il racconto delle ricompense e dello
stipendio ricevuto dopo la scoper- ta, la protezione e la garanzia del Granduca
quanto alle scoperte, il ti- tolo di filosofo aggiunto ora a quello di
matematico, che Kepler non gli riconoscerà. Galileo non ha molto tempo per
scrivergli (paucissimae enim supersunt ad scribendum horae). Lo stile è solido
e non più impacciato come nella lettera; la scrittura è più fluida, c’è più movimento,
con interrogative e riferimenti eruditi (seppur scolastici, co- me oblatrent
sicophantae) e quasi con affetto per il suo alleato lontano che, pur chiedendo
chiarimenti e testimoni, lo ha appoggiato. In par- ticolare è insolita, in G.,
una conclusione come me, ut soles, ama. Con la pubblicazione della Dioptrice
(Kepler è il padre dell’ottica moderna), termina uno scambio frequente tra i
due: essi non hanno più avvertito il bisogno di confrontarsi e collaborare
rego- larmente, a causa sia di progetti e attitudini scientifiche differenti,
sia di piccole incomprensioni (per es. la stima riposta da Kepler in Simon
Mayr, che dispiacque al nostro). Certo, G. si informerà su come stia e che cosa
faccia l’altro e Kepler prenderà posizione nelle po- lemiche legate al
Saggiatore con l’Hyperaspistes, ma non è più in gioco una collaborazione
stabile e duratura. Le lettere superstiti, in ogni caso, allorché Galileo
raccomanda Bossi al dotto corrispondente perché questi lo accetti come scolaro.
La missiva, non molto interessante quanto al contenuto (una raccomandazione),
testimonia il tentativo di riallacciare la relazione. Nel poscritto Galileo
aggiunge: Mitto, cum his complicatam litteris, Orationem Nicolai Adiunctii,
adolescentis in omni humaniore et severiore literatura excultissi- mi: eam sat
scio te magna cum voluptate lecturum, et mirifice futuram ad tuum palatum et
gustum. Si tratta dell’Oratio de mathematicae laudibus, uscita a Roma nello
stesso anno dalla penna del giovane Aggiunti, notevole non solo per I motivi del distacco sono scandagliati in
Bucciantini. Filologie medievali e moderne Galileo in Europa Bianchi Volgare e
latino nel carteggio galileiano lo stile latino brillante di cui l’autore dava
prova, ma anche per la celebrazione della matematica come modo di vedere la
realtà (una Geometria nos in rerum notitiam perducit, et sola complectitur
studia universa). Dopo di che, morto Kepler il Dialogo lo accuserà, pur con
rispetto (così la didascalia a margine), di aver creduto a «predominii della
Luna sopra l’acqua, ed a proprietà occulte, e simili fanciullezze: come è noto,
un attacco che si ritorce contro G.. A rendere incompatibili le posizioni dei
due grandi vi erano idee radicalmente diverse sul cosmo e la posizione
dell’uomo in esso.31 Veniamo agli altri corrispondenti. Brengger, medico di
Augsburg, si interessava di problemi scientifici. Per tramite di Welser pone a
G. alcune questioni sui monti lunari, cui G. risponde con una lunga epistola in
un latino asciutto. A sua volta Brengger risponderà estesamente in latino. Una
delle due lettere composte in latino da Niccolò Aggiunti su incarico di G. si
legge ed è la risposta a Fortescue. Questi gli aveva indirizzato una pomposa
lettera latina annunciandogli la pubblicazione delle sue Feriae academicae,
nelle quali, di- scorrendo di ottica, catottrica, matematica e astronomia,
adduceva nonnulla experientia comprobata mea. Lettera pomposa in cui gli elogi
a G., iperbolici, sono intessuti di riferimenti eruditi (il mito di Cefeo e la
costruzione del faro di Alessandria su progetto di Sostrato). La notizia più
saliente che il mittente vuole comunicare è l’a- ver fatto di G. un personaggio
del libro annunciato: In his usus sum artificio Marci Tullii aliorumque, qui,
ut sibi in dicendo auctoritatem concilient, inducunt colloquentes Catones,
Crassos, Antonios, similesque palmares homines. Igitur ignosce, Vir
sapientissime, si disputantem in scriptis meis temet repereris, Il passo è
riportato in Camerota. Secondo Peterson, inviando a Kepler il testo di Aggiunti,
G. inviterebbe il corrispondente a rivolgere un’attenzione matematica non solo
ai cieli, ma anche alla realtà terrestre. L’abbandono da parte di G. di ogni
visione antropocentrica è certamente una delle caratteristiche della sua
filosofia che più lo allontana non solo da Keplero ma anche da Copernico
(Bucciantini). Il progetto galileiano di fondazione di una scienza copernicana
del moto fu fin dall’inizio antitetico e concorrente alla nuova dina- mica
celeste kepleriana. La forza e la tenacia con cui G. proseguì in ogni momento
della sua vita le sue ricerche sul moto inerziale all’interno di una
prospettiva cosmologica gli impedirono di accettare le ‘assurde’ leggi
kepleriane» (Bucciantini). Laureato in medicina a Basilea, ebbe scambio
epistolare con Clavio e Kepler su problemi scientifici (cf. Reeves, van Helden;
Keil; Bucciantini). Pochissimo si sa di lui: cf. la voce di Kennedy nell’Oxford
Dictionary of National Biography, con bibliografia; Favaro; Besomi, Helbing.
Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel
carteggio galileiano illos inter qui exquisitis suis artibus occiduum hunc
sustentant orbem. Nelle Feriae è allestito un dialogo (con narratore) tra G.,
Clavio, Grienberger – astrologorum huius aevi facile principes – e Gonzaga. Con
la missiva Fortescue ne informa lo scienziato e si scusa per non avergli
chiesto il permesso (Ergo da veniam, serius petenti licet, Vir spectatissime,
quod, inconsulto te, cum tuo egerim nomine). Nella risposta – che commenteremo
– lo scienziato dichiara, con accenti che corrispondono del tutto ai moduli
dello stile encomiastico, che nostram enim mirifice incendisti cupiditatem,
pregando- lo di inviargli copia del libro non appena stampato (Cum typographi
suam operam absolverint, tuique libri editionem perfecerint, unum vel alterum
exemplar ad nos primo quoque tempore perferendum cures). Non escludiamo che la
parte ‘galileiana’ delle Feriae abbia potuto ispirare G. e suggerirgli
quell’unicum narrativo che è la sua appa- rizione come personaggio nel Dialogo
sopra i due massimi sistemi. In tale passo, per ribadire la priorità galileiana
su Scheiner riguardo alla scoperta della correlazione tra macchie solari e
l’inclinazione dell’asse solare, G. si è servito di un fine stratagemma reto-
rico-narrativo, unico nell’opera: Salviati ricorda dettagliatamente una
discussione con G. e ne riporta in modo diretto (con due punti e virgolette) le
parole. Un intervento ‘diretto’ dell’autore all’interno del Dialogo dei
personaggi. Lo stratagemma è interessante anche perché è un falso creato ad hoc
da G., come hanno acutamente ricostruito Besomi, Helbing e come era noto a
collaboratori di G.: Benedetto Castelli parlò del passo in questione come
«testimonio falso delle macchie del sole» (lettera a G.). L’influenza di Fortescue
su tale episodio è indimostrata, ma possibile anche in base alla cronologia
della composizione del Dialogo.35 Contrariamente alle sue abitudini, G. volle
rispondere a For- tescue in latino (questi era stato al Collegio inglese di
Roma; non sappiamo tuttavia se Galileo ne fosse al corrente), e si affidò per
questo al provetto latinista Aggiunti. Allievo di Castelli a Pisa, al quale
succedette sulla cattedra di matematica, Aggiunti fu anche precettore di corte,
dove conobbe e divenne discepolo fidato di G., tanto che fu tra coloro che
durante il processo asportarono da casa del maestro le carte giudicate
pericolose. Studiò in particolare i fenomeni capillari. Uni- ca sua opera a
stampa è la già menzionata Oratio de mathematicae Accenni in Favaro; Besomi,
Helbing e Camerota. La parte dell’opera sui movimenti delle macchie solari è
stata composta probabilmente dopo che Galileo aveva letto la Rosa Ursina [opera
di Scheiner] (Besomi, Helbing). Filologie medievali e moderne G. in Europa,
Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano laudibus, che fu la
prolusione al suo insegnamento universi- tario; restano manoscritti alcuni
altri suoi testi. Ha fama di ottimo latinista e per questo G. chiede la sua
collaborazione. Ciononostante difese anche l’uso del volgare nella trattazione
filosofica. Aggiunti scriv a G.: Credo che V. S. Ecc.ma volentieri mi perdonerà
così lunga dilazione, vedendo che io gli pago il debito e in oltre qualche
usura: io parlo della rispo- sta al Sig.r Giorgio Fortescue, la quale mando a
V. S., fatta con quella maggior accuratezza che ho potuto. Harò caro intender
quan- to gli sodisfaccia. Nella soprascritta basterà fare: Eruditiss.o Viro
Georgio de Fortiscuto. Londinum. Della missiva ci resta la copia autografa di
G. In essa, datata da Favaro, si ringrazia ampollosamente, anche con richiami
eruditi, per l’onore di comparire come personaggio inter eximios viros e di
essere così celebrato. La lettera è ben nota agli studiosi galileiani, perché
G. dichiara di lavorare a un arduum opus: magnum mundi systema, quod trigesimum
iam annum parturiebam, nunc tandem pario. E di- chiarandone il tema (in hoc
opere abditissimas maris aestuum causas
inquiro, et, nisi mei me fallit amor, mirabiliter pando), prega il cor-
rispondente di inviargli dati sull’osservazione delle maree: Proinde siquid
habes circa hasce alternas aequoris agitationes diligenti nec divulgata
observatione notatum, ad me perscribere ne graveris. L’altra lettera latina
composta da Aggiunti su commissione di G. è indirizzata a Bernegger, dotto
residente a Strasburgo e traduttore in latino del Dialogo. Alcuni mesi prima
egli aveva scritto a G. annunciandogli la traduzione. Favaro ricostruisce che
probabil- mente tale epistola non fu consegnata allo scienziato, perché
Engelcke, che avrebbe dovuto portarla di persona, la spedì a G. ed essa andò
perduta (noi leggiamo oggi la minuta dello scri- vente); Engelke scrive poi a
G. informandolo della traduzione. La lettera di Bernegger è stesa in un latino
sicuro e curato, ma non af- fettato, con la sola iperbole finale di Galileo non
Italiae modo tuae, sed orbis, quem immortalibus tuis scriptis illustrasti,
lucidissimum sidus, che rispecchia lo stile encomiastico. Per la risposta
Galileo volle affidarsi anche in questa occasione ad Aggiunti, che così
scriveva allo scienziato: «Questa qui alligata è la lettera che, in esecuzione
del suo cenno, ho fatta al Bernechero, del quale non sapendo il nome non ho
potuto porvelo. Se le paresse lunga, potrà scorciarla et acconciarla a modo
suo. Io l’ho scritta con mia gran fatiga, perché il considerare in 36 Su
Aggiunti, oltre alla voce del DBI, si vedano Favaro; Camerota; Camerota;
Peterson Cf. Camerota. Commenteremo questa lettera nei cap. 8. Filologie
medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio
galileiano nome di chi io scrivevo mi sbigottiva. V. S. nel mio mancamento
accusi il suo comandamento. Ciò testimonia inequivocabilmente che Aggiunti non
ha semplicemente tradotto in latino una risposta re- datta da Galileo in
volgare, ma composto in toto la lettera. Essa sfoggia uno stile brillante,
retorico, erudito. Aggiunti parago- na Bernegger traduttore a un egregius
pictor che abbellisce la figura della persona ritratta: con i latinae
elegantiae colores egli riprodurrà le philosophicae lucubrationes dello
scienziato. L’acme retorico-erudita è raggiunta paragonando la traduzione del
Dialogo al ritratto di Antigono sapientemente realizzato da Apelle: essendo il
sovrano privo di un occhio; è appunto soprannominato μονόφθαλμος, il pittore sfruttò
i vantaggi del tre quarti per nascondere il difetto fisico, come ricorda un
passo dell’Institutio oratoria: Habet in pictura speciem tota facies: Apelles
tamen imaginem Antigoni latere tantum altero ostendit, ut amissi oculi
deformitas lateret. Aggiunti si rifà direttamente a Quintiliano e inscena una
cecità di G., non fisica, come avverrà più tardi, ma metaforica (difetti di
stile e improprietà di espressione del Dialogo): tuum artificium hoc
pollicetur, ut, citra similitudinis detrimentum, me pulchriorem quam sum
ostendas, et, imitatus Apellem, qui Antigoni faciem altero tantum latere
ostendit, ut amissi oculi deformitas occultaretur, tu quoque, si quid in me
mutilum vel deforme offendes, ab ea parte convertas qua speciosius apparebit. È
evidente la soddisfazione e l’orgoglio per la traduzione latina dell’o- pera
che tante umiliazioni aveva portato a G., soddisfazione e orgoglio accresciuti
dai dolori fisici e dalla perdita della figlia, man- cata pochi mesi addietro
(ma di ciò non si accenna nella lettera): Ceterum deierare liquido possum, post
tot turbas et corporis animique vexationes, quas mihi pepererunt primum studia
ipsa, quae radices artium amarae sunt, deinde studiorum fructus, qui multo
ipsis radicibus amariores fuerunt, hoc tuo erga me studio nullum mihi maius
solatium contigisse. Passi come questo attestano l’alto livello della prosa
latina di Aggiunti: sottolineamo la naturalezza stilistica con cui l’immagine
degli studi co- me radici delle scienze – radici amare perché intrise di fatica
– si tramu- ti nel paradosso dei frutti più amari delle radici, paradosso in
cui sono adombrate le sofferenze e umiliazioni del processo e dell’abiura. Alle
quali G. reagisce con nuovi studi e la stesura delle Nuove scienze: Non tamen
his angustiis eliditur aut contrahitur animus, quo liberas viroque dignas
cogitationes semper agito, et ruris angustam hanc solitudinem, qua
circumcludor, tanquam mihi profuturam aequo animo fero. Filologie medievali e
moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano
Bernegger fu sbalordito dall’eleganza di tale lettera e non subodo- rò che non
venisse dalla penna di G.; scrive infatti a Diodati: Valde me terruit ipsius
[G.] epistola, longe tersissima et elegantissima; quam elegantiam cum vel
mediocriter assequi posse desperem, verendum habeo ne magnus ille vir ingenii
sui divini foetum in commodiorem interpretem incidisse velit. Sed iacta est
alea. Aggiunti muore. Meno interessanti le ultime tre lettere di cui dobbiamo
occuparci. Il dotto Boulliaud inviò a G. una copia del suo De natura lucis40
accompagnandola con una lettera latina in cui si dichiarava amico di Gassendi e
di Diodati e in cui annunciava l’imminente pubblicazione del Philolaus sive
Dissertatio de vero Systemate Mundi. È una missiva di ac- compagnamento,
piuttosto breve e spedita quanto a stile. La risposta di G., pure in latino, ha
lo stesso tenore: con un dettato puramente comunicativo informava di aver già
perso la vista e di non poter quindi formarsi un giudizio sulle dimo- strazioni
del De natura lucis che contengano figure; ha però apprezzato ciò che gli è
stato letto e si interessa del Philolaus. Infine si scusa per la brevità e
sommarietà della risposta: Breviter admodum ac ieiune scribo, praestantissime
vir: plura enim scribere me non patitur molesta oculorum valetudo. Quare me
velim excusatum habeas. Una seconda lettera di Boulliaud risale: un puro
accompagnamento all’invio del Philolaus, con l’augurio retorico che utinam
Deus, qui alligat contritiones suorum, restituat oculorum lumen tibi ademptum,
nobisque tale damnum resarciat, ut ipse legas libellum, et rationum seriem sine
alienorum oculorum opera dispicias. La risposta latina del nostro,, è del tutto
analoga alla precedente. Ringrazia il corrispondente e apprezza quanto gli è
stato letto, ma non potendo vedere le figure non può giudicare bene. È latina,
infine, una missiva di G. agli Stati generali dei Pae- si Bassi, in cui chiede
che sia esaminata la sua proposta per il calcolo della longitudine in mare
ligure. È una lettera non retorica, per quanto contenga alcuni elementi topici
come l’elogio del destinatario: Celsitudinum Vestrarum, qui per omnia
maria et terras celeberrimas suas peregrinationes et navigationes cum gloria
maxima iam instituerunt et quotidie porro instituunt, et commercia amplissima
ubique quotidie dilatant. Su di lui vedi Beaulieu) e Hockey et al. L’opera a
stampa reca; non sappiamo dire se Boulliau(d) ne abbia inviato un esemplare
(cui poi fu apposta una datazione posteriore) o una copia manoscritta.
Filologie medievali e moderne G. in Europa G.
HASDALE a G. in Padova. Praga. Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. –
Autografa. mor mo Essendo un pezzo che disegnavo di ritornare in Italia, et
particolarmente a Padova et Venetia, più per godere quella gentilissima
conversatione di V. S. che per altro; et tanto più me ne cresce il desiderio,
quanto che veggo nuovi parti del suo felicissimo et divino ingegno. Delli quali
l'ultimo, intitolato Nuntius Sydereus, ha rapito ultimamente tutta questa Corte
in ammiratione et stupore, affaticandosi ogniuno di questi ambasciatori et
baroni di chiamare questi matemathici di qua per sentire se vi sanno fare
alcuna oppositione alle demostrationi di V. S. Però vanno procurando di havere
di quelli occhiali doppiii, per vederne l'esperienza. re re Io mi truovai, XII
giorni fa, a desinare dal Sig. Ambasciatore di Spagna, dove il Sig. Velsero
portò al detto Ambasciatore uno di questi libbri, mostrandogli molti luoghi
notabili di r quello libro. Il Sig. Ambasciatore mi domandò delle qualità di V.
S. Io gli risposi quello che potei, non già quanto V. S. merita. Mi disse che
voleva sentire l'openione del Kepplero sopra questo libro, sì come credo che
habbia fatto chiamarlo. Ma io questa mattina ho havuta occasione di fare
amicitia stretta con Kepplero, havendo egli et io mangiato con l'Ambasciatore
di Sassonia; et domattina siamo invitati da quel di Toscana, dove io vado
familiarmente di continuo, essendo quel Signor mio padrone vecchio. Hora gli ho
domandato quello che gli pare di quel libro et di V. S. Mi ha risposto che sono
molti anni che ha prattica con V. S. per via di lettere, et che realmente non
conosce maggiore huomo di V. S. in questa professione, nè manco ha conosciuto;
et che con tutto che il Tichone fosse tenuto per grandissimo, nondimeno che V.
S. l'avanzava di gran lunga. Quanto poi a questo libro, dice che veramente ella
ha mostrata la divinità del suo ingegno; però, che ella viene havere data qualche
occasione non solo alla natione Todesca, ma anco alla propria, non havendo
fattone mentione alcuna di quegli autori
che le hanno accennato et porta occasione di investigare quello che hora ha
truovato, nominando fra questi Giordano Bruno per Italiano, et il Copernico et
sè medesimo, professando di havere accennato simili cose (però senza pruova,
come V. S., et senza demostrationi): et haveva portato seco il suo libro, per
mostrar allo Ambasciatore Sassone il luogo. Ma in quello ch’eramo in questi ragionamenti,
è sopragionto un estraordinario di Sassonia al detto Ambasciatore, che ha
disturbata la conversatione. Ma domattina, piacendo a Dio, ci rivederemo, che
senz'altro porterà il medesimo suo libro con quello di V. S., come ha fatto
hoggi, per mostrarlo all'Ambasciatore di Toscana. Seppi poi la morte del Cl.mo
nostro Sig.r Cornaro, con mio grandissimo dispiacere, che me mo Vostro Aff.
Fratello lo Michelag. Galilei. De Kepplero non havendo fattione mentione.
Tra accennato e et si legge, cancellato, quelle cose. – Un LORENZO di CORNARO
era morto (Necrologio Nobili, nell'Archivio r lo scrive Pamfilio, quale
desidero sapere se si truova ancora costì, perchè gli vorrei scrivere. Et la
prego, havendo occasione, di fare un cordialissimo baciamano al Padre Maestro
Paolo et Padre Maestro Fulgentio, suo compagno, et che spero fra alcuni mesi
lasciarmi rivedere con qualche carico. Con che fine le bacio le mani. Di
Praga, Di V. S. Ecc. ma re mo Serv.
Devot. Martino Hasdale. Io mando questa per via dell'Ambasciatore di Venetia.
Mi ricordo degli suoi melloni Turcheschi. mor mo Fuori: All'Ecc. Sig. P.rone
Oss. r Il Sig. Gallileo Gallilei, Mattematico di Padova. Nome compiuto: Bonaiuti
Galilei. Galilei. Keywords: “the sun rises in the east” “the sun sets in the
west” “you’re the cream in my coffee” ‘disimplicature’ -- esperienza,
observazione, visione, nature, aristotele, filosofia naturale, fisis, natura,
interpretazione, semiotica, segno naturale, il padre di Galileo – Some like
Galileo Galilei, but Vincenzo Galilei is MY man” – Galileo e Bruno, lizio,
lizii. Refs: Luigi Speranza, “Galileo, Grice e il saggiatore,” The
Swimming-Pool Library, Villa Grice. Galilei. “Grice e Bonaiuti. Bonaiuti.
Luigi
Speranza -- Grice e Bonatelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della patognomia – scuola d’Iseo -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Iseo). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Iseo, Brescia, Lombardia. Grice:
“Bonatelli is undoubtedly a Griceian – like me, he merges psychologia –
‘psychologia rationalis or metaphysica’ as he puts it – with logic -. He makes
fun of ‘inglese,’ which by lacking inflections, disallows complex thought – He
distinguishes, in ways the Oxonian really cannot – unless he is into ‘Italian
studies’! – between ‘linguaggio,’ and THEN ‘’lingua.’” Grice: “Within the
lingua he distinguishes a primary stage which he genially calls ‘patognomico,’
or pathognomic, as Strawson would prefer, i. e. to ‘know the emotion’ of your
co-conversationalist – Italians never take ‘conoscere’ as sacred as we at Oxford
take ‘know’ – He considers the copula in something like “Fido is shaggy,” there
is the ‘nome’ – and within it the ‘nome aggetivo’ – this he says, and rightly
so, is the stuff of ‘il filosofo delle lingue’ – and the copola which is the
‘is.’ He grants that he’ll only be concerned with lingua of ‘cepo indeuropeo,’
literally ‘indo-germanic vintage’!” – Grice: “Bonatelli is a Griceian because
he is into ‘significato’ – how an utterance becomes a vehicle by which an
utterer can SIGNIFY – il segno patognomico, as it were --.” Grice: “Like me, he
allows for ‘utter’ to be used broadly – ‘sordomuti’ have a ‘linguaggio di gesti
e moti’ as ‘signo patognomico.’” Figlio di Filippo, un commissario
distrettuale al servizio del governo austriaco -- e da Elisabetta Bocchi.
Si trasferì a Chiari per compiere gli studi ginnasiali presso uno zio materno:
il canonico Annibale Bocchi. In questo periodo studiò con Carlo Varisco,
che, in seguito, diverrà suo cognato. Il Varisco, infatti, sposò Giulia,
sorella del Bobatelli e, dopo la morte di questa, convolò a seconde nozze con
un'altra sorella del B.: Laura. Dall'unione fra Carlo e Giulia nacque
Bernardino Varisco, insigne filosofo anch'egli, e senatore del Regno
d'Italia. Terminato il ginnasio, proseguì gli studi a Brescia,
frequentando il locale liceo, ed iniziando precocemente l'attività didattica
presso il Liceo Classico Arnaldo. Nel frattempo si rese protagonista del
grande fermento politico della sua epoca. Troviamo conferma del suo
fervente patriottismo in ciò che ne scrisse Michele Rosi nel “Dizionario del
Risorgimento nazionale” «Venuti i tempi nuovi, ebbe incarico di istruire gli
ufficiali della guardia nazionale; continuando nello stesso tempo nel proprio
insegnamento, cercò di suscitare nell'animo dei giovani i più fervidi sentimenti
patriottici. Per questo cadde in sospetto della polizia austriaca, alla quale
sfuggì (…) in Svizzera». Rientrato in patria ottenne l'abilitazione
all'insegnamento della filosofia, della matematica e della fisica, che alternò
tra Milano, presso l'istituto ginnasiale “Sorre”, e Chiari. Una
pubblicazione, di interesse psicologico ha titolo “Sulla sensazione”. Si
unì in matrimonio con Laura Formenti. Nel medesimo anno, venne privato
del posto di lavoro per motivi politici. Per riottenere l'ammissione
all'insegnamento, dovette avvalersi dell'intercessione della nobildonna e
benefattrice clarense, Ottavia Bettolini, col maresciallo Josef Radetzky-
In cambio di questa concessione, avvenuta soltanto il governo austriaco gli
impose di seguire un corso di studi superiori a Vienna, che abbandonò
forzatamente soltanto qualche mese dopo, essendosi ammalato di tifo. Fu
durante questa breve esperienza che il Bonatelli venne in contatto coi maggiori
esponenti della filosofia tedesca, da cui rimase profondamente
influenzato. Resta incerto se, nella capitale austriaca, conseguì o meno
la laurea, come ipotizzato da alcuni autori (Alliney, “B.”, Brescia, La
Scuola). Insega presso il liceo di Mantova, dove rimase fino a dopo lo
scoppio della Seconda Guerra d'Indipendenza, quando quella città fu messa in
stato d'assedio. Le imprese guerresche del sovrano sabaudo, supportato da
francesi e volontari garibaldini, vennero celebrate dal B. con la composizione
di un carme: “Il servaggio e la liberazione”, scritto a Chiari, con dedica a
Vittorio Emanuele II. Successivamente, l'attività didattica del B.
proseguì al liceo di Brescia ed al Carmine di Torino sino al 1861, anno in cui
si trasferì a Bologna per insegnare filosofia teoretica, nonostante avesse
appena vinto un concorso presso l'Genova che gli avrebbe permesso di ricoprire
la stessa cattedra. Nell'ateneo felsineo, il B. ebbe modo di conoscere
Carducci, che vi era professore di Letteratura Italiana. Lo stretto
legame fra i due cattedratici è testimoniato da una ventina di lettere,
conservate nell'archivio della Casa Carducci di Bologna. Gli anni
trascorsi a Bologna furono particolarmente proficui per l'elaborazione del
pensiero filosofico di B.: nacque allora una delle sue opere principali,
“Pensiero e conoscenza”, pubblicata. B. passò alla cattedra di filosofia
teoretica dell'Padova; impiego che manterrà fino alla morte. Nell'ateneo
lombardo ebbe diversi incarichi, fra cui quello di insegnare filosofia della
storia e di tenere per qualche anno i corsi di antropologia, pedagogia e storia
della filosofia. Divenne anche preside della facoltà di lettere e
filosofia. A Padova scrisse la sua opera maggiore: “La coscienza e il
meccanesimo interiore”. La fama del B. iniziò specialmente negli ambienti
del “platonismo” legati a Terenzio Mamiani, ottenendo anche ruoli di alto
prestigio al di fuori della propria attività didattica. Fu membro del
comitato di redazione del periodico “La filosofia delle scuole italiane”, fondato
dal Mamiani nel ‘69; posizione che mantenne fino a quando rassegna le proprie
dimissioni in seguito alla pubblicazione di alcuni articoli del filosofo
Bertini che, contenendo aspre critiche al cattolicesimo, urtavano con le sue
solide convinzioni religiose. Nonostante ciò, B. proseguì la propria
collaborazione con la rivista, curandone la rubrica “Conversazioni
filosofiche”. Socio corrispondente nazionale dell'Accademia dei Lincei
per la classe di Scienze morali, storiche e filologiche; e divenne socio
corrispondente della Reale Accademia delle Scienze di Torino, nella sezione di
Scienze filosofiche. Pubblica un altro saggio importante: “Percezione e
pensiero”. B. fu anche un brillante verseggiatore ed autore di alcune
pregevoli opere letterarie, fra cui: il carme “In morte di Tommaso Grossi”
(Milano), il poemetto “Alfredo” (Lodi), il carme precedentemente menzionato “Il
servaggio e la liberazione” (Brescia) e numerose composizioni in lingua
dialettale. Il filosofo Giovanni Gentile ne lodò le doti letterarie,
apprezzando la forma netta e quasi sempre precisa della sua espressione ed il
linguaggio vivo ed immaginoso; affermando addirittura che gli scritti del
Bonatelli potranno essere sempre cercati e letti con profitto. (Gentile, “La
filosofia in Italia”, su “La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e
Filosofia diretta da Croce”). Inoltre, non esitò ad esporre il proprio
pensiero su tematiche politiche d'attualità. Ricordiamo, a proposito, due
saggi sulla possibilità di allargamento del diritto di voto: “Intorno al
fondamento naturale del diritto di voto” (Padova; Rendi) ed “Intorno al diritto
elettorale” (Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed
arti). Con l'avanzare dell'età, si manifestò inevitabilmente qualche
acciacco fisico, che egli accolse stoicamente, confortato da una fede sincera e
tenace. È significativo quanto scrisse al nipote Bernardino Varisco, in
una lettera. «Carissimo Dino, l'aver io tardato a congratularmi
teco della riuscita non deriva certo dall'essermene io poco rallegrato, bensì
dal cumulo di noie, di pensieri, di tribolazioni che ora più che mai m'è
piombato addosso e che quasi mi schiaccia. Non entro nei particolari, perché a
cosa servirebbe? Basta, sia quello che Dio vuole!». (Massimo Ferrari,
“Lettere a Varisco, La Nuova Italia, Firenze. Malgrado ciò, il filoso d'Iseo
proseguì l'attività di docente ed accademico, senza affatto abbandonare
l'indagine speculativa, grazie ad una lucidità mentale che mai lo abbandonò,
dedicando i suoi ultimi sforzi alla traduzione del primo volume dell'opera
“Microcosmo” di Hermann Lotze, che sarà pubblicato postumo. Morì a Padova.
Aveva insegnato fino a due giorni precedenti alla morte. Le sue spoglie
mortali riposano nel piccolo cimitero di Longiano (FC), dove furono traslate da
Padova, negli anni '80 del secolo scorso, per volontà del nipote
Gualtiero. Pensiero Filosofo spiritualista, Pose al centro della sua
speculazione l'uomo e ne difese la spiritualità contro il positivismo
materialista. Sulla scia di Lotze valorizzò il sentimento e pose in esso la
principale rivelazione dell'essere per mezzo del giudizio di valore. La
psicologia e la logica furono sempre risguar date o come parte integrante della
filosofia o almeno come una preparazione essenziale allo studio di questa. E in
vero essendo la filosofia la ricerca dei fon damenti ultimi d'ogni cosa
conoscibile all' uomo e una tale ricerca suddividendosi in due grandi rami, che
sono l'uno l'inves jigazione de' supremi prin cipii dell'essere e l'altro
quella dei supremi prin cipii del conoscere, questa seconda parte della filo
sofia domanda necessariamente lo studio del sub bietto conoscente e della
funzione conoscitiva, cioè la psicologia, e lo studio delle forme e delle leggi
della conoscenza, cioè la logica. Ecco perchè al breve trattato che precede si
fanno qui seguire questi elementi di logica. La logica poi differisce
essenzialmente dalla psicologia per questo, che mentre la seconda studia il
fatto del pensare e del conoscere (oltre agli altri fatti interni o psichici)
come effettivam ente avviene, la logica in cambio studia le norme secondo
le quali deve essere conformato e diretto, perchè rag giunga il fine
dell'attività conoscitiva che è il pos sesso della verità. Essa quindi è una
scienza nor mativa o precettiva e potrebbe non male definirsi la scienza delle
forme del pensiero in quanto sono ordinate alla conoscenza. La verità, oggetto
della conoscenza, è di tre ma niere verità materiale, cioè la conformità del
pensiero con la cosa a cui si riferisce; verità formale, che è l'armonia del
pensiero con se stesso; verità melafisica o ideale od obbietliva in senso as
soluto, che è l'intrinseca ragionevolezza degli esseri o delle essenze. La
seconda, cioè la formale, è l'ob bietto speciale della logica ed è una
condizione necessaria, sebbene non sufficiente, anche della prima. In quanto
alla verità nel terzo significato, ella, come s'è visto, riguarda più presto
l'essere che non il pensiero; ma il pensiero è pensiero razio nale solo a
condizione di partecipare a quella. La logica, secondo alcuni, è scienza
puramente forinale cioè considera esclusivamente la forma del pensiero che è
quanto dire il modo in cui gli ele menti di questo sono tra loro combinati);
secondo altri essa è anche materiale, cioè risguarda anche la contenenza del
pensiero. Senza discutere qui una tal questione assai sottile e intricata noi
ossserveremo: Che una logica strettamente formale è possibile, benchè così se
ne restringa il campo e si debbano lasciare insoluti de' problemi ch'essa
medesima solleva. In questo campo ella è scienza rigorosamente esatta e offre
delle affinità colla matematica. Che a voler trattare a fondo le questioni
logiche, è mestieri entrare in attinenze del pen siero, che oltrepassano la
pura forma e toccano da una parte alla psicologia dall'altra alla metafisica.
Il pensiero poi, oltre alle forme logiche, ne ha delle altre che si riferiscono
vuoi all ' esercizio dell'attività pensante (forme psicologiche), vuoi al
sentimento del bello (forme estetiche ), vuoi al l'espressione del pensiero per
mezzo della parola (forme grammaticali e retoriche). Tutte queste non
riguardano la logica; ma le psicologiche e le grammaticali hanno colle logiche
delle attinenze strettissime. Il valore della logica è doppio; cioè essa ha in
primo luogo un valore assoluto in quanto è un complesso sistematico di verità,
una scienza per sé stante; poi ha un valore relativo in quanto serve a dirigere
il pensiero e gli addita le norme, a cui deve conformarsi se vuol raggiungere
il suo fine. Il primo è nn valore puramente teoretico, il secondo è un valore
pratico e in questo senso la logica chiamasi anche arte del pensiero. Le parti
principali della logica si possono ri durre a due, che sono il trattato delle
forme logiche elementari, cioè del concetto, del giudizio e del raziocinio; la
metodologia logica ossia. l'applicazione delle forme logiche a ' fini speciali
delle scienze. Questo manualetto si circoscrive quasi unica mente alla parte
prima; per la seconda dovremo contentarci di qualche breve cenno. Del concetto
Il pensare, come funzione conoscitiva, è sem pre un giudicare (come s'è veduto
nella psicolo gia); quindi la sua forma primitiva è il giudizio. Perciò il
concetto, come forma del pensiero, nonché şia anteriore al giudizio, lo
presuppone. Onde, con formemente alle dottrine esposte nella parte psicolo gica,
s ' ha a stimar falsa l'opinione di quelli che considerano il concetto come una
rappresenta zione generale; prima perchè una rappresentazione non può esser mai
generale, poi perchè il concetto si compone di giudizi e questi non si possono
in verun modo ridurre a rappresentazioni. Il concetto, psicologicamente
considerato, è un sistema di giu dizi reso fisso, la cui unità solitamente è
legata a un vocabolo o ad una espressione equivalente Di qui lo sforzo delle
lingue per foggiare nomi composti, come ferrovia, cromolitografia, Strafrecht (diritto
penale) ecc. Obbiettivamente poi il concetto è l'essenza della cosa, che in
esso si pensa, o vogliam dire la cosa in quanto pensabile. Ma per la logica il
concetto è un tutt' insieme di più determinazioni o note. Conviene per altro
che le note (caratteri) ineriscano a qualche cosa, di cui siano note e questo
substratum si può chia mare la sostanza logica del concetto; questa è sempre
presupposta in ogni concetto, quando sia considerato in sè e come per sè stante
Per altro il concetto, benchè sia un prodotto del pensiero e non della
sensibilità, ha bisogno di un elemento rappresentabile (sensibile) a cui s'ap
poggi. A questo fine servono principalmente quelle rappresentazioni sommarie,
che abbiamo chiamato schemi fantastici, e la parola; talvolta la sola parola.
Ci sono poi nelle nostre rappresentazioni, di qualunque specie sieno, delle
relazioni le quali alla lor volta si riflettono nelle relazioni intrinseche dei
concetti. Tra codeste relazioni principalissime sono quelle d'omogeneità e
d'eterogeneità. Le rappre sentazioni omogenee formano generalmente una scala di
disgiunzione, ossia una serie ordinata, in cui la differenza va aumentando
dall'uno all'altro termine. Le rappresentazioni omogenee (disgiunte) Sostantivamente e non aggettivamente direbbe
la gram matica. Cf. Psicologia non si escludono non solo le une dalle altre, ma
possono nemmeuo inerire a un tertium quid identico; le eterogenee o disparate,
com'anco si chiamano, non possono immedesimarsi tra loro, ma ben pos sono
inerire simultaneamente a una stessa cosa. Per quanto si proceda innanzi nel
cercare la ragione delle differenze tra le rappresentazioni, non si può fare a
meno d'arrestarsi finalmente davanti a delle differenze originarie, di cui non
si può ren dere altra ragione se non il fatto. Il concetto è logicamente
perfetto quando tut tociò che in esso si pensa armonizza seco stesso; ma sotto
il rispetto epistemologico ed obbiettivo il concetto per essere perfetto deve
adeguare piena mente la cosa, cioè quel quid qualsiasi a cui si ri ferisce. Ciò
non si avvera quasi mai in senso asso luto per l'uomo, anzi nella più parte de'
casi i nostri concetti sono molto inadeguati. E qui vuolsi notare un equivoco,
in cui spesso si cade per non aver distinto il concetto, in quanto è da noi
effet tivamente pensato, dal concetto nella sua perfezione obbiettiva. Perocchè
inteso in quest'ultimo signifi cato esso contiene già tutte le sue
determinazioni e non è suscettivo di svolgimento e di perfeziona mento. Le
qualità che il concetto deve possedere per accostarsi alla sua perfezione sono: la determinalezza. Se questa manca, esso è un
frammento, un abozzo di concetto, non un con cetto compiuto. La determinatezza
poi contiene anche la chiarezza e la perspicuità; la prima ri chiede che il
concetto sia pensato in modo che si possa distinguere da ogni altro; la seconda
si ot tiene quando si distinguono perfettamente tra loro i suoi elementi e
questi sono pensati nelle loro vere relazioni. L'universalità. E questa è di
due maniere, cioè il concetto deve essere valido per tutti i pen santi e deve
potersi applicare a tutti gli oggetti, che cadono entro il suo àmbito.
L'armonia ossia l'intrinseca congruenza; la quale sotto l'aspetto negativo è
l'assenza d'ogni contraddizione tra le parti del concetto, sotto l'aspet to
positivo è la reciproca esigenza, il mutuo lega me delle parti stesse.
Dall'universalità del concettto deriva ancora la sua indipendenza dal tempo;
onde si può dire immutabile ed eterno (estra -temporario ). Nè a ciò osta punto
se la materia del concetto sia per natura sua mutabile e soggetta al tempo. Il
concetto di cosa che muta e passa, anche di ciò che ha l'esistenza appena d'un
istante (p. es. della vita umana, del temporale, dalla caduta dei corpi, ecc. )
non muta e non passa, anzi, è eternamente identico a se stesso. Comprensione ed
estensione del concetto; astrazione e determinazione Il concetto, come di sopra
notammo, conside rato logicamente è l'unione di più determinazioni o note, le
quali ineriscono a quella che fu detta sostanza logica del concetto. Si vedrà
più innanzi che cosa sia e quel che importi codesta sostanza logica; qui si
osservi che essa pure può essere con siderata come una nota o un gruppo di
note, on dechè il concetto si potrà risguardare come l'in - sieme di tutte le
sue note. Ora il complesso di tutte le note d'un concetto costituisce quella
che chia masi comprensione o tenore o contenenza del con. cetto stesso. Siccome
poi un concetto si può pensare come determinazione di altri (siano concetti,
siano en tità quali si vogliano, per. es. il concetto mammi fero è
determinazione de' concetti: cavallo, cane, topo, ecc. e cosi dei singoli
cavalli, cani ecc. ), l'in sieme di tuttoció, di cui quel concetto è una de
terminazione, forma ciò che chiamasi estensione o sfera o ámbito del concetto
medesimo. Così, posto che il concetto A riunisca in se soltanto le note a, b,
c, queste nella loro totalità formeranno la comprensione di A. Se poi A è una
determinazione di in, n, pe nulla più, la totalità m, n, p, costituirà
l'estensione di A. A significare il rapporto, che collega tra di loro le parti
della comprensione ossiano le note di un concetto, si suole usare il simbolo
algebrico della moltiplicazione; onde comprensione di A = axbxc, o abc. Il
rapporto invece delle parti dell' estensione tra di loro suolsi esprimere col
simbolo dell'addi zione, onde estensione di A = m + n + p, E non a torto,
perchè come nella moltiplica zione ogni fattore moltiplica tutti gli altri,
così ogni nota determina l'insieme di tutte le altre; mentre le parti
dell'estensione si escludono tra di loro, come gli addendi, e sommate insieme
costi tuiscono il tutto. Questa relazione, che corre tra le note del concetto,
fu da molti disconosciuta e se ne accusò la logica, quasi essa pretenda ridurre
i concetti più differenti tra di loro a un tipo unico, ignorando anzi
cancellando le attinenze molto più essenziali che in ciascun concetto ne
collegano tra di loro i vari elementi. Ma a torto, perchè non tutti gli ele
menti, che entrano a comporre un concetto, possono per ciò dirsi note di
questo. Nota veramente non è se non ciò che può legittimamente applicarsi a un
concetto come un suo predicato. (Così p. es. nel concetto di triangolo entra
senza fallo anche l'idea della linea; ma siccome non può dirsi: il triangolo è
una linea, così linea non è nota di triungolo. Il medesimo dicasi del numero
tre). Ciò che entra in un concetto e non è nota di esso, sarà elemento d'una
sua nota; elemento che per costituire que sta nota deve essere pensato in certe
speciali rela zioni con altri elementi; ma queste non sono re lazioni logiche e
appartengono alla materia, non alla forma logica del concetto. Se da un
concetto si toglie qualche nota (o, a, parlar più propriamente, se nel pensare
un concetto si esclude dal nostro sguardo mentale qualche nota) questo processo
si chiama astrazione. Il processo contrario, che consiste nell'aggiungere
qualche nota a un concetto, prende il nome di determina zione, L'astrazione poi
può essere di due maniere, ascendente o verticale l ' una, laterale od orizzon
tale l ' altra. La prima si fa quando si tien fermo il concetto nella sua parte
sostanziale e si abban dona una o più note del medesimo Per es, dato il
concetto animale vertebrato mammifero, si lascia [La locuzione propria in tal
caso è astrarre da, Nel l'esempio addotto di sopra si dirà: astraggo dal
carattere mammifero. da parte la nota mammifero e si mantiene il con cetto
animale vertebrato. La seconda si effettua ritenendo del concetto dato una nota
(o un gruppo di note), che viene cosi a costituire un nuovo con cetto, e
lasciando andare tutto il resto. Per ciò fare è d'uopo comporre alla nota che
si astrae una nuova sostanza logica. Ad es. dato il concetto giglio, io ritengo
la nota bianco e abbandono il rimanente; qui il nuovo concetto non avrà più per
sostanza logica fiore, ma colore o qualità. La determinazione è il processo
contrario, come s'è veduto; ma di regola si contrappone non all ' astrazione
orizzontale, bensì alla verticale. Per essa da un concetto più generico, cioè
di minor comprensione, se ne forma uno meno generico os sia di maggiore
comprensione, aggiungendovi col pensiero qualche nuova nota. Per es. se al
concetto governo io aggiungo il carattere costituzionale, for mando così il
nuovo concetto meno generale go verno costituzionale, ho eseguito
quell'operazione che dicesi determinazione. Tale aggiunta di nuove note non è
del resto arbitraria del tutto; occorre che il carattere aggiunto sia
compatibile colla sostanza logica del concetto dato e col resto de'suoi
elementi. Per es. non si potrà aggiungere al concetto triangolo la nota
quadrilatero, al concetto virtù la nota verde, In questo caso si usa il verbo
astrarre transitiva mente. Nell'esempio di sopra: astraggo la bianchezza. ecc.
Donde si vede che la determinazione, per esser valida, presuppone la conoscenza
della materia del concetto e della reale dipendenza de' suoi elementi tra di
loro; criteri che la logica formale è impo tente a somministrare. É poi chiaro
che per l'astrazione ascendente si impicciolisce la compressione e con ciò si
au menta l'estensione del concetto; all'incontro per la determinazione si
accresce la comprensione e si diminuisce l'estensione. Questo rapporto tra le
estensioni e le compren sioni di due concetti, l'uno più l'altro meno astratto,
si esprime dicendo, che la comprensione e l'esten sione stanno tra di loro in
ragione inversa. Rap porto il quale perciò suppone che i due o più con cetti,
che si considerano, appartengano allo stesso tronco ossia abbiano la stessa
sostanza logica, in altri termini. appartengano alla medesima categoria. Di qui
ci nasce il bisogno di considerare bre vemente che cosa s'intenda in logica per
categoria. I concetti, considerati puramente sotto il ri. spetto della forma
logica, si distinguono tra di loro solamente per la ricchezza maggiore o minore
della comprensione e per la maggiore o minore am piezza dell' estensione, che è
quanto dire pel vario grado della loro generalità e particolarità. Pure ci sono
delle differenze fondamentali tra i concetti, che non si possono trascurare,
sebbene propriamente riguardino più la materia loro che non la forma. Tali
differenze vengono espresse anche dal linguaggio colla differente forma dei
voca boli, significandosi per es.gli oggetti concreti in dividuali coi nomi
propri, le classi di questi co'nomi comuni, le qualità cogli aggettivi, le
azioni co' verbi e cosi via. Di qui i tentativi tante volte rinnovati per
determinare le specie originarie de concetti os. siano le categorie. I più
famosi tra codesti tenta tivi furono quello d'Aristotele fra gli antichi e del
Kant fra i moderni. Le categorie aristoteliche sono dieci: oủoia (che contiene
un' ambiguità, potendosi tradurre per so stanza e per essenza ), nogóv (quantità),
nolóv (qua lità) noóo ti (relazione, noú (il dove), noté (il quando), nemogai (la
giacitura), èzelV (l'avere, l’abitus), TOLETV (azione), náoxelv (passione). In
quanto alle categorie kantiane si noti che esprimono più presto le forme
generali a priori, sotto le quali la nostra intelligenza è, necessitata a
pensare qualunque dato (stando alla teoria del Kant) che non le specie supreme
dei concetti. Esse sono dodici, ripartite a tre a tre sotto quattro dif ferenti
rispetti. Eccone il quadro: secondo la quantità Unità Pluralità Totalità
secondo la secondo la secondo la qualità relazione modalità Realtà
Sostanzialità Possibilità Limitazione Causalità Esistenza Negazione Az.
reciproca Necessità Parliamo qui delle lingue del ceppo indoeuropeo, et cui
appartengono le classiche e quasi tutte le moderne europee. Kant le dedusse
dalle varie forme del giu dizio, come apparirà della trattazione di queste. Ad
Aristotele le sue furono suggerite dall'analisi delle forme grammaticali della
lingua. Le categorie aristoteliche possono comodamen te ridursi alle quattro
seguenti: Sostanza. Proprietà (che comprende la qualità e la quantità). Stato (che
comprende la giacitura, l'abito, il fare, il patire). Relazione (che compende
il n1980 ti, il luogo, e il tempo). Finalmente alcuni le ridussero tutte a due;
sostanza e accidente. E qui voglionsi notare due cose, ciò sono Che la
categoria costituisce propriamente quel che abbiamo chiamato sostanza logica o
tronco del concetto, dimodochè levando via coll'astrazione ascendente tutte le
note d'un concetto, quello che resta sarà in ogni caso una delle categorie. Che
il nostro pensiero, pe ' suoi fini parti colari, usa sovente spostare la categoria
de'concetti, concependo per es. una qualità quasi fosse una so stanza oppure
un'azione, una relazione come qua lità ecc. L'astrazione orizzontale di solito
implica uno spostamento di categoria. Di qui i così detti nomi astratti della
grammatica, come bianchezza dall'aggettivo bianco, conoscenza del verbo cono
scere, ecc. Del resto non sempre quando una parola muta la categoria
grammaticale (facendo per es. d'un verbo un sostantivo, d'un aggettivo un
verbo, ecc. ) si muta veramente anche la categoria logica. S'è creduto da molti
che tutti i concetti po tessero essere così distribuiti o ordinati tra loro,
salendo via via dagli infimi (più concreti e parti colari ) ai superiori (più
astratti o generali) e da questi a uno supremo, che venissero a formare quasi
una piramide appuntantesi in codesto concetto su premo. Ma questo a rigore è
impossibile, perocchè: 1.0 Dato il concetto supremo (che indicheremo con A),
donde si avrebbero le differenze che occor rono a costruire i concetti
inferiori? Poniamo in fatti che il concetto supremo A si divida in due, M ed N.
In tal caso M dovrebbe essere A più una differenza d, N sarebbe = A più una
differenza d'. Ma ded dunque non contengono la nota A; dunque sono concetti
anch'essi e originari al pari di A.. 2.° Il concetto supremo sarà l'ente o il
qualche cosa. Ma in tal caso ci sarà almeno il concetto del nulla e della
negazione, che ne saranno esclusi. Oltredichè sarà un far violenza non solo
alle pa role ma anche al concetto, se si considerino come enti" p. es. le
relazioni, come l'eguaglianza, la dif ferenza, ecc. Se poi vogliasi risguardare
come concetto as solutamente supremo il pensabile (lasciando stare che abbiamo
pure il concetto dell'impensabile), è bensì vero che tutti i concetti, (tranne
appunto quello dell'impensabile) si potranno subordinare a questo; ma il
pensabile è un genere puramente analogico, ossia non riguarda il contenuto de'
con cetti, bensì soltanto la loro relazione estrinseca verso il subbietto
pensante (Come se v. gr. tutti gli oggetti ch'io posseggo li volessi ridurre al
ge nere supremo: il mio ). Le note dei concetti furono distinte dai logici in
essenziali e non essenziali ossia accidentali. Le essenziali si suddivisero in
costitutive o primarie e consecutive o attributi. Per altro queste e altre
distinzioni analoghe appartengono più presto alla metafisica che non alla
logica, essendochè questa non ci fornisce criteri sicuri per siffatte
distinzioni. Infatti se noi dichiariamo essenziali a un con cetto quelle note,
tolte le quali il concetto non è più quello di prima, tutte diventano
essenziali. Se poi si dichiarino essenziali solamente quelle note, levate le
quali il concetto non solo si muta, ma si sfascia del tutto (come p. es. se dal
concetto trian golo si tolga la nota figura o la nota trilatero), noi usciamo
dalla logica.Delle relazloni logiche che possono intercedere tra due concetti
Affinché due concetti possano essere paragonati logicamente tra di loro all'
uopo di determinarne la relazione, bisogna che abbiano la stessa sostanza
logica ossia appartengano alla stessa categoria. Ciò fermato, le relazioni in
cui possono tro varsi tra loro due concetti si ridurranno alle in frascritte.
Alcuni chiamano equipollenti due concetti quando sono un medesimo concetto
espresso in due differenti maniere. Questa denomi nazione crediamo sia
impropria. Altri più esatta mente dicono equipollenti que' concetti, che hanno
la stessa estensione, ma una differente compren sione. Tali sono p. es.
triangolo equilatero e trian golo equiangolo. Ente infinito e spirito assoluto,
ecc. Sopra e sott'ordinazione. Questa relazione si avvera tra due concetti,
quando l'estensione dell' uno fa parte dell ' estensione dell'altro; per
conseguenza la comprensione del secondo fa parte di quella del primo. Il più
generale (ossia quello che ha l'estensione maggiore e minore la comprensione)
dicesi sopra ordinato, il più particolare subordinato. (Per es. figura è
sopraordinato, triangolo è subordinato ). Il superiore o sopraordinato dicesi
anche genere, l' in feriore o subordinato specie. Ogni genere poi è alla sua
volta specie rispetto ad uno che gli sia supe riore, ogni specie è genere
rispetto a' suoi inferiori, e ciò finchè s'arrivi al supremo, che non può es
sere più specie e all'infimo che non può essere mai genere. Notisi per altro
che il concetto di un ente individuale, per es. di Tizio, logicamente non è per
necessità infimo e può considerarsi ancora come genere in rispetto al medesimo
come concetto preso con ultertori determinazioni. Così Tizio è genere riguardo
a Tizio seduto, a Tizio addormentato, ecc. Coordinazione. Sono coordinati tra
di loro i concetti che sono subordinati in pari grado a uno stesso concetto
superiore. Alcuni logici, con Wundt alla testa, distinguono V maniere di
coordinazione. Noi le riportiamo qui sotto, osservando nel tempo stesso che la
vera e propria coordinazione è soltanto la prima. Code ste varie specie di
coordinazione pertanto hanno luogo: a) Quando due o più concetti, subordinati
in pari grado a uno più generico, sono tra di loro di sgiunti, vale a dire
quando le loro estensioni si escludono reciprocamente. Per es. rosso, verde, az
zurro, ecc., che sono tutti subordinati a colore. Quando tra due concetti v' ha
una relazione vicendevole; per es. maschio e feminina, padre e figlio, agente e
paziente, ecc. Questi si chiamano propriamente concetti correlativi. Quando due
concetti, compresi sotto un terzo comune, hanno la massima differenza possi
bile tra loro. Per es. buone e cattivo, bianco e nero, angolo acuto e ottuso,
ecc. Tale relazione dicesi di contrarietà. d) Quando tra due concetti, compresi
sotto un terzo comune, passa la minima differenza possibile. Per es. tra i
sette colori dello spettro, giallo e verde; tra i poligoni, pentagono ed
esagono, ecc. Perché ciò avvenga occorre che la serie sia discreta; chè se in
cambio è continua, potendosi tra due termini qua lunque concepirne sempre uno
intermedio, questa, relazione a rigore non si avvera mai. Tale relazione si
dice di contiguità Quando due concetti s'incrocicchiano, ossia le loro
estensioni hanno una parte comune. Per es. figura rettangolare e figur'il
equilatera, europeo e cattolico. Codesta relazione è detta da alcuni d' in
terferenza. Dipendenza, che può essere
unilaterale o reciproca. Ha luogo tra concetti, che senza essere tra loro nè
coordinati nè subordinati, sono tali Il termine contingenza adoperato da taluno
in que st'uso è ambiguo.]che l ' uno determina l'altro; e questa dipendenza può
essere o non essere mutua. Per es. pena o colpa hanno una dipendenza
unilaterale, perchè la pena dipende dalla colpa, ma non questa da quella; fra
il tempo occorrente a eseguire un dato lavoro e la quantità del lavoro v'è
dipendenza reciproca, ecc. Tale relazione ha luogo tra un concetto qualsiasi e
la sua negazione; essi si chiamano anche contradit torii. Il concetto negativo
non si trova qui, come accade del contrario, in una opposizione determi nata
verso il positivo, anzi, preso a tutto rigore, esprime l’indefinita sfera di
tutto il pensabile ad esclusione del solo positivo opposto. Perciò Aristo tele
chiama le espressioni non -uomo, non -albero, ecc. nomi indefiniti. Ma ne' casi
concreti il concetto negativo si pensa solitamente come tale, che, in sieme col
suo opposto positivo, costituisca l'esten sione d'un concetto prossimamente
superiore. Così ad es. non -verde non verrà pensato come equiva lente a tutto
il pensabile ad eccezione del verde; ma bensì sotto il superiore colore, di cui
insieme col suo opposto verde costituisce tutta l'estensione. In tal supposto
il non - verde comprenderebbe i con cetti più disparati, per esempio giustizia,
strada ferrata, mu sica, cilindro, balena, ecc. Si può dire che la re lazione
che passa tra questi concetti consiste nel non avere tra loro veruna relazione.
Del resto la disparatezza non è si può dir mai assoluta, po tendosi sempre
trovare un qualche rispetto, sotto del quale i due concetti cessano d'essere
tra loro disparati. - Per rappresentare graficamente le relazioni lo giche de'
concetti tra di loro si ricorre solitamente al simbolo dei circoli tracciati in
un piano. Per A es. la congruenza di due circoli simbo B leggia l'equipollenza.
La subordinazione viene significata con l'in O o B clusione d'un circolo in
altro dove A è il A subordinato e B il sopraordinato. La coordinazione dei
concetti disgiunti in ge nerale è simboleggiata con vari circoli entro un D
altro. B Questa rappresentazione per altro Oc è imperfetta, perchè esprime
bensi l'inclusione delle estensioni di A, B, C in quella di D e la loro vi
cendevole esclusione; ma non già che la somma 285 delle tre estensioni degli
inclusi eguaglia quella dell'includente. Se tuttavia i coordinati disgiunti
sono due soli, tale relazione è significata meglio colla divisione d'un circolo
per mezzo del dia с metro, А B Tra le varie maniere di coordinazione, che noi
consideriamo come improprie, solo l'interferenza A B si rappresenta bene con
questo sistema, O > Wundt propone degli altri simboli, consi stenti in linee
rette, de' quali daremo qui una suc cinta idea per mezzo della figura seguente:
n b с e f m Dove 1.° l'equipollenza è significata dal rap porto d'un segmento
con se stesso; per es. ad: ad. 2. ° La sopra- ordinazione del rapporto d'una
retta con una sua parte: per es. ag: ab, e la su bordinazione inversamente, ab:
ag. La coordinazione a) di disgiunzione, dal rapporto di una parte del segmento
totale con una qualunque altra parte, per es. ab: de. a) di correlazione, dal
rapporto tra due parti collocate simmetricamente; per es. bc: ef. c) di
contrarieti, dal rapporto tra i due seg menti più distanti; per es. ab: fg. a )
di contiguità, dal rapporto tra due porzioni contigue, per es. de: ef. e) d'
interferenza, dal rapporto tra due seg menti che in parte coincidono; per es.
bd: ce. La dipendenza si esprime col rapporto di una retta ad un'altra, la cui
situazione dipenda dalla prima, per es. ag: am. Se la dipendenza è reciproca,
tale relazione è rappresentata meglio dal rapporto tra due rette, le quali si
suppone che si determinino reciprocamente; per es. am: an. A ben intendere la
natura di la definizione come operazione logica giovi considerarne i fini. E
anzi tutto quando l’uomo possedesse de' concetti obbiettivamente per fetti, non
ci sarebbe bisogno di definizioni; dun que la definizione sovviene in primo
luogo alle imperfezioni del nostro pensiero. Le imperfezioni principali, a cui
ripara la de finizione, sono a) l'incertezza del vincolo tra il concetto e la
parola con cui lo si esprime; ) l'in debolimento del nesso psicologico tra gli
elementi logici del concetto. Rispetto al primo fine la definizione è sempre nominale,
perchè serve a fissare il senso del voca bolo, a far sì che a quel dato
vocabolo si unisca sempre quel dato concetto. Rispetto al secondo fine la
definizione è reale, perchè serve a fissare e chia rire l'organismo interno del
concetto. Si aggiunga che la definizione (per es. nelle scienze puramente
formali, come le matematiche pure) spesso equivale alla formazione del concetto.
Infatti l'unità concettuale, come individuo logico, è spesse volte arbitraria.
In una moltitudine d'ele menti pensabili, la definizione ne fissa un certo
gruppo per iscopi vuoi scientifici, vuoi didattici. La definizione pertanto è
l'esposizione o me glio la determinazione della comprensione d'un con cetto e
prende la forma d' un giudizio, il cui sog getto è il concetto di cui si tratta
(detto il defi niendo ovvero definito) e il predicato (che chiamasi definiente)
è quel gruppo di note mediante le quali il primo viene definito. Non è per
altro necessario e nemmeno oppor tuno che il concetto da definirsi si risolva
in tutte le note che contiene; bensì basta si indichino quelle che sono
sufficienti a determinarlo perfetta- · mente, ossia a distinguerlo e dai
concetti conge neri e da quelli che appartengono ad altri generi. A tal uopo
servono il genere prossimo (cioè il con 288 cetto prossimamente superiore al
definiendo ) e la differenza specifica cioè quel carattere che lo con
traddistingue dai concetti coordinati ). Non s' inten de tuttavia con ciò che
ogni definizione debba es ser fatta per mezzo di due soli elementi; soltanto si
avverte che il tutt' insieme dei caratteri, che costituiscono il definiente,
dee comprendere due parti, cioè le note generiche e le specifiche. L'in
dicazione del genere serve anche a indicare a qual categoria il definiendo
appartenga. Anche la regola del genere prossimo non vuole esser presa con
pedantesco rigore. Una definizione può essere vera e logicamente irreprensibile
anche servendosi d'un genere che non sia il prossimo. Del resto non è nemmeno
sempre possibile il de terminare in via assoluta quale sia il genere pros simo
a cui appartiene un dato concetto. Per es. nella definizione dell'uomo si suol
as segnare come genere prossimo l'animale; mentre senza fallo ve n'è di più
prossimi, come a. verle bralo, mammifero, ecc. I logici, come già s'è accennato
più sopra, sogliono distinguere varie maniere di definizione, come la nominale,
che determina soltanto quel che si deve intendere sotto una data espressione, e
la reale, che si riferisce all ' intrinseco valore del con cetto. Una
sottospecie della definizione reale è la genelica, che esprime il processo onde
la cosa de finita si forma. 289 Si noti per altro che la distinzione delle de
finizioni in nominali e reali non è rigorosa, per che ogni definizione è reale,
in quanto indica le note dell'oggetto ed è nominale, in quanto il con cetto
così determinato si collega con un dato nome. Alcuni tuttavia intendono la
distinzione tra la de finizione reale e la nominale in un senso alquanto
differente; e dicono la definizione essere nominale, quando ha per fine
solamente di assegnare un dato vocabolo a un gruppo d'elementi pensabili, senza
curarsi se codesto gruppo abbia poi un' intima con nessione ed unità, se quindi
sia un concetto ob biettivamente valido; chiamano invece reale una definizione,
quando in essa apparisce anche la va lidità obbiettiva del definito. Gli errori,
da cui conviene guardarsi per dare una buona definizione sono principalmente
quelli che seguono: L'angustia. Una definizione è angusta quando il definiente
contiene qualche nota che non appar tiene a tutta l'estensione del definito. 0)
L'ampiezza, la quale ha luogo quando, per mancanza di note specifiche
sufficienti, il definiente oltrecchè al definito, conviene anche ad altri con
cetti congeneri. La sovralbondanza, che consiste nell'aggiun gere note non
essenziali e superflue rispetto al fine di distinguere il concetto dato da
tutti gli altri. La tautologia, che ha luogo quando il con cetto stesso da
definirsi è contenuto, sia manifestamente sia copertamente, nel definiente. (Per
es. la legge è il comando del legislatore). Il circolo o diallele, che consiste
nel defi nire A per mezzo di Be B daccapo per mezzo di A; ovvero anche nel
definire A per B, B per C, C per D, ecc. e D daccapo per A. Questo errore uel
definire è analogo e spesso si confonde col pa ralogismo detto ysleron -
proteron, pel quale si fon damenta una dottrina o un concetto sopra una dot
trina o un concetto, che hanno bisogno dei primi per essere scientificamente
validi. Le definizioni metaforiche. Le definizioni negative, che è quanto dire
quelle che si servono unicamente di negazioni. Pure la definizione negativa
talvolta è giusti ficata, sia perché il concetto da definirsi è esso medesimo
negativo, sia perch' esso è semplice e però non si può determinare in altro
modo che di stinguendolo per via di negazioni da quelli coi quali potrebbe
essere confuso. A determinare l ' estensione d'un concetto e insieme a mettere
in chiaro le attinenze intrinseche di più concetti subordinati ad un altro
serve la divisione logica. Essa consiste in un giudizio, di cui il soggetto è
il concetto da dividersi (detto il dividendo o il diviso, secondochè la
divisione si considera come già fatta oppure da farsi), e il pre dicato è una
serie di concetti subordinati al primo o coordinati disgiuntivamente tra di
loro (membri dividenti). In altre parole il soggetto è il genere e il predicato
è l'enumerazione delle specie com prese sotto quel genere. Siccome le specie
nascono dalle varie determi nazioni di cui il genere è suscettivo, quindi in ge
nerale occorre per la divisione che il concetto da dividersi possegga una nota,
la quale sia suscetti bile di varietà. Codesta nota chiamasi fondamento della
divisione, che dicesi anche il rispetto, sotto cui il concetto dato si divide.
Cosi il concetto uomo possiede la nota colore e questa essendo capace di
varietà, se n'avrà una divisione dell'uomo sotto il rispetto o il fondamento
del colore, in bianchi, neri, gialli, ecc. Lo Herbart pel primo fece osservare
che, do vendo la nota, la quale serve di fundamentum di visionis, essere un
concetto già diviso, ne segue che ogni divisione ne presupporrebbe un'altra già
fatta. Ora è chiaro che per tal modo s' andrebbe all ' in finito e quindi niuna
divisione sarebbe possibile. Donde segue che ci debbono essere alcnne di
visioni primitive cioè senza un fondamento asse gnabile. Tale è per es. la
divisione del colore in rosso, verde, ecc.; la divisione del numero in 1, 2, 3,
ecc. Secondo il numero de' membri dividenti la di visione chiamasi dicotomia,
tricotomia, ecc. Ogni divisione può essere ridotta a una dico tomia, ponendo
come primo membro il genere, col. l'aggiunta d'una differenza specifica e a
questo contrapponendo il genere stesso più la negazione di quella. Così la
divisione degli uomini sotto il rispetto del colore sarà sempre possibile nella
forma dico tomia così: gli uomini sono bianchi o non bianchi. In generale A ¢ A
b o A non b. Per altro, se le specie sono realmente più di due, il termine nega
tivo resta indeterminato. La dicotomia presenta dei vantaggi; per il che alcuni
l'hanno considerata come la divisione più rigorosamente logica; infatti in essa
i membri dividenti costituiscono una perfetta contrarietà. Altri preferiscono
la tricotomia, per la ragione che questa ci dà due termini opposti e uno che
serve di mediatore tra essi. Queste considerazioni per altro, valide per certi
casi e per certi determinati fini scientifici, non sono d'ordine generale nè
applicabili a tutti i casi. La dicotomia però può considerarsi come un utile
processo preparatorio affine di trovare tutte le spe cie d'un concetto. La
divisione dicesi naturale, se il fondamento è preso tra le note essenziali del
concetto; artifi ciale ove sia preso tra le accidentali. Notisi tutta via che
per gli speciali fini scientifici può riuscire 293 importantissima una
divisione, la quale per il pen sar comune parrebbe frivola e artificiosissima.
Quando tutti i membri dividenti d' una data divisione vengono divisi alla loro
volta, si ha la suddivisione. Per la quale non è necessario che i membri
dividenti della prima siano suddivisi tutti sotto lo stesso fondamento. Se
all'incontro un concetto viene successiva mente diviso sotto più d'un
fondamento, il com plesso di queste divisioni ci dà una codivisione. I membri
di questa saranno in numero eguale al prodotto del numero di termini che si
ottengono da ciascuna delle singole divisioni. Perché la co divisione sia
possibile bisogna che ciascuno dei termini ottenuti con una delle divisioni sia
atto a esser diviso sotto il medesimo fondamento. La divisione logica, per
essere corretta, deve rispondere ai seguenti requisiti: Ella dev'essere
adeguata; il che vuol dire che i membri dividenti presi insieme devono ri
produrre tutta intera l'estensione del diviso. Membra sint opposita, vale a
dire che le estensioni dei membri dividenti debbono escludersi tra di loro. Si
deve sfuggire il saltus in dividendo, os sia la divisione dev'essere continua.
Il salto con siste nel passare da termini ottenuti colla divisione fatta dietro
un fondamento a termini ricavati da una suddivisione fatta sotto un altro
fondamento. (Come v. gr. se uno dividesse i verbi in transitivi, intransitivi e
passivi). La divisione non deve scendere a minuzie. se Osservazione. - Una
divisione per essere logi camente compiuta domanderebbe che tutte le parti in
cui il fondamento è già diviso, fossero applicate al concetto da dividersi. Ma
in realtà ciò non si avvera se non rade volte, perchè spesso il dividendo non è
suscettivo di assumere non alcune di quelle varietà; perciò il numero effettivo
delle spe cie d'un dato genere non è dato dal puro schema tismo logico, ma
dalla natura delle cose. Così per es. gli uomini non possono dividersi, sotto
il ri spetto del colore, in tante specie in quante é di viso il fondamento
colore. Assai difficile a determinarsi logicamente è l'esclusione reciproca
delle estensioni di più con cetti tra loro e quindi dei membri dividenti,
quando l'uno' non sia la pura negazione dell'altro. In par ticolare manca la
reciproca esclusione e perciò i concetti sono interferenti, quando sono
risultati da una divisione fatta sotto più d'un fondamento (Per es. europeo e
musulmano, russo e marinaio, qua drilatero e figura regolare sono, a due, a
due, con cetti interferenti e perciò non si escludono tra di loro; il che
deriva da ciò che la prima coppia fu ottenuta colla divisione di uomo sotto i
due fon damenti parte del mondo e religione; la seconda colla divisione sotto i
fondamenti nazionalità e pro fessione; la terza sotto i fondamenti numero dei
tati e grandezza relativa degli angoli e dei lati). Ma l'escludersi dei termini,
in cui un concetto originariamente si divide (i quali servono poi di fondamento
a tutte le divisioni) è un fatto primi tivo, su cui la logica nulla può dire.
Le difficoltà incontrate dai logici ne' tentativi fatti per definire l'atto
giudicativo o il rapporto obbiettivo che a quello corrisponde, nascono da ciò
ch'esso è l'atto primitivo del pensiero e però as solutamente sui generis. Se
per es. lo si definisce quell'atto per cui si afferma o si nega qualche cosa di
qualche cosa, in realtà abbiamo fatto una definizione tautologica, perché l'affermare
o negare è appunto ciò che co stituisce il giudizio, ond' è come dire: il
giudizio è l'atto per cui si giudica. Riporteremo qui alcune altre definizioni
del giudizio. Per es. questa: Il giudizio è la determinazione d'un concetto per
mezzo d'un altro. E quest'altra: Il giudizio è il congiungimento o la
disgiunzione di due elementi del pensiero in corrispondenza all'unione o alla
separazione delle cose. O anche: È la coscienza d'un rapporto esi stente tra
due concetti. 0: La rappresentazione o la coscienza del l'unità o della non
unità di due concetti. Oppure: La decomposizione d'una rappresen tazione ne'
suoi elementi, ecc., ecc. A proposito di queste due ultime definizioni (la
seconda è del Wundt) si noti il fatto, parados sale in apparenza, che la stessa
cosa, cioè il giu dizio, possa essere definita in modi diametralmente opposti.
Ma questo fatto appunto rivela meglio di ogni altra considerazione la vera
natura del giu dizio, che è di essere sintesi e analisi ad un tempo, di
dividere unendo e unire dividendo. E ciò è pro prio e caratteristico del
pensiero, perchè io non posso separare mentalmente due elementi senza pensarli
insieme l'uno e l'altro col medesimo atto indiviso, nè posso mentalmente
riunirli senza te nerli al tempo stesso l'uno fuori dell'altro. Nel giudizio si
distinguono tre parti o elementi che sono il soggetto, che è il concetto da de
terminarsi ossia ciò di cui si afferma o nega qual che cosa. Il predicato, che
è il concetto che serve a determinare il soggetto. La copula, che è la relazione
tra il soggetto e il predicato, o guar dando il giudizio come atto della mente,
è l'affer mazione stessa. La copula è espressa dalla lingua propriamente ed
esplicitamente colla voce è, ovvero è significata dalla flessione del verbo. Il
giudizio senza fallo è una forma propria del pensiero; nelle cose, a cui il
pensiero si riferisce, (tranne il caso in cui l'oggetto del pensiero con sista
esso medesimo in pensieri) non ci sono giu dizi; ma se il pensiero è vero, esso
deve rappre sentare le cose, quindi in queste ci ha da essere alcun che, il
quale corrisponda alla forma del giu. dizio. Che cosa è questa? Un tal problema
è metafisico e però esce dai termini della logica; crediamo tuttavia opportuno
di farne un brevissimo cenno. Ricordiamoci che l'atto di coscienza, base del
pensiero, è essenzialmente reduplicazione, la cui forma più semplice è questa A
è A. Ciò posto la prima occasione obbiettiva dei no stri giudizi potrebbero
essere le differenze e i can giamenti delle cose e la loro costanza o
persistenza; le differenze come occasione che ne fa avvertire la costanza. Ora
la costanza delle cose, la loro fedeltà per così esprimerci, a sè stesse, sono
l'equivalente ob biettivo del giudizio d'identità e in generale del giudizio
affermativo. La differenza è di regola il corrispondente del giudizio negativo.
Il cangiamento poi, che del resto non può esser mai totale e as soluto, ma che
si fa sopra un fondo che rimane identico a sè stesso, è rappresentato dai
giudizi narrativi, p. es, il cane corre (mentre prima era 298 fermo); l'albero
perde le foglie (mentre prima era fronzuto) ece. Insomma le cose, con la loro
essenza immuta bile, le qualità, gli avvenimenti, le relazioni, sono categorie
obbiettive, che trovano il loro riscontro nel giudizio. Di più il
giudizio, come s'è visto nella Psico logia, è per l'essenza sua un riferire;
ora le cose possono essere riferite o al subbietto pensante (p. es. io vedo, io
percepisco, io penso la cosa A ); O a sè stesse (A è A, l'uomo è uomo, ecc. );
o le une alle altre (come: la terra gira intorno al sole, ecc. ); o anche le
parti tra di loro (p. es. le colonne so stengono la volta ); la cosa alle sue
proprietà, a' suoi stati successivi, alle azioni e passioni e via via. Le
relazioni poi si partono in due classi, cioè reali o del pensiero. Reali
diciamo quelle che in teressano il modo d' esistere delle cose (p. es. cau
salilà, paternità, reciproca azione ecc. ); diciamo ideali o del pensiero
quelle che non interessano le cose, ma solo il nostro pensiero intorno alle
cose, come uguaglianza, somiglianza, differenza, maggioranza. Per es. la
grandezza relativa dei lati e quella degli angoli sono in una relazione reale;
all'incontro la relazione ch' io pongo fra un trian golo, pognamo, e un
quadrilatero quando dico che questo ha un lato di più di quello, è del
pensiero. Kant chiama analitici que' giudizi, il cui predicato si cava dalla
semplice analisi del soggetto, che cioè anche prima del giudizio faceva parte
del pensiero del soggetto; sintelici quelli, il cui pre dicato è preso fuori
del soggetto. Contro questa dottrina si sono sollevate fino dal tempo del Kant
molte obbiezioni, alcune delle quali insussistenti. Tra cui questa: se il
giudizio ha da esser vero, per necessità il soggetto deve contenere il
predicato; dunque tutti i giudizi sono analitici. Ora questa obbiezione suppone
che il giu dizio sia anteriore a sè stesso. Quel predicato che dopo il
giudizio, appartiene al soggetto, ha pure abbisognato d'un primo giudizio che
glielo appli casse. Così io potevo ad es. conoscere la capra ab bastanza per
distinguerla da ogni altro animale, eppure non sapere che è un ruminante.
Quando vengo a scoprire questa sua proprietà, tale scoperta prende la forma del
giudizio: la capra è un ru minante, il quale perciò è sintetico. D' allora in
So il professore crede la sua scolaresca immatura per questa questione, potrà o
saltare questo capitolo o tras portarlo in fondo al trattato del giudizio. 300
poi, dato ch'io ripensi lo stesso giudizio, questo sarà per me analitico. Ciò
mostra che, almeno per molti giudizi, la differenza tra l' essere sintetici o
analitici, è relativa allo stato delle cognizioni di chi li fa. Ma la
distinzione tra giudizio analitico e sin tetico potrebbe fondarsi sopra, un
altro rispetto; analitici sarebbero quelli, il cui predicato è un ele mento
cosi essenziale al concetto del soggetto, che questo senza di esso non possa
affatto esser pen sato. Tale sarebbe p. es. la trilateralità rispetto al
concetto triangolo. Sintetici al contrario saranno quelli, il cui soggetto può
essere pensato anche senza il predicato (p. es. Tizio scrive, il tale pro getto
di legge è stato approvato dal Parlamento, ecc. ). La dottrina di Kant del
resto non coincide perfettamente nè colla prima interpretazione, nė colla
seconda; egli insiste sulla differenza tra l'es ser preso il predicato entro la
comprensione del sog getto o fuori di essa. L'esempio di giudizio sinte tico
addotto da lui e tanto criticato (7 + 5 = 12), è realmente sintetico, perché
chi pensa il numero 7 e il numero 5 e anche l'operazione significata dal +, non
per questo ha già il concetto dell'unità nu merica 12, numero che è formato con
quell'addi zione e che è quindi posteriore ad essa. In generale su questa
contro versia e anche sul l ' altra che ne dipende, se cioè (dato che ci siano
de' giudizi sintetici ) altri di questi siano a poste 301 riori e altri a
priori, ci contenteremo qui di que. sta osservazione. È chiaro che acciò siano
possibili delle analisi, quindi dei giudizi analitici, fa d'uopo che
anteriormente ci siano state delle sintesi. Ora codeste sintesi non sono opera
del pensiero? E il pensare non è sempre un giudicare? Dunque ci devono essere
dei giudizi sintetici. E siccome c'è un pensare, a posteriori e uno a priori,
cosi pare innegabile che ci dovranno essere anche de' giudizi sintetici a
priori. I giudizi rispetto alla forma si sogliono distin. guere anzitutto in
semplici e composti. E qui si noti che debbono considerarsi come composti sol
tanto quei giudizi, che si possono senza alterarne il valore risolvere in due o
più giudizi semplici. I semplici si dividono primamente sotto il ri spetto
della qualità in affermativi e negativi. Af fermativi sono quelli in cui il
predicato è posto come, relativamente, identico al soggetto; negativi quelli in
cui il predicato è escluso dalla compren Del resto la distinzione de' giudizi
in analitici e sin tetici non è veramente logica, ma psicolog da un lato, dal l
' altro metafisica. sione del soggetto; ovvero, avendo riguardo alle
estensioni, pel giudizio affermativo il soggetto vien posto nell'estensione del
predicato, pel negativo ne è escluso. A queste due specie si po trebbe
aggiungerne una terza, ch' io proporrei di chiamare dei giudizi di disparatezza
o per più bre vità disparanti; e sono quelli i quali non esclu dono il
predicato dalla comprensione del soggetto nė ve lo includono, ma affermano
soltanto che il soggetto per sè non implica quel dato predicato, benchè lo
possa ricevere. Per es. se io prendo per soggetto il ferro e per predicato
ossidato, io non posso affermare che un tal soggetto includa un tal predicato e
nemmeno che lo escluda e un tale rap porto ove sia affermato (p. es. colla
formola: il ferro per sè, o in quanto ferro, non è ossidato ) costituisce un
giudizio disparante. Del resto nes sun logico, per quanto mi consta, ha tenuto
conto di questa classe speciale di giudizi.Secondo alcuni logici la ne gazione,
ne' giudizi negativi, non affetta la copula, ma bensì il predicato (A non è B
equivarrebbe al giudizio: A è non - B). Ma questo modo di consi derare il
giudizio negativo non è naturale nè rap presenta l'intenzione di chi pronuncia
il giudizio, salvo in rari casi. Oltre a' giudizi affermativi e negativi taluni
col Kant ammettono una terza specie di giudizi, sotto il rispetto della
qualità, cioè 303 - gl' indefiniti. Tali sarebbero quelli in cui è nega tivo il
predicato (A è un non B). Ma è una classe superflua, perchè in realtà questi
giudizi coincidono coi negativi. In secondo luogo i giudizi si distinguono
sotto il rispetto della quantità, vale a dire secondo la estensione in cui è
preso il concetto che fa da sog getto. Se l'estensione del soggetto è presa in
tutta la sua totalità, il giudizio dicesi universale. (Tutti gli A sono B o più
brevemente A è B; nessun A è B, o più brevemente A non è B). Se in cambio il
soggetto è preso solo con una parte della sua estensione, il giudizio è
particolare (Alcuni A sono B; alcuni A non sono B ). Stando a una teoria
propugnata dallo Hamilton e da altri e oonosciuta sotto il nome di teoria della
quantificazione del predicato, nel giudizio sarebbe determinata non solo
l'estensione in cui si prende il soggetto, ma anche quella del predicato. Cosi
nel giudizio: tutli gli uomini sono mor tali, il soggetto sarebbe preso in
tutta l'estensione e il predicato solo in parte della sua estensione, cosicchè
la forma rigorosamente logica sarebbe: tutti gli uomini sono alcuni mortali
(vale a dire parte dei mortali ). Nel giudizio: alcuni animali sono mammiferi,
il soggetto sarebbe preso in parte della sua esten sione e il predicato in
tutta la sua estensione; sic chè la sua forma rigorosa sarebbe: alcuni animali
sono tutti i mammiferi. Così ogni giudizio affermerebbe una congruenza di
estensione e corrispon derebbe sempre ad un'equazione. Ma questa teoria non è
accettabile, perché se anche la determina zione dell'estensione del predicato
si può artificio samente dedurre da ogni giudizio, essa è innaturale non
essendo effettivamente pensata da chi forma il giudizio, tranne certi casi
speciali che la lingua suole esprimere con qualche suo spediente. Secondo
Aristotele a' giu dizı universali e particolari si dovrebbe aggiungere per
terza la classe degli indefiniti o aorisli sarebbero quelli, in cui al soggetto
si attribuisce o si nega un predicato senza aver riguardo all'esten sione (P.
es. la virti merita premio; concepito senza pensare se ci siano o no molte
virtù e se il predicato meritevole di premio convenga a tutte o no). Questa
forma di giudizio coincide con quello che alcuni moderni chiamano giudizio
della com prensione, per distinguerlo da quelli, in cui il pre dicato viene
determinatamente attribuito a tutti o solo a una parte dei termini che formano
l ' esten sione del soggetto e ch'essi denominano giudizi dell' estensione. Noi
non accogliamo codesta classe di giudizi; perchè, sebbene sia vero che chi
forma il giudizio ' ora ha di mira la comprensione del sog getto ora l '
estensione, pure l ' una relazione trae Da non confondersi cogli indefiniti del
Kant, che sa rebbero una classe nel rispetto della qualità. con sè l ' altra anche se non esplicitamente
pen sata. Altri, con Kant, a' giudizi universali e particolari aggiungono i
singolari, quelli cioè in cui il soggetto ha il minimum pos sibile di
estensione cioè è un individuo. Ma se que st' individuo è determinato, esso costituisce
tutta l'estensione del concetto (p. es. Giulio Cesare) e pertanto il giudizio è
universale; se é indetermi nato (p. es. un soldalo ), esso rappresenta una
parte dell'estensione e perciò il giudizio cade nella classe dei particolari.
Osservazione 3. - I giudizi particolari possono ricevere ulteriori
determinazioni secondochè la parte che si prende dell'estensione del soggetto o
è più o men determinata o si lascia affatto indeterminata (Per es. molti A sono
B, pochissimi A sono B, la più parte degli A sono B, dodici A sono B, ovvero
semplicemente parte degli A sono B). Ma per la logica queste specificazioni
hanno di regola poca importanza, salvo il caso che l'interesse del pen siero
cada appunto su esse, come p. es. nel numero de' voti d'un corpo deliberante.
Il giudizio particolare differisce d'assai quanto al suo valore secondochè
preso indeterminatamente o determinatamente. In fatti il giudizio: alcuni A
sono B, può significare o che almeno alcuni A sono B, o che soltanto al cuni A
sono B. Nel primo significato esso è vero anche se tutti gli A sono B, nel
secondo senso il giudizio universale, tutti gli A sono B, è necessa riamente
falso. I primi giudizi si chiameranno giudizi parti colari in luto senso, i
secondi particolari in senso stretto. I giudizi in terzo luogo si distinguono
in ri spetto alla relazione, vale a dire secondochè affer mano (o negano)
l'inerenza del predicato al sog getto (g. categorici), oppure: la dipendenza
del pre dicato dal soggetto (g. ipotetici), o, finalmente, se al soggetto viene
come predicato attribuita l'alter nativa fra due o più membri d'una
disgiunzione, p. es. A è o Bo CoD (g. disgiuntivi). Osservazione Questa
classificazione de' giu dizi sotto il rispetto della relazione, sebbene comu
nemente accettata, pecca gravemente contro le leggi della divisione logica. E
invero i giudizi disgiun tivi non sono veramente una specie coordinata alle
altre due, ma piuttosto una sottospecie di quelle; difatti tanto il giudizio
categorico quanto l'ipotetico possono essere disgiuntivi (Il tipo del y.
categorico disgiuntivo è: A è o B o C, dell'ipotetico -disgiun tìvo: se A è B,
o C è D, o M N ). In quarto luogo finalmente i giudizi o sono tali che il
predicato si pensa come necessariamente pertinente al soggetto, e questi
chiamansi giudizi necessari o apoditlici; o sono tali che il predicato si pensa
come di fatto appartenente al soggetto, senza necessità, e diconsi giudizi
della realtà o as sertorii; o, in terzo luogo, sono tali che il predi 307 cato
si pensa come possibile ad appartenere al sog. getto e diconsi giudizi
possibili o problematici. Que sto rispetto chiamasi modalità del giudizio.
Veramente in questa classificazione della modalità si confondono due rispetti
differenti. I giudizi considerati obbiettivamente, sono o necessari, o della
realtà, o possibili; con siderati obbiettivamente sono apodittici, assertori o
problematici. Vale a dire che nel primo rispetto si considera la necessità, la
semplice realtà o la possibilità delle cose; nel secondo rispetto si con sidera
l'intensità della nostra affermazione. La dif ferenza tra i due rispetti
apparisce principalmente nella terza classe, in cui il giudizio della possibi
lità afferma che un concetto è suscettivo d'una data determinazione, benchè
possa non averla (Per es. una casa può essere di nove piani ), mentre il problematico
afferma soltanto la nostra incertezza (A è B? ). Tuttavia, affine di non
moltiplicare eccessiva mente le suddivisioni, nella logica si può prescin dere
dal considerare queste differenze. Riassumendo, i giudizi si dividono: rispetto
alla qualità, in affermativi e ne gativi; rispetto alla quantità, in universali
e par ticolari; 3.º rispetto alla relazione, in categorici, ipo tetici e
disgiuntivi (categorico -disgiuntivi e ipote tico - trovano il loro
riscontro nel giudizio. Di più il giudizio, come s'è visto nella Psico logia, è
per l'essenza sua un riferire; ora le cose possono essere riferite o al
subbietto pensante (p. es. io vedo, io percepisco, io penso la cosa A ); O a sè
stesse (A è A, l'uomo è uomo, ecc. ); o le une alle altre (come: la terra gira
intorno al sole, ecc. ); o anche le parti tra di loro (p. es. le colonne so
stengono la volta ); la cosa alle sue proprietà, a' suoi stati successivi, alle
azioni e passioni e via via. Le relazioni poi si partono in due classi, cioè
reali o del pensiero. Reali diciamo quelle che in teressano il modo d' esistere
delle cose (p. es. cau salilà, paternità, reciproca azione ecc. ); diciamo
ideali o del pensiero quelle che non interessano le cose, ma solo il nostro
pensiero intorno alle cose, come uguaglianza, somiglianza, differenza,
maggioranza. Per es. la grandezza relativa dei lati e quella degli angoli sono
in una relazione reale; all'incontro la relazione ch' io pongo fra un trian
golo, pognamo, e un quadrilatero quando dico che questo ha un lato di più di
quello, è del pensiero. Kant chiama analitici que' giudizi, il cui predicato si
cava dalla semplice analisi del soggetto, che cioè anche prima del giudizio
faceva parte del pensiero del soggetto; sintelici quelli, il cui pre dicato è
preso fuori del soggetto. Contro questa dottrina si sono sollevate fino dal
tempo del Kant molte obbiezioni, alcune delle quali insussistenti. Tra cui
questa: se il giudizio ha da esser vero, per necessità il soggetto deve
contenere il predicato; dunque tutti i giudizi sono analitici. Ora questa
obbiezione suppone che il giu dizio sia anteriore a sè stesso. Quel predicato
che dopo il giudizio, appartiene al soggetto, ha pure abbisognato d'un primo
giudizio che glielo appli casse. Così io potevo ad es. conoscere la capra ab
bastanza per distinguerla da ogni altro animale, eppure non sapere che è un
ruminante. Quando vengo a scoprire questa sua proprietà, tale scoperta prende
la forma del giudizio: la capra è un ru minante, il quale perciò è sintetico.
D' allora in (1) So il professore crede la sua scolaresca immatura per questa
questione, potrà o saltare questo capitolo o tras portarlo in fondo al trattato
del giudizio. 300 poi, dato ch'io ripensi lo stesso giudizio, questo sarà per
me analitico. Ciò mostra che, almeno per molti giudizi, la differenza tra l'
essere sintetici o analitici, è relativa allo stato delle cognizioni di chi li
fa. Ma la distinzione tra giudizio analitico e sin tetico potrebbe fondarsi
sopra, un altro rispetto; analitici sarebbero quelli, il cui predicato è un ele
mento cosi essenziale al concetto del soggetto, che questo senza di esso non
possa affatto esser pen sato. Tale sarebbe p. es. la trilateralità rispetto al
concetto triangolo. Sintetici al contrario saranno quelli, il cui soggetto può
essere pensato anche senza il predicato (p. es. Tizio scrive, il tale pro getto
di legge è stato approvato dal Parlamento, ecc. ). La dottrina del Kant del
resto non coincide perfettamente nè colla prima interpretazione, nė colla
seconda; egli insiste sulla differenza tra l'es ser preso il predicato entro la
comprensione del sog getto o fuori di essa. L'esempio di giudizio sinte tico
addotto da lui e tanto criticato (7 + 5 = 12), è realmente sintetico, perché
chi pensa il numero 7 e il numero 5 e anche l'operazione significata dal +, non
per questo ha già il concetto dell'unità numerica 12, numero che è formato con
quell'addi zione e che è quindi posteriore ad essa. In generale su questa
contro versia e anche sul l ' altra che ne dipende, se cioè (dato che ci siano
de' giudizi sintetici ) altri di questi siano a poste 301 riori e altri a
priori, ci contenteremo qui di que. sta osservazione. È chiaro che acciò siano
possibili delle analisi, quindi dei giudizi analitici, fa d'uopo che
anteriormente ci siano state delle sintesi. Ora codeste sintesi non sono opera
del pensiero? E il pensare non è sempre un giudicare? Dunque ci devono essere
dei giudizi sintetici. E siccome c'è un pensare, a posteriori e uno a priori,
cosi pare innegabile che ci dovranno essere anche de' giudizi sintetici a
priori. I giudizi rispetto alla forma si sogliono distin. guere anzitutto in
semplici e composti. E qui si noti che debbono considerarsi come composti sol
tanto quei giudizi, che si possono senza alterarne il valore risolvere in due o
più giudizi semplici. I semplici si dividono primamente sotto il ri spetto
della qualità in affermativi e negativi. Af fermativi sono quelli in cui il
predicato è posto come, relativamente, identico al soggetto; negativi quelli in
cui il predicato è escluso dalla compren Del resto la distinzione de' giudizi
in analitici e sin tetici non è veramente logica, ma psicolog da un lato, dall’altro
metafisica. sione del soggetto; ovvero, avendo riguardo alle estensioni, pel
giudizio affermativo il soggetto vien posto nell'estensione del predicato, pel
negativo ne è escluso. Osservazione. A queste due specie si po trebbe
aggiungerne una terza, ch' io proporrei di chiamare dei giudizi di disparatezza
o per più bre vità disparanti; e sono quelli i quali non esclu dono il
predicato dalla comprensione del soggetto nė ve lo includono, ma affermano
soltanto che il soggetto per sè non implica quel dato predicato, benchè lo
possa ricevere. Per es. se io prendo per soggetto il ferro e per predicato
ossidato, io non posso affermare che un tal soggetto includa un tal predicato e
nemmeno che lo escluda e un tale rap porto ove sia affermato (p. es. colla
formola: il ferro per sè, o in quanto ferro, non è ossidato ) costituisce un
giudizio disparante. Del resto nes sun logico, per quanto mi consta, ha tenuto
conto di questa classe speciale di giudizi. Osservazione. Secondo alcuni logici
la ne gazione, ne' giudizi negativi, non affetta la copula, ma bensì il
predicato (A non è B equivarrebbe al giudizio: A è non - B). Ma questo modo di
consi derare il giudizio negativo non è naturale nè rap presenta l'intenzione
di chi pronuncia il giudizio, salvo in rari casi. Osservazione 3. – Oltre a'
giudizi affermativi e negativi taluni col Kant ammettono una terza specie di
giudizi, sotto il rispetto della qualità, cioè 303 - gl' indefiniti. Tali
sarebbero quelli in cui è nega tivo il predicato (A è un non B). Ma è una
classe superflua, perchè in realtà questi giudizi coincidono coi negativi. In
secondo luogo i giudizi si distinguono sotto il rispetto della quantità, vale a
dire secondo la estensione in cui è preso il concetto che fa da sog getto. Se
l'estensione del soggetto è presa in tutta la sua totalità, il giudizio dicesi
universale. (Tutti gli A sono B o più brevemente A è B; nessun A è B, o più
brevemente A non è B). Se in cambio il soggetto è preso solo con una parte
della sua estensione, il giudizio è particolare (Alcuni A sono B; alcuni A non
sono B ). Stando a una teoria propugnata dallo Hamilton e da altri e oonosciuta
sotto il nome di teoria della quantificazione del predicato, nel giudizio
sarebbe determinata non solo l'estensione in cui si prende il soggetto, ma
anche quella del predicato. Cosi nel giudizio: tutli gli uomini sono mor tali,
il soggetto sarebbe preso in tutta l'estensione e il predicato solo in parte
della sua estensione, cosicchè la forma rigorosamente logica sarebbe: tutti gli
uomini sono alcuni mortali (vale a dire parte dei mortali ). Nel giudizio:
alcuni animali sono mammiferi, il soggetto sarebbe preso in parte della sua
esten sione e il predicato in tutta la sua estensione; sic chè la sua forma
rigorosa sarebbe: alcuni animali sono tutti i mammiferi. Così ogni giudizio
affer 304 merebbe una congruenza di estensione e corrispon derebbe sempre ad
un'equazione. Ma questa teoria non è accettabile, perché se anche la determina
zione dell'estensione del predicato si può artificio samente dedurre da ogni
giudizio, essa è innaturale non essendo effettivamente pensata da chi forma il
giudizio, tranne certi casi speciali che la lingua suole esprimere con qualche
suo spediente. Osservazione 1. – Secondo Aristotele a' giu dizı universali e
particolari si dovrebbe aggiungere per terza la classe degli indefiniti o
aorisli (1 ) sarebbero quelli, in cui al soggetto si attribuisce o si nega un
predicato senza aver riguardo all'esten sione (P. es. la virti merita premio;
concepito senza pensare se ci siano o no molte virtù e se il predicato
meritevole di premio convenga a tutte o no). Questa forma di giudizio coincide
con quello che alcuni moderni chiamano giudizio della com prensione, per
distinguerlo da quelli, in cui il pre dicato viene determinatamente attribuito
a tutti o solo a una parte dei termini che formano l ' esten sione del soggetto
e ch'essi denominano giudizi dell' estensione. Noi non accogliamo codesta
classe di giudizi; perchè, sebbene sia vero che chi forma il giudizio ' ora ha
di mira la comprensione del sog getto ora l ' estensione, pure l ' una
relazione trae Da non confondersi cogli
indefiniti del Kant, che sa rebbero una classe nel rispetto della qualità. Vedi
sopra la Osservazione 3. 305 con sè l ' altra anche se non esplicitamente pen
sata. Altri, con Kant, a' giudizi universali e particolari aggiungono i
singolari, quelli cioè in cui il soggetto ha il minimum pos sibile di
estensione cioè è un individuo. Ma se que st' individuo è determinato, esso
costituisce tutta l'estensione del concetto (p. es. Giulio Cesare) e pertanto
il giudizio è universale; se é indetermi nato (p. es. un soldalo ), esso
rappresenta una parte dell'estensione e perciò il giudizio cade nella classe
dei particolari. I giudizi particolari possono ricevere ulteriori
determinazioni secondochè la parte che si prende dell'estensione del soggetto o
è più o men determinata o si lascia affatto indeterminata (Per es. molti A sono
B, pochissimi A sono B, la più parte degli A sono B, dodici A sono B, ovvero
semplicemente parte degli A sono B ). Ma per la logica queste specificazioni
hanno di regola poca importanza, salvo il caso che l'interesse del pen siero
cada appunto su esse, come p. es. nel numero de' voti d'un corpo deliberante.
Il giudizio particolare differisce d'assai quanto al suo valore secondochè
preso indeterminatamente o determinatamente. In fatti il giudizio: alcuni A
sono B, può significare o che almeno alcuni A sono B, o che soltanto al cuni A
sono B. Nel primo significato esso è vero anche se tutti gli A sono B, nel
secondo senso il giudizio universale, tutti gli A sono B, è necessa riamente
falso. I primi giudizi si chiameranno giudizi parti colari in luto senso, i
secondi particolari in senso stretto. I giudizi in terzo luogo si distinguono
in ri spetto alla relazione, vale a dire secondochè affer mano (o negano)
l'inerenza del predicato al sog getto (g. categorici), oppure: la dipendenza
del pre dicato dal soggetto (g. ipotetici), o, finalmente, se al soggetto viene
come predicato attribuita l'alter nativa fra due o più membri d'una
disgiunzione, p. es. A è o Bo CoD (g. disgiuntivi). Osservazione Questa
classificazione de' giu dizi sotto il rispetto della relazione, sebbene comu
nemente accettata, pecca gravemente contro le leggi della divisione logica. E
invero i giudizi disgiun tivi non sono veramente una specie coordinata alle
altre due, ma piuttosto una sottospecie di quelle; difatti tanto il giudizio
categorico quanto l'ipotetico possono essere disgiuntivi (Il tipo del y.
categorico disgiuntivo è: A è o B o C, dell'ipotetico -disgiun tìvo: se A è B,
o C è D, o M N ). In quarto luogo finalmente i giudizi o sono tali che il
predicato si pensa come necessariamente pertinente al soggetto, e questi
chiamansi giudizi necessari o apoditlici; o sono tali che il predicato si pensa
come di fatto appartenente al soggetto, senza necessità, e diconsi giudizi
della realtà o as sertorii; o, in terzo luogo, sono tali che il predi 307 cato
si pensa come possibile ad appartenere al sog. getto e diconsi giudizi
possibili o problematici. Que sto rispetto chiamasi modalità del giudizio.
Osservazione. – Veramente in questa classifi cazione della modalità si
confondono due rispetti differenti. I giudizi considerati obbiettivamente, sono
o necessari, o della realtà, o possibili; con siderati obbiettivamente sono
apodittici, assertori o problematici. Vale a dire che nel primo rispetto si
considera la necessità, la semplice realtà o la possibilità delle cose; nel
secondo rispetto si con sidera l'intensità della nostra affermazione. La dif
ferenza tra i due rispetti apparisce principalmente nella terza classe, in cui
il giudizio della possibi lità afferma che un concetto è suscettivo d'una data
determinazione, benchè possa non averla (Per es. una casa può essere di nove
piani ), mentre il problematico afferma soltanto la nostra incertezza (A è B?
). Tuttavia, affine di non moltiplicare eccessiva mente le suddivisioni, nella
logica si può prescin dere dal considerare queste differenze. Riassumendo, i
giudizi si dividono: 1.º rispetto alla qualità, in affermativi e ne gativi; rispetto alla quantità, in universali e par
ticolari; rispetto alla relazione, in
categorici, ipo tetici e disgiuntivi (categorico -disgiuntivi e ipote tico
-disgiuntivi); 308 4.º rispetto alla modalità, in apodittici, asser torii e
problematici. Secondo alcuni logici poi la modalità nor non appartiene alla
forma logica del giudizio, ma alla sua materia. Alle distinzioni sopra
enumerate alcuni vogliono aggiunta anche questa in: a) giudizi narrativi, nei
quali il predicato esprime un fatto e suol essere rappresentato da un verbo; b
) descrittivi, nei quali il predicato è una pro prietà del soggetto e suole
grammaticalmente essere espresso da un aggettivo; c ) esplicativi, nei quali il
predicato è un con cetto più generale, per se stante, nella cui esten sione
viene collocato il soggetto e solitamente si esprime mediante un sostantivo
(Esempi di queste tre specie: Cesare fu ucciso in Senato, il gelsomino è
odoroso, il triangolo è una figura ). La qualità e quantità de' giudizi vengono
de. signate per brevità colle lettere a, e, i, o, secondo i versi mnemonici: Asserit
a negat e, sed universaliter ambo; Asserit i negat o, sed particulariter ambo.
Altri preferiscono i seguenti segni: a = 72 19 ta = giudizio universale
affermativo negativo particolare affermativo Pр negativo. P 79 72 309
Osservazione sul giudizio ipotetico. - Codesta forma di giudizio è stata
interpretata in quattro maniere, ciò sono: 1.º Come un giudizio, il cui
soggetto e predi cato sono il soggetto e il predicato del conseguente, ma la
copula è subordinata all' antecedente come a condizione. (Dato p. es. il
giudizio ipotetico: Se A é B, C è D, il soggetto sarebbe C, il predicato D, e
la copula (ė ) è posta sotto la condizione che A sia B ). 2.º Come un giudizio,
il cui soggetto è il con seguente e il predicato è il suo dipendere dall'an
tecedente. Ossia, dato il tipo precedente, del nesso (Cé D) si afferma ch'esso
dipende dal nesso (A é B). 3º. Come un giudizio, in cui l ' antecedente fa da
soggetto ed il conseguente equivale al predicato. Cioè del nesso (A è B) si
afferma che da esso di pende la realtà del nesso (CUD). Questa interpre
tazione, che è la preferita dalla scuola erbartiana, è comoda specialmente per
la trattazione dei sillo gismi. 4.° Come un giudizio, il cui soggetto è il nu
mero dei casi in cui si avvera l'antecedente, e di questo si afferma ch'esso
coincide o non coincide, in tutto o in parte, col numero de casi in cui si
avvera il conseguente, che costituisce il predicato. Secondo quest'ultinia
interpretazione il giudi zio ipotetico non esprime la dipendenza o condi
zionalità dell'un membro rispetto all'altro, ma sol tanto la loro connessione
di fatto ossia la coincidenza. Prendendo i giudizi ipotetici secondo una delle
tre prime interpretazioni, questi non possono esser mai particolari. Infatti,
posto un giudizio di questa forma: qualche volta, se A è, B'è che sarebbe la
forma del giudizio ipotetico particolare), non si po trebbe più dire che B
dipenda da A. Un'altra questione sorge a proposito del giu dizio ipotetico,
vale a dire quand' esso debba dirsi negativo. Secondo taluni il giudizio
ipotetico ne gativo è quello, col quale si nega che il conseguente dipenda
dall'antecedente. Ma hanno torto, o per lo meno questo modo di vedere sconvolge
tutta la teoria del giudizio. Noi diremo a miglior diritto essere negativo
quello, in cui è negativo il conse guente (p. es. se A è, B non è, oppure se A
è B, C non è D). Se fosse negativo l'antecedente e po sitivo il conseguente, il
giudizio sarà ancora affer mativo (p. es. se A non è B, C è D, è un giudizio
affermativo ). Quell' altra maniera di considerare il giudizio ipotetico
negativo (se A è, non ne segue che B sia, oppure se A è B, non ne segue che C
sia D ) sarebbe più presto una forma di giudizio ipotetico parallela a quella
dei giudizi categorici da noi chiamati disparanti. Relazioni logiche possibili
tra due giudizi considerati in rispetto alla loro qualità e quantità Perchè due
giudizi possano essere paragonati logicamente tra di loro, occorre che abbiano
la stessa materia, cioè che contengano i medesimi concetti. Ci sono relazioni
logiche an che tra due giudizi, che hanno la stessa materia solo in parte; per
es. tra questi A è Be A è C; oppure A è B, C è B. Ma queste speciali relazioni
qui non si considerano, come quelle di cui si dovrà trattare nella teoria del
sillogismo. Ciò posto, divideremo tutte le relazioni formali, che possono aver
luogo tra due giudizi contenenti gli stessi concetti e considerati in rispetto
alla loro qualità e quantità secondo lo schema seguente: Indicando con a la
medesima posizione dei concetti; con P la posizione inversa de' concetti; con y
la medesima qualità ne' due giudizi; con 8 la qualità contraria ne' due giudizi;
con et la medesima quantità ne' due giudizi; con Ġ la quantità differente ne'
due giudizi, avremo: 312 E aye relazione d'identità (A è B, A è B ). 12 Ś - ays
relazione di subalternazione (A è B, qualche A. è B, A non è B, qualche a non è
B); dove l'universale si chiama subalternante é il par ticolare subalternato. a
E ada relazione di contrarietà (se i giudizi sono uni versali ) (A è B, A non è
B; di subcontrarietà (se particolari ) qualche d è B, qualche A non è B ). 8 Ś
= ad relazione di contradditorietà (tutti yli A sono B, qualche A non è B;
oppure: nessun A è B, qualche A è B ). E = Byɛ relazione di conversione
semplice (A è B, B è A; qualche A è B, qualche B é A; A non è B, B non è A; qualche A non è B, qualche B non è A
). Ś = By5 relazione di conversione accidentale (A è B, qualche B é A; A non è
B, qualche B non è A). Bdɛ relazione di contrapposizione semplice (A è B, ciò
che non è B non è A; qualche A è B, qual che non - B non è A; A non è B, ciò
che non è Bè A; qualche A non è B, qualche non- Bè 4). d Ś = 386 relazione di
contrapposisione accidentale (A è B, qualche non - B non è A; Anon è B, qual
che non - B è A; qualchè A è B, ciò che non è B non è A; qualche A non è B, ciò
che non è B è A ) (1 ). (1 ) La conversione e la contrapposizione si chiamano
semplici, se i due giudizi, hanno la stessa quantità, cioè sono o ambedue
universali o ambedue particolari; si dicono acci dentali (per accidens) ove la
quantità sia differente, cioè l'uno sia universale e l'altro particolare. 313
contra vorietà Le relazioni 2a, 3a, e 4a, cioè tutte le relazioni formali
possibili tra due giudizi, data la stessa po sizione dei concetti (escludendo
la 1a, d'identità, che non è veramente relazione tra due giudizi, giac che i
giudizi identici non sono che un giudizio solo) furono dagli antichi
simboleggiate nel se guente diagramma: a contrarietà e subalternazione
subalternazione subcontrarietà Dove convien rammentarsi che a significa un
giudizio universale affermativo, e un g. universale negativo, i un g.
particolare affermativo, o un g. particolare negativo. Sarà un esercizio utile
pei principianti di trovare esempi concreti per ciascuna delle relazioni di
giudizi sopra indicate. Noi ce ne siamo astenuti per non ingrossare senza
necessità il volume. Il medesimo diciamo in riguardo ai capitoli seguenti che
trattano delle inferenze immediate e delle forme sillogi Delle inferenze
immediate a) specie prima (dipendente dalla qualità e quantità) Quando da un
giudizio dato se ne può rica vare un altro immediatamente, cioè senza uopo di
un terzo giudizio, ha luogo quella che dicesi infe renza immediata. Noi
distingueremo tre specie di tali inferenze: a) quelle che nascono dai rapporti
formali tra due giudizi, dipendenti dalla qualità e quantità loro; b) quelle
che procedono dalla relazione; c) quelle che dipendono dalla modalità. Noi
indicheremo qui sommariamente le infe renze della specie accennata sub a, le
quali dipen dono dai rapporti formali, che possono intercedere tra due giudizi,
svolti nel capitolo precedente, omet tendo quello d'identità. Dalla
subalternazione. Dal gudizio subal ternante si deduce legittimameute il
subalternato, ossia se il subalternante è vero, sarà vero anche il stiche. Noi
per brevità abbiamo dato il nudo schematismo;: l'insegnante potrà proporre o
far cercare agli alunni gli esempi opportuni a illustrarlo. 1 subalternato. (Se
è vero il giudizio: tutti gli A sono B, sarà vero anche il giudizio: alcuni A
sono B. Se è vero: nessun A è B, sarà vero anche che qual che A non è B ). Ma
dalla verità del subalternato non segue la verità del subalternante. I alla
falsità invece del subalternato segue la falsità del subalternante. Ma dalla
falsità del su balternante non segue la falsità del subalternato. Osservazione.
Questa legge della subalter nazione è valida soltanto ove il giudizio partico
lare sia preso in senso lato (cioè nel senso dell'al meno non in quello del
soltanto ). Se invece il giu dizio particolare si prenda in senso stretto,
dalla verità del subalternante segue la falsità del subal ternato e dalla
verità del subalternato segue la falsità del subalternante; ma dalla falsità
del su balternante nulla segue rispetto al subalternato. 2.° Dalla contrarietà.
Due giudizi contrari non possono essere amendue veri, ma possono bensì es sere
amendue falsi; ossia dalla verità dell'uno segue la falsità dell'altro, ma
dalla falsità d'nino nulla segue rispetto all'altro. 3. ° Dalla subcontrarietà.
Due giudizi subcon trari possono essere amendue veri, ma non amendue falsi.
Ossia dalla verità dell' uno nulla segue ri spetto all'altro; ma se l'uno è
falso, l'altro deb b' essere vero. Osservazione. Anche questa legge vale so
lamente prendendo i giudizi particolari in lato - 316 senso. Prendendoli in
senso stretto dalla verità del l'uno segue la verità anche dell'altro; ma dalla
falsità di uno d'essi nulla segue rispetto all'altro. 4. Dalla contradittorietà.
Due giudizi contra dittorii non possono essere nè amendue veri ne amendue
falsi. Quindi dalla verità dell' uno segue la falsità dell'altro, dalla falsità
dell'uno la verità dell' altro. 5.º. Dalla conversione. Un giudizio universale
affermativo può essere convertito solo accidental mente; l'universale negativo
può essere convertito e semplicemente e accidentalmente. Un giudizio par.
ticolare affermativo può essere convertito solo sem plicemente. Il particolare
negativo non ammette conversione. Osservazione. -- Anche qui si prende il
giudizio particolare in senso lato. Prendendolo in senso stretto, l'universale
negativo non può essere con vertito accidentalmente e il particolare affermativo
non si può convertire. 6.° Dalla contrapposizione. Il giudizio univer sale
affermativo può essere contrapposto semplice mente e accidentalmente.
L'universale negativo solo accidentalmente. Il particolare affermativo non
ammette contrapposizione; il particolare negativo può essere contrapposto
semplicemente. La dimostrazione di tutte le inferenze, così valide come
invalide, indicate in questo capitolo, è
assai facile, qualora si ricorra al paragone delle estensioni, nel che serve di
grande aiuto l'uso delle rappresentazioni simboliche. Pren dasi per es. la
relazione di contrarietà. Tutli gli A sono B, nessun A i B. Che non possano
essere amendue veri risulta intuitivamente dalla figura. Sia B vero il primo si
avrà; ora il contrario А non è compossibile col B. primo. Che poi possano
essere falsi entrambi lo mostra il caso, che i due concetti A e B siano in A
terferenti O; il qual caso esclude B tanto che tutti gli A siano B, come che A
А B nessun A sia B Però la O dimostrazione di tutte le leggi delle inferenze
immediate può essere un utile esercizio da farsi dagli alunni. b ) specie seconda (inferenze della
relazione) Diconsi inferenze della relazione quei giudizi che possono dedursi
da un altro con mutamento della relazione. Così da un giudizio categorico
affermativo si può dedurre un ipotetico affermativo e uno nega tivo. Infatti
dato il giudizio: A e B si ha diritto d'inferirne che: se A è, B é, ed anche
che, se B non è, A non é. La ragione è facile a intendersi; perchè se B é un
predicato di A, la realtà di A trarrà seco quella di B; e togliendo B, la cui
esten sione comprende quella di A, si toglie anche A. Dal giudizio categorico
disgiuntivo si possono dedurre parecchi ipotetici, che qui brevemente in
dicheremo. Sia dato il giudizio A é o M o N o P, ne segue: 1º. Se A è, Ô M o N
o P è. 2." Se A è M, esso non è nè N nè P. 3.° Se A non è M, esso è o N o
P. 4.° Se A non é nė M né N, esso é P. 5.° Se nè M nè N nè P è, A non é. . c )
specie terza (inferenze modali) Chiamasi inferenza o conseguenza modale la
deduzione d'un giudizio da un altro per mezzo di un cangiamento di modalità. Il
principio che giustifica tali inferenze è que sto, che affermando il più si
afferma implicitamente anche il meno e negando il meno si nega impli citamente
anche il più: ma non inversamente. Quindi dalla verità d'un giudizio apodittico
s' inferisce legittimamente la verità dell'assertorio e del problematico; ma
non in ordine inverso. Dalla falsità poi d'un giudizio problematico segue la
falsità dell'assertorio e tanto più dell'apo dittico; dalla falsità del
giudizio assertorio segue la falsità dell'apodittico; ma non viceversa. Le
leggi precedenti sono giustificate da ciò che la negazione d'un giudizio
problematico è un giudizio apodittico, mentre la ne gazione d'un apodittico, è
un giudizio problematico. Si avverta che il giudizio problematico negativo ha
la forma A può non esser Be non già questa: A non può esser B. Quest'ul timo è
un giudizio apodittico.Queste relazioni appariscono intuitivamente nella
tabella seguente. 1 2 3 dover essere essere poter essere 4 5 6 non dover essere
non essere non poter essere ! Dove si vede che le formole 4, 5, 6 sono le
formole 1, 2, 3 ' coll' aggiunta della negazione. Ora mentre il n. 1 è
apodittico, il n. 4 è problematico: mentre il n. 3 è problematico, il n. 6 ė
apodittico. Osservazione 3. -- Le formole 1, 2, 3, potreb bero essere anche
negative; in tal caso la tabella precedente si trasforma in quest'altra. 1 1 2
3 dover non essere non essere poter non essere 4 6 non dover non essere non non
- essere che equivale a poter essere che equivale a non poter non essere che
equivale a essere dover essere Col confronto delle due tabelle è facile riscon
trare le formole che si equivalgono: così il n. 6 della prima tabella equivale
al n. 1 della seconda; il n. 5 della prima è identico al n. 2 della seconda; il
n. 4 della prima equivale al n. 3 della seconda. Gli equivalenti dei numeri 4,
5, 6, della seconda tabella sono già stati indicati nella tabella stessa. Il
giudizio disgiuntivo falsamente da taluni fu considerato come composto; esso
non è una somma di giudizi, ma un giudizio unico indecomponibile. Giudizi
veramente composti sono: 1º. i copulativi, i quali possono essere: a )
copulativi nel soggetto. Es. A, B, C sono M. b ) copulativi nel predicato. Es.
