GRICE ITALO A-Z B BAR
Luigi Speranza -- Grice
e Baratono: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale stilistica
– la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Firenze, Toscana. Grice: “I like Baratono –
especially his ‘stilistica italiana’ – if I were to offer an English stylistics
I would not count as a philosopher – but that’s because ‘English’ is spoken by
more than Englishmen, while Italian ain’t!” Grice: “Baratono thinks he is a
sensist alla ‘Giovanni Locke,’ which he possibly is.” Grice: “In the typical
Italian way, instead of focusing on the classics – Roman philosophy – he read
sociology and psychology and came up, in a typically Italian way, with a
‘sintessi,’ ‘la psicologia del popolo’ alla Wundt.” Grice: “If Austin punned on
sense and sensibility – Baratono takes ‘sensibilia’ VERY sensibly – as the
basis for ‘aesthetics,’ seeing that ‘aesthetikos’ IS Ciceronian for
‘sensibile’.” – Grice: “Baratono is Griceian in his search for what he calls
the ‘elementary’ – he applies ‘elementary’ to ‘fatto psichico’: judicativo e
volitivo – both based on the ‘sensibile’ – or rather on probability and
desirability – credibility and desirability --. His use of ‘sense’ does not
quite fit the Oxonian ‘sense datum,’ since the will is involved in the
sensibile – or, in his wording, it is the anima (or psyche) that searches for
the corpus -- -- The compound is something like the hylemorphism – the form is
sensible – and the volitive (prattica) and judicative (teoretica) components of
the soul operate on this.” Fra i maggiori esponenti del socialismo. Vive
a Genova, dove compie i suoi studi. Si laurea in filosofia. Insegna a Genova,
Savona, Cagliari, Milano. B. si iscrive
al PSI subito dopo la fondazione e viene eletto consigliere comunale a Savona,
aderendo all'ala intransigente in forte polemica con i riformisti. Entra nella
Direzione nazionale del partito. Alcune battaglie politiche lo vedono emergere
come figura di primo piano del socialismo italiano, come quella che B. porta
avanti capeggiando la frazione comunista unitaria al Congresso di Livorno.
L'accettazione con riserva dei 21 punti dell'Internazionale comunista di Mosca
determina la clamorosa scissione e l'uscita dei comunisti dal Partito
Socialista. Presenta al congresso la mozione massimalista. Diviene deputato.
Confermato per la terza volta membro della Direzione socialista, mentre la
maggioranza massimalista si orienta per la scissione dei riformisti, al
Congresso di Roma sostiene fortemente l'unità, anche per il timore
dell'affermarsi delle forze fasciste. Dopo il Congresso di Roma, aderisce al
Partito Socialista Unitario e diviene un assiduo collaboratore di Critica
Sociale. Collabora al “Quarto Stato”. Con il consolidamento del regime
fascista, si dedica esclusivamente ai suoi studi filosofici. Torna all'attività politica all'indomani
della Liberazione, con collaborazioni sull'Avanti! riprendendo i suoi studi di
critica marxista. Perciò appunto non ho dimenticato i tuoi interessi e sarei
lieto che fossi tu a succedermi, In questo senso ho scritto, richiesto da
Castiglioni stesso, che ora è preside, a Castiglioni. Ho consigliato lui e con
lui la facoltà ad accaparrarsi te per la F.[ilosofia] e Banfi per la St.[oria]
d.[ella] F.[ilosofia]». Lettera, Martinetti a B., in Martinetti Lettere,
Firenze,, Mathieu, B., Dizionario
Biografico degli Italiani, Volume 5, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. B., in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere di Adelchi Baratono, su Liber Liber. Opere di B., su open MLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere di B., B. su storia.camera, Camera dei deputati. Filosofi italiani
Politici italiani Accademici italiani Professore Firenze Genova Politici del
Partito Socialista Italiano Deputati della legislatura del Regno
d'ItaliaStudenti dell'Università degli Studi di Genova Professori
dell'Università degli Studi di Genova Professori dell'Università degli Studi di
Cagliari Professori dell'Università degli Studi di Milano. Critica dei valori ed estetica metafisica. Psicologia
critica dei valori e metafisica estetica. Carissimo Groppali. Nella tua
pubblicazione dal titolo Psicologia sociale e psic. collettira, trovo
rammentato un mio articolo (comparso nel quarto fascicolo del l'Archivio di
Psic.coll.).con queste parole citato; non posso fare comequel buon figliuolo di
Renzo Tramaglino, che, a sentir dire che la sua Lucia era una bella baggiana,
per amor dell'epiteto lasciava passare il sostantivo. Lasciami invece un
po'brontolare contro la seconda parte del tuo giudizio. E, quantunque in fatto
di scoperte scientifiche nessuno si possa dire assolutamente il primo
scopritore, permettimi di dare al Sighele quelch' èdi Sighele, ea me
quelchesembramio. Per il nostro caso, la
scoperta piùimportante, acuisono giunti questi autori, è la semplice
constatazione del fatto, che gli atti estrin secanti la emozione d'un individuo
riproducono in altri individui ana loghe emozioni ed atti volontari. Ebbene:
prima e più completamente di quegli scienziati, Spencer e pervenuto alla
medesima legge con la sua teorica della simpatia; e per di più aveva spiegato
il fatto diquella suggestione con la ragione sociale, osservando che un atto
emotivo non puo suscitare nei pre senti un sentimento corrispondente se non vi
fosse stata l'esperienza propria o atavica che avesse associato quell'atto
all'emozione reale unitamente sofferta; trovandone perciò la genesi nella
convivenza sociale, per essere gl'individui associati sottoposti alle medesime
cause di piacere e dolore. Adunque io nel mio studio potevo passarmi di citare
altre teorie, oltre quella spenceriana, quando ridussi il fenomeno collettivo a
fenomeno simpatetico. E fin qui non ho fatto, nè ho detto di fare, nessuna
scoperta: ma soltanto ho applicato la legge spenceriana a un nuovo gruppo di
fatti, da Ini non considerati specialmente. Ripeto: io non ho sostenuto come
mia scoperta, ma ho soltanto accettato e meglio dimostrato, che il fatto
psichico del delirio collettivo ha per sostrato il giuoco delle emozioni e
rappresentazioni, cioè il fatto simpatetico. A questa domanda non puo
rispondere nè Sighele, che non è mai entrato nel campo della psicologia
generale, nè,c ome si sa, Spencer e gli associazionisti, che si contentavano di
descrivere il fatto, riducendolo a uno schema associativo,ciòche,come
spiegazione, ha ilvalore di una tautologia, senza svelarne il meccanismo, cioè
il rapporto fra gli elementi; né I materialisti, che ne davano una ipotetica
spiegazione anatomo-fisiologica, senza entrare nella pura psicologia.
Dall'altraparte, rispondere a quelle domande significa trovarele ragioni ultime
e più generali del fenomeno collettivo. Vale a dire, ridurlo completamente.
Questo ho tentato io di fare; di qui comincia il mio studio genuino. Me ne sono
vantato? ho soltanto asserito che tentavo di muovere un Sighele intui,
che i fatti caratteristici della emozione di una folla si possono ridurre a
qualcosa di più generale, ov'entri quella facoltà dell'imitazione, quella
suggestione, con le quali altri avevano spiegato il contagio morale; perciò
egli, se mal non ricordo, senza nulla aggiungere di proprio, si rifere alle
teorie di Bordère, Ebrard, Jolly,Tarde, Sergi, Espinas ecc. ecc. Ho dunque
accettata una legge, o, meglio, ladescrizione di un fatto generale, che si
potrebbe enunciare cosi. In due individui associate, A e B, la percezione
degl’atti corrispondenti alle emozioni di alcuno destando in altri la
rappresentazione di piaceri o dolori analoghi, suscita piaceri o dolori
analoghi e gliatti corrispondenti. In questo enunciato c'è qualcosa di mio. Ma
non mi curo di metterlo in luce. Piuttosto ti rivolgo la domanda: osservato il
fatto, Spencer ne trova la ragione sociologica. Ma vi è qualcuno che ne trova
la ragione *psicologica*? Come una rappresentazione emotiva può diventare
un'emozione attuale, condizione e stimolo di atti volontari? Passo nel
cammino della psicologia collettiva. Tu puoi scusarmene, perché conosci il
tripudio di chi lavora per la scienza, che oggi è ancor l'unica nostra
ricompensa. Adunque il rimanente studio, la risposta a quella domanda è mio.
Mio nelle premesse, che si riferiscono al saggio, “I fatti psichiri
elementary”, dove dimostro che la legge più generale della psiche è data dalla
serie dei fatti emotivo -conoscitivo -volitivo, quando si consideri questa come
l'espressione di un rapporto, per cui il primo termine rappresenta l'energia
determinante degli altri. Mio nell'applicazione al fenomeno collettivo, dove le
multiple rappresentazioni emotive devono agire sopra ognuno degli individui
come altrettante emozioni reali attenuate, ma accumulate sulla prima; onde
l'esaltazione propria della folla. Tutte queste tesi sono diverse da quelle
sostenute e dall'intellettualismo e dal volontarismo. Epilogando: Sighele
giunse a ridurre il fenomeno collettivo a un fatto generale enunciato come
legge; e Spencer da la spiegazione sociologica di questo fatto. Ma, perchè vi
fosse una spiegazione *psicologica*, bisogna aver trovato non solo
l'associazione, ma anche il rapporto tra gli elementi associati; il quale
rapporto di dipendenza, cioè di condizione e stimolo, dove, per ridurre
completamente quel fenomeno, coincidere col rapporto o legge più generale della
psiche. Questo ho cercato difare: e, poi che in modo particolare avevo
stabilita la serie dei fatti psichici veramente elementari e il loro rapporto,
cio è la legge psicologica generale, anche particolare, dove riuscire
l'inferenza al fenomeno collettivo. Non posso, egregio e carissimo amico,
riassumere in poche pagine quello che, a giudizio mio ed altrui è già troppo
strettamente riassunto ne'miei saggi. A te, che liconosci, e che possiedi un
forte ingegno intuitivo, basta questo richiamo; e spero che ti persuaderai, che
Sighele restaugualmente uno de'nostri migliori scienziati, anche senza regalare
a lui, che non ne ha bisegno, quelle due o tre pagine con le quali si termina
il mio saggio. Spero ancora più fervidamente, che tu non mi dia del noioso e
del l'immodesto per questa mia lettera, e che sempre mi creda il tuo. Adelchi.
Nacque a Firenze dove il padre, Alessandro, originario di Ivrea, si era
stabilito dopo il trasferimento della capitale del regno da Torino. La madre,
Ermelinda Rossi, era fiorentina. La famiglia si fissa definitivamente a Genova,
e compiuti gli studi classici, frequenta l'università, addottorandosi in
lettere e in filosofia. Suo principale maestro fu Asturaro, del cui indirizzo
sociologico B. risentì nei suoi primi lavori (Sociologia estetica, Civitanova
Marche; Sul problema religioso,in Riv. ital. di sociol.), così come,
successivamente, sube l'influsso di Morselli e delle sue lezioni di psichiatria.
I suoi interessi psicologici sono documentati in questo periodo da numerose
pubblicazioni (I fatti psichici elementari, Torino; Sulla classificazione dei
fatti psichici, Bologna; Energia e psiche, in Riv. di filos. e scienze affini).
Psicologia e sociologia venivano, poi, naturalmente a fondersi in una wundtiana
psicologia dei popoli (Sulla psicologia dei popoli, Genova), permeata di una
filosofia scientificamente concepita. Questo movimento culmina nei Fondamenti
di psicologia sperimentale (Torino), che risentono ancora dell'influsso
positivistico, nella ricerca di una filosofia scientifica, ma cominciano, al
tempo stesso, a rivelare la sua originalità filosofica. Contemporaneamente
coltivava il proprio gusto estetico frequentando i circoli letterari, le mostre
di pittura, i caffè degli artisti. Pubblica un volumetto di versi
(Sparvieri,Genova, con acqueforti di Edoardo De Albertis), che sarà seguito da
altre poesie (Lettera - Notturno - Congedo), articoli letterari e frammentarie
commedie, comparsi generalmente in Riviera ligure. Questo duplice
interesse, psicologico, ed estetico, accompagna il filosofo per tutta la vita,
ma non senza trasformarsi radicalmente, dall'originario positivismo, in una
personale forma di sensismo, dove tornavano a incontrarsi il significato
etimologico e il significato moderno della parola "estetica". L’anno
del congresso internazionale di filosofia di Bologna, a cui B. partecipa -
egli, che l'anno prima aveva celebrato I funerali del positivismo italiano (in
Lavoro nuovo), pubblica la Psicologia sintetica, in cui l'aspetto filosofico e
quello scientifico-sperimentale della ricerca erano nettamente divisi, e la
psicologia venne assegnata al secondo. Conseguita la libera docenza,
tenne corsi e conferenze all'università di Genova - oltre che all'università
popolare - prendendo a interessarsi del problema pedagogico, strettamente
congiunto con quello politico. Quattro Discorsi sull'educazione furono da lui
riuniti in un volumetto, e alcuni anni dopo uscì la sua opera fondamentale in
materia: Critica e pedagogia dei valori (Palermo). Dalla politica si er
sentito attratto. Le sue convinzioni etiche lo indussero a militare nelle file
del socialismo; tuttavia, anche nell'attività politica, egli conserva
quell'atteggiamento aristocratico e leggermente distaccato che lo
caratterizzava sul piano culturale, ciò che tolse mordente alla sua azione. Per
le elezioni amministrative, redasse in collaborazione con Gennari un ordine del
giorno, votato poi all'unanimità dal Consiglio nazionale del partito, dove si
dichiara che dei comuni ci si doveva impadronire per parálizzare tutti i poteri
e tutti i congegni dello Stato borghese, allo scopo di accelerare la
rivoluzione proletaria. Rispetto alla rivoluzione russa, si pronuncia contro
l'accettazione senza riserve delle ventuno condizioni poste da Mosca per
l'adesione alla Terza Internazionale, ma e messo in minoranza nella riunione
della direzione. Cerca inoltre di evitare ogni scissione a sinistra, anche a
costo dell'espulsione dei riformisti, che rappresentavano l'ala destra del
partito: questo suo punto di vista, sostenuto prima e durante il congresso di
Livorno, trova tuttavia la via sbarrata dal successo degl’unitari. Dalla sua
dirittura morale e portato all'intransigenza. Antimassone, respinge
l'anticlericalismo di maniera, auspicava la libertà dell'insegnamento. Turati
ha a definirlo "il filosofo della direzione del partito". Eletto
deputato nella legislatura, sedette al parlamento, ma l'avvento deli fascismo
lo costrinse ad abbandonare l'attività politica (nella quale rientrano anche
scritti come Le due facce del marxismo italiano, Milano e Fatica senza fatica,
Torino). Più fortunata divenne, a, questo punto, la carriera
universitaria. Titolare a Cagliari, si occupa, tra l'altro, di Problemi
universitari (Mediterranea) e vagheggia un progetto Per la riforma della
facoltà filos. (Atti della Società ital. per il progresso delle scienze), che
fu combattuto dal Gentile (Giorn. crit. d. filos. Ital.). Passa a Milano, sulla
cattedra di P. Martinetti (che si era ritirato per non prestare giuramento) e
torna all'amata Genova, stabilendosi sulla riviera di Sant'Ilario. Qui riceve
volentieri i suoi studenti e colti visitatori, attratti da una fama, che,
specialmente dopo la pubblicazione di Arte e poesia (Milano), si estese oltre
la cerchia dei filosofi di professione. Riprese l'attività politica negli
ultimi anni, soprattutto in forma di collaborazione a giornali e di
rielaborazione di vecchi scritti di critica marxista. L'ultimo articolo,
L'etica dell'economia marxista, uscì sull'Avanti! alla vigilia della morte. Al
suo nome è intitolato l'istituto universitario di magistero di Genova. La
sua prima formulazione pienamente matura della filosofia può essere considerata
il volume Il mondo sensibile, introduzione all'estetica (Messina), preparato da
alcuni degli scritti raccolti in Filosofia in margine (Roma); in esso si vuol
raggiungere la "prova esistenziale" della spiritualità del contenuto
sensibile. Contro l'impostazione gnoseologica che soggettivizza il mondo,
propugna un'impostazione estetica che vede nel mondo sensibile, preso per se
stesso, "la forma dell'esistenza". Tale dottrina fu chiamata
"occasionalismo sensista", in una comunicazione alla sezione
piemontese dell'Istituto di studi filosofici
(Per un occasionalismo sensista, in Concetto e programma della filosofia
d'oggi, Milano). La denominazione esprime l'intento di "riflettere sulla
pura forma invece di prenderla quale rappresentazione di altro (soggetto od
oggetto) posto come un contenuto irreducibile a quella forma. L'esperienza
estetica ci mostra che un'ide a pura esiste come forma pura,
sensibilmente, e che questa forma sensibile vale per sé, in un rapporto
formalmente sentito con certezza, che diciamo verità. Ciò costituisce un valore
sensibile direttamente, diverso sia dal valore del sensibile (che rappresenta
il valore specificamente teoretico) sia dal valore del sentimento (che
rappresenta il valore pratico). L'esserci sensibile interessa il pensatore o
l'uomo pratico solo come ostacolo da superare, ma riempe di meraviglia chi
guarda il mondo con gli occhi spalancati sol per la gioia di vedere, e così ne
può apprezzare la bellezza. Queste idee sono esposte in Arte e poesia,e messe
alla prova non solo a contatto con estetiche come quelle di Burke e di
Focillon, a cui iscrisse introduzioni (Milano), ma con la stessa opera poetica,
per es. di un Verlaine, di cui ripubblica in Italia una raccolta di Poesie,
conintroduzione (Milano). Arte e poesia si conclude con una "apologia
della forma", la quale sembra a torto imprigionare lo spirito e limitare
il valore solo perché, in realtà, lo determina e lo realizza. Rovesciando
l'istanza idealistica, secondo cui il valore sta in un'unità spirituale che si
riduce a un'esigenza puro-pratica, a una rappresentazione di ciò che non è,
dichiara che l'anima cerca il corpo, non viceversa, che lo spirito cerca la
forma, la filosofia la poesia. Sicché il valore non appare più la premessa
indimostrabile di ogni esistenza, ma il risultato intuitivo della stessa forma
sensibile. Bibl.: F. Della Corte, A. B., in Genova, Sul B.
Ipolitico: Meda. Il Partito Socialista Italiano dalla Prima alla Terza
Internazionale, Milano, I deputati al Parlamento per la legislatura, Milano, M.
Carrea, Per una filosofia del socialismo, in Osservatorio, Genova, Nenni,
Storia di quattro anni, Roma, Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Firenze,
Turati-A. Kuliscioff, Carteggio. Dopoguerra e fascismo, a cura di A. Schiavi,
Torino, vedi Indice. Inoltre per alcuni scritti del B., in Critica Sociale,
vedi Critica Sociale, cur. Spinella, Caracciolo, Amaduzzi, Petronio, Milano,
Indici, cur. Lanza. Sul B. filosofo, oltre l'esposizione del proprio pensiero
fatta da lui stesso in Il mio paradosso, in Filosofi ital. contemporanei, Como,
Milano, cfr. U. Spirito, L'idealismo ital. e i suoi critici, Firenze, Volpe,
Crisi dell'estetica romantica, Messina, Sciacca, Il secolo XX, Milano, Faggin,
Il formalismo sensista di A. B.,in Riv. crit. di storia d. filos., Assunto, B. e l'estetica moderna, in L'Italia
che scrive, Bertin, L'estetica di B.,in Studi filosofici, Bontadini,
Dall'attualismo al problematicismo, Brescia, Talenti, A. B., Torino (con bibl.). Nome compiuto: Adelchi
Baratono. Baratono. Keywords: stilistica, breviario di stilistica italiana, fatto
psichico elementare, i fatti psichici eleentare, psicologia filosofica,
illuminismo, implicatura luminaria, implicatura escataologica, politica ed
etica, la filosofia al margine: gentile, croce, natura umana, esperienza, il
mondo sensibile, estetica, il bello, il sublime, criticismo, assiologia, hume a
Cremona e torino, spirito, animo, forma logica, l’eneide, riviera ligure,
“Rivera Ligure”. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Baratono,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barba: la ragione conversazionale e l’impliatura conversazionale – la scuola
di Gallipoli – filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Gallipoli). Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Gallipoli, Lecce, Puglia. Grice: “I like Barba,
but then I like Gallipoli – and he was born and died there, at Villa Barba. His
main interest was Roman philosophy, which he studied at Naples! – The Roman
occupation in Southern Italy brought ‘a breath of fresh air,’ as Barba has it,
to the old “Grecia Magna” tradition --.” Grice: “Barba is very clear: ‘Epigrafia
filosofica latina,’ o ‘epigrafia filosofica romana’ surely ain’t Grecian!” Conduce
gli studi a Gallipoli, per poi trasferirsi a Napoli presso il zio, Tommaso
Barba. Tommaso Barba e presidente della Gran Corte. Studia grammatica e materie
letterarie nella scuola di Puoti. Si laurea in Filosofia. Studiare nel R.
Collegio Cerusico e divenne professore di anatomia umana comparata. Insegna
scienze e lettere al ginnasio di Gallipoli e fu sovrintendente scolastico ed
Assessore delegato alla Pubblica Istruzione.
Fu arrestato ed esiliato a causa delle resistenze al governo. I membri
dell'Associazione Democratica posero una scritta: "Nato dal popolo, Per il
popolo si adoperò". A lui fu intitolato il Museo civico di Gallipoli. Note
AnxaEmanuele Barba, su anxa. 21 aprile
13 ottobre ). Scheda sul sito del
Museo B.. Filosofi. Nome compiuto: Emanuele Barba. Barba. Keywords. epigrafia
latina, iscrizione latina, iscrizione greco-romana, la iscrizione di Platone
sulla porta dell’academia, ageometretos medeis eisito, Delville pittore belga
(Libert), a Italia crea ‘L’ecole de Platon,’ per la Sorbonna. I vasi di Barba – gemelli, fratelli siamesi,
ecc. Monete romana, Gallipoli, colonia romana, ‘Proverbi e motti del popolo
gallipolino” – poesie di Barba sulla morte del re d’Italia, risorgimento – esilato,
carcere – la filosofia di Barba, barba filosofo. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barba,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barbaro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del Daniele
– filosofia veneziana – scuola di
Venezia – filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Venezia). Filosofo
veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “This
can be confusing to Oxonians, althou we are familiar with the Hanover dynasty!
Daniele Barbaro, a faithful nephew, commented on his uncle’s, Ermolao
Barbaro’s, ‘translation’ of Aristotle’s rhetoric – I shouldn’t even be saying
this since it’s implicated in the title where Ermolao features as ‘interprete,’
and the ‘commentarium’ is due to Daniele.” Grice: “On top, Daniele wrote about
‘eloquenza,’ but his comments on his uncle’s vulgarization into latin of
Aristotle’s vulgar-greek (koine) rhetorica – is perhaps more Griceian – since
there is little conversational about Daniele Barbaro’s ‘eloquenza,’ while the
rhetoric (or ‘rettorica,’ as he prefers) is ALL about ‘dialettica’ and
dialogue!” -- Daniele Barbaro patriarca
della Chiesa cattolica Portret van Daniele Barbaro Rijksmuseum -A-4011.jpeg
Ritratto di Daniele Barbaro, opera di Veronese, presso il Rijksmuseum di
Amsterdam Template-Patriarch (Latin Rite) Interwoven with gold.svg Incarichi ricopertiPatriarca di Aquileia. Nato 8 a Venezia
Nominato patriarca da Giulio III Deceduto Venezia. Ritratto da Paolo Veronese
(Firenze, Palazzo Pitti) Villa Barbaro a
Maser Pratica della perspettiva, 1569 È noto
soprattutto come traduttore e commentatore del trattato De architectura di
Marco Vitruvio Pollione e per il trattato La pratica della perspettiva. Importanti furono i suoi studi sulla
prospettiva e sulle applicazioni della camera oscura, dove utilizzò un
diaframma per migliorare la resa dell'immagine. Uomo colto e di ampi interessi,
fu amico di PALLADIO, TASSO e BEMPO. Commissionò a Palladio Villa B. a Maser e
a Paolo Veronese numerose opere, tra cui due suoi ritratti. Daniele Matteo
Alvise B. e figlio di Francesco di Daniele Barbaro ed Elena Pisani, figlia del
banchiere Alvise Pisani e Cecilia Giustinian. Suo fratello minore fu
l'ambasciatore Marcantonio Barbaro. Barbaro studiò filosofia, matematica e
ottica a Padova. E ambasciatore della
Serenissima presso la corte di Edoardo VI a Londra, e come rappresentante di
Venezia al Concilio di Trento. Nipote
del patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, fu suo coauditore nella sede
patriarcale di Aquileia. Venne promosso in concistoro a patriarca
"eletto" di Aquileia (coadiutore), con diritto di futura successione,
ma non assunse mai la guida del patriarcato perché morì prima dello zio.
All'epoca tale carica era quasi una questione di famiglia per i Barbaro,
infatti furono patriarchi di Aquileia ben 4 B.. Ermolao B. il Giovane,
patriarca di Aquileia, Daniele Barbaro, patriarca di Aquileia, Francesco
Barbaro, patriarca di Aquileia, Ermolao II Barbaro, patriarca di Aquileia. Fu
forse nominato cardinale in pectore da papa Pio IV nel concistoro. Solo i
Grimani, con cui erano imparentati, occuparono più volte il patriarcato (ben
sei). Partecipò a varie sedute del
Concilio di Trento fino alla sua chiusura. Atre opere: commentarii di
Aristotele Retorica del suo pro-zio Ermolao Barbaro il Giovane (Venezia);
Compendium scientiae naturalis di Ermolao B. il Giovane (Venezia); Commento
sull’archittetura d Vitruvio, pubblicato col titolo “Dieci libri
dell'architettura di M. Vitruvio” (Venezia). Di essa pubblica anche una
versione in latino intitolata M. Vitruvii de architectura, (Venezia). Le
illustrazioni sono realizzate da Palladio --; un trattato sulla geometria,
prospettiva e scienza della pittura, La pratica della perspettiva (Venezia); un
trattato sulla costruzione delle meridiani, “De Horologiis describendis
libellus” (Venice, Biblioteca Marciana, Cod. Lat.). Più tardi si scopre che il
testo del B. affronta la tecnica di strumenti come l'astrolabio, il planisfero,
il bacolo, il triquetrum, e olometro di Abel Foullon. Cronache, probabilmente
riprese da Giovanni Bembo nella Cronaca Bemba. Aurea in quinquaginta Davidicos
Psalmos doctorum graecorum catena interpretante Daniele Barbaro electo
patriarcha Aquileiensi, Venetiis, apud Georgium de Caballis. Note
La pratica della perspettiva, consultabile (testo italiano + tavole
originali) Giuseppe Trebbi, Barbaro
Daniele, in Nuovo Liruti: dizionario biografico dei friulani. 2: l'età veneta.
A-C, Forum editrice universitaria, Udine Eubel, Hierarchia Catholica Medii et
Recentoris Aevi, III39, che cita gli Acta camerarii e gli Acta vicecancellarii
8, f 7 Cellauro, B. and VITRUVIO: the
architectural theory of a Renaissance humanist and patron, Papers of the
British School at Rome, Paschini, B. letterato e prelato veneziano del
Cinquecento, Rivista di storia della chiesa in Italia, Władysław Tatarkiewicz,
History of Aesthetics, III: Modern
Aesthetics, edited by D. Petsch, translated from the Polish by Kisiel and
Besemeres, The Hague, Mouton, B.,
Pratica della perspettiva, In Venetia, appresso Camillo, et Rutilio
Borgominieri fratelli, al Segno di S. Giorgio, Devreesse, La chaine sur les
psaumes de B., Revue Biblique, Mercati,
Il Niceforo della Catena di B. e il suo commento del Salterio, in Biblica, Storia della fotografia Villa Barbaro.
Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vacca, B.
in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Daniele Barbaro,
su Enciclopedia Britannica, Giuseppe Alberigo, Daniele Barbaro, in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di B., su openMLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere di B.,. David M. Cheney, B. in Catholic Hierarchy. B., su museo galileoMuseo Galileo, Firenze.
Daniele B. su mathematica.sns Edizione Nazionale Mathematica Italiana, Pisa,
Centro di Ricerca Matematica Ennio De Giorgi Salvador Miranda, Barbaro, Daniele
Matteo Alvise, su fiu. eduThe Cardinals of the Holy Roman Church, Florida
International University. PredecessorePatriarca di Aquileia Successore
Patriarch Non Cardinal Pio M.svg Giovanni Grimani Aloisio Giustiniani Umanisti italiani Nati
Venezia Venezia Barbaro Patriarchi di Aquileia Ambasciatori italiani. DELLA
ELOQUENTIA, DIALOGO. INTERLOCVTORI:
L'ARTE, LA NATVRA, ET L'ANIMA. R. IO VORREI VOLENTIERI Natura, che noi
disputassimo insieme, se però l'ufficio del disputare alla tua conditione si
conuenisse. NATURA. Il disputare é cosa
da te, ò arte, figliuola mia. Ma se à me stesse l'ammaestrarti, di presente
direi, che tra il tuo intendimento, o il mio, alcuna differenza non fusse, da
che dentro ti venija se il contender meco. ARTE. Al almeno desidero tale
occasione. NATURA. Vano, o dannoso desiderio é il tuo, si perche io non
sono mai ociosa, come perche tu sempre dei non mes no abbracciare il bene che
cercare la verità delle cose. ARTE. Niena te più migioua che il bene ne che il
vero più mi diletta. NATURA. In questo almeno tu m’assomigli che ouunque sia,
ch'io mi ritrdovi, il vero sono, o il bene di ciascuna cosa. ARTE. si, ma tu alla cieca ne vai, e io di tanto amo
ogn'uno che con deliberato consiglio, o a nati veduto fine faccio, lo di far
bene. NATURA. Emmi pur manifesto che la tua grandezza è di nascondere te stessa
quantopuoi o di accoltarti à me. ARTE. Questo é, ma ciò a viene, perche tu
prima di me al mondo venisti, o gl’uomini a tuoi piaceri adulasti, innanzi
ch'io ci nascessi; o questa mia imitazione non ti accresce dignitade alcuna.
Percioche, nella formica vile animaluzzo e più degna, nell’uomo meno onorato,
ancor che questo quella imitando, l'estate per lo verno si proueda. La mia
industria, o natura, fa maggiore il tuo povero patrimonio. NATURA. Che
accrecimento farebbe ella, se io non ti lasciassi che accres cere? Tu pure, se
uuoi, ben sai, che ogni opera presuppone il soggetto, senza il quale nulla si
può fare. Que so da me, non da te procede. Oltra che appresso giusto giudice il
secondo. A secondo luogo, non che il primo, ti faria denegato. ARTE. Giusto à
tua scelta intendi colui, che te à me anteponga; ma nonſai che per la età molto
ti concedo. NATURA. E mi piace di ragionare an poco tea co sopra questa
materia, poi che tant'oltra proceduta ſei, che di te con buona equità midolga.
Dicoti adunque, che in ordine di onoranza ne prima ſei, né ſeconda. ARTE. Chi
adunque à noi soprasta? NATURA. Chi ne fece ambedue é il primo senza mezzo da lui
nace qui. Tu doppo me sei. NATURA. Adunque mentono coloro che affermano, te esser
madre universale, poi che tu stessa non nieghi eſſere d'altruifattura? NATURA
Ad un modo io sono madre, ad un'altro figlia. ARTE Adunque di te cosa picprestante
si truova? NATURA. Chi ne dubita? Ma io per essere a gli umani sentimenti
vicina, tutta fiata son preferita. ARTE. Hai tu conoscimento di fine alcuno?
NATURA. Certo no. Ma nel gouerno del tutto io son drizzata, e quasi addestrata
dal padre mio. ARTE. In che dunque é ripoſta questa tua gloria? NATURA. Tanto
potente, saggio, e buono é il mio fattore, che la sua gloria in me mirabilmente
soprabonda. ARTE. Sommi più volte marauigliata di coteſta tua occulta uirtù,
dalla quale tu ſei cosi gentilmente guidata jpelefiate mi è uenuto in animo di
cre dere che ella forſe habbia potere di trar mead imitarti diforza; ergo però
diſcorrendo,etpiù dentro penetrando, bo giudicato eſſere gran famiglianza tra
quelprincipio, che ti muoue, &me, ondeper la ſea creta uirtu,non tua,io mi
muouo ad operar come tu fai. Ma poi mi pare,che,ſe il diſcorrere l'ordinare,e
il ridurre àfine le coſeantiue dute, è ufficio mio,io ſia inanzi di teſtata nel
Cielo appreſſo il padre tuo, che egli habbia l'opera mia uſata in generarti ò
produrti NAT. In altra guiſa io faccio le coſe mie tule tue, di quella del
fattor noſtro, chenehafatte, et create.Però guardati dinon giudi care troppo
animoſamente le coſe, figurando le inuiſibili, et occulte per le uiſibilio
manifeſte. Ma perchecosi agramente mi condane ni? ſe in qualunque modo tu uuoi
per le coſe già dette chiamar mi, ò madre, è figlia, o ſorella, ó amica
ſeisforzatadi nominarmi? no mi tutti di congiuntione, amicitia, oſtrettezza.
Egli non ſi uuol có. si correre a furia. AR. Non ti adirare ó Natura, che io
non ho contra te mal uolere, né il finemio é ſtato cattiuo, anzi per lo tuo ef
faltamento ho uoluto raffrenare la mia credenza, che era di ſapere con qual calamita
io tirata fußi ad operare come tu fai,e mi uenu to ben fatto per lo
ragionamento, che éftato fra noi, perche hauen do noi do noi ritrouata
l'origine del noſtro naſcimento, ſiamoſicuré della no ftra nobiltà, come quella
checon la eternità ſipareggi,o dal primo fattore d'ogni coſa proceda. Ma ben mi
duole, et per queſto ti ho chiamata,cheà molte ſciagure ſia la grandezza mia
ſottopoſta.Et quanto maggiore è lo stato mio, tanto àpiù pericoli mi ueggio
eſſer ſoggetta. NAT. Quai ſciagure, oquai pericoliſono queſti? AR. Saper dei
Natura, madre mia, che in tutte le parti delmondo mi truouo hauer molti
miniſtri,de quali neſono alcuni,chemifanno una gran uergogna, a oltre à ciò
miſono di danno infinito, o per lor cagione io ne ſento male. Perche non
indrizzando me al debito fine, anzifieramente in abuſo ponendomi, come buona,
utile, oono reuole cheio ſono,rea,dannofa, et uituperabilemifanno. Ondegli
huomini per mezo mio ingannati da loro, certi de' loro danni, main certi di chi
la colpaſiſia, s'accendono d'ira contra dime, à guiſa di co loro,che le ſpade,o
non glihomicidi punir uoleſſero. NAT. Tu non ſei ſola nelmale di si
fattioltraggi, tutto'l dime ne uengono afe ſai. Percioche producendo io ogni
coſaà beneficio della vita di chi ci naſce, moltiſciagurati epieni dimal
talento, maleufando l'arti ficio loro,empiono iltutto diconfuſione, auelenando,
uccidendo,in, gannando, eoffendendoſenza riguardo alcuno; e chi ode o xede tali
ſceleraggini, maledice ogni mia fattura. AR. Duraper certo ėlaforte noſtra,però
che il uolgo cieco, &ignorante non ſa, chereo non è quello, che in bene
uſar ſipuote.Maper uer direzio poco mi marauiglio, ſe il ueleno auelena,ò il
ferro uccide, ma ben grandeam miratione miporge,quädo il cibo, di
cuiſiuiue,cosi ſpeſſo in cattiuo umore ſi conuerte, che alla morte conduce. Et
ciò dico à fine,chetu Sappia quantoiogiuſtamente mi dolga,che lapiù pretiofa
parte, che tupergratia del tuo fattoreall'huomo cõcedi conla quale egli poſ fan
debbia altrui eſſere d'infinito giouamento, cosi ad offeſa Sia, ex à danno
preparata, che niente più. NAT. Chié quelmaluagio Oingrato,che tal coſa ardiſca
di fare? AR. L'Anima, o la più diuina parte di lei. NAT. Perseguitiamola
dunque, o facciamo la citare dinanzi al tribunal diuino, Voglio, che ella dica
la cauſa ſua. AR. Ma prima uoglio,che infingendo noi con eſſo lei, tanto la
prendiamo che ella dica à noi ogni ſuaeſcufatione. NAT. Né la giuſtitia del
Giudice, né la uerità del fatto, nela tua dignità ricerca tale inganno,eſſendo
quello ſincerißimo,la coſa uerißima, otu quel la,che del medeſimo errorej, del
quale ſei per riprender lei, puoi eſ A 2 Ser accufatd. A R. Ben di..Ma io
altrimenti non ſonouſata difure. Ma eccoti queſta ingrata,che di molte parti,
et eccellenti doni da noi dotata d'alcuna gratia,che futta le habbiamo,non ſi
ricorda,contre mecon me fteſa,o contra te per li beni, che dato le hai, altiera
ſi lieua. Aſcoltiamola alquanto. ANIMA. Iddio vi ſalui ſorelle amantißime,
delle qualiund mi rende atta l'altra mi fa gagliarda als l'operare. AR. Et te
ancora ſecondo il tuo buon uolere, ma dins ne, che usi tu cercando? AN. Te
ſopra tutte le coſe. ARTE. In parte difficile ti ſei riuolta, perciò che
biſogna, che tu oſſeruicon di ligenzatutte le operationi, a modi di coteſta
noſtra commune amis ca. AN. Hoio ad impiegare tanta fatica, innanzich'io
t'imprens da? AR. Et poſponere a queſta ogni altra cura,ben che dolcißima cura
ti fia, per la ſperanza dello acquiſto, che ne farai. Ma che parte di me
conoſcer deſideri? AN. Indifferentemente,ſe poßibil fuſſe, tutte le uorrei,
tutte le abbraccerei tutte le poſſederei. Ma ora grado mifia tant'oltre
procedere, ch'ioſappia altrui paleſare i cons cetti miei. AR. Più chiaramente
midi quel che uuoi,perche in molte maniere giouar ti poſſo d'intorno à cosi
fatto dimoſtramento di penſieri. Vuoi tu ſapere conqual nodo di ragione ſi
ſtringa ung parola con l'altra quale ſia la concordanza de' numeridelle per
fone, ode' uocaboli delle coſe, et con quai regole dirittamente fifcri Me? AN.
Queſta parte io la preſuppongo. AR. Forſe tu uai cer cando d'intendere con
quale unione una coſa con l'altra conuengd, per poter'à tua uoglia diſcorrere, argomentare,
o foſtenere le cons teſe AN. Né ciò
intendo per ora, ma di più dilette uol parte ho curd. AR. Tu uuoi tutta fiata
porgere diletto col parlar ſoauiſ fimamente,à guiſa di delicata uiuanda
acconciandoi numeri, il ſuono, per l'armonia delle uoci eſprimenti coſe
piaceuoli, et grate à i fenfi umani? ARTE. 10 uorrei più adentro penetrare, né
tanto effer folles cita di piacere alle orecchie,quanto di giouare all'animo,
operò dimmiſe hai più parti, quaſi figliuole,cui ſi conuenga la cura del ras
gionare. AR. Honne, o hauer ne poſſo ancora molte altre, che nonſono in luce;
ma tra le altre una ue n'ba, che non è leggitima; un'altra la quale bēche
leggitima ſid, pure e di tāto riſpetto, che rare Holte ſilaſcia al mondo
compiutamente uedere. La prima in tanto da me é hauuta per buona, in quanto
ella inſegna di conoſcere gli ingan ni del parlare, e à fuggire i ciurmatori.
Laſeconda e da me coſto dita, &guardatamolto, percheio temo, che gli
huomini di malaf fare non la ſuijno. Et eſſendo ella di bellezza,o di forma
ſopra ogni altra eccellente gran pericolo miſoprafta Jlquale tolga lddio, ma
doue non paſſa la maluagità umana: doue non penetra l'audacia? ego di queſto,
poco fa, la Natura, a io ci doleuumo, et penſauamo,che tu fußi quella tu, che
d'ogni male Q uergogna noſtra fußi l'apporta trice. AN. Perunared eu perfida,
che ſi truoua, non crediate di gratia, che oggi di tutte ſieno tali,perche da
me ui prometto,che als tro che onore non hauerete, AR. Bene, o cosine cape
nell’anis mo. Che uuoi tu adunque da me ſapere?
AN. 10 cerco molto, Ò Arte, à modo mio di posſedere coteſta tua cosi
bella, o riguardata figliuola,à benefitio deipopoli, o delle genti, o à gloria
tua, di me,dicui altro cibo più ſoaue non truouo. AR. Prega tu prima la Natura,
che à te conceda corpo ben diſpoſto, oformato, aſpetto graue, o gentile, uoce
chiara, á eſpedita fianco,modo, o mouimen ti conformialla virtù, che
deſideri". Appreſſo poi à me prometterai congiuramento di non ufare già
mai la figliuola mia,uezzofa, inſos lente, « che tanto uagaſia delle bellezze
ſue, che per farſi uaghegs giare in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni
propoſito ſenza riſpetto alcuno compariſca. Et con luſinghe eadulatione dal ben
fare le genti, o i popoli aſcoltanti rimuoua. AN. Se ottimo uolere, fe
oneſtédimanda ritruoua luogo appreſſo di te, o Natura, con ogni af fetto ti
priego, chetu mi dia quello chel'arte mi perſuade, che ti dis mandi, corpo
gratiofo,formato,odotato di quelle parti, che conue nientiſono alualore della
figliuola fua. Etſe bene in alcun tempo io non ti poteßi di tanto
donorimeritare,pure non ceſſerò di eſſertiſem pre obligatißima. NAT. Siati la
gratia, che dimandi, conceſſa. A N. Io tigiuro ó Arte,perquella diuinità, che
ſi truoua maggiore, di accoſtumare la tua figliuola à giouare ouà ben
far’altrui, né per modo alcuno permettere, che ella ſeguagli apperiti
diſordinati, ma circoſpetta ſempre, oſempre riguardeuole compariſca. AR. CO si
habbi la chiarezza del ſangue, la libertà, eccellenza della pas tria, ibeni da
gli huomini defiderati, come ciò facendo,alcolmo della gloria à pochi
conceſſa,peruenirai. NA. Felice patria,che di tale, e tant'huomoſaràfornita.
Maqual patria le dareſti tu, ó Ar te? ARTE A'mia uogliale darei quella,in cui
le leggi poteſſero piit, che gli huomini, doue la maggior parte alla commune
utilità s'ina drizzaſſe; antica,nobile,illuſtre,e di quelgouerno, nel quale il
bes ne di tutti glialtri gouerniſiconteneffe, qualeforſe non più che
unds'e s'è ritrouata,oſi ritruoua al
mondo, oforſe tu, o Natura,conſentia ſti di prepararle il più ſicuro et comodo
luogo, oil piie forte fito, cheueder ſi poſſa,nonmeno al mare che alla terra
uicino,cui di gra tiaſpeciale ancora il Cielo concede priuilegio di eſſer
nimica d'ogni tumulto, o ſeditione,parca,pia,oreligioſa, con inſtitutiottimi
temperata: NA. Troppo di cuore commendi, o lodi queſta tua Città, eforſe à ciò
fare queſto t’induce,che tu in eſſa puoi il tuo ud lore, o la tuaforza
chiaramente dimoſtrare. Ma tu, ó Anima, già ricca di tanti doni, chefatti
t'habbiamo, che dici? A N. Le gratie non ſonopari al uolere,io attendo quello,
che attender dei, &sò lo ſtudio,che tu ſei ſolita di porre nelle coſe
tue;mi& rendo certa, che tuſai ancora, che ritrouando io unatemperatißima
compleßione di corpo,à quella dò la umanaperfettione, o come quella temperanza
cade, cosiſopra di eſſa declina ilmio ualore. Làondeſono alcune co ſe,
allequali io non degno la uita concedere. Ad altre ueramente dos no la uita,ma
le operationi di quella cosi ſono occulte, che in forſe fi ftà di credere ſe in
eſſe la uita ſi truoui. Altre uita,ſenſo, omouis mento da me hanno comealcune
intelligēze, et amore, coſa nobile et ueramente diuina. NAT.
Queſtomipare,checosi ſia map ure als cuna fiata io ueggo, che le anime uan
ſeguitando le compleßioni de' corpi. Onde poiſono alcuni ſdegnoſi, alcuni
manſueti, altriuanno dietro alle apparenze, altrialle fauole più che alla
uerità fi danno, emolti in ogni pruoua, ſoda ex inquiſita ragione uan
ricercando. A N. Et queſto èquello da me tantodeſiderato dono, che e di ſapes
re in tal guiſaſpiegare i concetti miei,ch'io ſatisfaccia à tanta diuer. ſità
di nature, o d'ingegni. NAT. Quando tu ſarai giunta à quel paßo,chetu ſappia
per mezo dell'arte cosi ben gouernarti con ogni maniera di perſone,
dotte,roze,ciuili, barbare, umane, e inumane, allora potrai à tua uoglia
mitigar’anco gli adirati, fpingere i pigri, raffrenare i feroci, ingagliardire
i deboli; et di uno in altro cótrario à uiua forza ogni anima tramutare. ANIMA.
Coteſta é und magica eccellentiſsima. Ma tu Arte,cui è dato di ritrouare alcune
uie ragio neuoli di peruenire alla cognitione di coſe non conoſciute,
incomincia da quelle che facili, en eſpedite ad inuiarmi al deſiderato fine
riputes rai. Ar. Cosi uoglio, o à te farò capo, ó Natura, dinuouo addis
mandandoti,di che beni uuoi tu adornare queſta noſtra nouella ſpoſa? NAT. Hollo
già detto, a più aperto ti diſtinguo,dar le uoglio, ol tre al corpo ben formato
unauoce grata, chiara, eguale, che ogni ſuono ageuclmente ſi pieghi, e che ſe
ſteſſa inſino all'eſtremo ſoſtenti. AR. Et io le dimoſtreró parole atte ad
eſprimere leggia dramente ogni concetto,pure,ampie, illuftri, eleganti
ſeuere,giocona de, accoſtumate, ſemplici,uere, tarde, ueloci, ofinalmente tali,
che abbracceranno la uera idea di me in queſtoeſſercitio. Et di più io
l'inſegnerò di collocarle si fattamente inſieme, che diletteranno ſema pre, o
non falliranno già mai; or iu Anima farai ociofa? AN. Hauendo io per gratia di
te Natura le coſe conuenienti, oper tud corteſia ò Arte le parole conformi,
farò si, che niuno in mepotrà de fiderare ne penſamento neſtudio alcuno. NAT.
10 a' ſenſi tuoiſot toporrò tutte le coſe, dalle quaifacilmēte ti uerrà fatto
di prendere argomento di ragionare. Tu fin tanto non mancherai di diligenza.
AR. Paterno, oſaggio ricordo. Però che con la diligenza ogni giorno teſteſſa
auanzerai, ella ti farà poßibile ogni impoßibilità, ela la é la perfettione,
lalode di tutte le opere de mortalijà cui cons giunte ſono tutte queſte coſe,
cura, induftria, penſamento, fatica,eſſer citio, imitatione de migliori, «il
tempo padre d'ogni coſa. Credi adunque à me quelloche la lunga eſperienza mi
haidimoſtrato, cioé, che niente giouano imieiprecetti,niente le regole, niente
gli ammae ſtramenti,ſenza la diligenza,con la quale oltre alla inuentione,
all'ordine delle coſe,otterrai di accommodar la uoce alle parole, eſpri mendo
le umili con baſſo, o rimeſſo ſuono, le pure coniſchiettezza, le afpre con
durezza,abbaſſando, et inalzando queſto beato inſtrué mento à que' tuoni, che
ſaranno conuenienti. An. Coteſte fono leggi da eſſere oſſeruate allora che io
ſarò col corpo congiunta. Pers cheben ſai chenė lingua, nė uoce habbiamo, nė
però egliſi uuoldire cosi ad ogn'uno,in che maniera tra noi fauelliamo. NAT. 10
ſo be ne, chegli huomini andrannofauo leggiando di noi, come altre fiate hanno
detto chele cannucce parlarono, ilche é maggior miracolo, che ſe gli Indiani
uccelli eſprimono le uoci umane. A R. Se già col mio aiuto uolarono gli huomini,
molte coſe inſenſate hebbero mo uimento, che marauiglia potranno oggi
maiprendere del parlar nos ſtro? AN. Che debbo dir’io? partita ora dalluogo,oue
il parlaa re é uiſibile, l'intendimento ſenza fauella ſi ſcuopre, muoueſi ſenza
luogo,e s'impara ſenza discorso. AR. Coteſti miracoli, che tu ci narri,ſono
ſegno, che tu non habbia biſogno dell'opera noſtra. AN. Tu di vero, ſeio nella
mia primiera ſimplicità mi rimaneßi. Ma diſcendendo dalpuro o purgato eſſere, o
venendo quaſi ad un'aria infettata e corrotta,molto mi ſento dal mio primo
ſtato ria moſſa. NAT. Peggio ti auerrà meſcolandoti con la masſa matea riile
del corpo. A N. Ad ogni modo mi biſogna ſtar ſottopoſta. AR. Non uſciamo di
ſtrada,macome buoni mercatanti accontiamo inſieme. Haßi dunquefin'ora promeſſa
di uoce eſpedita, di copia di parole, di modo conueniente di accomodar la uoce
alle parole;oraci reſta di affettare le parole alle coſe. Cheditu Natura? NAT.
Die co, ch'egli è più che neceſſario queſto affettamento,ſenzail quale le
parole ſarebbon uane et ſenza frutto, però accreſcendo le doti, che io intendo
dare à coſtei, promettole di dimoſtrarle nelle coſe mie us na certa uerità,
alla quale accoſtandoſi, potrà ſeco tirare ogniforte di gente, o di tale
ueritàſenza dubbioti affermo eſſerne ogn'uno capace. A'R. Già tre corde di
queſto liuto ſono accordate, uoci, parole, a coſe. Reſta, che nelle coſeſi ueda
una certa conuenienza con eſſo teco,ò Anima, e con le parti tue; che ne riſulti
la perfetta e compiutafoauità della deſiderata armonia. Però aiutamia ritros
uare le tue più ſecrete parti, epiù occulte uirtù, acciò cheſi ſappia qual
parte di te, con quai coſe, « con che parole, et con che attione ſi debba
muovere. A n. Piacemi queſta diſpoſitione mirabilmene te ofappi,che
auenga;ch'io nonſia ſtata col corpo già mai, nientes dimeno come nouella ſpoſa
nella caſa del padre molte coſe hoſapute, che mi aueranno quando ciſarò legata.
A R. Ora incomincia à dir mene alcune. AN. Hogià inteſo,che quando io ſarò con
eſſo il cor po, molte mie forze emoltemie uirtù ſi ſcoprirāno,le qualiora non
ſi conoſcono. Et prima ne gli occhi io ſarò il uedere, nell'orecchie l’u dire,
nel palato il guſto, per ogni luogo oparti del corpo faró ſentimento, nel cuore
principio diuita,di ſenſo,etdi mouimento. Ben che ad altra intentione altri
riguardando,la origine di tai coſe ad al tre parti aſſegnerano. In un luogo
ſarò fantaſia,in altro memoriain altro ingegno,et per tutto ſarò anima.Et ſe il
corpo fuſſe di tal tem pra, chegli fuſſe diffoſto à riceuere ogni mis uirtù,
farei nelle orecs chie la uiſte, o ne gli occhi l'udito, quantunque per molti
accia denti, che uengono à i corpi, l'animepouerelle uſar non poſſano le
forzeloro, da che nacque l'opinione di coloro, che dicono "credos no che
noi moriamo inſieme col corpo.Ma io ti giuro per quell'onnis potente maeſtro,
che mi fece che noiſiamo immortali, oſe ora io fo noſenza il corpo,perche non
ſi dee credere che io reſtar poſlı dapoi, che'l corpoſarà disfatto? AR. Tutto
chemolte ragioni aſſai pro Babiliper l'und ei per l'altra parte mi
muouano,pureal modo,che io Sonoſolita di cercare la uerità delle coſe,io non
ſono puntoſicura del la voſtra immortalità, però rimettendomi à qualche maggior
ſapien za, che la mia non é, mi gioua di credere che noi uiuiate eternaměte. A
N. Più oltraiſe fenza il corpo conoſco,fo ueggio, econoſco di
conoſcere,miapropria operatione, che dirai tu poſcia dello eſſer mio? AR,
Ritorniamo al cominciato ragionamento. An. Ben ti dico ora delle forze mie,
perche io conoſco di dentro, e di fuori, dentro con la fantaſia, col diſcorſo,
o con l'intelletto, o ciò si dia mandavolontà, come quello del ſenſo appetito,
il quale hauirtù di porſiinanzialle coſe diletteuoli, o di fuggire le
diſpiaceuoli.La no lontà è Regind. AR. A'me pare, che tu mi hábbiposto inanzia
gli occhi la forma di una ben'ordinata Republica, nella quale ui ſia il
Principe, iCoſiglieri,i Guardiani, et gli Artefici. Mainfinitamentemi doglio
d'alcuni, che per molti ſecreti auenimenti, de' quali non fan renderealtramente
ragione, corrono à fabricar nomi, che nonſono, et con quegli impauriſcono le
genti,aguiſa delle nutrici,che ſpauenta, no ifanciulli con le fauole, quindi è
nato il nome della Fortuna,cui ca pital nimica io ſempreſonoſtata, nõ percheio
creda,che à quel nome alcuna coſariſponda, maperche mimoleſtalafalſa opinione
di colo ro, che non ſolamente uogliono, che ella ſia una coſa come le altre,
che ſono, ma le attribuiſcono la diuinità. NAT. 10fo bene, che la for tuna non
è fattura mia. ART. Né di me'ancora. An. Molto mea no dimeauezza à coſe stabili
e impermutabili. ART. Laſcida mola dunque andare, o ueggiamo ſe io ti bo
ben’inteſa, due ſono i conſiglieri,per quanto io comprendo,ragione,
&appetito, daiquali commoſſo e perſuaſo,s’induce à fare, eoperare il tutto,
perche ora nė difortuna,nédi uiolenza alcuna ragiono. A N. Senza dub bio, ſe
riguardi al nome, maſaper dei, che ſotto queſto nome di appea tito ſi
comprendono due conſiglieri,l'uno, nel quale è poſto l'iracons dia,che è come
difenſore dell'altro,nelquale è posta la cõcupiſcenza. AR. O diquantimali, e di
quante conteſe l'uno e l'altro de gli appetiti ſuoleſſer ſemenza. An. Queſto
non già auiene pur il dritto gouerno in tirannia non ſi tramuti. Diritto gouer
è quel lo,nel quale,chi deue ubidire, ubidiſce, ochi dee comandare, cos
manda". La ragione adunque di queſta piccola città preceder deue allo
appetito, e non permettere, che egli ad abandonate redini cors sendo, ſeco
dietro la tiri. AR. Moltomipidce quello che tu di,eso B per che 1 jo per
ricompenſa di tal piacere voglioti ſcopriremoltiſecreti, che io bo d'intorno
alle predette coſe.Ma dimmi tu prima queſta una parte, nella quale é riposta la
ragione,diche hai tu inteſo cheella eſſer deb bia adornata? NAT. Diſcienza o di
buona opinione ART, Vero é, per che la ſcienza é ilpiù bello adornamento, che s'habs
bia, al qualeſe s’auicina la buona opinione,ò che gentileabito é que ſto,diche
l'animaſiueſte apparando le ſcienze. Alora ella acquiſta laſua
perfettione,allora ella é pronta à conſeguire il deſiderato fine, et quaſi
ſeſopraſeinnalzando auanza ogni coſa mortale, o ſi cons giungecon la
diuinità.Ma come di coſa precioſa,orara, difficile,or non da noi ora
cercata,non ne ragioniamo, ma ritorniamo alla buong opinione, la quale si come
la ſcienza è una certa cognitione delle cofe occulte, nata da uere og manifeſte
cagioni, cosi eſſa opinione è una incerta notitia,nata da alcune dubbioſe
cagioni, alle quali l'anis ma con timore difallire, odi errare, s'inchina. Per
uoler'adunque ottenere l'intento fuo,é biſogno conoſcere il modo,col quale
dapia gliareſi hanno,o, comeſidice, farſi beneuoli i detti conſiglieri,ac cio
che acquiſtata lagratia loro, l'animaſi muoua àfareleuoglie di chi
parla.Muoueſiadunque la ragioneuol parte,che è nell'anima, că lepruoue, ocon le
ragioni; et tal mouimento s'addimanda inſegna re. Etperche la ragione è uno de'
conſiglieri, prudente,etſuegliato, perd nell'ufficio deŪ'inſegnare é di
mestiere diacuto epronto inten: dimento, mal'appetito in altro modoſimuoue.Il
primo, che è detto Concupiſcibile,richiede una certa piaceuolezzaet
cõciliatione. Pero ciòche cosi di dentro i petti umaniſono da quello tirati.
Ilſecondo gli fpigneàforza, operò cõ eſo egliſiuuole uſare uno impeto, a cui
più propriamente queſto nomedimouimento ſi conuiene, che à gli al tri; e
comedebito è lo inſegnare,cioè il dimoſtrare con ueriſimil pruoua le propoſte
coſe, cosi è onoreuole il conciliare, o neceſſario il muouere. Ma da ogni
afficio di queſti tre peruiene lapropria dileto tatione. An. Io ſo almeno,che
altro diletto non ho che lo apparda re. AR. Et tu prouerai appreſo quanto
piacere naſca negliapa petiti. An. 10 pure ſono auifata cheeſſendo in eßi
ripoſte le umaa ne affettioni, nonpuò eſſere che ſenza riſentimento di dolore
ſimuou wano. ARTE. In ogni affetto, et mouimento d'animo, dolore, o piso cere
ſono compagni.Oruedi quáto sfrenataſia l'iracondia, oquana to doloroſo ſia
l'adirato,et pure conoſcerai, che lo appetito,et la ime ginatione della
vendettaglie piùfoane che il mele. Ho duucrtito, che nc ELOQVENZA. ii negli
eſtremi dolori gl’uomini hauuto hanno piacere di dolerſi, ayo il non poter ciò
fare, èſtato loro di doppia doglia cagione, non cbe à loro elettion ehaueſſero
uoluto l'occaſione di dolerſi,ma poſti neldo lore; dolce coſa il poter'à lor
uoglia ramaricarſi hāno riputato. Dilet ta ueramente la SPERANZA, ma il
deſiderio la tormenta. Peßima coſa è la diſperatione tra tuttigli affetti
umani, maſola è ſicura contra la morte. Mauannetu diſcorrendo nelle altre
perturbationi,che trouca rai nella allegrezza ſteſſa un mancamento diſpiriti,
ounatenerez xa, che al pianto ti condurrà fpele fiate.Però io
tiſcuopriròintorno à tai coſe bellißimiſecreti. ANIMA. sidigratia; percioche
queſte mi paiono leuere, epotentifuni, con le quai ſi tirano l'altrui ate nos
ſtre uoglie. A R. 10 ho inſegnato a' mieifedeli,che non fieno fema pre
folleciti d'intorno ad unoaffetto, per fuggire la noia con la uda rietà
dellecoſe, imitando la Natura, la qualeama ſopra modo il udm riare,o il mutare
le coſe ſue. NAT. Vero è, perche chiaramente dei vedere la diuerſità delle
ſtagioniedei tempi, la grandezza co l'ornamento de i cieli, la moltitudine
delle coſe e delle apparenze, ch'io ſonouſata di dare alle coſe mie. AR.
O'quanto io leggo fo pra il tuo libro è Natura;ma non abandoniamo l'impreſa.
Deiaduna que fapereè Animà un'altro ſecreto, non meno delſopra detto bello,
degno da eſſere apprezzato. Jo ti dico che tu auuertiſca bene di nõ ſollecitare
con tutte le forze ad unoſteſſo tempo i detti conſiglieri, perche l'anima
trauiata in molti mouimenti, non attende comeſi dee ad un ſolo.L'eſperienza ti
moſtrerà, che ad un'bora né gliocchi, di belißime pitture,né l'orecchie di
ſoauißime confonanze potrai pies: namenteſatiarejma compartendole opere, meglio
aſſai per guſtare i diletti,e i piaceri delſenſo,uederai quanto può
queſtaſeparata pers ſuaſione. Inſegna adunque. Inſegnato che hauerai, muoui,
apporta le facelle, et eccita con gli ſtimolide gli affetti l'animo de
gliaſcoltanti. AN. O' Arte tu ſarai ſempre arte. A n. Et tu anima ſaraiſempre
anima. ANIMA. Eſſendo io anima, o da te ammueſtrata,diuentero Ar te, o tu
eſſendo in me Arte, Anima diventerai. A R. Nuouo miracolo, didue coſe farne
una; ma digratia non ci laſciamo ſuiare dalle occaſioni,che in uero alcuna
uolta épiùdifficile la ſcelta, che la inuentione. Ora foniamo a raccolta, o
quaſi ſotto uno ſtendardo ria duciamo le tue;uirtù, dalle quali fin’ora
habbiamo iregali aßiſtenti ragione, concupiſcenza,oira. Reſta, che andiamo alle
altre parti.; AN. Cosi faremo, o da eſſa memoria ſidarà principio. AR..O B
quanto tiſon tenuta in nomeſuo,che mi giouerebbe duuertiré un'afa fetto di
Natura, ſe altra fiata in quello abbattendomi, la memoris preſta nõ mi diceſse,
Eccoti,ò Arte,quello che ancora uedeſti. Che es ſperienza ſitruouain meſenza di
eſſa? chis'accorgerebbe, che in al. cuna di uoi, ó Anine, io miritrouaßi, ſe
non fuſe la memoria come guardiana, teſoriera ditutte le parti dello ingegno?
onde con ues rità ſidice, Che tanto fa l'huomo, quäto ſiricorda Naſce la
memoria dal bene ordinare, l'ordine dello intendere, odal penſamento, però
poſſo io con le imagini in alcuni luoghi riposte artificioſaméte indura rela
memoriadelle coſe. NAT. A lungo andare tu le ſeipiù toſto di danno, che di prò
alcuno, però non mipiace altro che uno eſſercitio, di eſſa memoria,cheſi fa
mandando motte coſe à mente. A R. Che fai tu di eſſercitio • Natura, l'ordine
della quale è ſempre conforme? il tuo fuoco ſempre tiraall'insù, la tua terra
per lo dritto all'ingiù di fcende, o cot ſuo giuſto peſo al centro rouinando à
modo alcuno non fi può uſare alla ſalita.volgeſiilcielo tutta fiata
raggirandoſi in ſe medeſimo, ogni tua legge e impermutabile, o tutto che i tuoi
mona ftri, le tue ſconciature alcuna volta ci diano da marauigliare, pus ge
ſono tue fatture,néſono alla tua generale intentione repugnanti, mal'Anime da
uno in altro cõtrario trapaſſando, buone di ree,et ree di buonediuengono. NAT.
Io conoſco il biſogno in quel modo che gli occhi comprendono la notte, che é
priuatione di luce, ma ben ti dico, chela memoria da me con molta cura é
guardata nella compoſiz tione dell'huomo. A R. Io l'ho auuertito nel tagliare
di eſſo, egomi fono marauigliata con quanta cura difeſo hai quella parte,nella
quale éla memoria collocata, hauendole dato nella parte di dietro della tes ſta
un'oſſo fermo, e rileuato,che da ogniſtraniera forza nella difens da. Tui in
temperata umidità e la impreſione, e in ſecco proportios nato la ritentione
delle coſe. Ma tu Arima,la cui nobiltà fi fa manife ſta per tante et tali
operationi, di ciò il tuo fattore ne ringratierai, regolando con la ragione i
tuoi appetiti, penſa,ordina, ocon lo eſa fercitio conſerua la memoria quanto
puoi,percheciò facendo,tale di senterai, quale deſideri, e conoſcendo te
ſteſſa, conoſcerai l'altre tue forelle, et come della più onorata di eſſe la
tua ragione ſopraſta alla loro, il tuo dritto deſiderio ſarà lor freno, onde
infinita riputatione acquiſterai,perche di leggieriſicrede à colui, in
chiſifida, et facilmen te ſi fida in chi ſi truoua autorità, w credito, il qual
naſce dalla inte grità,o bontà de' coſtumi, o queſto é,ch'io deſideroſa, fe
altra ſi truoua del bene,temo aſſai non abbattermiin perſone ma lungie. AN: In
che potranno ufare la loro malu agità, non eſſendo lor data ſede? ART. Come io
non ti niego,che il uiuer bene, es accoſtumatamente non ſia di gran giouamento
à farſi luogo nel coſpetto degli huomini, e acquiſtarlagratia de gli
aſcoltanti,cosi non ti conſento che l'has uergli dalla ſua,per uirtù, oforza di
parole non ſi poſſa fare. A N. Perche inſegni tu coteſti incanteſimi? A R. Il
mio ualore e tale, che io poſſi in parti contrarie e repugnanti, ſenza che io
deſidero ſcoprire in altruiſimili inganni, e però biſogna conoſcergli, cosila
uerità ſtadi ſopra, ola bugia cade'uinta in terra,cosiſiponfine alle conteſe,
cosi ſi terminano le liti, cosi ſi ammolliſce le durezze degli adirati,
s'attura le rabbie de’ ſeditioſi, ſi ſollieua l'autorità delle leggi caduta
contra il uolere di quegli, che ſtimando l'oro, l'argento, più cheil douere, et
à prezzoſeruendo, poſpongono la ſalute coma mune alla utilità priuata.o quanto
nei publici mali,e nei tempi pe ricoloſi compenſo pigliarſi ſuole dal parlare
digraue et onorato cit. tadino,le cui parole condite diſenno,ſeco hanno
l'alleggiamento d'o gnimalinconia,che gliafflige. An. E dunquegran difetto
d'huos mini da bene? AR. Senza dubbio, o ciò auiene perche la uia dis ritta è
una,male torteſono infinite, però di raro ſi vede tra mortali, chi per la ſola
camini. Ma tuſcordata ti ſei d’un'altrauirtù, la quale per mettere le coſe
dinanzi a gli occhi (il che éſommamente richies ſto)non ha pari.Di queſta
uirtù, perche ella ha grande amicitia co i ſenſi corporali,o é molto
confuſa,come quella, che é lo ſpecchio ges nerale di tuttii ſentimenti umani, o
perciò è detta imaginatione; di queſta uirtù dico, non hauendola tu ancora
eſſercitata, non ne haifin ora alcuna parola mosſa. Io odo dire che nella
imaginationeſirifere bano le imagini, e le apparenze da ſenſi riceuute,et
beneppeſſo in lei cosi ſtranamente tramutarſi che i ſogni non ſono cosi
turbati, et con fuſi, là onde molti ſono detti, o riputati fantaſtici, altri ſi
fanno Re O signori,o talmente par loro eſſere que'tali, che ſi credono di eſ
ſere,che riſo eg compaßione mouono a chigli vede. Alcuni uanno, come ſi dice,in
aria fábricando, et tanto ſi ſtanno nel lor penſiero fißi, che forſennati,e
pazzi da tutti creduti ſono. A R. Quanto piùe uanamente ſpender ſi ſuole tal
uirtù, tanto à maggior prò li deue ue farla,& adoperarla. Per queſta
l'huomo prima taleſi fa, qual uuole che altri ſieno. Perche egli prima dentro diſe
ſi propone la coſa, che egli cerca dare ad intendere altrui, con quel migliore
e più eccelslente modo cheſi può, auolendo egli metter’altri a pianto, non tera
rà mai gli occhi aſciutti. Simile forza nella pittura ſi dimoſtra, lo ar tefice
della quale, ogni forma, che egli cerca di far uederenelle ſue tele, primanella
imaginatione fermamente ſi dipinze, o quanto più belli,o gagliarda è la ſua
imaginatione, tantopiù illuſtre, o loda. ta e la ſua pittura. Molte forme,
oſembianze ſono de gli adirati,ma una più eſprimela forza dell'iracondia;
queſta una deue inanzi alle altre eſſer poſta nella fantaſia, o à quela il
pennello e la linguafi deue indrizzare; en cosi tutta fiata il più efficace
modo o di moues re, o di dilettare, ò d'inſegnare por ſi dee chiragiona, inanzi,accioche
egli ſi habbia l'aſcoltatore come deſidera.Et queſta è la utilità grans de di
coteſta tuapericoloſa potenza,pericoloſa dico, perchemolti no ſanno ufarla à
feruigidello intelletto, ocredono, che lo imaginarſi ſia intendere odiſcorrere.
Ma laſciamo queſto da parte;o racco: gliamo le tue uirtù. Che mi hai tu dato
fin'ora? An. Mente,uolons tà, appetito, memoria, imaginatione. A RT. Molto mi
piace.Nella mente, che uiporremo altro, ſenon buona opinione, con l'ufficio
dello inſegnare? Làonde la uolontà ſi muoua ad abbracciar le coſe. Et nel lo
appetito,che ui ſtarà ſenongli affetti, eccitaticol muouere, &col
dilettare, Là onde l'animo ſia uiolentato à bene eſſequire? Della me. moria non
dico altro, né della imaginatione, percheſono ambedue di ſopra aſſai bene ſtate
de noi diſtinte. Ora bella coſa udirai, oda non eſſer à dietro laſciata. A N.
Che mi dirai tu? ART. Dicoti,che doppo la eſpedita dimoſtratione di tutte le
tue parti, fa di meſtiere di ſapere in qual maniera elleſieno dipoſte à riceuere
la impreſione dei loro oggetti. Perche uana, ofriuolafatica quella ſarebbe, di
chi af fettaſſe in parte al pianto diſpoſta ſenza alcun mezo porre il piacere.
Credi tu che eguale prontezza hauerai allo imparare,et allo adirars ti?
Indrizza adunque i tuoi penſieri à gli ammaeſtramenti, che io ti uoglio dare,
oſaperai comedeueeſſer' apparecchiato l'animo dico. lui che ricerca la pruoua,
edi colui che è pronto all'affettione, imis tando i buoni medici, i quali prima
uannoinueſtigado quai partiſieno guaſte, o quaiſane,eappreſſo, le guaſte uanno
disponendo à rices uere i rimedij conuenienti; e prima leniſcono, e
ammolliſcono, poi apportano la medicina. L'anima adunque, nella quale la
ragione fi dee porre, acciò che dia luogo alle pruoue, et accettar poſſa la
buona opinione, e iſcacciare la contraria,deue eſſere ripoſata, e quieta,et non
in modo niuno affettionata, et trauagliata. Perche eſſendo il piancere,cheha
l'anima, quando impara, foauißima coſa, biſognofache ellaſia lontana da
ogniturbatione, operò molto male è conſigliato colui chenel conſigliar'altrui
uſa la forza, o la violenza degli aps petiti, °li affetti, laſciando il
ripoſo della verità daparte; qual contento può riportar colui, che partito dal
Senato dica, per qual ragione ho io aſſentito?perche ho io cosi deliberato?
Buona coſa è l'hauer’alla uerità conſentito,mamiglior'e, ciò hauerfatto ragion
neuolmente più toſto che à forza, perche in tal caſo non pure ſifabe ne,maſiſa
di far bene; di che non è coſa più diletteuole w gioconda. Habbiaſi dunque
l'animo ripoſato di colui cheattende la ragione; queſto ageuolmenteſi può fare,
ponendoſiprima di mezo trail si o il no,come chiſta in dubbio.Però che più
prontamëte ſi prende para tito,et ſi ammette il uero dubitando, che portando
ſeco alcuna opinio ne. Macome diſpoſto ſia lo appetitoalle coſeſueattendi,che
loſaprai con una bella diuiſione degli affetti. Perciò che in eſſo appetito
gliaf fetti ripoſti ſtanno,comet'ho detto. Ogni affetto e d'intorno al male, ò
d'intornoal bene, truouiſi pure lo affetto in qualunque parteſi uos glia. Ecco
nel tuo generoſo ſoldato,cui é conceſſo l'adirarſi, opren. der l’armi quando
biſogna dico dello appetito iraſcibile, D’INTORNO AL BENE VISTA LA SPERANZA, E
LA DISPERATIONE. LA SPERANZA È UNO ASPETTARE IL BENE; LA DISPERATIONE È UN
CADIMENTO DA QUELLO ASPETTARE. D'in = torno al maleuiſta l'ira, la
manſuetudine, il timore, ol'audacia. Ira é appetito diuendetta euidente per
riceuuto oltraggio Mania ſuetudine èraffrenamento dell'ira, oambedue queſti
affettiſono in torno almale,difficile,etpreſente.Il timore é un aſpettatione di
noia, ouero un ſoſpetto di eſſere diſonorato.Et queſta ſichiamauergogna. Il
primo,ouero é temperato,ouero eccede la miſura. Dal temperato neuieneil
conſiglio,dall'altro la inconſideratione,il tremore, et altri ſtrani
accidenti.Laconfidenza, «audacia, é contrario affetto. Et queſte perturbationi
tutte ſono d'intorno almale che dee uenire.Nel L'altro appetito, in cui è poſta
la concupiſcenza, d'intorno al bene ui ſta l’amore,il deſiderio, a
l'allegrezza. D'intorno al male l'odio, o l'abominatione, di cui ſegno infelice
e la triſtezza, dalla quale naſce l'inuidia, la emulatione, lo ſdegno, o la
compaßione,quando auiene che la triſtezza detta ſia de i maliouero de i beni
altrui. Ma nelle co fe proprie affligendoſi l'huomo tre alleggiamenti ritruoua.
Il primo ė ripoſto nel proprio ualore, perche niuno ſcelerato é compiutamente
aüegro.L'altro è meſſo nel conſiderare il dritto della ragione, werita 16 D ' Ε
ι ι Α fuerità delle coſe, da che naſce la ſofferenza figliuoladella fortezza.
L'ultimo é la conuerſatione di alcuno amico, perche ne gli amici e ripoſta la
ſoauità della uita. Ritornando adunque allo amore, ti dico, che Amore è uoglia
del bene altrui,eu ſe é mouimento d'animo a far bene, li dimanda gratis. Senon ſopporta
concorrenza, geloſia, lela ſopporta ad onefto fine, amicitia. L'inuidia non
uorrebbe, che altri haueſſe bene,ſe benuifuſſe il merito. Lo ſdegno non lo
uorreb be, non ui eſſendo il merito La emulatione il uorrebbe anche per ſe. La
compaßione ſi duole del male altrui, temendo il ſimilenon da uengu á lei. Etciò
ti puòbaſtare in quanto ad una brieue dichiaraz tiore di tutti gli umani
affetti. Ora econueniente, che tu ſappia in che modo à ciaſcuno d'eſſi tu ſia
diſpoſta, acciò che tu ſappia poi als truiſimigliantemente diſporre. Eſſendo
adunque l'appetito uarias mente affettionato, quandoſi ſdegna,quandoinuidia,
quando aborris ſcequando ama, quando teme, quandofpera, equando in altro mo. do
é trauagliato,acommoſſo, aſcolta un bellißimo ſecreto, ilquale non ſolamente à
diſporre gli animi à qualunque affetto è buono, ma in ogni operatione é
neceſſario, et benche oggi mai per uero ammies ſtramento della uita da ogn'uno
ſi dica, RIGVARDA AL F13NE, non é però d'ogn’uno l'applicare alle attioni o
opere de' mortali, cosi belle ſentenza. Laſcerò da canto le coſe, che non
ſpettano alla noſtra intentione,ſolo dirotti quanto io deſidero, che ſia negli
af fetti oſſeruato. Deiſapere che egli ſi truoua una maniera diparlare, la
quale in molte, manifeſte parole effrime la forzı, ey la natura delle coſe; e
quelle molte, omanifeſte parole altro non ſono, che le parti della coſa
eſpreſſa. Queſtamanieradi parlare é detta Diffie nitione. Ora dunque io ti
ammoniſco, che nel muouere gli effetti pri ma tu habbia à riguardare alla
diffinitione di ciaſcuno,come al deſide rato fine. Però cheſe la diffinitione
rinchiude in certi termini la nas turi della coſa propoſta, ſenza dubbio
querrà, che il conoſcitoredel la natura, o delle parti deltutto diffinito,
oeſpreſſo, indrizzerà tutte le forze dello ingegno ſuo, à ciò fare,et tale
aiuto preſterà abon dantißima copia di ragionare, o diſciogliere ogni
occorrente diffi cultà, e durezzé. Eccotiſe ſai, che l'ira é deſiderio di
uendetta per riceuuto oltraggio, o ſe mirerai in queſto fine, non anderai tu
dia ſcorrendo, in qual modo eſſer debbia diſpoſto all'ira colui, che tu uora
rai hauere ſcorucciato? o conchi, oper qualicagione, et quanti modiſieno di
oltraggiare altrui? Et ciòin ogni affetto facendo,non ti farai ſignore, et poſſeditore
dello animo di ciaſcheduno? Et rans to più dimoſtrerai con la uoce, et co i
mouimenti del corpo, te tale. effere, quale uorrai,che altri ſia, certamente
si. La diffinitione adun queé il ſegno,al quale ſi deue attentamente guardare.
Ora inbrieue ti dico dell'ira, che eſſendo ella uoglia di uendetta,è
neceſſario,che lo adirato ſi dolga, o dolendoſi appetiſca alcuna coſa, dalche
naſce,che repugnando altri à gli umani deſiderij, ouero à quelli alcuno impedi
mento ponendo, ouero in qualunquemodo ritardande le uoglie al trui, porga
cigione di adirarſi, cioé di deſiderare uendetta,ilperche nella ſtanchezza
nell'amore, nella pouertà, e ne i biſogni ſonodiſpoſti i petti umani agramente
al dolore cagionato dall'ira, epiù cheſono ideſiderijmaggiori, più
apparecchiati, oprontiſono all'ira, o al furore. Lo hauer male di chi s'attende
ilbene, lo eſſere in poco pre gio tenuto, ò diſubidito, o prezzato, o per
ingratitudine, ò per ingiuria ſenza prò dello ingiuriatore, ſono tutte
diſpoſitioni al predet to mouimento. Giouamolto, oin queſto, et in altri
affetti ſaper. la natura,ilpaeſe, la fortuna, ela conſuetudine di ciaſcheduno.
Se adunque ſi accende nell'ira in tal modo, chië diſonorato, o iſcordas
to,ſenza dubbio acqueterai colui cheſarà onorato, riuerito,ubidito, ammeſſo, et
riputato; ouero, chiſiſarà uendicato,a cuiſarà dimandato perdono con la
confeßione del fallo, incolpando la violenza, enon la uolontà. Deueſi dare
molto al tempo, oalla occaſionein ognicoſa, operò ne' conuiti, ne i diletti,
one igiuochigli umani appetitifoa no più alla manfuetudine inchinati
Dell'amorealtro non tidico, le non che eſſendo eſo soglia del bene altrui,
l'eſſere cagione, mezano, interceſſore, aiutore al bene altrui,diſpone
ageuolmente à tale affets to ciaſcuno. Et perche Amore appreſſo, é una
ſimiglianza, w unios ne di uolere, però coluiſarà più amato, ocon l'animo più
abbrace ciato, il quale dimoſtrerà d'eſſere d'un'animo, o d'una uoglia steſſa
con noi. Ilche nelle allegrezze, one i dolori ſi conoſce, o neį biſoa gni
ancora; non ſolo nelle perſone amate, ma ancora negli amici de gli amici. Allo
Amore riferiſco la Benuoglienza, e l'Amicitia, las quale, ben che affetto non
ſia, pure è nata da eſſo amore, che è uno de gli umani affetti. Qui non é luogo
di più diſtintamente ragionare dell'amicitia; de gli oggetti, delle parti, e
delſine ſuo. Perciò che altroue nei graui ragionamenti di filoſofia ciò ſi
conuiene. Baftiti d'hauere per ora la ſuperficie, el'apparenza. Ritorno adunque
e ti dico,che ipiaceuoli,coloro, cheſidimenticano dell'ingiurie i с faceti, imanſueti,
gli officiofi uerſo i lontani, atti ſono ad eſſer'amati. Peril cótrario ſapersi
chedire intorno all'odio,il quale è ira inſatia: bile, da uendetta, da tempo, daruina
alcuna non mitigato; occulto ine ſidiatore, ymortale, nato da in giurie o
ſoſpetti. Al quale diſpoſte ſono altre nature più, altre meno, o à
megliodiſporle,biſogna ams plificare le ingiurie, « iſospetti,acciò che
nonſoloſi brami una ſema plice uendetta, ma la diſtruttione della perſona
odista. Del timore, odella confidenza, che ne attendi più, ſe di queſta,
ed'ogni altra perturbatione ne i uolumi degliſcrittori, et nelle pratiche
umane'ne Jei per uedere aſſai? Timore e turbation d'animo, nata da ſoſpetto di
futura noia. Et però chi temeſa ó penſa dipotere ageuolmente eſſer’offeſo, eda
chiſpecialmente, ſopraſtando il tempo,es la occas: fione. Etchiciò non
ſoſpetta,non é al timore diſpoſto comeé chi ſem pre éſtato fortunato, chi
ſempre miſero, chi è copioſo d'amici, di ros 64,09di potere,chi é fuggitoſpeſo
dalle ſciag ure, ode pericoli,ego altriſimiglianti;o que'taliſono confidenti,
&audaci. Euui altra maniera di timore, non didanno,madi biaſimo; alla quale
diſpoſtiſos no i giouanetti,i riſpettoſi, oriuerenti, quelli cheuoglionoeſſer'
ha uutiper buoni da ' più uecchi, o da ſimili, opari. Et però aûa loro
preſenzaſonopronti ad arroſire. Non cosi ſono i vecchi,perche non credono,che
di loro altri ſoſpettino quelle coſe, che ſono ne' giouani, come
laſciuie,amori, euanità. Etperche il diſonore è coſa, cheuies n'altronde, però
gli ſpiritidalſangue à quellaparte, che più lo ricer inuiati ſono.Ladoueil uiſo
ſi tignediquel roſſore, cheſi vede. il contrario nei timidi, nel cuore dei
quali il ſangue ſi riſtringe, per ſoccorſo di quella parte, che teme la
offenſione. Nella uergogna ſi abbaſſano gli occhi, come che tolerar nonſi posſa
la preſenza dicos lui, che è giudice de i difetti umani. Queſto è ne' giouani
aſſai buon ſegno di gentil natura. Però che pare, cheuergognandoſi conoſcas no
idifetti, ey habbiano cura di quelli. Non uogliopire diſcorrer’ina torno
all'audacia, allo ſdegno, alla compaßione, alla emulatione, « al la inuidia.
Però che molto ne uedraiſcritto, eragionato da altri. Ben non ti poſſo tacere
del male acerbo, mortale, ch'io uoglio à quella fiera indomita, eabomineuole
dell'inuidia, che all'udir ſolo il nomeſuo, ſtranamentemi muouo. Lafigura,i
modi, ai coſtumi di eſſa ſono da gran poetadeſcritti. Di queſta mi dolgo, per
eſſer quels la, che più regnaneimiei seguaci. Là doue il fabro al fabro, il mes
dico al medico,l'uno artefice all'altro, inuidia portano ſempremai. M4 ca, Md
tacciamoora di queſto, e poicheragionatohabbiamo di te, delo le parti tue,
delle quali taci, che in eſſeſi ſtanno,e delle loro difpofia tioni,
addimandiamo la Natura quaicoſe a’quai parti di te conuena gono, acciò che
accordando la foauißima armonia della umana elo quenza con piacere, og
utiledegli aſcoltanti uditi ſiamo apieno por polo raccontare i miracoli della
Natura. ' AN. lo ueggio ben oggia mai' ' Arte, che tuſei quella chefai l'acume,
ò la ſottilezzadell’oca chio mortale nel ſecreto della diuinamentetrapaſſare.
AN. Anzi per te, ó Anima,coteſto mirabile ufficio s'acquiſta, la cui cognitione
tanto apporta di lume, e chiarezzaad ogniprofeßione, o scienza, che ucramenteſi
può dire chetuſia ilprincipio d'ogni conoſcimento Etperò chiunqueſtima; ola
uſanza di uno leggieri eſſercitio, o il ca fo tanto potere quanto tu, o
io.uagliamo, grandamente s'allontana dal uero. Tu t'abbatterai in un ſecolo
impazzito, d'huomini, i quali s'accoſteranno ad imitare più uno, che l'altro, olo
imitar loro non faràſenon manifeſto rubamento, ſciocchi,oferui imitatori, che
non Sapendo, perche altri s'habbiano acquiſtato il nome, tutta via in ciò
s'affaticano. Altri perche hanno unaſcelta di belle, &ornate pde role
uogliono ad uno ſteſſo tempo fcoprirle accomodando à quelle i concetti loro; ma
che poi ſono cosi rozi, a inetti, cheſenza ordine, Ofuor di tempo le
metteranno, e diranno, Io cosi dißi,perche cosi ha detto alcuno de' più
preſtanti. Queſtiſono gli incomodi delfecom lo. Nat. O`quanto m’increſce perciò
eſſere ſtimatapouera «biſo gnoſa, come che à me manchi alcunafiata,che donare,
o che nel cer care l'altrui teſoro l'huomo perda,ò non conoſca il ſuo. AR. Chi
ſempre ſegue, ſempre ſta di dietro, chi nonua dipari,nõ puòauan zare. Male
hauerebbonofatto i primi inuentori delle coſe, fehae veſſero aſpettato,chiloro
douea farla ſtrada. Et troppo pigro écoe lui, cheſi contenta del ritrouato.
Ionon porgo già mai la mano a chi laſcia, oabandona la naturale inclinatione,
come bene ho ueduto que' ali non conſeguire il deſiderato fine. NAT. Mi turbano
apa preſſo quelli, ò Arte, che tanto di me ſi fidano, che te laſciano à dies
tro". AR. Non ti dißi da principio, chenoi erauamo unite, e che ciò che
appare di uarietà, e diſomiglianza tra noi,e in un principio ricongiunto? Che
miditu? Chiunque opera alcuna coſa da me drizzato, uſa una regola commune, et uniuerſale,
che à molte, diuerſe nature feruendo,quelle uniſce, o lega in uno artifi cio
medeſimo, perche io ſono la conformità,o la ſimiglianza;altri acutifono, eſuegliati,
altriſeueri,& graui,altri piaceuoli, &eles ganti per natura. Vnaperò e
l'arte,una éla uia, che ciaſcuno al ſuo ſegno conduce. Quando adunque l'arte
precede, facile e lo imitare; lodeuole il rubare, et aperta la ſtrada
alſuperare altrui. Et in tal guiſa bene ſilpendeſenza lo auantarſi di eſſer
ricco, a fenza dar ſos: spittione di uergognoſo furto. Accompagnifi dunque
nelle ciuili con teſe il core, ola ſcrima,cioè la natura, el'arte, ogſi
uederanno poi que’miracoli, ch'io ſo fare. Ma laſciamo tai coſe, e incomincia o
Natura, o dimmi, in che modo le coſe tue fiſtanno, che di eſſe cosi dileggieri
gli huomini ſi uanno ingannando NAT. Sappi ò Arte, che ogn'uno che ci naſce,
ſeco porta dal naſcimento ſuo unacerta ins clinatione alla uerità, donde auiene,
che inſieme con glianni creſcens do ella in parteſuole il uero congetturare,
laqual congetturi opis nione più toſtocheſcienza uferai di chiamare. Laſcio la
uſanza mia imitatrice,chefino da primiannirecarſuole molte opinioni, che poi
dipenacon l'altra certezzaſileuano, parlerò di quella ſembianza più toſto, che
ſembiante di uero,cheé atta nata à muouere l'umane mentia far giudicio delle
coſe. Dico adunque, alcune coſeeſſer da ſe ſteſſe manifeſte, chiare, altre,
niente da ſe hanno di lume, edi fplendore,mailluminate da quelleche ſeco hanno
la luce, ſi fannoa? fenſi umanipaleſi; nel primo gradoé il Sole, o tutti que'
corpi, che ſon chiamati luminoſi. Nel ſecondo ſono i corpi coloriti, i quali
non hannoin ſe ſcintilla di chiarezza, ma d'altronde ſono illuminati. Il
fimigliante ſi ritruoua nello intelletto. Iljaale riceuendo alcune coſe
diſubito quelle apprende, og ritiene. Però che quelle ſeco hannoil lume loro,
ſe à me ſteſſe il fabricare de' nomi, io le chiamerei Noti tie, ouero
Intendimenti primi. Ma poi altre ſono, che non hannoda ſe lume, ó uiuezza
alcuna,&però di quelle ſifa giudicio con ſoſpetto di errare, fe da altro
luogo la loro intelligenza non uiene; quinci ė nata la opinione, la quale come
opinione, che ella é, né uera ſitruoua, ne falfa. Il difetto naſce daquelli
uirtù,chepoco dianzi diceſte.Pero che le coſe mie fono, come ſono,mariceuute
nell'anima, e da' ſenſi al la fantaſia per alcune debili ſembianze traportate,
ſtranamente meſcolate, fannodiuerſe opinioni. Ben’é uero, ch'io non faccio una
co ſa tanto diuerſa da un'altra, che l'huomo dueduto non poſſa alcuna
Somiglianza tra eſſe ritrouare. AR. Molto mi piace che l'animadi ciò nonſia
fatta capace, perche accadendoleſpeſo mutare le opinioni umine, e da uno in
altro contrario traportarle, molto deſtramente biſogna adoperarſi,et
diſimiglianza, in ſimiglianzaà poco a poco pas fando,perchelo errore in eſe
ſimiglianze ſinaſconde, tirar le menti, che no s'aueggono di una in altra
ſentenza. An. Et chi può queſto ageuolmente fare? AR. Chi con diligenza inueftiga
la natura dela le coſe ſottilmente, uedrà in che l'una con l'altra ſi conuenga,
ma non chiamiamo però la opinione incerta,cognitione à queſto ſenſo,checo lui,
che ha opinione ſappiaſempre quella eſſer’incerta, o dubbioſt conoſcenza, ma
bene che in ſe conſiderata, come opinione da chiuna que hauerà il uero
ſapere,ſarà riputataincerta. NAT. O quans to mi nuoce in questo caſo,la uſanza
inſieme con la età creſciuta, lds quale à guiſadimeſtesſa, ferma talmente le
coſe nelle menti umane, che bene ſpeſſo la bugia, più che la uerità in eſi
ritruoua luogo. Et peròcredono molte coſe che nonſono, ouerofe ſono, ad altro
modo di quello, che ſono, uengono giudicate. Etfe pure dirittamente appreſe
ſono, altre cagioni lor danno,che le uere, e quelle ch'io so eſſere in mediati
o continuate à gli effetti. Et queſto auiene quando la ragio ne inchina più al
ſenſo che all'intelletto, « più all'apparenza, che al l'eſſenza. AR. Tu hai più
dell'Arte,o Natura,che di te ſteſſa,cos si bene uai diſtinguendo i tuoi
ragionamenti. NAT. Non te ne ma rauigliare, ò Arte,perche io qual ſono,tale mi
dimoſtro, oſe di me medeſima parlo, cometu uedi io lo faccio in quel modo,
chetu altre uolté hai confeſſato, che io ragionereiſe io fußite. AR. Quello che
io dico, lo dico per amınaeſtramento di coſtei, laqualanche non ſi dee
marduegliare di queſta apparenza del uero. Perciò che è aſſai als l'huomo
ſaggio, che le buoneragioni gliſieno ſemprequelle ſtelle, da quelle ne prenda
la ſimiglianza del uero, che per lo più muoue le umane menti, oin eſſe
ageuolmente ſi pone, al che fare, opportuna, ocomoda coſa é ricordarſi, in che
maniera per lo pulſato l'huomo ſe ſteſſo habbia ingannato, o in qual modo
ancora, e per qual cagione altri ingannatiſi fieno da loro medeſimi, in uero te
ne riderui, uedens do alcuni che penſano, ogni coſa, che precede un'altra,
cffer di quella cigione, ò che lo eſſer fimile ſia il medeſimo. Ne per ciò
direi che l'os pinione fuſe ignoranza,comenon dico, eſſa eſſere ſcienza, perche
la ſcienza e stabilità,o fermata da uero, e infallibile argomento, en la
ignoranza non è di coſe uere. Onde naſce,chela opinione è un abi to mezano tra
il uero intendimento, o l'ignoranza, differente dal dia bitare in queſto che la
opinione piega più in una, che in un'altra par te, il dubitare tiene in egual
bilancia la mente tra l'affermare, o il negare, eye però biſogna riuocare in
dubbio le coſegià ammeſſe,e di mojtrare quäto pericolo ſia il giudicare. Da
queſtone naſcerà la que ſtione, e la dimanda, la quale diſponendo le menti alle
ragioni; quan to leuerà della prima opinione, tanto porrà di quella, che tu
uorrai, o à ciò fare uia non é appreſſo quella che ua per le ſimiglianze delle
coſe.Partipoco,ò Anima, cotesti uirtu? penſi tu,che ſia cosi facile il
perſuadere? ó credi tù chegià biſogni con dritto giudicio, o con ſal do
intendimento penetrare dalla ſuperficie alla profondità delle coſe? A N. Da che
occulta radice l'apparente bellezza dicoteſta tua figli uola,nel
cuiadornameiito la Natura ſola non baſta. NAT, Ora ogniſentimento mi ſi
ſcuopre, ó Anima, da costei, emanifeſta uedo eſſermifatta la cagione,per la
quale molti miei amiciſono diſonorati. ART. Quai ſono coteſti amicituoi? NAT.
Quei, che inueftis gando uanno iſecretimiei, le ripoſte cagioni delle coſe,i
movimenti, le alterationi, &i naſcimenti d'ogni coſa, o che non
ſicontentano di ſtare par pari de gli altri huomini,manobilitando la ſpecie
loro con le dottrine traſcendono i cieli. AR. Che ſtrano accidente può ueni re
à perſone cosi pregiate, come ſono iſeguaci tuoi, ogli amatori della Sapienza,i
quali comerettori delmondo, felicißimi,er beatißis mi eſſer deono riputati?
NAT. Queſti fedeli miei à punto ſonoquel li, che più de gli altri ſono
diſonorati. An. In che coſa? ART. Aſcolta digratia; mentre che gli ſtudioſidi
meſi ſtannoſoli, ein par te ripoſta comeſchiui dell'umano confortio,non é loda
• grido onora to, che con ammiratione delle gentinon gli eſſalti o inalzi
infino al cielo. Mapoi che compareno, et uěgono alla luce,ſono prima da ogn'u
no guardati, si per la eſpettatione già conceputa della virtù loro, si an cora
per la nouità dell'abito, o dell'aſpetto,et del portamento,ogn's no lor tiene
gli occhi addoſſo, a attentamente ſi dimoſtra di uolergli udire. Io non ti
potrei eſprimere con che grauità poi aprono la boca ca, e con che tardezza poimandano
fuori le parole, etquanta ſia la dimora de i loro ragionamenti, i quali poi che
da principio nonſono in teſi dalle genti,comecoſe lontane dalla umana
conuerſatione, non cosi toto uiene lor tolta la credenza, per che purſiattende
coſa miglios respire conforme alla opinionede’uolgari,iquali dalla prima eſpets
tatione inuiati danno i ſeſteßi la colpa del non capire la profondità de'
concetti loro. Mapoi che nel ſeguete ragionare s'accorgono pur in tutto di non
poter’alcuna coſa da que'beati ritrarre, et che ogn'os ra più le coſe
intricate, ar le parole aſcoſe ogni lume d'intelligenza Hanno lor togliendo,
quanto ſcherno, Dio buono, jego quanto riſo ſe ne fanno. AR. Jo grauemente
miſdegno, ó Natura, et mi dolgo di ſimili auenimenti, poi chegli infelici non
fanno drittamente ſtimar le coſe, benchefino al fondodi eſſe paſarſi
credono,maforſe è, cheſtan do eßiſemprein altro, quando poi allo in giù
riguardando ueggono l'altezza loro, a la profondità delle coſe terrene, uanno
uaccillando con gli occhi; ocomparando il cielo alla terra, ſtimano ld terra un
minimo punto, o una bella città un niente che nobiltà, che chiaa rezza diſangue
può eſſere appreſſo coloro, che ſeſteßicon la eterni tà miſurando, tutti da uno
ſteſſo principio uenuti affermano? Che rica chezzaſarà grande appreſocoloro,
che ſi ſtimano poſſeditori del cie. lo? qual prouiſione daſoſtentare i popoli
farà colui il quale quaſipa ſciuto del cibo de i Dei,altro non guſta, altronon
ſente,altronon din fia,cheſempre ſtare alla ſteſſa menſa? ne credono, che
altriſieno in bi sogno? Queſte coſe io direi in loro efcuſatione. Ma che
midiraitu di quelli che ſono ſtudioſi della vita ciuile, o che fanno le cagioni
de’mu. tamenti de i Regni, e delle Rep.le conditioni de principi, gli ufficij
di ciaſcuno,le uirti, gli abiti uirtuoſi? Non credi tu, che queſti ſie no più
auenturati de gli altri? NAT. Peggio, percioche il ſapere ciaſcuna delle dette
coſe,hauer le diffinitionid'ogni uirti, ocoa noſcere diſtintamente ogni buona
qualità,non é aſſai, ma egli biſogna uſar tanto teſoro al governoaltrui per
ſalute, ocomodo uniuerſaa le, e oltre all'uſo hauer parole al preſente maneggio
oalla ciuile uſanza accomodate. ART. Dondeprocede coteſta loro cosi ſot tile
ignoranza: forſe cosi eleggono penſando di eſſer' hauutiper dot tiæ
intelligenti parlando in cotalguiſa?Ma questa é una groſſezza infinita,perche
non é piacere, che s'agguagli à quelloche prende ľa ſcoltatore quando impara
&intende ciò che uien detto.Sai tu duns que la cagione di cosi fatto
errore? NAT. Forſe è,perche non ha uendo eſsi alcuna eſperienza della
conuerfatione cittadineſca, fanno quelguidicio dimolti cheſonoſoliti di far
d'alcuni pochi, loro come pagni,co i quali tutto’l giorno con uarie
diſputationi argomentando trapaſſano,ne mai ſono riſoluti. ART. Et io ancora
cosi credo, pe rò guardati ó Anima, di non entrare nel loro no conoſciuto
collegio, ò ſe pure ui uorrai entrare tanto iui dimora,quanto alcun giouamen to
ne puoi ritrarreper la ciuile amminiſtratione. Nel resto pronta, et ſuegliata
nel coſpetto degli huomininon meno alla ſcuola eall'acas demia,che alla
piazza,alla corte, o alſenato intentafarai, o uſans do.doistiche le gi,con
mozeme uoci raptorersi, percbe riund coſa é få mots, creudire
ripublicico:lizále uanie dig esioni, o le Haitat parole di moint, i quali
razlo" 2r.do le ébloro per la Città frendere unsguerra,realize, ne: i mezi
di efl: u21 riguardando, riaprindo le ſcuole de presa deguono, di 7: oro,
oargos:ht::opia ficcrente del mondo, o cercano chifu il primo ins kantore
deli'arxi chifrino in ROMA trionfale, cbisitrouo le naui, chui brizla i czasu,
et ilere ciance si fatte,cbenc irfegn2":0,ne dis last250,14.1widojiore
della prostione de' daruri, delle genti, o del *010, col quale s bubbis a
fartal guerra. Il percbelo. To poi auies fie, cbei nero perini,çia deguamente
di loro parlando, ſono con grue de 11ratione acoltati. NAT. Cotto e mio
dono,percbe ditus to potere affreuz! cusi mi truono,che wina forzaglimetto
irrar ci i tuoi ſegussi. AR. Et forſe corne sfrenati causlii, gli fai tel mezo
del coro pericolare; pero sili eccellente natura,che ta lorda, sorrei che mi
falje l'aiuto rio.percbe meglio, o çik ficuri aadribs 6290 per lefiziglianze
dre coſe. An. Bisogna dunque pik skatie rigliz- guardare, cbe al wero? A R.
Cosi biſcgna; o quedo porriaz slitacels il facesi, sı il donerci tu fare, o
ciaſcuno, che * pis airtai perjuadere, accio cbe fiso aſcoltato, o inteſo dude
geri, lezasli barefeito -Is bagis nga 14.0, får cbe in ejja las casicae spetto
dd zero. Queto per fo cjjere, cbei şià f- 931 babe bis 10 c50 surorit: b4xx.:
predoi popoli cbei nácti inges gs. An. Dizni gratis, çusio é cbegli buozi idaro
fede: cazzo, cbe apps uto, nos lo faze0 percbeloro piace il nero? Ar.. As.
Paepiuere già saco: 507 co:cf-:: ta? Forzz aidake,che il sero lis és glicucuitico?
Ax Pacte danese giàceil serezos bruszni P -T271? AR
Perikliois tragises filer cxz. AX. Aja -- 22:04 ks:0 600leri: del bero.
Às. SostraTrao Adira.secte lazaratsie sesi tid: acts indiscrezi !4.cezecklacteae
fepie regiaze, o lomatto; c (72.0: 1, o Resmitironine. cedriersdieedia 2.3
" To Rossir adizioro Boricitis 32 2 ciasto nigirisececeáciless Aires22:22:
carte.ro 2,cheſe la opinione con la ragione ſarà legata, per modo niuno potrà
fuggire,anzifuori dell’eſſerſuo leggiadramente uſcita nõ più opinio ne, maſcienza
ſi potrà nominare. A N. Dimmi, ſe'l uerifimile e tale ad ogn'unoegualmente. AR.
Nó. An. Che differenza ci fai tu? A R. Grande. Ben'è uero,che quando io dico
ueriſimile, io intendo ciò che pare alla più parte. Ma diſtinguendo dico, la
più parte però effere ode gli huomini ſenza dottrina,o degli huomini letterati.
Et altro ſarà il ueriſimile, che parerà à gli Idioti, altro à iperiti. AN.
Inſegnami à conoſcere queſto uerifimile. AR. Il ſegno della ſimia glianza
alcuna fiata ſi ritruoua in eſſaſuperficie delle coſe, cheſenza diſcorſo di
ragione ſono riceuute,o appreſe daiſenſi umani; da ciò naſce il veriſimile, che
pare egualmente a tutti, come auienedimolte miſture, che's'aſſomigliano à
l'oro, cheſe il giudicio filaſciaſſe al ſenſo ſolo,per oro da ogn’uno ſarebbono
hauute. Alcune uolte il detto fe gno emeſcolato con alcuna ragione,accompagnata
col ſenſo, oque sto é quello, che pare àmo!ti. Speſſo più di ragione, che di
ſenſo ſi mette, e ciò è quello,che pare à i piùſaggi; o quarto più dalſenſo
s'allontana,o s'accoſta la ragione all'intelletto, tanto de' più saggi, edi
pochi ſarà l'apparenza del uero. Ma laſciando coteſte più ina
terneſomiglianzedel uero, bauendo tu àfare. con la moltitudine, quelle attendi,che
a tutti,ò alla partemaggiore appariranno; &co: si ogniforza di proponimento
nelle altrui menti rompendo, farai la uoglia tud. AN. Queſto mipiace. Ma
uorrei, che tu m'inſegnaſi à congetturar quello chepuò eſſere. Dimmi, ſe n'hai
ammaeſtramen to alcuno. A R. Dimandane pur la Natura. AN. Non n'hai tu ancora
poter’alcuno? A r. sibene; ma la Natura operando, Sa meglio dime,quello che
èpoßibile. An. Dimmi tu dunqueò Naz tura,quai coſeeſſer poſſono? NAT. Tutte
quelle il principio delle quali ſi ritruoua. An. Adunque ui ſarà l'arte
deldire, poi che'l prin cipio di lei ſi truoua? ilquale nõ é altro, che
l'ojferuatione,che fu l'Ar te di te ó Nitura. Ar. Che uai tu mettendo in dubbio
quello che fie qui habbiamo fermato? ſegui. NAT. Se quello chepiù importa, ò
che piie uale, ò che ha più difficultà, fiuede, ſenza dubbio il meno
importante, il più debile, il più facile ejer potri. A n. Adunque ſe l'arte
puòridurre gli huomini rozialla uita ciuile, meglio potrà gli ammaeſtrati
inalzare algouerno della Città? ART4 pur uti argomentando. AN. Mercé tua, che
giàmiſei fatta familiare. A R. Queſto ſo io, che poſſeduta che io ſono dalle
anime, dimoſtro il. Α ualore, il piacere, o la facilità dell'operare. NAT. se
può eſſer la cagione, chivieta che lo effetto non posſa eſſere? et ſe queſtoé,
quel la di neceßità ſi haue. Quello che ſegue dimoſtra,che può eſſere quel lo
che antecede. In ſomma ogni coſa può offere, di cui naturale appeti toſi uegga,
o dalla poſibilità delle parti naſce quella del tutto. Dals l’uniuerſale il
particolare, o dal meno quello che più comprendeſi congettura. Vna metà, il
ſimile, il pare ricerca l'altra metà, l'altro Simile, o l'altro pare. Etſeſenza
arteſi puòfar’una coſa molto me glio ſi farà con artificio, ſe chi meno può
opra, chi più può non opes rera egli ancora? Chene attendi più,ſe queſto ti può
eſſere à baſtan za à farti aprire gli occhi è ritrouare il fonte della
eloquenza? AR. Et io già mitruouoſatisfatta in queſta parte,che alle coſe appar
tenenti all'intelletto ſi conuiene; però aquelle io uorrei,che paſſaßi,
lequaliſono da eſſere ne gli appetiti collocate.Et attendo,che tu quel le
brieuemente mi dimoſtri,etdiffiniſca, acciò che l'anima oggimaicõ. tenta
dellaſeconda promeſſa,alla terza,et ultima ſi riuolga. A N. Per qual cagione, ò
Arte, dimanditu le diffinitioni della Natura? ejendo ſuo carico il diffinire. A
R. Perche ora io non attendo le eſquiſite, Oregolate diffinitioni,maquelle che
dalla più parte delle gentiſono ammeſſe, delle quaiquaſiſenz'artificio ſe ne
può formare un numero infinito. An. Tu ſei molto circoſpetta. AR. Seguiò
Natura, féle coſe àgli umaniappetitidi lor natura piacere, o dispiacere posſo
no apportare,òpur l'Anima ne li fa tali. NAT. Senza dubbio non folo elaAnimaha
uirtidi apprendere, ofuggire le coſe, ma in effe ancora e nonſo cheda eſſer
fuggito,ouero abbracciato. Quädo adun que tra la coſa, o l'animaſi truouaalcuna
conformità, allora lo appe tito ſi muoue ad abbracciarla, o queſto mouimento,ſi
può dire, no minar defiderio,ilquale è appetito di coſa che nõ ſi poßiede,cõforme
però à quella uirtù ò parte dell'anima, che l'appetiſce; ma quando no ui é
queſta conformità,tra gli oggetti, o l'anima,ella gli aborre, o fugge, né
ſolamente oue o anima,oſentimento ſi truoua cotefti ab bracciamenti,e
fugheſiueggono,ma doue occultamente io ſonoſoli ta di operare, doue non éſenſo,
ociò faccio con un ſemplice inſtinto, ilquale al mio poteree tale, quale al tuo
é la conoſcenza. Coteſto in ſtinto ogni coſa conduce alla conſeruatione, o
albene; et dalmale et dalla morte il tutto ritragge quanto può. Maper dirti de
gli huo mini, ſappi, che eſſendo tra le coſe oppoſte, ole parti de gli animi lo
ro,conuenienza,quando auiene,che quelli ſíenopreſenti,oche laſcia no impreſſa
la loro qualità,in quellapartechegli appetiſie, allora ſi genera ildiletto, e
l'allegrezzanata dalla morte delprimo deſides rio, perche poſſedendo la coſa
deſiderata, il diſio è già conuertito in piacere. Ilqualpiacere altro non
é,cheadempimento di uoglie. Tu conoſcerai, cheil guſto tuo bauerà conformità
con le coſe dolci; da queſta nenafcerà l'appetito,auenendo poi,chele coſe dolci
uicine fica no à quella parte,doue il detto ſenſo dimora, eche in eſſa laſcino
la lor qualitàimpreſſa, che é la dolcezza, nonha dubbio,che quella par te
nonſia per bauer diletto, egiocondità. Il ſimigliante uedrai in ogni tua parte,
Et per lo contrario ſi ſente noia, e diſpiacereo nella priuatione delle coſe
deſiderate, o nell'hauere le difformi, oaborrite, ecome il principio di
ottenere il bene era il deſiderio dalla ſperanza accompagnato, cosi il principio
di hauere la noia, era la fuga dal timore commoffa. Etcome nella prima
impreſione la ſperanza in gio is fi conuertiua, cosi nella ſeconda la paura ſi
tramutaua in dolore. Eccoti adunque i quattro principali affetti diuoianime.
AN. Vor reiſaperè,o Natura, in cheſia poſta la conueneuolezza, che é trale
coſe, ole parti mie. NAT. Percheioſono tale in ciaſcuna coſa, quale io mi
truouo, però nelle coſe eſaéripoſta per me; maperche poi auenga,che io tale mi
truoui in ciaſcuna coſa,dimandane chi cos si ab eterno prouid. AR. Or l'anima
tipare troppo curioſa? ma dimmi quai coſe,à qual parte dell'anima ſono
conformi. NÁT. In fomma il uero é il bene, &per tal cagione, quello che è
uero,uien giu dicato bene. Ar. Che intendi tù bene? NAT. Ciò che daogn'u no,e
da ogni coſa uien deſiderato, &uoluto. A R. Qual bene Ć cercato
daữ’intelletto? NA T. Dimandane coſtei
AN. il ſapee re, la dritta opinione. NAT. Dalla uolontà? AR. Ogniabis to
di uirti. NAT. Da gli appetiti. AR. Ogniutilità e dilets to AR. Che naſcerà
poi, ò Natura, dal deſiderio ditai coſe? NAT. Lo sforzo, o lo ſtudio de'mortali
per conſeguirle. An. Buui alcuno inganno de gli appetiti intorno al bene, come
ui é l'ingan no dell'intelletto intorno al uero? NAT. Grandissimo. AN. Et come
ſe il bene e cosi conforme all'anima? NAT. Non hai tu udito poco di ſopra, come
l'anima era d'intorno al uero, opure anco il ue to le era molto conueneuole, et
proportionato? AN. Ben'inteſi, che la cognitione del uero era molto confuſa,
riſpetto alla fantaſia. ARTE Cosi é. Et di nuouo ti dico, afferino,che ogn'uno
confufae mente apprende un bene,nelquale par che l'animo s’acqueti, et quels lo
deſideri,mapoi da gli appetiti traportato (come prima era l'intele letto dalla
fantaſia ) e aquegli rivolto ſmarriſce la uera strada di quel bene, al quale
ciaſcuno digiugner contende, moſſo dalla interna forza della Natura. Et in
quella ſtrada,orapiù lentamente, ora più. velocemente camina, troppo è meno
amando, et deſiderando quello, che con miſura dourebbe amare,ò defiderare.
Indië nata la ingorda uoglia delle ricchezze, lo sfrenato appetito dei piaceri,
vtalbora la pigritia, om negligenza dell'ocio; &deſiderando altrilapropria
con ſeruatione, s'inganna, credendo,che il bene altrui,ſia la ruina ſua,oue ro
temendo di perder’i ſuoibeni, fauori,gratie,amiſtà,onori,o lodi, ſi muoue alla
ingiuria,alla inuidis,alla uendetta. Et di qui naſce quello di che tutto di ſi
contende fra' mortali, il giuſto, lo ingiufto, ildouere, l'equità, l'utile,
oaltre coſe, che ſono cagioni di liti, o di conteſe Per il diletto adunque, et per
il comodo, ciaſcuno ſi muoue à fare. Et benefarà quello, alquale ogni coſaſi
riferiſce, ouero ſiriferirebbe, per ragione, o per appetito, o per natura. Et ciò cheopera, difende,
conſerua,accreſce,accompagna, ſegue,ordina,et ſignifica il bene, bene ſi
chiama, operò la felicità, o tutte le parti ſueſarannobuone, a le uirtie ſopra
tutto ſono benidiſua natura degni,bencheàmoltinon ſono cosi apparenti. Ilpró,l’utile,
il piacere ebene, perche l'utile ė mezo di conſeguire il deſiderio, oil piacereè
moltoalla natura cona forme. ANIMA. Fermati un poco, et dimmi,come non eſſendo
beni cosi apparenti le uirtù de coſtumi,gli huominiſieno uenuti in cognis tione
di quelle: AR. Credi, ó Anima,che ogni maniera di bene, che appare à gli
huomini, éſimiglianza di quel bene, che non appare,e chi uuole drittamente giudicare
da coteſti apparenti beni, potrà ris trouare la uia di peruenire alla
cognitione di quegli, cheſono in ſebe ni, o che fanno la uera, es ſola
felicità,più deſiderata,che conoſciu taima non ſta bene ora difiloſofare
intorno a tal coſa. Baſtiti, ch'io ti ritruoui la uia, per la quale gli huomini
ſono andati a ritrovare i beni dell'animo, o le uirti interiori. Dicoti
adunque, che uedendo i mortali nel corpo umano molte buone conditioni, hanno
congetturas to, ancora nell'animo ritrouarſi alcune ottime qualità, à quelle
del cor po in qualche parte conuenienti. Dimandane la Natura, quali ſieno le
doti del corpo,che tu ſaprai da me poſcia quali ſienogli ornamenti tuoi. AN.
Dimmi ò Natura, fe egli ti piace, diche beni adorni tu i corpi umani? NAT.
Prima diſanità, o di forza, poi di bellezza, O d'integrità diſenſi. An. In
checonſiſte la ſanità? Nat. Nels la. la proportionata meſcolanza degliumori
principali, enell'uſo di ej 14,6 queſta proportionata meſcolanza, ueramente
ſipuò chiamare una egualità ragioneuole. ART. Credi tu, o Anima,di eſſer’al
corpo inferiore? AN. Non già. ART. Credi adunque, che in te eſſer deue una
certa egualità. Il cui ualore conſiſte nell'uſo. A N. Quale uuoi tu che ella
ſia? AR. Quella che Giustitia ſi chiamna,fers ma, o coſtante volontà di render
a ciaſcuno ilſuo. Ma che dici tu delle forze? NÅT. Dico, la
gagliardezzaeſſer’una uirtù del cor po,poſta nel potere à ſua uoglia
abbattere,atterrare,et uolgere ogni alieno impeto con leggiadria. AR. Bella,
aneceſſaris uirtù neli aa nimo. Perqueſto giudicarono ifaggi,eſſer la fortezza,
laquale reſis ſtendo à gli impetidella fortuna,ſola nė"ſuperbanel bene,ne
uile nelle auuerſità ſi dimoſtra, &fola guida nella militia della uita
mortale uin cendo, glorioſamente trionfa. NAT. Che dirai tu della bellezza del
corpo, laquale è una proportione di membra, o di parti tra ſe ſteſ fe, o col
tutto conuenienti dauiuacità di colori, et gentil gratia acs compagnata? AR.
Tumi dipingila temperanza dell'animo,laqua le in ſe ſteſſa raccolta,
ecompoſta,inuera, o proportionata miſura conſiſte, tanto può di dentro, che di
fuorinel corpo il ripoſato, o quieto penſiero uedi, dolce, ogratioſa maniera ſi
conoſce, et quafie una conſonanza di tutte le conſonanze. NAT. Che coſa
trouerai tu nell'anima,conformealla integrità dei ſenſi, come alla bontà della
uiſta, alla perfettione dell'udito, « al uigored'ogni ſentimento? ART. La
prudenza, la quale consiste in saldo, o sincero conoſcia mento delle attioni
umane: A N. Egli mi pare, che io ſia da Dio creata à fine, che le coſe mie
fieno ſcala all'altezza di quello. AR. Che penſitu altro, ò Natura? NAT. Nulla,
ſenon che conchiudo frame, che gli huominiſi ſieno aueduti delle uirtú
interiori per le qua lità eſteriori. AR. Senza dubbio, a molti anche ſi ſono
ingannas ti, oper una ſimiglianza, che hanno le uirtù con alcuni uitij, se lo
Cangiando il nome hanno detto chela tardezza ſia moderata pruten za,la
liberalità ſia la larghezzaſenzamiſura; e cosi all'incontro il prodigo ſia
liberale. Et non hanno conſiderato, eſſergran differenza tra il ſaper dare, er
il non ſaper conſeruare.Et queſto è quel ueriſimi le nei beni, che muoue ſpeſſo
lementi, ogli appetiti umani. Orain brieue l'ordine, l'ornamento, e la coſtanza
delle coſe handimoſtra to le uirtù, ou appreſſo la concordanza di tutte le
operationi, o la grandezza, che le ſopra feſteſſa inalzają si come in ogni
arte, com in ogni scienza biſogna hauer’alcuna coſa manifesta, e chiara, dalla
quale da prima ella naſca, o s'augumenti,cosinella felicità, bed ta uitaſi
richiede, euidente fondamento, preſo dui benimanifeſti à i ſen ſi
umani,dalquale s'argomenti il uero, ottimo fine, operò dalle predette coſe
ſiſtima, quella eſſer felicità, che con proſpero corſo tracorre,tutta
diſeſteſsa, tutta di ſua uoglia, tutta piena,tutta d'ogni parte abondeuole,
ocopioſa, eyd'intorno à tai coſe ricordati ſeme pre della diffinitione, da
unaparte conſiderando, che coſa é bene,di! l'altra diſtinguendo quello che é
del corpo, da quello, che é del’ani mo, e come ciaſcuno in molte parti ſi
diuide.perciò che cosi ne trar: rai quella abondanza di coſe che tuuorrai,doue
meritamente la pres detta parteſi può dar tutta alla inuentione, laquale e il
fondamento della noſtra fábrica. Partidoadunque tutto quello cheſotto il nome
di bene, ò uero, ò apparente ſi conciene, trouerai la felicità con tutte le ſue
parti,o trouerai, che'l fuggire dal maggior male,ſia bene, et l'acquiſto
delmaggior bene, « il contrario delmale; et queſto, pera che molti
s'affaticano, e che i nimici lodano alcuna fiata.Et che ſifa ſenza incomodo,
feſa, fatica, ò tempo, ſe é diſiderato; ofinalmente tutto è bene,uero,
apparente, v dubbio, quello che uiene deſiderato. AN. Che dirai tu del piacere?
AR. Grande ueramente è la fore za del piacere, et del dipiacere, percheſin da
fanciulli ſi uede, che il tuttoſi fa per tai contrarietà. Et s'io uoleßi
pienamente ragionarti, io non finirei cosi toſto, però di eſſo alcune brieui
ſentenze io ti pros pongo,dalle quaiſe ne ritrarrà quella ſimigliäza di uero, che
in tai be niſi può trarre. Dicotiadunque,che quelle coſe grate ſono, dipid=
cere,che ſono alla natura conformi,come hai diſopra ſentito; pero à ciaſcheduno
grato ſarà quello,à che eglidi natura ſua ſaràinchinas toje per la medeſima
ragione,foaue,et gioconda coſa é la conſuetudi ne, come quella chemolto alla
natura ſi confaccia. Perche quello, che speſſo,et per lo più ſifa, è molto
uicino a quello che ſempre ſi ſuolfa re. Caro e quello,che non ſi trde per
forza,perche la forza é contra natura, onde i trauagli,lecure, e ogni maniera
diſtudio, odi pens ſiero,che turbi la quiete dell'animo, perche é
uiolēto,arrecca moleſtia o diſpiacere. Seforſe la conſuetudine non
l'ammolliſce. Cosi per con trario il diletto, il giuoco, il ripoſo,la ſicurezza
ilſuono, et la rimeßio ne, come coſe di ogni neceßitá lotane. Néſolo col ſenſo
uicino ſiprende piacere delle coſepreſenti, ma con la memoria,con la
ſperanza,del lequali una riguarda le paſſate, l'altra le future. Lepaſſate
apportano nella ricordatione aſſai diletto,perche la imaginatione le fa quaſi
pres ſeriti, e ſe erano graui, o noioſe, con lieto, o piaceuol fine fatte ſos
no dolci, eſoauile coſe buoneche hanno à uenire nello ſferare con fortano,
comele preſenti nel goderle,ouero nel imaginarle, ilche ſuos le à gliamantiuenire,
iquali non hanno ripoſo ſenon quanto penſano alle coſe diſiderate. Lauittoria ė
foauißima coſa, ó lo auanzare il compagno, or però ogni maniera digiuoco ſuol
dilettare la caccia, l'uccelare, la peſcagione, et appreſſo l'onore,ogni
gratitudine, ogniri uerenza,inſin l'adulatione piace infinitamente. Lo imparare
ancora é coſa piaceuole, onde la imitatione delle coſe è giocondiſſima, tutto
che le coſe imitate non dilettino, perche nõ la coſa eſpreſſa,malo sfor zo, e
il contraſto dell'arte ſuol dilettare. Indi è nato, che la pittura, le statue,o
l'opre finte aggradano chi li mira. Ne più ti uoglio af faticare,o Anima,in
dimoſtrarti,quello cheda te, et in te prouerai ef ſendo con eſſo il corpo.o
quanto ti fia dipiacere il dominar’ultrui il comandare il ridurre à compimento
le coſe incominciate, il veder riu ſcire ogni tua deliberatione, e finalmente
tutto quello, che al bene t’indrizzerà,ò dal male ti ritrarrà. AN. Se queste
coſe ſono buo ne, come tu di, per qual cagione ſipuò errare nel deſiderarle, nel
cercarle? A R. Due mouimenti,ò Anima in te conoſcerai, l'uno de' quali da eſſa
Natura riceuerai, e l'altro riporterai teco. Nel primo niuno errore puoi
commettere,perche non è colpa tua, che alcuna co ſa ſi truoui,che ti diletti;
ma nelſecondo ageuolmente puoi cadere, eſſendo in tua mano il freno di non
conſentire cosi à pieno à quella prima voglia&, non riguardare alla
ragione, che con certo conſiglio al gouerno de'primi appetiti guidar tidee.
Maperche per lo primo, O naturalemouimento gli huominifanno il più delle loro
operatio ni però debbono eſſer ueriſimilmente guidati,o é creduto per lo più,
che ciaſcuno faccia con deliberatione quello cheegli fa, ſeguendo il primo
inſtinto; néſi conſidera che in teſi truoua uirtá libera, o po tente,dalla
quale ognilode, o ogni biaſimo procede. Etacciò che el la ſiapiù
drittamentegouernata, eccoti l'autorità delle ſacre leggi, nella quale è poſta
la ſalute, e la correttione d'ogniumano errore. Contra le quaichiunquepreſume
di opporſi, dal proprio conſiglio abandonato, è dato in preda alle ſue proprie
uoglie,e ſottoposto ale la pend, come quello cheiniquo, o ingiuſto ſia. Ora in
brieue ti dico, che eſſendo eſſe leggi nelle rep. àgli animi quaſi medicine
delle loro infirmità, o rimedijà i loro errori, biſogna ſapere ogni maniera di
gouerno, gouerno, in che eglipiù fermo
fia,da che uegna il cadimento di quels lo, et quanti ſienoi contrarij ſuoi,per
poteralla cõmune utilità con le Sante inſtitutioni liberamente prouedere. NAT.
Matu non dimo ſtri, ò Arte, che alcune leggi ſono eterne, er immutabili, non da
gli huomini ſecondo gli ſtati loro ordinate, ma dallo editto diuino, o da me
inuiolabili ſtatuite, communi,& uniuerſali à tutte le genti, lequai non più
allo Indiano,cheallo Ethiope,eguali, in ogniſecolo, in ogni luogo ſi Sogliono
ritrouare, non ne igrandiuolumiſpiunati da' morta li,manel libro della eternità
impreſſe,et ſigillate in ciaſcuno che ci na ſce. AR. Coteſte leggi,ó Natura,non
ſono ritrouamenti umani, né ſecondo le occaſioniformate, ma eterne, econtinuate
ad un modo in permutabile, del quale non tocca à me il ragionare, «pint é
quella ch'io non dico di eſſe, o forſe quella equità,dichefpeſoſi ragiona, al
tro nonė, che la leggeſcritta nel cuore d'ogn'uno per correttione di quella
cheè poſta per commune uolere di ciaſcun popolo. An. Dun que nelle umane
leggiſi truoua errore? AR. Nongià, ma ben può eſſereche ilfondatoredi eſſe al
tutto non proueda,et chenon conſide ri molte coſe, le quai per alcuno
accidente, come, che molti ne ſieno fanno uariare i giudicij, e in queſto caſo
la equità, et l'oneſtà può aſſai, operò molto prudente, oqueduto biſogna
cheſia, chiunque forma le fante leggi, « che il più che può tolga il potere à
gli huos mini di giudicare da ſe ſteßi. Però cheben ſai, quantopericoloſopra
ſtà nel giudicio, riſpetto allo amore, all'odio, e ognialtra perturbae tione
umana. Matempo è, cheſi dia fine à queſta parte, perche aſſai sé detto
d'intorno alle uirtù dell'anima,e d'intorno alle coſe appars tenenti ad eſſa,
si di quelle che allo intelletto, come di quelle, che ape partengono allo
appetito. In quanto che elle hanno ſimiglianza del uero, delbene, dj
appartengono alla inuentione. A N. Tutto che ó Arte, inanzi à gli occhimiſieno
le coſe, che tu m'hai dimoſtras te, hauendole tu ſopra la Natura delle coſe
ſtabilite,pur uorrei ſapes re alcunſecreto, come diſopra molti me n'hai
ſcoperti, quando tra noi ſi ragionaua delle parti mie. AR. Io non per
naſconderti alcu na coſa miſon taciuta, maperche eglimipare, cheda te ſteſſa
potrai ogni ripoſte bellezza conſiderare, uedere, che da que' beni che di ſopra
habbiamo diſtinti, naſcono treparti principali dello artificio no ſtro. Però
che ſe il bene é utile,nenaſce quella parte, che é posta nel conſigliare,
laquale ſi uſa neiſenati. Se'l fine è giuſto, quell'altrapare te, che delle
ingiurie ciuili,ò criminalitra i popoli fa mentione, felfie ne 1 1 ne é
honeſto, allora ampia, o magnifica materia ſipreſta di lodare nelle pompe, et
ne i trionfi le opere glorioſe, ma il ualore delgraue, o riputato
Cittadino,primanel ben fare,poi nel ben conſigliareſi di moſtra. AN. Diche coſa
più ſi conſiglia? AR. Di quello, che: più abbraccia l'utile uniuerſale. Etprima
d'intorno al corpo delle uettouaglie, odel uiuere per ſoſtenimento di ogn'uno,
odella difen fione per ſicurtà de i popoli, delle ricchezze perſoſtenere la
difes Ja. Dapoi delle ſacre leggi, e della religione per ottenere l'ultis mo, o
deſiderato fine. ANI. Che ſi ricerca nel conſigliare? ART. Prudenza,
beneuolenza, animo, ſecretezza, e celeris, tà nello eſſequire. A N. Gli
ineſperti adunque,imaligni, i timis di, i uani, i pigri huomini, non ſono atti
al conſigliare: ART. Non già. Necoloro, che non ſanno conſigliare ſe ſteßi. Ma
odi: alcuni ſecretidi queſta parte, forſe non uditi fin'ora. Vuoi tu ſapere un
modo mirabile di conoſcere glianimi de' mortali? AN. Queſto eil tutto. A R.
Sappi,checiò, che ſecreto nell’hkomo ſi truoua, forza cheſia in alcun
ſentimento di eſſo,ò di dentro, o difuori.Sentis, mento chiamo ora ogniparte di
te ó Anima. Et però uolendo tu ri trouar coteſto ſecreto, tenterai ogni
ſentimento, perche quando es toccherai quella parte,nella qualee ripoſto il
ſecreto di alcuno, o pia ceuole, ò noioſo,che egli fi fia,ſenza dubbio manderà
fuorialcuniſea gni,comemeſſaggieridelle uoglie ſue,ocon alcuneſimiglianze dimo
ſtrerà quello,che egli ſipenſa di haueredétro diſe naſcoſo; aguiſa di una corda
chealſegno tirata di un'altra; quandoritruoua la conſon: nanza, ſimuque, a
ſuona di pari armoniacon quella.Da queſta reues, latione dipende la uittoria,
eu l'onore di chi parla nel coſpetto degli huomini.Etqueſto è un ſecreto
ripoſto aſſai, wodegno di penſamento.. L'altro è, che a conoſcereil giuſto, e
lo ingiuſto,biſogna riguardas re al fire,alquale ciaſcuna coſa deueeſſer
meritamente riferita, pera, che quando ſia, che dal debito fine alcuna coſa ſi
rimuoua, allora ne ng ſce la ingiuria,la quale éuna eſpreſſa maniera di
ingiuſtitia. Aqueſta ingiuria altri ſono più diſpoſti a farla, che à
patirla,altri per lo cons, trario. Et questo biſogna conſiderare per potere in
quella parte uas lere, ii cuifinalgiudicio rizuarda il giuſto, o l'ingiuſto.
Altri ſes creti ui ſono, ma io mi riſeruo là doue della applicatione ragiones
remo, cioè quandoſi dirà il mododi porre le coſe nell'anima. Ma che marauiglia
è queſta? doue é gita l'Anima, ò Natura? Perche te ne ridi tu? come ſono
ingannata? come tolto mi viene il poter ſeguire E l'incominciato ragionamento?
NAT. Aſpetta ó Arte, non titurs bare, toſto merrà, con chi tu habbi à
ragionare. Ora uoglio che noi ci tramutiamo, o che cifacciamopalpabili, o viſibili.
AR. Che mutationi mi usi predicando? NAT. Taci, attendi. Eccomi qui di corpo,e
di formaumana. AR, Guardami ancora tu, ch'io ſo no trafigurata,à chimiſomigli
tu o Natura? NAT. Io non ſaprei à coſa alcuna ſimigliartijmubene io uedo, che
tu hai molto del graue nell'aſpetto, e nello andare, onel uestire,et à pena io
ardiſcofiſarti. gliocchi à doſſo. Et mi viene una certa tenerezza di lagrimare.
A R. Coteſto é ſegno,che tu mi ami et riueriſci;et tanto più ch'io ti ſcorgo un
certo roſſore nel uolto, e ti odo ſopirare. Ma che ti pare de gli occhi miei?
NAT. Tu haideldiuinoin eßi, come cheſieno di coloa re celeſte, o di luce
penetrante. A R. Et de capelli,chedi tu? delle ciglia? NAT. Quelli ſono neri, a
queſte rare, e di oneſta grandezza. ART. Saitu di cheſieno ſegni le predette
coſe? NAT. Non già,ma bene ſtimo, che tu t'habbifigurata in quel mo do
difuori,che tuſei di dentro, cioè piena d'intelletto, edi capacità ftudiofa
delbene,folerte,er ſuegliata comeſei. A R. Tudi il ues ro, e dipiù il naſo
aquilino, le orecchie egualiil collo brieue, il pete tolargo, le ſpalle große,
le braccia, le palme, ø i diti lunghi, tuttiſou no ſogni euidenti dello eſſer
mio. NAT. Ma tunonſei peròtroppo grande,bencheiltuo mouimento ſia tardo, elo
ſtarediritto, chedie moſtrino te manſueta, umana, a piaceuole. Ar. Se non fuſſe
il mio continuo penſamento, mi uedreſti ancora più allegra. Ma guarda
quantiſtrumentiadoperar mi conuiene perporre in opra quello che io nella mente
diſegno. NAT. 10 ſono dite più ſemplice, o piis ſchietta comeuedi. AR. Tu mifai
ridere con tante mammelle. NAT. A punto io fo ridere ogni coſa per tante mie
mammelle, pero che credi tu, chelefemine, noni maſchi habbiano tai parti? AR:
Perche le femine ſono quelle chepartoriſcono, però biſo gna, che come eſſe
danno la uita, cosi diano il notrimento,etperò han no le dette parti come
iſtrumenti della nodritione. NAT. Quans te adunque nedebbo hauer’io, eſſendo
madre dituttele coſe? AR. Tu hairagione,ma chi é quel giouane cosi bello, che
incontro ne uie ne? NAT. L'anima,che poco dianzi era ſola,ora è accompagnata
col corpo. AR. Chemiracoli fai tu ò Natura? NAT. Credi tu Arte ſapere ogni
coſa? AR. 10 fo bene quello, che credo, ſo che le genti non crederanno queſte
mutationi, che tu o io facciamo. NAT. Pochi ſono i ueri Sauij., però non diamo
orecchie al uolgo. Eccoti il deſiderato aſpetto, conſidera o miſura le parti
fue, che ria trouerai bella,o proportionata compoſitione. Ar. Che carne gen
tile, odelicata, non però troppo molle, guarda chedignità,che maa niera
chefronte allegra, « ſignorile,chipotrà dire che egli nonhab bia ad eſſere
pieno di coſtumi, o d'ingegno? NAT. Ben ſai,che io gli ho la promeſſa ſeruata
in tutto. ART. Rallegromi ueramen. te, o mi pare, che tu ſeimolto miglior
maeſtra di me, ma che nome gli daremo?.NAT. Quello che conuengaà chi lo fece.
ART. Io ne ho poco che fare. NAT. Anzi tugli hai dato, et darai il
miglior'eſſere;ben’è uero,ch'io ne ho la parte mia, o il mie fattore la ſua.
ART. Chiamiamolo dunque DINARDO. NAT. Perche? AR. Perche Dio, Natura, et Arte il
donarono. NAT. Tu mi allegri con tal fabrica di nomi. A R. In molte lingue io
ho queſto potere, il quale e poco da gli huomini conoſciuto. NAT. Mipiace, ma
perche non l'hai tu dacapo a piedi minutamente miſurato? AR. Micuſui lo
hauerglidimoſtrato, che la oratione eſſer dee.comeil corpo umano, o hauere
principio,mezo, et fine. Etche le partiſue deono corriſpondere à ſejteſe, al
tutto con dignità,e decoro? Et si comenel capo ſono tutti i ſentimenti del
corpo, cosi nel principio eller deono ripoſti i ſentimentidella oratione. A lui
pofciaſtarà di ore dinar la predetta materiafecondo il biſogno, facédolo
auuertito, che i teftimonij delle opere de’ mortaliſono le coſe che ſtanno
d'intorno à quelli. Et però mi gioua di nominarle circostanze, percioche fa
cendo,o operando l'huomo alcuna coſa, ha ſempre inanzi,ò apprefe ſo il tempo,il
luogo,le perſone, il modo, ilfine, le quaicoſe fanno fede ſe l'operaſua è
buona, orea. Da coteſta conſideratione, ſi ſtima chi ragiond, e con chi,ſe è la
occaſione di dire ſe in questo, o in quel luo, goſtarà bene di parlareſe ilfine
è buono,et altre coſe,alle opere ap pertenēti. Ma tu gratioſißimo Giouane, che
con tăto fauore delcielo ſeinato,ti ricorderai tu quelle coſe che dette
habbiamo fin'ora? Non titurbure,cheio ſono l'Arte, e queſta è la Natura,con la
quale tu, eſſendo Anima ragionaſti. Din. In che maniera ſono le coſe ſchiette,
oignude, oin che forma ſono le compoſte,che cosi uiſiete mutate, piacemi di
hauerui riconoſciute, o cosi uiaffermo di ricordarmi di quanto s'è detto. ART.
1o non mipoſſo ſatiare di guardarti. NAT. Che giouanezze ſono queſte? ART. Non
ti dolere, o Natura, che la bellezza delle opere tue ſia da me riguardata con E
2 marauiglia. NAT. Poi che io à tale fon uenuta, che pienas mente ho ſatisfatto
al deſiderio tuo, e chef Anima pronta s'è die moſtrata, comincia tu ancora ò
Arte ad inſegnarci ilmodo, col quale applichiamo le coſe all'Anima. Et perché
non più aſtratte ſiamo,ma compoſte,però voglio,che con le eſperienze degli
ingegni altrui, eo con glieſempi, cheſono oſtaggi della verità, e con l'uſo
quotidiano, tu ti rivolga à darci ad intendere la forza di L’ELOQUENZA UMANA.
ARTE. Cosi farò. Ma tu, ò Dinardo, presteraimi udienza, e non lasciare à dietro
cosa, ch'io ti dica. Marauiglioſa e ueramente la forza o la virti di LA FAVELLA
UMANA. Perciò che oltre alla intenzione dei concetti e delle voglie di voi
mortali, che per essa si suole con besneficio universale e evidente diletto
appalesare, non é in voi sentismento alcuno, l'appettito del quale non sia da
quella fieramente eccia tato, e commosso; a chi volesse di ciò prender debito
argomento ogn'ora, che venisse bene, riguardando à i modi, che si usano tra voi, ritroverebbe le cose à i sensi sottoposte
alcuna volta essere di minor virtù in muovere ciascuna il senso suo, che IL
PARLARE, quall’ora egli sia con bello, efficace, es maestrevole modo formato o
fabricato o appreso doppo alcuna più profonda considerazione, conoscerebbe essere
QUASI INFINITO IL VALORE DI ESSO PARLARE, come che solo allo intelletto dimostri
la sostanza, e la ragione delle cose, it che à niuno altro sentimento,
quantunque la Natura sempre a tutti liberalissima stata sia, né é, në fu, nef arà
concesso già mai. Quante cose del cielo, quante delle intelligenze, quante del
divino PER MEZZO DELLA LINGUA, senza l'aiuto degli’occh iò d'altro sentimento si
fanno? IL PARLARE è solo dimostrastore della sostanza, IL PARLARE E SOLO PER
UNIVERSALE MINISTRO DELL’ANIMA, IL PARLARE E SOLO STRUMENTO DELLA RAGIONE, ma
onde é, o Dinardo, che negli que ni menti, et ne gl’atti degl’uomini tanta
forza discens da NELLE PAROLE? DINARDO. Credo veramente, che essendoci dato da
essa Natura IL PARLARE, come tu dici, affine, che LE NOSTRE BISOGNE, I NOSTRI
PENSIERI ALTRUI MANIFESTIAMO, gran potere in quella FAVELLA debeba essere, la
quale da vero, et ſaldo intendimento, e da sforzes uole disiderio procedendo,
tale di fuori apparirà, quale di dentro nele l'animo dimorando ſtarasi. ARTE.
Ben di. Essendo adunque le parole come ostaggi delle voglie o de concetti, bisogna,
come tra’ signori aviene, dare gl’ostaggi alle persone convenienti, e però
prensdendo noi DINTORNO AL PARLARE quel miglior partito che si conviene, soglio
che picde inanzipie mettendo or gentilmente più oltre pafé fando ritroviamo le
maniere, e gl’ASPETTI DELL’ORATIONE, o confiaderiamo quale PARLAMENTO à qual cosa,
et à qual persona si conuenga. DINARDO. Di, ch'io t'ascolto. ARTE. Non è
dubbio, che riportando IL PARLARE per gl’orrecchi alle anime de gl’ascoltanti,
la forza dello intendere o del volere, bisogna in questo viaggio dar mouimento,
et modo ad eso PARLARE. Perciòche lo intendimento ó la voglia nell'anima si
riposano, o iui come nel suo caro nido dimorano, ne si potreba bono da quello
senza ragione, et artificio, di partire. Al che fare accoa ciamente uoglio in
prima che in ciaſcuna forma, o maniera di L’ORATIONE si truovi IL CONCETTO
DELLE COSE INTESE, ca DESIDERATE, il quale par orasia detto, e nominato
SENTENZA. Appresso uoglio, che ci sia lo artificio di levare LA SENTENZA dal luogo
suo e là doue farà biſoagno, leggiadramente portarla, perche SIMIGLIANDO LA
SENTENZA AL RISPOSO E ALL’ANIMA, diremo, che l'artificio sia la machina, il
modo conveniente di levare il peso della SENTENZA dalla MENTE umana. Ma perche
si vede che l'anima usa le forze sue, o adopra il corpo come strumento, però à
ciascuna forma di LA ORATIONE appresso l'artificio, Ry LA SENTENZA, le ſidarà
PAROLE, e voci, per mezzo delle quali puo l’anima delle sentenze la sua virtù,
le forze sue gentilmente ad opearare. Ma per che aspetto alcuno non si potrà
vedere, oueſieno le pare ti, la compositione di eſſe, IL COLORE, i contorni,
oifinimenti del tutta, desidero condonar alle parole i suoi COLORI, il sito, o
le parti qua si membra, o i suoi termini, accioche altri all’aspetto, o alla
forma conosca quali oſtaggi ſieno dati dall'anima DEI I SUOI RIPOSTI E SECRETI
INTENDIMENTI. Chiameremo dunque il colore LA FIGURA, la parte IL MEMBRO, il sito
LA COMPOSIZIONE, il finimento chiusa o TERMINE dell’orazione. Et perche van a
fatica sarebbe la nostra, le hauessimo solamente formato si bella creatura
affine che ella si stesse, ne punto si movesse, pero come vivo s'intende quel
corpo cui movimento e concesso, cosi daremo AL NOSTRO PARLARE il suo passo, o vero
il suo corso, il quale si farà col riposo di alcune parti e col movimento di
alcune altre, come farsi vede ne gl’animali, o perche con altro mouimento si
muove uno adirata, con altro un mansueto, o altro é il passo d'uomo grave e
atteme pato, altro d'un leggiero però nello spazio per lo quale ha da correre o
caminare LA ORATIONE voglio che si conosca ogni interna qualità delle cose per lo
movimento e per lo riposo di LE PARTI DEL SERMONE, e we per che di sopra
habbiamo dato à ciasscuna parte il nome che à formar UNA MANIERA DI PARLAMENTO si
richiede deremo ancora à questa ultima il nome suo si veramente che il riposo,
o il movimento delle parti sotto uno stesso vocabolo si rinchiuda, poi chiamato
sia o Numero, o numeroso componimento. DINARDO. Qual De dato puo cosi belle
figure a fare, adornare, come fai tu, o Arte. Raccolgo fin tanto quelloche io
ho da te sentito fin’ora, o dico che tu uuoi, che LA ORATIONE ha una qualità che
conuenne alla cosa, o alle persona soggetto, o questa istessa qualità, forma á
maa inierazò guisa dimandi. ARTE. Cosi e, DINARDO. Tuu uoi appresso che ciascuna
forma primieramente ha la sua SENTENZA che altro non è che il CONCETTO della
cosa, da poi l'artificio, che é il modo di les uarla dal luogo suo, ne questo
ti basta, a però uuoi ire grandamente si consideri con quai PAROLE si puo pixi
acconciamente RAGIONARE, a esprimere la OCCULTA virtù della SENTENZA, disponendo
le PAROLE e dando a la parola i suo COLORE, e finalmente rinchiudendola in
alcuni termini accio che sieno alla SENTENZA eguali, come l'anima à tutto il
corpo, o a ciascuna parte dare il suo numeroso o MISURATO movimento, che col
riposo, o con la velocità del tempo presente si misura. ARTE Cosi u'ho detto
DINARDO: Ogni cosa mi pare d'intendere ragionevolmente, solo che tu voglia
dichiararmi al quanto d'intorno a questo numeroso componimento, che “NUMERO”
hai nominato. Et io son dispoſta à farlo, sueramente, ch'io voglio prima
partitamente ragionare, ego distinguere la maniera, e la forme predetta, de cioche
tu sappia il numero di ciascuna determinazione. Dico adunque, la prissma guisa,
es la prima forma dover essere la LA CHIAREZZA, la quale sotto di se contiene
la PURITA, o l’ELEGANZA del DIRE, anzi più presto da questa maniera ne risulta la
cagione che nel primo luogo si riponga questa forma perche niuna cosa più si
ricerca ò si disidera [cf. H. P. GRICE, DESIDERATA --] dachi jagiond, che il lasciarsi
intendere, il che altramente non si può fare senzá LA PURITA DEL DIRE, la
mondezza, la quale oggi voglio, che ELEGANZA si chiami da noi. Ma perche spesso
aviene che sforzansdosi alcuni di esser inteſi, cadono in forma umile, ego dimessa
molto les cuando, otogliendo della dignità, della grandezza del PARLARE, però
appresso la predetta forma, si dirà della grandezza o GRAVITA DELLA ORATIONE,
quale da molte altre fori ne procede, che sono quesste, muestd, comprensione, asprezza; eemenza, splendore, viva
cie tà i boppo LA CHIAREZZA e la grandezza del DIRE a me pare che si convenne conoscer’un’altra
forma; ta quate tutto il corpo della orarzione con la convenienza delle parti,
ornamento, os gratia recando, bella, en misurata si mostra, v però mi giova di NOMINARLE
BELLEZZI, alla quale un'altra formaſi darà, volubile, presta, perche tèggia a
dramente si muova, leggiadramente dico a fine, che ne troppo sciolta, né troppo
legtta ſiueggia. Et ſe la chiara, a la grande, e la bella, o la veloce forma
sono tanto richieste, quanto previdá te stesso considerare che diremo noi di
quella, nella qual si dimostrano i modi, i costumi delle persone. Et di quell'altra,
che fa credere ogni cosa che si dice esser verissima? Certo non meno queste che
quelle esserticare deuriano, quando in queſte sta ripoſta ogni riputatione di
CHI PARLA; et ogni credenza delle cose, cosi voglio nominar quella forma la
quae le secondo le nature, e gl’abiti delle genti va ragionando sotto della
quale è la simplicità, la giocondità, o l'acutezza; e quell'altra ancora, che verità
si dimanda, sono forme, senza le quali morta e spenta sarebbe l’orazione. Ed in
questo numero sono chiuse le maniere, o le guise, delle quali alcune hanno la sua
sentenza, &i loro artificii, e l'altre parti distinte, es separate dall’altre;
alcune comunicando insieme, si confarànno, o nella sentenza, ò nello artificio,
ò nella parola, ò nella figura; o nel resto, cos me chiaramente uedrai. Queſte
uoglio, chetu da feſteſe, come ſemplici forme riguardi diſtinte l'una
dall'altra. Perciò che non quel lo che si truoua, ma quello che può essere, voglio
che tra te medesimo rivolgendo consideri, e ciascuna forma, come tale, ew tale
conoschi. DINARDO. Io t'intendo, Tu vuoi ch'io sappia considerare ogni guisa d’ORAZIONE
in se stessa, onde poi a scelta mia io possa questa con quella, e quella con
altra mescolando, di più semplici formarne una bella coinin posizione. ARTE. Che
credi tu, che vaglia poi cotesta MESCOLANZA che nella purità ritenga grandezza,
a peso, nella semplicità, forzkiego splendore, e ha nella grandezza del bello,
e dilettevole, ma che afþramente piacevole, e piacevolmente aspra si dimostri,
pungendo; gungendo, come si dice, ad un'horafteli e facendo che quello che è
nella sentenza ampio o ripieno sia nello artificio ampio ad leggidadro. E in
tal modo accompagnando la FIGURA d'una forma con la PAROLA d'un'altra, di più
contrario -- cosa alla natura medesima riputata impossibile -- farne una amore
uole fratellanza, onde poi questo generoso accozzamento di cose REPUGNANTI empia
ogn’uno di maraviglia. DINARDO: Non mi accender pir di grazia, di quello che io
sono, cominciami oggi mai à formare ciascheduna delle maniere, accionche io veda
il fine della desiderata catena dell'anima delle cose, e del PARLARE. DE Ï Ï A
parlare. ARTE Bendi. DEI DUNQUE sapere che come nell'anima, altra parte è
quella che apprende la ragione, alfra quella che é da gl’effetti commossi, come
dicemmo, o nella natura altre sono le cose allo IN-SEGNARE altre al muovere
appartenenti cosi alcune forme dell’orazione e le quali converranno alle cose
dell’intelletto, als cune alle cose della voglia, o dell’appetito o quando questo
non e né via, nė ragione alcuna e di
poter acconciamente INDURRE OPNIONE E AFFEZZIONE con la forza della favella.
Però auuertisci, che nel trattamento della forma da te stesso puo intendere
qual forma a qual cosa si confaccia. DINARDO. Ricorditi di farmi ogni cosa
chiara con gli essempi di CONVERSAZIONI DIADICHE e io mi obligo di interpretarli
secondo la PARTICOLARE occasione in qualunque libro di questi che tu vorrai. Ma
prima desidero saper alcuna cosa d'intorno al NUMERO o numeroso componimento, O
QUANTITA O FORZA. ARTE. Lasciati à me guidare che il tutto saperai secondo il
bisogno. Sappi adunque, o Dinardo, che qual’hora alcuno si rivolga à considerare
il modo, e la ragione del medicare, che ritrovando alcuna bella cosa nella
medicina, voglia giudiciosamente applicarla all’arte del dire, non è dubbio,
che egli non sia per vedere tra la medicina, o l'arte di che si ragiona, grandiſsima
simiglianza. Ecco la medicina cerca di indurre sanità, oue ella non ė, ò di conseruarla
doue ella si truoua. Il simile fa quest'arte, d'intorno alla buona opinione,
perche conogni studio s'affitica di metterla, ò di mantenerla oue sia bisogno.
La medicina conosce qual parte del corpo con qual rimedio esser debbia risanata,
o preservata, cosi queſt'arte opra con l'anima e con le parti sue con la forma del
parlare o conversare. La medicina quanto più può fugge la noia che puo alcuno
medicamento recar'atl'infermo, con mele ò con zucchero, ò con altra coperta
mitigando il pessimo sapore, ego l'odore delle medicine, ne da questa
gentilezza si parte la mia figliuola, cercandodi non offendere quel sentimento che
prende i suoi rimedij, il qual sentimento é negl’orrecchi riposto, per le quali
sotto la soauità del suono fa trapassar’inſino all'anima la opinione, quantun
que sia di cosa dalla natura aborrita. E finalmente la medicina nelle sue composizioni
alcune cose vi mette, non tanto gioue uoli alle parti offeſe, quanto preſte
apportatrici delle virtù dell'altre cose al luogo infermo, il che quamto ſi
conuenga all'artificio fa FAVELLA, non ti posso in poca hora dichiarare perche
troppo grande é la forza del suo numeroso componimento; il quale portando ſeco
agevolissimamente il valor della parola e della sentenza, pasa, e penetra per
ogni parte dell'anima, deerosa di questa soauità, e benche gl’orecchi del volgo
ne sentano assai, non è però da dimandare alcuno IDIOTA, onde ella proceda, ò
come si faccia, perche QESTO GIUDIZIO E PIU PROPRIO DELL’INTELLETTO CHE DEL
SENTIMENTO UMANO. Giudicando adunque, o considerando L’INTENDENTE UOMO quale sia
la cagione che la parola più ad un modo che ad un'altro disposta e diletta uolio
numerose, ritruova il tutto essere alla Natura, quanto al ſuo principio, conveniente,
ma quanto alla perfezione non cosi; però che io ne ho grandssima parte. E
perche tu sappia quello che la Natura, a quello che io ti possiamo prestare, dico
che la Natura ha posto alls cor nell’orecchie il suo piacere e diletto, vuole
che quelle affaticate si folleuino con la soauità, a dolcezza del dire; al che
fare niuna cosa è più potente nel vostro ragionare che il NUMERO o la fosnità
della parola. Il qual NUMERO bisogna che di sua voglia vegna nell’orazoone, si
perche FA ORAZIONE E NON MUSICA (come la poesia),si per fuggir la sospitione
dell’artificio, la quae le con luſinghe uole INGANNO pare che VOGLIA ABBAGLIAR
L’AMINO DELL’ASCOLANTE opera leua loro ogni PERSUASIONE o fede. Ma quando con
ine certo, o non conosciuto numero, dolce però, e soaue, si compone il parla-mento,
o si lega insieme il fascio della sentenza e dell’intendimento, senza dubbio il
tutto con credenza, o diletto si riceue. Fuggasi dunque il ucrſo, ogni regola
continouata del uerso; continouata dico, peroche lo stesso numero più volte
replicato facilmente si riconosce, o fa che gl’orecchi aspettanti l'ordinato,
consueto ritorno, più al suono che al sentimento si diano cosa assai chiara, o attesa
ne i versi, il NUMERO de’ quali usato, e conosciuto, più dall'arte che dalla natura
procedente. Ma perche senza legge di NUMERO alcuno, o sciolta del tutto non dee
restare l'orazione, che oscura, cu piaccuole ne rimarrebbe, però numerosa o
composta ella si disidera grandemente. Ora da che nasca, o per qual cagione diverſamente
offer convenga numerosa l'orazione quanto à me s'appartiene dirò brieuemente, dichiarando
prima, che cosa sia NVMERO, ò numeroso come ponimento. DINARDO. Questo ordine à
me sommamente diletta, però di cuore ti priego, che più distintamente che puoi,
me lo dimostri. ARTE. La necessità vuole che le parole sieno pari alla sentenza,
perche à questo fine si ragion e conversa, come si è detto, accioche quanto
habbiamo di dene troſi dimostri di fuori, doue mancando o accrescendo parole, o
il concetto interno non e espresso, come nella mente dimora, ò il parlar e
OCIOSO – Grice, otiose -- ò mancheuole. Ma perche la sentenza nell'anima è
finita O terminata, però debbon’esser finite, o terminate in QUANTITÀ le
parole, che la sentenza dimostrano. La qual QUANTITÀ insieme ragunata, GIRO O
CIRCUITO nomineremo il quale altro non e che pieno o perfetto abbracciamento
della sentenza. Questo abbracciamento di pari accompagnando la virtù di ef la sentenza,
può hauere una ò piu parti, o maggiori, o minori, secondo le parti della sentenza;
e ciascuna parte é composta di parole, o si chiama MEMBRO O NODO o si come ogni
parte del corpo ha il suo principio, il suo FINE, e il suo MEZZO, o il corpo medesimo
e terminato e finito cosi le parti dello abbracciamento, welfo abbracciamento e
finito o terminato. In tutto questo spazio adunque che è tra il principio, il
fine di ciascuna parte, e tra il cominciamento, es la chiusa, che s'è detto
chiamarsi gia ro, ė forza, che la lingua alcuna volta s'adagi, o si riposi secondo
il bisogno,o si muoua più ueloce, ò piu tarda secondo la QUALITÀ del concetto.
Et questo riposo, o questo movimento, misurato col tempo del proferire, para
torisce il numero, del qual ragioniamo vero figliuolo della composizione, o de
i termini del parlare, o molto piu nel fine, che nel cominciamento e più
apparente ne gl’estremi che nel mezzo. E perche di esso NUMERO gl’orecchi fanno
giudicio in quanto al sentimento del piacere o del dispiacere, per esser
naturale à ciaſcuno la dilettatione de sensi, o l'intelletto fos lo come ti dissi,
ne cerca la cagione però, hauendosi fin'ora in parte dimostrato quello che all'intelletto
s'appartiene, in parte dico, perciò che l'intelletto in questo caso molto all’orecchie
deferisce, o diverse maniere hanno diverso NUMERO. Però cominciando a trattare
delle forme del dire daremo a ciascheduno il suo numeroso componimento, o con essempi
DI CONVERSAZIONI DIADICHE ancora ritroueremo quello che con ragione e
dimostrato. DINARDO. Molto bene auif di farmi capace di questa magnifica o illusſtre
composizione; però segui che con maggior desiderio, che prima, fono
apparecchiato d’ascoltarti perche mi pare, che ora tu facci di me pruoua
marauigliosa. ARTE. La prima forma e nominata CHIAREZZA – la qual nasce da
purità, o da eleganza. Pero essendo ella quasi un tutto, acciò che meglio ſi
manifeſti, si dirà delle parti fue, et prima della mondezza o pilerità, poi della
scelta o eleganza. Deefl dunque dare alla purità del dire quella sentenza la
quale e di piana intelligenza e non ha bisogno di piu conſideratione, come per
lo pia sono, o esser deono le narrationi delle cose, come qui. DINARDO. Tancredi,
principe di Salerno, e signore assai umano, di benigno aspetto. ARTE Eccoti,
che ſenza alcuna fatica di discorſo ogni mediocre ingigno gegro può capire il sentimento
della sentenza già pronunciata, come ancora in questa sentenza. DINARDO. Io son
Manfredi, nipote di Costanza imperatrice. ARTE. Et molti essempi sono della
purità nelle novelle, la sentenza delle quali per la maggior parte è molto alla
uolgar’intelligenza fottopo sta, pur che partitamenteſa ciascheduna in ſe
conſiderata, percio che pua re non ſarebbono quando ad alcun fineſi riguardasse,
o uero altro attendessero per fornir il sentimento loro, come se in questa
guifa si dicesse. Essendo “Tancredi principe di Salerno signore assai umano”,
perche questa sentenza non e TERMINATA O FINITA dovendo attendere a quello, che
segue, o però più presto oscura e che monda enetta. Non aspetti adunque altro
intendimento chi vuolessr puro nella sentenza, la quale stando nell'anima, dee esser
con tal'artificio levata, che sola si tiri suo riga come di dentro dimostra il
concetto, cosi di fuori fa fatto palese, senza alcun accidente che quella
accompagni o consegua. E però da questa forma e bandita ogni circostanza di
tempo di luogo, di persona, o di modo, ò d'altro avenimento. Vedi questa parte
quanto é pura nella sentenza: DINARDO. La quale percioche egli, si come i
mercatanti fanno, anda molto in torno a poco con lei dimora, s'inamora d’un
uomo chiamato Roberto. ARTE. Non lascia esser pura cotesta sentenza quel
trammezamento che dice percioche egli, si come i mercatanti fanno, andaua molto
intorno, o questo adiviene, perche SOSPESO SI TIENE L’ANIMO DI CHI ODE. Fuggi
adunque ogni raccoglimento se vuoi essere nel tuo dir mondo, et neto; et narra
le cose partitamente come stanno, ma de i raccoglimenti quanti o quali sono,
dirà poi. Delle parole veramente con le quali si dee uestire la purità breve
ammaestramento si darà perche, tutte le parole, piane, facili, usitate, bricui,
O communi sono all'anima della purità molto proportionate, onde le trae
portate, le straniere, le lunghe, e quelle, che la lingua pena à proferire, o
l'intelletto a capire sono dalla purità lontane, però purissime sono queste.
DINARDO. Che à me pareva esser’in una bella, dilettevole selua, e in quella
andar cacciando e haver preso una cauriola, parcami, che ella e piu che la neue
bianca,or in brieue spazio diucnisse si mia domestica che punto da me non si
partiva, tuttavia a me pareva haverla si cara, cbe accio che da me non partisse,
le mi pareva nella gola haver messo un cola no d'oro e quella con una catena
d'oro tener con le mani. ARTE Non è poco haver giudicio di ritrovar le parole
ad ogni maniera conformii, ma molto più wi deue avvertir' nel disporle, o COLORIRLE,
onde ne nasce il desiderato aspetto. E però sappi che la figura della parola, alla
purità sottoposte, é il dritto, ecco. DINARDO. Nicolò Cornacchini e nostro
cittadino, o ricco huomo. ARTE. E quiancora DINARDO. A solo adunque vago,
piaceuole castello postto ne gl’estremi gioghi delle nostre Alpi sopra il Trivigiano
ecsi come ogn’uno dee sapere arnese della reina di Cipri. ARTE. Non cosi puro e
se dagli’obliqui casi ha cominciato, Dicendo, Di Asolo, vago e piaceuole castello
posseditrice e la Reina di Cipri. Ma puro e per la figura del dritto, avenne
che secondo quella parola puro non sia, doue si dice Arnese, voce straniera,
ancora nello aretificio non é puro per quello tramezamento che dice, si come
ogn’uno dee sapere, o per quelle circostanze del castello vago piaceuole pera
che RITARDA IL SENTIMENTO DLL’ASCOLTANT, ovi mette le circonstanze del luogo.
DINARDO. Dunque erra chi volendo esser puro usa una parole non pura, artificio,
o figura d'altra maniera della orazione? ÁRTE. Errerebbe se egli crede, otenta
d'essre in ogni parte puro, e netto, e non usa quello che si conviene ma non
erra volendo alla purità del dire porgere grandezza o dignità. Ma ancora voglio
che ogni maniera e in se stessa considerata e però la purità del dire ha le parti sue distinte, o separate dalle altre nė
solamente il dritto è figura di questa forma o manierq ma anche ogni altro COLORE
che e contrario alla comprensione. Ora trattiamo del sito, o della composizione
della sentenza, Dico nella purità, o mondezza del dire doversi mettere le
parole insieme con quel modo che piu vicino e al favellare, usita e cosenza
molta cura, caffettazione semplicemente quanto si può. E si cos me in ciascheduna
parola di queſta forma bisognaua levar ogni durezza, Cogni difficultà di
lettere, o di sillabe, accioche la voce di suono e quale, temperato, non
impedito usce fuori cosi nella composizione bisosgna guardare d’acconciare
talmente che pine tosto nate, che fabricate appariscano, come nell’esempio del sogno
si conosceud. Considera tu poi la forza e lo spirito di ciascuna lettera e di
ciascuna sillaba, come la natura in tutte ha posto la sua piaceuolezza,
durezza, e tifa rai questo giudice del suono delle parole, della loro disposizione,
ucdi che la “A” si forma nella più profonda parte del petto, o esce poi fuori
con alta voce, risonante, onde lo spirito di essa grande, o sonoro essente, odi
la seguente -- ch'é la consonsante “B/” La “B” é purasnella, despedita -- come
è aspra la sequente, che e la consonante “C” quando è fine della sillaba, ISA
C, órauca quando è posta inanzi la “A” à la “V” come per lo contrario e di
dolce, spesso, o pieno suono, precedendo alla “I”. Alla “E” come qui. Salabetto
mio dolce iomi ti raccomado o cosi come la mia persona è al piacer tuo, cosi é
ciò che ciė, o cio che per me si può fare al comando tuo. Considera poi da te stesso
il restante delle lettere, in che maniera essa natura di sua propria qualità ha
ciascuna dotata e vederai onde nde sce più questa che quella composizione. Le
parti e le membra, della purirità esser deono breui, et ciascuna dee terminar il
suo sentimento, non ritardando con lunghezza del giro, o di raccoglimenti la
intelligenza del popolo, come qui, D. Suol’essere a' naviganti caro qualhora da
oscuro o fortunevole nemboso spinti errano, o travagliano la lor via, col segno
della indiana pietra, ritrovare la trammontana in modo che qual ventosossi conoscendo,
non Ria lor tolto il potere, e vela, o governo, là doue essi di giugner
procacaciano, o almeno dove più la loro salvezza veggiono indirizzare. Bisogna
parimente in minore spazio raccogliere il sentimento di ciaccuna parte ouest vuole
esser puro, o fare in questo modo benche le parole sono a le quanto dure. DINARDO.
Chino di Tacco piglia l'abbate di Clugni a medicalo del male di stomaco, poi il
lascia l'abbate ritorna, in corte di Roma, o il ricomcilia con Bonifacio Papa, o
fallofriere dell'ospedale. ARTE. E nel uerso ancora esser dee la predetta norma
osseruata. DINARDO. Pace non trovo, e non ho da far guerra, e temo, espero, e
ardo, e for’un ghiaccio. Il che non quiene in questa altra parte. DINARDO. Voi,
ch'ascoltate in rime sparse il suono, perciò che IL SENSO E TROPPO RITARDATO o
con lunghssime parti rattenuto. Ha si dunque della purità quello che bisogna
d'intorno alla sentenza, all’artificio, alle parole, alla figura, alla composizione,
e alle parti di esa. Resta che si tratti del numero, e del finimento, cioè
della chiusa, o del termine della sentenza, o delle parti sue. Dico adunque che
nello andare, ego nello spazio di questa forma non si dee essere ne veloce ne
tardo ma temperato e ne i riposi, ne i movimenti, perche il numero nasce dalla
composizione, co dal fine, però sapendo quale esser dee la composizione delle
parole quale il fine tutto quello che sotto di queste parti contiene darà ad
intender quello che si è detto, perche quanto si ricerca alla composizione si é
dichiarito resta che si dica del finimento.ogni sentenza, ogni giro può finire,
ò in alcuna parola tronca, o in parola piena, sieno queste parole, ò di II, ò
di III, ò di piu silabe, o ancora di una. La parola piena, e compiuta ò e sdrucciolosa,
e volubile, o salda, o ferma, o perche
non solo Ridce considerar l'estrema parola di tutta la chiusa, ma anco la vicina,
o prossima, però partitamente si dice di ciascun finimento al luogo suo. Come adunque
voglia la purità terminare le chiuse sue, assai chiaro ofer dee. prciò cheassimigliandosi
elle al dire cotidiano, fuggirà il fine della parola tronca, come e quelle anda,
corfuftarà, o C. perche le medesime dee nella disposizione fuggire, come
ramarico, o render florido. Ed a contenterà di quel fine, che per lo più la natura
a volgari dimostra, ma io non voglio, che con tanta religione si finisca in
parole piene, et perfetete, fuggendo le tronche, o le fdrucciolose, che alcuna volta
non si metta sie ne altrimenti al suo parlare, perche quello che si dice, si
dice per la magegior parte dei finimenti, e delle chiuse della purità. Da
questi adunque o dalla disposizione risorge quella MISURA – moderato --, che
noi NUMERO addimandiamo. Essendo adunque la chiusa simile alla disposizione, la
disposizione non isforzevole, ma temperata e naturale, seguita che il numero
dell'uno, o, dell'altro figliuolo e, a quelle somigliante. Ben'è vero, che la forza
di ciascuna maniera e riposta piu tosto nelle altre parti che nel numero,
eccetto che nella bellezza, douc l'ornamento e il numero grandemente scerca, as
molto piùè ne i versi, nella poesia che altrove, o questo dico, acciò che fu
non metta piu studio dove non bsſogna riportandoti a gl’orecchi, il giudicio
delle quali da essa natura é ſommamente aiutato. Ecco adunque, è Dinardo, quanto
giova la mondezza, o purità del dire alla chiarezza. Ma perche questa semplice forma
non può da se sola si chiaramente parlare che non visi a qualche impedimento, però
bisogna ouunque le sia di aiuato mestieri, con l’eleganza aiutarla come con
maniera che più un modo che un'altr piu questo ordine che quello secondo il bisogno
adoprando elegge et fo uegna alla semplice purità del dire, il qual'aiuto è più
presto nell'artificio che nelle sentenze riposto. Però che ella si sforza far
ogni sentenza chiara e aperta, non che le pure già dichiarite di sopra.
Parliamo aduneque dell’eleganza,o prima dello artificio, colquale ella lcuar suole
ogni sentenza nella mente riposta. ARTE. L’eleganza e maniera che porta chiarezza
à tutte le maniere della orazione, o però non tanto alla purità, douc ella
manca soccorre, quanto à ciascaduna forma opra intelligenza, o facilità, da queſto
nasce, che l’eleganza dalla purità del dire in alcuna cosa é differente. Perciò
che la purità da se stessa è chiara, o aperta, ma l’eleganza nella grandezza, e
magnificenza del dire e come un sole che ogni oscurità che per quella potesse venire,
leua, o disgombra, o però in ogni sentenza ella può molto, si con l'artificio suo,
si con COLORE, le figure. L'artificio adunque di les vare ogni sentenza dall’intelletto,
acciò che ella sia intesa, cogni avvertimento innanzi fatto di quello che ft ha
da ragionare o conversare. DINARDO. Canto com’io vssi in libertade Mentre amor
nel mio albergo a sdegno s'ha poi seguirò si come à luim'in crebbe rroppo
altamente: ARTE. Il simigliante R fa nella prosa. DINARDO. Mi piace à condiscendere
a consigli d'uomini de' quai dicendo mi conuerrà far due cose molto a miei
costumi contrarie, l'una sia al qua to me comendare, et l'altra il biasimare
alquanto altrui, ma prioche dal ucro nė dall'una ne dall'altra non intendo
partirmi il pur farò. ARTE. Vedi quanto gentilmente | sbriga l’intelletto dello
ascoltare con tali avvertimenti. Appresso i quali assai bello artificio s'intende
quela to, che per chiarezza di alcune cose altre ne narra senza le quali non si
intende ageuolmente il restante. DINARDO. Ma per trattar del ben ch'io vi trovai,
dico de l'altre cose ch'io vi ho scorte. ARTE. Se il poeta qui non dove
dimostrare le pene de dannati e i tormenti di quegl che sono in disgrazia di
Dio, non haurebbe potuto dare ad intendere facilmente il bene che ne riusci poi
per hauer lo inferno cercato. Ecco qui dalla medesima necessità costretto
quest'altro descrive la pestifera mortalità pervenuta nella egregia città di
Firenze, avvertendo pri ma chi legge, in questo modo. DINARDO. Ma percioche
quale e la cagione, perche le cose che appresso Rileggeranno, avenisseno, non si
puo senza questa rammemorazione dimostrare quasi di necessità costretto a scriverla
mi conduco. ARTE. Ecco qui ancora un'altra bella preparazione di cose, fatta
per levare ogni impedimento, che puo offendere il rimanente. DINARDO. Ma io mi
ti voglio un poco scusare che di que' tempi, che tu te n'andasti alcune volte
ci volesti venire, e non potesti, alcune ci venisti, o non fosti cosi
lietamente veduto, come sole vi e oltre a questo di ciòche io al termine promesso,
non ti rendei gli tuoi danari, ARTE. In fine ogni precedente aviso, e ogni
ordine di cose, e secondo, che este son fatte, narrandole, ė artificio scelto, e
elegante, però tutte le proposizoni de' poeti sono elegantissime. DINARDO. Veramente
quant’io del regno santo me la mia mente potei far tesoro e ora materia del mio
canto, e canto di quel secondo regno que l'umano spirito si purga e di salir’al
ciel diventa degno. ARTE. I simigliante modo è osseruato ne i principij di ogni
nouella come da te stesso vedi. Suole ancora l’eleganza porre artificiosamente
le opposizioni con le risposte partitamente. DINARDO. Saranno per aventura
alcuni di voi che diranno ch'io habbia nello scriuere queste novelle troppo licenza
usata. ARTE. Eccola dimanda seguita la soluzione. DINARDO. La qual cosa io
niego, percioche ni una cosa e si disonesta che con oneste parole dicendola si
disdica ad alcuno. ARTE. E cosi di paripasso alle obiettioni risponde benche
altre fide te insieme posto habbia ogni accusa di se fatta, o poi s'habbia scusato,
ma quel modo non ha dello elegante, come il predetto pose prima le opposizioni
tutte insieme allora quando disse. DINARDO. Sono adunque, discrete donne, stati
alcuni, che queste novelle leggendo hanno detto che voi mi piacete troppo e che
onesta cosa non ė che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi. Et
alcuni han dete to peggio, di coinmendarvi, come io so. Altri più maturamente
mostrando di voler dire, hanno detto chenon stà bene l'andar'omai dietro queste
cose, cice à ragionare o conversare di donne,
o à compiacer loro. E molti molto te neri della mia fama mostrandosi dicono ch'io
farei più saviamente,à starmi con le muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi
tra voi. E son di quegli ancora che più dispettosamente che sauiamente
parlando, hanno detto, ch’io farei più discrettamente a pensare donde io puo haver
del pane che dietro a queste frasche andarmi pascendo di vento. Et certi altri,
in altra guisa essere state le cose da me raccontatevi, che come io le vi porgo
s'ingegnano in detrimento della mia fatica di dimostrare. ARTE. In queſto luogo
molte accuse contra dello autore si mettono. Prima che ad alcunaſi risponda, il
che non è cosi elegante, come il primo artificio, ben che in tanta confusione
egli studia di esser chiaro, cinteso, eso avisa qui sasse AVANTI L’ASCOLTANTE, come
fa doue dice, roppo al quanto dalle predette opposizioni, perche non di subito
risponde il che ancora é dall’eleganza lontano. DINARDO. Ma quanti ch'io vegna
à far la risposta ad alcuno mi piace in favore di me raccontare non una nouella
intera ma parte di una. ARTE E ne poeti ancora si osserva secondo che meglio
lor ben viene di fare cosi fatti partimenti. DINARDO. Tu argomenti, se'lbuon voler
dura, la violenza altrui, per qual cagione di meritar mi scema la misura. ARTE.
Questa é una proposta alla quale secondo l'arte della eleganza ſ doueá prinia
rispondere ma si è posta ancora la seconda, dove seguita. DINARDO. Ancor di
dubitar ti dà cagione Parer tornarsi l'anima àle stesse secondo la sententia di
PLATONE. ARTE. Ben che tu veda qui le proposte esser insieme collocate, non è
perrò senza eleganza quella parte, per quello che segue. DINARDO. Queste son le
question, che nel tuo velle Pontano egualemente, e però pria tratto quella che più
badi selle. ART. In questo luogo non tanto l’eleganza dimostra l’artificio suo
per lo avvertimento fatto di quello che si dee dire quanto per l’elezione di rispondere
prima ad una domanda che ad un'altra. Evvi ancora un'altro artificio della sceltezza,
il quale è quando si ripiglia quello che si è detto e si dimostra di che poi si
bada dire, come in questi luoghi segnati. DINARDO. Ma hauere in ſino à qui
detto della presente novella, voglio che mi basti,o à coloro rivolgermi, a quali
ho la nouella raccontata. Il qual luogo acciò che meglio quello che è detto, e quello
che segue, come stesse vi mostro. ARTE Asai si è detto fin qui, con che arte l’eleganza
leva dato per sostegno la grandezza o magnificenza del dire cosi nella
grandezza è pericolo di uscire in forma che non habbis ornamento, proporzione, o
però se le darà per misura, o bellezza sua una forma diligente, accurata, o ben
composta, la quale in termini conuvenienti richiudendo l'ampiezza della orazione,
o SANGUE o COLORE amabile en grazioso le
dona, onde il tutto misurato e temperato maravigliosamente si puo uedere.Questa
forma nė sentenza, ne artificio separato dal l'altre forme ritiene, ma ogni sua
forza nelle parole, nel sito di osse, ne i luo mi, o nelle altre parti e riposta.
Se però dare non le vogliamo quelle sentenze che acuti sono, o di sottile
intendimento. Le parole adunque di questa
forma sono le soaui, leggiadre, bricui, di facile intelligenza, ischiette, o
con gran circospezione traportate. Perciò che le traslazioni – o META-FORE --
in questa forma esser deono rarssime, o le figure di questa misurata. O ben
composta maniera e la repetizione. DINARDO. Per meſ ua nella città dolente, per
me vi ua ne l'eterno dolore, Per me si ua tra la perduta gente. ARTE. E molto bella eornata questa figura, os tanto
più ha di ornde mento, quanto quello che si replica, augumenta, o cresce. Come
qui. Amor, che à cor gentil ratto s'apprende, Preſe costui de la bella persona che
mifu tolta, e'l modo ancor m'offende. Amor che a nullo amato amar perdona, Mi preſe
del coſtui piacer si forte Che, come vedi ancor non m'abbandona. amor condusse
noi ad una morte. ARTE. Se alla REPETIZIONE aggiugnerai l’INTERROGAZIONE, senza
dubbio tu entrerai nella maniera forte ucemente. DINARDO. Qual'amore qual
ricchezza qual parentado baurebbe le lagrime, o i K sospiri pospiri di Tito con
tanta efficacia fatti à Gilppo nel cuor sentire che egli perciò la bella sposa,
gentil e amata da lui haue fatta divenir di Tito, se non costei? Quai mi nacce? ARTE. Tu da te stesso poi quanto ornata sa
ducemente questa parte considerando vedi tanto più se appreso le dette figure
ancora vi porrai la conversione della quale di sopra s'è detto. Nė ti maravigliarefe(
una me desima figura sia da altre figure ornata illustrata. Pero che la lingua
di questiornamenti é capacssima. Lascia che à fuo modo altri ragioni, tu ne ſarai
giudice, o la cosa istessa te lo dimostra. La conversione adunque è figura di
queſta idea, a R suol fare quando in quella stessa parola pii membri ſ lasciano
terminare. Bella è ancora la ritornata che si fa quando la parola che segue
comincia da quella in che la precedente finisce. DINARDO. Di me medesmo meco mi
vergogno. E qui, E consoauepasso a campi discesa, per l'ampia pianura super le
rua giadoſe erbe in fine à tanto che, etc. ARTE. O vero in questo modo.
Infiammò contra megli animi tutti, egli infiammati infiammar si AUGUSTO
OTTAVIANO, che lieti onor tornaro in tristi lutti. ARTE. Et ancora il Bifquizzo
come nell'uno poeta si dicra ch'io fui per ritornar più volte volto, Et
l'altro. Il fiorir queste innanzi tempo tempio. Da poi la predetta vi sono anco
altre ornatissime figure, come è il loro ascendimento alla tradottione o altre.
Lo ascendimento si fa quando le parti che seguono cominciano dalle parole medesime
nelle quali van terminando le parti precedenti, con questa conditione: che si
mutino le cadenze di esse parole. Nel dir l'andar, ne l'andar lui più lento. ARTE.
Overo in quest'altromodo. Lusca, io non posso credere che queste parole vengano
dalla mia donna, e perciò guarda quello che tu di. Et se pure da lei venissono,
non credo che con l'animo fermo dire le ti faccia. E se pure con l'animo le
dicesse, il mio Rignore mi fa più onorecheio non merito: ARTE. La traduzione e
ė figura che replicando la stessa parola, non foldemente DIMOSTRA L’INTENZIONE
DI CHI PARLA ma mirabil'ornamento accresce ove ellasſtruoud Laurd che’l verde
lauro e l'aureo crine. ARTE. Molto diligente as accurata figura e quella che si
fa quando due più parti fra se congiuntesi sogliono proferire E utile consiglio
potranno pigliare e conoscere quello che fa da fuggire o che sia similmente da seguitare.
ARTE. E qui, A cui grandi ey rade,o à
cui minute pelje. ARTE. Forza ė che onunque in una bella e adornata figura
s'abbatta un bel giudizio, egli conosca es senta dentro di se alcuna dolcezza;
com mese uno udirà in questo modo ragionare. Risposemi non huomo, huomo giàfui,
E li parentimiei furon Lombardi, Mantovani per patri ambe dui, Nacqui sub Iulio
ancor che fosse tardi, E vissi A ROMA sotto il buon AUGUSTO OTTAVIANO al tempo
de gli dei falſie bugiardi poeta fui e CANTAI DI QUEL GIUSTO FIGLIUOL D’ANCHISE
CHE VENNE DA TROIA poi che'l superbo Ilion e combusto. ARTE. Non sentirai tu
per questa disgiunzione, per la quale ogni parte sotto il suo verbo è rinchiusa,
una diligenza gentile del poeta: si come là, do we dice, Io son Beatrice, che
ti faccio andare, vegno dal loco, oue tornar disso, amor mi molle, che mi fa
parlare. E molto più se nella prosa detto ritrovasi a que' tempi che i nostri
maggiori haueano l'occhio al governo di questa REPUBBLICA, eta riconosciuta la virtù
de'buoni, davansi compensi dei danni ricevuti per la patria, chi robava il
publico, era castigato; fiori ua dia na giouentù dedita alla mercantia, oucro
alle lettere, lasciasasi il facer dos: tio, la militia da' nostri questa, per
che i cittadini non pigliaſſero l'arme contra se stossi, quello, accio che fussero
più finceri i parenti a far giudicio delle cose importanti. ARTE. Vedi, che
narrando partitamente, o senza congiugnimeneto alcuno, il parlareè spedito, la
figura ornata, o dilettevole sopramo do il suono di essa oratione. Al cui
ornamento il traportar delle parti di ossa giova mirabilmente, come quando si
dice, Al costei foco, alcolei grido. K 2 Giouin Giouinetto poss'io nel costui
regno. Et qui. Vſate le colei bellezze. In questo caso nonf dee di tanto levar
dall'ordine loro le parole, che la sentenza oscura deventi, come disse, che i
belli, onde mi struggo, occhi mico la, di che è qual piena quella canzone.
Verdi panni, sanguigni, oscuri, operſ. Bello al quanto è quel transportamento
che dice. Or non odio per lei, per me pieta de cerco che quel non vo, questo
non posso. Concedes però a’ poeti maggior licenza per rispetto della necessità
del verso nel quale ancora più ampio luogo fanno gl’ornamenti che nella prosa pure
non è che del bello non habbiano assai QUELLA FIGURA CHE PER LA NEGAZIONE
AFFERMA,come s'egli si dicesse, io nol niego cioè io il confesso. E quella, non
è alcuno,che nol creda, cioè ogn’uno il crede. Poi non taca que, cioè parlò, e
disse. Suole ancora chi scriue a maggior bellezza circoscrivendo le cose con
più parole quello che conuna può esprimere come qui, Era giàl'hora, che volge
il deſio, a’ naviganti, e intenerisce il core, Il di, che han detto à i dolci
amici,A Dio, ARTE. E cosi A chiama il sole Pianeta, che distingué l'hore, e
dicest. LA PRUDENZA DI MARIO, LA SAPIENZA DI CATONE, IN LUOGO DI DIRE MARIO
PRUDENTE O CATONE SAGGIO. E é appresso bella figura la innovazione i come qui,
Parte preſ in battaglia, e parte ucciſt. Et quia Taciti ſolie senza compagnia,
N'andavan l'un dinanzi e l'altro dopo. ARTE. Ecco come la bellezza ogni forma abbelifce,
ne per tanto avenga che ella molte figure, molti lumi dimostre di quelle solament
est contenuta, ma studiosa del diletto sforza di ragionare o conversare variamente.
Là onde per fuggir la fatietà con mirabile artificio è usata di variare l’orazione.
E questo suol fare primieramente doppo molte voci di piene sonore lettere
ponendo ne alcune di basse U rimesse. Da poi fuggendo la continuata giaciatura
de gl’accenti sopra una medesima sillaba, ora nelle ultime, ora in quet le che
uanno innanzi adesse gli sopramette, o di più in mezo delle lunghe le corte
parole fra mettendo grazia e adornamento le giunge. Bella cosa ė si come tra
cittadini vedere gli stranieri, cosi tra le nostre parole alcuna adirai che
alicna fa, o mescolare le isquisite con alcuna dette popolari, le BMOWE huone
con le usate, finalmente la elezione in questa parte può asai, la quale ritrovandosi
in saldo w ſottil giudicio, dimostra in un'essere tutto quello che col consiglio
di molti eletto a ricolto esser potrebbe però non degna le vili sſcaccia le brutte,
fugge l’aspre, abbraccia l’eleganti SCEGLIE LE SIGNIFICANTI o con copia maravigliosa
varia la disposizione, i të pi, il NUMERO e i finimenti; nė di pari lunghezza
formerà le parti del parlare, nė ripiglierà
una stessa figura, un tempo medesimo, un modo amile, una persona pari, ma quasi
un'adorno pratola orazione di molta varietà formando, diletto, o gioia, recherà
sempre mai. Leggi prima qui, come il Poeta i medesimi nomi non ridice in uno stesso
luogo. Io credo che ci credette, ch'io credessi, che tante voci usisse da quei
bronchi, da genti che per noi si nascondesse, però disse il maeſtro se tu
tronchi cualche frafchetta d'una deste piante, penster c'hai ffaran tutti
monchi. Allor porfi la mano un poco duante, E colfi un ramufcel da un gran
pruno, E'l tronco fuo gridò perche miſchiante. Da che fatto fupoi
diſanguebruno, Rincominciò à gridar, per che mi ſterpiš Non hai tu spirto di
pietade alcuno? Huomini fummo, oorfemfatti sterpi, ben doverebbe la tua man più
pia, seſtate fossim'anime di serpi? Comed'un sstizzo uerde, che arfo Ria,
Dal'un de lati che da l'altro geme, Bi cigola per vento che va via. Cosi di
quella scheggia usciua insteme, parole,e SANGUE, ond'io lasciai la cima cadere,
e dette come l'huom che teme. ARTE Tu puoi uedere in quanti modi il Poeta ha voluto
variar le parole con quanta felicità egli lo habbia ottenuto. Il che in molti
luoghi può in e lo vedere.si come là, dove parlando del lago gelato, lo chiama ora
ghiaccio, era vetro, ora gelozora grosso, o duro vello, ora ghiaccio, ora geld
ti guazzi, ora eterno uzzo,ora gelata, ora cristallo orafaſcia gelata, ora
fredda crostázora lagrime inuetriate, e simili altre parole usa variando il
poema. Il simigliante hanno fatto, fono perfare tutti gli scrittori di non D B
1 L me. Leggerai mirabili essempi della varietà in tanti principij di giornar
Odi novelle che sono in quell'autore, o leggerai anco l'ultima parte del secondo
libro di quest'altro che comincia. Che andiamo noi pure tutta via di molti
amanti et diletti ragionando e conversando. Ma ė tempo di ritornar’omai all’altre
parti della forma predetta, o peró d'intorno alle membra dei sapere che la
lunghezza di esse in questa forma è piu desiderata chela brevità o cortezza, non
però voglio che si lo stremo ti fermi, ma con più distese parti che nell’eleganza
vorrei che le sue sentenze li portassero che le parole di esse in tal guisa si
collocassero, e si terminasse queüa orazione che variate alſo pradetto modo il
fastidio o la satietà si fuggisse, o in grado ogni sprezzata cosa ci uenisse.
