GRICE ITALO A-Z B BAL
Luigi Speranza -- Grice e Balbillo: il filosofo
personale di Nerone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma).
Filosofo italiano. A man of learning, he is much admired by Seneca. He is the
personal philosopher of NERONE and writes a long book on astrology. Nome compiuto: Tiberio
Claudio Balbillo. Balbillo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Balbillo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Balbo: il tutore di
filosofia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Scolaro di SCEVOLA (si veda) pontefice, e soprattutto un giurista. I
shall say but little of some other Balbus's, mentioned by ancient Authors. Disciple
SCEVOLA, and preceptor of Servio Sulpizio, an excellent philosopher of law.
CICERONE says that Sulpizio did exceed his master, who, by the addition of a
mature judgment to his learning, was something slow, whereas his disciple is quick
and expeditious. B.’s essays are lost, to which perhaps his disciple Sulpizio
did not a little contribute by inserting most of them in his own. Nome compiuto: Lucio
Lucilio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Sperana -- Grice e Balbo: gl’ortelani – Roma
antica – filosofa italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Portico. Consul. Friend of CICERONE, who successfully defended him in
a legal action. Comments made by Cicero suggest he was a member of L’ORTO. Nome compiuto: Lucio
Cornelio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Balbo: il portico a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Chiamato ‘dal
portico’ da CICERONE che nel De natura Deorum gli assegna l’esposizione delle
dottrine teologiche stoiche. Ivi B.
dichiara di avere familiarità con Posidonio.Antioco dedica a B. un saggio. Secondo CICERONE, B. e pari ai più insigni
stoici. A Stoic philosopher and a pupil of Panezio. B. appears to CICERONE
as comparable to the best philosophers. He is introduced by CICERONE in his
dialogue De natura deorum as the expositor of the opinions of the Portch on
that subject. B.’s arguments are represented as of considerable weight. His
name appears in the extant fragments of CICERONE’s Ortensio, but it is no
longer thought that B. is a speaker in the dialogue. Cicero, De Divinatione. Griffin,
"Composition of the Academica, in Inwood and Mansfield, Assent and
Argument: Studies in Cicero's Academic Books. Brill. Smith, Dictionary of Roman
Biography. Categories: Philosophers of Roman Italy Roman-era Stoic philosophers
Lucilii Ancient Roman people GRICE E BALBO We must not, as Glandorpius has
done, confound this Balbus with *Quintus* Lucilius BALBUS, the philosopher, and
one of Cicero's interlocutors in the books de Natura Deor. A member of the
Portch. Cicero uses him as a spokesmn for the Porch in De natura deorum. Nome compiuto: Lucio
Lucilio Balbo. Quinto Lucilio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza-- Grice
e Baldini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del
linguaggio – la scuola di Greve – filosofia fiorentina – la scuola di Firenze –
filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Greve). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo
Italiano. Greve, Firenze, Toscana. Grice: “I like Baldini, but more so does
Austin! In his collection
of ‘lessons’ (lezioni) on ‘filosofia del linguaggio’ (not just ‘sematnica’ or
‘semiotica’) for the distinguished Firenze-based publisher Nardini, he deals
with Austin, but not me!” Grice: “Baldini fails to realise that I refuted
Austdin – when Baldini opposes ‘filosofese,’ I am reminded of my
non-conventional non-conversational implicata – and Austin’s less happy idea of
a felicity condition for a perlocutionary effect!” Grice: “But what I like
about Baldini is that being Italian, he refers to ‘amore’ in his ‘natural’
history of AMicizia – which is all that my conversational pragmatics is about:
Achilles and Ayax must share a lot of common ground to be able to play the game
of conversation, and they do!” Si dedica alla filosofia del linguaggio. Figlio dello
storico Carlo B., laureato a Firenze, insegna a Firenze, Siena, Perugia, Bari, e
Roma. Diversi sono gli’ambiti di ricerca che più di altri B. coltiva: la
filosofia della scienza (con una particolare attenzione al pensiero
dell'epistemologo Popper, di cui ha
curato anche alcune opere), la filosofia del linguaggio, e la semiotica delle
mode filosofiche. Dedicato saggi all'epistemologia, cogliendone le possibili
applicazioni alla medicina, alla storia della scienza, alla pedagogia e,
infine, alla filosofia politica. Parallelamente, ha rivolto i suoi interessi
anche alla storia della scienza e, in particolare, alla storia della medicina.
Un'attenzione particolare è stata dedicata ai nessi che intercorrono tra
l'epistemologia e la filosofia della politica: sulla scorta delle riflessioni
popperiane, ha riletto il pensiero utopico sia nella sua dimensione storica che
in quella teorica. L'altro grande interesse filosofico di B. è stata la
filosofia del linguaggio. In particolare ha studiato le tesi dei semanticisti
generali, un movimento nato negli Stati Uniti tra le due guerre mondiali e di
cui si era occupato per primo in Italia negli anni Cinquanta Francesco Barone.
L'interesse per la filosofia del linguaggio si è declinato anche in chiave
storica: e alla storia della comunicazione Massimo Baldini ha dedicato numerose
opere. Inoltre, gli studi sulla filosofia del linguaggio si sono incentrati
sull'analisi di alcuni linguaggi specialistici: quello della pubblicità, quello
dei mistici, quello della pubblica amministrazione, quello dei giornalisti,
nonché il tema correlato del silenzio. Tutti questi linguaggi, sono stati
studiati nelle prospettive dell'oscurità e della chiarezza, e dell'oggettività
(soprattutto con riferimento al contesto dell'informazione). La
biblioteca comunale "B." di Greve in Chianti A partire dalla fine
degli anni Novanta, infine, gli interessi di B. si sono incentrati sul tema
della moda, che egli ha studiato dal punto di vista storico e semiotico, e
nelle diverse componenti della moda vestimentaria e della moda capelli. Tutta
l'attività di ricerca di B. è confluita in numerose opere individuali e
collettive, curatele, introduzioni e prefazioni a testi italiani e stranieri,
traduzioni, nonché nella collaborazione stabile con alcune case editrici e
riviste scientifiche. In particolare, presso l'editore Armando (Roma) ha
diretto le collane Temi del nostro tempo, I maestri del liberalismo, Moda e
mode, I linguaggi della comunicazione; presso l'editore Rubbettino (Soveria
Mannelli) la collana Biblioteca austriaca (con Antiseri, Infantino e
Ricossa). Menzione a parte merita poi il ricordare che B. è stato ed è
rimasto nel corso dei decenni un grande estimatore e diffusore dell'opera del
concittadino grevigiano Giuliotti, il "poeta-mistico" o
"profeta" Giuliotti, del quale il nostro ha riedito alcune delle sue
maggiori opere per lo più per conto delle edizioni Logos di Roma, oltre a
dedicare al medesimo alcune raccolte di saggi come "Il più santo dei
ribelli. Scritti su Domenico Giuliotti" oppure "Giuliotti. Cristiano
controcorrente" (ed. EMP), senza contare i volumetti preparati per conto
della preziosa casa editrice La Locusta di Vicenza, in consonanza agli
interessi espressisi e sviluppatisi soprattutto a partire dagli anni ottanta,
quelli che afferivano ai connotati e alle 'modalità' del linguaggio dei
mistici, o alle relazioni intercorrenti fra le dimensioni del
silenzio-parola-Parola di Dio-ascolto. È stato altresì membro del
Comitato Nazionale per la Bioetica; membro del comitato scientifico delle
riviste L'Arco di Giano, 'Nuova civiltà delle macchine, Desk. Morì a
causa di un infarto mentre si trovava a cena con alcuni colleghi universitari.
Nel per la casa editrice Rubbettino è
uscito il libro La responsabilità del filosofo. Studi in onore di B. Antiseri
con saggi di amici, colleghi, collaboratori e studenti per ricordare la figura
intellettuale e morale di Massimo Baldini a quattro anni dalla scomparsa.
Partecipano all'antologia Mauro e Kerckhove. Il primo maggio è stata inaugurata a Greve in Chianti la
Biblioteca B. Sulla filosofia del linguaggio «È chiaro che devo
preoccuparmi di essere inteso da tutti perché penso che la chiarezza sia la
cortesia del filosofo» (Gasset, Cos'è la filosofia?) Secondo Baldini
scopo del filosofo e della sua filosofia è essere chiari: scrisse infatti
«l'accusa che più frequentemente viene rivolta alle opere dei filosofi è quella
dell'illegibilità». I filosofi come dimostra nel suo Contro il filosofese e nel
Elogio dell'oscurità e della chiarezza non seguono sempre questa missione ed in
alcuni casi sembra usino volutamente un linguaggio oscuro ed incomprensibile.
Tre dei filosofi più oscuri secondo Baldini, che ricalca in questo anche il
giudizio di Schopenhauer, sono stati Fichte, Hegel e Schelling. Parlando di
Hegel, Baldini riporta il giudizio di uno scritto di Koyré che definisce la
lingua di Hegel "incomprensibile e intraducibile". Citando
inoltre il giudizio di Popper scrive: «Troppo spesso, secondo Popper, i
filosofi vengono meno alla virtù della chiarezza. Con l'oscurità sovente
mascherano le tautologie e le banalità che infiorettano i loro discorsi». Bergson cita l'esempio di Cartesio, di Malebranche
e di molti altri filosofi francesi mostrando che idee molto raffinate e
profonde possono essere espresse nel linguaggio ordinario anziché con
circonlocuzioni e ridondanze e termini che sono causa di equivoci. B. afferma
che l'oscurità in filosofia è, dunque, il modo migliore per fingere di
spacciare pensieri, mentre si sta solo spacciando parole, è una maschera che
cela spesso il vuoto di pensiero o la banalità dei pensieri. Nonostante tutto
secondo B., non bisogna giudicare frettolosamente un filosofo, definendolo
oscuro, a volte può essere una carenza della nostra conoscenza che ci porta a
respingere come vuoto suono, parole che invece, hanno il loro preciso
significato. Filosofare in maniera chiara può avere le sue difficoltà,
Nietzsche infatti afferma che ci vuole meno tempo ad imparare a scrivere
nobilmente che chiaramente e
Wittgenstein che celebra a più riprese la chiarezza, fa autocritica
ammettendo in una sua lettera a Russell che il suo Tractatus
logico-philosophicus è tremendamente oscuro. Quanti celebrano la chiarezza in
filosofia, sanno bene che ogni lettore di testi filosofici deve fare proprio il
consiglio che Wittgenstein da a Russell, quando questi si lamenta con lui
dell'oscurità del trattato, gli scrive. Non credere che tutto ciò in cui tu sei
capace di capire consista di stupidaggini. Invece, un personaggio che
volutamente, secondo B., tende a non farsi capire e a sopraffare
linguisticamente fra gli applausi di ammirazione i suoi ascoltatori, è
Verdiglione. Chi si avventura nelle sue opere, fa rilevare il filosofo,
si imbatteva in frasi tipo questa. Sono tratto da un demone a dire, a fare, a
scrivere sempre fra oriente e occidente e fra nord e sud. Senza luogo della
parola. Questo demone è il colore del punto, dello specchio, dello sguardo,
della voce: la moneta stessa. Punto, sembiante, oggetto scientifico, è indotto
dalla pulsione, dall'instaurazione della domanda, dove l'offerta è il
pleonasmo», ed ancora: «Ecco questo primo rinascimento. Primo in quanto procede
dal secondo, ovvero dall'originario. Secondo dunque non in senso ordinale, non
in nome del nome. Non è neppure nuovo, perché non parte dalla corruzione per
arrivare all'utopia». "Oscuro superlinguaggio" e "gargarismi
linguistici e semantici" sono secondo B. il risultato della verdiglionite
ovvero di chi si muove sui sentieri del filosofese. Secondo B. quindi la
difficoltà di esprimere alcuni profondi pensieri filosofici non dovrebbe essere
amplificata, è vero che ci sono pensieri filosofici difficili da esprimere in
modo semplice, ma è pur vero che il filosofo che desidera trasmettere la
propria filosofia, dove fare un onesto sforzo affinché essa sia quanto più
possibile comprensibile al proprio uditorio. Sociologi: è morto B.,
semiologo e filosofo, Adnkronos, Contro il filosofese I filosofi e l'abuso
delle parole; Contro il filosofeseFichte, Schelling, ed Hegel: i professionisti
dell'oscurità; Koyré, Note sulla lingua e la terminologia hegeliana,
Interpretazioni hegeliane, La Nuova Italia, Firenze; Russel. L'autobiografia
Longanesi, Milano Verdiglione, Manifesto del secondo rinascimento, Rizzoli,
Milano. Altre saggi: “Epistemologia e storia della scienza” (Città di vita,
Firenze); “Campanella ed il linguaggio dell’utopia” – “Utopia e ideologia: una
rilettura epistemologica” Ed. Studium, Roma); “Epistemologia contemporanea e
clinica medica” (Città di vita, Firenze); “Teoria e storia della scienza” (Armando,
Roma); “I fondamenti epistemologici dell'educazione scientifica” (Armando,
Roma); “La semantica generale” (Città nuova, Roma); “Gli scienziati ipocriti
sinceri: metodologia e storia della scienza” (Armando, Roma); “La tirannia e il
potere delle parole: saggi sulla semantica generale” (Armando, Roma); “Congetture
sull'epistemologia e sulla storia della scienza” (Armando, Roma); “Epistemologia
e pedagogia dell'errore” (Scuola, Brescia); “Il linguaggio dei mistici” (Queriniana,
Brescia); “Il linguaggio della pubblicità” “La fantaparola” (Armando, Roma); “Educare
all'ascolto, Scuola, Brescia); “Parlar chiaro, parlar oscuro” (Ed. Laterza,
Roma Bari); “Lezioni di filosofia del linguaggio” (Nardini, Firenze); “Antologia
filosofica, Scuola, Brescia); “Contro il filosofese” (Laterza, Roma); “Storia
della comunicazione, Newton et Compton, Roma); “La storia delle utopie, Armando
Editore, Roma); “Il proverbi italiano” (Newton et Compton., Milano); “Karl
Popper e Sherlock Holmes: l'epistemologo, il detective, il medico, lo storico e
lo scienziato” (Armando, Roma); “La medicina: gli uomini e le teorie, CLUEB,
Bologna); “Il liberalismo, Dio e il mercato” (Armando, Roma); “L’amicizia”
(Armando, Roma); “Introduzione a Karl R. Popper, Armando Editore, Roma); “Capelli:
moda, seduzione, simbologia” Peliti, Roma); “Popper e Benetton: epistemologia
per gli imprenditori e gli economisti” (Armando, Roma); “Elogio dell'oscurità e
della chiarezza, LUISS University Press e Armando Editore, Roma); “Elogio del
silenzio e della parola: i filosofi, i mistici, i poeti, Rubettino, Soveria
Mannelli); “I filosofi, le bionde e le rosse, Armando Editore, Roma); “L'invenzione
della moda: le teorie, gli stilisti, la storia. Armando Editore, Roma); “L'arte
della coiffure: i parrucchieri, la moda e i pittori, Armando Editore, Roma); Popper,
Ottone, Scalfari, LUISS University Press, Roma. Citazionio su B. Scheda
dell'Università LUISS, su docenti. luiss. Filosofia Filosofo Filosofi italiani
Accademici italiani Accademici italiani Professore Greve in Chianti Roma Professori
della Libera università internazionale degli studi sociali Carli Professori
della Sapienza Roma Perugia Siena Bari Firenze. Intendo concentrarmi qui su
alcuni aspetti della teoria aristotelica dell’amicizia: il metodo di indagine
attraverso cui è articolata e acquisita, e il suo significato dialettico e
teorico. Il processo conoscitivo per Aristotele è una transizione da ciò
che è primo per noi a ciò che è primo per sé, e l’indagine sull’amicizia non fa
eccezione. Il primo per noi contempla la nostra esperienza della cosa intesa in
senso ampio, tale da includere: le prassi linguistiche e ascrittive diffuse, le
opinioni notevoli (ἔνδοξα) condivise da tutti o dai più o dai sapienti o da
alcuni di essi, i topoi o luoghi comuni consegnati dalla tradizione, i fenomeni
intesi come fatti della vita, ovverosia le ordinarie prassi umane, i
comportamenti concreti implicati nelle relazioni di amicizia. Si tratta di un
materiale eterogeneo, variegato, opaco, bisognoso di sintesi e di articolazione
concettuale. Il suo trattamento dialettico preliminare e orientato anzitutto a
evidenziare le contraddizioni che tale materiale ospita, per poi cercare di
superarle entro una sintesi superiore la quale, attraverso una teorizzazione
positiva ˗ materiata di distinzioni semantiche e concettuali, argomenti, definizioni
˗ ne salvi gli elementi genuini nella misura del possibile, mostri l’apparenza
delle contraddizioni, e produca così una sorta d’equilibrio riflettuto fra il
primo per noi, da cui pure si sono prese le mosse, e il primo per sé, punto
d’arrivo dell’indagine. Una buona teoria dovrà fare giustizia dei caratteri
manifesti dell’oggetto, renderli cioè intellegibili e inferibili. Una teoria
che nega questi caratteri, e ipso facto una teoria deficitaria,
insoddisfacente: non ci riconcilierebbe coi φαινόμενα, che pure sono il suo
originario explanandum. Questa cifra metodologica va tenuta presente, se
si vuole apprezzare in modo non superficiale la trattazione aristotelica
dell’amicizia nelle Etiche. Perciò è opportuno partire non da Aristotele, bensì
dall’orizzonte teorico-culturale cui egli si rapporta dialetticamente, nonché
dai suoi obbiettivi polemici. Il significato ordinario di «φιλία» ha
un’estensione ben più ampia della nostra nozione di «amicizia»: oltre all’amicizia
propriamente intesa, può denotare anche l’alleanza politica, la vasta gamma dei
rapporti sociali, dalle relazioni parentali e matrimoniali a quelle
commerciali, quelle cameratistiche, quelle amorose ed erotiche; insomma,
qualunque interazione umana positiva e non ostile, fra individui o fra gruppi –
ma anche fra uomini e dei– è denotabile come φιλία. Nella caratterizzazione
preliminare che ne offre, Aristotele attinge ai grandi modelli omerico ed
esiodeo, così come ai Sette Savi, ai tragici, nonché al sapere filosofico dei
predecessori (Empedocle, Eraclito, etc.); ma il punto di riferimento dialettico
che, sottotraccia, orienta l’intera trattazione, è il Liside platonico, la
prima indagine filosofica sistematica dedicata alla φιλία[8], nelle cui note
aporie sono peraltro condensate e portate a tematizzazione le contraddizioni
insite nelle istanze della tradizione pre-filosofica globalmente intesa. Il
Liside dunque, fra gli ἔνδοξα e i λεγόμενα, riveste un ruolo
dialettico-polemico primario, anche se non se ne fa alcun riferimento
esplicito. È impossibile in questa sede tentarne anche solo una cursoria
sintesi, ma è necessario individuare perlomeno quelle aporie di fondo intorno
alla φιλία che Aristotele riprende in maniera puntuale. Una importante
aporia radicata nella dicotomia attivo/passivo, è articolata intorno alla
questione: chi dei due, in una relazione amicale, è l’amico? Chi ama o chi è
amato? Si sonda tutto lo spazio logico delle possibilità, producendo esiti
paradossali (di qui, appunto, lo status di aporia): se è chi ama, ad essere
amico di chi è amato, allora nel caso che chi è amato odiasse chi lo ama, uno
sarebbe amico di chi lo odia! se è chi è amato, ad essere amico, sarà anche il
caso che chi è odiato è nemico, dunque se qualcuno ama qualcuno che lo odia,
allora sarà nemico di un suo amico! se sono amici o chi ama o chi è amato,
indifferentemente, resta fermo che uno potrebbe essere amico di chi lo odia se
sono amici necessariamente entrambi, allora non potremmo essere “amici” di entità
che non ci amano, come la scienza, o il vino, o i cavalli. L’aporia presuppone
l’ampia estensione semantica di φιλία e di φίλος, che da un lato può avere
significato passivo (esser caro a qualcuno), attivo (essere amico o reciproco,
dall’altro come prefisso (φίλο-) può comporre termini denotanti amore, passione
o apprezzamento per entità impersonali, che non reciprocano. Ma l’aporia è
filosofica, non meramente linguistica. Una seconda aporia muove dalla
questione se l’amicizia si dia fra simili o fra dissimili. Se si dà fra simili,
allora anche i malvagi sarebbero amici, ma fra malvagi non si dà vera amicizia
(assunzione qui data per vera); se si dà non fra simili simpliciter ma fra
simili nell’esser buoni, sorge il problema di come il buono – il quale basta a
se stesso – possa trarre utilità da un altro buono, e viceversa, quando si era
precedentemente stabilito che nessun amico è inutile all’amico se si dà fra
dissimili contrari, come povero/ricco, sapiente/ignorante etc., allora,
daccapo, l’amico sarà amico del nemico, il malvagio del buono etc.:
amico/nemico e malvagio/buono sono contrari; 4) forse si dà fra certi dissimili
non contrari: chi è intermedio fra buono e cattivo può amare il buono in virtù
della presenza in sé di un “male”, cioè della privazione di bene di cui è
conscio e che lo rende intermedio; così l’amicizia diventa un caso particolare
del desiderio, volto strutturalmente a ciò di cui si è privi. Ma anche qui si
ricadrebbe nel caso 1 della Prima aporia: pare che l’amare unidirezionale e non
ricambiato non sia sufficiente all’amicizia, inoltre il buono sarebbe amato
senza amare a sua volta (infatti l’altro gli è inutile giacché egli ha già il
bene presso di sé). A questo punto viene introdotta l’idea che, se noi
cerchiamo nell’amico il bene ma nessun amico può avere il bene pienamente
presso di sé, allora ciò che cerchiamo negli amici è il «Primo Amico», qualcosa
che trascende sia noi che gli amici stessi, di cui questi ultimi sono apparenze
(εἰδώλα). Le relazioni amicali sono da ultimo orientate verso qualcosa che
trascende entrambi i relati, secondo una dinamica “ascensionale” segnatamente
platonica: ma così l’amico in carne e ossa parrebbe ridotto a mero luogo di
transito di una tensione desiderante che ascende in direzione di un assoluto ideale.
Riesaminando poi la relazione “orizzontale”, si introduce la nozione di
«affine» (οἰκεῖος): forse la φιλία è rapporto col simile in quanto affine, o
familiare; ma l’affinità pare essere reciproca (se A è affine a B, B è affine
ad A), dunque il buono risulta inservibile a chi è già affine al buono;
inoltre, sono affini anche i malvagi. Anche se la trattazione appare un
poco schematica e talora verbalistica, essa tocca problemi speculativi genuini.
Come ci si aspetta da un dialogo “socratico” di Platone, le aporie non trovano
uno scioglimento, se non la paradossale acquisizione che né amanti né amati, né
simili né dissimili né contrari, né affini, né buoni, possono essere amici!
Teniamo dunque a mente questi nodi problematici. L’amicizia è studiata nell’Etiche
Eudemia e Nicomachea. Mentre la trattazione dell’Etica Eudemia risulta più
logica e astratta, quella dell’Etica Nicomachea è più orientata a salvare i
fenomeni, è più empirica e inclusiva: per cogliere i nuclei teorici di fondo, è
sensato muovere dalla prima, e valutare criticamente quando e perché la seconda
propone integrazioni o discostamenti teorici da quella. Sia la Eudemia
precedente alla Nicomachea o meno, in essa appare più nitidamente come la
trattazione aristotelica costituisca una sorta di virtuale controcanto
filosofico del Liside platonico. Etica Eudemia VII introduce il soggetto
come specialmente degno di essere indagato: gli ἔνδοξα universalmente diffusi
pongono la φιλία come il fine stesso della politica, come antidoto all’ingiustizia,
come habitus caratteriale rivolto ai buoni, pongono l’amico come il più grande
dei beni esterni (anche in quanto volontariamente scelto) e l’assenza di amici
come il male più terribile. La φιλία è aspetto centrale dell’etica –
soprattutto entro un’etica eudemonistica imperniata sul bene e sulla felicità –
dunque non sorprende che la sua trattazione occupi quasi un quinto degli
scritti etici aristotelici. Ma altre opinioni notevoli non sono
universalmente condivise: per alcuni il simile è amico del simile (Omero,
Empedocle), per altri lo è il contrario del contrario (Esiodo, Euripide,
Eraclito): sono le opzioni 1 e 3 della Seconda Aporia del Liside, che pure non
viene citato. Si ricordano poi altre opinioni, topoi tradizionali già ripresi
dal Liside: per alcuni non c’è amicizia fra malvagi ma solo fra buoni (cfr.
opzione 1 della Prima Aporia), per altri solo chi è utile può essere amico
(cfr. opzione 2 della Seconda Aporia). Prima di passare alla pars
construens, Aristotele enuncia candidamente il criterio metodologico e lo scopo
dell’indagine: Occorre trovare un’argomentazione che insieme renda
conto (ἀποδώσει) al massimo grado delle opinioni (τά δοκοῦντα) intorno a queste
cose, e anche che sciolga le aporie e le contraddizioni. Ciò avverrà qualora
appaia che le opinioni contrarie sono sostenute con buone ragioni: una tale
argomentazione sarà nel massimo accordo coi fenomeni. E le tesi in contraddizione
risultano mantenersi, se quel che affermano è vero in un senso, ma in un altro
no. (Et. Eud.). Le opinioni diffuse e
notevoli non vanno accolte in modo supino e acritico, ma comprese nelle loro
buone ragioni e, nella misura del possibile, salvate entro una sintesi teorica
che superi le aporie e mostri che le affermazioni apparentemente incompatibili possano
essere vere entrambe, in sensi diversi; così vi sarà anche il massimo accordo
coi φαινόμενα. Questi, i desiderata da soddisfare. Se l’amicizia è
desiderio (altra acquisizione del Liside[25]), il desiderio può essere del
piacevole (appetito) o del buono (volontà)[26], dunque ciascuno di essi ci è
«amico» o caro (φίλον); comunque il piacere si presenta come un bene (o appare
tale o è creduto tale[27]): la prima distinzione da fare è perciò fra bene e
bene apparente (φαινόμενον ἀγαθόν), oggetti del desiderio[28]. La seconda è
quella fra bene incondizionato (ἁπλῶς) e bene per qualcuno[29]: ciò che è buono
simpliciter lo è per l’essere umano in generale, ciò che è tale «per qualcuno»
lo è per certi individui particolari in certe circostanze (per esempio, un’operazione
per un malato); parimenti, vi è un piacevole incondizionato e un piacevole «per
qualcuno» (per esempio, in condizioni fisiche o morali alterate); Aristotele
sostiene che il piacevole incondizionato coincida col buono incondizionato[30]:
ciò che è buono per l’uomo in generale, è anche piacevole per l’uomo in
generale, invece un individuo malato o corrotto troverà piacevoli cose non
oggettivamente buone; né coincideranno il piacevole «per lui» e il buono «per
lui». Un uomo saggio e virtuoso troverà piacevole ciò che è buono, dunque nel
suo caso si identificano bene apparente e bene reale (è buono ciò che gli
appare tale), bene «per lui» e bene incondizionato (ciò che è bene per lui è
buono in generale per l’uomo), nonché bene e piacere: egli è norma rispetto a
ciò che per l’uomo in generale è e deve essere buono e piacevole, in quanto
esprime l’eccellenza della stessa natura umana. A ogni modo, ciò che motiva un
soggetto S deve apparire un bene a S (che lo sia o meno), e apparire a S un
bene per lui (che sia o meno anche un bene in senso incondizionato). Ci sono
cose per noi buone in quanto le riteniamo dotate di valore intrinseco, cose per
noi buone in quanto le riteniamo utili, e cose per noi buone in quanto le
troviamo piacevoli. Poiché l’amico è un bene scelto e desiderato ˗ il φιλεῖν è
un caso particolare di desiderio ˗ potrà esserlo per questi tre motivi: come
bene in sé, e cioè in quanto è ciò che è e «per la virtù», o in quanto è ci è
utile, o in quanto sia piacevole, «per il piacere». Chiariremo successivamente
perché il buono in quanto buono, quando il bene sia l’amico stesso, si
identifichi con la sua virtù. Colui che è amato in base a uno dei tre
aspetti suddetti (bene-virtù, utilità, piacevolezza) diventa un amico ˗ si
aggiunge ˗ quando contraccambia l’affetto: dunque la reciprocità diviene un
tratto essenziale dell’amicizia, una sua condizione necessaria; Aristotele
sceglie l’opzione 4 della Prima Aporia del Liside, ma replica all’obiezione ivi
contenuta, secondo cui cose amate come il vino, i cavalli e la scienza non
possono ricambiare, mediante la distinzione fra φιλία e φίλησις[33]: la seconda
è un affetto/desiderio per le cose inanimate, la prima implica un simile
affetto come componente, ma include necessariamente la reciprocità. Talvolta,
una nozione vaga può essere disambiguata mediante una distinzione semantica, in
modo da sciogliere apparenti contraddizioni e insieme “salvare i fenomeni”.
Tuttavia, l’affetto reciproco sulla base di uno dei tre amabili non è ancora
sufficiente perché ci sia φιλία; tale reciprocità deve essere esplicita, non
celata, nota ai due amici: se amo qualcuno che non lo sa, non siamo amici,
nemmeno nel caso lui ami me e io lo sappia; entrambi devono amarsi l’un
l’altro, ed entrambi lo devono fare in modo manifesto, tale che sia noto
all’uno e all’altro. La coscienza di essere amici è essenziale all’essere
amici: qualcuno può credere di essere amico senza esserlo[34], però nessuno può
essere amico di qualcuno senza credere di esserlo. Se manca la reciprocità, non
si ha amicizia ma «benevolenza» (εὔνοια), cioè desiderio del bene dell’altro;
quando quest’ultima è reciproca e non è celata, allora può divenire
amicizia. Le tre forme di amicizia, rispettivamente basate su virtù,
utilità, piacere, secondo l’Eudemia intrattengono la relazione asimmetrica che
Aristotele chiama πρὸς ἓν, in cui vi è un significato primario o focal meaning
cui gli altri, secondari e derivati, rimandano[36]: l’amicizia a causa della
virtù e fondata sul bene è posta come πρώτη φιλία, «prima amicizia», da cui le
altre dipendono dal punto di vista definitorio. Quindi «φιλία» non denota tre
specie di un unico genere, né è un termine equivoco che denota realtà
completamente diverse; è termine “multivoco”, giacché l’amicizia si dice in
molti modi ma in riferimento a un senso che illumina tutti gli altri, e a cui
gli altri si rapportano necessariamente. Molti critici ritengono che, siccome
l’amicizia “utilitaristica” e quella “edonistica” possono darsi
indipendentemente da quella “virtuosa”, l’idea che esse rimandino
necessariamente a quella “virtuosa” non sarebbe convincente, e proprio per
questo sarebbe poi abbandonata nella Nicomachea. Ma la gerarchizzazione πρὸς ἓν
è anzitutto definitoria: il piacere è un bene apparente (dunque, una
declinazione del bene), l’utile è tale in quanto foriero di bene[38] o di
piacere (che, daccapo, è un bene apparente); dunque i tre amabili sono un bene,
un modo di apparire del bene, una via che porta al bene. Al modo in cui il
piacere e l’utilità si definiscono in rapporto al bene[39] (ma, per Aristotele,
non viceversa), così le amicizie basate sul piacere e l’utile si definiscono in
rapporto a quella basata sul bene come tale: e infatti, come vedremo, ne sono
forme imperfette e difettive. Si noti la pur generica assonanza fra la
πρώτη φιλία e il πρῶτον φίλον, il Primo Amico del Liside: se Platone radica il
senso delle relazioni amicali in un anelito a qualcosa che trascende le
amicizie e gli amici stessi illuminandole, per così dire, dall’alto, Aristotele
immanentizza il bene entro gli amici stessi e le loro relazioni; c’è una
amicizia prima, ma non un Amico primo che si distingua dagli amici empirici e
concreti. Il bene che è in gioco nell’amicizia è ubicato negli amici stessi, è
immanente. Qual è la ragione profonda di questa tripartizione? Si può
mostrare in modo puntuale che si tratta di una risposta alle aporie platoniche:
se i platonici pongono come amicizia solo quella virtuosa, «non riescono a dare
conto dei fenomeni»[40], ove per fenomeni si devono intendere non solo le
prassi umane, ma anche gli ἔνδοξα e i λεγόμενα. Se vi sono tre forme di
amicizia, può darsi che alcune opinioni notevoli e intuizioni siano vere
dell’una ma false dell’altra, altre siano vere dell’altra ma false dell’una,
come afferma il passo metodologico succitato. Se poi a partire da ciascuna
delle tre caratterizzazioni si potessero inferire o congetturare dei rispettivi
propria, che coincidano coi rispettivi tratti manifesti dell’amicizia che
parevano aporetici in quanto incompatibili, allora grazie a questa tassonomia
tricotomica le aporie potrebbero essere sciolte, poiché alcuni di questi tratti
caratterizzeranno un tipo di amicizia, alcuni altri un altro tipo di
amicizia. L’amicizia virtuosa, fondata sul bene, è fra simili in quanto
buoni[41]: essa cattura l’opzione 2 della Seconda Aporia del Liside, nonché
l’ideale arcaico, omerico ma anche teognideo e in generale aristocratico, della
φιλία come sodalizio elettivo fra ἀγαθοί; a questo topos tradizionale, il
Socrate del Liside replica che esso è incompatibile con un’altra idea ben
radicata (basata su altri due topoi tradizionali): il buono è autosufficiente,
e un amico gli sarebbe inutile, ma l’amicizia è fondata proprio sull’utilità
reciproca; quest’ultima idea, di matrice esiodea[42] ma anche un luogo comune
confermato dalle prassi umane, non può essere negata, per Aristotele: sono gli
stessi φαινόμενα a mostrare che coloro che intrattengono relazioni continuative
di utilità e soccorso reciproco, si chiamano amici e si ritengono tali, e
così sono dagli altri chiamati e ritenuti. La contraddizione è apparente, se si
postula che l’utilità reciproca è un prerequisito di una forma di amicizia
(quella basata sull’utile) e non dell’altra (quella basata sul bene). Le
relazioni utilitaristiche sono amicizia, sebbene di un certo tipo; sia queste
che quelle fondate sul piacere, possono sussistere anche fra individui non
buoni, persino fra malvagi, sebbene in forma estremamente labile e instabile:
l’opzione 1 della Seconda Aporia del Liside è anch’essa percorribile, in quanto
due individui non “buoni” possono essere amici sulla base del piacere, e sono
simili nella misura in cui condividono certi tipi di piacere; inoltre,
l’intuizione per cui l’amicizia si dà fra contrari come povero/ricco, sapiente/ignorante
etc. ˗ opzione 3 della Seconda Aporia del Liside ˗ è anch’essa fatta salva, in
quanto viene posta come peculiare all’amicizia utilitaristica, che tipicamente
è intrattenuta da individui in qualche senso contrari (l’uno ha qualcosa che
l’altro non ha). Aristotele riesce a salvare i fenomeni attraverso una
distinzione tassonomica fondamentale, che deve conciliare certe apparenti
incompatibilità ma al tempo stesso preservare una certa unitarietà
dell’oggetto: quella di amicizia è una nozione originariamente ospitale,
plurale e polivoca, tanto internamente differenziata da implicare una
demarcazione netta fra l’amicizia virtuosa e le altre, ma non tanto monolitica
da implicare che si escludano dal novero delle amicizie quelle forme di
relazione (utilitaria, edonistica) ordinariamente denominate così: altrimenti
si farebbe violenza al linguaggio e alle “cose stesse”: a quel “primo per noi”
che è lo stesso explanandum originario. Una delle ragioni per cui
l’amicizia virtuosa è detta «prima» nella Eudemia e poi «perfetta» (τέλεια)
nella Nicomachea[44], è che essa è costitutivamente piacevole, benché non sia
fondata sul piacere, e implica la disposizione alla mutua utilità quando serva,
benché non sia fondata sull’utile: dunque contiene in sé, in certo modo, le
altre due. Tuttavia, il piacere che consegue al bene ed è persino costitutivo
di esso, non è lo stesso piacere che fonda le amicizie edonistiche; il primo è
inseparabile dal bene cui consegue[45], quindi l’integrazione di piacere e
utilità nell’amicizia virtuosa non è da concepirsi come una somma estrinseca o
giustapposizione di aspetti positivi (bene + utilità + piacere). La perfezione
di questa amicizia non è una somma di amicizie imperfette, è originaria
completezza. Nella Nicomachea non vi è traccia della relazione πρὸς ἓν, e
la πρώτη φιλία diventa τέλεια φιλία[46]. Le altre amicizie qui sono dette tali
«secondo somiglianza» a quella perfetta: a mio avviso, al netto della
differenza di linguaggio, la posizione di Aristotele non muta in modo sensibile
fra le due opere; la somiglianza delle amicizie edonistica e utilitaristica a
quella perfetta consiste anche qui nel fatto che quest’ultima è, per entrambi
gli amici, utile e piacevole, dunque contiene quegli aspetti che fondano le
amicizie imperfette, ma non ne è simmetricamente contenuta. Infatti, ciò che è
buono è anche utile e piacevole, mentre ciò che è utile può non essere
piacevole e può non essere buono (né simpliciter, né per l’individuo) – per
esempio, se l’individuo è corrotto e trova per sé utile qualcosa che lo
approssima a ciò che non è il suo bene (anche se egli magari crede che sia il
suo bene[48]) – e ciò che è piacevole può essere inutile o persino dannoso.
Questo vale in generale, e a fortiori vale per gli amici buoni, utili, piacevoli.
In realtà, lo stesso “compito” etico implicitamente affidato all’uomo, gli è
affidato anche in rapporto all’amicizia: l’ideale umano, incarnato dal saggio
che ne è norma ed esempio, è quello di far coincidere ciò che è bene per sé con
ciò che è bene in generale, e ciò che è piacevole per sé con ciò che lo è in
generale; si realizza così anche la coincidenza di bene e piacere, visto che il
buono in generale e il piacevole in generale si identificano per natura[49].
Ciò importa che occorra anzitutto essere buoni (saggi e virtuosi) e, essendolo,
prediligere le amicizie virtuose (che sono appannaggio dei buoni): esse non
ospitano conflitti strutturali, soprattutto il bene e il piacere – il
confliggere dei quali sopraffà l’acratico – sono adeguati ab origine, nell’amicizia
perfetta, giacché essa è piacevole proprio in quanto buona. Ma ciò non esclude
che i buoni possano intrattenere anche amicizie fondate sul piacere, o
sull’utile[50]: esse però, nell’economia della loro vita, risulteranno
marginali, sia nella quantità che nella qualità. Può sorprenderci il
fatto che alla forma di amicizia più rara e più “inarrivabile” delle tre (i
buoni sono pochi, gli amici a causa del bene ancora meno) venga ascritta una
priorità definitoria, sia essa del tipo πρὸς ἓν o «per somiglianza». Ma per
Aristotele qualunque capacità umana – l’amicizia è una virtù, le virtù sono
capacità acquisite – viene individuata e definita sulla base della sua
eccellenza: è il caso eccellente, in cui un tratto umano è più pienamente realizzato,
che funge da essenza normativa rispetto ai casi difettivi, deficitari,
degradati, imperfetti; per definire, occorre guardare ai casi migliori, alla
modalità in cui una potenzialità è dispiegata ed espressa più compiutamente, e
che misura gli altri casi quasi costituendone un virtuale dover-essere rispetto
a cui essi mostrano la loro manchevolezza. Perciò la teoria aristotelica
presenta al contempo una dimensione descrittiva e una normativa, fra le quali
sussiste una sorta di tensione dialettica. E in effetti le amicizie fondate sul
piacere e sull’utile sono incomplete: vengono caratterizzate addirittura come
amicizie per accidens[51], il che sembra sulle prime vanificare l’atteggiamento
inclusivo adottato da Aristotele come cifra metodologica, non solo praticata ma
persino esplicitata in modo programmatico[52]. È come se in sede di definizione
generale Aristotele fosse interessato a preservare l’unità della nozione di
amicizia nonostante le differenze, ma in sede di caratterizzazione
sinottico-comparativa dei diversi tipi, ponesse invece l’enfasi sullo iato che
separa l’amicizia prima o perfetta dalle altre, fino a trattare le altre come
solo accidentalmente tali. Perché esse sono caratterizzate come
«accidentali»? Chi si ama per l’utile o per il piacere lo fa «non perché
l’individuo amato sia quello che è, ma in quanto è utile o in quanto è
piacevole»[53]: l’utilità e la piacevolezza sono proprietà relazionali esterne
all’essenza dell’amico amato, determinate dagli effetti che esso ha su chi lo
ama, «perché gli uni ne traggono un qualche bene, gli altri un piacere»[54];
invece l’amicizia basata sulla virtù e la bontà dell’amico amato, è basata su
proprietà intrinseche all’amato, su ciò che da ultimo l’amato è. Noi siamo il
nostro carattere, il nostro carattere è l’insieme unificato delle nostre virtù,
una seconda natura che è frutto prima dell’educazione e poi delle nostre
scelte: noi siamo un sé che sceglie, e i nostri pensieri, discorsi e azioni
manifestano il nostro “sé”. Pertanto, nell’amicizia perfetta il bene che è in
gioco è l’amico stesso che è amato, per ciò che egli essenzialmente è, mentre
il bene che è in gioco nelle altre amicizie è il bene – nella forma dell’utile
o del piacevole – dell’amico che ama. Anche se l’amicizia è sempre reciproca,
resta fermo che nell’amicizia perfetta il fondamento è, per ciascuno degli
amici, l’altro come buono, nelle altre è invece il proprio bene in quanto
utilità o piacere[56]. Nelle amicizie imperfette la ragione per cui si vuole e
persegue il bene dell’altro, resta radicata nell’interesse proprio come diverso
dal bene elargito all’altro e diverso dall’altro stesso come dotato di valore
intrinseco. È questa differenza radicale a rendere le amicizie imperfette
amicizie per accidens: ciò non implica, si badi, che non siano amicizie, bensì
che lo sono solo in virtù del loro somigliare all’amicizia perfetta, seppure in
modo difettivo. Ma l’amicizia fondata sul bene dell’amico non rischia
così di risultare “disinteressata” in un modo psicologicamente implausibile?
Solo in apparenza, in quanto il bene di chi ama è in gioco, ma lo è in quanto
coincide col bene dell’amico: se siamo amici perfetti, siamo entrambi buoni e
virtuosi, e il nostro bene individuale coincide col bene simpliciter: noi, come
amici perfetti, cooperiamo per realizzare il bene in generale[58]; il bene mio
e dell’amico sono voluti – rispettivamente, dall’amico e da me – in conseguenza
del fatto che anzitutto io e l’amico siamo dei beni: se lo siamo l’uno per
l’altro, è perché siamo buoni, siamo dotati di valore intrinseco, e lo
riconosciamo reciprocamente. Non si tratta di una implausibile relazione
puramente altruistica e disinteressata, perché non si fonda – ribadiamolo –
solo sul volere il bene dell’altro, ma anzitutto sull’altro come bene in sé:
voglio e perseguo il bene dell’altro non per altruismo astratto, ma perché
l’altro è un bene. Una nozione comune con cui forse potremmo rendere più chiaro
questo aspetto, è quella di stima. L’amicizia perfetta è fondata sulla stima
reciproca: un amico che stimo per ciò che è e per come è, esemplifica in sé ciò
che è buono, a prescindere da ciò che io posso trarre da lei/lui: «se uno non
gioisce perché l’altro è buono, non c’è la prima amicizia» (1237b4-5). La stima
reciproca presuppone una consonanza di valori, un’intesa su ciò che vale e ciò
che è degno: e visto che i due amici sono virtuosi e buoni, essi valgono e
sanno di valere, per questo valgono anche l’uno per l’altro. Si tratta di una
amicizia in cui coltivare il proprio bene coincide col coltivare l’altro e il
suo bene, e questo coincidere non è accidentale – come accade nelle altre
amicizie – bensì è costitutivo. Invece posso trarre vantaggio da un amico utile
senza stimarlo affatto, così come posso trarre piacere – per esempio,
divertendomici insieme – da qualcuno che non stimo, che non ritengo una persona
buona, degna, valida. L’accidentalità delle amicizie non perfette si
rende perspicua nella loro strutturale instabilità: un rapporto fondato
sull’utilità non avrà più ragion d’essere, qualora uno dei due amici smetta di
essere utile all’altro; i bisogni umani sono cangianti, e tali sono le risorse
altrui per farvi fronte, cosicché anche le relazioni utilitarie sono
essenzialmente mutevoli; lo stesso accade per gli amici secondo il piacere:
cambiano, nel tempo, le fonti del piacere, i “gusti”, e cambiano anche le
capacità altrui di procurarci piacere; l’amicizia piacevole, poi, è precaria
anche perché riguarda tipicamente i giovani, i quali sono di per sé in continuo
cambiamento[59]. Invece la virtù del carattere è cosa stabile: le
amicizie complete sono stabili perché sono fondate sul bene come virtù, che è
costante e non facile a mutare[60]. Il tempo può rendere inutile un amico che
prima era utile, o non più piacevole un amico che lo era, ma difficilmente può
sottrarre a un carattere le virtù, far diventare malvagi i buoni, stolti i
saggi, e dunque minare le basi su cui le relazioni virtuose fra buoni sono
costruite. Per questo l’amicizia completa è specialmente solida, quasi
incrollabile[61], e l’amico virtuoso è un amico «al massimo grado», un amico
«vero»[63]. Un tale amico si renderà utile se può e quando sia necessario, ma
sarà utile perché è un amico, piuttosto che essere amico perché è utile; e sarà
piacevole all’amico, giacché ci risulta tendenzialmente piacevole frequentare
chi stimiamo[64]. Così Aristotele, forte della sua tassonomia tripartita,
deriva dei propria (dei caratteri distintivi) di ciascuna amicizia, spiegando i
fenomeni e riconciliandoci con le comuni pratiche ascrittive: alcune intuizioni,
luoghi comuni e opinioni notevoli sono vere di un’amicizia, alcune dell’altra.