A è M, N, P. c ) copulativi in ambedue i termini. Es. A, B, C, sono M, N, P.
2.° I remotivi. Questi alla loro volta possono essere: a ) remotivi nel
soggetto. Es. nè A, nè B, né C À M. b ) remotivi nel predicato Es. A non è nè M,
nè N, nè P. In quanto ai giudizi complessi in forma attri butiva, logicamente
considerati, sono giudizi sem plici, perchè l'attributo non è che una nota sia
del soggetto sia del predicato. Essi o 1.º sono complessi nel soggetto; es. A (che
è M) è N. o 2.º sono complessi nel predicato; es. A è un M (che è N); o 3.º
sono complessi in amendue i termini; es. A (che è B) è un M (che è N). 21 322
Il problema generale che un sillogismo si pro pone di risolvere è: dati due
giudizi indipendenti tra di loro, i quali contengono un termine comune,
ricavarne un terzo eliminando il termine comune. Se noi paragoniamo la forma
rigorosamente sillogistica col processo reale del nostro pensiero, vedremo che
di rado il secondo combacia esatta mente colla prima. Le cause principali di
questo fatto sono le due infrascritte. Che I NOSTRI PENSIERI E I DISCORSI CON
CUI LI SIGNIFICHIAMO [alla H. P. Grice], anche se indirizzati a dimostrare qualche tesi,
di solito contengono più sillogismi svariatissimamente intrecciati e allacciati
insieme. 2.º Che molti giudizi, benchè formino una parte essenziale de' nostri
ragionamenti, sono sottintesi e solo implicitamente pensati, ossia pensati
senza averne piena coscienza. Ora la logica, non può e non deve proporsi di
seguire i meandri psicologici del pensiero, sibbene di determinare le forme
esatte, le quali debbono essere almeno implicitamente osservate se il nostro
ragionamento ha da essere concludente. Contro il valore del sillogismo furono
emesse, massime dai moderni, varie obbiezioni. Qui si ac I 323 cennano
brevemente le più speciose, unendo a cia scuna una concisa risposta. Il
sillogismo non produce verun au mento di cognizione, perché la conclusione era
già racchiusa nelle premesse. Risposta Codesta obbiezione potrebbe tutt'al più
esser valida se il pensare umano fosse istan taneo e tutto abbracciasse con uno
sguardo. Ma siccome è discorsivo, quindi successivo, la combi nazione del
soggetto col predicato della conclusione ha mestieri d' essere esplicitamente
pensata; il che è per 1 appunto ciò che si fa per mezzo del sillo gismo. 05. 2.
- Il sillogismo è una pura petizione di principio, perchè la verità della
premessa mag giore dipende dalla verità della conclusione, anzi chè questa da
quella. Infatti non può esser vero per es. che tutti gli uomini sono mortali,
se già non sia vero che Pietro, Paolo, Antonio ecc. sono mortali. Risposta. –
Codesta obbiezione si fondamenta sul falso concetto che un giudizio universale
altro non sia che la somma di tanti giudizi particolari. Ora ciò nella massima
parte dei casi non è nem meno possibile, come se per es. io dovessi aspettare a
formulare il giudizio: gli uomini sono mortali, d'aver prima verificato la
morte in ciascun uomo. È vero invece che le premesse universali parte ri
sultano dall'analisi del soggetto considerato nella sua comprensione, parte da
nessi necessari tra un 324 concetto e un altro, parte da legittime induzioni.
In generale sono indipendenti dai singoli giudizi particolari e il sillogismo
applica a questi la regola già riconosciuta nel generale. Il sillogismo potrà
servire tutt'al più a rischiarare o ad esporre sistematicamente ve rità già
note, ma non mai a scoprirne, perché la scoperta del nuovo si fonda su processi
psicologici. Risposta. Prima di tutto è da notarsi, che tra i processi
psicologici, onde può risultare la sco perta di nuove verità, ce ne sono anche
di quelli che coincidono col sillogismo. Ma quel che più importa si è che un
processo psicologico, in quanto tale, non ha alcun valore scientifico e quello
che può avere è giustificato soltanto dal processo logico che lo informa.
Finalmente contro tutte le predette obbiezioni e altre analoghe sta questa
osservazione fondamen tale, che le premesse d'un sillogismo contengono la
ragione della conseguenza. Certo se è vero che tutti gli uomini sono mortali e
che Pietro è uomo, è già vero che Pietro è mortale; ma questa pro posizione è
vera appunto perché sono vere le prime due e il valore del sillogismo consiste
nel mostrare questa dipendenza. Tutti i sillogismi semplici possono ripartirsi
nelle cinque classi seguenti: 1. ° categorici puri, e sono quelli in cui tanto
le premesse come la conclusione sono giudizi ca tegorici; 2.° categorico -
ipotetici o ipotetici spurii, nei quali si le due premesse come la conclusione
sono giudizii ipotetici; 3.0 ipotetico -categorici o ipotetici in senso pro
prio, che sono quelli la cui premessa maggiore è un giudizio ipotetico, la
minore un giudizio cate gorico e la conclusione ordinariamente non sempre) un
giudizio categorico; categorici disgiuntivi, nei quali la maggiore è un
giudizio categorico disgiuntivo, la minore un giudizio categorico semplice o
anche.categorico di sgiuntivo, la conclusione un giudizio categorico semplice o
anche categorico - disgiuntivo; 5.° ipotetici disgiuntivi, in cui la premessa
mag giore è un giudizio ipotetico disgiuntivo, la minore è un giudizio
categorico semplice o categorico di sgiuntivo, la conclusione un giudizio
categorico semplice o disgiuntivo. - 326 Osservazione 1. Alcuni considerano
l'indu zione e l'analogia come forme speciali d'argomen tare distinte dal
sillogismo; ma noi vedremo a suo luogo che non sono se non casi particolari di
questo. Osservazione 2. – C'è chi distingue prima di tutto i sillogismi in
semplici e composti. Ma i così detti sillogismi composti non sono che serie di
sil logismi semplici, i quali ricevono la loro unità dalla forma stilistico -
grammaticale. Del sillogismo categorico (puro) I due giudizi, da cui si cava il
terzo, qui come in tutte le forme di sillogismo, si chiamano pré messe; il
terzo conclusione. I concetti o termini, che esso contiene, non possono essere
nè più né meno di tre, perché le due premesse debbono avere un termine comune.
S'intende da sè che i concetti o termini del sillogismo possono essere
significati verbalmente o con una parola o con parecchie. Di questi tre
concetti quello che è comune ad ambedue le premesse e che dev'essere escluso
dalla conclusione dicesi medio, gli altri due diconsi - estremi; dei quali il
soggetto della conclusione chiamasi minore, il predicato della conclusione,
maggiore. Delle due premesse l ' una si dice maggiore e suol essere più
generale, l'altra minore. Quella, nel sillogismo ordinato, si enuncia per
prima, que sta per seconda. Per altro la premessa maggiore è distinta
rigorosamente dalla minore solo nella fi gura prima, come si vedrà a suo luogo.
Il sillogismo può avere diverse figure (oxńuara) secondo la posizione che
occupa il termine medio. Se questo funge da soggetto nella maggiore e da
predicato nella minore si ha la figura prima. Se è predicato in entrambe le
premesse, si ha la figura seconda. Se è soggetto in tutte e due, si ha la fi
gura terza. Fnalmente se è predicato nella mag giore e soggetto nella minore,
avremo la quarta figura. Le tre prime furono scoperte da Aristotele; la quarta
è attribuita a Galeno. Eccone qui i tipi; dove si noti che con S si indica il
termine minore, con M il medio, con P il maggiore. MP PM MP Fig. 4.8 PM SM Ş M
MS MS SP SP SP SP - 328 SM Osservazione. – L'ordine in cui vengono enun ciate
le premesse è indifferente rispetto al produrre la conclusione; questo per
altro è l'ordine normale. Ma rispetto alla figura 1.a alcuni, col Leibniz, so
stennero come più naturale l'ordine inverso come quello in cui apparisce
intuitivamente la con tinuità della subordinazione, conformemente al tipo
matematico (S < M < P ). Codesta continuità però è intuitiva anche nell'ordine
tradizionale, quando come appunto suol fare Aristotele, nell'enunciare il
giudizio si parte dal predicato (P compete ad M, M ad S). Siccome poi le
premesse possono variare di qualità e di quantità, cosi si hanno tanti modi
(τρόποι των σχημάτων) quante sono le combinazioni che due giudizi possono
presentare sotto questo rispetto. Queste in effetto sono sedici per ciascuna
figura a a e a ia оа a e e e ie ое (1) αι ei i i o ¿ α Ο e o io 00 e pertanto
sessantaquattro per tutte le figure. (1) Cioè amendue le premesse universali
affermative (a a), la maggiore universale affermativa e la minore universale
negativo (a e ), la maggiore universale affermativa e la minore particolare (a
i), ecc. 4 Ma dei 64 'modi possibili, ce n'è 41 che non danno conclusione;
sicchè i modi concludenti e quindi validi si riducono a 19 tra tutte le figure;
dei quali 4 appartengono alla figura prima, 4 alla seconda, 6 alla terza e 5
alla quarta. Essi sono enumerati nei seguenti versi barbari, che con qual che
leggera variante si trovano per la prima volta nelle Sunmulae logicales di
Petrus Hispanus, il quale fu poi papa Giovauni XXI. Barbara, Celarent, primae,
Darii, Ferioque; Cesare, Camestres, Festino, Baroco, secundae; Tertia grande
sonans recitat Darapti, Felapton, Disamis, Datisi, Bocardo. Ferison. Quartao
Sunt Bamalip, Calemes, Dimatis, Fesapo, Fresinon. L'artifizio di questi versi
mnemonici (tante volte messi in ridicolo, eppure anche a ' giorni no stri
reputati utilissimi, come sussidio alla memoria, da filosofi insighi d'oltralpe)
consiste in questo: che le vocali di ciascun vocabolo denotante un modo
indicano la qualità e quantità delle premesse e della conclusione. Per es. i
tre 4 di Barbara significano che nel 1.º modo della 1.a figura sono universali
afferma tive le due premesse e la conclusione; l'e, i, o, di Festino
significano che nel 3.º modo della 2. figura la maggiore è universale negativa
(e ), la minore particolare affermativa (ë ), la conclusione particolare
negativa (0), ecc. In quanto alla consonante iniziale, questa nella figura
prima esprime il numero d'ordine nel modo (B essendo la prima consonante del l
' alfabeto, C la seconda, D la terza, F la quarta ); ma nelle altre figure
indica a qual modo della 1.8 figura quel dato modo venisse ridotto nella logica
aristotelico - scolastica per dimostrarne la validità. (Per es. l'iniziale di
Cesáre e Camestres nella fi gura 2.a e di Calemes · nella 4.&, indicano che
tutti e tre questi modi si dimostrano con ridurli al modo Celarent della 1.a
figura ). Le altre consonanti, nella figura 1. sono puramente eufoniche; ma
nelle re stanti figure le lettere s, m, p, c, significano l'ope razione logica,
che si deve eseguire per dimostrare la validità di quel dato modo riducendolo a
un modo della figura 1. Così s significa conversio Sim plex, p conversio Per
accidens, m Metathesis prae missarum, c ductio per Contradictoriam proposi
tionern. Che se si chiedesse con qual metodo e secondo quali criteri siansi
trascelti fra i 6+ modi possibili i 19 dati come concludenti, si risponde che
Aristo tele e in generale gli antichi e gli scolastici si servirono a tal uopo
d'un processo differente da quello che preferiscono i moderni. Aristotele di
mostra dapprima quali modi siano validi e quali no nella figura 1.a; e ciò fa
sia partendo da' prin cipi generali del ragionamento, sia per via d'esempi. Per
le altre figure procede in parte riducendone i modi a quelli della figura 1.“,
in parte per via di esempi, ossia mostrando che, se si ammettesse la validità
di certi modi, si avrebbero conclusioni manifestamente false. Questo processo
non è rigoro samente logico. I moderni in generale procedono per via d'eli
minazione, cioè scartano via via tutti quei modi ne' quali dalle relazioni tra
gli estremi e il medio contenute nelle premesse non risulta determinata la
relazione tra i due estremi. E ciò fanno col con fronto delle estensioni, nel
che ci si può giovare anche dei simboli grafici. Contro questo metodo si può
obbiettare che è meccanico e che suppone che le premesse siano sempre giudizi
di subassunzione e che il predicato sia sempre un concetto sostantivo, mentre
in realtà esso può rappresentare anche un'attività, una pro prietà, uno stato
del soggetto. A ciò si risponde 1.º che ogni giudizio, anche se narrativo o
descrit tivo, contiene pur sempre una subassunzione che per mezzo dello
spostamento di categoria è sempre possibile concepire il predicato sostanti
vamente. Ora applicando il detto processo d'eliminazione, si ripudiano 1.º i
modi e e, eo, o e, oo in tutte o quattro le figure. Con che si giustifica
l'antica re gola: ex mere negativis nihil sequitur. I rapporti tra le estensioni
degli estremi e del Pietro ieri passeggiava in giardino equivale alla
subassunzione di Pietro sotto gli esseri che ieri passeggiavano in giardino.
Indichiamo con P il complesso di tutti quelli che ieri passeggiavano in
giardino e abbiamo Pietro e P. 332 medio si possono simboleggiare come segue
nella ipotesi e e, ossia che entrambi le premesse siano universali negative. Mм
P S M M S Dove si vede a colpo d'occhio, che stando ferma la esclusione re
ciproca tra M e Pe tra Se M, la relazione di S con P può concepirsi in tutti i
modi possi bili; il che val quanto dire che niuna conclu. sione è legittima. Se
poi una delle pre messe (come in eo e in o e) od amendue (0 o) siano
particolari, l ' in determinazione è anco ra maggiore. Così sono scartati 16
modi. 2.° In guisa analoga si eliminano i modi che hanno amendue le premesse
particolari e ciò per tutte le figure. Donde la regola: ex mere particu laribus
nihil sequitur. I modi che per questa legge vengono esclusi sono i i, io, oi,
oltre ad oo, che fu già eliminato in forza della legge precedente. Sono così
espunti altri 12 modi. 3.° Si rifiutano similmente per tutte le figure M M SP
333 io, quei modi che hanno una maggiore particolare e insieme una minore
negativa. Così si elimina i e in tutte le figure (giacchè io, o e, 00 sono già
stati eliminati) e così altri 4 modi sono dimostrati in concludenti. 4.° In
figura 1.a se la maggiore è particolare e del pari se la minore è negativa, non
si ha con clusione. Restano cosi esclusi per la figura 1a, oa, o e, a o (essendochè
gli altri modi che cadono sotto questa legge sono già stati esclusi in virtù
delle leggi precedenti ). Ecco dunque eliminati altri 4 modi. 5.° In figura 2.a
sono invalidi i modi, ne ' quali la premessa maggiore è particolare e quelli in
cui entrambi le premesse sono affermative. Così, oltre a' già esclusi, sono
eliminati dalla totalità dei 64 gli altri 4 modi i a, o a, a a, ai in fig. 2. *
6. ° In figura 3." sono esclusi i modi, che hanno la minore negativa;
quindi, oltre a' già esclusi, si espungono a e, a o. Altri due della totalità.
7.° In figura 4. non sono concludenti quei modi in cui sia contenuta una
premessa particolare negativa. Sicché, oltre a' già esclusi, vengono eli minati
i modi o a e ao. Di più in questa figura è invalido anche il modo che ha la
maggiore univer sale affermativa con una minore particolare affer mativa (a i).
Eliminati così altri tre modi, che coi precedenti sommano a 45, restano i 19
concludenti. 334 Con un processo simile si dimostra la validità di questi (1 ).
Dall'ispezione comparativa di tutti i modi con cludenti si ricavano le
infrascritte regole per tutte le figure. 1.° Se amendue le premesse sono
affermative, la conclusione sarà pure affermativa. 2. ° Se una delle premesse è
negativa, negativa è pure la conclusione. 3.° Se ambe le premesse sono
universali, la conclusione sarà universale nelle figure prima e se conda e
talvolta nella quarta; nella terza e talvolta nella quarta particolare. 4. ° Se
una delle premesse è particolare, è par ticolare anche la conclusione. 5.° La
figura prima ha conclusioni di tutte le forme; la figura seconda solamente
negative, la terza solamente particolari. Le regole quassù esposte sono
compendiate nel detto: conclusio sequitur pártern debiliorem (dove s'intende
che un giudizio negativo è più debole d'uno affermativo, uno particolare più
debole d'uno (1) Un 'esercizio che potrà essere utilmente fatto dagli alunni,
sarà di dimostrare quali siano i modi concludenti e i modi non concludenti per
ciascuna figura, sia col metodo di raffrontare le estensioni dei termini, di
cui s'è dato un esem pio rispetto a quelli che hanno ambedue le premesse nega
tive, sia col metodo aristotelico - scolastico della riduzione alla figura
prima. 335 universale ). Questa legge poi vale non solamente per la qualità e
quantità delle conclusioni, ma an che per la loro modalità. Vero è che
Aristotele in segna che con una premessa apodittica e una as sertoria si può
avere una conclusione apodittica. Ma ciò non è rigorosamente vero, come già
rico nobbero gli antichi. Del sillogismo per sostituzione, se un dato concetto
fa parte comecchessia (at tributivamente od obbiettivamente) del soggetto o del
predicato d' un giudizio, servendo a determi narli, e se da un secondo giudizio
risulta che quel concetto è equipollente a un altro, questo potrà es sere
sostituito a quello nel primo giudizio. Così s'avrà un sillogismo che chiamasi
di sostituzione. Eccone il tipo. 1 2 Am è P A è Pm in S m S dunque As è P
dunque A è Ps. Ma se il giudizio, che funge da premessa mi nore non è un
giudizio d'identità, sibbene di sub assunzione, in quali casi sarà lecito
sostituire nella premessa maggiore il nuovo termine della minore? 336 Se il
dato concetto fa parte del soggetto della maggiore, potrà essere sostituito da
qualunque con cetto che sia subordinato al primo. Se in cambio esso fa parte
del predicato, vi si potrà sostituire qualunque concetto, che contenga il primo
cioè che gli sia logicamente superiore. Così: 3 4 Am é P s è m A è Pm m è s
dunque As è P (1 ) dunque A è Ps Questa regola vale se il concetto dato entra
nella maggiore sotto forma positiva; che se v'entra negativamente, allora vale
la regola inversa 5 6 A non mè P m és A è P non m s è m dunque A non s è P
dunque A è P non s La dimostrazione di queste leggi si trova fa cilmente col
confronto delle estensioni e potrà as segnarsi per esercizio agli scolari, come
pure l'esco gitare degli esempi concreti. (1) Si avverta esser facile a cadere
in equivoco riguardo a questa formola, qualora si ritenga che la conclusione
af. fermi che A è s, mentre afferma soltanto che se A è s, esso è P. 337 Noi
daremo un esempio del tipo N. 3. Lo studio delle lingue classiche giova a
formare la mente. Il latino è una lingua classica. Dunque: Lo studio del latino
giova a formare la mente. La logica aristotelico - scolastica ha trascurato
questa forma di sillogismo, che pure è quella di cui si fa uso più frequente. Dei
sillogismi ipotetici spurii o categorico- ipotetici Se entrambe le premesse
d’un sillogismo sono giudizi ipotetici, si avrà una conclusione del pari.
ipotetica e, quando s'adotti il sistema di risguar dare l'antecedente come
soggetto e il conseguente come predicato, anche la posizione dei termini sarà
identica a quella dei sillogismi categorici. Anzi, secondo alcuni trattatisti
di logica, si avranno esat tamente tutte le figure e i modi del sillogismo ca
tegorico. Figura 1. Figura 2.2 modo BARBARA modo CAMESTRES Se A è B, C è D Se E
è F, A è B Se A e B, C e D Se E è F, C non è D Se E è F, CD. Se E è F, A non è
B 22. · 338 Figura 3.2 Figura 4.a modo DARAPTI modo BAMALIP Se A e B, C D Se A
i B, E È F se A è B, C i D se c è D, E è F Talvolta, se E é F, C è D. Talvolta,
se E é F, A è B. E così dicasi degli altri modi delle varie figure. Senonchè
contro questa dottrina si solleva una gravissima difficoltà; poichè come
abbiamo veduto, un giudizio ipotetico, ove s'interpreti come espri mente la
dipendenza del conseguente dall'antece dente, non può esser mai particolare.
Resterebbero quindi escluse le figure 3.8 e 4.a e tutti i modi delle altre due,
in cui o nelle premesse o nella conclusione entri un giudizio particolare. Se
in cambio s'interpreti il giudizio ipotetico come semplice coincidenza
dell'antecedente col con seguente, tutte le figure e tutti i modi del sillo
gismo categorico si potranno applicare anche ai giudizi ipotetici. Perocchè in
tale ipotesi il giudizio ipotetico universale affermativo significa che la to
talità dei casi, in cui s'avvera l'antecedente, coin cide con una parte almeno
de' casi in cui s ' avvera il conseguente; e il giudizio ipotetico particolare
affermativo significa che una parte dei casi, in cui s'avvera l'antecedente,
coincide con una parte al meno de' casi, in cui s'avvera il conseguente. Ana
logamente dicasi dei negativi. Così p. es. nel modo Darapti in figura 3. recato
qui sopra, la maggiore significa che il numero totale dei casi, in cui A è B
coincide con una parte almeno dei casi, in cui C è D; la minore significa che
la totalità dei casi, in cui A e B.coincide anche con una parte almeno dei casi,
in cui E è F. Sicché è legittima la con clusione che una parte dei casi in cui
E é F coin cide con una parte almeno de' casi in cui C e D. Conclusione
espressa dal giudizio: Talvolta se E è F, C e D. Se pertanto al giudizio
ipotetico voglia man tenersi il suo significato tradizionale, di esprimere cioè
la dipendenza del conseguente, come condizio nato, dall'antecedente, come
condizione, questa teo ria deve essere rigettata. Siccome per altro anche la
semplice coincidenza o connessione è una rela zione, che effettivamente ha
luogo tra i fatti, è pur legittimo anche il sillogismo inteso in questo senso.
Solo a togliere gli equivoci, sarebbe neces sario farne una classe a parte e
designarlo con un nome particolare. E ciò basti per la presente que stione, che
il diffonderci di più sarebbe violare le proporzioni di questo trattatello
elementare. Dei sillogismi ipotetici propriamente detti ossia ipotetico-
categorici Sono questi quei sillogismi, di cui la maggiore è un giudizio ipotetico,
la minore è un giudizio 340 categorico che afferma l'antecedente o nega il con
seguente della maggiore e la conclusione è un giu dizio categorico il quale
afferma il conseguente o nega l'antecedente della maggiore. Sicché questo
sillogismo ha due modi fonda mentali, il modo ponente (ponendo ponens) e il
modo tollente (lollendo -tollens). 1 2 MODO PONENDO PONENS MODO TOLLENDO -
TOLLENS Se A e B, C è D A è B Se A è B, C e D C non è D Dunque CD Dunque \ non
i B Il modo ponente segue il tipo della prima fi gura del sillogismo
categorico, il tollente quello della figura seconda. La conclusione poi si
giusti fica col metodo della riduzione all'assurdo; perchè, supponendo falsa la
conclusione, ne segue esser falsa una delle premesse. Onde la regola: posta la
condizione, è posto il condizionato, ma non vice versa; tolto il condizionato,
è tolta la condizione, ma non vice versa. Che se nella premessa maggiore il
conseguente sia negativo, si hanno due modi po nendo tollentes.. 3 4 MODO
PONENDO TOLLENS MODO PONENDO TOLLENS Se A ¿ B, C non ¿ D A e B Se A è B, C non
¿ D Сер Dunque C non è D Dunque A non è B 341 Se l'antecedente è negativo e
affermativo il conseguente, si hanno due modi lollendo ponentes. 5 6 MODO
TOLLENDO PONENS MODO TOLLENDO PONENS Se A non è B, C è D A non è B Se A non è
B, C è D C non è D Dunque C è D Dunque A è B Finalmente, ove siano negativi
tanto l'antece dente quanto il conseguente, si avranno i due modi seguenti:
MODO TOLLENDO TOLLENS MODO PONENDO PONENS Se A non è B, C non è D A non è B Se
A non è B, C non è D C è D Dunque C non è D Dunque A è B Un caso particolare di
sillogismo ipotetico, che merita considerazione, sebbene per quanto a me consta
non sia stato mai trattato dai logici, è il seguente. Sia la premessa maggiore
un giudizio ipotetico copulativo nel soggetto, ossia tale che il condizio nato
dipenda da più condizioni riunite; se la mi nore afferma la realtà d'una o più
di tali condizioni, non però di tutte, la conclusione sarà un giudizio
ipotetico, nel quale il conseguente dipenderà da quella o quelle condizioni,
che non sono state poste nella premessa minore. Tipo 342 1 MODO PONENTE Se A è
B, C e D, ed E è F S è P A è B e C è D dunque Se E è F, S è P Ora siccome il
progresso scientifico consiste per gran parte nel trasformare i giudizi
ipotetici in categorici, è chiaro che questa forma d'argomen tazione non ha
piccola importanza, come quella che tende ad eliminare via via le ipotesi, da
cui dipende il conseguente e si accosta così sempre più allo scopo. Se poi la
premessa minore sia negativa, avremo un modo tollente, in cui la conclusione
affermerà la mancanza di tutte o d' alcune o almeno d' una delle condizioni.
Tipo 2 MODO TOLLENTE Se A è B, C è D é E è F S è P S non è P dunque o nè A è B,
nè C è D, né E é F o né A é B, né cé D o né A é B, né E é F oné C é D, né E é F
O A non é B o C non ¿ D O E non é F 343 Sillogismi disgiuntivi a) CATEGORICI Il
sillogismo categorico disgiuntivo ha per pre messa maggiore un giudizio
categorico disgiuntivo, per premessa minore un giudizio categorico sem
plicemente o categorico remotivo e per conclusione un giudizio categorico,
disgiuntivo o no secondo i casi. I tipi principali di questa maniera di
sillogismo possono ridursi ai quattro seguenti: 1 1 2 A è o BoCoD A é o Bo COD
F non è nè B nè C nè D dunque Fio Bo CoD dunque F non é A 3 4 Аёо восор A non è
nè B mè C A è o Bo COD A non è B dunque A è D dunque A è o COD b) IPOTETICI Il
sillogismo ipotetico disgiuntivo è quello che ha come premessa maggiore un
giudizio ipotetico 344 disgiuntivo. I principali suoi tipi sono i seguenti: 1 2
Se A ¢ B, o C é Do E é F A é B Se A e B, o C é Do E é F né Cé D, né E é F
dunque o C é Do E é F dunque A non é B 3 4 Se A e B, o C é Do E é F А ё Весё D
Se A é B, OC é Do E é F A é B e C non é D dunque E non é F dunque Eé F In tutte
poi le forme dei sillogismi disgiuntivi, se la minore nega tutti i membri
disgiunti della maggiore, la conclusione nega il soggetto (o l'an tecedente)
della maggiore. 1 2 A É O MONOP Né Mné N né P sono Se' A é B, o C é Do E é Fo G
é H C non é D, E non é F, G non é H dunque A non é dunque A non é B Forma che
dicesi dilemma, trilemma, quadri lemma, ecc. secondo il numero dei membri
disgiunti. L'induzione (erayoyń ) non è
se non un sillo gismo, nel quale in luogo del termine medio (M) è data la serie
completa o incompleta delle sue specie (u, u', u ', u ' ', ecc. ). Il suo tipo
pertanto è questo: M, u ', u '.... sono P My u ', u '.... sono S dunque S è P
Il quale è un sillogismo in figura 3.a, colla differenza che la conclusione è
(o tende ad essere) universale. Se la serie delle specie di Mè completa così
nell' una come nell'altra premessa, l'induzione di cesi completa o perfetta e,
potendosi la minore con vertire, equivale a un sillogismo in Barbara: (u, u ' u
'') sono P Séoul, ou ou" dunque S e P Ma se i concetti specifici, in cui
il medio ė risoluto, non esauriscono l'estensione di S, l'in duzione dicesi
imperfetta e, stando alle leggi formali, non può dare se non una conclusione
più o meno probabile. Infatti la conclusione attribuisce a tutta l'esten sione
del genere di S quella proprietà P, che se condo la premessa maggiore è riconosciuta
appar tenere a un certo numero delle specie di S. Perciò suol dirsi che, a
differenza del sillogismo propriamente detto, il quale conchiude dall'univer
sale al particolare, l'induzione dal particolare con chiude all ' universale.
Ma per grande che fosse il numero dei casi particolari u, u', u ', ecc. non si
avrebbe giammai il diritto d' estendere il carattere P ai rimanenti che con
quelli costituiscono tutta l'estensione di S, quando non s'avesse fondamento di
supporre che P competa ai primi non accidentalmente, sibbene in forza della
loro comune natura. Quindi la pro babilità della conclusione aumenta di molto
qualora My u ', U ", ecc., anzichè concetti specifici del genere S, siano
esemplari d'un'unica specie. In tal caso può bastare che la proprietà P si
scopra anche in un solo. Il principio fondamentale, su cui si appoggia
l'induzione, è la ferma nostra persuasione dell'uni formità e della costanza
delle leggi naturali. Que sto principio tuttavia non basterebbe a fondamen tare
l'induzione senza la supposizione sopra accen nata: perché ove non si supponga
che il carattere P appartenga a M, u', u ', ecc. appunto in forza d'una legge
di natura, non saremmo in diritto di attri buirlo ad S. Ma stando ad alcuni
empiricisti e positivisti moderni l'induzione è l'unica sorgente d'ogni no stra
cognizione; quindi anche il principio della uniformità e costanza della natura
non potrebb’es sere ottenuto se non per mezzo dell'induzione. Ora ciò è
contradittorio, e per fuggire questa contrad dizione si ricorse a uno spediente
poco migliore della stessa contraddizione. Si disse che le prime nostre
induzioni, non potendo appoggiarsi a un principio che non è ancora dato, si
sostengono pu ramente sul numero dei casi, che presentano la proprietà P; onde
furono dette induzioni per enu meralionem simplicem. Ma se la semplice
enumerazione basta per le prime induzioni, per quelle in particolare da cui poi
risulterà il principio dell'uniformità di natura, perché non dovrebbe bastare
per tutte, rendendo così inutile il detto principio? E se non basta per le
altre, come basterà per quelle? Se la nostra credenza nell ' uniformità e
costanza delle leggi di natura non ha fondamento logico, quindi è irragio
nevole, come potranno aver valore le induzioni fon date sopra di essa? Non si
esce da questo laberinto di contraddi zioni e di assurdi se non si riconosca
che l'uomo è particeps rationis, cioè possiede delle verità ori ginarie, le
quali poi cumunicano il loro valore an che a quelle che si acquistano
coll'esperienza, in quanto contengono la giustificazione dei processi
sperimentali e in particolare del processo induttivo. Con il nome di “analogia”
si suole designarsi un raziocinio, che va da un particolare ad un altro
particolare coordinato, ossia più specificatamente, un raziocinio, pel quale
date due cose aventi un certo numero di caratteri comuni, un nuovo carattere
che si co nosca appartenere all'una di esse viene attribuito anche all'altra.
Il suo tipo è questo A (che è m, n, q ) é P S é m, n, a dunque S é P
Paragonando questa formola col sillogismo pro priamente detto si vede ch'essa
risulta di due sil logismi, che sono: 1 2 A é m, n, 9 S é m, n, 9 A é P S é A (Dunque
S ė A?) Dunque $ é P È chiaro che il n. Í non autorizza a conchiu dere che Sè
A, essendo un sillogismo in figura 24 con le premesse amendue affermative.
Perchè la conclusione (S è A), la quale deve servire di pre messa minore al n.
2, sia legittima e certa, biso gnerebbe che la premessa maggiore del n. 1 fosse
319 convertibile semplicemente ciò, che è m, n, q, è A). Ora ciò di regola non
si avvera e perciò le con clusioni dell'analogia non possono essere se non più
o meno probabili a seconda che l'enumerazione dei caratteri m, n, q si accosta
più o meno al tipo: ciò che è m, n, q, è A, ossia secondo che essi ser vono più
o meno perfettamente a caratterizzare A. È restato celebre il raziocinio per
analogia, col quale Franklin nel novembre 1749 argomentò che il fulmine dovesse
essere attirato dalle punte me talliche. Esso risponde esattamente al tipo
proposto di sopra. L'elettricità (la quale è condotta dai metalli, dà una luce
d'un certo colore, ha un movimento velocissimo, ecc. ) è attirata dalle punte
metalliche. Il fulmine è condotto dai metalli, dà una luce di quel dato colore,
ha un movimento velocissimo, ecc. Dunque: il fulmine sarà attirato dalle punte
metalliche. Anche l'analogia, come l'induzione, si fonda menta sul principio
dell'uniformità delle leggi della natura e della costanza dei tipi naturali.
Vuolsi poi notare che se il fatto del riscon trarsi i medesimi caratteri m, n,
q in S ed in A non basta a provare che S sia specie e A genere o viceversa,
indicherà che almeno deve esserci tra loro una correlazione e una
corrispondenza; sicchè se non potremo a rigore attribuire ad $ il carat tere P,
potremo attribuirgliene uno analogo Pin modo che s'abbia la proporzione: 4: P =
S: P'. 350 E il carattere P' sarà il prodotto di ciò per cui A coincide con S e
di ciò per cui differiscono. Così in fatti ha considerato l'analogia il Dro
bisch. Il quale istituisce questo ragionamento: Po niamo che G sia un genere di
cui A e B siano specie. Dato che in A scoprasi una nota ", questa potrebbe
spettare ad A per una di queste tre ra gioni: 1.° Perché y sia un carattere del
genere G. In tal caso y competerà anche a B. 2. Perché y sia nota specifica di
4 (quella per cui esso si distingue da B). In questo caso y non si può
attribuire a B. 3.° Perché y sia il prodotto o la risultante della natura
generica di A (cioè di G) e della sua tura specifica. In tal caso a B si dovrà
attribuire non già y, ma una nota y ', che sia il prodotto della natura
generica che B ha comune con de delia sua peculiar natura speclfica. Questo
terzo caso sarebbe la propria e vera aualogia. Così un naturalista, che abbia
scoperto in una specie animale un dato carattere, p. e. un certo organo, non
attribuirà a un'altra specie con genere alla prima l'identico carattere (organo);
ma ben piuttosto uno analogo, cioè tale che raccolga, in sè la natura del
genere e risponda insieme alla particolar natura della seconda specie. na Della
prova o dimostrazione Chiamasi con questo nome un ragionamento, il quale si
propone non solamente di vedere quali conseguenze dipendano logicamente da certe
pre messe, ma bensì di dedurre da premesse vere la verità di una conclusione.
La verità da dimostrarsi dicesi tesi o anche teorema, le premesse si chia mano
argomenti. La prova è di due specie, di cui l'una è la diretta, l'altra l '
indirelti o apagogica. Diretta è quella che, partendo dalla verità delle
premesse, ne deduce per via sillogistica (sia poi qualunque la forma e il
concatenamento dei sillo gismi) la verità della tesi. Indiretta o apagogica
quella, che muove dal supporre falsa la tesi e da questa supposizione de duce
una proposizione assurda in sé o tale che stia in contraddizione con una verità
già riconosciuta. Dicesi anche riduzione all'impossibile o all'assurdo (ab
assurdis, duà tõv aduvátov). È una dimostrazione indiretta anche quella che, partendo
da una premessa disgiuntiva, esclude ad uno ad uno tutti i membri di questa
disgiun zione meno uno; di che resta provato solo valido essere quell' uno che
rimane. La dimostrazione diretta ha un pregio maggiore in quanto, non solamente
produce la certezza della verità della tesi, ma ne fa vedere anche la ragione.
Codesto pregio è massimo quando il fondamento logico, da cui la prova è
ricavata, coincide col fon damento reale della cosa (dimostrazione dalla causa.
L'indiretta in cambio ha il vantaggio d'essere, per dir così, più violentemente
necessitante; essa, in forza del principio di contraddizione, ci strappa
l'assenso, benchè noi non vediamo il perchè della cosa. La dimostrazione detta
ad hominem, non è una vera dimostrazione, ma piuttosto un artifizio della
discussione. Essa parte da un principio, non in quanto sia vero in sé, ma in
quanto è accettato e ritenuto vero dall'avversario, onde questi è forzato ad
accettare la tesi sotto pena di cadere in contraddizione con se stesso. Gli
errori da fuggirsi nella dimostrazione o 1.º risguardano il modo in cui la
conclusione fu dedotta dalle premesse; o 2.º risguardano le pre messe (gli
argomenti); o 3.º stanno nella conclu sione. Gli errori della prima specie
consistono nella violazione di qualghe legge logica, in particolare delle leggi
del sillogismo; e ad' evitarli, oltre la conoscenza pratica delle dette leggi,
conviene por mente sopratutto al valore logico delle espressioni. In quanto
agli errori della seconda classe, il principale è la falsità d'una o più delle
premesse. E siccome questo per lo più si nasconde nel modo in cui il medio è
connesso cogli estremi, così prende il nome di fallacia falsi medii. Nelle
dimostrazioni apagogiche è assai fre quente l'errore della disgiunzione
incompleta della premessa maggiore. Altro errore riguardante le premesse è la
pe tizione di principio, la quale ha luogo quando si assume come principio una
proposizione, che può anche esser vera, ma la cui verità dipende da quella
della tesi che si vuol dimostrare. Gli errori della 3.* specie consistono in
ciò che la proposizione effettivamente dimostrata non è quella che si suppone
d'aver dimostrato (éregosumnos ). Codesta differenza tra la conclusione
realmente ot tenuta col nostro ragionamento e la tesi da dimo strarsi puo
essere qualitativα (μετάβασις εις άλλο γένος) ovvero quantitativa (il provar
troppo o troppo poco). Nella disputa un vizio frequente è la consape vole o
inconsapevole ignoratio elenchi (ή του ελέγχου äyvora ); vale a dire il non
avvertire o non voler avvertire qual sia il punto in discussione. Un caso
particolare di quest'ultimo difetto della prova è lo scambiare la confutazione
d'una data dimostrazione con la confutazione della tesi. Per rispetto al provar
troppo o troppo poco notisi che si prova troppo poco quando la conclu sione
effettiva è un giudizio meno ampio ossia meno generale della tesi; quindi in
tal caso la prova è senza fallo insufficiente. Ma il provar troppo, se
veramente esatto, non nuoce al valore della prova, anzi fornirebbe una dimostrazione
a fortiori della tesi. Tuttavia accade generalmente che la proposizione, con
quella gene ralità con cui sarebbe dimostrata se la prova fosse realmente
corretta, è manifestamente falsa; di che risulta ch'essa è destituita di valore
anche per la tesi, che è più ristretta. Ogni dimostrazione poi suppone che le
pre messe siano certe. Ora questa certezza o è il resul tato di altre
dimostrazioni o converrà sia immediata. Quindi coloro che negano che ci sia
verun princi pio immediatamente certo, tolgono con ciò la pos sibilità di
qualsiasi dimostrazione e però d'ogni certezza. Il medesimo avviene anche per
chi non am mette Verità se non relative; perocchè anche la verità relativa,
perche si possa dimostrare, abbisogna di qualche principio che sia vero di
verità assoluta. Chi invece nega alcuni principii amnettendone altri, può
essere convinto per via di ragionamento; il che per lo più si ottiene mostrando
che il ne gare la certezza immediata di quelli ch'egli nega conduce per logica
necessità a negare anche quelli che ei riconosce per veri. Ma in genere si
tratta più ch' altro di dissi pare un'illusione. L'avversario crede di
ammettere soltanto questo o quel principio, ma poi ne' suoi ragionamenti
presuppone tacitamente la verità an che di quelli ch'egli professa di non
riconoscere. L'argomentazione allora deve essere rivolta a pro vargli che
implicitamente egli ammette anche que sti. (Cosi ad es. il famoso cogito ergo
sum di Car. tesio, che egli pretendeva essere l'ultima e unica åncora di
salvezza contro il dubbio universale, per aver valore e servire di base alle
deduzioni ch'egli ne trae, richiede la verità anche del principio di identità e
in genere de' principii logici). Delle
fonti da cui si ricavano le premesse dei nostri ragionamenti e in particolare
del me todo sperimentale. La logica non può avere per ufficio di enume rare
tutti i principii de' nostri ragionamenti; ogni scienza particolare si occupa
di quelli che la ri guardauo. Tuttavia ella può offrire delle norme generali
valide per qualunque ordine di ricerche. I principii in genere consistono in un
giudizio che può essere o analitico o sintetico. Un giudizio analitico è per sè
evidente ogni qualvolta il con cetto di cui si tratta (il soggetto del
giudizio) sia valido (il che importa 1.º che non contenga ele menti
contradittorii tra di loro; 2.0 che rappresenti una sintesi legittima di
elementi) e il predicato sia evidentemente contenuto nel soggetto. I giudizi
sintetici o sono a priori (e in questo caso essi debbono esser tali che il
negarli conduca alla negazione della ragione e dello stesso pensiero), ovvero
sono a posteriori (e in tal caso l'ultimo criterio è l'esperienza si interna
che esterna, si diretta che indiretta (storica] ). Per rispetto alle cognizioni
che provengono da quest'ultima fonte, cioè dall'esperienza, si vuol di
stinguere l'osservazione dall'esperimento propria mente detto. L'osservazione
non dipende da regole logiche o almeno quelle che vi si possono assegnare hanno
ben poca efficacia; essa dipende sopra tutto dalle attitudini naturali, che per
altro possono essere educate e guidate. Uno de' maggiori ostacoli, che si
oppongono alla buona osservazione è la facilità a vedere nelle cose più di
quello che realmente c'è, ossia le false integrazioni della percezione. Un
altro sta nel non distinguere le parti d'un tutto o, con tendenza con traria,
nel concentrare e isolare l'attenzione sulle parti in guisa da perdere di vista
il loro nesso ed il tutto (che è quello che il proverbio tedesco esprime
dicendo che gli alberi non lasciano vedere il bosco ). Nella grande complessità
dei fenomeni naturali, la massima difficoltà, che s'incontra per distinguere le
cause dagli effetti e a ciascun effetto assegnare la sua causa propria, nasce
il più delle volte dal l'impossibilità, in cui siamo, di osservare gli uni
separatamente dagli altri. A superare questo scoglio l'osservazione si giova,
sempre che lo possa, delle circostanze varie in cui un medesimo fatto si
presenta. Ma a questo fine serve sopratutto l'esperimento con produrre
artificialmente il fatto, che si vuol studiare, in circostanze differenti e
isolandone fin dove è possibile i vari elementi. E l'esperimento s' avvantaggia
sopra l'osservazione non solo col variare le circostanze del fatto, ma col
produrre per l'appunto quelle varietà che meglio servono all'uopo. (Si
confrontino p. es. le cognizioni intorno all'elettricità che si potrebbero
ottenere dalla semplice osservazione dei temporali, dei lampi, dei fulmini,
ecc., con quella che il fisico ricava dagli esperimenti istituiti
sistematicamente nel suo laboratorio ). Ma la via comoda e fruttuosa
dell'esperimento non ci è sempre aperta; moltissimi esperimenti per la natura
della cosa e per la limitazione dei nostri mezzi sono impossibili (come sarebbe
per es. il produrre una cometa artificiale, un uomo due teste, ecc. ); molti,
benchè possibili, sono ille citi, come quelli che lederebbero dei diritti e vio
lerebbero le leggi della morale (P. es. l'allevare un bambino in un ambiente
viziato, spaventare un uomo con una falsa notizia ecc. ). Il famoso esperi
mento di Psammetico, narrato da Erodoto nel 2.º libro delle Storie, sui due
fanciulli, cui non fu in segnato a parlare e che probabilmente è una favola,
sarebbe stato illecito. con 358 In generale se l'esperimento, quando è possi:
bile, è superiore all'osservazione nello scoprire gli effetti di date cause,
l'osservazione supera l'espe rimento nel determinare le cause di dati effetti.
Perocchè se d'un effetto, che la natura ci presenta noi ignoriamo la causa o le
cause, di dove potremmo muovere per produrlo artificialmente? Se per altro
l'osservazione ci mostra certi fatti preceduti sempre da certi antecedenti, si
avrà ra gione di congetturare che tra questi antecedenti ci sia la causa, che
cerchiamo. Allora interviene l'espe rimento e provando e riprovando scopre se e
quale sia la vera causa. L'investigazione sperimentale, a cui la scienza della
natura deve i meravigliosi progressi che ha fatto da due secoli in qua, si
giova massimamente di due metodi, che secondo lo Stuart Mill, sono i seguenti:
1. ° Paragonare tra loro differenti casi, in cui il fenomeno che si studia,
avviene. 2.° Paragonare i casi, in cui il fenomeno ay viene, con altri (simili
nel rimanente) in cui quello non avviene. Il primo chiamasi metodo della
concordanza, il secondo metodo della differenza. E qui si avverta che altra
cosa è se si cerca la causa, altra se si cerca l'effetto d'un fenomeno
qualsiasi, quantunque nella maggior parte dei casi queste due ricerche
procedano per la stessa via. Ciò posto, le regole del primo metodo si rias
sumono in questa: Se due o più casi d'un dato fenomeno hanno comune una sola
circostanza, que sta circostanza, ch'è la sola in cui tutti i casi combinano,
conterrà la causa (oppure l'effetto) di quel fenomeno. Pel secondo metodo si
assegna la regola se guente: Se un caso, in cui il fenomeno da esami narsi s'
avvera, e un caso, in cui il medesimo non ha luogo, hanno comuni tutte le
circostanze ad ec cezione d'una sola e quest'una s' incontra solo nel primo
caso, questa circostanza, per la quale sol tanto i due casi differiscono, sarà
l'effetto o la causa o una parte necessaria della causa del feno meno.
Osservazione. -- Il metodo della concordanza serve specialmente ne' casi in cui
l'esperimento è impossibile; quello della differenza nei casi in cui è
possibile. Siccome poi s'incontrano spesso' de' casi, in cui nè l'uno nè
l'altro dei due metodi accennati, preso da sè, ci potrebbe condurre allo scopo,
cosi l'uno può integrarsi per mezzo dell'altro ricor rendo a un terzo metodo,
che è la riunione di que' due e che si formola in questa regola: Se due o più
casi in cui un dato fenomeno (A ) si avvera, hanno comune una sola circostanza
(a), mentre due o più casi, in cui quello non s'avvera, non hanno comune
l'assenza di verun altro fra gli antecedenti di A, tranne quella di a, questa
circostanza in cui le due serie di casi unicamente differiscono, sarà l'effetto
o la causa o una parte necessaria della causa del fenomeno Questo dicesi il
metodo della concordanza e della differenza riunite. Altri due metodi della
ricerca sperimentale sono: a) quello che dicesi dei residui, il cui canone può
essere così formulato: Se da un fenomeno si detragga quella parte, che in forza
di anteriori in duzioại si sa essere effetto di certi antecedenti, Mill, da cui
abbiamo preso la teoria sopra esposta dei metodi per la ricerca sperimentale,
ha formolato questo terzo canone in altro modo, cioè precisamente cosi: Se due
o più casi, in cui il fenomeno avviene, hanno sol tanto una circostanza comune,
mentre due o più casi, in cui quello non avviene nulla hanno di comune tranne
l'assenza di questa circostanza; la circostanza in cui solamente le due serie
di casi differiscono, è l'effetto o la causa o una parte indispensabile della
causa di quel fenomeno (A system of Logic London). Ora noi abbiamo già
osservato fino dal 1867 in una recensione della detta logica del Mill (Rivista
bolognese) che qui era corso un errore o ne abbiamo proposto la correzione
colla formola riportata nel testo. 6 Perocchè scrivevamo - più casi che differiscano
in tutto meno nella mancanza di una sola circostanza (a) sono nonch'altro
inescogitabili; le coincidenze puramente negative sono infinite. » E a
giustificare la mia formola io soggiungeva: « Supponiamo che si avverino i casi
A B C, A DE, A FG, le conseguenze dei quali siano per or dine abc, ad e, afg;
noi non siamo ancora in diritto di ri tenere A come l'antecedente costante di
a, potendo questo resto del fenomeno sarà l'effetto degli antecedenti che
sopravanzano. b) Il metodo delle variazioni concomitanti. Il suo canone è
questo. Se un fenomeno varia in qual siasi modo ogniqualvolta un altro fenomeno
varia in una certa particolar maniera, quello sarà una causa o un effetto di
questo o sarà connesso col medesimo per qualche vincolo causale. essere una
volta l'effetto di B, un'altra di D, una terza di F, ecc. Se ora siano dati i
casi G HL, MNO, ecc., che non sono seguiti dal fenomeno a, il coincidere essi
nella man. canza di A non prova nulla; ma ben maggiormente provereb bero i casi
BCH, DEL, FGM, perchè non avendo essi co mune l'assenza di nessuno tra gli
antecedenti di a, tranne quella di A, ne risulta che nè B, nè C, nè D, nė E, nè
F, nė G sono la causa di a, ossia che in tutti i casi osservati, in cui a ebbe
luogo, esso fu sempre dovuto ad A. Il Mill ha notato essere difficile applicare
il metodo della concordanza ai casi negativi, cioè ai casi in cui quel determinato
fenomeno non succedo, ma non avverti che è ancora più enorme per non dire
infinita la difficoltà di determinare la coincidenza nei caratteri negativi,
vale a dire d'aver comuni delle mancanze. Nella lezione precedente [v.
sommario] abbiamo ricercati i principii generatori della lingua italiana;
venendo ora a parlarvi dell’importanza che il medesimo ha rispetto al pensare,
noteremo prima di tutto su che falso terreno si pongono coloro, che vogliono
fare una separazione assoluta tra il pensiero e la parola [greco ‘parabola’,
cf. romano ‘per-ferenza], per esaminare poscia se questa riesca a quello di
aiuto ovvero d’impedimento. La quale disamina, qualora venga istituita in
questa maniera, conduce quasi inevitabilmente alla seconda soluzione, cioè a
considerare la lingua italiana come un impaccio e nulla più, come un traino
inutile e pesante che il pensiero e costretto a trascinarsi dietro e che ne
impedisce il libero volo. Noi faremo ragione un’altra volta di queste opinion.
Quello che qui vogliamo si avverta si è che la parola [parabola, transferenza] e
il pensiero sono talmente concresciuti e fusi nella vita dello spirito, che non
si può movere un passo nella storia di questo senza trovarli l’uno nell’ altro
inviluppati. Come non e concepibile la lingua italiana in un essere che fosse
destituito dell attivitta pensativa, così non possiamo dire che cosa sarebbe il
pensiero senza la lingua italiana. Nè si dica che i sordo-muli ce ne porgono un
esempio vivente, giacché prima di tutto ogni educazione di questi infelici e
solo possibile per mezzo d' un sistema di comunicazione arbitrario, convenzionale,
e artifiziale che viene sostituito a quello negato a loro dalla natura, e iu
secondo luogo anche quel poco disviluppo intellettuale, che essi possono
raggiungere senza una siffatta educazione, è evidenlemenle conneso colla lingua
italiana, via un sistema di comunicazione di gesti e di moti, che sebbene
imperfettismo in confronto della parola, pure ne tien loro le veci comechessia.
Affine di formarci un’idea dell’ importanza che ha la lingua italiana per lo
svolgimento spirituale dell’uomo, noi esamineremo i seguenti punti. Come la
lingua italiana cooperi alla formazione delle prime nozioni che noi
acquistiamo. Qual ufficio la lingua italiana adempia nel collegamento di queste
in sistemi di cognizioni. Qual parte abbia nelle produzioni dello spirito via
le implicature. Questo argomonlo lu Iraltalo in Ire lezioni, delle quali diamo
qui solo la seronda j rispetto alle allre due, vedi il Sommario in lino. Quanto
al punto della cooperazione basti richiamare quanto si è dotto allorché
esaminammo il processo psicologico, onde la singola intuizione sensitiva danno
origine ad una nozione generale. Una nozione generale risulta da moltissimo
intuizioni singolari fuse insieme o collegale in serie. Ma come avviene poi che
tanti elementi psichici formino una unità? Come avviene che l’anima nostra
componga a sò stessa di quella pluralità una sola rappresentazione? Sta
benissimo che rinforzandosi reciprocamente le parti identiche, mentre le parti
diverse per la loro opposizione si oscurano a vicenda, quelle predominino sopra
di queste in modo da comparire esse sole nella coscienza; ma che cosa è poi
finalmente che dà a quelle il valore di una unità? Che cosa ò ciò che le tiene
insieme stabilmente congiunte di modo che non solo compariscano sempre unite,
ma compariscano come una cosa sola? Evidentemente non è altro se non la parola
(greco: parabola). La parola (greco: parabola) forma il nocciolo stabile,
intorno a cui si aggruppano tutti i singoli caratteri, che presi insieme
costituiscono una nozione, essa è come l’apice d' una piramide o d’un cono, la
cui base ò formata da tutte le singole intuizioni ond’ò risultata l’idea
generale. In tal modo poi, se ben si avverta, è spiegata non solamente l’unità
della nozione, ma anche la sua universalità, che ne è il carattere essenziale.
Niuna intuizione sensibile infatti, niuna imagine della fantasia può mai
vestire questo carattere della universalità; sia pure che l’imagine stessa, non
contenendo se non quei caratteri che sono comuni a molle intuizioni e quindi a
molli oggetti, possa risguardarsi corno il tipo generico di questi; la ò questa
una relazione che non è contenuta nell’ imagine stessa, ò una relazione
aggiuntavi dal pensiero che la considera in rapporto a quelle intuizioni e a
quegli oggelli. Conviene pertanto che essa imagine ridivenga oggetto della
coscienza riflessa, e questo accade solo per mezzo della parola (Steinlhul.
Gram. Log. u. Psych.). Un’ intuizione si colleghi psicologicamente con un suono
vocale – il sistema fonologico della lingua italiana. Ora il ricomparire di
quest’ultimo nella coscienza trae seco il ricomparire anche di quella e cosi
nel suono — cioè nella parola (greco: parabola) — è di nuovo intuita l’intuizione,
ossia l’intuizione è divenuta alla sua volta oggetto d’un’altra intuizione –
l’imagine -- vale a dire è divenuta oggetto della coscienza riflessa. Per tal
guisa nella intuizione riflessa, ossia nella parola (greco: parabola), non
solamente una somma di intuizioni viene aggruppata in una unità, ma anche tutte
le unità simili (cioè tutte le somme di intuizioni, che sono intuite dalla coscienza
riflessa sotto una sola intuizione) vengono comprese nella unità d’una sola
specie. Così la nozione o parola della lingua italiana, “albero”, è una sola,
qualunque sia il numero degl’oggeti a cui può applicarsi, qualunque il numero
delle singole intuizioni di alberi reali o dipinti che noi possiamo avere avuto,
e in questa sua unità “albero” ha il potere di essere il “rappresentante”
(segnante) di tutti gli infiniti alberi possibili. Io debbo per altro farvi
avvertire una cosa, acciocché non abbiale ad attribuirmi dottrine che non sono
le mio. Io ho mostrato come il processo psicologico onde i diversi tratti
rappresentativi si unificano in una sola
rappresentazione complessa e la universalizzazione di questa sono strettamente
connessi colla parola “albero” (greco: parabola). Con ciò io non ho inteso
affermare clic le idee delle cose — prese in sò — altro non sieno che parole,
ossia che quella sia mera unità fìttizia tenute insieme dalla parola (greco:
parabola). No, io conosco le enormi conseguenze che si trarrebbe seco questa
teoria. Essa riuscirebbe nientemeno che alla negazione assoluta delle idee e
con ciò alla negazione dell' ordine morale, dell’ ordine logico e dell' ordine
estetico del mondo; alla negazione assoluta del vero, del bello, del bene e del
giusto. Vedete pertanto se in questa materia occorra camminare guardinghi e
come un passo falsi dato in una investigazione apparentemente secondaria puo
far precipitare noi sistemi più spaventevoli. Io dico pertanto: l’idea di una
cosa e in se quello che e, eterna, immutabile, assoluta, norma e archetipo del
tutto. Essa si trovano più o meno realizzate nella natura e nell' uomo, ma non
per questo esaurite o scemate d’efficacia. Noi sappiamo che essa vi e, perchè
vediamo il creato e ogni processo che si compiono in esso soggetto a certa
legge, perchè nell’ente organici sopratutto viamo una rispondenza di fini e di
mezzi, troviamo un ordine, una proporzione, un’armonia, una bellezza, che rivelano
evidentemente un disegno. Noi sappiamo che essa e assoluta ed eterna perchè il
nostro pensiero si rifiuta a pensarle distrutto o alterato, perchè noi
concepiamo che gli assiomi, che valgono per noi, non potrebbero non valere per
qualunque altro essere in qualunque altro mondo a qualsiasi enorme distanza ili
tempo. Ma noi sappiamo altresì che solo un piccolo numero di tali idee è accessibile
alla nostra mente, che difficilmente la pensiamo nella sua purezza e
integrita), che molte nostre concezioni, che noi crediamo di poter mettere nel
novero di quelle, non sono che informi aborti della nostra imaginazione. Noi
argomentiamo finalmente che una idea assoluta, archetipo, eterna non possono
esistere completamente che nel pensiero divino; giacché altrimenti dove
esisterebbero esse? Sarebbero forse anteriori alla mente che dee concepirle,
come suona la paradossale sentenza di Hegel? Esisterebbero da sè, in aria,
aspettando che finalmente dopo molte evoluzioni e ri-assorbimenti sorga dal
loro seno un essere capace di afferrarle col suo pensiero? Essa esistoe dunque.
Na non e il patrimonio ereditario dell’uomo. Questi dee faticare tutta la sua
vita, anzi le intere generazioni devono a poco a poco accumulare il fruito
delle loro fatiche, perchè l’uomo giunga al possesso d’ una parte di quelle.
Ora in questo lavoro, l'uomo è sostenuto e guidato per mano dalla parola. L’impressione
sensibile e la ri-produzione (coppia) di queste forniscono il materiale
greggio, da cui lo spirito colle strumento della lingua italiana distilla i
suoi concetti: o questi non sono addirittura e comunque generati l’equivalente
di quelle, ma si hanno il compilo di avvicinarvisi sempre più e noi abbiamo
veduto, allorché parlammo degli elementi a priori dell'intelligenza dell’uomo,
come nella natura stessa dell’ anima sia deposta la norma istintiva, la misura
originaria. a tenore della quale un prodotto dello spirito viene a mano a mano
depurato e condotto a quel punto in cui possono aver valore di assoluta verità.
E tanta è 1’importanza della parola in questo procosso, che noi non sappiamo
altrimenti concepire nò anche il pensiero divino, che come una intima parola
che il pensiero divino dice a sè stesso. La parola è per noi il “rappresentante”
della cosa in sè, dell’intima natura d’ogni essere, appunto perchè i nostri pensieri
non possono sollevarsi a quei concetti universali, che rappresentano non più le
accidentalità della cosa, ma la loro stabile essenza, se non nella parola e per
mezzo della parola. Dove si vede la causa d' un fatto a prima giunta
inesplicabile, cioè di quelle credenze superstiziose, giù altre volte tanto
diffuse e comuni a quasi tutti i popoli, sulla potenza magica di certe parole.
Tornando ora al nostro argomento osserveremo un altro importantissimo ufficio
che fa la parola per il pensiero. Benché l’attività del pensiero puro sia in sè
altra cosa dalla rappresentazione sensibile è tuttavia per la nostra natura
impossibile o per lo meno estremamente difficile di pensare senza l’appoggio
d’un elemento sensibile (l’imagine – di un segno). Basta la più leggera
riflessione sopra di sè per convincersi come anche un concetto astrattio non
viene mai pensato da noi senza un qualche fantasma sensibile che ad essi si
accoppia, anzi che fa l’ufficio di darcene a dir così un “segnale” che li
contraddistingua. Così l’idea di minaccia suole accompagnarsi all’ imagine
visiva – il gesto, il moto -- d’un dito brandito in alto. L’idea di frazione a
quella di due numeri o lettere separati da una linea orizzontale. L’idea di
morte a quella dell’oscurilt e va dicendo. Questo fallo, che si spiega
osservando il processo psichico che ha luogo nel pensare un concetto astratto, mentre
consistendo questi in una moltitudine grandissima di singole rappresentazioni
fuse e complicale insieme e che non possono più ri-comparire ad una ad una o
non lo possono che successivamente, conviene che vi sia nella coscienza qualche
elemento chiaramente re-presentabile e congiunto con quelle, il quale porta con
sè la tendenza alla successiva evoluzione di quella massa. Questo fatto mostra
ad un tempo l’utilità della parola. La parola infatti è un’magine sensitiva –
uditiva, ma cf. segno per l’altri quattro sensi -- facilmente re-presentabile,
distinta da ogni altra e perciò acconcia mirabilmente a quello suopo. Per la sua
chiarezza e distinzione la parola (o espressione o segno patognomico) evita il
pericolo di ri-chiamare altre serie di rappresentazioni da quelle che si
vogliono, ossia altri concetti, mentre per la sua semplicità e vivezza è facile
a tenersi presente nella coscienza. In tal modo, assicurali che noi siamo che
ogni espressione è il re-presentante d’un dato complesso di idee, noi non
abbiamo più mestieri di affaticarci a richiamare questo e colla rapidità del
baleno percorrendo colla mente diversi espressioni, compiamo un processo
cogitativo complicatissimo, che altrimenti op primerebbe il nostro pensiero
colla sua spaventevole molliplicità. Un altro fallo psicologico che dimostra
l’intimo nesso del pen¬ siero colla parola, si è questo che noi non crediamo mai
aver piena cognizione d’ una cosa finché non ne sappiamo il nome, mentre al1'
opposto molte volte ci sembra di conoscerla, quando in realtà ne conosciamo
solo l’espressione (nominale, il nome) e
nulla più. Noi avremo esaminato un oggetto (o cosa) sotto ogni aspetto, ce ne
saremo fatti un’imagine completa, ma finché non sappiamo il “nome”
(l’espressione nominale, alpha) che ha nel sistema di comunicazione della
lingua italiana, esso ci sembra pur sempre avvolto in una certa oscurità. Dato
poi che ci venga appreso un tal “nome”, quell’ oscurità pare dilegui al
risonare di esso, e sembra che l’oggetto o la cosa acquisti allora
definitivamente il suo posto fra le cose esteriori, che diventi allora qualche
cosa di stabile e indipendente. Quante volte passeggiando pei campi ci
abbattiamo a considerare un fiorellino, che forse abbiamo già spesso veduto, ma
senza che mai l’imagine del fiorellino pigliasse nella nostra memoria un luogo
stabile e fisso. Dopo averlo guardato e riguardato noi stiamo per gettarlo e
così esso rimarrebbe anche questa volta un oggetto perduto per noi, quando l’amico
che ne accompagna, studioso coni’ è di botanica, ce ne insegna il “nome”; ed
ecco che questo fiorellino ha preso per noi una consistenza e individualità
nuova. Noi sappiamo oramai -- che cosa? Se alle nostre cognizioni non si è aggiunto
altro che un puro “nome”? Un puro “nome” sì. Ma questo nome è un testimonio che
quel fiorenillo è già noto all’uomo. Testimonio che ha ricevuto un posto
determinato nell’ordine degli esseri. Quel nome ci attesta che esiste pari a
quello una intera *specie*, che gl’uomini possiedono questo concetto come cosa
oramai stabilita e indubitabile. Tanta è la forza d’ un nome! L’osservazione
che facemmo or ora intorno ai servigi che ci presta la lingua per
re-presentarci un concetto astratto ci introduce ad altro punto che ci siamo
proposti di esaminare. Per essere la parola il re-presentante del concetto, noi
possiamo operare sulla parole o il segno patognomico quasi fossero esso
medesimo il concetto, e i risultati riescono esatti al pari di quelli che
ottiene l’ algebrista, il quale designando arbitrariamente, artificialmente,
colle lettere dell’alfabeto le quantità, su cui vuole istituire le sue
investigazioni, ne cava fuori dei risultati non meno rigorosi di quel che se
avesse operato sulle effettive quantità. Che immensa facilitazione sia questa
per i processi del pensiero non occorre ch’io mi fermi a osservarlo. Una frase,
un *periodo*, un breve discorso equivalgono a dei mondi intieri di idee con tutti
i loro rapporti reciproci ! idee e rapporti che, ove non fossero nella
coscienza re-presentali da un’espressione, richiederebbero un enorme sforzo
mentale e un tempo non breve per venire effettivamente pensati. Bastici
ricordare quello che a ciascuno di noi certamente sarà più volte intervenuto,
cioè la difficoltà che si prova per concepire un’idea chiara di qualche cosa,
non trovando un vocabolo appropriato che la significhi (che e segno). Non è
pertanto da disprezzare — come fanno leggermente ta¬ luni — la tendenza di
tutte le scienze a crearsi una determinata e minuta terminologia, mentre senza
di questa è impossibile la sveltezza e la libertà di moversi del pensiero. E sotto
questo rispetto mi sembrano ridicoli coloro che, per un concètto esagerato
della purità della lingua, vorrebbero tolto alle scienze il più potente loro
stromento, i vocaboli. Che altri si provi a scrivere di fisica o di fisiologia
o di chimica o di psicologia nella lingua dei trecentisti! Anzi tutto io sono
certo che egli avrà pensato prima ciò che scrive sotto altri termini e altre
forme linguistiche e poi si sforzerà di sostituirvi alla meglio quelli del
Cavalca e del Villani; e poi che lentezza, che strascico, che indeterminatezza,
che equivoci, che confusioni! Non c’è via di mezzo, (I) Lolze, Mikrokosmus)
pensare coinè <jaelli di cui volete copiare il linguaggio o servirvi d’
altro materiale linguistico. Certo ogni novità ha da essere giustificata da duo
ragioni, l’insufficienza del materiale preesistente e la novità del pensiero;
ove manchi l’una o l’altra di queste due condizioni, avremo o licenziosi
corrompitori della lingua o miseri ammantatori di idee vecchie solto spoglie
novelle. Per mezzo della lingua italiana il pensiero ricostruisce entro di sè
il mondo esterno, col suo ordinamento, le sue graduazioni e lo sue reciproche
attinenze; gli esseri stabili c permanenti si distaccano dalle accidentalità
mutabili e passeggere, le sostanze si distinguono dalle qualilà, gli
avvenimenti si distribuiscono nel tempo, gli citelli mostrano il loro
concatenamento colle cause, le azioni e le passioni si contrappongono agli enti
che agiscono o che patiscono, i correlativi si fronteggiano e va dicendo, e
tuttociò sotto l’influsso c per l’opera della parola. E che la cosa sia così
voi lo vedete nelle forme gramaticali della lingua italiana e anzi tutto nelle
cose dette parti del discorso. Mentre la lingua italiana comprende un concetto
sotto la forma di “nome sostantivo”, la lingua lo riconosce è lo caratterizza
come una cosa che sta da sè, che si appoggia a sè stessa c che è idonea a
servire di punto di partenza por una seconda, di oggetto ad una terza. Il
sostantivo è la forma natu¬ rale con cui la lingua riproduce la cosa e elio
però in origine essa impiega solamente a designare ciò che come oggetto stabile
e indi¬ pendente si presenta alla intuizione sensibile. Se essa ad un altro
concetto impronta la forma di aggettivo, con ciò lo denota corno cosa che non
islà da sè e che riceve esistenza, grandezza, forma, circoscrizione solu da un
altro concetto sostantivo, a cui è pur sempre costretto appoggiarsi: e le
qualità sensibili delle cose sono le prime che la lingua italiana comprende
sotto forma di “nome aggettivo”. A questi elementi la lingua italiana aggiunge
il terzo, che è il più indispensabile, cioè il “verbo” o la copula, aflìne d’esprimere
il passaggio, con cui l’avvenimento collega fra loro quello imagini immote (1).
Anche questa forma serve da principio solamente a denotare i cangiamento
sensibile, ma poi ben presto venne estesa anche ad esprimere la relazione
stabile della cosa, mentre il movimento interno del nostro pensiero che va
dall’una all’altra e per coi solo noi possiamo concepire la relazione, viene
riguardato come un movimento reciproco che abbia luogo fra le cose stesse
paragonale. Senza tener dietro allo svolgimento delle altre forme gramaticali —
ciò che è ufficio della “filosofia della lingua italiana” — osserviamo qui che
queste tre forme — nome sostantivo (alpha), nome aggettivo (beta), e verbo o
copula (“il alpha e beta”)— presentano il minimo di organizzazione e di
distribuzione nel contenuto del pensiero, senza di cui sarebbe a questo
impossibile di intraprendere le sue operazioni. Nè è da opporre a queste considerazioni
che parecchie lingue non distinguono le parti del discorso con particolari *modificazioni*
di suono (amare, amante, amato, l’amante ama l’amato, l’amato e amato
dall’amante); perocché non è necessario che ogni forma del pensiero abbia il
suo corrispondente nella forma del suono, basta bene che questo sia pensato con
quella relazione 111. ibiil. 9
Cogitativa. So un “idioma” non possiede, a cagione di esempio, alcun distintivo
esteriore per caratterizzare il nome sostantivo, però la sua parola,
sintatticamente informe, nell’anima di chi parla (il mittente), per il pensiero
concomitante dello stare da sè, è trasformata in nome sostantivo. Ma se v’hanno
alcune lingue che difettano dei mezzi per rendere esternamente sensibile il
concatenamento dei pensieri, le più di esse invece inclinano all'altro estremo,
producendo da sè una quantità di forme gramaticali e sintattiche che
evidentemente soverchiano il bisogno logico del pensiero. E questo sia il luogo
di richiamare una verità non mai abbastanza ripetuta, cioè che la forma della
lingua italiana è in sè diversa dalla “forma logica”. La “forma logica” non
conosce altri rapporti che quello di universale e particolare, di
subordinazione, coordinazione, inclusione ed esclusione, posizione e negazione,
mentre le forme linguistiche oltre di queste relazioni ne esprimono infinite
altre che si attengono vuoi alla natura delle cose, vuoi alla maniera con cui
queste fanno impressione sulla nostra sensibilità. La qual ultima attinenza essendo
suscettiva di infinite e finissime gradazioni ha dato origine a tutte quelle
delicate e svariatissime tinte (o implicature) della lingua italiana?, di cui
non possiamo farci un’ idea se non collo studio dei filosofi più perfetti. In
particolare la antica lingua latina usata dai romani ha sotto questo rispetto
dispiegalo un lusso e una ricchezza di forme, che il pensiero italianao più
arido e severo ha abbandonato come superflue. Basti ricordare le ricchissime
flessioni del verbo. Aggiungiamo a queste considerazioni l’immenso vantaggio
che l’antica lingua latina usati dai antichi romani all'individuo in grazia del
tesoro di pensieri che nella antica lingua latina già si improntarono e che
egli riceve come in eredità dalle generazioni precedenti col solo apprendere la
lingua latina. Quante intuizioni, quanti giudizi, quante riflessioni, quanti
confronti e raziocinii di infiniti uomini romani si sono a dir così depositati
nella lingua di un po¬polo! e il bambino che viene alla luce nuovo a tutlociò
che lo circonda, col solo apprendere la lingua italiana si risparmia una fatica
che supererebbe enormemente le forze del genio più potente. Venendo da ultimo a
considerare l'influenza che la lingua esercita sulle produzioni dello spirito
in generale e in particolare sulle creazioni letterarie e poetiche, dobbiamo
prima di lutto avvertire che la lingua italiana non è già solamente una veste
esteriore del pensiero, alla quale sia indifferente di sostituire qualsiasi
altro segno, ma sibbene la forma stessa in cui il pensiero è fuso e
concresciuto: che a volergliela strappare per aver nudo il contenuto, gli'è
come se si volesse togliere a una foglia o ad un fiore la sua forma lasciandone
intatta la sostanza. Noi avremmo in tal caso un dato miscuglio chimico di
materie, ma non più una foglia nè un fiore. Ma quello che più imporla,
considerando la lingua italiana sotto l’aspetto letterario, si è che qualsiasi
concetto può venir pensalo in varie maniere, in diverse attinenze, con una
maggiore o minor ricchezza di (1) Irt. iblei. 2 10 contenuto, con un
accompagnamento più o meno ricco di fantasie e di sentimenti. Conviene qui distinguere
il valore del concetto strettamente logico od obbiettivo che dir si voglia dal
valore psicologico o subiettivo. Il primo deve essere eguale per tulli e in
tutte le circostanze, a menochè l'idea di cui si tratta non sia addirittura
falsata — il che equivarrebbe a dire che in vece di un' idea se n' ha un-
altra. Il secondo invece varia a seconda della persona (mittente) che lo pensa,
del lernpo, delle circostanze, dell' unione con altri e va dicendo. Chi dice
per esempio “la primavera”, certo intenderà quella data porzione dell'anno che
è determinata dal calendario. Ma questo non è che il valore assoluto obbiettivo
di tal concetto; quanti diversi aspetti non vestirà esso invece nella mente delle
varie persone che lo pensano! Per uno è la stagione dei fiori, delle aure miti
e feconde, del ringiovanimento delia natura, per altri è il ritorno delle
giornate del lavoro, delle opere campestri, pel pastore è 1’epoca di ricondurre
le gregge su pe’monli, per la giovinetta la stagione della gioia e dell' amore e
va dicendo che non finiremmo sì presto. E basti questo esempio per mille che
potremmo addurre a conferma delle nostre parole. Ora la lingua italiana non si
limita a denotare quel concetto astratto e nudo, ma per lo più lo colora in una
data guisa, lo lumeggia a suo modo, ne mette in risalto un aspetto, ne accenna
una profondità, ne tratteggia un attinenza con altri, gli dà uno sfondo
particolare, una positura determinala. Tultociò senza dubbio la parola lo
ottiene per mezzo diquella che chiamammo forma interna e che è contenuta nell'
etimologia dell’espresione; ed è per questo altrettanto vero che scomparendo
l’etimologia od origine, come si è dello, dalla coscienza del mittente e del
recipiente col procedere della coltura, la lingua italiana dei moderni non
presenta a gran pezza quella vivacità di colorito, quella vita che sembra un
eco ili quella elio si agita nel seno delle cose stesse, quella freschezza
d'imagini, che sono proprietà delle lingue e dei popoli primitivi. Ma è pur
vero che in sostiluzione di quella forma interna, perdutasi insieme colla etimologia
del vocabolo, nei tempi storici ognuno che parla se ne vien formando un’altra,
spesso indipendente dalla perentela gramaticnle di quello e dalla sua primitiva
derivazione. Chi dicendo per esempio “cannone” pensa, come porterebbe la
etimologia a noi pur vicinissima del vocabolo, ad una grossa “canna”? 0 non si
è egli piuttosto formata un’altra forma interna, dovuto forse all'analogia tra
il suono di questa parola e il rimbombo solenne, e cupo dello sparo? lo forza
di questa il cannone non è più per noi la grossa canna, ma sibbene quello che
tuona e rimbomba; ragione per cui questo vocabolo da qual che poeta moderno si
è potuto introdurre nel verso, a malgrado della eccessiva schiiìltosilà della
poesia italiana. Giù posto è facile argomentarne con quanta forza debba la parola
influire sul nostro pensiero; posciachè a tenore delle speciali
rappresentazioni e de’sentimenti che ogni I) Questo concetto messo in luce
specialmente dallo Sleinlhal. Qui basii notare che la forma interna è l’anello
intermedio che congiunge il significato (il segnato) della parola
(l’espressione) colla forma eslerna di questa cioè col suono. Il vocabolo e
ogni giro di frase e ogni costruito porla seco nella coscienza, anche le ideo,
che formano per così dire lo scheletro d’ un dato pensiero, rivestonsi di polpe
e di vene, e indossano ora un manto sfarzoso e sfolgorante, ora una lugubre
gramaglie, ora sprizzano vivaci e saltellanti come la gragnola sui tetti, ora
fluiscono tranquille e compatte come l’onda d’un ruscello. Ben si accorgono di
questa verità coloro che si provano a voltare un poeta d'ima in altra lingua;
chè mentre la lettura di un passo dell’originale li esalta e li rapisce, quel
medesimo passo reso colla massima proprietà e purezza nell’altro idioma non
appare che un pensiero dozzinale e senza effetto. E certi poeti non Sono mai
propriamente gustati fuori della propria nazione italiana! Ecco eziandio perchè
la poesia nei tempi di progredito incivilimento è costretta ad abbandonare una
gran parte del comune materiale linguistico, come quello che si è logorato ed è
divenuto senza effetto in grazia dell' uso cotidiano nelle bisogne triviali e
prosaiche della vita, per attenersi a quella parte che è ancora fresca di giovinezza
e che porla seco nell’animo del recipient quelle tinte fantastiche, quelle
speciali rappresentazioni e quei sentimenti, che debbono contribuire
all'effello della comuniccazione. Nè però è solamente l'uno o l’altro vocabolo
che sia capace di questa efficacia; la medesima voce riceve dal contesto, cioè
dall’insieme di quelle idee a cui è associata, un valore tutt’affatto
particolare; e mentre in un caso non desta in noi che un concetto astratto, in
un altro eccita un’ imagine triviale e bassa, in un terzo è capace di vestire
la più splendida corona di superbe fantasie. Prendiamo ad esempio l’espressione
“ala”. Chi dicesse; la lunghezza dell’ala deve avere la tale o tal’altra proporzione
col peso del volatile, non mi desta che il concetto astratto di quella parte del
corpo del Uccello che serve al volo; è un concetto scientifico. Se altri invece
dica: “Ami meglio l'ala, la coscia o il petto?” risveglierà nel recipient delle
irnagini gastronomiche eia rappresentazione per esem pio d’ un cappone
arrostilo. Allorché invece Ogo Foscolo canta di chi vede il suo spirito ricovrarsi
sotto le grandi ale Del perdono di Dio (metafora). Foscolo è forse l’estremità
anteriore del volatile, o la gustosa polpa del cappone che si muovono nella
nostra fantasia? o non piuttosto qualche cosa di indefinito e misterioso che si
stende sul creato come un gran manto e tutto lo copre e lo avvolge? L'oggetto
non è per noi se non ciò, per cui lo percepiamo, e siccome la parola, come si è
veduto, è l'organo della percezione, così ogni cosa è per noi quello che la
parola ce ne annunzia. Or chi non vede come tutte le produzioni dello spirito
saranno intimamente legate alla natura della lingua italiana e non solo della
lingua in generale. ma sì particolarmente della lingua italiana in cui si
pensa. Se poi lo scopo della composizione non sarà unicamente di trasmettere un
certo numero d'idee insieme colle loro attinenze, ma più di tutto di commovere
gli animi, di suscitare gli affetti, mettere in gioco la fantasia — ciò a cui
mirano appunto i prodotti della letteratura, nessun dubbio che la lingua italiana
sarà l’elemento predominante. E come essa guida per mano il poeta e gli conduce
innanzi questa o quell’altra imagine, questa o quell'altra serie di pensieri e
di fantasie, così alla sua volta il poeta per guidare e signoreggiare gli
uditori dovrà essere padrone di tutti i segreti, di tutti gli espedienti della
lingua italiana. La storia 'della letteratura lo conferma. Sommario di
tutto il corso: il segno patognomico. Dfferenti opinioni intorno al concetto
della filosofia. Se la Filosofìa sia una scienza, ovvero una speciale tendenza
del pensiero, un bisogno dello spirilo umano sempre linascente e non inai
appagabile. La Filosofia è una scienza in formazione. Oggetto della filosofia. La
filosofia è la scienza della verità assoluta, degli ultimi fondamenti del
tutto. Quindi essa investiga i principii su cui si fondano la altre scienze ed
è la scienza suprema (la regina delle scienze). Dottrina della cognizione. I problemi
fondamentali di questa. Lo scetticismo. Il criticism. L’idealismo. La dottrina
della cognizione vuol essere preceduta dalla psicologia. La Psicologia è una
parte della filosofia propriamente detta? Pensar volgare, pensar scientifico,
pensar filosofico. Esperienza e cognizione assoluta e loro rapport. La Psicologia
abbraccia questi due ordini di cognizioni. Partizione di essa, materia, metodo,
fonti, difficoltà, scopo e importanza. Se quesla parie della psicologia sia
indipendente dalla questione intorno all’ esistenza dell’ anima. Si ammette qui
l’esistenza dell' anima come un’ipolesi, senza però che una tale supposizione
influisca sullo sludio dei fenomeni spirituali. Primi passi della (I) /. pubblicata a parte. r,o r.rj.a, *?1
Complessili dei fenomeni psichici _ Zu T lrasf0rmazione d«' corpo,
coscienza classilìcazione provvisoria
dei fenomeni psicWci “na "Ua SUCC0ssione ~ Sirss- descriz!°ne re-presentazione,
percezione, fattori dell’intuizione ali
sensazione» intuizione, re-ppresentazione co!,.plesso ed elementideHe med»
me"-~a~e. 77 1 intuizione lolale e per cui gli elementi ranni-esenti,ivi
si S P.. Sl spezza in piu in cui questi clementi si compongono è un nun-1
ele,nen?n ° ~ la fo,ml.’ ficazione della sensazione. Sentimento fondamentale di
Rosmini**'-"duncoHà°d' s ClaSSI' ‘ 'golosamente l’elemento re-presentativo
dal sentimento „ fi. dira?011,1 d' separare distingue la materia dalia forma da
che sia data " una 7v aZ m ^ grandezza, "forma' c solidità
d;i°cro%i0in%S „"rson7Mi pel Ziio~ *?".,,ÌT0 aMa vtne„ùr?c,'ia s
s^no1: “-JM materia - suoni o romori - scala musicalo - seHIkinn^ r’ ‘ncdl° f,
p,ocesso ~ ^5?*“ SSS - materia - manca ogni dislinzione di parti - se si «a una
mCd'° ° P''?Cesso ^assu riarr.. ~.%sa sar* delle sensazioni. ’g CSl6"C' “
r,gorosa '"dividualità c incoi,,unicabililà mSmSVSfiS, iÌ^SSSS£ --—1
itipioduzione meccanismo doli’anima si» i« „... o scsi debba ammettere un
principio suneriore (r/i U f p,,n.c,p,° atl,vo in essa della dottrina di Ile,
hai ! (la re-presentazione consi. ef /lé”'"' 0 J r~ prinClp"
fondamentali ra,nonio reciproco residn eauiE 1 T,, '?omc fori!c ~ contrasto,
oscue soglia meccanica - con,piloni c fusioni l°1'0i„ ed8S,!ne ~ coscienza,
soglia statica incrocicchia,ncnto delle serie ed elTetli del medesimo -nSdTmnn,
T •*“ “ percezione - appercezione interna) Il sentir.» o t> r • f,1?
f1alazl0;M - eli¬ porti di re-presentazione appetire ciotti da llerbart a rap¬
ai. stabile a^ufslo ta *« - «ebba
ritenere codella re-presentazione c al gradualo oscuramento deMc^s
etsc"6'''^-!0 '"‘-T al!anforza produzione, memoria e imaginazione. 1
0 “ ggl clnP*ricl,e della ricirca^la'realtà"^^*tiiva*dello*spazio c *«7
Zr't'T Si**".-* «- - « -TS5S *r-s.%SS Intelligenza caratteri che la
distinguono dalla sprmihititò, • cartesiana, maiebranchiana (e giobe,-liana,
egeliana e rosa,intana) P'egaZ,°"e plat0nica’ Il giudizio come allo
foridamcnlale del pensiero sli.iii •,,
luizione, riconoscimento, classiflcazione giudizio logico ! - „iT ' da,- T
T"0 (informazione del concetto generic. Il giudizio implicito ed il
giudizio esplicito. falli senza consapevolezza di una o d’ambedue le raziocinii tasr*. - - « « » ~Wssutnsr--^.^.«•
•,» mm* pili le idee innule se una tale ipolesi sia aminrsihile i> •'
pi'e"d?ssero Pel' lo risolvere queslo problema - lendcnze innata de,
pensiero os^g^I“nT'in! r.i consapevolmente nelle sue operazioni e che poi la
riflessione discopre sceverandole dalla materia accidentale e riconoscendone la
necessilà ed il valore assoluto. Il pensiero e la lingua italiaa. Importanza
dei problemi che si riferiscono alla lingua italiana. S’elimina il problema
circa l’origine storica della lingua italiana. La disposizione fisiologica e
psichica che concorrano alla produzione di un sistema di comunicazione – un
sistema – il segno patognomico – della lingua italiana. Ripercussione dalla
sensazione al movimento. L’associazione del movimento fra loro e colla
sensazione. Come l’anima si scarichi della sua “affezione” (pathos) per via del
movimento. Il segno articolato. onomatonee. Come un segno (segnante, signans) acquisti
un significalo (segnato, signatum), ossia diventi parola [parabola] espressione
o segno patognomico. Il periodo o la fase patognomico – il segno patognomico.
Il periodo patognomico. La fase patognomica. Periodo patognomico, onomatoeico e
caratteristico-- nella formazione o
costituzione della comunicazione -- di un sistema di comunicazione -- linguaggio
— Signo patognomonico. Periodo patognomonico. Il processo linguistico nei tempi
storici che cosa s’ intenda per forma interna della lingua. Come la lingua
italiana coopera alla formazione della nozione generale. L’dea eterna e i
concetti umani lorza dei non»
ordinamento sistematico delle nostre idee per mezzo della parola influenza della lingua sui prodotli
letterarii la lingua non è solamente I’
espressione del pensiero — spiritualizzazione progressiva del linguaggio - la
lingua è uno dei prin¬ cipali elementi che costituiscono le nazioni danni che a dello di alcuni la lingua arreca
al pensiero dilesa della lingua — organismo indipendcnle di questa. La
mitologia considerata nella sua origine psicologica. L’nfanzia dell’ umanità. Come
si possa scoprire il processo psicologico che dà origine alla mitologia (tre
cose ser¬ vono a questo fine: I. la cognizione generalo delle leggi psichiche.
Lo studio della mitologla comparata, o la mitologia dei bambini e le
superstizioni popolari. Che cosa sia la Mitologia - fasi per cui passa -
rapporti tra la biologia e la morale - due opposte opinioni (tei pensatori
intorno all’ origine della mitologia. Della coscienza di sà - distinzione di
questa dalla coscienza dei propri stali. Se si possa ammettere un senso interno
stadii che il pensiero percorre per arrivare alla concezione del proprio io -
pretesa contraddizione nel concetto dell’ io tre gradi o potenze della
coscienza. Lo fenomenale e lo trascendente - lo, soggetlo puro* pura attivila c
lo realtà — l' lo e il centro mobile delle cose. Egoismo primitivo e’come 1
uomo ne esca raddoppiamento dell’ Io nel
sogno... Scnl"-"<» >nipossibilità di dedurlo da altre attività,
quindi è un’ attività primil'va. 7- J°, S‘ rPICg? cssenza ’ ma bensi *’ or'Sine
del sentimento - le due forme ladicali de sentimento cause della varietà dei
sentimenti - intreccio di questi - che cosa impedisca la loro fusione in un
sentimento unico indistinto efTctti
della progredì a col ura sulla varietà dei sentimenti sentimenti inavvertiti.
Influenza del sentimento sulla fantasia e sulla ragiono. Classificazione dei
sentimenti sentimenti estetici - il bel o d.liburne U ridicolo e 1 loro opposti
- due diverse teorie estetiche senlimenli mo all -- clementi innati della
inoratila - idea formale del dovere - contraddizioni intrin¬ seche ne I egoism.
Lo sviluppo dei sentimenti morali. La civiltà. Il sentirnent1 religiosi —
origine di questi - depurazione progressiva del sentimento religioso come il terrore passi in venerazione. Il
sentimento simpatico — spiegazione meccanica di questi. Con quale uomo un uomo
po simpatizzzare crudeltà dei bambini e
degli desimi'. T°m importanza del sentimento simpatico per la morale, educazione dei me
Riproduzione dei sentimenti, associazione di questi fra loro e colle
re-presentazione dC ° 'ggl che,e?olano la re-produzione e tras-missione del
sentimento per la concezione fantastica dell’universo per le arti, per la
comunicazione coll’altr’uomo. Ecc. Affetti in che differiscano dai sentimenti,
classificazione dei medesimi, appetizione, distinzione fra l’appetito e il
sentimento, analisi dell’appetizione appetizione cieco c desiderio accompagnato
dalla re-presentazione dell’ oggetto Vamato iTtinb g eia n Pr',na °. de' S,‘C°n <
l0
classificazione degli appetiti «ratiere degH sbassi? bi“8ni "“b‘“, volontà
- in che differisca dall’ appetite, fattori della volontà, due alti di (me¬ sta
- fine e mezzo, molivi della volontà - so il motivo sia da confondere colla
caule efficiente spontaneità e liberta la volontà è sempre spontanea. non
sempre liberà _ Jra.Ps*cologica e libertà morale, schiavitù del volere
procedente dallo passioni se VI siano passioni buone, nobili, ecc. effetti
delle passioni sull’anima ine so'uzione - fine supremo - carattere morale e
immorale) - in che consta „ Zi Svolgimento progressivo della vita psichica —
vifa del sentimenlo vita delti »ni::r.'.ivsr.s4
PSICOLOGIA RAZIONALA 0 METAFISICA 0) Problema circa l'esistenza dell'
anima, so non sia un vero di evidenza immediate, perchè si debba dimostrare -
contraddizione inerente al materialismo in quanto vuol essere teoria, il fatto
di coscienza diversità dei fenomeni fisici c psichici, pretesa spiegazione
materialistica della coscienza - come la natura del fenomeno psichico non
permetta di attribuirlo ad un principio materiale unità della coscienza
incompatibile con un ente compost, altri argomenti in favore
dell'"esistenza" dell’ anima, obiezione idealistica conilo
l’esistenza dell’anima monismo spirituale. Dell’unione dell’anima col corpo so
si possa spiegare il commercio fra due sostanze se la spiegazione del nesso fra
anima e corpo sia più facile supponendo l'anima materiale - come si spieghino
le sensazioni e i movimenti (sp. volontarii del corpo ammollendo 1'anima di
naura soprasscnsiliva. Fin dove sia conoscibile l’essenza dell'anima. Sede
dell’anima nel corpo che senso possa avere questo quesito organo centrale dell’
anima presenza dell- anima in (ulto il corpo. (Il Di i/ iieslu seconda parte
non si fecero per mancanza rii tempo se non tre sole lezioni, delle finali si
dà qui il sommario. Altre opere: “Pensiero e conoscenza” (Bologna, Monti); “La
coscienza e il meccanismo interiore. Studi psicologici, Padova, Minerva);
“Discussioni gnoseologiche e note critiche, Venezia, Antonelli); “Elementi di
psicologia e logica, ad uso dei licei, Padova, Tip. Sacchetto); “Percezione e
pensiero” (Venezia, Ferrari); “Percezione e pensiero”; “La percezione interna”;
“Il pensiero”; “Intorno alla conoscibilità dell'io” (Venezia, Officine grafiche
di C. Ferrari); “Studi d'epistemologia, Venezia, C. Ferrari); “Sentire e
conoscere, Prato, Collini). G. Calogero, Enciclopedia Italiana, riferimenti in
Sarlo,B., Firenze, Ufficio della «Rassegna Nazionale» Erminio Troilo, Il
pensiero filosofico di Bonatelli, estratto dagli «Atti del Reale Istituto
Veneto di Scienze, Lettere ed Arti» Venezia, Ferrari. D. oggi, La coscienza e
il meccanesimo interiore.B., Ardigò e Zamboni, Padova, Poligrafo, Calogero, B.,
in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, in
Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Nome compiuto: Francesco Bonatelli. Keywords: segno patognomico, period
patognomico-periodo onomatopoieco-periodo caratteristico – patognosis,
patognomia, tratto da Volkmann, “Lehrbuch der Psychologie” astrattio, imagine
sensibile, vehicolo di communicazione, segno, segnante, segnato, ‘fiorinello’;
concetto, giudizio; percezione; comunicazione pathognomica; pathognomia
reciproca. logica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Bonatelli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bonaventura: la ragione conversazionale – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze).
Abstract.
Grice: “The Italians are some queer folk! They have a saint called Bonaventura,
whose surname was rather ‘Fidanza,’ but then, as if to balance things, they do
have ANOTHER philosopher – as this saint is alleged to have been – whose REAL
surname was BONAVENTURA!” Filosofo
italiano. Firenze, Toscana. Libero docente e incaricato di psicologia
nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze e assistente di SARLO (vedasi) nel
Laboratorio di psicologia sperimentale, dopo alcuni scritti minori di
psicologia e di logica, pubblica un grosso volume su Le qualità del mondo
fisico: studi di filosofia naturale (Firenze, Pubblicazioni del R. Ist. di St.
Sup.), in cui i dati della fisica, della chimica, della fisiologia non dirò
solo che siano largamente utilizzati, ma costituiscono addirittura la base per
la soluzione del problema, se sia o no possibile spiegare le differenze
qualitative tra le diverse energie fisiche riducendole ad un unico tipo di
energia: problema che B. risolve in modo negativo, dimostrando che la riduzione
delle molteplicità qualitative delle energie fisiche ad un’unica forma nel
senso del meccanismo e di taluni indirizzi energetici, è illusoria.
Posteriormente egli ha volto la sua attività più in particolare agli studi e
alle ricerche di psicologia, compiuti, nel laboratorio diretto da Sarlo, coi
metodi rigorosi propri della psicologia moderna; ma la ricerca psicologica
sebbene ha anche, per lui, un valore in sè stessa, come ricerca scientifica, e
un valore sociale, per le sue applicazioni, è stata ed è sempre, nell’economia
dal suo pensiero, il punto di partenza e di appoggio per salire verso la
filosofia. Tra i problemi psicologici, oltre ad alcune questioni di metodo
(come quelle del valore dell’introspezione e delle sue illusioni, a cui è
dedicato il volume intitolato appunto Ricerche sperimentali sulle illusioni
dell'introspezione, Firenze), quello che lo ha più attratto e su cui ha più
lavorato, è il problema della percezione, concepita come elaborazione
intellettuale dei dati sensoriali, e in ispecie della percezione dello spazio e
del tempo: problema che da un lato connette la ricerca psicologica con
concezioni d’importanza fondamentale per la fisica e per la matematica,
dall’altra forma il punto centrale della teoria della conoscenza. Intorno a
questo problema egli lavora da vari anni, sia sottoponendo a revisione critica
tutto il lavoro sinora compiuto sull’argomento, sia compiendo egli stesso
ricerche sperimentali per chiarire quei punti che ancora gli sembrano non
abbastanza illuminati. Alcune di queste ricerche (concernenti l’attività del
pensiero nella percezione tattile dello spazio; i mezzi coi quali si stabilisce
e i limiti entro i quali si contiene l’accordo tra dati spaziali visivi e dati
spaziali tattili; le illusioni ottico-geometriche; l’importanza dei giudizi
spaziali visivi nella psicofisica) sono state già pubblicate in riviste di
psicologi; ma la somma di tutte le ricerche e di tutti gli studi costituisce un
grosso volume — già pronto, ma ancora inedito —, in cui il problema psicologico
dello spazio e del tempo e le conseguenze filosofiche che ne scaturiscono, sono
trattati in tutti loro asp. Nome compiuto: Enzo Bonaventura. Bonaventura. Keywords: Grice, The
Causal Theory of Perception, The Philosophy of Perception, The Oxford Seminars
with G. J. Warnock. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bonaventura,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bonavino: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della schola labri -- la
scuola italiana – uso di ‘scuola’ per significare ‘maniere’ – scuola italiana
-- la filosofia delle scuole italiane – scuola di Pegli – filosofia genovese –
filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pegli). Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Pegli, Genova,
Liguria. Grice: “In fact, Bonavino is the same – vide my ‘Personal identity’ –
he changed his name when he ‘lascio l’abito,’ and teaches philosophy – his
essays are slightly rationalistic – he endorsed Thomistic orthodoxy at a later
point.’” -- Grice: “I love Bonavino, but
not every Oxonian would – for one, he used a pseudonym, since he was a priest –
we cannot imagine Copleston doing that – or Kenny! As a philosopher he was a
‘rationalist,’ and indeed, the editor of a journal called ‘Reason’ (like my
Carus lectures), as a priet, he was ‘irrationalist.’ – My favourite of his
tracts is his ‘storia della filosofia,’ – which concentrated on Rome (Ancient
Rome, that is) and Croce --!” Nacque in una casa che sorgeva sulla via Aurelia,
successivamente demolita per la costruzione del lungomare. Entra in seminario.
A Bobbio, entra nella congregazione degli oblati di Alfonso Maria de' Liguori,
fondata, in quella stessa città da Gianelli. Venne accolto nella diocesi di Bobbio
da Gianelli il quale lo riteneva persona dotata di ottime qualità. Venne
ordinato sacerdote in tre feste consecutive, dallo stesso Gianelli il quale lo
accolse tra i suoi oblati, da poco fondati in Bobbio alla Madonna dell'Aiuto.
Il vescovo lo costitue vicesuperiore. In tale posizione Bonavino indusse
Gianellio ad irrigidire molto la regola che aveva loro data. Usav con i colleghi
un rigore che essi reputarono intollerabile, tanto che molti ne rimasero
disgustati e parecchi se ne andarono. Qualche suo compagno nota in lui uno
spirito di superbia inoltre in una disputa filosofica, mostra una dottrina
diametralmente opposta a quella di Alfonso Maria de' Liguori, tanto che Gianelli
dovette intervenire per richiamarlo, dicendogli: "se continuate in questa
guisa, voi non potrete recare che gravi dispiaceri alla Chiesa e voglia Iddio
che non diventiate apostata". Dapprima rispose positivamente al richiamo,
ma poi nuovamente ritornò sulle sue posizioni. Attinto dallo spirito giansenista,
tenacemente combattuto da Gianelli e non ancora assopito, sia leggendo opere
spregiudicate sia discorrendo con qualche filosofo ancora seguace di quella
dottrina. Gianelli o chiamò nuovamente a sé e gli chiese paternamente se e vero
quanto gli viene riferito. Audacemente risponde di sì e dice che persiste nel
suo sentimento e che non vi era alcuna speranza che si potesse ricredere. Le
sue parole sono: "No, neppure se mi trovassi innanzi alla bocca di un
cannone e mi si minacciasse di darmi fuoco!" Allora Gianelli dovette cacciarlo
da Bobbio, dubitando della buona riuscita del nuovo istituto. Sube, anche,
l'influenza del positivismo e del criticismo. Venne espulso dalla congregazione
per le sue dottrine che si allontanavano dal probabilismo alfonsiano. A Genova apre una scuola. Partecipa nelle
lotte contro i gesuiti, collaborando alla redazione de “Il gesuita moderno” e e
con due saggi, “I gesuiti” e “Autentiche prove contro i gesuiti”. Vive in prima
persona la rivoluzione condividendo gli
ideali risorgimentali, e stando in contatto, al punto di arrivare alle
polemiche, colli filosofi più rappresentativi di esso. E sospeso a divinis per
la difesa degl’errori del suo Corso di religione all Bernardo, e lascia il
ministero sacerdotale. Us ail nome di Ausonio Franchi, cioè "italiano libero". Su consiglio di Gioberti, verso il quale si
orienta politicamente, si dedica agli studi filosofici. In questo periodo
scrisse “Lla filosofia delle scuole italiane”, ove giustifica la propria
filosofia; “La religione”, “Studi religiosi e filosofici”, “Del sentimento; “Il
razionalismo del popolo”. Trasferitosi a Torino, divenne mazziniano. Fonda “Ragione,
un bimestrale di critica politica e sociale. Si trasferì a Milano dove diresse
La gente latina. Ottenne la cattedra di storia della filosofia a Pavia. Venne
trasferito all'Accademia di Scienze e Lettere di Milano. Membro della loggia massonica
"Insubria" di “rito simbolico italiano”, che con altre, di numero
minore rispetto alle prevalenti di rito scozzese antico e accettato, si
strinsero intorno alla Loggia madre torinese "Ausonia" e si organizzarono
all'obbedienza del Gran Consiglio Simbolico, sorto da un'assemblea tenuta a
Milano. Membro onorario della Loggia "Azione e Fede", di Pisa. Il Gran Consiglio Simbolico ha sede prima a
Torino e poi a Milano e con la sua presidenza si une al Grande Oriente Italiano
con un atto firmato per il Gran Consiglio tra gli altri dallo stesso, che fu
strenuo e auterevole propugnatore della fusione nel nuovo Grande Oriente. In questo periodo scrisse i saggi, “Soria
della filosofia moderna,” “La teoria del giudizio”, “Saggi di critica e
polemica”. Inizia poi un periodo in cui rimise in discussione la propria
attività filosofica. Ciò lo portò a scrivere “L'ultima critica”. Dice di voler
essere la confutazione del paralogismo che mi conduce al razionalismo” ed
esposizione degli argomenti che mi hanno ricondotto prima alla filosofia
d’Aquino e poi alla fede Cristiana. Vive isse l'esperienza della conversione
filosofica e religiosa. Iniziò facendo visita al Santuario di Virgo Potens in
Sestri Ponente, dove è collocata una lapide in ricordo dell'evento. TRA QUESTE
SACRE MURA LA VERGINE POTENTE CON UN PRODIGIO DI MATERNA PIETÀ IL FIERO NEMICO
D'OGNI CRISTIANA RIVELAZIONE AUSONIO FRANCHI TRAMUTA IN CRISTOFORO BONAVINO
RIDONANDO ALLA VERA SCIENZA UNO TRA I PIÙ PROFONDI FILOSOFI DELLA NOSTRA ETÀ
DAL VORTICE DELLA RIVOLUZIONE MISERAMENTE TRAVOLTO PERCHÉ IL RICORDO DI SÌ BEL
TRIONFO DELLA POTENZA DI MARIA SI PERPETUASSE A CONFORTO E A SPERANZA DELLE
FUTURE GENERAZIONI IL COMITATO LIGURE DEI CONGRESSI CATTOLICI.” L'ultima critica venne da lui annunciata a Magnasco. Manifesta, inoltre, l'intenzione
di ritirarsi nel santuario di Rho per confessarsi e riconciliarsi con la
Chiesa. Il saggio fu terminato nel convento carmelitano di Sant'Anna, a Genova.
Ha un buon rapporto con i frati, anche se conduce vita molto ritirata. Dopo il
ritorno alla fede confida che anche negli anni in cui sembrava più lontano
dalla Chiesa cattolica e più imbevuto di positivismo, non aveva mai abbandonato
la pratica quotidiana di recitare tre Ave Maria e non era mai venuto meno al
celibato sacerdotale. Sulla casa natale di Pegli e apposta questa lapide,
trasferita alla piazzetta della Giuggiola al Vico Condino). “Filosofo tra i
primi dell'età nostra a professare il razionalismo più aperto.”Dizionario
biografico degli italiani. B. La storia delle scienze è un portato del
pensiero moderno. Nel suo stesso conceito essa involge un periodo di tempo e un
grado di riflessione, che doveano per condizion di natura mancare agli antichi
romani. Perocchè, prima di poter comporre una storia scientifica, bisogna aver
costituita ed attuata la scienza che dev'esserne la materia. Onde l'epoca, in
cui lo spirito umano in tende alla costruzione del suo sapere, ha
necessariamente da precedere a quella, in cui esso, raccogliendo i monumenti e
idocumenti, le tradizioni e le memorie, ne rintraccia l'origine, ne studia i
progressi, ne descrive le trasformazioni. Quello era il compito assegnato agli
antichi romani; questo era riserbato ai moderni. Ed aBacone si deve, se non la
prima idea, certo l'idea più chiara e distinta, più larga e profonda d'una
storia delle scienze, lettere, ed arti, e dello scopo ch'era in essa da
prefigersi, delle leggi da seguire, dei servigj da rendere, dei frutti da
produrre. Quel Bacone, a cui communemente si attri buisce la gloria di tante
risorme ch'egli non ha mai fatte ne sognate, e di tante scoperte ch'erano già
belle e fatte assai prima di lui, ha non dimeno un gran merito, che pur li
stessi suoi ammiratori non mostrano d'apprezzare abbastanza; ed è quello di
aver proposto il disegno e stabilito il programma di varie scienze nuove, che
non tardarono in effetto ad arricchire il patrimonio intellettuale
dell'umanita. Ora fra le nuove discipline, ch'egli additava ai posteri in forma
di desiderj (desiderata), primeggia la storia letteraria, senza della quale, diceva
egli argutamente, la storia del mondo rassimiglia troppo bene alla statua di
Polifemo privo dell'occhio; giacchè la parte mancante è quella appunto, che
potrebbe ritrarre meglio il carattere ed il genio del personaggio. Vero è, che
in certe scienze particolari, nella giurisprudenza, nella matematica, nella retorica,
nella *filosofia*, sole già darsi un qual che ragguaglio assai magro delle sette
e delle scuole, degli filosofi e dei saggi, delle vicende e degl'incrementi
loro; ma una storia propriamente detta della letteratura, come la concive
Bacone, dove essere ben altra cosa. Essa deve, per usare le sue parole,
rovistare li archivi di tutti I tempi,e indagare quali scienze e quali arti
fiorissero nel mondo, in quali tempi e luoghi fossero più o meno cultivate;
notare con la più minuta esattezza possibile la loro antichità, i progressi, le
migrazioni nelle varie parti della terra; poi la loro declinazione, e il loro risurgimento;
specificare, per rispetto a ciascuna scienza od arte, l'occasione che la fece
inventare; le regole e le tradizioni, secondo le quali venne via via trasmessa;
i metodi e i processi, con cui si esercita; registrare poscia le varie scuole,
in cui si divisero i suoi cultori; le più famose controversie, che occuparono
l'ingegno dei filosofi; le calunnie, a cui la scienza e esposta; li elogj e i
premj, onde viene onorata; indi. care i principali filosofi e i migliori saggi
in ciascun genere; le academie, i collegj, li instituti, tutto quanto insomma
concerne lo stato della letteratura; e massime chè in ciò consiste propriamente
la vita e la bellezza della storia accoppiare li eventi con le loro cagioni, notando
la natura dei paesi e del popolo romano, che mostrarono più o meno di idoneità
alle scienze; le circostanze storiche che tornarono loro propizie o contrarie;
lo zelo, il fanatismo religioso, che vi si immischio; li ostacoli, onde le
leggi attraversarono loro il cammino, e le agevolezze che loro procurarono. Infine
li sforzi generosi, l'energia magnanima, di cui fecero prova i più illustri e
potenti ingegni per migliorarne la condizione e promuoverne l'avanzamento. Nè
il frutto di si mili lavori ha da essere una vana pompa di minuzie erudite, bensì
un ajuto alla sagacia e alla prudenza degli studiosi nella cultura del sapere; poichè
in una storia cosi fatta puo evocarsi quasi per incanto il genio letterario
d'ogni èra passata; osservarsi i movimenti e le perturbazioni, le virtù e i
vizj del mondo intellettuale, non altrimenti che del mondo politico; e
ricavarne ammaestramenti e conforti per un miglior indirizzo futuro. Tal
era, giusta il concetto grandioso di Bacone, l'indole, l'oggetto, e l'officio
d'una storia letteraria in generale. Or applicandolo alla storia della *filosofia*,
che è una porzione rilevantissima di quel gran tutto, convien determinare in
nanzi tratto, entro quali confini essa vada circoscritta; chè al trimenti si
correrebbe rischio o di escluderne certe materie che le appartengono, o di
includervene altre che non le spettano punto, come la teologia. E siccome i
confini della storia d'una scienza sono prestabiliti nel concetto specifico
della scienza stessa; cosi non c'è altra via da circoscrivere ilcampo de'nostri
studj,se non quella di risalire all'idea medesima della filosofia, per
definirne il con tenuto in guisa da comprendere nella sua storia tutte e sole
le materie, che ne fan parle. Ma questa determinazione è più difficile assai di
quel che a prima giunta si crederebbe. V'ha nel concetto della filosofia, come
indica lo stesso nome (amore alla sapienza), un'ampiezza originaria cosi indefinita
e quindi variabile, che se pur ammette certi limiti, lascia sempre al filosofo
una gran latitudine di fissarli a tenore del proprio sistema. Così dopo venticinque
secoli di speculazione filosofica, si desidera ancora una definizione della
filosofia che possa dirsi generalmente accettata da'suoi cultori. Tacio degli
antichi romani, i quali per lo più stando all'interpretazione etimologica del
nome, pigliavano la filosofia in senso latissimo, e comprendevano sotto di essa
ogni specie di scienze. Ma anco tra i moderni, sebbene tanta confusione non
potesse più aver luogo, dac chè varj rami del sapere si sono affatto staccati
dall'albero filosofico, ed hanno costituito altre tante scienze particolari;
pure il concetto definitivo della filosofia non è ancora di commune accordo
stabilito, e ogni scuola lo stabilisce un po'a modo suo. Chi considera la
filosofia sotto l'aspetto meramente *ontologico*, la riguarda come la scienza
dell'ente, la scienza del reale, la scienza dell'assoluto; e perciò nella sua
storia non deve abbracciare fuorchè le prette dottrine speculative,
trascendenti, o metafisiche. Chi all'incontro contempla la filosofia dal lato puramente
*logico* o psicologico, la qualifica per scienza del pensiero, scienza della
ragione, o scienza dello spirito umano; e quindi nella sua storia non avrebbe
da esporre se non le dottrine formali della cognizione. Chi poi
studia la filosofia sotto il rispetto *morale* e sociale, la tiene in conto di
scienza del bene, la scienza della vita, o la scienza dell'umanità; onde nella
sua storia non potrebbe raccogliere fuorchè la dottrina pratiche del dovere e
diritto umano. Egli è manifesto, che simili concetti e definizioni della
filosofia peccano per difetto, in quanto che non comprendono l'intero suo
campo, ma solo alcune parti; talche, ove si pigliassero a guida d'una storia
della filosofia, essa riu scirebbe per necessità parziale, esclusiva, inetta ad
adeguare il suo oggetto e conseguire il suo scopo. Nell'estremo opposto cadono
le scuole, che formandosi un concetto della filosofia più vasto, ma più vago
insieme ed indeterminato, peccano d'eccesso; poichè la confundono con la
scienza in genere, e la sforzano ad entrare nella messa di ogni dottrina, che
per qualche rispetto sieno da qualificarsi d'indole razionale: la sua storia,
in tal caso, deve invadere quasi tutta l'enciclopedia. A scansare questo doppio
errore fa dunque mestieri di allargare il concetto dei primi, e di restringere
quello dei secondi, per poter comprendere nella storia della filosofia tutto il
necessario, che li uni a torto ne escludono, ed escluderne tutto il superfluo,
che li altri v'introducono senza ragione. Ora: se da un lato è assai malagevole
di circoscrivere l'objetto della filosofia mediante una definizione logicamente
rigorosa. Dall'altro però la difficultà vien meno, ove basti determinarlo per
via di semplice classificazione o enumerazione di parti. Perocchè confrontando
insieme i termini varj e disparati, onde le varie scuole concepiscono la
filosofia, apparisce tosto come la ragione del loro contrasto sia una
condizione della sua natura medesima, la quale non è, come quella delle altre
scienze particolari, tutta subjettiva o tutta objettiva, cioè esclusivamente
razionale o empirica, ideale o positiva; ma è mista, e partecipa dell'uno e del
l'altro carattere, e tocca ai due poli opposti della cognizione. Ed invero, la
cognizione consiste in quel rapporto, che scaturisce dal combaciarsi, dal compenetrarsi
dei due termini intellettivi: subjetto conoscente ed objetto conoscibile; e la
filosofia ha per officio principale di investigarne l'indole, le proprietà, le
forme, le leggi più intime e più generali. E siccome le determinazioni di un
rapporto non possono ricavarsi se non dal mutuo riscontro de’ suoi termini
costitutivi; cosi la filosofia dee necessariamente addentrarsi nello studio del
subjetto e del l'objetto della cognizione, per poter giungere ad una teorica
universale della scienza, Ora, in quanto essa scruta la natura del subjetto
conoscente, anima, spirito, intelletto, mente, o Io che dir si voglia, prende
forma di scienza subjetliva; si traduce in *logica*, psicologia, e antropologia;
e riesce ad una dottrina generale del pensiero. Sotto questo solo aspetto la
considerano le scuole, che mostrano di ridurla ad una semplice ideologia.
All'incontro, in quanto essa studia la natura dell'objetto conoscibile,
acquista il valore di scienza objettiva. Ma l'objetto stesso può trattarlo in
due modi. O nella sua massima universalità, come ente in genere; e allora essa
diviene una schietta ontologia, protologia, o metafisica generale: ovvero sotto
certe speciali determinazioni, a cuirispondono le varie parti della *metafisica
speciale*; come di ente *assoluto* o Dio, oggetto della teodicea; di Cosmo o
universo, oggetto della *cosmologia*; di uomo o Umanità, oggetto della morale.