Il numero al uerso vicino in questa forma ci vuole, il qual numero prima e di
quella maniera che di sopra ti ho detto, cioè riposo o mouimento, ovvero tempo
di proferire, ò da poi di un'altra che ora io ti dimostrerò. Perciò che molto
bene all'orazione può dar forma numerosa e bella, la quale sia nata da ue na
certa necessità delle cose ben composte, o considerate, come il contraporre i
contrarij o le cose discordi l'una all'altra con misura corrisponedenti, ritrovare
i similiipari, o altre cose somiglianti à queste, delle quali partitamente e
con essempio ne dirò, Sono alcune membra o nodi della orazione, i quali hanno
le lor sentenze opposte ma con una corrispondenza tra loro mirabile temperate.
Il primo essempio e di quello che si chiama pare, il quale si fa quando le
parti che Äihanno à corrispondere sono quasi di pare numero di silabe o di
tempi quasi dico però che questa parità di sillabe, o di tempi con saldo
intendimento o giudizio deve essere stimata, e nõ del tutto pari.L'essempio di
que ſta forma e questo. Dou’ella disonestamente amica ti fu ch'ella onestamente
tua moglie divenga. ARTE Nel predetto essempio in due modi si vede esser fatta
numero, ſa la orazione prima per la parità delle sillabe la quale nelle parti si
vede poi per la contrarietà corrispondente perche “amica” o “moglie” sono
contrarij, onestamente o disonestamente sono contrarij, opposti, solo di pari
ud questo.Qui vi à niunoſi cerca inganno, a niunoſifa ingiuria. ARTE. I
contrarij adunque fanno la orazione osser numerosa, come ancora. Et di gran
lunga é da eleggerpiù tosto il poco osaporito, che il molato o insipido. ART.
tornare. 2 ! TAR. Ne i simili ancora cade il numeroso concento in modo che quando
in simil suono la chiusa finisce, ne rinsulta il numero. Quel rossore, che in
altri ha creduto gittare, sopra di se l'ha sentito ARTE. Spesso auiene che per
fuggire il sospetto di cotesto artificio, la simiglianza dei finimenti delle
parole in mezo delle parti si ponga, com me qui, Poi veggendo che questo suo consumamento,
più tosto che emendamento della cattività del marito potrebbe essere. Che più
dispettosamente che sauiamente parlando. Molti esempi ritrouerai da te stesso
di queste numerose maniere, nate dalla corrispondenza delle parti. Ora vorrei,
che bene aucrtssi di non replicare più volte cotesti adornamenti, di non
affettar tanto la consonana delle parti, CHE CADESI IN FASTIDIO OVVERO IN
SOSPETTO DELL’ASCOLANTE. E per questa reggerai medesimamente il verfo nel quale
caduto in più luoghi Ruede l'autore delle nouelle, il quale à me pare che di
ciò molto curato non habbia. Bene uero che con mirabile perfettione riempie le
parti e le membra della sua favella quando divide i nodi de’ suoi giri in III
parti, come qui Percioche niun'altro diletto, niun'altro diporto, niun'altra
consolatione lasciata ti ha la tua eſtrema fortuna. E qui, Et se qualunque di
quelle fuſſe in Salomone, ò in Aristotile, ò in Seneca,'haurebbe forzadi
guastar ogni lorſenno, ogni lor uirtů, ogni lor santità. Et qui. Ma quanto sensante,
quanto poderose, di quanto ben cagion le forze d'amore, etc.. Considera la
distintione de’ membri in quella novella, dove introduce to scolare, la vedova, perche
cosi richiedeua la dotta persona dello scolare. ARTE. E degno di consideratione
il numero delle sillabe che nelle parti, che hanno a rispondere l'una
all'altra, si mette. Perciò che quando una pare te di troppo l'altra avanzasse,
non ne seguiterebbe alcuna numerosa compo Rtione, però buone o numerose
appaiono esser queste. Accioche come per nobiltà d'animo dall'altre diuise siete,
cosi ancora per eccelentia di costumi spartite dall'altre vi dimostriate. ART.
Ma qui appare al quanto lunghetta la rispondenza, e la die fagguaglianza de membri.
Quanto più si parla de' fatti della fortuna tanto più à chi vuole le eue cose
ben riguardare, ne resta da poter dire, ARTE. Può esser ancora che non si gusti
il numero per la lunghezza delle sue parti, benche sieno quasi pari come qui,
Egli auiene spesso, che sicome la fortuna sotto vili art ialcuna volta grandi tsſori
di virtù nasconde, cosi ancora sotto turpissime forme d'huo. Ministruo wa
marauiglioſ ingegni dalla natura essere stati riposti. AR. S'io ti uolessi ogni
cosa mostrare d'intorno alla bellezza del dire, troppo ritarderei gli ſtudij
che hai afare, o pocoti laſcerei da eſercia tarti d'intorno all’eloquenza
umana. Però p trapassare alle altre forme, parlo della veloce e pronta maniera
dell’orazione; la forza della quale è nello artificio, più tosto, o nelle seguenti
parti che nelle sentenze riposta. L'artificio adunque della prestezza e a brievi
dimande brievemente rispondere. S'amor non èche è dunque quel ch'ioſento? Ma
s'egliè amor, per Dio che cosa è quale? Se buona, ond'ċ l'effetto aspro e
mortale? Se ria, ondési dolce ogni tormento? ART. Overo il fare molte dimande,
con forze di spirito obrer uits: Non era egli nobile giouane? Non era egli tra
gli altri ſuoi cittadini bello? Non era egli valoroso in quelle cose che d'
giouani s'appartengono? Non amato? Non bauuto caro? Non uolentieri veduto da
ogni huomo? AR. Le membra, quaſ parole eſſer deono bricui uolubili, oche pa ia
che in eſſe fa il monimento del parlar noſtro, OLTRE ALLA SIGNIFICAZIONE DELLE
PAROLE nelle quali ė ripoſta la forza dela espressione di ogni forma. Soli
bastano, accompagnati creſcono, und mille nefå, o delle mille in brieve tempo
mille ne naſcono, per ciaſcuna sono aspettate giocondissime, no aspettate venturose,
sono cari ageuoli, ma diſageuolivia più care inquanto le uittorie acquiſtate
con alcuna fatica fanno il trionfo maggiore, donare, rubbare, guadagnare,
guiderdonare, ragionare, ſoſpirare, lagrimare, rotte, reintegrate, prime
ſeconde, falje,o uere, lunghe bricui, tutte fono diletteuoli tutte ſono
gratiofe. AR. Vedi che mouimento apporti ſeco questo parlamento, il quale
quando l'huomo è riſcaldato s'aſcolta con marauiglia delle genti. Confia Ate
anco nella forza delle parole, o nelſuono, onella compoſitione come qui. E già
uenia sì per le torbid onde, Vn fracaſſo d'un ſuon pien difpauento, Per cui
tremauan' amendue le sponde, Non altramente fatti,che d'un uento: Impetuofo per
gli auuerſardori, Chefier la ſeluaſenza alcun rattento Gli ramiſchianta, abbatte,
e porta i fiori Dinanzi polucroſo ua superbo e fa fuggir lefiere e gli pastori.
ART. Tanto voglio che tu sappia della prsſtezza del dire. Perciò che date medesimo
puoi comprendere quanto ilconcorso delle cocali, ore forezza delle aillabe pa
lontana da questa forma, esfapere che ogni ina dugio di proferire, ogni
raccoglimento, ogni giro, impediſce il mouimento fuo. Resta adunque a dire
della forma accostumata, o delle fue parti, la. quale e, che ſi conuiene alle
cocoalle persone in tal modo che QUELLO CHE SI CHIAMA DECORO, molJa chiaramente
si ueda Et però la detta forma ſota to di ſe IV maniere principali si uede
contenere. La I ė la unilta u baſſezza. L'altra II é la piaceuolezza o il
diletto. La III e l'acutezza Uprontezza. Et l'ultima IV la moderatezza della
oration. Delle quai fore menecessariamente in questa forma si ragiona o
convresa, perche cosi porta la natua rade gli huomini,i quali sono ó vili, o
riputati, è piaceuoli, o moderati. La bajezze dangue e forma infima, e dimessa
del dire, alle roze, o idiote persone convenicnte, à femine, fanciulli non
diſdiceuole: da Comici, rie chieſta ouſata pia toſto che da Oratori, o
eloquenti buomini,o piu tom Ho nelle cause de priuati, che ne i communiconſigli
ricercata, quando uor rai attribuire il parlar a quella persona, cui non sidifdice
la baffizza. Cá dono in queſta simplicita di dire i pastori, a quelli che le
coſe boſcarecce Man deſcriuendo,o però le sentenze di queſta forma ſono piu
baſſe Qumi li, opiùfacili che quelle della purità oſcioltezza del dire. Là onde
ala cuni giuramenti ſciocchi à qneſtamaniera ſi confanno. O Calandrino mio
dolce, culor del corpo mio, quanto tempo t'ho defide Tatob’dauerti edi poterti
tenere a mio fenno.Tu m'hai con le piaccuoa lezza tuațratto il filo
delacamicia, tu m'hai aggrattigliato il cuore con la tua ribecca. Può egli
eſſer che io titenga? Leggeraila tutta, otutto che in questa formauiſa baſſezza,
non è però ela ſenza artificio, percioche per dimoſlrarla pulefe,fi fuole
alcuna fista minutamente ogni coſa deſcriuere,u ogni particolarità chia rire,
introdurre alcune ſcioccheriſpoſte, ò ſemplici contentioni di coſe, che non
rileuano con detti, le ſentenze de quali ſono grandi, ma le parole ſciocche, at
rozze. L Cominciò à dire ch'egli era gentilhuomo per procuratore, roy. Begli
bauea diſcudi più di milantanouefenza quellich'egli hauea àdarealtri che erano
anzi piùche meno e che egliſapeus tale coſe fare; ct dire che domine pure
unquanche. ART.. A tuo agio nie leggerai ilrestante,mauedi la contentione:
Guatatala un poco in cagneſco per amoreuolezza la riniorchiaua '; ege ella
cotale ſaluatichetta, facédo uiſtadi non auederſene andaua pure oltra in
contengo. Seguita che tutta ëbaſſa per li giuramenti, per le beffe, con per
alcuni rabbuffi, come qui. Vedi bestial buomo che ardiſce, là doue io Pid,
parlar prima di me, laſcia dir à me, Et alla reina riuolta diſſe, Madonna,
costui mi uuol far. conoſcer la moglie di Sicofanta, ne più ne meno come scio
con lei ufata nor, fußi, che mi uuol dar' à uedere chela notte prima che
Sicofanta giacque con lei meſſer Mazza entraffe in monte nero per forza,e con
ſpargie mento di fangue oio vi dicoche non é ucro,anzi u’entró pacificamente:
La deſcrittione del fante di fracipolld;& della fante,ėbaſſa,er propria di
queſta formaa alcuni lameti cô parole ufitate et popolari. Dime,oimė Giãnel mio
io fon morta,ecco ilmarito mio,chetri fto il faccia Dio,che ſi tornò, « non ſo
che queſto ſi uoglia dire. ART. Et alcuni prouerbiemodiſono dimeßi. Et cosi al
mododeluillan matto doppo il danno fece il patto, muoia. foldo, oniua amore, e
tutta la brigata. ARTE. Dalle fentenze di queſta forma ſipuò far congettura
quai parole, ochenumero, oquaichiuſe ad effali conuengonc, Però cheari
tificioſamente da ogni artificio lontana offer deue ogni ſua parte, et imie
tare la ſemplicità, ogroſſezza delle perſone. Io non uorrci queſtaforma in
unpocma grande, o genoroſo; o dubito che per questa ragione da ale cuni ripreſo
noſia uno de i piùcarifigliuoli ch'io habbia,ilqualefpeſo per dire
ognicoſaminutamente cade in parole baßißime,come quando dife. Vn’amme non faria
potuto dirſt, Quero. Etmentre che la giù con l'occhio cerco, o quello che ſegue
Trale gambe pendeuan le minuggia La corata parea, e il tristo ſacco. Et il
reſto. E non uidi già mai menare ſtregghia A ragazzo aſpettato daſignorfo, Et
la doue diſſe che Tencuan bor done alle ſue rime. Md ora al diletto paſſando,
dirò, che per diletto de gli aſcoltanti ale cuna uolta l'oratione ad una forma
s'inchina la quale tutta e riposta nellä, bautentione delpoeta,però gioconda
diletteuole maniera s'addimanda ĝrellache la ſemplice edimeſſa alquanto più
rileua ealla fauola, ó fala uoloſa narratione ſi uolge. Là onde leſentenze di
questa formafaranno contrarie alla forma della dignità del dire; &però
diletteuoli o gior conde ſono quelle, doue ragionano inſieme la Diſcordia, o
Gioue, o in quel dialogo d'Amore, oue R dimostra in che guiſa difcendeſſe fra
more tali Amore.Sonoanco grate,ga dolci quelle ſentenze chehanno quelle coſe
ntinutamente deſcritte, lequali per natura loro hanno onde piacere difense
timenti umani, es però la deſcrittione dell'amenißima valle delle Donne a molto
grata ad udire. Conſidererai di quanta dolcezzaſia ſtato amaeſtro Simone il
ragionaméto di Bruno, quando egli deſcriſſe la brigata, che giudi in corſo,og
de i loro follazzi, opiaceri,e delle altre coſe diletteuoli che egli uedeus in
udiua. Ma è bene che tu ſappia, come di quelle coſe, che a ſenſi ſono
ſottoposte, alcune fono oneste, alcune diſoneste. Le diſor Heiste ſe
paleſamentesi ſcuoprono co iloroproprij uocaboli, offender for gliono le caſte
orecchie;benche non offendano quelliche nė di dirle, ne di farle R logliono
tergognare,maſe con diſcretomodoleggiadramente cura prono la bruttezza loro,non
pure non perdono il diletto quando ſono inteſe, ma molto più di ſoauird ſeco
recano à gli aſcoltanti: Narra lo amore di due cognatiil poeta ALIGHIERI, o
uolendo il finedieſſo quantopiù poteua onestan mente ſcoprir diffe. Quel giorno
pia non ui legemmo auante, cioé attena demmo ad altro che à legger quello, che
fu cagione del nostro amore, o cosi quá lo l'altro poeta diſſe, Con lei fuß'io
da cheparte il ſole. E non ci Medeß'altri che le ſtelle.Ocosi in mille modi ó
per le coſe antecedenti, per quelle cheſeguono, eſſendo meno diſoneste,le
difoneſtißimèappalefar ft poſſono ne è pocalode dichi ſcriuezin tale occaſione
abbattědofi,ſenza offen fione anzi con diletto delle oneſte perſone deſcriuer
le coſe meno che oneſte. Intělaſi adunque la coſa, ofuggaſi la bruttezza delle
parole,o in queſto modo ſarà foaue, et diletteuole il parlar uoſtro. Alquale
gli amori, le bele lezze de i luoghi,igiardinizi prati,i fiori le fontane, la
prima uera, le pite ture, o altre coſe piaceuoli aggiungendoſi, ſenzadubbio ſi
dimoſtrerà la predetta forma,della quale anco di ſopras é detto aſſai, quando
del diletto, della gioia tiragionxi, che naturalinēte inuouc ogni coſa creata.
Et cosi ſecondo l'affettione di ciaſcuno ſi porge ſolazzo opiacere col
ragionare. L'artificio,et le parole della giocõdità tolteſono dalla
primaformadel dire chiamata purità, onettezza. Voglio bene in queſto paſſo,che
co più licen zoufigli aggiunti, ſegno e che i pocti loſtudio de' quali è
proprio il dilet? tare, allora più dilettano quando più belli; e acconiodatiaggiunti-
fono? wfati di porre ne' verſi loro, ecco Leggi. L et Giace nella fommità di
Partenio, non'umile monte della pastorale Arct. dia,un diletteuolepiano di
ampiezza non molto patioſo,peròche'l ſito del luogo nol conſente ma,di minuta,
o uerdisſima, crbetta si ripieno, cbe fe: le lafciue pecorelle congli auidi
morſi non uipa fceffero,ui ſi potrebbe dom gni tempo ritrouar merdura. ART.
Tutti i principii delle giornateſono à proua fatti per dileta tarc, eperò inshi
13 ziunti uiſono meſcolati come tu potrai uedere. Egli lliſuole anchora
interporre de i ucrſi per. dilettare, ma con destro modo, Perciò che non
mipareche bence ſtia, che la compoſitionc babbia del uer fo come qui. Cofi
detto, et riſposto,e contentato, doppo, un brieue.filentio di ciaſcuno. ART.
Ecco che nella proſa ui è il uerlo, ſenza quel propoſito che: io ti diceua, però,
biſogna rompere i ucrſi con alcuna parola,eccoti uer: foc, Postbaueafine alſuo
ragionamento, madicendo. Pofthauca fine Lau, retta.al ſuo.ragionamento non è
più verſo, benche queſto.autore altrowe: non foſſeſchifato dal uerfo, come
quando diſſe. Poſcia che molto commendata l'hebbe, Disleale, o spregiuro, e
traditore, Etpoi con un ſospir aſſai penſoſo, Luogo moltoſolingo, ofuor.
dimano.. Et questi uerſi quanto ſono migliori,tanto più ſono da.cſfer fuggiti
nel fic lo della oratione, fenon quando,o per eſſempio, o per autoritade, o per
di: letto ſono tolti da poeti. Ora delle figure di questa faperai, che alla
gioconda forma, oltra le fi gure che alla purità, Q umiltà. conuengono quelle
ancora non disd.cono, che alla bellezza ſi danno, o però le membra pari di
ſimili cadimenti le rime, i biſguizzi, itramutamenti; i circoli, le
uoci.ſimiglianti, il fingeri: de i nomi ſonofigure di questaforma. Leggi i
ſimili cadimenti. Tranquilla lite de'giudicanti ristora.le fettche
gucrreggianti, in quel le con le ſeuereleggi de gli huomini, la pisceuolezza
della natura,meſcoa. lando a queſti nel mezo de gli nocentisſimi
guerreggiantipure, ø inno.. centisfime paci recando. Nellefſempio letto ui
troucrai anco la bellezza di contrari, la parità de'membri, perche niente ci
uicta,che una ſtela figura da molti lumi ancora illuminata, fi poffa fare
illuſtre e luminoſa. Laura, che il ucrde lauro,c l'aurco crine.. Eſcherzo di
upci ſimiglianti. Il mormorar dett'onde, bisbiglio, ſpruzza..
reribombo,gracidare, fonoparolefinte,cha con diletto cfprimeno il fatto, ecco quando colui diffe,Filli, Filli,fonando
tutti i calami, parue ueram mente che i calami fuſſono tocchi col fiato di dettopaftore,
o quello ſem zafar motto alcuno. Rimafu quella di coſtui che diſſe. Tanto
d'intorno à quel più bello, quanto pià de Thumido fenting di quello, Et perpiù
adornamento et diletto, diſſe anco. L'acqua laquale alla ſua capacità
ſoprabondaua. Et comei falli meritano punitione, Cosi i beneficii meritano
guidero: done. Nella rima è pofta. la dolcezza de' Poeti di questa lingua,
dallaqual.rima chi ardiſſe ò tentaſje per alcun mododidipartirf, toſto ſi
pentirebbe. Le rime più vicine sono più dolci. Qucta licenza del rimare moderatamente
Bplglia de prosatori, purche di affettata dilettatione: disoneſto SEGNO non
porga. Voglio bene la compositione di questa forma, numerosa e più al verso vicina
che l'altre, ma il verso per ogni modo le tolgo. Guarda con che facilità si puo
coteſta prosa alla dolcezza del verso ridurre. Leg. Vna fede medeſimatraloro
per le menti una fermezza, uno amore in agni faſo, in: ogni tronco, in ogni rina,
uede L’AMANTE la faccia dolce delld. Fua belladonna, o ella quella del ſuo ſignore.
Ma ora non: voglio che tanto ti piaccia la forma predetta che TRALASCIANDO la
dignità, o grandezza del dire, procuri con ogni studio il diletto piacere cheda
quella sola procede, Perciò che io non uorrei che alcuna. parte del tuo
ragionamento ſenza piacer s’udisse, di che l'ascolta, il qual piacere nasce
ancora dalla idea dell'altre forme, o dalle orecchie allo animo, trapassando
ogni parte di esso sparge di diletto maraiglioso, perche movendo diletta, o
dilettando li movc, INSEGNANDO similmente si moue, o diletta in quanto che lo INSEGNARE
il moere, o il dilettare, sono operationi non distinte l'una dall'altra. Mi
laſciamo questa quistione ad altro, tempo, o ancora non stiamo troppo in questa
forma tutta di altra confladeratione, come quella cbe al Posta grandemente
conuenga, al quale pocta. i giuochi, po le cose ridicole ſi confanno, operò di.
cße ora non te ne dia 60, e tanto piu adietro di buon cuore ti lascerà questa
matcria, quanto di: ſacopioſamente da molti ne è stato scritto, et ragionato.
La rifponfione: ad ogni parte è anco figura di diletto. Leggi. La quale ciiba
fattinc i corpi delicate, o morbide, negl’animi timide o paurofe, ne le menti
benignc, o pietoſe, obacci dute le corporalifora ze leggieri, le uoci
piacsuoli, o i mouimenti dei membrifoaui.. Ms or a passiamo all'acutezza del dire,
forma inucro egregia e piùalto pensamento che altra meriteuple. Peroche ella
contiene le SENTENZA fic, del tuttocontrarioalla umiltà, baffezza dell’ORAZIONE,
ej in uero altro dicendo, altro intende. Percioche è dicoſeche hanno in
ſeforza,et uds Forela onde lo artificiaė proferire le alte o difficili
intentioni pianaměte, o con facilità, e le umili &abictte che paianoalte, o
degne: onde i primo modo é, quando fi piglia una parola IN ALTRA SIGNIFICAZIONE
CHE NELLA USATA CONSUETA MANIERA ne pcro e meno conuencuole et propriafe gli
wiguarda alla forza della voce, che la uſala, conſucta, come qui. Non creda
donna Berta oſer Martino Prueden un furar altro offerine. 9. Wedergli dentro al
conſiglio diuino. Che quel puo furger,oquel può cadere. C: il secondo modo e quello cheſi fa non mettendo
la parola, douee la berie Starebbe, ilche abufione s'addimanda; come ė à dire
allegrezza inſanabile, in luogo di dire allegrezza grandißima. Seguita il terzo
modo di porre. una þarola pia uolte'., ma che ſempre ſia ad un modo istefjo
pigliata, come dicendo, ſecglimuore, morirà tutto, perche uiuendo non uiue. Vſaſi
ancora biquestaforma un altro artificio aljai degno di conſideratione il quale
ft fa quando il parlare ſi fa pieno ditraslationi, o per la moltitudine di
quelle lifa ogn'horpiùmanifesto. Ee leggi fon, ma chiponmanoad eſſe Nullo,
percheil paſtor, che precede i Ruminar può,manon ha l'ugne. foffe, Perche la
gente che ſua guida uede Pur à quel bel ferir on fella é ghiotta Di quelfi
paſce, opiù oltre non chiede. ART. Et in queſto altro loco ancora Nel mezo del
camin di noſtra uita Mi ritrouai in unaſelua oſcura Che la diritta uia
craſinarita. ART. Acuti ſono ancora quei rimedij, che uanno quafi medicando le
dile rezte delle Tralationi con alcune altre piu chiare, ecco dire il fiato
della morte é duratralatione. Ma dire della morte, e ſpigne col ſuo fiato il
noe ſtro lume, e acutamente raddolcita la aſprezza fua. O qui.Con altezza di:
animo propoſe di calcar la miſeria della fori una.Voglio ancora,che acuto fa
ilporre inanzi yliocchi le coſe con bella colligatione di SIGNIFICANTI ßia me
parole, Vuoi tu ucdere la celerità del tempo. a Delaurco albergo con l'aurora
istanzi E to 1vs K $ siratto ufciua it ſol cinto di raggi, Che detto
baureſt',.Apur corcò dianzi. Jo uidi il ghiaccio, e li preſſo la rofa, Quaſi in
un tempo il granfreddo, e ilgran caldo. Che pure udendo par mirabil cofa Veggo
la fuga del miouiuerpresta. Anzi di tutti, et nel fuggir delſole, La ruina del
mondo manifesta Voi tu uedere dipinta la oſcurità. Buio d'inferno, o di notte
priuata D'ogni pianeta ſotto pouer ciclo Quant'eſſer puo di nuuol tenebrata:
ART. No ſolaměte leparolefanno l'effetto,ma te fllabe, et le lettere steffe
Vedi quáte fiate uie replicata la quinta lettera come lēte baſſa,co oſcura.
Sotto queſtaforma i beidetti ſi coprendono, et quei mottiurbani, che co dimeſe
parole dicono altißime coſe. Là onde alcune ſentēze, la ragione delle quali in
effe ſi conticnejacute ſono, o di ſuegliato ingegno ſegnimanifesti. come à
dire, le minacce fon arme del minacciato. sēdotu huomo penſa alle coſe humane o
offendo mortale nõ hauerl'odio immortale, o quello. Rade volte è ſenza effetto
quello che uuole ciaſcuna delle parti. Queſte ſono le parti principali
dellaforma ſublime; et acuta,nellealtre haida ſeguitare la purità o eleganza
del dire. Ma della Modestia, o Circonfpettione del parlare nel quale conſiſte
quanta gratia tuti puoi con gli aſcoltanti acqui Atare,dirò,pregandoti
caraméte,che tu uoglia questa ſopra tutte l'altre ele gere, abbracciare,et
fauorire in ogni tuo ragionamēto. Modesta è adunque quella forma del dire che
le proprie coſe abbaſſando innalza le altrui, o quaſi cede e toglierſi laſcia
del ſuo, il che opinione acquista di grābone tade appreſſo chi ode.Le ſentezedi
quellafono quelle che dimostrano l'ani mo di chi parla alieno dalle contētioni,
il deſiderio di fuggire, o terminar le coteſe, il diſpiacere d'accufar altrui,
il poter dimoſtrar maggior peccati dell'auuerfario, nõfarlo,et quello che ſi
fafarlo sforzatamēté, ė astretto dalla uerità,o p no laſciar opprimere
gl'innocēti,uerfo de'quali, chi dice, A deue dimostrare cõ queſta
formaofficiofo, et benigne,comefece coſtui. Leggi. Mi piace condiſcendere a'
conſigli de gli huomini, de quai die cendo mi conuerrà far due coſe molto a'
miei coſtumi contrarie;luna fia al quanto me commendare o l'altra il biaſmar
alquanto altrui,o auilire. ART. Molti huomini eccellenti nelle lodi, che date
hanno a i loro cittadini uſati ſono di dire, uoi faceſte, uoi uinceste, mánel
dimoſtrare alcana coſa meno che oneſta de' fatti loro,hanno detto per
modeftia.Noi perdesſimo, noi malefi portasſimo, noialquanto imprudentemente to
gließimo la guerra. A questeſentenzeſi aggiugne l'artificio, ilquale con Rate
nel dire di fero delle proprie coſe modeſtamente, con dubitatione
facendolegrditamente minori di quello cheſono; eſcuſando per lo contras rio gli
auuerfarii,oucro con ragione, conalquanto di timore accufando li, permettendoli
alcuna coſa a fuomodoin loro diffeſa pronuntiare,acció sonſi dia ſoſpetto al
giudice dioffer contentiofo, et amicodelle liti, in que ſto caſo voglio,che tu
uſ parole baſſe, et pure, oquelle che hanno manco forza nelle tue lodijonel
biaſimo de gli auuerfari, però quelle figure a questa formaſono
accomodate,nellequali con deliberato conſiglio alcuna coſaſ
pretermette,quiſando però l'aſcoltante di tale deliberationc. Inbrie ue ti
dico, cbe la DISSIMULAZIONE, che ironia s'addimanda, quenga, che ale cuna volta
morda cu pungasėperò artificio, o figura di queſta materia,nel laqual alcuni
Greci riuſcirono mirabilmente. Lacorrettione, oil giudi cio con timore
ſonocolori di questa idea. Come quando ſi dice, S'io nca sn'inganno, s’io non
erro, cosi mipare, o fimiglianti modi, i quali quanto più banno del leggiadro,
tanto più dilettano, o fanno l'effetto, che ſi ricer 14. La correttione e in
quel luogo. Si come prima cagione di queſto peccato, fe peccato é, perciò che
io t'accerto. ART. Et la disſimulatione iui. Godi Firenze, poi che ſei si
grande. ART. Belmodo e modešto é quando o il biaſimo, o la lote ſi fa dar da
una terza perſona, perche meno ha d'innidia il teſtimonio altrui, che'l noftro,
operò in queſto Poeta nel dire la origine fua, uedrai modestia ma rauiglioft,
Leggi ancora qui. Nobilisfime giouuni, à confolatione delle quai io mi ſono
meſſo à cosi lunga fatica io mi creda aiutandomi la diuina gratis ſi come io
auiſo, per gli uostri pictofi preghi non gia per i mei mcriti quello
compiutamente ha Herfornito, che io nel principio della preſente opera promiſi
di douer far. ART. Et il principio della quarta giornata i ripieno di queſti
modi. Ma tempo è di ucnire all'ultima forma di queſto ordine, ma prima in die
gnità o perfettione,comequella, ſenza la quale niuna delle altre può nel
l'animo entrare de gli aſcoltanti, dico della uerità, a laquale benche la moc
desta e dimeſſaforma piu che l'altre s'auicinano, niente di meno non è da di
Te,che ella debbia dall'altre offer abbandonata, imperoche non è opinione, òaffetto, che ſenza eſſa indurre ſi poſſa,
queſta fa credere che cofiſia, come Adice, questa moſtra l'animo di chiragions,
queſta èfrutto diquella uir ta che tùche noi chiamiamo imaginatione, cosi
potente nel porre le coſe dinanzid gli occhi,et cosi efficace ad ottenere ogni
nostra intenţione. Dimoftrafl adia que l'aniino di chi parla in questo modo, cioè
ſenza mezo alcuno rompendo in uno effetto, perche la natura in queſta guiſa ui
diſpone chequandoſiete iņuno affetto ſenza altra ragione in quello entrando le
dimoſtrate, cosi l'a ra, lo ſdegno, il diſo, il dolore,o ogniaccidente ſi fa
paleſe. In ſommaſe je fidate,o diffidate, c teneteſperanza d'alcuna coſa ſe
allegrezza uimuoue 'ò noia alcuna, ueracißimi pareranno gli affetti uoftri, ſe
da quello che defe derateſenza porui tempo di mezo cominciante. Leggi. Fiamma
del ciel si le tue trecce pioua Equi doue il Poeta dimanda aiuto Quando uidi
costui nel gran diferto. Miferere di me cridai à lui. A R. Come qui è uitiofo,
doue un nụncio corre al palazzo à dan nog ua alla Regina della preſa della
città, es ardere etſaccheggiare ogni coſa, o incomincia con lunga
narratione,dicendo, id ui dirò diffuſamente il tutto. Ma ritorniamo, hauendo il
Porta di mandato aiuto à VIRGILIO più bricue che può gli da notitia diſco
perche l'affetto lo pronaua à chiedergli pohc cagione egli ſi trouaſje in quel
luo. soſeluaggio,dice. Ma tu perche ritorni à tanta noia? Etfa maggiore il ſuo
affetto replia çando, perche non fali il dilettoſo monte. Là onde poiil Poeta
pien di mara uiglia di ueder VIRGILIO, non gli riſponde, ma dà loco allo
affetto,et dicca Leggi. orſe tu quel VIRGILIO, equella fonte, Che parge di
parlar si largo fiume, Ripoſi lui con uergognofa fronte, Et piu ritornando
all'effetto di primajo de gli altri poeti onor',e tume. AR. Vedi comele
Discordia con Giove adirata in tal modo comincia. Parti Giove,che io, la
qualeprodußi, et conſeruo il mondo,degna fia di doc uer’eßer biaſmata da
ciaſcaduno. AR. Serbati in questo caſo à dimostrare che inte più uaglia la
natur ra,che l'arte, o otterrai la credenza del uero che tu uuoi. Dire con
uolubi li parolc é ſegno di uerità, l'infigner d'hauerſi ſcordato, il
dimostrare die ſere dall'artificio lontario, o lo ejer dulla ucrità commoſſo, il
correggerſ daſeſteſſo, lo cſclamare in alcune parti quafi rapito dal uero, o
finalmene, te una diligente traſcuragine, et una traſcurata diligentia può
far’apparenza diuero. Ecco quanto bene appare,ola modeftia, ola verità ufar la
Discordia, doue dice, Etſel mio eſſere pien di miſeria mi ci rende in diſpetto
l'effer Dea (coa me tuſei ) onata al gentilißimo modo delfangue two pieghi il
tuo anis mo ad aſcoltarmi benignamente. oRati' stato ilmio minacciare più tos
fto fegno di diſperatione, che cagion d'odio è di ſdegno che tu mi debbi
portare. AR. Et poco dipoi. Io parlerò Gioueaffine di farti pietoſo alla mia
miſeria, non con animo d'effer lodatacome eloquente;muoue il dolor la mia
lingua, parte,et diſpone a fuo modo le mie parole, o quale id'l ſento nel core
tale,à te uegnia allos recchie, cheſenza offer altramente artificioſa, Oornata,
affai ti perſuaderà l'oration mia à dolerti di me,la qualedi tanto nonſon
conformeallo affan nocleoue quello continuamente m’afflige,queſta toſto fi
finirà, o ad ogni richiesta tua s'interromperà,però che qualunque uolta cofa
dirò, che mena zogna ti paia ſon contenta di dichiararla,accioche picciolo error
nel prin cipio nonſi faccia grande alla fine: AR. Vedi quanto efficaci ſtenote
eſclamationi. O‘Amor quanti, o quali ſono le tue forze: AR. Et là doue dice, o
felici anime,alle quali in unmedeſimo di auer re il feruente amore o la mortal
uita terminare,o piú felicife inſieme ad uno medeſimoluogo n'antaſte, o
felicissimi fe nell'altra uitaſi ama.com toi vi amate; come di qua faceste.
Questa eſclamationefa parere la cofa uera, ilfalimento bella, la ſentent za
degna,o grande,le parole aſpra, o acerba, oil numero fplendida,o generoſa.Al
predetto artificio s'aggiungono le parole conuenienti alle cos feale appre
nell'ira, le pure, o le fimplici nella comuniſeratione. Leggi. Ahi dolcißimo
albergo di tutti imiei piaceri, maledetta fia la crudeltà di colui checon gli
occhi della fronte or mi tifa uedcre. Affai m'ora con quelli dellu
mēteriguardarti à ciaſcun’hora.Tu hai il tuo corſo finito, et di tale,come la
fortuna tel concedette tiſe ſpacciato.Venuto ſe alla fine,alla quale ciaſcun
corre, lasciate hai le miſerie del mondo, o le fatiche. ARTE. Conſidera le
parti, le parole, o le figure di questa forma nella effempio ora letto, ote
ſimili uſorai nelle occaſioni che ti ucrranno, et uce derai uſcirne opora
maraniglioſa. Vodi che cömiferatione ſi truoua in que fe parole. Caro mio
signore, fe la tua anima oralcmiclagrimc uede, oniuno i conoſcimento ó sentimento
doppo la partita di quella rimane a corpi, rice. dei benignemoute l'ultimo dono
di colei, laquale tu uiuendo cotato amasti. Vedi ancora qui la ſomiglianza del
ucro grandemente adopraſi in rio fpondere alle coſe,che potriano eſſer
dimandate. Andreuccio,io ſuno molto certa, che tu ti marauigli, et delle
carezze, le qualiiori.fo.a delle mie lagrime;si come colui chenon miconoſci, o per
quentura mai ricordar nonm'udisti, matu udirai toſto coſa, la quale più tifarà
forſe marauigliare, si come è ch'io ſia tua ſorella. AR. Eccoti,che con una
coſa più incredibile fa parere il falſo eſer aero. Vſafi questo modo nel
raccontare,nello amplificar le lodi, ouero i uituperii delle genti,ouero in
narrare le coſe fuori dell'ordine naturali, e rare.Con una antiucduta escusatio
e,come qui, Carissime Donne à me ſipara dinanzi a doucrmifi far raccontare una
uerità, che ba troppopiù di quello che ella fu, dimenzogna ſembianza. ARTE. Vera
in ſoiamaè quella formadel dire, nella quale confiderata la natura delle coſe
la uarietà de gli affetri, la uſanza del uiucre, con prue denza, riguardo
dimostra le coſe fuggendo il coſpetto dello artificio, et però molto
leggiadramente fidce procedere nell'accurata, obella forme del dire nella quale
più vale il numero etl'artificio, che nell'altre.Sicno dun que gli ſpirtidi
questa forma partiper tutto il corpo, accompagnati dal sangue della bellezza, o
dal mouimento della celerità del dire, che facila mente si otterrà IL
DESIDERATO FINE. Ne gl'affetti grandi, bricui ficno le membra, uiusci le
parole, nel resto il giudizio di chi parla habbia luogo. Et qui Na il fine
delle formc o maniere del dire in quanto che di ciaſcuna partie samente si può
dire. Ma non sarà il fine di esse in quanto bisogna sapere il modo di usarle,
ed accomodarle NELLA IVILE ORAZIONE. Perciò che colui ne oratore, ne erudito
parcrebbe il quale come nouel cfſercitaßcle predette maniere da ſe steſſe
ignude, o inconipote, onde l'artefuafi manifestasse, oegli di abomincus de fatietà,
e fastidio ricmpicſſe l’orecchie o l’ANIMO dell’ascoltante, Bella cosa é adunque il meſcolare inſieme le
predette forme, o farne una ortima miſtura,dalla quale n'uſcirà l'ottima,o
uniuerſale idea della oratio nc; appreſſo la qualeſarà quellà, che mancherà al quanto
da quella ottima meſcolanza,cosi di grado in gradofcemundo il terzo,il quarto,
o l'ul timo luogo occuperà l'oratore. Della prima operfetta compofitione dela
leformeio non ti trouerei per ls uerità chi in questa lingua potefje, pere che
gli ſcrittori di efla hanno hauuta ALTRA INTENZIONE, che formarela città M
dincica dineſca minicra, ben che per quello ch'io ſtimo, non anderà molto, che
alcu noci naſcerà atto a questa grandezza,alla quale più tosto manca la fatie
ča,che il modo. Ora in quale forma debbia abondarc L’ELOQUENZA fa peraiz per
che la chiarezza, LA VERITA, quella che accostumata ſi chiama, fono le forme principali
di tutta la manicra ciuile. Dapoi appresso io amerei la celerità del dire con
quelle forme poi,che alla grandezzafi danno, tra le quali io eleggerei la
comprenſione. Le altre ueramente ſecondo il tempo; er la occafione reggendomi
abbraccerei con quella ſcelta, con quella di fcretione che uolentieri,ut non
isforzate păreſſero ucnire riel parlar mio Ben'è uero, che molte ſono le
intentioni de gli huomini, e quelle con dilia genza offer dcono confiderate.
Chi uuole de i ſecreti di natura parlare, bo delle cose morali dee abondare in
grandezza senza alcuno volubile movimeto. Chi veramente cerca narrare i fatti
de mortali, come si fa nella storia, elleggerà la schiettezza, o eleganza, nella
quale è riposto l'ordine delle co fe,cu dei tempi, a riguarderà primai
conſigli, ale deliberationi, poi le attioni, o i fatti, o finalmente gli
auenimentio fucceßi. Nei conſigli di moſtrerà quelloche deue cffer lodato,o
quello che merita biaſimo nelle at tioni,i fatti,ole parole, il modo, il fine.
Et ne ifucceßi dimostrerà ció the alla uirtù,o ciò che alla fortunafi deve
attribuire. Chi ne ifenati uud l'esprimere la forza dell’eloquenza, perche il
peſo delle cose sară poſto fore. pra lepalle di chiragiona, biſogna abondare in
grandezza,o dignità, di mostrar cura openſamento, il che non uale ne i
giudicij, ſe non ſono di coi. Le graui, aimportanti, perche in eſſe più
fimplicità, baſſezzaſi ricerca, eſſendo quegli per lo più di coſe edi buomini priuati.
Nel difendere, ale fai uale la forma accoſtumata, obalfa, ſe non quando
arditamente il fatto Rinega. Poco ancora ui ſi vedrà di uolubile, o presto
mouimento. Ma non. cosi nello accuſare,douc oajpro, uecmente,o uiuo cſer dee
l'accusatore. Chi lola. fi dee dare alla bellezza, o al diletto, o apprezzare
lo fplene dore fenza ucсmenza, o celerità. Et in brieuc, biſogna aprir gli
occhi; eje nello imitare i dotti,o eccclenti uomini si richiede conſiderare; di
che for ma eßt ſieno più abondanti,o di che meno; accioche ſapendoper qual caz
glorie eß istatilicno tali,ancora non ſia tolto il potere à gli studioſi di ace
coſtarſi loro, o aguagliarli,o le poßibilc é, che pureé paßibile al modo già
detto di ſuperargli. Et chi.pure non uoleſſe la fatica,poteße almeno giudicare
i loro fecreti. Molti, o minuti ſono i precetti d'intorno a questo
offercitio,maio non uoglio più affaticarmi, effendo quegli in molti,o gran di
uolumi ordinatamente riposti, oltra che il nostro dicorso à niuno può parere
terc imperfitto, quando egli voglia la nostra INTENZIONE riguardare, la quale è
stata di fare i fondamenti dell’ELOQUENZA, avvertire di quanta cognizione esser
debbia chi à quella si dona; sopra i quali fondamenti sono fordate l'articelle
de' maestri, o gl’esercitij de' giovanetti. Baſtiti, oDinardo, che tu sia
giunto là, doue di giugnere desideravi, o che tu habbi veduto un circolo della
tanto desiderata cognizione. Però che dalle parti dell'ANIMA incominciasti,o in
esse sei ritornato, havendo il corso tuo sopra di natura, ci sopra di me
fornito, come sopra due rote di quel carro, che per lo aperto cielo ti condurrà
vittorioso, o trionfante. Daniele Matteo Alvise Barbaro. Daniele Barbaro.
Keywords: archittetura, palladio, prospettiva, retorica, ordine cronologico:
Ermolao Barbaro il vecchio – Ermolao Barbaro il giovane – Daniele Barbaro –
Temisto, index nominorum, interpretazione e commentario di Barbaro sul
commentario di Tesmisto sull’analitica posteriora – manoscritto, Bologna.
Manoscritto delle ‘Adnotationes ad analyticos priores’ – commentario diretto su
Aristoele e no via Temisto – Villa Barbaro – lezione privati di Barbaro
sull’organon di Aristotele – analytica priora e analytica posteriora, non al
studio GENERALE, ma alla sua propria villa!. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barbaro,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
Luigi
Speranza -- Grice e Barbaro:la ragione cnversazionale e l’implicatura
convresazionale del vecchio – scuola di Venezia – filosofia veneziana –
filosofia veneta -- filosofia italiana – filosofia veneziana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo
veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Umanista --. Grice: “As much as
Speranza LOVES Daniele Barbaro, I prefer Ermolao Barbaro; after all, he was his
uncle – I mean, Ermolao was Daniele’s uncle – and therefore HE taught HIM; I
mean, Ermolao, as a good philosophical uncle, taught the ‘minor’ (literally,
since he was his junior) Barbaro.” "Some
like Barbaro, but Barbaro's MY man." Ermolao Barbaro
detto il Vecchio. Umanista e vescovo cattolico italiano. Sendo stato uomo
degnissimo, m'è paruto farne alcuna menzione nel numero di tanti singulari
uomini, acciocché la fama di sì degno uomo non perisca (Vespasiano da Bisticci,
Vite di uomini illustri del secolo XV). Ancora bambino comincia a studiare
lettere conVeronese, e il successo di quest'accoppiata allievo-maestro fu tale
che tradusse in latino le favole d’Esopo. Fece poi i suoi studi universitari a
Padova dove si laurea. Successivamente si trasfee a Roma dove entrò al servizio
della cancelleria papale. La sua carriera nella curia romana fu così fulminea
che Eugenio IV lo nomina protonotario apostolico e gli concesse la diocesi di
Treviso. Il rapporto con il pontefice, però, si interruppe bruscamente quando,
dopo che gli era stata promessa la nomina a vescovo di Bergamo, il papa assegna
il posto a Foscari. Lascia Roma e viaggiò per l'Italia ma, dopo una serie
di peregrinazioni, tornò a lavorare in curia. Si trasfere poi a Verona dove
Niccolò V lo designa vescovo e dove si sistemò in pianta stabile, tranne una
breve parentesi a Perugia come governatore. Messer Ermolao Barbaro, gentiluomo
viniziano, fu fatto vescovo di Verona da papa Eugenio, per le sue virtù. Ebbe
notizia di ragione canonica e civile, ed ebbe universale perizia di teologia, e
di questi istudi d'umanità; ed ebbe nello scrivere ottimo stile. Fu di
buonissimi costumi, e nel tempo di papa Eugenio si ritornò a Verona al suo vescovado,
e attese con ogni diligenza alla cura, e vi accrebbe assai e onorò e multiplicò
il culto divino. Era umanissimo con ognuno. Ridusse nel suo tempo il vescovado
in buonissimo ordine, così nello spirituale come nel temporale. Aveva in casa
sua alcuni dotti uomini, in modo che sempre vi si disputava o ragionava di
lettere; ed era la sua casa governata, come si richiede una casa d'uno degno
prelato. S'egli compose (che credo di sì) non ho notizia alcuna. Compose. Nulla
se ne ha alle stampe trattane qualche lettera, ma più opuscoli manoscritti se
ne hanno in alcune biblioteche, e fra essi la traduzione della Vita di S.
Anastasio scritta da Eusebio di Cesarea. Note
Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri del secolo XV, ed.
Barbera-Bianchi, Firenze. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, ed.
Firenze, Società storica lombarda, Archivio storico lombardo, ser.4:v.7,
L'Umanesimo umbro: Atti del Convegno di studi umbri. Gubbio, 2Perugia,
Vespasiano da Bisticci, Tiraboschi, cit. pag. 808 Opere (alcune moderne
edizioni italiane) Ermolao Barbaro il Vecchio. Orationes contra poetas.
Epistolae. Edizione critica a cura di Giorgio Ronconi.Firenze: Sansoni, Facolta
di Magistero dell'Universita di Padova Ermolao Barbaro il Vecchio. Aesopi
Fabulae. A cura di Cristina Cocco. Genova: D. AR.FI.CL.ET., Trad. italiana a
fronte Hermolao Barbaro seniore interprete. Aesopi fabulae. A cura di Cristina
Cocco, Firenze: Sismel-Edizioni del Galluzzo, Il ritorno dei classici
nell'umanesimo. Edizione nazionale delle traduzioni dei testi greci in eta
umanistica e rinascimentale. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, ed.
Firenze, Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri, ed. Barbera-Bianchi,
Firenze, 1859. Pio Paschini, Tre illustri prelati del Rinascimento: Ermolao
Barbaro, Adriano Castellesi, Giovanni Grimani, Roma, Facultas Theologica
Pontificii Athenaei Lateranensis, Emilio Bigi, Ermolao Barbaro, in Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL
consultato il 6 luglio 2018. Voci correlate Ermolao Barbaro il Giovane
Collegamenti esterniDavid M. Cheney, Ermolao Barbaro il Vecchio, in Catholic
Hierarchy. Predecessore Vescovo di Treviso Successore Bishop CoA PioM.svg
Lodovico Barbo Marino ContariniPredecessoreVescovo di VeronaSuccessoreBishopCoA
PioM.svg Francesco CondulmerGiovanni Michiel · Biografie Portale Biografie
Cattolicesimo Portale Cattolicesimo Treviso Portale Treviso Venezia Portale
Venezia Categorie: Umanisti italianiVescovi cattolici italiani Nati a Venezia
Morti a Venezia BarbaroVescovi di TrevisoVescovi di VeronaTraduttori dal greco
al latino. Nome compiuto: Ermolao Barbaro, il vecchio. Keywords: eloquenza.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barbaro,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barbaro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazinale del
giovane – scuola di Venezia -- filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo
veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice; “Very good.”, ermolao – the
younger – il giovane, non il vecchio -- "Speranza
likes Ermolao Barbaro the Younger, but Ermolao Barbaro The Elder is MY
man." -- H.G. Ermolao Barbaro il Giovane. Avea profondamente
meditato sopra i doveri che impone il carattere di legato a chi lo sostiene e
sopra le avvertenze che devono servirgli di norma nella pratica degli affari,
ónde servir con vantaggio il proprio governo e riportare onore anche da quello
presso di cui risiede. Ei ne ha indicate le tracce in un pregevolissimo
opuscolo in cui la prudenza apparisce
compagna della onestà del candore, ed è venuto a delineare in certa guisa il
suo ritratto. Ma lo stesso suo merito fu a lui cagione di grave calamità.
Cardinale di Santa Romana Chiesa Hermolaus Barbarus Ritratto di Ermolao
Barbaro, opera di Theodor de Bry. Patriarca di Aquileia. Ordinato presbitero.
Nominato patriarca da papa Alessandro VI. Consacrato patriarca. Creato cardinal
da papa Innocenzo VIII. Ermolao Barbaro detto "Il giovane" -- è stato
un umanista, patriarca cattolico e diplomatico italiano, al servizio della
Repubblica di Venezia. Comincia l'educazione elementare con il padre
Zaccaria Barbaro, politico e diplomatico veneziano, poi in tenerissima età e
mandato a Verona dal pro-zio Ermolao Barbaro, vescovo della città e umanista di
fama, per studiare lettere latine con Bosso. Per perfezionarsi passa a Roma
dove ha come insegnanti prima Leto e poi Gaza. Un cursus studiorum concluso con
successo. E laureato poeta, a Verona, da Federico III. Segue a Napoli il padre,
titolare dell'ambasciata veneziana, e proprio nella città partenopea scrive la
sua prima opera ovvero il “De Caelibatu”.
Traduce tutto Temistio, pubblicato poi, in parafrasi. Tornato in Veneto
consegue a Padova il dottorato in arti e quello in diritto civile e canonico.
Subito dopo fu nominato titolare della cattedra di etica. Come professore
insegna soprattutto sulla Nicomachea di Aristotele, mettendo in guardia i suoi
studenti dalle traduzioni in latino di Aristotele e predicando il ritorno alla
traduzione diretta dal greco, proprio come face lui. Sono infatti di quegli
anni i commentari all'Etica e alla Politica e la traduzione della Retorica.
Abbandonato l'insegnamento accompagna
nuovamente il padre in missione diplomatica a Roma. E promosso senatore della
Repubblica di Venezia e ma stavolta in veste ufficiale, si reca a Milano con il
padre per una nuova ambasceria. Il primo incarico diplomatico arriva
quando, insieme a Trevisano, rappresenta a Bruges la Serenissima in occasione
dei festeggiamenti per l'incoronazione a ‘re dei romani’ di Massimiliano
d'Asburgo e nell'occasione fu investito cavaliere. Dopo un'esperienza come
savio di terraferma, e finalmente nominato ambasciatore residente a Milano dove
si accredita e rimane in carica. Venne creato cardinale in pectore d’Innocenzo
VIII nel concistoro, ma non venne mai pubblicato. L'ottima gestione della
legazione veneziana a Milano, in tempi davvero turbolenti come quelli della
reggenza di Ludovico il Moro, gli vale un anno dopo la nomina ad ambasciatore a
Roma alla corte d’Innocenzo VIII. Ed e qui che avvenne la catastrofe. Il
giorno dopo la morte del patriarca di Aquileia Marco Barbo, Ermolao erasi
recato all'udienza del papa, per fare istanza acciocché fosse differita la
nomina del patriarca successore, finché il senato non gli e ne avesse
presentato, secondo il consueto, la nomina. Ma il papa, senza punto badare a
cotesta istanza, nomina lui appunto in patriarca di Aquileja; aggiungendogli,
essere questa grazia una giusta ricompensa al suo sapere ed alla sua virtù. Il
Barbaro in sulle prime si rifiutò dall'accettare la dignità, che il pontefice
conferivagli; ma quando Innocenzo gli e lo comandò in virtù di santa
ubbidienza, si vide costretto a sottomettervisi ed obbedire. Allora il papa
sull'istante lo vestì del rocchetto, di cui, per darglielo, si spogliò uno dei
cardinali colà presenti; e poscia in pieno concistoro fu preconizzato patriarca
di questa Chiesa. La procedura era rigorosamente contraria alle leggi della
repubblica che vietavano ai propri ambasciatori, senza la previa autorizzazione
del senato, di ricevere incarichi o nomine dai principi presso i quali erano
accreditati. Allora, per giustificare la violazione procedurale, il Papa
scrisse una lettera al Doge chiedendogli di confermare la nomina, ma il
Consiglio dei Dieci, competente in materia, delibera comunque che Barbaro deve
rinunciare al patriarcato. Cosa che, dopo un po' di tira e molla, prontamente
fa. Scelse, per farla più solenne, la circostanza del giovedì santo alla
presenza del papa e di tutto il sacro collegio. Ma il papa non la volle
accettare. Né l'obbedienza sua agli ordini del senato basta per anco a
giustificarlo. Poco avveduto, non pensa di spedirne a Venezia la stessa sua
dimissione al senato, ad onta dell'opposizione del pontefice; mostrandosi dal
canto suo per tal guisa fedele ed obbediente alle leggi del suo governo. Più
avrebbe inoltre dovuto lasciar Roma e ritornare a Venezia. Ov'egli si fosse
regolato così, l'affare avrebbe cangiato di aspetto, e sarebbesi ridotta ad una
semplice controversia di giurisdizione tra la corte di Roma e la Repubblica di
Venezia. Ma essendo rimasto in quella capitale, ad onta della fatta rinunzia,
né avendone dato avviso al senato, egli fu riputato veramente colpevole in
faccia alla legge, e perciò costrinse il senato ad usare verso di lui ogni
misura di rigore. Come risultato di questo pasticcio fu bandito perennemente
dalla repubblica e interdetto da qualsiasi ufficio pubblico e privato. Quanto
al patriarcato di Aquileia, tecnicamente, ne rimase titolare ma il senato oltre
ad avergli impedito, con l'esilio, di recarvisi fisicamente, ne congelò le
rendite patriarcali e nomina Donato in suo vece, anche se la nomina non fu
ratificata dal papa. Ne deriva una situazione di stallo, durante la quale la
diocesi patriarcale fu amministrata da Valaresso (anche Valleresso), vescovo di
Capodistria, con il titolo di Governatore generale. B. rimase a Roma dove
decise di dedicarsi a tempo pieno ai suoi studi. Pparticolarmente importanti,
oltre alla composizione di Orationes et Carmina in latino e alla pubblicazione
delle “Castigationes Plinianae, disputazioni scientifiche sulle imprecisioni e
sulle invenzioni della Naturalis historia di PLINIO, sono l’epistolario filosofico che si scambiò
con Poliziano e Pico, che, insieme, costituirono un vero e proprio triumvirato,
a que' giorni potente e celebratissimo nelle scienze e nelle lettere. E
sventuratamente colto dalla pestilenza che serpeggia nell'agro romano. Giunta a
Firenze la nuova del suo pericolo trafisse altamente il cuore dei due suoi
celebri amici Poliziano e Pico. Si lagnavano essi che la sua perdita seco
involge il destino delle buone lettere, sembrando loro che in un sol uomo
pericolasse l'onere delle cose romane. Pico anzi volle tentar di soccorrerlo,
inviandogli col mezzo di suo corriere un antidoto ch'ei medesimo componeva e
che credeva atto a domare il morbo pestilenziale. Ma quando arriva a Roma
l'espresso, era di già passato tra gli estinti. Note De Legato, recuperato dal cardinal Quirini da
un codice della Vaticana e stampato per la prima volta nelle annotazioni alla
Deca II della sua Thiara et purpura veneta Corniani, Ugoni, Ticozzi, I secoli
della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Torino, Contemporaries of
Erasmus Figliuolo, Il Diplomatico E Il Trattatista: B. Ambasciatore Della
Serenissima, Napoli, Guida Editori, Bettinelli, Risorgimento d'Italia negli
studj, nelle arti, e ne' costumi dopo il mille, Bassano, Bettinelli, Poppi,
Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola padovana del Cinque e
Seicento, Rubbertino, Branca, La sapienza civile: Studi Sull'umanesimo a
Venezia, Firenze Albèri, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato,
Firenze, Cappelletti, Le chiese d'Italia della loro origine sino ai nostri
giorni, Venezia, Cappelletti, Bernardi, Ermolao Barbaro o la scienza del
pensiero dal secolo decimoquinto a noi, Venezia
I secoli della letteratura italiana, Bettinelli, Risorgimento d'Italia
negli studj, nelle arti, e ne' costumi dopo il mille, Bassano, Eugenio Albèri,
Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, Firenze Giuseppe Cappelletti, Le chiese d'Italia della
loro origine sino ai nostri giorni, Vol. VIII, Venezia Jacopo Bernardi, Ermolao Barbaro o la scienza
del pensiero dal secolo decimoquinto a noi, Venezia, Giovanni Battista
Corniani, Camillo Ugoni, Stefano Ticozzi, I secoli della letteratura italiana
dopo il suo risorgimento, Torino Vittore Branca, La sapienza civile: Studi
Sull'umanesimo a Venezia, Firenze, 1988 Bruno Figliuolo, Il Diplomatico E Il
Trattatista: Ermolao Barbaro Ambasciatore Della Serenissima, Napoli, Guida
Editori Antonino Poppi, Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola
padovana del Cinque e Seicento, Rubbertino Deutscher, Contemporaries of
Erasmus: A Biographical Register of the Renaissance and Reformation, University
of Toronto B., su Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana.Ermolao Barbaro il Giovane, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.Opere di B. il Giovane, su openMLOL, Horizons
Unlimited srl.Opere di Ermolao Barbaro il Giovane, su Open Library, Internet
Archive.David M. Cheney, Ermolao Barbaro il Giovane, in Catholic
Hierarchy.Salvador Miranda, BARBARO, iuniore, Ermolao, su fiu.edu – The
Cardinals of the Holy Roman Church, Florida International University. Ermolao
Barbaro, in Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Emilio Bigi, B., in Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, PredecessorePatriarca di Aquileia Successore
Patriarch Non Cardinal Pio M.svg Marco Barbo Nicolò Donà Biografie Portale
Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie Categorie:
Umanisti italianiPatriarchi cattolici italiani Diplomatici italiani Nati a
Venezia Morti a RomaBarbaroAmbasciatori italianiPatriarchi di
AquileiaTraduttori dal greco al latino[altre] Nome compiuto: Ermolao Barbaro.
Keywords: il celibato, lettera a Pico, lettera a Poliziano, traduzione della
retorica, commentario all’etica nicomachea, comentario alla politica, retorica
ed eloquenza. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Barbaro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia,
Luigi Speranza -- Grice
e Barcellona: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei soggeti e le norme – scuola di Catania -- filosofia
siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “Perhaps my favourite by
Barcellona is “I soggetti e le norme” – vide my conversational norms – and
‘soggeto’ of course relates to ‘intersoggetivita,’ a pet concept of Italian
phenomenology!” Grice: “Of course, for us British subjects (to the
Queen), the idea of ‘soggeti’ cannot quite make sense! But Barcellona’s point
is fascinating: the Romans did have the concept of a sub-iectum and an
ob-iectum: they like a symmetrical expression formation, too! Barcellona shows
that we have to speak of ‘soggetti’ to get intersoggetivita – and then the
norma – a very Roman concept, which as J. L. Austin said (following John
Austin), does not quite translate as ‘norm’ – “We don’t use ‘norm’ in ordinary
language.”” Barcellona shows that it is
‘I soggetti’ i. e. at least a dyad that makes ‘the noi trascendentale’ adding
up ‘l’io trascendentale’ with ‘il tu trascendentale’ and ‘l’altro
trascendentale’ that we get the norm. Barcellona got to the idea after seeing
the French film, ‘l’un et l’autre’!” -- Pietro
Barcellona, deputato della Repubblica Italiana LegislatureVIII Gruppo
parlamentarePCI Dati generali Partito politicoPartito Comunista Italiano Titolo
di studioLaurea in giurisprudenza ProfessioneDocente universitario Pietro
Barcellona (Catania ), filosofo. È stato
docente di diritto privato e di filosofia del diritto presso la facoltà di
giurisprudenza dell'Catania. È stato membro del Consiglio superiore della
magistratura. Si laurea in
Giurisprudenza nel 1959. Nel 1963 consegue la libera docenza in Diritto Civile
e insegna a Messina. Dal 1976 al 1979 è componente del Consiglio Superiore
della Magistratura. Ha diretto il Centro per la Riforma dello Stato, fondato
con Pietro Ingrao. Nel 1979 è stato
eletto deputato nelle file del Partito Comunista Italiano ed è stato membro
della commissione giustizia della Camera. A causa della sua formazione teorica
materialista, ha suscitato nel molto
scalpore la sua conversione raccontata nel libro Incontro con Gesù. Docente
emerito di filosofia del diritto all'Catania. Altre opere: “Diritto privato e
processo economico” (Jovene Editore); “L'uso alternativo del diritto, Laterza);
“Stato e giuristi tra crisi e riforma, De Donato, Bari); “Stato e mercato tra
monopolio e democrazia, De Donato); “La Repubblica in trasformazione. Problemi
istituzionali del caso italiano, De Donato); “Oltre lo Stato sociale: economia
e politica nella crisi dello Stato keynesiano, De Donato); “I soggetti e
l’intersoggetivo della norma” (Giuffrè); “L'individualismo proprietario,
Bollati Boringhieri); “L'egoismo maturo e la follia del capitale, Bollati
Boringhieri); “Il Capitale come puro spirito: un fantasma si aggira per il
mondo, Editori Riuniti); “Il ritorno del legame sociale, Bollati Boringhieri);
“Lo spazio della politica. Tecnica e democrazia, Editori Riuniti); “Dallo Stato
sociale allo Stato immaginario. Critica della ragione funzionalista (Bollati
Boringhieri); “Laicità. Una sfida per il terzo millennio, Argo); “Diritto privato
società moderna, Jovene); L'individuo sociale, Costa et Nolan); “Politica e
passioni. Proposte per un dibattito, Bollati Boringhieri); “Il declino dello
Stato. Riflessioni di fine secolo sulla crisi del progetto moderno, Ed. Dedalo);
“Quale politica per il Terzo millennio?, Ed. Dedalo); “L'individuo e la
comunità” (Edizioni Lavoro); “Le passioni negate. Globalismo e diritti umani,
Città Aperta); “Le istituzioni del diritto privato contemporaneo, Jovene); “Tensioni
metropolitane, Città Aperta); “I diritti umani tra politica, filosofia e
storia, A. Guida); “La strategia dell'anima, Città Aperta); “Diritto senza
società. Dal disincanto all'indifferenza, Ed. Dedalo); “Fine della storia e
mondo come sistema. Tesi sulla post-modernità, Ed. Dedalo, “Il suicidio
dell'Europa. Dalla coscienza infelice all'edonismo cognitivo, Ed. Dedalo); “Critica
della ragion laica, Città Aperta); “Diagnosi del presente, Bonanno); “La parola
perduta. Tra polis greca e cyberspazio, Ed. Dedalo); “L'epoca del postumano,
Città Aperta); “La lotta tra diritto e giustizia, Marietti); “Il furto dell'anima.
La narrazione post-umana, Ed. Dedalo); “L'ineludibile questione di Dio, Marietti);
“L'oracolo di Delfi e L'isola delle capre, Marietti, Elogio del discorso inutile. La parola
gratuita, Ed. Dedalo); “Viaggio nel Bel Paese. Tra nostalgia e speranza, Città
Aperta); “Incontro con Gesù, Marietti); “Declinazioni futuro/passato. Poesie,
Prova d'autore, Il sapere affettivo, Diabasis); “Il desiderio impossibile,
Prova d'autore”; “Passaggio d'epoca. L'Italia al tempo della crisi, Marietti); La
speranza contro la paura, Marietti); “L'occidente tra libertà e tecnica,
Saletta dell'Uva); “Parole potere, Castelvecchi,. Sottopelle. La storia, gli
affetti, Castelvecchi); La sfida della
modernità, La Scuola,.Barcellona e la pittura Una delle più grandi passioni di B.,
è stata senza ombra di dubbio la pittura. Comincia a dipingere all'età di 20
anni. Due sue opere si trovano in esposizione permanente presso il "Museo
dei Castelli Romani". Un suo quadro fa parte della collezione permanente
della Salerniana, Galleria Civica d'Arte Contemporanea "Giuseppe
Perricone". Vanta diverse personali:
1959"Mostra Città di Catania"; "Galleria Arte Club"
di Catania, con testi critici di Manlio Sgalambro e Salvo Di Stefano; "Galleria
Arte Club" di Catania. Espone un nucleo di ventiquattro opere sul tema
"La città della donna" con testo critico di Giuseppe Frazzetto;
2002"Tensioni metropolitane" presso "Fondazione Luigi Di
Sarro" di Roma; 2002"Galleria Quadrifoglio" di Siracusa;
"Fondazione Filiberto Menna" di Salerno; 2003"Mitologia del
quotidiano" presso "Galleria La Borgognona" di Roma, con testi
in catalogo di Simonetta Lux e Domenico Guzzi; "Contrasti" presso
"Galleria Tornabuoni" di Firenze, con testo in catalogo di Fabio Fornaciai
e dello stesso Barcellona; 2004"Museo dell'Infiorata" di Genzano;
"L'impossibile completezza" presso il "Museo Laboratorio di Arte
Contemporanea" di Roma, Patrizia Ferri e Mario de Candia; "Il
desiderio impossibile" presso "Le Ciminiere", Sala C2, di
Catania, con testo critico di Mario Grasso. Saggi sull'opera di B. Su B., ovvero, riverberi del meno, Atti del
Convegno di Studi su alcune opere di Pietro Barcellona, Mario Grasso. Prova
d'Autore,. 154-4 W. Magnoni, Persona e
società: linee di etica sociale a partire da alcune provocazioni di Norberto
Bobbio, Glossa Edizioni, Milano, M. De
CandiaFerri, B. raccontato dai suoi amici, Gangemi, Greco, Modernità, diritto e
legame sociale, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», Pegorin,
Emergenza Antropologica. Pietro Barcellona e la lotta in difesa dell’umano
Riconoscimenti Il 29 marzo, il Comune di Misterbianco (CT) gli intitola una
piazza. Note Pietro Barcellona, su Camera VIII
legislatura, Parlamento italiano.
"Barcellona: Mi converto, dal Partito Comunista a Gesù. Ragusa
News. l'Unità, "Pietro Barcellona, Il Piacere di
Dipingere"//archiviostorico.unita/cgi-bin/ highlightPdf.cgi?t=ebook& file=/golpdf/uni__05.pdf/
11CUL31A.PDF&query= Andrea%20 carugati Corriere della Sera. Omaggio a
Pietro Barcellona pittore, giurista e filosofo.//archivio storico.corriere/ ebbraio/01/
Omaggio_B._ pittore_giurista .shtml
Inaugurata la piazza intitolata al prof. Pietro Barcellona |
Misterbianco. COM. Napolitano: B. fu un protagonista in Italia. Messaggio del
Colle ai funerali del giurista, ex parlamentare Pci e membro laico del
Csm[collegamento interrotto] articolo pubblicato da La Sicilia, 9 settembre,
sito lasicilia. Filosofi italiani del XX secolo Filosofi. Nome compiuto: Pietro
Barcellona. Keywords: i soggeti e le norme, filosofia siciliana, Barcellona,
comune di Messina. Conte di Barcellona, lo stato imaginario, i soggeti,
l’intersoggetivo della norma, communita intersoggetiva, discorso futilitario,
societas, communitas, socius, seguire, ‘follow’, Toennies, communitario, stato
keynesiano, stato imaginario, anima smartita, conflitto e cooperazione sociale,
anima smarrita, communitas, immunitas, sociale, societas, discorso inutile,
Grice, end of conversation, goal of conversation, deutero-esperanto, linguaggio
privato, i soggeti, l’intersoggetivo. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Barcellona”
– The Swimming-Pool Library. Barcellona.
Luigi Speranza -- Grice
e Barié: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Enea – il
Vico di B. – il noi trascendentale -- scuola di Milano – filosofia milanese –
filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo
milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “”My
favourite of Barié’s is his parody of Apel: “il noi trascendentale”!” -- I like
Barié; he commited suicide, which is not that rare among philosophers – same
percentage than the general population – cf. Durkheim, “Le suicide: a
sociological enquiry,””. Grice: “Barié tried to play with the idea of the
transcendental, and he did – he applied it first to “I” (‘l’io
trascendentale’). When I wrote my thing on personal identity, I preferred the
pronoun ‘someone,’ to stand for ‘I’, ‘thou,’ and the allegedy THIRD ‘person,’
‘he.’ – Barié has also edited Vico’’scienza nuova,’ and provided a ‘compendium’
of the SYSTEMATIC kind, favoured by some, of the history of philosophy, with
sections on ‘roman’ philosophy (“l’epicureanismo romano,” “lo stoicism
romano,”) --.” Grice: “Perhaps the
closes Barié comes to me is in his ‘The
concept of the ‘transcendental,’ since I struggled with that in “Prejudices and
predilections,” where I feign to think that perhaps ‘transcendental’ is too
transcendental an expression and should be replaced by ‘metaphysical,’ but my
tutee, Sir Peter, being more of a Bariéian, disagreed wholeheartedly!” – Grice:
“I cherish Apel’s comment on Barié: “Surely, if we are going to have ‘l’io
trascendentale,’ we need at least ‘l’altro trascendentale,’ or as I prefer ‘il
tu trascendentale.’” Partendo da posizioni kantiane pervenne a una
posizione da lui stesso definita neotrascendentalismo, scuola di pensiero di
cui fu il fondatore. Si avviò agli studi di diritto che concluse solo a seguito
del primo conflitto mondiale, che lo vide impegnato inizialmente come ufficiale
di cavalleria e poi come aviatore. Ottenne la laurea in filosofia. Inizialmente attestato su posizioni kantiane
(La dottrina matematica di Kant nell'interpretazione dei matematici moderni, e
La posizione gnoseologica della matematica), nel corso del suo progredire
intellettuale Barié perviene a una posizione filosofica critica nei confronti
della dottrina kantiana. Di questo passaggio è emblematica l'opera Oltre la
Critica, che mette in luce le difficoltà della dottrina precedentemente
sostenuta. Il periodo metafisico Oltre
la critica segna il punto di svolta dell'attività filosofico-intellettuale di B.,
che comincia a sviluppare un interesse metafisico, forse dovuto all'influenza
di Martinetti, del quale era stato allievo. In questo senso il filosofo, nel
suo primo approccio alla metafisica, si pone su un binario che era già stato di
Spinoza, salvo poi rendersi conto del fatto che anche la posizione spinoziana è
in realtà insufficiente per tentare di risolvere il dilemma della relazione
essere-pensiero. Si ha quindi l'approdo di B. al pensiero leibniziano,
testimoniato di La spiritualità dell'essere e Leibniz. L'approdo al neotrascendentalismo e Il
Pensiero Libero docente, ottiene la cattedra universitaria, spostandosi di
conseguenza a Genova, Roma e infine Milano, nella cui università succede al suo
maestro Martinetti nella cattedra di filosofia teoretica. Consapevole del fatto
che, per quanto superata, la lezione antidogmatica di Kant non poteva essere
completamente ignorata, Barié inizia una profonda revisione del proprio sistema
teoretico che lo porta a diminuire drasticamente le sue pubblicazioni (di
questo periodo sono il Compendio sistematico di storia della filosofia, e
Descartes) e che culmina con la pubblicazione de L'io trascendentale. Fonda
l'istituto di filosofia dell'Milano con lo scopo di renderlo centro propulsivo
di una discussione filosofico-culturale con le realtà filosofiche del tempo che
si sarebbero confrontate con la nuova visione di B., adesso orientato verso una
concezione di filosofia come metafisica, ossia di metafisica quale causa della
realtà sensibile e del pensiero. Con lo stesso scopo nacque la rivista Il
Pensiero. Altre opere: “La posizione gnoseologica della matematica – e
dell’arimmetica in particolare” 7 + 5 = 12” (Torino, Bocca); “Oltre la critica
della ragione e del giudizio, il criticismo (Milano, Libreria editrice
lombarda); “Spirito e anima: La spiritualità dell'essere e Leibniz” (Padova, MILANI);
“Compendio sistematico di storia della filosofia con particolare attenzione
alla filosofia romana sino Cicerone” (Torino, Paravia); “L'io trascendentale
non-psicologico” (Milano-Messina, G. Principato); “Il concetto trascendentale”
“Il trascendentale” (Milano, Veronelli. Atti del Congresso Internazionale di
Filosofia, Napoli, riproduzione fotografica (da Opa lLibri antichi riproduzione fotografica. Assael, Giovanni
Emanuele Bariè, Milano, CUEM, Assael, "Il neotrascendentalismo di B.",
in Rivista di Storia della Filosofia; Assael, Alle origini della scuola di
Milano: Martinetti, B., Banfi, Guerini e associati, Milano, Milano Accademia
scientifico-letteraria di Milano Università degli Studi di Milano Scuola di
Milano. su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su
sapere, De Agostini.B., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere B., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Filosofia Università Università. Nasce da
nobile famiglia lombarda. Iscrittosi a legge, interruppe gli studi per lo
scoppio della prima guerra mondiale, e combatté prima come ufficiale di
cavalleria, in seguito come aviatore. Ferito in combattimento aereo nel cielo
macedone, si guadagna una medaglia d'argento e una croce di guerra. Terminato
il conflitto e conclusi gli studi giuridici, intraprende a Milano quelli
filosofici, laureandosi, sotto la guida di Martinetti. Il magistero di
MARTINETTI dove ben presto orientarlo verso ricerche gnoseologiche ed
epistemologiche, condotte in stretto riferimento alle implicazioni speculative
del criticismo. Negl’atti del congresso di filosofia, tenutosi a Napoli, si
legge un suo saggio su La dottrina matematica di Kant nell'interpretazione dei
matematici moderni, ch'è già un documento interessante degli originari
orientainenti mentali di B. Segue un volume su La posizione gnoseologica della
matematica, Torino, che del rilevato interesse di B. per il problema della
validità conoscitiva del sapere scientifico da ulteriore e significativa
conferma. Né si tratta, invero, d’un interesse astrattamente teorico, alieno
dal gusto della verifica storica, ché, anzi, B. venne preparando alcune
ricerche di storia della filosofia, che, senza tradire la preminente vocazione
speculativa dell'autore, lo costrinsero a impegnative discussioni e analisi
testuali, capaci di allargare e meglio determinare l'orizzonte problematico
iniziale. Vide così la luce, nella Riv. di filosofia, il saggio Della
possibilità di un'interpretazione positiva del "Teeteto", che vuol
essere una ricognizione delle prospettive epistemologiche del platonismo. Apparve,
col titolo Oltre la Critica, Milano, uno dei volumi più elaborati e tormentati
del filosofo milanese, nel quale a un'esposizione intenzionalmente ortodossa
del criticismo gnoseologico fa seguito una minuta denunzia dei limiti e delle
insufficienze del criticismo. Certamente, dal punto di vista strettamente
storico, Oltre la Critica si presta a qualche obiezione metodologica per quella
sua caratteristica separazione delle parti espositive dalle sezioni valutative
e critiche, che ricorda stranamente le impostazioni e gli schemi della più
arcaica storiografia scolastica. E tuttavia, per l'evoluzione mentale di B., il
saggio segna una data decisiva, come documento di un interesse meta-fisico
ormai dominante rispetto alle originarie preoccupazioni gnoseologiche. Né, del
resto, può esser motivo di sorpresa questa emergenza della meta-fisica dalla
gnoseologia in uno scolaro di quel Martinetti che già aveva proposto una teoria
della conoscenza come introduzione critica e preparazione negativa all'opera
costruttiva e positiva della meta-fisica. E la convergenza con gli ideali di
MARTINETTI trova, nel saggio di B., ulteriore conferma in una ripresa di temi
panteistico-spinoziani, che già sono cari alla meditazione di Martinetti.
L'ipotiposi del tutto come "identità immutabile" non compromessa
dalle "mutazioni" delle "forme particolari",
l'identificazione di Dio con la "vita stessa in quanto espressione
unitaria di tutte le attività razionali", il riconoscimento dell'universale
coscienzialità del reale, l'interpretazione della libertà come processo di
comprensione razionale dell'essere, questi e altrettali sono i temi, la cui
puntualizzazione conclude questo primo tentativo di sistemazione teoretica di B..
Ma son temi crudamente indicativi di una retrocessione verso posizioni pre-critiche
piuttosto che di una vera assimilazione della problematica del criticismo. Lo
stesso B. dimostra assai presto di rendersene conto. Conseguita, colla
pubblicazione di Oltre la Critica, la libera docenza, B. prosegue con fervore
la sua ricerca meditativa, che prende corpo, oltre che in saggi di carattere
teoretico e storico, nell'ampio volume La spiritualità dell'essere e Leibniz, Padova.
In Leibniz B. intravvide ciò che non aveva potuto trovare nello spinozismo e
gli era tuttavia suggerito dalla sua provenienza critica di MARTINETTI: l'idea
della spiritualità come auto-coscienza pensante, che ora egli assume quale
strumento risolutivo del problema del rapporto tra essere e pensiero, divenuto
ormai la sua preoccupazione meta-fisica fondamentale. Ancora panteismo,
certamente: ma un panteismo più risolutamente immanentistico e venato di
idealismo (forse non è estranea a quest'ulteriore svolgimento del pensiero di
B. la pressione critico-speculativa dell'attualismo, di cui pure egli
decisamente respinge la specifica impostazione logico-dialettica.
Pervenuto alla cattedra universitaria -- che tenne dapprima a Genova, quindi
presso il magistero di Roma, infine a Mìlano, succedendovi a Martinetti -- B.
parve progressivamente accorgersi che la lezione del criticismo impone una
sostanziale revisione di quel certo dogmatismo meta-fisico che costituiva il
residuo non risolto della sua appassionata meditazione. Per molti anni le sue
pubblicazioni scarseggiarono - ricordiamo qui un Compendio sistematico di
storia della filosofia (Milano-Torino; Varese) e un volumetto su Descartes, Milano,
per la collana garzantiana "I Filosofi", oltre a qualche commento di
testi classici e a pochi saggi - finché, dopo la parentesi bellica -- durante
la quale B., benché parzialmente infermo, aveva invano richiesto dì militare
ancora in aviazione --, apparve L'io trascendentale, Milano-Messina, che,
insieme con altri saggi successivi e, soprattutto, col volume Il concetto
trascendentale, Milano, traccia le linee della posizione di B., da lui stesso
definita come "neo-trascendentalismo". Con apprezzabile onestà B.
riconosce, in questa fase di revisione critica della sua filosofia, le
insufficienze delle sue precedenti elaborazioni teoretiche, sforzandosi di
sanarle col far leva sull'Ich denke e sulla logica trascendentale kantìana, per
fondare un concetto dell'"io trascendentale" capace di garantire a un
tempo la deduzione dell'essere dal pensare, la giustificazione metafisica
dell'esperienza fenomenica e storica e l'affermazione anti-solipsistica della
molteplicità degli io. Si tratta di un tentativo assai serio di dar veste più
moderna alle istanze speculative fatte valere in precedenza; ma rimane il
dubbio che la criticissima filosofia contemporanea, pur così aperta alle più
diverse suggestioni e disposta alle più franche esperienze culturali, non sia
in grado di accogliere l'invito di B. a una re-interpretazione tanto "meta-fisica"
del trascendentalismo kantiano e post-kantiano. Lo stesso B., consapevole
della difficoltà, volle instaurare un colloquio critico-polemico colla
filosofia contemporanea, e soprattutto colle tendenze metodologiche,
scientistiche e fenomenìstiche in esso largamente presenti ed operanti. Fondato
presso l'università di Milano l'istituto di filosofia, egli ne fa il centro di
molteplici iniziative culturali e la sede d'incontri e discussioni con
fìlosofi, storici e scienziati della più varia provenienza, allargandone poi
l'attività con convegni annuali destinati a porre le più moderne istanze
critiche a confronto col programma neo-trascendentalistico di una difesa della
filosofia come meta-fisica. E sempre nel quadro di un tal programma B. inaugura
altresì la rivista Il Pensiero, cui volle accompagnare, con le medesime
intenzioni, una speciale "Biblìoteca filosofica" progettata in due
serie. E non meno indicativi del citato interesse polemico di B. sono i due
assai impegnati saggi di rivista, che chiusero, insieme coi Concetto
trascendentale, l'attività culturale del pensatore milanese: un saggio su Il
positivismo, in Giornale critico della filosofia ital., e i Prolegomeni ad ogni
fisica futura che vorrà presentarsi come filosofia, in Il Pensiero. La
morte, intervenuta tragicamente a Milano, troncava la fervida attività
speculativa e culturale di B. proprio nel momento in cuì forse essa stava per
produrre i suoi frutti migliori. Oltre le opere citate, si ricordano:
Libertà e causalità, in Rendiconti del R. Istituto lombardo di scienze e
lettere; Validità obiettiva del bello, in Riv. di filosofia; L'esigenza
unitaria da Talete a Platone, Milano (rist. in Acme); Soggettività ed
oggettività nella filosofia di Carabellese, in Rendic. del R. Ist. lombardo di
scienze e lettere; E. Kant, Critica della ragione pratica, trad., introd. e
note, Firenze; Il problema dell'oggettività, Logos; Leibniz, Discorso sulla
metafisica, introd., trad. e comm., Torino; Di alcune cause della
"metafisica religiosa" alessandrina, in Italia e Grecia, Firenze
(rist. in Acme); Vico, La Scienza Nuova,con introduzione e commento, Milano; Il
pensiero di Leibniz, nel volume Leibniz dell'Arch. di filosofia; Le moi
trascendental, in Les Etudes Philosophiques; Immanenza e storia, in Gentile, La
vita e il pensiero, Firenze, e in Giorn. critico d. filosofia ital.; Immanenza
del concetto trascendentale; La concezione víchiana della storia, in Humanitas;
Du "cogito" cartésien au moi trascendental, Revue philosophique; La
conceptualité de la science (Aspect particulier du problème de la science), in
Actes du Congrès International de Philosophie des Sciences, Paris; Risposta a
Padre Gemelli, rettore della Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano
(con riferimento alla "Rivista di filosofia neoscolastica"), in Acme;
Giuseppe Antonio Borgese; La filosofia, oggi,in Atti del Congresso Nazionale di
Filosofia, Roma-Milano; La libertà, nel vol. Enquéte sur la liberté, a cura
dell'Unesco, Paris; Il neo-trascendentalismo, Il Pensiero. Bibl.: Sciacca, Il
secolo XX, Milano; 11, p. 782 (opere di B. e bibl. sullo stesso); Bontadini,
Dal Problematicismo alla metafisica, Milano; Pra, B.'in Acme; Lugarini, G.
E.B., in Giorn. critico d. filosofia ital.; J. ChaixRuy, B., in Les études
Philosophíques; Il Pensiero pubblica in memoria di B., scritti di V.
Fazio-Allmayer, Chabod, Cantarella, Antoni, Geymonat, nonché una nota
biobibliografica. \ i | LAI tag » x alla si e, °°° 4 e
pa °° ° PS ® 9 j "el po ° î- p_S A è = * ° = e
000,°, 0, frrceminti, e ve è © è AR e NI a Sy CI
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N° 512 EN- MODERNE Fu BOCCA LA POSIZIONE
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cent LA POSIZIONE GNOSEOLOGICA DELLA
MATEMATICA TORINO (2) ‘ FRATELLI BOCCA, EDITORI
Librai di S. M. il Re d'Italia (| eid'o f
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dclo a (oe 3) 2 pre o 2 si È .
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». ia É è Tipografia OLIvERO e C. Piasza Carlo Emanuele II -
Torino, 2. Printedin Italy. VAR N « Sans
les mathématiques, on ne penètre point au fond de la philosophie; sans la
philosophie, on ne penétre point au fond des mathématiques; sans
les deux on ne penètre au fond de rien ». LEIBNIZ. 600956
Preliminari metafisici. $ 1. L’astrazione. — La posizione che la
mate- matica è andata assumendo in quest’ultimo cin- quantennio è degna
del più attento esame per il filosofo. Forse non è questa l’ultima
ragione per la quale fra i matematici odierni non troviamo una
netta comprensione del come l’ idealismo — o almeno una corrente di esso
— può porsi il pro- blema della matematica (1). Hanno essi matema-
tici una specie di disposizione aprioristicamente contraria alla
filosofia che porta come a naturale conseguenza o a grossolani errori d’
interpreta- zione di non pochi pensieri fondamentali dei mae- stri
della filosofia moderna, oppure, e ciò è peggio, ad una specie di
affettazione di passare sotto si- lenzio o quasi le loro dottrine
sull'argomento, che non serve certo a favorire quell’intima ripresa
di rapporti cordiali che già esistevano fra la filosofia e le
scienze particolari in genere e la matematica in ispecie (2).
(4) Cfr. Appendice, p. 175. (2) Bene inteso s’intende qui la
filosofia non naturalistica perchè con questa il contatto non fu mai
perduto. In ogni modo filosofia naturalistica in senso stretto sarebbe
oggi un non senso. . si . n PI n» 0 è. hi . A Li
£ Ed " x ld » e e - 5 "o. . ® è . 352 n
8 °%" La'poùtzione gnoseologica della matematica Noi
non tratteremo qui di tali rapporti nè dal. punto di vista logico nè da
quello storico: il loro posto è altrove, in trattati introduttivi allo
studio della filosofia e sopra tutto della teoria della cono-
scenza; ma tali rapporti sarà bene che il lettore ricordi onde più
rapidamente e meglio entrare nel- l'essenza di quanto andremo
svolgendo. Principalmente dopo Kant (1) l’empirismo scien-
tifico non avrebbe più dovuto rimproverare alla metafisica di essere
un’arbitraria divagazione del nostro spirito, basandosi sul solito e
tanto abu- sato luogo comune di essere ciò connaturato con la
stessa sua intima ragione di essere in quanto la metafisica — lo dice la
parola stessa — non può avere nello studio diretto ed esclusivo del
mondo esterno la fonte di ogni sua conclusione. Kant ponendo da parte, o
per lo meno credendo di poter porre da parte tutte le precedenti
conce- zioni metafisiche (2) impostandone ad ovo il pro- blema,
dopo aver osservato come essa non sia progredita come le scienze
particolari ed aver po- lemizzato sul suo carattere scientifico o non —
in quanto il suo campo d’azione è oggi quello che era tremila anni
fa — viene ad esaminare se, (4) Mi si potrà obbiettare — e
validamente — che proprio in causa dell’idealismo postkantiano, il
divario fra filosofia e scienza ha il suo significato. Su questo siamo,
in linea di massima e con le debite precauzioni, d’accordo. Per «dopo
Kant» non in- tendo qui l’idealismo postkantiano, ma mi fermo alla
filosofia dello stesso Kant, non sospetto, voglio sperare, di non
tenere nella dovuta considerazione le scienze particolari.
(2) Sensibilissima invece rimase nello svolgimento del suo pensiero
la metafisica leibniziana nel campo teoretico e il mondo platonico nella
trascendenza morale sopra tutto nei riguardi dell’intelligenza
divina, Cap. I. - Preliminari metafisici 9
eventualmente, la ragione di ciò debba cercarsi nella sua stessa natura
di non avere una base sperimentale, base incondizionatamente
attribuita. allora alle scienze per l’influenza — è noto —
di Locke e di Hume. Ma è vero questo? È vero che le scienze
particolari hanno un'origine essenzial- mente empirica? Vediamo un po’,
sembra ci dica Kant, esaminiamo la scienza tipica per eccellenza,
quella che non può essere seriamente posta in dubbio da alcuno, la
matematica. È troppo noto l’ulteriore svolgimento del pen-
siero kantiano sull’argomento perchè la sua espo- sizione si renda qui
necessaria : rimandiamo alla « Critica » e ai « Prolegomeni ». Possiamo
però osservare che non è senza ragione che Kant abbia proprio
scelto la matematica come prima prova, diremo, che non era il campo non
sperimentale della metafisica che venisse ad infirmarne il ca-
rattere scientifico, perchè la stessa origine, lo stesso substrato non
sperimentale poteva trovarsi anche nelle scienze considerate nella loro «
pura » espressione. La matematica e per il suo carattere
rigidamente scientifico di cui sopra si è fatto cenno, e per la sua
stessa rappresentazione sim- ‘bolica — numero e figura — meglio di ogni
altra doveva presentarsi alla sua attenzione in quanto non solo
relativamente all’origine poteva in essa trovare un carattere
aprioristico, chè ciò è comune a tutte le scienze, ma altresì nel suo
ulteriore svolgimento. L’insufficienza della speculazione me-
tafisica attraverso.i secoli — alludo alla « meta- fisica dogmatica » in
senso kantiano — doveva quindi essere ricercata altrove, e precisamente
nel compito impossibile che la metafisica si era fino a lui, Kant,
proposto, cioè di pretendere di darci ® 10 La
posizione gnoseologica della matematica la conoscenza assoluta
della realtà noumenica e non limitarsi soltanto alla realtà
fenomenica. Onde non mi si fraintenda, vediamo di chiarire
meglio il punto particolare del significato della matematica nella
dottrina gnoseologica di Kant. Sappiamo tutti che tanto la matematica
quanto la fisica non sono altro che due esempi portati da Kant con
lo Stesso intendimento, dimostrare cioè come qualunque processo
conoscitivo possa es- sere determinato soltanto in virtù di un
elemento « a priori » che è in noi, che preesiste al dato em-
pirico e che viene anche a travisare, per la sua azione puramente
formale, l’intima essenza di esso dato - (l’oggetto): conseguenza ultima
di tale tra- visamento, l’impossibilità di conoscere la cosa in sè.
Ciò vale, è vero, incondizionatamente tanto per la matematica pura quanto
per la fisica pura, ecc. Soltanto, mentre nel suo successivo
svolgimento la fisica, come scienza della natura, non può ba- sarsi
soltanto su forme intuitive « a priori », ma deve ricorrere anche a
concetti intellettivi «a priori», che determineranno la possibilità di
quell’ espe- rienza, dalla quale esclusivamente essa fisica dovrà
poi attingere le sue scoperte, la matematica invece . trae le sue
scoperte dall’intuizione e le sviluppa in base al processo logico della
deduzione. Solo in questo senso ho creduto di notare una diffe-
renza fra la matematica pura e la fisica pura in senso kantiano
(1). Lasciamo Kant e specifichiamo meglio i termini Questa è
anche la spiegazione che si può addurre per avere Kant portato
l’argomentazione dell’ «a priori » nella fisica pura: ciò malgrado non
reputo del tutto errate le critiche esposte a tale sua concezione (Cfr.
questo volume, $ 13, pag. 131 segg.). Cap. I. - Preliminari
metafisici 11 nel loro preciso significato. Nell’allusione
impli- citamente fatta sopra al campo d’indagine essen- zialmente
astratto della metafisica, la parola astra- zione non figura nel suo
preciso significato: l’astra- zione non è un «a priori ». L’astrazione è
una rappresentazione simbolica di un concreto risultato ottenuto
per cui ad esso se ne sostituisce un altro di carattere più generale:
reciprocamente qualunque astrazione può avere infinite rappresentazioni
con- crete. Si vedrà meglio in seguito (1) il valore lo- gico o non
di tali generalizzazioni: c’importa ora di porre in luce come essa sia
universalmente ap- plicata nella più rigorosa delle scienze, la
mate- matica. La generalizzazione astratta non fu certo
adot- tata senza contestazioni: è degna di nota la defi- nizione
data dal Russel (2) della matematica, se- condo la quale essa sarebbe «la
scienza in cui non sappiamo mai di cosa parliamo, nè se quello che
diciamo è vero» (3). In tale paradosso vi è un (1) Cfr. questo
libro, Cap. II, $$ 6, 9. (2) Recent work on the
principles of mathematics (in The International Monthly, N.1, pag. 84,
1901). È
risaputo che il Russell si compiace del paradosso. Possiamo fra l’altro
ricor- -dare la sua definizione della negazione: «la negazione di
una proposizione P significa che P implica tutto ». (Cfr.
The Prin- ciples of mathematics, $ 9, Cambridge, University Press,
1903), paradosso acutamente spiegato dal Couturat (Principes.....):
« Cette definition paradoxale s’explique par le fait que le zero logique
implique tout et que nier une proposition c'est l’égaler à zero ».
(3)
Ampie considerazioni critiche riguardo a questa defini- zione del Russell
troverai in YOUNG, I concetti fondamentali dell'algebra e della
geometria, tr. it., Napoli, 1919, pag. 1, nota 3). In tali considerazioni
si dovrà però tener conto sol- tanto degli argomenti strettamente
matematici, non di quelli... 19 La posizione gnoseologica della
matematica substrato profondo di verità che non potrà sfug-
gire allo studioso sereno e spregiudicato. Che cosa rappresentano infatti
le astratte generalizzazioni dell’algebra? Qual’ è il loro preciso
significato ? Nessuno. Possiamo anzi osservare come tali astra-
zioni acquistano un’ importanza sempre maggiore quanto più le
sostituzioni astratte perdono un si- gnificato proprio : nell’algebra si
sostituisce la let- ‘ tera al numero per togliere appunto al calcolo
ogni caratteristica particolare : si sono scelte le lettere
dell’alfabeto perchè sembra esse rappresentino dei simboli comodi e,
diremo, inoffensivi (1). filosofici. Così pure nella stessa opera
a pag. 8 (nota 2). In tale nota anzi il commentatore suppone che da
qualche filosofo la definizione stessa ha potuto essere presa alla
lettera! Di ben diversa concretezza il commento del Couturat
(Principes...): « En effet, on ne sait pas de quoi l’on parle, puisque la
ma- tiere des implications est indéterminée; et l’on ne sait pas si
ce qu’on dit est vrai, puisque la vérité des propositions dépend de la
vérité des hypothèses, la quelle dépend à son tour du con- “ tenu qu’on
leur donne» (Revue de méthaphysique, 1904, pag. 21-22). (1) Una breve e succosa
corsa storico-critica sull’affacciarsi alla mente del matematico della
sostituzione algebrica troverai in P. BouTROUx, L’Idéal scientifique des
mathématiciens, pag. 84-92 (Paris, 1920). V. anche un articolo di E.
KARPINSKI, Origine et développement de l’algébre pubbl. in
Scientia, Bologna, 1919, 8). Il lettore che desiderasse approfondire
questo particolare argomento potrà consultare (cfr. nota di V. G.
Mitchell in appendice al libro cit. di Young, tr. it.): FazzarI,
Breve storia della matematica (Palermo, Sandron); GamBIOLI, Breve
sommario della storia delle matematiche (Bologna, Zanichelli); MILLER,
Historical Introduction to math. literature (New York, Macruillen) ;
Rouse Barr, Breve compendio di storia delle ma- tematiche (Bologna,
Zanichelli); Ip., Récréations mathématiques (Be partie), Paris, Hermann
et fils; Cantor, Vorlesungen ueber Geschichte der Mathematik (1894);
Fink, A Brief Hi- story of Mathematics (Chicago, 1903), dove figurano
cenni Cap. I. - Preliminari metafisici 13 D'altra
parte se nella generalizzazione sostitu- trice della lettera al numero,
noi possiamo spa- ziare in un campo ancora meno delimitato, ancora
più simbolico di quello numerico, ciò non ostante non possiamo concludere
che anche senza aver creduto di trovare — nell’algebra sopra tutto
— una spiegazione all’espressione paradossale del Russel, questa
avrebbe già trovato — indipenden- © temente dall’algebra — la sua ragione
di essere nella stessa impossibilità di dirci che cosa inten- diamo
in geometria per punto, per linea, ecc., e in aritmetica dell’elemento
primo di essa, del nu- mero. Sono difficoltà in ogni modo che
tutti sanno e che tutti ammettono, primi gli stessi matematici:
soltanto trattando delle definizioni date di questi primi elementi e
delle critiche opposte, vi sarebbe da riempire diversi volumi; il tutto, bene
inteso, senza nulla aggiungere al concetto della posizione della
matematica nella teoria della conoscenza. L’accenno invece alla
generalizzazione algebrica ci ha posto in luce come l’astrazione sia
elemento di capitale importanza per passare dallo studio dei dati a
quello dei concetti, considerando per concetto quell’elemento generico
cui siamo arrivati dopo numerose, successive esperienze. Il
concetto di una cosa noi lo possiamo avere attraverso una
rappresentazione nelle sue linee essenziali della generici. Per
maggiore ampiezza di particolari cfr. invece: Loria, Le Scienze esatte
nell’ Antica Grecia; Gow, History of Greek Mathematics (Cambridge, 1884);
G. H. F. NESs- SELMANN, Die Algebra der Griechen (Berlin, 1842); e
parti» colarissima l’opera di HeATH, Diophantos of Alexandrie (Cam-
bridge, 1885). 14 La posizione gnoseologica della matematica
cosa stessa più volte percepita. Non sarà cioè un’im- magine
specifica di quella tal cosa o della tal’altra, ma unicamente di quelle qualità
essenziali proprie degli oggetti di quella classe: noi avremo ad es.
il concetto di albero non già ricordandoci un albero singolo
effettivamente già percepito (1), ma sol- tanto un estratto delle qualità
fondamentali del- l'albero, una specie di risultato intermedio fra
tutte quelle diverse specie di alberi che ci sarà stato dato di vedere in
passato. Questo e null’altro il concetto propriamente detto.
Origine sperimentale ? Senza dubbio; ma un’ori- gine sperimentale che
significa pur sempre un’ela- borazione essenzialmente intellettiva del
dato. Per non uscire da quel campo sperimentale partico- larmente
caro alle scienze positive, possiamo pren- dere a nostra testimonianza la
scienza tipicamente empirica, la psicologia sperimentale. Essa ci
pre- munisce contro eventuali obbiezioni al riguardo in quanto i
risultati di essa ci permettono di poter . affermare che — tanto per
adoperare una espres- sione molto dotta in fisiologia, ma che non
dice gran che ad un idealista — la « sede » dell’ im- magine è
sicuramente nel cervello (2). Il concetto è il primo passo del
processo di astra- zione, passo comunissimo come ognun vede e
proprio della vita dell’uomo adulto in un’infinità di (1) Tale rappresentazione
specifica sarebbe propriamente la immagine. | Gli studi
recentissimi della neurofisiologia hanno atte- nuata, se non eliminata,
la tendenza a fissare una localizza- zione specifica ai centri nervosi.
Degna di nota in Italia la scuola del Patrizi. (Vedi ad es. l’opera recentissimamente
pubblicata di R. Brucia, La irrealtà dei centri nervosi, Bologna,
1923, L. Cappelli ed.). Cap. I. - Preliminari metafisici
15 manifestazioni dell’attività quotidiana. Ma l’astra-
zione non finisce qui: nella raffigurazione dianzi accennata della
matematica, noi abbiamo un’espres- sione ben più complessa e profonda
della nostra attività spirituale (1) che non nella semplice rap-
presentazione concettuale. Per meglio indicare questa ultima fase di
evoluzione del processo astrattivo, non ci bastano i vocaboli fin qui
ado- perati : se prima abbiamo potuto in modo un po’ grossolano è
vero, ma sufficiente, cavarcela con l’espressione di « rappresentazione
generica » at- tribuita al concetto, non così potremmo fare nel-
l’astrazione algebrica. A vero dire — si è già os- servato — saremmo già
imbarazzati se dovessimo dire che cosa significa il numero se non
stando molto sulle generali e considerarlo come una epres- sione
simbolica indicante la quantità. Descartes stesso, pertanto non sospetto
di temporaggiamenti e di tentativi di accomodamento per quanto ri-
guarda la scienza (2), evita al possibile di adope- rare la parola
numero, sostituendovi bene spesso appunto la parola quantità.
Ma tale nostro imbarazzo diverrebbe addirittura perplessità se
dovessimo ad esempio giustificare di fronte a un uomo ipotetico
qualsiasi, atto a ricavare le proprie nozioni esclusivamente dalla
esperienza, il processo sostitutivo dell’ algebra. (1) No® è e non
potrebbe essere nostro compito approfon- dire qui. il significato di
questa attività spirituale, condizione sine qua non di qualunque
idealismo e "SORA MIAO imperitura di Kant l’aver posto in
luce. (2) Non si potrebbe estendere la stessa considerazione
alle conclusioni ultime della sua metafisica, ad es. nei riguardi
della dimostrazione dell’esistenza di Dio e, in generale, alla sua
pre- occupazione di non perdere il contatto con la religione
ufficiale. 16 La posizione gnoseologica della matematica
Essa ci si presenta « come una tecnica avente per oggetto il
calcolo e che si lusinga di procurarci molteplici preziosi vantaggi » ci
dice il Bou- troux (1). Noi non neghiamo i vantaggi; anzi abbiamo
accennato come siamo i primi a ricono- scere l’importanza, la necessità
anzi dell’astrazione onde progredire nel campo scientifico ; non
sol- tanto, come la tendenza all’astrazione sia una na- turale
disposizione del nostro spirito: ad essa non potremmo in ogni caso
sottrarci anche se non ne riconoscessimo l’ utilità, o per lo meno non
po- tremmo, dopo un certo tempo, sottrarci almeno a quella forma
naturale e quasi istintiva di astra- zione che abbiamo chiamato
concetto. Alludendo a un individuo ipotetico atto a basare le
proprie nozioni esclusivamente sull’esperienza ho voluto cioè alludere al
sistema in molti casi dalla scienza adottato : usare la
generalizzazione astratta e nello stesso tempo pretendere di consi-
derare come divagazione cervellotica tutto quanto non ha esclusivamente
sull’esperienza la sua base fondamentale ed esclusiva. Questo individuo
ipo- tetico non comprenderebbe evidentemente nulla della frase del
Boutroux; più ancora non potrebbe considerare che arbitrio qualunque
generalizza- zione astratta (2). (1) Op. cit., pag.
82. (2) In senso inverso da un essere essenzialmente logico
la sostituzione stessa non può essere accettata da un punto di
vista dimostrativo. (Cfr. questo lavoro, Cap. II, $$ 6, 9). La
legitti- mità della sostituzione fu infatti ammessa con infinite
precau- zioni dai Greci. ! Cap. I. - Preliminari metafisici
. 17 - $ 2. La definizione e l’idea. L’astrazione è così
posta in chiaro in modo che non possano più sor- gere dubbi intorno alla
sua interpretazione : com- pito questo — il chiaramente intendersi sul
signi- ficato delle parole — non molto brillante, diremo, ma quanto
mai utile onde stabilire una netta comprensione fra chi legge e chi
scrive. Nel corso di questo studio ci sarà dato osservare come
l’equi- voco 0, comunque, la non precisa esposizione del
significato di una parola usata in preciso senso scientifico, possa
portare a conseguenze spiacevoli. Stabilito in tal modo il
significato del processo astratto, ci sarà facile accorgerci che esso non
figura . soltanto nell’algebra. Per non uscire dalle matema- tiche,
visto che di esse dobbiamo trattare, l’astra- zione è propria della
geometria come dell’aritme- tica (1). Anche in geometria noi parliamo
infatti indifferentemente di concetto di triangolo o d’altro senza
aver piena conoscenza nemmeno dei primi elementi costitutivi di esso —
non si dimentichi il paradosso di Russell—e prima di tutto del
punto. Girate la questione in tutti i sensi il punto è
indefinibile, « n’est qu’ une sorte de fiction » (2). (1)
D'altronde le relazioni fra algebra e geometria formano uno dei capitoli
più interessanti degli studi matematici. Descartes svolge principalmente
la sua algebra in un libro avente per titolo Geometria (Amsterdam, 1659,
nell’edizione latina curata da Erasmo Bartholin). Uno studio
recente — d’altra parte essenzialmente tecnico e particolare — è quello
dei proff. ENRIQUES-CHISINI, Teoria geo- metrica delle equazioni
(Bologna, 1915). Numerosi sono d’al- tronde i punti di vista nel
considerare questa particolare que- stione che Descartes vide sopra tutto
nell’applicazione dell’algebra alla geometria, (2) J.
RicHarDp, Sur la philosophie des mathématiques, pag. 54 (Paris,
1903). G. E. BARTÉ, La posizione gnoseologica della matematica.
2. 18 La posizione gnoseologica della matematica
Tutti i geometri si sono sbizzarriti a cercarne una definizione che non
fosse già di per se stessa una contraddizione in termini, dove l’
inconcepibilità di qualche cosa d’ inesteso e -la necessità logica
d’ipostasizzare la cosa stessa come inestesa, ren- dessero meno stridente
il loro insanabile dissidio. Tutti giuochi di parole; sfoggi eruditi di
virtuo- sità dialettiche. Essi non poterono ahimè, che ri- battere
la strada di Euclide e per eliminare il dissidio o per lo meno renderlo
apparentemente meno aspro, stare molto, troppo sulle generali. Il
maestro greco ci aveva già definito il punto come « ciò che non ha parti
», ma la definizione è abile, non esauriente (1). Oppure,
seconda corrente, i geometri più mode- stamente e più onestamente, hanno
rinunciato al compito impossibile e sono venuti nella determi-
nazione che alcuni concetti che noi indifferente- mente adoperiamo nella
geometria sono simboli di entità non esistenti. Siano questi il punto,
la retta, il piano (Hilbert) (2) o sia che questi si pos- sano
ridurre al punto e alla « sovrapposizione » (Padoa), a noi importa solo
constatare come, non soltanto in geometria, si sia sentita la necessità
di ricorrere a un processo astratto per meglio com- prendersi e per
poter proseguire; ma si è sentita la necessità d’ipostasizzare come
esistenti — tanto . per adoperare una parola positiva — delle
entità | esclusivamente create dal nostro pensiero. Ci affacciamo
così alle soglie di un altro pro- (1) Cfr. sull’argomento: G.
VERONESE, Fondamenti di geo- metria, I, 209-210 (Padova, 1891);
VECCHIETTI, L’ Infinito, pag. 28. (2) Grundlagen der
Geometrie, 3* ed., Lipsia, 1909. Cap. I. - Preliminari metafisici
19 blema; non più cioè l’astrazione, espressione ul- tima di
un processo intellettivo che parte da un risultato positivo per arrivare
ad una rappresen- tazione concettuale, ma di qualche cosa che pree-
siste ad ogni risultato positivo. Ci basti per ora questa semplice
osservazione : là riprenderemo fra poco: ho voluto però fare subito
l’osservazione stessa perchè essa è di capitale importanza per
tutto lo svolgimento di questo studio. Ciò detto, continuiamo nella
nostra esposizione. Il Richard (1) si affretta a rassicurare in certo
qual modo tutti coloro (op. cit., pag. 54) che potessero obbiettare
che se « al posto di un corpo piccolis- simo noi mettiamo un punto, al
posto di un corpo sottile e lungo una linea, al posto di un corpo
infinitamente piatto una superficie » noi non avremmo più allora dei
risulati « conformi alla realtà sensibile », si affretta a rassicurarli,
dice- vamo, che tale divario può essere reso « straordi- nariamente
debole ». L'assicurazione non può pre- sentare per il filosofo il benchè minimo
interesse. Indebolito quanto si vuole il divario stesso resterà pur
sempre incolmabile e se l’ indebolimento del medesimo può rendere
soddisfatto il matematico o il fisico, presenterà sempre lo stesso
ostacolo per il filosofo. Non solo; ma per l’idealista la questione
sì presenta sotto un aspetto opposto a quello sotto il quale lo considera
il Richard : ben. (1) Da un punto di vista essenzialmente
matematico cfr. al riguardo: M. PAscH, Vorlesungen ueber neure
Geometrie (Leipzig, 1882), nonchè secondo lo stesso indirizzo: PEANO,
/ principii di geometria logicamente esposti (Torino, 1889). Indi-
pendentemente da tale indirizzo e limitatamente all’essenza della
definizione cfr. anche: GERGONNE, Essai sur la théorie des définitions
(in Annales des mathématiques, IX, pag. 1 segg.). 20 La posizione
gnoseologica della matematica eni lungi dal
rassicurare a favore di un risultato con- forme alla realtà sensibile,
sarà tale divario per il filosofo idealista una nuova conferma —
senza grande bisogno di essa d’altra parte — che la sen- sibilità
nostra solo in parte ci può sorreggere nel- l’affermazione prima e nel
successivo sviluppo di qualunque scienza. Importa molto
invece a noi il constatare che siamo così tenuti implicitamente ad
ammettere la necessità di entità non soltanto non sensibili, ma
altresì che prescindano da ogni sensibilità : ciò per lo meno nei
riguardi di quella scienza che stiamo studiando : la matematica. Di
queste ipo- stasizzazioni alcune sono — quelle citate — inde-
finite ed indefinibili : altre sono, in matematica, definite. Entra in
campo ciò che ci sembra tanto semplice e comune e che invece da millenni
agita e sconvolge il pensiero : la definizione. Abbiamo veduto
come l’algebra sia l’espressione tipica dell’astrazione; ma l’algebra può
agire con tanta sicurezza e tranquillità esclusivamente se potrà
appoggiarsi su regole e principii generali che alla loro volta trovano la
loro giustificazione nelle definizioni. Lo stesso concetto di definizione
contiene in se medesimo la conferma dell’impos- sibilità di tutto
definire: per due o tre entità al- meno si dovrà ammettere, onde non
compiere un giro vizioso di parole, l’impossibilità di dirci che
cosa sono. Abbiamo accennato quali possono es- sere quegli elementi
primi, che, per essere neces- — sarii in qualunque definizione vengono
forzata- mente a precedere anche le più semplici di esse. . Sono
idee che preesistono al fatto, come fu notato dagli stessi matematici
(Camescasse) (1) e sarebbe (1) Gfr. YOUNG, op. cit., pag. 6
(nota). Cap. I. - Preliminari metafisici DI. perciò
del tutto assurdo cercare di ricavarle da un fatto. « Ce qu’on ne peut
définir, on le montre » ci dice il Richard, ma non sempre
naturalmente si può in tal modo semplicistico risolvere la que-
stione (1) ed anche ove lo potessimo, si ricadrebbe pur sempre in
quell’appello alla nostra conoscenza sensibile, che già. abbiamo veduto
essere insuffi- ciente a tutto rivelarci. Nello stesso tempo,
genericamente considerata — ossia indipendentemente dall’ipotesi del
mate- matico — la definizione non significa gran che per chi si
affacci ad una tale determinata scienza: essa può esprimere il vero
concetto di una scienza soltanto per l’intelligenza di chi tale scienza
co- nosca già. In altre parole la definizione è una pro- posizione
che avrebbe il suo posto più alla fine dello studio intrapreso che non al
principio. Questo per quanto riguarda il concelto appunto «
generico » di definizione; ma essa assume un aspetto tutto particolare
nella matematica. Qui si manifesta la mecessità che la definizione
preceda lo svolgimento: questo precedere non è cioè come nelle
altre discipline semplice effetto di un’abitu- dine metodologica di
esposizione, di una tradizione più o meno giusta: ma ciò diventa
indispensabile in quanto tutte le intuizioni e le deduzioni dei
matematici hanno ragione di essere solo se rico- nosciamo ed accettiamo
le definizioni preliminari. (1) Acute osservazioni — da un punto
di vista puramente matematico — sulla « definizione » troverai in
ENRIQUES, Pro- blemi della Scienza (critica della definizione), Bologna,
Zani- chelli, 1906. Cfr. pure un articolo di Gergonne pubblicato
negli Annales des mathématiques, IX, 1, avente per titolo: « Essai
sur la théorie des définitions ». ZI La posizione gnoseologica
della matematica Il passaggio dall’astrazione alla definizione
(in senso matematico) ha posto in luce un elemento non soltanto non
essenzialmente empirico — chè tali già più non sono, come si è veduto, il
concetto e l’astrazione algebrica, ecc. — cioè un’espressione che
risulta in certo qual modo da una fusione di esperienza e di sintesi
intellettiva; ma anche di elementi esclusivamente determinati dal
pensiero, indipendentemente da qualsiasi esperienza. Tali elementi
ci danno l’idea di « «& priori »: essi sono appunto, in matematica,
le definizioni, i postulati e gli assiomi (1). _ Ricapitolando
brevissimamente: l’esperienza sem- plice non ci dà che il dato (2);
una fusione sintetica di esperienza e di attività intellettiva ci dà
l’astra- zionee dalla sua forma primitiva e semplice del concetto
fino alla sua manifestazione più evoluta della rappresentazione
algebrica. Ma perchè tali processi siano logicamente possibili è necessario
che noi ammettiamo degli altri elementi che sono — tanto per intenderci —
l'opposto del dato : mentre questo è puramente empirico, questi nuovi
ele- menti sono puramente intellettivi : tali elementi chiameremo
idee. Da questa esposizione risulta che l’astrazione è
(1) Distingueremo in seguito gli assiomi dagli altri principii a priori,
mostrando come essi siano proprii di qualunque nostra attività
spirituale, mentre i postulati riguardano soltanto le ma- tematiche (cfr.
questo lavoro, cap. III, $ 12). (2) Onde non mi si fraintenda, non
credo dire con questo che possiamo ammettere qualche cosa — semplice
quanto si vuole — che non richieda per essere conosciuta la nostra
atti- vità intellettiva sintetizzatrice; ma, mentre il dato viene
ad essere conosciuto dalla nostra sensibilità, l’ elaborazione con-
cettuale di esso è diretto effetto della nostra intelligenza. Cap.
I. - Preliminari metafisici 23 un processo intermedio fra il dato
empirico e l’idea: questa, come elemento che preesiste a qualunque
esperienza sensibile, non potrà essere che elemento formale (1). In tale
mondo formale potremo riscon- trare due gradi : un primo grado, più
semplice in quanto più vicino allo stato attuale della nostra
coscienza, il quale, pure preesistendo ad ogni em- pirismo, tuttavia
informa tutta la nostra conoscenza sensibile, e sarà la forma
intuizionistica «a priori ».. Un secondo grado infine che ci sarà dato
dal pen- siero razionale puro: sarà questo il mondo essen-
zialmente logico della conoscenza assoluta, esclu- | sivamente inquadrato
dalle categorie di contrad- dizione e d’identità (2).
L’attribuire un campo puramente ideale a questo secondo, ultimo
grado di attività formale del pen- siero, non esclude naturalmente che
esso secondo grado possa essere vantaggiosamente adottato anche nel
campo della conoscenza sensibile. Non soltanto; ma tutte le proposizioni
scientifiche aspirano ad es- sere controllate da esso. Tale controllo
formale chiameremo il controllo logico (in senso rigoroso). Mentre
la forma intuizionistica riguarda tutte le nostre conoscenze, quella
puramente logica non (1) Non si dimentichi il $ 9 dei Prolegomeni
di KANT, in risposta alla specifica domanda formulata nel paragrafo
prece- dente: « Ma come può l'intuizione dell’oggetto antecedere
l'oggetto? ». | (2) Altre due categorie si potrebbero ammettere
senza uscire dal complesso logico di tali distinzioni e cioè
l’incompatibilità e la causalità; ma si può fare rientrare la prima nella
cate- goria più generica della contraddizione, e risolvendo il
prin- cipio di causalità si arriva all’identità, Lo svolgimento di
tali categorie è compito esclusivo della metafisica e non riguarda
questo studio. Ci basti accennare che è quel procedimento per il quale si
arriva ‘all’identità fra causa ed effetto. 24 La posizione
gnoseologica della matematica riguarda che una parte minima di
esse, soltanto cioè quelle che possiamo considerare come incon-
dizionatamente vere, che prescindono totalmente anche dalle forme
intuizionistico-sensibili di tempo e di spazio e saranno gli assiomi (non
i postulati e non le definizioni) (1) e le proposizioni diretta-
mente derivati esclusivamente da tali assiomi. $ 3. L’intuizione
pura. — Non credo di aver dato con questo il preciso significato d’
intuizione e d’idea. Mentre le sopra esposte considerazioni intorno
all’essenza del concetto e dell’astrazione non offrono punti per i quali
non possano essere da tutti accettate, il significato adottato d'’ intui-
zione «a priori » e d’idea presenta senza dubbio ‘ il fianco a critiche e
rimproveri. In primo luogo non tutti accetteranno di buon
grado la distinzione implicita in conoscenza sen- sibile e conoscenza
razionale. In secondo luogo, anche accettando la distinzione stessa, è
passibile di discussione il significato delle parole. Alla prima
eventuale obbiezione non ho nulla da rispondere: tale distinzione
gnoseologico-metafisica è qui pre- supposta ‘ed ammessa come nota. Se
essa dovesse qui svolgersi cambierebbe totalmente il carattere del
nostro studio che avrebbe dovuto allora chia- marsi « introduzione
all’idealismo » o in altro modo similare e non avere lo scopo
particolare dello studio della posizione della matematica nella
teoria della conoscenza. | Alla seconda di tali eventuali
obbiezioni rispondo con il dichiarare che il significato delle parole
in- tuizione a priori e idea è qui soltanto « adottato » ;
(1) V. nota 1 pag. 22, Cap. I. - Preliminari metafisici 25
ha cioè una funzione semplificativa che farà sì ° che ci si
intenda più speditamente. Faccio in ogni modo osservare che quell’
intuizione a priori, che, in quanto essa pure formale, abbiamo posto
nel mondo delle idee, non deve confondersi con l’ in- tuizione in
genere, di natura prevalentemente ipo- tetica, la quale parte da un
risultato positivo cercando di stabilire fra questo una specie di
cor-. relazione con altri risultati che 1’ inspirazione può
suggerire come eventualmente conseguibili, par- tendo da quello. L’
intuizione sotto tale aspetto con- siderata sarà da me tratlata nei
paragrafi 6, 7 e 8 di questo saggio. Neppure questa intuizione però
— possiamo dirlo fin d’ora — è di natura sensi- bile. Ma, mentre
l’intuizione cui si è accennato è essenzialmente ideale e perciò
preesiste a qua- lunque dato positivo, questo secondo aspetto del-
l'intuizione ci ricorda piuttosto la divinazione di una verità ignota
suggeritaci da una verità nota. La prima è l’intuizione ideale di
Platone, l’a priori di Kant e così via. I matematici non s’
impressionino. Anche nei pensatori loro cari tale forma d'’ intui-
zione figura : è quella di Descartes nella sua « V meditazione » (1),
come fra i moderni la troviamo affermata esplicitamente e non, in Carlo
Hermite.. La seconda specie d’intuizione è ad es. quella di
Newton. Si procede in essa in questo modo : la conoscenza cui siamo
arrivati mi pare mi au- torizzi a passare a questo e a quest'altro; lo
posso io fare? Proviamo. È il « Cimento » del ’600, molto meno
sperimentale di quello che molti pretendano: è desso il procedimento
intuizionistico del genio nelle scienze positive. (1) Pag.
108 segg. dell’ed. Flammarion. 36 La posizione gnoseologica della
matematica Per l’importanza che l’ipotesi viene ad assu-
mere in tale processo del pensiero, chiameremo tale intuizione ipotetica.
| Molti vorrebbero ammettere un’altra specie d’ in- tuizione,
la sensibile. Anzi, normalmente l’ intui- zione viene distinta in
supersensibile e sensibile, senza alcun’altra suddistinzione: per conto
mio ritengo sia indispensabile quella sopra esposta in ideale
propriamente detta ed ipotetica. Non vedo invece la necessità
dell’intuizione sensibile che sarebbe per noi una terza specie d’intuizione:
il rispetto che porto ad alcuni degli assertori della sua
importanza (non fosse altro, per Kant!) non mi permette di porla
senz’altro in disparte: essa mi sembra però priva di un significato suo
proprio in quanto o potrà confondersi con la percezione o non
essere altro che un momento del processo psicologico della riviviscenza
di essa percezione sotto forma rappresentativa e in tal caso non
presenterà differenze sostanziali con l’ immagine. Inoltre sotto questo
secondo aspetto esaminata l'intuizione sensibile oltre al non essere più
in- tuizione, non sarà più nemmeno sensibile, come già si è
incidentalmente osservato (pag. 14). In ogni modo avremo su ciò a
ritornare fra poco sul significato appunto di tali parole nel Mach.
Certo l’ intuizione sensibile non figura nelle scienze matematiche:
la vera e propria specie dell’ intuizione della matematica è quella da
noi chiamata ipotetica. Quella più specificatamente « ideale »
figura nella matematica come in qual- siasi altra scienza: essa ne è il
presupposto. Quella ipotetica invece è necessaria non già per darci
gli. elementi fondamentali, originari del sapere, ma per poter
proseguire. È in matematica la condi- Cap. I. - Preliminari
metafisici 27 zione sine qua non per passare da una verità
nota ad una verità non ancora nota. Anche in fisica, mi si obietterà,
avviene lo stesso: noi stessi abbiamo considerato in tal modo l’
intuizione ipo- tetica e si è portato l’esempio di Newton. Perfet-
tamente, ma, mentre in fisica l’ intuizione ipotetica è divinazione di
genio, in matematica è normalità. Non voglio qui alludere ad alcuna
graduatoria nei valori delle singole scienze: in filosofia ad es.
essa non ha che importanza relativa: ha un compito ausiliario (1).
Per meglio fissare le idee, visto che siamo in matematica,
permettiamoci anche noi il lusso di una rappresentazione abbreviata dei
risultati ot- tenuti: I ideale A pile a qual- siasi
dato sperimentale [Platone, Cartesio a 5 supersensibile (2)
priori kantiano, ecc.]). Intuizione de ipotetica (correlazione fra
verità nota ed altra di- vinata come possibile).
sensibile (?) (o percezione o immagine). Così delineati, molto per
sommi capi — sono il primo a riconoscerlo — i punti essenziali
della nostra possibilità di conoscere, quale posto dob- biamo, nel
problema gnoseologico, fissare alla ma- tematica? È questo appunto lo
scopo del nostro studio. Uno storico avrebbe naturalmente in modo
ben diverso impostata la questione: anche senza attenersi ad un’
esposizione del concetto della (1) Cfr. questo lavoro, cap. II, $$
6, 8. (2) Nel senso di non empirico: non per questo cioè deve
significare pensiero puro, ragione. 28 La posizione gnoseologica
della matematica matematica nelle diverse civiltà, avrebbe per lo
meno posto in luce le diverse interpretazioni che della matematica si
sono avute e si hanno dagli studiosi della materia (1). Sia essa
matematica quasi un metodo formale atto a plasmare le suc- cessive
indagini della fisica e in genere delle scienze positive (2); sia la
matematica paragona- bile, in omaggio all’estetismo greco (3), ad
una (1) Interessanti sotto questo secondo aspetto le
osservazioni storico-critiche del Boutroux (op. cit., pag. 247
segg.). (2) Cfr. specificatamente
Bovasse, De la Meéthode dans les Sciences, pag. 76 segg. (Paris, 1909). i
(3) Il Boutroux (op. cit., pag. 45 segg.) nota differenze essen-
ziali fra la concezione estetica che della matematica si erano fatta i
Greci con la concezione estetica dell’indirizzo moderno. Questa si riconnette
alla soddisfazione tutta propria del « costruttore » di nuove teorie o
del carattere elegante di nuove dimo;trazioni : « Voila, dit-on souvent,
un « beau travail mathématique », in- diquant par là qu’autant ou plus
que la valeur intrinsèque des questions étudiées on entend louer
l’ingéniosité et la brillante victoire de l’Auteur ». Per i Greci invece
la bellezza è da ri- cercarsi nell’idea prima «et non dans ce que l’homme
ajoute aux idées», in altre parole le costruzioni delle figure, le
dimo- strazioni dei teoremi e così via. La distinzione è
profonda e sottile; ma di essa noi non pos- siamo tener ‘conto nella
semplice allusione sopra fatta che ha precisamente lo scopo di porre in
luce che, qualunque pos- sano essere le particolari interpretazioni della
matematica, tutte queste interpretazioni hanno per il filosofo
un’importanza sol- tanto generica. Il lettore potrà
consultare: P. TANNERY, La géométrie grecque e l’articolo pubblicato
sulla Revue de méthaphysique et de morale (marzo 19413) dal Rivaup; L.
BrunscHVICG, Les étapes de la philosophie mathématique (Paris, 1912); G.
MiLHaAUuD, Lecons sur les origines de la science grecque (Paris,
1893); Ip., Les philosophes géométre de la Gréce (Paris, Alcan, 1900);
Ip., Etudes sur la pensée scientifique chez les Grecs et chez les
modernes (Paris, Alcan, 1906); Ip., Nouvelles Etudes sur l’his- toire de
la pensée scientifique (Paris, Alcan, 1911), Cap. I. - Preliminari
metafisici 29 imperitura opera d’arte; sia infine essa una
scienza con un diretto scopo di ricerca come qualsiasi altra, tutti
questi ed altri punti di vista possono essere accettati dal filosofo.
| Indubbiamente in ciascuno di essi vi sono molti lati
pienamente accettabili; inoltre i punti di vista medesimi .per quanto fra
loro differenti non sol- tanto come punto di partenza, ma anche
come campo d’azione, non sono fra loro affatto incom- patibili.
Essi rappresentano indubbiamente un in- teresse maggiore per uno storico
delle matematiche o per un matematico che per un filosofo cui in
ultima analisi mediocremente importa sapere che nel secolo tale si sia
seguito prevalentemente questo o quell’indirizzo. Il filosofo esplica
nei riguardi delle scienze in sommo grado quell’atti- vità
sintetica che gli scienziati alla loro volta esplicano consciamente —
anche se non sempre vogliono riconoscerlo — nel loro campo partico-
lare, come il volgare inconsciamente nella sua attività quotidiana.
Sintesi in questo caso significa proprio fare un estratto di tutte queste
diverse interpretazioni — fra loro incompatibili, ripeto — e
svolgere tranquillamente la propria teoria : in questa il matematico
interessato potrà eventual- mente trovare questo o quel lato favorevole
o contrario alla sua interpretazione e, se lo crederà opportuno,
tenerne conto. Nello stesso modo il filosofo deve tenere conto dello
svolgimento del- l'indagine matematica presa nel suo complesso:
qualunque specializzazione in filosofia può essere dannosa. |
Ogni esame critico non può vertere che sugli elementi essenziali di
una disciplina. Già Descartes nel proporsi di combattere tutti i
pregiudizi che 30 La posizione gnoseologica della matematica
sono radicati in noi ed ostacolano il nostro pro- gresso nella
conoscenza, riteneva non doversi perciò ritenere necessario passare alla
disamina di ciascuno di tali pregiudizi od opinioni comuni,
operazione fra l’altro che sarebbe andata all’ infi- nito, « ma, poichè
la rovina delle fondamenta trascina necessariamente con sè tutto il resto
del- l’edificio, io prenderò innanzi tutto in esame quei |
principii sui quali poggiavano tutte le mie antiche opinioni » (1).
Da quanto si è detto fino ad ora si comprenderà facilmente che in
una teoria della conoscenza, com'è qui intesa, il punto essenziale è
quello di stabilire i rapporti fra le proposizioni matematiche — e
prevalentemente geometriche sulle quali pare maggiormente verta, oggi
sopra tutto, l’attenzione degli scienziati — e quelle verità assolute,
incon- dizionatamente vere, cui aspira non soltanto ogni forma
d’idealismo, ma senza confessarselo, forse senza saperlo, lo stesso buon
senso dell’uomo comune che inconsciamente chiede di essere si- curo
su quanto afferma o nega. $ 4. L’ipotesi nelle scienze. — Mentre
le scienze particolari rimproverano alla filosofia la sua ecces-
siva astrazione, noi possiamo quindi a buon di- ritto osservare come esse
stesse, anche le più positive, non possano fare a meno di ricorrere
all’astrazione medesima quando vogliano arrivare alla formulazione di
leggi aventi carattere rigida- mente scientifico. Lo stesso procedimento
cono- scitivo prevalentemente seguito dalle scienze posi- tive (1’
induttivo) porta alla considerazione generale (1) Meditations
méthaphysiques (1er), Cap. I. - Preliminari metafisici 31
di quel fenomeno particolare che lo studioso aveva dapprima
isolatamente esaminato. In queste parole è già implicito il
concetto di astrazione: per esso possiamo intendere qualunque
processo intellettivo per il quale il pensiero dopo aver osservato
sperimentalmente il verificarsi e il costante ripetersi dei momenti della
ininterrotta successione causale (momenti pertanto razional- mente
non distinguibili, ma ciò ora non importa) fissa tali sue osservazioni in
un principio o in una legge, che gli permetterà, eventualmente, di
passare per analogia all’ipostasizzazione di altra legge o principio, di
cui avrà invece a cercare la conferma sperimentale: questa sarà più
propria- mente l’ipotesi intuitiva o intuizione ipotetica, come si
è veduto. Di questa soltanto s’ intenderà parlare in questo studio,
quando non verrà espres- samente indicato trattarsi dell’altra specie d’
in- tuizione: l’ ideale. Tale processo ci permetterà di lavorare
sul dato senza avere il bisogno di ripetere ogni volta la stessa
indagine in quanto appunto potremo pre- scindere dall'esame dei
particolari di questo o quel fenomeno singolo: è quanto abbiamo
veduto più nettamente e più universalmente applicato nel calcolo
algebrico. L’algebra, sostituendo la lettera al numero, compie
precisamente il processo tipico dell’astrazione significando che le sue
ve- rità che abbiamo sperimentato sul numero tale o tal’altro
possono estendersi a tutti i numeri, a tutte le quantità. Ben
lungi quindi da semplice divagazione arbi- traria che ci allontana dalla
constatazione speri- mentale, possiamo considerare il processo
intel- lettivo come di estrema efficacia anche nella fisica,
38 La posizione gnoseologica della matematica non già soltanto
come semplice astrazione, per la quale prescindendo dalle qualità
particolari di un determinato fenomeno singolo, noi cerchiamo di
elevarci alla sua espressione. generica, perchè il suo valore come tale —
esempio l’algebra — può, dopo quanto si è detto considerarsi come
fuori discussione; ma anche di vero e proprio ispiratore e
determinatore di nuove scoperte, il che forma precisamente quel secondo
carattere cui abbiamo accennato e che abbiamo chiamato intuizione
ipo- tetica. Cercherò di spiegarmi più chiaramente (1): le scienze
fisiche non possono nell’enunciazione di qualsiasi loro principio fare a
meno di basarsi su verità matematiche come quelle che, rimanendo
inalterati i presupposti temporali e spaziali su cui poggiano, non
possono seriamente essere posti in dubbio da alcuno: è per tale sicurezza
che Kant ha creduto di poter arrivare a stabilire — contro Hume —
il valore universale e necessario delle (1) Interessanti, da un
punto di vista puramente positivo, le — dottrine sui rapporti fra
matematica e fisica in particolare e con le altre scienze in generale. Si
potrà consultare con pro- fitto: P. DuHEM, La théorie physique, son objet
et sa structure (Paris, Chevelier et Rivière, 1909); Bovasse, De la
méthode dans les sciences (Paris, Alcan, 1909) (già citato, pag.
28); ARRIGHI, La storia della matematica in relazione con lo svi-
luppo del pensiero (Torino, Paravia); G. MiLHaun, Etudes sur la pensée
scientifique ; A. PASTORE, Sopra la teoria della scienza. —
Logica, matematica e fisica (Torino, Bocca); E. PicarD, La science
moderne ; E. Boury, La vérité scientifique; A. Rev, La théorie de la
physique; R. BRunscHvicG, La relation entre le mathématique et le
physique (adresse lue au meeting des So- ciétés philosophiques
d’Angleterre et d’ Ecosse, Durham, le. 44 juillet 1923),
pubblicato poi in Revue de métaphysique, 1923, pag. 323 segg.; CAPELLI,
La matematica nella sintesi delle scienze (Discorso inaugurale tenuto
alla R. Università di Napoli, 1881). - Cap. I. - Preliminari
metafisici 33 verità matematiche. Quando le scienze fisiche
non possono appoggiare le loro affermazioni su verità matematiche,
noi possiamo a buon diritto consi- derarle come del tutto insufficienti
per la formu- lazione coerente della legge scientifica e attribuire
loro un valore semplicemente empirico. Hume ha già parlato troppo
chiaramente sul nessun valore logico di proposizioni basate
esclusivamente sul- l’esperienza per doverci tornare sopra: la
debo- lezza della sua dottrina dipende piuttosto dall’aver troppo
generalizzato tale affermazione, estenden- dola anche a quelle nozioni
che si basano su principii non ricavati dall'esperienza. « Davide
Hume — dice Kant (1) — riconobbe che, per avere il diritto-di andare al
di là dell’esperienza, biso- .gnava accordare a questi concetti (2)
un’origine a priori. Ma egli non potè spiegarsi in qual modo sia
possibile che l’ intelligenza concepisca come necessariamente collegati nell’oggetto
concetti che non lo sono affatto tra di essi nell’intelletto e non
gli venne fatto di pensare che forse l’intelletto era per mezzo di questi
stessi concetti l’artefice che gli fornì gli oggetti medesimi ».
Questo è precisamente il primo punto di vista che abbiamo sopra
considerato come evidente, cioè il controllo logico della
generalizzazione astratta. (1) Critica ragione pura (tr. fr.), $
14, pag. 134-135. (2) Ossia i «concetti puri dell’intelletto », che
noi abbiamo chiamato specificatamente idee. Non vi è incompatibilità in
ogni modo anche mantenendo il termine un concetto, che Kant d’altra
parte confonde spesso con quello d’idea;. si è infatti accennato che il
mondo delle idee informa nel suo primo grado — l’intuizionistico — tutta
la conoscenza sensibile, non fosse altro attraverso le più universali
manifestazioni di essa: il tempo e lo spazio. | ‘ G. E.
Barit, La posizione gnosealogica della matematica. 3. 34 La
posizione gnoseologica della matematica Ma possiamo andare oltre e
osservare come il processo inverso può in molti casi aver luogo, e
con pieno valore logico e non di semplice cono- scenza empirica, quando,
formulata astrattamente un’ ipotesi, noi, per vincere ogni dubbio
eventuale, ne cerchiamo sperimentalmente la conferma. Ove la
conferma sperimentale abbia luogo ecco l’idea originaria aver determinato
una nuova scoperta. È questo anzi il procedimento più normale del-
l'intuizione geniale; l’armonia perfetta del subbiet- tivo e dell’obbiettivo
che troppo unilateralmente lo Schelling aveva creduto di trovare nell’
incon- dizionata prevalenza dell’elemento soggettivo della serie
ideale sull’ obbiettivismo della serie reale. È il processo di Newton (1)
nella scoperta delle leggi del movimento; di Galileo nella legge della
ca- duta dei gravi, anche se posteriore e più com- plessa sia stata
la determinazione dell’ « uniforme- mente accelerato » della legge
stessa; di Franklin nel divinare l’analogia di natura della
scintilla elettrica con il fulmine. Quando Francesco Bacone
cominciò a esprimere concettualmente l’esperienza non più
limitandola alla semplice osservazione del caso singolo per cui ne
venne a questa maggiore importanza nel campo del sapere, il procedimento
ipotetico fu a torto dagli immediati successori trascurato come
arbitrario nelle scienze particolari e ciò a scapito non lieve di queste
sopra tutto dal punto di vista della celerità dei risultati, senza per
questo nulla aggiungere alla loro sicurezza. Leibniz osserva come
le grandi menti penetranti di Descartes e di Spinoza si fossero subito
accorte della lentezza (1) Cfr. pag. 25. Cap. I. -
Preliminari metafisici 35 e degli inciampi che tale metodo
puramente spe- rimentale spinto alle sue ultime conseguenze po-
teva portare e come ciò Descartes e Spinoza avessero espresso nettamente
riguardo al fisico Boyle. Descartes in una delle sue lettere a
propo- sito del metodo di Francesco Bacone; lo Spinoza, che il
Leibniz bene inteso cita con le dovute ri- serve (1), in una lettera a
Oldenbourg, segretario della « Società Reale d’ Inghilterra ». In tale
lettera egli osserva appunto come il Boyle s’arresti più del
bisogno su numerose e belle esperienze senza indurne altra conclusione «
di quella ch’ egli avrebbe potuto prendere come principio, ossia
che tutto si fa meccanicamente nella natura, prin- cipio che la sola
ragione può darci come sicuro e non mai le esperienze, qualunque sia il
loro numero ». $ 5. L’ipotesi nella filosofia. — Certo, in
tali considerazioni sull’ importanza dell’ipotesi nella conoscenza,
la logica in senso stretto non ha nulla a che vedere. Tali ipotesi non
possono infatti farsi rientrare nè nel metodo deduttivo nè nel-
l’induttivo: se l’ipotesi in un certo senso, e nel campo fisico
specialmente, può trovarsi più vicina all’induzione che alla deduzione —
in quanto (1) È noto come lo Spinoza sia stato perseguitato e
respinto in vita e disprezzato per molti anni dopo la sua morte non
già soltanto dalla massa incolta e superstiziosa e dagli antichi
cor- religionari, ma anche da pensatori illuminati — basterebbe ri-
cordare la violenza di Malebranche contro «l’ateo ebreo » — non esclusi
coloro che non poco attinsero alla sua dottrina. Il Leibniz in tal punto
(Nouveaua Essais, IV, cap. XII) crede indubbiamente di compiere un atto
di franchezza coraggiosa, scrivendo: ‘a ...et Spinoza, que je ne fais
point de difficultés de citer quand il dit de bonnes choses... n.
36 La posizione gnoseologica della matematica rispecchia
normalmente un processo che va dal particolare al generale — non per
questo incor- reremo nell’errore di alcuni di non aver saputo
sufficientemente disgiungere la rigorosità logica dell’ induzione
dall’analogia intuizionale dell’ipo- tesi (1). Tale procedimento analogico
è, sotto un certo aspetto, ben superiore al rigido ragiona- mento
(2): esso è la diretta conseguenza di quel- l'eccezionale « sviluppo
delle associazioni per simi- | larità » che è acutamente considerato dal
James (3) come la caratteristica precipua del genio. Anzi nel campo
strettamente filosofico l’ ipotesi astratta del punto di partenza è
propria partico- larmente nei deduttivi per eccellenza. La
citazione di Descartes e Spinoza nelle considerazioni ripor- tate
del Leibniz, non fu qui fatta a caso: essi cercano nella realtà la
conferma della loro ipotesi. Il famoso dubbio cartesiano non è che il
punto di partenza di quello che si potrebbe chiamare la seconda
fase del suo pensiero (bene inteso non in senso cronologico); la fase più
propriamente. riflessa, non già della visione complessiva della
realtà, la quale deve necessariamente essergli ba- . lenata in precedenza
sotto forma appunto di sem- plice ipotesi, d’intuizione geniale. Ha tale
mia (1) Il lettore potrà consultare i due lavori del
WHEWELL: The Philosophy of scientific Ideas (London, 1840) e
History of scientific Ideas (London, 1858). Sono essi studi più di
carat- ‘ tere storico-scientifico che propriamente filosofico,
malgrado l'inquadramento sia generale e non riguardi
particolarmente questa o quella scienza. Filosoficamente il Whewell
risente alquanto dell’influenza kantiana, malgrado abbia troppo
accen- tuato l’opposizione dell’idea al fatto. (2) Cfr.
specificatamente sull’argomento: R. BENZONI, L’In- duzione, I, pag. 93
segg. (Genova, 1894). (3) W. James, Psicologia (tr. it)., Cap. XI,
XII. Cap. I. - Preliminari metafisici 37 opinione
valore maggiore di semplice supposizione arbitraria? Certo nessuno, forse
nemmeno chi crea, | può seguire l’ evoluzione del proprio pensiero,
evoluzione che sarebbe della più grande utilità conoscere per la scienza
e che non ci è che molto raramente, e quasi mai con decisa sincerità,
rive- lata dai battitori di nuove strade; ma certo a tale
convinzione si può (non dico sî deve) arrivare nell’ambito della
filosofia pura, ove si rifletta che il fatto, come si è veduto, avrebbe
riscontro in quelle scienze che, per essere il loro campo d’azione
più ristretto e per trattare una materia molto più accessibile, in quanto
può rigorosamente essere controllata dall’esperienza, sono più
organiche, più concretamente delimitate e costituite che non la
filosofia idealistica. Inoltre a tale convinzione fui portato dalla constatazione
che Descartes, senza una precedente intuizione geniale del
complesso, formulato il suo « cogito ergo sum », non avrebbe
potuto, in modo rigorosamente logico, andare oltre. Al « cogito »
cartesiano possiamo infatti dare, se ben guardiamo, non più di tre
interpretazioni: 1°) Cartesio arrestandosi nel suo processo du-
bitativo alla indubitabile certezza del pensiero (non fosse altro per il
suo stesso poter dubitare: «...ideoque scis quia te dubitare scis ») ne
de- duce la realtà dell’essere: se io posso pensare, vuol dire che
qualche cosa sono. L’essere in questo primo senso verrebbe ad acquistare
un valore em- pirico: si potrebbe vedere nell’ergo sum la neces-
saria conseguenza che, poichè il pensiero è l’asso- luta certezza, questo
ha la necessità di manifestarsi nelle azioni di cui esso pensiero è la
causa : questa rivelazione concreta del pensiero io non la posso
vedere immediatamente se non nel mio io. Tutto 38 La posizione
gnoseologica della matematica il resto non potrà essere ricavato
che dall’aver posto il mio io, che come contrapposto, cioè quando
mi sarò accorto che il porre il mio io è afferma- zione vuota di senso se
non contrappongo all’ io un non io. Solo in tal modo l’io può essere
de- terminato, come solo ponendo ciò che non è uno io posso
afferrare l’essenza dell’unità. Constata- zione questa semplice a farsi e
antica quanto la filosofia: la troviamo in Platone ad es. quando
nei suoi tardi anni tentò di darci una soluzione logica e non soltanto
teleologica del dualismo netto e preciso cui l’aveva portato la dottrina
delle idee: il monismo raggiunto attraverso la funzione teleologica
dell'idea del Bene non poteva in' fondo risolvere soddisfacentemente la
necessità logica che la sua dialettica era venuta a porre (e cioè
il rapporto fra l’idea e il dato sensibile) ed ecco allora l’influenza
pitagorica affacciarsi nuovamente allo spirito platonico e manifestarsi
attraverso la famosa dottrina dei rapporti numerici (1). In ogni
modo questo non è, a mio modo di vedere, il significato del « cogito ergo
sum ». Il « sum » assumerebbe qui il valore di una constatazione
empirica che mal si potrebbe inquadrare nell’idea- lismo cartesiano. In
fondo questo pensiero che ha bisogno di una manifestazione empirica
per affermarsi ha un certo sapore naturalistico dal quale non va
spoglio l’indirizzo immanentistico dominante oggi nella filosofia in
Italia, nè l’allu- sione alla dialettica trascendentale di Platone,
deve attenuare il sapore naturalistico medesimo. (1) Senza avere
nulla a che vedere con quanto qui è esposto, è notevole sull’argomento lo
studio particolare del TRENDE- LENBURG, Platonis de ideis et numeris
doctrina (Lipsia, 1826). Cap. I. - Preliminari metafisici 39
2°) Un'altra interpretazione del « cogito » ci pone il problema
sotto un aspetto che nulla ha a che vedere con il precedente. In senso
netta- mente idealistico l’ergo perderebbe il suo signifi- cato di
deduzione logica per non significare altro che un’identificazione
intuitiva: il sum non è più la manifestazione concreta del pensaré, non
è qualche cosa di derivato dal pensare, ma è la Stessa cosa :
essere = essere cosciente. Quindi se io penso vuol dire che sono in
quanto coscienza (1), perciò l’affermazione della coscieriza come
prima verità sulla quale senza alcun dubbio oramai pos- siamo
basarci, sicurezza specifica questa che non incontriamo per la prima
volta in filosofia: è già ad es. in Agostino. Questo è, credo, il vero
signifi- cato della frase cartesiana. Ma questo «io sono » in
quanto essere cosciente, mantenuto in questi limiti, non mi porta avanti
di un passo nella conoscenza, perchè mi resta pur sempre il com-
pito di dover affrontare in qual modo può essere questa realtà sensibile
che mi circonda della quale la sicurezza espressa nell’ergo sum non dice
nulla. Mi si riaffaccia in tutta la sua intensità il pro- blema
della dialettica platonica, il rapporto fra l’idea e la manifestazione
sensibile, fra il pen- siero e l’essere empirico. Questo
secondo significato è anche quello più generalmente accettato. In tal
modo interpreta in fondo lo Spinoza in quegli studi giovanili sulla
filosofia di Descartes che poi completò (1663) con un'appendice
metafisica originale, nonchè lo stesso Kant nella « Critica » (2), perchè,
malgrado l’ îo (4) La res cogitans cartesiana. (2) Tr. fr.,
ed. cit., pag. 345-346 (nota). 400 La posizione gnoseologica della
matematica di cui si tratta è pur sempre « una rappresenta-
zione puramente intellettiva » perchè se è vero che « senza una
rappresentazione empirica che fornisce al pensiero la materia, l’atto «
io penso » non avrebbe luogo » è anche vero che « l’ele- mento
empirico non è che la condizione dell’ap- plicazione o dell’uso della
facoltà intellettiva pura ». 3°) Vi può essere infine un altro modo
d'’ in- terpretazione che non è, a vero dire, che un com- plemento
del precedente, ma che va ben oltre esso nelle conseguenze metafisiche e
ben oltre le stesse intenzioni di Descartes. E cioè la
constatazione del « cogito » mi dà l'immediata certezza dell’es-
sere in quanto pensare ed essere sono identificabili, in quanto cioè,
come nel caso precedente, se penso vuol dire di per se stesso che sono
come coscienza; ma dalla constatazione del pensare questo o quello
come elementi di una molteplicità, arriva alla formulazione della
coscienza come espressione di un processo di unificazione che è già
accennato in ogni atto particolare del mio pensare. Tutta la
molteplicità disordinata la quale io penso trova cioè la sua unificazione
nell’atto del mio pensiero e la sua espressione unitaria nella mia
coscienza, che viene così a rappresentare un grado più ele- vato
nello stesso mio processo del pensare. La quale coscienza — tanto
per intenderci chia- miamola individuale — troverà poi nella molte-
plicità delle altre coscienze individuali la ragione non tanto del suo
essere quanto del suo rivelarsi: le quali coscienze saranno esse pure
naturalmente infinite sintesi d’infiniti processi di unificazione
simili al mio che troveranno la loro espressione ultima nella totalità
della Coscienza, nell’ Io asso- luto, in Dio. Cap. I. -
Preliminari metafisici 4 Inutile qui continuare per questa strada
che ci porterebbe troppo lontano dal seminato. Ho già detto che se
questo terzo indirizzo costruttivo si può ricavare dalla constatazione
cartesiana noi non lo troviamo nella sua filosofia: l’ ho prospet-
tato soltanto come possibilità creatrice basantesi sul « cogito ergo sum
» preso come punto di par- tenza. | Quello che c’ importa di
porre in luce è che in nessuna di queste interpretazioni Descartes
avrebbe potuto proseguire attenendosi ad uno svolgimento puramente
logico. I procedimenti della logica come considereremo più
ampiamente fra poco, sono rigorosamente due soli, l’ induttivo e il
deduttivo. Esaminate l’espres- sione cartesiana in tutti i sensi senza
dipartirvi rigidamente da tali metodi, e vedrete che per ricavarne
qualche cosa, per fondare quella mo- derna teoria della conoscenza che
comunemente si fa datare da Descartes, dovrete presupporre un’
intuizione creatrice di cui il « cogito ergo sum » non è già il punto di
partenza, ma il punto d’ar- rivo, la naturale conseguenza del suo
pensiero, che, ritornando su se stesso, esamina il cammino .
percorso e lo fissa nel modo noto. È una specie di processo similare,
condizionato all’ individuo, a quello dell’Immaginazione produttrice e
della Riflessione nel pensiero di Fichte, naturalmente fatte le
debite proporzioni fra coscienza assoluta e coscienza individuale e senza
che vi sia incluso il subiettivismo trascendentale del filosofo
tedesco. D'altronde, che l’intuizione possa avere la più
grande importanza nella filosofia è cosa notoria. Kant la definisce la «
rappresentazione che può 49 La posizione gnoseologica della
matematica essere data a ogni pensiero » (1), e per quanto
la filosofia non possa derivare dall’ intuizione i suoi concetti,
certo può chiarirli a mezzo di essa (2). Nel panlogismo
spinozistico quanto siamo an- dati constatando in Descartes, si vede
forse in modo più deciso. Oltre al valere per lo Spinoza le due
considerazioni dianzi esposte per Descartes, non può qui sfuggire come lo
Spinoza dia alcune volte l'impressione di compiere sforzi per imbri-
gliare il proprio pensiero nei limiti dell’osserva- zione di fenomeni
anche fra i più semplici o che per lo meno tali potrebbero sembrare a
chiunque i fenomeni stessi non debba forzatamente far rien- trare
in un ordine precedentemente fissato. ln altre parole si ha alcune volte
l’impressione che il pensiero di Spinoza si trovi dinnanzi a una
constatazione qualsiasi della realtà come di fronte ad un ostacolo non
intravveduto nella precedente intuizione ideale. Allora il
filosofo incatena il fatto stesso nella concezione prefissata; ma ciò
evidentemente non si verifica in modo naturale. Non è cioè il fatto
sensibile che viene conseguentemente dato come esempio confermativo a
quanto precede; ma si vuole a forza farlo rientrare nell’ordine
logico da cui si è partiti come da fondamento generale della
realtà, quasi scopo della .dottrina stessa fosse una tesi che si vuol
dimostrare e non una verità, qualsiasi verità essa sia, che si
vuole scoprire. (1) Critica (tr. fr., ed. cit.), pag.138
(analitica trascendentale). In modo meno chiaro, riguardo a questo punto
particolare, nella trattazione della prova ontologica dell’esistenza di
Dio e nel $ 49 dei « Prolegomeni ». l (2) Segnatamente nei
Prolegomeni, $ 7. Preliminari metafisici 43 Non so se rendo
l’idea; ma dell’eventuale poca chiarezza di queste mie parole mi si vorrà
tener venia, considerando che, per quanto il concetto in esse
insito sia in me limpido e preciso, è tut- tavia di ben difficile
formulazione, in quanto tale mia opinione non è già effetto della
ragione, ma è una specie di malessere, di impressione sola- mente «
sentita » nel preciso significato che lo Schopenhauer attribuisce a tale
parola, appunto contrapponendo il sapere, il sapere logico, al sen-
timento, come a qualcosa « di attualmente presente nella coscienza, ma
che non è un « concetto », non è una conoscenza astratta della ragione »
(1). Nello stesso significato, a maggior chiarezza esem-
plificativa tolgo l’allusione contenuta nello stesso paragrafo del libro
dello Schopenhauer: la parola « sentito » è qui adoperata nello stesso
modo in cui è adoperata dal Tennemann nella sua « Storia della
filosofia » quando ci dice che « si sentiva che i sofismi erano falsi, ma
non se ne poteva scoprire l’errore ». In ogni modo tale stato di
malessere del pensiero spinozistico possiamo ri- scontrare nei due
indirizzi estremi delle molteplici interpretazioni dei suoi commentatori,
e nei critici che ce lo hanno rappresentato come pretto natu-
ralismo (es. K. Fischer e più ancora il Whale, l'esponente tipico del
realismo scettico), oppure come quello del panlogismo idealistico più
rigo- roso, anzi come il vero fondatore del panlogismo prekantiano,
che possiamo differenziare da quello posteriore sia per il suo carattere
rigidamente geometrico che lo porterà ad un dualismo irridu-
(1) Il mondo come V. e R., I, $ 11 (tr. it. B. Varisco-N. Pa- langa),
Perugia, 1913. 44 Là posizione gnoseologica della matematica
cibile, sia per la naturale influenza che la Critica kantiana ha
avuto su tutto il pensiero filosofico seguente, precipuamente con l’aver
posto in luce che l’esperienza è possibile solo per l’attività sin-
tetica dell’intelligenza che il Martinetti (1) netta- mente e il Franchi
(2) pure, per quanto forse in modo meno esplicito, considerano come il
valore fondamentale della dottrina di Kant (3). Certo le
considerazioni che si possono fare in merito alle cause per cui derivano
al pensiero spinozistico così gravi difficoltà, vanno bene al di là
di questi semplici accenni, privi, l’abbiamo veduto, di qualunque
esplicito fondamento razio- nale. Il Martinetti vede perfettamente ciò e
ne attribuisce la causa in primo luogo « alla posi- zione assoluta
dell’estensione ed al conseguente parallelismo dei due attributi
e' dei rispettivi. modi » (4); in secondo luogo « al modo con
cui egli deriva, o almeno dovrebbe derivare logica- mente il mondo
dal suo principio ». Questi i due punti fondamentali su cui avrebbero
dovuto ver- tere le nostre considerazioni per fare una disamina
razionale della dottrina spinozistica; la spiega- zione teoretica cioè di
quello che io non ho ac- (1) Introduzione alla metafisica,I, pag.
240. Dice testualmente l’A.: « In questa dimostrazione che le forme
d’unità, per mezzo di cui noi ordiniamo logicamente il contenuto
sensibile, non ci | pervengono dall’esterno, ma sono funzioni della
coscienza, sin- tesi operate dal pensiero per una specie di virtù
propria, sta il vero merito di Kant». (2) Teorica del
Giudizio, I, pag. 155. (3) Interessante al riguardo l’ultima
lettera, riportata dal Paulsen nel suo studio su Kant, diretta
dallo Schiller a Gu- glielmo Humholdt (2 aprile 1805). In essa si
dice fra l’ altro «...alla fine noi due siamo pur idealisti e ci vergogneremmo
se i posteri dicessero di noi che furono le cose a formar noi e non che
fummo noi a formare le cose». MARTINETTI, op. ctt., II, pag. 360
segg. .Cap. I. - Preliminari metafisici 45 cennato
che come impressione, forse non del tutto soggettiva, ma in ogni modo
spoglia pur sempre di qualunque valore razionale. La limitatezza
medesima delle mie osservazioni, se presenta l’in- conveniente gravissimo
di non essere convincente in quanto non dimostrativa, presenta però il
van- taggio di poterne fare una questione più generale, in un certo
senso quasi psicologica, e osservare che quanto si è rimproverato allo
Spinoza sia in certo modo la conseguenza naturale dello stato di
pensiero di tutti quei filosofi, i quali, partiti da un presupposto
determinato della visione della realtà nel suo complesso, si trovano poi,
costretti come sono a dover esporre logicamente la loro geniale
visione del mondo, dinnanzi a piccoli inciampi particolari, che minacciano
di far cadere tutto l’edificio faticosamente costruito; di tutti
quei filosofi che, in poche parole, credono di poter dedurre il mondo da
un presupposto ipotetico. Nello Spinoza, e per questo mi sono
soffermato un po’ a lungo su di lui, ciò si vede più chiara- mente
che in qualsiasi altro filosofo di tale ten- denza, perchè egli si
attiene, più di qualsiasi altro filosofo di tale tendenza, rigorosamente
al suo principio (non importa qui il dualismo iniziale) ‘ e perchè
in lui possiamo trovare in modo emi- nente quel temperamento filosofico,
che si ha come disposizione innata allo stesso modo come si nasce
poeti. Quanto si è andato osservando si riscontra perciò più palesemente
in lui: è lui stesso il primo che avverte l’ostacolo; il suo pensiero ha
ripu- gnanza a far rientrare in un ambito voluto che non è il suo
il tal determinato fatto particolare. Per questo ho parlato di stato di
malessere (espres- sione non certo indicata ove le mie osservazioni
46 La posizione gnoseologica della matematica riguardassero
esclusivamente la sua dottrina) che qua e là si sente nella sua «Etica »
e che sotto tale forma si comunica allo studioso. Ma riguardo
a molti altri filosofi avremmo po- tuto fare le stesse considerazioni
inerenti agli in- convenienti che tale sistema di costruire la
realtà comporta. Fichte è costretto a ricorrere alla fede per
spiegarci in qualche modo il suo processo dall’ Io assoluto al non io.
Schelling nulla ci dice del mondo sensibile, malgrado la sua
filosofia della natura, se non rinunciando al suo idealismo, non
troppo bene sorretto sulle sue basi dalla teo- gonia trascendentale
originaria, e il suo pensiero oscilla continuamente fra Spirito e Natura,
ren- dendo impossibile al critico una schematizzazione della sua
dottrina. Hegel, il fortunato artefice mo- derno del panlogismo, manca al
suo compito fonda- mentale che è quello di darci una visione logica
della realtà, se non ricorrendo a passaggi dispotici. Nello Spinoza
inoltre — e ciò sia detto natural- mente anche per Descartes — vi è la difficoltà
di doversi attenere ad argomentazioni prettamente geometriche. Ora,
le scienze matematiche se sono indicate come il naturale controllo delle
scienze fisiche, non lo possono essere ‘di quella disciplina che ha
per iscopo di andare al di là di tutte le scienze particolari, al di là
di ogni esperienza e avente la sua funzione particolare nella
concate- nazione ed esclusione di concetti e non già di semplici
dati, cioè della metafisica, intesa come quella conoscenza essenzialmente
razionale cui non può fare a meno di tendere ogni nostra aspi-
razione gnoseologica. Se è vero che la chiarezza dimostrativa è
la prima preoccupazione che deve avere un filosofo, ‘Cap. I.
- Preliminari metafisici 47 ° essa non è però
sufficiente per giustificare una concezione metafisica specialmente se la
dimostra- zione medesima significa sopra tutto analisi e analisi,
si noti, che ha il suo campo d’azione in proposizioni dedotte da altre
proposizioni e così ‘ via, risalendo così gradatamente a principii
in gran parte da niente determinati se non dall’ in-
dispensabilità..... di avere un principio onde poter cominciare. Questi
inconvenienti sono palesi sopra tutto nei discepoli di Descartes: in essi
certo ben più che nel maestro; ma essi formano l’ inconve- niente
di tutta la filosofia del secolo XVII: esempio tipico la scuola di Porto
Reale. Pascal, è vero, si accorse nettamente di questa
insufficienza del metodo dominante nel tempo per arrivare con sicurezza a
sapere; ma non volendo o non potendo, dato il suo temperamento di
mate- matico nato, attribuire specificatamente l’ insuffi- cienza
medesima al metodo matematico — in quanto credeva di riconoscere in essa
la massima poten- zialità gnoseologica dell’uomo — ritenne di poter
arrivare alla conclusione dell’ impossibilità del nostro conoscere inteso
in senso razionale asso- luto. Per non cadere nello scetticismo eccolo
cer- care la via di salvezza nel misticismo: ecco la fede compensare
in lui quello che la ragione non be teva dargli. Ma le cause
dell’insufficienza speculativa di questa scuola in particolare e del
metodo mate- matico in generale non hanno nulla di comune con
un'insufficienza generica della possibilità d’in- dagine del nostro
pensiero. Il concetto di ciò che esiste realmente in natura è
continuamente passibile di variazioni, mentre il concetto matematico è
rigidissimo, non può n nnnn_ 48 La posizione
gnoseologica della matematica ammettere la più piccola
modificazione. Come si vedrà meglio più innanzi la perennità
dell’ar- monia delle sue proposizioni dipende principal- mente
dall’astrazione del suo campo d’ indagine, dall’esistenza dirò
immaginaria delle sue costru- zioni, che non si riscontrano già nella
realtà e possono perciò resistere indifferenti e immutabili a tutte
le modificazioni che il pensiero nostro va introducendo nelle « cose »,
aggiungendo conti- nuamente nuove scoperte a quelle già ricche del
passato: per es. il concetto di un albero, di un animale, di un minerale
diventerà sempre più complesso man mano che la ricerca scientifica
sarà venuta .modificando, sempre più completan- dolo, il concetto
medesimo. | Ciò non può avvenire in alcun modo nella ma-
tematica in cui il concetto di ciascuno dei suoi elementi è già di per se
stesso immutabile per definizione, la quale unicamente nelle scienze
ma- tematiche viene ad essere posta in modo insinda- cabile.
Qualunque possa essere il valore di questo presupposto, su cui avremo a
ritornare, esso sarà pur sempre ugnale a se stesso, qualsivoglia
perfe- zionamenti possano venire introdotti col tempo e con
successivi studi nelle scienze matematiche medesime. Anche in
Platone noi possiamo trovare qualche traccia di questo metodo della «
definizione ipote- tica che aveva lo scopo di provare l’utilità e
la precisione di un concetto speculativo in base alla esattezza
delle conclusioni che se ne possono trarre » (1), ma ciò è in lui
determinato non già da una netta esigenza logica quanto dalla
parti- sele (1) Cfr. WinpeLBanD, Platone (tr. it.), pag.
77. Cap. I. - Preliminari metafisici 49. colare
necessità di uscire dai viluppi della sua stessa dialettica. Vi si può
notare inoltre una specie di movimento di reazione contro gli
Eleati, i quali, attenendosi allo stesso criterio della posi- zione
di due tesi contraddittorie, avevano creduto di poter dimostrarne
l’assurdità per le conclusioni | opposte che ne sarebbero derivate.
Ma l’intendimento che anima anche qui la dia- lettica platonica è
del tutto diverso da quello della matematica: nettamente trascendente e
assoluto in quella; immanente e relativo in questa, per ammissione
degli stessi matematici. L’errore inevitabile di tutti questi
pensatori — e segnatamente dello Spinoza, che più rigorosa- mente
di ogni altro volle esporci una concezione: logico-matematica del mondo —
consiste precisa- mente nel supporre possibile di trattare alla
stessa stregua dei concetti della matematica, per defini- zione
immutabili (1), concetti forzatamente mutabili come sono quelli di tutte
le altre scienze in gene- rale e particolarmente della fisica e della
psico- logia, le due scienze particolari che ci danno i due punti
di vista opposti su cui possiamo costruire ogni sistema filosofico:
quella fornendoci la base del ‘ naturalismo (il non io), questa dell’
idealismo (l’ î0). (1) Questa immutabilità della matematica si
deve intendere qui non già nel senso preciso che Kant credette ravvisare
in essa, ossia per l’innatezza dei suoi principii; ma in quanto lo
svolgersi della nostra matematica o di qualsiasi eventuale ma- tematica
possibile futura, dovrà pur sempre basarsi su presup- posti presi come
ipotesi-postulati e perciò non possibili di varia- zioni se non per
volontà indipendente dal controllo della esperienza. (Cfr. in ogni modo
questo studio, Cap. III, $$ 10, 14, 12). G. E. BARIÉ, La
posizione gnoseologica della matematica. 4. ‘
Digitized by Google IG DRITTO ITER IRR CAPITOLO
II. I rapporti fra la logica e la matematica. (1) $
6. Il procedimento logico nella matematica. — La matematica è invece
vegeta e rigogliosa in quanto essa ha ben più modesta funzione.
Già Kant, pure riconoscendo il carattere di ve- rità universali e
necessarie alle verità matematiche, . aveva ripetutamente affermato che
la matematica non può trascendere la conoscenza della realtà
sensibile: essa non ci può essere cioè di nessuna utilità per la
conoscenza della cosa in sè. Un più rigido idealismo ispirantesi alla «
Critica » non può modificare tale insegnamento kantiano. Elimi- .
nando il concetto realistico della cosa in sè, esso ha mantennto
inalterato il valore della matema- tica come scienza intuitiva e perciò
superiore alla esperienza, e perciò, come si è osservato sopra, di
potente indiscutibile appoggio per le scienze (1) Cenni
bibliografici: A. DE MoRGAN, Formal Logikor the cal- culus of inference
necessary and probable (1847); W.S.JEvons, Pure logik... (1864);
Ib., The Principles of science. A trea- tise on logic and scientific
method (1873); DuHAMEL, Des mé- thodes dans les sciences de raisonnement
(Il ed., 1875); WINTER, La méthode dans la philosophie des
mathématiques (Paris, Alcan). 52 La posizione
gnoseologica della matematica empiriche. Come si vede c’è già, in
questo sem- plice riconoscimento dell'importanza della mate- matica
come controllo delle scienze esperimentali, un implicito riconoscimento di
tali scienze espe- rimentali verso il concetto fondamentale dell’
idea- lismo che subordina la nozione proveniente dalla esperienza a
una di natura più elevata qualitati- vamente superiore, proveniente dall’
idea. Ma ciò non pertanto la matematica non può che parzial- mente
soddisfare il pensiero umano (Kant direbbe ‘ la Ragione), che tende alla
conoscenza dell’Asso- luto, oggetto propriamente del sapere logico,
che non può essere immedesimato con l’ intuizione ma- tematica.
Mentre dalla matematica discende una infinità di nozioni, dalla logica
considerata in senso stretto d’induzione e di deduzione, non di-
scende alcuna nozione. La logica non ha altra funzione che quella di
potere formale, di sistema- zione dell’attività della nostra
intelligenza: il ma- teriale da elaborarsi è già fornito totalmente
ad essa quando possiamo stabilire fra le diverse leggi o concetti
un’analogia, o, spronati dal dubbio, ri- cercare il perchè della
contraddizione. Quale nuova nozione possiamo noi ricavare dal
sillogismo? Nessuna: eppure il sillogismo è l’espressione ti- pica
della deduzione. Nè maggior fortuna avremmo ove esaminassimo
una qualsiasi induzione. Sotto tale punto di vista anzi (quello
dell’acquisizione di nuove cognizioni) la logica e la matematica, ben
lungi dal rivelare fra loro sintomatici punti di contatto, offrono
una palese incompatibilità. Ma, ove si sia tutti di accordo
che il procedi- mento rigorosamente logico nulla aggiunge alla
nostra conoscenza immediata, non avendo che una <
Cap. II. - Irapporti fra la logica e la matematica —53 funzione
mediata di controllo su di essa, vien fatto di domandarci dove le
matematiche attingano il ricco corredo di nozioni che esse ci danno.
Nella stessa impostazione del problema possiamo frat- tanto
osservare come ne discenda la naturale con- seguenza della non logicità
del procedimento ma- tematico. Tale illogicità, sia pure relativa,
dovrebbe essere ammessa, ove conseguenti si voglia essere, da tutti
coloro — e molti matematici sono fra di essi (1) — che sostengono nulla
potersi apprendere di nuovo nè dalla deduzione nè dalla induzione.
Tuttavia alla conclusione stessa difficilmente si rassegnano, non tanto
perchè essa non sia con- vincente in quanto è a tutti palese il valore di
questo ragionamento: « Le forme della logica sono due sole — deduzione e
induzione — queste forme però non ci danno alcuna nuova nozione
essendo la loro attività puramente formale; nello stesso tempo noi
sappiamo che la matematica ci apprende nuove nozioni, dunque la matematica
non può essere logica »; quanto perchè la conclusione può ‘
spaventare anche le menti più abituate alla inda- gine
spregiudicata e rigorosamente obbiettiva. Ma i matematici non hanno
disarmato nel vo- lere avere in certo qual modo il monopolio della
logica: cacciati dalla porta essi vi sono rientrati dalla finestra. Non
potendo cioè ritonoscere nella matematica un procedimento soltanto
logico, pen- sarono non già di logicizzare la matematica, ma di
riformare la logica, mummificata secondo loro da secoli intorno alle
stesse leggi. Questo il nucleo del dissidio fra la logica tradizionale
aristotelico- (1) Basterebbe citare in fisica il Mach, in
matematica il Poincaré. 54 La posizione gnoseologica della
matematica scolastica e la logica matematica odierna o,
tanto per chiamarla con parola suggerita da uno dei suoi maggiori
esponenti — il Couturat —, logi- stica (1). (1) G. PEANO, I
principii di geometria logicamente esposti (Torino, 1889); In.,
Formulario matematico (1894-1906, 5 edi- zioni); Ip., Aritmetices
principia, novo methodo exposita (To- rino, 1889); G. VAILATI, Scritti,
pag. 229 segg., 659 segg., 689 segg.; M. PIERI, numerosi scritti
conservati negli Atti del- l'Accademia delle Scienze di Torino; C. BuraLi
FORTI, Logica matematica (Milano, Manuali Hoepli, I ed. 1894, II ed.
1919); In., Sulla teoria generale delle grandezze e dei numeri
(Atti della R. Acc. di Torino, vol. XXXIX, 1904); J. VENN, Symbolic
Logik (London, I ed. 1881, II ed. London, Macmillan, 1894) (con ampia
bibliografia e cenni, non geniali in verità, sui pre- cursori matematici
di Kant). Questi fra i numerosi rappresen- tanti della logistica in
Italia. Al Peano s’inchinano però osse- quienti come a maestro anche i
logistici degli altri paesi. I suoi studi di logica matematica (intesa
come riduzione della logica formale a un calcolo simbolico) hanno avuto
naturalmente dei precursori (lo stesso Leibniz si vuol fare rientrare fra
questi) degno di nota fra tutti; G. BooLE (The Mathematical Analysis
of Logic, Cambridge, 1847), nonchè G. P£ACcOCK, D. GREGORY e A. pe
Morgan, TH. SPENCER BAYNES, W. STANLEY JEvoNS. Per maggiori informazioni
su tali ed altri precursori il lettore può consultare : E. SCHRODER, Der
Operationskreis des Logikkalkulus (1877); In., Vorlesungen tiber die
Algebra der Logik (1895); L. LiARD, Les logiciens anglais contemporains
(Paris, 1878) ; Ip., Des definitions géometriques et des définitions
empiriques (Paris, Alcan). I logici matematici sono però
concordi nell'affermare che a Peano spetta il merito di averne per primo
tentato l’applica- zione della logica matematica (cfr. lo studio del
Peano: « Cal- colo geometrico secondo l’ Ausdehnungslehre di Grassmann
1). I capi scuola della logistica contemporanea all’estero
sono: FREGE, Begriffsschrift. Eine der arithmetischen nachgebil-
dete Formelsprache des reinen Deukens (Halle, 1879); Ip., Grundlagen der
Arithmetik, eine logisch-mathematische Unstersuchung iùber den Begriff
der Zahl (Breslau, 1884); Ip., Grundgesetze der Arithmetik
begriffsschriftlich abgeleitet Cap. II. - I rapporti fra la logica
e la matematica —55 Per conto mio, pure riconoscendo la
giustezza degli elogi che questo indirizzo ha saputo meri- tarsi
nel campo strettamente scientifico, credo esso non ne abbia alcuno in
filosofia. I pregi scienti- fici della logistica consistono sopra tutto —
e non è poco — nella estrema rapidità e concisione della sua
rappresentazione simbolica, non solo senza nulla perdere, ma anzi
guadagnando in rigore espositivo ed eliminando non pochi equivoci
della tradizione. Da un punto di vista gnoseologico la logistica è
però mancata al suo compito fondamen- tale, quello appunto di riformare
la logica: la lo- gistica non ne ha colpa, se non in quanto Si è
accinta a un compito impossibile: riformare cioè quelle leggi del
pensiero che sono in noi, consi- derandole invece come modi introdotti
artificiosa- mente da un criterio utilitario — convenzionali stico
per registrare, catalogare, ecc., le nostre co- noscenze.
Questo errore fondamentale del punto di partenza spiega e in certo
qual modo giustifica l’entusiasmo più sentimentale che razionale che i
logistici hanno per la loro teoria. Essi stessi sono i primi ad es-
sere meravigliati che proprio fino al secolo XIX si sia aspettato per
accorgersi che si era erronea- mente ragionato per millenni e millenni,
non già da Aristotele cioè, ma dal primo formarsi di una coscienza.
Non esiste una logica di Tizio e una lo- gica di Caio; esiste soltanto la
Logica. Tizio o Caio possono tutto al più aver dato alla Logica una
data particolare struttura a seconda che il (Iena, 1893); B.
Russe, The principles of mathematics (Cambridge, University Press, 1903);
L. COUTURAT, Les prin- cipes des mathématiques (Paris, 1905).
56 La posizione gnoseologica della matematica loro
temperamento, il loro tempo e il loro grado di coltura potevano
suggerire. La stessa grandio- sità della scoperta avrebbe dovuto rendere
parti- colarmente guardinghi e circospetti i logistici, e infatti
alcuni fra questi, più o meno esplicitamente, ammettono che più che di
scoperta si tratta di un ritorno a Leibniz negando nei suoi punti
essen- ziali la dottrina matematica di Kant (1). Nella concezione
leibniziana troviamo già, per quanto non categoricamente espresso, un
carattere con- venzionalistico nei principii matematici che è da
Kant totalmente escluso e dalla logistica incondi- zionatamente ammesso;
troviamo già la deduzione — fondamento essenziale del procedimento
mate- matico secondo la logistica — ma credo che lo stesso Leibniz
sarebbe stato molto perplesso se, . malgrado tutte le attuali
argomentazioni della lo- gistica, avesse potuto vedere nella
meravigliosa abilità costruttrice di questa la tomba dell’intui-
zione per quanto riguarda specificatamente il proce- dimento matematico e
la soppressione della logica «tradizionale » secondo i paradossi del
Russel. Questi — si è già notato (2) — si compiace in- dubbiamente
del paradosso e in esso vi è sempre la forte personalità scientifica del
matematico inglese; ma se ammettiamo la genialità del pa- radosso
buttato qua e là quasi a titolo di sfida, ci stanchiamo a lungo andare di
una esposi- zione scientifica che sia tutta quanta un para-
(1) Questo punto particolare fu da me svolto al V Congresso
Internazionale di Filosofia (Napoli, 5-9 maggio 1924) e per maggior
comodità del lettore riportato alla fine del presente volume
(Appendice). (2) Cfr. questo libro, cap. I, $ 1. Cap.
II. - Irapporti fra la logica e la matematica —57 dosso: ci
stanchiamo non già ci scandaliZziamo. Il pensiero moderno è troppo
allenato a tutte le possibili interpretazioni di un problema perchè
l’antica sofistica 0 comunque, un rinnovamento parziale o totale
dell’antica sofistica lo scuotano eccessivamente; ma appunto in causa di
quest’al- lenamento il pensiero moderno non tollera gli si
ammanniscano come novità genialmente parados- sali, atteggiamenti di pensiero
ormai decrepiti e « superati » — mi si passi la brutta parola — da
un pezzo. Queste mie ultime espressioni non ri- guardano affatto la:
logistica presa nel suo com- plesso, ma soltanto il Russel e il Russel
non in quanto matematico, non il Russel cioè dei « Prin- cipii »,
quanto il Russel del Congresso di Parigi del 1900 (1), il Russel di
alcuni articoli ecc. in. cui si compiace di affrontare il problema della
verità, il problema della ricerca filosofica nello stesso modo nel
quale i sofisti avevano saziato la società antica, con in meno forse
l’abilità dialettica e la esposizione brillante di quelli. Mi si
interpreti ad esempio una frase come questa: « Ciò che è vero, è
vero; ciò che è falso è falso, e non c’è altro da dire ». L’aforisma è
pieno di arcane profondità, indubbiamente, ma vien fatto allora di
doman- darsi se è proprio conveniente di spendere tempo e fatica
per afferrarne l’intima essenza quando potremmo giurare di essere già
sicuri «a priori » — proprio «a priori» — di aver già incontrato
molte, troppe volte questa stessa intima essenza. Tutto
questo però — lo ripeto — non riguarda (1) B. RusseL, L’Idée
d’ordre et la position absolue dans l'espace et dans le temps (Congrès
international de philosophie, Paris, 1900). 08 La posizione
gnoseologica della matematica n affatto la logistica
presa nel suo complesso. Se in questa la convinzione innovatrice ha
potuto por- tare alcuni suoi esponenti a conseguenze estreme non
per questo il relativismo proprio di ogni nostra conoscenza è prospettato
dai logistici come una vera e propria rivoluzione introdotta nel
campo del sapere. Non soltanto, ma nemmeno li- mitatamente alla
matematica lo stesso Russel e il Couturat, strenuo difensore e ampliatore
in Francia della sua dottrina, misconoscono quanto essi deb- bono a
Leibniz (1). In ogni modo nel campo stret- tamente matematico rivoluzione
c’è stata: il sim- bolismo rappresentativo e l’esclusione
dell’intui- zione. Non parlo del convenzionalismo dei principii .
fondamentali e in complesso del procedimento ipo- tetico deduttivo,
perchè in tal caso la questione sarebbe stata vecchia quanto il mondo
(2). Come si vede questa scuola fondata in Italia dal Peano
con i suoi principali collaboratori nel Pieri, Vailati, Burali-Forti,
Vacca, ecc., in Germania dal Frege, rappresentata in Inghilterra dal
Russel e in Francia dal Couturat, non è affatto, fondamen-
talmente, un’argomentazione a sfavore di quanto si è detto sin qui sul
procedimento matematico se non nei riguardi dell’intuizione. La
logistica in- (1) B. RusseL, La philosophie de Leibniz, Exposé
critique (tr. fr., Paris, 1903, sull’originale di Cambridge, 1900); L.
Cou- TURAT, La logique de Leibniz, d’aprés des documents inedite
(Paris, 1901); In., Opuscules et fragments inédits de Leibniz (Paris,
1903). |
| (2) Da un punto di vista filosofico interessante lo studio
pub- blicato sulla Revue de métaphysique, 1911, pag. 280, avente
appunto per titolo: L’importance philosophique de la logis- tique. Sotto
questo aspetto cfr. pure in Perla storia della logica di EnRIQUES il $ 29
(pag. 196 segg.). Cap. 1I. - I rapporti fra la logica e la
matematica 59 fatti esclude l’elemento sperimentale come
origine delle verità matematiche e l’induzione nel prose- guire.
L’origine dei principii fondamentali della ‘ matematica è — sècondo la
logistica, pura e sem- plice convenzione, ipotesi, non è un «a priori
» nel vero senso; ma qui non è da me ammesso (1) - l’a priori in
senso kantiano se non limitatamente ad alcuni principii fondamentali da
cercarsi pre- valentemente negli assiomi — non nei postulati —
secondo l’antico criterio euclideo. Bene inteso però nei riguardi della
logistica tale distinzione rispetto al carattere ipotetico o non della
loro origine, non ha alcun senso: unico criterio di scelta sarà per
essa non già l’antica e vieta evidenza — cui io credo si debba, malgrado
tutto, ancora rigidamente uniformarsi (2) — ma soltanto la maggiore
como- dità — e anche questo criterio non è, si potrebbe osservare,
nuovo di zecca — che le proposizioni generali medesime avranno rispetto
allo svolgi- mento, essenzialmente deduttivo, per collegare in un
tutto: organico ed omogeneo queste sparse ve- rità matematiche onde
dirigerle più conveniente- (1) Per non equivocare: se per «a
priori» s'intende qualche cosa che non ci è dato empiricamente, allora
tutte le proposi- zioni matematiche sono basate su di un «a priori». Ma
se per «a priori » s'intende qualche cosa che ci porta al necessario
ed all’universale, sia pure limitatamente alla realtà fenomenica — e
questo è il senso dell’« a priori» kantiano — allora credo soltanto un
piccolissimo numero di verità matematiche (pro- priamente gli assiomi)
possono essere considerate come deter- minate esclusivamente « a priori
». Mi limito qui ad accennare questo criterio differenziale tanto per
immediatamente inten- derci sulle linee essenziali dell'interpretazione
della parola « a priori »: esso sarà in seguito più ampiamente
svolto. (2) Proprio nel suo senso comune di inconcepibilità del
contrario. 60 La posizione gnoscologica della matematica
mente e più rapidamente verso lo scopo che ci preme di
raggiungere. Trascurando i particolari di quello che io credo
si possa chiamare — limitatamente al problema gnoseologico — l’illusione
insita, volere o no, nella logistica per quanto si riconnette alla
riforma della logica, i quali particolari solo indirettamente
potrebbero rientrare in quanto andiamo svolgendo, è bene fermiamo
l’attenzione nostra sul problema .già accennato prima di trattare della
logistica, ossia quello intuitivo. Tale incompatibilità non
significa per altro illogicità assoluta — il che non sarebbe d’altronde
concepibile in nessuna espres- sione cosciente — ma soltanto l’intervento
di un altro elemento non prettamente logico e che con tutta la
buona volontà mal si potrebbe costringere nella deduzione, cioè,
l’intuizione. Questa esclusione della pura razionalità dalla
matematica non deve però portarci a stabilire in essa una fonte empirica
e un procedimento indut- tivo, di basarci cioè esclusivamente su
quell’espe- rienza che la logica pura non considera nella sua
diretta espressione, in quanto essa logica in- terviene soltanto quando
il pensiero è passato ad esaminare il substrato essenziale di quell’
indisso- lubile fusione di soggetto-oggetto che è già nella
percezione, substrato normalmente chiamato con- cetto (1). |
A tale convinzione — empirismo matematico — saremmo costretti di addivenire
soltanto se le fonti del sapere fossero due: il dato sensibile e l’idea
(2), e si dovesse per forza schierarci con l’una o con (1)
Cfr. però questo libro, cap. I, $ 1. (2) Cfr. questo libro cap. I, $
2. Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica €€—&
l’altra; ma la questione non ha affatto tale aspetto. dilemmatico.
Il dilemma sarebbe già fondamental- mente errato anche se soltanto
all’esperienza o alla ragione si dovesse ricorrere per sapere, in
quanto si è accennato sopra come il divario fra di esse non abbia
ragione di essere dato che appunto in qua- .lunque sensazione vi è già un
elemento intellet- tivo (1); ma il dilemma medesimo ci sembrerà
mag- giormente insostenibile osservando che vi è una terza fonte di
conoscenza: l’intuizione. Di essa già abbiamo trattato nella sua
più alta espressione analogica nelle scienze fisiche e abbiamo
mostrato come, contrariamente a quanto la scienza sembra credere, mentre
è fonte apportatrice di ri- sultati che hanno alcune volte del
meraviglioso nelle discipline particolari e segnatamente forse
nell’astronomia, essa sia insufficiente in filosofia. Andremo ora man
mano svolgendo quanto sino ad ora è stato implicitamente ammesso, ma non
svolto : avere cioè il procedimento intuitivo la sua massima espressione
scientifica nella matematica. Senza dubbio il naturalismo, in tutte
le sue gra- dazioni, si guarda bene dall’ammettere ciò dato che il
problema dell’intuizione in se stesso considerato, è alquanto difficile
ad essere trattato con mezzi che pretendono di essere essenzialmente
positivi, di de- rivare qualunque attività esclusivamente
dall’espe- rienza. Così i fanatici detrattori dello « a _ priori »
originario delle proposizioni matematiche, vogliono ad ogni costo vedere
in esse un elemento speri- (1) Qui basti tale semplice accenno a
questo problema che ‘ è il più importante della teoria della conoscenza e
la base ne- cessaria su cui deve appoggiarsi qualunque idealismo
gnoseo- logico. | 62 La posizione gnoseologica della
matematica mentale, attribuendo alla matematica un procedi-
mento induttivo. Lo Young (1) crede di fornirci un esempio di
procedimento induttivo nella matema- tica (2): «Sea ed sono due elementi
di una succes- sione discreta C e se a < 5 e s, il successivo im-
mediato di a, ss il successivo immediato di 8,, sg di se, ecc.,
l'elemento » apparterrà all’aggregato 81, Se, 83...». La dimostrazione si
fa per assurdo. Dov” è in tal caso il procedimento induttivo?
Non lo so: l’unica induzione è in questa frase dell’A.: « Il legame
fra questo teorema e il principio d’in- duzione matematica è evidente »
(pag. 151). Non so bene se l’A. abbia voluto con questo sostenere
che nella matematica, se non prevalentemente, figura tuttavia anche
il procedimento induttivo. L’esempio citato è, come d’altronde quasi
tutte le questioni dall'A. trattate nei suoi « Concetti
fondamentali dell’algebra e della geometria », svolto molto bre-
vemente e sopra tutto isolatamente, per niente affatto collegato con
quanto precede e con quanto segue: sono note preziose se li consideriamo
prese separatamente ; non ci dicono gran che se cerchiamo di
esaminarle nel loro complesso come un tutto organico ed omogeneo. Perciò
come dobbiamo in- terpretare questo accenno dell’A. che ha per titolo
« Induzione matematica »? Basandoci appunto sul titolo sembrerebbe
doversi ritenere come un esem- | (4) È evidentissimo nell’esempio
citato dallo Young il rife- rimento al principio d’induzione completo, di
cui avremo quanto prima a trattare nella sua enunciazione generica.