Parlando coi giovani Liside e Menesseno, Socrate nel Liside si dice desideroso
di amicizia più di ogni cosa al mondo – con una Priamel che restituisce in modo
icastico l’idea dell’amicizia come il più grande dei beni esterni, fatta
anch’essa propria da Aristotele – e invidia ironicamente la loro felicità,
visto che sono giovani e sono diventati amici «in modo facile e rapido». Si
tratta di caustica ironia, visto che la φιλία che ha a cuore Socrate non è né
facile né rapida: ciò che è dissimulato, è che quella non è verace amicizia, ma
altro. Qui c’è un’aporia in nuce, visto che i giovani che si frequentano, pur
con una certa leggerezza e una conoscenza reciproca non profonda, paiono amici
e sono detti tali, eppure non soddisfano i requisiti della “vera” amicizia non
solo secondo l’idea socratica, ma anche secondo l’opinione diffusa per cui la
vera amicizia è durevole, lenta e difficile a darsi. Aristotele distingue i
soggetti delle attribuzioni incompatibili, salvando la verità di entrambe:
l’amicizia giovanile (per esempio, quella di Liside e Menesseno) è fondata sul
piacere, e ha certi tratti distintivi quali la facilità a prodursi e a
decadere, l’intensità emotiva, e così via; l’amicizia perfetta, tipica degli
uomini maturi (è quella per cui Socrate dice di ardere di desiderio), necessita
di una lunga consuetudine e di una conoscenza reciproca profonda[66], è rara e
appannaggio di pochi, è difficilissima a nascere ma altrettanto difficile a
morire, fondandosi su ciò che in noi vi è di più stabile. Invece, quella utile
caratterizza tipicamente gli anziani, particolarmente bisognosi d’aiuto e
sensibili, per debolezza, al beneficio che può arrecare il mutuo soccorso[67];
inoltre, essa si riscontra nei più, nelle masse, le quali sono più preoccupate
dei benefici personali che del bene e del bello. Fra le amicizie incomplete,
Aristotele ascrive una superiore nobiltà a quella fondata sul piacere, mentre
quella fondata sull’utile è «da bottegai»[68]. In effetti, la condivisione del
piacere è qualcosa di meno strumentale rispetto al trarre vantaggi da qualcuno:
perlomeno il piacere è un fine, non un mezzo; inoltre, il piacere appartiene
alla frequentazione stessa dell’amico, mentre l’utile è a questa completamente
estrinseco: dunque il fondamento dell’amicizia utile è più esteriore e più
contingente di quello dell’amicizia piacevole. Un altro aspetto
problematico del Liside emerge in particolare nella Prima Aporia rispetto alla
polarità attivo/passivo (amante/amato), ma soggiace implicitamente anche ad
altre aporie: l’amicizia sembra implicare uguaglianza e comunanza da un lato, e
differenza e asimmetria dall’altro; si mescolano aspetti tipici del rapporto
pederastico-erotico (amante e amato non sono intercambiabili), aspetti del
rapporto genitoriale, anch’essi per definizione asimmetrici, e relazioni “fra
buoni” simili, potenzialmente simmetriche. Aristotele cerca di articolare
queste istanze entro un quadro più sistematico: la tassonomia delle tre
amicizie si arricchisce di una distinzione trasversale, fra amicizie
simmetriche e amicizie asimmetriche in cui uno è superiore e l’altro
inferiore[69]; la φιλία deve essere reciproca, ma tale reciprocità può essere
simmetrica o asimmetrica (fra superiore e inferiore). I tipi di amicizia sono
dunque sei, giacché si può essere superiori quanto a virtù, a utilità, e a
piacevolezza. La ulteriore distinzione fra amicizie simmetriche e
asimmetriche consente ad Aristotele una esplorazione straordinariamente ricca
dei legami sociali più eterogenei, che assimila alla φιλία e alle sue
declinazioni i rapporti familiari (padre-figlio, marito-moglie, figlio-figlio),
i rapporti politici fra città (in vista dell’utile)[70], gli stessi rapporti
fra i cittadini in rapporto alla loro comunità, i rapporti fra governanti e
governati, le relazioni commerciali, e così via, e indaga le relazioni profonde
fra amicizia, giustizia, concordia, comunità. Non è possibile restituire
nemmeno sommariamente la ricchezza di tali analisi in questo contributo, il
quale si focalizza piuttosto sul significato filosofico e dialettico della
tripartizione in generale: ma fa d’uopo rilevare che le applicazioni di questa
teoria generale sono molteplici e fecondissime. 3. Amicizia
e autosufficienza La tripartizione (con ulteriore dicotomia
trasversale) non scioglie di per sé un nodo aporetico concernente la stessa
amicizia perfetta fra buoni: è l’idea espressa entro il punto 2 della Seconda
Aporia del Liside, per cui chi ha il bene presso di sé è autosufficiente e non
ha bisogno di nulla, dunque l’amicizia di chicchessia gli sarebbe inutile. È
vero che Aristotele ha distinto l’amicizia perfetta da quella utile, ma resta
il problema di comprendere come mai colui che è saggio, virtuoso e buono,
bastando a sé stesso, abbia una qualche motivazione a coltivare un amico,
foss’anche un amico perfetto: «se è felice chi ha la virtù, che bisogno avrà di
un amico?»[71]. L’idea dell’autosufficienza di chi è saggio, virtuoso, felice e
beato, ripresa dal Liside, è un topos tradizionale, quindi ha lo status di ἔνδοξον
ben radicato, di cui va dato conto e di cui va mostrata la compatibilità con la
teoria positiva proposta nonché con altri ἔνδοξα altrettanto ben
attestati. Il problema è affrontato in Etica Eudemia VII 12 e in Etica
Nicomachea IX 9, in maniere parzialmente differenti. L’Eudemia muove
dall’analogia con la condizione divina, paradigma dell’autosufficienza. Ma la
condizione umana può assurgere all’autosufficienza solo nella misura in cui lo
consente la natura dell’uomo, che è animale sociale-politico[72] e può/deve
realizzare questa natura, non quella divina[73]: il bene umano contempla sempre
il rapporto a un’alterità – è καθ’ ἕτερον[74] ˗ quello divino è assoluto
rapporto a sé[75]. L’autosufficienza divina funge da “idea regolativa”, da
norma ideale: l’uomo felice minimizzerà il numero degli amici e si limiterà a
quelli virtuosi, degni di accompagnarsi a lui; proprio il caso di chi non è
obnubilato da bisogni e mancanze, evidenzia il valore intrinseco dell’amicizia
perfetta, perseguita non già per ricevere benefici bensì per fare, dare e
condividere il bene che si possiede. Ma l’argomento successivo – che è molto
complesso e possiamo solo sintetizzare[76] – chiarisce che non si tratta di un
altruismo generico e astratto, in quanto l’amicizia è ingrediente essenziale,
non accessorio, della felicità individuale. Vivere, per l’uomo, è
percepire e conoscere[77], e – prosegue Aristotele ˗ l’aspirazione massima di
ciascuno di noi è, da ultimo, quella di conoscere noi stessi (tesi che rivisita
il celebre monito delfico-socratico); la felicità è costituita dalla conoscenza
di sé in quanto attivi come buoni e virtuosi[78], e la conoscenza di sé passa
per la conoscenza reciproca fra amici: l’amico è «un altro sé»[79], «percepire
l’amico necessariamente è percepire in certo modo sé stesso e conoscere in
certo modo sé stesso»[80]. Condividendo con l’amico i beni, i piaceri e le
attività della vita felice, incrementiamo dunque la conoscenza di noi stessi e
della nostra stessa felicità. La Nicomachea chiarisce la relazione fra il
riconoscimento reciproco degli amici virtuosi e la loro felicità, soprattutto
in un passo speculativamente densissimo: Se l’essere felici
consiste nel vivere e nell’agire, e l’attività dell’uomo dabbene ed eccellente
è per sé virtuosa [..], se poi anche ciò che è familiare/affine (οἰκεῖον) a
qualcuno è tra le cose che lui trova piacevoli, se noi possiamo osservare il
nostro prossimo meglio di noi stessi, e le sue azioni più che le nostre, se le
azioni degli uomini superiori, che siano anche amici, sono fonte di piacere per
i buoni, dato che hanno tutte e due le caratteristiche piacevoli per natura,
allora l’uomo beato avrà bisogno di amici simili a lui, posto che davvero
preferisca osservare azioni buone, e che gli sono proprie, come lo sono le
azioni dell’amico, quando è buono. (Et. Nic.) Le attività di un’esistenza
virtuosa e felice sono obbiettivamente piacevoli agli occhi di un uomo buono,
virtuoso e felice a sua volta: vi si rispecchia, sentendocisi “a casa propria”,
e la familiarità determinata da affinità e prossimità, gli è in sé piacevole.
Come si evincerà, la nozione platonica di οἰκεῖον, introdotta sul finire del
Liside come cifra stessa della φιλία, trova una ripresa puntuale e una
valorizzazione speculativa nella teoria aristotelica. Il prossimo si offre alla
nostra conoscenza in modo più trasparente che noi stessi, giacché la sua distanza
da noi lo rende meglio oggettivabile. I due tratti umani piacevoli per natura
sono da un lato la felicità di cui la virtù è costitutiva, dall’altro la
familiarità, che chi è felice è virtuoso riscontra ed esperisce nel contemplare
e cooperare con un’altra esistenza felice e virtuosa. Le azioni di un nostro
amico “perfetto” sono buone e nel contempo ci sono proprie, cosicché
contemplarle è come trovare in esse lo stesso bene che noi siamo. Potrebbe
stupire il riferimento reiterato al tema del piacevole, quasi che si trattasse
di una delle due amicizie non perfette: ma occorre tenere a mente che il
piacevole per natura o ἁπλῶς coincide col bene ἁπλῶς, e che si tratta di un
piacere costitutivo del bene e inseparabile da esso, piuttosto che di un
piacere addizionale ed esteriore rispetto al bene cui consegue. Se l’altro è
sufficientemente prossimo a me, posso de-situarmi e oggettivarmi riconoscendomi
nelle sue azioni, secondo una dialettica complessa e chiastica di
riconoscimento reciproco. «Se l’uomo eccellente si comporta verso l’amico come
si comporta verso di sé, dato che l’amico è un altro se stesso, allora, così
come è desiderabile per ciascuno il suo proprio esserci, così è desiderabile
l’esserci dell’amico, o quasi» (EN IX 9, 1170b5-8). In questo gioco speculare
di identificazioni reciproche, il mio rapporto con l’altro è mediato del mio rapporto
con me stesso, l’altro è un «altro me» e perseguo il suo bene in maniera
pressoché equivalente a come perseguo il mio (quel «quasi» è una concessione al
realismo empirico, da cui questa idealizzazione non vuole disancorarsi); ma è
altrettanto vero che il mio rapporto con me stesso è a sua volta mediato dal
mio rapporto con l’altro, giacché conosco genuinamente me stesso non già con un
qualche misterioso atto introspettivo[83], bensì conoscendo persone simili a me
che a loro volta mi riconoscono simili a sé: questa è la ragione perché v’è
bisogno di amici buoni e virtuosi entro relazioni di amicizia “perfetta”; se la
felicità implica autosufficienza, si tratta di un’autosufficienza umana e non
divina, che passa per l’inclusione del prossimo nella nostra esistenza, e per
la cooperazione con chi scegliamo come degno incarnare il bene e la virtù[84].
Come l’essere amici non si dà senza il sapere di esserlo anche se si può
credere di essere amici senza esserlo, così l’essere felici (in quanto buoni e
virtuosi in attività) non si dà senza la coscienza di essere felici (in quanto
buoni e virtuosi), anche se è possibile credere di essere felici senza esserlo
davvero. E per sapere chi sono, devo rispecchiarmi in amici simili a me[85].
Ciò importa che l’uomo beato non avrà bisogno di amici “meramente utili” e
“meramente piacevoli”, invece dovrà avere amici buoni e virtuosi: il topos
tradizionale è riscattato nella sua verità profonda, ma anche oltrepassato in
virtù della tripartizione; in un senso è vero, in un altro no. Essere felici
insieme è diverso dal semplice divertirsi insieme, anche se lo include, ed è
diverso dal semplice aiutarsi l’un l’altro, anche se può includerlo.
L’amico perfetto ˗ come ogni altro autentico bene ˗ è oggetto di scelta razionale[86].
Anche per questo la teoria aristotelica si distanzia da quella platonica[87]:
la φιλία erotica, già ben presente nel Liside sin dalla sua ambientazione
scenica – una palestra, ove Liside è il «bello del momento» di cui Ippotale è
innamorato – viene relegata da Aristotele a una delle tante forme di φιλία,
degna di pochi accenni espliciti, mentre nel Simposio e nel Fedro, dialoghi ben
più elaborati e costruttivi del Liside, l’eros è la forma di φιλία che viene
eletta a oggetto di indagine paradigmatico. Ma le componenti mistico-estatiche
della φιλία erotica come «follia divina» e frutto di invasamento[88], risultano
completamente marginalizzate entro la teoria aristotelica. L’amicizia più degna
e verace è attività derivante da scelta come desiderio razionale; se la
felicità è attività e i beni che la materiano sono oggetto di scelta, allora
anche l’amicizia, ingrediente costitutivo della vita felice, sarà espressione
di attività, piuttosto che passivo invasamento consistente nell’esser
“posseduti” da uomini o dèi. Il primato etico, fisico e metafisico dell’azione
sulla passione, è anche il primato di un certo tipo d’amore su un cert’altro.
L’amicizia è riportata fra gli amici, e la sua declinazione più eccellente,
normante rispetto alle altre, è caratterizzata secondo la dimensione eticamente
più elevata dell’umano: la ragione che sceglie e governa il desiderio,
piuttosto che esserne governata. L’eros platonico, così bellamente ed
enfaticamente rappresentato nel Simposio e nel Fedro, diventa per Aristotele solo
una delle tante declinazioni possibili di un tipo di amicizia – quella fondata
sul piacere – che è già di per sé incompleta e deficitaria[89]. Secondo
l’aporetico excipit del Liside, né amanti né amati, né simili né dissimili, né
contrari né affini, né buoni, possono essere amici[90]; le Etiche aristoteliche
presentano una teoria la quale non solo consente ma anche prevede che amanti,
amati, simili, dissimili, contrari, affini, buoni, e perfino malvagi possano
essere amici; inoltre tale teoria offre le risorse concettuali per chiarire
quali coppie di amici possano e/o debbano avere questo o quel carattere
distintivo, e perché. Spero di avere almeno approssimato il duplice
obbiettivo prefissatomi: mostrare in modo dettagliato e sistematico la dipendenza
polemico-dialettica della teoria aristotelica dal Liside platonico, e mettere
in luce il significato filosofico generale della tripartizione della φιλία in
Aristotele. Adkins, ‘Friendship’
and ‘Self-sufficiency’ in Homer and Aristotle, «Classical Quarterly», Annas,
Plato and Aristotle on Friendship and Altruism, «Mind»: 532-554. Berti, E. (1995), Il concetto di amicizia in
Aristotele, in AA.VV., Il concetto di amicizia nella storia europea, Merano:
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Note al testo [1] Cfr. Phys. I 1: la conoscenza procede da
ciò che è più prossimo e più conoscibile per noi, a ciò che è primo per se o
per natura; se tale “risalita” verso i principi a partire da ciò che ci è
immediatamente più vicino è il metodo della fisica, a fortiori esso si applica
all’ambito etico, che è ambito segnatamente umano: cfr. Et. Nic. I 2,
1095a31-b4, ma anche De An. II 2, 413a11-17 e Met. VII 3, 1029a35-b12. Sul
valore epistemologico di questa differenza, resta decisivo Ruggiu (1965). [2]
Per esempio: quando diciamo, tipicamente, qualcuno «amico» di qualcun altro?
Sul rapporto costitutivo fra il primo-per-noi e il linguaggio, cfr.
Wieland. Cfr. Top. I 1, 100 b 21-23;
intendo questa definizione di ἔνδοξον come una disgiunzione inclusiva: se
un’opinione è condivisa almeno da uno degli insiemi indicati (tutti, i più, i
sapienti, qualcuno di essi), è un ἔνδοξον, e ciò che lo rende tale può essere
quantitativo, o qualitativo, o entrambi: per esempio, se è condiviso da tutti,
lo sarà anche dai sapienti. [4] Sulla intima connessione fra δοκοῦντα, λεγόμενα
e φαινόμενα, cfr. Owen (1967), Nussbaum (1986b). Cfr. De An. I 1, 402b 16-403a8. [6] Cfr.
Herod. III 82, 35 e Tucid. I 137, 4, in cui si trova l’endiadi «συμμαχίᾳ καὶ
φιλία». [7] Nei poemi omerici non vi è il termine φιλία – le prime occorrenze
si trovano in Teognide (Teog. I, 31-38, 53-60, 323-28) – ma termini analoghi
come φιλότης, φίλος sono utilizzati sia a proposito del rapporto fra uomini che
di quello fra uomini e dèi. Sulla φιλία nel mondo antico, cfr. Pizzolato
(1993), Fraisse (1974). [8] Nel Fedro platonico (228a-e), Socrate confuta un
discorso di Lisia sulla φιλία, che Fedro custodiva sotto il mantello: quindi è
verosimile che anche prima della data di composizione del Liside la φιλία fosse
importante oggetto di dibattito e di riflessione critica. Del resto Giamblico
(De Pythagorica Vita, 229-30) e Diogene Laerzio (Vitae Philosophorum, VIII, 10)
attribuiscono già a Pitagora la prima trattazione filosofica della φιλία. [9]
Anche il Fedro e il Simposio si occupano lungamente della φιλία – l’eros è una
forma della φιλία, per Platone quella più significativa – ma, come cercherò di
mostrare, l’indagine aristotelica dipende sistematicamente dal Liside: per così
dire, essa articola una differente risposta a quelle aporie, rispetto a quella
che propone Platone nel Simposio e nel Fedro. [10] Meglio: se qualcuno sia
amico di qualcun altro in quanto ami o, piuttosto, in quanto sia amato. [11] φίλος
+ dativo significa “caro a qualcuno”, φίλος + genitivo indica colui a cui
qualcuno è caro, due individui sono φίλοι, quando sono l’uno “caro” all’altro.
[12] Alcuni interpreti leggono il Liside come un esercizio dialettico,
filosoficamente debole [Versenyi (1975)] o più retorico-sofistico che
filosofico [Bordt (1988)], o dal significato prolettico-introduttivo rispetto
ai maturi Simposio e Fedro [Kahn (1996), ma già Gomperz (2013), Auslage 5, e
Willamovitz (1959)]; benché questi due dialoghi successivi ne possano a buon
diritto adombrare il valore intrinseco, tuttavia i temi sollevati dal Liside
sono nodi aporetici sostanziali, e non deve fuorviare il fatto che Socrate
mutui il linguaggio e lo stile argomentativo dal tipo di interlocutore che
affronta (per esempio, “facendo” il sofista col sofista Menesseno, e così via).
Per una interpretazione non riduttiva del Liside e del suo valore speculativo,
è illuminante Trabattoni (2004). [13] Un altro topos tradizionale – per cui la
vera amicizia è fra ἀγαθοί – ricorrente in Platone: per restare all’esempio più
noto, in Resp. I, 351a-e Socrate replica a Trasimaco che fra malvagi e ingiusti
non può esserci alcuna cooperazione né amicizia; era comunque un tema
essenziale per Socrate (cfr. Senofonte, Mem., 2.6 1-7). [14] Sull’ascendenza
omerica di questo topos tradizionale, e sulla sua importanza per Aristotele
(cfr. infra: Par. III), cfr. Adkins (1963). [15] La coscienza del male come
tale è sintomo del fatto che il male è relativo e non assoluto. [16] Qui nel
Liside si tratta di ἐπιθυμία (cfr. 217c). [17] Tralascio qui la questione della
possibile identificazione del Primo Amico col Bene: ciò che rileva, qui, è il
fatto che esso trascenda gli amici concreti, i quali sono tali solo «a parole»
e stanno al Primo amico – che è tale «in realtà» (τῷ ὄντι) – come i mezzi al
fine (cfr. Lys. 220b1-4). [18] Lys 222e1-7. [19] La letteratura sull’amicizia
in Aristotele è sterminata: in luogo di proporre una lunga lista di studi che
comunque sarebbe tutt’altro che esaustiva, nel seguito mi limiterò a citare
alcuni contributi che sono particolarmente pertinenti agli aspetti che
tratterò. Un commento sintetico e preciso a Et. Nic. VIII e IX è Pakaluk
(1998). [20] È il giudizio nettamente prevalente, anche se non unanime. [21]
Sul rapporto fra il Liside e le Etiche aristoteliche riguardo l’amicizia, buoni
spunti si trovano in Annas (1986). [22] Et. Eud. VII 1, 1234b18-1235a4; cfr. anche Et. Nic.
VIII 1. [23] Et. Eud.. [24] Trad. it. modificata. [25] Cfr. supra: nota 16.
[26] Et. Eud. VII 2, 1235b22-23. [27] C’è chi crede che
il piacere sia un bene, ma c’è anche chi crede che non lo sia eppure gli appare
– porto dalla φαντασία – come se lo fosse. Nell’acratico la forza della
φαντασία sopravanza, nelle scelte pratiche, quella della δόξα. [28] Il «bene
apparente» è qualcosa che appare come bene; ma può anche non esserlo: tuttavia,
anche il bene reale motiva il desiderio solo apparendo come bene. Dunque
«apparente» qui non va affatto interpretato come falsa apparenza. [29] Et. Eud.
VII 2, 1235b30-1236a1. [30] Il piacevole non è l’immediato, ma anche ciò che
non procura dispiacere futuro; Aristotele sa bene che molte cose dannose
possono procurare del piacere immediato. Ma chi non è acratico, conscio delle
conseguenze negative, accorderà il suo desiderio con la sua ragione, e la
motivazione data dall’ipotetico piacere immediato sarà soverchiata dalla
motivazione a evitare danni futuri. [31] Questo punto è più chiaro per come è
presentato in Et. Nic. VIII 2, 1155b23-27. [32] Nelle espressioni δι’ ἀρετὴν,
διὰ τὸ χρήσιμον, δι’ ἡδονήν, la preposizione significa a un tempo «in base a»,
«a causa di», «al fine di»: il rispettivo amabile è ciò che causa
quell’amicizia, ciò che ne costituisce il fondamento o ragion d’essere, ciò che
ne rappresenta il fine [su un’idea analoga, cfr. Nussbaum (1986a)]; nei termini
della nota teoria delle quattro cause (dei quattro sensi del διὰ τί, cfr. Phys.
II 3), potremmo plausibilmente intendere il tipo di amabile come causa
efficiente, formale e finale della rispettiva relazione amicale. [33] Cfr. Et.
Nic. VIII 2, 1155b26-31. Mentre la φίλησις è una passione o affezione (πάθος),
la φιλία è uno stato abituale (ἕξις, 1557b28-29). [34] Cfr. Et. Eud. VII 2,
1237b17-23; Et. Nic. VIII 4, 1156b30-33. [35] Vi è discussione sul fatto che
questa caratterizzazione definitoria offra condizioni sufficienti perché
qualcosa sia amicizia, oppure solo condizioni necessarie; propenderei per la
seconda opzione: per esempio, Aristotele ritiene che per diventare amici deve
passare del tempo, e molti scambiano il desiderio di essere amici con
l’amicizia stessa (Et. Eud. VII 2, 1237b12-22); ma se il desiderio è reciproco,
sussiste già benevolenza reciproca non celata, che non è ancora amicizia. [36]
Sul focal meaning cfr. Owen (1963), Ferejohn (1980). L’exemplum princeps è
quello della Metafisica: la sostanza è il focal meaning dell’essere, tutto ciò
che è o è sostanza o rimanda a una sostanza, al modo in cui tutto ciò che è
«sano» rimanda alla salute e tutto ciò che è «medico» alla medicina (cfr. Met.
IV 2, 1003a32-1003b11). [37] Cfr. Fortenbaugh (1975). Può esserlo in modo
mediato, come foriero di un altro utile, al modo in cui qualcosa è mezzo di un
altro mezzo, ma in ultima istanza l’utile è tale perché porta al bene e i mezzi
sono tali perché portano al fine. [39] Per esempio, in De An. III 7, 431a10-13
il piacere è definito come l’essere percettivamente attivi nei confronti del
bene in quanto bene; l’utilità è indefinibile se non come capacità di
avvicinarci a un qualche bene; l’utile sta al bene come il mezzo al fine, e non
vi è modo di definire cosa sia un mezzo, senza chiamare in causa la nozione di
fine. [40] Et. Eud. VII 2,
1236a25-26. [41] Et. Eud. VII 2, 1236b1-2; Et. Nic. VIII 4, 1156b7-8. [42] Cfr. Esiodo, Opera et dies,
342-360; 707-723. [43] Chiamare amicizia solo quella prima, equivarrebbe a
«violentare i fenomeni» (βιάζεσθαι τὰ φαινόμενα, Et. Eud. VII 2, 1236b 22).
[44] Et. Nic. VIII 4, 1156b7. [45] La prima amicizia, infatti è quella «secondo
virtù e a causa del piacere della virtù» (EE VII 1238a31-32). [46] Secondo
Aspasio (164.3-11), Owen (1960) e Dirlmeier (1967) vi sarebbe comunque focal
meaning e relazione πρὸς ἓν, ancorché non esplicitata. [47] Et. Nic. VIII 5,
1157a32. [48] Se poi l’individuo è acratico, potrebbe anche non credere che
qualcosa sia il suo bene, ma perseguirlo perché gli “appare” bene e frequentare
individui utili a qualcosa che egli cerca di procurarsi pur sapendo che non è
il suo bene: come uno che frequentasse un pusher in modo costante per
procurarsi della droga, sapendo di farsi del male ma perseverando nel suo
comportamento autodistruttivo (e nelle frequentazioni relative) per debolezza.
[49] Sulla rilevanza della distinzione fra «bene per qualcuno» e «bene
incondizionato» in rapporto alla teoria delle tre amicizie, insiste
doverosamente O’Connor (1990). [50] Et. Nic. [51] Così, nella Nicomachea (Et.
Nic. VIII 2, 1156a17), non nella Eudemia. [52] Cfr. supra: Par. II, 3. [53] EN
VIII 3, 1156 a 16-17. [54] EN VIII 3, 1156a18-19 [55] Cooper (1977) sostiene che
le amicizie accidentali siano tali perché dipendano da tratti accidentali del
carattere dell’amico amato; Payne (2000) replica che anche i tratti in virtù di
cui qualcuno risulta piacevole o utile possono essere altrettanto essenziali di
quelli che lo rendono virtuoso: gli amici perfetti sarebbero scelti «per sé
stessi» in quanto i loro caratteri virtuosi sono scelti come fine e non come
mezzo (per altro). Ma le letture sono forse componibili: l’esser utile o
piacevole, anche se sopravviene a tratti essenziali del carattere altrui,
restano esterni all’altro, in quanto relazionali in un senso diverso dalla
virtù; l’esser buono è sia essenziale e intrinseco all’amico, che scelto per sé
stesso e non per altro, e rende anche l’amico stesso, che ha quel carattere
virtuoso, scelto per sé stesso e non per altro. Cfr. supra: nota 31. [56] In
Et. Eud. VII 7, 1241a5-7 si afferma che «se uno vuole per un altro i beni
perché costui gli è utile, li vorrebbe allora non per quello ma per sé stesso;
mentre invece la benevolenza, proprio come l’amicizia, si ritiene che sia
rivolta non a quello che la prova, ma a colui per il quale la si prova.
Pertanto, è chiaro che la benevolenza è in relazione con l’amicizia etica». Qui
pare che solo l’amicizia etica (=virtuosa) implichi la benevolenza, che però è
un costituente della definizione generale di amicizia. Da passi di questo
tenore pare che le amicizie incomplete non siano amicizie in senso proprio,
visto che non soddisfano la definizione; Aristotele è oscillante, è innegabile
che vi sia una tensione irrisolta fra la sua vocazione inclusiva e lo sforzo di
enucleazione della “vera” amicizia come tipologia normante e assiologicamente
sovraordinata, che non è semplicemente una delle tre amicizie ma quella par
excellence, di cui le altre sono approssimazioni manchevoli. Si può accogliere
la lettura di Walker, per cui l’amicizia perfetta soddisfa criteri più severi,
le altre criteri più laschi. [57] Si pensi alla percezione per accidente (De
An. II 6, III 1): essa è comunque studiata come una modalità genuina di
percezione: le ragioni per cui essa è percezione per accidente non inficiano il
fatto di essere genuinamente un tipo di percezione. [58] I due amici perfetti,
in quanto buoni e virtuosi, realizzano l’eccellenza della natura umana, sono
esempi del bene incondizionato e del piacere incondizionato. [59] Et. Nic. VIII 3,
1156a31-1156b1. [60] Et. Eud. VII 2, 1238a11-30; Et. Nic. VIII 3, 1156b17-32. [61] Può succedere che l’altro
cambi, peggiori, o impazzisca, ma non accade per lo più. Cfr. Et. Nic. IX 3. [62] Et.
Nic. VIII 4, 1156b10. [63] Et. Eud. VII
2, 1236b31. [64] La sventura, poi, può rivelare che un’amicizia che pareva
perfetta era in realtà in vista dell’utile (Et. Eud. VII 2, 1238a19-21). [65] Lys.
211e-212a. [66] Et. Eud. VII 2, 1237b13-27. [67] Et. Nic. VIII 3, 1156a24-31.
[68] Et. Nic. VIII 7, 1158a21. [69] Et. Eud. VII 4; Et. Nic. VIII 8. [70] Et.
Eud. VII 9-11, Et. Nic. VIII 12-14. [71] Et. Eud. VII 12, 1244b4-5. [72] Cfr.
Pol. I 1, 1253a10-12; Et. Nic. IX 12, 1169b18-19. [73] Et. Eud. VII 12, 1245b15-16. [74] Et. Nic. 1245b18. [75] Et.
Eud. VII 12, 1245b18-19. [76] Si tratta di una complessità anche filologica,
dovuta a corruzioni del testo. Su ciò, cfr. Kosman (2004). [77] Delle tre anime
– nutritivo-riproduttiva, percettiva, razionale – la percettiva e la razionale
sono quelle che discriminano la realtà (cfr. De An. III 3, 427a17-23); la
percettiva, poi, è intimamente connessa col desiderio e, quindi, con l’azione
(cfr. De An. III 9-11). Vivere significa realizzare le proprie capacità
naturali e acquisite, il che per l’uomo implica anzitutto l’esercizio di
percezione e pensiero (ove entrambe vanno concepite come connesse all’azione,
in quanto coinvolgono anche desiderio e intelletto pratico). Su ciò, mi
permetto di rimandare a Zucca (2015), Capp. II e VI. [78] La felicità è «una
certa attività dell’anima secondo virtù completa» (Et. Nic. II 13, 1102a5-6). [79] Et. Eud.
VII 12, 1245a30; Et. Nic. IX 9, 1166 a 32, 1170 b 6. [80] Et. Eud. VII 12,
1245a35-7. [81] Trad. it. modificata. [82] In Et. Eud. VII 6 e in Et. Nic. si argomenta che i tipi di
relazione che si hanno con gli altri dipendono dal rapporto che si ha con sé
stessi: chi è buono e virtuoso sarà anche amico di sé stesso in modo armonico e
costante – sebbene si possa parlare di amicizia solo κατὰ ἀναλογίαν (1240a13),
nel caso dell’auto-rapporto – chi è malvagio sarà incostante e in conflitto con
sé stesso, e in senso analogico sarà nemico di sé stesso. Questa idea non
contraddice l’idea per cui la conoscenza di sé passa per la conoscenza
dell’altro (Et. Nic. IX 9), ma anzi la completa: il buono e virtuoso è felice
anzitutto in quanto ha un “sano” rapporto con sé, ma si conosce e realizza come
felice solo in quanto ha un rapporto di riconoscimento reciproco con amici che
hanno, a loro volta, un altrettanto “sano” rapporto con sé stessi. [83] L’idea
di un accesso introspettivo infallibile ed essenzialmente privato ai nostri
propri atti mentali, così tipicamente moderna, è affatto estranea ad
Aristotele. [84] Come è naturale porre l’enfasi sul valore speculativo
intrinseco della teoria, così è altrettanto opportuno ricordare che l’amicizia
perfetta aristotelica resta prerogativa di un sottoinsieme dei maschi adulti
liberi; tuttavia, questa tara storica affetta la teoria dell’amicizia, per così
dire, mediatamente: in quanto restringe a quel sottoinsieme la capacità di
realizzare l’eccellenza morale, precondizione della relazione d’amicizia
perfetta. [85] Non uso la locuzione «sapere chi sono», anacronisticamente, come
il coglimento di me stesso in quanto individualità irriducibile, magari
ineffabile e inaccessibile ad altri – non è certo questa sorta di soggettività
“novecentesca”, che secondo Aristotele giungerebbe alla coscienza di sé
nell’amicizia – bensì come il venire a conoscenza di che tipo di persona sono.
[86] Come bene intrinseco che trascende il livello del piacevole, è un amabile
oggetto di volontà piuttosto che di appetito (Et. Eud. VII 2, 1235b22-23), e la
volontà è desiderio razionale di beni scelti. [87] Un’analisi sistematica e
comparativa delle nozioni di amicizia e amore in Platone e Aristotele, è Price
(1989). Cfr. anche Kahn (1981). [88] Cfr. Phaedr. 265b-c. [89] La relazione
erotica amante/amato, peraltro, è anche meno significativa e più instabile di
altre relazioni fondate sul piacere – dunque, già di per sé instabili – in
quanto in questo caso il piacere «non deriva dalla stessa fonte» (l’uno gode
nell’esser corteggiato, l’altro nel contemplare l’altro, Et. Nic. VIII 5,
1157a2-10). [90] Lys. 222a3-7. Proverbi, impicatura proverbiale. A Errare
humanum est.jpg Ab amico reconciliato cave. Guardati da un amico
riconciliato.Absit reverentia vero. Bando ai pudori di fronte alla verità.
(Ovidio) Abusus non tollit usum. L'abuso non esclude l'uso.[2] Accidere ex una
scintilla incendia passim. A volte da una sola scintilla scoppia un incendio.Ad
impossibilia nemo tenetur. Nessuno è obbligato a fare l'impossibile.[4]
Adulator propriis commodis tantum suadet L'adulatore tiene di mira solo i suoi
interessi.[5] (Giulio Cesare) Amantis ius iurandum poenam non habet. Il
giuramento dell'innamorato non si può punire.[6] Amicus certus in re incerta
cernitur. Il vero amico si rivela nelle situazioni difficili.[7] (Quinto Ennio)
Amicus omnibus, amicus nemini. Amico di tutti, amico di nessuno.Amicus Plato,
sed magis amica veritas. Amo Platone, ma amo di più la verità.[9] (Aristotele)
Amor arma ministrat. L'amore procura le armi [agli amanti perché possano essere
grati alla persona amata].[10] (proverbio medievale) Amor caecus. L'amore è
cieco.[11] Amor gignit amorem.[10] Amore genera amore. Amor tussisque non
celatur. L'amore e la tosse non si possono nascondere.[12] Amoris vulnus sanat
idem qui facit. La ferita d'amore la risana chi la fa.[12] Anceps fortuna
belli. Le sorti della guerra sono incerte.[9] (Cicerone) Aquila non captat
muscas. L'aquila non prende mosche.[13] Athenas noctuas mittere.[14] Mandare
nottole ad Atene. Fare cosa inutile e superflua. Ars est celare artem.[15] La
perfezione dell'arte sta nel celarla. Audi, vide, tace, si vis vivere in
pace.Ascolta, guarda e taci, se vuoi vivere in pace. B Barba virile decus, et
sine barba pecus.[17] La barba è decoro dell'uomo e chi è senza barba è pecoro.
Bene qui latuit, bene vixit. Ben visse chi seppe vivere nell'oscurità.[18]
(Ovidio) Beati monoculi in terra caecorum. Beati i monòcoli nel paese dei
ciechi. Bis dat qui cito dat. Dà due volte chi dà presto.[19] Bis peccat qui
crimen negat.[20] È due volte colpevole chi nega la propria colpa. Bis pueris
senes. Il vecchio è due volte fanciullo. Bonis nocet qui malis parcet. Chi
risparmia i malvagi danneggia i buoni.[22] Bonum nomen, bonum omen.[23] Buon
nome, buon augurio. C Caecus non judicat de colore.[24] Il cieco non giudica i
colori. Non si può giudicare ciò che si sottrae alle nostre attitudini. Caesar
non supra grammaticos.[25] Cesare non (ha autorità) sopra i grammatici. Le
persone più altolocate non possono avere autorità se non su quelle cose di cui
s'intendono. Canis caninam non est.[26] Cane non mangia cane. Carpe diem. Cogli
il giorno. (Quinto Orazio Flacco) Caseus est sanus, quem dat avara manus. Fa
bene quel formaggio servito da una mano avara.[27] Causa patrocinio non bona
peior erit. La causa cattiva diventa peggiore col volerla difendere.[28]
(Ovidio) Causa perit iusta, si dextera non sit onusta.[29] La giusta causa
soccombe se la destra non è piena [di denaro]. Cave a signatis. Guàrdati dai
segnati.[28] Antico adagio in odio a coloro che sono affetti da qualche
imperfezione fisica: guerci, zoppi, ecc. Cave tibi ab acquis silentibus.
Guàrdati dalle acque chete.[28] Cavendo tutus.[30] Se sarai cauto, sarai
sicuro. Cogito ergo sum. Penso dunque sono. (Cartesio) Commendatoria verba non
obligant.[31] Le parole di raccomandazione non obbligano. Commune periculum
concordiam paret.[32] Il comune pericolo prepari la concordia. Consuetudo est
altera natura. L'abitudine è una seconda natura.[33] D De gustibus non est
disputandum. Sui gusti non si discute.[34] Difficilis in otio quies. È
difficile esser tranquilli nell'ozio. Dulce bellum inexpertis, expertus metuit.
La guerra è dolce per chi non ne ha esperienza, l'esperto la teme. (proverbio
medievale) Dum caput dolet, caetera membra languent. Quando duole il capo,
tutte le membra languono.[37] Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre
a Roma si delibera, Sagunto è espugnata.[38] Dum vinum intrat exit
sapientia.[39] Mentre il vino entra, esce la sapienza. Duo cum faciunt idem,
non est idem.[35] Quando due fanno la stessa cosa, non è più la stessa cosa. E
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.[40] L'errare è cosa umana, il
perseverare nella colpa invece è diabolico. Error hesternus sit tibi doctor
hodiernus.[41] L'errore di ieri ti sia maestro oggi. Est in canitie ridicula
Venus. È ridicolo l'amore di un vecchio.[42] (Proverbio medievale) Est modus in
rebus, sunt certi denique fines | quos ultra citraque nequit consistere rectum.
C'è una giusta misura nelle cose, ci sono giusti confini | al di qua e al di là
dei quali non può sussistere la cosa giusta. (Quinto Orazio Flacco) Ex ungue
leonem.[43] Dall'unghia si conosce il leone. Da un atto compiuto si rivela la
forza dell'autore, morale o materiale. Excusatio non petita fit accusatio
manifesta (proverbio medievale)[44] Chi si scusa senza esserne richiesto
s'accusa. F Fabas indulcat fames.[45] La fame addolcisce le fave. Facile est
inventis addere.[46] È facile aggiungere a ciò che è stato inventato. Facile
perit amicitia coacta.[47] Facilmente muore un'amicizia forzata. Facit
experientia cautos.[48] L'esperienza rende cauti. Fac sapias et liber eris.[49]
Fa' di sapere e sarai libero. Felicium omnes sunt cognati. Tutti sono parenti
dei fortunati.[8] Fiat iustitia et pereat mundus. Sia fatta giustizia e perisca
pure il mondo. Frangitur ira gravis cum sit responsio suavis.[50] Una dolce
risposta infrange l'ira. Frustra sapiens qui sibi non sapet.[51] Inutilmente sa
chi non sa per sé. G Gutta cavat lapidem. La goccia scava la pietra. H Homo
longus raro sapiens; sed si sapiens, sapientissimus. Un uomo lungo (ossia alto)
di rado è sapiente; ma se è sapiente, è sapientissimo.[52] Homo sine pecunia,
imago mortis. L'uomo senza danaro è l'immagine della morte.[53] I Ianuensis
ergo mercator. Genovese quindi mercante.[54] Imperare sibi maximum imperium
est. Comandare a sé stessi è la forma più grande di comando. (Seneca, Lettere a
Lucilio, CXIII.30) In magno mari capiuntur flumine pisces.[55] Nei grandi fiumi
si pescano i grandi pesci. Nei grandi affari si fanno i grossi guadagni. In
medio stat virtus. La virtù sta nel mezzo. (Orazio) In vino veritas. Nel vino
c'è la verità. L M Magnum vectigal parsimonia.[56] La parsimonia è un gran
capitale. (Cicerone) Major e longiquo reverentia.[56] La riverenza è maggiore
da lontano. (Tacito) Mala gallina, malum ovum.[57] Gallina cattiva, uovo cattivo.
Mea mihi conscientia pluris est quam omnium sermo.[58] Per me val più la mia
coscienza che il discorso di tutti. (Cicerone) Medicus curat, natura sanat. Il
medico cura ma è la natura che guarisce.[59] Melius est abundare quam deficere.
Meglio abbondare che trovarsi in scarsezza.[60] Mors tua vita mea.[56] La tua
morte è la mia vita. Mortui non mordent. I morti non mordono[61] [truismo]
Mortuo leoni et lepores insultant. Anche le lepri insultano un leone morto.[62]
Multi multa, nemo omnia novit. Molti sanno molto, nessuno sa tutto.[63] N
Natura non facit saltus. La natura non procede per salti.[64] Naturalia non
sunt turpia.[65] Le cose naturali non sono turpi. Nemo non formosus filius
matri. Nessun figlio non è bello per sua madre.[66] Ne pulsato portam alterius,
nisi velis pulsetur et tua.[67] Non bussare alla porta altrui se non vuoi che
bussino alla tua. Nihil est in intellectu quod non fuerit in sensu. Nulla è
nell'intelligenza che prima non fosse nel senso[68] Non omne quod licet
honestum est.[69] Non tutto ciò che è lecito è onesto. Non omnibus dormio. Non
dormo per tutti.[70] Nomen omen Il nome è un presagio (v. anche nomina sunt
consequentia rerum e conveniunt rebus nomina saepe suis) (Plauto, Persa, 625)
Nomina sunt consequentia rerum. I nomi sono corrispondenti alle cose.
(Giustiniano, Institutiones, 2, 7, 3) O Omne animal post coitum triste. Tutti
gli animali sono mesti dopo il coito.[71] Omne ignotum pro terribili.[72] Tutto
ciò che è ignoto incute paura. Omnia munda mundis. Per chi è puro tutto è puro.
(Paolo di Tarso) Omnia vincit amor. L'amore vince ogni cosa. (Virgilio,
Bucoliche X, 69) Omnia fert aetas. Il tempo porta via tutte le cose. (Virgilio)
Omnis festinatio ex parte diaboli est.[73] Ogni fretta viene dal diavolo. P
Panem et circenses. Pane e giochi [per distrarre il popolo]. (Giovenale, X 81)
Patere quam ipse fecisti legem.[74] Subisci la legge che tu stesso hai fatta.
Pectus est enim quod disertos facit È infatti il cuore che rende eloquenti
(Quintiliano, 10,7,15) Pecunia non olet Il denaro non puzza (Vespasiano) Per
aspera ad astra. Alle stelle [si giunge] attraverso aspri sentieri.[75]
Periculum in mora. Vi è pericolo nel ritardo. (Tito Livio, Ab urbe condita;
XXXVIII, 25) Philosophum non facit barbam.[76] La barba non fa il filosofo.
Primum vivere deinde philosophari (Thomas Hobbes) Prima vivere, poi fare della
filosofia. Q Quando Sol est in Leone, bibe vinum cum pistone. Quando il sole è
in Leone [segno zodiacale], bevi il vino col pistone [a garganella].[77] Qui
aquam Nili bibit rursus bibet.[78] Chi beve l'acqua del Nilo la berrà di nuovo.
È destinato a ritornarvi. Qui asinum non potest, stratum caedit.[79] Chi non
può bastonare l'asino bastona la bardatura. Qui gladio ferit gladio perit. Chi
di spada ferisce di spada perisce.[80] Qui in pergula natus est, aedes non
somniatur. Chi è nato in una capanna, i palazzi non li vede neanche in sogno.
(Petronio, 74,14) Qui jacet in terra non habet unde cadat. Per chi giace in
terra non c'è pericolo di cadere.[81] [truismo] Qui medice vivit, misere vivit.
Chi vive sotto la guida del medico, vive miseramente.Qui scribit, bis
legit.[82] Quisque faber fortunae suae. Ognuno è artefice del proprio destino.
(Appio Claudio Cieco) Quod differtur non aufertur Ciò che si dilaziona non lo
si perde[83] Quod non potest diabolus mulier evincit. Ciò che non può il
diavolo, l'ottiene la donna.[84] (proverbio medievale) Quot homines tot
sententiae. Tanti uomini, altrettante opinioni.[85] Quot servi tot hostes.
Tanti servi, tanti nemici.[85] R Re opitulandum, non verbis.[86] L'aiuto va
dato con i fatti, non con le parole. Rem tene, verba sequentur Possiedi
l'argomento e le parole seguiranno. (Marco Porcio Catone) Res satis est nota,
plus foetent stercora mota.[87] È cosa nota: lo sterco più è stuzzicato e più puzza.
S Salus extra Ecclesiam non est[88] Al di fuori della Chiesa non v'è salvezza
(Tascio Cecilio Cipriano, Lettera, 73, 21) Sapiens nihil affirmat quod non
probet.[89] Il saggio nulla afferma che non possa provare. Satis quod
sufficit.[90] Ciò che è sufficiente al bisogno, basta. Semel abas, semper
abas.[91] Una volta abate, sempre abate. Proverbio medioevale, affermante che
chi ha vestito una volta l'abito sacerdotale non può spogliarsi più delle idee
e delle abitudini ecclesiastiche. Significa anche, per estensione, che si
conservano sempre le idee una volta acquistate. Semel in anno licet insanire.
Una volta all'anno è lecito fare follie. (Seneca) Senatores boni viri: senatus
autem mala bestia.[92] I senatori sono brava gente; ma il senato è una cattiva
bestia. Sero venientibus ossa.[93] Per chi viene troppo tardi restano le ossa.
Si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace prepara la guerra. (Vegezio) Sicut
mater, ita et filia eius. Quale la madre, tale anche la figlia.[94] Simia simia
est, etiamsi aurea gestet insignia.[95] La scimmia resta sempre scimmia, anche
se indossa ornamenti d'oro. Sol lucet omnibus.[96] Il sole splende per tutti.
Vi sono delle cose di cui tutti gli uomini possono godere. Sorex suo perit
indicio.[97] Il topo perisce per essersi rivelato da sé. Sublata causa,
tollitur effectum.[98] Soppressa la causa, scompare l'effetto. T Timeo Danaos
et dona ferentes. Io temo comunque i Greci, anche se recano doni. (Publio
Virgilio Marone) U Ubi maior, minor cessat. Dinanzi al più forte, il debole
scompare.[8] Ubi opes, ibi amici. Dove sono le ricchezze, lì sono anche gli
amici.[8] Ubi uber, ibi tuber.[99] Dove è la mammella, ivi è il tumore. Dove
c'è abbondanza, ivi si forma il marciume, la corruzione. V Verba movent,
exempla trahunt.[100] Le parole commuovono, ma gli esempi trascinano. Verba
volant, scripta manent.[101] Le parole volano, gli scritti restano.
Vigilantibus, non dormientibus, jura succurunt.[102] Le leggi forniscono aiuto
ai vigilanti, non ai dormienti. Vinum lac senum.[103] Il vino è il latte dei
vecchi. Vulgus vult decipi, ergo decipiatur. Il popolo (il mondo) vuole essere
ingannato, e allora sia ingannato.[104] Note
Citato in Mastellaro, p. 21.
Citato in Tosi 2017, n. 1408.
Citato in Tosi 2017, n. 1010.