All'una o all'altra soltanlo di coteste parti la restringono le scuole, che
intendono di ridurre il suo campo all’uno o all'altro di simili objetti. Il che
spiega bensi, ma non giustifica punto il loro procedere esclusivo: lo spiega,
poichè assegna la ragione che li muove ad appigliarsi rispettivamente al
proprio metodo; ma non lo giustifica, poichè il considerare un oggetto da un
lato solo, per vero e giusto che sia, non vale mai a conoscerlo intero; e il
non conoscerlo intero implica necessariamente due condizioni, che repugnano
troppo all'indole del sapere scientifico. La prima, che alcune parti
dell'oggetto rimangono fuori della trattazione, e quindi ignote. La seconda,
che la cognizione delle parti stesse trattate e chiarite rimane inadequata,
incompiuta, e quindi più o meno erronea e fallace; onde i giudizi coşi discordi,
e non di rado contrarj circa il valore di un sistema o il carattere di un'epoca:
veri tutti in parte, per quel rispetto Se noi pertanto vogliamo esporre
nella sua integrità propria e specifica la storia della filosofia, dovremo
abbracciare, nel quadro delle varie epoche e de’varj sistemi, due ordini di dottrine
filosofiche: quelle che si riferiscono alla determinazione del subjetto stesso,—
logica, psicologia, antropologia; e quelleche concernono le determinazioni
dell'objetto, in quanto appartiene al regno della speculativa: cioè, o nella
sua universalità assoluta,— ontologia, protologia; o sotto certe forme razionalie
metafisiche di Infinito, di Universo, di Umanità, teodicea, cosmologia, e
morale. Ecco le materie, che direttamente fanno parte della filosofia, e per
conseguente della sua storia. Ma nessuna scienza può dirsi compiutamente
esposla, finchè si considera in sè stessa unicamente, e come segregata da tutte
le altre. L'unità del pensiero da un lato, e dell'universo dall'altro,
stabilisce un cotal nesso intrinseco sra i varj ordini di cognizione, che sono
quasi i rami del grand'albero del sapere: nesso, che fra alcuni ordini più
affini, più omogenei introduce relazioni cosi strette e necessarie, che l'uno
non si potrebbe adequatamente conoscere senza contemplarlo eziandio nelle sue
attinenze con l'altro. Laonde per ciascuna scienza, come per la sua storia,
oltre le materie di sua diretta spettanza, ve n'ha certe altre che indi
rettamente le appartengono, siccome quelle che per una loro particolare ed
essenziale relazione con essa, valgono a meglio rilevare il suo valore e la sua
efficacia, a spiegare le sue evoluzioni e le sue trasformazioni, ad apprezzare
il suo influsso, cosi nello svolgimento teoretico del sapere, come
nell'incremento pratico della civiltà. Questa condizione ha luogo sopratutto
nella filosofia, la quale appunto per il suo carattere di *scienza prima* ed
universale, tocca ai principj supremi della cognizione, e con essi porge li
ultimi fondamenti a tutte le scienze. Non sarebbe difficile quindi a trovarle
qualche attinenza, prossima o remota, con le singole parti dell'intera enciclopedia;
ma volendo pur contenere il tema sotto cui riguardano questa o quello ma tutti in parte falsi, per li altri
rispelti da cui prescindono,e di cui non fanno caso. Primeggia fra esse la *religione*
cattolica, che ha con la filosofia medievale una tal affinità, da scusar quasi
l'errore assai commune di chi le confunde ambedue insieme. Ed infatti,
l'oggetto proprio di ambedue è in sustanza lo stesso; poichè si travagliano del
pari nello studio dell'ente infinito ed assoluto, e delle sue relazioni
metafisiche e morali con l'universo e con l'uomo. Diversificano bensi
profondamente nel metodo, onde ciascuna piglia rispetti vamente a trattarlo:
giacchè l'una procede per via di intuito, di sentimento, d'affetto; l'altra
invece per via di riflessione, d'analisi, e di raziocinio. Quella traduce l’ideale
in un *simbolo*, e questa in una formula. La prima ne fa un dogma di fede, e la
seconda un sistema di scienza. Tuttavia coteste differenze non tolgono punto,
anzi confermano li influssi scambievoli, che l'una deve esercitare nel corso
della storia su l'altra. La religione cattolica sta alla filosofia,come il sentimento
alla ragione; e nella guise medesima che questa prende da quello la materia
prima de'suoi concetti, la filosofia trae dalla religione cattolica il primo
abbozzo de' suoi teoremi. Vediamo infatti dovunque il simbolo cattolico andare
innanzi ai sistema filosofico; e la fede cattolica governare l'uomo prima che
la scienza; e i miti e le leggende pascere la sua fantasia lungo tempo prima
che il suo intelletto li sapia discernere dal reale e dal vero. E quando la
ragione, fatta adulta e robusta, comincia ad aver coscienza di sè ed a provare
il bisogno d'una cognizione più chiara, più pura, e più soda, non può pigliare
d'altronde le mosse che dallo stato mentale, a cui l'uomo è educato dalla sua
fede cattolica instintiva o tradizionale; si che i primi passi della filosofia
non sono altro che tentativo di tradurre una credenza religiose in un concetto
razionale. E siccome in quest'opera di semplice riduzione esso incontra
bentosto difficultà insuperabili, incontra cioè elementi al tutto fantastici e
ribelli ad ogni forma scientifica; cosi la filosofia perde in breve quel
carattere primitivo d'interpretazione del simbolo cattolico o dogma ne'suoi più
rigorosi confini, come mai si potrebbe disconoscere il mutuo vincolo, che lega
intimamente la filosofia con alcune dottrine ed instituzione della Chiesa
cattolica romana, nelle quali la ragione speculativa rinviene o i suoi più
importanti materiali,o le sue più solenni applicazioni religiosi, ed
assume per necessità, verso di essi, quello di critica, di scetticismo, di
negazione. Indi le prime lutte fra la leggenda e la storia, la mitologia e la scienza,
la fede e la ragione; e indi, per legge naturale e quasi organica
deli’intelletto umano, le prime vitlorie della verità schietta e positiva su i
pregiudizj idoleggiati dall'imaginazione o dal cuore. Disfatta però la prima
forma d'un simbolo non è già distrutta l'idea ch'esso adombra e preconizza; nè
tanto meno è eliminata la questione, ch'esso mirava a troncare, se non a risolvere.
La fede della chiesa cattolica è una funzione psicologica cosi con-naturata
all'umanità come la ragione: quella può e dee formare, riformare, e trasformare
il suo simbolo, come questa I suoi sistemi; ma nell'organismo mentale l'una è
cosi irreduttibile e indistruttibile come l'altra. Sotto il Martello della critica
adunque cadono e scompajono la credenza della Bibbia semita, mitologica e
leggendaria, che non rispondono più al grado superiore di cultura, cui un
popolo ha raggiunto; ma danno luogo ad altre credenze meno grossolane e
fantastiche, e più consentanee alle nuove idee, alle nuove dottrine, che la
ragione fa prevalere. E allora, su quei simboli rinovati la filosofia ripiglia
da capo il suo lavoro: in prima teoretico, finchè il pensiero speculativo
armonizza con essi, e cerca solo di interpretarli in guisa da cavarne, un
significato o costrutto razionale; e poscia critico, quando, grazie al
progresso del pensiero e all'incremento del sapere, quell'interpretazione
riesce vana, quell'armonia impossibile. Indi un'altra èra di conflitto, e
un'altra serie di teoriche e di critiche filosofiche, di riforme e di
ricostruzioni religiose, rispondenti ad un periodo superiore dell'educazione
umana. E cotesta vicenda non è cessata, ne cesserà, infino a che l'objetto
ultimo della fede e de’ suoi simboli, della ragione e de'suoi sistemi, che è
l'assoluto, non sia adequatamente conosciuto e compreso; e il subjetto commune di
questi e di quelli, che è l'io, non sia pervenuto a concertare e identificare
tutte le sue facultà o funzioni psicologiche in una si perfetta unità, da cancellare
ogni specie di antagonismo fra il cuore e la mente, fra il senso e
l'intelletto, fra l'imaginativa e il raziocinio, fra quei due elementi, insomma,
uno animale e l'altro divino, che in modo si misterioso e ad un tempo si
manifesto concorrono a costituire l'umanità. E vale a dire, che per quanto a
noi è dato di conghietturare, quel processo del pensiero, svolgentesi in una
serie di azioni e di reazioni tra il dogmatismo della religione e il criticismo
della filosofia, è la sua condizion naturale, e durerà finchè l'uomo sia uomo;
poichè e il dualismo subjettivo dell'io e l'incomprensibilità objettiva dell'assoluto
sono due leggi, che hanno il loro fondamento nella stessa natura umana,
essenzialmente finita e limitata, e come risultante di due forze,
indefinitamente perfettibili e armonizzabili, ma non capaci di acquistare
giammai una perfezione infinita ed un'unità perfetta. Simiglianti, per non dire
identiche, sono le relazioni che ha la filosofia con la poesia, presa nel suo
più ampio significato di arte, e rappresentata nella sua moltiforme varietà dai
varj ge neri della letteratura. La poesia, come la religione, precede alla
metafisica. Nasce anch'essa dal sentimento dell'infinito, che è innato ed
immanente nell'uomo; anch'essa tenta di ritrarre l'Assoluto, e i rapporti che
seco hanno la natura e l'Umanità; e i suoi canti primitivi sono teogonie e
cosmogonie, poco differenti dai libri sacri della Biggia. Anch'essa, come la
religione, traduce l’Assoluto in un Ideale simbolico; ma i simboli religiosi
pigliano bentosto l'aspetto di dogmi rivelati, che s'impongono alla fede;
laddove i simboli poetici serbano il carattere di imagini spontanee, la cui
efficacia risiede nella loro idoneità estetica à soddisfare la fantasia ed il
cuore, senza offendere la ragione. Quindi sotto l'inspirazione religiosa l'Ideale
veste una forma o affatto impersonale, o d'una persona como Gesu cosi posta al
di fuori e al di sopra del mondo, che apparisce al rivelatore stesso come un
Ente sovrintelligibile e sovranaturale; laddove sotto l'inspirazione poetica l'Ideale
tiene sempre dell'umano, del subjettivo, e ritrae della persona stessa dell
poeta, che lo immedesima con sé, mentre s'immedesima con esso.La filosofia
pertanto, nelcorso deila sua storia, s'intreccia col movimento letterario,
quasi come col religioso. Trora pure nei primitivi poemi l'addentellato della
speculazione; incomincia a farne l'esegesi, e poi la critica; e conduce
l'arte a dover creare una nuova forma dell'Ideale,che possa appagare il gusto
di genti più culte, e più avvezze a non iscompagnare il Bello dal Vero. Nascono
cosi e si succedono via via progressivamente le forme letterarie, a quel modo
che i simboli sacri, sotto l'influsso critico della filosofia; la quale,
determinando in modo sempre più razionale il concetto dell'Assoluto, prescrive
all'arte, come alla fede, di effigiare l'Ideale con imagini d'età in età più
pure, più atte a conciliare il sensibile con l'intelligibile, l'intuito con la
riflessione, l'affetto col pensiero. La qual conciliazione tuttavia, per quanto
venga informando l’arte ad un tipo gradualmente più filosofico, non può
togliere via il carattere differenziale, che distingue l'opera poetica dal
sistema speculativo,come due specie di cognizione, che muovono da facultà
diverse, procedono con diverso metodo, e mirano a diverso fine. L'arte è figlia
principalmente dell'intuizione e dell'imaginazione; la filosofia invece,
dell'analisi'e del raziocinio. L'arte riveste le idee di forme sensibili,
fantastiche, dramatiche, le dispone con libera scelta, le connette a suo gusto,
non vincolata ad altre leggi che alle convenienze estetiche, e licenziata ad
abbandonarsi in grad parte all'impeto spontaneo e quasi autonomo
dell'inspirazione, dell'estro, del genio, che agli antichi pareva il soffio
prepotente d'un nume. La filosofia, all'incontro, scevera dalle figure poetiche
il concetto puro, passa l’ imagine sensibile al suo crogiuolo per cavarne le
idee, e con le idee costruisce un sistema regolare, modellato rigorosamente su
i canoni della logica, e ridutto ad unità scientifica mediante quell'intreccio
dialettico di principj, applicazioni, e conseguenze, che è prestabilito
dall'indole stessa del tema, deduttivo o indut ivo, razionale o sperimentale
che sia. La poesia ha per iscopo la rappresentazione del bello; non esclude il
vero, ma neppure il finto; subordina l'uno e l'altro egualmente al suo disegno;
e se ne vale come di mezzi per colorirlo con più di varietà, di vivacità, di
efficacia. La filosofia, all'opposto, ha per oggetto la dimostrazione del vero;
tiene il bello in conto di accessorio, e non di principale; lo tratta da mezzo,
e non da fine; e lo ammette solo in quanto non repugni alle condizioni della
scienza. La sua storia adunque non potrebb'essere compiutamente descritta,
se non avesse riguardo, come allo stato religioso, così allo stato letterario
di ciascun'epoca, per apprezzare equamente liinflussi scambievoli della poesia
su la speculativa e della metafisica su l'arte, e per meglio dilucidare la
legge progressiva che dirige lo spirito umano nello svolgimento armonico delle
sue facultà conoscitive. Se non che, nelle sue attinenze verso della
letteratura, la filosofia procede più all'amichevole che non verso della
teologia; perocchè il simbolismo estetico non pretende mai all'impero dottrinale,
che si arroga il simbolismo teologico; non invoca per sè l'autorità di una
rivelazione divina; non si usurpa nessun privilegio d’infallibilità assoluta: canta,
e non decreta; narra, e non dogmatizza; inventa, instruisce, diletta, commuove,
e non oracoleggia. La filosofia pertanto può scorgere in esso un errore da
emendare, ma non un nemico da combattere; delpari che l'arte può rinvenire
nella filosofia una censura un po'se vera, ma non una guerra dichiarata ed
implacabile. Le religioni adunque, le letterature, e le scienze, come hanno
contribuito per qualche rispetto all'origine ed al progresso della filosofia,
devono parimente fornirci utili sussidi e schiarimenti per la sua storia. Ma
non basta il porre mente alle sue relazioni intrinseche con le varie discipline
d'ordine dottrinale. Essa inoltre ha moltiplici attinenze con quelle
instituzioni d'ordine pratico, che si comprendono sotto il nome di condizioni
politiche e sociali di un'epoca o di una nazione: attinenze estrin seche, è
vero, ma non per ciò men necessarie ad intendere e spiegare levicende storiche
de'suoi sistemi. I quali, per trascendenti che sieno, ritraggono pur sempre
qualche cosa delle cre. Per quello poi che spetta alle attinenze della
filosofia con altre scienze, e particolarmente con le scienze fisiche e naturali,
e massime con quelle loro parti, che trattano dei primi principj delle cose e
delle leggi generali dell'universo, gli è un fatto cosi per sè manifesto e
notorio, che appena è mestieri di accennarlo per sentire la necessità di farne
gran caso in una storia del pensiero filosofico. credenze e delle dottrine, che
predominano nei tempi e nei luoghi, in cui vive il loro autore; siccome questi,
per novatore che sia, non può mai rompere ogni communione intellettuale con la
società, in mezzo a cui è nato, cresciuto, educato; e il suo pensiero,
esplicandosi in un dato ambiente mentale, dee imbe versi più o meno delle idee
communi e prevalenli. I filosofi stessi più originali precorrono bensì per un
verso alla loro generazione, ed anticipano il futuro; ma rimangono, per
l'altro, figli del loro secolo, e raccolgono,e riassumono nel loro genio, in
modo più chiaro, ordinato, e complessivo, tullo quanto v'ha di più eletto, di
più sodo e secondo nel suo sapere. Essi partecipano della vita scientifica di
due età, poichè sono alunni del presente e institutori dell'avvenire. Laonde
ciò che v'ha di nuovo no'loro sistemi, ha sempre il suo germe nello stato intellettuale
de’loro contemporanei; talchè questo è la chiave della genesi di quello. Ora
dello stato intellettuale di un secolo o di un popolo qual documento v'è egli
più reale ed autentico, più vi vente e parlante che la sua costituzione
politica e sociale, e i suoi costume domesticie civili. Nei costume esso incarnai
suoi principj di morale; nella costituzione, i suoi principi di diritto: e con
la notizia de'suoi principj di diritto e di morale si ha la guida sicura per
penetrare nei recessi della sua coscienza e della sua ragione, e per delineare
un quadro fedele delle sue cognizioni. La storia politica e civile dovrà quindi
porgere an ch'essa il suo ajuto alla storia della filosofia; la quale appren
derà tanto meglio a conoscere i grandi filosofi ed a giudi care i loro
grandiosi sistemi, quanto meglio avrà conosciuto i tempi e i luoghi a cui
appartenevano, e le idee e le instituzioni che reggevano le genti, di cui erano
dessi prima discepoli, e poi maestri. Circoscritta in tali termini la materia,
che direttamente e in direttamente spetta alla storia della filosofia, vede
ognuno da sé quanto sia vana e falsa l'accusa di chi la spaccia a dirittura per
un'arida e vuota farraggine di metafisicherie, l'una più astrusa e stravagante
ed incomprensibile dell'altra. Essa è invece il racconto delle più eroiche
lutte e delle più nobili conquiste del ל M acciocchè la contenga di fatto, bisogna dare a
quella materia, che è il corpo della storia, la forma conveniente, che ne sia
l'anima. Chi si contentasse di narrare la vita ed esporre la dottrina di
ciascun filosofo, ma separatamente, a guisa di fatti o eventi diversi,
sconnessi, indipendenti l'uno dall'altro, senza un principio organico che li
coordini, e riduca la loro varietà fenomenica ad un'unità sistematica, e mostri
il perchè ed il come l'uno sia causa dell'altro, e questo effetto di quello: fa
rebbe una cronaca,e non una storia della filosofia.Ilcompito della storia si è
di riprodurre i fatti nel loro intreccio origi nario. E siccome ogni serie di
fatti non è altro che l'atluazione successiva d'una legge naturale, ed ogni
legge della natura si riscontra con un principio della ragione; così il
racconto dei fatti od eventi filosofici non può acquistar il valore di
storia,se non in quanto li riordina, li classifica, li accentra sotto della
legge psicologica, che ne ha determinato l'origine, il processo, e la
trasformazione; di guisa che lo svariato contrasto di afferma zioni e negazioni,
di tesi e antitesi, di teoriche e critiche, o n 15 genio umano nel campo
del pensiero, che sovente,pur troppo ! ebbe a convertirsi in campo di
battaglia. Le questioni, venti late dai sistemi in essa esposti, toccano agli
affetti e ai desi derj più intimi, ai bisogni e agl'interessi più gravi
dell'animo: la cognizione di noi medesimi e delle nostre facultà, del mondo e
delle sue leggi; il criterio del vero e l'amore del bene; l'educazione
dell'intelletto e il persezionamento del cuore; l'os servanza del dovere e la
rivendicazione del diritto; le condizioni della felicità privata e della
prosperità publica; la missione della vita presente e la speranza della futura.
Li autori, ch'essa prende a commentare, sono l'ingegni più potenti e su blimi
ed ardimentosi che vanti l'Umanità: sono propriamente i legislatori del
pensiero e li instauratori dell'incivilimento. Ed infine, per le sue attinenze
con tutte le vicende religiose, let terarie, e scientifiche, con tutte le forme
e le riforme politiche e sociali, essa diviene lo specchio verace della vita
interiore dell'Umanità; onde può dirsi fondatamente, che la Storia della
Filosofia contiene in sustan.za la Filosofia della Storia. E il fondamento
di questa legge d'unità storica non è fitti zio o arbitrario, ma concreto e
positivo, siccome quello che ri posa su la doppia unità del subjetto conoscente
e dell'objetto conoscibile. Il subjetto è lo spirito umano, l'Io; il quale se
per rispetto agl'individui ammette infinite graduazioni e differenze, al pari
d'ogni altro essere, serba pure in riguardo alla specie tutta la unità e
identità di natura, che si osserva in ciascun altro tipo. Quindi,per diverse e
discordanti che sembrino le m a nifestazioni della sua attività individuale,
non escono però mai fuori del limite, che segna la cerchia delle sue funzioni
speci fiche; e vanno tutte comprese sotto certe categorie, le quali pure non
rappresentano altro che certi aspetti o rapporti di un unico principio attivo.
L'objetto poi è ilvero in genere,o quelle specie di vero che formano la materia
della filosofia. Ora che può egli mai concepirsi di cosi identico ed uno, come
il vero in sè stesso e nella sua forma universale ed assoluta? E quanto agli
ordini particolari di verità, che danno luogo alle singole parti della
filosofia, o si tratta dell'Io stesso, qual ente pensante; e allora l'unità
dell'objetto s'immedesima con quella del subjetto, ed è tanto una la
scienza,quanto uno è il pensiero: o si tratta invece di objetti esterni, della
società umana, del mondo, dell’Assoluto; e allora l'unità della scienza ha pure
il suo fondamento nell'unità del principio protologico, cosmologico, e morale,
di cui quelle dottrine sono rispettivamente una m e todica esplicazione. La
legge di unità adunque,che deve infun dere la vita, l'anima, la forma nella
storia della filosofia, sus 16 d'è intessuta la storia della filosofia,
apparisca, non quasi un caos informe e fortuito, ma come un mondo ideale, in
cui i varj sistemi tengon luogo di elementi o forze integranti, che
rappresentano nel loro complesso la moltiforme attività di un principio unico,
del pensiero; e producono col loro antagonismo un'armoniá simile a quella del
mondo reale. Indagare e veri ficare questa legge primitiva, che sotto
l'infinita varietà dei si stemi stabilisce l'unità di un organismo dottrinale,
e dirige la vita interna del pensiero, è dunque l’officio proprio d'una sto ria
della filosofia. A trovarla però occorre sopratutto di saperla
cercare; onde nella storia della filosofia, non altrimenti che in qualsiasi di
sciplina, ha un'importanza capitale il metodo. Or qual è il metodo da seguire
per giungere con maggior sicurezza al nostro scopo? chè v'è anche qui disparità
e contrarietà d'opinioni. In generale, li storici antichi, vale a dire quelli
dei due ultimi secoli scorsi, e dei primi anni del corrente procedevano con
metodo quasi affatto empirico edescrittivo; badavano solo a far la biografia
dei filosofi e il sommario delle loro dottrine, sen z'altro legame che la
successione cronologica, o la parentela etno grafica, o la classificazione
scolastica; raccoglievano la materia dellastoria,ma netrasandavanolaforma.Fra
imoderni,al cuni e de'più rinomati si gettarono nell'estremo opposto, e precut
ă tesero di costruire la storia della filosofiacon metodo specula- láhystal
tivo ed a priori. Costoro, ove mai fossero venuti a capo d'una simile
impresa,avrebbero disegnato una cotal forma idealedella storia, m a vuota di
contenuto reale; avrebbero mostrato ciò che, nel loro concetto, doveva essere
la filosofia, m a non mai cið che fu nella sua realtà; insomma avrebbero
costruita una teorica, ma non già narrata una storia. Perocchè oggetto della
storia sono i fatti; e i fatti si apprendono per via d'esperienza e d'os
servazione, di memorie e di documenti, e non già per opera di deduzioni
dialettiche e di evoluzioni metafisiche. Del resto, la scuola che tentò di
introdurre le costruzioni a priori anche nella storia, obediva necessariamente
al principio cardinale della sua filosofia, che identificando il pensiero con
l'essere, affer m a risolutamente, i fatti e le leggi della storia, della
natura, dell'universo doversi cercare nei fatti e nelle leggi del pensiero
stesso. Ma quando essa volle passare dalla teorica allapratica, e chiarire col
proprio esempio la superlativa bontà del suo m e todo, a che è riuscita? A
null'altro fuorchè a provare lavanità 17 siste non meno nel subjetto che
nell'objetto del pensiero spe culativo. Potrà in qualche caso riuscire
malagevole a scoprirsi e significarsi; potrà eziandio rimanere ancor ignota: m
a sarà per difetto nostro, e non per mancanza sua; e vorrà dire sol tanto, che
non si è ancora trovata, e non già che non esista. delle sue
speculazioni; giacchè tutto quanto v'ha di slorico noi suoi lavori, è attinto
dai monumenti ordinarj, e non fabricato a priori; è ciò che v'ha di
propriamente dedutto a priori, è ipotesi, poesia, romanzo, ogni cosa, fuorchè
storia. Tra l'empirismo degli uni e il trascendentalismo degli altri s'apre
nondimeno una via di mezzo, che è quella indicata dalla ragione, e battuta
dalla scienzaUn metodo non è altro che un mezzo di cognizione: il suo valore è
dunque relativo,e con siste nella sua rispondenza al fine, cui dee servire. L a
sto ria della filosofia consta di due elementi: d'una materia positiva. e d'una
forma razionale; dunque il metodo di studiarla vuol essere misto: positivo,
quanto all'esposizione dei fatti; e razio nale, quanto alla investigazione
delle leggi. A questo metodo si potrebbe meritamente appropriare il nome di
critico; poiche esso è ilsolo,in cui una critica sagace e sapiente riconosca
mantenuti i suoi principj, ed osservate le sue regole. Comunque però si chiami,
esso è quello che noi ci studieremo di se guitare costantemente. Le regole di
questo metodo sono le stesse, che la logica pre scrive generalmente negli studi
storici. Le principali, per quanto spetta in particolare al nostro tema,
saranno. 2.° Equilà nel giudizio delle dottrine; e perciò aver s e m pre
riguardo alle condizioni de'luoghi e de'tempi, in cui vivea l'autore;
apprezzare le sue idee in relazione con quelle d'allora, e non con quelle
d'adesso; discernere accuratamente le veré. Fedeltà nel ragguaglio dei fatti; -
e quindi, anzitutto lasciare a ciascun autore la fisionomia sua propria; non
aggiungere, nè togliere nulla alla sua parola; riferire il suo sistema tal
quale piaque a lui di comporlo, e non come piacerebbe a noi di rifarlo: chè
primo officio della critica si è di non far dire ad alcuno nulla più e nulla
meno di quel ch'egli ha detto: officio, a cui mancano tutte le scuole esclusive
e parziali, che vanno a cercare nella storia della filosofia, non una notizia
del sistema altrui, m a una giustificazione del proprio; e in luogo di farsi
interpreti degli altri, costringono -li altri a farsi loro apologisti.
dalle false; non assolvere queste in grazia di quelle, nè con danpar
quelle in odio di queste; e cosi nell'approvazione come nella riprovazione
procedere con tutto il rigore, non so lamente della logica, ma anche della
giustizia:chè debito della critica si è di esercitare il diritto di lode e di
biasimo come una funzione non meno morale che letteraria: debito,a cui fal
liscono del pari e i panegiristi fanatici e i detrattori arrabiati; poichè li
uni, predisposti a lodar tutto, scambiano la storia in adulazione; e li altri,
prerisoluti a tutto biasimare, conver tono la critica in maldicenza: e questi e
quelli tanto più rei, in quanto che d'ordinario trattasi di giudicare
personaggi, che non partecipano più alle nostre dispute, e non sono più in
grado di difendersi nè dalle cortigianerie de’partigiani,nè dalle calun nie
degli avversarj. Terzo, Cautela nell'assegnazione delle leggi; - e però non in
durre da fatti particolari, nè dedurre da dozioni generali più di quel che
contengano; professare il dubio, dove ragioni pro e contro interdicono la
certezza; é confessare l'ignoranza, dove il difetto di notizie e di documenti
non lascia penetrare alcuna luce di scienza; tener conto dell'elemento
variabile, che la li bertà introduce nella storia; e non ostinarsi a
geometrizzare tutta la vita dell'Umanità, quasi che ilpensiero fosse suggetto
alla regolarità di una combinazione chimica o di una produzione b o tanica;
evitare con egual diligenza l'errore dell'empirismo, che non sa riconoscere
verun nesso causale tra li eventi umani, e rimette la storia in balia del caso;
e l'errore del trascendenta lismo, che vuole incatenare anche i fenómeni
volontarj all'im pero di una fatalità inesorabile, e ragguaglia tutti
liattimorali alla condizione di effetti fisici: che dovere della critica si è
di studiare la natura in sè stessa, e non di foggiarsela a proprio gusto; e
perciò di apprendere da essa le sue leggi, e non di det tare ad essa le
proprie. Ora, che il regno umano non sia inte ramente governato dalle forze
necessarie, a cui obediscono ine Juttabilmente lialtri regni della natura,ed in
quello operi una forza libera,che in questi non ha luogo:eglièun fatto,lacui
sussistenza ci è cosi nota e,certa, come la coscienza di noi stessi. Ben
si potrà disputare dell'essenza, dell'origine, della costitu zione di questa
potenza superiore, che crea il mondo morale; si potrà allargare o restringere
si la cerchia della sua compe tenza nella vita interna ed esterna del pensiero,
e si quella de'suoi rapporti con le altre funzioni della natura umana ed
universa: ma simili questioni, che riguardano la spiegazione teoretica del
fatto, non detraggono punto all'evidenza della sua positiva realtà, nè valgono
a revocare menomamente in dubio l'ingerenza, che spetta alla libertà
nell'andamento delle cose umane. E con la libertà entra nella storia un
principio,ilquale per rispetto agli altri elementi, tutti fatali ed
invariabili,assume ilcarattere di irregolare, anomalo, perturbativo,e dà
origine ad una serie particolare di fenomeni, assai più complessi, poichè ten
gono insieme del necessario e del libero, del fisico e del morale. Questa serie
pertanto, se è determinata per una parte, è indeterminabile per l'altra;
giacchè libertà e predeterminazione sono concetti, che scambievolmente si
escludono. La storia ammette dunque leggi fisse ed immutabili, in quanto essa
procede a tenore di cause fisiche e fatali; e ammette solo divinazioni,
conghietture, probabilità, più o meno plausibili e ragionevoli, m a non leggi
anticipatamente definibili e indecli nabilmente effettuabili, in quanto essa
dipende da cause m o rali e libere.E la sagacia della critica consisterà nel
raccogliere la maggior somma possibile di probabilità induttive, a fine di
trarre dal passato un qualche lume per rischiarare un po' l'avvenire; e non già
nel trascurare tutto ciò che non quadra alla simmetria preconcetta di un
sistema, per procacciarsi la vana soddisfazione di aver compassato ogni cosa
alla stregua del proprio cervello. Egli è quindi manifesto, come dicendo noi,
la storia della filo sofia,presa nell'ampio giro del suo
significato,convertirsi davvero in una filosofia della storia, non sia questa
da intendersi nel senso dogmatico degli aprioristi, secondo i quali applicar la
filo sofia alla storia equivale a trasformare la storia in una cotal metafisica
imaginaria, che fa dell'uomo un concetto astratto e dell'Umanità una formula
matematica. Un tal genere di specu 20 lazione potrà per
avventura intitolarsi ancor filosofia, m a certo non merita punto il nome di
storia; di quella disciplina, cioè, a cui non è lecito di acquistare un
carattere filosofico, fuorchè a palto di non ismettere mai il carattere
storico,che costituisce la sua stessa natura. E poichè, come storia, è una
dottrina es senzialmente positiva e sperimentale, dee 'pure, come filosofia,
serbare la forma medesima,e procedere con metodo sperimenlale e positivo. Essa,
in luogo di narrare i fatti particolari,ad uso della pretta storia descrittiva,
baderà a raccogliere da ciascuna serie di falli leleggi psicologiche,morali,e
sociali,che ne rampollano; m a le raccoglierà con quello stesso metodo
induttivo, onde le varie scienze naturali ricavano dall'osservazione e dalla
classifi cazione dei fenomeni fisici, chimici, fisiologici, le leggi dell'uni
verso. Solo a questa condizione ci sembra possibile di innestare la filosofia
nella storia, e sopratutto di effettuare l'innesto m e diante la storia della
filosofia. Alla quale ritornando ancora per poco, ci resterebbe da chia rirne
brevemente l'importanza, l'utilità, la necessità,così per sè stessa, come per
le sue atlinenze con le altre discipline. Ma bastano a tal uopo, in tesi
generale, li argumenti stessi, che ci valsero a stabilirne la materia,la forma,
ed ilmetodo;giacchè sono ben poche,per fermo, le scienze a pro delle quali si
possa no addurre titoli eguali per provarle importanti, utili,e necessarie. Per
altro, ciò che sarebbe al tutto superfluo sotto il rispetto teoretico ed in
astratto, può di leggieri tornare assai conveniente in qualche caso pratico e
concreto, che da un singolare con corso delle circostanze di tempo e di luogo
riceva un'impronta tutta sua propria. Ed è il caso nostro. Commendare lo studio
della filosofia colà, dove il pensiero filosofico è nel pien vigore del suo
esercizio, e fiorisce sotto tutte le sue forme, e si svolge largamente,
liberamente in tutta la svariata energia delle sue funzioni, saprebbe di
anacronismo o di paradosso. M a oggi, tra noi,- a che dissimularlo?— pon ècosì.
L’ITALIA, che s'ha primato in ogni genere di studj; CHE HA TANTA PARTE AL PROGRESSO DELLA FILOSOFIA per opera
delle scuole della Magna Grecia di CROTONE, GIRGENTI, VELIA, ecc. ; e che al
cadere del medio evo suscitò nel mondo intellettuale quel gran moto del risurgimento,
e con di esso rimise l'Umanità su la via di ogni riforma e di ogni sco- tu
perta: non occupa più da lungo tempo il seggio,che le pareva che assegnato
dalla natura medesima nel regno del sapere. Le cagioni, che le hanno rapita la
corona scientifica, possono ben vie tarci di imputarle a colpa la sua caduta;ma
non già disentire in questa caduta il peso di una tremenda sciagura. Si, la per
dita della libertà, le sette politiche, le persecuzioni religiose, dominazioni
straniere, le tirannidi nostrali, rendono più che sufficiente ragione delle
misere condizioni, a cui venne dannato negli ultimi tre secoli il pensiero
italiano; e spiegano abbastanza come il genio filosofico, perseguitato a morte
in questa regione che parea divenuta sua patria, dovesse emigrare in altre con
trade, e cercare ospitalità presso altre genti, che li avi nostri chiamavano
barbare, e che a noi tocca invece di salutare mae- al stre. Ma spiegare il
fatto non è distruggerlo; e sieno pur evi. di denti, necessarie, irrefragabili
le sue cagioni, sta sempre vero, che nella storia della speculativa moderna
l'Italia non occupa più, dinanzi alla culta Europa, uno de'primi, bensì uno
degli ultimi posti. Ed è tempo oggimai,
che una tanta umiliazione abbia fine. di Per lo passato potevamo sopportarla
senza troppo rossore,come ni una conseguenza fatale dell'oppressione, sotto di
cui il bel paese di gemeva; m a d'ora in poi la cesserebbe di essere una
sventura, e diventerebbe un'ignominia. Perocchè la massima parte delle fo
barriere, che divideano e smembravano l'italica famiglia, sono cancellate; li
spegnitoj, che l'arte o la violenza avea sovrapostizie
all'ingegno,sonocaduti:anche a noi siapre ilgloriosoarringo dei nobili e liberi
studj; e possiamo correrlo anche noi con ge- in nerosa gara e con nuovo e più
fortunato ardore. Sta dunque a noi di dar l'ultima mano a questo prodigioso
rinovamento d'I talia. Il valor militare e il senno civile l'hanno redenta
dalla servitù politica, e la van componendo a nazione indipendente, libera, e
forte; m a questo risurgimento stesso o non sarebbe d u raturo, o rimarrebbe
sterile e vano, ove non avesse il suo de N le a 20 210 zid Sg TO de SE gno
riscontro in una restaurazione scientifica e letteraria, capace et 1 in di redimerla pure della sua minoranza
intellettuale, e di resti On tuirle nel mondo delle idee il luogo
corrispondente a quello, Ta che si è rivendicato nel mondo degli Stati. -a Ed
invero, la vita dei popoli, non altrimenti che degli indi eu vidui, proviene
dal complesso di un doppio ordine di fatti e di re leggi: l'uno fisico, e
l'altro morale, di cui ciascuno risponde ad una serie di forze rispettivamente
analoghe. E nella costituzione le sociale del genere umano egli è fuori di
dubio, che le forze he fisiche vanno subordinate alle forze morali,siccome lo
strumento 10 all'opera, il mezzo al fine. Che se da un lato è verissimo,non
alla ragione il suo impero; o sono esse medesime effello d'un i disordine
morale, produtto dall'ignoranza e dall'errore nelle co; 'scienze, e il loro
rimedio non può venire se non da un grado à superiore di educazione e di
cultura publica, cioè da un pro li gresso intellettuale. L'indipendenza, la
libertà, la grandezza dei popoli hanno dunque il fondamento della loro durata e
la ra B.;dice del loro incremento nelle idee,nelle credenze,nelle opi é nioni,
in cui sono essi allevati;vale a dire,insomma,nelle con je dizioni della loro
vita mentale. Ora l'alimento più sano, più sustanzioso del pensiero non è e
forse la filosofia? Non è dessa lo studio più idoneo ed efficace 0 a svelare, a
combattere,a distruggere i pregiudizj, le supersti tizioni, li errori d'ogni
fatta, che mantengono i popoli nello stato o di fanciullezza, e li conducono
troppo spesso ad esser vittime - infelici e strumenti inconsapevoli di servitù?
Non è dessa il ti a rocinio più sicuro per informare l'intelletto al
riconoscimento.del vero,la ragione al culto della scienza, l'ingegno al gusto a
del bello, l'animo all'annore del bene, la coscienza all'adempi mento del
dovere e al rispetto del diritto, e tutto l'uomo all'e sercizio delle virtù
private e publiche, domestiche e sociali?. Non è dessa la fonte viva, da cui
tutte le altre scienze attin za > sempre quest'ordine naturale reggere in
effetto le sorti delle n a nezioni, e non di rado prevalere la violenza al
diritto e alla giu 1 stizia; dall'altro però non è men vero, che o simili
perturba rizioni sociali sono temporanee, e alla lunga lasciano ripigliare 1,.
e gono i principj, i metodi, i criterj del loro insegnamento? Non
è dessa pertanto, in ogni periodo della storia, la misura più certa del grado
di potenza, di energia, e di fecondità, a cui per venga di mano in mano il pensiero?
Nella grand' opera della restaurazione scientifica d'un popolo spetlano dunque
alla filo sofia le prime parti; e sarà quella tanto più pronta,prospera, e
permanente, quanto più vasta e profonda sarà la cultura di questa. Laonde, oggi
che l'Italia, sciolto il voto di tante gene razioni, e raccolto il frutto di
tanti martirj, saluta finalmente l'alba di un'êra nuova, deve insieme provedere
alla sicurezza e stabilità del suo riscatto politico mercè di un rinovamento in
tellettuale e morale, cioè prima e sopra di tutto, filosofico. Del quale poi,
chi potrà mai e chi dovrà pigliarsi il carico precipuo, se non quell'eletta
gioventù che si consacra di pro fessione agli studj? Essa, che ha già pagato
eroicamente il d e bito suo alla patria col valore del braccio, si ricordi che
la p a tria stessa attende da lei altre prove di devozione,più pacifiche e
riposate, ma non meno ardue e magnanime,col valore dell’ ingegno. Essa, che ha
mostrat, fra l’ammirazione e d il plauso del mondo civile, come nel sangue
italiano sia ridesto il ge nio della guerra; s'accinga a provare, con egual
entusiasmo di fede e di sacrificio, come riviva é rifiorisca del pari nell’in
telletto ilaliano il genio della sapienza. E poichè le due grandi e culte
nazioni, che al di là delle Alpi ricingono l'Italia, hanno oggimai dovuto
persuadersi, che al di quà è risurto un popolo degno di star loro a fianco o di
fronte coll'armi; oh ! possano apprendere bentosto, che questo popolo stesso
intende di emu lare le loro glorie, non solo marziali, ma anche scientifiche;
intende di gareggiare con esse, non solo di coraggio e di p o tenza, ma anche
di studio e di sapere; intende che d'ora in nanzi,quando
essedescriverannoilmappamondo filosofico,non abbiano più a dividerlo, con
orgoglio purtroppo da lunga pezza non affatto temerario,in duesoleregioni: Franciae
Germania; ma debbano, buono o mal loro grado, disegnarvi una terza divisione, e
chiamarla Italia. Due parti essenziali del metodo: la
critica, e la teorica. Ordine tenuto dall'Autore nella pu blicazione de' suoi
scritti. Questione preliminare dei rapporti fra la filosofia e la religione.
pag. S 2. Sistema che nega il primo termine del rap porto, cioè la filosofia. -
Dottrina fondamentale del cristianesimo. Spoglia la filosofia d'ogni carattere
di scienza razionale. Circolo vizio Filosofia e cristianesimo son termini, che
si escludono a vicenda S3. Sistema che nega il secondo termine del rap porto,
cioè la religione. Dottrina degli Enci clopedisti. La scuola rivoluzionaria.
Esposizione della teoria di Lemaire, di FERRARIi, di Proudhon, di Feuerbach, di
Marx e Ruge. so. Critica di questo sistema. Vero stato della questione.
Universalità e perpetuità della re ligione. Non se ne può attribuire l'origine
al l'arbitrio degli individui. È un elemento natu rale dell'Umanità.
Testimonianze di 0. Müller, di P. Leroux, e di Lamennais. Objezione di
Proudhon. - Risposta. La religione si tras forma sempre, ma non muore mai.
Confessione di Feuerbach. Giudizio di G. Villeneuve Sistema che confunde i due
termini insieme. Alcuni riducono tutta la religione alla sola mo rale. Dottrina
di Kant, di Saint- Simon, d'altri Riformatori. Critica di tale sistema. -
Necessità d'una dot trina teoretica per la morale. La morale della. carità e
della fratellanza non fu un trovato dell'Evangelio. - Lo han confessato li
scrittori eccle siastici antichi. Documenti. Li Esseni ei Terapeuti. -
Parallelo di Reynaud. - Giudizio di De Potter. La carità e la fratellanza del
cristianesimo sono il rovescio del socialismo. Sentenza di Stern. Altri
immedesimano affatto la religione con la metafisica e la scienza. Esposizione e
critica dei sistemi di Leroux, di Reynaud, di La mennais, e di Comte. Sistema
che separa affatto i due termini l'uno dall'altro. Professione di fede
dell'ecletticismo. Contradizioni di E. Saisset, già ben notate da F. Génin. La
bandiera dell'ecletticismo di sertata. Altre contradizioni di E. Martin. Vani
tentativi per conciliare il razionalismo col sovranaturale. scenza. Conclusioni
che derivano dalla critica di questi sistemi. — Condizioni generali del
problema da risolvere. Significato preciso dei due termini: la religione come
dogmatica, e la filosofia come metafisica. Il rapporto d'unione fra loro è
nell'u nità del loro oggetto. Il rapporto di distinzione non può dedursi che da
una teorica della cono Conoscenza sensibile e razionale. Sensazioni,
imaginazioni, e sentimenti. Per cezioni, credenze, e concetti. Sentimento pri
mitivo dell'Assoluto. — Cognizione razionale, che ne proviene. La credenza,
propria della reli gione. Il concetto, proprio della filosofia. Simboli e
teoriche. Influenza reciproca della filosofia e della religione. Perpetuità di
am bedue. Giudizio di Strauss. Sistemi che mantengono tutti e due i termini; ma
pongono fra essi un rapporto inesatto. Ana lisi critica dei sistemi di Constant,
di Trul di Villeneuve, di Mamiani ROVERE. Filoso fia della religione di Hegel,
esposta da VERA.Varj significati, in cui si prende il razionalismo.
Razionalismo teologico. Dogmatismo. Ontologismo. Idealismo. Il solo sistema,
che il razionalismo escluda, è il dogma tismo. Caratteri positivi e negativi
del razio nalismo. Parte scientifica e parte critica, - lard, Carattere
objettivo della filosofia antica, e subjettivo della moderna. Necessità e
importanza della psi cologia. Classificazione incompleta delle facultà umane. =
Trascuranza del sentimento nelle scuole italiane Classificazione proposta dagli
autori scolastici » Sistema di GALLUPPI (si veda). Sistema del Mancino. Vizio
commune di questi due sistemi Analisi critica della teoria del Poli X -
Esposizione e censura della teoria di GIOBERTI (si veda). Pregio commune di
queste due teorie Analisi dei due sistemi del Rosmini SERBATI. Assurdità e
contradizioni. Rosmini confutato da Rosmini Saggio della sua modestia. Suoi
giudizj in torno alle scuole tedesche, alla filosofia moderna, e al nostro
secolo. — Il calculo degl'interessi mate riali. Come Rosmini intenda la storia
Danni, che recò alla filosofia la negligenza del sentimento. - Principio della
classificazione psi cologica. - Non si può riporre nel subjetto. E ne pure
nell'objetto Se il senso abbia un oggetto. Giochi di pa role del Rosmini.
Contradizioni e sofismi. Il principio della classificazione sta nel rapporto
del subjetto con l'objetto, cioè nella fun zione. La classificazione delle
funzioni deriva > » dai caratteri de' fenomeni conoscitivi, Metodo induttivo
di Bacone. Avvertenze e canoni di Garnier Tradizione filosofica su la divisione
delle facultà in senso e ragione Se fra il sentire e l'intendere passi una
differenza generica, o specifica soltanto. Strane contradizioni di Gioberti e
di Rosmini Non havvi una differenza generica ed essenziale fra il sentire ed il
conoscere. Prova filologica. Valore di certe locuzioni ammesse an che dai
filosofi. Il senso commune. Séguito delle contradizioni di Rosmini. Il buon
senso. Il senso intimo. Sofismi di Rosmini circa la natura della sensazione. Il
senso e l'intelletto si identi ficano nel genere, e si distinguono nella specie.
Dottrina d’AQUINO, e del Poli.. La funzione generica della conoscenza si divide
in due funzioni specifiche: il sentimento e la ragione. Tre serie di fenomeni
del sentimento. Sensazioni. Errore della scuola psicologica francese, Dottrina
di Matthiae. Imaginazioni. Sentimenti. Elemento proprio, ed elemento commune
dei varj modi della conoscenza sensibile. Sono spontanei, immediati, concreti
Tre serie di fenomeni della ragione. Percezioni. Credenze. Concetti. Elemento
proprio ed elemento commune dei varj modi della conoscenza razionale. Sono
riflessi, - mediati, - astrattivi. Assurdità del Rosmini su lo sviluppo cro
nologico della conoscenza. I bambini filosofi. La nipote di venti mesi. Curiosa
confessione Funzioni pra Unità dello spirito umano. Intimo nesso delle funzioni
conoscitive. tiche. Classificazione generale Analogie e differenze tra questo
sistema e quello di Franck, di Garnier, di Lamennais, di Leroux. Elogio e
critica della teoria di A. Martin. La divisione delle facultà in attive e pas
sive è falsa e contradittoria. Li atti attivi, e li atti passivi del Rosmini. È
erronea del pari la di visione in facultà objettive e subjettive. Sofismi del
Rosmini circa la subjettività del sentimento e l'objettività dell'idea. Quali
sieno le conoscenze reali ed oggettive, e quali le suggettive ed astratte.
Dottrina di FERRARI. Antitesi del dogma tismo Objezioni e risposte. Che cosa
sia la verità. S'ella esista in sè stessa, fuori della mente. Paralogismi del
Rosmini. Egli non si prende cura e timore delle conseguenze. · Non ha paura
dell'assurdo. Assurdità e contradizioni della sua teorica delle idee. Caratteri,
che differenziano l'uomo dal l'animale. Della cognizione delle essenze. Come il
Rosmini fa ragionare i moderni. Come ragionino davvero. Storchenau, Dmowski.
Scempiaggini che Rosmini affibbia agli antichi. Conoscere l'essenza d'una cosa,
per lui, vale saperne il nome. Origine delle idee. Confini della scienza umana.
Divisione delle scienze. Due specie diverse di credenza. Elogio di TESTA.
Saggio delle sue dottrine. Kant, Esame della teorica di BIANCHETTI. Şuoi
meriti. Critica delle sue objezioni contro la dottrina del sentimento. -Egli
stabilisce la que stione in termini contradittorj. Equivoco dell'assoluto. Se
siano più mutabili i sentimenti, o le idee. Certezza della cognizione.
Conseguenze della teoria platonica delle idee. Guida sicura del | l'Umanità è
la natura. In qual senso la verità, la giustizia, e la bellezza sieno assolute.
Cognizione dell'io fenomeno e dell'io sustanza. Qual parte abbia il sentimento
nella morale. L'assoluto formale, e l'assoluto reale. La regola delle azioni.
Applicazione della teoria psicologica alla pedagogia, e alla storia. - Il
sentimento del Vero e la filosofia della conoscenza. Il sentimento del Bello e
la filosofia dell'arte. - Il sentimento del Bene e la filosofia della morale e
del diritto. Il senti mento
dell'Infinito e la filosofia della religione e del l'assoluto. Critica degli
argumentidel Rosmini contro la teorica del sentimento religioso. Se possano
collocarsi tutte le religioni sotto una stessa cate goria. La prova rosminiana
è logicamente un so fisma. Storicamente è una falsità. Dottrine cristiane
anteriori al cristianesimo. Carattere del l'Evangelio. Un filosofo inquisitore.
L'accusa d'empietà. Logica buffonesca di Rosmini SERBATI- Sua storia
dell’empietà. Contradizioni ed assurdità del suo catechismo. Insulti
all'Umanità. Ca lunnie in luogo di ragioni. Verità assoluta e ve rità relativa
della religione. Il Dio vero e il Dio falso. L'infallibilità del dogmatismo.
Rosmini dichiara bestia chi non pensa come lui. Il fondo e le forme della
religione. Chi ammette il senti mento non lascia la via della ragione. La
ragione e il sentimento non sono contrarj. Subjettività della religione.
Trasformazioni dell'idea di Dio. L'uomo ha una religione perchè è uomo. Come
nella dottrina del sentimento vi sia la verità, la certezza, e la morale. I
motivi della fede. Con tradizioni del Rosmini intorno alla natura. Là legge e
l'obbligazione morale. Dove cominci l'im moralità delle religioni. La credenza
non precede il sentimento. Avvertimento ai giovani stu diosi Programma d'un
corso di Filosofia. Il razionalismo e la fede. Distruttore d'ogni fede è il
dogmatismo. Differenze reali e pratiche fra il razionalista e il dogmatico.
Analisi e critica dell'opera di NALLINO. Del Sentimento. Dottrina di C. Lemaire
intorno alla verità. C. Esame di una lettera del vescovo d'Annecy all'Armonia
su l'educazione. Legge storica del progresso, giusta il sistema di Comte e di
Ferrari. E. Inno di Cleanto a Giove tradutto da POMPEI. Dottrina di Franck
intorno alla fede. Teorica del Sovranaturale Introduzione allo studio della
Filosofia. Della formula ideale. Del necessario e del contingente. Dell'intelli
gibile. Della esistenza dei corpi. —Dell’individuazione. Dell' evidenza e della
certezza. Dell'origine delle idee. De' giudizj analitici e sintetici. Della
natura del raziocinio Della universalità scientifica della formula ideale.
-Della matematica. Della logica e della morale. Della co smologia Della
estetica Tavola delle trasformazioni ontologiche della formula ideale,
corrispondenti ai vari stati psicologici dello spirito umano Teorica dei Primi.
Della dialettica La grande innovazione, che GIOBERTI portò nella filosofia, è
quella dei vocaboli e delle locuzioni. Il suo sistema però è sempre il vecchio
dogmatismo della scolastica. -Egli 1 s'era proposto di ricondurre la scienza
ideale alle credenze catoliche e all'obedienza della chiesa, onde l'aveano
sviata; il metodo, il principio, e il criterio della filosofia moderna, e volea
sostituire: I. Come metodo, l'ontologismo al psicologismo. Definizione dei due
metodi. Il psicologismo osserva, e l'on tologismo viola il primo canone di una
buona metodica, che è di procedere dal noto all' ignoto; - parimente il
secondo, che è di camminare dal certo all'incerto. Li miti del psicologismo.
Conseguenze, che il filosofo ne dee tirare. Gioberti ba ragione contro i
psicologisti dogmatici, e noncontro i psicologisti critici. Il processo
psicologico non è ipotetico. L'ontologismo invece non può essere che una
ipotesi. L'uomo di Gioberti, e l'intuito diretto, immediato della creazione.
Come principio, la creazione al panteismo. Che valore debba attribuire la
filosofia al panteismo, ed ai varj sistemi ontologici e cosmogonici. Anche la
creazione, nel sistema di Gioberti, è una ipotesi. - Non la stabilisce su
d'alcuna prova. Tutti i sistemi possono appropriarsi il suo ragionamento.
Gioberti non prova il fatto capi tale del suo sistema, che è la notizia della
creazione nel l'intuito primitivo. Anziquesto fatto medesimo, in virtù de' suoi
principj, non è ammissibile. Scambia la que stione dell'esistenza con quella
del modo. - In luogo di tre termini ne abbiamo un solo. Differenza essenziale
fra l'azione dell'Ente e quella degli esistenti. Il sistema di Gioberti si
risolve o in una contradizione formale, o in un'asserzione gratuita
Comecriterio, il sovranaturale al razionalismo. cosa intenda Gioberti per
sovrintelligenza.-Un commento favoloso di
Mauri. – La sovrintelligenzaèuna facultà contraditioria ed assurda.
Stato della questione fra il razionalismo ed il teologismo. Per la filosofia,
la fede non può esser altro che una maniera di cognizione. La distinzione dei
sovranaturalisti fra la certezza o evi denza estrinseca ed intrinseca non
giova. Il sovrana turale o non è oggetto di conoscenza, o il suo criterio è la
ragione. I fatti sovranaturali, a cui ricorre Gioberti, o non sono fatti, o non
conchiudono punto. La crea zione. La parola. La beatitudine. La rivelazione. Il
sovranaturalismo consiste nel fondare il noto su l'ignoto, o nel dedurre
l'evidente dall' incomprensibile. 329 Una confutazione efficace del
razionalismo non è pos sibile, fuorchè a patto di ammettere due specie diverse
e contrarie di verità e di ragione Come risultato finale, la teologia alla
filosofia. È un corollario. Gioberti stesso lo ha dichiarato in mille luoghi.-
Suamoltiforme definizione della filosofia. Saggio di commenti, con cui Gioberti
laspiega. Anche per lui, come per Rosmini, la filosofia è la serva della
teologia. Il signor Mauri lo nega formalmente; formalmente lo afferma. Egli
vede lucidamente il 'nulla. E mostra d'intendersi cosi bene di teologia, come
di filosofia. Argumento di Gioberti per conciliare il primato della teo logia
con la libertà della scienza. E un controsenso. L'unico principio di ordine nel
regno delle idee e la Gioberti con la sua teorica del magisterio e della regola
autorevole condanna il proprio sistema. Egli non credeva alla filosofia, non
era filosofo. Suoi improbi. E contro Descartes, como rappresentante di essa.
Varie classi d' avversarj. -La critica presente si rife risce ai soli avversarj
delle dottrine filosofiche di Gioberti. Nella questione del metodo, suoi
avversarj naturali do vean essere i psicologisti critici. -Ma'in Italia una
scuola critica non esiste. TOMMASEO. MANCINO.
Mamiani ROVERE. I psicologisti rosminiani. Questione fondamentale tra Gioberti
e Rosmini. La critica di Gioberti distrusse la metafisica del psicologismo. E
la critica de' rosminiani disfece la metafisica dell'on tologismo. Il sistema
di Kant riceve una nuova conferma dal fatto stesso de' suoi detrattori. Lato
comico della controversia fra Gioberti Rosmini. Conclusione, che ne dee trarre
la filosofia e l'Italia. Nella questione del principio, avversarj di Gioberti
avrebbero dovuto essere i panteisti. - Ma nella patria di Giordano Bruno il
panteismo non ha una scuola. Si levarono inyece contro Gioberti i difensori
officiali della creazione, e lo accusarono di panteismo. Mala fede di
questiaccusatori. - Protesta di GIOBERTI- Il panteismo é inevitabile nel
sistema psicologico del dogmatismo. La critica dei teologi era una cavillazione
ed una sofistiche ria. Gioberti non è panteista. Il che però non gli torna a
lode Nella questione del criterio, avversarj di Giobertinon furono i
razionalisti, ma i teologi. E l'accusarono di razionalismo. Favole, che un
frate diede ad intendere a otto vescovi degli Stati Romani. Gioberti ebbe il
torto di prenderle sul serio, Sua protesta. L'accusa non è giustificata dalla
guerra, ch'egli mosse ai gesuiti. Ma in virtù de suoi stessi principj egli non
poteva lagnarsi della sentenza de' teologi L'ordine degli avversarj, eziandio
quanto al risultato ultimo della controversia, apparvorovesciato. Gioberti non
fu combattuto in nome della filosofia. Vera filosofia, nel senso moderno, non
esiste ancora in Italia. Quivi regna tuttora la scolastica. Fu in quella vece
combat tuto dai teologi. E con ragione. - Problema della con ciliazione fra la
ragione e la fede. Soluzione dei razio nalisti, o dei teologi. Gioberti s'era
condannato da sè stesso con la sua professione di fede. Il catolicismo era la
sua religione, e lo trattavada catolico. Opposizione assoluta della fedee della
ragione. 0razionalismo, o teologismo: nessuna via di mezzo. L'esempio di
Gioberti è una conferma di questa verità o di questo fatto Opere postume di
Gioberti. Riforma catolica della chiesa Filosofia della rivelazione - Divisione
del programma. False accuse che Mamiani dà all'età nostra. Egli nega i fatti
più notorj ed evidenti. Afferma, che oggidi la mente umana ha perduta una sua
facultà naturale. Se ella sia diventata inetta a conoscere i sommi principj
Mamiani taccia l'età nostra d'inettitudine a conoscere le dottrine, che ogni
pro fessore insegna, ed ogni studente impara. Anche l'ac cusa di empirismo è
vana. L'influenza dell'empirismo grosso e cieco non esiste. V' ha però un
empirismo no grosso, nè cieco, a cui la scienza rende omaggio. E una volta
Mamiani lo riconosceva anch'egli come il metodo naturale. Testimonianze del
Rinovamento, dell'Onto logia, e dei Dialoghi. Egli ora nega perfino i pro
gressi dell'industria. Per questo rispetto, lo scopo del Ľ Academia è inutile o
dannoso Il titolo dell' Academia. È un idiotismo. A che razza di patrioti possa
piacere, Abuso che Mamiani fa dell'espressioni di filosofia italica, e italiana
- L'antico moderno. Ritratto ch'egli fa di questa filosofia. È
un'amplificazione retorica da declamatore. Che Ma miani 'abbia inventato o
scoperto una nuova storia? Il suo giudizio è falso, o si riferisca alla scuola
pitagorica: Testimonianze diFréret, -Tennemann. Degerando, Ritter, e del
Dizionario delle scienze filosofiche. O s'intenda della scuola eleatica. O
anche delle dot trine de' nostri filosofi riformatori al principio dell' era
moderna. Conseguenze del giudizio di Mamiani intorno all'eccellenza della
filosofia antica. Risposta di Mamiani a Mamiani ROVERE. Discussioni non
filosofiche. Altre, di cui s'accenna il titolo solo o si fa un indice sommario.
Paragone, che Mamiani instituisce fra l'Academia di scienze morali e po litiche,
e la sua. Strana censura dell'Academia fran cese. I difetti del secolo e della
nazione. Se un'A cademia li possa correggere. A chi appartenga questo officio
educativo. Al carattere del secolo e della nazione partecipano paturalmente
l'individui. - E il Genio stesso, Se l'Academia francese dipendesse troppo dal
potere ministrativo. Fondazione Statuto. Soppressione, rinovazione, e stato
attuale. Le moltitudini di Francia. -Mamiani rinfaccia loro ingiustamente la
preoccupazione dei materiali interessi. Che cosa farebbe il Conto della Rovere,
qualora si trovasse nel caso di quello moltitudini, Forma dell'intelligenza
francese. - Mamiani la taccia di poco idonea agli studi speculativi. Falsità o
calun nia. Se moltidell'Instituto seguilino ancoraledottrino superficiali del
secolo andato. L'Academia di Mamiani. Stato personale dei fondatori e socj
primarj. Sono tutti indipendenti d' un nuovo genere: impiegati. -Pro blema,
cheMamiani dovrebbe proporre a 'suoi colleghi. Un elogio degl' Italiani
peggiore d'ogni insulto. Nuove materie di filosofia italica antica. Mamiani ac
cusa di superficialità e leggerezza tutti i fisiologi. E liene per sodezza e
profondità l'ignoto e l'assurdo. Domanda di un illustre scrittore piemontese.
Risposta degna di un casista. - La religione di Mamiani e della sua Academia è
un enigma. - Questione della sovranità e del diritto. Teoria di Mamiani. Li
ottimati. Formula: Dio e la legge. Critica di questa teoria e di questa formula.
Doppio senso del problema intorno alla sovranità. Un fatto di natura, che non
s'è mai effet tuato. Il diploma d'ottimo e di sapiente. Dio e Dio. Anche
Mamiani crede alla favola, che di Tomaso d'A quino fa un dottore della
democrazia. E cita lopu scolo De regimine principum. -Ad ognuno il suo. Analisi
del famoso opuscolo. Mamiani dunque non l'avea letto. Un'impertinenza del
segretario Boccardo. II suo discorso su la filosofia della storia è un tessuto
di contradizioni, d’arzigogoli, e d'assurdità Discussioni che non meritano il
nome di filosofiche. Discorso proemiale di Mamiani. Critica. La censura filosofica che Mamiani fa
dei tedescbi è ingiusta ed assurda. L'esperienzae l'Assoluto. Fede e temerità
dei filosofi tedeschi. Così ne avessero un po' l'ITALIANI. I tilosofi e la
rivoluzione. - I Tedeschi e l'ITALICI. Errori di Mamiani intorno allo
scetticismo. È erro Se debbano querelarsene i savj e li onesti. Quali siano i
suoi confini. Chi reca guasti nelle intelligenze e nei cuori è il dogmatismo, e
non lo scetticismo. Nuova descrizione, che Mamiani fa dello scetticismo. pea.
Mamiani grida allo scetticismo senza conoscerlo. Che cosa dee fare per
circoscrivere la vera signoria dello scetticismo. - Ideo confuse e stravolte
circa la reli gione. L'asserzione di Mamiani, che il secolo torna a religiosità
per impulso di ragione, è un doppio contro senso. Prove che non provano nulla.
La pianta e le radici della fede. Mamiani chiama religione ciò che tutte le
religioni chiamano empietà ed ateismo. Dev'essere un' ironia. La piaga © la
peste dell'epoca nostra è l'ipocrisia di certi scrittori. Sarebbe tempo che
Mamiani ROVERE cessasse dall'equivocazione e dall'anfibologia. E facesse una
professione di fede chiara e precisa. Almeno la gioventù conoscerebbe le sue
guide. Dottrina di Mamiani su la filosofia della storia. Qual mezzo rimanga ad
un popolocorrotto per tornare alla li bertà e alla virtù civile. Il popolo, Le
politiche in stituzioni, - I metodi educativi, L'incremento del sa pere
commune, non pajono a Mamiani una ragione sufficiente. Egli muoveda un'ipotesi
assurda. E da un'enu merazione incompiuta. Donde possa ricavarsi la soluzione
delproblema. -Questione del progresso – Definizione di Mamiani. Sommario del
suo primo discorso. Contradizione fondamentale. Sommario del secondo discorso.
Una conclusione che rovescia le premesse Se Ma miani ammetta, o no, il
progresso, è un mistero. Lo affermae lo nega ad un tempo. Due grandi scoperte di
GARELLI. Un'altra di TORRE. Li applausi dell Academia. L'eletto parto d' un gio
vine e raro ingegno. Altra e più mirabile scoperta di BONGHI. Ê riescito a
capire che i filosofi antichi non erano teologi cristiani. Fuori della chiesa
catolica l'anima catolica non può trovarsi. Concetto ch'egli s'è formato della
filosofia italiana. Le viscere e le croste dei dogmi cristiani. L'estremo della
loro possapza re stauratrice. Bonghi lo hanno già restaurato perfettamente.
Discorso proemiale di BONCOMPAGNI su li officj civili della filosofia. Sommario.
Diritti della ragione. Libertà della filosofia. Libero esame. Lite fra li
ettici e la umana generazione. Origine e causa dello scetticismo. -Eccesso dei dogmatici
edegli scettici. Me todo di combattere lo scetticismo. Se la filosofia moderna
lo posseda. La filosofia e il paganesimo.
Il cristianesimo e la filosofia. Accordo della fede e della ragione.
Torti del secolo Filosofia scozzese e tedesca. La filosofia moderna non ha
finora adempiuto i suoi officj. Speranza fallace di un riposo. Dove si la vera,
sana, ed utile filosofia Critica di questo discorso.. Il figlio degno della
madre. - Il discorso di BONCOPAGNI è un paralogismo. Le premesse confutano la
conclusione. La conclusione rovescia le premesse - Diritti della filosofia
verso il cristia nesimo. Boncompagni dee riformare le premesse, o la
conclusione. L'esempio degl'instauratori della filosofia moderna non prova
nulla. Il metodo italianissimo dei filosofi italici ministri di Stato. Lo
scetticismo è la pie tra d'inciampo anche per Boncompagni. - Cinque affer
mazioni, che son cinquo falsità. Contro di chie di che combattano li scettici.
Di che dubitino. Se ricono scano il progresso del pensiero umano verso la
verità. Che verità e che scienza impugnino. Un altro discorso di Boncompagni su
la libertà d'inse gnamento. Perchè non se no facia l'analisi. Conci liazione
della libertà del pensiero con l'autorità. Tre parole convertite in principi
essenziali alla vita intellet iuale e morale dell'uomo Per Boncompagni la
massima parte degli uomini sono bestie. E l’Inquisizione è un Ufficio veramente
santo. – L'autorità veneranda dei birri. Che risposta e che trattamento dovrebbe
aspettarsi Boncompagni, se i suoi avversarj gli applicassero i suoi stessi
principj Discorso di SPAVENTA su i principj della filosofia pratica di BRUNO.
La prima e l'unica lodė data a chi la meritava. Quel dotto discorso è la
critica e la satira più acerba della
filosofia italica. Sommario. Il proe mio. Fondamento della filosofia pratica.
Forme della moralità e del diritto: la verità. La prudenza. La filosofia. La
legge. La giustizia pupitrice. Il governo. Il lavoro. La religione. Sviluppo
della idea di BRUNO nella storia della filosofia. Spinoza. Kant. Hegel. Il
principio essenziale del cristianesimo. L'identità della natura divina e della
natura umana è un'eresia e non un dogma. I dogmi cristiani della creazione e
del l'incarnazione l'escludono. Il cristianesimo avrebbe regnato per sedici
secoli, senza nè pur esistere. Ne seguirebbe che una religione nasce allorchè
muore. Lo religioni orientali non avrebbero cominciato a trionfare che su la
fine del secolo passato. La rivoluzione francese e il cristianesimo. La
filosofia moderna e la rivoluzione non possono dirsi una realizzazione
dell'Evangelio. - I germi delle idee. Il criterio comparativo delle religioni
non è il germe o la sustanza dell'idea, ma la forma del sentimento. Analogia
del cristianesimo conle religioni antecedenti e con la democrazia moderna. Non
bisogna chiedere, nè attribuire ad un'instituzione ciò ch'essa non è destinata
a dare. Rapporto del razionalismo co ' l cri stianesimo. Legge di successione e
di progresso nella storia delle religioni. - Importanza d'una questione di
parole. Bandiera dell'autorità e della libertà Cicalata di un principe Torella.
E il segretario la chiama elegante. Giunta peggiore della derrata. La
moderazione dei sedicenti moderati. Origine e defini zione del socialismo,
secondo l'onesto e moderato principe TORELLA. Risposta per le rime. Mamiani con
la sua Academia non ha recato nessun vantaggio alla filosofia. Ha fatto grave
torto all'Italia. Patriotismo fanatico ed esaggerato. E un errore nelle
questioni politiche. On assurdo nelle scientifiche. Scambia l'amor della patria
con una vile piacenteria. L'Italia e la filosofia moderna. Il primato
dell'ignoranza. Quale dovrebb’ essere il programma filosofico di un ' Academia,
che volesse meritar bene del l'ITALIA. Ma in Italia non si potrebbe attuare.
Che cosa dovrebbero fare i politici e i filosofi patrioti. Occasione e
argumento dell'opera. Nuova genía di filosofanti. Vanità de' loro sforzi, e
consola zione della filosofia. Se la divisione de' giudizj in analitici e
sintetici fosse già fatta da Aristotele (Rosmini ), V. O d’AQUINO (Balmes), o
da Locke (GALLUPPI) o da Hume (Fischer ). Divario fra la teorica di Hume e di
Kant. Dichiarato da Kant stesso. Due edizioni della Critica della Ragione Pura.
Stato della questione. Valore della formula: A è B; la differenza tra i giudizj
analitici e sintetici non dipende dall'essere contenuto, o no, il predicato nel
subjetto Nè dall'essere identico, o no, il pre dicato co ' l subjetto. I
giudizj: Tutti i corpi sono estesi, e Tutti i corpi sono pesanti, non
differiscono formalmente tra loro. Il giudizio analitico di Kant è il giudizio
categorico in genere, ed il giudizio sintetico è un giudizio impossibile.
Relazioni dei concetti in ordine alla loro estensione e comprensione. Il
concetto di corpo include la nota della gra vità non meno che dell'estensione.
Vale la stessa legge per i giudizj empirici e particolari. Confusione che fa
Kant dell'analisi con la sintesi, e della forma sintetica con la forma
contingente del giudizio. Inesattezza del divario ch'egli stabilisce fra la
cognizione a posteriori, a priori, e pura. – Cognizione propriamente empirica,
propriamente pura, e mista; universalità e necessità del giudizio. quale classe
appartenga il giudizio: Tutti i corpi sono estesi. E della stessa classe è il
giudizio: Tutti i corpi sono pesanti. Erroneo commento che fa a Kant il suo
traduttore italiano. Determi ne del doppio processo intellettuale d'analisi e
sintesi. Carattere differenziale dei giudizj ana litici e sintetici; concetti e
giudizj primi. II carattere analitico e sintetico non può ridursi nè alla mera
conversione de' giudizj, nè ad una semplice diver sità di funzione del subjetto
e del predicato. Due testimonianze di Kant. Importanza della teorica del
giudizio sintetico per la questione dell'ori gine delle idee. Sorte diversa
ch'ebbero le due parti della dottrina kantiana. Officio dell'esperienza ne'
giudizj analitici e sintetici di Kant, III. Nella sintesi empirica e pura.
Valore del giudizio: Tutto ciò che avviene ha la sua causa; e necessità de'
giudizj sintetici a priori in tutte le scienze.Valore de'giudizj matematici: 7
+5 = 12; La linea retta è fra due punti la più breve; Il tutto è eguale a sè
stesso, e maggiore della sua parte. Carattere logico di tali giudizj. Principj
della fisica, E della metafisica. Il mistero de' giudizj sintetici. Il problema
universale della ragione pura: Come sono possibili i giudizj sintetici a
priori? Se da esso dipenda l'esistenza della metafisica COUsil, Seguaci e
spositori di Kant. Prima divisione che fa Cousin del giudizio; medesimezza
logica e psicolo gica delle due specie. Riduzione del giudizio ana litico al
categorico in genere e del sintetico all'im · possibile. Suddivisione del
giudizio sintetico. Errori di Cousin nell'interpretazione de' giudizj: Tutti i
corpi sono pesanti, e Ogni mutamento ha una - Non tutti i giudizj analitici
sono i priori. Due corollarj di Cousin su l'origine delle co gnizioni e su la
natura de' giudizj. Scambio che fa il Testa del giudizio sintetico con
l'empirico e dell' analitico co' l pur'o. Objezione e risposta; confusione del
carattere sperimentale con la contingenza, e del carattere puro con la
necessità. Pos sibilità de'giudizj sintetici a priori; principio di cau salita.
Le definizioni sono giudizj analitici sintetici. Definizioni geometriche e
costruzioni. Definizioni genetiche e concezioni. non Erronea nozione del
giudizio sintetico proposta da GALLUPPI con l'esempio: La nere è fredda.
Erroneo paragone di questo giudizio con l'altro: triangolo ha tre angoli;
assurdità del giudizio sintetico kantiano dimostrata dallo stesso Galluppi. ILa
divisione del giudizio in analitico e sintetico non può desumersi nè dalla
necessità o contingenza della relazione fra su bjetto e predicato, nè
dall'impossibilità o possibilità dell'opposto. Non v'ha differenza per questo
rispetto fra i giudizi empirici e puri. Altro pa ragone fallace tra il giudizio:
La nere è freddo, e Due quantità eguali ad una terza sono eguali fin loro. -
Tolto il predicato, può essere distrutta o no l'idea del subjetto cosi nei
giudizj empirici come nei puri. Erra il Galluppi non meno di Hune nel determi
nare quali sieno i giudizj, di cui è inconcepibile l'op posto. Confunde l '
intelletto speculativo con l'intelletto pratico. Fallacia della sua argumen
tazione contro la possibilità de ' giudizj sintetici a priori. S'aggira in un
circolo vizioso. Necessita fisica e necessità logica, repugnanza assoluta e
repu gnanza ipotetica o relativa. Contingenza del giu dizio; predicati di
qualità e predicati di azione. -Al giudizio sintetico non conviene propriamente
il ca rattere di necessità, Nè il carattere di contin genza. Ed al giudizio
analitico appartiene il ca rattere di necessità, e repugna quello di
contingenza. Fra i concetti di cavallo alato e di monte senza valle non c'è
differenza d'ordine razionale, ma d'ordine imaginativo. Le nozioni di possibi
lità ed impossibilità han valore logico e non fisico. Erronea dottrina di
Galluppi su la natura della definizione, E su ' l divario ch'egli fa tra de
finizione e proposizione e tra idea e segno dell'idea. Li esempj, con cui Vacherot spiega la nozione
kantiana del giudizio analitico e sintetico, valgono a scalzarne il fondamento.
Sua ridu zione di tutti i giudizj analitici in puri e di tutti i sin tetici in
empirici. Merito e difetto della cri tica ch'egli fa del giudizio 7 + 5 = 12. Perspicacia
nell'avvertire il difetto capitale della teorica kantiana e il vero punto della
questione. Erronea tuttavia è la nozione che ha il Rosmini del giudizio
sintetico empirico. - Sua formula del problema dell'ideologia: Come si formino
i concetti; e del giudizio primitivo: Esiste ciò che io sento. Suoi giudizj con
un subjetto -sensazione ed un predicato -idea. Non sono un fatto della.coscienza,
ma un'illu sione del Rosmini; Nè possono dirsi giudizj sintetici. False
supposizioni ch'egli imputa vana mente a Kant. Teorica rosminiana della per
cezione intellettiva de' corpi. Strana distinzione fra subjetto e concetto del
subjetto; E strane conclusioni che Rosmini SERBATI ne trae. I giudizj, con cui egli vuol risolvere il
problema dell'ideologia, non sono nè primitivi, nè sintetici, nè a priori.
Condizioni del problema e della sua soluzione. Nozione del giudizio sintetico,
guasta dalla clau sula ch'esso debba avere per subjetto un'idea sem plice.
Applicazione che ne fa Gioberti ai giu dizj matematici. Valore del giudizio: A
è eguale ad A. Eccezione del giudizio: L'essere è l ' es V. Se la realtà de '
giudizj sintetici a priori di penda dalla struttura dello spirito umano o dalla
sin tesi objettiva del Gioberti. Sua tesi circa i giudizj a priori, tutti
analitici rispetto alla cognizione rifles sere.siva, e tutti sintetici rispetto
alla cognizione intuitiva; Contraria a' suoi principj, in virtù de quali
appartengono all'ordine della riflessione e non dell' in tuito così i giudizj
sintetici come li analitici. Analisi della percezione primitiva fatta dal Reid
e ri fatta da Kant. Spiegazione che dà il GIOBERTI del giudizio primo; mistero
sopra mistero. Sua divisione de' giudizj sintetici a priori in assoluti e re
lativi. Se il problema kantiano sia psicologica mente insolubile. Fallacia
dell' argumentazione giobertiana contro il processo psicologico. Que stione
dell'origine delle idee; differenza tra il fatto e la sua spiegazione Principio della teorica. Divisione che si fa
del giudizio analitico, piena di repugnanze e inefficace contro la teorica
kantiana. Altra divisione del giudizio non meno inesatta. La differenza tra le
due specie non sussiste Nè quanto al carattere di necessità o contingenza, nè
quanto al riferimento dell'idea all'essere attuale o all'eterna possibilità. La
materia attuale e la materia possibile. Sequela di repugnanze, che deriva dalla
classificazione de' giudizj secondo che hanno objetto finito od
infinito.Critica infelice che ROVERE (si veda) fa de' giudizj sintetici a
pricri di Kant con vernenti la matematica E la metafisica. Divisione ch'il
filosofo fa del giudizio e che disfà con li esempj. Fallacia della definizione
dall'accidente. Il carattere di essenzialità o accidentalità del predicato
verso del subjetto è d'ordine logico e rela tivo, non già d' ordine reale ed
assoluto. Si ri duce alla relatività dei concetti di genere e di specie. Il
giudizio sintetico di PEYRETTI è intrinsecanente falso e logicamente
impossibile. Non si può mai negare ciò che si afferma senza contradirsi.
Paralogismi del Peyretti a prova della tesi che tutti i giudizj empirici sono
sintetici; – E della tesi che tutti i giudizj analitici sono puri. Tesi
disdette dalla sua stessa teorica dell'opposizione de' giudizj. Caso di un
predicato non incluso nel subjetto. La teorica dell'analisi e della sintesi,
professata dal Peyretti, mal s'accorda con le sue teo riche dell'apprensione
analitica e sintetica; Del l'affermazione artificiale e naturale; del giudizio
primi tivo o intuitivo, e secondario o razionale; della distinzione intensiva
ed estensiva delle idee. Nozione dell'analisi e della sintesi e teorica della
definizione, con cui il Peyretti s' accosta alla vera idea del giudi-. zio
analitico e sintetico. La divisione anche del giudizio falso in analitico e
sintetico, Fondata in una differenza
affatto arbitraria e fallace tra due giudizj, Che paragonati a dovere fra loro
non differiscono punto Autori da omettersi. Errori circa la forma negativa del
giudizio analitico e sintetico ecirca il carattere spontaneo della sintesi e riflesso
dell'analisi. Critica ch'egli fa della dottrina di Kant su i giudizj sintetici
a priori E delle obje zioni mosse contro di quella dottrina da GALLUPPI E da Rosmini. Teoria ontologica di Toscano,
condannata dal Gioberti E distrutta da gli esempj stessi, con cui il Toscano
crede d'illustrarla. Vanagloria della scuola degli ontologi. Dottrina di ROMANO
su i giudizj necessarj e contingenti; Su la necessità assoluta e condizionale E
su la sintesi e l'analisi. Assimilazione e dissimilazione spontanea tra le
percezioni. Erronea definizione dell'analisi e della sin tesi. Esempj con cui
il Corleo non chiarisce, ma distrugge la sua teorica dell'assimilazione. Della.
sintesi, E dell' analisi. Nesso ch'egli sta bilisce fra l'analisi e la sintesi;
E contempora neità delle due funzioni. Forme principali della cognizione.
Ordine di priorità e posteriorità fra la sintesi e l'analisi. Dottrina del
Corleo su la sintesi riflessa; disdetta da' suoi esempii e da fatti d'
esperienza commune. Differenza che si fa tra il giudizio e la sintesi ed
analisi. Giu dizj che per lui non sono veri giudizj. Censura ch'egli muove alla
maggior parte dei filosofi per aver confuso la sintesi ed analisi riflessa co'l
giudizio. Sua scoperta della conversione de' giudizj empirici in necessarj.
Analisi del giudizio: Ogni corpo è grave; E confronto coʻl suo reciproco: Ogni
grave è corpo. - Correzioni e giunte del Corleo alla teorica kantiana
de'giudizj analitici e sintetici, a priori ed a posteriori. Altra sua scoperta
della priorizzazione de' concetti. Effetti prodigiosi della quinta
percezione e conseguenze davvero nuove
della priorizzazione de'concetti. Critica delle definizioni del giudizio date
da varj filosofi; Da Mill e da Rosmini. Defi nizione che ne dà BARBERA. Sua
teorica del giudizio analitico Identità manifesta ed occulta. Esempio del
quadrato di 13.Teorica del giudizio sintetico. Officio della copula. Esempio
del campanile di Pisa. Teorica della for mazione delle idee. Risoluzione
dell'idea ne'suoi elementi mediante il giudizio. Attributi del su hjetto ideale
e del subjetio reale. Esempio del peso dei corpi. Teorica del giudizio
sintetico a priori. Vocaboli che dinotano l'ignoto. Subjetto ignoto ed
attributi noti. Esempio del yocabolo. Declinazione degli studj logici in
Inghilterra. - Nota di Mill su la questione de'giudizj analitici e sin tetici.
Condizione degli studj logici in Francia. Garnier e Bailly. Dottrina di Re
nouvier intorno al giudizio in genere, al giudizio cate gorico, e al giudizio
analitico e sintetico. Se ogni giudizio sia analitico e sintetico insieme.
Delbouf: sua teorica del giudizio sintetico e dell'ana litico. Confusione ch'egli fa dell'uno con l'altro,
Confermata da' suoi esempj. Una nuova riforina dell'insegnamento filosofico in
Italia. es guaci ed avversarj di Kant in Germania Que stione de’giudizj
analitici e sintetici ripigliata da Mill nella sua critica della Filosofia di
Hamilton. Sue objezioni contro la teorica commune del giu dizio. Teorica sua
propria; divario ch'egli am mette tra il concetto ed il fatto.Relazione tra
giudizi e concetti; come i fatti possano esser materia dei giudizj. Proposizioni
ch'egli trova nei fenomeni esterni; ed elementi o momenti della sua teorica del
giudizio. Giudizj nuovi e giudizj ripetuti; Co pernico e Tolomeo. Attributi che
racchiude il concetto. Attributi impliciti nel senso del nome; teorica della
definizione. Esempio del vocabolo Precisione del linguaggio filosofico di
Stuart Mill nella divisione del giudizio in analitico e sintetico. Objezioni
del Krug alla teorica kantiana; esposizione della teorica sua propria. II.
Contenenza originaria del predicato nel subjetto; astrazione della logica dal
pensiero sintetico. Altre definizioni del giudizio analitico e sintetico.
Relazione del concetto con l'objetto. Esempi che non confermano punto la tesi.
Differenza tra ' giudizj sintetici ed analitici mal fondata dal Krug
nell'opposizione fra objetti determinati e concetti già esistenti; E fra
objetto, idea del l'objetto, e nota della sua idea. Distinzione fra il valore
objettivo e subjettivo de'giudizj, male appli cata. Eposizione che si fa della
teorica, non guari migliore delle altre. Sistema. In luogo di correggere, si
aggrava l'inesattezza che riconosce nelle dottrine altrui. Valore teoretico e
pratico della sua divisione; forme vuote della logica e forme piene della
metafisica. Confusione del giudizio analitico con l'a priori. Teorica di
Twesten e di Braniss. Officio della sintesi e dell'analisi; giudizj
esistenziali ed essenziali; cognizione empirica e razionale; necessità assoluta
e relativa. Brevi e giuste ossservazioni del Troxler su la classifi cazione
kantiana del giudizio. Teorica del Krause: nozione inesatta del giudizio
sintetico, E del l'analitico. Giunta del
Tiberghien. Dottrina del Drobisch intorno al giudizio categorico ed ipotetico.
Classificazione del giudizio analitico e sintetico fondata nell'opposizione
arbitraria fra le note interne ed esterne de concetti. Teorica del Trendelen
burg. Sua critica del sistema kantiano; meca 1 nismo ed organismo, composizione
e sviluppo. Valore materiale e formale del giudizio. Errore del Trendelenburg
nel fare analitici tutti i giudizi positivi, e tanto più i negativi. Divario
essenziale fra il giudizio positivo e negativo. Carattere sin tetico attribuito
erroneamente dal Trendelenburg ad ogni giudizio. Sue variazioni circa la natura
< lel giudizio sintetico.Giudizj sintetici a priori; giudizj tetici ed
esistenziali.Valore sintetico ed analitico de'giudizj tétici. Doppio valore
anche de' giudizj esistenziali. Oscurità e confusione della teorica del
Reinhold. Sistema di Beneke: differenza tra subjetto e predicato del giudizio.
INozione dell'analisi e della sintesi. Contenenza qualitativa e quantitativa
del predi cato nel subjetto. Aumento della cognizione me riante il giudizio,
determinato assai male da Beneke. Critica ch'egli fa della divisione. kantiana:
enigmi sopra enigmi. Applicazione del principio d'iden tità a' giudizj
analitici e sintetici. VNon ogni giudizio sintetico è fittizio. Lacuna nel
sistema del Beneke. Teorica singolare e stravagante della validità del giudizio
esposta dallo Zimmermann. Applicazione non meno strana ch ' egli ne fa al
giudizio analitico e sintetico. Assurdità della sua classi ficazione. Sistema dell' Ulrici: sua tesi dell'iden tità
de'giudizj analitici e sintetici. Ammessa pure la differenza a parole, ma
cancellata in effetto. Critica savia ch'egli avea già fatta della dottrina
kantiana. Nuova teorica dello Zimmermann. Sintesi a priori ed a posteriori. For
mazione di nuovi concetti mediante una nuova osservazione. Soluzione del
problema dei giudizj sin tetici a priori, Fondata in falsi supposti.
Conclusione che rinega il suo principio. Differenza che il Ritter introduce fia
proposizione e giudizio, fra giudizio e concetto, fra concetto e rap
presentazione. Significato de' vocaboli.
Intelligibile diretto e riflesso; valore del vocabolo e della
proposizione. Se le proposizioni analitiche espri mano un solo concetto. V.
Proposizioni analitiche e sintetiche, le quali, secondo il Ritter, non
esprimono giudizj analitici e sintetici. Proposizioni analiti che e abolizione
de giudizj analitici. Bizzarra nozione del giudizio sintetico. Censura che fa
il Ritter de giudizj sintetici a priori di Kant. Va lore objettivo e subjettivo
de concetti; determinazione delle essenze individuali. Note essenziali e neces
sarie, e note accidentali e contingenti dell'individuo. Diversità della forma
analitica de' giudizj neces F 1 sarj e contingenti. Autorità di Platone mal in
vocata dal Ritter. Valore variabile delle sue proposizioni sintetiche;
negazione della scienza. - Teorica dell' Ueberweg. Teorica del Lindner: giunte
alla nozione kantiana de' giudizj analitici e sin tetici.Se campo proprio della
logica sia il giu dizio analitico e non il sintetico. Altre definizioni 1 1 del
Lindner, che sopprimono ogni differenza logica fra i giudizj analitici e
sintetici. Relatività naturale della sintesi e dell'analisi. Questioni da
trattare; criterio e divisione. II. Appli cazione del carattere analitico e
sintetico ai giudizj uni versali, particolari, e singolari. Ai positivi e
negativi. Agli infiniti Ai categorici,
ipo tetici, e disgiuntivi. Riduzione del giudizio ca tegorico in ipotetico, e
dell'ipotetico in disgiuntivo. Modalità de ' giudizj secondo la scuola kantiana
e secondo la scuola peripatetica. Esclusione del carattere sintetico ed
analitico da' giudizj modali. Origine, scopo, fondamenti del criticismo kan
tiano. Suè relazioni con li altri sistemi, e suoi pregi. Suoi difetti: dualismo
fra subjetto ed objetto della cognizione. Unità e dualità ori ginaria della
coscienza; identità e distinzione del su bjetto e dell' objetto. Altre forme
del dualismo kantiano; attinenze della ragione co ' l senso nell' unità dell'
io. Realtà ed objettività, materia e forma della cognizione.Il criticismo
kantiano e il problema capitale della filosofia. Esempio del
principio di causalità. From here both the hot and probably also the cold water
were conducted to the bath tub on the other side of the partition wall.
550 Since this wall between l and 20 is heavily
restored, no remains of the pipes or even openings for them have survived.
Whether these features were removed already in antiquity, either before the
eruption or soon after it by looters or in connection with the excavation is
unknown, due to the lack of reports. In corridor h² two concave
and parallel indentations from two round features such as pipes (diam.
0.04 m, preserved length 1.2 m) run in a north-south direction along the west
wall at a height of 1.1 m with a slight downward incline. The form and
dimension of these indentations indicate that they stem from two parallelly-
placed lead pipes, running along the west wall of the corridor. Since the wall
at both ends of these indentations shows modern repairs, the original length
and the starting and end points can no longer be established. But since the
repair to the south of these indentations covers the back side of the east wall
of kitchen l, it could be very probable that the pipes that made these
indentations came from the boiler in front of the north wall of the kitchen and
left that room through its east wall. The repaired area to the north
corresponds to the rear side of the niche for the schola labrum. To the
north of this 0.95 m wide repaired area of the wall, no indentations can be
found. Thus it seems probable that the supposed pipes led into
caldarium in the niche of the schola labrum to supply
this element of the bath with water as well. Nome compiuto: Ausonio Franchi. Cristoforo di Giovan Battista Bonavino. Cristoforo
Bonavino. Keywords: la filosofia delle scuole italiane, i due massoni,
giudizio, sentimento, storia della filosofia, storia della filosofia italiana,
risorgimento, rito italiano simbolico, name index in Austonio Franchi’s works. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bonavino,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bondonio: la ragione conversazionale e il raziocinio
conversazionale – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia.
filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Abstract.
Grice: “When I was approached to deliver the lectures on aspects of reason and
reasoning, I should have mentioned Bondonio!” Grice: “When I did some
linguistic botanizing on this, I somehow underestimated that Italian form,
‘raziocinio’! The Italian word ‘raziocinio’ ultimately derives from the Latin
verb RATIO-CINARI. This verb means ‘to reckon, compute, calculate; to
deliberate, meditate; to reason, argue,
infer.’ The verb RATIO-CINARI itself is a compound formed from ‘ratio,’ meaning
‘reckoning, calculation,’ but also ‘judgment, rason. This term stems from the
Latin ‘reri,’ meaning ‘to reckon, calculate, or also ‘to think, believe.’
-CINARI. This element is probably connected to ‘conari,’ meaning ‘to endeavour,
to try.’ Therefore ‘raziocinio’ encapsulates the idea of ‘logical and
methodical reasoning, or ‘the process of logical reasoning,’ derived from the
Latin verb reflecting these actions. -cinor is a suffix generally thought to
derive from cano – to sing, to recite. Cfr. Vati-CINOR, sermo-CINOR.
Ratiocinate first appears in 1643 in the writings of DIGBY. Grice: “Warnock and
I would argue that -CINOR – given that RATIO-CINOR is modelled after VATI-CINOR
– is redundant, or otiose!” Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano.
Roma, Lazio. tw ro3''2o-!S6i> SULL’IMPORTANZA
DEL RAZIOCINIO: STUDIO STORICO-CRITICO Brignolo. AL MIO INSIGNE MAESTRO
VALDARNINI (si veda), PROFESSORE DI FILOSOFIA A BOLOGNA QUESTO SAGGIO DEDICO IN
SEGNO DI VERO AFFETTO E DI PROFONDA GRATITUDINE. Che un uomo sappia più (l’un
altro nasce quasi unicamente (la questo, che no deduca più conseguenze dell’ago
dagli stessi principi. Eosmiki. Il Lizio nei Primi Analitici da del sillogismo
una definizione che si può applicare cosi al ragionamento deduttivo come
all’induttivo, quantunque per solito lo contrapponesse all’epagoge, vera e
propria induzione. Nel Medio Evo e nei tempi moderni, presso i filosofi
inglesi, prevalge il criterio eh come espressione esclusiva della ecuzi «he è
auel però considerata la natura del raziocinio, che è quel procedimento della
mente con cui essa per' iene a conoscere e ad affermare la convenienza ° «a
npugnK» di due idee mediante una terza idea, 1 * °, forma (ondamentale di ogni
argom^o^S^» poi la sua struttura, esso è la forma ttp» 4MgJ argomentazione
deduttiva. Sotto questo duplice aspetto ci proponiamo di studiare il sillogismo.
Mettendone in rilievo il vero valore, e combattendo le obiezioni mos- segli da
alcuni filosofi. Esporremo prima brevemente le dottrine espresse dai filosofi
di ogni età intorno all’importanza del raziocinio, senza addentrarci in minute
discussioni, accontentandoci di esporre come la teoria sillogistica siasi
costituita, quale importanza le abbiano attribuito i filosofi posteriori al
Lizio, in che modo infine alcuni di essi si siano ribellati alla dottrina del Lizio,
ed altri nell’età moderna abbiano preteso di rifare e migliorare l’opera del
più grande filosofo della Grecia. Esamineremo e combatteremo poscia le
obiezioni mosse contro il raziocinio, per venire quindi a stabilirne la reale
importanza come mezzo efficace all’acquisto di nuove conoscenze; pregio che non
gli può disconoscere se non colui il quale nega le idee universali ed ogni
inferenza da esse. Il Raziocinio in Aristotele. Il raziocinio ha avuto
precedenti? Ecco la domanda che prima si affaccia alla mente di colui che
voglia studiarne un po’addentro la storia. E il pensiero corre spontaneo a
coloro i quali per primi parvero seguire certe norme nei loro ragionamenti,
cioè ai sofisti. Ma ben tosto il LIZIO colla sua opera Hspì .oywuoC vi è?,
È7ray©y?i; (2). Si può muovere dal principio e dalla legge al fatto, o dal
fatto alla legge ed al principio. Nel primo caso si ha il sillogismo vero e
proprio o deduzione. Nel secondo l'induzione: processi opposti fra loro,
sebbene, dice il LIZIO, l’induzione si possa formulare in sillogismi che sono
perciò la forma elementare del ragionamento. Ma in che cosa differisco il sillogismo
del LIZIO dalla divisione dell’ACCADEMIA? È questo un punto da chiarire prima
di procedere alla esposizione della dottrina del LIZIO. Dopo aver esposto il
suo metodo di dimostrazione, il LIZIO dice che la divisione per generi è «
puy.póv 3* f trf P £0v . ewévvj; pcQtóou » cioè del metodo al Apistico, e serve
a scoprire le relazioni delle essenze Arist., Anal. Post.' I. 1S. Arist, Anal.
Pr., II. 03 ’ Arist., Anal. Post., I.~30 fra loro. La divisione ha due gravi
difetti: 1° di supporre in luogo di dimostrare, e di cercare arbitrariamente
una delle due alternative della divisione stessa; 2° di prendere per medio il
termine più generale. Essa è quindi un sillogismo impotente, che fa non una
dimostrazione ma un’ipotesi, e conclude sempre un termine più esteso di quello
che si tratta di concludere. Nelle dimostrazioni regolari si scende dal termine
maggiore al medio, meno esteso. Nella divisione, al contrario, si prende sempre
l’universale per termine medio. Per citare un esempio. Se si deve PROVARE CHE
l’uomo è mortale, la divisione platonica stabilisce prima che ogni animale è
mortale o immortale. Aggiunge, poi, che l'uomo è animale e conclude: che l'uomo
è mortale O immortale » il che NON è punto ciò che si vuole provare. La divisione
ci dice solo in questo caso che l’uomo è mortale O immortale. Che sia mortale è
solo un’IPOTESI, NON già una CONCLUSIONE dimostrata. Oltre di ciò, “mortale O
immortale” è *più esteso* di “mortale” solo. L’errore che falsa il metodo della
divisione è la scelta del termine medio, il quale non può essere se non una
specie del termine maggiore o un attributo della conclusione -- onde la
divisione del genere in specie, non essendo che una parte del metodo
sillogistico, richiede un compimento. Vi è una divisione della specie in
generi, ed una divisione del genere nella specie, e queste due divisioni Arist. - Anal. Post., IT. 5 e segg. - Ami
Post., Aliai. Pr. I. 31. (2) Arist., Anal. Pi’., I, 1- frr? ijjr,p m sw A r r?r
p poste alcune cose, da esse deriva qualcosa di diverso da ciò che esse sono.
Il sillogismo consta perciò di tre termini; il medio e due estremi, uno
maggiore e l’altro minore. O, se vogliamo, DUE PREMESSE collegate tra loro in
modo da avere in comune il termine medio, e da farne SEGUIRE PER NECESSITÀ una
terza proposizione che vi era inclusa. Il termine medio poi non ha sempre la
stessa relazione verso gli estremi: perocché o esso è contenuto nel maggiore e
comprende il minore (1* figura); o comprende sotto di sè il maggiore e il minore
(2* figura); o infine è compreso sotto il maggiore e il minore (3“ figura).
Onde la 1* figura soltanto è perfetta e vale tanto per le conclusioni
affermative quanto per le negative; la seconda e la terza per lo contrario sono
imperfette, perchè quella conclude solo negativamente, questa solo
particolarmente. IJ_ congegno del Sillogismo è dunque riposto nel nesso triHe
premesse "e ciò che ne segue, e nella necessità ai tale lega me. Ma poiché
vi sarebbe connessione anche se le premesse fossero false, purché la
conclusione nascesse necessariamente da quelle, così distinse il Sillogismo
dalla Dimostrazione o Apodissi, che richiede la verità delle proposizioni sulle
quali si fonda. II vero e proprio Sillogismo è lo scientifico e dimostrativo,
che deduce la conclusione da cause vere e proprie, e, per valerci delle sue
parole, « TsXsiov w.èv oùv [xaXw] t I- r'i' nix. 7730 Tac 7 JCOV. bsso è la
forma per eccellenza del ragionamento,
Arist. — Anal. Pcst., II, 2. il più perfetto istrumento per la scoperta
e l’esposizione della verità, perchè risponde alle condizioni dell'esistenza
reale, esprime il procedimento della natura, che va dal genere alla specie. La
forma del ragionamento ha la sua ragione nel contenuto suo; il Sillogismo
risponde alla natura dell’essere. Il Sillogismo è l’unione di due termini per
mezzo di un terzo; si cerca se un tal predicato conviene o no ad un soggetto.
Per risolvere la questione, si va in traccia di un termine medio e lo si
paragona successivamente con ambo i termini, e secondo i rapporti di
convenienza o sconvenienza che presenta.con essi, si conclude alla'convenienza
o sconvenienza dei due termini estremi. Onde il Sillogismo dimostra sempre
alcunché di una cosa, « ó >J.h -z: 7uUoy-.7y.ò; rò zztz rivo; Ss’utvufft Az
rovi pW'j (1) ». Ogni dimostrazione è pertanto un «truUoyt- C \jM s-« 7 T 7
ip.ovaó; » e col semplice Sillogismo è
in questa relazione : « ‘h p-sv yà? wnoywua; rt;, ó criAT.oys'jp.ò; àz où
r.y.'jy. x-ooì'.C'-S (o). » Non occorrendo qui di fare una minuta esposizione
della dottrina logica di Aristotele, sorvoliamo su tutto ciò che si riferisce
alla costruzione del Sillogismo alle sue figure, a’ suoi modi, alla maniera di
ridurlo a suoi elementi ed alle sue forme rigorose (4). noi basta di studiare
quei punti della dottrina dello Staggita, dai quali apparisce qual conto egli
facesse de (1) Arist. Anni. Post., II,
6. Arist. Anal. Post, I, 2. Cfr. S l’espo!iz!Òne > fattar!o da B. du
?T den a ^^ t . = ^ « ElemeBta Logict l 2 Ari‘stoteleae »'e specialmente i
pavagr. 20-21 e 33-36. X — 14 ! o iaJL Raziocinio ; e ci fermiamo innanzi lutto
sui capitoli nei quali parla della ricerca del termine medio (1). Ciò che
Aristotele dice in essi ci dimostra che egli riguardava il Raziocinio non solo
come un semplice modo di esposizione formale, ma anche come un istrumento di
scoperta. Altrove, nei Topici, confrontando l’induzione colla deduzione aveva
detto: « .Vrt Ss yj :piv è-3ty 5 6 15.
> Arist. Topici I, 10. 15
essenziali dagli accidentali, i veri dai probabili ; prenderli universali,
perchè non v’ha Sillogismo senza universali; l’universalità poi dovrà essere
nel soggetto, non nell’attributo. Questa ricerca non è semplice analisi di
linguaggio; e per Aristotele il termine medio non importa per sè, ma per ciò
che rappresenta. I veri termini del Sillogismo aristotelico non sono, come
avverte un illustre critico, « nè le proposizioni, nè i termini, ma i fatti e
le leggi, o meglio, le idee che realizzano negli individui i progressi della
natura in moto verso Dio (1) ». Aristotele conclude i suoi precetti sulla
ricerca del termine medio con queste parole: « -y.~ u.i'i ò.r/y.’ tz; -spi
è/AKSiplzi is-tl jt xpxàoijvxi; » i principi di ogni scienza non ci possono
essere dati che dall’esperienza, ma una volta conosciuti la dimostrazione sillogistica
s’incarica di mostrarne i rapporti. Negli Analitici Primi Aristotele analizza
il Sillogismo in sè, negli Analitici Posteriori ne mostra l’applicazione alla
scienza-e studia in qual modo lo spirito arriva a conoscere qualche cosa cou
certezza. Il primo principio che pone lo Stagirita e che serve di fondamento
all’intiera sua teoria è che ogni apprendimento intellettuale proviene da una
conoscenza anteriore; ce ne possiamo convincere con l’esame dei metodi che
seguono le varie scienze. La Logica procede per Sillogismo e per Induzione,
l'uno partente da principi universali, accordati, l’altra dal particolare
evidente di per se stesso (2). E come 1 Induzione è quella forma di
ragionamento per la quale dall esame (1) Janet e Séailles — Histoire de la pHlosophie.
(2) Arist., Anal. Post., I Cfr. anche Saint-Hilaire, « De la logique
d’Aristote » Voi. I, pag-
277 e segg. o confronto di più casi osservati si sale ad un principio generale,
che comprende non i soli casi osservati ma anche altri i quali hanno con quelli
somiglianze e comunanza, così la Deduzione è qualunque forma di ragionamento
riducibile a quello schema da lui chiamato Sillogismo. Sapere una cosa in modo
vero e stabile, non accidentale e sofistico, è conoscere la causa di questa
cosa, che la fa essere tale quale è senza che possa essere altrimenti: l’unico
mezzo di sapere così le cose è il «zuXXoywy.ò; èmcrryipovarf;. E però la
Dimostrazione deve di necessità partire da principi più cogniti che non sia la
conclusione; devono essere veri, primitivi, immediati, anteriori alla
conclusione e da essi come da causa quella deve dipendere (1). Posto quindi che
la scienza dimostrativa deve discendere da principi necessari e che le cose in
sè sono quelle ' essenzialmente necessarie, ne segue che il Sillogismo
dimostrativo deve derivare da cose in sè. Alla fine degli Analitici Primi
Aristotele si fa a ricercare come si formano neH’intelligenza i principi che
servono di base così alla Dimostrazione come al Sillogismo; o afferma che i
concetti universali non si possono ottenere sillogizzando, ma si acquistano con
l’Induzione- « Il compito di fornire i principi sui quali si fonda la
Deduzione, egli dice, spetta all’osservazione dei fatti particolari che
costituiscono il campo di ricerca di ogni scienza. Così per quel che riguarda
l’astronomia tale compito spetta alle osservazioni astronomiche ; perocché non
si potranno fare deduzioni circa determinati fenomeni celesti, finché essi non
siano stati Arist. Anal. Post., I, 2. (2) Arist. Anal. Post., I, 6. Sì . _.L .
convenientemente analizzati e compresi. Lo stesso vale per tutte le altre
scienze ed arti, nelle quali si potranno presto trovare le dimostrazioni quando
siano stati studiali a dovere i fatti cui esse si riferiscono (1) ». Tale
dottrina egli applicò per quanto si poteva ai tempi suoi nei libri naturali,
politici e morali. Poiché credeva fermamente che non v'è universale senza
Induzione, nò Induzione senza il Senso (2), l'Induzione prepara il Sillogismo,
la cui funzione consiste nel termine medio, scoperto appunto dall’Induzione
(3). E perchè somministri concetti generali e sia vera l'Induzione, che è
preceduta.dal senso, dall'osservazione e dall'esperienza, deve considerare
tutti gli individui di una data specie e ricavarne i caratteri essenziali,
comuni e costanti. L’argomentazione deduttiva poi ha il compito di ridurre ciò
che è incerto al massimo grado di certezza; essa serve ad assicurare della
verità di proposizioni solo probabili, collegandole ad altre sulle quali non si
può sollevare alcun dubbio, allo stesso modo che nelle matematiche si
confermano le proprie asserzioni coi primi principi matematici indiscutibili,
di evidenza immediata. Questa è la dottrina dello Stagirita, con la quale pose
e risolse una delle più grandi questioni, che agitò tutto il Medio Evo e formò
l’oggetto della filosofìa dei secoli XVIII 0 e XIX 0. Da queste poche
considerazioni apparisce chiaramente che la Sillogistica aristotelica è ben
lontana dal vuoto Arist. Anal. Pr„ I,
30. Ed AQUINO (vedasi) più tardi disse: « Impossibile est speculari universalia
absque inductione. » Arist. — Anal. Post., I, 18 e II, 19. (1) Saint-Hilnire -
De la logique d’Aristote. formalismo, prevalso più tardi in coloro i quali si
dissero seguaci del grande filosofo. Perocché egli ammette che la dipendenza
dei concetti espressa nel sillogismo rispecchia la dipendenza causale della
realta; e.quantunque molto oggi occorra sfrondare dalla sua Sillogistica,
rimane però fermo, come osserva giusta?- mente il Masci, il principio che ogni
dimostrazione è dall’uiiiversale, « vi piv ò-óonc,i' ex toù xafloXoo. » Tutte
le specie di prova prendono valore dai principi, dalle leggi, dagli assiomi,
cioè da proposizioni aventi valore universale; e su di esse si fondano tanto il
Sillogismo deduttivo (apodittico), quanto l’ó èq Ì7raY&>Yvi;
du^Xo^w’po;, che Aristotele ammise esplicitamente nei Primi Analitici e che non
avrebbe valore, se non avesse alcun fondamento il principio di causa. Perciò il
procedimento di sussunzione è essenziale nel Sillogismo, e la figura che lo
rappresenta è fondamentale. Soltanto bisogna tener presente che la sussunzione
quantitativa non è la vera, e che sono legittime tutte le forme di ragionamento
che rannodano una conseguenza ad un principio. Questa è l’importanza attribuita
da Aristotele al Sillogismo. Altri discuta sul valore della sua logica: a noi
basta far rilevare che egli non solo coordinò materiali già esistenti, ma in
gran parte anche creò; onde dobbiamo riconoscergli pienamente il diritto, che
si arroga egli stesso, di invocare « riconoscenza per tutte le scoperte fatte.
» È suo vauto l’aver dato la teoria compiuta del Raziocinio, dettando quelle
Arist. Anal. Pr., Masci, Elementi di filosofia – Logica. Tennemann Storia della Filosofia. Arist. Elenchi Sopii., cap. XXXIII. regole che
durano anche oggidì con la costante tradizione di ventitré secoli; egli conobbe
per primo il Sillogismo ipotetico, e, rilevato il valore dell’Induzione,
osservò che in fondo ogni ragionamento conclusivo è sillogistico, e ridusse a
tal forma l’Esempio, l’Obiezione, l’Abduzione. l'Entimema e l’Induzione stessa,
giacché in essa l'illazione è la stessa premessa •maggiore del Sillogismo
deduttivo, e il termine medio è lo stesso soggetto dell’illazione risoluto
nelle sue specie A coloro poi i quali sostengono che Aristotele ha latto solo
della logica applicata, eccettuata la dottrina delle tre figure, poiché per la
Dimostrazione si è occupato del necessario, che la logica pura non deve
conoscere, e pel Sillogismo si è occupato della modalità delle proposizioni, di
cui la logica pura non si deve interessare, non sappiamo far cosa migliore che
ripetere le parole del Saint-Hilaire: « Ce répoche n’est pas jusie, et
l’exemple de Kant qui n a pas exclu la modalité de sa logique, toute pure
qu’elle est, devait ótre un avvertissement suffìsant. Il est vrai
•qu’on blàme Kant tout aussi bien qu’ Aristote. Mais pourquoi veut - on
proscrire la modalité de la théorie du syllogisme? Parce qu’ elle fait entrer,
dit-on, la malière de la pensée dans un science qui ne devrait, s’enquerir qua
des formes. Si ceci etait exact, il faudrait en effet que la logique s’abstint
de toute •recherche sur les modales, et qu’ elle dit avec M. Hamilton,
parodiant une sorte de proverbe scholastique: -De modali non gustabit logicus. Aristotele intravide del pari la
quarta figura sillogistica. Anal. Pr. I, 8. Il f^azioeinio dopo Aristotele.
Dopo Aristotele la teoria del Raziocinio non andò soggetta a notevoli
cambiamenti; quel che mutò ne fu il senso, perchè la logica andò scostandosi a
poco a poco dalla ontologia per avvicinarsi alla grammatica. Teofrasto, amico
di Aristotele e continuatore dell’opera sua, aggiunse ai quattro modi della
prima figura cinque modi indiretti; più tardi Galeno, a detta di Averroè,
svolse una quarta figura del Sillogismo. Innovazione importante fu il maggiore
sviluppo dato al Raziocinio ipotetico, al quale del resto già aveva alluso lo
stesso Aristotele. Ad ogni modo, Boezio ne attribuì a Teofrasto e ad Eudemo la
scoperta, e a sè il merito di averne dato per primo la teoria (2). Gli Stoici
si occuparono molto della Logica, che ritennero importantissima, sia per
l’educazione dello spirito, sia per la dimostrazione della verità; essi
ridussero però il Sillogismo ad una forma puramente grammaticale, e trattarono
solo dell’apodittico, perdendosi a ricavare dai cinque modi semplici
un’infinità di altri non sera- W « IloXÀo: ciz v.a.'. értpoi jrspaivovrai si;
ù~o6sccco; ou; èn’T/.vltxvGxi ùz~. /.ai /.«0apw;. » Anal. Pi\, I, 33. Theophrastus vero vir omnium doctrinae capax
renani tantum suramas exquiritur; Eudemus latiorem docendi gra- ditur viam, sed
ita ut voluti quaedam seminarla sparsisse, nullum tamen frugis videatur
extulisse proventum ». (Boezio - De Syllogismo hvpotetico, pag. GOG). plicij
come ebbe ad avvertire Cicerone (1). Gli Scettici infine, con Pirrone di Elide,
ammisero che nè con la ragione, nò coi sensi, ci è dato di conoscere le cose; e
siccome non possiamo affermare alcun predicato di nessuna cosa, ognuna
dev’essere indifferente per noi. Qual conto facessero gli Scettici del
Raziocinio apprendiamo dalle Iluppovjìa-. ‘Vjro-ujrwffst; di Sesto Empirico, il
quale lo considerò nè più nè meno che un circolo vizioso. Sia data ad esempio
la proposizione « Puomo è animale », dice egli; l’afl’ermazione è confermata
dalle proposizioni singolari per Induzione; e se si trova un caso solo
contrario agli altri, la proposizione universale non è più vera. Quando
pertanto diciamo: « Ogni uomo è animale, Socrate è uomo, dunque Socrate è
animale » e dalla proposizione universale vogliamo derivarne una particolare,
cadiamo in un modo vizioso di prova. L’Induzione poi, afferma Sesto Empirico,
come quella che dai casi particolari vuol giungere all’universale, è anche più
impugnabile: poiché se si percorreranno solo alcuni casi essa non sarà fondata,
potendo benissimo accadere che un caso particolare lasciato a parte si
riscontri poi contrario all’universale; se poi si vorranno percorrere tutti i
particolari si intraprenderà una operazione impossibile, essendo essi infiniti
e non circoscritti entro alcun limite (3). Concludendo, Sesto Empirico, sia
nelle Ipotiposi Pirroniane, sia nell’altra sua opera IT?ò; p-kQ/i- jA«moó?,
sostenne che nessun sillogismo, nè alcuna catena di sillogismi varrà mai a
farci acquistare alcuna Cicerone Topici, Fiorentino, Storia della Filosofia. Sesto
Empirico — Pirroniane Ipotiposi, II - 14. cognizione nuova, e che la Deduzione
non è la forma tipica del ragionamento, ma un artifìcio degno dt sofisti, per
celare altrui la nostra ignoranza. In tal modo Sesto Empirico fu il primo a
levar la voce contro- il valore del Raziocinio: altre e più gravi accuse ad
esso muoveranno i filosofi delle età posteriori. É inutile fermarsi a parlar
degli Eclettici (1), che non produssero nulla dimuovo nella dottrina
sillogistica, nè di Galeno, al quale, come già dicemmo, fu attribuita la
scoperta della 4* figura; nè vale la pena di discorrere di Apuleio e di Boezio,
il quale fu 1 autore della teoria intorno al Sillogismo ipotetico (2). Che cosa
aggiunsero o innovarono gli Scolastici nella teoria del Raziocinio? Il Prantl
osserva che « intuito il Medio Evo non un autore produce da sò un pensiero suo
proprio, ma tutta la coltura di quel tempo è dipendente ed è determinata
dall’ambito del materiale tradizionale che trova (3) ». Per più di cinque
secoli infatti lo studio della sillogistica, tale quale era stato creato da
Aristotele, divenne generale; esso fu coltivato da Arabi e Cristiani. Unico
merito di quell'età fu di avere inventato quella terminologia ingegnosa, che
con l'uso di lettere e di parole facilitò l’apprendimento della Sillogistica.