Il traduttore italiano aggiunge all’esposizione dello Young cenni
bibliografici: degni di nota gli articoli ricordati del Vacca e del
Combeirac. (2) I concetti fondamentali dell’algebra e della
geometria (ed. cii., pag. 150-151). Cap. II. - I rapporti
fra la logica e la matematica 63 ——T rc pio, una
prova anzi portata a favore dell’ induzione applicata come metodo
nell’indagine matematica. Non avendo però nulla saputo trovare
d’indut- tivo con le mie sole forze nell’esempio citato, sono
ricorso al diligente studio del Benzoni (1) per ve- dere se in qualche
modo si poteva far rientrare tale esempio nel procedimento induttivo: i
miei tenta- tivi non sono stati coronati dal successo. E si che il
Benzoni esamina con scrupolo rigoroso l’ indu- zione sia dal punto di
vista storico sia da quello più rigidamente metodologico. In
ogni modo è certo che induzione non significa nel caso citato dallo Young
partire dal dato empi- rico per arrivare all’astrazione generica. Lo
Young, posto di fronte al problema del fondamento della geometria
euclidea ad esempio (op. cit., pag. 45), dichiara troppo esplicitamente
di schierarsi a fianco dei sostenitori di un’origine non sperimentale
di essa per dover insistere oltre sul caso citato. Il confronto che
egli fa, sulle traccie del Poincaré, fra le proposizioni della geometria
euclidea e quelle del sistema metrico decimale, ci autorizza da
solo a porre lo Young fra quei matematici che negando l’ a priori
in senso stretto, come Kant l’intende, ammettono però pur sempre un «a
priori », con- venzionale e arbitrario quanto si vuole, ma non mai
un’origine sperimentale che è il punto essen- ziale di abbattere per una
teoria idealistica della conoscenza. $ 7. Il procedimento
sperimentale nella mate- matica. — La tesi dell’intuizionismo come
base sine qua non per andare avanti in matematica ha (1) R.
BenzonI, L’induzione (Genova, 1894). 64 La posizione gnoseologica
della matematica i suoi esponenti tanto in filosofia quanto fra gli
stessi matematici, pensatori gli uni e gli altri non sospetti certo di
attribuire alla matematica valore inferiore a quello che effettivamente
le spetta. Il Martinetti tratta in diversi punti della sua opera
fon- damentale (1) questo problema e in tutti questi punti mostra
la sua precisa convinzione della non asso- luta logicità del procedimento
matematico e sopra tutto l’ impossibilità di considerarlo come
indullivo. A pag. 426 ci dice: « Le forme possibili dello spazio
sono infinite; quindi infinite le geometrie possibili in astratto »,
mentre noi, anche immaginando qual- siasi modificazione della nostra
intuizione temporale o spaziale, non potremmo concepire alcuna
modi- ficazione nel processo logico. E più specialmente ancora per
quanto ha attinenza col problema par- ticolare che stiamo trattando,
nella medesima opera (pag. 429) leggiamo: « E per la stessa ragione
(2) riuscirebbe ugualmente impossibile ogni tentativo di
applicazione dei procedimenti logici alla mate- matica; questa, per
quanto sia anch’essa, come scienza (3), rivestita di forme logiche e
fissata in concetti e giudizi, si forma in virtù di una logica
tutta sua propria senza di cui, anche con l’aiuto di tutti i principii
logici, non sarebbe possibile fare (1) Introduzione alla
metafisica (Torino, 1904). (2) In quanto appunto « altro è
l’evidenza logica, altro l’evi- denza matematica », S. p. (3)
A commento di tale inciso cfr. nello stesso libro la cri- tica
all’empirismo : inoltre (pag. 225) il passaggio dall’empi- rismo al
criticismo kantiano (idea di sostanza in Locke e Kant). Senza discutere
ora sul principio dell’ « a priori » puoi vedere come tutta l’estetica
trascendentale di Kant e più ancora la sua « Introduzione » alla Critica
(particolarmente polemizzando con Hume), mirino in fondo a questo, che
figura incidentalmente in tale espressione: ‘come scienza 1.
Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 65 un passo
oltre al primo assioma » (1). Giudizio che ci ricorda nella sua essenza
quello di Kant nella « Critica » (estetica trascendentale): « Prendete,
ad esempio, queste proposizioni: due linee rette non possono
circoscrivere uno spazio, nè per conse- guenza formare una figura e
tentate di derivarla dal concetto della linea retta e da quello del
nu- mero due. Prendete ancora, se voi volete, questa. altra
proposizione per la quale con tre rette si può formare una figura e
cercate di ricavarla sempli- cemente da questi concetti. Tutti i vostri
sforzi saranno vani, e voi vi vedrete costretti di ricorrere
all’intuizione, come d’altronde fa sempre la geo- metria ». .
Categorico è pure lo Schopenhauer nella sua conclusione al riguardo
: « Dopo tutte queste consi- derazioni, nessuno, spero, vorrà mettere in
dubbio che l’evidenza della matematica — divenuta mo- dello e
simbolo di ogni evidenza — derivi per sua essenza non già dalle
dimostrazioni, ma dall’intui- zione immediata. L’intuizione qui, come
dapper- tutto, è il principio supremo e la fonte di ogni verità; ma
quella che è a base della matematica ha un grande privilegio su di ogui
altra e in par- ticolare sull’intuizione empirica..... » (2).
Nè sarà superfluo riferire in merito l’opinione di un illustre
matematico, il Poincaré, per il quale la (1) Cfr. KanT,
Prolegomeni (tr. it.), $ 2, pag. 33: «Il con- cetto della « linea più
breve » è qualche cosa di nuovo che si aggiunge e non potrebbe per
nessuna scomposizione venir de- rivato dal concetto di retta ». Nonchéè
nella Critica (metodo- logia trascendentale). Cfr. inoltre LANGE, Hist.
du Mat. (tr. fr.), II, pag. 15 segg. (2) SCHOPENHAUER, Il
mondo come V. e R. (tr. it. Varisco- Palanga), I, pag. 114.
G. E. BARIÉ, La posizione moseologica della matematica. 5. 66. La
posizione gnoseologica della matematica ° geometria
euclidea è la nostra geometria « solo perchè secondo essa appunto si sono
costituite la nostra intuizione spaziale e la nostra esperienza »;
e la conclusione cui lo stesso Poincaré arriva trat- tando
particolarmente della credenza di un’origine sperimentale della
geometria: « Non si esperimenta su linee rette o su circonferenze ideali
» (1). Il Poincaré, è vero, sembra che qua e là ammetta anche
l’induzione nel procedimento matematico, ma ciò dipende appunto in
quanto, essendo un ma- tematico, considera la logica semplicemente
come analisi (2) circoscrivendola in fondo al classico sil- logismo
aristotelico, più ancora all’applicazione degli scolastici; ma quanto ciò
sia incompleto è superfluo far rilevare in filosofia, in cui la
sintesi è ritenuta rigorosamente logica quanto l’analisi. Perciò il
Poincaré, dovendo le creazioni di tutti i matematici uniformarsi a un
procedimento analogo, e ritenendo per altro conveniente di distinguerli
in « logici » ed « intuitivi.» (non già per la materia che trattano
che è naturalmente la stessa, ma per il loro temperamento personale), nè
l’analisi pura e semplice potendo portare a nuove scoperte, trovò
opportuna la denominazione d’induttivo al proce- dimento seguito da questa
classe particolare di mate- matici da lui chiamati logici. Tale pretesa
induzione però che per i suoi caratteri specifici non potrebbe
(4) H. Poincaré, La Science et l’Hypothése, pag. 64. Altri punti
numerosi in tutte le opere del Poincaré si potranno tro- vare in appoggio
a tali argomentazioni. Vedi ad es. in La valeur de la Science, pag. 16
(il temperamento logico di Euclide malgrado la sua vasta costruzione sia
dovuta all’intui- zione) e pag. 17 «l’intuition ne peut nous donner la
rigueur, ni méme la certitude »..., ecc. (2) Vedi
segnatamente in La valeur de la Science, pag. 29. Cap. II. - 1
rapporti fra la logica e la matematica 67 essere considerata tale
da un logico rigoroso, egli stesso trovò necessario di precisare meglio
aggiun- gendovi la specificazione di « matematica » (1).
Questo riconoscimento non è, bene inteso, am- messo da lui, ma
credo non si possa dubitare di queste mie considerazioni innanzi tutto perquanto
si è sopra detto della voluta identità — in matematica —
dell’analisi con la logica, mentre invece quella è soltanto un aspetto di
questa (2); in secondo luogo. per le conclusioni definitive cui il
Poincaré arriva, come possiamo facilmente constatare esaminando la
sua dottrina nel complesso senza troppo a lungo soffermarci sui
particolari, che, presi alla lettera, possono molto spesso dar luogo ad
errate interpre- tazioni semplicistiche. | Certo se con lo
Stuart Mill noi ci limitiamo a considerare gli assiomi come
generalizzazioni del- l’esperienza (3), l’induzione sarebbe il cardine
su (1) Ecco il principio fondamentale da cui dovrebbe
emergere l’induzione matematica: « Si un théorème est vrai du nombre
1 et si l’on démontre qu’ il est vrai de n 4-1, pourvu qu’il le soit
de x, il sera vrai de tous les nombres entiers ». ( Valeur de la Science,
pag. 21). Ora, questo «jugement synthétique a priori, c'est le fondement
de l’induction mathématique ri- goureuse », ma la parola « induzione »
non deve essere qui presa alla lettera, e prova ne sia che alla pagina
seguente (pag. 22) il Poincaré ci dice che tale « axiome » è determinato
da quella in- tuizione suprasensibile che il Poincaré chiama «du nombre
pur» . (2) A tale punto crede il Poincaré di poter ammettere la
sola analisi come metodo logico che il processo sintetico insito in
qua- lunque nostra percezione, processo svolto naturalmente, quasi
inavvertitamente dal nostro pensiero, e che è la conquista più
significativa dell’idealismo moderno l’aver posto in luce, è da lui
considerato quasi come una prerogativa della matematica, precisamente
esaminata sotto il suo aspetto intuitivo e non già sotto quello
logico. (3) J. Stuart MILL, A System of Logic..., V, VI.
68 La posizione gnoseologica della matematica cui
dovrebbero svolgersi le costruzioni matema- tiche; ma ove dovessimo ciò
accettare alla lettera si verrebbe quasi ad annullare il valore della «
Cri- tica » kantiana nei riguardi appunto dell’esperienza. Nessuno
nega, e Kant meno che mai, l’importanza dell’ esperienza per conoscere,
ma se dobbiamo accettare le verità fondamentali (assiomatiche) come
generalizzazioni dell’esperienza, non lo possiamo fare se non
accettando un’esperienza quale Kant. ce l’offre, ossia
un’esperienza che non significa già il complesso di constatazioni
empiriche — chè allora non si avrebbero giudizi di esperienza ma
soltanto giudizi « percettivi » (1) — ricavate esclusivamente dal
mondo esterno; ma un’esperienza che significa la possibilità delle
constatazioni empiriche mede- sime soltanto perchè il nostro pensiero ne
stabilisce il collegamento nella « coscienza generica » (2) a mezzo
dei concetti intellettivi puri «a priori ». Questo è il significato
essenziale della tratta- zione della fisica pura nella dottrina
gnoseolo- gica di Kant. ° Così stando le cose — e non vi è
possibilità di una diversa interpretazione — il punto di partenza
non è più il dato empirico o il complesso di dati empirici che trovano la
loro espressione unificatrice nel concetto, il che potrebbe significare
induzione, ma il procedimento inverso: e cioè la stessa espe-
rienza che viene ad essere resa possibile soltanto per questa attività
che va — mi si passi l’espres- sione — dal mondo interno al mondo esterno
e che in tal modo lo rende possibile, informandolo: «l’in-
(41) Cfr. particolarmente i $$ 18, 20 dei Prolegomeni, e in generale
tutta la trattazione della fisica pura. (2) ùberhaupt. Cap.
II. - I rapporti fra la logica e la matematica 69 telletto non
attinge le sue leggi (a priori) dalla na- tura, anzi piuttosto le impone
ad essa » (1). L’empirismo dello Stuart Mill al riguardo non
significa che un passo indietro, non significa che puro e semplice
ritorno a Hume, e questo non è d’altronde il solo punto nel quale lo
Stuart Mill rivela la sua imperfetta comprensione di Kant.
Ora, se un procedimento logico vogliamo riscon- trare nel tanto
abusato punto di partenza — l’espe- rienza — dobbiamo ammettere che
l’esperienza stessa, per essere considerata fonte di conoscenza,
non è già più qualche cosa di semplice in se stessa; ma è già il frutto,
è già il derivato di un prece- dente processo puramente intellettivo che
solo lo determina. Perciò quando diciamo che anche una forte
corrente idealistica ammette che ogni cono- scenza ha a che fare con
l’esperienza, non dobbiamo dimenticare come alla formazione di questa
espe- rienza si sia arrivati. Questo, bene inteso, non è il
significato corrente della parola esperienza, ma possiamo noi forse
dare alla parola medesima un significato diverso da quello sopra
esposto quando oggi, dopo Kant, par- liamo di essa esperienza in sede
scientifica come fonte conoscenza? Nè dobbiamo qui lasciarci even-
tualmente fuorviare dal famoso « principio d’indu- zione completa » per
arrivare appunto a vedere un procedimento induttivo o, comunque, il
riconosci- mento di un procedimento induttivo nella matema- tica.
Il principio d’induzione completa è esso pure basato come ogni altro su
di un procedimento intuizionistico-deduttivo. Scoperto nel secolo
XVI da un matematico italiano — Francesco Maurolico (1)
Prolegomeni, $ 38. 70 La posizione gnoseologica della
matematica — esso afferma che se una proprietà è vera di un
numero intero qualunque, è pure vera anche del numero che segue, ossia,
più generalmente, la pro- prietà medesima è vera per tutti i numeri
maggiori (interi) quando si è constatato che essa vale per un
numero intero dato. Il Poincaré l’anuncia molto chiaramente e brevemente
così: « Se una proprietà è vera del numero 1, e se si constata ch’essa
è vera per n + 1, purchè essa lo sia di x, essa sarà vera per tutti
i numeri interi » (1). Non vi è alcun bisogno di un particolare
appro- fondimento del principio d’induzione completa per
comprendere che soltanto un equivoco terminolo- gico potrebbe riconoscere
in esso una base indut- tiva. Ciò non pertanto si è proprio voluto
vedere in esso un procedimento induttivo in senso stretto, mentre,
nota giustamente il Brunschwicg, « è un principio di deduzione progressiva,
la cui applica- zione è sicura « a priori » del successo, poichè i
numeri sono i prodotti di questa deduzione pro- gressiva » (2).
Pure attenendoci al concetto più generale del procedimento
induttivo dove si vede nel principio d’induzione completa un passaggio
dal particolare al generale, bisognerebbe considerare come parti-
colare il numero dato e come generale il numero n + 1, ma nonè forse già
quello una generalizza- zione astratta? Non sono già forse 1, 2,3...
sim- boli concettuali nello stesso modo come n +1? Forse soltanto
perchè questo può, in aritmetica, significare maggiore indeterminatezza —
e anche (4) Cfr. ad es, la Revue de métaphysique (1905, pag.
818), e in La Valeur de la Science, pag. 21. (2) Les étapes de la
phil. math., Il ed., pag. 483. Cap. II. - I rapporti fra la logica
e la matematica 71 questo è molto discutibile — possiamo quello
con- siderare come dato più intuitivamente, più natu- ralmente di
questo? Il numero 1 è una generaliz- zazione sintetica nello stesso modo
che un numero qualsiasi indicante milioni di milioni: mettiamo n
per significare più rapidamente e più comodamente questo numero e poichè
neppure esso n può costi- tuire un limite, estendiamo il nostro
ragionamento anche ad n +1 e così di seguito, ricominciando in tal
modo una nuova serie in nulla differente dalla precedente.
Considerazioni, come si vede, che anche il solo buon senso può suggerire,
ma che alcune volte si rendono necessarie onde non si possa
costruire sull’ equivoco. In tal caso l’equivoco è terminologico e perciò
più facile forse ad essere eliminato: bisognerebbe però cominciare con
il bandire la infelice espressione di « principio d’in- duzione
completa » (1). In ogni modo per quanto riguarda il Poincaré,
non credo possa ritenersi che il principio medesimo sia da lui
considerato come una vera induzione. Esso può nella sua dottrina esser
ridotto con la massima facilità all’ intuizione e precisamente a
quell’intuizione che noi abbiamo chiamata nel I capitolo « ideale » e che
il Poincaré, contrappo- nendola all’ intuizione sensibile, chiama «
intuition du nombre pur ». Il principio d’ induzione completa .
considerato dal Poincaré in « La Valeur de la Science» come « il
fondamento dell’induzione mate- matica rigorosa » (pag. 21), viene ad
essere consi- (1) Cenni bibliografici : F. ENRIQUES, De la méthode
dans les sciences (Paris, Alcan); WHEWELL, History of îinductive
sciences (London, 1837); P. BoutRoUXx, Les principes de l’analyse
ma- thématique, Exposé historique et critique (Paris, Hermann).
72 La posizione gnoseologica della matematica derato dal
Poincaré subito dopo (pag. 22) come sorretto appunto sull’ intuizione del
numero puro: dove la necessità dell’ induzione? Come principio
fondamentale « a priori » assiomatico non ha alcun bisogno — direi quasi
non ha alcuna possibilità — di essere appoggiato nè alla deduzione, nè
all’indu- zione: nella sua applicazione è essenzialmente de-
duttivo, com’ è deduttivo qualsiasi teorema che si ricava da un assioma o
da un postulato. Meno esplicito è il Mach. Veramente non mi
pare che questo punto sia stato da lui particolarmente. trattato.
Egli accenna però qua e là implicitamente alle deduzioni della matematica,
ma una sua espo- sizione di carattere chiaro ed organico del proce-
dimènto di questa scienza, non la conosco. Possiamo dire anche che la
sua, opinione in merito pre- senta non poche oscillazioni perchè, mentre
egli è il primo a riconoscere e a ripetutamente insistere che spesso
le scienze attingono molto da un fondamento aprioristico, in ultima
analisi mi pare si possa affermare ch’ egli considera anche tali
astrazioni originarie di natura empirica, in quanto, se non altro,
poggiantesi sopra fatti precedenti di espe- rienza sia individuale, sia
collettiva. Per quanto riguarda l’argomento che stiamo trattando, è
par- ticolarmente interessante il’ capitolo dedicato alla
psicologia della deduzione e dell’induzione nel suo libro « La conoscenza
e l’errore » (1). In esso, pure sostenendo con la sua abituale lucidità
di esposi- zione che tanto la deduzione quanto l’induzione nulla
possono aggiungere alla nostra conoscenza, figura un’espressione che,
presa nel suo preciso (4) MacH, Erkenntnis und Irrtum (Skizzen zur
Psychologie der Forschung), Leipzig, tr. fr., Paris, 1919.
Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica —‘73
significato, ci autorizza quasi a supporre che il Mach ritenga le
verità matematiche basate in ultima ana- lisi sull’esperienza. Vediamo
di chiarire con criterii nostri tale punto controverso, ricordando
che esso ci è dato dall’opinione espressa dal Mach essere
la base fondamentale di ogni verità ricavata dal concetto di
triangolo « il fatto sperimentale che la somma degli angoli di
tutti i triangoli piani che noi possiamo misurare, non differisce
da due retti ». Prendiamo l’esempio seguente che è il più
sem- plice che la geometria piana può fornirci per a”
mettere in chiaro l’opinione dell’A. Supponiamo di avere un
triangolo a dc. Se prolun- ghiamo il lato ac fino a un
punto qualunque f, noi ot- e de e; teniamo un angolo
esterno b c f, che sappiamo essere uguale alla somma
degli angoli interni non adia- centi, ossia avremo: ZN Z4N
/N bcf= abc + dbac Da cui possiamo altresì ricavare che, ove
nell’ipo- tesi si fosse ammesso trattarsi di un triangolo
isoscele si avrebbe: bef= 20; bef=2d e così via, e ciò
appunto abbiamo potuto stabilire | perchè sappiamo che la somma degli
angoli del triangolo a de è uguale all’angolo piatto a c f, ecc. Ma
non possiamo assolutamente riconoscere che questa verità geometrica non
sia a sua volta basata, come ogni altra, sull’ intuizione originaria di
alcuni principii fondamentali « a priori »: nel caso parti- colare
sulla stessa definizione di triangolo. 74 La posizione
gnoseologica della matematica Ma ciò dipende forse da una certa
imprecisione dei vocaboli. Egli definisce l’ intuizione « tutto il
sistema di sensazioni coordinate nello spazio e nel tempo che ci offre il
senso della vista a mezzo del quale noi riconosciamo d’un colpo d’occhio
la distribuzione dei corpi e dei loro movimenti reci- proci » (1).
E, ciò che trovo incomprensibile, ag- giunge che «il vocabolo porta
nettamente la sua impronta originaria ». Il criterio etimologico
del Mach al riguardo è quanto mai discutibile perchè questa sua
affermazione non ha ragione di essere se non considerando che in tedesco
la parola Anschauung significa propriamente intuizione (2), mail
vocabolo ha la radice in comune con Anschauen (riguardare, rimirare) e
così via. In ogni modo la questione etimologica non ci interessa:
occupiamoci piuttosto della definizione riportata e non delle
considerazioni che seguono. Tale definizione mi sembra del tutto inadatta
a dirci che cosa sia l’in- tuizione, ed è una definizione che caso mai
uno psicologo ad es. avrebbe potuto dare della perce- zione, che
pertanto, rigorosamente parlando, nulla ha a che vedere con l’intuizione
che è procedimento astratto.di pensiero, formandosi prima della
visione dell’oggetto e non già della conoscenza sensibile
dell’oggetto medesimo. Che poi tanto la percezione | quanto l’intuizione
si debbano basare sull’associa- zione delle immagini, ciò non equivale
certo a sta- bilirne l’identità. Se consultiamo la psicologia mi
pare che il suo responso non possa dar luogo ad (4) MACH, op. cit.
(tr. fr.), pag. 159-160. (2) L’intuizione p. d. come è stata qui
intesa si renderebbe forse meglio in tedesco con Einfall nel suo senso
particolare di idea improvvisa, di sprazzo geniale. Cap. Il.
- Irapporti fra la logica e la matematica —75 equivoci. Il
Peillaube (1), in cui trovai la più com- pleta esposizione della
formazione psichica della percezione, definisce questa come « un
complesso di stati psicologici, di sensazioni, d'immagini, di
ricordi, di giudizii e di ragionamenti a proposito di una impressione
attuale » mentre il concetto di intuizione comporta il principio di un
avvenimento futuro e che perciò non può essere basato princi-
palmente sulla vista come il Mach sembra credere. Il Vaissière, pure
trovando esatta la sopra esposta definizione del Peillaube la giudica
però un po’ imprecisa in quanto forse non sufficientemente
determinata e la vorrebbe completata nel modo seguente di cui non
possiamo non riconoscere la assoluta chiarezza: « La percezione è una
fusione della sensazione eccitatrice con le immagini asso- ciate »
o più specificatamente « una fusione di oggetti rappresentati dalla sensazione
con gli oggetti rappresentati dalle immagini associate » (2).
In ogni modo tale imprecisione di linguaggio nel Mach risulta
evidenteanche daaltri punti(pagg. 194, 206-209, 197, 308 dell’op. cit.).
Nè di tale fatto dob- biamo meravigliarci oltremodo, dato che
possiamo osservare di passaggio come non soltanto nel co- mune
linguaggio, nè in quello di studiosi non spe- cializzati in psicologia
troviamo equivoci termino- logici, ma anche negli stessi psicologhi.
L’insuffi- . cienza del linguaggio è infatti considerata dal James
come la prima fonte di errori nella psicologia, sia per la frequente
mancanza di termini in quanto « è assai difficile localizzare
l’attenzione su di una cosa senza nome » (3), sia, alcune volte, per
l’uso (1) PEILLAUBE, Les images. (2)
VaissiéRE, Psychologie expérimentale, pax. 145-146. (3) James, Compendio
di Psicologia (tr. it.), pag. 80. 76 La posizione
gnoseologica della matematica errato dei vocabili esistenti che si
estende anche a concetti fondamentali della psicologia, fra cui fra
la stessa sensazione e la percezione, pertanto netta- mente separate,
sopra tutto in una vita primitiva e nell’infanzia. E in modo più
categorico e sopra- tutto più generale in quanto esteso all’espressione
tutta del pensiero e non alla sola psicologia, si esprime il Condillac
per il quale tutta l’indagine del pensiero è in fondo — opinione che
certo non possiamo condividere spinta a tale estremo limite — la
conseguenza o no di « une langue bien faite »: nello stesso modo il
Leibniz vede nell’analisi pre- cisa intorno al significato delle parole
il fattore più importante per la comprensione dei procedimenti
intellettivi (1). Ciò osservato possiamo benissimo spiegarci come il
Mach, fisico, abbia insistito tanto sulla parte sensibile di quel
processo che egli chiama intuizione, tanto da darci una definizione che
nel complesso, ma sempre con le dovute riserve di cui sopra, è
molto più vicina alla formazione della per- cezione, non esclusa quella
particolare importanza del senso della vista considerato come superiore
a quella d’ogni altro e non esclusi i movimenti dei corpi, che ci
darebbero quel sesto senso (movi- mento) normalmente ammesso dalla
moderna fisio- (4) Da un po’ di tempo a questa parte si nota una
prege- vole tendenza ad attribuire alle parole l’importanza loro
dovuta per meglio comprendersi. Interessante al riguardo la comuni-
cazione del CouTUuRAT (D’une application de la logique au pro- blèeme de
la langue internationale) al III Congresso inter. di filosofia
(Heidelberg, 1908). Cfr. pure la prolusione al corso libero di
storia della mec- canica all’Università di Torino (1898) del VAILATI
avente per titolo Alcune osservazioni sulle questioni di parole nella
storia della scienza e della cultura (Torino, Bocca, 1899). Anche
in Scritti, pag. 203-228. Cap. II. - I rapporti fra la
logica e la matematica 77 logia. Altri punti di tale definizione
del Mach si po- trebbero qui porre in discussione e primo fra tutti
la disinvoltura con cui egli — anche attribuendo la sua definizione
alla percezione e non all’intui- zione — sorvola sul « colpo d’occhio »,
per cui diverse sensazioni ci appaiono in una sintesi come una sola
cosa. Ora, se nell’adulto civilizzato pos- siamo considerare ciò come un
fenomeno normale creato dall’abitudine, si può tuttavia con
facilità. mettere in luce che tale sintesi non è nel bambino e non
è nel primitivo (1). L'uno e l’altro prima di arrivare alla percezione di
un oggetto come noi l'abbiamo qui inteso, passano attraverso ai
diversi stadi in cui si manifestano dapprima separatamente tutte le
diverse sensazioni la cui sintesi formerà poi la percezione di
quell’oggetto ; processo questo che ha fatto molto riflettere sulla forma
ragionativa (sillogistica) della percezione, filosofi come lo Scho-
penhauer e il Wundt. (4) Non mi sembra inutile far qui osservare
come, essendosi molto abusato riguardo alle analogie psichiche fra il
bambino e l’uomo selvaggio, l’allusione medesima sia qui da me fatta
unicamente limitantesi a questo caso particolare — il che non vuole però
dire, per contro, che questo sia l’unico punto di contatto fra le due
coscienze. Così, p. es., non si può sostenere nel caso dell’uomo
primitivo quanto ci dice giustamente il Janet (Eat mental des
hystériques, pag. 70 segg.), che il difetto di intelligenza nel bambino
dipende prevalentemente nell’assenza di ricordi, d'immagini, di tendenze
preorganizzate, ecc. Tali mancanze non sono evidentemente nel selvaggio
adulto: esse possono essere supposte in lui solo in modo parzialissimo
e unicamente per quanto può avere attinenza con il problema
ereditario; soltanto cioè in quanto i suoi progenitori gli avranno
lasciato poca attitudine a ricordare e a compiere quel processo
rapidissimo di associazioni per cui l'adulto civilizzato riconosce
immediatamente un oggetto come noto, sia come simile, sia come identico a
quello già percepito o immaginato in passato, 78 La posizione
gnoseologica della matematica Tutto ciò a esplicazione della poca
chiarezza del- l'atteggiamento del Mach di fronte al carattere
intuitivo dei principi matematici e al loro dubbio valore logico. E su
questo punto dobbiamo ancora insistere essendo per noi fondamentale, dato
che ci siamo proposti di dimostrare come le stesse scienze si
servano molto spesso di una base essen- zialmente astratta, com'è
l’ipotesi, per poter prose- guire, mentre tanto volentieri l’astrazione
esse rimproverano ai « castelli in aria della metafisica »..
Possiamo pertanto notare come nel fisico Mach, mutato il senso della
parola «intuizione » in quello più positivo di « percezione », troviamo
ciò non pertanto l’ intuizione confusa alcune volte con «
l'immaginazione » (pag. 199, op. cît.) che a sua volta non è bene
distinta, nel libro medesimo (1) dalla « allucinazione »; ma, senza
divagare in con- statazioni non indispensabili sull’ imprecisione
dei vocaboli adoperati, c’ interessa però mettere in luce qui come
quell’intuizione che particolarmente ci importa di conoscere in quanto è
stata da noi con- siderata come la base fondamentale di qualunque
procedimento matematico, sia dal Mach ammessa sotto la denominazione
suggestiva di « esperimento mentale » (2). Ora, scientificamente
parlando, noi non possiamo considerare l’immaginazione come
un’associazione di elementi « che non si sono mai riscontrati
negli. avvenimenti della nostra esistenza ». Il processo
immaginario è del tutto differente: è cioè un feno- meno che pure non
accordandosi con una sensa- zione attuale, è tuttavia il ricordo di una
sensazione (1) Cfr. ad es., la definizione a pag. 163 dell’op.
cit. (2) MACH, op. cit., pag. 209. Cap. II. - I rapporti fra
la logica e la matematica 79 passata: in altre parole l’immagine è
nella serie debole quello che è la percezione nella serie forte.
Così stando le cose è evidente come l’immagine, ben lungi dal poter
essere considerata come il pro- dotto arbitrario — sia pure geniale, qui
non im- . porta — della nostra fantasia, si verifica sempre.
nell’uomo in istato normale. L’anormalità è il con- trario; quando cioè
noi non possiamo per « dimnesia O per amnesia rappresentarci attualmente
quanto altra volta percepimmo » (1). Si comprende -benissimo
come tutto quanto an- diamo osservando non abbia per nulla affatto
carat- tere accademico, ma abbia il preciso senso di mostrare,
incidentalmente, come il non esatto signi- ficato di una parola, possa
far travisare tutto il pensiero di uno scrittore e far restare perplesso
e dubbioso il lettore attento; ma sopra tutto di mo- strare come il
Mach possa affermare che ogni nostra conoscenza derivi dall’intuizione
nelle sue forme d’ intuizione sensibile e d’intuizione astratta,
pur restando fedele al suo concetto dell’origine sensi- bile di
ogni nostra conoscenza. Tale equivoca fu- sione di concetti è
rappresentata dal suo esperi- mento mentale. Questo non si distingue, per
quanto egli ne parli ampiamente a parte (Cap. XI), fonda- mentalmente
dall’immaginazione, sempre stando naturalmente al suo concetto
d’immaginazione. È (1) La dimnesia si riscontra quando
congenitalmente o acci- dentalmente i ricordi non possono essere fissati;
l’ammnesia si riscontra quando il ricordo è stato sì registrato e
fissato, ma sì perde in seguito a traumatismo o emozione violenta o
dete- rioramento progressivo del cervello come ad es. nella
paralisi generale. Il caso anormale opposto ai precedenti ci è dato
dal- l’ipermnesia in cui dei vaghi ricordi riprendono la più grande
intensità. (Per tutto ciò cfr. VAIssiERE, Ps. Ex.). 80 La
posizione gnoscologica della matematica questo ‘esperimento
mentale che noi saremmo pro- clivi a chiamare intuizione. Semplice
questione di nomi? Niente affatto; pure essendo convinti in ogni
modo che anche una semplice questione di nomi possa in alcuni casi
portarci molto lontani nelle nostre conoscenze, dobbiamo qui osservare
come il fatto sia più complesso. | Dipende cioè dallo
stabilire come, anche per il Mach, la matematica abbia un’ origine
intuitiva, non già nel suo senso di parola intuizione, ma precisa-
mente nel vero senso di essa, ossia in quel conca- tenamento di fatti o
cose note, che percepiamo attualmente, o di cui ci rappresentiamo le
imma- gini da cui si possa passare ad intravedere mental- mente un
nuovo fatto o cosa, o serie di fatti o di cose: procedimento puramente
intellettivo questo, e perciò proprio soltanto di uno sviluppo
avanzato del pensiero, di cui invano si cercherebbe un’ori- gine
empirica, dato che si comprende benissimo come il fatto o la cosa non sia
che un punto di partenza apparente. Il punto di partenza reale non
ci è dato effettivamente che da quell’ improvvisa idea per cui ci vien
fatto di pensare che la « cosa » o il « fatto » noto può mettersi in
correlazione con altra verità che non conosciamo ancora, nè che
possiamo affermare basandoci esclusivamente su questo sprazzo di luce
interiore, ma che ci propo- niamo di dimostrare logicamente o, almeno,
pro- vare sperimentalmente. Questa è l’ intuizione e ad essa
si avvicina molto l'esperimento mentale del Mach anche se la pa-
rola « esperimento » può trarci a conclusioni errate sulla sua
origine. Da tale esperimento mentale fa il Mach derivare le
proposizioni matematiche. Nello svolgimento che Cap. II. - I
rapporti fra la logica e la matematica 81 di esso ci dà l’A. resta
però sempre connesso un certo carattere sperimentale sia per mantenersi
fe- dele alla denominazione stessa di tale processo del pensiero,
sia per la trattazione di esso, sia per lo appellarsi ad Eulero quasi a
conferma della sua esposizione. Tale mio concetto
d’intuizione differisce anche da quello del Poincaré (1) il quale non
distingue bene l’intuizione dalla rappresentazione. Quella
differisce da questa in quanto il suo processo non si limita ad essere
immaginativo. L’equivoco del Poincaré dipende qui dal non avere egli
veduto che, mentre la rappresentazione si limita soltanto a
riprodurre mentalmente una figura che noi non abbiamo fissata
sensibilmente (di solito in modo grafico) l'intuizione va bene al di là
di ciò: essa ci mostra altresì che quella figura deve essere così e
non altrimenti. | Così, se noi abbiamo una retta AB e su di
essa un punto C qualunque e poi fissiamo un altro punto qualunque
su AC, sappiamo che il punto A ;C B medesimo sarà
pure su 45. L'associazione delle immagini può dispensarci dal dover
fissare grafi- camente la retta A4B ecc., ma null’altro. Soltanto
l’intuizione può farci comprendere che il nuovo punto fissato in AC deve
per forza essere pure su AB. Sono certo due processi immediatamente
sus- seguenti, ma che è bene tuttavia tenere distinti in quanto
appunto l’intuizione non è contemporanea, ma susseguente alla
rappresentazione mentale. (1) La Valeur de la Science, pag.
21. G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della matematica.
€. 82 La posizione gnoseologica della matematica In
altre parole questa specie d’intuizione del Poincaré è ciò che Kant
chiama molto opportu- namente «costruzione di concetto », che non
si- gnifica soltanto rappresentazione grafica, ma anche
rappresentazione « a mezzo della semplice imma- ginazione nell’
intuizione pura (1) ». È desso il solo campo d’azione nel quale possa
esplicarsi l’ atti- vità del matematico. $ 8. Il
procedimento intuizionistico della mate- matica. — Ma nemmeno limitato al
signîficato esposto nel paragrafo precedente, possiamo accet- tare
il « fatto di esperienza » del Mach nella ma- tematica: nè con questo
crediamo di togliere, ma bensì di aggiungere qualche cosa al valore dì
essa rispetto alla sua posizione nella teoria della cono- scenza.
La matematica è precisamente quella di- sciplina — la logica non essendo
che semplice "controllo formale del sapere e, inoltre, di un
sa- pere, come vedremo, qualitativamente superiore — che abbia
rigoroso carattere scientifico senza avere bisogno alcuno
dell’esperienza. Come si è veduto il nostro concetto
d’intuizione non è in deciso contrasto con il fattore sensibile che
è sempre implicito in qualunque fatto o cosa: . non si tratta qui cioè
dell’intuizione puramente intellettiva di Descartes (2), la quale, se si
può ammettere benissimo anche senza accettare incon- dizionatamente
la sua dottrina delle idee innate, non ha tuttavia nulla a che vedere con
l’ipotesi, (4) Per maggiori ragguagli su questo punto particolare
vedi questo libro, Cap. III, $ 10, pag. 101 segg. (2) Cfr.
questo libro, Cap. I, $ 3. Essa è quell’intuizione da noi chiamata, tanto
per intenderci, ideale. Cap. II. - I rapporti fra la logica e la
matematica 83 in quanto preesiste a qualunque possibilità di
for- mularne. Ciò non pertanto il lato sensibile che è in ogni
fatto o in ogni cosa — non fosse altro l’azione formale sensibile del tempo
nel « fatto » e dello spazio nella «cosa» — non si verifica più nel
processo intuitivo propriamente detto, ma questo è un processo
d’inspirazione astratta e semplificato al possibile. Certo anche l’
intuizione ipotetica si appoggia, come qualsiasi altra funzione
psichica, su di uno svolgimento che si opera in noi attraverso il tempo,
ma. tale svolgimento non è già determinato dal contatto con il mondo
esterno, ma si opera in noi, nella nostra stessa coscienza alla cui
sempre più complessa, sempre superiore formazione, l’ influenza esterna
non fornisce che le cause apparenti, che fattori incidentali del
suo svolgimento. | Nè se nella formazione originaria delle
cause determinanti il processo psichico dell’ intuizione non
vedessimo alcun lato sensibile, noi saremmo coerenti nell’affermare che
essa può avere efficacia soltanto nei riguardi di una conoscenza non
asso-. luta, qualitativamente inferiore a quella cui pos- siamo
arrivare prescindendo da ogni lato sensibile, come abbiamo incidentalmente
notato e come mo- streremo più esaurientemente fra poco: noi po-
tremmo allora sostenere l'identità del procedi- mento intuitivo con
quello puramente razionale, cosa che ci guardiamo bene
dall’affermare. Ora, se-noi adottiamo la tripartizione
accettata dal Leibniz, per la quale ogni nostra conoscenza ha
un’origine intuitiva o dimostrativa o, con le de- bite precauzioni,
sensibile (1), noi non possiamo (4) Cfr. LeignIz, Nouveau Essais,
IV, 3. 84 La posizione gnoseologica della matematica
fare a meno di porre le verità matematiche nel primo ordine per quanto
riguarda i principii fon- damentali, in un ordine intermedio fra il
primo e il secondo per quanto riguarda le verità derivate (teoremi,
corollari, scoli); non mai nel terzo (il sensibile), se intendiamo per
esso la constatazione empirica. Tale carattere intuitivo
delle verità matematiche vide perfettamente Kant dicendoci che « la
mate- matica pura è adunque possibile solo in quanto essa non si
riferisce che agli oggetti dei sensi, alla cui intuizione empirica sta a
fondamento una intuizione pura «a priori » (1) la quale non è altro
che la pura forma della sensibilità, che preesiste all'apparizione degli
oggetti; ed anzi è quella che sola nel fatto la rende possibile ».
È maggior forza acquisterà la conclusione di Kant sull’ argomento
ricordando che i suoi principii «a priori » poggiano su altrettante
intuizioni. In tale brano di Kant è evidente l’esclusione del
procedimento logico come di quello sperimen- tale. Effettivamente se
l’intuizione ci è molto co- moda in qualunque teoria della conoscenza,
non può dare un’esauriente risposta ai nostri dubbi, che soltanto
dalla logica possono essere appagati. Una conoscenza intuitiva può avere
valore soltanto quando siamo posti di fronte a un caso singolo; ma
da questo non possiamo mai risalire alla ge- neralizzazione cui si può
arrivare soltanto facendo appello alla ragione e non semplicemente
all’in- telletto (2). Lo Schopenhauer anzi, ben lungi dal
(1) Tempo e spazio. (2) Ragione e intelletto sono qui usati nello stesso
signilicato dello Schopenhauer (op. cit., ed, cit.), I, 12.
Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica —85
considerare l’ intuizione una forma attinente ‘alla logica, la oppone a
questa da un punto di vista gnoseologico (1), pure riconoscendo il grande
valore dell’intuizione come il mezzo più rapido (2), se non più
certo, per conoscere, e, in estetica, come l’unico mezzo che possa essere
di fondamento alla creazione dell’opera d’arte. Nè diversamente in
fondo conclude il Croce, malgrado il suo poco ri- spetto per lo
Schopenhauer, quando fissa le nostre possibilità di conoscere in
intuitive e logiche, quasi contrapponendo le une alle altre; contrap-
posizione che possiamo già trovare nella stessa « Critica della Ragion
Pura », in cui, distinguendo fra intuizione e concetto, Kant ci dice che
« per la prima un oggetto ci è dato, per il secondo esso è pensato
nel suo rapporto con questa rappresen- tazione ». Che poi su
pochi principii presi come punto di partenza si possano costruire un’
infinità di altre verità dimostrabili — e che la matematica indub-
biamente dimostra — e che poi tutte queste verità prese nel loro complesso,
ossia tanto quelle aventi carattere assiomatico — es. il tutto è maggiore
di una sua parte — che quelle aventi carattere di- mostrativo
(teoremi), che tali verità, dicevamo, possano molto spesso — non sempre
in ogni modo — avere riscontro anche nell’ esperienza, allora
entriamo in tutt’alro ordine d’idee e sul quale (1) SCHOPENHAUER,
op. cit., $ cit.. (2) La « rapidità » è considerata pure dai
matematici come uno dei vantaggi essenziali della generalizzazione
algebrica. (Cfr. Bourroux, L'’Idéal scientifique des
mathématiciens, pag. 82). La «sicurezza » del Boutroux, valida per un
matema- tico, deve naturalmente ritenersi condizionata in filosofia
per quanto si va appunto trattando. ® 86 La
posisione gnoseologica della matematica siamo tutti d’accordo. Si
verifica cioè nel proce- dimento delle matematiche una specie
d’inversione a quanto di solito si riscontra nella fisica. Questa
parte, normalmente (1), dal lato empirico e perchè le sue leggi possano
avere valore rigorosamente scientifico è necessario che passino sotto il
con- trollo dell’astrazione logico-matematica: la mate- matica
invece, partendo da principii puramente astratti, « a priori » (2), può
trovare la sua con- ferma nell’esperienza. Da quanto detto
possiamo rimarcare la posizione privilegiata che ha la matematica
rispetto a qua- lunque altra attività del pensiero. Essa ha il van-
taggio sulla logica — presa nel suo preciso signi- ficato di: pura azione
formale del sapere concet- tuale—di poter fornire nozioni al nostro
patrimonio | conoscitivo e di poter ricevere dalla rappresenta-
zione sensibile (3) dei suoi concetti una maggiore evidenza e una più
generale accessibilità. Essa ha il vantaggio sulle scienze fisiche che le
sue verità presentano quel valore universale e necessario che
queste non possono dare alle proprie se non fa- cendo appello a entità
astratte che trascendono il loro campo d’azione, e che esse adottano non
solo senza conoscerle, ma pretendendo di negarle (ba- (1)
L’ipotesi come intuizione geniale come noi l’abbiamo considerata, non è
il procedimento normale delle scienze fisiche. (Cfr. più esplicitamente
questo lavoro, pag. 76-79). (2) Avremo più tardi a trattare
dell’inaccettabilità (fisica) dei principii sintetici « a priori » di
Kant della fisica pura. (3) Cioè la rappresentazione grafica delle
figure geometriche. La necessità di tale genere di rappresentazione verrà
più avanti spiegata. Per ora basti osservare che la consideriamo
nello stesso modo come è in Kant (Critica, tr, fr., ed. cit., pag.
214, metodologia trascendentale). Cap. LI. - Irapporti fra
la logica e la matematica —87 sterebbe per tutte l’attività stessa
del nostro pen- siero) (1). Essa presenta infine il vantaggio su
entrambe — il sapere logico e le scienze fisiche — di svolgere il suo
campo d’indagine in un mondo che non può soffrire, per definizione,
va- riazioni di sorta. | Non crediamo di dover trattare qui
la natura e sopratutto il valore di tali presupposti della ma-
tematica che svolgeremo nella seconda parte: ne è conveniente di trattare
-le particolari questioni che riguardano l’essenza delle definizioni
matema- tiche. Su di essa i pareri e le distinzioni e suddi-
stinzioni sono molteplici già dai primi albori della scienza stessa —
forse già lo stesso Talete di Mileto ebbe a trattarne — ininterrottamente
fino ai giorni nostri, con la distinzione in definizioni «reali » e
« nominali » di Aristotele, attraverso i critici e commentatori medievali
e ai grandi filo- sofi matemateci come Hobbes e Leibniz fino alla
scienza metageometrica dei giorni nostri (2). (1) La fisiologia in
stretto senso si limita a ritenere il pen- siero un movimento del
cervello senza considerare che quando anche potessimo precisare — ciò che
non è — i singoli movi- menti del cervello (che d’altronde non sappiamo
nemmeno se sia la sede della sensazione) ci resterebbe pur sempre di
spie- gare che cosa sia il pensiero a meno di sostenere l’assurdo
dell’identità pensiero-movimento. I fisici più avveduti non in- corrono
più però in simili incongruenze. Cfr. anche MacH, Analisi delle
sensazioni, e AVENARIUS, Idea degli uomini sul mondo, di cui il Mach
riporta (pag. 33-34, op. cit., nota) testual- mente: «Il cervello non
è... alcuna sede... Il pensiero non è ‘un inquilino e un padrone,
ecc...., e nemmeno una funzione fisiologica ». (2)
Informazioni riguardo all’essenza della definizione potrai trovare,
corredate da spunti critici, in F. ENRIQUES, Per la storia della logica,
Cap. II, nonchè dello stesso A. la Critica della definizione in Problemi
della Scienza. Per maggiori r 88 La posizione
gnoseologica della matematica Ma fin d’ora possiamo osservare come
la carat- teristica dell’ immutabilità della matematica è inti-
mamente connessa con la sua prerogativa della definizione.
Dice la geometria: dalla definizione posta di cerchio, sappiamo che
per esso dobbiamo inten- dere quella qualsiasi delimitazione spaziale
che presenta la prerogativa di avere tutti i suoi punti ugualmente
distanti da un punto interno detto « centro ». Noi abbiamo già l’idea di
« punto » — e questa è un’altra definizione e, sotto un certo punto
di vista, contradittoria (1), per quanto ri- .guarda l’ estensione
inestesa di esso su cui il matematico invano si affanna. — Da questa tale
determinata figura che siamo d’accordo di chiamare cerchio, noi possiamo
andare oltre stabilendo queste e quest’altre verità, di cui le prime
discendono direttamente dalla stessa definizione di cerchio, altre
verità da queste prime e così via (2). E tutto ciò, diciamo noi, è
— almeno nelle verità derivate — rigorosamente dimostrato e perciò
i giudizi matematici presentano quel carattere di universalità e
necessità che hanno i giudizi logici e che non hanno, nè mai potranno
avere, quelli delle . altre scienze per la continua variabilità del
mondo schiarimenti cfr. anche: Prano in Mathesis (giugno 1910)
ed anche su questo il libro classico del BrunscHvICG, Les étapes de
la philosophie mathématique, (Paris, 1912), Ch. IV. (1) È
precisamente contraddittoria sotto ogni punto di vista la si voglia
considerare che non sia quello idealistico dell’azione sintetizzatrice
del nostro pensiero. (2) Non dimentichiamo l’altra (cfr. questo
lavoro, pag. 11) celebre definizione di B. Russel della matematica: «la
classe «di tutte le proposizioni della forma: P implica Q (P, 0)».
(The Principles of Mathematics). Cap. II. - Irapporti.fra la
logica e la matematica 89 empirico su cui devono basarsi; e tutto
ciò aumenta direttamente la nostra conoscenza e perciò essa matematica
presenta quel carattere che hanno le scienze e che non ha la logica. Ma
questa mera- vigliosa fusione di risultati dipende pur sempre dalla
sua particolare posizione di poter svolgere la sua attività in un mondo
in gran parte ipote- tico, in gran parte da' essa stessa creato e
non su entità astratte o su fenomeni già dati alla nostra
osservazione, e. precisamente: lo studio riflesso sulla nostra stessa
attività del pensiero, funzione della logica, o sui fattori forniti alla
nostra sen- sibilità, com’è nelle scienze empiriche. Se noi non
accettiamo il punto di partenza, cade tutta la grandiosa conquista
matematica da Euclide ai giorni nostri (1). Il privilegio
della posizione della malemalica rispetto alle esigenze della nostra
intelligenza è quindi del tutto apparente. Ciò che forma la sua
grande forza rispetto a un sapere relativo, segna pure la sua definitiva
condanna rispetto al sapere assoluto, che esige sì l’immutabilità formale
della logica e l'universalità e la necessità del giudizio, ma che
pretende di trovare immutabilità di pro- cedimento e universalità e
necessità di conoscenza direttamente dalla realtà com’essa veramente è,
e non come noi vogliamo che sia. Ciò non pertanto la matematica
ha indubbia- mente una speciale importanza in ogni teoria della
conoscenza. Pure riservandoci di determinare più (1) La questione
fondamentale al riguardo sta appunto nel vedere se noi possiamo fare a
meno di accettare tali punti di partenza; questione che svolgeremo
trattando del punto di vista della moderna metageometria e dei PEREp
sintetici «a priori » di Kant. 90 La posizione gnoseologica
della matematica nettamente nella terza parte di questo studio
la sua particolare funzione rispetto al problema co- noscitivo noi
possiamo osservare fin d’ora che la sua immutabilità concettuale e la
necessità e uni- versalità dei suoi giudizi non è determinata
esclu- sivamente, e forse nemmeno prevalentemente, dalla parziale
convenzionalità che noi abbiamo creduto di trovare nelle sue definizioni.
Tali prerogative sono proprie, rigorosamente parlando, soltanto
della logica (1), ma esse si possono a buon diritto estendere alla
matematica, anche perchè questa è la scienza più vicina alla logica, sia pér
somi- glianza (2) di procedimento, sia per essere, come questa, per
nulla affatto influenzata da circostanze ambientali. Ove si volesse
riassumere le considerazioni fatte a proposito dei rapporti fra
logica e matematica rispetto alla conoscenza, potremo così concludere:
I) la matematica, come le altre scienze aumenta il nostro
patrimonio conoscitivo: la logica, no; II) la matematica presenta i
caratteri dell’im- mutabilità del procedimento logico e dell’
univer- salità e necessità delle conoscenze passate sotto il
controllo formale della logica: le altre scienze, no; III) il
valore della matematica è in parte relativo perchè fondato su presupposti
(definizioni, assiomi e postulati) che la logica non può sempre
incondizionatamente accettare. Un quarto carettere di tali
relazioni logico-ma- tematiche rispetto alla conoscenza è quello
del (1) Non già del sapere logico, razionale, ma della logic?
for- male p. d. (contraddizione ed identità), cfr. questo libro, $
2, pag. 23 (nota 22). (2) Semplice somiglianza, come si è
veduto. Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica
91 vertere le proposizioni matematiche unicamente sulla
nostra conoscenza sensibile, ma tale osser- vazione non possiamo qui
porre come conclusiva data la necessità di esaminare prima, il
presup- posto essenziale alle scienze matematiche, vogliamo dire la
forma della conoscenza sensibile, ossia il tempo (aritmetica) e lo spazio
(geometria). Per quanto riguarda il procedimento cui si
attengono le diverse scienze — e segnatamente la matematica — rispetto
sempre naturalmente alla sola conoscenza sensibile e la loro attinenza
con la funzione specifica della logica in questo campo, esso
potrebbe essere schematicamente rappresen- tato nel modo seguente:
principii « a priori » : definizioni, assiomi
matematica (procede nor- x? ’ malmente dall’ intui- postulati).
zione) dimostrazione logica (teoremi) altre scienze
(procedono normalmente dall’espe- rienza : in alcuni casi dalla
intuizione geniale sempre però comprovata da una susseguente
esperienza) | in cui, per spiegarmi meglio onde non si
frain- tenda, si deve leggere: la logica influenzare tutto il
nostro procedimento conoscitivo sia specificata- mente nella matematica
(sopra tutto nelle verità derivate per dimostrazione) sia in tutte le
altre indagini della nostra intelligenza, ove le indagini stesse
pretendano di essere «scienze» nel preciso significato della parola, di
rispondere cioè esau- rientemente ai nostri dubbi sul valore delle
loro affermazioni e negazioni. 92 La posizione gnoseologica
della matematica $ 9. II procedimento ipotetico della
matematica. — Da quanto precede possiamo così dedurre che quello
che. il Leibniz sostiene a proposito della necessità dei postulati e della
natura di questi, pure essendo, a nostro modo di vedere, profon-
damente vero, non può che parzialmente soddisfare il nostro bisogno di
conoscere. Certo il Leibniz non considera i principii matematici come
arbi- trarii nè per quanto riguarda le definizioni, nè per quanto
riguarda i postulati. È anzi appunto il Leibniz stesso che ha posto in
luce come, ove la geometria ci desse la definizione di figure
impos- sibili (1), questa sarebbe incompatibile con il tutto
geometrico e prima o poi ne risulterebbe l’assur- dità; quindi non si può
ammettere l’arbitrio nella definizione. . Così è appunto il
Leibniz che si preoccupa di. replicare ripetutamente a Locke che gli
assiomi matematici non sono affatto dei principii imma- ginarii,
delle « supposizioni arbitrarie di cui si sia misconosciuta la verità »
(2). Ma non possiamo però dimenticare che è lo stesso Leibniz
che sostiene nelle « Primae Veri- tates » (3) che, le prime verità
appunto, sono sol- tanto quelle « quae idem se ipso enuntiant aut
oppositum de ipso opposito negant. Ut A est A, (1) L’EnRIQUES (op.
cît., II, pag. 90) riporta al riguardo l'esempio del decaedro regolare,
esempio d'altronde addotto dallo stesso Leibniz. Ragionando attorno a
tale figura impos- - sibile si riuscirebbe certo «a mettere in evidenza
le contrad- dizioni che il suo concetto implicitamente racchiude ».
(2) LeiBNIZ, Nouveaua Essais, IV, pag. 12.
(3) Cfr. L. COUTURAT, Opnactlca et Fragments inédits de Leibniz,
(1903), pag. 518. Cap. II.- I rapporti fra la logica e la
matematica —93 vel A non est non A (1). Si verum est A esse
B, falsum est 4 non esse B vel A esse non B»: nè possiamo
dimenticare che egli vedesse la necessità di tali assiomi (2) non già
nell’ indimostrabilità ed evidenza di essi come verità insindacabili,
bensì nella loro utilità onde poter proseguire, in un senso cioè
che — sotto questo aspetto particolare — possiamo riconnettere con il
criterio di pratica utilità e non altro che l’Hobbes riconosceva ai
principii fondamentali della matematica. Dal punto di vista
dell’insoddisfazione della nostra esigenza conoscitiva le considerazioni
introdotte dal Leibniz sull’utilità di tale procedimento assiomatico,
mi ricordano in certo qual modo come il Mach si sbriga nei suoi «
Preliminari antimetafisici » della essenza dell’ io (3) che egli
considera come pura e semplice eonvenzione utile a più facilmente
inten- dersi e a tirare innanzi, riconoscendo tutto al più una
maggiore fusione nel gruppo di elementi che costituiscono l’îo in
confronto « con altri gruppi dello stesso genere ». L’analogia consiste
natu- ralmente — è ovvio — nel solo punto di vista, dato che il
Mach non si limita soltanto a procla- mare il valore di un’ipotesi, anche
se puramente convenzionale, sotto il solo suo aspetto utilitario,
il che potrebbe rivelarci, caso mai, l’estrema con- seguenza di volersi a
ogni costo mantenere fedele alla sua dottrina dell’economia del pensiero;
ma incorre nel gravissimo errore di considerare come (1)
Cfr. Kant, Prolegomeni (tr. it.), $ 2, db): «Il principio fondamentale
dei giudizi analitici è il principio di contraddi- zione » (ogni corpo è
esteso = nessun corpo è inesteso). (2) LeiBnIz, Nouv. Ess., IV, 7,
12. (3) Maca, Analisi delle sensazioni (tr. it.), cap. I.
94 La posizione gnoseologica della matematica supposizione
ciò che possiamo ritenere per la nostra più assoluta certezza: l’ io,
soltanto perchè essa non può essere determinata da ricerche
semplice- mente positive. Ma l’inconveniente razionale dell’
ammissione utilitaria del presupposto del punto di partenza onde
potere più speditamente, e, sia pure, più efficacemente proseguire, è
simile in entrambi i casi: ne differisce soltanto d’intensità.
Senza dubbio tale concezione del Mach avrebbe spaventato il
Leibniz, paziente indagatore e ardito metafisico, e gli avrebbe dato a
riflettere come lo esempio illustre della matematica, potesse
esten- dersi con troppa tranquillità persino alla base es- senziale
di qualunque nostra possibilità di cono- scere. Ma dalle sue
considerazioni del libro IV dei « Nouveaux Essais» a favore del mondo
ipo- tetico della matematica — sia nel capitolo 7° de- dicato alle
« massime ed assiomi », sia nel capi- tolo 12° riguardante «i mezzi per
aumentare la nostra conoscenza » — sorge naturale l’osserva- zione
che tutte le sue argomentazioni hanno valore soltanto di giustificazione
esplicativa provvisoria: e conferma ne sia la sua diligenza a mostrare
come sia opera lodevole il tentare di ridurre a un minimo indispensabile
tali principii fondamentali «a priori » della matematica, e a ricordarci
come già dai tempi antichissimi molto si sia tentato in questo
campo. Anche se la critica moderna non può accettare che già con Talete
di Mileto, il primo dei matematici greci, colui che predisse
l’eclisse solare del 28 maggio 585, si sia tentato dimostrare
proposizioni poi supposte da Euclide come evidenti, come Liebniz sembra
credere sulla testimonianza Cap. II. - I rapporti fra la logica e
la matematica —95 di Proclo (1), è certo però che fra gli stessi
con- temporanei di Euclide, figurano già questi tenta- tivi
continuati poi con intensità sempre maggiore dagli immediati successori
(Apollonio) (2) ininter- rottamente sino a noi. Le argomentazioni
del Leibniz mirano cioè soltanto a convincerci che tale mondo
ipotetico della matematica (ipotetico non significa arbitrario) (3) è
stato della più grande utilità non soltanto limitatamente all’aritmetica
e alla geometria, ma anche a tutte quelle altre scienze, che più o
meno direttamente su di esse si appoggiano, in quanto che se Euclide non
si fosse basato su alcune di queste verità intuitive prese come
postulati, se Archimede non ne avesse introdotte altre e così via, noi
non avremmo an- cora ai giorni nostri una geometria, non avremmo
quel meraviglioso edificio che partendo da pochi principii arriva « alla
scoperta e alla dimostrazione di verità che sembravano dapprima al di
sopra della capacità umana ». (1) Commentarii in primum
Euclidis elementorum libri (Leipzig, Teubner, 1873). | (2)
Cfr. il cap. 7° del libro IV dei Nouveaux Essais, nonchè, per quanto
riguarda Apollonio, il libro citato del CouTuRAT, Op. et Frag. in. de
Leibniz, pag. 181-182: « Euclide avoit raison, mais Apollone en avoit
encore davantage n. Così pure nella « Demonstratio axiomatum Euclidis »,
pag. 539 dell’opera medesima. (3) Anche i matematici dei
giorni nostri insistono su tale distinzione, non esclusa la corrente
decisamente convenziona- lista del Poincaré e seguaci. Cfr.
ad es. RougIER, La philo- sophie géométrique de Henri Poincaré, pag. 129:
« Cette con- vention (il V postulato di Euclide) bien que facultative,
n’est toutefois pas arbitraire ». Nello stesso senso insiste
ripetuta- mente il Brunschwicg (« Les Etapes de la philosophie
mathé- matique » ) in quanto « libero non significa arbitrario» (pag.
541) e così un’infinità d’altri. 96 La posizione
gnoseologica della matematica Tutto ciò è, almeno a mio modo di
vedere, per- fettamente esatto, ma noi da tali argomentazioni
usciamo solo in parte soddisfatti. Io non guardo se sia stato più utile
che gli antichi sapienti in- vece di fermarsi alla possibilità o non
della dimo- strazione di un principio preso come postulato, abbiano
proseguito con sicurezza e tranquillità : dell’ utilità del procedimento
medesimo io non mi curo. Ma mi curo però di osservare come i miei
dubbi sul valore delle proposizioni originarie siano rimasti intatti
malgrado lo sviluppo grandioso che da tutti è riconosciuto alla
matematica, e che malgrado gli allettamenti di un tale metodo di
sapere, la ragione resterà disperatamente fedele al suo dubbio metafisico
su cui non potrà sorvolare nemmeno provvisoriamente, supponendolo risolto
onde poter arrivare a un tutto splendidamente or- ganico ed omogeneo che
impressiona, ma non soddisfa. Lo stesso famoso dubbio cartesiano
non avrebbe avuto alcuna ragione di essere, se De- scartes,
malgrado il suo geniale tentativo geome- metrico, fosse stato veramente
un matematico e non un metafisico. | È perciò legittima la
questione che il nostro pensiero non può fare a meno di rivolgersi:
posso io sicuramente credere in verità che abbiano tale origine?
Certo, si potrebbe rispondere, e per due ragioni: innanzi tutto perchè è
necessario che qua- lunque indagine abbia un punto di partenza su
cui basarsi onde non perdersi in cervellotiche e incon- cludenti
divagazioni all’infinito ; inoltre perchè tali principii fondamentali
sono in noi, in certo qual modo innati, e alla loro evidenza non
possiamo sottrarci. | La prima di queste ragioni non può
essere in Ù Cap. II. - I rapporti fra la logica e la
matematica —97. linea di massima seriamente contestata da
alcuno: sono troppo note le elucubrazioni tanto ingegnose e sottili
quanto vuote e inconsistenti della ricerca di una causa prima in cui si
sono sbizzarriti logici e metafisici medievali, perchè non si debba
rite- nere necessario il partire da principii nettamente posti e
.su di essì costruire. Veniamo così ad affacciarci naturalmente
alla seconda eventuale risposta al problema postoci inerente alla
scelta dei principii fondamentali me- desimi e al loro numero. La scelta
dovrà essere determinata esclusivamente dall’inconcepibilità del
contrario, basandoci ancora proprio sul vieto. cri- terio dell’evidenza
ormai quasi universalmente ripudiato dai matematici. Conseguentemente il
nu-. mero di essi dovrà essere ridotto al minimo, per la
semplicissima ragione che ben poche sono le verità il cui contrario è per
noi impensabile. D'altra parte, indipendentemente però dal criterio dell’
evi- denza, la necessità di ridurre a un minimo indi- spensabile i
principii presi come presupposti è ammessa dagli stessi matematici.
Il problema inerente al criterio che deve presie- dere alla
formazione dei principii medesimi sarà il tema delle considerazioni che
passiamo a svolgere. In primo luogo, a maggiore esplicazione di
quanto si è già sino ad ora superficialmente trattato, nel limitare
il valore dei giudizi matematici — qua- lunque sia per essere il grado di
perfezionamento che essa potrà eventualmente raggiungere in avve-.
nire — al solo campo della conoscenza sensibile, ossia soltanto
relativamente ad una realtà quanti- tativamente inferiore a quella
essenzialmente con- cettuale del pensiero puro. G. E. BARIÉ,
La posizione gnoseologica della matematica. 7. 98 La posizione
gnosseologica della matematica In secondo luogo — e questa sarà la
funzione specifica delle considerazioni medesime — a met- tere in
luce se, anche limitatamante a tale campo conoscitivo, i giudizi
matematici abbiano quel va- lore universale e necessario che Kant
attribuisce loro, e in quali rapporti tale valore sia con la
metageometria contemporanea. SEGR RI 0 III ELIO Il valore
del giudizio matematico. $ 10. Il valore universale e necessario
del giu- dizio matematico. — Ma un’obbiezione al concetto di un
mondo ipotetico della matematica, che Leibniz implicitamente e
parzialmente riconosce ammetten- done l’utilità, la necessità anzi onde
poter prose- guire, la troviamo nella concezione kantiana dei
principii sintetici a priori, principii sintetici di cui abbiamo
riconosciuta l’estrema importanza, e su cui ci siamo basati, per
dimostrare l’origine non essenzialmente empirica di ogni nostra
conoscenza, in quanto i principii stessi sono già in noi prece-
denti qualsiasi sensazione, non soltanto, ma in certo qual modo influendo
sulle sensazioni mede- sime. Abbiamo anzi osservato come questo sia,
dal punto di vista idealistico della. teoria della cono- scenza,
l’argomentazione su cui si deve basarsi per combattere l’empirismo in
tutte le sue forme e per non cadere nello scetticismo, cui dovrebbe
logica- mente giungere qualunque pensiero che si basi
essenzialmente sul dato empirico per arrivare alla legge scientifica.
L’obbiezione particolare che nel caso nostro (della matematica-logica) si
potrebbe dedurre dalia constatazione generale dell’esistenza di
tali principii sintetici a priori nella matematica, 100 La
posizione gnoseologica della matematica sarebbe questa: quelle
definizioni e quegli assiomi su cui il matematico costruisce man mano i
proprii teoremi non sono già in noi in virtù di un presup- posto
particolare a detta scienza, ma sono vere e proprie verità che
esisterebbero indipendentemente dall’esistenza della matematica. Cioè se
Euclide non fosse mai esistito ciò non pertanto non sarebbe mutata
la definizione del triangolo, ciò non per- tanto non perderebbe di valore
l’assioma, ad es., che aggiungendo uguali quantità a quantità uguali
se ne otterranno di nuovo quantità uguali, e così via. Possiamo
senz’altro osservare che anche ove ciò sia o non incondizionatamente
vero, nulla verrebbe a risentirne l’affermazione fatta che la
matematica parte da intuizioni e procede per un metodo di analogia,
di sostituzione che molto spesso non ha il carattere logico, e che
appunto perchè tale non può rispondere alle esigenze del nostro
pensiero, tendente alla conoscenza assoluta. Per ciò potremmo pur
sempre considerare la visione matematica, come una visione indubbiamente
sintetica e concettuale — per quanto concettuale in modo relativo
in quanto ha pur sempre bisogno di una rappresen- tazione sensibile
determinata — che offre al filosofo la possibilità di mostrare come
seguendo un pro- cedimento rigorosamente esatto e non empirico
nelle sue linee essenziali, si possa arrivare a mera- vigliosi risultati;
ma risultati che non possono in alcun modo trascendere la nostra
sensibilità. La matematica in questo modo considerata può
ricordarci, contrariamente a ogni scienza (altra ra- gione per cui essa
deve essere separatamente trat- tata), la visione estetica dell’opera
d’arte (1), ma (1) Cfr. Cap. 1, 83, pag. 28-29.
Li e * coco > è [i < dé è Cap. III. - Il valore del
giudizio maiematico 101 ciò non pertanto essa, per la sua
necessità di lavo- rare, non già sul concetto puro, ma su di una
rap- presentazione gradatamente sempre più complessa di esso (in
geometria dal punto al solido), come l’arte per la preponderanza del lato
sensibile, rap- presenta pur sempre un mondo che da un punto
di vista logico non può rispondere alle esigenze del metafisico.
Pure accettando i principii della ma- tematica come incondizionatamente
veri in quanto insiti nel nostro pensiero stesso, il suo modo
sarebbe pur sempre, anche ritenendo con il Fouillée che «le verità
metafisiche avendo la loro espressione, per quanto incompleta, nei fatti
attualmente cono- sciuti dall’esperienza, questa espressione può
essere studiata e interpretata per mezzo di un metodo, che, come
abbiamo veduto, non è senza qualche analogia con quello del calcolo
infinitesimale » (1), sarebbe pur sempre, dicevamo, un mondo non
essen- zialmente concettuale in quanto agisce su di una determinata
figura specifica, come'si vede molto chiaramente nella geometria. Questa
non costruisce ‘già sul concetto di triangolo genericamente preso,
ma sul tale determinato triangolo, particolarità questa che porta
all’esigenza della rappresentazione grafica della figura che si deve
esaminare. Tale necessità di rappresentazione grafica, deve
qui intendersi nello stesso modo nel quale la in- tende Kant nella «
Critica » (2). Se diamo ad un filosofo il concetto di triangolo e gli
diciamo di (1) A. FOUILLÉE, L’avenir de la méth. fondée sur l’ex.
(1889), pag. 295. (2) Critica (ed. cit.), vol. II, pag. 214
(Metodologia trascenden- tale). Metti in relazione tale brano con quello
citato nel pre- sente lavoro a pag. 82. 102 La posizione
gnoseologica della matematica trovare secondo la sua maniera (1)
il rapporto della somma dei suoi angoli con l’angolo retto, egli
non verrà mai a capo di nulla. Potrà esaminare finchè vuole il
concetto di retta, il concetto di angolo, il concetto del numero tre, «
non troverà mai altre proprietà che non siano contenute in questi
con- cetti ». Ma, provate un po’ a sottoporre a un mate- matico
tale problema, e vedrete quanto differente sarà il suo modo di trattarlo.
« Innanzi tutto egli comincerà col costruire un triangolo. Poi,
sapendo che la somma degli angoli di un triangolo è uguale a due
angoli retti, prolungherà un lato del suo triangolo, ecc. », nel modo
noto. Ora, noi sappiamo, pure dalla « Critica » (2), che cosa intenda
Kant per costruzione di una figura geometrica, significa cioè:
«rappresentare l’oggetto corrispondente a mezzo dell’immaginazione nell’
intuizione pura o anche in modo conforme a questa, sulla carta,
nel- l’ intuizione empirica », bene inteso in entrambi i casi in
modo del tutto indipendente da qualunque criterio sperimentale. Oggi
infatti non si può più ritenere seriamente che si possa supporre che
sono le figure che danno la prova nella geometria il cui errore
Leibniz si preoccupavadi mettere in chiaro (3). Soltanto per un
processo non sempre lecito di sostituzione analogica (4) noi possiamo dal
caso (1) Ossia secondo la maniera rigorosamente razionale.
(2) Ed. cit., vol. II, pag. 212. (3) Nouveaux Essais, v. alla
fine del Cap. I. (4) Tale processo di sostituzione non figura, è
vero, a rigor di termini nel calcolo infinitesimale, ma questo esula già
in certo qual modo dal rigoroso calcolo aritmetico che non può
essere considerato nella sua purezza che nel numero intero: e ciò sia
detto a meno di considerare lo stesso calcolo infini- tesimale quasi core
aritmetizzato riducendo l’ Infinito a un si- stema finito di
disuguaglianza dei numeri interi. Cap. II1. - Il valore del
giudizio matematico —103 singolo del triangolo che si sta
esaminando, risa- lire all’enunciazione generica da cui siamo
partiti ed estenderlo a tutte quelle figure che rispondono ai
requisiti della definizione di triangolo. Ciò è nella geometria in modo
forse più palese, ma ciò figura anche nell’aritmetica, nell’operazione
più semplice di essa: nell’addizione. Sostenendo che:
dLQZ=4Z4 î noi, prescindendo dalle considerazioni kantiane
che ci dimostrano che questo concetto di 4 non ci è dato
effettivamente che basandoci su di un giudizio sintetico « a priori »,
che nel caso che stiamo esa- minando — processo sostitutivo nella
matematica — non ci interessa, noi possiamo arrivare alla somma
soltanto dimostrando in antecedenza che: 1+1=2; 2+1=3; 3+1=4
in cui c'è d'altronde il processo sostitutivo. Ma appunto
basandoci su tale esempio possiamo subito osservare che la dimostrazione
riportata, da un punto di vista logico, è da considerarsi come dubbia:
è infatti più un chiarimento, una « verifi- cation », come nota
acutamente il Poincaré in un caso simile per quanto dettato da altri
motivi. Ove poi noi volessimo generalizzare, compito di ogni
ricerca che voglia avere carattere scientifico e com- pito precipuo della
matematica, sostituendo i nu- meri con lettere, noi dovremmo per arrivare
alla dimostrazione — o meglio verifica — che: xtn=y
aver trovato prima, sempre, il valore di: xt+tn_-1) ciò che
in pratica non si verifica, i 104 La posizione gnoseologica
della matematica Basta ricordare il teorema sui numeri primi
del- l’ illustre Fermat, quello stesso Fermat che Pascal
considerava come il più gran geometra di Europa. Egli si era proposto di
cercare una formula che «non contenendo che dei numeri primi, desse di-
rettamente un numero primo maggiore di qualunque numero assegnabile »
(1). Il Fermat credette di poter stabilire che tale numero primo poteva
essere dato dal 2 elevato a potenza (che doveva essa pure essere
una potenza del 2) più l’unità: e infatti Eulero mostrò che ciò cessa di
aver luogo per la 32* po- tenza del 2 (4.294.967.297), numero
praticamente più che sufficiente, ma che logicamente non può
affatto autorizzare la sostituzione letterale che do- vrebbe non
conoscere limiti: nello stesso modo si osserva in Leibniz (2) la
più che sufficienza pratica di fermarsi al nonilione come limite dell’
infinito numerico. Il Fermat fu inoltre il primo ad ammet- tere che
la sua non era una « dimostrazione » (3). . Così ad es. ove si sia
mostrato che: 5H+7=12 7+5=12 | (b+7)=(7+5) in
matematica veniamo senz’ altro alla conclu- sione che
2+y=y+x agendo puramente per sostituzione. Questa ha in-
dubbiamente incalcolabile efficacia scientifica, nè (1) P. S.
LAPLACE, Essai philosophique sur les probalités, II, pag. 86 segg.
(Paris, 1921). (2) Nouv. Essais, II, 16, pag. 113 (Flammarion
ed.). (3) Anche degli studi del Fermat fu fatta un’edizione
com- pleta: Oeuvres de Fermat, Tannery-Henry ed. Cap. III. -
Il valore del giudizio matematico 105 da un punto di vista logico
può essere considerata come puro e semplice arbitrio, ma certo non
pos- siamo vedere in essa quello scrupolo che una mente prettamente
logica potrebbe pretendere. Del tutto arbitrario il procedimento
sostitutivo non è, in quanto negli esempii citati vi è indubbiamente
del- l’analisi nel verificare perchè 2 + 2 —4, e della sintesi (v.
Kant) nel numero 4 da noi introdotto ; ma certo il lato logico di tale
procedimento è in- dizio di una logica tutta particolare della
matema- tica e che non potrebbe in alcun modo estendersi al campo
dell’ indagine puramente concettuale della metafisica. o $
11. II valore convenzionale e relativo del giudizio matematico (1). — Ma
ciò non basta per rispondere esaurientemente alla obbiezione che,
basandoci sui principii sintetici « a priori » della matematica, secondo
Kant, si potrebbe rivolgerci, in quanto che tale mondo della matematica,
anche se non atto a soddisfare la nostra tendenza all’as- soluto
metafisico — e in ciò, come si vede, non ci si allontanerebbe affatto da
Kant, in quanto anche (1) Cenni bibliografici: RusseLL, Essai sur
les fondements de la géométrie (tr. fr., Paris, Gauthier-Villars, 1901);
CHasLESs, Apergu historique sur l’origine et le développement des
mé- thodes en géométrie (Bruxelles, 1837); BELTRAMI, Saggio di
interpretazione della geometria non euclidea (1865); BaRr- BARIN, La
géomeétrie non euclidienne (Paris, Gauthier-Villars); D. M. Y.
SOMMERVILLE, The Elements of now-euclidean geo- metrie (London, Bellaud
Sons). Dello stesso A. di somma utilità è la: Bibliography of
non- euclidean geometrie, including the theorie of parallels, the
foundations of geometry and space of n dimensions (London, Harrison and
Sons); Mac-LEoD, Introduction à la géométrie non euclidienne (Paris,
Hermann, 1922). 106 La posizione gnoseologica della
matematica per lui le verità matematiche hanno valore
soltanto per la realtà sensibile e non per la vera realtà, per la
cosa in sè — sarebbe pur sempre un mondo non ipotetico come viceversa
abbiamo più sopra soste- nuto. Vediamo un po’ da vicino la questione
che è di tale importanza da meritare il più attento esame. I
giudizii sintetici « a priori » di Kant sarebbero rimasti, nel campo
della matematica, incondizio- natamente dominatori, se non fossero sorti
nel seno ‘stesso della matematica, obbiezioni sulla loro vali- dità
universale e necessaria. Possiamo dire subito come l’importanza di questo
recentissimo indirizzo matematico — la metageometria — sia stato
esa- gerato non tanto dalla ricerca spassionatamente scientifica
dei suoi principali esponenti, quanto dal carattere polemico di alcuni
studii che senz'altro credettero di poter ravvisare in essa la tomba
della dottrina kantiana dell’apriorità. Ciò è errato, e su ciò
abbiamo troppo a lungo insistito per tornarci sopra: l’origine delle
verità matematiche non può essere che aprioristica, nè la metageometria
pre- tende di sostenere il contrario. Nè tutto in essa è nuovo di
zecca. È riconosciuto che lo stesso Kant già avesse preveduto (1) la
possibilità di future infinite geometrie ammissibili in astratto;
forse nello stesso Aristotele (2) si riscontrano allusioni che ci
potrebbero far credere all’esistenza di pen- satori che fin d’allora
mettessero in dubbio il'va- lore complessivo dei principii scientifici e
logici, senza esclusione nemmeno di quelli matematici. (1)
Cfr. al riguardo il Commento ai Prolegomeni del Marti- netti, pag. 240,
riferendosi ai Gedanken von der wahren Scatzung der lebendigen Kréafte,
scritto da Kant a 22 anni. (2) Cfr. F. ENRIQUES, Il concetto della
logica dimostrativa secondo Aristotele, in Riv. di Filosofia, gennaio
1918. Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 107
Malgrado queste numerose e antichissime traccie, la metageometria
soltanto ai giorni nostri è venuta assumendo la sua piena espressione
critica (1). E ciò non tanto per il naturale progresso proprio di
ogni scienza e quindi anche della matematica, ma per una particolare
evoluzione del nostro pensiero a tendere sempre più verso la logica più
rigorosa. C° è nella nostra volontà conoscitiva di questi ultimi
tempi una sempre più intensa esigenza che la porta ad uno scrupolo sempre
maggiore nel controllare qualsiasi nozione prima di essere ammessa :
verità che gli antichi accettavano senz’altro, sembrano oggi da
esaminarsi con riserbo. L’intuizione va cioè man mano diminuendo
d’importanza, non tanto nell’ acquisizione di nuove nozioni, quanto
nell’accettazione incondizionata di esse. Non so se lo sviluppo
della logica considerata come scienza a sè stante, sia più manifesto
dello sviluppo di altre discipline, ma credo si possa con sicurezza
affermare che anche se le inutili sotti- gliezze dei teorici della logica,
non hanno raggiunto un particolare miglioramento d’espressione,
questo può senza dubbio verificarsi nella sempre più ri- guardosa
prudenza che lo studioso è andato acqui- stando e che lo fa rimanere
dubbioso prima di poter dichiarare: sì questo è vero. Sotto
questo punto di vista sembra che il pen- siero moderno si differenzi
dall’antico in quanto alla affermazione di « evidenza » di questo,
risponde (1) V. le opere fondamentali dei suoi fondatori: B.
RIEMANN, OQuvres mathématiques (Paris, 1898), tr. fr. de L. Laugel;
LOBATCHEFSKI, Pangéomeétrie ou théorie générale des paralléles suivie des
opinions de D’Alembert sur le méme sujet et d’une discussion sur la ligne
droite entre Fourier et Monge (tr. fr., Paris, Gauthier-Villars).
108 La posizione gnoseologica della matematica con maggior
calma: adagio, prima ragioniamo, vediamo se tutte le strade sono state
tentate e se nulla possiamo aggiungere a quelle già battute;
cerchiamo di vedere, se non altro; se non possiamo ammettere in alcun
caso l’ipotesi contraria. In questa posizione rispettiva dei due
pensieri il moderno ha naturalmente una grande prevalenza, non
soltanto iniziale, sull’altro. Ciò per due ragioni: in primo luogo in
quanto anche se l’ipotesi contraria non può essere sostenibile, non per
questo possiamo contare: con sicurezza su quella primiera, tranne
nel caso che l’ipotesi in questione sia veramente dilemmatica, il che non
sempre è: l’ idealismo tra- scendentale ci offre in filosofia un esempio
chiaris- simo di tale supposizione dilemmatica. Segnata- mente
Fichte e Schelling credettero di poter vedere soltanto una via alla
soluzione della cosa in sè: far derivare il mondo esterno dal soggetto;
ciò che li portò molto, troppo lontani nelle conseguenze. In
secondo luogo, in quanto il pensiero moderno può basarsi su
quell’esperienza millenaria che ha potuto sempre maggiormente porre in
luce che altre verità intuitive ritenute per secoli evidenti e
indi- mostrabili, sono state col tempo dimostrate o, peggio, sono
col tempo cadute. Su tali più solide basi la metageometria è
venuta a formare, oggi, una nuova scienza, che, in quanto « scienza
», possiamo ancora considerare agli inizii e in cui figurano perciò gravi
lacune che non sa- ranno facili a colmare; ma essa ha pur sempre
portato notevole contributo alla questione. della apriorità del principio
e del valore del giudizio matematico fornendo a questa nuovi elementi
e fissandone i limiti. La metageometria si limita soltanto a
sostenere Cap. 1II. - Il valore del giudizio matematico 109
il carattere puramente convenzionale del. mondo geometrico
euclideo: la geometria euclidea è stata da noi «scelta» unicamente perchè
essa è per noi la più vantaggiosa, ed anche — la metageometria lo
riconosce — la più vicina alla nostra naturale intuizione spaziale. Il
Poincaré sostiene nettamente che la geometria euclidea è e sarà sempre «
la plus commode », intendendo appunto con tale espres- sione di
stabilire che essa è la più vicina alla nostra diretta sensibilità
spaziale. Essa infatti è la più semplice non già soltanto in seguito alla
nostra abitudine « ou de je ne sais quelle intuition directe de
l’espace euclidien », ma anche in se stessa con- siderata, nello stesso
modo e per le stesse ragioni per le quali un polinomio di 1° grado è più
sem- plice di un polinomio di 2° grado, e così via. Inoltre,
continua il Poincaré, la geometria euclidea « si ac- corda assai bene con
le proprietà dei solidi natu- rali » di cui ci serviamo Der fare i nostri
strumenti di misura (1). La metageometria si ciarda bene,
così stando le cose, dall’affermare che per questo i giudizii mate-
. matici verrebbero ad avere un’origine sperimentale, empirica. La
indipendenza della matematica dalla esperienza viene anzi ripetutamente
affermata, esplicitamente o non, da tutti i migliori rappre-
sentanti di tale indirizzo geometrico-critico; ma . anche ove
l’affermazione categorica mancasse, essa sarebbe pur sempre la
conseguenza indispensabile della tesi metageometrica del non poter essere
con- siderato. lo spazio come fattore sperimentale, come vedremo
trattando della terza dimensione. (1) H. PoIiNcaRÉ, La Science et
l’ Hypothese. La metageometria segna così un nuovo elemento a favore
della dottrina idealistica: più specificata- mente, per quanto riguarda
il punto fondamentale che interessa all’idealismo in questo
argomento, il punto in cui Kant si solleva decisamente sul-
l’empirismo di Hume, possiamo dire che essa segna una specie di prova, di
controllo a favore di Kant precisamente contro Hume. Si sa come Kant
rim- proveri a Hume di aver attribuito al giudizio mate- matico un
carattere esclusivamente analitico; ma ciò — più che da un’errata
interpretazione di Kant al riguardo — dipende dall’aver Kant voluto attri-
buire a Hume la propria terminologia. Hume pone infatti la matematica
nella conoscenza dimostrativa (copia d’impressioni), in quella conoscenza
cioè che è basata nella filosofia dell’empirico scozzese sul
principio di « somiglianza e contrasto ». Questo ci dà, sempre secondo
Hume, una certa sicurezza conoscitiva, ma questa sicurezza è quanto mai
mo- desta: si limita in fondo a dirci che noi possiamo venire a
sapere se una cosa è uguale o differente da un’ altra. Ma tale principio
di somiglianza e contrasto è in fondo il vecchio principio di con-
traddizione: ora, il principio di contraddizione è da Kant posto a base
dei giudizii analitici: esso figura, è vero, anche nei giudizii
sintetici; ma allora non è più solo; vi si trova con il principio
di causa, ecc. Escluso il principio di causa da Hume, o meglio
ridotto esso ad una pura e semplice suc- cessione temporale, ne viene che
la conoscenza dimostrativa, e quindi la matematica che è posta in
essa, poggia soltanto sul principio di somiglianza e contrasto. Quindi
secondo la terminologia kan- tiana i giudizii di essa non potevano essere
che Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 111
analitici nella dottrina di Hume (1). Questi in ogni modo,
indipendentemente dal carattere sintetico o analitico delle proporzioni
matematiche, venne im- plicitamente a porre sull’esperienza, il
fondamento delle proporzioni medesime; concezione che pos- siamo
d’altra parte trovare in diversi altri pensa- tori, come ad es. in Wolff
e discepoli. Soltanto, viene molto naturale osservare a
questo proposito come, riconoscendo l’apriorità dei prin- cipii
della matematica, ma attribuendo a tale aprio- rità valore puramente e
semplicemente convenzio- nale, si viene ad ammettere il punto di
partenza della dottrina kantiana, ma a negarne le conse- guenze, a
negare cioè che i principii stessi abbiano valore universale e
necessario. In altre parole la natura delle scienze matematiche viene ad essere
notevolmente modificata non già nella natura non sperimentale dei suoi
punti di partenza, ma nelle ‘ conclusioni. Intendiamoci bene:
Kant non si è mai stancato di ripetere, nè diversamente poteva essere
dato il suo realismo gnoseologico, che le verità matema- tiche non
potevano riguardare che la realtà sen- sibile. Ove a Kant si fosse
obbiettato che con (1) Non sono quindi in tutto del parere di
Martinetti che trova in Kant un’errata interpretazione di Hume al
riguardo (cfr. il suo Commento ai Prolegomeni, pag. 215). Non è che
Kant attribuisca a Hume di avere scritto in qualche parte che il metodo
matematico consiste «in un’analisi pura e semplice di concetti», ma
soltanto per l’identificazione del principio humiano della «somiglianza e
contrasto » con il principio di contraddizione, e per aver posto
esclusivamente questo stesso principio (escludendone la causalità) a base
di quella conoscenza dimostrativa della quale fa parte, nella dottrina di
Hume, la matematica, la quale veniva così di conseguenza ad esser,
in linguaggio kantiano, analitica. 112 La posizione
gnoseologica della matematica modificazioni adatte del mondo
ambiente — in quelle diverse ipotesi che si potrebbero prospet-
tare in merito e che sono, indubbiamente molto numerose — il soggetto
conoscente sarebbe addi- venuto ad un'intuizione spaziale in cui la
geo- metria euclidea non sarebbe forse stata concepita neppure come
ipotesi possibile in astratto, Kant avrebbe con tutta tranquillità potuto
rispondere ch’egli si interessava soltanto di questo nostro mondo e
che sarebbe opera da sognatore l’aspi- rare alla realtà assoluta; ma,
egli avrebbe ag- giunto, dato questo nostro mondo, i giudizii ma-
tematici sono insindacabili ed hanno valore universale e necessario :
anche se in avvenire noi potremo arrivare a immaginare non una, ma
mille geometrie diverse dalla euclidea, questa sol- tanto potrà
rispondere alle nostre esigenze col "darci nozioni tali da
permettere la necessità e l’universalità dei nostri giudizii, perchè
soltanto l’ euclidea può essere la nostra geometria per l'identità
della sua con la nostra naturale intui- zione dello spazio (1). |
L’idealismo più rigoroso posto di fronte a tale questione, non
modificherebbe gran che la risposta di Kant. Per conto mio, ove ritenessi
di potere accettare incondizionatamente i principii sintetici «a
priori » della matematica e quindi la necessità e universalità dei suoi
giudizii, credo si potrebbe osservare che, senza dubbio per ragioni differenti.
da quelle realistiche cui tiene fermo Kant, si do- vrebbe arrivare alla
stessa conclusione che il (1) Svolgeremo tale argomento
particolare più innanzi trat- tando della III dimensione dello spazio.
(Capitolo IV di questo libro). Y Cap. III.
-"Il valore del giudizio matematico 113 valore del giudizio
matematico (come abbiamo già accennato nel cap. II) non può andare al
di là della realtà sensibile, in quanto basato su quelle che sono
appunto le forme indispensabili della conoscenza sensibile — tempo e
spazio — ma che soltanto limitatamente ad essa hanno ra- gione di
essere. Evidentemente qualunque verità assoluta o che tende all’assoluto
non può che prescindere da tutto quanto può avere attinenza col
senso e quindi essere del tutto indipendente dal tempo e dallo spazio,
risultato che può essere conseguito soltanto basandosi: sulla pura
forma della razionalità: la logica. Perciò ove potessi
ammettere incondizionata- mente la validità dei giudizii sintetici «a
priori », verrei alla conclusione che la matematica corri- sponde
in certo qual modo nella conoscenza sen- sibile a quello che è la logica
nella conoscenza razionale: il tempo e lo spazio, che sono partico-
larmente proprii della aritmetica e della geometria, hanno nella
conoscenza sensibile la stessa funzione che hanno nella conoscenza
razionale la contrad- dizione e l’ identità (1), che sono
particolarmente proprie della logica. La relazione non deve
naturalmente esser presa alla lettera in quanto da quello che precede
ab- biamo veduto (2) che la logica influenza ogni disciplina e
segnatamente la matematica, e che questa ci dà nuove nozioni, cosa che la
logica non può mai fare; ma la relazione stessa può a grandi linee
essere posta come sopra in modo (1) Cfr. Cap. I alla fine del 8 2,
pag. 23. (2) Cap. II, pag. 91. G. E. BARIÉ, La posizione
gnoseologica della matematica. 8. 114 La posizione gnoseologica
della matematica quasi proporzionale, e cioè: la matematica
sta | alla conoscenza sensibile come la logica sta alla conoscenza
razionale. $ 12. Concezione intermedia del valore del
giudizio matematico. — Tutto ciò però accettando incondizionatamente i
principii sintetici «a priori» della matematica come fossero parte
essenziale, insita nel nostro intelletto; come essi fossero tutti e
del tutto estranei a qualunque supposizione provvisoria. Ora,
a tale proposito mi sembra che la via mediana possa considerarsi quella
più rispondente alla verità. Escludendo, come abbiamo
accennato e come svolgeremo meglio nel cap. IV, quello che molti
vorrebbero (Helmholtz), e cioè che la metageo- metria abbia senz’altro
annullato il valore della dottrina kantiana sull’ argomento, non ci
pare possa senz'altro concludersi che la dottrina kan- tiana esca
intatta dall’arduo cimento, per lo meno per quanto riguarda i
particolari. In ogni modo, indipendentemente dalla metageometria e
senza per nulla diminuire l’ importanza dei principii matematici,
noi abbiamo già veduto come Leibniz considerasse implicitamente ipotetica
la posizione di detti principii: come anzi plaudesse a tale me-
todo come all’unico che partendo da poche pre- messe, non certo in
contraddizione con la nostra ragione anche se non del tutto innate in
essa, sia arrivato a quelle mirabili ed efficacissime costru- zioni
che tutti sanno: qualunque possa essere la nostra opinione sulla
matematica dal punto di vista gnoseologico, noi la consideriamo
sempre — per dirla col Paulsen, che così interpreta il Cap.
III. - Il valore del giudizio matematico 116 pensiero kantiano — «
la più sicura e meno oscil- lante delle scienze » (1). La
metageometria ha portato cioè per il filosofo una rivoluzione molto meno
profonda di quello che possa sembrare a prima vista. Ora è precisa-
mente da un punto di vista essenzialmente filo- sofico che mi pare si
potrebbe arrivare a conclu- dere che se è vera l’apriorità del principio
e l’ intuizionismo del procedimento matematico, è soltanto
parzialmente vero che i suoi assiomi siano già in noi quasi quali
principii innati. È cioè necessario distinguere in tali assiomi:
alcuni sono effettivamente insindacabili, generali e di essi noi
non possiamo nemmeno concepire il con- trario, ed essi sarebbero sempre,
indipendentemente dall’ambiente e dalle circostanze. Su tali
principii, evidentemente non proprii soltanto dell’apriorità
inatematica, questa scienza ha avuto pur sempre il merito — e Kant di
porlo in rilievo — di ap- poggiarsi in modo più rigoroso che
qualunque altra. Per questa ragione la matematica non può essere
posta in dubbio da alcuno e per tale ra- gione mi è sembrato. possibile
considerarla come la più alta espressione della conoscenza
sensibile. Ma è bene specificare che cosa s’ intenda per
evidenza. Per evidente mi sembra non si debba poter intendere altro che
una proposizione il cui contrario è inconcepibile, non già nel senso
che il Richard (2) vuole attribuire al significato di (1) F.
PauLSEN, Kant (tr. it.), pag. 131. (2)
Op. cit., pag. 91-92. Lo stesso inconveniente trovasi in CoururaT, Les
principes des mathématiques (in Revue de Math., 1904, pag. 24). Anche per il Couturat
la parola «a evi- dente » ha un campo d'azione puramente soggettivo e
psicolo- 116 La posizione gnoseologica della matematica
tale parola in Descartes, in quanto per evidente non mi sembra
affatto possa intendersi mai qualche cosa di subbiettivo e che si possa
comunque inter- pretare che Descartes in tal modo l’intenda: un
tale non può convincermi che per lui è eviden- tissimo che A + B sia
minore di A. Vi è quindi un’ evidenza perfettamente obbiettiva anche
nei principii fondamentali. È cioè per tutti noi incon- cepibile
che A + B sia minore di 4; ma anche qui dobbiamo andare guardinghi. Non
dobbiamo cioè non distinguere, come ci fa osservare il Masci (1),
l’inconcepibilità con « altri stadi men- tali che potrebbero confondersi
con essa, cioè con l’incredibilità e con l’impossibilità di rap- |
presentarsi una qualche cosa ». L’inconcepibile è — mi si passi la parola
— più che l’incredi- bile che è soltanto « ciò che è contrario
all’espe- rienza e alle sue leggi ». Così per ripetere l’esempio
del Masci, noi non potremmo oggi credere « che un. proiettile dall’
Inghilterra vada a cadere in Giappone » ma la cosa non è affatto
inconcepibile. Aggiungerò per conto mio che da un punto di vista
gnoseologico l’inconcepibilità è assoluta, mentre l’incredibilità è
relativa. gico e perciò estraneo alla logica. Questa è nel
Couturat una semplice allusione buttata là senza importanza, quasi come
ve- rità ormai fuori discussione ; essa eserciterà invece
un’influenza non trascurabile sul successivo svolgersi dei suoi Principes
in quanto l’evidenza del principio «a priori» — evidenza consi-
derata obbiettivamente — non potrà essergli certo di ostacolo nel venire
a considerare, più o meno esplicitamente, come con- venzionali quei
principii fondamentali della matematica, posti come indimostrabili, e dai
quali dovranno dedursi le altre verità di tale scienza. (4)
F. Masci, Pensiero e Conoscenza, pag. 83 (Torino, 1922). Cap. III.
- Il valore del giudizio matematico 117 Meno interessante è per il
nostro particolare punto di vista la distinzione fra inconcepibilità
e impossibilità di rappresentare per la quale riman- diamo il
lettore all’opera citata (pag. 33). Chiarito così il significato
della parola inconce- pibilità ci sarà facile comprendere come
l’evidenza in genere può essere effetto di una dimostrazione e sarà
allora la rigorosa deduzione da una verità nota di una nuova verità: di
tale evidenza non è questione trattando dei principii fondamentali
« a priori »; oppure potrà essere un’evidenza im- plicita in una
proposizione nel suo stesso enun- ciarsi ed allora dovrà avere la stessa
obbiettività e la stessa universalità di qualunque proposi- zione
dimostrata. Sono questi gli assiomi propria- mente detti. Ma
vi sono però altri principii posti come indi- mostrabili dalla
matematica, che non sono insiti di per se stessi nel nostro intelletto,
che non sono incondizionatamente veri, ma che la mate- matica ha
soltanto ipostasizzato per potere effica- cemente proseguire. (Questi
principii sono stati dalla matematica stessa soltanto
provvisoriamente posti come indimostrabili, e prova ne sia che in
tutti i tempi si possono riscontrare nobili fatiche di matematici —
sforzi coronati di frequente da felice risultato — tendenti a dimostrare
precedenti proposizioni assunte come evidenti. Lo stesso po-
stulato famoso di Euclide: « per un punto sì può far passare una
parallela a una retta data e una soltanto », è stato oggetto di queste
indagini, e malgrado l’ insuccesso di questi tentativi, in questo
caso particolare, è pur sempre degno di nota come il bisogno del nostro
pensiero di una sempre mag- giore sicurezza conoscitiva si sia spinto
fino al 118 La posizione gnoseologica della matematica
presupposto tipico della massima parte delle pro- posizioni della
nostra geometria. È nota la pole- mica intorno a questo postulato (il
quinto) (1) di Euclide. (4) Figura in alcune opere come l’XI
assioma. Come tale è considerato ad es. dal Masci, Pensiero e Conoscenza
(Torino, 1922) a pag. 184. È però ora ritenuto ‘dalla totalità dei
matematici come il V postulato. La precisa formulazione di questo
postulato non è quella sopra enunciata, ma bensì quella scritta alla fine
di questa nota. L’identificazione del V postu- lato come fu enunciato da
Euclide con quello sopra citato (detto propriamente postulato « delle
parallele ») risulta evidente met- tendo in relazione il V postulato propriamente
detto, con la definizione di rette parallele (33 degli Elementi).
Interessante è ciò che dice lo ZEUTHEN: Histoire des
Mathé- matiques dans l’antiquité et le moyen age (tr. fr., Paris,
1902), pag. 98: «Les constructions qui doivent servir à com- poser toutes
les autres, d’aprés ces postulats (quelli di Euclide) sont celles qui on
exécute pratiquement avec la règle et le compas, mais on se tromperait
cependant si l’on voulait envi- sager les postulats à cet unique point de
vue: entre autres faits, les deux derniers postulats ne seraient point
alors à leur vraie place, et c’est la raison méme, qui, de très bonne
heure déjà, fit commettre à des èditeurs la faute qui consiste d
ranger ces postulats parmi les arxiomes 1. Per meglio intenderci
su questo punto e su altri che even- tualmente potessero in seguito
presentarsi al nostro esame, ri- cordo qui gli assiomi e i postulati di
Euclide (I libro) secondo la classica edizione curata da Heiberg:
Euclidis opera omnia, (J. L. Heiberg, Leipzig, 1883-1905).
Assiomi: I. Le grandezze uguali ad una stessa grandezza sono uguali
fra loro; II. Se a grandezze uguali si aggiungono grandezze uguali, si
hanno risultati uguali; III. Se da grandezze uguali si sottraggono
grandezze uguali si hanno risultati uguali; IV. Il tutto è maggiore di
una sua parte; V. Le grandezze che coincidono sono uguali.
Postulati: I. Fra due punti si può sempre tirare una retta; II. Un
segmento di retta si può prolungare all'infinito tanto dall’una quanto
dall’altra parte; III. Si può sempre descrivere una circonferenza che
passi per un punto dato e avente per Cap. III. - Il valore del
giudizio matematico 119 È desso la colonna della geometria
euclidea (per lo meno dopo il 29° teorema), ma ne è anche il suo
tallone d’Achille. Proclo ci riferisce degli sforzi fatti dagli antichi
per la dimostrazione di esso: egli medesimo ce ne dà un saggio
perso- nale giudicato d’altronde dai competenti come molto modesto.
Lo stesso dicasi degli Arabi. Indi- pendentemente da ogni altra
considerazione, è certo quanto mai significativo il fatto che mai
come intorno al postulato delle parallele si siano sbizzarriti i più
significativi ingegni matematici di tutti i tempi e che soltanto ai
giorni nostri può considerarsi chiusa la polemica intorno alla sua
dimostrabilità per le recenti affermazioni della metageometria e per
gl’infruttuosi tentativi di dimostrazioni del Gauss (1811) (1)
influenzati alla loro volta dalle diligenti indagini che quasi un
secolo prima erano state portate a rinnovato lustro — furono in ogni
tempo fatti tentativi al riguardo — nelle fatiche di Legendre, di Wallis
e di Sac- cheri (2). centro un punto dato; IV. Tutti gli
angoli retti sono uguali fra loro; V. Se una linea retta, che ne taglia
altre due, forma dallo stesso lato degli angoli interni la cui somma sia
minore di due retti, le due ultime linee citate si taglieranno sui
loro prolungamenti dalla parte nella quale la somma degli angoli è
inferiore a due retti. (1) G. B. HaLsTED,
Gauss and the non euclidean geometry (in Science, 1900). (2) La bibliografia sul
V postulato basterebbe da sola a riem- pire un volume: accenno soltanto a
qualcuna nel caso il lettore voglia approfondire questo argomento
particolare : I.H. LAMBERT, Theorie der Parallellinien (in Magaz. f. d. reine
u. angew.. Math.), Leipzig, 1786; ENGEL UND STAECKEL, Theorie der
Pa- rallellinien von Euclid his auf Gauss; D. HILBERT, Grund- lagen
der Geometrie (III ed., Leipzig, 1909); LORIA, Il pas- 120 La
posizione gnoseologioa della matematica Per quanto riguarda
specificatamente quest’ul- timo, l’importanza della sua opera di studioso
in merito al postulato delle parallele non potrebbe essere
esagerata. In tali tentativi di dimostrazione Young, Vailati, Segre,
Enriques vedono nettamente i segni precursori della metageometria
moderna. Lo Young non pecca al riguardo di una soverchia precisione
cronologica, in quanto l’avere lo scritto più importante del Saccheri
veduto la luce il 1733 (l’anno stesso della morte del ‘suo A.) non
può evidentemente significare che il gesuita italiano ebbe a
svolgere la sua attività di studioso intorno al 1733: a meno che proprio
soltanto gli ultimi mesi di sua vita il nostro matematico si sia
messo a lavorare; ma di tale particolare non parla, ch’ io sappia,
alcuna cronaca del tempo, nè alcuno studio di poi. Fatto sta ed è che
un’altra operetta del Sac- cheri fu pubblicata a Torino nel 1697 con il
titolo di « Logica demonstrativa » (1). Più importante ad ogni
modo per noi e, credo, per tutti, è il suo « Euclides ab omni naevo
vin- dicatus » (2). In questo libro il tentativo di dimo-
sato e il presente delle principali teorie geometriche ; R. Bo- NOLA, La
geometria non euclidea, Esposizione storico-critica del suo sviluppo
(Bologna, 1906); RicHaRD, Sur la philosophie des mathématiques (Chap. III);
L. Roucier, La philosophie géom. de H. Poincaré (Chap. II, II); ZEUTHEN, Hist.
d. mante: matiques (tr. fr.), pag. 110-114. (1) Una copia di
tale edizione esiste tuttora — ci rende noto I’ Enriques — nella
Biblioteca Vittorio Emanuele in Roma. No- tizie particolari su la Zogica
demonstrativa potrai trovare in un articolo del Vailati (in Rivista di
filosofia, 1903, n. 4), ri- stampata in Scritti, pag. 477 segg.
(2) Tradotto in italiano dal Boccardini con il titolo di: Euclide
emendato (Milano, Hoepli, 1904). Il titolo preciso e completo dell’opera
originaria è : Euclides ab omni naevo vindicatus: Cap. III. - Il
valore del giudizio matematico 191 strazione del V postulato è,
per la prima volta, fatto con quel procedimento — d’altra parte già
adottato dallo stesso Saccheri nella sua « Logica» — della reductio ad
absurdum. Ricordiamo tutti in che cosa consista: porre in luce che il
non ammettere la proposizione che si deve dimostrare vera, ci
porterebbe ad una contraddizione con una proposizione precedentemente
riconosciuta vera. È un procedimento come si vede che si riconnette
con il principio di contraddizione e perciò incon- dizionatamente
accettato dai matematici di tutti i tempi (una traccia di esso troviamo
già in Eu- ‘ clide, IX, 12) e perciò molto spesso adottato dai
filosofi — Socrate ne usava volentieri — ma che, malgrado tutti i suoi
pregi indiscutibili e la sua azione sicura nel mettere l’ipotetico
avversario con le spalle al muro, lascia nel logico che lo adopera
un senso di relativa soddisfazione. Pro- cedimento ricco di risultati
d'altronde : attenendosi ad esso il Lobatchefski arrivò alle sue
meravi- gliose costruzioni di geometria non euclidea (1). È
d’altronde risaputo che sempre si sentì il bisogno di marcare la
differenza fra assiomi e po- stulati: Euclide stesso con il darcene due
elenchi nettamente distinti e separati. Le differenze di tale
distinzione dipendono soltanto dalla diversità ‘ del punto di vista sotto
il quale i principii mede- simi vengono considerati. sive
conatus geomeiricus quo stabiliantur prima ipsa uni- versae geometriae principia
(Milano, 1733). (1) N. S.
LOBATCHEFSKI, Pangéomeétrie ou Théorie générale des paralleéles, suivie
des opinions de D° Alembert sur le méme sujet et d’une discussion sur la
ligne droite entre Fourier et Monge (Paris, Gauthier-Villars). Cfr. pure F. EngEL, U.
I. Lo- bachefsky: Zwei geometriche Abhandlungen (Leipzig, 1898).
129 La posizione gnoseologica della matematica Fra tali
caratteri differenziali il più semplice e il più convincente per noi, per
quanto non bene accetto in generale ai matematici in causa della
sua non precisa determinazione tecnica, è quello dell’evidenza, maggiore
negli assiomi che nei po- stulati. Si è già accennato come invece
l’evidenza può essere un criterio di per se stesso sufficien-
temente rigoroso. Sotto tale aspetto troviamo già in Proclo una
distinzione fra gli assiomi e i po- stulati; ma su di essa nori possiamo
basarci perchè altre distinzioni seguono nello stesso storico ma-
tematico per la classificazione dei principii fonda- mentali in assiomi e
postulati. Chi voglia su questo punto maggiori schiarimenti può
consultare l’espo- sizione del Vailati al III Congresso
internazionale di matematica (Heidelberg, 1904) (1). Io mi
fermo al criterio di maggiore o minore evidenza perchè esso mi sembra il
più rispondente al nostro punto di vista. Considerando l’evidenza
secondo fu sopra esposto, non possono nascere equivoci intorno alla sua
interpretazione: l’incon- cepibilità del contrario e il carattere
assoluto di essa è proprio degli assiomi; l’incredibilità del
contrario e il carattere relativo di essa è proprio dei postulati.
(1) Oppure in Scritti, pag. 547-552 (CXXII. — Intorno al
significato della differenza fra gli assiomi e î postulati nella
geometria greca). Cfr. inoltre: ZEUTHEN, Historie des mathe- matiques
(tr. fr., pag. 92-114); ENRIQUES, Per la storia della logica(pag.19-30);
Loria, Le scienze esatte nell'antica Grecia (Milano, Hoepli); Guida allo
studio d. storia d. mat. (Milano,
1916); CANTON, Geschichte der mathematik, I (Leipzig, 1880); Simon,
Geschichte der mathem. im altertum (Berlin, 1909) ; MILHAUD, Les
philosophes géométres de la Greéce (Paris, 1900); HouEeLr, Essai critique
sur les principes fondamentaux de la géometrie (Paris, I ed.,
1867). Cap. III. - Il valore del giudizio matematico
193 Appunto il carattere relativo e condizionato di questi
ultimi può permetterci dei dubbii sulla loro apriorità (in senso
kantiano) e spiega quella con- venzionalità parziale che noi troveremo in
essi e in certo qual modo potrà giustificare quella con-
venzionalità totale che non pochi matematici mo- . derni — e non certo
fra i meno illustri — crede- ranno di potere incondizionatamente
affermare nei principii fondamentali della matematica. Come
si vede la mia tesi di una parziale con- . venzionalità di alcuni
principii fondamentali è quanto mai limitata. Essa differisce
profondamente da quella di Locke, al quale a ragione il Leibniz
rimprovera di supporre che gli assiomi stessi siano stati ammessi così,
quasi senz’alcun fondamento, quasi «gratuitamente ». Certo anche quei
principii che abbiamo considerato come effettivamente in- nati, non
si sono presentati al nostro spirito originariamente nella loro precisa
formulazione scientifica; ma ciò non toglie nulla alla loro chia-
rezza: è anzi sommamente lodevole che alla pre- cisa espressione loro si
sia addivenuti. Soltanto, l’obbiezione di Filalete a Teofilo (« Non è
forse dannoso autorizzare supposizioni sotto il pretesto di
assiomi? ») (1) mantiene, malgrado la risposta di Teofilo, la sua ragione
di essere. Una parte di tali principii conserva la sua ipostasizzazione
con- venzionale, la quale non puf, essere giustificata, come fa in
fondo Leibniz*- «non ricorrendo al suo carattere utilitario prov $° * ;g:
nè i matema- tici moderni si comportano ‘15° ssrmente. Per
precisare meglio in b®‘& quanto sopra: fanno parte della prima
categéria di tali proposi- (1) LeIBNIZ, Nouv. Ess., IV, cap.
12. 124 È. La posizione gnoseologica della matematica
zioni (cioè principii spogli di qualunque carattere ipotetico) verità
come queste: A= A ra a <A e così via.
Verità che, come si vede, sono tali da ricordarci la frase di Platone nel
Teeteto: « nem- meno in sogno hai osato sussurrare a te stesso che il
dispari è pari », e quanto Pascal ebbe a dirci consigliandoci « di non
accingerci nemmeno a tentare di dimostrare alcuna cosa che sia tal-
mente evidente per. se stessa che nulla vi sia di più chiaro per poterla
dimostrare e provare ». Fanno parte della seconda categoria (in cui
è insito cioè un carattere ipotetico) alcuni di quei principii che
sono proprii particolarmente della geometria, come ad esempio:
« Per due punti dello spazio può sempre pas- sare una retta data e
una soltanto »; « La retta è il più breve spazio fra 2 punti »
; principio questo ad es. che pare già lo stesso Archimede non
considerasse altro che un’assun- zione, un’ammissione (\apBavépeva)
(1). Kant stesso si accorse che una differenza fonda- mentale
esisteva fra le due categorie di giudizii da noi citati. Soltanto,
preoccupato di vedere ogni (4) Archimedis opera smnia cum
commentariis Eutocii. Ed. Heiberg, 19410, Lipsia. (Cfr. in ENRIQUES, Per
la storia della logica, pag. 25, 26). L’egizione
inglese sul testo di Heiberg fu curata da T. L. HEAT, Th thirteen books
of Euclid's Elements, translated from the text of Heiberg with
Introduction and Commentary (3 vols., Cambridge, 1908). Vedi pure a cura
dello stesso Heat: The Works of Archimedis (Cambridge, 1897). Cap.
III. - Il valore del giudizio matematico 195 differenza
fondamentale dei giudizii in genere nel loro carattere sintetico o
analitico, venne senz'altro a fissare la differente natura fra le due
categorie di giudizii da noi accennati, all’essere quelli della .
prima categoria (4= A ecc.) « analitici », venendo così ad escludere
precisamente quei principii che pur non essendo proprii soltanto della
matematica, ad essi portano indubbiamente grande vantaggio per
quanto ha attinenza alla incondizionata obbiet- tività dei suoi assiomi.
Giudizii simili a quelli da noi posti nella prima categoria
apparterrebbero infatti, secondo Kant, a quel « piccolo numero di
giudizii supposti dai geometri » che sono contra- riamente ai noti
esempii da lui precedentemente esaminati, « realmente analitici ed hanno
la loro base sul principio di contraddizione » (1). $ 13.
L’essere e il dover essere della mate- matica. — Non è qui il caso di
discutere l’oppor- tunità o meno del criterio generale cui Kant si
è attenuto nella divisione dei giudizii in sintetici ed analitici.
Innanzi tutto le nostre considerazioni in merito non potrebbero che molto
indirettamente aver relazione con quanto andiamo trattando: in
secondo luogo confesso di non essere mai riuscito (1) Kr. r. Ver.
(tr. fr.), Introduzione. Cfr. pure Prolego- meni (tr. it.), $ 2, nonchè i
$$ 36-37 della Logik (Jasche ed.). Senza alcun riferimento al significato
delle parole analitico e sintetico nella dottrina kantiana, ma
interessanti nei riguardi del carattere analitico o sintetico del
giudizio matematico sono _ 4 due studii seguenti: GERGONNE, De l’analyse
et’ de la syn- thèse dans les sciences mathématiques in Annales des
mathé- matiques, VII, pag. 345 segg.; P. BouTRoux, En quel sens la
recerche scientifique est-elle une analyse ? negli Atti del Con- gresso
di Filosofia di Bologna nel 1911, nonchè cenni nel fa- moso libro dello
ZEUTHEN, Hist. des math. (tr. fr.), pag. 93. 126 La posizione
gnoseologica della matematica a comprendere l’ importanza delle
polemiche sol- levate al riguardo, dato che, in ultima analisi,
qualunque giudizio presuppone pur sempre una sintesi. | Possiamo
tuttavia con il Franchi osservare come il primo di questi giudizii che
abbiamo creduto di far rientrare in una prima categoria (A = 4),
che Kant pretende di poter ritenere senz'altro come analitico, non
lo sia affatto, ma sia invece puro e semplice giudizio d’identità. « Or
come mai c'entra qui l’analisi? » — si domanda il Franchi (1) — il
quale poco appresso conclude: « Quel prin- cipio è adunque un giudizio
identico e non ana- litico. Nè piglia valore comparativo dalla
nozione di eguaglianza che v’è inclusa, poichè quell’eguale
significa propriamente identico; l’identità assoluta come relazione
proveniente dalla sola replica di uno stesso concetto, non ha a che fare
con la: relazione che costituisce un giudizio comparativo e che
consiste nel paragonare il grado di conve- nienza di una proprietà
medesima a più subietti, o di più’ proprietà a un medesimo subietto
». Nè in modo molto diverso potremmo ragionare per quanto riguarda
il secondo principio esem- plificativo di questa stessa categoria di
giudizii 7 < A, oppure per prendere proprio quello scelto
da Kant: (4'+ B)> A (2). Qui la comparazione (1) A.
FRANCHI, La teorica del giudizio, v. I, lettera VII, pag. 41 segg.
(1870). ° (2) In questo caso l’obbiezione del Couturat, essere tale
prin- cipio vero soltanto nei riguardi dei numeri finiti, ma errato,
come ebbe a dimostrare il Whithehead, per i numeri cardinali infiniti non
ha alcuna ragione di essere, trattandosi qui di un Cap. III. - Il
valore del giudizio matematico 127 indubbiamente esiste, ma non
potremmo conclu- dere però se il giudizio, anche scrupolosamente
attenendoci al criterio kantiano, sia più analitico che sintetico o
viceversa. E basti questa osservazione incidentale sul ca-
rattere analitico o non di un tale determinato giu- dizio. A noi importa
però mettere in particolare rilievo come la prima categoria di tali
giudizii, che — abbiamo considerati come effettivamente innati e
in- condizionatamente evidenti, non siano però proprii
esclusivamente della geometria, ma bensì di ogni nostra attività
intellettiva. Essi possono tutto al più, aggiungiamo noi, avere una più
rigorosa espressione e una più vasta applicazione nella ma-
tematica che in qualsiasi altra scienza particolare, in quanto appunto
essa deve considerarsi come la scienza omogeneamente costituita ed
organica che abbia la sua sfera d’azione in un campo non em-
pirico, e perciò, come si è veduto, più vicina alla logica. A tale
conclusione ha potuto logicamente arrivare soltanto l’idealismo, ma ciò è
stato, im- plicitamente od esplicitamente, riconosciuto anche
principio generale, non già applicato specificatamente alla ma-
tematica. Come d’altronde fa anche Kant, che in fondo avrebbe
potuto cavarsela con onore anche senza la benevolenza del Cou- turat (in
Revue de métaphysique, 1904: La philosophie des mathématiques de Kant,
pag. 346), secondo il quale: « on ne peut reprocher à Kant d’avoir ignoré
ces vérités, si élémen- taires -qu’elles soient aujourd’hui ». Infatti nessun
significato ‘ può avere la constatazione del Whithehead e l’osservazione
del Couturat se non condizionatamente al ristretto campo, dirò,
tecnico della matematica. Il numero cardinale infinito non può essere in
alcun modo afferrabile non soltanto dalla sensibilità umana, ma nemmeno
dal pensiero puro: esso non è che una artificiosa creazione non
altrimenti identificabile che per neces- sità di calcolo esclusivamente
matematico, 188 La posizione gnoseologica della matematica
dal pensiero positivico. Il Comte in fondo deve ciò ammettere
implicitamente, per essere coerente con la sua convinzione essere la
matematica « la scienza più antica e più perfetta » (1). Anzi il
suo entusiasmo per la matematica è andato tanto oltre che, per
mantenersi, almeno apparentemente, fe- dele al suo principio
positivistico e non intaccare la validità delle proposizioni matematiche,
ha tro- vato opportuno introdurre in tale disciplina una divisione
in matematica « concreta » (avente carat- tere sperimentale, fisico) e
matematica « astratta » (di natura essenzialmente logica). Quanto si è
detto fino ad ora ci dispensa dal mostrare come tale di- stinzione
sia del tutto personale e arbitraria e quanto tutte e due le
affermazioni, anche prese a sè stanti, siano secondo noi fondamentalmente
er- rate, in quanto appunto si è sostenuto non essere mai la
matematica nè direttamente sperimentale, nè puramente logica.
. Ho creduto opportuno di riportare tali osserva- zioni del Comte
in quanto esse mostrano pur sempre come in qualunque indirizzo del
pensiero filosofico si sia veduta la necessità di considerare la mate-
matica pura come la scienza più vicina alla lo- gica. Naturalmente questa
affermazione deve es- sere presa con quella prudenza cui ci dà
diritto di aspirare quanto siamo andati svolgendo nel cap. II sul
carattere prevalentemente intuitivo del procedimento matematico ; ma
l’affermazione stessa ci allontana alquanto da Kant dato che non
pos- siamo accettare la distinzione ch’egli viene impli- citamente
ad ammettere intorno al valore di questi giudizii che egli chiama «
analitici » per quello che (1) Philosophie positive, 1, cap.
III. Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 129
riguarda la matematica. Kant cioè dicendoci che queste verità (A =
A4ecc.) non servono « come proposizioni identiche che alla concatenazione
del metodo e non rivestono la funzione di veri prin- cipii » (1)
viene a introdurre una specie di distin- zione fra quel che possono
essere i principii « a priori » della matematica e quelli della logica,
di- stinzione che soltanto rispetto alla concezione idea- | listica
di una realtà superiore possiamo accettare, ma ciò non è nella
distinzione kantiana. Inoltre la distinzione medesima, dato il fondamento
sin- .tetico « a priori » di ogni scienza, verrebbe ad allontanare
da una base logica ogni scienza; mentre i principii fondamentali di qualunque
attività del pensiero non possono effettivamente essere vagliati,
se non basandosi esclusivamente su quel criterio logico che è comune a
tutte le scienze. Che poi la categoria di giudizii che stiamo
esa- ‘minando e che abbiamo affermato essere la sola effettivamente
assiomatica, in quanto la sola na- turalmente ed incondizionatamente
evidente, non sia propria soltanto della geometria, come invece
l’altro principio citato per cui per un punto non può passare che una
sola parallela a una retta data, questo non significa affatto che quei
principii assiomatici. non possono essere considerati come
principii « a priori » non soltanto anche, ma pre- valentemente della
geometria per la posizione par- ticolare di questa e dell’aritmetica di
fronte al sapere (2). Se i principii medesimi sono poi appli-
cabili anche alle altre scienze, ciò dipende dal fatto molto naturale che
principii effettivamente innati (1) Critica, ed. cit., pag. 48.
(2) V. cap. I. G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della
matematica. 9. 130 La posizione gnoseologica della
matematica non possono essere esclusivamente proprii di
questa o quella disciplina particolare, ma esse li possono tutto al
più considerare e su di essi appoggiarsi a seconda del proprio punto di
vista. Mi sembra in ogni modo fuori di discussione che i principii
medesimi trovino il loro naturale svolgimento proprio in quella scienza
geometrica dalla quale Kant vorrebbe bandirli. Questa
tendenza a voler troppo specificare, esem- plificando dei principii
generalissimi come quelli « a priori » — tendenza pertanto in contrasto
con il significato più profondo della teoria dell’ « a priori » —
ha potuto dar luogo facilmente ad er- rate interpretazioni. Povero
Kant! Il suo « metodo analitico » con tanta fiducia adottato nei «
Prolegomeni » in con- trasto con quello « sintetico » che si era
rivelato troppo oscuro per la comprensione della « Critica » nei
suoi primi interpreti, non è stato così ricco di risultati presso la gran
parte dei lettori, come Kant sì riprometteva. Ci dice Kant,
ricordiamo- celo, che poichè il metodo applicato nella « Cri- tica
» aveva potuto dar luogo ad equivoci inter- pretativi nel senso che
sbalzava di colpo il lettore nel mondo dell’ indeterminatezza metafisica,
egli intende svolgere nella chiarificazione riassuntiva nella sua
opera fondamentale — e cioè nei « Pro- legomeni » — il metodo inverso,
ossia di portare gradatamente il lettore al problema della
metafisica affrontando prima quello delle scienze particolari, le
quali, in quanto più organiche, già costituite, già scientificamente
ammesse e riconosciute, po- tevano facilitare il compito, se non
dell’autore, almeno del lettore. Fra tutte le scienze la mate- matica
e la fisica erano le più rispondenti allo Cap. III. - Il valore
del giudizio matematico 131 scopo, la prima per la sua evidenza,
la seconda per la facilità del controllo sperimentale: nul-
l’altro. | Vana speranza ! Si è tanto bene compresa questa
intenzione che si è voluto fare della I e II parte del problema
trascendentale, un trattato di filosofia delle scienze. Si è arrivati a
vedere in quella che è un’indagine puramente gnoseologica per
arrivare alla metafisica in senso stretto — procedimento pertanto
indispensabile — una ricerca particolare chiusa nell’orizzonte limitato
della matematica e della fisica. E naturalmente e matematici e
fisici non si sono lì dentro riconosciuti! Se Kant avesse
presentato in un ipotetico congresso filosofico dei suoi tempi,
un’eventuale « comunicazione » sugli argomenti trattati nelle prime due
parti dei « Pro- legomeni », essa sarebbe stata rubricata da questi
eccellenti interpreti nella « sezione » di filosofia delle scienze, non
già della teoria della cono- scenza ! | Tanto per darne un
esempio ricordiamo che nella dottrina dei concetti intellettivi la
categoria della sostanza trova la sua espressione nel prin- cipio
fisiologico della «permanenza della sostanza». Ciò ha potuto dar luogo ad
osservazioni come ‘questa: che il principio medesimo, ben lungi di
essere « a priori » è stato trovato da Lavoisier a mezzo di successive
esperienze. Ma questo, ben lungi dall’essere in contrasto con la teoria
kan- tiana dell’intelletto, ne è la conferma! Lavoisier ha trovato
l’applicabilità del principio nell’espe- rienza, ma l’essenza del
concetto sostanza era già, era «a priori », era nell’intelletto. Chissà
che ciò ‘ non sarebbe stato osservato se Kant non l’avesse fatto
figurare, a maggior comprensione e volga- 132 La posizione
gnoseologica della matematica rizzazione dell’analitica
trascendentale della « Gri- tica », nel problema della faca pura nei «
Pro- legomeni »?. E non si disse forse, e si scrive, che
l’esempio — certo non bene scelto — di « alcuni corpi sono pesanti
» come proposizione sintetica era da Kant stato fondato perchè egli,
ammettendo, appunto in quanto giudizio sintetico, che il predicato «
pe- sante » non era già implicito nel soggetto corpo — intendeva
alludere all’aria nulla sapenda della scoperta di Torricelli ?.....
Ciò non pertanto è doveroso riconoscere che gli esempii non sono
nella dottrina kantiana sempre opportuni. La stessa proposizione testè
ricordata ne è la conferma. Nello stesso modo l’esempio citato nel
$ 12 dei « Prolegomeni » a conferma che l’ intuizione spaziale è «a
priori », esempio che ricorda la proposizione della geometria eu-
clidea per la quale non si possono tagliare nello stesso punto ad angolo
retto che tre sole rette e che è su tale verità, fondata appunto sull’
intui- zione pura «a priori», che possiamo basarci per affermare
che lo spazio perfetto non ha nè più nè meno di tre dimensioni, avrebbe
potuto essere so- stituito più direttamente e con maggiore efficacia
dal postulato delle parallele. Così pure nel $ 38° degli stessi «
Prolegomeni » in quell’esempio delle «due linee che taglino se stesse e
ad un tempo il cir- .colo in qualunque modo vengano tirate, si
divi- dono sempre secondo una regola tale che il rettan- golo
avente per lati i due segmenti è uguale (1) al rettangolo avente per lati
i segmenti dell’altro », Kant va a perdersi in argomentazioni che
vengono (1) Kant dice «uguale »; avrebbe dovuto dire « equivalente
». | è Cap. ITI. - Il valore del giudizio matematico
133 a complicare un teorema pertanto molto semplice di
geometria e che non sono necessarie per rispon- dere al problema che
fondamentalmente c’interessa per sapere cioè se la « legge » — come la
chiama Kant — dell’uguaglianza del raggio è nel circolo come figura
a sè, indipendentemente dal pensiero, oppure è il nostro intelletto che
la impone ad esso. E così altre osservazioni del genere si
potrebbero fare. Sono queste indubbiamente meticolosità che
non nuocciono alla genialità del sistema, ma che ci pre- sentano l’
inconveniente del particolarismo e of- frono il fianco a facili critiche.
Non nuocciono alla genialità del complesso perchè non sono certo
degli esempii non bene scelti, che possono intac- ‘care il compito
essenziale della trattazione del- l’analitica trascendentale nella «
Critica » e della fisica pura nei « Prolegomeni » consistente nel
porre in luce la funzione del concetto intellettivo puro « a priori »
nella formazione dell’esperienza, come ho già dovuto altrove
accennare.. Per questo possiamo notare che nessun fisico
riconoscerebbe della fisica nella materia trattata da Kant sotto questo
nome: è dessa metafisica vera e propria, uno svolgimento perfettamente
conseguente con la trattazione della matematica pura (estetica
trascendentale); ma meglio com- prenderemmo il complesso svolgersi di
tutta la teoria chiamando la prima (matematica pura) co- noscenza
intuîtiva, e la seconda (fisica pura) co- noscenza intellettiva. E con
ciò d’altra parte si entrerebbe nel significato profondo del
pensiero kantiano se lo svolgimento di quello ch’egli chiama il
problema propriamente metafisico si denominasse conoscenza razionale,
adottando la distinzione fra A 134 La posizione gnoseologica
della mateniatica intelletto e ragione come Rant l’intende ossia
l’in- telletto come attività informatrice della natura e quindi
l’elemento che solo può rendere possibile la conoscenza della natura —
l’esperienza —; la ragione come attività puramente ideale (nel suo
preciso significato) che nulla può obbiettivamente darci in quanto
pretende di fare a meno dell’espe- rienza, ripudiando così quell’elemento
sensibile al quale malgrado ogni nostro sforzo noi non pos-
‘siamo fare a meno di ricorrere quando vogliamo in certo qual modo
rappresentare l’elemento che è mèta della nostra indagine
conoscitiva. Il carattere metafisico della fisica pura come
Kant l’intende è d’altronde ammesso anche dal più rigoroso idealismo
trascendentale odierno di- rettamente influenzato dal criticismo
kantiano. Così il Martinetti nel suo « Commento » ai « Pro-
legomeni » (pag. 215) scrive: «i giudizii della fisica pura ($ 15) sono
giudizii metafisici », nonchè (pa- gina 219 ibid.): « la fisica pura
sarebbe quindi la metafisica immanente della natura esteriore, che
noi possiamo conoscere « a priori » in quanto pro- cedono dalle forme
pure dell’intelletto ». Ho accennato anche ai principii della
fisica pura secondo Kant perchè essi, più di tutti gli altri, ci
possono mostrare come una dottrina profondissima e sistematicamente
svolta come quella dell’ « a priori » possa portare a interpretazioni
errate vo- lendo in essa distinguere un « a priori » matematico da
un «a priori » fisico e così via ; ed è naturale che sia così: l’apriorità
è insita nella stessa natura del nostro processo conoscitivo, del nostro
pensiero medesimo ; la suddivisione del sapere in tante branche
particolari non è effetto invece che di una specializzazione recentissima
dovuta a una A. Cap. III. - Il valore del giudizio
matematico 135 maggiore comodità di orizzontarsi nel sempre
più vasto campo del sapere. In questo senso pos- siamo considerare
che la dottrina dell’apriorità non può venire posta in dubbiò dalle
precedenti e dalle susseguenti nostre considerazioni e tanto meno
della metageometria ; resta intatto il gran merito di Kant di averci
dimostrato che qualunque conoscenza, per essere universale e necessaria,
ha bisogno di un’azione immediata innata del nostro | pensiero ; ma
il merito stesso, non in senso asso- luto, ma certo in-senso relativo
(nel caso nostro, della matematica, non ha potuto uscire intatto in
causa dell’esclusione o quasi dal campo geo- metrico proprio di quei giudizii
che alla geometria dànno più valido appoggio per la sua
obbiettività. Concludendo, da quanto precede verrei ad affer-
mare questo : se i principii « a priori » della ma- tematica fossero
esclusivamente della prima ca- tegoria (a=a, 7 <a, ecc.),
si potrebbe senz'altro accettare la dottrina di Kant anche nelle
sue estreme conseguenze: basandosi invece la matematica su altri
principii particolari tutti suoi proprii, e, ciò che più conta,
principii passibili di discussione per ammissione degli stessi
matematici, mi sembra si possa concludere che la matematica tende a
diventare quale Kant la con- cepisce, ma che tale essa non sia ancora
attual- mente. Cerchiamo di precisare meglio in che cosa
con- sista questo tendere della matematica a dare ai suoi giudizii
valore universale e necessario e a di- venire, secondo il nostro modo di
vedere, la più ‘ alta espressione della conoscenza sensibile ; al
di- 136 La posizione gnoseologica della matematica
venire cioè il numero l’elemento meglio adatto nel conoscere il mondo
della nostra sensibilità. Siamo ben lontani evidentemente
dall’assolutismo di alcuni fisici moderni che si riconnettono agli
antichi pitagorici; ma se tale assolutismo non può in alcun modo essere
accettato in filosofia, è però spiegabile in un fisico. Emilio Borel non
si perita di dichiarare che « spiegare il mondo non può significare
altro per lo scienziato che dare del mondo una descrizione numericamente
esatta ». Ma egli stesso sente il bisogno d’immediatamente
Soggiungere che per soddisfare i più esigenti sa- rebbe necessario che «
tale descrizione numerica abbracciasse così il futuro come il passato »
(1), vana aspirazione sempre, ma tanto più irraggiun- gibile
basandoci essenzialmente sul metodo mate- matico. Quand’anche la
metereologia potesse per un qualsiasi giorno avvenire predirci
esattamente la pressione, la temperatura, ecc., il nostro pen-
siero si domanderebbe pur sempre come siamo giunti a questo: il nostro
pensiero dubiterebbe pur sempre che nel magnifico risultato
ottenuto non sia da escludersi, sia pure forse in minima parte,
l’effetto favorevole del caso, e quando anche il risultato favorevole si
ottenesse non una, ma mille volte, entrambe le obbiezioni
resterebbero nella loro intensità dubitativa. $ 14. La
funzione del postulato e il dover essere della matematica. — La
concezione di un divenire della matematica, più specificatamente di
«un tendere di essa a diventare la più alta espres- (1) Cfr. E.
BoreL, L’espace et le temps, pag. 209 segg. (Paris, 1922).
Cap. ILI. - Il valore del giudizio matematico 137 sione della
realtà sensibile, non ci sembrerà affatto arbitraria se noi cì
rappresentiamo tale scienza come intenta a una sempre maggiore
purificazione di se stessa. E anche tale rappresentazione non ha
nulla di arbitrario, in quanto, oltre all’essere questa la naturale
tendenza di ogni sapere che aspiri ad essere rigorosamente scientifico,
la possiamo nella matematica precipuamente riscontrare nell’ammis-
sione degli stessi matematici della necessità di ridurre a un minimo
indispensabile i postulati fon- damentali : bisogno quindi non soltanto
intuito, ma messo in pratica (1), sia col far derivare al- cuni
giudizii matematici, precedentemente giudicati assiomatici, da altri
postulati a mezzo di un pro- cesso deduttivo-sostitutivo, come si è
veduto nelle prime pagine di questo capitolo; sia col ridurre i
postulati a teoremi, risolvendoli poi col processo dimostrativo.
Ove a questa tendenza i matematici si fossero strettamente
attenuti, si avrebbe oggi una scienza indubbiamente meno sviluppata di
quella che ef- fettivamente si abbia ; ma di questo tendere della
matematica a piegarsi in certo qual modo su se stessa, lo possiamo oggi
osservare nettamente nel- l’opera dei più notevoli filosofi della
matematica. Secondo essi mèta del matamatico oggi non deve essere
l’ampliamento, dirò, di essa, non la «sco- perta » di nuove proposizioni,
ma un sobrio pe- riodo di riflessione è per essa più profittevole
che quell’incessante avanzare che soltanto apparente- mente può
significare progresso. Se ben guardiamo,
(1) Degna di nota la constatazione storica de Boutroux : « Le nombre des
postulats indémontrables a été de plus en plus restreint ». (L’Idéal sc. math.,
pag. 251). 138 La posizione gnoscologica della matematica
le stesse creazioni della metageometria rappresen- tano più una
fase di riflessione che di creazione. È quanto avviene anche in
discipline che nulla hanno a che vedere con la matematica : non ve-
diamo forse in economia politica una forte ed ag- guerrita corrente di
sociologi arrestarsi perplessa dinnanzi alla corsa dell'umanità verso una
sempre maggiore ricchezza e verso una sempre più sensi- bile
miseria? La miseria è diminuita sia.pure; ma è diminuita soltanto se
manteniamo inalterate le esigenze dell’uomo : e perchè proprio ‘dai
pro- gressisti più convinti non si dovrebbe riconoscere come del
tutto naturale e giusto anche il progresso nelle esigenze umane? Se noi
facciamo progredire di pari passo queste esigenze con l’aumento
glo- bale della ricchezza del mondo, ecco che ci spie- gheremo
senza troppa fatica come, malgrado tutti gl’infiniti miglioramenti
economici di cui si com- piace con se stessa la civiltà contemporanea, la
massa è infinitamente più malcontenta oggi che non un secolo, molti
secoli fa: ecco così sorgere quello che si potrebbe chiamare la fase
critica, di riflessione del problema economico, non più
dell'aumento della ricchezza, ma di quello ben più complesso e più umano
di un’equa distribuzione di essa. Ecco prorompere il problema teoretico
me- desimo nell’azione pratica che può naturalmente degenerare in
manifestazioni brute e violente. Per questo credo si possano notare dei
segni — precursori se volete, ma pur sempre non dubbii — di un
periodo di raccoglimento nell’attività intel- lettiva dell’uomo: è una
specie di sosta nella quale sembra ci domandiamo: « ma è proprio questo
folle avanzare senza mèta, questo ‘‘ progresso ’’ cieco, ciò che
forma la rivelazione più alta della mia Cap. III. - Il valore del
giudizio matematico 139 umanità ? ». O non sarebbe piuttosto
doveroso o, se la parola vi spaventa o la trovate di sapore ar-
caico, più utile, che insieme ci si metta a rimirare il cammino percorso
e che serenamente esaminiamo se tutto in tale cammino significa
effettivamente progresso; se tutte le tappe che abbiamo percorso
furono effettivamente fatte nella stessa direzione, per la stessa via, o
non ci siamo piuttosto smarriti in sentieri trasversali dai quali sarà
saggio ritor- nare sulla strada maestra per poi riprendere di nuovo
il cammino fatti più avveduti dalla dolorosa esperienza provata, più
severi di fronte agli allet- tamenti di un correre verso grandiose
conquiste che più si approfondiscono e più ci rivelano la loro
natura illusoria e, soggiungerebbe uno scettico, derisoria ed ironica
? Senza dubbio il procedere della matematica verso orizzonti
sempre più vasti è riguardoso e prudente, e prova ne sia che quasi sempre
i nuovi postulati introdotti vengono poi in processo di tempo più o
meno lungo, riscontrati esatti; ma questo non basta per determinarci a
credere che la formulazione dei nuovi postulati, che le necessità sempre
maggiori vanno creando, come quelli antichi presi come punti di
partenza agli albori di tale scienza, siano del tutto simili con i nostri
principii innati. Il controllo ulteriore dell’esattezza dei
postulati medesimi prova come la convenzionalità del mondo
geometrico sia indubbiamente molto limitata e non certo da potersi
estendere agli estremi limiti cui hanno creduto di poter arrivare alcuni
entusiasti della nuova metageometria, identificando appunto la
convenzionalità del mondo euclideo con quella . totale del sistema
metrico decimale. Ma non per questo dobbiamo esagerare l’efficacia del
controllo 140 La posizione gnoseologica della matematica
medesimo : non v’è affatto il bisogno di ammet- tere un’origine
insita nel nostro stesso intelletto perchè dei principii possano essere
considerati per lo meno parzialmente ipotetici, anche se in seguito
vengono riscontrati esatti. È infatti del tutto natu- rale che intelletti
superiori dediti esclusivamente agli studii matematici, con essi quasi
immedesimati (mi si passi l’espressione), abbiano quasi sempre, o
anche sempre, veduto giusto. Ciò, lo abbiamo veduto, può
riscontrarsi anche nelle scienze empiriche ed abbiamo accennato a
scoperte di Galileo e di Newton, le quali hanno la loro lontana origine
in ipotesi, poi controllate valide dal metodo sperimentale.
Ma in ogni modo non è già un errore il supporre, più ancora, il
ritenere indimostrabile una proposi- zione, che poi si riesce a
dimostrare, e, si noti, a dimostrare alcune volte con un carattere pure
in- dubbiamente più rigorosamente scientifico di quello che
effettivamente questa scienza non abbia. Cioè il tendere della matematica
a divenire la vera espres- sione apodittica della nostra conoscenza
sensibile se è rivelato da quanto sopra, è però ostacolato dal
miraggio di estendere sempre maggiormente i suoi confini; di affrontare
sempre nuovi problemi per risolvere i quali necessita molto spesso
l’iposta- sizzazione di una nuova definizione o di un nuovo
postulato che spesso presuppone una definizione. Ciò non può verificarsi
che a detrimento, per lo meno parziale, della necessità e univesalità
dei suoi giudizii; le quali prerogative non possono ammettersi che
condizionatamente all’accettazione dei postulati che vengono man mano
introdotti. Questi possono alla lor volta essere concepiti -be-
Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 141 nissimo —
faccio mia l’immagine del Fouillée (1) — come anelli provvisoriamente
posti come indimo- strabili onde il tutto matematico non perda
quella continuità e quell’organicità su cui si basa. E ciò
avviene, alcune volte, con gli stessi mezzi d’indagine con i quali prima
si era dichiarato il contrario. In questo caso la questione non esce
dal campo puramente tecnico del matematico. Se è vero che questi
non deve nemmeno curarsi di sapere se i suoi postulati rispondano più o
meno a delle reali verità, più ancora se per lui la questione è
vuota di senso — lo si sostiene, ma non ne vedo il perchè — compito del
matematico è però di far sì che le ipotesi da lui supposte come punti
di. partenza, debbano necessariamente portare alle deduzioni
ch’egli si è proposto di trarne. Inoltre, nella formulazione delle
ipotesi medesime, egli dovrà non aver nè mancato nè ecceduto: nel
corso delle deduzioni se egli ha formulato un numero insufficiente
d’ipotesi, egli avrà agio di accorger- sene ed eventualmente di
rimediare; ma se il nu- ‘mero d’ ipotesi da lui ammesse è superiore a
quello che era necessario per dimostrare ciò che voleva, egli correrà
il pericolo, nota lo Zeuthen, di « ve- dersi provare da altri che alcune
delle sue ipotesi erano contraddittorie, o potevano derivare le une
dalle altre » (2). Il che significa che anche restringendo al
mas- simo il compito del matematico — nel senso che egli ha il
diritto di prescindere da ogni preoccu- pazione di natura filosofica —
egli non può man- FOVUILLÉEE, L’evenir de la méthaphysique fondée
sur l’expérience. (2) ZEUTHEN, op. cit., tr. fr., pag. 95.
149 La posizione gnoseologica della matematica care però di
attenersi al conflitto sopra detto, cioè far sì che le ipotesi adottate
non possano nel corso delle successive dimostrazioni risultare
contraddit- torie — ciò che è evidente per tutti — ma altresì che
esse ipotesi non possano risultare in alcun modo deducibili da altre
proposizioni note. Ma vi è di più: perchè questo incessante
tentativo di dimostrazione si verifica, se il nostro intelletto ci
ha subito fatto balenare la verità medesima come di una tale evidenza per
cui l’ intelletto stesso non doveva non solo riuscire, na nemmeno fentare
di completare ciò che esso stesso trovava quasi parte di se
medesimo ? Tali verità innate dovrebbero imporsi con una tale
violenza al nostro spirito che nessuno pense- rebbe di ricercarne la
spiegazione in modo più concreto e positivo, precisamente come a
nessuno è mai venuto seriamente in mente di dimostrare che a = a, o
altri giudizii di simil natura di per se stessi effettivamente evidenti
(1). Eppure la geometria è piena di tali indagini che .si
possano a buon diritto chiamare vittorie su se stessa. | |
Inoltre, non vi sembra più conseguente che, ove i postulati fossero
in noi verità effettivamente in- nate, non si sentirebbe il bisogno di
aumentarle in omaggio al sempre più vasto campo d’azione della
matematica ? Tale bisogno non potrebbe veri- ficarsi. Ma, mi potreste
rispondere, ciò si verifica in quanto i principii medesimi non si
presentano naturalmente nello stesso numero e con la stessa
intensità al pensiero umano in tutte le gradazioni (1) Si
potrebbero qui ricordare di nuovo le frasi, citate al $ 7, di Platone e
di Pascal. Cap. III. - Il valore" del giudizio matematico
143 del suo sviluppo: i principii innati del primitivo
possono essere ridotti a ben pochi; numerosi in- ‘vece sono quelli
dell’uomo civilizzato odierno. Ciò dipende da cause molteplici nella
ricerca delle quali nemmeno il più rigido idealismo trascen-
dentale può prescindere dalle considerazioni fisio- logiche inerenti al
più complesso sviluppo dei nostri organi mentali ; dell’ereditarietà
concepita come esperienza multimillenaria del nostro intel- letto,
e così via. | Tutte cause-effetti, come si vede,
perfettamente plausibili; ma tuttavia alquanto vaghe a un at- tento
esame, alquanto insufficienti quando ci si trova di fronte al caso
particolare. Leibniz (1), ad esempio, ci dice come l’assioma per il quale
di due linee curve che abbiano entrambe la loro con- cavità dalla
stessa parte è maggiore quella che è al di fuori dell’altra, sia stato
ammesso (unita- mente d’altronde a diversi altri) per la prima
volta da Archimede. Ora possiamo noi credere che effet- tivamente
la pura e semplice evoluzione del pen- siero in sè stante, cioè indipendentemente
da ogni particolare necessità matematica, sia stata tanto sensibile
da Euclide ad Archimede da poter da sè sola giustificare l’ introduzione
della nuova verità fondamentale ? Non acquisterebbe ben
maggior valore la nostra spiegazione se invece sostenessimo che è stato
il particolare sviluppo della geometria in tale periodo di tempo a
fare intuire ad Archimede che, ammet- tendo la proposizione medesima come
verità fon- damentale, egli avrebbe in certo qual modo potuto dedurre
numerose altre proposizioni perfettamente (1) Nouv. Ess., IV, cap.
7. 144 La posizione gnoseologica della matematica
consone con il principio di contraddizione, perfet- tamente apodittiche
condizionatamente a quel po- stulato, del quale altri eventualmente
avrebbero potuto in seguito stabilire la certezza ? Per conto
mio non vi può essere dubbio nella scelta delle due interpretazioni: la
seconda mi pare s’imponga con decisa chiarezza alla nostra ragione.
E ciò affermando sono ben lungi dal negare il valore apodittico delle
verità risultanti, dato che la mi- nima convenzionalità che nelle verità
stesse credo si debba ammettere ripensando in alcuni casi alla loro
lontana origine, possiamo sperare che in pro- cesso di tempo possa venire
eliminata per quanto abbiamo sopra esposto riguardo all’ incessante
sforzo della matematica per ridurre a un minimo indispensabile i suoi
postulati. È già gran risul- tato scientifico il poter contare con
sicurezza as- soluta su proposizioni che richiedono, per essere
universalmente vere, la sola condizione di accet- tare: come
universalmente vero un determinato principio, che, si noti, già di per se
stesso non è affatto fantastico e arbitrario, ma principio tanto
accettabile dal nostro intelletto da poter essere preso come base
dell’ulteriore costruzione (1). (1) Da un punto di vista puramente
tecnico, e perciò senza diretta relazione con quanto esposto in
quest’ultimo paragrafo, ma importante per ben comprendere le fondamenta
della ma- tematica, si potranno consultare le opere seguenti: SAUTREAUX,
Essai sur les axiomes mathématiques (Grenoble, Gratier et Rey); DE
ContensOoN, Les fondements mathématiques (Paris, Gauthier-Villars);
MAROGER, Lecons critiques et historiques sur le fondement des
mathématiques (Paris, 1908); C. ELLIOTT, Models to
illustratethefoundations of mathematics (Edimburg, 1914); DELEGUE, Essai
sur les principes des sciences mathé- matiques. SUE DO IO I O DI SO
IL DÀ La questione precedente svolta specificatamente nei riguardi
della geometria (1). $ 15. La II dimensione dello spazio. —
La moderna metageometria però, forse troppo imbal- danzita dal
successo — conseguenza naturale della sua stessa giovinezza — va ben
oltre i limiti critici in cui noi ci siamo mantenuti nel precedente
capi- tolo. Essa non si perita d’indagare anche nei più reconditi
presupposti dei fondamenti euclidei, con il negare che la stessa
intuizione dello spazio sia in noi naturalmente identica a quella della
geo- metria euclidea: tale identità è la base sine qua non
dell’innata evidenza dei principii della geo- metria medesima. Pure
riconoscendo l’estrema im- . portanza di questa ultima questione, faccio
subito osservare che ove tale identità, contrariamente a quanto si
ritiene oggi dalla metageometria e da non pochi psicologi, venisse in
ultima analisi con l'essere dimostrata, le obbiezioni sopra esposte
(1) Cenni bibliografici: DEL RE, Sulla struttura geometrica dello
spazio (Napoli, 1911); P. STAECKEL, Geometrische Unter- suchungen
(Teubner, 1913); BoREL, Geometrie (Paris, Colin). G. E. BARIÉ, La
posizione gnoseologica della matematica. 10. 146 La posizione
gnoseologica della matematica. tendenti a mostrare un procedimento
ipotetico — sia pure limitatamente quanto si vuole — della
matematica e il suo divenire, resterebbero immu- tate. Abbiamo sostenuto
che il valore universale e necessario del giudizio matematico è il suo
dover essere e non già il suo essere, senza nemmeno alludere alla
necessità di una differenza qualsiasi fra il nostro spazio e quello della
geometria euclidea. Così posti i termini del problema
aggiungo una.” seconda osservazione, intimamente connessa con la
precedente, e cioè che non pretendo affatto ri- solvere in questo
capitolo il complesso problema dello spazio in se stesso considerato,
dato che il problema stesso non è, a mio modo di vedere,
indispensabile, come si è osservato, per arrivare alle conclusioni cui
siamo arrivati; ma l’impor- tanza di tale questione è estrema piuttosto
per quei filosofi che incondizionatamente ammettono i principii
kantiani anche nelle loro conseguenze ultime e particolari. Kant stesso
per sostenere il suo punto di vista, ammette tale identità d’intui-
zione spaziale. Per quanto non ce ne dia mai una esplicita dimostrazione,
o per lo meno passi a svolgere con ampiezza tale sua convinzione, vi
è però un punto nei « Prolegomeni » che non per- mette si possano
avere al riguardo dubbii di sorta. Alludo alla osservazione III, nella
quale, dopo aver constatato ancora una volta che lo spazio non è
nelle cose, ma è un’ intuizione «a priori » che ci permette di
stabilire un rapporto fra noi e il mondo esterno, intuizione senza la
quale noi non po- tremmo arrivare alla conoscenza sensibile, Kant
osserva che non per questo si deve ritenersi auto- rizzati a ritenere che
lo spazio medesimo sia Cap. IV. - La questione precedente ecc.
147 qualche cosa d’immaginario, dal soggetto arbi-
trariamente creato. Se così fosse «lo spazio del geometra
verrebbe ad essere considerato come una semplice inven- zione senza
validità obbiettiva ». Ma in che modo sì potrebbe poi spiegare la strana
combinazione che le cose vengono poi a «concordare con l’im- magine
che noi ce ne* facciamo in antecedenza da noi? ». | Che tale
d’altra parte sia la sicurezza su cui Kant si basa è anche l’opinione dei
più notevoli interpreti del suo pensiero. Il Martinetti ne) suo
«Commento ai Prolegomeni » (pag. 224-225), alla domanda postasi del come
può essere il valore universale e necessario delle proposizioni geome-
triche, così interpreta : « Ciò avviene -— risponde Kant — in quanto lo
spazio del matematico e lo spazio nel quale si trovano i corpi sono, in
fondo, una cosa sola: lo spazio reale non è un misterioso
recipiente a cui lo spirito sia estraneo, ma è una costruzione formale
dello spirito conoscente in ge- nere e le leggi che il matematico trova,
quando considera questa funzione dello spirito, astrazion fatta dal
contenuto che in detta costruzione for- male viene ordinato, valgono
necessariamente delle cose corporee, perchè queste sono appunto il
risul- tato della costruzione stessa ». | Anche qui, come già
nel brano riportato da Kant, dobbiamo distinguere : quello che
partico- larmente importa all’argomento che stiamo trat- tando è
dato dal primo periodo da cui risulta che lo spazio nostro intuitivo e
quello del geometra euclideo sono in fondo una cosa sola. Su questa
necessità avrà d’altronde il Martinetti a ritornare per conto suo, nello
stesso « Commento », quando, 148 La posizione gnoseologica della
matematica combattendo le conseguenze estreme (la totale
con- venzionalità del mondo matematico) cui sono ar- rivati gli
esponenti della metageometria (es. Poin- caré, Rougier, ecc.) e alcuni
fisici che andarono oltre basandosi su di essa (es. Helmholtz) si
schie- rerà risolutamente all’estremo opposto (la nessuna .
convenzionalità del mondo matematico) accettando senza restrizioni la
dottrina kantiana dell’apoditti- cità dei giudizii matematici,
completandola di quelle. considerazioni che le scoperte della
metageometria hanno ora reso possibile (1). Il Martinetti cioè,
sostenendo la completa indifferenza della dottrina kantiana di fronte
alle indagini della metageo- metria, si appoggerà prevalentemente al
concetto che qualunque siano per essere le geometrie pos- sibili,
tuttavia « uno spazio a tre dimensioni di- verso dal nostro, o uno spazio
a più di tre dimen- sioni, non possono venir costruiti che in
astratto o simbolicamente rappresentati per mezzo di ele- menti tolti
al nostro spazio » (2). Il Paulsen (3) pure interpreta che Kant
faccia risiedere la validità obbiettiva dei giudizii mate- “matici,
anche in quanto « lo spazio in cui la geo- metria (4) opera la sua
costruzione ‘a priori ’’, cioè lo spazio della nostra rappresentazione è
pre- cisamente lo stesso spazio in cui sono i corpi ». La
relativa chiarezza dell’espressione dipende qui, come si vedrà meglio
naturalmente sull’ori- ginale, dal non trattare l’A. la questione dal
punto ‘ di vista problematico della metageometria, ma il
significato è lo stesso. (1) Op. cit., pag. 239-242.
(2) Nel Commento cit., pag. 240. (3) F. PAULSEN, Kant (tr.
it.), pag. 130. (4) Bene inteso geometria euclidea. Cap. IV.
- La questione precedente ecc. 149 $ 16. L’intuizione spaziale ‘ a
priori ”’ e lo spazio euclideo. — È d’altra parte indubitale che
Kant così pensasse : soltanto a titolo di definitiva conferma ho in
proposito citato il Martinetti e il Paulsen. È qui
facilissimo cadere in errore. Per questo nello svolgimento ulteriore del
problema inerente all’ intuizione spaziale non mi preoccuperò che
di render ben chiaro il mio pensiero, incorrendo eventualmente anche in
prolissità apparenti e ripetizioni. Possiamo frattanto
osservare subito come la dot- trina kantiana dello spazio da un punto di
vista generalissimo (1) è in fondo ammessa anche da coloro che
negano l’innatezza e l’invariabilità del- l'intuizione spaziale medesima.
Ma il problema non ha nemmeno ragione di sussistere nei riguardi di
Kant, come fa ad esempio lo Stefanescu in un libro (2) pertanto sotto
molti aspetti notevole. Dice lo Stefanescu : « L’idea di spazio quale
noi ce la rappresentiamo abitualmente oggi e quale la concepisce
Kant è un tutto omogeneo, infinito, continuo, che non ha il suo centro in
nessuna parte, dove si possono costruire a volontà figure , simili
ecc. » (3). E fin qui possiamo anche essere d’accordo: ciò è
indubbiamente molto vago e in- determinato, ma risponde a verità.
. Ma non ci comprendiamo più quando lo Stefa- | nescu soggiunge: «
È una forma “a priori ’’, in- variabile, sempre identica a se medesima?
No, (1) Come qualche cosa d’inafferrabile e d’infinito che tutto
. informa. (2) M. StEFANESCU, Le dualisme
logique (Paris, Alcan). (3) Op. cit., pag. 132. 150 La posizione
gnoseologica della matematica perchè noi sappiamo storicamente
ch’essa si è modificata e che essa è ancora possibile di varia-
zioni; a fianco di una geometria euclidea, noi abbiamo delle geometrie
non euclidee» e così via di seguito. Prima di tutto noi non possiamo
affatto affermare storicamente che la nostra intuizione spaziale si
sia modificata nel corso del tempo. In secondo luogo non significa
proprio nulla l’esempio addotto dell’esistenza di geometrie non euctidee
: questo non viene affatto di per sè solo, ad intac- care
l’invariabilità della nostra umana intuizione dello spazio. Già Kant
aveva preveduto ed am- messo (1). La questione è ben diversa.
Le geometrie non euclidee già esistenti si appoggiano sopra un’in-
. tuizione spaziale che certamente non è la nostra fisiologica, ma
creazione ipotetica che significa sol- tanto questo: se noi modificassimo
l’ intuizione spaziale che è a fondamento della geometria eu-
clidea ben diverse verrebbero ad essere le « verità » ottenute. Questa
nuova intuizione dello spazio non è perciò l’effetto di un processo
modificatore storico- . fisiologico, come lo Stefanescu sembra credere,
ma soltanto di una convenzione ipotetica che verrebbe in certo modo
a coartare la nostra sensibilità. Ed ecco affacciarsi qui il punto
fondamentale della questione: siamo noi sicuri di quest’ iden- tità
fra la nostra naturale umana intuizione dello spazio e quello della
geometria euclidea che ab- biamo mostrato nel paragrafo seguente essere
il . fondamento indispensabile per accettare senza ri- . serve il
valore apodittico del giudizio geometrico come Kant vuole ?
(1) Cfr. questo libro, Cap. III, $ 11, pag. 106, Cap. IV. - La
questione precedente ecc. 151 L’errore della metageometria al
riguardo, anche degli esponenti più riservati di essa, è stato
quello di affermare senz’ altro la totale convenzionalità della
geometria euclidea in quanto altre geometrie hanno potuto costruirsi con
conclusioni rigorosa- mente esatte e diverse da quelle della
geometria euclidea. Errore, in quanto a tale affermazione si
sarebbe potuto arrivare soltanto nel caso che le geometrie diverse dalla
geometria euclidea si fon- dassero sopra un’intuizione dello spazio pure
a tre dimensioni: ciò che, sino ad ora, non è stato possibile. Gli
studi del Lobatchefski e del Riemann riguardano un mondo diverso da
quello della nostra sensibilità e pure inchinandoci ossequienti
alle loro ipotesi geniali, non possiamo certo basarci su di esse
per intaccare nè l’universalità e necessità dei giudizii nè l’apriorità
dei principii matematici, apriorità che d’altronde essi non pongono
meno- mamente in dubbio, almeno considerando l’aprio-. rità
soltanto come non empiricità e non come in- natezza. La
questione della terza dimensione nella nostra intuizione spaziale si
presenta al nostro esame sotto un aspetto psicologico e sotto un aspetto
rigida- mente geometrico. Sotto il primo aspetto la que- stione non
fornisce veramente all’attenzione dello studioso elementi tali che ci
possano portare a con- cludere logicamente in un modo o nell’altro:
sotto l’aspetto geometrico, senza potere affermare essere la
questione medesima molto innanzi, possiamo indubbiamente trovare in esso
più solidi punti di appoggio. | È evidente che soltanto dalla
fusione degli sforzi concordi di matematici e di psicologi si
potrebbe su tal punto arrivare ad una chiarificazione. Ma
152 La posizione gnoseologica della matematica ciò si presenta
sempre più difficile con la sempre maggiore specializzazione delle
singole scienze, la quale, se si è resa necessaria per efficacemente
pro- seguire nel campo del conoscere, ha anche portato
disgraziatamente — perchè non confessarlo? —- ad una specie di diffidenza
fra i cultori di questa o quella disciplina. Da un punto di
vista molto generale, qualche cosa indubbiamente si è fatto nella seconda
metà del secolo scorso; ma si mirò allora piuttosto a. indagini
atte a trovare un metodo, superiore ad ogni sospetto per la sua
obbiettività assoluta, onde poter controllare i fenomeni psichici, tanto
da poter arrivare alla formulazione di leggi psichiche con metodo
matematico (1). Ma questo movimento, oltre all’ essersi
mante- nuto troppo sulle generali, come si è osservato, per poter
avere efficacia diretta sul particolare ar- gomento della terza
dimensione che stiamo trat- tando, presenta anche l’inconveniente comune
a tutti gli indirizzi filosofici del genere: l’assogget- tare cioè
ogni ricerca, anche di carattere metafi- sico, a un criterio puramente
matematico. Ciò porta alla necessità prima di postulare su ipotesi e
alla conseguenza inevitabile di dover poi forzatamente far rientrare
il tutto quasi in un piano prestabilito. Quello che abbiamo già
accennato nei riguardi di Cartesio e di Spinoza (2) si presenta qui in
tutta la sua chiarezza, con l’aggravante della mancanza della
grandiosità unitaria della visione sintetica (1) Cfr. ad esempio:
G. Tu. FEcHNER, Revision der Haupt- punkte der Psychophysik (Leipzig,
1882); H. MiNnSsrERBERG, Ueber Aufgabe und Methoden der Psychologie
(Leipzig, 1891). (2) Cap. 1, 85. Cap. IV. - La
questione precedente ecc. 153 dell’universo preso nel suo
complesso, e con la pretesa di adottare, quasi caso per caso,
l’applica- zione del metodo matematico a ricerche sperimen-
talmente impostate, come si tende a fare nella moderna psicologia.
Specificatasi come scienza par- ticolare, allontanatasi perciò dalla filosofia,
della quale non era stata fino allora che un capitolo, non poteva
trovare appoggio che in un criterio positivo di ricerca e diventare sopra
tutto speri- mentale. ——. Non quindi una collaborazione
simile a quella verificatasi fra psicologia e matematica è da auspi-
carsi per poter approfondire il problema della terza dimensione, perchè
essa, più che fusione di sforzi significava incondizionata accettazione
di metodo ; ma nella collaborazione reciproca dei risultati ot-
tenuti, i quali frutti soltanto dal filosofo potranno essere portati alla
loro espressione ultima. Ciò non essendosi ancora verificato, la
questione che ci preoccupa non può sfuggire del tutto, mal- grado
la buona volontà, ad una certa indetermi- natezza. Cerchiamo
perciò di precisare con la maggiore chiarezza possibile il problema: è la
nostra intui- zione dello spazio identica a quella della geometria
euclidea? Sarà in primo luogo necessario stabilire se è in noi la terza
dimensione effettivamente in- nata, a priori. Facciamo subito
notare come la stessa Landa zione del problema non intacca nemmeno
lontana- mente la nostra concezione idealistica della mate- matica:
e che anche qui, nel caso particolare della terza dimensione, come
dianzi, nel problema del- l’ intuizione spaziale più genericamente
esaminato, qualunque possa essere la soluzione di esso pro-
154 La posizione gnoscologica della matematica blema, anche se
affermativa, non nuocerebbe alla tesi che siamo venuti svolgendo in merito
al ca- rattere parzialmente ipotetico della geometria : ove la
soluzione stessa ci portasse poi a una risposta negativa, la
incondizionata sicurezza del giudizio matematico non potrebbe in alcun
modo sussistere. È evidente che non si possono ammettere come del
tutto innati nell’ uomo principii che presuppon- gono un’intuizione
spaziale differente da quella insita nell'uomo medesimo. Noi sappiamo, ad
es., che il postulato di Euclide ha valore soltanto per uno spazio
a tre dimensioni: se il nostro spazio non fosse a tre dimensioni,
cadrebbe senz'altro, non già l’apriorità originaria del postulato
me- desimo, ma certamente il suo valore universale e necessario,
dato che la sua obbiettività non sarebbe se non accettando come punto di
partenza insin- dacabile un’ ipotesi, che sapremmo già non rispon-
dere a verità, in quanto basata su di uno spazio a tre dimensioni, che
non sarebbe già il nostro spazio naturale, ma uno spazio che noi
avremmo in certo qual modo preso a prestito. La questione è,
come sì vede, di tale natura da avere il suo logico svolgimento in
trattati parti- colari di psicologia o di matematica, a seconda del
punto di vista sotto cui essa verrebbe svolta; ma essa è di tale
importanza per determinare l’esatta posizione della geometria nella
teoria della cono- scenza, che qualche delucidazione è qui
necessaria. Necessità tanto per i filosofi, onde essi non si chiu-
dano in una rigidezza non sempre giustificata din- nanzi alle indagini
della scienza moderna e sopra tutto alle indagini svolte in questo campo
partico- lare; quanto, e più sensibilmente ancora, per i ma-
tematici e i fisici del nuovo indirizzo metageometrico, i quali, male
interpretando la dottrina di Kant, credettero di ravvisare nella sola possibilità
di concepire una geometria diversa da quella eu- clidea, il tallone d’
Achille della dottrina medesima, meritandosi così il biasimo di quei
filosofi che ve- dono nelle loro argomentazioni e ricerche una
specie di circolo vizioso in quanto queste « presuppongono già
tutte quella costituzione particolare del mondo- dell’esperienza che se
ne vorrebbe derivare» (1). Così non possiamo passare sotto silenzio
che un matematico come il Poincaré venga proprio a con- cludere che
la nostra intuizione dello spazio dif- ferisce da quella di Euclide, che
presuppone una omogeneità ed un’isotropia che non possiamo in alcun
modo — reputa almeno il Poincaré — ri- scontrare naturalmente nella
nostra (2). Tale con- statazione esce forse dal campo puramente
matema- tico per coinvolgere, come si vede, una questione
psicologica; ma i due aspetti del problema sono fra loro talmente
connessi, che mal si potrebbe trattarli in modo del tutto indipendente l’
uno dal- l’altro. È doveroso inoltre riconoscere che tutti
questi (1) V. il Commento di Martinetti ai Prolegomeni, pag.
241. (2) Analogamente L. RouciER, La Philosophie
géométrique . de Henri Poincaré, pag. 100. Il Rougier aggiunge a
favore della relatività dello spazio (oltre all’omogeneità e
all’isotropia) altre due prerogative, e cioè: il non comportare lo spazio
al- ‘ cuna grandezza assoluta e l’essere a amorfo-1. Come si vede
però questi ultimi due non sono caratteri differenziali o per lo meno
ammessi come differenziali fra il nostro spazio e quello della geometria
euclidea, ma sono unicamente in appoggio alla relatività generica di ogni
intuizione spaziale, concetto che la filosofia ha già fatto suo da un
pezzo. La teoria del Poincaré su tale problema più generale troverai in:
La relativité de l’espace (L’Année psychologique, XMI, 1907, 1,
17). 156 La posizione gnoseologica della matematica
matematici — e ciò sia detto a loro onorè — nelle loro ansiose ricerche,
spingono queste al di là della stretta cerchia tecnica in cui potrebbero
contenerle e che le complesse e molto spesso vacillanti dot- trine
della fisiologia non li spaventano. In tal modo accade ad es. di
esprimersi al Poincaré (1), dopo avere affrontato l’aspetto fisiologico
del problema: «Se così fosse, se una sensazione muscolare non
potesse nascere se non accompagnata da questo sen- timento geometrico
della direzione, lo spazio geome- trico sarebbe allora veramente una
forma imposta alla nostra sensibilità », parole che ci ricordano
quelle del James: « Il senso muscolare non ha un ufficio notevole nella
generazione delle nostre sen- sazioni di forma, direzione », ecc.
(2). Così non possiamo passare sotto silenzio che uno
psicologico come lo stesso James, pure concludendo per conto suo che la
terza dimensione « forma un elemento originario di tutte le nostre
sensazioni spaziali » (3), riconosca tuttavia notevolissimo va-
lore alla posizione opposta assunta dalla maggior parte degli psicologi e
che sia costretto a ricono- scere egli stesso che indubbiamente il
concetto della terza dimensione non può essere senz’altro accet-
tato come quello delle altre due dimensioni (4). Nè sì deve
dimenticare come ben prima di tutto ciò, il Berkeley considerasse la
distanza come data (1) V. La science et l’hypothese, pag. 73
segg. (2) .W. James, Psicologia (tr. it.), pag. 355.
(3) Op. cit., pag. 357. (4) Il Vaissiàre, senza trattare
particolarmente la questione, ha un'eccellente espressione per indicare
l’insufficienza della vista per determinare, anche soltanto
fisiologicamente, la distanza: « Nous nous servons de nos. lignes
visuelles comme l’aveugle se serve de son baton ». V. Psychologie
Expérimentale, pag. 78. I Cap. IV. - La questione
precedente ecc. > 157 in noi puramente in modo tattile,
distinguendola così dalle altre sensazioni spaziali, proprie invece
sopra tutto dell’organo visivo. Le prove fatte sui ciechi nati, di
cui ci parla la psicologia sperimentale, possono indubbiamente far
pensare, far dubitare che nel loro complesso le fi- gure geometriche non
possono essere concepite — malgrado la pretesa evidenza innata della
defini- © zione — da un cieco nato. L’esempio che il James
riferisce, a proposito di tutt'altro argomento, del- l’esperienza del
dottor Franz è quanto mai signi- ficativo per il problema che stiamo
esaminando: un giovane, cui il dottor Franz diede la vista to-
gliendogli la cataratta, posto dinnanzi a delle fi- . gure geometriche,
ebbe a dichiarare «che queste | non sarebbero state affatto capaci di
dargli l’ idea di un quadrato o di un circolo se egli non avesse
percepita, sulla punta delle dita, la sensazione di ciò che ora vedeva
come se toccasse realmente gli oggetti » (1). Riconosco
perfettamente che tali allusioni e tali esempi hanno in fondo un valore
puramente rela- tivo, in quanto altri esempi si potrebbero portare
contro questi ed esempi forse di non minore va- lore. Così degno di nota,
come argomentazione con- traria all'esperienza del dottor Franz, è
indubbia- mente il caso di quel matematico Saunderson che riuscì a costruire,
ci dice il Mach, un sistema geo- metrico intelligibile anche per chi
vede, pure es- sendo nato e rimasto cieco. E su questo come su
altri esempii si potrebbero svolgere considerazioni che potrebbero
eventualmente portarci a conclu- (1) JAMES, op. cit., pag. 309. Il
James lo riporta trattando dell’ immaginazione. | 158 La
posizione gnoseologica della matematica sioni opposte a quelle cui
sembrerebbe doversi necessariamente arrivare basandoci soltanto
sulle prime da noi dianzi esposte (1). $ 17. La teoria del
Poincaré sulla III dimen- sione. Ben diverso risultato possiamo
invece conseguire esaminando la questione della terza di- mensione
nel pensiero dei matematici; innanzi tutto, per la più precisa
impostazione del pro- blema; in secondo luogo perchè il problema me-
desimo è da loro direttamente trattato e non sol- tanto incidentalmente
com'è nei libri di psicologia e di fisiologia. Le osservazioni dei
pensatori ma- tematici al riguardo hanno indubbiamente valore
notevole per il rigore del procedimento. Decisive sarebbero, ove
dovessimo accettarle senza obbie- zioni, le differenze che il Poincaré —
per non pren- dere che l’esponente più insigne di tale corrente
(1) Il caso del cieco nato Saunderson dà al Mach l’occasione di
uscire in notevoli considerazioni inerenti al senso della vista nella
nostra intuizione spaziale, ma esse soltanto molto indi- rettamente
potrebbero riguardare il problema particolare che c’ interessa, e
precisamente soltanto nei limiti dello spazio fisio- logico, che potrebbe
avere attinenza con quanto sopra soltanto per mostrare se la terza
dimensione debba in noi ritenersi alla stessa stregua delle altre, oppure
se essa sia stata acquisita in seguito o comunque circoscritta soltanto
ad alcuni organi di senso. Può in ogni modo interessare quanto la fisica,
in senso rigoroso, pensi. sull’argomento. Il Mach ne tratta, per
quanto io sappia, segnatamente in: La connaissance et l'erreur
(cap. XXII, Le temps et l’espace en physique), Analisi
delle sensazioni (cap. VI, Sensazioni spaziali nella vista;
nonchè nei cap. IV, VII, X dello stesso libro), e inoltre in uno
studio particolare: Sull’effetto fisiologico degli stimoli di luce
distri- buiti nello spazio. Si troverà in tali svolgimenti anche una
scelta bibliografia, per quanto limitata ai soli autori che il Mach
combatte o sui quali si appoggia. . - La questione precedente ecc.
- — ha creduto di poter affermare fra la nostra
na- turale intuizione spaziale e quella che serve di pre- supposto
necessario alla geometria euclidea: e ciò non tanto riguardo alle
particolarità dell’ omoge- neità e dell’isotropia che sono in questa e
non sarebbero in quella, dato che esse mi sembrano di ben difficile
determinazione, quanto nell’affer- mazione che il Poincaré non esita a
fare riguardo alla pura e semplice convenzionalità, comodità — per
usare la sua precisa parola — delle tre di- mensioni del nostro stesso
spazio naturale. Noi abbiamo già con sufficiente ampiezza mo-
strato come Kant e i filosofi che direttamente a Kant si riconnettono
sull’argomento, ritengono essi medesimi indispensabile che, per il valore
incon- dizionato della loro dottrina, la nostra intuizione dello
spazio sia, appunto, a tre dimensioni: donde il valore grandissimo di
tale teoria del Poincaré. Ma riesce egli nel suo scopo? Non mi
pare. Da un punto di vista filosofico (idealistico) le sue
acutissime considerazioni sullo spazio non presen- tano il minimo
interesse specifico; non presentano cioè che quell’interesse generico che
qualunque dottrina scientifica offre allo studioso; ma da tale
dottrina esce illesa la teoria kantiana della natura aprioristica della
nostra intuizione spaziale e del numero delle sue dimensioni.
Precisiamo meglio. La dottrina del Poincaré sullo spazio è una
nuova conferma — ove ce ne fosse stato bisogno — della sua mente
straordi- nariamente aperta ad afferrare l’intima essenza delle
cose e non già soltanto la loro veste appa- rente; dote questa — è
dolorosa ma necessaria constatazione — che non è molto frequente
negli scienziati, nemmeno fra i più insigni di essi: ma 160
La posizione gnoseologica della matematica essa dottrina ci rivela
altresì una mediocrissima conoscenza del pensiero di Kant.
Vediamo di esporre tale dottrina almeno nelle sue linee essenziali
e sotto il suo aspetto partico- lare, veramente originale questo, del
come sia sorta nella geometria euclidea la concezione di uno:
spazio a tre dimensioni. Ponendosi nettamente il problema: che cosa
in- tendiamo noi dire parlando di dimensioni dello spazio (1), il
Poincaré vede la necessità di arrivare prima che al concetto di
dimensione al concetto di divisione di un « continuo ». Che cosa si
debba intendere per « continuo » fisico l'A. ha già mo- strato in «
La Science et l’Hypotèse » e mostra nuovamente in «La Valeur de la
Science »: pos- siamo avere l’idea di un continuo fisico tutte le
volte che noi siamo capaci di distinguere due im- pressioni l’una
dall’altra, senza che queste pos- sano alla loro volta essere distinte da
una terza intermedia. Gli esempii sono numerosissimi in ogni nostra
sensazione, ma per non uscire dal campo prescelto e per adottare
l’esempio dell’A., pos- siamo pensare a due oggetti leggerissimi A, C,
di cui il peso di A = 10 grammi, il peso di C = 12 grammi. Una mano
un po’ esercitata può distin- guere che A è più leggiero di C; ma se noi
pren- diamo un altro oggetto B che pesì 11 grammi, ecco che quella
stessa mano non distinguerà B nè da A nè da C. Da cui si verrebbe a
ricavare: A=B, B=C, A<C (1) Cfr. anche l’articolo
del PoINcARÉ: L’espace et ses trois dimensions (Revue de méthaphysique et
de morale, 1903, pag. 281-301, 407-429). Cap. IV. - La
questione precedente ecc. 161. conclusione di cui è evidente
l’assurdo. Nè miglior risultato noi avremmo se invece di fidarci
della mano esercitata, adoperassimo la più perfezionata delle
bilance. Si verrebbe pur sempre a conclu- dere in una contraddizione
anche se i termini di essa sarebbero infinitamente più vicini che non
4 con B e B con C nell’esempio citato. Tale contraddizione è
stata tolta con l’introdu- zione del continuo matematico, ed appunto
per intendere questo ci siamo rifatti al continuo fisico : « C'est
l’esprit seul » dice giustamente il Poincaré, che può risolvere la
contraddizione medesima (1). Ma che cosa ha a che vedere con tutto
ciò il numero delle dimensioni dello spazio? Innanzi tutto « che
cosa vogliamo dire quando diciamo che un continuo matematico o un
continuo fisico ha due o tre dimensioni ? » (2). Continuando nel-
l'esempio citato e introdotta una distinzione non soltanto fra (A e C, ma
anche fra Ae Be fra B e C contrariamente a quanto ha potuto
rivelarci la sola. esperienza bruta, si potrà sempre consi- |
derare una serie di elementi E; Fs...... . En, i quali siano fra A e Be
tali che ciascuno di essi non sia distinguibile da quello immediatamente
prece- dente o susseguente, così : A=H,, E, = Ea. seseo En =
B . da cui risulta che l’assurdità della serie precedente
non è stata in fondo che differita. Per venirne alla soluzione siamo
perciò costretti a introdurre un nuovo elemento, puramente astratto
questo e che il Poincaré chiama «la notion de coupure ». Tale
(1) La Valeur de la Science, pag. 70. (2) Op. cit., pag. 70.
G.
E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della matematica. 11. 162 La
posisione gnoseologica della matematica nozione, lo dice il suo
stesso nome, ci permetterà di supporre che questa ininterrotta serie d’iden-
tità parziali non sia: ciò ci permetterà di pren- dere in esame qualcuno
degli elementi di C, cosa che non avremmo potuto fare continuando a
ve- dere in C un continuo ininterrotto. Tali elementi che prendiamo
ad esaminare potranno essere o tutti distinguibili gli uni dagli altri, o
formare essi stessi uno o diversi continui. Tali elementi così
arbitrariamente considerati sono appunto le « Coupures » del Poincaré:
esaminiamo allora di nuovo con tale criterio arbitrariamente
ottenuto il continuo C. La differente situazione creata ci
permetterà di distinguere due nuovi casi, i quali passiamo ad esaminare,
osservando però che gli elementi della serie E introdotti nel continuo
€, continuano come prima a rispondere ai due requi- siti di
appartenere tutti a C e che ciascuno di essi non è distinguibile da
quello immediatamente sus- seguente o precedente. I due nuovi
casi sotto i quali le « coupures » possono presentarcisi sono questi: 1°
che esse siano tutte distinguibili da tutti gli elementi della
serie Z; 2° che una di esse non sia distinguibile da uno degli elementi
E. Nel primo caso C re- sterà sempre un continuo ininterrotto ; nel
secondo C sarà diviso. Siamo venuti così a introdurre una
nuova no- zione : quella di divisione. Essa, come già la « cou-
pure », ci porterà ad esaminare due altri casì: 1° di considerare per
divisione di un continuo delle « coupures » date da elementi tutti fra
loro differenti e allora il continuo sarà a una.dimen- sione ; 2°
di considerare per divisione di un con- tinuo che le « coupures » debbano
alla loro volta Cap. IV. - La questione precedente ecc. 1630
formare esse stesse uno o più continui, e allora il continuo base
sarà a più dimensioni. E ancora, ultima distinzione, se adottiamo
que- st’ultima ipotesi (« coupures » di un continuo che formano
altri continui) e i continui che ne risul- tano sono tutti a una
dimensione, il continuo € sarà allora a due dimensioni, se invece i
continui che ne risultano sono a due dimensioni, il con- tinuo C
sarà a tre dimensioni (1). Come si vede tutta la teoria del
Poincaré per ar- rivare al concetto di dimensione, è una
successione di definizioni. È quindi necessario che, perchè esse
siano accettate per lo svolgimento della sua tesi, corrispondano al
procedimento per il quale nella geometria euclidea si è venuto
introducendo il concetto dello spazio a tre dimensioni. Ed effetti-
vamente la concezione è la stessa : le « coupures » in questo caso
introdotte per la divisione dello spazio sono la superficie, la linea e
il punto (2). Posta così la nozione di spazio, il Poincaré
passa ad esaminare il caso specifico della terza dimen- sione in
genere, non vedendo perchè mai si do- vrebbe attribuire valore diverso da
quello di sem- plice convenzione utilitaria alla intuizione
spaziale a tre dimensioni. Noi verremmo così a seguire l’A. in
considerazioni e' constatazioni molto dotte, di . natura queste
prevalentemente fisiologica, dalle quali si dovrebbe dedurre che, se il
processo della (1) Ho cercato di esporre tale teoria del Poincaré
il più bre- vemente e chiaramente che mi è stato possibile
corredando incidentalmente la stessa (esposta in La Valeur de la
Science, cap. III) con altri pensieri e concetti dallo stesso A. svolti
in altre sue opere e segnatamente in Sc. Hyp. e in Science et
Méthode. (2) Cfr. Porncaré, La Valeur de la Science, pag. 74
segg. ‘164 La posizione gnoseologica della matematica
sensazione non si verificasse in noi nel modo noto, ecc. noi non avremmo
già uno spazio a tre dimensioni, ma di un altro numero di
dimensioni, numero variabile a seconda delle diverse ipotesi.
$ 18. Critica della teoria precedente. — Tutte queste
considerazioni del Poincaré sia per quello che riguarda la teoria della
nozione di spazio, la quale abbiamo ritenuto opportuno di esporre
in quanto essa presenta indubbiamente dei lati pro- fondamente
originali; sia per quello che riguarda le deduzioni che egli crede di
poterne trarre, per le quali rimandiamo alle sue opere ritenendole
note nelle loro linee essenziali, cadono di fronte a una sola
obbiezione (1) di una semplicità estrema, questa : tali argomentazioni
avrebbero valore de- cisivo anche rispetto alla dottrina kantiana
ed anche all’ idealismo gnoseologico — sotto questo aspetto
convergenti — se l’una e l’altro non aves- sero già detto ciò; non
avessero già dimostrato cioè che lo spazio è per essi la pura forma
della sensibilità; non riguardare cioè esso in alcun modo la verità
assoluta. Il venire a dirci, come fa il Bolis che ove in noi
non si verificasse una certa sensazione di (1) L’obbiezione
medesima ha naturalmente valore anche per la teoria del matematico
francese riguardo alla nozione del tempo, che qui non abbiamo considerato
per maggiore brevità e semplicità: la concezione idealistica del valore
del giudizio matematico non ha nulla a soffrire di ciò; il tutto
potrebbe facilmente essere esteso anche riguardo all’ intuizione
tempo- rale, che non-presenta, da un punto di vista gnoseologico,
al- cuna differenza essenziale con quella spaziale. In Sc. Hyp. il
Poincaré conclude esplicitamente a un errore di Kant: meno
esplicitamente, ma tuttavia in modo non dubbio. V. La Valeur de la
Science, II. 4 Cap. IV. - La questione precedente
eco. 165 convergenza in due sensazioni visive, che dovreb-
bero in certo qual modo mantenersi separate e che tali specie di
sensazioni di convergenza — l’espres- sione è fisiologicamente alquanto
discutibile, ma ciò non conta per quanto andiamo osservando — sia a
sua volta sempre accompagnata — l’espe- rienza almeno ce lo conferma — da
una stessa sen- sazione di accomodamento, noi avremmo una intui-
zione dello spazio non più a tre, ma a quattro di- mensioni (1), non
intacca affatto Kant e quello che una corrente idealistica derivata dal
criticismo kantiano hanno già posto chiaramente in luce da un pezzo
: essere cioè l’intuizione dello spazio uni- camente inerente alla realtà
come è in natura (sen- sibile) e non come dovrebbe essere (razionale).
Certo un « dover essere » c’è già nella conoscenza sensibile, più ancora
in qualunque percezione, e c’è già proprio per la funzione del tempo e
dello spazio. Ma tale funzione ben lungi dal poterci dare il dover
essere che appaghi la nostra ragione, si limita a far sentire al nostro
pensiero il bisogno appunto di una più profonda sintesi verso una
più definitiva realtà come Hegel ci ha mostrato. Contrariamente
quindi a quanto il Poincaré stesso e molti suoi seguaci — come ad es.
Luigi Rougier (2) — e non pochi fisiologi illustri che si | sono
occupati direttamente della questione — come ad es. l’Helmholtz (3) —, la
teoria del matematico (1) Cfr. La Valeur de la Science, pag. 90
segg. (2) L. Roucier, La Philosophie géométrique de H.
Poin- caré, Paris, 1920. V. pure ad opera di diversi matematici
di questa scuola (V. Volterra, I. Hadamard, P. Langevin, P. Bou-
troux), il notevole volume: Henri Poincaré, LOCUUrE scienti- fique,
l’oeuvre philosophique. HeLMHOLTZ, Wissenschaftliche ina II,
166 La posizione gnoseologica della matematica francese segna al
riguardo la prova che la scienza dà di una precedente speculazione
filosofica, com'è d’altra parte logico che sia. Ma ciò non può au-
torizzare alcuno a concludere che « tutto ciò che noi possiamo dire è che
l’esperienza ci ha ap- preso che è comodo attribuire allo spazio tre
di- mensioni ». La conclusione va bene al di là dei
risultati ottenuti : basandoci rigorosamente su di essi noi
possiamo, oggi, soltanto concludere che l’ intui- zione dello spazio a
tre dimensioni è l’unica pos- sibile per l’uomo nel mondo nel quale esso
vive. Per questo e nel primo capitolo e nel secondo non mi sono mai
stancato di ripetere a sazietà che l’aritmetica e la geometria dovendo
basarsi esclu- sivamente sulle forme proprie della conoscenza
sensibile (tempo e spazio), non possono e non po- tranno mai assurgere
alla ricerca della verità as- soluta, concezione questa che la metageometria
contemporanea ha creduto essa di scoprire, mentre invece era già una
constatazione da lungo tempo — da Kant — acquisita
incrollabilmente. La reale importanza che la metageometria
pre- senta per il filosofo, non già in quanto essa abbia originato
il problema, ma certo in quanto ai ten- tativi di soluzione di questo ha
portato notevole contributo, è unicamente questo : hanno le verità
matematiche, condizionatamente alla conoscenza sensibile, valore
universale e necessario? Tale problema si è appunto trattato
specificatamente nel terzo capitolo: per la soluzione di esso ho
creduto di poter prospettare la tesi di un tendere, di un divenire della
matematica ad essere tale espressione — che è precisamente il suo «
dover essere » — ma che, contrariamente a Kant, penso Cap.