Citato in 2005, p. 6. Citato in
Mastellaro, p. 11. Citato in Mastellaro,
p. 25. Citato in Mastellaro, p. 18. Citato in Mastellaro, p. 20. Citato e tradotto in 2005, p. 15. Citato in De Mauri, p. 27. Citato in Mastellaro, p. 24. Citato in Mastellaro, p. 23. Citato in Tosi 2017, n. 2265. Citato, con spiegazione, in Umberto Bosco,
Lessico universale italiano, vol. XV, Istituto della Enciclopedia italiana,
Roma, 1968, p. 59. Citato e tradotto in
2005, § 169. Citato e tradotto in 2005,
§ 188. Citato e tradotto in 2005, §
215. Citato con traduzione in 2005, p.
28. Citato in 1921, p. 43, § 161. Citato e tradotto in 2005, § 243. Citato e tradotto in Lo Forte, § 148. Citato con traduzione in 2005, p. 30. Citato e tradotto in 2005, § 256. Citato e tradotto in Lo Forte, § 154. Citato e tradotto in Lo Forte, § 155. Citato e tradotto in 2005, § 280. Citato in Andrea Perin e Francesca Tasso (a
cura di), Il sapore dell'arte, Skira, Milano, 2010, p. 41. Citato e tradotto in 2005, p. 37. Citato e tradotto in 2005, § 305. Citato e tradotto in 2005, § 312. Citato e tradotto in 2005, § 343. Citato e tradotto in 2005, § 344. Citato in Mastellaro, p. 9. Citato in 2005, p. 57. Citato in Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla
saggezza nella vita, traduzione di Oscar Chilesotti, Dumolard, Milano,
1885. Citato in Marco Costa, Psicologia
militare, FrancoAngeli, Milano, 2006, p. 645. ISBN 88-464-7966-1 Citato in 1876, p. 66. Citato in 1921, p. 496. (ES) Citato in Jesús Cantera Ortiz de Urbina,
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Milano, 1975, p. 82 Citato e tradotto in
2005, § 732. Citato e tradotto in 2005,
§ 739. Citato e tradotto in 2005, §
741. Citato e tradotto in 2005, § 744. Citato e tradotto in 2005, § 747. Citato e tradotto in 2005, § 829. Citato e tradotto in 2005, § 835. Citato in 2005, p. 108. Citato in 2005, p. 109, § 941. Citato in Filippo Ruschi, Questioni di
spazio: la terra, il mare, il diritto secondo Carl Schmitt, G. Giappichelli
Editore, Citato e tradotto in 2005, § 1072.
Citato in 2005, p. 152. Citato e
tradotto in 2005, § 1313. Citato con
traduzione in Jean Louis Burnouf, Metodo per studiare la lingua latina adottato
dall'Università di Francia, presso Ricordi e Jouhaud, Firenze 1850, p.
276. Citato in 2005, p. 158. Citato in 2005, p. 159. Citato in AA. VV., Dizionario delle sentenze
latine e greche, § 1509, Rizzoli, Milano, 2017.
Citato in 2005, p. 166. Citato in
2005, p. 168. Citato in 1921, p. 88, §
319. Citato e tradotto in Lo Forte, §
733. Citato in 2017, § 664. Citato in 1876, p. 58. Citato in 1921, p. 556. Citato e tradotto in Lo Forte, § 788. Citato in 1921, p. 536. Citato in Paul-Augustin-Olivier Mahon,
Medicina legale e Polizia medica, vol. 4, a cura di Giuseppe Chiappari,
Pirotta, Milano, 1820, p. 295. Citato in
Guillaume Musso, Central Park, traduzione di Sergio Arecco, Bompiani, 2016, p.
195. Citato in Ann Casement, Who Owns
Jung?, Karnac Books, 2007, Londra, p.176 Anteprima Google Citato in L. De Mauri, Angelo Paredi e
Gabriele Nepi, p. 95. Citato in Peter
Olman, Zwei Mädchen suchen ihr Glück: Caleidoscopio berlinese, Edizioni
Mediterranee, Roma, 1966, p. 265. Citato
e tradotto in 2005, § 1970. Citato in
2005, p. 248. (DE) Citato in Friedrich
Otto Bittrich, Ägypten und Libyen, Safari-Verlag, Berlino, 1953, p. 7. Citato e tradotto in 2005, § 2167. Dal Vangelo:... tutti quelli che mettono mano
alla spada periranno di spada (Mt 26:52).
Citato in 2005, p. 256. Citato in
2005, p. 258. Citato in Tosi 2017, n.
1174. Citato in De Mauri, p. 171. Citato in 2005, p. 266. Citato e tradotto in 2005, § 2342. Citato e tradotto in 2005, § 2363. Spesso la frase viene attribuita a Cipriano
in una forma diversa: Extra Ecclesiam nulla salus. Citato e tradotto in 2005, § 2415. Citato e tradotto in 2005, § 2421. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1034. Citato e tradotto in 2005, § 2457. Citato e tradotto in 2005, § 2472. Citato in 1921, p. 138, § 465. Citato e tradotto in 2005, § 2528. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1079. Citato e tradotto in 2005, § 2606. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1097. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1169. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1203. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1204. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1216. Citato in Proverbi siciliani raccolti e
confrontati con quelli degli altri dialetti d'Italia da Giuseppe Pitrè, Luigi
Pedone Lauriel, Palermo, 1880, vol. IV, p. 140.
Traduzione in voce su Wikipedia. Bibliografia L. De Mauri, 5000 proverbi
e motti latini, seconda edizione, Hoepli, Milano, 2006. ISBN 978-88-203-0992-0
Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, Milano, 1921. Giuseppe Fumagalli,
L'ape latina, Hoepli, Milano, 2005. ISBN 88-203-0033-8 Giacomo Lo Forte, Ad
hoc, Sandron, 1921. Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche,
Mondadori, Milano, 2012. ISBN 978-88-04-47133-2. Gustavo Benelli, Raccolta di
proverbi, massime morali, aneddoti, ed altro, Carnesecchi, Firenze, 1876. Renzo
Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Rizzoli, 2017. Voci correlate
Modi di dire latini Lingua latina Palindromi latini Categorie: Lingua
latinaProverbi per nazione. Proverbi Exquisite-kfind.png Per
approfondire, vedi: Proverbi toscani. A A brigante brigante e mezzo. 1 A buon
cavalier non manca lancia. 2 A buon cavallo non manca sella. 2 A buon cavallo
non occorre dir trotta. 3 A buon intenditor poche parole.[1 2 A caldo autunno
segue lungo inverno. 4 A cane scottato l'acqua fredda par calda. 5 A cane
vecchio non dargli cuccia. 2 A carnevale ogni scherzo vale, ma che sia uno
scherzo che sa di sale. 6 A caval che corre, non abbisognano speroni. 3 A caval
donato non si guarda in bocca.[2 2 A cavalier novizio, cavallo senza vizio. 3 A
cavallo d'altri non si dice zoppo. 3 A cavallo di fuoco, uomo di paglia, a uomo
di paglia, cavallo di fuoco. 3 A cavallo giovane, cavalier vecchio. 3 A caval
nuovo cavaliere vecchio. 2 A chi batte forte, si apron le porte. 7 A chi Dio
vuole aiutare, niente gli può nuocere. 4 A chi fortuna zufola, ha un bel
ballare. 4 A chi ha abbastanza, non manca nulla. 4 A chi mangia sempre polli
vien voglia di polenta. 8 A chi non piace il vino, il Signore faccia mancar
l'acqua. 8 A chi non può imparare l'abbicì, non si può dare in mano la Bibbia.
4 A chi non vuol credere, poco valgono mille testimoni. 8 A chi non vuol
credere sono inutili tutte le prove. 8 A chi non vuol far fatiche, il terreno
produce ortiche. 9 A chi prende moglie ci vogliono due cervelli. 4 A chi tanto
e a chi niente. 2 A chi troppo e a chi niente. 10 A chi ti dà il cappone, dagli
la coscia e l'alone. 8 A chi ti porge un dito non prendere la mano. 2 A chi
vuole fare del male non manca l'occasione. 4] A ciascun giorno basta la sua
pena.[3] 2] A ciascuno sta bene il proprio abito. 4] A donna di gran bellezza,
dalla poca larghezza. 4] A duro ceppo, dura accetta. 4] A goccia a goccia si
scava la pietra.[4] 11] A goccia a goccia s'incava la pietra. 2] A gran salita,
gran discesa. 4] A granello a granello si riempie lo staio e si fa il monte. 4]
A grassa cucina povertà vicina. 4] A lavar la testa all'asino si perde il ranno
e il sapone. 12] A lume spento è pari ogni bellezza. 4] A mali estremi estremi
rimedi. 1] A muro basso ognuno ci si appoggia. 1] A nemico che fugge ponti
d'oro. 1] A ogni uccello suo nido è bello. 1] A padre avaro figliuol prodigo.
13] A pancia piena si ragiona meglio. 8] A pagare e a morire c'è sempre tempo.
14] A paragone del molto che ignoriamo, è meno di niente quanto noi sappiamo.
4] A pazzo relatore, savio ascoltatore. 8] A pensar male, s'indovina sempre.
15] A pensar male ci s'indovina. 2] A pentola che bolle, gatta non s'accosta.
8] A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera. 1] A san Lorenzo
il dente la noce già sente. 2] A san Martino [11 novembre], apri la botte e
assaggia il vino. 8] A San Martino ogni mosto è vino. 16] A san Mattia la neve
va via. 4] A scherzar con la fiamma, ci si scotta. 17] A tal fortezza, tal
trincea. 4] A torto si lagna del mare chi due volte ci vuole tornare. 4] A
tutto c'è rimedio fuorché alla morte. 1] A usanza nuova non correre. 2]
Abbattuto l'albero scompare l'ombra. 8] Accasa il figlio quando vuoi, e la
figlia quando puoi. 18] Acquista buona fama e mettiti a dormire. 4] Ai bugiardi
e agli spacconi non è creduto. 8] Ai voli troppo alti e repentini sogliono i
precipizi esser vicini. 19] A voli troppo alti e repentini sogliono i precipizi
esser vicini. 2] Abate cupido, per un'offerta ne perde cento. 4] Abate rigoroso
rende i frati penitenti. 4] Abbi piuttosto il piccolo per amico, che il grande
per nemico. 8] Abiti stranieri, costumi stranieri; costumi stranieri, gente
straniera; la gente straniera sloggia gli antichi abitanti. 4] Abito troppo
portato e donna troppo vista vengono presto a noia. 4] Abbondanza genera
baldanza. 4] Accade in un'ora quel che non avviene in mill'anni. 2] Accade in
un'ora quel che non avviene in cent'anni. 2] Accendere una candela ai Santi e
una al diavolo. 4] Accendere una fiaccola per far lume al sole. 4] Acqua che
corre non porta veleno. 4] Acqua cheta rompe i ponti. 16] Acqua di san Lorenzo
[10 agosto] venuta per tempo; se alla Madonna viene va ancora bene; tardiva
sempre buona quando arriva. 2] Acqua e chiacchiere non fanno frittelle. 20]
Acqua lontana non spegne il fuoco. 21] Acqua passata, non macina più. 22] Ad
albero vecchio ed a muro cadente, non manca mai edera. 4] Ad ogni primavera
segue un autunno. 4] Ad ognuno la sua croce. 23] Ad ognuno pare bello il suo.
4] Ad un grasso mezzogiorno spesso tien dietro una cena magra. 4] Agosto ci
matura il grano e il mosto 16]. Agosto: moglie mia non ti conosco.[5][6] 1] Ai
macelli van più bovi che vitelli. 2] Ai pazzi ed ai fanciulli, non si deve prometter
nulla. 8] Ai pazzi si dà sempre ragione. 8] Aiutati che Dio t'aiuta. 24]
Aiutati che il ciel t'aiuta. 25] Aiutati che io ti aiuto. 16] Al baciarsi
presto tien dietro il coricarsi. 4] Al bisogno si conosce l'amico. 1] Al buio
la villana è bella quanto la dama. 2] Al buio, le donne sono tutte uguali. 8]
Al buio tutti i gatti sono bigi. 16] Al confessor, medico e avvocato, non
tenere il ver celato. 26] Al confessore, al medico e all'avvocato non si tiene
il ver celato. 2] Al contadin non far sapere quanto è buono il formaggio con le
pere. 1] Al cuore non si comanda. 1] Al cuor non si comanda. 27] Al cazzo non
si comanda. 2] Al culo non si comanda. 28] Al destino non si comanda. 2] Al
tempo non si comanda. 2] Al tempo e al culo non si comanda. 2] Al debole il
forte sovente fa torto. 8] Al fratello piace più veder la sorella ricca, che
farla tale. 8] Al levar le tende si conosce il guadagno. 4] Al gatto che lecca
lo spiedo non affidar arrosto. 8] Al genio non si danno le ali, ma le si
tagliano. 4] Al medico, al confessore e all'avvocato, bisogna dire ogni
peccato. 8] Al povero manca il pane, al ricco l'appetito. 8] Al primo colpo non
cade l'albero. 2] Al primo colpo non cade un albero. 2] Al suono si riconosce
la pignata. 29] Al villano, se gli porgi il dito, si prende la mano. 30] All'A
tien dietro il B nel nostro abbicì. 4] All'eco spetta l'ultima parola. 4]
All'orsa paion belli i suoi orsacchiotti. 8] All'uccello ingordo crepa il
gozzo. 2] All'ultimo si contano le pecore. 1] All'umiltà felicità, all'orgoglio
calamità. 8] Alla fame è presto ridotto chi s'imbarca senza biscotto. 4] Alla
fine anche le pernici allo spiedo vengono a noia. 8] Alla fine loda la vita e
alla sera loda il giorno.[7] 4] Alla fine loda la vita e alla sera il giorno.
2] Alla guerra si va pieno di denari e si torna pieni di vizi e di pidocchi. 4]
Alle barbe dei pazzi, il barbiere impara a radere. 8] Alle volte si crede di
trovare il sole d'agosto e si trova la luna di marzo. 8] Altri tempi, altri
costumi. 2] Alzati presto al mattino se vuoi gabbare il tuo vicino. 8]
Ambasciator non porta pena. 2] Amare e non essere amato è tempo perso. 4]
Ambasciatore che tarda notizia buona che porta. 2] Amicizia che cessa, non fu
mai vera. 4] Amico beneficato, nemico dichiarato. 4] Amico di buon tempo mutasi
col vento. 4] Amico di ventura, molto briga e poco dura. 31] Ammogliarsi è un
piacere che costa caro. 4] Amor che nasce di malattia, quando si guarisce passa
via. 8] Amor di nostra vita ultimo inganno.[8] 32] Amor, dispetto, rabbia e
gelosia, sul cuore della donna han signoria. 8] Amor nuovo va e viene, amor
vecchio si mantiene. 8] Amor regge il suo regno senza spada. 32] Amore con amor
si paga. 2] Amore di parentato, amore interessato. 4] Amore di villeggiatura
poco vale e poco dura. 2] Amore di fratello, amore di coltello. 8] Amore è il
vero prezzo con che si compra amore. 33] Amore non si compra né si vende. 33]
Amore onorato, né vergogna né peccato. 8] Amore scaccia amore. 4] Anche fra le
spine nascono le rose. 34] Anche i fanciulli diventano uomini. 4] Anche il più
verde diventa fieno. 4] Anche il sole ha le sue macchie. 4] Anche l'abate fu
prima frate. 4] Anche l'ambizione è una fame. 4] Anche la legna storta dà il
fuoco diritto. 4] Anche la regina Margherita mangia il pollo con le dita. 35] Anche
le bestie le ha fatte il Signore. 8] Anche le colombe hanno il fiele. 4] Anche
le pulci hanno la tosse. 2] Anche le uova della gallina nera sono bianche; ma
staremo a vedere se anche i suoi pulcini sono bianchi. 4] Anche un giogo dorato
pesa. 8] Andar presto a dormire e alzarsi presto chiude la porta a molte
malattie. 8] Andar bestia, e tornar bestia, dice il moro. 36] Anno nevoso anno
fruttuoso. 16] Anno nuovo vita nuova. 1] Approfitta degli errori degli altri,
piuttosto che censurarli. 4] Aprile dolce dormire.[9] 2] Aprile e maggio sono
la chiave di tutto l'anno. 4] Aprile ogni goccia un barile.[10] 2] Aprile
piovoso, maggio ventoso, anno fruttuoso. 4] Ara nel mare e nella rena semina,
chi crede alle parole della femmina. 8] Arcobaleno porta il sereno. 2] Aria
rossa o piscia o soffia. 2] Asino che ha fame mangia d'ogni strame. 2] Assai
bene balla a chi fortuna suona. 4] Assai digiuna chi mal mangia. 8] Assai
domanda chi ben serve e tace. 37] Assai domanda chi si lamenta. 8] Assalto
francese e ritirata spagnola. 2] Attacca l'asino dove vuole il padrone e, se si
rompe il collo, suo danno. 1] Avuta la grazia, gabbato lo santo. 8] B Bacco,
tabacco e Venere riducon l'uomo in cenere. 2] Ballaremo secondo che voi
suonerete. 4] Bandiera rotta onor di capitano. Bandiera vecchia onor di
capitano. 2] Basta un matto per casa. 8] Batti il ferro finché è caldo. Batti
il ferro quando è caldo. 1] Bei gatti e grossi letamai mostrano il buon
agricoltore. 38] Bella cosa presto è rapita. 4] Bella in vista, dentro è
trista. 4] Bella ostessa, conti traditori. 2] Bella ostessa, brutti conti. 39]
Bell'ostessa, conto caro. 40] Bella vigna poca uva. 2] Bellezza di corpo non è
eredità. 4] Bellezza e follia vanno spesso in compagnia. 41] Bello in fasce
brutto in piazza. 1] Ben sa la botte di qual vino è piena. 4] Ben si caccia il
diavolo, ma Satana ritorna. 4] Bene per male è carità, male per bene è
crudeltà. 8] Bene educato, non mentì mai. 4] Bene perduto è conosciuto. 4] Beni
di fortuna passano come la luna. 2] Bevi il vino e lascia andar l'acqua al
mulino. 8] Bisogna dire pane al pane e vino al vino. 2] Bisogna far buon viso a
cattivo gioco. 1] Bisogna fare di necessità virtù. 2] Bisogna fare il pane con
la farina che si ha. 4] Bisogna fare la festa quando cade, e prendere il tempo
come viene. 4] Bisogna fare la festa quando è il santo. 4] Bisogna mangiare per
vivere e non vivere per mangiare. 2] Bisogna prendere gli avvenimenti quando
Dio li manda. 4] Bocca che tace nessuno l'aiuta. 2] Bocca che tace mal si può
aiutare. 42] Bocca chiusa ed occhio aperto non fecero mai male a nessuno. 4]
Botte buona fa buon vino. 2] Brutta cosa è il povero superbo e il ricco avaro.
8] Brutta di viso ha sotto il paradiso. 2] Brutto in fasce bello in piazza. 1]
Buca il marmo fin d'acqua una goccia. 8] Bue sciolto lecca per tutto. 8] Bue
fiacco stampa più forte il piede in terra. 4] Bue vecchio, solco diritto. 4]
Buon fuoco e buon vino, scaldano il mio camino. 8] Buon sangue non mente. 2]
Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo. 1] Buon vino e bravura, poco
dura. 8] Buon vino fa buon sangue. 1] 8] Buon vino, favola lunga. 8] Buona fama
presto è perduta. 4] Buona greppia, buona bestia. 8] Buona guardia giova a
molte cose. 4] Buona la forza, migliore l'ingegno. 4] Buone parole e pere marce
non rompono la testa a nessuno. 31] Burlando si dice il vero. 4] C Cader non
può, chi ha la virtù per guida. 4] Cambiano i suonatori ma la musica è sempre
quella. 1] Cambiare e migliorare sono due cose; molto si cambia nel mondo, ma
poco si migliora. 4] Campa cavallo che l'erba cresce. 2] Campa, cavallo mio,
che l'erba cresce. 1] Can che abbaia non morde. 1] Cane affamato non teme
bastone.[11] 2] Cane e gatta tre ne porta e tre ne allatta. 8] Cane non mangia
cane. 43] Cane ringhioso e non forzoso, guai alla sua pelle! 4] Capelli lunghi,
cervello corto. 4] Carta canta e villan dorme. 1] Casa fatta e vigna posta, non
si sa quello che costa. 44] Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi
sembri una badia. 45] Casa mia, casa mia, benché piccola tu sia, tu mi sembri
una badia. 2] Casa mia, casa mia, pur piccina che tu sia mi sembri una badia.
9] Castiga il buono e si emenderà; castiga il cattivo e peggiorerà. 4] Cattivo
cominciamento, fine peggiore. 8] Cavallo da vettura, poco costa e poco dura.
46] Cavallo vecchio, tardi muta ambiatura. 47] Cavolo riscaldato non fu mai
buono. 2] Cavolo riscaldato, frate sfratato e serva ritornata non furon mai
buoni. 2] Cento teste, cento cappelli. 48] Certe macchie ben si possono
grattare ma non togliere. 4] Cessato il guadagno, cessata l'amicizia. 49] Chi a
tutti facilmente crede, ingannato si vede. 4] Chi accarezza la mula rimedia
calci. 2] Chi accarezza la mula buscherà calci. 2] Chi accetta l'eredità
accetti anche i debiti. 4] Chi ad altri inganni tesse, poco bene per sé ordisce.
4] Chi alza il piede per ogni paglia, si può rompere facilmente una gamba. 8]
Chi ama me, ama il mio cane. 50] Chi ara terra bagnata, per tre anni l'ha
dissipata. 51] Chi asino nasce, asino muore. 4] Chi balla senza suono, come
asino si ritrova. 52] Chi ben coltiva il moro, coltiva nel suo campo un gran
tesoro. 47] Chi ben comincia è a metà dell'opera. 53] Chi ben comincia è alla
metà dell'opera. 2] Chi ben comincia è alla metà dell'opra. 1] Chi bene semina,
bene raccoglie. 4] Chi beve vin, campa cent'anni. 54] Chi beve birra campa
cent'anni.[12] 2] Chi biasima il suo prossimo che è morto, dica il vero, dica
il falso, ha sempre torto. 4] Chi caccia volentieri trova presto la lepre. 4]
Chi cade in povertà, perde ogni amico. 4] Chi cava e non mette, le possessioni
si disfanno. 55] Chi cavalca o trotta alla china, o non è sua la bestia, o non
la stima. 8] Chi cento ne fa una ne aspetta. 1] Chi cerca di sapere ciò che
bolle nella pentola d'altri, ha leccate le sue. 8] Chi cerca lealtà e fedeltà
nel mondo, non trova che ipocrisia. 4] Chi cerca, trova.[13] 2] Chi cerca trova
e chi domanda intende. 2] Chi coglie acerbo il senno, maturo ha sempre
d'ignoranza il frutto. 8] Chi comincia in alto, finisce in basso. 8] Chi compra
il superfluo, si prepara a vendere il necessario. 56] Chi compra sprezza e chi
ha comprato apprezza. 2] Chi conserva per l'indomani, conserva per il cane. 8]
Chi contro Dio getta la pietra, in capo gli torna. 8] Chi d'estate secca serpi,
nell'inverno mangia anguille. 4] Chi d'estate vuole stare al fresco, ci starà
anche d'inverno. 4] Chi da gallina nasce, convien che razzoli. 8] Chi da savio
operare vuole, pensi al fine. 4] Chi dà ghiande non può riavere confetti. 4]
Chi di gallina nasce convien che razzoli. 2] Chi dal lotto spera soccorso,
mette il pelo come un orso. 8] Chi dà per ricevere, non dà nulla. 8] Chi del
vino è amico, di se stesso è nemico. 8] Chi di spada ferisce di spada
perisce.[14] 1] Chi di speranza vive disperato muore. 1] Chi di una donna
brutta s'innamora, lieto con essa invecchia e l'ama ancora. 8] Chi di coltel
ferisce, di coltel perisce. 4] Chi di spirito e di talenti è pieno domina su
quelli che ne hanno meno. 4] Chi dice A arrivi fino alla Z. 4] Chi dice A deve
dire anche B. 4] Chi dice donna dice danno. 1] Chi dice donna dice guai, chi
dice uomo peggio che mai. 8] Chi dice male, l'indovina quasi sempre. 4] Chi
dice quel che vuole sente quel che non vorrebbe. 1] Chi disprezza compra. 1]
Chi disprezza vuol comprare e chi loda vuol lasciare. 2] Chi domanda ciò che
non dovrebbe, ode quel che non vorrebbe. 2] Chi domanda non erra. 2] Chi
domanda non fa errore. 57] Chi dopo la polenta beve acqua, alza la gamba e la
polenta scappa. 8] Chi dorme d'agosto dorme a suo costo. 2] Chi dorme non
piglia pesci.[15] 1] Chi è causa del suo mal pianga se stesso.[16] 1] Chi è
bugiardo è ladro. 4] Chi è destinato alla forca non annega. 58] Chi è generoso
con la bocca, è avaro col sacco. 4] Chi è in difetto è in sospetto. 1] Chi è
mandato dai farisei è ingannato dai farisei. 4] Chi è morso dalla serpe, teme
la lucertola. 8] Chi non è savio, paziente e forte si lamenti di sé, non della
sorte. 8] Chi è schiavo delle ambizioni ha mille padroni. 4] Chi è stato
trovato una volta in frode, si presume vi sia sempre. 4] Chi è svelto a
mangiare è svelto a lavorare. 1] Chi è tosato da un usuraio, non mette più
pelo. 8] Chi è uso all'impiccare, non teme la forca. 4] Chi fa da sé fa per
tre.[17] 1] Chi fa come il prete dice, va in Paradiso: ma chi fa come il prete
fa, a casa del diavolo se ne va.[18] Chi fa del bene agli ingrati, Dio lo
considera per male. 4] Chi fa il male odia la luce. 4] Chi fa l'altrui
mestiere, fa la zuppa nel paniere. 59] Chi fa la legge, deve conservarla. 4]
Chi fa una legge, deve anche preoccuparsi che sia eseguita. 4] Chi fa le fave
senza concime le raccoglie senza baccelli. 2] Chi fa falla e chi non fa
sfarfalla. 1] Chi fa un'ingiustizia, la dimentica; chi la riceve, se ne
ricorda. 4] Chi fosse indovino, sarebbe ricco. 4] Chi fugge il giudizio, si
condanna. 4] Chi fugge un matto, ha fatto buona giornata. 8] Chi getta un seme
lo deve coltivare, se vuol vederlo con il tempo germogliare. 60] Chi gioca al
lotto, è un gran merlotto. 8] Chi gioca al lotto, in rovina va di botto. 8] Chi
gioca al lotto, in rovina va di trotto. 8] Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato
ha dato. 16]. Chi ha avuto il beneficio, se lo dimentica. 4] Chi ha da far con
un incostante, tien l'anguilla per la coda. 4] Chi ha denti non ha pane e chi
ha pane non ha denti. 1] Chi ha farina non ha la sacca. 1] Chi ha fatto ingiuria
ad altri, da altri convien che la sopporti. 4] Chi ha il capo di cera, non vada
al sole. 61] Chi ha imbarcato il diavolo, deve stare in sua compagnia. 4] Chi
ha ingegno, lo mostri. 62] Chi ha per letto la terra, deve coprirsi col cielo.
8] Chi ha polvere spara. 1] Chi ha portato la tonaca puzza sempre di frate. 2]
Chi ha prete, o parente in corte, fontana gli risorge. 63] Chi ha tempo, ha
vita. 64] Chi ha tempo non aspetti tempo. 1] Chi ha terra, ha guerra. 56] Chi
ha tutto il suo in un loco l'ha nel fuoco. 2] Chi ha un mestiere in mano,
dappertutto trova pane. 4] Chi il vasto mare intrepido ha solcato, talvolta in
piccol rio muore annegato. 65] Chi la dura la vince. 1] Chi la fa l'aspetti. 1]
Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che
trova. 1] Chi lascia la via vecchia per la nuova peggio si trova. 16] Chi
lavora con diligenza, prega due volte. 4] Chi lavora, Dio gli dona. 4] Chi mal
semina mal raccoglie. 1] Chi male una volta si marita, ne risente tutta la
vita. 4] Chi male vive, male muore. 2] Chi maltratta le bestie, non la fa mai
bene. 8] Chi mangia sempre pan bianco, spesso desidera il nero. 8] Chi mangia
sempre torta se ne sazia. 8] Chi mena per primo mena due volte.Chi molto parla,
spesso falla. Chi mordere non può non mostri i denti. 40] Chi muore giace e chi
vive si dà pace. 1] Chi nasce afflitto muore sconsolato. 1] Chi nasce è bello,
chi si sposa è buono e chi muore è santo. 1] Chi nasce matto non guarisce mai.
8] Chi nasce tondo non può morir quadrato. 57] Chi non ama le bestie, non ama i
cristiani. 8] Chi non apre la bocca, non le piove dentro. 4] Chi non beve in
compagnia o è un ladro o è una spia. 1] Chi non caccia non prende. 4] Chi non
comincia non finisce. 1] Chi non crede di esser matto, è matto davvero. 8] Chi
non crede in Dio, non crede nel diavolo. 67] Chi non dà a Cristo, dà al fisco.
8] Chi non è con me è contro di me. 2] Chi non è volpe, dal lupo si guardi,
perché ne sarà preda presto o tardi. 4] Chi non fu buon soldato, non sarà buon
capitano. 68] Chi non ha fede, non ne può dare. 8] Chi non ha il gatto mantiene
i topi e chi ce l'ha li mantiene tutti e due. 8] Chi non ha imparato a
ubbidire, non saprà mai comandare. 8] Chi non ha testa abbia gambe. 57] Chi non
lavora non mangia. 2] Chi non mangia ha già mangiato. 2] Chi non muore si
rivede. 2] Chi non naufragò in mare, può naufragare in porto. 8] Chi non può
bastonare il cavallo, bastona la sella. 4] Chi non risica, non rosica. 1] Chi
non sa adulare non sa regnare. 4] Chi non sa fare non sa comandare. 68] Chi non
sa leggere la sua scrittura è asino di natura. 69] Chi non sa niente non è
buono a niente. 4] Chi non sa tacere non sa parlare. 2] Chi non sa ubbidire,
non sa comandare. 68] Chi non segue il consiglio dei genitori, tardi se ne
pente. 4] Chi non semina non raccoglie. 2] Chi non si innamora da giovane, si
innamora da vecchio. 8] Chi non trovò ombra nell'estate, la troverà
nell'inverno. 4] Chi non vuol essere consigliato, non può essere aiutato. 4]
Chi parla due lingue è doppio uomo. 70] Chi pecca in segreto fa la penitenza
pubblica. 8] Chi pecora si fa, il lupo se la mangia. 1] Chi per grazia prega,
non ha mai bene. 4] Chi perde ha sempre torto. 1] Chi perdona senza
dimenticare, non perdona che metà. 4] Chi pesca con l'amo d'oro, qualcosa
piglia sempr e. 8] Chi piglia leone in assenza, teme la talpa in presenza.
8] Chi più ha più vuole. 1] Chi più ha più ne vorrebbe. 2] Chi più lavora, meno
mangia. 4] Chi più ne fa è fatto papa. 4] Chi più ne ha più ne metta. 2] Chi
più sa meno crede. 1] Chi più spende meno spende. 2] Chi poco sa presto parla.
2] Chi porta fiori, porta amore. 8] Chi predica al deserto, perde il sermone.
71] Chi prende l'anguilla per la coda, può dire di non tenere nulla. 4] Chi
prima arriva meglio alloggia. 2] Chi prima nasce prima pasce. 1] Chi prima non
pensa dopo sospira. 2] Chi rende male per bene, non vedrà mai partire da casa
sua la sciagura. 8] Chi ricorda un beneficio, lo rinfaccia. 4] Chi ride il
venerdì piange la domenica. 1] Chi rimane in umile stato, non ha da temer caduta.
8] Chi ringrazia non vuol obblighi. 8] Chi ringrazia per una spiga, riceve una
manna. 8] Chi Roma non vede, nulla crede. 8] Chi ruba poco, ruba assai. 72] Chi
rompe paga e i cocci sono suoi. 1] Chi ruba un regno è un ladro glorificato, e
chi un fazzoletto, un ladro castigato. 4] Chi ruba una volta è sempre ladro. 4]
Chi s'accapiglia si piglia.[19] Chi s'aiuta Iddio l'aiuta. 1] Chi sa fa e chi
non sa insegna. 1] Chi sa fare fa e chi non sa fare insegna.[20] Chi sa il
gioco non l'insegni. 1] Chi sa il trucco non l'insegni. 1] Chi sa senza Cristo
non sa nulla. 8] Chi scopre il segreto perde la fede. 1] Chi semina buon grano
avrà buon pane; chi semina lupino non avrà né pan né vino. 2] Chi semina con
l'acqua raccoglie col paniere. 2] Chi semina raccoglie. 2] Chi semina vento
raccoglie tempesta.[21][22] 1] Chi serba serba al gatto. 1] Chi si contenta
gode. 1] Chi si diletta di frodare gli altri, non si deve lamentare se gli
altri lo ingannano. 4] Chi si fa i fatti suoi campa cent'anni. 57] Chi si fa un
idolo del suo interesse, si fa un martire della sua integrità. 73] Chi si fida
nel lotto, non mangia di cotto. 8] Chi si fida di greco, non ha il cervel seco.
74] Chi si guarda dal calcio della mosca, gli tocca quello del cavallo. 4] Chi
si immagina di essere più di quello che è, si guardi nello specchio. 4] Chi si
loda si sbroda. 4] Chi si prende d'amore, si lascia di rabbia. 8] Chi si scusa
si accusa. 1] Chi si somiglia si piglia. 2] Chi si sposa in fretta, stenta
adagio. 75] Chi si umilia sarà esaltato, chi si esalta sarà umiliato. 8] Chi si
vanta da solo non vale un fagiolo. 2] Chi si vanta del delitto è due volte
delinquente. 4] Chi siede in basso, siede bene. 8] Chi sta tra due selle si
trova col culo in terra. 2] Chi tace acconsente. 1][23] Chi tace davanti alla
forza, perde il suo diritto. 4] Chi tanto e chi niente. 1] Chi troppo e chi
niente. 1] Chi tardi arriva male alloggia. 1] Chi ti dà un osso non ti vorrebbe
morto. 4] Chi ti vuol male, ti liscia il pelo. 8] Chi tiene il letame nel suo
letamaio, fa triste il suo pagliaio. 8] Chi tiene la scala non è meno reo del
ladro. 76] Chi troppo comincia, poco finisce. 77] Chi troppo vuole nulla
stringe.[24] 1] Chi trova un amico trova un tesoro. 1] Chi uccide i gatti fa
male i suoi fatti. 38] Chi va a caccia non deve lasciare a casa il fucile. 4]
Chi va a Roma perde la poltrona. 2] Chi va all'acqua d'agosto, non beve o non
vuol bere il mosto. 8] Chi va all'osto, perde il posto. 78] Chi va al mulino
s'infarina. 1] Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare. 79] Chi va piano va
sano e va lontano. Chi va forte va alla morte.[25] 80] Chi ha più fretta, più
tardi finisce. 4] Chi fa in fretta fa due volte. 4] Chi pesca e ha fretta,
spesse volte prende dei granchi. 4] Chi va via perde il posto all'osteria. 81]
Chi vanta se stesso e abbassa gli altri, gli altri abbasseranno lui. 4] Chi
vende a credenza spaccia assai: perde gli amici e i quattrin non ha mai.[26] 2]
Chi dà a credito spaccia assai perde gli amici e danar non ha mai. 2] Chi va
alla festa e non è invitato, ben gli sta se ne è scacciato. 4] Chi vien di
raro, gli si fa festa. 8] Chi vince ha sempre ragione. 82] Chi vive in libertà
non tenti il fato. 4] Chi vive sei giorni nell'oasi, il settimo anela il
deserto. 8] Chi vivrà vedrà. 2] Chi vuol d'avena un granaio la semini di
febbraio. 2] Chi vuol dell'acqua chiara vada alla fonte. 4] Chi vuol udir
novelle, dal barbier si dicon belle. 8] Chi vuol esser libero, non metta il
collo sotto il giogo. 8] Chi vuol essere pagato, non dev'essere ringraziato. 8]
Chi vuol guarire deve soffrire. 4] Chi vuol impetrare, la vergogna ha da
levare. 83] Chi vuol lavoro degno assai ferro e poco legno. 2] Chi vuol pane,
meni letame. 84] Chi vuol presto impoverire, chieda prestito all'usuraio. 8]
Chi vuol provar le pene dell'inferno, la stia in Puglia e all'Aquila d'inverno.
8] Chi vuol saper cos'è l'inferno faccia il cuoco d'estate e il carrettiere
d'inverno. 8] Chi vuol un bel pagliaio lo pianti di febbraio. 8] Chi vuol
vedere Pisa vada a Genova. 85] Chi vuole arricchire in un anno, è impiccato in
sei mesi. 4] Chi vuole assai, non domandi poco. 86] Chi vuole essere amato,
divenga amabile. 9] Chi vuole essere sicuro della sua farina, deve portare egli
stesso il sacco al mulino. 4] Chi vuole i santi se li preghi. 1] Chi vuole la
figlia accarezzi la madre. 4] Chi vuole vada e chi non vuole mandi. 1] Chiara
notte di capodanno, dà slancio a un buon anno. 8] Chiodo scaccia chiodo. 2]
Chiodo schiaccia chiodo. 9] Chitarra e schioppo fanno andare la casa a galoppo.
8] Ci vuole altro che un'accozzaglia di gente per fare un esercito. 4] Ci vuole
ingegno per governare i pazzi. 4] Ciascuno è artefice della sua fortuna. 2][27]
Ciascuno è artefice della propria fortuna. 2] Ciascuno porta il suo ingegno al
mercato. 4] Cielo a pecorelle acqua a catinelle. 1] Ciò che è male per uno, è
bene per un altro. 4] Ciò che lo stolto fa in fine, il savio fa in principio.
87] Ciò che non si può cambiare bisogna saperlo sopportare. 4] Col fuoco non si
scherza. 1] Col latino, con un ronzino e con un fiorino si gira il mondo. 4] Col
nulla non si fa nulla. 1] Col pane tutti i guai sono dolci. 1] Col tempo e con
la paglia maturano le nespole.[28] 2] Col tempo e con la paglia maturano le
sorbe e la canaglia. 2] Colla sola lealtà, non si pagano i merletti della
cuffia. 4] Come farai, così avrai. 4] Come i piedi portano il corpo, così la
benevolenza porta l'anima. 4] Comincia, che Dio provvede al resto. 4] Compar di
Puglia, l'un tiene e l'altro spoglia. 8] Comun servizio ingratitudine rende. 8]
Con arte e con ingegno, si acquista mezzo regno; e con ingegno ed arte, si
acquista l'altra parte. 4] Con gli anni crescono gli affanni. 8] Con i matti
non ci son patti. 8] Con l'inchiostro, una mano può innalzare un furfante ed
abbassare un galantuomo. 8] Con la pazienza la foglia di gelso diventa seta.
88] Con la pietra si prova l'oro, con l'oro la donna e con la donna l'uomo. 8]
Con la più alta libertà, abita la più bassa servitù. 4] Con le buone maniere si
ottiene tutto. 89] Con un bicchier di vino si fa un amico. 8] Con un occhio si
frigge il pesce e con l'altro si guarda il gatto. 8] Conchiuder lega è facile,
difficile il mantenerla. 4] Confidenza toglie riverenza. 4] Conserva le monete
bianche per le giornate nere. 8] Contadini, scarpe grosse e cervelli fini. 1]
Contano più i fatti che le parole. 90] Contro due donne neanche il diavolo può
metterci il becco. 8] Contro due non la potrebbe Orlando. 91] Contro la forza
la ragion non vale. 1] Contro la nebbia forza no vale. 4] Coricarsi presto,
alzarsi presto, danno salute, ricchezza e sapienza. 8] Corpo satollo anima
consolata. 1] Corpo sazio non crede a digiuno. 1] Cortesia schietta, domanda
non aspetta. 92] Corre un pezzo la lepre, un pezzo il cane; così s'alternano le
vicende umane. 8] Cosa fatta capo ha.[29] 2] Cosa di rado veduta, più cara è
tenuta. 8] Cosa rara, cosa cara. 8] Cucina grassa, magra eredità. 4] Cuor
contento gran talento. 93] Cuor contento il ciel l'aiuta. 94] Cuor contento il
ciel lo guarda. 2] Cuor contento non sente stento. 2] D D'aprile ogni goccia
val mille lire. 2] D'aquila non nasce colomba. 4] Da colpa nasce colpa. 4] Da
cosa nasce cosa. 95] Da falsa lingua, cattiva arringa. 8] Da Lodi, tutti passan
volentieri. 8] Da un disordine nasce un ordine. 8] Dagli amici mi guardi Iddio
che dai nemici mi guardo io. 2] Dàgli, dàgli, le cipolle diventano agli. 96]
Riferito alle insidie che l'amore riserva alle virtù delle fanciulle. Dai
giudici siciliani, vacci coi polli nelle mani. 8] Dall'asino non cercar lana.
4] Dall'opera si conosce il maestro. 4] Dall'immagine si conosce il pittore. 4]
Dalla mano si riconosce l'artista. 4] Dal canto si conosce l'uccello. 4] Dal
passato è facile predire il futuro. 4] Dalla casa si conosce il padrone. 4]
Danaro e santità, metà della metà. 8] Denari e santità metà della metà. 97]
Date a Cesare quel che è di Cesare.[30] 2] Davanti al cameriere non vi è
Eccellenza. 4] Davanti l'abisso e dietro i denti di un lupo. 4] Debole catena
muover può gran peso. 8] Dei vizi è regina l'avarizia. 98] Del senno di poi son
piene le fosse. 1] Delle calende non me ne curo purché a san Paolo non faccia
scuro.[31] 2] Detto senza fatto, ad ognuno pare un misfatto. 4] Di buone
intenzioni è lastricato l'inferno. 99] Di chi è l'asino, lo pigli per la coda.
4] Di dolore non si muore, ma d'allegrezza sì. 8] Di maggio si dorme per assaggio.[32]
2] Di malerba non si fa buon fieno. 4] Di notte si ritirano i galantuomini ed
escono i birbanti. 8] Di quello che non ti interessa, non dire né bene né male.
4] Di tutte le arti maestro è l'amore. 8] Dice la serpe: non mi toccar che non
ti tocco. 8] Dicembre favaio. 16] Dicono che è mercante anche chi perde, ma
questo presto ridurrassi al verde. 100] Dieci ne pensa il topo e cento il
gatto. 101] Dietro il monte c'è la china. 2] Dietro il riso viene il pianto. 8]
Dimmi con chi vai, e ti dirò che fai. 73] Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei.
102] Dio aiuti il povero, perché il ricco può aiutar se stesso. 8] Dio dà la
piaga e dà anche la medicina. 4] Dio guarisce e il medico è ringraziato. 4] Dio
li fa e poi li accoppia. 1] Dio manda il freddo secondo i panni. 1] Dio mi
guardi da chi studia un libro solo. 4] Dio misura il vento all'agnello tosato.
4] Dio vede e provvede. 2] Disse la volpe ai figli: "Quando a tordi,
quando a grilli". 4] Dolore comunicato è subito scemato. 4] Domandando si
va a Roma. 2] Domandare è lecito, rispondere è cortesia. 2] Donna al volante,
pericolo costante. 103] Donna adorna, tardi esce e tardi torna. 8] Donna
baffuta sempre piaciuta. 2] Donna barbuta, sempre piaciuta. 103] Donna barbuta
coi sassi si saluta. 2] Donna bianca, poco gli manca. 8] Donna rossa coscia
grossa. 8] Donna che canti dolcemente in scena, pei giovani inesperti è una
sirena. 8] Donna che dona, di rado è buona. 8] Donna che piange, ovver che
dolce canti, son due diversi, ambo possenti incanti. 8] Donna che sa il latino
è rara cosa, ma guardati dal prenderla in isposa. 8] Donna e fuoco, toccali
poco. 8] Donne e motori gioie e dolori. 104] Donna e vino ubriaca il grande e
il piccolino. 8] Donna giovane e uomo anziano possono riempire la casa di
figli. 8] Donna io conosco, ch'è una santa a messa e che in casa è un'orribil
diavolessa. 8] Donna nana tutta tana. 2] Donna nobil per natura è un tesor
cheonna savia e bella è preziosa ancsempre dura. 8] Donna pelosa, donna
virtuosa. 2] Donna pregata nega, trascurata prega. 8] Donna prudente, gioia
eccellente. 8] Dhe in gonnella. 8] Donna si lagna, donna si duole, donna
s'ammala quando lo vuole. 8] Donne e sardine, son buone piccoline. 8] Donne,
danno, fanno gli uomini e li disfanno. 8] Dopo desinare non camminare; dopo cena,
con dolce lena. 4] Dopo e poi son parenti del mai. 2] Dopo il dolce vien
l'amaro. 8] Dopo il fatto il consiglio non vale. 4] Dopo il fatto viene troppo
tardi il pentimento. 4] Dopo il giorno vien la notte. 8] Dopo la grazia di Dio,
la miglior cosa è la libertà. 8] Dopo la tempesta, il sole. 8] Dopo le fosche
nuvole il sol splende più fulgido. 8] Dopo vendemmia, imbuto. 105] Non bisogna
lasciarsi sfuggire le occasioni favorevoli, chi ha tempo non aspetti tempo.
Dove c'è l'amore, la gamba trascina il piede. 8] Dove è castigo è disciplina,
dove è pace è gioia. 4] Dove entra la fortuna, esce l'umiltà. 8] Dove l'accidia
attecchisce ogni cosa deperisce. 4] Dove la fedeltà mette le radici, Dio fa
crescere un albero. 4] Dove non c'è amore, non c'è umanità. 8] Dove non c'è
fieno, i cavalli mangiano paglia. 8] Dove non c'è ordine, c'è disordine. 8]
Dove non si crede né all'inferno né al paradiso, il diavolo intasca tutte le
entrate. 8] Dove non vi è educazione, non vi è onore. 4] Dove non vi sono
capelli, male si pettina. 4] Dove può il vino non può il silenzio. 8] Dove
regna Bacco e Amore, Minerva non si lascia vedere. 4] Dove regna il vino, non
regna il silenzio. 8] Dove son carogne son corvi. 8] Dove sono i pulcini, ivi è
l'occhio della chioccia. 8] Dove vola il cuore, striscia la ragione. 8] Due
cani che un solo osso hanno, difficilmente in pace stanno. 4] Due noci in un
sacco e due donne in casa fanno un bel fracasso. 8] Due polente insieme non
furon mai viste. 8] Dura più un carro rotto che uno nuovo. 4] Duro con duro non
fa buon muro. 106] E È cattivo sparviero quel che non torna al richiamo. 8] È
difficile far diventare bianco un moro. 4] È difficile guardarsi dai ladri di
casa. 4] È difficile piegare un albero vecchio. 4] È difficile zoppicare bene
davanti allo sciancato. 8] È facile lamentarsi quando c'è chi ascolta. 8] È
impossibile come cavalcare un raggio di sole. 4] È impossibile volare senza
ali. 4] È inutile piangere sul latte versato. 98] [truismo] È l'acqua che fa
l'orto. 98] L'acqua fa l'orto. 98] È la donna che fa l'uomo. 57] È lieve
astuzia ingannar gelosia, che tutto crede quando è in frenesia. 4] È meglio
avere la cura di un sacco di pulci che una donna. 4] È meglio contentarsi che
lamentarsi. 8] È meglio correggere i propri difetti, che riprendere quelli
degli altri. 4] È meglio esser digiuno fuori, che satollo in prigione. 8] È
meglio essere testa d'anguilla che coda di storione. 8] È meglio essere uccel
di bosco, che uccel di gabbia. 8] È meglio essere umile a cavallo, che
orgoglioso a piedi. 8] È meglio gelare nella nuda cameretta della verità, che
crogiolarsi nella pelliccia della menzogna. 4] È meglio mangiarsi l'eredità,
che conservarla per il convento. 4] È meglio meritar la lode che ottenerla. 4]
È meglio sentir cantare l'usignolo, che rodere il topo. 8] È meglio testa di
lucertola che coda di drago. 8] È meglio un esercito di cervi sotto il comando
di un leone, che un esercito di leoni sotto il comando di un cervo. 4] È meglio
un leone che mille mosche. 8] È più facile biasimare, che migliorare. 4] È più
facile lagnarsi, che rimuovere gl'impedimenti. 8] È più facile prevenire una
malattia che guarirla. 8] È più facile trovar dolce l'assenzio, che in mezzo a
poche donne il silenzio. 8] È un bel predicare il digiuno a corpo pieno. 4] È
una bella risposta quella che si attaglia ad ogni domanda. 8] Ebrei e
rigattieri, spendono poco e gabbano volentieri. 4] Ecco il rimedio per
l'ipocondria: mangiare e bere in buona compagnia. 8] Errare è umano,
perseverare è diabolico. 107] Errare è umano, perseverare diabolico. 2]
Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. 108] Errore non è inganno. 4]
Errore non paga debito. 4] Errore riconosciuto conduce alla verità. 4] Esser
dotto poco vale, quando gli altri non lo sanno. 8] Èssere più torbo che non è
l'acqua dei maccheroni. 8] F Fa quel che il prete dice, non quel che il prete
fa. 1] Fa quello che fanno gli altri, e nessuno si farà beffe di te. 4] Faccia
bella, anima bella. 4] Facile è criticare, difficile è l'arte.[33] 109] Fare
debiti non è vergogna, ma pagarli è questione d'onore. 4] Fare e disfare, è
tutto un lavorare. 110] Fare l'amore fa bene all'amore. 111] Fate del bene al
villano, dirà che gli fate del male. 8] Fatta la legge trovato l'inganno.[34]
1] Fatti asino e tutti ti metteranno la soma. 4] Fatti di miele e ti
mangieranno le mosche. 4] Fatti le ali e poi vola. 4] Febbraio, febbraietto
mese corto e maledetto.[35] 2] Felice non è, chi d'esserlo non sa. 64] Femmine
e galline, se giran troppo si perdono. 8] Ferita d'amore non uccide. 8] Finché
c'è vita c'è speranza. 1] Fino alla morte non si sa qual è la sorte. 8] Fidarsi
è bene, non fidarsi è meglio. 1] Fidati dell'arte, ma non dell'artigiano. 4]
Fino alla bara sempre s'impara. 112] Fortezza che parlamenta, è prossima ad
arrendersi. 4] Fortuna cieca, i suoi acceca. 4] Fortuna instupidisce colui
ch'ella favorisce. 4] Fortunato al gioco, sfortunato in amore. 4] Fra Modesto
non fu mai priore. 8] Fra sepolto tesoro e occulta scienza, non vi conosco
alcuna differenza. 8] Fra un usuraio e un assassino poco ci corre. 8] Frutto
precoce facilmente si guasta. Fuggire l'acqua sotto la grondaia. 4] Funghi e
poeti: per uno buono dieci cattivi. 8] G Gallina che non razzola ha già
razzolato. 113] Gallina vecchia fa buon brodo. 114] Gallo senza cresta è un
cappone, uomo senza barba è un minchione. Gatta inguantata non prese mai topo.