Michele. Pseilo nel 1020 scrisse un compendio della Logica Aristotelica, il
quale tradotto da Guglielmo Shyreswood e da Pietro Ispano servì come testo alle
scuole di filosofìa dell'Oc- (1) Cfr. a questo proposito Saint-Hilaire « De la
logique d’Aristote, cap. G-10, Voi. ri. *.quod. igitur apud scriptores graecos
perquam rarissimos strictim atque confuse, apud latinos vero nullos reperì *
(De Syllog. hypot., pag. 606). Ob Prantl Storia della filosofia in Occidente.
cidenle. Le surriferite parole del Prantl però non vanno prese in senso troppo
assoluto; chè quantunque la Scolastica abbia seguito in generale la tradizione e
la sapienza filosofica antica, non mancarono però pensatóri i quali tentarono
altre vie, precorrendo in certo qual modo l’avvenire. Il primo e il più grande
fra tutti fu Ruggero Cacone, che levò la voce contro la validità della
Deduzione, e magnificò oltremodo l’Esperienza, tanto che lo si può dire
'il'vero precursore dello sperimentalismo. Egli che esperimentò ed osservò, per
quanto i tempi lo consentivano, scrisse nell’ Opus Maius che « Duo sunt modi
cognoscendi, scilicet per argu mentum et éxperimentum . Argumentum concludit et
facit nos concludere quaestionem, sed non certificat neque removet
dubitationem, ut quiescat animus in intuitu veritatis nisi eam invenit via
expe- rientiae ». E più oltre: « Ciò è manifesto nelle matematiche, dove
potentissima è la dimostrazione. Chi volesse dimostrare, senza esperienza, che
un triangolo è equilatero, egli non sarà pienamente persuaso finché non veda
ciò per esperienza, vale a dire per l’intersezione di due circoli tracciati con
un raggio eguale alla linea data, dalla quale intersezione si conducono due
linee agli estremi della linea data (1) »• Infine: « Sine experientia nihil
sufficienter sciri potest... haec sola scientiarum domina speculativarum. Egli
intraprese la riforma del metodo scientifico, e unendo in felice accordo
l’esperienza col ragionamento, aprì la via ai rinnovatori del metodo
sperimentale com- R. Bacone — Opus Maius, Pars IV, cap. I. Cfr. A. V aldarmm «
Il Metodo Sperimentale da Aristotele a Galileo ». pag. 12. (2) R. Bacone,Op. M.]
prensivo. Perocché Bacone matematico ed astronomo riconobbe l’influsso della
luna sulle maree, intuì l’attrazione universale, ebbe forse l’idea del
cannocchiale, e molte delle moderne scoperte divinò in modo meraviglioso. E se
errori anche volgari, inevitabili in quei tempi, non mancano nelle sue opere,
le divinazioni meravigliose e le importanti scoperte attestano la potenza della
mente di lui, che per tal rispetto può considerarsi come anello mediano che
unisce Aristotele con Leonardo da Vinci, con Francesco Bacone da Verulamio e
con Galileo. Ma le massime dottrine del monaco inglese furono allora soffocate
dall’autorità del dogma e della scuola; prima che potessero farsi strada,
occorreva che da un lato la Riforma, dall’altro il Risorgimento classico
rinnovassero le coscienze e la Scienza. Il Pelrarca ed il Boccaccio furono tra
i primi a scagliarsi contro gli Aristotelici. Il cantore di Laura se la
prendeva in modo speciale con la sillogistica, pur ammirando altamente
l’ingegno sovrano dello Stagirita. « Oh ! costoro, perchè sono tanto diversi
dal loro maestro? » diceva egli parlando dei sillogizzanti filosofi suoi
contemporanei. « Come non ridere, esclamava, di quelle meschine conclusioni,
con le quali cotesti dotti infastidiscono sé e gli altri, e consumano la vita
intera in tali inezie a quella inutili e perciò dannose? » « Se già vecchi,
egli concludeva, non sappiamo ancora staccarci dalla scuola dialettica che ci
divertì da fanciulli, vuol dire che forse ci piacerà ancora andare a cavalcioni
sopra una canna e farci di nuovo d ondolare nella culla dei bambini. (1) » Gli
(1) Petrarca — Epistolae de rebus familiaribus I, G-9 - Traduzione del
Fracassetti.Umanisti della corte dei Medici andarono anche più innanzi:
cercarono di diminuire i meriti e l’autorità dello Stagirita, pretendendo fra
l'altre cose, di trovare in Platone le tre specie di Sillogismo. Lorenzo Valla
nelle sue Dialecticae Disputaliones avvicinò la Logica e la Retorica, e
combattendo Aristotele, gli contrappose Platone, Cicerone, Quintiliano «
Quominus, scriveva egli, ferendi sunt recentes peripatetici qui interdicunt
libertate ab Aristotele dissenfiendi, quasi sophos hic noster philosophus et
quasi nemo hoc antea feceri. Anche Cicerone, aggiunge Valla, da la palma della
filosofia a Platone, « quare, conclude, illis contemplis ac spretis, si quae
sunt, quae quarn in Aristotele melius dici possent, ea tentabo ipse melius
dicere ». Il primo però, che in Logica tentasse la riforma d 1 cui si sentiva
universalmente il bisogno, fu Pietro Ramo, il quale nelle Animadversiones in
Dialecticam Aristotelis, biasimò gli ammiratori esagerati dello . Stagirita, ai
quali, del resto, contrappose 1 esempio stesso del loro maestro, che senza
rispetto alcuno per l’antichità cercava liberamente il vero. Atteggiandosi a
riformatore della Dialettica il Ramo afleimò che bisognava prendere la natura
per guida; ma poi poco coerente a se stesso chiamò il Sillogismo « unica
veritatis exsplorandae via, ed in sostanza alla Logica antica non seppe
contrapporre altro che un miscuglio 1 Retorica attinta alle opere di Cicerone e
di Quintiliano • In Italia Telesio e Campanella intravidero al di là della
Logica il metodo; chè anzi il primo di essi sosteneva nell’opera sua che
bisogna stai e a a e. 1 Valla
Dialecticae disputationes - Praetatio.monianza dei sensi e si propose di
guardare solo nei fatti, non in altro e di riconoscere per fonte unica d'ogni
sapere il senso: concepì in sostanza una Fisica perfettamente induttiva. Così
pure in Inghilteria Gilbert per scrutare i segreti della natura dava il primato
all'esperienza, e dalla percezione dei sensi risaliva alle cause dei fenomeni,
ed ai sensi univa l’aiuto della ragione, necessaria, secondo lui, a far
progredire ogni scienza. E da noi ancora l’illustre filosofo naturalista Andrea
Cesalpino faceva il più gran conto dell’esperienza, e ai vani sillogismi della
Scolastica opponeva un metodo composto di tre processi mentali distinti:
l’Induzione, la Divisione e la Definizione. Ma tutti costoro furono preceduti
da un altro uomo dì sommo ingegno, Leonardo daVinci,ilquale dotalo di
straordinaria penetrazione espresse qua e là nelle sue opere scientifiche
sentenze che per la loro profondità oltrepassano il suo secolo. « L’esprit
géome- trique, dice di lui il Venturi, le guidoit par tout, soit dans l’art
d’analyser un objet, soit dans l’enchàinement du discours, soit dans le soin de
généraliser toujours ses ideés. Per ciò che si riferiva alle scienze naturali, egli
non era mai soddisfatto di una proposizione, se non l’aveva verificata con
l’esperienza; pensava che innanzi tutto conviene fare qualche esperimento e che
nella ricerca dei fenomeni della natura bisogna osservare il metodo. La natura
comincia, e \eio, col ragionamento, e finisce con l’esperienza; dod a;
Telesio Prefazione all’opera De reruin natura mxta propria principia
...Venturi, Essai sur les ouvrages scientifiques de Vinci, pag. 4. importa; a
noi, secondo Leonardo da Vinci, conviene prendere la via opposta; perchè
l’interprete degli artifici della natura è l'esperienza. Bisogna quindi consultare
quest’ultima, e variarne le circostanze, finché noi ne abbiamo desunte regole
generali; esse poi ci. dirigono nelle ulteriori ricerche. Così scriveva
Leonardo da Vinci un secolo prima di Francesco Bacone. Del resto il metodo del
Vinci, come avverte giustamente il Val- darnini, fu scientifico e
comprensivo,nonescludendola ragione e l’applicazione della matematica nello
studio della natura. Egli riconobbe infatti l’armonia tra l’Esperienza e il
Raziocinio, ed affermo esplicitamente che « Chi si promette dalla sperienza
quel che non è- in lei si discosta dalla ragio. Ma la via per la quale la
scienza doveva fare grandi e così rapidi progressi fu trovata da Galilei,, il
sommo nostro scienziato. Prima ancora del Novum Organum di Bacone, e del
Discorso sul metodo di Renato Cartesio, Galileo praticò largamente il metodo
sperimentale induttivo, i cui punti fondamentali sono dal Magalotti espressi
nella Prefazione ai Saggi di Naturali esperienze dell'Accademia del Cimento.'
Essi sono in ordine progressivo: 1 c somme verità degli assiomi naturali che
stanno ne l’anima; 2° la geometria; 3° l'esperienza; 4 il ragionamento che la
guida; 5° il confronto delle espenenze dei dotti per conoscere da questi,
provando e riprovando, la verità. In tal modo fu novatore rispetto alla
filosofia medievale, perchè diede giance \aore 1) Yaldarniui - ; itaque spes
est una », concludeva, « in inductione vera. Nè basta; chè altrove aggiungeva:
« Nullo modo fieri potest, ut axiomata per argumentationem constituta ad
inventionem novorum operum valeant; quia subtilitas naturae subtilitatem
argumentandi multis partibus superai. Sed axiomata a particularibus
rite et ordine abstracta, nova particularia rursus facile indicant et
designant; itaque scientias reddunl activa. Nel* introduzione al De Augmenlis
scientiarum rimproverava alla logica antica di essersi solo occupala del
Raziocinio; e per reazione respingeva assolutamente la dimostrazione
sillogistica. Per tutte queste considerazioni egli lasciava al Raziocinio piena
giurisdizione « in Artes populares et opinabiles, tamen ad Naturam rerum
inductione per omnià, et tam ad maiores propositiones quara ad minores ulimur;
induci Bac. Nov. Org., I Aph 13. Bac. Nov. Org.. I Api» 11 . Bac. Nov. Org., I
Aph 12, (Il Bac. Nov. Org., I Aph U •ó) Bac. Nov. Org.. I Aph, 24.
Bac. De Augmentis scientiarum Disp. part. ctionem censemus eam esse
demonstrandi formam quae sensum tuetur, et Naturarci premit, et operibus
imminet ac fere immiscetur ». Come Aristotele si sforzava di provare che in ogni
moto dei corpi vi è alcunché che sta in quiete, e introduceva elegantemente la
favola di Atlante, il quale diritto sulla persona reggeva il mondo, così,
diceva Bacone, gli uomini desiderano ardentemente di avere un punto che regga i
fluttuanti moti del pensiero, temendo che essi abbiano a precipitare, «
nescientes profecto eurn qui certa nimis propere captaverit, in dubiis
finiturum; qui autem iudicium tempestive cohi- buerit. ad certa perventurum.
Riassumendo, Bacone attribuì al Raziocinio due difetti principali: 1° Esso non
permette di arrivare ai principi, e'anche le sue premesse il più delle volte
riposano sull’Induzione. 2° La Deduzione non è in rapporto con la sottigliezza
della natura, e non può convenire se non alle scienze popolari. Non va però
dimenticato che Bacone non disdegnò in modo assoluto gli assiomi razionali, e
proclamava la necessità di unire il discorso con l’esperienza. « L’uomo, egli
ebbe a dire, ministro e interprete della natura, tanto conosce ed opera, quanto
ebbe osservato nell’ordine di essa, o con 1 e- sperienza o con la ragione. » In
tal guisa presunse di abbattere l’edifizio innalzato di Aristotele col suo
sapiente « opyàvov; » e noi, pur riconoscendo che la Scienza non avrebbe
rapidamente progredito senza l'aiuto poderoso di sommi pensatori i quali, come
il grande filosofo inglese, insegnarono nuove vie, e le aprirono più spaziosi
orizzonti, non possiamo I fi) Bac., De aug. scient.. V. •!.meno di affermare
che Aristotele meritava di esseregiudicato con molto maggior rispetto, e lopeia
sua tenuta in queiralta stima alla quale ha diritto. Difatto per dirla col
Saint-Hilaire, giudicare Aristotele é giudicare lo spirito umano, non solo in
uno dei suoi più illustri rappresentanti, ma in se stesso, poiché con lo
Stagirita facciamo comparire avanti a noi tutto il passato dello spirito umano.
Senonchè v’è una giustificazione alle esagerate invettive di Bacone da
Verulamio contro la sillogistica antica; egli non poteva ribellarsi contro
quella interminabile e immane catena di errori, che a’ suoi tempi si opponeva
ad ogni progresso delle scienze, senza scagliarsi contro il Sillogismo, che per
l’indole sua si era prestato a dare una apparenza di verità e d'indiscutibilità
a tutte le aberrazioni dei tanti pensatori medioevali. E mentre affermava
apertamente ch’egli voleva « reiicere syllogi- smurn », forse riconosceva che
della sillogistica non aveva già abusato l’autore suo, ma i Neoplatonici e più tardi
gli Scolastici, i quali valendosi del Raziocinio avevano diffuso tutti quegli
errori, di cui risentivansi vivi più che mai i danni a’ suoi tempi, in tutti i
rami del sapere. Con Cartesio e Bacone si inizia la filosofia moderna, poiché
entrambi cominciarono con la critica severa del passato, dubitarono della loro
scienza, poi ne divennero certi, fondandola l’uno sul puro pensiero, l’altro
sull’esperienza: quegli si valse a preferenza della Deduzione, questi
dell’Induzione. Cartesio sdegnò ogni sapere- che non fosse trovato dalla
propria riflessione, volle trovare da sé, e il suo punto di appoggio Samt-Hilairo - De la logique d’Avistote.
Preface, pag. XLIfu la coscienza: sottraendo tutto, rimane per lui il pensieio,
onde il famoso . « Cogito ergo sum »; e trovata la vera conoscenza potè poi
dedurne le altre. Tanto egli quanto la sua scuola notarono che la Logica antica
eia troppo complessa, occupava eccessivamente lo spirito, e poteva giovare ad
esporre, non a scoprire la verità, non era in grado di dare principi, e non
serviva ad altro che a parlare verosimilmente di ciò che si ignora. Il metodo
di Cartesio poi, in partieoiar modo, era deduttivo; ma il Sillogismo per lui
serviva ad esporre i risultati di ogni ricerca; lo spirito solo bensì poteva,
secondo lui, scoprire i principi reali, le nature semplici. Onde la Deduzione
cartesiana si occupava solo con, metodo analitico della verità, e non della sua
espressione formale, e tutto subordinava all’intuizione diretta dello spirito.
Appena potè svincolarsi dalla soggezione dei maestri, Cartesio, come narra nel
suo Discorso sul Metodo cessò affatto dagli studi intrapresi, e si diede a
viaggiare, a frequentare persone di diverse condizioni, a raccogliere
esperienze, con l’intento di non cercare più altra scienza se non quella che
poteva trovare in se stesso e nel gran libro del mondo. Il primo
vantaggio ricavatone fu di « ne rien croire trop fermement de ce qui ne m’avoit
été persuadé que par l’exemple et par la coutume. Così si liberò .a poco a poco
degli errori e fece un bel giorno il proposito di studiare se stesso e di
adoperare tutte le. forze dello spirito a cercare le vie che esso deve seguire.
Da giovane aveva appreso la Logica, la Geometria, Cartesio, Discours de la méthode
l’Algebra, tre scienze che dovevano servirgli per il suo disegno. Ma, dopo le
assidue cure da lui poste nel ricercare il vero, si accorse che nella Logica il
Sillogismo e le sue regole servono a spiegare agli altri le cose che si sanno,
non già ad apprenderle. Per di più la Logica antica era, secondo lui, «
si abstrainte à la consideration des figures, quelle ne peut exercer
l’entendement sans fatiguer beaucoups l’imagination. E perchè le molte regole offuscano
la chiarezza di una scienza, ai molti precetti della Logica sostituì queste quattro
regole, alle quali promise di attenersi fedelmente: 1° Non si deve aver per
vera alcuna cosa, se non si riconosce evidentemente tale. Devesi dividere
ciascuna difficoltà per meglio risolverla. Si conducano per ordine i pensieri,
cominciando dagli obbietti più semplici e facili a conoscersi e andando ai più
complessi. 4° Si facciano enumerazioni così intere da essere ben certi di non
aver trascuralo nulla. Concludendo, la logica Cartesiana ripudiò tutte le
artificiosità della Sillogistica antica, esaltò l’uso del- 1 analisi matematica
nella ricerca della verità ; sdegnò occuparsi dell’espressione formale della
verità stessa, e come abbiamo già detto, tutto subordinò all’intuizione
diretta, ed all’attività dello spirito. Nuovi colpi alla validità del Raziocinio
da Locke, nel suo Saggio sull’intendimento umano, nel quale negò che lo spirito
umano apprenda a ragionare con le regole del Sillogismo: il Raziocinio per lui
non è utile a scoprire la falsità di un argomento e non serve affatto ad
accrescere le nostre conoscenze: Cartesio, Disc. de la mét., tutt al piu è
utile come arte di far valere disputando quel po’ di conoscenza che abbiamo,
senza nulla aggiungere. Ed ecco in qual modo pervenne a queste conclusioni. Nel
Saggio citato si propose due fini: 1 di combattere 1 innatismo delle idee; 2°
di dimostrare 3 origine empirica di tutte le nostre conoscenze, riannodandosi
in tal modo alla dottrina di Bacone e combattendo la filosofia Cartesiana.
L'intelletto, pel Locke, è un foglio bianco in cui non sono caratteri di sorta:
ve li scrive sopra il senso, poiché « nihil est in intellectu quod prius non
fuerit in sensu; Le idee poi sono semplici e complesse; queste ultime sono
combinazióni di idee semplici, le quali alla loro volta nascono dalla
sensazione e dalla riflessione. Stabiliti questi punti fondamentali della sua
dottrina, il Locke negò recisamente il valore del Raziocinio, poiché, secondo
lui, esso non aiuta la ragione se non nel mostrare le relazioni che passano fra
le idee di una proposizione; ma anche in ciò l'uso suo è assai limitato; queste
relazioni si scoprirebbero anche senza il suo soccorso. E quanti sono quegli
uomini che, incapaci di formare un Sillogismo, ragionano tuttavia giustamente !
Del resto è assai dubbio che anche coloro i quali conoscono l’arte e le regole
del Raziocinio se ne servano per ragionare, essendo tale metodo troppo lento, e
correndo la mente umana molto più veloce. Coloro poi i quali sono penetrati
bene addentro nella conoscenza di tali regole, non sono punto ceni, in virtù di
un’argomentazione sillogistica, che la conclusione discenda dalle premesse;
essi fanno una semplice supposizione. Se il Sillogismo fosse il vero e solo
strumento della ragione, e l’unico mezzo di giungere alle conoscenze,
bisognerebbe ammettere che prima di Aristotele non vi fosse alcuno che
conoscesse qualche cosa con la ragione. Questa forma di argomentazione non
porta con sè nè chiarezza nè convinzione; chè essa è suscettibile del falso
come ogni più semplice specie di ragionamento, ed anzi, come forma artificiosa,
è più atta ad imbrogliare la mente che ad istruirla e a dissiparle attorno le
nebbie. Onde, conclude Locke, dobbiamo valerci di qualche altro mezzo per
giungere alla conoscenza, e, con tutto il rispetto allo- Stagirita, riconoscere
che « Dio non è stato cosi poco liberale cogli uomini, da abbandonarli come
semplici creature di due piedi, senza piume e con ugne lunghe, finché
Aristotele non li avesse fatti animali ragionevoli col Sillogismo. » L’uomo ha
la potenza di ragionare e di apprendere le relazioni delle sue idee. Se
dobbiamo quindi scoprire i difetti di un ragionamento, non abbiamo che da
spogliarlo delle idee superflue, le quali mescolate in quelle da cui dipende la
conseguenza sembrano mostrarne, una dove non è ; quindi confrontare queste
idee; e senza tutte le noiose finezze del Sillogismo scopriremo la loro
convenienza o sconvenienza. Queste furono le critiche del Locke, il quale negò
inoltre che il Raziocinio aiuti la mente a fare nuove scoperte, ed ammise che
esso serve tutt’al piò a convincere gli uomini dei loro errori e dei loro
inganni, a disporre le prove che già si conoscono, venendo sempre dopo la
cognizione dalle verità, e a far valere disputando la conoscenza che si
possegga, senza nulla aggiungere. Nel Raziocinio infine scoprì un altro
gravissimo difetto. Ogni ragionamento sillogistico, egli osservò, per essere
concludente deve avere una proposizione generale: or bene parrebbe che noi non
potessimo nè ragionare nè aver conoscenze di cose particolari. Ma ogni
ragionamento, come ogni conoscenza, non verte che sulle idee esistenti nella
mente di ciascun uomo, ognuna delle quali non è che un esistenza particolare; e
le cose sono obbietto delle conoscenze umane in quanto sono conformate a queste
idee particolari che ha l’uomo nella mente. L’universalità consiste in ciò che
le idee particolari, le quali ne sono soggetto, sono tali che ad esse più d’un
caso particolare può essere conforme, e più d’una cosa particolare può essere
da loro rappresentata. Come Giovanni Locke aveva ripreso ed ampliato le
critiche di Bacone alla dottrina sillogistica, così Niccolò Malebranche riprese
le obiezioni di Cartesio. « La logique d’Aristote,
secondo lui, n’est pas de grand usage, a cause qu’ elle occupe trop l’esprit,
et qu’ elle le détourne de l’attention qu' il devroit ap- porter aux sujets qu’
il examine. Le regole
che diede il filosofo per la ricerca della verità sono oltre modo semplici; la
prima è che bisogna sempre conservare l’evidenza nei ragionamenti per scoprire
il vero senza timore di sbagliare; onde noi non dobbiamo ragionare se non su
cose delle quali abbiamo idee chiare e precise, e cominciare dalle cose più
semplici e più facili, ed arrestarci a lungo prima di intraprendere la ricerca
delle più complesse e diffìcili. Il Malebranche sostenne che bisogna
comprendere bene lo stato della questione da risolvere, ed avere idee distinte
sui termini per poterli paragonare, e (1J Locke, Saggio filosofico
sull’intelletto umano. Cfr. anche il Saggio del Locke compendiato dal Winne e
tradotto da Soave, Voi. II, pag. 110-113. (2J Malebranche, De la recerche de la
Verité, lib. VI, cap. 1. scoprire i rapporti cercati. Quando poi questi non si
scoprono paragonando le cose immediatamente fra loro, allora bisogna scoprire,
con qualche sforzo della mente, una o più idee che possano servire come di misura
comune per riconoscere per mezzo loro i rapporti che vi sono tra esse. Così il
filosofo francese continuò l’opera del sommo suo connazionale, disconoscendo
ogni valore alla Sillogistica di Aristotele, e tentando di rinnovare la Scienza
con l'uso dell’analisi matematica. Il Malebranche fu imitato e seguito
fedelmente dal- l’Arnauld e dal Nicole, i quali rimproverarono alla Logica
aristotelica di essere in molte parti imbarazzante ed inutile. La Logica di Portoreale
che, come avverte il Cantoni (3), diede l’ultimo tracollo all’Aristotelismo
scolastico, « perchè lo colpì in quella parte che costituiva la maggior sua
forza, cioè nella parte formale », ebbe il merito di essere pei suoi tempi
d’una grande originalità ed arditezza, e di preparare il trionfo della
riflessione personale sui pregiudizi dell’autorità. Giovanni Locke aveva negato
che lo spirito umano apprenda a ragionare con le regole del Sillogismo e che
con esse si acquistino nuove conoscenze; Cartesio d altro lato aveva accusato
la Logica antica di essere tioppo complessa ed aveva sostenuto che il
Raziocinio è metto a scoprire la verità, ed utile solo ad esporle; Guglielmo
Leibniz, pure ammettendo che della Sillo- gistica si f osse fatto un grande abuso,
sorse col Nuovo (2)^nanld nCh T ~ D6, la D rech - de la Veri* lib. VI. cap.
Piefalione àu et ^t-Royal. - Cfr. anche Compayi a.' asU * * L ^“ (') . Cantoni
— Storia della Filosofia, pag. 269 - 260 . Saggio sull'intendimento, a
sostenerne la reale utilità, è da grande filosofo ne fece uno studio veramente
profondo (1). Egli avvertì giustamente che la forma scolastica del Sillogismo
si usa poco e sarebbe troppo lunga ed imbrogliata se la si volesse adoperare
seriamente; ma con tutto ciò riconobbe nel Raziocinio UDa delle più belle
invenzioni dello spirito umano (2). Al Locke, il quale aveva detto che il
Sillogismo non serve che a vedere la connessione delle prove in un solo
esempio, rispondeva che sarebbe ridicolo voler argomentare alla maniera
scolastica nelle deliberazioni a causa della prolissità imbarazzante di quella
forma di ragionamento: non per questo è men vero, che nelle più importanti
deliberazioni della vita una logica severa è necessaria, poiché gli uomini si
lasciano abbagliare dall’eloquenza e dall’autorità, dagli esempi male applicati
e dalle conseguenze fallaci. Sostenne poi che tesservi molti uomini i quali
pure ignorando del tutto le regole della Sillogistica ragionano dirittamente,
non porta già a disconoscere l’utilità del Raziocinio, allo stesso modo che non
si può negare l’utilità della matematica, solo perchè alcuno, senza aver appreso
l’aritmetica, sa fare conti anche difficili. E contro il Locke, il quale aveva
affermato che anche i Raziocini possono diventare sofistici, osservò
giustamente che le loro stesse leggi servono a riconoscerne la falsità: e se il
Sillogismo non vale nè a convincere, nè a (1) Leibniz, Nuovo Saggio
sull’intendimento, lib. VI, cap. I, e lib. IV, cap. 1G., . (2) « C’est ne
espèce da mathéinatique, dice il Leibniz, dont l’importance n’est pas assez
connue; et l'on peut dire qu un ar d’infallibilité y est contenu, pourvu qu’on
sache, et qu on puisse s’en bien servir. » Saggio ecc. lib. IV cap. I. convertire
alcuno, non è già per la sua inettitudine, ma perchè l’abuso delle distinzioni
e dei termini male intesi ne rende l’uso troppo prolisso (1). Infine notò che
solo nella conoscenza intuitiva si vede immediatamente il legame delle idee e
delle verità ; ma la dimostrazione fondata su idee medie è quella che ci dà una
conoscenza ragionata, e ciò perchè il legame dell’idea media con le estreme è
necessaria. Ecco in qual modo Guglielmo Leibniz seppe rivendicare il valore del
Raziocinio, a torto disconosciuto così dagli Empirici, come dai Razionalisti,
che l’avevano preceduto. Ma ben presto un altro filosofo insigne sorse a
riprendere la critica contro la Sillogistica, ed a parlare con disprezzo di
quello che Aristotele aveva considerato come istrumento di cui si serve la
ragione umana nell acquisto delle conoscenze. Contro Aristotele erano insorti
Bacone, Locke, Cartesio; contro il Leibniz si levò il Condillac; più tardi
contro il Kant insorgeranno il Mill e lo Spencer, e mentre i Logici inglesi si
sforzeranno di rifare la Logica aristotelica, in Italia fi Galluppi, il Rosmini
ed il Gioberti sosterranno ancora una volta l’utilità del Raziocinio. Quando il
Voltaire, abbandonata rin£Thilt.err fl ritm-nè (Oeuvres philosophiques a e
Leibniz voi. I., cap. I. avec introd, p. P. Janet, e come già il Montesquieu
aveva divulgato la costituzione inglese, cosi egli, ardente seguace del Locke,,
fece noto ai Francesi il Saggio sull’intendimento- umano, che ebbe tosto non
pochi ammiratori: primo e più grande fra tutti il Condillac. Questi da
principio seguì le traccie del filosofo inglese nel Saggio sull'origine delle
conoscenze umane, e terminò poi nel più schietto sensismo. Nella Logica, nella
quale seppe- imprimere un’orma d’originalità come pochi altri filosofi, parlò
della Sillogistica con grande disprezzo,, e- credette di annientare il valore
del Raziocinio \&r lendosi di questo ragionamento: Ogni giudizio da noi
pronunciato può includerne implicitamente un altro- non espresso; se diciamo ad
esempio che un corpo è- pesante, affermiamo implicitamente che esso cadrà se
non sarà sostenuto (1). Quando perciò un giudizio è contenuto in tal modo in un
altro, si può pronunciare come una derivazione del primo, e dicesi perciò che
ne è la conseguenza. Ciò posto, fare un Raziocinio- non è altro che pronunciare
due giudizi di questa specie; e nei nostri Raziocini come nei giudizi non-
v’hanno se non sensazioni. Il secondo giudizio nel suesposto Raziocinio è
sensibilmente racchiuso nel primo e non v’è bisogno di cercarlo; ma se il
secondo- giudizio non si mostrasse nel primo,, allora farebbe d'uopo cercarlo,
cioè passando dalla cosa nota ai-- l’ignota, si dovrebbe scorrere per una serie
di giudizi intermedi per vederli tutti successivamente contenutigli uni negli
altri, fino a scoprire che il secondo gidizio è una conseguenza del primo. Ogni
ragionamento è un calcolo; non consiste nell’andare dal generale al. ( 1 )
Condillac, Logique, Pait. I, cap. 7- particolare, dal contenente al contenuto,
ma dal medesimo al medesimo, cambiando i segni; suo principio è l’identità, suo
procedimento unico è la sostituzione. 11 tipo di questo genere di ragionamento
è il ragio- nemento algebrico, al quale tutte le altre forme si possono
ridurre. Nè importa obbiettare che così si piocede in Matematica, ove il
Raziocinio si fa per equazioni; giacché avviene lo stesso anche per le altre
scienze: equazioni, giudizi, proposizioni sono la medesima cosa. In ogni questione
scientifica sono contenuti implicitamente i dati, altrimenti essa sarebbe
insolubile; il trovarli è separarli e distinguerli in una espressione in cui
non si trovano che implicitamente; e per sciogliere la questione bisogna
tradurre l’espressione in un’altra, nella quale tutti i dati si mostrano in
maniera esplicita e distinta (1). L’artificio del Raziocinio è dunque lo stesso
in tutte le scienze: come in Matematica si stabilisce la questione traducendola
in néfla „iù * SCie " ze si ‘‘“lisce tradendola è ann i, n^ MeSprmi
°" e: 6 1“^» la questione che uóatri C " e la 5ci °* lie »»n è altro
z '° ne vixz “onTluro'ohe™! “riputo “Si^T 0 ” 6 S 6 " 0 ™ 1 * Particolari,
e non ci ° “ n ° SCenM a—ce che (•) Condillac — Loeiaun p»,.* tt C2; Cond. _
Loo- P 8 '! tt o Cap - 8 ’ tt) yn - n > ca P- 8 - {ó ) 0ona - — Art. do
Denser pL», resto riconosceva altrove che non =; f ’ Cap ' 6 ' 11 Coudillac del
della verità se non unendo in un J T f° gl ' essi nella ricerca unendo in un
solo metodo l’analisi e la sintesi. Onde il Sillogismo, che è il grande
strumento della Sintesi, è perfettamente inutile, e seguire la Sillogistica è
far consistere il ragionamento nella forma del discorso più che nello sviluppo
dellè idee (1). E nulla vi è di più frivolo che questo metodo, perocché non
importa punto la forma del ragionamento:
pag. 48. osserva che non propriamente l’Hamilton ma un altro filosofo,
Giorgio Bentham (1827), riconobbe la necessità di dare al predicato una
quantità uguale a quella del soggetto; perii primo però l’Hamilton riconobbe le
con- seguenze di tale principio e le sistemò definitivamente (1). Emanuele Kant
aveva fatto distinzione tra la forma e la materia della conoscenza; il filosofo
inglese poi diede il nome di pensiero all’elemento formale, considerò il
pensiero come l’opera degli atti dell'in- tendimento, pei quali noi elaboriamo
i materiali fornitici dalle facoltà rappresentative, quindi come confronto,
analisi, sintesi di attributi, nozioni, giudizi, e riguardò la Logica quale
scienza delle leggi del pensiero. Essa, secondo Hamilton, non considera le cose
come esistono in sé, ma solo le forme generali del pensiero, sotto le quali la
mente le conosce, è in sostanza scienza puramente formale, non garantisce nè le
premesse nè la conclusione, ma solo la conseguenza di questa da quelle; e il
Raziocinio è l’affermazione esplicita della verità di una proposizione,
nell’ipotesi chealtre proposizioni, le quali la contengono, siano vere. La
Logica considera non gli atti, ma i prodotti dell’intendimento, e le leggi
fondamentali a cui essa è sottomessa sono tre: di identità, di causalità e del
mezzo escluso, le quali non possono essere negate, perchè altrimenti
bisognerebbe negare anche la possibilità del pensiero. Avendo la Logica per
oggetto a forma del pensiero, (proseguiamo nell’esposizione della dottrina
dell’Hàmilton, quale risulta dai Frammenti di Filosofia tradotti dal Peisse)
per compiere l’opera sua deve poter esprimere totalmente il senso de e nozioni,
Hamilton, Progments de philosophie, farad, par L. Peisse.dei giudizi, dei
ragionamenti che considera, deve poter enunciare nel linguaggio tutto ciò che è
contenuto impiicitaniente nel pensiero. Da quanto si è detto deriva l a teoria
d eila quantità del predicato. Ogni proposizione è composta di un soggetto e di
un predicato, uniti da una copula; noi pensiamo il soggetto con una quantità
determinata e dalla sua quantità risulta quella della proposizione. Ma il
predicato è sempre pensato in maniera quantitativamente indeterminata? Spesso
si esprime senza unirgli un segno preciso di quantità, come in quest’esempio: «
tutti gli uomini sono mortali », senza dire se si intende parlare di tutti i
mortali o solo di qualcuno. Vi sono però casi in cui il linguaggio esprime la
quantità anche del predicalo, come in quesl’altro esempio: « nell’uomo non vi
ha di grande che lo spirito ». Potrebbe quindi nascere il dubbio che vi fossero
eccezioni nel pensiero, come ve ne sono nel linguaggio: per risolvere tale
questione consideriamo l'atto dell'intendimento pel quale uniamo un predicato
ad un soggetto. Una nozione è l’idea dell’insieme degli attributi generali per
cui una pluralità di obbietti individuali coincide; è un tutto puramente ideale
che lo spirito è costretto a formare per classificare nel pensiero e separare
nel linguaggio gli obbietti vari della sua conoscenza. Attribuire un predicato
ad un soggetto è pensare questo obbietto individuale in una nozione data: dire
per es. « l’uomo è animale », è porre la nozione « uomo » sotto la nozione
«animale». Ma per pensare un concetto sotto un altro bisogna conoscere non solo
che l’uno è parte dell’altro, ma anche qual parte ne e; onde il predicato è
pensato sempre e necessaria- 1 mente con una quantità uguale a quella del
soggetto.li linguaggio che bada solo ad esprimere ciò che si pensa, non come si
pensa, non va tanto pel sottile, ma la^ Logica deve enunciare tutto ciò che è IMPLICITAMENTE
[cf. H. P. Grice, IMPLICIT REASONING – Aspects of reasoning – implicature,
explicature] contenuto nel pensiero ed assegnare ai predicati di tutte le
proposizioni una quantità determinata. Venendo poi all'applicazione di questa
teoria, se il predicato è sempre implicitamente pensato e dev'essere espresso
come una quantità determinata, se questa •quantità è uguale a quella del
soggetto, se la proposizione è in ultima analisi un'equazione, ogni
ragionamento va da quantità uguale a quantità uguale, ogni Sillogismo è in
fondo una_serie di equazioni tra ‘membri equivalenti. Non si deve più parlare
di maggiore, minore, termine medio ecc.; il tipo di ogni ragionamento è: A = B;
B = C; dunque A = C. Due sono poi le specie di ragionamento, poiché, se
assolutamente •considerati tutto e parti sono identici, nell’ordine del
pensiero si può concepire prima il tutto per dividerlo nelle sue parti, con una
analisi mentale, o prima le parti per riunirle in un tutto, con una sintesi
mentale: si ha così un ragionamento deduttivo ed uno induttivo. L’Induzione
riposa sul principio che ciò che appartiene alle parti appartiene al tutto, ed
ogni ragionamento induttivo si può mettere in forma sillogistica A è B, X, Y, Z
è A ; dunque X, Y, Z è B; la differenza del Sillogismo ordinario è che nella
forma suesposta 1 uno dei termini della conclusione in luogo di essere un tutto
è una enumerazione di parti: la quale devessere compiuta nell’Induzione
formale, mentre nella reale. non può mai essere (1). Ragionare non è dunque,
per concludere, ar rie ~(i; Liard - Op. Cit., pag. 60-G9 ed Hamilton, op. cit.
trare una nozione in un’altra, ma sostituire in proposizioni date nozioni
equivalenti a nozioni equivalenti; onde tutti i Raziocini riposano sul
principio della sostituzione dei simili, in virtù del quale in ogni
proposizione una nozione può essere sostituita da un’altra equivalente; il
ragionamento è, in altri termini, un atto di confronto o di giudizio mediato,
perchè ragionare è riconoscere che due nozioni sono tra di loro nella relazione
di tutto e di parte, ed hanno lo stesso rapporto con una terza. Questa è la
teoria con la quale l’Hamilton pretese di aver riempito le lacune del sistema
aristotelico, e di averlo nel tempo stesso semplificato e liberato da tutte le
regole imbarazzanti ed inutili. Non ci sembra però che il filosofo inglese
abbia per questo riguardo così bene meritato della logica formale; e quantunque
la critica mossagli da Stuart Mill non sia, a nostro avviso, in tutto fondata,
nè priva di esagerazioni, crediamo tuttavia che egli non vada molto lungi dal
vero quando afferma che le nuove forme introdotte nella Sillogistica non
offrono maggior vantaggio delle antiche; chè anzi vi hanno introdotto ' nuove e
serie complicazioni. « Le nuove forme, dice Mill, noni offrono praticamente
alcun vantaggio; v’è poco merito ad averle inventate, e poco vantaggio a
servirsene, al meno che noi le vogliamo riguardare come un esercizio di ginnastica
mentale, utile a rafforzare le facoltà intellettuali degli scolari. - /l I
filosofi inglesi seguaci di Hamilton si sforzarono Mill, La philosophie de
Hamilton (trad. Cattive 8 ’ 493 ‘ ? fr ' anChe Bain * Lo o‘ c l ue deductive ed
indu- ct.ve » trad. par G. Compayré, Voi. I. pag. 129-181 e pag.269-2G6. sempre
più di rinnovare la vecchia Logica, allargando la base della Logica deduttiva,
e dando della Deduzione una teoria generale, che abbracciasse tutti i casi ai
quali questo metodo è applicabile. E se noi volessimo parlare convenientemente
di De Morgan, di Booles, di Jevons, dovremmo estenderci troppo a lungo, e
usciremmo dai modesti confini che sin dal principio abbiamo proposti, al nostro
studio. Onde ci limiteremo ad accennare brevissimamente come ognuno dei tre
filosofi nominati svolgesse le idee dell’Hamilton, rimandando chi fosse
desideroso di vedere trattata con ampiezza e profondità questa materia agli
scritti magistrali del Bain e del Liard (1). Il Morgan, al pari dell’Hamilton,
considerò la Logica come una scienza puramente formale, che nulla ha a vedere
con la materia della conoscenza e solo studia le leggi di azione del pensiero,
e non tratta se non delle cose in relazione col pensiero e di questo in
relazione con quelle. Vi ha per lui- inferenza quando le due premesse sono
universali, o quando, una sola essendo particolare, il termine m e d i o h a _qu. sperimentali; le seconde sono
comprensive di tutto ciò che del creato può venire a cognizione dell’uomo.
Seguace di Galluppi fu invece, per quel che si rife- ( risce al Raziocinio, il
Rosmini, il quale come già nel Nuovo Saggio erasi proposto il problema della
conoscenza, ricercando il punto ove sensibililà ed intelletto si congiungono
insieme per produrla, così nella Logica combattè Bacone perchè aveva preteso
che solo con l’Induzione si riuscisse a scoprire le verità, contrapponendola al
Sillogismo, relegato fra gli istrumenti vani ed inutili. Il Raziocinio, pel
filosofo di Rovereto « dimostra la precedenza della verità ueH’uomo a lutti i trovaraenti
particolari del pensiero. » Esso ha valore sia nel campo teorico sia nel
pratico: perocché pel primo riguardo bisogna considerare: 1° che solo l’uomo
esercitato nelle inferenze si mantiene coerente nei ragionamenti; 2° che il
ragionamento acquista con l’illazione precisione e chiarezza; 3° che una
dottrina non è ridotta in forma di scienza se non quando essa è ridotta ad un
principio del quale tutto ciò che essa contiene sia una serie di conseguenze le
une derivate dafie altre; 4° che l’inferire le conseguenze da principi conduce
alla scoperta di nuove verità; 5° che le inferenze scoprono nuovi veri non solo
nella dialettica e nella metafisica, ma anche nella fisica. Nel campo 1;
Bufalini -Quesiti sul metodo scientifico. Proemio. Rosi; “T ~ L ° SÌCa N ’ 1002
- °P->. Secondo il affermai 30 certo ^P^to aveva ragione l’Euler quando
Sillogismo V 6 *-° gni ve “ til dev e essere la conclusione di un Uogismo, le
cui premesse siano indubitabili. pratico poi il Raziocinio è di somma
importanza: perchè l’uomo il quale mostra coerenza nei pensieri e nei
ragionamenti suole essere coerente in atte le sue azioni; perchè anche negli
uffici privati e pubblici il più efficace principio è quello della coerenza,
laddove l'incocrenza rende deboli i governi stessi, e guasta l'esito di ogni
grande impresa. Di queste dottrine si fecero sostenitori anche il Mamiani, il
quale affermò apertamente che il pensiero se non fosse aiutato'dal Raziocinio
non potrebbe in molti casi farsi strada à scoprire attinenze recondite piene di
grande dottrina (1); e Gioberti che, dopo aver sostenuto il progresso
discorsivo essere il successivo conoscimento che l'uomo ha dell’atto creativo e
del progresso cosmico (2), nella Teoria del Sovranaturale scriveva: « Il
progresso che la causa efficiente fa dal principio sino alla fine nello
svolgimento successivo della creazione, corrisponde al processo intellettuale
che fa la mente dai primi principi sino alle ultime conseguenze nella
esplicazione successiva della scienza, e che si Chiama discorso. Per tal guisa
il ragionamento dell’uòmo è parallelo ed analogo col processo della natura, e
là logica, ossia la sillogistica, si riscontra nella cosmologia (3) ». (i; ROVERE
(si veda) afferma cbe l’elemento estrinseco del ragionare importa assai più di
quanto si creda ai giorni nostri, onde' ammonisce che non si deve distruggere
l’opera della Scolastica,, ma ravvivarla con più largo spirito filosofico. (Del
Rinnova-, mento della filosofia antica italiana. Cap. XIII, pag. 110). (2) Gioberti —
Introduzione allo Studio della Filosofia, Voi. Il,' pa. (8) Gioberti — Teorica
del Sovranaturale. Compiuta così rapidamente l'esposizione delle dottrine dei
filosofi intorno al valore del Raziocinio, ci rimane a farne una critica equa e
severa, per poter poi m fine dedurre un giudizio che non pecchi di
esagerazione. Poiché la logica posteriore ad Aristotele non fu, per dirla con
un acuto critico francese, che un - « eco dei filosofi o un’opposizione
impotente contro teorio che si appoggiano sulla verità (1) ». E quel che ò più,
esagerarono i filosofi dell’una e dell altra specie;, gli uni rendendo la
Logica aristotelica un vuoto formalismo e sostenendo il valore del Raziocinio
là ove non dovevano; gli altri combattendolo anche in ciò- in cui non era
impugnabile. Ed in vero, come vedemmo, nel secolo XVI cominciò contro la
Sillogistica di Aristotele un'opposizione fierissima, la quale credette di
abbattere, ma non riuscì che a far vieppiù risplendere la gloria di quell’opera
immortale. Tale movimento contrario allo Stagirita cominciò col Ramo in
Francia, e per mezzo di Bacone e Cartesio continuò fino al Locke, spirito
profondo, il quale seppe per un istante far disprezzare l’opera che per circa
venti secoli aveva istruito lo spirito umano; finché col Coudillac parve che
tutta l'ammirazione per Aristotele fosse svanita affatto, nè si ricordassero i
principi e la storia del - l'Analitica antica, nè più si distinguesse la pura e
genuina dottrina dello Stagirita dai travestimenti che l'età di mezzo le aveva
imposti. Fu vanto del Leibniz 1 aver proclamato che Aristotele non era
irreconciliabile con lo spirito moderno, e l’avere sostenuta la importanza
innegabile del Sillogismo, che egli chiamò una delle più belle invenzioni dello
spirito umano. (1) Saint-Hilaire — De la logique d’Aristote. La reazione del
Leibniz fu continuata dal Kant, •dall’Euler, dal Lambert, seguendo la sentenza
del sommo filosofo di Kónisberg, che alla Logica quale •era stata fissata da
Aristotele nulla v ! era da aggiungere. Poi contro il Alili, il Bain, lo
Spencer, i quali nel giudicare il Sillogismo avevano ripreso le antiche teorie
degli Scettici, insorsero nella stessa Inghilterra 1’Hamilton, il Mor- -san, il
Booles, benché cercassero a torto di semplifi- care un’opera che non ne aveva
bisogno, e riuscissero invece ad imbrogliarla e ad ottenebrarla, e, molto
meglio, in Italia l’utilità del Raziocinio fu sostenuta dai più grandi
pensatori, dal Galluppi al Rosmini, dal Gioberti al Mamiani. Ed a ragione;
poiché la Logica antica non è falsa, bisogna saperla applicar bene: come
avvertiva il nostro grande Galilei; e la scoperta del Sillogismo, vanamente
contestata, porta in se stessa qualche cosa di prodigioso, come osserva
Saint-Hilaire. Rien ne la revèle avant Aristote, scrisse il grande critico francese,
après lui rien ne la peut renverser. Une école de plnlosophie a tentò
inutilement aprés dixhuit siécles, d’en nier la vórité et la valeun ses efforts
impuissants n’out pu prévaloir; 1 esprit philosophique, à l’heure qu ’il est.
vit de nouveau •de la foi aristotélique, et il croit, d’après elle, à des
principos genéraux et indemontrables dans l’intelli- gence, sources de la
démonstration et du syllogisme. Saint-Hilaire, De la logique cl’Aristote. Critica
delle obiezioni mosse eontro il valore del Raziocinio. Le obiezioni mosse da
alcuni filosofi contro il genuino valore del Raziocinio possono dividersi in
due categorie: le prime riguardano il Sillogismo come forma tipica' di ogni
argomentare deduttivo, le seconde lo riguardano come fondamento dcirinduzione:
delle une e delle altre dobbiamo fare una critica breve, ma più che sarà
possibile esatta; e cominciamo senz’altro dalle obiezioni della prima specie.
La legge principale del Raziocinio è che la maggiore contenga la conclusione:
da essa trae la sua forza il Sillogismo, ad essa si riducono le altre otto
regole riferentisi ai termini ed alle proposizioni. Ebbene, Mill, Erberto [cf.
ERBERTO GRICE] Spencer e tutti gli altri Logici inglesi della loro scuola
affermano che appunto per essere la conclusione contenuta nelle premesse il
Raziocinio è del tutto inutile. Bisogna però intendersi intorno al significato
da darsi alle parole « contenuto nelle premesse. Con tale espressione
intendiamo di dire che la conclusione è contenuta IMPLICITAMENTE – cf. H. P.
Grice, Aspects of reaoning, Implicit reassoning, Implicature, Explicature] nella
maggiore, perchè se vi fosse contenuta « esplicitamente la maggiore sarebbe
particolare e non più universale. Ma è regola del Sillogismo che nulla si può
concludere da due premesse particolari. La conclusione è adunque nota in virtù
del Raziocinio che rende esplicita la notizia prima implicita, o per lo meno,
nei casi in cui la conclusione fosse già nota prima come fatto, eleva la
notizia al grado di scienza. In realtà l’illazione non ha servito a formare le
premesse, e non è vero che una proposizione generale si possa applicare solo ai
casi nei quali è stata verificata; l’esperienza stessa contraddice
l'affermazione, giacché quando affermo: Tutti gli uomini sono mortali, Caio è
uomo, Caio dunque è mortale », il caso di Caio ancora vivente non ha potuto
servire a formare la premessa generale. Talora il Sillogismo anche di
sussunzione può essere ben più diffìcile, potendo essere difficilissimo vedere
se un soggetto si riporta o no ad una classe avente una determinata proprietà,
o la ragione per la quale un soggetto ha o non ha una proprietà qualunque.
Naturalmente la conclusione dev’essere contenuta nelle premesse, e il- Raziocinio
è precisamente l’operazione del pensiero necessaria per dare forma logica
dimostrativa alla contenenza della illazione nelle premesse. Del resto la
maggiore non ha una universalità puramente quantitativa, la quale sarebbe
distrutta da un solo caso particolare contrario, ma è una legge, cioè un
universale quantitativo. L’operazione sillogistica, come fu avvertito
acutamente. non è quindi diversa nel Sillogismo di sussunzione dalla funzione
interpretativa del magistrato che applica la legge al caso speciale, operazione
anche questa non facile e dalla quale si riconosce il valore del giurista.
Senza contare che non tutti i Sillogismi sono e tipo di quello citato da Stuart
Mill; poiché ve ne sono alcuni nei quali non si applica solo una regola
generale ad un caso speciale, ma in cui le due piemessc Masci, Elementi di
filosofia, Logica. sono proposizioni generali, e la conclusione è una
proposizione generale che non può essere provata con Tlnduzione, senza
ricorrere ad esperienze del tutto diverse da quelle dalle quali le premesse
sono state provate. Questo è il ragionamento che ha luogo quando noi veniamo a
conoscere che un dato fenomeno X ha costante relazione con un altro Y, non
valendoci di una generalizzazione ottenuta dall’aver osservato i fatti nei quali
si riscontra la connessione tra X e Y, ma servendoci della conoscenza ehe
abbiamo di una relazione tra X ed un terzo fenomeno Z e tra Y e lo stesso Z. In
tal caso non v’ha dubbio che con la Deduzione perveniamo a nuove cognizioni, a
scoprire cioè certe analogie che la semplice osservazione non ci avrebbe fatto
percepire. E, per concludere, il dire che ciò che si afferma nella conclusione
è già compreso nelle premesse è precisamente un mettere sempre più in luce
l’importanza del Raziocinio, perchè si viene a dire che con esso colui il quale
sapientemente trae le sue deduzioni rende fruttuose le premesse di cui si serve
nel suo ragionamento, al modo stesso che il lavoratore con l’opera indefessa
rende fruttuosa la terra, traendo alla luce i tesori che essa nasconde. Del
resto i Logici inglesi a provare la inutilità del Raziocinio si valgono pei
primi di un Sillogismo vero e proprio: Quel che è conosciuto, essi dicono, non
ha bisogno di essere provato; ma una illazione contenuta nelle prèmesse è nota;
dunque non ha bisogno di essere piovata. Or bene o essi considerano veramente
inutile il Raziocinio, e in tal caso non vediamo la ragione per cui se ne
debbano valere nelle loro dimostrazioni, e specialmente poi in questa; o di
fatto lo erodono giovevole alla ricerca della verità, e non sappiamo perchè
debbano con tanto accanimento disconoscerne a parole il valore. Cosi cade anche
l’obiezione che il sillogismo sia viziato da una petizione di principio, poiché
l’illazione non ha servito a formare la premessa, e la validità di questa è
indipendente da quella dell’altra; obiezione sorta perchè la Logica delle
scuole considerava la maggiore come universale semplicemente quantitativo,
laddove l’universalità della premessa esprime non già una somma, ma una legge.
Se il Sillogismo fosse il rapporto analitico dei concetti, distribuiti secondo
la loro estensione, servirebbe a classificare formalmente i concetti, non già a
scoprire nuovi veri: onde il Raziocinio non è punto un sofisma, come pretese
qualche filosofo. Mill, di fronte alla inconfutabilità di questa verità, cambiò
la teoria del ragionamento in generale e del deduttivo in ispecial modo, e
sostenne che inesso non si procede dal generale al particolare, ma dal
particolare al particolare. Da ogni esperienza, sono press’ a poco le sue
parole, nasce l’aspettativa che il caso futuro sarà simile a quello
sperimentato, e la fede cresce a mano a mano che aumentano le esperienze
accordantisi; la maggiore è un registro abbreviato di inferenze, una
assicurazione che le esperienze passa e singolare a legge e giunga al principio
die il furto deve andare impunito, vede meglio tutta l’enormità
dell’assoluzione. Il Sillogismo poi, secondo Mill,,rj 0 va perché il
ragionamento fondato sulle regole ha maggior evidenza e persuasione di quello
fondato sui precedenti e sugli esempi. Non occorre dopo quello che abbiamo
detto sopra fermarci molto a confutare l'opinione del filosofo inglese: è
chiaro che egli confonde il processo psicologico, il quale va dal particolare
al particolare, col procedimento logico, che ha per ufilcio di dire quando
l’inferenza è legittima: ed è tale quando la maggiore non è un registro di
inferenze ina una vera legge. Onde, concludendo, nel Raziocinio: « Tutti gli
uomini sono mortali: TIZIO (si veda) è uomo; Tizio dunque è mortale, si può
dedurre la mortalità di Tizio quando consta che egli è uomo. Che so la
proposizione generale fosse un semplice registro di inferenza, e una somma dei
particolari osservati, se esprimesse un semplice ricordo del passato, nulla si
potrebbe inferire dei particolari futuri. Ma qual meraviglia se Stuart Mill con
tanto accanimento impugnò il valore del Raziocinio? Egli riguardo alle idee
universali ed al principio di causalità la pensava come Hume [cf. Grice,
HUMEIAN NATURE], il quale non solo negava ogni valore oggettivo all’idea di
sostanza come Locke, e la realtà delle idee astratte come Berckeley, ma
sosteneva che non possiamo nò percepire nè dimostrare la causalità, quindi
l’ammettiamo per abito, perchè associamo due fatti che vediamo succedersi
costantemente l’uno all’altro. Un obiezione che a tutta prima potrebbe parer
grave fu pure mossa da alcuni Logici contro il Raziocinio; essi dissero che la
sua efficacia sta tutta nella con- nessione di nostri giudizi, quindi non ci
assicura che della loro coerenza; esso è nè più nè meno di una tecnica delle
relazioni dei concetti, che ha un ufficio secondario nella prova scientifica.
Così il Sillogismo viene concepito alla maniera di Bacone, il quale gli negò
ogni valore oggettivo per sè e lo stimò in tutto subordinata airinduzione, la
sola adatta a scoprire i principi delle scienze. Per ammettere vera e legittima
ouest’obiezione bisognerebbe credere con Pirrone Ene- side. no e LEONZIO (si
veda) che la verità non esiste e che noi non la possiamo conoscere in sè,
avendo le nostro cognizioni valore solo relativo. Colui il quale pertanto no°i
sottoscrive allo scetticismo assoluto, vero suicidio del pensiero, come ben fu
definito (1), nè d aiti a par e si appaga del dommatismo, che ammette il
combacia- mento assoluto tra la mente e la realtà, perchè con- trario ai
risultati della filosofia critica e non consentito dalla ragione e
dall'esperienza inuminate, nè ha fede nel semiscetticisrao Kantiano, giu m ier
o »e surriferita degna in tutto della filosofia dell «neono scibile II vero è
che la connessione dei nostri 0 iud.z non è mera legge formale subiettiva del
P^ sie ™;“ a essa deriva dalla connessione delle cose nel . . a La forma della
conoscenza non può stare d,s 'unto dalla materia; nè il pensiero da un qui tesato;
Le nostre cognizioni non possono essere vere M non sono conformi alla natura
deg i o iie, a ’l la il Baziocinio non deve essere vero solo quanto a la forma,
cioè alla °e a dizi, ma anche per quel che riguarua natura dell’oggetto su cui
verte il ragio ValdarniaL (si veda), Saggi di filosofia teoretica. il
Sillogismo assicurandoci della coerenza dei nostri pensieri ci garantisce che
essi sono conformi alla realtà. Erberlo Spencer ha creduto che manchi un
principio- fondamentale, un assioma sul quale si fondi il valore della
Deduzione sillogistica: principio che, secondo il suo sistema filosofico
dovrebbe essere unico, ed avere valore oggettivo, essere cioè una legge della
realtà, non solo del pensiero. Ciò sarebbe vero se si concepisse la conoscenza
come imitazione passiva, copia della realtà; ma la conoscenza nel suo
procedimento logico deve essere considerata come lavoro di sintesi e di analisi
mentale, che passa per una serie più o meno lunga di nessi ideali per giungere
al nesso reale. E affermando l’intelletto affermiamo la realtà di un ente,
capace per sua natura d’intendere, pensare e cogliere il vero; il pensiero si
radica nella realtà e partecipa dell essere universale: ed infine corre
un'intima armonia tra le leggi formali del pensiero e le leggi reali che
governano la natura dell’essere intelligibile. « Se la conoscenza, osserva
giustamente il Masci, è via alla realtà, se questa via è quella delle forme
logiche e specialmente del ragionamento, il principio di queste non deve dire
quale dev'essere la realtà, ma quale dev'essere il procedimento del pensiero
per apprenderla mediatamente, cioè quando essa è l’oggetto dell’esperienza
diretta. Un tale principio non potrebbe essere un principio della realtà, bensì
solo un principio del pensiero nella ricerca mediata e indiretta della realtà,
lo schema di un procedimento che ha in sè stesso quel carattere di logica
evidenza che è criterio di verità. Masci, Elementi di Filosofia Logica. I
Logici non sono d’accordo sul principio logico formale del Raziocinio, e se
Aristotele formò detto principio tanto sotto il rapporto dell’estensione,
quanto, sotto quello del contenuto dei concetti, la Logica tradizionale lo
espresse col « dictum d e omni et de- nullo », Kant la formulò nel « nota notae
est nota rei; repugnans notae repugnat rei ipsi », altri come- l’Hamilton lo
presentarono nella forma dell’eguaglianza delle parti col tutto, lo stesso
Spencer ammise che l’istituzione dell'identico è il procedimento generale dei raziocinio,
e già il nostro CAMPANELLA (si veda) affermato che la virtù di concludere
questo da quello è nel sillogismo per forza di identità. Ma a dire il vero i
principi sui quali si fondala legittimità dei nostri raziocini, non meno di
quella, dei nostri giudizi, sono i tre che emanano immediatamente dalla nozione
di ente: quello di identità, :l quale, applicato alla quantità, si trasforma
nell’assioma il tutto è maggiore delle parti, ed alla causalità nell’altro non
v’ha effetto senza causa; quello di contraddizione, e quello di mezzo escluso.
In fatti come il secondo e il terzo sono fondamento del sillogismo di seconda
figura, cosi il rapporto di principio ad effetto è il fondamento del raziocinio
ipotetico, e pel disgiuntivo vale il principio dell’alternativa, che è una
forma di quello. Concludendo, questo principio non ò oggettivo ma formale, non
è legge della natura ma del pensiero, non è l’assioma, ma gli assiomi
fondamentali del pensare, i primi ed evidentissimi, che non sono dimostrabili,
ma si devono ammettere come incontrastabili: essi sono la base di ogni ramo
della [CAMPANELLA (si veda), Universalis philosophia. scienza, non essendo essa
se non un sistema di cognizioni dimostrate e dipendenti da un solo principio, o
in breve, come vuole Gioberti l’esplicazione di un principio. Tali assiomi
infine non derivano già dal senso, nè da un intuito primitivo; chè la nostra
natura non ha alcuna determinazione, bensì l’attitudine- a conoscere gl’obbietti,
come e quando a lei si presentano; e come il senso percepisce diretta- mente il
sensibile, così l’intelletto coglie l'intelligibile e in tal modo noipossiamo
percepire con le nostre facoltà l’essere ideale e reale delle cose. Qui cade in
acconcio di rispondere due parole a coloro i quali pur concedendo che il raziocinio
serva all’applicazione dei principi ai casi particolari, mettono fuori di esso
I Induzione inventrice dei principi. Anche nell’Induzione è sempre sottinteso
un principio universale, da cui parte e su cui si appoggia ogni ragionamento
induttivo. L’assioma è il seguente: « Ciò che in una data specie di cose è
sempre avvenuto in un dato modo, avvei rà sempie in questa stessa specie nella
maniera medesima, quando le circostanze siano le stesse; ciò equivale a dire
che la natura è governata da leggi fisse e costanti. Ma, di grazia, donde
deriva questo principio, se non dagli altri di causalità e di sostanza, dai
quali trae tutta la sua forza? Onde l’Induzione considerata sotto questo
rispetto può mettersi sempre in forma di Sillogismo, e può benissimo definirsi
« la funzione della mente per la quale applicando un principio universale ad
alcuni fatti particolari da noi ossei vati, questi generalizziamo con una
proposizione esprimente un principio od una legge generale che Gioberti, Introduzione
allo studio della filosofìa. ooi affermiamo esistere in natura. Del resto uno
dei principi di tutte le nostre conoscenze è il principio di causa, che ha un
valore universale, ideale e reale; ideale appunto perchè è la forma di ogni
conoscenza; reale, perchè nei modi e limiti suoi tutto il mondo ci si svela. Lo
stesso Mill è costretto a riconoscere questi principi supremi razionali, che
sono necessari all’analogia, all’induzione imperfetta e alla deduzione; e,
osserva giustamente il Cantoni, non si può concludere da un particolare ad un
particolare senza ammettere implicitamente come valido il principio generale, e
non si può dare vera, assoluta universalità ad un giudizio senza presupporre i
principi supremi della ragione. Rimane ad esaminare l’ultima delle obiezioni
mosse al Sillogismo, come forma tipica di ogni argomentare deduttivo. Alcuni
Logici, tra cui Cantoni, osservarono che il Sillogismo non corrisponde a tutte
le argomentazioni rigorosamente conclusive. Le regole dei modi di prima figura
sono: la maggiore dev'essere sempre universale, ma può essere affermativa o
negativa; la minore dev’essere sempre affermativa, ma può essere universale o
particolare; la conclusione ha sempre la qualità della maggiore e la quantità
della minore. Se dunque la minore in un Sillogismo di prima figura in tutti i
suoi modi dev’essere affermativa, questo Sillogismo (che cita il Cantoni) «
soltanto gli esseri liheri nelle loro azioni sono responsabili, i pazzi non
sono liberi, dunque i pazzi non sono responsabili, in forza di quel soltanto
conclude Corte, Elementi di filosofia. Cantoni, Elementi di Filosofia. Logica.
PEIRETTI (si veda), Compendio di Logica generale. legittimamente. Non occorre
una lunga discussione per dimostrare che questa obiezione non regge, poiché
quando si dice che la minore dev’essere affermativa, si intende in senso
logico, non già grammaticale; onde nel Raziocinio surriferito la minore è
grammaticalmente negativa, ma logicamente affermativa, che equivale a dire: i
pazzi sono non-liberi. E veniamo ad esaminare le obiezioni mosse contro il
Raziocinio come fondamento dell'Induzione; perocché ad alcuni Filosofi non
parve che questa prenda dal Sillogismo la sua forza, come non era sembrato che
ogni specie di argomentazione deduttiva prendesse da esso la sua chiarezza.
Abbiamo già accennato in breve al principio che governa l’Induzione, ora
aggiungiamo che essa conchiude dai fatti alle cause, dai fenonemi alle leggi,
dal particolare all’universale, in forza della Deduzione stessa, pei seguenti
principi impliciti, che, come avverte acutamente Martini, si collegano in forma
di Sillogismo. Ciò che pur variati gli aggiunti si è osservato essere fenomeno
o legge costante in molti particolari, in circostanze diverse dev’essere
effetto non delle circostanze diverse ma di quello che nei particolari è
costante e comune. Ora ciò che nei molti particolari, nel resto diversi, è solo
costanto e comune è la loro natura. Dunque que fenomeno o legge costante in
essi osservata é effetto della loro natura. Ma ciò che è effetto di alcuna na-
tura si ha da verificare in tutti gli esseri che hanno la natura medesima.
Dunque si verificherà in tutti i particolari della stessa natura, benché non
ancora Firenzo^m diFilosofia - P«MS- 58 (Paravia osservati. » Qui si riduce
quella legge che molti assegnano come fondamento dell’Induzione: le leggi di
natura non mutano, ove per legge di natura si vogliono intendere non solo le
leggi fisiche, ma anche quelle che, fondate sulle realtà, sono regolatrici
dell’umano pensiero e discorso. Così intesa, è questa legge il principio che dà
all'Induzione la forza di produrre certezza scientifica, benché muova dal
particolare contingente. Ciò premesso, ritorniamo all'argomento: la prima delle
obiezioni della seconda specie, òche il sillogismo non sia il tipo ordinario di
ogni nostro ragionamento, e non vi sia necessità che noi ci serviamo sempre di
tal forma. Quando si considerasse del Sillogismo la sola materia,
l’osservazione sarebbe esatta ed avrebbe una certa importanza. Ma se si
considera la legge fondamentale del raziocinio e l’inferenza del particolare
dall’universale si vede che, se si è dispensati dall’e- sprimere sempre il
principio universale che contiene la conclusione, però si è costretti sempre a
suppor- velo almeno implicito, e la stessa Induzione dà luogo alle conclusioni
generali in forza di un sillogismo sottinteso come vedemmo. L'osservazione poi
di coloro i quali affermano che ragionando nessuno adopera la forma
sillogistica, non ha alcun valore, perchè nulla impedisce che la mente possa
nella pratica intuire nessi remoti e sopprimere un certo numero di nessi
intermedi. Allo Spencer, che nei Principi di psicologia afferma esservi
ragionamenti i quali non potrebbero mettersi in forma sillogistica e cita in
proposito alcuni esempi, si deve osservare che egli non doveva accontentarsi di
affermare, ma aveva anche l’obbligo di dimostrare tale impossibilità, la quale
nel fatto é solo relativa ; e del resto solo perchè qualche ragionamento non si
lascia disporre negli schemi sillogistici, non si può perciò rigettare tutto
quanto il sillogismo. A coloro infine i quali affermano che il Raziocinio
deduttivo non forma compiutamente tutti i procedimenti del pensiero nel
ragionare si può osservare che neanche l'Induzione generalizzatrice dello
scienzato non è per lo più prodotto di un discorso pei singoli casi, che spesso
da un solo caso lo scienziato vede le condizioni della validità di una legge,
Che se dal non essere formulalo il ragionamento si dovesse concludere che non
c'è, allora la Logica dovrebbe, come osserva giustamente Masci, cedere il suo
dominio tutto alla Psicologia. La prova segue la scoperta, ma non per questo è
meno necessaria per convertire in sicuro possesso le verità trovate. Mill [cf.
H. P. Grice, “MORE GRICE TO THE MILL”] e Bain osservarono che il Raziocinio é
la riprova dell’Induzione; è un processo di verificazione. Onde fu detto che
Mill non annientò il valore del Sillogismo; ma, di grazia, quando ammette che
esso non serve alla scoperta di alcuna verità, noti viene a disconoscergli ogni
importanza? Un’Induzione dal particolare al generale seguita da una Deduzione,
osserva il filosofo inglese, è una forma in cui possiamo ragionare; ed è
indispensabile porre in forma sillogistica un ragionamento, quando abbiamo
dubbi sulla sua legittimità. Ed anche ciò è vero, perchè ufficio del Raziocinio
è quello di smascherare gli errori dei falsi ragionamenti; ed in tal modo non
solo esso è strumento di scoperta della verità, ma ha anche un [Masci, Logica,
Masci, Logica. compito altamente nobile.se è vero che, come afferma Genovesi,
gli uomini dove non siano aggirati dal falso hanno sempre bastante forza a
vedere le più importanti verità. Bain condivise il parere del Mi 11, sostenendo
che uno dei grandi servigi che rende la forma sillogistica è di analizzare, di
mettere in tutta la loro luce e di presentare ad un esame separato le parti
differenti di una serie o di una catena di ragionamenti. E'sta bene il
Raziocinio ha un reale valore come fondamento dell’Induzione, segue che ne divenga
la riprova. Ma non per questo l’obiezione ha valore universale, perché nelle
scienze di deduzione si danno Sillogismi che sono unica forma di ragionamento
possibile, nè occorre esemplificare, poiché infiniti sono i casi, anche nella
sola Matematica, che confermano quest osservazione. Del resto se in natura noi
vediamo che l’universale contiene il particolare, il Raziocinio non può non
essere il tipo perfetto di ogni argomentazione. Veniamo all'ultima e più
universale obiezione: «il Raziocinio non vale alla scoperta del vero ; esso serve
tntt’ al più a chiarire e ordinare i nostri concetti. Che realmente compia
questo secondo ufficio non vi ha dubbio alcuno, ed anche in ciò consiste la sua
importanza, perchè se i concetti sono oscuri e non si vede la dipendenza loro
non si possono dire scientifici; perocché conoscere scientificamente una cosa
equivale, per dirla con VICO (si veda), a conoscerla ne suoi principi, e nelle
ragioni. È questa un utilità del raziocinio che si può esperimentare
quotidianamente. Ma Genovesi Logica per
i giovanetti. Bain, Logica deduttiva e induttiva. ben piccola sarebbe l’utilità
del raziocinio se si limitasse a ordinare le nostre conoscenze; esso serve pure
a condurre lo spirito all’acquisto di nuova scienza, che ci sarebbe impossibile
acquistare senza il suo aiuto. Su questo punto importantissimo ritorneremo in
seguito, qui basterà che ci fermiamo ad una semplice e brevissima confutazione
dell’obiezione, ripetuta da Logici di tutti i tempi, a cominciare da Sesto
Empirico, per venire Ano a Bacone.e poi giù giù fino a Mill ed alla sua scuola,
che cioè il sillogismo non vale alla scoperta del vero. Prenderemo le mosse da
un. passo della logica di Cantoni, nel quale l’insigne professore dell’Ateneo
di Pavia fa sua la obiezione espressa già in altri termini da Mill e da Baili.
Con la prima figura, egli dice, che da alcuni' è riguardata come la forma
fondamentale e tipica del ragionamento umano, si viene ad affermare di una
specie una proprietà deh suo genere. Ora un ragionamento simile pei"
solito non si usa nè per dimostrare- le proprietà di un oggetto, nè per
discopricele, giacché- solitamente noi Affermiamo che un oggetto appartiene- ad
un dato genere quando vi abbiamo osservato e riscontrato le sue proprietà più
essenziali ; così non è- naturale questo Raziocinio: Gli organici muoiono; gli
animali sono organici, dunque anch’ essi muoiono; perchè tale qualità del
morire si è dovuta riscontrare negli animali prima di dirli organici. Cantoni
va anche più in là quando afferma che « tali Raziocini valgono ancor meno nella
Matematica, la quale nella costruzione stessa dei concetti viene via via
attribuendo- alle specie tutte le proprietà dei loro generi senza [Cantoni, Logica.
bisogno dei Sillogismi. Or bene ciò non ci pare conforme al vero. Lo dimostra
per noi Martini già citato. Nell’esempio surriferito egli osserva a
Cantoni: nSagnosi stesso poi diceva
parlando del Sillogismo che esso et l’argomento delle scienze (Logica, Hegel -
Logica, per « enumerationem simplicem », l’£7:«Ycdy/i 7ravrwv è cosa puerile, e
non esclude la possibilità d’un caso particolare contrario, il quale la
distrugga. Nell’Induzione scientifica l’osservatore dopo aver riscontrato un
numero di casi sufficiente la compie legittimando la conclusione con principi
universali, come la legge di causalità, nella formola di essa, secondo la quale
cause simili in condizioni simili producono effetti simili. Nè l’Induzione
sarebbe possibile senza anticipazione del ragionamento sull’esperienza. Galilei
ci offre bellissimi esempi di questo procedimento: l'osservazione dei fatti
suscitava nell’animo suo un’idea, che era come la presupposta spiegazione di
essi ; su di quella ragionando cercava di ricondurre i fatti stessi come a loro
principio. E così egli procedeva non solo per Induzione ma anche per via di
Deduzione; questa però era sempre provvisoria; ipotetica, perchè ad ogni passo
del ragionamento il filosofo naturalista sentiva il bisogno di riscontrare la
verità dell’ipotesi coi fatti osservati, e di variare quella secondo la natura
di questi: soltanto dopo mature e assidue riflessioni convertiva in tesi la
primitiva deduzione. Giustamente perciò Navi Ile osservava che in ogni ordine di ricerche il
metodo si compone di tre elementi diti; Aristotele Aliai. Pr. Naville, La
logiqué de l’hypothése. v L’hypotliése, dice Naville, intervient dans
l’observation et la verification; 1 observation intervient dans 1* l’hypotése,
dont elle forme le poiut de depart et dans la vérification, dont elle est la
substance. La vérification enfili est inseparable do l’observation qui est son
instrument, et de 1* hypothése qu’elle a pour but de detruire ou de confirmer. La mdthode est dono triple dans
^on unite, et une dans sa triplicité. stinti ma inseparabili: osservazione,
supposizione e verificazione. Gli esempi di Galilei abbondano, ne riferiremo
alcuni fra i più chiari e famosi. Il testo di Aristotele il quale afferma che
la caduta dei corpi è in ragione del loro peso fa dubitare Galileo; egli vede
che i chicchi di grandine muovendo insieme ed essendo di diversa dimensione
arrivano contemporaneamente a terra; ne induce che 1 affermazione dello Stagi
ri ta è falsa. Procedendo più oltre col discorso forma un assioma e suppone che
qualsiasi grave discenda con una velocità, la quale si può alterare senza far
violenza al suo corso naturale. Finalmente stabilisce la legge che gli spazi
percorsi da un grave che cade sono proporzionali ai quadrati dei tempi
impiegati a percorrerli, astrazion fatta dal peso: cerca poi la conferma della
legge nelle osservazioni della discesa dei corpi pel piano inclinato. Ma è
meglio riferire il passo importantissimo del Galilei relativo alla sua
scoperta. Nelle Esercitazioni filosofiche di Antonio Rocco, filosofo
'peripoletico, così egli sciiveva. « Resta che io produca le ragioni che oltre
alla esperienza confermano la mia proposizione, sebbene pei assicurare
l’intellplto, dove arriva l’esperienza, non ò necessaria la ragione, la quale
io produrrò si pei vostro beneficio, sì ancora perchè prima fui persuaso dalla
ragione che assicurato dal senso. Io un assioma, da non essere revocato in du
io a nessuno, e supposi qualsivoglia corpo grave discen en e aver nel suo moto
grado di velocità dalla natuia 1 untato ed in maniera prefisso, che volerglielo
alterare col crescere la velocità e diminuirgliela non si potesse fare senza
usargli violenza per ritardargli o concitar^, 1 il detto suo limitato corso
naturale. Formato questo discorso mi figurai colla mente due corpi uguali in
mole ed in peso, quali fossero due mattoni, li quali da una medesima altezza in
un medesimo istante si partissero; questi, non si può dubitare che scenderanno
con pari velocità, cioè colrassegnata loro dalla natura, la quale se da qualche
altro mobile dee loro essere accresciuta, è necessario che questo con velocità
maggiore si muova. Ma se si figureranno i mattoni nello scendere unirsi ed
attaccarsi insieme, quale sarà di loro quello che aggiungendo impeto all’altro
gli raddoppi la velocità, stantechè ella non può essere accresciuta da un
sopravveniente mobile, se con maggior velocità si muove? Conviene quindi
concedere che il composto di due mattoni non alteri la loro prima velocità. Da
ciò Galilei conclude deduttivamente c ìe se due corpi di materia uguale e di
peso diverso cadono con velocità differente, ciò non dipende dalla differenza
di peso ma da quella di forma, la quale fa i eie i mezzo in cui discendono
opponga alla loro caduta una. resistenza differente. La scoperta della legge di
inerzia è dovuta quasi esclusivamente al procedimento deduttivo perchè il
l’imno^« q- iTfi ne r Dlalogo dei massimi sistemi affermò Sent ; ' glUngGrVÌ
S0, COn 'Suzione. Nè tnShll P r 7 DedUZÌ
° ne i! Galilei coprii! ;r d °i d „c' h av r dell ° ( * ™ è “ Olanlsotbbri-
mento « „ a,eva caEUAlrneMe visto l’ingrandi- “ 8geU ' ? fabl,ricat0 “
telescopio^ ritrovai di “n «r P | r Vm, dÌSC ° rS °- Questo ertiselo coarta,Clr
° sol ° 0 dl P"> di uno; di u „ s „| 0 „ pu6 Gol.l», Prose scelte ed
annotile da A. Conti. Cap.VIII. j essere perchè la sua figura è convessa cioè
più grossa nel mezzo che verso gli estremi, o è concava, cioè più f. sottile
nel mezzo, o è compresa tra superficie parallele, ma questo non altera punto gl’oggetti
visibili col crescergli o diminuirgli; la concava gli diminuisce, la convessa
gli accresce bene, ma gli mostra assai indistinti ed abbagliati, dunque un
vetro solo non basta per produrre l’effetto. Passando poi a due e sapendo che
il vetro di superficie parallela non altera niente, come s’è detto, conchiusi
che l’effetto non poteva neanche seguire dall’accoppiamento di questo con
alcuno degli altri due. Onde mi restrinsi a voler esperimentare quel che
facesse la composizione degli altri due, cioè del convesso e del concavo, e
vidi come questo mi dava l'intento ». 11 moto di Venere intorno al sole è da
lui dedotto dal vederla falcata scemare e crescere come la luna . Infine
Galileo dedusse resistenza dei monti e delle profondità della luna, dalle ombre
e dai lumi non meno che dall’orlo smerlato e luminoso della luna che scemava,
apparenze che, secondo lui, escludevano che la luna fosse una sfera liscia e
pulita. E tanta era la sua fiducia nel Raziocinio, che a prò posito di
quest’ultima scoperta egli afferma nel Dialogo dei Massimi sistemi (Giorn.) «
Se 10 0SS1 nella Luna stessa, non credo che io potessi con mano toccar più
chiaramente l’asprezza della sua super eie di quello che io me la scorga ora
con l'apprensione del discorso ». Così egli praticava il metodo sperimen- 1
tale, e laddove Francesco Bacone, il grande suo con temporaneo, non faceva
alcuna scoperta ed acco tì leva Galilei - Dialogo dei Massimi Sistemi., Giorn.
IH Galilei, Dialogo dei Mass. Sisfc.,
Giorn. anche ne’ suoi scritti errori volgari, egli arricchiva la scienza di
sempre nuove e straordinarie scoperte, e guidalo dal suo genio non solo osservava
ma divinava, nè mai trascurava di accompagnare il ragionamento all'esperienza.
Che dire poi del Newton? Induttivamente egli dalle leggi di Keplero ricavò la
legge della gravitazione universale; laddove ragionando deduttivamente
sull’ipotesi che la deviazione della luna dalla tangente fosse un caso della
gravità terrestre, e calcolandone il valore (riconosciuto poi conforme al vero)
trovò l’identità tra la gravità terrestre e l’attrazione esercitata dalla terra
sulla luna Il Bode dalla legge generale
di continuità da lui scoperta nei corpi celesti argomentò all’esistenza di uno
o più pianeti fra Giove e Marte, il che è poi verificato con la scoperta di
Cerere. Pallade, Vesta e Giunone. Leverrier solo appoggiandosi al calcolo e al
Raziocinio vide, prima che fosse scoperto al telescopio, un lontanissimo
pianeta, Nettuno, e ne definì con precisione la grandezza, la posizione e
l’orbita. Il Torricelli infine, quantunque verificasse che l’aria è pesante
coll’invenzione del barometro, già prima di tale sua invenzione dopo aver
osservato alcune qualità sensibili dell’aria aveva concluso deduttivamente che
l’aria doveva essere pesante come tutti gli altri corpi. A tanto può condurre
il Raziocinio spinto alle ultime [Newton adopero nelle sue dimostrazioni il
metodo sintetico di cui avevano dato l’esempio gli antichi geometri greci, e lo
preferì ai metodi analitici allora seguiti generalmente. Cfr. Rossi I principi
Newtoniani della Filosofia naturale, in Riv. Ital. di fìsosof. sue conseguenze!
Perocché la conquista di così straordinarie verità, quali quelle del Galilei e
del Newton acquistate alla scienza, non si poteva assolutamente fare con
semplici procedimenti di paragone, con generalizzazioni fondate sull’aver
scoperto alcune analogie; ben altre attività della mente si richiedevano a
tant’opera! L'Induzione sola sarebbe stata infruttuosa; si richiedeva anche la
Deduzione, ma sapientemente adoperata; non certo come l’usavano gli antichi,
specialmente nello studio dei fatti naturali. Per i moderni da Galileo in poi
la Deduzione ha avuto un grande valore nel percepire le ultime analogie tra
fenomeni in apparenza diversi e non riducibili alle stesse leggi. Abbiamo detto
per i pensatori e scienziati moderni, perché, come avverte un dotto scrittore
in un suo opuscolo, per gli scienziati antichi spiegare un fenomeno non voleva
già dire farne l’analisi o determinare le leggi della sua produzione, ma
ravvicinarlo o identificarlo con altri più comuni, da loro meglio conosciuti.
Dal Raziocinio non pretendevano altro che questo servizio, laddove esso
sapientemente usato, come vedemmo, può spesso precorrere 1 esperienza, farci
spingere le teorie alle loro conseguenze ultime, farci vedere fino a qual segno
una legge renda conto di tutti i particolari di un dato fatto. Dalle
considerazioni da noi esposte e dai numerosi esempi addotti ci pare si possa
concludere che la ricerca induttiva non è mai compiuta di per sé sola. Il
procedimento induttivo e il deduttivo si integrano a vicenda Vailati Il metodo deduttivo come strumento di
ricerca. Lettura d’introduzione al corso di lezioni sulla storia della
Meccanica, tenuto a Torino (Roux Pressati). come operazioni inverse, e mentre
il primo è la verificazione della legge nel fatto, il secondo ne è la
verificazione. nella teoria, cioè la spiegazione. Le due vie, dice Conti,
continuamente si incrociano. L’un metodo senza l’altro dà nel falso o resta
incompiuto; la Deduzione senza Induzione o forma principi arbitrari e non gli
applica con precisione, o gli applica a caso; l’Induzione senza Deduzione non
ha regole, nè mostra l’attinenza di ragione per cui si va dal noto all’ignoto,
cioè da un principio evidente alla conseguenza. Nè questo è tutto, chè le
stesse verità sperimentali acquistano il più alto grado di certezza quando si
giunga ad applicar loro il calcolo matematico, il quale è il più bell'esempio
di procedimento deduttivo e viene non solo ad ordinarle le verità, ma anche a
dar loro una consistenza che altrimenti sa- sebbe vano sperare, non potendosi
dire ritrovata una verità se è di ancor dubbia esistenza. È inutile parlare
dell’importanza del Raziocinio nelle scienze deduttive in generale, nè vi è
bisogno di ricordare che tanto colui il quale impara le Matematiche, quanto chi
le insegna procedono per via di sillogismo. E vero che, come affermava
Bufalini, le scienze furono povere e superstiziose finché le guidò la filosofia
speculativa, e che solo la filosofia sperimentale fece fare ad esse rapidi e
prodigiosi progressi. Ma non v’è chi non riconosca che i Peripatetici e
specialmente gli ultimi della scuola abusarono del Raziocinio trascurando
l’Induzione. Coi loro metodi non fecero avanzare le scienze fisiche durante
secoli e secoli dal punto in cui le ave- Conti, Storia della filosofia. -vano
condotte i Greci, salvo arditi tentativi di Bacone. Ed invero dai principii che
il sole è più nobile della terra, che il riposo è più nobile del movimento, che
il moto circolare è il più perfetto, che la natura ha orrore del vuoto, non
potevasi trarre alcuna spiegazione di fatti naturali, nè dare alcuna
spiegazione di fatti naturali, nè fare alcuna scoperta. Ma non bisogna però
dimenticare che le scienze giunte allo stadio deduttivo sono di gran lunga più
ricche e meglio costituite di quelle che sono ancora costrette, ogni qualvolta
si presentano nuovi casi, a fare sempre nuove generalizzazioni, in mancanza di
una generalizzazione ultima, atta a ricollegare deduttivamente tutte le sue
parti. L’astronomia ha fatto rapidi progressi ed ha raggiunto quel grado di
perfezione che ora l'adorna in virtù di una sola gcneializznzione, l’attrazione
universale; e cosi la Fisica, pel principio dell’equivalenza delle forze; e la
stessa Chimica moderna non esisterebbe senza l’ipotesi che dicesi teoria
atomica, nè l'Ottica senza quella che la luco sia un movimento ondulatorio. Che
dire poi della Meccanica? Vailati avvertiva giustamente in una sua
pregevolissima Lettura tenuta pochi anni or sono all’Università di Torino, che
le prime esperienze che fecero progredire la Meccanica furono, più che
interrogazioni rivolte alla natura- « veri cimenti a cui l’assoggettavano per
sfidarla quasi a rispondere diversamente da quel che avrebbe dovuto.Talora
pareva che fossero indotti a sperimentare più per convincere gli altri che se
stessi ; poiché i fatti soli potevano scuotere gli increduli. E noi già recammo
parecchi esempi del Galilei, più eloquenti di lunghi discorsi. Vailati. In ogni
scienza ritrovate le leggi semplici incomincia un procedimento inventivo della
Deduzione, che può essere una riduzione od una sintesi. Quantoè rimasta più
indietro laStoria naturale! E ciò perché sebbene la teoria dell’evoluzione sia
una generalizzazione ultima rispetto- alla Biologia, tuttavia non è così certa
nelle sue ipotesi, nè così compiuta nelle sue leggi da potersi affidare al
procedimento deduttivo nelle dimostrazioni e ricerche. Perciò fin quando non si
dimostri che nella cellula germinativa sono tutti gli elementi costitutivi delle-
specie, ed anche i germi del sentire, dell intendere, del volere; fin quando
non cesserà di essere un arcano come da un atto meccanico si passi ad un atto
psichico, la teoria di Darvin e di Spencer potrà allcttare molte menti, - ma
non sarà riconosciuta quale accertata verità scientifica. Onde l’applicazione
della Deduzione alle scienze è desiderabile pel loro progresso; e tali vantaggi
ha posto splendidamente in luce Vailati nel suo scritto già da noi citato. Uno
di questi vantaggi consiste per lui nel reciproco controllo che le proposizioni
legate per mezzo della Deduzione sono poste in grado di esercitare le une sulle
altre, e nel vicendevole appoggio che vengono così a prestarsi mettendo in
certo modo in comune la forza complessiva di tutti i fatti e di tutte lo
verifiche di cui ciascuna di esse dispone. Altro vantaggio infine è quello che
si riferisce « alla capacità che ha la deduzione di semplificare e facilitare
la descrizione e la caratterizzazione dell’andamento dei fenomeni al cui studio
si applica, permettendoci di rappresentare nelle nostra mente le leggi che li
regolano mediante Vailati. un minimo numero di proposizioni abbracciane
ciascuna un insieme, il più possibilmente esteso, di fatti particolari e casi
speciali. Onde apparisce chiaro che il raziocinio è ben più d’un semplice
ordinatore, di un istrumcnto tassonomico che vale a scoprire nuovi veri in ogni
ramo del sapere. Le scienze poi non vanno divise in due campi, in deduttive e
induttive, esclusiva- mente, in quantoche Deduzione e Induzione, come già
vedemmo, si integrano a vicenda in ogni scienza, e si può parlare tutt’al più
della prevalenza di un metodo sull’altro, non mai di contrasto. Come non è
possibile separare l’Analisi dalla Sintesi, perocché se ogni Analisi nella
ricerca ha per fine una Sintesi ogni Sintesi è il risultamento della
composizione di precedenti Analisi; così non si può disgiungere la deduzione
dall’induzione, perchè quella muove o da principi raggiunti con l’Induzione, o
da ipotesi, ossia principi formulati analogicamente, conforme agli induttivi; e
d’altro lato alcuni procedimenti, coi quali l’Induzione cerca di raggiungerei
principi sono deduttivi, come si vede nel metodo di differenza. Bisogna poi
sempre tener presente che in ogni scienza occorre ad ogni passo la spiegazione
la quale in sostanza è una Deduzione, una riduzione del particolare
all’universale, una generalizzazione. Che più? Tutte le scienze da induttive
tendono, come già dicemmo, a diventare deduttive, ed in’ciù consiste la loro
perfezione, sia estensiva sia intensiva. E, per concludere, in tutte le scienze
se si trovano nuove cognizioni di fatti con l’osservazione esterna ed interna,
col ragionamento e con la riflessione si acquistano nuove VailatL. cognizioni
razionali; con 1 Induzione si arriva a sco_ prire verità generali nei concetti
particolari; col Raziocinio si scoprono le attinenze particolari nelle verità
generali e nei principi puri e sperimentali; ed infine non già il Senso con
l’Esperienza e l'Induzione, ma la Ragione assorge ai principi supremi, li
furmola, e li- applica alle stesse scienze sperimentali. Perocché . i principi
generali, di perse stessi, per dirla con Conti, sono astratti e nulla
insegnano, e sono come- tesoro, che, posseduto non si spende nè si mette in
commercio e quindi non serve a nulla. Onde il metodo- più acconcio per far
progredire ogni scienza è il comprensivo, creato e sapientemente seguito dal
nostro’ Galilei. Il vero scienziato deve partire dai summi principi della
ragione, ingiustamente dal Locke, dal Borckeley e dall'I-Iume considerati
infecondi nella scienza- perchè astratti ed universali. Essi sono
indispensabili; al progresso del sapere: indi è necessaria la Matematica- e
specialmente la Geometria, perchè, per dirla con GALILEI (si veda), l’universo
è scritto in lingua matematica, o- i caratteri sono triangoli, cerchi ed altre
figure geometriche, o in altri termini, i
fatti naturali e le proprietà dei corpi si riducono ad attinenze certe di
numero o di spazio; perchè le leggi di natura si rendono, per la mente nostra,
generali e costanti ove siano sottoposte al calcolo. Viene poscia in campo
l'Esperienza, ma questa deve sempre essere sorretta dal Discorso, nè ad essa lo
scienziato deve affidarsi troppo ciecamente, ricordando le autee parole da
Magalotti nel Proemio ai Sugffi Conti o Sartini
Filosofia elementare. Cfr. anche Conti e Sartini. di Naturali esperienze
dell'Accademia del Cimento. Conviene camminare con molto riguardo, che la
troppa fede all’esperienza non ci faccia travedere e ci inganni, essendoché
alle volte prima eh’ ella ci mostri la verità, manifesta dopo levati quei primi
velami delle falsità più palesi, ne fa scorgere certe apparenze
ingannevoli,ch’hanno sembianze di vero [Da ultimo non deve mai trascurarsi
l’autorità scientifica, che giova ed evitare ogni eventuale inganno delle
proprie osservazioni e dei propri ragionamenti. Questo è il vero metodo
scientifico e non altro; esso è gloria nostra, ed ha rinnovalo tutte le scienze
e nuovi trionfi è ancora destinato a riportare pel bene dell’umanità. Non
possiamo chiudere questo nostro breve studio sul Raziocinio senza accennare ad
un altro suo pregio che nessuno vorrà disconoscere, cioè all’efficacia che esso
ha nella formazione del carattere. Poiché il Sillogismo facendo vedere ogni
fatto particolare collegato con un principio generale abitua gli uomini alla
coerenza, che trasportala nelle azioni dicesi carattere. E giustamente osserva
Kant che bisogna operare come se la massima dell'azione dovesse divenire legge
universale della natura. Ma alla dottrina Kantiana sublime nella sua rigidezza,
non sa uniformarsi se non colui il quale, per dirla con Rosmini, si esercita ed
abitua nella coerenza dei pensamenti, enonlasciando sterili in se stessi i
principi ne deduce le ultime conti) Magalotti, Saggi di naturali esperienze
dell’Accademia del Cimento, Proemio e A.
Valdarnini Il metodo sperimentale ecc. Kant,
Fondamenti della Metafisica dei Costumi, e Critica della Ragion Pratica. ' ..
/i\ il rii-attere infatti è 1 abitudine di seguenze - stabilita e di attenervisi
fcrysrs rr^rr ! tondamente del carattere è lord,ne morale e . dovere, ma perchè
possa effettuare, cosinegl uou« come nelle nazioni è necessario che tutte le
nostre hcoltà "li atti della mente, e le libere operazioni .1 proposito i
mezzi e l’intento, fondati sul senUmento è sull’idea della legge morale e del
dovere armonizzino fra loro e siano rivolti al vero e piu elevato flne della
vita umana e della civile società. » E se c vero, come vuole lo Smiles, che la
nobiltà del carattere è quanto vi ha di meglio nell'umana natura ; se vero che
il carattere stesso degli individui e dei popoli è la forza più potente nel
mondo morale, il Raziocinio che fortemente concorre a formarlo ci rende un
altro grande c segnalato servigio. La coscienza morale poi è complessa:
richiede in primo luogo a conoscenza della legge; indi la coscienza di un fatto
volontario reale o intenzionale; infine la constatazione che l'atto è conforme
alla legge o disforme da essa. Onde la coscienza morale fu da alcuno definita
mo to bene: « il giudizio della ragion pratica ultimo circa i particolari fatti
umani, dedotti dagli universali pnn- (1) Rosmini — Logica, N. 994.,010 (2) FIORENTINO
(vedasi) Elementi di Filosofia -olZ.
Yaldarnini Elementi di Etica e di
diritto, pag* cipì del costume, » e può considerarsi come la con- f clusione di
un Raziocinio la cui premessa maggiore è data dai primi principi morali, e la
minore dalla coscienza del fatto posto o da porre. j Il nostro lavoro è
compiuto: in esso abbiamo cercato di seguire sempre il vero, senza curarci di
attenerci ! più a questo che a quel sistema filosofico, nè di abbandonarci ad
esagerate affermazioni. Dallo studio dei più grandi scrittori di Logica ci è
parso che in generale si sia trasceso; da alcuni attribuendo al Raziocinio una
soverchia importanza che esso non ha, da altri disconoscendogli ogni valore.
Nessuno ha mai potuto nè potrà in avvenire infirmare validamente l’utilità e le
regole del Raziocinio, che, esposte in antico da Aristotele, furono riferite in
ogni età, e dal nostro Galilei opposte di continuo ai falsi Peripatetici
dell’età sua. Ricordiamo sempre che se le scienze hanno progredito nell’età
moderna in modo così meraviglioso, ciò è stato perchè non il solo metodo
autoritario e deduttivo o lo sperimentale induttivo, ma entrambi felicemente
congiunti in accordo armonico le guidarono nel loro cammino. E rammentiamo
ancora che, come ammonisce molto saviamente Conti, un empirismo senza rigore di
ragionamento e senza guida dei sovrani principi è accozzaglia di fatti, non è scienza,
nè troverà mai leggi universali, com’è l’attrazione del Newton e le Conti, Storia
della Filosofia. oscillazioni del Galilei. Un idealismo senza osservazione dei
fatti, che induca e deduca fuor di quello che essi mostrano, non è altro che
tela di ragno, un soffio la disfà, e ce l’insegna la storia. Nè ciò vale solo
pei fatti esteriori, ma per gli interni altresì; e come 1 tìsici così hanno i
filosofi nel Galilei un maestro sicuro. » Il suo metodo e quello della sua
scuola ha dato alla scienza così splendidi risultati, che i grandi scienziati
non lo abbandonarono più. « Una è la verità; e se la verità ci si palesa dagli
insegnamenti di Galileo, è impossibile che essa stia in insegnamenti
contrari. Paj. 5 6 20 70 88 ■ 105. - 20
linea 23 in luogo (lì irfatfe leggi idi 'os 48 P 22 » delio P della G5 P 15 »
rendono P rendono 07 P 15 » Teoria Teorica 70 P 20 > contenuto P contenuta
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» che > chi 83 P 9 > E sta bene » li sta beile; 93 » 20 P peripotetioo
peripatetico- 90 • 19 » al »■ colhh. Nome compiuto: Pier Vincenzo Bondonio.
Bondonio. Keywords: raziocinio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Bondonio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Boniolo: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’atleta del vicolo -- le regole e il sudore – filosofia del
sudore – scuola di Padova – filosofia padovana – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimmin-Pool
Library (Padova).
Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano.
Padova, Veneto. Grice: “I like Boniolo; especially that he takes ‘antichita’
seriously – he is right on the emphasis on ‘argomentare’ but obviously the
balance shoud be between epagoge and diagoge – I would like to see more
diagoge! He
has philosophised on other topics, too!” Cresciuto nel Petrarca Basket, debutta
in prima squadra diventando in quell'anno il più giovane giocatore di Serie A.
Giocò con il Petrarca Basket. Presidente. Laureato a Padova, insegna a
Padova, Roma, Milano, e Ferrara. Studia I fondamenti filosofici della
biomedicina e sulle loro implicazioni etiche, in collaborazione con diversi
istituti e fondazioni mediche milanesi. Svolge ricerca in ambito filosofico, in
particolare sulla filosofia della ricerca biomedica e della pratica clinica,
nonché di etica pubblica e individuale. Si è occupato anche di filosofia della
scienza di filosofia della fisica, di storia della filosofia e della fisica
contemporanee. Il suo lavoro è documentato
da saggi pubblicati su riviste. Membro dell'Accademia dei Concordi di
Rovigo. Altre opere: “Mach e Einstein. Spazio e massa gravitante” (Armando
Editore); “Linguaggio, realtà, esperimento” (Piovan); “Metodo e
rappresentazioni del mondo. Per un'altra filosofia della scienza” (Bruno
Mondadori); “Filosofia della scienza” (Bruno Mondadori); “Questioni di
filosofia e di metodologia delle scienze sociali” (Borla); Introduzione alla
filosofia della scienza” (Bruno Mondadori); “Il limite e il ribelle: etica,
naturalismo, darwinismo” (Cortina);. Argomentare” (Bruno Mondadori); “Individuo
e persona. Tre saggi su chi siamo” (Bompiani); “Strumenti per ragionare: logica
e teoria dell'argomentazione” (Bruno Mondadori); “Il pulpito e la piazza.
Democrazia, deliberazione e scienze della vita” (Cortina); “Le regole e il
sudore. Divagazioni su sport e filosofia” (Raffaello Cortina); “Strumenti per
ragionare” (Pearson Italia spa); “Conoscere per vivere. Istruzioni per
sopravvivere all'ignoranza” (Meltemi); “Filosofia della fisica, Bruno
Mondadori, J. von Neumann, I fondamenti matematici della meccanica quantistica,
Il Poligrafo); Storia e filosofia della scienza. Un possibile scenario
italiano” (Le Scienze); “La legge di natura. Analisi storico-critica di un
concetto” (McGraw Hill); “Laicità. Una geografia delle nostre radici”
(Einaudi); “Filosofia e scienze della vita. Un'analisi dei fondamenti della biologia
e della medicina” (Bruno Mondadori); “Passaggi. Storia ed evoluzione del concetto
di morte cerebrale” (Il Pensiero Scientifico Editore); “Etica alle frontiere
della biomedicina. Per una cittadinanza consapevole” (Mondadori); Consulenza
etica e decision-making clinico. Per comprendere e agire in epoca di medicina
personalizzata” Pearson Italia spa,.Poincaré, Opere epistemologiche, Mimesis. Mimesis,.
Etica alle frontiere della biomedicina. Per una cittadinanza consapevole (Mondadori).
Apoxyómenos Apoxyomenos Pio-Clementino Inv1185.jpg Autore Lisippo Data Copia
latina dell'età claudia da un originale bronzeo circa Materialemarmo pentelico
Altezza205 cm UbicazioneMusei Vaticani, Città del Vaticano
Coordinate41°54′24.23″N 12°27′12.65″E L'Apoxyómenos
(traslitterazione dal participio grecoἀποξυόμενος, "colui che si
deterge") è una statua bronzea di Lisippo, databile al 330-320 a.C. circa
e oggi nota solo da una copia marmorea (marmo pentelico) di età claudia del
Museo Pio-Clementinonella Città del Vaticano. Si conoscono inoltre varie copie
con varianti. Dettaglio La testa Storia Modifica La statua
bronzea dell'Apoxyómenos, assieme ad un'altra statua di Lisippo che
rappresentava un leonegiacente, si trovò, in epoca successiva, ad abbellire e
ornare le terme di Agrippa in Roma. Tiberio, affascinato dall'opera, provò a
portarla nel suo palazzosul Palatino, ma dovette poi ricollocarla a posto per
le proteste dei Romani. Una versione marmorea fu rinvenuta nel 1849 nel
quartiere romano Trastevere, nel vicolo delle Palme, che da quel ritrovamento,
prese poi il nome di "vicolo dell'Atleta".Unitamente alla statua
furono ritrovate anche le statue del Toro frammentario e il Cavallo di
bronzo. L'opera venne esposta, quasi subito, nei Musei Vaticani[3] (Città
del Vaticano), inizialmente nella camera del Mercurio, nel cortile ottagonale,
quindi fu rimossa e spostata al Braccio Nuovo. Nel 1924 fece il percorso a
ritroso e ritornò nella Camera dell'Hermes, dove ci fu un nuovo, più accurato
restauro effettuato dal Galli. Questi, tra le altre cose, tolse il dado posto
dal Tenerani nella mano destra, provvide a rifare lo strigile, effettuò la
sostituzione di vari perni esistenti e infine, vi integrò molto accuratamente
le dita distese. La statua trovò la sua collocazione definitiva nella stanza
più propriamente detta Gabinetto dell'Apoxyómenos. Nel 1994 la scultura fu
oggetto di una profonda e completa opera di pulitura. La statua fin dal
suo ritrovamento ebbe subito una grandissima notorietà mondiale: di essa fu
diffuso il calco in gesso, in numerose copie e in varie parti d'Europa. Una
copia del calco, venne richiesta anche dallo scultore Shakespeare Wood, al
quale venne donata, per essere poi collocata nell'Accademia di Belle Arti di
Madras. In tale occasione e per tale finalità fu realizzata una copia
cosiddetta "forma buona", vale a dire, una particolare matrice in
gesso; di questa operazione, rimasero visibili le tracce fino a quando fu
effettuato l'ultimo restauro. Una variante del tipo dell'Apoxyómenos è il
cosiddetto Atleta di Lussino, un originale bronzeo. Una più simile a
quest'ultima, ma con le braccia reggenti un vaso si trova nella galleria degli
Uffizi. Descrizione Modifica L'Apoxyómenos raffigura un giovane atleta
nell'atto di detergersi il corpo con un raschietto di metallo, che i Greci
chiamavano ξύστρα e i Romani strigilis, in italiano striglia. Era uno strumento
dell'epoca, di metallo, ferro o bronzo, che era usato solo dagli uomini e,
principalmente, dagli atleti per pulirsi dalla polvere, dal sudore e dall'olio
in eccesso che veniva spalmato sulla pelle prima delle gare di lotta.[1]
L'atleta è quindi raffigurato in un momento successivo alla competizione, in un
atto che accomuna vincitore e vinto.[4] La versione dei Musei Vaticani si
presume sia stata eseguita in un'officina romana di buona qualità, pure se, ad
una più attenta analisi, resta qualche piccola imperfezione e decadimento di
livello; ne è un particolare esempio la resa della zona interna del braccio
sinistro. La statua risulta nella sua totalità sostanzialmente completa e
tuttora in condizioni molto buone. Piccoli particolari rovinati si possono
riscontrare nella punta del naso, mancante, diverse scheggiature relative
all'orecchio sinistro, ai capelli, a una delle mascelle e anche allo zigomo
sinistro. Esistono due fratture sul braccio destro; una è situata alla metà
circa del bicipite e una seconda sopra il polso. Il braccio sinistro riporta
una frattura alla spalla, dove si possono anche notare piccole perdite di
materiale e una seconda frattura al polso. Su una vasta zona
dell'avambraccio destro sono evidenti le tracce di leggere corrosioni e di
un'antica azione del fuoco. In una delle mani mancano tutte le dita e si notano
fori di perni che risalgono ad un precedente restauro. Mancano anche il
pene e una parte dei genitali nella zona inferiore. La gamba sinistra rivela
una frattura sotto l'anca. La gamba destra rivela due fratture; sotto la
caviglia e sotto il ginocchio. Stile Modifica Col gesto di portare in
avanti le braccia (tesa la destra e piegata la sinistra), la figura segnò una
rottura definitiva con la tradizionale frontalità dell'arte greca: le statue
precedenti avevano infatti il punto di vista ottimale davanti (un retaggio
delle collocazioni dei simulacri nelle celle dei templi), mentre in questo caso
per godere appieno del soggetto si deve girargli intorno. Con tale innovazione
l'opera è considerata la prima scultura pienamente a tutto tondo dell'arte
greca. La figura si muove ormai nello spazio con una grande naturalezza,
con una posizione a contrapposto che deriva dal Doriforo di Policleto; in
questo caso però entrambe le gambe sostengono l'atleta e la sua figura è
leggermente inarcata verso la sua sinistra, seguendo quel gusto per la dinamica
e l'instabilità maturato da Skopas qualche anno prima. Esso si protende nello
spazio con audacia, col peso caricato sulla gamba sinistra (aiutata da un
sostegno a forma di tronco d'albero) e con una lieve torsione del busto, che
spezza irrimediabilmente la razionalità del chiasmopolicleteo, cosicché i pesi
non sono più distribuiti con simmetria sull'asse mediano. Il corpo dell'opera è
percorso da una linea di forza ondulata e sinuosa, che dà l'impressione allo
spettatore che l'opera possa in qualche modo andargli incontro. Il corpo
è snello, con una testa più piccola del tradizionale 1/8 dell'altezza del
canone di Policleto, in modo da assecondare un'innovativa visione prospettica,
che tiene conto del punto di vista dello spettatore piuttosto che della reale
antropometria della figura. Scrisse a tale proposito Plinio che Lisippo «soleva
dire comunemente che essi [gli scultori a lui precedenti] riproducevano gli
uomini come erano, ed egli invece come all'occhio appaiono essere» (Naturalis
Historia). Apoxyomenos, su museivaticani.va.. ^ Vicolo dell'atleta, su
romasegreta.it. . ^ a b Apoxyómenos, su treccani.it, Treccani. ^ a b Lisippo di Scicione: l’Apoxyomenos, su
instoria.it. Voci correlate Lisippo Policleto Scopas Atleta di Lussino Strigile
Borrelli, APOXYOMENOS, in Enciclopedia dell'Arte Antica, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Paolo Moreno, APOXYOMENOS, in Enciclopedia
dell'Arte Antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1994. Portale Scultura:
accedi alle voci di Wikipedia che trattano di scultura Ultima modifica 15
giorni fa di Botcrux. Doriforo scultura di Policleto Atleta di Lussino
scultura greca Eros con l'arco. Nome compiuto: Giovanni Boniolo. Keywords:
le regole e il sudore, sweat, sudore, instrument to oil, and get sweat off,
strigila, strigil, cricket, golf, football. Grice, captain of
the football team at Corpus Christi. His philosophy tutor taught him to play
golf. Competed in cricketshire for Oxfordshire. Founding member of the
Demi-Johns, ‘philosopher and cricketer’, ‘cricketer and philosopher’. Sluga
learns cricket from Grice. References to cricket in THE TIMES. ‘rules of games’
– “The conception of values” – rule, “we don’t like rules, except rules in
games and to keep quiet in colleges!” -- Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Boniolo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bonomi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei quattro elementi – scuola di Roma – filosofia romana –
filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library-- (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice:
“Bonomi is undoubtedly a Griceian – my favourite is his account of the copula –
as in ‘The wrestlers are good’ – in terms of what Bonomi, after Donato, calls
‘aspetto’ – S is P, S was P, S will be P, Be P!, and so on – Most of his
philosophising is Griceian, such as his explorations on what he calls ‘the ways
of reference,’ ‘image’ and ‘name’ in terms of
‘significato,’ and ‘rappresentazione,’ – he is a Griceian in that he
respects ‘la struttura logica’ and leaves whatever does not fit to the
implicaturum!” Insegna a Milano. Nei lavori di filosofia del linguaggio (“Le
vie del riferimento” – Milano, Bompiani – “Universi di discorso” – Milano,
Feltrinelli) concentra il proprio interesse verso il ruolo che l'apparato
concettuale svolge nella determinazione dei contenuti semantici grazie ai quali
ci riferiamo a oggetti ed eventi del mondo circostante. Il suo saggi teoreticamente più impegnativo
(“Eventi mentali”, Milano, Il Saggiatore) tratta invece delle modalità logiche
che sono alla base delle procedure con cui, nel linguaggio, rappresentiamo i
contenuti cognitivi di altri soggetti. Si è poi occupato della struttura
semantica degli universi narrativi, concentrandosi in particolare sul ruolo che
hanno le cosiddette espressioni indicali nel determinare la struttura spazio-temporale
di un testo (“Lo spirito della
narrazione”, Bompiani). Un saggio di
semantica formale è dedicato alla struttura degli enunciati temporali (“Tempo e
linguaggio. Introduzione alla semantica del tempo e dell'aspetto verbale”,
Bruno Mondatori). A metà strada fra realtà autobiografica e immaginazione si
colloca invece la opera narrativa (“Io e Mr Parky”, Bompiani), nella quale si
descrivono i mutamenti che intervengono nella vita di una persona che scopre di
essere affetta da una patologia neurodegenerativa. Altre opere: “Esistenza e
struttura, saggio su Merleau-Ponty, il Saggiatore, Milano); “Sintassi e
semantica nella grammatica tras-formazionale” (Milano, Il Saggiatore); “Le
immagini dei nomi” (Milano, Garzanti). “Gli analitici lo fanno meglio. Le
ragioni di un successo crescente anche tra i filosofi italiani cresciuti nella
tradizione continentale, in La Stampa. Scuola di Milano. A DARK and
mysterious art, called Alchemy, which originated with the Arabian
sages about the seventh century, was the parent of the brilliant
and enchanting science of Che- Baistay. Philosophers of the
polemical schools main- tained that Fire, Air, Earth, and Water,
were the Four Elements of Nature; but the disciples of Alchemy
denied the validity of this doctrine, and asserted that Salt, Sulphur,
and Mercury, were the Three Elements, from whose admixture or union
emanated the various productions of the a,nima.l, vegetable, and mineral
kingdoms. Both notions were erroneous, as the sequel will prove, but
that of the alchemists rapidly excited intense interest, because it led
to the performance of curious experiments, and to the observance of
strange phenomena attendant upon the mixture of adds, salts, spirits,
and metala B U im pROMB golci^ ami ieSd findk td hrrfr^
V>f»^^ duit tiie noe afl»adt»iiL of d (ftimdhf fA Salt, Salphur, and
Mercnrr of tl ^/r»#» ii^aS wr/tUd eaaase ite TraBSHntaciija ini
Th^» ffAvht^mt^f therefore, consfcroctei powe fifl f^rrirt^'^^
wvfmUid curious stills^ alembic I'i^.hdn, t^titf'^)tUmf and much costly
and con fillf'Mf^d h^pnmim for extractrug strong acid «nJlM, Mifid
w<ilvt»fif.«, from minerals and earths. A1jI»mI ljy llu^Mo tliny
(jommenced an arduox MhrtH'li llihiHwIuMd. mII Nature, for an
imaginai substance, which they named the Philosopher's stone;
a minute fragment of this miracle of art, when discovered, and thrown
upon molten lead, was destined to alter the proportions of its
three supposed elements, to cleanse it fix)m impurity and dross,
and transmute it into pure and effulgent gold From the laboratories of
Arabia, the principles of this seductive art soon spread over ITALIA, and
all ranks of society joined in wild pursuit of the golden phantom for a
long succession of ages; vain was their incessant toil and labour, it eluded
their anxious grasp, and instead of enjoying riches and splendour, they
invariably languished in poverty and misery. The alchemists,
baffled in the acquisition of metallic treasure, sought after a powerful
liquid for dissolving all things; but this was quickly abandoned,
because an Universal solvent could not be retained in their retorts or
crucibles. Ultiniately they dared to think Immortality within their
reach, and presumptuously endea- voured to prepare a medicine to prevent
the decay of nature, and prolong life to an indefinite extent; but
disease and death were the grim attendants upon the operators, who
trusted to obtain an Elixir of life amidst the poisozi fiimes of the
furnace. Such were the three grand objects of alchern art, and
though abortive in regard to their at:::;^ ticipated results, yet
productive of the good eflFec:of inducing philosophers to descend from
disput^-'^ upon words, to experiments upon things. Accordingly, out of
the vast mass of intricat^^ materials accumulated by the alchemists, a
fe^^' master minds were enabled to select, examin and classify valuable
facts, striking experimentsf^ and wonderful phenomena, which had
been either abandoned or forgotten during the infatuated pursuits now
briefly described. The gradual introduction of metallic pre-
parations into Medicine, as substitutes for the drugs and simples of its
ancient practice, and of others into the arts and manufactures,
conjoined with the publication of essays concerning these and other
experimental facts, eventually drew the attention of civilized society to
the utility of the labours of the philosophers, who engaged upon
the ruins of the once dearly cherished, yet delusive art, and in an
incredibly short time, like the fabled Phoenix of Arabia, Chemistry
soared from the ashes of Alchemy. Chemistiy, guided by accurate
experiment sound theory, has attained its just rank in circle of
the sciences, and has proved the Unate connexion of its beautiful facts
and trines, with the wonderful phenomena of the d, and their great
utility when judiciously applied to the arts of life, in aid of the
wants, orts, and luxuries of mankind. The votary of Chemistry is not
chained to ^Q flaming furnace in fruitless labour after gold, ^or
compelled to invoke witchcraft and magic for the production of an
universal solvent, nor immured in the dark laboratory, amidst
deadly exhalations, to discover the art of prolonging life; no! in
this happy age, the fetters of ignorance and superstition are shattered
by the powerful hand of Truth, and he comes forth with freedom into
the glowing sunlight of Phi- losophy, as the servant and interpreter
of Nature; he looks abroad into the rich and mag- nificent
Universe, calls the delightful scenery all his own, the mountains, the
valleys, the oceans, the rivers, and the sky; through these wide
bounds he is free at will to choose Whate'er bright spoils the florid
earth contains, Whatever the* waters, or the ambient air. All
present him with perfect instances of tb^ consummate wisdom of the
Almighty God, wb created a World so fraught with beauty, and \K their
examination he gains materials for refle^^ tion and research, which, if
properly applied axxpursued, not only enlighten and adorn, hv exalt and
purify his mind, teaching him to ap preciate the miraculous workings of
an Omid potent and Eternal Power. Chemisfay is the most instructive
and de lightfiil study that can be pursued, because it i purely a
science of Experiment; no anticipatioit can be formed as to the results
which will ensu^ upon the presentation of different substances
U each other. By making experiments with great attentior
and accuracy, and intently studying the results, philosophers soon
discovered the real nature oi the Four Ancient, and the Three
Alchemical Elements; a short account of the conclusiom which are
thus established will furnish a correct notion of the modem meaning of
the term Elements, which will frequently occur during the present
inquiry. Fire is not a peculiar or distinct principle, but a
result of intense attraction between two i '- or Q^Qpe
substancea Air is a mixture of two S^^QB, called Oxygen and Nitrogen.
Earth is a ooQapound of Oxygen and numerous Metala " ^ter
is a compound of Oxygen and a gas * ^ed Hydrogen. Salt
is a compound of a vapour called Ohio- ^e, and a metal called
Sodiimi; but the com- P^xxents of Sulphur and Mercury are
unknown, "^^lefore these two substances are called Ele- °^^xits,
to denote that they have not been 8*Udysed, and in this acceptation
of the term C^Xygen, Nitrogen, Hydrogen, Metals, and several
^ther substances, are Elements; altogether there ^e Fifty -six
such Elements: their names are shown in the following list. Aluminum. A
metal thus named from the Latin dt/u/men, clay. Antdcont. a
metal thus named from the Greek am, agoMisty and imvos, movJc,
because several monks were poisoned by its preparations. Arsenic. A
metal thus named from the Qmk apcrsytKoy, powerful, on aoooont of
iti strengA aa a poison. Bariu^l a metal extracted from
Baiyta^ ft heavy mineral thus named frx>m the Gieekj
^apvs, weight. Bismuth. A metal said to be thus named byi he
German miners, from wiesarruitte, a Uoomr ing meadow, because
of the variegatied hues of its tarnish. Boron. A non-metallic
combustible, obtained from Borax, a substance so called from
the Arabic, burvJc, brillicmt, Bromink a non-metallic incombustible
liquid. Its name is derived from the Greek, Spufjoi, stench, on account of
the insupportable odour of its vapour. Cadmium. A metal thus
named from the Greek xaSjw.gia, cola/mine, an ore of zinc.
Calcium. A metal thus named from the Latin calx, Ivme. Carbon. A
non-metallic combustible, thus named from the Latin carbo, coaL
Cerium. A metal thus named in honour of the planet Ceres.
Chlorine. A non-metallic incombustible vapour, thus called from the Greek
yO^^pos, green, in aUusion to its colour. HRomuM. A metal
thus named from the Greek XP<»f^oC) colour, on account of the
varied hues which its compounds assume. OBALT. A metal thus
named after Kobold, a sprite or gnome of the German mines. OLUMBIUM. A
metal thus named from its dis- covery in a mineral from CoVwmbia,
DPPER A metal thus named from being ori- ginally wrought in
Cyprus. DDYMITJM. A metal thus named from SiJiz/Aoi, twins, on
account of its resemblance to Lantanum. LUORINK A non-metallic
iminflammable va- pour, extracted from fluor-spa/r, LUCINUM.