IV. - La questione precedente ecc. 167 che la matematica non ha
ancora raggiunto e mai potrà raggiungere se non ritornando in certo
qual modo sul cammino percorso, compiendo quell’opera di
riflessione sull’ampia messe di risultati raccolti, senza preoccuparsi di
estendere ancor più il pro- prio campo conoscitivo, il che non potrebbe
fare se non introducendo ognor più nuovi postulati. In poche parole
: limitando o per lo meno non esten- dendo il proprio dominio e
preoccuparsi piuttosto di rafforzarlo, come in parte essa sta già
facendo riguardo al calcolo infinitesimale. $ 19. La
possibilità di più geometrie basantesi su di una stessa intuizione
spaziale. — Perciò, anche se dovessimo rispondere affermativamente
alla domanda postaci inerente all’essere o non la nostra intuizione « a
priori » dello spazio a tre dimensioni, non per questo si dovrebbe
dedurre essere la geometria euclidea la sola possibile (come vuole
Kant), la sola incondizionatamente vera o, se si vuole, più vera di altre
eventuali geometrie future esse pure basate su di uno spazio a tre
dimensioni. (1) È quindi in linea di massima accettabilissima (da
un punto di vista puramente gnoseologico,. bene inteso) quella
teoria fisiologica del De Cyon, che vi siano cioè organismi il cui spazio
sia a due od anche ad una dimensione. Ciò indi- pendentemente dalla
giustezza dell’affermazione categorica del De Cyon che il numero delle
dimensioni dello spazio corri- sponde esattamente al numero dei canali
semicircolari dell’orga- nismo; affermazione che il Poincaré si preoccupa
di combat- tere appoggiandosi alla teoria Mach-Delage. Ma questi
ultimi sono particolari che in nessun modo possono interessare la
questione dal punto .di vista gnoseologico: è importantissimo invece per
noi porre in luce come il numero delle dimensioni dell’intuizione
spaziale — dipenda esso numero da questo o da quello — è problema
fisiologico. Modificate l’organismo e potrà essere modificata anche
l’intuizione spaziale, quindi relatività in ogni nozione che con lo
spazio ha a che fare. 168 La posizione gnoseologica della
matematica Formuliamo nettamente il nuovo problema : si
possono teoricamente ammettere due geometrie, entrambe a tre dimensioni e
che pertanto differi- scono fra loro? Credo di sì. Le geometrie del
— Riemann e del Lobatchefski poggiano l’una e l’altra su di un’intuizione
spaziale a due dimen- sioni e pertanto differiscono così sensibilmente
fra foro che alcune proposizioni della geometria del Riemann arrivano
a conclusioni diverse da quelle del Lobachefski: nella geometria del
primo ad es. la somma degli angoli di un triangolo è maggiore di
due angoli retti; nella geometria del secondo tale somma è invece minore
di due angoli retti. Lo stesso dicasi anche per le verità assiomatiche
: valga per tutte il postulato d’Euclide, posto dalla geometria del
Riemann in modo tanto diverso da quello della geometria del
Lobatchefski. Pertanto, senza andare troppo lontano in con-
siderazioni puramente matematiche, noi possiamo a buon diritto affermare
che non vediamo per quali ragioni noi non potremmo arrivare, in un
avvenire più o meno prossimo, a concepire una geometria diversa dalla
euclidea e tuttavia basata su di un presupposto spaziale a tre
dimensioni. Che cosa questo ci porterebbe a concludere ? Ci
porterebbe a concludere dell’esistenza in con- flitto di due diverse
geometrie che si baserebbero entrambe su di uno spazio a tre dimensioni,
dello stesso numero di dimensioni cioè su cui la nostra naturale
intuizione spaziale è pure basata; ossia che quella ragione fondamentale
che si era rico- nosciuta necessaria e non sufficiente per poter
so- stenere incondizionata mente la dottrina matematica di Kant, in
quanto essa sostiene che l’unica geo- metria possibile è per noi quella
di Euclide — e Cap. IV. - La questione precedente ecc. 169
cioè l’identità del nostro spazio con quello euclideo — non ha più
la stessa importanza perchè l’iden- tità medesima verrebbe eventualmente
a sussistere con un terzo fattore, e — perchè no? — magari ‘con
infiniti altri fattori, dato che non è nemmeno da escludersi che non una,
ma infinite geometrie non euclidee si possano inventare su di una
in- tuizione spaziale a tre dimensioni. Tutti elementi questi
che ci porterebbero natu- ralmente ad affermazioni ben diverse, per
risol- vere le quali, in omaggio al principio di contrad- dizione,
saremmo costretti ad ammettere una differenza essenziale nei punti di
partenza, dato che soltanto nelle differenze insite in essi noi po-
tremmo trovare la spiegazione della diversità delle conseguenze
dedottene. In tal caso quale di queste geometrie corrispon-
derebbe a quella che secondo Kant sarebbe in certo qual modo innata in
noi? Perchè mai proprio quella euclidea ? Confesso per conto mio di
non vederne le ragioni. | Non ne vedo le ragioni appunto
perchè i prin- cipii fondamentali sui quali la nostra geometria si
basa non sono tutti spogli di ogni carattere ipotetico. Quest'ultima
considerazione viene a chia- rire, credo ormai senza possibilità di
equivoco, la grande importanza da me attribuita in tutto lo
svolgimento di questo saggio, e segnatamente al cap. III, di una
distinzione fra l’essere e il dover essere della matematica. Questo dover
essere sol- tanto può rappresentare la verità universale e neces-
saria del giudizio matematico — sia pure sempre condizionatamente alla
conoscenza sensibile non fosse altro per la necessità della matematica
di agire nel tempo e nello spazio — che Kant crede in- 170
La posizione gnoseologica della matematica vece si debba
senz'altro ravvisare in esso. Questo valore universale e necessario non
si deve invece vedere nel giudizio matematico se non quando ogni
parvenza d’ipotesi sarà totalmente bandita dai suoi principii fondamentali;
quando cioè ba- sandoci sulla terminologia qui adottata, tutte le
proposizioni matematiche non saranno costituite che da assiomi o verità
FIGOFOSARIONTO dedotte da - tali assiomi. Ma, poichè siamo
obbligati a riconoscere un va- lore convenzionalmente ipotetico — e ciò
contra- riamente a Kant e conformemente ai matematici. puri — nei
postulati, quale ragione sufficiente pos- siamo noi avere per negare la
possibilità di altre ipotesi che ci possano portare a conclusioni
dif- ferenti, e ciò senza che le ipotesi medesime — chè allora il
fatto già si è verificato nelle geo- metrie del Lobatchefski e del
Riemann — abbiano bisogno di appoggiarsi su di un’intuizione spa-
ziale non a tre dimensioni ? $ 20. Conclusione. — La trattazione
del lato pu- ramente tecnico, matematico della questione, non deve
peraltro portarci troppo lontani dal nostro punto di vista, che crediamo
di poter ora con maggiore autorità di prima riassumere nel modo .
seguente : a) Le proposizioni matematiche, comunque si
possano considerare, non hanno importanza che per la conoscenza
sensibile, ossia per una conoscenza che è qualitativamente inferiore a
quella cui mira la nostra ragione. b) Le proposizioni
matematiche sono basate su principii «a priori », e procedono
prevalente- mente per intuizione. Cap. IV. - La questione
precedente ecc. | 171 c) Le proposizioni matematiche tendono
ad avere per bd) e condizionatamente per a) valore universale e
necessario. Malgrado tale valore esse non abbiano ancora raggiunto, esse
si possono pur sempre considerare come la più alta e sicura
espressione della nostra conoscenza sensibile. d) La metageometria,
ben lungi dal poter es- sere considerata come un ostacolo per l’idealismo
gnoseologico, è una nuova conferma (d’altra parte non necessaria) del
procedimento astratto della scienza tipica. per eccellenza. Inalterata
resterà la posizione della metageometria al riguardo, qua- lunque
potranno essere per l’avvenire le scoperte della metageometria medesima.
Qualunque infatti possa essere il valore delle nostre
considerazioni che ci hanno portati a queste conclusioni; più ancora,
qualunque possano . es- sere i risultati che l’avvenire può riserbare
alle più coraggiose indagini, l’interpretazione idealistica della
matematica non può essere scossa. Restano come verità
definitivamente acquisite al pensiero idealistico la necessità della
fonte aprio- ristica di ogni cognizione che intenda veramente |
esser tale e non subire a volta a volta le mutevoli influenze della fonte
empirica. Resta la necessità, maggiormente posta in luce oggi dalla
metageo- metria — che tutto sommato ha portato più ele- menti a
favore che contro la dottrina dell’apriorità kantiana — che il tempo e lo
spazio essendo forme conoscitive puramente condizionate alla nostra
sen- sibilità, tutte le scienze particolari, che necessaria- mente
su di esse debbono basarsi — le matematiche non escluse —, non possono
darci altre verità se non quelle aventi valore relativamente a noi
in quel momento ed in quel luogo. Non mi si fraintenda: in
quest’ultima espres- sione non deve per nulla affatto figurare
alcuna traccia dell’antico soggettivismo kantiano, dallo idealismo
moderno definitivamente sepolto. Il re- lativismo della nostra conoscenza
scientifica con- dizionata a quel momento e a quel luogo, è tale
unicamente rispetto al sapere logico, al pensiero puro: per il soggetto
conoscente è, nelle sue par- ticolari condizioni, l’unica verità.
possibile, verità per lui sommamente obbiettiva; ma nello stesso
modo come noi accettiamo per assoluta verità quanto noi sentiamo nel
sogno, nell’illusione e nell’allucinazione: la differenza consiste
soltanto nella possibilità o non del controllo sperimentale.
Da queste conclusioni delle quali soltanto c) può essere passibile
di discussione, possiamo dedurre che la nostra indagine conoscitiva non
può limi- tarsi alle scienze, nemmeno alla più pura fra esse, ma
sia necessario andare oltre queste nel tendere verso una verità incondizionatamente
vera, verso quella verità qualitativamente superiore che Kant,
indipendentemente dalla matematica, ci nega nel campo gnoseologico e ci
dà nel campo morale. A Kant resta senza dubbio il merito massimo di
aver rivolto la nostra attenzione sulla formazione e l’incalcolabile
portata dell’attività sintetica della nostra intelligenza in ogni più
semplice processo conoscitivo, e di aver additato quasi imperiosa-
mente la via da seguire al susseguente idealismo; ma questo, insofferente
dei limiti misteriosi ed opprimenti della cosa in sè, guida la ricerta
del pensiero, sempre più sicuro di se stesso, sempre più audace,
verso la più lontana méèta della cono- scenza razionale. É una
Comunicazione che tenni al V Congresso Inter- nazionale di Filosofia
(Napoli). Credo oppor- tuno pubblicarla in fine al mio studio, perchè
essa potrà forse essere di ausilio nei riguardi dell’interpretazione dei
nume- rosi passi in cui accenno alla concezione della matematica
nella filosofia di Kant. se Le note dell’ Appendice figurano
anche nella Comunicazione: sono state però qui completate con riferimenti
a questo volume.. ì Digitized by Google
La dottrina matematica di Kant nell' interpretazione dei matematici
moderni. Introduzione. — La discussione inerente alla conce-
zione della matematica quale si può ricavare segnata- mente dalla «
Critica » e dai « Prolegomeni » ha avuto in questi ultimi tempi una recrudescenza
particolare: ciò, è doverosa constatazione più per merito dei mate-
matici che per merito dei filosofi. Due sono gli aspetti
fondamentali che è andata assu- mendo la polemica stessa: il primo, di
data più antica, discende direttamente da Gauss e ha incontrato
sempre più fortuna con la sicurezza dell’indimostrabilità del V
postulato, la quale portata già a rigorosa concretezza nel ’”735 da
Gerolamo Saccheri, passa con il Lobatchefski da pura e semplice
constatazione negativa ad organica costruzione positiva. Questa corrente,
sempre più per- fezionatasi sotto l’aspetto critico attraverso
Riemann, Beltrami, Bonola, Poincaré e i suoi numerosi e valo- rosi
seguaci, è venuta oggi a costituire, più che un in- dirizzo particolare,
una nuova scienza: la metageometria. Un secondo aspetto —
recentissimo — è rappresentato dalla riforma della logica matematica
iniziatasi in Italia con il Peano (« Formulario matematico »), completata
in Inghilterra dal Russel («The Principlesofmathematics»), seguita
entusiasticamente in Francia dal Couturat (« Les principes des mathématiques
»), ha trovato al suo nascere non pochi oppositori fra gli stessi
matematici. Per mag- giore comodità e chiarezza chiamerò questo
secondo 176 La posizione gnoseologica della matematica ’
indirizzo con la parola di logistica che il Couturat con- siglia e
alla quale contemporaneamente a lui erano addi- venuti Itelson e Lalande,
indizio che depone indubbia- mente a favore della bontà del vocabolo
prescelto, come il Couturat stesso ebbe a constatare al Congresso
di Ginevra (1904). Questi sono i due aspetti fondamentali che ha
assunto la polemica contro la concezione matematica nella dot-
trina kantiana. Vi sono però matematici — e sono la maggior parte — che
senza rientrare direttamente nè nell’una nè nell’altra corrente — in
quanto non hanno assunto nei riguardi della metageometria una
posizione decisa, e mostrano una certa diffidenza per la logistica
— si trovano in ogni modo d’accordo nella critica dei principii kantiani,
condizionatamente almeno alla loro disciplina. Per meglio intendersi
posso specificare che uno di questi matematici è lo Young. Nella
traduzione italiana della sua opera «I concetti fondamentali del-
l’algebra e della geometria », per quanto essa sia ricca di osservazioni
acute e miniera inesauribile di dati bi- bliografici, a pag. 61-63 si
allude alla dottrina matema- tica kantiana in modo che non si può fare
diversamente di chiamare ..... ameno. Nè fra gli Italiani è da
dimen- ticarsi lo stesso Vailati, studioso pertanto di non dubbia
dottrina, che non soltanto — sempre nei riguardi di Kant — peccò
nell’interpretazione, ma anche nella forma in quanto uscì pure in
espressioni non corrette a riguardo del maestro e dei neo kantiani, ai
quali poi — non so proprio con quale fondamento — attribuisce di essere
i dominatori nella filosofia ufficiale dei varii paesi, plau- dendo
perciò al Couturat che contro tale indirizzo seppe assumere, almeno in
Francia, posizione di attacco (1). (1) Scritti, pag. 709, 727,
ecc. Appendice 177 Malgrado il Vailati le «oche del
Campidoglio kantiano » . non accennano a diminuire sopratutto nei
riguardi della sua allusione all’articolo del Couturat su « La
Philo- sophie des mathématiques de Kant» pubblicata sulla « Reyue
de Métaphysique » nel 1904 a commemorazione del centenario della morte
del filosofo tedesco. Un esame un po’ più particolareggiato, breve
quanto si vuole, è qui necessario. Metageometria. — Per
quanto ha attinenza alla me- tageometria la polemica si appunta
fondamentalmente sull’intuizione dello spazio, e, dovendo, per esigenza
di tempo, restringere al massimo questi appunti, si può precisare
meglio limitando la questione medesima alle tre dimensioni dello spazio,
che effettivamente Kant pone come insindacabili, quasi non vi fosse già
ai suoi tempi la questione ad esse dimensioni inerente. Un | punto
ci rivela esplicitamente il pensiero di Kant al riguardo: lo troviamo nei
« Prolegomeni » ($ 12); in quel paragrafo cioè che nelle intenzioni di
Kant avrebbe do- vuto avere ben più modesta funzione che non quella
che venne ad assumere in seguito con le decisive affer- mazioni della
metageometria e col nuovo carattere as- sunto dalla questione delle
dimensioni dello spazic. Il $ 12 non era altro infatti, nel conseguente
sviluppo della dottrina kantiana, che l’enunciazione di esempi a
con- ferma della parte teorica esposta nei paragrafi prece- denti,
del carattere « a priori » dell’intuizione dello spazio, nello stesso
modo come il $ 13 non ci darà altro che esempi a conferma della funzione
puramente for- male dello spazio medesimo. Tale $ 12 può
invece essere oggi considerato nei ri- guardi della metageometria come il
più controverso: dice Kant « che lo spazio perfetto (quello che non è più
sol- tanto il limite di un altro spazio) abbia tre dimensioni e che
lo spazio in genere non possa averne di più si fonda sulla proposizione
che in un dato punto possono tagliarsi ad angolo retto tre sole rette ».
In altre pa- G. E. BaRIÉ, La posizione gnoseologica della
matematica. 12. 178 La posizione gnoseologica della
matematica role: lo spazio nostro ha tre dimensioni e tale
consta- tazione noi la possiamo fare soltanto basandoci su di un
principio «a priori ». L'affermazione è esplicita e non può dar
luogo a du- plice interpretazione : è questo uno dei punti in cui
Kant rivela più palesemente la sua imperfetta conoscenza delle
matematiche, imperfetta conoscenza che si è d’altra parte a più riprese
esagerata, e che in modo molto più significativo possiamo riscontrare in
altri filosofi che si “sono interessati di matematica senza che pertanto
siano incorsi nelle ire dei tecnici. Certo però non è passibile di
giustificazione che Kant così poco sapesse di Lambert di non essersi
ricordato di lui quando scriveva, con assoluta tranquillità, le poche
righe sopra riportate. Soltanto, se il punto di partenza delle
obiezioni dei matematici è giusto, sono errate le conseguenze
ultime. Kant si limita a dirci che lo spazio nei suoi rapporti con
la nostra sensibilità ha tre dimensioni, il che non vuol dire che non si
possano artificiosamente costruire tanti spazi a tante dimensioni quante
si vogliono. La metageometria non ha perciò portato alcun colpo
mor- tale alla dottrina kantiana dello spazio, non già soltanto nei
riguardi della sua apriorità considerata in senso ge- nerico, ma nemmeno
nel punto particolare del numero delle dimensioni di esso spazio. Un
colpo grave sarebbe stato invece se si fosse dimostrato che è falso che
l’in- tuizione spaziale propria di qualunque processo cono- scitivo
umano non è a tre dimensioni, o, se possibile, pur essendo a tre
dimensioni, queste non sono quelle della geometria euclidea.
La questione si presenta sotto due aspetti : 1° psico-fisiologico;
20 geometrico. Soltanto nell’intima collaborazione di essi credo
la questione stessa possa avviarsi ad una soluzione: fino ad ora
tale collaborazione non solo non si è ottenuta, ma psicologi e matematici
non si sono ben compresi reciprocamente. Troppo indeterminati i primi (Berkeley,
Appendice 179 James, Mach); più determinati ma troppo
categorici ed esclusivisti i secondi. Uno sforzo notevole al
riguardo lo troviamo nel Poincaré (1), sforzo che avrebbe avuto più
ricchi risultati se il Poincaré stesso non fosse stato influenzato egli
pure dalla convinzione dell’assoluta con- venzionalità dell’intuizione
spaziale nella geometria euclidea. Così la dotta esposizione
del Poincaré non dice nulla di nuovo al filosofo, non significa nulla, in
questo caso, alla critica della dottrina di Kant sulle tre
dimensioni della nostra intuizione spaziale, appunto perchè Kanto
non si stanca mai di ripetere che le sue forme intuizio- nistiche della
conoscenza riguardano soltanto il mondo fenomenico non quello delle cosè
in sè. La questione resta pertanto immutata, resta in tutta
la sua intensità dubitativa: è l’ intuizione spaziale della sensibilità
umana a tre dimensioni? Ciò ammesso, è dessa identica a quella della
geometria euclidea? Que- | stioni che la metageometria non ha sotto il
primo aspetto nemmeno affrontato, mentre sotto il secondo si è
limi- tata ad accennare vagamente ad alcune prerogative
(omogeneità, ecc.) che figurano nello spazio geometrico e che non
figurano in quello — mi si passi la parola — reale. (1)
La Valeur de la Science, Cap. III, IV, nonchè in Revue de Méth., 1903,
pag. 281-301 e pag. 407-429. (2) Cfr. ad esempio la critica alla
teoria del De Cyon secondo il quale ciascun organismo avrebbe
l’intuizione dello spazio a tante dimensioni quanti sono i canali
semi-circolari. In essa si palesa — non espressamente ma non per questo
meno chiara- mente — la tendenza del Poincaré a considerare tale tesi
come essenzialmente paradossale. Anche se la teoria del De Cyon è troppo
categorica, nessun filosofo avrebbe a meravigliarsi che, in senso più
generico, l’intuizione spaziale variasse nel numero delle sue dimensioni
a seconda delle diverse strutture orga- niche. Ove ciò si potesse
dimostrare, porterebbe senza dubbio un colpo rude alla dottrina
dall’incondizionato convenzionalismo, mentre lascerebbe immutato il
valore dell’ « a priori » kantiano. Cfr. questo volume, Cap. IV, $ 19,
pag. 167 (nota). 180 La posizione gnoseologica della
matematica Indubbiamente la metageometria è destinata a dire
l’ultima parola al riguardo: per questo essa costituisce a mio modo di
vedere un indirizzo di' capitale impor- tanza per il filosofo; anche in
tal campo può manife- starsi l’azione unificatrice della filosofia nei
riguardi delle scienze particolari; sarà compito precipuo del filo-
sofo stabilire quella sintesi fra le argomentazioni della psicologia e
quella della geometria, che sola potrà av- viarci sulla strada della
soluzione del problema, fino ad ora esaminato soltanto sotto il punto di
vista partico- lare di questa o di quella scienza. Nei
riguardi di Kantessa rifletterebbe specificatamente, come si è accennato,
il significato del suo «a priori ». Fondamento dei principii della geometria
verrebbe ad essere in ogni modo non già l’ esperienza — e quindi
l’empirismo non avrebbe nulla a guadagnarci — ma un «a priori »
convenzionale ben diverso da quello kantiano che sarebbe il solo « a
priori » possibile per la nostra sensibilità e non soltanto il più comodo:
l’innatezza cioè contrapposta alla convenzionalità.
Logistica. — Un più vasto campo d’azione contro la dottrina matematica
kantiana ci è offerto dalla logistica: mentre in fondo la metageometria,
anche intesa come da alcuni si vuole, non porterebbe che a scalzare l’aprio-
rità della nostra intuizione spaziale, la logistica mira anche a
intaccare il punto essenziale del procedimento della conoscenza
matematica: l'intuizione. Gli assertori della logistica sostengono
infatti che ‘ nella matematica figurano soltanto l’ipotesi e il
proce- dimento logico facendo loro l’espressione del più strenuo
collaboratore del Peano, il Pieri, che la matematica pura è un «sistema
ipotetico deduttivo ». Crede di poter con sicurezza affermare la
logistica che per poter am- mettere un procedimento puramente logico
nella mate- matica è necessario non tanto riformare questa quanto
riformare la logica tradizionale, che siamo abituati a considerare come
qualche cosa di necessariamente statico, immutabile nelle sue verità, mentre è
invece essa pure passibile di modificazioni e di perfezionamenti,
come qualunque altra attività del pensiero. Pare impos- sibile, nota il
Couturat, e con lui altri matematici di opposto indirizzo nei riguardi
dell’intuizione (es, P. Bou- troux), si sia aspettato fino al secolo XIX
ad accorgersi della insufficienza logica dei principii logici
universal- mente ammessi. Ciò constatato la logistica ci fornisce
una serie di principii fondamentali da sostituire a quelli della logica formale,
i quali ultimi si accentrano intorno al principio di contraddizione,
d’identità e del terzo escluso. Questi principii fondamentali
della tradizione logica hanno indubbiamente — ammette la logistica — dei
pregi e ciò spiega, se non giustifica, come essi abbiano po- tuto
essere per tanto tempo incondizionati dominatori; inoltre essi
rappresentano al più alto grado il vantaggio di essere poco numerosi e di
offrire l’illusione di poter essere alla loro volta ridotti, tanto che da
alcuni si obbligò il solo principio di contraddizione a portare
tutto il peso della logica formale. Soltanto, per la logistica i
principii stessì presentano l'inconveniente fondamentale di non essere...
principii. Lo stesso gran principio di contraddizione — notano il
Russell e il Couturat — presuppone la definizione della negazione. In
questo senso si è resa necessaria la ri- forma della logica nel secolo
XIX e infine l’afferma- zione della sua espressione più completa nella
logistica. Andrei troppo lontano dal limitatissimo scopo
prefis- somi esponendo qui i principii della logica-matematica in
tal modo intesa, sufficienti di per se stessi a darci tutto l’edificio
matematico, senza ricorrere a nessun altro elemento che non sia quello
della deduzione delle verità particolari da queste verità generali, e,
partico- larmente per quanto c’interessa, senza ricorrere all’in-
tuizione. Senza dubbio è vero quanto i matematici rimprove-
rano alla logica di essersi arenata per secoli in quisquilie, distinzioni e
suddistinzioni nell’ interpretazione di Aristotele, vedendo soltanto nel
procedimento logico da lui adottato la forma di ogni sapere che
aspirasse effettivamente ad essere scienza in senso rigoroso e non
soltanto conoscenza relativa e provvisoria. Mantenuta in questi limiti
l'osservazione è perfettamente giusta, ma in questi limiti essa è
accettata da qualunque uomo di buon senso. Coloro che trovano
perfettamente natu- rale l'eventuale meraviglia di quelli che sono
portati a constatare che soltanto nel secolo XIX ci si sia accorti
che qualche cosa si poteva riformare nella logica ari-
stotelico-scolastica, rivelano con questo implicitamente di credere che
proprio fino al declinare del 1800 tale logica aristotelico-scolastica
sia rimasta sola e incon- trastala padrona. Ma questo non è,
e non è precisamente per merito di quell’indagine filosofica che si
cercherebbe di paragonare in certo qual modo a dell’acqua stagnante: non
è per merito particolare di quel Kant (« Proleg. », $ 39) contro il
quale principalmente sono rivolte le critiche della logistica. Reputo
quindi del tutto arbitrario l’attribuire quasi esclusivamente — e secondo
non pochi, esclusi- vamente — ai matematici l’onore di aver battuto
una nuova strada nel procedimento logico — chè qui le strade non
possono essere che due, le vecchie due — ma certo si può riconoscere
avere essi aggiunto qualche cosa a complemento di tali due antiche
strade, l’analitica e la sintetica. Soltanto, queste nuove, recenti
modificazioni — e ciò sia detto non soltanto dell’indirizzo
logistico, ma di tutta la matematica — non sono così determi- .
nanti nei rapporti fra la logica e la matematica come normalmente si
crede dai matematici o per lo meno dai matematici logici, intendendo
alludere con tale espres- sione a quella scuola che pretende escludere
l’intuizione dal procedimento conoscitivo della matematica. Il pre-
tendere di rivoluzionare la logica equivale al preten- dere di cambiare
il nostro pensiero che si è creato la logica: esso può andare assumendo
nuovi e più complessi atteggiamenti che richiedono un perfezionamento dei
suoi elementi formali, ma questi non possono essere sostituiti da altri,
i quali, perchè si verifichi vera rivo- luzione, non potranno che essere
incompatibili con i primi. Per questo credo non si debba fare
altro quando si parla di riforma della logica — in qualunque caso —
che tenere presente che la riforma stessa non può signi- ficare se non
perfezionamento del metodo sintetico o di quello analitico o di entrambi;
ma non mai intendere esclusione di uno di tali metodi o aggiunta ad essi
di un qualsiasi altro elemento. Se si accettano questi punti
fondamentali credo che malgrado la logistica si debba ammettere oggi come
ieri l'intuizione come base essenziale del procedimento ma-
tematico. Ho voluto specificare « malgrado la logistica » perchè è
soltanto questa corrente che tende ad abbat- tere completamente senza
alcuna speranza di appello la dottrina matematica di Kant: l’intuizione è
infatti an- cora oggi ammessa come condizione indispensabile per
poter proseguire tanto in aritmetica quanto — e più sensibilmente, direi
— in geometria, da matematici non certo sospetti di superficialità o di «
divagazioni meta- fisiche » a detrimento — la metafisica ha spalle
robuste e può sopportare tutte le accuse — del rigoroso proce-
dimento proprio delle scienze esatte: basterebbe al ri- guardo citare il
Poincaré e Pietro Boutroux. Specifichiamo bene questo punto:
possiamo notare che tutti i matematici hanno qualche cosa da
rimproverare a Kant. Innanzi tutto egli ha avuto l’ardire di
parlare, e ripetutamente, della matematica senza essere un ma-
tematico, e questo non è facilmente perdonato dai tec-. nici. In secondo
luogo Kant non dimostra sempre di avere una conoscenza profonda della
materia che tratta: quali possano essere i suoi meriti, è tuttavia
necessario ammettere questo. Era forse troppo filosofo per poter
essere anche qualche cosa d’altro! Egli non ha, è vero, lasciatoin matematica
alcuna traccia; nonè un Descartes o un Leibniz, ma anche le sue pretese
sono al riguardo quanto mai modeste. Egli si limita in fondo a dirci
che: a) i principii fondamentali della matematica sono « a priori
»; b) i giudizi matematici sono sintetici; c) la matematica procede
per intuizione. È bene inoltre ricordare che tali modeste pretese
non sono da Kant prospettate volendo trattare specificata- mente
del problema della matematica, ma soltanto indi- rettamente viene a
parlare di essa come avrebbe potuto fare con qualunque altra scienza
particolare: certo, essa ha una superiorità sulle altre discipline in
quanto si presenta sotto un aspetto rigorosamente organico e le sue
proposizioni significano verità e serietà che non pos- sono essere poste
in dubbio da alcuno contrariamente di quello che si può constatare
nell’indeterminatissima metafisica. Essa non rappresenta cioè nella
teoria kan- tiana del giudizio sintetico « a priori » che un
esempio — il più efficace se si vuole — ma pur sempre semplice
esempio, come un altro ci vien dato dal problema ine- rente alla fisica
pura. Ora, mentre i matematici in generale, pure non accet-
tando integralmente questi tre punti essenziali della dottrina matematica
kantiana, tuttavia non li respin- gono in blocco, possiamo invece notare
che questo si verifica nei riguardi della logistica. L’azione
più fortemente demolitrice di questa rispetto a Kant verte sul terzo
punto fondamentale della dot- trina matematica di questi, voglio dire sul
procedimento intuizionistico. Per questo fu da me trattato per
primo e per questo possiamo qui concludere che malgrado le
argomentazioni portate dalla logistica medesima, l’in- tuizione nel
processo matematico si mantiene in tutta la sua importanza proprio per
quelle stesse ragioni ac- campate da Kant. Il vecchio esempio della «
Critica » per il quale se un filosofo si mette ad esaminare il con-
cetto di triangolo, pure avendo lo stesso filosofo già chiaramente
fissato il concetto di punto, di linea, di Appendice 185
spazio, ecc., non potrà mai venire a capo di nulla ba- sandosi su
tali concetti e da essi argomentando esclu- sivamente per via rigidamente
logica (analisi e sintesi), | rimane in tutta la sua efficacia: « egli
potrà riflettere fin che vuole su questo concetto (del triangolo) non
ne tirerà fuori niente di nuovo ». Di conseguenza rimane pure
in tutta la sua efficacia detto esempio esteso al differente contegno che
di fronte al concetto di triangolo assumerà il geometra: questi
comincerà innanzi tutto a « costruire » un triangolo, e questo sarà il
primo punto differenziale (le matematiche agiscono sempre su «
costruzioni di concetti » e non su concetti). « Proleg. », $ 20.
Inoltre, sapendo che due angoli retti presi insieme equivalgono...
ecc., prolungherà « un lato del suo trian- golo, ottenendo così due
angoli contigui che sono uguali a due angoli retti » e così di seguito.
Egli arriverà così alla conclusione per una serie di ragionamenti,
ma « sempre sorretto dalla intuizione ». Soltanto per questa
differenza di procedimento, pura- mente logico nel primo caso,
logico-intuizionistico nel secondo, si potrà arrivare a determinare che
la somma degli angoli di un triangolo è uguale a due angoli retti.
Io domando questo soltanto: è vero che si può notare quesia
differenza di procedimento ? Ciò ammesso, è vero che nel procedimento del
geometra figura un elemento in più che in quello del filosofo ? Ciò
ammesso, che cosa è questo elemento in più ? Non è forse desso l’intuizione,
o se non volete chiamarlo intuizione, chiamatelo pure come volete purchè
non si voglia far rientrare questo elemento in più, ossia questa nuova
attività del pen- siero che si aggiunge all’altra puramente logica del filo-
sofo e che per questo suo aggiungersi la deforma nella sua purezza,
purchè non si voglia far rientrare anche questo nuovo elemento — dicevo —
nel campo della lo- gica in senso stretto. È soltanto in virtù di questo
in più deformatore che la scienza può proseguire; la logica
perfeziona una scienza, ma non vi aggiunge nulla di nuovo; la sua azione
si limita ad essere puramente for- male, esempio tipico il
sillogismo. Lo stesso -possiamo osservare nei riguardi del carat-
tere sintetico del giudizio matematico, con la constata- zione però che
le critiche alla dottrina di Kant hanno qui un’estensione maggiore in
quanto sono condivise da non pochi matematici che pure ammettono l’
intui- zione. Innanzi tutto, adottando la terminologia kantiana
possiamo osservare nei riguardi della logistica che poichè il giudizio
matematico è basato su altri principii e non soltanto su quello di
contraddizione, perciò stesso il giudizio matematico non può essere che
sintetico. È vero, la terminologia di Kant è in merito alquanto in-
felice; ma ciò avrebbe importanza se egli avesse voluto darci un
dizionario filosofico o porre comunque le basi di quel linguaggio
internazionale psichico-logico da adottarsi universalmente in tutte le
relazioni fra gli uomini e segnatamente negli scambi di vedute fra
gli studiosi dei diversi paesi per meglio comprendersi, 0, per lo
meno, per non fraintendersi; ma questo non può avere invece che ben
relativa importanza nell’opera kantiana in quanto egli si limita
onestamente a dirci: per giudizio analitico intendo questo, e per
giudizio sin- tetico quest’altro (1). In ogni modo la non felice
scelta della terminologia kantiana — e non soltanto in questo caso
— è stata già rilevata da tempo e da molti filosofi: (1) Sono
quindi perfettamente del parere del Couturat (La philosophie des Math. de
K. in Revue de Méth., 1904, pag. 347), che « la distinction des jugements
analytiques et synthétiques était singuliérement vague et flottante dans
l’esprit méme de son auteur », ma credo pure che questo non ha importanza
per togliere valore all’affermazione che i giudizi matematici sono
sintetici, ma tutto al più che gli esempii da Kant portati come analitici
sono essi pure sintetici: Es. (a-+-b) > a. (Cfr. questo volume, Cap.
III, $ 13). tanto per citarne uno da Ausonio Franchi in « La teo-
rica del giudizio ». Come è stato pure notato d’altronde, in tesi ancor
più generale, che ogni giudizio non può in fondo essere altro che
sintetico (Martinetti). E anche questo fu rilevato da filosofi nel senso
più rigido della parola senza che si fosse sentito il bisogno di
ricorrere ai lumi delle scienze particolari. Ma,
indipendentemente da ogni considerazione sul si- gnificato di « analitico
» e di « sintetico » possiamo anche qui osservare che rimane come nel
caso precedente che il famoso esempio kantiano esprime benissimo la
sin- tesi insita nel giudizio matematico. Se noi abbiamo 7-+-5 non
possiamo che per un’operazione sintetizzatrice del | nostro pensiero
determinare il numero 12. La ragione del carattere sintetico del 12 in
questo caso non dob- biamo ricercarla con argomentazioni
rigorosamente scientifiche, ma unicamente pensando che un individuo
immaginario qualsiasi che nulla sa di aritmetica, che non è nemmeno del
nostro mondo, ove si trovi di fronte a due categorie di oggetti (7 della
prima e 5 della se- conda) non gli viene fatto certo di pensare a un
numero solo che unisca i singoli componenti delle due categorie:
nello stesso modo se noi parliamo a un altro individuo della stessa
specie degli elementi che compongono un oggetto qualsiasi, ad es., una
sedia, esso potrà sommare gambe, sedile e spalliera fin che vuole, non
gli riuscirà mai di ricavarne la sedia se non ricorrendo a qualche
cosa che non fa parte degli elementi medesimi e che ne costituisce
precisamente la loro sintesi. Considerazioni generali. — Aspetto
più generico viene ad assumere il problema dell’« a priori ». Nei
tre punti da me posti come base essenziale della dottrina matematica
di Kant si nota cioè, nell’ordine, una sempre maggiore estensione della
critica: pochi matematici (la logistica) non ammettono l’intuizione per
poter prose- guire nella matematica; molti non ammettono il carat-
tere esclusivamente sintetico dei suoi giudizii; tutti non ammettono l’«
a priori » dei suoi principii come Kant l’intende, ossia un « a priori »
che significa in altre pa- rale innatezza e inconcepibilità del contrario
(bene in- teso sempre ricordando che l’inconcepibilità stessa non è
considerata da Kant che condizionatamente alla nostra sensibilità). Si è
già accennato a questo «a priori » nei riguardi della terza dimensione
dello spazio alludendo alla polemica intorno al V postulato di Euclide e
alla scienza metageometrica derivatane. Qui non posso fare
altro che completare le conside- razioni medesime estendendole a tutto il
complesso del- l’«a priori » matematico e non già limitandolo
soltanto alla terza dimensione dello spazio. Non credo cioò si
possa qui dare, con tutta la buona volontà possibile, incondizionatamente
ragione a Kant. Se al nostro pen- siero ripugna di ammettere che i
principii fondamentali della matematica (definizioni, assiomi e
postulati) non ‘ siano altro che frutto di puri e semplici artifici
conven- zionali intervenuti quasi per tacito accordo fra i mate-
matici — cosa che, di qualunque abilità dialettica ed erudizione sì possa
fare sfoggio, non potrebbe portare che alla negazione della matematica
stessa, che non verrebbe ad essere altro che un’ immensa illusione
— ciò non pertanto non si può ammettere che tutti questi principii
fondamentali siano in noi talmente radicati da poter essere considerati
evidentissimi anche per chi non è addentro nelle cose di tale scienza. In
altre parole mentre se noi diciamo che A è uguale ad 4 stabiliamo
un principio che non può assolutamente non essere con- siderato evidente
da tutti, non credo si debba ammet- tere senz'altro come verità di cui
debba considerarsi inconcepibile il contrario, viceversa proposizioni
come quella che una retta può prolungarsi all’infinito (come
sostiene Kant, « Proleg. », $ 12, alludendo evidentemente, sia pure in
modo incompleto, al II postulato di Euclide), 2700, e RISE E
Appendice 189 nè il postulato delle parallele, nè, tanto
per brevemente intenderci, i postulati propriamente detti,
intendendo con ciò distinguerli, come d’altronde aveva intuito Eu-
clide, dagli assiomi. L’« a priori » kantiano difetta di un tale
criterio dif- ferenziale e la ragione di tale mancanza credo
proprio debba ricercarsi nell’insufficienza della sua coltura tec-
nica dirò, della matematica. Ciò non ne infirma cioè la dottrina
considerata nel suo complesso: si può rimpro- verare a lui l’esclusione
dei principii fondamentali « a priori » della matematica, ad es. che il
tutto è maggiore © della sua parte, che è proprio il IV assioma di
Euclide; ma anche questo è un particolare. Kant vide erronea- mente
in tale giudizio un carattere puramente anali- tico e gli sembrò che ciò
potesse infirmare la sua teoria del giudizio sintetico della matematica,
mentre nel giu- dizio stesso possiamo sì ammettere una
comparazione, ma non saprei proprio come vederci un’analisi, mentre
non sarebbe affatto difficile stabilirne il carattere sin- tetico proprio
con le stesse argomentazioni dell'esempio del 7+5=12. Più ancora, Kant si
preoccupò forse troppo d’indicare come principii «a priori » della
ma- tematica, principii particolari ad essa esclusivamente suoi
proprii, ciò che lo portò a rifuggire da quei prin- cipii generalissimi
che invece proprio soltanto essi sono «a priori » in quanto nozioni
comuni a tutti gli uomini e dei quali effettivamente non possiamo
concepire il contrario. Ma, ripeto, questi sono particolari
tecnici che non in- taccano il gran valore del complesso della dottrina
del- l’« a priori » mirante a dirci che anche in quelle scienze
particolari che noi siamo abituati a considerare come le più sicure,
figura un elemento che è insito nella nostra stessa coscienza, e che anzi
è soltanto in virtù di questo elemento che noi possiamo conoscere, che
noi possiamo raggiungere quel sapere, non destinato a mutare ad
ogni soffiar di vento, come sarebbe invece se soltanto dal mondo
esterno noi dovessimo ricavare le nostre nozioni. 190. La
posizione gnoseologica della matematica ° n'a Mi sono
forse dilungato un po’ troppo, e non voglio abusare oltre della pazienza
cortese del Congresso. Una sola osservazione per quanto riguarda i
rapporti fra Kant e i matematici considerati nel loro complesso
senza alcuna distinzione di scuola o d’altro. Nello studio delle
matematiche che ho ripreso da qualche anno, perchè ne ho veduta
l’indispensabilità per il filosofo, ho trovato un punto sul quale tutti i
matematici si trovano d’ac- cordo: è nel parlare con eccessiva
disinvoltura di Kant. Scusatemi l’espressione, ma non ho saputo
trovarne altra più corretta; forse, la profonda venerazione per il
grande maestro mi ha presa la mano; ma confesso che alcune volte non ho
potuto fare a meno di restare stupefatto di fronte a giudizii affrettati
che non fanno: altro, molto spesso, che porre nettamente in luce
che esistono divarii molto più sensibili fra questo e quel
matematico, che fra i matematici e Kant. Il Poincaré è più vicino a Kant
che al Vailati: il Boutroux è più vi- cino a Kant che al Couturat e al
Russel. Sembrerà questo eccessivo semplicismo, ma appunto per
consoli- dare alquanto la mia coltura tecnica della matematica —
troppo recente per poter essere molto robusta — mi limito a chiudere con
una domanda: perchè questa gara fra i più belli ingegni matematici di
tutti i paesi da Gauss ai giorni nostri, ad assumere posizione
d’attacco contro la filosofia kantiana, proprio contro quella filo-
sofia cioè che ha portato a un così alto grado di nobiltà la vostra
disciplina ? Torino - Fratelli BOCCA, Editori - Torino ALPINOLO
NATUCCI IL CONCETTO DI NUMERO E LE SUE ESTENSIONI Studî
storico-critici intorno ai fondamenti dell’ Aritmetica generale con oltre
700 indicazioni bibliografiche. SOMMARIO DELL’INDICE: I.
Introduzione Storica.Teorie Sintetiche. — Teorie Analitiche. Teorie Logico-Formali. — YV. Critica e
Meto- dologia. — Nota bibliografica. Legato elegantemente in tela
con fregi . SCRITTI MATEMATICI offerti ad ENRICO D’OVIDIO in
occasione del suo LXXV genetliaco dai Professori: Almansi - Bernardi - Bottasso - Castellano -
Castelnuovo - Fano - Fubini - Gerbaldi - Giambelli - Jadanza - Laura -
Levi - L. Lombardi - Loria : Peano - Pensa. - Sanna - C. Segre - F.
Severi - A. Terracini - E. G. Togliatti. icati per cura di Francesco
Gerbaldi e Gino Loria. PASTORE SOPRA LA TEORIA DELLA SCIENZA
(Logica - Matematica - Fisica). LOGICA FORMALE dedotta dalla
considerazione di modelli meccanici. Un volume in-12° con 17 figure e 9
tavole SILLOGISMO E PROPORZIONE
Contributo alla Teoria ed alla Storia della logica pura. TUNZELMANN
LA TEORIA ELETTRICA ED IL PROBLEMA DELL’ UNIVERSO Un volume
con illustrazioni .puis HO a) Torino. Nome compiuto: Giovanni Emanuele
Barié. Keywords: Enea, lo stoicism romano, Enea, eroe romano, eroe stoico,
Catone, il noi trascendentale, vico, storia vichiana, arimmetica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Barié” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice
e Baricelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola
di San Marco dei Cavoti – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Marco dei Cavoti).
Filosofo italiano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. San Marco dei Cavoti,
Benevento, Campania. Grice: “Italian philosophers can be eccentric;
Baricelli started commenting Plato but his masterpiece is a philosophical tract
on sweat, as experienced by the athletes Plato was familiar with!” Filosofo, medico, e chimico,
di fama italiana ed europea, Giulio Cesare B. è da molti, pure erroneamente,
ritenuto originario di Benevento o di San Marco Argentano in Calabria. Erudito e studioso di poliedriche attitudini
e capacità, studia medicina. S’interessa di filosofia tanto che è autore di
commenti alle opere dell’ACCADEMIA. Publica De hydronosa natura sive de sudore
umani corporis, sulla natura e la terapia della sudorazione umana, e scrive
l’Hortulus genialis, edito a Colonia e Ginevra, ove raccolse antidoti e sudi
sulle intossicazioni. Da alle stampe il Thesaurus secretorum, in cui sono
elencate le cure ed i rimedi per svariate malattie e problematiche quotidiane.
Pubblica un trattato sull'uso del siero del latte e del burro come medicamento,
intitolato De lactis, seri, butyri facultatibus et usu. Gl’è conferita la
cittadinanza beneventana. Cultore di studi umanistici B. scrive anche alcuni
epigrammi latini. Muore in Benevento. A San Marco dei Cavoti, gli venneno
intitolati un circolo ricreativo, la scuola, ed la strada ove si trova
l'abitazione in cui vive, già denominata Via Pastocchia, che ospita anche un
monumento in suo onore, opera di Calandro A proposito dell'intitolazione della
scuola, su espressa richiesta dell'allora commissario prefettizio Jelardi,
l'insigne storico Zazo propone la seguente epigrafe che ne riassume le doti i
meriti: A B. CHE DEL RINASCIMENTO HA LO
SPRITO INFORMATORE E LA VASTA ATTIVITÀ PROFUSE NELLE SPECULAZIONI FILOSOFICHE
IL COMUNE DI SAN MARCO DEI CAVOTI A RICORDO ED INCITAMENTO PER LE GENERAZIONI
CHE IN QUESTA SCUOLA SI EDUCANO NEL FERVORE E NELLA FEDE DEI NUOVI GRANDI,
AUSPICATI DESTINI DELLA PATRIA. Zazo, Dizionario bio-bibliografico del Sannio,
Napoli, Fuschetto, B., Jelardi, Dizionario biografico dei Sammarchesi,
Benevento. nis Hortuli Genialise RERVM MEMORABILIVM,
QVÆ IN HORTVLO Geniali continentur elenchus. A Beſton accenfus, perpetuòarder.
A cos. poribus effe &tus procreari. Admirandumauxiliuin advefica calculum,
qwo abſque inciſione diffoluitur de expurgator Alapides renum vefica frangendos
mirabile remedium Ammantium lac ab alimentis recipere qualita tem. Agricola
nonſemel tempeftates e Serenitates pre dicunt. Abſyntbiumroborat ventry
Abfynthij Romani mira Abſalonformararus. Acorescapitis bufonefanartit Achatis
lapidismirabilis Acetum ad i &tus venenosov Acetiſcyllitici miraoperato
Adam eratſapiennriſsimus Aegyptiſ in annimenfura Aegyptiorum opinio de
elementis. Isbe Aepyptij in morborum -Chrafacileadiguem recara Aemorrhagia (electumprefidiuna
Aegypti hierogliphicis vacabant Aegyptiorumarcana ait quartanam Aegyptijregesopera
magnifica do admiranda an. Liquitus conftruxiffe.zi. Aegye MONACENSIS. REGLA
BIBLIOTHECA Tunt. Aegyptiorum in condiendis corporibus obferuatio. Levis
ſalubritatem ad vite produktionem maxå moperè videmusconducere Aegyptiorum
Auditim ir lapidis á vefsica extra Sione Aegyptij quomodoignea prefidia
component Aerisnatura quomodo nofcatur Afflictionem tribuere intellettum.
Agricolafilicibus in horreis cur vtantur Agricola cwufdam interitus. Alexandri
mors.quo veneno fuexit caufata Alexandri ſudoredolens. Alexandri
uder.fanguineus. Alexandri magnanimitas in ftudiofos Amazones mammas dextras
ſecabant. Amoris originis controuerfia Amantes surfacile irafcantur Ambarum vi
ebrietatemfaciat Animalia quadam Arni tempora pradicero. An transformatio
realis detur. An animal in igne viuere poſsie Anni computum diuerfimode fa
&tum Animalia ex putri materia non ſemper extitiffe. Anicularum quarundam
facinona. Antimony in vitrum redu et io. Anuli Bubali ad gramphum vtiles Anularis
digitus cordi amicus Antora napello inimiciſsima Anginaprafocatina vt
compefcatur Animalia a vteerikus Dis dicata, Anguil Anguillarum cum Aquilone
affe &tus Animantiumcobur à cominé oritur. Anni climacterici quales.
Annibalisſtratagema in boftes. Anniprefagia à quercus galiis: Ancitodorum
aliquor obferuationes A priteftium virtus mirabilis Apri ægrotantes hederam
quarunt. Api efum infauftum veteribus Apri dentes adanginan dompleuritidem
vtiles Apes imminente pluuia adalucaria redeunt Apiumri usherbafcelerata; Apum
mirabilisſagacitasdan officium Aqua mirabilis ad viſusdefectum Aquilinumlapidem
partum accelerare, 126 Aquafrigidaqualiter apparetur. Arcades qualiter annum
computabant Archelai Regis in populos immanitasi go Arboris
ficusmirabilisnatura: Arietislingualantium ostendit. Araneorum reła in medicina
vfurpata Arbores quandoquein lapides mutate Artemiſia quando in radicibus
carbonem producati Articulares dolores quomodo curentur. Archelaus
Rexaſtronomie ignarus Ariſtotelis opinio demularum ortu. Ariftotelis rerum
indagator, Ariſtolochia piſces ftupidosfacit. Archelaus turrim incombuſtibilem
fecit: Aſphaltirisla 'usmirabilis natura, Apronomia medicis neceſaria Ararum
vomitu humores expurgat. Aparagor um 2u corporis nitorem producit. Afphespropè
halico ibum fiupidi Aſparagi vi mirabiliter erefcant Ap.dum natura qualis.
Athenien esfacerdotes cicutam comedebant Atrila canis instarlatrabat Athenienfium
ura erga fiicos Aues vfu Taxi nigra fiunt. Auri vfus in medicina Aufonij locus
de mecha uxore Afilici odor vermesgignis Bafilijanhabitat pelicudinibm Aphrice
Ibid. Bafilifcum haudàgallo excludi. Bardana mira vis in affe& u uteri.
Bituminis vis in hiſterica paſs. Braſsica, dorura fimul fatahereunt. Bruta
aliquot lafciuiffe in fominas, Bryonia mira virtus in affe&tu-matricis.
Braſsica fuccus contra ibrietatem. Britânnurum præfidium in furiofos.
Bubuloftercore colicam,anari. Bufonis lapis cóntra vinena. Bufonis.mira
propriet as in Aſcite. Arnes dura utfiant teneriores. Canes.obmutefcunt vmbra
Hyena. Capramaximè epilepſia tentatur, Capillorum defluussm laudano curare Cani
Canicula exortum à veteribus previſum, Carnes cocta,quomodo crude videantur Canes
fabrorum exiguos habent lienes Cancri vini quomodo co &tifimulentur Capre in
luftinis montibuseuomunt Capilli noftri plantis affimilantur Caftratilienem,
dan vitella ouorum deglutire ne. queunt. Cauſtica remedia,qualia adftrumas Caryophillgte
vis adcorporismacular Caftorei teftespropèrenes adeffe Caminus quo fumum non
emittet, Calphurnius beftia uxores dormientes necabat.Catelli membrorum dolores
confopiunt, Cacodamonem mali nnncijpraſagiumattuliffe Calendula folis
amica. Capiuacceiopinio de
menftruofanguine Cantharidum mira vis nocendi Carthaginienfium prefidium ad
deftillationes in. fantium. Cati.cerebrum hominesdementat.
Cornilacrymaſworesſuſcitat, Corui renouantnr eſos ferpenris Cervi carnes ad
vita produftionen Cepamab Hyppocrate deteftari Ceruorum vita longiſsima Cerius
Alatus Francorum inſignie Cerninum penem.conceptum facere. Ceraforum aqua
epilecticis vtiliſsima Chamedrij mira vis ad lienofos Chalcanti vfus
quidoperetur Chymici forebantapud veteres: Cibm Chuslapidus quomodo apparetur.
Cicutam uterinum furorem domare Cicuta virginum mammas detumat Cynorrhodi radix
ad hydrophobiam Cyminum hominibupallorem inducere. Cyprinorum vfuspodlagricis
infeftus Cyprini officulü caluarisad spilefiä mirabile Clarorum virorumexitus.
Lorui morientiúm fæditatem fentiunt Colicu dolor quomodofanetur Collegium veterum pro tuendaſanitate Cotoneorumfeminaadcombufta
Confedtio fenibuspraftantiſſima Corpusutglabrum reddipofit Corpora venenatá
vtnofcantur. Coralline vis adlumbricos Corniplanta hydrophobiam ſuſcitat
Consensus de disensus animantium Corneliu Celji valetudinis precepta.
Creationis mundi opiniones. 10 Croci metallorum.compofitio.: Crinesmulierum qua via denfiores fiant Cupreff
folia Strumas auferre. Cur fit vtquis clauos vomere videatur. Cucumeres oleum
abborrent. Cur quiti impronisè moriantur. D. Ature flores Defunium capillorum
ab hydrargiro, Demoris afturia apud indos. IS Democrittfedulitas in olei
caritare. Demofthenes quomodocuraffet lingue impedimen Denti Dentium dolores
bufonis tibia janari: Dentium ftupor
àportulacaremouetur Dentium dolores paſtinaca marina radio conquieſterr Defipientia
mulieribus familiaris, Digiti annularis ſympathia. E. EBura quoartificiocolorentur.
Ebriy variafufcipiunt deliria Echini ſagacitas in ventorum mutationibus Elephantte
in fæminam mirusamor Empiricorumremedi4periculofa Epistola quomodo in ouo
celetur Equam grauidam marem admittere. Equagrauida fomas occiditur,abortit Equorum teftes ad
ſecundas depellendas praftan. tiſsimi. Equusphaleris accinctus acrior. fot. Asies
rugata quomodo emendentur. Faciem hominis diuerfimode alterari Familia in Creta
mire faſcinatrices Faces ardentes ex Betula corticibus Fætor extin &ta
lucerna grauidisperniciofu Febricitantium fitis qualiter compefcatur Febrem à
quodum pifceillico exitari. Fæmina aliquot inrares mutate,, Fæmina pruritu
corripiuntur in pudendis in prima menftriornm eruptione. -Fæcula Brionie in
affecte vteri Feniculorum femina aliquando exitialia Filij Filij â parentibus
figna recipiunt. Ficorum efumfudoremparerefætidum Filices ab agris qualiter exterminentur.
Flores in Aegypto fine odore. Flamma quomodo in aqua excitetur. Fluuij aliquot
mirabilis natura. Fructum vinearum, iumentorumg interitus pre ſagium Ferarum
natura in hominibus mirum in modum deft. 8a Fons mirabilis apud Garamantes.
Frigida post pharmacü exhihita, felici fucceffu Fraxinum ferpentibus inimicum:
Furiofi in pleniluno,magis infaniunt. Futi vulnera quomodo curentur. Fungi ubi
in lapides mutentur. fumus hydrargiri
quid efficiat Galenu,Medicorum princeps Aline appenfo milui capite furisunt.
Galega, defcordij vis contra peftem. Gallinarum.stercus adfungorum viru. Gallinarum adeps quomodo diu ſeruetw Gallina
quomodofæcunda fiant. Gentium.don populorum ingenia. Germanorum mos circa
coitum. Gigantes quando in orbe fuerint, Gymnofophifta apud Indos mirabiles.
Grauidationis muliersus affertio.Grauida mulieres marein admittunt. Grauida
conceptü quomodo valeant occisltare. Grauidaaliquando fætupariuntfine vnguibus.
Gra Greuide mulieres curpallida. Greci
de Iudeorum monumentis nihiladduxe H.
Auftulus aqua matutinus falubris. Heclaignis aqua nutritur Hemicrania Gagate
fubmouetur. Homicrania à carduo
benedi&to fanythr. Herfetes ceroro
tabacci coufanari. Hellebori nigti ele&tio in Anticris. Hederam cumvino
habere diſcordiam Hemorrboidailisherbe mira virtus, Hellebori nigriextra et nm. Hybernie miraaerisſalubritas, Hidropsà viridi
lacerto confanata Hydrophobosè poto catuli congulo aquam illico ap petere.
Hippocratis opinio de balbisdefe&tiua, Hydrargiri minera quomodo
reperiatur. Hyppiatriquo studioftellas albas in equorum fu cis confingant
Hydrophobia rara dicuffion Hydrargiri
mira natura..Hydrargirum remedium eft advermes. Hydrargirum utilead celidolorem
Hydrargirumremedium in pofte. Hydrargirum defluuium capillorum facere. Hominis vite longitudinis
breuitatis figna, Homo repertus mira vaftitatis. Hominumcur aliquotfubtilioris,
vel graffiorisin. genijfiant. Homines
Principis vitam imitantur. Horai. Homines inuenti miragracilitatis. Hominis compofitionismirabilia Hominesquomodo
fiant abfemy. Hominum corpora olim vafta
Ibis in degyptofolum moratur, Ignispraſidra admorbos fele &ta. Infantes à quibusnutricibm ladandi. Infantis
inumbilicum animaduerfio. Indi ante Hiſpanorum tranfitum variolas baud paffi
funt. 88 Infania ex folano fyluatico quomodo
emondetur Indus quidam longiffime vite. Infantes eiulareautoladein mammillu,
Infantium ruptura ut curentur. Infantes
vipreferuentur ab epilepfie. Infantes ànutricibus mores recipere Infantis umbilicum conceptum facere. Inser Lupum eAgnum diſcordia. Inter brafficam,
de vitesfympathis. Iumenta clitellaria fibilo, cantu á laboribus fubleuari Aminas
aris& vitrileo extrahi Lapidis ignem redensis compofitio. Lapathiam camas
duras,teneruofacit, Lacerta apudIndosmira magnitudinis, Lu,fanguisaliquandopluers
viſs. Lepusannis decemviueredicitur. Letargicos à Satureia vigiles fieri.
Leonardi vatri de partu opinio. Leones
Leones aftatttertianam patiuntur.
Leporumnonomnes hermaphrodui, Leo timet Gallung. ISO Linteaapud Indos
igne depurari, Littera aurei coloris quomodofiant: Lignum èviſco Latum diſcutita
Lienem adcorporis turpitudinem valere Lolium praun inducit ſyptomata. Lolij nocumenta Aceto fanari. Ibid. Lups
afpe&tu homines obmuteſcunt. Irupi pauci reperiuntur,ones autem multa Zapi
quomodo ouibus nacere nequeant., Lumaca lapispartum accelerat Ludi in
conuinijsfeftiuiquales, Lupi,canes, doFeles ut curentur, Lupi in fenio ſerpentesin renibus generant. Luna confinusad inferiora, mirabilis. Lue gallica canis infeftus
Lumbricosquandoquegenerari virulentos MAmirimum
vitulum àfulmine non ladi, izg Aris yubri admiranda: Maleficas artesir
Septentr. exerceri Mascitius, quàm
fæmina animatur, Maritimarumtempestatumprafagia Maculanigre in morbisquid
portendant. Mădragoravitibus infundit vim ſoporiferam: Mares in mammillisſapè
Lachabent.. Marina pallinace radiusad dentiumdelores yti lis. Mommarum sum
vtero ſympathis Medicinepraktamsia quanta fit.. Menftrualisfanguinis immanita,
Medea an fuerit venefica. Memoriaquo
prafidio augeatur. Mercury pojisura in hominūnatiuitatibus, quan tum valeat.
Mergorum i anferum proprietas contraHydropho biam.. Mellis vfu vita
vtiliffimus. Medicina multa abanimalibus capta. Meſpulilignum ab ab ortu
preferuat. Menftrua plerifqs fæminis in fenio. Mirabiles in
hominibusproprietates dari. Mithridates inculpatè venena bibebat. Mithridatis
antidotum ad venena. Mirafontis inEpgroproprietas, Mille pedum preparatio
adcalculos. Mille folium aduulnera
conſolidanda. Morborum prauorum natura, Morus planta prudentiffima.
Morfusquidam à cane rabido latrauit.
Mors inArthritide quandofuccedat.
Mures futurorum praſcj. Muftela cur rutam comedat. Multa prafidia ab
animalibus homines accepije.Mulierum capilli quomodo in vermes mutentur.zo
Monftruofa Dæmonis apparitio. Mulieres pregnantes vt nofcantur. Muftella fanguisadepilepfiam.
Mundi creatio.ornatus. Mullus sterilisatem producit. Mulierum pinguedoſuamis.
Mutin Mulieresrarò inebriantur.
Mulorumgenuspropagare nequit. Mulieresin. Ponto animalibus.nocentes. N: Natura
presidentia in brutis.. Natsuitates.hominum quando ob'eruende Natura
arcanaprovira producenda. Neronis crudelitas quoque pads a nutrice wiginem
fumpfit. Nero Tapfiam magnificauit. Nereides, Sirene lepe vifa fust: Nili
proprietu admiranda Niues rubentes in Armenie. Nodi in vmbilico infantis quid
sotentas Nuxairiftica quomodofiat vigore for O Learum fterilitatis preſagium:
olei, vini,fegetumquefterilitatis prefagium. olei balneumproconkulfis laudatum.
aleun amigdalarum dulcinm advariolarum veftigia probibendu. olea Minerka a
yeteribu dicata: slei cinemani
raracampofis. elina olinarum oleum
adunguium pannas. tur. Par Oleum latris colicum affe& um domato Oleum lixiuio miftum albeſcit. Opthalmia
aliquando.folo afpe et u communicar @ris
ulceraquomodofanemtur: Oryalus viſu auriginoſos.sanat.. Orestis cadauer odto
cubitorum. fa de corde Cersui.corina uznena.. Oxes capite
mouentpluuialmininente. Quesalba ubi nigrefiant. P Arimdi difficultasquandoqueà curto umbi lco
prouenit. Paracelfafalſa opinio dehomunculipartu.Panaritiumqualiter illico
fanetur. Parthi, Scytheque quo venenofagittas linjrent.Pestilentitemporeinter
precipua præfidia.neris Aifcatio fummum
iudicatur. Papauer agreſte contra pleuritidem, Papauer ſolisfpheraminfequitur,
Perfa.aliis coquinas replebant: Pediculicorpora morientium relinquunt Beftem ex
occulta antipashia oriti. Penna Ibidis ſerpentes-terret, Perniones:quomodo fanentur: Phalangii'ueneni
opera. Phrensuci cur fortiſsimifint, Phrenetidem exnigro-corallio quiefcere
Bhreneticialiquando mirabilia loqui. Pharmacum dare, quando periculofum. Philomenaà vipera deuoratut. Pifa Piſces marinifalubres, japidi, Pifiesfrixi
quomodo in venenum tranfeunt. Pici mirandulani ingenium; Picem cum oleo habere colligantiam Pici
opinio de fcientiarum varietate Portulæca foment contra lumbricosa
Plurimamèterra furfum rapi iterumque deorfumi cumpluuiis precipitarz. Polypodijmira viscontra cancrosa Porri
caputquomodo augeri pofsit: Potentia imaginatiua in conceptu mirabilis. Planta
fimileseffe&tu fimiles, vinute... Pluvia imminentisprofagia. Plumburglans
in coli dolorepraffans. Prognoftica tempestatis pluusoſa. Prafodiam mirabile ad
calculos Preſedia admiranda inangina. Pfli, do Marfi ferpentibus amici.
Pulchritudo, deformitas afpeétuo quid portono. dat. Pulchritudo corporis quo
termino confitna. $. Euella à teneris veneno odusara. Pulſus deficientes
anfemper mali, Queen Vanium profit neris puritasin peffe. Wartanarii improuifo rimore fananiky. Mr. Qua
via volucrumpennacolorentur. Quartana quomododebellerur.
Quibuscorpusflorsfcit,his lien decrefcit. Quo artificio es aduratur. QuorumdamiAnimalium vitalongitado Quorumdam
animalium naturl. Quorumdam homină virtutes, et ornamenta. quo artificio mares ab. uxoribus. [tyfcipere
vales Quo Artificio duriſsimafaxa frangerevaleamus. Quomodo in
urdieriſomasexcitari valeamus. mks. R Aneterreftris oleum aditrumas !
Rexbarbarumcidoniatum gravidisfummum medicamentum. Rerum Sympathiam in aliquot brutis Admirabi.
lem effe;. Rută inter alexiteria medicaméta cõnumerari, Rores marini virtus
miranda, Ruta mira. vis contra venenum. S jabbarici junijmiraproprietas,
Sanguis menftruus quandoque ex oculis velgingi uis excluditur, Salis prunelle
virtus,de compofitio. Sartyriam carnofum venerems excitat,flaccidum vero
extinguat. Sanguis menstrualisexucis, ſcarabais venenū. Sanguis caninus
hydrophobis vtilis. Saliua bominisfcorpionesnecat. Scarabei miraproprietas.
Scarabai cornuti vis in febre ciendo. Sciffure laborum.usmanuum remed. Scythe
quomodo diuabfque cibo vivant: Berpentesquibus fufficibusarceantur.
Sene&tutisincommodah Sepermusinter mafculos meră retinet virtutã. Serpeniums
ona, velgenitura in pornfumptaSerpenting gignunt. Singulis quopatto cohibeatar,
Socij Diomedis in volucres conneri. Solis confuxm ad inferiora maximus. Solatri
potencia contra parafitos.
fomniorsuspreſagia à Deoconcedi. Sodami -Gomorrbi fruétus vari. Solis
defe et us quomodo comprehendatur. Spurij robuftiores legitimis fuus Spe&
acula veterum vbi celebratamagis. Spuweis epilepticis non femper filo
Spatiuwvil e fecundum Acryptias. Stygis Arcadiemortifera natura. Sirumarum
mirum remediusa. Strumaper vrisano quandoquepurgalai Sterilituin bomine
ytdiriwratur SAMIremedium temporepeffu. Succinum parium mulieris accelerare,
Syrupus fpinæ infeftorie ad temelusume. SS SwimeisterSidera calidißima. T.
sbacci vw apud Iudos. Talpeoleum ad Aruma. Taurifanguis inter VEREBANwerari.
Taurilapillu veſice contracalcules. Taum Philoſopbw famen cabiberet. Ferro
lenonia contra ventna. Tbagfia mira vis in facillasi. SO Thappa Thapſia
veſsicas, do ademata excitat. Torpedinismira vis in capitis dolores.
Trauli,cobalbi,do femilingues unde finns. Tuberum efufrequenti hominescadunt.
Aleriane vis contra epilepfiam, V Variola,morbilli affe&tmnoni, Verruce quomodo extirpentur. Verbena vis in
capitis doloresi Verbena virtus contra frumas Vermium in corporibus hominum
varia figura 18 periuntur Vermes rubei in cerebro adnati. Verbafci florss Sole aecedente decidunt,
Veterum fepulchra mitèconftrudia Veterum ruditasdo, in foribendovarietas. Vena
ſarustella ſpleneticis auxiliatrix Veterum in nuptiisconfuetudo. Veteres
equoram lacrymas admirabantur. Venenumà diſsimili extinguigecontra Vermes in
cordis.capſula exorti Ventorum mutationes ab Echmo previderi. Vifusacies,in
quibus fueritadmiranda. Víres collapſa odoribus reſarciri poffunt. Vitrioli,
com fulphurisoleumad vermes. Vipera catellosfuosparit,utnutrit Vipera inter
ſerpentes fola parit animal vinã.ibe Viperamorſus Hellebori nigri radicibus
fanan. Vinum pro Afthmate ſele&tum Vito longena quomodo apparemme zur. Vina
Vina alba quomodo rubra fant, Virginitatismulierum figna. Vitrum quo modo
diuidarur. Vinum
venenatumquibus profuerit. Vinum à veteribus feminis interdi et um. Vifcum
quercinum epilepticis falutare Vitri puluerem calculus comminuere.Vimivſus
elephanticis falutaris.Vlcera formicantia quomodo breui fanentur. Vricornu proprietas, bet cognitio. Volatilium, piſciumque
fecunditatispreſagia. Vrtica folia ſalutem, vel mortem informi in lotio
prefagiunf. De Medicine praftantia. Edicina decçio demiſla eft: ita
Mercurius Trifmegiftus apud Aegyptios ſapientiſsi. profectoad fluxilis natura
goltre remedium Deus altiſsimus ho minibus conceſſit; vt fanitatem conſer.
uare, &perditam recuperare commodè valeamus. lofa autemà vitæ conftituto
termino, et à morte nequaquam viuen. sia omninoliberare; ſedcorpora à cor
suptione, et feftinadiſſolutione præfer uarepotius iudicatur. Amazonescur
mammasdextras refecauerint. Mazones illæ, tantum à ſcriptori bus celebratæ,propterea
fibi má. mas dextras refecari curabant, vt magis A armis gerendis aptæ fierent;
vel potius Demannum, et brachiorum impedire tur motus. Mihi zutem Galeni opinio
7. Aphor. 43.ex fententia Hippoc. admo dum placet; qui has mulieres id feciffe
aferuit, vt manus dextra robuftior cua detet.Hocautem à ratione alienum mi.
nimèeft, quippe nutrimentum,quod in mammam dextram à natura diſtribui
debebat,totum in manum, et brachium immittebatur. Strab. Olearum fterilitatis
prefagium. Ergiliarum occultatio, et emerso Sucularum tempeftuofi fideris, fi
pluuiofam tempeftatémouerit, et vitis, &olei germinationé fuffocabit.Ex hac
cauſa Democritus olei præuifa caricate, magna vilitate oliuas in toto co tractu
coemit, mirantibus, quipaupertatem, do et rinam, et quietem homini oble et a.
mento cffeſciebant: at vt apparuit cau. fa, et ingens dinitiarum acceffio,reftituis
mercedem, contentusleita probaffe, 0. pes fibi in promptu eflc cum vellet. Ex
Fran, luncino in Sphæra. Do&oris Medici, et Philofophi, Hortulus Genialis.
DeMedicinepraffantia. Edicina decçio demifla eft: ita Mercurius Triſmegiſtus
apud Aegyptios ſapientiſsi musfcriptum reliquit. Hát profecto ad fluxilis
natura noltre remèdium Deus altiſsimus ho minibus conceffit; vt fanitatem
confere uare, et perditam recuperare commodè valeamus. lofa autem à vitæ
conftituto termino, et à morte nequaquam viuen. sia omnino liberare; fed
corpora à cor ruptionc, &feftina diſſolutionepræfer uarepotius iudicatur.
Amazones cur mammasdextras refecauerint. AMiszonesilla, tantum àfcriptori.. mas
dextras reſccaricurabant,vt magis armis gerendis aptæ fierent; vel potius De
manuum, et brachiorum impedire tur motus.Mihi autem Galeni opinio 7. Aphor.
43.exfententia Hippoc. admo. dum placet; qui has mulieres id feciffe aferuit,
vt manus dextra robuftior cua deret.Hocautem à ratione alienum mi. nimé eft, quippe
nutrimentum, quod in mammam dextram à natura diſtribui debebat,totum in manum,
et brachium immittebatur. Strab. lib.11. Olearum fterilitatis præfagius.
Ergiliarum occultatio, et emerGo Sucularum tempeftuofi fideris, fi pluuiofam
tempeſtatemouerit, et vitis, et olei germinationé fuffocabit. Ex bas cauſa
Democritusolei præuifa caritate, magna vilitate oliuas in toto co tracta
coemit, mirantibus, quipaupertatem, do et rinam, et quietem homini oble et a
mento effe ſciebant: at vt apparuit cau. $ a, et ingens dinitiarum acceffio, reftituit
mercedem, contentusleita probaffe, o pes Sbi in promptu effe cumi vellet. Ex
Frap, lundino in Sphæra. V O aqua Nili,
Nilifluminisproprietas uædam aquæ reperiuntur, quæ fæ. cunditatem proprietate
quadam inducere celebrantur: ita eſt quæ ſua vi nitroſa, vt voluit Seneca 3.
Natur. quæſt. natura. fæpè vteros per petua fterilitate occluſos aperuit, et conceptumfecit:
Vnde mulieres in AE gypto,vtfcripfit Ariſtot.quinos, et qua ternos frequenrer
fætus edunt; ratio non alteri tribuitur, quàm Nili aquæ, quæ illis in potu
familiariſlima eſt. De Mundicreatione. N qua Anni parte Müdus à Deo crea
tusfuiflet,diſcordes interſe ſcriptores funt, vt Hebræi, Iſmaelitæ, Chaldæi,
Arabes,Aegyptij,Græci, et Latini.Mula ti enim in Aeftate, nonnulli in vere,alij
verò in Autumno conditum fuifle con tendunt. Moyles fuiſſe in Autumno affe.
rere videtur, cum in Geneli dicat, Ger minet terra berbam virentem,
&facientem emen, Glignum pomifera faciens fru &tung iuxtágenusfuum.Ex
Aegyptijs nonnulli A eſtate creatum afferunt. Inter Latinos Cardinalis
Aliacenfis vere nouo condi tum voluit.Inſuper variant,quia Plane tas aliquot
afferunt in mundi principio fuiſſe creatos in fuis domibus: Solem ſci licet in
Leone, Lunam in Cancro, Martē in Scorpione, Saturnum in Capricorno, Venerem in
Libra,Mercurium in Virgi ne, Iouem in Sagittario. Alij, Planetas volunt, in
fuis altitudinibus, præter Mercuriú, omnes fuiffe collocatos. Que autem opinio
fit verior, D.Thomas 4 fons dif. 2. artic. 8. videnduseft. Murium fagacias.
Vres ex ônibus animalbusquo dám do cognofcuntur. Cum enim domus aliqua
conſenuit, &ruinam aliquam iamcom minatur, primi ſentiunt; et reli et is
fuis cauernis, priſtiniſque fiabitationibus, domum relinquunt, properè
fugientes, aliudque domiciliú quærunt. Aelianus de var, hift.lib.z.& Leuisius Lempius do
fest. nat. Pluuja Mamodofuturorum præcij effe Pluuioſa tempeftatis Prognoſtics.
' Ergiliarum occafus matutinus, lo nubile Coelo accidat, hyené plu. uiofam
denunciat,fi fermo Cælo,alpe ram.Sic Veneris,aut Martis per Pleiades tranfitus
aliquot dicbus pluuioſam ciet tempeftarem.Saturnus inſuper cum cor pore, aut
radijs ad a &turum accedit, i dem minatur.Ex Plinio,óobferuat.Stadi.
Agricola non femel tempeftates, et f renitates predicant. Vltos profe et o
cognoui pafto res, plerofquc agricolas, quiin prædicédislerenitatibus, et tépeftatib.
magnæ mihi erant admirationi, quare tanquamcnriofus fciſcitabar, qua via,
&ordinc hęcſcirent?ratus forfan fimpli ces, &idiotas non poflc tanta
certitudi. ne futura prænoſcerc;nifi vel Dei mu. nere, vel Demonisa et uid
fieret. Exre latu diuerfas ftellarum conftellationes abijs experientia cognitas,
no et u, ani. maduerti:quarüobferuatione vera pre M dicunt. Experti enim ſupt
Pleiades in Autumno, quæ in principio no&is ori. untur cum Marte, velVenere
mouere tempeftatem. Aréturum non fine gran dine emergere. Hadorum ortum et oc.
cafum tempeftatem pluvioſam in regio. nibus noftris prænunciare; et alia, quæ
in promptu tales habent, licet alijs no minibus hæc fidera nominent. Quare
mirum non eft, priores ftellarum per fcrutatores circa carum prædi& iones
multa nobis reliquiffe,cum id ſapientia, et obferuatione perfecerint, quod iam
idiotæ fine magiftro facere valent. Valeriana miraviscótra epilephan. leriana
ſylueftris, quęlpontènal. citur,præter innumeras, quæ ab au et oribus ei
tribuuntur virtutes, hancia diù, in multis, atque in fe ipfo Fabius Columna in
bifter, plant. expertam ape suit,vt ſemel,velbis radicis puluerisco chlearij
dimidium cumvino,aqualadte, aut alio quouis decétifucco et proggro
sicómcditate, et ætate fumptü,epilep Valeri Ga correptos liberet. Extirpatur
ante quam caulem edat, et puerisexhibetur, et preſertim infantibus, qui morbo
hoc facilè laborant. Retulit auctor ſe multis puerulis lac propinafle; multiſ“;
amicis donodediffe: qui deinde diuino prius numine glorificato,
puluerehuiusplan tæ illis reftitutá fanitatem affirmarunt. Transformationes
hominumin beſtia as noneffe reales. Vædá monſtruoſæ hominü tranſ formationes in
beſtias à multis au Storibus fcribuntur; et inter alias, de il la Maga famosissima
Circe, quæ ſocios Vlysis in deftiasfertur mutaffe: de Ar codibus, qui forte ducti
tranſnatabant quoddam ftagnum atq; ibi conuerteba tur in Lupos: de Diomedis
ſocijs, qui in voluitres conuerſi ſunt, plurima'addu cunt. Hoc non fabuloſo mendacio,fed hiftorica affirmatione
multi confirmat, vt in fpec. natut. Gib. Vincentius Beluacenſis retulit.
Aflerunt enim (vt ajtSolinus )velmagiciscantibus, vel her barum veneficio in
feras corpora tranſ formari. Dicunt in experimento Neuros populos Aeftatis
tempore in lupos mu tari, deinde fpatio, quod his attributun eft exacto,
inpriſtinam faciem reuerti, Anautem huiuſmodi trasformatiorea. lis ſit vel
illufivè facta à Demone, D.Au guft.lib. 18. de ciuit. Dei ita nodum enu.
cleauit: Quod transformationes homi numinbruta animalia,quæ dicuntur ar te
Dæmonum faétę,non fuerint fecun dum veritatem; fed folum fecundum apparentiam.
Quippe opus hoc tantum Deieft; vt in Concil, lacro A Acyrano fancitum eft. Demonis
aftutia apud Indos. Erba, quam Tabacchum appella mus, apud Occidentales Iodos
in magno cratpretio.Cum eniminter hos dere graui agebatur, ad Sacerdotemil.
lico accedebat,quitotuoegotiúexpone bát. Sacerdos auté corá illis fronde, vel furculum
Tabacchiſumebat, qua carbo. nibus inic et ta, fumum peros, et nares ex.
cipiebat, et inftar mortuiin terrá cade bat. Paulo poſt conſumptis fumivirto
bus in cerebro, reſponsa, ſed ambigua, prout Dæmones perilluſiones, et fimu
Jachra fuggefferant, populo dabat;qua tanquam religioſa, et veriſsima cunati
recipiebant. Ita profi eto hominum ini. micus Gentiles decipere confueuerat.
Monardes de rebus Indicis. Quid Picusdefcientiarum varietate fentiret. CH *Vm
quodam die Ioannes Picus Mi Urandula de fcientiarum varierate diſſereret,in
Hebrçorú, inquii, Philofo phia, omnia funtveluti quodam numi ne facra, et in
maieftate veritatisabdita Ceu prodigia quædam, et arcana myfte sia. In Græcorum
veròdifciplinis, in genium, acumen, et omnigena eruditio apparet, vt nulla
vnquam gens fuerit, quæ dicendi copia, et ingenij elegancia cam illis
poffitconferri.InRomanaved sò Academia, ca ferè omnia, quæad ci. witaté, et vitæ
morespertinent, &graui. *, et copiosè funt explicata,ac magni fica ficè
diđa. Sic ve grauitas maximè Roo manis, et imperijmaieftas, Grçcisinge nium,
&acumen; Hebræis do et rina fe. cretior, et quaſi diuinitasaſiribi poſsit,
Crinitus da honeft. diſcipl. lib.g. Subditos, Principis vitam vtpluri.
mumimitari Rincipis vitam fubditi maximopere imitantur. Hinc fa et um eft,vt ex
Philofophica vita Marci Imperatoris, magnum virorum doctorum prouentu ærasilla
tulerit. Solent enim plerumque homines vitam Principis æmulari iux. ta illud
Platonis à Tullio in epift.ad Lé tulum reperitü: Quales fum in Republica
Principes, sales folers effe cines.Quapropter ex bonitate Principis Marci,
plurimila philoſophari finxerunr,vt abeo ditarë. tur. Ex Herodiano, et Xiphilino.
Rutam allium ferpentibuset werfari. Vtä odor,allija; ferpentibus max ex
teftimonio Ariſtotelis 9.de.biſtor. animal.c. 6. habemus muſtelam, cum
dimicatura eft cum ſerpentibus, rutam comedere. Hac etiam ratione ducti Perfæ(auctore
Simone Sethi ) coquinas allijs replebāt, vt ipfasà ferpentiú contagio
tuerentur. Animaliaoriri, et viuere poſſe in ig ne compertum eft. Agna
admiratione dignum eſt illud, quod ab Ariſt. s.de hiftor. animal adducitur;
animalia ſcilicet oriri, et viuere in igne,cum elementum hoc omnia comburat: et
nullatenus pu treſcat. In Cypro, inquit, infulaærarijs fornacibusvbi, Calcites
lapis ingeftus compluribus diebus crematur,beſtiola in medio igne naſcuntur
pennatæ,paulo mufcisgrandibus maiores, quæ per igne Saliant, et ambulent.
Equidem fià tanto viro hocnon aperiretur; vix credere homincs auderent, cum
totum rationi aduerſetur; fed hæc, et alia maiora à po fentiſlimanatura fieri
poſſunt, 10 Lacus Lachs Affhaltitis mirabilis natura. Yommemoratione dignum
puto Alphaltitis lacus naturam expo nere.Salfus ille quidem,ac ſterilis eft,fed
tanta leuitate, vt etiam, quæ grauiſſima ſunt,in eum iacta fluitent:nec
quiſquam demergi in profundum ne de induſtria quidemfacilè poſſit.Denique
Veſpaſia mus, qui eius viſendica uſa illucaccelle sat, iuſfit quoſdam natandi
infcios, vin &is poſt terga manibus, in altum deijci, et euenit omnibus, vt
tanquam vi fpiri. tus farſum repulfi, deluper Auitarent. Joſepbas lib. 5.de
bello Iudaicri.9. Piſces marinos falubriores, et fapidi. ores efe fluminum
piſcibus. lices, tum pidiores, tum falubriores ſunt ijs, qui in fuminibus,
ftagnis, lacubus, auc riuulis viuunt.Salfedo enim duriorem facit carnem, et fubtilioris
fubftantiæ. Contra in piſcibus, qui ſunt in fiumini
bus, &perinde eorú caro excrementitia eſt muccoſa, et infuauis. Vndeapud
Co. lumellam extat lepidum didū. Philip pus cum ad Numidam hofpitem deue
niſlet, et fibi è vicino fluminelupi for moſum appofitúdeguftaffet,ex puiſſet
guc dixit: Peream ni piſcem putauerim ! vſque adco à Tyberino,velmarino dif.
ferre putauit, vt illum piſcis nomine in. dignum iudicauerit. Mulieris cinni
fogant ſerpentes, da in vermesmutantMr. ulierum capilli, quibustantopere
gaudent, et pro quorum ſtructu ra in exornandis multum conſumunt te. poris,cremáei,
ferpentes abigere vifi sūt: fin autem in aquam inijciantur, in ver mes non diù
retenti commutantur. Plurimos homines aqui per tenebras, de per lucem vidiffe.
Erum natura opulentiſsima admi ſus aciem,oculoſgue ſplendentes pręſti tit; vt
multi felium more noctu vagari liberè potuerint. Legitur de Alexandro per tenebras
æquè,ac per lucem vidiſſe; viſum adco acerrimum habuit Galenus, quod in lomnis,
patefactis repentè pal pebris, magnamante oculos lucer via debat, vtiplede ſe
fidem facit Hip port. Go Platon, plac.6.4. At mirabilior erat TiberijCeſaris
proprietas; qui in tenebris exactè videbat;de qua re adeo admiratur
Tranquillus, vt id pro mira culo ſcribat. Cibus fapidiſsimus quomodo apparetur.
Viſapidissimum cibum habere de liderat, Gallinaceos pullos, qui la &te et panis
micis laginati lipt, in menſa procuret, ij profe &to præſtantiſsimum
ſaporem exhibent, mireque cum palate ineunt gratiam. Andereriam carycis nu
tritus, tum ad medicinam, tum ad gula faporem eſt optimus, et piçlertim iccur.
Vnde non mirum L in Inſula Hiſpa niola apud Indos, porci harundinibus zacchari
faginatitantæ, ſapiditatis, et bonitatis ſint, vt febricitantibus etiam
exhibeantur, Gigan eft muccofa, et infuauis.Vndeapud Co. lumellam extat lepidum
di& ú. Philip puis cum ad Numidam hofpitem deuc niſlet, et fibi è vicino
flumine lupi for mo ſum appofitú deguftafſet,exfpuillet guc dixit: Peream ni
piſcem putauerim ! vſque,adco à Tyberino,velmarino dif. ferre putauit, vt illum
piſcis nomine in. dignum iudicauerit. Mulieris cinni fogant ferpentes, do in
vermes mutantur. ulierum capilli,quibustantopere gaudent, et pro quorum ſtructu
rain exornandis multum confumunt té poris,cremári,ſerpentesabigere vifi sūt:
fin autem in aquaminijciantur, in ver. mes non diù retenti commutantur.
Plurimos homines aqui per tenebras, acper lucem vidiffe. REErum natura
opulentilsima admi randam fæpiſsimè hominibus vi. ſus aciem,oculoſque
ſplendentes pręſti tit; vt multi felium more noctu vagari liberè potuerint.
Legitur de Alexandro per tenebras æquè, ac per lucem vidiſſe; viſum adco
acerrimum habuit Galenus, quod in fomnis, patefactis repentè pal pebris,
magnamante oculos lucern vi. debat, vtipfe de ſe fidem facit lib. 7.Hip porr.
Platon. plac.6. 4. At mirabilior erat Tiberij Ceſaris proprietas; qui in
tenebris exactè videbat; dequa re adeo admiratur Tranquillus, void pro mira
culo fcribat. Cibusſapidiſsimus quomodo apparetur. QlideraGallinaceos,
pullos,quila &e et panismicis laginatiſipt, in menſa procuret, ij profe
&to præſtantiſsimum ſaporem exhibent, mireque cum palato ineunt gratiam.
Anderetiam carycis nu tritus, tum ad medicinam, tumad gulæ faporem eſt optimus,
et pięlertim iecur. Vnde non mirum G in Inſula Hiſpa niola apud Indos, porci
harundinibus zacchari faginatitantæ, ſapiditatis, et bonitatis ſint, vt
febricitantibus etiam exhibeantur, Gigantes in orbequando fuerint? G. Igantum
foboles paulo ante Dilu (uium apparuit, patet hoc in Geneſi c.6.quando ingreſſi
ſunt blijDei ad fili as hominum: poſt autem Diluuium aliqui fueruntgigantes,
qui tamen non multo tempore durauerunt. Bonitas e nim naturæ (vt inquit
Abulenfis c. 3: Deuteronomij) in cibis, et afpectu cæli ad terran habitatam
remen humanum in tanta virtute continebat, vt tanti robo ris, et ftaturæ
homines ætas illa produ. ceret; Poftea paulatim deficiente natu, ra,tanquam ad
fenium múdus ifte decli. nauit, et humana corpora cum viribus minorata funt.
Adfacies mulierü rugatas ſelectum præfidium. (N gratiam rugatarum mulierum, et quæ
maculas in viſu fortitæ fuerint, quo ſenium, turpitudinemque faciei abfcondere
valcant, optimum adduca mus præſidium. Alumen tritum, et cum recentis oui
albumine agitatum,ſi dein de ferbuerit in olla,& { patula ligno coti nuo
mouebitur,in vnguenti ſpiſfitudi nem tranſit. Hoc f biduo, vel triduo facies
mane et vefperi collinitur, non modò emaculari et erugari, verum ſum mepulchram
&gratam eam reddi ani maduertent. Maxima eft folis excellentia, do in hec
inferiorainfluxus. Am maximè Homerus Solis natura, et excellentiam admirabatur,
vt illú Deorú patré,hominūá; vocauerit. Ipfe enimomniú aftrorú Rex eft, et tempora
cuncta moderatur: annos,menfes, et di os diſtinguit, et efficit; nos fua luce
læti ficamur, et eiuscalore ſanamur. Ipfe vi. rentes herbas, et terræ nafcentia germi.
narefacit, et flores redolere. Ipſefruges, producit, fructusmaturat, aerem puri
ficat, lucem affert, tenebraſque repellit, elementa tranſmutat,animalia gignit,
gemmaſque pretiofas cum admirandis viribus ex terræ viſceribus mira virtute
spitøre facit, Hominųm ipſe, cum ho mine Gigantes in orbequandofuerint? Glucos
Igantum foboles paulo ante Dilu (uium apparuit, patet hoc in Genefi c.6.quando
ingreſſi funt alij Deiad fili as hominum: poſt autem Diluvium aliqui
fueruntgigantes, qui tamen non multo tempore durauerunt. Bonitas e nim naturæ (vt
inquit Abulenfis 6. 3. Deuteronomy )in cibis, et aſpectu cæliad terran
habitatam femen humanum in tanta virtute continebat, vt tanti robo ris, et ftaturæ
homines ætas illa produ ceret; Poftea paulatim deficiente natu, ra,tanquam ad
fenium müdus iſte decli. nauit, et humana corpora cum viribus minorata ſunt.
Adfacies mulierürugat asſeleétum præfidium. Ngratiam rugatarum mulierum, et quæ
maculas in viſu fortitæ fuerint, quo ſenium, turpitudinemque faciei abſcondere
valcant, optimum adduca mus præſidium. Alumen tritum, et cum recentis oui
albumine agitatum, fi dein de ferbuerit in olla, et ſpacula ligno coti nuo
mouebitur,in vnguenti fpiffitudi nem tranfit. Hoc ſi biduo, vel triduo facies
mane et vefperi collinitur, non modò emaculæri et erugari, verum ſum mepulchram
&gratam eam reddi ani. maduertent. Maxima eft folis excellentia, din hec
inferior ainfluxus TO Am maximè Homerus Solis natura, et excellentiam
admirabatur, vtillu Deorú patré, hominúý; vocauerit. Ipſe enim omniú aftrorú
Rex eft, et tempora cunctamoderatur: annos,menſes, et di es diftinguit, et efficit;
nos fua luce læti. ficamur, et eius calore ſanamur. Ipfe vi. rentes herbas, et terræ
nafcentia germi. nare facit, et flores redolere. Ipſe fruges producit, fructus
maturat, aerem puri ficat, lucem affert, tenebraſque repellit, elementa
tranſmutat,animalia gignit, gemmaſque pretiofas cum admirandis viribus ex terræ
vifceribus mira virtute qpicere facit, Hominum ipſe, çum ho minegenerat,&
tandem quicquid in ter ra oritur, et occidit, corrumpitur &ge neratur, in
eius poteftate eft:fic ait Ari ſtot.z.degener.d corrupt. quod propter acceſsú,
&receffum Solis in circulo ob liquo,fiuntgenerationes, &corruptio pes.
Hæc, et alia tali lideri Creator om. pium largituseft. Falfißimum eft
Salamandramin igne viuere pole. B Ariftotelc, et Aeliano,Salaman dram non modò
in igne viuere, verum etiam illum extinguere proditú eſt. His ſuffragatur
Plinius lib.io.c. 67. qui tantum alleruit Salamandræ rigore elle,vt igné
glaciei ad inſtar extinguat, Hi autem famigeratiſſimi viri dormi. tare videntur,
cum omnia et comburi, et conſumi ab igne poſle iudicentur, Falſum ergo axioma
eſt;breuique fpatio animalillud, antequã comburatur, licet rigidiffimú foret,
in igne viuere verifia mile eft.Totú hocexperientia innotuit. Narrat enim
Matthiolusin Dia foridisin agro Tridentino,Veris,& Au. Tumpi tempore,maximam
Salamandra rum copiam reperiri, fe autem,vtexpe rimentum caperet eius, quodde
Sala mandra vulgo fertur, plurimas in igne conieciſſe, fed eas prorſus
exarſifle,bre uique penitus eſſeconſumptas. Sabbaticifluuj admirada proprietas.
I Nter Arcas, et Raphandas ciuitates (teſtimonio Iofephi.7.de bel. Iudaico )
regni Agrippę, Sabbaticus fluuius repe ritur, ita à leptimo die, quem ludzire
ligiosè colunt, appellatus. Hic copiofus fluit, nec meatu ſegniseſt,
mirabilemg; naturam obtinuit, liquidem interpofitis lex diebusà fonte luo
deficit,audumq; et ficcum alueum relinquit. Quod auté mirabilius eft, nulla
mutatione facta ſeptimo die fimilis exoritur, talemque continuo ordinem
obferuare pro certo ab omnibus cognitum eft. Quam fitexitiofumpro lattandisine
Fantibus vitioſas eligerenutrices. Vtrices pro lactádis puerulis ma lis moribus
imbutas, vitiofas, in. B eptas, crudeles vel ſuperbas reijciendas exiſtimo:
mites autem, benè moratas, fine vitio, et prudentes cligendas. Pueri enim ex
ijs educati ob acceptum nutri mentum à parentum natura recedunt, et 1 ad
nutricisvitia, vel prudentiam aliquá inclinationem habent. Indelegitur Ne Pi
ronem crudeliffimum à fuis progenito ribus longè degeneraffe(quamuis pravá
inclinationem vincerepotuiſſer) ijenim benigniffimi fuerant: ipſe autem à crue
delillima nutrice lactatus, et connutri tus, propriam matrem interfecit.
Menſtrualisfanguinis mulierum immanitas. Aximum contagium in mulieris i ei F
credidit.Refert enim nouellas vites eius pernecari contactu,rutam, et hederam
illico mori, apesta et is aluearijs fugere, lina nigrefcere, aciem in cultris
tonſor rum hebetari, æs graue virus et ærugi nem contrahere: equas, li lint
grauidæ, ta &tas abortire,multaque alia pernicio famala ex illius contactw
fieri tradidit. Sed longe à veritate diftar hic auctor: cuiuslibet
enimmulierisfanguinēmen i ftruum virulentum effe falfamum eſt, quippe in ſana
muliere, non differt et Yanguis à fanguine vitiumque illius in i quantitate
tantum perliftit,vtbenè Ca piuacceusin fua Praxi recenſuit, fecus eft in
morboſa muliere, ex menftruali enim iſtius fanguine nõmodopericula, quæà Plinio
adducuntur, eueniunt, ve - rum etiam alia. Equidem canes epoto · menſtruo in
rabiem vertuntur. Homi nes in he et icā, et phthiſim, fià veneficis, eis in
potu tribuitur, deueniunt: Oleze contacte ſterili fcunt. Alia ctiam ex il lius virulentia contingunt, quæ
reticere melius eſt. Frigidumpotumpoſt pharmacum af fumptum magnæ vtilitatis
afue tis fuiſſe. Egrotabat oliin in Sicilia Prorex Ioannes à Vega: ſumptoque
Phar maco ſegniter purgationem habebat. Medicusfamiliaris, vtaluum irritaret,
juris pulli ſine ſale pararú cyathum co B 2 A ram Principe habebat; illumque
nau. ſeantem, et tale brodium abhor. rentem, vtebiberet exorabat. Super ueniens
autem Philippus Ingraſsia, iua ris vice, libram aquæ frigidæ cum vn cia
zuccarimediocris albedinis propi. mauit. Erat enim ille frigidæ potioni af
fuetus,atqueiecore percalidus. At frigi. da cpota, deſtructa eft confeſtim
naufea fedatilque nonnullis in ore ventriculi morſibus, talem è veftigio
purgationé feliciter perfecit, vt gratias referre In graffiæ pro tali frigidæ
potione,cupiens, argenteum illud vas,in quo repofita fri gida fuerat, pretij
aureorum nummo. rum quinquaginta, gratiſsimo animo donauerit. Ingraff.
de.frig.por.poft medic. Verrucas cuiufdam animalculi liquo reperfanari. Eferam
quod mihi in Apuliæ quo dam loco, circa verrucas fucceflit. Expetebat à me quidá nobilis,
qui ma. nusà verrucis nimis deturbatas habebat aliquod pro illis abigendis
præſidium. Ego coram nonnullis multa,quæ aliàs RII veriſſimaefle comprobaueram,illicon
it'o fulebam.Inter hosrufticusquidam ino to pináter,fe ele &tiffimum habere
remedia pro ijs penitus dirimendis non rogatus I. faſſus eſt. Sciſcitor quale fit, animalcu Di lum eſſe dixit: ad
experimentum veni Before mus, ægro confentiente. Ruſticus ani. i malculum
inuenit. Hoc'in floribns 1. Eringij, et Cichorez æftiuo tempore uk moratur,eft
coloris calaſsini, cum ma of culis rubeis, et quodammodo aſsimila tur
proportionecorporiscantharidiyli y cet paruulum ſit. Acceperat aliquot 12 i-
fticus, et ſingula in ſingulis verrucis digitis exprexit: exibat liquor quidam,
o manus intumuit, et doluit,fed cum mo. derantia: intra tres dies detumuit, et fana
facta eſt, nec verrucę ampliusviſę ſunt. Tauriſanguinem inter lethalia vene na
connumerari. Nter atrociſsima, et fuffocantia ve nena Tauriſanguinem recenter
epo tum connumeramus; congelatur enim 2. in ventriculo, reſpirationemqueimpe s
diens, hominem fuffocat. Themiſtocles B 3 Athe Inesta Athenienfis tanti veneni
tentauit expen rimentum. Hic enim ciuium inuidia à Patria relegatus,ad
Artaxerxem confu git, à quo diues factus eſt.Dum autem in patriam ingratiam
Artaxerxis pugnare cogeretur,in Dianæ téplo,hauſto Tauri fanguine, vitam cum
morte commuta uit.Ex Plutarcbe. Quo artificio duriſsim afaxafrangen re
valeamus. Aris ſaxa non alia re frangendag quam larido accenfo retulit Ola
us.Hoc equidem rationi conſentaneum efle ducimus, cum pinguehumidum,fax lique
commiftum illud fit, ob id enim flamma potens et acris eſt diùque ma net.
Annibal verò dum Alpium rupes, ingreſſurus Italiam, comminuereopta ret, faxa
potentiſsimo igne concalefacta; acerrimo aceto humectabat;: ita enim ea
molliebãtur,& in fruſta cædebátur, fra ctioniq; facilior erat locus.ex Tiro
Liuip. De lapidis Asbeſti mirabilivirtutes LAsbeſtos lapis,qué Arabia, et Arcadia
producit, fi verus et probus fuerit, femel accenſus perpetuam flammam retinere
videtur.ExhocGentilestemplorú cane delabra conficere folebant, clarè ani
maduertentes fortiſsimam flammam et i * inextinguibilem elucere, quęnecabima
bribus,nec tempeſtatibus extingueba tur. D. Auguſtinus lib.21.deCiuit.Deiz.
Athenis Veneris Phanum fuiſſe referty in quo de di&to lapide lucernæ
conſtru Etæfuerant,quæ aliqua intemperie ex tingui minimè poterant. Aegypti
Reges opera magnifica, &admirane da Antiquitus conftruxiſle. Pera ab
Aegypti Regibus conſtria et a omni admiratione digna ſem per exiſtimaui. Hi porrò Labyrinthoi rum,Pyramidümqueprimifuerunt
au et tores, et Mauſolea fepulchra, et Obe. Hifcos erexerunt, Ferunt admiffo
faci: nore, Pheronem Regem è veftigio vi-, Cum amififfe,decennioquecæcum
-fúiſle. Vndecimo autem anno ab vrbe Buci, accepto Oraculo, quod viſum reci
peret, fi oculos mulieris, quæ tantum B 4 lui ſui viri amplexibus contenta
fuiſſet, cum terorumque virorum expers, lotio ab luiſet. Hic ante omnia vxoris
lotiura tentauit, cum autem nihil cerneret in. finitarum mulierum vrinam
experiri voluit; viſuque recuperato, præter eam (vxorem enim eandem duxit
)cuius lo tio vilum accepit, omnes concremauit. 'Abea autem calamitate
liberatus, cup alia in alijs templis donaria pofuit, om nia egregia ad memorię
diuturnitatem, tum maximè memorabilia, ac fpe &tacu lo dignain templo Solis
gemina faxa, quosobelos vocant à figuraverucēzenam cubitorum longitudinis,octonum
lati tudinis. Pelõdor. Virg.ex Herod. lib.z. Cacodamonem malinuncijpræfagium
aliquando attuliffe. Arcus Brutus cumexercitu ex A Gia nocte media et profunda
dum fplendidum erat lumen, et filentium vndique caftra tenebat, multa fecum
memoria recolebat. Cum autem ad fe venire aliquem præſentiret, intentus
MarcusBrutus cumexercituex A intentus ad
introitum afpiciens,horren dam, et monſtruolam corporis feri et terribilis ſibi
aſliſtere imaginem reſpex it.Quis (inquit)interrogans erutus,ho minum, aut
Deorum es,quid tibi vis? quidad nos veniſti?Murmurans ille,tu. us Ô Brute(dixit)malus
genius ſum, in Philippis me videbis. Tum brufus nihil perterritus, Videbo,
reſpondit,cogita. bundusqueaccubuit. Verum Caſsiana cognita clade deinde,
cogitationeſque fuas videns, et fpes fallaces ſublapſas re tro referrifin
Philippis fibiipfi mortem coniciuit.Ex Plutarcbo. olei, vini,ſegetumgſterilitatis
prafagia. Irij vefpertinus occaſus, fi biduoana teuertat, vel fequatur
Plenilunium, fegeti rubiginem,&foreftentibus vre. dinem pronunciat.
Procionis occafus veſpertinus,fi interlunio eueniat, flores ti yiti, et oleu
germinanti iniuriam ex vredine adfert.Aquilæ verfpertinus ex. ortus, et Arduri
occalus, in Pleniluniú B S incidit, et olei& vivi ſterilitatem, vtros
quetum florente denunciat Ex Iunitino - deris falubritatem advitæproduction
anem maximopere videmuscon: ducere.. N Hybernia quaſdam Infulas, ir quia bus
homines longiſsimæ vitæ funt, re periri compertum eſt,tanta eft enim ibi: aeris
ſalubritas,vtvita humanalongiſsi me producatur, Cum autem ad maxia. mam
ſenectutem homines deueniunt, deficiente pauliſper humido radicali, caloris
naturalis opera, quia anima pro-. pter complexionis bonitatem recedere: nequit,
in corpore magni ſuſcitantur dolores: Idcirco illius regionis homie nes poft
diuturnos labores, vitam aber forrétes, longèà propria regione fede portari
procurant; præſertimque ad lo. cum minus falubrem, vbifaciliter mon n'antur.
Abulenfis in Genef.c.2.6. Anania: in Vnis.Fabrica. Linica.magna proprietatisapud!
indos fiering 1 Maximi valoris lintea ex Asbeſti. no lino,& Amiancho lapide
con texere Indiani fo !ent. Hæc in ignem; proie et a flammam quidem concipiunt,
detrimentumautem nullum recipiunto Cum autem vſu commaculata Indi hæc lintea
depurare coguntur, (ſpreto more noſtro )non aqua,non cinere, vel ſmege mate
vtuntur; fed in ignem proijciunt:: certiſsimoexperimento perdocti ab eo non
cóluni modò; ſed potius-exempta. fplendeſcere,nihilqueillis deperire. Ta.. le
Carolum V..Imperatorem nonnulli habuiffe ferunt. Mizaldus. Hominibus àgraui
valetudine opa preffis varias hominum figuras appa: rnilleſepißime, expertum
oft. Ignum ſpeculatione illud fempers primuntur valetudine ex affe &to
cere. bro, an actu Demonis figare diuerſçapa pareant? Quippèno ſemel audiui,
non. mullos. Dæmanes,alios verò
fæminas. B 6 vidiſſe, vt inter cæteros Alexander ab Alexandro de ſe teſtatur.
Cum (inquit) Romæ ægravaletudine oppreffus eſſem iaceremque in lectulo,fpeciem
mulieris eleganti formamibiplanè vigilanti ap paruiſſe confiteor, quam cum
infpicerem diù cogitabundus,&tacitus fui, repu tans nunquid ego falfà
imagine captus, aliter,atque res eſſetafpicerem,cumque meos ſenſus. vigere, et figuram
illam pufquam à me dilabi viderem, quæ nam illa effet interrogaui, quæ tum
fubridens et ea quæ acceperat verba reſpondens, quaſi me planè derideret, cum
diù me fuiſſet intuita diſceſlit. Quomodo
au hæcfiani in lib. 1. de pita hominis difa fusè enucleamus. Hydropes lethales
multoties ab occul. tis,abditiſq præfidiisdifparuiſſe. Vltiequidem morbinon à
me dicorum remedijs, fed à caufis abditis curati funt.Refert Schenkius l.be
3.obferuat. Medicinal, Chriſtophorum quendamin deſperata hyeme, ab hs drope
lethali hac via fanatum fuifle. Illi dormienti in Sole aprico lacertus viri.
dis occurrit in laxatumque eius finum irrepfit, et toto cotempore, quo dormi.
it,per tumentem,nudatumqueventrem oberrauit. Poft horam expergefa et us
lacertum in ſinu ſubfultare animaduer tit, quem veluci homini amicum et in
noxium dimilit. Huic ab eo tempore hydropicus tumoromnis,citra alia re media
intra paucosdies ſubſedit, et diſ paruit. Quicafus mirabilis eft: et non
minori admiratione dignus, Bufonis fylueftris, quam fit proprietas. Hoc e nim
animal fi per ventrem fcinditur, et fuper renes hidropici ligatur, aquofita tem
per vias vrina, quæ in Aſcitelupet abundat,mirabiliter educit.Hoc VVie rus
expertuseft,Napaulli ſecreto rema dio hydropicorum aquas Colubri a quatici
lapide ventriapplicato ſenfim abfumunt. Infuper
vituli marini pelle aquam corpori fuffulam Hermolaus Barbarustolli prodidit.
Cæca igitur,& abdita via multos hoc morbo ſanari comperimus. B7
Mediana II Medeamà veneficiorum calumnia
a Diogene fuilevindicatam., moriæ ſcriptoresmandarunt,Meo. deam illam
concelebratam magicis arti bus, maximam dediffe operam, ijſque latiſsime fúille
inſtructam.Hic.n.apud Srobæum dicebat,Medeam fapientem, non veneficam fuifle,
que acceptis mole libus, et effæminatishominum corpo, ribus confirmabat ipfa
gymnaſijs,acex ercitationibus, et robulta vigentiaque reddebat.Hinc, vt
veriſimile eft,faina emanauit, quod illa coquendo carnes hominibus ivuentutem
reftitueret, Si. enim ad ea, quæ de ipfa dicuntur, quod nocturnis horis coram
Luna proftrata maleficia fuo nudato corpore pararet, refpicimus, vt patet per
Seneca in Tras gæd.7.Quod vero alia attinet de quie bus ipſam accuſent, neſcio
quomodo. ab infamia eam liberare valeamus. ImPlenilunio vtplurimum furioſos:
vehementius infanire Luna dum Soli opponitur, vehementius furiofos infanire
obſerua-: mus: tunc enim ex. fuperabundantium humortin copia-cerebrum ad
cranium vique intumeſcit,eofque ad furiam du.. cit.Hac (vt reor) caufa, furioſos
Britan. ni luna quarta decimaverberibus affli., gunt, conſiderantes ſailicet
ſanguinem, et fpiritum tunc temporis efferuefcere.. Verbera.autem non fine
ratione ad talie um ſalutem conferre videntur; vt enim larga proſperitas ad
inſaniam homines, ducere potenseft:ſic dolor, et calamitas, prudentiam inducere
conſueuit: quod, fapientiæPrinceps perbellè fignificauit: dum dixit, affli
&tionem tribuere intele lectum.Bodinus in tbeat.net, Annicomputumdimē ſuramàquin
bufdamnationibus ru diordine fuiffeconstructiuni Noi.certus modusapud felos Ar
gyptiosfemper fuit, eorum enim Sacerdotes ab Abrahamoedocti,& verá
anni-menſura, et Solis curſumcogno., frese fcere valuerunt. Apud alias nationes
di ípari numero, parique errore annus no tatus eft:fiquidem Arcades trium men.
fium annum faciebát. Lauinij tredecim. Acananes fex.Gręci reliqui .diebus.
Romulus annum decem menſibus, qui 304.dicbus conficiebatur ordinauit.Hic å
Martio incipiebat,eo quod Marti fuo genitori credito, menſem hunc dicaue rat.Numa
poft Romulum quinquagin. ta dies computo huic addidit, annum. que conſtituit
354.diebus. At. C.Cæſar Aegyptios imitatus, ad curſum Solis, quidiebus et quadrante
conſtituie tur,annum dirigereftuduit. Céſorinus, et Suetonius. Solatri maioris,
e Serpent arie mio norispotentiacontraparafitos mirabilis eft. Irabilis
profecto Solatri maio. ris, fiue herbæ Bella donna radicis potentia eft: fi
enim contrita, et exiccata vnius ſcrupuli pondere per horas ſex vino
infunditur,illudque facacolatura uno homini potui datur,vt illecibum guftare
nequeat,efficiet. Hoc paraſitis idoneum eft remedium,hi'enim aperto
ore,tanquãomnia deuoraturi,in menſa cófident;fed hac via pænas luent, quip pè
alios vidcbunt comedentes, ipſi ta men inſtar Tantaliin menſa fameſcent. Vnde
apud conuiuas ridiculi, et confuſi apparebunt.Sanantur hiconfeftim ace to
bibito.Idem facit radix Aron, fiuc -minoris Serpentariæ in acetarijs recens
contrita;qui enim guſtauerit, apparebit Suffocari cibumque relinquet. Sanatur
hie allio comefto. Ventorum ortum,occafumque terre Arem Echinuinmira fagacitatehomi
nibuspraſagire. Erreftris Echini, quiautumnalitě. pore in vineis, dumoſilque
fpinis verfari præcipuè conſueuit, in ortu oc cafuque ventorum præfagiendo mira
l'eft fagacitas.Horum porrò latibula du obusconftru &ta foraminibus, quorum
alterum Boream, alterum verò Auftrú reſpiciat,conſtructa reperiuntur. Pre fentientes
autem Boream Auſtrum,ali umve ventum fufHaturum, longè abe orum ortu, vnum vel
alterum cauernæ meatum obturant; ventorum enim cog nitio-ijs innata eft, vtab
ipſisſe tueri va Jeant.Hoc ordine Venatores Echinorú Jatibula, eorumque
fagacitatem cond derantes, nulla ſtellarum obferuatione habita, fed folum ex
cauernarum mea. tibus clauſis,velapertisVentorú indagia nem cófequentur. Ex
Plutarcho in Dialog. Animi pudorem, timoremque hu. manorumcorporum diuerfimoda
faciem alterare. agna inter animi pudorem, et ti morem cum vtrumque fit triſti.
riæ foboles, videturdiſparitas:quippe in pudorehomines facie rubefcunt,timen
tes verò pallefcunt. Natura(vt inquit Macrobius 7. Saturn. ), cum quid ei oc
currit honeſto pudore dignum, imum petendo penetrat ſanguinem,quo conto moto
diffuſoque cutis tingitur,rubora; saluitur, Thelelius auté (vt ex Taſſone
citatur M citatur) faciem in
pudore,voluit affe &iū recipere, et proinde erubeſcere. Hocà ratione
alienum haud eft, fiquidem vo lunt Philoſophi naturam pudoretacta, fanguinem,inftar
velamenti ante fe ten dere.Experientia infuperhoc docet, e rubeſcentes enim
manum fibi ante faci. em frequenter opponunt. At timentes palleſcunt,quia
natura cũ quid extrinſe. teoccurrens metuit, in profundum de. mergitur: ita
&noscum timemus,late bras quærimus, et loca occulta, Natura itaque
defcendens,vt lateat,fanguinem fecum trahit, quo demerſo dilutior cuti. humor
remanet,pallorqueſuccedit. Animaliaex putrigenita materit inmundi primordio
minimè fuiffe. Væ ex putri materia generantur, ſex animalium genera communi ter
exiſtunt. Quædam enim, vt bibio nes, quæ ſunt minutifsima animalia,ex vini
exhalationibus fiunt,vt papiliones ex aqua.Quædã ex humorú corruptio pibus
proueniunt: vt vermes in fter core,velciſternis. Quædam ex cadaue ribus, vt
apes ex iumentis:crabrones,fi ue muſcægrandes,quæ volando ſonant. Scarabæi liue
mufcæ virides ex equis, vel canibus mortuis: fcorpius de caucti mortui
carnibus:ſerpens de medulla ſpi næ humanæ. Quædam ex lignorum pu tredine, vt
teredines, qui lunt vermek intra ligna, quando non abſcinduntur tempore debito,
exorti. Quædam ex fructuum corruptione, vt girguliones ex fabis. Quædam ex
herbarum corrup tela, vttinex.Hçc autem in mundiprin cipio immediatè à Deo
creata fuiſſe, nulla ratio confiteri cogit,cum ipſa na turaliter ex corruptione
procedant;poſt autem mundi exordium huiuſmodi ex corruptelis generationes
eueniſſe verili mile eft;Deus tamen feminarias cauſas horum materijs indidit,
fine quibusori. ri non potuiſſent.Abulenfis in Genefi 6.2. Defygis Arcadia
mortifera natura, Alexandrimorte. Circa
Gerialis. ferunt, ille, CircaNonacrinin Arcadia,fons quidá teperitur è
petraexoriés, quęStyx ab in colis appellatur, tantæ mortiferæ natu rę, vt ſumma
celeritate corrúpat corpo ra. Equidemprotinus hauſta (Seneca teſtimonio 3
quaft.natur.)induratur,in Itarque gypſi ſub humore conftringitur, et ligat
viſcera.Quia autem, nec odore, nec fapore notabilis eft,fæpè fallit, nec ea
epota,amplius remedio locus eft.Fe runt nonære,non ferro, non teſta aquí
huiuſmodi continere,necaliter quam in equi vngula ferri poſſe. Huius vemeni
potu,magnumAlexandrum in Babylo. nia fuiſſeextin et um multi ſcriptoresre
medico,ob aquę feritatem in media po tione repentè veluti telo confixusinge
muit; elatuſque (vt ait Iuſtinus) è conui yio ſemianimis, tanto dolore
cruciatus eft,vt ferrum in remedia poſceret, et è tałtu hominum velut vulnere
indole. fceret. Achores tineafque capitis,ex bufonis oleofeliciter fanari. Dum
46 prope Luceriam Apuliæ ſemel me dicinam faceren, ibi quendam achori
bus,tineiſque per multos annos turpi. ter affe et um,cui varia fuerant
applicata temedia,omnia tamen inutiliter, prop termorbi reſiſtentiam repperi.
Tande noſtro conſilio hicele &tè ex pharmaco purgatus, folum linimento ex
oleo in quo ad exactam co &tionem Bufo fue Rana terreſtris ebullierat,
optime cura tus eft, quippe fimplici hoc remedio per paucosdies in capitevtens,
fanus, et capillatus fa et us eſt; durante autem lini mento
piliersortui,vulſellis à chirurgo extirpabantur. De Cerui lachryma, eiuſque in
ciendo fudore potentia. Antæ creditur elle efficaciæ Cerui lachryma in
Tudoreciendo, vt' li grana quinque vel ſex potui dětur, totü corpus fere folui
iudicemus.De hac lo quens.Abinzoar lib. I.tra &. 13.6.6. le tria grana Azir
filio Regij magiſtri equitum in lacte, vel aqua cucurbitæ, vel.roſatæ
exhibuiſle:retulit,illumque à virulento ictero liberaffe.Hæcautem in Ceruis
ante ceptelmum annum (teſti monio Scaligeri)nulla eft,temporis au tem proceſſu
generatur, et in iuglandis molemaccreſcit.Dicitur magnam habe read venenum
efficaciam, vt in Afia fe Hiciſsimo fucceflu fæpè experiuntur. Vires infirmorum
collapſas, odoribus refarciripoffe. Nfirmorum deperditas vires non potionibus
modò, verum atqueodo, ribus reftaurari pofſe obſesuatum eft. Aiunt enim
Democritú in dies aliquot, amicorumgratia pomi odore vitam fic bi prorogalle.
Hinc multi panem cali dum vino odorifero immerfum nari busadmouentægrorum, quem
a tem. poribus, et coſtis cataplafmatis more imponimus,vtique vires egrigie
reſti tuimus. ConciliatorApponenſis mori. búdá vitá, ex croco, et caſtoreo
cótuſis, vinoq; cómiſtis producere fecófueuifle tefta. teftatur,ſenibuſque eam compofitioné exhibuiſſe,
nullatenus olfa et u magis quam potu profuiſſe. Ferreriuslib.2.Me thod. De olei Balnei mirifica in
morbis præftantia. O Lei Balneum, vt Herodotus anti quiſsimusmedicus prodidit,
quià diuturnis affliguntur febribus, à laſsitu dine, vel neruoſarum partium
dolori bus oppreſsis, conuulfis, et vrinæ, fup preſsis laudatiſsimum, ac
ſalutare efic remedium experimur. Vidit huius pre ſidij experientiam Heurnius
in quoda extenuato, ac ferè exhauſto, dumeflet Patauij:illum enim validiſsima
occupa uerat conuulfio, at tepidi olei pleno vafe immerſus,ac fotus fanuseuafit.In
lib.no ftro de Hydron.nat. Adam et fuos contemporaneos, perfc.
etiſsimamrerumnaturalium ha buiffe cognitionem. Nter aliasrationes, quas
Abulenſis in Genef.in c.f.de longiſsima vitæ pri. morum parentum,quiannum ferè
mila Jeſimum ateingebant,retulit,hácaddux it;quod'Adam'rerum naturalium perfe
Etamà Deo cognitionem habuit.Intele lexit enimfru et uum, herbarum, lapidú,
lignorum, animalium, mineraliumque virtutes, et do&rinam, quibus vita hv
mana diutius conſeruari poterat; quæ omnia contemporaneos,(vt ipfi etiam vitam
producerent longiſsimèJedocuit. Hæc autem cognitio, et ex diluuio, et gérium diuifione
perdita eft. Reperiun turtamenin præfentiarum multa mira bilia,naturęque
ſecretiſsima apud ſapi entes, à temporuminiuria foslitan vin dicata; quæ
aliquando hominesvidentes aut audientes, tanquam lupernaturalia opera
admirantur Rutaminter alexiteria medicamenta connumerari: Nteralexipharmaca
præſidia, Rutam minimęconditionis haud efſc perhia bent,fiquidem ieiuno
ftomacho come fta multos à veneņiviçulentia liberaſſe C. degi legitur. Dehac Athenæus in 3.Deipn.la. quens,
Archelaum Ponti Regem fuos populos veneno interimete confue uifie fcribit,
illos autem à quibufdam edo &tos, ob id antequam è domibus ea grederentur, quotidieRutam
cdere fo litos à Tyrannicrudelitate.le.defendiffe. Solaſuſpenſione,
capitiscruciatus verbenam mitigare. Trabilis eft Verbenæ proprietas M.in dolore
capitis mitigando; 'fi quidem à Petro Foreſto traditur hoc folo præſidio
quendam fuifle perſana tum.Ille netlis remedijs, quamuis opti mis curari
potuerat,non venæ ſectione, non ſcrupis digerentibus, neque steco &tis
pilulis, cucurbitulis, nec alijs topic cis auxilijs. Cum autem nulla iuuarent
semedia,ad collum Verbenaviridisafe penſa eſt, et fanus fa et us
eft,lib.9.ebſer.3. Detkapſie virtute in fugillatis faci nandis, Neronisquecalle.
ditate. Nero Imperator in ſui Imperij ex 36 ordio Thapfiam, eiuſque excellé to
tiam magnificauit; Ille quidem dumno. et u incederet incognitus, et in multos
impetus faceret,nå ſemel facies fugitla Do ta,cutifq;livida,piftula; ab illis
fuerat. L. Confeftim hic,ex Thapfia,thure, et cem ra commiſta,linimento
ljuentem vifum collinibat,quopræſidio antelucem à fe da
ſugillationeliberabatur; dum autem die in populiconſpectu, faciem fanam
oftenderet,facinoris ſui famam, et igno. miniam occultabat. Ex Durante in Her.
25 g. barie. I je obſtétricibus animaduerfio. præcidendo diligentia adhibenda
eft;quippefi ni mium curtè vmbilicus religatur,ætatis progreſſu pariédi
conatumreftringere, imminenti vitę periculo,poteſt. Ex M46 mbia Cornace. De
arboris ficusmirabili natura. I coctu faciles habere deſideramus, in arbore
ficus eas ſuſpendemus, ita votum noftrum procul dubio aſſeque mur: credo
forſitan ob acutum, et incil: uú odorem, quem arbor Ipirat id cauſa
ri;velforſitan occulta cæcaque proprie tate.At quod mirabiliusin huius arbo.
ris natura eft, Taurum indomitum, fe rumque in eodem alligatum manfuef cere
tradunt. Neſcio autem annaturali via
propter-odorem,an aliqua antipa thia, quæ inter talia exiftat hoc eueniat.
Audiui tamenà multis vtrumqueexpe rientia fuille confirmatum. Quomodoà vitriolo
arislaminas.ex. trahere valeamus. Lui momenti illa cognitio, quomodo à
vitrioloæris lamellę extrahantur,ape riam modum, qua facilitate id affequi
valeamus.Bulliatur Romanumvitrio. lum in olla cú aquafontis: in eaque cha lybis
lamina per horæ quaternionem demergatur: extrahito demum chaly bem, ipſumenim
lamellis æris inftar suginis colligatum habebis, quęculcro radende fút, vt
alias chalybem immera. gere pofsisznouaſquelamellas extrahe.. re. fiquidem
tamdiù corradi poterunt, quouſq; Vätrioli portio in aqua fuerit. Arrigat aures
ingeniofus; quia ex hoc: minimo principio multa, precipuèinre: medica, yrilia
aſſequetur. oléum vitrioli,&fulphuris rostris: lumbricos plurimumvalere.
NITlfi magnis experimentis præſtana tiſsimum remedium ad puerors i
lumbricoscomprobalſem,haud audia. rem hic inter arcana ſele &tà fóre
repezia nendum confiteri: quippe tanta eft eiuss virtus,& potentia, vt
mortuos ferè pur erosè vermibus ad vitam trahat. Hic: induſtria paratur,In libris
ſingulis aque fontis oleifulphuris, vel vitrioli chimi.. cè extractorum,
aliquotguttulaadden dæ funt,ita vt aqua acidula frat, quæ pu eris,natuque
maioribus danda eft diù noctuque ad placitum,.e et enim præſtaa tiſsimæ
virtutis 0 T! 10 Da De Caraba mirabili virtute invuula cafum,Amygdalaruamque tu.
mores ArtinusRulandusvirin chimicis M celeberrimus in Amygdalarum inflāmatiene,
et tumore, vuulæquecaſu ex humoribus à capite fluentibus exci tatis ſola Carabâ
mirabiliaparauit-Prie mo fuffimétum cófuebat,hoc modo ex. ceptü.Accipiebat
Carabæ albiff. drach. 7.qua redacta in puluerem craſsiorem, et carbonibus
impofita,fumus per infa dibulum,ore excipiebatur ab ægro mar. ne,meridie, et veſperi,
multa vtilitate, Accipiebatetiam fermenti veteris vnc.. et quam moreemplaftri
linteolo indu cebat, afperfoque Carabæ albæ pul uere vertici imponebat per diem,per
noctem vero fequétem recens applica bat. Quibus paucis remedijs, &ex fola:
quaſi Carabayquam plurimos à fauci um tumoribus, vuulæque cafu,Amyg dalarumque
inflámationibus oppreſlos perſanauit. Ex eiusCurationibus. Spina HorTvivs
GENIALIS Spine infeftoriæ Baccas" ad. Tenaf mumexfalfapituita
expertiſsimum verumque ad illum exiftere remedium. St mihi remedium pro
Tenafmodo quadam fortafle mille kominum, qui endemiali fere morbo hic ſugebant
per fanafle quam citiſsime. Syrupum ex Baccis fpinæ ceruinæ, fiue infectorice:
Aromatario parariiufferam. Hæinfine: O et obris, cum bene maturuerint, collie
guntur, exprefloque fucco cum melle vel Zuccaro ad formamfyrupi ducitur:
additurque in fine maſticis, velzinzibes sis, anih, vel cinamomiad drach.j.vet?
in maiori dofi, fi libuerit.Datur hic fy rup.ab vnce vſque ad duas cumpauco
vino dilutus,abitemijs datur cum aqua cinamomi:epoto, cibatur eger,parceta men,
et ieiuno ftomacho, præcipiturque ne dormiat.Equidem vna die fanaturę ger,
foluitur enim aluus,abfque mole tia, et excretis féroſis.viſcidilg; humorib.
Tolo hoc preſidio integrè liberatur C Ariet mo Arietis linguam futurum in ouibus
milanitium, commonftrare.. M Irantur multi Virgilium in 3.. nere, vt linguam
paftores conſpicere debeant, deſinant autem admirari, cau ſam enim adducimus ex
Plinio, quipro pterea Arietum ora introſpici à pafto ribus voluit, quia cuius
coloris ijlin guam habuerint, tále in fætibus gene randis forelanitium. Audiui
à multis, hocyeriſsimum reperiri. Ouis enim e. tam cum vterum gerit, fi linguam
habueritnigram nigrum pariet agnum, fi albam album, et fic de aliis coloribus.
Ridiculüm eft quod fertur; Bafilifcum àGalliouoexclwdi.. On modo à plebeiis
verum atq;: à nonnullis ftudiofis, Bafilifcum: abouo galli veteris connaſci
perhibe tur. Fingunthi ex aliquorum fcriptorú teſtimonio, quos eriam ego
perlegia: Gallo decrepito, quiſeptimum, aut no.. olm, vel ad fummum decimum
quar.. Na tum annum agat, ex putrefacto ſemine, aut humorum illuuie altiuo
tempore, ouum conflári, ex quo ab eodemfoto (vt à Gallinis alia fouentur oua )
Bafi... liſcusoriatur.Sed hoc animal nemo vio dit,habitat enim (auctóre Plinio
) in Aphricæ folitudinibus: proinde hæc creo dere difficile eſt. Inſuper ſi
hanc fpecie em mafculinam poſſe fætare conceſſum. eflet, contingeret etiam
inalijs, quod minimèobſeruamus. Mihi aliquotoua: in experimentum à mulierculis
allata fünt, dicentibusGallum peperiſſe: erát oblonga,& in caudam ſerpentis
quibuſ dá nodulis terminabátur:at hæc à Gallie nisex plurium ouorum minutorů
col ligatura (cu kuperfætatione,non autem a Gallis fieri dixi. Homines ex
impromiſo Lupi afpects: veluti mutosdo; attonitos fieri. Vlgatiſsimum illud
eft, hominesex improuiſo Lupi aſpectuadeo mutos et attonitos fieri,vt nec fari,
nec vociferari valeant. A Lupiquadá prietate id fieri aſlerunt, contenderse tes
Lupum,fiprior obuium quempiam conſpexeritillico vocem adimere, can demque illum
luere pænarn,ſiab homis ne prius videatur. Ad hænugæ ſuot.Si quidem ex
terribilişimprouiloqueLu.. pi aſpe &tu,homines terreri, timoteque
concutiqveriſimile eft: ex timore autem: valido mébra frigefieri ex raptu ad in
teriora fpirituum,inde corporis, et ar.. tuum fieri impedimentu, vociſque pri
uationem mirum non eft.Alijalia fin gunt, mihi autem hęc omnia ad folum timorem,tanquamad
caufam proporti Onatam reducere viſum eſt.. Multa facinoraàMagisanicalis
perpetrari pole. Etulit Leonardus Vairus lib.1.de: Faſcino multas hac noftra
tempe fate exiſtere aniculas, quarum impurie tate, nonpaucos effaſcinari pueros
illofa quenonmodoin grauiſsimum incidere diſcrimen,verum etiam acerbam fæpiſe
fimè ſubire mortem. Pecudes inſuper: partuqalacte priuari,equospacreſcene R
Falcin Cquote et emorislegetes abſque fructu colligi, arbores arefcere;ac
denique omnia per ſum ire quandoque videri, AFucovulnera illata,Muſcis contri
tisbreuifpatio perſanari.. " Vm quadam die apud amicos alie, quot
cómorarer,& læti in měla de more varia confabularemur; ecce vous ex ijs in
ſuperiori labro à Fuco animali vulneratur,quo morſu ſtatim intumuit vulnus,cum
maximo patientis dolore, Amici in riſum ſoli, patientismedelam
minimeprocurabant.Ego quidem alias morfus hos curafle recordabar; quare
confeftim, vt nonnullas muſcas feruus meus caperet, iulli, quas contritas, dum
fupermorfū impofuiſset,breuidolorie datuseſt;.tumorq, cúmaximapatientis
lætitia;aliorúg, admiratione detumuit, Quafacilitate vlcera formicantia dan
cacoëthica fanarivaleant. Vidam amicus meus, cumir Hya pochondrijs,vicera
formicátia,pra maque, quæ à nonnullis vermes dicun Q tur,paffus eſſet, ſauitatcm,poftmultat do et ifsimis
medicis tētạta remedia, ac. quirere non potuit:ylcera enim licet fac pari
viderentur;renouationem tamen continuo recipiebanta,Vltimò poftan.. nos,&
menfes in empiricum chirurgum incidit:quipaucorum dierum ſpatioita hominem
perſänauit. Abluebat primo vlcera albo vino,tum ex - patellis -mari-. nis
puluerem, fiue cinerem Ex Corici bus (exemptis interioribus) couſperge-.
bat,vltimoherba marina vlcera coope riebat; faſciaque premebat, femel in die
hoc vſus remedio vigintidierum fpatio, ægerconualuit. Procurauit arcanum a..
micus, et mihi fideliter communicauit, Fallſsimumeft, quod fertur Viperă o
coitu mafculumoccidere, ipfamque asfuis.catultsinpartunecarie LAG Grauiſsimis
au et oribusaffirma, mine) maſculi caput'abſcindere (ille.n.. infæminæ os caput
inferit ) et fic củoca. sidere, ſed poenam täti facti illam luere. ſiquia fiquidem
Viperinicaruliconcepti, gra-. Jiores facti vifceramatris cofrodunt,e am que
occidunt. Sic voluit Plinius lib. 10.&Nicander in Thoriacis, quare Vipe.
ram aiunt diciab co, quod vi pereat,aut vipariat.vtrumque autem falfifsimum
effe, et experientia, et grauiſsimorum e. tiam ſcriptorum auctoritate cognitum
eſt.Apollonius apud Philoftratum Vi... peram aliquando viſam fuiffe catulos
ſuos; quos peperiſſet lambere, et expolire aſſeruit. Bodinus in nat.theatr. in
Gallia,ad Clapum Pictauorú flumen, vbi Viperæfrequentiores ſunt, vtriuſq. fexus
viperas lagenis vitreis inclufas fu iffe reculit; illafque peperife, et conce
piſle vtroq; parente fuperſtite, Matthi olurs ex. Obferuatione FerdinandiIm
perati Neapol.Pharmacopolæ Viperam parere catulos ſuos, et non occidiafts-,
ruit;catuloſque-non viſcera matris,led membranas quibns incladuntur diſrúa
pere. Quarerectiusſentimus,fi Vipera non à vi
parere,vel perire dicimus,fed quafit quaſ Viuiparam, quod non oua, vtcæ.. teri
ſerpentes, ſed viuum animal pariat. Iraulos, balbos, et femilingues fieri ob
nimiam cerebri bumiditatem, VA communiseft fententia ab expe
rientiaalienumreperitur. Rauli, et Balbi non ob cerebri hus midam intemperiem
fiunt, vt ferè omnes autumant; inueniuntur enim hi' modo calidi,modo
frigidi,modo humi di,vel ficci, vt et reliqui, qui nec Traus li,nec Balbi
funt;imò et hi modo (putis " abundant; modo ijs carent:quare non ob
bumiditatem nimiam cerebri buiure modi Traulos-& Balbos fieri, fed obt
varietatem mearuum, in intrimentis; pertinentibusad locutionem exiftenti um,
docuit experientia.Porrò Trauli, qui literam R.exprimere nequcunt, in media
palatiregione, vbi quartum eſt osfuperiorismaxilta, duo inueniuntur foramina,
quæ nullo modo adeo aperta et obuia sút, vt ijs, qui optime loquútur, Balbis
veròiuxta dentes maioraobſer. samus foramina,per quæ ſtillans pitui
ta,linguamque irrigans in parte illa an. teriori,bleſam locutionem facit;; vnde
bleſi, et ſemilingues fiunt: quod fi hæc non eflent haud balbutarent, licet à
ca pite copiofa defcéderet pituita, vtmul tis contingit, quiex hac tamné balbi
non fiunt.Quare fententiaHippocratis 2.A phor.32.malè verificatur, cum afferit,
balbos ob frigidam, humidamque ca pitis intemperiem fluxu tentari: Auxio. enim
talis et Balbis, et non Balbis fuc cedit: concurrit tamen hæc fluxio, vt caufa
remota, qua aliquando cum pro zima,dicitur affe &tum facere poffe, fi.
iunctatuerit:: fola autem facere nequit. vemale Hippocrates,& alijopinati
ſunt ExSanctorio Sander.de pit.en.lib.3. Morbosperniciofos; velmortem, veb
affectus longitudineminducere. Jana ciuitate, et in circum vicinis propè
Neapolim perniciofifsimi orto funtmorbi,vbiſectis aliquibus corpo, tibus, eorum
Ventriculus bilis copiaz, vitellinæ plenus inuentuseft, eiuſque: tunicæ, et inteſtina
eodem colore per tincta viſa ſunt. Meatusqui ad fellis; chiftim protendit, ab
humoribuscraf fis, viſcoſis, et tenacibus obftru et us ea. rat. Fellis veſica
diſſecta, bilis flaua haud inuenta eſt; fed eius vice atra, et inſtar atramenti
nigerrima.Hepar quo ad externam partem album erat, in in terna autem nigrum,
&atrum, veluti carbo accenſus, et extindus. Langueno tes,in febrium initio,vomitu,
&nauſea, moleftabantur. Eorum lotia craſla icte. rica, et fubrubra ſemper
erant. Omnes. ferè erant icterici, et longo tempore,ſi: qui
euadebant,indigebant, vt fanitatem acquirerent, Ex -Io. Bapt:Cauallario deMore
bo Nolano, ſeu demorbo epidemiali Lupicur paucireperiantur, ouess autem multa
Tidetur quafi abftrufum illud quxar, aucs autem multæ?'profecto in partu plures
lupaedit catulos,quamouis,quæ vnicum, vt plurimum parit; Inſuper o. ues, et agni
in hominú alimoniam con tinuo occiduntur; luporum autem caro eſui apta non
probatur; nihilominus Q. ues-agni, et arietes ſemper in maioriny mero
reperiuntur, quă lupi.Huius cau fa, prima eft Dei bonitas, qui tam imma ne
animal in eius ſpecie excrefcere non permittit, in facra enim Gen. c. 7.Noe, vt
ex omnibus animantibusnūdis fepa, tena, et feptenamaſculum, et foeminam in
arcam tolleret monituseft:ex immu dis vero duo, et duomaſculum, et foe minam.
Secunda cauſa luporum eft faga citas, et in propriam ſpeciemimmanitas. Hi enim;cum
rationesviuedi deficiunt, ob cibi inopiam in multo numero con ueniunt:atque in
circulo vnus poft aliú currit;vt apud vulgum á villicisparatur ludus,diciturque
Řotalupo;primusau tem,qui viribus deſtirutus, currere ne. quit &in terram
cadit,fit aliorum cibus, renouaturque ludus ad omnium faturi taté.Hæceſt poitísimaratio
huius ſpeci Vhelin ei decremen i, alius enim comedit alii um. Ex Aeliano vt
reor, Antimonij in vitrum reductio, eiuſ quevires in medicina. 7ltri ſtibium,quod
in longis, et dif ficilibus morbis propinatur, in e. pilepfia fcilicet,melarcholia,podagra,
elephanticis, reſolutione, in febribus quotidianis,tertianis, et quartanis,peſti
fentia correptis, venenatis, hydropicis, tæphaleis, ictericis, et fimilibus;
robu ſtis tamen corporibus, ita præparatur. Stibiū, quod ex auri fodinis
colligitur, in puluerem tenuiflimum contunditur, teriturq; et fupra ignem in fi
&tilio, rude ferrea,aut cochleari continuo agitando vritur, vſquedum omnis
humor, ac fu mus euaneſcat, quod in ſex,aut octo ho rarum fpatio
expeditur:deinde calx có teritur, carilloque impoſita,in fornacē inter
candentes carbones collocatur, et igne luculentiſsimo vrgetur,dū liqueſ. cat
picisiftar, poftea ſuper marnorfun ditur,atq; fic ex Stibij vncirs duodecim,
vitri ipfius hyacinthi modo pellucidi, wacja M vncias quinque coliges.
Andernacus Co ment-z.Dialog.7.de nou. vet.med. Solo Metronchita auxilio
mulieres offepragnantes (omiſsis ceterisindio cys)experimur. Vlta apud
fcriptores, quibusin primis menfibus mulieré præge nantem comprehendere
valeamus, inu. dicia reperiuntur.Dienntmulti,lorij tab. fpe &tione grauidas
nofci;fillud album, clarumque fuerit,in eoque atomi afcen dentes, et defcendentesapparuerint.
Alt ex ſuppreſsis menſibus,deie &to appeti. tu,vomitu, et nauſea ante
prandiumid conſequuntur.Nonnulliex la et te in.ma millis,ex arterijs gulæ fi
plus iuſto pul fant,ex lentiginibus,fi in mulieris facie oriútur,ex tumefa et is
mámillis, et a ful co earú capitú colore pregnátes venatur. Cæteri tú ex his,
tú ex pódese circa pe dé,ex: vmbilici egreſſu, ſiin dies fit ma ior, ex tumefa
&tis venis, quæ vidétur in nariú angulis iuxta lachrimalia. Obfte
trices.digitisexperiútur an vteriorificiáfue-fat claufum, vel apertum, ex
claufo te nim grauidationem patefaciunt. Non défunt alij, qui Hippocratis
Aphorifs mis confiſi hydromel, et fuffumigia e x periuntur,epoto enim
hydromelle poſt cenam, fi tormina fequentur arguunt prægnantem eſſe mulierem.-Siilia
fuf fumigio acuta per pudenda vfa fuerit, fiadnaresodores non perueniunt ', in
dicant vtero eſſe gerentem.Hæc autem figna, quia pathognomica non funt ve lúti
futilia reijcimus,& tanquam abſurdaad meros Empiricos committimus. Nonenim
ex lótij afpe et u vere mulie rem efle prægnantem diuinare poſlumus,nam meatus
vrinarius cum vtero: nihilcommunehabet, lotijque claritasy; albedo,&
bulloſa granula in eo,poflunt morbosetiam ſignificare, vtin cachochimo corpore
ſæpius obſeruamus; hoc itaque indicium prægnantium verum non eſt:Nonexmenſibus
ſuppreſsis,nó ex vomita, &nauſea, ſiue appetitus de iectione hoc
conſequimur: quia affc et i oneshęc ex multiscaufis, in m ulieribus, quæ pregnantes
non funt, affe &tiones e uenirepoffunt. Non ex lacte in mam millis; quia
id etiá virgines habere pof Lunt,vt voluit Hippocr. Inſuper inult mulieresin
primis menfibuslacinon ha bent: lacergo non eſt grauidationis ved irum indicium
Pulſatio arteriarum gule, ſolito crebrior conceptum peculiariter haud
arguit,quia ex retentismenfibus, {plenis et ventris tumore et ex pituita in -pe
&tore colle &ta etiam fieri poteft.Len tigenes non in folo
conceptuapparent,:: quippeſignumihoc, neque omnibus,nes queſemper competit, et in
nonprægnā. tibusetiamifta fiunt.Mammillæ tumes fa &tæ,earumque capitum
fuſcus color, communiafignafunt &retentis menfi bus,&
prægnantibus.Pondus circa pe et en,non in grauidismodò fed, in rete tis
menfibus, in mola, et veficæ calculo obſeruatur, Ymbilici egreffusex mul 6 tis
caufis præter naturam fieripoteſt,nó ergo peculiare grauidarú indicium eft,
Yenæ tumefadęin nariú angulis iuxta lachrimalia, non in grauidis.modo ap 7 parent,
fed in quolibet abdomin's et fplenis tumore, et in occlulis menfi bus.
Obſtetrices anatomiæ ignaræ de queunt intimum Vteri orificium tange
sc,licetmanibuscontractent,illud enim valdeà labijs matricis diftás eft,ipfe au
té externá Vteri tantummodo orifici um tractare poffunt, quod femper, et grauidis,
et non grauidis apertum ma net, experimentum Hippocratisde hy dromelle, et acuto
luftumigio non æter næveritatis eft, vtGalenus et Auicenna comprobarunt. His
itaque indicijs vere conceptum explorari non pofle expla natumeft.cognoſcimus
tamen ſigno e uidenti et infallibili indicio prægnan tes mulieresin
primismenfibusMitren chitæ fue Specilli, quo liquores in Vte rum
inijciuntur,auxilio.hoc apud vete. resin magno vſu erat. Profecto;li illius in
foramen Vteriexternum apicemin. mittimus, quod fumma cum dexterita te finiftræ
manusdigito indice inuenie. mus non enim quilibet inexpertus in yenirefciet,
eft ſiquidem externum V. çeri foramé in vuluæ apice particula obe longa, et duriuſcula,
quæ exigui penis puerorum exprimit imaginem)ſi ex pice ſpecilli liquor aliquis
fuauiſsimus ficut efle vini tenuiſsimi pauxillumine forte exiſtente coneep'u
fequatur:abt ortus) exprimitur, breui tractu votum I affequemur, Sienim
obturatum eſt in timum vteri foramen, quod fit concep tu pera et o liquor
Vterum non ingredi gur,& mulier faftidij njhil perfentiet. Sin autem ex
intromiſlo liquore velli, cationem paruam pertulerit mulier: quod facile fiet
ex maximo ſenſu parti um vteri,vưiquegrauida non erit; et V teri intimum
foramenapertum reperiea tür, vt experientia liquoris oftendet. Sand.Sanctor.lib.1.de
vitand error. Periculofum eft pifces frixesin humido locarefor matos fomedere;
Nter magna venena piſciú frixorú, quireſeruantur inhumido, vel qui Aeterint
cooperti calido vaſculo, eſus eft;bi enim in lethiferú cómutantur ver nenú,
&fymptomata pernicioforú fun gorum corporibus inferút, quæ quan doq; non
ftatim,ſed poft diem, vel bi duum eueniunt: oportet igitur frixos pifces in
loco aperto,vtfrigeant, demita tere, fi venenimalitiam cupimus euita re.Ex
ArnoldoVittan.lib.de venenis, 10. Lałtis balneum procorporis decoratie
onemultum præftare. Pud veteres lactis Balneum max A idve vu, illiusfiquidem
lotione,corpora, et candore, et venuſta te vigebant. Hinc memoriæ proditum eſt
Poppeiam Neronis vxorem quin gentas ſecum aſellas ducere conſueuifle, quarü
lacte,vt candefieret, totü corpus balneabatur. Mercurialis de Decoratione.
Germantantiquitùs corporis firmi tadinimaximèvacabant. M Agna profe &to
faude Germano rum conſuetudo, digna iudicatur in corporum hominum vigore confir
mando:ijenim legem habuerunt,neant te ætatis vigelimum annum, quiſpianti
Venereis amplexibus commiſceretur, recte exiftimantes corporum viresà nim mis
tempeſtivo coitu eneruari.Cefar 6. de belloGalico. Fæminas vtero gerentes,
libenter: marem admittere:bruta autem grauida nequaquam. ! Olie Vam
diſsideatmulier à brutis gra uidationis tempore, bene nouit A rift.7.de biſt.
animal. cap. 4. Hæc enim ſigrauida clt, marem admittit,brutoru vero omniumſola
equa coitum patitur à conceptų, reliqua autemminime. Ma nifeftifsimum eſthoc in
ſpeciehumana mulierem grauidam coitum pati, et ap petere. Cicutam, vterinum
furoremex ": tinguere. Icet cicuta inter frigida connume. retur venena,
præcipuè quæ in quis, &lacubus inuenitur,furoris tamen vterini, fiue
Satyriaſis remedium it. Hic affectus Veneris eſt immoderatus appetitus, cum
vteriardore, et delirio, Narrat Diuus Baſilius quaſdam vidifle fæminas, quæ
Cicutæ potione rabioſas capiditates extinxerunt.Hoc legiturs. Liebe Homil.fup.Hexaemeron,cuiusverbanotr
nulli intelligunt de ciborum appetitu, ego tamen potiusadfurorem vterinum,
&ad renereos incentiuosappetitus de ducerem, cuius auxilio compefcuntur:
quippe Athenienſes facerdotes cicutæ vfu,libidinisincendia extinguere con
ſueuiſſeproditum eſt. Variolas
&morbillosmorbos effe no yos, et hereditaria, &paterna prom prietate
vagari. Agna eft difcordia inter feripto, origine. Aflerunt multi, hos fub nomi
neexanthematum, veteres intellexiſſe, cauſaſque illorum reliquias efle excre
mentifanguinis menftrui, quo nutriun fur fætusin vtero, et naturam, fiue calo.
remnaturalem, ita exprimunt materiá, et efficientem. Alij minimeà veteribus
fuille cognitos volunt, digladiantur que:num vitio.coli,vel ab internis cor.
poris principijs apparuerint: quippe Arabes, quorú tempore cæpiffe hic mor
buscreditur, eos peftem efle, fierique in pefte, et à corrupto cælo contendunt.
de Equidem ante Arabum tempora nul lus-reperitur au et or, à quo morbos hos LT
aut generatos, aut clare explicatos ha beamus.Proptereamulti latini, &non
nulli inter ipſos Arabes, propter labem menſtrualem, lactis corruptionem, vi
&tus rationem, et alias cauſas fieri fcrip ferunt.In tanta rerú
difficultate, et ob > fcuritate.Hieronymus Mercurialis vir
d octiſsimus, hosefle morbos hæridita o rios,ortúqueà cæli vitio
temporeſcrip e torum Arabum, et proinde à veteribus haud fuifle cognitos
enucleauit. Adhu ius viri opinionem libenter deuenie, quippęſi à menftruivitio,
homines in ficerentur, quia hocab Euæ peccato à mundiorigine fempiternum fuit,debu
iffent homines hac menftruorum labe conta&i ſemper Variolas, et Morbillos
pari,tamcn vec inprimaætate, nec poſt Noe,nec ante ſcriptores Arabes quem piam
hos habuiſle, apertè legitur. Aperiunt iſtorú fundamentum efleiro walidú bruta
fanguinea,hæc enim (teſti monio Arift.6.de hiſtor.animal. 18. ) mé ſtruas
purgationes habent, et inter cæte. ra Equus,Canis, et Alinus,tamen hæc à
Variolis, et Morbillis non tentantur. At quodhuius reimagis negotium conua
lidat,eft,Indosante Hifpanorútranſitú nequaquã Variolas paſſos, dirco non à
reliquiis nutrimentià menſtruo fangui ne,velab iſtius excremento ortú ducunt
Morbilli; quia ſià tali fuifsét variolarú, morbillorúq; origines,vtiq;ij hos
mor bos experti fuiſſent. Legitur apud Ra mufiúIndiæ incolas,vitioCęliplurimos
Variolis fuiffe extinctos, eoq;tempore, quo noftriáb illis gallicam luem accepe
runt, cordemmet viciſsim à noftris Va riolas, et Morbillos recepiſſe.Suntergo
hi morbi noui à Cælo productiprimò, cuius vitio adco homines fædati funt, vtin
pofterosper hæreditatem maliſée minarias cauſas tranſmittant, proinde morbi
hæreditarij dici merentur, quia paterna proprietate vagantur. Ex Mer. caridi. A1
th Dearaneorum telis,earumque ufuo inmedicina. Iro artificio Araneus telas ordi
M tur, quibusmufcaspro vi&u ta. piat, hasad Tertianę febris circuitusde
pellendos,multi præftantes, et celébres tempeftatis noſtremedici,non fine feli
ci fucceflu in vfum præſtitere:fiquidem exiis, et populeo vnguento pilulas pam
rant,corporiſque locis, horisaliquot an, - te acceſsionem,in quibus
arteriariume uidens deprehenditur pulfátio, colligātas &relinquunt; indė
votum conſequun. tur. Ioannes Moibanus. - Natur& cautela inmenftrualimulier
rum fanguine purgandomaxi-, ma eft, MalenAgna eſt, in depurandis femina rum
corporibus à menſtruali luc, naturæ fagacitas; quippe fi oculos habuerit
meatus, quibus lingulis men fibus illam deponere conſueuerit,nouas adi illius
expulfionem vias molitur. Proptera.multæ, ex oculis cruentas, laie.
chrymas,aliæ ex narium venis farguinis profluuium emisêre,nonnullæ ſputa ru
bentia pafſæ ſuntin menftruorum cefla tione.Ipfein quadam ancilla noſtra, cui
menſtrua occlufa erant, ex gingiuisſan guinem profundere obferuati.Atquod
magnam infert admirationem, multæ per minimum manusdigitum,& per an nularem
fingulis menfibusfanguinis fu. fionem habuerunt,vt in religiofa qua dama
foeminanon menſtruante ter in fin niſtra manu Ludouicus Mercatus fami. geratus
medicus obferuauit. Inter rutam do braſsicam nullam imao effe antipathiam.
Xſèriptoribus in re ruſtica malti, fi. fecus rutam feratur, braſsicam illico
arefcere tradunt. Aliam von adducant cauſam, et rationem, quam antipathiam, et diſparitatem
quandam inter talium naturam.F utile autem eſt hotum argua. mentum, nulla enim
inter rutam, et braſsicam.contrarietas eft, quia tamen alte. Elec NO altera prope alteram areſcit, id in cauſam
eſle poteft,quiavtraque calida, et ficca - eft, inde facile euenire poteft, vt
ob humiditátis inopiam altera, vel amba i ariditate perdantur. Pediculos
morientium corpora miris Jagacitate relinquere. on leue à Medicis præfagium à
pediculis in grauibus hominum valetudinibusſumitur. Hi profe &to in
moritüris; quandờadeo intenfà eft huis morum corruptela, ve calor innaus re
foluatur, vel putreſcat, circaventricule regionem, vel fub-mento, vbi maior eft
" ealiditas congregantur,parteſque extrbó mas, tanquam calore proprio
orbatasderelinquunt. Quodcalorem proprium penitus exſolui cognouerint, ab
infirmi corpore mira celeritate longius abeſle: confpiciuntur. Lemnius. De Achatis
lapidismirabili. natura A Chates lapis, qui ex India fertur, tum coloribus
diuerſis, tum ve D4 piss TA m nis
variari confpicitur, ex quorum in.. terſectione diuerlæ imagines multoties,
fabricamtur.Quod autem mirabilius eft, nuncferarum genera, flores, aut nemo
ra,nuncvolucres, autRegum naturales, hic lapis portendir effigies: quippe fer
tur in Achate Pyrrhi Regis, et capuri, et feptem arbores in quadam planitie ap
parentes extitiſſe, Ex Camillo Leonardo de. lapidib. Ferarum natura in
hominibus mie rum in modum deteftanda.. On eſt à ratione alienum, quod de
Attila circumfertur, quod Canis more latraſſet: quippe Ioannes; Langius clari
nominis medicus ab equi-. tibusComitis Palatini feaudiuifle retu lit, quod in
Auftria homine, qui latra. tu,ac curlus pernicitatecumcanibus co tenderet, et cũillisin
ſyluis illæfus ve naretur,vidiffent. Hæcauténaturaabfq; dubio deteſtanda eft,
quippe tales. im manes ſunt, et in hominum occiſiones procliues, vtAttila
crudeliſsimus fuit, NRege in es Ees et in viuentium cædes pronus, à quo tot
Vrbes, et populi vaſtati ſunt.. Non modòinfæminaslaſcinire homi: nesverum,
etiam brutacernuntur. Omines laſciuire in fæminas, nec nouum, nec inauditum eft
cum anebo fub humana fpecie contineantur. Quod autem bruta in eafdem
laſciuiant, mirabile eft,Plutarchus in Dialog. Ele phantem in Alexandria
fæminam qua- - dam,quæ coronas ſutiles componebat, fuiffeque Ariſtophano Grammatico
rio ualem, adamaſſe retulit: A micę,per pla team tranſiens Elephas,&poma,
et frum et us donabat, multiſque indicijs, et a morem, et ad fervitutem
promptitudi nem declarabat,læpeque à latereafside bat, et laſciuè mammarum loca
tange bat,Serpens etiam quidam (teſtimonio eiuſdem ) puellam ardentiſsimè adama
uit,no et u ad illam accedebat, placide. - que amplectebatur, &à latere
dormie bat, luce autem aduentante nulla illata kelione diſcedebat.Parentes,ne à
ſerpé tele. t n itas te læderetur, aliò puellam afportarunt: Ille autem ad
amicam vltimo peruenit, quá nonmorefolito'amplexa,ſed qui dam amantium ira in
illam irruit, ma nuſquepuellæ nodis vinciens,caudæ exe tremitate amicæ tibias
verberebat, profecto præreritę fügæ,atqueablentiæ: iniuriam vlcifci videbatur:
Quomodofamine vterogerentes: conceptumvaleantoccultare. Aximam Sabini cuiuſdam
Roe mani vxoris in occultando conceptu referam ſagacitatem, quo præfi dioaliæ
confimiliter,fi optabuntfæmiö. næ à conceptionis.indicijs faciliter oe
cultabuntur.Illa quidé dû aliæ mulieres; fecum lauabantur ventris tumorem ce..
Jare cupiens, vnguento, quo ruffas, et aureascomas.reddebat,ab vtero corpus
vniuerſumlinire folebat. Illius erat vis pinguitudinem, ſiue carnis inffationem,
aut laxitatem efficere, propterea com. Go: lange in corporis particulis
vtebatur, Hlud tumeftumrepletumque redde MA bat, ventriſque tumorem '
occultabat. Parabatur(vt' puto )'vnguentum ex res bus rubificairtibus,&
puftulas inducend tibus,calcefcilicet,auripigmento, tiap s. fia, et lulphure,
hæc enim alijs rebus co --- mifta veteres ad capillorum cultum cad 1 piebát,ſin
a.in aliqua corporisparticula applicantur ex magna caloris vijaut hu mores ex
alto ad fummum:trahuntur; aut ipfis fuſis.gignuntur:flatus cutis, et extima
corporisſuperficies attollitur, et in maiorem molem ducitur.Ex Plutarc... inlib
- epwTikā. Fructuum, vinearum,iumentorumga interitus praſagium. Agnun à mori
germinatione ca Lpiturpræſagium, mörus enim. ideo à Theophraſto prudentiſsima
vocatur, quia omnium nouiſsima gera minat, et pruinis non tangitur: Idcirco
fructus, et Vineæ à mori germia minationeà pruinis liberi fünt. Ea tam
menquando à pruina lædi contingit(fia: D G quidemosi M Ty et fiquidem læſam in
Aegypto, vt in pſala mo77 legimusMoyfis, tempore prodia tur fuiſſe
)Colimaximamarguitintema periem,& proinde fructuum, vinearum. que interitum
declarat.Atmaius ab vl. mo &perſicopræfagium capimus, quip pèvlmi, et perfici,
folia, præter tempus decidentia,peftem inomniiumentorű,. &pecuino genere
præfagiűt. Ex Cardano., Fætoremextinéta, lucerna vteroge Trentibus,infeftumeffe,&
ini. micuin... Dor extinctæ
lucernægrauis,adeo tur, vt in abortum faciliter conducat. Id: alleruit
Ariſtot.8.de hiſt. animal.c.24. vbi non modo mulierés grauidas,,verú.
didit.Profecto malus odor fi odor. fi prægnana. tjú corpora ingreditur, quia
fætus im becilliseft, et à quolibet alteråtur,facili negotio inficitur, eius
caro tenerrima, et ſpiritus inde abortusſequitur.. At no Kemelextinctalucernæ
fætor perniciē. quoque Ila He 4 i quoquc hominibus attulit, vt carbones in
cameris teſtudinatis facere accenficó. fueuerunt. Duos monachos retulit Pe.
trus Foreftus in obferunt. medicin..cum nodu cellam ceruiliariamintrașent, vt
fæcem cbullientem exportarent,(fortè candela extincta )cum exitum non inue
nirent,ſuffocatosfuiffe,ac mancmortu. os effe inuentos. Infania,& furori
àfolanofluatico contrattis vinum potentiſsimnmfora gulare eſe prafidium. Olamur.
fyluaticum, quodà multis Belladonna dicitur,tantæ eft immani tatis,vtinlaniam,
&furorem hominibus eiusacinos.comedentibusinducat, AC cidit cuidam (referente.
Hieron. Trago dib.i.hiftor. ftirp.) quiin fylua plantam vi. derat talis calus:
hicmultos decerpfit acinos, et deuorauit: altera verò die in tantam inſaniam,&
furorem deuenit, vt plerique illum à Dæmone obſeſlú cre derent.Intellecto
tamenmorbo, vinum fortiſsimumà. Trago illi propinatum Spelaria D? esto) eft, quo facto conſopitus,paulòpoft con
ualuit, et abfquelslione vixit, Lolium tritico", alýſque cerealibus:
commiftum varia hominibusfymptom mata attulille. Anis,in quo- lolium fuerit,
ſtuporem quendam,ac veluti temulentiam efi tantibusparit cum fòmno inexpugna.
bili.Id Gatenus afferuit lib.1.de Aliment: facult.Etenim (inquit )cum anni
confti tutio praua afiquando fuiffet, lolium tritico affatim ispaſci contigit,
quo haud feparato, quod paucus effet tritici prouentus ftatim quidem multis
caput dolere cæpit ineunte æſtate in cutemula torum,qui comederant vlcera; et alia
fymptomatafunt fubfequuta, quæ fuc corum.prauitatem indicabant, Lolijta.
mennocumento acetum efle præſenta Deum remedium iudicatur. Quare tum Htritico,tum
abalijs feminibus cerealio busdiligenterloliumfeparandum eſt. Scorpio
Scorpioidem herbam Scorpionum: iltus feliciter fanara. Irabilis eft herbæ
Scorpioidis in: M Scorpiones potentia,illi quidem huius tactu,exocculta
diſcordia exani. mantur, &intermoriuntur, tantam in ter eosanthiphatiam
natura indidit.As' quodmirabilius eſt exanimati Scorpi. ones,fi Hellebori albi
radice tanguntur; ad vitamreuocantur. Propterea.Scorpi oides,Scorpionum ictibus
impoſita fe liciter et citilsimè illorum virus mor, - tificat,viculque perſanat
ex, cuius prz. tentancain illos virtute à Scorpione now. men fumpfit, et Scorpioidesdi&ta
eft. Mirabilesin biomiwibus proprietatesquase
doger adfuiffe. Dmiranda profe &to in homini bus quandoque vifa funt. Regem
Pyrrhum aiuntpollicemindextro pede natura habuifle, cuius, taču lies nelis
medebatur: bunc cremari eum religae A réliquo corpore haud potuifle perhibet..
De Samplone legitur infacrisLitteris, quod in capillitio mirabilem contineret
virtutem, qua aduerfis quibuslibet re fiftere audebat. Veſpaſianūtactu.&
fali ua, et fine his quandoquenon paucis af feátibusmedicatumeffe tradunt.Ego
e. quidem idiotam cognoui hominē, qui Ipuitione ſola in osinfirmi ranulas per
fanabat, &licet primoafpe et u a&u De Monisid perfeciffe dubitauerim,
quieui tamen,cum fimpliciter curamagere illú: cognouerim. Dolorem colicum
Bubulo ftercore per Sanari. Agnam Bubulo ſtercori" dolorem colicum fanandi
indidit efficaciamquippè apud fcriptores legi, et à fide dignis audiuiffe viris
afferit Geſnerus, illius potu complures ruſti.. cos fuiſſe liberatos,qui enim
ftercus ari dú in iuſculo bibit, ftatim fanatur. Hinc apud multos mosortus eft,vt
nonnulli nonmodo ipſum excremét aridum,ve rum. 1 E1 uum recens, et expreflum iufculis ebi bant, et melius
habeant. Ego quidéru fticis tantummodo remedium præbe rem, nobilibus vero, ne
nausean indu cerem,non auderem,cum nobiliora pro ijs habeamus præfidia,
ſufficerent tali.. bus ex eodem ftercore cataplafmata, vt enim reor,ex
proprietate tale auxilium colico dolore vexatis,ſubire confueuit.
Epilepſiamfrumafqueverbena ako xilio evaneſcere. Aturalis Magiæ
profeſſoresverbes: nam (Sole Arietemi ) colle et am graniſque pæoniæ fociatam,
contritam, et ex vino albo hauftam per colato, epilepticosinftar miraculi fana.
re prodidere.Hoc exHermetetraditur. Nop.minoreft ejuſdem radicis efficacia,
quippe collo eius appenfa, qui ſtrumas, patitur,mirū,ac infperatum adfert pra
fidiumReferunt Aſtrologi hanc Vene ri effe dicatú, ffrumaſque delere,quod
Veneri ancilletur, quæ collo præeft, propter Taurum eius domicilium.. Ex.
Durante inHerb. N1111 i Arbores quandoque in lapides commutantur: N Danico mari,
iuxta Lubecenfem vrbem Alberti Magni'ætate, arboris ramus inkientus eft cum
Nido, et pullis, qui cum in lapidem omnes, cum arboré et nido eflent conuerfi,purpureum
ta = men,(vtipfe retulit Jadhuc colorem fa um retinebant. Georgius Agricola eti
am memoriæ tradidit,in Elpogano tra étu, iuxta oppidum à Falconibus cog
nominatum, Abietes integras cum cor tice in lapides verſås elle,atque, quod
maius eft, in rimisetiam porphyritidem Japidem continuifle, quod maximè foc
Tertiſsimæ naturæ operibus tribuen dum eſt. Bardanamaiorcum mulieris piero
magnam baber ſympathiami quæ MPerfomatia diciturinmulieris yra rum, magnaque
eft cum illo eius fym. pathia, quippe illius foliun lämmo ca. pite geftatum
matricem furſum tollit, fub planta pedis deorſum. Propterea huiufmodipræfidium
aduerſus matri cis ſuffocationes,præcipitationes, ac tiſo locationes
præſtantiſsimum à multis iudicatur. Ex Mizaldo, Quomodo literas axrei
colorispinger. valeanks. VI T literas aurei coloris habere pole fimus,auri
ſolia quot libuerit, eli gemus quibns mellis tres vel quatuor guttas
miſcebimus, hæc infimul conte renda funt. ad vnguenti fpiſsitudinem, in
ofleoque vaſculo conferuanda, Cum autem ad ſcribendum.huiuſmodi mir ftura vti
volumus,aquæ gemmaræ ali quid addendum eſt; vt operi liquorap tior exiftat:ita
profe et ò litteras habebi. musincomparabiles. Ex Alex. Pedemono Lano.
Qyomodoveftigia; et défórmitates vario lis,&morbillis bomines poſsint.
euitari. Ne 92 E morbillos. in facie,
corporeque hominum remaneant, expertifsimum apud me, quod in publicam
vtilitatem placuit aperire,eftpreſidium,quo vten tes pueri puella
quedeformidate, quæ ab ijs relinquitur, carebunt. Cum va riolæ,
fiuemorbillimartruerint, et in medio oculi quafi albicantes enricu erint, quod
eft fignum bonæ matura tionis,omni die bis oleo amygdalarum dulcium recers.
expreffo plura leuiter oblinire oportet, donecexſiccentur, ita profe et ò, vt
fæpius experiri libuit, ve Itigia non remanebunt; et quod melius eft,oleum
hoc'excoriatas variolasmira. bilíter ad fanitatem perducit. Quantum in
hominibus: vfus vene norum valeat. Ithridates fæpè veneno epoto, adeo venenorum
tis auxilijs corpus diſpoſuit,vtcitra of fenfam venena ebiberet. Cum autem à
Pompeio profiigatus eſſet,atque in ex trema:I trema fortunæ miſeria conſtitutus,
è vi e taillæſus diſcedere feſtinabat, quaprop ter venenum hauſit, et pluſquam
fatis eſſet,nectamen emori potuit,cum con tinuus venenorum vſus in hominum
naturam pertranſeat.Ex Plinio. Inhominibus vermes figura maximè differunt. V 23
5 admodum funt differentes, quippe in quodam Antoniano CanonicoMon tanus
obſeruauit.Hiccolico dolore tor quebatur, cuius moleftia Hierameram
deuorauit,vermemque deiecit.Erat ille viridis, figura lacerti, ſed craſsior,
hirfu. tusq;, et pedibus quatuor innexus.Breui tempore à fera propulſa,
canonicus obia ic:contra illa in vitrea phiala aql a plena, per menſes aliquot
viua ſuperſtitit. Ex codemMontano lib.. Calculusrenum,
veficæque in homi mibus, quopacto confumi valeat. Lapil t Apillus, qui in Tauri veſica,men {e Maio
reperitur, magnam habet in conſumendo calculo efficacia. Hic fi vino imponitur,
mutato paululum ſa pore, colorem croceum contrahit. De hocvino quotidierecens
effufo, donec lapis vino impofitusomnino conſum peus lit, à calculo infirmos
bibere opor. tet. Hac enim ratione, nó modo calculú comminui, verum etiam
conſumi mul. tos experientia edocuit. Ex Quercetane. Filiosà parentibusfignum
aliquod recipere, vulgatifsimumet. " Ilii omnes patrium aliquid, aut aui
tum ad vnguema retinere folent,ver Tucam ſcilicet, vel cicatricem, vel effi
giem,velmores, autmanuum lineas.In domo noftra omnes à parentibus verru cam in
brachio habuimus, et Marcellus filius meus ex me confimiliter. Proue niunt hæc
à feminum miſcela, ſpiritu umquevtriuſq; parentis ſeminaliú,auo rumq;
effuſione. Proptera etiá ſuccedit, File (fire fi feminain filiorum generatione
benc mifcentur,atque in minimas partesiun guntur) vt fætus robuſti euadant. Hac
enim rationefpurij robuftiores exiſtunt quoniam ob amoris vehementiam, ve
triuſque ſemina multum, beneque.co. ráiſcentur:Ex Cardano de subtit. go D:
Marerubrùm in plantisproducendis terre vigorem obtinuiffe videtur, to Adel D
mare rubrum afbos nulla in terra prouenit,præter fpinam, quç dipras vocatur.
hęc autem propter fer uores, &aquę penuriam rara etiam eſt, quippe non nifi
quarto, quintoue anno pluit, et tuncquidem impetuoſe, breai quam te?mpore. At-
in mariexeunt plantz, cat quelaurum et oleam appellant.Läu rus arię fimilis in
toto eft, olea folio ta tum fru et um oleę proximuin his noftris oliuis parit,
et lachrymam -emittit,ex qua medici, Irftendo fanguini medica Hentủ compopunt:
Cú auteaquỵ plures inceflerit,fúgi iuxta mare quodãin loco crum HM erumpunt,qui
Sole tacti, in lapidem co mutantur. Ex Tbeophr.in 4. de hift.plan. Incapillorum
defluuio ex Hydrargynı lac epotum peculiare iudicatur auxilium.. rifabris
capillorum defluuium in ducere conſueuit, aliaque ſymptomata; quæ tales in
mortis pericula conducunt. Pro huius immanitate, vtiin potu capri no lacte,
illudque cum pane commede re,fingulare et expertum eft remedium; quippe ſedata
illius vi,atque potentia,à veneni morte liberanturægri, et piliite rum
nafcuntur. Ex Foreſto in
obſeruat.med. Inter Lupum, Agnum maximam effe antipathiam. Tantralis
difcordia,vt ipfisemor., tuis in eorum chordis id etiä eluceſcat. Si enim ex
Lupi, Agnique inteſtinis, chordæ conficiuntur, in inftrumentis muſicis
applicatas minime concentum vocefque lonoras reddere,fed continuo tadas Bo ta
&tas dillonare obſeruatum eft:at quod mirabilius eſt, agninas chordas à
Lupi funiculis corrodi, et confumi, fi fimul n repofitæ fuerint,comprobatum
eſt. I demde Aquilæ, &anſerum plumis fer tur, Aquilæ enim pluma naturali
antia pathia anſerinas poſitæ interplamas, vt docuit experientia eas conlumunt
et corrodunt, Quadam pro Epilepſia admiranda reperiun. RiaabHoratio Augenio ioluiscá. (ult.pro epilepfia
curanda magne efficacię proponuntur remedia. Primo lococarbo eftille odoratus,
qui fub Ar timiſiç radicibusęſtiuo folftitio colligi tur, quiper
dies40.infirmis,aliquocon ucnienti liquore exhibendus eft mane ieiuno
ſtomacho.confircor ego cuidam, epileptico huiuſmodi remedium ada
modumprofuiſſeSecundo loco,Mufte lę fanguis adducitur, hic pręſtantiſsi. mus
proepilepfia ſananda cenſetur,au. joris experimento, vidit enim fanatum E
epilep probauit, fanari confueuit. Colligitur epilepticum fupra 25.annum,ſolo
huius fanguinis vfu potati ſcilicet ftatim at queè venis exiſtadvoc.ij. cum
vnaacer. ti:Vltimo loco tefticuli Apri,aut faltem Verris fiueSuis
domeſtici-Venere vtéris; &tefticuliGalliexiccati in furno mira biles
cenfentur;hi in puluerem tenuiſsi. mèredađi, cum zuccaro mifcentur, et decem
continuis diebus epilepticis ad drach.tres,cum aqualettonicæfelici cũ
fuccefsu.exhibent. Flatuofam inmembrisconuulfionem lignoce peſcoperfanari,
Onoulſio illa, quęà flatu in mufcus lis, et membrisoritur cum dolore, Chanc
noftrirampham,ſiue gramphum.yo cát)nodis ligneis à viſco, quod in quer.
cubus'adnafcitur, vt experientia com С. viſcuin aftiuo tempore,Sole in Lepois
fickere commorante,tunc enim perfectia onis complementumadeptum eft, Dc. bent
nodi ligneiillius, loco patienti fu perponi, vtitarimfiatus: diffugiat,pio gui
ficco, renuiq; prædirum eftlignum, * aut occulta ratione, vtvoluirCardanus
Confiteor,multis taleprælidium ad pre feruationem meconfuluiſie,votumque $
fuiſſe aſſequutosſola iſtius ligni tuſpen y fone. Annult ex bubalorum cornibus
| huiufmodi etiam dolores prohibere multa experientia, ex eodem Cardano i
obferuati ſunt. Quomodo nonnullorum animalium vent num corpora vostra
ingrediatur. Pedido Halangium cum aliquem momor. dit, quamuisparuum fit
animal,ex. - iftimare tamen debemus, venenum ex ipſius ore, primo quidem in
ſuperfici em,deinde vero in totum corpus defer ri, Præterea marina turturis,
ficuti, et terreni Scorpionis aculeus, quamuis ir extremam illam acutiſsimamque
par temfiniatur, vbi nullum foramen eft, per quod venenum deijci pofsit,neceffe
en eft vt excogitemus ſúbftantiá quianda ineſſe illi,aut fpirituale,autAgidam,qnz
E vt mole minima, ita facultate eft quam maxima.Siquidécú nuper fuiſſet quida
ict Scorpione, videormihi eſle(inquit) percuſſus grandine:eratque omninofri
gidus,frigidoq;fudore perfufus.Quip pe vbi exicta parte,pertotam iplamce
leriter diſtributa fuerit venenivis,con tingiteam, endemrurſus.contactu,in
fingulas ſubiectarumei partium recipi: mox ex illis inalias continuas, done: in
aliquam peruenerit principe:quo tem forémortis periculum inftar. Ad hanc remin
primis conferunt vincula parti bus fupernis inie et a, abſciſsioque pare tium
venenatarum. Noui equidem ru fticum,quiepoto è viperis medicamen to, reſciſlo
priusdigito euafit, ficut, et alium quendamqui ſola ſectione circa medicamen
eſt liberatus. Hac Galat. 3.
deloc. aff. Mirabile ad Strumas gurturis, ramicem, Adem44 Yemedium. Dmirandum
remedium ad ſtru. A mas. Cupreſsi foljaneque teneri. ora,neque duriora in
puluerem com di minties, tortiuo vino confperges, atque ita volutabis, dum in
fæcis corpus coe TH ant, inde fruma, velramex indecitur, pe tertio primum die
foluitur medicamen tum, contractum locum inuenies, quidie o gitis-exprimidebec
rurfus ad tres dies idem pharmacum applicabis,eodemque modofolues, &exprimes;
feptimodie, vel ad fummum pono, ſtrumæ velut miraculo abolebuntur. Valet etiam
ada ramicégutturis, parotidas,omnemdur se ritiem, et ædemata. Hie
tollerininhere fit.Chirurg.6... Peftilenti
tempore in:er pracipua-prafidia: aeris re&tificatio fummum iudicatur.
Mnilaudedignus, omniq; decore admirandus Hippocratesiudican dus eft,qui peſtem
illam ex AEthiopia ad Græciam venientem, non aliorepu lit auxilio, quá aeris
purificatione.Præ cepit enim,vt per totam ciuitatem ignes accenderétur; qui non
è fimplici folum materia,fed etiã beneolenti conftarent. Qua propter, et coronas
odoriferas, florefquearomata,vnguenta pinguiſsi magrati odoris, et alia
iucundosodores fpirantia, ciues igniſpargebant, quo paa Eto aer purusfa et useft,&
ijà peſte tuti fuerunt. Ea fuit magni Hippocratis dia ligentia. Ex Galeno.
Portaldara fenuinis contra lumbricas: magna estefficacia. Nlumbricis necandis
nonmodòPon tulacz aqua ftillatitia aptiſsima iudi.. catur,verum etiam illius
femen.Narrat enin: Arnaldus Villanoua, quendam puerum, dum effet in mortis
periculo Conſtitutuspropter lumbricorum mula titudinem drach.jem. feminis
Portula cæ cum lacte fumpfiffe,atque lumbricas multos
emiſiſke,fuiffequeliberatum. Quorundam animalium vita terminus con. ftitutus,quis fit.
epusannis decem viuere fertur, et Catus totidem. Capra o et o. Afinus
triginta.Quisdecem: fed vir gregisfæpè quindecim. Canis quatuordecim, et quandoque
vigintiTaurus. quindecim. Bos,quia caftratus,viginţi. Sus, et Pauo viginti
quinque.Equus-vigioti,&non punquam triginta, inuenti funt, quiad
quinquageſimum peruenerint.Colum biodo, vti etiam Turtures. Perdix vi. ginti quinque, vt &Palumbus, qui non
nunquam ad quadrageſimumperuenit. Ex Alberto Låddoloresarticulares electuariano
mirabile. Periam electuarium illud mirabia le, quo ego in doloribusiun
&tura rum, et in arthritide cum felici fucceffua nor femel vfus fum. Huius
auctor Pem trus Bayrus eft,licetipfe Galenicompofitionem efle dicat in -lib.18:
fuæ Praski. Confiteor fubito ſoluere finemoleſtia, ignitum caloré extinguere,
et membra patientis adeo contemperare, vtmultas viderim, endédie, qua pharmacum
acce. perant, à ſella ad locú propriúſine alte rius auxilio languētes redire.
Capiútur Hermos Qua propter, et coronas odoriferas į floreſquearomata, vnguenta
pinguiſsi magrati odoris, et alia iucundosodores fpirantia, ciues igni
ſpargebant,quo paa cro aer purus fa et useft, &ijà peftetuti fuerunt. Ea
fuit magni Hippocratis dia ligentia. Ex Galeno.. Portulara feminis contra
lumbricos. magna est efficacia. Nlumbricis necandis nonmoddPon tulacæ aqua
ftillatitia aptiſsima iudim. catur,verum etiam illius femen. Narrat enin: Arnaldus Villanoua,
quendam puerum, dum eſſet in mortis periculo! Conſtitutuspropter lumbricorum
mula titudinem drach.jem. feminis Portula cæ cum lacte ſumpfiffe,atque
lumbricas multos emifiſke,fuifíeque liberatum. * Quorundam animalium vita
terminus.com ftitutus,quis fit. epusannis decem viuere fertur, et Catus totidem.
Capraodo. Alinus triginta.Quisdecem: fed virgregis læpè. quin io rabia quindecim.
Canis quatuordecim, et quandoqueviginti.Taurus quindecim. Bos,quia
caſtratus,viginti. Sus, et Pauo viginti quinque.Equus-viginti, et non punquam
triginta, inuentiſuật, qui ad quinquagefimum peruenerint.Colum biodo, veietiam
Turtures, Perdix vi. ginti quinque, vt &Palumbus, qui nons nunquam ad
quadrageſimum peruenit. Ex Alberto Laddolores articulares electisarianos
mirabile. le,quo ego in doloribus iun et tura rum, et in arthritide cum felici
fucceffu non femel vfus fum. Huius auctor Pew trus Bayrus eft, licetipſe
Galenicompo fitionem efle dicat in lib.18. fuæ Brasti. Confiteor ſubito ſoluere
ſinemoleſtia, ignitum caloré extinguere, et membra patientis adeo
contemperare,vtmultos viderim, eadédie, quapharmacum acce perant, àſella ad
locú propriú fine alte rius auxilio languētes redire. Capiútur Hermodactylorum
alborum à cordis fuperiorimundatorum, et Diagridii an..
drach.ij.cofti,cymini,zinziberis,cario phyllorum an.dracij.trita, et cribellata
conficianturcum fyrupo fa et o exmelle, et vinoalbo inuicem coctis,donec ſyru.
pi bene codi formam recipiant. Dofis eſtà drach. ij.ad drac. iiij.fecundum in
firmi tolerantiam. Auctorconfitetur ter ab huiuſmodi doloribus fuiffe correp
tum,& femperinaurora huiusele et uarij (quod Diacoftum vocat )vnc.ſem,
acces piſſe, et in vna die conualuiffe. Ego dia-. gridium in
minoridofi,exhibuifemper et beneſucceſsit. Periculofumeft Bafilicum continues
adorari. Vantį ſit periculi, herbæ Baſilica frequens odoratus plenus,ex Hol
Jerij exacta obferuationeperfpicitur. Quidam enim Italus ex continuo eius
odoratuin vehementes, &longos inci-. dit dolores capitis ex Scorpionein
cere bro epato,cuius caufa morsconfequuta eft ck Ratio apud aliquot huius
euentus,ea potiſsima eft, quod Bafilici folia ſub te. ftafi et ili putrefaéta
in Scorpiones mu tentur, ex quo arguunt, frequentem o. doratum animalcula
quædam Scorpio onuminftàr, in cerebro geocrare. Vte cumque tamen fit, Bafilici
odoratus ad Syncopim, et animi hominum deliquia, mirumin modum prodelle
compertum cfts Piſcem Torpedinem, dolores capitis àcaufa calida feliciter
fanare. Nter fele et a, et quae dolores capitis à caula calida auferunt remedia,Tor.
pedo piſcis eft. Aitenim Celfus, quem ſequutus eft Seribonius Largus, huius
Puciscapiti affricatu,adeo tales dolores remoueri vtin pofteru redire nequeant.
Cauſa torpedinis qualitas eft,ipfa enim viua in mari, et procul, et à longin $
quo velfi haftá; virgaveattingatur,tor porem piſcatoris mébrisinduceredici.
tur, vt Plinius lib.23.prodidit. Idcirco etMatthiolus dixit) mirum non eft huiuſmodi
affe& us, quodam ftupore: feliciter ſola confricatione fanare. Queex occulta natura proprietate fiunt, mirabilia
videri. Aturæ arcana femper hominibus, admirationem præſticere:ratio eſt,, quia
caufas ignoramusproprias, et pro.. pterea in ſpeculandis his ce pitamus,
necaliud nobisreftat, quam føla admi. ratio. Quis enim non admiratur, cur:
Hyænæ vmbræ conta et u, canesobmya. teſcant?Cur Eryngium ore Capræſum. ptum
totum gregem fiftat? CurGallina, appenfo miluicapite nunquam quiefcea. re
valeant? Curappenſo allij flueſtris capite in ouis collo, quz in grege omnes
antecedat, Lupi ouibus nocere neque.. ant? Profe &to hæc mirabilia funt, et in refum
fympathias, et antipathias, et na-. turæ arcana reducuntur. Nonnulla
animaliareiuuenefcere: proditur. Agnum natura quibuſdam anie. inalibus pro
fene&tute euitandai, COA conceſsit releuamer, Ceruus enim elu, ſerpentum
renouari dicitur, quippès dum fentit fene&tute fe grauari, ſpiritu, per
nares è cauernis ſerpentes extrahit, fuperataque veneni pernicie,illorum:
pabuloreparatur.Colubri quoque alijq; ferpentes quoniamper hybernas latebras.
vifum obſcurari ſentiunt, primo vere, maratro, feu feniculo feſe affricát,illud,
que comedunt, ita vifum recuperant, &, exacuunt, et vetuſta tunica
depoſitag pelleque priori reiuuenelcere dicuntur.. Qgorandam animalium carnes ad vitæ lorem. gitudinem
palere. Longifsima vita aliquorum ami.. malium vel eorum proprietate, multi
fapientés vitæ longitudinem in hominibusinuenire conati funt,volunt enim
carnium efu longæ vitæ animali um,vită poffe produci, re& ecenſulen. tes
ſolidá nutrimentă,multú,diùq nutri R, et à morbis defendere. Hac ratione
Ceruicarnesprecipuè iuuenisadlógitu L6 dinem vitæ valere autumant, Reculit
Plinius quafdam nouifle principes fæ minas,omnibus diebus Cerui carnes de
paſtas, et longo ævo febribus, caruiffe.. Dioſcorides lib.z.longam ſençđuter
cos agere dixit, qui Viperę carnibus, veſcuntur.Propterea Pliniuslib.13»An
tonium Muſam Cæſaris Augufti medi cum dicebat, Viperas in cibis ijs dediffen
qui ab vlceribus incurabilibus affligea bantur,ratus hoc auxilium, vitam illis,
producere,atque omnesſanafle.Exlib.3; Conuiuij noftilitterarij. Abfürdan,
ridiculain effe Paracelli opic. nionem,de homunculi inpbialia vitrea g !..
meratione, de partu. NPara Onmodo ridicula,ledinfanda eft: Paracelfi, damnatæ
memoriæ opi-. niode homymauliconceptione, et partu.. Scripſitenimex
feminehumano in ama pulla vitrea. conie et o:;: et aliquandiù: fub cquino,
fuma, Itabulato, homun-. Cului culum gencrari. Vt autem hanc hypo..
thefimfaliam ille impiusdoceret, exo uo fumpfit conie &turam,quod cum op
ſeruaret in loco calido concludipofle, et ex eo tandem pulliim excludi,
perſuaſit hoc idem in humano ſemine in vitreo vaſculo reclufo poffe contingere.