8] Gattini sventati, fanno gatti posati. 115] Gatto e donna in casa, cane e
uomo fuori. 38] Gatto rinchiuso diventa leone. 8] Gatto scottato dall'acqua
calda, ha paura della fredda. 4] Gelosia non mette ruga. Gioco di mano gioco di villano. 1] Gioia e
sciagura sempre non dura. 8] Giovani di buon cuore, indoli buone, crescono
cattivi per poca educazione. 4] Giugno la falce in pugno.[36] 2] Gli abiti e
gli uomini presto invecchiano. Gli abiti e i costumi sono mutabili. 4] Gli
abiti sono freddi, ma ricevono il calore da chi li porta. 4] Gli amori nuovi
fanno dimenticare i vecchi. 4] Gli eredi dell'avaro sono onnipotenti, perché
possono risuscitare i morti. 4] Gli eretici rubano la parola di Dio. 4] Gli
errori degli altri sono i nostri migliori maestri. 4] Gli errori non si
conoscono finché non siano commessi. 4] Gli errori si pagano. 8] Gli estremi si
toccano. 4] Gli idoli separano papa e imperatore. 4] Gli occhi s'hanno a
toccare con le gomita. 91] Gli stolti fanno le feste e gli accorti se le
godono. 116] Gli uccelli dalle stesse piume devono stare nello stesso nido. 8]
Gli uomini onesti non temono né la luce, né il buio. 8] Gobba a ponente luna
crescente, gobba a levante luna calante. 2] Gola degli adulatori, sepolcro
aperto. 117] Gotta inossota, mai fi sanata. 118] Gran giustizia, grande offesa.
4] Grande amore, gran dolore. 8] Greco in mare, Greco in tavola, Greco non aver
a far seco. 74] Gru e donne fan volentieri il nido in alto. 8] Guardalo,
figlia, guardalo tutto, l'uomo senza denari com'è brutto. 4] Guardare e non
toccare è una cosa da imparare. 2] Guardati da chi accende il fuoco e grida poi
contro le fiamme. 4] Guardati da cane rabbioso e da uomo sospettoso. 8]
Guardati da chi giura in coscienza. 8] Guardati da chi non ha cura della sua
reputazione. 8] Guardati da chi ride e guarda da un'altra parte. 8] Guardati da
tre cose: da cavallo focoso, da uomo infido e da donna svergognata. 8] Guardati
da tutte quelle cose che possono nuocere all'anima e al corpo. 8] Guardati dai
fanciulli che ascoltano: anche i piccoli vasi hanno orecchie. 8] Guardati dai
matti, dagli ubriachi, dagli ipocriti e dai minchioni. 8] Guardati dai tumulti,
e non sarai né testimonio né parte. 8] Guardati dal diffamare, perché le prove
sono difficili. 8] Guardati dal vecchio turco e dal giovane serbo. 119]
Guardati dall'ipocrisia, perché è una cattiva malattia. 8] Guardati dalla
primavera di gennaio. 8] Guardati in tua vita di non dare a niun smentita. 8]
Guerra, peste e carestia, vanno sempre in compagnia. 120] H Ha cento volte un
uomo flemma e giudizio, alla centuna corre al precipizio. 65] Ha bel mentir chi
vien da lontano. 76] Ha la giustizia in mano bilancia e spada, perché il giusto
s'innalza e l'empio cada. 4] Ha più il ricco in un angolo, che il povero in
tutta la casa. 8] Ha un buon sapore l'odore del guadagno. 4] Ha un coraggio da
leone, quello che non fa violenza ai deboli. 8] Ho veduto assai volte un piccol
male non rispettato, divenir mortale. 65] I I baci sono come le ciliegie: uno
tira l'altro. 2] I cani abbaiano come sono nutriti. 4] I capponi sono buoni in
tutte le stagioni. 8] I cattivi esempi si imitano facilmente, meno i buoni. 4]
I debiti sono gli eredi più prossimi. 4] I denari del lotto se ne van di galoppo.
8] I denari servono al povero di beneficio, ed all'avaro di gran supplizio. 4]
I desideri non riempiono il sacco. 4] I docili non hanno bisogno della verga.
8] I doni dei nemici sono pericolosi. 4] I fanciulli diventano uomini e le
ragazze spose. 4] I fanciulli e gli ubriachi cadono nelle mani di Dio. 4] I
figli dei gatti mangiano i topi. 8] I figli sono la ricchezza dei poveri. 18] I
figli sono pezzi di cuore. 2] I fiori tanto profumano per i poveri come per i
ricchi. 8] I frati non s'inchinano all'abate, ma al mazzo delle sue chiavi. 4]
I gamberi son buoni nei mesi della erre. 8] I gatti e i veri uomini cadono
sempre in piedi. 121] I genii si incontrano. 4] I genitori amano i figli, più
che i figli i genitori. 4] I genovesi risparmiano anche sui numeri: li usano
due volte.[37] 122] I giovani vogliono essere più accorti dei vecchi. 4] I
giuramenti degli innamorati sono come quelli dei marinai. 4] I granchi son
pieni quando la luna è tonda. 8] I guai della pentola li sa il mestolo che li
rimescola. 8] I ladri grandi fanno impiccare i piccoli. 4] I loquaci e i
vantatori son mal veduti da tutti. 8] I matti ed i fanciulli hanno un angelo
dalla loro. 8] I matti fanno le feste ed i savi le godono. 4] I medici vogliono
essere vecchi, i farmacisti ricchi ed i barbieri giovani. 4] "I miei
datteri sono più dolci", dice il vischio che cresce sulla palma. 8]
[wellerismo] I panni sporchi si lavano in casa. 123] I paperi vogliono portare
a bere le oche. 4] I parenti sono come le scarpe: più sono stretti, più fanno male.
2] I pazzi crescono senza innaffiarli. 8] I pazzi e i fanciulli possono dire
quello che vogliono. 8] I pazzi per lettera sono i maggiori pazzi. 124] I pazzi
si conoscono dai gesti. 8] I peccati di gioventù si piangono in vecchiaia. 8] I
poeti nascono, e gli oratori si formano. 8] I poveri cercano il mangiare per lo
stomaco; e i ricchi lo stomaco per mangiare. 8] I poveri hanno la salute e i
ricchi le medicine. 8] I pulci di vendemmia li tiene l'uomo e non le femmine.
125] I ricchi devono consolare i poveri. 8] I rimproveri del padre fanno più
che le legnate della madre. 8] I soldi non fanno la felicità. 2] I veri amici
sono come le mosche bianche. 4] Il bel tempo non viene mai a noia. 9] Il ben di
un anno se ne va in una bestemmia. 4] Il ben fare non è mai tardo. 4] Il
bisognino fa trottar la vecchia. 2] Il bue dice cornuto all'asino. 126] Il bue
mangia il fieno perché si ricorda che è stato erba. 2] Il buon ordine è figlio
del disordine. 8] Il buon nocchiero muta vela, ma non tramontana. 8] Il caffè
deve essere caldo come l'inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e
dolce come l'amore.[38] 127] Il caldo delle lenzuola non fa bollire la pentola.
128] Il cane che ho nutrito è quel che mi morde. 8] Il cane è il miglior amico
dell'uomo. 2] Il cane pauroso abbaia più forte. 4] Il cane rode l'osso perché
non può inghiottirlo. 4] Il coccodrillo mangia l'uomo e poi lo piange. 8] Il
colombo che rimane in colombaia è al sicuro dal falco. 8] Il colore più caro
agli ebrei è il giallo. 4] Il coraggio copre l'eroe meglio che lo scudo il
codardo. 8] Il corpo e l'anima ridono a chi si alza di buon mattino. 8] Il
corvo piange la pecora e poi la mangia. 117] Il cuor cattivo rende
ingratitudine per beneficio. 8] Il cuor magnanimo si piglia con poco amore, e
il cuore dello stolto con poca adulazione. 8] Il cuore ha le sue ragioni e non
intende ragione.[39] 129] Il dare è onore, il chiedere è dolore. 8] Il delitto
non si deve tollerare, ma anche meno si deve approvare. 4] Il denaro è il nervo
della guerra. 4] Il denaro può molto, ma l'amore può tutto. 4] Il diavolo ben
si lascia pigliare per la coda, ma non se la lascia strappare. 4] Il diavolo fa
le pentole ma non i coperchi. 1] Il diavolo non è così brutto come lo si
dipinge. 130] Il diavolo vuol farsi cappuccino. 2] Il diavolo vuol farsi santo.
2] Il domandare è senno, il rispondere è obbligo. 8] Il dono del cattivo è
simile al suo padrone. 56] Il dubbio è padre del sapere. 4] Il fare insegna a
fare. 4] Il fatto non si può disfare. 4] Il ferro di cavallo che risuona, ha
bisogno di un chiodo. 8] Il ferro è duro, ma il fuoco lo rende morbido. 4] Il
figlio al padre s'assomiglia, alla madre la figlia. 4] Il filo sottile
facilmente si strappa. 4] Il fuoco che non mi scalda, non voglio che mi scotti.
4] Il fuoco che non mi brucia, non lo spengo. 4] Il gatto ama i pesci, ma non
vuole bagnarsi le zampe. 131] Il gatto brontola sempre, anche quando gode. 8]
Il gatto che si è bruciato, ha paura anche dell'acqua fredda. 121] Il gatto è
una tigre domestica. 8] Il gatto lecca oggi, domani graffia. 132] Il gatto non
è gatto se non è ladro. 133] Il gatto non ti accarezza, si accarezza vicino a
te. 134] Il generoso non ha mai abbastanza denaro. 4] Il gentiluomo chiede solo
il miele, ma la gentildonna vuol anche la cera. 8] Il gioco è bello quando dura
poco. 2] Il gioco, il lotto, la donna e il fuoco non si contentan mai di poco.
8] Il giudizio è opera di Dio. 4] Il grano rado non fa vergogna all'aia. 135]
Il Greco dice la verità solo una volta all'anno. 4] Il lamentarsi non riempie camera
vuota. 8] Il lavorare senza pregare, è una botte senza vino, e oro senza
splendore. 4] Il lavoro nobilita l'uomo. 136] Il letto si chiama rosa, se non
si dorme si riposa. 137] Il lotto è la tassa degli imbecilli. 8] Il lotto è un
inganno continuo. 8] Il lupo non caca agnelli. 2] Il lupo perde il pelo ma non
il vizio.[40] 1] Il lupo quando acciuffa una pecora, ne guarda già un'altra. 4]
Il magnanimo è superiore all'ingiuria, all'ingiustizia, al dolore. 8] Il
magnanimo non ricorre all'astuzia. 8] Il male che non ha riparo è bene tenerlo
nascosto. 4] Il male peggiore dei mali è il timore. 8] Il male viene in grandi
quantità, e se ne va via a poco a poco. 4] Il matrimonio è la tomba dell'amore.
2] Il mattino ha l'oro in bocca. 138] Le ore del mattino hanno l'oro in bocca.
139] Il medico pietoso fa la piaga puzzolente. 140] Il medico pietoso fa la
piaga verminosa. 140] Il meglio è nemico del bene. 1] Il merlo ingrassa in
gabbia, il leone muore di rabbia. 8] Il miele non è fatto per gli asini. 4] Il
miglior tiro ai dadi è non giocarli. 4] Il molto ringraziare significa chieder
dell'altro. 8] Il mondo ricompensa come il caprone che dà cornate al suo
padrone. 8] Il mulino di Dio macina piano ma sottile. 141] Il nano è piccolo
anche se è sul campanile. 8] Il passato deve essere maestro dell'oggi. 4] Il
passato non deve prendere a prestito dall'oggi. 4] Il peggior passo è quello
dell'uscio. 2] Il pesce puzza dalla testa. 1] Il Piemonte è la sepoltura dei
francesi. 8] Il poeta ben trova le palme, ma non i datteri. 8] Il politico
bacia con la bocca, e tira calci con i piedi. 8] Il Portogallo[41] è piccolo,
ma è un pezzo di zucchero. 8] Il povero non può e il ricco non vuole. 8] Il
prete, dove mangia, vi canta. 142] Il prete vien cantando e va via zufolando.
143] Il prete vive ancor un anno dopo morte. 142] I suoi familiari continuano
ad incassar per un anno i suoi redditi.[42] Il primo amore non si arrugginisce.
8] Il primo amore non si scorda mai. 8] Il primo anno ci si abbraccia, il
secondo si fascia, il terzo anno si ha la malattia e la cattiva Pasqua. 4] Il
puledro non va all'ambio, se la cavalla trotta. 144] Il ramo assomiglia al
tronco. 4] Il ricco ha tanto bisogno del povero, quanto il povero del ricco. 8]
Il ricco vive, il povero vivacchia. 8] Il ringraziare non fa male alla bocca.
8] Il ringraziare non paga debito. 8] Il riso abbonda sulla bocca degli stolti.
2] Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi. 145] Il riso nasce nell'acqua ma
deve morire nel vino. 8] Il sapere è di tutti. 2] Il «se» e il «ma» sono due corbellerie
da Adamo in qua. 4] Il silenzio è d'oro e la parola d'argento. 1] Il sospirar
non vale. 8] Il superfluo del ricco è il necessario del povero. 8] Il tatto è
tattica. 8] Il tatto è tutto. 8] Il tempo è denaro. 146] Il tempo è un gran
medico. 147] Il tempo scopre tutto, perché è galantuomo. 147] Il tempo vola.
147] Il termine della notte è l'inizio del giorno. 8] Il timore fa trottare
anche lo zoppo. 8] Il troppo gestire è da pazzi. 8] Il troppo tirare, l'arco fa
spezzare. 4] Il turco ben può divenir un dotto, ma un uomo giammai. 119] Il
ventre non ha orecchie. 2] Il vero infermo è quello che non vuol esser guarito.
8] Il vino al sapore, il pane al colore. 8] Il vino è buono per chi lo sa bere.
8] Il vino è forte ma il sonno lo vince, ma più forte d'ogni cosa è la donna.
8] Il vino è il latte dei vecchi. 8] Il vino è mezzo vitto. 8] Il vino fa
ballare i vecchi. 8] Il vino la mattina è piombo, a mezzodì argento, la sera
oro. 8] Impara a vivere lo sciocco a sue spese, il savio a quelle altrui. 4] Impara
l'arte e mettila da parte. 1] In amore e in guerra niente regole. 8] In bocca
chiusa non entran mosche. 2] In Campania si inganna persino il diavolo. 8] In
casa del calzolaio non si hanno scarpe. 4] In cento libbre di legge, non v'è
un'oncia di amore. 148] In chiesa coi santi e in taverna coi ghiottoni. 1] In
compagnia prese moglie un frate. 1] In febbraio la beccaccia fa il nido. 8] In
Lazio si nasce coi sassi in mano. 8] In lunghi viaggi anche la paglia pesa. 8]
In paradiso non ci si va in carrozza. 141] In Sardegna non vi son serpenti, né
in Piemonte bestemmie. 8] In tanta incostanza e quantità delle cose umane,
nulla, se non quello che è passato, è sicuro. 4] In terra di ciechi, beato chi
ha un occhio. 36] In terra di ladri, la valigia dinanzi. 8] In vaso mal lavato,
il vino è tosto guastato. 8] Ingegno e capelli, crescono soltanto con gli anni.
4] Insieme non vanno la pudicizia e la beltà. 4] Inventare è poco, diffondere
l'invenzione è tutto. 4] L L'abbaiare dei cani non arriva in cielo. 4] L'abbondanza
non lascia dormire il ricco. 4] L'abete che fa ombra crede di fare frutti. 4]
L'abete cresce in altezza, ma la felce cresce in larghezza. 4] L'abito non fa
il monaco.[43] 2] L'abuso insegna il vero uso. 4] L'acqua cheta rovina i ponti.
2] L'acqua corre al mare. 149] L'acqua e il fuoco sono buoni servitori, ma
cattivi padroni. 4] L'acqua fa male e il vino fa cantare. 8] L'acqua fa marcire
i pali. 5] L'acqua fa venire i ranocchi in corpo. 150] L'acqua di maggio
inganna il villano: par che non piova e si bagna il gabbano[44]. 2] L'acqua non
è fatta per sposarsi. 9] L'allegria dei cattivi dura poco. 8] L'allegria è di
ogni male il rimedio universale. 4] L'allegria è il balsamo della vita. 8]
L'allegria fa campare, la passione fa crepare. 8] L'allegria piace anche a Dio.
8] L'allegria scaccia ogni male. 8] L'allodola vola in alto, ma fa il suo nido
in terra. 8] L'altezza è mezza bellezza.[45] 2] L'ambizione e la vendetta
muoiono sempre di fame. 4] L'ambizione è nemica della ragione. 4] L'amore di
carnevale muore in quaresima. 8] L'amore è cieco. 2] L'amore è cieco, ma vede
lontano. 8] L'amore fa passare il tempo e il tempo fa passare l'amore. 8]
L'amore non è bello se non è litigarello. 103] L'amore non si misura a metri.
8] L'amore passa dentro la cruna di un ago. 8] L'amore quanto più è bestia,
tanto più sublime. 32] L'amore scalda il cuore e l'ira fa il poeta. 8] L'amore
senza baci è pane senza sale. 8] L'animo fa il nobile e non il sangue. 8]
L'anno produce il raccolto, non il campo. 4] L'apparenza inganna. 1] L'appetito
non vuol salsa. 151] L'appetito vien mangiando. 1] L'arancia la mattina è oro,
il giorno argento, la sera è piombo. 2] Con riferimento a chi fa fatica a
digerire le arance. L'arcobaleno la mattina bagna il becco della gallina;
l'arcobaleno la sera buon tempo mena. 1] L'arte non ha maggior nemico
dell'ignorante. 4] L'asino e il mulattiere non hanno lo stesso pensiero. 4]
L'asino non conosce la coda, se non quando non l'ha più. 4] L'assai basta e il
troppo guasta. 1] L'avaro in punto di morte rimpiange i soldi spesi per la
bara. 8] L'avaro lascia eredi ridenti. 4] L'avaro non dorme. 4] L'avaro non
vive, vegeta. 4] L'avversità che fiacca i cuori deboli, ingagliardisce le anime
forti. 8] L'eccesso degli obblighi può fare perdere un amico. 4] L'eccesso
della gioia divien tristezza, e l'eccesso del vino ubriachezza. 8] L'eccezione
conferma la regola.[46] 1] L'eclissi di sole avviene di giorno e non di notte.
4] L'edera taciturna si arrampica in cima alla quercia. 4] L'elefante non cura
il morso delle pulci. 8] L'elemosina non fa impoverire. 4] L'eloquenza del
cattivo è falso acume. 8] L'Epifania tutte le feste porta via.[47] 1] L'erba
del vicino è sempre più verde.[48] 152] L'erba voglio non cresce nemmeno nel
giardino del re. 2] L'erba che non voglio, cresce nell'orto. 4] L'erba non
cresce sulla strada maestra. 4] L'eredità paterna ai paterni, la materna ai
materni. 4] L'errore che si confessa è mezzo rimediato. 4] L'errore è un
cocchiere che conduce sopra una falsa strada. 4] L'errore è umano, il perdono
divino. 153] L'esercizio è buon maestro. 4] L'esperienza nel mondo conduce alla
diffidenza, la diffidenza conduce al sospetto, il sospetto all'astuzia,
l'astuzia alla malvagità e la malvagità a tutto. L'esperienza senza il sapere è
meglio che il sapere senza sapienza. 70] L'estate ce la porta sant'Urbano e
l'autunno san Bartolomeo. 4] L'estate davanti e l'inverno dietro. 4] L'estate
di San Martino dura tre giorni e un pochinino.[49] 2] L'estate per chi lavora,
l'inverno per chi dorme. 4] L'estate è una schiava, l'inverno un padrone. 4]
L'estate per il povero è migliore dell'inverno. 4] L'eternità è una compera
lunga. 4] L'eternità non ha capelli grigi. 4] L'eterno parlatore né ode né
impara. 4] L'idolo si adora finché non è infranto. 4] L'ignorante ha le ali di
un'aquila e gli occhi di un gufo. 4] L'inchiostro è il mio campo, su cui posso
scrivere valorosamente; la penna, il mio aratro; le parole, la mia semente. 8]
L'inchiostro è nero, e tinge le dita e la reputazione. 8] L'inferno e i
tribunali son sempre aperti. 4] L'ingegno viene con gli anni, e se ne va con
gli anni. 4] L'ingratitudine converte in ghiaccio il caldo sangue. 8]
L'ingratitudine è la mano sinistra dell'egoismo. 8] L'ingratitudine è un'amara
radice da cui crescono amari frutti. 8] L'ingratitudine nuoce anche a chi non è
reo. 8] L'ingratitudine taglia i nervi al beneficio. 8] L'intelletto è nella
testa e non negli anni. 4] L'intelletto non viene mai prima degli anni. 4]
L'interesse acceca anche i galantuomini. 8] L'inverno al fuoco e l'estate all'ombra.
4] L'invidia è annessa alla felicità. 4] L'invidia è un gufo che non può
sopportare la luce della prosperità degli altri. 4] L'invidia è una bestia che
rode le proprie gambe, quando non ha altro da rodere. 4] L'invidia somiglia
alla gramigna, che mai non muore, e da per tutto alligna. 4] L'ipocrisia
intasca il denaro, e la verità va mendica. 4] L'ira senza forza, non vale una
scorza. 4] L'ira turba la mente e acceca la ragione. 4] L'Italia è il paese
dove corre latte e miele. 4] L'Italia è un paradiso abitato da demoni. 4]
L'Italia per nascervi, la Francia per viverci e la Spagna per morirvi. 4]
L'occasione fa l'uomo ladro. 1] L'occhio del padrone ingrassa il cavallo. 1]
L'oggi non deve calunniare il passato. 4] L'olivo benedetto vuol trovar pulito
e netto.L'ombra di un principe dev'essere la liberalità. 4] L'ordine caccia il
disordine. 8] L'ordine è pane, il disordine è fame. 8] L'orgoglio crede che il
suo uovo abbia due tuorli. 8] L'orgoglio è stoltezza, l'umiltà è saviezza. 8]
L'orgoglio fa colazione con l'abbondanza, pranza con la povertà e cena con la
vergogna. 154] L'orologio dell'amore ritarda sempre. 8] L'ospite è come il
pesce: dopo tre giorni puzza. 2] L'ospite e il pesce dopo tre dì rincresce. 1]
L'ozio è il padre di tutti i vizi. 1] L'ozio in gioventù non è la via della
virtù. 4] L'uguaglianza e misurar tutti con la stessa spanna, è la legge della
morte. 8] L'umiliarsi è da saggio, l'avvilirsi è da bestia. 8] L'umiliazione va
dietro al superbo. 8] L'umiltà è il miglior modo di evitare l'umiliazione. 8]
L'umiltà è la corona di tutte le virtù. 8] L'umiltà è la madre dell'onore. 8]
L'umiltà è una virtù che adorna tanto la vecchiaia, quanto la gioventù. 8]
L'umiltà ottiene spesso più dell'alterigia. 8] L'umiltà sta bene a tutti. 8]
L'umiltà sta bene con la castità. 8] L'unione fa la forza. 1] L'uomo avaro e
l'occhio sono insaziabili. 4] L'uomo deve tenere aperta la bocca a lungo prima
che c'entri un colombo arrostito. 4] L'uomo fu creato per lavorare, come
l'uccello per volare. 4] L'uomo ordisce e la fortuna tesse. 1] L'uomo politico
accende una candela a Dio e un'altra al diavolo. 8] L'uomo per la parola e il
bue per le corna. 1] L'uomo propone e Dio dispone. 1] L'uomo propone e la donna
dispone. 2] L'uomo si conosce al bicchiere. 4] L'uomo si giudica male
dall'aspetto. 4] L'usura arricchisce, ma non dura. 8] L'usura è il miglior
apostolo del diavolo. 8] L'usura è la figlia primogenita dell'avarizia. 8]
L'usura è un assassinio. 8] L'usura è vietata da Dio. 8] L'usura veglia quando
l'uomo dorme. 8] L'usuraio arricchisce col sudor dei poveri. 8] L'usuraio ha un
torchio a sangue. 8] L'usuraio ingrassa andando a spasso. 8] La bestemmia gira
gira torna addosso a chi la tira. 4] La buona cantina fa il buon vino. 8] La
buona mamma fa la buona figlia. 4] La buona sorte ogni vile cuore fa forte. 8]
La calma è la virtù dei forti. 2] La capacità si vede nelle difficoltà. 4] La
carestia è il pane dell'usuraio. 4] La carne migliore è quella intorno
all'osso. 4] La carne senz'osso non fa brodo. 4] La carrucola non frulla, se
non è unta. 4] La cattiva sorte porta spesso buona sorte. 8] La cicala prima
canta e poi muore. 8] La coda è la più lunga da scorticare. 1] La comodità fa
l'uomo cattivo. 8] La compassione è la figlia dell'amore. 4] La concordia rende
forti i deboli. 8] La contentezza viene dalle budella. 1] La corda troppo tesa
si spezza. 1] La cupidigia rompe il sacco. 4] La dieta ogni mal quieta. 155] La
difficoltà sta nell'iniziare. 4] La diffidenza aguzza gli occhi. La diffidenza
è la morte dell'amore. 4] La diffidenza porta più avanti della fiducia. 4] La
donna a 15 anni scherza, a 20 brilla, a 25 ama, a 30 brama, a 35 sente, a 40
vuole e a 50 paga. 8] La donna bisogna praticarla un giorno, un mese e
un'estate per sapere che odore sa. 8] La donna buona vale una corona. 8] La
donna deve avere tre m: matrona in strada, modesta in chiesa, massaia in casa.
8] La donna e l'orto vogliono un sol padrone. 8] La donna ha più capricci che
ricci. 8] La donna oziosa non può essere virtuosa. 8] La donna per piccola che
sia, vince il diavolo in furberia. 8] La donna più sciocca vale due uomini. 8]
La donna troppo in vista, è di facile conquista. 8] La fame caccia il lupo dal
bosco. 1] La fame caccia il lupo dalla tana. 4] La fame spinge il lupo nel
villaggio. 4] La fame condisce tutte le vivande. 4] La fame non vede la muffa
nel pane. 4] La fame è cattiva consigliera. 1] La fame, gran maestra, anche le
bestie addestra. 4] La fame muta le fave in mandorle. 4] La farina del diavolo
va tutta in crusca. 1] La fedeltà non è mai rimeritata abbastanza, e
l'infedeltà mai abbastanza. 4] La femmina è cosa mobile per natura. 4] La fine
della passione è il principio del pentimento. 129] La fortuna aiuta gli audaci.
2] La fortuna del savio ha per figliola la modestia. 8] La fortuna è cieca. 2]
La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo. 108] La fretta fa rompere la
pentola. 8] La fretta è una cattiva consigliera. 108] La furia non fu mai
buona. 4] La gallina del vicino sembra un fagiano. 152] La gatta frettolosa
fece i gattini ciechi. 1] La gatta grassa fa onore alla casa. 121] La gatta,
mette il piede davanti alla vacca. 156] La gatta non s'accosta alla pentola che
bolle. 38] La gatta vorrebbe mangiar pesci, ma non pescare. 157] La gelosia
della moglie è la via al suo divorzio. 4] La gelosia è il peggiore di tutti i
mali. 4] La gelosia è una passione che cerca avidamente quel che tormenta. 4]
La generosità è un muro che non si può alzare più alto di quello che arrivano i
materiali.La gente ricca alleva male i suoi cani, e la gente povera i suoi
figlioli. La gente savia non si cura di quel che non può avere. 87] La gioventù
fugge, e la bellezza sfiorisce. 4] La gioventù vuol fare il suo corso. 4] La
lealtà se ne è andata dal mondo e la dirittura si è messa a dormire. 4] La lega
fa forte i deboli. 4] La liberalità è un muro che non si deve rizzare più alto
di quello che comportino i materiali. 4] La liberalità non sta nel dare molto,
ma saggiamente. 4] La libertà del povero è di lasciarlo mendicare. 4] La
libertà è da Dio; le libertà, dal diavolo. 4] La libertà è più cara degli occhi
e della vita. 4] La libertà fila con le sue mani il filo della sua tenda. 4] La
lingua batte dove il dente duole. 1] La lingua non ha osso e sa rompere il
dosso. 4] La lingua spagnola è la più amabile; quando il diavolo tentò Eva, le
parlo in spagnolo. 8] La lode propria puzza, quella degli amici zoppica. 4] La
luna di gennaio è la luna del vino. 2] La luna è bugiarda: quando fa la C
diminuisce, e quando fa la D cresce 158] La luna non cura l'abbaiar dei cani.
2] La luna regge il lume ai ladri. 158] La luna, se non riscalda, illumina.
158] La Lombardia è il giardino del mondo. 8] La madre del peggio è sempre
incinta. 159] La madre degli imbecilli è sempre incinta. 160] La madre dei
fessi è sempre incinta. 160] La magnificenza spesso copre la povertà. 4] La
mala erba non muore mai. 1] La mala nuova la porta il vento. 1] La malerba
cresce presto. 2] La malinconia e le cure fanno invecchiare anzitempo. 4] La
mercanzia rara è meglio che buona. 8] La miglior difesa è l'attacco. 1] La
minestra lunga sa di fumo. 8] La modestia è il dattero che matura raramente
sull'albero della ricchezza. 8] La modestia è madre d'ogni creanza. 8] La
moglie è la chiave di casa. 8] La morte ci rende uguali nella sepoltura,
disuguali nell'eternità. 8] La necessità aguzza l'ingegno. 2] La necessità fa
più ladri che galantuomini. 8] La notte è fatta per gli allocchi. 8] La notte
porta consiglio. 1] La novella non è bella, se non c'è la giuntarella. 8] La
pancia del buongustaio è il cimitero dei cibi buoni. 8] La parola del ricco è
simile al sole, e quella del povero è simile al vapore. 8] La pazienza è la
virtù dei forti. 9] La pazienza è una buon'erba, ma non nasce in tutti gli
orti. 88] La pecora che se ne va sola, il lupo la mangia. 91] La peggio ruota è
quella che stride. 8] La peggior carne da conoscere è quella dell'uomo. 4] La
penitenza corre dietro al peccato. 8] La pentola vuota è quella che suona. 8]
La pianta si conosce dal frutto. 1] La pigrizia e l'impudicizia sono sorelle.
8] La pittura è una poesia tacita, e la poesia una pittura loquace. 8] La più
bell'ora per il mangiare è quella in cui si ha fame. 8] La polenta è utile per
quattro cose: serve da minestra, serve da pane, sazia e scalda le mani. 8] La
povertà è priva di molte cose, l'avarizia è priva di tutto. 56] La prima acqua
è quella che bagna. 1] La prima gallina che canta ha fatto l'uovo. 108] La
prima eredità al primo figlio, l'ultima eredità all'ultimo figlio. 4] La
provvidenza quel che toglie rende. 4] La pulce che esce di dietro l'orecchio
con il diavolo si consiglia. 8] La puttana e la lattuga una stagione dura. 8]
La rana è usa ai pantani, se non ci va oggi ci andrà domani. 8] La rana non
morde, perché non ha denti. 8] La rana, o salta o piscia, ma mai non sbrana. 8]
La razza comincia dalla bocca. 8] La roba dei pazzi è la prima ad andarsene. 8]
La ruota della fortuna gira. 4] La ruota della fortuna non è sempre una. 4] La
scorza fa bella la castagna. 4] La scimmia è sempre scimmia, anche vestita di
seta. 8] La semplicità senza accortezza è pura pazzia. 8] La sera leoni e la
mattina coglioni. 2] La sorte è come ognuno se la fa. 8] La speranza è cattivo
denaro. 161] La speranza è il pane dei poveri. 2] La speranza è il patrimonio
dei poveri. 2] La speranza è il sogno dell'uomo desto. 2] La speranza è
l'ultima a morire. 2] La speranza è la miglior consolazione nella miseria. 161]
La speranza è la miglior musica del dolore. 161] La speranza è la ricchezza dei
poveri. 2] La speranza è sempre verde. 2] La speranza è un balsamo per i cuor
piagati. 161] La speranza è un sogno nella veglia. 2] La speranza infonde
coraggio anche al codardo. 161] La speranza ingrandisce, l'esperienza
rimpicciolisce. 57] La superbia è figlia dell'ignoranza. 1] La superbia mostra
l'ignoranza. 162] La superbia va a cavallo e torna a piedi. 1] La terra è madre
di tutti gli uomini ed anche sepoltura. 8] La troppa umiltà vien dalla
superbia. 8] La vanagloria è un fiore che mai non porta frutta. 163] La vera
libertà è non servire al vizio. 4] La verità è nel vino. 8] La verità viene
sempre a galla. 2] La veste copre gran difetti. 55] La via dell'inferno è
lastricata di buone intenzioni. 1] La vipera morta non morde seno, ma pure fa
male coll'odor del veleno. 8] La virtù sta nel mezzo.[51] 164] La vita è breve
e l'arte è lunga.[52] 55] La vita è già mezzo trascorsa anziché si sappia che
cosa sia. 165] La volpe si conosce dalla coda. 4] Lamentarsi, supplicare e bere
acqua è lecito a tutti. 8] Latte e vino, tossico fino. 8] Lavora come se avessi
a campare ognora, adora come avessi a morire allora. 4] Lavoro non ingrassò mai
bue. 4] Le allegrezze non durano. 8] Le belle penne rendono bello l'uccello. 4]
Le bellezze durano fino alle porte, la bontà fino alla morte. 4] Le braccia e
le mani del povero appartengono al ricco. 8] Le bugie hanno le gambe corte. 1]
Le bugie sono lo scudo degli uomini dappoco. 4] Le chiacchiere non fanno
farina. 1] Le colombe che rimangono in colombaia, sono sicure dal nibbio. 8] Le
cose lunghe diventano serpi. 1] Le cose lunghe prendono vizio. 1] Le dita della
mano sono disuguali. 8] Le donne hanno lunghi i capelli e corti i cervelli. 4]
Le donne hanno quattro malattie all'anno, e tre mesi dura ogni malanno. 8] Le
bestie vanno trattate da bestie. 8] Le cattive nuove sono le prime ad arrivare.
8] Le cattive nuove volano. 1] Le chiavi ed i lucchetti non si fanno per le
dita fidate. 8] Le disgrazie non vengono mai sole. 1] Le disgrazie sono come le
ciliegie: una tira l'altra.[53] Le donne hanno lunghi i capelli e corti i
cervelli. 166] Le donne hanno sette anime... e mezza. 8] Le donne ne sanno una
più del diavolo. 2] Le donne piglian bene le pulci. 8] Le lacrime sono le armi
delle donne. 4] Le leghe e le corde fradice non durano a lungo. 4] Le malattie
ci dicono quel che siamo. 88] Le montagne stanno ferme, gli uomini
s'incontrano. 167] Le ore del mattino hanno l'oro in bocca. 1] Le parole sono
femmine e i fatti sono maschi. 1] Le piante che fruttano troppo presto, si
seccano. 8] Le querce non fanno limoni. 2] Le ragazze sono d'oro, le sposate
d'argento, le vedove di rame e le vecchie di latta. 8] Le rane han perso la
coda perché non seppero chiedere aiuto. 8] Le rose cascano, le spine restano.
168] Le teste di legno fan sempre del chiasso. 55] Le Trentine vengono giù
pollastre e se ne vanno sù galline. 8] Le vie della provvidenza sono infinite.
1] Le vie del Signore sono infinite. 1] Leggi, rileggi e pondera. 8] Lingua
cheta e fatti parlanti. 4] Lo sbadiglio non vuol mentire: o che ha sonno o che
vorrebbe dormire, o che ha qualche cosa che non può dire. 8] Lo scarafaggio
corre sempre allo sterco. 8] Lo scimunito parla col dito. 8] Lo scorpione dorme
sotto ogni lastra. 8] Lo smargiasso ciancia in guerra, il valente combatte
muto. 8] Loda il gran campo e il piccolo coltiva. 169] Loda il monte e tieniti
al piano. 2] Loda il pazzo e fallo saltare, se non è pazzo lo farai diventare.
8] Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. 170] Lontan dagli occhi, lontan dal
cuore. 2] Luna di grappoli a gennaio luna di racimoli a febbraio.[54] 2] Lunga
lingua, corta mano. 8] Lungo come la quaresima.[55] 2] Luglio dal gran caldo,
bevi bene e batti saldo. 16] Lungo digiuno caccia la fame. 4] Lupo non mangia
lupo. 2] M Ma in premio d'amore amor si rende. 33] Maggio ortolano, molta
paglia e poco grano. 16] Maggiore il santo, maggiore la sua umiltà. 8] Mai gli
uomini sanno essere abbastanza riconoscenti verso gli inventori. 4] Mal comune
mezzo gaudio. 2] Mal può rendere ragion del proprio fatto chi lardo o pesce
lascia in guardia al gatto. 65] Mal si giudica il cavallo dalla sella. 3] Male
che si vuole non duole. 9] Male ignoto si teme doppiamente. 8] Male non fare,
paura non avere. 2] Male voluto non fu mai troppo. 57] Maledetto il ventre che
del pan che mangia non si ricorda niente. 8] Manca tanto la pazienza ai poveri,
quanto la compassione ai ricchi. 8] Mangiar molto e far buona digestione, è un
privilegio che han poche persone. 8] Mano dritta e bocca monda possono andare
per tutto il mondo. 4] Marinaio genovese, mercante fiorentino. 8] Martello
d'oro non rompe le porte del cielo. 47] Marzo è pazzo. 16] Marzo pazzerello
guarda il sole e prendi l'ombrello. 2] Marzo molle, gran per le zolle. 16]
Mazza e pane fanno i figli belli; pane senza mazza fa i figli pazzi. 171]
Medico vecchio e chirurgo giovane. 172] Medico vecchio e medicina nuova. 2]
Chirurgo giovane e medico anziano.[56] Mediocre bestiame ben pasciuto è di
maggior vantaggio che molto bestiame mal mantenuto. 173] Meglio andare a letto
senza cena, che alzarsi con debiti. 4] Meglio aperto rimprovero, che odio
segreto. 8] Meglio dietro agli uccelli, che dietro ai signori. 8] Meglio essere
ben educato, che nascere nobile. 4] Meglio essere invidiati che compatiti. 174]
Meglio fare la serva in casa propria, che la padrona in casa altrui. 4] Meglio
fave in libertà, che capponi in schiavitù. 8] Meglio fringuello in man che
tordo in frasca. 2] Meglio fringuello in tasca che tordo in frasca. 2] Meglio
il marito senz'amore, che con gelosia. 75] Meglio l'uovo oggi che la gallina
domani. 1] Meglio mangiar carote in pace che molte pietanze in disunione. 8]
Meglio mendicante che ignorante. 124] Meglio pane con amore, che gallina con
dolore. 4] Meglio poco che niente. 1] Meglio soli che male accompagnati. 1]
Meglio tardi che mai. 1] Meglio un asino vivo che un dottore morto. 1] Meglio
un fiorino guadagnato, che cento ereditati. 4] Meglio un magro accordo che una
grassa sentenza. 2] Meglio un morto in casa che un pisano all'uscio. 2] Meglio
una festa che cento festicciole. 1] Meglio una volta arrossire che mille
impallidire. 8] Meglio vivere ben che vivere a lungo. 64] Meno siamo meglio
stiamo. 57] Mente lieta, vita quieta e moderata dieta. 2] Merito non conosciuto
poco vale. 8] Milan può far, Milan può dir, ma non può far dell'acqua vin. 8]
Mille errori sono più facilmente pronunciati che una verità. 4] Moglie e buoi
dei paesi tuoi. 1] Donne e buoi dei paesi tuoi. 2] Mogli che non contraddicono
e galline che facciano le uova d'oro, sono uccelli rari. 8] Moglie maglio. 1]
Molte cose si giudicano impossibili a farsi prima che siano fatte. Molte mani
fanno l'opera leggera. Molte paglie unite possono legare un elefante. 8] Molte
volte la belleza più adorabile si unisce alla stupidaggine più insopportabile. Molte
volte si perde per negligenza quello che si è guadagnato con giustizia. 4]
Molti hanno buone carte in mano, ma non le sanno giocare. 4] Molti inventano
oro con la bocca ed hanno piombo alle mani e ai piedi. 4] Molti parlano
d'Orlando anche se non videro mai il suo brando. 8] Molti sfuggono alla pena,
ma non ai rimorsi della coscienza. 8] Molti si immaginano di avere il pulcino,
che non hanno ancora l'uovo. 4] Molti si lamentano del buon tempo. 8] Molti
sono i verseggiatori, pochi i poeti. 8] Molti squartano un gatto e giurano che
era un leone. 8] Molti voti fanno l'abate. 4] Molto denaro, molti amici. 4]
Molto fumo e poco arrosto. 1] Molto può nuocere una piccola negligenza. 8]
Morire di fame in una madia di pane. 4] Morta la serpe, spento il veleno. 8]
Morto un papa se ne fa un altro. 1] Mulo buon mulo, ma cattiva bestia. 8] Muore
il ricco, gli fanno il funerale; muore il povero, nessuno gli dice: vale. 8]
Muove la coda il cane non per te, ma per il pane. 4] N Natale con i tuoi,
Pasqua con chi vuoi. Né col capretto né con l'agnello, si adopera il coltello.
8] Né di venere, né di marte non si sposa né si parte, né si dà principio
all'arte. 2] Né donna né tela al lume di candela. 8] Ne uccide più la lingua
che la spada. 2] Ne uccide più la gola che la spada. 2] Necessità fa legge e
tribunale. 2] Negli ordini pari, i pareri sono dispari. 8] Nel bere e nel
camminare si conoscono le donne. 8] Nel bosco tagliato non ci stanno assassini.
8] Nel dubbio astieniti. 2] Nel monte di Brianza, senza vin non si danza. 8]
Nel paese degli zoppi, zoppicar non è vergogna. 8] Nel regno dei ciechi anche
un orbo è re. 175] Nel regno dei ciechi anche un guercio è re. 175] Nel regno
di Dio, poveri e ricchi sono uguali. 8] Nell'autunno non bisogna più sognare di
rose e tulipani. 4] Nell'estate si deve pensare all'inverno, e nella gioventù
alla vecchiaia. 4] Nell'eternità si arriva sempre in tempo. Nell'inverno il
pazzo sogna rose, e nell'estate il savio le raccoglie. 4] Nella botte piccola
c'è il buon vino. 8] Nella felicità ragione, nell'infelicità pazienza. 8] Nella
gotta, il medico non vede gotta. 176] Nelle sventure si conosce l'amico. 1]
Nessuna corona è più bella di quella dell'umiltà. 8] Nessuna fortezza è così
salda che non si lasci conquistare dall'oro. 4] Nessuna ingiustizia rimane
impunita. 4] Nessuna mela è così bella che non abbia qualche difetto. 4]
Nessuna nuova, buona nuova. Nessuno è profeta in patria. Nessuno può dare
quello che non ha. 4] Nessuno può difendersi dalla beffa. 4] Ne uccide più
Bacco che Marte. 4] Neve di Dicembre dura fin che dura la brina. 8] Niente è
più bello di una faccia allegra. 8] Niuna guardia è migliore di quella che una
donna fa a se stessa. 4] Non accettare i rimproveri o consigli da chi educare
non seppe i propri figli. Non aspettar che l'abete porti pomi. 4] Non basta
esser galantuomo, bisogna anche esser conosciuto per tale. 8] Non bisogna fare
il diavolo più nero di quello che è. 8] Non bisogna fasciarsi il capo prima di
romperselo. 8] Non bisogna mai usare due pesi e due misure. 8] Non bisogna
scuotere l'orzo dal sacco prima di avere il frumento. Non c'è alcuno così
povero che non possa aiutare, né alcuno così ricco che non abbia bisogno
d'aiuto. 8] Non c'è cosa più triste sulla terra dell'uomo ingrato.Non si muove
foglia che Dio non voglia. Non c'è affanno senza danno. 4] Non c'è Carnevale
senza luna di febbraio. Non c'è due senza tre. 1] Non c'è due senza tre e il
quarto vien da sé. 2] Non c'è cosa così cattiva che non sia buona a qualche
cosa. 4] Non c'è eretico che non abbia la sua credenza. 4] Non c'è fumo senza
arrosto. 1] Non c'è gallina né gallinaccia che di gennaio l'uova non faccia. 2]
Non c'è intoppo per avere, più che chiedere e temere. 178] Non c'è male senza
bene. 4] Non c'è miglior cieco di quello che non vuole vedere. 4] Non c'è pane
senza pena. 1] Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. 2] Non c'è regola
senza eccezioni. 1] Non c'è rosa senza spine.Non cade foglia che Dio non
voglia. 1] Non ci fu mai frettoloso che non fosse pazzo. 8] Non ci rimane
nessuna vigna da vendemmiare, e né meno nessuna donna da maritare. 179] Non
credere a donna, quand'anche sia morta. 4] Non destare il can che dorme. 1] Non
dire quattro se non l'hai nel sacco. 2] Non dire gatto se non ce l'hai nel
sacco. 180] Non è arte il giocare, ma lo smettere. 4] Non è bello ciò che è
bello, ma è bello ciò che piace. 181] Non è bene esser poeta nel villaggio. 8]
Non è bene riporre denaro in una cassa di cui non si ha la chiave. 4] Non è col
dire "miel, miel," che la dolcezza viene in bocca. 117] Non è
contento quel che si lamenta. 8] Non è in nessun luogo chi è in ogni luogo. 4]
Non è mai gran gagliardia, senza un ramo di pazzia. 8] Non è povero, se non chi
si crede tale. 8] Non è sempre savio chi non sa esser qualche volta pazzo. 8]
Non è sì tristo cane, che non meni la coda. 182] Non è tutto oro quel che
luccica. 183] Non è tutto oro quel che riluce. 183] Non esiste amore senza
gelosia. 8] Non fa la stessa viva sensazione il solletico a tutte le persone.