A metal extracted from a mineral named Glucina; a term derived from
the Greek yXvKv;, sweet, on account of such taste being
communicated by its compounds. DLD. A metal the etymology of whose
5tiame is uncertain. YDROGEN. A non-metallic inflammable-:
gas, and being an element of water, it is thus called from the
Greek if^cjp, water, t^d yBvcj, to generate. K Bume a
red colour; hence ite name tiOM ' the Greek ^ dSw», a rose. Selenium.
A non-metallic inflammable ela ment, thus named in honour of the
moOE from the Greek atMvn, the nwon. SrucRTM. A metal thus named
from the Latin SlLTXB. A metfd, ihe oii^ of whose name is
obecnra. SoDiuiL A metal obtained from the ashes oJ a
plant called the solaola «m2a. StbontiuU. a metal extracted from a
minera] discoTersd at j%vn<Ja«. Sdlphdb. a non-metaUio
cnmbustible, whoBC name is probably of Arabic eztntct^on.
Tbxlukium. a metal thus named in honour o: the Earth, from the
Latin TeUAia, the earth. Thobintju. a metal thus named in honour o:
the Saxon deitj Thor. Tin. a metal, the origin of whose name is
t matter of doubt TiTANiUH. A metal thus named in honour
o: the Tita/ns of heathen mythology, TtraGSTENUM. A metal
thus named from th< Swedish word tUTigaten, heavy-stone,
fron which it was extracted. ^Hanium. a metal thus named in honour
of the planet Uranus, ^Akadium. a metal thus najned in honour
of Vcmadis, a Scandinavian deity. TTranjM. A metal extracted
from a mineral found at Ytterby. ZlKa A metal supposed to be
thus named from the Grerman zi/nJcen, ruiUa. ZmcoKTCTM. A
metal obtained from a gem called zircoon, by the Cingalese, in
allu- sion to its four-cornered shape. By far the greater
number of the above host of elements have been elicited by chemical
analysis; very few are presented absolutely pure by Nature. The
Elements may be thus classed: L Forty-four Metals, Aluminum,
Antimony, Arsenic, Barium, Bismuth, Cadmium, Calcium, Cerium,
Chromium, Cobalt, Columbium, Cop- per, Didymium, Glucinum, Gold, Iridium,
Iron, Lantanum, Lead, Lithium, Magnesium, Manganesium. Mercury,
Molybdenum, Nickel, Osmium, Palladium, Platinum, Potassium, Rhodium, Silicium,
Silver, Sodium, Strontium, Tel- lurium, Thorinum, Tin, Titanium,
Tungstenmn, Cnac^rcoL TjoimSizsl. YmrmB Zsnc, and 1 IL Tla^ie
Gaae&. HrdrQeoL Qo?ai. v IIL Two Vapcrais. CIjctom* awi FhuHin
V. fSx NoEHiXfcetallic s^aA^ Baran. Cuboi l^/ijlx*^;
Pb</«]>lKAi2£, Selfiimmi. zuA Solphur. Tl^ H*JpporteirE fA
combosdon are BromiiM CJU^^riuLtf;; FliK/nne, Iodine, and QxygtoL Ti><<:;
O/tnlHutibl^s are. Boron. CarlMMi, H] dr'>g<^^ Vhf^hfjmu^ Selenium,
and Snlphm: It miitst fie particularly remembered that tli
(itM^mhA doe« not affirm these suhstances to I Um^ Ai/fmif^f or AWJute
Elements of Xature ou iiit', ^yyutrary, }kh d^r/^ms it extremely
probabl tliiit th'ry rrjAy }>^5 aiialysed or decomposed i the
^y;ijr«-r; of time, but until this be effectei he «tyl<?« them
Elements for convenience < diw'.'ijwjion, and as a confession of the
limits < hiii aiialyti/;al skilL Tlie (yliemist
investigatf^js the habitudes < tlies^i KlefrK^itH, dis^^^ivers how
they combine 1 form (Join(>oijndH, and how these combine t form
I)oubl(} compounds; he ascertains th Weight in which tliesc Primary and
Secondary combinations ensue, and how the elements of all known
compounds may be separated; he determines the laws which preside over
all these changes, and studies to apply such know- ledge to the
interpretation of natural pheno- mena, and to useful purposes in the arts
of life. Throughout these extensive researches the Chemist depends
entirely upon Experiment; and the marvels which it reveals are
referrible to the exertion of a power which promotes union between
elements and compounds, even though their natures be strongly
opposed. This power is called Chemical Attraction, Attraction of
Composition, or Chemical Affinity, the latter term being used in a
figurative sense, to suggest the idea of peculiar attachments
between different substances, under the influ- ence of which they combine
so that their indi- vidual characters are totally changed and
disguised. Thus, the Elements Hydrogen and Oxygen, are gases
viewless as air, the one combustible, the other incombustible, and they
are opposed in other respects, but they have mutual affinity, and
combine to form the liquid Compound called Water. Quattro
elementi Lingua Segui Modifica Il riferimento a quattro elementi (aria, acqua,
terra e fuoco) è comune a tutte le cosmogonie. Tanto l'Oriente quanto
l'Occidente hanno concepito una stretta connessione tra il microcosmo umano e
il macrocosmo naturale. Dall'equilibrio degli elementi dipendeva la vita della
specie umana e la sopravvivenza del cosmo: l'universo ordinato, sorto dal caos,
era governato da personificazioni divinizzate dei quattro elementi. Tiziano
Concerto campestre, Parigi, Museo del Louvre La donna alla fonte è una
personificazione dell'Acqua. Il suonatore di liuto rappresenta il Fuoco. L'uomo
con i capelli scompigliati dal vento simboleggia l'Aria. La donna di spalle
raffigura la Terra. Storia del concetto in Occidente. Uno dei sette sapienti,
Talete di Mileto, indica nell'acqua il principio di ogni cosa, Eraclito nel
fuoco, i sacerdoti magi nell'acqua e nel fuoco, Euripide nell'aria e nella
terra. Pitagora in verità, Empedocle, Epicarmo e altri filosofi della natura
sostennero che gli elementi primordiali sono quattro, aria fuoco terra acqua. VITRUVIO,
De architectura) Nella tradizione ellenica gli elementi sono quattro: il fuoco
(Fire symbol (alchemical).svg), la terra (Earth symbol (alchemical).svg),
l'aria (Air symbol (alchemical).svg), e l'acqua (Water symbol
(alchemical).svg). Rappresentano nella filosofia greca, nell'aritmetica,
nella geometria, nella medicina, nella psicologia, nell'alchimia, nella
chimica, nell'astrologia e nella religione i regni del cosmo, in cui tutte le
cose esistono e consistono. Empedocle Modifica Platone sembra che si riferisca
agli elementi con il termine stoicheia, rifacendosi alla loro origine
presocratica. Essi infatti si trovano già elencati dal filosofo ionico
Anassimene di Mileto e poi da Empedocle di GIRGENTI, il primo a proporre
quattro elementi che chiama rizòmata (rizoma al plurale) "radici" di
tutte le cose, immutabili ed eterne. «Empedocle occupa un posto a parte
nella storia della filosofia presocratica. Se si prescinde da quella figura
poco conosciuta e per qualche verso mitica che è Pitagora, egli appare in
effetti il primo autore dell'Antichità a voler riunire contemporaneamente in un
solo e medesimo sistema concezioni filosofiche e credenze religiose. nessun
pensatore prima di lui aveva inserito all'interno di un quadro filosofico
questa corrente di idee mistiche delle quali si troverà più tardi l'eco nelle
iscrizioni funerarie dell'Italia meridionale e nei dialoghi di Platone: per
Empedocle, infatti, come per gli anonimi autori delle iscrizioni funerarie,
l'uomo, essendo di origine divina, non raggiungerà la vera felicità che dopo la
morte, quando si riunirà alla compagnia degli dèi.» Afferma Empedocle di
GIRGENTI. Conosci innanzitutto la quadruplice radice Di tutte le cose:
Zeus è il fuoco luminoso, Era madre della vita, e poi Idoneo, Nesti infine,
alle cui sorgenti i mortali bevono. Secondo una interpretazione Empedocle
indicherebbe Zeus, il dio della luce celeste come il Fuoco, Era, la sposa di
Zeus è l'Aria, Edoneo (Ade), il dio degli inferi, la Terra e infine Nesti
(Persefone), l'Acqua. Secondo altri interpreti i quattro elementi
designerebbero divinità diverse: il fuoco (Ade), l'aria(Zeus), la terra (Era) e
l'acqua (Nesti-Persefone). L'unione di tali radici determina la nascita
delle cose e la loro separazione, la morte. Si tratta perciò di apparenti
nascite e apparenti morti, dal momento che l'Essere (le radici) non si crea e
non si distrugge, ma è soltanto in continua trasformazione.
L'aggregazione e la disgregazione delle radici sono determinate dalle due forze
cosmiche e divine Amore e Discordia (o Odio), secondo un processo ciclico
eterno. In una prima fase, tutti gli elementi e le due forze cosmiche sono
riunite in un Tutto omogeneo, nello Sfero, il regno dove predomina l'Amore. Ad
un certo punto, sotto l'azione della Discordia, inizia una progressiva
separazione delle radici. L'azione della Discordia, non è ancora distruttiva,
dal momento che le si oppone la forza dell'Amore, in un equilibrio variabile
che determina la nascita e la morte delle cose, e con esse quindi il nostro
mondo. Quando poi la Discordia prende il sopravvento sull'Amore, e ne annulla
l'influenza, si giunge al Caos, dove regna la Discordia e dove è la
dissoluzione di tutta la materia. A tal punto il ciclo continua grazie ad un
nuovo intervento dell'Amore che riporta il mondo alla condizione intermedia in
cui le due forze cosmiche si trovano in nuovo equilibrio che dà nuovamente vita
al mondo. Infine, quando l'Amore si impone ancora totalmente sulla Discordia si
ritorna alla condizione iniziale dello Sfero. Da qui il ciclo ricomincia.
Il processo che porta alla formazione del mondo è quindi una progressiva
aggregazione delle radici. Tale unione, lungi dall'avere un benché minimo
carattere finalistico, è assolutamente casuale. E tale casualità si evidenzia a
proposito degli esseri viventi. All'inizio infatti le radici si uniscono a
formare arti e membra separati, che solo in seguito si uniranno, sempre
casualmente tra di loro. Nascono così mostri di ogni specie (come ad esempio il
Minotauro), che, dice GIRGENTI quasi anticipando Darwin, sono scomparsi solo
perché una selezione naturale favorisce alcune forme di vita rispetto ad altre,
meglio organizzate e perciò più adatte alla sopravvivenza. Le IV radici
sono anche alla base della gnoseologia di Empedocle. Egli infatti sostenne che
i processi della percezione sensibile (modificata dagli oggetti esterni) e
della conoscenza razionale fossero possibili solo in quanto esisteva una
identità di struttura fisica e metafisica tra il soggetto conoscente, ossia
l'uomo, e l'oggetto conosciuto, ossia gli enti della natura. Sia l'uomo che gli
enti erano formati da analoghe mescolanze quantitative delle quattro radici ed
erano mossi dalle medesime forze attrattive e repulsive. Questa omogeneità
rendeva possibile il processo della conoscenza umana, che si basava dunque sul
criterio del simile, tesi esattamente opposta a quella di Anassagora: l'uomo
conosceva le cose perché esse erano simili a lui. Infatti così affermò
Empedocle: «noi conosciamo la terra con la terra, l'acqua con l'acqua, il fuoco
con il fuoco, l'amore con l'amore e l'odio con l'odio. Ad ognuno di essi
Platone associò nel Timeo uno dei solidi platonici: il tetraedro al fuoco, il
cubo alla terra, l'ottaedro all'aria, l'icosaedro all'acqua. A questi IV
elementi Aristotele ne aggiungerà un V: la quintessenz che egli chiama etere e
che costituisce la materia delle sfere celesti. Per Pitagora di CROTONE la
successione aritmetica dei primi IV numeri naturali, geometricamente disposti in un tetrakys – argomento -- secondo un
triangolo equilatero di lato quattro, ossia in modo da formare una piramide,
aveva anche un significato simbolico: a ogni livello della tetraktys
corrisponde uno dei quattro elementi. Rappresentazione della tetraktys a
piramide. Livello I: Il punto superiore: l'Unità fondamentale, la compiutezza,
la totalità, il Fuoco. Livello II. I due punti: la dualità, gli opposti
complementari, il femminile e il maschile, l'Aria. Livello III. I tre punti: la
misura dello spazio e del tempo, la dinamica della vita, la creazione, l'Acqua
Livello IV. I quattro punti: la materialità, gli elementi strutturali, la
Terra La medicina e la psicologia ippocratiche Modifica Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Teoria umorale. I quattro
elementi della filosofia antica, base per lo sviluppo della teoria umorale.
Ippocrate di Coo elabora la teoria umorale, che rappresenta nell'Occidente il
più antico tentativo di fornire un'eziologia per le malattie e una
classificazione per i tipi psicologici e somatici. Secondo Empedocle,
ogni radice possiede una coppia di attributi: il fuoco è caldo e secco; l'acqua
fredda e umida; la terra fredda e secca; l'aria calda e umida. Ippocrate tentò
di applicare tale teoria alla natura umana definendo l'esistenza di quattro
umori base, ossia bile nera, bile gialla, flegma e sangue (umore rosso):
il fuoco corrisponderebbe alla bile gialla; la terra alla bile nera (o
melancolia, in greco Melàine Chole); l'aria al sangue; l'acqua al flegma. Il
buon funzionamento dell'organismo dipenderebbe dall'equilibrio degli elementi,
mentre il prevalere dell'uno o dell'altro causerebbe la malattia. A
questi elementi e umori corrispondono quattro temperamenti, pertanto la teoria
ippocratica è anche una teoria della personalità. La predisposizione
all'eccesso di uno dei quattro umori definirebbe un carattere psicologico e
insieme una costituzione fisica: il malinconico, con eccesso di bile
nera, è magro, debole, pallido, avaro, triste; il collerico, con eccesso di
bile gialla, è magro, asciutto, di bel colore, irascibile, permaloso, furbo,
generoso e superbo; il flemmatico, con eccesso di flegma, è grasso, lento,
pigro e sciocco; il tipo sanguigno, con eccesso di sangue, è rubicondo,
gioviale, allegro, goloso e dedito ad una sessualità giocosa. Secondo i
racconti mitologici e folcloristici, ogni elemento sarebbe inoltre animato da
un suo specifico spirito elementare, detto anche «elementale», che Paracelso
riteneva realmente operante dentro di essi, dedicando loro un trattato, il
Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris, così suddividendoli:
le Salamandre che sono gli elementali del fuoco; le Ondine gli elementali
dell'acqua; le Silfidi gli elementali dell'aria; gli Gnomi gli elementali della
terra. L'etere, il pémpton stoichêion, 'quinto elemento e un elemento che,
secondo Aristotele, si anda a sommare agli altri IV: il fuoco, l'acqua, la
terra, e l'aria. Secondo gli alchimisti, l'etere sarebbe il composto
principale della pietra filosofale, fungendo da matrice o materia prima degli
altri elementi. La storia dell'etere inizia con Aristotele, secondo il quale
era l'essenza del mondo celeste, diversa dalle quattro essenze (o elementi) di
cui si riteneva composto il mondo terrestre: terra, aria, fuoco e acqua.
Aristotele credeva che l'etere fosse eterno, immutabile, senza peso e
trasparente. Proprio per l'eternità e l'immutabilità dell'etere, il cosmo era
un luogo immutabile, in contrapposizione alla Terra sublunare, luogo di
cambiamento. Lo stesso concetto venne espresso alcuni secoli più tardi da
PACIOLI (si veda), neoplatonico, che coinvolge anche le strutture matematiche e
geometriche. Secondo PACIOLI (si veda), infatti, il cielo, il quinto elemento,
aveva la forma di un dodecaedro, struttura perfetta secondo lo studioso. Successivamente
gli alchimisti medievali indicarono con l'etere o quintessenza la forza vitale
dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita: Quella cosa che muta i metalli in
oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute
umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo
due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale.
Questo lapisnon è certamente nient'altro che seme di vita, gheriglio e
quintessenza dell'intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e
gli stessi elementi traggono sostanza.» (Komensky, da Labirinto del mondo
e paradiso del cuore) I chimici supposero che la quintessenza non fosse altro
se non un elisir ottenuto dalla quinta distillazione degli elementi; da questa
ultima accezione la quintessenza ha anche assunto un significato più ampio di
caratteristica fondamentale di una sostanza o, più in generale, di una branca
del sapere. La raffigurazione dei quattro elementi (da sinistra)
terra, acqua, aria e fuoco, con le sfere alla base rappresentanti i simboli
dell'alchimia. La chimica Stato della materia. Secondo ODIFREDDI, i IV
elementi concreti: cioè terra, acqua, aria e fuoco, oggi noi [li] associamo
rispettivamente agli stati solido, liquido e gassoso della materia, e
all'energia che permette di trasmutare uno nell'altro (ad esempio, il ghiaccio
in acqua, e l'acqua in vapore). I quattro elementi in fisica sono associati
agli stati solido (terra), liquido (acqua), gassoso (aria) e plasma(fuoco),
quest'ultimo definito il "quarto stato" della materia, estende il
concetto di fuoco, considerato gas ionizzato della categoria dei plasmi
terrestri, come anche i fulmini e le aurore, nell'universo costituisce più del
99% della materia conosciuta: il plasma è infatti la sostanza di cui sono
composte tutte le stelle e le nebulose. L'astrologia Modifica I
segni zodiacali suddivisi in base al loro elemento: terra, fuoco, aria, acqua
Segno zodiacalee Triplicità. Nell'astrologia occidentale i segni sono divisi
in: segni di fuoco (Ariete, Leone, Sagittario) segni di terra (Toro,
Vergine, Capricorno) segni d'aria (Gemelli, Bilancia, Aquario) segni d'acqua
(Cancro, Scorpione, Pesci) In tal modo essi formano complessivamente le quattro
triplicità. La rappresentazione
simbolica del microcosmo e del macrocosmo si ritrova nell'antico segno del
pentacoloche combina cioè in un unico segno tutta la creazione, ovvero
l'insieme di processi su cui si basa il cosmo. Le cinque punte del pentagramma
interno simboleggiano i cinque elementi metafisici dell'acqua, dell'aria, del
fuoco, della terra e dello spirito. Questi cinque elementi sintetizzerebbero i
gruppi in cui si organizzano tutte le forze elementali, spiritiche e divine
dell'universo. Il rapporto tra i vari elementi rappresentati all'interno
del pentacolo è ritenuto una riproduzione in miniatura dei processi su cui si
basa il cosmo. Questo processo inizia dall'elemento dello spirito, il quale si
manifesta dando origine a tutto ciò che esiste. La creazione si verifica
partendo dalla divinità e scendendo verso la punta in basso a destra,
simboleggiante l'acqua, ovvero la fonte primaria e sostentatrice della vita
sulla Terra. Dall'acqua ebbero origine le primissime forme elementari di vita,
le quali poi evolsero con il passare dei millenni staccandosi dall'elemento
primordiale. Dall'acqua il processo creativo risale verso l'aria, la quale
rappresenta le forme di vita sufficientemente evolute da potersi organizzare da
sole, prendendo coscienza del proprio sé. Questi esseri, dalla loro innocenza
originaria, si evolvono e si organizzano moralmente e tecnologicamente, procedendo
lungo la linea orizzontale verso la terra a destra. La terra simboleggia il
massimo grado di evoluzione che un'epoca può supportare, quando questo diviene
troppo ingente avvengono delle ricadute, sotto vari punti di vista, ma
innanzitutto sotto il profilo spirituale. L'essere si allontana dallo spirito,
degradando verso il basso, il fuoco, simboleggiante l'apice della
degenerazione. In seguito alla depressione avviene però sempre una ripresa, un
ritorno alle origini, in questo caso allo spirito, l'essere umano riscopre la
spiritualità. Nella tradizione ebraica è ampia la letteratura sui quattro
elementi di cui se ne riportano tanto la simbologia tanto le corrispondenze
nella Creazione. Ricordando anche il testo di El'azar da Worms Il segreto
dell'Opera della Creazione, oltre allo Zohar, il testo più importante che ne
tratta l'argomentazione secondo l'interpretazione mistica ebraica è il Sefer
Yetzirah, la cui sapienza risale ad Avraham: questo testo argomenta il
confronto tra le Sefirot, i quattro elementi, le lettere ebraiche, i pianeti, i
segni zodiacali, i mesi e le parti del corpo umano. Se ne discute anche
in altri testi di Qabbalah ed è tra i principali oggetti di studio del percorso
esoterico ebraico definito Ma'asseh Bereshit, lo Studio dell'Opera della
Creazione. Si ritiene che il mondo sia stato creato con la Torah le cui parole
sono formate da lettere ebraiche che, permutate, sono il riferimento della
Sapienza divina da cui sorse la parola di Dio al fine di creare ogni cosa
esistente. Derivando dal significato delle lettere la loro corrispondenza con
le creature e le create è così possibile avvicinarsi alla sapienza della
Qabbalah che permette di cogliere il significato segreto proprio di esse.
Lo Zohar afferma che i quattro elementi fuoco, acqua, aria e terra
corrispondono ai quattro metalli: oro, rame, argento e ferro; un'ulteriore
corrispondenza è quella del Nord, del Sud, dell'Est e dell'Ovest. Dopo averne
descritto i rapporti, lo Zohar continua l'esposizione ammettendo che, come si
contano così 12 elementi, si possono contare 12 pietre preziose corrispondenti
alle dodici tribù d'Israele, cosa confermata poi dalle fattezze degli Urim e
Tummim. Importante anche il confronto con i quattro venti. I
quattro elementi, uniti nel corpo vivente, con la morte si separano. Con
lo studio della Torah l'uomo si eleva al di sopra dei quattro elementi
dominandoli anche nel proprio corpo e talvolta, in questo, si collega alle
quattro figure metaforiche della Merkavah Cristianesimo Modifica Il
profeta Elia, di José de Ribera. Secondo il primo libro dei Re, Elia sul monte
Oreb entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco il Signore gli
disse: «Che fai qui, Elia?». [...] Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla
presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e
gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il
Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non
era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel
fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. (1Re 19, 9.11-12,
su laparola.net. Per l'esegesi biblica di Carlo Maria Martini,
«Al versetto [11 e] 12 abbiamo i quattro segni: vento, terremoto, fuoco,
mormorio di un vento leggero. Non si dice che il Signore fosse in quest'ultimo
ma si nega che fosse nei primi tre. È un passo ricchissimo di simboli che
rimandano a tante altre pagine bibliche, un passo oscuro perché non riusciamo
bene a capirlo: Jahvé era o non era nel mormorio di un vento leggero? E perché
altrove, nella Scrittura, Dio è nel fuoco mentre qui non lo è? Sempre per
Martini, Anche nel Nuovo Testamento troviamo i primi tre segni del
racconto di Elia: "rombo, come di vento che si abbatte gagliardo",
"lingue come di fuoco", quando ebbero terminato la preghiera, il
luogo in cui erano radunati tremò, e tutti furono pieni di Spirito santo. Il
vento, il fuoco, il terremoto sono simboli ben noti in tutta la Scrittura;
hanno significato la presenza del Signore sul Sinai, nel cammino del deserto, e
sono stati ripresi dai Salmi. Non troviamo però il vento leggero. Ciò significa
che, tanto per l'ebraismo quanto per il cristianesimo, è dubbio che le
manifestazioni relative almeno ai primi tre dei quattro elementi costituiscano
una teofania, sia per Mosè ed Elia sul Sinai/Oreb sia per la Pentecoste. Letteratura
apocalitticaUso del termine. Pensiero orientale Pensiero hinduista Il pancha
mahabhuta, o "cinque grandi elementi", nell'Hinduismo sono:
khsiti o bhumi (terra) ap o jala (acqua) agni o tejas (fuoco) marut o pavan
(aria o vento) byom o akasha (etere). Gli hindu credono che Dio usò l'aakasha
per creare i restanti quattro elementi, e che la conoscenza dell'uomo sia
nell'archivio akashiko. Pensiero del buddhismo antico Modifica Nella
letteratura Pali, i mahabhuta ("grandi elementi") o catudhatu
("quattro elementi") sono terra, acqua, fuoco e aria. Nel primo
buddhismo, erano alla base per la comprensione della sofferenza, e per la
liberazione dell'uomo dalla sofferenza. Gli insegnamenti del Buddha
riguardanti i quattro elementi li raggruppano come base delle reali sensazioni,
più che un pensieri filosofici. Gli elementi erano quindi intensi come
"caratteristiche" o "proprietà" di varie sensazioni:
la coesione era una proprietà dell'acqua. la solidità e l'inerzia erano
proprietà della terra. l'espansione e la vibrazione erano proprietà dell'aria.
il calore era una proprietà del fuoco. I suoi insegnamenti dicono che ogni cosa
è composta da otto tipi di 'kalapas', il cui gruppo principale è composto dai
quattro elementi, mentre il gruppo secondario è composto da colore, odore,
gusto e alimento, derivati dai primi quattro elementi. Gli insegnamenti
del Buddha precedono quelli dei quattro elementi nella filosofia greca. Questo
può essere spiegato perché furono inviati 60 arhat nel mondo conosciuto al
tempo per diffondere i suoi insegnamenti.
Il pensiero tradizione giapponese usa cinque elementi chiamati, go dai,
letteralmente, cinque grandi. Gli elementi sono: terra, che rappresenta
le cose solide acqua, che rappresenta le cose liquide fuoco, che rappresenta le
cose distrutte aria, che rappresenta le cose mobili vuoto, che rappresenta le
cose che non sono nella vita quotidiana. Pensiero cinese Lo stesso argomento in
dettaglio: Xing. Si ritiene che anche la filosofia tradizionale cinesecontenga
degli «elementi» come nella filosofia grecaclassica: nel taoismo infatti sono
presi in considerazione tre termini affini a quelli occidentali, l'acqua il
fuoco e la terra, più altri due, il legno e il metallo, per un totale di
cinque, wu xing in cinese, sebbene più che di elementi si tratti di fasi in
movimento all'interno di un ciclo, come spiega Cheng: «La traduzione
convenzionalmente adottata di wuxing con "Cinque Elementi" presenta
innanzitutto l'inconveniente di non rendere conto dell'aspetto dinamico della
parola xing, camminare, "andare", "agire"). Inoltre non vi
è qui nulla in comune con i quattro elementi o radici costitutivi dell'universo
- fuoco, acqua, terra, aria - individuati da Empedocle nel V secolo a.C., ma
sembrano essere originariamente concepiti in una prospettiva essenzialmente
funzionale, più come processi che come sostanze. (Cheng, Storia del
pensiero cinese) Si tratta a ogni modo di distinzioni storicamente poco
accettate, ad esempio i mongoli hanno accolto nel novero degli elementi sia
quelli cinesi che quelli occidentali. Analogie tra i due sistemi sono
rinvenibili nel fatto che l'elemento cinese del legno si avvicina maggiormente
al concetto occidentale dell'aria, poiché entrambi corrispondono alle qualità
del punto cardinale est, della primavera, dell'infanzia e della crescita,
mentre il metallo sembra inglobato nelle proprietà occidentali della terra,
quali l'ovest, l'autunno e il declino. La terra in Cina occupa propriamente il
centro della rosa dei venti, ed è più che altro la matrice degli altri quattro
elementi, come in Occidente lo è la prima materia o etere. La peculiarità della
concezione cinese consiste semmai nel carattere trasmutatorio dei suoi cinque
elementi, da intendere come forze attive o facoltà dinamiche. La loro origine
si perde nella preistoria cinese ed è difficilmente ricostruibile. La prima
descrizione delle caratteristiche dei Wuxing la troviamo nello Shujing
(«Classico della Storia»): «L'acqua consiste nel bagnare e nello scorrere
in basso; il fuoco consiste nel bruciare e nell'andare in alto; il legno
consiste nell'essere curvo o diritto; il metallo consiste nel piegarsi e nel
modificarsi; la terra consiste nel provvedere alla semina e al raccolto. Ciò
che bagna e scorre in basso produce il salato, ciò che brucia e va in alto
produce l'amaro; ciò che è curvo o diritto produce l'acido; ciò che si piega e
si modifica produce l'acre; ciò che provvede alla semina e al raccolto produce
il dolce. (Shu-ching, Il grande progetto) Questi Cinque Agenti sono in
relazione tra di loro e danno vita a molte altre serie di cinque combinazioni
complementari ai Wuxing stessi: i punti cardinali ed il centro, le note
musicali, i colori, i cereali, le sensazioni, ecc. Sempre nello Shujing, nella
sezione detta "Grande Norma" si fanno seguire ai Wuxing Cinque
Funzioni: «Poi è quella delle Cinque Funzioni. La prima è il comportamento
personale; la seconda è la parola; la terza la visione; la quarta l'udito; la
quinta il pensiero. Il comportamento personale deve essere decoroso, la parola
ordinata; la visione chiara; l'udito distinto; il pensiero profondo. il decoro
dà solennità, e l'ordine dà regolarità, la chiarezza dà intelligenza, la
distinzione dà deliberazione; la profondità dà saggezza. (Shu-ching, La grande
norma. Rappresentazione dei due cicli: in verde quello generativo che procede
in senso orario dal padre al figlio (in rosso quello inverso di riduzione o
impoverimento); ed in blu le linee dirette del ciclo di controllo con cui il
nonno inibisce il nipote. I cinque pianeti maggiori del nostro sistema sono
associati e prendono il modo degli elementi: Venere è oro (metallo), Giove è
legno, Mercurio è acqua, Marteè fuoco e Saturno è terra. In aggiunta, la
Lunarappresenta lo Yin e il Sole lo Yang. Lo Yin, lo Yang e i cinque
elementi sono temi ricorrenti dello I Ching, il più antico testo classico
cinese, che descrive la cosmologia e filosofia cinese. La dottrina delle
cinque fasi descrive due cicli di equilibrio, uno generativo e creativo (生, shēng), e
l'altro dominante e distruttivo, 克, kè.
Generativo il legno alimenta il fuoco il fuoco crea la terra (cenere) la terra
genera il metallo il metallo raccoglie l'acqua l'acqua nutre il legno
Distruttivo il legno divide la terra la terra assorbe l'acqua l'acqua spegne il
fuoco il fuoco scioglie il metallo il metallo abbatte il legno Gli elementi
nella cultura di massa. I regista francese Luc Besson ha girato il film di
fantascienza Il quinto elemento. La Walt Disney Company Italia ha
prodotto dei racconti a fumetti e una serie di film a cartoni animati
(W.I.T.C.H.) ideati da Elisabetta Gnone dove le protagoniste incarnano i
poteri degli elementi naturali. Sempre nei fumetti, i superpoteri dei
Fantastici 4, supereroi della casa editrice Marvel Comics, sono basati sui
quattro elementi naturali. I Gormiti sono basati sugli elementi naturali
e hanno poteri collegati ad essi. La rock band italiana dei Litfiba negli
anni novanta ha pubblicato 4 album che compongono la tetralogia degl’elementi",
dedicando un disco ad ogni elemento naturale: El Diablo (rappresentante il
"fuoco"), Terremoto (la "terra"), Spirito
(l'"aria") e Mondi Sommersi (l'"acqua"). Marson,
Archetipi di territorio, Alinea Editrice, Battistini, Simboli e Allegorie, Milano,
Electa, O' Brien, Empedocle in Il sapere greco. Dizionario critico, Torino,
Einaudi, Empedocle, I presocratici, Gallimard, Kingsley, Misteri e magia nella
filosofia antica. Empedocle e la tradizione pitagorica, Il Saggiatore,
Tinaglia, Pensiero primario NPT, Lampi di stampa, Mariucci, Il Sapere degli
Antichi Greci, SteetLib, Empedocle, Reale, Per una nuova interpretazione di
Platone, Odifreddi, Le menzogne di Ulisse. L'avventura della logica da
Parmenide ad Amartya Sen, Milano, Longanesi, Milano, TEA, Corinne Morel,
Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze, Firenze, Giunti Editore,
Sala, Gabriele Cappellato, Viaggio matematico nell'arte e nell'architettura,
ed. Franco Angeli, Geymonat, Gianni Micheli, Corrado Mangione, Storia del
pensiero filosofico e scientifico, Volume 1, Garzanti, Paracelso, Liber de
nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris et de caeteris spiritibus, trad. it.
in Paracelso, Scritti alchemici e magici, Phoenix, Genova Magee, Hegel e la
tradizione ermetica, Mediterranee, Puliafito, Feng Shui: armonia dei luoghi,
Hoepli, Abbri, Le terre, l'acqua, le arie. La rivoluzione chimica del
Settecento, Bologna, il Mulino, Rogoff, Ed., IEEE Transactions on Plasma
Science, Agrippa, Of Occult Philosophy, su esotericarchives, trad. French, The
Key of Solomon, Mathers. Spagnoli,
Cabala e Antroposofia, NaturaSofia, Martini, Il dio vivente. Riflessioni sul
profeta Elia, Casale Monferrato, Piemme, Cf. Atti At 2, 2-3, su laparola, Cf.
Atti, su laparola.net.. Martini,
Bertagni, La teoria indù dei cinque elementi - Da Studi sull'Induismo (René
Guénon) ^ Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, Vol I, Dalle origini allo
studio del mistero, Einaudi, Walters, Il libro completo dell'astrologia cinese,
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Universale Rizzoli, Leonardo, La Filosofia Cinese, Da Confucio a Mao Tse-tung,
Biblioteca Universale Rizzoli, Yu-lan, Storia della filosofia cinese,
confucianesimo, taoismo, buddismo, Mondadori, Cles, Rigotti, Schiera, Aria,
terra, acqua, fuoco: i quattro elementi e le loro metafore, Bologna, Il Mulino.
Portale Antropologia Portale Astrologia Portale
Bibbia Portale Filosofia Portale Mitologia
Portale Religioni Fuoco (elemento) uno dei quattro elementi
classici Terra (elemento) uno dei quattro elementi tradizionali Wu
Xing. Nome compiuto: Andrea Bonomi. Keywords: i quattro elementi, “minimal use
of transformations” (Grice), chronological logic, time-relative identity, The
Grice-Myro theory of identity, A. N. Prior, Chomsky, ways of reference,
referring, existence and structure, imagery and naming, universe of discourse,
mental event, psychological inter-subjectivity, indicale, Grice on embedeed
psychological attitudes Operator, Addressee, Sender, propositional content. I
want you to know that p, Iinform you that p, I want you to want to do p, I
force you to do P, etc. Symbols in
“Aspects of Reason”, Op1 Op2 Op3 Op4 judicative volitive indicative informative
intentional imperative interrogative reflective inquisitive reflective Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bonomi,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bontadini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale neo-classica –de-ellenizante –I nazionalisti romani – Appio – scuola
di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Filosofo
milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I
would call Bontadini a Griceian; first, he likes sports, like I do; second he
is a neo-classical (as I am) and a anti-anti-metaphysicist, as I am!” -- “Se Dio non ci fosse, il mondo sarebbe
contraddittorio» (G. Bontadini, Saggio di una metafisica dell'esperienza).
Esponente di spicco del movimento neotomista, che ebbe presso Milano uno dei
suoi più importanti punti di riferimento e diffusione. Iscrittosi presso Milano
quando essa aveva iniziato le sue attività, ma non era ancora riconosciuta dal
governo italiano, egli fu il terzo laureato assoluto dell'ateneo, presso il
quale fu poi professore di filosofia teoretica. Ha insegnato anche presso
l'Urbino, Milano e Pavia. Pur rifacendosi alla metafisica classica, quella
aristotelica e tomistica, Bontadini si dichiara "neoclassico"
intendendo evidenziare il nuovo ruolo che quell'antica metafisica può svolgere
nella filosofia contemporanea. Egli infatti definisce se stesso come «un
metafisico radicato nel cuore del pensiero moderno». Rifacendosi alla
filosofia idealistica ne apprezza soprattutto la «verità metodologica» che ha
evidenziato il ruolo della coscienza, del cogito cartesiano, nel cogliere il
significato dell'essere pur considerandolo come altro, diverso dalla
soggettività della coscienza stessa, realizzando cioè una identità tra il
soggetto e l'oggetto, tra l'intelletto e la sensibilità che riporta in luce
l'antica teoria parmenidea dell'identità di Essere e Pensiero. Un
Parmenide, quello di Bontadini, che non esclude la constatazione del divenire,
da un lato, e la denuncia della sua contraddittorietà, dall'altro. Due
protocolli che fanno capo rispettivamente ai due piloni del fondamento:
l'esperienza e il principio di non contraddizione (primo principio). I due
protocolli sono tra loro in contraddizione, e tuttavia godono entrambi del
titolo di verità sono verità, però, che
in quanto prese nell'antinomia (antinomia dell'esperienza e del logo) si
trovano a dover lottare contro un'imputazione di falsità. Giacché l'esperienza
oppugna la verità del logo e il logo quella dell'esperienza». Il sapere
Una nuova concezione del sapere è alla base del pensiero di Bontadini che ne
ribadisce l'origine nell'esperienza che però va intesa non più come risultato
delle operazioni della ragione (razionalismo) o come ricezione passiva dei dati
empirici (empirismo), ma come "presenza": mentre la gnoseologia
contemporanea continua a concepirla nell'ambito di un dualismo dell'essere e
del conoscere, correlando così il problema metafisico a quello del conoscere e
facendo nascere la questione, di difficile soluzione, di quale correlazione
possa esserci tra il pensiero e la realtà. Ma ogni qual volta si
considera ciò che si ritiene sia "al di là" del pensiero, questo
inevitabilmente è nel pensiero, appartiene al pensiero stesso. Quindi
ogni esperienza come presenza è assoluta, perché non costruita, ed è totale,
poiché ogni singolo fatto empirico fa parte di essa. L'unità dell'esperienza
Si arriva quindi alla concezione di "unità dell'esperienza" dove tra
l'esperienza e il pensiero si sviluppa quel rapporto di circolarità che
costituisce il sapere. Ma secondo l'insegnamento di Parmenide l'essenza
dell'esperienza è il divenire che si presenta come contraddittorio nella sua
realtà di essere e di esistere inteso come opposto al non essere. Come
può il sapere allora basarsi su una struttura contraddittoria di essere e
divenire? «Il divenire si presenta cioè contraddittorio; anzi come la stessa
incarnazione della contraddittorietà (l'identificarsi del positivo e del
negativo), come la smentita alla suprema e immediata identità: l'essere è. La
soluzione in Dio creatore «L'ente, che è temporale in quanto empirico, è eterno
in quanto divino». La contraddizione insita nel divenire cioè può essere
superata nell'esistenza di Dio creatore. La contraddizione del divenire è
superata con la dottrina della creazione, in quanto quella identificazione
dell'essere e del non essere, che riscontriamo nell'esperienza, è ora vista
come il risultato dell'azione dell'Essere, di Colui che crea dal non essere
l'essere. Ma l'essere poi non ricade, divenendo, nel nulla? Non si
può, risponde Bontadini, pensare assurdamente che l'essere sia distrutto dal
nulla ma il mondo creato da Dio è diverso da Lui ma insieme coincide nella sua
creazione non alterando la sua essenziale immutabilità. Severino, traendo
le conclusioni dalla concezione del suo maestro Bontadini in un saggio pubblicato su la Rivista di filosofia
neo-scolastica dal titolo “Ritornare a Parmenide” elimina ogni differenza tra
l'immutabilità di Dio e quella del mondo soggetto al divenire per cui ogni cosa
è eterna come è eterno Dio. Rispose con toni duramente ironici Bontadini
in un articolo dal titolo“Sozein ta fainomena”. Io mi chiesi con quale barba si
trovi, nel mondo dell'essere, il mio alter ego immutabile. Giacché, da quando
ero matricola venendo fino ad oggi, di barbe io ne ho cambiate molte centinaia.
Ora, se poniamo che tutte sono immutabili, mi pare che non troverei abbastanza
superficie sul mio corpoquello fissato per l'eternitàper fare posto a tutte. Ribadì
quindi la sua concezione del principio di creazione che permette di superare la
contraddittorietà del divenire tramite l'azione creatrice di Di, «in quanto
quella identificazione dell'essere e del non-essere, che riscontriamo
nell'esperienza, è ora vista come il risultato dell'azione dell'essere (azione
indiveniente dell'essere indiveniente). Altre opere: “Saggio di una metafisica
dell'esperienza” (Milano, Vita e pensiero); “Studi sull'idealismo” (Urbino, Argalia);
“Dall'attualismo al problematicismo. Studi sulla filosofia italiana
contemporanea” (Brescia, Scuola); “Studi sulla filosofia dell'età cartesiana” (Brescia,
La scuola); “Dal problematicismo alla metafisica. Nuovi studi sulla filosofia
italiana contemporanea, Milano, Marzorati); “Indagini di struttura sul
gnoseologismo moderno” (Brescia, La scuola); Il compito della metafisica”
(Milano, Fratelli Bocca); “Studi di filosofia moderna, Brescia, La scuola); “Conversazioni
di metafisica” (Milano, Vita e pensiero); Metafisica e de-ellenizzazione”
(Milano, Vita e pensiero); “Appunti di filosofia, Milano, Vita e pensiero), “Metafisica
e de-ellenizzazione”; “Sull'aspetto dialettico della dimostrazione
dell'esistenza di Dio”. Espulso per le sue posizioni filosofiche dalla Cattolica
di Milano. Sembra qui tornare il Deus sive Natura di Spinoza. “Sozein ta
fainomena”. Dal diveniente all'immutabile. Studio sul pensiero di Gustavo
Bontadini, prefazione di Emanuele Severino, Venezia: Cafoscarina,. Bontadini e
la metafisica. L'Essere è Persona.
Riflessioni su ontologia e antropologia filosofica in Gustavo Bontadini,
Orthotes, Napoli-Salerno. Francesco Saccardi, Metafisica e parmenidismo. Il
contributo della filosofia neoclassica, Orthotes, Napoli-Salerno. Dizionario di
filosofia. SIEKE. APPIO. Historische disöertation, welche... ^M vi
"^r. eingereicht hat. Marburg, Thesis. Marburg. APPIVS CLAVDIUS
CÆCVS CENSOR. HisTORiscFiE Dissertation, WELCHE ZUR ErLAKGUXG DER
DoCTüRWÜRDE BEI DER Philosophischen Facultät DER KÖNIGLICHEN
Universität Marburg EINGEREICHT HAT -- SIEKE. MARBURG. Der Censor APPIO ist schon den Alten ein Problem gewesen.
Die Quellenberichte, welche uns vorliegen, geben uns keineswegs ein
einheitliches und übereinstimmendes Bild; wir werden vielmehr zwischen
den einzelnen Gewährsmännern sowohl in Bezug auf die Thatsachen, als auch
auf das Urteil über den Censor und seine politische Wirksamkeit die
grössten Unterschiede und Widersprüche finden. Von den alten
Autoren haben sich, wie das natürlich ist, die Differenzen auf die
neueren Forscher übertragen. In diesem Widerstreit der
Meinungen galt es für mich, eine feste Grundlage für alle Erörterungen zu
finden. Und diese glaube ich in dem Satze sehen zu müssen, dass der
Bericht Diodors über die Censur der älteste, reinste und beste ist,
welcher uns überliefert ist. Von diesem Berichte müssen wir bei jeder
einzelnen Frage ausgehen, ihn überall zu Grunde legen. Von keinem neueren
Forscher scheint mir dieser quellenkritische Grundsatz konsequent
durchgeführt zu sein. Dies zu versuchen, ist die Aufgabe der
folgenden Abhandlung. Amtsantritt und Amtsdauer des Censors App.
Claudius. Die Quellen, aus denen fast allein die Kenntnis von
der Censur des APPIO und überhaupt seiner Persönlichkeit und politischen
Wirksamkeit fliesst, sind Diodor und LIVIO. Verschiedener zu-
fälliger Erwähnungen des Censors bei anderen Schriftstellern sowie seines
Elogiums (Corp. Inscr. lat.), welches die Ämterlaufbahn giebt, werden wir
im Gange der Darstellung zu gedenken haben. Ich stelle die Berichte
der beiden Hauptquellen im Zusammenhang voraus. Diod. lautet:
'Ev dt "Fotfifi xartx lomov tot iviamov ri^n^rai; «Aovto xai rovTViv
o eteQOi: '^titiio^ K'/Mudiog inmoov l%on' tov avvctiixoyTa yUvxiov
Ilkuriiov tio'A/m nur ^GTituiiav vo/ulfiMv ixivf^ae, xat n^onov fih to
xaloö^ttrov ^'ATiTtiOvvÖMQ and atadiiov oydoi-xoma xmi-yayfv dg rijv
'Piofn;v xai TiolXd Tiov dt]/iWaio)r xQ^Jf^ckm' eig lavrr^r n]v
xazaaxevfjv dvi^kcjasv av€v doyitiatog rijc; aiyxh'^iov. fif-uc dt ravta
lijg a^'avTOv xh^&eiat^g ''AnTiiag oöov rd 7cktov fitQOi; d^oig
areQeoig xartarQwaev and 'Pio/iit^g f^x^i^ Kanvi^g ovroi: tov
öiaöTrjltiaTOi; aradiviv Tiltiown'*' i^dnon' rovi; /.dv vnsQtxovTai;
öiaüxcci^fag roug dt (paQayyviöfig ?} xoilovg dvalrifi^iaaiv d^iohlyotg
iSiocooccg xaravi^hoatv dnaöag rag ör^liwalag n()oa6dovgy auzod de
juvi^juelov d&dvarov xaTehnev dg xoivrjv evx{)j]aTiav cpiloTifiT^d^eig'
xatejiii^t dt xai rijv auyxh]TOv ov tovg evyevslg xai nQOtxovTag xdig
a'^uofiaac 7i()ogyiid<pcov ^lovovg, uig r^v si^oS, dlkd nollovg xai
rtov d7iBXtvd^i{)iov vlovg dvt^u^B^ i(f olg ßaQtojg tfSQOv oi
xavx^o/nevoi Tijg eoyeveiag* edioxe dt Toig noUTaig xai ti]y t^ovalav
onoi TiQoaiQoh'TO rifii^- aaa^ar ro dt okov dQclt' rtOrjaavQiafutvov
xax" avrov TiaQa rolg iTiKpavtatdioig rdv <p^dvov i^txhve rd
Tt^oaxomHy^iöi tiov dllojv Tiohtviv dvTiiay^ia xaTaoxevd^on' rjj rwv
svyevdjv dkko- TQiozr^Tt TTJv 7ia(td lioY nokhov evvoiav xai xaid fitv
T?jv tiov Innkiiv doxijtiaaiav ovdevdg dcfsü.eTO rdv 'innov, xard dt
r?}v TcJv avvtdQtJv xatayQaipi]}' oudtva tiov ddo^ovvTon'
avyxh]TixLov t^tßakevj onti) j}y td^og noielv rolg rifirjaJg, a^' oi fih
vnaTOi did TOV (fO^drov xa) duc rd ßovltotha Tolg tniffareOTaTOig
x«- ()U€Gi)^ai oimy/or n)v Oüyyh]TOv ov ti)v vrid toütov
xaraleyelöav, dlld T}]v und Ttr7v n()oyty€V7^^itru)v tifirjiör
xcaayqacptlöav o dt di^jiwg jOiTOig fitv dvTi7T()dTTiov, Tift dt ^AnnUi*
ov/ii(pikoTt jitovuti'og Xia f/;r nor dcoytTtor 7ii)oay('tyt]r ßtßcucoaai
ßov?,6fitrog dyo()dvofior tiktio trg tniifartaititag dyoi>avoftiag
vidv dnelevd^iiiov rralov 0/Mßiov, og n^onog ' FiD^ialuv TavTrjg
Trjg di)xrjg f-V<7« naiodg vh'
dtdov'/.tixoTog.ddt^'AnniogzijgdQyrjg dno/.v&e}g xai tov andTijg
avyxlrjtovip^ovov 8vkaßr;^€lg nQoaenoiijO^r^ rvcpkdg elvai xai xar oixiav
ejAeivsv. LIVIO: Et censura clara eo anno APPIO et C. Plautii fuit,
memoriae tarnen felicioris ad posteros nomen Appi, quod viam munivit et
aquam in urbem duxit, eaqüe unus perfecit, quia ob infamem atque
invidiosam senatus lectionem verecundia victus collega magistratu se
abdicaverat: APPIO iam inde antiquitus insitam pertinaciam familiae
gerendo solus censuram obtinuit Itaque consules, qui eum annum
secuti sunt, C. Junius Bubulcus tertium et Q. Aemilius Barbula
iterum, initio anni questi apud populum deformatum ordinem prava
lectione senatus, qua potiores aliquot lectis praeteriti essent,
negaverunt eam lectionem se, quae sine recti pravique discrimine ad gratiam et
libidinem facta esset, observaturos, et senatum extemplo citaverunt eo
ordine, qui ante censores App. Claudium et C. Plautium
fuerat. Permulti iam anni erant, cum inter patricioa magistratus
tribunosque nulla certamina fuerant, cum ex ea familia, cui velut fato
lis cum tribunis et plebe erat, certamen oritur. APPIO (si veda) CLAUDIO
censor circumactis decem et octo mansibus, quod Æmilia lege finitum censuræ
spatium temporis erat, cum C. Plautius collega eius magistratu se
abdicasset, nulla vi compelli, ut abdicaret, potuit. P. Sempronius
erat tribunus plebis, qui finiendae censuræ intra legitimum tempus
actionem susceperat, non populärem magis quam iustam nee in vulgus quam
optimo cuique gratiorem (Schluss): Haec taliaque cum dixisset,
prendi censorem et in vincula duci iussit. adprobantibus sex tribunis
actionem collegae tres appellanti APPIO (si veda) CLAUDIO auxilio fuerunt, summaque
invidia omnium solus censuram gessit. APPIO censorem petisse consulatum,
comitiaque eius ab L. Furio tribuno plebis interpellata, donec se censura
abdicarit, in quibusdam annalibus invenio. creatus consul, Ceterum
Flavium dixerat aedilem fore nsis factio, APPIO (si veda) CLAUDIO
censura vires nacta, qui senatum primus libertinorum filiis lectis
inquinaverat et, posteaquam eam lectionem nemo ratam habiiit, nee in
curia adeptus erat, quas petierat opes urbanas, humilibus per omnes
tribus divisis forum et campum corrupit ex eo tempore in duas
partes discessit civitas: aliud integer populus fautor et cultor
bonorum, aliud forensis factio tenebat, donec Q. Fabius et P. Decius
censores facti, et Fabius, simul concordiae causa, simul ne humillimorum
in manu comitia essent, omnem forensem turbam excretam in quattuor tribus
coniecit urbanasque eas appellavit. adeoque eam rem acceptam gratis
animis fcrunt, ut Maximi cognomen, quod tot victoriis non pepererat, hac
ordinum temperatione pareret Diodor berichtet die Wahl des APPIO zum
Censor zu Ol. Er erzahlt, man habe
in diesem Jahre den APPIO und Lucius (sie!) Plautius zu Censoren
gewählt. Es ist dies das Jahr der Varronischen Zählung oder das
Jahr v. Chr., das Jahr der Consuln Q.
Fabius und C. Marcius (Diod.). Zugleich erzählt er an dieser Stelle
alles, was er von der Censur zu berichten hat; nur noch einmal erwähnt er
späterhin den App. Claudius, nämlich als
Consul des Jahres Ol. 118 d. i. des Jahres aer. V. V.
Chr. Livius, welcher die Nachrichten über den Censor annalistisch
zersplittert, setzt den Amtsantritt der Censoren App. Claudius und Gaius
(!) Plautius unter das Consulat des M., 1 TL 44* Ä6r. VÄrr.
Valerius und P. Decius (IX, 29), d. h. m das Jahr 312 v. chr. Zum Jahre
^ berichtet er, dass App. Claudius nach Verlauf von IS Monaten, welches
nach der lex Aemilia die gesetzmässige Dauer der Censur war, sein Amt nicht
niedergelegt, sondern es, obwohl sein College C. Plautius abgedankt habe,
bis zur Bewerbung um das Consulat 1. J. -^ fortgeführt habe (IX, 42,
3). Es besteht also im chronologischen Ansatz der Censur zwischen
Diodor und Livius eine Differenz von zwei Jahren. Die neueren Forscher
schliessen sich sämtlicii, olnie die Differenz zu erörtern, dem Livius an
(vgl. Xiebuhr, K. G. Mommsen, R. G. R. Forsch, Wir w^erden jedoch den Ansatz
Diodors als den richtigen erkennen. Schon das allgemeine
Quellenverhältnis der beiden Autoren, ihr Wert und ihre Glaubwürdigkeit,
wird bei der Entscheidung der Frage von Bedeutung sein. Es ist eine
seit Niebuhr feststehende Thatsache, dass die bei Diodor erhaltenen
Berichte über die ältere römische Ge- schichte eine weit bessere und
glaubwürdigere Tradition sind als die livianisclien (Xiebuhr, R. G.
Kissen, Rhein. Museum XXV, 27; vgl. dagegen Schwegler, R. G. 11, 22. III,
199). Während diese von Fälschungen völlig durchsetzt sind, bis in das
geringste Detail durch die Tendenz rhetorischer Ausschmückung und
Erweiterung und patriotischer Verherrlichung entstellt sind und infolge
dessen eine sehr trübe Quelle bieten, so weisen die Berichte Diodors, so
wenig ihrer sind, und so knapp und lücken- haft diese wenigen auch sind
(vgl. jNFommsen, R. Forsch. Chron. Niebuhr, R. G. Volquardsen, Quelle Diodors
11) eine fast reine und unver- fälschte Tradition auf. Die
Quelle, aus der Diodor geschöpft hat, reicht eben in relativ alte Zeit
hinauf. Freilich lä^st sich sein Gewährsmann nicht mit Bestimmtheit
nachweisen ; es ist nicht erwiesen, dass Fabius, der älteste römische,
noch griechisch schreibende Annalist, Diodors Quelle sei (Petavius,
Doctr. Tempi. Lib. IX, C. 55. Wesseling zu Diodor XI, 1. Xiebuhr, R. G.
II 192 A. 629 if., wo aber das 13, und 14. Buch Diodors
ausgenommen ist. Mommsen, Chron. 221. R. Forsch. Fabius und Diodor." Vgl.
dagegen Schwegler, R. Gesch. Peter, Zur Kritik der Quellen der ältesten
römischen Geschichte, 118 f. Nitzsch, Rom. Annalistik, 227. Niese,
Hermes XIII, 412 f. Thouret, Fleckeisens Jahrbücher, Splb. 1880. Meyer,
Rhein. Museum); es ist leere Hypothese, dass Diodor aus der angeblich
ältesten Redaktion der römischen Annalen, welche der Schützling und
Parteigenosse unseres App. Claudius, derÄdil Gn.Flavius, bewerkstelligt
haben soll, geschöpft habe (Nitzsch, R. Annalistik, 229 if. ; vgl.
Momnisen, Chronol. R. G. I, 467. R. Forsch. Schwegler, R. G.); ebenso
hypothetisch ist die Behauptung, dass L. Piso, ein Annalist aus der
Grachenzeit, Diodors Quelle sei (Clason, Heidelberger Jahrbücher 1872 S.
35. R. G. I, 17. Klimke, Diodor und die röm. Annalistik. Colni, Philologus
1883. S. 1 bis 22; vgl. Mommsen, R. Forsch. 11, 338 A); ganz in der
Luft aber schwebt die neueste Ansetzuug Matzats, der in L. Cincius
Alimentus, neben Fabius dem ältesten römischen Annalisten, Diodors
Gewährsmann sieht (Matzat, R. Chronol.; vgl. Niese, Piniol. Anzeiger 1884 S.
554 f.). Aber wenn auch alle diese Versuche, die Quelle Diodors mit
Sicherheit zu ermitteln, misslungen sind, so ist dieselbe dennoch in
relativ alte Zeit hinaufzusetzen (vgl. Rhein. Museum 37, 617). Dagegen
gehören die Quellen des Livius fast nur der sullanischen und
nachsullanischen Zeit oder sogar der cicero- nischen und augusteischen
an, wo der Fälschungs- und Aus- schmückungsprozess der Annalistik in
vollem Gange war. Zuweilen nennt Livius zwar ältere Gewährsmänner, den
Fabius, Cincius, Piso; aber sehr wahrscheinlich hat er diese nur aus
zweiter Hand benutzt oder höchstens an dieser oder jener Stelle kurz
eingesehen. Meistens nennt Livius als Gewährsmänner Namen wie Lic. Macer, Val.
Antias, Aelius Tubero, von deren ersterem es z. B. feststeht, dass er ein
Geschichts- fälscher im verwegensten Sinne des Wortes war (Mommsen,
R. Forsch. I, 1 ff. II, 315 f. Seeck, Kalendertafeln der Pon- tifices S.
42 ff.). Alle Fälschungen darf man freilich nicht diesen Männern
zuschreiben, es giebt Anhaltspunkte, dass die Ausschmückung der Annalen
selbst zu Ciceros Zeiten fort- geführt wurde (Niese, Observationes de
annalibus Romanis^ Marburg 1885 L 13). Im einzelnen lassen sich die
livianischen Berichte nicht auf bestimmte Quellen zurückführen. Man
hat ^s zwar, wie für die 3., 4. und 5. Dekade (Nissen, Kritische
Untersuchungen über die Quellen der 4. und 5. Dekade des Livius. Böttcher, Quellen des Livius im 21. und 22.
Buch), «o auch für die 1. Dekade zu thun versucht (Nitzsch, Röm.
Annalistik; Clason, R. G.); aber die Mittel, die man dabei -angewandt
hat, leisten keine Bürgschaft für die Wahrheit der Resultate (vgl. Peter,
Zur Kriiik der Quellen S. ü ff. Mommsen, R. Forsch). Das dargelegte
Quellenverhältnis zwischen Diodor und Livius, wonach Diodor eine weit
ältere und getreuere Ueber- lieferung giebt als LIVIO, lässt sich für die
Kriegsgeschichte, Verfassungsgeschichte sowie auch für die Zeitrechnung
und die Fasten, auf denen die Chronologie beruht,
nachweisen. Mommsen hat an schlagenden Beispielen die Güte der
diodo- rischen Tradition gegenüber der sonstigen, namentlich der
livianifcchcn, nachgewiesen (R. Forsch. II, 222 fl'.). Zwei der
Mommsenschen Beispiele betreffen die Fasten (die Consuln des Jahres 433,
die Consulartribunenliste a. a. O.). Selbst bei chronologischen
Einzelan?ätzen ist derjenige Diodors, wenn €r von dem des Livius
abweicht, immer der richtige. Gerade in der Zeit des sog. zweiten
Samnterkrieges, in welche die Censur unseres App. Claudius fällt, können
wir mehrfach bei Livius Verschiebungen von Ereignissen um mehrere
Jahre finden, so berichtet Livius den Waffenstillstand des Jahres 320 zu
318 (IX, 20 vgl. Rhein. Museum 25, 34;, so setzt er den Anfang des
Etruskerkrieges schon ins Jahr 312 (LIVIO, Diodor Fleckeisens
Jahrb. Splb.). Das allgenn'ine QuellenverhälMiis, wie wir es dargestellt
haben, weist darmif hin. 'lass wii in Betreff des Zeitansatzes der Censur
unseres Ajjp. Claudius bei Livius eine Verschie- bung anzunehmen und dem
Diodor zu folgen haben werden. Zudem lassen sich
hierfür eine Reihe von sachlichen Gründen geltend machen. Zunächst ist zu
erwähnen, dass sich in des Livius eigener Erzählung Spuren von der
ünwahrscheinkeit seines Ansatzes finden. Wenn nämlich Livius den
Amts- antritt des Censors in das Jahr 312 setzt und zum Jahre 310
berichtet, dass die 18 Monate, in welchen App. Claudius nach der lex
Aemilia gesetz- mässiger Censor war, abgelaufen seien, so folgt daraus,
dass sich die 18 ]\Ionate auf ;> Jahre erstreckt liätten, und
dass App. Claudius seine Censur in der zweiten Hälfte des
Jahres 312 angetreten habe. Nun aber ist nach allem, Avas wir von
diesen Verhätnissen wissen, ziemlich sicher, dass die Censoren gewöhnlich
kurz nach dem Amtsansritt der ihre Wahl leitenden Oberbeamten, der
Consuln, d. i., um hier nur eine allgemeine Bestimmung zu geben, im
Frühjahr gewählt wurden i]\Iommsen, Str. II, 324
ff.)? sodass also die 18 Monate jedes Mal schon im nächsten Jahre
abliefen. Eine Erstreckung der Censur über 3 Jahre ist nirgends bezeugt,
vielfach aber ist überliefert, dass das Lustrum, der Abschluss der
censorischen Thätigkeit, im folgenden Jahre stattfand (De Boor,
fasti censorii S. 9., LIVIO De Boor, S. 10, Liv. X, 47, 2. i. J. 209. De
Boor S. 15, Liv. XXVII, 36, 6 cf. 11, 7 u. s. w.). So wird auch die
Censu des App. Claudius, solange sie rechtmässig war, t^ich nicht
über 3 Jahre erstreckt haben. Vielmehr wird durch diese Angabe des Livius
sein chronologischer Ansatz sehr unwahr- scheinlich gemaclit.
De Boor (fasti censorii) hat die zwischen Diodor und Livius
bestehende Differenz zu Gunsten des livianischen An- satzes so
auszugleichen versucht, da^s er annimmt, Diodor habe die Censur deswegen
zum Jahre 310 behandelt, weil er unter diesem Jahre in seiner Quelle die
wichtigsten Ereignisse der Censur, die Zwietracht des App. Claudius mit
seinem Collegßn C. Plautius und die Uebertretung des über die Dauer
der Censur gegebenen Gesetzes (lex Aemilia) von Seiten des App. Claudius,
berichtet gefunden hätte. Diese Annahme hebt aber einerseits nicht das
Bedenken, welches über die Ausdehnung der Censur oben geltend gemacht
ist, und dann widerspricht sie direkt den Worten Diodors, dessen
Bericht so beginnt: tv <)t ' Pv'tiii] zcaa rovrov iny triavrov
/444 \ ^ f ',' t f " # 1f -J Tiiirini^ hi/.inro y.ca lovntv o
fTfooc, ^iTTcrio^ hhxv- tho^ etc. — Man könnte nun für den
livianischen Ansatz anführen, dass sowohl die Capitolinischen Fasten, als
auch Frontin und Cassiodor mit Livius übereinstimmen. Frontin (de aquis 5) und Cassiodor setzen die Censur unter das
Consulat des M. Valerius und P. Decius d. h. in das Jahr 312. Aber
dies hat unserer Ansicht nach absolut keine Bedeutung; denn die
gesamte nachlivianische Geschichtschreibung über die römische Republik
ruht auf den Schultern des Livius, alle Historikei*^ nach Livius gebrauchen
ihn als Gewährsmann, so haben auch sor.der Zweifel Frontin und Cassiodor
diese chronologische Angabe aus Livius geschöpft. Von
grösserer Bedeutung schon könnte es sein, dass die Capitolinischen Fasten
gleichfalls mit Livius übereinstimmen, indem sie berichten (C. J. L, I,
432 z. J. ^, De Boor, a. a. O. S. 8), dass im
Jahre 312 App. Claudius und C. Plautius das 2ß. Lustrum gefeiert hätten.
Es pflegen nämlich die Capitolinischen Fasten zum Antrittsjahr der
Censoren die Lustration zu berichten, obwohl das Lustrum doch als
Schluss- akt der censorischen Thätigkeit gegen Ende der Censur,
also im 2. Jahre der Censur, abgehalten wurde (Mommsen, Str. 11^
326 A.). Aber auch diese Uebereinstimmung des Livius mit den
Capitolinischen Fasten kann nichts für den livianischen Ansatz beweisen.
Es ist zwar sicher, dass die Fasten des Livius^ obwohl die
Capitolinischen Fasten, als Livius schrieb, schon auf dem Forum standen
(Mommsen, R. Forsch), doch von den letzteren unabhängig sind, und dass
zwischen beiden die grundsätzlichen Differenzen bestehen, welche
überhaupt die Fasten der Jahrtafel (Fasti Capitolini, Chronograph v.
J. 354, Idatius, Paschalchronik) von denen der Chroniken <Diodor,
Dionys, Livius, Cassiodor) trennen, deren wesent- lichste die ist, dass
die Jahrtafel die sog. 4 Diktatorenjahre <v. Chr.) der chronologischen
Aus- gleichung wegen eingefügt hat, während die Chroniken
-dieselben weder nennen noch zählen (Mommsen, R. Chronol. 110 ff.). Aber
ebenso sicher ist, dass die Capitolinischen Fasten, wie die gesamte
Jahrtafel, aus keiner besseren und früheren Quelle geflossen sind als die
des Livius, während <iie Fasten und die Chronologie des Diodor auf
derselben guten, alten Quelle beruhen, aus denen seine Berichte ge-
flossen sind (vgl. Rhein. Museum). Es giebt eine Menge Beispiele dafür,
dass, während Livius und die €apitolinisclien Fasten gefälschte oder
entstellte Fasten und falsche Chronologie haben, Diodor die echten Fasten
bewahrt und die richtige Chronologie giebt (vgl. Mommsen, R. Forsch
II, 222 u. passim). Deshalb geben wir auch hier dem diodorischen
Ansatz den Vorzug. Es bedarf noch der Untersuchung, wie derselbe in
die Reihe der Lustren und Censoren, die uns, obzwar nicht von
'Quellen ersten Ranges überliefert ist, passt. Die Vorgänger des App. Claudius in der Censur traten ihr Amt i. J.
318 an. Darin stimmen die Capitolinischen Fasten mit Diodor und
Livius überein (C. J. L. I, 432 z. J. ^f, Diod. XIX, 10 Liv. IX, 20,
5). Wenn die beiden letzten dies auch nicht ausdrücklich sagen, so
berichten sie doch, dass in diesem Jahre die Tribus Falerna und Ufentina
neu eingerichtet seien. Die Neueinrichtung der Tribus
war aber ein censorisches Geschäft (LIVIO, cf. Mommsen, Str. II,
361 m. A. 1.) Zwischen dem Amtsantritt, und füglich auch dem Lustrum,
dieser Censoren und demjenigen des App. Claudius und C. Plautius lagen
demnach, wenn wir dem Livius und den Capitolinischen Fasten folgen, 6
Jahre (318—312); wenn wir mit Diodor den Amtsantritt des App. Claudius
ins Jahr 310 setzen, 8 Jahre (318—310). Die nächsten Censoren, M.
Valerius und C. Junius, wurden im Jahre 307 gewählt <fasti Capit. C.
J. L. I, 432 z. J. ^J^ Liv. IX, 43,25). Das Lustrurn des App. Claudius
und C. Plautius ist also nach Livius vierjährig (312—307), nach Diodor
zweijährig; das Jahr 309 ist nämlich als Diktatorenjahr nicht zu
berechnen^ Die Nachfolger in der Censur, Q. Fabius u. P.
Decius, bind nach dem Zeugniss des Livius (IX, 46, 13,) und der Ca-
pitolinischen Fasten ((J. J. L. z. J. ~) i. J. 304 gewählt; efv liegen
also zwischen ihrem Amtsantritt und dem ihrer Vor- gänger drei Jahre. Das
Lustrum des Q. Fabius^ u. P. Decius war dreijährig; die folgenden
Censoren traten nämlich ihr Amt i. J. 300 an, wie ^loramsen aus den
Resten der Capitolinischen Fasten eruiert hat (C.,1. L. I, 566 z.
J. ~) ; das Jahr 303 ist dabei als Diktatorenjahr nicht zu rechnen.
Schon aus dieser Reihe der Lustren, welche dem des- App. Claudius
und C. Plautius unmittelbar vorangingen und folgten, geht hervor, dass
das Lustrum kein bestimmter Zeit- raum damals gewesen sein kann. In der
späteren Zeit, seit dem hannibalischen Kriege, wurde als regelmässige
Frist des- Lustrums 5 Jahre festgesetzt und es ist lange so
durchgeführt worden (De Boor, fasti censorii S. 15 — 20), bis die
beginnende Revolution das Institut erschütterte und bald ganz
zerstörte (Mommsen, Chronol. 161. Str. II, 318). In der früheren
Zeit waren die Lustrenintervalle ganz imbestimmt ; es werden Lustren von
3, 4, 5 und mehr Jahren überliefert (De Boor, a. a. 0. S. 1 14), ja eins wird ausdrücklich als
siebzehn- jährig bezeichnet (Dionys XI, 63). Eine solche Unregel^
mässigkeit kann doch offenbar nicht erklärt werden, wenn man nicht für
die frühere Zeit auf die Annahme des Lustrums^ als einer festen Zeitfrist
verzichtet; falsch ist es, wenn Mommsen meint, das Lustrum sei, wie die
griechische Olym- piade, ursprünglich ein vierjähriger Zeitraum gewesen,
aber es sei dies nur als Minimaldauer festgesetzt worden (Chronol.
158. Str. II, 316): es sind ja doch mehrere dreijährige Lustren sicher
bezeugt ; unbewiesen ist ferner, wenn De Boor als anfängliche
Minimaldauer des Lustrums drei Jahre ansetzt (a. a. 0. S. 43 f.).
Die Dauer des Lustrums war ohne Zweifel von der all- gemeinen Lage des
Staates abhängig, je nach den Bedürfnissen war das Lustrum länger oder
kürzer. Für mehrere Lustren ist es bezeugt, dass sich ihre Kürze aus der
Lage der Zeit erklärt z. B. für die des Jahres 89 u. 92 v. Chr. (vgl.
Rhein. Museum 25, 487). Da nun das Lustrum ursprünglich kein
fester Zeitraum war, so widerspricht dem die Annahme des
appianischen Lustrums als eines zweijährigen nicht, obgleich kein anderes von
solcher Kürze nachweisbar ist. Diese aber erklärt sich aus den
Zeitverhältnissen von selbst : Die Patrizier waren durch die Anordnungen
des Censors App. Claudius, seine senatus lectio und Tribusänderung, hart
getroffen und suchten so schnell als möglich dieselben zu nichte zu
machen (s. unten, vgl. Niebuhr, R. G. III, 374. Mommsen, Chronol.).
Deshalb wählten sie schon zwei Jahre nach dem Amtsantritt des App.
Claudius, also gleich im Jahre nach des Appius Lustration, i. J. 307,
neue Censoren, den M. Valerius u. C. Junius. Da aber diese Censoren
nichts erreichen konnten — wir wissen nicht, aus welcher Ursache,
da von ihrer Amtsführung nichts überliefert ist (Liv., VALERIO MASSIMO) — so
wurden schon nach weiteren drei Jahren, i. J. 304, neue Censoren in den
Personen des Q. Fabius u. P. Decius gewählt, welche alsbald die
Tribus- verteilung des App. Claudius rückgängig machten oder
wenigstens umänderten (s. unten). Auch die anstössige Senats- liste des
App. Claudius (s. unten) wurde von den Patriziern sogleich umgestossen,
u. zwar sofort von den Consuln des folgenden Jahres. Dies waren, wenn
wir, wie es richtig ist, mit Diodor den Amtsantritt des App. Claudius in
das Jahr 310 setzen — das Jahr 309 ist Diktatorenjahr — die Consuln
d. J. 308, Q. Fabius u. P. Decius (Diod., LIVIO). Also haben, wenn wir der
guten Quelle Diodors folgen, dieselben Männer, welche als Censoren i. J.
304 die Tribusänderung des App. Claudius
rückgängig gemacht haben,^ als Consuln i. J. 308 die Senalsliste des App.
Claudius umgestossen. Und es ist diese Thatsache in sich sehr wahr-
scheinlich: denn nachdem die ersten Nachfolger des App. Claudius in der
Censur die Abschaffung der Tribusänderung des App. Claudius nicht hatten
erreichen können, ist es sehr natürlich, dass die Patrizier nun die
Männer, welche schon als Consuln so energisch gegen die Neuerungen des
App. Claudius vorgegangen waren, zu Censoren wählten. Dies
von der Kritik hergestellte Zusammentreffen scheint mir unsere Ansiclit,
dass Diodors chronologischer Ansatz der richtige sei, wesentlich zu
stützen. In den Quellen des Livius ist also die Censur von
310 auf 312 verschoben: der Grund dieser Verschiebung hängt mit der
Ansiclit des Livius über die Amtsdauer des APPIO zusammen, worüber wir nun zu
sprechen haben. Die Censur ist nach der
Ueberlieferung (Liv. IV, 8, Dion. XI, 63, Zonaras VII, 19, Val. Max IV,
13, Frontin, de aquis 5) bei ihrer Einsetzung (443 v. Chr.) als
fünfjährige Magistratur bestimmt worden. Die lex Aemilia d. J. 434
V. Chr. soll sie dann auf 18 Monate beschränkt haben (Liv.). Wahrscheinlich aber
ist sie überhaupt erst i. J. 434 V. Chr. eingesetzt worden u. von Anfang
an auf 18 Mo- nate beschränkt gewesen (Mommsen, Chronol., Str. II,
322, vgl. dagegen Rhein. Museum 25, 480 ff.). Die angeführte
lex Aemilia nun hat APPIO, so erzählt Livius, eigenmächtig übertreten,
indem er nach Ver- lauf von 18 Monaten sich das Amt selbst
prorogierte (LIVIO). Betrachten wir die Angaben des Livius
hierüber, so müssen wir zunächst das Resultat einer Mommsenschen
Abhandlung berücksichtigen: „Die patrizischen Claudier" (Rom.
Forsch.). Mommsen hat darin nachgewiesen, dass in den jüngeren römischen
Annalen, bei Livius u. Dionysius u. bei den aus diesen schöpfenden
Sueton u. Tacitus alle Glieder der alten und hochadligen gens
Claudia eine ähnliche oder dieselbe Rolle spielen, indem sie
sämtlich vom höchsten Adelstolz und höchster Feindseligkeit gegen
die Plebs beseelt sind. Nicht bloss wird dies häufig von der geiiB
Claudia im allgemeinen ausgesagt (gens superbissima in plebem Romanam LIVIO),
sondern man lässt alle Claudier, welche auf dem politischen Schauplatz
auftreten, harte Kämpfe mit der Plebs und den Volkstribunen auskämpfen.
Ja, es^ kehren sogar häufig Reden von Claudiern gegen die Plebs
oder umgekehrt claudierfeindliche Reden von Volkstribunen wieder,
worin sich offenbar die Erfindung ausdrückt. Dass Livius oder Dionysius
die Erfinder seien, wird Niemand annehmen. Mommsen meint, die Fälschung
sei in politischer Tendenz ge- schehen, ein wütender Claudierfeind zur
Zeit der Bürger- kriege habe die Annalen in solch claudierfeindlichem
Smne gefälscht: und zwar sei dies L. Macer gewesen. Die letzte
Behauptung ist völlig unbewiesen, und was die Erfindung selbst angeht, so
glaube ich nicht, dass sie in politischer Tendenz geschehen ist ; sie
scheint vielmehr aus der rlietorischen Strömung, welche die römische
Geschichtschreibung beherrscht, geflossen. Man suchte nach allen Mitteln,
die Erzählung ausschmückend zu erweitern, und wie so vieles in den
Annalen, z. B. die meisten Schlachtberichte, nach feststehenden
Mustern erzählt wurde, so wurden, da vielleicht ein Claudier ein
adelstolzer Junker war, alle Claudier schablonenhaft als Volks- feinde
behandelt. Dieselbe Rolle ist nun auch unserm Censor übertragen,
was wir zunäclist und besonders aus der Erzählung von der ungesetzlichen
Fortführung der Censur ersehen. Livius be- richtet hierüber zuerst, App.
Claudius, heisst es da, vollendete die Bauten allein, weil sein College
C. Plautius aus Scham über die ruchlose und gehässige Senatsliste
ab- dankte, während Appius mit dem alten Claudiertrotze die Censur
weiterführte. Daraus muss geschlossen werden, dass C. Plautius abgedankt
habe, ohne die senatus lectio zu billigen, oder wenigstens gleich nach
ihrer Vollendung. Da aber die Censoren die senatus lectio kurz nach dem
Amts- antritt vornahmen (Mommsen, Str. II, 3i)6, Lange, Alter-
thümer, Willems, le senat de la republique Romaine), was auch nach der Ordnung
der Erzählung bei Diodor und Livius in der Censur des App. Claudius
ge- schehen zu sein scheint, so müsste C. Plautius vor Ablauf der
18 Monate abgedankt haben (vgl. Weissenborn, Livius zu IX, 29, 7.
Willems, a. a. 0. I, 186). Dies hat schon Frontin (de aquis) aus Livius'
Worten gefolgert; er sagt: sed quia is (Plautius) intra annum et sex
menses deceptus a collega . . . abdicavit se censura. Aber an einer
späteren Stelle sagt Livius selbst, dass C. Plautius nach Verlauf
von 18 Monaten vom Amte abgetreten sei. Er widerspricht sich also
ausdrücklich. Von dem Verhältnis des App. Claudius zu seinem Collegen
wissen wir nur, dass letzterer alles that oder thun musste, was Appius
wollte (Diodor a. a. O. : VTitjxoov f/wv tov avvcc()xovTCi Aevy.iov
nkavTiov)^ also eine untergeordnete Rolle spielte. Er hätte ja die
senatus lectio durch seinen Widerspruch vernichten können. An das
Verliältnis des App. Claudius zu C. Plautius hat die Fälschung des Livius
offenbar angeknüpft. Sie ist gemacht, um den Censor, den Claudier, als
ungesetzlich handelnden Mann darzustellen, dass er gegen das Gesetz der
Collegialität (Mommsen, Str. IT, 312) die Censur allein fortgeführt habe.
Aber damit begnügte sich der Fälscher noch nicht. Er erdichtete auch noch
eine Fortführung des Amtes über die gesetzmässige Dauer hinaus. „Viele
Jahre, so beginnt Livius hierüber zu erzählen, waren schon vergangen,
seit zwischen den patrizischen Magistraten und den Volkstribunen
keine Streitigkeiten stattgefunden hatten, als aus der Familie, quae
velut fatalis ad lites cum tribunis ac plebe erat, sich ein Kampf erhob.
App. Claudius konnte nach Ablauf der gesetzmässigen Frist der Censur
nicht bewogen werden, sein Amt niederzulegen. Der Volkstribun P.
Sempronius übernahm die Aufgabe, ihn zur Abdankung zu zwingen. Livius
setzt selbst hinzu, dass diese actio ebenso populär als gerecht und
auch dem Volke angenehm gewesen sei, w^ie den Optimaten; dennoch rechnet
er sie zu den Streitigkeiten, welche den Claudiern mit der Plebs und
ihren Tribunen gleichsam vom Schicksal beschieden gewesen seien. Der
Tribun Sempronius erinnerte nun den Ap]). Claudius ener-iscli an die lex
Aemilia. Dieser erwiderte, dnss dies Gesetz nur für die beim Erlass
desselben amtierenden Censoren bindend gewesen wäre, während alle danach
gewählten Censoren und also auch er selbst nicht von ihm betroffen würden
; denn, sagt er, id quod postremum popuhis iussisset, ius ratumque esse.
Wie sophistisch dieses Zwölftafelgcsetz hier angewandt wird,
liegt auf der Hand. Eine rechtliche Begründung für die Amtsverlängernng,
die dem App. Claudius in den l\lund gelegt werden könnte, fehlt völlig;
aber darauf kam es auch den Fälschern nicht an, sie wollten eben den
Claudier als einen jedes Gesetz verachtenden Mann darstellen. Alsdann
lä&st Livius den Tribun Sempronius eine längere Rede lialten, in
welcher der gens Claudia ein langes Sündenregister vorgehalten ^'ird. Es
kehren, wie erwähnt, solche claudier- feindliche Reden oder auch Reden
von Claudiern gegen die Plebs sehr häufig bei Livius wieder (vgl. II, 56,
57. IV, 48. Y 3 — 6. VI, 40, 41 u. a.) u. sie stehen sämtlich auf
dem- selben Niveau, d. h. sie sind sämtlich erdichtet, entstanden
aus dem rhetorischen Bedürfnis der Annalisten ihre Erzählung
auszuschmücken. Dennoch, so erzählt Livius weiter, stehen dem App.
Claudius sechs Volkstribunen bei, und er führt summa invidia omnium
ordinum die Censur allein w^elter. Die inneren Unwahrscheinlichkeiten,
die wir in diesem Berichte dargelegt haben, machen uns sehr misstrauisch
gegen denselben. Dazu kommt aber noch eine ganze Reihe von Gründen,
durch welche der ganze Bericht als völlig un- historisch erwiesen wird.
Zunächst ergeben sich einige aus Livius selbst. Wenn Livius den Tribun
Sempronius sagen lässt: „Satis est aut diem aut mensem censurae
adicere? triennium, inquit, et sex menses ultra quam licet Aemilia
lege censuram et solus geram% so folgt daraus, dass Livius annimmt, APPIO
habe das Amt fünf Jahre beibehalten wollen, und da er ausser einer
Andeutung (s. unten) nichts weiter hierüber sagt, so scheint er auch
anzunehmen, App. Claudius habe dies durchgeführt.
Der Verfasser von „de viris illustribus" hat dies offenbar aus der
Angabe des Livius gefolgert, wenn er sagt: censuram solus omnium
quinquen- nis obtinuit. Von der Abdankung des Censors sagt Livius
selbst nichts, er führt nur eine Version an, dass nämlich Appius Claudius
noch als Censor sich um das Consulat ])eworben hätte, aber vom Tribun L.
Furius ge- zwungen sei, die Censur niederzulegen, und dann zum
Consul gewählt sei: Livius scheint sich dieser Version
anzuschliessen. Danach hat also App. Claudius seine Censur am Ende d.
J. 308 niedergelegt; das konnten die Annalisten nicht ändern, weil
307 neue Censoren und Appius Claudius selbst für dieses Jahr als Consul
in den Magistratsfasten verzeichnet waren. Nun liegen
nach den Capitolinischen Fasten zwischen 312 und 307 zwar 5 Jahre, nicht
aber so bei Livius, da er ja das Diktatorenjahr 309 nicht kennt und
zählt: seine An- sicht, App. Claudius habe die Censur 5 Jahre hindurch
be- hauptet, wird also durch seine eignen Angaben widerlegt.
Dass App. Claudius sich noch als Censor um das Con- sulat beworber
habe, ist eine Erfindung eines Annalisten, der dem Censor ausser den
genannten Ungesetzlichkeiten noch ^as Streben nach der Cumulierung zweier
hoher Amter an- dichtete, um ihn noch schärfer als Verächter aller
Gesetze darzustellen. Bei dieser ganzen Erdichtung von der
gewaltsamen Proro- gation der Censur durch App. Claudius hat man ohne
Zweifel nach Analogie dessen verfahren, was von dem Ahnen unseres
Oensors, dem Decemvirn gleichen Kamens, überliefert ist, der decemvir in
annum creatus, altero anno se ipse creavit, tertio nee a se nee ab ullo
creatus fasces et imperium obtinuit (LIVIO). Nach unserer Ansicht
ist demnach der Bericht des Livius über die gesetzwidrige
Amtsverlängerung des Censors von Anfang bis Ende erfunden. Dafür spricht
ausser der oben gegebenen Kritik des Berichtes . entscheidend folgende
Er- w^ägung : App. Claudius hat nach der guten Nachricht Diodors
i. J. 310 die Censur angetreten, wir Laben das als historisch
nachgewiesen. Am Ende des Jahres 308 muss er aber ab- gedankt haben,
einmal weil 307 neue Censoren in den Ma- gistratslisten erscheinen (Liv.
IX, 43, 25. C. J. L. I, 432 z. J. ^), und dann weil App. Claudius selbst
i. J. 307 zum Con- 307 ' ' sul gewählt wurde (Diod. XX,
45. Liv. IX, 42, 3. C. J. L. I, 432 z. J. ^). Zwischen
310 und 307 liegen aber nur zwei Jahre, also kann die Censur kaum länger
als 18 Monate gedauert haben. Dennoch halten die meisten neueren
Forscher, obwohl sie zugeben, dass in der Erzählung des Livius Vieles
er- dichtet und übertrieben sei, an der Annahme der Prorogation,
der Censur fest. Ja Niebuhr (R. G.), Lange (Alterth. I, 85 ff.), Siebert
(Appius Claudius S. 67 ff.) u. a. folgen dem Livius fast in dem ganzen,
offenbar erfundenen Detail, dass er die Censur 5 Jahre habe beibehalten
wollen, dass er das Con- sulat der Censur habe cumulieren wollen u.
a. Nur stellen sie, wovon nichts überliefert ist, eine Hypo-
these über den Zweck der Amtsfortführung auf. App. Clau- dius, meinen
sie, habe sich deshalb sein Amt verlängert, um seine grossartigen Bauten
zu Ende zu führen, und damit keinem andern die Ehre der Vollendung
zufalle. Mommsen schliesst sich dieser Hypothese an, nur ver-
mutet er, es sei keine ungesetzliche Prorogation gewesen. Es bestand
nämlich in der That die Einrichtung, dass die Censur, wenn 18 Monate
nicht genügten, prorogiert wurde „ad opera, quae censores locassent,
probanda et ad sarta tecta exigenda^' (LIVIO, cf. Mommsen, Str. II, 324
m. Anm. 1, 2.). Es sei nun, wenn man alles Incriminieren und Moti-
vieren, welches den Claudiererzählungen anzuhaften pflege, ausscheide,
sehr wahrscheinlich, dass auch des App. Claudius Amtsverlängerung nur
eine solche gesetzmässige Prorogation sei (ähnlich Madvig, Verfassung und
Verwaltung. Herzog, Geschichte und System l, 273). Aber dagegen ist
zu sagen, dass grade die Ungesetzlichkeit in dem Berichte
<ias Wesentliche ist, dann, dass die kolossalen Bauten,
die des Censors Namen tragen, auch schliesslich in vier oder fünf
Jahren nicht vollendet werden konnten, woran schon Niebuhr erinnert (R.
G.). Ausserdem ist wohl bei einer solchen gesetzmässigen Prorogation (ex
instituto) immer beiden Censoren das Amt verlängert, weil, wie
Mommsen selbst sagt, (Str. II, 312 m. Anm, 6), das Prinzip der
CoUe- gialität bei der Censur mit besonderer Strenge gehandhabt
wurde. Und wenn nun Mommsen dennoch meint (a. a. 0.), dass die
appianische Prorogation diesem Prinzip nicht wider- streite, so scheint
mir das keineswegs ein bindender Schluss zu sein. Endlich liegen, was das
Entscheidende ist, zwischen dem Amtsantritt des App. Claudius und dem
seiner Nach- folger überhaupt nur zwei Jahre (310 — 307 s. oben);
die Censur kann ihm also kaum, jedenfalls nicht 4 oder 5 Jahre
prorogiert sein. Wiederholen wir kurz unsere Resultate: App.
Claudius trat seine Censur i. J. 310 v. Chr. an und behielt sie ganz
gesetzmässig 18 Monate lang mit seinem Collegen C. Plautius, der ihm
völlig zu Willen war {vTir/.oog), Wir kommen nun zu den Thaten des
Censors. Cap. 2. Die Bauthätigkeit des App. Claudius.
Eine Hauptseite der censorischen Thätigkeit war die Re- gulierung
der Gemeindeeinnahmen (mit Ausnahme der persön- lichen, directen
Vermögenssteuer, des Tributums) und der Ge- meindeausgaben.
Nach der römischen Finanzpraxis wurden die indirecten
Staatseinnahmen von jeglichem ertragsfähigen Staatsgut (Zölle,
Gemeindeland, Ausbeutung von Flüssen, Seen, Bergwerken u.a.) nicht direct
vom Staate erhoben, sondern an einzelne Unter- nehmer zur Ausnutzung
gegen eine bestimmte Entrichtung an die Staatskasse verpachtet.
Ebenso Hess der Staat die Lieferungen, die er brauchte, und die
Arbeiten, die er vornehmen Hess, an Private verdingen (locare opera
publica od. sarta tecta od. ultro tributa). 99
Die Censoren waren es, welche mit diesen Verpachtungen beider Art
betraut waren. Aber sie standen dabei unter der Oberaufsicht des Senates.
Neue Zölle konnten sie z. B. nur mit Bewilligung des Senates anordnen,
der Senat konnte cen- sorische Verpachtungen rückgängig machen, die
Pachtsumme ^rmässigen u. a. Bei vielen Ausgabeposten
wurde den Censoren nicht bloss die Verdingung, sondern auch die
Überwachung, Leitung und schliessliche Übernahme der Arbeit übertragen
(Polyb. 6,
17 Liv. 42, 3 faciendum oder reficiendum curare C. J. L. I,.
p. 177, n. 605). Dies geschah namentlich bei den öfFentlichen
Bauten, bei Reparaturen (z. B. des Circus Liv. 41, 27, der Mauern
Liv. 6, 32, der Strassen Liv. 29, 37. 41, 47,
Wasserleitungen, Frontin. aq. 95 u. a.) wie bei Neubauten (z. B. bei
Tempeln, Basiliken, Theatern, Brücken, Heerstrassen, u. a.). Nach
dieser Seite hin wird die censorische Competenz gradezu als Fürsorge für
die Bauten aufgefasst. Aber auch hierbei waren sie vom Senat abhängig.
Vor allem musste der Senat die- Gelder verwilligen; nur wenn und insoweit
es der Senat ge- stattete, konnten die Censoren das aerarium in
Anspruch nehmen,, und zwar durch Vermittlung der Quästoren, welche als
Ver- walter der Staatskasse die Gelder einnahmen und auszahlten.
Der Senat bewilligte den Censoren eine Bauschsumme (pe- cunia decreta
Liv. 39, 44. Polyb. G), jedoch als certa pe- cunia, und zwar gewöhnlich
eine gewisse Quote der Staats- einnahmen (vectigal annuum Liv. 40, 46.
44, 16). Was die Censoren im einzelnen damit anfangen wollten, war ihre
Sache. Inwieweit sie darin vom Senat abhängig waren, ob sie z. B.
zu Neubauten die Einwilligung des Senates einholen mussten (cf. Liv. 36,
36), lässt sich nicht bestimmen. Soviel musste ich im allgemeinen
über diese Seite des censorischen Amtes vorausschicken, um die Thätigkeit
des- App. Claudius in dieser Hinsicht richtig zu würdigen.
Die Censur des App. Claudius ist nämlich die erste, bei der uns
dies censorische Geschäft in der Überlieferung entgegeniritt, und APPIO nacht
von dieser Seite semes Amtes in so grossartiger und zugleich von der
gewöhnlichen und späteren Handhabung dieses Rechtes verschiedentlich
in so abweichender Art Gebrauch, wie es kaum wieder ge-
schehen ist. . Über die Bauthätigkeit des Censors App.
Claudius sind ausser den Notizen bei Diodor und Livius noch die
Angaben des S. Julius Frontinus in seiner Schrift „de aquis Romae"
zu benutzen. Ohne Zweifel beruhen die Angaben Frontins, der unter
dem Kaiser Nerva 97 n. Chr. curator aquarum war (Fronün 1. c. Einleitung),
auf eigener Erfahrung und Anschauung. Ausführ- lich und klar beschreibt
er auch die aqua Appia, berichtet, wo- her sie kommt, wie lang sie ist,
welchen Weg sie nimmt etc. Was er sonst über die Censur des App. Claudius
beibringt, ist offenbar aus den Hvianischen ähnlichen Quellen
geschöpft. Auch Diodors Angaben sind relativ ausführlich, und mit
Recht nimmt Mommsen an, dass der vielgereiste Verfasser (Diodor 1,
4) hier aus eigener Anschauung spricht (Mommsen, Rom. Forsch. II,
284 A. 90). LIVIO berührt die Bauten des Appius nur ganz kurz; doch
ist bemerkenswert, dass er, während er im allgemeinen sowohl in dem
Sachlichen als in der Beurteilung sehr von Diodor abweicht, im Lobe der
Bauthätigkeit des Censors mit ihm übereinstimmt. Er sagt (IX, 29,6): et
censura clara eo anno App. Claudii et C. Plautii fuit, memoriae
tamen felicioris apud posteros quod viam munivit et aquam in urbem
duxit, und bei Diodor heisst es: caror d^ ^nriiehn' c^Jcaarov Die
Bauwerke, welche des App. Claudius Censur ver- ewigen, sind die
Wasserleitung und die Heerstrasse, welche beide seinen Namen tragen, die
via und aqua Appia. Es war nämlich das Recht des bauleitenden
Beamten, den öffentlichen Gebäuden, natürlich mit Ausnahme der Tempel,
seinen Namen beizulegen; seit App. Claudius ist dies wenig- stens zumeist
geschehen, und es scheint sein Beispiel dies Recht hervorgebracht zu
haben, da sich vor ihm keine solche Fälle nachweisen lassen. Die
grossartigen Bauwerke der Republik in der Stadt Rom sind fast alle nach
ihren Erbauern genannt, die mit wenigen Ausnahmen Censoren sind
(Beispiele : basilica Porcia, Aemilia-Fulvia, Sempronia; circus
Flaminius. Die Erbauer der Bauten ausserhalb Roms sind nicht
Censoren, ausgenommen von zwei Heerstrassen, der via Appia
und Flaminia). Die aqua Appia ist der älteste und erste
Trinkwasser- aquadukt Roms, deren es später so viele gab. Bis zur
Zeit des Appius hatte man sich mit dem Wasser mehrerer Quellen und
Brunnen (Frontin I, 4: putei, worunter auch Cisternen bejrriften werden
können. Kiebuhr, R. G. III, 359 A. 24) begnügt, ja man hatte Tiberwasser
getrunken (Frontin a. a. O.j. Der Ruhm, die Quellen gefunden zu haben,
aus denen die aqua Appia gespeist wurde, wird dem Collegen des
Appius, L. Plautius, zugeschrieben, der deshalb den Beinamen Venox
(von Vena) erhalten haben soll (Frontin I, 5. Fasti Capit.
C. J. L. I, 432 ad a. 442: qui in hoc honore Venox appel- latus est). Das
Bedenken Drumanns, dass dies Cognomen nicht von vena abgeleitet sei, da
hiervon besser Venosus ge- bildet werde, sondern mit dem häufig in der
gens Plautia wiederkehrenden Cognomen Venno oder Veno (vgl. Liv.
VIII, 19, IX, 20) identisch sei, scheint in der That begründet. Die
Quellen, welche diese etymologische Ableitung geben, leisten nicht
hinlänglich Gewähr für die Richtigkeit derselben ; es scheint nur ein
Versuch der Erklärung des Cognomens zu sem, wie wir von dem des Appius
selbst mehrere finden werden. Den Lauf der aqua Appia beschreibt Frontin
(I, 5) fol- gendermaassen : Concipitur Appia in agro Lucullano via
Prae- nestina inter milliarium septimum et octavum deverticulo
sinis- trorsus passuum septingentorum octoginta; ductus eius habet
longitudinem a capite usque ad Salinas, qui locus est ad por- tam Tergeminam,
passuum undecim millium centum nonaginta: ex eo rivus est subterraneus —
offenbar absichtlich unter- irdisch, damit das Wasser nicht abgeschnitten
würde (Niebuhr, R. G.) — passuum undecim millium centum triginta : supra
terram substructio et opus arcuatum proximum portam Capenam — ein
Mauerwerk, welches wahrscheinlich die sog. XII portae bildete (vgl.
Siebert, APPIO S. 63). Jungitur ei ad Spem veterem in confinio
hortorum Torquatianorum ramus Augustae ab Augusto in supple- mentum eius
additus hie via Praenestina ad milliarium sextum deverticulo sinistrorsus
passuum nongentorum octoginta proxime viam Collatiam accipit fontem,
cuius ductus usque ad Gemellos efficit rivo subterraneo passuum sex
millia tre- centos sexaginta. Incipit distribui Appia imo Publica clivo
ad portam Trigeminam (Frontin, de aq. I, 5. cf.
Kiebuhr, R. G. III, 356 ff\ Siebert, App. Claud. S. 62 f. Becker,
Handbuch I, 702. Jordan, Topogr. der Stadt Rom I, 456. <jf. „Auetor de
viris illustr." 34, der die aqua „Anienem'^ nennt, was oifenbar ein
Schreibfehler ist. Eutrop II, 4 nennt sie „aqua Claudia", die erst
von Kaiser Claudius ausge- führt ist). Wie Frontin angiebt
(s. oben) hatte man in dem Thal zwischen dem Caelius und Aventinus ein
Mauerwerk von nur 60 Schritt nötig; daraus zieht Kiebuhr mit Recht den
Schluss, dass die Gänge nicht eben sehr tief gelegt waren (R. G.
III, 361). Die aqua Appia war von den 9
Wasserleitungen, die €s zur Zeit des Kaisers Claudius gab, die
zweitniedrigste (Siebert a. a. O. 62). Sie konnte daher nur den
niedrigsten Stadtteilen, der Vorstadt, dem Circus, dem Velabrum,
dem Vicus Tuscus, vielleicht noch der Subura, Wasser zuführen und
selbst diesen kaum in ausreichendem Maasse (Kiebuhr, R. G. III,
361). Das grössere der Bauwerke des Censors ist jene Heer- strasse,
welche gleichfalls seinen Kamen trägt. Es scheint aber nicht die älteste
ihrer Gattung zu sein ; bei der via Latina und Salaria weist der Käme auf
höheres Alter hin, (Kiebuhr, R. G. III, 359). Die späteren Heeresstrassen,
welche in Italien censorische Bauten (Flaminia, Aemilia), in
den v" r . -a i. "a > < ~ 26 Provinzen
und im cisalpinisclien Gallien consularisclie Baute» sind (Aemilia in
Gallia cisalpina, Postmnia ebenda, Doniitia in iS^arbonensis u. a.), sind
alle nach ihren Erbauern genannt;, die via Appia wäre also die erste, bei
der dies geschehen ist, sodass also allgemein das Beispiel des App.
Claudius das Recht der Eponymie für die bauleitenden Beamten
hervor- gebracht zu haben scheint. Es führte die via A])i)ia
an der ]\[eeresküste entlang durch die Städte Terracina, Fuudi, lAIola
bis nach Capua. Durch die pomptinischcn Sümpfe hat erst Trajan die
Strasse gebaut. App. Claudius hat durch dieselben wahrscheinlich,
nur einen Damm gelegt, während man als lleeresstrasse durch die Sümpfe
von Velitrae nach Terracina damals die- via Setina benutzte (Niebuhr, R.
G.). Diodor berichtet, dass App. Claudius die via Appia von-
Rom bis Capua mehr als 1000 Schritte weit zum grössten Teil mit festen
Steinen gepflastert habe (//^o/c; ateoeolg- yxalöTQOJüev), Nissen
(Pompejanische Studien S. 519) meint, dies sei nicht recht: Diodor und
seine Gewährsmänner hätten ihre eigene Zeit vor Augen, wenn sie von
der Pllasterung der via Appia sprächen (ebenso der Verfasser von
„de viris illustribus" 34 und Procop, bell. got. I, 14). Denn erst
i. J. 29G sei die erste Strecke der via Latina saxo quadrato
(Peperinplatten, Kiebuhr, Nissen, a. a. O.) gepflastert, und zwar eine
semita von der porta Ca- pena bis zum Marstempel, so berichte LIVIO..
Dann hätten i. J. 293 die curulischen Aedilen die Chaussee von dort
bis nach Bovillae silice (Lavapolygonen, s. Niebuhr und Nissea a. a. 0.)
zu pflastern fortgefahren (Liv. X, 47). ]\lir scheint aber durch diese
Notizen des Livius das Zeugnis Diodors noch nicht aufgehoben zu werden.
Es ist zwar zuzugeben,, dass App. Claudius die Chaussee nicht schon mit
der Kunst und in der herrlichen Weise gepflastert habe, wie die
römi- schen Heerstrassen später gepflastert wurden. Aber der Aus-
druck Diodors {yMCtocQtoü'F — bedecken, bestreuen) braucht o-ar nicht von
einer eigentlichen Pflasterung verstanden zu werden; und dann sagt Diodor
auch nur, dass Appius de» grösseren Tlieil (n> 'ixUmy uioog) der
Strasseso ausgeführt habe. Worin die wesentliche Arbeit beim Bau dieser
Chaussee bestand, sagt Diodor mit deutlichen Worten: 7('7r rorrtüv
riwg fdr v7ie()tyoviic^ (hanyMif^as, tov^ (>^ ijcyir/ytodets K y.inhw^
<}vah;ufia(JLV u'^io/jr/oii: fif/rRr^W.c yaniW/AOüF etc... Dass das
Terrain, über welches die Strasse führen sollte, ge- ebnet wurde, Anhöhen
abgetragen und Thäler ausgefüllt wurden, dass der Grundbau solid und bequem
hergestellt wurde, darin bestand zunächst die Hauptarbeit, darin das
Ver- dienst des App. Claudius. Deshalb konnte er mit Repht die
Heerstrasse als sein Werk betrachten, und derselben sein Name beigelegt
werden. Keineswegs aber kann sie App. Clau- dius schon ganz in der
grossartigen Weise vollendet haben,, in der sie später den Namen regina
viarum erhielt. Mitten in den pomptinischcn Sümpfen, unmittelbar an
der via legte App. Claudius das forum Api)ii an, das jetzt noch als
Foro Appio existiert (vgl. IMommsen, U. Forsch., Niebuhr, 11. G. HL 358. Lange,
Alterth.). Hier scheint er sich selbst eine statua diademata gesetzt zu
haben,. woraus das Gerücht entstanden ist, dass er sich Italien per
clientelas habe unterwerfen wollen. Denn was Sueton (Tib. 2> über
einen gewissen Claudius Drusus sagt, bezieht sich, wie Mommsen
überzeugend dargethan hat (R. Forsch. II, 305 ff. vgl. Niebuhr, R. G. HI,
355 ff. und Strebe, xM. L. Drusus, Diss. Marburg), auf unsern App.
Claudius. Diodor setzt beim Bericht über die aqua Appia hinzu
r xcd TioUix TOJV dj;iioouov yorjuucor fig icwn.r T/;r yMiaüxevy-
ccn-hoaev avev d(r/itcaü^ zi^g ücyyhpov; und weiter unten beim Bericht
über die via Appia: xtaco7;/.oKJ6v c^tJüc^c,- 7«^* (5';.«o<^'W
nooooöov^ Wir bemerkten, dass in späterer Zeit die Censoren. in Bezug auf
ihre Ausgaben ganz vom Senat abhängig waren^ indem ihnen eine pecunia
certa angewiesen wurde. Wenn nun Diodor sagt, dass App. Claudius die
Staatsgelder urfir düyftcnog Tr^s; övyyli[iov verwandt habe, so kann er
entweder me'i'nen, dass zur Zeit des Appius lür die censorischen Aus- -jviibcii
tlas ^)uyitlc iP^^ ar/yli\inv noch nicht nötig gewosen sei, oder, was
nilher liegt, dass APPIO venuüge seiner energischen Persönlichkeit sicli
von der Abhängigkeit vom Senate in seinen Geldausgabcn zum öftcntlichen
Nutzen trei- gemaclit habe. Jedenfalls folgt aus der Thatsache, das
App. •Claudius das öoyficc des Senates ganz übergehen konnte, die
weitere, dass die Grenze der Befugnis des Senats und des Zensors bei den
Staatsausgaben nicht gesetzlich scharf gezoecen war, und dass das Schalten der
Censoren zu dieser Zeit freier war als später. Ein drittes
Bauwerk, welches App. Claudius ausführte, ist der Tempel der Bellona d.
i. der griechischen 'Evvu) (Liv. X, 19. Ovid, fasti, 6, 203. C. J. L. I,
287: Elogium des Appius Claudius); es fällt dies aber erst in seine
spätere Lebenszeit. Ap]-). Claudius ist es aber entgegen der Mommsenschen
An- nahme (K. Forsch. I, 308) nicht gewesen, der in diesem Tempel die
Ahnenbilder seiner Vorfahren autgestellt hat (vergl. Starck,
Verhandlungen der dtsch. rhilologenversammlung zu Tübingen, Lpz..). Auf
diese Fragen jedoch brauche ich, da sie sich nicht auf die Ccnsur
beziehen, füglich nicht einzugehen. Jn der gewaltigen
Bautliätigkcit drückt sich sehr prägnant •der politische Charakter dos
Ccnsors und seine politischen Ten- denzen aus. „Er warf^', sagt
]\Ionnnscn treifend, „das veraltete Bauernsystem des Si)arschatzsammeln
bei Seite und lelirtc seine ]\Iitbüvger die ölfentlichen jNIittel in
würdiger V\Visc zu gebrauchen'' (R.- G.). App. Claudius war, wie wir
bei allen seinen politischen Maassnahmen sehen werden, ein De-
mokrat, und zwar förderte er besonders die Verkehrsinteressen, die der
städtischen Bevölkerung; dazu passt vortrefflich, dass wir ihn als
Beförderer des griechischen Einflusses in Kom kennen lernen, was sich
sclion in dem Bau eines Tempels zu Ehren einer rein griechischen Gottheit
ausdrückt. Vortrefflich passt zu solchen politischen Tendenzen
die Bauthätigkeit des App. Claudius .und die Richtung, in der er
.sie entfaltete. Cap. 3. Die Senatsliste und die Rittermusterung
des App. Claudius. Die senatus lectio des App. Claudius ist die
erste, über •welche uns etwas Bestimmtes überliefert ist. Es ist
dcshalb- von liohem Wert, dass wir grade über sie den Bericht eines
80 alten und bewährten Autors, wie ihn Diodor benutzt hat,, besitzen.
Schon zur Zeit des App. Claudius, das sagt Diodor deutlich, war es Sitte
{i}v tO-o^), die euyerelg und u^uoftuöt nqohyfivieg in den Senat
zuzuschreiben {7Toni:'/ou(fetr). Von- dieser Gewohnheit nun, erzählt
Diodor, sei App. Claudius in- sofern abgewichen, als er nicht bloss diese
hinzuschrieb,- sondern auch viele Freigelassenensöhne darunter
niischte- (avtfu^e jToAAotv ycd ich' dTiF?.8i)0^t()0)v tiovi;),
Livius erzählt zwar zu dem Jahre der Censur selbst nur, dass die
senatus lectio infamis und invidiosa gewesen sei, dass^ sie sine recli
pravique discrimine geschehen sei, dabei potiores- aliquot übergangen
seien. Offenbar berichteten seine Quellen an dieser Stelle nichts Spezielles
von der Senatsliste; und diese hatten die Wahl von Libertinensöhnen in
den Senat ohne Zweifel übergangen, weil eine solche Maassregel dem
hocharistokratischen Charakter, welchen sie dem App. Clau- dius beilegen,
widers])rochcn hätte. Livius selbst aber fügt an einer späteren Stelle,
die, wie wir darthun werden, aus einer anderen und besseren Quelle
geschö])ft ist, hinzu,, dass App. Claudius den Senat zuerst durch
Libertinensöhne befleckt habe. Auch von anderen Geschichtschreibern
wird die senatus lectio des App. Claudius erwähnt. Sueton sagt im
Leben des Claudius (24) : (Claudius imperator) Appium Caecum censorem
generis sui proauctorem libertinorum tilios in senatum adlegisse docuit,
ignarus temporibus Appii et deinceps ali- quamdiu libertinos dictos non
ipsos qui manu mitterentur sed ingenuos ex his pracreatos.
Aus welcher Quelle Sueton diese Nachricht hat, wisse» wir nicht;
manche neuere Forscher halten sie für richtig; sie cineu also, dass u,>tcr
libcrtini ursi,rü,.glich nicht Frei- gelassene, d. h. ge^-esene Sklaven,
sondern deren ^öhne verstanden seien (Momnisen, Str. I, 387 f. m. Ann,. Madvg,
\ erf. u Verhalt. I, 137. Siel.crt, Ap,.. Claud. 23 ft. A\
os.senborn. zu Liv IX, 4C, 1 u. 10). Mommsen, der frülier auch
diese Ansicht vertrat, hat neuerdings seine Meinung etwas geändert
(Str III 422 m. Anm. 2 u. 3). In späterer Zeit hicssen libcrtini
diejenigen, welche Servituten, servierunt oder manu missi .sunt. Wenn nun
Sucton sagt, früher seien als l.bevt.n. die Sühne solcher Freigelassenen
bezeichnet, so schen.t er zu meinen, dass die Freigelassenen selbst
liberti genannt seien.. Dies ist aber sprachlich unmöglich, was durch die
Analogien divus - divinus, masculus - masculinus bewiesen wird (W
lUenis, le sönat, I, 184,n. A. 3). Ausserdem widerspricht einer
solchen Annahme der feststehende Unter-schicd der beiden Be- zeichnungen
: beide bez-eichnen nämlich allein den gewesenen Sklaven, nur dass bei
libertinus derselbe nach seiner allge- meinen bürgerlichen Stellung, bei
libertus aber nach dem Verhältniss zu seinem Herrn verstanden wird
(Mommsen, Str. III, 423). . c . A So kann also die
Stelle Suetons nicht gefasst werden. Ernesti meint, Sueton wolle
sagen, zur Zeit des App. Claudius seien nicht bloss die Freigelassenen,
sondern auch ihre Sühne libcrtini genannt. Diese Interpretation setzt
allerdings eine ungenaue Ausdrucksweisc bei Sueton voraus; aber sie
kann ja richtig sein, obwohl auch dies noch unbewiesen bleibt. Es ist
ohne jeden Zweifel, dass alle andern Schriftsteller unter libcrtini nur
die Freigelassenen, und zwar für alle Zeiten, verstehen. Alle beziehen
die senatus lectio unseres Censors auf die Söhne gewesener Sklaven.
Diodor nennt die von App. Claudius in den Senat Aufgenommenen
c}Tre).i'^ii>iov wotv, und von dem i. J. 304 zum curulischen Aedil
gewählten An- lönger unseres Censors, dem Cn. Flavius, sagt er direkt,
er sei der Sohn eines gewesenen Sklaven gewesen (rr«ro<.,- «» dsdov/.suxöms).
Hiermit stimmen alle andern Gewährsmänner überein: Livius (IX, 46), der
Kaiser Claudius (Sueton 1. c), TACITO (si veda) (ann.), Plutarch (Pomp.).
Wir werden -also mit diesen Autoren annehmen müssen, dass Söhne von
Freigelassenen, niclit Enkel, wie Sueton meint, von App. Clau- <lius in den Senat aufgenommen seien. Wertlos
ist die Angabe des Verfassers von „de viris illustribus" (34), dass
App. Claudius Libertinen selbst in den Senat aufgenommen habe.
Die Freigelassenen selbst wie ihre Söhne waren eben, ^a sie mit dem
Makel der Knechtschaft behaftet waren, ob- Äwar nicht durch Gesetz,
sondern nur durch das Herkommen Tom Senat wie von der l\Iagistratur
ausgeschlossen (Mommsen, Str. l, 459 f.)» während die Enkel der
Freigelassenen zu allen Zeiten zu den ingenui gehört haben (Mommsen, Str.
III, 422), und von den plebejischen
Geschlechtern, deren Glieder im Senat sassen, stammen sicher manche von
Libertinen ab (Willems, le s^nat, I, 188). Indem nun App. Claudius
I.iber- tinensöhne in den Senat wählte, warf er den
staatsrechtlichen Usus, wonach sie vom Senat und von der Magistratur
aus- geschlossen waren, um. Und dies ist der Grund, weshalb die
senatus lectio unseres Censors für so schimpf lieh galt und den Adel aufs
äusserste erbitterte (Diod. 1. c. : i(p' olg ßaQtvf^ i'(feQOV oi
yMVXiouaroi 7a/> Fvyeveiai;). Il2in hat nun die von App.
Claudius in den Senat auf- genommenen Libertinensöhne näher bestimmen zu
können ge- glaubt. Willems meint, es seien solche Libertinensöhne ge-
wesen, welche seit dem .1. v. Chr.
Volkstribunen gewesen .seien (le senat, I, 185 m. Anm. 5). In dieses Jahr
ungefähr setzt nämlich Willems die lex Ovinia, durch welche
bestimmt wurde, dass optimus quisque ex omni ordine — d. h. nach
Willems omni ordine magistratuum et curulium et plebeiorum in den
Senat gewählt werden sollte. Nach diesem Gesetze * hätten, meint
Willems, nicht bloss gewesene Consuln, Prätoren, <>urulische
Aedilen, sondern auch Volkstribunen und plebejische Aedilen gewählt werden
müssen. Dass die von App. Claudius in den Senat gewählten Libertinensöhne
gewesene Volkstribunen seien, glaubt Willems daraus folgern zu können,
dass zu diesem Amte welches zehn Männer jedes Mal zusammen bekleideten,
d,e L.bertmensohne leichteren Zutritt hatten als zu irgend einem andern
Wir wissen niehts darüber, dass in dieser Zeit schon em L.ber-
tinensohn zum Volkstribunat gelangt sei; L. Macer L.v IX, 46, 3), dessen
Zeugnis sehr wenig gilt, überliefert allem dass Cn. Fiavius vor seiner
Aedilität (i. J. 304) sclK,n Volkstnbun gewesen sei. Es ist dies aber
sehr unwahrschemhch, da vor ier Tribusänderung des App. Claudius das
St.mmrecht d r niedri-en Bürger in den Tributcomitien wenig Gewicht
hatte (s. unten).,. ^, xj„„;i Wie hypothetisch dieser
Schluss ist, liegt auf der Hand.. Und dass überhaupt die gewesenen
Tribunen hätten in der. Senat gewählt werden müssen, ist nichts als
Vemmtung. Willems behauptet es nach seiner Auslegung der lex
Ovinia. Ich habe mich auf diese Frage, weil sie memem Ziele fern
liegt, nicht einzulassen, will nur erwähnen, dass m der lex Ovinia unter
omnis ordo, aus dem optimus quisque m den Se- „at gewählt werden sollte,
nicht omnes ordines magis ra uum et curulium et plebeiorum (Willems a. a.
OO, auch nicht blos. ordines magistratuum curulium (Lange, R. Alterth. I,
«U de plebiscito Ovinio et Atinio. Progr. 7 ff.) zu vers eben sind
sondern dass die Worte am einfachsten und natürlichsten als der gesamte
Bürgerstand zu fassen sind (Hotmann, der rom. Senat S 7 ff., Becker,
Handbuch, II, 2, 300 .Herzog Gesch. u. System 1,882 f. Mommsen, Str. H,
39o, 397 -• Anm^ 1). Die senatus lectio des App. Claudius war nicht
bloss wecen der Aufnahme von Libertinensöhnen anstössig, sondern
auch deshalb, weil App. Claudius nicht, wie es die Censoren zu thun
hatten, die anrüchigen Senatoren ausstiess (Diod. 1. c. o,]J^m rc.>
döo^ocvTcov avyy2rjry.ä^v tS^ßale), Beachten wir aber den Grund, welchen
Diodor für diese Maassregel angiebt: Weil App. Claudius, sagt er, sich
bei den Patriziern äusserst verhasst gemacht habe, so mied er es, bei
irgend einem an- dern Bürger anzustossen, und in dieser Absicht
unterliess er auch die Reinigung der Senatsliste von anrüchigen
Personen VeOTUTOL^ TÜV (fd^üVOV^ i^l'xklVF TO TlQOOXÜTlTeiVTlVt liOV
tikXcüV tioXltwv xai xaia rtiv riov owtö^icüv xarayQatfr^v ovdh'ct
etc. Diod. 1. c). In demselben Gedanken nahm er auch bei der
Rittermusterung (equitum recognitio oder census) keinem sein
Ritterpferd (Diod. : xa) xara Trjv tcüv ltitifhov doxLf.iaolav ovdh'a
difFiXero Tov 'iTtJiov), Es ist dies die einzige Notiz, welche wir
über die Rittermusterung des App. Claudius haben. Sein Auftreten
dabei steht aber im Einklang mit seiner politischen Stellung, die Diodor
mit den Worten bezeichnet: ccvTiTayf^a xaxaaxF vciCiov Die
Senatsliste unseres Censors ist aber bald wieder um- gestossen worden.