Sed vana, et fabulofa ſunt eius figmenta, fi-. quidem ex putrefa& o femine,
in an. pulla fub fimo recondita talis homun.. culi partus fieri nequit, qualis
enim eft cauſa,çaliseffe et us conſequitur,proinde ex putrefacto nihil,piſi
corruptum ori.. tur. Infuper in fetusconceptu,vt ex fa. ais:diuiniverbidecretis
capitur,ſemen virumque viri: &mulieris concurrere opuseft, præterhęę conceptio
haud ori turniſi. fuerit vterus benetemperatus, tanquam hortulus à Deo
deftinatus ad hanc prolem, cui fanguis maternns fi mulaffluar: quippè
fi.materni- fanguinis deficeretappulfus,necfemenaugeri,nec ali planıę inftar,
necpartes conformari pollenr,, vt omnium philofophorum E. 7 conſenlus eft. Ad
hæc inter fætum, et vtero gerentem fympathia quædami requiritur, vr calorem, et
nutrimená. tum à matre recipiat, et à fætu viuena te inatsis calor augeatur: et
abia' ad cona coctionem, et produ &tionem feliciter fuccedant. Quæ omnia
fallain effe Pas tacelfi coniecturam atgtrunt: ille enim non perfpexit in
ouofemen, exquo puls dus fit, fimulcum alimento vernaculo conferri, et in teſta
per fe porracea tans quam invteroquidemconcludi; ex qua pullus ali, et refpirare
pofsit Semen vero humanum caloris, et fpiritus Cu iuſdam viuifici particeps,
&conforss quorum vi, et beneficio fir generatio, antequam in vitream
ampullam per funderetur, eodem temporis veſtigio exhalaret, et conceptio
euanefceret: Hue aceedit, quod deeſt fanguis, quo femen nutritur, et augetur.
Adde quod per ampullam vitream, fub fimo recon ditam tetas fpirare nequiret
confuta.. maergofunt Paracelfiftarum fomnia,& fabula fabulofa eorum
magiftri conie et ura; et vana de homunculi partu affertio. Ex. Georgio Bertino
Campano. In Armenia nines rúbentes fieri. Iues omnes(fublata philofophand tium
ratione)albæ funt, et ita ius d cat fenſus, vtnon immcrito Plinius lib. 17.
capite z: niuem vocaverit cæle ftiumaquarum ſpumam. Nihilominus Euftachius
Homeri interpres, in Ara menia niues rubentes confpici retulit. Harumcolorçm
multi fapientes rummi Aantes, non natura niues rubentes fieri, fed
accidentaliter illic voluere. Illa enim loca minio luxuriant, cuius colo re ex
halātiones, è quibus in Armenia ninesgenerantur, pallutæ, rubedincm.
acquirunti. Pro quartana febrejſalitaremedia. A Rnaldus Villanoua pra fecreto
ha. buit in febrequarrapaexhibere taxi barbaſsi radicem ex vino per dúashoras.
mote acceſsioné, et Dominus osdecorde: Ceruiad drach. Itidemex vino alterator
di& amocretico, ſaluta, chamedrio, chamæpithio, &myrrha ex fucco
abfynthit ad ſcrup.ij.caftorei eriam, et bituminis anſcrup. ij. ex vino:
Alij,vt quartanam excutiant, infirmis dum in acceſsione affliguntur, timorem ex
improuifo incu tiunt. Proptera Titus Liuius fcripfit, Quin et umFabiuin Maximum
in con fictu febre quartana fuille liberatum... Terra Lemonia contra venena
miram: babet efficaciam. Nterpræſtantiſsima auxilia contra venena,terra
Lemniaconnumeratur, quæ ad Cantharides,& adLeporem ma rinú adeò pręſtat, vt
quadam proprie. tate, deuorata, omnevenenum per vomitum expellat, quemadmodum
mul tis experimentis hæc omnia didicifle. Galenusconfitetur, Lumacalapidem,partümulierum
facilitati. Icitur Lumaca, lapidem nobiliſsi.. me virtutis in capitcretinere,
qué fi trio I tritum ftranguriofis liquore aliquo conuenienti dederis, vrinam
foluere, i breuiterq; fanare comprobatum eft. AL mirabilem baberingrauidamulierecó.
Senfum:quippe appenfam fi ſecum por tauerit,in abortum minimè incidet, fin
autem tempore partus tritam,cum vino capiet,multa facilitate pariet: fiquidem
lapides himeatusmuèaperiunt, è qui-. bus fætui facilior datur tranfitus. Ex:
Ifidoro.. Kamum fympathian in aliquet bruto mirabilem. elle Izaldus lib. 1.
arcan: &Podinus: lib.3,theat.nat.obſeruatű,exper tumque audiuiſſe
aiunt,Vaccam,Quem Equam, Afellam, Canem Suem, Felem; fimiliaq, foeminei generis
animalia do meſtica, et manfueta, dum vtero gerunt, autinterire, autabortum
parere, fi mas ex quo conceperunt,ma&tetur autocci.. datur,tam valida
eft,ac vehemens-illo rum inter fe fympathia. Hoc autem an verum fit,confiteor,
menondum fuiffe expertum.. oletno Oleam -arborem puritatis virginitate of
amantifsimam. Liva fimanuvirginea plantatur, et educatur,,vberiores fructus
præbe redicitur:, vſque adeo puritatis eſtamā tiſsima, et labis nefcia. Hacde
cauſa, ve Teor,abantiquis ſapientibus olea, Mi neruæ dicata, et confecrata
füit. Audiui equidem àmultis, alearum à laſciuis mulieribus non femel fuifle
collectas fructus,calq; fequenti amo parum fru et ificaſſe,ExCarolo
Stephanointideraruftia Aftronomiam Medicis effe neceffariam. PRudens Phyſicus
Aftronomiam in telligere debet, aliter perfe& usMe dicus effe nequit.Cum
autem ægros -Cųe rare intendet, Lunam afpicereoporte bit, fi enim plena
cſt,crefcitfanguis, et humiditas in homine, et beftiis, et me dulla in plantis,
ita voluit Hippocr.inl. dediſciplina Mahemas: qui apud Galore peritur.Cum ergo
quis in morbum in ciderit,fi Luna è combuſtione exit,tunc iei creſcit
infirmitas vfque ad oppofitio bis gradum, quo tempore per a &to cceli
themateaſpicienda Luna eſt,an cum alia quo planetarum ſocietur fortunato, vel
et infortunato;numin malovelbonofue. titalpe et u; et an dominúdomus mortis.
afpexerit; ita enim de morte, et vita; de morbi longitudine, et breuitate
infire morum accuratiusconie &turarepoterit.. Ex Hippers. 10ak. Ganjucto.
Saturni,Martiſque coniun tionem inTauro, Bobuspeftilentiam pradicere futuram.
A. Strologorum ex multaobſeruan tia decretum eft, cum Saturnus. Hupiter,&
Mars, vel iftorum duo fimul iun &ti fuerint ſub humano figno, cona.
currenti ad eam ftellarum fixarun vea Denoforum animalium afpe et u,morbos
peftilentes hominibus effc futuros. Ex diuerſitate autem Zodiaci brutis quan
doque contagium appariturum, faluis hominibus. Vnde notat Auguftinus Sueſſanus
in comment.Apotelaſmatum Pro. Lomai,non multis ante annis,obferualle, cum
SaturniMartiſque coniun et io in Tauro horrendiſsima frigora'excitallet, magnam
Bobus calamitatem eueniffe. Ques autem licet imbecilliores, füper tites tamen
fuiffe. In Boues tamen pe ffis illa defçuit propter cceleſte fignum, ad quod
terreftris Bos refertur. Quæfi fuiffet in Ariete, forfitam in Oues graf fata
effet. Anno 1479. in figno humano Martis, et Saturni fuit coniunctio (tefti
monio Ficini ) et peftis crudeliſsima ho mines inuafit,,vt& prius anno1408.
et omnium peſsimaanno 1345. ex trium Planetarium infimul conjun et ione. suffiiu
bituminismulieres ab byfterice '. 3 Vltis experimentis comproba audio,, lieres
ab vtero ſuffocatas lubitòad ſanie. tatem reuocari, et quod mirabiliuseft,
Hyſterică extemplobituméacceſsionen corrigere, fiue crudum, fiue vſtum mu.
licrum naribus admoueatur. Propterea mulieres,quętali pafsioni obnoxięfunt lans
paſsione liberari. CA lana exceptum, fiue goſsipiocolloap penſum,Medicorum
conflio (Mizaldo · auctore ) in romullis locis habent, vt e, crebo olfactu
paroxyſmum arceant. Cantharides quandoque ſolo olfa et u fangui. nens,
veltactuècorpore euacuajſe. Antharidumvis, et venenú in fane guine purgando per
vrinam, apud paucos incognita eft, quippe in potui ex ceptas non modò veſicam
exulcerare, verumatque fuffocationes, et horrenda ſymtomatainducerecomprobatum
eft. Imò tantæ feritatis funt, vt quandoqué et tactu,vel olfactu hec
efficiant,vt cui damchirurgo Mediolani ſucceſsit, qui bis fanguinisprofluuio
correptus fuit per vrinam,folum portando cauterium ex cantharidibus in Byrfa.
Ex Micbarle Rafraljo. Podeortum fit adagium, Naniga Anticres. } MXneotericisMedicis,nigrum
Vlta obſertatione &à prioribus, et neotericis, helleborum ad infanos, et mente
captos peculiare auxilium eſſe, probatum eſt. Huiuspotio licet periculoſa fit,
cú cau telatamen fumpta, mirabiliter ijs pro deffevidetur. Hellebori virtutem
De. moſthenes innuere volebat, dum acti. onem mouens Aeſchini, vt ſeſe pur.
garet helleboro dicebat.Hoc in Anti. cyris duabus ele&tiſsimum, et magniva.
loris naſcitur, quo nauigare oportere a dagium, quiab intania Canari cupit vt
Strabo lib.9.Geograph,loquitur. Hinc Stephanus deHelleboro loquens addit,
Anticorenſem quempiã fuiſſe, quiHer çulem dato Helleboro infania libera uerit,
Grauidas simio fale prentes, parerifetus fine vnguibus. Noneftàratione aliepum,
quodab Ariſtot.dicitur 7 de biftor.animal.c.4 mulieresgrauidas, fi nimio ſale
in cibis vſæ fuerint,fætusparere finc vnguibus vngues enim,vt dixit Hipporc.in lib.de
care FOS. 1 Carnibusex glutinoſa, et viſcida materia geperátør, hincaecedente Galitorum
v. Tu,materia illa viſcida adeo attenuatur, &adimitur, vtfacilè illorum
ortusde. ficiat.Comprobatur hocetiam in ladá, tibus, quibusex aſsiduo, et nimio
ſali torum vſu,lacomne, paulatim deficere conſueuit. Oui badiin
conuiuijsiucundi, feftiuiquelas beantur. N conuiuijs profecto,vt hilariter'iu:
Du { 11 X G 3 epulétur,tron femel ludi aliquotper io cum apparantur qui omnes
in iftanti um riſus, &cathihnos mutantur. Inter multoshi erunt Feftiui:Si
lintea;& map pæ calchanti puluere confricantur, qui foti fe deterſerint ea
parte nigrifient;li ceti lintea prius candidiſsima apparue. sint.Si cultri
fuccocolocynthidis, vela fòe ta et ifuerit,amara oíaex ijs incita le tiétur:ex
afla fætida autem cuncta fæti da audientur:Si fuperpaſtillos nuper e fixos
inſtrumétorü chordas minutim in difasproieceris inftar vermium à calore V
contracte apparebunt, naufeamque rei inſcijs mouebunt. quibus vinum potui
dabitur,cui caftancarum cruftæſubtili ter tritæ fuerint inie et xà ventris
«crepi tibusſollicitabuntur. De amorisorigine aliquet controuerfia.
OlentesPhyfici amoris originem, velpotius furoris amatorijreperi te indaginem,ex
correſpondenti homi num complexione, leu verius ex con formi ipfius fanguinis
qualitate,nempe calida proficiſcivolunt, hancenim como plexionem valde amorem
gignere af firmarunt, Aſtrologi inter eos amorem exiſtere aiunt, qui in codem
aftrorum gradu conſiſtunt,vel qui in aliqua con Itellatione ex æquo
participant, et con formes ſunt,tunc enim fe redamare có. fingunt. Alij
Philoſophi amorem naſci afferuerút, quoties noftra luminainde.
fideratumobic&um conijcimus,voluat cnim quoſdam fpiritus ex ſubtiliſsimo,
puriſsimoque fanguine cordis noftri in rem concupitam exhalare, acque ocyſsi *
IN me ad mè ad oculos noſtros recurrere, ibique a in vapores'& 'humores
refolui,quifen. fim ad correlapſi, diffuſiq;per corpus, in oculis, rei dilectæ
quandam idem, inſtar fimulachri, et imaginis,non aliter, quam in fpeculo macula
permanet ve nenofi oculi, vel menſtruatæ,auriginoſi, aut fimili aliquo morbo
infecti, impri munt.Hacde caufa miſerum amafium, hiſce nouisille &tum
fpiritibus,qui natu ralem fuam fedem repetunt, et ad cor permeant, perditam
libertatem fuam dolere, lamentarique cogi affirma. Nonnulli autem naturalis
fcientiæ ad. 'modum ftudiofi,cum multa de amoris fcaturigine eſſent
imaginati;nec veram tam furiofi morbi originem inuenif. fent: in
hæcproruperunt:Amorem effe neſcio quid,natum neſcio vnde, qui vee wit neſcio
quomodo, &accendit nefcio quo pa&to,certam aliquam rem, &per ſonam.
Hominem apud Indos longiſsimam pitam babuiſſe. F Apud Lufitanicæhiſtoricæ
fecènti ores ſcriptores(interquos eft Fer din. Caſtanneda:)fidei probatiſsimę,
longa narratione, et certa, cuidam nobia li,apud Indosannorū, quibus vixit tre.
to centorum, et quadraginta fpatio,iuuenis tæ florem ter exaruiffe, et ter
refloruiffe: inuenimus:atque ex cuiuſdam Epifcopi relatu
nouiterpercurrimus.(Hocprofe to mirabile eft, et paucifsimis à Deo conceſſum.
At non minori admiratione illud dignum eft,quod à Langio de Or benouoproditur,inſulam
quádam fu. ifle repertam, Bonicam nomine,in qua fontis reperiatur ſcaturigo
cuius aqua vino preciofior fenium epota in iuuen tutem cómPomba. Ex lib.
1.debominis vita, vbi de Priorifla anu facta, et reiuueneſs eente fcribitur.
Hydrargyriminer aquomodo inueniatur. Ńter metallica ônia,hydrargyro ex
cellétius vix inueniri aliud cryditur, cum ad infinita tale accómodetur.Soler
tiinduftria opus eſt, vt vbi eius mineræ fit ſcaturigo coniectores deprehendant;
propterea menſbus Aprilis, et Maiiſub aurora, ſereno autem cælo afcendétes,
vapores in montibus fpe et ant; ſi enim inftar nebulæ fuerint, non altius feat
tollentis,fed humillimæ, ac quaſi terrae ad hærentis, argenti viuiibi ſedem
eſſe allequuntur. Ex Cardanode Subtil. Aqua mirabilis pro viſus obfuritate.
Periam aquam, quam ſcribuntre ſtituiſſe viſum cęco nouem anno. rum.R.ſucci
apij,feniculi, verbenæ,cha medryos, pimpinellæ, Garyophilatæ,
Caluię,chelidonię,rutę,centinodię,mor { usgallinæ,garyophyllorum, farinæ vo.
latilisan.vnc.j. piperis craſsiuſculètrití, nucis muſchatę,ligni aloes an.drach.
iij. Omnia imergătur in vrina pueri, et lex: ta partevini maluatici.
Bulliátbreuite pore, tú exprime,& percola.Repone va le vitreo benè
obturato.Hora sóni fingu. las guttas ſingulis oculis inftilla. Holler. Roris
marinipraftantiſstma'virtutes, Lanta illa, quam Romani, et Itali Roſmarinum
dicunt, inter plantas: nobiliſsima eft, magiſque quam ex F 2 iſtimetur
excellens, quamuis mulcitu. dine, et frequétia vilefcat.Eftenim fem per
virens,nulli nocens, et multis infir mitatibus inimica maximè comitiali morbo,
quiferè dæmoniacuseſt. Radix eius cum melle purgatvlcera, tormini. bus medetur,
et medendis ferpentum i et ibus cum vino bibitur.Prodeſt etiam contra morbum
Regium in vino cum pipere. Et tanto contra maiora mala præualet, quanto maiori
gaudet tutela, et fauore cæleſti, à quo omnis virtus confouetur.
Naturefagacitas in difficillimis morbus fac mandis magna ift. Agna eft naturæ
fagacitas in ali quot morbis ſanandis,qui medi. corum auxilijs perdifficilc
eft,vt ad fa nitatem perducantur. Ketulit Alexan. der Veronenſis lib.2.
Anatem.c.9.tr ulie rem Venetam,acum crinalem, qua cirri capillorum intorquentur,
quatuor die gitorum longitudine ore detinuiſle, dú obdormiſceret, fomnoque
ſopitam de M glutif Etv ghuiuifle: decimo autem menſe, quod m mirabile eſt, per
vrinam eminxiffe.Lan. Er gius etiá in alia iuuencula,quæ aciculam deuorauerat,
id etiam eueniffe fcribit, e Naturæigitur induſtria maxima eſt. * Lapidis
compofitio ignē fricationereddernisi. Ricatione cuiuſdam lapidis facilli
meignem excutere poterimus. Hæc eius eft compoſitio. Capimus ſkyracis, calamitæ,
ſulphuris, calcis viue, picise an.drach. iij. Camphorædrach.j,Alpalit. dre iij
critahæc pobanturinvalesce Teoroptimèconcoctecca Hapidécouertátur.Hic panno
fricatusu ceditur,fputo veròemoritur.ExRole! Naturam beftis,ad corporis t
ütelammulta remedia indicaffe. PlurimaşürNaturæ beneficiaquebê ftiis fuiffe
conceffa legimus.Hæcpro fectoruminans Plutarchus, præadmi. rationeinextaſin
raptus,Maturan mulo.. to plura in pecudes, quam in hominem contuliffe dixit.
Quippefibeſtijs Fors bus accidit.Naturamoxantidotum in F dicauit. Hinc Palumbes,
monedula, merulę,perdices, Lauri folijs deguftatis humores fuperfluos
expurgant. Lupi, Canes,Feles ſięgrotant,vel li excreme torum colluuie ftomachum,
vel viſcera oppleta fentiunt, gramina comedunt ra, re perfufa,herbam frumenti,
&rapiſtru decerpunt:quibus ſtomachum, aluumg; exonerant.Columbæ,turtures,pullique
gallinacei in morbis heliofelinum degu far. Teſtudincs morſus ſibi in flictos
ci cuta perfạnant.Cerui volnerati dictami paſtufagittas, excutiunt.Ivuiteladůmu
res venatur, ruta ſe munire confueuit,. vc validiuseosoppugnet. Vrlimandra-. *
goram quærunt in mala valetudine. A. priauté egrotanteshedera ſe colligunt.,
Ceteraverò animalia pro virę tutela di uerfa alia retinent auxilia.Ex
Arifter.pl njo,Nipho,&aliis. Lapidem Aetitem mulierum partus. accelerare.
Maison Agnam intulitnatura Aetitilapi. diin partu prægnantium accele rando
efficaciam: quippefiearum coxis argento cóuolutus partu inſtante fuerit
ligatus, miram ytero generabit láxitam tem,ex qua prægnantesfacilius parient.
Ab Aquilis pręlidium hoc'captum reorg illa enim dum arctiores ſe ſentiunt et oua
cum difficultate pariunt, Ae titem quærunt, ex quo laxiori matricis orificio
facto,leniusoua excernūt.Hinc Aeritis S-apis, Aquilinus di et us eft, quiaz
Aquilă hos in nidum portant,ibiq;verii reperiuntur. Intellexi ex feminis, pria
marias aliquot hos lapides in vſu,& pre cio habere,beneratas
partuslaboresfu Bleuare. Hellebori nigriradićem, Viperemorfus in bon Aysſanare.
(N magna æſtimatione apud multosis Helleborinigri radix habetur, ipſa enim
inter carnem, et pellem iumentià Vipera demorfiinſerta proculdubio faa -
mat.Confiteor profe &to fubulcum qué dam porcorú numerüigne perfico, fiue
cryſipelate peftilenti pollutum (hunc morbum vulgares, eo quod porcorum caput
in excreſcentiamagná deuenit,apo pellap (męobſeruante adfanitatéducti funt..
pellant Capoatto.) fola huius radice om.. nes incolumes feruaffe.In porcorum
au. ribus cultello circulum ad viuum fane guinem formabat,deindecentro,ex ſtye.
lo ferro perforato,radicisfruſtulum éfo. fingebat, ad paftumý;porcosmittebat,
ita equidemſolo học auxilio, omnes Hippiatros in equorum faciepitorum euul,
maculas albasfacere. N hominum canitie frequentescapil. larum euulfiones, vt
nonnulliin viu habent,vituperantur, eo quod illorum cuulſa niaior
generaturcmitics:Hippia atri enim cum maculas albas in equo-... tum facie
fingere intendunt, frequeno tiſsime pilosextirpant, qua continuata
euulſione,pilos excreſcere albos exper tum eft. Queapud Veteresmagis
erantcelebrata: pectaculam Nterorbis terręcelebrata {pe& aculag, Mauſolæum,
hoceft: 9.Maufoli ſepul chrum ES Noun
ehrum;Coloſſus folis apudRhodiosios uisOlympici fimulachturm,quodPhidias
-fecitex ebore:MuriBabylonis,quos ex. citauit Regina Semiramis; Pyramides in
Aegypto; Obeliſcus in via nobiliſsima Babylone à Regina ſupradicta erectus,
Rodigingso Marinum Vitulum à Cåeli fulmine non mo leftari. O pauci ſunt
ſcriptores,quiMaria num Vitulum, (multa obferuatiu. one peracta) à fulmine
incolumem effe perhibent.Propterea Seuerum Imperaitorem Lecticam fuam
Vitulimarinico riocontégi voluiſſe legimus,hoc enim animal ex marinis, à Cæli
fulminemio nimè percuti audiuerat. Inde fa &tum elte vt veteres,
pauidi,pefulmine ferirena tur, tabernacula ex iftiuspellibus con-.. tecta
retinerent,ita profecto àCæli fula. mine præſeruari poflcputabant. ExPline.
Captaminter bruta maxima Epilepsia tentari: Ippocratesin lib. de facro -morbou:
H Fs (si liber ille genuinus eius est) vt ab ' Èpilepſia homines præferuari
valeant monet, neque in caprina pelle decum. bendum effe,neq; eandemgeſtare
opor tere,beneratus tale animal; maximè ab Epilepſia tentari. Hocetiam
Plutarchus rerum naturalium perfcrutator indefef ſusaſleruit:propterea
veteresSacerdotes ab eius carne,ve morbida,abftinuiffe fe runtur, neguitantibus
aut tangențibus. modo, aliquid eiusmorbi induceretur.. Dinum in Asthmatisçura
ſele &tiſsimim.". V TInum pro fanando Aſthmate ab, mo, quo pater eius
cum fælici ſemper: fucceflu vſus eſt,adducitur. Habet yie. ni dulcis, quaie
potiſsimùm Verpacia eft,non craſsi,ſedtepuis,mellicraticoctii an, lib.decem:puluer.
Foliorum Tabe. bacciexicc.in vmbra vnc.j radicum polypodii quercini
recentis,acminutiſ.. fimeconcili ync.iij.radicum hellenij re..
motomcditullio,& inciſarum unc. iij..:? macerentur horis 48.poftea
verocolentur per manicam Hippocratis vocatam, conſeruetur vinum inloco frigido.
Dá - tur vnc. vj.
pro vice; ſingulis diebus,; horis ante prandium quinque. Homines a phrenttide
correptos sania fortiores fierii On pauci admirantur, cur homi.
nesphreneticiflicet in ſanitate debiles fuerint prius ) ipfis fanis fortiores:
euadant?Equidem à morbi naturato- · tum procedere verendum non eft: cum autem
in phrenitide magis, ob exficcationem lædantur nerui fenſitui, quam motiui,
nulli dubium eft, tales quo ad motum ipſis ſanis fortiores, et debilio. res,
quo ad virtutem fenfitiuam fieri;: ratio omnium eft,quia operationes,ner uorum
fenfitiuorum humiditate magis perficiuntur: fecusmotiui. Huicadiun gitur, quod
phrenetici (mente læſa ). doloremnon fentiunt,idcirco fortiores.com Ek Arculano.
Tuberum efufrequenti, bomines in epile Pliam incidere. 2 M2Aximopere (ve valuit
Simeon Zethus) ſuberum continuattis v fus vituperatur: adeo enim hornines
crebro eorú eſu afticiuntur, vtepilepti ci;vel apoplectici fiant. Apud veteres
autem in pretio habebantur,illifq; cum Colo quandam affinitatem,nec niſi to.
nante loue nafai, credidit antiquitas.. Vnde Iuuenalis: Facient optat atonitrus
CHAS - Offri de corde Cerui à morfibus venenofas; hos minespreferu476. Irabilis
eſt profecto oſsiculorum, proprietas, quæ in Ceruorum; corde
reperiuntur;geſtata enim ad præ feruandiim à beftiarum venenofarum morſibus, et
i et ibusmaximeproſunt. In officinis tanquam præſtantiſsimum an.. ridotum
contra venenum, et febres pe tulentes,hxc eſſa conſeruatur, &cum
feelicifucceffu mediciindiesad hæc valere experiuntur:: multi tamen pre.
ofic.cordis ceruipi, os.bubulum tradunt in magnam languentium perniciem, et ped.com
M propi eterمه 27 that medicorum afamiam.Ex Alexan.fro Be Pedido.
Hemicranian lapide Gegatisſummoueri. MW Vleo experimento Democritus:
Hemicranian, lapidis Gagatis ſo'a ad collum appenfione tolli com.. probauis
fcribit enim huiufmodi lapi. dem geftatum ſeinperniagis ponderare, quam
antequam appendatur: quafi in eo quædam attrahendi in fe fe humo. rem,à quo
dolor in parte cranij fufcitam. tar proprietasreperiatur.Mercurialis.
Epilepritof non perpetuoconcidere nee quefpumam facere. Vicomitiali morbo
laborátnánili in magoa ventrico !orum cerebriz cralo s humoribus obftru et ione
conci dere, et fpumam ferre confueuerunt: ſe cus vero in alijs cauſis, vtin
quadapu.. ella Aretina Beniuenius obferuauit. In cidit illa in Epilepfiam,
tamen neque concidebat,pequeexorefpumam emito. tebat. Sedſtanscaput hinc indecücere
wice uice, ac fi quid infpicere vellet
mous bat; nihil interim loquens, nihil fenti ens.Cum auté ad fe reuerteretur,
inter rogata quid egiflet, penitus ignorabat. Cauſam Beniuenius exiſtimauit,
quod non caderet quod contra et io, et tenfio ad cerebrum non ferretur,cumfolus
va por ſurſum aſcenderet: ex quonullor gore cerebrum ipfum intentum, abot
dinatis motibus-reliqua membra pre feruare potuit. Vermes rubros in hominum
cerebro, in qua dam epidemia natos effe. y Beneuenti,cum multi ignoto morbo
decederent è vita, medici tandem, hoc morbo quedam mortuum incidere voluerunt,
et in huius cerebro vermem cubeum breuem inuenerunt, quem cum
mulrismedicamentis vermesoccidendi vim habétibus interficere nequiuiſſent,
fruſta raphani inciſa in vino-maluatico vltimo decoxerunt,quo vermis occilus
eft,atque hoc eodem remedio deinde - mili morbo, quali epidemico affe et i
omness. Omnes curabantur. Foreftusex lib.Corne tỷ Roterodam. Capillorum
defluuium ex Laudano curari. TOn femel morboacuto egrotantia bus (-ſiad
fanitatem reducuntur è capite capillos decidere expertumelt. His facilliinè
fuccurritur huiufmodilia nimento, quo 'capillorum defluuium non folum amouetur
verú etiam amiſsi irerum renouantur. Laudanum cum vi. ño, et oleo rofato ad
decentem vnguen ti fpiſsitudinem coquitur, quo caput v niuerfum linitur;
breuique capillatum redditur, Ex Bayro.. An empiricis tradararemedia,mortem !
non paucis:attulije.. ftrum baudelt, remedia, quæ ab Kempricis adhibentur,
morté aliquádo hominibus attulife, ij a. nulla ra. tione, nullaq;
methodofuffulti, fed fola experiméti indagine,nec caufasmorbo Tum verè
cognoſcere,nec ordine auxilia applicare poſiúnt.Proptereamilesquida
inmorboinueteratoluinepotis,quicapi. Member Aximopere (ve valuit Simeon
MZethus) ſuberum.continuattis V.. fus vituperatur: adeo enim, hornines crebro
eorú cſuafticiuntur,vtepilepti ci;vel apoplectici fiatt. Apud veteres autem in
pretio habebantur, illiſq; cum Colo quandam affinicatem, necniſi toe. nante
loue nafai, credidit antiquitas.. Vinde Iuuenalis: Facient opfataronitrua,
Cen45 -offi de corde Ceuiàmorfibus venenofisshos minespreferuatge -Irabilis eſt
protecto oſsiculorum, proprietas, quæin Ceruorum corde reperiuntur;geſtata
enimadpræ • Tóruandum à beſtiárum venenofarum I morſibus, et i&
ibusmaximeproſunt.In officinis tanquam præſtantiſsimum an-. ridotum contra
venenum, et febres pe.. bilentes, hæcoſſa conſeruatur, et cum. foelici
fucceffumcdiciindiesad hæc va lere experiuntur:: (multi tamen pro. ofic.cordis
ceruidi, osbubulumtradunt in magnam languentium perniciem, et M pedice medicorum
afamiam.Ex Alz xan.fro Bem nedido. Hemicranian
laide Gagatia ummoueri. Viro experimento Democritus Hemicraniam, lapidisGagatis
fola ad collum appenfione tolli com.. probauis fcribit enim huiufmodi lapi. dem
geſtatum ſempernagisponderare, quam antequam appendatur: quafi in eo quædam
attrahendi in fe fe humo rem,à quodolor in parte cranij ſuſcita.. tar
proprietasreperiatur.Mercurialis. -Epileptites nonperpetuo concidere nee que
fpumam facere, Vicomitiali morbo laborát nánili in magoa ventricolorum cerebria
crais humoribus obftruatione eonci dere, et fpumam ferre confueuerunt: ſe cus
vero in alijs caufis, vt in quadá pu ella Aretina Beniuenius obferuauit. In
cidit illa in Epilepfiam, tamen neque concidebat,pequeexore fpumam emit tebat.
Sed ftans caput hinc inde cucere vice, ac fi quid inſpicere vellet mout
bat;nihil interim loquens, nihil fenti ens.Cum auté ad fe reuerteretur,inter
rogata quid egiflet, penitus ignorabat. Caufam Beniucnius exiſtimauit, quod non
caderet quod contra et io, et tenfio ad cerebrum non ferretur, cum folusva por
ſurſum aſcenderet: ex quo nullori gorecerebrum ipfum intentum, ab of dinatis
motibussreliqua membra præ feruare potuit, Vermes rubros in hominum cerebro, in
quae dam epidemia natos effe., Beneuenti, cum multi ignoto morbo; decederent è
vita, medici tandem, hoc morbo quedam mortuum incidere voluerunt, et in huius
cerebro vermem rubeum breuem inuenerunt, quem cum multismedicamentis
vermesoccidendi vim habétibus interficere nequiuiſſent, fruſta raphani inciſa
in vino maluatico vltimo decoxerunt, quo vermis occiſus eft,atque hoc eodem
remedio deinde se smili.morbo, quali epidemico affe et ij, omnes Nous ) omnes
curabantur. Foreftusex lib.Corne-, i Roterodam. Capillorum defluuium ex Laudano
curari. "Onfemel morboacuto egrotantia bus (-ſiad fanitatem reducuntur ) è
capite capillos decidere expertumelt. His facillimèfuccurritur huiufmodilia
nimento, quo capillorum defluuium non ſolum amouetur verű etiam amiſsi irerum
renouantur. Laudanum cum vi. ño, et oleo rofato ad decentem vnguen ti
fpiſsitudinem coquitur, quo caput y niuerfum linitur, breuique capillatum
redditur, Ex Bayro.. An empiricis tradararemedia,mortem ! non paucis:attulife:
ftrum baudelt, remedia, quæ ab tempricis adhibentur, mortéali quádo
hominibusattulife,ijn. nulla ra. tione, nullaq; methodo fuffulti, fed fola
experiméti-indagine,neccaulas morbo. Tum verè cognoſcere,nec ordine auxilia applicarepoflunt.Propterea
miles quidā. igjorbo inueteratoluinepotis,quicapi N + 136 tis achoribus erat
fædatus, finecautio. os,more empiricorum,nec ætate obfer uata, vnguentum ex
arſenico, ſulphure viridiæris, femine ſinapis confe&tum capiti appofuit;ita
enim ex quodam lio bro remedium collegerat, et mane ſee quenti puer ille, qui
erat duodecim an norum, in lecto mortuus inuentus eſt. Hi profe& o fru et us
empiricorum ſunt. ExValefio.. Triplici auxilio homines longauam vitam Af
quirerepofle. Ifi hominum frequens luxus exo NA vita
songior,ſaniorquevideretur,hi ay tem in luxum,epulas, et otia effuli, vix
trigefimum exceduntannum, abſque. fene et utis aliquo veftigio,vita enim los.
gæua,non luxu,& profufione nimia, fed triplici tantum remediocomparatur;fie
quidem pareitas cibi, et potus, bonus cibus,& moderatum exercitiummorta -
lium vitam, ex Philoſophorum decre to,producere valebunt.Bartholom.Males **
Dino Gagorio. Nmin Quo paéto fingultum
cohibere valeamus. Onleui angaſtia angultum ho• mines cruciare quandoque vide
mus adeò quod multiin longiſsimā via. giliam huiuſmodi affe et u ducti funt,
Multi funt, quieximprouifo timorem ſingultientibus incuitientes,votum alle
quumtur: alij verò auricularidigito ito bentintus aures diu confricari;Lyfimam
chus tamen apud Platonem, fternuta. mento afperfione aquæ frigidæ, et re
{pirationis coñibitionefingultum cxčke ti propalauit. Quopado plebrios, tincios
en admiration nem -dustus. Plebeiprofe &to qui populi parsfino plicior
eft,ex leuifsima occaſione fa. cilè in admirationé ducuntur. Si optas autem vt
adftantes credantvel magico Çarmine, vel quodammiraculo te open. rari, manècum
Verbaſcum flores aperit æſtiuo tempore, iispræſentibus leniter moueto plantam:
flores enim paulatim decidunt, et exiccatur, cum magno ile. lorum ftupore,
fiquidem illius plantæ hæceſt proprietas, vt (Sole accedente ) flores decidant.
Quod fi magis irridere velis inutiliter aliquid murmurabis, vt admiratio excrefcat,
vltimòtandemor mpia in rifum finiantur. Ex Porta. Memoriam è thure epoto maximè
Augeri. Maximo hominibusadiumento eſt firma memoria, triftitiæ verò, et Jabori,
imbecillitas, iis præſertim, qui bonarum litterarum ftudio incúberec ptant. Ita
autem cófirmatur.Thus albife Gmuin in pollinem attritum,& cú vino, li
hyemsfuerit,velaqua deco et ionis paſ fularü, fięſtas;epotum,inLunęaugmen. to,oriente
Sole, necnonmeridie, et oC- t caſu, mirum in modum memoriam aya gere fertur. Ex
Rafi. Quo pačtofamis importunitascohibeatur: Vis Taurum Philoſophum, eiufq;
mendo famisimpetu? profe& o dumfa. maemaximèmoleſtabatur, eius importurnitatem,
compreſsis hypochondriis et ventris ſtri et ione compefcebat. Apud. Aulum
Gellium. Mulierem grauidationis tempore pallefcere., debilioremque effe.
TOnlinerationemulieres, quoté pore vterum gerunt, virore pallia dæ fiunt, purus
enim illarú fanguiscono tinuò ex corpore deftillat, et in vterum à natura
demittitur, vtfætú tú nutriat; tú eius procuret augmentü.Cum autem ipfis
paucior in corpore-refideat fanguis neceſſe eſt fieri pallidas, atq; alienos ci
Bos appetere.In ſuper exco,quia fanguis folitusipfis minuitur,debiliores fieri
ne celle eſt. ExHippocr. lib. 1. de morb.mulier.. Myrifticam nucem à vira
geftat am, vigo rofiorem fieri. MIrabilis eft nucismyriſtice, quava cant
muſcatam, cum homine fym pathia: ſi enim à viro.geftatur, nomodò vigore
proprium cóferuare, verù etiam turgere,magifq;fucculentam, et ſpecio ſam
ficrialkunāt, pręfertim fiiuuenilis adultæque ætatis homines circumferát Ex
Liuinio Lem. Hepaticos, Gtienoſos decodochamading fanari. INter præſtantiſsima
remedia, quæ I hepaticis, et lienofis adhibentur pri mum Chaniædrium locum
retinet: fie nim ex aceto deco et a,per pluresdies ex.
hibetur,hepaticos,atquelienoſos pro. culdubio fanat: multisequidem experi
mentis comprobatum eft tale decoctí viſceraab infar &tu liberare:propterea
ini febribus chronicis, eo quod obitruction tres mire abigat, fdelici fùcceffo
à multis: pro fingulari ſecreto audio vſurpari. Pulfus
deficientes,&intermittentes in ix. uenibus mortem prædicere, O Vanti
timoris in languentibus,pul sus deficientes, vermiculantes, et formicantes
exiſtant,apud Medicos notiſsimum eſt: ij enim ex proſtrata natura exorti,exitiú
efle in foribus aftédūt. In. termittentes autem duorúpulfuum ſpa tie tio,non
modò in omnibus fufpe et i ha bentur, verum etiam omnibus maxime iuuenibus
exitiofifunt; diſséticGalenus, qui in pueris, &fenibus non ita fore ti
mendos afleruit.Huius rei habuitexse. rimentum Proſper Alpinus in Iacobo
Antonio Cortulo octuagenario,pleuri. tiro, et febreardente vexato, cui pulfus
fuerunt cùm intermittentcs, tum defi cientes; tamen ille citò conualuit.lib.s.
de med. method. Mitbridatis Regis, ad venena maximum Antidotum. D Euico
Mithridato Rege maximo, in eiusArcanis Pompeius inuenifle in peculiari
commentario ipfius manu exarato compofitionem antidoti dici Inr.Cóftabat ex
duabus nucibus ficcis ite ficis totidem, et ruræ folijs viginti fimul tritis,
addito falisgrano.Si aliquis hoc iciunus allumeret, rullum ei venenum nociturum
illa die affirmabat, Ex Plinio. ONO Slidera Quo artificio offa, velebora
colorari valeant. I offa,vel ebora coloratahabere de lideramus,ca in primis
oportet abim munditiis purgare; deinde in aluminis aquadecoquere,tum demumin
vrină, vel calcis aquam in qua diffolutum fit verzioum, rubrica, aut cæruleus
color, fiue alius quem volumus immittere, et vna iterum coquere.Cum autem
perfri gerata in eodem etiam liquore fuerint, extrahenda ſunt; et pulchra, et bellè
tin eta habebimus. Alexius Pedemont. BRICA Bryonieradicio è vinoalbo decoctum,
hyfte. ricam paſsiorem reprimere. Ryonia in fedandamulierum hyſte rica
paſsione,egregiam habere vir tutem multis experimentis dicitur.Ex multis
obſeruationibus in quadam mu liere, quæ quotidie ferè per multos an nos
hocaffectu laborauerat, à Matthio lo experta eft. Hæccum ſemelper heb. domadam,
cius confilio, ſub fccti ingressum, vinum album, in quo ip fius radicis vncia
efferbuerat, hauſſet ex illa paſsione optimè conualuit. Ne tamen amplius in
fuffocationes deueni ret vteri,perannum integrum hoc me dicamento vía eſt, nec
morbus iterum recidiuauit. Quo fuffitu Serpentes venenati à domibus, velpradiis
arceantur. Vlta equidem reperiuntur, quo rum ſuffitus adco o diolus eſt, vtà
loco, vbi is. fiat,penitus arçeantur. Scribit Florentinus in Geo pon. Venenatam
feram numquam accef luram, vbi adepsceruinus, aut radix Centaurij maioris,
autLapisGagates aurDictamus creticus,aut Aquilæ, vel Milui fimus cú ftyrace
miftus fuffatur. Ex Gal. autem habemus in lib.de med. fac. parab.ad
Solonem.Pyretrum, ful phur,cornu ceruinum, pinguedinem,& pulmonem Afini
accenfum,ac fuffitum, cuncta animalia venenoſa efficaciter fu - gare compertum
elle. Herpetes exedentesTabucoicereto felicitors Sanuri. Terorymus Aquapenders
inl.:.de Tumoy prenat.6.20.5xedcotes her petes teſtatur curaſſe quoad totum cor
pus, ex ſero Caprino expurgatione con fecta,fæpèautem cum fa !fæ parille de co
et ione:partes affectas aquis therma lbus D.Petri lauabat,vltimoiis, felici cum
fucceſfu ſequens admouitCeratú. R.Succi Tabacci, ſeu herbæ Reginæ vnc. iij.Ceræ
citrinæ nouiſsime.vnc. ij.Refie næpinivnc.j. Rofinz Tyerebintinæ
vnc.j.Oleimyrtini quantum fuffic. pro formando Ceroto. Vina alba, qua induſtrie
inrubramu tentur. A Lba vina abſque vllo detrimento in rubra(auctore Mizaldo )
tatim Conuertuntur,lipuluerem mellisad du rilsimă conliltentiam deco&i, et ficcati
in vinum albuin proiecerimus, et tran Suaſandomiſcuerimus,Idautem minori faſtidio
efficier lapathorum radix, fi re cens, vel ficca in vinum mittitur. Flores in
Aegyptoprope Nilum inode tar os exiftere. O Dorin ficco fundatur, eidemq; in
nititur;hinceuenit(auctore Theop. 6.de cauf.plantar.) vt fru et us agreſtesvro
- banis ſui generis odoratiores,eo quod - ficciores exiſtant
vrbanis,habeátur.Heç quoq; caufa eft,quod in Aegypto mini mèodorati flores
naſcantur;vt n. Plini - us prodidit, Aegypti aer à Aumine Nile tum nebulofus,
tum roſciduseſt: cuius cauſa odor in foribusadimitur. Abfynthium ventriculum
roborare ſo lum adftri& ione. Vantam Abſynthium in roboran do ventriculo
vim retineat,in mul. tis locis à Galeno exprimitur:bancau tem virtutem non ab
amaritudinem fed propter adftri et tionem abfynthio inefle verfimilc eſt. Conſtat
hoc totum ab eius fucci natura, qui corroborandi facultate deſtituitur, ex eo,
quod ter rez partes, in quibus adſtringendi vis poſita eſt, ab ipſo feparantur.
Succus itaque folum amarulentiamhabet, quz tantum abeft, vt ventriculum
roboret, fed vt potius illum infeſter. Ex epote Chalcantho, albos pilos è capi
te decidere. Icet Chalcanthi, fiuc vitrioli vſus, e reſumpti, apudGalenum
ſuſpeatus habeatur: à multis tamen audio maximè commendari. Inter graues
fcriptores, Rbaſes eft,qui 29. Continentis, 6.24. ſe habuifle amicum quendam
ſcribit; qui potata vitrioli drachma, propènoctem pilos omnes, quos in capite
habebatal bos, abiecit.Res profe &to mira eft, pbrenitidem ex nigro Coralio
felicitar Sanari. Oralium nigrum, quod Antipallas, fiue Antipatkes
dicitur,inPhrenitide morbo corrigendo, et fanando perquá Airam habere
facultatem exiſtimatur. Hoc nigerrimi.coloris eft, et ob varie. tatem in magno
precio tenetur, et cótra huiuſ HORTvĆvs G et NI ALIS. 14h ** Merete huiuſmodi
affectum tanquam præftan tiſsimům remedium vſurpatur. Ex Ense lio de Gemmis lib.
3: Lethargicosà Satureia capiti admota excitari. Vltis experimentis obſeruatum
reperio,Satureiam cumfloribus vino incoctam, et calentem occipitiad. #motam,
Lethargicosdifficili ac pertina E ci sono oppreſlos, ac veluti raptos exci
tare, et reuocare.Vt autem curæ folici $, or fit exitushuius decoctiguttæ
aliquot fe infirmiauribus inftillandæ funt. Hana diſchius. I peftilentias
quasdam occulta anispat hia ho minum corpora depafcere. M Vlta reperiuntur,quæ
occulta qua dam antipathia, cun &tis hominis bus aduerfantur. Huiuſmodi
fuit aura illa peſtilens, quæ ex arcula aurea in quá miles forte quidam
inciderát (referente Iulio Capitolino ) in Babylonia orta eft, Ex hac nata
fertur peſtilentia, quæ in - de Parthos orbemý; compleuit. Huic haud abfimilis,
vel prauior vtique fuit G peſtisilla, quæ anno 1348.ab oriente in cipiens (teſte
Guidone Cauliacenſi ) vniucrlum fere orbem peruagata eſt, tảntaq; lauitie
peragrabat, vt vix quar ta hominum pars ſuperſtes euaferit. Bra M. Infantes
eiulare quoties lar, nutricum mammas papillas pangit. Slidua experientia
comperimus f A mammasnutricum, et papillas lancinat, et pungit,quippead
infanculos tunc nu trices redire videntur ftatim; cum pa pillarum mordicationem,
ſiue vellica. tionem ſentiunt. Duplici autem id fieri caufa credendum eft; vel
quia quo tem porecoctionem infantulus perfecit, eo dem momento nutricis vbera
complen. tur, vel quia tutela Angeli Cuftodisin fantis nutricem ad officium,
leuiſsima vellicatione follicitat.Hoc verius vide. tur eo,quod modo citiusmodo
tardin fanteseiulant: et vtriuſq; ſtatus non lem per idem eft. Ex Bodino
lib.3.Theanatu. Sales Han 7 Salis Prunella virtus, &compofitio. al prunella,ob
fingularem vim do lores mitigandià quauiscaufacalida &inflammatione
excitatos, quam reti-, net, a nodynum minerale à chymicis apo pellatur. Eius
compoſitio talis eſt:Para tur ex,nitro optimo; quod in cruſibulo. funditur,
paulatim ſuperinijciendo flom res ſulphuris,quieiuspingaedinem tole Junt,
idqueadeo pellucidum, purum que reddunt; vt fi luper lapidemmar moreum
effundas; omninò clarum, et dlaphanuin appareat vitri inſtar: quod? đšinde Sal
ſjuelapis prunelle.dicitur,Sa lutare eit remediú ad ardentiſsimills febrem
Hungaris familiaré extinguento - dam, et edomandam:cuius ferocia tana' ta eſt,
vt ægrotantium linguas prorſus nigras, et prunis ardentibusfimiles ef ficiat.
Cum autem tanti ſymptomatislę. vitia extinguatarhuius vlu,leniatur, et opprimatur:
Sal prunellæ apellatus eft. Eft præterea idem remedium magnum diureticum,&
diaphoreticum. Querceta mus in Pharmacopes. 63 Hy ilico appetere. 1 adduxeram:
qui Leonem, Gallum ve.. Hydrophobos è poto Catuli coagulo aquami Iris
laudibusCatuli coagulum in Aetio, ex tollitur: Illud enim fi femel tantum ex
aceto Hydrophobici guftauerint;ſta rim eos,aquæ pofus cupiditatem capere: ob id
medicamentum hoc præftantiſsi muth iudicamus, in huiuſmodi enim afa fe et u,
nulla falus ſalubrior iudicatur, quam aquæ potus: quo deficiente,mors in
foribus ſemper eſte Cur Leo Gallum timeat abfolutaz " izquifitio.
CVVmquodam die Cercelliani gra tia apud Carolum Cifellum luriſ conſult.
clariſsimum, meique amiciſsi. mum effem, forteinter nosde Gallina tura orta
fuir diſputatio; illa preſertim, cur Leo illum timeret? Pro dubii folu. tione
Ficinú inlib. z. de vit a celit. compar: reri ſcripfit, eo quod in ordine
Phoebeo, Gallus eſt Leone ſuperior. Hoc etiá ex Proclo confirmare volui, qui, Apollinca
Dæmonem;qui alias fub Leonis figura apparuerat, ftatim obiecoGallo diſpa ruiffe
prodidit. Ifle-autem quia bonarú Jiteraum citra legalem fcientiam admo
dumftudiofus et contraria rationeLeo i. nis timorem euenire contendebat. Ada
ducebat Leonardum Vairum in lib. 1. de Fafcino, quiex Gallorum oculis ſemina i
quædam, ac fpiritus exire profitetur gr I quibus Leonib'dolor,acmeror incredia
bilis inčuciatur, inde veluti effafciñatas ritere.Ego quidem licera Lucretio
hac etiam opinionem fuftentari viditlemi tamen poft,pleraque vltro, cirroque
inter nios de re hac ventilata;confeſſus füi apud me neutram opinionem vide ti
validam. Vbienim naturales rationes præualēt,nec ad Aftrologicas,nec adoc
cultascófugiendium eft.Leonesquoniá bile faya, et copiacaloris abundant,faci le
fit,vt ex fonoraGalli voce comoucka tur:ita profecto Canesex leui etiam al 2,
G4 terius 30 II terius latratu faciunt. Infuperrubicun da Galli criſta,flammæinftar
rutilantis, primo afpectu,colorisratione,bilem in Leonibus celeri motu excitat,
vt panni rubri armenta quædam fugare, et mo uerefolent,inde fit, vt quodammodo
Leones &afpe&tum, et Gallivocem ti meant. Haud tamen credendum eft in
iis (ledato primo impetu ) perpetuotimo. rem ex hac beftiola durare, et induci
poffe. Corues, morientium feditatem ſentire, ob id fuperte&um infirmorum
crocitare. Orui, quia hominibus meliorem habent odoratum, vt voluitÀrift,
corporis morituri fætidum odorem de longe fentiunt: fecus eft in hominibus,
licet prope maneant. Propterea ſuper te et um infirmiCorui volitant, &cro.
citant, quando eius corruptio, &fædi tas magna eft, vt ea paſcantur:
huiufmo dienim animalium genusrerum foeti darummaximeauidum eſt; quibus pa
fcitur: Charlie [ citur: idcirco in bellis, &in peftilenti tempore, cum
corpora mortuorum vel hominum velarimaliū humi ia&a funt;
Coruorucopiaprcualet.Homines vulga tes, et quiparú prudétes funt;dů Coruos
crocitantes fuper te &tum infirmiaſpici unt, illum moridebere afferunt:hoc
au. tem falfum eft: ii enim tantum fæditaté inſequuntur. Sæpè tamen Déus permit
tit Dæmonesin Coruorum, et aliorum animalium forma ſuper domos: vel in
domibusmorientiúapparere, quando be ftialiter vixerút. Et Bernardino de Buftis.
Quo artificio es aduratur, ut cinnaba. ricolorem acquiraté Iæsvífum colore
cinnabari, et ad ru bedinem verlum habere volueris, o quemadmodum vult
Diofcorides; AC i cipe æristaminascuttricoftę profundas: non ſint autemęris
alias fufi, quia in hoc ſemper ſtannum commiſtum eſt, Has e ſuper ignitos
carbones apta, cum autem i illæ rubeſcere incipient,ſulphurispul.. uerem
tenuiſsimum leniter deſuper có iicito, Sleepin ijáto', videbisenim (cellante
fulphuris Máma) Pris (quamu'as euidenter extra hi,& euelli.Tumodol.perfe et
e nó pol. Te cuelli cognoueris, addito ſulphur. remtoties, quouſque lamulæ
eradicari videantur:caue tamen nevrantur, et ad nigredinem vergant. Extinéta
tandem Sulphuris flamma, et refrigeratis lami. nis;æris rubei ſquamulas habebis
magni valoris,quasloco Hydrargyri præcipi-. tati in medicamentis recipies alias
aut tem huius vires apudGalen. et Dioſco videto. Theodorus Ga4,
quedinfelicitertex Arist,', deHydrophobia conuerterit, à crimine abfoluitur.
Heodorus Gaza vir do et iffimus, dumArift.tex.8.de hiftor,animal.c. 22
traduceret,omnia animantia voluit à Cane rabidodemorfa, ip - rabiem ági,. ac
mori, excepto homine. Hoc autem qqantum ſit falfum,quotidianademon Strát
obferuantia. Homines n. demor fi; in rabiem aguntur, et pereunt; niſi Tectè
curentur, vtcuidam (pauci sunt menses) hic iuueni accidit, quià Canc rabido in
manu demorfus, nullo adhibi, to to medico, fed folum circulatoribus com fiſus,
in 40.die in furorem deuenit; quo temporelicetme parentes vocaffent,fas s
&o tamen preſagio,quodbreuimorere I retur, tanquam deploratū reliqui. Hęc
igiturTheodoritradu et io pleroſq; in vi rioslabyrinthos deduxit:multin.,tum i
vtGazá defenderent,tum iavtArifto telem ab erroris ſuſpicione vindicarent,
textum ita acceperunt animantia omnia à cane rabido correpta interire, hominē 3
verò folum abſque periculo non ferua. rizita expoſuitIulius Pollux. Alii verès
inter quos eft Leonicenus, textum malè fuifle conuerfum, veleſle depra suatum
contendunt, et fic loco a pocos i legendum mpirs afferunt, quafi ho
mocorreptus, &in rabiem, et mortem deueniret, fed non ita citiùs, vt
ceteris animalibuscontingit.Hic fenfus quoad - negotij veritaté ver
eſt,quiahômo pro i pter oprimú téperamétum, tardius, qua: cætera violatur:tamen
Ariſtotelisinten. 2 tio neutiquam eſt ipfe enim ex profeſſo hominem à rabie, et
morte ſeruari fcri pſit,cuius textů Gaza fideliter traduxit, neque deprauatum,
neque commutan dum exiſtimo, quia mens Philoſophi peruerteretur. Vtauté
Ariftopinjoom nibus innoceľçat; hydrophobiamin ho minemorbum elle nouum,
illiuſq;tem peftateincognitum proponimus,ex quo iure expofuit animantia omnia
é: Canis rabie emori, homine excepto,quia hæc lues in homine nondú innotuerat.
Con-. firmat opinionem noftram Plutarchus 8. Sympoſiacorum, in probl.9. dum
exfen tentia AthenodoriMedici ſcripfit, hy drophobiam eſſe morbum nouum, atq;
apparuiſſe tempore Aſclepiadis, qui Sub Pompeio Romæ claruit. Confir mant etiam
hoc Scriptores ante Aſcle piadem, quideHydrophobia mentio. nem aliquam haud
faciunt:e od lima. nifeſtum fuiffet, non video cur lub fie lentio tantum morbum
occultaſſent, E go quidem Hydrophobiam antiquitus haud extitiſſe,perſuaderemihi
nonpof fum:innotuiſſe autem veriſimile eft, nó ob aliud, niſi quia morbushic
non ſtaa tim à vulnereaperitur: Siquidem multi in 40.die rabiunt, aliqui poft
fextum, autoctauum menfem,vel etiam poſtane num, vt fcribit Gal. Auicenna
adnota - uitpoftfeptimum; Albertus poft duo decim.Propterea
antiquitus,&precipue Ariſtotelis tempeftate,huius morbi cau fa
nóaduertebatur à Medicis innoteſce bat quidem aquę timor taméàcanisvul nere et tabiem,
et illa praua ſymptoma ta oriri imaginabantur: idcirco Ariſto teles etiam,
interillos, hominem com morſum à canerabido,necrabidum fi eri,nec emori
ſcripfit. Alai radicem pro expurg andis vomitu te nacibushumoribus à
ventriculo,effico cißimum eleremedium. Vanta Git Affari radicis non modo in
ciendo yon: itu,verum etiam in expurgandis àventriculo. et ab eius par tibus,
humoribus craſsis et tenacibus ef ficacia,fapientum aliquot edocuit obler:
uatio: fiquidem multinon folum in vis tiis ventriculi, ſed etiam in quartanafea
bre, aliisque longis affectibushac eua cuationefeliciſsimo cũfucceflu va funt..
Præparatur è fcrup.ij.aut Drach.j.radio cis Affari, quæ in hydromelite, aut
para fularum decocto fit diſſoluta, cuitan - tillum cinamomi, &firupi
violar. ade iicitur. Ex Fernelio. In conftruendis ſepulebris veteresfuiffeadu!
modum diligentes... Xáca Veteres in conftruendis fer Epulchris, webantur
diligentia:id circo admiratione maxima dignum eft illud, quodà Ludouico
Vluenarratur memoria patrum fuorum fepulhrim fuifleerutum, in quo ardens
lucerna inuenta eft.Hæcibidem (vt infcriptio ata * teftabatur Jante
Ann.M.D.condita'erat, - et poſita: manibusautēcontreccata, ex templo in
puluerécóuerſa eſt.Ex Langit. Ganicula exortum à veteribus maxime fuiße
obferuatum. Canis cAničulæ exortus antiquitus à prifcis ex eius colore, deami
ſtatu côtecturam capiebant. Illan, fiobfcurior, et veluti: caliginofa
oriebatur, graui, et peftilenté foreannu;ficlara et pellucida ſalubre ac
proſperu predicebant.Heraclides Põticubi. Aegyptiorum de'quatuor elementis
opinio. Vatuor elementa feceruntAegy, et fæmiam conftituunt. Aerem marem
iudicant,quà ventus eft, feminā, quà ne bulofus, &iners. A quam
virilevocant mare,mulieréómnem aliam.Ignévocát maſculum;qya arder fáma; et fæminami
quà luct;& innoxius eft tactu. Terram fortioré marem vocent;faxiscautibusq;
fæminçnomen aſsignant, tractabili ad culturam. L: Senecakb.z.Natur. Quaft.
Pbreneticos aliquandomirabilia loqui. Mirabile eft, quod aliquádoin Phre«
neticisobfcruamus,isturum enim, aliquot(benè inflammato cerebro )}in
guaLatinaloqui vel carmina cóponere cum prius fuerint eorum igna viſ funt, fed
quod mirabilius eſt, Nicolaus Flo rentinus refert, fe fratrem phrenericum
habuiffe, qui futura pradixit, quæ euer nerunt, ita vt eius prædictiones magna
ex parte poftea veræ inuentæ fuerint:de quibus tamen fanusexiftens,nullam ha:
bebat cognitionem. Infantium rupturn; qua via Sanare: valeamus. Vltis
obferuationibus, nullum remedium; Salubrius infantium rnpturis inueniri
expertum eſt, quam extritis cochleis, thure, &oui albumine emplaftrum
confectum. Hoc enim fi pare in affi &tæ
apponitur,& infantes eo temporinlecto detinétur miram in fa nando' affectu
retinet efficaciam. Ex Matthiolo. Digitum anularem, maximam cum cords retinere
ſympathiam. Valem anularis digituscum corde habeat confenfum, in animi defe et ibus,
et in fyncope experimur. Qui e. nim à talibus paſsionibus vexantur,vel. licato
articulo anularis digiti,feu medi. ci, vel attritu auri ad eundem cum croci
momento eriguntur. Per hunc prefecto vis quædamrefocillatrix ad cor perue nit,ex
qua ab animidefe et u collapſi vi gorantur, et in priftinam valetudinem
redeunt. Ex Lennio. Carnes code quomodo cruda vje deantur. N lautis
conuitiis,nevoraces gulofi que carnes coctas comedant, ticarti ficium
parabimus.Excipitur:leporis,aut agni ſanguis, quem congelatum, et fico. catum
in puluerem comminuemus,hic: fi fuper carnes coetas fpargitur ftatim foluitur,
illæq; colorem proprium mu tantes ſanguinofæ videbuntur, venau feabundus,
reijcias. In comeffationi.. bus contra paraſitoshoc eſt ele &tumra medium.
Ex Vuerckero... Adoris plcera, labiorumque fciffuras exper HomasThomaiusin Idea
fuivirida rij, Nicolaum Zannonem Chirur. gum guim Rauennæ retulit, mirabili
fucceffu: et artificio,oris, gingiuarum linguæ,&: palari, nulla alia re,
quam radicis penta phyon, fiue quinque foliorum decocto vlcera fanare,atque
labiorum fciffuras linimento,ex oleoamygdalarum dulci-, um, cera, &maſtice,
quam breuiſsimè adianitatem perducere. Exapri tefticulis,fterilitatem in bomi
nibus remoueri. MA Agnaeft vxoratis inquietudo, et Gerileſque exiſtere:
propterea.vt à xan to infortunio liberentur, prolemq; ha beant,peraliquot dies
ieiuno ſtamacho vir, et vxor cum iure galli veteristeſti culorumapri,que
verrisin vmbra exico catorum puluerem capiant:ita profectò. breui tempore
optatumadipiſcentur, vt in multisfterilibus ex quacunq; cau « fa non ſemel
expertum eft.Ex Democrito. Bufonistibiisdentium doloreseuanefcere.'. Nter
maximos cruciatus à quibus; dolores perniciofiſsimiexiſtimătur,ad? cò quod
multi et in animideliquia,& in manias deuenerint, multi etiam in vitę
deſperationem.Huius doloris remedio. um in odioſo et abominabili animali natura
repoſuit. Aperiam hoc arcanum maximum. Tibiæ Bufonis, fiue' ranz terreſtris à
carnibus mundatæ, fi fuper dentes condolences fricabuntur,imme diatè dolorem
remonent; adeoque cru ciatus ceffabit, vt quafi in dentium ſum perficie dolor
collocatusvideatur. Ex. perire modo, et fruere tanti arcani theo fauro. Ex
Florauanté. Cepam ab Hippocratemaximèdeteftario ' £pam Hippocrates afpeétu
inagis, quam efú coinmendauit, viſu bonā, elu malam elle dicens. Idcirco
lucubram tionibus, et litterarum ftuţiis addi& is fùmmècauenda eft: oculos
enim vitiati &viſum obtenebrat,bilemque exacuit.. Villicis, et folloribus,
qui literis non ind. cumbunt huius eſús maximè collauda tur: eius enim calore
vires ad opera exercitanda magnopere excitantur.Ex Plinio.. C Anima 164 B1: 1 c:
L L /, Animalibus naturam non modo terra, perum etiam fi um pra termino
conftituiffe. Agna fuit
conftituendis terrarum terminis, et fitu quibufdam animalibus: ne simul vbique
viuentia, et hominibus et fibi ipfis perpetuo effent nocumento. Pro pterea
animalium pleraque in diuersű à proprio addu &ta fitum vtplurimum ægrotant,
et moriuntur. Hinccolligi musin Meda, Sylva Italia, non
niſiin: parte repeririglires. In OlympoMaceo doniæ monte Lupi minimè habitant,
nec in Creta Infüla. In Africa nec Vrfig. nec Apri, nec Cerui, necCapreæ viden
tur: In Illyria, Thracia, et Epiro Afini paruigenerantur: In Scythica terraa..
tem, &Celtica neclunti Alini, nec vio. uunt Leones in Europa, Pantheræ in
Aſia, Ibisin Aegypto lolum commora tur. In Creta: nec Vulpes, nec Vrfifunt,
necaliud animal maleficum pręter Pha langium. In Ebulo Cuniculi non funt,
catent in Hiſpania, et Balearibus, In Seripho inſula Ranæ ſuntmutæ,illæ au tem
fialiò transferuntur, vocales fiunt. In Italia mures aranei venenati ſunt hos
tamé regio vltcrior Apenninohaud generat. Ceruiin Hellesponto ad alie nos fines
non commeant. In Ithaca illati lepores no viuunt. Sunt et alia animalia quæ in
determinatis locis, &non vbiqi viuunt, et generantur. Apjefum in menfis
apud Veteres infauftum extitiffe. X veteribus maiores nullum A pij genus in
cibis admittere folebant defun &torum enim epulis feralibus ab ipſis erat
dicatum, vtex Chryfippo Pli nius retulit. Multiautem non folum ex hoc, quia
ſepulchra coronabantur,Api umà veteribus fuiſle damnatum à men ſis, fed etiam
quia eius eſu viſus dimis nuitur, et Epilepſia generatur autumát: vnde à
Mcdicis nutrices moneri conſue lo, (frequenti enim huius vſu, lactum
decrementum, tum malam recipit qua titatem ECO 9. i > Samen litatem )vt ab
Apio abſtineant,ne lacté tes in morbum comitialem proni fiant. Dicunt in eorum
caulibus nonnulli cru diti ſcriptores vermiculos naſci, eoſque fterilefcere,
qui comederint in vtroque fexu: Satyri teſticulum carnofiorem Veneris in.
cendia excitæreflaccidum vero extinguere. Atyrium; quod Canis teſticulos vo
cant,magnæ apud fapientes eſt conſi derationis:in hoc enim,tum Venerem
excitandi,tum reprimendi à natura vi. detur eſſe remedium collocatum. Quip pè
maior planta bubulus, quiplenior, et mollior eft,ex ſuperflua &ventola eius
humiditate, in potu aſſumptus Veneris incendia excitate cóſueuit: minor verò,
qui flaccidior, et aridior eft illa reprime re,Veneremque extinguerevidetur. Ob
id(vt aiunt) in Theſſalia mulieres molle teſticulum in la &te caprino ad
ſtimulan. doscoitus,& bibere,& hominibus inpo tu;præparare ſolent.Quod
autem in Sa tyrio mirabilius eft,aiunt, alterú alterius in poo Sier o in potu ſumptų potentiam et efficaciam
refoluerezlı vterque teſticulusvpà exhi betur. Sterilitatem hominibus,à fterilibus
animali " bespoffe prouenire. I verum eſt, quod ab Athenæo pro
dicur,Malluin ter in vita parere,relis quoque tempore fterilem efle, quod in
eius vtero naſcantur vermiculi, à quibus femendeuoratur non abfque rationeex
iftius naturahomines pofle fterileſcere. Terpſicles apud eundem dicebat.Mul lus
enim fi viuusin vino fuerit fuffoca. arus,atque id vir biberitçrei venerea -o
peram darenon poffe creditur, quod ex 3 Plinio etiam confirmatur, qui veneris
incendia extinguere fcripſit. Cynorhodiradicem ad Hydropbobiam pluri mum
valere. Dmorſum canis rabidi vnicum " A Pemedii,quodá oraculoroperti
proponit Pliniuslib.8.cap.41. Hæc radix Hlueftris roſæ eft, quæ Cynorhoda apl
pellatur.NarratB.Fulgofius de quadam s fæmina quæ per ſomniú admonita eft, vt
12 Hvide vtradicem Cynorhodi filio à cane ra. bido demorſo, et aquas iam
metuenti præberet, quæ ftatim ex Hifpania affer ri curauit radice qua
Hydrophobicus ce, lerrimè fanitati fuit reftitutus. Ex Gem. m4Cofmacrit. lib.1.
ap 6. Hominis vitam quibusfignis long am,velbres nem metiamur. Ominis vita pomo
perfimilis effe videtur; quod aut maturum,deci. dit Spóte,aut ante iniuria
tempeſtatum, ventorumue impetu deijcitur. Vitae breuis figna colligimus,
raros dentes, prelongos digitos,ac plumbeum habere colorem. Contra longæ,
incuruos hu meros, nares amplas, et tria ſigna primis contraria, multos
ſcilicet dentes, breues digitos, craſfosque atque clarum reti. nere colorein
Forcius. Extra£tum Hellebori nigri ad morbos inue ter atosmagnaeffe praftantia.
N thrities atqueaffectibus inueteratis, iiſque potiſsimum, qui ex atro, et meo
lancho T! ta ļ lancholico humore excitantur, extra Ecü migriHellebori,remedium
praſtancil efimum femper clle inueni.Capianturnie gr Hellebori radices à
fordibus purga tæ, et in pila terantur groſſo modo: in fundantur vino
albo,& in vafe terreo e bulliantur quousquc radices benè emol liantur, quo
facto prælo exprimantur,& iterum in vaſe terreo leniter ebulliat (deic et is
tamen radicibs) quod fucrit expreſsum. Acquiret
fuccus (piſsitudi nem inftar picis, quicum modico cinna. somo,& pulucre
aniſorum miſcendus eft. Dofis in grandioribuseft fcrup.ſem. in minoribusà
granis quatuor vſque ad ſex. Datur cum zuccaro in forma pilalar. Confiteor in
obſtructionibus, in c pilepticis, retentione menftruorum ex cralforum humorum
infarctu, et in alijs inueteratis affectibus, mirabiles huius remedij fucceflus
vid.Conficitur eti, am extra et um fine expreſsionc, et cffi. - Cacifsimum cſt.
AdLejenem induratum ejufqueobfrationen efficacifsimaprafidia TE 3 Inte Nter ea
remedia, quelienem, &fple. neticos ab obſtru &tionibus liberare reperta
sút,mihi femper ex voto fuccef GtAbſinthijRomanideco &tum,ieiuno ftomacho
epocú,quod à Cornelio Cel fo fummècoromendatur:Vt autem eura felicior ſuccedat
poft cibum,aqua Fabri ferrarij; in qua pluries ignitum ferrum extindum fit,
Lienoſis præbenda eft. Experientia id totum manifeftauit, ani Talia enim apud
huiulmodi fabrose nutrita, ob eiuspotum, exiguos habere lienes obferuatur.
Beniuenius, ciuem Florentinum per feptennium ſplenis fcirro malè affe et um
curaffe gloriatur, atque ſolo eſucapparorum, et aqua per lanalle.Debenttamé hæc
remedia mul to tempore vfurpari,vtfcopú attingat. Hominem quendam fuiffe
repertum, mira vaftitatis,&ingluuiei. NdixeratMaximilianusCæſar Ann, MDX
I.apud Auguſtú comitia: quã. do illi vir quidam, prodigiofæ vaftita tis, et craſsitudinis
oblatus eft;at in illo incredibilis, et inſatiabilis erat ingluuies itavt
integrű virtulü crudun,vel ouem UN It incođá vna vice deuoraret, nec taméfa.
mem expleta diceret. Ferunt(vt Surius) hominēBorealibus regionibus ortú fuiſ fe,
vbiob locorú frigora folent homines elleedaciores.Hoc taménon folú in Scp
tentrionalibus partibus,verú etiam alibi bi repertú cft:Voraces n.fupramodú
fuifle referunt Aeliano auctore lib.3.de var. hift.) Pityreú Phrygem, Cambeten
Ly dium,Charidamcleonymu,Pifandrum, Charippum,Mithridatem, Ponticum.Et e
Anaxilas comicus dicit, Cefiam quendā infinitæ voracitatis extitifle. Antidot
erum aliquet contra penenum ab ſeruationes. Rcareca Viperamorfus, per impofi
tioné tormentille à campo penſili colle etę,illico liberatus eſt,Altercum ingen
ti dolore, et ardore premeretur fuper | dextra spatula, et ita angeretur, vt
vix ſe s pedibuscontinere, oculis videre, et lo. qui poſſet, veritus neà
fcorpione eller comorſus,oleum bibit,multú vomuit,& à dolore leuatus eft,
et quod mirabilius, Ha in ſpatula nihil
erat ſigni,vbi prius fue rat dolor.Quidametiamà fimili dolore, et tremore
correptus ex aflumpto Bolo armeno cum aceto ſubito cuafit.Puellus etiam
putredinem timens, et vermes al fumpfit Scordeum, &liber fa et us eft. Ex
Franci.Thomaſio depeste. Quoartificio Cancri pixiextemplo sodi vi deantur. Inum
ſublimatum, fiue aqua vita magnam habet efficaciam ia rubi ficandis cancris
viuis: propterea fi vis homines in admirationem dicere,accipe viuos Cancros
atque in vino fubliaato fubmergas, ita enim confeftim ruber cent,acli perco
&ti eflent cantaeft illius aquæ caliditas, et energia,vt inſtar ignis
exardeſcat: admiratio tamen indenaſci cur, quod rubefa et i,& viui ab aqua
e. cmpti ambulent. Quorradoflamme excit etw inagha. I calcem non extin et am
accipias,Sul et lalnitrum in partes æquales, ac bene omnia fimul ailccas,
puluis perabitur, qui forqui in aqua proiectus inflammabitur, ac ducem reddet:
quod parui mométi haud Berit,prçcipuè ſinodu luce indigebis.Po e terit id fieri
in valčulo aqua pleno, vt™ quidá amicusmeus dū no et u in itinere
lefſerexpertus eft,qui totum mihi fideliter comunicauit. 9 vbivigent morbi, ibi
maximè remedia oriri. M.Agna eft Naturę prouidentia ia ado iuuandis
hominibus,quippè obſeros suatú eft,vbi aliquimorbi copiosè vaga. ctur, ibi
remedia accomodataad illlorum exterminiūnaſci voluiffe.Hincinaphri bea, quę
ferpentú eft feracißima,aromata? tanquã eorű veneno antidota,oriuntura In Argo
Scorpiones plurimi videntur; propterea ibi Locuſta adverſus Scorpio.
nesinſurgensnafcitur: ApudIndos Os cidentales Gallica lucs viget,ibi lignum
SanaaGuaiacum di& á exoritur, et il. lincad nosdefertur.Catharides veneno
ierodunt:ex illis remediú caput, alias et e pedes earum exiftere
obferuamus.Quia Stellionibus mordentur, iiſdem in potu Ghana fumptis,fanantur
Crocodili adeps, fi in ipfius vicera inftillatur,ſuo veneno me deri videtur.
Scorpiones,Draco mari. nus, et Paſtinaca contriti, et eorum pla gis
impofiti,procul dubio fanánt. Na. pellusmortiferum venenum eft, vbita men
nafcitur,ibi Antorareperitur.cuius radices cốntra Napelliperniciem,fingu Jare
ſuntpræfidium. Animantium lac ab alimentis recipere gut litatem. Lacomnein
animantium corporibus alimeati recipere qualitatem adeo verum et vt
demonftratione nonegeat: liquidem nutrices ex prauo in vidure giminenon ſemel
infecifle infantesvifa funt,hac etiá caufa lacin ijs modò.craf fum,modò
liquidum,aut ferofum cer nitur,eo quod cibusaut craffus, aut in eiſsius
fuerit,modò infantium cóftrin git aluum,modò ſoluit,quod vel con ſtringentia
vel foluentia nutrices come derint,Hocin pecoribus etiam manife ftum eft:in
locis enim vbi hæc fcamoniú Helleborum,aut mercurialem comedit, vtiq; lacomne
ventré,& ftomachūſub vertit: quemadmodú Dioſcorides in Iul ftinis moribus
contingere prodidit: vbi ficapre albúveratrū pro pabulo habue i fint, primo
foliorúpaftueunmere, et ea rá lacnauſea n epotứcreare atq; ftoma
chúvomitionibus offendere ait: Cum a.. adftringétibus pabulis,robore,lentiſcogs
frondibus oleagincis, et terebintho pe cus hocveſcitur, lac ſtomacho accómoe
datiſsimügenerare veriſimile eft. Ex pulcbritudine, da deformitate aſpoetuse'
mures viuentibus coniectusari. MAgmá nobis afpe&tus pulchritudo
veldeformitasnon folurn in homin I nib,fed etiã animalibus,& plátis
preſtaci cóiectură,qua benignos vel prauosmon res et naturas veoarifolemus;
intuitu nó pulchri corporiszfpeciofiq; afpe &tusmité naturam, benignofq;moresin
homine illo perfiſtere conieéturamus: contrain I deformicorpore,turpiafpe et u
timemus. enim neſcio quid calliditatis, et malitie i In animalibus laudamus
catellos, canes Venaticos, et ſagaces, venamur in eis benignam naturam, et mites
mores: (6.. tra in Maloſsis,inLupis,Pantheris, et fi milibus, timemus
crudelitatem, maliti am, et voracitatem. In plantisex pul chritudine venamur
falutares naturas, ex deformitate autem noxias, Rola,Li lium, et Iris nobis
præftát argumentum, quamplurimis pollere virtutibus: con tra Cicutam, Aconitum,
Napellum.ex deformitate enim plantarumhuiuſmo di,mortem nobis poſſeinducere
arbitra arur. Ex Poria in pbyſiognom. 1: partibus Septemrionalibu sdeficitate
tes exaceri. Laus Magnus de gentibus Septena. rrionalibus loquens: Sunt (inquit
) Biariniidololatrę, et hamaxobii,Scytha. rum more,atquein falcinandis homini..
bus inftru et iſsimi; quippè oculorum, aut verborum, aut alicuius alterius rei
maleficio, homines fæpe ad extremam maciem deducút et tabefcêdo perdunt.. In
hamorrhagia fele&tißimum praſidium. Nfluxu fanguinis narium copioſople..
5i9; et in animi deliquia, et fyncopim deur.. perati intercant. A periam quod
mihi deueniunt, multoties etiam tanti peri cali bicmorbus eft,vtægrià ſalute
deb u,fem * per adhibere profuit.Burſa paftoris co I trita, ficum ouialbugine,
et aceto,com i mifta fuerit, et frontiapplicatur, confe * ftim fanguis
conftringitur;ve mihinon £ femel in infirmorumcuracontigit. Vi in
febricitantibus fitis, lingua ardor compefcatur. Nfebricitantiú querimonijs ex
ſiti, et linguæ ardoribus, Criſtalli vfus inter præcipua iudicatur remedium. It
lad enim fi diù in aqua frigida agitatur, &ore deindedetinetur, fitim et calore
corrigit, atque linguam humectat: ma ioris tamen virtutis eft lapis albus, qui
in lysacis capite reperitur. hic porrò ſub lingua agitatus non modo fitim ca
loremquerefrenat; verum etiam faliva in ore excitat: vnde febricitátibus,&
ma kimè, fiticuloſis prælentaneum iudicae tur effe præadium. Ex Lemnio. Skolen
Al ignis prefidia fuiſsimè in morbis CW AX: dis Aegypties TerueTATE. Var
Aegyptij admodum proclives in languentium cura,adignea prælia dia
eligeada,propterea vftione vtuntur afthmatelaborantibus,in ſtomacho frie
gido,humidoque ab humorumque dea Auxu, &facibus repleto,Hepar,& Lic nem
obduratum, &refrigeratum,multa cum vtilitate inucunt; Hydropicos ſub
vmbilico, &fub hypochondrio finiftro linea petia ignita adurunt. In
doloribus dorfi,lumborum,colli, et orenium arti culorum,in ſpina dorli,lumbis,collo,
et alijs partibusdolore cruciatis,hocpræſi-. dium frequentant, In tumoribus à
crue. dis, pituitofisquc humoribus generatis ad ignem confugiunt, tanquam
auxiliú quod citò multosmorbos curet, inopia queproprium efle autumant. Ex Alpines de Medic. Aeg opri..
Centium, et populorum ingenia bifuris, prouerbäs: excogitari.. Vlius Scaligeri
vir acutiſsimi inge nij,Gentium,& populorum naturas tum ex hiſtorijs, tum
ex prouerbijs, at que ex ore vulgi ita excepir. Alanoruto luxus:Africanorum
perfidia: Europeorü acritas.Mótani afperi. Campeſtres mol
liores,deſides.Maritimi prædones, mi ftis tamen moribus: eadem ratione In
fulani quoqueſunt.Indimobiles, inge nioſ, magiæ ſtudioſi,numcro fidenteso
Affyrij,Syri ſuperſtitioſi. Perſæ, Medi Baštriani,Pyrrhi,Scythæ,Sibi,Phryges,
Cares,Cappadoces,Armeni,Pamphilij, mercenarij, atquealijsbellicoſi, Aegyp tiz
ignaui,molles, ſtolidi, pauidi. Afria cres infidi,inquieti.Aethiopesanimofi,
pertinaces, vitæ mortifque iuxta con temptores. Thraces,Myfi,Arabes,Mo.
ſchouitæ, Pæones, Hungari,prædones. Illyrij, Liburni,Dalmatrz, iactabundi,
Germani fortes, limplices, animarum prodigi, veri amici, verique hoſtes,Sue.
tij.Noruegij.Grunlandi, Gorri, beluæ, Scoti non ininus. Angliperfidi, inflati,
feri,contemptorës,ftolidi,amentes, in ertes, in hoſpitales,immanes. Itali con
Atatores irrifores,fa &tioſi, alieni fibiip kis bellicofi,coacti,ferui vine
(cruiant, E H Dci 318 ! CEL: 1: 1: Dei contéptores. Galli ad rem attenti,
mobiles,leues,humapi,hoſpitales,'pro-. digi,lauri,bellicoli,hoftium contempto
ges,atque idcirco ſui negligentes, impa rati, audaces, cedentes labori,
equites, omnium longè optimi.Hifpanis vi& us, afper domi,alienis menfis
largi, alacres, bibaces,loquacesyia et abjadi lor 3.Poc-, tices. SCMabaum,Solis
Lunaque coniunčtionen piuentibus oftendere. Irabile eft, quod à natura Scara-.
bæus animal notifsimúedidicit, omnibus enim Solis, L'unaque coitum apertè
demonftrat.Hicex bibulo fter core pilulam ab ortu, ad occaſum totá. döverlans,
in orbis imaginem effingit, quam xxviii.diebus peracta humiicro beobruit ibique
candiu abfcondit, dum ZodiacuniLunaambiens fiat interme.. itiis,&
fileat:tum foueamaperit, et fide-. THM coniunctionem denuncians,nouam pralem
cdit: hæc enim eft iftius beſtio la necalia nafcendi origo Ex Mizeldo.i. exo # Bobilin 2x Quorundam aimalistu natur &..
Oseft conftans, afinus piger,equus: libidineincenditur, petitąue impe.. tnosè
femellam;lupusmiteſcerenequit; Vulpes inſidiola, aſtuta callida: Ceruus
timidus;Formicalaborioſa:Apis parca: Canis gratioſus, ad amicitiam propēlus,
Leoſolitarius,expers focietatis,nunqua pabulum externum admittens, tanta vocis
magnitudine, aut fonitu, vt ſolo Tugitu celerrimaanimantia profternat; Visſa
pigerrima,ſolitaria,corporegraui, compacto, indiftin et o: Panthera vehea
menis,& ad impetus faciendospropenfa, pernixoyedi& a quaſitota
fera.Anguis fæniculi paſtu oculorum lippitudinem carat: Formica temporishyberni
pabu lum æfiate condit:Item - fides in canibus, in elephante manſuetudo,ftudium
ore of natus in Pauone, çura vocis amanæ ſuam, uiſque in Lufcinia.Forciuss.
Cervorum vitam,eße lengisimam. Piabat Magnus Alexander poſteria -jari, Ceruorum
vitæ loogicudinem oftenders,propterea multoscapi iuſsit, quibus aureos torques
in collo in neđi voluit: in ijs temporis curri culum erat expreffum,
&Alexandri deo creturn; illorum aliquot poft centum annosab Alexádri morte
capti fuerunt, qui adhuc ætatis ſenium minimè pręfe ferebant.Ex Plinio.
Mafculinum fuum citius in ptero, gianfo mining animeri.. X omnium ferè
Scriptorum opi nionemaremfætum citiùs in vtero, quam fæminam animari capitur,
aiunt enim marem io dextra parte matricis ex feminecalidiori concipifæminam:
verò ex ſemine frigido, ſiue minus calido in finiftra partematricis,
quæcomparatiuè ad alteram frigida eft.Hincmasdie40. foemina verò 80.vel90..vt
plurimuma nimaridicitur:quod frigidum tardum fit,&pigrum in ſua operatione:
calidum. autem velox: idcircò virtutem forma tricem invno femine velocius, et citius
mébra organizare, et formare, quam in alio obferuamus. Ex DominicoTbolofano
fuper Leuit.cap. 1 o. Pici PictMirandulaniingenium, quam maximè collaudatum. A,&,
+ PiciMirandulani,& ingenium, et et multiplicem do et rinam collaudabant,
et miro ordine extollebant:Quando(in quit Picus) ron eft,vthac in re mihi,aut
meo ingenio velitisbiandiri: quin refpi.. cite potius afsiduis vigilijs, atq;
lucu brationibus,quàm noftro ingenio plau 9 dendum: et fimul aſpicite fupelle
et ilem noftram,atque librorum thefauros:oité I debat porro Picus bibliothecam
egre. gio ornatuconſtructam,atque omnigem nis libris ex varia eruditione
refertam. Ex Crimite InHydrargyro onnis metallica Supernatare. Akreexcepto.
Ercij,vel fi mauis, Argenti viui; proprietas mirabilis cit, quòd, omnia
mineralia ferè,vtplumbum, fer Tum, æs, et alia ponderotiſsima(excepto. auro )in
eo fuperpatent: aurum ditem, * fundum petir, et eius recipit, cola rem,
quiignis tantùm opeabfumitut et in fumú mali odoris refoluitur. Hu. jus nidor,
et virulentia nauſeam, nocu mentumque adftantibus inducit: inde membra ſtuporem
recipiunt, et nerui relaxantur; vt fæpifsimèip inauratorio bus obferuatur. Ex
Lem. oleicinnamomai rara o pretiofa como pofitio,plerisque incognita.
Icinnamomiolcum ad diuerfas infira: mitates parare optabimus caperec portet,
cinnamomicontriti lib.j.quam adinftar liquid: pultis cum oleo amyg-: dalarum
dulcium commiſcere ftude bimus, tum demum duodecim dierum ſpatio in loco tepido
clauſo vaſculo fituabimus, poftmodum ex torculari totam id exprimatur fortiter:
hac ett nim methodo oleum, odoris,.coloris, et faporiscinnamomihabebimusad vo
tum. Hocadvires reparandas, et Vio letudinem conferuandam rarum eft ro medium,
prodeft parturientibus, et in ftomacho debilitatotam interius,quàna exterius
vfurpatur; ngritudines frigi 18g A E das arcet, et in partibus corporis ro u
borandis eft tantæ efficaciæ, vt vix ale v toruin conſimile inueniatur remedium..
e Marimum Herinaechin tempeftates:mariti w pracognofcere. Dmiranda profecto:
eft' Marini Herinacei proprietas: hic paruus pifciculus eſt, nullatenus
tranquillita tis tempore naturali propenſione futu ram præcognoſcit tempeftatem.
Ea im. minente ita fe præparat: faburram fa cit, lapidem ore percipiens, ne
maris flu et us,vndaqueimpetuofæ facile eum diocodimouere, atque huc illuc in
pellere valeant. Nautæ id afpicientes: fucuram tempeftatem à piſciculo hoce. do
et ti percipiunt, ob id anchoras et fue. des, et fe ipfos parant, tempeſtatibus
maris reſiſtere poſsint.Ex D.Ambrofia, Miracuimdam fontis in Epiro Proprietasi
A naturz proprietas illius fontis, qui in Epiro (vbi Dodonæi louis tema. plum
olim inftru &tú erat, quacaufa hic faces facer di &tus eft ) inuenitur.
Ille fri. gidus eft, et immerſas faces, ſicut cx teri extinguitcum: autemfine
igne pro culadmouentur,mirabiliter accedit, A bulenfis fuperGeref.cap. 13. de
hoc menti onem facit, afferitque huiuſmodi pro prietatis cognitionem Adam, et conté
poraneis fuiffe apertam, diluviogue et gentiumdifperfione effle perditam.vide
Pomponium Melam. mHecla ignem emiffum,ficcis.extingui, to que verò nutriri.
Dmirationem, &fidem omnem ſuperaret, ignem ab aqua nutriri, et non
extinguiintelligere,nifiGeorgi us Agricola,vif noftræ tempeftatis me moria
dignus,oculatus adfuiffet in He cla.Narrat hic in Inſula Irlandia mon tem
nomine Heclam exiftere,, ex quo ignis emittitur,vt hodie in Vulcanopro. pe
Siciliam,Sicaniam dicam, et Puteo lis in loco vocato le Fumarole, obſer uamus.
Ille autem à cæteris diſsimilis ficcis extinguitur, aqua verò alitur. Ex
lib:noftro de Hydrom:Naty. Hominum aliquot fubtilioris, plerofque au tem
groſsioris ingenij adeffe. Ropterea Aftrologi, et præcipuè Al. bumas,hominum
aliquos fubtilioris i ingenij,aliquosverò groſsioris inueniri volunt: quia in
eorum natiuitate Mer. curius, vel bonam,vel malam habet pòa' fituram.In quorú
enim natiuitate Mer. curius in domo,velexaltatione Solis fue sit, ij ſunt
ingenio prædici; fi verò fuerit + in domo Lunæ, nafcuntur groſsioresor
Ptolemæus, Bropoſ. 70. in quorum ortu | Luna reſpicit Mercuriú, fapientes fieri
voluit;contra autem amentes:quiaLuna virtutes naturales infundit,Mercurius verò
rationales:vnde eum virtutes naa turales,quibus corpusguberdatur, rati onem
reſpiciunt, ille nafcitur sapiens; cùm autem non refpiciunt, amens. Hac etiam de cauſa efficitur
mentis hebes, et obliuiofus, qui in natiuitate Mercurium babuerit retrogradum:
fi enim dire &tus fuerit,ingenijceleris fiet. HancAſtrolo. gi ducunt
rationem, quòd ftellæ nóim. peditæ,luas faciant naturales operatio nes;
oppoſitum autem,fiimpediuntur. Hisdecaufis frequenter Aſtrologosve sa
pronoſticare de moribus hominiume" accidit; non quòd ita neceſſariò eue.
niant, fi homo per voluntatem, ratico pis legem magis, quam ſenſusſequi vo
luerit:fed quia pronuseſt ad ſequendum appetitum fenfitiuum, in quo Aſtra
influunt. Raxael. Matr. in Addit. Bartol.. Bibyl. Galenum omniumporiamcorporis,
folum perfe& ifsimè inter veteres, morbos Caraffe. Ratapud
Aegyptiosinuiolabile de cretum, vt fingulis morbis, finguli adhiberentur
medici. Hinc illorum 0. cularii, auricularij, et alterius,morbo rum
nomenclaturæ aliquot vocabantur: arbitrabantur enim fieri non pofle, vt v nus
omnium curarum difciplinam re&tè teneret; quamuis in vnadoctus habere tur,
vt BaptiftaFulgofuslib. 2. adnota uit. Galenus tamen illic temporis inter
veteres, naturæ miraculum, omnium corporis humani partium, tanquamfa. E pientiſsimus,morbusperfe& ifsimè fo lus curare
nouit. In lib.de Pet. Art.Med.c.2. Grecos feriptores de Iudeorum monumenti
rutibi pertractafle Riſteas, cuiushodielibellus extat de Translatione In
terpretum,refert; Ptolomeum Philadel phum, fecundum Aegypti Regem poft
Alexandrum, quæluille ex Demetrio Phalereo, quem ille inſtruendæ biblio thecæ
præfecerat, curGræci ſcriptores,.nullá dehiftoriis, &monumétis ludæo
rummentionem feciſſent reſpondiffe autem Demetrium, tentafle quidem id facere
Theopompu,& Theode&tem,no biles in primis fcriptores, et quedá ex lu..
dæorum monumentis ioleruiſle fcriptis fuis: fed mox taméluifſe temeritatis pe
nas:illum enim amentia: hunc cæcitate diuinituspercuflum; ſed poftea mali fui
caufam agnofccntes, et ex animo dolen tes, placato Deo,ſanitari elle
reſtitutos. Eufebius lib.8 De Prapar. Euang. A Cane qido demo- fum, inftarCanis
la traffe proditumeft. Ex corrupta imaginatiua non femel à cane rapido commorh
latrare vifi funt:cognouit enim NicolausFlorenti nus quendam, quià cane rapido
morſus, curationem vulneris minimè quæfiuit; exercuit hic per dies 35.negotia
ſua abſ. que læſjone, maneautéfequentis diei è lecto ſurgens retrò vxorem ſuam
inftar canis ſtetic, cæpico;pofteam latrare: dú autemab illa
reprehenderetur,lubridés ſurrexit, idque pluries eadé die reperi uit. Serò
corrupta ex eius ratio, et die 40.mortuusà morſu illato repertus eft. In
Arthritidey Chiragra, quando mors fuccedas. Arò mortem in Athritide, et Chi R
corporis ignobilibus humor refideat; hinc (nouo haud fuperueniente morbo) tales
àmortis periculo, vexatidoloribus vindicantur. Has tamen mori com pertum eft,
quando circa finiftrum pectoris finum, cui cordis turbinatus mucro ſubeſt
humorum colluuies den cumbat,atque Gniſtræ manus digitus an Bulan Di mularis nodum acquirat, ac valde intu i
meſcat.ex Lemnis. Lienen ad -corporis tarpitudimem maximè Talere,
Vantacoloristurpitudine,qui ab in dicuntur,exiſtant, in dies obſervamus, non
modò in illius obftru &tionibus, verùm atqueScirrhis, alijſque tumori -
ribus. Hioc iure dicebat Galenus z.de Natur. Facult. Quibus corpus florefcit,
his lienem decreſcere,ac vice verla,qui bus lien creſcic, illis corpus
tabeſcere, et o vitiofis repleri humoribus. Caufa om nium eft, quòd lien ab
infar &tu fa et us imbecillis,nequit(fa &ta humorum ſeparatione in
Hepate) melancholicum fuc cumad ſe attrahere: hinc demiflus ille cum fanguine
corporisatro colore ani. bitum maculat. Iumenta clitellaria in itinare fibilo,
da Cana In à laboribus fubleuni. Vlicęconcencusſongriſ numeri maximè homines
delectant, ob id multi et cymbala, et alia muſica inftrumenta frequentant, vt
animus à mæftitiis fubleuetur. Hac coniectura obferuatum eft:iumenta
clitellaria in la boribus, et itinere, cantu, et libilo al leuari:propterea
mulones, vt muli, ce seraqueiumenta dicellaria,& tarcinam, et alia onera
minus laboriosè fentiant, tincionabulorum torques in illorú col. lisfufpendunt,
quorum fonitu, huiuſ modi valdedele &tari cognouerunt, et perinde refici,
et à laſsitudinc fubleyari. Ex Vairo kb.z.da Fafcine, Mafalas nigras in acutis
morbis apparentes, exitium prefagics. Neer ligna, mortem languentiuni, quæ
præſagiunt in febris acutis, illud maxime obſeruatu iudicaui dignū, quod à
Sauonarola multa experientia com probatum eft. Sienim infacie, ſeu genis
ægrerum,maculæ nigræ obortæ contpi cientur,prcculdubio languentis exitium
minantur,quippè venenofæ, et peftiferę materiæ in corpore predominiú redun dere
arguunt, ex quo mors ſubſequitur. Has cum obſeruaſiet Sauonarola, ex tali ľ
prognognoſtico,magnumhonorem fua ifle confequutum refert. Acetum adictus
venenofos epotumplurimum valere. X Cornelij Celli obferuatione ace tum pertum
eſt:quippecùm puer quidam ab j. afpide ictus eſſet, et partim ob ipſum
vulaus,partim ob immodicos æftus, fiti premeretur,cum in locis ficcis aliumhu
morem nó reperiret,acetum, quod fortè ſecum habebat, ebibit, et liberatus eſt:
coniecturandum eft acetum, quamuis refrigerandi vim habeat, habere etiam
difsipandi,quo fit, vt terra reſperſa co spumet. Propterea eadem vi veriſimia
le eft, fpifleſcentem quoq; intus humo. rem hominis, ab eo diſcuti, et fic dari
fanitatem, lib.s.de ictu afpidis. A quodam piſtisgenere febrem illico ex
citari. N Arota flumine Inſulæ Zeilã quod. dam piſais genus reperiri referunt,
quod manuapprehéfum febrem accen, 1 dat.Equidem piſcesillic neutiquam el
culenti ſunt, liceat flumen fitpiſcofiſsi mum, qui tamen piſcem febrium appel
fatum retigerit,confeftini à febre corri pitur;ſed quod mirabilius eſt, demiſſo
piſce, ftatim liberauit.Cardanus, et 566 lig.in Exercit. Fæminas in maresfuiße
commutatas fabulo fum non est. Pudmultosauctores ex pluribus obferuationibus
notatum reperio, foeminas in mares quandoque commu taras fuifle:referam folum,
quod tempo reFerdinandi I.RegisNeapolisfueceſsit. Erat Salerni quidarn
Ludouicus Guara rea, à quo quinque filiæ fufceptæ funt, quarum natu maioribus
duabus, alteri Francifcæ, et alteri Carolæ erat nomen. Hæ ambæ cùm perueniffent
addecimu quintum annum,in mares mutatę funt: ijs enim genitalia membrainſtar
marių eruperunt,mutatoquehabitu pro mari bushabiciſunt: Franciſcus,
&Carolus nuncupati.Ex Fulgoro. Sene et utis incommodatam corporis quàm
Animai NKINGT ANTUT: Quanta fint in fenibus, et corporis, et animi incommoda,
non modò à Scriptoribus, verùm arquecontinua,ob feruatione experimar,vt iure
afferere libeat,hanc hominis poftremam ætatis $ partem miferrimam iudicari.
Mortales enim cùm ad fene &tutem perueniunt * cor eorum affcum eſt,caput
tremulú, (piritus languidus, anhelitus færidus, frons caperata, corpus recuruum,
nares mucores deftillant, vifus debilitatur, i capilli decidunt,
dentesputreſcunt. In fuper ſenes ſunt iracundi, inexorabiles, moroſi,nimis
creduli, rarò obliuiſcun. tur iniuriarum,laudantveteres, prælen tia
damnant,triſtes ſunt, languidi, iniu cundi, et alperi:ſuntauari,ſuſpiciofi, o.
neroli,difficiles.Exquibus fene &tutem fentina, et cloacam efleomnium ford
ú, et immunditiarum ætatis noftræ confia tendum eft.Ex Lauren. Cupero. + Magnum
Alexandrum, corporis ſudorem ha buiffe redoleni em. Rat Magnus Alexander tam re
et a humorúarmo I 2 nia, et temperamento conftitutus, vee iusanhelitus odorem
balſamiexpiraret; imò fudor, quem è corpore emittebat, tanta ſuauitate, et fragrantia
redolebat, vt quoties eiuspori recluderentur, gra tiſsimis odoribus perfufus
crederetur. Quod autem mirabile, et difficile credi tu eft,cadauer eius tam
fuauiterſpira bat, vt aromaticis ſpeciebus repletum efle iudicauerint.. Ex Quinto Curtio,& lib.
noftro de Hydron.Natur. Diuerfe quorundam hominum virtutes, ornamentA. P tibus,tumanimi magnificentia col. laudantur,omnes
in paucis earum per. fe &tionem, confirmant. Porrò Ablalo nisformam, et pulchritudinem
extol lunt:robur, &fortitudinem Sampfonis: fapientiam Salomonis: agilitatem,
et celeritaté Afaelis:diuitias, et opes Creo G: liberalitatem Alexandri:vigorem,
et dexteritatem Hectoris: eloquentiam Homeri: fortuuam Augufti: Iuftitiam
Traiani: zelum Ciceronis. Veteran Baderoase no canna, et in papyro penna
fcribebate Veterim ruditas, &infcribendo vari Arbara equidem,& mifera
erat ve teruminfcribendo ruditas:ij enim primò in cinere, deindein corticibus,
et folijsarborum,pofterin lapidibus,mox in lauri folijs, exinde in laminis plum
beis,conſequenter in pergameno, et tan dem in papyro fcribere politiſant.Erat
præterea illis in modo fcribendi, ins Itrumentorum diuerfitas: in petrisenim:.
ftylo ferreo, in folijs penicillo, in cinere digito,incorticibus cultro in
pergame. Eorum etiam atramentum varium erat, primum fuit liquor pifcis illius,
quem nos ſepiam appellamus;deinde mororú fuccus;ad hæcex fuligine caminorum;
mox eft fynopica rubrica,aut minio; vl. timò tandem ex galla,gummi,, et vitrio
o lo fieri cófueuit. Bx Strabonede situOrbis. $ InAngira prauosatiuspilulami
rabiles Periamnunc pilulas meas maxi mæ efficacia, quibus in angina 3 prafo А pręfocatiua
à cratsis frigidiſý; humori bus exorta, ſéper cu felicifucceeflu vfus
fum.Interalias obſeruationes, in quibus tale medicamétum libuit experiri, luc
cefsit calus in R. Petro de Stephano Archipresbytero Cercelli, qui ferè fufa
focatuserat, quare vocatus anno 16156 vt eius ſaluti confulerem; cognito mora
bo, quòd ex craſla et viſcida à capite de ftillatione fieret, pilulas meas in
aurora exhibui,non fine loſephi de Simoncin medicinaDo&oris, mei collegæ
admis. ratione, qui rennebat quodammodo. medicamentum. Eratpilularum come
pofitio ex trochis, alandahal, et Aloes an.Scrup.Sem.j.Diagrid.Scrup.Sem.cú
ſyrup.de líquiritia conficitur maſſa. Ex hac plurimępilulæ,vtfacilius æger de
glutiret, confe&tæ fupe:Hisdeglutitis, iuriscicerum fubitò cya mbum propine.
re foleo,quemadmodum in hoc feci, qui fine moleſtia euacuauit, et breui
delituit dolor et gulętumor,benè reſpirauit,be nècomedit, et vna die fanus
factus eft, cummaxima multorum admiration et lgtigia. His pilulis vfus
eftGalenus ad linguam tumefactam, vi lib. 14. Method s med. ſcriptum reliquit:
Capitis noftri capillos, plant arumnatura mo ximè aRimilari. M
Agnácapitisnoftris capillicumplá tis retinent fimilitudine: quemaddum n.plantę
nónullæ humoris defe& u. inarefcétes contabeſcút,aliç verò alienis naturæ
ipfarum humoribus occurſantes: o pereunt; fic &capitis noftricapillisaccia:
-1 dit:vel n.ex humiditatisdefe et u,quanu. triútur; vel ex eiuſdé prauitate
corrum- 3 puntut, et decidunt.inc defluuiú et alir eapillorūdefe& us in
cap'oriútur.Ex Gal. Qya dia volucrum pennits varite coloribus tirgere valeamus:
I volucrú pennas variisco !oribus tin--, gere 1 ter abluereoportet; mox in aqua
alumi.. nis
decoquere,atq; du calent,in aquá cro co colorarā, ſi flauas eas cupimus, conii.
* ciemus:lina.cæruleas, in fuccú, aut vinü acinorú ſambuci vel ebuli.In diluto
fio. ris æris virides fiunt: codémodo colore minij,atraméti, alteriusue
coloristin &tas habebimus. Agric Poftulanie,à meluannesBerardinus Agricolas,
Filicibus pro frumentoconfervant do in borreis pri. Oftulauit Mazzocca à
Vitulano,magna expe cationis adoleſcens, ob flagrantem in ſtudia amorem, cuius
familjaritas apud me gratiſsima eft:CurAgricolę pto fru mento conſeruando,
filicibus pro ftra gulis in horreis vtantur; Equidem hu ius ingenium, et animi
indolem fepè de miratus fum: proptera in recurioſiſsima complacere
volui.Vtuntur Agricolæ fie 1 cibus in horreis, vt cerealia à corrupte la
præferuent: quippè filix à proprietate generationi obeft, hinc agrifilice pleni
reputantur fteriles. Hinc filix epota ne cat vermes, &ex aluo deiicit: in
grauie dis necar fætum, mulieresque reddit ſteriles: quapropter multa ratione
agria cula (1.cet tanti arcaniline ignari) filio cibus pro frumentorum
ſtragulis vtun ter: quia illorum corruptioni maxime refiftuor. Terrestres
Lumbrices digitorum panaricium: fanats. Panae sol PAnaricium in latere vnguium accidit,
&interapoftemata numeratur,quod tantum inducitdoloris, vt patiens, ne. que
diu, nequenoctu dormire valeat. Prohuiuscuratione, et dolorislenitione
multimultafcribunt: egoprofe et dcer. tiſsimo experiméto multoties compro baui,
lumbricos terreſtres viuos ſuper pánaricium alligatos,præfertim in prin. cipio,mirabilitet
apoftemacompefcere, et fanare, vt vix diei fpatium affe &tus pertranſeat. €
Galega, atqueScordimir am,contra lüemo peffifentemefe efficaciam. M Trabile
obſeruamus Galege, et Scordii efle virtutem cótra febres malignas, et peſtilentes;
fi quis enim Galegęfoliainacetariis, autcarniú iure femetindiefumplerit,afebre
hactutus, et incolumis præferuabitur. Idem (Gam leni teſtimonio ) Scordium
efficere pro batum eft:fiquidem ex.veterum quorú, dammonumentis aduerfus
putredinem Scordium fingulare effe. remedium tra đitur, vt j.de Antid.capaz.
legimus:nam Is cum nteremptorumcadauerain pręliog multosdies infepulta
máſillent; quęcund que ſuper ſcordium.fortè fortuna cocia derant, multò minùs
aliis computrue. runt; ea præfertim particula,qua(cerdi um attigerant:ob
quáremomnibus per ſuaſum eft,tam reptilium venenisquàm noxiis medicamétis quæ
corpusputred ſcere faciunt, fcordum aduerfari. Anni bal. Camil En. Nodos. in
infantis ombilico filiorumrume-, rum haud oftendere. Pleriqueexnodis inkantis
primènato bliorum numerum ex eadem matre: naſciturumcognoſcere profirenturthoc
autem caretratione; fæpèenim fit, vt illa moriarur, aut cafta viuat:vel
plutesge neret filios, et pariat, quàm nodorum numerus exiſtat;fiue plures
viros habeat: è quibuscum alio plures, cum alio paung ciores filios fuſcipiat.
Proptereà certio. kiratione afferendum,in nodorum vm bilici primi infantis
coniectura, exiſtin, mosfæcundosvteros plerumque plures ! nodosininfátis
parerevmbilicofteriles; miebe autem paucos, eofque non ad vnguem diſtincos, vt
frequens obſtetricum obą feruatio demonftrat, et vt euentui hæc talia,
vtplurimum concordare.viden i tur. Ex Carda. 8.de Oryalum quem ſolo afpeétu
auriginoſosbom. mines ſanare. Irabile eſt, quod de Oryalo aue ecircumfertur.
Hæc potrò talem dicitur fuiſle naturam ſortita, vt icteria cum affectum, à quo
homines plerum que moleſtantur, ad ſe valeat ſolo oculorum afpectu attrahere;
proinde vocao tur I &teribus,fiue Galgulus à multis, ab ' Ariſt. autéin
biftor.animal.Goryon. Sed 1 quod mirabilius eft, auriginofus homo ab alite
viſus fanatur,ales verò moritur. Homines, quandoque ſolo intuitu Ophtbaho miam
contrahere. Vita obieruatione animaduerti Ophthalmiam fiue lippitudinis morbũ
quádoq; contagiosú elle, et folo perinde afpe et uab hominibuscontrahi:: oculi
enim tunc adeò perniciofam vim. $ retineat, xt in alios propriumaffectum, 6
ciacus ejaculari valeant. Pulchra
ratione hoc Vairuslib.j.de Fafci, quomodofieri por fit, differuit:Siquidem
animus malèaffe et us fuum quoque corpusmalè habet; ob id fianimusaliquomcrore,
aut vi. tio afficitur,colores.corporisetiam im mutar:ſi enimab inuidiacentatur,
pallo re, &croceoscolore corpus. inficit. Inde fitetiam, winuidia
tabefcentes,ftocle. Jos.inaliquem. liuentes.defigunt, animi fimul venenum
vibrent, et quafivirule.. tis iaculis confodiant.Proptereamirumi non-ef,
hominesaliquando ſolo.aſpe et uindippitudinemincideres,vt Hieron nymus,
Thomafiusmedicusinſignis, (dú ipfe Neapoli ftudijs.vacarem ) defeipfo. teftatus
eft. Adlapidessenum,din neficefrangendos mine rabile remedium.. Vidam -medicus
ecuditus, ad lapin desfrangendostanquam admiran dium.parauit cibum,cuiusefficaciam
a. dedimirabilem eſle cognouit,včad.lapi.. desexpellendos non folumà
renibus,& retisa;ſed etiamab anulo comedentis, efficacius remedium haud
confedus fu. erit.Paraturex hepate, pulmone, reni. bus,tefticulis cum priapo
hirci, quæ cú et croco, cinnamomo, et mellemifcentur, ac ijs hirci inteſtina
implentur.Doſis fint duæ, aut tres.buccella Res porrò mon ftruofa,faveraeft.Ex.Micbaele
Pafebl. lib. 1.Metbed.Meck. Veterum medicornmpro conferuanda Sanin tate
collegium lans Rifx potentiſsimus Afiæ, et Syrie, quialter Alexanderdi &tus
fum, it (vt ex Ariftiin libisecret.fiuede Regin. Principa.habetur)medicos
præftantiores exregionibus Indiæ, GregiæMediæ,, ac aliarum mundi parcium
congregauit, quibus impofuit,vttalem inuenirent medicinam, qua fi homo vteretur,
nec. medicis,nec adia: mediciņa indigeret, pollicitufque fuitRex dirüsimus maxi
mumpræmiumefle daturum.Illi autem pro maturèconfülendo e rrium dierum fpatio
postulato collegiú iniuére. Mox ad Regem cùmomnes cffent requiſiti Sanages
Grocus Medicinæ peritiſsimus, qui pręter ceterosdo et trina et fciētiarua
tilabat omniú conſenſu Regiindicauit, quòd fumere quoủibet manè aquábisplez
noore,efficiat,vt homo fanusperfiftat, &alia haud indigeatmedicina.blocpro
feccò à rationealienu non eft:vtenim in Arabum, Græcorumque antiquifsimis
voluminibus inuenitur,aqua ponderofitatis ratione ad ftomachi fundum ten
dit,auget calorem, et citiùs comprimit, et digerit cibos, digeftionig; maximè
au: xiliarur,ceteriſk; mébris corporispluri múconducit. Fabrorú exemploid torú
inquiritur, quiin accenſoscarbones mo dicum aquæ conijciunt,vt ignis
vi'maioriaccendatur.Idcirco binos aquæclear ræ hauftus manè potare, menfe Iunio
præſertim, propter choleram reprimen dam, multum confert ad fanitatem cone
feruandam. EfBurtbolam. Moles in lib. de; ſanit.tuer.. Alexandrum Magnum
fudorem fanguineum in pugna habuiſſe. * Vdare fanguinem puruminteradri Skadar
randa, quæ rard luccedunt,puimera. SUT 1
tur:vbenim in aliquot fudorex láguinis i iclore cruentus corpore malè affecto,:
vifuseft; et is nequaquam fineadmiratie one, et iftuporezita di illeexputo
danguis: nexortusfuerit,atquein corpore fano; ) vtique maiorem præſtat-negotijcaufam
inueftigandi cupiditatem; vt futiſsimè nobisinlib.de Hydraniofazatura.olimedia
to pertraétatuet Referam nunc quod, Magno: Alexandro euenit; dum eſſet in
extremevitae pcriculo conftitutus.Is cũ, in pugna quadamedererum fumma cum
Indis.decertaters lub @ diarioque milisere deitituereto Milqucadedcholera: luccés,
[useftzvékotocorpore purú languinédes fudauerit; Barbariſgulecotus igneis
filáns misardere vifus fit.Hocautemtantum ijs terroris-ingcfsit, vt fe
Alexandra.com mittere coactant, Lüpathium rantie darworetaſtas,tenetrier mas,
efung aprusreddere. Rat apud veteres Lapathiorum vfus, pecu liare,eft,vt
carnes; &vedulia cú hiselixata vel link dugaa yesulta, et coriacea,terit
titatem, et mollitiemacquirant.Propte. rea,quòdcibos concoctu faciles przſta,
bant,& aluumemolliebant à vecerum à mélis raròhujuſmodi abfuifle legimus.
Catoncorum feminum:muccaginem combusa fionibus maximèopitulai Nter
præftantifsimaauxilia, quæ có buftionibus: adhibentur', feminun cotoneorum
muccagipesretinent prin cipatum. Referam:Petri Foreſti in pro prio filio
experimentum, Ille matri obo. fequioſus,,cümtefta carbone ignito re
pletamkappostaret,cecidit et igneoculos. combuftitit: Putem cum temen cotone.
orum in quâ raſaceam coniecifset,atq; muccagineoculosiçpiusabluiffet;mira
culi-infarpuer-comualuitabfq; combus ftionis veſtigio. Hoc etiãauxilio in f. milibus cafibus feliciſsimè
ſemper vsű fuiffe,idemconfirmat, In lib.6. Obf. Medo Aegyptiospermotas
figuras,fenfus,or. rummemoriameffingereconfueuiffe. A Egyptiorum fcientia,quia
inter cæterasprecellerorerat apud ve teres, (illa enim ab Abrahan originem habuit)
dcirco,& rudimento, &Hiero glyphicis ferè occulra indicabatur. Si à qui
illorum primi per figuras animaliú (CornelijTaciti teftimonio)léfusmétis
elfingebant, et antiquifsimamonumera humanæ memoriælaxis impreſla cer. auntur,
et literarum inuentores perhi. bentur. Hinc in quibufdam Obeliſcis: - látcerę
reperiuntur,quæRegum illorum diuitias, acpotentiamdeclarant. Per a - pis enim
fpeciemmella conficientis Re. gem oftendebant. Siquem memorem s fignificare
volebant; leporem aut vul. pemauritis auribus, quod fummieſlent auditus,& inlignismemoriæ,effingebát:
fi veròmalum crocodilum:fi velocem, vel rem citò factam,accipitrem; quonis hæc
aliarum fermè auium fit velociſsie ma. Si inuidum, anguillam, quòd cum piſcibus
fit intociabilis.Si iuſtum,oculü: Gliberalem, dextram manum, digitis
paſsis:fiauarunn,ijfdem compreſsis.Per inſtrumenta quædam, et membra humana
pleraque fcribe Jant. De bis vide Pie arium, Diodorum, Srabonem. lum ritatem, &mollitiem acquirant.Propte. rea,
quddcibos concoctu faciles præſta, bant,& aluumemolliebant à veterum à
mėlis raròhujuſmodi abfuifle legimus. Cotoncorsimfeminum -muccaginemcombuso
fionibus maximè opitulari. Nter præftantiſsimaauxilia, quæ có. buftionibus
adhibentur',, feminum, cotoneorum muccagines retinent prin cipatum.Referam:PetriForeſti
in pro prio filio experimentum. Illematri obo... fequiofus,cum teſtá carbone
ignito re pletamkappúrtaret cecidit& igncoculos, combuft Pitemaeumtemen
cotone. orum iniquárafáceam conieciſset,atq; muccagineocalosiçpiusabluiffet;mira.
culiinffarpuce -Conualuitabſq; combus ftionis veftigio. Hoc etiãauxilio in fi
milibus cafibus feliciſsimè femper vsű fuiffe, idem confirmat, In lib.6.obf.
Medo Aegyptiospermotasid pguras, fenfus, re rum memoriam effingere confueuiffe.
Aegyptiorum fcientia,quia inter teres, (illa enim ab Abraham originem habuit)
dcirco,& rudimenen,& Hiero glyphicis ferè occulta indicabatur. Si qui
illorum primi per figuras animaliú 5 (CornelijTaciti teftimonio )jēlusmétis -
elfingebant, et antiquifsimamonuméta humanæ memoriæfaxis impreſia cer. auntur,
et literarum inuentoresperhi. bentur. Hinc in quibufdam Obeliſcis
látceręreperiuntur,quæ Regum illorum diuitias, ac potentiam declarant. Per a
pis enim fpeciem mella conficientis Re. gem oftendebant. Si quem memorem
ſignificare volebant; leporem aut vul pem auritisauribus, quod fummieſſent
auditus, et inlignis memoriæ,effingebát: fi veròmalum crocodilum: lì velocem,
vel rem citò factam,accipitrem;quonis bec aliarum fermè auium fit velociſsi
ma.Si inuidum, anguillam,quòd cum piſcibus fitinfociabilis.Si iuftum, oculu: G
liberalem, dextram manum, digitis paſsis:fi auaruin ijfdem compreſsis. Per
inſtrumenta quædam, et membra hu. mana pleraque fcribe vant. De bis vide Pie. crium,Diadorum,cSrabonem.
Quamethodo peftilenti tempore àluenos tueri yalcancus. Retiofa,acbreuis
theriaca reperitur, qua homines ab aere peſtilenti, ad jun et o vitę
regimine,præferuari poſsúr: Sumuntur caricæ,nuces iuglandæ, folia rutæ,
&iuni peri baccæ pondereæquali, confundanturfimul, atq cum aceto ro faceo,
vel communi diffoluantur; mox per pannum colentur, fuauiterg; expri
mantur;ſuccus verò, qui percolabit,fero uetur: vnúenim iftius cochleare, mane
ieiuno ftomacho ſumptum,non finit illa die hominemà peſtilentia corripi. Ex
Alpbane de Pefter Olivarum oleum unguium pun &tura mira biliter fanare. IN
fedando dolore vnguium expun, Aurisacu,vel ferro,atq; iisperſanan dis,nullam
remedium oleo oliuarum fa lubrius inuenitur; confiteor multa oba
feruatione,multisa; experimentis id toa tum comprobaffe. Honefta mulier; ac
vnicè dilecta, Laura de Otaro, mea vxor cariſsima, no femel, dum varia-ad femi liæornamentum,acu
contexerer, in vn guibus digitorum pun&a eft; limplicita menoleo oliuarumio
puncturiscollini to;&dolor confeftim euanuit, et falus introducta eſt.Ego
profe et ò ſemel pun. aus ferri cufpide ſubter pollicisvngue com ſanguinis
effufione, fubitò ad lini mentum ex oliuarum oleo, antequam aquamtetigiſſem,deueni;quo
adhibita dolor delituit,atque vulnus vnà breui ter, et conſolidationé, et fanitatéhabuito
Admirandüauxiliü ad vefica calculã,quoabt que inciſione diffoluitur,&
expurgtur. Nter admiranda auxilia, quæ ad cal INTE culoſos adhibentur,
connumerandum iudico remedium, à do &tiſsimo Hora tio A ugenio experimento
confirmatú in epiftolis addu& um,quo abfque inci fione in vefica multorum
Japides com minuit,& expurgauit.Réferam qua via id, innotuita Aegrotabat
calculo veſicæ cuiuſdam Typographi filius Romæ poft varia aſſumpta remedia,cùm
nulla lub fequutá noſlet ytilitatem,fecaricupidus; de pretio cû Nurfino
artificecóuenerate propterea Sacerdotem iufsit accerf ri, vt ſumptis Ecclefiæ
facramentis, fex le &tione moreretur, animæ fuiffet confultum.Religiofus ex
focietate Iefu, audita confeſsione, proponit illi phare macum,de quo in leipfo,
et in alijs peri culum fecerat: expeririæger voluit, et magna aſsiſtentium
admiratione fana s:Pharmacum ita erat concinnatum. Puluerris Millepedum
præparar,drach, i.ad fummum Scrup.iiij.aquæ vitæ vnc. Sem.iuris cicerum
rub.vnc. ix.velx.ca piatæger calidum,horis quinque ante prandium. Efectus
medicamenti talis fuit. Horarin duarum fpatio totum corpus incalefcebat,
anguſtiabatur z grotus fitiebat, ac ferè loco ſtare non poterat,aliquandocirca
pubem dolores vrgebant.Vrina hora quinta cceperunt cralsiores:feddi,fed non
multæ.Secunda die à pharmaco contingebant eadem, fedvrinæcopioſiores, et craſsiores.Ter
tia labulumapparuit multum. Septima tandem adeò plena fabulo vifæ funt, ve
rectequis diceret,easnihil efte quamfabulum aqua diflolutum: omnia in me liorem
ftatum redigebantur, ita vt, qui proximèincididebebat, liber abomni malo nona
fuerit die. Miliepedum ad calculosRenum VP fuca preparatio. PRæparantur
Millepedes ad Renum Velicæque calculos talimodo r.Az fellorumquam volueris
quantitatem, vinoquealbogeneroſo abluito diligen ter, mox in ollam copiicito
nouam, vi tro obductam, lutoque aliquopiam ile lam incruſtato, demú in furno
exiccen tur,ita vt poſsit in tenuem puluerem rc. digi; tumverò affunde vini
ciufdem gee neroli quantum poterunt imbibere, et rurfus exiccato, ac tertiò
imbibito et exiccato vt ſupra,quartò veròpuluerem irrorato aqua fragarum
deſtillationis &olei exCalchanto Scrup.j. permifce to inuicem, et exiccato
rurſus: vbi verò fic fuerit exiccatum in tenuiſsimumque puluerem redactum,feruetur
in vale vi. treo,aureo,yelargento. Es codem. Frequentem ficoram efum fudorem
parere abominabilem. Licetficorumvfus multa hominibus commoda părturiat; ran et
ij citifsi mè nutriunt, et impinguant corpora, aluum emolliunt, et per vrinas,
et per ambitum corporis non pauca excernunt excrementa: tamen eorum continuus,
et frequens vfus fudorem generat abomi. nabilem, et corporis fæditatem; indici
um huius rei eft, quòd illorum eſu pe diculorum copia innaſcitur. Hinc apud
Rhodiginum lib.6.Antiquar. teet. Anchie molum, et Moſchuni Sophiſtas,legitur
tota vita fuiſſe hydropotas,acficis modò folitos veſci, et tamen robuſtos
extitiflc, ſed adeò fætentes,vt propter abomina bilem fudorem certatim in
balneis aba. liis excluderentur. Mulieres eximiam, &fuauemrerinete
pinguedinem. Orpora mulierum fuauiori, et ma: ori fulciuntur pinguedine, quàm
hominium ipſa,quæ profe& ò ob ſiccitaa tis, dominium,minùshumidi, et oleofia
C ttatis retinere videntur. Propterea apud Plutarchú 3.Sympol -4.habemus, vbi
mul sta cadauera promifcuè erất cóburenda, veterú tempeftate, temper decévirorú
vnú mulier brcímiſceri ſolitú: qualiil lud vnú tantú ſuppeditaret pīguedin is,
vt cętera faciliùs cócremari valuiſsent, Aſtu demonum, mirabiles in hominum.cor
poribus effectus procreari.: ribus Dæmonis aftu cffectus con ců, ſpiciuntur, vt
quando quis euomat am icus, clauos, pilos,oflamagna: vel quòd plumæ in lecto
fint ingeniofifsimè con ferta:multæ enim de iis obferuationes apud Hieronymum
Mengum in Malleo Maleficar. Paul:Grillandum, et Delrium reperiuntur. Quomodo
autem hæc fieri pofsint, talis eft ratio: aut enim ifta funt Diaboli
illufiones,ita quòd ea videátur, quz vera non funt, fiue per a&iua natu
ralia hoc efficiétia, ſiueper acrifiam,fiue per aeriscondenfationem;aut funt
vera; quippe Diabolusinuifibiliter huiuſmodi in hominis ftomacho intulit, et exinde
viſbi. Emin viſibiliter educit,licet ram
magna vide antur; nam &ea diuidere, et integrare poteft faltem
apparenter,eò quòd loca ſiter huiuſmodi corpora, et partes eorú, ad nutum
moueantur, et ad inuicem con glutinéter,Deo non impediente. Summa Sylueftrina
de Malefic. Carduum Benedi& um ab Hemicrania homi. nes preferuare. X India
Carduum Benedi& um pri mùmomniumad Imperatorem Fri dericum honoris gratia
fuiſle miſſum multi hiſtorici autumant, quod miris laudibus, ob peculiares eius
virtutes, planta hæccelebrabatur,&obidà mula tis Carduus Sanctus dicitur.
Hæcenim venena lupcrai, &confert cùm vlceri bus, tùm vulneribus, eft
præfentaneum remediumad peftem, necat vermes, et vtero prcdeft, et in cibo, et potu
viit pata, ab immenfoillo præferuat capitis dolore, quemHemicraniam vocant. Ex
Trago. Infantes preferuari Apoplexia.Epilepfia fumpto prime fyropo de
Cichor.cum Rhabar. vei Corallio, aut ſucco Rute. tibus morbus epilepticus,apud
au * Etores noftros paſsim legitur, ob id af. feetus hic vocanturà nonnullis
iLorbus * puerilis, liue mater puerorum: Vtau iem cùm ab Epileplia, cùm
apoplexia ghi præferuari valeant, multa obſerua tioneexpertum eft,iis,antequam
lacgu ftent, in primo ortu prebendo fyropum in cichorea cum Rhabarbaro drach.
ii.ab $ hacluepræſeruari,vt Nicolaus Florer - tinus fatetur. Arnaldus Villanoua
Co mit rallium laudat:nam fi diligenter triti të y Scrup.Sem, infans hauſerit
cum lacte, antequam aliquid guſtat, nunquam in Epilepſiam incurrere obſeruauit.
Ego quidem Marcello,Hieronymo, &Mare i co Antonio filiolis meis ſuccũ ruiæ
cum modico auro ad ſcrup. ii. cuilibet dedi, antcquam lac guſtarent,
&gratia Deiab Epileplia immunes exiſtunt.Helionora, K. quæ nunc ablactatur,
feremortua nata eft fumptoque et ieiunato paruo cochle airo ſyropi de Cihor.
cum Rhabar.re uixit, epilepfiam nunquam adhuc palla eft. Menſtrualem mulieris
fanguinema Tontta # nimaliaefe venenum. Nter naturæ arcana reponendum eſſe
iudicaui,quodàMetrodoro Sceptio traditur demulierismenftrualifangui ne.Mulieres
fiquidem fimenſtruationis ſpatio nudatæ ſegetes ambiunt, erucas,
vermiculos,fcarabços,ac alia noxia ani malcula decidere faciunt. Tale enim à
natura ijs virus inuentum eft.Non folú autem huiuſmodi animalculis menftru alis
mulierum fanguis nocere creditur, verùm atque grandioribus; quippè cao pes, ex
Plinij teftimonio menftruofan guine guſtato, in rabiemutari vifi funt, quorú
morſus inter difficillimos mora ſus fanatu reputatur. At de re hac fupe
riùsaliàs tractauimus. Thapfiam veficas,do ademata corporifuper poftam
excitare. Magna profectò eft Thapſiæ effi cacia in veficis, et ædematibus ge
nerandis,idcirco à nonnullis in peftife Eris febribus vbi veficantia neceffaria
súc cum felici ſucceſſu vſurpari audio.Cùm autem corporis locum aliquem inflare
quis deſiderat, veloſtentationis, vel cu o riofitatis gracia, ponatur Thapfia
in low i co conftituta:ibi enim breui veſicas, et ædemata excitabit; vt tandem
citra læ fionem id ſuccedat et breui etiam fol jů uantur, cheriacam linire, vel
curninum, i aut acerü fuperponere oportet. Ex Car dano lib.8.devaret. |
Antivfum inmedicinapro conferuanda va letudine mirabilem obtinera proprie
Mlimbi Irabilis efficaciæ aurum in medi Lcina eſt:quippe innumeras illud pro
corporis tuenda fanitate retinet vir.? tutes.Eiusvſusin vino maximèexcellit
capiunturpropterea aurilamellæ, quæ ignitętoties in vino extinguútur,donec
ferueat iſtud,mox colatur, et vſuiſerua tur. Vigum bocpotatum ventriculo imbecillo
fuccurrit, concoctionem ad iuuat,foedum colorem emédat, et prin. cipalia membra
coroborat, et rcſarcia. Proinde obferuatum reperio,cor ab illo roborari prauos
humores calore fuo abi fumi,vitales ſpiritusclarificari, hepatia que plurimum
prodeffe fua virtute ile lius vſum. Multi certiſsimo experimen, to huiufmodi
vinum vitam prolongare cognouerunt,fpiritufque fynceros face re,atque
virestotius corporis renouare Nonnulli leproſis multum conducere Scribunt,ve ex
Mizaldo, et Zacharia à Puteo capitur. Quercetanus Auri falia in aliqua betonicæ,autabfinthij
confer lacommiſta, ac deglutita ſua fpecifica facultate vétriculú corroborare
fcripfit, Aliquot animalia ex nature eorumfimili tudine à veteribusfais Dầsfuiffe
dicat. veterum infania in rum falſa religione: quippe,& i nimalibus cultum
reddidiffe,infinitis ae lijs federibus, et naturalibusrebuscircú. fórtur. Inter
alia, quædago apud eos PO animalia erant, quæ ex naturæ illorum proprietate, et
fimilitudine, vtreor, ali quibus Dijs reperiuntur fuisſe dicata. Hinc Canis
Diana { ace: eft, Aquila lo 1 ui, Tigris Baccho,Pawo luponi,LeoCy
beli,EquusNeptuno,Cygnus Apollini, Anguis Aeſculapio, CoruusPhoebo A finus
Libero,GallusMarti,Colúba Vara neri,No& ua Mineruæ, Lupus Marti, Anſer
Iunoni,Soli Phenix.Ex Fonio. Veri V nicornu proprietas, eiusque cognisio, Erum
Vnicornu, quod in febribus peftiferis propinatur languentibus veilitate
maxima,in fyncopemaximo. Pere prodeffe videtur.Illud auté non ex eo
cognofcitur, quòd bullas excitet, vt plerique hominum ignari perſuaſi ſunt:
hocenim quodlibet cornu etiam facit: fed alia, diuerfaque methodo. Hoc eſt
præcipuum experimentum. Si ſcobem eius củ arſenicogallina,turturi,aut co
lumbædeuorandum dabimus, fi fuper Itesmanſerit, vel vnicornuftatim poft
arſenicum fumptum datum fuerit)verí K 3 et legitimum Vnicornu pronuntiabi mus.
Alii in aurificis fornacem demit. tunt, fiodorem cornu à ſe emittet,ve rumefle
prędicapt.Nonnulli experime toʻreferunt, quòd in vftionepon omni no
comburaturſed, augeatur potius minimeque in vſtione fætorem cornu *habeat, tt
in cornu ceruinioexperirilor elet. Ex Føreſto. Oxo artificio mulierum cinni
crocei euadant. CApillorum cullui mulieresmaximè vacát, illud autem
iisoprabilìus eft, vt Aauitiem acquirant. Referam mo dum, quo votum aflequi
poſsint. Su mito Rhabarbarifabæ magnitudinem, fæniGræci, croci fylueftris,
liquiri tiæ tabacci, corticum aranciorum quan.. titatem adtui libitum, paleæ
triticæ ft. militer, his quernum cinerem addito,, et incoquito, vt
tribusdigitisdefcen dat aqua, inde lauentur capilli: tanta enim fauitie“
redundabunt, vt illos aurcos eſledicas.,. Ex Porta in Phitogn. tipios A4
itib...Adexcitandum in fenibus nauralem caló lorem, eorum; vires deperdit
assenquandika confectio præftantiſsima. "Heſauris profecta comparanda eſt,
Marſilio Fici 4. no, in lib.z.devita producenda, Medicina Magorum appellatur,
quippe ſpiritus, naturalem, vitalem, et animalem fouet, confirmat,&
Toborat; et proptereaſenie bus præſtantiſsima eſt. Conſtat hæcex thurisvnc.ij.
myrrhæ vnc,j. auri in fo lia ducti drach. fem. contundere fimul į tria oportet,
atque aureo quodam mero confundere, et in pilulas ducere. Sumi kä tur
huius-mifturæ portiuncula inaurora ieiuno ſtomacho; in æftarecum aqua: roſacea;
in hyeme verò cum exiguo Quomodo febris in aliquo confeftim induci palent.. VI
febrem in aliquo velad oftentatio.. nem, vel ad remedium, curioſi tatemque
inducereoptabimus,(fiquidem in conuulfionibus, parakyſi, aliisque frigidis affe
et ibus,non parumaliquádo K4 febrew meri potu. 14 Sheh febrem excitare profuit, ) Scarabe cor buti in
oleo decoquantur, illogue arte ria brachialis iniungatur: tanta enim eſt corum
potentia, vt confeftim febris, et accenſiones corporis criantur. Ex Car Nuno.
Amultis animalibus anni tempora precognoſci. Tdcntur profe et ò plerac;
animalia anni temporaprecognoſcere:fiqui dem ex corum inſtinctu, illa homines
commentiuntur. Grues enim autumni
tempore ad loca calida peruolant, hye mis frigora fugientes. Hirundines ver
nali tempeftate ad regiones noftras re meant. Ficedulæ, coturnices. aliaque multa volucria, in anni
temporibus,pa bula commutare,aliaque loca adire con ſpiciuntur. Hæc autem non
Ver, Autu mnum,vel Hyemem dire et è præſentiút, quemadmodum nonnulli falsò ſibi
per fuafi funt; fed verius ex facta alteratio neà calido, vel frigido in eorum
corpo ribus,fiue occulta qualitate,has viciſsi sudines facere cognouerunt. Am ago
Amantis ex leuiſsima quidemoccafione sie furcenfere folent.: Viperditè amant,leui
alioqui mo mento iraici videntur: ratiohuius rei eft, quiainiurias, licet leues,
graues iudicant. Grauefiquidem exiftimatur, vtilleiniuriam in te committat, cui
ma ximeplacere ftudeas. Cæterùm quem admodum fubitò dolet», qui contra fui
habitus propenfionem facere quippiam conátur; ita &amantem facere conſpi
cimas;moxtamen rixarum,& odisper nätde, rurfusque fupplex iugumſubacta
ceruice repofcit.Ex Leona dojachine, IN Plenilunio, Nouilunio Pharmaci ex
bibitionem àMedicis maximè deteftai. Vlra rationc à Medicis in. Pleni junio, et
Nouilunio Pharmacam ehitatur: fiquidem Luna,cùm interme Hriseftzomhiijo caret
lumine,atqueſub radijs lotaribus ia &ta, et proinde ſolica caret
humiditate, quo fit vt corpora ne ftra magis licca maneant, et virtusteten trix
robuftior exiſtat. Idcirco fin No puilunio ipharmacum ægris exhibetur;a K 5 abfquedubio
humores noxiosagitabit, atqueob retentricis facultatis inobedie. entiam parum
euacuabit.InPlenitapig ob Lunç porentiam corpora noftu yali de
calefcunt,humoresque augetur,Hing In pleniluniis no &tesicalidioreselle ex
perimur,cuius caufa, cailorem à centro ad circumferentiam attrahi, verilmile:
eſt's quas propter fihumores, corporis: noftriad ambitum tendunt, procul dus
bio pharmacum improbatur:illudenim à circumferencia ad centrum trahitmg. tumque
natureperuertit, quo facilefut cedit;vt virtus kadetur,&humorumsys
tiacuatio,velmale,veldeprauana.coring gat: Ex loann,de Pitch
19continuatamaſculorum generatione Jep, LR timanm mirabilembakere virtutem.:
TIG apud multos fcriptores repe rifles, feptimun mafculum com tinuatæ
generationis mirabilem habere virtutem interhæc noftra embammata minimehoc
adieciſlem. Volunt enim quando aliquis ſeptem filios maſculos Continuatim et inter
eos fæminam nul, Quod autem in
Hydrargiro mirabile pullam ſuſcipiat, ſeptimum mirabilem virtutem et ftrumas,
et alios plerofque effe et us retinere ſanandi, An autem ve rum fit, ncſcio,cupio
tamen à fapienti bus experiri. Forum Hydrargiri, fuperpofito yclamine, 1: in
molem Mercuriimatari, Yrifices dum valamineralla inau. rare cupiunt, Hydrargiro
pro bo peremoliendo vtuntur; illud autem in igneimpofitumin fætores grauem, et fætidas
exhalationesreſoluitur,pernici--- ofas quidem, niſi abijscautè'euitantur. iudicatur,
eft iftud, ſiſuper illius fumá linteolum extendimus, in quo colligi. poſsit,
vtique in argentum viuum fu moſitas illa icerum conuertitur, et Hya, drargiram
renouatur. Experimur hoc. etiam in carbonum fumofitatibus in traffas fuligines
reuertuntur, licet die uerfimodè ab Hydrargiro,Ex Lemnie. Eæculas Bryonia viera
mundificando mirane babere pirtutem. 5 K Singularis profe et ò fæcularum Bryo.
niæ,tum pro matrice muodificanda, tum ad hiſtoricas ipſius paſsionesſanan das
eſt efficacia:quippe ex multis expe. rimentis comprobatum eft,in huiuſmo di
affiEtibus curadis inter remedia,prin cipatum habere. Referam ipfarum con
ſtructionem, Exprimatur pręło ex Bry onix conciſis radicibus, et contufis fuca
cus.crit primò turbulétus,idcirco in va ſe aliquo afferuādus eft, vefæcalisma.
teria ſubſideat: detineatur in locofrigi doper paucosdies; in hoc enim fpatio
finclinato vaſculo,viturbulenta aguia) Separetur, et proijciatur) fæces albiſsi
mas inſtar amyli in fundo inueniemus quas iterum in pluribusvafculis vitreis,
aut terreis diuiſasin vmbra vt, exiccen tur feruabimus;ita protectòintra paucas
horaşexiccabitur, et formáanjyli acqui rarexpreſlum, quã Bryonize foculá no
minamus.Hac fingipoſſunt pilulex.aut xij. granorum pondere, et cú palico ca
ſtorci, et alfęferidę ſummü; ac precipuú. aratur remediú cótra affcctusnarratos.
Fæculæ huiufmodi etiamfi diffoluütur, inaqua florum faþarú pro fuco ad orna tum
mulierum,paneaſque defendas ef ficacifsimæ funt.Ex Quercerano, Miſaldo,
&Zubariaà Puted. Millefolium ad conſolidande vulnera misam babere
potentiam. Lurimis experimentis comprobatú audioMillefólij virtutem ad vulne
rum coitionem, indielğue nouis obſer: uationibus confirmari.Referam folum quod
ab Hellerioin Chirurg.adnotatur. Cuidam deciſus naſus erat,qua osin car
tilaginem definit: Ruſticus propenden tem partem alteridigitis coniunxit,her
bam tuſam,& èvino nigro tritam,quod Millefolium appellant,impegit, rudius
omnia colligauit, vede celerrimè reſti. tit fanguis profuens, et vulnus pulchra
e cicatrice brcui coijt. Chymicam aztem, reterum tem; eftate floruiſe. Pud
Veteres i maximo prctio ars p !eriſq;illiusftudio vacabátur:inginte s A K7 enim
diuitiarum copias illa methodo homines componebant,quibus ditiores facti cum
Regibus bellum adibant.Pro. pterca DiocletianumCæſarem legitur poftquam
Achillem Aegyptiorum Du cem o et omenſcsin Alexandria obſeſsú: profligaflet,
omneschymicæ artis libros, diligenti ſtudio conquiſitos, deflagral. fe:
pereparatis opibus, Romanisfacilè. repugnarent. Ex Suidt, oOrolio. Quoartificio
corpus glabrum reddi: poßit L Itet varüs modis corpus depilatum; &glabrum
reddipoſsit,nulla tamen via præftantior eft,Varronis teftimo nio, quàm loca
lauare aqua; vbi Bufo nes decocti fint,donecad tertiam redcat: - quippè- fi
tali decocto corpus Jauetur, proculdubio glabrum,&fine pilis had bebitur..
Natiuitatis hominum tempora à multis: obferuari On leuis profectò eſt.multorem:
ſcriptorum obſeruatio in homia. EN lp mum natiuitatis tempore: à multis enim occafiopibus
temperamenta corú. variant, &plerique àrnaturæ terminis,
roaximédiftrahantur. Porròquiinipfor terremotus i momento nafcuntur femper
patent in tonitru ſemper lan guidifumo qardenet Cometa coex ar... dendi
complexjoneargentesfuntainter's Lühiikempordebiles cuadunt, vel fals, temi
Ariſtotelis teftimonio ) melan-; eholici, et atrabile laborantes. Hydárrgýrum
non effe vendnum in paura: fumptums quam itme', fed adver: mes nes andas
exiftere remedium ydrargyrum, vel fimauisargenti vionm, quodà multis venenum
exiftimatur, feliciſsimo fucceflu contra vermes exbibeturjzáptægue certitudi-.
nis illud in Hiſpania reputatur, vtmu lienes, tenellis pueris, quila ĉçis
vomi.. ty laborant, ad quantitatern granorum
trium in propria fubftantia propinare audgár:bacn, via morbuscellare videtur:
frequen A Hedmare frequentatisexperimentis. Ego quidem viduam mulierem curani,
quæ nouem dierum fpatio vomitibus continuis ex vermibuslaborauerat, et ferè
triduono comederatznec cibum retinere valuerat. Haiccùm fcrup.ij. bydrargyri
mortifica tii, cum tantillo adoniipropinaffem abfque vlla moleſtia peraluum
centum, et pluresemifitvermes, &eademdie lis berata eft, et folita exercuit
domi, et foris negotia,magna profe et ò parentum ſemper eventu, domique
continuò a quamhabeo, in quaHydrargyrum, in. furum retineo, illaa que puerulis
pro vermibus libentiſsimèconcedo, nec ad hucquempiam ex illo noxiam recepifle
expertus ſum. Vfuseft hoc remedioad vermesmecandos,MatthiolusHoratius,
Augenius, et plerique alii celebres viri, qui omnes huiusauxilii maximè extol.
lunt beneficium. Datur pueris in lub: ftantia Scrup. ji grandioribus Scrup.ij.
vel drach.j. Corrigitur illud, et nrore ficatur in mortario vitreo cum zuccaro
rubeo: ibi enim tam diù conteritur, vt in partes inuiſibiles diffoluatur; ne au
tem in priſtinam formam iterum redeat, * olei amigdal,dulc.gurtulas binas adde
re oportet, et cum zuccaro rof. violato, vel cidoniato ieiuno ftomacho languen
mtibus propinatur.Sciant igitur curioſiin hac dofi nullum præbere periculum,in
# maiori tamen non dedi,neque concede tem:licet apud Aufonium Epigram.10. o
legatur hydrargyrum contra medicinas venenofas valere. * Datura flores, com ſemper,
hominem in ri(was; concitane. M ! Tra eſt Daturæ potentia in faſcinan.. dis, vt
ita dicam, hominum men tibus, adeò quòd, qui illiusflores, vel Temen ſumpſerit,
à riſu, cachinnisque non defiftat,donec més alienata ex plan tæ viribus in
priſtinem redeat tempera mentum, Apud Indos à furibus Datura vfurpatur;fores
enim, vel femen in ci bos eorum, quosdepredari volunt, exhi. bent, et in mentis
alienationé, et in riſum 2. conci. MA it
concitant: ita profecto furádi parantin duftriam.Durat illorum riſus, et mentis
error, viginti quatuor horarumtermipc.. Ex Gozdab Horto. Lupesſenio confectos
in renibus venenoſosgeo net areſerpentes. Agnum profectò in præſentiarü arcanum
aperio, multis hucuſ. que incognitum de luporum natura. Il lud eft,cur à Lupis
animalia commorfa modòfanentur, modòautemmoriantur.. Anquòdluporum aliqui
venenoſi, ali qui verò ſine veneno exiftant?Equidem CarolusStephanus lib7 Jus
Agricult.cap.i. ſe obſerualle fatetur, ib Luporum fenum renibus,primò ferpentes
vno pede.Jona giores, et breuiores, qui temporisſpa tio venenauſsimi
effecti,Lupum enecás. Hac via facilius nobis tribuiturconie &tura deLuporum
morfibus.Si enimle piiuuenes fuerint, animahaa, momor derint, ex benigniori
eorum natura, mortem baud inferunt,vtmultoties ob feruamus, niſifortè.vulnera
in principi buscorporis fuerint locis, vel tá grádia, vimori neceflc fit.Sin
auté ſenio fuerint confe et i,proculdubio leuiſsimo morſu animalianecabút, propter
peculiare ve nenum inLupo delitefcens,quod víu ve nit,vtpieraq; præmorla
animalium, vel moriantur, velmembrum morſum pu treſcat, vtfaltem difficillimè
curetur. Ex. Gaſp Benkino. Qualiartificio ab vxoribus homines mafcu losfilios
fufcipere pale ant. Vita à Scriptoribus ad marium M reperimus:hæcautem præcipua,
et ve riora effe exiftimaui.Primovthomo ex exceatur,folidiorig;vtatur cibo,atq;
ra rius cócubat: ita n. et calidius et fpiflius fe. méeuadit,fita; prolificum,
et aptiſsimum ad marium conceptum. Secundo mater, et incongreffu fuper
latusdextrum recubat et à coitu confeftim fuper illud conqui elcat: Siquidem
Hippocratesmaſculosin dextris,fæminas verò in finiſtris genera-. ri ſcripſit.In
dextris enim ab Hepate fo. uetur ſemen,quod eſt calidum: in ſini. ftris autem à
liene frigido quoquo pa.; do refrigeratur, et ad fæminarunt 3
conceptum'præparatur.Tertiò ſpiranti tibus Aquilonibus concubant, Auſtris vero
defiftát:Aquilo enim admares fuf. cipiendos accommodatiſsimum eft,Au fter verò
ad fæmellas. Capimus huius rei ab ouibus experimentum, quæ fiflá. te Aquilone
concipiunt, marem ferunt; Auſtro autem foeminam. Multi, inter quos Cardanus
eft,ad marium concep tum Mercurialis maſculæ elum extol lunt,hæc duos quafi
coleos pro feminie bus habet, et ab vtroq; coniuge depaſta, marem inducere
occulte vi exiftimatur. Magnumele in hac inferiora Lune con fluxum. Trabilis
profectò eft Lunæ vis in hæc inferiora: ipfa enim noctes illuminat, et fuper
humida poteſtatem haber,marisfluxus, et refluxus per quae draturasfuas
intētiùs, et remifliùs facit; quippèdum oritur,maria intumeſcunt, et in
æftuariafluunt, quoufque ad circu. lum meridianum illa perueniat; cùm autem ad
occafum inclinat, Oceanus ab æftuarijsrefluit ingurgites; quando ſub M Orizonte,
percurrit,mare ad confueca æftuaria conuertitur, quoad nocte me dia meridiei
circulum Luna atringat; poſtremdcùm ad Orienté tendit,Ocea Rusquoque ad folitos
alueos regurgitat. Ipſa in Agricultura rebus dicitur do, mina;propterea antiqui
gentiles, qui in terræcultura proficere optabant, Lund libamina ſpecialiter
obtuliſſe dicuntur; y ocabatur Diana, ſiue Latonia virgo, aut Plutonia coniux
velProſerpin. Leonardi asri deOdtimeftri pariu ſenten tiamdebilem effe.
Peculatur Vairus in lib. 2.de Faſcino, Cur partus odimeſtris vitalis mini mè
lit,innuit hic, vir alioquin doctus, talem partum non viuere, ob femen im
perfectum:quia non datur ſemen (vtar guit )quod ad illud tempus fætu procre.
are valeat: ſicutin genere triticiquod dam eft,quod tribus menſibusgignitur;
quoddam verò, quod nouem menſibus: fed debile eft huius fundamentum, quá do in
Hifpania, et Aegypto o et imeltres partusões vitales efle perhibcãt:Potior ergo
concluſionis ratio requiritur,quam nos alibi tábgemus. somniarumprofagizà Deo
diuinare, aliqus bus bominibus concedi. On
omnibusfomniorum diuina N doconcellavidetur,fed quibusà Deo ex ſpeciali gratia
permittitur. Qui anim fomnia proprio ingenio diuirare intendunt (dempta
fomniorum intere pretatione, quæ et caulis naturalibus in naſcitur, quorum
præfagium ad media cos pertinet) aut cæcutiunt, et delirant; aut dæmonum
fallacijs inuoluuntur. Iofeph apud Pharaonem, et Daniela pud Regem Chaldæorum (vt
infacris habemus) quia diuina afflati erant ſapi entia, fomnia
diuinabant.Propterea mi niftris fuis Pharaonem audita fui fom.
nijinterpretatione,dixifle legitur: Num inueirepoterimustalem virum, quifpiriru
Deiplenusfit? et Rex Babylonis ad Da. nielem:Audiui de te,queviäm fpiritum De
orum habeas, ce ſcientia,inselligentiaq, as Sapientia amplioresinuentafunsin
tq.ExTa úello. Inter Polypodium, et Cancrosmagxam in. eſſe antipathiam. Axima
videtur inter polybodie M, i quòd fi polypodiumſuper cancirú abie ceris viuum,
breuiſpatio tum pedum cortices,cum vngues ille eijcier:tanca eft i iſtius
plantæ in illum particularis viru 3 lentia,& efficacia.Ex Mashioto, Ć
Dengan Ibidis, ferpentesattonitos reddere. Irabilis eſt ibidis pennarumvis M
contra ſerpentes, quippe fi illius penna ad illorum quempiam inijcitur,
Confeſtim in veſtigiogreffus hæret: ad mirabiliustamé eft, quòd ſerpens quer
pis frondibuscontacta moriatur, quare circulatores aftantibus mirabilia fæpè
protrahere à racione inconucniens elle a non debet:multa enim iis funt, quæ ad
i mirandaiudicantur:quemadmodum eft Viperam viſo Fago perterri:experimé. "
to enim probatum eſt, illiusramo ante hocanimal iniecto, veluti attonitú fie
si, nec ampliusmoueri Hoc etiá cuenic Gha. ti ſi barundine feuilsime percutitur:
fin verò iterum eadem vipera incutitur confirmari videtur, et fugam repentè
adire. Mulieres rard inebriari, acbrd autem ſenes, Ontrariam naturam ſenile
corpus, Contd et muliebre fortita funt:ob id mulie. res rarò ab ebrietate
corripi afpicimus, crebò tamen'ſencs. Mulier quidem hu mida eft, vtà cutis
cenitate,& fplendo re.comperimus, fenex contra ſiccus, cucis
afperitas&ſqualor confirmat. M11, lier ex aſsiduis purgationibus fuperfluú
exonerat; ſenex autem ex corporis duri. tie,luperfluanonexcernit.Mulieriscor.
pus, quia variis purgationibus crat de putatum, pluribus foraminibus fuit có
fertum; non ſic ſenis corpus,propterea naturales meatus à corporis ſiccitate,
et duricie potiùs obſerantur. Hæc funt în caula, vt ebrii fenes facilè fiant,
muº lieres verò perquàm rard. Nam fià mu. liere largè vinumfuerit hauſtum,
illud magnam mulieris humiditatem incidens,vtiq;vimluam perdit; dilutiulý; fit,
et cerebriſedem non petit: nam per. varia foramina mulieris illius vapor re
Currit, et celeriter eius fortitudo euanel cit.In ſenibus vinum contrarietatem
no recipit: quia corpusillorum ficcum eſt; ob id vinum firmiter adhæret,
cerebría que petit, quia in durioribus membris; et aridis(vt ita dică )
exhalatio nulla fit: hincab ebrietate facilècapiücur. Ex MA crobio 7.Saturn.
Qua induſtria in vrgenti fomno, quis vac leat excitari. Agnus Alexander,vt
ingerendo imperio, occupatior eſſet,magnú contra ſomnum excogitauit remedium,
quoſi quis vtetur,facilèin ſomni graui tate excitari valebit. Ille Vas æneu pro
pè lectum conſtituebat, et pilamæneam fiue argenteam manu compreſſam ha
bebat,brachiumque ſuper vas illud ap tè componebat,vt pila in ſomno elapſa in
æneum procideret, et à fonitu excita retur, et furgeret.Mira equidé fuit hu. ias
ingenij dexteritas, licet hæc Alexandri dormitatio potius quàm fomnus dici
poſsit.Ex Ammiano Marcellino. Quibusfignü corpora venenata cognoſci yaleant. L
Icet venenorum genera multa fint, ex quo difficile fit omnia figna repe
rire,quibus cognofci valeant,afferam ta men qua mcthodo corpora, quæ venenü
fumpferint,intelligere poſsimus. Porrò magna fit in corpore commotio, dum quis
venenum hauferit;præcipuè fiillud calidæ fuerit naturę:doloribus enim va lidis,atqueacutis
in ſtomacho, et inte kinis torbonibus languens cruciabitur, præcordiorum
fentiet anguſtiam, fati gabitur vomitu,& fuxu ventris, ſudor fuſcirabitur
in fronte cum vultu frigi do: colorægri erit pallidus, pulſus de bilis,
inzqualis, et inordinatus,fynco pi, &animi deliquiis affligetur. Hæchi
omania, vel in maiori parte fuccedunt, o porter celerrimèinggris.vomitum pro
uocare, vt aflumptum vencnum eiicia ur. Ex pal.Vilan. Luem Gallicam non modò
homines,fed canes etiam inuidere. Tanta eft morbi Gallici quandoque immanitas,
vt non modò ex vno lan guente,vel reſpiratione,tactu, autcom merci oplures
homines ea lue polluan tur; verùm atque canes, ſi vicera, vel vnguenta infirini
lingere potuerint.Ex I perientia hoc edocuit; viſus eft enim et quidam canis
Gallica lue captus, quihe I riſui emplaſtra linxerat. Ex obformatore if Iulii
Scaligeri. 6. Poet. Quotermi nocorporis hominispulchritudo conftitui debeat.
Arii equidem funt Scriptores in conſtituendo termino longitudi nis, et latitudiniscorporis
pulchri:ihter quos, ſententia loannis Goropii, in fua Gigantomachia, magis
acceptanda vide tur à fapientibus:colligit exHomeride Creto longitudinem
hominis pulchri de bere eſſe quatuor cubitorum, latitudi nem verò vnius cubiti.
Cymrinum bominibus palliditatem corporis inducere. More Multa profectd ſunt,
quæ vultus colorem hominum deflorare ob ſeruantur: fiquidem panis hordeacęi v
fus facit homines pallidos.Ex Ariftot. A quælutulentæ potus, vſus ſalitorum, et
immoderata Venus valde colorem de. turbant: inter ea tamen, quæ ex proprie.
tate decolerare putantur, Cyminivſus, &olfactus eſt. Duo enim de hoc exem
pla habentur apud Plin.lib.20.C.24.V. num fe &tatorum Portij latronis, qui,
ve illius imitarenturpallorem,cymino fre quenter vtebátur:alterum eſt Iulij
Vine dicis,qui, vt Neronen falleret,palloré Sibicymino conciliabat. Ex
Mercurialide Decorat. Regem Archelaum maximè Aſtronomie fi iffe imperitum. T
minibusneceffariaiudicatur,vt malè ciuitates, refpublicas;hominumo; cætus fine
illorumobſeruatione ij con leruare valeant.Vtique horum ope té pora,annos,
menſes, et horas metimur, &ſine his in, varia labyrintha inuolui mus mur.Hoc
apertè ille imperitus Aſtrono miæ Rex Archelaus oftendit,qui (vt vi ri ſummæ
fidei fcriptú reliquerunt) ob Solis Eclipfim,cuius caulam ignorabat, *
tantotimore correptus eft,vt regiam is clauferit,filium totonderit, iudicia è
fo ro fuftulerit, et iuriſdi& ionem penitts en intermiſerit: vltimum enim
orbis diem. eſſe arbitrabatur.Ex Magino. Mira grecilitatis quofdam bomines
fuilfe repertos. X Aeliano,& Athençoquofdam ho mines extremæ gracilitatis
fuiſſe * colligimus:legitur enim quendá Arche ftratum vatem fuiſſe, qui captus
ab ho ftibus tantæ gracilitatis repertus eſt, vt cùmlanci apponeretur, pondus
vnius obolihabuiſſet,quod incredibile,& ferè ridiculum exiftimatur.Philetas
Couse. tiaminuentuseft, quem ex gracilitate E vſque adeò inualidum fuiffe
fcribunt, vt ne à vento deijceretur, pondera ferrea pedibus, et foleis geftare
coge { retur, Anguit. Emine Anguillas cumAquilone mirambabere fyme putbiam.
Trabilis profe et ò conſenſus eſt, quem Anguillæ cum Aquiloni.. bus habent:
ipfis enim ſpirantibus fex. dies fine cibo, et aqua has viuere fertur; cum
Auftrisautem diſſentiunt, quippe his flátibus diu ſine cibo, et aqua illæ vi..
uere non poflunt. Ex Bodino in Theat. Aſparagorum vſum corporis facere pitorem.
Nter ea,quæ nitorem; &pulchritudia nem tur, Aſparagorum vfusconnumeratur,
cuius efficacia à multis in corpore colo.. rando ferè mirabilis iudicatur.
Aſpara.. gi fætentem reddunt arinam, et perilla pratos corporis
expurganthumores:eb: id mirum non eft,fi,ijs euacuatis,corpus reliquum non modò
odoratum redda tur, ſed etiam nitidum, et coloratum: quippeex humorum prauorum
conge. rie, et palliditas, et defloreſcentia nobis jonaſcitur, quibus
ceflantibus, ceſat de. formitas, et colornitidus exoritur. Ex Auicenna. Picem
cum oleo; maximam babere colli gantiam. E X congeneri ferènatura Picem, Rea
ſinam, et hujuſmodi, magnam cum oleo affinitatem retinereobferuamus:fi manus
enim pice, vel refina fædantur vtique eas oleum extergit,idque ob col":
Tigantiam oritur. Oleum furfur tollit, furfur aqua eluit; aquam demumlintco:
ficcamus.Ex Cardino Mularumgenuse propriapecieminime propag ari: MVlasequidem,&
monftraconfimis lia,nec parere,nechium genus prou pagare obferuamus:id fieri
aiuntmulti;. ab improportionato generandi tempe ramento: veriùs tamen cum
Bodino in Theau.Natur: hot contingere exiftimo, une fpecierú fit infinitas:
natura enim in finitatem abhorret. Ariſtoteles in Syria fupra Phænicesmulas
parere ſcriplīt; et Theophraſtus in Cappadocia illas genus 3, propagare
voluit:tamen hoc veriſimile haud eſt. Propterea magis credendum reor, in illis
locis Aſinarum quoddams: genus oriri mulabus conſimile, potiùs, quàm mulas,
quarum partus à noftris. prodigiofus, et funeftus effe dicitur, vt Iulius
Obſeq.inlib de prodig: adnotauit. Leones, Sole in Leone'peragrante,a'febribus,
moleftari: Irabileeſt, quod in Leonumfpecie contingit,dum Sol Leonis cælefte
fignum ingreditur:ijenim à febre tertia.. na in toto fyderis fpatio
excruciantur:a deà quòd fateri oportet, talium genus cum hoc fydere antipathiam
habere et tertianam recipere'; proinde Leoninaà multis hæcfeprisapperiatur,bene
iudi. cantibus, Leonemeſſe peculiarem. Leo. nes hoc temporetertio quoque die
paſo cuntur,neciemel etiam accidit, vt bidu um,veltriduum inediam ſufferāt,
Ster custunc ficciſsimum, et vrinam fatente excernunt,vt Ariſtotelesadnotatum
re liquit.Aiuntmulti, hocà natura forſitan eſſe factum,vt ferociſsimæ beſtiæ
quo quo pacto cohiberetur impetus, et à fre quentiori rapina coerceretur. Quo
artificio in fenibus barbas, albofque cam pillosdenigrare pale amus. Eferam
notabilem miſturam qua, ' R Jeant.Sumito lixiuij communis quantú volueris,
decoque in eo faluiæ, et lauri folia cum corticibusiuglandium viri. dium; mox
laua, aut ablue madefa &ta fpongia:ita enimnigredinem compara bis, quæ diu
durabit, &lætaberis effectu. Ex Porta: Mergum,& Anferem aquaticum in
Hydrsa phobiam plurimum valere Ntercuncta animalia adnotauit Arie ftoteles
Anſerem aquaticum folùm non rabire, ob id à multis huius efum in Hydrophobia
maximè celebrarur: mirifico autem experimento contra ram. bidi canis morlus
valere dicitur Mergus qui in aquis et maridegit, quippe ab Ace. tio,eius eſu
Hydrophobosillicoaquam efflagitare narratur. Lacertasmira magnitudinisapud
Indos iz... Meniria NInfula Sancti Thomę, quçdam La IN Ls certæ ſpécies miræ
reperitur magnitu dinis,quæ admodum illius gentibus fa miliaris, eft.In Ioſula
etiam Capraria,, quæ vna èFortunatis eft, ingentis ma gnitudinis hæc animalia
cerpūrur;habis tatores autépro ijs interficiendis, bom. bardis,fiue
ſolopetis,alijfque bellicis in. ftrumentis vtuntur. Ex Amate Luſsin Dia. ofcer.
In educandis iuuenibus, miran fulle aibe: niexfium induftriam. Moser Oserat
Athenientum in iuvenum educatione, vtij cothurnicibus, fio uc qualeis, aut
gallis pugnantibus ftudi. an impendcrent:Solent enim hiermo. di
volucres,vfquead extremam virium defeâionem certare. Qulo exemplo ad
ſubeundapericula; et vulnera contem merida, ifamınabant iuuencs increpan tès au:bus
minus ingenioſos effe homi. nes, non debere.Exsotino apud Lucianum Serpentum
eumapudl kudosfrequentari.. NCuba Inſula penes Indos,ferpentes loua totius
corporis ipecie, ac forma prediti inueniuntur,quippe ſelquipedis IM I plerumque
longitudine exiftunt,& ex terra, et aqua viuunt:Quod autem apud illas
rationes mirabilius videtur inlay tioribusmenfis, horum animalium e fum,tanquam
ibum ſapidiſsimum free quentari.Fx Petro Bembo. Quomifico,Po ticaput; inmiram
intumeſcentiam redderevaleamus. NterAgriculturæ arcana, non infimi momenti
methodus eſt, quaporri cam put in tumorem magnum reddere poro Gimus.Aperiam
abftrufum artificium:Si enim porri caput,arundine, vel ligneo ſtylo
pupugeris,atq; raporum,vel cucu- merum fomen vti foramine occultaueris
proculdubio propria capeo in tan tamtumorem deuenire, vtid prodigio- fum
iudicetur, Ex Mizaldo. Iwer Fraxinum, &Serpentes miram adeffe Antipathiami
Raxini fuccus ad ferpentum morfuss mirabili fuccelu à medicis vſurpa nec fine
ratione: hanc enim plans tam Serpentes, ex occulta antipathia ji miro odio
infequuntur: fiquidem illius L6 yobras OX tur, vmbras tùm matutinas,tùm
veſpertinas euitant,& lógiusaufugiunt. Retulit Pli nius lib. 16.cap. 13.ex
fraxino experi. mentum quòd figyrum frondibus fra xini,& igne apparatur, in
cuius medio ſerpens lit proiectus,procul dubio ferá in ignempotius, quàm in
fraxinu aufu gere:tantusefthorum diffenfus, &co. culta ſerpentum
inimicitia., Virginitatem in mulieribus, qua viaexperizi: paleamus. L Apathiū
maius in aperienda mulica rum virginitate aftantibus magnam retinet efficaciam:
ſi enim ex huius folijs faraturfuffumigium,fiue hęc fuper ig. nitos carbones
inijciuntur,vteffument, vbi mulierum fit corona, cum odor ad pudenda mulieris
perueniet, illius bon. nitatem,vel malitiam oftendet: quippe fi viro copulata
fuerit,abfque dubio v rinabit, fim verò fuerit virgo,vrina po tiùs
conftringitur, quam emictatur.Ide etiam faccre autumant,lignum Agallo chum,
fiue Xiloaloem, vel femen portu-, acæ fi fuper carbonesiniecta,adeò effument,
vt ad pudenda mulieris odor va leat penetrare: mouetur enim in deflo ratis
vrina quantò citiùs, fecùs verò in virginibus.Ex.Perta. Quomodo ex duabus aquis
claris, lac effings re illud valeamus.quod Virginale Pocatur. Ac illud,quodà
pleriſque ob colo Cris ſimilitudinem,liue ex nouo ori gine, Virginale
appellatur, ex duabus, aquis artificiosè corifedis exoritur ad multa equidem
corporis mala yti. Lifsimum.. Eius modus talis eft. Su mito lithargyrij in
puluerem redacti Vnc.ija acetialbivnc.si.commiſta infi-, mul per filtram lineum
deſtillato, et a quam clară habebis.Vtautem alteram componas, fumito Salis
gemmæ Vnc.), Aquæ cómunis, fiuepluuialis claræ Vnc. Mimiketo fimul, et fic
bimas habebisa quas magni valoris. Cùm verò vel ad oftentationem, vel
curioſitaré fiue ne. celsitatem lac Virginale conficere opta bis,aquas vtrafque
coniungesfimul mil cendogita profectò confeftim laquor la L7 Ereus M deus ſuſcitabitur, qui Virgineusvoca.
tur.Verrucæ in manibus fi hoc lacte per dies aliquot beneconfricantur, euanef
cunt. Impetigines,omneſq; faciei macu. læ,rubores, et ex foleardores, hoclini.
mento facillimè curantur. Caftrates lienem,velonorum vitellós durios? res
deglutire non poffe. Irabilc elt i: lud,quod in caftratis, circa cibum
obferuatur: hi enim nec lienem,nec duriores ouorum vitels losdeglutirepoffunt,
vt frequentiſsima apud multosinoleuirexperientia.Retulit Bodinus in
ſuoTbea.tales priùs fame fe necari pati, quàin lienem vorare por fe.Huius
reialia non creditur effe ratio, quã xſophagiiſtorú ex nimia adipecoão |
guftatio, et cóftri& io; cũ auté lienis fub-. Itātia spõgiofa &flatuoſa
fit,atq; in mã. ducationemagis infletur;facile fit, vtiji i ex ælophagi
anguftia talem cibum deo to glutire nequeant. Eadem ratio eftino uerum
vitellisdurioribus', qui ex ſuba Itantia glutinoſa,per anguftum non facie la
tranſeunt. Spatium humanæ vita, centum annorum fom cundum degyptios
compenſariin. teruallo. in. * " Vriofa magis, quàm veritari confo näns
mihi videtur Aegyptiorum aliquotopinio,dehominum vitęmenfu, ra:quippe illorú
multi, qui medcata cadauera feruart conſueuerant, ex quada conic et ura à
cordis humani ponderede fumpta in eam deuenerefententiam, ho. minisviram centum
annorum fpatio de Gniri.Sumebant experimentum in cora poribus, quæ fine
labemoriebantur; ho rumenim anniculi duarum drachmarú. pondtrisgcorretinere
videbantur, bini quatuor;& fic in iingulis annis, quo in anno quinquagelimo
bomines centum. drachmiscor in pondere retinere affiras mabant:à quinquagefimo
binas: dracha mas fingulisannis decreſcere, atque à cordis pondere detrahi,
minuijè dicea. bant, &fic in anno centefimo ad primum, fui ponderis:
fecundum iftorum conie... awan,corredibat.Ex Teicntio / arrone. Claro Pblibotomiam ex vena ſaluatella,
pleneticis: plurimumprodeffe. "VrabatGalenus ſpleneticum qué dam;&
cumdiù (vtipfe narrat)de illius cura eſſet ſollicitus,atque diligen. ter
remedia quæreret quadam nođeſó niauit,fe in infirmo de vena faluatella, quæ eft
interminimú,& annularem ma nus digitos ſäguinétrahere; quod fecit, et fanatus
illeeſt. Hoc diuinæ bonitati tribuendúexiſtimo, quæ multoties, ho mines per
bonosfpiritus dirigit, vt ca perficiant, quæ in corpornm valetudine
concernuntur.Ex Bartbol.Sibylla. Gymnoſophiftas apud indosmire,viſus, &in
genij dexteritatis inueniri. MIIrabile profectò illud eft; quod de
-Gymnoſophiſtis quibusdam apud Indos narratur. Hienim ab exortu, vf quead Solis
occaſū; oculis contentiscan. didiſsimi fyderis orbē intuentur,inglo bo igneo
rimantes fecreta quædam,a renilgue feruentibus perpetem diem al ternis
pedibusinfiftunt.Ex Solino. Quibus auxilysforumarum materia,per pri nis
paleasensachari. Bseruatum eft huiufmodi præfi O sibus euaneſcere.Adhibentur
primò in firmis aliquot clyfteria, ex fucco bryo niæ, et mercurialis,oleo, et fale
concin nata, quibus patiens tum gelu, tum ma. terias.viſcidas copiosè purgari
videbi. tur:mox cum oleo amygdalaru dulciū, vel mali aurantij coleis, manè
dilucu.. lo, cantharidum præparatarum grana quinque,velſex iuxta corporis
naturama. capiet.Cantharides autem per horas 24.. in aceto
infundantur,deindeexiccentur, &in puluerem reddantur.Hic enim ea.
rumpræparationis modus eſt. Huiul modiauxilijsftrumarummaterias, vri pas
euacuari compertum eft., Obferua uit hocDo et orPhyficusJoannes Domi. nicus
Donnus,cuitis familiaritas,animi queindoleseſt mihiſemper gratiſsima, mihique
tale remedium communicauit; robuſtis tamen corporibus folú adhibe ducéleo: ex
illius enim experiméto do lors BARCE- 1 II! lores ad inftar parturientis circa
pe &tine tale præſidium commouereaudiui. Alijs etiam modis, et auxilijs
(trupęcurătur, quippe fioleo,in quo rana terreſtris,tal pa vellacerto, (vulgò
dicitur racano )fi ue lacerta magna vocata ebullierit, diú ftrumæ,purgato
corpore, liniantur,abf que dubioexiccátur, et euaneſcunt.Het animalia viua
prius in oleo fuffocantur, cùm ad carnium ab oſsibus ſeparationé ebulliunt, et oleum
mirabile ad ftrumas componitur. Nonpulliad earum extir. pationem caufticis
vtunturmedicamen tis, quorú potentia caro aperitur, et ftru
mæetiacuantur.Componuntur hęc talia ex arſenici fublimati drach.j. lithargyrij
aur. et aluminis roccean.drach.ij.fabari vftulatur:numero quinq; hæc in pulue.
rem reda et a cum frumenti farina,aceto que acerrimo mifcentur, et fit malfa, è
qua orbiculi, vel plancentulæ formantur et exiccantur in Sole, vel furno,admoué
tur fuper ſtrumas, &fpatio horarum24. opus perficiunt, Alexandri Magni
magnanimitas in pofteros: ftudiofas. MVlta ratione Alexander Macedo
Magnusdi& us eft',cùm eius excel lentia non modò in litteris apparuerit..
Ille quidem, vt Ariftoteles de animali bus hiftoriasfcriberet,multa
liberalitate in pofterum vtilitatem, octingenti auri talenta, cum tribus
hominum millibus dedit, vt fyluas,aularia, et viuaria, omnis. generis
diſquirerét, et opusab ipio per.. ficeretur.Illi autem per Europain,Afriw. -
Cam, et Afiam peragrantes,multa anima: tium gencra ad Ariſtotelem attulerunt,
quarum difle et ionibus, de vniuerfa fen? rè horum natura accuratiſsimè
Philofon phus fcribere potuit.Ex loanne Bodeno. I WA Mulieres quafdam in
oculis, equi effigiem, pel: geminaspupilas babere compertum eft. NO On rarò
quædam mulicres magæ reperiuntur, quæ vt plurimum a-. niculæ funt, hominibus,
animalibusý; vilu,nocentės. Solent hæ in fingulia, acut oculis, velgeminam
habere pupillam, (vt HieronymusMengus de Arte Exe orciſt. adnotauit ) vel equi
effigiem, quemadmodùm nonnullas Pontumin colentes habuiſſe legitur. Referuntex
iftarum oculis quofdam emittiradios, qui non ſecus iacula et ſagitrę pro homi
num cordibus faſcinandis exiftunt, ità profe et ò totü pernicioſa quadam qua
litate corpus inficiūt,breuique velnullo temporis conſumpto interuallo,homie
nes,bruta,ſegetes,arbores polluunt, et ad interitum tæpè deducunt. sanguinem
caninum HydrophobosCupareba PotumAutumant Galenus N Serapio,& pleriq;fapiêtes,fangui
nis canini potu, canisrabidimorſum ca. rari teftantur: quæautem fit ratio,apud
hos non legitur. Referam tamen, quæ àMarſilio Ficino in lib. z. de Vit.produc.
adducitur. Ego opinor (inquit) ſali ziam canis rabidi venenoſam, impreſ fam
hominis pedilæſo,per venas paula tim ad corafcendere more veneni, nifi quid in
tereadiſtrahat.Si igitur interim canis alterius fanguinem ille biberit,fan guis
illecrudus ad multashoras natat in ftomacho, eum denique velutperegrie - num
deie et uro per alium. Interea cani. pus languis ifte,faliuam caniná fuperio ra
membra prenſantem, priufquam ad præcordia veniat, deriuat ad ftomachű: ná
&in canino ſanguine virtus eft ad faa liuamcanis attrahendam, et in
ſaliuavia ciſsim viftus ad fimilem fanguinem proſequendum. Venenum igitur à cor
defemotum, fanguiniqueimbibitum, in aluo natanti, vnà cum ſanguine per
inferiora deducitur, hominemque ita relinquit incolumen. Corallinam, ad
puerorum vermes necandos maximè laudari. COMOrallinæ, quam plerique muſcum
marinum appellant, in puerorum ť vermibusnccandis,miraeft virtus, et cf.
ficacia.Hanccirculatores in plateis vene dere folent,talegue remedium ad lum
bricorum internecionem, fummis lau. dibus extollunt. Profectò à veritate in hoc
negotio haud abſuot:hoc enim cão teris medicamentis, in rehacaccommo
datis,excellétius eft:experimento fiqui. dem comprobatum eft non modòlum.
bricos interficeretale præfidium; verùm atque eadem die, cùin aſtantium admi
ratione, oxpellere, vtiure dixit Mat thiolus, quòd quandoque viſus fit puer,
quiex aſſumpra huiuspulueris drachma, a centum vermes excreuerit. Qua induſtria,
labioram,meruum, capia tamgmamilarum citifsimèfifuras fanate vale anus. Periam
ele &tiſsimum præfidium, A tumque mamillarum fiffuris feliciſsimo fucceflu
fere millies vfus fum. Sumiro lithargyrii argent, myrrhæ, zinziberis an,vncj.redigantur
omnia in puluerem fubtilif. et ex cera recenti, melle,& oleo oliuarum ad
fuffic. fiat vnguentú. Vfus talis eft: primò liniantur fifluræ ex hu mana
ſaliua, mox defuper in tela exten fum applicetur vnguentum,ita cquidem paucis
diebus fanantur, Rhabarbarum cidoniatan, y terogerensabs que periculoalue
exonerare. IN graudis mulier bus, cùm grandi inorbo affliguntur, magna cautela
ſo lent medici medicamenta cuacuantiae ligere: vel enimhaud porrigunt,ne con
Ceptum diſperdant, et matrem occidant; velmitiſsima, et benigniſsima excogi
tant, et propinant. Multi Rhabarbarum ob eius caliditatem, et amarulentiă recu
fát: ſed perperá quidé, quádo illud cido nio Correptú, inter ele& ifsima
&benig piſsima connumerari debeat, Rcferam i qua induftria à Ludouico
Mercato,viro celeberrimo,prçparetur.Sumanturcoto nea, ab interraneis repurgata,
tes diuifa, (ſed fuperftite pellicula, quæ valde eft odorata) in aquadonec
tabuc rint ebulliant: mox per linteum colata, et exprefla, optimolaccaro
coquantur, et dumid fit,adiicies ad lib.j. huius con diturz,vnc.j.Rhabarbari.
Doſis cuius fit vnc.j.vel Aliud cidoniatum compo nitur, quod eftgratius, et abfq;
moleftia efficacius euacuat. Diuidatur cidopium &fub God &in par 1 (264
et fublatis feminibuscủfolliculis, parti um ciuitates puluere optimi Rhabar,
negligenter triti,ac Drach.j.velj.- aut ij.imp cátur, vel, ſi affectus
poftulaueri agarici tantundem, vel foliorum ſene; mox vniantur cidonij partes,
papyro que inuoluantur, et ligata in clibano,vel furnello coquantur ad perfe
&tam co et i onem;poftremò abie &tis medicamentis internis, pulpa
manducetur. Hoc pro fe et ò medicinæ genus fecurè cuacuat, et viſcera omnia
corroborat. Animantium robur animi, à femine inge terari. Vanta fit feminis
efficacia, in aoda. cia hominibus comparanda, nullo aliomedio ſecuriùs
cognoſcitur, quàm caſtratorum natură compéfare.Hipro fextò ſtatim atque
teftibus priuantur, animi robur amittunt, atque máſueſcár: fiquidem et à
fpirituumcopia, et calore potiſsimùm naſcitur audacia, quæ in teſtium natura
valde { pongiola ge. merantur, et ab ijs in corpus deferuntur.Ob id Galenus,in
lib.1.de femine,le méSolicóparauit, quod ſuo fulgoreorbe illuſtrat;iuxta cuius
fulgorcs ſemē,& ipi rituú,& caloris potentia, ferè corpusil luſtrare
admonemur.Hinc Aegyptijſa pientiſsimi,cum Regem fractum, hebe temq;
repreſentare volebant,meritò Ti. phonem caſtratum pictabant benè ani
maduertentes,nil poſle verius hominem infirmum oftendere,quàin hominem fie nc
ſemine. Aegyptiorum aliquot ad Quartanam febrens ſecreta experimenta. х bris
quartanas Aegyptis familiaria ſunt, hoc pro ſele &tiſsimo remedio ha
bent,ægrotisdeco &tum ex menta para. tum ad femilibram,calidum cum (polio
ſerpentis puluerizatibinisdrachmisan te accefsionem per horam propinare.A, lij
cum decocto affati temporeacceſsio nisvomitum procurant cum felici fuo.
ceffu.Sunt et nonnulli,quiante acceſsio nem pilularum drachmam exhibent. M He
exagarici,gentianę,caftorei,mytrhe, rutæ an, drach.ij.piperis longi,calamia
romatici,crocian. fcrup.iv.theriacæ an tiquæ drach. iij.conftant, et cum ſyrupo
de granat. dulcib.conficiuntur. Aliis ve ſitatiùs eft,exhibere drach.
agarici,cum myrrhæ ſcrupulo, diſſoluram in pulegi deco et o, Ex Alpino de
Medic. Aegyp. Auesbacciarum taxi eſu nigro colore fieri. Axus inter plontas
virulentiam ha bere maximam videtur: quienim fub iftius vmbra dormire audebit,
in grauem affe et ionem incidet. In baccis autem venenum potiſsimum viget.nam à
viris comeftæ,ventris profluuia, atque funefta pericula mouent: boues illarum
vfu moriútur, quemadmodum &peco ra,ffortè has comederint, Aues verò iftarum
eſu minimè moriuntur, penna rum autem color in nigrediné mutatus, Chelidonium
Lapidem MIT APN epilepfiam baberepirtutcm. VIItrus Chelidonii lapidis à
pleriſque maximè extollitur: prelentaneum enim Epilepticis réputatur remedium,
adeò quòd non pauci iſtius vſu à tanta morbi forociate liberati funt. Feruntin.
Autumni principio,Luna creſcente, hũc lapidem à ventre hirundinis extrahi, et contricum
aliquo liquore epilepticis in potum propinari:quippe facultatem re tinere
dicitur, tenacem, et vifcidum hu morem, qui caufa caducimorbi eſt exica candi.
Multi,chelidonium non folùm elu, fed etiam ſola ſuſpenſione, Epilep ticos à
proprietate ſanare contendunt, Ex Lomnio. Miram interafpides, et halic acabum
inejſe Antipathiam. Irabilem natura inter alpides, et halicacabum, quemaiorem
veſi cariam inuenit diſlenſum, et antipathi am:ijenim, fi iuxtà huiuſmodi
plantæ radices quoquo pacto corpora admoue rint,tanta ſtupiditate, et fomnolétia
cor Tipiontur, vt amplius nequeant excitari. Ariftotelem rerumcaufis maximum
noſcena dis adhibuiffe ftudium M M 2 Erat Aristoteles adeò cauſarum re, Erum
cognitionis ftudiofus,vedie cilè quiefceret, nifiad quæfitum exas ctum
ſcrutinium deueniret: ob id cumà. graui valetudineopprimeretur,atq; me dicus
citra morbicausa,pleraq; vetaret, fertur(teſtimonio Polybij ) sc.medico
dixiſſe:Nemecures,vt bubulcú, et for forem; fed prius caufas ediſſere, et ita
pre ceptistuis facilè memorigeratum habe bis.Cum autem in Chalcide exularet;ati
que Euripi, qui inter Aulidem Bcotia portum,& Eubeam infulam ſuntaugu iti
freti,feptiesinterdiu noctuq;alternis fluctibus ſtato tempore refluerent, ille
maris recurſus excogitans,atque caulam reddere non valens, tanto mærore affe et
us eft,vtmorti occumberet. Ex Iufting Martyr. Infates a nutricib mores,&
téperiē recipere, nfantes profe et ò à nutričibus non foi lùm circa temperiem,
fed etiam mo res multum recipere videntur.Ob id fat pienterà veteribus,Romulum
à lupafu. idela &tatum, proditum eſt, velhocfinx I erring erint, vel vera
narrauerint; fuit enimRo mulus ferinis moribus, callidus, fortif limus, et incommodipatientifsimus.At
præter hunc,multosà feris enutriros, et educatos legimus; num autem hoc ijs, ex
animi feritate fuerit tributum peſcio. Scribitur Cyrum à cane fuiſſe nutritum,
TelephumHerculis,filiumà cerua,Pelia Neptuni filium abequa, Alexandrum Priamià
vulpe,A egiſthum à capra,quo rum inores,apudScriptoresnoti ſunt,vt
apertènofcamus, quid nutrices infanti bus afferant.Equidem quià capra lactá
tur,ftulti fiunt, et fälaces;& ita hircuselt;. quare ex hac conie et ura
tales euadere in.. fantes, quales fuerint& nutrices com perimus;fed mores
virtute animi mode fari poffunt. Qdo artificio vitrum diuidere valeamus. Icet
vitrú folum ab adamante, cùm plicabile haud fit, diuidiinueniatur, tamen alia
induſtria etiam compertú eft illud poſle diuidi,vt Cardanusrecenſuit Hic eft
modus: Filum fulphure, et oleo irabue, L M3 370 imbue,locum circunda,accende,
repete, donec locus optimècalefcat;mox confe ftim alio filo, aqua frigida
madefa&to circundato, et vitro in eo loco fractum, &diuiſum habebis.Ego
quidéalio artie ficio, et fecuriori vitrum, diuido,caſug; hoc mihi notuit.