8] Non facendo niente, più pena si sente. 4] Non far mai bene, non avrai mai
male. 8] Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.[58] 2]
Non fare il male ch'è peccato, non fare il bene ch'è sprecato. 1] Non fare il
passo più lungo della gamba. 2] Non gira il corvo che non sia vicina la
carogna. 8] Non lodare il bel giorno prima di sera. 4] Non mettere il carro
davanti ai buoi. 184] Non mettere il rasoio in mano a un pazzo. 8] Non mettere
un rasoio in mano a un pazzo. 185] Non mi morse mai scorpione, ch'io non mi
medicassi col suo olio. 8] Non nominar la corda in casa dell'impiccato. 1] Non
ogni abisso ha un parapetto. 4] Non ogni lettera va alla posta, non ogni
domanda vuole risposta. 8] Non pensa il cuore quel che dice la bocca. 4] Non
perde il cervello se non chi l'ha. 8] Non rimandare a domani quello che puoi
fare oggi. 1] Non sempre va d'accordo la campana dell'orologio con la
meridiana. 8] Non serve dire «Di tal acqua non berrò». 4] Non si campa d'aria.
4] Non si comincia bene se non dal cielo. 4] Non si dà fumo senza fuoco. 4] Non
si entra in Paradiso a dispetto dei Santi. 1] Non si fa niente per niente. 1]
Non si fan nozze coi fichi secchi. 186] Non si finisce mai di imparare. 4] Non
si insegna a nuotare ai pesci. 4] Non si legge mai libro senza imparare
qualcosa. 4] Non si possono cavar le castagne dal fuoco colla zampa del gatto.
187] Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. 1] Non si può bere e
fischiare. 77] Non si sa mai per chi si lavora. 4] Non si sta mai tanto bene
che non si possa star meglio, né tanto male che non si possa star meglio. 8]
Non sono cacciatori tutti quelli che portano il fucile. 4] Non sono uguali
tutti i giorni. 4] Non ti far povero a chi non ha da farti ricco. 8] Non ti
fidar d'un tratto, di grazia o di bontà. 8] Non ti vantar farfalla, tuo padre
era un bruco. 8] Non tutte le ciambelle riescono col buco. 1] Non tutte le
lacrime vengono dal cuor. 4] Non tutti i matti rompono i piatti. 8] Non tutti i
pazzi stanno al manicomio. 8] Non tutti possiamo abitare in piazza. 8] Non
tutti sono ammalati quelli che sono in letto. 8] Non tutti sono infelici come
credono. 8] Non tutti sono infermi quelli che gridano ahi! 8] Non tutti vedono
la serpe che sta nascosta sotto l'erba. 4] Non tutto il male vien per nuocere.
2] Non v'è mai tanta pace in convento, come quando i frati portano tonache
uguali. 8] Non vi è donna senza amore. 8] Non vi è inganno che non si vinca con
l'inganno. 4] Non vi è lino senza resca, né donna senza pecca. 4] Non vi è
nulla che ricercando non si possa penetrare. 4] Non vi è peggior burla che la
vera. 4] Non vi fu mai gatta che non corresse ai topi. 8] Non vendere la pelle
dell'orso prima di averlo ucciso. 1] Non vo' dormire né fare la guardia. 4]
Notte, amore e vino fanno spesso l'uomo meschino. 8] Novembre vinaio. 16] Nulla
è così buono che a lungo andare non venga a noia. 8] Nuovo padrone, nuova
legge. 58] Nutri il corvo e ti caverà gli occhi. 8] Nutri la serpe in seno, ti
renderà veleno. 8] O O taci, o di' cosa migliore del silenzio.[59] 8] Occhio
che piange cuore che duole. 2] Occhio che piange cuore che sente. 2] Occhio non
vede, cuore non duole. 2] Occhio per occhio, dente per dente.[60] 2] Olio di
lucerna ogni mal governa. 2] Oggi a me domani a te. 2] Oggi allegria, domani
malinconia. 8] Oggi creditore, domani debitore. 8] Oggi fresco e forte, domani
nella morte. 8] Oggi in figura, domani in sepoltura. 8] Oggi in pace, domani in
guerra. 8] Oggi mercante, domani mendicante. 8] Oggi pioggia e doman vento,
tutto cambia in un momento. 8] Ogni Abele ha il suo Caino. 4] Ogni animale per
non morir s'aiuta. 188] Ogni bel gioco dura poco. 1] Ogni bella scarpa diventa
ciabatta, ogni bella donna diventa nonna. 8] Ogni bene infine svanisce, ma la
fama non perisce. 4] Ogni cosa ch'è rara, suol essere più cara. 8] Ogni
disuguaglianza, l'amore uguaglia. 4] Ogni erba si conosce dal seme. 4] Ogni fatica
merita ricompensa. 4] Ogni gatta ha il suo febbraio. 8] Ogni giorno non è
festa. 4] Ogni giorno non si fanno nozze. 4] Ogni grillo si crede cavallo. 8]
Ogni lasciata è persa. 1] Ogni legno ha il suo tarlo. 1] Ogni lucciola non è un
fuoco. 8] Ogni lumaca vede le corna delle altre. 189] Ogni matto fa il suo
atto. 8] Ogni medaglia ha il suo rovescio. 1] Ogni pazzo vuol dar consiglio. 8]
Ogni pelo ha la sua ombra. 4] Ogni popolo ha il governo che si merita. 190]
Ogni promessa è debito. 1] Ogni rana si crede gran dama. 8] Ogni rana si crede
una Diana. 8] Ogni scimmia trova belli i suoi scimmiotti. 8] Ogni serpe ha il
suo veleno. 8] Ogni simile ama il suo simile. 1] Ogni uccello fa il suo verso.
8] Ogni uccello canta il suo verso. 191] Ognun patisce del suo mestiere. 192]
Ognuno trascura per sé i godimenti dell'arte sua, quasi venutigli a noia perché
ci ha guardato dentro: il cuoco non è mai ghiotto, il calzolaio va colle scarpe
rotte. Ognun per sé e Dio per tutti. 1] Ognun vede le proprie oche come cigni.
8] Ognuno all'arte sua e il lupo alle pecore. 2] Ognuno ama sentirsi lodare. 4]
Ognuno che ha un gran coltello, non è un boia. 4] Ognuno fa degli errori. 4]
Ognuno faccia il suo mestiere. 2] Ognuno ha i suoi gusti. Ognuno ha il suo
affanno. 8] Ognuno ha la sua croce. 1] Ognuno tira l'acqua al suo mulino. 2]
Orto, uomo morto. 169] Orzo e paglia fanno il caval da battaglia. 8] Ospite
raro ospite caro. 1] Ottobre mostaio. 16] P Paese che vai usanza che trovi. 1]
Paga il giusto per il peccatore. 1] Pancia affamata, vita disperata. 4] Pancia
piena non crede a digiuno. 1] Pancia vuota non sente ragioni. Parla all'amico come se ti avesse a diventar
nemico. 8] Pane finché dura, vino con misura. 194] Parenti, amici, pioggia,
dopo tre giorni vengono a noia. 8] Parenti serpenti. 1] Parenti serpenti,
cugini assassini, fratelli coltelli. 2] Parere e non essere è come filare e non
tessere. 2] Parlare francese come una vacca spagnola. 4] Passata la festa
gabbato lo santo. 1] Passato il fiume scordato il santo. 4] Patti chiari, amici
cari. 2] Patti chiari amicizia lunga. 2] Pazzi e buffoni hanno pari libertà. 8]
Pazzo è colui che bada ai fatti altrui. 8] Pazzo è quel prete che biasima le
sue reliquie. 195] Pazzo per natura, savio per scrittura. 8] Peccati vecchi,
penitenza nuova. 8] Peccato celato è mezzo perdonato.[61] 196] Peccato
confessato è mezzo perdonato. 8] Per amore anche una donna onesta, può perdere
la testa. 8] Per chi vuol esser libero, non c'è catena che tenga. 8] Per essere
amabili, bisogna amare. 9] Per fare l'elemosina non manca mai la borsa. 4] Per
il galantuomo non ci sono leggi. 8] Per il saggio le lacrime delle donne sono
come gocce salate. 4] Per imparare qualche cosa, non è mai troppo tardi. 4] Per
l'abbondanza del cuore la bocca parla. 4] Per l'oro, l'abate vende il convento.
4] Per la santa Candelora dell'inverno siamo fora, ma se piove o tira vento,
dell'inverno siamo dentro. 2] Per la santa Candelora se tempesta o se gragnola
dell'inverno siamo fora; ma se è sole o solicello siamo solo a mezzo inverno. 2]
Per natura tutti gli uomini sono simili; per l'educazione diventano interamente
diversi. 4] Per ogni civetta che si sente cantare sul tetto, non bisogna metter
lutto. 8] Per quanto alletti la bellezza di un fiore, nessuno lo coglie se ha
cattivo odore. 4] Per san Lorenzo la noce è fatta. 2] Per San Lorenzo la noce
si spacca nel mezzo. 197] Per san Lorenzo piove dal cielo carbone ardente. 2]
Per Santa Caterina [25 novembre], le bestie fuori dalla cascina. 198] Per
trovare ingiustizie non occorrono lanterne. 4] Per un chiodo si perde un ferro,
e per un ferro un cavallo. 8] Per un punto Martin perse la cappa.[63] 2] Per
una scopa formano un mercato tre donne e assordan tutto il vicinato. 8] Perde
le lacrime chi piange davanti al giudice. 4] Perdona a tutti, ma non a te. 199]
Perdonare è da uomini, scordare è da bestie. 199] Pesce che va all'amo, cerca
d'esser gramo. 8] Pianta a cui spesso si muta luogo, non prende vigore. 4]
Piccola fiamma non fa gran luce. 8] Piccola pietra rovesciar può il carro. 8]
Piccola scintilla può bruciar la villa. 8] Piccole ruote portano gran pesi. 8]
Piccolo ago scioglie stretto nodo. 8] Piglia il bene quando viene, ed il male
quando conviene. 8] Piove sempre sul bagnato. 2] Pisa, pesa per chi posa. 8]
Più alta la condizione, più si deve essere umili. 8] Più briccone, più
fortunato. 4] Più il fiume è profondo, più scorre il silenzio. 4] Più si
chiacchiera, meno si ama. 8] Piuttosto un asino che porti, che un cavallo che
butti in terra. 87] Poca brigata vita beata. 1] Poeta si nasce, oratori si
diventa. 200] Poeti e Santi campano tutti quanti. 201] Poeti, pittori e
pellegrini a fare e a dire sono indovini. 8] Polenta e latte bollito, in
quattro salti è digerito. 8] Portare frasconi a Vallombrosa. 4] Prendi la bruna
per amante e la bionda per moglie. 8] Preghiera di gatto e brontolio di pulce
non arrivano in cielo. 131] Preghiera umile entra in cielo. 8] Presto e bene,
raro avviene. 8] Prete spretato e cavolo riscaldato, non fu mai buono.[64]
Prevedere per provvedere e prevenire. 202] Prima della morte non chiamare
nessuno felice. 4] Prima di ammogliarsi bisogna fare il nido. 4] Prima di
andare alla pesca esamina ben bene la tua rete. 8] Prima di domandare, pensa
alla risposta. 203] Prima lusingare e poi graffiare, è arte dei gatti. 8] Prodigo
e bevitor di vino, non fa né forno né mulino. 8] Pugliesi, cento per forca e un
per paese. 8] Puoi ben drizzare il tenero virgulto, non l'albero già fatto
adulto. 4] Putto in vino e donna in latino non fecero mai buon fine. 4] Q Qual
proposta tal risposta. 1] Qualche intervallo il pazzo ha di saviezza, qualche
intervallo il savio ha di stoltezza. 8] Qualche volta anche Omero sonnecchia.
204] Quale uccello, tale il nido. 205] Quand'anche si trapiantassero in
paradiso, i cardi non porterebbero mai rose. 8] Quando arriva la gloria
svanisce la memoria. 2] Quando c'è l'esercito, si trova anche il generale. 4]
Quando c'è la salute c'è tutto. 57] Quando canta la rana, la pioggia non è
lontana. 8] Quando ci sono molti galli a cantare non si fa mai giorno. 16] Quando
è alta la passione, è bassa la ragione. 206] Quando è finito il raccolto dei
datteri, ciascuno trova da ridire alla palma. 8] Quando fischia l'orecchio
dritto, il cuore è afflitto; quando il manco, il cuore è franco. 8] Quando
gli eretici si accapigliano, la chiesa ha pace. 4] Quando il colombo ha il
gozzo pieno, le vecce gli sembrano amare. 8] Quando il culo è avvezzo al peto
non si può tenerlo cheto. 2] Quando il fanciullo è satollo anche il miele non
ha più gusto. 4] Quando il fanciullo ha sette anni, la ragione spunta in lui.
207] Quando il gatto lecca il pelo viene acqua giù dal cielo. 38] Quando il
gatto non c'è i topi ballano. 1] Quando il gatto non può arrivare al lardo dice
che è rancido. 8] Quando il gatto si lecca e si sfrega le orecchie con la
zampina, pioverà prima che sia mattina. 8] Quando il gozzo è pieno, le ciliegie
sono acerbe. 8] Quando il grano ricasca, il contadino si rizza. 57] Quando il
grano va a male, bisogna ringraziare Dio per la paglia. 8] Quando il lardo è
divorato, poco val cacciare il gatto. 8] Quando il mandorlo non frutta, la
semente ci va tutta. 8] Quando il padrone zoppica, il servo non va diritto. 8]
Quando il sole splende, non ti curar della luna. 8] Quando il tempo è chiaro in
autunno, vento nell'inverno. 4] Quando in autunno sono grassi i tassi e le
lepri, l'inverno è rigoroso. 4] Quando l'amore è a pezzi non c'è alcuna colla
che lo riappiccichi. 8] Quando l'angelo diventa diavolo, non c'è peggior
diavolo. 4] Quando l'avaro muore, il danaro respira. 4] Quando l'Italia suona
la chitarra, la Spagna le nacchere, la Francia il liuto, l'Irlanda l'arpa, la
Germania la tromba, l'Inghilterra il violino, l'Olanda il tamburo, nulla è
uguale ad esse. 8] Quando la barba fa bianchino, lascia la donna e tienti al
vino. 208] Quando la cicala canta in settembre, non comprare gran da vendere.
8] Quando la fame entra dalla porta, l'amore esce dalla finestra. 8] Quando la
grazia di Dio è nel cuore, gli occhi nuotano nell'allegria. 4] Quando la guerra
comincia s'apre l'inferno. 4] Quando la neve si scioglie si scopre la mondezza.
1] Quando la pera è matura casca da sé. 1] Quando la pera è matura bisogna che
caschi. 16] Quando la radice è tagliata, le foglie se ne vanno. 8] Quando la
ragione dorme, il cuore scappuccia. 8] Quando la luna è bianca il tempo è
bello; se è rossa, vuole dire vento; se pallida, pioggia. 4] Quando la rana
canta il tempo cambia. 8] Quando non dice niente, non è dal savio il pazzo
differente. 8] Quando non sai, frequenta in domandare. 209] Quando piove col
sole le vecchie fanno l'amore. 1] Quando piove col sole il diavolo fa l'amore.
1] Quando piove col sole le streghe fanno l'amore. 2] Quando piove col sole si
marita la volpe.[65] 2] Quando piove d'agosto, piove miele e mosto. 8] Quando
si è in ballo bisogna ballare. 1] Quando si è patito si è inclini a compatire.
4] Quando si mangia non si parla. 57] Quando sono fidanzate hanno sette mani e
una lingua, quando sono sposate hanno sette lingue e una mano. Quando un amico
chiede, non v'è domani. 210] Quando un povero dà al ricco, Dio ride in cielo.
8] Quando una cosa è accaduta, poco vale lamentarsi. 8] Quando viene la forza,
il diritto è morto. 4] Quanto più è alto il monte, tanto più profonda la valle.
4] Quanto più la rana si gonfia, più presto crepa. Quanto più se n'ha, tanto
più se ne vorrebbe. 4] Quattro lumi non s'accendono. 2] Quattro nuove
invenzioni vanta il mondo: scorticare senza coltello, arrostire senza fuoco,
lavare senza sapone, e invece degli occhiali vedere attraverso le dita. 4] Quel
ch'è innato per natura, si porta alla sepoltura. Quel ch'è raro, è stimato. 8]
Quel che con l'acqua mischia e guasta il vino, merita di bere il mare a capo
chino. 8] Quel che è disposto in cielo, conviene che sia. 4] Quel, che è fatto,
è fatto, e non si può fare, che fatto non sia. 211] Quel che è fatto è reso. 2]
Quel che non può l'ìngegno, può spesso la fortuna. Quel che non puoi pagare col
denaro, pagalo almeno col ringraziamento. 8] Quel che è gioco per il forte per
il debole è morte. 8] Quel che si dà al ricco, si ruba al povero. 8] Quel che
si fa a fin di bene, non dispiace mai a Dio. 4] Quel che si fa all'oscuro,
appare al sole. 4] Quel che supera il mio intelletto, lo lascio stare. 4]
Quella bellezza l'uomo saggio apprezza che dura sempre, fino alla vecchiaia. 4]
Quelli che hanno meno ingegno, ne hanno da vendere più degli altri. 4] Quello
che abbaia è il cane sdentato. 4] Quello che deve durare per l'eternità non si
deve scrivere con l'acqua. 4] Quello che è accaduto ieri, può accadere oggi. 4]
Quello che è passato, è scordato. 4] Quello che ha da essere, sarà. 4] Quello
che non avviene oggi, può avvenire domani. 4] Quello che non è stato può
essere. 4] Quello che non può l'intelletto, può spesso il caso. 4] Quello che
puoi fare oggi, non rimandarlo a domani. Quello che si dice all'eco nel bosco,
il bosco lo ripete. 4] Quello che si impara in gioventù, non si dimentica mai
più. 4] Quello che si usa non si scusa. 212] Quello è mio zio, che vuole il
bene mio. 4] Quello è un fanciullo accorto che conosce suo padre. 4] Questo devi
sapere che la gelosia di un Arabo è la stessa gelosia. 4] Quieta non muovere.
16] R Raglio d'asino non giunse mai al cielo. 2] Rana di palude sempre si
salva. 8] Rane, malsane. 8] Render nuovi benefici all'ingratitudine è la virtù
di Dio e dei veri uomini grandi. 8] Ricchezza mal disposta a povertà s'accosta.
8] Ricchezze nell'India, sapere in Europa, e pompa fra gli ottomani. 8] Ricchi
e poveri non portano che un lenzuolo all'altro mondo. 8] Ricco e grande fortuna
potrà farti, ma mai il comune senso potrà darti. 4] Ricorda che il nemico può
diventarti amico. 8] Ride ben chi ride ultimo. 2] Ride ben chi ride l'ultimo.
2] Roba calda il corpo non salda. 213] Roba d'altri, tutti scaltri. 4] Roma, a
chi nulla in cent'anni, a chi molto in tre dì. 8] Roma non fu fatta in un
giorno. 2] Roma santa, Aquila bella, Napoli galante. 214] Rosso di mattina,
pioggia vicina. 215] Rosso di sera bel tempo si spera; rosso di mattina acqua
vicina. 2] Rosso di sera, buon tempo si spera; rosso di mattina mal tempo si
avvicina. 1] Rosso e giallaccio pare bello ad ogni faccia, verde e turchino si
deve essere più che bellino. 216] Rovo, in buona terra covo. 169] S Salta chi
può. 1] San Benedetto[66] la rondine sotto il tetto. 2] San Lorenzo dalla gran
calura. 2] San Pietro abbracciato, Cristo negato. 4] San Silvestro [31
dicembre] l'oliva nel canestro. 2] Sangue giovane sempre spavaldo. 8] Sasso che
rotola non fa muschio. 47] Pietra che rotola non fa muschio. 2] Sbagliando
s'impara. 1] Scalda più l'amore che mille fuochi. 8] Scherza coi fanti e lascia
stare i Santi. 1] Scherzando intorno al lume che t'invita, farfalla perderai
l'ali e la vita. 65] Scherzo di mano, scherzo di villano. 1] Gioco di mano,
gioco di villano. 1] Schiena di mulo, corso di barca, buon per chi n'accatta.
8] Scusa non richiesta, accusa manifesta.[67] 217] Se ari male, peggio
mieterai. 47] Se fossero buoni i nipoti non si leverebbero dalla vigna. 218] Se
gioventù sapesse, se vecchiaia potesse. 167] Se i gatti sapessero volare, le
beccacce sarebbero rare. 131] Se il coltivatore non è più forte della su' terra
questa finisce per divorarlo. 47] Se il ladro lasciasse il suo rubare, non ci
sarebbero più forche. 4] Se il giovane sapesse di quanto ha bisogno la
vecchiaia, chiuderebbe spesso la borsa. 4] Se il padre di famiglia è miope, i
servi sono ciechi. 8] Se il piede destro è zoppo, Dio rafforza il sinistro. 8]
Se il poeta s'erige a oratore predicherà agli orecchi e non al cuore. 8] Se il
primo bottone hai fatto essere secondo, tutti sbagliati saranno da cima a fondo.
4] Se il re sputa sopra un abete si chiama subito abete reale. 4] Se il ricco
conoscesse la fame del povero, gli darebbe del suo pane. 8] Se il ringraziare
costasse denaro, molti se lo terrebbero in tasca. 8] Se il tuo gatto è ladro
non scacciarlo di casa. 8] Se il virtuoso è povero, il lodarlo non basta; il
dovere primo è d'aiutarlo. 8] Se la pazzia fosse dolore, in ogni casa si
sentirebbe stridere. 8] Se le lattughe lasci in guardia alle oche, al ritorno
ne troverai ben poche. 219] Se ne vanno gli amori e restano i dolori. 4] Se
nessuno sa quel che sai, a nulla serve il tuo sapere. 8] Se non è zuppa è pan
bagnato. 1] Se non hai mai rubato, la parola ladro non è per te un'ingiuria. 4]
Se occhio non mira, cuor non sospira. 8] Se ognun spazzasse da casa sua, tutta
la città sarebbe netta. 220] Se piovesse oro, la gente si stancherebbe a
raccoglierlo. 8] Se son rose fioriranno. 1] Se ti vuoi nutrire bene, fai
ballare i trentadue. 8] Se un fratello compie un omicidio, gli altri non sono
responsabili. 4] Se vuoi che t'ami, fa' che ti brami. 8] Se vuoi portare l'uomo
a incretinire, fallo ingelosire. 4] Segui il filo e troverai il gomitolo. 4]
Senza denari non canta un cieco. 1] Senza denari non si canta messa. 1] Senza
umiltà tutte le virtù sono vizi. 8] Sempre ti graffierà chi nacque gatto. 8]
Senza umanità non vi è né virtù, né vero coraggio, né gloria durevole. 8] Seren
d'inverno e nuvolo d'estate, non ti fidare. 4] Sette in un colpo! disse quel
sarto che aveva ammazzato sette mosche. 8] [wellerismo] Settembre, l'uva è
fatta e il fico pende. 16] Si bacia il fanciullo a causa della madre, e la
madre a causa del fanciullo. 4] Si deve alzare di buon'ora chi vuol contentare
i suoi vicini. 8] Si dice il peccato, ma non il peccatore. 2] Si mantiene un
esercito per mille giorni, e non se ne fa uso che per un momento. 4] Si parla
del diavolo e spuntano le corna. 130] Si può conoscere la tua opinione dal tuo
sbadigliare. 8] Si può vivere senza fratelli ma non senza amici.[68] Si stava
meglio quando si stava peggio.[69] 2] Sia l'astrologo che l'indovina ti portano
alla rovina. 4] Sicuro come il pane. 4] Sin che si vive, s'impara sempre. 4]
Sol gente di mal'affare, bestie e botte, van fuori di notte. Son padrone del
mondo oggi le donne e cedon toghe e spade a cuffie e gonne. 8] Sono meglio
cento beffe che un danno. 4] Sono sempre gli stracci che vanno all'aria. 1]
Sopra l'albero caduto ognuno corre a fare legna. 4] Sopra ogni vino, il greco è
divino. 8] Sotto la neve pane, sotto l'acqua fame. 1] Spesso a chiaro mattino,
v'è torbida sera. 222] Spesso chi commette un'ingiustizia, ne subisce una
peggiore. 4] Spesso vince più l'umiltà che il ferro. 8] Sposa bagnata sposa
fortunata. 223] Stretta la foglia, larga la via dite la vostra che ho detto la
mia. 2] Larga la foglia, stretta la via dite la vostra che ho detto la mia. 2]
Stringe più la camicia che la gonnella. 4] Studia non per sapere di più, ma per
sapere meglio degli altri. 224] Studio in gioventù, onore alla vecchiaia. 4]
Sulla pelle della serpe nessuno guarda alle macchie. 8] Superbia povera spiace
anche al diavolo; umiltà ricca piace anche a Dio. 8] T T'annoia il tuo vicino?
Prestagli uno zecchino. 4] Tagliare i capelli con la pentola. 225] Tagliarli
male. Tal lascia l'arrosto che poi brama il fumo. 4] Tale padre, tale figlio.[70]
2] Tanti galli a cantar non fa mai giorno. 1] Tanti idoli, tanti templi. Tanti
pochi fanno un assai. 226] Tanto fumo e poco arrosto. 2] Tanto l'amore quanto
il fuoco devono essere attizzati. 8] Tanto l'amore quanto la minestra di
fagioli vogliono uno sfogo. 8] Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo
zampino. 1] Tempo chiaro e dolce a capodanno, assicura bel tempo tutto l'anno.
8] Tenga bene a mente un bugiardo quando mente. 4] Tentar non nuoce. 1] Terra
assai, terra poca. 169] Terra bianca, tosto stanca. 227] Terra coltivata
raccolta sperata. 2] Terra nera buon grano mena. 2] Testa di lucertola, collo
di gru, gambe di ragno, pancia di vacca, groppa di baldracca. 8] Testa di pazzo
non incanutisce mai. 8] Tinca di maggio e luccio di settembre. 8] Tinca in
camicia, luccio in pelliccia. 8] Tira più un pelo di fica che cento paia di
buoi. 2] Tira più un capello di donna che cento paia di buoi. 8] Tolta la
causa, cessato l'effetto. 8] Tondi l'agnello e lascia il porcello. 8] Torinesi
e Monferrini, pane, vino e tamburini. 8] Tra cani non si mordono. 1] Tra i due
litiganti il terzo gode. 1] Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. 1] Tra
l'incudine e il martello, mano non metta chi ha cervello. 4] Tra moglie e
marito non mettere il dito. 1] Tradimento piace assai, traditor non piace mai.
148] Trattar male il povero è il disonor del ricco. 8] Tre cose cacciano l'uomo
di casa: fumo, goccia e femmina arrabbiata. 4] Tre cose fanno l'uomo ammalato:
amore, vino e bagno. 8] Tre cose simili: prete, avvocato e morte. Il prete
toglie dal vivo e dal morto; l'avvocato vuol del diritto e del torto; e la
morte vuole il debole e il forte. 142] Tre cose sono rare: un buon melone, un
buon amico e una buona moglie. 8] Tre sono le meraviglie, Napoli, Roma e la
faccia tua. 228] Trenta monaci e un abate non farebbero bere un asino per
forza. 4] Triste e guai, chi crede troppo e chi non crede mai. 8] Triste quel
cane che si lascia prendere la coda in mano. 8] Triste quell'estate, che ha
saggina e rape. 8] Tromba di culo, sanità di corpo. 213] Troppa manna, nausea.
8] Troppa modestia è orgoglio mascherato. 8] Troppe soddisfazioni tolgono ogni
voglia. 8] Troppi cuochi guastano la cucina. 1] Troppo povero e troppo ricco fa
ugual disgrazia. 8] Tu scherzi col tuo gatto e l'accarezzi, ma so ben io qual
fine avran quei vezzi. 8] Turchi e Tartari, flagelli dei popoli. 229] Tutta la
strada non fallisce il saggio che, accortosi a metà, corregge il viaggio. 4]
Tutte le cose sono difficili prima di diventar facili. 70] Tutte le strade
portano a Roma. 1] Tutte le volpi si ritrovano in pellicceria. 2] Tutte le
volpi si rivedono in pellicceria. 2] Tutte le volte che si ride si toglie un
chiodo dalla cassa. 230] Tutti del pazzo tronco abbiamo un ramo. 8] Tutti i
fiumi vanno al mare. 1] Tutti i giorni sono buoni per andare a caccia. ma non
per prendere uccelli. 4] Tutti i guai son guai, ma il guaio senza pane è il più
grosso. 1] Tutti i gusti son gusti. 1] Tutti i mestieri danno il pane. 231]
Tutti i nodi vengono al pettine. 1] Tutti i peccati mortali sono femmine. 8]
Tutti i salmi finiscono in gloria. 1] Tutti siamo figli di Adamo ed Eva. 190]
Tutto ciò che dura a lungo annoia. 8] Tutto è bene quel che finisce bene.[71]
1] Tutto il cervello non è in una testa. 4] Tutto il mondo è paese. Tutto quello
che è bianco non è farina. 4] Tutto s'accomoda fuorché l'osso del collo. 31] U
Uccellin che mette coda vuol mangiare a tutte l'ore. 2] Uccello raro ha nido
raro. 8] Ucci ucci, sento odor di cristianucci. 2] Umiltà e cortesia adornano
più di una veste tessuta d'oro. 8] Un bel tacer non fu mai scritto.[73] 2]
Un'anima magnanima consulta le altre; un'anima volgare disprezza i consigli. 8]
Un'oncia di allegria vale più di una libbra di tristezza. 232] Un'ora di
contento sconta cent'anni di tormento. 233] Un abete non fa foresta. 4] Un
bell'abito è una lettera di raccomandazione. 4] Un buon abate loda sempre il
suo convento. 4] Un buon principio va sempre a buon fine. 4] Un cattivo libro
ha spesso un buon titolo, ed una fronte onesta, un cervello ribaldo. 4] Un cuor
magnanimo vuol sempre il bene, anche se il premio mai non ottiene. 8] Un
esercito senza generale è come un corpo senz'anima. 4] Un fido amico, e
ricchezze ben acquistate son due cose rare. 8] Un fratello aiuta l'altro. 4] Un
granello fa traboccare la bilancia. 4] Un granello di polvere fa scoppiare
tutta la bomba. 4] Un ladro non ruba sempre, ma bisogna guardarsi da lui. 4] Un
lume è più presto spento che acceso. 4] Un male tira l'altro. 4] Un padre campa
cento figli e cento figli non campano un padre. 2] Un pazzo ne fa cento. 8] Un
piccolo buco fa affondare un gran bastimento. Un povero virtuoso val più di un
ricco vizioso. 8] Una bella barba e un cuor valente adornano l'uomo. 4] Una
bella giornata non fa estate. 4] Una bella lacrima trova facilmente un
fazzoletto che la asciughi. 4] Una bugia ha bisogno di sette bugie. 4] Una
buona risata si trasforma tutta in buon sangue. 232] Una ciliegia tira l'altra.
2] Una cosa tira l'altra. 16] Una estate vale più di dieci inverni. 4] Una
parola tira l'altra. 2] Una e buona. 16] Una ma buona. 16] Una fa, due
stentano, ma a tre ci vuol la serva. 8] Una Fenice fra le donne è quella, che
altra donna confessa essere bella. 8] Una mano lava l'altra e tutte e due
lavano il viso. 1] Una mela al giorno leva il medico di torno. 2] Una ne paga
cento. 1] Una ne paga tutte. 1] Una rondine non fa primavera. 1] Un fiore non
fa giardino. 4] Un fiore non fa primavera. 4] Una volta corre il cane e una
volta la lepre. 1] Una volta per uno non fa male a nessuno. 1] Uno semina, l'altro
raccoglie. 72] Uno si fa la sorte da sé, l'altro la riceve bell'e fatta. 8]
Uomo a cavallo, sepoltura aperta. 2] Uomo avvisato mezzo salvato. 1] Uomo da
nessuno invidiato, è uomo non fortunato. 4] Uomo di vino, non vale un
quattrino. 8] Uomo morto non fa più guerra. 234] Uomo senza quattrini è un
morto che cammina. 2] Uomo solitario, o angelo o demone. 235] Uomo zelante,
uomo amante. 4] L'uomo misero è un morto che cammina. 2] Uovo di un'ora, pane
di un giorno, vino di un anno, donna di quindici e amici di trent'anni. 8] V
Va' in piazza vedi e odi, torna a casa bevi e godi. 236] Va più di un asino al
mercato. 4] Val più un piacere da farsi che cento di quelli fatti. 8] Val più
una messa in vita che cento in morte. 4] Vale più la pratica che la grammatica.
1] Vale più un fatto che cento parole. 237] Vale più un gusto che un casale. 1]
Vale più un testimone di vista che cento d'udito. 2] Vale più uno a fare. 16]
Vanga e zappa non vuol digiuno. 47] Vanga piatta poco attacca, vanga ritta
terra ricca, vanga sotto ricca il doppio. 2] Vecchi doni vogliono nuovi
ringraziamenti. 8] Vecchiaia d'aquila, giovinezza d'allodola. 4] Vedere e non
toccare è una cosa da crepare. 2] Vedere per credere. 238] Vento fresco mare
crespo. 239] Ventre pieno non crede a digiuno. 16] Ventre vuoto non sente
ragioni. 16] Vesti un legno, pare un regno. 41] Vi sono dei matti savi, e dei
savi matti. 8] Vicino alla chiesa lontano da Dio. 2] Vicino alla serpe c'è il
biacco. 8] Vigna nel sasso e orto in terren grasso. 240] Vincere un ambo al lotto
è un malefizio, che più accresce la speranza al vizio. 8] Vino amaro, tienilo
caro. 8] Vino battezzato non vale un fiato. 8] Vino battezzato, non va al
palato. 8] Vino dentro, senno fuori. 8] Vino di fiasco la sera buono e la
mattina guasto. 8] Vino e sdegno fan palese ogni disegno. 8] Vino non è buono
che non rallegra l'uomo. 8] Violenza non dura a lungo. 241] Vivi e lascia
vivere. 1] Vizio di natura fino alla fossa dura. 2] Vizio di natura, fino alla
morte dura. 242] Voglia di lavorar saltami addosso, lavora tu per me che io non
posso. 243] Voglio piuttosto un asino che mi porti, che un cavallo che mi getti
in terra. 4] Volpe che dorme, ebreo che giura, donna che piange, malizie
sopraffine colle frange. 4] Note Cfr. voce dedicata su Wikipedia.
Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. Matteo, 6, 34. La locuzione
latina gutta cavat lapidem (letteralmente "la goccia perfora la
pietra") venne utilizzata da Tito Lucrezio Caro, Publio Ovidio Nasone e
Albio Tibullo. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Titolo di un'opera di Achille Campanile del 1930, passato a
proverbio e modo di dire comune. Cfr. Petrarca: «La vita el fin, e 'l dí
loda la sera». Cfr. Giacomo Leopardi: «Amore, | amor, di nostra vita
ultimo inganno, | t'abbandonava». Cfr. voce dedicata su Wikipedia.
Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. Giovanni Verga, I Malavoglia.
Slogan pubblicitario degli anni Ottanta. Cfr. Gesù, Discorso della
Montagna: «Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque
chiede riceve, e chi cerca trova». Cfr. Gesù, Vangelo secondo Matteo:
«Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada
periranno di spada». Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce
dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Citato in
Giovanni Battista Rossi, Conferenze popolari per gli uomini nel tempo degli
esercizi spirituali, Tappi, Torino, Citato nel film Riso amaro. Citato in
Dizionario Italiano Olivetti, dizionario-italiano.it. Cfr. voce dedicata
su Wikipedia. Cfr. Libro di Osea: «E poiché hanno seminato vento |
raccoglieranno tempesta». Cfr. attribuite a Papa Bonifacio VIII: «Qui
tacet, consentire videtur». Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr.
voce dedicata. Cfr. Cristoforo Poggiali, Proverbj, motti e sentenze ad
uso ed istruzione del popolo: Chi dà a credenza, molte merci spaccia; | Ma un
presto fallimento si procaccia». Cfr. Appio Claudio Cieco, Sententiae:
«Quisque faber fortunae suae.» Cfr. voce dedicata. La frase è
attribuita (MACHIAVELLO MACHIAVELLI (si veda0, Istorie fiorentine, II, 3;
Giovanni Villani, Nuova Cronica, VI, 38) a Mosca dei Lamberti che a Firenze,
convinse così gli Amidei a uccidere Buondelmonte de' Buondelmonti; dal delitto
nacquero le fazioni dei guelfi e dei ghibellini. Citato anche nella Divina
Commedia di Dante Alighieri (Inferno): Gridò: "Ricordera' ti anche del
Mosca, | che disse, lasso!, 'Capo ha cosa fatta', | che fu mal seme per la
gente tosca". È possibile che Mosca dei Lamberti adattò al momento un proverbio
già noto ai suoi tempi (Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921);
secondo l'Accademia della Crusca (Dizionario della lingua italiana)
corrisponderebbe al latino «Factum infectum fieri nequit». Cfr. Gesù,
Vangelo secondo Matteo: «Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio
quel che è di Dio». Cfr. voce
dedicata. Cfr. voce dedicata. Cfr. Philippe Néricault Destouches,
Le Glorieux, atto II, scena V: «La critique est aisée, et l'art est
difficile.». Cfr. «Facta lex inventa fraus.» Cfr. voce
dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Riferito
all'uso di numeri civici di colore nero per le abitazioni e rosso per gli
esercizi commerciali. Cfr. Michail Aleksandrovič Bakunin: «Il caffè, per
esser buono, deve essere nero come la notte, dolce come l'amore e caldo come
l'inferno». Cfr. Blaise Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni che la
ragione non conosce». Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Nei dialetti
siciliani e nel napoletano l'arancia viene chiamata portogallo. La
spiegazione è in Strafforello. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Veste da lavoro usata, specialmente in Toscana, da contadini e
operai. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce
dedicata. Cfr. voce dedicata. Cfr. Ippocrate: «La vita è breve,
l'arte è lunga, l'occasione è fugace, l'esperienza è fallace, il giudizio è
difficile». Citato in Dizionario Italiano, dizionario-italiano.it.
Cfr. voce dedicata Cfr. voce dedicata. itato in Dizionario Italiano
Olivetti. Cfr. Gesù, Vangelo secondo Luca: «Nessun profeta è ben accetto
in patria». Cfr. Etica della reciprocità. Cfr. anche Salvator Rosa,
iscrizione riportato su un autoritratto: «Aut tace | aut loquere meliora |
silentio.». Questo detto, ripreso dal Libro dell'Esodo («occhio per
occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per
bruciatura, ferita per ferita, livido per livido»), è chiamato Legge del taglione.
Il proverbio compare in una novella del Decameron di Giovanni Boccaccio (la
quarta della prima giornata). Cfr. Focus storia in tale giorno la Chiesa
cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù (Luca), popolarmente
chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le
candele, simbolo di Cristo. La festa è anche detta della Purificazione di
Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura del
sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e
doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni
dopo il 25 dicembre. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Citato in
Vocabolario degli accademici della Crusca, Tipografia Galileiana di M. Cellini
e c., Firenze, Una leggenda simile esiste anche in Giappone: i demoni-volpe (le
kitsune) preferirebbero celebrare i loro matrimoni sotto la pioggia mentre
splende il sole; il regista Akira Kurosawa ne prese spunto per il primo
episodio (Raggi di sole nella pioggia) del film Sogni prima della riforma del
calendario liturgico Cfr. Proverbio latino medievale: Excusatio non petita,
accusatio manifesta. Citato in Macfarlane, Attribuita a Francesco
Domenico Guerrazzi. Cfr. Libro di Ezechiele: «Ecco, ogni esperto di proverbi
dovrà dire questo proverbio a tuo riguardo: Quale la madre, tale la
figlia». Titolo di una commedia di Shakespeare. Cfr. Petronio
Arbitro, Satyricon, Cfr. Badoer: «Un bel tacer | mai scritto fu». Fonti
Citato ne Il nuovo Zingarelli. Citato in Lapucci. Citato in Carlo
Volpini, proverbi sul cavallo, Cisalpino-Goliardica, Citato in Donato.
Citato in Max Pfister, Lessico etimologico italiano, Reichert, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Selene. Citato in Marino
Ferrini, I proverbi dei nonni, Il Leccio, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Vocabolario della lingua
italiana. Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 235. Citato in Schwamenthal, Citato
in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Schwamenthal, Citato in Vezio
Melegari, Manuale della barzelletta, Mondadori, Milano, Citato in Macfarlane,
p. 352. Citato in Francesco Protonotari, Nuova antologia di scienze,
lettere ed arti, volume settimo, Direzione della nuova antologia, Firenze,
Citato in Grisi, Citato in Daniela Schembri Volpe, 101 perché sulla storia di
Torino che non puoi non sapere, Newton Compton Editori, Citato in Pescetti,
Citato in Grisi, Citato in Paronuzzi, Citato in Schwamenthal, Citato in Giulio
Franceschi, Proverbi e modi proverbiali italiani, Hoepli, Citato in Macfarlane,
Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Volpini, Citato in Francesco Picchianti, Proverbi
italiani, A. Salani, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Grisi,
Citato in Schwamenthal, Citato in Augusto Arthaber, Dizionario comparato di
proverbi e modi proverbiali, Hoepli, Citato in Macfarlane, Citato in Temistocle
Franceschi, Atlante paremiologico italiano, Edizioni dell'Orso, Citato in
Macfarlane, Citato in Schwamenthal, § 1066. Citato in Grisi, Citato in
Macfarlane, Citato in Amadeus Voldben, Il giardino della saggezza, Amedeo
Rotondi, Citato in Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, Dizionario della lingua
italiana, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Citato in Macfarlane, Citato in
Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Giuseppe
Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, Citato in Grisi, Citato in Macfarlane. Citato
in Schwamenthal, Citato in Emanuel
Strauss, Concise Dictionary of European Proverbs, Routledge, Citato in
Macfarlane, Citato in Giuseppe Giusti, Dizionario dei proverbi italiani.
Citato in Macfarlane, p. 364. Citato in Macfarlane, Citato in Macfarlane,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato
in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Filippo Moisè, Storia della Toscana dalla fondazione di
Firenze fino ai nostri giorni, V. Batelli e compagni, Citato in Schwamenthal,
Citato in Macfarlane, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in
Alfani, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, §
2034. Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna
Citato in Schwamenthal, Citato in Paola Guazzotti e Maria Federica Oddera, Il
Grande dizionario dei proverbi italiani, Zanichelli, Citato in Schwamenthal, Citato
in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Valter
Boggione, Chi dice donna, POMBA, Citato in Schwamenthal. Citato in Salvatore
Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, VII Grav - Ing, Unione
Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi,
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italiana, Zanichelli, Bologna, Citato in Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha.
Dizionario dei modi di dire, proverbi e locuzioni, Zanichelli,Citato in
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dell'amore, Mondadori, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in
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Indagini fraseologiche e paremiologiche, a cura di Elena Dal Maso, Carmen
Navarro, Universitas Studiorum, Mantova, Citato in Gustavo Strafforello, La
sapienza del mondo: ovvero, Dizionario universale dei proverbi, A.F. Negro,
Citato in Paronuzzi, Citato in Silvia Merialdo, Genova. Una guida, Odòs
Libreria Editrice, Udine, Citato in Castagna Citato in Macfarlane, Citato in
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cucinare, Edizioni Il Punto d'Incontro, Vicenza, Citato in Salvatore Battaglia,
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Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in Macfarlane, p. 389.
Citato in Dizionario di Italiano, corriere.it, diavolo. Citato in
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gatto, Newton Compton, Roma, Citato in Brigitte Bulard-Cordeau, Il piccolo
libro dei gatti, traduzione di Giovanni Zucca, Fabbri Editori, Milano, Citato
in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato
in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 4058. Citato in Schwamenthal, Citato
in Macfarlane, Citato in Strafforello, Citato in Grisi, Citato in Volpini,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in
Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Paola Guazzotti, Maria Federica
Oddera, Il grande dizionario dei proverbi italiani, in riga edizioni, Bologna,
Citato in Schwamenthal, Citato in Paolo De Nardis, L'invidia. Un rompicapo per
le scienze sociali, Meltemi Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato
in Grisi, p. 130. Citato in Luigi Pozzoli, Sul respiro di Dio. Commento
alle letture festive. Anno B, Paoline, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato
in Grisi, Citato in Grisi, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in
Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Ann H. Swenson, Proverbi e modi
proverbiali, Nerbini, Citato in Grisi, p. 109. Citato in Ugo
Rossi-Ferrini, Proverbi agricoli, I Fermenti, Citato in Grisi, Citato in
Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Carlo Giuseppe Sisti, Agricoltura
pratica della Lombardia, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Florio, lettera N. Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 3630. Citato
in Castagna Citato in Paronuzzi, Citato in Schwamenthal, Citato in Pescetti,
Anche in Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza della vita, Parenesi e
massime. Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in
Schwamenthal, Citato in Macfarlane. Citato in Schwamenthal, Citato in
Alfani, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in La scienza
pratica: dizionario di proverbi e sentenze che a utile sociale raccolse il
padre Lorenzo da Volturino, Quaracchi: Tipografia del Collegio di
S.Bonaventura, Firenze, Citato in Focus storia Citato in Schwamenthal, §
4306. Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Piero Angela, A cosa serve la politica?,
Mondadori, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in
Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, §
4698. Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Pescetti,
Citato in Schwamenthal, Citato in Augusta Forconi, Le parole del corpo. Modi di
dire, frasi proverbiali, proverbi antichi e moderni del corpo umano, SugarCo,
Citato in Castagna Citato in Castagna Citato in Castagna Citato in
Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in
Grisi, Citato in Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana,
Orad - Pere, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Gustavo
Strafforello, La sapienza del mondo, ovvero, Dizionario universale dei
proverbi, Negro, Citato in Schwamenthal, § 5620. Citato in Schwamenthal,
Citato in Francesco Grisi, Il grande libro dei proverbi. Dall'antica saggezza
popolare detti e massime per ogni occasione, Piemme, Citato in Gluski,
Proverbs. Proverbes. Sprichworter. Proverbi. Proverbios.
Poslovitsy. A comparative book of English, French, German, Italian, Spanish and
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1882. Niccola Castagna, Proverbi italiani, Antonio Metitiero, Napoli, Castagna,
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Palitta, Dizionario dei proverbi, L.I.BER. progetti editoriali, Genova, 1998.