Die Consuln beriefen, so erzählt Diodor, aus Hass und zugleich um sich
dem Adel gefällig zu zeigen, den Senat nach der früheren Liste,
{sid^" ol fih v^raTot did zov (fMvov xal did to ßovkEöd^ai rolg
sTiKpavsaTaTOic; /«(»/Led^ar övvijyov irjv GvyxXr^cov etc. Diod. 1.
c.) Damit stimmt Livius über ein (IX, 30, 1,2): Consules
negaverunt eam lectionem observaturos esse et senatum ex- templo
citaverunt eo ordine, qui ante censores App. Claudium et C. Plautium
fuerat. Diodor erzählt die Zurückweisung der appianischen
Senats- liste zu demselben Jahr, wo App. Claudius sein Amt antrat
(310 V. Chr.). Daraus darf man aber nicht schliessen, dass es von den
Consuln dieses selbigen Jahres geschehen sei. Das war nicht der Fall,
nicht sowohl, weil Livius, der den Amtsantritt des App. Claudius in das
Jahr 312 setzt, die Zurückweisung der Senatsliste zum folgenden Jahr 311
erzählt und den Con- suln d. J., C. Jun. Bubulcus und P. Aem. Barbula,
zuschreibt, als deshalb, weil die Censoren nach den Consuln und
zwar unter ihrem Vorsitz gewählt wurden, im ersten Jahr der Cen-
sur also immer der Senat schon in der früheren Ordnung zu- sammen
getreten war (Mommsen, Str. II, 396). Und diese Annahme widerstreitet dem
Diodor keineswegs, da er öfters Ereignisse, die sich auf mehrere Jahre
verteilen, zusammen erzählt, wofür die Erzählung der Gallierkriege (Diod.
XIV, 113 ff) ein klares Beispiel giebt. Diodor deutet d,es an
unserer Stelle klar genug an, indem er die Zurückwe.sung der Senatsliste
zugleich mit der ebenfalls nieht m das Jahr 310 .gehörenden Wahl des Cn.
Flavius zum Aedden am Schlüsse seines Berichtes erzählt und mit dra
anknüpft. Wenn wir nun mit Diodor den Amtsantritt des App.
Claudius h. d. J. 310 setzen, so müssen -- J"-'™-: ^^^JJ die
Senatsliste von den Consuln des Jahres 308 -oO.» ^ em Diktatorenjahr -
umgestossen ist. D.ese waren (f 1 abms und P Decius (Diod. XX, 37). Es
sind d.es dieselben Manner, welche als Censoren i. J. 304 die
Tribusänderung des App. Claudius rückgär>gig machten (s. unten). Wir
sähe,, m d.esem von der Kritik hergestellten Zusammentreften emen
kratt.gen Beweis für die Richtigkeit des chronologischen Ansatzes
Aus den Angaben Diodors folgt, dass schon die Vor- gänger des App.
Claudius und C. Plautius in der Censur eine lenatsliste aufgestellt
haben; er sagt ausdrücklich, dass die Consuln den Senat berufen hätten
o*^ ir:v vm> tinnov y.ara- }a^^8lmv dl/M t^v vn.) u^n' .r^oy. /fr^7'^
rrn- xt//yo>r yaia^'oaifeiaar. Diese unzweideutige Angabe scheint mir
ent- scheidend für eine weitere Streitfrage, welche sich an die
Senatsliste des App. Claudius knüpft. Es ist nämhch die An- Sicht
aufgestellt worden, dass die senatus lectio des App. Claudius überhaupt
die erste censorische sei, und dass die lex Ovinia, welche das Amt der
Senatswahl von den Consuln auf die Censoren übertragen hat, im Jahre der
Censur des App. Claudius oder kurz vorher gegeben worden sei. Die
lex Ovinia ist uns von Festus an einer etwas verderbten stelle
überliefert (ed. Müller: praete riti senatores quondam in opprobrio
non erant, quod ut reges sibi legebant sublege- bantque, quos in consilis
publico haberent, ita post exactos eos consules quoque et tribuni militum
c. p. coniunctissimos sibi quosque patriciorum et deinde plebeiorum
legebant, donec Ovinia tribunicia intervenit, qua sanctum est, ut
censores ex omni ordine optimum quemque legerent, quo factum est, ut
>qui praeteriti essent et loco moti haberentur ignominiosi").
Über die vielen Streitfragen in Bezug auf dies Plebiscit vgl. Hofman, der
röm. Senat S. 3 if. Willems, le senat, 153 ff. u. a. Uns geht nur die
Frage nach der Datierung an. Dieselbe ist nicht überliefert.
Man bringt nun die lex Ovinia in engen Zusammenhang mit der senatus
lectio des App. Claudius (Mommsen, Str. II, 395 m. A. 1. Willems, le
senat, I, 185 ff.). Es gebe, so meint man, kein anderes Beispiel dafür,
dass eine censorische senatus lectio von den Consuln umgestossen sei. Und
wenn die Censoren schon lange diese Befugniss gehabt hätten, so
hätten die Consuln nicht gewagt, die appianische Senatsliste zu
ignorieren. Wenn man dagegen annehme, dass App. Clau- dius und C.
Plautius zum ersten Male als Censoren den Senat zusammengesetzt haben, so
erkläre es sich leicht, dass die Consuln, zu deren Amtskreis bis dahin
die Senatswahl gehörte, die Liste des App. Claudius hätten umstossen
können, zumal dieselbe gegen Gesetz und Herkommen Verstössen habe.
Es ist diese Deduction reine Hypothese; von unsern Quellen w^ird
als Grund der Verwerfung der appianischen senatus lectio ganz allein ihre
Ungesetzlichkeit oder vielmehr ihr Verstoss gegen das Herkommen angegeben
; und es scheint dies zur Erklärung auch völlig zu genügen.
Zudem sagt ja Diodor mit klaren Worten, dass schon die früheren
Censoren den Senat gewählt hätten, und diesem •bestimmten und guten
Zeugnis glaube ich mehr Gewicht bei- legen zu müssen als den unbestimmten
Worten des Livius (IX, 33 senatum citaverunt eo ordine qui ante censores
App. Claudium et C. Plautium fuerat). Wir werden also den Er- lass
der lex Ovinia jedenfalls vor das Jahr 318, wo die Amts- vorgänger des
App. Claudius Censoren wurden, setzen. Ge- nauer dem Datum nachzuforschen
ist nicht meine Aufgabe. Allerdings können wir in der Umstossung
der appiani- schen senatus lectio von Seiten der Consuln noch einen
Nach- klang eines ehemals senatorischen Rechtes bemerken. Die
Consuln vom J. 308 werden sich bei ihrer That ohne Zweifel darauf berufen
haben, dass die Senatswahl ursprünglich ein consularisches Recht
war. Was ist nun von der Senatsliste unseres Censors zu ur-
teilen? Welche politische Absicht verfolgte er bei der Ein- wahl von
Libertinensöhnen? Auch hierüber bestehen die grössten Differenzen
zwischen den neueren Forschern. Nie- buhr (R. G. III, 344 ff".) und
mehrere Anhänger (Lange, R. Alterth. Herzog, Gesch. u. Syst.
Siebert, App. Claudius) halten an dem Grundcharakter fest, welcher der
Politik des App. Claudius von Livius bei- gelegt wird, d. h. sie
meinen, App. Claudius sei ein strammer Aristokrat gewesen und habe nur
die hohe und höchste No- bilität mit allen seinen censorischen
Maassregeln fördern wollen. Diesem politischen Charakter widerspricht nun
off'enbar die senatus lectio, durch welche die niedrigste
Bevölkerungsklasse der Libertinen begünstigt wurde, sowie auch die
Tribusänderung des App. Claudius. Auf eigenthümliche
Weise suchen die ge- nannten Forscher diesen Widerspruch zu lösen. Der
Adel, so führt Niebuhr aus, und also auch der Senat zerfalle damals
in zwei Klassen, die patrizische Kobilität, welche schon sehr ab-
genommen habe, und die plebejische Nobilität, welche jene zu überflügeln
drohe. App. Claudius nun, selbst aus einem alt- und hochadligen
Geschlecht stammend, habe seine ganze poli- tische Thätigkeit in den
Dienst des alten patrizischen Adels gestellt und den plebejischen Adel
herabdrücken wollen. Dies erkenne man aus seinen späteren Thaten: J. J.
299 v. Chr. habe er gegen die lex Ogulnia gestimmt (LIVIO (si veda)),
als Kandidat für das Consulat (LIVIO (si veda)) i. J. 295 und als
interrex (Cic. Brutus XIV, 55) habe er mit aller Macht da- nach gestrebt,
dass die Patrizier die beiden Consulnstellen wieder erlangten (Niebuhr,
R. G. 353). Durch die Aufnahme von Libertinensöhnen in den Senat, dessen
grösster Teil schon damals dem plebejischen Adel angehört habe, habe er
diesen nur insultieren und sich dafür rächen wollen, dass er bis
jetzt, eben durch die Verhinderung des plebejischen Adels,
noch nicht zum Consulat gelangt sei (R. G. III, 345). Andere
fingieren eine sog. „Coalitionspartei" (Siebert, a. a. O. 45), deren
Ziel gewesen sei, eine enge Verbindung zwischen der patrizischen und
plebejischen Nobilität im politischen Leben herzustellen. Gegen diese sei
besonders die politische Thätig- keit unseres Censors gerichtet gewesen.
Um sie herabzu- drücken, habe er die Libertinensöhne in den Senat
aufge- nommen, damit sie die Zahl der Anhänger der alten Nobilität
vergrössern sollten. Die UnWahrscheinlichkeit steht dieser Ansicht
an der Stirn geschrieben. Sie könnte sich allein stützen auf zwei
Angaben des Livius, wo dieser den App. Claudius nach seiner Censur
altpatrizische Standesvorrechte vertreten lässt. Dass diese aber
Dichtungen sind, erfunden nach der bekannten Claudier- schablone, werden
wir in anderm Zusammenhange nachweisen (s. unten). Wir fassen die
politische Bedeutung der Senats- liste in dem positiven Sinne, dass App. Claudius
Libertinen- söhne in den Senat aufnahm, weil er das libertinische
Element und überhaupt die niederen Volksschichten begünstigte und
in ihren politischen Rechten fördern wollte. Die Demagogie, die sich in
der appianischen senatus lectio, wie in der ge- sammten censorischen
Thätigkeit ausdrückt, ist in dem Berichte Diodors klar gesagt, was selbst
die Gegner zugeben müssen {Siebert, a. a. 0. 21). C a p.
4. Die Tribusänderung des App. Claudius und ihre Verwerfung
durch die Censoren d. J. 304 v. Chr., Q. Fabius und P. Decius. Die
Änderung, welche App. Claudius mit der Tribus- ordnung vornahm, gilt
allgemein als die wichtigste und ein- schneidendste seiner censorischen
Maassregeln. Sie wurde schon von den zweiten Nachfolgern des App.
Claudius und O. Plautius, den Censoren Q. Fabius und P. Decius d. J.
304 V. Chr., umgestossen; daher ist diese Censur in den
Rahmen unserer Betrachtung mit hinein zu ziehen. Über die
Tribusänderung des App. Claudius liegen un& drei Berichte vor :
Diodor XX, 36. Livius IX, 46. Plutarch, Popl. 7. Die Gegenmassregel des
Fabius erwähnen: Liv. IX^ 46. Val. Max. II, 2, 9 und der Auetor de viris
illustribus 32^ von denen die beiden letzten Angaben wertlos sind. Diese
Berichte sind aber weder hinlänglich ausführlich und klar, noch stimmen
sie so überein, dass sie, aus einander ergänzt, ein genaues und
deutliches Bild von des Appius Claudius Tribusänderung geben. Zudem
wissen wir im übrigen vom Wesen der Tribus, ihrer Bedeutung und
praktischen Ver- wendung im Staat äusserst wenig. Es kann daher
nicht Wunder nehmen, dass dies Edikt des App. Claudius von seiner
gesamten censorischen Thätigkeit am meisten umstritten ist. Vieles
freilich, was von den Gelehrten zur Begründung ihrer Ansichten über die
Tribusänderung des App. Claudius vor- gebracht wird, ist lediglich
Vermutung; und wenn derselben auch bei der Knappheit der Überlieferung
Raum gegeben wird, so scheint mir doch das, was vermutet und aus
der Überlieferung gefolgert wird, von dem, was wirklich unzwei-
deutig überliefert wird, streng geschieden werden zu müssen. In Bezug auf
die Überlieferung unseres Gegenstandes ist die Grundfrage, welchem
Berichte wir das Hauptgewicht beilegen sollen, ob dem diodorischen oder
dem livianischen. Nach unsern Erörterungen im ersten Kapitel über den
Wert und das Verhältnis der beiden Quellen ist die Frage für uns
schon dahin entschieden, dass wir von Diodors Berichte auszugehen
und ihn zu Grunde zu legen haben. Wenn seine Angabe auch äusserst kurz
ist, so werden w^ir doch finden, dass sie, genau und wortgetreu
ausgelegt, das Edikt des Censors über die Tribusänderung in der knappsten
Weise, vielleicht mit den Worten des Ediktes selbst, richtig wiedergiebt,
ohne frei- lich seine Bedeutung oder Wirkung auch nur zu berühren.
Den Bericht des Livius glauben wir zur Ergänzung heran- ziehen zu dürfen,
wir haben Gründe dafür, dass er da, wo er von der Tribusänderung des App.
Claudius und ihrer Ver- werfung durch Q. Fabius spricht, aus einer
besseren Quelle schöpft, als sein hauptsächlicher Gewährsmann dieses
ganzen Abschnittes ist (s. unten), und wir werden sehen, dass seine
Angaben in Bezug auf die Wirkung der appianischen Tribus- änderung mit
den Schlüssen, die wir aus Diodors Worten ziehen müssen, wohl
übereinstimmen; daher werden wir auch seinen Angaben über die Censur des
Fabius, wo er die einzige Quelle ist, und w^elche er offenbor von
demselben Gewährs- mann hat, in gewissem Grade Vertrauen entgegen
bringen. Erörtern wir zunächst kurz, was wir von der Tribus-
ordnung vor der Censur des App. Claudius, ihrem Wesen und ihrer Bedeutung
weissen, weil dies notwendig zum Ver- ständnis der appianischen Änderung
ist. Die Tribus sind von Haus aus lokale Bezirke. Das be-
weisen viele Quellenbelege (Dionys IV, 14. Liv. Verrius Flaccus b.
Gellius XVIII, 7. Laelius Felix b. Gelhus XV, 27), die ich in anderm
Zusammenhang, wo ich erörtere, wie die lokale Grundlage der Tribusordnung
zu fassen ist, behandeln werde. Das beweisen vor allem die Namen
der einzelnen Tribus. Zunächst haben die 4 städtischen Tribus
örtliche Namen: Die Sucusana von der Sucusa (Subura) (Jordan, Topogr. v.
Rom I, 185 f. 199), die Esquilina vom mons Esquilinus (Jordan I, 183 f.),
die Palatina vom mons Palatium (Jordan), die Collina vom collis sc. Qui-
rinalis (Jordan, I, 180 f.). Alsdann ist die lokale Grundlage evident für
alle in historischer Zeit seit 389 errichteten Tribus, deren Namen von
Seeen, Flüssen, Städten ge- nommen sind oder sonstigen örtlichen
Ursprungs sind (vgl. Moramsen, Str. III, 171 A. 1—8. 172 A. 1—9.
Kubit- schek, de Rom. tribuum origine et propagatione bei Be-
handlung der einzelnen Tribus). Wenn die ältesten sechszehn Tribus auch
nach alten patrizischen Geschlechtern genannt sind, so gilt für sie
dennoch dasselbe örtliche Prinzip: es wird z. B. neben der Tribus Pupinia
der ager Pupinius ge- nannt (s. Kubitschek a. a. O. S. 10). Grotefend
vermutet, dass erst i. J. 495 mit der Tribus Crustumina die
Lokaltribus ein- gerichtet sei (Imp, Rom. trib. descr. S. 3). Aber dem
ist entgegen zu halten, dass doch die tribus urbanae, welche nach
der Überlieferung zuerst geschaffen sind, schon Namen ört- lichen
Ursprungs tragen. Die Benennung von 16 Tribus nach patrizischen Ge-
schlechtern erklärt man so, dass die Tribus von der gens, deren
Grundbesitz der Tribusbezirk umfasste, den Namen er- halten habe
(Mommsen, Str.). Das die Geschlechter im frühesten Gemeindeleben Roms von
grosser Bedeutung gewesen sind, ist ohne Zweifel, und es kann leicht
sein, dass, als das damals noch kleine römische Gebiet in Tribus zerlegt
wurde, die einzelnen Tribus nach den Geschlechtern genannt wurden,
deren Grundbesitz hauptsächlich den Tribusbezirk bildete. Aber es kann ja
auch möglich sein, dass die gentilizischen Namen erst später erfunden
sind. Genug, der Grundsatz, dass die Tribus ursprünglich
Territorialbezirke sind, wird allgemein anerkannt. Nur ist man uneinig,
in welcher Weise die lokale Grundlage der Tribus zu fassen ist. Damit hängen aufs engste die verschiedenen Ansichten von der
Tribusänderung des App. Claudius zusammen. Mommsen fasst die
lokale Grundlage der Tribus in eigen- tümlichem Sinne, er meint, dass die
Tribuseinteilung anfangs nur eine Einteilung des römischen
Privatgrundbesitzes (ager privatus) gewesen sei (Rom. Trib. 17, 151 ff. Rom. Forsch.). „Die Tribus, sagt er bei der neuesten
und ausführ- lichsten Auseinandersetzung dieser seiner Ansicht (Rom.
Staatsr. III, 164), kommt nur dem Grundstück zu, welches im quiri-
tischen Eigentum steht oder stehen kann. Die Einzeichnung von
Grundstücken in die Tribus ist nicht Folge der Grenz - erweiterung,
sondern der Ausdehnung des Privateigentums, mag diese nun erfolgen durcii
die Adsignation von Gemeinde- land an römische Bürger, wohin namentlich
die Gründung der Bürgerkolonien gehört, oder durch Aufnahme von
Halb- bürger- oder Nichtbürgergemeinden in das
Vollbürgerrecht." Der ursprüngliche Privatbodenbesitz ist nach
Mommsens Ansicht der an Haus und Garten (Str. III, 24). Dann wurde
das personale Eigentum ex iure Quiritium auf den Orundbesitz überhaupt
übertragen, was dasselbe ist als die Erstreckung der Tribus von der Stadt
auf die Flur (Str.). Demnach hat sich die Tribuseinteilung anfangs (bei
der Giündung durch Servius TuUius) nur auf die Stadt bezogen (Str. III,
166) und ist erst, als die Flur quiritisches Eigentum ward, auf sie
bezogen worden. Diese Übertragung ivird ausgedrückt durch die Einrichtung
der 16 ältesten Tribus, ivelche ihre Namen von den Geschlechtern, deren
Grundbesitz sie umfassten, erhielten: die Flur war ja Anfangs
lediglich Geschlechtsbesitz und zerfiel in Geschlechtsäcker, deren
Auf- teilung eben die Einrichtung der ältesten ländlichen Tribus
bedeutet (Str. III, 168, 170). Aus der Bodentribus ist die
personale abgeleitet ; und da «ich die Bodentribus anfangs nur auf den
ager privatus bezog, so folgt für Mommsen daraus, dass ursprünglich nur
die Römer die Tribus hatten, welche am ager privatus ex iure
<5uiritium partizipierten d. h. anfangs standen nur die An- sässigen
(adsidui-adsidentes, locupletes = qui in loco sunt) in den Tribus,
einerlei ob dies Patrizier oder Plebejer waren (Rom. Forsch. I, 151 f.
154. Rom. Trib. 151 ff. Str. II, ^71 f. Str. III, 182 ff.). Der Besitzer
von Privatgrund- stücken stand in der Tribus, in welcher sein Grundstück
lag ; und mit dem Grundstück ist die personale Tribus von dem
jedesmaligen Besitzer gewonnen und verloren worden. Die Personaltribus
ist also wandelbar (Str.), während die Bodentribus unwandelbar ist, indem
das einer Tribus zuge- schriebene Grundstück späterhin nicht in eine
andere über- tragen werden kann (Str. II, 371; III, 162). Die
Tribus in personaler Hinsicht umfassen also die ge- samte Bürgerschaft,
Patrizier wie Plebejer, welche am ager privatus partizipieren. Aber dies
ist keineswegs die Gesamt- bürgerschaft (R. Str. III, 182. R. Forsch.
154). Alle nicht ansässigen Bürger stehen eben ausserhalb der Tribus.Die
personale Tribus ist nun der Inbegriff aller Pflichten ' und Rechte,
welche dem Bürger aus der Bodentribus er- wachsen ; sie ist das Zeichen
desjenigen Bürgers, der zur Be- steuerung und Aushebung fähig ist und das
Stimmrecht be- sitzt. Steuer-, Heer- und Stimmordnung beruhen auf
der Tribusordnung, sodass die Tribulen, d. h. die Ansässigen, und
nur diese, nach Tribus diesen ihren Pflichten und Rechten nachkamen. Was
zunächst die Kriegspflicht imd das Stimm- | recht betrifft, so gilt für
beides die Tribus als Qualifikation^ nur mit dem Unterschied, dass diese
schlechthin an den Grund- besitz, Dienstpflicht und Stimmrecht dagegen an
einen Minimal- satz von Grundbesitz geknüpft ist (III, 247). Denn
wenn auch die 5 Abstufungen, welche König Servius in Heer- und
Stimmordnung geschaffen hat, in Geldansätzen überliefert sind^ so sind
diese doch anfangs vermutlich in Landmaass aus- gedrückt (s. Gründe
Mommsens Str. III, 247): die 1. Klasse hat den Besitz einer Hufe
(wahrscheinlich c. 20 iugera) und die vier niederen den Besitz einer
Dreiviertel-, Halb- Viertel- und Kleinstelle (c. 20 jug.) erfordert,
während Eigentümer von kleinerem Grundbesitz nicht zu den Grund-
besitzern gezählt sind (Str.). Innerhalb dieser Grenze war die
Bürgerschaft, von den Censoren in Centurien formiert und zwar nach dem
Prinzip der gleichmässigen Verteilung der Tribulen einer jeden Tribus in
sämtliche Centurien, zu Waflendienst und Abstimmung berechtigt. Die
Nichtgrund- besitzer und Vermögenslosen gehörten in eine
Zusatzcenturie (accensi velati), deren Stimmrecht aber bei ihrer Masse
illu- sorisch war (Str. III, 284), und die zwar in der Ordnung des
exercitus centuriatus ihre Stelle hatten, aber vom Waffendienst
ausgeschlossen waren (Str. III, 281, 82). Zwischen der Heer- und
Stimmordnung einerseits und der Steuerordnung anderer- seits bestehen
nach Mommsen keine inneren Beziehungen (III, 230). In älterer Zeit ist
nur Grund und Boden und das, was wesentlicher Bestandteil der
Ackerwirtschaft ist (Sklaven, Zug- und Lastvieh), steuerpflichtig.
Indessen gilt dies nur für die Grundbesitzer, d. h. die Tribulen. Ihnen
entgegengesetzt sind die Aerarier „die Steuerpflichtigen" im
eminenten Sinn, diesehaben nämlich nach Mommsen von Haus aus Steuern vonL
sämtlichen Mobiliarvermögen entrichtet, während sie, wie wir erwähnten,
in Heer- und Stimmordnung nur scheinbar berück-^ sichtigt waren.
Späterhin, es scheint ziemlich früh, setzt Mommsen hinzu, wurde das
tributum allgemein, also auch für die Grundbesitzer, zur Vermögenssteuer;
so war also der Gegensatz zwischen Grundbesitzern (= Tribulen) und Arariern
in Frage gestellt (Str. II, 262 ff.). Unmittelbar hieran knüpft Mommsen
seine Ansicht über die Tribusänderung des Censors Appius
Claudius. Bleiben wir zunächst hier stehen. Wir haben das System
Mommsens von dem Wesen und der ursprünglichen Bedeutung der Tribus kurz in seinem
Zusammenhang dargelegt, um zu zeigen, wie der Grundgedanke des Systems,
dass der Grund- besitz ursprünglich das Requisit für den römischen
Vollbürger gewesen ist, zwar consequent, aber zu sehr schematisch
und doktrinär durchgeführt ist, und um nun unsere Kritik der
Mommsenschen Ansicht anzureihen und unsere eigene ab- weichende Ansicht
zu entwickeln. In den späteren Zeiten der römischen Geschichte,
seit dem Bundesgenossenkrieg, war der lokale Zusammenhang der
Tribus, welcher bei einer Bodeneinteilung jedenfalls ur- sprünglich
vorauszusetzen ist, völlig zerstört. Nach dem ge- nannten Kriege, durch
welchen die meisten bisher bundes- genössischen italischen Städte und
Staaten das römische Vollbürgerrecht und damit die Tribus erlangten,
verteilte man die neuen Vollbürgergemeinden in die bestehenden 35
Tribus, sodass nun die einzelnen Tribus, lokal gefasst, aus
zerstückelten, über ganz Italien verbreiteten Landcomplexen bestanden.
Eine Zusammenstellung der zu den einzelnen Tribus gehörigen Ge-
meindeterritorien ergiebt die Italia tributim descripta (CICERONE (si veda),
de pet. cons. 8, 30), welche Grotefend mustergültig, soweit es
möglich, rekonstruiert hat („Imperium Romanum tributim descriptum"
Hannover 1863 vgl. Kubitschek, de Romanarum tribuum origine et
propagatione. Abhdl. des arch. - epigr^ Seminars. Wien 1882). Schon
in Italien schrieb man grössere Territorien einer bestimmten Tribus zu
(wie z. B. Calabrien der Fabia, Campanien der Falerna, u. a. vgl.
Kubitschek) *, und in der Kaiserzeit, als der Zuwachs des römischen
Gebietes immer grösser wurde, pflegte man oft ganze Länder- massen
einzelnen Tribus einzuverleiben (so wurden die neuen Vollbürgergemeinden
von Spanien der Quirina und Galeria, die von Gallia Narbonensis der
Voltinia zugeteilt vgl. Kubitschek). Indem eine Gemeinde in das
Vollbürgerrecht aufge- ] nommen wurde, wurden alle in ihr
heimatsberechtigten frei- gebornen Bürger einer bestimmten Tribus
zugewiesen. Sie ist also der Ausdruck der Zugehörigkeit 1. zur
communis patria Roma und 2. zur Sonderheimat, der domus (origo) und
der aus dieser Zugehörigkeit erwachsenden politischen Pflichten und
Rechte; sie ist das Zeichen der Heimatsberechtigung in einer römischen
Vollbürgergemeinde. Es ist dies inschriftlich so ausgedrückt und sehr
vielfach belegt, dass hinter den Namen die Bezeichnung der Ingenuität,
der Tribus und des Heimatsortes gesetzt wird. (Z. B.: L. Cornelius. L. F. Vel. Secundinus. Aquileia. Grotefend.)
Die Qualifikation für die Tribus ist die Ingenuität: Jeder Freigeborne in
einer neuen Vollbürgergemeinde erhält die Tribus seiner Heimat und
damit eine persönliche und erbliche Rcchtsqualität, die nicht durch
Adoption (Grotefend) noch durch den In- <iolat, selbst wenn der
Übergesiedelte zu Magistratswürden in,€einem neuen Wohnort gelangte (Grotefend
21), affiziert wurde. Kur bei Aussendung einer römischen Colonie
(colonia <5ivium Romanorum) mussten die Ausgesandten ihre ange-
stammte Tribus mit der Tribus der Colonie vertauschen (Grotefend).
In der Auff'assung dieser Bedeutung der jüngeren Tribus, wie wir
sie hauptsächlich aus den Inschriften kennen, herrscht im allgemeinen
Übereinstimmung (Grotefend. Vorbemerkungen. Mommsen, R. Forsch. I, 151
fl". R. Str.). Mommsen, der als Qualifikation für die Tribus älterer
Form den Grundbesitz annimmt, giebt nun selbst zu, dass die spätere
Tribus vom Grundbesitz unabhängig gewesen sei. Er hat
also die Pflicht zu erklären, wie und wann sich diese radikale
Veränderung im Wesen der Tribus vollzogen haty. dass aus der Tribus,
welche das Zeichen der Ansässig- keit ist, die Tribus geworden ist,
welche die origo, die Heimatsberechtigung in einer Vollbürgergemeinde
ausdrückt. Staatsrecht II, 341 A. 2 nennt er dieselbe eine ebenso
bekannte und sichere wie in ihrer Entstehung schwierig zu erklärende
Umgestaltung. Er giebt zu, dass über das Auf- kommen der theoretisch wie
praktisch gleich tief einschneiden- den Änderung nichts berichtet werde
(Str. III, 781). Aber sie stimme so vollkommen mit der Tendenz des
Bundes- genossenkriegs, dass sie mit voller Sicherheit auf ihn
zurück- geführt werden könne. Er beschreibt dann die Änderungen^
welche seit Einführung des neuen Prinzips mit den Tribus- verhältnissen
in lokaler und personaler Hinsicht vorgenommen sein müssten (Str.). Was
die Stadt Rom selbst angehe, so sei auch für ihre Bürger, die füglich
keine Sonder- heimat und also keine Ortsangehörigkeit hätten, irgend
einmal durch Gesetz die Tribus als eine persönliche und erbliche
vom Grundbesitz unabhängige Rechtsqualität fixiert worden, sodass jeder
Bürger diejenige Tribus, die er infolge seines dermaligen Grundbesitzes
eben inne hatte, als persönliche über- kam und auf seine Nachkommen
vererbte (R. Forsch. I, 153). Die Patrizier hätten sich die Tribus selbst
gewählt bei dem Eintreten der neuen Ordnung: daher komme es, dass
zwei der ältesten Patriziergeschlechter, die Aemilier und Manlier,
in der Palatina erschienen, die ihrem Adelstolz durch diese Tribus des
königlichen Rom hätten Ausdruck geben wollen. (Str.) Die
Auff'assung Mommsens von der lokalen Grundlage der Tribus ist also die,
dass dieselbe sich anfangs auf den ager privatus Romanus, und personal
auf die Ansässigen bezogen habe, später dagegen auf das Territorium einer
Vollbürger- gemeinde und personal auf alle freigeborne in diesem
Territorium Heimatsbereclitigten ; die Entwicklung vom ersten zum letzten
Prinzip liabe sich im Bundesgenossenkrieg vollzogen. Abgesehen davon,
dass die jüngere und ältere Tribus nach dieser Auffassung nicht die
geringste Verwandtschaft mit ein- ander haben, sondern etwas ganz und gar
Fremdes, Verschiedenes, ja Entgegengesetztes ausdrücken, würde es doch
äusserst merkwürdig sein, wenn eine solche gänzliche Um- wandlung der
rechtlichen Bedeutung der Tribus auch nicht die geringste litterarische
Spur hinterlassen hätte, zumal sie doch in ziemlich später Zeit geschehen
sein soll. Und dass «ie absolut unbezeugt ist, muss Mommsen selbst
zugeben. Die Erklärung einer solchen radikalen Umwandlung
fehlt zudem bei Mommsen völlig. Denn was er über die allmäh- liche
Einwirkung der Ortsangehörigkeit auf die Personaltribus (Str.) und über
das Verhältnis beider (Str. III, 782 ff.) sagt, wird man doch nicht als
Erklärung gelten lassen können. Es erheben sich aber überhaupt gegen eine
solche Umwandlung der Tribus die gewichtigsten Bedenken. Zu- nächst
wäre, vorausgesetzt einmal, dass aus der Tribus der Grundsässigkeit die
des Territoriums einer Vollbürgergemeinde entstanden sei, der Zweck einer
solchen Umwandlung absolut nicht abzusehen. Bei der Aufnahme einer
Vollbürgergemeinde wies man die gesamten Bürger derselben, einerlei ob
Grund- besitzer oder nicht, einer bestimmten Tribus zu. Warum
zeichnete man denn z. B. bei der Aufnahme Tusculums nicht bloss den ager
Tusculanus und die Eigentümer an demselben in die papirische Tribus? So
wäre ja das alte Prinzip ge- wahrt worden. Ein weiterer Widerspruch
ist folgender: Auf die Stadt Rom selbst ist das neue Prinzip nicht vom
Anfang seines Aufkommens an bezogen worden: denn aus der Zunahme
der Vollbürgergemeinden hat es sich ja erst entwickelt. Wenn also für Rom
noch die alte Ordnung bestand, d. h. nach Mommsen, wenn nur die
Grundbesitzer in den ländlichen Tribus standen, während die nicht
Grundansässigen in den 4 tribus urbanae zusammengedrängt waren, so
standen die Bürger einer Vollbürgergemeinde sämtlich in einer
ländlichen Tribus, sodass z. B. ein nichtansässiger Tuskulaner vor
dem nichtansässigen Römer ein Vorrecht hatte, indem jener in der
Papiria stand, dieser aber in eine der städtischen Tribus ge- hörte.
Welches Missverhältnis dies bei dem Dignitätsunter- :schiede der tribus
urbanae und rusticae (s. unten) gewesen wäre, liegt auf der Hand.
Der entscheidende Grund ergiebt sich aus folgender Er- wägung :
Dass die Tribus der späteren Form vom Grundbesitz unabhängig ist, giebt
auch Mommsen zu. Kun aber bezieht sich die Hauptquellenstelle (CICERONE
(si veda), pro Flacco), auf welche Mommsen seinen Grundsatz, dass die
Tribus - Distrikte des ager privatus Romanus seien, stützt (Mommsen, Str.
II, 360 mit A. 2 u. 3. Rom. Trib. 3), auf die Zeit Ciceros, wo,
auch nach Mommsen, die neue Tribusordnung schon bestand. Wenn Cicero
den Decianus fragt: sintne ista praedia censui censendo ... in qua tribu
denique ista praedia censuisti? fio geht doch
daraus mit Evidenz hervor, dass noch damals der Grundbesitz in der Tribus
stand. Und dass er dies stets sethan hat and der Grundbesitz stets für
die Tribus von Be- deutung gewesen ist, werden wir in anderm
Zusammenhang erörtern. Keinesfalls aber kann die angeführte Stelle
dazu benutzt werden, um die Ansicht, dass die Tribus sich ur-
sprünglich lediglich auf den ager privatus bezogen habe, zu
stützen. Alle diese Erwägungen führen zu dem Resultate, dass
eine Entwicklung, wie sie Mommsen annimmt, von einer Tribus, welche die Grundansässigkeit
ausdrückte, zu einer solchen, welche, vom Grundbesitz unabhängig, die
Zugehörigkeit zu einer Vollbürgergemeinde bezeichnete, nicht
stattgefunden haben kann. Da nun das Wesen der späteren Tribus
fest- steht, so muss die Mommsensche Auffassung von der ursprüng-
lichen Tribus falsch sein. Und in der That ist der Satz, dass die
Tribus sich ur- sprünglich lediglich auf den Grundbesitz b^ogen habe,
den Mommsen freilich stets als quellenmässig belegt bezeichnet
und in seinen Consequenzen darlegt, gänzlich unbewiesen. Zunächst ist
scharf zu betonen, dass er keineswegs in dei> Quellen bezeugt ist und
ledighch eine kühne Hypothese ist.,| Nirgends findet sich bei den alten
Autoren, so oft sie auch die Tribuseinteilung erwähnen, eine Angabe, dass
die An- sässigkeit die Grundbedingung für das Stehen in der Tribute
sei. Und es wäre dies doch sehr zu verwundern, wenn ein so klares Prinzip
so scharf durchgeführt wäre, wie ea Mommsen annimmt, zumal dasselbe,
wenigstens für die tribu& rusticae, bis in die späte historisch helle
Zeit gegolten haben soll. Welches war aber die lokale
Grundlage der Tribusord- nung? Was sagen die Alten darüber? Unserer
Ansicht nach war die Tribuseinteilung eine geographische
Distriktseinteilung des gesamten römischen Gebietes, eine nackte
Zerlegung in Bezirke, und zwar war sie von Haus aus dazu bestimmt,
eine Volks einteilung zu sein mit dem Zwecke, im Staatsleben
praktisch verwandt zu werden. Die Tribus wurde also vom Lokal auf die
Person übertragen und zwar, wie das natürlich ist, in der Weise, dass alle,
die in dem Bezirke einer Tribus wohnten, dieser Tribus angehörten, um in
ihr ihre politischem Pflichten und Rechte zu erfüllen. Das Domizil
bestimmte also ursprünglich die Tribus. Eine Reihe direkter
Quellenbelege lassen sich für diese unsere Auffassung geltend machen.
Wenn Laelius Felix (b. Gellius XV, 27) die Tributcomitien so definiert,
dass in ihnen ex regionibus et locis abgestimmt würde, so kann das-
nicht anders aufgefasst werden, als dass nach Bezirken und Wohnsitzen
abgestimmt werde. Mit regiones meint er offen- bar die lokalen
Tribusbezirke, nach denen geordnet die Bürger- schaft abstimme, und mit
loca die Wohnsitze der Einzelnen. Durchaus müsste, wenn der Grundbesitz
das notwendige Re- quisit für das Stehen in der Tribus also das Stimmen
in den Tributcomitien wäre, dies possessorische Prinzip in einer
De* finition der Tributcomitien ausgedrückt sein. Dionys erwälint
direkt die Beziehung zwischen Tribus und Domizil. Nacli ihm (IV, 14) richtete
König Servius die Tribus ein rjf-jnom^ Hfiyxcoij^^ dTrodf-i'^ca^'
()ruuo()ic{^ vjü'Tre(i ül/.iuY {-'yMüH}^ üiy.rl ; ausserdem lässt
Dionys den König Servius demjenigen, der in eine bestimmte Tribus
eingeschrieben sei, verbieten '/Mitßari-ti' uh^ku oiy.rüiv. Wenn
diese Angaben auch keineswegs im einzelnen zu glauben sind, so folgt doch
daraus, dass Dionys meint, der Wohnort habe die Zugehörigkeit zur Tribus
bestimmt. Und das ist unserer Ansicht nach sicher der Fall gewesen.
Wenn Avir in diesem Sinne die lokale Grundlage der Tribus
auflassen, lässt sich das, was uns vom Verhältnis der Tribulen unter
einander überliefert ist, sehr einfach und. natürlich erklären. Es was
ein nachbarlicher Geist, so wird uns mehrfach berichtet, der sie verband.
Freilich wäre dies ja auch denkbar, wenn die Tribus nur die Grundbesitzer
um- fasst hätten. Aber es ist mehrfach bezeugt, dass grade zwischen
den niederen und höheren Tribulen einer Tribus dies Nahver- hältnis
bestand (der geringe Mann wird von seinem vornehmen Tribusgenossen zu
Tisch gezogen Horaz ep. I, 13, 15 und beschenkt Sueton, Aug. 4 und
anderes; vgl. Mommsen, Str. III, 197 f.). Es war das gemeinsame Interesse
des Wohnbezirks (Cic. pro Roscio IG, 47: tribules vel vicinos meos),
welches die Tribulen mit einander verband (so z. B. wie die
Censoren i. J. 204 in einigen Tribus den Salzpreis erhöhten).
Und dies weist eben darauf hin, dass die Tribus rein lokale
Bezirke sind. Wie viel leichter lassen sich bei dieser Auffassung
der lokalen Grundlage der Tribus die anderen Quellenstellen ver-
stehen, welche die Lokalität der Tribus erwähnen! Die Worte des Livius
(I, 4o): (Servius Tullius) quadrifariam urbe divisa regionibus
collibusque partes eas tribus appellavit sind doch, meine ich, viel
naturgemässer so auszulegen, dass S. Tullius das gesamte Stadtgebiet in
vier rein lokale Bezirke teilte, als so, dass der im Stadtgebiet gelegene
ager privatus in vier Tribus zerlest sei. Dasselbe gilt von dem Ausdruck
des Dionys, dass S. Tullius die Stadt in 4 to.-ax«, <fcm zerlegt
habe. Dionys sagt selbst, wie er ro.-r,.o,aufgefasst wissen will, und
auch Livius hat nach den ob.gen Worten die lokale Bedeutung der Tribus
nicht anders aufgetasst. Schliess- lich führe ich noch die Erklärung der
Tribus an, welche Verrius Flaccus (b. Gellius XVIII, 7) giebt: tribus
d.c. et pro loco et pro iure et pro hominibus. Auch hier ist locus
einfach und natürlich als Wohnort zu fassen. Wenn also Mommsens
Anschauung von dem Wesen der Tnbus einer- seits auf einer gezwungenen
Quelleninterpretation beruht, so erheben sich anderseits dagegen auch
viele sachliche Be- Der Tribule. d. h. nach Mommsen der
Grundbesitzer, hat diejenige persönliche Tribus, in deren lokalem Bezirk
sein Grundbesitz lag. Wie aber war es, wenn Jemand in mehreren
Tribusbezirkcn Grundstücke besass? Persönlich konnte doch Jeder nur in
einer Tribus stehen (Mommsen, Str. 111, 1»^), und in der Steuerrolle
konnte Jeder nur einmal seinen Platz finden In einem solchen Falle,
vermutet Mommsen, habe die Wahl der Personaltribus und die
EinSchätzungssumme vom Censor besthumt werden müssen. Die Willkür, die in
einer solchen Sachlage liegt, giebt Mommsen selbst zu (11, d7 J
t.;. So hätte es also Grundstücke gegeben, deren Tribus sich nicht
auf den Eigentümer übertrug. Dasselbe trat ein, wenn Personen, die
nicht Bürger sein konnten, - etwa Frauen oder Ausländer - römischen
ager privatus erwarben. Auch dann sei, meint Mommsen (Str. 111
18;]) die Übertragung der Bodentribus auf die Personen tort- gcfallen, so
dass also für die Tribus in diesem Falle der Um- stand, dass Jemand nicht
aktiver römischer Bürger sein konnte, wichtiger war als der
Grundbesitz. Wie sich gegen die Auffassung des Tribulen
Bedenken erheben, so auch' gegen die des Nichttribulen, des
Arariers. Die Annahme, es seien die Ärarier eine den Tribulen
absolut entgegengesetzte Bürgerklasse, sie seien ohne Stimmrecht
und Heerespflicht und nur stärker besteuert, ist lediglich Hypo-
these ; sie beruht allein auf der häufig wiederkehrenden Formel der
censorischen nota „tribu movere et aerarium facere". Aus derselben
geht allerdings hervor, dass das aerarium facere häutig mit tribu movere
verbunden war, aber nicht, dass es identisch ist. Dies kann es vielmehr
nicht gewesen sein. Das folgt deutlich aus einem Bericht des LIVIO (si
veda), wo er erzählt, der Censor M. Livius habe 34 Tribus zu Arariern
gemacht (Liv.). Da nach Mommsen tribu movere in späterer Zeit gleich
einer Versetzung in die tribus urbanae ist, so müssten also damals
alle Tribulen in die städtischen Tribus versetzt sein, was Unsinn
ist. Tribu movere kann nicht dasselbe sein wie aerarium facere ; dazu stimmt,
dass letzteres mehrfach allein genannt wird (LIVIO (si veda0, IL
Gellius). Wer Ärarier war, brauchte noch nicht tribu motus zu sein ; das
folgt gleich- falls aus dem angeführten Bericht des Livius. Der
tribu motus war aber immer aerarius: also ist der eine Begriff
weiter als der andere. Tribu movere heisst die Tribus ändern lassen
(Liv. 45, 15 : tribu movere nihil aliud est quam mutare iubere
tribum). Was dies für Nachteile mit sich brachte, wissen wir
absolut nicht. Die Ärarier aber sind nichts als eine Art
Strafklasse, die höher besteuert war. Livius deutet die Art dieser
will- kürlichen Straf besteuerung an, wenn er berichtet (IV, 24),
Mam. Aemilius sei zum aerarius octuplicato censu gemacht, d. h. zum
Ärarier unter Erhöhung seiner Steuerpflicht um das Achtfache (vgl.
Soltau, Volksversamml., Madvig, Verf. u. Verw.). Hiermit ist der absolute
Gegensatz auf- gehoben, welchen Mommsen zwischen Tribulen und
Arariern annimmt, als seien alle Ärarier Nichttribulen. Das
Resultat dieser Erörterungen besteht darin, dass die Mommsensche Theorie
von der Tribusordnung, als sei sie an- fangs lediglich eine Einteilung
des ager privatus, und als ständen nur die Grundbesitzer in den Tribus,
nicht recht sein kann. Die lokale Grundlage besteht vielmehr, wie wir
aus den Quellen gefolgert haben und jetzt noch weiter
erörternd beweisen werden, darin, dass die Tribuseinteilung eine
einfache geographische Distriktseinteilung des gesamten römischen
Ge- bietes war. Diese lokale Grundlage ist stets dieselbe geblieben:
deutlich lässt sie sich noch in der späten Zeit erkennen, wo Mommsen einen
völligen Umschwung im Wesen der Tribus annimmt. Denn nachdem man zu dem
Grundsatz ge- kommen war, keine neuen Tribusbezirke mehr
einzurichten, konnte man füglich das angegebene lokale Prinzip nur
wahren, wenn man das ganze Gebiet einer neuen Vollbürgergemeinde
einer der bestehenden Tribus zuwies. Und so geschah es: nach demselben
einfachen lokalen Prinzip, nach welchem das gesamte römische Gebiet in
Tribusbezirke zerlegt war, schrieb man die späteren neuen
Vollbürgerterritorien einem jener Ur- bezirke zu. Nur der örtliche
Zusammenhang, welcher für die Urbezirke bestand, ward dadurch aufgehoben
; das war aber eine notwendige Folge davon, dass man keine neue Bezirke
seit d. J. 241 v. Chr. stiftete. Es liegt nicht in meinem Plane, zu
erörtern, aus welchen Gründen man zu diesem Grundsatz kam, die Zahl der
Tribus nicht mehr zu vermehren, noch auch, nach welchen Prinzipien man
später die neuen Vollbürgerterritorien an die einzelnen Tribus verteilte.
Darin dass man bei der Neuaufnahme einer Vollbürgergemeinde ihr
ganzes Territorium einer Tribus zuschrieb, zeigt sich dasselbe lokale
Prinzip, welches wir von Anfang an anzunehmen haben. Von dem Lokal wurde die Tribus auf die Person übertragen. In späterer
Zeit gehörte derjenige zum Verbände einer Voll- bürgergemeinde, also in
die Tribus dieser Gemeinde, der in ihrem Territorium heimatsberechtigt
war. Dass die Heimats- berechtigung in der Regel mit dem Domizil
zusammenfiel, liegt in der Natur der Sache; aber es ist ausdrücklich
be- zeugt, dass solche, welche in andere Städte übersiedelten, die
Tribus ihrer Heimat behielten (Mommsen, R. Forsch.). In früherer Zeit war in dieser Hinsicht das Domizil ent-
scheidend. Wer in dem Bezirke einer Tribus wohnte, hatte persönlich diese
Tribus, und mit dem Wechsel des Wohn- sitzes ward auch die Tribus
gewechselt. Die Personaltribu& ist also auch nach unsrer Ansicht
wandelbar. IMit diesen Unterschieden der Personaltribus in späterer und
früherer Zeit, werden wir sehen, hängt das Edikt des App. Claudius
eng zusammen. Die lokale Grundlage der Tribus in dem Sinne,
wie wir entwickelt haben, nimmt schon Niebuhr an (R. G.). Wenn wir
auch in allem andern, was er über die Tribus und ihre ursprüngliche
Bedeutung annimmt, ihm widersprechen müssen, so hat er doch das lokale
Prinzip, auf dem die Tribusordnung beruht, richtig erkannt, dass sie
nämlich eine einfache Distriktseinteilung ist und in persönlicher
Hinsicht alle in dem Distrikte einer Tribus Wohnenden umfasst. Von
Niemanden ist diese Ansicht angenommen, nur Clason (Kritische Erörterungen
über den röm. Staat.) vertritt sie, leitet sie aber weder beweisend ab,
noch verfolgt er ihre Consequenzen in der politischen Verwendung der
Tribusord- nung. Die Übertragung der Tribus vom Lokal auf die Per-
son geschah in der Weise, dass, grade wie später die Per- sonen, welche
dem Territorium einer Vollbürgergemeinde an- gehörten, der Tribus
derselben zugeschrieben wurden, auch früher die Tribus auf die Personen,
welche ihrem Bezirke an- gehörten, übertragen wurde. Doch war dazu eine
bestimmte Qualifikation notwendig. Diese war in späterer Zeit die
In- genuität. Wann dies Prinzip aufgekommen, habe ich nicht zu
erörtern; es scheint erst sehr spät (Mommsen, R. Staatsr. III, 439 ff.j.
In früherer Zeit und ursprünglich bestand diese Grenze nicht. Vielmehr
haben ursprünglich alle in dem Be- zirke einer Tribus wohnenden römischen
Bürger auch personal diese Tribus gehabt. Die Qualifikation für die
Personaltribus war also ursprünglich das Bürgerrecht, und zwar das
Bürger- recht schlechthin und unbeschränkt. Die Ansicht
Niebuhrs (R. G. I, 457 f.), dass ursprüng- lich nur die Plebejer in den
Tribus gestanden hätten, wird schon dadurch widerlegt, dass die 16
ältesten ländlichen Tribus ^atrizische Geschlechtsnamen tragen. Die
Schriftsteller bezeichnen ausdrücklich die 35 Tribu» als identisch mit
dem ganzen römischen Volke (z. B. CICERO (si veda), de leg.: populus fuse
in tribus convocatus und viele andere Stellen), und nirgends schliessen
sie einen Teil der Gesamt- bevölkerung aus, was bei der Annahme einer
distriktartigen Einteilung des gesamten Gebietes sehr erklärlich und
natur- gemäss ist. Selbst die Freigelassenen haben
ursprünglich in den Tribus gestanden. Denn wenn Dionys und Zonaras
über- liefern, dass S. Tullius den Libertinen das Bürgerrecht ge-
geben habe und sie in die Tribus (Zon. VII, 9), und zwar in die 4 tribus
urbanae (Dion. IV, 22) aufgenommen habe, so besagt dies jedenfalls
soviel, dass das römische Staatsrecht, indem es die Tribus der
Freigelassenen auf S. Tullius, den mythischen Urheber des römischen
Verfassungslebens, zurück- führt, keine Zeit kannte, wo die
Freigelassenen nicht in den Tribus gestanden hätten. Die Freigelassenen
haben ja von Haus aus das Bürgerrecht, wenn auch ein zurückgesetztes.
Und da sie deshalb dem Staate gegenüber Pflichten und Rechte, wenn auch
in geringerem Masse, hatten, so mussten sie auch in den Abteilungen der
Bürgerschaft Platz linden, welche dazu bestimmt waren, damit die
Bürgerschaft nach ihnen ihren Pflichten und Rechten dem Staate gegenüber
ge- nüge (vgl. über die Tribus der Libertinen Becker, Hdb. II, 1,
96 ff. Madvig, Verf. u. Verw. I, 203. Clason, App. Claud.).
In der politischen Bedeutung nämlich liegt das weitere wesentliche
Moment der Bedeutung der Tribusordnung. Sie ist dazu geschaffen, und
dieser Zweck ist ihr von Haus aus eigentümlich, dass sie im Staatsleben
praktisch zu politisch- administrativen Zwecken verwandt werde. Denn was
hätte eine solche geographische Distriktseinteilung für einen Wert,
wenn sie nicht von Anfang an dazu bestimmt gewesen wäre, eine
Volkseinteilung zu sein, dass die Bürgerschaft, nach diesen Distrikten
geordnet, ihren politischen Pflichten und Rechten nachkomme? Die
Tribusordnung ist von Anfang an die Voraussetzung der Steuerordnung,
Heerordnung und Stimm- ordnung. Die Alten selbst betrachten diese
politisch - admi- nistrative Verwendung der Tribus als ihren Zweck.
Dionys sagt vom König Servius (IV, 14) : Ta^ y.cauyoaifd^ tlov oya-
Tivncov ycci nc^ Fi^7ii>a§F.i^ n^n' y^njicktov rag yivofihag etg ra
oroaTiomyi} vmi rag aUag /of/c.,-, ag ^yaorov ^'ösi toj y.oivco
Tiuolyeiv, inyÄTi yard rag iQflg cfr/Mg rag yerimg, (k tcqoteqov, cWm
'xard rag rhra^ag rag romy^g rag v(f' kwnw diarayßeiaag tTCOulro.
Dasselbe ergiebt sich aus den Etymologien, welche von dem Worte tribus
gegeben werden. VARRONE (si veda) (d. 1. 1.) sagt: tributum dictum a tribubus
quod ea pecunia, quae populo imperata erat, tributim a singulis pro
portione census exigebatur, und Livius umgekehrt: (Servius) partes
urbis tribus appellavit, ut ego arbitror, a tributo. Diese Ety- mologien
haben selbstverständlich als solche keinen Wert; sie beweisen nur, dass
sich die Schriftsteller die Steuerordnung und die Tribuseinteilung als
unzertrennlich dachten; ebenso haben auch ohne Zweifel Heer- und
Stimmordnung von Anfang an auf der Tribusordnung beruht. Ich
kann, wenn ich die politische Bedeutung der ur- sprünglichen Tribus
darlegen will, selbstverständlich nicht alle die einzelnen Fragen, die
zum Teil äusserst schwierig sind, und über die noch lange nicht die Akten
geschlossen sind, sowie über die politischen und administrativen
Institute, bei denen die Tribuseinteilung praktisch verwandt worden
ist, handeln : ich habe mich lediglich darauf zu beschränken, dar-
zulegen, in welchem Verhältnis die Tribus zu Steuer-, Heer- und
Stimmordnung stehen. Der Akt, welcher eine allgemeine Zählung der Bürger
bezweckte, um nach ihren eidlichen Aus- sagen über ihre Verhältnisse ihre
Bürgerpflichten und Bürger^ rechte zu bestimmen, ist der Census, die
Schätzung (vgl. Mommsen, Str. H, 333 ff". Madwig, Verf. u. Verw. I,^
399 ff".). Diese nun beruht unmittelbar und allein auf der
Tribusein- teilung. Denn tributim mussten alle römischen Bürger auf
dem Marsfelde vor dem Censor erscheinen und ihre eidlichen Angaben über
Namen, Alter, Vermögen machen. (Dionys.). Darin dass beim Census durchaus
alle Bürger mcldungspfliclitig waren (Ladungsbefehl b. Varro 1. 1. 6, 86: omnes Quirites, Liv. 1, 44: lex de incensis etc. Cic.
pro Cluent. 34. Dion. IV, 15), und dies tributim geschah, sehe ich einen
neuen Fingerzeig dafür, dass die Tribus auch alle Bürger umtasst haben:
von einer Schätzung, die nicht tributim geschehen wäre, erfahren wir
absolut nichts. Momm- sen hilft sich, indem er für seine ausser der
Tribus stehenden Ärarier eine besondere Schätzung, welche derjenigen
der Tribulen folgte, annimmt (Str. II, 343). Auf dem Census beruht
zunächst die Bestimmung des Tributum, der direkten Vermögenssteuer
(Mommsen, Str. III, 228. Madvig, Verf. u. Verw. II, 387 f.). Der Bürger
musste sein Vermögen de- klarieren, und der Censor hatte es abzuschätzen
zum Zweck der Besteuerung. Als steuerpflichtig werden die
verschieden- sten Gegenstände bezeichnet (cf. Mommsen, Str. II, 363
m. A. 1). Das hauptsächlichste steuerpflichtige Objekt ist, zumal
vor dem Aufkommen der Geldwirtschaft, der Grundbesitz: m Grundbesitz hat
Anfangs wohl allein, wie das natürlich ist und allgemein angenommen wird,
der Pwcichtum bestanden, und auch später ist dies vielfach der Fall
gewesen. Da nun die o-esamte Schätzung und also auch die Deklarierung
des steuerfähigen Vermögens tributim geschah, so musste auch der
Grundbesitz tributim zum Zweck der Besteuerung ab- geschätzt werden d.
h., wenn man will, auch der ager pri- vatus stand in der Tribus. Es ist
dabei natürlich, dass an- fangs, wo die Personaltribus an das Domizil
gebunden war, dies in der Tribus geschah, in dessen Bezirk der
Grund- besitzer wohnte, mochte sein Grund])esitz oder Teile
desselben auch in den Bezirken andrer Tribus liegen. So allein,
glaube ich, können die Quellenstellen, die von agri censui censendo
oder der Tribus von Grundstücken sprechen, ausgelegt werden. (Festus, epit. p. 58. Cic. pro Flacco). Dies ist das Verhältnis
von tribus und ager privatus, welches, wie Cic. pro Flacco 32, 79
beweist, stets so geblieben. Auf dem Census beruht ferner die
gesamte sog. servianische Klasseneinteilung und Centurienverfassung. Da
der Census nach Tribus geschah, so folgt, dass zwischen Tribus-
einteilung und der Centurienverfassung ein Zusammenhang be- stehen muss.
Für die sog. reformierte Centurienverfassung, welche seit der Mitte des
dritten vorchristlichen Jahrhunderts bestand (vgl. Mommsen, Str. III,
280), steht das Verhältnis ziemlich fest, schon seit Pantagathus (vgl.
die neusten Ab- weichungen Mommsens vom bekannten Schema Str.). Aber
damit habe ich mich nicht zu befassen. Auch für die ältere sog.
servianische Centurienverfassung ist ein Verhältnis zur Tribusordnung
anzunehmen, wenngleich nichts <lavon überliefert ist. Mommsen hat das
wahrscheinliche Ver- hältnis nachgewiesen (Trib. Str.). Sein
Resultat ist dies, dass das leitende Prinzip bei der Centuriation ^die
gleichmässige Verteilung der Tribulen einer jeden Tribus in sämtliche
Centurien, also die Zusammensetzung einer jeden Centurie aus gleich
vielen Tribulen aller Tribus" gewesen sei. Aber mehr als
approximativ hätte diese Gleichmässigkeit im besten Falle nicht sein
können. Ganz so wie Mommsen das Prinzip der Centuriation annimmt, kann es
unmögUch gegolten haben. Denn wenn eine jede Centurie aus gleich
vielen Tribulen aller Tribus zusammengesetzt worden wäre, so würde
dadurch vorausgesetzt, dass in jedem Tribusbezirk gleich viel Bürger
einer jeden Censusklasse gewohnt hätten, dass also alle Tribus an
Kopfzahl und Vermögen sich einander gleich gewesen wären, was, selbst
approximativ, unmöglich der Fall gewesen sein kann, wie Polyb. VI, 20 (s.
unten die Inter- pietation) beweist. Das Prinzip der
gleichmässigen Centuriation ist wohl nur auf die Angehörigen einer Tribus
von gleichem Census zu beziehen, sodass die in einer Tribus wohnenden
Bürger mit gleichem Census in die Centurien ihrer Censusklasse gleich-
massig verteilt wurden. Und selbst so eingeschränkt, kann das Prinzip
keineswegs als Gesetz gegolten haben, sondern ist vielfach, wie Mommsen
sehr wahrscheinlich macht (Str.), der Machtvollkommenheit der Censoren
überlassen : vielleicht sind auch noch andere Dinge bei der Centuriation
berücksichtigt (s. unten). Für die nicht klassischen Tribulen d. h. die
Bürger, deren Census den Satz der untersten Klasse nicht erreichte, kam
die Centuriation überhaupt nicht in Frage ; sie standen in einer
Zusatzcenturie. Wenn sich auch kein be- stimmtes Verhältnis zwischen der
Tribusordnung und der älteren Centurienverfassung nachweisen lässt, so
müssen sie doch in notwendigem Zusammenhang stehen ; es folgt
die& eben schon daraus, dass die Centurienordnung auf dem
Census^ und dieser auf den Tribus beruht. Direkt auf der
Tribusordnung ruhten die Tributcomitien, Sie waren diejenige
Volksversammlung, in welcher unmittelbar nach Tribus, Mann für Mann,
viritim, ohne Rücksicht auf Census oder Unterschied des Standes und der
Stellung ab- gestimmt wurde (Dionys VII, 59 Cic. de leg. III, 19 Liv.
39,^ 15 u. a.). Wir haben das Wesen der Tribus dahin
festgestellt, das» sie lediglich einfache, lokale Bezirke sind, dass alle
römischen Bürger, welche in dem Bezirke einer Tribus wohnen, auch
persönlich dieser Tribus angehören, und zwar, um in derselben . ihre
politischen Pflichten und Rechte auszuüben. So können wir zur Erörterung
der Tribusänderung des App. Claudius übergehen. Wir gehen aus
von der besten Überlieferung Diodors. Wenngleich seine Angabe äusserst
knapp ist und vielleicht mehrfache Auslegung zulassen könnte, so glaube
ich doch,, dass sie, wortgetreu aufgefasst, klar, deutlich und wahr
ist. Diodor sagt (XX, 36): i^dioite rolg Tio/Ajai^ ij]v e^ovaiav
otiol TiQoaiQolvTO xif.uaaal>ca d. h. er gab den Bürgern die
Erlaub- nis, sich schätzen zu lassen, wo d. h. in welcher Tribus
sie wollten. Mit Recht hat Dindorf die Worte, welche in einigen
Handschriften folgen: 'Acd iv unoia Tig ßov/.8Tai cpv/,fi TccTzea- d^ai
gestrichen, da sie dasselbe bedeuten wie die vorhergehen- den. Wenn
Siebert (App. Caudius S. 50) die Worte otiol tt^^o- aiQolvTO TifojaaaS^ta
auf die Klassen bezieht, während die folgenden iv oTioia iig ßauXerat
(fvXfi TaTTeoO^at nach seiner 'i!- Meinung die Tribus bezeichnen, so
ist die Tautologie, die in dem Zusatz läge, noch nicht aufgehoben, weil,
wer in der Tribus stand, auch nach dem Census in die Klassen aufge-
nommen werden musste; zudem widerspricht Sieberts Auslegung den Worten Diodors;
denn er -giebt selbst zu, das& der Census bei der Bestimmung der
Klasse massgebend war : die Bürger konnten sich also die Klasse nicht
wählen {7i()oaL~ QohTo), sondern der Censor hatte sie nach dem Census
in die bestimmte Klasse zu setzen. Noch willkürlicher ist der
Versuch Gerlachs („Griechischer Einfluss in Rom" Basel 1872. S. 36
ff. 40), die Worte iv OTioirf rtg ßovkeTai (fvl^ Tcareoü^ca als echt zu
erweisen. Appius Claudius gab nach Diodors Worten den Bürgern
die Erlaubnis, sich in der Tribus, in welcher sie wollten^ schätzen zu
lassen. Der Ton liegt auf den Worten oTiot TiQOaiQoh'TO, und es folgt aus
ihnen, dass vor App. Claudius die Bürger sich nicht in jeder beliebigen
Tribus schätzen lassen durften, sondern, so fahren wir nach unseren
obigen Erörte- rungen fort, in der Tribus, in deren lokalem Bezirke
sie wohnten. Es stimmt dies so genau und klar zusammen, dass
Diodors Worte nicht anders ausgelegt werden können, wenn man ihnen nicht
Gewalt anthun will. Diodor bezieht die Ände- rung, die Appius Claudius
mit den Tribus vornahm, zunächst auf die Schätzung {jL^irfiaad^ai)', da
aber auf dem Census^. der eben nach den Tribus vorgenommen wurde,
Steuer-^ Heer- und Stimmordnung, wie wir sahen, beruhte, so musste
das Edikt des App. Claudius natürlich und notwendig auf alle diese
Verhältnisse zurückwirken. Die Änderung des App. Claudius bestand also
darin, dass er die Personal- tribus von dem Wohnsitz löste, dass er den
Zwang be- seitigte, nach welchem der römische Bürger für die Aus-
übung seiner politischen Pflichten und Rechte an den Bezirk seines
Wohnortes geknüpft war; an Stelle des früheren Domizilzwangs für die
Ausübung der Bürgerpflichten und Bürgerrechte setzte App. Claudius also
die Freizügigkeit. Absoluter Domizilzwang hat wohl nie bestanden, obwohl
dies Dionys vom König Servius einführen lässt (IV, 14); also ist
wohl auch Tribuswechsel gestattet gewesen: aber vor Appius <^laudius
konnte letzterer nur die Folge des ersteren sein, nur wer sein Domizil in
einen andern Tribusbezirk verlegte, erhielt auch personal diese andere
Tribus und kam in ihr seinen politischen Obliegenheiten nach. Seit der
Censur des App. Claudius konnte jeder Bürger in jeder beliebigen
Tribus sich schätzen lassen und seinen politischen Pflichten und
Rechten nachkommen, jeder im Bezirk einer städtischen Tribus wohnende
Bürger in jeder beliebigen städtischen und länd- lichen und
umgekehrt. Den Zweck, welchen App. Claudius mit seinem Edikte
verfolgte, seine Wirkung und Bedeutung werden wir, soweit und was sich
darüber festsetzen lässt, unten erörtern; sehen war zunächst, w^as die
anderen Berichte über die Tribusände- rung des App. Claudius sagen.
Livius übergeht in dem Jahre, in welches er die Censur <les App.
Claudius setzt, die Tribusänderung desselben vöUig. Ohne Bedenken kann
man annehmen, dass seine Quelle, der «r an dieser Stelle folgt,
gleichfalls davon schwieg. Und es scheint dies bei dem Standpunkt, den
die Quellen des Livius dem App. Claudius und überhaupt der gens Appia
gegenüber einnehmen, nicht wunderbar. In anderm Zusammenhang haben
wir bereits erwähnt, dass der gens Claudia in der späteren römischen
Annalistik eine merkwürdige, durchweg erkennbare Rolle angedichtet ist:
alle Appii Claudii werden seit Livius und besonders von ihm als ultraconservative
Vertreter des Adelsregimentes dargestellt. Nach demselben Schema ist
auch unser Censor geschildert (9, 34). Es hätte nun die Massregel
der Tribusänderung, welche, wie wir noch genauer betrachten -werden,
durchaus demagogisch ist, mit dem politischen Charakter, den die spätere
Annalistik dem App. Claudius beilegt, keineswegs übereingestimmt: so
überging man dieselbe eben. Zu einem späteren Jahre jedoch, dem Jahre der
Adilität des €n. Flavius (304), berührt Livius kurz die
Tribusänderung des App. Claudius, und es ist höchst wahrscheinlich, dass
er an dieser Stelle (9, 4G von ceterum bis Schluss) aus einer
andern, und zwar bessern, Quelle geschöpft hat. Er berichtet nämlich in
diesem Kapitel (9, 46) zunächst die Wahl des Cn. Flavius zum Ädilen,
alsdann dessen Amtsführung und kehrt schliesslich mit ceterum wieder zur
Wahl zurück, um noch neues Detail über dieselbe beizubringen. Es ist
dies offenbar ein Compositionsfehler, der sich am besten so
erklärt,. dass man annimmt, Livius habe nach Abschluss seiner Er-
zählung in einer neuen Quellle andere Angaben gefunden über die Wahl des
Cn. Flavius, die er nun anhangsweise bei- fügte (cf. Seeck, Kalendertafel
der Pontifices). Dass diese Quelle eine bessere ist als die, welcher
Livius sonst über App. Claudius folgt, geht daraus hervor, dass er
die Massregeln des App. Claudius erwähnt, welche als dema- gogische
dem ihm sonst von Livius beigelegten politischen Charakter widersprechen,
und das Demagogische derselben sogar ohne Hehl ausdrückt. Es
heisst bei Livius a. a. 0.: Ceterum Flavium dixerat aedilem forensis
factio Appii Claudii censura vires nacta, qui senatum primus libertinorum
filiis lectis inquinaverat et postea- quam eam lectionem nemo ratam
habuit nee in curia adeptus erat quas petierat opes urbanas humilibus per
omnes tribus divisis forum et campum corrupit. Den Gedanken, dass
App. Claudius, weil er nach dem Scheitern seiner senatus lectio
nicht die erstrebten opes urbanas erreicht hatte, dies nun durch seine
Tribusänderung bezweckt habe, werfen wir weg: es ist offenbar eine
causale Verbindung der beiden Massregeln, die Livius selbst hergestellt
hat, und die aus der allgemeinen Auffassung des Livius von dem
politischen Streben des App. Claudius geflossen ist. Nach Livius besteht
die Tribusände- rung des App. Claudius darin, dass derselbe die humiles
über alle Tribus verbreitet habe und so die Tributcomitien (forum)
und die Centuriatcomitien (campum sc. Martium) verschlechtert,
heruntergebracht habe. Unter humiles versteht Livius nie eine
bestimmte Bürger- klasse, es ist bei ihm nur der Gegensatz von nobilis,
potens opuleritus, bedeutet also im allgemeinen niedrig, an Geburt, Stand
oder Macht und Vermögen (cf. Siebert). Zuweilen versteht Livius darunter
auch die ärmeren Plebejer. Und ein solcher allgemeiner Begriff, den
Livius stets mit humilis verbindet und daher sicher auch hier, passt
vortrefflich zu unserer Auffassung von des App. Claudius
Tribusänderung. Es ist naturgemäss anzunehmen, dass die Bewohner
der Stadt Rom dichter zusammenwohnten als die des umliegenden
flachen Landes, ferner dass die Stadtbewohner zum grössten Teil zu den
mittleren und unteren Volksschichten gehörten, seien es Kaufleute,
Handwerker oder ein sonstiges städtisches \ Gewerbe Treibende. Zu den Reichen
werden die Stadtbe- i wohner in ihrer grossen Masse nicht zählen können,
zumal in ältester Zeit nicht, wo der Grundbesitz der alleinige
Reich- tum war. Dabei ist nicht ausgeschlossen, dass reiche Grund-
besitzer in der Stadt wohnten und umgekehrt Nichtgrund- besitzer auf dem
Lande, wie für die spätere Zeit der Repu- blik es vielfach bezeugt ist,
dass Grundbesitzer in der Stadt wohnten (s. unten). Ihrer grossen ]\Iasse
nach waren aber die Städter einmal dichter zusammengedrängt und dann
ärmer als die Masse der Landbewohner. Zur Ausübung ihrer poli-
tischen Pflichten und Rechte waren sie nun an die Tribus ihres
Wohnplatzes gebunden, und es ist nicht zweifelhaft, dass sie in diesem d.
h. ni den tribus urbanae von jeher das Übergewicht gehabt haben. Aber es
standen den städ- tischen Tribus von jeher eine grössere Anzahl
ländlicher gegenüber, in denen ohne Zweifel die Reicheren und
Reichsten die Überzahl ausmachten. Zur Zeit des App. Clau- dius standen
21 ländliche gegen die 4 städtischen Tribus. Vermöge der Überzahl der
Bezirke der ländlichen Tribulen hatte diese also stets, vor allem in den
Tributcomitien, die Oberhand, während das Stimmrecht der ärmeren und
ärmsten Tribulen, die in der Stadt zusammengedrängt waren, ziemlich
illusorisch war, da nur die Abstimmung der 4 tribus urbanae precLde Macht
in den Comitien m we chen d- Kopfzahl entschied, zu erlangen, sich über
d.e l^^^^f ^ Jj \^breiteten und so vern,öge ihrer Masse '" -«1^ "/ J"
„meisten ländlichen Tribus das Übergewicht -lang -Und dies sagt ia eben
Livius mit nicht misszuverstehenden Worten (ipp C humilibus per on,nes
tribus divisis forun, corrup.t . Ltht so leicht erklärbar ist der Zusatz
des Livius, dass durch JSicht so leiciii. Stimmrecht in den Centuriatcomitien
diese Massregel auch das Stimmrecht m ae verschlechtert sei (eampum
sc. Martmm corrupit). Denn de Erklärung Clasons, -'»^r campus se. d^
u. .eine ländliche Tribus, unter forum d.e S;-";-J '^;;. comitien
zu verstehen, wird doch schon aus dern g'-f J^^J fällig weil darin eine
Tautologie läge, mdem das Ubei gewicht Tln gesamten Tributcomitien
dasjenige - /-.-f"/;^ Tribusbezirken voraussetzt. Wenn bei der
Centunafon das Szt dir gleichmässigen Verteilung der TrlbtUen em.
jeden Tribus auf alle Centurien Gesetz gewesen wäre, so hatten
schon n; Claudius die hunüles auf die Centurien der d.em^.us
entsprechenden Klasse gleichmässig verteil --d- ^^Tg Aber dass dem nicht
so gewesen ist, wird d-h die Wnkun des appianischen Ediktes bewiesen.
Liyius sagt, dass durch die Verteilung der humiles auf alle Tribus auch
das Stimm thl il den Lturiatcomitien verschlechtert worden sei ;
als gewannen die humiles, indem sie sich auf alle T"bus zer
Eeuten, auch mehr Geltung in den C-turi^-—,. je mehr Tribus sie -;^
VklTsiorl^Tu: aTf t langten sie auch von da aus. Ls kann sicn
u letzte höchstens vorletzte Censusklasse beziehen, da de dltber
Stehenden wohl nicht mehr zu den humiles gezahlt werden können. So
liegt hier das Verhältnis zwisciien Tribus und Cen- turien; aber wie es
zu erklären ist, ist mir unmöglich zu finden. Die ]\[achtvollkommenheit
der Censoren, die dies zu regeln hatte, genügt auf keinen Fall zur
Erklärung (vgl. Mommsen, Str.). Sei ihm, wie es wolle, wir dürfen
dem Livius glauben, dass die Wirkung des appianischen Ediktes sich nichi
bloss auf die Tribut-, sondern auch auf die Centuriatcomitien geäussert
hat. Aber damit hören auch unsere Nachrichten über die
Wirkung des Ediktes auf. Ob es und welchen Einfluss es auf Steuererhebung
und Aushebung geübt hat, ist kaum zu er- mitteln. Die Zahl der Steuer-
und aushebungspÜichtigen Bürger wurde durch dasselbe nicht vergrössert,
sondern es trat durch die Massregel nur eine andere Verteilung der
Tribulen über die Tribus ein. Also trat wohl eine Veränderung der
Tribulen- anzahl in den meisten Tribus ein, indem sich viele Bürger
nicht in ihrer Heimattribus sondern in einer andern schätzen Hessen; aber
das Gesamtresultat der Aushebung und Steuer- erhebung musste, da die Zahl
der zu beiden Verpflichteten nicht vermehrt wurde, füglich dasselbe
bleiben. Das Edikt hatte wesentlich nur die oben ausgeführte, von Livius
über- lieferte politische Wirkung, dass es durch die Freistellung der
Tribuswahl das Stimmrecht der humiles verbesserte. Und wenn hierin der
hauptsächlichste, wenn nicht ehizige, Zweck des Censors selbst beim
Erlassen des Ediktes bestanden hat, so stimmt dies vortrefflich mit
seinem gesamten politischen Charakter. Er war Neuerer und Demagog,
begünstigte die niederen Volksschichten und besonders die städtische
Be- völkerung. Ohne Zweifel ist der
Samniterkrieg, der ja unter der Censur des App. Claudius geführt wurde,
auf die demokratische Massregel von Einfluss gewesen. Die W^ehr-
kraft des römischen Volkes musste in diesen Jahren aufs höchste gespannt
werden, und da die unteren Schichten die meisten Krieger stellten, so war
es zeitgemäss, wenn unser volksfreundlicher Censor deren politischen
Rechte förderte. Die Tribusänderung des App. Claudius ist sehr
wohl denkbar mit der alleinigen Wirkung auf die Comitien, be-
sonders die Tributcomitien. Alles, was sonst von neueren Gelehrten über
die Wirkung der appianischen Massregel auf Steuerordnung und Aushebung aufgestellt
ist, ist unbeglaubigt; besonders gilt dies von Mommsens Ausführungen, die
aller- dings consequent mit seiner Ansicht über das ursprüngliche
Wesen der Tribus und die Tribusänderung- des App. Clau- dius
zusammenhängen. Anfangs steuerten nach Mommsen die Tribulen d. h. die
Grundbesitzer nur vom Grundbesitz, während die Ararier von jeher vom
ganzen Vermögen steuerten. Bald aber ward auch für die Tribulen aus der
Grund- steuer eine Vermögenssteuer. Und hieran consequent an-
knüpfend, verband App. Claudius die persönliche Tribus statt mit dem
Grundbesitz mit dem Vermögensbesitz schlecht- hin oder vielmehr mit dem
Bürgerrecht, indem er die Ararier in die Tribus aufnahm, sie also den
Tribulen gleichstellte (Str. II, 375). In Folge des Ediktes, dass sich
jeder Bürger, in welcher Tribus er wolle, schätzen lassen dürfe,
konnte^ während früher nur der Ansässige in der Tribus seines
Grund- besitzes gestanden hatte, jetzt sowohl der Ansässige in eine
andere als auch der Nichtansässige, der bisher ausserhalb der Tribus
gestanden hatte, in jede beliebige Tribus eintreten. Die natürliche
Wirkung des Erlasses sei die gewesen, dass sich die besitzlose, in Rom
zusammengedrängte Menge über alle Tribus verteilt habe (Rom. Trib.) : es habe sich diese Wirkung geäussert auf Stimm-, Heer-
und Steuerordnung, in Bezug auf die erstere sowohl in den Tribut- als den
Cen- turiatcomitien. Für die Tributcomitien sei es klar, ebenso für
die (Centuriatcomitien, da jeder, der in die Tribus neu aufgenommen
werde, auch in die Centurien gelangen müsse je nach dem Census. (Rom.
Trib. Str.). Da nun die Centurien sowohl dem Zwecke der Abstimmung
als dem des lleerdienstes dienten, so hätten die Nichtansässigen
seit App. Claudius auch ihre Stellung in der Wehrordnung. Nur sei das
letztere an einen Minimalsatz von Vermögen ge- knüpft. Dieses, das
ursprünglich, wie alle Censussätze, in Bodenmass ausgedrückt sei, könne in
der Epoche des App. Claudius nur in schweren Ass angesetzt sein, grade
wie die gesamten Censussätze (40,000, 30,000, 20,000, 10,000, 4400 Ass,
letzteres der Miniraalsatz. Str) In Bezug auf die Steuerordnung sei
durch die Censur des Appius der Vermögensbesitz schlechthin auch für
die Tribulen d. h. die Grundbesitzer als Objekt der Besteuerung
festgesetzt worden (Str. III. 249). Grade dieser Punkt ist 1^ geeignet,
um mit der Kritik der Mommsenschen Ansicht ein- zusetzen. Mommsen macht
nämlich selbst den Zusatz, dass die Censur des App. Claudius nicht wohl
denkbar sei, wenn nicht damals schon das Tributum allgemein zur
Ver- mögenssteuer geworden wäre, d. h. wenn nicht damals schon auch
die grundsässigen Leute vom ganzen Vermögen gesteuert hätten (Str. II,
363 A. 4). Appius Claudius habe nur die Consequenz daraus gezogen, indem
er die Ärarier auch an Rechten den Tribulen gleichstellte. Mommsen
erkennt also an, dass der faktische Gegensatz, der nach seiner
Ansicht zwischen Ärariern und Tribulen bestand, dass jene vom
ganzen Vermögen steuerten, diese nur vom Grundbesitz und also die
bessere Steuerklasse waren, schon vor der Censur des Appius Claudius
aufgehoben sei. Mindestens müsste man doch beides als gleichzeitig
ansetzen; denn die Gleichstellung in den Pflichten gegenüber dem Staate
hätte doch naturgemäss die Gleichstellung in den Rechten zur notwendigen
und sofortigen Folge gehabt. Aber überiiaupt steht
diese Ansicht von der Tribusände- rung des App. Claudius auf schwachen
Füssen. Wie ge- zwungen ist zunächst die Interpretation der
Quellenstellen, wenn man sie in Mommsens Sinne auflassen will. Sagt
denn Diodor oder Livius ein Wort oder liegt in ihren Notizen auch
nur eine Andeutung, dass die Massregel des App. Claudius in der
Neuaufnahme von Nichttribulen bestanden hätten? Vv'arum hätten diese
Schriftsteller, wenn sie die appianische Massregel so aufFassten, wie
Mommsen meint, nicht deutlich gesagt, dass App. Claudius viele bisherige
Nichttribulen in <lie Tribus aufnahm und dann allen Tribulen das Recht
gab, «ich in einer beliebigen Tribus schätzen zu lassen? Diodor und
Livius selbst können also die Massregel unmöglich in Mommsens Sinne
gefasst haben, denn sonst hätten sie ja, müsste man annehmen, das
Wesentliche derselben, die Neu- aufnahme bisheriger Nichttribulen, nicht
gesagt. Nein! Beide sprechen nur von einer anderen Verteilung der Tribulen.
Es hängt diese Ansicht Mommsens, die von vielen Seiten, nur hier und da
mit nebensächlichen Abweichungen vertreten wird (Niebuhr R. G. I, 477,
ITI — . Alterth. 70, 98, ist darin Mommsens Vorgänger, hat die
Ansicht nur nicht im einzelnen so genau ausgeführt. Herzog, Gesch.
und System I, 269 fl*. Ihne, Rom. Gesch. I, 366 fl*. u. a.) eng zusammen
mit seiner Auflassung vom ursprünglichen Wesen der Tribusordnung, die wir
oben widerlegt zu haben glauben. Wie unwahrscheinlich ist es, um den oben
ausgeführten Grün- den noch eine hierhin gehörende Erwägung vom
historischen Standpunkt aus hinzuzufügen, dass eine ganze
Bevölkerungs- klasse mit einem Male in die Rechte der Vollbürger
eingesetzt sei. Denn es umfassten doch nach
Mommsen die Ararier d. h. die Nichtgrundbesitzer die ganze
gewerbetreibende und die „ganze in Rom zusammengedrängte besitzlose
Menge" (R. Trib.), deren Gesamtzahl doch sehr gross gewesen
sein muss, da sie durch die Verteilung auf alle Tribus in der
Mehrzahl der Tribus die Majorität erlangt hat, sodass sie z. B. die noch
nicht dagewesene Wahl eines Libertinensohnes zum Curulaedilen durchsetzen
konnte. Diese Nichtgrund- besitzer müssen demnach nach Mommsen, da doch
Centuriat- und Tributcomitien den populus („die patriizisch -
plebejische Bürgerschaft") ausmachen, bis auf App. Claudius aus
dem Begrifl* des populus ausgeschieden werden. Die ganze grosse
Bevölkerungsklasse der Nichtansässigen lebte also Jahrhunderte lang bis
zum Jahre 310 v. Chr. ohne jede Teilnahme an den politischen Rechten der
Bürger lediglich als Steuerzahler. Und nirgends wird von einem Versuche
dieser grossen Be- ^ölkerungsklasse, sich die politischen
Vollbürgerrechte zu erringen, berichtet, wie es doch die plebs gethan hat. Erst
da& Machtedikt eines Schatzungsbeamten setzte sie in die Voll-
bürgerrechte ein. Ziehen wir hinzu, dass nirgends in unser» Quellen weder
von einer ursprünglichen Ausschliessung der Nichtgrundbesitzer aus den
Tribus, d. h. den VoUbürgerrechten^ noch von einer Neu aufnähme derselben
durch Appius Clau- dius auch nur eine Andeutung gemacht wird, so kann
man wohl das gesamte System Mommsens als hinfällig bezeichnen,
zumal wenn dessen Consequenzen, wie wir bei der Erörterung, der Censur
des Fabius darthun werden, bestimmten, von Quellen ersten Ranges
überlieferten Thatsachen widersprechen. Ausser Diodor imd Livius erwähnen
noch einige alte Autoren die Tribusänderung des App. Claudius:
Plutarch,. Popl. 7. Val. Max. II, 2, 9. Valerius Maximus hat, wie
man auf den ersten BHck erkennt, aus Livius geschöpft und kann, da er
nichts neues beibringt, übergangen werden. Plu- tarch sagt a. a. O. :
(Ova/Joio^) rov Orndlxior t.iJ>}](pioc(ro ngviTOv tmekevd^eimv
ty,elr<n' tv 'Piöur yeviO&ai TToUxr.v xal (fl^etv ifjijffov I]
ijOv'/MiTO (f>(ita()iH :TO(K;rfiit;0ivTa. Tol^; dt aklot^
ccTislecdiooii; oipf- y.ca uem riolvv yomov tiovoiav Diese Stelle
ist der Ausgangspunkt für die von manchen Neueren, in einigen
Variationen, vertretene Ansicht, dass die Massregel des App. Claudius
sich lediglich auf die Frei- gelassenen bezogen habe, indem man meint,
der präciseren Angabe Plutarchs über die vom appianischen Edikt
Betroffenen vor den ungenaueren des Diodor und Livius den Vorzug
geben zu dürfen. Madvig lässt die Freigelassenen mit der
übrigen besitz- losen hauptstädtischen Einwohnermasse von Anfang an
auf die 4 tribus urbanae beschränkt sein (Verf. u. Verw. 1, 202
f.),. während die übrigen Bürger je nach der Lage ihres Grund-
besitzes in die Tribus eingezeichnet wären. In den städtischen Tribus hätten
die Libertinen seit Ser- vius Tullius, wie Dionys überliefere, das
Stimm recht gehabt. Zwar sei diese Beschränkung: in und wieder
durchbrochen, aber immer wieder zur Geltung gekommen und habe bestanden,
so lange es Volksversamm- lungen gegeben habe. Die erste Aufhebung dieser
Beschrän- kung sei eben das Edikt des App. Claudius, welches den
Freigelassenen den Zutritt zu allen Tribus gestattet habe. Siebert
fasst den Begrift der Leute, auf welche sich das Edikt des App. Claudius
bezogen habe, noch enger. Er meint, es seien davon nur die grundsässigen
Libertinen betroifen; das Prinzip der Ansässigkeit für die ländlichen
Tribus habe der Censor nicht aufgehoben, sondern nur die
grundsässigen Libertinen den ingenui gleichgestellt, indem er sie und
ihre ISöhne, welche beide mit den nichtansässigen Freigelassenen
und nichtansässigen Freigebornen bisher auf die städtischen Tribus
eingeschränkt waren, in die ländlichen Tribus aufnahm, und zwar in
diejenige, in welcher sie ansässig waren ; in Folge dessen habe er sie
auch in die Klassen und Cen- turien aufgenommen, während sie vorher von
diesen ausge- schlossen waren und in der letzten Zusatzcenturie
gestimmt hatten. In diesem Sinne interpretiert Siebert in äusserst
gezwungener Weise die Angaben aller Autoren über App. -Claudius (l. c.
S.). Ausgehend von der Auffassung ;Niebuhrs über den politischen
Charakter des App. Claudius als eines streng patrizischen Politikers
bringt nun Siebert die Tribusändrung in der Weise mit den angeblich
patrizischen Tendenzen in Einklang, dass er annimmt, App. Claudius
habe die Libertinen begünstigt, um sich auf sie gegen die
plebejische Nobilität und die Coalitionspartei, deren Ziel die
Verbindung er patrizischen und plebejischen Nobilität gewesen sei, zu
stützen. Nach Lange sind unter den humiles, welche das
Edikt <les Censors betraf, sowohl die nichtansässigen
Freigeborenen als die gesamten Freigelassenen, einerlei ob ansässig
oder nicht, zu verstehen. Diese habe App. Claudius, wenn sie es
wünschten, in die Tribus des Landes eingezeichnet. Das Prinzip der
Grundsässigkeit sei also für die Tribus aufgehoben nicht aber für die
discriptio classium et centuriarum. Diese sei von App. Claudius' Edikt
nur insofern berührt, als die^ ansässigen Freigelassenen auch in die
Klassen und Cen- turien gelangt seien (Lange, Altert.). Soltau,
nach dessen Ansicht das Prinzip der Grundsässigkeit zur Zeit der
Decemvirn durchbrochen ist (Entstehung u. Zusammensetzung der altröm.
Volksversammlungen) lässt den App. Claudius nur die Libertinen in die
Tribus aufnehmen (a. a, O.). Diesen Ansichten gegenüber muss
zunächst die Frage aufgeworfen werden, ob der einzige Plutarch, der für
gewöhn- lich seine Nachrichten über römische Geschichte aus späten»
Quellen schöpft, das Gewicht hätte, dem Diodor und Livius vorgezogen zu
werden. Letztere können nämlich sicher nicht die Tribusändrung des App.
Claudius allein auf die Frei- gelassenen bezogen haben. Denn es wäre doch
wahrlich wunderbar, wenn sie diese allein als vom appianischen
Edikt betroffen angenommen hätten und sich dabei so unbestimmt
ausgedrückt hätten (Diodor: ol Tiollxm. Liv. humiles), während sie doch
bei der senatus lectio des Censors die von Appius in den Senat
Aufgenommenen ganz bestimmt als Libertinen - söhne bezeichnen. Aber sagt
denn Plutarch wirklich, das& sich die Tribusändrung des Censors
allein auf die Freigelassenen, bezogen habe? Vindicius, so berichtet er,
erhielt zur Be- lohnung von Valerius Poplicola das Bürgerrecht und
die Erlaubnis, sich eine Tribus, welcher er angehören wolle, zu
wählen ; daran knüpft er die Bemerkung : col^ (U ttlloi^ dne-
^evd^'ciioig e^ovoiar ffi/^ipou ör^(.it(yioytov vöioi^e ^'ATiTTiot^, Das
kaim doch nicht heissen, dass App. Claudius den Freigelassenen^ das
Bürgerrecht gegeben habe, da dies doch noch mehr als das Stimmrecht
umfasst, sondern es bezieht sich auf das, was- Plutarch vom Stimmrecht
des Vindicius gesagt hat; Plutarch meint also ohne Zweifel, dass App.
Claudius den Libertinen dasselbe Stimmrecht gegeben habe, wie Valerius
dem Vin- dicius, d. h. das Recht, die Stimme in der Tribus, in
welchei?. sie wollen, abzugeben. Und so gefasst enthalten die Worte
Plutarchs offenbar Wahrheit. Denn dass die Freigelassenen zum grössten
Teile von städtischem Gewerbe lebten und unter den humiles urbam
eine grosse, wenn nicht die grösste, Anzahl ausmachten, ist an sich schon
wahrscheinlicli und folgt auch daraus, dass eme der wichtigsten Wirkungen
der appianischen Tribusänderung die Wahl eines Libertinensoimes zur
curulischen Aeddität gewesen ist (s. unten), dass also die vom
appianischen Edikt Betroffenen vom libertinischen Element dominiert
wurden. Aber allein können die Freigelassenen nicht diejenigen
gewesen sein, auf welche sich das Edikt bezog. Das sagt kein
Schriftsteller, selbst Plutarch nicht, und es wird be- sonders dadurch
bewiesen, dass erst im 6. Jahrhundert der Stadt ein rechtlicher
Unterschied zwischen libertini und ingenui festgesetzt wurde, indem um
das Jahr 220 v. Chr. die liberum auf die 4 tribus urbanae beschränkt
wurden (Liv. Ep. 20. cf. Mommsen, Str. III, 436 ff Madvig, Verf. und
Verw. I, 203 f.). Auch Mommsen lässt die Freigelassenen nur einen
Teil derer sein, auf welche sich die Massregel des App. Claudius
bezog, und zwar hätten sie unter den Bürgern, denen sie vor allem zum
Vorteil gereichte, an Zahl besonders hervorgeragt. Die Libertinen, meint
er (R. Trib., Str.), hätten unter den nicht grundsässigen ohne Zweifel
die erste Stelle eingenommen, weil es ihnen bei „der noch
ungebrochenen Erbgutsqualität ^ unmöglich, wenngleich nicht verboten,
ge- wesen sei, Grundbesitz zu erwerben. Deshalb hätte die That des
Appius, die Aufhebung des Prinzipes der Grundsässigkeit für die
Personaltribus, allenfalls als Verleihung des Stimm- rechtes an die
Freigelassenen bezeichnet werden können, wie es Plutarch thue. Es hängt
diese Ansicht, wie man sieht, eng mit der allgemeinen Auffassung Mommsens
von der Tribus- ändrung des App. Claudius zusammen. Recapitulieren
wir kurz unsere Resultate: Die Tribus- ändrung war eine lokale
Distriktseinteilung, sie war von Haus aus dazu bestimmt, eine politische
Volkseinteilujig zu sein, d. h. sie hatte den Zweck, dass die Bürger nach
ihr geordnet ihre Ptlichten und Rechte gegenüber dem Staate
erfüllten. Sie umfasste daher die gesamte Bürgerschaft (mit
P]inschluss der Freigelassenen): die Tribus in personaler Beziehung
be- zeichnete also das Bürgerrecht schlechtliin. Der Bürger war in
Bezug auf die Ausübung der Rechte, welche ihm die Tribus gewährte, an die
Tribus seines Wohnortes gebunden. Diesen Domizilszwang für die
Tribusordnung hob App. Claudius auf. Es hatte dies die natürliche
Wirkung, dass sich die in der Stadt zusammengedrängte Masse der niedrigen
Volksschichten über alle Tribus verbreiteten, um einen ihrer Kopfzahl
ent- sprechenden Einfluss in den einzelnen Tribus zu gewinnen; sie
erhielten so' in den Tributcomitien die Oberhand und auch in den
Centuriatcomitien gewannen sie grössere Geltung. Es haben sich
Spuren in der Überlieferung erhalten, dass die humiles von ihrem neuen
Rechte, in jede beliebige Tribus eintreten zu dürfen, ausgiebig und
leidenschaftlich Gebrauch gemacht haben, vielleicht dass sie sich
planmässig über die einzelnen Tribusbezirke verteilt haben, um in
möglichst vielen oder allen Tribus vermöge ihrer Kopfzald — und diese
muss gross gewesen sein die Majorität zu erlangen. Livius sagt: ex eo
tempore (vgl. Weissenborn z. d. St.: seit der Censur des Appius Claudius)
in duas partes discessit civitas: aliud integer populus fautor et cultor
bonorum, aliud forensis factio tenebat, doncc etc. ; es sind hier unter
der forensis factio die Leiter der Bewegung zu verstehen, welche
bezweckte, auf Grund der appianischen Tribusänderung die humiles
möglichst planmässig über die Tribus zu verteilen, um ihnen in den
meisten Tribus die Majorität zu verschaffen, während der integer populus
diejenigen bezeichnet, welchen nichts daran lag oder liegen wollte, dass
die humiles so in ihren Rechten gefördert wurden, und welche sich daher
an der Bewegung nicht beteiligten. Die humiles, zu deren Nutzen
A.pp. Claudius sein Edikt der Tribusändrung erlassen hat, scheinen also
ihr neues Recht energisch benutzt zu haben. Einen grossen Erfolg
erreichten sie sechs Jahre nach dem Erlass des Ediktes: sie setzten
nämlich in den Tributcomitien ciie Wahl eines Libertinensohnes, des Cn.
Flavius, zum curu- lischen Aedilen durch. Dass diese Wahl mit der Censur
des App. Claudius zusammenhängt, ist sicher bezeugt (s. unten).
Diodor sagt a. a. O.: o di- drjuo^ TOthoig f-dv dvTi7TQdTT0)v (d. i.
rolg iTiKpaveOTcnoig) t(;7 di- ^Atttiui) o i luf i /.OTijiiObuerog y.a)
t/]v tlov dtoyerolr TFQOayioyj]}' ßsßcatoaai ßoch^ievog^ dyn^aroiwr
eilezo ^rjg tTiKfarearFnag ccyooavoiiiag vlor uTte/.rvd^H^no FvaTov
0l(xßiov etc. ; und Livius : ceterum Flavium dixerat aedilem
forensis factio App. Claudii censura vires nacta. Die Nobilität hatte
zwar sogleich im folgenden Jahr nach der Abdankung des App. Claudius (d.
i. im J. 307) neue Censoren, M. Valerius und C. Junius, gewähl t,
offenbar so schnell, um die Tribusändrung des App. Claudius
rückgängig zu machen. Aber diese erreichten nichts, wir wissen
nicht, warum. Kach sehr kurzem Lustrum, drei Jahren, wählten sie
nun zwei Männer zu Censoren, welche schon als Consuln d. J. 308 energisch
gegen eine Neuerung des App. Claudius vor- gegangen waren, den Q. Fabius
und P. Decius. Diesen gelang es
auch, die Tribusändrung des App. Clau- dius umzustossen. Über
die Censur des Q. Fabius und P. Decius ist allein der Bericht des Livius
(IX, 46) von Wert. Wir haben er- örtert, dass der Abschnitt, in welchem Livius
hiervon berichtet (IX, 46 von ceterum bis Schluss), aus einer andern
und besseren Quelle geschöpft ist. Valerius Maximus (II, 2, 9)
kann, weil er den Livius benutzt hat und nichts neues bei- bringt, bei
Seite gelassen werden ; ganz wertlos ist wegen ihrer Nachlässigkeit die
Angabe des Auetor de viris illustribus 32: censor libertinos tribubus
amovit. Es heisst bei Livius a. a. O.: Fabius simul concordiae causa
simul, ne humillimorum in manu comitia essent, omnem forensem turbam
excretam in quatuor tribus coniecit urbanas- que eas appellavit; adeoque
eam rem acceptam gratis animis ferunt, ut Maximi cognomen, quod tot
victoriis non pepererat, hac ordinum temperatione pareret. Dieser
Bericht wird von den Forschern je nach ihrem verschiedenen Standpunkt,
den sie der Massregel des App^ Claudius gegenüber einnehmen, ausgelegt.
Mommsen nimmt an, dass Fabius für die seitdem sogenannten ländliclien
Tribu» den Zustand wieder eingeführt habe, der vor Appius war, d.
h. dass für sie ländlicher Grundbesitz wieder das Requisit wurde. Die
vier städtischen dagegen, in deren lokalem Be- reich die forensis turba
domiziliert war, habe er den nicht ansässigen Bürgern überlassen und habe
sie, die nicht minder ländliche gewesen waren, deshalb die städtisclien
genannt. (R. Trib. 154.) Von Ansässigen seien vermutlich mir die
nicht zahlreichen Hausbesitzer ohne Landbesitz in den städti- schen
Tribus geblieben (Str. III, 186). Dass so in den Tribut-^ comitien das Übergewicht
der ansässigen Bürger w^ieder her- gestellt wurde, sei klar; und dafür,
dass die Nichtansässigen sich nicht aus den vier städtischen Tribus über
alle Centurien verbreiteten, habe die Machtvollkommenheit der Censoren
sorgen müssen. (R. Trib. 155. Str.). Es steht und fällt
diese Ansicht mit der Auffassung vom Wesen der Tribus und der Änderung,
die App. Claudius damit vornahm. Aber gerade an dieser Stelle erheben
sich noch einige gewichtige Bedenken, welche das ganze Mommsensche
System treffen. Mommsen meint, dass in den städtischen Tribus
nur Nichtansässige und höchstens w^enige städtische Hausbesitzer,
also zumeist die ärmeren und ärmsten Bürger, ständen. Es müssen aber in
ihnen Bürger aller Censusklassen gestanden haben. Das geht deutlich aus
dem Ausliebungsbericht des Polybius hervor. Von der Aushebung sind
nach Polybius überhaupt au.sgeschlossen die Libertinen und alle, deren
Census 4000 Ass nicht erreichte. Nach dem Berichte des Polybius werden
nun die einzelnen Tribus nach dem Loose vorgerufen imd dann für 4
Legionen je 4 und 4 ausgewählt. Da die Dienstpflicht und die Ausrüstung
sich nach dem Census abstufte, so muss innerhalb der einzelnen Tribus die
Aushebung nach den Censusklassen stattgefunden haben. Also
müssen doch alle Censusklassen in allen Tribus vertreten sein, also
auch in den städtischen (vgl. Niese, Göttinger gelehrte Anzeigen).
Auch in den städtischen Tribus müssen demnach die höchsten
Censusklassen vertreten gewesen sein. Für die spätere Zeit ist dies
wirklich nachgewiesen. Senatoren erscheinen mehrfach in städtischen
Tribus: Ein Aemilier (C. J. L.), ein Manlier (C. J. L.), ein Nummier (C.
J. L.) in der Palatina, ein Sestius (Bull, de corr. Hellen.), ein
Coponius (Josephus, Archäol.), ein Matius^ (C. J. L.), welches sämtlich
Senatoren sind (vgL Mommsen Str. III, 788 f. Niese, Gott. Gel. Anz. a. a.
O.). Mommsen übersieht dies freilich nicht, er weiss es auch zu
erklären: In der späteren Zeit, so sagt er, sei die Bedeutung^ der Tribus
ganz anders geworden, und zwar seit dem Sozial- krieg ; sie habe seitdem
eine persönliche und vom Grundbesitz unabhängige, nur die origo d. h. die
Heimatsberechtigung in einer Vollbürgergemeinde ausdrückende
Rechtsqualität be- zeichnet. Auch auf Rom selbst sei diese neue
Bedeutung^ übertragen; und als dies geschehen sei, da hätte sich
ein jeder seine Tribus wählen können oder seine frühere behalten
können. So seien die genannten Patrizier in die städtischen gelangt: und
die altadligen Manlier und AemiHer hätten füg- lich ihrem Adelstolz durch
die Wahl der Tribus des könig- lichen Rom Ausdruck geben wollen (Str. III,
789). Die Un- wahrscheinlichkeit steht dieser Erklärung an der
Stirn geschrieben. Wozu nimmt man eine solche Wandlung in der
Bedeutung der Tribus an, die so künstlich erklärt werden muss, und die zu
dem ganz und gar unbezeugt ist. Nach unserer Ansicht erklärt sich der
Umstand, dass später auch die ersten Censusklassen in den städtischen
Tribus vertreten sind, einfach so, dass sie auch in früherer Zeit und von
Anfang: an darin haben stehen dürfen und gestanden haben.
Diejenigen Forscher, welche die Tribusändrung des App^ Claudius
allein auf die Libertinen beziehen, müssen dasselbe^ auch von der
Massregel des Fabius behaupten; sie meinem also, dass die Libertinen von
Fabius auf die 4 städtischen Tribus beschränkt seien. Auf die einzehien
Variationen dieser Ansicht (Madvig, Verf. u. Verw. Lange, Altert.
Siebert, App. Claud.) und ihre Widerlegung brauche ich nicht einzugehen,
nachdem wir nachgewiesen, dass des Appius Massregel nicht allein die
Libertinen betroffen haben kann. Wie nun hat Q. Fabius
die Tribuaiindrung des App. Claudius rückgängig gemacl\t? Die
wichtigste und den Optimaten so unangenehme Wirkung des appianischen
Edikts war die gewesen, dass die urbani Jiumiles sich über alle Tribus
verteilten und besonders die Abstimmungen der Tributcomitien völlig in
ihre Gewalt bekamen. Diese Wirkung musste nun ausgeglichen werden. Und
Fabius bewirkte dies dadurch, dass er den humiles nicht mehr alle Tribus,
sondern nur eine kleine Anzahl frei Hess. Omnem forensem turbam excretam
in quatuor tribus coniecit urbanasque eas appellavit, sagt Livius. Fabius
schied also die forensis turba, die humiles aus, d. h. er schied sie
aus <ler Zahl der übrigen Tribulen und den Gesetzen, welche für
diese galten, aus, nahm ihnen das Recht, sich in jeder beliebigen Tribus
zu schätzen, und beschränkte sie auf vier Tribus, und zwar, wie sich das
natürlich ergab, auf die ihres Wohnsitzes, die städtischen. Der
Domizilszwang für die Ausübung der Rechte, welche mit der Tribus
verbunden waren, blieb nach wie vor aufgehoben. Nur auf die humiles bezog
sich das Edikt des Fabius, während für alle andern Bürger die An-
ordnung des App. Claudius auch weiterhin zu Rechte bestand, sodass sich
dieselben also in jeder beliebigen ländlichen oder städtischen Tribus
schätzen lassen konnten, welches letztere aber kaum vorgekommen ist, da
es wertlos war. Die Massregel bezweckte nur das Übergewicht der humiles
urbani ^u brechen, welches diese nach dem Edikt des App. Claudius
vermöge ihrer Kopfzahl in den Tributcomitien erlangt hatten, und dies
wurde dadurch erreicht, dass den humiles die vier «tädtischen Bezirke
angewiesen wurden, in welchen sie allein ihre politischen Rechte ausüben
durften. Innerhalb derselben wird dem Einzelnen die Wahl der Tribus
überlassen sein^ sodass also auch für sie nicht wieder der alte
Domizilszwang für die Ausübung der politischen Rechte eingesetzt
wurde. Das Edikt des Fabius bezog sich demnach ledighch auf
die humiles urbani, deren Vorteil App. Claudius mit seiner Tribusänderung
bezweckt hatte. Aber Fabius kann unmög- lich als die, welche sein Edikt
betraf, nur ganz unbestimmt die humiles genannt haben, er muss eine
bestimmte Grenze gezogen haben für die, welche in der Folge nur in
den städtischen Tribus ihre politischen Rechte ausüben durften. Es
ist darüber nichts überliefert. Kahe liegt die Vermutung^ dass die
Beschränkung sich auf diejenigen bezog, welche den Minimalcensus nicht
erreichten. Doch ist das eine blosse Vermutung. Wenn Livius
sagt: urbanas eas appellavit, so heisst das nicht, dass diese Tribus
vorher noch nicht bestanden hätten^ oder dass die Bezeichnung tribus
urbanae von Fabius er- funden wäre. Da aber jetzt durch ein Gesetz der in
der Stadt wohnenden niederen Volksmasse die vier städtischen Tribus
speziell angewiesen wurden, so verband sich mit dem Begriff der tribus
urbanae seitdem der Begriff der geringer geachteten Tribus gegenüber den
rusticae; und so scheint Livius den obigen Ausdruck zu fassen: Fabius
habe die Tribus urbanae zuerst so in dem geringschätzigen Sinn ge-
nannt. Damit ist nicht ausgeschlossen, dass nicht Patrizier oder sonstige
reiche Grundbesitzer in den städtischen Tribut nach Fabius stehen
konnten. Gestattet war es nach unserer Auffassung der Massregel des
Fabius, und es ist nach den angeführten Beispielen sicher. Vielleicht
sind es solche, welche in der Stadt wohnten und es vorzogen, ihre
politischen Rechte am Wohnort zu üben oder aus einem andern Grund.
Wie durch die Massregel des Fabius das Uebergewicht der humiles in
den Tributcomitien gebrochen wurde, ist klar. Aber auch in weniger
Centurien müssen sie verteilt sein, da. "sie in weniger
Tribus standen. Doch dies ist eben ein völlig unbekannter Punkt (s.
oben). Die Bedeutung und der Zweck der Massregel des Fabius lag
darin, dass sie das Uebergewiclit der humiles in den meisten Tribus
brach. Und dies war eine grosse That, seitdem dieselben schon
sechs Jahre lang ihr neues Recht, sich in allen Tribus schätzen zu
lassen, gebraucht hatten. Fabius erhielt
davon den Namen des Grossen (Liv. a. a. O.). Sonstiges über den
Censor App. Claudius Caecus und Schlussurteil. Der
Neuerungssinn unseres Censors hat sich auch auf andern Gebieten
bethätigt. Ich erwähne kurz, dass er sich auch mit litterarischen Dingen,
Eloquenz, Poesie, Grammatik, Orthographie, befasst haben soll (Cic. Tusc.,
Priscian, Dig.. Hart. Cap. 1, 3, 261. vgl. Mommsen, Rom. Forsch.).
Alsdann habe ich zwei Anordnungen des App. Claudius über sakrale
Dinge zu nennen. Die erste ist die Austreibung der Pfeifergilde aus dem
Tempel des Jupiter. Livius erzählt diese heitere Geschichte genauer
(vgl. Censorin. d. d. n. 12. OVIDIO (si veda), fasti, Val. Max. II, 5, 4); man kann aber nicht wissen, in wie weit sie historisch
ist (vgl. Mommsen, R. Forsch. Lange, Alterth.). Eine zweite
Änderung des App. Claudius im Götterkult ist die Uebertragung des
Herkuleskult von der gens der Potitier auf Gemeindesklaven (LIVIO (si
veda) cf. Festus, VARRONE (si veda), L. L., Val. Max., Macrob. Saturn.). Historisch
scheint daran die Uebernahme des Her- kuleskult von Seiten des Staates zu
sein, der ihn dann durch Staatssklaven ausüben Hess (Preller, Mjthol.
651. Marquardt, Staatsalterth. Niebuhr, III, 362. Schwegler, R.
G.). Mit der Potitierlegende steht in unserer Ueberlieferung
unseres Censors Beiname Caecus im Zusammenhang. Die Götter seien durch
jene Massregel erzürnt, erzählt Livius <^), und hätten ihn einige
Jahre nach seiner Censur mit Blindheit geschlagen. Daher habe er seinen
Beinamen er- halten. Aber diese Annahme wird schon dadurch
widerlegt, •dass App. Claudius in den Fasten noch zwei Mal, i. J., als
Consul erscheint (Diod.). Es ist diese Erzählung ohne Zweifel nur ein
Versuch, das Cognomen zu erklären, der aber durch die angegebene
Thatsache als falsch "bewiesen wird; denn was CICERO (si veda)
(Tusc. disp.) sagt, APPIO (si veda) CLAUDIO habe sich, obwohl er blind
gewesen sei, keinem Amte entzogen, ist doch nicht zu glauben. Ein
eben- so zu beurteilender Erklärungsversuch des Beinamens ist die
Nachricht Diodors, dass App. Claudius ^iji; di)yf^g diioi.v^tig xal lor
icTTO r/;s' avyy.hWov ifih'.vov ev'Ucßr.^rt)^ tc oo^- tTTOirOrj TV(fi/Mg
elvai y.u) xar^ oiy.iar iiietrer. In Diodors eignen Fasten erscheint App.
Claudius i. J. bereits wieder als
Consul (Nitzsch, Rom. Annal. Mommsen, Forsch.). Die
natürlichste Erklärung des Beinamens ist die, dass man annimmt, App.
Claudius sei im Alter erblindet; einige Autoren melden dies (Liv. ep.,
CICERONE (si veda) de senect., Plut. Pyrrh. 18. Appian, Samn. X, 2. Dionys.);
und viele neuere Forscher folgen ihnen (vgl. dagegen Mommsen, R.
Forsch.). Sicher nachweisen lässt es sich nicht, denn in den ältesten
Annal en ist es nicht überliefert. Das geht daraus hervor, dass der alte
Gewährsmann Diodors eine so falsche und merkwürdige Erklärung des
Beinamens geben konnte. Die Aemter, welche App. Claudius
ausser der Censur bekleidet hat, führt sein Elogium (C. J. L. I, S. 287
N. ) auf, welches auch einige Thaten berichtet. Es lautet: Appius Claudius C. F. Caecus Censor. cos. bis dict.
interrex III. Pr. II. aed. cur. IL Q. Tr. mil. III complura oppida de
Samnitibus cepit, Sabinorum et Tuscorum exercitum fudit, pacem iieri cum Pyrrho
prohibuit, in censura viam Appiam stravit et aquam in urbem adduxit, aedem
Bellonae facit. Ich komme nun zu einer wichtigeren Frage, zur
Erörte- rung des Zusammenhangs der Censur des APPIO mit der Ädihtät
des Cn. Flavius im J. 304 (über die Schwierig, keiten des chronologischen
Ansatzes der Adilität vgl. Liv. PLINIO
(si veda), n. h. Mommsen, Chron. Matzat, Chron. I, ". Seeck,
Kalendertafeln f. Soltau, Prolegomena zu einer röm. Chron. 4 ff.).
Cn. Flavius war der Sohn eines Freigelassenen (Diod: TiuT{id^ (oy
()8dov'/.evy,(hü^). Als solcher ist er zuerst zu einem curulischen
Amte gelangt. Bald scheint dies öfter vorge- kommen zu sein ; in einem
Briefe Philipps V. von Makedonien an die Larisäer (Hermes) heisst es,
dass die Römer im Unterschiede von den Griechen die freigelassenen
Sklaven zum Bürgerrecht und zu den Amtern zulassen. Cn. Flavius verdankte seine Wahl der Tribusänderung des App.
Clau- dius. Die curulischen Adilen wurden in den Tributcomitien
gcAvählt, was bei dieser Gelegenheit zuerst erwähnt wird (Pisa b. Gellius
. Livius 2, der aus Piso wört-
lich geschöpft hat). Wir haben erörtert, dass durch die appia- nische
Tribusänderung die niederen Bevölkerungsklassen das Übergewicht in den
Tributcomitien erhalten haben, sodass sie einen solchen Erfolg, wie die
Wahl eines Libertinensohnes^ zum curulischen Ädilen, erzielen konnten.
Diodor und Livius erwähnen klar genug den Zusammenhang der Tribusänderung
des App. Claudius mit der Wahl des Cn. Flavius zum Ädilen (Diod.: o ()i-
()/;/i()s" f^;^ \i7i7iUi) oi\u(fi'/.OTtfiouf.i€vOi; xui Ttjv
diayev(^)i' 7r{iüir/vr/i]r ßeßati'lGai ßou/.uuerOi^ cr/OQm'ojnor eilfjo
etc. Liv: ceterum Flavium dixerat aedilem forensis factio Appii Claudii
censura vires nacta). App. Claudius und Cn. Flavius haben überhaupt
wahrscheinlich in nähern Be- ziehungen zu einander gestanden. Eine
Nachricht lässt den Flavius vor seiner Aedilität Schreiber des App.
Claudius sein (Plin. a. -a. O.j. Cn. Flavius führte sein Amt ganz im
Sinne seines Meisters, des App. Claudius. Das beweisen seine
Thaten, auf die ich aber nicht einzugehen habe. Die Forscher
shid sich noch nicht einig darüber (vgl. LIVIO (si veda), CICERONE (si
veda) pro Murena, PLINIO. n. h., Mommsen, Röm. Forsch.
Seeck, Kalendertafeln). Ohne Zweifel ist, dass die Thaten des Cn. Flavius
den- selben demokratischen Neuerungssinn zeigen als diejenigen des
App. Claudius. Über App. Claudius hat schon der gute
Gewährsmann Diodors dieses Urteil, tioIICc toIv TtaT^ycliov voiiliicor
ly.ivr^ae. sagt Diodor von unserm Censor. Dem gegenüber haben
einige Notizen jüngerer Autoren, woraus folgen würde, dass App. Claudius
speziell hocharistokratische Tendenzen in seiner Po- litik verfolgt habe,
kein Gewicht. Die Nachrichten des LIVIO (si veda), App. Claudius habe i.