Habebat quadam die cyathum vitri vino ſublimato,fiue aqua vitæfemiplenum, ad
curiofitatem non nullorum amicorum,a quamin flammá, accenfa candela,reddidi, vt
vinum fub. limatum accendi folet, confuiripta all tem flamma, cyathusin medio
diuifus eſt,atque co potiſsimùm loco, quema qua fupernatans attingebat.Ita ex
curio. loexperimento, vitruin diuidere apud alios amicosnon lemel valuir
Gallinaceum ftercusà fungorum virulentia bomines tueri. ' Vngorummalitia,ex
multorum ex.. perimento, pleroſquevita priuauit quia autem homines ab illorum
elu ob luxus abſtinere nequeunt,referam quid àGaleno,tanquam arcanum,pro
iſtorú. Fe virulentia extirpanda,leu ſuperanda ada notetur.Erat in Myſia
medicus quiho mines penè ſuffocatos ab elu fungorum ad vitam ducebat, remedioa;
tanquam arcano quodam vtebatur: huncprecibus exorauit, vt tantum auxilium
aperireta Stercus gallinaceum ille adduxit, quo contrito ad- læuorem vtebatur,
et cum: oxycrato,autoxymelite propinabat in firmis, qui celeriter
omnesadiutiſunt. Hoc vſus fuitmox in quibuſdam Vr- r banis Galenus, et verum
inuenit: nain: qui præfocabantur, paulò poftvome bant pituitofum humoré omninò
cral hiſsimum, et exindeplanè liberati funt. Infuper Myſius ille vtebatur
huiuſmodi præſidio in diutinoColi dolorecú oxyo melite,propinato vino, velaqua,
cum felicifsimo fucceffu lob id Galenus ex Bolilongo dolore fpafmo correptos,ta
li remedio quoſdam perſanauit: nam et hoc colicum doloremaufert, qui caufa
ſpaſmi eſt.Ex Gal.16.simplic.cap.io. Varia deliramenta di vini
potentißimipotua.r exoriri. M 41 Multa Vlta equidem deliria in ijs,quia vino
potentiſsimo inebriantur, fecundùm humorum in corpore prædo-. minium ſuſcitari
ſolent:quippe iltorum nonnulliin riſum maximum mouentur, aliqui plorant,pleriq;
vociferantur, alij. profund ſsimo lomno quiefcunt.Refert Alphinus,in lib.de
medic, degypt. muliere quandam à vini potu largiori ebriam, primònimis euafifle
hilarem,atq; in ho.. mines la ciuiffe, quoscomplectebatur, et ofculis tenebat;moxèrifu, et cantu,
ad ram, et furias deueniffe ex quibus fami.. liares eam pertimentes,
præcauebant;de. inumin mæftitiam,vtdefun &tos lamě. tabili voce
deploraret;poftremò à fom. no oppreflam,omnem ebrietatem digef fiffe.Caufa
omnium eft, quia vinum pri mòcalefacit,fecundò adurit,tertiò refri gerat; ſi
potésfuerit, et immodeſte poti. Ego profe et ò quendam cognoui, qui a pud
Marchionem primum Sancti Marci dominum meum erat in culina,vt lances vaſaque
culinaria in dies-collueret; vo cabant Iulium Colauentre. Hic epoto vino grandi,
quodBeneuento pro domi 13 ni menſa forebatur in tam immanemde uenit ebrietaté,
vt Dæmoniacus appare ret,os,manufq; extorquebat,in fe ipfum fæuicbat, ia
&tabatq; membra, et infinita agebat deliramenta. Aulæ Sacerdos fa cris
libris accingebatur ad exorcizandú hominem: quando vocatus, ebrium illi effe
faffus fum,meoqueiuſſu ferula,mo Te puerorum, circa nates,flagelliſá; con
tačius, breui ebrietatem dereliquit. Syrium inter fydera.calidißime exiſtere
matuth., Riente Syrio tantum aëris concipi.. præ ardore langueſcant;canes in
rabiem trahuntur;furiunt viperx, et ferpétes; ftuant mariajaer occultam nocendi
qua. fitatem recipit;ſemina, ia era ſub tali ſy dere,minimènafcuntur: talis
profectò eft Syrij natura. Exlib.2.de Hydr.natur. Viterum in nuptis mulieribus
varios fuiffe mores, o confuetudines.. 3 MS Non
N.DE dumprima On vna equidem apud Veteresin. nuptis fæminis erat
confuetudo: quippe conſueuerát homines in finuPer. fico, littoreg;Orientali,
Virgines nobi. les nubiles haud deflorare, nifi brachijs, margaritarıım ļineis
ornatæ incederent:: ab id illæ in magņo.erantprecio.Deſije. a nuncmosille, et margaritæ
vilius illice. muntur.E « Garzi4 ab Horto. Catullus, in nuptijs Pelei, Tetbidw,
aliam natat con ſuetudinem, Virgo nupta, noctecun marito erat concubituva, ita
tra et abatur:ante coitum eiuscollinen.. fura filo circumdato meníurabatur,mae
nèhocrepetebant, quòd fi latius, quam vt filo comprehenderent, collum inueni
ebant, defloratam ça nocte cenfebant:ſin: Vitò dibilomaius,integram, aut antea.
fuille deuịrginatam habebant. Aļijalias. habuere confuetudines. Pupauetagrefte
mirabiliter Pleuriticum mere bum fanare, Efeet Galenuspapaueradolores miti gare,
atq; interanodyna reponiina multis locis referat;tamen agrelte,pleu, ritidem,in
lib deremed paras.facil.confel, - fus eſt perſanare. Aperiam quodà mo nacho
empirico mirabili fucceflu in hoc morbo fa et um vidi.Hic folia et ſemina
agreſtis papaueris,in vmbra exiccata,ſe cum continuo deferebat:cum autê quis
laterali morbo infeftabatur, eius confr lio ſanguinem à brachio ſecundum ca 1
nones extrahi curabat,mox deco&ú fo liorum in brodio pulli collatum, cum
drach.j.velj- iplius papaueris ſeminis capillamentorum, quæ poft colaturam
addebãtur,capiebat tepidè, et ieiunio * ſtomacho. In loco doloris hæc Epithe.
cata adhibebantur.Parabantur ex pul yere roris marini, et ſalis,farina, et aqua"
tres placentulæ,quæ ſuper calido latere in firmam ſubſtantiam ducebantur: hiss
locus,epithematis inſtar,fouebatur, et breui tim dolor euanefcebat, tum etiá:
apoftema rupebatur, et infirmus ad fa. lutem magna admiratione priftinam rew.
dibát, Corni plantam, Singuinarie,vel SörbiHydrom phobiam curatam fufcitare.
1.1 ter 276 Je Nterrerum admiranda, connumera tur aliquot plantarum energia,
quæ ſopitam, atque curatam in hominibus Hydrophobiam ſuſcitare, et renouare
couſueuere. Pluries etenim obferuatum reperio à Canerabidocommorfos, fi plă tam
corni, yel fanguinariæ tetigerintan. te annum exa et um, velfub forbo dor
mierint, ineuitabiliter in rabiem incide. Tę. Salius in lib.de affe&. part,
virus hoc potius à toto ſubſtantia, quàmàtempe ramenti ratione ſufçitari
prodidit; nec enim à taląu, necab vmbra intemperi es introducipoteſt.
Itaquemirabileelt, ab iis lopitam rabiem renouari, quod. fieri non poſſet,
niſicum rabidalue, ha plantæ aliquam haberent antipathiamy cuius alia potior
haud adduci poterit ratio, quam tetigimus, quod huiufmodi a proprietate
hocperficiant. Qua induſtria penenum illumptum deſcen.. diffe ad gibbum Hepatis
pèlinteftina. rognoſcere valeamus... iquopropinato,nullamajor me dicis, difficultas
exoritur, quam veneni refidentiam reperire, vtritè ca adhibe antur pręfidia,
quæ talia oppugnare re perta ſunt. Si enim venenum fuerit in ſtomacho,vomitum
proderit excitare; fecus autem,li tranſiuerit hepatis regio nes,Hiceft modus.
Ponaturoui vitellus cumalbugine, cum infirmi lotioin ma tula;fiinfra
paucashorasnigrefcit, et fee tet, venenum adiecoris gibbú peruenit; Tip verò
rugetur,çitrinefcat, et non fæte at, inteſtina haudtranfiuit. Hinc indica tionem corradimus, veneno ad inteſtina
Traiecto,non conferre vomitum prouo care, ExBAYTO. Plantas peduconfimiles;congeneres
retine YENİKHI€s. MVltis experimentiscomprobatum Teperio,plátas,fruticelý;
ligna, quę quadã aſpectus ſimilitudine cóueniunt, congeneres retinere vires.Sic
multi mea dicorum peritiſsimi locolingniGuaiaci, Buxo vtuntur;loco falſę
parillæ,ſmilace it aſpera, loco ſaſſafras, žylucftrifoeniculo; pro polypodio,
filicecligunt; protipfa M 7 na nyhor
leum pro myrto,liguitrů; pro ea buio,fambucum;pro china radicem no ftræ
arundinis;pro Rhabarbaro, hippo lapathú.Hçcn.facie corporeg; aſsimilá.
túr,proindecöſimiles vires habere exia ftimatur. Exlib.noftro de Hydran. Natur. Inter Arundinem. Fräcem,may
nam inefſe extipathiam. Aturali quodam odio inter ſe Fi lix, &Afando
diſsidere videntur: moritur enim filix, quæ ab arundinem: plantis circundatur;
et arundo quæ à fio licum virgultis: quo dudi experimen to agricolæ, arundinis
folia in colendis agris, vomeribus alligant, perſuaſi ab iſtorūdiſſenlu,
ſilices ab agris extrudere, &,vt audio votum in dies conſequütur. Apri
dentem ad Cynanchen, Pleuritiden mirabiliter valere. Agna eft efficacia dentis
Apriin NA ! uis eius oleo linino excipitur, ac locus affe &tus tangatur cum
pennę' extremitaa: tę,cx Arnaldo, et Auicenna habetur,bảo morbum præfeptiſsimè
curari.In curan da pleuritidenon minor eft virtus eius. propterea folent
practicantes admiſcere tum fyrupis,tum electuarijs huiufinodi dentis puluerem,benèpoſcentes
ab oc ! culta,&aperta proprietate talem pulue rem prodeſſe: quippè
extenuādi, et exic, candi vim habet. De hocdente mirum. feribitur;occiſo enim
Apro recentar,ip fius détes adeo feruere referüt, yt capil losadmotos
nonnunquam comburant. Id accidit., quia Apricalór magous eſt; dumý; occiditur,
ira et exercitatione fer uefcit; proinde dentespropter denſam ſubſtantiam,
magnamrecipiunrcalidita tem,cuius indicium ipmaeſt. Aparagos ju arundineros
fatosmirabiliter ex. crefcere. FAximuseft inter arundines, et af par gos
naturalis cófenſus;idcir... Iragos, et pulchriores, et core pore?s atq;
ſapidiores habere op tabit,ue, arundinetis leminare procu rabitquippe ex
naturali ſympathia mi rum in modum excreſcere, et germinare, animaduertet. Meani co qui MVltis profe& ò notiſsima eft, an Viero
gerentes eſu cotoneorum induftrios; acuri ingenij parere filios.. Mirab Trabile
eft illud, quodà multis de cotoncorum proprietate affirmari audio: ſi
enim.grauidæ mulieres,quàm læpius cotones-comedere folitæ fuerint, filios et induſtrios,
et maximaingenij pårere dicuntur:fiquidem cotoneis mia ram hanc facultatem
ineffe credunt. A. liud autem mirum in ijsreperiri apud Mizaldum legi,grauidas
mulieres háud parere, velfalte difficulter fætum ede re,ſi in cubiculo,
quotempore partus fuerint,cotosca feruauerint: credo ex eorum
conftringentiodore, velocculta. rationeid euenire. Heder am cum vinomiram
habere diſcordiam. tipathia, quæ inter hederam, et vinuinànatura infita eft; fi
enim ex hc deræ trunco cratera componitur, in qua vinum dilutumfuerit impofitum,pro
cul dubio vinum confeftim effluesfun detur aqua verò intus retinebitur,adeò vini
impatiens hedera exiſtimatur.Hoc ducti experimento nonnulli in vinise mendis
hederæ poculis vtuntur: ita e quidem num purum, vel dilutum vi num
exiftat;examinani, et cognoſcunt, Volatilium piſciumg;fecunditatis,Ginteria.
Tuprafagia. Oletin quibuſdam annis animanti bus quædam peculiaris peſtis graſſa
ri;hinc fit,ve (liannus valde pluuioſus extiterit(auium, volatilium, bombycú
ſericeorum,araneorum,erucarum,inte.. ritum videamus;piſcium verò ftirpiúq;:
fertilitatem, et valetudinem.Annus ay. tem ficcusvolatilibus (apibus excepris)
falutaris iudicatur;piſcibus verò perni... ciofius:ficut enim in angulto aere,
obim. pediram reſpirationein,fuffocamur, vi. uereque nequimus;ita piſces in
anguſtis aquis concluſi diu vicam agere mini mè poſſunt. Gallinarum adipem(accharo
obuolutam,vor modò a corruptela preferuari;verùm atque oleum redderepretiofis
fimun. Mira Mina Ira equidem eft facchari virtus, in conferuandis àcorruptela
adi pibus. Cum quadam hyemePrudenria filiamea gallinarum adipes collegiſſeter
acfaccharo albo benè conuolutasin va ſculorepofuiflet,æftate ſubſequenti, il
lud oleo femiplenum reperit, adeòpel lucido, vtcumad medeferret excellen tius
haud inueniri poffe iudicaui. Hoc licet illa pro exornandis capillisvtere tur,
tamen pro mitigandis corporis do loribus,pro carnis (cabritie tollenda, ae
liifque infirmitatibus vtiliſsimum effe į cenfeo:Quod autem mirabiliusiudicaui:
adipes illas:poft multos annos conſerua.. tas, eodem colore,atqueodore, quo re-:
centesin vafculo fuerunt claufæ anim aducrti. A quodam Chirurgo amicoet ia
nintellexi, humanam adipem faccha. ro conuolutam;per longifsima tempo ra à
carie, et rancido præferuari: quodiſi. ita eſt, credo in omnibusanimantiumde.
dipibus id euenire.Qrare Magpatú cor pora condienda melius faccharo imple. ta,
quàm aromatibus pofle conſeruari crederem;eò magis, quia hoc præſidio, corpora
in propriocolore, vi deadipe dixi perfifterent. Cucameres naturali odżo
oleumabborreres - aquam verò appetere. INteſtina iudicatur diſcordia, quæ in,
ter cucumeres, et oleum ineft: nam, et ijaquam,appetere.à lege naturæ viden.
tur.Proinde virentes, atque è propriis. plancis pendentes, vafcula ff aqua
plena ſübterhabuerint,adeò longius extrahús, tur, vtaquam inſequiex certitudine
ex. iſtimentur; fin autem oleum fub his fue. rit eie et tum procul dubio in
feipfos, ve Juti vncus, retrahuntur;fiquidem ij olei impatientes ex naturali
antipathia co gnofcuntur.ExMatthiolo, Mandragoram pitibusapplántatam,vim il tis
infundere ſoporiferam. T Antam habét Mandragora inducena, di ſoporem efficaciam,
vteius pom vel comeſta, vel odorata,quandoque ca taphoram exuſçirent. Illud
autem mi rabilc eft, vitibus Mandragoram com plantatam, propriam iis naturam
infun-. dere, adeò quòd vinum ex huiuſmodi: confectum ſophrem bibentibusinduce
reconſueuerit, vt Rhodiginus adnota-, uit. De Mandragora Iulius Frontinus
hiſtoriam feripſit Strathagemwoz.Arn balà Carthaginenfibus cõrra Afrosmit. ſus
fuerat, qui cùn ſciret gentem illam vini auidam eſſe,in quibuldam vini do liis,
quæ in caſtris habebat, Mandragore copiam coniecit,indeleui comiſſo bello, ex
induſtria celsit, fugamque ſimulauit. Barbari,occupatis caltris,auidèmedica.
tum merũ cùmhaufiffent, in captapho ram lapſi ſunt, et ab Annibale trucidatia:
Quando, Aegypti mortuorum corpora come dire foleant: E condiendis mortuorum
corporibus, Aegyptiorum ex monumena tis multa, tum ab Hérodoto, tum à Cæ. Jio
Rhodigino exempla afferuntur. Ae gyptii enimmortuoscondiunt, atq; do mi
feruant: Ageſilai cadauer cera condi. tum fuit, yt et Perfæ facere folent; Alex
andri corpus melle colitum eſt. Apud Iudæos exmyrrha, et aloe cadauera con
diebantar,vé apud Ioanné Euangeliſtam cap. Iceportabile equindependenciaenels
C. 19. legimus: quippeNicodemus myr rhæ, et alocs ad libras fermè centum mi.
furam fecit pro corpore Ieſu Saluatoris noftri condiendo. Magorum eratmos, non
humare fuorum corpora, nifià fer - ris ante laniata forent: Affyriorum Re gure
fepulchra in paludibus condita fu ile tradunt. Mellis vſum, vita hominibus
inducere diuturnitatem. Nenarrabili equidem potentia mel, corruptione cuſtodire
valeret, à natura productúeft:propterea Plinius l.20.maximè huius virtutem ad
miratur, ClaudioqueCæſari Hippocen taurum, exAegyptoin melleallatum, vt citra
cariem eſlet, commendauit: nam et hoc corpora computraſcere non ſinit; fiquidem
multi fenium longum mulſi tantum intinctu tolerauêre.Celebre eft mellis
exemplum in Pollione, qui cen tefimum annů excefsit: hicenim ab Au. gufto
interrogatus, qua ratione, &ani mi, et corporis vigorem, maximè cuſto
difíet,hocreſpódiſſe fertur:Melle intus, foris oleo. Proditur etiam Corficæ in
fulæ populos, ex aſsiduo mellis vfu, vi. tæ acquirere diuturnitatem, cuius rei
li cet Diodorus non comprobet exemplu eò quòd mel Corficú peſsimum cente at,
tamen non per hoc vſum mellis ad vi tæ produ et ionem improbauit. Gulinas
ouaparere quolibet anni temporefi femina urtica, velcanabisin cibis habuerint.
Scripſit Ariftoteles6.de Hiftor.animal. cap. 1, Gallinas toto anno oua parere,
exceptis duobus menlibus brumalibus. Hoctamen tempore, quo à fætura deti ftunt,
ferninis vrtica, et canabis auxilio faciliter gallinæ fæcundantur:fienim in
cibis iſtorum ſemina Ticca comederit, procul dubio tota hyemis tempeſtate, non
modò calidis temporibus oua pari ent. Hæc profectò earum corpora cale. faciunt,
et ad fæcunditatem diſponunt. Curyepbylatam infantium maculas è corpo Olent
tenella infantium corpora, dű vtero exiftunt materno, maculis 0 pore extricare.
Solenereexiftuntmaterno, quibusdam, næuis, lituris, veruciſque, quæ à matris
imaginatione fiunt, com maculari: hæcporrò quali ſigilla impri muntur,
&difficulter poft ortum elui poſluņi. Pro iis delendis principatum
habetCaryophyllata, cuius vis,& po tétia in huiuſmodi maculis extricandis,
mirabilis iudicatur.Sumitur enim plan ta hæc cum ſuis radicibus in fine menfis
Maij, quo tempore virtus vigorofror eſt atque à terreitate emundata, in alem
bicco deftillatur, mox ex aqua ſtil lata infantium lituræ maculæque Tæpius
lauantur, abſque dubio, eua. Deſcunt. Vrrica folia in lotio infirmi cuftodita,
vitam, vel interitumpreſagire. Ira equidem, ex abdito naturæ eſcrutinio, in
vica,morteq; infirmi praſagienda, vrticæ virtus,&potentia eft. Si enim
recensplanta extirpatur, ac -24.horarum ſpatio ia ægri lotio aderua tur,
vtiquefiviridis colore permanebit ex multorum experimentis,falutem, et vitam
infirmiſignificare dicitur:fin auté haud A cantu haud viridis
cuſtoditur,colorema; mura bit,mortem, velgrauepericulum deno tare, Ex Caftore
Durante. Philomelam axem miro conſenſu à viperade. pafci. Vis Philomela cx
cantu dulciſsi mo omnibus cognita eft; incogni tus autemeiusconfenſus eſt, quoà
Vipe rà depaſci permittit:dum enim ſub ar bore,in quacantans auis fuerit,
viperam viderit paulatim ex illa defcendit,&ad viperam accedit, vt illi
fiteſca. Ex Thoma Tomai. Caftorem fià canibus inuaditur, minimè te fticulos
fibi amputare. Linius,Solinus, et grauiſsimorú Scri ptorum multi,caftorem fibi
teſticu. los amputare referunt, quoties venato tes ipfum canibus aggrediuntur
quafi confcius exiſtat,quod(ijs reciſis ) à mof tis periculo ſit ereptus;
fiquidem vena tores hæc infequuntur animalia, vt ex his accipiant,quodad
medicinam vſur patur.' Rci autem veritate hi om. nes grauiter errant; quippe
caftor, Ppioru testiculi iuxta ſpinam inclufi funt, vt multis ex anatome
obferuatum. eſtiſte rum error ex velicis quibuſdam ortus eft, quæ in vtroque,
maſculo et fæmina, loco teſticulorum pendent, flauo plenæ liquore ad medicinam
vſurpatæ. Has vocant caſtereum aromatarii, teſticuii autem minimè lunt. Quo
atsficio miliciæ Duces, vt hoftes offen danti gnemmiſsilem perniciofum -con
ponere valeant. APeriam potentiſsimiigpis miſsilis, fiue artificiari
compoſitionem,cuius potentia tanta eft, vt eiusminimaItilla non modò hominem
viuum, verùmat que ferrum comburere valeat. Sumun turſandaracæ factitiæ lib.
1o. ſulphuris viui lib.4.oleiè rafa, fiue ex adipealbur ni ftillari lib. 2.
ſalinitrifib.j. thuris lib.j.camphoræ vnc.6.vini ſublimati, fi ue aquævitæ
optiinę vnc.14.Omniahọc lento igne bene mifceátur; deinde fupa obuoluta, atque
accenſa in ollis, in ho ſtes inijciuntur. Ignishic, infernalis di citur,tum ex
eo,quòd mirabilia agat; tū N atque ex Paracelfi impij ceſtimonio, qui retulit
fc à quodam Dæmone fuille hunc ignem edocum. Demoſthmen lingua duritiem,
quibuſdama Lapillis confregiffe. DEmetrius Phalereusalloquutus.com, quomodo
fibi curaſſet linguæ impedi menta ſciſcitatus eft.Habebat enim ille linguam
duram, et ſcabram, &proinde adoratoriam exercitationem impoten. tiſsimam ).
Sanatam refpondit atque la. xatam fuiffe linguam raſpondit ex non nullis
lapillisoreretentis, quibus loqui conabatur.Cuius Demofthenis præfidi í um
difficilem habentibus loquutionem faluberrimum iudico, vtexpeditius fer mo
citari valeat.Ex Plutarcho. Vinum quoddam àferpentibus venenatum, pleroſque
àdifficillimis morbisconfanaffe. Trabilise{t hiltoria,quęáProlpe Milocro Alpino,lib.4.de
Medic.Method. de vino à ſerpentibus venenato affertur In cella vinaria quidem
ciuis Ferrariz inter alia,vinidolium habebat, quod (i ne operculo diù apertum
extiterat: - et proinde compluresſerpentes,quos vul gus angues, et anzasappellant,ingreſsi
in vinum ſuffocati, et putrefa& i fuerát. Multiægroti ex febribuschronicis;
atq; difficillimis vexati morbis ignari,quod ſerpétes in eomortuielent, vinum à
ci ue emebant illud, quod guſtui gratum iudicabant, et breui fanati ſunt. Alij
ab huius viniſama ſuaui, cum paucos dies bibillent,itidem lanati funt, et poft
hos alijitidem eodem modo fere innumeri. Quare vinidominus tantæ vini faculta
tis admiratusvinum e dolio torum edu xit, et ferpétes complures ſemi putridos
inuenit,qui ré manifeſtá planè fecerunt. Veteres equorum lacrymas inter auguria
recepiſſe. Agnifaciebant veteres equorum Llachrymas, atq; ex ijs auguriun
vaniſsimumrecipiebant.Propterea ante Cæfaris mortem ad Rubiconemcqui dedicati
ab eo flebant,idquemagno au gurio excerptum eſt. Illorum autem N 2 inanitas,ſiue
ruditas vt ita loquar, mani feftiffima nobiseft:fiquidétépeftate no ftra fæpius
equos collachrymātes afpici mus, necperinde ex ijs alicui ſiniſtri quid
accidereobſeruamus. Vt ipſe non Semelexpertusfum, æftate potiſsimum equos
lachrymari conſpexi, idcirco vel illorum naturá efle,velmorbú iudicaui.
Crocimerallorum compofitio. Fferam Quercetani, Croci metal. Jorumcompoſitionem,
qui potens medicamentum tam vomitiuum, quàm purgatiuum fimul eſt, variisque
affecti bus accommodatum. Præparatur cum zquis partibus MagnefiæSaturninæ, et Nitri
inuicem mixtis, et inflammatis in quodã crucibulo vt vtar artis vocabulis, et remanebit
quædam materia calcina ta in colore Hepatis, quz puluerizata, rubicunda apparet
inſtarcroci Martis, quæque dulcoranda eft: Doris -grana x. vel xij.cum vino,aut
ațio liquore. Hominis compoſitionis mirabilia. Ntet mirabilia, quæin hominis
com I pofitionecontingunt,illud quidem mirum eft,quòd tali corporis fit colla
tusproportione,vt partes omnes pera. que toti cópofito correſpondeat. Licet
auto in eius ftatuia nec certa nec deter, minatareperiatur mēſura;ex hominibo
enim aliquibreues,aliquilongi ſunt;la pienus nihilominus perfectioré homi. nis
ſtaturam è ſex pedibus cóftareiudi cauerunt, vel quod ſaltem feptem non
trárcédar.Interproportiones voluit Vi truuius cubitum quartam partem totius
corporis exiftere; eandemſ;penſurat. eſſed capitis vertice, ad pectorisinitisko
Manus longitudo à cõiun &tione ad mee dijdigiti extremū corporisdecimapars:
eft.Facies à capillorum radicibus ad ex® tremum barbę,eade eſt menſura.Maior
pollicis coiú et io,oris eftaltitudo.Tota manustotius faciei menfura eft, Maior
iudicisconiun &tio, frontiset altitudo, cilijs fcilicet ad capillorum
radices; cæ teræ autem iftius coniun et iones, nafi longitudinem
oftendunt:Hominisproe funditas, ſi ſub brachiis, pe& ore, et hu
merismeluratur,ftaturæ illiusmedietas: 3 reperi inanitas,ſiue ruditas vt ita
loquar,mani. feftiffimanobiseft:fiquide tépeftate no ftrafæpius equos
collachrymātes afpici mus, necperindeex ijsalicui finiftri quidaccidere
obſeruamus. Vt ipfe non femelexpertus fum, æftatepotiſsimum equos lachrymari
conſpexi, idcirco vel illorum natura efle, velmorbú iudicaui. Crocimet
allorumscompofitio. Fferam Quercetani, Crocí metal. A medicamentum tam
vomitiuum,quàm -purgatiuum fimul eſt, variisque affecti busaccommodatum.
Præparatur cuin zquis partibus Magneſiæ Saturninz, et Nitri inuicem mixtis, et inflammatis
in quodá crucibulo vt vtar artis vocabulis, et remanebit quædam materia calcina
ta in colore Hepatis,quz puluerizata, rubicundaapparetinftar croci Martis,
quæque dulcoranda eſt: Dofis -grana x.. vel xij.cum vino,aut alio liquore.
Hominis compofitionis mirabilia. I' poſitione contingunt, illud quidem mirum mirtim
eft,quod tali corporis fit colla tus proportione,vt partes omnes pera quetoti
copofito correfpondeat. Licet autē in eius ſtatura nec certa,nec deter, minata
reperiatur mēſura;ex hominibe enim aliquibreues,aliquilongi ſunt; la pienas
nihilominus perfectiorë homi nisſtaturam è ſex pedibus cóftareiudi cauerunt,
vel quod faltem feptem non trárcédat.Inter proportiones voluitVi truuius
cubitum quartam partem totius corporis exiftere;eandemg;menfurami eſea
capitisvertice, ad gedorisinitiúko Manuslongitudo à cõiun et ionead mes
dijdigiti extrema corporis decimapars: eft.Facies à capillorum radicibus ad ex
tremum Barbę,eadé eſt menſura.Maior polliciscóiú et io,oris eftaltitudo.Tota
manustotius facieimenfura eft, Maior Indicisconiun et io,frontisettaltitudo,a
cilijs fcilicet ad capillorum radices; cæ teræ autem iftius coniunctiones, naf
longitudinem oftendunt:Hominisprop funditas, fifub brachiis,pe et ore, et hu
merisméluratur, ftaturæ illiusmedietas. 3 rreperitur. Cæteræ partes cum
aliistra. bentrationem,vtſuperius tetigimus. Apedumnaturam mirabilem effe. IN
Neer terreftria animalia,Aſpidum ne, tura mirabilis iudicatur. Ex his enim mas
et fæmina infimul vitam agunt, ta. tula; amoris affectus inter ambdsinge ritur,
vtfi cafu illorum alter occiditur viuens occiforem infequi, quouſque fo
dj,necem vlciſcatur,hauddeſinat.Quod autem mirabilius eft,ex Plinij, et Ifidori
Teſtimonio, occulta proprietate occiío on noicit,(talem ifs natura indidit )
igi quemIrruit, licet in quantovis hominu agmine reperiatur. Præceptum ergoo.
mnibus eflc velim,vtocciſo iſtorum ani malium quopiã,celeri fugaiter occiſor
arripiat,ne à compare animali veneno fiſsimoinfeftetur, Leporesomneshaudeffe
bermaphroditos,con traVeterum opinionem. Mneslepores vtriufq; lcxusexiſte re
voluerunt Veteres, quod et M. Varro ctiam tradidit. Error tamen eſt, vt
diuturna docuit experientia, quama feulos fculos à fæminis lexu eſſe diſcreros
cognitum cft. Porrò tantorum inſcitia, abhoc, vt reor,ortaeft, quia in leporum
genere lępius, quàm in aliis animantibus hermaphroditos reperimus: inde Hebrei
naturæ arcana intimiùsſubodors tes, leporéfæminino vocabulo léper ex planarunt,
ARNEBETH, eò quòd in iis foemineusſexuspræualet magis.Rej ve ritate noomncs
hermaphroditiſunt,vt ex peritiſsimis venatoribus audiui; exic et ione multorum
cognoui,ficut.com iam Bodinus edoctus fuit,vtivrhluth confitetur. Equidem
Hermaphrodig plurimi funt,fedfæcunditatem fervita. rumminimè recinéignecmares
vnquam vtero gerunt, necminus fuperfætant. Mirabilen eße Imaginationis po
tentiam n vtero gerentibus imaginationis po tentia apertè cognoſcitur.Si enim
illæ inter virorum amplexus, et fuauia,ali quid intensè cogitauerint, facilè in
in.. fántium corporisexternis partibus imax ginata imprimunt. Hinc variæ rerum
formar Ire N forme,næui,lituræ, verrucæ,
et alia figa na in infantibus impreſſa conlpicimus, Lingmultæ ex leporum obeutu
fætuse-, dunt ſciſſolabello,aliæ fimis naribus,ore diftorto, vultumonftruofo,labris
turpè prominentibus,corporedifformi,ocu-, liſq; horrendis infantes genérant:
quia conceptus, vel grauidationis tempore, turpia,monſtruoſa,& horribilia
fixa co gitatione excogitarunt-Fæminisidcirce, præſertim nuptis, pulchras imagines
da mihaberecófulerem,atq;à turpibus av effe,ne pręuia imaginatione fætus mó.
Atruoſos, turpefá; concipiant. Veteres, Climaftericos annos admodum ti muiffe.
1 A mationis apud Aſtronomos exi ſtunt &re vera videtur in quolibet anni
feptenario quædam hominis mutation deò quod, ficuti in morbis dies criticos
timemus,ita in vita hominum annosClin mactericos,qui à multis ſcalares dicun
tui, quòd gradatim eueniant.Sunthi an ni, .Inte hos annos 49.63. magis
periculosos credunt; quiaconſtant è feptenario, duplici, &nouenario
complicato,obfero uatumq; àgrauibus auctoribusreperio, maiorem hominum partem
io anno 63. Mori contingere.Idcirco hos veteres ada modumpertinebant,&, vt
capiturin Gellio lib. Auguftus itaſcripfit ad Ça ium nepotem:Spero te lætum,
&bene uolum celebraffe, quartum et fexagefi mumannum natalem meum:nam,vt vi
des,Elimactericum communem fenio rum omnium, tertium et 'fexageſimum annum
euafimus. Dehis tractatum edi dit Iofephus de Roſsi à Sulmona vtilem
&jucundum. fMundiprimordiisinter homines, es ferpema tes
antiparhiaminfurrexiffe. IRRreconciliabile odium eft, quod inter homines,&
ferpérescadit,adeò, quòd expauefcit homo fi ferpentem inuenit, antvidet;magis
autem fæmina: fiquidé obſeruatum audio gravidam mulierem (vifo ferpéte )præ
timore abortire.Hu. ius difcordia illa ratio potiſsima eft quodàmundiprimordijs
ínterkanc, et QUnca Semuan -illum Gt ſtatuta inimicitia, et irreparaa bile
odium, quo altera-, alteram fpecia em inſequatur. Carolum V I. Francorum Regem,
Ceruum 4 latumpro infigniprimò habuiße. Iluanettum Rex Carolus venandi cauſa fe
contulerat, canum latratibus excitatusin fugam Ceruus, æneam tore. quem
collogerere viſuseſt, quem vena bulis,aut ferro appeti Rex prohibens,in calles,
et retia compellit.Erarin torque latinis litteris infcriptum:HocmeCçſar
donauit. Exeotempore Caroluserua alatum pro inſigni habuit; &alii,regibus
inſignijs (quęlilijsaurcis tribus conftát) circa latera, Ceruos duos apponere
con fueuerunt. Gaguilis in vita Carol. V I. HANC. Reg. Insaanimantia confenfum,
&difcas diane ineffe. Vllidubium inter animantia fym pathiam, et antipathiam
efle inter trpiantes ſubditur: fiquidem muſtelam miro eiulatu in bufonis os
deuorandam inueherelegimus; et bufonern in ferpen Npathi Lisa I tis,botræ
vocati, os ingredi.Inſuperci cutam, fturno eſle cibum; homini vero venenum in
dies obſeruamus: atqueveo Fatrum cotumices nutrire, hominem autem lædere non
eft ambiguum. Senaterem quendam, exconiuge liberos ſur dos,
&mutosfufcepiffe omnes. nature. omnesex, &mutos ſuſcipi,itaequidem à
Fernelio obferuatum eft in quodā Senatore.Cre didit Ambianus huius reiobfcuram,
et cæcam eſſe rationem, mihi autem altera fubeft, quæa Phyficis minimè differt:
fi quidem auditio grauis, atque ſurditas quæ à natalibus viſa fit à conformatio
nis vitio exoriens, hæreditarios mor bosgenerare creditur, et perinde libe ros,
exhuiuſmodivitioſis,ſurdos, &muin tos excitari:fæpè autem non in filiis,ſed
! in nepotibus hæclues oriri videtur. Apud Garamantes. mirabilem fonterros
obferuari, Dmiranda profe& ò, eft fontis il.com ARJiusproprietas, quiin
oppido Der 1 bris apud Garamantes reperitur. Hices nim die friget, no&c
verò æftuat; adeò quòd memoratu incredibile videtur, quomodoin tambreui
temporis fpatio tantam natura ſui faciat varietatem. Equidem, quinoéte fontem
afpicit, ibi flammasignefqueæternos exiſtere cres dit:quiautem die hyemales
ſpectat: fca. tebras, vtique fontem perpetuò rigere exiſtimat. Propterea Debris
apud mudi nationes inclyta eſt: eius enim aqua qualitatem excæleſti
vertigine,mutare confpiciuntur.Ex Solino. Quo artificio Caminus per ſuperiorem
"api cem ſolum fumum emittere valeat. N Caminorum fru et ura,.non modi aim
tufferimus laboris, ne ignis fi molimtesin nos ipfos erumpant: fiqu. dem in
ventorum mutationc facile fit, vt fumi quandoque potius defcendant;
quàmadapicem aſcendant: ventorum enimvisillos deprimit, deſcenderequc
percaminum cogit. Egotale ad fumi ferlum impulfionem excogitaui artif. simm.Struktur
Caminus, cuiusfuperius fafti. zor faftigiu rotundú fit,ibique foramen la
pidibus fi &tilibus conſtructum fit: mox ahenum inſtar tympani ex-ære, in
cuius latere feneſtella extracta ſit, fuper lapi des affigito: ftylifớ
ferreisfubcingito; ita tamen,ve intus vagari, mouerique commodèpoſsitapta demum
fuper fer reos ftylos, et lebeten?' ex ære infuper vexillum,quod feneftellam
fubiec dia recto habeat,taliq;induſtria,vtin quo libet vexilli motu, moueatur,
et calda riumin gyrum,ita profe et ò è feneſtella, ventis
oppofita,fumuserumpet, et non deſcendet.Pleriq;, vt fpero, huit noftro fcruinio,ineliorem
addent Atructuram. meamque opinionem noníſpernent. Adconftruendum celerrime
Horologium muncrabile in paritte. Ncoritruendis, pingendiſque ſolari, bus
Horvlogiis, non modo lintā me ridianam,opuseft imienire, vthorarum tempus
fidele reperiamus, rerum atque Ortum, et Occalum, Borcam, &All ftrum cum
Aquinoctia, et Solftitia: in is.n. Solarismotusquarnaxime variat. N 7 Ego quidem,
vt labores fugiamus, tale excogitaui artificium.Globum planum. extabula lignea
formato in cuius medio ftylus ferreus ſitus fit;diuidito mox glo. bum lineis,ex
centro ad extremum du cendo illius in 24,portiones, demumin globiapice horas
ſignato, &vltimo in patiete contra Solis radios affigito. Vt auté ex
Solaribus vmbris diei, horas ve nari poſsis,Horologium portatile afpici.
conglobumý; ad horam illam accommo. dato:ita profectò,abfq;alio auxilio, ce
ferrimèHorologiumvmbratile in pari cre habebis.In Aequinoctijs, et Solftitijs 1
eodem portatilis Horologijauxilio,fa. cillimè ad horarum æqualitatem globů
reducere poterimus. Infancium pir uitam, è capitefluerem, quo artificio
Chartaginenſes fiftere procurandTing, Xinfantium pituita, in capiteredú.
dante,plerique fuecedunt morbi in. ter alios, morbus comitialis exoritur, qui à
multis puerilis vocatur, quòd ijs,ve plurinum,eueniat.. Vt autem infantes ab huiuſmodi
pręſèruarent Pæni, illorú vedas capitis lana ſuecida inurere,pitu. itainý;
fuentem hoc præfidio compefa cere conſueuerunt. Athiopes infantes te ditos,ab
ipſo quoq; natali die,in fronte adurút,ita profe et ò tumcapitis, tumo culorü
humorfiftitur. Apud Inſubress. ex teſtimonio Mercurialis, et pleroſque
populos,veícribit Scipio Mercurius,l ditos infantes fetonein collo muniunt,
quod falutáre experti funt aduerſus mor. bos,qui à capite Huunt, Inmise rasis
pluuie,quapotiora ixdiceniny præfagia. pluuiam imminentem,tum ex Gallo rum
cantu intempeſtiuo,tum ex fre quenti cornicis crocitarione multi præ
dicunt.Hisautem addendum puto muf cas(ca imminente)pulice's, pleraqzani malcula
à furore vexari, intentula;mer il dere:hæc enini à vaporum inaerem ctc. rationc
à radijs falar bus perturbantur. Infuper (pluuia imminente )odoris fra. grátia
in floribus sétitur;apes ad alueária - sedcut;bufones, vermeſi;èterraakédut
Brina vifa eft per dies præcedentes; catti manibus caput, quafi linientes,
compri munt; ouescapitacommotient:afini hu miles habent aures; ftercora fumát,
ma legue olent.Horum omniumratio, va poresàSole exhumidisfublatifunt:pro. inde
animalia,cerebra humida habentia, nonnulla magis extorquentur. Vinum à
Verrribus fuiffe mulieribus inter di& um. Agna fuitVeterum à vinivfuab.
Itinentia:illudautem adeò muli. eribus erat interdi et um,vtcapitale iudi. cium
inirct,quæ vinum biberet. Porrò inoleuit confuetudo,vtcognati, et affi. mes,
mulieres ofcularentur, ore explo rantes, an ex vinum bibiffent. Idem ve
fusMafsilienfibus, Mileliis, pluribus; Græcorum, &Barbarorum gentibusin,.
valuit, apud quos muliereshydropota, et viri erant abftemiz: Intermemoran da
illor um temporum,EgnatiusMetel fus, vxorem, quod vinum biberet,fufte necafe
dicitur. Quo artifii io è plumbo Antimonii flores ex Habere paleamase Ape nij,
fiue Stibinon femel extrahere Periam artem,qua flores Antimo à plumbo valui,
quo præſidioin multis corporis affe et ionibus feliciſsimo euétu voor.Capito
Plumbicampanam, è qua aromatarij rofarum aquam ftillatitiam extrahunt; hæc
habet æris fundum: tu verò txargilla eligito,quodacerrimoa etto fupra
medietatem implendum con fuilo,eaq; induſtria,qua rofæ ftillantur, in aceti
deftillatione carbonibus bene ignitisagendum cít:caue tamen, ne totus fillet
acetum, ne aqua extracta vftioné fentiat.Hæcaqua auri colore eft, fapore xerò
facchari, et mellis; mirabilis tamen tum in potu, tum extrinfecè vfurpata, ob
ftib j flores ex plumbo extre et os. vomitu, et aluo purgat, ob id frigidis
affectionibus,obſtructionibusý; vtiliſ. fima': In vlceribus putridis, fætidis
acoribus, ſcabie, herpere exedente, et aliis huiuſmodi,maximi eſt valoris.Doe
ſis in potu ſît vnc.ij. Deforisad placitū. Clarorum virorum exitum aliquot inte
felicem fuiffe Aniene fluuio Aeneas poft tot vi. et orias, torque clara
facinora periiffe dicitur: nec diſsimilisRomulo, Cæfari, Alexandro, Annibali, Scipioni,
Iugur thæ,Mithridati, atque alijs innumeris mors ſucceſsit:per quàm n. pauci
viriex iis, qui clari,atque illuſtres tum virturi bus, tum fortuna habiti funt,
quos non infælix exitus,tanq: á pro exemolo,fós offentäuérit porterial text
caligero. Defipientiam, mulierum natuefamiliarem indicati. MVlieres vtero
gerèntes,fiàphrenia tide capiuntur,Galeni teftimonio, rarò confanefcere legimus,
vt fcribit tamen Cælius Aur.femper minus graui ter,minuſquc periculosè, quam
viri,mu lieres ægrotant.Hoc autem, vt Merci. sialis opinatur,ab alia ratione
continge re non poteft, quam ab ipfarum natura, cuius familiarius eft
defipere,quam viri. Mirabile Annibalis, contra Romanos nauala fratagemia.
Nfolita,& mirabilis Annibalis milita Eisafutia contra Romanos iudicarur: hic
enim bello naturali cum iis dimica. curus, cum impares vires habere anim
aduerteret,rale ſtratagema inuenit. Ser pentibus, quorumvenenumconfeftim
enecat,pleraſq;ollas impleuit,opertasq; repente in hoftes iaculatus cít, quorum
ictibus plurimi cecidere.Hifceftratage matibus vir hic tanquam alter ſerperis,
multoties hoftium manus effugere con fucuit.Ex Gdenoin lib.de tbet.Akrijon
Ambarum cum vino alicui exbibitum, cena feftiminducere ebrietaisn. Mbarum, quod
à vulgo Ambrageye ſea vocatur,fomiſsisatiopam falfos opinionib et bituminofis
fontibus,qui in maris profunditate exiftunt, oritur, Hocautem primòliquidum eft,cùm
ve rò aquarum impetu ſurfum rapitur, ex aerisfrigiditatecondenſatur, et Amban
rum fir:Siquidem in maris concauo, ple raq; mollia,teneraque obfèruantur, et interalia
Coralliú, quod ex aqua exea ptum, citiſsimè lapideſeit. In Ambaro illud
mirabileiudicatur, quod ab alique antequam vinum hauriat,odoratum, ina sttar
ebrii eladat: cum vinoa, propina tū,confeſtim notabiléinducere ebrieta tem
multis experimentis eft comproba. tum. Ex Simeone Sethi Greco auctore. oleam
Lathyris Tympaniam, Colicas, affectiones mirabiliter ſanare. Irabile quidem,quod
è Cataputię -ſeminibus extrahitur, oleum eft, quippein expellendismorbis,qui à
filao tu luccile;frigidis oriuntur, principem habet locum.Contundantur huius
ſemi na, atq; in aquatam diùebulliant,vt ex cocta videantur;mox oleum in aqua
fu pernatans cochleari colligendúeft. Mos eft apudIndos tale oleum cómodius per
decoctionem, quàm expreſsionem cola ligere. Vfurpaturhoc feliciſsimo fuccef.
fuin Tympania,colicis, iliaciſq;dolori. bus,ftomachiaffe et ione,aurium furdita
te,atq, in iis morbis,qui à ſuccis frigidis, fatua;fiunt. Huius gutta aliquo
lique re in potu ſumpta aquam citrinam euan euat,in articulorumq; doloribus
pitui tam, humoreſque frigidos. Extrinfecè vfurpatur in omni Hydropis ſpecie:
vbi tamen flatuofitas viget, maximam in expellenda proprietatem habere vi
detur. Ex Don Garzia ab Horto. Verenum à
diſsimili extingui; à fimili vero angeri. Hocpropriumelle veneni,àfapien
Lrioribus proditur, à diſsimili ex. tingui, et a ſimili augeri, et robuſtius fi
erizea propter non femel à perfidisho minibus exhibita venena nullius valo
risfuifleobſeruatum eft,cùmeadiſsimi libusfuerint fociata. Aconitú, et Napel
lus miram retinent vim necandi, com pefcitur accamen corum potentia à ve neno
diſsimili, ex quorum diſsimilitu dine,vtriuſq;vis hebetatur.Mira eftAu. fonii
hiſtoria de vxore mæcha, quzma rito venenum propinauerat, vt a. illud robuftius
effet, Hydrargyrum miſcuit ex quo toxici virtusdempta eft, et vir immunis
euafit. Hoc epigrammate ille monftrat; Texica Zelotypadedit vxor mecha marito,
Necfatis ad mortem, credidit effe datum: Miſcuit HA Mifcuit agente lethaliapandera viui,
Cogeret vt celerem visgemindanecem. Digid at ber fiquis faciunt difiseta
venenü; Ansideram fumet,quiſociala bibet. Ergo inter fefe dum noxia pocula
cortant, Cele lethalisnoxafalurifora Protinus,Go Vacuos duipetiêre receffiua,
Lubrica deie& is,quaria nota cibis. Quanpia cura Deumprodeft crudelier
vxor, Elçüm fata voluns,bina venena juuans. Cornelij Celfy de valetudine
fanorum bomsi num conferuandatutißima præcepta. Nter grauiſsimosmedicos,&
fcripto res,nemo eft,qui in conſeruáda fano rum hominú fanitate oculatior
exiſtat. Afferă ciusverba ', ytfaluberrima iſtius præcepta rectius
intelligantur.Sanus ho mo,qui, &bene valet, et ſuæ (pontis eft, nullis
obligare fe legibusdebet, ac neq; medico,ncq; dcalipta egere.Húcoportet varium
habere vitæ genus, modo ruri eſſe,modòin vrbe,fæpiuſý; in agro: na uigare,
venari, quiefcere interdum: fed frequentius fe exercere.Siquidé ignauia corpus
hebetat labor firmat; illa matură lepc ſenectute, hic longăadoleſcentiá reddir.
Prodefteciâincerdúbalnco interdú,aquis frigidisyti;modòvngi,modòipsú negli
gere:nullú cibigenus fugere,quopopu. lus-vtatur:interdú in cóuiuio eſie, inter.
dum ab eo ſe retrahere:modò plus iufto, modò no ampliusaffumere:bis die poti us
quàm femel cibú capere, et fèper quá plurimum,dummodo hunc concoquat. Secl vt
huiusgenerisexercitationes cibi queneceſſarij ſunt;ficathletici, ſuperua. cui.
Nam, et intermiſſus propter ciui. les aliquas neceſsitates ordo exercitati.
onis,corpusaffligit, et ea corpora, quæ more eorum repleta funt,celerrimè, et fenelcunt,
et ægrotant. Hæc firmis ſer: uapda fune,cauendumquene inſecunda valecudine,
aduerfæ præſidia cenſum mantur.Ex lib.i. Socrati à familiariDeironcde Plasonis
indole Somnium fuiffe immiſſum. Solene quandoq;malifpiritus homi nibus fomnia
ingerere futurarum re rú, vel Dei permiflione, vel vt nos ipfos dedecipiant.
Hinc Socratem legimus, vidiffe per ſomnium,oloris pullum ſibi in gremio
plumefcere, qui continuò exorcispennis et expanfisalis, in altum aduolans, fua
tiſsimos cantus edebat. Poftridie Pla tone adducto, hic eft (inquit ) Cygnus, quem
ego præterita nocte cam fuauiter canentem fomno videram. Hocfomnium, ve fcribit
Henricus de Aſsia, à fpirira fa. I miliari, ſub forma Cygni, quem Athe
nienſesVeneri dicarunt, fuit immiſsum Socrati, vt Platonem in diſciplinam re
ceperit ', à quo, quum ipſe uilil ſcrie ptum reliquerit, dulciſsimi ipfius et Caluberrimai
fermones proderentur, Magia ſeu inc antatianis ris. Onmeras eſſe præftigias,
quæ magica? arte efficiuntur; multis exemplis notum eft, fed vno in primis,
quod deſcribere vifum eft. Rufticus quidam magnis doloribus ventriculi vexaba
tur:: quos etfi variis, medicameutis depellere cogar zur illi tamen non 1 ceffarunt,
fed potius in dies recrudeſcere vifi funt. Quare agricola doloruin impati ens,
cultello ſibi guttur abfcidit. Dum au tem tertio die mortuus ad fepulchrum ef
ferretur, à duobus chirurgisin magna ho. minum frequentia, illius ventriculus
iraci. fus eſt. In ee (res mira, et prodigiofa ) lignum teres, et oblongum,quatuor
excha. lybe cultri, partim acuti, partim ferræ in. ftar dentari, ac duo
ferramenta aſpera re. perta fuerunt:quorum fingulaſpithamęlos gitudinem
excedebant. Aderat, &capillo. rum inuolucrum globi inftar. Credibileen
fanè, hęcin ventriculi cauitate congeſta fu iffe, non alia arte, quàm Dæmonis
aftu,& dolo. Quo artificio epiftolam, in ouo celatam alicui afcribere
valeamus Nter ſcripturarum furtiuarum arcana non infinum locum tenere exiftimo,
in ouo epiftolam celare, atq; amico ſcribere, Videbis enim oui putamen illæſum,
mun. dung; illo tamen exempto, difruptos; cha paeteres apparebunt. Aperiam
ſecretum. S? Atramento, ex gallis, alumine &aceto con. fecto, in ouicortice
literas ſignabis, votum pffequeris. Has oportet in Sole calente ex ccare, mox
ouum in muria concoquere ita enim à cortice characteres euaneſcune, et ad
interna gradiuntur:ſiquidem putami. ne exempto, notæ oui durato albumine in
ueniuntur Ex.Carolo Stephano. In aquafrigida captanda maximum veterum
fuiffeftudium. Aximam antiqui curam adhibebát, vt aquam frigidam pro ætatis in.
cendio temperando conferuarent: quareex niuibus eam parabant, vt
Athenæusretulit. Dequa re perbellè loquebacur Seneca, et panas montium in
voluptates transferunt, Alexandrini aquam Soletepentem, in fene ftris ad
ventorum incurfus exponebant, vt poctu frigeſceret;manè autem inte Solis or
ruin hani ponebant, folijſque lactucæ, ac que pampinis iniectis frigidam
tuebantur. HocGalen.parrat.6. Epidemior. Plasarchu: 6.Sympus cotibus et filicibus
aquæ inietti hoc fieri fcripfit. Neronis autem in re har ftudium nobiliſsimum
fuiffe proditur: ise genim, vtninis voluptate, ablque njuisia iniuria fruererur,
feruentem aquam vitro immifiam in niues refrige jarimandabat:Ex Heur nie. Ecua Fæminas
in prima menftruorum eruptione in Venerem maximè incitari. e Erunpune,fceminis
bera exurgunt:Pana guis ille,inftar occifi animalis videtur, atq; in maiori
copia erumpit, cùm vbera ad du os digitos prominent, que tempore puella rum
vocem in grauiorem mutari confpici. mus, Illud autem maximè adnotandum eft, in
prima menſtruorum eruptione puellas in pudendis,valida tentigine, prurituque
core ripi,ex quo ad Venerem incitantur: quare per tempus illud cautè cuſtodiri
exiſtimo. Ex Arift.7.de
Hift.anim. Qua induſtria Aegypti lapides à vefica,abfiga incifione extrahant.
Irabile quidem eſt Aegyptiorum ftudium in extrahendo lapide à ve fica abſque
inciſione, quando noftrates me dici, lapidarij ſine illa facerenequeant, idque
cum magno languentium vicę periculo. Hiligneam
cannulam accipiunt, octo di. gitorum longitudine, et digiti pollicis latia
tudine in opere abfoluendo. Hanc colisca nali admouent, fortiterque
infufflant;neau. tem flatus ad interioraperueniat, extre. mū pudendimánu altera
perftringunt, fo. samen deinde cannulæ claudunt, vt virga 0 % cabang M N
eagalisiotumeſcat, latiorq; fiar. Quo facto miniſter digitoin ano pofito,
lapidem pau Jatim ad canalem virgæ, atq; in eius vasex tremun deducit. Quivbipræputio lapidem
appropinquare ſentit,cannulam à virgæ ca nali fortiter, impetug; amouet, et lapis
ex. trahitur. Ex Alpino. Mult a praſidia ab animalibus, bomines accepiffe. On
pauca equidem præſidia funt, quæ ad hominum tutelam ab animalibus accepta ſunt.
Chelidoniæenim virtutein ad oculorum morbos ab Hirundine accepi. mus, quæ hanc
conquirit herbam,vt furorú filiorum oculos, vel vitiatos, vel.cæcos cu rer,
Fæoiculi virtutem ad eandep tutelam ab'anguibus didicimus, Ab Ibide, quæ in
ftar Ciconię auis eft, clyftris vſum habui mus: nam et illa roftre marinamaquam
al lumere folet, illoſ; pro clyfteri vtitur, vt ventrem nimis onuftum exonerare
valeat. Inſuper marinus equus, Hyppopot mus di etus, venarum fectionein nos
docuit: illef. quidem mala oppreffus -valetudine, ad re center fuccifas
arundines graditur, acutio. riſ;cuſpidefanguinem è cryrjuin venis adi mit. Quod
autem in hocmirabile eft, vela guinem cohibeat, in fimo, vel cono volutatur, et
ica vitam tuetur, et fanguinem fim ftit. Ex Plinio, alis. Equorum teft:cilos ad ſecundas
depellendas miram babere pirt utern. Ingularis profecto Equi teſticulorum ad
nulierum fecundasdepellendas eft pro prietas, adeò, quod teftatur Genſerus in e
pift. Rufticum quendam, quinquaginta in puerperis feliciter hoc vſum fuiſſe
reme dio. Vfus eit et Horatius Augerius in plu. ribus mirabili euentu:
præſtantiſsimuin id circo à grauibus auctoribus indicatur re ne diun),nam, et pluribusiam
deploratis pro fuit.Capiunturteſticuli equ: caftrati,& tria ftillatim
conciſi in forno exiccantur, quorü puluis quantum capitur tribusdigitis è jure
bibendas datur in neceſsitate; idé; fi opus eit, bis, auc ter reperitur.
Humanam faliuam Scorpiones interimere. Ominum faliua Scorpionibus infe
ttiſsimum venenum eít, adeò quòd ca tacti confeftim intereanc. Porrò ijs,
ſaliua fora ſubſtancia aduerfaelt, ve Galenus lib.io fimp, medic. experimento
confeffus eft; ist. nim à fola faliua morientem vidit Scorpio. nem, id;
celeriter patientem à faliua elue riencium, aut fit jentium; tard autem ab 3 illis,qui
cibo, potuque fuerant impleti,ina. liis autem proportione, Apium
riſus,bominesridendo interfi. cere. Scelerata eft herba quæ Apiamrifusdicia
cur, quod ridendo homines interficiar: fi quis enim gnftauerit ieiunus vtique
ridendo exanimabitur, vt Apuleiusteftatus eft: Ex hacillud adagium ortum habuit:Sardonius
siſus; nam et Sardonia eriam vocatur.Porrò on ex rifu, qui hác guftauerint,
moriuntur fed potius,vt placet Saluſtio neruos labio rum, et orismuſculosillius,
qui eam come dit, contrahere facit,adeò, vtridendo mori videatur. Qua induſtria
Partbi, Scytheque Sagittarum aciem venenajunt: AR'thorum, Scytarumque toxicum,
quo fagicrarum acies inungi folebant, humano fanguine, et viperinaſanie confta
bat, tantæquc feritatis erat hoc venenum, ve leui tactu animal interimerer,
Equidem Scythæ viperas recenter enixas venantur, eaſque diesal.quoccontabelcere
finunt, do necip fapien putre.cane, mox com visus hominis fanguine in ollam
effuſo, eam ex quifite coopertam; fimoque obrutam com putrefcere finunt, cuius
demum.1. ick or fan. PAT fanguini ſupernatans, fiue ferum cuni vipe rarum
faniecommixtum lethale Scytharum toxicum eft. Ex Arift. Plinio, et Langio.
Succinumpterogerentibus exbibitum, mire partum accelerare. Mvicis experimentis
comprobariaudio ſuccinum parturientibus drach. ſemis pondere ex vipo albo potui
dátum, mirè par tuin accelerare. Hoc eriam facit eius oleum, fi gutta tantum ex
aqua verbenæ parturienti propinatur.Quidātamen medicusHetrufcus (Fallopii
teftimonio )exhibebatfcrup.i.bora• cis in decoctomatricariæ, velfabinæ diffolu
tæ difficulter parientib.mirag; faciebat: bre ui enim temporis fpatio
feetus,vel viuus,vel mortuns egrediebatur. Habebat ille medi euis pro arcano præftantiſsimum hoc
auxili um tamen neſcio quomodo postea fuerit de fetum. Ex Andernaco Serpentum
oua genituramí per imprudētiam in petu haufta,ſerpentesin corpe ribus
procreare: Dmiranda fuccedunt quandoq; fym dem imprudenter cum ea femina, vel
ova ſerpentú hauriuntur, è quibus moxſerpentes generantur. Genſerus in lib 2.
hift animal cap, de Ranis Rubetis, bufones in ventriculis in reftinifq; hominum
haufta eorum genitura, fieri, &nutriri probauit. Iacobus Manlius, in
lib.experim.in cuiuſdam equitis, exhau * Ita cuiufdam lacunæ aqua, vbi
erantſemina Serpentum, in ventriculo plures angues fu. iflegenicos prodidit:
quibus per internalla extractis, medicorum auxiliis, fanus factus eft. Leuinus Lemnius Vermiculos cauda
tos, atg; infolita forma beſtiolas vomitu ciectas nouit. In nonnullis lacertas
à phar. maco fuifle eductas obferuatum eft, vt Gé. maCoſmocrit vidit. Quare
maxima in a quæ potu hominibus opus eſt animaduerfi. one huiufinodi exhanftis,
pernicies corpo. Tis conſequatur. In deſperato coli dolore Hydrargyruin, v4.
glandem plumbeamexbibitam, multos confanaffe. Irabile videtur, Hydrargyrum,quod
à mulis venenum reputatur, in der. peraro coli'dolore exhibitum, plurimun
prodell:. Equidem Marianus Sanctus, ex multorum confilio, qui ab hoc lethali
mor bo fanati fint, fuadet, fi obstructio perfeue rauerit, et fæces per os
extrudantur, hau fire cum aqua fola argenti viui libras tres, Probat hic
exratione vinetuin feu duplicatű inteltinum Hydrargyri pondere explicari, fæces
detrudi,vermelý; fi ibi fuerint interi. mi, &ægrum liberari. Haud ab hoc difsi mili auxilio quidam nobilis, poft
alia ten tata ad morbi huiuſinodi acerbita tem ma. chinamenta, liberatus eft.
Hic hauftis olei amygdalarum dulcium fine igne extraćti vnc. iij.cum vino albo,
&aqua parietariæ mixcis, mox deuorata glande pluoibea ar gento viuo illita,
planè à colico cruciatit euafit, illamque exano abſquelaborerede didjt. Ex
Pareo lib. 16. Infæniculorumfeminibus, vim quando que exitialem deliteſcere.
Grauibus ſcriptoribus comprobatur, ſerpentes fæniculorum elu, &fene ctam exuere,&oculorum
aciem rnonare. Hinc iis affricantur oculi anguium, vt vo. tum affequantur, Ex
attritu foeniculorum feminibus, praya quædam imprimitur qua litas, è qua
venenati producuntur vermi. culi,quorum eſu multi in peſsima deuene. runt
ſymptomata, &ab alexiteriis rarò ad iusj funt, tanta huius veneni potentia
eft. Quare foeniculorum ymbelli,antequam co. medantur, aperiantur, et diligenter
concu, tjantur, vtå vermibus emundentur. Præ, OS Habis A A ſtabit al quantifper
in frigida macerare. Ex Balthajaro Pifanello, Noua admirandag; prafidia, ad Ang
i nam, gutturules apoflemata. Fferanı fingularia auxilia, è quibus ex
grauiſsimis fcriptoribus, ad anginam et gutturis apoſtemata mirabilia
contigiffe proditur.Lignum hederæ ad gutturis apoſte. mata à proprietate valere
fcribit Ioannes Marquardus: quippe obſeruatum eft, come dentem
excochlearihederæ ligneo, fiue bi. bencem in aliquo ipfius vafe ligneo, num
quam, vel raro in gutturis, vel vuulæ apo. temaińcurrere, Rubeta cocta,
&pro em plaftroSynachicis impoſita,cófefim liberat. Vermes.quandog, in
cordis capſula pro creari, è quibus mors ſubitanea pleriſqueexoritur. Abulofum
haud eft, vermes in cordege: nerari. Hoc enim Melues docet, Holle rius, Marth.
Cornax, Alexius Pedemonta. nus, et alij loan, Hebenftrit, in lib. de Pette,
Principem quendam ex morbi fæuitia peri iffe narrar, cuius cadauere diffecto,
vermis albus præacito roſtello, eoq; corneo præ. ditus, cordi adhęreſcere
deprehenfus eft. Exmedicis, ſucco alii feram hanc, tanquain ex indubitato
remedio, interimi probatü eft. Petrus Sphererius (vt ScheukinsBarratti lem fiorentinum morte fubitanea correpti, atq;
diſſecatum obferuauit, in cuius cordis caplula vermis viuus repertus fuit.
Aiunt multi certiſsimo experimenco-ficco allii,ra phani, et nafturtii hos
vermes pecari, qui, ex teſtimonio Pedemontani, in corde deli teſcentes, ſyncopim,
Epilepfian, et mortem inferre folent. Mares pleroſque in mamillis, mulierum
instar, lac producere. Icet marium mamillæ fpiffa carne in fuiffe productum
obferuatum eft. Nouit hoc Arift. vtlib. 1. dehiſt. animal. docuit. Veſali us
non femel id confpexiffe in . Anat. commemorat, et Hieronymus Eugubius in
libell, de lacte: fic et Cardanus,lib. 1. de Sub til. qui ianuæ vidit Antonium
Denzium, è cuius mamillis lactis tantum profluebat, vt infantem fernè lactàre
potuiffet. At hifto ria, quæ affertur ab Alex. Benedicto mira. bilis eft:
aitenim, Syrum quendam,mortua coniuge, è qua infans ſupererar, ybera filio
admouiffe, ècuius ſuctu tanta lactiscopia i pupillam manauit, vt exinde loco
matris nn trire valuerit. Ego quidem in duobus filiis meis, in primis diebus à
partu obferuaui, ab obftetrice.mamillas cofrectatas, lacimpulſo (magno multorum
ftupore) emififfe: idậ; in aliis etiam infantibus contpexi, Lumbricosquandoque
tantaprocreari pi Tulentia, vt interior a corporis perfurare valeant. Nfanda equidé fymptomata à
vermibus aliquando proueniunt: refert enim Om bibonus, lib. 4. de morb. infant.
Lumbricos ex vmbilico cuiuſdam erupiffe. Tralliani teſtimonio habemus, hæc
animalia ob ali menti inopiam inteftina laceraffe, fuiffe ob ſeruatum. Id etiam
ab Aegineta confirma tur: jofuper Hollerius confpexit, vermes per inguina, et vmbilicum
prorupifle. Ma. gna igitur cura opus eſt in horum
redua dantia, ne interioracorporis valeant lace fare, A Infamis vmbilicam, et Ceruinumpenem
mirabiliter conceptumfacere. Lexander Benedictus, 1.30. de curand.
morbis,vmbilicü infantis, qui fponte caditquoquo, modo in ciboſumprú, fiigno
rauerit mulier,adconceptum facere, pro. didit;illumg; in brachialibus à muliere
ge ftacuin conceptum inhibere eredir. Cerui. aum inſuper penena aridum, et in
fari. namredactum, oboli pondere, à coitu forminis datum; procul dubio ad
concipien. dum prodeffe experimento probat, Baueri. us tamen conf: 50.vterum
ceruinum fingu lari dote ad conceptum valere prædicat, Vlmi vſum, recentem
Elephantiafim curare fuiffe obferuatum. Inquam certum remedium, Vimi vfus in
curanda recenti Elephantiaſi à laco. bo Douinero, lib.Tic.7. prædicatur. Vidit enim adoleſcentem tali
affetu laboranté, et decoctionis Vimi vſu (factis faciendis ) conualuiffe. Ea
equidem pro omni potu vte barur in quolibet paſtu, cum pauco vino al. bo,
&cantiſudores mouebantur graueolen tes, vt vix illos cuftodes ferre
poffent. Ita viſcera purgabantur, &magaa yrinæ copia excernebatur, quibus
excretionibus fanus factus eft. Cyprinorum efum podagricis elle infeflum.
Vamuis inter piſces, Cyprinusnobi. lifsimus exiftimetur, cum optimum præbeat
nutrimentum, exquiſitiſsimigsexi Atat faporis; tamen podagricis infeftuin ef.
fe obferuatum eft. Nouit enim podagroſum Iulius Alexandrinus (vt retulit lib.
.. de salubr. ) cui Cyprinorum efu pinguium, parata érat femper podagra, ve in
manu illi th effet, eo pacto accerfere, cùm vellet. G Puluere pellis leporine,
perniones à Sep tentrionalibusfanari. Laus, lib. 2. Rerum Septentrionalium,,
tilsimè perniones experiri fcripfit, qui mor bus, non aliis ab iis fanatur
remediis, quàm puluere pellis leporinæ. Plinius verò Rapú domeſticum feruen's
calcaneis impofitúla. nareretulit. Ego ex Carolo Séephano, inlib. de Ragraria,
in quodam expertus ſum reme dium, et bene fucceflit. Accipit ille, ficos
crematos, è quorum puluere, et cera yngné tum parat;hoc pernionibus impofitum
bre uiliberat patientes. Hydrargyrum loco amuletigeftatum à pefte faſcinog
corpora defendere. Arfilius Ficinus, et P. Droerus, in lib. M, fienim auellana
perforatur, &extracto in. teriori nucleocum acicula, argento viuote pletur,
et collo fuspenditur; mirum in mo dum à peſte corpora tuta reddit: ira profe
etò à peftifera lue fæniente fe defenderuut multi. Hoc eriam præfidio mulieres
lactan. tes, à faſcivatricibus, ne lac fic ademptum, quo infantes alendi funt,
præferuari poffe, i Thomas Iordanus, in libe dePefte, prodidit. - Q " ppe
multis experimentis obferuatum re, tulit (hoc fecum geſtao - ullas prorſus
laga. ruin, lamiarú aut ftriguin infidias lacrátibus nocere. CNICO Meſpili
lignum,collo appenfum grauidas ab abo orth preferuare. Wm quadam æſtate apud D.
Ioannem Nicolaumn Cucillum Brancacium, mei amantifsimun, ytpuerum curarem
interef ſem, fortè inter me, et Doininam D. Man. já Cotoneam e Toleris, eius
vxorē, de abor tus præſeruatione, tunc vtero gerentem, có: uentum est. Retulit
domina hæc Meſpili li gnum collo appenfum mirè ab abortu gra
uidasdefendere;idq; millies à fuis maiori bus foiffe expertum. Confiteor in
plerifq;, tale lignum fuifle à me expertum, atq;certú, et rarum remedium ſemper
inueniffe fe: fi quidein multæ aborrientes, et dolore, et fã. guinis fluxu (appeofo
ligno reſtrictæ ſunt, &ab abortuſeruatæ, adeò quòdined parti cularem
virtutem abortú prohibendiinefile seor, Qua induftriabomines abſtemios reddere
valeamus. Vleis experimentis comprobatum re perio Anguillas, vel Mullos in vino
M fuffo peri sfuffocatos vini faftidium inducere: et enim ex eo bibant homines,
procul dubio abfte mii fiunt. Infuper
philoſtratus in vita Apol loni, ona noćtuæ elxaca, et infantibus pro cibo
allata, hydropotos in tota vita illos reddere ſcripſit. Mizaldus, Ragam viridem,
ex iis, quæ in fontibus ſaliunt, viuam in vi. no fuffocatam, idem efficere, fi
tale vinum potetur, prodidit. Rotundam Ariſtolochiam mirè piſces ftu pidos
reddere. Ira eſt Ariſtolochiæ virtis in piſces: ipfa enim illos odore ad fe al
licit,moxftupidos reddit. Proprerea fi eius radicem contritam, calciq;
commiſtam, fiue eius decoctionem cum calce pacato flumine aut maris littore
piſcatores confpergent, piſces agminatim confluere videbunt. Ili autem puluere
deguftata, veluti examina ti ſupernatantes capientur. Puellam veneno ab
infantia nutritam, Alexandro ab Indorum Rege fuiße miffam. Ndorum Rex Alexandri
fortunæ inuidés, vt illum interimeret, miræ pulchritudi nis mifit puellam,
ratus forfitan Alexandru confeftim cum ea concubiturum. Illa au tem Nappelli
veneno ferè à cunabulis erat educata, propterea more Serpentum ſcin tillances
habebat oculos. Hos Ariftotelesar piciens, caue tibi ab hac (dixit ) 6 Alexan
der; nam virus peftilentiſsimum alit, vode tibi exitium paratur. Poft paucos
dies pleri q; proci huius commercio venenari periere ex quo Ariſtotelis
praſagium mirabile fuit iudicatum. Ex Averroe. Quale fitigneum prafidium,
quodin morbis ab Aegyptis, et * Arab.bus vfurpatur. N lib. deMedicina
Aegyptiorum prodi. dit Alpinus, quo pacto illiin morbis cor. pora adurant.
Accipiunteniin lineam peti. am cubiti longitudine, latitudine verò tri um
digitorum, quam ad formam pyramydis aptant goſsipioque implent; ipfius latior
pars, parti adurendæ applicatur, alterumg; capuc accendunt, comburió; cam dia
per miteant, ye faſciculus crematur. Continuò ramen dum cutis vritur, ferro
circumcirca accingunt carné,ne caloris incendio aliqua oriatur inflammatio.Hocinfuperinuolucro
parando obſeruant, vein medio meatus ex iftar fafciculi: ita enim euentatio fue
refa piratio aliqua paratur, In vftione autem per aćta offium medulla in
carneaduſta, quoad eſchara cadat yantur.Hic vrendi modusAe. gyptiis &,
Arabibus familiaris eft. Olim in Creta familiasquaſdam mirè faſes:
natricesadfuiffe A quoſdam, tum fæminas in hiſce parti bus animalibus,
pueriſque laudando faſci num attuliffe: adeo quodij;fiad ouile, por cileque
quodpiam adiuiffent,confeftim in teritum pleriſque produxiffe: Quare mirum haud
eft, quod legitur in Creta quaſdam fa. milias adfuiffe, quæ laudando faſcinum
is. ferebant. His profectonatura quædam ferè venenofa efficitur, et ex oculis
inde fpiritus efflant venenatos,quibusanimalia,pueri, et grandiores faſcino
maculantur. Laudando autem venenum promptiusoperatur: fiqui dem laus propria,
gaudium affert, quo cordis fpirituumque dilaratio oritur, et veneno. a ditus
præparatur.Ex Fracaſtorio - de fymp. sta Antypat.rer. Cyprint verticis
oſsiculum mirabiliter Epilep. ticisfubuenire. N Cyprini caluarix vertice
quoddam re peritur ofsiculum triangulare lapidisin ftar, quod in curanda
Epilepſia; principeng loců obtinereaiunt. Táta enim efficacia epi lepticicis
fubuenit, vt morbusis numquam reuertatur,Hoc, vbifuturæ in vertice calua six
Cyprinicômitrútur intus fubfiftit,prop I cerea terea ſi illa capello
penetratur, ſtacim fora profilit,Andernacushoc ofsiculum nummi Germanici
cruciferi appellati,magnitudine exiſtere prodidit,atque ſalutare eſſe Epilep
fiæ remedium, Calphurnius Bestia Romanus qua pia vxores dormientes interemerit.
Nonnulliex veteribus in venenisnofçé et dili gentiam inter alia Aconitum
venenorus omnium elle ocyfsimam comprobarlot: fi quidem tactis huiufinoti
veneno genitali bus lexus faninini animaliuin, eodem die mortem inferre viſiun
eft.Hacvia Calphur nius beitia, veditaretur forſiçan, vxores dor mientes
interemit, de quo à M.Cæcilio ac cufatus eft.Hincilla -atiox peroratio eius in
digito mertuas. Confimili induftria Ladica laus Neapolis Rex, cum cuiuſdam
medici Prochytami filiam adamaret, cum eaque concumberet, Florentinorum
confilio ex cinctus eſt, AcetoStitillitieo Bythagoram vitam longiſsi
meproduxiße. Afecit:feripfit enim eius viulongāhonia nes vitá conſequi, et vfquead
eius extremum: finem permanere integrè, et dextra valetu dine.lole cu
quinquagefimum ageret awaum hoc remedio
vfus eft &eius vfu ad centefi. muum, et decimum ſeptimum productus et
integer et nulla vnquam aduerfa valetudine tentatus: cuius optimam facultatem
admira. tus, confanguineis co umuuicauit, vt illings vfum haberent. Oleiom
lixiuio mixtum in lattis fpeciem tran fire. ' rmè experimen: o oleum lixiuio
mixtú, fi diuag retur,in lactis ſpeciem tranfire, comprobatum eſt: eft enim
lixiuium tenue, atque calidum,oleum autem cum aêreum fit à lixiuio attenuatur,
et proinde aerem con cipit,ex qua albedoiunaſcitur. In aquis etis am, quæ diu
agitantur,lactis ſpecies quædam exoritur ex confimili induſtria. huius indi. In
cium ſpuma eft, quæ cun fic tenuis, aérem concipit, et dealbatur, Ex Cardano.
Quainduftria Scythe abſque cibo, potu per plures diesexiftant. Miraett herba
Scythicæ operatio, qua scythæ per plures diesfiue cibo, po - tuque viliere
dicuntur. Hanc ij circa Boeri. am inueniuntcreſcentem, et ad famem ficou timque
tolerandam vtuntur: fi quidem guftu dulcis, vt liquiritia eft, et in ore
detenta fa mis, fitifq; fenfum habetar, Idem apud cales C: Hippice præſtat, eò
quòd hæc planta equis confimilem generet effectum. Aiuntmulci, Scythas his
herbis duodesos eriam dies, fac mem, &ſicim non ſentire.Ex Martbiolo. Catellos calorem natiuum augere, membros rumque
dolores conſopire. PRo excitando nativo calore, membro. rumque cruciatibus
demulcendis, Carelo li præſtantiſsimi(Galeni teſtimonio,7. Me thod
med.)exiſtimantur:illorun autem hu. ius naturæ haud omnes habentur, fed ijpræ
cipuè,quibus pilus concolor eft. Propterea in Chiragra, podagra, et in omni
Arthri. tis fpecie cruciatus, quamlibet efferatos, parti affectæ adhibitos s
præſtantiſsime confopire àmalcis comprobatuni repe ris. plurima è terra
furſumtapi, iterumque deorfum cum pluuis pracips tari, Aximam
yellera,rang,vermiculi,lapil li,ligna,vabijgeneris frumentacealac, fanguis, et id
genus alia terræ permixta, quæ cum pluuijs quandoque præcipitari afpici. mus,,
nobis præftant admiracionem, adeo quod à cafu infolito plerique perterriti,
Cæli mipas metuunt; Celiat aixen admira. tio,fi eorúcauſas penfitamus:hæc enim
pri mo mò ventorum effluuijs, ventorumque inipe tu terræ permixta furfum
feruntur,mox cum pluuijs iterum deſcendunt. Propterea nec ſemper mirum,autinſolens
à ſapientibusiu dicatur: CorneliusGemma, inCoſmitriticaca 6.hæc caufas
legitimas à coeleftibus Syzygi. is habere prodidit: fed tamen eo vſque pro
gredi ſoiere,cum fpecie fua, tum magnitu dine,vt etiam in portentis principem
inue niant locum, Cum Pſylis, &Marfis, Serpentes haudbabere inimicitiam. M
Irabile eft, Serpentes, quià mundi pri uerfam,inimicitiainque iniuere,cum -
Pſyl lis, et Marfis nec odium nec difconuenienti am retinere, Neceſſe ctenim
elt, ve ijs aliqua miftio non omnino contraria oriatur,auto dor, autaliud, è
quo fpecies minus ingraca videatur; ita profecto inter homines ipſos. criam
contingit: quandoque enim fine cauſa nonnullos odimus,alios amamus,prout re
sum.fpecies ad animam noſtram perue. niunte, quibus conuenientiam, et diſconnenientiain
capta mus. Ex Fracastor rian - ) Oling Olim vasta, ego robuſtafuifle
bominuincor pora. Vamuis Plinius,cæteriq;ſcriptores, ho ninum corpora, robur,
vitam ſemper imminui conquerantur; tamen olim Gigan ces extitiffe, &vaſta
hominum fuillecorpo. ra negandum non eft.D.Auguftinus lib.15.de
Ciuit.Dei.dentem gigantis in quodam flu mine inuentum fuiffe
prodidit,quiminutim diuiſus,centum ex noftris dentes ſuperabas. De Pailante
ſcribitur admirandum.Hic Ae neam contra Turnum Regem Rutilorum adiuuit,
mortuustandem, et fepultus, vbi nunc Roma eft, (reference Solino)Anno O.
atingefimo poft Chriftum Dominum dam quiædam ædificia Romefierentcafu in ſepul
chro quo arte mirabili cum lucerna ardenti códitus erat, inuétus eft, et integer
erectus altitudinem nuricapite excellebat.Quid de Aiace, et quid de Turno; et de
ingenti,faxo, quodvterque in hoftem conjecir, referatur nouúhaud eſt.Quid
tandem de Oreſte, filio Agamemnonis,cuiuscadauer oéto cub tirá longitudinem
excedebat, atque de alijs in numerisdicatur,apud fcriptores reperitur. Idcirco
præter ftirpem giganteam,quæ poft diluuiumimminuca eft, alia corpora vastitatem
et robur maximum retinuiffe conce. dendum eft; in præfentiarum verò homi. num
corpora huiuſmodi comparata, tam pufilla funt, vt præ illis inania effe videan
tur. Ex Helinando Chronographo. Equum Phaleris accin&tum pulcbris, acri
oremfieri., chris ornantur phaleris, tum acriores, tum pulchriores iudicentur.
Eſt de his cla. rum exemplum de Bucephalo Alexandri, qui phaleris accioétus
Regijs neminem præter Alexandrum (teftimonio Aeliani) ad fe aſcendere
paciebatur, et quoderat 18 illo mirabilius, veaſcenſus facilior effet,
demittebatur cum dominus equitare vole bat.Phaleris autem remotis,quilibet
medi. aftinus aſcendere, &tractare poterat. Ego quidem domimulam habeo,cuius
tanta eft ſagacitas,vt fi feruus meus ephipium parat, habenafque illa humilis,demiffa,
et quafi gaudens perfiſtic,viAernatur, hilariſque in. cedit, et acrior: fin
autem clitellas, calcitro fa, indomita, feraque confeftim fit, necta lem
ſarcinam, niſi vinctis pedibus ferre ſu Atinet, adeò quòd feruus ab opere
defiftere cogitur. Exitiofißimum effe homini,ſub Lunaradijs ſomnum facere.
Vnæproprium eft,in hæc inferiora hu miditatem immittere: quare exitioſum
elt,lub eius radijs diu dormire; quippè dor mientes obleruatum eft ægrè
excitari, atque proximos infanis fieri, Lunæ vires in lignis, quæ ad ædificia
colliguntur,potiſsimum ex perimur:conciſa enim Luna creſcente, funt ferè
emollira per humoris conceptionem, idcirco tanquam inepta à fabricis reijciun
rur. Agricola 'experimento cognouerunt, fruméta de agris in Lunæ diminutione
colo lecta diutius ficca permanere. Hæc à veterie bus Lucina vocabatur, et à
parturientibus inuocabatur: Lunæ enim diftendere rimas corporis,meatibuſgue
viam dare munus eft: propterea, tale ſydus partui ſalutare, illum.
queaccelerare putabant. Archelaum,Mithridatispræfe&tum, ligneam turrim
incombuſtibilem confeiffe. Dmiranduin profectò iudicatum eft
AArchelai,Mithridatispræfe&ti,cótra Syllam commentum:hic enim turrim ligue.
ain iocombuſtibilem condidit,quam fruftra ille incendere conabatur. Erat
currista. bulata alumine collinita, in ijs autem cruſta durior erat obducta, et
alumen, plumbique albi albicineres
pigmentis copioſè commifti: quia induſtria ab igne feruata ſunt. Confio mili
artificio,Ceſar ex larigna materia cir. ca Padum,Caftellum etiarn conftruxit,
Ex Lemnio. Viſcum quercinum fola fufpenfioneEpilepti. cis fubuenire. X
grauibusfcriptoribusmultiorbicua losè viſco querciofola ſuſpenſione vulgari
filo transfixos idem præftare in 2 molienda,& præcauendaepilepfia tradunt,
quod peonię maſculæ radix,aut ſmaragdus è collopendens efficere creditur,
Reculit Iacchinus in Epilepticerum curatione, fe mel ea ratione,qua ligno
guaiaco vtimur, Viſcum quercinum per dies 40. propinafre, et profuiffe quidem,
non tamen Worbum abituliffe,nequelicuilleiterum id temedij iofaciliori morbo
experiri. Isterbraſsicam o vites maxisnum ineſe dif fenfum. Focabilis equidem
difcordia inter braſsicam, et vites reperitur, propte reade Reruftica fapientes
fcriptores, VICCE à braſsica offendi, deterioreſque et fucco, &odore, fi
ſecusplancatur, fieri prodidere. Experimento hoc comperitur:nam gerinen
ijspropius cu accellerit, auerſü ab inimico Notabilis compulſum odore
retrograditur. Infuper G inollam, vbi braſsica elixatur, vini vel mi nimum
conijcitur, quippe nec braſsica cona coqui vnquam poterit, et quod mirabilius
eft, colorem proprium amitter. Hacmotira tione ſapiéres,ebriis braſsicæ ſucçú
propinát, quo ebrietas ſubitò foluitur. Conuiuates pa riter, ne à vini copia
potenciaģ; offendantur (Germanorum inftar ) braſsicam crudam primò comedere
debent: ita enim viruna ad satietatem, abfq; ebrietaris periculo haua rire
valebunt. Cati nigerrimiefum cerebrum, homines dementare, Ericulofum est, versicoloris,
et maximè nigerrimicati cerebrum alicui efirm prz bere: ad iufaniam enim
homines ducit, et quod peius, cerebri meatus obftruit, ſpiri. Etuſý; impedit
animales, Inter fcriptores Per trusApoinenfis, huius efuadeò io ſanirehow'
mines dixit,vt præftigiis quafiobnoxii videa antur. Ponzertus pariter cati
pilos venenoſos eſſe prodidit, citly; anhelitumfebrem heoti cam induccre.
Exbetulacorticibus, ardentesfaces comparari Etulæ cortices non modò ignem
confe. tim recipiunt, verùm atque flammam pariung Mha pariunt ardentem; quo fit, vepleriq;
faces, pro noctis obſcuritate fuganda, ex iis com. ponaot, bene rati lucidiorem
has flammam, quãpini fædam parere: ex liquore autem picis inſtar, qui dum
vtuntur deftillat, oriri hociu dicatur, cuius natura cùm facile accendatur,
mirum haud eft: talem effectum producere. Hæmorrhoidalemn berbam contactu Hamer
rboides fünare. Ira eft Hæmorrhoidalis vis, et poté. tia in perfanandis
Hæmorrhoides: fi enimhuius radicibus, Hæmorrhoidales do lentes tanguntur, atq;
illæ per diem circa fe. mur ferantur, et mox in camino fumanti (afpendantur,
procul dubio effectusfanatur: fiquidé Hæmorrhoides que atq; radices ex iccărur,
fiaccelcıyor: qua caufa herba ab effe ctu nomen deduxir, nec immeritò: namin
iftarum infiammatione, &doloribus, fi hu us radices contufæ applicantur,
confeftim, et dolor, et inflammatio mulcentur. Ex Ex Tante. Marine Paltinuca
radium,identium do loresmitigare. entium dolores multis experimentis ex Marinæ
pattinacæ radio mitigari vifi func; huius eniin radio, qui in piſcis cauda cpa,
situr, dentes tanguntur, et gingina ſcari. ! x herbis non paucæ Ecale ſcar
ficantur, quo præſidio quan cítiſsime dolor euanefcit. Prodidit Dioſcorides,
lib. 2,64p. 9. radiuin hunc dentes frangere, et e urcare.quomodo autem hoc
perficiat docu it Plinius lib. 3. cap 4. Conteritur enim is, et cum Helleboro
albo miſcetur, quorin miſtura fi dentes illiti fuerint, fine vexatio ne
extrahuntur, Plerasg, berbas, Solisexortum, et occafuma ostendere, Solis ortum,
et OC cafum noffe videntur tantaq;huius lyde. ris ſectandi,talibus auiditas
nafcitur, vt Gr. miter inter kas, et folem magnam in ſe lym pathiam credamus.
Profe&to fos calendula in Solis ortu aperitur, &in occafii clauditur;
ex quo villicorum horologium à nuleis di citur. Sequuntur Solis fphæram non
modo papauer, et illudtithymalli genus, quod vo. cant helioſcopon; ſed etiam
malua, lupini et cichorea; intenſius autem Lotus herba re ctatur, &exortum
quotidianum, &occafum noſcit. Hæc (Theophrafti teitimonio ) cau lem,
&florem veſpere mergit, et circa me. diam noctem tota in lacum irruit, et
adeo occulcatur, vt nec manu admiffa quis valeat inuenire, verciturmox
panlatimg; erigitur, etin Solis exortu extra aquas confirrgit; for P 3 reing Temą; aperit, et patefacit, caliterá; etiam
num confulit, vc alièab aqua abeffe videa quarum Sodo Qualssin Sodomi, et
Gomorriveſtigiso riantur fru et us. LtiſsimiDei decreto quinq; vrbes 211a
ciquicus incentæ ſunt wuum, et Gomorrhum præftantifsimæ fiudj erbantur.Harum in
fauillis quædam noſcú. tur veſtigia; Giquidem cæleftis ignis reliquiæ adhuc
perfiftunt. Quod autem illic admira bile perfpicitur.viridancia fpectantur
poma, formaci vuarum racemi, nec quis elt, qui e dendi haud cupiditatem habeat:
illa. autem manibus capta faciſcunt, et in cinerem refol. uuntur,
fumuggsexcitant, quafiadhucarde ant. Ex Egeſippalib. 4. Magnam inter vterun,
ammasinef Seſympathiam. On exiguus inter mulierum vterum, et mammas contéplatur
confenfus: quip pe alterum alterius pathema oftendere on laruamus, A venis
inter has partes coniunctis maximè ratio ošteditoriri ſympathiá:ex iis e nim
materias ab vtrifq; contentis transferring etexonerari experimur.In menftruorum
re dundantia Cucurbitula fub mammisappofita, fluxum cohiberi ab Hippocrate
docemur, Lactis copia in puerperis dum
magna grauit q; fuerit, die feptimo puerperii octauo, 10 nog; in vterum à
naturaefunditur. Suppreisi menfes in
virginibus, et viduis caftis, non femel io mammasrefiliunt, et la et tis copiam
fuſcitant. In mulierum pubertate accedente menftruo
vtramq; parteni creſcere vidernus. Quo artificio Solis defectumfirmiter com
prehendere paleamus. Aria induſtria pleriq; conantur folis defectam
deprehendere;hocautem có pertum eft, artificio illius defectionem fir miter
apprehendi, Pelues hora inſtanti capi. antur, quæ non aqua, fed aut oleo, aút
pice implendæ ſunt; ratio enim fuadet, humorem pinguem non facile curbari, atq;
imagines perinde, quas recipit conſernare. Equidem in magines in liquido et
immoto tantum appa rereconfueuerunt, propterea in olen, et pi. ce, commodius, et
firmius, quomodo Luna Solilc opponat, et illum abſcondat accipere poterimus. Ex
Seneca in Natur. Quaft. Virginummammillarum tumorem acis cuta impediria Ac
inter alias, cicuta pollet efficacia, vt contufa cum vmbeila, atq; virginü B H mammillis
impofita, tumorem, et excref centiam valeat prohibere; fortaffe nutrimé cum
impedit, quo minus augeantur, vt in pu crorun tefticulis fuccedit, fi hæc
adhibetur: ijenim reatibus alimenti obtufis facilè ex iccantur. Aperiani in hoc
loco quod à Bon doletio nultis experimentis comprobatum Teperio de piſce
Squarina: hicenim mulie. rum mammis fuperpofitus, illas adeò con. ftringit, ve
virginum mammillæ appareant; credunt multi in genitalibus eundem fimili ter
effectum producere. Quercusgallis, anniprafagia comparari. Napoleon Onmodò à
Plinio, verùm atq; à plea riſq; rei rufticæ ſcriptoribus obſerua tum fuiffe
comperio, à gallis quercus maio sibus præfagium aliud anni, quodapud vece res
in magno fuiſſe pretio,etopinione legi. tur. Aperiuntur gallæ, quando integræ
funt, ibig; muſca, aranea, aut vermiculus repe. ritur: fiquidem planta hæc in
gallis huiuſmo di aninialium gignere confueuit. Si mufca volar, angi
fertilitatem et bellum futurum præſagiunt; ſin vermiculus repit, annonæ
carentiam arguunt; fi autem aranea profiliet fummam caritatem, et peftilentes
affectus prædicunt. His ego adderem, præfagia hu. iufmodi, fi Deo placuerit,
confimiles ſecta. tur elientus. Vitri puluerem, calculos comminuere. ron folum
Galenus, fed Anicenna, et mouendos vitri puluerem excollunt quomo do autem hæc
fieret, plurimum infudiui; tandem quæ ab Abecizoare componitur,mihi ex voto
ſucceſsit, et vitrum adurere didici. Capitur vieri albi, et perſpicui fruftulum,
quod terebinthina coll nire oporter totum, nyox tandiù in prunis detinere,
veexcandel. cat; hoc demum in aqua exſtinguicur, ſepti. eſg; iteratur, primò
tamen linitur, fecundò cxcoquitur, vltimò extinguitur; quo peracto, vitrum
conteritur, et in puluerem lubciliſsi mum mutacur. Propinamus languentibus au
rei pondus vel drach.j. cum vino albo, et ef ficaciter calculos comminui
experimur. Quo artificio aëris naturimexplorare valeamus. Eris qualitatem, et
naturam cum ex plorare libuerit, fpongia bene ficca, atq; munda ſèreno cælo per
noctem fub diuo exponenda eft; illa eniin fiſicca mane fuerit, ficcu's P5 АБЫ liceus et aër erit; fi humecta,nimbolus; fi
anoll cervda,humidus,acroridus Inſuper ft recente pané eadem induftria
expofueris, di corrupto,ficuin contrahere videbitur;à fic co, fiec ficcus;ab
Humido aucem, à ftacu pro prionon mutabitur.Siaër fuerit peftilens,
carnesexpofitæ corrumpuntur,atque colo rem mutant;fic eciam et adipes.Siaércraf
fus erit,patebit in marmore, et filicibus, qnę in cali natura admodum madere
folent; cós tra verò in aere'tenui, liges humidus eſſet, hę enim in tali con
ica humeſcunt. Ex CATO dano. Quali fratagemate homines, mortui Š videantur.
Vltis experimétis confirmatum repe rio fublimatum, ffue aqua vitæ cum fale
miſce tur, ac in patina (ſublata qualibet alia lua ce ) accenditur in cabiculo,
nocturno tem pore, vbi homines reperiantur; fiquidem ipfi immobiles fuerint,
fpeciem mortuorús repræſentabunt. Pleriq; vt Aethiopes fin gant, lucernam
accendunt oleo plenam, cum quo ſepia atramentum fit dilucum, fi we calchantuni,
aut ærugo, nec fine ratio ne:oftédit enim,lux eorû colores, quæ in iis sát
quæaccédācur: oportet tamen iu cubi culorcliquas luces adimere, Nerein VA No
Nereidesfaciehumana dy venufta, prezi que fuifferepertas Ereides, quas vulgus
Birenas appela lat, plurimæ in locis maritimisinué tę funt;quodauté
cátusdulcedine nauigātes hein foporem perliciant, et capiant,nos. in lib. 1. de
Hominis vita, abundedifferui mus, vbi de Tritonibus, Nereidibus, ho. minibuſqs
in maridegēribas, quos marinos vocant tractatur; Poetarumq; fabulæ eno. dantur,
Vidithas Theodorus Gaza et Gee orgius Trapezont ius, homines nagnæ e ruditionis:
Gaza in Pelepomeno exorta maris tempeftate, Nereidem proiectain in lidcore
reperije viuentem, et fpirantem, ynleu hrniano, facie decora, corpore fqua mis
hirto ad pubem vſq, cætera autem ia locuftæcaudam definebant: ad hanc viſen dam
magnus fuit concurſus, illa tamen e vac maefta, crebrog, ſuſpirio fatigata et
frequentia hominum circumdata gemitus dedit et lacrymas emiſit,quibusmacus mi.
fericordia,ad mare deduxit, vbimagno im petu fluctus fecauit, et ex oculis
omnium cuanuit. Quid Trapezontius, pleriqs. alii viderint, in loco cita. to
narrauimus De Apunx natura, earumque mirabiliſa gacitate. Tu quidem anceps fui
in fcrutanda A pummellificatione,foetu, et cera:nam et apud auctores magna
reperitur controuer. fia, num illæ ge nerent, et aliundeprolem habeant.Poft
auem exactum fcrutinium cu iufdam amici va lido experimento Ariftoter lis
opinionem veram eflecomprobaui;fiqui dem Apese floribus fauos conftruunt, exar
borum lacryma ceram fingunt, et mella ex aëris'rore captant.Hæ primum fauos
confi. ciunt,mox fotin collocant, ore calidum ſpirantes,vt vitain
recipiat.Mellificanræfta. te, et autūno cibi caufa;mel autem autinale cleatius
eft.Foetus in vere ferotino debilis fit: nã et naiori ex parte emoritur. Multi
aiunt oliuas, et examinum copiam cógenerem ha. bere nataram: nam fi altera
augetur, alcera abundans fit: fi vna deficit,altera deprimitur ratio eft:nam
mella ficcitates augent;lobo. lem verò imbres; quofit, vt ſimuloliuæ, et sopia
examinam fit. Vinorum aliquot existere genera natura mirabilis. R aliquot
vinorum genera mirabilis naturæ quod? co A quod vua et guftu, et fenfuà cæteris
minime diſcrepanr, nec vinum á ymis; tamen quod Heracliam Arcadiæ fit, viros
reddicinfancs epotum, et mulieres fteriles: et apudcabyni. am Achaiæ abortum
facic: et in Thiffo vi num quoddam lomaum producit; quoddam verò, vigiliam Ex
Tbeophraſto lib.9. Plant. Quoartificio ignem manibus abſque læfione tractare
valeamus. Pud plerofque fcriptores inueni, ig nem fine læſione poffe tractari,
fi tri. tomaluauiſco cum ouorum albumine, ma.. nus liniuntur,ac defuper alumen
inducitur.. Hoc autem experimentuin à Magno Alber to captum eſt, apud quem
aliud legitur hu. ius negotijartificium:fi enim Ichthyocolle, et aluminis
æquales partes capiuntur, et ad inuicem commiſcentur, fiacetum his ſuper
funditur; quicquidtali miſcellanea illitum in ignem proijcitur, vtique non
comburie tür. Menftrua in ſenio ferèquibufdam fæminés 46 cidere. Vàm fallax fit
tum Ariſtotelis, tum ali orum iudicium,quodin mulieribuscir ca quadragefimum
annum,fiue quinquagefi mum menftrua deficiant, quotidiana demone strat experiencia.
Mulierem hic cognoui, Qyour P7 Victoriam nomine, eamque honeftam et bene
morigeratamshuic in anno 45.méftrua ceffarunt, et faufta valetudine vixit,cum
au tem fexagefimum ferè annum attingeret, ce teilli menfes rubei,bonique
coloris redie. De vberague, quæ priusflaccida erant,more: virginum turgidula
facta ſunt lactifque tan ta copia impleta,vt impulſu ferretur: quarez, vt
puerulú filiæ fuæ lactaret àmeadmonita eft. Alteram cognoui, quæ vfque ad annum
65.femper menftrua paffa, et hodie viuit, et menftrua fingulis menfibus fuentia
habet Hæcautem raròcontingunt.. Bufonislapidem contra venena mirabileinha bere
virtutem. Pleriſque lcriptoribus excollitur lapiss ille terreſtrisinuenitur:
ſiquidem contra venena folo contactu valere expertü eft; propterea inflationes
abeftijs venenatis illatas diſcute re, venenúq; elicere aiut.Scribit Lemnius,
tu mores, et dolores ex forieibus,araneis, vel pis,fcarabeis,gliribus,
aliifuevenenofis 2. nimalibus caufatos fclo lapidis blaul do attritu.euanef
cere Aquarum Fluuios natur& mirabilis repe $ rire. N multis locis aquarum
exortas, mira cfficaciæ inuenirilegimus Scribit Arift. in terra Aſsirithidæ
aquas naſci, quas cum oues biberint,moxgs inierint, nigros agnos generare. In
Arandria dnos ineffe fluuios ad.. notauit, quorum alter candorem, alter nio
gritiem facit pecoribas:at Scamander am gis, quem Homerus Xanthuniappellauit,
fia uas reddere oues creditur. Mirabilers in concepta imaginationis effe per
rentiam Maginationis potentiam tam miram effe Phyfici confitentur ve viſa per
cóceptum in partu fæpiſsimè eluceſcant. Referam hi ftoriain admirandam ex
Ludouico Vives 12; de Ciuit.Dei de huius negotio conſcriptam In Brabantia Buſco
ducis quædam vrbs eft, in qua more eiufdem Prouinciæ quodam die rempli vrbis
feſtum celebratur, quo tempore varii ludi apparantur.Sunt aliquot, qui ſtato
die diuorum perſonas induunt:nönulli vera Dæmonů.Ex his vnus cū viſa puella
exarfif. fet, et demúfaltado ſe ſe recepiſſet, et apreprā Vt er at perfonatus
vxore fua in le &tum con. ieciſiet,ſe exeaDanonem gignere velle di.. cells D cens, concubuit, et concepit inulier: clim
autem in partuinfantem peperiffet,'s fimul ac primum editus eft, Calcitare
cæpit forma, quali Dæ nones pinguntur. Dentium.stupores à portulaca confeftim
amoueri: Entium ftupores,qui ab acidis.edulijs Connarci confueuere,ex aqua aut
luc co, vel frondibus portulacæ commanfis, quam citifsimèdiffoluuntur.Ipfe cum
qua-. damæftate cùm fiti maxima, tùm dentium: ftupore affligeretur,cömanfis
ipfius frondi bus, &à fit, &à ftupore fubito liberatussú, Ab amico
quodam audiui parculacæ fuccúi collinitum,abfque dubio verrucas exter
minare,mihiautem experiundi locus haudi adhuc datus eft. Ex Aphrodiſeo,
Ceraferum aquam ftillatitiam in Epilepfia ! fummumeſſeremedium. Ninitis
experimentis Ceraſorum aquam 10 laccurrendis Epilepticis conprebari reperio
propierea à loanneAgricola in lib.. Herbar.maximèetiam extollitur. Qua pro vita
producenda inter arcana natu 12 connumerentur. APudreru naturalium (crucatores
acer rimos inueni, idque in arcanis conſer wari Hellebori nigri fólia Saccharo
cómilta degluci deglutientem ad iuglandis magnitudinenia in offenſam
valetudinem, ad ſenectutem vſ. que conſeruari.InfuperSilicem ignitum lin.
teiſque parum madidis inuolutum,& pedi. bus applicitum,pernicioſos
valetudinis vaki pores extrahere. Quoartificio in mulieribuscrinesdenfiores,
copiofiores comparare paluamus. Nter ſelectiſsima prælidia, quæ ad capil lorum
copiam generaodam ineffe cre duntur, Maluæ radix connumerari poteft:: fi enim
caput mulierum livinio lauatur in quo elixa fit maluæ radix, et deinde fucco
maluæ crines, inungantur, profecto ya bercim prouenient, et cicila fimé. Giulio
Cesare Baricelli (n. San Marco dei Cavoti) è un filosofo. De hydronosa
natura sive de sudore umani corporis Hortulus genialis Thesaurus secretorum De
lactis, seri, butyri facultatibus et usu implicatura sudorosa de hydronosa
natura de medicinae praestantiae amazones cur mammas dextras resecaverint olearum sterilitatis praesagium nili flumines proprietas de mundi creatione murium sagacitas pluviosa
tempestatis prognostica agricolas non semper tempestates et serenitates
praedictunt valeriana miravis contra epilepsiam
transformationes hominum in bestias non esse reales daemonis astutia apud indos quid picus de scientiarum varietatis
sentiret subditos principis vitam ut
plurium imitari rutam et allium
serpentibus adversari animalis oriri et
vivere posse in igne compertum est lacus
asphaltritis mirabilis naturae pisces
marinos salubriores et rapidiores fulminibis esse mulieris hominos cibus
gigantes in orbem mulieres excellentia
falsissimum est salamandran in igne vivere posse sabbatici
lactandis infantibus menstrualis pharmacum
animal tauri faxa
aegypti reges sterilitatis
praesagia aeris salubritatem lintea
hominibus hydropes plenilunio
nationibus romulus serpentaria
echinum animi pudorem animalia
alexandri morti sanari cervi sudori
vires balnei adam
rutam verbenam anima
aeris sulphuris caraba baccas
linguam galli homines
magis fuco cacoethica
vipera traulos morbos lupi vitrum
pregnantes periculo pro corporis corporum hominum utero paterna araneus
telas menstruali rutam
corpora achatis hominibus
hominem utero
praesagium utero tritico scorpionum hominibus
bubulo epilepsiam arbores
lapides bardana literas
homines hominibus hominibus
filios parentibus signum mare
rebrum hydrargyri lupum
epilepsia flatu corpora
pestilenti efficacia animalium
seminis basilicum torpedinem animalia
armenia febre lumaca amantissimam
astronomiam martisque passione
cantharides adagium parere fetus
iucundi de amoris origine
aqua virtutes sagacitas
lapidis naturam partus
amorfus equorum spectacula
marinum vitulum epilepsia vinum
homines homines cervi
gagatis epilepticos hominum laudano
mortem pacto a viro
hepaticos mortem mithridatis
ossa bryonia herpetes
vina alba flores absynthium
chalcantho coralio lethargicos
infantes prunellae catuli
gallum corios artificio
theodorus radicem
dilligentes canicula quatuor elementis phreneticos
digitum carnes vicera testiculis
dentium hippocrate
animalibus apii satyrii testiculum hominibus
radicem hominis extractum praesidia
hominem antidotorum cancri
quomodo morbi animantium
pulchritudine septentrionalibum hemorraghia lingua ardor aegyptios gentium solis
animalium cervorum masculinum fetum mirandulani
hydrargyro incognita tempestates
epiro hecla hominum
galenum graecos cane
athritide lionem iumenta
acutis acetum piscis
foeminas corporis alexandrum
hominum ruditas
angina capillos volucrum
agricolas galege infantis
oryalum homines lapides
collegium alexandrum laparhiorum
feminum aegyptios methodo olivarum admirandu
millepedum frequentem
mulieres daemonum carduum
infantes menstrualem corpori
medicina animalia unicornu
mulierum naturalem febris
precognosci medicis masculorum
hydrargiri bryonia consolidanda
chymicam corpus hominum
venenum semen lupos homines
luna leonardi hominibus polypidium ibidis
mulieres industria corpora
gallicam hominis hominibus
regem homines aquilone
usum usum oleo genus
leones artificio mergum lacertas
educandis artificio serpentes
virginitatem virginale vitellos
humana vita vena materia
alexandri mulieres hydrophobos
puerorum labiorum utero
semine aegyptorum taxi
epilepsiam aspides infantes
vitrum homines vini
syrium nuptis agreste
hydrophobiam hepatis viventes
arundinem cynanchem parere filios
vino praesagia gallinarum
aquam mandragoram
corpora vita hominibus semina
infantium vitam philomelam
castorem duces lingua
vinum equorum croci
hominis aspidum hermaphroditos imaginationis potentian climactericos
inter homines carolum animantia
liberos garamantes caminus
horologium infantium praesagia
vinum virorum familiarem romanos
ambarum tympaniam venenum toxica socrati
magia epistolam aqua frigida
menstruorum lapides homines
testiculos humanam salivam homines ridendo parthi partum accelerare serpentum hydrargyrum vim anginam
vermes mamillis lumbricos infantis
elephantiasim cyprinorum leporine
hydrargyrum gravidas homines abstemios — aristolochiam alexandro morbis creta
cyprini calphurnius bestia
romanus aceto oleum scythae catellos
plurima martis robusta hominum corpora equum
homini lunae mithridiatu viscum
vites betulae haemorrhoidalem dentium dolores sodomi uterum
solis virginum praesagia
vitri aeris homines
facie humana apum natura vinorum ignem menstrua virtutem aquarum in
conceptu imaginationis esse potentiam dentium stupores epilepsia pro vita
producenda mulieribus Giulio Cesare Baricelli. Keywords: sweat, il sudore
umano, sudore e la regola, stirgilo, amore, Socrate, Aristotele, controversia
sull’origine del sentiment dell’amore, Socrate, l’idea di causa in Aristotele. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baricelli,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – Grice
e Baroncelli: l’implicatura conversazionale della compassione – filosofia
ligure – filosofia italica – scuola di Savona -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Savona).
Filosofo ligure. Filosofo italiano. Savona, Liguria. Grice:
“I like Baroncelli – he can be hyperbolic – “Mi manda Platone,” surely he only
requested! My favourite is his ‘compassione,’ which is ‘calco’ of ‘sumpatheia’
and therefore at the core of my balance between conversational egoism and
conversational altruism.” Flavio Baroncelli (Savona) filosofo Nato e cresciuto a Savona, si laurea in
filosofia all'Genova con relatore Romeo Crippa, di cui diventa assistente. Insegna Storia dell'età dell'Illuminismo
all'Trieste. E di nuovo a Genova, dove
tiene la cattedra di Storia della filosofia moderna. Viventa ordinario all'Università della
Calabria. L'anno successivo ritorna a Genova dove prende la cattedra di
Filosofia morale. Un grave incidente motociclistico durante una vacanza in
Turchia lo allontana per qualche periodo dall'insegnamento e dalla ricerca,
attività che riprende all'inizio degli anni novanta come visiting scholar
all'Madison, nel Wisconsin. Nel
frattempo collabora con molti quotidiani e periodici, come La Voce di Indro
Montanelli, Village, Il diario della settimana, il Secolo XIX. Tornato a Genova, diviene molto amico del
filosofo Franco Manti, segretario generale dell’Istituto Italiano di Bioetica.
Riprende la vita accademica per allontanarsene a causa della malattia. Il pensiero di B. ripropose un'etica
planetaria alla luce del mondo globalizzato, invitando a riconsiderare i valori
e le identità storiche dei gruppi umani occidentali riorientandoli a favore di
un sistema di valori e di identità individuali e culturali di tipo mobile e
pluralistico. Ha qualificato le varie culture come sistemi aperti in grado
comunicare e di essere traslati o esportati ovunque nel mondo, nella
convinzione che gli esseri umani appartengano tutti alla stessa specie e siano
tutti abitanti dello stesso pianeta.
Pensiero e la ricerca Profondamente influenzato da Hume e dallo
scetticismo inglese, si è occupato in prevalenza di temi etico-politici come il
razzismo, la tolleranza, il liberalismo e il politically correct. Altre saggi: “Un inquietante filosofo
perbene: saggio su Davide Home” (La Nuova Italia, Firenze); “Sulla povertà,
idee leggi e progetti nell'Europa moderna, Herodote, Genova-Ivrea); “Il
razzismo è una gaffe” “Eccessi e virtù del "politically correct",
Donzelli, Roma); “Viaggio al termine degli Stati Uniti Perché gli americani
votano Bush e se ne vantano” Donzelli, Roma); “Mi manda Platone, Il Nuovo
Melangolo, Genova Saggi "Giustizialismo" in Ragion Pratica, "Post-fazione"
a Lysander Spooner, No treason, "Etica e razionalità. Un finto
divorzio?" in Materiali per una storia della cultura giuridica, Il
riconoscimento e i suoi sofismi" in Quaderni di Bioetica, "Come scrivere sulla tolleranza" in
Materiali per una storia della cultura giuridica. Note Franco Manti per la fondazione Pubblicità
progresso, Manti, Diversity, Otherness and the Politics of Recognition, in
Nordicum-Mediterraneum, 14, n. 2,
Akureyri,, Ospitato su archive.is. Citazione: To B., a friend I met only too
late, / whose lively intellect, critical sense, friendliness / and clever irony
I just had time to appreciate. Info dalla pagina del
Dottorato in filosofia dell'Genova. Registrazione audio[collegamento
interrotto] dell'intervento a una trasmissione di Radio 3 dall'archivio RAI
Trascrizione di un dibattito con gli studenti sulla tolleranza dal Enciclopedia
Multimediale delle Scienze Filosofiche di Rai Educational Necrologi Bertone,
Vittorio Coletti, Salvatore Veca e Pietro Cheli. Altri dello scrittore Morchio
e dell'amico Miggino. Sezione speciale della rivista Nordicum-Mediterraneum
dedicata a B.. Pagina di Wordpress B. con alcuni testi inediti. Nome compiuto: Flavio
Baroncelli. Keywords: compassione, filosofia ligure, Home, etica, ragione,
giustizia. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Baroncelli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barone: l’impliacatura conversazionale del linguaggio – scuola di Torino –
filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Torino).
Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I like Barone, but I’m not sure he likes
me! You see, in Italy, there’s ‘scienze filosofiche,’ and ‘scienza’ was indeed
a way to describe philosophy! But at Oxford, you have to take the great go!
Lit. Hum., and I doubt Barone did! – ginnasio e liceo, as the Italians have it!
Therefore, his views on ‘filosofia e linguaggio,’ never mind his rather
pretentiously titled ‘logica formale,’ ‘logica trascendentale,’ ‘algebra dela logica,’
etc. have little to do with, well, Italian!” Laureato in Filosofia a
Torino nel 1946 come allievo di Guzzo e Abbagnano, visse a Viareggio. Professore
di Filosofia teoretica all'Pisa, dove fu preside della facoltà di Lettere e
filosofia, fu poi docente di Filosofia della scienza nonché direttore
dell'Istituto di Filosofia nella stessa università. Insegnò anche Filosofia
morale alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si dedicò soprattutto a studi di
storia e filosofia della scienza, pubblicando numerosi libri. Curò l'edizione
italiana delle opere di Niccolò Copernico. Socio nazionale dell'Accademia delle
scienze di Torino, della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti in
Napoli, e dell'Accademia Nazionale dei Lincei, a Milano fu presidente del
Centro del C.N.R. di studi del pensiero filosofico del Cinquecento e del
Seicento in relazione ai problemi della scienza. Pensiero Particolarmente interessato alla
filosofia di Nicolai Hartmann, B. ne trasse spunto per un confronto tra la
dottrina realistica e quella neoidealista. La sua riflessione filosofica si
sarebbe poi focalizzata sui problemi epistemologici e della filosofia della
scienza. Come pubblicista affrontò temi
etico-politici sul rapporto tra individuo e società dal punto di vista della
ideologia liberale e liberista. Il tema
principale delle opere di Barone riguarda la filosofia della scienza e la
storia della scienza e della tecnica. Si deve a lui la prima pubblicazione in
Italia di una monografia sulla filosofia neopositivistica. Il suo pensiero si contraddistingue per lo
stretto rapporto tra epistemologia e storiografia della scienza, settore,
questo, in cui Barone ha preso in particolare considerazione il tema della
nascita dell'astronomia moderna, da Niccolò Copernico a Keplero e Galilei. Intorno agli anni sessanta, inoltre, Barone
si è dedicato con particolare attenzione agli sviluppi culturali, epistemologici
e filosofici della nascente informatica.
Altre saggi: “L'ontologia di Nicolai Hartmann” (Edizioni di Filosofia,
Torino); “Rudolf Carnap, Edizioni di Filosofia, Torino); “Wittgenstein inedito,
Edizioni di Filosofia, Torino); “Il neopositivismo logico, Edizioni di
Filosofia, Torino); “Assiologia e ontologia: etica ed estetica nel pensiero di
N. Hartmann, Torino); “Leibniz e la logica formale, Edizioni di Filosofia,
Torino); “Nicolai Hartmann nella filosofia del Novecento, Edizioni di
Filosofia, Torino); “Logica formale e logica trascendentale, I, Da Leibniz a Kant, Edizioni di Filosofia,
Torino); L'algebra della logica, Edizioni di Filosofia, Torino) Metafisica
della mente e analisi del pensiero, Edizioni di Filosofia, Torino) 1748:
viaggio di Hume a Torino, Edizioni di Filosofia, Torino); “Mondo e linguaggi” (Edizioni
di Filosofia, Torino); “Determinismo e indeterminismo nella metodologia
scientifica” (Edizioni di Filosofia, Torino); “Concetti e teorie nella scienza
empirica, Edizioni di Filosofia, Torino); “Nicola Copernico, Opere (F. Barone),
POMBA, Torino); “Immagini filosofiche della scienza, Laterza, Roma-Bari); “Pensieri
contro, Società Editrice Napoletana, Napoli); Teoria ed osservazione nella
metodologia scientifica, Guida, Napoli); Verso un nuovo rapporto tra scienza e
filosofia, Centro Pannunzio, Torino); La fondazione dell'ontologia di Nicolai
Hartmann (F. Barone), Fabbri, Milano); Leibniz, Scritti di logica (F. Barone),
Zanichelli, Bologna). Note Francesco
Barone, Neopositivismo, in Enciclopedia del Novecento, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Barone, Francesco, in TreccaniEnciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Sito ufficiale, su francescobarone.
Francesco Barone, su TreccaniEnciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. B., in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Francesco Barone, su BeWeb, Conferenza
Episcopale Italiana. Opere B., su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Francesco Barone,. David Hume, il filosofo della non certezza di
B., La Stampa, Addio a B. il filosofo che diffidava dei paradisi in terra di
Dario Antiseri, Corriere della Sera, Archivio storico. Nome compiuto: Francesco
Barone. Keywords: linguaggio, assiologia, la semantica di Leibniz, la sintassi
di Leibniz, logica matematica, logica formale, logica trascendentale, logica
aritmetica, Hume a Torino, simbolo, logica simbolica, Leibnitii opera
philosophica, assiologia ed ontologia, mondo e linguaggio. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barone,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barone: all’isola -- l’implicatura convrsazionale della dialettica fiorentina
– scuola d’Alcamo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Alcamo). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Alcamo, Trapani, Sicilia. Grice: “I like Barone;
at last a priest that takes Italian humanism SERIOUSLY!” -- Dopo avere finito gli studi teologici nel
Seminario Vescovile di Mazara del Vallo, fu ordinato sacerdote Frequenta, quindi, la Pontificia Università
Gregoriana di Roma dove conseguì la laurea in Filosofia trattando la tesi dal
titolo: L'Umanesimo filosofico di Giovanni Pico della Mirandola. Ebbe subito la nomina di Canonico della
Collegiata di Alcamo, poi quella di Vicario foraneo e Visitatore dei Monasteri;
fu nominato anche Canonico Onorario
della cattedrale di Trapani. Nel mese di
novembre 1956 fu pure nominato Cameriere Segreto Soprannumerario di Sua
Santità; fu quindi professore di lettere e filosofia del Seminario di Mazara
del Vallo e, per 16 anni, delegato Vescovile alla dirigenza dell'Istituto
Magistrale legalmente riconosciuto "Maria Santissima Immacolata" di
Alcamo. Per diversi anni, è stato anche
Rettore della Chiesa della Sacra Famiglia e della Badia Nuova; inoltre è stato
membro del Consiglio Presbiteriale diocesano e docente di Filosofia presso il
Seminario Vescovile di Trapani. Altre opere: “Il Santuario; Alcamo); “La Nuova
parrocchia di S.Oliva; ed. Bagolino, Alcamo); “Giovanni Pico della Mirandola profilo
biografico del celebre umanista; ed.Gastaldi, Milano-Roma); “L'Umanesimo
Filosofico di Giovanni Pico della Mirandola Studio del Pensiero Pichiano;
ed.Gastaldi, Milano-Roma); “Quattro saggi; ed. Accademia degli Studi
"Ciullo", Alcamo); “Donna IdealeIdeale di donna; ed. Accademia degli
Studi "Ciullo", Alcamo); “Didactica Magna di Comenius (traduzione
italiana); ed. Principato, Milano); “Scuola Libera, ed. Bagolino, Alcamo); “Il
Vero Maestro -Lineamenti di educazione; ed. Bagolino, Alcamo); “Verità e Vita;
ed. Cartografica, Alcamo, De hominis dignitate, di Giovanni Pico della
Mirandola, Firenze); “La Congregazione di Gesù Maria e Giuseppe nella chiesa
della Sacra Famiglia di Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo); “La più
bella preghiera, Alcamo); “Antologia pichiana: letture filosofico-pedagogiche;
ed. Virgilio, Milano); “La docta pietas, di Sebastiano Bagolino erudito
alcamese; tip. Bosco, Alcamo); “Maria fonte di Misericordia e Madre dei
Miracoli Patrona di Alcamo; tip. Sarograf, Alcamo); “Dialogo con gli invisibili;
tip. Bosco, Alcamo). Note
trapaninostra,// trapaninostra /libri/ salvatoremugno Poesia_narrativa_saggistica
/Poesia_narrativa_e_saggistica_ in_provincia_di_Trapani_02.pdf Tommaso Papa, Memorie storiche del clero di
Alcamo, Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo, Papa, Memorie storiche del
clero di Alcamo, Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo, trapaninostra,//trapaninostra/
libri/s alvatoremugno/ Poesia narrativa_saggistica/ Poesia_ narrativa_ e_saggistica
_in_ provincia_di_Trapani_ Vincenzo Regina Tommaso Papa Identities -Biografie Biografie Cattolicesimo Cattolicesimo Letteratura
Letteratura Categorie: Presbiteri italiani Insegnanti italiani Filosofi
italiani Professore Alcamod Alcamo. Giuseppe Barone. Keywords: dialettica
fiorentino, pico, umanesimo toscano, pico, pichiano, pichismo, uomo, degno, la
degnita dell’uomo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Barone,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barsio: implicatura conversazionale dialettica – scuola di Mantova –
filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mantova). Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “I like Barsio – he
reminds me of G. Baker – there he is, Baker, succeeding me – and an American! –
as tutorial fellow in philosophy at St. John’s, and dedicating his life to
Witters – So when reminiscing, in my “Predilections and prejudices” about them
years, I said, “God forbid that you dedicate your life to the oeuvre of a minor
philosopher like Witters – it’s good to introject into a philosopher’s shoes as
you attain to grasp the longitudinal unity of philosophy, but look for a
non-minor pair of shoes!” – “Barsio is a radically minor philosopher – in that,
he never had to grade – I always hated grading and seldom did it! – since he
lived under the Gonzagas at Mantova – and he just phiosophised to the sake of
the pleasure he derived from it! My favourite is his elegy to his enemy,
Pomponazzi – but his satirical curriculum vitae is fantastical, but possibly
true!” -- Noto anche come Vincenzo Mantovano, frequentò le corti del marchese
Federico II Gonzaga e di sua moglie Isabella d'Este, alla quale pare avesse
dedicato il poemetto Silvia e la corte del marchese di Castel Goffredo Aloisio
Gonzaga, al quale dedicò il poema latino Alba. Studia filosofia a Bologna.
Altre opere: “Silvia, poemetto in tre libri, Pamphilus; Alba, dedicato al
marchese Gonzaga, signore di Castel Goffredo; Labyrintus, dedicato a Federico
II Gonzaga. Ireneo Affò, Vita di Luigi Gonzaga detto Rodomonte, Parma., su
books.google. Gaetano Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime di
scrittori italiani, Milano, Coniglio, I Gonzaga, Varese, B. in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ICCU. B. su edit16 .iccu. Marsio. Vincenzo
Barsio. Barsio. Keywords. dialettica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barsio,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Bartoli (Roma). Filosofo italiano. B. è ricercatore
confermato in Filosofia del diritto e professore aggregato di Teoria
dell’interpretazione presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli
Studi di Roma Nome compiuto: Gianpaolo Bartoli.
Luigi Speranza -- Grice
e Barzaghi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della scuola
di anagogia – scuola di Monza – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Monza). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Monza,
Lombardia. Grice: “Barzaghi is a genius; the Italians hate him! In his “Compendio di storia
della filosofia,” there’s no mention of Cicero!” – Grice: “Barzaghi is the
Italian Copleston – what is it with religious minds – cf. Kenny – that have
this inclination towards the longitudinal unity of philosophy?!” – Grice:
“Barzaghi just ignores the most prosperous period in Roman philosophy; not so
much Romolo, but whatever happened in Rome after that infamous ‘embassy’ of
Carneade, an Academian, Critolao, a peripatetic, and Diogoene di Celesia, a
stoic!” -- Direttore della Scuola di
anagogia, fondata dal cardinale Giacomo Biffi. Discepolo di Bontadini e frate domenicano, è stato
l'interlocutore privilegiato di Emanuele Severino sulla questione di Dio e del
cristianesimo. Nella sua opera Oltre Dio, B. si interroga dapprima
sull’essenza del cristianesimo per giungere ad affermare la necessità, per il
credente, di assumere alcune fondamentali posizioni filosofiche riguardo la
vera comprensione della realtà: «Se il Cristianesimo è essenzialmente la partecipazione
della vita di Dio, cioè della vita eterna, per comprenderlo occorrerà porsi dal
punto di vista di Dio, cioè dell’eterno. Secondo B., l’Essere assoluto «non può
essere inteso come qualcosa accanto ad altre cose, e conseguentemente diviene
il punto di vista rigoroso per l’ispezione del tutto. In questo senso, la
filosofia di Emanuele Severino, che si presenta come alternativa al teismo,
offre in realtà per B. il fianco a un nuovo percorso argomentativo in favore
dell’esistenza di Dio (un Dio però non inteso come oggetto: da qui il titolo
dell’opera, che evoca esplicitamente un’espressione di Dionigi): se ogni cosa è
eterna, e tale dunque è anche il suo apparire, esso deve continuare ad
apparire, eternamente, anche quando “non appare”. «Dunqueafferma il filosofo –,
se tale apparire non permane nell’orizzonte dell’apparire che è la mia coscienza,
perché consta l’apparire-scomparire dell’ente, deve comunque continuare ad
apparire in modo determinatissimo, dunque alla sola scienza di Dio cui
eternamente appaiono gli eterni. Non ammettere questa scienza di Dio, cioè Dio,
significa ammettere che l’apparire, che è pur un non-niente, sia un niente nel
momento in cui non appare più determinatamente, individualmente. Questa
scienzachiamata nel linguaggio tomista scientia Dei visionis«ha la fisionomia
dell’apparire infinito di cui parla Severino nei suoi scritti. Nel pensiero
barzaghiano, il punto di vista sub specie aeternitatis (dal punto di vista
dell’eternità) diventa la condizione imprescindibile di tutta la riflessione
teologica e filosofica. In teologia, solo questa prospettiva riesce a rendere
metafisicamente plausibile l’affermazione rivelata dell’«Agnello immolato nella
stessa fondazione del cosmo» di cui parla il libro dell’Apocalisse, così da
poter parlare di una «inseità redentiva dell’atto creatore». Nella riflessione
filosofica, poi, la prospettiva sub specie aeternitatis consente di avere uno
sguardo «dialetticamente onninclusivo», per cui ogni ente rispecchia in sé
l’eternità del tutto e di ogni altro ente secondo la nozione di exemplar.
Ne Il fondamento teoretico della sintesi tomista, Barzaghi propone appunto
l’idea di exemplar come cardine speculativo, approfondendo e oltrepassando la
proposta di S. M. Ramírez, neotomista spagnolo di individuare nella “dottrina
dell’ordine” la struttura più sintetica di tutto il pensiero d’Aquino.
L’exemplar rappresenta «il minimo di complessità per muoversi nel massimo della
complessità. Ma per compiere questa operazione di analisi, occorre esprimersi
attraverso l’analogia, «riflesso logico gnoseologico dell’ordine ontologico e mezzo
inventivo ed espressivo del conoscere, che acquisisce conseguentemente una
notevole importanza nel pensiero di Barzaghi. Nell’esemplare (exemplar) si
trova il centro della spiegazione causale, dal momento che in esso si presenta
in modo simultaneo tutto l’ordine che lega le cause aristoteliche: il fine,
l’agente che intende il fine, la forma implicata, e la materia che la deve
accogliere. E l’esemplare trascende la mera dimensione funzionalistica: in
quanto contiene tutto (compreso l’esemplante nel suo riferirsi all’esemplato),
è una totalità, e possiede quindi caratteristiche di liberalità e assolutezza:
è «sottratto alla dipendenza e al dominio. In una frase, che sintetizza bene il
punto di vista anagogico della filosofia e della teologia di B.: «Dio,
conoscendo se stesso, conosce tutte le possibili realizzazioni similitudinarie
della propria essenza, cioè tutte le essenze create e creabili» (p.
96). Seguendo infine l’esempio specifico di Bontadini, suo maestro, egli
fa risiedere nell’atto creatore intemporale la consistenza della totalità delle
cose, cioè delle creature, giacché queste sono «nulla come aggiunta a Dio» (p.
98). Secondo tale prospettica dell’exemplar, si può così realizzare, senza
aporie dogmatiche, la visione del Deus omnia in omnibus (Dio tutto in tutto).
Il dibattito con Severino Il primo dibattito fra Giuseppe Barzaghi ed Emanuele
Severino avvenne nel 1995 nella forma di disputa tra le posizioni della
teologia cattolica tomista e quelle della filosofia severiniana. Il dibattito
trovò, al di là delle aspettative degli organizzatori, alcuni punti di
possibile convergenza, che portarono il filosofo-teologo alla pubblicazione di
Soliloqui sul divino, in cui l’autore cerca per la prima volta di rileggere le
intuizioni di Severino in un modo che egli definirà più tardi voler essere
quello con cui Aquino, filosofo e teologo cristiano, leggeva e faceva tesoro
dell’insegnamento filosofico di Aristotele, filosofo pagano. Ciò rese il
rapporto fra i due pensatori un dialogo di reciproca conoscenza e stima.
Severino dedica a B. un articolo sul Corriere della sera, in cui indicava il
sacerdote monzese come il fautore del più interessante tentativo di riportare
la sua filosofia al contesto cristiano da cui si era volontariamente staccato.
In tale articolo, il filosofo ateo definiva “aperto” il dilemma sulla
possibilità o meno per il cristianesimo di porsi come casa abitabile per l’uomo
contemporaneo, a patto però di diradare, sull’esempio di Barzaghi, la nebbia
che circonda il discorso religioso attraverso una ripulitura dei concetti a
partire dal punto di vista dell’eterno. Seguirono poi altri dibattiti pubblici,
come quello a Milano e quello a Bologna. Altre opere: “Metafisica della
cultura” (Bologna, ESD); “L’essere, la ragione, la persuasione, Bologna, ESD);
“Diario di metafisica. Concetti e digressioni sul senso dell’essere, Bologna,
ESD); “Soliloqui sul divino. Meditazioni sul segreto cristiano, Bologna, ESD);
“Philosophia. Il piacere di pensare, Padova, Il Poligrafo); “Oltre Dio, ovvero
omnia in omnibus. Pensieri su Dio, il divino, la Deità, Bologna, Barghigiani);
“Maestro Eckart, Cinisello Balsamo, Ed. San Paolo); “Anagogia. Il Cristianesimo
sub specie aeternitatis, Modena, ETC); “Lo sguardo di Dio. Saggi di teologia
anagogica, Siena, Cantagalli); “Compendio di storia della filosofia, Bologna,
ESD); “Compendio di filosofia sistematica, Bologna, ESD); “La Fuga. Esercizi di
filosofia, Bologna, ESD); “L’originario. La culla del mondo, Bologna, ESD); “Il
fondamento teoretico della sintesi tomista. L’Exemplar, Bologna, ESD); “La
maestria contagiosa. Il segreto di Tommaso d’Aquino, Bologna, ESD); “Il
Riflesso, Bologna, ESD); “Lezioni di dialettica, Bologna, ESD); “Il bene comune
secondo S.Tommaso d’Aquino, in “Communio” L’alterità tra mondo e Dio: la verità
dell’essere e il divenire, in “Divus Thomas”, Ambientazione teologica del concetto
di “gioia”,in I. Valent, Cura e la salvezza. Saggi dedicati a Emanuele
Severino, Bergamo, Moretti et Vitali); “I fondamenti metafisici della mistica,
in M. Vannini, Mistica d’oriente e occidente oggi, Milano, Paoline, La potenza obbedienziale dell’intelletto
agente come chiave di volta del rapporto fede-ragione, in “Angelicum”, Articolazione
teoretica della teologia trinitaria in chiave tomistica, in A. Petterlini, G.
Brianese, G. Goggi, Le parole dell’Essere. Milano, Bruno Mondadori, Desiderio e
abbandono. Eckhart e Aquino: le due facce di un'unica metafisica, in C. Ciancio,
Metafisica del desiderio, Milano, Vita e Pensiero); Anagogia epistemica, in R.
Serpa, Antropologia, metafisica, teologia. Studi in onore di Battista Mondin,
filosofo, teologo, ciclista, Bologna, ESD); L’unum argumentum di Anselmo
d’Aosta e il fulcro anagogico della metafisica. Essere logici nel Logos, in T.
Rossi, Figurae fidei. Strategie di ricerca nel Medioevo, Studi, Roma, Angelicum
University Press, Anagogia: voce in “Enciclopedia Filosofica”, Milano, Ed.
Bompiani, L’epistemologia teologica di Tommaso d’Aquino. Analisi e
approfondimento, in G. Grandi L. Grion, Rivelazione e conoscenza, Soveria Mannelli,
Rubbettino,L’intero antropologico. Con Gentile oltre Gentile verso una
rifondazione metafisica dell’antropologia tomista. Ovvero le virtualità
tomistiche del discorso filosofico sull’autocoscienza e la corporeità umana, in
“Divus Thomas”. Il luogo poetico e contemplativo del sapere
filosofico-teologico. L’anima del giudizio scientifico, in “Divus Thomas” Mistica
cristiana come estetica assoluta, in
Mistica forum, Bologna, Lombar Key, Fenomenologia, metafisica e anagogia,
in “Divus Thomas”, Il bisbiglio del “Logos” e il suo riflesso nella ragione, in
“Divus Thomas”, Il destino sempiterno dell’Occaso. L’inseità mistica della
ragione, in A. Olmi, L’eredità dell’occidente. Cristianesimo, Europa, nuovi mondi,
Firenze, Nerbini, La commozione come filosofia del valore. Saper nuotare negli
affetti. L’ambiente invisibile della vita cristiana: il Fondamento, in V. Lagioia,
Storie di invisibili, marginali ed esclusi, Bononia University Press, Bologna, Abitare
teologicamente la natura. Lo sguardo metaforico di Aquino. Teoresi e struttura.
Riflessioni e approfondimenti sulla rigorizzazione bontadiniana, in “Divus
Thomas” Creazione dal nulla o relazione fondativa, in S. Pinna D.
Riserbato Fenomeno et Fondamento.
Ricerca dell’Assoluto. Studi in onore di Antonio Margaritti, Città del Vaticano,
Ed. vaticana, Anagogia e teoria del fondamento, in “Divus Thomas” Metafora. La
trasparenza nella trasposizione, in M. RaveriL. V. Tarca, “I linguaggi
dell’Assoluto, Milano, Mimesis,, L’eternità dell’essente in teologia, in G.
GoggiI. TestoniAll’alba dell’eternità”. I primi 60 anni de ‘La Struttura
Originaria’, Padova, Padova University Press, Dibattito con E. Severino, in
“Divus Thomas”. Il quadro anagogico e i segreti della musica di Bach. La
Ciaccona e il Contrappunto XIV de L’Arte della Fuga, in “Divus Thomas”. Postorino,
La scienza di Dio. Il tomismo anagogico di G.i... Data l'importanza dell'anagogia nel pensiero
di Barzaghi, gli è stata commissionata la stesura dell'omonima voce
sull'Enciclopedia filosofica (Bompiani), nonché, sul versante teologico, la
voce «mistica anagogica» sul Nuovo dizionario di mistica dell’Editrice vaticana. RaiCultura: Dio e il concetto filosofico di
eternità del Tutto Dialogo tra Severino
e B. Severino, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa, Articolo
pubblicato sul Corriere della Sera, Dionigi, I nomi divini (testo critico di M.
Moranicommento di G. Barzaghi), Bologna, ESD,, II, 3. All'alba dell'eternità. I primi 60 anni de
'La struttura originaria' (UniPa)
Apocalisse Cfr. B., Lo sguardo di Dio. Nuovi saggi di teologia
anagogica, Bologna, ESD, Santiago María Ramírez op, De ordine placita quaedam
thomistica, Salamanca, San Esteban, Barzaghi, Lo sguardo di Dio. Saggi di
teologia anagogica, Siena, Cantagalli,
UniPdL’eternità dell’essente
RaiScuola: Giuseppe Barzaghi. Dio e il concetto filosofico… Si veda ad esempio: E. SeverinoG. Barzaghi,
L’alterità tra mondo e Dio: la verità dell’essere e il divenire, in: “Divus
Thomas” Severino, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa Dialogo Severino-Barzaghi a Milano Giornata di studio dello Studio filosofico
domenicano di Bologna RaiCultura.
Giuseppe Barzaghi, Dio e il concetto filosofico di eternità del Tutto su
raicultura. Interviste ai filosofi: Giuseppe Barzaghi su you tube.com. Nome
compiuto: Giuseppe Barzaghi. Keywords: scuola di anagogia, ana-gogia, il quadro
anagogico, anagogia, greco ‘anagogia’. Implicatura storica, la porta di velia,
girgentu, l’implicatura di milesso, il segno di boezio, filosofia italiana.
Scuola di anagogia, Bologna, fidanza, Aquino, filosofia romana, carneade, l’ambassiata
greca a Roma, filosofia, la scuola di Crotone, l’impicatura di Gorgia di
Leonzio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Barzaghi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Itlia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barzellotti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di
Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “The
good thing about Barzellotti’s treatment of Cicerone’s dialettica is that he
pours in all his expterise on two fields: Italian mentality, Roman mentality –
so he can understand, in a way an Englishman cannot, the way Cicerone dealt
with the ‘dialectic,’ Athenian dialectic, if you wish, and turned it into a
‘Roman’ dialectic --. He of course never considers English interpreters, only
German! And refutes them!” -- “You’ve got to love Barzellotti – he is critical
of the idea of ‘Italian philosophy,’ but not of what he calls ‘The Oxcford
school of philosophy,’ – Philosophy has no country-tag; she belongs to
humanity; a DOCTRINE, or a school, may have a ‘national’ identification – And
part of the problem with Italian philosophy is that there was Italian
philosophy before there was Italy!” Grice: “My favourite is his tract on
Cicero, who he sees as an Italian!” -- Senatore del Regno d'Italia. Allievo di ROVERE (si
veda) e di CONTI (si veda), entrambi filosofi spiritualisti, si professa poi
seguace del criticismo. Si interessa soprattutto alla storia della filosofia latina
con particolare riguardo ai problemi di psicologia artistica e religiosa. Ha la
cattedra di filosofia morale a Pavia e Napoli. Divenne professore di storia
della filosofia latina a Roma. È ammesso ai Lincei. Nominato senatore del Regno
d'Italia. È iniziato in massoneria nella loggia Concordia di Firenze,
appartenente al Grande Oriente d'Italia.
Altre saggi: “La morale nella filosofia positive” (Firenze: M. Cellini);
“La rivoluzione italiana” (Firenze: Successori Le Monnier); “La nuova scuola
del Kant e la filosofia scientifica” (Roma: Tip. Barbera); “David Lazzaretti di
Arcidosso (detto il santo), Bologna: Zanichelli); “Monte Amiata e il suo profeta, Milano:
Fratelli Treves); “ “Santi, solitari, filosofi: saggi psicologici” (Bologna:
Nicola Zanichelli); “Studi e ritratti, Bologna: Zanichelli); “Taine, Roma:
Loescher); “L'opera storica della filosofia, Palermo: R. Sandron). Note Vittorio Gnocchini, L'Italia dei Liberi
Muratori, Erasmo ed., Roma, Cappelletti, Giacomo Barzellotti, in Dizionario
biografico degli italiani, 7, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Barzellotti, in Enciclopedia Italiana,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Treccani Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.B. su siusa.archivi.beniculturali, Sistema
Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. B. su accademicidellacrusca.org,
Accademia della Crusca. Opere di Giacomo
Barzellotti, su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di B., B., su Senatori
d'Italia, Senato della Repubblica. Filosofia
Filosofo Filosofi italiani Professore Firenze Piancastagnaio Accademici dei
Lincei. Se questa ricostruzione,
che vengo tentando, del movimento filosofico in Italia, rigidamente obbedisce
alle leggi di una storia della filosofia, alcuni filosofi, che rientrano nel
nostro quadro, ne andano certamente esclusi. Lo notammo a proposito di ROVERE
(si veda); e torna opportuno dichiararlo per B.. La prima legge della storia
della filosofia è, che il suo oggetto è costituito dal pensiero filosofico,
ossia dalla metafisica, o concezione della realtà, che voglia dirsi. E però non
potranno far parte di essa gli spiriti che a questa concezione non abbiano
comunque lavorato,o che non ne abbiano sentito il bisogno o che non ne abbiano
avuto le forze. Il Mamiani non ne ebbe le forze, benchè vivamente desiderasse
di pervenire a una filosofia, e ben presto creasse a se medesimo l'illusione di
esservi pervenuto. B. pare invece che non abbia sentito il biso gno; e, ingegno
letterario anche lui, abbia cercato nell'attività este tica piuttosto che nella
speculativa il vanto di scrittore: più accorto in ciò e sia detto a sua lode
del Mamiani, che per voler essere quel che non era, non fu nè anche quel che
fino a un certo segno,avrebbe potuto essere. B., invece, è stato uno degli
scrittori italiani più noti e più letti dell'ultimo trentennio del secolo: il
suo nome può dirsi a buon dritto che sia divenuto popolare: il solo forse tra
quelli di scrittori di cose filosofiche. Chi non ha letto i due volumi di saggi
pubblicati dallo Zanichelli: Santi, solitari e filosofi e Studi e Santi,
sol.efil., saggi psicologici, Bologna, Zanichelli, 2.a ediz., ritratti? A
questa popolarità egliappuntoaspirava,consciodelle attitudini del suo ingegno;
e ha messo da parte i problemi, a cui non era nato. Li ha messi da parte
come fanno tutti quelli che limettonodaparte,--negandone il valore. Ma nell'averlimessi intanto
da parte per suo conto è il suo merito e il segreto della sua fortuna
letteraria. Rileggiamo una confessione, che è nella prefazione ai Santi,
solitari efilosofi: « Più d'una volta al sentirmi chiedere quasi come tessera
d'ingresso ai posti distinti dell'insegnamento o al favore di certi
cenacoli letterari o filosofici una di quelle professioni di fede assoluta nei
dommi di qualche sistema,ho pensato involontariamente a quelle domande che le
signore fanno spesso nei giuochi di sala o nei loro albums profumati, mettendo
vi in mano illapis per la risposta:-- Guardi, mi faccia ilpiacere di dirmi o di
scrivermi qui, subito,che cos'è l'amore,e poi che cosa ella pensa dello
Shakespeare epoianche,secrede, del Goethe;ma chelarispostasia breve, la
prego,non più che dieci righe, perchè, quaggiù, vede,ha da seri vere anche
la mia nipotina ». Vale a dire: B. ha bensì aspirato ai posti
distinti dell'insegnamento filosofico. C'era avviato,era quella la sua car
riera:e l'ha percorsa ormai tutta con onore, fino alla cattedra di storia della
filosofia nell'università di Roma; ma egli non ha potuto mai persuadersi
che per occuparsi di filosofia bisognasse aver fede assoluta in un sistema:che
per mangiar frutta,direbbe Hegel, bi sogna contentarsi di mangiare
ciliege,pere,uva ecc.Non che pro prio abbia ricusato la filosofia, in generale.
La sua filosofia l'ha avutaanche lui; ma «diametralmente opposta»
aquelladichigli venne sempre chiedendo a quale sistema egliaderisse; opposta
«appunto in questo: che il suo resultato più sicuro, e ormai consentito da
quanti oggi vivono la vita intellettuale dei nostri tempi, si è la
dimostrazione critica dell'impossibilità di chiuder la mente umana inunaforma
sistematica d'interpretazione dell'universo da potersi dire definitiva per la
scienza». Un'opposizione,come puòvedere chiunque abbia studiato con mente
filosofica la storia della filosofia, affatto illusoria:fondata sopra quella
confusione dell'universale e del particolare (per rispetto al concetto della
filosofia) messa in canzonatura da Hegel nel luogo citato dell'Enciclopedia. In
realtà, nessuna forma sistematica ha voluto mai essere definitiva; ma s'è
St. e ritr. sforzata di organizzarsi a sistema, per essere qualche cosa di
filoso fico, per vivere nel pensiero, che non può esser pensiero senz'esser
uno. E lo stesso B. nota una volta che perfino il Kant,il grande avversario dei
sistemi,costrui anche lui la sua Critica in forma complicata ma strettamente
organata di sistema. E che questo orrore dei sistemi significhi, per B., non
negazione critica della metafisica (com'egli, si vedrà,avrebbe voluto
significasse), ma, a dirittura, liquidazione,anzi evaporazione della filosofia,
negata nella sua universalità perchè negata in tutte le sue forme particolari; loattesta,
non foss'altro, ladichiarazioneseguente: che il valore intimo di cotesta sua
superstite filosofia « sta tutto nel penetrar ch'essa fa oggi del suo spirito
critico i metodi e la parte più alta delle scienze naturali e matematiche non
meno che delle morali».Sit diva, dum nonsitviva .L'ideale delfilosofo, Helm
holtz (tante volte citato da B.): un fisico. Voltando, quindi, in effetti
le spalle alla filosofia, B. sente bene di non dover riuscire ostico ai nemici
della filosofia, ossia agl'ignoranti di filosofia. Le sue idee intorno a questo
punto della secolarizzazione delle menti, riescono molto interessanti e
istruttive, perchè aiutano a intendere tutta la psicologia del filosofo. Tra
noi in Italia, oggi, lo so da lunga esperienza, solo a far balenare un momento
sul frontespizio d'un libro la testa di filosofia c'è da vedersi impietrar
davanti dallo spavento o dalla noia quante facce di lettori s'eran chinate a
guardarlo. Di chi la colpa? Della filosofia o dei lettori? B. ha una gran
voglia di gettarla tutta addosso alla prima. Ma poichè una certa filosofia deve
credere di coltivarla anche lui, una filosofia invisibile perchè cela tasi
nelle scienze speciali o nell'arte, un pochino di colpa l'ha pur da dare ai
lettori, lamentando quell'abito come lo chiamo d'antipatia o di pigrizia
mentale? – che nella scienza e nell'arte ci fa rifuggire dalle forme più
alte e più complicate del pensiero, che ci sanno di aspro o di esotico. Ma,
s'intende, il maggior torto è della filosofia: È l'effetto del discredito
meritatissimo, in cui la filosofia cadde tra noi parlando per tanto tempo il
gergo barbaro del pensare e dello scri vere di troppi ormai che ne hanno fatto
una casistica da medio evo in ritardo,e che,o predicassero dal pulpito delle
nostre scuole ortodosse,o negassero Dio e l'anima mettendo in cattivo italiano
i loro imparaticci francesi, inglesi o tedeschi, hanno nella filosofia impedito
tra noi quasi sino ad oggi quella definitiva secolarizzazione delle menti che
per tutto fuori di qui segna da un pezzo l'avvenimento della cultura moderna.
In Italia,
un lettore che abbia familiare l'abito di mente inseparabile dalla cultura e
dalla scienza contemporanea, è raro che,aprendo per distra zione o in mancanza
d'ogni altra lettura,un libro di filosofia,non lo faccia con quello stesso viso
con cui un giornalista della capitale si la scia,in viaggio,dare le ultime
notizie di una crisi ministeriale da un suo corrispondente di Cuneo o di
Brindisi.E avrà anche torto;ma che dire,quando il fatto stesso del mancare tra
noi un pubblico di lettori per la filosofia mostra chiaro che in Italia la
filosofia non sa,meno rare eccezioni,farsi leggere,cioè non sa pensare e
scrivere,non voglio dire coipiùepeipiù,ma almeno coipiùcolti,con coloro che
pensano;il che poi significa ch'essa non vive ancora tra noi la vita della
mente contemporanea? La filosofia, per vivere la vita di questa mente
contemporanea, deve abbandonare il suo barbaro gergo. Si potrebbe pensare
dataluno che l'unico movimento di qualche vigore che si sia avuto in Italia
negli ultimi tempi,è quello hegeliano di Napoli. Ma quello, secondo il
Barzellotti, riuscìpiùascuoter elementi,chea fecon darle di germi durevoli,a
cagione appunto della sacra tenebra delle formule, nella quale i più di
quegli scrittori s'avvolgevano, del gergo tra barbaro e bizantino che facevano
parlare al loro pensiero oracoleggiante. Ma, che cosa è questo gergo e
quest'oracoleggiare se non la forma specifica della
filosofia,inaccessibile,naturalmente, non solo ai più, ma anche ai più culti,
quando la loro cultura non abbracci anche la filosofia; e la filosofia non
liquida o vaporante nella sua astratta universalità, ma solidae concreta nellasuccessione
progressiva delle sue forme storiche, fino a quella, alla quale una determinata
ricostruzione della storia mette capo? E la secolariz zazione dello spirito, e
il farsi leggere della filosofia che altro p o s sono significare se non distruggere
quella differenza specifica che costituisce il valore del grado spirituale
proprio della filosofia? Intendiamoci: non già che il filosofo debba scriver
male. B. dice della Vita del VICO (si veda) che ha dal lato letterario
il difetto di tutti i libri del granfilosofo: è male scritta. E non è vero,com'è vero invece che è mal composta, oscura,involuta. Oscuro e
involuto rimase appunto gran parte del pensiero di VICO; e quindi l'oscurità e
l'involuzione della forma. Ma VICO (si veda) scrive benissimo, esprimendo con
efficacia potente d'immagini i Vedi lo scritto Il pessimismo filosofico
in Germania e ilproblema m o. rale dei nostri tempi, nella N. Antologia Dal
rinascimento al risorgimento, Palermo, Sandron. suoi concetti;
ma,s'intende,quando avevadei concetti: laddoveè certo, come lo stesso B. dice,
che a lui mancò « la co scienza chiara, luminosa del proprio pensiero, che è la
parte prima ed essenziale dello scrittore. In altri termini, egli non pervenne
al possesso completode'suoi concetti,parecchideiquali,enon i secondarii,
rimasero in uno sfondo di penombra in quella gran mente che così largo
giro ne volle stringere nella sua speculazione, sbozzata con persistente
lavorìo intorno a una materia non veramente omogenea, tradistoriaedifilosofia. Vico
scrive male dove e in quanto pensa male; e questo è VICO che non conta
nella storia. Ma VICO (si veda) che conta, il filosofo vero e proprio è
uno scrittore sommo.E non potrebbe essere altrimenti,perchè l'arteelafilosofia
non sono due muse sorelle,ma l'unico Apollo,lo spirito, che non sale alla
filosofia se non attraverso l'arte, e non supera mai se stesso, come avvertì
per primo Aristotile, se non conservando se stesso, crescendo sempre sopra
disè.– Chiscrivemale, perciò,appunto perchè scrive male non è filosofo. Ma
lo scriver bene del filosofo non è lo scriver bene del poeta;altrimenti
verrebbe meno la differenza, tra l'uno e l'altro, che nessuno vuol negare. E
comeil poeta scrive sempre bene se vien poetando, così il filosofo scrive bene
anche lui se, anzi che pensare a scriver bene, pensa piuttosto e riesce a
filosofare, anche a costo di finire per ravvolgersi in un gergo. Non c'è pure
il gergo della poesia? O non era poeta chi diede l'espressione classica della
impopolarità essenziale delle forme alte dello spirito nell'odi profanum
vulgus? Per B., invece,il filosofo può farsi leggere,se si contenta di
metter da parte la filosofia. Nella menzionata confessione, premessa ai Santi,
solitari e filosofi, lo dice chiaro: « lo vorrei, senz'aver l'aria di
presumer troppo,poter dire press'a poco quello che un amico mio diceva ai
lettori d'un giornale,annunziandovi la prima edizione del Lazzaretti:
perdonate a questo libro quel po' di filosofia che l'Autore ci ha voluto,a ogni
costo,mettere (giacchè patisce, poveretto!,diqueste malinconie); perdonateglielaingrazia
di quel tanto dipiùedimeglioche illibro visaprà farpensare oviracconteràovi descriverà
come opera d'arte».Vedremo fra pocoinche consiste quel po' di
filosofiadacuiil B. non s'èvoluto mai distaccare;ma non bisogna dimenticare,che
quel che di più e di meglio egli ha inteso di mettere ne'proprii
scritti Santi. Perchè dunque parliamo qui del Barzellotti, e in questa
parte dedicata ai platonici Ecco: queste note, senza voler essere
propriamente una storia,mirano piuttosto a rivedere criticamente i
giudizii correnti intorno agli ultimi scrittori italiani di filosofia. Ora
B., per giudizio comune, avrebbe partecipato al movimento dei nostri
studii filosofici, e avrebbe agito nella cultura nazionale appunto come
filosofo. Domandate ai suoi molti lettori se egli sia uno scrittore di
filosofia o un prosatore, un artista; novantanove su cento vi
risponderanno che è sì un artista,ma un artista-filosofo, o meglio un
filosofo-artista; uno dei pochi, o il solo dei nostri filosofi, che abbia
saputo liberare la scienza della forma pedantesca della scuola e del
barbarico gergo abituale, per esporla in saggi eleganti, ossia in maniera
accessibile a tutte le persone colte e di gusto. Ripeterebbero, insomma, quel
che B.i stesso ha sempre pensato e detto di sé. Perchè, bisogna pur dirlo,
niente riesce più a render perplessi e a sviare igiudizii,di questa
specie di sofisticazioni della scienza,operate dai secolarizzatori o
popolarizzatori della medesima. Il po ' di filosofia viene apprezzato non
in ragione del suo valore,che può esser nullo,ma in ragione dell'arte, in
cui si diceepuò parere che si siamesso; l'operad'arte,egual mente, non è
giudicata con tutta la severità che si userebbe verso le opere di arte
pura, che non avessero quella difficoltà di una materia ribelle
all'elaborazione artistica; e i critici letterarii, inetti a giudicare
quel po'di filosofia, indulgono a quell'arte gravida o sazia di sapere. Perchè,
s e h o detto che B. è u n artista più che un filosofo,non credo poi (se
mi è lecito proprio questa volta una digressione letteraria che possa dirsi un
artista finito, e che il suo capolavoro (Lazzaretti) siaun capolavororiuscito.
È ilmeglio riu scito di questi suoi tentativi artistici, pel senso vivo del
paesaggio e dell'anima popolare di quell'angolo della Toscana, in cui il Barè
al di qua della filosofia: è qualche cosa che può far pensare,una riflessione
morale e psicologica;è soprattutto opera d'arte. Dello scritto su Lazzaretti,
che può forse considerarsi come il capolavoro di B., il quale i nesso si propos
e ben sì di fare uno studio di psicologia religiosa,lo stesso autore dice che «
vorrebbe essere,se pure non pretende troppo, un'opera d'arte,ma senzadar nel
romanzo ».Vedi in questo fasc. l’art. Di Croce, B. e vissuto fanciullo, e
tornato spesso a rinnovare le sensa zioni dei primi annim. Ma anche lì
quel po'di filosofia come stuona in quell'ambiente pastoralee nell'ingenua
psicologiadel misticismo lazzarettiano! E come appiccicato è lo studio
sull'origineelosvol gimento e i caratteri di quel moto religioso sulla cornice
dell'im mediata azione, in cui l'autore l'ha voluto inquadrare, per aver agioa
descrivere meglio iluoghi,che furono scena dei fatti del Lazzaretti,e individuare
itipi de'suoi seguaci! L'azione, troppo povera,è una gita di caccia,a cui
l'autore per altro non partecipa, restando sempre in disparte ad almanaccare
sull'anima del barocciaio di Arcidosso.Dopo la caccia c'è una
colazione,sull'erba;e alacolazione questa volta pare pigli parte anche B.. Ma quale
parte? Egli titrova nel cerchiounuomo del paese, Filippo, il,bigonciaio, un
discepolo del Lazzaretti; e subito ne profitta, dicen dogli che avrebbe avuto
caro di sapere « molti particolari intorno a David e alla vita che i suoi
seguaci avevano fatto con lui in quelluogo »,lisulla torre di Monte Labbro Il lettore,nemico
della filosofia, a cui B. s'indirizza, s'aspetterebbe la conversa zione
dell'autore con Filippo,il quale dovrebbe farci entrare a poco a poco con i
suoi ricordi in tutto quel mondo morale che l'autore civuolrappresentare. Difficile
impresa, certo;ma soloachi, come B., non avesse davvero il suo Filippo
rivelatore vivo e parlante nella fantasia; sibbene gli scritti del
Lazzaretti,gli appunti delle relazioni fornitegli da amici del luogo,le
deposizioni dei lazza r ettisti, e poi i volumi del Renan, e l e opere
dell’Hartmann e qualche fascicolo del Nineteenth Century sul tavolino. B., che
pure ha scritto un bel saggio sulla sincerità nell'arte,in quel
punto della sua opera non si ricorda di quelle sue giustissime idee: e
dopo aver detto come inducesse Filippo a parlare,continua: « Mi rispose con un
leggero atto della testa che acconsentiva,e ci mettemmo tutti amangiare ».Ma
alla conversazione non ci fa assistere.«E ora mi pare da vero tempo che anche i
lettori conoscano per:filo e per segno i fatti cui ho accennato tante volte, e
li conoscano, quello che più importa,in ordine alle loro cause e alle
condizioni sociali e morali de'luoghi, o, come oggisidice, dell'ambiente
nelquale ebbero origine ».E segue infatti il corpo,per dir così,dello studio
sul Lazzaretti: centoquaranta pagine, in cui Filippo e la colazione
sondimenticati.Poi l'autoreripiglia: Questecosemi andavano per la mente cinque
anni dopo la morte di David mentre co'miei Santi, amici stavo nel
piazzale davanti all'eremo di Monte Labbro. Passato quel silenzio profondo
dei primi bocconi. »;– e torna a saltar su finalmente Filippo,che però il B.
non ci fa mai udire.Sicchè nel l'immaginazione dell'artista durante quella
colazione,oltre che per tutte le considerazioni seguenti sul carattere della
fede di Filippo, ci sarebbe stato il tempo per andar pensando a tutte quelle
140 pagine diroba! L'elemento descrittivo e drammatico resta affatto estraneo e
sovrapposto allo studio storico-psicologico. E questa so vrapposizione,questa
mancanza di fusione,che accuserebbe per sè, quando non vi fossero le
dichiarazioni esplicite dello scrittore, le sue preoccupazioni artistiche,
mentre egli realmente non si mette mai inunasituazione sinceramente artistica, sono
il maggiordifetto che io vedo in questi suoi tentativi d'arte.- E un altro mi
sia lecito anche notarne,che è in fondo una conseguenza del primo,e mi fa
tornare al mio soggetto speciale: la lungaggine, la prolissità dello
scrittore:difetto da lui stesso additato come uno degli effetti più gravi della
rettorica, della vuotaggine di gran parte della lette ratura italiana. « Solo
chi ha poco o nulla da dire dice sempre di più di quello che dovrebbe dire » Appunto,la
esiguità del con tenuto spirituale di B. gli ha fatto scrivere molte e molte
pagine a cui s'attagliano parecchie delle osservazioni da lui fatte intorno a
cotesto difetto della letteratura italiana, dominata dallo ideale
umanistico.Non c'è scritto di lui in cui sia detto breve e chiaro quello che
l'autore s'è proposto di dire;e spesso si stenta ad afferrare il suo concetto,
tra le molte parole non abbastanza precise e determinate,in cui egli si sforza
d'esprimerlo,cioè di concretarlo,quasi per una serie di approssimazioni al
pensiero, che non si riesce afermare inuna formavivente. Tipica, per questo
riguardo,mi sembra la prolusione letta a Napoli:La morale come scienza e come
fatto e il suo progresso nella storia. E valga per esempio questo squarcio,che
ne tolgo a caso: Perchè è bene che io lo dica fin da ora,o signori,anche a
titolo di quella schietta professione di fede scientifica che mi pare
d'esser tenuto a farvi qui. Il modo in cui io concepisco la legge intima
dell'organismo e della vita delle scienze morali o,meglio,delle scienze che io
chiamo più propriamente umane,e quindi dell'etica,che se ne può dire quasi il
centro, non è quello stesso che pare presupposto da quanti oggi
ponendo, Dal rinascimento al risorgimento, Rivista ital. di filos. del
FERRI, con ragione, l'esperienza a fondamento di tutto il sapere umano,non di
stinguono con qual divario profondo il processo di costruzione ideale del
pensiero scientifico sui dati sperimentali si faccia nelle dottrine naturali e
in quelle morali e storiche. Là l'ufficio, l'opera della scienza sta nel ritrarre,
nel rilevare a uno a uno, sino a i piùintimi, i tratti della fisonomia
eternamente immota e impassibile della natura, che anche nel l'inesausta
ricchezza delle sue produzioni, ripete eternamente se stessa; stanel far
penetrare,se posso dir cosi,la parola,più e più criticamente riveduta delle
teorie e delle ipotesi,quasi scandaglio che tenti un fondo impossibile però a
toccare mai tutto,sempre più verso l'ultima espres sione approssimativa di un
vero che, inesauribile in sé,sappiamo però essere e durare ab eterno eguale a
sè stesso. Ed ecco perchè, una volta messe queste scienze sulla via maestra del
metodo sperimentale, e fu, o «signori, merito imperituro della filosofia,
latradizione del l'acquisto lento, faticoso, ma sicuro del vero,vi si stabili
con una fermezza che non ha pur troppo riscontro alcuno nella storia delle
scienze del l'uomo e della società. In questa l'opera ideale
costruttiva,la funzione che vi ha il pensiero scientifico di assimilare a sè il
vero dei fatti sperimentati e osservati e di trarlo quasi in sostanza sua, è,
mi pare, tutt'altro. È un farsi, uno svol gersi della vita e dell'organismo
riflesso della scienza insieme con quello spontaneo del vero umano e sociale
che si spiega,che fluisce inesauribilmente ricco, fecondo e vario ne'secoli. E
l'occhio delle scienze morali, intento a scrutarne le leggi, è simile a
quello di un osservatore che da punti di prospettiva via via sempre nuovi
studiasse, camminando, le forme,le proporzioni e la direzione di un'immensa
folla di oggetti che gli simostrano dinanzi. Sbaglierò; ma a me pare che,
tolti i fronzoli e i particolari inutili, il pensiero adombrato in tutta questa
pagina sarebbe stato espresso forse più chiaramente, se si fosse detto press'a
poco così: le scienze morali si fondano, al pari delle scienze naturali,sul
l'esperienza;ma siccome la natura è sempre quella, el'uomohauna storia, le
verità scoperte dalle scienze naturali hanno una stabilità e fermezza
incompatibile con quelle via via determinate dalle scienze morali, alle quali
spetta di seguire il processo storico del loro oggetto. Egli è che a B.,
mente coltissima, è mancata proprio quella qualità ch'egli è andato sempre
cercando:l'intimità,il con tatto dell'anima con le cose. Quindi l'artifizio e
lo stento,la forma levigata, elegante,ma alquanto vuota e sonora. Le sue
professioni difedefilosofica,percuilodovremmo aggregareaineo kantiani, sono
semplici adesioni formali, spesso ripetute con la premura di chi tiene ad
apparire spirito moderno, del proprio tempo (come Nella N.
Antologia, Fil. Sc. Ital. egli ha detto di sè
tante volte); ma non corrispondono a una par tecipazione effettiva della sua
mente ai problemi critici e morali, ridestati dal ritorno a Kant. Lo
scritto,che secondo lo stesso B., dovrebbe essere più significativo per questa
sua adesione al criticismo (La nuova scuola del Kant e la filosofia scientifica
contemporanea in Germania ); e al quale egli infatti s'è riferito ogni volta
che ha voluto documentare l'affermazione sul suo in dirizzo di pensiero,è
un'esposizione informativa,condotta innanzi senza un indizio di vero consenso,
che le considerazioni dei neo kantiani trovassero nell'anima dell'autore. E
quando verso la con chiusione questi dice che « la natura relativa d'ogni
nostra cogni zione sensata è inconciliabile colla pretesa che ha il dommatismo
di determinare positivamente l'essere delle cose in se stesse, di poter
penetrare sino alle sostanze e alle forze ch'egli suppone al di là de'fenomeni
» non puoi dire sicuramente se questo sia il pensiero di chi scrive,o il
pensiero di quegli scrittori di cui que sticihaparlato. Meno che meno potresti
cogliere ilpensierodel Barzellotti nel suo precedente scritto La critica della
conoscenza e la metafisica dopo Kant, lavoro prevalentemente storico, per cui
l'autore si attiene più alle storie del Fischer e dello Zeller, che alle
fonti originali. In una storia dell'idealismo postkantiano,di cui questo
scritto voleva essere un saggio (ma si arrestò allo Schelling), un neokantiano
vero non può non far apparire i suoi criterii filosofici;
e non c'è sforzo d'oggettività storica che possa fargli dire che
l'interpetrazione realistica (a cui tenne sempre più fermamente lo stesso Kant)
della critica risponde alla lettera del kantismo,e l'interpetrazione
idealistica del Maimon,del Beck,del Fichte, ri sponde piuttosto allo spirito.
Un neokantiano non avrebbe scritto che il concetto realistico del noumeno (come
qualche cosa che è in sè,indipendentemente dalle forme del conoscere,ed opera
sui sensi)è in Kant un residuo del dommatismo antico che la Critica non era mai
riuscita a spogliarsi interamente, e che stuonava coi risultati negativi e
idealistici della dottrina della conoscenza;e che era una contradizione: un
pensiero non pienamente consentaneo a se stesso in ogni sua parte. Al
Barzellotti il partito di superare idealisticamentela Critica, come fece Fichte,
dopo l'Enesidemo, pare ogni giorno più, non che consigliato, imposto
inesorabilmente dalla necessità logica che trascinava le dottrine del Kant
alle loro ultime conseguenze». Ma tutto questo è detto,anziripetuto, non
con l'accento energico di una convinzione maturata per proprio conto; sibbene
con quella stessa indifferenza che è propria di chi osserva da spettatore
assolutamente disinteressato. Che cosa pre cisamente debba pensarsi di quel
benedetto noumeno,che è lo spettro pauroso dell'idealismo moderno,non sembra
che sia affare che tocchi l'animo di B.: il quale potrà dirsi a sua voglia
neokantiano; ma nonfarà mai ilneo-kantiano,perchè non sen tirà mai veramente il
problema filosofico. E non ha fatto quindi nè anche il platonico, benchè
all'indi rizzo dei platoneggianti italiani egli si accostasse ne'suoi scritti
gio vanili,il principale dei quali è la tesi Delle dottrine filosofiche nei
libri di CICERONE, in cui si vede ancora lo scolaro di CONTI edi T. Mamiani
ROVERE. Egli doveva pensare anche a sè quando,discor rendo della Filosofia
delle scuole italiane,— della quale fu sempre uno dei compilatori
ordinarii,e se ne poteva dire la sentinella avan zata verso le letterature
filosofiche straniere,di cui scriveva una cronaca;– disse: «I collaboratori di
quella Rivistahannopienali bertà di pensiero e di discussione; anzi varii tra
di essi professano dottrine molte diverse da quelle del Mamiani; ma si
raccolgono intorno a lui come al rappresentante più autorevole di quel
moto speculativo,che aiutò il nostro risorgimento e ci riscosse da una inerzia
intellettuale di più che due secoli. Anche al B., insomma,piaceva di essere un
filosofo delle scuole italiane,insieme col Mamianielasuaonrevolgente. Anche
aluipareva,p.e.,che il«merito innegabile della scuola hegeliana (di Napoli) apparirebbe
maggiore allo storico imparziale, se essa avesse tenuto più conto delle
disposizioni naturali e tradizionali dello spirito italiano ». Egli dunque si
mise nella schiera del Mamiani; e io non potevo staccarnelo, non avendo
potuto trovare ne'suoi scritti la dottrina filosofica sua, che ne lo
separasse. Vedi specialmente le proteste nella pref, ai Santi,p.xxm n. La
filosofia in Italia, nella N. Antologia. Nella Rivista difilos,scientifica. Cosi
nel libro sul Taine qui appresso cit., dirà sempre: « La dot trina idealistica
chefa del mondo sensibile esterno un mero ordine di fenomeni e di segni datici
dalle sensazioni, debba dirsi, per ora almeno, l'ultima parola della scienza,
venuta a confermare la parte indubbiamente vera delle teorie del Berkeley e del
Kant.Vedi poi l'articolo su L'idealismo di Schopenh. e la sua dottrina della
percezione, nella Fil. delle sc.ital.; la cui conclusione favorevole ai
filosofi che « tempo e spazio accolgono in se elementi, a u n tempo, ideali ed
empirici, subbiettivi e obiettiv i, hanno il loro essere e la loro legge
così nel pensiero come nelle cose,così in noicome fuori di noi – non
vedocomepossaacc larsiconl'idealismo berkeleiano! Masipuòpar lare di
contraddizione? Credaro nel Grundriss di UEBERWEG-HEINZE. Cfr. La morale
come scienza e come fatto, Riv. ital. di filos., e la pref. ai Santi,p.xxi
n. Nella prolusione con cui iniziò a Pavia il suo insegnamento ufficiale
universitario, Le condizioni presenti
della filosofia e il problema della morale, puoi ravvisare tutto lo scrittore.
Ivi più schietta la professione di fede neo-critica: l'idealismo da Fichte a
Hegel accusato non solo di aver voluto costruire luni verso da un sol punto,
con un solo principio assoluto,ma di avere altresì dimenticato « quello che le
aveva lasciato detto il maestro, che cioè,se i fatti senza le idee sono
ciechi,queste alla lor volta, non cimentate coll'esperienza, riescon vuote e
ingannevoli » (tra vestimento del genuino pensiero kantiano e disconoscimento
del genuino pensiero hegeliano); la riflessione filosofica definita per
artifizio; approvato- comegià nella Morale della filosofia positiva l'indirizzo
psicologico-sperimentale dato dagl'inglesi alla filosofia dello spirito; fatto
buon viso alla loro teoria della re latività del conoscere (dove l'autore vede
un kantismo ricondotto addietro fino a Berkeley; dato corpo in certo modo
a quella specie di eccletismo, che gli è stato talvolta attribuito, e a
cui egli stesso in alcuni scrittisi può dire che abbia accennato parlando
di una mediazione tra il criticismo e l'evoluzionismo; rifatta un'altra volta
la storia del ritorno a Kant, nonchè della scuola spe rimentale inglese,per
conchiudere che oggi il filosofo « non prova più in sè quello che pure
era,ed è tuttora,così proprio de'meta fisici, il sentimento superbo di un
preteso primato sui cultori dell altre scienze, la vana persuasione di
potersi segregare da loro nella solitudine di un infecondo sapere assoluto,
superiore alle indagini pazienti de fatti e all'esperienza, e ambizioso di
tutto darle, senza nulla riceverne ». Qui si abbandona,come ognun vede,
esplicitamente l'eterno proposito della filosofia. Niente di superiore ai fatti
e all'esperienza. Il filosofo non deve aspirare se non,come tutti gli altri
scienziati,a fornire col proprio lavoro alcuni pochi tra gl'infiniti dati, tra
le infinite verità d'esperienza e di ragionamento a c cessibili alla mente
umana nel suo sublime tentativo d'interpretare l ' unità delle cose e
delle loro leggi. Nien t'altro che dati ! Non certo un'assoluta disperazione del
vero, ma una fede assai condizionata nel valore di quelle forme del vero che la
mente umana accoglie in sè successivamente »; un « abito di mente critica
inquisitiva per eccellenza, che non riposa mai o quasi mai in
una conchiusione, che rifà di continuo i proprii convincimenti ».
Abito di mente, insomma,da spettatore,non da artefice della verità.
E chi lo afferma si vede bene che,accortosi della vanità di
questo affaticarsi perenne nel tentativo sublime,quanto a sè,intende
mettersi da un canto,e stare a vedere.Qui, nella ricerca della verità, non
c'è l'anima di B.. Di questa ricerca egli non vede se non una vita
vana,dicui nessuno spirito può vivere.Onde vidirà: l'uomo è nato non tanto a
pensare quanto ad operare.E per operare ci vogliono quei saldi
convincimenti,che la scienza non può dare. Perciò è che la filosofia non può
prendere il luogo delle credenze religiose. B. non dice propriamente perchè, e
gira attorno a questo problema,che è dei più delicati circa il valore della
filosofia. Ma fa alcune osservazioni,che ritraggono lo spirito dello
scrittore. Non tutti possono vivere su principii, che siano il risultato del
ragionamento; infiniti sempre attingeranno la norma delle azioni « dal
cuore,dall'immaginativa, dalla fede, dalla per suasione affettuosa immediata, da
un che in somma non ragionato, m a sentito e intuito ». Contro chi cred e,
come Renan, che possa la scienza un giorno trasformare e governare tutta
la vita,bisogna notare che « delle due forme di conoscenza ond'è capace la
nostra mente, la concreta e diretta,o vuoi intuitiva, ha sull'astratta e sulla
riflessa infiniti vantaggi nella pratica della vita. Se non che,tale appunto
quale è, ottimo istrumento e guida all'azione, la conoscenza intuitiva ha in sè
questo di più specialmente proprio e suo e d'opposto all'indole del sapere
scientifico; appunto perchè concreta, particolare e attinta dalla viva
esperienza e quasi dal contatto delle cose e degli uomini, essa è tutta
individuale, e per ciò incomunicabile:più che vera e propria cognizione,
potrebbe dirsi un certo tatto finissimo. La scienza stessa., in ciò ch'essa ha
in sè di più intimo e d'organico, presa come un tutto che si muove e vive d'una
vita inseparabile da quella d'ogni mente che l'ha in sè e l'ha fatta sua
propria, riesce non meno individuale e incomunicabile di quello che sia
l'intuito, l'arte, l'esperienza immediata,la convinzione istintiva. Quindi
l'inefficacia della scienza; quindi il segreto della forza delle religioni,che
s'impossessano di tutto l'uomo. Perchè la religione abbia quest'afflato, che
manca alla scienza, B. non dice.E la verità dell'osservazione consiste,a
parer mio,nell'esperienza personale dell'autore, di cui essa deve ritenersi un
indizio. È la scienza sua,da cui egli si sente ingombra la mente,non
riformata l'anima,che non può cacciar di nido la religione. Se la metafisica,
l'alta veduta speculativa investe tutto l'uomo nei grandi pensatori, egli è che
il pensatore in fondo è un artista.Onde ilBarzellotti plau dirà al pensiero del
Taine (in Idéal dans l'art): « che tra i diversi modi,in cui l'uomo coglie la
verità delle cose,il più potente e il più vero è l'Arte. Essa infatti
penetra,per dir così,giù sino al cuore del grande organismo della natura,e non
si limita a darcene,come falascienza, soloi l profilo esterno,leleggigenerali
quantitative,ma ce n'esprime l'intimo senso,ce ne fa sentire nel loro lavorìo
se greto le forze vitali, le potenze originarie e germinali » E al Taine
tributa la gran lode di aver avuto « anima e mente da ca pire come la scienza,che
ci dà solo gli elementi generali e comuni dei fatti e delle cose,non riesca
nello studio dello spirito umano a rendercene tutto il vero, se non è
compenetrata con l'Arte, che intuisce il particolare, l'individuale, ciò che
sfugge all'analisi e al l'astrazione. E l'autore continua: « Qui sta con buona
pace della pedanteria togata di tanti che oggi si chiamano dotti–
la superiorità dell'Arte,se siagrande e vera, sulla scienza pura,
quanto al comprendere l a vita, il carattere e i sentimenti umani. Si può
esser certi infatti che nessuno specialista, nessuno scienziato nello stretto
senso della parola,arriverà mai a scuotere una di quelle grandi verità della
coscienza e dell'ordine morale, che finora sono state trovate tutte dai
fondatori di religioni, dai metafisici sommi – artisti del
pensieroessipure— daipoeti,dagliscrittori,da co loro che il volgo degl'indotti
e dei dotti chiama uomini non p o sitivi Taine, Roma, Loescher E così ci
accostiamo al po'di filosofia di B.: a quel po'almeno, che è la nota metafisica
vera e sincera, che risuona nel l'anima sua. E questa nota suona spesso
negli scritti di B., benchè non sia che una nota. La religione,dice in uno
scritto su L'idea religiosa negli uomini di stato del risorgimento, è qualcosa
di analogo all'artee d'irriducibile,per una legge del nostro spirito,ad altre
forme della sua vita interiore »: « la cer tezza delle verità religiose venirci
dal sentimento e dall'intuito, e appartenere a un ordine affatto diverso da
quello della certezza che cipossonodare le dimostrazioni della ragione. E nello
studio La giovinezza e la prima educazione di A. Schopenhauer e di Leopardi: «
L'uomo, egli (lo Sch.) soleva dire con parole che esprimono forse l'aspetto più
nuovo e più vero della sua filo sofia, ha le sue radici nel cuore, non nella
testa » Quindi quel sentimento,che in uno scritto,anche precedente,sullo stesso
Schopenhauer, è detto « ormai cessato da un pezzo in Germania; ma dura
tuttavia, e cresce nei lettori colti d'ogni paese.: quello del bisogno che
tutti abbiamo,ma che in specie gli studiosi hanno di stringersi in più intima
armonia colla natura e colla realtà. Questo estetismo o misticismo estetizzante
venne al B. dai ro mantici tedeschi,dallo Schopenhauer,oggetto di suoi studi
insistenti? Certo non ha che vedere col suo preteso criticismo, che è uno
scetticismo ingenuo, appena larvato. Ma visi riconnette nel sensoche,
dimostrandoci il temperamento spirituale dell'uomo, ci fa inten dere la sua
naturale avversione alla vera e propria filosofia.Questo estetismo a me pare
appunto la tendenza naturale del suo spirito; e non prende infatti la forma
dimostrativa e sistematica,che in altri scrittori si atteggia almeno a una
critica gnoseologica del natura lismo, dal Barzellotti non mai fatta; ma resta
sempre una ten denza, che determina l'indirizzo degli studii di B., quando egli
trova la sua strada.Più che un concetto pensato e ragionato dalla sua mente,è
un carattere reale della sua mentalità:per cui egli si può dire che abbia
trovato la sua strada quando ha comin ciatoa scrivere I suo studiieritrattiesaggi
psicologici, intorno a scrittori,indirizzi di cultura,epoche o popoli:dove non
ha certo teorizzato sulla tendenza, che ho detto, ma ha obbedito ad essa,
cercando il concreto, l'individuum ineffabile, con l'intuizione del Dal
rinasc. al risorg. Santi. - l'artista,
vedendo, come egli disse, « nello studio dell'uomo oltrechè un'arte d'intuito e di divinazione felice,la lenta
opera d'una scienza che ormai ha saputo prendere la sua via in disparte dai
sistemi »: rimettendo,insomma,in armonia sè con se stesso, riducendo tutta la filosofia
all'arte, cui natura più lo traeva. Se nonsivogliadire arte,dicasi storia; ma
illavoro mentale di B. non mira al di là della rappresentazione individuale del
concreto.E questa è la sua filosofia; la quale ha inteso a unireilpiùpossibile
egli dice l'arte alla scienza » e provarsi a ritrovare sui modelli
vivi, che danno la storia, le biografie intime e l'osservazione delle cose
sociali,quanti più poteva dei tratti veri,parlanti di quell'anima umana, che la
scienza delle scuole e delle accademie ci ha per troppo tempo fatta conoscere
solo in copie vaghe,generiche,lavorate di fantasia e di maniera. Da Agostino al
Lazzaretti, dalla psicologia delle tentazioni a quella del pessimismo
filosofico, dal Taine al Nietzsche, dallo spi rito paganeggiante del
rinascimento alla tempra morale della deca denza, alla religiosità dei nostri
uomini del risorgimento, al river bero della nostra anima nazionale nella
letteratura, B. dall'8o in circa ad oggi si può dire che abbia raccolto tutte
le forze della sua mente intorno a particolari problemi storici di psicologia,
cercando così attraverso i procedimenti intuitivi dell'arte quella ve rità alla
cui visione non s'era potuto elevare col metodo razionale del pensiero
speculativo:spargendo, in verità,gran copia di osser vazioni fini ed acute
principalmente sulla storia dellaforma mentis, com'egli ama dire, del popolo
italiano. Se incotestaarte, peraltro, egli sia riuscito di solito a
toccare il segno,non è il luogo questo di ricercare: se dovessi esprimere il
mio giudizio, direi che per sif fatte indagini di storia psicologica a B.
manca,per otte nere la rappresentazione piena e viva dell'anima umana,ciò che
forma davvero lo storico e l'artista: lo sguardo diretto all'intimo della
individualità; la quale non si potrà mai ricostruire,se non s'affisa prima di
tutto il centro vitale del suo organismo; laddove B. gira troppo con
considerazioni e divagazioni generali intorno ai personaggi e agli stati morali
presi a studiare. E gli manca altresì, per lo più, quella piena e diretta
conoscenza dei particolari, in mezzo ai quali soltanto è dato d'imbattersi
negl'individui vivi, in quelle anime vere, che il Barzellotti è andato
cercando. Santi. Di questa sua veduta estetizzante dello spirito umano
bisogna ricordarsi per intendere nel loro genuino significato i motivi della
comunicazione fatta dal B. intorno al metodo storico nella trattazione della
storia della filosofia al congresso romano di scienze storiche: contro la quale
insorse il vecchio Lasson in nome della universalità della ragione e della
scienza. Pel B. la filosofia dev'essere rappresentata dallo storico come la
filo sofia di una nazione o di un'altra, quale in una certa epoca essa si
costituisce in stretta attinenza con tutte le condizioni della cultura
circostante, e sulla base degli abiti e delle forme di mente individuali del
filosofoo prevalenti nel tempo dilui. E certo una storia per ogni parte
compiuta della filosofia non può non tener conto ditutta cotesta condizionalità
dei sistemi filosofici; ma ad un patto: che si rammenti non essere la
condizionalità, nè qui nè altrove, la realtà condizionata;e quando tutta la
cultura contemporanea che agi sullo spirito di Kant sia nota,e tutta spiegata
la psicologia per sonale di questo pensatore e del suo secolo,restare tuttavia
da in tendere tutta la sua filosofia, in quel che ha di veramente filosofico,
ossia di valore universale ed eterno. Qui la verità affermata dal Lasson,edal B.
disconosciuta, per quel suo occhio, fatto per vedere il particolare,cieco
all'universale. E poichè l'universale è l'intimità vera delle menti
speculative,anche qui ei conferma ilsuo difetto di attitudine vera a penetrare
nell'intimo degli spiriti. Egli vede i pensatori, e non vede il pensiero; e
però non vede n è anche veramente i pensatori. Ne son prova isuoi
molteplici saggi sullo Schopenhauer e sul Kant. Ma B. è stato forse
letto invano per la cultura intellettuale e morale italiana? Io non credo. Non
è stato un filosofo, e neanche un artista riuscito. Ma è pure stato un nobile
scrittore, che ha agitato molte menti e molti cuori intorno a questioni morali
e religiose troppo trascuratetra noi; è stato un lucido specchio di molta parte
della cultura filosofica straniera contemporanea; ed è stato un forbito
scrittore, imitabile esempio ai pedanteschi filosofanti italiani degli ultimi
tempi. Di alcuni criteri direttivi dell'odierno concetto della storia, che
restano tuttora da applicare pienamente e rigorosamente alla storia della
filosofia, massime di quel periodo che va dal Rinascimento a Kant, negl’Atti
del Congr. intern. disc. stor. (Roma). Fra i più malagevoli ufficj
della critica istorica è per certo il determinare come e quanto contribuisca
l'ingegno di ciascun popolo alla sua grandezza intellettuale e civile, di
quanto egli sia debitore alle tradizioni dei suoi maggiori, o alla civiltà
delle nazioni contemporanee; questione ardua, e più che alla storia
appartenente alla filosofia, perchè risguarda una legge intima ed arcana della
natura, onde nell'armonia delle facoltà umane s'avvicenda l'operare e il patire,
il conservare e il produrre, la reverenza alle tradizioni e la libertà
dell'ingegno inventivo. Alla difficoltà d’un tale esame, la quale cresce a
misura che ci avanziamo verso i tempi più antichi,in cui fanno difetto i
documenti e le notizie necessarie ad illustrarne la storia, sono dovuti i
giudizj severi di molti critici in torno alle lettere e alla filosofia de’ romani
-- giudizj che introdotti da un pezzo nelle scuole, e avvalorati dal quasi
comune consentimento, negano del tutto o quasi del tutto indole nuova ed
originale alle manifestazioni dell'INGEGNO LATINO. Gl’argomenti che si allegano
per sostenere tali sentenze io mi dispenserò dal recarli, e perchè assai noti
nella storia delle lettere e della filosofia, e perchè tutti [Questa ultima
affermazione tanto più è conforme alla storia, in quanto, sebbene la maggior
parte dei critici odierni ricusi da un pezzo nome autorità di filosofo al
senatore romano, è per altro consentito da tutti che i suoi scritti filosofici
si conservarono chiari per benefica efficacia lungo tutta la decadenza delle
lettere e delle scienze latine, e per avere mantenuto e trasmesso nei principii
dell'Era cristiana, e giù pel Medio Evo le dottrine della filosofia greca alle
scuole de'Padri e de'Dottori] concordi nel sostenere che ai Romani, poco atti
sin da principio per naturale tempra d'ingegno, e di stolti per lunga età dalle
intestine discordie, dalla brama del dominare e dall'esercizio delle armi, e
finalmente abbagliati dallo splendore della civiltà greca, manca una libera
disposizione a ritrarre e a creare il vero ed il bello negl’esercizj della
scienza e dell'arte. Degerando, Brucker, Tennemann, Ritter, Kuehner ed altri. Ai
quali argomenti quando per sè non rispondesse abbastanza la ragione istorica, la
quale vieta potersi sempre dedurre da ciò, che un popolo fa in certe condizioni
di tempi e di civiltà, quello che in altre condizioni avrebbe potuto e saputo
fare. Se non mostrasse il contrario la scuola dei giureconsulti, che dalla
coscienza del genere umano e dalle forme logiche greche compose con tradizione
costante quella scienza del gius costitutrice delle nazioni europee, se l’ “Eneide”
emula all'Iliade, LUCREZIO maggiore d'Esiodo, la Commedia di Plauto, le storie
di Livio, di Sallustio, di Tacito, la satira togata di Giovenale e di Persio,
l'elegie di Catullo non indicassero assai che il genio latino, libero nella
imitazione, sa aggiungere all'ideale del vero e del bello un che d'universale e
di solenne, un certo senso pratico e positivo, e un'intima rivelazione degl’umani
affetti, ignota fin allora ai gentili e resa più perfetta dal cristianesimo, io
mi restringerei alle sole opere filosofiche di CICERONE (si veda), che sono,
parmi, una fra le prove maggiori del come la scienza dei nostri padri, modestamente
operosa, recasse la sua parte alla civiltà universale. e all'età
del Rinnovamento. Ritter, Hist. de la Phil. ancienne, Paris, Ladrange. Kuehner,
CICERONE, In phil. E jusq. Partes merita. Hamburgi. La storia della filosofia
ci mostra di fatto che CICERONE fu a’ padri latini molto in pregio, e
segnatamente a Lattanzio che lo chiama eccellente, e lo cita nel de Opificio
hominis, e nelle Institutiones divinæ più volte; poi a Agostino che ri conosce
dall' “Ortensio” la preparazione al cristianesimo, e in più luoghi della Città
di Dio,e altrove lo cita o ne tira le dottrine; altresì a san Girolamo che
tanto l'amò da riferire in una sua epistola il sì famoso castigo avu tone
divinamente, poichè, meglio di cristiano, meritava chiamarsi “ciceroniano.” Fra
iDottori più principali è noto come BOEZIO togliesse da CICERONE il pensiero sulle
consolazioni perenni della filosofia, e apparisce lo studio che di questo egli
fa sì da'pensieri e sì dallo stile; come AQUINO ne arrechi l'autorità in più
luoghi della sua Somma, come ALIGHIERI lo meditasse. Più tardi Erasmo esalta
CICERONE con lodi famose. Dopo, l’autore della “Scienza nuova” attinge in parte
dal libro “De Legibus” la filosofia d’un gius ideale eterno celebrato nella
città dell'universo col disegno della provvidenza. Ad una fama sì lunga e sì
costante, e che per certo dove avere una causa non soltanto, come si afferma
generalmente, in quella forma popolare e spontanea, onde le dottrine del
filosofo latino si porge all'educazione morale e civile, ma nell'intrinseco
loro valore speculativo, non disconosciuto nè anche oggi da uomini egregj
(Forsyth, Life of CICERONE, London), contrastano singolarmente i giudizj di
alcuni critici. La opinion e espressa da tali giudizj, a volerla riassumere in
breve, è la seguente. CICERONE, ingegno universale, acutissimo e disposto ai
combattimenti dell'eloquenza, più che alle severe indagini speculative, pensa e
compì negli anni del suo ritiro dalla pubblica vita un compendio
largo, chiaro, eloquente della filosofia in servigio dei suoi connazionali
di giuni sino a quel tempo di tali studj, o costretti ad attingerli da fonti esoteriche.