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Il grande libro dei proverbi, Piemme, Lapucci, Dizionario dei proverbi
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Sterling, New York, Paronuzzi, José e Renzo Kollmann, Non dire gatto..., Àncora
Editrice, Milano, Pescetti, Proverbi italiani. Raccolti, e ridotti sotto a
certi capi, e luoghi comuni per ordine d'alfabeto, Compagnia degli Aspiranti,
Verona, Schwamenthal e Straniero, Dizionario dei proverbi italiani e
dialettali, Selene, Dizionario dei proverbi, Pan libri, Volpini, proverbi sul
cavallo, Ulrico Hoepli, Milano, Il nuovo Zingarelli, Zanichelli, Zingarelli,
Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli Editore, Bologna, Strafforello,
La sapienza del mondo: ovvero, Dizionario universale dei proverbi di tutti i
popoli,, vol. III, Augusto Federico Negro, Torino, stampa Voci correlate Modi
di dire italiani Scioglilingua italiani Categoria: Proverbi dell'Italia. Nome compiuto: Massimo Baldini. Keywords:
linguaggio, Campanellese, lingua utopica, fantaparola – phanta-parabola, il
proverbio italiano, amici, implicatura proverbiale, proverbi romani, proverbi
italiani, lezioni di filosofia del linguaggio, con D. Antiseri, indice, grice –
filosofia analica, parte I: filosofia analitica Austin e Grice, parte II tipi
di linguaggio. baldini — implicatura
proverbiale — i amici — das mystisch — filosofia italiana della moda maschile
italiana — haircuts — journalese — journal of the Royal Association of
Philosophy — lingua utopica — Campanellese — Empedocle filosofo poeta —
Lucrezio filosofo poeta — Parmenide filosofo poeta — Eraclito l’oscuro —
vallisneri — fantaparola — gargarismo — trabocchetta — rumore — ingorgo —
aforismo — Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Baldini,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Baldinotti: all’isola – la scuola di Palermo -- filosofia italiana – filosofia
siciliana -- Luigi Speranza (Palermo). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Baldinotti;
Speranza thinks he is a Griceian, just to oppose to the Italian received view
that he is Lockeian! But I say, he is MORE than either! Baldinotti can quote
from Rousseau, and the French authors
that Locke never cared about! And most importantly, he can SIMPLIFY and need
not appeal to Anglo-Saxonisms as Locke does (what does it mean that a ‘word’
STANDS for ‘an idea’?” --.” Grice: “In fact, as Speranza showed at Oxford, one
can organize a tutorial on the philosophy of language (he won’t though – he
hardly organises!) just using
Balidonotti’s rough Latin of first chapter of ‘De vocibus’!” “All the material I rely on in my Oxford 1948
talk on ‘meaning’ for the Philosophical Society can be found there: ‘vox’
significat affectus animae artificialiter, lachrymal significat affectum animae
naturaliter --.” Grice:
“Unless she is a crocodile, as Speranza remarks!” Tutore di metafisica nel
ginnasio di Mantova, pavia, padova. Altre saggi: “De
recta humanae mentis institutione”; Historiae philosphica prima, et
expeditissima adumbratio, Operationum mentis analysis . De elementis humanarum
cognitionum -- de perceptione et ideas, earumque adnexis -- de idearum
affectionibus, et in primis de realitate, abstractione, universalitate earumdem
-- de simplicitate, compositione, relatione idearum -- de idearum clartitate,
et distinctione, veritate, et perfectione, DE VOCIBUS, DE SYNONIMIS, ET
INVERSIONIBUS, DE VARIETATE LINGUARUM, ET DE MUTUO VOCUM, ET IDEARUM IFLUXU, DE
USU, ET ABUSU VERBORUM, DE VERBORUM INTERPRETATIONE, DE MULTIPLICITI SCRIBENDI
RATIONE. De humana cognition. Humana cognitionis analysis, de PROPOSITIONIBUS
-- de gradibus humana cognitionis -- De cognitione probabili -- De
cognitionum realitate -- De extensione humanarum cognitionum -- De
impedimentis humanarum cognitionum -- de humanarum cognitionum instrumentis -- De
mentis magnitudine, et perspicacitate augenda -- De analysi, et
definitione -- de ratiocinio et demonstratione -- De nonnullis
argumentorum generibus -- De inductione et analogia -- De methodo
generatim -- De methodo analytica -- De methodo synthetica -- De
principiis -- De hypothesibus -- De ratione coniectandi probabilia
-- De fontibus humanarum cognitionum -- de conscientia -- de ratione
-- De concursu rationis, et revelationis -- De sensibus, deque
recto eorum usu -- De cognitionibus, et erroribus sensuum -- De
observatione, et experientia -- de auctoritate -- De testibus
oculatis, et auritis -- De traditione et monumentis -- De historia
-- De librorum authenticitate,sinceritate, suppositione, interpolatione,
corruptione, et de interpretationibus -- de arte hermeneutica -- “Tentamen”;
“De metaphysca generali liber unicum” De existente et possibili, et deiis, quae qua tenus tale
est, ad utrumque pertinent -- De identitate, similitudine, distinctione -- De
composito, simplici, uno -- De infinito. De spatio. De tempore. De causa. De
non nullis impropriis causarum generibus. De Kantii philosophandi ratione et
placitis, ut ad metaphysicam generalem referuntur. S. Gori Savellini,
Cesare B. in "Dizionario Biografico degli Italiani", Istituto
dell'Enciclpopedia Italiana, Roma. Troilo, Un maestro di Rosmini a Padova,
Cesare B. in: "Memorie e documenti per la storia della Padova",
Padova. Cesare B., Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. DE
VOCIBUS. Voces nostrum studium,et operam expostulare,fuit iam suo loco
observatum.Quae cum sint idearum nostrarum signa, horum tradenda prima divisio
est', qua in naturalia, et artifi cialia distinguuntur. Signum naturale cum re
significata habet nexum ex eius natura derivatum; artificiale vero ex hominum
institutione, et arbitrio aliquam rem significat: lacrymae sunt doloris signum
naturale, voces signum idearum artificiale. Non erit porro alienum de
naturalibus signis advertere, homines non raro ad errorem trahi, dum ex
illisrem significatam inferunt: sunt enim haec signa, vel effectus, qui
caussas, vel caussae quae effectus indicant,ut in signis rerum futurarum. Iidem
autem effectus nunc ab una,nunc ab alia caussa oriun tur;neceadem caussa eosdem
semper effectusgignit; sed multa sunt, quae causarum actionem determinant,
suspendunt, et etiam omnino mutant. Non igitur necessario, et semper SIGNUM
NATURALE rem certam innuit; sed a multi spendet, quod eo una potius,quam alia
ostendatur. SIGNA AFFECTUUM ANIMI SUNT NATURALIA. Eos tamen non semper
denotant,et ille in perpetuo errore versaretur, qui de affectibus ex eorum
signis statueret. Sed ad voces revertamur, quarum origo, indoles, vis, in ideas
et mentis operationes, influxus, usus, abusus, interpretatio leviter
attingenda. Quin imo Reid Rech. sur. l'Entend. arbitratur, eas, quas dicimus
causas, esse tantum RERUM SIGNA.Videmus dumtaxat, quae dam hunc inter se nexum
habere, ut si unum praecedat, aliud illico subsequatur. Id tantum statuere
possumus; non vero in eo, quod prae cedit respectu illius, quod subsequitur,
causalitatem, ut aiunt, inesse, cum haec nullaratione ostendatur. Inter
eas quae non prorsus inutiliter attinguntur, commemorari possunt potissimum
nominum divisiones, ad quarum normam nomen in enunciatione, vel est subiectum
de quo aliquid effertur, vel est praedicatum quod effertur, vel est concretum,
remque significat cum sua forma, vel est ab. Voces INSTITUTIONIS esse signa
nempe ARTIFICIALIA, nec necessarium habere NEXUM CUM REBUS, ad evidentiam
probantmuti, et linguarum varietas. Nam si haberent, organo tantum vocis
impedito, sermonis nullus esset usus, et quae apud omnes eadem sunt, iis
demetiam nominibus appellarentum. Mira autem est non rerum, sed verborum diversitas; et
muti sunt ii, qui surditat elaborant. Nunc vero videamus, an facultates humanae
vocibus AD RES SIGNIFICANDAS INSTITUENDIS sint pares. An videlicet possint
homines linguam aliquam condere. Animi affectus, sensusque vividi doloris et
voluptatis naturalibus quibusdam signis coniunguntur, iisdemque manifestantur:
homines haec facile possunt artificialia reddere, sinempe observent affectus,
quos indicant, nec ea tantum edant impellente natura, sed consulto, ut quae
experiuntur, ceteris manifestent. Quae signa clamoribus non articulatis, habitu
vultus, et gestibus continentur, atque actionis, quam vocant, linguam
conficiunt. Usu autem constat facilem, expeditam
secretam idearum COMMUNICATIONEM hac lingua non obtineri, distantia, et
interposito corpore impediri. Sensim igitur ab ea recedere coguntur homines, ad
eamque feruntur, quae vocis distinctionibus pititur. Hanc ut instituant
clamores naturales in primis pro stractum solamque formam exprimit, vel est
categorematicum quod solum et per se aliquid notat, vel est syncatagorematicum
quod ab alio avulsum nihil certi repraesentat, vel categoricum quod rem
categoria comprehensam obiicit. Sed de his satis, sapiens est non qui multa, sed qui
utilia novit. Negat Lamy in Trat. de Ar. log.; et Rousseau disc. sur. l’ineg.
parmi les Hom. parum abesse censet, quin demonstratum sit, fieri numquam posse,
ut lingua ulla suam ab hominibus originem habeat. Ita etiam A. Encycl. A. lang. His e diametro se se
oppouunt Epicurei, quorum hac super re doctrinam LUCREZIO (si veda) de Nat.
rerum exposuit. Diodorus Siculus Bibl. quod nobis possibile, et hypotheticum
est, factum habet, omnesque linguas humanum fuisse inventum putat. Nuperrime in
Diss. de ling. orig. ab A. Berol. an. praemio donata Herder contendit linguas
in universum non divinae, sed humanae prorsus esse institutionis. De hac lingua
V. Condil. Gram. Sinensium lingua hanc videtur originem habuisse, ea constat ex
monosyllabis., quae pronunciationo variata otficiunt SIGNA, (V. Condil. --
trahunt, et simul iungunt, rerum etiam externarum sonos referunt, et imitantur,
unde voces oriuntur, quae elevatione et depressione multum distantes aliquo
modo gestuum et clamorum vim exprimunt. Atque ita verborum dstinctioni consultum, quantum patitur
vocis et auditus organum rude adhuc et inexercitatum. Subtilius, qui haec
disputant, quorum etiam aures delicatiores, similitudinem quamdam inveniunt
inter impressionem a rebus, et a verbis excitatam. Eamque prolatis ex. gr.
vocibus "crux", "mel", "vepres",
"furens", "turbidus", "languidus" distincte
sentiunt. Hinc multae voces. Multae etiam facultate, qua pollemus, per
metaphoras sive transferentiam omnia explicandi, et associandi insensibiles
ideas sensibilibus. Revera verba, quae res insensibiles referunt, metaphorica
sive transrelata omnino sunt. Perpetuo
autem usu nomina propria evasere, et vetustate multorum etymologia sensibilis
ita evanuit, ut res pror sus in sua SPIRITUALITATE relinquant. Quin immo eadem
verba solum confugiendo ad metaphoras sive transferentiam poterant fabricari.
Externa namque forma carent, etsono res insensibiles, unde earum no mina
desumantur. Ac certe per
imagines solum et similitudines id, quod experimur, aliis, qui illud ipsum non
experiuntur, possumus explicare. Traité des connois. hum.) Alii monosyllaba
Sinensium numerant. Freret sur la lang, des Chin., et signa inde componunt
54509. et 80000. Haec loquendi ratio supponit iudicium aurium subtilissimum.
SOAVE (si veda), Compendio di Lock. Ap. al c.I. Hoc facile sibi suadeat
quisquis rerum, quae sonorae sunt, nomina advertat ex gr. "ululare",
"hinnire", "sibilus", "tonitrus",
"stridor", "murmur". Observat Warburthon Ess. sus les
Hierogl. actionis lingua, inventis iam vocibus, homines usos fuisse, Orientales
praesertim, quorum alacritas, et imaginatio vehemens hunc exitum etiam
requirit. Atque exempla permulta ex historia tum sacra, tum profana hanc in rem
profert. Ut recte nomina rebus IMPOSITA sint, quamdam esse debere rerum, et
nominum convenientiam ex ipsa earumdem rerum natura ortam in Cratylo contendit
Plato. Sunt enim, ait ipse, nomina IMITAMENTUM, quemadmodum etiam pictura, et
qui rei speciem in litieras, ac syllabas referre nonnovit, is ineptus nominum
opifexest. Erecentioribus Ioannes Baptista Vico, principii d'una scienza ec.,
de similitudine verborum cum forma rerum multis disseruit. Horum nominum
exempla sint cogitatio, voluntas, desiderium, aliaque huiusmodi. V. Traité de
la Formation mechan. etc. Ch.XII. Quod vero homines, ut boc aliisque
modis ad sermonem formandum aptisutantur, fortius incitat, indigentia est,
maxima rerum omnium magistra. Sermonis etiam utilitas, atque necessitas vix
paucis inventis vocibus sub oculos posita. Hinc multi conatus, ut verborum
numerus augeatur, quos felices reddit cognitionum, et idearum COMMERCIUM
homines inter initum. Haec enim se mutuo fovent, et,ut verba commercium illud
amplificant, ita ex commercio novae vires additae, et nova suppeditata
istrumenta, quibus ars faciendorum et deligendorum verborum perficiatur. Nec
vero sunt verba hominum opus, in quo ipsi nihil aliud, quam arbitrium recte sequantur.
Est enim illa analogia im pressionis, et
soni imitatio, quam pulcherrime in fingendis vocibus sequimur. Est forma, et
affectio orgaai vo eis, a qua earumdem elementa, literae praesertim vocales
determinantnr. Sunt denique derivata, et voces artium, et technicae in hominum
libertate haud repositae, cum illae derivationis naturam imitentur. Hac vero
vim, et EFFECTUS RERUM SIGNIFICENT significent. Duo sunt, quae videntur iam
asserta impugnare. Primum scilicet sermonis institutionem requirere, ut de
significatu verborum conveniatur. Conveniri autem inter eos non posse, qui omni
sermone destituti sunt. Quasi vero nulla alia praeter voces ratio suppetat. Qua
explicetur quid ipsae SIGNIFICENT Percipi enim id. Modum transferendi verba
necessitas genuit inopia coactaet augustiis, post autem delectatio
iucunditasque celebravit. Cic. de Orat. III. 38. Notat et illuminat marime
orationem tamquem stellis qui. busdam verbum translatum Idem ib. 48. Huc
faciunt quae de linguarum analogia subtiliter disserunt Valcke naerius in
observatt. academicis, Lennep inpraelett. academicis et Scheidius in orat. de
linguarum analogia ex analogicis mentis actionibus probata. Sed est etiam unde
moveantur homines ad res alias per multas metaphorice appellandas, eas scilicet
quas primum obscure, et confuse percipiunt. Et enim has meditando earum quamdam
similitudinem cum aliis distincte perceptis intelligunt, quorum proinde nomina
ad illa transferunt. Atque in hoc mirifice dele ctantur luce, quae ex rebus claris, et
distinctis in alias obscuras, et confusas diffunditur. potest ex
circumstantiis, in quibus adhibentur, et ex gestibus, qui pronunciatis
nominibus res indicarent. In
eamdem etiam rem conferet illa imitatio, atque similitudo. Aliud vero erat
huiusmodi. Summis viris
difficultas maxima se semper obiecit in linguis ornandis, et perficiendis. Qui
ergo fieri potuit, ut homines plane rudes, atque ferini, communione scilicet
cum aliis non exculti ex integro sermonem con dant? Fieri istud quidem non posset, si de perfecto sermone
contenderetur, in quo non tantum apte expressa, quae ad necessitatem pertinent,
sed etiam, quae ad cultum vitae, et oblectationem. In quo multae orationis partes,
multae leges syntaxis, et inflexionum, multa denique, ut numerus, et varietas
obtineatur. Haec sermoni non absolute necessaria sunt, et vix nomina, utaiunt,
substantiva, et signum aliquod numquam variatum ad verbum auxiliare sum
exprimendum. Quae quidem hominis licet sylvestris facultates non superant.
Multa in qualibet lingua videntur esse synonima, voces scilicet, quae unam,
eamdemque ideam referunt. Dubitari
autem iure potest, an revera sint. Quin potius statuerem ea, quae di cuntur
synonima, eamdem ideam principalem reddere, accessoria vero differre plerumque.
Atque hoc modo inter
se differunt "amo", et "diligo"; "peto", et
"postulo", "timeo", et "vereor" Condill. Gram.
Traité de la form. mechan. du langage; Condillac Traité des connois. hum.; Grammaire,
Maupertuis Diss.sur les moyens etc. pour exprimer leurs idées; Sulzer de
l'influence recipr. de la raison, etc. extat in Ac. Ber. et Vol. IV. opusc.
Select. Mediol. Soave Comp. etc. Ap. al C.I. Receptum apud logicos novimus, ut
nomina tribuant in synonima, quae secundum unam eamdem que rationem de pluribus
usurpantur, et in homonyma quae rationem naturamque diversam in iis
SIGNIFICANT, de quibus adhibentur, Iam vero homonyma alia dicuntur casu et
citra rationem ac temere im. Synonima
stricto sensu accepta, quae nulla idea accessoria differrent, linguae vitium
indicarent. D'Alemb. Elem. de
Phil. XIII. Hac de re notandum est, vocibus duplicem illam ideam subesse.
Et, ut praeteream exempla, quis est, qui non noverit, vocabula quaeque loco, et
tempori, et generi s u scepto orationis non convenire? Quod profecto maxime oritur ex idea accessoria, quae
non solum verba eamdem principalem exprimentia distinguit, sed eorum etiam
opportunitatem deter minat. Quae ergo synonima habentur, ea profecto non iure; namque
discrepant accessoriis illis ideis, quae rerum diversos aspectus, gradus, et
relationes, et adiuncta exprimunt. Imperiti haec apprime synonima reputant,
quorum levia discrimina lin guarum cultores notant. In eo frequenter peccant ex
lexicis pene omnia, quae adolescentes, misere decipiunt. Duplex distinguitur ordo
verborum, et conformatio, naturalis, et artificialis; seu inversa. Porro quem
ordinem habent ideae, idem etiam verborum est: ordo autem idearum, fertur ad
modum, quo in mente sibi succedunt, vel ad earum dependentiam mutuam,ex qua
fit, utaliaealias regant, et explicent, aliae explicentur, atque regantur. Si primum, ordo, quo exprimuntur ideae, naturalis
erit, quando idem, ac ille, qui in earum successione servatur. Qui quidem in singulis diversus
est. Si secundum, ut ordo sit naturalis, quae alias regunt, vel ab aliis
explicantur praemittendae sunt. Quae reguntur, et alias explicant postponendae.
Secus erit artificialis, seu inversus. Sed unde oritur, quod ordo inversus
orationi vim addat,et siteius quasi lumen quoddam nosque voluptate perfundat?
Scilicet posita, et alia dicuntur ratione, quod rebus tribuantur aliqua inter
se similitudine cohaerentibus. Posteriora haec aptius vocantur analoga, sive
attributionis, quum uni quidem rei primario conveniunt, reliquis secun
dario,sive proportionis,quae pluribus rebus propter proportionem aliquam
accommodantur. Ex hoc fonte methaphorae pleraeque omnesdimanant.
Nonnullarum rerum, atque actionum voces quaedam ex ideis hisce accessoriis
inhonestae, et turpes evadunt; quae ideae si in aliis vocibus omittantur, vel
mutentur,nulla amplius est turpitudo. Unde fit, quod eae. dem res, etverecunde,
etobscoene dicifpossint,etquod ea,quae turpia re non sunt, nominibus, ac verbis
flagitiosa ducamus. vel re. D'Alembert loc. cit. Traité de la form. mech. du
lang. ch. IX n.161. quia eum, quem Rethores MODUM appellant, et numerum
parit; quia imaginationem exercet;quia ideas nimis disiunctas coniungit. Revera
voces ordine inverso positas ad se mutuo referi m u s, ut postulat idearum
ratio. Atque si in periodo multae sint ideae, quae a quadam principalipendeant,
et exiis aliquaehuic praeponantur, postponantur vero aliae, arctius omnes cum
ea coniunguntur. In quo nexu illud praesertim
admirabile,quod uno verbo ad integram sententiam animus revocetur. ET IDEARUM
INFLUXU. Varietatem linguarum,et nos ad confusionem Babylonicam referimus:
simul autem liceat statuere,ex diverso hominum ingenio, et indole,eorumque
externis circumstantiis oriri potuisse, et magna ex parte ortum esse,ut
singulae suum -co lorem habeant. Ac ex confusione illa vocum origines potius,
quam ipsaelinguae;quae perfici sensim debuerunt,etaugeri verborum copia, atque
syntaxi, et inflexionibus moderari. Non una autem in hoc fuit omnium gentium
ratio, quod multis causis tum physicis, cum moralibus tribuendum est. Atque
inter eas recenserem caeli temperiem, non eamdem ubique faciem naturae, rerum
aspectus multiplices, diversas opiniones sive ad civitatem sive ad religionem
pertinentes, regiminis formam, educationem, mores denique et studia. Revera
sermonis vis, copia,et harmonia, et inflexio nationum exprimit
characterem,ingenium,atque culturam;ac eadem linguarum, et gentium fuere semper
fata, et vicissitu dines. QUOD IN ROMANI IMPERII, ET LINGUAE LATINAE ORTU,
progressu, et occasu velut sub oculos positum est. Iunctam, cohaerentem, levem,
et aequabiliter fluentem orationem facit verborum collocatio. de Orat.
D'Alembert Eclair cis. Condill. Gram.; Art.d'Ecrire; Traité de la form. mechan.
etc. INSTITUTIONE DE VARIETATE LINGUARUM, ET DE MUTUO VOCUM. Sed ex
iisdem quoque caussis fit, ut nationes singulae suas habeant idearum
compositiones, et vocibus, quibus aliae carent, utantur. Inde in interpretando necessitas verborum circuitum
saepius adhibendi, cum non semper verbum e verbo exprimi possit. Indeadeo
difficile, libros ex una in aliam linguam convertere. Atque in hoc lice tomnis
cura, et studium ponatur, adeo singulis linguis suum quoddam inest ingenium, ut
nullae fere sint interpretationes, quae authographi vim, et elegantiam, et
nativum splendorem nequaquam desiderent. Quae quidem eo nos adducunt, ut intelligamus, quem dam
esse posse sermonem, edisci, et percipi omnino facilem. Quem si universalem
veluti linguam cunctae gentes amplecterentur, eo possent mutuum idearum, et
cognitionum commercium inire. Ac difficultas, qua ab hoc impediuntur, ex lin
guarum varietate, et multitudine orta, alia etiam ratione vinci posset,
characteristicam nempe aliquam linguam adhibendo, quae res ipsas, non rerum
voces exprimeret. De bac sermo erit inferius. Interim cum nullus ex hisce modis
adhuc suppetat. Nec ulla spes
sit, ut in unum, V. Clericum Art. Crit. Linguarum varietas non leve incommodum
affert societati, et progressui scientiarum. Nec enim consultum, ut facile
edisci possent, sed casu magna ex parte conditae, et procurata copia, et
ornatus. Sublatis declinationibus, coniugationibus, et generibus, si
substantiva unam immutabilem terminationem haberent, suam adiectiva, et verba
pariter, quae adverbiorum ope temporibus, et modis distinguerentur. Pullae
superessent regulae grammaticorum, et solius lexici auxilio linguam quam libet
perciperemus. Cumque insuper esset prima illa lingua absurda, et egestate,
atque uniformitatis squalore sordesceret. Maxime erit optandum, ut LATINI SERMONIS
USU conservetur. Locupletissimus namque est hic sermo, electissimis, et
praeclaris verbis abundat, communis hactenus fere fuit omnium eruditorum; qui
eo abiecto, si suam singuli linguam in scribendo usurparent, iam, vel aliena
omnia nescirent, vel in omnium gentium, quae doctrinae laude vel alium
conveniant omnes. Splendescunt, perdiscendis linguis curam,
et operam compellerentur insumere, quam ad rerum cognitionem adipiscendam con
tulissent. Quae hactenus de
vocibus dicta sunt, satis ostendunt, easabideis, et cogitandi modo non parum
pendere. Sed magnus etiam est verborum in ideas, et mentis operationes
influxus. Atque in psychologia, si fortasse ad
veritatem plane non sua detur, nullas fere absque verborum usu nos exequi
posse. Illud profecto demonstratur, eo foveri multum, et perfici. Quod probari
nunc potest exemplo mutorum. Earum etiam gentium, quibus signa numerica pro
maioribus quantitatibus deficiant, cetera sint nimis composita. Illi quidem multis omnino ideis
destituuntur, mentisque facultates obtusas habent, nec ad operandum faciles et
expeditas. Hae vero gentes in rebus ARITHMETICIS ne vix quidem progressæ sunt.
Tantum signa valent ad humanas cognitiones promovendas vel impediendas. Equidem arbitror, a veritate abesse longius, qui
crederet verba communicationi cum aliis tantum inservire. Ea menti sistunt
obiecta. Nimis composita
dividunt. Si magnifica sint et nobilia, res amplificant, et extollunt. Si
humilia, imminuunt, et deprimunt. Mosheim DISSERT. DE LINGUÆ LATINÆ CVLTVRA ET
NECESSITATE V. etiam quæ nuperrime Ferrius, et Tiraboschius, Gorius, et VANNETTI
(si veda) in eam habent Alamberti sententiam, Melang., statuentem bene LATINE
scribi non posse, et LATINITATE abiecta studium omne ad patriam linguam
transferentem. Refert Condaminius, quosdam Americæ populos, cum ocesnume rorum
supra ternarium non habeant, in hoc arithmeticam eorum consistere: certevix
paucis huiusmodi signis utuntur, iisque ad modum compositis, ex quofit, ut
maiores numeros mente haud comprehendant, et quem libet ultra vicesimu in indefinite
concipiant, atque capillorum numero comparent.V. De la Condamine Voy. Paw Rech.
sur les Americ. Cogitatio, ait ACCADEMIA in Theæteto, est sermo,quem mens apud
se volvit circa illa, quæ considerat. Cum enim cogitat, secum ipsa disserit adeo,
ut cogitatio sit sine strepitu vocis oratio, aut interior collocutio. Verba
sunt veluti signa algebrica idearum. Brevitati proinde consulunt, multarum
idearum comparationem faciliorem reddunt, mentenique sublevant in
consideratione multarum rerum, atque compositarum: quæ verborum utilitates
maxime elucentin modorum mixtorum ideis, quas in nullo exemplari iunctas
videmus, sed verbis exhibentur et comprehenduntur. Verba denique nexus inter
ideas augent, eas facilius, et promptius exsuscitant, distinguunt, quæ vix
confuse percipe rentur. Sic technicæ in arte pingendi voces omnia alicuius
tabulæ vitia, omnemque præstantiam indicant. Quæ eos prorsus fugerent, qui
illas voces nequaquam callerent. Quare scientiæ, omnesque artes multum debent
verborum inventoribus, ut Linnæo Botanica; et Ontologia, licet nomenclatione
tantum contineretur, non esset penitus contemnenda. De verborum usu, et abusu hæc
fere a Lokio, aliisque melioris notæ Logicis accepimus. In primis duplicem esse usum
verborum. Vel enim eo cogitationes nobiscum cooferimus, vel aliis exprimimus.
Illum jam attigimus capite superiore, in quo osten debam, maximas utilitates ex
hoc interno sermone profluere. Cum aliis autem utimur verbis,aut in vitæ
civilis consuetudine,vel in studio Scientiarum. Inquo præsertim distinctioni,
et perspicuitati. Ideæ in primis connexæ inter se sunt ex analogia rerum, et ex
circumstantiis, in quibus acquiruntur. Sed insuper verbis etiam unæ cum aliis
colligantur. Quot ideas unum verbum sæpius excitat? Atque ex verbis hæc alia
utilitas provenit, ut in ideiş revocandis, et disponendis ordini, quo a nobis
comparatæ fuere,non adstringamur, sed illum qui magis placeat, magisque
conveniat iisdem tribuimus. Bonnet Ess. Analyt. Sulzer. Micheælis de l'influ. des
opin. sur le lang. etc. Condil. Art. de
penser; STELLINI OSSERVAZIONE SULLE LINGUE; Soave Comp. di Locke Iap. al cap.
XI. Scilicet, si circa ideas maxime compositas, sertim versemus,
iisdem nomina, quibus appellantur, substituimus. Nimis enimesset operosum,
eetiam impossibile, omnes ideas simplices illas componentes mente revolvere. Quod etiam confusionem afferret,
et, ne idearum relationes viderentur, obstaret. Hæc habitualis, non actualis
distincta perceptio est idea coeca, et symbolica Leibnitii. circa notiones præ
1 litandum est, ne per se difficilia reddantur difficiliora. Et ne rerum
INVESTIGATIONES in æternas quæstiones de nomine abeant. Locutionis
perspicuitas, atque distinctio maxime optanda idearum claritatem, et
distinctionem desiderat: quomodo enim, quæ confuse percipimus, aliis distincte
explicarentur? ad eam confert brevitas, in qua tamen habendus modus;nam ut
nimia verborum copia res obruit, ita eorum egestas tenebras rebus offundit.
Denique cum iis, qui loquuntur confuse, vitanda fa miliaritas est,qua nihil
fortius ad idem vitium contrahendum. Ita autem verbis utamur, ut unicuique idea
determinata re spondeat;dequo,sinobiscum tantum colloquimur, nos ipsos debemus
interrogare; si vero cum aliis,et dubium sit, an verba ideas
claras,etdistinctas in aliorum mentem immittant, tunc ea dilucide explicanda
sunt. Id quidem de nominibus idea rum simplicium præstari potest (vix autem
erit necesse), si observanda proponantur obiecta,quæ significant,etmodus,et
circumstantiæ indicentur, in quibus eorum ideæ acquiruntur. Nomina vero
idearum, quæ sint compositæ, decla rantur earum obiectis exhibitis, et addita
ipsorum definitione; nec enim omnia attributa patent sensibus, et multa indolem
potentiæ habent. Quod si hæc obiecta non existant.Verborum universalium magnus
est usus, et maxima utilitas; innumera enim individua una tantum voce
comprehendi mus, quæ esset impossibile omnia suis nominibus distinguere. Esset
etiam inutile, quia necii, quibus cum loquimur, multoque minus illi, quibus
aliquid scriptum relinquimus, eadem indivi dua agnoscunt. ergo. Sed quæ
circa rectum verborum usum,et eorum inter pretationem, de qua inferius, præcipienda
sunt, separari vix possunt ab idearum doctrina iam tradita; utrisque enim idem
finis, avocationempe ab erroribus. Inter eætiam intimus nexus, quantus inter
voces, et ideas. Nunc lum, quæ propius ad verba pertinent, quæque eo loci
explicata non sunt. ne actum agam, so meratio idearum, quas simul reflexione,
aut pro arbitrio con iunximus. fiat enu Vocibus demum abutimur, si quæ incertam
significa tionem habent, non definiantur; si definitus sensus mPombaur. Si in
rebus scientiarum artes consectemur oratorias. Namque delectant, et movent,
mentemque avertunt a philosophico rerum examine,quas non accurate,sed ad
similitudinem exprimunt. In verborum sensu commutando peccarunt vehementer
scholastici. V. Gassendum in Exerc. Arist. Exerc. Hic cum Logicis fere omnibus
non præcipio, abstinendum esse a tropis atque figuris:rebus enim permultis
vocabula metaphorica necessario imposita sunt, aliis utiliter, cum ex iis
orationi splen dor accedere videatur. Condil. Art. d' écrire. Translationes
propter similitudinem transferunt animos,etre. Neque vero minor utilitas ex
verbis notionum;.harum nullum archetypum extra nos invenitur iunctas exhibens
ideas, ex quibus componuntur. Id vero præstant nomina, quæ illas comprehendunt.
Sunt denique voces, quas particulas appellant Grammatici; his utimur, ut ideas,
et periodi membra, et periodos ipsas interse coniungamus. Quisaneusus mirificus
est, et ex eo maxime vis tota orationis derivat. Rectus erit,si m u tuam
rerumdependentiam, et relationes diligenter consideremus. Hæcdeusu. Nunc
de abusu,quirestat,dicendumest. Iam vero abutimur verbis, si iis, nullam ideam,
aut obscuram associemus, adeo ut inania sint, et ambigua: in quo non rarum
estlabi;etmaxime verba notionum virtutis,honoris,et simi lium multo pluribus
sunt meri soni; obiectum namque non referunt, quod sensus moveat, nec illud
quod referunt in in fantia, percipimus. Hinc ea absque ulla significatione
usurpandi longam consuetudinem iam contraximus, a qua ut reMilanius, reflexione
vehementer nitendum est. Sed abusus verborum etiam ex ignorantia, et malitia. Scilicet, qui partium studio, vel anticipata opinione
moventur. Qui vulgo avent imponere. Qui difficultatum pondere hærent et idearum
defectu impediuntur. Tunc enim vero ii obscuritatem affectant, verbis inanibus
se se involvunt, nova etiam fundunt, atque sesquipedalia. Optimum ergo erit,
mentem parumper a verbis abstrabere, eamque in ideas intendere, ne verborum so
nitu hallucinemur. Ut verba recte interpretemur, advertendum in primis,
notiones eius, a quo adhibentur,'significare. Non igitur suppo natur, omnes
iisdem verbis adnectere easdem ideas, et ipsis rerum realitatem apprime
respondere. Quæ qui supponunt, de rebus perperam ex verbis iudicant, et ex
propriis aliorum ideas non bene copiiciunt. Hisce per summa capita indicatis,
advertam in primis, duplicem distingui sensum verborum, proprium scilicet,et
tran slatum;namque verba,aut illam rem exprimunt,cui primum fuere assignata.
Vel ex quadam similitudine cum re ipsis propria eadem verba ad aliam
significandam transferimus. Quod si fiat, sensum habent translatum, secus autem
proprium. Nisi quis sensum proprium alicuius vocabuli accurate perceperit,
numquam fieri poterit, ut translatum assequatur; hic siquidem ad illum
refertur. Rerum præterea conditionem inspiciet,ex qua oritur, ut quædam voces
potius, quam aliæ, ad res sensu translato exprimendas, electæ fuerint. Inde clarius is sensus patebit
ferunt, ac movent huc, et illuc, qui motus cogitationis celeriter agi tatus per
se ipse delectat. de Orat. Translatio est, cum verbum in quamdam rem
transfertur ex alia; quod propter similitudinem recte videturposse transferri.
Cic. ad Heren.; Alembert Eclaircis., sur les Elém. de phil. Quam vero quisque
vocibus notionem subiicit, arguere tuto possumus, si multa nobis nota sint,
eaque invicem conferamus; loquentis scilicet ingenium,et characterem; affectus,
oris habitum; linguæ, quautitur, vim, etindolem; rem,quam tractat;
circumstantias, in quibus versatur; opiniones, religionem, quam sequitur;demum
popularium eiusmores, ritus, consuetudines. Haac enim omnia efficiunt, ut licet
verba sint eadem, non tamen eumdem significatum, eamdemque vim habeant. Nunc
vero singula verborum genera persequar, deque Difficilius assequimur
sensum verborum, quæ notionibus respondent; siquidem præter caussas nominibus
rerum existentium communes, peculiares etiam concurrunt, ex quibus efficitur,
ut singuli fere has ideas diverso modo componant. Nec eadem semper significatio
est vocibus orationis par ticulas exprimentibus; loquentium igitur, vel scribentium
affe ctus, et præcipue contextus consulatur,cum ex iis sit dedu cenda. De
nominibus relativis, quid advertendum in præsen tiarum,ut recte explicentur?
Porro id muneris iam explevi dum agebam de eiusdem generis ideis. Quid de
nominibus uni versalibus,quod paritereoloci, traditum non sit? Illud
subiungam,voces particulares,aliquis,quidem etc. obscuras esse et indeterminatas,
nec denotare, quæ, et quanta subiecta sint; universales vero aliquando
particulariter esse sumendas, aliquando non omnia individua generum,sed
individuorum omnia siores esse, iisnonnulla admoneam,ad quæ semper in
eorum interpretatione spectemus. Qualitatum sensibilium nomina, colorum nempe,
saporum, aliarumque huiuscemodi, sensationum etiam doloris, et voluptatis, non
ita accipienda sunt, quasi explicent id, quod est in rebus extranos positis.
Nostras affectiones, sensationesque upice indicant, nec vero vim,et quantitatem
earumdem. Hanc experimur, non autem accurate possumus efferre. Fit autem sæ
pius,ut in singulis maior,vel minor multiplici gradu sit. Dubitari quidem
potest,quin ipsæ sensationes apud aliquos prorsus differant, licet omnes iisdem
verbis utantur. Omnes arborum folia viridia appellant; sed adhuc videndum,
utrum hæc vox eamdem omnibus ideam excitet. Quam dubitationem ingerit di versa
corporis temperies, et habitus, nec eadem omnino fabrica sensuum;unde certo
oritur,affectiones easdem aliquibus inten aliis languidiores. Nomina idearum
compositarum non idem apud omnes. Maxime si veteres cum recentioribus confe
rantur.Ne eas igitur ex nostris notionibus interpretemur, sed ex illis quæ
ampliores fortasse, vel angustiores. Nominibus substantiarum easdem qualitates
non omnes complectimur. Nulli essentiam primariam,a qua eæ nascuntur,et quam
nemo novit. genera significare. Quæ quidem ex circumstantiis, linguarum indole,
ingenio, loquendi consuetudine patent dilucide. His fere,quæ adhuc de vocibus
disserebam, continentur potiora,ex quibus Grammatica philosophica conficitur:
linguarum singulæ suam habent, eaque particularis Grammatica dicitur. Est vero
etiam Grammatica universalis,quæ principia constituit omnibus linguis communia.
Notandum superest,syntaxim totam legibus concordantiæ, et regiminis moderari.
Illæ principio identitatis, hæ principio diversitatis innituntur. Verborum
disputatio manca videretur, si de scribendi rationibus haudquaquam dissererem.
Non igitur una fuit hæc ratio apud omnes,nec omnibus temporibus;tamen in eo con
veniebant, quod signis non ore,sed manu expressis,quæ mente revolvimus,
manifestarent. Ac, quæ fuere adhibitæ, pictura, symbolis allegoricis, denique
signis arbitrariis continentur. Pictura, aut unam figuram, aut plures exhibet, signa
arbitraria, aut ideas,aut syllabas,aut litteras verborum significant. Scripturæ,
licet ab ea, qua nunc omnes fere gentes utuntur, longe dissimilis,specimen
aliquod hominibus innotuit per imagines, quæ sui res exhibent, et quas conamur
exprimere gestibus, et clamoribus, ut iis longinqua designemus. Ad has imagines
adumbrandas urgebat necessitas communicandi cum absentibus, et præsentibus
explicandi id, quod verbis efferri non poterat. Inde scripturæ origo potius,
quam ex cura committendi nostras cognitiones posteritati. Ac homines ex
rerumimaginibusidconsiliicepisse,ut illas ad suos cogitationes enuntiandas
delinearent, omnium pene De usu, abusu, interpretatione verborum videantur
Locke Ess, etc. Leibnitz Nouv. Ess, etc. Clericus art.crit., Du Marsais
princip. de gram. Condillac gram. D'Alembert Elem.de Phil. et Eclaircis. sur
les Elem. etc, Hinc sensim crescere CONVENTIONIS SIGNA, etomniatan. dem
huiusmodi evadere. Quae sola notiones reflexione perceptas possunt exprimere;quae ob multos
rerum aspectus sunt neces saria. Namque notiones illae nullam imaginem
praeseferunt, nec ulla imago diversas relationes comprehendit, sub quibus res,
ut lubet, consideramus. Signa autem, quae ex CONVENTIONES sunt, optime quidem ab eo constituta
fuissent, qui singula singulis ideis simplicibus destinasset, suaideis
universalibus, aliademum determinationibus individua constituentibus. Enim vero
simul iungendo, et apte componendo haec signa, res omnes possent distincte
explicari. Hoc scribendi modo philosophus tantum uti potest, nempe ille solus,
qui probe noverit, quaenam ideae simplices illas substantiarum, et notionum
componant. Quique etiam adeo individua observaverit, ut ea possit plane
describere. Illum Paw Recher. sur les Americ. Quemadmodum artis typographicae
occasio fuit ars caelatoria et sculptoria, ita occasio scripturae non inepte ex
pictura derivatur. Praesertim quum non aliter pictura sit obiectorum in oculos
incurrentium scriptura, quam scriptură sit obiectorum quae aures feriunt
pictura. Videsis Augustum Heumannum in conspectu reipublicae literariae Signa
huiusmodi spectant ad linguae universalis institutionem. Alia ratio, qua ad
eamdem possumus pervenire, indicata, vix est N. LXXII., LXXXII. V. Soave Comp.
di Locke, qui etiam celebriores scriptores recenset, a quibus ea institutio
suscepta fuit. Leibnitii historiam, et commend. characteristicae linguae
univers. Traité de la Form. etc. Mémoires de l'Acad.de Berl., ibi Thiebault
videtur succensere Michaelis, et non ita difficilem, nec vero inutilem, et
multo minus perniciosam, quemadmodum ille, censet linguae universalis
institutionem, quae primo illo modo conti. neretur. Sepositis iis,quae de
universali lingua instituenda excogitari subti. vetustarum nationum
monumenta, et gentium sylvestrium usus confirmant. Quae scribendi ratio
picturae affinis, cum auctis cogni tionibus, relationibus, et indigentiis ad
omnia exprimenda non non satis esset apta, paulatim a signis discessum est
rerum i m a ginem referentibus, et huius pars tantum depicta, et plures ideae
uno signo manifestatae. nenses adhibent; proindeque mirum non est, si tanti
apud illos sit literas scire. Quae difficultas effecit, ut nationes pene omnes
eum scribendi m o d u m probaverint, quo non obiecta, non ideas, sed sonos
verborum reddunt; ad quem duplici via perveniri posse declarabam liter possent,
splendideque proponi; multo fuerit satius consilio adquie scere Ludovici Vivis,
cuius haec sunt (De tradendis disciplinis lib.III. verba. Sacrarium est
eruditionis lingua,et sive quid recondendum est,sive promendum velut proma
quaedam conda.Et quando aerarium est eruditionis, ac instrumentum societatis
hominum,e re esset generis humani unam esse linguam, qua omnes nationes
communiter ute rentur: si perfici hoc non posset, saltem qua gentes ac nationes
plurimae, certe qua nos christiani initiati eisdem sacris, et ad commercia et
ad peritiam rerumpropagandam. Peccati enim poenaesttot esse linguas. Eam vero
ipsam linguam oporteret esse cum suavem, tum etiam doctam et facundam. Suavitas est in sono sivé simplicium verborum ac
separatorum, sive coniunctorum. Doctrina est in apta proprietate appellandarum
rerum. Facundia in verborum et formularum varietate ac copia. Quae omnia effi
cerent, ut libenter ea loquerentur homines,et aptissime possent explicare quae
sentirent, multumque per eam accresceret iudicii. Talis videtur mihi latina
lingua ex iis certe quas homines usurpant, quaeque nobis sunt cognitae. Quod
continuo diligenter, ostendit, eaque tradit quae merito cum disputatione
componantur ab Aloisio Lanzio libris inscriptionum et carminum praefixa. Sinensium alphabetum
Typographicum ex 50000. signis constat. V. Mémoir, concernant l'histoire etc.
des Chinois parles mission. tom.X1., Mopertuis ius auget ad 80000. Iaponenses,
licetomnino diversa linguautan tur, quae tamen Sinenses literis consignant,probe
intelligunt; adeo verum est haec signa non rerum voces, sed earum conceptus
delineare. V. Marpertuis loc. Iam. cit. Nome compiuto: Cesare
Baldinotti. Keywords: signum, genere, segno, genere, segno naturale, lacrima,
segno artificiale, ‘homo’, conventione, imposizione, idea, ideazionismo,
‘Locki’ – enciclopedismo, illuminismo, ‘discorso sulle lingue’, propositione,
articulazione, logica, grammatica, forma logica, modus significandi,
imitatmento, il Cratilo di Platone. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice e Baldinotti,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Balduino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del vestigio
dell’angelo al Campidoglio – la scuola
di Montesardo – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Montesardo). Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Montesardo, Alessano, Lecce, Puglia. Grice: “It is
amusing that when we were lecturing with Sir Peter at Oxford on ‘Categoriae’
and ‘De Interpretatione,’ Girolamo Balduino had done precisely that – AGES
before, in a beautiful beach town of Italy! ‘vir Montesardis,’ –“ Grice:
“Strawson and I, following an advice by Paulello, drew a lot from Balduino’s
commentary – especially of the Peri Hermeneias, the section on the ‘oratio,’
since we were looking for ordinary-language ways to render all the modal
distinctions (indicative, imperative, optative, interrogative, vocative, …)
that Balduino finds so easy to digest – but our Oxonian tutees didn’t!” -- Girolamo Balduino (Montesardo),
filosofo. Studiò all'Padova sotto
Marco Antonio Passeri (detto il Genua) e Sperone Speroni, formandosi
nell'eclettismo aristotelico proprio di quella scuola. Insegna sofistica in
quello Studio; passò poi all'Salerno e all'Napoli. Nella seconda metà del Cinquecento le sue
opere furono occasione di vivaci dibattiti. Alle sue dottrine si oppose, in
particolare, il filosofo padovano Jacopo Zabarella. Altre opere: “Perì
hermeneias”, “De interpretation, “Dell’interpretazione”; “Quaesita tum
naturalia, tum logicalia”. Studi
Giovanni Papuli, B.: ricerche sulla logica della Scuola di Padova nel
Rinascimento, Manduria, Lacaita, Papuli, B. e la logica scotistica, in Acta
Congressus Scotistici, Roma, Papuli, Da B. allo Zabarella e al giovane Galilei:
scienza e dimostrazioni, in « Bollettino di storia e filosofia », Raffaele
Colapietra, recensione di Ricerche sulla logica della scuola di Padova nel
Rinascimento, Emeroteca della Provincia di Brindisi. B.. “De signis”. It. segnare, notare, segnificare,
notificare. Primum oportet ponere quid sit nomen et quiddam in proæmio, ut
propositum suæ considerationis ante quid verbum cognovit et infra ab
orationibus rethoricis et poeticis, atque his quæ affectus explicant, illam se
legit. Item tes cum iste liber cum tota logicae undem modum cong ordine lint
considerandæ quo, ex processu resolvente com, siderandi participet, qui ut ante
monstrani est instrumen monstrat cum inquit primum bum etc. vers tum seu
organum notificandi. Quid inter hunc librum quid nomen quid alios differt?