J. die lex Ogulnia, wonach vier
Pontifices und fünf Augurn aus der Plebs hinzugewählt werden sollten, mit
allen Mitteln zu vereiteln gesucht, er habe als Kandidat für das Konsulat
(nach CICERONE (si veda). Brut. als interrex, was er i. J. 399 (LIVIO (si
veda)) war,) die zweite Konsulstelle den Patriziern zurückzugewinnen
versucht, diese Nachrichten sind, was Mommsen (R. Forsch.) dar-
gethan hat, erfunden: wer wird es glauben, dass ein Mann wie App.
Claudius, nachdem er als Censor die niederen Volks- schichten mit seinen
Massnahmen begünstigt hat, nun einige Jahre später extrem aristokratische
Tendenzen verfolgen konnte? Offenbar sind diese Nachrichten erfunden nach
dem Schema, nach welchem alle Claudier als Volksfeinde in der
jüngeren Annalistik dargestellt sind. Unserer Ansicht nach war unser
Censor ein demo- kratischer Neuerer, ein Urteil, welches schon, wie
gesagt, der Gewährsmann Diodors gehabt hat. Er begünstigte und förderte
die niedrigen und niedrigsten Volksschichten, be- sonders die städtische
Bevölkerung^klasse, den Handelsstand und das in ihm am meisten vertretene
libertinische Element. Dazu passt vortreff'lich, dass wir ihn als
Beförderer des griechischen Einflusses kennen lernen; und schliesslich
lässt sich in diesem Zusammenhange recht klar sein letztes politisclies
Auftreten, seine bekannte Senatsrede gegen den Gresandten des Pyrrlms,
verstehen. Nur in dieser Auffassung lässt sich ein harmonisclies Bild von
dem politischen Charakter unseres Censors, von seinen politischen
Absichten und Zielen herstellen. Lebenslauf. I Icli, Theodor
Ludwig Carl Sieke, Solin des Volksschulllehrers Friedrich Sieke zu Marburg, bin
geboren zu Mengringhausen im Fürstentum Waldeck; Ich bekenne mich zur
evangelischen Confession. Die erste Ausbildung erhielt ich von meinem
Vater, trat Ostern in die Quarta des
Marburger Gymnasiums, welches icli Ostern mit dem Zeugniss der Reife
verliess. Ich bezog als- dann die Universität Marburg, um mich dem
Studium der '^eschichte, germanischen und klassischen Piiilologie
zu idmen. Ich hörte Vorlesungen bei den Herren Professoren
Bergmann, Birt, Caesar, Cohen, Fischer, Justi, Koch, -enz, Lucae, Niese,
Varrentrapp, Schmidt, beteiligte mich nehrere Semester an den Uebungen
der historischen Semi- liare, des althistorischen unter Leitung des Herrn
Professor Niese, des neuhistorischen unter Leitung der Herren
Professoren nz und Varrentrapp, war Mitglied des germanistischen
Semi-lars des Herrn Professor Lucae und wohnte den pliilo- Bophischen
Uebungen des Herrn Professor Bergmann bei. fm Sommer-Semester besuchte
ich die Universität Berlin md hörte dort Vorlesungen bei den Herren
Professoren Delbrück, Kiepert, Koser, Roediger, Scherer, v.
Treitschke md Zeller. Allen diesen Herren spreche ich an dieser
Stelle meinen iefsten Dank aus, besonders den Herren Professoren
Niese and Varrentrapp. I>ruck von Gebrüder Gotthelft in
Casael. Nome compiuto: Gustavo Bontadini. Keywords: la neoclassica, neoclassico
come concetto contradittorio o ironico -- storia della filosofia, storia della
filosofia italiana, de-ellenizzazione”, appio primo filosofo romano in lingua
Latina -- “conversazioni metafisiche”, “conversazione metafisica”, “gnoseologia”,
“gnoseologismo”, “problematicismo”, “metafisica dell’esperienza”, ens,
essential, l’essere, essere, verbo, nome, sostantivo, copula, parmenideismo,
severino, la porta di Velia, Grice Vx, x izz x. Grice, RAA, Reductio ad
absurdum. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bontadini,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bontempelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del sintomo – scuola di Pisa –filosofia pisana – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Pisa). Filosofo pisano. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Pisa, Toscana. Grice:
“Bontempelli knows that the Romans never liked the Greek ‘symptom,’ but
‘coincidence’ seems weak: x means y if y coincides with x, or if x is a symptom
of y.’ (‘those spots mean measles’ – and ‘dog’ means that there is a dog.”” -- “I
suppose my favourite Bontempelli is his section on Roman philosophy in his history
of philosophy series!” -- There is the other Massimo Bontempelli, nato a Como. Como-born
Massimo Bontempelli had a son, called Massimo Bontempelli. Massimo Bontempello
ha un cugino, nipotte di Massimo Bontempelli: Alessandro Bontempelli. Nato a
Pisa, dopo il conseguimento della laurea in filosofia, Bontempelli
dedica all'insegnamento negli istituti superiori, alla realizzazione di
manuali scolastici di storia e filosofia e alla stesura di saggi di argomento
filosofico. Storico di impostazione marxiana, e originale pensatore filosofico
di orientamento neoidealista, realizza i suoi più importanti contributi
imperniando lo studio dei processi storici attorno alla categoria di "modo
di produzione". Tematizza con attenzione le strutture sociali entro i modi
di produzione neo-litico, nomade-pastorale, prativo-campestre,
antico-orientale, asiatico, africano, meso-americano, schiavistico, colonico,
feudale e capitalistico, elaborando su queste basi una ri-costruzione della
genesi sociale dei fenomeni filosofici. Rilevante è la sua interpretazione
della figura storica di Gesù, ricostruita entro una totalità sociale a partire
dalla analisi dell'economia pianificata del modo di produzione antico-orientale
palestinese, sulla scorta di una prospettiva metodologica storico-scientifica
nei confronti dei vangeli. Come storico della filosofia ha studiato in
particolare il pensiero platonico, neo-platonico e la dialettica hegeliana.
Come pensatore filosofico originale viene collocato da Costanzo Preve
all'interno della corrente del neo-idealismo italiano, essendo il suo pensiero
fortemente influenzato dalla Scienza della Logica hegeliana. Muove dalle
profonde critiche al nichilismo contemporaneo e al relativismo anti-metafisico
per approdare ad un tentativo di rifondazione onto-assiologica degli orizzonti
di senso dell'esistenza umana sulla scorta di una indagine della natura
trascendentale dell'uomo, alla luce di un superamento della polarità dualistica
empiria/trascendenza. Si dedica alla critica serrata della sinistra politica e
allo sviluppo del tema della decrescita. Altre saggi: “Il senso della
storia antica. Itinerari e ipotesi di studio” (Milano, Trevisini); “Antiche
strutture sociali mediterranee” (Milano, Trevisini), “Storia e coscienza storica”
(Milano, Trevisini); Per il triennio; “Civiltà e strutture sociali
dall'antichità al medioevo” (Milano, Trevisini); “Antiche civiltà e loro
documenti” (Milano, Trevisini); “Civiltà storiche e loro documenti” (Milano,
Trevisini, Per il triennio); “Filosofia: Il senso dell'essere nelle
culture occidental” (Milano, Trevisini); Filosofia, Napoli, Istituto Italiano
per gli Studi Filosofici PRESS,. [riedito nel
in versione aggiornata dalle edizioni Accademia Vivarium Novum] “Eraclito
e noi”” (Milazzo, Spes); “Percorsi di verità della dialettica antica” (Milazzo,
Spes); “Nichilismo, verità, storia” (Pistoia, CRT); “Gesù. Uomo nella storia,
Dio nel pensiero” (Pistoia, CRT); “La conoscenza del bene e del male, Pistoia,
CRT); “La disgregazione futura del capitalismo mondializzato, Pistoia, CRT); “Tempo
e memoria, Pistoia, CRT); “Il concetto di realtà e il nichilismo contemporaneo,
Pistoia, CRT); “L'agonia della scuola italiana” (Pistoia, CRT); “Un sentiero attraverso
la foresta hegeliana, Pistoia, CRT); “Eraclito e noi. La modernità attraverso
il prisma interpretativo eracliteo, CRT, Diciamoci la verità, "Koiné"
n.6, Pistoia, CRT, Le sinistre nel capitalismo globalizzato, Pistoia, CRT, Un
nuovo asse culturale per la scuola italiana, CRT, Pistoia, L'arbitrarismo della
circolazione autoveicolare, Pistoia, CRT, -- very Griceian: Grice: “D. K. Lewis
drew his example of the arbitrariness of a convention from Massimo
Bomtempelli.” Il sintomo e la malattia. Una riflessione sull'ambiente di Bin
Laden e su quello di Bush” (Pistoia, CRT, -- cf. Grice: “I took the example,
‘those spots mean measle’ from Bontempelli, “Il sintomo e la malattia” – “Il SINTOMO”
-- [ristampato nel dalla casa editrice
Petite Plaisance] Diciamoci la verità, CRT, Pistoia); “Il respiro del
Novecento. Percorso di storia” (Pistoia, CRT, Il mistero della sinistra’ (Genova,
Graphos, La Resistenza Italiana. Dall'8
settembre al 25 aprile. Storia della guerra di liberazione, Cagliari, CUEC, La
sinistra rivelata” (Bolsena, Massari, Il Sessantotto. Un anno ancora da
scoprire, Cagliari, CUEC [ristampato nel
] Civiltà occidentale” Genova, Il Canneto,. Marx e la decrescita, Trieste,
Abiblio,. Platone e i preplatonici. Morale in Grecia, introduzione di Antonio
Gargano, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici PRESS); “Un
pensiero presente: scritti su
Indipendenza, Roma, Indipendenza Editore Francesco Labonia,. Capitalismo
globalizzato e scuola, Roma, Indipendenza Editore Francesco Labonia, La sfida
politica della decrescita, Roma, Aracne,. Gesù di Nazareth, Pistoia, Petite
Plaisance; “Il respiro del Novecento, "Koiné" n.6, Pistoia, CRT); “Metamorfosi
della scuola italiana, "Koiné" n.4, Pistoia, CRT, Visioni di scuola.
Buoni e cattivi maestri, "Koiné" n.5, Pistoia, CRT, Scienza, cultura,
filosofia, "Koiné" n.8, Pistoia, CRT. I cattivi maestri, in I
Forchettoni Rossi, Roberto Massari, Bolsena, Massari. Addio al professor
Massimo Bontempelli, Il Tirreno.
Bontempelli individua, in diverse epoche, un feudalesimo ario, cinese,
indiano, iranico del regno dei Parti, del Vicino Oriente islamico, del Ghana e
infine il feudalesimo occidentale. Gesù
uomo nella storia, Dio nel pensiero (uaar)
Costanzo Preve, Ideologia italiana. Saggio sulla storia delle idee
marxiste in Italia, Milano, Vangelista, 1993 (p. 201 sgg.) Marxismo modo di produzione. Una vita
semplice, una mente scintillante,Le idee forti di Massimo Bontempelli. Il bene
come processo possibile concreto: natura umana e ontologia sociale. u a be US (2 Se Um %. Pr pn d Der sd g,’ fr Ben
= Ri » e Wu sIGM FREUD Hemmung, Symptom
und Angst re et. Van A 1.1 ee ne ia
he Hemmung, Symptom und Angst von Freud
Internationaler Psychoanalytischer Verlag Leipzig u RE ai Zürich, Psychoanalytischer
Verlag, Ges. m. b. H., Wien Druck: Elbemühl Papierfabriken und Graphische
Industrie A.G. Wien, Rüdengasse ıı I. Unser Sprachgebrauch läßt uns
in der Beschreibung pathologischer Phänomene SYMPTOME und Hemmungen
unterscheiden, aber er legt diesem Unterschied nicht viel Wert bei. Kämen
uns nicht Krankheitsfälle vor, von denen wir aussagen müssen, daß sie nur
Hemmungen und keine SYMPTOME zeigen, und wollten wir nicht wissen, was
dafür die Bedingung ist, so brächten wir kaum das Interesse auf, die
Begriffe Hemmung und SYMPTOM gegeneinander abzugrenzen. Die beiden
sind nicht auf dem nämlichen Boden erwachsen. Hemmung hat eine besondere
Beziehung zur Funktion und bedeutet nicht notwendig etwas Pathologisches,
man kann auch eine normale Einschränkung einer Funktion eine Hemmung
derselben nennen. SYMPTOM hingegen heißt soviel wie Anzeichen eines
krankhaften Vorganges. Es kann also auch eine Hemmung ein SYMPTOM sein.
Der Sprachgebrauch verfährt dann so, daß er von Hemmung spricht,
wo eine einfache Herabsetzung der Funktion vorliegt, von SYMPTOM
[“Those spots are a symptom of measles”], wo es sich um eine ungewöhnliche
Abänderung derselben oder um eine neue Leistung handelt. In vielen Fällen
scheint es der Willkür überlassen, ob man die positive oder die negative
Seite des pathologischen Vorgangs betonen, seinen Erfolg als SYMPTOM
oder als Hemmung bezeichnen will. Das alles ist wirklich nicht interessant
und die Fragestellung, von der wir ausgingen, erweist sich als wenig
fruchtbar.Da die Hemmung begrifflich so innig an die Funktion geknüpft
ist, kann:man auf die Idee kommen, die verschiedenen Ichfunktionen
daraufhin zu untersuchen, in welchen Formen sich deren Störung bei den
einzelnen neurotischen Affektionen äußert. Wir wählen für diese
vergleichende Studie: die Sexualfunktion, das Essen, die Lokomotion und die
Berufsarbeit. Die Sexualfunktion unterliegt sehr mannigfaltigen
Störungen, von denen die meisten den Charakter einfacher Hemmungen
zeigen. Diese werden als psychische Impotenz zusammengefaßt. Das Zustandekommen
der normalen Sexualleistung setzt einen sehr komplizierten Ablauf voraus,
die Störung kann an jeder Stelle desselben eingreifen. Die
Hauptstationen der Hemmung sind beim Manne: die Abwendung der
Libido zur Einleitung des Vorgangs (psychische Unlust), das Ausbleiben der
physischen Vorbereitung (Erektionslosigkeit), die Abkürzung des Aktes
(Ejaculatio praecox, die ebensowohl als POSITIVES SYMPTOM beschrieben werden
kann, die Aufhaltung desselben vor dem natürlichen Ausgang, Ejakulationsmangel,
das Nichtzustandekommen des psychischen Effekts, der Lustempfindung des
Orgasmus. Andere Störungen erfolgen durch die Verknüpfung der Funktion
mit besonderen Bedingungen, perverser oder fetischistischer
Natur. Eine Beziehung der Hemmung zur Angst kann uns nicht lange
entgehen. Manche Hemmungen sind offenbar Verzichte auf Funktion, weil bei
deren Ausübung Angst entwickelt werden würde. Direkte Angst vor der
Sexualfunktion ist beim Weibe häufig; wir ordnen sie der Hysterie zu,
ebenso das ABWEHRSYMPTOM des Ekels, das sich ursprünglich als nachträgliche
Reaktion auf den passiv erlebten Sexualakt einstellt, später bei der
Vorstellung desselben auftritt. Auch eine großse Anzahl von Zwangshandlungen erweisen
sich als Vorsichten und Versicherungen gegen sexuelles Erleben, sind also
phobischer Natur. Man kommt da im Verständnis nicht sehr weit; man
merkt nur, daß sehr verschiedene Verfahren verwendet werden, um die
Funktion zu stören: die bloße Abwendung der Libido, die am ehesten
zu ergeben scheint, was wir eine reine Hemmung heißen, die
Verschlechterung in der Ausführung der Funktion, die Erschwerung
derselben durch besondere Bedingungen und ihre Modifikation durch
Ablenkung auf andere Ziele,ihre Vorbeugung durch Sicherungsmaßregeln, ihre
Unterbrechung durch Angstentwicklung, sowie sich ihr Ansatz nicht
mehr verhindern läßt, endlich eine nachträgliche REAKTION, die dagegen
protestiert und das Geschehene rückgängig machen will, wenn die Funktion
doch durchgeführt wurde. Die häufigste Störung der Nahrungsfunktion
ist die Efunlust durch Abziehung der Libido. Auch Steigerungen der
Eßlust sind nicht selten; ein Eßzwang motiviert sich durch Angst vor dem
Verhungern, ist wenig untersucht. Als hysterische
Abwehr des Essens kennen wir das Symptom des Erbrechens. Die
Nahrungsverweigerung infolge von Angst gehört psychotischen Zuständen an
(Vergiftungswahn). Die Lokomotion wird bei manchen neurotischen
Zuständen durch Gehunlust und Gehschwäche gehemmt, die hysterische
Behinderung bedient sich der motorischen Lähmung des Bewegungsapparates
oder schafit eine spezialisierte Aufhebung dieser einen Funktion
desselben (Abasie). Besonders charakteristisch sind die Erschwerungen der
Lokomotion durch Ein- schaltung bestimmter Bedingungen, bei deren
Nicht- erfüllung Angst auftritt (Phobie). Die Arbeitshemmung, die so
oft als isoliertes SYMPTOM Gegenstand der Behandlung wird, zeigt uns
verminderte Lust oder schlechtere Ausführung oder Reaktionserscheinungen
wie Müdigkeit (Schwindel, Er- brechen), wenn die Fortsetzung der Arbeit
erzwungen wird. Die Hysterie erzwingt die Einstellung der Arbeit
durch Erzeugung von Organ- und Funktionslähmungen, deren Bestand mit der
Ausführung der Arbeit unvereinbar ist. Die Zwangsneurose stört die Arbeit
durch fortgesetzte Ablenkung und durch den Zeitverlust bei
eingeschobenen Verweilungen und Wiederholungen. Wir könnten diese
Übersicht noch auf andere Funktionen ausdehnen, aber wir dürfen nicht
erwarten, dabei mehr zu erreichen. Wir kämen nicht über die
Oberfläche der Erscheinungen hinaus. Entschließen wir uns darum zu einer
Auffassung, die dem Begriff der Hemmung nicht mehr viel Rätselhaftes
beläßt. Die Hemmung ist der Ausdruck einer Funktions- einschränkung
des Ichs, die selbst sehr ver- schiedene Ursachen haben kann. Manche der
Mecha- nismen dieses Verzichts auf Funktion und eine allgemeine Tendenz
desselben sind uns wohlbekannt. An den spezialisierten Hemmungen
ist die Tendenz leichter zu erkennen. Wenn das Klavierspielen,
Schreiben und selbst das Gehen neurotischen Hemmungen unter-
liegen, so zeigt uns die Analyse den Grund hiefür in einer überstarken
Erotisierung der bei diesen Funk- tionen in Anspruch genommenen Organe,
der Finger und der Füße. Wir haben ganz allgemein die Einsicht
gewonnen, dafs die Ichfunktion eines Organs geschädigt wird, wenn seine
Erogeneität, seine sexuelle Bedeutung, zunimmt. Es benimmt sich dann,
wenn man den einigermaßen skurrilen Vergleich wagen darf, wie
eine Köchin, die nicht mehr am Herd arbeiten will, weil der Herr des
Hauses Liebesbeziehungen zu ihr ange- knüpft hat. Wenn das Schreiben, das
darin besteht, aus einem Rohr Flüssigkeit auf ein Stück weißes Papier
fließen zu lassen, die symbolische Bedeutung des Koitus angenommen hat,
oder wenn das Gehen zum symbolischen Ersatz des Stampfens auf dem
Leib der Mutter Erde geworden ist, dann wird beides, Schreiben und
Gehen, unterlassen, weil es so ist, als ob man die verbotene sexuelle Handlung
ausführen würde. Das Ich verzichtet auf diese ihm zustehenden
Funktionen, um nicht eine neuerliche Verdrängung vornehmen zu müssen, um
einem Konflikt mit dem Es auszuweichen. Andere Hemmungen erfolgen offenbar im Dienste der
Selbstbestrafung, wie nicht selten die der be- ruflichen Tätigkeiten. Das
Ich darf diese Dinge nicht tun, weil sie ihm Nutzen und Erfolg
bringen würden, was das gestrenge Über-Ich versagt hat. Dann
verzichtet das Ich auch auf diese Leistungen, um nieht in Konflikt mit
dem Über-Ich zu geraten. Die allgemeineren Hemmungen des Ichs
folgen einem einfachen anderen Mechanismus. Wenn das Ich durch eine
psychische Aufgabe von besonderer Schwere in Anspruch genommen ist, wie
z. B. durch eine Irauer, eine großartige Affektunterdrückung, durch
die Nötigung, beständig aufsteigende sexuelle Phantasıen niederzuhalten, dann
verarmt es so sehr an der ihm verfügbaren Energie, dafs es seinen Aufwand
an vielen Stellen zugleich einschränken muß, wie ein Spekulant, der
seine Gelder in seinen Unternehmungen immobilisiert hat. Ein lehrreiches
Beispiel einer solchen intensiven Allgemeinhemmung von kurzer Dauer
konnte ich an einem Zwangskranken beobachten, der in eine lähmende
Müdigkeit won einbis mehrtägiger Dauer bei Anlässen verfiel, die offenbar
einen Wutausbruch hätten herbeiführen sollen. Von hier aus mufß
auch ein Weg zum Verständnis der Allgemeinhemmung zu finden sein,
durch die sich die Depressionszustände und der schwerste derselben, die
Melancholie, kenn- zeichnen. Man kann also abschließend über die
Hemmungen sagen, sie seien Einschränkungen der Ichfunktionen,
entweder aus Vorsicht oder infolge von Energie- verarmung. Es ist nun
leicht zu erkennen, worin sich die Hemmung vom Symptom unterscheidet.
Da Symptom kann nicht mehr als ein Vorgang in oder am.Ich
beschrieben werden. Die Grundzüge der SYMPTOMBILDUNG sind längst
studiert und in hoffentlich unanfechtbarer Weise aus- gesprochen worden.
Das SYMPTOM sei Anzeichen und Ersatz einer unterbliebenen
Triebbefriedigung, ein Erfolg des Verdrängungsvorganges. Die Verdrängung
geht vom Ich aus, das, eventuell im Auftrage des Über- Ichs, eine
im Es angeregte Triebbesetzung nicht mitmachen will. Das Ich erreicht durch die
Verdrängung, daß die Vorstellung, welche der Träger der unliebsamen
Regung war, vom Bewußtwerden abgehalten wird. Die Analyse weist oftmals
nach, daß sie als unbewußste Formation erhalten geblieben ist. So weit
wäre es klar, aber bald beginnen die unerledigten
Schwierigkeiten. Unsere bisherigen Beschreibungen des Vorganges bei
der Verdrängung haben den Erfolg der Abhaltung vom Bewußtsein
nachdrücklich betont, aber in anderen Punkten Zweifel offen gelassen. Es
entsteht die Frage, was ist das Schicksal der im Es aktivierten
Triebregung, die auf Befriedigung abzielt? Die Antwort war eine
indirekte, sie lautete, durch den Vorgang der Verdrängung werde die zu
erwartende Befriedigungs- lust in Unlust verwandelt, und dann stand man
vor dem Problem, wie Unlust das Ergebnis einer Triebbefriedigung sein
könne. Wir hoffen den Sachverhalt zu klären, wenn wir die bestimmte
Aussage machen, der im Es beabsichtigte Erregungsablauf komme
infolge der Verdrängung überhaupt nicht zustande, es gelingt dem
Ich, ihn zu inhibieren oder abzulenken. Dann entfällt das Rätsel der Affektverwandlung
bei der Verdrängung. Wir haben aber damit dem Ich das Zugeständnis
gemacht, daß es einen so weitgehenden Einfluß auf die Vorgänge im Es
äußern kann, und sollen verstehen lernen, auf welchem Wege ihm
diese überraschende Machtentfaltung möglich wird. Ich glaube,
dieser Einfluß fällt dem Ich zu infolge seiner innigen Beziehungen zum
Wahrnehmungssystem, die ja sein Wesen ausmachen und der Grund
seiner Differenzierung vom Es geworden sind. Die Funktion dieses
Systems, das wir W-Bw genannt haben, ist mit dem Phänomen des
Bewußstseins verbunden; es empfängt Erregungen nicht nur von außen,
sondern auch von innen her und mittels der Lust-Unlustempfindungen,
die es von daher erreichen, versucht es, alle Abläufe des seelischen
Geschehens im Sinne des Lustprinzips zu lenken. Wir stellen uns das Ich
so gerne als ohn- mächtig gegen das Es vor, aber wenn es sich
gegen einen Triebvorgang im Es sträubt, so braucht es blof3 ein
Unlustsignal zu geben, um seine Absicht durch die Hilfe der beinahe
allmächtigen Instanz des Lust- prinzips zu erreichen. Wenn wir diese
Situation für einen Augenblick isoliert betrachten, können wir sie
durch ein Beispiel aus einer anderen Sphäre illustrieren. In einem Staate
wehre sich eine gewisse Clique gegen eine Mafsregel, deren Beschluß den
Neigungen der Masse entsprechen würde. Diese Minderzahl bemächtigt
sich dann der Presse, bearbeitet durch sie die souve- räne „Öffentliche
Meinung“ und setzt es so durch, daf$ der geplante Beschluf3
unterbleibt. An die eine Beantwortung knüpfen weitere Frage-
stellungen an. Woher rührt die Energie, die zur Erzeugung des Unlustsignals
verwendet wird? Hier weist uns die Idee den Weg, daß die Abwehr eines
un- erwünschten Vorganges im Inneren nach dem Muster der Abwehr
gegen einen äußeren Reiz geschehen dürfte, daß das Ich den gleichen Weg
der Verteidi- gung gegen die innere wie gegen die äußere Gefahr
einschlägt. Bei äußerer Gefahr unternimmt das organische Wesen einen Fluchtversuch,
es zieht zunächst die Besetzung von der Wahrnehmung des Gefährlichen ab;
später erkennt es als das wirk- samere Mittel, solche Muskelaktionen
vorzunehmen, dafs die Wahrnehmung der Gefahr, auch wenn man sie
nicht verweigert, unmöglich wird, also sich dem Wirkungsbereich der
Gefahr zu entziehen. Einem solchen Fluchtversuch gleichwertig ist auch die
Verdrängung. Das Ich zieht die (vorbewußte) Besetzung von der zu
verdrängenden Triebrepräsentanz ab und verwendet sie für die
Unlust-(Angst-)Entbindung. Das Problem, wie bei der Verdrängung die Angst
entsteht, mag kein einfaches sein; immerhin hat man das Recht, an
der Idee festzuhalten, daß das Ich die eigentliche Angststätte ist, und
die frühere Auffassung zurück- zuweisen, die Besetzungsenergie der
verdrängten Regung werde automatisch in Angst verwandelt. Wenn ich
mich früher einmal so geäußert habe, so gab ich eine phänomenologische
Beschreibung, nicht eine meta- psychologische Darstellung.
Aus dem Gesagten leitet sich die neue Frage ab, wie es ökonomisch
möglich ist, daß ein bloßer Abziehungs- und Abfuhrvorgang wie beim Rückzug
der vorbewufßsten Ichbesetzung Unlust oder Angst erzeugen könne,
die nach unseren Voraussetzungen nur Folge gesteigerter Besetzung sein
kann. Ich antworte, diese Verursachung soll nicht ökonomisch erklärt
werden, die Angst wird bei der Verdrängung nicht neu erzeugt,
sondern als Affektzustand nach einem vorhandenen Erinnerungsbild
reproduziert. Mit der weiteren Frage nach der Herkunft dieser Angst, wie
der Affekte überhaupt, verlassen wir aber den unbestritten
psychologischen Boden und betreten das Grenzgebiet der Physiologie. Die
Affektzustände sind dem Seelen- leben als Niederschläge uralter
traumatischer Erlebnisse einverleibt und werden in ähnlichen Situationen
wie Erinnerungssymbole wachgerufen. Ich meine, ich hatte nicht Unrecht,
sie den spät und individuell erwor- benen hysterischen Anfällen
gleichzusetzen und als deren Normalvorbilder zu betrachten. Beim
Menschen und ihm verwandten Geschöpfen scheint der Geburts- akt als
das erste individuelle Angsterlebnis dem Aus- druck des Angstaffekts
charakteristische Züge geliehen zu haben. Wir sollen aber diesen
Zusammenhang nicht überschätzen und in seiner Anerkennung nicht
übersehen, daß ein Affektsymbol für die Situation der Gefahr eine
biologische Notwendigkeit ist und auf jeden Fall geschaffen worden wäre,
Ich halte es auch für unberechtigt anzunehmen, daß bei jedem Angst-
ausbruch etwas im Seelenleben vor sich geht, was einer Reproduktion der
Geburtssituation gleichkommt. Es ist nicht einmal sicher, ob die
hysterischen Anfälle, die ursprünglich solche traumatische
Reproduktionen sind, diesen Charakter dauernd bewahren. Ich
habe an anderer Stelle ausgeführt, daß die meisten Verdrängungen, mit
denen wir bei der therapeutischen Arbeit zu tun bekommen, Fälle von
Nachdrängen sind. Sie setzen früher erfolgte Urverdrängungen voraus, die
auf die neuere Situation ihren anziehenden Einfluß ausüben. Von
diesen Hintergründen und Vorstufen der Verdrängung ist noch viel zu wenig
bekannt. Man kommt leicht in Gefahr, die Rolle des Über-Ichs bei der
Verdrängung zu überschätzen. Man kann es derzeit nicht beurteilen, ob
etwa das Auftreten des Über-Ichs die Abgrenzung zwischen Urverdrängung und
Nachdrängen schafft. Die ersten, sehr intensiven, Angstaus- brüche erfolgen jedenfalls vor
der Differenzierung des Über-Ichs. Es ist durchaus plausibel, daß
quantitative Momente, wie die übergroße Stärke der Erregung und der
Durchbruch des Reizschutzes, die nächsten Anlässe der Urverdrängungen
sind. Die Erwähnung des Reizschutzes mahnt uns wie ein
Stichwort, daß die Verdrängungen in zwei unter- schiedenen Situationen
auftreten, nämlich wenn eine unliebsame Triebregung durch eine äußere
Wahr- nehmung wachgerufen wird, und wenn sie ohne solche
Provokation im Innern auftaucht. Wir werden später auf diese
Verschiedenheit zurückkommen. Reizschutz gibt es aber nur gegen äußere
Reize, nicht gegen innere Triebansprüche. Solange wir den
Fluchtversuch des Ichs studieren, bleiben wir der SYMPTOMbildung ferne.
Das SYMPTOM entsteht aus der durch die Verdrängung beeinträch-
tisten Triebregung. Wenn das Ich durch die Inan- spruchnahme des
Unlustsignals seine Absicht erreicht, die Triebregung völlig zu
unterdrücken, erfahren wir nichts darüber, wie das geschieht. Wir lernen
nur aus den Fällen, die als mehr oder minder mißglückte
Verdrängungen zu bezeichnen sind. Dann stellt essich im Allgemeinen
so dar, dafs die Triebregung zwar trotz der Verdrängung einen Ersatz
gefunden hat, aber einen stark verkümmerten, ver- schobenen, gehemmten.
Er ist auch als Befriedigung nicht mehr kenntlich. Wenn er vollzogen
wird, kommt keine Lustempfindung zustande, dafür hat dieser Vollzug
den Charakter des Zwanges angenommen. Aber bei dieser Erniedrigung des
Befriedigungs- ablaufes zum SYMPTOM zeigt die Verdrängung ihre
Macht noch in einem anderen Punkte. Der Ersatz- vorgang wird wo möglich
von der Abfuhr durch die Motilität ferngehalten; auch wo dies nicht
gelingt, mufS er sich in der Veränderung des eigenen Körpers
erschöpfen und darf nicht auf die Außenwelt übergreifen; es wird ihm verwehrt,
sich in Handlung um- zusetzen. Wir verstehen, bei der Verdrängung
arbeitet das Ich unter dem Einfluß der äußeren Realität und
schließt darum den Erfolg des Ersatzvorganges von dieser Realität
ab. Das Ich beherrscht den Zugang zum Bewußtsein wie den
Übergang zur Handlung gegen die Außen- welt; in der Verdrängung betätigt
es seine Macht nach beiden Richtungen. Die Triebrepräsentanz bekommt
die eine, die Triebregung selbst die andere Seite seiner Kraftäußerung zu
spüren. Da ist es denn am Platze, sich zu fragen, wie diese Anerkennung
der Mächtigkeit des Ichs mit der Beschreibung zusammen- kommt, die
wir in der Studie „Das Ich und das Es“ von der Stellung desselben Ichs
entworfen haben. Wir haben dort die Abhängigkeit des Ichs vom Es
wie vom Über-Ich geschildert, seine Ohnmacht und Angstbereitschaft gegen
beide, seine mühsam aufrecht erhaltene Überheblichkeit entlarvt. Dieses
Urteil hat seither einen starken Widerhall in der psychoanaly-
tischen Literatur gefunden. Zahlreiche Stimmen betonen eindringlich die
Schwäche des Ichs gegen das Es, des Rationellen gegen das Dämonische in
uns und schicken sich an, diesen Satz zu einem Grund- pfeiler einer
psychoanalytischen Weltanschauung zu machen. Sollte nicht die Einsicht in
die Wirkungs- weise der Verdrängung gerade den Analytiker von so
extremer Parteinahme zurückhalten? Ich bin überhaupt nicht für die
Fabrikation von Weltanschauungen. Die überlasse man den
Philosophen, die eingestandenermafßsen die Lebensreise ohne einen
solchen Baedeker, der über alles Auskunft gibt, nicht ausführbar finden.
Nehmen wir demütig die Verachtung auf uns, mit der die Philosophen
vom Standpunkt ihrer höheren Bedürftigkeit auf uns herabschauen. Da auch
wir unseren narzißtischen Stolz nicht verleugnen können, wollen wir
unseren Trost in der Erwägung suchen, daß alle diese Lebensführer rasch
veralten, daß es gerade unsere kurzsichtig beschränkte Kleinarbeit ist,
welche deren Neuauflagen notwendig macht, und daß selbst die
modernsten dieser Baedeker Versuche sind, den alten, so bequemen und so
vollständigen Katechismus zu ersetzen. Wir wissen genau, wie wenig Licht
die Wissenschaft bisher über die Rätsel dieser Welt verbreiten
konnte; alles Poltern der Philosophen kann daran nichts ändern, nur
geduldige Fortsetzung der Arbeit, die alles der einen Forderung nach
Gewißheit unter- ordnet, kann langsam Wandel schaffen. Wenn der
Wanderer in der Dunkelheit singt, verleugnet er seine Ängstlichkeit, aber
er sieht darum um nichts heller. Um zum Problem des Ichs
zurückzukehren: Der Anschein des Widerspruchs kommt daher, daf wir
Abstraktionen zu starr nehmen und aus einem kom- plizierten Sachverhalt
bald die eine, bald die andere Seite allein herausgreifen. Die Scheidung
des Ichs vom Es scheint gerechtfertigt, sie wird uns durch
bestimmte Verhältnisse aufgedrängt. Aber anderseits ist das Ich mit dem
Es identisch, nur ein besonders differenzierter Anteil desselben. Stellen
wir dieses Stück in Gedanken dem Ganzen gegenüber, oder hat sich
ein wirklicher Zwiespalt zwischen den beiden ergeben, so wird uns die
Schwäche dieses Ichs offenbar. Bleibt das Ich aber mit dem Es verbunden,
von ihm nicht unterscheidbar, so zeigt sich seine Stärke. Ähnlich
ist das Verhältnis des Ichs zum Über-Ich; für viele Situationen fließen
uns die beiden zusammen, meistens können wir sie nur unterscheiden, wenn
sich eine Spannung, ein Konflikt zwischen ihnen hergestellt hat.
Für den Fall der Verdrängung wird die Tatsache entscheidend, daß das Ich eine
Organisation ist, das Es aber keine; das Ich ist eben der organi-
sierte Anteil des Es. Es wäre ganz ungerechtfertigt, wenn man sich vorstellte,
Ich und Es seien wie zwei verschiedene Heerlager ; durch die Verdrängung
suche das Ich ein Stück des Es zu unterdrücken, nun komme das
übrige Es dem Angegriffenen zu Hilfe und messe seine Stärke mit der des
Ichs. Das mag oft zustande kommen, aber es ist gewifs nicht die
Eingangssituation der Verdrängung; in der Regel bleibt die zu
verdrängende Triebregung isoliert. Hat der Akt der Verdrängung uns die
Stärke des Ichs gezeigt, so legt er doch in einem auch Zeugnis ab
für dessen Ohnmacht und für die Unbeeinflußbarkeit der einzelnen
Triebregung des Es. Denn der Vorgang, der durch die Verdrängung zum SYMPTOM
geworden ist, behauptet nun seine Existenz außerhalb der
Ichorganisation und unabhängig von ihr. Und nicht er allein, auch alle
seine Abkömmlinge genießen das- selbe Vorrecht, man möchte sagen: der
Extraterritorialität, und wo sie mit Anteilen der Ichorganisation
assoziativ zusammentreffen, wird es fraglich, ob sie diese nicht zu sich
herüberziehen und sich mit diesem Gewinn auf Kosten des Ichs ausbreiten
werden. Ein uns längst vertrauter Vergleich betrachtet das SYMPTOM
als einen Fremdkörper, der unaufhörlich Reiz- und Reaktionserscheinungen
in dem Gewebe unterhält, in das er sich eingebettet hat. Es kommt
zwar vor, daß der Abwehrkampf gegen die unliebsame Triebregung durch
die SYMPTOMbildung abgeschlossen wird; soweit wir sehen, ist dies am
ehesten bei der hysterischen Konversion möglich, aber in der Regel
ist der Verlauf ein anderer; nach dem ersten Akt der Verdrängung folgt
ein langwieriges oder nie zu beendendes Nachspiel, der Kampf gegen die
Trieb- regung findet seine Fortsetzung in dem Kampf gegen das SYMPTOM.
Dieser sekundäre Abwehrkampf zeigt uns zwei Gesichter — mit
widersprechendem Ausdruck. Einer- seits wird das Ich durch seine Natur
genötigt, etwas zu unternehmen, was wir als Herstellungs- oder
Versöhnungsversuch beurteilen müssen. Das Ich ist eine Organisation, es
beruht auf dem freien Verkehr und der Möglichkeit gegenseitiger
Beeinflussung unter all seinen Bestandteilen, seine desexualisierte
Energie bekundet ihre Herkunft noch in dem Streben nach Bindung und
Vereinheitlichung und dieser Zwang zur Synthese nimmt immer mehr zu, je
kräftiger sich das Ich entwickelt. So wird es verständlich, daß das Ich auch versucht,
die Fremdheit und Isolierung des SYMPTOMs aufzuheben, indem es alle
Möglichkeiten ausnützt, es irgendwie an sich zu binden und durch solche
Bande seiner Organisation einzuverleiben. Wir wissen, daß ein
solches Bestreben bereits den Akt der SYMPTOM- bildung beeinflußt. Ein
klassisches Beispiel dafür sind jene hysterischen SYMPTOMe, die uns als
Kompromifszwischen Befriedigungs- und Strafbedürfnis durchsichtig
geworden sind. Als Erfüllungen einer Forderung des Über-Ichs haben solche
SYMPTOMe von vorneherein Anteil am Ich, während sie anderseits Positionen
des Verdrängten und Einbruchsstellen desselben in die
Ichorganisation bedeuten; sie sind sozusagen Grenz-stationen mit gemischter
Besetzung. Ob alle primären hysterischen SYMPTOMe so gebaut sind,
verdiente eine sorgfältige Untersuchung. Im weiteren Verlaufe
benimmt sich das Ich so, als ob es von der Er- wägung geleitet würde: das
SYMPTOM ist einmal da und kann nicht beseitigt werden; nun heißt es,
sich mit dieser Situation befreunden und den größtmög- lichen
Vorteil aus ihr ziehen. Es findet eine Anpassung an das ichfremde Stück
der Innenwelt statt, das durch das SYMPTOM repräsentiert wird, wie sie
das Ich sonst normalerweise gegen die reale Außenwelt zustande
bringt. An Anlässen hiezu fehlt es nie. Die Existenz des Symptoms mag
eine gewisse Behinde- rung der Leistung mit sich bringen, mit der man
eine Anforderung des Über-Ichs beschwichtigen oder einen Anspruch
der Außenwelt zurückweisen kann. So wird das Symptom allmählich mit der
Vertretung wichtiger Interessen betraut, es erhält einen Wert für
die Selbstbehauptung, verwächst immer inniger mit dem Ich, wird ihm
immer unentbehrlicher. Nur in ganz seltenen Fällen kann der Prozeß der
Einheilung eines Fremdkörpers etwas ähnliches wiederholen. Man
kann die Bedeutung dieser sekundären Anpassung an das Symptom auch
übertreiben, indem man aussagt, das Ich habe sich das Symptom überhaupt
nur ange- schafft, um dessen Vorteile zu genießen. Das ist dann so
richtig oder so falschh wie wenn man die Ansicht vertritt, der
Kriegsverletzte habe sich das Bein nur abschießen lassen, um dann
arbeitsfrei von seiner Invalidenrente zu leben. Andere
Symptomgestaltungen, die der Zwangs- neurose und der Paranoia, bekommen
einen hohen Wert für das Ich, nicht weil sie ihm Vorteile, sondern
weil sie ihm eine sonst entbehrte narzißtische Befriedigung bringen. Die
Systembildungen der Zwangs- neurotiker schmeicheln ihrer Eigenliebe durch
die Vorspiegelung, sie seien als besonders reinliche oder
gewissenhafte Menschen besser als andere; die Wahn- bildungen der
Paranoia eröffnen dem Scharfsinn und der Phantasie dieser Kranken ein
Feld zur Betätigung, das ihnen nicht leicht ersetzt werden kann. Aus
all den erwähnten Beziehungen resultiert, was uns als der
(sekundäre) Krankheitsgewinn der Neurose bekannt ist. Er kommt dem
Bestreben des Ichs, sich das Symptom einzuverleiben, zu Hilfe und
verstärkt die Fixierung des letzteren. Wenn wir dann den Ver- such
machen, dem Ich in seinem Kampf gegen das Symptom analytischen Beistand
zu leisten, finden wir diese versöhnlichen Bindungen zwischen Ich
und Symptom auf der Seite der Widerstände wirksam. Es wird uns nicht
leicht gemacht, sie zu lösen. Die beiden Verfahren, die dasIch gegen das
Symptom anwendet, stehen wirklich in Widerspruch zu einander.
Das andere Verfahren hat weniger freundlichen Charakter, es setzt
die Richtung der Verdrängung fort. Aber es scheint, daß wir das Ich nicht
mit dem Vorwurf der Inkonsequenz belasten dürfen. Das Ich ist
friedfertig und möchte sich das Symptom einverleiben, es in sein Ensemble
aufnehmen. Die Störung geht vom Symptom aus, das als richtiger Ersatz
und Abkömmling der verdrängten Regung deren Rolle weiterspielt,
deren Befriedigungsanspruch immer wieder erneuert und so das Ich nötigt,
wiederum das Unlust- signal zu geben und sich zur Wehre zu setzen.
Der sekundäre Abwehrkampf gegen das Symptom ist vielgestaltig,
spielt sich auf verschiedenen Schau- plätzen ab und bedient sich
mannigfaltiger Mittel. Wir werden nicht viel über ihn aussagen können,
wenn wir nicht die einzelnen Fälle der Symptombildung zum
Gegenstand der Untersuchung nehmen. Dabei werden wir Anlaß finden, auf
das Problem der Angst einzugehen, das wir längst wie im Hintergrunde
lauernd verspüren. Es empfiehlt sich, von den Symptomen, welche die
hysterische Neurose schafft, auszugehen; auf die Voraussetzungen der
Symptombildung bei der Zwangsneurose, Paranoia und anderen Neurosen
sind wir noch nicht vorbereitet. IV Der erste Fall, den wir
betrachten, sei der einer infantilen hysterischen Tierphobie, also z.B.
der gewifs in allen Hauptzügen typische Fall der Pferdephobie des ‚
Kleinen Hans‘. Schon der erste Blick läßt uns erkennen, daß die
Verhältnisse eines realen Falles von neurotischer Erkrankung weit
komplizierter sind als unsere Erwartung, solange wir mit
Abstraktionen arbeiten, sich vorstellt. Es gehört einige Arbeit
dazu, sich zu orientieren, welches die verdrängte Regung, was ihr
Symptomersatz ist, wo das Motiv der Verdrängung kenntlich wird. Der kleine Hans
weigert sich, auf die Straße zu gehen, weil er Angst vor dem Pferd hat.
Dies ist der Rohstoff. Was ist nun daran das Symptom: die
Angstentwicklung, die Wahl des Angstobjekts, oder der Verzicht auf die
freie Beweglichkeit, oder mehreres davon zugleich? Wo ist die
Befriedigung, die er sich versagt? Warum muß er sich diese
versagen? Siehe: Analyse der Phobie eines fünfjährigen Knaben. (Ges.
Schriften) Es liegt nahe zu antworten, an dem Falle sei nicht so
viel rätselhaft. Die unverständliche Angst vor dem Pferd ist das Symptom,
die Unfähigkeit, auf die Straße zu gehen, ist eine
Hemmungserscheinung, eine Einschränkung, die sich das Ich auferlegt,
um nicht das Angstsymptom zu wecken. Man sieht ohne weiteres die
Richtigkeit der Erklärung des letzten Punktes ein und wird nun diese
Hemmung bei der weiteren Diskussion außer Betracht lassen. Aber die
erste flüchtige Bekanntschaft mit dem Falle lehrt uns nicht einmal den wirklichen
Ausdruck des vermeint- lichen Symptoms kennen. Es handelt sich, wie
wir bei genauerem Verhör erfahren, gar nicht um eine unbestimmte
Angst vor dem Pferd, sondern um die bestimmte ängstliche Erwartung: das
Pferd werde ihn beifsen. Allerdings sucht sich dieser Inhalt dem Bewußt-
sein zu entziehen und sich durch die unbestimmte Phobie, in der nur noch
die Angst und ihr Objekt vorkommen, zu ersetzen. Ist nun etwa dieser
Inhalt der Kern des Symptoms? Wir kommen keinen Schritt
weiter, so lange wir nicht die ganze psychische Situation des Kleinen
in Betracht ziehen, wie sie uns während der analytischen Arbeit enthüllt
wird. Er befindet sich in der eifersüchtigen und feindseligen
Ödipusein- stellung zu seinem Vater, den er doch, so weit die
Mutter nicht als Ursache der Entzweiung in Betracht kommt, herzlich
liebt. Also ein Ambivalenzkonflikt, gut begründete Liebe und nicht minder
berech- tigter Haß, beide auf dieselbe Person gerichtet. Seine Phobie muß ein Versuch zur Lösung dieses Konflikts sein. Solche
Ambivalenzkonflikte sind sehr häufig, wir kennen einen anderen typischen
Ausgang derselben. Bei diesem wird die eine der beiden mit-
einander ringenden Regungen, in der Regel die zärt- liche, enorm
verstärkt, die andere verschwindet. Nur das Übermaß und das Zwangsmäßige
der Zärtlichkeit verrät uns, daf3 diese Einstellung nicht die
einzig vorhandene ist, daß sie ständig auf der Hut ist, ihr
Gegenteil in Unterdrückung zu halten, und läßt uns einen Hergang
konstruieren, den wir als Verdrängung durch Reaktionsbildung (im Ich)
beschreiben. Fälle wie der kleine Hans zeigen nichts von solcher
Reaktionsbildung; es gibt offenbar verschiedene Wege, die aus einem
Ambivalenzkonflikt herausführen. Etwas anderes haben wir unterdes mit
Sicherheit erkannt. Die Triebregung, die der Verdrängung unter-
liegt, ist ein feindseliger Impuls gegen den Vater. Die Analyse lieferte
uns den Beweis hiefür, während sie der Herkunft der Idee des beifßenden
Pferdes nachspürte. Hans hat ein Pferd fallen gesehen, einen
Spielkameraden fallen und sich verletzen, mit dem er Pferd gespielt
hatte. Sie hat uns das Recht gegeben, bei Hans eine Wunschregung zu
konstruieren, die gelautet hat, der Vater möge hinfallen, sich
beschädigen wie das Pferd und der Kamerad. Beziehungen zu einer beobachteten
Abreise lassen ver- muten, daß der Wunsch nach der Beseitigung des
Vaters auch minder zaghaften Ausdruck gefunden hat. Ein solcher Wunsch
ist aber gleichwertig mit der Absicht, ihn selbst zu beseitigen, mit der
mör- derischen Regung des Ödipuskomplexes. Von dieser verdrängten
Triebregung führt bis jetzt kein Weg zu dem Ersatz für sie, den wir in
der Pferdephobie vermuten. Vereinfachen wir nun die psychische
Situation des kleinen Hans, indem wir das infantile Moment und die
Ambivalenz wegräumen; er sei etwa ein jüngerer Diener in einem
Haushalt, der in die Herrin verliebt ist und sich gewisser
Gunstbezeugungen von ihrer Seite erfreue. Erhalten bleibt, dafß er den
stärkeren Hausherrn haßt und ihn beseitigt wissen möchte; dann ist es die
natürlichste Folge dieser Situation, daß er die Rache dieses Herrn
fürchtet, daß sich bei ihm ein Zustand von Angst vor diesem einstellt —
ganz ähnlich wie die Phobie des kleinen Hans vor dem Pferd. Das heißt,
wir können die Angst dieser Phobie nicht als Symptom bezeichnen;
wenn der kleine Hans, der in seine Mutter verliebt ist, Angst vor dem
Vater zeigen würde, hätten wir kein Recht, ihm eine Neurose, eine Phobie,
zuzu- schreiben. Wir hätten eine durchaus begreifliche affektive
Reaktion vor uns. Was diese zur Neurose macht, ist einzig und allein ein
anderer Zug, die Ersetzung des Vaters durch das Pferd. Diese Verschiebung
stellt also das her, was auf den Namen eines Symptoms Anspruch hat. Sie
ist jener andere Mechanismus, der die Erledigung des Ambivalenzkonflikts
ohne die Hilfe der Reaktionsbildung gestattet. Ermöglicht oder
erleichtert wird sie durch den Um- stand, daß die mitgeborenen Spuren
totemistischer Denkweise in diesem zarten Alter noch leicht zu
beleben sind. Die Kluft zwischen Mensch und Tier ist noch nicht
anerkannt, gewif3 nicht so überbetont wie später. Der erwachsene,
bewunderte, aber auch gefürchtete Mann steht noch in einer Reihe mit
dem großen Tier, das man um so vielerlei beneidet, vor dem man aber
auch gewarnt worden ist, weil es gefährlich werden kann. Der
Ambivalenzkonflikt wird also nicht an derselben Person erledigt, sondern
gleich- sam umgangen, indem man einer seiner Regungen eine andere
Person als Ersatzmann unterschiebt. Soweit sehen wir ja klar, aber in
einem anderen Punkte hat uns die Analyse der Phobie des kleinen
Hans eine volle Enttäuschung gebracht. Die Entstellung, in der die
Symptombildung besteht, wird gar nicht an der Repräsentanz (dem
Vorstellungsinhalt) der zu verdrängenden Triebregung vorgenommen,
sondern an einer davon ganz verschiedenen, die nur einer Reaktion
auf das eigentlich Unliebsame entspricht. Unsere Erwartung fände eher
Befriedigung, wenn der kleine Hans an Stelle seiner Angst vor dem
Pferd eine Neigung entwickelt hätte, Pferde zu mißshandeln, sie zu schlagen,
oder deutlich seinen Wunsch kundgegeben hätte, zu sehen, wie sie
hinfallen, zu Schaden kommen, eventuell unter Zuckungen verenden
(das Krawallmachen mit den Beinen). Etwas der Art tritt auch wirklich
während seiner Analyse auf, aber es steht lange nicht voran in der
Neurose und — sonderbar wenner wirklich solche Feindseligkeit, nur
gegen das Pferd, anstatt gegen den Vater gerichtet, als Hauptsymptom
entwickelt hätte, würden wir gar nicht geurteilt haben, er befinde sich
in einer Neurose. Etwas ist also da nicht in Ordnung, entweder an
unserer Auffassung der Verdrängung oder in unserer Definition eines
Symptoms. Eines fällt uns natürlich sofort auf: Wenn der kleine Hans
wirklich ein solches Ver- halten gegen Pferde gezeigt hätte, so wäre ja
der Charakter der anstößigen, aggressiven Triebregung durch die
Verdrängung gar nicht verändert, nur deren Objekt gewandelt worden.
Es ist ganz sicher, daß es Fälle von Verdrängung gibt, die nicht
mehr leisten als dies; bei der Genese der Phobie des kleinen Hans ist
aber mehr geschehen. Um wieviel mehr, erraten wir aus einem anderen
Stück Analyse. Wir haben bereits gehört, daß der kleine Hans
als den Inhalt seiner Phobie die Vorstellung angab, vom Pferd gebissen zu
werden. Nun haben wir.später Einblick in die Genese eines anderen Falles
von Tier- phobie bekommen, in der der Wolf das Angsttier war, aber
gleichfalls die Bedeutung eines Vaterersatzes hatte." Im Anschluß an
einen Traum, den die Analyse durch- sichtig machen konnte, entwickelte
sich bei diesem Knaben die Angst, vom Wolf gefressen zu werden, wie
eines der sieben Geifjlein im Märchen. Daß der Vater des kleinen Hans
nachweisbar ‚‚Pferdl‘‘ mit ihm gespielt hatte, war gewiß bestimmend für
die Wahl des Angsttieres geworden; ebenso lief3 sich wenigstens
sehr wahrscheinlich machen, daf3 der Vater meines erst im dritten
Jahrzehnt analysierten Russen in den Spielen mit dem Kleinen den Wolf
gemimt und scherzend mit dem Auffressen gedroht hatte. Seither habe
ich als dritten Fall einen jungen Amerikaner gefunden, bei dem sich zwar
keine Tierphobie ausbildete, der aber gerade durch diesen Ausfall die
anderen Fälle verstehen hilft. Seine sexuelle Erregung hatte sich an
einer phantastischen Kindergeschichte entzündet, die man ihm vorlas, von
einem arabischen Häuptling, der einer aus eßbarer Substanz
bestehenden Person (dem Gäingerbreadman), nachjagt, um ihn zu
verzehren. Mit diesem eßbaren Menschen identifizierte er sich selbst, der
Häuptling war als Vaterersatz leicht kenntlich und diese Phantasie wurde
die erste Unterlage seiner autoerotischen Betätigung. Die Vorstellung,
vom Vater gefressen zu werden, ist aber typisches uraltes Kindergut; die
Analogien aus der Bd.) Mythologie (Kronos) und dem Tierleben sind
allgemein bekannt. Trotz solcher Erleichterungen ist dieser
Vorstellungs- inhalt uns so fremdartig, daß wir ihn dem Kinde nur
ungläubig zugestehen können. Wir wissen auch nicht, ob er wirklich das
bedeutet, was er auszusagen scheint, und verstehen nicht, wie er
Gegenstand einer Phobie werden kann. Die analytische Erfahrung gibt uns
aller- dings die erforderlichen Auskünfte. Sie lehrt uns, daß die
Vorstellung, vom Vater gefressen zu werden, der regressiv erniedrigte
Ausdruck für eine passive zärtliche Regung ist, die vom Vater als Objekt
im Sinne der Genitalerotik geliebt zu werden begehrt. Die Ver-
folgung der Geschichte des Falles läßt keinen Zweifel an der Richtigkeit
dieser Deutung aufkommen. Die genitale Regung verrät freilich nichts mehr
von ihrer zärtlichen Absicht, wenn sie in der Sprache der
überwundenen Übergangsphase von der oralen zur sadistischen
Libidoorganisation ausgedrückt wird. Handelt es sich übrigens nur um eine
Ersetzung der Repräsentanz durch einen regressiven Ausdruck oder um
eine wirkliche regressive Erniedrigung der genital- gerichteten Regung im
Es? Das scheint gar nicht so leicht zu entscheiden. Die Krankengeschichte
des russischen Wolfsmannes spricht ganz entschieden für die
letztere ernstere Möglichkeit, denn er benimmt sich von dem
entscheidenden Traum an schlimm, quälerisch, sadistisch und entwickelt
bald darauf eine richtige Zwangsneurose. Jedenfalls gewinnen wir die
Einsicht, daf3 die Verdrängung nicht das einzige Mittel ist, das dem Ich
zur Abwehr einer unliebsamen Triebregung zu (sebote steht. Wenn es ihm gelingt,
den Trieb zur Regression zu bringen, so hat es ihn im Grunde
energischer beeinträchtigt, als durch die Ver- drängung möglich wäre.
Allerdings läßt es manchmal der zuerst erzwungenen Regression die
Verdrängung folgen. | Der Sachverhalt beim Wolfsmann und der
etwas einfachere beim kleinen Hans regen noch mancherlei andere
Überlegungen an, aber zwei unerwartete Ein- sichten gewinnen wir schon
jetzt. Kein Zweifel, die bei diesen Phobien verdrängte Triebregung ist
eine feindselige gegen den Vater. Man kann sagen, sie wird
verdrängt durch den Prozeß der Verwandlung ins Gegenteil; an Stelle der
Aggression gegen den Vater tritt die Aggression, die Rache, des Vaters
gegen die eigene Person. Da eine solche Aggression ohne- dies in
der sadistischen Libidophase wurzelt, bedarf sie nur noch einer gewissen
Erniedrigung zur oralen Stufe, die bei Hans durch das Gebissenwerden
ange- deutet, beim Russen aber im Gefressenwerden grell ausgeführt
ist. Aber außerdem läßt ja die Analyse über jeden Zweifel gesichert
feststellen, daß gleich- zeitig noch eine andere Triebregung der
Verdrängung erlegen ist, die gegensinnige einer zärtlichen passiven
Regung für den Vater, die bereits das Niveau der genitalen (phallischen)
Libidoorganisation erreicht hatte. Die letztere scheint sogar die für das
Endergebnis des Verdrängungsvorganges bedeutsamere zu sein, sie
erfährt die weitergehende Regression, sie erhält den bestimmenden Einfluß
auf den Inhalt der Phobie. Wo wir also nur einer Triebverdrängung
nachgespürt haben, müssen wir das Zusammentreffen von zwei solchen
Vorgängen anerkennen; die beiden betroffenen Triebregungen — sadistische
Aggression gegen den Vater und zärtlich passive Einstellung zu ihm —
bilden ein (Gegensatzpaar, ja noch mehr: wenn wir die Geschichte
des kleinen Hans richtig würdigen, erkennen wir, daß durch die Bildung
seiner Phobie auch die zärtliche Objektbesetzung der Mutter
aufgehoben worden ist, wovon der Inhalt der Phobie nichts verrät.
Es handelt sich bei Hans beim Russen ist das weit weniger deutlich um
einen Verdrängungsvorgang, der fast alle Komponenten des Ödipuskomplexes
betrifft, die feindliche wie die zärtliche Regung gegen den Vater
und die zärtliche für die Mutter. Das sind unerwünschte
Komplikationen für uns, die wir nur einfache Fälle von Symptombildung
infolge von Verdrängung studieren wollten und uns in dieser Absicht
an die frühesten und anscheinend durch- sichtigsten Neurosen der Kindheit
gewendet hatten. Anstatt einer einzigen Verdrängung fanden wir eine
Häufung von solchen vor und überdies bekamen wir es mit der Regression zu
tun. Vielleicht haben wir die Verwirrung dadurch gesteigert, daß wir die
beiden verfügbaren Analysen von Tierphobien — die des kleinen Hans
und des Wolfsmannes durchaus auf denselben Leisten schlagen wollten. Nun
fallen uns gewisse Unterschiede der beiden auf. Nur vom kleinen
Hans kann man mit Bestimmtheit aussagen, daß er durch seine Phobie die
beiden Hauptregungen des Ödipuskomplexes, die aggressive gegen den
Vater und die überzärtliche gegen die Mutter, erledigt; die
zärtliche für den Vater ist gewif) auch vorhanden, sie spielt ihre.Rolle
bei der Verdrängung ihres Gegensatzes, aber es ist weder nachweisbar, daß
sie stark genug war, um eine Verdrängung zu provozieren, noch dafs
sie nachher aufgehoben ist. Hans scheint eben ein normaler Junge mit sog.
„positivem‘‘ Ödipuskomplex gewesen zu sein. Möglich, daß die Momente, die
wir vermissen, auch bei ihm mittätig waren, aber wir können sie
nicht aufzeigen, das Material selbst unserer eingehendsten Analysen ist
eben lückenhaft, unsere Dokumentierung unvollständig. Beim Russen ist
der Defekt an anderer Stelle; seine Beziehung zum weib- lichen
Objekt ist durch eine frühzeitige Verführung gestört worden, die passive,
feminine Seite ist bei ihm stark ausgebildet und die Analyse seines
Wolfs- traumes enthüllt wenig von beabsichtigter Aggression gegen
den Vater, erbringt dafür die unzweideutigsten Beweise, daß die
Verdrängung die passive, zärtliche Einstellung zum Vater betrifft. Auch
hier mögen die anderen Faktoren beteiligt gewesen sein, sie treten
aber nicht vor. Wenn trotz dieser Unterschiede der beiden Fälle, die sich
nahezu einer Gegensätzlichkeit nähern, der Enderfolg der Phobie nahezu
der nämliche ist, so muß uns die Erklärung dafür von anderer Seite
kommen; sie kommt von dem zweiten Ergebnis unserer kleinen vergleichenden
Untersuchung. Wir glauben den Motor der Verdrängung in beiden Fällen zu
kennen und sehen seine Rolle durch den Verlauf bestätigt, den die
Entwicklung der zwei Kinder nimmt. Er ist in beiden Fällen der nämliche,
die Angst vor einer drohenden Kastration. Aus Kastrationsangst gibt der
kleine Hans die Aggression gegen den Vater auf; seine Angst, das Pferd
werde ihn beißen, kann zwanglos ver- vollständigt werden, das Pferd werde
ihm das Genitale abbeißßen, ihn kastrieren. Aber aus
Kastrationsangst verzichtet auch der kleine Russe auf den Wunsch,
vom Vater als Sexualobjekt geliebt zu werden, denn er hat verstanden,
eine solche Beziehung hätte zur Voraussetzung, daß er sein Genitale
aufopfert, das, was ihn vom Weib unterscheidet. Beide Gestaltungen
des Ödipuskomplexes, die normale, aktive, wie die invertierte, scheitern
ja am Kastrationskomplex. Die Angstidee des Russen, vom Wolf gefressen zu
werden, enthält zwar keine Andeutung der Kastration, sie hat sich
durch orale Regression zu weit von der phallischen Phase entfernt, aber
die Analyse seines Traumes macht jeden anderen Beweis
überflüssig. Es ist auch ein voller Triumph der Verdrängung, daß im
Wortlaut der Phobie nichts mehr auf die Kastration hindeutet.
Hier nun das unerwartete Ergebnis: In beiden Fällen ist der Motor
der Verdrängung die Kastrations- angst; die Angstinhalte, vom Pferd
gebissen und vom Wolf gefressen zu werden, sind Entstellungsersatz
für den Inhalt, vom Vater kastriert zu werden. Dieser Inhalt ist es
eigentlich, der die Verdrängung an sich erfahren hat. Beim Russen war er
Ausdruck eines Wunsches, der gegen die Auflehnung der Männlich-
keit nicht bestehen konnte, bei Hans Ausdruck einer Reaktion, welche die
Aggression in ihr Gegenteil umwandelte. Aber der Angstaffekt der Phobie,
der ihr Wesen ausmacht, stammt nicht aus dem Verdrängungsvorgang, nicht
aus den libidinösen Besetzungen der verdrängten Regungen, sondern aus dem
Verdrängenden selbst; die Angst der Tierphobie ist die unverwandelte
Kastrationsangst, also eine Realangst, Angst vor einer wirklich drohenden
oder als real beurteilten Gefahr. Hier macht die Angst die Verdrängung,
nicht, wie ich früher gemeint habe, die Ver- drängung die Angst.
Es ist nicht angenehm, daran zu denken, aber es hilft nichts, es zu
verleugnen, ich habe oftmals den Satz vertreten, durch die Verdrängung
werde die Triebrepräsentanz entstellt, verschoben u. dgl., die
Libido der Triebregung aber in Angst verwandelt. Die Untersuchung der
Phobien, die vor allem berufen sein sollte, diesen Satz zu erweisen,
bestätigt ihn also nicht, sie scheint ihm vielmehr direkt zu
widersprechen. Die Angst der Tierphobien ist die Kastrationsangst
des Ichs, die der weniger gründlich studierten Agoraphobie scheint
Versuchungsangst zu sein, die ja genetisch mit der Kastrationsangst zusammenhängen
muß. Die meisten Phobien gehen, so weit wir es heute übersehen, auf
eine solche Angst des Ichs vor den Ansprüchen der Libido zurück. Immer
ist dabei die Angsteinstellung des Ichs das Primäre und der Antrieb
zur Verdrängung. Niemals geht die Angst aus der verdrängten Libido
hervor. Wenn ich mich früher begnügt hätte zu sagen, nach der Verdrängung
er- scheint an Stelle der zu erwartenden Äußerung von Libido ein
Maß von Angst, so hätte ich heute nichts zurückzunehmen. Die Beschreibung
ist richtig und zwischen der Stärke der zu verdrängenden Regung und
der Intensität der resultierenden Angst besteht wohl die behauptete
Entsprechung. Aber ich gestehe, ich glaubte mehr als eine bloße Be-
schreibung zu geben, ich nahm an, daß ich den metapsychologischen Vorgang
einer direkten Umsetzung der Libido in Angst erkannt hatte; das kann ich
also heute nicht mehr festhalten. Ich konnte auch früher nicht angeben,
wie sich eine solche Umwandlung vollzieht. Woher schöpfte ich
überhaupt die Idee dieser Umsetzung? Zur Zeit, als es uns noch sehr ferne
lag, zwischen Vorgängen im Ich und Vorgängen im Es zu
unterscheiden, aus dem Studium der Aktualneurosen. Ich fand, daß
bestimmte sexuelle Praktiken, wie Coitus interruptus, frustrane Erregung,
erzwungene Abstinenz Angstausbrüche und eine allgemeine
Angstbereitschaft erzeugen, also immer, wenn die Sexualerregung in
ihrem Ablauf zur Befriedigung gehemmt, aufgehalten oder abgelenkt wird.
Da die Sexualerregung der Aus- druck libidinöser Triebregungen ist,
schien es nicht gewagt, anzunehmen, daf die Libido sich durch die
Einwirkung solcher Störungen in Angst verwandelt. Nun ist diese
Beobachtung auch heute noch gültig; anderseits ist nicht abzuweisen, daß
die Libido der Es-Vorgänge durch die Anregung der Verdrängung eine
Störung erfährt; es kann also noch immer richtig sein, daß sich bei der
Verdrängung Angst aus der Libido- besetzung der Triebregungen bildet.
Aber wie soll man dieses Ergebnis mit dem anderen zusammenbringen, daß
die Angst der Phobien eine Ich-Angst ist, im Ich entsteht, nicht aus der
Verdrängung hervorgeht, sondern die Verdrängung hervorruft? Das scheint
ein Widerspruch und nicht einfach zu lösen. Die Reduktion der beiden
Ursprünge der Angst auf einen einzigen läft sich nicht leicht durchsetzen.
Man kann es mit der Annahme versuchen, daß das Ich in der Situation
des gestörten Koitus, der unterbrochenen Erregung, der Abstinenz,
Gefahren wittert, auf die es mit Angst reagiert, aber es ist nichts damit
zu machen. Anderseits scheint die Analyse der Phobien, die wir
vorgenommen haben, eine Berichtigung nicht zuzulassen. Von liguet! Wir
wollten die Symptombildung und den sekun- dären Kampf des Ichs gegen das
Symptom studieren, aber wir haben offenbar mit der Wahl der Phobien
keinen glücklichen Griff getan. Die Angst, welche im Bild dieser
Affektionen vorherrscht, erscheint uns nun als eine den Sachverhalt
verhüllende Komplikation. Es gibt reichlich Neurosen, bei denen sich
nichts von Angst zeigt. Die echte Konversionshysterie ist von
solcher Art, deren schwerste Symptome ohne Bei- mengung von Angst
gefunden werden. Schon diese Tatsache müßte uns warnen, die Beziehungen
zwischen Angst und Symptombildung nicht allzu fest zu knüpfen. Den
Konversionshysterien stehen die Phobien sonst so nahe, daß ich mich für
berechtigt gehalten habe, ihnen diese als ‚Angsthysterie anzureihen.
Aber niemand hat noch die Bedingung angeben können, die darüber
entscheidet, ob ein Fall die Form einer Konversionshysterie oder einer
Phobie annimmt, niemand also die Bedingung der Angstentwicklung bei
der Hysterie ergründet. Die häufigsten Symptome der
Konversionshysterie, eine motorische Lähmung, Kontraktur oder
unwillkür- liche Aktion oder Entladung, ein. Schmerz, eine Halluzination,
sind entweder permanent festgehaltene oder intermittierende
Besetzungsvorgänge, was der Erklärung neue Schwierigkeiten bereitet. Man
weiß eigentlich nicht viel über solche Symptome zu sagen. Durch die
Analyse kann man erfahren, welchen gestörten Erregungsablauf sie
ersetzen. Zumeist ergibt sich, daß sie selbst einen Anteil an diesem
haben, so als ob sich die gesamte Energie desselben auf dies eine
Stück konzentriert hätte. Der Schmerz war in der Situation, in welcher
die Verdrängung vorfiel, vor- handen; die Halluzination war damals
Wahrnehmung, die motorische Lähmung ist die Abwehr einer Aktion, die
in jener Situation hätte ausgeführt werden sollen, aber gehemmt wurde,
die Kontraktur gewöhnlich eine Verschiebung für eine damals intendierte
Muskel- innervation an anderer Stelle, der Krampfanfall Aus- druck
eines Affektausbruches, der sich der normalen Kontrolle des Ichs entzogen
hat. In ganz auffälligem Maße wechselnd ist die Unlustempfindung, die
das Auftreten der Symptome begleitet. Bei den perma- nenten, auf
die Motilität verschobenen Symptomen, wie Lähmungen und Kontrakturen,
fehlt sie meistens gänzlich, das Ich verhält sich gegen sie wie
unbe- teiligt; bei den intermittierenden und den Symptomen der
sensorischen Sphäre werden in der Regel deutliche Unlustempfindungen verspürt,
die sich im Falle des Schmerzsymptoms zu exzessiver Höhe steigern
können. Es ist sehr schwer, in dieser Mannigfaltigkeit das Moment
herauszufinden, das solche Differenzen ermöglicht und sie doch
einheitlich erklären läßt. Auch vom Kampf des Ichs gegen das einmal
gebildete Symptom ist bei der Konversionshysterie wenig zu merken.
Nur wenn die Schmerzempfindlichkeit einer Körperstelle zum Symptom
geworden ist, wird diese in den Stand gesetzt, eine Doppelrolle zu
spielen. Das Schmerzsymptom tritt ebenso sicher auf, wenn diese
Stelle von außen berührt wird, wie wenn die von ihr vertretene pathogene
Situation von innen her assoziativ aktiviert wird, und das Ich ergreift
Vor- sichtsmaßregeln, um die Erweckung des Symptoms durch äußere
Wahrnehmung hintanzuhalten. Woher die besondere Undurchsichtigkeit der
Symptombildung bei der Konversionshysterie rührt, können wir nicht
erraten, aber sie gibt uns ein Motiv, das unfrucht- bare Gebiet bald zu verlassen. Wir
wenden uns zur Zwangsneurose in der Erwartung, hier mehr über die
Symptombildung zu erfahren. Die Symptome der Zwangsneurose sind im
allgemeinen von zweierlei Art und entgegengesetzter Tendenz. Es sind
entweder Verbote, Vorsichtsmaßregeln, Bußen, also negativer Natur, oder im
Gegen- teil Ersatzbefriedigungen, sehr häufig in symbolischer
Verkleidung. Von diesen zwei Gruppen ist die negative, abwehrende, strafende,
die ältere; mit der Dauer des Krankseins nehmen aber die aller Abwehr
spotten- den Befriedigungen überhand. Es ist ein Triumph der
Symptombildung, wenn es gelingt, das Verbot mit der
Befriedigung zu verquicken, so daß das ursprünglich abwehrende Gebot oder
Verbot auch die Bedeutung einer Befriedigung bekommt, wozu oft sehr
künstliche Verbindungswege in Anspruch genommen werden. In dieser
Leistung zeigt sich die Neigung zur Synthese, die wir dem Ich bereits
zuerkannt haben. In extremen Fällen bringt es der Kranke zustande, daß
die meisten seiner Symptome zu ihrer ursprünglichen Bedeutung auch
die des direkten Gegensatzes erworben haben, ein Zeugnis für die Macht
der Ambivalenz, die, wir wissen nicht warum, in der Zwangsneurose eine
so große Rolle spielt. Im rohesten Fall ist das Symptom zweizeitig,
d. h. auf die Handlung, die eine gewisse Vorschrift ausführt, folgt
unmittelbar eine zweite, die sie aufhebt oder rückgängig macht,
wenngleich sie noch nicht wagt, ihr Gegenteil auszuführen.
Zwei Eindrücke ergeben sich sofort aus dieser flüchtigen Überschau der
Zwangssymptome. Der erste, daß hier ein fortgesetzter Kampf gegen das
Verdrängte unterhalten wird, der sich immer mehr zu ungunsten der
verdrängenden Kräfte wendet, und zweitens, daß Ich und Über-Ich hier
einen besonders großen Anteil an der Symptombildung nehmen.
Die Zwangsneurose ist wohl das interessanteste und dankbarste Objekt
der analytischen Untersuchung, aber noch immer als Problem unbezwungen.
Wollen wir in ihr Wesen tiefer eindringen, so müssen wir
eingestehen, daß unsichere Annahmen und unbe- wiesene Vermutungen noch
nicht entbehrt werden können. Die Ausgangssituation der Zwangsneurose
ist wohl keine andere als die der Hysterie, die not- wendige Abwehr
der libidinösen Ansprüche des Ödipus-komplexes. Auch scheint sich bei jeder
Zwangsneurose eine unterste Schicht sehr früh gebildeter
hysterischer Symptome zu finden. Dann aber wird die weitere
Gestaltung durch einen konstitutionellen Faktor ent- scheidend verändert.
Die genitale Organisation der Libido erweist sich als schwächlich und zu
wenig resistent. Wenn das Ich sein Abwehrstreben beginnt, so
erzielt es als ersten Erfolg, daf3 die Genitalorgani- sation (der
phallischen Phase) ganz oder teilweise auf die frühere sadistisch-anale
Stufe zurückgeworfen wird. Diese Tatsache der Regression bleibt für alles
folgende bestimmend. Man kann noch eine andere Möglichkeit
in Erwägung ziehen. Vielleicht ist die
Regression nicht die Folge eines konstitutionellen, sondern eines
zeitlichen Faktors. Sie wird nicht darum ermöglicht werden, weil die
Genitalorganisation der Libido zu schwächlich geraten, sondern weil das
Sträuben des Ichs zu frühzeitig, noch während der Blüte der sadi-
stischen Phase eingesetzt hat. Einer sicheren Entscheidung getraue ich mich
auch in diesem Punkte nicht, aber die analytische Beobachtung begünstigt
diese Annahme nicht. Sie zeigt eher, dafs bei der Wendung zur
Zwangsneurose die phallische Stufe bereits erreicht ist. Auch ist das
Lebensalter für den Ausbruch dieser Neurose ein späteres als das
der Hysterie (die zweite Kindheitsperiode, nach dem Termin der
Latenzzeit), und in einem Fall von sehr später Entwicklung dieser
Affektion, den ich studieren konnte, ergab es sich klar, daß eine reale
Entwertung des bis dahin intakten Genitallebens die Bedingung für
die Regression und die Entstehung der Zwangs- neurose schuf."
Die metapsychologische Erklärung der Regression suche ich in einer
„Triebentmischung“, in der Ab- sonderung der erotischen Komponenten, die
mit Beginn der genitalen Phase zu den destruktiven Besetzungen der
sadistischen Phase hinzugetreten waren. Die Erzwingung der
Regression bedeutet den ersten Erfolg des Ichs im Abwehrkampf gegen
den Anspruch der Libido. Wir unterscheiden hier zweck- mäßig die
allgemeinere Tendenz der „Abwehr“ von der „Verdrängung“, die nur einer
der Mechanismen ist, deren sich die Abwehr bedient. Vielleicht noch
klarer als bei normalen und hysterischen Fällen erkennt man bei der
Zwangsneurose als den Motor der Abwehr Be an 2 n S. Die
Disposition zur Zwangsneurose. (Ges. Schriften, den Kastrationskomplex,
als das Abgewehrte die Strebungen des Ödipuskomplexes. Wir befinden
uns nun zu Beginn der Latenzzeit, die durch den Unter- gang des
Ödipuskomplexes, die Schöpfung oder Kon- solidierung des Über-Ichs und
die Aufrichtung der ethischen und ästhetischen Schranken im Ich
gekenn- zeichnet ist. Diese Vorgänge gehen bei der Zwangs- neurose
über das normale Maß hinaus; zur Zerstörung des Ödipuskomplexes tritt die
regressive Erniedrigung der Libido hinzu, das Über-Ich wird besonders
strenge und lieblos, das Ich entwickelt im Gehorsam gegen das
Über-Ich hohe Reaktionsbildungen von Gewissen- haftigkeit, Mitleid,
Reinlichkeit. Mit unerbittlicher, darum nicht immer erfolgreicher Strenge
wird die Versuchung zur Fortsetzung der frühinfantilen Onanie
verpönt, die sich nun an regressive (sadistisch-anale) Vor- stellungen
anlehnt, aber doch den unbezwungenen Anteil der phallischen Organisation
repräsentiert. Es liegt ein innerer Widerspruch darin, dafs gerade im Interesse
der Erhaltung der Männlichkeit (Kastrationsangst) jede Betätigung dieser
Männlichkeit verhindert wird, aber auch dieser Widerspruch wird bei der
Zwangsneurose nur übertrieben, er haftet bereits an der normalen
Art der Beseitigung des Ödipuskomplexes. Wie jedes Übermaß den Keim zu
seiner Selbstaufhebung in sich trägt, wird sich auch an der
Zwangsneurose bewähren, indem gerade die unterdrückte Onanie sich
in der Form der Zwangshandlungen eine immer weiter gehende Annäherung an die
Befriedigung erzwingt. Die Reaktionsbildungen im Ich der
Zwangsneuro- tiker, die wir als Übertreibungen der normalen Cha-
rakterbildung erkennen, dürfen wir als einen neuen Mechanismus der Abwehr
neben die Regression und die Verdrängung hinstellen. Sie scheinen bei
der Hysterie zu fehlen oder weit schwächer zu sein. Rückschauend
gewinnen wir so eine Vermutung, wodurch der Abwehrvorgang. der Hysterie
ausge- zeichnet ist. Es scheint, daß er sich auf die Ver- drängung
einschränkt, indem das Ich sich von der unliebsamen Triebregung abwendet,
sie dem Ablauf im Unbewußstten überläßt und. an ihren Schicksalen
keinen weiteren Anteil nimmt. So ganz ausschließend richtig kann das zwar
nicht sein, denn wir kennen ja den Fall, daf$ das hysterische Symptom
gleichzeitig die Erfüllung einer Strafanforderung des Über-Ichs
bedeutet, aber es mag einen allgemeinen Charakter im Verhalten des Ichs
bei der Hysterie beschreiben. Man kann es einfach als Tatsache
hinnehmen, daß sich bei der Zwangsneurose ein so strenges Über-Ich
bildet, oder man kann daran denken, daß der funda- mentale Zug dieser
Affektion die Libidoregression ist, und versuchen, auch den Charakter des
Über-Ichs mit ihr zu verknüpfen. In der Tat kann ja das Über- Ich,
das aus dem Es stammt, sich der dort einge- tretenen Regression und
Triebentmischung nicht entziehen. Es wäre nicht zu verwundern, wenn
es seinerseits härter, quälerischer, liebloser würde als bei
normaler Entwicklung. Während der Latenzzeit scheint die Abwehr der
ÖOnanieversuchung als Hauptaufgabe behandelt zu werden. Dieser Kampf
erzeugt eine Reihe von Symptomen, die bei den verschiedensten Personen in
typischer Weise wiederkehren und im allgemeinen den Charakter des
Zeremoniells tragen. Es ist sehr zu bedauern, daß sie noch nicht
gesammelt und systematisch analysiert worden sind; als früheste
Leistungen der Neurose würden sie über den hier verwendeten Mechanismus
der Symptombildung am ehesten Licht verbreiten. Sie zeigen bereits die
Züge, welche in einer späteren schweren Erkrankung so
verhängnisvoll hervortreten werden : die Unterbringung an den
Verrichtungen, die später wie automatisch ausgeführt werden sollen, am
Schlafengehen, Waschen und Ankleiden, an der Lokomotion, die Neigung
zur Wiederholung und zum Zeitaufwand. Warum das so geschieht, ist
noch keineswegs verständlich; die Subli- mierung analerotischer
Komponenten spielt dabei eine deutliche Rolle. Die Pubertät macht in der Entwicklung der Zwangsneurose
einen entscheidenden Abschnitt. Die in der Kindheit abgebrochene
Genitalorganisation setzt nun mit großer Kraft wieder ein. Wir wissen
aber, daß die Sexualentwicklung der Kinderzeit auch für den
Neubeginn der Pubertätsjahre die Richtung vorschreibt. Es werden also
einerseits die aggressiven Regungen der Frühzeit wieder erwachen, anderseits
muß ein mehr oder minder großer Anteil der neuen libidinösen Regungen —
in bösen Fällen deren Ganzes die durch die Regression vorgezeichneten
Bahnen einschlagen und als aggressive und destruktive Absichten
auftreten. Infolge dieser Verkleidung der erotischen Strebungen und der
starken Reaktions- bildungen im Ich, wird nun der Kampf gegen die
Sexualität unter ethischer Flagge weitergeführt. Das Ich sträubt sich
verwundert gegen grausame und gewalttätige Zumutungen, die ihm vom Es her
ins Bewufßstsein geschickt werden, und ahnt nicht, daß es dabei
erotische Wünsche bekämpft, darunter auch solche, die sonst seinem
Einspruch entgangen wären. Das überstrenge Über-Ich besteht um so
energischer auf der Unterdrückung der Sexualität, da sie so
abstoßende Formen angenommen hat. So zeigt sich der Konflikt bei der
Zwangsneurose nach zwei Rich- tungen verschärft, das Abwehrende ist
intoleranter, das Abzuwehrende unerträglicher geworden ; beides
durch den Einfluß des einen Moments, der Libido- regression.
Man könnte einen Widerspruch gegen manche unserer Voraussetzungen
darin finden, daß die unlieb- same Zwangsvorstellung überhaupt bewußt
wird. Allein es ist kein Zweifel, daß sie vorher den Prozeß der Verdrängung
durchgemacht hat. In den meisten ist der eigentliche Wortlaut der
aggressiven Triebregung dem Ich überhaupt nicht. bekannt. Es gehört
ein gutes Stück analytischer Arbeit dazu, um ihn bewußt zu machen.
Was zum Bewußtsein durchdringt, ist in der Regel nur ein entstellter Ersatz
entweder von einer verschwommenen, traumhaften Unbestimmtheit, oder
unkenntlich gemacht durch eine absurde Ver- kleidung. Wenn die
Verdrängung nicht den Inhalt der aggressiven Triebregung angenagt hat, so
hat sie doch gewiß den sie begleitenden Affektcharakter beseitigt.
So erscheint die Aggression dem Ich nicht als ein Impuls, sondern, wie
die Kranken sagen, als ein bloßer ‚„‚Gedankeninhalt‘, der einen kalt
lassen sollte. Das Merkwürdige ist, daß dies doch nicht der Fall
ist. Der bei der Wahrnehmung der Zwangsvorstellung ersparte
Affekt kommt nämlich an anderer Stelle zum Vorschein. Das Über-Ich
benimmt sich so, als hätte keine Verdrängung stattgefunden, als wäre ihm
die aggressive Regung in ihrem richtigen Wortlaut und mit ihrem
vollen Affektcharakter bekannt, und behandelt das Ich auf Grund dieser
Voraussetzung. Das Ich, das sich einerseits schuldlos weiß, muß
anderseits ein Schuldgefühl verspüren und eine Verantwortlichkeit
tragen, die es sich nicht zu erklären weiß. Das Rätsel, das uns hiemit
aufgegeben wird, ist aber nicht so groß), als es zuerst erscheint. Das
Verhalten des Über-Ichs ist durchaus: verständlich, der Widerspruch im
Ich beweist uns nur, daß es sich mittels der Verdrängung gegen das Es verschlossen
hat, während es den Einflüssen aus dem Über-Ich voll zugänglich
geblieben ist.‘ Der weiteren Frage, warum das Ich sich nicht auch der
peinigenden Kritik des Über-Ichs zu entziehen sucht, macht die Nachricht
ein Ende, daf dies wirklich in einer großen Reihe von Fällen so
geschieht. Es gibt auch Zwangsneurosen ganz ohne Schuldbewußtsein; soweit
wir es verstehen, hat sich das Ich die Wahrnehmung desselben durch eine
neue Reihe von Symptomen, Bußhandlungen, Einschränkungen zur
Selbstbestrafung, erspart. Diese Sym- ptome bedeuten aber gleichzeitig
Befriedigungen ma- sochistischer Triebregungen, die ebenfalls aus
der Regression eine Verstärkung bezogen haben. Die
Mannigfaltigkeit in den Erscheinungen der Zwangsneurose ist eine so
großartige, daß es noch keiner Bemühung gelungen ist, eine
zusammenhängende Synthese aller ihrer Variationen zu geben. Man ist
bestrebt, typische Beziehungen herauszuheben und dabei immer in Sorge,
andere nicht minder wichtige Regelmäßigkeiten zu übersehen.
Die allgemeine Tendenz der Symptombildung bei der Zwangsneurose
habe ich bereits beschrieben. Sie geht dahin, der Ersatzbefriedigung
immer mehr Raum ı) Vgl. Reik, Geständniszwang und Strafbedürfnis,
SEHE. u auf Kosten der Versagung zu schaffen. Dieselben Symptome,
die ursprünglich Einschränkungen des Ichs bedeuteten, nehmen dank der
Neigung des Ichs zur Synthese später auch die von Befriedigungen an,
und es ist unverkennbar, daf3 die letztere Bedeutung all- mählich
die wirksamere wird. Ein äußerst einge- schränktes Ich, das darauf
angewiesen ist, seine Befriedigungen in den Symptomen zu suchen,
wird das Ergebnis dieses Prozesses, der sich immer mehr dem
völligen Fehlschlagen des anfänglichen Abwehr- strebens nähert. Die
Verschiebung des Kräfteverhält- nisses zugunsten der Befriedigung kann zu
dem gefürchteten Endausgang der Willenslähmung des Ichs führen, das
für jede Entscheidung beinahe ebenso starke Antriebe von der einen wie
von der anderen Seite findet. Der überscharfe Konflikt zwischen Es
und Über-Ich, der die Affektion von Anfang an beherrscht, kann sich so
sehr ausbreiten, daf keine der Verrichtungen des zur Vermittlung
unfähigen Ichs der Einbeziehung in diesen Konflikt entgehen kann.
VI Während dieser Kämpfe kann man zwei symptom- bildende Tätigkeiten
des Ichs beobachten, die ein besonderes Interesse verdienen, weil sie
offenbare Surrogate der Verdrängung sind und darum deren Tendenz
und Technik schön erläutern können. Viel- leicht dürfen wir auch das
Hervortreten dieser Hilfs- und Ersatztechniken als einen Beweis dafür
auffassen, dafs die Durchführung der regelrechten Verdrängung auf
Schwierigkeiten stößt. Wenn wir erwägen, dafs bei der Zwangsneurose das
Ich soviel mehr Schauplatz der Symptombildung ist als bei der Hysterie,
daß dieses Ich zähe an seiner Beziehung zur Realität und zum
Bewußtsein festhält und dabei alle seine intellek- tuellen Mittel
aufbietet, ja, daß die Denktätigkeit überbesetzt, erotisiert, erscheint,
werden uns solche Variationen der Verdrängung vielleicht näher
gebracht. Die beiden angedeuteten Techniken sind das
Ungeschehenmachen und das Isolieren. Die erstere hat ein großes
Anwendungsgebiet und reicht weit zurück. Sie ist sozusagen negative
Magie, sie will durch motorische Symbolik nicht die Folgen eines Ereignisses
(Eindruckes, Erlebnisses), sondern dieses selbst „wegblasen“. Mit der
Wahl dieses letzten Ausdruckes ist darauf hingewiesen, welche Rolle
diese Technik nicht nur in der Neurose, sondern auch in den
Zauberhandlungen, Volksgebräuchen und im religiösen Zeremoniell spielt.
In der Zwangsneurose begegnet man dem Ungeschehenmachen zuerst bei
den zweizeitigen Symptomen, wo der zweite Akt den ersten aufhebt, so, als
ob nichts geschehen wäre, wo in Wirklichkeit beides geschehen ist. Das
zwangsneurotische Zeremoniell hat in der Absicht des Unge- schehenmachens
seine zweite Wurzel. Die erste ist die Verhütung, die Vorsicht, damit
etwas Bestimm- tes nicht geschehe, sich nicht wiederhole. Der
Unter- schied ist leicht zu fassen; die Vorsichtsmafßregeln sind
rationell, die „Aufhebungen‘ durch Ungeschehen- machen irrationell,
magischer Natur. Natürlich muß man vermuten, daß diese zweite Wurzel die
ältere, aus der animistischen Einstellung zur Umwelt stam- mende
ist. Seine Abschattung zum Normalen findet das Streben zum
Ungeschehenmachen in dem Ent- schluß ein Ereignis als ‚»on arrive“ zu
behandeln, aber dann unternimmt man nichts dagegen, kümmert sich
weder um das Ereignis noch um seine Folgen, während man in der Neurose
die Vergangenheit selbst aufzuheben, motorisch zu verdrängen
sucht. Dieselbe Tendenz kann auch die Erklärung des in der Neurose
so häufigen Zwanges zur Wieder- holung geben, bei dessen Ausführung sich
dann mancherlei einander widerstreitende Absichten zu-
sammenfinden. Was nicht in solcher Weise geschehen ist, wie es dem Wunsch
gemäß hätte geschehen sollen, wird durch die Wiederholung in anderer
Weise ungeschehen gemacht, wozu nun alle die Motive hin- zutreten,
bei diesen Wiederholungen zu verweilen. Im weiteren Verlauf der Neurose
enthüllt sich oft die Tendenz, ein traumatisches Erlebnis ungeschehen
zu machen, als ein symptombildendes Motiv von erstem Range. Wir
erhalten so unerwarteten Einblick in eine neue, motorische Technik der
Abwehr oder, wie wir hier mit geringerer Ungenauigkeit sagen können,
der Verdrängung. Die andere der neu zu beschreibenden
Techniken ist das der Zwangsneurose eigentümlich zukommende
Isolieren. Es bezieht sich gleichfalls auf die motorische Sphäre, besteht
darin, daß nach einem unlieb- samen Ereignis, ebenso nach einer im Sinne
der Neu- rose bedeutsamen eigenen Tätigkeit, eine Pause ein-
geschoben wird, in der sich nichts mehr ereignen darf, keine Wahrnehmung
gemacht und keine Aktion ausgeführt wird. Dies zunächst sonderbare
Verhalten verrät uns bald seine Beziehung. zur Verdrängung. Wir
wissen, bei Hysterie ist es möglich, einen trau- matischen Eindruck der
Amnesie. verfallen zu lassen, bei der Zwangsneurose ist dies oft nicht
gelungen, das Erlebnis ist nicht vergessen, aber es ist von seinem
Affekt entblößt und seine assoziativen Bezie- hungen sind unterdrückt
oder unterbrochen, so daß es wie isoliert dasteht und auch nicht im
Verlaufe der Denktätigkeit reproduziert wird. Der Effekt dieser
Isolierung ist dann der nämliche wie bei der Ver- drängung mit Amnesie.
Diese Technik wird also in den Isolierungen der Zwangsneurose
reproduziert, aber dabei auch in magischer Absicht motorisch
verstärkt. Was so auseinandergehalten wird, ist gerade das, was
assoziativ zusammengehört, die motorische Isolierung sol eine Garantie
für die Unterbrechung des Zusammenhanges im Denken geben. Einen Vorwand für dies Verfahren der Neurose gibt der normale
Vorgang der Konzentration. Was uns bedeutsam als Eindruck, als Aufgabe
erscheint, soll nicht durch die gleichzeitigen Ansprüche anderer
Denkverrichtun- gen oder Tätigkeiten gestört werden. Aber schon im
Normalen wird die Konzentration dazu verwendet, nicht nur das
Gleichgültige, nicht Dazugehörige, sondern vor allem das unpassende
Gegensätzliche fernzuhalten. Als das Störendste wird empfunden, was
ursprüng- lich zusammengehört hat und durch den Fortschritt der
Entwicklung auseinandergerissen wurde, z. B. die Äußerungen der
Ambivalenz des Vaterkomplexes in der Beziehung zu Gott oder die Regungen
der Ex- kretionsorgane in den Liebeserregungen. So hat das Ich
normalerweise eine große Isolierungsarbeit bei der Lenkung des
Gedankenablaufes zu leisten, und wir wissen, in der Ausübung der
analytischen Technik müssen wir das Ich dazu erziehen, auf diese sonst
durchaus gerechtfertigte Funktion zeitweilig zu ver- zichten.
Wir haben alle die Erfahrung gemacht, daß es dem Zwangsneurotiker
besonders schwer wird, die psychoanalytische Grundregel zu befolgen.
Wahr- scheinlich infolge der hohen Konfliktspannung zwischen seinem
Über-Ich und seinem Es ist sein Ich wach- samer, dessen Isolierungen
schärfer. Es hat während seiner Denkarbeit zuviel abzuwehren, die
Einmengung unbewußter Phantasien, die Äußerung der ambi- valenten
Strebungen. Es darf sich nicht gehen lassen, befindet sich
fortwährend in Kampfbereitschaft. Diesen Zwang zur Konzentration und
Isolierung unterstützt es dann durch die magischen Isolierungsaktionen,
die als Symptome so auffällig und praktisch so bedeut- sam werden,
an sich natürlich nutzlos sind und den Charakter des Zeremoniells
haben. Indem es aber Assoziationen, Verbindung in Gedanken,
zu verhindern sucht, befolgt es eines der ältesten und fundamentalsten
Gebote der Zwangsneu- rose, das labu der Berührung. \Wenn man sich die
Frage vorlegt, warum die Vermeidung von Berührung, Kontakt, Ansteckung in
der Neurose eine so große Rolle spielt und zum Inhalt so
komplizierter Systeme gemacht wird, so findet man die Antwort, daß
die Berührung, der körperliche Kontakt, das nächste Ziel sowohl der
aggressiven wie der zärt- lichen Objektbesetzung ist. Der Eros will die
Berüh- rung, denn er strebt nach Vereinigung, Aufhebung der
Raumgrenzen zwischen Ich und geliebtem Objekt. Aber auch die Destruktion,
die vor der Erfindung der Fernwaffe nur aus der Nähe erfolgen
konnte, muß die körperliche Berührung, das Handanlegen,
voraussetzen. Eine Frau berühren ist im Sprach- gebrauch ein Euphemismus
für ihre Benützung als Sexualobjekt geworden. Das Glied nicht berühren
ist der Wortlaut des Verbotes der autoerotischen Befrie- digung. Da
die Zwangsneurose zu Anfang die ero- tische Berührung, dann nach der
Regression die als Aggression maskierte Berührung verfolgte, ist
nichts anderes für sie in so hohem Grade verpönt worden, nichts so
geeignet, zum Mittelpunkt eines Verbotsystems zu werden. Die Isolierung
ist aber Aufhebung der Kontaktmöglichkeit, Mittel, ein Ding jeder
Berührung zu entziehen, und wenn der Neurotiker auch einen Eindruck
oder eine Tätigkeit durch eine Pause isoliert, gibt er uns symbolisch zu
verstehen, daß er die Gedanken an sie nicht in assoziative Berührung
mit anderen kommen lassen will. So weit reichen unsere
Untersuchungen über die Symptombildung. Es verlohnt sich kaum, sie zu
resu- mieren, sie sind ergebnisarm und unvollständig ge- Siem.
Freud blieben, haben auch wenig gebracht, was nicht schon früher
bekannt gewesen wäre. Die Symptombildung bei anderen Affektionen als bei
den Phobien, der Konversionshysterie und der Zwangsneurose in
Betracht zu ziehen, wäre aussichtslos ; es ist zu wenig darüber
bekannt. Aber auch schon aus der Zusammenstellung dieser drei Neurosen
erhebt sich ein schwerwiegendes, nicht mehr aufzuschiebendes Problem. Für
alle drei ist die Zerstörung des Odipuskomplexes der Ausgang, in
allen, nehmen wir an, die Kastrationsangst der Motor des Ichsträubens.
Aber nur in den Phobien kommt solche Angst zum Vorschein, wird sie
einge- standen. Was ist bei den zwei anderen Formen aus ihr
geworden, wie hat das Ich sich solche Angst erspart? Das Problem
verschärft sich noch, wenn wir an die vorhin erwähnte Möglichkeit denken,
daß die Angst durch eine Art Vergährung aus der im Ablauf gestörten
Libidobesetzung selbst hervorgeht, und weiters: steht es fest, daß die
Kastrationsangst der einzige Motor der Verdrängung (oder Abwehr)
ist? Wenn man an die Neurosen der Frauen denkt, muß man das
bezweifeln, denn so sicher sich der Kastrations- komplex bei ihnen
konstatieren läßt, von einer Kastrationsangst im richtigen Sinne kann man
bei bereits vollzogener Kastration doch nicht sprechen. Kehren wir
zu den infantilen Tierphobien zu- rück, wir verstehen diese Fälle doch
besser als alle anderen. Das Ich muf also hier gegen eine libidinöse
Objektbesetzung des Es (die des positiven oder des negativen
Odipuskomplexes) einschreiten, weil es verstanden hat, ihr nachzugeben
brächte die Gefahr der Kastration mit sich. Wir haben das schon
erörtert und finden noch Anlaß, uns einen Zweifel klar zu machen,
der von dieser ersten Diskussion erübrigt ist. Sollen wir beim kleinen
Hans (also im Falle des posi- tiven Odipuskomplexes) annehmen, daß es die
zärt- liche Regung für die Mutter oder die aggressive gegen den
Vater ist, welche die Abwehr des Ichs heraus- fordert? Praktisch schiene
das gleichgültig, besonders da die beiden Regungen einander bedingen,
aber ein theoretisches Interesse knüpft sich an die Frage, weil nur
die zärtliche Strömung für die Mutter als eine rein erotische gelten
kann. Die aggressive ist wesent- lich vom Destruktionstrieb abhängig, und
wir haben immer geglaubt, bei der Neurose wehre sich das Ich gegen
Ansprüche der Libido, nicht der anderen Triebe. In der Tat sehen wir,
daf$ nach der Bildung der Phobie die zärtliche Mutterbindung wie
ver- schwunden ist, sie ist durch die Verdrängung gründ- lich
erledigt worden, an der aggressiven Regung hat sich aber die Symptom-
(Ersatz-) Bildung vollzogen. Im Falle des Wolfsmannes liegt es einfacher,
die ver- drängte Regung ist wirklich eine erotische, die feminine
Einstellung zum Vater, und ah ihr vollzieht sich auch die
Symptombildung. Es ist fast beschämend, daß wir nach so
langer Arbeit noch immer Schwierigkeiten in der Auffassung der
fundamentalsten Verhältnisse finden, aber wir haben uns vorgenommen,
nichts zu vereinfachen und nichts zu verheimlichen. Wenn wir nicht klar
sehen können, wollen wir wenigstens die Unklarheiten schart sehen.
Was uns hier im \Wege steht, ist offenbar eine Unebenheit in der
Entwicklung unserer Trieb- lehre. Wir hatten zuerst die Organisationen
der Libido von der oralen über die sadistisch-anale zur genitalen
Stufe verfolgt und dabei alle Komponenten des Sexual- triebs einander
gleichgestellt. Später erschien uns der Sadismus als der Vertreter
eines anderen, dem Eros gegensätzlichen Triebes. Die neue Auffassung von
den zwei Iriebgruppen scheint die frühere Konstruktion von den
sukzessiven Phasen der Libidoorganisation zu sprengen. Die hilfreiche
Auskunft aus dieser Schwierigkeit brauchen wir aber nicht neu zu erfinden.
Sie hat sich uns längst geboten und lautet, daß wir es kaum jemals
mit reinen Triebregungen zu tun haben, sondern durchwegs mit Legierungen
beider Triebe in verschiedenen Mengenverhältnissen. Die sadistische
Objektbesetzung hat also auch ein Anrecht, als eine libidinöse behandelt
zu werden, die Organisationen der Libido brauchen nicht revidiert zu
werden, die aggressive Regung gegen den Vater kann mit dem- selben
Anrecht Objekt der Verdrängung werden wie die zärtliche für die Mutter.
Immerhin setzen wir als Stoff für spätere Überlegung die Möglichkeit
beiseite, daf3 die Verdrängung ein ProzefS ist, der eine beson-
dere Beziehung zur Genitalorganisation der Libido hat, daß das Ich zu
anderen Methoden der Abwehr greift, wenn es sich der Libido auf anderen
Stufen der Organisation zu erwehren hat, und setzen wir fort. Ein
Fall wie der des kleinen Hans gestattet uns keine Entscheidung; hier wird
zwar eine aggressive Regung durch Verdrängung erledigt, aber
nachdem die Genitalorganisation bereits erreicht ist. Wir wollen diesmal die Beziehung zur Angst nicht aus den Augen
lassen. Wir sagten, so wie das Ich die Kastrationsgefahr erkannt hat,
gibt es das Angstsignal und inhibiert mittels der Lust-Unlust-
Instanz auf eine weiter nicht einsichtliche Weise den bedrohlichen
Besetzungsvorgang im Es. Gleichzeitig vollzieht sich die Bildung der
Phobie. Die Kastrationsangst erhält ein anderes Objekt und einen
entstellten Ausdruck: vom Pferd gebissen (vom Wolf gefressen),
anstatt vom Vater kastriert zu werden. Die Ersatz- bildung hat zwei
offenkundige Vorteile, erstens, dafß sie einem Ambivalenzkonflikt
ausweicht, denn der Vater ist ein gleichzeitig geliebtes Objekt und
zweitens, daf3 sie dem Ich gestattet, die Angstentwicklung ein-
zustellen. Die Angst der Phobie ist nämlich eine fakultative, sie tritt
nur auf, wenn ihr Objekt Gegen- stand der Wahrnehmung wird. Das ist ganz
korrekt; nur dann ist nämlich die Gefahrsituation vorhanden. Von
einem abwesenden Vater braucht man auch die Kastration nicht zu
befürchten. Nun kann man den Vater nicht wegschaffen, er zeigt sich
immer, wann er will. Ist er aber durch das Tier ersetzt, so braucht
man nur den Anblick, d. h. die Gegenwart des lieres zu vermeiden, um frei
von Gefahr und Angst zu sein. Der kleine Hans legt seinem Ich also
eine Einschränkung auf, er produziert die Hemmung, nicht
auszugehen, um nicht mit Pterden zusammenzutreffen. Der kleine Russe hat
es noch bequemer, es ist kaum ein Verzicht für ihn, daß er ein gewisses
Bilderbuch nicht mehr zur Hand nimmt. Wenn die schlimme Schwester
ihm nicht immer wieder das Bild des auf-rechtstehenden Wolfes in diesem Buch
vor Augen halten würde, dürfte er sich vor seiner Angst gesichert
fühlen. Ich habe früher einmal der Phobie den Charakter einer Projektion
zugeschrieben, indem sie eine innere Triebgefahr durch eine äußere
Wahrnehmungsgefahr ersetzt. Das bringt den Vorteil, daß man sich
gegen die äußere Gefahr durch Flucht und Ver- meidung der Wahrnehmung
schützen kann, während gegen die Grefahr von innen keine Flucht nützt.
Meine Bemerkung ist nicht unrichtig, aber sie bleibt an der
Oberfläche. Der Triebanspruch ist ja nicht an sich eine Gefahr, sondern
nur darum, weil er eine richtige äußere Gefahr, die der Kastration, mit
sich bringt. So ist im Grunde bei der Phobie doch nur eine äußere
Gefahr durch eine andere ersetzt. Daß das Ich sich bei der Phobie durch
eine Vermeidung oder ein Hemmungssymptom der Angst entziehen kann,
stimmt sehr gut zur Auffassung, diese Angst sei nur ein Affektsignal und
an der ökonomischen Situation sei nichts geändert worden. Die Angst der Tierphobien ist also eine Affekt-reaktion des Ichs auf die
Gefahr; die Gefahr, die hier signalisiert wird, die der Kastration. Kein
anderer Unterschied von der Realangst, die das Ich normaler- weise
in Gefahrsituationen äußert, als daf3 der Inhalt der Angst unbewußt
bleibt und nur in einer Entstellung bewußt wird. Dieselbe
Auffassung wird sich uns, glaube ich, auch für die Phobien Erwachsener
giltig erweisen, wenngleich das Material, das die Neurose verarbeitet,
sehr viel reichhaltiger ist und einige Momente zur Symptombildung
hinzukommen. Im Grunde ist es das nämliche. Der Agoraphobe legt seinem
Ich eine Beschränkung auf, um einer Triebgefahr zu entgehen. Die
Triebgefahr ist die Versuchung, seinen erotischen Gelüsten nachzu-
geben, wodurch er wieder wie in der Kindheit die Gefahr der Kastration,
oder eine ihr analoge, herauf- beschwören würde. Als Beispiel führe ich
den Fall eines jungen Mannes an, der agoraphob wurde, weil er
befürchtete, den Lockungen von Prostituierten nach- zugeben und sich zur
Strafe Syphilis zu holen. Ich weiß wohl, daf viele Fälle eine
kompliziertere Struktur zeigen und dafs viele andere verdrängte
Trieb- regungen in die Phobie einmünden können, aber diese sind nur
auxiliär und haben sich meist nachträglich mit dem Kern der Neurose in
Verbindung gesetzt. Die Symptomatik der Agoraphobie wird dadurch
kompli- ziert, daßß das Ich sich nicht damit begnügt, auf etwas zu
verzichten; es tut noch etwas hinzu, um der Situation ihre Gefahr zu
benehmen. Diese Zutat ist gewöhnlich eine zeitliche Regression in die
Kinderjahre (im extremen Fall bis in den Mutterleib, in Zeiten, in denen
man gegen die heute drohenden Gefahren geschützt war) und tritt als
die Bedingung auf, unter der der Verzicht unter- bleiben kann. So kann
der Agoraphobe auf die Straße gehen, wenn er wie ein kleines Kind von
einer Person seines Vertrauens begleitet wird. Dieselbe Rücksicht mag
ihm auch gestatten, allein auszugehen, wenn er sich nur nicht über eine
bestimmte Strecke von seinem Haus entfernt, nicht in Gegenden geht, die er
nicht gut kennt und wo er den Leuten nicht bekannt ist. In der Aus- wahl dieser Bestimmungen zeigt sich der Einfluß
der infantilen Momente, die ihn durch seine Neurose be- herrschen.
Ganz eindeutig, auch ohne solche infantile Regression, ist die Phobie vor
dem Alleinsein, die im Grunde der Versuchung zur einsamen Önanie
aus- weichen will. Die Bedingung der infantilen Regression ist
natürlich die zeitliche Entfernung von der Kindheit. Die Phobie
stellt sich in der Regel her, nachdem unter gewissen Umständen auf der
Straße, auf der Eisenbahn, im Alleinsein — ein erster Angstanfall
erlebt worden ist. Dann ist die Angst gebannt, tritt aber jedesmal wieder
auf, wenn die schützende Be- dingung nicht eingehalten werden kann. Der
Mechanismus der Phobie tut als Abwehrmittel gute Dienste und zeigt
eine große Neigung zur Stabilität. Eine Fort- setzung des Abwehrkampfes,
der sich jetzt gegen das Symptom richtet, tritt häufig, aber nicht
notwendig, ein. Was wir über die Angst bei den Phobien
erfahren haben, bleibt noch für die Zwangsneurose verwertbar. Es ist
nicht schwierig, die Situation der Zwangsneurose auf die der Phobie zu
reduzieren. Der Motor aller späteren Symptombildung ist hier offenbar die
Angst des Ichs vor seinem Über-Ich. Die Feindseligkeit des Über-
Ichs ist die Gefahrsituation, der sich das Ich entziehen muß. Hier fehlt
jeder Anschein einer Projektion, die Gefahr ist durchaus verinnerlicht.
Aber wenn wir uns fragen, was das Ich von seiten des Über-Ichs
befürchtet, so drängt sich die Auffassung auf, dafs die Strafe des
Über-Ichs eine Fortbildung der Kastrationsstrafe ist. Wie das Über-Ich
der unpersönlich gewordene Vater ist, so hat sich die Angst vor der durch
ihn drohenden Kastration zur unbestimmten sozialen oder Gewissens-
angst umgewandelt. Aber diese Angst ist gedeckt, das Ich entzieht sich
ihr, indem es die ihm auferlegten Gebote, Vorsichten und Bußhandlungen
gehorsam aus- führt. Wenn es daran gehindert wird, dann tritt
sofort ein äußerst peinliches Unbehagen auf, in dem wir das
Äquivalent der Angst erblicken dürfen, das die Kranken selbst der Angst
gleichstellen. Unser Ergebnis lautet also: Die Angst ist die Reaktion auf
die Gefahr- situation; sie wird dadurch erspart, daß das Ich etwas
tut, um die Situation zu vermeiden oder sich ihr zu entziehen. Man könnte
nun sagen, die Symptome werden geschaffen, um die Angstentwicklung zu
ver- meiden, aber das läßt nicht tief blicken. Es ist richtiger zu
sagen, die Symptome werden geschaffen, um die Gefahrsituation zu vermeiden,
die durch die Angst- entwicklung signalisiert wird. Diese Gefahr war
aber in den bisher betrachteten Fällen die Kastration oder etwas
von ihr Absgeleitetes. Wenn die Angst die Reaktion des Ichs auf
die Gefahr ist, so liegt es nahe, die traumatische Neurose, welche
sich so häufig an überstandene Lebensgefahr anschliefst, als direkte
Folge der Lebens- oder Todesangst mit Beiseitesetzung der Abhängigkeiten des
Ichs und der Kastration aufzufassen. Das ist auch von den meisten
Beobachtern der traumatischen Neurosen des letzten Krieges geschehen, und
es ist triumphierend ver- kündet worden, nun sei der Beweis erbracht,
dafs eine Gefährdung des Selbsterhaltungstriebes eine Neurose
erzeugen könne ohne jede Beteiligung der Sexualität und ohne Rücksicht
auf die komplizierten Annahmen der Psychoanalyse. Es ‘ist in der Tat
aufserordentlich zu bedauern, daß nicht eine einzige verwertbare
Analyse einer traumatischen Neurose vorliegt. Nicht wegen des
Widerspruches gegen die ätiologische Bedeutung der Sexualität, denn
dieser ist längst durch die Einführung des Narziffmus aufgehoben worden,
der die libidinöse Besetzung des Ichs in eine Reihe mit den Objekt-
besetzungen bringt und die libidinöse Natur des Selbst- erhaltungstriebes
betont, sondern weil wir durch den Ausfall dieser Analysen die kostbarste
Gelegenheit zu entscheidenden Aufschlüssen über das Verhältnis
zwischen Angst und Symptombildung versäumt haben. Es ist nach allem, was
wir von der Struktur der simpleren Neurosen des täglichen Lebens wissen,
sehr unwahrscheinlich, daß eine Neurose nur durch die objektive
Tatsache der Gefährdung ohne Beteiligung der tieferen unbewufßten
Schichten des seelischen Apparats zustande kommen sollte. Im Unbewußsten
ist aber nichts vorhanden, was unserem Begriff der Lebens-
vernichtung Inhalt geben kann. Die Kastration wird sozusagen vorstellbar
durch die tägliche Erfahrung der Trennung vom Darminhalt und durch den
bei der Entwöhnung erlebten Verlust der mütterlichen Brust; etwas
dem Tod Ähnliches ist aber nie erlebt worden oder hat wie die Ohnmacht
keine nachweisbare Spur hinterlassen. Ich halte darum an der Vermutung
fest, dafs die Todesangst als Analogon der Kastrationsangst
aufzufassen ist, und dafß die Situation, auf welche das Ich reagiert, das
Verlassensein vom schützenden Über- Ich
den Schicksalsmächten ist, womit die Sicherung gegen alle Gefahren
ein Ende hat. Außer- dem kommt in Betracht, daf3 bei den Erlebnissen,
die zur traumatischen Neurose führen, äußerer Reizschutz
durchbrochen wird und übergroße Erregungsmengen an den seelischen Apparat
herantreten, so dafs hier die zweite Möglichkeit vorliegt, daß Angst
nicht nur als Affekt signalisiert, sondern auch aus den ökono-
mischen Bedingungen der Situation neu erzeugt wird. Durch die letzte
Bemerkung, das Ich sei durch regelmäßig wiederholte Objektverluste auf
die Kastration vorbereitet worden, haben wir eine neue Auffassung
der Angst gewonnen. Betrachteten wir sie bisher als Affektsignal der
Gefahr, so erscheint sie uns nun, da es sich so oft um die Gefahr der
Kastration handelt, als die Reaktion auf einen Verlust, eine
Trennung. Mag auch mancherlei, was sich sofort ergibt, gegen diesen
Schluß sprechen, so muß uns doch eine sehr merkwürdige Übereinstimmung
auffallen. Das erste Angsterlebnis des Menschen wenigstens ist die
Geburt und diese bedeutet objektiv die Trennung von der Mutter,
könnte einer Kastration der Mutter (nach der Gleichung Kind — Penis)
verglichen werden. Nun wäre es sehr befriedigend, wenn die Angst als
Symbol einer Trennung bei jeder späteren Irennung wiederholt würde,
aber leider steht einer Verwertung dieses Zu- sammenstimmens im Wege, daß
ja die Geburt subjektiv nicht als Trennung von der Mutter erlebt wird,
da diese als Objekt dem durchaus narzifßstischen Fötus völlig
unbekannt ist. Ein anderes Bedenken wird lauten, daß uns die
Affektreaktionen auf eine Trennung bekannt sind, und daß wir sie als
Schmerz und Trauer, nicht als Angst empfinden. Allerdings erinnern
wir uns, wir haben bei der Diskussion der Trauer auch nicht
verstehen können, warum sie so schmerzhaft ist. Es ist Zeit, sich zu
besinnen. Wir suchen offenbar nach einer Einsicht, die uns das Wesen der
Angst erschließt, nach einem Entweder—Oder, das die Wahrheit über
sie vom Irrtum scheidet. Aber das ist schwer zu haben, die Angst ist
nicht einfach zu erfassen. Bisher haben wir nichts erreicht als
Widersprüche, zwischen denen ohne Vorurteil keine Wahl möglich war.