Da questa pretesa insufficienza dell'ingegno speculativo di Tullio, dal fine
pratico e letterario ch'e'sipropose, e dal difetto di studj preparatorj la
Critica deduce la natura delle sue dottrine; le quali, benchè guidate sempre da
criterio sano, e da una retta applicazione del senso comune, non vanno troppo
addentro nei fondamenti della scienza, affermano per lo più senza esame maturo,
nè costituiscono, come le dottrine dei migliori filosofi, un largo e ben
architettato disegno di scienza. Brucker, Hist. Crit. Phil., Tennemann, G. Bernhardy,
Grundriss der Römischen Litteratur. Braunsweig.
Facendoci a cercare l'origine di tali giudizj abbastanza severi, parmi se ne
potrebbe addurre innanzi tutto una causa assai remota, ma in parte relativa al modo
ben differente, con cui gl’antichi e i moderni giudicano il valore di certi
uomini e di certi principj. Tale è la ri forma cominciata in Italia col BRUNO
col Cartesio in Francia, e in Inghilterra con Bacone, che spezzando ogni
autorità del passato, e quanto sino allora un'eccessiva venerazione avea recato
a fastidio, proclamò l'assoluta libertà della riflessione filosofica,
l'assoluta novità dei sistemi. Come s'intendessero quella libertà, e quella
novità; e quali resultati ne seguitassero alle lettere, alle scienze, alle
arti, al vivere privato e civile, come se ne avvantaggiasse o ne patisse la morale
e la religione, la scuola, la famiglia e lo stato romano, non è qui luogo a
mostrarlo, e le son cose oggimai troppo note. Nè io voglio negare i benefizj
innegabili della riforma,e soprattutto di quella introdotta nelle scienze
sperimentali da GALILEI e Bacone; chè, se la riflessione libera ed esercitata
desunse mirabili frutti di dottrina da ogni campo dell'umano sapere, e se ne
avvantaggiò la scienza dell'uomo, ne crebbero l'erudizione, la filosofia, le
discipline morali e civili; perfeziona i suoi metodi la medicina, si levò
gigante la chimica, la geologia sfogliando il libro della natura vilesse le
età del mondo. Se tanti incrementi ne provennero alle industrie e alle
manifatture, onde il viaggiatore trascorre paesi e province con velocità più
che umana, e in mend’un baleno il salutori congiunge gl’amici, benchè separati
dalla immensità del l'oceano, di tutto ciò alla riforma della filosofia è
debitrice l'Europa. Ma le è pur debitrice di quella inquieta brama del sapere
speculativo, onde si successero sistemi a sistemi del tutto nuovi sui più
impenetrabili misteri della conoscenza umana, e quel nuovo si cerca da molti
nell'inusitato e nello strano più che nel vero; così co minciata in Italia la
licenza della riflessione esaminatrice sui fondamenti della filosofia, ecco il
panteismo superbo di BRUNO e CAMPANELLA. Poi, scontenti del panteismo, ci
diedero dottrine dualistiche il Malebranche e il Guelinx, l'idealismo e il
sensismo ci vennero dal Berckeley e dal Locke, lo scetticismo dal Bayle e dall’
Hume; più tardi le sconfinate immaginazioni degl’alemanni,e un ridurre Dio e
l'universo all'uomo, dall'uomo al pensiero, dal pensiero all'idea, dall'idea
novamente alla materia, ed ultima conseguenza di tutto uno scetticismo più
sconsolato, un correre con tinuo a una felicità e a una beatitudine ignota
senza raggiungerla mai;ecco i resultati dell'aver voluto tutto inno vare! Posta
in tal guisa la filosofia su questo cammino delle restaurazioni assolute, e
detto una volta che la scienza dee rifar la natura (non,come è chiaro,dovere
anzila scienza presuppor la natura tal quale essa è, con tutti i suoi dati, con
tutte le sue relazioni, dover verificarla, non annientarla), l'indirizzo
introdotto nell'esercizio del pensiero filosofico da quella folla di sistemi
eccessiva mente inquisitivi, doveva esser tale,che quando poi, soffermata un
istante la foga delle invenzioni, il pensiero istesso si sarebbe rivolto sopra
i suoi passi, e ne sarebbe nata compiuta e perfetta la storia della filosofia,
quella storia ritenesse come presupposto del suo metodo, che unico,o quasi
unico criterio per giudicare della eccellenza di un filosofo e della sua
filosofia, fosse l'assoluta indipendenza del pensiero esaminatore dallo stato
della naturale certezza, fosse in una parola la compiuta novità del sistema. A
questo criterio, desunto dallo scetticismo e padre di parziali opinioni, furono
conformati più o meno quei metodi falsi e incompiuti che si seguirono da oltre
mezzo secolo in qua nello scrivere storie della filosofia, onde ne derivò in
Francia e nella Germania una folla di libri, come ad esempio la storia
comparata dei sistemi di Degerando,e la storia di Tennemann, dove si giudi cano
le varie filosofie alla stregua del problema sull'origine dell'umane
conoscenze, e dall'avvicinarsi che esse faccian più o meno alle dottrine del
criticismo di Kant; e un tal criterio ci spiega come più tardi negli storici
più temperati e meno imparziali, segnatamente alemanni, e nei filosofi delle
altre nazioni, immuni dal criticismo, continuasse ereditato dalla riforma
questo soverchio studio dei sistemi inventati, esclusivi, che ricusano dalla
natura qualunque presupposto sull'efficacia delle potenze conosci tive, e se ne
avvalorasse l'opinione levata a cielo ne’diarj e ne’libri di filosofia, sulla
così detta individualità d'ogni sistema,e incomunicabilità delle dottrine
speculative. Considerate le quali cose,non dovrebbe far maraviglia se quel
tempo che corse tra lo scorcio del secolo decimosesto e i principj del
decimosettimo,quando Italia e Francia, stanche dell'autorità abusata dagli
scolastici, volevano innovare tutta quanta la scienza (e fu allora appunto,come
nota Brucker, che si tentarono i primi lavori speciali sulle dottrine dei romani
e di CICERONE),se quel tempo, dico, non era troppo opportuno a giudicare
imparzialmente una filosofia studiosa delle più antiche e venerate tradizioni. E
nel vero anche più tardi in tutto il secolo XVII, se n'eccettui coloro che rifiutarono
i dubbj del Cartesio, ma tennero il suo metodo d'esaminare la coscienza, quali
Bossuet, Fénelon e i più segnalati di Porto Reale, agli altri che s'appresero
ai dubbj, e venner giù giù negando i pregj dell'antichità, nemici d'ogni
tradizione, non poteva andare a genio davvero quella riflessione modesta e
tranquillamente efficace che il grande oratore avea recato sulle verità eterne
della coscienza, desumendone le armonie universali delle dottrine temperate dal
senno e dalla moderazione latina. (Vedi l'opinione che ebbero di Tullio POMPONACCIO
POMPONAZZI e CAMPANELLA, citati dal Brucker. Ma d'altra parte, se per ispiegare
questa opinione si nistra invalsa in Europa contro la letteratura e la
filosofia d'un popolo, che fu per eccellenza il popolo delle tradizioni, giova
riportarci alle sorgenti diquella critica, ec cessivamente nemica al passato,
questi giudizj poco reve renti che oggi si ripetono dai più, apparvero solo
nella storia della filosofia nata ne'principj del secolo passato in Germania ed
in Francia.Tra I francesi, per tacere dei più antichi, Degerando vi spende un
capitolo nella sua Storia comparata dei Sistemi, dove enumerati prima gli
ostacoli che impedirono ai Romani un proprio esercizio dell'indagine
speculativa,nota opportunamente non essere stata abbastanza osservata dał
comune degli storici la grande efficacia che ebbe l'ingegno latino sulla filosofia
trapiantata, ond'essa assunse colore ed indole più positiva, e dalle soverchie
astrazioni si ricondusse al reale. Passa poi ad esaminare gli scritti di
Cicerone nel quale rinviene le note distintive d'ogni altro filosofo ro
mano,cioè una scienza desunta dalle greche tradizioni e composta con metodo
ecclettico dalle scuole differenti, una scienza accessibile ad ogni
intelligenza educata, e confa cente a spirar vita nell'eloquenza, ne'costumi,
nell'arte politica; scienza supremamente pratica e applicabile agli individui e
agli stati. Histoire comparée
des systèmes de philosophie considérés relativement aux principes des
connaissances humaines, par Degerando. Giudizj
assai meno temperati comparvero in Alemagna, dove fiorendo mirabilmente le
discipline filosofiche e istoriche, e pubblicandosi tuttodì lavori speciali che
illustrano con somma accuratezza ogni parte delle lettere antiche, prevalse
però più che altrove la severità della Critica, che negava ogni nota originale
alle lettere e alle scienze C Tra i critici alemanni va
innanzi agli altri in ordine di tempo e di autorità Giacomo Brucker vero
fondatore della storia della filosofia. Ma considerando però il capitolo dove
egli parla della filosofia de'romani e di CICERONE, ti accorgi tosto che
quell'uomo dottissimo moveva egli pure dal presupposto non esservi stata in
Roma che una semplice continuazione delle scuole greche; e secondo le varie
specie di queste scuole divide lo storico il suo trattato intorno alle dottrine
romane annoverando CICERONE tra iseguaci della Nuova Accademia; quantunque
confessi poco appresso ch'ei non seguì alcuna forma particolare di setta, ma
inclina a quel Sincretismo istituitoda Antioco. Veramente Brucker nel proporsi
il quesito,perchè mai i romani e CICERONE non crearono una filosofia propria, non
ne accusa, come oggi Forsyth, la infelice disposizione dell'ingegno latino -- the
unmetaphysical character of the Roman intellect. Life of Cicero. Ma quanto ai
Romani in generale ei ne trova la causa nelle occupazioni della vita civile, e
nella setta Accademica, che criticando e sindacando tutti isistemi, svogliava
gl'intelletti da nuove speculazioni; e quanto a CICERONE, nella natura del suo
ingegno, più immaginoso assai che penetrativo, ond'egli (dice lo storico)
prefere il probabile all'esame profondo del certo, e delle dottrine rappresenta
nelle sue opere la parte viva e oratoria più che il severo ordine dei giudicj e
delle deduzioni,e la generale armonia del sistema. Brucker, Hist. Crit. Phil. Al
giudizio dato da Brucker si avvicina in gran parte quello di Tennemann,e nelle
loro opinioni v'ha molto di vero e di certo, oltre la solita accuratezza nella
esposi 8 latine, appoggiandosi ben di frequente a così deboli prove da
far credere quasi che la movesse un'infelice gelosia di nazione. Ora da qualche
anno in Inghilterra e nella stessa Germania si torna con più studio al passato,
e molte parzialità si correggono; ed io sono certo che ri composta in pace
l'Europa, ilprimo debito di giustizia alle memorie latine lo pagheranno gli
scrittori di quelle grandi e generose nazioni. zione dei fatti;ma per quanta
possa essere la reverenza dovuta ai due storici insigni della filosofia, come
non accorgersi che il loro esame,informato da un criterio an ticipato e
parziale, riesce insufficiente a cogliere il vero significato d'una dottrina,
come quella di CICERONE, la cui nota essenziale consiste nel rifiuto d'ogni
opinione di setta, e in un principio universale, che supera ogni si stema? Ma
se tanto può dirsi a buon dritto del Brucker e del Tennemann, merita più
speciale considerazione l'esame assai temperato,e per certo ingegnoso,che fece
degli scritti filosofici di Tullio, Ritter nella sua storia della Filosofia
antica. Le indagini dotte e meditate di Ritter movendo dai tempi antistorici
della Filosofia,e procedendo lungo i tempi della civiltà indiana, ionica e
delle colonie italo greche fino all'origine delle scuole socratiche, da queste
al loro declinare e disperdersi in una confusione di sistemi sparpagliati e
sofistici, giungono a quello ch'ei chiama terzo periodo dell'antica filosofia,
all'età che intercede tra ilcadere delle repubbliche greche sotto la romana, la
rovina di quest'ultima, e il sorgere del Cristianesimo. Due cause potenti egli
allega del nuovo indirizzo preso in quella età dalla filosofia greco-romana,e
le ritrova nella storia delle due nazioni, che allora si ricambiavano una
vicendevole efficacia nelle lettere, e nelle scienze, e nel vivere privato e
civile. Nei Greci, perchè la costoro scienza impoverita oramai dall'uso
eccessivo della facoltà creatrice nei tempi anteriori, dallo scadimento della
li bertà e dei costumi, e costretta, per accomodarsi all'in gegno e
all'educazione dei nuovi dominatori,a vestire le forme ed il metodo d'una
disciplina scolastica, non d e sunse più le sue dottrine immediatamente dalla riflessione,
ma ritornò agli antichi sistemi,li paragonò,li esaminò, li accordò, desumendo
da essi stessi e incompiutamente, non dalla natura intima del pensiero, il
principio del l'esame e dell'accordo. Nei Romani, perchè essi non of frirono ai
Greci alcuna guarentigia di riforme scientifiche, ma vissuti sino a quel
tempo in mezzo ai tumulti della vita civile,e fra lo strepito delle armi,tranne
una certa tendenza, che li moveva agli ordinamenti giuridici, nè la natura, nè
la educazione loro si porgeva punto alle indagini della scienza. Quindi
(osserva il dotto alemanno) era ben naturale che, date quelle condizioni
morali,civili e scientifiche, dall'accoppiamento dell'ingegno greco e latino
derivasse un Ecclettismo erudito; derivò infatti; e di questa filosofia,
l'indole della quale è sostituire la li bertà della scelta alla libertà
dell'ingegno inventivo, accomodarsi alla natura degli scrittori,abbandonato
l'or dinamento scienziale non fidarsi all'esame, e se occorre, attenersi
principalmente all'autorità del consentimento comune,eitrovò la più importante
manifestazione,oltrechè nel pendio generale dei tempi,nella vita,nell'animo e
nelle opere di Cicerone. Ei ne considerò con raro accor gimento la vita,e
vedendo come la parte ch'ei tiene nella storia della Filosofia, è perfettamente
d'accordo con quella che occupò nella storia civile dei tempi; come furono le
medesime qualità e gli stessi difetti che, se lo levarono alto nella vita
pubblica e nella filosofia, non gli consen tirono per altro di giungere al
sommo e nell'una e nel l'altra, ricercò queste qualità e questi difetti
nell'indole di lui, e non gli parve rinvenirvi accoppiata alla vivezza
dell'ingegno oratorio, al sentimento squisito del diritto, all'amore per gli
altri,e particolarmente pe'suoi,all'ope rosità indefessa,a una rara previdenza
dell'avvenire,quella sicurtà in sè stesso e quella fermezza di volere che costi
tuisce il grande scrittore e l'uomo di stato. Condotto, egli dice, dall'efficacia
di condizioni esteriori a filosofare, come nella sua gioventù, mentre applicava
la filosofia all'esercizio dell'eloquenza,egli avea frequentato le prin cipali
scuole di Grecia, così nel suo ritiro dalla pubblica vita non seguì una
dottrina particolare, ma trascelse il meglio di tutte; la quale incertezza di
studj, che non a p profondivano la scienza, ma la assaggiavano appena, ri
sentiva della incertezza della sua condizione politica, perchè ei scrisse le
sue opere principali durante gli scon volgimenti del primo triumvirato,la
dittatura di Cesare e il consolato di Antonio,tempi calamitosi per la libertà,
nei quali escluso da ogni ingerimento civile, e fuggendo il cospetto degli
scellerati, andava consolando la sua soli tudine colle meditazioni della
scienza. Era quindi ben naturale che il grande oratore, vissuto da lunghi anni
in tanto splendore delle pubbliche faccende, non si ripo sasse volentieri negli
ozj solitarj delle sue ville; la d e bolezza innata dell'animo suo, come gli
avea impedito di rimaner fermo al governo delle cose civili, di valersi della
sua autorità per contrastare ai principj della ti rannide cesarea, ora
gl'impediva di darsi a tutt'uomo agli studj della filosofia; ed ei ne scriveva
ad Attico, e all'amico dipingeva con vivi colori questo penoso on deggiar ch'
ei faceva tra l'amore onde era tratto agli studj, e il desiderio di prender
parte ai pubblici affari, tra la sfiducia sua nelle consolazioni della
scienza,e una sublime speranza che lo levava al disopra delle umane cose. Da
queste intime qualità dell'indole di CICERONE deduce l'istorico Alemanno la
natura della sua filosofia, ch'è,secondo lui,un moderato
scetticismo,espressione fe dele di animo titubante; scetticismo moderato,perchè
seb bene talvolta, oppresso dal peso delle sventure proprie e della patria, ei
mostri dubitare del vero eterno e della virtù, nondimeno conserva sempre
intemerata la nobiltà della vita, e il desiderio di una morte gloriosa; ma
tuttavia scetticismo, perchè riconoscendo la natura assoluta del vero, ammette
solo come verosimili le dottrine che ne d e rivano, e dubitando interroga tutte
le scuole, prende ad esame tutte le opinioni greche,e accordandole insieme più
con intendimento politico, che con vero criterio di scienza, ne vuole
arricchire il patrimonio della romana letteratura. Sennonchè tra le varie
dottrine in cui si di videvano le scuole greche, una ve n'era che s'accordava
mirabilmente agli intendimenti, e all'ecclettismo scettico abbracciato da
Cicerone; e questa era la dottrina della Nuova Accademia.Se Tullio infatti
poneva ilfondamento della filosofia in un dubbio moderato sui principj
delle umane conoscenze, la Nuova Accademia, guidata allora da Filone, che
gli era stato maestro nella sua giovi nezza, riconosceva come legittimo questo
dubbio, e lo temperava con la verosimiglianza; se l'oratore romano voleva che
le dottrine della filosofia conferissero ad a d destrare il pensiero e la
parola negli esercizj della elo quenza, nessuna scuola si porgeva meglio a
questa di sciplina della scuola dei Nuovi Accademici, che oltre all'essere
stata sempre frequentata da uomini eloquentis simi, si riduceva in sostanza a
un metodo disputativo; infine se egli raccoglieva le principali dottrine della
filo sofia greca,per comporne una scienza accomodata all'in gegno
eall'educazionefilosoficadeisuoilettori,laNuova Accademia,che disputava contro
tutti e di tutto, che la sciava al filosofo la maggiore libertà dei proprj
giudizj, gli si porgeva opportuna a disegnare in brevi tratti ai Romani lo
stato della filosofia passata e contempo ranea, ad innamorarne i lettori, senza
perderli in vane e astruse dottrine, o incatenarli a un sistema. CICERONE (si
veda) dunque (secondo l'opinione del Ritter) come ecclet tico dubitante,come
oratore e come espositore della filo sofia greca ai Romani, abbracciò le
dottrine della Nuova Accademia; e va notato particolarmente, sì perchè questa è
l'opinione più universalmente accettata intorno alla vita filosofica di Tullio,
e alla parte che tengono le sue dottrine nella storia della filosofia, e perchè
il comune degli storici ricollega quasi sostanzialmente a quel si stema le sue
opinioni sulle parti principali in cui si divide la scienza. Così opina anche
il Ritter, e prendendo ad esame le opere tulliane, secondo la tripartizione
plato nica della filosofia più comune agli antichi (egli avverte però che,stante
l'incertezza dello scrittore e delle dottrine e la loro qualità, tutta pratica
e positiva, la distinzione delle tre parti non è abbastanza spiccata), rinviene
in tutte più o meno chiaro,più o meno deciso il dubbio della Nuova Accademia.
V'ha dubbio deciso nella parte fisica, perchè ivi abbondavano più che altrove
le dispute e le contradizioni dei filosofanti; dispute sulla natura
delle cose, dispute sull'esistenza e sulla natura di Dio e sua
provvidenza, sulla natura dell'anima e sua immortalità; e di tutti questi veri
Cicerone o dubita compiutamente,o ammette solo una leggera verosimiglianza.
V'ha dubbio anche maggiore nella parte logica, anzi è questa la più povera e la
meno determinata di tutte le sue dottrine,e perchè ei la collegava meno d'ogni altra
agl' interessi pratici della vita,e perchè il sensismo degli Stoici e degli
Epicurei, che aveva a combattere, non potea tener fronte agli argomenti della
Nuova Accademia; finalmente v'ha dubbio manifesto anche nella morale, perchè
s'ei con traddice ricisamente alla ignobiltà delle dottrine epi curee, la
controversia tra gli Stoici e i Peripatetici lo lascia indeciso da un lato tra
un'idea trascendente della virtù, a cui lo muove la grandezza dell'animo
romano, dall'altro la fragilità di natura; incertezza che pure lo segue nella
politica, e nelle attinenze della politica colla morale. Talchè Ritter movendo
dal presupposto che la filosofia di Tullio non fosse che eloquente
dell'indole particolare dello scrittore e dei tempi, negò ogni certezza e ogni
legame di scienza in ciascunasuaparte;ogniconcatenamentologicaledelle tre parti
tra loro (perchè quella logica e quella fisica non sono per lui che
un'appendice della morale, considerata da Tullio com'arte pratica della vita);
negò ogni unità di disegno scientifico, perchè mancava allo scrittore l'unità
del principio fondamentale, posto dalla riflessione, e a cui rispondesse
l'universale armonia del sistema.Onde a rias sumere in breve ciò che
rappresentino alla mente del l'istorico tedesco le dottrine tulliane,direi
ch'e'le con siderava qualcosa più e qualcosa meno d'un ecclettismo; ma una
scelta a cui manca e libertà di riflessione e criterio di scienza. (Hist. de la
Phil. anc.) una manifestazione [Se noi ci siamo alquanto trattenuti
nell'esporre le opinioni di Degerando, Brucker e Ritter, è stato segnatamente
per due ragioni; la prima perchè poteva recare non piccola luce intorno ad una
questione che abbiam preso ad esaminare,e su cui sono infinite le
dispute dei critici e de'filosofi, il giudizio degli storici migliori che vanti
la nostra scienza; e in secondo luogo affinchè i pochi cenni, che ne abbiamo
dato,muovano gli studiosi a ricercare con maggior diligenza le variazioni e
iprogressi, che ha fatti sino a noi la critica sulle dottrine filosofiche di
Cicerone. Questa critica non pare immeritevole di qualche considerazione,
perchè rappresenta quasi in sè stessa quel moto graduale dell'esame, e quel
lento chiarirsi de' principj supremi, che governano i fatti, o n d e si
generava in Europa la storia della filosofia. I primi tra questi storici,come
Stanley e De Burigny, che nuovi del cammino, e spaventati dalla grandezza
dell'impresa, fecero lavori imperfetti e meglio tentativi di storie, che storie
vere, o tacquero affatto, o poco parlarono di Cicerone che nella modestia delle
proprie opinioni (magnus opinator) non aveva dato un sistema. Negli storici se
guenti, che abbiamo citato, e segnatamente nel Brucker quella critica comincia
a chiarirsi;vi si medita con più ampio concetto la parte che ebbero i Romani
nell'adu nare le greche dottrine, nel farle proprie, e trasmetterle a
noi;Cicerone v'è considerato,non già come un filoso fastro qualelochiamò
ilPomponaccio,ma comeunvasto e ben disciplinato intelletto,che,scorrendo
ilcampo della filosofia greca, ne chiamava a rassegna ad uno ad uno i sistemi.
E contuttociò quella critica era ancora ben lon tana da un esame profondo e
spassionato delle dottrine tulliane; dovevansi emendare molte inesattezze, tor via
molte preoccupazioni (qual era,per esempio,quella che faceva di Cicerone un
perfetto seguace della Nuova Accademia, e un ecclettico dubitante), e, quel che
soprattutto importava,trattandosi di M. Tullio,che tanto ritrasse da Socrate e
nel metodo e ne'principj,conveniva cercare per entro alle sue dottrine
l'immagine della vita e del carat tere dello scrittore. Tale intendimento
apparisce in alcune memorie del sig.Gautier de Sibertche hanno per
titolo,Examen de la philosophie de Cicéron, lette all'Accademia
francese delle Iscrizioni e Belle Lettere, nella seconda metà del secolo
scorso; dove si esamina accuratamente la parte oggettiva delle dottrine
tulliane, si dimostra il vincolo di sistema che le congiunge, e si difende
dalle accuse di scetticismo la fama del grande Oratore. Lavoro merite vole di
molta considerazione per sanità e profondità di giudizj, se a questa non
nocesse talvolta l'aver guardato più alla materia delle dottrine che alla loro
forma scien tifica, e considerato Cicerone come filosofo compiuto e dommatico
in ogni parte,anzichè avvolto di continuo nelle dispute degli opposti
sistemi.(Mémoir. de l'Acad. des Inscript. et Bell. Lett.) A questi difetti
sembra (come vedemmo) riparare in gran parte l'esame del Ritter, che sebbene
ritenga molto delle sue opinioni private e di quelle della filosofia che lungo
tempo ha dominato in Germania, nondimeno rias sume in breve quanto di meno
inverosimile può dirsi sul preteso ecclettismo ciceroniano. E dirò anche di
più, che l'esame del Ritter, fondato com'è in una conoscenza profonda delle
opere di Cicerone, contiene innegabili verità, qual è quella,per es.,che nello
svolgimento delle dottrine del grande Oratore esercitasse una singolare
efficacia i suoi tempi, la sua nazione, la sua indole propria; che speciale
qualità di questa indole fosse sovente un ondeggiare fra la fiducia e la
dispera zione del vero e del bene eterno,e che a queste dubbiezze contrastasse
efficacemente il senno pratico della natura romana. Ma d'altra parte noi siamo
ben lungi dal credere che il dotto Tedesco,e quanti innanzi e dopo ne tennero
le opinioni, abbiano considerato nel suo vero aspetto l'indole delle dottrine
tulliane; chè, se non può negarsi da un lato esservi in esse un che di necessariamente
re lativo alle condizioni dei tempi e alla natura dello scrit tore, e quindi
mutabile, non necessario e contraddicente alla natura assoluta e apodittica
della scienza,non è men vero dall'altro ch'ei pur rinvenne nell'intimo delle
dot trine contemporanee, e nello studio profondo dei veri eterni specchiati in
sè stesso e negli altriuomini,un criterio certo, universale, infallibile da
costituirvi la scienza. V’ha dunque nella filosofia di Cicerone questo che di
oggettivo e di soggettivo, di relativo e di assoluto, di mutabile e di necessario;
m a l'una e l'altra qualità si ricollegano insieme per nodi di universale
armonia; armonia di relazioni tra l'uomo di un tempo e l'uomo di tutti i
tempi,tra il romano e l'abitatore di tutta la terra, tra Cicerone oratore e
politico e Cicerone filosofo; armonia esterna e oggettiva a cui risponde
quell'altra interiore, attestataci dalla coscienza, tra il pensiero e
l'affetto, tra la volontà e la ragione,tra l'intelletto e le verità immortali.
E certo a queste considerazioni, disco nosciute dal Ritter e dagli altri
critici Alemanni, badò Kuehner,autore sin qui del più compiuto esame delle
dottrine di Cicerone ch'io mi conosca,edito in Amburgo quando rispondendo al
quesito pro posto da uomini dottissimi; se Cicerone meritasse o no il nome e
l'autorità di filosofo,pensava che algrande Ora tore s'appartiene giustamente
quel titolo per l'ampiezza dell'ingegno,la vasta cognizione delle dottrine
contem poranee, l'uso ch'egli ne fece volgendole in latino a cul tura e
ammaestramento dei suoi concittadini, e infine per la facoltà unica in lui,
ond'egli seppe abbracciare tanta mole di scienza, fissare l'indagine della
riflessione sulle verità principali, e comparando tra loro le varie dottrine,
ricomporle coll'efficacia del proprio giudizio in unità di sistema.(M.T. Cic.in
phil.ejusq:partes merita, Auc.R. Kuehner.Hambur. Pars altera.Cap.VI; Utrum
Cic.philosophus judicandus sit,nec ne,anquiritur) E questi pajono anche a m e i
meriti veri e innegabili del senatore romano; e nondimeno ogni qual volta io
rileggo quelle sue opere, nelle quali spira tanta univer salità di pensieri e
d'affetti, universalità veramente latina, incui ilvero è sìprofondamente
immedesimato col buono, e tutta s'accoglie la sapienza delle scuole socratiche,
mi pare che la critica delle sue dottrine possa ricevere a n cora notevoli
perfezionamenti, sempre che col chiarirsi Posto ciò, non sarà difficile,
parmi, determinare con sufficiente chiarezza in quali confini si contenesse
l'effi cacia che l'ingegno di Cicerone ebbe nella riforma della filosofia
quand'essa fu trasferita di Grecia in Roma, e in quali vicendevoli attinenze
stiano tra loro quanto di già meditato e discusso gli venne dalle scuole
d'oltremare, e quanto vi seppe recare egli stesso rivolgendo il pensiero sui
fondamenti della scienza, questione che (conforme a quanto è detto più sopra)
noi ci siam proposti di chia rire nel presente discorso, fermandoci a tre punti
segna tamente:cioè,qual era la condizione della filosofia greco romana ai tempi
di Cicerone, e con qual metodo egli esaminasse e combattesse le dottrine delle
principali scuole tentando di conciliarle; finalmente qual filosofia derivasse
dalla deliberata opposizione e dal metodo compositivo del l'Oratore
latino. successivo di quella legge,che regola la filosofia nel tempo, se
ne va perfezionando la storia. Ora quella legge può solo spiegare, a mio
avviso,l'ufficio della filosofia de’Giureconsulti e di Cicerone, e dall'ufficio
desumerne la na tura e i principj. Può spiegarne l'ufficio, già manifesto e
considerato da molti rispetto alla Giurisprudenza e agli ordini militari e
politici, alla Religione e all'Architettura, che è di comprendere in sè il
buono degli altri popoli, tentando ridurlo a nuovi ordinamenti di scienza; può
spiegarne la natura, che è appunto quella comprensione universale, tanto
diversa dall'ecclettismo, che procede per accozzamento disordinato dei
sistemi,anzichè ricomporre le intime relazioni delle verità naturali sul
disegno della coscienza; finalmentepuòspiegarneil principio,cheèl'esa me
dell'uomo interiore, contrapposto sull'esempiodi Socrate al dubbio, o all'esame
arbitrario e imperfetto dei sistemi contemporanei; tre punti importantissimi, a
mio parere, e che, ben meditati, danno luogo a chiarire i principali problemi
esaminati sin qui dalla critica sulle dottrinedel sommo Oratore. Gli storici
più reputati della filosofia si accordano tutti in mostrarci un manifesto
scadimento delle dottrine greche,il quale apparve dopo il fiorire dell'antica
Acca demia e del Peripato, e crebbe fino ai tempi di Tullio,
accompagnandosi,come suole avvenire il più delle volte, colle vicende degli
ordini privati e politici. I quali sin dalla prima metà del secolo V avanti
l'èra volgare venuti a mirabile altezza d'incivilimento, e generatori in pochi
anni di tanti miracoli di virtù e di dottrina, quanti presso altre nazioni può
appena rammentarne la storia di molti secoli,mancata la virtù che liaveva
nutriti,prima ancora d'invecchiare, si corruppero e precipitarono, rappresen
tando in sè stessi un'immagine stupenda, abbenchè fug gitiva, della vita
dell'uomo. E invero la gioventù della Grecia fu tutta in quei memorabili anni
ne'quali i suoi figli per ben due volte ricacciarono in Asia gl'invasori
Persiani, in quei combattimenti ne'quali la sua m a rina doventò signora del
Mediterraneo, ne crebbero i suoi commerci e le sue industrie, ne trassero
argomento a sublimi ispirazioni i poeti e gli artisti; così da quel primo
incitamento si propagò in tutte le repubbliche greche,e segnatamente in Atene,
un moto fecondo d'opere, d'istituti,di dottrine,d'eleganti costumi,che nutriva
in sè nella crescente corruzione del Gentilesimo germi di
rinnovamento,fecondati più tardi dalla riforma di Socrate e dalla filosofia di
Platone, nelle dottrine de'quali tu vedi scolpita quella vita operosa del
pensiero e de'co stumi popolareschi, quel conversare continuo, quelle di spute
in piazza e per via, quella reverenza delle tradizioni sacre,quel sentimento
profondo del divino e dell'immor tale che accompagnava la giovinezza del popolo
greco. Ma passata appena una generazione dal fondatore del l'antica Accademia,
le conseguenze della malaugurata guerra del Peloponneso si facevano sentire, l'abuso
scon II. umana sigliato delle libertà cittadine recava frutti di
servitù, e la Macedonia invadeva. Chè se quella può dirsi con qual che ragione
l'età virile del popolo greco, nella quale raf forzatosi di potenti ordini
militari e principeschi sotto il regno di Filippo, portò guerra con Alessandro
nel cuore dell'Asia,vendicandoiTrecento delleTermopili,èquesta una virilità che
giàdeclina a vecchiezza;e n'è indiziola filosofia d'Aristotele,superiore a
Platone nel severo or dinamento scienziale, e nell'indirizzo fecondo dato alla
riflessione sul reale e alle scienze d’esperimento,ma su perato da lui nella
sublimità della dialettica, nella vi vezza delle tradizioni sacre, e nella
idealità del sistema. M a ormai la discesa dei tempi non si poteva più tratte
nere; e la Grecia passata dal dominio degli Spartani a quello de Macedoni, dai
Macedoni, morto Alessandro e diviso il regno nei successori, sotto un tritume
di piccole tirannidi, non ebbe nè anche, come più tardi avrebbe avuto
l'Italia,un legame di alleanza poli. tica fra i suoi stati tanto da conservare
un'effigie qua lunque d'unità nazionale,e mancò,come l'Italia,di quella
efficacia di salde istituzioni che una monarchia prudente suole introdurre nei
popoli guasti da libertà licenziosa. Non è quindi a maravigliare se quella
stessa Atene, che avea veduto un Pericle non attentarsi a spogliare delle
apparenze civili l'autorità quasi regia consentitagli dai cittadini, pativa più
tardi la signoria d’un Demetrio di Falera,e quel popolo istesso,che avea punito
di morte Socrate accusato d'irreligione, salutava col nome d’iddio un Demetrio
Poliorcete, e lui pro fanatore d'ogni cosa e divina accoglieva nei sacri
penetrali del Partenone. Sono questi i segni più indubitati della vecchiaia
d'un popolo, e quel lento e continuo scadere dell'ingegno e della vita del
popolo, oltrechè negli ordini politici, appariva in ogni altra parte della sua
civiltà. Scadevano sempre più gli ordini materiali, perchè a quel primo moto di
commercj e d’in dustrie,nutrito dalle libere istituzioni,era succeduto quel
solito languore, quel ristagno d'operosità, che è conse guenza
necessaria (e noi lo sappiamo) delle arti dei go verni assoluti;e la signoria
de'mari, ristretta per l'in nanzi agli stati del continente e dell'Arcipelago
greco,si allargava ora ai Fenicj, agli Asiatici, agl’Italioti.Si cor rompevano
i costumi, e la corruzione tanto più rapida procedeva, quanto più nel crescente
oscurarsi delle anti che tradizioni si sentivano funesti gli effetti delle cre
denze gentili; e quella vita di raffinata eleganza non più temperata dal moto e
dalla severità dell'educazione re pubblicana, si affogava ne'diletti del senso;
e al senso, non più al pensiero, servivano le arti del bello divenute
adulazione di tiranni e di meretrici; infine di tutto ciò come causa ed effetto
risentivasi la filosofia, di rado a v versando, più spesso secondando il pendio
della corrut tela universale. E noi, lasciato da parte lo scetticismo, che fece
un breve e inopportuno tentativo in Pirrone,di remo più specialmente dei
principali sistemi fioriti in questa età, e che spiegarono maggiore e più
diretta effi cacia sulla filosofia latina. Onde mossero dunque questi sistemi?
Ritenendo essi qual più qual meno, sebbene con notevoli alterazioni, il metodo
e il fondamento delle dottrine socratiche, co minciarono da un ritorno ai
sistemi che avean posto fine all'età antecedente della filosofia italogreca,
ritorno evi dentissimo negli Stoici, e che ci spiega com’essi, mentre
derivarono da Socrate la loro morale,e ne ritennero in parte il dualismo,
retrocedettero in fisica al panteismo degl'Ionj, e come contrastando alle
lusinghe dei tempi coll'idea sublime del bene, li secondarono poi brutta mente
desumendo la causa e la ragione suprema dalla materia e dal senso. E anche
questa volta la confusione del panteismo nacque da un modo fantastico e altutto
ar bitrario di conciliare ciò che si presenta alla ragione ed al senso,la
immobilità dell'essenza e la mobilità del fenomeno, il mutabile e l'immutabile,
l'ente e il non -ente, il necessario e il contingente, il relativo e l'assoluto;
e più, da un pervertimento del concetto di causa prima.Per pensare, 0, meglio,immaginare
quella conciliazione, bisognava porre un unico principio, in cui
esistessero ab eterno identifi cati in stato di quiete una potenza ed un atto
indeter minati ambedue, e che si determinassero poi al momento in cui
l'universo dall'indeterminatezza primordiale dovea passare alla forma e agli
atti successivi.Gli Stoici y'an darono alterando il concetto di causa prima.
Causa, essi dissero, è ciò per cui una cosa s'effettua; ora niente pro duce un
effetto, che non sia corpo; dunque l'essenza uni versale di tutte le cose è un
che di corporeo; e quindi essi partivano dal punto direttamente opposto a
quello dacuierano mossi Platone e Aristotele; chè, sel’Ateniese e lo Stagirita
concepivano la materia come negazione di essere (to un ow), e il primo
segnatamente poneva l' es senza assoluta nell'incorporeo e
nell'intelligibile,gli Stoici invece concepirono la materia corporea come il
primo principio e l'intima realtà delle cose tutte. Ma che cosa era questa
materia? Questa materia primitiva ch'è in Platone e in Aristotele, e che più
tardi troviamo negli Scolastici, senza qualità e senza forma, sostanza oscura,
infinitamente passiva e suscettibile di forme, infinitamente divisibile,è una
finzione immaginativa, è una vTÓGeols (nel doppio significato antico e moderno)
collocata a capo delle cose tutte per ispiegarne in un modo qualunque la possi
bilità,ed eludere l'antico assioma ex nihilo nihil;ma non avvertivano que'
pensatori che, se v'è un caso in cui l'as sioma abbia un vero valore, è appunto
questo,poichè la materia pura potenza è un che vuoto,nudo ed inefficace, è il
nulla vestito dalla fantasia delle qualità del reale. Cercata la causa nel seno
medesimo dell'effetto, anzi iden tificata coll'effetto, il germe del panteismo
doveva svol gersi necessariamente,e sisvolse.Come?Si tornò al di namismo di una
parte degli Ionj, e poichè fondamento del dinamismo è l'ammettere che il moto
fenomenale delle cose si faccia per isvolgimenti di forze intrinseche ad esse,
si concepì nella essenza intima dell'universo,che a somiglianza d'Eraclito
dicevasi dagli Stoici essere il fuoco artificioso, rūp témuczor,un'energia
primitiva,un che infinitamente attivo,cagione unica di tutti i fenomeni delle
cose,e della loro forma determinata,perchè traendo ad atto le forze intime
della materia, ne va foggiando questo univers0 sensibile,(τον θεόν σπερματικός
λόγον όντα ToŬ zoopov. Diog.L.,VII,136,e Cic., De N. D. La falsa induzione che
per vizio d'antromorfismo finge le potenze e gli atti universali della natura
ad esempio delle facoltà umane,non si arresta qui, ma informa da cima a fondo
la fisica degli Stoici. Essi considerando che in noi principio primo di moto e
d'at tività è l'anima, chiamavano anima quella virtù infor matrice delle cose
tutte, e l'universo rassomigliavano a u n grand e animale; perchè, diceno
(usando un argomento di panteismo rigoroso adoperato più tardi da CAMPANELLA),
se le parti del mondo sono animate,sarà animato anche il tutto, e se le varie
parti del corpo sono mosse dall’anima, e l'anima è governata dalla ragione,
anche i moti del mondo proverranno dall'anima universale, il cui princi pato
risiede nella ragione. Quest'atto, anima e ragione dell'universo per gli Stoici
era Dio; e quindi si capisce com'essi trasportando sempre nel divino le facoltà
del l'umano, concepissero Dio da un lato come principio prov vidente e
ordinatore, e dall'altro come energia primitiva, come causa e unità di tutti
imoti fenomenali,e perchè,m e n tre lo simboleggiavano sotto la cieca e
inevitabile neces sità del destino (dep.zpuéva), che contenendo la materia
l'agitava di causa in causa con movimento perpetuo, attribuissero a questo
spirito divino abitatore della materia la divinazione delle cose future.(CICERONE.,De
N. D.,De Divin., De Fato,pass.) Concependo in tal modo la materia come
contenuta e vivificata intimamente dall'unità della forza divina (unità che per
il principio della filosofia s o cratica distinguevano in forze secondarie ed
opposte),non è maraviglia che gli Stoici, tornando anche in questa parte agli
Ionj,attribuissero qualità divine alle grandi potenze della natura, come agli
astri,agli elementi,ai vizj, alle virtù,e segnatamente all'anima umana,e ne
deri vasse la loro interpretazione fisica delle mitologie. Quindi dai principj della
loro scienza naturale uscivano la logica e la psicologia.Che cosa è
l'anima?Essa per gli Stoici,come tuttele altre cose,come Dio
stesso,ècorporea;ma come forza primitiva e principio di moto partecipante
all'atti vità universale, intimamente è divina; e la sua unione col corpo la
immaginavano come una compenetrazione, sì per il loro principio della
compenetrazione delle so stanze, e sì per la somiglianza, che l'anima dell'uomo
ritiene coll'anima universale compenetrante e vivificante l'universo delle
cose;e come quest'anima universale, seb bene distinta in altre forze seconde,è
in sè stessa prin cipio unico de'moti e de'fenomeni delle cose, così in noi
tutti i fatti dell'anima riducevano all'unità del principio dominatore
(nepovezov) che è fonte e causa motrice delle facoltà seconde. E qui è notevole
assai,che mentre l'in dirizzo dato all'osservazione dell'uomo interiore dalla
riforma di Socrate salvava gran parte della psicologia stoica dalle conseguenze
materialistiche del principio che la informava, quella loro inclinazione a
studiare i soli fenomeni della materia ricomparve nella dialet tica, e ne
proveniva il sensismo. Movevano anche que sta volta da un cattivo concetto di
potenza e di causa. E valga il vero. A quel modo stesso che in fisica aveano
pensato la prima potenza e la comune possibi lità delle cose come un che vuoto
e privo naturalmente d'entità e d'efficacia, così immaginarono nell'anima la
possibilità del conoscimento come una potenza nuda, inefficace e priva di
contenuto, simile, dicevano, ad una pergamena senza caratteri (ώσπερ χαρτίoν
άνεργον εις c.Troypapiv ), dove, svegliatosi l'atto dell'anima (come l'atto
primitivo di Giove nella materia) all'occasione delle sensazioni, imprime le
rappresentanze o le pav Tuoive delle cose. Che cosa poi fossero queste fantasie
è facile a immaginarlo, e ce lo dice anche il nome. Nel quale comprendevano gli
Stoici la totalità dei fatti interiori presenti alla coscienza ed originati
tutti dai sensi, nè potevano dare al conoscimento altra qualità in fuori dalla
sensibile, e perchè l'anima umana,come parte delDio animantelecose
tutte,ritiene ilsuo modo di conoscere,che conforme alla sua natură è un
cono scere sensitivo, e perchè essa stessa l'anima è corpo, e perchè, l'essenza
universale di tutte le cose essendo cor porea, non si può dar conoscenza se non
di corpo. Or che ne veniva da ciò? Ne veniva che ammettendo essi da un lato
ogni conoscenza derivare dai sensi, dall'altro non potendo negare la natura
dell'intelligibile necessaria, assoluta e profondamente opposta alla natura del
sensibile, ponevano le idee come una trasformazione della sensa zione operata
dall'anima, precedendo in tal modo i sen sisti francesi. M a, di grazia, sì gli
uni che gli altri sfug givanoforseallanecessitàdellacontradizione? Ne rimaneva
una intrinseca al loro sistema e maggiore di tutte,quella cioè di negare
all'anima un primo principio, una capa cità naturale al conoscere e immaginare
ch'essa poi ve nutale la materia di fuori, doventi all'improvviso o p e rante e
di operazioni tutte sue proprie. M a in tal modo il sensista tira più là la
questione, e non la risolve; per chè,quando eisarà pervenuto a un dato termine
dellasua dimostrazione, io gli mostrerò com'ei si trovi in opposi zione diretta
ai principj su cui l'ha fondata. Dice:Nego nell'anima qualunque notizia
primitiva e fontale delle idee;e aggiunge:ecco però come nell'anima stessa si
generano quelle idee.L'oggetto esterno fa impressione sui sensi; i sensi per
mezzo dei nervi comunicano le i m pressioni al cervello,e l'uomo acquista
l'idea dell'obbietto sentito. Ma è qui appunto dov’io prego il sensista a
darrestarsi. Poichè, manifestatasi in noi la notizia, che al certo provenne
dall'occasione de'sensi, se la mente si volge a considerarla nella sua
natura,vi riconosce bensì da un lato un referimento esterno all'obbietto onde
spe rimentammo l'efficacia causale,ma d'altro lato vi scuo pre anche una più
intima e segreta relazione cogli atti dello spirito, e coi sommi principj del
vero, obbietto i m mediato della potenza conoscitiva.Tale contradizione che
deriva dal confondere insieme la natura del sentimento e delle cose e la natura
ideale, non potranno mai fug gire i sensisti, se pure essi non vorranno
ammettere la conseguenza più legittima del loro sistema,vo'dire il m a
terialismo; al qual proposito bene osserva Leibniz nei Nuovi Saggi, che coloro
i quali s'immaginano l'anima informa di una tavoletta,o di un pezzo di cera,in
cui nulla sia scritto prima della sensazione, trasferiscono in lei le
condizioni passive e inefficaci della materia. Se consideriamo adunque
attentamente il sistema de gli Stoici,esso ci si presenterà da un lato come un
pan teismo, dall'altro come un dualismo. È un panteismo se guardiamo a ciò che,
secondo Ritter, ne formava il domma fondamentale, all'unità primigenia e finale
delle cose tutte e al concatenamento o consenso delle parti della natura
informata dall'anima universale e divina, ond'era costituita per gli Stoici la
legge del Fato; ma è invece un dualismo,se vi meditiamo la opposizione tra Dio
anima del mondo e il corpo del mondo, tra la materia e la forma, il passivo e
l'attivo, il più e men perfetto nelle esistenze, l'unità assoluta di Dio e la
diversità delle cose,diversità che pur dee terminare una volta rientrando nella
indifferenza primitiva di Dio. La quale opposizione, che ha reso non ben
definito il giudizio di parecchi istorici sulla qualità di questo sistema, io
credo derivasse non tanto da quella medesima incertezza tra la confusione
dell'età orientale ed italo-greca e il nuovo bisogno delle distinzioni
dialettiche, che è pur manifesta nelle dottrine di Platone e d'Aristotile, quanto
dall'avere gli Stoici, più assai de'loro predecessori,esagerata l'in duzione
che dalla notizia dell'uomo litrasportava a quella dell'universo e del divino.
E fu qui dove peggiorarono assai dai sistemi anteriori. Peggiorarono in fisica,
perchè seb bene Platone nel Timeo dimostrasse che l'universo tutto quanto era
animato,e Aristotile, adombrando per via con
trariaildivenirehegeliano,trasformasselamateriaintutte lecose, ambedue
silevaronpiùalto, eoltrequell'universo animato e al di là di quella
materia,l'uno contemplò l'Ar tefice divino, da cui s'irraggiava nelle cose e
nelle anime la luce degli esemplari eterni, e l'altro intravide il fine supremo
desiderato dalla universale natura; peggiora E d ecco circa in quei
medesimi anni, nei quali fioriva Zenone Cizico,e spiegava le sue dottrine
infette di panteismo e di dualismo, apparire la negazione particolare dei
sensisti e degli idealisti con Epicuro e con Arcesilao. E quanto al primo, chi
ben consideri la sua filosofia, vi troverà un nuovo e sempre crescente
pervertimento delle dottrine o anteriori o contemporanee; chè se già era
cattivo indi zio in Zenone e in Crisippo l'imitazione degli Ionj e d'Eraclito,
fu pessimo in Epicuro il ritorno ai sofisti della stessa età italo-greca, e
segnatamente a Democrito. Notammo anche come nonostante la rigidità e l'altezza
della morale stoica,vi si scorgeva chiaro un esame s e m pre più imperfetto e
parziale dellaumana coscienza;ora questo è anche più manifesto negli Epicurei,
i quali non si contentarono come gli Stoici, lasciate da un lato le naturali
tendenze,di porre la virtù e la beatitudine in un sublime disprezzo dei beni
della vita;m a scesero più basso restringendo l'una e l'altra al godimento dei
piaceri del corpo; e riducendo i piaceri dell'animo alla speranza e al ricordo
dei piaceri del senso.Nel che essi secondavano bruttamente l'abbandono sensuale
dei tempi; nè già mi reca maraviglia,in quella età in cui,rotto il freno ad ogni
licenza, si maturava negli ozj voluttuosi la servitù della rono in
logica,stante che se Platone,giunto alla nozione suprema dell'essere,se ne
faceva scala per salire agli universali divini, e Aristotile distinguendo dal
senso l'in telletto, poneva in quest'ultimo l'apprensione dell'uni versale, gli
Stoici non ammettevano che il senso, e dal senso desumevano la necessità della
scienza; peggiora rono finalmente in morale all'osservazione compiuta e
perfetta delle tendenze naturali, qual era nell'Accademia e nel Peripato,
sostituendo un esame sempre più povero e sminuzzato della coscienza morale,onde
il concetto del bene diventò più che umano, e quell'idea solitaria e i m
passibile della virtù parve quasi uno scherno in mezzo alle infinite sventure
deitempi.(CICERONE, De Fin.,IV,V. Ritter,XI,L. 1,2,3,4.) Grecia, quando la
Nuova Commedia svelavaagliocchi delle moltitudini affollate le più seducenti
sembianze del vizio,e ne'ginnasj d’Atene convenivano le meretrici a disputare
co'filosofi,immaginarmi Epicuro che siede dettando nei suoi giardini in mezzo
alle gioje del convito i precetti della morale.Eppure più secoli dopo in una
etànon meno ar rendevole al senso di quella d'Epicuro,e che precedè di poco
quel tuono di uno dei più grandi rivolgimenti eu ropei, v'ebbe chi nelle scuole
de'filosofi difese Epicuro mostrando velato nei suoi precetti morali sotto
l'appa rente arrendersi al senso un rigore più che da stoico; ma quel rigore,
nota bene CICERONE (De Fin.), era un finto stoicismo e una maschera da
saggio,che mal si addiceva sul volto del filosofo gozzovigliante,era una sod
disfazione ch'e’dava,malgradosuo,all'autoritàdelsenso morale e della pubblica
opinione. E poi,se quel sistema mancava d'ogni fondamento scientifico,come
poteva cer care nella necessità dei principj ilpernio della morale?E che tutto
per Epicuro fosse relativo,contingente,fuggitivo, nulla universale,necessario e
assoluto, lo mostra il con cetto ch'e’s'era fatto del giusto,stabilito da lui
come una norma destinata a tutelare la vita del saggio,e che quindi mutava
sostanzialmente a seconda degli interessi civili.Posto così a capo dei precetti
morali il puro sen timento animale,non poteva non derivarne una logica (o,come
Epicuro la chiamava,una Canonica) che peggiorasse il sensismo del Portico e non
movesse un passo oltre la sensazione. Infatti, mentre gli Stoici andavano
almeno fino all'idea che proveniva dalla percezione, e passavano dal soggetto
all'oggetto per l'attinenza di causalità (Vedi CICERONE nel secondo degli
Accademici), Epicuro,lasciata da parte l'idea,riconosceva il criterio del vero
nella sola realtà della sensazione, e negando che dal senziente si desse certo
passaggio all'entità del sentito, lastricava la via all'idealismo degli
accademici e alle dottrine scet tiche d'Enesidemo e di Sesto Empirico. Infine;
negata ogni interiore attività dello spirito, riconosciuta nella sola
opposizione dei resultati sensibili la verità e la falsità della
sensazione,ristretti i fondamenti delle inda gini scientifiche alla pretta
significazione delle parole, a m o 'dei Nominalisti; ecco in due parole la
logica dell’Orto (CICERONE., De Nat. Deor.) Nè a diverso cammino si volgeva la
fisica fondata da Epicuro sull'atomismo meccanico di Democrito. Ora,se ben con
sideriamo, questa dottrina naturale del filosofo di Samo paragonata al
dinamismo stoico è un nuovo perverti mento della ragione scientifica,e più che
con la filosofia del senso si accorda con quella della materia. E di fatto,
laddove gli Stoici che avean molto de'materialisti, pur trascendevano il
fenomeno sensibile,e vi rinvenivano l'intima energia, l'intimo atto che dava
vita e movimento alle cose, gli Epicurei lasciando da un lato la potenza
nascosta, se ne stavano contenti agli effetti, cioè alle trasformazioni
esteriori delle molecole materiali. Quindi la dottrina d'Epicuro intorno agli
atomi, mentre,come nota il Ritter, ha l'apparenza d'essere la confutazione
della sua logica materiale fondando tutta la scienza del mondo su quelle nature
elementari, non accessibili al conoscimento, n'è invece (dico io) la riprova
maggio re, perchè io non veggo in quelli atomi se non un abbaglio di fantasia
che pretende spiegare in modo ar cano i fenomeni più ovvj dell'aggregazione e
della dis gregazione molecolare.(De Fin.,L.I.)Che manchi,come io diceva più
sopra,nelle dottrine del filosofo di Samo qualunque criterio di scienza, si
vede quindi da ciò che in quelle intimamente repugna fra i principj e le con
seguenze. Egli non ammetteva nell'ordine dell' essere niente che non cadesse
sotto l'apprendimento dei sensi; ma poseaprincipiodi tutte lecoseilvuotoimmensoegli
atomi nè sensibili in modo alcuno nè intelligibili. (De Fin..) Credè
immaginando la spontanea diversione degli atomi dalla perpendicolare, sottrarsi
alla inesora bile legge del Fato; m a s'imbattè in un'altra potenza non meno
cieca e inconcepibile, nella potenza del caso. (De N. D.,L. I;De Fato, C. X.)
Finalmente un ultimo indizio di quanto poco conto ei facesse dei veri immor
tali presenti alla coscienza dell'uomo, è che voleva spe gnere per mezzo delle
sue indagini fisiche quel concetto arcano dell'infinito per cui la nostra mente
dalle cause seconde si leva fino alla Causa prima, quell'intimo senso di
stupore e d'ammirazione che destano in noi,le tempeste, ifulmini,le meteore, icieli
sereni,lenottistellate,le so litudini de'mari, voce della natura a cui risponde
dal profondo dell'anima un'altra voce che ci parla di Dio. (LUCREZIO, De
rer.nat., Ritter, Vedianche gli op. di Plutarco tradotti dall'Adriani: Che non
si può vivere lietamente secondo la dottrina di Epicuro;2. Della superstizione.).
Contemporaneo d'Epicuro, e un poco posteriore a Zenone,poneva Arcesilao i
fondamenti dell'idealismo ac cademico. L'incertezza delle notizie intorno alla
sua vita e ai suoi scritti ha dato occasione a purgarlo dall'accusa di filosofo
dubitante,dicendosi ch'e'non negava ilpositivo delle dottrinesocratiche, ma
soloopponevailsuodubbio temperato al dommatismo stoico di Crisippo (Vedi
Gautier de Sibert, Mem. de l'Ac. des Inscrip. et Bell. Lett.,ed Agostino nel
libro Contra Academicos), ci rappresenta questa dottrina come un domma
filosofale, svelato prima nell'insegnamento del l'antica Accademia, e ristretto
poi nel mistero all'appa rire del sensismo stoico, e adombrante l'intimo
significato della filosofia di Platone: due essere i mondi, uno intel ligibile,
l'altro sensibile; quello vero, verosimile questo, perchè fatto a somiglianza
degli archetipi eterni; del primo per via delle idee generarsi nel saggio la
scienza, del secondo una semplice opinione di verosimiglianza. Ma quando io
penso che il vescovo d'Ippona dettava quel libro poco innanzi la sua
conversione, scampato appena dal dubbio della nuova Accademia, e che per
guarire lo scetticismo inveterato del tempo cercava le più riposte armonie
della sapienza antica colle dottrine cristiane, attingendo principalmente a
fonti neoplatoniche; quando ritraggo dalla testimonianza concorde dei più
deglistorici che Arcesilao andò più là di Socrate, dicendo non potersi nè anche
sapere di saper niente, che aprì scuola d'insegnamento pro e contro ogni
opinione, negando in tal modo il vero assoluto e ammettendo soltanto quello
relativo ai principj d'ogni sistema; e che finalmente quel suo idealismo operò
direttamente sul dubbio univer sale degli Empirici; allora son tratto ad
attribuire a un pervertimento delle dottrine Socratiche, e alla efficacia
de’tempi quello che Agostino riferiva al semplice accor gimento d'Arcesilao (CICERONE.,De
Oratore). Socrate opponendo all'orgoglio del sofista la modesta affermazione
del saggio,negava potersi trarre da una cavillosa dialettica l'onnipotenza
della ragione, e dalle dottrine meccaniche degli lonj il conoscimento intimo
delle cose.Platone tenne fermo quel dubbio, temperandolo col conosci te stesso,
e sceso a considerare i più riposti veri dell'umana coscienza, vi riconobbe il
combattimento della ragione coll'appetito, dell'intelletto colla carne, quel
non so che d'immortale e di terreno ch'è in noi, e che lampeggia nelle serene
aspi razioni del vero,del bello e del buono,e s'abbuja nelle tempeste
de’sensi;quindi trasportando quell'intimo co noscimento all'esteriore forma
delle cose,e al giudizio della loro perfezione, ne derivò la dottrina dell'ente
e del non ente, della üln e del cos. E qui (si noti) consisteva essenzialmente
il positivo e il negativo delle dottrine platoniche. Poneva egli, è vero, da un
lato il concetto della scienza nel salire dai particolari agli universali,da
ciò che muta a ciò che non muta, dalla sensazione al l'idea che rappresenta
l'essenza, e il fondamento della sua dialettica stabiliva nel cogliere fra i
molteplici ele menti de'fatti particolari il concetto supremo che tutti li
contiene.Ma d'altra parte mosso dall'idea trascendente della scienza,e dalle
tradizioni delle dottrine panteistiche orientali ed eleatiche, onde germinava
il dualismo, egli faceva del particolare, del mutabile, del sensibile un che
intimamente oscuro,e non soggetto al conoscimento, perchè partecipante della
materia che è l'opposto dell'ente,e alle Matematicheealla Fisica indagatrice de'fattinegònome
di scienza. Si dirà forse ch'e'rimediava a questa dualità riconoscendo
necessaria attinenza tra gliArchetipi divini e le cose, e nella mente
dell'Artefice eterno che le informava della perfezione di quelli, e nella mente
dell'uomo per via della reminiscenza, onde per lui si dava reale pas saggio
dalla opinione al sapere; m a la illazione del dubbio, che scendeva dalle
premesse del suo sistema,non si arrestava, perchè, se a Dio è coeterna la
materia,e l'una è negazione dell'altro, chi mi assicura che fra termini sì
disparati possa darsi attinenza di conoscimento?nè,derivato da Dio
l'intelletto, basta la sola ipotesi ch'egli fingeva della preesistenza degli
animi nostri in una vita anterio re,e un debole legame di verosimiglianza tra
iparadigmi e le cose,'per verificare la certezza di quelle notizie che
civengonodaicontingenti.E perfermo,indebolitacosìdal principio della filosofia
platonica la relazione tra il cono scente e ilconosciuto,non v'era che un passo
a negare o l'uno o l'altro di questi due termini; e il termine intelli gibile
negarono gli Stoici, alle cui innovazioni aveva aperto la via il semi-panteismo
materiale del Peripato, e quella negazione sensistica esagerarono gli Epicurei
col restrin gersi nello studio della materia; restava a trarre l'altra
conseguenza del sistema platonico negando il sensibile, e ciò fece Arcesilao
colla sua dottrina ideale-scettica, scetticismo però non al tutto compiuto,
perchè non n e gava l'entità del vero nelle cose, m a poneva soltanto in dubbio
la loro corrispondenza reale coll'apprensione del l'intelletto. È dunque vero
in parte quel che affermava Agostino che la dottrina della nuova Accademia (o
media che voglia chiamarsi) ebbe la sua ragione d'origine nel fondo del sistema
di Platone,e la sua ragione di svolgi mento nel sensismo contemporaneo di
Crisippo, m a è anche vera l'osservazione del Ritter che quel metodo di dubbio
fu corruzione del metodo socratico, e resultò dall'idea della scienza qual era
nell'antica Accademia,idea troppo trascendente la certezza naturale,e che
togliendo l'atti nenza tra il soggetto e l'oggetto imprigionava il pensiero
nella coscienza solitaria, e al dualismo innestava la Critica della
conoscenza.(Ritter) La quale non ancora matura e compiuta in Arcesilao si
svolse nei successori, perchè,laddove il filosofo Pitano sostenendo la sua tesi
contro i sensisti moveva special mente dalla fallacia de'sensi e dall'oscurità
della materia; Carneade,che gli successe,introdusse in quella tesi maggior
rigore scientifico,quando esaminò ex professo l'entità della relazione inclusa
nel conoscimento, e distinguendo nella percezione sensitiva o rappresentazione
due lati,uno ri feribile all'oggetto, l'altro al soggetto,mostrò XIX secoli
prima del Kant non darsi vera certezza del sapere, per chè il conoscente trae
in propria forma la materia del conosciuto. V'ha egli dunque un nuovo
peggioramento in Carneade? Sì; perchè e'negò fede espressamente alla validità
della ragione, dicendo non potersi dare un crite rio certo pel ritrovamento del
vero, e dovere contentarsi il sapiente della semplice verosimiglianza; onde per
lui l'idealismo accademico si accostò sempre più alla nega zione universale,
che compiendo le dottrine anteriori di Pirrone, ricomparve più tardi;e n'è
prova evidente il pas saggio ch'e'fece dal dubbio sui fatti esteriori al dubbio
sull'entità oggettiva delle idee universali che si specchiano nella coscienza,
manifestato da lui ambasciatore per gli Ateniesi in Roma nel discorso sulla
giustizia,dove to gliendo nota d'universalità e d'assolutezza al concetto del
bene, abbatteva i fondamenti dellamorale (CICERONE, De Rep. Ritter). E il discorso
di Carneade udivano assollatii Romani, nella cui patria splendeva quella gran
scuola paesana dei Giureconsulti dove l'idea della personalità umana,e la n o
zione del dovere e del diritto si desumevano da principj d'immortale necessità,
e dove la natura della legge dovea definirsi più tardi congenita alla natura di
Dio.(V. Cantù, St. Un.Brucker, Degerando, Ritter, Kuehner.Cic.,Tusc.IV, 1,2,3.)
È noto infatti come VICO nel suo l De antiquissima Italorum sapientia indagando
nella storia de’fatti umani iprincipj universali che reggono il sapere,
trovasse vestigj di antichissime e profonde speculazioni ne'linguaggi primitivj
d’Italia; il che,se non prova che presso quei popoli, come ad esem pio i
latini (intesi per lungo tempo e unicamente ai ne gozj civili),fiorisse un vero
e proprio esercizio d'indagini scienziali, mostra però che v'era nel loro
ingegno un'in tima disposizione a filosofare. E questa disposizione d o veva
attuarsi quando ilpensiero latino libero dalle stret tezze presenti, e
sollevato a un ideale più ampio,dal sen timento di nazione si sarebbe volto a
considerare l'umana natura specchiata in sè stesso, e nell'universalità della
storia. Queste erano le preparazioni e le cause del fatto; l'occasione esterna
venne dalla celebre ambasceria di Cri tolao, Carneade e Diogene babilonese. (A.
di R. 585. V. gli autori soprac.) Volgeva intanto a metà ilsecondo se colo
innanzi l'Era volgare,e Roma,vinto Antioco in Asia, distrutta Cartagine,e sottomessa
definitivamente la Grecia colle guerre Macedoniche, e colla memoranda presa di
Corinto,riceveva dai vinti la tradizione delle arti e delle discipline civili
per parteciparle novamente e sott'altra forma all'Europa ed al mondo. Ma quelle
arti e quelle discipline che giungevano d'oltremare non più informate dalla
libera spontaneità dell'ingegno dei padri, educato alla scuola del sentimento
civile e del magistero divino, ma guaste dal dubbio della nuova Accademia,e
infette da signorie corruttrici e da profonda sensualità di costu mi,trovarono
nei Romani dismesso l'abito della severità antica, e omai volgente a rovina
quella repubblica inde bolita dalle mollezze d'Affrica e d’Oriente. Sallustio,
Catil.,C.X.c.f.XI.XIV. Non èquindiamaravigliarechenon ostante i tentativi di
molti ingegni valorosi, dall'unione di due civiltà semispente non nascesse un
grande rinno vamento; chè ogni rinnovamento è possibile quando nelle rovine dei
popoli s'accoglie una favilla immortale di vita, e un impulso efficace li
risospinge ai principj; non possibile allora,in quelli anni ultimi dell'Era
pagana, in cui, ecclissato ogni lume d'antiche tradizioni, spenta la famiglia e
ridotto in pochi lo stato, Europa, Affrica ed Asia precipitavano nella
barbarie. Nè c'inganni quel moto apparentemente efficace di letteratura e di
scienza ma era 3 nifestatosi nelle città greche, e nelle
corti di Pergamo e deiTolomei.Tranne inRoma, dove fino allamorte d'Au gusto
durarono potente incitamento alla libertà degl'in gegni le sembianze,e la
memoria degli ordini repubblicani, nel resto d'Europa nell’Asia e nell'Affrica
le lettere e le scienze doventarono trastullo di principi e di cortigiane, o
sollievo di popoli in gioconda schiavitù sonnecchianti, o (come apparisce da
Filone Ebreo, dalla Kabbala,da Apol lonio Tianeo,Moderato, Nicomaco, Plutarco, Apuleio
ed altri) doventarono contemplazione solitaria di pochi stu diosi, onde alla
spontaneità dell'arte che crea sottentrò l'erudizione ragunatrice dei
commentatori e degli illustra tori, e il panteismo greco -asiatico da cui poi
derivarono gli Alessandrini; e un vero e fecondo avanzamento ebbero soltanto le
scienze matematiche e d'esperienza sostenute dai principi e dalle città
mercantili e dalla agiatezza dei tempi.Ma d'altra parte (ed è un esempio che
s’è rin novato più volte) indietreggiavano ogni giorno più le di scipline
speculative;nè solo (come vedemmo)quanto alla materia,ma altresì quanto alla
forma scientifica dei si stemi;perchè, se è legge connaturata all'umano
intelletto che in quella dirittura necessaria di relazioni, che passa tra il
soggetto esaminato e la riflessione esaminatrice, consista intimamente il
metodo d'una scienza,una volta guasta o distrutta la notizia dei veri
principali, se ne scom piglia l'indirizzo della riflessione, non si ravvisa più
chiara l'integrità della coscienza su cui cade l'esame,e n'è dis fatta la
scienza. Richiamando ora in breve le cose discorse, che mai ci mostra la storia
della filosofia da Socrate a Cicerone? N o n altro che un continuo scadere
della riflessione scientifica da sistemi più ideali e che al sentimento del
divino e del l'immortale accoppiavano il rispetto delle più antiche e v e
nerate tradizioni, ad altri infetti di materialità e dispregia tori d'ogni
magistero divino ed umano;quindi da dottrine che offrono più ampio disegno di
riflessione,e più perfetto ordinamento scienziale,si sdrucciola ad altre che
alla c o m prensione totale della coscienza e delle sue relazioni
fanno seguire un esame monco, spicciolato, minuzioso,eaimetodi positivi e
dogmatici (benchè misti di legittimo esame) im e todi semplicemente negativi e
gl'inquisitivi. Questo è il pen dío naturale del pensiero filosofico in
quell'età,che dalle altezze del disputare platonico ci conduce nelle ruvide a n
gustie di alcuni trattati aristotelici,dagli archetipi eterni, all'anima
informatrice della materia corporea, poi al Dio animante di Zenone e agli aridi
sillogismi di Crisippo per terminare nel materialismo d'Epicuro, e nella
negazione della nuova Accademia; che infine dalla interpretazione sublime della
Mitologia,qual era in Platone, ci guida all'in terpretazione fisica e storica
degli Stoici e d'Evemero. Ma la nuova Accademia di contro alle dottrine
d'Epicuro,se non forse quanto alla materia, era un nuovo peggiora mento quanto
alla forma scientifica, perchè Epicuro rico nosceva almeno molti veri, e
offriva un disegno di pro prie dottrine sulle principali teoriche della scienza;
gli Accademici negavano soltanto, e, tranne poche e sparpagliate affermazioni i
n fisica e d i n moral e, restringevano il soggetto della filosofia al problema
del conoscimento; ora da questo idealismo che solo ammetteva pochi veri par
ticolari, e scioglieva ogni attinenza del conoscimento coi proprj obbietti, non
v'era che un passo alla negazione scientifica d'ogni verità della scienza, e da
questa al d u b bio popolare e grossolano e ai sistemi empirici e positivi che
non sono più scienza. E anche allora fu detto o sot tinteso da uomini
dottissimi che unico criterio del vero era il mancare d'ogni criterio,che la
scienza era ilm e todo,e che unica e naturale forma del pensiero filosofico era
la storia;e da questi abbagli di critica stemperata che sirinnovano anche
oggiinFrancia,inAlemagna einItalia, nacque l'ecclettismo erudito degli Stoici e
de'Peripatetici, e le dottrine empiriche d'Enesidemo e di Sesto,come oggi dagli
eccessi della critica Kanziana pullularono gli Empirici Alemanni, l'Ecclettismo
del Cousin e la Filosofia P o sitiva di Augusto Comte.In quelle condizioni
della filosofia era,com'oggi,indispensabileunariforma,elariforma,come moto
contrario alle cagioni del male, dovea consistere segnatamente nel tornare
ai princip j della coscienza n a turale, abbracciando la universalità dei
suoi veri, e affer mando interoeindivisibileciòchelesetteaffermavano spar
pagliato e diviso.Fu questa l'opera immortale di Cicerone, e a tentarla egli
ebbe occasione e conforto dalle qualità dell'ingegno latino, mosso da antiche
tradizioni e da indole propria allacomprensione delle attinenze scienti fiche,
dallo stato politico e civile di Roma, e dal contrasto ai dubbj che laceravano
la scienza. Di fatto, se era pos sibile una riforma in tanto scadimento di
civiltà e di dot trine, più che altrove ella dovea tentarsi in Italia ed in
Roma, dove le sacre tradizioni primitive s'erano conser vate più schiette per
opera degli affetti di famiglia e d e gli ordinamenti civili; durava ancora
potente l'efficacia della civiltà etrusca ed italica, ed ora dilatato il
dominio romano all'Europa, all’Affrica e a gran parte dell'Asia, vi
correvano,come a centro comune delle genti conosciute, la scienza, la
letteratura, le arti, le industrie, compagne della grandezza, e vi
s'accoglieva, quasi a compire la maestà della gran repubblica dominatrice, lacoscienza
del ge nere umano.Quindi in Roma era più che altrove potente ilsentimento
dell'universale, condizione necessariaal na scere della Filosofia. D'altra
parte,se volgiamo gli occhi alla Grecia,ci si presenta un turbinìo d'opinioni e
di sette a cui non tien dietro la storia; la filosofia era lacerata in sistemi
che ponevano la scienza nel paralogisma, e sempre più tralignanti dagli
istitutori scendevano il pen dío della negazione universale; gli Epicurei e i
Cirenaici, facili secondatori della corruttela dei tempi, ogni giorno più
sprofondavano nell'ateismo e nel senso;i Platonici e iPeripatetici,come
Cratippo, Stasea, AndronicodiRodi, Alessandro Afrodiseo si diedero
all'erudizione, e poichè non sapevano creare nulla di nuovo,rimestarono con cri
tica infeconda le dottrine anteriori; lo stoicismo con P a nezio e con
Possidonio, allontanatosi dall'aridità delle dottrine di Zenone, favorì
l'eloquenza trattando la filoso fia in modo più popolare,e ravvicinandosi alle
altre scuole socratiche; ravvicinamento anche più manifesto in Filone e in
Antioco,contemporanei ambedue e maestri di Cice rone, l'ultimo dei quali segnatamente
intese a conciliare il Portico colla nuova Accademia,e riconobbe la validità
del conoscimento. Infine secondavano da un lato quell'in dirizzo le dottrine
romane qual più qual meno imitatrici delle greche, e perciò prive di u n metodo
proprio e di proprie speculazioni; mentre dall'altro lato (sebbene al quanto
più tardi) si apparecchiava nelle dottrine de'N e o platonici e Neopitagorici
greci un congiungimento tra la sapienza orientale e le scuole socratiche.
Sembrerà forse a qualche lettore che dettando questi cenni sui principali
sistemi antecedenti a M. Tullio, ci siamo allontanati di troppo dai confini di
una semplice introduzione; m a il rimanente di questo discorso farà m a nifesto
che a ben chiarire la natura del filosofo nostro,i suoi intendimenti, le fonti delle
sue opere e il concettoche egli ebbe di riformare e riordinare la scienza, era
neces sario distendersi alquanto intorno alle scuole precedenti e contemporanee
e all'efficacia loro sulle parti della filo sofia. Per fermo allorchè l'oratore
latino, fuggendo nella solitudine di Tuscolo e di Cuma il cospetto degli scelle
rati,poneva mano all'Ortensio, appariva,come ben nota Ritter, una
straordinariapo vertà di speculazioni scientifiche in tutta Europa; poche e
sparpagliate verità rimanevano intatte nei fondamenti del sapere; l'umana
coscienza illuminata una volta dai principj morali, allora in quella rovina
d'ogni umano prin cipio taceva, e al mancare della materia desunta dalla
considerazione dell'animo umano,la forma scienziale, seb bene apparentemente
raffinata, impoveriva ogni giorno. Impoveriva di fatti la logica, venuto meno
colle dottrine di Zenone il vero concetto del principio e dell'atto del
conoscimento, e ridotta da Arcesilao e da Carneade a cogliere solo, sfuggendo
gli universali, le contradizioni particolari dei varj sistemi;il semipanteismo
stoico e dei Platonici posteriori, confondendo sempre più l'ente col non-ente,
il finito coll'infinito, il relativo coll'assoluto, uccideva la fisica e
s'attraversava al buon uso dei m e 37 todi sperimentali; la
morale per ultimo risentiva d'ogni setta,massime della epicurea, le cui ultime
dottrine ve nute in luce nel secolo scorso dai papirj Ercolanesi colle opere di
Filodemo Gadarense, contemporaneo e famigliare di CICERONE, testimoniarono
anche una volta la vacuità e i vaneggiamenti di una scienza decrepita.(Vedi
Hercu lanensium Voluminum quue supersunt. Nap.) Pertanto in quelle condizioni
di civiltà e di dottrine due sole vie rimanevano aperte all'indirizzo del
pensiero speculativo; o un ecclettismo erudito, o un ritorno all'uni versalità
e all'unità della scienza coll'indagine dell'uomo interiore,del senso comune,e
delletradizioniscientifiche e religiose; impresa che, sebbene difficilissima e
degna di sublimi intelletti, non poteva esser sorgente a specula zioni copiose,
mirando più che altro a sceverare il certo dall'incerto, il teorematico dal
problematico, il necessario dal mutabile, il consentito dal disputato. La qual
cosa, mentre è una conferma dei meriti di Cicerone come filo sofo,e della modesta
grandezza della sua dottrina, ci spiega il divario notevole che lo distingue
dai filosofi contem poranei, e la brevità delle speculazioni latine; e di
fatti, se è vero che la storia della filosofia ci offre a quegli anni in Roma
un ecclettismo erudito, testimo nianza imperfetta dell'universale disposizione
degl' inge gni a ritornare sul passato, e a ricostituire la scienza
sull'armonia delle attinenze universali, è anche vero che Cicerone, solo tra i
suoi contemporanei, tentò ridurre l'ec clettismo romano a vera e propria forma
di scienza, imi tatore e seguace di quella scuola dei Giureconsulti, che
desumendo dalle consuetudini e dal gius naturale la santità delle leggi, aveva
aperta la via ad un ritorno della rifles sione filosofica sulla coscienza
morale. Quella sentenza del Segretario fiorentino, che af ferma,doversi
ogni umana istituzione ritirare verso i principj, fa manifesta a chi consideri
il cammino del pensiero e delle opere umane nelle età della storia,una legge di
scadimento e di progresso, di barbarie e di ci viltà, di rovine e di
restaurazioni, che si verificò in ogni tempo, così negli ordini civili,come in
quelli della filo sofia. La ragione di questo fatto m i sembra chiara e nel
l'un caso e nell'altro;è chiara negli ordini civili, iquali, se hanno per
principio e per fine l'adempimento delle necessità umane e la conservazione del
viver sociale,una volta allontanati da quello riescono a contraddire la loro
natura; è chiarissima poi nella scienza, e massime nella filosofia, che
costituita nel proprio essere di scienza pri ma da un ripiegarsi della
riflessione sul pensiero come pensiero,e sulle verità
universali,ricereimmediatamente dalla natura ilproprio soggetto, ipostulatiedilmetodo.
La filosofia dunque,come scienza sovrana che ha imme diatamente innanzi a sè la
ragion di sè stessa, è ripen samento del pensiero naturale e delle sue
leggi,è,in una parola, ripensamento della natura; la qual cosa concessa, sembra
doversi dedurre ch'ella abbia altresì nella natura la possibilità di un
indefinito svolgimento, e la possibilità delle proprie riforme, se pure non
vuol pensarsi che l'ef fetto sia inadeguato alla causa, e la vita dell'animale
e della pianta alla virtù generativa del proprio germe.A chi affermando
diversamente volesse mostrarmi, o che il pensiero non vale a trar fuori dalle
prime notizie, con progresso indefinito di dimostrazione,la scienza, o che la
riflessione del filosofo può introdurvi alcunchè non sup posto antecedentemente
dalla natura, io addurrei per ragione la coscienza, spettacolo sublime dei
fatti interni e dei più ardui problemi sulle verità principali, evidente e
misterioso ad un tempo,dove si acchiude come in ger me la possibilità del
sapere che si svolge ne'secoli, ad durrei per ragione la storia,che ci mostra
d'età in età i più grandi intelletti muovere alla ricerca del vero ignoto
dall'affermazione compiuta della coscienza, deftinirne le più alte questioni
concordemente alle tradizioni più a n tiche, e alla parola del genere umano e
di Dio, e fra i delirj e i vaneggiamenti delle sette conservare e tra mandarsi
l'un l'altro la Filosofia perenne. La testimonianza più lampeggiante di questa
verità ne’secoli pagani sono per certo le due riformedi Socrate e di CICERONE
(si veda); entrambi trovarono la filosofia perduta in dubbiezze infinite;
entrambi la rilevarono con uno sforzo supremo tornandola alla coscienza;
l'Ateniese divino in gegno, e iniziatore fecondo di un moto speculativo che non
è ancora cessato; più modesto intelletto ilRomano, ma non meno benemerito della
buona filosofia,per avere tentato, solo, in un popolo nuovo fino allora a ogni
eser cizio di speculazione e nell'universale scadimento della civiltà e della
scienza, ciò che il Maestro avea potuto compireincondizionimeno
avversedelsapereedeipub blici costumi. Per convincerci di ciò,basta paragonare
la Grecia dei tempi di Socrate con Roma dei tempi di CICERONE. E nel vero quel
principio di corruzione e di sfi nimento che il paganesimo già da lungo tempo
recava in sè stesso, s'era mostrato segnatamente in Grecia sin dal
D'altra parte i tempi in cui Cicerone, nato in ARPINO di famiglia provinciale il
terzo giorno di gennajo -- coss. C. Atilio Serrano, e Q. Servilio Cepione),
venne a Roma per apprendervi l'esercizio dell'eloquenza, che gli e via alle
cause del foro e al pubblico arringo, sono tempi di più profondi rivolgimenti
civili, conseguenza delle due grandi questioni che da lunghi anni empivano la
storia romana, la prevalenza degl’OTTIMATI sopra la plebe, la prevalenza di
Roma sopra il resto di Italia e del mondo. Cantù, St. Univ. Già sin da quando
tonò la prima volta nel foro la potente parola de’ Gracchi, un moto profondo in
favore delle franchigie popolari e dei diritti di cittadinanza romana s'e venne
propagando in Roma e nel rimanente d'Italia, e quel moto crebbe cogli anni, e
coll'ampliarsi della potenza repubblicana, e ruppe finalmente nelle dissensioni
civili di Mario e di Silla, e nella guerra sociale. Cominciarono allora
que'tempi pieni di sedizioni, di esilj e di sangue, ne'quali la libertà,
mantenutasi per tanti anni incorrotta, fu solo istrumento dell'ambizione di
pochi, e la gloria militare, guarentigia d'indipendenza, venne adoperata a
sovvertire le leggi; non più libera nel fôro la parola degli oratori,non più
inviolata la persona e le sostanze d'un cittadino romano, dispersa la pubblica
ricchezza, venduti a chi più li pagava i consolati e le
amministra l'entrare della guerra del Peloponneso; poichè pessimo segno del
decadimento di un popolo è sempre il succedere delle interne gare alle lotte
d'independenza; ma il vivo agitarsi della gente greca, calda ancora di gioventù
vi gorosa,ne'commerci,nelle riforme civili,ne'viaggi,nel l'agricoltura, nelle
arti, manteneva allora negli ordini materiali e politici qualche seme di bene,e
negli ordini in tellettuali volgeva le menti allo studio amoroso del vero
l'efficacia della filosofia italica, che avea recato dal l'Oriente gran parte
delle tradizioni primitive, la fantasia greca, intesa a rendere l'animo interno
nelle manifesta zioni dell'arte plastica, e infine una gagliarda educazione del
pensiero nella dialettica de sofisti. zioni delle province,
interrotti i giudizj, annullati i d e creti del senato e del popolo; così
passarono i settanta anni precedenti al regno d'Augusto, finchè l'abuso della
libertà messe capo ad un governo assoluto.Causa di tanta rovina fu per fermo la
crescente corruzione d'ogni principio morale, chè una libertà partorita dal
sangue di tanti uo mini grandi, e da secoli di virtù, non si perde senza
crollare i fondamenti dell'edifizio civile; e qual fosse a quel tempo la
pubblica moralità in Roma,ce lo dice Sal lustio complice e accusatore dei
delitti narrati. Sall., Catil. Quellacorruzione,profondanegli ordini civili,
non appariva minore negli ordini dell'intel ligenza; innanzi tutto perchè, il
progresso intellettivo di un popolo non andando mai scompagnato dal suo pro
gresso morale,e la scienza essendo un che vivo, affet tuoso, e supremamente
civile, l'armonia del sapere col l'armonia della vita è legge innegabile nella
storia delle nazioni; e secondariamente perchè la scienza era stata sino a quel
tempo più spesso istrumento di dominio in mano degl’OTTIMATI che manifestazione
della coscienza e dell'indole latina. Scendono da questi fatti due
considerazioni impor tanti sul nostro filosofo. Prima che, mentre (come nota
più d'uno storico) la letteratura e la filosofia fu colti vata in Roma dai
principali uomini di stato come arte di governo, Cicerone mostrò co’suoi
scritti ch'e'fece della scienza e della cultura, non già un istrumento per domi
narela repubblica e salire agli onori, ma,uomo dipace qual era,e conservatore
degli ordini civili che avean for mata la gloria degli avi, studiò la scienza
del vero l'arte del bello per contrapporla alla corruttela de tempi, e
all'oscurarsi d'ogni principio morale. La seconda con siderazione è che Tullio
s'oppose segnatamente, e con maggior vigore che a qualunque altra,alla dottrina
degli Epicurei.Ora,se consideriamo che l'epicurea era quella fra le scuole
contemporanee che avea posto più profonde radici in Roma,e che mentre ciò era
al certo l'effetto della civile corruzione, ne doventava poi alla sua volta. M
a qui c'imbattiamo subito in una questione importante. Cicerone e egli soltanto
condotto a filosofare da cause straordinarie ed esteriori? quando si pose a
scrivere aveva egli profondamente meditato sui più ardui problemi della vita e
dell'animo umano? possedeva quell'ampiezza e universalità di studj speculativi
necessaria per indirizzarlo nella via della scienza? Parecchi critici tra i
quali Ritter, Degerando, e Bernhardy lo hanno negato, e affermarono non potersi
chiamare “filosofo” vero esso che studia la filosofia come semplice istrumento
dell'arte di persuadere. Sembra altresì che una simile domanda gli e stata
fatta da taluni fra i contemporanei, quandoudiamo lui stesso, il testimone più
autorevole nella storia della sua vita, re plicare espressamente dicendo: io nè
cominciai tutto a un tratto a filosofare, nè da’primi anni della mia vita
consumai in questo studio mediocre opera e cura,e allora, quando meno parera,
io era maggiormente intento a filosofare -- De Nat. Deor. -- parole che
potrebbero forse sembrare dettate da soverchio amore di sè stesso, se i primiindizj
che ci rimangono de'suoi studj, e le opere antecedenti alle filosofiche non
mostrassero assai che il suo ingegno sivolse'sui principj, sui metodi e sui più
ardui problemi della scienza prima. Della qual cosa uno fra gl'indizj più certi
si è l'ain piezza e la comprensione ch'e'diede a'primi suoi studj, indizio
notevole per chi ricordi il disprezzo che i più fra i romani contemporanei
affettavano verso la filosofia relativistica di Carneade. Ma in Cicerone apparisce
un sentimento vivo, e quasi direi religioso, dell'unità della scienza; poeta
elegante e vigoroso, poi traduttore di cose filosofiche, udiva i più eccellenti
m a e stri d'ogni filosofia, studia con Q. Mucio Scevola il giure, coi più
autoreroli cittadini la scienza delle cose una causa, vedreino essere
immenso il beneficio che il grande uomo recò alla sua patria, più ancora che
come riformatore filosofo, come riformatore civile. civili, la
declamazione con Esopo e con Roscio, ed ebbe a maestri di rettorica Molone
Rodio, e Demetrio di Siria. Cic. Bruto, Forsyth, The life of CICERONE, London. Nutrito
l'ingegno con tanta larghezza di cognizioni, appena si fece avanti nel foro,si
accorse,com'egli stesso ci dice (Brut. 93,e pro Archia, V I), ch e a costituire
il perfetto oratore non e su f ficientela destrezzaelacopiadella parola, ma
bisognava che la materia scientifica desse pienezza e fondamento alla forma
dell'arte; quindi ei considerò sin d'allora la filosofiainunmodo involuto e comprensivo
come una scienza che abbracciava le regole della vita,dell'arte oratoria,del
diritto, d'ogni disciplina umana e divina, philosophiam matrem omnium
benefactorum benequedictorum (Brut.93); omnis rerum optimarum cognitio,atque in
iis exercitatio philosophia nominatur (De Orat.); concetto univer sale, che
apparisce in uno fra i primi suoi- scritti, nel de Inventione, dove parla delle
virtù secondo le dottrine platoniche, e introduce l'eloquenza fondatrice delle
città e del consorzio civile. Un tal concetto che certo doveva poi chiarirsi
cogli anni, e uscirne un disegno più specifi cato di dottrine morali e
speculative, mostra che il suo amore per la filosofia si accrebbe col suo
progresso nel l'eloquenza, talchè in lui (come osserva Ritter) l'oratore
preparò lo scrittore in filosofia, ed anzi leggendo attentamente il De oratore,
il Brutus e l'Orator vi senti spirare da cima a fondo un alito di speculazione
di scienza.Il dialogo De oratore è finto a imitazione del Fedro, e la tesi
sostenuta dei disputanti appartiene intimamente alla filosofia, poichè trattasi
ivi di sta bilire se l'eloquenza sia una dottrina universale od un'arte, s'
ella debba restringersi al puro esercizio del la parola, o allargarsi alla
scienza delle cose divine ed umane. E qui v'è contrapposto deliberatamente
nelle stesse persone dei disputanti il concetto più ampio e più universale,e
per conseguenza più filosofico,che CICERONE (si veda) avea del sapere, al
concetto parziale e negativo de'suoi contemporanei; Crasso infatti, che
rappresenta l'opinione dell'Autore, movendo dal principio che una sola è
la sintesi delle materie scientifiche,e che su tutte può e deve cadere
l'esercizio dell'eloquenza,reputa ne cessario al perfetto oratore quasi tutto
lo scibile umano, e conferma questa sentenza coll'autorità degli antichi presso
i quali l'arte del pensare e del dire erano state sino ai tempi di Socrate
indivisibilmente congiunte. Lo stesso argomento è trattato nell'altra opera
Orator, dov'egli cercò pure l'ideale dell'oratore perfetto assumendo a
principio le idee archetipe di Platone; talchè l'armonia della scienza colla
vita, dell'una e dell'altra colla letteratura e coll'arte,l'accordo della
materia scien tifica colla forma oratoria, e della ragione col gusto,
costituisce nei libri rettorici di Cicerone una vera e pro pria unità di
concetto. Considerando questo principio universale,a cui il filo sofo latino
rannodava le discipline letterarie,e l'alto sen timento ch'egli ebbe dell'arte,
io sempre meglio mi per suado che la vita d'oratore e di politico fu per lui un
apparecchio necessario agli scritti speculativi. Più tardi, allorchèla libertà venne
in mano degli scellerati, e il gran cittadino si astenne volontariamente
dall'esercizio della pubblica vita,tornò agli studj non mai interrotti dalla
giovanezza, cercandovi la pace che gli negava l'animo addolorato per le
sventure civili,una nuova occasione ad esercitarvi l'eloquenza muta nel senato
e nel fôro, un mezzo per confortare a virtù le fiacche generazioni, e
arricchire la letteratura della sua patria di questa nuova gloria, sino a quel
tempo non partecipata coi Greci (Tusc., De divin., De off., Ad fam.). Chi
considerasse partitamente un solo di questi fini, senza comprenderli tutti
nell'unità della mente e dell'animo dello scrittore, mostrerebbe di non averlo
compreso; a lui l'inclinazione oratoria e l'amor nazionale porgevano il
pensiero di un nuovo accordo della scienza coll'arte nelle opere di filo sofia,
onde si aprisse questo nuovo campo intentato agli ingegni latini; i mali e le
necessità del suo tempo gli consigliavano le dottrine morali e civili come
riforma dei costumi corrotti, e dall'intendimento letterario,nazionale e morale
insieme congiunti e contemperati uscì per l'ef ficacia dell'ingegno,degli studj
anteriori, e della riflessione psicologica, la riforma speculativa. La quale
armonia di cause determinanti e di fini fra l'animo dello scrittore ed i tempi,
è notevole in Cicerone; perchè vi si fonda quella unione socratica tra il vero
ed il buono, onde la filosofia di lui, come quella d'ogni socratico, tanto più
è affermativa e solenne,quanto più gli argomenti metafisici hanno attinenza
colle ragioni morali, nè ciò per quello che oggi si chiama senso pratico, e che
si crede diviso dalla ragione speculativa, m a perchè appunto la ragione prima
del conoscimento si riconosce identica colla legge dell'operare. Se tali erano
i fini, con cui si accinse a filosofare, tra l'indole positiva e morale delle
sue dottrine, e il loro cri terio speculativo non v'ha per fermo alcuna
contradizione, chè anzi quella contradizione apparente,che Ritter e Bernhardy
han creduto di rinvenirvi, si dilegua tosto quando raccogliamo dalla piena
lettura delle opere filo sofiche un'idea complessiva del concetto della
filosofia, e seguendo le varie definizioni ch'egli ne diede,perveniamo fino al
punto in cui concepisce chiaro l'ordine scienziale. Il primo e più
notevole concetto ch'egli ebbe della filosofia, considerata come vera dottrina,
si è di una scienza moderatrice delle azioni e istitutrice della vita: vitæ
philosophia dux, virtutis indagatrix, expultrixque vitiorum; animi medicina
philosophia; a questo propo sito il conosci te stesso di Socrate ei lo prendeva
in un senso puramente morale, senso che apparisce più volte nella Repubblica,e
nelle Leggi, e nelle Tusculane, dove si agitano questioni relative alla vita e
ai costumi,e per quanto abbiamo da chiari indizj appariva pure nell’Orten
sio,opera perduta,dov'ei tesseva l'elogio della filosofia rac comandandola allo
studio dei concittadini come dottrina su premamente morale e civile. (V.Hort., fram.,e
specialmente il fram. 21, L. I. ed. di Lipsia) Ora siffatto concetto
involgeva di necessità un criterio scientifico; innanzi tutto perchè chi medita
l'ordinarsi d'una dottrina scienziale, qualunque ella sia,ad un eser cizio
d'operazioni, si suppone averne penetrato l'intima essenza in cui quel
principio regolatore risiede; e poi perchè il vero relative alla vita,sebbene
manifestoin noi pel sentimento morale, s'attiene alle parti più vive e più
affettuose dell'essere umano,ond’è mossa la rifles sione a ripensare da sè
stessa e con proprj principj l'ordine speculativo delle conoscenze. Pervenuto a
tal punto il filosofo, non ha da fare che un passo per racco gliersi nella
coscienza morale, e quindi trar fuori con metodo ascensivo e discensivo
d'induzione e di deduzione tutto quanto il disegno dell'edifizio scientifico;
la qual cosa apparisce a chi prenda ad esaminare in Cicerone l'ordinamento
logico degli scritti morali. Dove si scorge com'egli procedendo di passo in
passo nell'induzione, dall'idea morale di legge e di diritto, che lampeggiava
nella coscienza d'ogni cit tadino di Roma,si levò a concepire un ordinamento di
relazioni e di gradi dagli esseri inferiori a'supremi; re lazioni che
intercedevano tra Dio e l'uomo per l'eccel lenza della ragione, tra uomo ed
uomo per somiglianza di natura intellettuale e socievole; e quindi usciva una
specie d'equazione ideale tra Dio e le creature, tra gli enti ragionevoli, e i
non dotati di ragione, per la reci procanza dei doveri e dei dritti;e vi
s'acchiudevano in germe Teologia naturale, e Antropologia, Cosmologia e
Filosofia del buono. Questo largo disegno di veri morali fu il principio da cui
Tullio moveva nella via della scienza, e lo mostrano i libri politici e civili
antecedenti in ordine di tempo alle altre opere speculative. 3. Ora
soffermiamoci un poco.Mostrato così per suc cinto quale idea egli avesse della
Scienza prima e dei suoi principj, domandiamo che cosa debba pensarsi sul
dubbio accademico quasi universalmente a lui attribuito. La questione su tal
soggetto,disputata a lungo dai critici e storici della Filosofia,
durante il secolo scorso,mentre gl'ingegni si dividevano incerti tra l'amore
dell'antico e la curiosità del nuovo,e l'Enciclopedia affermava dogma ticamente
le sue negazioni, mosse ne'più de'casi dal pre supposto che Cicerone,come
seguace della Nuova Acca demia, ponesse il dubbio universale a fondamento di scienza.
Così opinò Bayle,e,sebbene alquanto meno risoluti,lo affermarono Brucker, Degerando
e Bernhardy. Per combattere una siffatta obbiezione non rimanevano alla critica
che due sole vie; o negare di pianta lo scettici smo della Seconda Accademia, o
rifacendosi da un nuovo e più accurato esame delle dottrine di Tullio, cercare
quale e quanta efficacia vi esercitasse quel dubbio, o come metodo
semplicemente,o come principio fondamen tale ed interno. La prima di queste vie
fu seguita dal sig.Gautier de Sibert in una memoria scritta da lui sui Nuovi
Accademici,la seconda da Raffaele Kuehner.Ma il critico francese,sebbene
dottissimo,quando volle mostrare che la Nuova Accademia non negava la
possibilità della scienza, contraddisse alla storia, nè rispose al quesito del
come conciliare la certezza dei libri morali di Tullio col dubbio quasi
assoluto d'Arcesilao e di Carneade. L’alemanno mostra invece con maggior verità
come il filo sofo nostro, seguace della Nuova Accademia quanto al metodo
inquisitivo dei veri particolari,ne temperasse per altro il dubbio
ravvicinandolo alle fonti socratiche. Ma ilKuehner,cheraccolseconstudioletestimonianze
fatte da Tullio ne'più de'proemj sulla bontà e la modera zione del suo
metodo,non ha considerato abbastanza nei libri morali come a quel precetto
apparentemente negativo dinon cercare che il probabile,edirattenerel'assenso,con
trapponga sempre, ad esempiodiSocrate,l'altrosuprema mente affermativo del
conosci te stesso.Nè il tornare che egli fa tante volte a raccomandare ilfamoso
placito del savio ateniese, si prenda come artifizio rettorico,o come vano e
miserabile ossequio alle tradizioni. L'esame più diligente e spregiudicato
delle sue opere (io lo affermo sin d'ora) mostra che il dubbio universale e
sistematico, il dubbio di Carneade,del Cartesio e del Kant,non antecedeva
nella mente dell'oratore-filosofo allo stato di scienza. Egli,prima
d'esserefilosofo,come uomo,come romanogiàsisentiva e si riconosceva nel vero;e
quel vero,a cui l'animo spon taneamente piegava sin da'primi anni per
inconsapevole virtù di natura,l'intelletto glielo mostrava più tardi adu nato,
e come raccolto nell'evidenza interiore; evidenza non solitaria, non priva
d'oggettività,non fenomeno puro, quasi paesaggi riflessi sulla tela da magico
apparecchio dilenti,ma uno spettacolo interno,a cuirispondevano. tre grandi
attinenze dell'uomo con sè stesso,coll'universo e con Dio; un'armonia d'enti
che la scienza dovea tras formare in armonia di principj. “Nam quum animus
cognitis perceptisque virtutibus, a corporis obsequio indulgentiaque
discesserit, volupta sed Delphico deo tribueretur. Nam
quiseipsenorit,primum. A questo proposito ci giova riferire le sue parole tolte
da un luogo eloquente del dialogo delle Leggi, dove egli stesso in propria
persona descrive il concetto ed il metodo della scienza prima. Ita fit (così il
testo latino, che io trascrivo per maggiore esattezza secondo l'ediz. di Lipsia
riveduta da Klotz) ut mater omnium bonarum rerum sit sapientia, a cujus amore
Græco verbo “philosophia” nomen invenit, qua nihil a dîs immortalibus uberius,
nihil florentius, nihil præstabilius hominum vitæ datum est. Hæc enim una nos
quum ceteras res omnes tum quod est difficil limum docuitutnosmet
ipsosnosceremus:cujuspræcepti tanta vis et tanta sententia est,ut ea non homini
cuipiam, aliquid se habere sentiet divinum ingeniumque in se suum sicut
simulacrum aliquod dedicatum putabit, tantoque munere deorum semper dignum
aliquid et faciet et sentiet, et,quum se ipse perspexerit totumque
temptârit,intelliget quem ad modum a natura subornatus in vitam venerit
quantaque instrumenta habeat ad obtinendam adipiscen damque sapientiam, quoniam
principiorerumomnium quasi adumbratas intelligentias animo ac mente conceperit,
quibus illustratis sapientia duce bonum virum et ob eam ipsam causam cernat se
beatum fore temque sicut labem aliquam dedecoris oppresserit, omnem que mortis
dolorisque timorem effugerit, societatemque caritatis coierit cum suis,
omnesque natura coniunctos suos duxerit, cultumque deorum et puram religionem
su sceperit, et exacuerit illam,ut oculorum,sic ingenii aciem ad bona eligenda
et reiicienda contraria, quæ virtus ex providendo est appellata prudentia, quid
eo dici aut cogitari poterit beatius?Idemque quum cælum,terras,maria rerumque
omnium naturam perspexerit eaque unde ge nerata,quo recurrant,quando,quo modo
obitura,quid in his mortale et caducum,quid divinum æternumque sit viderit,
ipsumque ea moderantem et regentem paene prehenderit seseque non unius
circumdatum mænibus loci, sed civem totius mundi quasi unius urbis agnoverit, in
hac ille magnificentia rerum atque in hoc conspectu et cogni tionenaturæ, diimmortales,
quam seipsenoscet!quod Apollo præcepit Pythius, quam contemnet, quam despi
ciet, quam pro nihilo putabit ea,quæ vulgo ducuntur amplissima! » Atque hæc
omnia quasi sæpimento aliquo vallabit disserendi ratione, veri et falsi
iudicandi scientia et arte quadam intelligendi quid quamque rem sequatur et
quid sit cuique contrarium. Quumque se ad civilem societatem natum senserit,
non solum illa subtili disputatione sibi utendum putabit, sed etiam fusa latius
perpetua oratione, qua regat populos, qua stabiliat leges, qua castiget i m
probos, qua tueatur bonos, qua laudet claros viros, qua præcepta salutis et
laudis apte ad persuadendum edat suis civibus,qua hortari ad decus,revocare a
flagitio, con solari possit adflictos factaque et consulta fortium et sa
pientium cum improborum ignominia sempiternis monu mentis prodere. Quae cum tot res tantæque sint,
quæ inesse in homine perspiciantur ab iis, qui se ipsi velint nosse, earum
parens est educatrixque sapientia. De
Leg. Qui s'espone a dettatura del nostro filosofo il suo metodo
dell'osservazione interiore induttivo e deduttivo, quale uscì dalle dottrine di
Socrate e di Platone, e si continuò, accolto dal Cristianesimo, lungo le
scuole m i gliori dell'universale Filosofia. Vi si distinguono tre cose: lo ciò
che antecede; 2o ciò che accompagna; 3o ciò che sussegue alla scienza. Lo stato
che antecede la scienza non è il dubbio, m a un riconoscimento pratico e
speculativo dell'ordine universale.L'uomo ha innanzi tutto un sentimento ar
cano della sua somiglianza con l'Essere infinitamente perfetto; e quel
sentimento della dignità umana, e quel l'aspirazione all'immutabile e
all'assoluto in cui vero e buono sono congiunti, e la ragione procede da uno
stesso fonte identica colla legge morale, risveglia in lui l'evidenza intima de
principj speculativi, ond’e’si leva alla cognizione di sè stesso e di Dio,
capisce pei mezzi l'eccellenza del fine a cui nacque, e costituendo in ar monia
pensiero e volere,premette la riforma morale di sè stesso alla riforma
speculativa.Due condizioni del sog. getto rendono possibile in lui la contempla
zione dell'og getto che è scienza:prima la retta disposizione dell'animo
purificato spiritualmente dalla morale, l'istinto sociale educato dalla vita
civile, l'istinto religioso santificato e nutrito dal culto; in secondo luogo
rende possibile la scienza la capacità delle potenze conoscitive, che non sa
rebbero potenze ordinate alla notizia del vero,se un che di determinato e d'efficace,
se una verità prima non le costituisse tali nell'essere loro;ma è prima
necessaria la retta disposizione dell'animo,perchè ilpensiero avvalorato
dalcuore (animo acmente) ravvisi nell'intellezione prima (adumbrata
intelligentia), un po'confusa e indeterminata, le notizie riflesse. Ciò posto,
si procede allo stato di scienza,e il filo sofo movendo dall'esperienza
interiore, col soccorso della Dialettica dottrina delle conseguenze e
conciliatrice dei contrarj, levasi alle ragioni supreme dell'essere, del co
noscere e del fare,si forma i concetti d'origine e di fine, di contingente e di
necessario, di temporaneo e di eterno, che gli sono via a discendere di nuovo
alla notizia di sè stesso e del mondo, notizia comprensiva ed universale che lo
palesa inferiore soltanto a Dio, eguale ai suoi simili, e cittadino
dell'universo. 3. Dall'ordine universale della Scienza prima discen dono due
dottrine applicate, e strette in vincoli di co munanza fra di loro: la
eloquenza civile e l'arte dello stato. Tali erano per CICERONE i fondamenti, ed
il metodo della scienza. Ora ecco, secondo che riassume un istorico recente
della Filosofia, quali erano isuoi criterj: « Nella coscienza di noi stessi
Cicerone, come Socrate,più di So crate forse perchè romano,sentiva
l'universalità del vero, distinta dalle opinioni particolari,e l'amore che
tende al vero, e l'essere nostro sociale e religioso, relazioni uni versali
anch'esse; e però egli inculcava sempre di fermar l'occhio in ciò ch'è proprio
dell'uomo,ossia nella retta ragione (De off); e contro gli Epicurei fa valere
gli affetti più generosi dell'animo (ivi, e negli Acc.e ne'Tuscul.e
quasipertutto);echiama insoste gno il senso comune e le tradizioni umane e
divine. Così ne' libri Tuscolani adopera l'autorità del senso comune a
dimostrare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima umana,e dice ne' Paradossi
contro gli Stoici: « Noi più adoperiamo quella filosofia che partorisce copia
di dire, e dove si dicono cose non molto discordi dal pen sardellagente.» (Proem.)
E nelleseguentiparolede' Tu scolani si vede com’ei raccogliesse,di mezzo alle
opinioni varie,le tradizioni universali de'filosofi e le divine;« Inol
tre,d'ottime autorità intorno a tal sentenza (cioè l'im mortalità dell'anima)
possiamo far uso; il che in tutte le questioni e dee e suole valere moltissimo
(in omnibus, caussis et debet et solet valere plurimum ); e prima, di tutta
l'antichità (omni antiquitate); la quale quanto più era presso all'origine
divina (ab ortu et divina progenie ) tanto più forse discerneva la verità.» (Tusc.,I,12).E
tra'filosofi, ch'egli cita,preferisce appunto Ferecide,come antico,antiquus
sane;e indine conferma l'autorità con quella di Pitagora e de'Pitagorici;il
nome de quali, egli dice, ebbe per tanti secoli tanta virtù che niun
altro paresse dotto. E dice più oltre che, secondo Pla tone,la
filosofia fu un dono,ma quanto a sè,una inven zione degli dèi: « Philosophia
vero omnium mater artium, quid est aliud,nisi, ut Plato ait,donum, ut ego,
inventio deorum? » Nel che s'accenna il principio divino della Sapienza e della
tradizione.(Conti, St. della Filo sofia) Se per ciò che risguarda i principj e
i fondamenti della filosofia egli mosse direttamente da Socrate affer mando la
chiarezza naturale del soggetto scientifico,e l'efficacia della conoscenza,
quanto poi al metodo più propriamente detto, indagatore dei veri particolari,
fu se guace, o come ci dice egli stesso,restauratore della Nuova Accademia
(deserte discipline et iam pridem relicte ), restaurazione che, a mio parere,
può e debbe chiamarsi una vera riforma; perchè l'idealismo d'Arcesilao e di
Carneade tralignava nel dubbio, e, piuttosto che all'An tica Accademia, si
ricongiunse agli scettici dell'età italo greca e a Pirrone; m a Tullio
attingendo alle fonti socra tiche si riscontrò nelle tradizioni genuine della
sua scuola. Questo fatto s'è rinnovato in Italia nel secolo XVII, quando
Galilei tornando al vero metodo aristote lico dell'induzione, restaurava la
filosofia naturale; più peripatetico in ciò, come egli stesso scriveva al
Liceti,di tutti i peripatetici de'tempi suoi. Riassumendo il tutto in
poche parole, Cicerone attri buiva alla filosofia universalità di fini, di
principj e di metodo, e tutto ciò comprendeva,come Socrate,nel senso
generalissimo della voce sapienza, talchè dopo averla descritta ne'libri
oratorj come un semplice esercizio di raziocinio, e in alcune opere morali come
una dottrina puramente pratica e positiva,ne'Tuscolani e nel secondo libro
degli Officj la chiamò con significato più largo: scienza delle cose divine ed
umane e delle loro cagioni. Suolsi affermare comunemente dai critici e dai
filosofi che CICERONE (si veda) diè prova di scarso ingegno speculativo non
componendo le sparse verità in un sistema ordinato. La quale accusa vuol bene
determinarsi; perchè,se con essa si nega che Cicerone aggiungesse
copiose speculazioni alla materia delle dottrine contemporanee, e che
componesse le verità antecedentemente trattate dalle scuole socrati che in un
compiuto e perfetto sistema, ha ragione la critica, m a la critica ha torto,se
vuol negare che a Cicerone mancasse qualunque disegno di scienza, o un proprio
cri terio per l'ordinamento formale delle dottrine. L'affermar ciò, rispetto a
Cicerone, importerebbe nel vero affermarlo pure di Socrate,e d'ogni altro
riformatore; chè il sistema della filosofia di Tullio (se così vuolsi
chiamarlo), come quello di Socrate, non è ordinato secondo un disegno po sitivo
corrispondente all'ordine del soggetto ripensato dalla coscienza, ma si svolge
nella stessa opposizione alle sette, e in quella opposizione egli scuopre il
concetto della scienza,e il metodo,e i criterj che gli son guida,indizio
manifesto che,mentre da un lato egli demoliva le dot trine sofistiche dei
contemporanei, edificava dall'altro sui fondamenti incrollabili della coscienza
umana. Ora si avverta come il considerare in tal modo questa temperata
efficacia della speculazione di Tullio, che ri pensa e rifà le dottrine degli
altri con un proprio criterio positivo di paragone e di scelta,in contrapposto
alla pas sività negativa dell'eclettico erudito che ricopia quelle dottrine e
le raguna nella memoria, anzichè comporle nella riflessione; è metodo forse non
seguito fin qui dai prin cipali critici di Cicerone,e tale che potrebbe
condurre a meglio comprenderlo e giudicarlo col chiarire molte que stioni, tra
le quali non ultima quella sull'uso ch'egli fece dell'autorità quanto ai fonti
delle sue dottrine,trattata a lungo in Germania, e sì bene dal Kuehner nel
capitolo quinto, parte seconda della Dissertazione citata. E tale è il metodo
che noi abbiam preso a seguire, ond'escono alcune conseguenze e regole pel
nostro esame. In primo luogo, poichè solo per nostro avviso, il contrapporre
Tullio a'suoi contemporanei può dimostrare quanta altezza d'ingegno e potenza
d'analisi gli abbisognasse per isceverare dalla confusione de'sistemi le verità
principali, chiarirle e ordinarle in forma di scienza, terremo
l'uso d'esporre ogni volta le principali opposizioni de' sistemi, e poi
qual giudizio ne recasse il filosofo latino. In secondo luogo avremo questo a
principio di critica, notato da altri, che, poichè le opere di Cicerone sono
per la m a s sima parte dispute scritte, e, come tali, ritraggono nei varj
personaggj il conflitto delle opinioni, e le nature differenti
degl'interlocutori, convien distinguere con ogni diligenza quando egli
riferisce la propria, e quando l'opi nione degli altri, quando egli stesso
prende parte al dia logo, o si tien fuori, quando tratta ex professo una m a
teria,oquandosoltantol'accenna (V.Degerando, Brucker, Kuehner, Middleton.)
Finalmente si consideri bene che l'ordine di questo ragionamento mostrerà come
una pro gressiva verificazione dei principj supremi nella mente di Tullio, a
misura ch'egli passa dalla filosofia fisica alla logica, e poi alla morale; ed
è perciò che qualche argo mento interrotto in una parte delle dottrine, verrà
ab bandonato e poi ripreso in un'altra, quand'egli,conside randolo sotto un
aspetto diverso, sempre più lo verifica, e sempre più lo chiarisce. Le fonti da
cui trarre le dottrine di Cicerone, sono principalmente i suoi libri di
filosofia, che ci pervennero la maggior parte, se n'eccettui le traduzioni
Oeconomica Xenophontis,Protagoras ex Platone, Timæus de Universo (trad., come
app. dal proem., dopo gl’Accademici; i libri vriginali, Hortensius de
philosophia,Consolatio de luctu minuendo (scritta poco prima dei Tuscolani), De
Gloria, Commentarius de virtutibus,Cato,sivelausM. Catonis, Deiure civili in
urtem redigendo; de'più fra'quali rimangono frammenti. Gli altri, non interi
tutti, e che in ordine di tempo si distribuiscono cosi: De republica, De
legibus(composti dopo il De republica), Paradoxa,Academicorum (ne fece due
edizioni dette Acad. priorum in 2 libri, e posteriorum,in 4 libri;della prima
c'è rimasto il secondo libro, della seconda il primo; anno 709), De finibus
bonorum et malorum; Tusculanarum disputationum (compiti avanti la morte di
Cesare), De natura Deorum, De Divinatione, De fato, De officiis, Cato major de
senectute, Lelius de amicitia (scritto dopo il Catone maggiore av.gliOfficj); furono
variamente distinti dai critici secondo la loro materia e la forma. Ritter li
distinse in riposti ed in popolari, clistinzione che più esattamente potrebbe
ridursi all'altra de'dialoghi speculativi, come i libri Accademici, de'Fini,
delle Leggi,della Natura degli Dei;dagli scritti che hanno È noto quanto siasi
discusso tra i critici sulle dale dei libri di Cicerone.Cilusa principale del
dissenso è il non trovarsi d'accordo quauto al determinare l'anno della nascita
dell'Autore. Forsyth lo dice nato il 3 di gennaio, ma aggiunge in nota a p. 2,
che, secondo il calendario Giuliano, egli sarebbe nato l'ottobre. In questo
anno pongono la sua nascita Middleton, Kuehner ed altri autori meno
recenti;onde seguita che,mentre, a cagione ll'esempio,essi fanno il De
consolatione,l'Orlensio,gli Accademici, il De finibus e le Tuscolane, e le opere
De Natura deorum, De Divinatione, De Fato, De Offi riis, Cato Vajor e Lælius;
il Forsyth e l'edizione di Lipsia (riveduta dal Clolz so quelle dell'Orelli e
dell'Ernesti), riferiscono i primi cinque trattati. Noi stiam o col critico di
Lipsia, e col Forsyth,perchè mollo recenti,e temperati assai nei giudizj.Del
resto di parecchie opere si conosce la data.Intorno a quella del De Republica e
De Legibus rimane qualche incertezza. Il dott.P. Richarz. in una dissert., De
politicorum Ciceronis librorum tempore natali (Wirceb.), stabilisce avervi
speso Cicerone oltre a dieci anni, Questa ed altre molte dis sertazioni di
critici tedeschi e francesi, citate da noi,ricevemmo dalla cor. tesia
dell'illustre Vannucci, a cui rendiamo pubblica testimonianza di
gratitudine. un fine pratico,ad esempio gli Officj, dell'Amicizia, i Para
dossi, le Tusculane e qualche altro. Noi abbiam seguito l'altra distinzione più
principale, ammessa da tutti icri tici, e che fino a un certo punto concilia
l'ordine logico o sistematico o tematico dei libri coll'ordine di tempo, tra le opere
fisiche – filosofia naturalis -- De natura Deorum, De divinatione, De fato, e
il Somnium Scipionis parte della Rep.), le logiche -- Academicorum, Topica, De
inventione, etc. --, le morali – De finibus,Tusculanarum, Paradoxa, De legibus,
De officiis, De republica, De senectute, De amicitia). Avvertendo che la
distinzione non siprenda troppo assoluta, ma che si guardi alla qualità che
prevale. Fonti secondarj, ma dausarsiconmolto riserbo, sono,secondo nota
opportunamente Middleton nella vita di Cicerone,le Orazioni e l’Epistolario; e
noi vi aggiungiamo le opere rettoriche, segnatamente il De Oratore e l'Orator.
La distinzione accennata delle opere fisiche,logiche e morali risponde al
concetto della scienza, e al metodo della antica Accademia seguito da Tullio
nell'ordina mento generale delle dottrine, e ne partisce la filosofia nelle tre
grandi teoriche dell'essere, del conoscere e del l'operare. Premessi questi
principj generali, si passi ora al l'esame più specificato delle dottrine. Il
prendere ad esame con quella larghezza e diligenza,che è necessaria alla critica
istorica, le varie parti delle dottrine tulliane, è cosa invero che ricerca un
abito non ordinario di osservazione, e un sentimento vivo delle attinenze
scientifiche; perchè, sebbene, come fu notato nel capitolo antecedente, non si
trovi nell'Arpinate un pieno disegno di filosofia ordinata a sistema, basta leg
gere alcuno dei suoi libri speculativi per accorgersi tosto ch'ei ritraeva da
Socrate,non soltanto ilmetodo esterno del disputare e la sobrietà dell'esame, m
a altresì quella riflessione larga e compiuta, onde l'Ateniese coglieva
nel l'universo delle idee la unità della scienza. E di fatto socratici veri
sono, come ben nota Ritter,tutti coloro che videro chiaramente la necessità di
collegare la scienza de'fatti interni con quella dell'universo, l'osservazione
morale coll'esperienza e la fisica colla psicologia. Nes suno dunque fu più
vero e perfetto socratico del nostro Autore. Anch'egli si accorse, come già il
suo Maestro, che se un sentimento naturale, abbenchè indeterminato,
dell'attinenza tra il pensiero nostro e gli oggetti, mosse la riflessione
ne'primi passi della scienza a riconoscersi per illusione identica col mondo
esteriore,illusione da cui poi i Pittagorici, gli Eleati e gli Ionj traevano il
pantei smo,e uscì la dialettica de'sofisti, un secondo passo a ristorare la
scienza caduta nella materia e nelle astra zioni eccessive, doveva essere
l'affermazione dell'uomo interiore, e di quella sintesi intellettiva e morale,
sola realtà oggettiva, in cui mirando il pensiero potesse rav visaresèstesso in
attinenza colle cose con Dio.Suquesti fondamenti Socrate restaurava la vera
dottrina dell'es sere,dottrina che tratta di Dio,dell'universo e dell'uomo,
considerati nella loro esistenza, natura e relazioni su preme, e abbraccia in
sè le scienze fisiche e matemati che, la teologia naturale, la psicologia e la
cosmologia. Tutto ciò veniva compreso dagli antichi sotto il nome universale di
Fisica (usato in più luoghi da Cicerone ), e la Fisica includevano nella
Filosofia, perchè questa trat tando degli enti nel loro ordine universale contemplato
interiormente dalla coscienza,porge alle dottrine d'osser vazione esteriore il
soggetto e i principj. Or qui bisogna avvertire che questa unione intima delle
parti scienziali, sentita vivamente dalle scuole antiche italiane, e confer
mata da Socrate (il quale, nemico della fisica sofistica degli Ionj,favorì
invece coll'osservazione interiore la fisica buona), dava occasione, come
sempre, ad un bene e ad un male; il bene era l'altezza della riflessione
scientifica, che comprendendo nell'unità de'principj l'intelligibile e il
sovrintelligibile, la natura e il divino, scorgeva sempre più addentro i
legami che stringono la teologia naturale, la psicologia e la cosmologia; il
male era che le scienze sperimentali così intimamente collegate alla filosofia
spe culativa,mentre se ne avvantaggiavano da un lato rispetto all'universalità,
traendo dall'accordo colle altre parti del l'umano sapere occasione a più vera
e perfetta compren sione della propria materia, dall'altra ne scapitavano
quanto ai metodi, allorchè all'osservazione esteriore o induttiva, che sola ci
può condurre alla notizia dei corpi, si volle sostituire la deduzione, che da
pochi generalissimi, posati a priori, scendeva di salto, come nota Bacone, al
particolarede'fatti. Due fontiperennid'errorenellescienze sperimentali furono
pertanto il panteismo e il dualismo; ilprimo,perchè,data l'unità di sostanza,ne
consegue la medesimezza dell'ordine ideale col reale,onde deduce il filosofo
darsi vero passaggio dalle idee alle cose,senza necessità di sensata esperienza;
il secondo, perchè, fatta coeterna a Dio la materia,ne viene alterato il
concetto di finitudine, e il mondo si pensa non più finito e tem poraneo, ma
infinito ed eterno, e animata la materia e incorruttibiliicieli;pertalmodo
panteismo edualismo ci diedero la fisica fabbricata a priori, quale fu nelle
scuole dell'India,nelle Pittagoriche, nelle Eleatiche, in Platone, negli Stoici
e nei Peripatetici del medio -evo. Le quali considerazioni son
necessarie,parmi,a chiunque voglia esaminare la metafisica di Cicerone, e
chiarire come mai,mentre la fisica superioreeledottrinesuDio, sull'uomo e
sull'universo sono fondate da lui sopra prin cipj sì alti, vi prendono
pochissima parte e indiretta le indagini sperimentali. Ai tempi dell'Arpinate
in cui, venuta all'ultima corruzione la Gentilità, si rinnovarono
esiesageraronotutti gli errori delle età anteriori, quello strano accozzo delle
scienze fisiche colle metafisiche era venuto al suo colmo, e potente occasione
di scetticismo era il contrasto delle opinioni. Ora v è un luogo sulla fine
degli Accademici primi,dove Tullio descrivendo in persona propria la di scordia
delle sette contemporanee nelle tre parti della scienza,e volendo
mostrare come quella discordia giusti ficasseildubbio dellaNuova
Accademia,sitrattienepiùspe cialmente sulle dottrine de'Fisici (Acad.) Da quel
luogo apparisce che il panteismo e il dualismo italico spingendo all'eccesso
l'induzione astrattiva, per stabilire l'identità della sostanza prima, avean
con cepito a priori un'essenza nascosta e universale delle cose distinta dalle
loro qualità manifeste pel senso,e che si convertiva in tutti gli elementi; m a
sulla natura di quest' intima essenza si disputava segnatamente tra le scuole
pittagorica, eleatica ed ionica. D'altra parte sor geva questione tra le
differenti scuole socratiche sull'or dine e sui destini dell'universo;gli
Stoici ammettendo una continua successione di mondi, affermavano temporaneo il
presente ordine delle cose; Aristotele lo diceva eterno; i primi trasportando
l'immagine dell'uomo nel principio supremo, concepivano Dio provvidente nei
particolari e negli universali; m a Stratone da Lampsaco e Democrito gli
rifiutavano ogni ingerimento nelle cose del mondo, inentre
Aristotile,accordandogli la provvidenza dei generi e delle specie, gli negava
quella dei particolari. Tal m e todo di ragionare a priori sull'essenza delle
cose,occulta intimamente all'umano intelletto,non piaceva a Tullio,
ond'e'consigliavaun più modesto sapere; mostravacome la notizia, che noi acquistiamo
de'corpi, movendo dagl’effetti, non comprende l'intima essenza e l'efficacia
delle cause, e se all'occhio stesso dell'anatomico, che pur p e metra ne'corpi,
non si manifesta l'attività che li avviva, molto meno ella si manifesterà al
Fisico, che non può tagliare e dividere la natura delle cose per indagare i
fondamenti su cui posa laterra. Procedendo di questo passo l'Autore faceva
vedere negli Accademici, nei Tusculani e nel libro della Natura degli Dei,come
i dubbj opposti alle eccessive affermazioni de'Fisici intorno alla essenza
delle cose si trasportavano dalla Nuova Accade mia sull'esistenza,natura e
destini dell'anima,sull'esi stenza e natura di Dio e sue relazioni
coll'universo, e sulle altre principali verità della scienza. Nei luoghi citatiadunque
e in qualche altro ancora,in cui l'oratore latino dipinge il dissidio delle
scuole sulle verità naturali, non può negarsi ch'egli si faccia seguace della
Nuova Accademia; e non pertanto s'ingannerebbe col Ritter chi, attingendo di
preferenza a quei libri che han fine principalmente metodico, e dove le
dottrine della Fisica superiore si toccano per incidente, ne inferisse il
dubbio universale di Cicerone sui fondamenti di tutta la scienza. Nella fisica
ciceroniana si vuol distinguere infatti le verità problematiche dalle
teorematiche; le prime ri feribili all'intima essenza e natura de'corpi, alle
leggi de’loro moti,alla costituzione fisica dell'universo;l'altre risguardanti
l'esistenza e natura di Dio, dell'uomo e del mondo, considerati nell'ordine loro
e relazioni supreme. Quanto ai problemi naturali,egli non impugnava la pro
babilità che la scienza pervenisse a risolverli, e, come primo presupposto
somministrato dalla filosofia alle dot trinesperimentali,ammetteva
lapercezionede'corpi;ma di contro all'orgoglioso dommatismo degli Stoici, degli
Ionj e degli Eleati gli pareva assai più degna del saggio la modesta
verosimiglianza della Nuova Accademia,e fu per certo impresa vantaggiosa alla
Fisica, in una età come quella quando gli errori del panteismo,e il difetto dei
metodi e degli istrumenti toglievano fede alle verità di sensata esperienza,
professare una modesta ignoranza del vero per arrestare in tal guisa i rapidi
progressi dello scetticismo universale. E lo scetticismo, diceva Cicerone, si
sarebbe aperta la via quando que'filosofi dommatici non avessero considerato,
come sentenziando con assoluta certezza di cose occulte e dubbiose, si
toglievano poi l'autorità d'affermarne altre d'evidenza maggiore; os servazione
importante e che mostra come anche rispetto alla scienza sperimentale Tullio
non professasse un dub bio assoluto, m a riconoscesse un ordinamento di gradi
dal verosimile al certo. Acad .prior.e De repub. M a la prova maggiore si è
che, mentre le intermi nabili e vane questioni ond'era ingombra la fisica, lo
la sciavano sconfortato e dubbioso,un desiderio nutrito dall'ingegno potente e
dall'animo roma no,loinvogliava delle indagini naturali,di quelle indagini onde
ci leviamo sopra noi stessi, e dispregiando la picco lezza delle umane cose, proviamo
un vivo sentimento del divino e dell'immortale. « Nè anche io penso, così
scrive CICERONE (si veda), che sidebbano tor via tali questioni dei fisici;
poichè viè un certo naturale alimento degli animi nel considerare e
contemplare la natura;ce ne sentiamo inal zati,e fatti più grandi, e nel
pensiero delle cose supe riori e celesti dispregiamo queste nostre del mondo
come leggiere e di nessuna importanza; anche l'indagine stessa di cose
grandissime e occultissime diletta oltremodo; se poi c'imbattiamo in qualcosa
che sembri verosimile,l'ani mo nostro è compreso da quel piacere che
supremamente è degno dell'uomo.» (Acad.prior., De fin.5). Innamo rato quindi
della fisica, come fonte di più alte specula zioni, egli rigettava le fantasie
grossolane di Democrito e d'Epicuro . De fin. Loda Zenone perchè imitatore
dell'antica accademia diligente indagatrice della natura (De fin.); e i quesiti
del l a fisica che lo mossero a tradurre il Timeo di Platone, gli avevan det
tato qualche anno avanti le pagine più eloquenti del trattato sulla Repubblica;
il ragionamento di Filo e lo stupendo sogno di Scipione. De rep., De fin., Tuscul.
Due conseguenze,per quanto ci sembra,discendono dal contesto generale dei passi
sopraccitati, e da una lettura complessiva dei libri fisici di Cicerone: 1o che
il filosofo latino, a misura che dalla ricerca delle cose sensibili, e
dell'essenza loro occulta all'intelletto dell'uomo,argo mento de problemi, si
levava col discorso induttivo ai teoremi della scienza, scopriva illuminate da
una luce interiore le verità più alte, sebbene in mezzo alle tene bre del gentilesimononardisse
determinarle; 2ache,ofosse la dottrina stoica a cui pendeva,o l'indole viva e
meri dionale del suo ingegno, nella natura egli sentiva e rico nosceva il
divino; e tale attinenza sentimentale e logica della sua mente tra ilfinito e
l'infinito,tra il contingente e l'assoluto, tra il temporaneo e
l'eterno gli era scala a pensare la relazione ontologica;e questa poi per abito
alsemipanteismo-dualistico di Platone e degli Stoici lo conduceva probabilmente
a immaginarsi l'intelletto umano emanato da Dio,e Dio e le creature supreme
disgiunte dall'universo de'corpi. In questo metodo che sale per gradi di
verosimiglianza dalla natura al divino, metodo improntato sulle meditazioni
socratiche,sta l'essenza della fisica di Cicerone,e n’escono chiarite e per
ordine le sue dottrine sull'esistenza e natura di Dio, dell'universo e
dell'uomo, sulla provvidenza e sulla libertà dell'arbitrio. 2. La dottrina
sull'esistenza e natura di Dio tiene il primo luogo nella fisica di Cicerone.La
causa di questo primato apparisce evidente innanzi tutto per la sovranità
incontestata dell'idea di Dio nella scienza. Dio, oggetto necessario e reale
assoluto ed eterno che si manifesta come prima causa al di fuori di sè stesso
nell'universo degli enti, e li governa volgendoli ad un fine immortale, che ne
è prima legge, in quanto si rivela all'intelletto dell'uomo nel mondo
degl'intelligibili,come ragione prima,signoreggia per fermo tutto l'ordine
scienziale; e infatti,sebbene l'inda gine della coscienza interiore sia
principio e fondamento al sapere nell'ordine della riflessione, è pur certo che
i veri, i quali si dicono da’filosofi più noti rispetto a sè stessi, e son
centro d'infinite relazioni, come quello di Dio,partecipano all'uomo
quell'ampia veduta ideale,che sola lo conduce alle armonie della scienza. Nè il
primato del concetto di Dio si menoma punto se la mente sale da ciò che muta a
ciò che non muta,e dalla natura al di vino, una volta ch'ella v’ascende guidata
da un concetto necessario d'attinenza causale, attinenza di termini cor
relativi, l'uno dei quali è Dio stesso presente con arcana e invisibile
efficacia nel soggetto pensante. Anche senza l'unità assolutadeipanteisti,lafilosofiasicompone
dunque in forma di scienza,e la psicologia e la cosmologia si congiungono
insieme nel massimo problema della teologia naturale.La qual cosa è assai
provata dal metodo di Socrate, che movendo dalla coscienza produsse in
Platone una compiuta armonia di sistema, e aiuto il filosofo latino,
venuto in tempi di povere e scucite speculazioni, a ser bare un vincolo di dottrine
nei suoi libri di fisica, che scritti in ordine successivo di materie e di
tempo,debbono quindi esser presi ad esame da noi come un solo trattato.
Premesse queste cose, viene spontanea la domanda: quale fosse il pensiero dell'oratore
latino intorno a Dio.Se dopo una attenta lettura dei passi delle sue opere,
dove tal pensiero s'accenna,e un diligente ragguaglio di questi passi tra
loro,ci facciamo tal quesito, verrà spontanea pure larispostach'egli dell'esistenzadiDio,diquelladell'anima
e sua immortalità, della provvidenza e del libero arbitrio non dubitava,e
soltanto accoglieva una più o meno decisa incertezza quanto al determinarne la
natura; e il suo criterio in sì ardua questione della filosofia era un vivo
intuito e un sentimento più vivo dell'eccellenza e della armonia delle cose
palesata internamente dalla coscienza morale, esternamente dai principj supremi
di universale consenso. (Kuehner. Scholten, Dissertatio philosophico-critica de philosophiæ
ciceronianæ loco qui est de Divina Natura. Amstelaed. In questo criterioioravvisoil riformatore
e il filosofo vero; il riformatore, perchè m o veva da ciò che v’ha di più vivo
e di più efficace nel l'uomo, dall'autorità delle tendenze morali, il filosofo,
perchè non se ne stava già al testimonio privato e indi viduale,ma con
deliberata indagine scientificacercavale note del vero nella ragionevole natura
dell'uomo, e nel suo carattere d’universalità. Tale osservazione è degna d'es
sere avvertita sin d'ora,perchè parecchi istorici della filo sofia,tra iquali
anche Ritter,considerando ilmodo ora dubitativo, oradommaticoconcui Cicerone si
esprimeinsif fatta dottrina, ilsuo riserbo nell'accettare le opinioni degli
altri, nell'esaminarle, nel ventilarle, han voluto dedurre che egli in questa
parte,filosofo di non troppo sottili spe culazioni, più che a una severa
riflessione, se ne stasse al sentimento individuale destituito da criterj
scientifici. (Ritter, Hist., Brucker, Degerando.) Ma questi storici non
hanno considerato a quali tempi si abbattè Cicerone; tempi di sfrenate
passioni, di orribili scelleratezze, di guerre sterminatrici, ne'quali ogni fon
damento dell'edifizio civile crollava, e la scienza,abban donato il sublime
ministero di propagatrice del vero, si prostituiva alguadagno. Allora la voce del
senso comune e degli affetti naturali, alterata dalla Gentilità, non so nava
nelle plebi,quale una volta,testimone dei veriuni versali e delle tradizioni
primitive; la voce del popolo non era più quella di Dio. Allora la tradizione
scientifica, che ravviata da Socrate s'era andata continuando, benchè con
notevoli alterazioni,lungo le scuole socrati che, pervertita dagli ultimi
sofisti avea perduto ogni sen timento del vero;talchèalfilosofo,chenon avesse
voluto o bestemmiar colle plebi o delirar coi sapienti, non ri maneva che
cercare iprincipj della scienza nella propria natura non corrotta e
nell'antichità veneranda. Ecco il fondamento che cercò Cicerone alle principali
dottrine della teologia,ed ecco icriterj che lo guidarono in mezzo ai
ravvolgimenti delle scuole sofistiche. Qui per altro è necessario notare
che,quando diciamo che in tempi di sì corrotta filosofia Cicerone ebbe e
metodo, e indagini pro prie,e guide non fallaci del vero,noi non lo rappresen
tiamo immune del tutto dalla funesta efficacia delle dot trinecontemporanee, nèintendiamo
ch'e'fossesì fortunato da ravvisare scevre d'errore nel santuario della
coscienza le verità principali.- Ebbe egli compiuta e perfetta n o tizia della
natura di Dio e delle sue perfezioni? conobbe senza mischianza d’errori i d o m
m i della spiritualità e i m mortalità dell'anima umana?ravvisò semplici e
schiette, senza infezione di panteismo e di dualismo,le attinenze dell'Ente
supremo coll'intelletto dell'uomo e col mondo? - I o so che tali quesiti furono
proposti più volte dagli storici della filosofia, e poichè parve che Tullio non
sempre rispondesse chiaro e deciso all'esame dei postulanti, gli fu negato nome
e autorità di filosofo, e valore d'in gegno speculativo. (Brucker lo difese
dall'ateismo; redi Bayle, Diz. Art. Spinoza). E veramente la
conclusione Il metodo ch'e'si propose apparisce manifesto dai tre libri D
e natura Deorum; e tal metodo discende dal fine di tutto iltrattato. Or qual
eraquelfine? Chiamare scenderebbe di necessità dai principj, quando si potesse
provare che la riflessione scientifica s'è trovata in ogni tempo nel medesimo
stato di certezza di contro al sapere naturale e al soggetto della scienza,o
che lo spirito umano nonsegueun cammino di progressivo svolgimento nella età
dellastoria; e sela criticamoderna immune da preoccupa zioni, adoperasse sempre
una stessa severità imparziale nell'esame d'ogni filosofo. Ma la cosa procede
ben altri menti; perchè da un lato il razionalismo alemanno coi suoi seguaci
d'ogni paese, che ammette ogni perfeziona mento scientifico come un prodotto
spontaneo e succes sivo della ragione nel tempo,non potrebbe,senza rischio di
contraddire ai principj del proprio sistema, negare che la forma logicale e il
fondamento delle dottrine dei filo sofi antichi sia rispetto a quel de'moderni
notevolmente imperfetto; d'altra parte il filosofo del Cristianesimo, che
afferma oscurate e corrotte prima della venuta di Cristo le tradizioni e le
verità primitive, e restituite dalla parola rivelatrice del Verbo quelle
tradizioni e quelle verità all'intelletto dell'uomo redento, non può non
ravvisare nelle dottrine cristiane un perfezionamento notevole delle dottrine
gentili; infine, ed è conseguenza del già detto, nessuno rimprovera ai filosofi
Indiani, Italo-Greci, a So crate, a Platone, ad Aristotele l'ignoranza,
l'errore e le manifeste dubbiezze intorno a parti sostanzialissime della
scienza. Le quali cose premesse, è inutile,parmi, far conside rare al lettore
di Cicerone ch' e' non vi troverà deter minato senza ondeggiamenti d'idee e
d'espressioni il con cetto di Dio; anzi dirò di più che tal concetto in
parecchi luoghi delle sue opere (come nel De natura Deorum ) apparisce più
assai negativo che positivo. Resta ora che cerchiamo in breve per quale
indagine lenta e progressiva giungesse il filosofo nostro a una verificazione
sempre m a g giore di quel concetto divino. ad esame le principali
opinioni de'filosofi intorno a Dio, discuterle,confutarle, e mostrare come le
loro controversie sovra una parte sì nobile della scienza siano ben sovente
occasione e pericolo di scetticismo. Con questo intendimento venuto egli ad
esporre l'occasione del dialogo, racconta come essendo stato invi tato nel
tempo delle Ferie latine in casa dell'accademico C. Aurelio Cotta pontefice e
suo familiare e trovatolo insieme con C. Vellejo, che allora avevavoced'esserein
Roma ilprimotragliEpi curei,e Q. Lucilio Balbo, stoico da paragonarsi ai più
prestanti fra iGreci, cominciarono questi a disputare, lui presente, della
natura degli Dei, spartendo tutta la m a teria in tre punti principali; vale a
dire: se vi fossero Dei,quale fosse la natura loro,e quale intervento aves sero
nelle cose del mondo e degliuomini. La qual spar tizione è conservata in
appresso sì nell'esposizione delle dottrine di Vellejo e di Balbo, come nelle
risposte di Cotta, che replicando ogni volta a ciascuno di loro, li confuta
entrambi. Il dialogo sulla natura degli Dei,che è dei più im portanti fra i
libri speculativi del nostro autore, si riduce in sostanza a una esposizione
viva ed eloquentissima delle incompiutezze dei sistemi sofistici,
contraddicenti alla c o scienza e al suo naturale riconoscimento, e si vede
quivi come gli errori più perniciosi sul concetto di causalità prima che è
fonte a noi del concetto di Dio,accumulati da secoli, corrompevano allora le
speculazioni gentili. Il panteista, immedesimando Dio colle creature,
pervertiva l'idea della sua natura infinita e assoluta, introducendo nell'ente
senza difetti il maggior de'difetti,la negazione dell'infinito e dell'assoluto;
il dualista che svolge l'unità primordiale del panteismo, segregando il
Creatore dalle cose create e indiando la natura, si perdeva nella contra
dizione immortale di due infiniti coeterni, onde moltiplicando il divino,
l'annienta; il materialista e l'idealista l’un o affogato nel senso, l'altro
confinato nella fredda solitu dine dell'idea, o si vedevano dileguare il concetto
di Dio tra i fenomeni della materia, o lo perdevano di vista nelle
indefinite astrazioni; m a l'uno e l'altro riuscivano a n e garlo,perchè sempre
si nega per necessità di sofisma l'evi denza non affermata per difetto di
logica. Ora egli è a p punto questa legge inesorabile dell'errore che Cicerone
volle rappresentare mettendo alle prese l'Epicureo con lo stoico, e
sottoponendoli entrambi al sindacato della Nuova Accademia. E invero
quell'ardita e sconsigliata filosofia d'Epicuro che riesce sì lusinghiera
vestita dello splendore di Lucrezio, si mostra in tutta la sua nudità nel
discorso di Vellejo. Po neva egli come certo che gli Dei sono,perchè la natura
avea impressa negli animi di tutti la loro anticipata notizia (apódnbev),e ne
accennava vagamente l'essere e la figura, facendoli eterni e perfettissimi e
conformati a si militudine umana,ma non da materia corporea e sensi bile,bensì
da un fortuito accozzo d'immagini simili rin novantisi all'infinito (imaginibus
similitudine et transi tione perceptis); gli Dei così costituiti dipingeva
beati, e non curanti nè di sè stessi, nè delle cose pertinenti agli umani. Ora
è chiaro che le conseguenze d'una siffatta dottrina eran ridurre la natura di
Dio ad un puro con cetto della mente,ad un'immagine d'inerzia non conci liabile
coll'ordine e col moto d'ogni cosa creata. Ma a più alto concetto di Dio si
levava lo stoico Lucilio. Gli Stoici che,come vedemmo nella prima parte, ammettevano
contenuta nell'indeterminatezza primordiale della materia passiva, oscura, divisibile,
capace all'infinito di forme un'intima energia che traendola all'atto ne
costituiva la vita dell'universo, concepivano Dio in questa vita,e m o vevano
per affermarlo esistente dall'universale consenso, dai prodigj,dall'armonia
delle cose,e dalla eccellenza dello spirito umano. Sostenuta da questi
argomenti la prova fisica della provvidenza di Dio che va dal C. XXXIII al
LXVII del libro secondo, è uno dei più mirabili tratti dell'eloquenza romana.
Giunti a questo punto,se esaminiamo la polemica della Nuova Accademia contro le
dottrine d'Epicuro e di Crisippo, ci si presenta la questione, a lungo agitata
nelle scuole, qual sia in questo libro il vero pensiero di Tullio su Dio,e se
il dubbio accademico si manifesti in lui sotto la per sona di Aurelio Cotta. I
critici più antichi lo affermarono risolutamente, alcuni più recenti come
Scholten, Kuehner e Ritter, con qualche riserbo. Ma sì gli uni che gli altri si
avvicinarono al vero senza comprenderlo a pieno; perchè essi ponevansi ad
esaminare quel libro preoccupati dal concetto che Cicerone conforme a ciò che
dice in varj de'suoi proemj,e nel proemio del De natura Deorum, partecipassequividel
tutto il dubbio fon damentale e sistematico, il dubbio di Carneade sulle verità
principali; laddove bisognava invece considerare come il quesito proposto
risguardasse intimamente il complesso delle dottrine, nè quindi potesse essere
risolto badando a qualche frase staccata, m a solo serbando nell'esame la
rigorosa armonia delle parti col tutto. Alla qual cosa, se non m'inganno, noi
ci aprimmo la strada sin da prin cipio,quando distinguemmo nell'oratore latino
due parti, e quasi due forme dell'indagine scienziale; per l'una, che chiamerei
intrinseca e dommatica, egli si ravvicinava ai principj socratici, e ammetteva
i fondamenti del vero nei fatti della coscienza; per l'altra estrinseca e
negativa, che eraildubbio della Nuova Accademia, moderatamente partecipato da
lui, egli confutava i sistemi contemporanei con dedurre da più negazioni
particolari una compiuta affermazione del vero. Assumendo egli in tal guisa le
dot trine d'Arcesilao, più come istrumento metodico e inqui sitivo,che come
sostanza delleproprie opinioni,ed anzi, quel che è maggiormente notevole,
rifiutando il dubbio fondamentale sulla validità della scienza,stabilito da A r
cesilao e da Carneade, doveva avvenire (siconsideri bene) che il fondamento
delle teoriche tulliane contraddi più volte a quella sua apparenza di
dubbio,talchè vi fos sero in lui quasi due persone distinte, l'una delle quali
negava,l'altra implicitamente edecisamente affermava. Ora si avverta un poco
come questa contradizione, non però sostanziale,apparisca, più che
altrove,evidente nel l'opera che noi esaminiamo; e come,introducendosi ivi da
un lato Cicerone che assiste al dialogo senza prendervi parte, e dall'altro
Cotta che vi sostiene la parte di con futatorecol metodo della NuovaAccademia, è
dato occa sione alla critica di verificare con bastante certezza le sue
opinioni, raffrontando insieme la persona del ponte fice con quella dello
scrittore. A persuadersi di ciò ba sterebbe considerare qualmente, se Cicerone
intendeva celarsi sotto la persona di Cotta,era inutile allora che introducesse
sè stesso;ma egli si dipinse là in mezzo a que'disputanti, chiuso in un
silenzio veramente sublime, per rappresentare in sè l'immagine viva del
sapiente, che, sebbene certo per natura di veri infiniti, tuttavia procede
cauto e riguardoso all'acquisto della certezza scienziale. Noi affermiamo sin
d'ora che Cicerone possedeva da n a tura la certezza del teorema che prendeva a
chiarire, perchè egli stesso,alludendo a ciò nel proemio dove dis corre in
persona propria, ci dice che le discordie dei dotti intorno a materie
importanti sono occasione potente di scetticismo anche a coloro che han fiducia
in qualche cosa di certo; e perchè i due primi capitoli del libro primo sono un
testimonio irrepugnabile del come il filosofo latino ponesse l'esistenza di Dio
e la sua prov videnza sui fondamenti della certezza morale. Il dubbio di CICERONE
(si veda) nel libro De natura Deorum era dunque semplicemente verificativo
delle ra gioni già possedute, e avea per fine sostituire alla cer tezza
naturale la certezza scientifica. M a d'altra parte chi guardi le dottrine
della Nuova Accademia, quali ci sono rappresentate nella persona di Cotta,che
le conduce alle ultime conseguenze,siaccorge tosto che la loro indole negativa
non era già apparente e metodica, m a procedeva dall'intima essenza dell'idea
lismo d'Arcesilao, il quale dubitando d'una reale corri spondenza tra l'essere
delle cose e le potenze conosci tive, dovea dubitare pur anco della certezza
naturale e del senso comune, testimone per lui d'un'ingannatrice evidenza.
Questa è la ragione per cui Cotta nelle sue ri sposte moveva dal negare agli
Epicurei ed agli Stoici la nozione preconcetta di Dio, attestata dal senso co
mune. Ora siavvertacome la Nuova Accademia non affermando un proprio e fermo
fondamento di vero negli umani giudizj, e solo una tal quale verosimiglianza
eguale per tutti, mancava di prin cipj certi e positivi da costituirvi la
scienza,e conseguen temente anche di un criterio sicuro a cui ragguagliare la
critica de'sistemi contrarj. Questi sistemi, conforme alle opinioni della Nuova
Accademia, non erano quindi alcun chè di vero o di falso secondochè si
avvicinavano o si dilungavano dai principj irrepugnabili della scienza; con
tenevano tutti, sebbene in gradi differenti, la verosimi glianza concessa
all'umano intelletto, e solo quando il legame logico, che intercede di
necessità tra le conse guenze e i principj, non era strettamente serbato,
allora soltanto si dava in essi l'errore. Un tal criterio, sostan zialmente
negativo e relativo,abbisognava (si dirà) diun criterio positivo e assoluto
desunto dall'evidenza de'prin cipj supremi, su cui posa incardinata la
necessità logica d'ogni sistema;ma laNuova Accademia non vibadava, e
ragguagliando ciascuna filosofia colle premesse del pro prio sistema, tentava
coglierla in evidente contradizione. (Nelle opere di Cicerone passim.) Un
si manifesto contrasto tra il dubbio verificativo e scientifico del nostro
Autore, e il dubbio scettico della Nuova Accademia apparisce in ogni passo
de'suoi libri, in cui egli introduce la persona di qualche Accademico che
confuta gli opposti sistemi; apparisce poi più evi dente che mai nella
conclusione del De Natura Deorum, dove Tullio, uditi i filosofi disputanti,
termina dicendo: la disputazione di Cotta (Accademico) sembrò a Vellejo
(Epicureo)più vera;a me l'altra diBalbo (Stoico)più verisimile; il che è quanto
dire che la Nuova Accademia dubitando di Dio si avvicinava agli Epicurei,
mentr'egli, certo di questo vero,si allontanava dagli uni e dagli altri
accettando in parte le dottrine del Portico.E che dim e gli opoteva eglifareinmezzoalturbiníode’sistemi?Estinte
quasi del tutto le sacre tradizioni, il consentimento p o polare offuscato dai
vizj, da un lato, imbestiati nella materia negavano gli Epicurei la
spiritualità del concetto di Dio, e la sua provvidenza, dall'altro negavano gli
Accademici la efficacia del senso comune nell'affermare Dio,e sottili
argomentatori lo contrapponevano al male; ai primi Tullio opponeva nel proemio
citato la dignità dell'umana mente, il bisogno innegabile della religione
consentito da tutti;ai secondi,l'efficacia del testimonio universale,gli
affetti dell'animo,isupremi principj della ragione e la libertà del volere (Tusc.,
d e Nat. Deor., De Leg., passim);del resto egli pendeva verso gli Stoici,e
perchè consentivano il consentito da lui, e perchè lo in namorava quel loro
sublime concetto della umana eccel lenza e dell'armonia delle cose.Come poi
egli movesse dalla coscienza morale, osservata al lume d'un criterio
scientifico, sarà dimostrato in altra parte di questo dis corso col libro delle
Leggi, dove l'efficacia esercitata nell'animo nostro dall'idea d'una suprema
sanzione gli faceva porre a proemio di tutte le istituzioni civili Dio
provvidente,e allegarne per prova la natura dell'uomo, solo fra gli animali, in
cui sia innata la notizia di Dio, e alberghi un animo immortale originato dal
cielo. De Leg. Premesse queste considerazioni, se ne possono dedurre tre cose. Il
vero intendimento di Cicerone nello scrivere il De Natura Deorum fu,esporre e
confutare i principali sistemi contemporanei, e a tal fine egli assunse come
istrumento metodico e inquisitivo il dubbio della Nuova Accademia,senza
accettarne lo scet ticismo. Cicerone non rappresentò sè stesso nella per sona
di Cotta, m a soltanto la forma estrinseca del m e todo proprio; Il filosofo
latino volle significare nelle parole del proemio, e della conclusione,e nel
silenzio ser bato in tutto il dialogo ch'egli aveva di Dio un alto concetto,
che quel concetto nella sua mente era certo di certezza naturale, m a che in
mezzo alle tenebre del Ge n tilesimo e alla discordia dei dotti,non ardiva
determinarlo in ogni sua parte, e sostituirvi una assoluta cer tezza di
scienza. Ora si domanda, perchè non riuscisse a Cicerone definire a sè stesso
questo concetto. Dimostra l'Ontologia come l'intelletto dell'uomo investigando
le proprietà metafisiche dell'ente in ordine ai concetti universali, distingue
l'essenza dall'essere di una cosa;quella come idea generale rappresentante una
possibilità di cose indefinita, questo un che d'attuale, di esistente e di
determinato in sè stesso. Ora si badi che ciascuna cosa esistente, sebbene
offerta all'intendimento dell'uomo dall'intelligibilità universale della sua essenza,
in quanto è esistente,vale a dire in quanto è un atto reale dell'essere, cade
per via de'sensi sotto l'apprensione delle potenze conoscitive,e come tale è
appresa particolare e finita; dall'apprensione poi di molti finiti nella serie
degli atti intellettuali la mente dell'uomo,soccorsa dalla riflessione, le va
si al concepimento delle cose infinite. Ma il concetto dell'infinito, che è
cima della piramide ideale,può es sere inteso in diversi significati; l'un
significato che ci offre l'entità assoluta, necessaria e in ogni sua parte
perfetta; l'altro che ci rappresenta una semplice entità indetermi nata,e un
mero portato dell'astrazione mentale.Però sebbene un intervallo notevole
disgiunga nell'intelletto del filo sofoe dell'uomo volgareitre concetti del finito,
dell'infinito e del non definito, merita di essere considerata quella ragione
qualunque di rapporto e di similitudine per cui essi possono scambiarsi
talvolta. La riflessione naturale aiutata dal lume della scienza e dalla
pienezza delle tra dizioni divine, avea concepito ab antico, indi al termine
dell'Era pagana ravvisò con evidenza maggiore nelle dot trine cristiane l'idea
dell'infinito assoluto, dell'ente per essenza correlativa necessariamente
all'idea del finito, vide in quest'ultimo, naturalmente determinato e imper
fetto,come non darsi possibilità d'attoinfinito,così nean che necessità
d'eterna esistenza,onde dedusse ilfinito procedere per atto creativo
dall'infinito, il temporaneo dall'eterno,il contingente dal necessario.Tale è
la teorica cristiana della creazione, fondata sopra una serie logica di
concetti, la cui necessità è confermata a noi tutti fino dai primi anni in una
voce interiore che ci parlò sublimi cose di Dio, in un continuo desiderio,che
ci travaglia inconsapevoli per tutta la vita in cerca d'una perfezione
immortale. Nel procedere che fa la mente a questo apice dei concetti v’ha per
altro un pericolo d'arrestarsi per via;chè sebbene ilsentimento e l'intuito
dell'infinito non possa verificarsi nell'uomo senza una segreta unione del
l'intelletto con Dio (qualunque poi sia questa unione,e in qualunque modo
s'effettui), e sebbene per l'attinenza di creazione l'atto infinito ed eternale
del Creatore costi tuisca nelle cose finite alcunchè di somigliante a sè
stesso, cioè un'indefinita potenzialità d'atti,di forme, di m o menti,è però
assurdo scambiare quell'attinenza coll'iden tità, e quella potenzialità
indefinita coll'infinito che la pone.Tale assurdo è l'origine del concetto
d'indefinito applicato alla causa creatrice.Fingasi ch'io pensi iltempo, lo
spazio, o l'indefinita potenza del mio pensiero; allora (e può facilmente
avvenire ciò che tutti provammo alla vista di pianure interminate e di mari, o
in un facile abbandono della mente a sè stessa), se in quell'arcana presenza di
Dio la fantasia prende il di sopra sulla r a gione, io mi rappresento
quell'ordine d'atti, di durate, di coesistenze come infinitamente continuato,
continuato per una perpetua remozione di limiti che, a dir così,sono e non sono
ad un tempo; e quell'abbaglio di fantasia si muta in un concetto reale,ed io
penso l'infinito,l'eterno, l'immenso di Dio sotto l'immagine d'indefinito.Così
nacque ilpanteismo in Asia,in Italia ed in Grecia;e così pen sano l'assoluto i
panteisti Alemanni, e l'Hegel segnata mente. Veduta la differenza d'origine dei
tre concetti di finito, d'infinito e d'indefinito,si domanda ora quanto
all'essere loro quale d'essi sia negativo. Per fermo l'infinito,se ne togli il
materiale significato della parola, evidentemente nel suo concetto non ha nulla
di negativo, desso che non ha limiti ond'è costituita negli enti la negazione
dell'es sere; non limiti di contingenza,perchè necessario, non limiti di
tempo, perchè eterno, non limiti di modi e di mutazioni,perchè assoluta
sostanza;anzi èinfinitamente positivo come causa infinita, e perchè dotato
d'efficienza assoluta pone dal nulla l'effetto, e perchè ne rappresenta in sè
in modo sopraeminente e immensurabile le perfezioni finite.Il finito poi da un
lato è negativo nella sua essenza ideale, come rappresentante all'intelletto un
che fornito di limiti, dall'altro lato è positivo nel suo essere come atto
sussistente e determinato; l'indefinito che è propria mente l ' i po y dei
greci, è negativo nell'essenza e nel l'essere; nell'essenza c o m e astratta potenzialità
del finito, nell'essere come un qualcosa che perennemente diviene, e non è mai;
e dico che è negativo in ogni sua parte, per che se il positivo del finito
consiste nell'essere determinato come atto individuo e concreto, l'indefinito
che nega quella indeterminatezza, si riduce ad una pretta astrazione mentale e
per ultimaconseguenzarisolvesiinnulla.A chipoisi maravigliasse che ilconcetto
d'indefinito, cima delle astra zioni, si fosse pôrto per tanto tempo e a tante
nobili menti in luogo del concetto più naturale assai d'infinito a spiegare la
divina entità, io addurrei per ragione lo strano giuoco della fantasia che
nelle nature vivamente passionate si mesce alle operazioni delle potenze cono
scitive, addurrei l'oscurarsi delle sacre tradizioni onde avviene che
nell'animo abbandonato a sè stesso la divina luce dell'intelletto soggiaccia
agli adombramenti del senso, e infine, ultima conseguenza di ciò,la superbia
dell'uomo che Dio e l'universo volle rassomigliati a sè stesso. Io parlo cose
ben chiare a chi abbia sufficiente notizia della Storia della Filosofia, quando
dico che la Paganità tutta avanti l'Era volgare,e nell'Era volgare tutti i
filosofi più o meno infetti di paganesimo ignorarono ilvero con cetto
dell'infinito applicabile alla natura di Dio;dico il vero concetto,e non
escludo che anche tra'pagani alcuni, e segnatamente Platone,vi si accostassero
in parte; tale è l'evidenza suprema di quella idea all'umano intelletto, e tale
il sentimento non repugnabile che la creatura rav vicina al Creatore. Ma
tornando alnostro filosofo,egli,come tuttipiùo meno gli antichi, come tutti i
pagani, rimase molto al di qua dal concetto genuino e legittimo dell'infinito.
C o n tuttociò,sebbene nel De Natura Deorum rappresenti del concetto di Dio la
parte più negativa, tra perchè quivi egli procedeva per metodo d'eliminazione
confutando i sofisti, e perchè mostrò avvicinarsi all'idea indefinita che ne
avevan gli Stoici,è noto alla Storia della Filosofia che nelle sue dottrine
s'incontra sovente l'altro concetto più positivo degli attributi dell'anima
considerati come corre lativi, o analogici agli attributi di Dio. Questa
teorica, accennata in fine del De Natura Deorum, ritorna negli ultimi capitoli
della Repubblica,e nel primo libro dei Tusculani. Argomento di quei capitoli
della Repubblica è il sogno di Scipione Affricano imitato dalla Repubblica di
Platone, ed è necessario fermarvisi un poco, perchè, sebbene ivi si tratti
dell'immortalità come premio delle virtù domestiche e civili, e perciò la
materia contenga un intendimento morale, l'essenza di quelle dottrine si ri
connette intimamente alla fisica.La ragione poi è chiaris sima. Nel fondo di
tutti isistemi gentili, per quanto con nessi consottilissime prove, eanimatidaun
intimo principio diidealità, si annidava pur sempre una ragione dimateria
lismo, procedente dall'idea indefinita ch'essi qual più qual meno s'eran
formati dell'infinito,e che originandosi da un ristagno dell'immaginativa nei
fenomeni della m a teria e del senso,ivi la riconduceva pur sempre giù dalle
altezze più metafisiche della scienza. I Gentili, e segna tamente gl'Ionj,
considerando in tal guisa l'operare delle cause naturali,per quindi dedurne la
prima causa del l'universo,tra i fenomeni esterni posero particolare atten
zione al moto, e perchè al moto si riducono sostanzial mente tutte le
trasformazioni della natura, e perchè al moto s'attribuisce in generale la
causa de'fecondamenti terrestri; il moto poi richiede un'intima forza motrice
delle sostanze, altrimenti non si spiegherebbe come, data l'inerzia della
materia,dall'una sostanza e'si comunichi all'altra;ecco perchè negli antichi
panteisti e semipanteisti, e nei loro imitatori moderni primeggia il concetto
di forza (Büchner, Forza e Materia ); applicate poi questo concetto delle forze
particolari all'universalità delle cose, e immaginate un'unica sostanza a cui
segua necessaria mente un'unica forza, e avrete il panteismo dinamico di
Capila, degl'Ionj, del Timeo e degli Stoici.Questo sistema dinamico ritiene nel
suo fondo l'impronta del pensiero che lo concepisce. Di fatto, poichè in esso
la riflessione procede astraendo per ragionamento induttivo lungo una serie di
cause modali dalla più manifesta e determinata ad una occulta e generalissima
cui sidà ilnome di causa prima, e tra le cause modali,fornite di più intima e m
a nifesta efficacia, l’anima,che ha coscienza viva del proprio essere,è tratta
a concepire sè stessa per prima, ne viene che l'ultima causa si pensi ad
immagine dell'anima come un alcunché diuno,origine difattimolteplici,presente
col l'unica attività a ogni parte della materia informata,fonte di vita, di
movimento,di senso. Stabilita questa dottrina panteistica, apparisce chiaro
quali conseguenze ne prover ranno alla dottrina dell'anima. Il filosofo gentile
che dal concetto dell'anima è tratto a pensare la causa prima dell'universo, e
la natura di Dio che lo informa, discen dendo novamente da Dio e dall'universo
in sè stesso, immaginerà l'anima d'origine e d'attributi divini (h u m a nus
animus decerptus ex mente divina. Tusc.), ne spie gherà l'intima efficacia e il
modo d'operare delle sue facoltà a somiglianza della natura divina, e
finalmente confondendo l'eternità, attributo dell'ente infinito, col
l'immortalità che appartiene agli spiriti finiti, farà eterna e immortale
l'anima,dicendo con Platone che essa è una causa,origine di moto ad
altre,senzaorigine essa stessa e perciò senza fine. De Rep., e Tusc. Questa è
la sostanza del sistema panteistico (o semi panteistico) esposto dal filosofo
nostro negli ultimi capi della Repubblica. Ivi descrivendosi in modo stupendo
la costituzione dell'universo, si rappresenta la terra circon data dalle nove
orbite dei pianeti animati da divine menti, dei quali l'ultimo che
contiene tutti gli altri,è sommo e principe Iddio. D a questi fuochi sempiterni
disceso l'animo dell' Da queste considerazioni apparisce quanto sia intima
mente collegata alla teologia naturale la psicologia del filosofo latino.Se noi
volessimo recare per esteso la ra gione più generale di questo legame, e
spiegare coi filo sofi recenti quel modo d'induzione correlativa, onde la mente
negando al finito le sue limitazioni, si leva a cono scere l'infinito di
Dio,trascenderemmo di troppo itermini della presente questione. Invero la
notizia che all'uomo è concessa dell'assoluto divino,procedendo per analogie e
rap presentanze il cui contenuto ci è pôrto da elementi speri mentali, dee
riuscire di necessità inadeguata all'oggetto; uomo, è il divino esso pure
che governa e muove il corpo come il divino principe, l'universo;sempiterno,immortale,
rinchiuso nel corpo come in un carcere,e desideroso della sua dimora
celeste,dove restituito dopo la morte in premio delle virtù cittadine godrà
eternamente la compagnia degli spiriti immortali.In questo luogo son chiare le
remi niscenze di Platone e degli Stoici; ma degli Stoici v'è poco; laonde io
non vi riconosco col Ritter un prevalere del concetto stoico di materialità sul
concetto della spiritualità divina (Hist. de la phil. anc.); perchè, sebbene CICERONE
(si veda) volendo abbellire della fantasia le sue dottrine fisiche ai lettori
romani,riproducesse ivi la parte più immaginosa e più sensibile del sistema pla
tonico del Timeo,è noto come quelle immagini nascon dono nell’Ateniese una
idealità di concetti sublimi,e più m'è argomento che Cicerone in questo luogo
si scostò dagli Stoici, il vedere com’ei faccia immortale non sol tanto l'anima
universale, m a anche le anime particolari, mentre per confessione del dotto
Alemanno, « era con forme alle dottrine degli Stoici il ricusare all'anima indi
viduale, come parte dell'anima universale, l'immortalità insensoproprio.» (Ritter,
Physique des Stoïciens. Vedi però nelle Confessioni del Mamiani, Ontologia,
acutamente accennata l'opinione contraria.) inadeguata, io dico, perchè
l'animo che giunge al concetto di Dio trascendendo infinitamente sè stesso,non
può far sì che nelle conseguenze di quella induzione non soprabbondi tuttavia
il sensibile e il contingente che si conteneva nelle premesse; e perchè in
quella via che dalla natura ci mena al divino,noi siamo ancora molto di qua dal
ter mine che dovremmo varcare,sebbene pur di qua piova su noi la luce
incommutabile dell'infinito riflessa dal l'universo a quel modo istesso che il
sole, non ancora spuntato sull'orizzonte, si rifrange scintillando nel mare. È
questa la vera causa per cui Cicerone, comecchè s'avanzasse d'assai soccorso
dall'indole sublime,e l'universalità dell'ingegno latino, non giunse però (e lo
vedemmo) al concetto ben determinato dell'infinito; ma è vero altresì che uno
fra gli studj più belli della Storia della Filosofia si è il cercare nei suoi
libri popolari e speculativi come il concetto di Dio,correlativo a quello del
l'anima, si va grado a grado perfezionando nelle opere fisiche, finchè perviene
alla sua pienezza nelle dottrine morali. Un primo passo di questa ardita
speculazione noi lo vedemmo nel De Natura Deorum,libro essenzialmente istorico
e disputativo, in cui Cicerone, avvolto nella di scordia delle sètte,e inteso a
paragonarle tra loro e a combatterle con ogni argomento,non sa affermar che ben
poco, e si restringe all'esame delle altrui opinioni; tien dietro a questo
nell'ordine de'suoi pensieri il Sogno di Scipione, dove il concetto di Dio si
determina meglio, e apparisce anche più chiara la tendenza alle dottrine
platoniche; m a quelle dottrine sono trattate ampiamente nel primo libro delle
Tusculane,testimonio del suo metodo che de sume i principj dell'osservazione
intima della coscienza, e si sforza, trascendendo il creato, di profondarsi nel
l'essenza di Dio. In quei capitoli si tratta dell'immorta lità, secondo il
metodo della Nuova Accademia;cioè vuol provarsi (giusta l'intendimento metodico
del libro) come ammessa o non ammessa la indistruttibilità dell'anima
umana,segua in ogni modo che la morte non è da te mersi; l'immortalità poi si
dimostra movendo dalla tra dal dizione degli antichi, tradizione efficace
quod propius aberant ab ortu et divina progenie, dal consenso univer sale che è
legge di natura, manifesto nelle consuetudini, nelle leggi, nelle cerimonie,
negl'istituti, e dal senti mento naturale, onde alberga nelle menti degli
uomini, e segnatamente dei grandi,il desiderio della gloria che Cicerone chiama
con bella immagine un augurio de'se coli futuri. Sostenuto da tali prove la cui
efficacia de riva dal fondo del pensiero platonico, egli per ispiegare la
condizione dell'anima dopo la morte, ricorreva a de terminarne la natura, e
contro gli Stoici che le aveano concesso un'immortalità temporanea, affermava
con ra gione essere più difficile assai pensare l'anima rac chiusa nel corpo,
che immaginarla libera da ogni m a teria, e tornata ad abitare nel cielo
ond'ella è discesa. In queste parole si accenna la spiritualità che prevale tra
gli attributi dell'anima; sennonchè il nostro filosofo,che avea penetrato il vero
senso scientifico della parola, dicendo: ciò che è spiri tuale, sebbene non
percepibile al senso, andar soggetto per altro all'apprensione del
conoscimento, venuto poi a determinarlo, rimase un po'titubante; onde,sebbenetra
cinque elementi, che secondo Aristotele costituivano la sostanza terrestre,
scegliesse il quinto non nominato, più che non inteso a costituirne l'essenza,
e rifiutasse le gros solane fantasie d’Aristoxeno, di Democrito e d'Epicuro,
quando se la immaginò separata dal corpo, necompose una dottrina non al tutto
spirituale. Concedansi queste incertezze, da cui non anda assoluto neanche
Platone, al bujo sempre crescente delle speculazioni gentili.Ma da modesti
principj si leva il filosofo latino alla sublimità della scienza. Egli è tanto
inclinato con Platone ad affermare l'anima come una natura perfetta e immune da
ogni contagio colla materia, che la vuol rinchiusa nel corpo come in un
carcere; colle dottrine della filosofia moderna ne inferisce la semplicità dal
sentimento unico ch'ella ha del molte plice;riproduce,come nella Repubblica, il
noto argomento platonico tolto dall'eternità de'principj motori, e chiama
plebei quei filosofi (gli Epicurei)che non ne consentivano l'efficacia; espone
anche l'altro che all'anima attribuisce l'immortalità per l'intuizione degli
eterni esemplari. Che dunque inferiva da queste prove? Egli stante la
incertezza de'filosofi contemporanei, non si perdeva a determinare in che
proprio consistesse l'essenza dell'anima, o dove la sua sede nel corpo; atte
nendosi al concetto di causa,rivendicava al ragionamento induttivo sui fatti
interiori la sua validità di contro al l'induzione delle scienze sperimentali;
e si volgeva agli empirici materialisti,maravigliandosi come negassero poter
concepire l'essenza dell'anima separata dal
corpo,essiche pur tanto poco conoscevano dell'initimo operare della
materia; argomento valevole anch'oggi a smascherare i pretesi nemici della
Metafisica,se la reverenza alla ne cessità logica de principj fosse mantenuta
nel fatto, come è predicata a parole,da quanti amano chiamarsi seguaci delle
discipline speculativ e. (Tusc., Cf. Cato M., de Am. Meditando i capitoli della
Repubblica e delle Tuscu lane, alcuni del Catone Maggiore e del Lelio, e
qualche squarcio delle Orazioni (Miloniana), si vede in tutta la psicologia del
nostro filosofo, anzi in ogni parte della sua fisica questo ritorno costante
dell'induzione correlativa;nè sfugga all'osservazione del critico una nota
importante di questa dottrina, e cioè che, sebbene parrebbe a primo aspetto
avere Cicerone desunto la cer tezza scientifica della esistenza e delle
perfezioni di Dio dalla contemplazione dell'universo e dell'animo umano,
apparisce invece in più luoghi che un sentimento vivo del l'eccellenza di
Dio,nutrito dall'indole religiosa, e dalle tradizioni latine, dà lume e
certezza al concetto positivo dell'anima. E invero, se egli mostra talvolta di
dubitare della semplicità e immortalità dell'anima u m a n a, dell'esi stenza
di Dio e delle sue perfezioni infinite non dubita mai.«L'origine dell'anima
umana,egli diceva nel De consolatione, non può in alcun modo trovarsi su
questa terra. Non v'ha in essa niente di misto, nè di concreto o di
terrestre; niente d'aria, d'acqua o di fuoco. I m perocchè tali sostanze non
sono suscettibili di m e m o ria, d'intelligenza o di pensiero, nulla hanno in
loro che ritener possa il passato, prevedere il futuro, c o m prendere il
presente; le quali facoltà sono unicamente divine, e non possono in guisa
alcuna essere venute nel l'uomo,se non discendon da Dio. La natura dell'anima è
perciò d'una specie singolarissima, e da queste comuni e cognite nature distinta;
talchè, qualunque esso sia, ciò che in noi sente e gusta,vive e si muove,deve
essere per necessità celeste e divino, e però eterno. Infatti Dio stesso,che
èinteso da noi,non può intendersi in altro modo che come una mente liberissima
e pura,sgombra da ogni concrezione mortale, che vede e move ogni cosa, e sè
stessa con sempiterno moto; di questa sorta e di questa stessa natura è l'anima
umana.» Con queste parole conchiude Cicerone nel primo dei Tu sculani la
dimostrazione dell'anima e di Dio, dimostra zione mirabile per lucentezza
speculativa, e per schietta e dignitosa eleganza; qui lo vedi abbandonato al
nobile istinto del genio, e a un'immortale devozione pel bello, levarsi nel
mondo degli universali, nella dimora degli spiriti eterni, e indovinare quasi
sui vestigj di Platone i fondamenti ove posa la teologia del teismo; salvochè,
se il lettore tien dietro al procedere delle prove, e al le game segreto che le
connette,s'accorge tosto come per l'abito d'indurre dalle cause modali manchi
alla sua d e finizione di Dio la vera trascendenza logica del concetto, sebbene
(come vedremo) ve lo ravvicinasse d'assai nel primo delle Leggi la viva
coscienza dell'ingegno latino. La maggior parte di coloro che ci hanno
preceduto nella critica di Cicerone, hanno esaminato diligentemente l'indole
delle prove a cui s'appoggiava la dottrina del l'immortalità, e alcuni andarono
tant'oltre, nonostante le sue continue e ripetute affermazioni,che da certe epi
stole consolatorie agli amici (la sedicesima e l'ultima del libro V,e la
ventunesima del libro VI, ad Diversos)de Principio etherio
flammatus Iuppiter igni Vertitur et totum collustrat lumine mundum, Menteque
divina cælum terrasque petissit: Quæ penitus sensus hominum vitasque retentat,
Ætheris æterni sæpta atque inclusa cavernis. » (De suo Consul. De Divin. dussero
ch'egli ne dubitava; m a a queste accuse rispose vittoriosamente Gautier de
Sibert nell'Accademia di Francia,e Kuehner piùtardilo confermava.Delresto per
ciò che risguarda gli attributi divini, e se Cicerone ammettesse uno o più
dèi,e se quest'unico Dio facesse veramente eterno,onnipotente,necessario, immutabile,e
qual fosse conforme alla sua dottrina la condizione degli animi separati dal
corpo, questione trattata da parecchi critici, io son d'avviso che tutto ciò
non possa stabilirsi con assoluta certezza, varie opere del nostro filosofo es
essendo andate perdute, nè trattando egli espressamente tali materie nelle
altre che ci sono rimaste.E nondimeno per chi mediti senza preoccupazione i
suoi libri v'è tanto ancora quanto basti a mostrare,come in mezzo a una re
pubblica corrottissima e ad uomini scelleratissimi l'ora tore latino cercasse
nel concetto genuino di Dio e del l'immortalità un degno conforto alle sventure
civili, e un magnanimo entusiasmo alla sua parola propugna trice ultima delle
libere istituzioni; egli che in uno dei suoi poemi,composto nel bel mezzo della
vita politica, avea definito Dio con quella immagine sublime di vera poesia:
Oratornandoalla dottrinateologica, questosegregare la mente dell'uomo da ogni
natura corporea,e sublimarla a una parentela soprannaturale con Dio, il che è
già accennato nel sogno di Scipione,dove nel senso platonico la natura
materiale del corpo è opposta a quella del l'anima, e la vita nostra è chiamata
una morte ci dà oc casione a stabilire un punto importante della fisica di M.
Tullio, cioè il suo dualismo, o semipanteismo. Di tal dualismo mi pare
sipossano arrecare due cause;l'una comune alla legge con cui si svolgono isistemifilosoficinella
storia,l'altra ristretta particolarmente all'ingegno di Cice rone.Quanto alla
prima causa,se ricordiamo ilgià detto in torno al modo con cui l'uomo partendo
da sè stesso conce pisce nell'indefinito del suo pensiero l'indefinito di Dio,e
l'anima lungo la serie delle cause modali da sè,prima causa più manifesta e più
vicina a sè stessa,immagina la divina causalità, intenderemo come fra le
contradizioni del panteismo quella che subito si porgeva più chiara alla
riflessione esaminatrice,fosse la medesimezza dell'anima e di Dio infi
niticollamateriafinita,passibile,imperfettaedalrifiutodi questa contradizione
uscisse il dualismo di Dio e della m a teria,dell'anima e del
corpo,dell'intelletto e del senso.Tal dualismo desunto da Platone, benchè in
fondo contradit torio esso pure,indica un vivo sentimento dell'eccellenza di
Dio e dell'essere umano, e mi piace riconoscerlo come proprio degli uomini
sommi; laonde è ben naturale vi dovesse aderire Cicerone, non tanto perchè
innamorato degli esempj delle scuole socratiche la cui efficacia infor mava
vivamente le dottrine romane, quanto perchè poco amante della incertezza delle
scienze sperimentali, e testi mone egli a sè stesso dell'altezza dell'umano
ingegno,la cui onnipotenza tante volte gli apparve ne'combattimenti immortali
della tribuna. (Vedi più luoghi negli Ufficj e segnat. L. III, c. XLIV, ed
opere pass.) E poi se quel dualismo soddisfaceva da un lato le aspirazioni dei
più grandi intelletti, e metteva la notizia diDio al sicuro da ogni condizione
del finito, d'altro lato il concetto astratto che dava di quello la scuola
socratica faceva nascere il dubbio sul come spiegarne le relazioni, pur
necessarie, coll'universo dei corpi. Tal dubbio implicava il solito quesito sul
come conciliare l'ente col non -ente, il finito coll'infinito, il relativo
coll'assoluto, la perenne mutabi lità de'moti fenomenali colla quiete
immutabile dell'es senza prima, quesito continuamente proposto dalla G e n
tilità,nè mai risoluto,perchè mancava a sciogliereilnodo il vero concetto
d'attinenza creatrice.(Vedi Platone, Sofi sta.) Quindi la mente desaggj
ondeggiava di continuo da un termine all'altro di quella contradizione
immortale. Enrico Ritter, più volte citato, esaminando il sentire del filosofo
latino intorno a siffatto quesito, e rappresentando con vivi colori
quell'opposizione ch'ei pose tra la natura e il divino, non ne conobbe forse la
causa più vera; la quale gli sarebbe apparsa evidente se in luogo di vol gersi
soltanto all'indole dello scrittore, l'avesse cercata in questa contradizione
che affaticava da più secoli la filosofia pagana. Ma il Ritter s'appose anche
in parte, poichè quel vivo intuito delle perfezioni divine ed umane, e della
differenza tra la materia e lo spirito che prima avea salvato Cicerone dalla
dottrina d’un'unica sostanza, ora lo teneva sospeso nelle contradizioni del
dualismo, massima delle quali era il contrasto tra la libertà divina ed umana e
le leggi fatali della natura che spegneva ogni fede nella provvidenza, nel
libero arbitrio e nella religione degli avi. Come il nostro filosofo mantenendo
il dualismo inten desse di conciliare l'efficacia della prima cagione nelle
cagioni seconde col moto necessario dell'universo, come spiegasse quell'atto
misterioso di causalità con cui l'in finito si congiunge al finito, e lo
comprende e lo sostiene senza identificarsi con esso, e, mentre faceva con
Platone emanato da Dio l'intelletto,rivendicasse all'altra parte del
l'uomo,identica colla natura sensibile,l'autonomia de'pro prj atti,e
l'imputazione morale,è quesito di non poca dif ficoltà, sì perchè la sua
dottrina fisica del dualismo non è abbastanza accertata,e perchè d'altra parte
ne’libri che esaminiamo al presente, ma più ne'morali, s'incontrano
affermazioni decise e ben ragionate sulla provvidenza di Dio e la libertà
dell'essere umano. (De Leg., Fin., Tusc., N. D., Catil., pro Marcello, ad Att.,
ad Div. Certo s'egli non fosse nato nell'ultima età dell'era pagana, e avesse
accolta quella teorica della creazione ex nihilo, chiamata giustamente da
Terenzio Mamiani una delle maggiori conquiste ottenute dalla speculativa dei
nuovi tempi sulle età trapassate, (Conf.) ha tratto dalla notizia di Dio
creatore un concetto chiaro delle sue re lazioni col mondo, e i due ordini
naturale e soprannatu rale gli sarebbero apparsi intrecciati fra loro per quel
legame di causa che congiunge la teologia colla scienza del mondo.Ma Cicerone, come
tutti igentili,rifiutavala dottrina della creazione, sebbene proposta alla
mente dei filosofi e delle plebi forse dalla memoria d'antiche tradi zioni, il
che mostra un frammento del libro terzo De Natura Deorum, conservatocidaLattanzionellibro
secon do,c.8 delle Istituzioni divine. Esclusa la teorica del congiungimento
tra l'infinito eilfinito perattinenzacrea tiva,non rimanevano,come vedemmo, che
due sole vie;o l'unità consustanziale di Dio e dell'universo,o l'assoluta
separazione di questo da quello, del molteplice dall’uno, dell'assoluto dal
relativo. Ma la dottrina de'panteisti menata alle sue ultime conseguenze,oltre
all'incorrere in quella lunga serie di paradossi e di antinomie che in parte
accennammo, e la cui dimostrazione ha esercitato per tanto tempo l'ingegno
de'filosofi d'ogni parte d'Eu ropa, repugnava secondo Cicerone all'indole
pratica e positiva del politico e del cittadino; laonde egli la c o m battè
acutamente colle armi della Nuova Accademia nel quesito proposto dagli Stoici
sulla divinazione o previ sione del futuro. Secondo questa dottrina che usciva
dalle premesse della fisica di Zenone,l'uomo poteva prevedere ilfuturo
daisegnidellecoseanimateodinanimate,essen dochè l'universo fosse collegato ab
eterno da un ordine necessario di cause efficienti;ordine necessario nell'uomo,
che era una particella o determinazione dell'anima uni versale;necessario nella
natura,dove ogni fatto è gover nato da leggi, e racchiude in sè la ragione
de'fatti con secutivi; necessario in Dio stesso che, immutabile per sè, si
trasforma ne'fenomeni della natura come in uno svol gimento fatale della
propria esistenza. Questa dottrina che si finge esposta dal fratello di CICERONE
(si veda) nel primo De divinatione,è poi confutata dal l'autore nel libro
secondo; e quel dialogo è di somma importanza nella storia delle credenze umane,perchè
trattando la gran questione del soprannaturale agitata ai tempi di
Tullio,riproduce nel calore della controversia quello stato penoso degli
animi,sospesi nell'incertezza dei più nobili veri, e in un'età in cui la rovina
del politeismo già preparava il rinnovamento cristiano. La conciliazione tra
l'ordine necessario del mondo e l'autonomia dell'essere umano è accennata
nell'operetta de Fato.Questo libro,o meglio questoframmento,dove si espone un
dialogo avuto dall'Autore presso Pozzuoli con Aulo Irzio, console, scritto, insieme coi due libri della
Divinazione,a supple mento dell'altra opera de Natura Deorum per sostenere la
libertà dell'arbitrio contro il concatenamento fatale delle cause, e temperare
le ultime illazioni de'panteisti e de'dualisti contemporanei. Il metodo
dell'osservazione, applicato nei soli termini della natura sensibile, menava al
lora (come oggi) alcunifilosofisperimentali ad accettarela dottrina del Fato
(detto dagli Stoici eiuzpuévn),inteso come un ordine e una serie di forze,manifestanti
la natura di cause, e che s'intrecciano fra loro d'effetto in effetto per leggi
costanti d'antecedenza e di conseguenza.Ora è chiaro che da questa dottrina
condotta alle ultime conseguenze,
uscivaalteratol'ordineuniversale,eilconcettodinecessità che lo sovraneggia. Era
alterato dal panteismo,dove ve rificandosi l'identità de'due ordini
soprannaturale e natu rale,ogni atto fisico ed umano si riduceva a un deter
minarsi necessario della causa divina; era alterato dal dualismo che opponendo
Dio allanatura,e immaginando quest'ultima come sospinta da un ordine fatale di
cause intrinseche ad essa,non poteva spiegare in eterno come in quest'ordine
naturale si dessero fatti liberamente o p e rati. Ma Cicerone si schermiva da
questi errori ricor rendo alla osservazione interna, e al concetto di causa.