Respondetur. Id interesse et, inter diversos primum, non intentione, cum libros
eandem rem eodem. Sed quod primo exequi instituimus dicit opor versa prædicata
propria, de illa cognoscantur. Q dis eaq. præs cipia quæ ut deus, et prima in
omni tempore, loco, et subiecto dicata ex fine libri facile inveniri possunt
demostrationis prin sunt nes mus, extremum nam ut posuis cellaria. Sed
suppositione in hoc libro et finis, rum conceptarum res et secundum quid. nam
tuimus dicata quinq vocem SIGNIficativam stag are, ut toto, necessario tra
verlrum etc. Hæc verbi, orationis, enunciationis nominis, nis quibus eædem
libro poeticorum est præceptionem tradere finiendo considerant alterum ut
aspernetur et um metrum formandum, bi etc. ponere ergo sumetur non tanquam res
dubia inquirendum sum, verum et constans ponendum primo mento magno exemplo
explicatur artificum idem ligna ut lignum, sit sed ut per seno post incos unus
artifex statua malter, referet tæ, cum suo proprio monius inquiens est, ad
metria positi oest. Ita que non nisi ut enunciativa. Sed de subiecto do post
secund infine. Regulem logicem ponuntur ut notæ orator et poeta enunciativa orationis codem modo ista
des:ante et SIGNIficativas intendit idenim definitionem nomini suer, sitione
SIGNIficantes tionis tantum urilitatem declarat apo demonstra, ad impossibile
primo prior de tione simplici et hæc porest. Sed demonstratio viriali cuius,
extranea autem quod licer hæc omnia demonstrationis Postremo scientiarum. ne
viam atrium et iuxtaponitur uerbo. Magentinus positionis modos modo
considerantes est interpretario posis ab instituto, nomen, aim. Ponere seu
constituere. Ammonius has tres particulas legit cum ergo sunt prædicata
propria, affirmationis et negatio mum ponendum constituat, alterum appetendum
explicaretur oportet definire et fugiat. Poeta ad cocinnum orator vero
adornatum. Id, quasi istorum quid nominis ad efficiendam. Huic quam retuli rei
confidera Averrois, definitio enim inquit Aristotele ingeo navem, alteradarcham
considerandi modo, assentit, Amonius definitiones positiones in arte dicuntur.
Metafisicae in hoc libro confiderari de oratione, in magno com cuiusratio est
primopoft. quam per voces clariores mo prior primo, syllogismus est positis et
concessis et concesso, pri oratio in quaquibusdam attingit. Magentinus syllogism ducente hac
tenus. Paul e re niam fiunt. Quos cis nunc. De utilitate dicimus ab anima, quæ
facile opus suum inquitex proposito patet: ad de et ex inscriptione cepit ergo
tertium modorum quos Ammonius attulit. Su subiceti interpretationem refertur. Quam mitur
enim gratia quæri retulimus nam enunciatio ad ins ponere, primo prosupposito
tendatur tet non simpliciter sic enunciatio in to, propositum quas per voces
clariores NOTIFICARE nostrum esse, de oratione enunciativa. Hic autem finis
haberino potest, nisi per hæc præ tertio ait igitur de partibus tractandum est,
quid nomen et quid verbum inquiens et Aristotele verba conne fit ita res
tractatæ alibi differunt. Requires et ens quia propositum Aristotele quam, necessario.
Quona igitur modo sei ungi simplicium essential cognoscenda differentia locus,
tamen hic nomen quid ferme omnis explicatur ex proprio fine quoniam et uerbum.
Juult ergo cum cæteris ista considerat utg syllogism parte sefficiantur logicus
bus ponere sumendum fore pro definire et definit, ut verum strationi
deseruiant, grammaticus vero voces tis compositas incongruum sermonem ex
elemen, ut congruum, siue oportet ponere, id est definire et falsum declarant.
Et novissime ut demons dissentio latina ac sensum accedens ab Aristotele
sidiceret. Sed ab his ad Aristotele verba græca et. nam committeretur nugatio
possunt? ideo dixit primum est erfide hoc infra fit proprius considerandi
oportet ponere id est definire, magis ut
iudico. Hæc ut bene Ammonius cognoscit. Ac.p fine propositis nullo modo tamen,
ut omnia moveri commune commodum est id muniter posito primo top. nono.Tertio
et concello quomodo sumitur procom de mente Ammonii attulimus gratia
explicentur omnibus Aristotele. Quarto pro ea fine ratiocina, pro proprium est.
Locis quos adverbio quod nibuscarentibus pro definitio positione fieri ex
Heracliti sententia via relinquenda non est docentes, fine via eius
contemplationem medio. Secundo poster incommens damus, tenebrisan; circumsusi
more feramur, est igitur enumerat: tray in incertum imperitorum via, illa quam
toti logicæ Aristotele to magno est. coniung nomine et verbo. Pris. primo post
secundo post. et ratiocinatione ex hypothesi. Secundo supra retulimus et hic
accepit sed quem modum Aristotele hic fert. Ex hisitaque patet. Arit,
resconsiderandas acceperit, verbum nullum proj ea considerantur. Quod si
orationem ante etiam posuit et tractavit, non nisi ut genus commune
enunciationis, ad verbum. OD rum ordinem pofuisse) tanquam subiecta et tertio
prædi num triplex potestelle consideratio: primo ut absolute Cara, quideorum,
scilicet ponere sive constituere. Sed SIGNIificant simplices CONCEPTUS. Ita in
prædicamentis cons citorcum primo post in parva commentatione: scieny
fiderantur. aliomodo secundum orationem, ut partes tiasitunius generis
fubieéti, quçcúq; exprimis componitur, sunt enunciationis: sica dhuc librum
spectabunt, propter et partes et PASSIONES horú sunt pse. igitur duo sunt per
reaenim inquit traduntur sub rationem nominis: uet er se predicata, substantia
sive essentia quæ per definitione, et biut SIGNIficant cum tempore aut sine
tempore, intulit accidens proprium, quod per demonlirarionem concluditur.
etiam. et traduntur alia huius modi, quæ ad dictionum secundo post. Inmagno
commento cur tantum pertinentrationem, ut enunciationem conftituunt sed quid
istorum proposuit? Ad hoc dicendum mihi uiden quam vistant iuiri ingenium et
iudicium semper cum sum tur: ex primo post res quarueif ecf timperfectum, et
quasi in mente, non habentuere definitiones. Secundo ponendum quod supra
documus, res logicas ut intrumen ta et organa artium et scientiarum, ad proprios fines et quod
satis probatum est supra cum a nobis Ammonius notitiam explicandam referri. His
datis patet ad petitios est reprehensus. Præter eaut diximus nome et verbum nem
responsio: namdum Aristotele quid prædi et orumponen simplicior asunt decem
vocum conceptibus. Amplius dumpropofuit, et propriosfinesquiipsorumpropriafer
rationoininis et ucrbi et fi ut materia adorationemenun rendicuntur accidentia,
anteposuille dicetur sic enim ora, ciatiuam pertineant: tamen corum rationes
sunt commu cionem definiens enunciatilia inquiet non omnis: sed in nes, non ad
orationem tantum contra et æ. ut prædicari de qua verum et falsum explicatur et
nomen quod vox fit si vocibus simplicibus prædicamentorum non possint, licet
SIGNIificatrix. Requirit secundo
Ammonius a quo Aquinas cum divo Thomas in ultimo suo dicto contra Ammonii opis
mas accepit. Side simplicium vocum essentia in prædica; nionem consentiam:
nomina et verba in hoc libro tracta mentistra et auit: cur hic iterum repetits
respondet Ammonius. ri,ut cum tempore aut sine tempore SIGNIficant, et non solu
unum quod supra tanquam falsum reiecimus. Nam et fi hæc SIGNIificare dicuntur,
sed et alia huius modi quæ perlig verum dicat. Ut robique easdem res subicto, rationetas nent ad
rationem dictionum. Licet ipse sub inferat, utes men differentes finiri: nihilo
minus differentia quamaddu nunciationem constituunt. Non solum affirmatigam
enun cit est falsa. Dum inquitin prædicamentis voces simplis ciationem, ut
Ammonius afferebat. Si autem ista verba, ces considerariut indicativæ sunt
rerum simplicium quæ Aquinas referret addi et tasuperius ut diceret qiftain hoc
quando cum temporis mensura SIGNIficant, verba: quando libro traduntur sub
ratione nominis et verbi et alia huius, sine tempore cum articulis explicant,
nomina sunt dicen modi, scilicet traduntur quem
ad rationem pertinent diction da. Quando pars affirmationis uel negationis, dictio: cum
num, tunc inter nomen, et verbum et dicionem distingue autem pars syllogismi,
terminus. Sed primum inas SIGNA y ret. Sed primum de mente sua verius credo.
nam alii ta differentia dubito: quarationeun quam fiet: ut substan teridemdi et
umforet contrasequodin, Ammonium die sia per le existens SIGNIficari possit cum
motu? maxime ximus. Postular Ammonius et AQUINO curaliisoras cum
prædicamentares sint completæina et tu. Nam quinto tionis partibus missis,
solum nominis et verbi considen metaph. septimom et septimo primo physic. ens
rationem præposuit? addituretiam. quia libro poetico, quod est, aut existere
dicitur, in decem primasres, seu voces partitur: quo ergo SIGNIficari possunt
cum tempore! nisi diceres ut sunt imperfe et cres, et in motu cum actione, et
passione et generatione lubstantiæ alteratione qualitatis augumento quantitates
et ex accidente mutatione eorum quem ut uo referuntur. Seundo nec dubium solve
revidetur quod dicit. Sed falsum etiam est in prædicamentis rum orationis
partes enumerans, inquit septem elle. Elementum, syllabam, coniunctionem,
nomen, uerbum, articulum, orationem. Ad hoc breviter respondent alig qui
Aristotele omifisse quediximus, tanquam inutilia et ad rectum poetarum metrum
spectancia hic solum mentioq nem fecisse nominis et verbi: pista sunt necessariæ
parstes enunciativæ orationis, inquo, Ammonio non aduery voces considerari, ut
ad simplicium rerum cognitionem dedu satur nec diuo AQUINAS et fi oratio
enunciativa quando que cunt. Sed
inftan taliqui. In prædicamentis, Aristotele fini ens in conftetexaliis, non
necessario, simpliciter, omnitempore, quit. Substatia dicitur. sed quam uanère
spondeantex Aril. Quinto meta et Alexandro Aphrodiseo exponente cognoscant,
secundum se inquit vero dicuntur quæcunq; predicamenti figuras SIGNIficant aut
secundum Boethium quæcunque figuras predicationis significant. Itaq. Per
Aphrodiseus quod a nomine, vel uerbo deducitur:lig verbum hoc dici et
significare res simplices, prædicamen ca ad metaph. Non logicum pertinent: sed ut
decemu ces, res mediis CONCEPTIBUS A POSITIONE SIGNIFICANT logie corum
considerationi convenient. Tertio dubito et tan cuti et legendum, et navigandum
alegere et navigare verbo originem ducunt. Similia dici possunt de explicatione
Alexandri. Quautitur Ammonius dum de verbo consin dcrans Aristotele inquit.
Verba autem secundum se dicta nomina sunt id est simplex habent SIGNIficatum
nominis eius simplicibus partibus simile, ex quibus constatoratio. Ita pro
Alexandro dicendum. Adverbia plurima ex parte quam vanam explicationem
existimo, dictionem, scilicet affirmationis partem vocari. Nam quid interest
dicere nomen et verbum vocem esse SIGNIFICATRICEM A PLACITO et afferere nomen
et verbum dictionem esse ihuius may de ducia vero nomine aut a parte orationis
simpliciquæ nifestum indicium ex Aristotele sumitur. Qui ipsam orationem
definiensait oratio est vox SIGNIficatrix, cuius ex partibus aliqua separata
SIGNIficat ut dictio, verum non ut affirmatio ergo idem est dictio, quod nomen.
Ut habet translatio Magentini. Et verbum. Ergo dictio, orationis communis pars
erit, non affirmatione stantum. Nisi per appropriationem dicat illud sed AQUINO
vidensuocesalo, gico consideratas non posse decem simplicissimas resnis fime
diis conceptibus explicare itaenim secundo intely uim habeat nominis. Et ita si quando goriatura verbo, nihil Alexandri et
Aristotele sententiæ officit. Sed cur particispium, quoquam se pissime in
demonstrativis scientiarum sermonibus utitur, tam hicquam poeticorum libro
relis quit? Ammonius dicit, quia ad nomen et verbum reduciy tur. Alii vero quod
idem sft dicunt quia pars comporis ta non simplex orationis dicitur. Quæ
responsio magis perspicua et evidens iudicio meo est. Nam primo pos ter,
secundo, præposuit dupliciter præ cognoscere oportere, leda sive secundæ
intentiones dicentur, nonu tres linere alia namgquia sunt prius opinari necesse
est alia vero quid lationibus denotant ad philosophiam naturalem spe et an est
quod dicitur intelligere oportet sed cum duas propos tes et metaph. A
literalseric, simplicium inquit diction ne rettrese numeravit et ad hoc
respondet Aver, optertia ma veneratione sanctitatis probarim: in hactamenre'
sponsione dissentio: cum decem voces non solum simplices conceptus sed res
mediis conceptibus explicent: loco et subiecto et non nisirespe et uhorum ut
pronomen loco proprii nominis. Adverbium tam hic, quam in libro poeticorum
relinquitur, uel quiaut Ammonius ait, modum dicit quo prædicatum incit
subiecto. aut ut sрее species composita est ex his dicas
etiam o duas præposuit neccessarias signum est q Aristotele dixit dupliciter
præcognoscere oportet et quia lunt, opinari necesse est et quid intelligere
oportet ad tertiam vero præcognitionem der scendens, fineullo necessitates
verbo additoait quædam autem ut rag nam compositaquæ esse et am tertiam naturam
non dicunt distinctama componentibus, explicatis necessariis partibus,
coniunctim ex his explicari intelliguntur verum quicquid sit de Arist. textu et
ratione quamdi xi: sufficiens ref ponfiofit: qhicde simplicibus partibus
Aristotele loquitur, quale non est participium. Coniunctionem omisit, nonquia
inutilis, quoniam. infra quod ipseconfirmat hic, et supra contra Boethii
opinionem adduxit Arist. dividet orationem enunciatiuam in unam simpliciter et
coniunctione unam: quæ necessario coniuctionem expostulat. Nec exomisit ut
Ammonius et Aquinas quia pars orationis non est sed pars conne et ensatque
coniungens. quoniam Aristotele coniunctionem poeticæ locutio nian numeravit,
tanquam orationis elementum. Item in cap.quarto Aver dicet, q syllogismus
conditionalis est unus per unam copulativam. Gifoloritur ergo dies est sicut
predicativus est unus per medium terminum sed hic medius terminus necessaria
est pars prædicatiui sive CATHEGORICI syllogismi. Ergoconiunétio
syllogismiexpofis tionefiuehypothetici.Hinc etiam contra eos fequetur
inutilemconiun et ionemnonesse: sed hypotethico fyllor gisino necessariam: ut
medium terminum prædicativo syllogismo. Alii sentiunt propterea coniunctionem
omiy filfe de enuntiatione una simpliciter demonstrationi servienti, non coniun
et ione una considerat sed hanc reo sponsionem suprareiecimus: ea rationeq hic
liber etiam ad librum priorum dirigitur, proximam syllogismo hypothetico
positionem seu præmis lamelargiens. Itemin hoc libro, capit.quarto, propofitam
enunciationem ab aliis oratoriisac poeticis seligens, in has duas partitur.
itidemq; definite oratione in libro poeticorum eam in hasdistribuit feudi uisit
species. Dicendum igitur nobis videtur, proptereahic relictam coniunctionem
esse, quia facilis, et Aristoteles sufficiens erat ea parva cognitioquam
tradidit in libro poeticorum. Aut secondo dicasquor demonstrativa scientia. Et
secundo poft. iuxta ordi niamhic propofitum est de vocibus necessario
SIGNIFICATRICI nemquem compositiuum aut componentem appellant, pri bus agere ad
interpretationem per voces clariores efficieendam: quem oém orationem efficient
nam hic libercom munia principia explicat. Dic secondo q in libro poeticorum
cap. septimo, coniunctio significationis est expers: qua de causa definitioni,
quæ perfecta oratio est, nond eses Post ea quid est negatio, o affirmatio et
enunciatio, u oratio, deinde quid sit negatio, a affirmatio, o enunciatio,
oratio. mo genus, quid syllogismus, inde speciem, demonstrationem collegit.
Premponens igitur hic ista duo tangfinem unum in tegrūperse ex genere et specie
constitutum, primo ait enunciationem, deinde oratione, non ita per se intenta:
nobis innato aminus communi ad communiora. Sed hæc responsio improbatur quia.
Si ordinen obis innato, seu aminus communi et im per se et oincipiendum est, cur
latus ordo ex accidente euenit, ut quando gab imperfer et o furnatinitium quia
in libro de anima secundo, textura Magentino cum universe res quas universalia
dicunt singulis præferantur, cur hic non primum de oratione et genere, deindede
enunciatione affirmatione et negatione ex orsus fit Aristoteles sed primum a
nomine et uerbo: nam auta nobilior iincho an dumerat, aut are magiscõi, ut
ordone ceffarius servaretur, non anobiliori, cum negationem affirmationi
prætulerit non acommuniori, quia oratio fuif setante ponenda. Responder ipse.
Solere quandoq; Arist. Hocfacere et are communiori quæ ad singulasres spes et
antincipere quomodo hic dicita nominee SIGNIficante substantiam sive eflentiam
et a verbo SIGNIficante actionem seu passionem, Aristoteles inchoare sed quare
istum secundum necessarium ordinem inter negationem et affirmationem,
enunciationem et orationem non seruauerit, ut Gbioccultumomi fit. Præter ca
enunciatio ut finishorum materialium principiorum prenstantior est, ergo
antepor nendafuisset. Amplius nomen et uerbum, non ideo communiora esse
dicimus, q subtantiam aut accidens SIGNISFICARE dicuntur, sed q voces
SIGNIficative apositionelunt, non substantiæ aut accidentis, ut naturæ
terminatæ, sed communiter omnium ratio ergo est sumpta a processu resolvente
finem in causas et principia prima intra rem itas quecum orationem non omnem,
sed inqua est verum et falsum, id est enunciativam, ut finems peculetur, et hæc
ex nomine et verbo, ut materiis, constituatur necessario ergo primum dehis
ponendum quidf snt: deinde complebit reliquas partes processus resolutiui sed
subiectum, ut totum potential primas species continens, cognosci non potest
finesuis speciebus, sicut totum constare non potnifiex suis constituentibus
principiis materialibus: ergo deinde de his quæ ad finem proprium diriguntur,
dicendum, quid oratio et enunciatio, ut completes finisele et us habeatur:
quiahec in affirmationem et negationem dividitur ut pris mophy intelligere et
scire, id est intelligere scientificum: quod Auer. Finem rerum naturalium
pofuit. Item genuscum principali sua specie unum finé constituit, acea uno
proce mio proponuntur et epilogo colliguntur: ut primoprio rumde syllogismo
tradaturus, resoluentem processum efficiens a principali fine inchoauit: de
demonftratione et Propositis communibus, ut materia, principiis, quæ per
se SIGNIficant ia omnem orationem conftituunt: nunc de coniumctis ex his
principiis et conftitutis proponit. pri mumq; ait Deinde, ut diximus ex
Ammonio, ordinem et urum proponit de rebus omnibus: deinde de elementis,
denotata principiorum constituen tiu madres constitutas. Et de omni anima prius
quam hac autilla animaratio pof t e a inquit quid ne a t i o affirmati o
et c Hic quæris igitur et causa ordinis a dnoscelatiesta notioribus nobis Diiii
gationem affirmationi prætulerit. Ammonius ait prius nomen perfectius posuit?
Item in situs, et ad nosre asenfuuisus incepit ut Auer. aitineodem libro. de
anima de intellectu prius quamdesecuny. dum locum motiva potentia. Similiter
secundum accidens est ut a comunioribus five minus comunibus pro Milanius. Nam
de generatione considerans de ea generatim sedin ruit: et fi per se non
SIGNIficat ut ait Aristotele licet SIGNIfica, demonftratio intenditur quam
syllogifmus. Et primophy. tionem non impediat perfead hunc librumnon per primo
finem proponens rerum naturalium primum, dixit. Et at, quietiam per se
SIGNIFICANTIA principia ut materias spe quoniam intelligere et scire contingit,
id est rationem ellen culari conftituit. Quarenon inutilis quidem
coniun&tioerit: tiam ac naturam ipsarum, inde scientiam per demonstras
sednec necessaria pars SIGNIficans, orationi per se, id est, tionem acquisitam
ratione et eflentia posita et explicata omni conveniens oratio autem divisa in
species duas, per definitionem, in fine explicando, nobilius explicavit, quas
monstravimus, conjunctionem a poetica, ut eius parti ac magis intentum. Sed ad
huc dubium remanet curnes utilem, mutuo accipit sed ad enunciationem relatam ut
primo priorum, prius TEX. BOEZIO. ordine ad nos relato, ab imperfecto ad
perfectum procedit et tum negatio enim diuisionem continet,
affirmatio autem in compositione consistit negationem igitur affirmationi
præposuit, et magis ad partes accedir, compositioautem ad totum. Sed ueniat
anti uiri fit dictum negation magis composita dicitur quam affirmatio, cum
additione negan cis particulæ, affirmatio efficiatur negatio. Ad rationem
orationem quatenus ex luis materialibus principiis cons harum alter utra
præferatur. Sed contra dicimus, pris mo hic liberad demonstrationem dirigitur,
ut ipse fal dem, fic nece ædem voces. Quarum autem hæ primum NOTAE sunt, eædem
omnibus PASSIONES ANIMAE sunt et quas rum hæ similitudines, res etiam eædem.
Sunt quidem ergo hæc in voce, earum in anima passios ad modum necliter et
omnibus cædem, fic nec eædem voces. sentiens cum Magentino reprehenditura
Sueffa. adiu mentum seu commodumin proæmio, nointractatupræ do secondo
phy.tertio.natura est principium motus et quietis, per se et non secundum
accidens ita que ex his positis sequitur negationem instrumentum explicans con
fitione formam eflentiam q; cognoscimus hoceft agen rium et dirigentium ad
ipsas. Oportet igiturante cogno! Scereea exquibus est definitio: propter eaq
ifta præcogni tetur, quææternorum est non autem ad eaquæ possunt ponitur. Diceret enim ille utilitatem
totius libri et subiecti esse et non esse. Amplius et fiinuno, quod de potens
anteponenda, non utilitatem cognitionis, perquampro tiaadactume ducitur, non
esse prius fit eo, quod est: pofitad eclarari, ac definiri possunt. meæ etiam
rationi nontamen simpliciter in omni natura: cumea, quem poten responderet. In
sequenti textu commodum quale fitex tia continentur, non nisiaba et tu, ac eo
quod uere eft in plicari: sed quam in ordinate ac fine arte id faciat, uides
actume dantur præterea cap.quarto enunciationem in rintalii, retamen idem cum
Ammonio sentit quiait Ari. has duas species diuidensinquit. Prima autem oratio
docere uelle nomen et verbum quorum finitiones promi enunciatiua est
affirmatio, deinde negatio ergo analoga, fit, voces SIGNIficativas esse, quod
ifferata vocibus nonli aut per rationem ad aliud nonç que diuisa participatur
ab SIGNIficantibus, ut scindapfus docetom quæ inprimis, ac utrii: fedde hoc fuo
loco dicemus. sicut Ammonius di proxime ab ipfis vocibus in dicentur. conceptus,
scilicet durum promittit: Mihi quod uerius probatur iftud est, primo: quorum
interuentures explicantur.quæ omnia, hic affirmationem et negationem numerariut
plures species enunciationis, id est oppositionem contradictoriam erficientes.
Quæ infine fectionis fecundæ, in hoc conssistit. ut aliquas edeiiciant,
deftruant, abiiciant, atque ne gent; in hoc autem efficiendo potissimam et
inprimis vim habet negatio. Quade causa ibi primum ab Arift .numeratur, ut
secondo de anima cum species subiecti fint plures, ex enumeratione ipsarum
precognoscitur esse, id verum in demostratione, iti demin definitionem ons quod
anteponendum est, prius quam tractatus cognitioaut definitiohabeatur. Secundo
sciendum primo topic. ofta Opposita
secundum contradictionem protenfa alterum oppositum explicare.Et primo post.
octauo. In antiqua commentatione, de omni eft quod non inquodam quidem fic, in
quodam autem non nec aliquando quisdem sic, aliquando quidem non. Jitidem et tex.
Quinto scire autem simpliciter opinamur: sed non sophistico monitionis: qua
simplici conceptu fine assertione seu compo iun et a et divisa, notio rem esse quam affirmationem nam
ta, ad eam habendam nos dirigunt at qzillamex præno attendere folemus
diligentius ad contraria, ut nobis ads uerlancia, quam eaquæ sunt nobisi nnata.
hæc autem affirmatio, illa negatio explicat per externa, explicantia ti
sefficiunt. Arif. igitur quoniam dixit oportet nos constituere, siue ponere
quid nomen, et uerbum etc et com muniter hæc erunt voces SIGNIificatiuæ
positione aliem fine quodam modo alterum sed cum iple species ex propriis very
explicatione, aliem cum vero. iccircoiftatria antemani principiis internis
definiuntur, I uxta ipsarum naturam, feftat: nesue definitiones fineratione et
fineea quam ipse proprietatem et ut ad commune genus proportionale tradidit
arte ponantur, at constituantur. In hoc textu eu analogum referuntur, finienda
sunt primo, modo hic in proæmio negatio præposita numeratur, ut instrumeng
voces esse SIGNIficatiuas: quod Ammonilis exponens cum tum est habens
ellenorius: secondo autem modo infra in Magentino ait quattuor ad ho cutilia
effe: rem, conceptum, tra et tatu et propria definition subsequitur itainfra
intely vocem, et literas. Amm. autemait Aril. inchoare, nona lectus quando
plineuero est et falso: circa composition rebus, quæ perse, nec simplices sunt
nec compofitr: id nem enim est falsum et uerum. Querunt novissime curuo enim
habent conceptus sed a vocibus, tr"fine quibus dis cem omiserit. Sed Aris
. infri ad hoc respondebit ut supra sciplina et præceptio fieri non potest
aitam; nullam facere etiam a nobis fatis est dictum. Propter ea ad alia
contendamus. Aristotele de literis mentionem g nullius ui funt ad proporto et fiuerafint,
dimin Pombaamen ponunturcum aliammay gis intentam differentiam SIGNIFICARE
SCILICET A POSITIONE, NON NATURA relinquat, quamtamen Alex. et Pfellius
prosequuntur et in expositione tex. Ammonius A uer. ato alii non omittunt unum
ergo et idem cum hissentiens, eorum veritatem confirmo. Cum nominis doctrina et
dissciplina ex ante posita fiue præexistenti fiat cognitione, ftretur et
testimonio Auer. confirmetur. primopost.ses cundo. et Arift. primo Metaph. et
apud Alex. pri motop. quarto oportetenimait Arift. ex quibus eft de finitiopræ
scire, fiue ante cognoscere et Alex. inquit definition per omnia nota et
precognita procedit et Averroes primo post. secundo. fic. etiam uerisimile eft
effe dispositionem specierum prænotionum conceptionis id est defiunumeorum quæ
diximus explicatur, nomen et verbum primo secundo. hec autem quandog
imperfctiora, TEX. BOETHIL. Suntergoea, quæ funt in voce earum, que sunt inanie
quandoy perfectiora, minus communia autcomiora. Ma ma, passionum not&,o
eaquæ scribuntur, corum, que gentinusaitq cum evidentia dixerit, abhistanquam
abdi tis et occultis abstinuit. Aquinas dicit gquia Aril. cępitapar sunt in
uoce. Et quem ad modum nec literæ omnibuse et s tibuse numerare: ideo nunc
procedit a partibus ad tol adducam dicitur. aliud effe dicere num note: O quæ
scribuntur eorum IN VOCE. Et queme procedere, quia magis sensate sunt de anima
instrumentum, seu Atat, esse magis minusu e compositam aliud finem habes
PASSIONES ANIME SUNT, o quarumbæ similitudines, res quoquecedem. re ut alterum
coniungicum altero, aut feiungi ab altero enunciet. secundum concedimus: sed
exillo affirmationis naturam magis compositam esse, sequi negamus sed
Magentinus dicit q enumeratis nominee et verbo et aliis eorum definitiones
tradendæ erant, quas ponere constistuerat. Sed hoc Aril. non facit: sed caput proponit quod nobis
ad iumento erit sed quod fit ad iumentum non exiplicat, nec increpandus ame
eritut Herminius idem negationis potius. Secundo respondet p in hisquę possunt
efle X non efle, prius eft non effe quod SIGNIficant negatio, quamefle, quod
explicat affirmatio sed ut species sunt æque genus diuidentes, sunt
fimulnatura, nihil grefert Quorum tamen hæc primum notæ funt, eædem omnibus i
ta con la contemplanda. Quod fi ita est. Cur ergo iftorum quat PASSIONES SEU
CONCEPTIONES esse omnibus easdem:id est tuor meminic? Et si infra longioribus,
nunc tamen quod ellea natura: Expolitores non explicant qua de causa, ad rem
pertinent dicamus et brcuiter: finem huius libri interpretationem esseut fupra
pofuimus hæc autem ut lov gicum instrumentum et organum cognoscendi, ad
explicationem rerum dirigitur, ac tanqua multimum et perfe netemere et fineulla
ratione iddrift pofuiffe dicamus. notandum, sexto topi. In explicandis partibus
defini tionis oppositorum, non tantum opus effe oppoftiscum negation præpofita,
sed etiam rebus huius modi, quiz intentum finem refertur interpretatio uero
rerum non busdefinitio feu definitionis pars tanquam habitui conue fit nisi per
voces clariores SIGNIficantes A POSITIONE, aut perl iteras cum voces defuerint
propter eanecresomi lit, sed tanquam fine multimum et in primis intentum por
fuit tertio enim mera meta nemo define consuls nit: nam per se habitus per
privations noscuntur: licet quodammodo id est ut commentator primo pofter, in
magna commentauone et primorheto. cap. quin toinepitomatibus logicalibus explicet
alicui generi ha minum privatio, atque oppositum cum negatione praeposita,
alterum manifestet. quam obrem topica loca constituunt. Qomnibus, aut pluribus
ita uidentur. Cum igitur supra explicasset, li voces SIGNA ESSE A POSITIONE, ex
appo fat: fed ftatuitatq; ponit: sed quomodo et per quæis finis eueniat
deliberat. nam primo ethico septimo, fifinem tanquam exemplar habuerimus, magis
intelligemus quæ nobis sunt bona et septim opoli. in principio: duo funt
inquibus omnis commendation bene agendiconsiy fito cum negatione præmissa, nunc
eadem explicat pary ftit. unum ut propositum ac finis recte agenda subjaceat:
alterum ut eas quæ in illum sinem ferant actiones inueniamus, resigitur hic non
relinquuntur sed tanquam fines explicanda ponuntur. Nec literæ fruftra ab
Arift. nume rantur cum vocum fungantur officio: hisq; principibus
explicatis,& quæ scribuntur aperiri intelligimus huius enim caula quæ sunt
in voce conscribimus, ut absentisbus uocibus, res concepta scertius, uberius et
firmius teneremus quæ enim uox, tot philosophorum, a nobis absentium,
sententias unquam aperuit ad quas eorum libri nostam facile deduxerunt, ut
possemus aliquando quid ticulamex opposite positiuo passiones enim et respros
prereaq eædem sunt omnibus, NATURA SUNT, NON EX ARBITRIO ET POSITIONE ex
opposito voces, ac scripiuræ quia non sunt eædem, A POSITIONE, NO NATURA
SIGNIFICANT. aHinc etiam differentia vocum A POSITIONE ET PASSIONUM sive
conceptionum et rerum colligitur et approbationem intelligat, ex græca
particular aperitur. quæ diciti quorum quidem. Quæ particula causam propofiti
explicat, non controversiam. Quioaduerba, Ammonius primum obseruat.q cumde
uocibus et literis diceret Arist. ait. quorum ex SIGNA sunt sed passions
similitudines re senserint eorum scripta fæpius repetentes a gnoscere: No rum
uocauit. Quia simulacra rerum naturas, quoadlicet igiturut Ammonius dico nihilo
pusesse scriptis. Sed dico, representant ut inpi et uristidetur inquibus
mutarefor magis fuisse conveniens Arift. nomen et verbum et c des mas
præsentatas non licet. litin Socrate pitto calvo, fi finire per uoces quæ in
disciplinis quasalio certo duce mo, oculis prominentibus SIGNA vero et NOTAE
totumha per discimusfacile primas tulerunt: quam perscripta: bent ab
impositione et cogitatione nostra, ut in militum quibus periti occulta
cognoscunt et percepta declarant, SIGNIS ET NOTIS diversis a; institutis
conspicitur. Sed cong Nunc ad litera mueniamus ea quæ in uoce sunt, cons
traquia secondo priorum. de enthimema te tractans. fi stunt, aut continentur,
sunt SIGNA se unorem ounebonor enim duo hæc significat earum passionum i.eorum
conceptuum: quos patitur, id est, ut formis perficitur phantasia, mens, seu
anima, ut Prelliusait et quem scribuntur SIGNA ac NOTAE funt eorum quæ in uoce
consistunt. Etquemadmo gnificans.quiaidemuerbum,lignum,¬auocatur. dum
necliteræomnibusexdem ficneceædem uoces.} Explicata prima definitionis
particula, núc ad secundam accedit q uoces A POSITIONE SIGNIFICANT. Id que
approbat Arifto. ratione fumpta ex opposite cum negation prol tensa. Quodquodam
modo notius, alterum palam facit. primo topico et auo, hinc facile confirmatut
experimen Arist. quod supra de negatione ante posita affirmationi docuimus
ratione sed oppositum ei quod est A POSITIONE elle, estelle A NATURA: quæ eadem
omnibus in est ex opsposito igitur ratio in hunc modum formetur ad conclusionem
ex similinotiori in litteris innuendam, id natura esse dicetur quod eftomnibus
idem; natura enim princiy pium est perse& deomni: quæ igitur non sunt
omnibus eadem, non natura sunt aut significant. A negatione proy Prætereasi hæc
differentia uera esset, acillam Aristot. ex his uerbis intenderet, his tantum
nominibus pofitis suffincienter explicasset, dum diceret. Propterea quod uoces
et literæ SIGNA ac NOTAE sunt, A POSITIONE SIGNIFICANT. PASSIONES vero et RES
quia SIMILITUDINES SUNT A NATURA. Ita in finiendo nomine et uerbo
sufficeretsiduntaxat dixisset, nomen et uerbum es tnota non igitur addendum
quog cesfint A POSITIONE SIGNIFICANTES et hic omittendum fuils set, quod voces
et literæ sunt notæ fue SIGNA non eadem, neidem calu, actemere refricaret. Mihi ita sentiendum videtur. Ovuboloy superior
“NOTAM” (NOTARE, NOTIFICARE), “SIGNUM” (SIGNARE, SIGNIFICARE), “VESTIGIUM”
dices re quæ ita dicuntur quia ut notiora exterius NOTIFICANT, ac ut VESTIGIA
pedum significant. Hoera autem, id est PASSIONES SIVE CONCEPTIONES non ita:
quanuis interius priæ definitionis ad negationem definiti henc propositio,
similitudines rerum vocentur: rem tamen et fiinterius, quia perspicua,
approbanda non est: sed lumiper senoi exterius non aperiunt propterea igitur
voces et literas fi, tam oportet, alibi quodam modo declarandam: Allumy SIGNA
ET NOTAS vocauit et PASSIONES
SIMILITUDINES quia ille prio, id eft minor propositio in textu ex oppofito
cumne exterius, hæc interius manifestant. Secundo ex dicti sfaz gatione
præposita notiori in literis et quemadmo! cile reprehenditur syllogismus quem
Suella formauitex dum neque literæ omnibus eædem: fic nec eædemuol litera dum
afferit Arifto. uelle probare voces et literas ces conclusio consequetur. Igitur nec voces A NATURA
SIGNIFICANT a quume uarient, A POSITIONE haberi, conceptiones ver et
SIGNIFICANT et non omnibuseç demerunt. Quorum aux res, cum non euarient, natura
esse. hocto tumuultelle tem.; Approbata minori propofitione ex simili notiori præceptum
et complexionem fiue conclufionem ad qua inliteris, in quibus idem prædicatum
inuenitur. nunc inferenda mait Aristotele in textu ratiocinari. Quæcung sunt
alia duo, conceptus scilicet, seu passions et resmanis aliorum SIGNA VEL NOTAE,
positione se habent. Uult deinde fe stata natura effe et ita ead emomnibus,
inquit ledpal, quom dassumptionem, id est minorem Arift.ponatibi funt Gones
animæ quarum hædi et æ uoces primum nuly quidem igitur quæ sunt in uoce et c.
id est sed nomina et lointeruentu, noræ sunt hæ animæ passiones sunt cæs uerba.
Et scripta sunt signa et notæ aliarum, voces, Ccili demomnibus et res quarumhæ
passiones sunt similitus c et conceptionum, et scripta vocum: sequitur
conclusiout dines, etiam eædem funt. Sed cuius gratia manifestat putatibi
qaemad modum nec literæe ædem ficnecuos Aristot. ipsum definiensait,
syllogismus est imperfectus: ex signis ubieodem uerbo ut itur ad ex plicandum
SIGNUM NATURALE E SIGNUM A POSITIONE uana iti demerit, assignata differentia
Magentini. non fita positione ceseæd emerunt ubi sic ingræco non haberi
affirmattur. Sed primær esponsionis partitio, feudiftinentio, quo quod
manifefte falsum eft Toosenim sic latine significat nam modo fit uera in primo
suo membro, supra longios et quem ad modum et ait et uim habere inferendi fæ
ribus disservimus cetera tamquam uera probanus. Seddu pe consueuisse. Sed
obiurgandus est Ammonius qui lis SIGNUM ET NOTAM ait approbationem, id est
probationem bitabis Vox SIGNIficatrix est per se genus nominis et uery bi:
igitur vox erit generis pars communis, per se unum constituens: duo igitur
consequuntur. primum naturale,unā per se constituerecum artificiali, et ens
reale cum enteratio, nis: secondo partem efle intotoniinuscommuni: signifi
care,scilicetapositione,effeinuoce,quæeftmagiscomo munis. Qui modus improprius
dicitur eius, quod est in esse.q nomina,& uerb auoces, et scripta a
positionef SIGNIificent: cum secondo priorum In Epiromatibus logica, libus, de
rhetorica persuasiua et syllogismo contradictoria SIGNA enthimematis et
demonstrationis et topica etiam, non a
positione significent. lignum ergo, et NOTA, commune est ad signum, quod EX
ARBITRIO ET inftituto signifiy alioelle.
quartophy.Adprimum&finihilhicneceffario cat,& signumnaturaconsistens.
Secundo propria eius ratiocinatio confutatur: non enim unus est syllogismus in
textu quen suo arbitratu diuisit, sedduo. Vnus quonos mina Aristot. Et verba
voces esse SIGNIFICATIVAS declarat: quod amedi&um est Paulo antedum primum
in textum hoc modo quæ sunt in voce sunt NOTAE ET SIGNA scilicet SIGNIFICANTIA
exterius earum quæ sunt in anima passionum minor siue assumptio, ut pofitio per
se nota, ap Aris. dubitarem res logicas ut habentes esse imperfectum et quasi
in cogitatione ut subiecto: in voce ut SIGNO,aliam naturam ullam sortitas non
esse, quam eamquam anima probationis non indigens ponetur. Cum nomen et uers ex
arbitrio finxit: ut ad aliud SIGNIficandum exterius refe bum definiet, sed
nomen et verbum sunt SIGNA seu voces: ratur. Ficut ea, quæ artificum
manuseffingunt præterna itaq; maior, ergo et c.propositio allumpta est, ut per
seno turæopis, lignum, scilicetæs, aurumue, nil reliquumha ta. SIGNUM est illa
græca particula quidem igitur quæ bent, nisi quod ars uera per sua inftrumenta
hoc uelillo uel executionis fit nota, uel fi neulla approbatione ex propositis
inferens, meam sententiam confirmabit id esse fine approbatione aliqua positum.
ut communiter affertum abomnibus: Secundus syllogismus eriti bi. Etquems
admodum et c ut secunda pars definitionis ponatur, SIGNIFICARE, SCILICET, A
POSITIONE. Quod tanquam per se notum, non
demonstrat, sed quia non omnino, cinealiy qua controversia est consessum
propter eaquodam modo ex opposito cum negatione præposita manifestat. Quod in scriptis est manifestius,
a positione sint; et eui dentius conttantius q; manifestent. Syllogismus igitur erit. quæ non omnibus eadem sunt
illa non a natura quæ in omnibus uno modo invenitur: per se idem in omnibus
similiter operans sed A POSITIONE sunt et SIGNIFICANT minor in textu. Et quem
ad modum nec literæ omnibus eædem, fic nec uoces eædem. Ita que maior
propositio syllogismi Suessenon est ad hanc inferendam conclufionem, quam
nostra secunda ratiocinatio intulit et quæa suessa ratiocinationis conclusion
et complexion dicitur, no bisminor secondi syllogismi cum eius approbatione ex
simili literarum uiderur nam fine ulla controuersia ut bene animaduertit
Ammonius scripturæ et literæa positione significant licet quodam modo
uertaturindus biuman nomina et uerba, nátura, ut Plato uideturassere re,
anaconfilio, ut Arift. sentit, significare dicantur. hinc. per se unum
constituit cum voce, naturali opera anima ut fequetur eum non aduerba Arift. ne
que sensum dicere. dum infecunda sua expofitione afferit, quam Alexandri et Afpafii
esse confirmat, hic Aristotele velle colligere similitudi singulare opus naturæ
est, fed ut indiuiduum ab arte for matum. Itaque nec primum sequetur, naturale
cum arti ficialiunum per se constituere: quianon ut naturale, sed nem inter
scripta et uoces. Sed q ex hoc predicato, significa ut arte effectum, formatum
cum sua causa formali perl e re ut non idem, idefta pofitione: quod norius et
firmiusin unum efficeredicitur: similiterres logicas et placitum scriptis
uidetur. Inferti demde uocibus significatiuis, tan uementis arbitrium in uoce
contineri affirmamus: non quam genere proximo nominis et uerbi et omnium alio
tamen ut opus naturæ eft, per se unum genus conftituit, rum. Quærit secundo Ammonius: cur
Arift. non dixer fed tantu muta positione, et confilio, et cogitatione fal cit.
uoces sunt SIGNA CONCEPTIONUM. Sed eaquæ sunt in et um eft, ut vox ad hoc uel
illud explicandum ponatur. Voce irespondet primum: cum triplex fit oratio,
concel et ex communi imponentium consiliore feratur. Sica pra, in uoce;
inscripto: de secunda hic loquitur fecuny mentis relatione, que in uoce ad
significandum relinquis do respondet, voces naturae dimus ficut uidere, audire:
aliud eft ergo uoces esse, ut opus naturæ, aliud nomis na et verba a positione
et nostra cogitatione, quæ uoce utuntur, nam quem ad modum ianua dicitur
lignum, et nummusæsue laurum ex arte, quæ imponit figuras et tur, uocem naturæ
opus, artis logicæ inftrumentum et opus artificiale per leunum et ad alterum
SIGNA ng dum relatum conftituitur. Ex his ad id quod secundo consequebatur
patet responsio non enim in conuerniens eft minus commune, quod formam et
a&umdig characteres: eodem modo et uoces dicuntur nomina, cit, contineriin
alio magis communi quod in potentia cum
a locutoria imagination fingunturac formantur, fie exiftens per ficiac formariabali
opossitminus commu; gna eorum,quæ inanimouoluntantur,& talem sunt
formamadeptæ:utex positionefignificent.signum est uoxmutorum articulata, quæ
quianon ex composito et institutione
aliorum eft, ideo nomen et uerbum non dicis ni.ut de intellectu et cogitativa
Auer opinatur de anima altrice, sentiente et rationali et ex Aristotele
confirmatur secundo de anima. Postremo
in uoce, perfe&io placiti, seuarbitrii, confilii, &pofitionis, effet
dicendum sed metaphyfico et naturali hæc quæftio difficilis relinquenda
ellerbonitatis, tamen gratia, quam breuissime poterore spondebo. Sed
animaduerten dum primo modo effigiantia progenuerit. Hoc,alterum comitatur,
easdem res logicas, uts ecundo intellecta, ad logicam non ut scientiam sed artem
spectare namearuni, mentis arbitrium, ut externa causa efficiens assignatur
aquo effig ciunturea, quæartiu et scientiarum explicationi conuer niunt et in
uocibus, acaliis notioribus regulis apponuntur primo post secondo poster tertio
ponens dum metaph. Non eodem modo, omnium unitatis per se causam requiri. Alia
nanque, quæ matelriæ conditionibu suacant, ut intelligentiæ fiue mentes, fta
timens et unum persesunt. Aliaquæ ex materiis constant, unum per se fiunt q
hocidem, quod ens potentia erat; idem fit et u:efficiente tantum educented
epotens tiaina et um artificialia per se unum conftituunt, secundo physica
secundode animao octauo, non cum subiecto ut naturæ indiuiduum est, sed ut arte
formatum, viue effigia tum est: artis, ac formæ artificialis esse recipiens.
causa enim propria cum sitars, et esse us artificiale quiderit. Ficut causa
propria indiuidui et esse et in naturalis est forma et substantia, effe tum
igitur subftantia erit, ita proportione et similitudine quadam, quæ de unitate
et definitioneres rum artificialium dicta sunt: fere eadem de rebus logicis, et
v ocesignificatrice a positione dicenda sunt non enim quod in uoce ex consilio
et mentis arbitrio pofitumest, quibus quibu suoxipsa, quali formatur et
denominatione exo trin. ecus SIGNIFICARE A POSITIONE dicitur, atque, ut aiunt,
per attributionem placiti, ut formæ specialis, uoci, ut cantibus omnibus, non
definite contractis ad nomen et verbum: nam uox significativa partem communits
imam generis nominis et uerbi et orationis conitituit non pros materiæ sive
generi magis communi ad sunt. Nec incon prie nomen et uerbum tantum.