Ich schlage jetzt vor, es anders zu machen; wir wollen unparteisch alles
zusammentragen, was wir von der Angst aussagen können, und dabei auf
die Erwartung einer nahen Synthese verzichten. Die Angst ist
also in erster Linie etwas Empfundenes. Wir heißen sie einen
Affektzustand, obwohl wir auch nicht wissen, was ein Affekt ist. Sie hat
als Empfindung offenbarsten Unlustcharakter, aber das erschöpft
nicht ihre Qualität; nicht jede Unlust können wir Angst heifßen. Es
gibt andere Empfindungen mit Unlust- charakter (Spannungen, Schmerz,
Trauer) und die Angst mufS außer dieser Unlustqualität andere Besonder-
heiten haben. Eine Frage: Werden wir es dazu bringen, die Unterschiede
zwischen diesen verschiedenen Unlust- affekten zu verstehen? Aus der
Empfindung der Angst können wir immer- hin etwas entnehmen. Ihr
Unlustcharakter scheint eine besondere Note zu haben; das ist schwer zu
beweisen, aber wahrscheinlich; es wäre nichts Auffälliges. Aber
außer diesem schwer isolierbaren Eigencharakter nehmen wir an der Angst
bestimmtere körperliche Sensationen wahr, die wir auf bestimmte Organe
beziehen. Da uns die Physiologie der Angst hier nicht interessiert,
genügt es uns, einzelne Repräsentanten dieser Sensa- tionen
hervorzuheben, also die häufigsten und deut- lichsten an den
Atmungsorganen und am Herzen. Sie sind uns Beweise dafür, dafß motorische
Inner- vationen, also Abfuhrvorgänge an dem Granzen der Angst
Anteil haben. Die Analyse des Angstzustandes ergibt also ı) einen
spezifischen Unlustcharakter, 2) Abfuhraktionen, 3) die Wahrnehmungen
derselben. Die Punkte 2) und 3) ergeben uns bereits einen Unterschied
gegen die ähnlichen Zustände, z. B. der Trauer und des Schmerzes. Bei
diesen gehören die motorischen Äußerungen nicht dazu; wo sie vor-
handen sind, sondern sie sich deutlich nicht als Bestand- teile des
Ganzen, sondern als Konsequenzen oder Reaktionen darauf. Die Angst ist
also ein besonderer Unlustzustand mit Abfuhraktionen auf bestimmte
Bahnen. Nach unseren allgemeinen Anschauungen werden wir glauben,
daß der Angst eine Steigerung der Erregung zugrunde liegt, die einerseits
den Unlustcharakter schafft, andererseits sich durch die genannten
Abfuhren erleichtert. Diese rein physiologische Zusammenfassung
wird uns aber kaum genügen; wir sind versucht, anzunehmen, dafß ein
historisches Moment da ist, welches die Sensationen und Innervationen der
Angst fest an einander bindet. Mit anderen Worten, daß der
Angstzustand die Reproduktion eines Erlebnisses ist, das die Bedingungen
einer solchen Reizsteigerung und der Abfuhr auf bestimmte Bahnen
enthielt, wodurch also die Unlust der Angst ihren spezifischen
Charakter erhält. Als solches vorbildliches Erlebnis bietet sich
uns für den Menschen die Geburt, und darum sind wir geneigt, im
Angstzustand eine Reproduktion des Greburtstraumas zu sehen. Wir
haben damit nichts behauptet, was der Angst eine Ausnahmsstellung unter
den Affektzuständen ein- räumen würde. Wir meinen, auch die anderen
Affekte sind Reproduktionen alter, lebenswichtiger, eventuell
vorindividueller Ereignisse und wir bringen sie als allgemeine, typische,
mitgeborene hysterische Anfälle in Vergleich mit den spät und individuell
erworbenen Attacken der hysterischen Neurose, deren Genese und
Bedeutung als Erinnerungssymbole uns durch die Analyse deutlich geworden
ist. Natürlich wäre es sehr wünschenswert, diese Auffassung für eine
Reihe anderer Afiekte beweisend durchführen zu können, wovon wir
heute weit entfernt sind. Die Zurückführung der Angst auf das
Geburts- ereignis hat sich gegen naheliegende Einwände zu
verteidigen. Die Angst ist eine wahrscheinlich allen Organismen,
jedenfalls allen höheren zukommende Reaktion, die Geburt wird nur von den
Säugetieren erlebt, und es ist fraglich, ob sie bei allen diesen
die Bedeutung eines Traumas hat. Es gibt also Angst ohne
Geburtsvorbild. Aber dieser Einwand setzt sich über die Schranken
zwischen Biologie und Psychologie hinaus. Gerade weil die Angst eine
biologisch unent- behrliche Funktion zu erfüllen hat, als Reaktion
auf den Zustand der Gefahr, mag sie bei verschiedenen Lebewesen auf
verschiedene Art eingerichtet worden sein. Wir wissen auch nicht, ob sie
bei dem Menschen ferner stehenden Lebewesen denselben Inhalt an
Sen- sationen und Innervationen hat wie beim Menschen. Das hindert
also nicht, daf3 die Angst beim Menschen den Geburtsvorgang zum Vorbild
nimmt. Wenn dies die Struktur und die Herkunft der Angst ist, so
lautet die weitere Frage: Was ist ihre Funktion? Bei welchen
Gelegenheiten wird sie reprodu- ziert? Die Antwort scheint naheliegend
und zwingend zu sein. Die Angst entstand als Reaktion auf einen
Zustand der Gefahr, sie wird nun regelmäßig reprodu- ziert, wenn sich ein
solcher Zustand wieder einstellt. Dazu ist aber einiges zu
bemerken. Die Inner- vationen des ursprünglichen Angstzustandes
waren wahrscheinlich auch sinnvoll und zweckmäßig, ganz a so wie die Muskelaktionen des ersten
hysterischen An- falls. Wenn man den hysterischen Anfall erklären
will, braucht man ja nur die Situation zu suchen, in der die
betreffenden Bewegungen Anteile einer berech- tigten Handlung waren. So
hat wahrscheinlich während der Geburt die Richtung der Innervation auf
die Atmungsorgane die Tätigkeit der Lungen vorbereitet, die
Beschleunigung des Herzschlags gegen die Ver- giftung des Blutes arbeiten
wollen. Diese Zweckmäßig- keit entfällt natürlich bei der späteren
Reproduktion des Angstzustandes als Affekt, wie sie auch beim
wiederholten hysterischen Anfall vermißt wird. Wenn also das Individuum
in eine neue Gefahrsituation gerät, so kann es leicht unzweckmäßig
werden, daß es mit dem Angstzustand, der Reaktion auf eine frühere
Gefahr antwortet, anstatt die der jetzigen adäquaten Reaktion
einzuschlagen. Die Zweckmäßigkeit tritt aber wieder hervor, wenn die
Gefahrsituation als heran- nahend erkannt und durch den Angstausbruch
signa- lisiert wird. Die Angst kann dann sofort durch ge- eignetere
Maßnahmen abgelöst werden. Es sondern sich also sofort zwei Möglichkeiten
des Auftretens der Angst: die eine, unzweckmäßige, in einer neuen Gefahr-
situation, die andere, zweckmäßige, zur Signalisierung und Verhütung
einer solchen. Was aber ist eine „Gefahr‘‘? Im Geburtsakt besteht
eine objektive Gefahr für die Erhaltung des Lebens, wir wissen, was das
in der Realität bedeutet. Aber psychologisch sagt es uns gar nichts. Die
Gefahr der Geburt hat noch keinen psychischen Inhalt. Sicherlich
dürfen wir beim Fötus nichts voraussetzen, was sich irgendwie einer Art
von Wissen um die Möglichkeit eines Ausgangs in Lebensvernichtung
an- nähert. Der Fötus kann nichts anderes bemerken als eine großartige
Störung in der Ökonomie seiner narzißtischen Libido. Große
Erregungssummen dringen zu ihm, erzeugen neuartige Unlustempfindungen,
manche Organe erzwingen sich erhöhte Besetzungen, was wie ein
Vorspiel der bald beginnenden Objektbesetzung ist; was davon wird als
Merkzeichen einer ‚Grefahr- situation‘ Verwertung finden? Wir
wissen leider viel zu wenig von der seelischen Verfassung des
Neugeborenen, um diese Frage direkt zu beantworten. Ich kann nicht einmal
für die Brauch- barkeit der eben gegebenen Schilderung einstehen.
Es ist leicht zu sagen, das Neugeborene werde den Angst- affekt in
allen Situationen wiederholen, die es an das Geburtsereignis erinnert.
Der entscheidende Punkt bleibt aber, wodurch und woran es erinnert
wird. Es bleibt uns kaum etwas anderes übrig, als die Anlässe
zu studieren, bei denen der Säugling oder das ein wenig ältere Kind sich
zur Angstentwicklung bereit zeigt. Rank hat in Das Irauma der
Geburt einen sehr energischen Versuch gemacht, [Rank, Das Trauma der Geburt
und seine Bedeutung für die Psychoanalyse. Internat. Psychoanalyt.
Bibliothek. die Beziehungen der frühesten Phobien des Kindes zum
Eindruck des Geburtsereignisses zu erweisen, allein ich kann ihn nicht
für geglückt halten. Man kann ihm zweierlei vorwerfen: Erstens, dafs er
auf der Vor- aussetzung beruht, das Kind habe bestimmte Sinnes-
eindrücke, insbesondere visueller Natur, bei seiner Geburt empfangen,
deren Erneuerung die Erinnerung an das Greburtstrauma und somit die
Angstreaktion hervorrufen kann. Diese Annahme ist völlig unbewiesen
und sehr unwahrscheinlich; es ist nicht glaubhaft, dafs das Kind andere
als taktileund Allgemeinsensationen vom Geburtsvorgang bewahrt hat. Wenn
es also später Angst vor kleinen Tieren zeigt, die in Löchern ver-
schwinden oder aus diesen herauskommen, so erklärt Rank diese Reaktion
durch die Wahrnehmung einer Analogie, dieaber dem Kinde nicht auffällig
werden kann. Zweitens, daß Rank in der Würdigung dieser späteren
Angstsituationen je nach Bedürfnis die Erinnerung an die glückliche
intrauterine Existenz oder an deren trauma- tische Störung wirksam werden
läßt, womit der Willkür in der Deutung Tür und Tor geöffnet wird.
Einzelne Fälle dieser Kinderangst widersetzen sich direkt der
Anwendung des Rank schen Prinzips. Wenn das Kind in Dunkelheit und
Einsamkeit gebracht wird, so sollten wir erwarten, dafs es diese
Wiederherstellung der intrauterinen Situation mit Befriedigung aufnimmt,
und wenn die Tatsache, daß es gerade dann mit Angst reagiert, auf
die Erinnerung an die Störung dieses Glücks durch die Geburt zurückgeführt
wird, so kann man das Gezwungene dieses Erklärungsversuches:nicht
länger verkennen. Ich muf3 den Schluß ziehen, daß die
frühesten Kindheitsphobien eine direkte Rückführung auf den
Eindruck des Geburtsaktes nicht zulassen und sich überhaupt bis jetzt der
Erklärung entzogen haben. Fine gewisse Angstbereitschaft des Säuglings
ist unver- kennbar. Sie ist nicht etwa unmittelbar nach der Geburt
am stärksten, um dann langsam abzunehmen, sondern tritt erst später mit
dem Fortschritt der seelischen Entwicklung hervor und hält über
eine gewisse Periode der Kinderzeit an. Wenn sich solche
Frühphobien über diese Zeit hinaus erstrecken, er- wecken sie den
Verdacht einer neurotischen Störung, wiewohl uns ihre Beziehung zu den
späteren deutlichen Neurosen der Kindheit keineswegs einsichtlich
ist. Nur wenige Fälle der kindlichen Angstäufßserung sind uns
verständlich; an diese werden wir uns halten müssen. So, wenn das Kind
allein, in der Dunkelheit, ist und wenn es eine fremde Person an Stelle
der ihm vertrauten (der Mutter) findet. Diese drei Fälle reduzieren
sich auf eine einzige Bedingung, das Vermissen der geliebten (ersehnten)
Person. Von da an ist aber der Weg zum Verständnis der Angst und zur
Vereinigung der Widersprüche, die sich an sie zu knüpfen scheinen,
frei. Das Erinnerungsbild der ersehnten Person wird GB .,
Siem. Freud gewif) intensiv, wahrscheinlich zunächst
halluzinatorisch besetzt. Aber das hat keinen Erfolg und nun hat es
den Anschein, als ob diese Sehnsucht in Angst um- schlüge. Es macht
geradezu den Eindruck, als wäre diese Angst ein Ausdruck der
Ratlosigkeit, als wüßte das noch sehr unentwickelte Wesen mit dieser
sehn- süchtigen Besetzung nichts Besseres anzufangen. Die Angst
erscheint so. als Reaktion auf das Vermissen des Objekts und es drängen
sich uns die Analogien auf, daf®? auch die Kastrationsangst die
Trennung von einem hochgeschätzten Objekt zum Inhalt hat, und daß
die ursprünglichste Angst (die „Urangst“ der Geburt) bei der Trennung von
der Mutter ent-stand. Die nächste Überlegung führt über diese
Betonung des Objektverlustes hinaus. Wenn der Säugling nach der
Wahrnehmung der Mutter verlangt, so doch nur darum, weil er bereits aus
Erfahrung weiß, daß sie alle seine Bedürfnisse ohne Verzug befriedigt.
Die Situation, die er als „Gefahr“ wertet, gegen die er versichert
sein will, ist also die der Unbefriedigung, des Anwachsens der
Bedürfnisspannung, gegen die er ohnmächtig ist. Ich meine, von
diesem Gesichtspunkt aus ordnet sich alles ein; die Situation der
Unbefriedigung, in der Reizgrößen eine unlustvolle Höhe erreichen, ohne
Bewältigung durch psychische Verwendung und Abfuhr zu finden, muß für den
Säug- ling die Analogie mit dem Geburtserlebnis, die Wiederholung der
Gefahrsituation sein; das beiden Gemein- same ist die ökonomische Störung
durch das Anwachsen der Erledigung heischenden Reizgrößen, dieses
Moment also der eigentliche Kern der „Gefahr“. In beiden Fällen
tritt die Angstreaktion auf, die sich auch noch beim Säugling als
zweckmäßig erweist, indem die Richtung der Abfuhr auf Atem- und
Stimmuskulatur nun die Mutter herbeiruft, wie sie früher die
Lungentätigkeit zur Wegschaffung der inneren Reize anregte. Mehr als
diese Kennzeichnung der Gefahr braucht das Kind von seiner Geburt nicht
bewahrt zu haben. Mit der Erfahrung, daß ein äußeres, durch Wahr-
nehmung erfaßbares Objekt der an die Geburt mahnenden gefährlichen
Situation ein Ende machen kann, ver- schiebt sich nun der Inhalt der
Gefahr von der öko- nomischen Situation auf seine Bedingung, den
Objekt- verlust. Das Vermissen der Mutter wird nun die Gefahr, bei
deren Eintritt der Säugling das Angst- signal gibt, noch ehe die
gefürchtete ökonomische Situation eingetreten ist. Diese Wandlung
bedeutet einen ersten großen Fortschritt in der Fürsorge für die
Selbsterhaltung, sie schließt gleichzeitig den Über- gang von der
automatisch ungewollten Neuentstehung der Angst zu ihrer beabsichtigten
Reproduktion als Signal der Gefahr ein. In beiden Hinsichten,
sowohl als automatisches Phänomen wie als rettendes Signal, zeigt sich
die Angst als Produkt der psychischen Hilflosigkeit des Säuglings,
welche das selbstverständliche Gegenstück seiner biologischen
Hilflosigkeit ist. Das auffällige Zusammentreffen, daß sowohl die
Geburtsangst wie die Säuglingsangst die Bedingung der Trennung von
der Mutter anerkennt, bedarf keiner psychologischen Deutung; es
erklärt sich biologisch einfach genug aus der Tatsache, daf3 die Mutter,
die zuerst alle Bedürf- nisse des Fötus durch die Einrichtungen ihres
Leibes beschwichtigt hatte, dieselbe Funktion zum Teil mit anderen
Mitteln auch nach der Geburt fortsetzt. Intrauterinleben und erste
Kindheit sind weit mehr ein Kontinuum, als uns die auffällige Zensur des
Geburtsaktes glauben läßt. Das psychische Mutterobjekt ersetzt dem Kinde
die biologische Fötalsituation. Wir dürfen darum nicht vergessen, daf3 im
Intrauterin- leben die Mutter kein Objekt war, und daß es damals
keine Objekte gab. Es ist leicht zu sehen, daß es in diesem
Zusammen- hange keinen Raum für ein Abreagieren des Geburtstraumas gibt,
und daß eine andere Funktion der Angst als die eines Signals zur
Vermeidung der Gefahrsituation nicht aufzufinden ist. Die Angst-
bedingung des Objektverlustes trägt nun noch ein ganzes Stück weiter.
Auch die nächste Wandlung der Angst, die in der phallischen Phase
auftretende Kastrationsangst, ist eine Irennungsangst und an die-
selbe Bedingung gebunden. Die Gefahr ist hier die Irennung von dem
Genitale. Ein vollberechtigt scheinender Gedankengang von Ferenczi läßt
uns hier die Linie des Zusammenhanges mit den früheren Inhalten der
Gefahrsituation deutlich erkennen. Die hohe narzifßtische Einschätzung
des Penis kann sich darauf berufen, daß der Besitz dieses Organs die
Gewähr für eine Wiedervereinigung mit der Mutter (dem Mutterersatz) im
Akt des Koitus enthält. Die Beraubung dieses Gliedes ist soviel wie eine
neuerliche Trennung von der Mutter, bedeutet also wiederum, einer
unlust- vollen Bedürfnisspannung (wie bei der Geburt) hilflos
ausgeliefert zu sein. Das Bedürfnis, dessen Ansteigen gefürchtet wird,
ist aber nun ein sSpezialisiertes, das der genitalen Libido, nicht mehr
ein beliebiges wie in der Säuglingszeit. Ich füge hier an, daf3 die
Phantasie der Rückkehr in den Mutterleib der Koitusersatz des
Impotenten (durch die Kastrationsdrohung Gehemmten) ist. Im Sinne
Ferenczis kann man sagen, das Individuum, das sich zur Rückkehr in den Mutter-
leib durch sein Genitalorgan vertreten lassen wollte, ersetzt nun
regressiv dies Organ durch seine ganze Person. Die
Fortschritte in der Entwicklung des Kindes, die Zunahme seiner
Unabhängigkeit, die schärfere Sonderung seines seelischen Apparats in
mehrere Instanzen, das Auftreten neuer Bedürfnisse, können nicht
ohne Einfluß auf den Inhalt der Gefahrsituation bleiben. Wir haben dessen
Wandlung vom Verlust des Mutterobjekts zur Kastration verfolgt und
sehen den nächsten Schritt durch die Macht des Über-Ichs
verursacht. Mit dem Unpersönlichwerden der Eltern- instanz, von der man
die Kastration befürchtete, wird die Gefahr unbestimmter. Die
Kastrationsangst ent- wickelt sich zur Gewissensangst, zur sozialen
Angst. Es ist jetzt nicht mehr so leicht anzugeben, was die Angst
befürchtet. Die Formel: „Trennung, Ausschluß aus der Horde‘, trifft nur
jenen späteren Anteil des Über-Ichs, der sich in Anlehnung an soziale
Vorbilder entwickelt hat, nicht den Kern des Über-Ichs, der der
introjizierten Elterninstanz entspricht. Allgemeiner aus- gedrückt, ist
es der Zorn, die Strafe. des Über-Ichs, der Liebesverlust von dessen
Seite, den das Ich als Gefahr wertet und mit dem Angstsignal
beantwortet. Als letzte Wandlung dieser Angst vor dem Über-Ich ist
mir die Todes-(Lebens-)Angst, die Angst vor der Projektion des Über-Ichs
in den Schicksalsmächten erschienen. Ich habe früher einmal
einen gewissen Wert auf die Darstellung gelegt, daß es die bei der
Verdrän- gung abgezogene Besetzung ist, welche die Verwen- dung als
Angstabfuhr erfährt. Das erscheint mir nun heute kaum wissenswert. Der
Unterschied liegt darin, daß ich vormals die Angst in jedem Falle durch
einen ökonomischen Vorgang automatisch entstanden glaubte, während
die jetzige Auffassung der Angst als eines vom Ich beabsichtigten Signals
zum Zweck der Beeinflussung der Lust-Unlustinstanz uns von diesem
ökonomischen Zwange unabhängig macht. Es ist natürlich nichts gegen die
Annahme zu sagen, daß das Ich gerade die durch die Abziehung bei
der Verdrängung frei gewordene Energie zur Erweckung des Affekts
verwendet, aber es ist bedeutungslos geworden, mit welchem Anteil Energie
dies geschieht. Ein anderer Satz, den ich einmal
ausgesprochen, verlangt nun nach Überprüfung im Lichte unserer
neuen Auffassung. Es ist die Behauptung, das Ich sei die eigentliche
Angststätte; ich meine, sie wird sich als zutreffend erweisen. Wir haben
nämlich keinen Anlaß, dem Über-Ich irgendeine Angstäußerung zuzu-
teilen. Wenn aber von einer „Angst des Es die Rede ist, so hat man nicht
zu widersprechen, sondern einen ungeschickten Ausdruck zu korrigieren.
Die Angst ist ein Affektzustand, der natürlich nur vom Ich verspürt
werden kann. Das Es kann nicht Angst haben wie das Ich, es ist keine
Organisation, kann Gefahrsituationen nicht beurteilen. Dagegen ist es
ein überaus häufiges Vorkommnis, daß sich im Es Vor- gänge
vorbereiten oder vollziehen, die dem Ich Anlaß zur Angstentwicklung
geben; in der Tat sind die wahrscheinlich frühesten Verdrängungen, wie
die Mehrzahl aller späteren, durch solche Angst des Ichs vor
einzelnen Vorgängen im Es motiviert. Wir unter- scheiden hier wiederum
mit gutem Grund die beiden Fälle, daß sich im Es etwas ereignet, was eine
der 88 Siem. Freud Gefahrsituationen fürs Ich
aktiviert und es somit bewegt, zur Inhibition das Angstsignal zu geben,
und den anderen Fall, daß sich im Es die dem Geburts- trauma
analoge Situation herstellt, in der es automatisch zur Angstreaktion
kommt. Man bringt die beiden Fälle einander näher, wenn man hervorhebt,
daf der zweite der ersten und ursprünglichen Gefahrsituation
entspricht, der erste aber einer der später aus ihr abgeleiteten
Angstbedingungen. Oder auf die wirklich vorkommenden Affektionen bezogen:
daß der zweite Fall in der Ätiologie der Aktualneurosen
verwirklicht ist, der erste für die der Psychoneurosen charakteri-
stisch bleibt. Wir sehen nun, daf wir frühere Ermittlungen
nicht zu entwerten, sondern bloß mit den neueren Einsichten in Verbindung
zu bringen brauchen. Es ist nicht abzuweisen, daß bei Abstinenz,
mißbräuchlicher Störung im Ablauf der Sexualerregung, Ablenkung
derselben von ihrer psychischen Verarbeitung, direkt Angst aus Libido
entsteht, d. h. jener Zustand von Hilflosigkeit des Ichs gegen eine
übergroße Bedürfnis- spannung hergestellt wird, der wie bei der Geburt
in Angstentwicklung ausgeht, wobei es wieder eine gleich- gültige,
aber nahe liegende Möglichkeit ist, daß gerade der Überschuß an
unverwendeter Libido seine Abfuhr in der Angstentwicklung findet. Wir
sehen, daß sich auf dem Boden dieser Aktualneurosen besonders
leicht Psychoneurosen entwickeln, das heißt wohl, daß Femmung, Symptom und
Angst 89 das Ich Versuche macht, die Angst, die es eine
Weile suspendiert zu erhalten gelernt hat, zu ersparen und durch
Symptombildung zu binden. Wahrscheinlich würde die Analyse der
traumatischen Kriegsneurosen, welcher Name allerdings sehr
verschiedenartige Affektionen umfaßt, ergeben haben, daf3 eine
Anzahl von ihnen an den Charakteren der Aktualneurosen Anteil
hat. Als wir die Entwicklung der verschiedenen Gefahr-
situationen aus dem ursprünglichen Geburtsvorbild darstellten, lag es uns
ferne zu behaupten, dafs jede spätere Angstbedingung die frühere einfach
außer Kraft setzt. Die Fortschritte der Ichentwicklung tragen
allerding dazu bei, die frühere Gefahrsituation zu entwerten und beiseite
zu schieben, so daf man sagen kann, einem bestimmten Entwicklungsalter
sei eine gewisse Angstbedingung wie adäquat zugeteilt. Die Gefahr
der psychischen Hilflosigkeit pafst zur Lebenszeit der Unreife des Ichs,
wie die Gefahr des Objektverlustes zur Unselbständigkeit der ersten
Kinder- jahre, die Kastrationsgefahr zur phallischen Phase, die
Über-Ichangst zur Latenzzeit. Aber es können doch alle diese
Gefahrsituationen und Angstbedingungen nebeneinander fortbestehen bleiben
und das Ich auch zu späteren als den adäquaten Zeiten zur Angstreaktion
veranlassen, oder es können mehrere von ihnen gleichzeitig in Wirksamkeit
treten. Möglicher- weise bestehen auch engere Beziehungen zwischen
der wirksamen Gefahrsituation und der Form der auf sie folgenden
Neurose.' Als wir in einem früheren Stück dieser Unter-
suchungen auf die Bedeutung der Kastrationsgefahr Seit der Unterscheidung
von Ich und Es mußte auch unser Interesse an den Problemen der
Verdrängung eine neue Belebung erfahren. Bisher hatte es uns genügt, die
dem Ich zugewendeten Seiten des Vorgangs, die Abhaltung vom Bewußtsein
und von der Motilität und die Ersatz- (Symptom-) Bildung ins Auge zu
fassen, von der verdrängten Triebregung selbst nahmen wir an, sie bleibe
im Unbewußten unbestimmt lange unverändert bestehen. Nun wendet
sich das Interesse den Schicksalen des Verdrängten zu, und wir ahnen, daß
ein solcher unveränderter und unveränderlicher Fortbestand nicht
selbstverständlich, vielleicht nicht einmal gewöhnlich ist. Die
ursprüngliche Triebregung ist jedenfalls durch die Ver- drängung gehemmt
und von ihrem Ziel abgelenkt worden. Ist aber ihr Ansatz im Unbewußten
erhalten geblieben und hat er sich resistent gegen die verändernden und
entwertenden Einflüsse des Lebens erwiesen? Bestehen also die alten
Wünsche noch, von deren früherer Existenz uns die Analyse berichtet? Die
Antwort scheint naheliegend und gesichert: Die verdrängten alten
Wünsche müssen im Unbewußten noch fortbestehen, da wir ihre
Abkömmlinge, die Symptome, noch wirksam finden. Aber sie ist nicht
zureichend, sie läßt nicht zwischen den beiden Möglichkeiten entscheiden,
ob der alte Wunsch jetzt nur durch seine Abkömmlinge wirkt, denen
er all seine Besetzungsenergie übertragen hat, oder ob er außerdem selbst
erhalten geblieben ist, Wenn es sein Schicksal war, sich in der Besetzung
seiner Abkömmlinge zu erschöpfen, so bleibt noch die dritte Möglichkeit,
daß er im Verlauf der Neurose durch Re- gression wiederbelebt wurde, so
unzeitgemäß er gegenwärtig sein mag. Man braucht diese Erwägungen nicht
für müßig zu halten; vieles an den Erscheinungen des krankhaften wie des
normalen Seelenlebens scheint solche Fragestellungen zu erfordern. In
meiner Studie über den Untergang des Ödipuskomplexes bin ich auf
den Unterschied zwischen der bloßen Verdrängung und der wirklichen
Aufhebung einer alten Wunschregung aufmerksam geworden. bei mehr
als einer neurotischen Affektion stießen, erteilten wir uns die Mahnung,
dies Moment doch nicht zu überschätzen, da es bei dem gewiß mehr
zur Neurose disponierten weiblichen Geschlecht doch nicht ausschlaggebend
sein könnte. Wir sehen jetzt, daf3 wir nicht in Gefahr sind, die
Kastrationsangst für den einzigen Motor der zur Neurose führenden
Abwehr- vorgänge zu erklären. Ich habe an anderer Stelle
auseinandergesetzt, wie die Entwicklung des kleinen Mädchens durch den
Kastrationskomplex zur zärtlichen Objektbesetzung gelenkt wird. Gerade
beim Weibe scheint die Gefahrsituation des Objektverlustes die
wirksamste geblieben zu sein. Wir dürfen an ihrer Angstbedingung die
kleine Modifikation anbringen, daß es sich nicht mehr um das Vermissen
oder den realen Verlust des Objekts handelt, sondern um den Liebes-
verlust von seiten des Objekts. Da es sicher steht, daß die Hysterie eine
größere Affinität zur Weiblich- keit hat, ebenso wie die Zwangsneurose
zur Männlich- keit, so liegt die Vermutung nahe, die Angstbedingung
des Liebesverlustes spiele bei Hysterie eine ähnliche Rolle wie die
Kastrationsdrohung bei den Phobien, die Über-Ichangst bei der
Zwangsneurose. IX Was jetzt erübrigt, ist die Behandlung der
Be- ziehungen zwischen Symptombildung und Angst- entwicklung.
Zwei Meinungen darüber scheinen weit verbreitet zu sein. Die eine
nennt die Angst selbst ein Symptom der Neurose, die andere glaubt an ein
weit innigeres Verhältnis zwischen beiden. Ihr zufolge würde alle
Symptombildung nur unternommen werden, um der Angst zu entgehen; die
Symptome binden die psychi- sche Energie, die sonst als Angst abgeführt
würde, so dafß® die Angst das Grundphänomen und Haupt- problem der
Neurose wäre. | Die zumindest partielle Berechtigung der zweiten
Behauptung läßt sich durch schlagende Beispiele er- weisen. Wenn man
einen Agoraphoben, den man auf die Straße begleitet hat, dort sich selbst
überläßt, produziert er einen Angstanfall; wenn man einen
Zwangsneurotiker daran hindern läßt, sich nach einer Berührung die Hände
zu waschen, wird er die Beute MHemmung, Symptom und Angst 93
einer fast unerträglichen Angst. Es ist also klar, die Bedingung
des Begleitetwerdens und die Zwangs- handlung des Waschens hatten die
Absicht und auch den Erfolg, solche Angstausbrüche zu verhüten. In
diesem Sinne kann auch jede Hemmung, die sich das Ich auferlegt, Symptom
genannt werden. Da wir die Angstentwicklung auf die Gefahr-
situation zurückgeführt haben, werden wir es vor- ziehen zu sagen, die
Symptome werden geschaffen, um das Ich der Gefahrsituation zu entziehen.
Wird die Symptombildung verhindert, so tritt die Gefahr wirklich
ein, d. h. es stellt sich jene der Geburt analoge Situation her, in der
sich das Ich hilflos gegen den stetig wachsenden Triebanspruch findet,
also die erste und ursprünglichste der Angstbedingungen. Für unsere
Anschauung erweisen sich die Beziehungen zwischen Angst und Symptom
weniger eng als angenommen wurde, die Folge davon, daß wir zwischen beide
das Moment der Gefahrsituation eingeschoben haben. Wir können auch
ergänzend sagen, die Angstentwicklung leite die Symptombildung ein, ja
sie sei eine not- wendige Voraussetzung derselben, denn wenn das
Ich nicht durch die Angstentwicklung die Lust-Unlust- Instanz
wachrütteln würde, bekäme es nicht die Macht, den im Es vorbereiteten,
gefahrdrohenden Vorgang aufzuhalten. Dabei ist die,Tendenz unverkennbar,
sich auf ein Mindestmaß von Angstentwicklung zu be- schränken, die
Angst nur als Signal zu verwenden, 94 Sigm. Freud
denn sonst bekäme man die Unlust, die durch den Triebvorgang droht, nur
an anderer Stelle zu spüren, was kein Erfolg nach der Absicht des
Lustprinzips wäre, sich aber doch bei den Neurosen häufig genug
ereignet. Die Symptombildung hat also den wirklichen Erfolg,
die Gefahrsituation aufzuheben. Sie hat zwei Seiten; die eine, die uns
verborgen bleibt, stellt im Es jene Abänderung her, mittels deren das Ich
der Gefahr entzogen wird, die andere uns zugewendete zeigt, was sie
an Stelle des beeinflußten Triebvorganges geschaffen hat, die
Ersatzbildung. Wir sollten uns aber korrekter ausdrücken, dem
Abwehrvorgang zuschreiben, was wir eben von der Symptombildung ausgesagt
haben, und den Namen Symptombildung selbst als synonym mit Ersatzbildung
gebrauchen. Es scheint dann klar, daß der Abwehr- vorgang analog der
Flucht ist, durch die sich das Ich einer von außen drohenden Gefahr
entzieht, daß er eben einen Fluchtversuch vor einer Triebgefahr
darstellt. Die Bedenken gegen diesen Vergleich werden uns zu
weiterer Klärung verhelfen. Erstens läßt sich ein-wenden, daß der Objektverlust
(der Verlust der Liebe von seiten des Objekts) und die
Kastrationsdrohung ebensowohl (Gefahren sind, die von außen drohen,
wie etwa ein reißsendes Tier, also nicht Triebgefahren. Aber es ist
doch nicht derselbe Fall. Der Wolf würde uns wahrscheinlich anfallen,
gleichgültig, wie wir uns gegen ihn benehmen; die geliebte Person würde
uns aber nicht ihre Liebe entziehen, die Kastration uns nicht
angedroht werden, wenn wir nicht bestimmte Gefühle und Absichten in
unserem Inneren nähren würden. So werden diese Triebregungen zu
Bedingungen der äußeren Gefahr und damit selbst gefährlich, wir
können jetzt die äußere Gefahr durch Maßregeln gegen innere Gefahren
bekämpfen. Bei den Tierphobien scheint die Gefahr noch durchaus als eine
äußerliche empfunden zu werden, wie sie auch im Symptom eine
äußserliche Verschiebung erfährt. Bei der Zwangsneurose ist sie
weit mehr verinnerlicht, der Anteil der Angst vor dem Über-Ich, der
soziale Angst ist, repräsentiert noch den innerlichen Ersatz einer
äußeren Gefahr, der andere Anteil, die Gewissensangst, ist durchaus
endopsychisch. Ein zweiter Einwand sagt, beim Fluchtversuch
vor einer drohenden äußeren Gefahr tun wir ja nichts anderes, als daß wir
die Raumdistanz zwischen uns und dem Drohenden vergrößern. Wir setzen uns
ja nicht gegen die Gefahr zur Wehr, suchen nichts an ihr selbst zu
ändern, wie in dem anderen Falle, daß wir mit einem Knüttel auf den Wolf
losgehen oder mit einem Gewehr auf ihn schießen. Der Abwehr-
vorgang scheint aber mehr zu tun, als einem Flucht- versuch entspricht.
Er greift ja in den drohenden Triebablauf ein, unterdrückt ihn irgendwie,
lenkt ihn von seinem Ziel ab, macht ihn dadurch ungefährlich.
Dieser Einwand scheint unabweisbar, wir müssen ihm 96 Siem.
Freud Rechnung tragen. Wir meinen, es wird wohl so sein,
dafß es Abwehrvorgänge gibt, die man mit gutem Recht einem Fluchtversuch
vergleichen kann, während sich das Ich bei anderen weit aktiver zur
Wehre setzt, energische Gegenaktionen vornimmt. Wenn der Vergleich
der Abwehr mit der Flucht nicht überhaupt durch den Umstand gestört wird,
dafs das Ich und der Trieb im Es ja Teile derselben Organisation
sind, nicht getrennte Existenzen, wie der Wolf und das Kind, so daf
jede Art Verhaltens des Ichs auch abändernd auf den Triebvorgang
einwirken muß. Durch das Studium der Angstbedingungen haben
wir das Verhalten des Ichs bei der Abwehr sozusagen in rationeller
Verklärung erblicken müssen. Jede Gefahr- situation entspricht einer
gewissen Lebenszeit oder Entwicklungsphase des seelischen Apparats und
er- scheint für diese berechtigt. Das frühkindliche Wesen ist
wirklich nicht dafür ausgerüstet, große Erregungs- summen, die von außen
oder innen anlangen, psychisch zu bewältigen. Zu einer gewissen
Lebenszeit ist es wirklich das wichtigste Interesse, daß die
Personen, von denen man abhängt, ihre zärtliche Sorge nicht
zurückziehen. Wenn der Knabe den mächtigen Vater als Rivalen bei der
Mutter empfindet, seiner aggressiven Neigungen gegen ihn und seiner
sexuellen Absichten auf die Mutter inne wird, hat er ein Recht dazu,
sich vor ihm zu fürchten, und die Angst vor seiner Strafe kann
durch phylogenetische Verstärkung sich als Kastrationsangst äußern. Mit
dem Eintritt in soziale Beziehungen wird die Angst vor dem Über-Ich,
das Gewissen, zur Notwendigkeit, der Wegfall dieses Moments die
Quelle von schweren Konflikten und Gefahren usw. Aber gerade daran knüpft
sich ein neues Problem. Versuchen wir es, den Angstaffekt für
eine Weile durch einen anderen, z. B. den Schmerzaffekt, zu
ersetzen. Wir halten es für durchaus normal, daß das Mädchen von vier
Jahren schmerzlich weint, wenn ihm eine Puppe zerbricht, mit sechs
Jahren, wenn ihm die Lehrerin einen Verweis gibt, mit sechzehn
Jahren, wenn der Geliebte sich nicht um sie bekümmert, mit
fünfundzwanzig Jahren vielleicht, wenn sie ein Kind begräbt. Jede dieser
Schmerzbedingungen hat ihre Zeit und erlischt mit deren Ablauf; die
letzten, defini- tiven, erhalten sich dann durchs Leben. Es würde
uns aber auffallen, wenn dies Mädchen als Frau und Mutter über die
Beschädigung einer Nippsache weinen würde. So benehmen sich aber die
Neurotiker. In ihrem seelischen Apparat sind längst alle Instanzen
zur Reizbewältigung innerhalb weiter Grenzen aus- gebildet, sie sind
erwachsen genug, um die meisten ihrer Bedürfnisse selbst zu befriedigen,
sie wissen längst, daß die Kastration nicht mehr als Strafe geübt
wird, und doch benehmen sie sich, als bestünden die alten
Gefahrsituationen noch, sie halten an allen früheren Angstbedingungen
fest. Die Antwort hierauf wird etwas weitläufig aus- fallen. Sie
wird vor allem den Tatbestand zu sichten haben. In einer großen Anzahl
von Fällen werden die alten Angstbedingungen wirklich fallen gelassen,
nach- dem sie bereits neurotische Reaktionen erzeugt haben. Die
Phobien der kleinsten Kinder vor Alleinsein, Dunkelheit und vor Fremden,
die beinahe normal zu nennen sind, vergehen zumeist in etwas
späteren Jahren, sie ‚wachsen sich aus‘, wie man von manchen
anderen Kindheitsstörungen sagt. Die so häufigen Tierphobien haben das
gleiche Schicksal, viele der Konversionshysterien der Kinderjahre finden
später keine Fortsetzung. Zeremoniell in der Latenzzeit ist ein
ungemein häufiges Vorkommnis, nur ein sehr geringer Prozentsatz dieser
Fälle entwickelt sich später zur vollen Zwangsneurose. Die Kinderneurosen
sind überhaupt soweit unsere
Erfahrungen an den höheren Kulturanforderungen unterworfenen Stadt-
kindern weißer Rasse reichen regelmäßige
Episoden der Entwicklung, wenngleich ihnen noch immer zu wenig
Aufmerksamkeit geschenkt wird. Man vermißt die Zeichen der
Kindheitsneurose auch nicht bei einem erwachsenen Neurotiker, während
lange nicht alle Kinder, die sie zeigen, auch später Neurotiker
werden. Es müssen also im Verlaufe der Reifung Angst- bedingungen
aufgegeben worden sein und Gefahrsituationen ihre Bedeutung verloren haben.
Dazu kommt, daß einige dieser Gefahrsituationen sich da-
Femmung, Symptom und Angst durch in späte Zeiten hinüberretten,
daß sie ihre Angstbedingung zeitgemäß modifizieren. So erhält sich
z. B. die Kastrationsangst unter der Maske der Syphilisphobie, nachdem
man erfahren hat, daß zwar die Kastration nicht mehr als Strafe für das
Gewähren- lassen der sexuellen Gelüste üblich ist, aber daß dafür
der Triebfreiheit schwere Erkrankungen drohen. Andere der
Angstbedingungen sind überhaupt nicht zum Untergang bestimmt, sondern
sollen den Men- schen durchs Leben begleiten, wie die der Angst vor
dem Über-Ich. Der Neurotiker unterscheidet sich dann vor den Normalen
dadurch, dafs er die Reak- tionen auf diese Gefahren übermäßig erhöht.
Gegen die Wiederkehr der ursprünglichen traumatischen
Angstsituation bietet endlich auch das Erwachsensein keinen zureichenden
Schutz; es dürfte für jedermann eine Grenze geben, über die hinaus sein
seelischer Apparat in der Bewältigung der Erledigung heischen- den
Erregungsmengen versagt. Diese kleinen Berichtigungen können
unmöglich die Bestimmung haben, an der Tatsache zu rütteln, die
hier erörtert wird, der Tatsache, daf$ so viele Menschen in ihrem
Verhalten zur Gefahr infantil bleiben und verjährte Angstbedingungen
nicht über- winden; dies bestreiten, hieße die Tatsache der Neu-
rose leugnen, denn solche Personen heifst man eben Neurotiker. Wie ist
das aber möglich? Warum sind nicht alle Neurosen Episoden der
Entwicklung, die mit Erreichung der nächsten Phase abgeschlossen
werden?. Woher das Dauermoment in diesen Reaktionen auf die Gefahr? Woher der
Vorzug, den der Angstaffekt vor allen anderen Affekten zu geniefsen
scheint, daß er allein Reaktionen hervorruft, die sich als abnorm von den
anderen sondern und sich als unzweckmäßig dem Strom des Lebens
entgegen- stellen? Mit anderen Worten, wir finden uns unver- sehens
wieder vor der so oft gestellten Vexierfrage, woher kommt die Neurose,
was ist ihr letztes, das ihr besondere Motiv? Nach jahrzehntelangen
analy- tischen Bemühungen erhebt sich dies Problem vor uns,
unangetastet, wie zu Anfang. Die Angst ist die Reaktion auf die Gefahr.
Man kann doch die Idee nicht abweisen, daß es mit dem Wesen der
Gefahr zusammenhängt, wenn sich der Angstaffekt eine Ausnahmsstellung in
der seelischen Ökonomie erzwingen kann. Aber die Gefahren sind
allgemein menschliche, für alle Individuen die näm- lichen; was wir
brauchen und nicht zur Verfügung haben, ist ein Moment, das uns die
Auslese der Indi- viduen verständlich macht, die den Angstaffekt
trotz seiner Besonderheit dem normalen seelischen Betrieb
unterwerfen können, oder das bestimmt, wer an dieser Aufgabe scheitern
muß. Ich sehe zwei Versuche vor mir, ein solches Moment aufzudecken; es
ist begreif- lich, daß jeder solche Versuch eine sympathische
Aufnahme erwarten darf, da er einem quälenden Be- dürfnis Abhilfe
verspricht. Die beiden Versuche ergänzen einander, indem sie das Problem
an ent- gegengesetzten Enden angreifen. Der erste ist vor mehr als
zehn Jahren von Alfred Adler unternommen worden; er behauptet, auf seinen
innersten Kern reduziert, daf3 diejenigen Menschen an der
Bewältigung der durch die Gefahr gestellten Aufgabe scheitern, denen die
Minderwertigkeit ihrer Organe zu große Schwierigkeiten bereitet. Bestünde
der Satz Simplex sigillum veri zurecht, so müßte man eine solche
Lösung wie eine Erlösung begrüßen. Aber im Gegenteile, die Kritik des
abgelaufenen Jahrzehnts hat die volle Unzulänglichkeit dieser Erklärung,
die sich überdies über den ganzen Reichtum der von der
Psychoanalyse aufgedeckten Tatbestände hinaussetzt, beweisend
dargetan. Den zweiten Versuch hat Rank in Das Trauma der
Geburt unternommen. Es wäre unbillig, ihn dem Versuch von Adler in
einem anderen Punkte als dem einen hier betonten gleichzustellen, denn er
bleibt auf dem Boden der Psychoanalyse, deren Gedankengänge er fortsetzt
und ist als eine legitime Bemühung zur Lösung der ana- Iytischen
Probleme anzuerkennen. In der gegebenen Relation zwischen Individuum und
Gefahr lenkt Rank von der Organschwäche des Individuums ab und aut
die veränderliche Intensität der Gefahr hin. Der Geburtsvorgang ist die
erste Gefahrsituation, der von ihm produzierte ökonomische Aufruhr wird das
Vor-bild der Angstreaktion;, wir haben vorhin die Ent- wicklungslinie
verfolgt, welche diese erste Gefahr- situation und Angstbedingung mit
allen späteren verbindet, und dabei gesehen, daß sie alle etwas Ge-
meinsames bewahren, indem sie alle in gewissem Sinne eine Trennung von
der Mutter bedeuten, zuerst nur in biologischer Hinsicht, dann im Sinn
eines direkten Objektverlustes und später eines durch in- direkte
Wege vermittelten. Die Aufdeckung dieses großsen Zusammenhanges ist ein
unbestrittenes Ver- dienst der Rankschen Konstruktion. Nun trifft
das Trauma der Geburt die einzelnen Individuen in ver- schiedener
Intensität, mit der Stärke des Traumas variiert die Heftigkeit der
Angstreaktion, und es soll nach Rank von dieser Anfangsgröße der
Angst- entwicklung abhängen, ob das Individuum jemals ihre
Beherrschung erlernen kann, ob es neurotisch wird oder normal.
Die Einzelkritik der Rankschen Aufstellungen ist nicht unsere
Aufgabe, bloß deren Prüfung, ob sie zur Lösung unseres Problems brauchbar
sind. Die Formel Ranks, Neurotiker werde der, dem es wegen der
Stärke des Geburtstraumas niemals gelinge, dieses völlig abzureagieren,
ist theoretisch höchst anfechtbar. Man weiß nicht recht, was mit dem
Abreagieren des Traumas gemeint ist. Versteht man es wörtlich, so
kommt man zu dem unhaltbaren Schluß, daß der Neurotiker sich um so mehr
der Gesundung nähert, je häufiger und intensiver er den Angstaffekt
repro- duziert. Wegen dieses Widerspruches mit der Wirk- lichkeit
hatte ich ja seinerzeit die Theorie des Abreagierens aufgegeben, die in der
Katharsis eine so große Rolle spielte. Die Betonung der wechselnden
Stärke des Geburtstraumas läßt keinen Raum für den berechtigten
ätiologischen Anspruch der hereditären Konstitution. Sie ist ja ein
organisches Moment, welches sich gegen die Konstitution wie eine
Zu-fälligkeit verhält und selbst von vielen, zufällig zu nennenden
Einflüssen, z. B. von der rechtzeitigen Hilfeleistung bei der Geburt
abhängig ist. Die Rank- sche Lehre hat konstitutionelle wie
phylogenetische Faktoren überhaupt außer Betracht gelassen. Will
man aber für die Bedeutung der Konstitution Raum schaffen, etwa durch die
Modifikation, es käme viel mehr darauf an, wie ausgiebig das Individuum
auf die variable Intensität des Geburtstraumas reagiere, SO hat man
der Theorie ihre Bedeutung geraubt, und den neu eingeführten Faktor auf
eine Nebenrolle ein- geschränkt. Die Entscheidung über den Ausgang
in Neurose liegt dann doch auf einem anderen, wiederum auf einem unbekannten
Gebiet. Die Tatsache, daß der Mensch den Geburtsvor- gang mit
den anderen Säugetieren gemein hat, während ihm eine besondere
Disposition zur Neurose als Vorrecht vor den Tieren zukommt, wird
kaum günstig für die Ranksche Lehre stimmen. Der Haupt- einwand
bleibt aber, daß sie in der Luft schwebt, anstatt sich auf gesicherte
Beobachtung zu stützen. Es gibt keine guten Untersuchungen darüber, ob
schwere Aemmung, Symptom und Angst und protrahierte Geburt in
unverkennbarer Weise mit Entwicklung von Neurose zusammentreffen, ja, ob
so geborene Kinder nur die Phänomene der frühinfantilen
Ängstlichkeit länger oder stärker zeigen als andere. Macht man geltend,
daf präzipitierte und für die Mutter leichte Geburten für das Kind
möglicher- weise die Bedeutung von schweren Traumen haben, so
bleibt doch die Forderung aufrecht, dafS Geburten, die zur Asphyxie
führen, die behaupteten Folgen mit Sicherheit erkennen lassen müßten. Es
scheint ein Vorteil der Rankschen Ätiologie, daß sie ein Moment
voranstellt, das der Nachprüfung am Material der Erfahrung zugänglich
ist; solange man eine solche Prüfung nicht wirklich vorgenommen hat, ist
es unmöglich, ihren Wert zu beurteilen. Dagegen kann ich mich der
Meinung nicht an- schließen, daß die Ranksche Lehre der bisher in
der Psychoanalyse anerkannten ätiologischen Bedeutung der
Sexualtriebe widerspricht; denn sie bezieht sich nur auf das Verhältnis
des Individuums zur Gefahrsituation und läßt die gute Auskunft offen, dafs,
wer die anfänglichen Gefahren nicht bewältigen konnte, auch in den
später auftauchenden Situationen sexueller Gefahr versagen muß und
dadurch in die Neurose gedrängt wird. Ich glaube also nicht,
daß der Ranksche Versuch uns die Antwort auf die Frage nach der
Begründung der Neurose gebracht hat, und ich meine, es läfst
sich noch nicht entscheiden, einen wie großen Beitrag zur Lösung der
Frage er doch enthält. Wenn die Unter- suchungen über den Einfluß
schwerer Geburt auf die Disposition zu Neurosen negativ ausfallen, ist
dieser Beitrag gering einzuschätzen. Es ist sehr zu besorgen, daß
das Bedürfnis nach einer greifbaren und einheitlichen letzten Ursache‘‘ der
Nervosität immer un- befriedigt bleiben wird. Der ideale Fall, nach
dem sich der Mediziner wahrscheinlich noch heute sehnt, wäre der des
Bazillus, der sich isolieren und reinzüchten läßt, und dessen Impfung bei
jedem Individuum die nämliche Affektion hervorruft. Oder etwas
weniger phantastisch: die Darstellung von chemischen Stoffen, deren
Verabreichung bestimmte Neurosen produziert und aufhebt. Aber die
Wahrscheinlichkeit spricht nicht für solche Lösungen des Problems.
Die Psychoanalyse führt zu weniger einfachen, minder befriedigenden
Auskünften. Ich habe hier nur längst Bekanntes zu wiederholen, nichts
Neues hinzu- zufügen. Wenn es dem Ich gelungen ist, sich einer
gefährlichen Triebregung zu erwehren, z. B. durch den Vorgang der
Verdrängung, so hat es diesen Teil des Es zwar gehemmt und geschädigt,
aber ihm gleichzeitig auch ein Stück Unabhängigkeit gegeben und auf
ein Stück seiner eigenen Souveränität ver- zichtet. Das folgt aus der
Natur der Verdrängung, die im Grunde ein Fluchtversuch ist. Das
Verdrängte ist nun „vogelfrei‘, ausgeschlossen aus der
großen Organisation des Ichs, nur den Gesetzen unterworfen, die im
Bereich des Unbewußten herrschen. Ändert sich nun die Gefahrsituation, so
daß das Ich kein Motiv zur Abwehr einer neuerlichen, der
verdrängten analogen Triebregung hat, so werden die Folgen der
Icheinschränkung manifest. Der neuerliche Triebablauf vollzieht sich
unter dem Einfluß des Automatismus, — ich zöge vor zu sagen: des
Wiederholungszwanges, — er wandelt dieselben Wege wie der früher
ver- drängte, als ob die überwundene Gefahrsituation noch bestünde.
Das fixierende Moment an der Verdrängung ist also der Wiederholungszwang
des unbewufsten Es, der normalerweise nur durch die frei bewegliche
Funktion des Ichs aufgehoben wird. Nun mag es dem Ich mitunter gelingen,
die Schranken der Verdrängung, die es selbst aufgerichtet, wieder ein-
zureißßen, seinen Einfluß auf die Triebregung wieder- zugewinnen und den
neuerlichen Triebablauf im Sinne der veränderten Gefahrsituation zu
lenken. Tatsache ist, daß es ihm so oft mißlingt, und daß es seine
Verdrängungen nicht rückgängig machen kann. Quanti- tative Relationen mögen für den Ausgang dieses Kampfes
maßgebend sein. In manchen Fällen haben wir den Eindruck, daf die
Entscheidung eine zwangs- läufige ist, die regressive Anziehung der
verdrängten Regung und die Stärke der Verdrängung sind so groß, daß
die neuerliche Regung nur dem Wiederholungs- zwange folgen kann. In
anderen Fällen nehmen wir den Beitrag eines anderen Kräftespiels wahr, die
An- ziehung des verdrängten Vorbilds wird verstärkt durch die
Abstoßung von Seiten der realen Schwierigkeiten, die sich einem anderen
Ablauf der neuerlichen Trieb- regung entgegensetzen. Dafß dies der
Hergang der Fixierung an die Ver- drängung und der Erhaltung der nicht
mehr aktuellen Gefahrsituation ist, findet seinen Erweis in der an
sich bescheidenen, aber theoretisch kaum überschätz- baren Tatsache der
analytischen Therapie. Wennwir dem Ich in der Analyse die Hilfe leisten,
die es in den Stand setzen kann, seine Verdrängungen aufzu- heben,
bekommt es seine Macht über das verdrängte Es wieder und kann die
Triebregungen so ablaufen lassen, als ob die alten Gefahrsituationen
nicht mehr bestünden. Was wir so erreichen, steht in
gutem Einklang mit dem sonstigen Machtbereich unserer ärztlichen
Leistung. In der Regel muß sich ja unsere Iherapie damit begnügen,
rascher, verläßlicher, mit weniger Aufwand den guten Ausgang
herbeizuführen, der sich unter günstigen Verhältnissen spontan
ergeben hätte. Die bisherigen Erwägungen lehren uns, es
sind quantitative Relationen, nicht direkt aufzuzeigen, nur auf dem
Wege des Rückschlusses faßbar, die darüber entscheiden, ob die alten
Gefahrsituationen festgehalten werden, ob die Verdrängungen des Ichs
erhalten bleiben, ob die Kinderneurosen ihre Fortsetzung finden oder
nicht. Von den Faktoren, die an der Verursachung der Neurosen beteiligt
sind, die die Bedingungen geschaffen haben, unter denen sich die
psychischen Kräfte mit einander messen, heben sich für unser Verständnis
drei hervor, ein biologischer, ein phylogenetischer und ein rein psychologischer.
Der biologische ist die lang hingezogene Hilflosigkeit und
Abhängigkeit des kleinen Menschenkindes. Die Intrau- terinexistenz des
Menschen erscheint gegen die der meisten Tiere relativ verkürzt; es wird
unfertiger als diese in die Welt geschickt. Dadurch wird der Ein-
fluß der realen Aufßenwelt verstärkt, die Differen- zierung des Ichs vom
Es frühzeitig gefördert, die Gefahren der Außenwelt in ihrer Bedeutung
er- höht und der Wert des Objekts, das allein gegen diese Gefahren
schützen und das verlorene Intrau- terinleben ersetzen kann, enorm
gesteigert. Dies bio- logische Moment stellt also die ersten
Gefahrsituationen her und schafft das Bedürfnis, geliebt zu werden,
das den Menschen nicht mehr verlassen wird. Der zweite,
phylogenetische, Faktor ist von uns nur erschlossen worden; eine sehr
merkwürdige Tat- sache der Libidoentwicklung hat uns zu seiner An-
nahme gedrängt. Wir finden, daß das Sexualleben des Menschen sich nicht
wie das der meisten ihm nahestehenden Tiere vom Anfang bis zur
Reifung stetig weiter entwickelt, sondern daß) es nach einer ersten
Frühblüte bis zum fünften Jahr eine energische Siem. Ireud
Unterbrechung erfährt, worauf es dann mit der Pubertät von neuem
anhebt und an die infantilen Ansätze anknüpft. Wir meinen, es müßte in
den Schicksalen der Menschenart etwas Wichtiges vorge- fallen sein,
was diese Unterbrechung der Sexualent- wicklung als historischen
Niederschlag hinterlassen hat. Die pathogene Bedeutung dieses Moments
ergibt sich daraus, dafß die meisten Triebansprüche dieser kind-
lichen Sexualität vom Ich als Gefahren behandelt und abgewehrt werden, so
daf die späteren sexuellen Regungen der Pubertät, die ichgerecht sein
sollten, in Gefahr sind, der Anziehung der infantilen Vorbilder zu
unterliegen und ihnen in die Verdrängung zu folgen. Hier stoßen wir auf die direkteste Ätiologie der Neu- rosen. Es ist
merkwürdig, daß der frühe Kontakt mit den Ansprüchen der Sexualität auf
das Ich ähnlich wirkt, wie die vorzeitige Berührung mit der Aufßen-
welt. Der dritte oder psychologische Faktor ist in einer
Unvollkommenheit unseres seelischen Apparates zu finden, die gerade mit
seiner Differenzierung in ein Ich und ein Es zusammenhängt, also in
letzter Linie auch auf den Einfluß der Außenwelt zurückgeht. Durch
die Rücksicht auf die Gefahren der Realität wird das Ich genötigt, sich
gegen gewisse Triebregungen des Es zur Wehre zu setzen, sie als Gefahren
zu be- handeln. Das Ich kann sich aber gegen innere Trieb- gefahren
nicht in so wirksamer Weise schützen wie Flemmung, Symptom und
Angst III gegen ein Stück der ihm fremden Realität. Mit dem
Es selbst innig verbunden, kann es die Triebgefahr nur abwehren, indem es
seine eigene Organisation ein- schränkt und sich die Symptombildung als
Ersatz für seine Beeinträchtigung des Triebes gefallen läßt. Er-
neuert sich dann der Andrang des abgewiesenen Triebes, so ergeben sich
für das Ich alle die Schwierig- keiten, die wir als das neurotische
Leiden kennen. Weiter muß ich glauben, ist
unsere Einsicht in das Wesen und die Verursachung der Neurosen
vorläufig nicht gekommen. Im Laufe dieser Erörterungen sind
verschiedene Themen berührt worden, die vorzeitig verlassen werden
mußten und die jetzt gesammelt werden sollen, um den Anteil
Aufmerksamkeit zu erhalten, auf den sie Anspruch haben.
A MODIFIKATIONEN FRÜHER GEÄUSSERTER ANSICHTEN a)
Widerstand und Gegenbesetzung Es ist ein wichtiges Stück der
Theorie der Ver- drängung, daß sie nicht einen einmaligen Vorgang
dar- stellt, sondern einen dauernden Aufwand erfordert. Wenn dieser
entfiele, würde der verdrängte Trieb, der kontinuierlich Zuflüsse aus
seinen Quellen erhält, ein nächstes Mal denselben Weg einschlagen, von
dem er abgedrängt wurde, die Verdrängung würde um ihren Erfolg
gebracht oder sie müßte unbestimmt oft wiederholt werden. So folgt aus der
kontinuierlichen Natur des’ Triebes die Anforderung an das Ich,
seine Abwehraktion durch einen Daueraufwand zu versichern. Diese
Aktion zum Schutz der Verdrängung ist es, die wir bei der therapeutischen
Bemühung als Wider- stand verspüren. Widerstand setzt das voraus,
was ich als Gegenbesetzung bezeichnet habe. Eine solche
Gegenbesetzung wird bei der Zwangsneurose greifbar. Sie erscheint hier
als Ichveränderung, als Reaktionsbildung im Ich, durch Verstärkung jener
Ein- stellung, welche der zu verdrängenden Triebrichtung
gegensätzlich ist (Mitleid, Gewissenhaftigkeit, Reinlichkeit). Diese
Reaktionsbildungen der Zwangsneurose sind durchwegs Übertreibungen
normaler, im Verlauf der Latenzzeit entwickelter Charakterzüge. Es ist
weit schwieriger, die Gegenbesetzung bei der Hysterie auf-
zuweisen, wo sie nach der theoretischen Erwartung ebenso unentbehrlich
ist. Auch hier ist ein gewisses Maß von Ichveränderung durch
Reaktionsbildung un- verkennbar und wird in manchen Verhältnissen so
auf- fällig, daß es sich der Aufmerksamkeit als das Haupt- symptom
des Zustandes aufdrängt. In solcher Weise wird z. B. der
Ambivalenzkonflikt der Hysterie gelöst, der Haß gegen eine geliebte
Person wird durch ein Übermaß von Zärtlichkeit für sie und
AÄngstlichkeit um sie niedergehalten. Man muß aber als Unter-
schiede gegen die Zwangsneurose hervorheben, daß solche Reaktionsbildungen
nicht die allgemeine Natur von Charakterzügen zeigen, sondern sich auf
ganz spezielle Relationen einschränken. Die Hysterika z. B., die
ihre im Grunde gehafstten Kinder mit exzessiver Zärtlichkeit behandelt,
wird darum nicht im ganzen liebesbereiter als andere Frauen, nicht einmal
zärtlicher für andere Kinder. Die Reaktionsbildung der Hysterie hält an
einem bestimmten Objekt zähe fest und erhebt sich nicht zu einer
allgemeinen Disposition des Ichs. Für die Zwangsneurose ist gerade diese
Verallgemeinerung, die Lockerung der Objekt- beziehungen, die Erleichterung
der Verschiebung in der Objektwahl charakteristisch. Eine
andere Art der Gegenbesetzung scheint der Eigenart der Hysterie gemäfßser
zu sein. Die verdrängte Triebregung kann von zwei Seiten her aktiviert
(neu besetzt) werden, erstens von innen her durch eine Verstärkung
des Triebes aus seinen inneren Erregungs- quellen, zweitens von außen her
durch die Wahr- nehmung eines Objekts, das dem Trieb erwünscht
wäre. Die hysterische Gegenbesetzung ist nun vor- zugsweise nach außen
gegen die gefährliche Wahrnehmung gerichtet, sie nimmt die Form einer
beson- deren Wachsamkeit an, die durch Icheinschrän- kungen
Situationen vermeidet, in denen die Wahr- nehmung auftreten müßte, und
die es zustande bringt, dieser Wahrnehmung die Aufmerksamkeit zu
ent- ziehen, wenn sie doch aufgetaucht ist. Französische Autoren
(Laforgue) haben kürzlich diese Leistung der Hysterie durch den besonderen
Namen ‚Skotomisation ausgezeichnet. Noch auffälliger als bei Hysterie ist
diese Technik der Gegenbesetzung bei den Phobien, deren Interesse sich
darauf konzentriert, sich immer weiter von der Möglichkeit der
gefürch- teten Wahrnehmung zu entfernen. Der Gegensatz in der
Richtung der Gegenbesetzung zwischen Hysterie und Phobien einerseits und
Zwangsneurose anderseits scheint bedeutsam, wenn er auch kein absoluter
ist. Er legt uns nahe anzunehmen, dafs zwischen der Verdrängung und der
äußeren Gegenbesetzung, wie zwischen der Regression und der inneren
Gegen- besetzung (Ichveränderung durch Reaktionsbildung) ein innigerer
Zusammenhang besteht. Die Abwehr der gefährlichen Wahrnehmung ist
übrigens eine allgemeine Aufgabe der Neurosen. Verschiedene Gebote
und Verbote der Zwangsneurose sollen der gleichen Ab- sicht
dienen. Wir haben uns früher einmal klargemacht, dafs der
Widerstand, den wir in der Analyse zu über- winden haben, vom Ich
geleistet wird, das an seinen Gegenbesetzungen festhält. Das Ich hat es
schwer, seine Aufmerksamkeit Wahrnehmungen und Vorstel- lungen
zuzuwenden, deren Vermeidung es sich bisher zur Vorschrift gemacht hatte,
oder Regungen als die seinigen anzuerkennen, die den vollsten Gegensatz
zu den ihm als eigen vertrauten bilden. Unsere Bekämp- fung des
Widerstandes in der Analyse gründet sich auf eine solche Auffassung
desselben. Wir machen den Widerstand bewufst, wo er, wie so häufig,
infolge des Zusammenhanges mit dem Verdrängten selbst unbewußt ist;
wir setzen ihm logische Argumente ent- gegen, wenn oder nachdem er bewußt
geworden ist, versprechen dem Ich Nutzen und Prämien, wenn es auf
den Widerstand verzichtet. An dem Widerstand des Ichs ist also nichts zu
bezweifeln oder zu be- richtigen. Dagegen fragt es sich, ob er allein
den Sachverhalt deckt, der uns in der Analyse entgegen- tritt. Wir
machen die Erfahrung, daß das Ich noch immer Schwierigkeiten findet, die
Verdrängungen rück- gängig zu machen, auch nachdem es den Vorsatz
gefaßt hat, seine Widerstände aufzugeben, und haben die Phase
anstrengender Bemühung, die nach solchem löblichen Vorsatz folgt, als die
des Durcharbeitens bezeichnet. Es liegt nun nahe, das dynamische Moment
anzuerkennen, das ein solches Durcharbeiten notwendig und verständlich
macht. Es kann kaum anders sein, als dafß® nach Aufhebung des
Ichwiderstandes noch die Macht des Wiederholungszwanges, die
Anziehung der unbewußstten Vorbilder auf den verdrängten Trieb-
vorgang, zu überwinden ist, und es ist nichts dagegen zu sagen, wenn man
dies Moment als den Widerstand des Unbewußten bezeichnen will. Lassen wir
uns solche Korrekturen nicht verdrießen; sie sind erwünscht, wenn sie
unser Verständnis um ein Stück fördern, und keine Schande, wenn sie das
frühere nicht widerlegen, sondern bereichern, eventuell eine
Allgemeinheit einschränken, eine zu enge Auffassung erweitern.
Es ist nicht anzunehmen, daß wir durch diese Korrektur eine
vollständige Übersicht über die Arten der uns in der Analyse begegnenden
Widerstände gewonnen haben. Bei weiterer Vertiefung merken wir
vielmehr, daß wir fünf Arten des Widerstandes zu bekämpfen haben, die von
drei Seiten herstammen, nämlich vom Ich, vom Es und vom Über-Ich,
wobei sich das Ich als die Quelle von drei in ihrer Dynamik
unterschiedenen Formen erweist. Der erste dieser drei Ichwiderstände ist
der vorhin behandelte Ver- drängungswiderstand, über den am
wenigsten Neues zu sagen ist. Von ihm sondert sich der Über-
tragungswiderstand, der von der gleichen Natur ist, aber in der Analyse
andere und weit deutlichere Erscheinungen macht, da es ihm gelungen ist,
eine Beziehung zur analytischen Situation oder zur Person des
Analytikers herzustellen und somit eine Ver- drängung, die blof3 erinnert
werden sollte, wieder wie frisch zu beleben. Auch ein Ichwiderstand, aber
ganz anderer Natur, ist jener, der vom Krankheitsgewinn ausgeht und
sich auf die Einbeziehung des Symptoms ins Ich gründet. Er entspricht dem
Sträuben gegen den Verzicht auf eine Befriedigung oder
Erleichterung. Die vierte Art des Widerstandes den des Es haben wir
eben für die Notwendigkeit des Durcharbeitens verantwortlich gemacht. Der
fünfte Wider- stand, der des Über-Ichs, der zuletzt erkannte,
dunkelste, aber nicht immer schwächste, scheint dem Schuldbewußtsein oder
Strafbedürfnis zu entstammen; er widersetzt sich jedem Erfolg und demnach
auch der Genesung durch die Analyse. Angst aus Umwandlung von
Libido Die in diesem Aufsatz vertretene Auffassung der Angst
entfernt sich ein Stück weit von jener, die mir bisher berechtigt schien.
Früher betrachtete ich die Angst als eine allgemeine Reaktion des Ichs
unter den Bedingungen der Unlust, suchte ihr Auftreten jedesmal
ökonomisch zu rechtfertigen und nahm an, gestützt auf die Untersuchung
der Aktualneurosen, daß Libido (sexuelle Erregung), die vom Ich
abge- lehnt oder nicht verwendet wird, eine direkte Abfuhr in der
Form der Angst findet. Man kann es nicht übersehen, daß diese
verschiedenen Bestimmungen nicht gut zusammengehen, zum mindesten nicht
not- wendig aus einander folgen. Überdies ergab sich der Anschein
einer besonders innigen Beziehung von Angst und Libido, die wiederum mit
dem Allgemeincharakter der Angst als Unlustreaktion nicht
harmonierte. Der Einspruch gegen diese Auffassung ging von
der Tendenz aus, das Ich zur alleinigen Angststätte zu machen, war also
eine der Folgen der im ‚Ich und Es‘ versuchten Gliederung des seelischen
Apparates. Der früheren Auffassung lag es nahe, die Libido der
verdrängten Triebregung als die Quelle der Angst zu betrachten; nach der
neueren hatte vielmehr das Ich für diese Angst aufzukommen. Also Ichangst
oder Trieb-(Es-)Angst. Da das Ich mit desexualisierter Energie
arbeitet, wurde in der Neuerung auch der intime Zusammenhang von Angst
und Libido gelockert. Ich hoffe, es ist mir gelungen, wenigstens den
Wider- spruch klar zu machen, die Umrisse der Unsicherheit scharf
zu zeichnen. Die Ranksche Mahnung, der Angstaffekt sei, wie ich
selbst zuerst behauptete, eine Folge des Geburtsvorganges und eine
Wiederholung der damals durchlebten Situation, nötigte zu einer neuerlichen
Prüfung des Angstproblems. Mit seiner eigenen Auf- fassung der Geburt als
Trauma, des Angstzustandes als Abfuhrreaktion darauf, jedes neuerlichen
Angst- affekts als Versuch, das Trauma immer vollständiger
„abzureagieren“, konnte ich nicht weiter kommen. Es ergab sich die
Nötigung, von der Angstreaktion auf die Gefahrsituation hinter ihr
zurückzugehen. Mit der Einführung dieses Moments ergaben sich neue
Gesichtspunkte für die Betrachtung. Die Geburt wurde das Vorbild für alle
späteren Grefahrsituationen, die sich unter den neuen Bedingungen der
veränderten Existenzform und der fortschreitenden psychischen
Entwicklung ergaben. Ihre eigene Bedeutung wurde aber auch auf diese
vorbildliche Beziehung zur Gefahr eingeschränkt. Die bei der Geburt
empfundene Angst wurde nun das Vorbild eines Affektzustandes, der
die Schicksale anderer Affekte teilen mußte. Er reprodu- zierte
sich entweder automatisch in Situationen, die seinen Ursprungssituationen
analog waren, als unzweck- mäßige Reaktionsform, nachdem er in der
ersten Gefahrsituation zweckmäßig gewesen war. Oder das Ich bekam
Macht über diesen Affekt und reproduzierte ihn selbst, bediente sich
seiner als Warnung vor der Gefahr und als Mittel, das Eingreifen des
Lust-Unlust- mechanismus wachzurufen. Die biologische Bedeutung des
Angstaffekts kam zu ihrem Recht, indem die Angst als die allgemeine
Reaktion auf die Situation der Gefahr anerkannt wurde; die Rolle des Ichs
als Angststätte wurde bestätigt, indem dem Ich die Funk- tion eingeräumt
wurde, den Angstaffekt nach seinen Bedürfnissen zu produzieren. Der Angst
wurden so im späteren Leben zweierlei Ursprungsweisen zuge- wiesen,
die eine ungewollt, automatisch, jedesmal öko- nomisch gerechtfertigt,
wenn sich eine Gefahrsituation analog jener der Geburt hergestellt hatte,
die andere, vom Ich produzierte, wenn eine solche Situation nur
drohte, um zu ihrer Vermeidung aufzufordern. In diesem zweiten Fall
unterzog sich das Ich der Angst gleichsam wie einer Impfung, um durch
einen abge- schwächten Krankheitsausbruch einem ungeschwächten
Anfall zu entgehen. Es stellte sich gleichsam die Ge- fahrsituation
lebhaft vor, bei unverkennbarer Tendenz, dies peinliche Erleben auf eine
Andeutung, ein Signal, zu beschränken. Wie sich dabei die
verschiedenen Grefahrsituationen nacheinander entwickeln und doch
genetisch mit einander verknüpft bleiben, ist bereits im einzelnen
dargestellt worden. Vielleicht gelingt es uns, ein Stück weiter ins
Verständnis der Angst ein- zudringen, wenn wir das Problem des
Verhältnisses zwischen neurotischer Angst und Realangst angreifen.
Die früher behauptete direkte Umsetzung der Libido in Angst ist
unserem Interesse nun weniger bedeut- sam geworden. Ziehen wir sie doch
in Erwägung, so haben wir mehrere Fälle zu unterscheiden. Für die
Angst, die das Ich als Signal provoziert, kommt sie nicht in Betracht;
also auch nicht in all den Gefahr-situationen, die das Ich zur Einleitung einer
Verdrängung bewegen. Die libidinöse Besetzung der ver- drängten Triebregung
erfährt, wie man es am deut- lichsten bei der Konversionshysterie sieht,
eine andere Verwendung als die Umsetzung in und Abfuhr als Angst.
Hingegen werden wir bei der weiteren Diskussion der Gefahrsituation auf jenen
Fall der Angst- entwicklung stoßen, der wahrscheinlich anders
zu beurteilen ist. Verdrängung und Abwehr Im Zusammenhange der
Erörterungen über das Angstproblem habe ich einen Begriff oder bescheidener ausgedrückt: einen Terminus wieder auf- Siem. Freud
genommen, dessen ich mich zu Anfang meiner Studien vor dreißig Jahren
ausschließend bedient und den ich späterhin fallen gelassen hatte. Ich
meine den des Abwehrvorganges.” Ich ersetzte ihn in der Folge durch
den der Verdrängung, das Verhältnis zwischen beiden blieb aber
unbestimmt. Ich meine nun, es bringt einen sicheren Vorteil, auf den
alten Begriff der Abwehr zurückzugreifen, wenn man dabei festsetzt, daß
er die allgemeine Bezeichnung für alle die Techniken sein soll,
deren sich das Ich in seinen eventuell zur Neu- rose führenden Konflikten
bedient, während Verdrän- gung der Name einer bestimmten solchen
Abwehr- methode bleibt, die uns infolge der Richtung unserer
Untersuchungen zuerst besser bekannt worden ist. Auch eine bloß
terminologische Neuerung will gerechtfertigt werden, soll der Ausdruck
einer neuen Betrachtungsweise oder einer Erweiterung unserer Ein-
sichten sein. Die Wiederaufnahme des Begriffes Ab- wehr und die
Einschränkung des Begriffes der Ver- drängung trägt nun einer Tatsache
Rechnung, die längst bekannt ist, aber durch einige neuere Funde an
Bedeutung gewonnen hat. Unsere ersten Erfahrungen über Verdrängung und
Symptombildung machten wir an der Hysterie; wir sahen, daß der
Wahrnehmungs- inhalt erregender Erlebnisse, der Vorstellungsinhalt
pathogener Gedankenbildungen vergessen und von der Siehe: Die
Abwehr-Neuropsychosen, Ges, Schriften, Bd. 1. Reproduktion im Gedächtnis
ausgeschlossen wird, und haben darum in der Abhaltung vom Bewußtsein
einen Hauptcharakter der hysterischen Verdrängung erkannt. Später
haben wir die Zwangsneurose studiert und gefunden, daß bei dieser
Affektion die pathogenen Vorfälle nicht vergessen werden. Sie bleiben
be- wußt, werden aber auf eine noch nicht vorstellbare Weise ‚isoliert‘,
so daß ungefähr der- selbe Erfolg erzielt wird wie durch die
hysterische Amnesie. Aber die Differenz ist groß genug, um unsere
Meinung zu berechtigen, der Vorgang, mittels dessen die Zwangsneurose
einen Triebanspruch be- seitigt, könne nicht der nämliche sein wie
bei Hysterie. Weitere Untersuchungen haben uns gelehrt, daß bei der
Zwangsneurose unter dem Einfluß des Ichsträubens eine Regression der
Triebregungen auf eine frühere Libidophase erzielt wird, die zwar
eine Verdrängung nicht überflüssig macht, aber offenbar in
demselben Sinne wirkt wie die Verdrängung. Wir haben ferner gesehen, dafß
die auch bei Hysterie anzunehmende Gegenbesetzung bei der Zwangsneurose
als reaktive Ichveränderung eine besonders große Rolle beim Ichschutz
spielt, wir sind auf ein Verfahren der „Isolierung‘‘ aufmerksam worden,
dessen Technik wir noch nicht angeben können, das sich einen
direkten symptomatischen Ausdruck schafft, und auf die magisch zu
nennende Prozedur des „Ungeschehenmachens‘, über deren abweisende Tendenz
kein Zweifel sein kann, die Sigm. Freud aber mit dem Vorgang
der ‚Verdrängung‘ keine Ähnlichkeit mehr hat. Diese Erfahrungen sind
Grund genug, den alten Begriff der Abwehr wieder einzu- setzen, der
alle diese Vorgänge mit gleicher Tendenz Schutz des Ichs gegen Triebansprüche
umfassen kann, und ihm die Verdrängung als einen Spezialfall zu
subsumieren. Die Bedeutung einer solchen Namen- gebung wird erhöht, wenn
man die Möglichkeit erwägt, daf3 eine Vertiefung unserer Studien eine
innige Zu- sammengehörigkeit zwischen besonderen Formen der Abwehr
und bestimmten Affektionen ergeben könnte, z. B. zwischen Verdrängung und
Hysterie. Unsere Erwartung richtet sich ferner auf die Möglichkeit
einer anderen bedeu samen Abhängigkeit. Es kann leicht sein, daßß
der seelische Apparat vor der scharfen Sonderung von Ich und Es, vor der
Ausbildung eines Über-Ichs, andere Methoden der Abwehr übt als nach
der Erreichung dieser Organisationsstufen. Der Angstaffekt zeigt einige
Züge, deren Unter- suchung weitere Aufklärung verspricht. Die Angst
hat eine unverkennbare Beziehung zur Erwartung; sie ist Angst vor
etwas. Es haftet ihr ein Charakter von Unbestimmtheit und Objektlosigkeit
an; der Femmung, korrekte Sprachgebrauch ändert selbst ihren Namen,
wenn sie ein Objekt gefunden hat, und ersetzt ihn dann durch Furcht. Die
Angst hat ferner außer ihrer Beziehung zur Gefahr eine andere zur
Neurose, um deren Aufklärung wir uns seit langem bemühen. Es
entsteht die Frage, warum nicht alle Angstreaktionen neurotisch sind,
warum wir so viele als normal aner- kennen; endlich verlangt der
Unterschied von Real- angst und neurotischer Angst nach gründlicher
Wür- digung. Gehen wir von der letzteren Aufgabe aus.
Unser Fortschritt bestand in dem Rückgreifen von der Re- aktion der
Angst auf die Situation der Gefahr. Nehmen wir dieselbe Veränderung an
dem Problem der Realangst vor, so wird uns dessen Lösung leicht.
Realgefahr ist eine Gefahr, die wir kennen, Realangst die Angst vor einer
solchen bekannten Gefahr. Die neurotische Angst ist Angst vor einer
Gefahr, die wir nicht kennen. Die neurotische Gefahr mufs also erst
gesucht werden; die Analyse hat uns gelehrt, sie ist eine Triebgefahr.
Indem wir diese dem Ich unbe- kannte Gefahr zum Bewußtsein bringen,
verwischen wir den Unterschied zwischen Realangst und neuro-
tischer Angst, können wir die letztere wie die erstere behandeln.
In der Realgefahr entwickeln wir zwei Reaktionen, die affektive,
den Angstausbruch, und die Schutz- handlung. Voraussichtlich wird bei der
Triebgefahr dasselbe geschehen. Wir kennen den Fall des zweck-
mäfßligen Zusammenwirkens beider Reaktionen, indem die eine das Signal
für das Einsetzen der anderen gibt, aber auch den unzweckmäfßligen Fall,
den der Angstlähmung, daß die eine sich auf Kosten der anderen
ausbreitet. Es gibt Fälle, in denen sich die Charaktere von
Realangst und neurotischer Angst vermengt zeigen. Die Gefahr ist bekannt
und real, aber die Angst vor ihr übermäßig groß, größer als sie nach
unserem Urteil sein dürfte. In diesem Mehr verrät sich das
neurotische Element. Aber diese Fälle bringen nichts prinzipiell
Neues. Die Analyse zeigt, daß an die bekannte Real- gefahr eine
unerkannte Triebgefahr geknüpft ist. Wir kommen weiter, wenn wir
uns auch mit der Zurückführung der Angst auf die Gefahr nicht begnügen.
Was ist der Kern, die Bedeutung der Gefahrsituation? Offenbar die
Einschätzung unserer Stärke im Vergleich zu ihrer Größe, das
Zugeständnis unserer Hilflosigkeit gegen sie, der materiellen Hilf-
losigkeit im Falle der Realgefahr, der psychischen Hilf- losigkeit im
Falle der Triebgefahr. Unser Urteil wird dabei von wirklich gemachten
Erfahrungen geleitet werden; ob es sich in seiner Schätzung irrt, ist
für den Erfolg gleichgültig. Heißen wir eine solche erlebte
Situation von Hilflosigkeit eine traumatische; wir haben dann guten
Grund, die traumatische Situation von der Gefahrsituation zu
trennen. Es ist nun ein wichtiger Fortschritt in unserer
Selbstbewahrung, wenn eine solche traumatische Situa- tion von Hilflosigkeit
nicht abgewartet, sondern vorhergesehen, erwartet, wird. Die Situation, in der
die Bedingung für solche Erwartung enthalten ist, heiße die
Gefahrsituation, in ihr wird das Angstsignal gegeben. Dies will besagen:
ich erwarte, daß sich eine Situation von Hilflosigkeit ergeben wird, oder
die gegenwärtige Situation erinnert mich an eines der früher
erfahrenen traumatischen Erlebnisse. Daher antizipiere ich dieses
Trauma, will mich benehmen, als ob es schon da wäre, solange noch Zeit
ist, es abzuwenden. Die Angst ist also einerseits Erwartung des Traumas,
anderseits eine gemilderte Wiederholung desselben. Die beiden
Charaktere, die uns an der Angst aufgefallen sind, haben also
verschiedenen Ursprung. Ihre Beziehung zur Erwartung gehört zur
Gefahrsituation, ihre Unbestimmtheit und ÖObjektlosigkeit zur
traumatischen Situation der Hilflosigkeit, die in der
Grefahrsituation antizipiert wird. Nach der Entwicklung der Reihe:
Angst Gefahr Hilflosigkeit (Trauma) können wir
zusammenfassen: Die Gefahrsituation ist die erkannte, erinnerte,
erwartete Situation der Hilflosigkeit. Die Angst ist die ursprüngliche
Reaktion auf die Hilflosigkeit im Trauma, die dann später in der
Gefahrsituation als Hilfssignal reproduziert wird. Das Ich, welches das
Trauma passiv erlebt hat, wiederholt nun aktiv eine
abgeschwächte Reproduktion desselben, in der Hoffnung, deren Ablauf
selbsttätig leiten zu können. Wir wissen, das Kind benimmt sich ebenso
gegen alle ihm peinlichen Eindrücke, indem es sie im Spiel reproduziert;
durch diese Art von der Passivität zur Aktivität überzugehen, sucht es
seine Lebenseindrücke psychisch zu bewältigen. Wenn dies der Sinn eines
„Abreagierens des Traumas‘ sein soll, so kann man nichts mehr
dagegen einwenden. Das Entscheidende ist aber die erste Verschiebung der
Angstreaktion von ihrem Ur- sprung in der Situation der Hilflosigkeit auf
deren Erwartung, die Gefahrsituation. Dann folgen die weiteren
Verschiebungen von der Gefahr auf die Bedingung der Gefahr, den
Objektverlust und dessen schon erwähnte Modifikationen. Die
„Verwöhnung‘“ des kleinen Kindes hat die uner- wünschte Folge, daß die
Gefahr des Objektverlustes das Objekt als Schutz gegen alle Situationen
der Hilflosigkeit gegen alle
anderen Gefahren über- steigert wird. Sie begünstigt also die Zurückhaltung
in der Kindheit, der die motorische wie die psychische Hilflosigkeit
eigen sind. Wir haben bisher keinen Anlaß gehabt, die
Realangst anders zu betrachten als die neurotische Angst. Wir kennen den
Unterschied; die Realgefahr droht von einem äußeren Objekt, die
neurotische von einem Triebanspruch. Insoferne dieser Triebanspruch etwas
Reales ist, kann auch die neurotische Angst als real begründet anerkannt
werden. Wir haben verstanden, daß der Anschein einer be- sonders
intimen Beziehung zwischen Angst und Neurose sich auf die Tatsache zurückführt,
daß das Ich sich mit Hilfe der Angstreaktion der Triebgefahr ebenso
erwehrt wie der äußeren Realgefahr, daß aber diese Richtung der
Abwehrtätigkeit infolge einer Unvollkommenheit des seelischen Apparats in
die Neurose ausläuft. Wir haben auch die Überzeugung gewonnen, dafs
der Triebanspruch oft nur darum zur (inneren) Gefahr wird, weil seine
Befriedigung eine äußere Gefahr herbeiführen würde, also weil diese
innere Gefahr eine äußere repräsentiert. Anderseits muß auch die
äußere (Real-) Gefahr eine Verinnerlichung gefunden haben, wenn sie für
das Ich bedeutsam werden soll; sie muf3 in ihrer Beziehung zu einer
erlebten Situation von Hilflosigkeit erkannt werden." Eine
instinktive Erkenntnis von aufSen drohen- der Gefahren scheint dem
Menschen nicht oder nur in sehr bescheidenem Ausmaf3 mitgegeben worden
zu [Es mag auch oft genug vorkommen, daß in einer Gefahrsituation,
die als solche richtig geschätzt wird, zur Realangst ein Stück Trieb-
angst hinzukommt. Der Triebanspruch, vor dessen Befriedigung das Ich
zurückschreckt, wäre dann der masochistische, der gegen die eigene Person
gewendete Destruktionstrieb. Vielleicht erklärt diese Zutat den Fall, daß
die Angstreaktion übermäßig und unzweckmäßig, lähmend, ausfällt. Die
Höhenphobien (Fenster, Turm, Abgrund) könnten diese Herkunft haben; ihre
geheime feminine Bedeutung steht dem Masochismus nahe.
Freud: Hemmung, Symptom und Angst Siem. Freud sein. Kleine
Kinder tun unaufhörlich Dinge, die sie in Lebensgefahr bringen, und
können gerade darum das schützende Objekt nicht entbehren. In der
Beziehung zur traumatischen Situation, gegen die man hilflos ist,
treffen äußere und innere Gefahr, Realgefahr und Triebanspruch zusammen.
Mag das Ich in dem einen Falle einen Schmerz, der nicht aufhören will,
erleben, im. anderen Falle eine Bedürfnisstauung, die keine
Befriedigung finden kann, die ökonomische Situation ist für beide Fälle
die nämliche und die motorische Hilflosigkeit findet in der psychischen
Hilflosigkeit ihren Ausdruck. Die rätselhaften Phobien der
frühen Kinderzeit verdienen an dieser Stelle nochmalige Erwähnung.
Die einen von ihnen — Alleinsein, Dunkelheit, fremde Personen —
konnten wir als Reaktionen auf die Gefahr des Objektverlusts verstehen;
für andere — kleine Tiere, Gewitter u. dgl. — bietet sich
vielleicht die Auskunft, sie seien die verkümmerten Reste einer
kongenitalen Vorbereitung auf die Realgefahren, die bei anderen Tieren so
deutlich ausgebildet ist. Für den Menschen zweckmäßig ist allein der
Anteil dieser archaischen Erbschaft, der sich auf den Objektverlust
bezieht. Wenn solche Kinderphobien sich fixieren, stärker werden und bis
in späte Lebensjahre anhalten, weist die Analyse nach, daf ihr Inhalt
sich mit Trieb- ansprüchen in Verbindung gesetzt hat, zur
Vertretung auch innerer Gefahren geworden ist. Zur Psychologie der
Gefühlsvorgänge liegt so wenig vor, daf$ die nachstehenden schüchternen
Bemer- kungen auf die nachsichtigste Beurteilung Anspruch erheben
dürfen. An folgender Stelle erhebt sich für uns das Problem. Wir mufsten
sagen, die Angst werde zur Reaktion auf die Gefahr des Objektverlusts.
Nun kennen wir bereits eine solche Reaktion auf den Objektverlust,
es ist die Trauer. Also wann kommt es zur einen, wann zur anderen? An der
Irauer, mit der wir uns bereits früher beschäftigt haben,’ blieb
ein Zug völlig unverstanden, ihre besondere Schmerz- lichkeit. Daß die
Trennung vom Objekt schmerzlich ist, erscheint uns trotzdem selbstverständlich.
Also kompliziert sich das Problem weiter: Wann macht die Trennung
vom Objekt Angst, wann Trauer und wann vielleicht nur Schmerz?
Sagen wir es gleich, es ist keine Aussicht vor- handen, Antworten
auf diese Fragen zu geben. Wir werden uns dabei bescheiden, einige
Abgrenzungen und einige Andeutungen zu finden. Unser
Ausgangspunkt sei wiederum die eine Situation, die wir zu verstehen
glauben, die des Säug- lings, der anstatt seiner Mutter eine fremde
Person erblickt. Er zeigt dann die Angst, die wir auf die ı)
S. Trauer und Melancholie, Ges. Schriften, Bd. V. 193 Siem. Freud
Gefahr des Objektverlustes gedeutet haben. Aber sie ist wohl
komplizierter und verdient eine eingehendere Diskussion. An der Angst des
Säuglings ist zwar kein Zweifel, aber Gesichtsausdruck und die Reaktion
des Weinens lassen annehmen, daß er außerdem noch Schmerz
empfindet. Es scheint, daß bei ihm einiges zusammenflieft, was später
gesondert werden wird. Er kann das zeitweilige Vermissen und den dauernden
Verlust noch nicht unterscheiden; wenn er die Mutter das eine Mal nicht
zu Gesicht bekommen hat, benimmt er sich so, als ob er sie nie wieder
sehen sollte, und es bedarf wiederholter tröstlicher Erfahrungen, bis
er gelernt hat, daf3 auf ein solches Verschwinden der Mutter ihr
Wiedererscheinen zu folgen pflegt. Die Mutter reift diese für ihn so
wichtige Erkenntnis, indem sie das bekannte Spiel mit ihm aufführt,
sich vor ihm das Gesicht zu verdecken und zu seiner Freude wieder
zu enthüllen. Er kann dann sozusagen Sehnsucht empfinden, die nicht von
Verzweiflung begleitet ist. Die Situation, in der er die
Mutter vermißt, ist infolge seines Mißverständnisses für ihn keine
Gefahr- situation, sondern eine traumatische, oder richtiger, sie
ist eine traumatische, wenn er in diesem Moment ein Bedürfnis verspürt,
das die Mutter befriedigen soll; sie wandelt sich zur Gefahrsituation,
wenn dies Bedürfnis nicht aktuell ist. Die erste Angstbedingung,
die das Ich selbst einführt, ist also die des Wahr- Memmung, nehmungsverlustes,
die der des Objektverlustes gleich- gestellt wird. Ein Liebesverlust
kommt noch nicht in Betracht. Später lehrt die Erfahrung, dafs das
Objekt vorhanden bleiben, aber auf das Kind böse geworden sein
kann, und nun wird der Verlust der Liebe von seiten des Objekts zur
neuen, weit beständigeren Gefahr und Angstbedingung. Die traumatische Situation des Vermissens der Mutter weicht in einem
entscheidenden Punkte von der traumatischen Situation der Geburt ab.
Damals war kein Objekt vorhanden, das vermifst werden konnte. Die
Angst blieb die einzige Reaktion, die zu- stande kam. Seither haben
wiederholte Befriedigungs- situationen das Objekt der Mutter geschaffen,
das nun im Falle des Bedürfnisses eine intensive, „sehn- süchtig‘
zu nennende Besetzung erfährt. Auf diese Neuerung ist die Reaktion des
Schmerzes zu beziehen. Der Schmerz ist also die eigentliche Reaktion
auf den Objektverlust, die Angst die auf die Gefahr, welche dieser
Verlust mit sich bringt, in weiterer Verschiebung auf die Gefahr des
Objektverlustes selbst. Auch vom Schmerz wissen wir sehr wenig.
Den einzig sicheren Inhalt gibt die Tatsache, dafßß der
Schmerz zunächst und in der Regel entsteht, wenn ein an der Peripherie
angreifender Reiz die Vorrichtungen des Reizschutzes durchbricht und
nun wie ein kontinuierlicher Triebreiz wirkt, gegen den die sonst
wirksamen Muskelaktionen, welche die gereizte Stelle dem Reiz entziehen,
ohnmächtig bleiben. Wenn der Schmerz nicht von einer Hautstelle, sondern
von einem inneren Organ ausgeht, so ändert das nichts an der
Situation; es ist nur ein Stück der inneren Peripherie an die Stelle der
äufseren getreten. Das Kind hat offenbar Gelegenheit, solche
Schmerzerlebnisse zu machen, die unabhängig von seinen Bedürfnis-
erlebnissen sind. Diese Entstehungsbedingung des Schmerzes scheint aber
sehr wenig Ähnlichkeit mit einem Objektverlust zu haben, auch ist das für
den Schmerz wesentliche Moment der peripherischen Reizung in der
Sehnsuchtssituation des Kindes völlig entfallen. Und doch kann es nicht
sinnlos sein, dafs die Sprache den Begriff des inneren, des
seelischen, Schmerzes geschaffen hat und die Empfindungen des
Objektverlusts durchaus dem körperlichen Schmerz gleichstellt.
Beim körperlichen Schmerz entsteht eine hohe, narzißßtisch zu
nennende Besetzung der schmerzenden Körperstelle, die immer mehr zunimmt
und sozusagen entleerend auf das Ich wirkt. Es ist bekannt, daf wir,
bei Schmerzen in inneren Organen, räumliche und andere Vorstellungen von
solchen Körperteilen bekommen, die sonst im bewußten Vorstellen gar
nicht vertreten sind. Auch die merkwürdige Tatsache, dafs die
intensivsten Körperschmerzen bei psychischer Ablenkung durch ein
andersartiges Interesse nicht zu- stande kommen: (man darf hier nicht
sagen; unbewußt FHemmung, Symptom und Angst bleiben), findet in der
Tatsache der Konzentration der Besetzung auf die psychische Repräsentanz
der schmerzenden Körperstelle ihre Erklärung. Nun scheint in diesem
Punkt die Analogie zu liegen, die die Übertragung der Schmerzempfindung
auf das seelische (sebiet gestattet hat. Die intensive, infolge
ihrer Unstillbarkeit stets anwachsende Sehnsuchtsbesetzung des
vermißten (verlorenen) Objektes schafft die- selben ökonomischen
Bedingungen wie die Schmerz- besetzung der verletzten Körperstelle und
macht es möglich, von der peripherischen Bedingtheit des Körper-
schmerzes abzusehen! Der Übergang vom Körper- schmerz zum Seelenschmerz
entspricht dem Wandel von narzißtischer zur Objektbesetzung. Die vom
Be- dürfnis hochbesetzte Objektvorstellung spielt die Rolle der von
dem Reizzuwachs besetzten Körperstelle. Die Kontinuität und Unhemmbarkeit
des Besetzungs- vorganges bringen den gleichen Zustand der psychischen
Hilflosigkeit hervor. Wenn die dann entstehende Unlustempfindung den
spezifischen, nicht näher zu beschreibenden Charakter des Schmerzes trägt,
anstatt sich in der Reaktionsform der Angst zu äußern, so liegt es
nahe, dafür ein Moment verantwortlich zu machen, das sonst von der
Erklärung noch zu wenig in Anspruch genommen wurde, das hohe Niveau
der Besetzungs- und Bindungsverhältnisse, auf dem sich diese zur
Unlustempfindung führenden Vorgänge vollziehen. Siem. Freud Wir kennen
noch eine andere Gefühlsreaktion auf den Objektverlust, die Trauer. Ihre
Erklärung bereitet aber keine Schwierigkeiten mehr. Die Trauer
entsteht unter dem Einfluß der Realitätsprüfung, die kate- gorisch
verlangt, daß man sich von dem Objekt trennen müsse, weil es nicht mehr
besteht. Sie hat nun die Arbeit zu leisten, diesen Rückzug vom
Objekt in all den Situationen durchzuführen, in denen das Objekt
Gegenstand hoher Besetzung war. Der schmerz- liche Charakter dieser
Trennung fügt sich dann der eben gegebenen Erklärung durch die hohe und
un- erfüllbare Sehnsuchtsbesetzung des Objekts während der
Reproduktion der Situationen, in denen die Bindung an das Objekt gelöst
werden soll. Kö @ “s NET 5) a r pn nn > FRI 4 >
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u. Nome compiuto: Massimo Bontempelli. Keywords: il sintomo, “la filosofia
pre-platonica secondo Diogene”, “il viaggio di Platone in Italia”, “Il
parricidio parminedeo di Platone”, “il platonismo latino” “Boezio e
l’aristotelismo”, “ficino”, “telesio e campanella”, “galilei”, “storia e
ragione in Vico” “Hegelianismo italiano” “Vera”, “Spaventa” “Jaja” – “idealism
italiano” “Croce” “Gentile” “il concetto di stato in Gentile” “Severino e il
neo-parmenedismo”, Vattimo e l’implicatura debole, la debolezza della
communicazione in Eco”, implicatura sintomatica, sintoma. “feudalesimo ario” --. Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bomtempelli,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Sparnza -- Grice e Bonvecchio: la ragione conversazionale el’implicatura
conversazionale di Dumezil e Marte – la scoperta di 1992 dei delinquenti – al
Quirinale -- guerriero – la triada Giove Marte Giano -- marziale – scuola di
Pavia – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pavia).
Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Pavia, Lombardia. Grice: “Bonvecchio is a good
one; of course, he has philosophised on what Italian philosophers have
philosophised most: ‘e amore’ – only he calls it eros --.” “This is strange: this Italian fascination
with the Hellenism: one BAD thing about the Hellenic or Grecian lingo is that
they have FOUR words for ‘love’: philos, eros, agape, charitas – Cicero
followed William of Ockham’s razor, ‘do nott multiply words’ – and translated
them all by ‘amore’ – Now, with Bonvecchio, it’s not just, as with Tonny
Bennett, just ‘amore,’ – iit’s amore ‘come simbolo’, that is, as used in
communication – as per Socrates with Alcebiades – the daemon, Amore, is the
metaxu – so there is a communication of Apollo and Dioniso via love – all VERY
philosophical, and actually very Oxonian – vide Walter Pater!” Laureatosi in Filosofia Teoretica presso l'Pavia inizia la
sua carriera accademica come borsista, contrattista e ricercatore presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa Università. Insegna "Filosofia
della Politica" nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli
Studi di Palermo. Nello stesso ambito dottrinale insegna nel 1990
nell'Università degli Studi di Trieste sino al 2001. Da questo stesso anno è Professore
di Filosofia delle Scienze Sociali nel Corso di Laurea di Scienze della
Comunicazione della Facoltà di Scienze MM. FF. NN. dell'Università degli Studi
dell'Insubria dove dal 2003 diviene vicedirettore del Dipartimento di
Informatica e Comunicazione. Claudio
Bonvecchio è stato iniziato alla Massoneria presso la loggia del Grande Oriente
d'Italia Cardano di Pavia, dove ha ricoperto varie cariche. Grande Oratore del
Grande Oriente d'Italia in seno alla Giunta guidata dal Gran Maestro Stefano
Bisi, nel è stato eletto Gran Maestro
aggiunto. Dal 5 dicembre è componente del Cda della Fondazione Luigi
Einaudi Onlus. Altre opere: Particolarmente
dedito agli studi sulla simbologia e sulla mitologia politica. “Immagine del
politico. Saggi su simbolo e mito politico” (Milani, Padova); “Imago imperii
imago mundi” (Milani, Padova); “L'ombra del potere. Il lato oscuro della
società: elogio del politicamente scorretto” (Red, Como); “La lanza di Marte; o
il simbolico nella guerra” (Milani, Padova). “La spada e la corona: studi di
simbolica politica” (Barbarossa, Milano); Gli’arconti di questo mondo. Gnosi:
politica e diritto” (Edizioni Trieste, Trieste); “Il pensiero forte, Settimo
Sigillo, Roma); “Apologia dei doveri dell'uomo” (Terziaria, Milano); “La
maschera e l'uomo” (Franco Angeli, Milano); “Il coraggio di essere” (Dadò,
Lugano); “Europa degli Eroi Europa dei mercanti. Itinerari di ribellione”
(Settimo Sigillo, Roma); “Inquietudine e verità” (Giappichelli, Torino); “Dove
va l'idea di Tradizione” (Settimo Sigillo, Roma); “Il sacro e la cavalleria” (Mimesis
Edizioni, Milano); “Esoterismo e Massoneria, Mimesis Edizioni, Milano); “I
Viaggi dei Filosofi” (Mimesis Edizioni, Milano); “La Filosofia del Signore
degli Anelli” (Mimesis Edizioni, Milano); “Ripensare l'identità. Per una geopolitica
dell'anima europea” (Settimo Sigillo, Roma); “Il Cavaliere, la Morte e il
Diavolo. Un percorso nella post-modernità” (ScriptaWeb, Napoli); “La Magia e il
Sacro: saggi Inattuali” (Mimesis Edizioni); “Eros come simbolo” (Amore,
Cupido). AlboVersorio, Milano); L'orologio dell'Apocalisse. La fine del mondo e
la filosofia” (AlboVersorio, Milano,. Scritti in onore Simboli, politica e
potere. Scritti in onore di Claudio Bonvecchio, Paolo Bellini, Fabrizio Sciacca
ed Erasmo S. Storace, AlboVersorio, Milano. Università
dell'Insubria[collegamento interrotto]
Grande Oriente d'Italia Convegno
a Matera: Europa, Libera muratoria, cultura
Claudio Bonvecchio scheda nel sito dell'Università degli Studi
dell'Insubria. Filosofia Filosofo del XX
secoloFilosofi italiani Professore1947 20 gennaio PaviaMassoni. The Archaic Triad is a hypothetical divine triad, consisting of
the three allegedly original deities worshipped on the Capitoline Hill in Rome:
Jupiter, Mars and Quirinus.[1] This structure was no longer clearly detectable
in later times, and only traces of it have been identified from various
literary sources and other testimonies. Many scholars dispute the validity of
this identification. Description Edit Georg Wissowa, in his manual of the
Roman religion, identified the structure as a triad on the grounds of the
existence in Rome of the three flamines maiores, who carry out service to these
three gods. He remarked that this triadic structure looks to be predominant in
many sacred formulae which go back to the most ancient period and noted its
pivotal role in determining the ordo sacerdotum, the hierarchy of dignity of
Roman priests: Rex Sacrorum, Flamen Dialis, Flamen Martialis, Flamen Quirinalis
and Pontifex Maximus in order of decreasing dignity and importance. He remarks that
since such an order no longer reflected the real influence and relationships of
power among priests in the later times, it should have reflected a hierarchy of
the earliest phase of Roman religion. Wissowa identified the presence of such a
triad also in the Umbrian ritual of Iguvium where only Iove, Marte and Vofionus
are granted the epithet of Grabovius and the fact that in Rome the three
flamines maiores are all involved in a peculiar way in the cult of goddess
Fides. However Wissowa did not pursue further the analysis of the meaning and
function of the structure (which he called Göttersystem) he had
identified. Dumézil's analysis Edit Georges Dumézil in various works,
particularly in his Archaic Roman Religion advanced the hypothesis that this
triadic structure was a relic of a common Proto-Indo-European religion, based
on a trifunctional ideology modelled on the division of that archaic society.
The highest deity would thus be a heavenly sovereign endowed with religious,
magic and legal powers and prerogatives (connected and related to the king and
to priestly sacral lore in human society), followed in order of dignity by the
deity representing braveness and military prowess (connected and related to a
class of warriors) and lastly a deity representing the common human worldly
values of wealth, fertility, and pleasure (connected and related to a class of
economic producers). According to the hypothesis, such a tripartite structure
must have been common to all Indoeuropean peoples on accounts of its widespread
traces in religion and myths from India to Scandinavia, and from Rome to
Ireland. However it had disappeared from most societies since prehistoric
times, with the notable exception of India. In Vedic religion the
sovereign function was incarnated by Dyaus Pita and later appeared split into
its two aspects of uncanny and awe inspiring almighty power incarnated by
Varuna and of source and guardian of justice and compacts incarnated by Mitra.
Indraincarnated the military function and the twins Ashvins(or Nasatya) the
function of production, wealth, fertility and pleasure. In human society the
raja and the class of the brahmin priests represented the first function (and
enjoyed the highest dignity), the warrior class of the kshatriya represented
the second function and the artisan and merchant class of the vaishya the
third. Similarly in Rome Jupiter was the supreme ruler of the heavens and
god of thunder, represented on earth by the rex, king (later the rex sacrorum)
and his substitute, the Flamen Dialis, the legal aspect of sovereignty being
incarnated also by Dius Fidius, Mars was the god of military prowess and a war
deity, represented by his flamen Martialis; and Quirinus the enigmatic god of
the Roman populus ("people") organised in the curiae as a civilian
and productive force, represented by the Flamen Quirinalis. Apart than
from the analysis of the texts already collected by Wissowa, Dumezil stressed
the importance of the tripartite plan of the regia, the cultic centre of Rome
and official residence of the rex. As recorded by sources and confirmed by
archeological data it was devised to lodge the three major deities Iupiter,
Mars, and Ops, the deity of agricultural plenty, in three separate rooms.
The cult of Fides involved the three Flamines Maiores: they were carried to the
sacellum of the deity together in a covered carriage and officiated with their
right hand wrapped up to the fingers in a piece of white cloth. The association
with the deity that founded divine order (Fides is associated with Iupiter in
his function of guardian of the supreme juridical order) underlines the mutual
interconnections among them and of the gods they represented with the supreme
heavenly order, whose arcane character was represented symbolically in the
hidden character of the forms of the cult. The spolia opima were
dedicated by the person who had killed the king or chief of the enemy in
battle. They were dedicated to Jupiter in case the Roman was a king or his equivalent
(consul, dictator or tribunus militum consulari potestate), to Mars in case he
was an officer and to Quirinus in case he was common soldier.[6] The
sacrificial animals too were in each case the ones of the respective deity, i.
e. an ox to Jupiter, solitaurilia to Mars and a male lamb to Quirinus.
Besides Dumézil analysed the cultural functions of the Flamen Quirinalis to
better understand the characters of this deity. One important element was his
officiating on the feriae of the Consualia aestiva ( of the Summer), which
associated Quirinus to the cult of Consus and indirectly of Ops (Ops Consivia).
Other feriae on which this flamen officiated were the Robigalia, the Quirinalia
that Dumezil identifies with the last day of the Fornacalia, also named stultorum
feriae because on that day the people who had forgot to roast their spelt on
the day prescribed by the curio maximus for their own curia were given a last
chance to make amends, and the Larentalia held in memory of Larunda. These
religious duties show Quirinus was a civil god related to the agricultural
cycle and somehow to the worship of Roman ancestry. In Dumézil's view the
figure of Quirinus became blurred and started to be connected to the military
sphere because of the early assimilation to him of the divinised Romulus, the
warring founder and first king of Rome. A coincident facilitating factor of
this interpretation was the circumstance that Romulus carried with himself the
quality of twin and Quirinus had a correspondence in the theology of the divine
twins such the Indian Ashvins and the Scandinavian Vani. The resulting
interpretation was the mixed civil and military, warring and peaceful
personality of the god. A detailed discussion of the sources is devoted
by Dumézil to showing that they do not support the theory of an agrarian Mars.
Mars would be invoked both in the Carmen Arvale and in Cato's prayer as the
guardian, the armed protector of the fields and the harvest. He is definitely
not a deity of agricultural plenty and fertility. It is also noteworthy
that according to tradition Romulus established the double role and duties,
civil and military, of the Roman citizen. In this way the relationship between
Mars and Quirinus became a dialectic one, since Romans would regularly pass
from the warring condition to the civil one and vice versa. In the yearly cycle
this passage is marked by the rites of the Salii, they themselves divided into
two groups, one devoted to the cult of Mars (Salii Palatini, created by Numa)
and the other of Quirinus (Salii Collini, created by Tullus Hostilius).
The archaic triad in Dumézil's view was not strictly speaking a triad, it was
rather a structure underlying the earliest religious thought of the Romans, a
reflection of the common Indoeuropean heritage. This grouping has been
interpreted as a symbolic representation of early Roman society, wherein
Jupiter, standing in for the ritual and augural authority of the Flamen Dialis
(high priest of Jupiter) and the chief priestly colleges, represents the priestly
class, Mars, with his warrior and agricultural functions, represents the power
of the king and young nobles to bring prosperity and victory through
sympathetic magic with rituals like the October Horse and the Lupercalia, and
Quirinus, with his source as the deified form of Rome's founder Romulus and his
derivation from co-viri ("men together") representing the combined
military and economic strength of the Roman people. According to his
trifunctional hypothesis, this division symbolizes the overarching societal classes
of "priest" (Jupiter), "warrior" (Mars) and
"farmer" or "civilian" (Quirinus). Though both Mars and
Quirinus each had militaristic and agricultural aspects, leading later scholars
to frequently equate the two despite their clear distinction in ancient Roman
writings, Dumézil argued that Mars represented the Roman gentry in their
service as soldiers, while Quirinus represented them in their civilian
activities. Although such a distinction is implied in a few Roman passages,
such as when Julius Caesar scornfully calls his soldiers quirites
("citizens") rather than milites ("soldiers"), the word
quirites had by this time been dissociated with the god Quirinus, and it is
likely that Quirinus initially had an even more militaristic aspect than
Mars,[citation needed] but that over time Mars, partially through synthesis
with the Greek god Ares, became more warlike, while Quirinus became more
domestic in connotation. Resolving these inconsistencies and complications is
difficult chiefly because of the ambiguous and obscure nature of Quirinus' cult
and worship; while Mars and Jupiter remained the most popular of all Roman
gods, Quirinus was a more archaic and opaque deity, diminishing in importance
over time. References Edit ^ Ryberg, Inez Scott "Was the Capitoline
Triad Etruscan or Italic?". The American Journal of Philology. Festus s.v.
ordo sacerdotum p. 299 L 2nd. ^ Wissowa cited the following sources as
supporting the existence of this triad: Servius ad Aeneidem VIII 663 on the
ritual of the Salii, priests who use the ancilia in their ceremonies and are
under the tutelage of Jupiter, Mars and Quirinus; Polybius Hist. III 25, 6 in
occasion of a treaty stipulated by the fetials between Rome and Carthage; Livy
VIII 9, 6 in the formula of the devotio of Decius Mus; Festus s.v. spolia
opima, along with Plutarch Marcellus 8, Servius ad Aeneidem on the same topic. Wissowa Religion und Kultus der Roemer Munich. Dumézil,
La religion romaine archaique, Paris. Festus s.v.
spolia opima; L 2nd who has Ianus Quirinus, which let it possible an
identification of Quirinus as an epithet of Ianus. ^ G. Dumézil La religion romaine archaique Paris; It. tr. Milano. Quirinus Roman deity Flamen
Priest in ancient Rome Flamen Quirinalis High priest of Quirinus in
ancient Rome Wikipedia Content is available under CC BY-SA 3.0 unless
otherwise noted. Palazzo del Quirinale ospiterà nelle
sale della Palazzina Gregoriana la mostra L’arte di salvare l’arte. Frammenti
di storia d’Italia, curata dal Prof. Francesco Buranelli. L’esposizione è
realizzata in occasione dell’anniversario dell’istituzione del Comando
Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, un reparto specializzato dell’Arma dei
Carabinieri istituito per contrastare i crimini a danno al nostro patrimonio
storico artistico. E’ davvero un onore ed un emozione per noi guidoniani
partecipare alla mostra “L’Arte di Salvare l’arte”. Con un pizzico d’orgoglio
siamo lieti di annunciare che è stata esposta la nostra “Triade Capitolina”,
fiore all’occhiello del Museo di Montecelio, presente anche sull’homepage del
sito del Quirinale all’interno della sezione in cui viene presentata la
mostra. Ringraziamo il Generale dei Carabinieri Fabrizio Parrulli,
Comando Carabinieri di Tutela del Patrimonio Culturale, per l’invito a questo
prestigioso evento. Una presenza davvero gradita nell’inaugurazione è stata
quella della signora Ena, vedova del Generale Roberto Conforti il quale, con la
sua instancabile opera all’interno dell’Arma dei Carabinieri, riuscì a recuperare
la Triade Capitolina sottraendola alla criminalità. La presenza della
Triade al Quirinale rappresenta un volano importantissimo per la crescita
culturale e turistica della nostra Guidonia su cui tutta l’Amministrazione
punta tantissimo. Per tutte le informazioni sulla mostra è
possibile visitare il sito: http://palazzo. quirinale.it/…/_art…/arte-salva_home. Nome compiuto: Claudio
Bonvecchio. Keywords: marziale, simbolo della repubblica romana, simbolo
dell’impero, imago impero, imago mundi, Romolo, primo re, la corona del re. La
spada, il guerriero. Guerra, longobardo, guerra ostrogoto, bellum romanum,
bellum civile, etimologia di ‘mascara’, il concetto di eroe, Europa degl’eroi,
italia degl’eroi, gl’eroi, Bruno, furore eroico, Vico, eta eroica, equites,
cavalleria, massima stirpe guerriera romana, Mars, Marte, marziale, Marte,
padre di Romolo, Marte, emblema della guerra, marziale, campo marzio, Marte,
l’archeologia di Boni, mistica fascista, imago imperi, guerriero, Romolo re
corona, emblem della republica, eta degl’eroi, fascism, fascist imagery. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bonvecchio,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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