Che cos'è la libera volontà? salità poi non dee intendersi costituita
dalla pura e semplice successione de'fatti,ma dallasuccessione lorounita
coll'efficienza degli uni sugli altri.Or dunque (riprendeva ilfilosoforomano
controCrisippo),argomentano benegli Una libera causa; lacail Stoici
dicendo che nell'ordine prestabilito della natura tutto si opera per cause
antecedenti ed esterne, m a non hanno ragione se vogliono turbata questa legge
della n a tura dall'operare dell'arbitrio; « poichè quando diciamo di volere o
non volere qualche cosa senza una causa, fac ciamo uso non buono di una
consuetudine del linguaggio comune, intendendo dire, senza causa esterna ed
antece dente, ma non senza una causa qualunque;di fattiil moto volontario degli
animi ha tale natura che è in nostropotereeciubbidisce,non peròsenzacausa;chè
la causa di tutto ciò è la sua stessa natura. Non ci è permesso riferire qual
fosse in ogni parte la dottrina diTuiliosullalibertàdelvolere,perchè il libro De
Fato racchiude importanti lacune; m a apparisce però da più luoghi ch'egli la
fondava sulla certezza dell'imputabilità degli atti umani,e per tal via si
apriva il passaggio dalle opere fisiche alle morali,nel modo che appositamente
e con ordine verrà dimostrato nel capitolo quarto. Concludendo, alle dottrine
sin qui esaminate si re stringe le serie delle opere fisiche di Cicerone. Nelle
quali vuolsi considerare com'egli avviluppato in una moltitu dine di sistemi
contradittorj e negativi,e costretto ad esercitare l'esame della riflessione
sopra una materia scientifica ingombra nelle parti più sostanziali dalle te
nebre del sofisma, distinse le verità disputabili dai teoremi della
scienza,sceverò con critica coscienziosa ilbuono ed il certo delle filosofie
contemporanee ponendo l'una a ri scontro dell'altra, e temperandole ne'loro
eccessi. Per tal modo le principali verità mantenendosi intatte, soc correvano
il pensiero a ricostituire l'Ontologia nei prin cipj della scienza cristiana; e
questo è davvero un m e rito insigne e innegabile della fisica ciceroniana,
come altri notati da noi sono la sua temperanza verso le affer mazioni
eccessive degli sperimentali, il concetto di Dio, ravvicinato alla dottrina di
Socrate,e sciolto,per quanto erapossibileallora, dallecondizionielimitazionidell'uomo,
la natura spirituale dell'anima,la sua libertà dimostrate in tempi di
abbattimento morale e di costumi nefandi. Su questi principj fondava
l'oratore latino la sua fede religio sa;chè se (come nota bene Vannucci) «
nella Divinazione ed altrove, allontanandosi dalle forme timide della Nuova
Accademia con argomentazione più forte che in ogni altro scritto combattè da
arditissimo novatore le credenze usate già come istrumenti oratorj e politici,e
mostrò il vano e il ridicolo dell'arte divinatoria, e dei prodigj, e delle
imposture sacerdotali; » Senatore e console di Roma, egli voleva una fede
ritemprata alle sorgenti incorruttibili della morale, e che diventasse vero
fondamento alla rico stituzione civile della sua patria. 1. Se la scienza, come
affermammo più volte, è un portato delle naturali notizie; se, ritenendo essa
nel suo svolgimento la natura del principio che la informava, la unità dell'oggetto
scientifico, riconosciuta dalla riflessione, si fonda in un primitivo ordine di
veri presenti tutti al l'armonia della coscienza,che costituisce il soggetto
scien tifico; nessuno può dubitare che i principj della teorica del conoscere,
o della Logica non si colleghino intima mente con quelli della teorica dell'essere,
coi principi dell'Ontologia. Il fondamento di questo legame che, a n teriore al
fatto della scienza, si riproduce tal quale nella scienza stessa, ha la sua
ragione nell'idea della persona lità umana, da cui, come da unico fonte,
rampolla la triplice attività dell'esistere,del conoscere,dell'operare; l'ha
nella stessa natura del vero che unico in sè, se lo esamini sotto duplice
aspetto, è prima essere nelle cose, e poi si fa vero contemplato
nell'intelletto. La medesi mezza delle due parti suddette della filosofia
apparisce per modo indiretto nella continua attinenza che strin fra loro le
questioni più importanti della logica e del l'ontologia dai più remoti principj
della nostra scienza fino ai tempi a noi più vicini. È un fatto omai noto nella
storia della filosofia come il quesito fondamentale della logica, qual sia
la relazione che corre tra l'ideale e il reale, quale la corrispondenza tra le
leggi del pensiero e quelle della natura, e se dandosi passaggio dall'intelli
gente all'inteso,se ne costituisca la possibilità della scienza, quesito
contenuto ab antico nella materia delle specula zioni pagane, ricevesse la sua
vera espressione scientifica dalle dottrine critiche della Riforma. È altresì
noto ai di nostri come dalla posizione deliberata di tal quesito si diramarono
due scuole; il Criticismo francese e alemanno, e il Criticismo cristiano, che
cominciato dai Dottori e dalla buona Scolastica ne'tempi di mezzo,segue a
fiorire segna tamente in Italia ai dì nostri. Ambedue queste scuole, di verse
sostanzialmente nei principj ontologici del sistema, dissentono pure nella
logica. La prima desumendo le sue dottrine dal panteismo e dualismo antico,
resuscitato più tardi da un ritorno della civiltà cristiana ai dommi del Gentilesimo,disconobbe
l'attinenza manifestatrice che per legge di natura intercede tra il pensiero e
le cose, tra il soggetto e l'oggetto, e quell'attinenza ode naturò in identità
colle dottrine d'un'unica sostanza, o riduce a separazione ammettendo col
Cartesio un'intima differenza tra le qua litàdell'esteso elequalità del pensiero,
d'onde il sistema delle cause occasionali del Malebranche, quello dell'armonia
prestabilita del Leibnitz e lo scetticismo di Bayle e Kant. La seconda scuola
movendo dal principio che la libertà del pensiero scientifico soggiace per
legge di natura alla condizione di non potere alterare l'ordine necessario
degli enti fra loro, trovava con sublime e trascendente concetto il legame
dell'idealità col reale e nell'intima essenza dell'atto creativo di Dio, che
pose primitivamente una coordinazione d'atti fra l'essere delle cose e
gl'intelletti creati; e in Dio stesso nella cui n a tura infinita e impartibile
s'immedesima l'idealità colla realtà, la realtà dell'essenza coll'eterne idee rappresen
tative e causative degli enti creati. Or che si deduce da ciò? Che se il principio
del Criticismo, ond'è ridotto a problema il teorema della conoscenza, ha un
intimo riscontro nei fondamenti della dottrina dell'essere, ei si. Ma qui cade
per altro una considerazione importante. Il panteismo e ildualismo,sebbene
alterassero dai fonda menti la dottrina della conoscenza o distruggendo la re
lazione ond' è manifestativo il pensiero, o affermando un'incomunicabilità
primordiale tra ilsenso e la materia, principio di corruzione e d'ignoranza, e
lo spirito eterno emanato da Dio, non negavano per anco esplicitamente nè l'un
termine nè l'altro dell'attinenza conoscitiva;e quando in un sistema, sia pur
guasta e corrotta,sia pure implicitamente negata,siconserva nell'intimo
significato delle dottrine la piena comprensione del soggetto su cui cadelascienza,
qualunquedisputaintornoaiprincipalipro blemi si offre sempre con probabilità di
scioglimento alla riflessione esaminatrice. Quella probabilità cessa quando
sensismo, materialismo e idealismo, negando due parti sostanziali del soggetto,
l'intelletto e l'idea manifestante, causa e mezzo del conoscimento, e la cosa
manifestata, termine della cognizione, si chiudono la via ad affermare intera
la notizia dell'essere umano, denaturano il legame che intercede tra l'ideale e
il reale, e rendono impossibile la psicologia, ingannatrice la logica. Un
breveaccenno di questa legge necessaria che si riscontra nella storia delle
controversie filosofiche, l'abbiamo già fatto nella prima parte toccando dei
sistemi principali che apparvero dal primo scadere della scuola socratica fino
ai tempi dell'Arpinate; allora fu osservato da noi come a n dasse di pari passo
coll'oscurarsi sempre maggiore dei veri principali e delle antichissime
tradizioni l'impoverire della forma logicale dei sistemi,e come l'ultimo grado
di questo scadimento fosse segnato dal sistema d'Epicuro, e dalle dottrine
logiche della Nuova Accademia. Ora poi stemi che alterarono questa
dottrina sono contemporanei ai primordj della filosofia, antichissimo deve
essere il fon damento del Criticismo; e ne sono testimonj le più strane
teoriche sul modo del conoscimento procedenti dalla fisica de'sistemid'India,
d'Italia,diGrecia,come,ad esempio, gli atomi di Capila, gl'idoletti di Democrito,leimmagini
fluenti d'Epicuro e di Lucrezio. ci sia permesso venire su questo
proposito a maggior particolari, perchè, giunti a questa parte delle opere di
Tullio dove conviene esaminare la controversia tra gli Stoici e l’Accademia
sulle dottrine del conosci mento,rappresentatada luineilibri Accademici, importa
massimamente il notare perchè e come ai tempi del filo sofo latino,o poco
avanti,ilproblema fondamentale della logica si fosseristretto alla percezione
sensitiva; e come dal punto diverso e dai confini onde le due parti dispu tanti
consideravano il quesito intorno al conoscere, di penda il valore delle prove
allegate, e il principio su premo che governa la controversia. 2. Venendo
dunque al proposito, il sistema d'Epicuro e le dottrine dell’Accademia, non che
lo scetti cismo e l'empirismo finale ci palesano quasi una spos satezza del
pensiero greco, che non val più ad abbracciare la totalità del soggetto
scientifico con quell'ampiezza di principj e di leggi con cui Platone e
Aristotele l'avevano abbracciata;ma un peggioramentoimportantenellaforma
scienziale già si notava nel sistema degli Stoici. Consi derate un poco la
sostanza di quelle dottrine,e vi troverete due principj che danno a tutto il
sistema due qualità e due aspettiben differenti.Il cardine del sistema di Ze
none è infatti l'unità primordiale e finale delle cose tutte, la unità della
sostanza prima indistinta e indeterminata, che poi si determina e si partisce
per l'efficacia del prin cipio attivo e divino svolgendo da un unico germe la
dualitàde'principj.La sostanza prima, distinta allora in un'anima e in un corpo
universali, causa delle anime e dei corpi particolari, costituisce l'essere del
mondo che rappresenta la vita di Dio; quella vita diffusa in tutte le cose
animate ed inanimate le fa partecipare per un in timo principio di
compenetrazione alla natura e all'effi cacia di Dio,e l'anima umana,ch'è più
vicina a quella sorgente universale, ne ritrae maggiormente, informando e
compenetrando il corpo, a somiglianza dell'anima uni versale, e come quella
riducendo a un solo principio m o tore le facoltà seconde; talchè per gli
Stoici dall'unità dell'essenza prima esce identificato l'intelligibile col
reale, il pensiero cogl’oggetti, l'intendimento col senso. Considerato
inquestegeneralità il sistema di Zenoneabbraccia tutto intero il complesso dei
veri palesati dalla coscienza, alterandone la natura col Panteismo.Ma se vieni
ad esa minarlo più particolarmente, allora i molti principj con tenuti nel seno
fecondo della materia prima,e in lei de terminati più tardi, il divino e materia,
anima e corpo,intelletto e senso, pensiero ed oggetti,scompajono tutti,e
siriducono ad un solo; alla natura informe e indeterminata della materia.
Allora ti apparirà vizio capitale di quel sistema la riflessione esaminatrice che,
sebbene apparentemente voglia svincolarsi dal senso e dalla materia, concependo
a m o 'degli Ionj dinamici nel seno dei fenomeni naturali un'intima energia
infinitamente diversa dalla materia, e cagione di que'moti,non sa dominare la
fantasia, e ab bandonata al pendío voluttuoso dei tempi,trasporta in quella
forza primitiva e in Dio stesso, che la pone in atto, le qualità corporee. Così
la dottrina degli Stoici sin dalle sue radici s'infettava di materialismo. Ora
è tale il ri scontro dei veri principali nella legge necessaria del co
noscimento, che, oscurato il concetto di Dio e delle cose, se ne oscura alla
mente dell'uomo la nozione di sè stesso Non è dunque a maravigliare se per gli
Stoici al mate rialismo in fisica tenesse dietro il sensismo in psicologia;
quindi, già lo accennammo, alterato il vero concettodi potenza
conoscitiva,scambiarono inostril'occasionedel l'atto apprensivo, che ci viene
dai sensi,colla causa intima di quello,veramente causatrice, che è l'attività
dello spi rito;quindi,non bene distinto l'operare dei sensi e del
l'immaginativa dall'operare dell' intelletto, diedero al complesso dei fantasmi
le qualità del pensiero. In questo esame parziale e negativo delle facoltà del
soggetto, quale ci offre la psicologia degli Stoici, si nascondeva per fermo
una potente causa di scetticismo;chè movendo dal lato indiretto da cui la Stoa
considerava il fatto dell'umano conoscimento, e negli angusti confini in cui
restringeva la coscienza delle interne operazioni dell'animo,era
facile a sottili ragionatori trovare appiglio per dubitare di qual
che cosa o di tutto.Vi si prestava la natura dell'idea, che avendo il proprio
essere in un'attinenza manifestatrice, se la consideri identica ai fatti
animali, ti doventa un mistero; vi si prestava la natura del senso,
inesplicabile, oscuro e sostanzialmente erroneo, se non lo risguardi illu
minato dalla luce dell'intelletto; vi si prestava infine la fantasia perenne
creatrice del falso, facile a denaturare coi più vivi colori del senso gli
ultimi resultati della p o tenza astrattiva. Così dal sofisma degli Stoici (e
sofisma vuol dire sempre difetto) germinava quello dell’Accademia. Chè, se fu
cattivo abito della riflessione esa minatrice nelle dottrine di Zenone il fare
ombra dei fe nomeni materiali allo splendore delle idee,e ridurre quasi ciò che
v'ha di più vivo nell'umana personalità allo sviluppo meccanico delle funzioni
apprensive,fu pessimo nella Accademia,non già l'opporre ilvero all’er rore,il
compiuto all'imperfetto esame della coscienza,lo che essa non fece; m a
profondarsi nelle sole astrazioni, m a restringersi nel pensiero vuoto, fenomenale,
apparente, o al più negl'inganni d'un fallace conoscimento. Quindi a una
negazione di negazione si riduceva ai tempi di Tullio, o poco innanzi, la
polemica tra gli Stoici e la Accademia.Ed ecco (ciò che cieravamo proposti a
mostrare) perchè dopo i notevoli perfezionamenti che la dialettica avea
ricevuto dalle scuole italica ed eleatica, da Platone e dall'Organo
aristotelico, la teorica sulle fonti del cono scimento, complessiva di tanti
veri, s'era allora ristretta alla disputa sulla percezione sensitiva. 94
Tal disputa, dipinta con tanta verità di colori da Tullio nei due libri degli
Accademici Primi, e massime nel se condo (chè il breve frammento rimastoci del
primo degli Accademici Posteriori, dedicato a Varrone, si riduce ad una
semplice esposizione istorica delle principali scuole socratiche), rappresenta
in fondo la lotta di tutti i tempi tra il dommatismo inconseguente e lo
scetticismo presun tuoso. Quel venire ai cozzi di opinioni eccessivamente af
fermative con altre assolutamente inquisitive era, come dei nostri,
un portato naturale dei tempi di Tullio,tempi di contradizioni profonde, nei
quali, come oggi, da una parte tutto si disfaceva con rabbia sterminatrice,
dall'altra con puntigliosa rigidità si sosteneva qualunque lato anche debole e
imperfetto del vero,imperfettamente considerato. La superbia e ildisprezzo
erano le armi con cui si scon travano i combattenti, e l'una e l'altro stavano
bene a quelliuomini,eloquenti,come noi,nell'esaltareiprincipj, e non logici
quanto conveniva nel dedurre da quelli le gittime conseguenze; altrettanto
facili ai propositi gene rosi,quanto
difficilinell'eseguirli;filosofidaaccademia,e da piazza; politici predicanti la
severità antica nelle m o l lezze moderne; uomini a cui mancava la lena di
levarsi sulle ali del pensiero alle universali armonie della scienza nel
vero,nel bello e nel buono,capaci soltanto d'impri gionarsi nelle angustie
d'una dialettica ingannatrice o p ponendo sofisma a sofisma,contradizione a
contradizione. Quindi massimo argomento in questo, come in simili casi, del
difetto delle due parti che disputavano, era che, se tu esamini l'una e l'altra
con animo non preoccupato, e poi non imiti Cousin, che dall'accozzo fortuito
degli errori volle ricomporre il corpo formoso della filosofia, quasi statua da
brani dispersi sopra antiche ruine, m a cerchi di compirle ambedue colla
pienezza dei veri atte stati dalla coscienza naturale, soltanto allora elle
t'appa riranno perfette, e risoluta la tesi, ti vedrai brillare al pensiero la
luce d'un irrepugnabile convincimento. La disputa è finta da Cicerone come
avvenuta presso Baule in una villa d'Ortensio, presenti lo stesso Ortensio,
Catulo e Lucullo. Gl'interlocutori principali sono Lucullo e CICERONE (si veda).
Lucullo sostiene le parti d'Antioco, del Portico, contro Filone,
dell’Accademia. Tullio quelle di Filone contro Antioco. Or qual era il
principio da cui moveva, e quali i punti più segnalati in cui si spartiva il
ragiona mento? Qui occorre ridurci a memoria un'importante osser vazione del
Ritter. Il quale nella sua Storia della filosofia antica, tenendo dietro
all'indirizzo che la dottrina sulle fonti del conoscimento avea preso da
Aristotele in poi, quando nota la differenza segnalata che correva tra gli
Stoici e il filosofo di Stagira, mentre questi moveva sì dalla sensazione, ma
senza negare il resultamento del l'attività intellettuale dell'anima, laddove
gli Stoici, più vicini in ciò agli Epicurei,cercarono di ravvicinare di più in
più il pensiero razionale alla sensazione concependolo solo come una sua
conseguenza e trasformazione, aggiunge inoltre che nell'evitare le grandi
difficoltà, le quali si opponevano alla dimostrazione di quel loro sensismo, si
rias sume intera la dottrina degli Stoici intorno al criterio del vero. Ritter.
L'osservazione di Ritter è giusta. Di fatti per quella solita opposizione che
trovi in ogni filosofo di setta tra le tendenze vive dell'animo e l'indirizzo
artefatto della riflessione, si vedevano negli Stoici due disposizioni opposte
che imprimevano qualità contradittorie al loro sistema; da un lato il pendio
del l'età e il decadimento della forma e della materia scienti fica li
inchinava al sensismo e alla meditazione incompiuta del soggetto su cui cade la
scienza; dall'altro la tradi zione socratica e la voce non muta del senso
comune li chiamava ad abbracciare il complesso dei veri di natura, le facoltà
dell'animo e i termini loro, e a rendere possibilmente perfetta la forma
scienziale; antitesi d'opposte tendenze che pur si specchia in quell'ondeggiare
continuo del loro sistema tra il panteismo ionio e il dualismo so cratico. Ora
che ne veniva da ciò? Dal lato imperfetto da cui gli Stoici consideravano l'umana
coscienza quanto alla dottrina del conoscimento, resultava ch'essi sbaglia vano
il concetto di potenza,di causa,di relazione, fondamenti primi di tal
dottrina;quindi la loro logica si re stringeva alla dimostrazione del
conoscimento acquistato per via de'sensi,di cui ponevano l'essenza nella
rappresenta.zione vera o comprensiva (parrugia 2270)atlyn), ch'è un patire
dell'anima,a cui risponde da un lato l'operare del l'oggetto sentito,
dall'altro l'operare dell'anima stessa che conseguentemente alla sensazione
ricevuta assente,giudica e ragiona.Ma qui, giova il ripeterlo, stave la fallacia
dell'argomento; gliStoicimovevano dalnulla,edaquelnullaface vano uscire la
pienezza del soggetto e dei principj costituenti la scienza.E veramente io non
negherò mai alla buona filosofia che ilfatto della percezione sensibile,intesa
come attinenza reale tra il sentito e il senziente, mi riporti al l'esistenza
di due termini de'quali l'uno è causa esterna e occasionale della sensazione,
l' altro è causa intima e veramente efficace; non negherò mai che l'illazione
di causalità mi mova ad affermare la reale natura dell'ente che opera sugli
organi de'sensi,e che il concetto di po tenza m'induca a concepire nelle
facoltà conoscitive un qualcosa che le costituisca operanti,un che di positivo
e d'efficace che risponde alla passività negativa del sentimento; m a io nego
agli Stoici quel loro metodo di facili illazioni, onde identificata la potenza
intellettiva col senso volevano dedurre in virtù di universali prin cipj da una
condizione passiva delle facoltà del sog getto l'efficacia dell'intendimento, e
dalla sensazione mutabile e fenomenale l'incommutabile necessità della
scienza.Ma il fato della logica non's'arrestava; e gli Stoici ristretti in tal
modo nelle angustie dei fenomeni sensibili, tanto più quanto levavano lo
sguardo alla cima del sa pere,rammentando le tradizioni del Sofo ateniese, vede
vano l'importanza di ribattere le prove degli avversarj che paragonavano la mutabilità
e l'incertezza de'fatti animali colla natura assoluta del vero contenuta negli
universali concetti,onde germoglia e si sviluppa la scienza. Quindi proveniva
il bisogno vivamente sentito da loro di movere da un fatto e da principj
indubitabili ed evidenti -- Acad. Quindi la necessità di mostrare,primo, come
si possa distinguere la rappresentazione falsa dalla vera; secondo, come
movendo dal reale della rappresenta zione apparisca che la mente stessa che è
fonte dei sensi, e che essa medesima è senso,abbia una naturale energia per cui
tende a ciò che la move al di fuori; mens ipsa que sensuum fons est,atque etiam
ipsa sensus est,naturalem vim habeat quam intendita deaquibus movetur. Da
questo concetto,fondamentale nella logica degli Stoici, [La prima parte
cadeva sulla domanda: se la perce zione sensibile avesse impressi in sè certi
segni della v e rità dell'oggetto rappresentato; il che negava la Nuova
Accademia,affermando che in una percezione,fosse pur vera, non era alcuna certa
nota per distinguerla da una falsa; dubitavano dunque che per mezzo dei sensi
l'entità della cosa sentita passasse tal quale ella era nell'appren sione del
soggetto conoscitore. Posta in tal modo la questione, è chiaro che poichè il
mezzo di passaggio del vero conosciuto dalla cosa, occasione del sentimento, alle
potenze conoscitive, è il senso ed isuoi organi, conveniva innanzi tutto,a
provare la realtà della cognizione, argomentarla dalla veracità naturale dei
sensi.Dai quali movendo Lucullo ne afferma chiaro e indubitato il
giudizio,nulla valendo, ei dice,gli artificiosi argomenti degli avversarj
intorno alle false apparenze delle percezioni; poichè:,dato che i sensi siano
sani,col buono uso ch'io ne faccio posso ret tificarne i giudizj,posso
coll'esercizio e coll'arte aumentarne mirabilmente la forza, il senso è dimostratovero
ne'suoi giudizj dal successivo lavorìo della mente sulla materia da esso
somministrata formandosene i concetti delle qualità e delle specie che son via
ai principj più universali, ai quali naturalmente l'intelletto dà fede, e tolti
i quali ogni arte,ogni scienza,ogni regola della vita cadrebbe. Tutta la
teorica si regge manifestamente sul principio di causa e di relazione. Se io,
diceva Antioco, ho sperimentato in me l'effetto della percezione sensibile,
questa mi riporta ad una causa per via d'una necessaria attinenza. Ma Filone
invece (e in ciò è imitato dagli scet tici odierni) ammettendo la possibilità
del fenomeno come di un che vuoto,di una mera apparenza senza alcun con tenuto,
poneva come probabile che la sensazione non ci scoprisse l'entità di veruna
cosa. M a, riprendeva A n tioco, primieramente oltre i naturali giudizi e i
giudizj scientifici, che nascono e si fanno manifesti in noi per l'occasione
de'sensi, dal germe del conoscimento spunta 98 il ragionamento d’Antioco
si dirama in due capi: della percezione e dell'assenso. Il ragionamento di
Lucullo, compreso dal quinto al ventesimo cap.del secondo
librodegliAccademici,edove l'umano intelletto fa prova di quella forza
irresistibile che in mezzo alle contradizioni del sofisma pur lo sospinge ai
principj universali del vero, è uno dei più mirabili tratti della filosofia e
della eloquenza latina, e chi n'ha seguito con gioja confidente il cammino, se
poi si volge ad aspettare la risposta di Cicerone, gli par di vederlo quale si
dipinge con vivezza egli stesso « non minus c o m motum quam solebat in caussis
majoribus. » Egli per aprirsi la via a dimostrare la sua tesi, non move da una
professione di scetticismo assoluto, m a bensì da una cri tica temperata; e si
fonda in special modo sull'argomento con cui Arcesilao avea combattuto Zenone,
cioè sull'in discernibilità delle percezioni vere dalle false,onde avve niva
che al sapiente non rimanesse alcun assenso deciso, m a una semplice opinione
di verosimiglianza. Comunque sia, s'è domandato da molti. Cicerone non sostiene
egli in questo libro le parti dello scetticismo accademico contro le dottrine
stoiche della percezione? non si professa più volte ne'proemj delle sue opere
seguace della riforma il fiore dell'appetito istintivo, il quale se voi mi
negate avere persuoproprio enaturaltermineilvero,inquanto è conosciuto
appetibile, io sono condotto ad affermare nell'uomo l'assurdo di più facoltà
naturali che natural mente s'ingannano. Poi il falso non può mai essere ter
mine dell'apprensione intellettuale, perchè ilconoscimento coglie di sua natura
l'essere delle cose, ma il falso è appunto,rispetto al conoscimento, lanegazione
dell'essere; dunque il falsonon può mai cadere sotto ilconoscimento.
Finalmente, se nulla è vero, sarà almen vero questo che nulla è vero, perchè
una scienza,una dottrina qualunque, per essere costituita nella sua natura,
ch'è ordine di veri conosciuti,ha bisogno,come di un metodo e di un fine a cui
vada e a cui giunga,così di un principio da cui mova indubitabile e certo. Lo
stesso ordine di concetti desunto dal principio di potenza e di relazione regge
a un di presso la teorica dell'assenso (Guyaute 985e»). introdotta
da Arcesilao? non scrisse egli i due libri,che voi esaminate, per mostrare ai
Romani l'ottimo metodo del filosofare sull'esempio della Nuova Accademia? non
han ripetuto e non ripetono ancora a una voce quasi tutti gli storici della
filosofia che Tullio, seguace nella sua gio ventù dell'Antica Accademia,
s'accostò già maturo alla Nuova, a cui lo traeva il suo istinto oratorio, lo
scetti cismo de'tempi, l'animo incerto in tanta folla didottrine
contradittorie, e la forma ecclettica di filosofia ch'e'si era proposta? Dunque
Cicerone nelle tre parti della scienza,emassime inlogica, seguitò il dubbio dell’Accademia.(Brucker,
Degerando, Bernhardy, Ritter).Tal conclusione,di cui demmo qualche accenno nel
cap.I di questa parte,sebbene apparentemente provata da parecchj testi divisi
del filosofo nostro, da varie sue esplicite affer mazioni,e segnatamente da
tutto il tenore di questi due libri, dove e'prende con lungo ragionamento in
persona di Filone a confutare la certezza delle notizie che ci ven gon dai
sensi,e dove in ultimo contrappone ex professo la sua dottrina del dubbio
sistematico e della probabilità alle contradizioni in cui si lacerava la logica
contempo ranea, tal conclusione, dico, non regge avanti al tutto delle dottrine
esaminate spassionatamente, e avanti a quella norma di critica, che ponemmo sin
da principio,di badar bene alle opinioni che Tullio combatte,e ai metodi che
rappresenta in sè stesso senza per altro interamente accettarli. Le
affermazioni eccessive della critica odierna, bene merita per tanti rispetti
della civiltà e della scienza,hanno la loro sorgente esse pure nel falso
principio del Criti cismo speculativo, che togliendo il pensiero scientifico
fuori delle sue naturali armonie con sè stesso, colle cose, col Creatore e col
genere umano, non riconosce più nello scienziato e nel filosofo l'uomo,e fa
della più socievole fra le dottrine un gergo incomprensibile e
solitario.Bisogna invece nell'esame dei sistemi non uscir mai dalla n a tura di
que'tempi, di quegli uomini, di quelle passioni, di que'pregiudizj, di quelle
consuetudini; bisogna immaginarsi i filosofi quali furono in realtà, disputanti
e pensanti, uomini di tribuna e di tavolino, soggetti essi, come noi, alle
contradizioni frequenti di qualche dottrina anche erronea concessa nel calore
della disputa alle prove degli avversarj, colla interna coscienza, testimonio
irrepugnabile al vero. Tale è più volte ilcaso di Cicerone, e tal metodo noi
tenemmo nella parte fisica delle sue dot trine, e terremo nella logica e nella
morale. Il Ritter scrittore accuratissimo nella critica'de'filo sofi,e alemanno
davvero nella coscienziosa ricerca dei passi e dei documenti, talvolta, ci
duole a confessarlo, compo nendo con disegno ingegnoso brani staccati di varie
opere, ne fa resultare in conferma delle proprie opinioni un si gnificato che
forse non germoglia dalla totalità del sistema. Così nell'esame della
dialettica di CICERONE (si veda), sebbene non n e ghi che il filosofo latino si
leva al concetto dei principj e delle idee universali, cardine
dell'intelligenza, pure af ferma che in logica ei riferì una singolare
importanza al sentimento, pigliando questa parola nel significato in cui
laintendono iRazionalisti,come di un che sostanzialmente opposto alla scienza,
e soggetto alla cieca fatalità de gl’istinti. Hist. Ma inprimo luogo, oltrechè
Cicerone (e lo vedremo meglio in morale) non fece mai del sentimento un
qualcosa di opposto alla scienza, e anzi lo allegò sempre in un significato
essenzialmente scientifico, quale una necessaria attinenza del l'affetto
spirituale col vero -- De Fin. -- è poi esattaabbastanza l'asserzione di Ritter,
checioèiprincipj fondamentali della sua filosofia naturale lo conducessero alle
dottrine logiche per via della sensibilità? Sefosselecito affermare risoluto
contro l'autorità dello storico insigne, direi invece che due cause, intrinseca
l'una,l'altra estrin seca alle dottrine di Tullio,lo guidarono in logica a con
clusioni direttamente opposte, e lo ravvicinarono (pro gressorarointanta corruzionedi
tempi) aidommi sublimi dell'Antica Accademia. In tal questione egli si trovò in
mezzo al proprio semipanteismo e dualismo e alle dottrine materiali e
sensistiche di Zenone. Non è egli vero che il dualismo semipanteistico da
un lato rifuggendo alle con tradizioni del panteismo che più repugnano
agl'ingegni sovrani, e gratificando dall' altro agli affetti spirituali,
segregò la materia da Dio, lo spirito dal senso,e pose la ragione del conoscere
nella medesimezza fondamentale dell'intelletto divino e degl'intelletti
secondarj? Ora tal sistema, partecipato da quasi tutte le scuole socratiche e
da Tullio,rompeva l'attinenza tra il pensiero e I pensati, tra l'ideale e il
reale, e restringeva l'intendimento alla semplice e inefficace visione degli
universali. Se così è, pare che il filosofo latino dovesse essere ben lungi dal
porre nei resultati delle potenze sensitive la certezza del conoscimento;e lo
prova la sua fisica dove sull'esem pio di Platone si rigettano i metodi delle
scienze speri mentali come incapaci di somministrare una sicura notizia
de'corpi, e l'indagine naturale si ammette solo come via di levarsi in virtù di
principj superiori ai veri della scienza soprannaturale; lo prova la sua
psicologia che tante volte contrappone il fenomenale della materia e del corpo
al l'essenza dello spirito, che afferma il commercio dell'anima col corpo
risiedere in una semplice comunicazione di moto, isensiesseresoloun
emissariodell'anima,un'intelligenza ammezzata, e la personalità umana un
gastigo. (Tuscul., De Leg., De Rep.nel sogno di Scipione). L'altra causa
estrinseca che allontanò Cicerone dalla fede che altri poneva nel conoscimento
prodotto dai sensi, è l'opposizione ch'ei dovette fare al dommatismo degli
Stoici, nella quale opposizione si vede che, mentre da un lato egli temperava
colla moderazione dell'ingegno latino il dubbio eccessivo a cui l'avrebbero
forse condotto le dottrine della Nuova Accademia, dall'altro sapeva con raro
acume di logica smascherare e combattere le intime contradizioni degli
avversarj. Qual era la fonte di tutte queste contradizioni? Noi già la
conosciamo;era l'eterna differenza che corre tra il sentimento mutabile e
fenome nale e l'incommutabile necessità della scienza. Questa necessità
sembrerebbe a primo aspetto bastantemente di mostrata nel sistema degli Stoici
dal porre ch'essi face vano il conoscimento scientifico nel possesso delle
idee pure, e nel rappresentarcelo quasi l'ultimo grado di ferma convinzione,a
cui lo spirito umano perviene col passare pei gradi intermedj della ouzoté0:015
– “adsentio” -- e della 2.zténnyes – “comprehension” --, movendo come da suo
principio dalla suurusis, o rappresentazione sensibile – il “visum”. (Ritter; Cic.,Acad.).
Ma, seconsideriamo meglio,gli Stoici con quella loro immagine della mano stesa
e del pugno chiuso ed aperto determinavano in qualche modo l'idea di una
differenza tra il sentimento e ilsapere,ma non uscivano dai fenomeni
animali,non sapevano accen nare quella nuova parte essenziale intrinseca al
soggetto, che congiunta colla oggettività della percezione costituisce il
conoscimento; laonde la Nuova Accademia avrebbe po tutodirloro:è vero che
ilsaperedifferiscedalsenso,che il possesso sicuro delle rappresentazioni
resulta dalla c o n trazione e dall'energia dello spirito(TÓvos);ma sepervoi
l'intelletto non è che il travestimento del senso,mostra teci orsù come la
potenza derivi dall'impotenza, l'asso luto dal relativo, il necessario dal
contingente. Ora la Nuova Accademia senza levarsi a questi principj universali
ch'essa non ammetteva,ma, giusta il suo costume, no. tando piuttosto quelle
contradizioni che sidesumevano dal sistema stoico paragonato a sè stesso, pure
implicitamente li confessava. Fallita infatti agli Stoici la definizione del
concetto della scienza dato per via dell'attività spontanea dell'anima,non
rimaneva loro altro scampo che ridurre la ragione del conoscimento alla
indubitabilità della p e r cezione vera.Ma come mai dimostrare tale indubitabilità?
Questo mutamento notevole che doveva introdursi nel l'indirizzo della questione
sul problema della conoscenza per la legge a cui è soggetta necessariamente la
vita d'ogni sistema,è attestato dalla storia; perchè, come os serva il Ritter,
i primi Stoici dimostravano la necessità del sapere per quella forza interna
dell'animo che si mani festa nell'atto d'apprendere la sensazione,e pel bisogno
d'ammettere qual termine della facoltà intellettiva e appetitiva il vero ed il
bene; laddove gli Stoici susseguenti, al numero de'quali appartiene
Crisippo, vedendo che ciò contraddiceva ai principj del sensismo,trassero alle
ultime illazioni il sistema ponendo il criterio del conoscere nella
rappresentazione vera che si manifesta da sè stessa come prodotta da un
obbietto reale analogamente alla sua natura. Nonpertanto una grave difficoltà
rimaneva sempre a risolvere anche dopo la modificazione introdotta da Crisippo.
Chè se il vizio fondamentale di tutta la loro dot trina stava nel disconoscere
quell'intreccio d'attinenze interne ed esterne ond'è manifestativo
ilpensiero;iprimi Stoici guardarono troppo al lato interno e soggettivo di
quelle attinenze, mentre Crisippo, eccedendo per l'altra parte, si fermò
unicamente all'esterno; e quindi rima neva sempre intatto il quesito, se la
rappresentazione percetta offrisse piena e indubitata qual era la realità
dell'obbietto rappresentato. E invero si ponga mente. Fingasi che un oggetto
qualunque a cui noi riferiamo date proprietà di freddo, di caldo, di liscio, di
ruvido, d'ottuso, di tagliente etc., faccia impressione sui miei organi s e n
sorj,e che l'impressione, trasmessa per la treccia de'nervi al centro del
senso, sia occasione a farmi concepire l'idea d'entità; se io esamino allora lo
stato interno della mia coscienza, il fatto del conoscimento, unico in sè, mi
si paleserà resultante da una mirabile armonia di fatti se condi, successivi
bensì nell'esame della riflessione, con temporanei tutti nell'atto delle
potenze spirituali. Ciascuno di questi fatti sarà l'operare d'una special
facoltà, e cia scuna di quelle operazioni avrà il proprio termine; io poi che
mi faccio ad esaminare quel nodo d'attinenze tra il soggetto e gli oggetti,
vedo che la qualità dell'atto conoscitivo resulta bensì dalla qualità di
ciascuno di quelli atti secondi, ma la sua certezza proviene da una legge di
natura che li costituisce contemporanei e correlativi. Fa'che io tolga via col
pensiero o l'uno o l'altro di quegli atti e i termini loro, quella stupenda
armonia di natura mi si spezza davanti agli occhi, e io cado di n e cessità
nello scetticismo; tolgo via l'impressione sensibile [Il sistema
cristiano, che movendo dalla formula di creazione riproduce in uno stupendo
ordinamento di veri palesati dall'intimo della coscienza l'universale armonia
del creato, può soltanto offrire un'adeguata risposta ai quesiti dello
scetticismo sulla questione del conoscimento; perchè solo in quel sistema le
attinenze dell'umano pensiero con sè e cogli obbietti sono rigorosamente
serbate, nè può lo scettico separando o negando creare vane apparenze quasi
dell'intelletto segregato in sè stesso,o della fantasia o del senso producenti
fenomeni vani non retti ficati poi dal paragone dei giudizj mentali. L'ingegno
di Agostino che meglio d'ogni altro comprese in sè stesso le armonie del
Cristianesimo e della scienza de'Padri, dava un esempio del confutare
cristianamente gli scettici nell'opera Contra Academicos, dove chiaro apparisce
lo studio profondo degli scritti di Cicerone, e come quei e il termine
materiale? e la conoscenza mi si presenta come un fenomeno soggettivo;non vedo
più l'azione dello spirito e il termine ideale in cui cade? e il conoscimento
doventa un qualche cosa d'estraneo a me stesso, un in ganno misterioso del
senso e della materia.Quest'ultimo segnatamente fu il vizio fondamentale della
dottrina degli Stoici nuovi, e in ciò, nota bene Cicerone, essi furono assai
meno conseguenti degli Epicurei. Costoro movendo dal principio, che data
unapercezione fallace mancava ogni criterio per verificare la certezza delle
umane notizie, ponevano quel criterio nella realtà stessa del fenomeno
sensibile, più conseguenti, dico, degli Stoici, i quali non ammettendo come
veretutte le percezioni, ma solo quelle che presentavano in sè l'evidenza della
cosa percetta, nè riconoscendo d'altronde, come sensisti,la natura pro pria
dell'intelletto a cui solo spetta il giudizio sui resultamenti del senso, si
chiudevano la via per discernere la conoscenza vera dagl'inganni
dell'immaginazione; e quindi a buon dritto la Nuova Accademia allegava contro
gli Stoici i soliti argomenti della fallacia del senso degl'inganni dei
ragionamenti sofistici. Acad. -- germi immortali di vero che il filosofo romano
seppe raccorre con rara indagine scientifica nel suo tentativo di conciliare le
scuole greche,producessero una vitaope rosa di scienza fecondati dal calore di
una dottrina rin novatrice. Nel libro Contra Academicos Agostino serba a un di
presso lo stesso ordine della disputa seguito da Lucullo e da Cicerone, move
dagli stessi principj, ribatte le medesime contradizioni;ma un non so che di
insolito, d'efficace, d'affettuoso che annunzia una civiltà e una religione
nuova tu lo senti là dentro,e non tanto nello stile che, non paragonabile mai
all'eleganza tulliana, ritrae pur qualche volta la vivezza e il brio del
parlare improvviso, quanto nell'energia insolita dell'argomentare che sfuggendo
iparticolari, dove facilmente sipuò intro durre il sofisma, si rifugia
nell'evidenza de'principj s u premi. Ma ilmodo d'argomentare usato da
Sant'Agostino non calzava agli Stoici; chè essi non ammettendo un'in tima e
reale attività dello spirito distinta dal senso e capace di rettificarne
gl'inganni, non potevano rinvenire nell'essere stesso della percezione segni
indubitati ch'ella fosse verace; e il loro concettualismo non li lasciava af
fermare contro il dubbio aceennato dalla Accademia sulla validità del pensiero.
Gli storici della filosofia ci han serbato in fatti memoria di una strana
dottrina degli Stoici procedente del resto dall'intimo del loro sistema e da
quella tendenza dualistica che vi si mesco lava ai principj del panteismo.Qual
era questa dottrina? Gli Stoici ponendo in fisica per un lato la realtà delle
cose nella sostanza corporea, nè per l'altro costretti dalla logica riuscendo a
negare del tutto l'essere delle idee universali, distinsero queste dal reale
corporeo,e ne fecero alcunchè di non reale, ma capace d'essere concepito
dall'intelletto ed espresso in proposizioni (Asztóv). Distingueno quindi due
specie di vero; il sensibile contenuto nelle percezioni de'corpi, e il
pensabile ristretto alle in tellezioni della mente,questo procedente da quello
e a quello correlativo; volevano con tale dottrina porre su stabili fondamenti
la necessità de'principj in cui cade la scienza, nè gli acuti pensatori
s'avvidero che, se l'idea può rappresentarmi il reale, ciò accade appunto in
con seguenza ch'ella stessa è reale, non s'avvidero che n e gando qualunque
conformità tra il concetto universale e l'essenza del concepito, si cade nel
concettualismo rinno vato poi da Abelardo nei tempi di mezzo.La Accademia
recava alle ultime loro illazioni questi falsi prin cipj della scuola stoica;
dal principio del sensismo traeva occasione a dubitare della veracità della
percezione sen sitiva; moveva dalle conclusioni del concettualismo per negare
la realtà del pensiero imprigionato in sè stesso, e diceva (argomento assai
notevole infatti) la dialettica non potere giudicare delle leggi della
geometria,perchè aliene dal proprio ordine di veri,non giudicare delle pro
prie, perchè non può il pensiero rivolgersi sopra sè stesso per giudicarsi.
L'argomento è di recentissima data,come ognun vede,e lo ripetono anch'oggi
iseguaci del Comte, I Positivisti francesi. E recenti pure sono le conseguenze
che ne deduceva la Nuova Accademia; poichè racchiuso una volta il pensiero in
sè stesso, e negata la sua atti nenza colle cose reali,manca ogni criterio a
risolvere il problema dei giudizj contradittorj,nè v’ha che un passo a dedurne
che dunque la contradizione è una legge ne cessaria dell'intelletto. Questa
ultima conclusione, che accenna per altro un notevole perfezionamento della
rifles sione nelle teoriche del criticismo, è dovuta al filosofo di
Conisberga,m a già è racchiusa implicitamente nei sofismi disgiuntivi della
Nuova Accademia. Ac. Costituita dunque in questi termini, la controversia sulle
fonti del conoscimento conduceva la Nuova Acca demia a uno scetticismo
assoluto,e noi già ne vedemmo non dubbj segni in Carneade; m a era qui appunto
dove Cicerone si arrestava temperando col suo vivo sentimento dei veri naturali
e colla moderazione latina gli eccessi del metodo da lui fino allora seguito.
Quindi usciva la sua teorica sulla verosimiglianza delle percezioni sensibili
che riporterò così riassunta dal Ritter. « Les Stoïciens,en admettant la possibilité de saisir
quelque chose avec tant de précision qu'il ne puisse y avoir
erreur,n'accordaient ce savoir qu'au sage. Ils ne faisaient donc en cela que de
refuser cette espèce de savoir aux hommes ordinaires, car eux-mêmes ne
pouvaient dire quel est l'homme qui est ou qui a été sage; ils regardaient, au
contraire, tout le monde comme insensé, et refusaient en conséquence le savoir
véritable à tout le monde. Cicéron n'aspire pas à un pareil degré de savoir;
mais il veut que le non -sage aussi sache quelque chose,c'est-à-dire, qu'il ait
une per suasion de la vérité des phénomènes sensibles,sans cepen dant pouvoir y
croir avec une parfaite certitude.Son opinion est, qu'il y a des impressions
sensibles auxquelles nous pouvons nous fier, parce qu'elles ébranlent fortement
notre sens ou notre esprit;mais sans pouvoir cependant les adop ter comme
parfaitement vraies.Telle est sa théorie de la vraisemblance. Il ne veut pas
faire disparaître la différence entre le vrai et le faux; nous avons raison de
tenir quelque chose pour vrai et de rejeter autre chose come faux; mais nous
n'avons aucun signe certain de la vérité et de la fausseté.Il croit pouvoir
prévenir l'objection,qu'il y a ce pendant ceci de certain,qu'il n'y a rien de
certain en te nant aussi pour vraisemblable seulement qu'il n'y a rien de
certain. C'est ainsi qu'il se purge du reproche que la théorie qui donne tout
pour incertain est impossible dans la vie pratique, car cette vie se conforme à
la vraisem blance, et la plus part des arts qui s'y rapportent avouent même
qu'ils ont plutôt pour but la conjecture que la science. Il ne voit d'autre
différence entre son opinion et celle des dogmatiques, si ce n'est que ceux-ci
ne dou tent pas de tout ce qu'ils soutiennent;mais qu'il est vrai qu'il considère
au contraire beaucoup des choses comme vraisemblables, qu'il peut suivre, sans
pouvoir cependant les affirmer avec una parfaite certitude. On voit bien que
cette théorie de la vraisemblance s'éloigne un peu de la doctrine de la
nouvelle académie, du moins telle que Carnéade l'avait exposée; car elle
n'aspire pas à un art de tout rendre également vraisemblable et
invraisemblable, mais elle tient quelque chose pour vraisemblable, autre
chose pour invraisemblable. Cicéron remarque même qu'en ce point il s'écartait
de ses maîtres, particulière ment pour ce qui est des préceptes de la morale. Il
avoue à la vérité qu'il n'est pas assez hardi pour réfuter le doute de nouveaux
académiciens,par rapport à la morale, mais il désire les atténuer. » (Stor..) 4. Il fondamento della teoria tulliana sulla
verosi miglianza è dunque nella questione del criterio del vero; e qui,
segnatamente nel giudizio sulle percezioni sensibili, apparisce il moderato
scetticismo dell'oratore latino;m o derato, dico, e parmi sia chiaro dopo le
cose predette che egli avvolto, come Socrate, in mezzo ai combattimenti del
dommatismo e dello scetticismo eccessivo, serbò una norma scientifica
nell'affermare e nel dubitare, temperò gli Stoici non accordando una fede
illimitata al solo te stimonio de'sensi; temperò gli Accademici sostituendo al
loro dubbio,uguale per qualunque opinione,una graduata verosimiglianza ne’ casi
particolari, combattè gli uni e gli altri rigettando il dubbio assoluto sui
principj fondamen taliesulleveritàteorematiche.(Vediiproemj particol. De Off, De
Div.,De Nat.Deor., Acad. La sua psicologia in quelle parti che si collega alla
logica, sebbene qua e là infetta del dualismo socratico, fa fede com'egli
emendasse il vizio della scienza contemporanea opponendo all' i m perfetta
riflessione de'sofisti un esame comprensivo del umano soggetto. Con metodo
induttivo egli moveva dalla coscienza, ed ivi,riconosciuti inaturali concetti
dell'oltre naturale e dell'intelligibile, s'innalzava con essi alla c o
gnizione dell'animo -- Tuscul. Nell'animo distingueva la ragione dal senso;la
ragione,sovrana delle facoltà umane,ha un immortale e quasi divino istintodel
vero,legame primigenio tra il Creatore e icreati;isensi, satelliti e nuncj
dell'anima,le danno di molte cose certa notizia confusa e ammezzata, cheèun
qualche fondamento alla scienza, e la scienza ne sorge per la libera efficacia
dell'animo, che comprendendo in sè il particolare e ilm u tabile dei
sentimenti, si leva alle idee e alle nozioni uni versali; quindi i sensi ben guidati
da natura,nè torti da mala educazione, hanno una naturale rettitudine al vero,
nell'animo dove cade il libero giudizio della riflessione, ivi soltanto può
introdursi l'errore. De Leg., Tusc., Ac. Così col metodo induttivo di Platone
egli sale fino ai principj più universali, d'onde col deduttivo d'Aristotele
ridiscende ai particolari; e ne son prova i libri rettorici. Tra i quali merita
speciale considerazione la Topica, o logica inventrice, intitolata a Trebazio
giovane giurecon sulto e discepolo dell'autore,e dove ogni precetto è ac
compagnato da esempj di giurisprudenza. In questo libro che ha per soggetto
tutte quelle distinzioni e scomposizioni dialettiche che si ricercano per
l'invenzione degli argo menti, e si operano sui concetti che ne sono signifi
cativi, CICERONE (si veda) divide la logica in inventiva e giudica trice, la
prima delle quali parti porge gli argomenti per disputare,la seconda li
dispone,li analizza e lim a neggia per persuadere.La logica
Ciceroniana,osservata altresì ne'dialoghi,ed esposta nel De Inventione, e nel
De 'Oratore, è in fondo la istessa logica d'Aristotele quale più tardisimo dificòne
gli StoicienellaNuova Ac cademia, e l'accettarono in gran parte i giureconsulti
romani e gli oratori; la qual cosa, perciò che risguarda i Topici, si disputava
lungamente, non sono molti anni, in alcune università tedesche, come apparisce
da un'ac curata dissertazione,De fontibus Topicorum Ciceronis,di Giovanni
Giuseppe Klein. (Bonnae) Ivi l'autore prendendo ad esame la questione proposta
dai critici a n teriori,se e quanto e con qual metodo Cicerone seguisse in
questo libro la Topica d'Aristotele che ci pervenne, ovvero se attingesse ad
un'altra di presente perduta, come qualche critico mostrò sospettare; conclude
dopo un dili gente ragguaglio dei due scrittori,che le opere loro quanto
aiprincipj,e in molte partisecondarie,differiscono note volmente; che Cicerone
nella sua Topica non si propose (il che apparirebbe a prima giunta dal proemio)
di fare un semplice compendio dei libri Aristotelici;ma resulta da tutto
il contesto avere l'oratore latino attinto la m a teria del libro dai Rettorici
dello Stagirita e da alcuni precetti degli Stoici e della media Accademia,e poi
averla composta col proprio giudizio in una forma di vera e par ticolare
disciplina. Sui Topici di Cicerone scrisse con fine più filosofico un ampio e
bel commento Severino Boezio,in cui la storia della filosofia ravvisa il primo
passaggio tra le dottrine dei Padri e quelle de'Dottori,tra l'ultimo spirare
della civiltà latina sotto le conquiste de barbari e ilprimo rinnovarsi delle
lettere e delle scienze nella nostra Italia.Or quel c o m mento, che all'indole
del trattato, già di per sè stesso analitico, accoppia il rigore della
dialettica della Scuola, e congiunge i nomi di Aristotele, di Tullio, di
Trebazio Testa e di Severino Boezio, mi rappresenta al pensiero l'armonia delle
scienze giuridiche colla filosofia, dell'ana lisi colla sintesi,della
dialettica colla storia, della pratica colla speculazione, dell'amore operoso e
civile colla sa pienza cristiana. 1. Entrando ora a parlare dei libri morali,
apparte nenti alla teorica sulle azioni, l'ordine della materia sembra
invitarci, come facemmo nei capitoli precedenti, a dire qualche cosa in
generale del disegno scientifico che li collega, e delle attinenze loro più
immediate e più rigorose colle altre parti della filosofia di Cicerone. In vero
la scienza morale nata sui rudimenti del senso co mune,quale Socrate la menava
a conversare famigliar niente fra gli uomini,e più tardi venne accolta e
trasmessa sino a noi dalle scuole migliori, si può assomigliarla ad uno
stupendo poema, se guardiamo la sublimità de'suoi veri,illegame che unisce i
principj alle conseguenze,e l'armonia delle speculazioni colla parte più
affettuosa dell'uomo e colla vita civile. Il principio n'è dato dalla
IV. natura, presupposto indispensabile della scienza; chè la riflessione
posta una volta su quel cammino ov'essa pro cedendo incontra e ravvisa ad una
ad una leveritàpiù prin cipali della Filosofia, move dai primordj della vita
vege tativa e animale, manifestati nella puerizia dai sentimenti indefiniti e
dagli istinti,passa su su agli inizj della vita razionale, allorchè quei
sentimenti illuminati dallo splen dore della conoscenza si palesano come
tendenze amorose al vero, al bello ed al bene; in quei termini riconosce la
ragione di fine,ed il fine,considerato come qualcosa onde nasce armonia nelle
operazioni d'un ente,guida la rifles sione al concetto di legge, d'un archetipo
assoluto ed eterno che per mezzo dell'intelletto indirizza il volere a
un'immortale destinazione. Principj naturali, bene, fine, legge; ecco i
concetti che, intrecciati mirabilmente fra loro nell'armonia della coscienza,
costituiscono l'ordito dell'Etica, allaquale, considerata per questo rispetto come
scienza direttrice della più nobile parte dell'umana n a tura, fan capo le
altre scienze costitutrici della filosofia. La Fisica, come la intendeno gl’antichi,
la quale meditando il principio primo dell'essere nell'universo e nel l'uomo,ne
ravvisa facile il fine che nell'universo è un termine oltrenaturale di naturali
armonie, desiderato dagli enti tutti, e nell'uomo è un'idea di perfezione
immortale, appresa confusamente, nè mai raggiunta nell'ordine delle creature.
La Logica, perchè trattando dell'ente sotto la ragione di vero,ne scorge
facileilpassaggio alla ragione di bene pel concetto d'amabilità, testimonj i
sentimenti più schietti della natura che antecedono ilvero e ne ger minano come
tendenze ed affetti. Vi conduce la Scienza dei doveri e dei diritti;chè dovere
e diritto sono concetti eminentemente morali in quanto da un lato discendono
dall'idea della legge,le cui divine esigenze s'impongono alla coscienza degli
enti creati,capaci di cognizione,pur ri spettando quelli enti nell'ordine della
loro natura; dal l'altro lato vengono su dall'idea dell'uomo,ente dotato
d'intelletto e d'amore,che riconosce in sè e nel suo libero arbitrio la
sanzione di quella legge,la quale osservando si sente capace d’immortali
destini. Così l'ontologia, la logica, la scienza delle obbligazioni e il gius
di natura si appuntano, come in unico centro, nella morale, da cui pur si
dirama il gius civile, la politica, la legislazione, la storia e ogni altra
scienza meditatrice dell'uomo. Il Cristianesimo, dottrina e religione
moralmente inci vilitrice, che nata in tempi di costumi nefandi operò un
mirabile rivolgimento nella vita dell'uomo, ponendo a capo dei suoi precetti
l'amore santificato da tanto sangue di martiri, e ad esempio dei nuovi costumi,
l'immagine più che umana del figlio di Maria,il cristianesimo solo poteva dare
un perfezionamento vero alle teoriche della morale. E quel perfezionamento lo
diede allorchè dichia rando senz'ombra di dubbio l'infinita natura di Dio,la
finita natura dell'uomo, si valse dell'idea intermedia di creazione per
assorgere al concetto più puro delle loro attinenze, potè meglio chiarire
l'idea di fine, di bene e di legge,ricostituire l'ordine dei fini nella natura
in telligibile e sovrintelligibile, vedere l'uomo e l'universo ordinati a un
disegno della provvidenza;e quindi,posto a capo di tutta la Filosofia il
concetto di Dio, se ne sparse nuova luce sulle dottrine del soprannaturale e
del naturale, sulla psicologia e la logica, sulla teorica dei doveri e dei diritti;
le scienze politiche e civili e la storia ne apparvero nobilitate. Il che è
tanto vero, che quel tendere continuo dalle miserie di nostra natura all'i m
mortale, all'assoluto, all'eterno,può solo spiegarci le sca turigini arcane
onde move un'aura d'ineffabile bellezza, chela scienza cristiana respira,sono
ormai più che quat tordici secoli, dai dialoghi di sant'Agostino, e dalle let
tere di san Girolamo in poi,sino alla Divina Commedia, alla Somma
dell'Aquinate,e alle sublimi fantasie di Serbatti. Considerate le quali cose,
se alcuno mi domandasse onde accadde che la Paganità, in tanto e continuo sca
dere di costumi e di scienza, riconobbe più volte, senza pur cadere in errori
sostanzialissimi,le principali verità della morale,di che abbiamo esempj
segnalati nelle Indie, in Magna Grecia e soprattutto nelle scuole
socratiche e in Cicerone nostro, addurrei per risposta la vivezza delle umane
tendenze e l'efficacia de'sentimenti,che ger minando da naturaciportano
inconsapevolialvero ignoto, l'istinto della socievolezza e l'amore per gli enti
della medesima specie, che essendo un vivo bisogno dell'uomo, gli mantiene
fresca nell'animo la voce degli affetti do mestici e civili, e infine la
notevole differenza che corre fra l'apprensione astratta del vero e il
sentimento che n'hai nella vita, onde spesso il filosofo discorda dal l'uomo, e
il popolano e la povera vecchierella fanno a m mutolire coll'evidenza della
rozza parola il superbo sa piente.In Grecia,e segnatamente inAtene,dove nacque
Socrate, e dove si conservava nell'amore del bello e nei gentili attici costumi
un germe di rinnovamento, rimase aperta la via a tornare sulle antiche
tradizioni, attestate dalla coscienza e dal linguaggio, e a derivarne, come
scintilla da selce,i principj della morale che fanno sì bella parte delle
scuole socratiche. M a quei principj (già lo sappiamo) erano forse più facili a
ravvisarsi l’età sus seguenteallasocratica,inRoma;e perchèinRoma s'era
insanguinata e commista la civiltà dei popoli italici, in cui si manifestò ab antico
una notevole inclinazione alla scienza avvivata dal sentimento e da fini di
pratica a p plicazione,eperchè in Roma erafioritaefiorivalascuola dei
Giureconsulti, il cui pernio era l'idea morale della legge e del dritto,e
infine perchè, se una riforma era da farsi in tanta corruzione di civiltà e di
costumi,in tanto scadimento delle relazioni domestiche e civili, e nella
notevole prevalenza che da circa due secoli avean preso le dottrine epicuree,
certo quella riforma dovea comin ciare dai principj della morale.L'Etica
ciceroniana, che è uno dei più nobili tentativi fatti dall'umano ingegno per
opporsi, senz'altro ajuto che l'evidenza del vero de sunta dalla natura viva,
alla rovina d'un'intera nazione, era dunque preceduta da un grande
preparamento; chè giammai si compie un gran fatto senza che nei tempi e nella
società,da cui nasce,se ne acchiudano i germi. E i germi della
riforma morale iniziata da Tullio furono, oltre le condizioni civili e
politiche di tutta l'Italia e di Roma, i Giureconsulti e le sètte, alle quali
s'oppose il riforma tore; le splendide tradizioni delle scuole socratiche, e
segnatamente idommi platonici,aristotelici e stoici;ivi egli mirando componeva
il disegno scientifico della sua morale;-m a quel nobile magistero l'avrebbe
ajutato ad accozzare brani di verità,non a comporre una vera dot trina, a
ragunare nella memoria, non ad unire nella ri flessione esaminatrice, s'e'non
avesse avuto l'occhio in un principio più alto, superiore ad ogni opinione e ad
ogni setta, nell'esemplare della natura considerata nel suo popolo, in Italia,
in Grecia, in Europa, nelle genti tutte conosciute, e più viva in sè stesso,
cittadino gene roso,scrittore sommo,oratore che tante volte dall'alto della
tribuna avea signoreggiato gli umani affetti colla parola onnipotente. Questa
meditazione profonda dell'uomo interiore, il cui fine era dedurre le ragioni
del giusto dalle attinenze dell'anima e dell'universo con Dio,valse a Cicerone
le accuse di quell'acuto intelletto che fu Michele Montai gne. Ma Montaigne,
osserva opportunamente un altro scrittore francese, cercava forse troppo
sovente materia al sorriso nell'invilire l'uomo e nel rassegnarlo tra i bruti; Cicerone
lo stimava creato a qualcosa di più alto e di più solenne (ad majora et
magnificentiora quædam ), e riconosceva da Dio la nobiltà dell'umana natura,e
l'ef ficacia della ragione e del libero arbitrio, per costituire la morale e
con essa la vita civile su fondamenti non peri turi. Premesse queste
considerazioni, l'Etica di Tullio, in cui Francesco Forti osservava
rappresentarsi la maturità della ragion naturale presso gli antichi, si
distingua i n nanzi tutto in due parti determinate intimamente dal l'indirizzo
del suo pensiero speculativo nell'esame dei veri morali, estrinsecamente dalla
forma filosofica de'trat tati. Una parte è teoretica e principalmente
speculativa; e in essa Cicerone esaminò la ragione delle tendenze n a
turali nell'umano soggetto per ispiegare il problema sulla natura dei
beni, e si levò coll'induzione da questo esame ai concetti universali di legge,
di dovere, di diritto (De finibus, De legibus); l'altra parte, in cui prevale
un fine pratico o di applicazione, movendo essa pure dai principj fondamentali,
innanzi chiariti, scende a determi narli nella vita dell'uomo individuo e
sociale e nelle dot trine sulle forme di governo (Tusculanarum, Paradoxa, De
officiis,De republica,De amicitia eDe senectute).Se poi si considera bene,nella
prima parte di tal distinzione, avvertita pure dal Kuehner, è compresa
manifestamente un'indagine soggettiva e oggettiva; soggettiva e ogget tiva ad
un tempo,perchè nel problema, posto da Tullio intorno alla natura dei beni, la
riflessione scientifica si volge da un lato sulle tendenze e sugli affetti
spirituali, mentre dall'altro vi riconosce un riferimento necessario a qualcosa
d'assoluto, d'immutabile,d'infinito, di essen zialmente oggettivo,
all'esemplare di legge, da cui si ge nera in noi l'obbligazione morale; e
quindi è che la teorica de'Fini si distingue nel filosofo nostro da quella del
Dovere,e sorge fra l'una e l'altra, come centro unitivo delle armonie morali,
la teorica della legge. Ponendo mano impertanto all'esame della parte
speculativa,cominceremo dalla dottrina dei Fini, trattata ex professo, e con
intendimento al tutto scientifico, nel libro D e finibus, a cui fanno corredo
con secondaria i m portanza, e con oggetto non immediatamente speculativo, le
Questioni Tusculane, e l'operetta dei Paradossi.Thorbecke in una sua dotta
dissertazione universitaria sul principio della Filosofia e degli Officj
desunto dalle opere di Cicerone, osserva che il quesito dei Fini,o del sommo
bene,occupa un luogo principalis simo nella sua morale. Il critico tedesco
allega a questo proposito l'autorità stessa del nostro oratore, che più volte
nelle sue opere, e segnatamente nel primo libro degli Officj,riferisce
ilfondamento delle dottrine morali alla disputa sul fine dei beni,e nel De
finibus nota oppor tunamente contro gli Stoici non potersi separare,
come [Due metodi si presentavano alla riflessione esamina trice per
risolvere il problema sulla natura dei beni. L'uno,che èmetodo comprensivo
edessenzialmente scien tifico, necessario in qualunque parte della filosofia,e
so prattutto indispensabile in questa, stava nel riprodurre esattamente
coll'ordine del pensiero speculativo l'ordine del soggetto, nell'abbracciare
quella stupenda armonia di tendenze e di fini, che ci manifesta l'uomo
interiore senza nulla tralasciare,nullanegare,nullaesaminare im perfettamente.
L'altro metodo invece, che s'informava dalle qualità negative e parziali del
sofisma, consisteva nel dimezzare colla scienza ciò che la natura avea unito,
nel considerare l'essere umano soltanto in certe sue dis posizioni e facoltà,
tralasciando le altre, nell'offrire come opera compiuta del vero e di Dio un
informe viluppo di contradizioni e d'errori. Questa seconda fu la via torta e
fallace seguita dalle sette grecoromane; quello il m e todo di Socrate e della
coscienza tracciato da Tullio, come n'è testimone l'intero trattato de'Fini. La
quale avvertenza occorre fare fin d'ora;perchè parecchj storici della Filosofia
trovarono anche in questa parte della m o [ termini identici d'una stessa
relazione morale, il principio dell'operare e il fine dei beni. Tale suprema
importanza scientifica del trattato dei Fini si desume ancora dal con siderare
che la materia di quel problema si estende per un larghissimo campo di
relazioni intercedenti fra la psicologia e le dottrine morali.Invero il
filosofo,che pone mano a risolverlo,bisogna che mova dai rudimenti di natura,
comprenda con diligente esame tutto l'essere umano,e rifacendosi dalle prime
tendenze,dove appena appena si manifesta l'affetto, e da quelle che palesano
nel sentimento, nell'associazione dei fantasmi e nella m e moria lo svolgimento
della vita animale, e il germe del raziocinio, si apra la strada ad esaminare
tutto l'uomo nella conoscenza che più tardi acquista dell'essere pro prio,dei
proprj doveri,delle prime notiziescientifiche,e a considerarlo come parte della
famiglia, come individuo e come membro della civil società. rale di
Cicerone un appicco alle accuse;dissero non avere egli compreso il vero aspetto
scientifico della questione dei Fini, e poichè, sprovveduto di un saldo criterio
di scienza, tentava comporre le più disparate dottrine, quali erano quelle
degli Stoici e degli Accademici e Peripatetici antichi, la tentata
conciliazione provare anche una volta la povertà del suo ingegno speculativo. Ritter,
Brucker. A una simile accusa, benchè apparentemente sostenuta da validi argomenti,
rispondemmo altravolta,eciparve che la prova più solenne e palpabile contro le
afferma zioni dei critici avversi forse il prendere in mano le opere del
filosofo latino, svolgerle con diligenza, ed esponendo que'suoi dialoghi pieni
di tanta vita d'eloquenza e di speculazione, rappresentarlo,se fosse
possibile,alla fan tasia dei lettori quale io me lo immagino là nelle cam pagne
di Tuscolo e di Cuma seduto all'ombra della quer cia di Mario, e inteso a
conciliare le negazioni de'sofisti nell'affermazione compiuta dell'umana
coscienza. Il dialogo de'Fini è diviso in tre giornate,e ciascuna comprende una
disputa,nella quale Tullio assume sem pre la parte di giudice e di confutatore,
argomentando in favore d'Epicuro, degli Stoici e dell’Antica Accademia il
consolare L. M. Torquato, M. Catone e L. Pupio Pisone. Il dialogo è introdotto
ora nella villa di Cicerone in quel di Cuma, ora nella biblioteca di Lucullo presso
Tuscolo, e in fine all'ombra silenziosa deplatani nell'Accademia d'Atene. Per
cominciare dalla disputa contro Epicuro,occorre qui rammentarci come nella
prima parte di questa tesi esami nando le principali scuole che fiorivano in
Grecia avanti i tempi di Cicerone, e tra queste la scuola epicurea, vi trovammo
un nuovo e sempre crescente pervertimento delle dottrine anteriori o
contemporanee,e come tal per vertimento consistesse,a nostro avviso, in un
esame sem pre più povero e parziale del soggetto su cui cade la scienza,
manifestato, segnatamente in fisica, col fermare l'osservazione al nudo
meccanismo degli atomi,in logica con ridurre ogni facoltà dello spirito al
senso, e nella morale restringendo la virtù e la beatitudine ai piaceri del
corpo e i piaceri dell'animo alla speranza o al ricordo dei piaceri del
senso.Una siffatta dottrina,che spegnendo ogni più nobile tendenza dell'uomo,
riduceva il sapiente alla condizione del bruto, subito la riconosci come il por
tato d'un ingegno profondamente sofistico, solo il sofisma togliendo all'uomo
l'intuito vivo delle armonie di natura; chè, posto a capo dell'Etica il puro
sentimento animale, se ne oscura la notizia dell'uomo, ente capace non solo
disentimento, ma d'intellettoed'amore,noncapiscipiù la possibilità del dovere
che dee cercarsi per sè,non già per diletto,e s'offende la dignità dell'umana
natura e delle virtù ponendo fra esse la voluttà come una meretrice in
un'assemblea di matrone. De fin., De off. Tali sono gli argomenti, tolti
altresì dalle in time contradizioni di quel sistema, che Cicerone vibra di
rimando contro Epicuro colle armi d'una concitata elo quenza,e davvero la sua
risposta a Torquato è un con tinuo contrapporre a un cattivo e sofistico esame
del l'umana natura, un esame più alto e più vero delle sue leggi, de'suoi
destini, del suo aspirare all'immutabile e all'assoluto;chèilnobile animo
dell'accusatorediVerre, e del persecutore di Catilina e d'Antonio poneva da
parte ogni dubbio combattendo nelle dottrine epicuree una tra le cause maggiori
dell'affrettata rovina di Roma. M a v'è un luogo,noterole su tutti gli altri, in
cui l'Ora tore latino, volendo mostrare come l'affetto abbia efficacia viva e
spontanea per ricondurci nel vero,rappresenta quella contradizione tra il
pensiero e l'operare, tra le dottrine e la vita,non rara neppure ai dì nostri
in uomini spon taneamente inclinati al bene per virtù di natura, e che han
guasta la mente da malvage filosofie. In quel luogo egli si volge a Torquato, e
invoca la sua coscienza di cittadino, il suo desiderio di gloria, le tradizioni
de'suoi avi famosi e il suo magnanimo affetto alla patria in te stimonio delle
dottrine da lui professate; e gli chiede p e r chè mai non oserebbe sostenerle
nei comizj, alla presenza del popolo, o in pieno senato. Crede egli con intimo
coif vincimento unico fine della vita ilpiacere? E allora perchè mai v'è
tanta contradizione tra quello che fa e dice come cittadino e quello che
sostiene come filosofo? Teme egli forse l'odio del popolo? Ma badi, risponde CICERONE
(si veda), che in questo caso l'errore dell'intelletto non venga raddiriz zato
dal cuore; badi che il sentimento universale, onde ogni popolo della terra si
leva come un sol uomo a con dannare Epicuro,non sia iltestimonio interiore e
inappel labile della natura, repugnante alla teorica del piacere! Questo
intimo disaccordo tra la ragione ed il cuore, tra le dottrine della scienza e
la vita civile, rappresen tato in Torquato, oltre al mostrarci un alto
principio della filosofia di Socrate e di Tullio, che vuole il cono scimento
del vero costituito da un'interiore armonia del l'affetto coll'evidenza, serve
poi in questo caso a ritrarre mirabilmente i tempi dello scrittore, e a
partecipare al dialogolavitaeilmovimento deldramma.I tempi di Cicerone in molte
parti somigliavano ai nostri. Dismessa a poco a poco nelle mollezze la severità
del costume, s'era affievolito negli animi umani, per l'abito fatto a dottrine
sensuali, quel profondo discernimento del retto che non patteggia mai colla
coscienza,e sdegna chiamare con altri nomi da quello che sono il bene ed il
male. Quindi, come sempre avviene, l'errore nelle opinioni d o
ventavapoicausanon lievedidecadimento neicostumipri vati e civili,e non
pertanto alla corruzione profonda degli intelletti e delle volontà contrastava
potentemente nei più, e in special modo nel volgo,l'efficacia ingenita dell'af
fetto del bene. Ora questo che ad altri poteva sembrare niente più che un
argomento di fatto della differenza tra le opinioni volgari e le dottrine dei
filosofi, avea per Cicerone il valore di una prova scientifica, come testimo
nianza resa dalla natura ai supremi principj morali, e questa testimonianza ei
la vedeva,da un lato nell'efficacia degli affetti osservati in ogni individuo,
e dall'altro nel riscontrarsi la veracità di questi affetti coi pronunciati
solenni e infallibili del senso comune. Sennonchè, mentre nel secondo libro
de'Fini era i m presa di non grande difficoltà pel filosofo latino il con
futare Epicuro la cui dottrina mancava d'ogni severo prin cipio di
scienza, la sua parte di giudice e di contradittore doventa non lieve quando
nel terzo e nel quarto libro egli prende ad esame la morale del Portico difesa
dall'autorità e dalle parole di Catone Uticense.E invero,qualunquevolta a
mostrare la solidità e l'ampiezza dei principj etici e speculativi su cui
Zenone fondava la teorica de costumi, non bastasse il suo esame diligente
dell'animo umano e degli affetti spirituali osservati in ogni età della vita,
varrebbe soltanto ilrichiamare ch'ei faceva la morale, nelle sue parti più
generali, ai sommi principj della scienza della natura. Il filosofo di Cittio
avea fondato la sua dottrina sul riconoscimento pratico e speculativo del
l'ordine naturale, espresso in quella sentenza:vivi confor me alla natura.
Πρώτος ο Ζήνων... τέλος είπε το ομολογ ouuevos rõ qurat Eno, così Diogene
Laerzio; e in quella sentenza, chi ben la consideri, si riconosce l'efficacia
del l'insegnamento socratico, continuato in Zenone, onde a v veniva, e lo
notammo più addietro, che, mentre la sua logica e la fisica erano infette da un
esame parziale e meschinamente sofistico dell'universo e dell'uomo, la m o rale
offriva un assai più largo disegno di veri speculativi. Il principio
fondamentale dell'Etica degli Stoici era fuor d'ogni dubbio il concetto puro e
assoluto del bene in attinenza cogli affetti spirituali;tuttavia se fu merito
insi gne di quella dottrina che essi pervenissero a tale concetto dopo un largo
esame psicologico delle umane tendenze,il vizio era che partiti dalla
comprensione totale dell'essere nostro e giunti all'idea di virtù,
restringevano ogni cosa a quest'ultima,non abbracciando più tutto l'uomo nello
spirito e nel senso, nell'intelletto e nel cuore, in sè stesso e nelle
condizioni esteriori. Le cose, diceva Zenone, si conoscono dall'uomo o per
esperienza,o per giudizio di causa,o per analogia, o per raciocinio
comparativo, e in quest'ultimo cade la notizia del bene, alla quale l'animo
ascende universaleggiando da quelle cose che sono secondo natura. Laonde dal
concetto del bene come d'un che ideale, assoluto e simile soltanto a
sè stesso, venne poi il concetto della virtù, al quale il filosofo del
Portico saliva per la nozione intermedia d'onesto. Che cos'era l'onesto?
L'onesto per gli Stoici altro non era che la convenienza dell'atto umano colla
natura, riconosciuta dalla ragione; e quindi essi dicevano, avvolgendosi in un
paralogisma, che poichè quel riconoscimento pratico e razionale avveniva nella
pienezza delle facoltà intellet tuali dopo l'infanzia, che è quella età in cui
le prime cose conformi a natura (prima nature) (tá apota xato qusiv) si
appetiscono inconsapevolmente,da queste prime inclina zioni della natura move il
principio dell'operare, ma non però quelle cose,che n'erano il termine, si
annoveravano tra i beni. Questo principio era vero in parte, ma nel
l'esagerarlo sta il vizio fondamentale della morale del Portico; l'esagerazione
poi consisteva in considerare l'atto m o rale come avente a fine sè stesso,
niente altro che sè stesso, nell'astrarre da ogni condizione esterna della vita
privata o civile, e da quell'armonia che intercede tra la ragione e gli
affetti, onde il libero volere o è condotto o conduce; nel porre in petto al
sapiente quella virtù fredda, impassibile, solitaria, divisa dell'universo e da
Dio, come immobile quercia radicata nei macigni delle Alpi. Se poi si considera
più addentro nelle ragioni isto riche del sistema, il concetto eccessivo della
virtù ci palesa un vivo contrasto della morale stoica coi tempi. Qual fosse il
secolo di Zenone facemmo vedere più in nanzi. Ora se immaginiamo in quel secolo
un uomo di gagliardo volere e di generosi propositi, che ponga mano alla
filosofia coll’intendimento di fortificare il co stume,e di avviarlo ad un fine
più alto,subito si capi sce come a quell'uomo, profondamente ristucco dalla
ignavia dei tempi, la vita del saggio dovesse sembrare una lotta continua della
ragione innamorata del bene cogli affetti interiori, col rigoglio dei sensi,
colle ree c o stumanze civili, e l'onesto una perfezione quasi supe riore
all'umana, e conseguibile solo da pochi sapienti. (De finibus, tutto il libro
terzo; Kuehner e Thorbecke passim.) Esponendo e confutando i
principj più generali della morale stoica,abbiamo esposto in gran parte intorno
a questa materia le opinioni del filosofo nostro. Solo ci ri mane da cercare in
qual modo egli svolgesse le proprie dottrine morali in contrapposto alle
dottrine del Portico, e come l'erroneo concetto del bene supremo da lui
combattuto nel quarto libro, movesse la sua riflessione a pensare un più vero e
men difettivo scioglimento del gran problema morale.Non v'ha forse
luogonelleopere da noi esaminate,in cui questa facoltà potente dell'inge gno
speculativo di Cicerone si faccia meglio manifesta, e con essa il suo metodo
delle attinenze che concilia gli opposti sistemi nell'unità non divisibile
dell'uomo. I principj su cui è fondata la confutazione, movendo dalle idee più
comuni e più popolari intorno alla poca conve nienza delle dottrine del Portico
colle necessità e cogli usi della vita civile, procedono poco appresso a
cercare le cause più remote del paralo gisma nei fondamenti del sistema avversario.I
giudizi del filosofo latino, informati da un metodo rigoroso d'esame, cadono
sempre sul concatenamento scientifico delle dot trine, e sulla loro armonia
coll'indole del soggetto; nè sembreranno,iocredo,eccessivamente severi,come
parvero a Kuehner, qualorasipensiche Cicerone, traisistemi maggiormente seguiti
a'suoi tempi, preferiva ad ogni altro lo stoico, e che inoltre la storia
moderna della filosofia riassumendo l'esame di lui sulle dottrine m o rali del
Portico, solennemente lo confermava. In prova di ciò Enrico Ritter, più volte
citato, considerando l'idea che del saggio s'erano formati gli Stoici, e su cui
fondano la morale, vi scopre il principio d'ogni lor paradosso, e di parecchie
false opinioni sulla vita dell'uomo; poichè, se da un lato, egli nota,si
nascondeva in quella idea un alto intendimento civile, ne veniva poi
necessariamente alterato il concetto della vita e dei doveri affermandosi quivi
l'apatia del saggio, ovvero (come suona in greco quella parola) il suo
affrancamento assoluto da ogni pas sione e da ogni causa esterna che turbasse
la tranquillità del suo spirito. Ritter, Morale des Stoïciens, Questa era un'ambiziosa
ostentazione del sommo bene, così la chiama il nostro Oratore,ostentazione
degna d'una filosofia da ottimati che faceva privilegio della s a pienza, e
l'appartava lungi dalla modesta sublimità del senso comune. Laonde gli Stoici
(prosegue Tullio), per non essere da quanto il volgo, mutavano i principj della
natura,dicevano che l'uomo è anima e corpo,che visono nel corpo alcune cose
desiderate da noi come beni; m a poi,avendo fatto nell'uomo eccellente l'animo
sopra ogni altra sua facoltà, designarono per modo la natura del bene sommo
come se l'anima non sovrastasse soltanto,ma fosse unica parte della umana
persona. E qui è notevole davvero come ricercando il nostro filosofo le cause
ultime dell'errore nel principio stoico del bene supremo,si va gradatamente
avvicinando al con cetto positivo e scientifico della morale.Io dico che dalla
confutazione degli Stoici esce un concetto positivo e scien tifico della
morale, perchè quivi egli non segue le forme irresolute della Nuova Accademia,
nè desume gli argo menti più validi dalle contradizioni relative e parziali del
sistemaavverso,ma procede piùinnanzi, indagasottilmente l'intervallo che separa
il conoscimento diretto dal cono scimento riflesso, e pone la vera indole della
scienza nel suo differire dalla natura,a quel modo che il compiuto differisce
dall'incompiuto, l'attuale dal virtuale e il per fezionamento dal perfettibile.
La scienza, dice Cicerone, move dai principjdi natura, e come tale ha nella
stessa natura la possibilità d'ogni suo sviluppo ulteriore; la scienza non crea
l'uomo,ma ne è un perfezionamento, non genera le notizie dirette,m a le
chiarisce,le distingue, le corregge,le riduce a principj; non disegna ella
stessa l'immagine dell'umana virtù, nè dispone l'uomo a desi derarla, m a trae
in atto quelle essenziali e ingenite dis posizioni; talchè l'opera sua è un
continuo avvicinarsi al concetto del bene,seguendo un archetipo eterno di
perfezione, e somiglia all'opera dello scultore che riceve da altri già
disegnata e delineata la statua per ridurla poi a compimento colla virtù
del proprio scalpello. « Ut Phidias potest a primo instituere signum idque
perficere, potest ab alio inchoatum accipere et absolvere,huic similis est
sapientia: non enim ipsa genuit hominem,sed accepit a natura inchoatum. Hanc
ergo intuens debet institutum illud quasi signum absolvere.Qualem igitur natura
homi nem inchoavit? et quod est munus,quod opus sapientiæ? quid est quod ab ea
absolvi et perfici debeat? Si nihil in quo perficiendum est præter motum
ingenii quemdam, id est,rationem,necesse est huic ultimum esse ex virtute agere:
rationis enim perfectio est virtus: si nihil nisi corpus, summa erunt illa,
valetudo, vacuitas doloris, pulcritudo,cætera.Nunc de hominis summo bono quæ
ritur. Quid ergo dubitamus in tota ejus natura quærere quid sit effectum? Quum
enim constet inter omnes,omne officium munusque sapientiæ in hominis cultu esse
occu patum, alii ne me existimes contra Stoicos solum di cere, eas sententias
adferunt, ut summum bonum in eo genere ponant, quod sitextra nostram
potestatem,tam quam de inanimo aliquo loquantur, alii contra, quasi corpus
nullum sit hominis, ita præter animum nihil cu rant, quum præsertim ipse quoque
animus non inane nescio quid sit -- neque enim id possum intelligere --, sed in
quodam genere corporis, ut ne is quidem virtute una contentus sit,sed appetat
vacuitatem doloris.Quam ob rem utrique idem faciunt, ut si lævam partem negli
gerent, dexteram tuerentur, aut ipsius animi, ut fecit Herillus, cognitionem
amplexarentur, actionem relinque rent. Eorum enim omnium, multa
prætermittentium, dum eligant aliquid,quod sequantur,quasi curta sententia. Atveroillaperfectaatqueplena
eorum,quiquum de hominis summo bono quærerent,nullam in eo neque animi neque
corporis partem vacuam tutela reliquerunt.» Questa bella dimostrazione,
che Kuehner annovera tra le dottrine interamente proprie di Tullio, e che
trascorre con tanta signoria di sè stessa dalle nature inferiori alle
superiori, ponendo la legge che governa il sapere a riscontro colla legge
dell'universo, mostra quanto alto fosse pel filosofo romano il concetto della
Scienza Prima,ed è uno splendido testi monio della sua potenza speculativa e
dell'universalità dell'ingegno latino. Concepiva il Romano lascienzacome un
ripensamento della natura, e la natura, considerata nell'ordine che la informa,
era per lui un'arcana ar monia d'attinenze; talchè la scienza ei la immaginava
come un ripensamento delle naturali relazioni, che in tercedono tra i varj
gradi della vita nell'universo, tra le varie parti della natura fisica,
intellettiva e morale nell'uomo, e poi tra la natura e la speculazione, e tra
la speculazione e la vita civile. Filosofo vero è per lui chi ripete
veracemente, tal quale gliela diè la coscienza, quell'armonia di
natura;filosofo falso o sofista chi con fondendo o separando riesce a negarla.
Quindi era sofista l'epicureo, che meditando l'uomo solo nella parte più bassa
di sua natura, e chiudendo gli occhj davanti alla luce non estinguibile
dell'intelletto, poneva nel piacere il supremo dei beni; era sofista Erillo che
disconoscendo la libera attività del volere, confinava la virtù nell'in
tuizione inefficace e disamorata del vero scientifico; ma non errava meno lo
stoico, che pervenuto al concetto di virtù movendo dalle naturali tendenze, a
un tratto le abbandona per rifugiarsi in un ideale di sapienza che alla natura
dell'uomo contraddiceva. Cf. De legibus. Considerata sotto questo
rispetto,l'idea altamente c o m prensiva,che Tullio s'era formata della scienza
morale, lo ravvicinava ai principj delle scuole socratiche.La ra gione parmi
assai chiara; poichè,posto una volta,com'è di fatto, la scienza non essere
altro che un fedele ripen samento dell'umano soggetto, e dall'ordine dei
principj intrinseci ad esso venire l'ordine esterno costitutivo del metodo
dilei; ammesso inoltre infilosofiailrinnovamento essenziale d'ogni riforma
essere,come nelle istituzioni ci vili, un ritorno verso i naturali principj
dell'animo; da ciò consegue che la misura per determinare la bontà del metodo
d'una scuola, e il suo avanzare o allontanarsi dall'istituto riformatore,sarà ilparagone
tra la pienezza della forma scienziale e l'integrità della materia esaminata;
talchè, dato un degeneramento delle scuole successive dal principale
istitutore, chi prendesse a confutarle richia mandole ad un esame più pieno
dell'umana coscienza, s'incontrerebbe per via diretta negl'intendimenti del ri
formatore. Tale è il caso da noi esaminato rispetto al filosofo latino. Il
principio della morale delle scuole so cratiche è il conosci te stesso. Ora è
noto quale fosse la pienezza e la comprensione del significato, che il filosofo
ateniese dava a quel precetto in ogni parte della filosofia, e come il
sentimento della perfezione ideale, connaturato all'ingegno greco, e reso più
vivo dalle armonie pitta goriche, traesse lui, uomo di smisurato intelletto, a
im maginare la virtù costituita da un armonico concorso delle facoltà umane fra
loro e coi termini esterni, e a conce pire il cittadino nell'ideale dell'uomo
perfetto. Tale indirizzo dell'ingegno greco nei principj costi tutivi della
morale seguitarono Platone e Aristotele; ma l'uno, giovane della fantasia e
dell'affetto,e nato in una civiltà, giovane ancora, e che serbava nell'evento
delle istituzioni civili tutte le speranze d'un avvenire glorioso, sebbene
affermasse l'effettuamento del bene assoluto non potersi dare q u a g g i ù,
perchè il bene assoluto è l'ente i n finito, in sè e per sè sussistente,e
partecipato solo im perfettamente dalle cose finite, pure faceva consistere la
virtù in un continuo avvicinarsi dell'uomo a quell'esem plare immortale di
perfezione, e riconosceva nei beni ter reni un'effigie lontana e appena
un'analogia della beatitudine eterna (Quo i w s i s Sew. De rep. e Thea et. ).
Aristotele, ingegno più virile e più temperato e ritraente dai tempi, in cui, perduto
il fatto delle libere istituzioni, se ne ve niva creando con affetto maggiore
la scienza, se rinvenne il perfetto della vita nell'intuizione del vero specula
tivo, si volgeva di preferenza alla pratica, e faceva del pensiero un semplice
avviamento all'azione, della politica la parte principalissima della sua
morale. Il concetto del bene, rimasto assai indeterminato nelle
dottrine del figlio di Sofronisco, si bipartisce dunque nel l'Accademia e
nel Peripato; Platone lo congiungeva alla psicologia e alla dialettica;
Aristotele lo ravvicinava alla politica; con che, si avverta bene, noi vogliamo
solo far notare certa speciale prevalenza nella forma scientifica delle due
scuole, non già determinare una essenziale diver sità nei fondamenti della morale.
Chè la pienezza dell'osser vazione interiore, tanto raccomandata da Socrate,
durava lungo tempo ancora nei successori d'Aristotele e di Pla tone, e fu tra
le cause principali ond'essi, concordi con Zenone nel sostanziale del sistema,
ne combatterono il metodo e il concetto del bene supremo come un trali gnamento
dalle dottrine dei loro istitutori. Da queste considerazioni s'inferisce più
cose.Primie ramente si comprende come il pensiero dell'oratore latino sulla
teorica del bene morale, considerato sotto il rispetto o semplicemente
speculativo, sia universale, comprensivo e di un importante valore scientifico,
sia un testimonio di più del suo risalire mediante un principio più alto e più
generale,non certamente partecipato dalle scuole negative e sofistiche, ai veri supremicostituenti la scienza. Da que
ste considerazioni esce anche nuova luce sull’intendimento a cui mira il libro
De finibus. Quest'opera è di una singolare importanza per la storia della
scienza morale, e, a considerarla bene, si vede che Tullio a fin di mostrare e
chiarire la perfetta dottrina sulla natura del bene su premo, si valse del
metodo più famigliare a Socrate e a Platone, metodo che potrebbe dirsi ab
absurdis, assai usato nelle dimostrazioni dei problemi di Geometria; pose cioè
più concetti particolari e negativi del bene perfetto, e su via di
contradizione in contradizione si levò elimi nando, e integrando insieme, al
concetto più universale e più comprensivo. Per talmodo egli,imitando il Socrate
del Convito, del Fedro e della Repubblica,addestrava il giovane ingegno latino
a scoprire nel particolare e nel mutabile delle opinioni l'idea universale che
signoreggia la scienza. Conforme a tal metodo, se egli nel primo e nel secondo
libro confutava Epicuro mostrando quant fosse difettivo il suo
principio che ponera il bene ed il fine nel puro sentimento animale,e se nel
terzo e nel quarto esponendo e correggendo le dottrine del Portico richiamava i
filosofi a meditarne la parte imperfetta, cioè il prevalere soverchio del
principio spirituale e sog. gettivo nel concetto del bene;nel quinto libro
intro dusse a coronamento della morale ilsistema dell'Accademia e del Peripato.
Questo libro è una sintesi di tutta quanta la scienza; vi si studia l'uomo dai
primi rudimenti della vita vegetativa e animale su su fino agli albori della vita
intellettiva e morale; vi si mostra come l'istinto primitivo della
conservazione esca in sentimento, il sentimento germini in affetto,e
quell'affetto,incerto e inconsaputo da prima, a poco a poco coll'apprensione
più viva di noi stessi e della differenza che ci distingue dagli
altrianimali,simuta inconoscimento; vis'insegna come debba la filosofia tener
conto nelle sue meditazioni di questa piega üei sentimenti animali e
spirituali, perchè le sono scala all'evidenza del vero che più tardi la ri
flessione esaminatrice coglie nei penetrali della coscienza. Invero quando io
leggo il trattato dei Fini non mi posso capacitare come vi siano stati alcuni
critici che han vo luto scoprire nel quinto e nel quarto libro, e nella con
ciliazione ivi proposta tra gli Stoici e l'Antica Accademia, non altro che un
misero tentativo dell'eclettismo latino; poichè (giova ripeterlo)mentre
investigava ilfine scientifi camente,Cicerone conciliava le scuole,ma
integrando col metodo dell'osservazione interiore; procedeva sì ravvici
nandoisistemide'filosofi,ma ilprincipiodellaloroarmo nia desumeva
dall'esemplare della natura, ch'è sistema immortale di Dio. Vedi riassunto e
citato diligentemente ilDe finibus nella dissertazione già allegata di Thorbecke,
e in quella di Kuehner, Vedi pure per ciò che risguarda ilconcetto di tutto il
trattato l'importante dissertazione di Hinkel: De variis formis doctrine
moralis Peripatetico rum usque ad Ciceronem, earumque cum cæterarum scho larum
placitis comparatione. Marburgi Cattorum). Il concetto scientifico della
morale di Cicerone, quale noi l'abbiamo meditato sin qui,comprendendo nella sua
pienezza tutti i principj costitutivi di quella dottrina, e unificando in un
termine superiore, che era l'integrità del soggetto umano, le contradizioni
parziali delle scuole, dà luogo a risolvere una delle più importanti questioni
mosse dagli storici sulla morale dell'oratore latino. I m perocchè ci spiega in
qual modo, concorde coll'antica Accademia e col Peripato nei principj supremi e
nel l'idea del bene e della virtù, quanto poi alle parti a c cessorie,che
avevan per fine determinare il contegno del saggio rispetto a sè stesso,e nelle
relazioni civili,egli se condasse talvolta gli Stoici la cui severità,
civilmente con siderata,glipareva un argine saldocontrolastraboccata corruttela
dei tempi. Procedendo con tal criterio, i libri attinenti a questa parte
soggettiva della morale appajono informati da un solo ed unico disegno di
scienza,e ven gono distribuiti per classi in ordine al metodo e agli in
tendimenti. Infatti dall'opera dei Fini, la quale tiene la parte suprema
dell'Etica, ch'io chiamai soggettiva, e discorre del bene e della vita con fine
immediatamente scientifico, scendono conforme a questo principio le Questioni
Tusculane, e il libro dei Paradossi. Manifestano un fine positivo o
d'applicazione e un esercizio di metodo le dispute Tusculane,dove in mezzo ai
precetti stoici,esposti nella maggior parte dell'opera, traluce l'intendimento
di offrire, in tanta corruttela delle pubbliche istituzioni e dei costumi
romani,un alto esemplare del saggio,capace di volgere le menti a studj più
generosi; e divisa la filosofia in più questioni (loca),si prende in ciascuna a
ribattere le istanze proposte col metodo della Nuova Accademia. Poi un semplice
esercizio di metodo forense rivelano i Paradossi, nei quali Tullio poco dopo la
morte di Catone Uticense prese a lodare secondo i principj stoici le virtù
dell'amico, e mostrò agli studiosi dell'eloquenza come qualunque soggetto di
filosofia, il più remoto dalle opi nioni volgari,si porgesse ad un utile
esperimento dell'in gegno oratorio. « Ego vero (così egli dice nel
Proemio) illa ipsa quæ vix in gymnasiis et in otio Stoici probant, ludens
conieci in communes locos.» 3. Insino a questo punto, esponendo fedelmente l'in
dirizzo delle indagini speculative di Cicerone nella con troversia intorno al
bene supremo,noi paragonammo volta per volta le sue opinioni coi principali sistemi
contemporanei. Da quindi innanzi procederemo con metodo di verso e più spedito,
giunti a parlare di quella parte della sua filosofia, dove egli si avvenne a
minori opposizioni,e dove la sua riflessione era soccorsa più largamente dalle
idee nazionali e dai principj del Diritto romano. mente la parte
soggettiva della morale,che,come vedem il fine dell'operare affetti e nel più
intimo della coscienza mo sinqui,indaga umani, e col riscontro di Tullio non
lieve di veri incer avvalorata indubitabili tezza alla riflessione più che
altrove cadendo l'indagine affettuosa dell'essere mai dalla scienza, potea far
velo al giudizio; separabile o perchè la discordia senza metodo più ragione i
problemi e le controversie. Ma con si governa sicuro, e con più evidenti da
sottili argomenti, offriva ai tempi esaminatrice. Forse perchè in quella
oggettiva della nella quale egli,esaminate tendenze,el'istinto filosofale sulla
umano,ilfomite delle sette vi avea moltiplicati principj morale di Cicerone la
parte, ossia quella parte le naturali felicità, e ciò che per rispetto del
della l'adempimento bene e alla suprema universale della legge e del dovere. E
proprio feconda speculazione va dal soggetto all'oggetto dall'esame e
conoscitive eterni, tanto più, come chi senta del fine, si leva al concetto
idealità anche in, che quanto più il nostro questo è im fatto notevole,trascende
minuto delle potenze affettive alla contemplazione per la via della scienza
degli intelligibili animoso procede della valle a una alleggerirsi vista
interminata il respiro uscendo dal basso teorica della della filosofia di
pianure e di mari. La e del dovere è dunque il fondamento legge civile di M.
Tullio; e certo a questa chiarezza dei sommi parte più delle passioni,non E
vera degli,perquanto nella piega a noi costituisce tempi di pensiero il
sensibile,e passa principj morali da cui ella è desunta,e dove il pensiero
del filosofo latino si ferma per rinvenire le armonie più remote della scienza
morale colle dottrine dello stato e della vita politica, conviene attribuire
quella pienezza di speculazioni largamente intrecciate all'esame del mondo e
dell'animo umano,onde il libro delle Leggi riassumendo le teoriche civili,si
rannoda da un lato col dialogo dei Fini e coll’Etica soggettiva,e dall'altro
cogli Officj e col libro della Repubblica. Talchè, a voler direpienamente il
pen siero del filosofo romano, tutta la scienza morale sì del l'individuo come
dell'umana famiglia, e la filosofia civile nelle sue più remote congiunzioni
colle altre dottrine, muovono, come due maestose riviere di fiumi perenni, da
quel fonte immutabile, che è il concetto della eterna legge. Le dottrine della
filosofia civile di Cicerone furono da molti anni soggetto di lunghe e
diligenti ricerche in Germania, in Inghilterra ed in Francia, tanto che su
questa più che sopra qualunque altra parte delle sue opere forniscono le
biblioteche copiosa materia di lavori storici, critici e dottrinali agli studj
dei commentatori e dei filosofi.La quale abbondanza di ricerche sulle dottrine
posi tivedelfilosofolatinoprovennealcerto,cosìdaunatalquale novità e armonia di
disegno scientifico che egli dava ai suoi studj sulla filosofia civile,
applicandovi l'esempio di Roma e i larghi principj della Giurisprudenza e del d
i ritto latino;come da quell'opinione invalsa universalmente tra i dotti
ch'egli avesse un ingegno più fecondo nel l'applicare che nel trovare, più
acconcio ad esporre i pre cetti della scienza che a fondarne i principj per via
di rigorose indagini speculative. Ma niente è più contrario a questa opinione
quanto un severo esame del libro De legibus. Meditando con attenzione questo
dialogo,uno dei più eloquenti che mai uscissero dalla fantasia largamente
inventiva del nostro filosofo, ti accorgi tosto essersi in gannati a partito
coloro i quali sull'autorità di alcune poche parole di lui nel cap. VI: «
quoniam in populari ratione omnis nostra versatur oratio,populariter
interduin loqui necesse erit », vollero indurre doversi annoverare questo
trattato fra i libri mancanti di vera speculazione scientifica, e volti ad un
fine semplicemente pratico popolare.Ora per risolvere una siffatta questione,
non certo di poca importanza nella critica della morale di Cicerone, e
risguardante quei principj che ne collegano le varie parti in u n disegno
ordinato di scienza, io distinguo nel libro De legibus due rispetti parimente
importanti in cui può essere considerato:un rispetto istorico, o giu ridico, e
un rispetto semplicemente speculativo. E a par lare innanzi tutto del primo,
non debbo lasciare indietro come dal 490, età della prima guerra cartaginese,
al 628, anno della distruzione di Numanzia, mentre gran parte all'oriente e
all'occidente d'Europa, e l'Africa stessa venivano in potere dei Romani, la
repubblica (come dice il Forti) rapidamente si corrompesse.S'indeboliva a poco
a poco l'ordine delle famiglie, si mutava la moderazione in crudeltà e
capriccio, l'ossequio e l'ubbidienza in vile condiscendenza ai vizj con animo
rivolto a sciogliersi dai legami della famiglia, perdera forza la religione del
giu ramento; nel VI secolo frequenti i privilegj, caduta in discredito
l'autorità sacerdotale, frequenti le prorogazioni degl'imperj; indi a grado a
grado cessava Roma dal l'avere una costituzione fissa e un prudente consiglio
che la dirigesse, e s'avviava all'anarchia popolare. Di queste condizioni
civili,che rendevano sempre più facile il vivere sciolto da ogni legge morale,
dovea risentirsi la disci plina del dritto. La quale nata da una viva
disposizione dell'ingegno latino a ricercare la suprema legge del vero nella
moralità delle azioni, e guidata dalla sublime idea del giure che G. B. Vico
riconobbe nel linguaggio dei primitivi italiani, si perfezionava tra il sesto
secolo e il settimo a causa del bisogno vivamente sentito di ridurre le
consuetudini a leggi scritte, per l'uso delle lettere greche, per lo studio
dell'antichità necessario alla notizia delle leggi,e per l'efficacia della morale
stoica.Va frat tanto la sparsa materia del diritto romano non si ordi nava in
forma di scienza; non già che molte massime generali delle XII tavole e
dei pretori non fossero d e sunte dall'intimo della filosofia, e che
l'applicazione e lo svolgimento delle dottrine non desse impulso efficace al
l'ingegno speculativo de'Giureconsulti.Vi s'opponeva un difetto,antico nella
costituzione romana,percuicadendo in dissuetudine le leggi, spesso occorreva di
rinnovarle, l'autorità troppo larga dei legislatori, onde, al dire di Cicerone,
si studiavano piuttosto gli editti del Pretore e le opere dei Giureconsulti,
che il testo delle XII tavole, e poi il moltiplicare delle massime e delle
questioni per cui avveniva che la scienza, anzichè ordinarsi a sistema con universalità
di disegno, si veniva soltanto applicando gradatamente ai bisogni civili. M a
verso la metà del settimo secolo,quello stesso in cui Cicerone scriveva la
Topica,eaRoma epertuttoildominiodella repubblica s'era da un pezzo largamente
propagato lo studio della filosofia e delle lettere greche,l'ingegno romano già
esperto nell'esercizio della logica, e maturo all'abito della rifles sione
interiore, cominciò a dare forma più rigorosa di scienza alle discipline del
giure. Uno di coloro che più vi si volse, e che, per testimonianza di CICERONE
(si veda), vi recò un vero abito del raziocinio nutrito da studj profondi di
filosofia, fu il giureconsulto Servio Sulpicio,di cui si parla con molte lodi
nel libro De claris oratoribus ; e dopo lui il nostro filosofo, al quale chi
legga il libro delle Leggi non può negare il merito insigne di avere meditato
una riforma del giure, desumendone l'origine,come dice egli stesso, dall'intimo
della filosofia, e tentato un codice del diritto pubblico per sopperire al
bisogno,allora viva mente sentito,di ridurre a principj universali e a dise gno
ordinato le sparse discipline del Diritto romano. (Libro I, e sey.) Ma questo
stesso proporsi una riforma del giure e meditarne l'ordinamento scienziale, chi
non vede ch'era già nella mente del nostro filosofo un naturale appa recchio
all'indagine speculativa dei principj morali? L'oratore latino a cercare che
cosa è legge, mosse,come i giureconsulti odierni, dalla considerazione di due
rispetti nei quali la legge può meditarsi, cioè in quanto ella
esiste nel fatto come regola coattiva delle azioni, ovvero in quanto ha una
ragione d'esistere,o vogliam dire una origine razionale (Forti). Ei risguardò
di preferenza il secondo rispetto, e cercando nella sua definizione l'ottimo
ideale, « si rifece da un gius naturale anteriore alle leggi, variabili secondo
il volere dei legislatori,norma razionale al paragone della quale si potesse
distinguere la legge buona dalla cattiva, che in sostanza è una violazione del
giusto sostenuta dalle forze della società. Questo termine di confronto delle
leggi civili lo ravvisava nella legge di natura,ossia nella somma ragione
dell'economia che gli dèi, signori dell'universo, avean posta nel governo delle
coseumane.Da questo fonte derivava la giustizia assoluta ed eterna, che
definisce il bene ed il male indipendente mente dagli stabilimenti sociali e
dalle opinioni degli uomini. Idea di assoluta giustizia,che,come Cicerone
avverte egregiamente, non può star separata dalla credenza reli giosa in un
supremo legislatore cui sia a cuore il bene e l'avanzamento dell'umanità. I
comandi e le proibizioni di questa legge suprema sono noti agli uomini, secondo
Cicerone, per natural lume di ragione, solchè essi vogliano esaminare se stessi
e consultare la coscienza. Laonde è da considerare sapientissimo il detto
dell'antico savio, che pone a fondamento di sapienza il conoscer sè stesso.
Conoscendo sè stesso, l'uomo vede di essere naturalmente socievole, e va
persuaso che la società è uno stato neces sario al genere umano.Vede eziandio
che gli uomini tutti fanno una sola famiglia, che ha un padre e regolatore
comune,che tutti ama ugualmente e gliobbliga a vicen devoli uffizj. » Francesco
Forti, nome caro alle lettere e alla giurisprudenza toscana,così riassumeva nel
I libro delle sue Istituzioni civili le dottrine del dialogo sulle Leggi; ed io
lo citai augurando che per suo esempio il trattato insigne del filosofo latino
porgesse materia di larghe e fruttifere meditazioni agli studiosi del Diritto.
Tra le cause adunque che dettarono a Cicerone il dialogo delle Leggi, sono in
primo luogo da annoverarsi l'incertezza del vero senso del giure per la
moltiplicità delle massime,deglieditti, delle leggi, degl'interpretanti, onde
spesso si perdeva il significato filosofico e morale nella aridità delle
formule, ed era opera di scienza vera e fruttuosa il ricondurvi le umane menti;poi
una ragione politica che voleva richiamate ai principj morali le libere
istituzioni;ed infine un contrasto alle scuole greche, e specialmente alla
Nuova Accademia,la cui dottrina po teva riuscir fatale all'Etica e alla
Giurisprudenza, fon data com'era,non già sull'osservazione interiore o sopra un
vero criterio scientifico, m a sui deboli artifizj della dialettica e del
sofisma. Ora si consideri bene come ilnotare diligentemente questo con trasto
del filosofo latino colle scuole negative degli asso luti principj morali,ci
mena a poco a poco a scoprire la parte altamente speculativa delle sue indagini
intorno alle leggi,la quale dobbiam confessare avere sin qui assai poco
considerata i critici e i commentatori. Eppure ogni età della storia (e lo
notammo più innanzi) ci porge ampie e innegabili testimonianze di questo
tornare della riflessione all'esame della legge morale e della genesi dei sommi
principj che ne derivano, e si manifestano all'intelletto fecondi
d'innumerevoli attinenze con qua lunque parte dello scibile umano,ogni volta
che le dot trine dei sofisti pullulate dalla profonda corruzione civile e
dall'intepidire del senso morale, ponevano il bene ed il giusto
nell'attraimento degli istinti animali, e nel l'esca dell'interesse. In quei
tempi di grandi sventure private e pubbliche, massima delle quali è per certo
il dilungarsi degli ordini civili dalla notizia dei sommi prin cipj, gl'intelletti
più alti,nutriti nella meditazione e negli studj dell'antichità, mossero la
riforma morale da quella relazione chiarissima e primitiva che intercede tra
l'in telletto e l'assoluto, e si manifesta nell'energia dell'im perativo
morale.Questo intendimento di opporsi allo scet ticismo coll'esame della
realità oggettiva del supremo concetto di legge,è manifesto nelle teoriche del
Vico,è m a nifestissimo in quelle degli Scozzesi, e dettò le pagine
più eloquenti di quel famoso libro che s'intitola dalla Ragione
pratica,sebbene l'affermare,come essofa,chelamia ra gione è un che
d'imperativo, che la mia volontà vi si sente soggetta, e che quindi m'accorgo
che quell'impero è universale e viene da Dio legislatore,creatore e prov
vidente, sia pronunciato assolutamente contrario al si stema della scuola
critica e alle dottrine del filosofo di Conisberga. M a poichè in questo luogo
facemmo espressa menzione del libro della Ragione pratica,vogliamo invitare
inostri lettori a seguirci in un paragone per certo singolare e inaspettato
delle dottrine di due differentissimi ingegni. Il filosofo di Conisberga,
abbeverato alle dottrine del Cartesio, e seguace, benchè inconsapevole, dello
scetticismo di Hume, Kant i primi baleni di quella filosofia, onde più tardi
sfolgorava la rivoluzione fran cese, ammise a fondamento del suo sistema
l'assoluta impossibilità di trapassare dal soggetto all'oggetto, rap
presentando il pensiero racchiuso in sè stesso e pensante le cose con proprie
forme o categorie. La qual dottrina, oltre al contraddire, come fa, alla natura
del pensiero e all'evidenza immediata della percezione,e porre il filo sofo
nell'assoluta impossibilità di edificare la scienza nel tempo stesso ch'egli
sipropone ilproblema,se lascienza è possibile, distrugge ogni certezza morale,
e vieta alla mente di aggiungere mai colla riflessione scientifica l'ori gine
vera della legislazione assoluta. Per Kant (osserva giustamente Mamiani)
l'anima è onninamente legisla trice di sè medesima e crea l'assoluto
dovere,crea,dico, non meno di un assoluto; e quella forza invincibile di
approvare o di biasimare è pur fattura dell'anima, onde ella identicamente e
simultaneamente è comando e obbe dienza, è autorità ed obbligazione, è diritto
e dovere, è attiva e passiva, è finita e infinita (perchè ogni assoluto vero è
infinito), e rimordesi talvolta amarissimamente delle azioni contrarie
all'imperativo di cui ella stessa è autrice spontanea. Cotal dovere e cotale
legislazione assoluta che emerge tutta ed unicamente dall'umano subbietto, appare
nel Kant (se è lecito dirlo)più contradit toria assai che negli Stoici antichi
e nei moderni panteisti germanici.Imperocchè appo entrambe le scuole la volontà
e libertà umana si sustanzia in ultimo con la divina e assoluta. Quindi nelle
loro dottrine morali ricomparisce la contradizione perpetua d'identificare
azione e passione, finito e infinito e così proseguì;ma non vi si dee ravvi
sare cotesta forma particolare di ripugnanza tanto più deplorevole quanto la
scienza morale à un carattere sacro e interessa il genere umano e la vita
civile più che altra disciplina quale che sia. » Confessioni. Tale è pertanto
la differenza notevole che corre tra le contradizioni morali del Kant e quelle
del nostro filo sofo. Già vedemmo parlando delle dottrine sulla natura come da
parecchj luoghi dei suoi trattati apparisca assai chiaro ch'egli, seguace del
semipanteismo platonico e stoico,faceva consustanziali l'intelletto umano
eildivino; la qual dottrina applicata nel dialogo delle Leggi avrebbe dovuto
condurlo per legittima illazione a identificare la natura infinita del precetto
morale colla ragione finita dell'uomo.Ora una volta ammessa questa
dottrina,come mai poteva dedurne il filosofo l'azione trascendente e as soluta
dell'imperativo morale sull'anima nostra? Come concluderne che la ragione
perfetta, in quanto risplende dell'assoluto concetto del bene, s'impone alla
mente e prende natura di legge? E d'altra parte è chiaro a chi sia
mediocremente versato nella storia della nostra scienza che l'oratore roman o,
il quale rifiuta nel libro De finibus la parte soggettiva della morale del
Portico,come il su perbo concetto del perfezionamento umano,l'indifferenza ai
beni esteriori e l'eguaglianza delle imputazioni, qui nel dialogo delle Leggi
ne accettò pienamente la parte oggettiva, vo'dire l'idea della legge eterna e i
concetti dell'obbligazione e della città universale. Tale repu gnanza del semipanteismo
platonico e stoico accoltoda Cicerone coll’autonomia dell'umano arbitrio, e
coll'effi] [Veramente non è ben chiaro se Cicerone si facesse mai tal
domanda; ma, a dirla breve e come io la penso, il sentimento più naturale e
spontaneo ch'io ritrassi dalla prima lettera del libro De legibus, fu una ferma
opinione che il filosofo latino movendo dalla indagine sul concetto di
legge,soccorso dalle tradizioni del diritto romano, d o vesse riuscire a
rappresentarsi quell'azione trascendente della legge morale sull'animo nostro
siccome derivata dall'intima natura di un assoluto,distinto dalla ragione
dell'uomo e a lei superiore. Argomento valevole assai per confermarmi in tale
giudizio,è l'altezza a cui poggia l'indagine speculativa di Tullio,che
allontanatosi dal l'esame particolare e sottile delle scuole antecedenti e contemporanee,
e dalla parte soggettiva della stessa d o t trina stoica,riordinava la scienza
tutta al lume dei sommi principj, più tardi usciti a fondamento della sapienza
cristiana.cacia trascendente di quella virtù onde si genera in noi
l'obbligazione morale, involge un importante quesito di storia della filosofia.
Nel quale si domanda, se il filosofo latino propose giammai nettamente innanzi
all'esame della sua riflessione questa controversia da cui dipende il principio
costitutivo dell'obbligazione e del bene m o rale; e se chiese a sè stesso come
potessero mai conci liarsi l'identità di natura tra l'intelletto divino e
l'intel letto dell'uomo con quel sentimento di soggezione assoluta che in noi
s'accompagna all'impero della legge morale. Un'altra prova di non lieve
importanza è altresì la dif ferenza notevole che corre tra i libri fisici e
morali del filosofo nostro.In quelli egli dubita il più delle volte,e,meno che
nei principj fondamentali,segue irresoluto leforme della Nuova
Accademia;neilibrimorali partuttoun altr'uomo, e le sue conclusioni rivelano
sempre una maravigliosa armonia del sentimento colla riflessione speculativa. A
l tresì non v'è dubbio alcuno che i concetti correlativi di Dio e dell'anima
umana e del libero arbitrio,assai inde terminati nel De natura deorum,nelle
Tuscolane, nel Sogno di Scipione e negli Accademici primi,qui nel
libro delle Leggi profilano più nettamente le loro fattezze,e ne discende
ordinata e architettata nelle sue verità uni versali tutta quanta la scienza.Il
concetto del divino sopra ogni altro giunge in questo libro ad un'altezza scono
sciuta alla maggior parte dei filosofi antichi.Egli è rap presentato al lume
delle tradizioni romane come inente eterna ed eccelsa che tuttoprovvede,che a
tutto impera,e veste idue caratteri dell'arbitrio e dellam o ralità, che, al
dir del Gioberti, ne costituiscono le origi nalifattezze. L'indagine tulliana della
leggesuprema pa lesa poi,per mio avviso,un vigore non ordinario d'ingegno
speculativo.Posta a capo di tutto ilragionamento lano zione di legge universale
come un riscontro delle leggi particolari e una misura intelligibile a cui
ricorrendo si potesse apprezzare l'essenza delle cose giuste od ingiuste, tal
nozione presentava in sè due rispetti intimi ambedue
eambeduenecessarj.Lapoteviconsiderarecome idealità suprema,come
infinitagiustiziaonde ilgiusto sipartecipa, benchè imperfettamente, alle cose
finite, e come primo assoluto ed universale, che volgendo le menti alla comune
dispensazione del bene porgesse quasi l'unità morale del l'umana famiglia.
Considerata nel primo rispetto, la n o zione di legge si offriva alla mente del
filosofo latino come idealità suprema e assoluta,e come un intelligibile primo
che rappresentando ilperfetto nell'ordine della ra gione le si imponeva come
regola dell'operare.Egli dunque concepiva quella nozione come un vivo riverbero
dell'as soluto, e poichè l'assoluto è divino, e la sua idea si palesa
partecipata come luce dall'alto nella perfetta ragione dell'uomo, unico di
tutti gli animali che abbia innata nell'animo la notizia di Dio, quell'idea gli
parve una partecipazione segreta ed arcana dell'assoluto nell'umano intelletto.
Udiamo le sue parole: « Est quidem vera lex recta ratio,naturæ
congruens,diffusa in omnes,constans, sempiterna, quæ vocet ad officium jubendo,
vetando a fraude deterreat, quæ tamen neque probos frustra jubet aut vetat nec
improbos jubendo aut vetando movet.Huic legi nec abrogari fas est neque
derogare ex hac aliquid una licet neque tota abrogari
potest,nec vero aut per senatum aut per populum solvihaclegepossumus,neque
estquæ rendus explanator aut interpres ejus alius,nec erit alia lex Romæ, alia
Athenis, alia nunc, alia posthac, sed et omnes gentes et omni tempore una lex
et sempiterna et immutabilis continebit unusque erit communis quasi magisteret imperator
omnium deus:illelegishujusinventor, disceptator, lator, cui qui non parebit,
ipse se fugiet ac naturam hominis aspernatus hoc ipso luet maximas p æ
nas,etiam si cætera supplicia, quæ putantur, effugerit. De Repub. -- riportato da
Lattanzio Instit.div. – Stupenda definizione èquestadel principio regolatore
degli atti umani,e tale da mostrare una volta per sempre che qualcosa più di
una semplice continuazione delle scuole greche s'acchiudeva nei prin cipj
dell'Etica romana. Vi s'acchiudeva la speranza e la promessa immortale del
Cristianesimo! Considerato al lume di questi principj, il dialogo delle Leggi
ci si offre come una sintesi vasta di tutta la scienza. Una volta posto con
tanta chiarezza ilconcetto di legge nella cima dell'umana ragione,e l'umana
ragione stretta da un legame arcano d'attinenza coll'assoluto, se ne chiariva
alla mente del nostro filosofo la nozione di Dio e quella dell'uomo e
dell'universo, e il fondamento primo dei doveri civili. La causa di tutto ciò
era per fermo nel l'intima natura del metodo di lui, il quale movendo dalla
coscienza morale e dal vivo sentimento dell'obbligazione, coglieva nel suo
stesso principio la più ampia e la più feconda di tutte le armonie scientifiche;
siccome quella in cui soggetto e oggetto si trovano unificati in un ter mine
superiore e trascendente,onde poi si diparte,come da unico centro, l'ordine
universale delle idee e quello dei fatti.La qual cosa non accade per certo
nella ragione informatrice del sistema di Kant, e degli altri critici e
razionalisti moderni. In tali sistemi il pensiero (per valerci delle loro
stesse parole) non esce mai da se stesso,non coglie la realità viva e concreta
che è pre sente all'intuito, nè anche, dico, in questa parte della filosofia
de'costumi, dove la mente afferma ogni volta per ingenita necessità di natura
l'indipendenza del pre cetto morale assoluto dall'atto informatore del nostro
spirito. Non ha dunque la filosofia soggettiva un punto stabile e fermo in cui
getti le prime fondamenta dell’edi fiziomorale,eillegameintimodeipensierichene
con nette le parti, non avendo corrispondenza nella realità obbiettiva dei
sommi principj,dee riuscire per necessità fenomenico, relativo e contingente.
Eppure, come ben nota il Gioberti,vano è il voler riformare la dottrina del
Buono senza risalire ai principj, che è quanto dire, senza considerarla come
una scienza seconda,fondata sui canoni della scienza prima. (Del Buono) Questa
nobile impresa, degna di un condiscepolo dei Giureconsulti romani, fu tentata
dall'Autore del dialogo delle Leggi. L'esame della sua dottrina,solo che
illettore se lo riduca per poco al pensiero, ci ha mostrato assai largamente
che il metodo Socratico dell'osservazione in teriore lo condusse nei libri
fisici e logici ad accettare il conoscimento come un dato legittimo della
scienza,e nella disputa contro gli Stoici intorno al fine quel metodo istesso
lo avvertiva doversi trovare la ragione constitutrice del bene per rispetto
all'uomo nell'indagine piena dell'umano soggetto. Da questa cognizione
dell'animo si levava il Romano per l'evidenza dei comandi morali alla notizia
più perfetta di Dio,e lo concepiva come mente e ragione infinita in cui posa
l'idea della legge eterna, di questa legge obbiettiva,immutabile,
necessaria,anteriore a tutte le leggi civili, più antica d'ogni città e d'ogni
gente, e coevaa quel Dio che governa laterraedilcielo.Da Dio è disceso l'uomo;
egli uscito nel mondo ultimo degli ani mali, allorchè la natura fu disposta ad
accoglierlo,benchè mortale nelle altre parti dell'esser suo,nell'animo è ge
nerato da Dio.Egli solo quindi tra tutti gli animali ha notizia del Creatore,
solo è capace di virtù, e può valersi in suo servigio dei frutti della terra, e
inventò per a m maestramento della natura innumerevoli arti che imitate poi
dalla ragione gli procacciarono le cose necessarie alla vita. L'uomo
dunque è primitivamente simile a Dio; similitudine che può vedersi dal fine a
che la natura stessa lo destinava, e dai mezzi che gli diede a conseguire quel
fine; conciossiachè prima ordinò la intera costituzione del mondo in suo
beneficio, e all'uomo stesso diede conosci mento veloce, e del conoscimento
ministri e satelliti i sensi,e gl'impresse nell'intelletto certe oscure nozioni
di cose innumerevoli che furono in qualche modo fonda mento alla scienza: Diede
anche all'uomo forma dimembra acconce a significarne la natura
intellettuale;poichè,mentre gli altri animali fece inchini alla terra per l'uso
del pasto, il solo uomo rivolse al cielo quasi alla contemplazione del l'antica
sua patria, e ne atteggiò il volto per modo che vi si leggesse profondamente
scolpita l'effigie dell'animo. Sarebbe lungo il seguire M. Tullio in
questa larga deduzione dei veri morali e psicologici ch'egli trasse dal
concetto di legge. Basti per noi l'osservare che son belle e vere dottrine, più
tardi ripetute dai Padri e dai Dottori e dalle recenti scuole
italiane,l'autorità assoluta dell'im perativo morale,la sua attinenza con Dio
provvidente, l'idea dell'imputazione e dell'atto umano, e finalmente quella
grande città in cui l'ordine mondano e sopram mondano si congiungono insieme
nella universale comu nione degli spiriti eterni. (De leg.) Esaminata la legge
nel suo primo rispetto,vale a dire in quanto essa è
obbiettiva,necessaria,immutabile, eterna, il filosofo latino passa a
considerarla come un principio universale, che si dispiega al di fuori di sè
stesso in un ordine di relazioni,ed è norma comune dell'operare agli umani
intelletti. E qui egli veniva cercando la comunità del concetto di legge nella
somiglianza di natura intel lettuale, onde avviene che a significare tutta
quanta la umana specie vale una sola definizione,e principio del consorzio
civile è la comune e vicendevole partecipazione del giure. « Non est enim (egli
diceva) singulare nec solivagum genus humanum.» Quindi esce altresì nel primo
della Repubblica la bella definizione della città, fonda mento alle sue
dottrine politiche: « est igitur respublica] [Il cardine della morale di
Cicerone posa dunque manifestamente in questa dottrina della legge, il cui
merito insigne si è di avere volto le sparse discipline del diritto romano
contemporaneo ad un ordinamento più razionale, e fondata la metafisica e la
filosofia civile sopra principj assoluti di scienza. Questo intendimento del
nostro ora tore è tanto più manifesto, in quanto che egli,dopo spie gata per
ordine la dottrina della legge suprema, assume nel primo libro la questione più
tardi agitata nel De finibus, e contro le dottrine di coloro che il buono misu
ravano dall'utile, si distende a provare la virtù sola d e siderabile per sè
stessa, e l'efficacia del buono venire dalla natura anzichè dalle mutabili
opinioni. La qual cosa, mentre è una prova di più per mostrare come
l’oratore-filosofo dai punti capitalis simi della morale, scendesse con unità
di concetto alle più remote applicazioni, prende in fallo quei critici che
supposero di fresco avere CICERONE (si veda) abbandonato improv visamente la
dottrina dell'Antica Accademia sulla legge naturale per accettare il metodo
peripatetico nel suo più recente trattato dei Beni. Ma innanzi tutto noi
domandiamo a quei critici come mai,se Tullio si ribellò più tardi alla ragione
informatrice delle dottrine platoniche, qui nel libro delle Leggi espone con
fronte sicura la stessa teorica trattata nei Fini? In secondo luogo, fra le due
opere v'è certo diversità nella ragione del metodo esterno (procedendosi
deduttivamente nel libro delle Leggi, e induttivamente nel libro dei Fini), ma
la diversità non involge alcuna contradizione; poichè nel trattato dei Beni,
quando esaminava quella controversia da parte dell'umano res populi;
populus autem non omnis hominum quoquo modo congregatus, sed cætus multitudinis
juris consensu et utilitatis communione sociatus,» dove egli af ferma ilnesso
primitivo tra il diritto naturale e ildiritto delle genti, e contro Platone che
attribuiva l'origine del consorzio umano alla debolezza
degl'individui,riconosce invece quell'origine nella comunità di una legge
assoluta e soprammondana. cætus 1 soggetto, affermò nella vita presente non
pervenire l'uomo al compiuto adempimento del fine se non svolgendo e
perfezionando ogni parte integrale di sua natura,laddove qui nelle Leggi salito
ad un concetto più universale, m e ditò oggettivamente l'idea del buono e
dell'obbligazione, riconoscendovi un'assoluta efficacia indipendente dall'atto
dello spirito umano.Così da questi due larghissimi aspetti in cui può essere
meditata la materia della scienza m o rale, e dove all'intelletto del filosofo
appajono congiunti l'assoluto e il relativo, il contingente e il necessario,
l'anima e Dio,deriva secondo la mente di Cicerone, il vero e più ampio concetto
della dottrina sul buono. La diligente esposizione impresa da noi degli scritti
del filosofo latino ci ha condotti,come avranno osservato i lettori, a
trattenerci alquanto intorno alla parte specu lativa delle sue dottrine morali,
e segnatamente intorno ai due trattati De finibus e De legibus. La qual cosa
abbiamo fatta coll'intendimento di porre innanzi agli occhi degli studiosi i
principj fondamentali e il disegno scien tifico dell'Etica latina,esposta da
Cicerone,sembrandoci che questo esame fosse stato assai leggermente condotto
sin qui dai critici precedenti, i quali o tenerano Cicerone in luogo di un
eclettico e di un moralista positivo e spe rimentale, o non facendo professione
di filosofi, conside ravano nei suoi trattati meglio la parte istorica e lette
raria che l'intimo nesso e il metodo speculativo delle dottrine.Eppure convien
confessarlo) questa critica preoc cupata e parziale è sommamente contraria alla
giusta estimazione dei libri speculativi di Tullio.Per essa avviene che i
principj e la unità delle sue dottrine morali ci ri mane ignota per sempre; ci
sfuggono le più alte indu zioni che il grande oratore e i Giureconsulti
adoperarono intorno ai pronunciati del senso comune,e riesce un fatto senza
ragione alcuna quell'ampia utilità applicativa del l'Etica romana,da tutti
riconosciuta,se il filosofo morale non ne rintraccia i principj nelle
speculazioni più remote intorno al vero ed al buono. Premesse queste
osservazioni, veniamo ora alla parte positiva dell’Etica tulliana,
nella quale ci terremo più brevi secondo è richiesto dalla natura
principalmente fi losofica di questo scritto. L'indagine che si contiene nel
primo libro delle Leggi, porge naturalmente il passaggio dai supremi principj
speculativi alle dottrine pratiche della morale, pel con cetto d'obbligazione e
di vicendevole comunanza del giure, onde il libero arbitrio sperimentando in sè
l'efficacia trascendente del precetto morale, e riconoscendovi un impero
incondizionato che si dilata nell'universalità del l'umana famiglia, si sente
stretto all'osservanza degli officj religiosi, individuali e civili. Officio
dunque (così lo domandavano le scuole socratiche) è illibero conformarsi della
virtù all'impero della legge morale. E importa assai determinare il significato
scientifico della parola, perchè si capisca come la teorica dell'officio che ha
tanta parte nel sistema del Portico,mentre discende immediatamente da quella
del dovere (considerato nella sua genesi razio nale),ha poi certi suoi
peculiari rapporti che la connet tono colla parte più positiva della scienza
morale. Due specie d'officio distinguevano gli Stoici.L'officio retto o
perfetto (29Tóptospa, zadrzov téheLov) che cade uni camente nel saggio,o in
colui che abbia ottenuto l'ultimo grado del perfezionamento morale;e l'officio
comune,o medio (2997zov uésov),che era un ordinario conformarsi della virtù
agli obblighi della vita privata e civile,o,come direbbesi oggi popolarmente,un
fare da persona dab bene. Ora insorse controversia tra i critici, se Cicerone
nel suo trattato, da tanti anni notissimo nelle scuole, de finisse
scientificamente l'officio. Il Manuzio e il Facciolati difesero Cicerone; il
Lilie con altri più antichi, citati dal Kuehner, giudicò veramente omessa
quella definizione; mentre il Binkes,il Kuehner e il Grysar avvisavano avere
Cicerone definito soltanto l'officio medio, di cui prese a trattare
espressamente nel suo libro,in quelle parole del capitoloIII,1.I:«medium
officiumidesse,quodcur factum sit ratio probabilis reddi possit. » (Vedi Lilie,
Comment.de Stoic. doctrin. mor.ad Cic. libr.De off.,1, Kuehner. Fran. Binkes, Responsio
ad quæst. juridicam etc., Franeq., Prolegomena ad Cic .libr. De Off. scripsit, Grysar,
Köln). Questa opinione dei commentatori tedeschi tanto più è conforme alla
natura del libro D e officiis e al metodo espositivo che quivi si propose
l'autore, in quanto che egli stesso ci dice nel capitolo III: due questioni
potersi fare intorno all'officio; l'una che si riferisce al fine dei
beni,l'altra che cade nei precetti ai quali in ogni parte si può conformare
l'uso della vita; parole meritevoli di speciale considerazione, conciossiachè
mentre spiegano quell'intimo nesso scientifico che annoda le dottrine p o
sitive colla teorica del bene morale, stabiliscono poi il vero oggetto del
presente trattato,il quale non è altro, come giustamente osserva un critico
moderno, che la determinazione dei nostri doveri particolari. Coloro d u n que
che dal libro degli Officj prendevano argomento a ravvisare nel filosofo latino
un mediocre valore scientifico, perchè egli trattando dell'officio non si
solleva ai supremi principj della morale, non osservarono quale attinenza corra
tra i libri speculativi e pratici della sua morale, onde egli investigato prima
che cosa è il bene nell'umano soggetto (De finibus), si leva alla nozione
oggettiva di legge (De legibus), e scende per ultimo alle applicazioni più
remote dell'Etica nella vita privata e civile. (De of ficiis, De republica, De
amicitia, De senectute.) Migliore giudizio invece recarono quei critici, segna
tamente francesi, i quali considerando di preferenza questo speciale rispetto
tutto positivo e civile, in cui possono meditarsi gli Officj, quindi desumevano
i pregj e i difetti del libro. Infatti il trattato degli Officj non è un'opera
semplicemente speculativa,o un'opera di psicologia. Ivi si richiamano, è
vero,le altre parti delle dottrine m o rali, vi si accenna la distinzione
stoica tra l'officio per fetto e l'officio comune,e il pensiero dello scrittore
si leva talvolta a indagare la qualità morale degli atti nel l'intima natura
dell'uomo,ma l'intendimento primo a La gentilezza degli Attici
educata nell'ordine m a t e riale della civiltà da fina eleganza di costumi, e
dallo spettacolo d'una natura ridente, li traeva ad una viva e, quasi
direi,religiosa ammirazione del bello,onde il pen siero dalla convenienza e
armonia delle parti reali che genera il perfetto nei corpi,passava
all'invisibile bellezza degli animi. Ma in Rom a dove ogni istituzione fu vôlta
sin da principio a rafforzare i legami che vincolavano il cittadino allo stato,
e il rispetto delle relazioni civili superava a gran pezza gl'interessi
domestici e il culto delle arti, regnava dominatrice siffatta la pubblica opi
nione che in lei risedeva il solo e inappellabile arbitrio di giudicare le
azioni. E per fermo i Greci considerando nella virtù la corrispondenza ideale
che corre tra l'ar monia interiore dell'animo nostro e le forme più elette
della natura sensibile,la nominarono bellezza, pei Romani la virtù sono quasi
convenienza delle azioni colle leggi sociali. Laonde Cicerone che qui negli
Officj la conside 148 cui mira quel libro, è un intendimento civile, e
Tullio che lo compose dopo la morte di Cesare, quando to nava per l'ultima
volta nel fôro in difesa delle libere istituzioni, volle lasciare a suo figlio
in luogo di testa mento il codice più compiuto della morale politica. A questo
proposito nel libro degli Officj merita spe ciale considerazione una dottrina
che pel modo in cui fu trattata da Tullio palesa un rispetto istorico,e un'atti
nenza immediata colle istituzioni e coi costumi di Roma. Tale è la dottrina del
decoro (Tpétrov), esposta nel capitolo XXVII del libro primo. Cicerone,osserva
acutamente il Ritter, traduceva nei Paradossi la sentenza degli Stoici:
crcpovovaysoró 2.016; il solo buono è bello, collepa role: quod honestum sit,id
solum bonum esse;onorabile è solamente ciò che è buono. Ora questo diverso
concetto che i Greci e i Latini s'erano fatto della virtù, e che più volte
ritorna nel De officiis, come in quel libro in cui Cicerone conformò forse
maggiormente le sue dottrine morali al pensare e al sentire romano, si spiega
assai facilmente ricorrendo alla Storia. rava in un rispetto quasi
esclusivamente civile, l'accom pagnava al decoro, o vogliam dire a quella luce
esterna di onoratezza, onde la stessa virtù si porgeva all'ammi razione della
pubblica coscienza. Considerato per questo rispetto, il libro D e officiis,
mentre si attiene alle altre opere speculative, presenta nelle sue parti più
sostanziale un vero ordinamento di scienza. Il filosofo latino segue
liberamente Panezio, e perchè autore di un ottimo libro intorno agli Officj,
adesso perduto, e perchè assai temperato nelle dottrine dello stoicismo,come
portava l'età.Da Panezio,eforseda Pos sidonio, continuatore di lui, trasse in
gran parte le dot trine intorno all'onesto ed all'utile, che offrono soggetto
ai due primi libri, e v’aggiunse del proprio la materia del terzo, ovvero il
combattimento dell’utile coll'onesto, omessa dallo scrittore greco. La parte
più bella e più filosofica di tutto il trat tato, e dove splende più pura la
nobiltà dell'animo di Cicerone, è quella dov'egli toccando le relazioni della
politica colla morale, biasima altamente quei fatti, nei quali l'interesse
dell'utile pubblico avanzò le norme della giustizia e della onestà, e propone
al figlio i più sui blimi esempj dell'antica virtù ne'quali l'animo ritem
prando possa uscire incontaminato dalle scelleratezze dei tempi. E i tempi
dovevano esser tristi davvero, se con sideriamo parecchj esempjd'ingiustizia
contemporanea che Tullio ricorda al suo Marco, e ch'egli sebbene commessi da
uomini potentissimi nella repubblica e amici suoi, ge nerosamente condanna.Nè
dee far maraviglia che fosse cosìa chi consideri come il disgiungersi della morale
dalla scienza di stato è uno dei maggiori indizj della corru zione civile, e
che tutto allora in R o m a precipitava a ro vina, religione, costumi, esercito,
cittadinanza, popolo, senato, magistrati, privati; e in quel rovescio d'ogni
cosa e divina poneva i fondamenti sanguinosi la ti rannide degli imperatori.
Nel terzo libro, discorse le attinenze della politica colla morale, passa il
filosofo latino alle attinenze della umana morale colle altre
scienze sociali, la Giurisprudenza e l'Economia. In queste pagine di Tullio, a
sempre più smentire l'opinione di quelli che non trovano nei giure consulti
romani le tracce d'una profonda speculazione,si vede chiaramente come la
giurisprudenza latina, benchè costituisse da sè stessa un vero e proprio corpo
di scienza con norme immutabili e fisse, con ordine scienziale di dottrine,
desumeva da'principj della filosofia i suoi fon damenti; il che mostra CICERONE
(si veda) citando parecchie que stioni esaminate dagli antichi giureconsulti, e
definite con formule certe che più tardi assunsero la forza di legge. La qual
cosa apparisce vie più manifesta quando ne' seguenti capitoli Tullio, dopo
definite alcune questioni di morale, appellandosene al testimonio della
coscienza e della retta ragione,quasi a riprova di quei principj ne cerca il
riscontro nella più antica e venerata delle legislazioni romane, nella legge
delle XII Tavole. Questo ricorrere ai più vetusti testimonj, oltrechè era
proprio al metodo di Cicerone, che cercava nell'antichità più presso
all'origine divina,le verità naturali più schiet te,e le prime tradizioni,ha
qui un'importanza d'oppor tunità, perchè egli di fronte alla corruzione della
morale civile voleva additare lo scadimento della repubblica. Lo che è chiaro
in tutto il libro; chiarissimo poi dove avendo citato gli esempj di Fabbrizio e
di Cammillo e dell'antico senato romano,soggiunge l'infamia di L. Silla che
coll'autorità del senato raggravava i dazj antichi so pra alcuni popoli che se
n'erano sciolti pagando, nè restituiva il danaro; e prorompe con mobile sdegno:
p i r a tarum enim melior fides quam senatus! Il De officiis accolto nelle
scuole d'Europa sino dal primo risorgimento delle lettere antiche, e stampato
per la prima volta a Magonza, levò di sè tanta fama da affaticare per ogni
tempo l'acume degli eru diti e dei commentatori. Un esame critico di questo
trattato, che Paolo Janet chiama « il più belmonumento filosofico della
letteratura latina, » fu recentemente pro posto dall'Accademia delle scienze
morali e politiche di Francia,e ne usciva nel 1865 il libro del signor
Arthur Desjardins col titolo: Les devoirs, essai sur la morale de Cicéron. In
quest'opera ricca d'ingegno, di filosofia e di larga dottrina in ogni parte
della giuris prudenza e delle lettere antiche,l'autore con utile esem pio, che
vorremmo rinnovato in Italia, prende a esami nare largamente il libro De
officiis, ne mostra le varie attinenze coi principj supremi della morale
tulliana, e lo confronta coi migliori filosofi antichi, e coi giurecon sulti
moderni. È un lavoro di critica larga e profonda, in cui la gravità del
soggetto è abbellita dallo stile ele gantemente sereno. E accresce lode al
critico francese la schietta imparzialità dei giudizj, onde egli intento solo a
conoscere la verità, difese da ingiuste accuse la fama del grande oratore, ne
osservò opportunamente le omissioni o la brevità soverchia per quel che
risguarda i doveri verso il divino, la famiglia e noi stessi, e rappresentò il
De officiis come un codice compiuto di Etica civile, in cui si ragiona dei
doveri del cittadino verso lo Stato,e il concetto della umana famiglia e della
carità universale perviene a tale altezza da annunciarci vicino il grande
rinnovamento dell'evangelo. Dai principj della filosofia civile e dai
precetti par ticolari intorno ai costumi si varca alla teorica dello Stato.
Questa fu esposta da Cicerone nel De republica, giudicato universalmente dai
critici come una delle opere le più ori ginali del nostro autore.Gran parte ne
andò sventu ratamente perduta,ma le reliquie del primo e del se condo libro
fanno assai splendida testimonianza che l'ora tore latino vi avea diffuse
largamente le memorie della antichità greca, le grazie severe dell'eloquenza,eigrandi
insegnamenti della vita politica. Quando prese a trattare dello Stato,egli avea
innanzi a sè due scuole egualmente illustri, egualmente seguite dagli
scrittori: la scuola di Platone e la scuola d'Aristotele. Ma ei dovette certo
considerare che l'ingegno dell’Ateniese, poderoso d'invenzione e di veduta
speculativa, non intese forse nei termini del vero le attinenze della filosofia
colla politica. Il merito insigne di aver sostituito alle dottrine
ideali l'autorità degli esempj, è pur quello della Repubblica di Cicerone. In
quest'opera, spartita in sei libri, e condotta con larga unità di disegno, il grande
oratore imitò Platone nella forma letteraria e nel tono dello stile, del resto
si attenne al metodo aristotelico; e volendo fare opera non solo utile alle lettere,
ma vantaggiosaallapatriae alle più lontane generazioni, incarnò i suoi precetti
nel grande esempio di Roma. L a dottrina sui reggimenti civili si r i duce alla
disputa delle tre forme monarchica, aristocra tica e popolare, alle quali egli
preferiva la mista, invo cando le ragioni d'Aristotele e di Polibio e tutta
quanta la storia di Roma. Da queste
premesse esce a compimento delle dot trine morali la disputa sull'immortalità. E
qui Cicerone lasciando al tutto le orme dei Greci, seguì l'indole pro pria e
della sua nazione, e fece di quel problema una vera e compiuta dottrina. Forse
l'incertezza in cui aveano la sciata la controversia sui destini dell'anima i
panteisti [La quale, mentre ha bisogno per disegnare e applicare le
civili istituzioni di ricorrere talvolta ai principj uni versali della
natura,non può trascurare per altro nel l'ordine dei fatti le imperfezioni
dell'essere umano, e quella lunga serie d'esperienze infelici per cui soltanto
nella storia dei popoli si perviene ad applicare le istitu zioni alle necessità
dei tempi. A questo metodo, chiamato da'Cesare Balbo un metodo razionale, si
opponeva l'altro sperimentale d'Aristotele. Il filosofo di Stagira, disposto
per natura d'ingegno a un accordo più perfetto della spe culazione col senno
civile,e cresciuto alla scuola di Fi lippo e d'Alessandro, intravide con occhio
più fermo le armonie delle dottrine scientifiche coll'esperienza, applicó alla
scienza dello Stato quell'analisi sicura e paziente che negli ordini del
pensiero e della natura lo avea condotto a creare la logica e la fisica;
raccolse da ogni parte gli esempj dei governi migliori, li ordinò, li paragon
), li ridusse a principi, e ne trasse la sua Politica fonda mento della scienza
civile. Ma a tali prove di ragione e
difatto altreseneag giungevano per lui desunte dall'affetto individuale e
civile. L'indole del suo ingegno, inclinato a quanto v'ha di più grande e di
più sublime nelle opere della natura e di Dio, gli svegliava nell'animo un vivo
desiderio dei sommi estinti, e massimamente di quelli la cui vita consacrata
alla patria nelle scienze,nelle lettere, nelle arti, nei pubblici negozj, li
raccomanda alla riconoscenza di Roma. Gran parte,e la più bella forse della sua
vita,s'era pas sata nella società di quei grandi; chè molti n'avea co nosciuti
da giovinetto, e seguiti nello studio delle leggi e nella pratica del fôro; di
molti avea udito favellare al padre e agli zii paterni, m a di tutti gli
restava impressa nell'anima una memoria viva e costante, siccome di per sone domestiche
e care.La vita lungamente agitata nei pubblici affari in tempi di grandi
rivolgimenti, non gli tolse quest'abito di ritornare sul passato, e perchè vi
pendeva l'animo naturalmente mite, e disposto a racco gliersi in sè stesso, e
perchè la sua parte di conservatore lo menava in politica a desiderare il
ritorno della virtù e degli antichi costumi. Più tardi le sventure della patria
lo strinsero a ritirarsi dalla vita pubblica, e allora la fantasia nutrita
negli studj speculativi gli consolava spesso colle grandi memorie i dolori
civili e le meditazioni della scienza. E quindi si spiega perchè quelle
meditazioni,in cambio di riuscire una fredda copia delle opere greche, gli si
convertivano spesso in dialoghi vivi e passionati, e l'abito di conversare coi
s o m m i estinti gliene porgesse gli interlocutori, e si spiega altresì come
la dottrina del l'immortalità occupi tanta parte nel Sogno
dell’Affricano e dualisti italici e greci, contribuì non poco a svogliarlo
d'immaginarie astrazioni, e volgerlo a una via più sicura. Fatto è che nelle
Tusculane,ma più nel De republica e negli opuscoli popolari della Vecchiezza e
dell'Amicizia, egli chiese di preferenza le prove dell'immortalità alla
coscienza morale, alle antiche tradizioni, ai riti delle tombe, al desiderio,
connaturato nell'uomo, del divino e dell'assoluto.] e nel Catone Maggiore,
dov'egli imitando il Socrate di Platone, paragonava sè stesso ai sommi che
l'avean preceduto, e si consolava di speranze immortali. Un'altra
occasione, opportuna a indirizzare le medita zioni del nostro filosofo sulla
controversia dell'immorta lità, e a dettargli intorno al soggetto affettuosi e
mesti pensieri, fu per certo la morte della sua Tullia, avvenuta il mese di
Febbraio dell'anno 709. Nelle solitudini della sua villa presso Astura, là dove
avea in animo d'inal zare un tempio alla figlia perduta, egli scrisse un
libretto che poco appresso indirizzò ad Attico, e che intitolava Consolazione.
Su questo libro,adesso perduto,gli eruditi studiarono a lungo,e dai pochi frammenti
che Cicerone stesso ci conservava,e da quel che ne dissero parecchj scrit tori
antichi,in special modo Lattanzio nelle Istituzioni di vine,tentarono
restituire per sommi capi il disegno gene rale e lo spartimento delle materie.
Schneider ne ragionava in un saggio dove suppose Cicerone avere trattato a
lungo dell'immortalità degli spiriti nell'opera della Consolazione, come
apparisce in gran parte dal primo libro delle Tuscolane. La quale supposizione,
che riteniamo a buon dritto per certa,ci fa grandemente deplorare la perdita di
questo monumento della letteratura latina,una forse delle opere più originali
di Cicerone,e da mostrare come il desiderio della figlia perduta gli volgesse a
più gravi e più solenni ispirazioni l'ingegno naturalmente fecondo. Può
sembrare opportuno ai lettori (se pure ne avemmo in questo esame della
filosofia di M. Tullio) che noi dopo aver discorso delle scuole precedenti o
contem poranee all'oratore latino,del suo metodo e concetto della scienza e
finalmente dei libri fisici, logici e morali, con sideriamo adesso sotto un
rispetto più universale il valore speculativoel'indoledellesue dottrine.La qual
cosa,ol tre all'essere richiesta dalle leggi severe delle discipline
scientifiche, in cui l'uso della sintesi non deve mai scom pagnarsi da quello
dell'analisi,si porge opportuna a con futare l'accusa, che da alcuno potrebbe
esserci mossa,di attribuire al più grande degli oratori latini una potenza
d'ingegno speculativo che mai per avventura non ebbe. La critica intorno alle
opere dottrinali di Cicerone, ne gletta dagli eruditi e dagli storici più
antichi, e infor mata a una severità eccessiva da quelli del secolo scorso e
del presente, è tempo ormai che ritorni a più maturo
esameeapiùimparzialigiudizj. Ma ciòammesso,non resta men fermo quell'altro
supremo pronunziato che Tacito invocava eloquentemente in un'età scellerata
come norma dell'ottima condotta civile, e che comanda allo spirito umano
di seguire una via lontana del pari dalla venerazione cieca, e dal disprezzo
non ragionevole del l'autorità. A questa via ci siamo attenuti nell'esame delle
opere di Cicerone. E non pertanto al critico che prende in mano quei suoi
scritti così varj, così fecondi, dove si mesce tanta parte della vita e delle
memorie latine, soprag giungono di tratto in tratto infinite difficoltà; non
ultima per certo quella, avvertita altra volta da noi, di accom pagnarlo
nell'indagine di tanti sistemi discordi, di racco glierne le sparse dottrine,e
quindi ricomporle nell'armonia dei principj e delle conseguenze. La
imparzialità delle opinioni, e il largo apprezzamento di quel tanto di vero e
di buono, che si trova sempre in ogni sistema, mentre costituisce un pregio
capitale della filosofia di Cicerone, fa sì che ella non si porga sempre
favorevolmente al giudizio della critica odierna,la quale troppo più spesso
vien cercando nelle materie speculative lo stupore delle invenzioni, anzichè la
legittima novità dell'esame e delle attinenze scientifiche. Ma per contrario
nulla v'è d'in ventato, nulla di strano nella filosofia di Marco Tullio. Ella è
la filosofia del senso comune e delle grandi tra dizioni, la quale, per
definirla con uno dei nostri filosofi, « non presume in alcuna cosa di saperne
più là della stessa natura:ma di questa,invece, si dichiara attenta disce pola,
e ne accetta i pronunziati siccome oracoli;.... filosofia tanto riguardosa e
modesta, quanto serena e sicura nei suoi giudicj,e della quale fu detto averla
Socrate pri mamente levata dal cielo,e condotta a conversare famigliarmente in
mezzo agli uomini.” (Mamiani). Tale è l'indole vera della filosofia di Marco
Tullio; e contuttociò crediamo avere abbastanza mostrato in que sto nostro
lavoro, come alla semplicità de'principj e dei metodi si congiunga,segnatamente
nella parte morale,il procedimento rigoroso e l'unità di scienza. Coloro
poi che misurano il valore degli ingegni spe culativi dall'ardimento delle
innovazioni, e giudicano Marco Tullio una povera mente perchè dice
egli stesso di professare dottrine non arroganti, e non molto disco ste dalle
opinioni popolari, non hanno considerato a b bastanza in quanti modi si possa
esercitare la spontaneità del pensiero nelle materie scientifiche. V'hanno
infatti di quelle filosofie che esaminando e sindacando combattono gli errori
de'tempi loro;ve ne hanno altre che esponendo un nuovo ordine di pensieri,
ricostituiscono sopra diversi fondamenti l'edifizio scientifico;e nell'un caso
e nell'al tro l'intelletto del filosofo è attivo nelle materie esami nate od
esposte, e in quella efficacia speculativa v'ha pure sempre del nuovo. La
critica e l'esposizione delle dottrine speculative, sebbene quanto alla forma
estrin seca de pensieri sia opera d'arte, quanto alla materia è un esercizio
rigoroso di ragionamento e di filosofia; im perocchè al critico, se non vuol
fermarsi nella superficie, m a penetrare nel fondo e nell'anima delle
cose,convenga rifare,a dir così,il concetto dell'autore e trasformarsi in lui
stesso,convenga svelare illegame intimo che annoda le idee principali,
concepirne una moltitudine di acces sorie, da cui soltanto rampollano quelle,
vedere i trapassi e le attinenze più remote tra concetto e concetto,e scom
posta la totalità del sistema, ricomporla poi novamente colla viva efficacia
del suo pensiero. Apparisce da queste considerazioni che la novità e il valore
speculativo delle dottrine di Tullio si potrebbe soltanto dedurre dalla critica
assennata, e spesso profonda, ch'e'fece delle dottrine a n tecedenti e
contemporanee, raccogliendo con rara lar ghezza di principj e d'esame quanto di
meglio gli por gevano le scuole greche, per suggellarlo dell'impronta latina,e
svogliare iconnazionali della imitazionede'fo restieri. Questa parte espositiva
e confutativa delle greche dottrine, che tanto prevale nei libri tulliani, noi
la m o strammo contrapponendo ai pensieri proprj del sommo oratore l'analisi
de'sistemi da lui combattuti ed esposti; e tanto più perchè sappiamo essersi
affermato piùvolte da critici insigni che mancò a Cicerone una notizia pro
fonda della filosofia greca, mentre è cosa omai notissima Cicerone adunque
può innanzi tutto considerarsi come un istorico insigne della filosofia, degno
d'essere raggua gliato con Aristotele e con Platone per l'ampio studio delle
dottrine antecedenti e contemporanee. Chè se dai critici più recenti è tenuto a
ragione come fonte non principale di storia, perchè spesso allega testi divisi,
e perchè l'indole della sua riflessione scientifica lo menava non di rado,come
Platone,a suggellare del proprio pen siero le dottrine d'altri sistemi, ogni
età debbe essergli riconoscente d'aver campato tanta e sì nobile parte delle
greche meditazioni dalla ingiuria de'tempi e dalla barbarie degli uomini. Ma
d'altro canto, dopo una lettura ben considerata degli scritti tulliani, può
egli negarsi che vi si rinvenga una parte dommatica, e un esercizio suo proprio
della riflessione speculativa? A una simile domanda ci sembra avere
bastantemente soddisfatto nella parte antecedente di questo discorso
coll'esporre ilmetodo di Cicerone nelle principali teoriche della scienza; e
qui facemmo manife sto come un tal metodo di fina osservazione consistesse per
lui nel ridurre ai semplici elementi delle verità prin cipali i sistemi, e,
sceverati gli errori, comporre un'altra volta quelle verità nell'ordine del
sapere. Difficile i m presa,che in tempi funesti alla scienza ricercava un in
gegno universale, e un potente esercizio della riflessione. La quale,adoperata
da Tullio al lume dell'evidenza in teriore, lo condusse a salvare dal naufragio
dello scetti cismo le più nobili parti delle dottrine speculative.In Fisica
mantenne la distinzione, quantunque non piena, tra il finito e l'infinito, il
contingente e il necessario, la natura e il divino, l'esistenza del divino,
dell'universo e dell'uomo, la natura delle cose corporee inferiori alle
spirituali e all'eterne, l'ordine universale, la eccellenza della] filosofia [nelle
storie che la critica degli antichi scrittori, segnatamente per opera degli
Alessandrini, fioriva ai tempi di lui, eruditissimo nella lingua de' Greci, da
cui tradusse più libri di letteratura e di scienza, e che indirizzava i suoi
scritti ai più culti ingegni di Roma.] ragione, il libero arbitrio e
l'immortalità. In Logica tenne salda la capacità del conoscimento a cogliere il
vero, il concetto di potenza, i sommi principj della ragione, la evidenza
interiore, la distinzione tra senso e intelletto e il metodo inventivo delle
conoscenze. Nella Morale al lume dei sentimenti interiori e del senso comune
ricom pose il sistema perfetto di quellascienza,e
salendocon metodo induttivo dalle tendenze e dai fini della natura all'oggetto
universale di legge e di dovere, ne seppe d e durre tutto l'ordine dei veri
relativi alla famiglia, all'in dividuo e allo stato.Veramente se ad un
uomo,apparso in quella età quando tutta la scienza,divenuta un pro blema, si
lacerava fra i delirj di una moltitudine di so fisti, nasca il pensiero di
ricomporla a sistema, e riassu mendo l'impresa di Socrate,raccolga le verità
principali in una sintesi vasta; e se vissuto in mezzo ai pregiudizj di un
patriziato superbo, e in tempi d'ateismo e di co stumi nefandi, egli invochi a
soccorso della riflessione speculativa l'esame delle antiche tradizioni e delle
verità fontali, contenute nella coscienza del genere umano e nei più nobili affetti,
a quest'uomo, parmi, non si possa negare il nome di FILOSOFO GRANDE. – Grice:
To hold those who are great and dead as if they were great and living. --L'indagine
dei dommi primitivi e dei sentimenti nella natura e nel linguaggio dei popoli vuole
–voleva -- in CICERONE (si veda) un ingegno forte e addestrato a meditare, e un
uso continuo dell'osservazione interiore. Del che sono splendido testimonio l’orazioni,
l’epistole, il primo libro delle Tusculane, il secondo e il quinto dei Fini e
il proemio delle Leggi; che esposti senza preoccupazione rettificherebbero
d'assai il giudizio sul valore speculativo dei suoi saggi, e mostrerebbero
com'egli esa minasse con vero criterio di scienza l'umana natura nelle varie
età, nelle diseguaglianze de'sessi, degl'ingegni e de gli ordini civili, e sino
dall'alto della tribuna, o seduto agli spettacoli del circo cogliesse le verità
eterne della coscienza nelle manifestazioni spontanee del sentimento popolare.
Parecchj critici di CICERONE (si veda), e segnatamente quelli che gli negano
ogni facoltà d'ingegno speculativo, non hanno inoltre considerato qual uso ei
facesse della tradizione scientifica,e come, movendo dalla coscienza, contrappo
nesse all'esame imperfetto e negativo de sistemi un esame comprensivo di tutto
il sapere. Dissi più volte ch'egli moveva dalla coscienza; e questo fatto
dell'osservazione interiore, manifestissimo nelnostro filosofo,ogni volta che
egli prende a trattare importanti materie morali, non può mai andare disgiunto
nell'esame compiuto dei suoi scritti dallo studio ch'e'fece de'sistemi
antecedenti e contem poranei, perchè ci porge la più intima ragione del suo
metodo esterno, chiamato da molti impropriamente un eclettismo;e ci spiega come
nella viva armonia dell'animo umano egli cercasse quell'unità informatrice
delle sue dottrine,che il metodo sincretico d'Antioco e d'altri eru diti
avrebbe indarno aspettato dall'accozzamento inge gnoso di cento scuole. Certo
Cicerone non ebbe quella potenza inventrice d'ingegno speculativo, e quella
rara felicità degli ardimenti metafisici, che hanno Socrate, Platone, Aristotele
tra gli antichi,e tra imoderni Cartesio, Kant e VICO (vedasi). Il suo ingegno
non altrettanto acuto, rapido e penetrativo, quanto uni versale,comprensivo e
solenne,più che in escogitare nuove dottrine, e in architettare sistemi
mirabili per ipotesi a u daci e tirati a filo rigoroso di logica, piacevasi nel
sot toporre ad esame le antiche dottrine,sceverarne gli errori, ribatterne le
istanze,scoprire nuove armonie della ra gionescientificacolsensocomune, e
iltuttopoi ricom porre in un vasto disegno di scienza concorde colle arti, coi
costumi e colla vita civile. Nel che mirabilmente lo secondavano itempi. Allora,come
era avvenuto nel secolo di Socrate,e come per molte parti accade ora nel
nostro, si manifestava nella condizione delle discipline morali un'imperiosa
necessità di riforma. L'eccesso delle specu lazioni avea spossati gl'ingegni, e
la scienza e l'arte tor navano al vero della natura,unica fonte delle opere
grandi. Era dunque suprema necessità deporre la vana superbia delle innovazioni
assolute, farsi discepoli della natura, tornare agli adagj della sapienza
popolare, e chiedere alla tradizione de savj, non già il supremo
criterio del vero,m a il sindacato delle opinioni attinto nella coscienza più
eletta del genere umano. Tale è la parte modesta, e a un tempo solenne, che CICERONE
(si veda) appresenta nella storia della filosofia. Se ne'suoi scritti prevale
il criterio della tradizione scien tifica, perchè poco o nulla rimaneva da
aggiungere alle speculazioni dei filosofi greci; e se, parlando ai concitta
dini innamorati della letteratura e delle dottrine stra niere, si mostra
studioso al sommo dell'altrui autorità, confessa però nel 1° degli Offici,
ch'e'non seguiva gli a n tichi come interprete, m a per proprio arbitrio e con
li bero esame attingeva ai loro fonti. È scritto nel primo dei Fini che egli
sosteneva quelle dottrine soltanto che erano approvate da lui,e vi aggiungeva
un ordine pro prio di scrivere. Come poi quest'ordine di scrivere (si
gnificante non altro che un ordine di pensieri) si esten desse per lui al
collegamento necessario di tutta la scienza, te lo dice in quelle parole dei Tuscolani
(II, 1): « Difficile est in philosophia pauca esse einota,cui non sint aut
pleraque aut omnia.» Noi dunque invitiamo gli studiosi delle lettere e
della filosofia antica a prendere in più seria considerazione quella sentenza,
divenuta pur troppo comune, che fa del filosofo latino non più che un seguace
d'Antioco, e un modesto raccoglitore delle dottrine greche. Di quanto in
tervallo egli si lasciasse discosti i migliori filosofi greci contemporanei può
apparire assai manifesto a chi ricordi quanto è detto nella prima parte di
questo discorso. Fra i latini poi non sapremmo chi contrapporgli,se non forse
il dottissimo VARRONE (si vefda) suo familiare, rammen tato nel primo degli
Accademici,e della cui filosofia per altro o poco o nulla sappiamo. Veramente,
ammesso che l'oratore romano fosse un eclettico, nella schietta e ger mana
significazionedellaparola,eglinon solo(siconsideri bene ) avrebbe dovuto
accettare le principali dottrine della scienza tal quali gliele porgeva la
Grecia, senza nulla mutare o innovare,ma l'autorità della tradizione scien
11 tifica sarebbe stata per lui unico e assoluto criterio per
venire dall'opinione al sapere.Ma per contrario, esami nando nella loro
pienezza le dottrine di Tullio, si vede ch'egli, anzichè inchinarsi a servile
imitazione, intese l'uso dell'autorità come un legittimo ossequio della ra
gione al vero riconosciuto per altrui testimonianza, e propose a sè stesso il
gran problema (chiarito poi dai moderni) del passaggio dalla certezza naturale
o volgare alla certezza scientifica. Pensatore e scrittore di cose fi losofiche
in una età in cui la scienza si divideva tra un dommatismo eccessivo e uno
scetticismo quasi assoluto, stimò che avrebbe ben meritato dell'umana ragione e
della patria,seguendo una filosofia modesta in mezzo agli estremi del tutto
credere e del tutto negare; e scelse a suo metodo la verosimiglianza della
Nuova Accademia senza parteciparne lo scetticismo. Condotto da questo metodo in
mezzo alla confusione dei sistemi e alle rovine dell'edifizio scientifico, ne
sottopose ad esame le princi pali dottrine, e nelle parti incerte e dubbiose
ammise più gradi di verosimiglianza; le verità d'evidenza interiore affermò
risoluto. Nella fisica sperimentale non ebbe che verosimiglianze; in teologia
naturale, in cosmologia,in psicologia ed in logica ondeggiò tra il verosimile e
il certo; nella morale soggettiva e oggettiva, nelle teoriche del Diritto e
dello stato romano si volse alla luce innegabile della coscienza e affermò con
certezza assoluta. Talchè in cia scuna parte delle sue dottrine, e nella
successione delle tre parti fra loro si nota quest'ordine di gradi che vanno
dal verosimile al certo. Tale procedimento, che si attiene all'intimo del suo
pensiero speculativo,l'osservi anche talvolta nella forma estrinseca e
nell'ordine logi cale delle dottrine.Imperciocchè,mentre isuoi scrittisono per
la maggior parte inquisitivi e disputativi,e la disputa ferve specialmente
nelle teoriche dell'essere e del cono scere e nei principj della teorica
dell'operare, quanto più procediamo nell'esame di questa, e dai giudizj dei
sistemi particolari e dalle pure opinioni ci leviamo al concetto del divino,
che pose nell'umana ragione,a testimonianza di
sè stesso,laleggemorale,lacontroversia gradopergrado diminuisce,e questa
parte,cominciata col De finibus,dia logo contenzioso, segue col De legibus e
col De officiis, opere espositive, terminando colle dottrine della Repub blica,
e co'dialoghi popolari dell'Amicizia e della vecchiezza. Esaminando nella
successione dei libri fisici, dialettici e morali questo procedimento del
pensiero di Tullio, le sue dottrine ci rappresentano quasi un tentativo di
ricom porre la filosofia nell'ordine perfetto delle conoscenze. Fu provato
assai largamente nel Capitolo primo della seconda parte, e in più luoghi delle
dottrine morali, come il nostro filosofo concepisse chiara la relazione che
inter cede tra la pienezza del soggetto scientifico, su cui si volge il
pensiero, e la unità oggettiva de'principj che danno legamento e connessione
rigorosa alla scienzaprima. Certo,checchè ne dicano il Brucker e il Bernhardy
(il secondo de'quali afferma che gli ultimi fondamenti del sapere rimasero
dubbiosi per Cicerone),apparisce evidente dai libri morali che il nostro
oratore seguendo la ragione informatrice del sistema platonico e dell'Etica di
Zenone, intese la sovranità dell'idea del Buono nell'ordine delle cognizioni, e
cercò in quel principio la più vasta di tutte le sintesi, che gli porgesse
unificata e spiegata nelle più remote sue applicazioni tutta la scienza. La
qual cosa crediamo avere posta sufficientemente in chiaro, esami nando il
dialogo delle Leggi. Ma il por mente a questa unità informatrice delle
dottrine tulliane, ci spiana la via per vedere come il suo metodo conciliativo
delle scuole particolari si risolvesse inun criterio intrinseco di ragione. Quistail
divario essenziale tra la filosofia di Cicerone e la filosofia degli eclettici.
L'eclettico infatti raccogliendo le sue dottrine da sistemi contradittorj e
infetti sostanzialmente d'errore, come non può sperare di levarsi mai colla
riflessione a principj assoluti di scienza, così è costretto a scambiare la
vera filosofia,che è semplice ed una,con un viluppo di multiformi dottrine
senz'armonia e senz'accordo. La verità,cheèingenita,assoluta,immortale,nonpuò
uscire in eterno dall'accozzo fortuito del falso; e la scelta a b bandonata a
sè stessa e senza un criterio intrinseco ed uno, mancherà sempre di principj
saldi, universali, apodittici. La qual cosa non conobbe abbastanza quella scuola
fran cese,fiorita nella prima metà di questo secolo, e a cui giu stamente si
attribuisce la lode di avere spento il sensismo, e restaurati gli studj
istorici della filosofia nella nostra Europa, quando sentenziava che i sistemi
più avversi si compiono tra loro, e che lo spirito umano procede d'er rore in
errore per cammino non interrotto alle armonie della Scienza prima. Ma Cicerone
intese ben altrimenti il principio costi tutivo delle sue dottrine. Per lui la
tradizione scientifica trovava un riscontro nell'esame immediato dei fatti in
terni, e quindi egli desunse il criterio con cui variamente conciliava i
sistemi. Ora a questo criterio che è la parte propria ed originale di sua
dottrina, e che rappresenta un vero esercizio dell'indagine filosofale nel sindacato
delle scuole particolari,fa d'uopo aver l'occhio per ve dere come e quanto egli
attingesse ai fonti delle opere greche. Sennonchè in tal questione, come
osserva Kuehner, che ne disputava a lungo, e con rara diligenza, si affacciano
naturalmente non lievi difficoltà. In primo luogo, perchè M. Tullio, fornito di
varia e multiforme erudizione, volse in proprio uso tutte le migliori dottrine
dell'antichità italica e greca; secondariamente, perchè parlando di un dato
soggetto, non se ne stava contento all'autorità di un solo autore, m a
interrogava la m a g gior parte di quelli che ne avevano trattato, moltissimi
tra’ quali andarono per noi sventuratamente perduti; e infine perchè il nostro
filosofo o tace non di rado, o accenna di passaggio i fonti a cui attinse, o
soltanto rammenta gli autori quando gli accade di confutarli. Passando poi a
determinare il metodo con cui Cicerone attinse ai greci filosofi, osserva
giustamente il critico te desco che questo metodo si esercitava in tre maniere.
Traduceva egli dal greco, trasportando liberamente in latino, tanto (come
egli stesso ci avverte nell'operetta “De optimo genere oratorum”) da serbare il
colorito e la forza nativa del testo. Nelle altre opere filosofiche segui
principalmente un solo autore, adoperandovi sopra con libera efficacia di
riflessione ilsuo giudizio,e componendo le materie con proprio ordine di
pensieri;ricorse ad altri scrittori ove quello che seguiva fosse riuscito
mancante, e v'aggiunse del proprio.Era altresì suo costume inter rogare varj libri
che avean preso a trattare un m e d e simo soggetto, e ove fosse stato
possibile il conciliarli, trar fuori dalle loro dottrine un tutto perfettamente
connesso ed armonizzato. Quindi,prosegue Kuehner,è necessario al critico di CICERONE
(si veda) avvertire con diligenza gli scrittori da lui citati e accennati,
raffrontare spesso i suoi libri coi grandi monumenti dell'antica filosofia, che
ci pervennero intatti, osservare quello ch'egli trasse dai suoi maestri,e non
piccola luce daranno le congetture assennate e prudenti. Esposte queste
norme più generali di critica, noi non seguiremo più oltre l'erudito tedesco
nell'indagine minuta intorno alle fonti delle dottrine tulliane. Tale indagine
infatti, oltrechè si allontanerebbe di troppo dal l'indole speculativa e dai
confini di questo scritto,e riu scirebbe inutile al tutto per noi che non
neghiamo avere il filosofo latino attinto le sue dottrine migliori dall'an
tichità greca, è piena altresì d'incertezza e di congetture là dove i fonti
originali andarono perduti, e dove riesce difficile lo sceverare quanto
appartiene all'ingegno del nostro filosofo, e quanto debba invece attribuirsi
all'au torità stessa dei Greci. Del resto, concludendo coll'au tore della
dissertazione, M. Tullio ne'libri fisici, e in special modo nella disputa
sull'immortalità,seguì princi palmente Platone; nei libri logici e nella
questione sul criterio della verosimiglianza e sulla percezione sensitiva,
attinse dal Portico e dalla Nuova Accademia; nei libri morali poi, discepolo
degli Stoici e dell'Antica Accade mia e del Peripato per ciò che risguarda le
dottrine speculative del bene e della legge, nelle materie politi che e
civili seguì a preferenza Aristotele,Teofrasto e Polibio. L a qual cosa per
altro vuole essere intesa discre tamente; poichè, a considerare bene il metodo
con cui egli compose i varj sistemi, si vede che, sebbene in più luoghi attinse
separatamente dagli Stoici e da Platone,tut tavia la natura dell'ingegno latino
lo menava a tempe rare l'austerità degli Stoici colle massime dell'Ateniese; il
che fece in più luoghi, e segnatamente nel secondo libro della Natura degli
Dei, e nel primo della Divina zione. Come poi usando le opere dei greci
scrittori, è attingendo ai loro fonti la materia di sue dottrine, ei
conservasse non pertanto la libertà dell'ingegno, con queste parole lo attesta
Kuehner. Negari quidem non potest Ciceronem disputationes suas philosophicas e
Graecorum fontibus hausisse; sed græca non interpretis modo ad verbum in
linguam latinam convertit,sed suum ipse iis adjunxit judicium, suum scribendi
ordinem,viam rationemque atque orationis lumen.Reputemus nobiscum, quantum
ingenii judiciique dexteritatis Cicero probaverit in hauriendis sapientiæ
præceptis e græcorum philosophorum monumentis. Nam ex omnibus omnium æta tum
græcorum philosophorum disciplinis, ex hac ingenti materiæ quasi silva,ea
delibavit,quæ ad fingendos mores sapientiæ præceptis,et ad omnem vitam
conformandam vim omnino habebant saluberrimam.” Cicerone dunque, a riassumere
il tutto in poche parole, non fu nè Stoico, nè Accademico, nè Peripatetico, ma
fu vero Socratico con libertà di riflessione e di esame. Come Socrate, egli non
compose un sistema per fetto di cognizioni, m a tentò una riforma; non pervenne
agli estremi resultamenti delle indagini iniziate da lui, ma ne accennò la via
più sicura; non chiuse tutta la scienza nell'ambito angusto d'un'ipotesi,
d'un'inven zione o d'un fatto; m a assorgendo colla mente alla più feconda
delle armonie scientifiche, che è la ragione m o rale, vedeva in un'occhiata
spiegarsi da quella sintesi l'ordinamento necessario della scienza prima. Per
certo l'ingegno onnipotente dell’Ateniese, la cui efficacia dura da
ventiquattro secoli nell'indirizzo delle dottrine specu lative, è unico
esempio, e non mai superabile, nella storia della filosofia. Ma consideri un
poco il lettore, come al filosofo romano, ingegno senza dubbio men vasto e meno
inventivo, mentre si attraversavano per via le stesse dif ficoltà, e forse
maggiori,non arrisero altrettanto propizie, quanto al greco, le condizioni dei
tempi e dei pubblici costumi. Tullio non s'abbattè,come Socrate, ad un po
polo,qual era quello d'Atene, poderoso della fantasia, supremamente inclinato
da natura agli studj speculativi, e innamorato d’un amore infinito del bello e
del perfetto. La gente romana, sebbene felicemente disposta a sentire ciò che è
certo e applicabile fra i resultamenti dell'umano ingegno, sebbene disciplinata
nelle deduzioni morali dal magistero dei Giureconsulti, ritenne per se coli
quei costumi severi e quell'abito politico e militare, non facilmente
conciliabile colla vita meditativa della scienza e dell'arte. Più tardi
allorchè l'impero esteso a due terzi del mondo, e il vivere agiato, e la
necessità di allontanare il pensiero dallo spettacolo della tirannia nascente,
volgeva i migliori tra i Romani agli studj della filosofia, maestra ai
vincitori d'ogni arte e di ogni disciplina civile, li trasse a sè, sviando la
sponta neità degl'ingegni col facile diletto dell'imitazione. Chè, se ciò non
può dirsi assolutamente delle lettere e delle scienze latine da chi consideri
quel tanto d'originale che pur v'è nelle imitazioni di Lucrezio, di Catullo e
di Virgilio, e che sappiamo esservistato nei libridiVarrone,ora perduti,non
resta men vero che tanta era la servitùdel pensiero ai tempi di Tullio da
costringerlo a scusarsi pubblicamente per avere usata la propria lingua nelle
materie speculative. Opera altamente civile, altamente romana fu adun que
quella che imprese il nostro filosofo, procacciando di volgere il linguaggio
latino alla significazione dei veri scientifici. Nel che, tanto più egli si
mostrò gran maestro, quanto minori e maggiormente imperfetti erano gli esempi
di coloro che l'avean preceduto. Amafinio e Rabirio epicurei, rammentati da lui
nel libro terzo delle Tuscolane e ch'egli dice non averlettoneppure,scris sero
primi di cose filosofiche in modo informe ed incolto. Più tardi Tito LUCREZIO
Caro esponeva splendidamente nelpoema De rerum natura la filosofia d'Epicuro; ma
tutti questi scrittori, dei quali il secondo non era uscito dalle pastoje della
poesia didascalica, non aveano potuto al certo esercitare un'alta efficacia sul
linguaggio filo sofico di Roma,ristretti com'erano nelle cerchia d'un sistema
povero e meschinamente sofistico.Noi dunque con corriamo ben volentieri nella
sentenza del Ritter, assicu rando che soltanto ai tempi di Cicerone la filosofia
volse in proprio uso l'idioma latino; la qual cosa,per quanto è lecito pensarne
ai moderni, può unicamente affermarsi dei libri di lui dove la lingua
filosofica è già formata, e dove la parola si porge per modo mirabile ad ogni m
o venza e inflessione del pensiero. L'impresa che Cicerone tentava, era dunque
novissima, e l'istrumento ch'egli ha fra mano, il meno acconcio a compirla.
Perchè non si trattava già d'esporre le dottrine d'un solo filosofo, come avean
fatto Amafinio, Rabirio e Lucrezio,ma con veniva volgersi a tutte le scuole, e
addestrare il linguaggio latino nell'intero ámbito della scienza.Talvolta, è
vero, gli mancò la parola più appropriata al concetto, e ristretto entro i
termini d'una lingua non disciplinata ancora nelle indagini troppo sottili,
procedè incerto sulla significazione di qualche frase scientifica appresa dai
Greci; m a nella maggior parte dei suoi scritti egli ebbe in grado supremo la
facoltà di lumeggiare e colorire l'idea, e di far sì che il pensiero
rispondesse nella p a rola, come figura bella in limpido specchio. Sentenziando
ch'è vana impresa e da fanciulli voler dire con favella ornata le cose sottili,
plane autem it perspicue posse, docti et intelligentis viri -- De fin. -- seguì
uno stile che fosse egualmente lontano dalla forma splendida degli oratori, e
dalla aridità faticosa di parec chj contemporanei. Quinci egli trasse quel
genere d'ora zione che negli Officj chiamò æquabile et temperatum. L'ingegno
universale e comprensivo di CICERONE (si veda) apparisce in ogni parte delle
sue dottrine. Venuto in Roma, dove fanno capo le faccende d'Italia e del mondo,
tollerante per natura delle altrui opinioni, e disposto a tolleranza maggiore
dallo studio. Intorno allo stile filosofico di CICERONE (si veda) scrive con
molta dottrina FERRUCCI (si veda), in un suo discorso “De singolari meriti di CICERONE
(si veda) nella lingua ed eloquenza latina, edito in Pisa coi tipi del
Nistri. La severità della meditazione filosofica è in lui sempre solenne,
ma variamente temperata dall'indole del soggetto. E sobrio l'uso delle metafore.
Il periodo procede ora maestoso, ora interrotto, ora veloce, ora lento, a
sconda della materia, e talvolta, come negli Accademici, imita il linguaggio
familiare, talaltra, come nelle Tuscolane, sembra avvicinarsi piuttosto alla
forma oratoria. Chi poi considerasse a parte a parte la varietà degli stili
nelle opere differenti, osserverebbe potersi queste distin guere in più classi,
modernamente in più manière, corrispondenti ai varj tempi in cui l'autore le
scrive. Il “De republica” e il “De legibus”, appartenenti al primo tempo, in
cui egli era ancora indefessamente occupato nei negozj pubblici e del foro,
hanno più del carattere oratorio. “Gli Accademici”, il “De finibus”, il “De
natura deorum”, scritti poco prima la morte di Cesare, palesano uno studio
deliberato, continuo della severa forma speculativa; laddove nel “De officiis”,
nel “Cato Major” e nel “De amicitial” t’av vedi come l'abito della meditazione
e la lettura degli ottimi esemplari o avessero condotto al miglior temperamento
dello stile didattico colla forma oratoria. Imitatore delle melodie d'Iocrate,
e innamorato dello splendore di Platone, ch'egli chiama il divino dei filosofi,
lo segue non soltanto nella forma estrinseca de' suoi trattati, e nel metodo
del dialogizzare, ma improntò sul Fedro, sulla Repubblica, sul Fedone, sulle
Leggi i tratti più belli delle opere sue, rimasti fino a noi come uno dei
monumenti più solenni delle lettere antiche imparziale che fa delle dottrine
contemporanee, con trasse per tempo quell'abito universale d'osservazione, e
quel sentimento delle armonie scientifiche, così vivo in ogni tempo nelle menti
romane, in lui straordinario. Cresciuto intempi funesti alla libertà, e
testimone di quanti esilj e di quanto sangue contaminasse l'Italia la rabbia
scellerata di Mario e di Silla, egli in mezzo allo strepito delle armi e
all'imperversare delle civili discordie applica dì e notte con ardore
inestimabile ad ogni generazione di studj. Più tardi per restaurare la salute,
inde bolita dalla pratica del fôro, si reca in Grecia, dove udì le scuole
migliori, peragra tutta l'Asia, si trattenne a Rodi, e torna in patria
ammaestrato da una larga notizia d’uomini e di cose,e dalla famigliarità coi più
pre stanti oratori. La sua eloquenza, nutrita negli spazj dell'Accademia, ebbe
ampiezza misurata e solenne, tanto diversa dalla nervosa concisione di
Demostene, e quale s'addiceva alla pienezza e solennità de'suoi pensieri. Nella
ragione intima dell'arte sua cirimane occulta, qualora si consideri nel “De
oratore”, nel “Bruto” e nell'”Orator” il significato vastissimo ch'egli
riferisce alla parola elo quenza. Quindi il largo concetto dell'unità del
sapere, espresso in varj luoghi del “De oratore”, e meglio in quella sentenza:
« omnem doctrinam ingenuarum et humana rum artium uno quodam societatis vinculo
contineri,» ci fa manifesto com'egli intendeva l'officio dello scrittore,e come
nella sua vita di cittadino, d'oratore e di filosofo si mostrasse uno degli
uomini più universali che mai siano apparsi nel mondo. Come uomo di stato, egli
vagheggiò la carità universale del genere umano, e ne scrisse mirabili parole
negli “Offici” e nelle “Leggi.” Patrocinando la causa di una donna Aretina,
giustifica le pretensioni delle città italiane alla cittadinanza romana. Nel
suo consolato sven tando la congiura di Catilina, salvava da pericolo certo e
imminente la libertà di Roma,e tentava comporre l'or dine senatorio e
l’equestre in un saldo partito contro il prevalere della fazione plebea.Come
avvocato e come oratore politico (così scrive di lui Vannucci),«creò un
nuovo genere d'eloquenza composto di tutto ciò che v'era di più bello a Roma. Per
giungere a questo con l'amore e con l'entusiasmo,che è padre di tutte le
egregie cose, coltivò gli studj trascurati da altri, e con siderando che il
poeta e l'oratore dal lato degli orna menti hanno, com'egli scrisse, molte cose
comuni, con esercizj poetici ingentili e perfezionò lo stile latino. Ricerca i
modelli più famosi dell'eloquenza romana, svolge i Greci, ne traduce per suo
uso le orazioni più belle.Sti mava che per esser grande oratore si vuol sapere
ogni cosa,e avere tutte le dottrine come compagne e ministre. Quindi afforzò la
sua ragione colle dottrine dei grandi filosofi, si arricchì della scienza del
diritto, non lasciò niuno studio da banda; e così apparecchiato rappresentò nel
fôro la grandezza romana ingentilita dall'arte greca, e apparve come splendido
esempio dell'oratore perfetto, di cui mandò a noi il ritratto ne'suoi scritti
didattici, Studi storici e morali sulla filosofia latina, Firenze, Monnier. Non
è dunque maraviglia se, dis posto per abito di mente e per disciplina a sentire
l’uni versalità in ogni cosa, espose più tardi ne'suoi scritti speculativi
ilmeglio delle scuole greche, e tornando ai fondamenti e ai principj di tutto
il sapere, vi cercò quel legame unitivo che desse vita e armonia alle sparse
membra della tradizione scientifica. Se in lui dopo l'oratoreeilpoliticoconsideratel'uomo,
dovrete riconoscere negli scritti speculativi profondamente scolpite le tracce
del sentimento e dell'animo suo. In essi,quanto alla manifestazione degli
affetti, ritrovi quella sua schiettezza d'indole generosa, quegli amori potenti
di gloria, di famiglia e di patria, quell'abbandono di t e nerezza,ond'era caro
finchè visse ad ogni anima gen tile, e l'incertezza dei propositi, che talvolta
lo rese in feriore all'impeto degli avvenimenti, e un desiderio di lodi un po'
troppo sincero lo sentì qua e là nell'irreso lutezza delle espressioni e nello
stile maestoso non senza, pompa. L'esempio di Roma antica ch'egli seguì e
studio con amore,quale un perfetto monumento di sapienza civile,non gli
tolse però di vederne e di biasimarne i difetti, come l'eccessivo potere del
popolo che spesso trascorreva in licenza, l'abuso dell'autorità ne'patrizj, le
guerre volte a istrumento di grandezza privata,la prolungazione degli imperj,
idisordini quotidiani nel fôro, e quelle leggi agrarie e sui contratti, la cui
promulgazione sciogliendo i diritti di proprietà e l'osservanza della fede, era
un vero attentato alle basi della società civile. Dalla critica meno benigna si
allegano alcuni passi dei suoi scritti politici in cui parve dimenticare i
principj della giustizia e della moralità lodando il tirannicidio, tentando
giustificare col titolo della civiltà il primato oppressivo dei Romani sulle
altre nazioni, ammettendo come teorica di condotta civile il cangiar partito a
seconda delle circostanze.Nè io lo difendo da queste accuse;ma rammento solo
per debito imparziale d'istoria, che le stesse ragioni recate da lui a' suoi
tempi per giustificare le conquiste romane, sono state addotte in pieno secolo
XIX da una delle nazioni più civili del mondo per iscusare non meno odiose
conquiste; e che,se la storia non giustificò Tullio nel diritto, l'ha in parte
giustificato nel fatto, mostrando di quanto lume di civiltà la moderna Europa
sia debitrice alle conquiste romane. I giudizj intorno alla sua condotta morale
e politica, già di troppo benigni nelle opere del Middleton, e del
Niebuhr,troppo severi in quelle di Melmoth, Drumann e Mommsen, furono non ha
guari saviamente temperati in un bel saggio di Forsyth, venuto alla luce in Londra, e di cui abbiam veduta
quest'anno una nuova edizione. Tullio, così osserva sapientemente il biografo
inglese, fu qualche volta debole, timido, irreso luto,m a a tali difetti
rispose in altre condizioni di tempi con una nobile condotta civile. Ei si
diportò da uomo e da cittadino nella congiura di Catilina, e nel finale c o m
battimento contro il triunviro Antonio. Chè se non sem pre fu pari agli
avvenimenti che lo incalzavano, se non sostenne coraggiosamente l'esilio, e
restituito in patria, ondeggiò a lungo tra la parte di Cesare e quella
di Pompeo, bisogna considerare quanto difficili tempi fossero quelli a
chi, come lui, non avea mai patteggiato colla coscienza, e riconosceva nella
religione del giuramento, e nella santità dei costumi civili il principio
tutelare delle libere istituzioni. Questo alto sentimento del buono,po
tentissimo nel nostro oratore, è la ragione che diede sublimità vera alle sue
dottrine morali; e ci spiega come nei libri degli Officj, della Repubblica e
delle Leggi egli desunse i principj fondamentali della filosofia civile dal
concetto più puro dell'onesto e della legge; e vissuto in tempi nefandi intese
a conciliare l'interesse dell'utile pubblico colla giustizia assoluta,
nell'idea della famiglia, nell'idea dello stato, nel possesso, nella
legislazione e nei diritti di guerra e di pace. Tale pure è l'opinione esposta
dal signor Gaston Boissier ne'suoi dotti articoli sulla politica di Cicerone,
stampati nella Rivista de'due mondi. Corre adesso in Europa un tempo assai
propizio alla critica degli scrittori latini.Invero gli studj che accompa
gnarono fra noi ilprimo risorgimento delle lettere anti che, mossi da curiosità
e da desiderio di un passato a cui la notte tempestosa dei tempi di mezzo
sembrava aver cresciuto splendore, non mantennero sempre una giusta eguaglianza
fra il libero esame e l'ossequio dovuto alle tradizioni. Ma tal difetto venne
largamente emendato in età più vicina, allorchè da molti si esaminò solo per
negare,e le passioni politiche e religiose fecero impaccio più volte alla
schietta manifestazione del vero. Oggi la quiete dei tempi,e questo nuovo
ricomporsi d'Europa a monarchie nazionali,avvicinando i popoli tra loro e ren
dendo sempre più facile il sindacato delle opinioni, per suade le menti a
giudizj più severi e imparziali. Ne mancano esempj di queste nuove condizioni
della critica odierna, segnatamente per ciò che risguarda gli studj del
l'antichità latina; non ignorano infatti i nostri lettori che, mentre in
Germania Bernhardy e Mommsen giudicarono con molta severità CICERONE (si veda),
in Francia e in Inghilterra hanno parlato con bella temperanza delle sue
dottrine morali e della sua vita politica Desjardins e Forsyth. Fra noi, gli
studj istorici della filosofia o non furono sin qui troppo favorevolmente
accolti, o rimasero oscuri nella solitudine dei gabinetti, mentre le lettere
esercitano un ufficio civile, e all'unità e all'indipendenza dava opera
l'intera nazione. È tempo oggimai che torniamo a così nobili studj; e la
critica istorica e filosofica fa prova di richiamare nella memoria riconoscente
degl’italiani la storia di quel popolo da cui venne Desjardins e Forsyth.
Fra noi gli studj istorici della filosofia o non furono sin qui troppo
favorevolmente accolti, o rimasero oscuri nella solitudine dei gabinetti,
mentre le lettere esercitavano un ufficio civile, e all'unità e
all'indipendenza da opera l'intera nazione. È tempo oggimai che torniamo a così
nobili studj; e la critica istorica e filosofica fa prova di richiamare nella
memoria riconoscente degli Italiani la storia di quel popolo da cui venne la
prima luce delle nostre istituzioni. Allora soltanto le dottrine di CICERONE
(si veda) sono meglio studiate e apprezzate, e la natura comprensiva
dell'ingegno romano, di cui egli è esempio solenne, ci appare come una sintesi
vasta e feconda in cui s'accoglie la coscienza dei popoli antichi. Nome
compiuto: Giacomo
Barzellotti. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Barzellotti,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
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