Differentiam aut eniliter ueniens modus ellendi in alio eft, minus communisinma
rarum abelc mentis quam Ammonius accepita Dionysgis communi fiue formæ in
materia, ut Suetreuidetur, quo fio, lumasab Arist. in libro enim poeticorum
ait. Eles niam quarto physica Primus modus numerator partis in mentum uocem
effe indiuuduam: ergo proprie in uoce sed toto, secundus totiusin partibus
tertius specie ingenere, ad sensum patet literas partes eorum efle quæ
scribuntur. Quartus generis in specie, quintus speciei, leu formem inmai
Quæriturcur passiones uocauit et similitudines uelfimu feria et c. Nec ualetfua obiectio contra
Porphyrium: lacra. Ut Ammonius dicit. Sueffar espondet propter eafie sequeretur Arist. Intam
paucis verbis ambigue dicere. Militudines appellari, qarederiuaniur: passiones
uero, ut animum ipsum perficiunt:c onceptus, ut principilim et ratio
intelligendi. Sed contra, quiarecte Ammonius interpretatur, simulacra rerum dicuntur,
non quia causa, taarebus ut phantasmatibus siue sensu perceptis sed quoniam
rerum naturas, quo ad licet, representant ut in picturis demonstrate in quibus
mutare, ac transformare naturas representatas non licet. Præterea conceptus,
nifi constituantur nouarum rerum uocabula, rem iam concer ptam et cognitam
supponunt. Non igitur proprieprincis piumseuratio cognoscendi dicentur: nisi ut
species et phantasma, ut obiectum alumina intellectus agens, eft des puratum,
uta iunt, formatum et illustratum. Item non explicatquem animum passiones
perficiant. quianon mentem per se impatibile in, ut Auer. opinatur. Sed animam
seu mentem phantasticam, id eft existentem in phantasia ut oprimePsellius
explicauit attributiue enim mens quia dudicit eaque sunt in uoce. Sumitur ut
parsminus communis in toto, id est inmagis communi. cum vero sequitur, sunt
SIGNA earum passionum quæ sunt in anima nunc sumitur ut accidens et forma in
subiecto. Sed constraquia æque ipsum inconveniens hoc sequetur: cum placitum,
fiue consilium, uoci non hæreat denominatione interna, id est intrinsecus sed a
confilio imponentium attributum, ut SIGNOf Placitum ergo fiue arbitrium, pactio
et mentis cogitation eft in uoce ut SIGNO non cui extraanis mæ operationem
inhæreat: sed passiones animæ rationa
liconueniuntutactueamformantesacperficientesetiam dum dormimus. Item proprius
modus elrendi in alio maxime dicitur ultimus,utinlocoueluale aliitrans
lumptiue, id est per translationem, ut Arift et commentator afirmant. Tertio
queritur quod primo loco quæren dun fuerat an per uoce, ergo aliquid ex
propofitis inferat, an executionis fit nota AQUINAS ait ex præmissis
concludere, hoc modo quia Arift. dixit oportet ponere quid nomen et uerbum et c
Shemc sunt uoces SIGNISficatii caduca et infirmapatibilis et poftremo in homine
sola mortalis. Sed hic primum quærocur solum Arift. passion num et
similitudinum seu simulacrorum meminit: Respo deturcu principio intelletus fiue
mens phantastica rerum qualia dumbratas intelligentias et similitudines
recipit, his ut patiens i l lu f tratur u t patibilis intellectus. Hinc
requistur, eas similitudines, ut animam perficiunt phantasticam, passiones
vocari, perficientes, ac illustrantes eamnuilo contrario ante corrupro. Hemec
similitudines dicuntur ut o intendimus ex Ammonio jur rerum naturas quo ad
licet representant et conceptus, ut abintelle et tu patibili seu possibili
concipiuntur, autiam sunt conceptæ. Secundo ponendum intellectum patibilem,
idest possibilem ad passiones et similitudines cum eas primum concipit conferri,
ut poteftate eft omnia illa, tertio de anima quem ad modum TABVLA RASA in qua
nihil esta scriptum siue fir et um. Indeetiam sequitur tertio intellectum
semper esse uerum. tertio de anima id eft non errare. sed intelles Etu ssecundo
progressus ultra componit illas passiones, ut simplicial intelle et a: et hoc
quando ßuerequandog false compræhendit ut infra sectione quinta datur opisnio
falsa ac apositione, confilio, fiue arbitrio opinatur. Buntur sunt notæ eorum
quæ sunt in voce, non autemdi dequibus Alexander forteait dee isdem rebus fæpe
uæ: ergo oportet uocum SIGNIficationem exponere, seu rectius ponere. Contra
placet Sueffecum græcis omnibus notam elle executionis. Sed nec ipse
quicontradicit diffi cilere fellitur, non enimdiuus AQUINAS afirmat ergo aliquid
supra tra et tatum, seu, ut ipsia iunt,
colligere supra execustum, sed ex prædicatis ac præceptis inferre, infra confidei
randaspræ cognitiones ut nosetiam diximus et itaes xecutionis est nota propter
eanon uniuersatim eft uerrum quidem igitur notam efle executionis, quæexan te
positis no ntr a haturnam nomen definiens, nomen in quitquid emigitur eft uox
et c. definition autem nominis exante cognitis partibus sequitur similiter
secondo priorum deenthimemate tractans, declarator et posito quidfis
gnumdicatur, intulit Enthimema qudem igitur est syllorgismus imperfectus sed
alii arbitrantur, ornatus causa a græcis poni.fica NOSTRIS LATINIS quidem enim
adexory nandam orationem ponuntur: Mihi Arift. uerba et pro cellum
consideranci, quando que epilogi, quando q exer cutionis, siue ornatus ellenota
uidetur: quod facileex fuperiore et inferior scriptura, ne ambigua estimentur,
perspicuum fiet. Quærit Ammonius cur dixerit. quçscri nos diuersos sensus
habere in quo Magentinus fruftraconatur, Alexandrum arguere. itaphi sensusuarii
quos exueris simplicibus cognitis et eifdem, acanaturacon di non sunt literem
et elementa sed horum partes i secundo fiftentibus intellectus coniungit non
omnibus iidem Xerit .literæ et elementa sunt SIGNA eorum, quæ in uoce: duobus
modis respondet, primo hic Arif. de nomine et uerbo, acaliis propositis in
proæmio speculari, cuiusmo aitq si'uerbum Aris ad omnem dictionem extenditur
litteræ proprie sub his continentur quem scribuntur, elemens taueroquæ proprie
in prolatione consistunt, subhisquem in
oce. Sed Arift. generatim loquitur de vocibus SIGNIficatiuis ut pars
definitionis eft omnium, quæ in proæmio definire proposuit. Sed in libro
poeticorum elementum definitur, a uox fit indiuidua: non omnis, scilicet per se
significans sed ex qua intelligibilis vox fieri poteft.hic uero dixit eaquæ
sunt in uoce.i.arbitrium, confilium, an passiones simplices quas de ipsis
habemus, easdem res cognitio, intelligentia sunt SIGNA SIGNIFICANTIA et intelli
SIGNIFICARE dicantur: cum semper fint distinguen deutdie gentiam conceptuun
explicantia, non igitur hic eft fers uerfas res continentes Responde as
aliudeile dicere paso mo proprie de elementis ex literis, quæ eadem sun tre, li
fiones primas effe similitudines easdem, id eft a natura cetratione quam diximus
differant, ledde uocibus SIGNIFICANTES fignifi constantes, aliud passionesesse
naturales fimilitudines rem patibilem affirmamus primo de anima tery tio de
anima ratione phantasiæ fiue cogitatiue quæ funt,l icet a positione et
opinantium consili opendeant. His positis, patethorum duntaxat Arist.
meminiffe, quia hæc sola sint uere omnibus eadem, adquæ anima cons paratur ut
potestate recipiens quam obrem passiones Arift. appellauit alii autem
conceptus, aut non iidemdi cuntur, autadillas, quas diximus passiones et
similitudines, reducuntur hæc dehisha et enus quæ tunc docenda erunt cum de
anima dicemus. De æquiuocis ambigunt. id est natura consistentes habebunt:
quibus plura cognosscunt et representant, acreferunt licet voces quarum proprie
ambiguitas dicitur, non naturas inteædem feda positione SIGNIficent: æquoca
enim rem unam cominus nemnon habent: fed tantum uocem et hoc responsio, diz ui
AQUINAS dictis, eft fuita. Sed obiicies ut Suella contra Porphyrium ubi voces
funt eædema consilio, pofitæ, easdem primas conceptiones fine erroreaut falso
SIGNIficant; non ergo ambigue loqui contingeret, ne quedifting bis. ubinamin
Ari. patet, similitudines in primis esseres rum simulacra et naturalia
ficutresnatura eædem omnis bus sunt? Respondeasextertiode anima animam,
quodammodo efficiomnia,cum omnium formas,aut sensu, aut mentes uscipiat et quia
singulorum formæ per animam cognoscuntur, LAPIS autem NON EST IN ANIMA,sed
species et forma eius primum lapidem representans. Primum ergo similitudines et
species rem et DURAM LAPIDEM ESSE repre reautillic Arist.dicit. Ad phantasmata
intellectus confers tur, ut sensus ad SENSIBILIA a quibus natura mouemur: atque
impossibile dicitur, qui nuis istangamur. Itemne celle Arilair, intelligentem
phantasmara, id eft eorum SIMILITUDINES, specularit ex res autem o narura
constent, tanquam omnibus perspicuum omittatur. Amnionius di de anima ad
poftremo relatum dixit cæterum prodig tum de hiseflein libris de anima,
scilicet tertio de anir TEX. BOETHIT. De his uero dictum – LAPIS EST DURA – est
inijs, qui sunt de anima, alte rius enim est negocij. Eius demrei uel
diuerfarum nam analoga, ut primum offensioad arteriam, fideconsulto et
composito siat, illac concipiuntur, diuersa continent, ordine, comparatione qua
commeat spiritus uox eft: tussisuero, non eft ea uox: seu proportione adunum
collata. tamen eorum prime intelligentiæ fcuconceptiones eædem dicuntur, id eft
naturra non arbitrio uariæ ficut voces: qux comparatione, reu proportione dicta
A POSITIONE SIGNIFICANT simili ratione ambigua, id eft æquiuoca, primas
conceptiones easdem, nus, quicum SIGNIficatione aliquaemittitur. Sed postula
quamuis per eadem loca, machinamenta proueniat. quia, scilicet non ex proposito
accidit nam aitfi necogitatio ne aut consilio vox missa, non est vox nam “hocomnino”
in definitione uocis collocandum eft quoniamuox eft so in guere
differentes, qui satis ex notis locibus, atque errore, conceptionibus
conftituere poffent, quod fit ads sentant, nam intellectus omnium, de rebus
senfibilibus primum uenit, ex quibus VISA quædam et similitudines procreat ad
quasintelligens feconuertit et cum intelli uersariorum consilium,aut quid
ueline Dicas his disting dioneuti opus non effe, quibus ita hæc nomina sunt
perspicua et communia, ut quasidomi ab ipsorum positione nascantur. Sed his qui
quasi modo nascentes de notissimis rebus atque nominibus hæsitant, nihilq; ab
aliisexplicar tum nouerunt: qua de causa, diftinctio in bis nominibus fiet, quæ
habentur dubia: quorum res abditæ et arbitrium consilium plurimarum rerum et
conceptum non gie necesse est simul phantasma aliquod speculari. phang ialmata
enim, sicut sensibilia sunt: præterquam tertiode aninia sunt sine materia.
fecido natura constant similitudines: non ex arbitrio pendent: quia ad
similitudines comparatur patibilis intellectus, ut natura pure potentia aut
poteft ate recipiens tertio de anima in natura enim anime ef tunum natura
agens, alterum natura patiens ficut in omnia lia natura monstratur tertii.
Prætes perspicuuin dicitur. Ad textum nunc redeamus. Ex uerbis his collige quod
supra docuimus uenforqui dem igitur quandog ad exornandam orationem ab Ari.
poni, ut hic: nilenim ex supra cognitis infert, neque alia quid exequendum. seu
tractandum proponit. Queresab Arift.cur istorum naturam dillerere diligentius
et proprietates omittis? quibusg ab animantibus instrumentis uocalibus
proueniant: pulmone et aspera arteria, aquos ma at conceptus dicit mentis
primi, quid intererit quo minus fint phantasmata: Respordet an neque alii
phantasmata sunt, uerum non fine phantasmate tum in rum primo, uocis materia
aer præstatur. ab altero, voces graves et acutæ effigiemfumunt.& q
articulate dicantur a lingua, palato labiis, ac dentibus ut animæ rationalis
motioni deseruiunt curhçcitidema positionc, alteraa natura confiftant atque
fimilitudines rerum sint primum fimulacra, voces uero passionum ligna, ac notæ
dicans tur: Ad hæc omnia putoAristot. respondere propterea abeo essereliaa o
alterius est pertra &ationis, id eft ad alium pertinent modum considerandi
naturalem deani, ma: nam pertra et are quanam ratione istaabaninia, ac
instrumentis eius proueniant, an a voluntate pendeant, ut operationes, ad
animam, suum proprium principium res rum voces primo res generatim
SIGNIificare, sedl ogicos feruntur, de quibus ut supra diximus, secundo de
anima differit ubi vocem significativa mex imagination animæ uoluntaria, Conum
appellat: hinc ergo patet voce sesse SIGNIificatiuas sic enim ad interpretatio
rum primo conceptus quod ex definitione Platonis aquo Grammatici acceperunt
confirmant nomen nem dicuntur conferretex et apositione SIGNIifica re quia ab
imaginatione SIGNIficant et voluntate ut commentato at Arist. asserunt. Arist.
enimait oportet animatum esse ucrberans et cum imaginatione aliqua, id eit
voluntaria cuius rationem adducens, inquit sunt in aninia et quarum passionum
eq voces primum gnasunt etc sed contra quia eodemmodo nomen defini, tura
logico, poeta, atque grammatico id autem ut verum fit in definition nominis
declarabimus secundo fin nisharumuo cum eft idem ei ad quem oratio enunciatiua
refertur hicautem eft interpretation rerum conceptarum, quæ idem sunt quod
conceptus: SCOTUS vero quæstione secunda respondet conceptus SIGNIficarerem, ut
similitudo et speciesrei, non ut accidens animæ dicitur, Sed non quæritur hoc,
sed duntaxat, an voces principaliter, seu vox enim est quidam SONUS
SIGNIFICATIVUS NON NATURALITER ut
SIGNIficatiuus est sonus respirati acris sicut tussis sed ab alio libero
movente hunc aerem ad arteriam. Ing quit etiam Themistius acute hunc locum
perspiciens hus iusergoaeris quem spirando reddimus percussion et quibus
imaginationem passivi intellctus nomine appels landamcensuit tertio de anima
primo de anima ex quibus tam obscuris verbis non potest concludi aliud,
nifiquod poftremo deduximus non enim video quid suadi et a sequatur, fi primi
et aliia primis conceptibus non sunt phantasmata, non tamen sine phantasmate,
line quo nihil intelligit animam, nisi conceptus primo phantasmata representare
et necesario: ut intulimus. Mihi autem VISUM eft, sermonem Arift. adomnia supra
di et a potuisse referri, cuius uerifimile argumentum poteft esse. dixit dictum
eft, quidem ergo in his quæ de anima, id est libris duobus secondo et tertio:
ut retulimus; non tertio solum ut Ammonius opinatur. Et ut finem tandem
quærendi faciamus paucis ad hæcadditis, poftres moquæramus nomina fiue uoces an
primo SIGNIficent res, an conceptus? Quidam respondent, grammaticos finientes
quod substantiam vel qualitatem significet et hic Arift.quæ in voce, ligna sunt
earum passionum quæ de his quidem igitur dicemus in his que de anima alterius
enim estnegocij: et um hoc Arift. Dehis quidem dictum efti nhis, quæ
in primis res aut conceptiones significent. Propterea uerius ad rem et
senfum accedens, respondeo et nobiscum, sinominibus non concinnat suella, re
tamé idem affirmat cum Alexandro primum pono voce tanquam ultimo in?
Tentumfinem et principalius, mediatetamen, SIGNIficare RES et extremum, voces,
an res ipsas SIGNIficent in contrariam partem Arift. et Comment. et quæ
scribuntur SIGNA et no iæ sunt eorum quæ in voce et li uoces PRIMO SIGNIFICANT
CONCEPTUS, et conceptus primum res, scripturæ ergo primum uoces declarant sed
contrarium, leniuum teltimonio et experimento monfiratur. Quia scriptura homini
et cei terarum rerum dequibus philosophi differunt, utimur, rei cum ipsarum
explicandarum causa præterea epistola in uen fecundo autem minus principaliter,
sed IMMEDIATE CONCEPTUS quæ duo afferta exemplo a scie manifestant urnam ascia
ut instrumentum efficit immediatum sed principale seu princeps efficiens est
artificismanus quod declar ta affirmatur, ut certiores faciamus absentes, siqu
id esset rans primo de anima octauoThemist ait qprincipale ac ultimo intentum
cognosci et definiri, indiuiduum dicitur: fed alio intermedio cognito forma
uero uniuersalis fine alio medio: ut tamen ad indiuiduum cognoscendum refertur.
Hæc di et ahisrationibus approbantur. Id quod eos scire aut nostra autipsorum
interesset: igiturres poftremo, ut ultimü et finis, explicari intenduntur. Item
fi quæ scribuntur SIGNA sunt vocum, autearum quæ extraani mam, quod impossibile
eft, aut in anima: uoces autemin anima conceptus dicuntur, quos ad rerum
explicationem in primis uoces SIGNIficant, ad quod SIGNIficandum nouos
referriut sinem supraretulimus. Nunc ade aquæ adducerum nominum inventorim
posuit hic autem ad rem explicandam uoces consticuit id.n. de uerbo considerans
Aril. et manifestans uerbum SIGNIficare, approbat, quia consftituit intellectu.
sed VOX PROLATA hominis tunc conftituit, et quie cerefacit intellectum non cum
ad conceptum: sed ad naturam humanam deducit ergo voces et nomina tanguls timum
finem in primis intentum res explicabunt licetins ter mediis conceptibus
præterea primo elenchorum pris banturex Arift. respondebo. Non solum querendum
quid philosophus dicat. Sed quid convenient errationi et sententiæ suæ vere
opinetur audiendum. Hunc enim in modum. Aristoteles Intelligimus quæ
scribuntur, sunt notæ eorumquç in voce i. confilii et arbitrii in voce quæ
secondo intellectus et conceptus res explicantes dicuntur. Sici nterpreteris
quæ ex Arift. adducuntur que scribuntur sunt lignaeorü, quæ in voce i.explicant
cum voces defuerint ea, quem ex plicantur per voces, quarum uice fungitur
immediateer go uoces sed non tanquam ultimum et extremum, quod mo, uocum finem
declarans Arist. ait: quoniam res addil serendum afferre non poffumus, utimur
nominibus loco rerum ad explicationem ergo rerum, consideration uocum
referturnon conceptuum, ut fine mulcimum. Amplius. Idem opus exercetcumeo,
cuiusuicemgerit, utdeconsu metaph. Ratio illiusrei, cuius nomen est SIGNUM,
definition eft uox igitur rei per definitionem explicatæ, SIGNUM dicetur. Item
teftimonio fenfuum confirmatur:quorum clara& certaiudiciasunt, eorumquærationeetiamiudis
cantur.Ad quidenimtam diu expectamus, flagitamusuo le, rege et pro-consule,
siue proregein vollendiscontro uersiis perspicuum est. Scripta autem vocum
uicem exercent. Idem ergoextremum significatum habebunt. explicationem,
scilicet, conceptarum rerum. Amplius literarum inventor, ad rerum explicationem
direxit et Auer. Ait scri cum interpretationem: nisi ueri inuenié di gratia in
rebus, pturas SIGNIficare uerba, id est fine medio et SIGNIficata uer quas
cognoscere cireftatuimus I denim uolumus et borum cum forte uoces defuerint,
hæc dequestionibus ardemus defiderio tang extremum. Ad hæc.fi conceptus sunt
inftrumenta ipsa rumuocum ut ad rerum notitian mediis conceptibus ducant nó
igitur ultimum et extremum que verum adbucest. SIGNUM autem huius est, hır coce
e ruus enim aliquid SIGNIficat, sed non dumuerum aliquid, vel falsum, fi non
uelese, uel non esse addatur, uclfine pliciter, uel fecundum tempus. Est autem quem admodum in anima aliquando quidem o
falsum. Nomina quidem igitur ipsa Q verba consimi liafuntei intelligentiæque
est sine composition neo diuie suimus et rationibu sacsensibus, rationem
confirmatibus fone, ut “HOMO” uel “ALBUM”, quando non aliquid additur: nes
approbauimus. Pugnabis poftremo, fi uoces, mediis con queenim falsum,
nequeuerumadhuc est. SIGNUM autem ceptibus explicationem rerum efficiunt: cum
immediate bus ueritas et falfitas inuenitur, hæc autem conceptus sunt, non res
ipsę. respondeasuerum et falsum in conceptibus, ut in rerum similitudine
inueniri: quæadipfarumuerará rerum cognitionem refertur uerum in rebus est, ut
in causa. In poft prædicamentis cap.de priori et in fine huius primi libri itap
attributiue. i. per attributionem et collationem ad res, veritas in conceptibus
erit: uere autem, ut in causa, in rebus. Dices propter quod unum quod am tale
et illudma césrefertur, ueascia admanus artificum: quod suprapor SIGNIficatum
non ab organo sumi oportere: sed ultimo explicare conftituunt. nam quod uicem
alterius perficit, dum uerum aliquid uel falfum; si non uel esse uel non effe
fatis, ac principale SIGNIficatum vocum dicentur. Etfiobiicietati quidem
intellectus fincuero, uel falso, aliquando autem cuiiam quis Arift. textum,
quem retulimus voces PRIMUM SIGNIFICARE CONCEPTUS intelligas fine medio alio.
non tamen,ut necessees thorum alterum in effe, fic etiam in uoce. Circa
compositionem n. o divisionem, eft uerum,o falfum. No ultimum et extremum
SIGNIficatun. Nam uoces dicuntur SIGNIficare conceptus, ut rerii sunt
similitudines ut ab ipsis rebus conceptus uenisse ad intelletum dicamus, quas
novissime, ut finem et ultimum intermedias conceptibus per voces clariores
NOSCAMUS. Nec secundum eorum argumentum concludet. Voces ea in primis ut finem
SIGNIficare in quis mina igitur ipsa et verba consimilia sunt ei, qui fine
comegis. Si ergo voces mediis
conceptibus explicantres, igitur uoces magis et inprimis conceptus, q res ipsa
saperient. Dic Aristoteles locum ualere in causa principe. i. principali non
iuuante tanquam instrumento, quomodo conceptus a duo intellecus et cogitation
fine vero uel falso, aliquando autem cuiiam necesse est alterum horum ineses,
ic, etiam inuos ce. Circa compositionem enim et divisionem estuerum conceptus,
ut accidentia denotent, nunquam substantiam explicabunt. Paucis, ut supra,
respondeas, tocum propria addatur, uel simpliciter uel secundum tempus et
extremo fine intent. Quod quandoq substantia quando g accidens appellatur. Huic
veritati Alexander et Themistius ascribunt, etc. Ammonius non dissentit.
Secundo quæs ritur, an scripturæ siue quæ scribuntur, tanquam ultimum
Magentinus hunc in modum Aristotelis textum cum præce denticonne et tit.cum duo
sint investigata. Primiiquonam modo nominis et uerbi SIGNIfication intelligenda
ellerutrum TEX. BOEZIO (si veda) Est autem, quem ad modum in anima, aliquando
positione, divisione est, intellectui. Ut
“HOMO”, uel, “ALBUM”, quando non aliquid additur, neque enim falsum. Ne huius
est, quia “hircocervus” aliquid significat sed none E hæc duo
fineab Aristotele, posita, causam et finem curitapo ratiocinatur. Quem ad modum
in anima intelle usquando fuerit, non declarant:ut.l. quid nominis partium
definir tionis nominis et uerbiorationis, enunciatiuæ tang præs cognitions
ponag ntur. Alterum etiam secondo dicúrey fello. Non et enim video ubi
investigauerit Aristotele inquibus verum et falsum inveniretur. Quod nucquog
inueftigare constituat. Item pugnantiacum Ammon. dicit. aitenim in anima eft
quando querum aut falfum et ita probatio Ammonius per hæc utilitate in ad
institutæ commentatio, esset minorisibi. Circaca in positionem. n.intellectus
et di nis propositum tradi cum. C. verum et falsum sit in mentis uifione
meftuerum aut falfum conclufio ut claratuncre concepribus et uocibus ut
SIGNIficantibus et quodnumcdo linqueretur ergo itaerit in uoce sed uere arguit
ex hypo cet philosophus non in his simplicibus sed compofitisue theli, non
potential cathegorico syllogism nam cumpos rum et falsum spectari non nominibus
nisi ut peroratio fitionem quodammodo ignotam manifestet, non syllogir n e m
enunciatiuam a firmativam coniunctis, vel per negativam divisis, ita gnó in
quit hæc quæ diximus Aristotele docuif m o arguit. Ex quo aliud ignotum natura
concluditur, sed ex hypothesi, ut diximus et infradicemus. Prætere aut Commen
et Ammonius asserunt ibi circa compofitionem enim et diuisionem non minorem sed
approbationem unius partis antecedentis apponit. Aliquádo intellectus cumuero
et falso fit SIGNUM est particula enim quæcau sam propositi denotat, scilicet
quia verum et falsum sunt circa compositionem, id est affirmatione, quaaliquid
cum falsum in compositione et divisione sequuntur intentiones se: sed nunc
docere et in conceptibus et vocibus ut SIGNI? SIGNIficatiuis, falsum et uerum
spe et ari,dum coniunguntur aut diuiduntur non persesumptis. Addeex Amm.hæc Aris. Nunc docere ut alteram orationis
parte mante cognoscat. Dices pro Magentino illa quæ dixit, ab Amm.ferem aduer
bum superiori textu sumpfife cuminquit cumhæcitaq percaquæ nunc
dicunturtradentur. Iuocesesse SIGNIficati was rerum mediis conceptibus tum uel
maxime quibus in rebus quocunq fuerit modo ueritatem ac falfitatem scruz
tariconuenict C. inhoctex. Addés uero quem in textu supe intellectus. i. sunt
in anima, sexto metaph. Ergo eruntin riori confideret ait. de quibus in
præsentia nobis perpen uocibus seu uerbis significantibus ipsas conceptiones,
ut fioest. Utrumin rebus anmentis conceptibus, an uocibus, Comen. animaduertit.
Exhis declaratis etiam patet,q in aninquibufdam. harumduabus: anetiamin
omnibus. telle et usfitali quando finc uero aut falso, idq; tangexsuo fiin
uocibus qualibus his scilicet compofitis non nomine et uerbo et prædicamentis,
ita incompositis conceptibus qui causa funt locum, no per le in simplicibus nec
compo! Fitis rebus) Sed animaduerte quod dixerit nobis perpensio uisionez.i.
line uero aut falso hæc exemplo manifeftat subs inprçsentiaeft) quod tamen
inferius considerabit. neg dicitab Arifthæcquæ ipse perpendit, inveftigata
nec'ait Inveftigasse Aristan SIGNIficatio nominis et uerbis olī, pen
deatexuocetantum, an ex intelligentia uel rebus: sed quo cunq; fueritmodo,
inhisueritas et falfita seft, ute xplicátis bus instrumétis hac enim ratione
res ipfa sabiecit adquas famen ut extremum et finemultimum explicandas, uoces
ter et non admittunt: ergo nec dequominus: nistuery et conceptiones animæ
referuntur, q siquispiamhęcquæ bum effe affirmatum, aut non effe negatum
addatur. fim eft fine uero aut falso, quando cuihorum alteruminesse necesse
eft, ita et in uoce: hoc totum eft propofitio maior, affumptio et minori
bi.circa compofitionem enim et diui rionemestuerum et falsum et non circa
simplicia, ita ergo erit in voce. Sed contra: quiaminor hæc effe debuiflet: fed
alio componi SIGNIficatur, aut diuifioné, id est negationé, qua explicatur
prçdicatum a subie&to disiúgi. et uerum et opposite perspicuum utcorolarium
et consfequens posuitcū ait. nomina quidemigituripsa et uerba consimiliasuntei
intelligentię fiue intellectuiquiestfine compositione et di ftantię et
accidétis: “HOMINIS”. C. et “ALBI” . utexhisomniaalia prædicamenta
intelligatur. quando. n. his non aliquid ads ditur, fcilicet uerbum prædicatum
“ALBUM” cum “HOMINE” suz biecto coniungens, neque falfum ne que uerum adhuc
eft. Hoc denominehyrcoceruimanifeftat, nanquehuiusinor di compofita nomina
uidentur uerum aut falsum admity exvocetanti: m, aut sola intelligentin,
an ex resolumuos ex Anmonio dicimus non probarit, inutrunq zfitdi&tum.
Cesitemper animi sensus rerum elle interpretes. Secundo inquibusuerum et falum
inuenireiur quòdnunequoß idoftendendti Arist. proponit. fedutrunchiltorum
reiicio. non eniin fupra inuestigauit. Sed pofuit, ut persenorum, AQUINAS
dicitq postquam tradiditordinem SIGNIficationis uocum, hic agitde diuersa uocum
SIGNIficatione: quarum quædam uerum et falfum SIGNIficant: quædam non. Sedli
cetuerumdicatur, ut de Ammonioreiulinius: tamenfine nomina et uerba
SIGNIficatiua efle, cx hoc peaquæsuntin cuius gratia ista ponantur,fubricuit:
Licédumigiturcum uocefunt SIGNA ET NOTAE SIGNIFICANTES PASSIONES nullomes
diointerie et o, hisautem mediis, tanquam ultimui, res explicare. prçterea non
uideo ubi inuestigarit, an nominis et uerb SIGNIgnificatio intelligenda esset
ex uoce tantum, aut intelligentia tantum, aut ex re solum: fed hoc posuit sunt
uæ, quibus etiam differebantabaliis: nuncuelleconstitue quidem ergoquę funt in
uoce et c ut SIGNIficatio sumatur non ex uoce tantum, nonintelligentia, fed
arbitrio,cognitione, et CONSILIO et
imponentium consensu, quem in uoce re feuante cognoscere differétiam,
qua oratio differtano mine et uerbo: et quaoratio enunciatiuaaboraroriis
poeticis optantibus et c.separatur et quoniamquępones reoportet et
antecognoscere, ut per senota, non isialiquo facili instrument innuidebent
nullo modo demonstrari. Propterea ex fimili seu hypothefi, &cóceflo,
acpofitotery expaétione et confilio reliquerunt acuoci per attributio né dederunt
at nullamentio eftfaéta de rebus, anabeasu mendaeflet SIGNIicatio nominis et
uerbi quoniam maxiy m u m esset ignorationis, ac inscitiæ in Arift. argumentum,
firem tam perspicuam, nec dubiain pro occulta quæliffet tiam definitionis
partem et differentiam manifeftat.cũ inz quit. esid. ubi, ',proenim Magentinus
uertit. ut causam hic assignareuelit ut Ammonius et Aquinus dixerút, acdubia.
cuieniniuelrudi dubium uideretur, nomen et uerbum quod ut organum et instrumentum
SIGNIficant a rebus, inftrumenti SIGNIficatiu et organi cognoscendi alte rum,
SIGNIficationem habere, cum tantü SIGNIficentur, et nul lomodo SIGNIficent ine
SIGNIficare et explicare,utorgas num logicum uideantur? Item ea
SIGNIficatioerat nomio nis et uerbiponenda, quæ ut præcognitio partium
definitionisadea cognoscendadirigeret hæcautem eftuoxa de quo nunc differemus
aitergo de antecedente syllogismi exposito ficutuelquem admodu menim eft in
anima intellectus cogitatio, intelligentia vóruceenim ifta SIGNIficat.)
aliquando quidemsine uero uel fallo: aliquandouer rocui necesse esthorum
alteruminesse. Ex hoc posito et notiori antecedente infert quodammodo ignotumin
choantibus consequens ficetiam in uoce ut SIGNIS ET NOTIS CONCPTVVM erit,
aliquando sine uero uel fallo ut in nominibus et uerbis, aliquando
cuinecesseestiam horum alterumin effe: ut in oratione enunciatiua,
Suellaueroita pofitione SIGNIficans,non res tantum SIGNIficata: a uoce ergo et
intelligentia in voce relicta, Ctributa fiue attributa SIGNIficatio nominis et
uerbi pident, no ar ebus. Amplius: Suela nam licet fupra male textum Arist.
declararit Sucr sa, nun cueritatecoaaus idem dicit quodnosin explicans do
philofopho dicebamusp ofitisduabus partibus defini tioniscómunibusnomini et
uerbo et orationi enunciatis pliciter, efle, quamartemutexemplar,
adopuseffin latenus inc aliquiduocum: nec eorum quæ in voce, no ut
gendumexteriusafpicit, qopusexarte notioriinmates finis: cum conceptus prior
fit uoce et ueritate quem in uoce confiftit: non ut agens.quia res agens est, a
qua oratioues taut falsa vocatur sed non difficileest Amm. et Aquinas.
sententiam et opinionem, a Suessæ argumentis defendere. primum, absurdum
affirmat. Conceptus non tangformam SIGNIficant: qui in voce tang artificiali
materia relinquuntur: quo esseueriautfalliinuoce, cumnecaliquidfintvocum, nec
cumuiuocessuntnotæ: Exhisrespondemus: rationem eorum quæsuntin uoce:
Peroenimabeocumsupra dixe ritArift. Eaquæfuntinuoce etc.nonnifiarbitrium, et
placitum, cogitatiointelligitur: ut ipse metcum locum interpretans, opinatur:
ergo conceptus est aliquid existens in voce, non utopus naturaleest, sed
arte.i. uoluntate: confi et um.
Itemipfeconfiteturuocemsignificatiuam,communeges nusnominisuerbi& orationis
enunciatiuę uocari: nõuo lessuntsimilitudinesrerum.Seddicessecundomenunc cé,
utnaturaleopus. Ergouta cognitione, imaginatione pugnantiadicerecumhis,
quæanteacontraAnimo.Boe uoluntaria effi&taeft: ut signum fit ad aliud extraexplican
thium,& Scotum diximus: orationen dariinméte et no dum relatum: Et fecundo de
anima Averroes et Themist. tioremesseea, quæinuoceconfiftit. Diximusadhçcartis
fumentes ab Arift. asserunt: essentiam uocis interpretatis inuentoribu
sueliaminuentam docentibus, ineodem no efle percussionem aeris anhelati, ad
membrum quod cana tioremesse artem, acconceptionescūuero& falsoinani
dicitur, ab ex pulfione animæ imaginatiuæ uoluntariæ: et ma, quam exterius opus
effictum: ficinpropofito,excong infraqinessendo uocem necesse est ut percutiens
habeat ceptibus rationem coposuit, notioribusapositione signifi animam imaginatiuam,
tuoluntatem:effentiaergouol catis:quiquodammodonotiores:utindu&ionesensata
cispendet abipso conceptu et placito reliéto a positione patet infraenim
sectione quinta ex opposition maioriin in uoce, tangforma et uox uropus naturæ
interpretans mente, explicatitae! Tein uoce: Item placitum est causa, a placito
ab anima etiam, tangagente, depédet: nam secundo de anima.
percussiorespiratiaerisad uocala arteriam ab anima quæinhispartibus uox eft ut efficiente
causa hinc Cómen. Inprincipiocómentiait oportet igiturut percussioaerisanhelati
ab anima, queestisismé præcognitionem partistertię definitionisratiocinatur:no
brisadcannam, fitillud quodfacituoc a et inmediocom igitur demonftrationem
effect quæadnaturaliterignos menti primum enim mouens in uoce,estanima,imagina
tiua et concupiscibilis et ideouox eftsonusilliusprimi uolentis et mouentis.
Etq etiam dici pof sit quodammo dofinisuocum, perspicuum est ex his,quæ
fupradocuio mus: fine muocum effè eriam res conceptas: namorgal na ad eorum
opera, tang finem et ultima, diriguntur.pris mo topic..cumnonpropterse, sed propte
ralterum exo petantur:sed uoces SIGNA sunt ET NOTAE CONCEPTUUM adquos
explicandosreferimus: finesergo medii,licetnon ultimi tumdir igitur. Secundo
post.primo. necillam utperitus ad rem per se nota efficere potuit. ne ipse
suampręcogni tionum artem confirmaturus experiment contrarioinfir maret.
Itidemminime consecurionem ualere dicimus:ra tio ex caufis eft notioribus,
ergodemóftrationempropter quid aut simpliciter constituere affirmabitur quoniam
alte rum& pręcipuum demonftratiodi &arequirit.utadigno tum naturaliter
dirigatur, non ad pręcognitionem ponendam, utpersenotam:nam primopofte
veręetiàdefis uocabuntur: Exhisfacileeiusrationibus respondemus. nitiones,
quidtantum nominis non ueræ definition suim haberedicunturab Auer. Utpræcognitiones
sunt:ita et fi hæc præcognitio ex caufamonftretur, nonutdemonstras tiua, fed ut
ex fimili accepta, et uisa, et alibideclarata; pros ptereatopica potius,
quàmdemonftransuocanda:noto pica,o fitdubia, autfalfa, immouera, sed hic
accepta alig biuisa philosopho et hic posita, utc redita:dequo latius
ressecundum feeffe dicantur, nótamen apudeosquicon ceprus et res conceptas
ignorant: adquarumexplication nem, utultimum, referuntur. Ad tertiam de agente dico:
inquit exAmmonioait. Primo quiahæcconfi& anomina rem, agens remotum uocari:
aquo intellecus phantasticus falsum significare uidentur: ut. Aquinas ait.
Sedcótra.quia fimilitudiné abftrahit: sedanima, ut naturaagens,uocem ab
Aristotele dicitur sed non dum uerum aut falsum signifi interpretantem tang
operationem propria mefficit, &lo cant. Nifi effe aut non effe addatur:
ergoutrunque signis gico tradit: cuilogicusproprium considerandi modum
ficareuidentur. Item causa assignandafuiffet, curexem attribuens, utinftrumentum
significandi et explicandicon pliscöpositis (que uerum dignificare potius etiá
uidentur) Ad primam, utpatet, intelligentia, inuoceartecong fi et
tareli&ta,eft,utaliquiduocis.i.forma. Ad secundam Q non fitfinis, nonualet,
idpriuseft,ergonon finis:Deus enim eftpriormotu&creatura,quæad
Deicognitionem deducunt, ut signa et effe&ta ad suumfinem cognoscenda
directa: fimiliter dicatur de uocibus, et fi conceptus prio
riaexternareli&um: manifeftum eft argumentum qdixit Arist. bon uoces:
sedeaquæsuntinuoce, suntsignapass fionum et conceptuum,utnaturaliumsimulacrorum
et res rum fimilitudinum. i.cóceptusapositione,(utratio)signi exfimilinotiori,
et fuperiusab Arif. pofito, exlibrisdeani maprocessisle: ficutinanima
eftaliquandointelle us fineueroautfalso, aliquandocum horum altero: ita& in
uoce: et de uero et falso loquitur
utAlex. et Ammo.ac cæteriboni expositoresaffirmant)orationisenunciatiuæ, et
denominibusfignificantibusaplacito,nonutnaturas quamobremuoces significant
cúfiuntnotæ. Necproptes reao conceptusutcaufedicuntur.quosnomina et uoces tanquam SIGNA et effetusimitantur,
afferendúeftArif.des monftrantem rationem efficere: namhich ypotheticè ad Deoda
nieprimotopic. dicemus. Quæruntcur Arift.fis
&aprotulitexemplapotiusquàmuera.Sueflasumens ut pliciter, quod
præsentis efttemporis.aut secundum tome pus.i.præteritum& futurumut Com.
explicauit. De Am monii expositione dicemustunc,cumaddubiaresponden bimus.
Quæritprimú Suessa.qualisnam ratiocinatio Aris. fuerit(quéadmodum inanima
quandoq intelligétiafine ueroautfallo, quando quehorumalterumnecetle eft in
esse.respondet. Aquinas et Ammo. intex. præcedenti,nes liderat, accognoscit:
Respondendum ergoest uteftdig &um Arift. exhypothefileu positione,& ex
fimili notion riprocedere: quod quemadmodum particuladenotat. dum asimili: sed
a causaquamimitatureffectus, proceder re. nam Ammo. ait: circa enunciatiuam
orationem quæ quæsupraetiam Aril. poluit: namproptereauoxfignum
exillorumcomplexuefficitur, uerum et falsum spectari. ¬aexterius
explicansdicitur, qapositione et intellig ante voces quoq;
hæccircaconceptuscósiderari.utqui causæ
uocuinlunt,aquibusconceptusfimplicesfineueris tate, et compofiticum uero et falsodefignantur
et declas tantur: Responsionem improbat Suelta: quia conceptus non causaueriaut
falliinuocetang formasunt:cumnuls duftioncperspicuum eft ut
Amnioniusanimaduertit no tioremartem Seddices ratione inaliniilieffe& et
tamex ignotis concludes re, nanieaexquibushic ratiocinatur, extertiodeanima
infrasumuntur: hæcautemtanquam ardua,& inchos antibus
difficilia,utphilofophus,& relinquendasupra nosmonuit: Satis huicrationi
faciendum arbitror ex his, gentiaatqzarbitriopendet:ineo presertimartific
equivoces impofuit: uel ab impositis et Gibi notis nominibus, regulas logicæ
docet:in mente enim artificis& docétis ing E ii quærimus, ad
que causa hæc nondirigitur. Tertio dicit: ut
quçinintelle&usuntfolo.sednefcioquçueritasdicipót,
cuinihilextraresponderinre:cum infra& inpoftpredi camentisdicatur abeoq
resest, uelnoneftoratiodicitur uerauelf alla remota aūt causa et prima radice,
ceterade ftruinec effe eft. Item Aristotele de vocibus loquitur. Propterea mihi
hoc libet dicere. Hac de causa fiais exemplissuasen tentianicomproballe,o
fi&aamer a positione significant: et ideo magisobuia& perspicuaacconsuetafuntadexpli
candum: ut quod ámodonotiora, ut magisuulgata, exars omnemueritatem haberiin
compofitione& diuisione.ne excludatur ueritas apud Platonem in
intelligibilibus,& in telligentiisfiuemenubus,&
apudArift.desimpliciuming telligentia et abstractis: fedeam que in
pronunciatiuissubs est motibus, scilicet cum discursu: seu ratiocinatione: quæ
perenunciatiuam fitorationem.&inniotibuspronuna ciatiuis,non invoce solum
(intelligas) exiftentibus:fices nimtextui Arift.& eiusdillisaduersantiadiceret.sedetia
ne&diuifionefalsum et uerumremouerineceffeeft:pro ptereaergodixit,
(circacompositionem at causam noia ret: sed ad nomina in uoce descendens ait
non significare uerum, aut falsum: significare enim proprium eftnomi num,
quæinuocea compositione significanteconfiftunt. PetitAmmonius quomodo uerum
fit, circacomposicios innueretueritatem non in rebusreperiri:fedinhisetiam, nem
et divisionenelle uerum et falsum. Responder non nonutitur: ficut utiturhis,
quæ falsum significare maxime affirmantur. fecundam causam adducit: utinnueret,
non solum nomina simplicia ad ueritatem explicanda indiges reuerbo sed etiam
ipsa composite. Sed idem est dicendum de nominibus compositis ueris, nosautem
de fictis proprie non bitrio plurimorum: exhistamenfi&lisnominibus,
aliaue ca intelligendasunt. exempla autem innotescendi gratia inuenta,
exuulgatis& consuetistr ad endafunt et lificadi cantur: quibustaméuerum
facilius inueniamus, autinuen tum facilius doceamus: Petit Suella cur
Aristotele.dixerit conpositionem significare cum uero et falso, non autem
significare uerum aut falsum i respondet, hoc differreinter significare uerum
et significare cum uero:quias ignificare ueru potest uere in nomine simplici
inueniri:u.g.hoc nomen uerum aut fallum, simplex verum significat.i. se ipsum:
sed significare cum uero, eftfignificare cum uerbi complexu ut de uerbo
dicetur, significare cum tempore, notempus: ut dies et annus sedlicethęc
dubitatione relinquenda foret, cum id quærat, quodin
Arift.textunoneft:tamenneaus inmotibus pronunciatiuis, ideftquicaufafuntutper
enung ciatiuam orationem pronuncientur,ueritasergoquacon ditorum ingenia,
obuiriau&oritatem fallantur, ponere& cipitur,aut enunciatur aliquid
ineffc alicui,folum circa con pofitionem et diuifionemeft,utspeciesorationisenuncia
tiuæ.dixieam ueritatem circacompofitionem elle,quæ concipiturinmente,
uelexplicaturinuoce,& quaprædiy catuminesse subiectoaffirmatur:quoniam
primotopic.4, loca accidentis propriè dicuntur,quibus potentes fumus concludere
hæc alteriineile:& ideo locaeducentia uerum enunciative propofitionis
dicuntur loca accidentis et veritatis qua aliquid alicui in esse concipitur vel
explicatur:Sci scitatursecüdo Ammonius cur Aristotele dicens nomina igitur et
uerba consimiliaíunteiqui sine compositione et divisione est intelleclui
exempla protulittantum nommun, non uerborum dicens, ut “homo” vel “album”.
Respondet per hominem nomen: per “album” verbum fumpfiffe: non eata
meninquitratione, qua verbum proprie inferius definitur. Sed quia Aristotele
statuit, omnemvuocem quæt erminum prædicatum facit, verbum appellanda. Sed
responsio hęc improbandauidetur: primum q Arift.nondieetinfraprę
refellereconstitui: non. n. Aristotele dicit compositionem cum uero aut falso
significare: sed ait circa. n. compositionem et divisionem elle veritatem et
falsitatem. Item de “hircoscervi” nomine afferuit. “Chircocervus” aliquid
SIGNIficat, sed non dum uerum aut falsum de nominibu sergoopposiy dicatumu
erbum appellandum fore: quod fictiam dices tum dicit eiquod Suellafingebat:
nomina non significare ret, exemplum albiquod posueratantea, adexplicandum
uerum aut falsum, sed significare sine vero aut salso: Eiusery uere uerbum,
inutile videretur:Aliter igitur responden, gore sponfioin textu
Aristotele.infirmatur, cum denominibus dum. His exemplis dicta inchoantibus
comprobandaque compositis neget significare verum aut fallum: differentia etiam
abeo assignatauerbis Aristotele, adversatur Ampliu snec potuisset Aristotele
dicere, compositionem et diuisionem verum significare, na in compositio. i.affirmatio
et divisio.i.negay cumuerbonominibus:tamenutnotaprædicatumcuin
ciosumerenturinuoce quo infrade oratione enunciatiua dubieto connectens,
dubiumfaciunt, anuerum et failum dicetur. Litoratio significans verum vel
falsum, &inqua fignificent, signum est. Ammoniusetiam tanquam duy
eftuerum& falfumutinfigno externo significante:nam oratio in mente, non
significate positione, ut hic intelli, bium quærit de uerbis primæ et secundæ
personæ “ambulO”, “ambulaAS” et in quibus tertia persona et certas statuitur.
Git SIGNUM est opde nominibus fimplicibu s& compofitis, line uerbo, intulit
dicens nomina igitur ipsa auteur bacó similia sunt fine compositione et
divisione intellecus. lt homo et album hircocervus quæ et si aliquid simplex
significent, non dum tamen uerum aut falsum hæc autem nomini in voce sunt,
noninmente: quiafiutinmēte essent, ut ningit. quæ veritatis et falsitatis
videntur capacia. Licet nonperfe, fedcomplexuhorumuerborum cũcertispery
fonis.nonitadubium eft de nominibus, dequibusinse acceptishæstat nemo, an veritatem
significant aut falsitatem: Quærit nouissime Ammonius quid intellexerit
Aristotele. Per simpliciter, uel secundum tempus cum ait. (hircocery
considerentur, non dicerenturno significare uerum aut falsum et q effent
fimilia intellectui fine compositione& diy uifione: quia essent ipseintelle&us,seuintelligentiafineue
roautfallo: Dicendum igiturin questionem potiusuerten dumcur dixerit (circac
compositionem.et divisionem, ut inmentesunt, est verum et falsumj denominibus
autem in uoce corolarie inferens,ait:(fineuerbonondum uerum uusenim
aliquidsignificat:fednondum uerumaliquid autfalsum, finon,
ueleffeuelnonesseaddatur,uelfimpli citeruel secundum tempus. respondet sermonem
Arif. ad eadem referens verba, inquiens: nifi effe addatur fimplicis
ter,ideftnisi effe addaturindefinite et indeterminate significans: ut “Fuit
hircocervus” est, auterit. Non definiens, ac determinansan hodie, sero, anmane,
perendie etc. vel aut falsum significare. Ad quod respondendum, quod fecundum
tempus, ideftnifiaddatur cum aliqua determis propterea vox quando
eftfineuero&fallo, quandoque natione tempori addita præsenti, præterito,
uel futuro, cum his, quia circa compofitionem et divifionem intelle,
sciliceterat,eft,erit,herianno superiori, hodie uel cras, et us eftuerum et falfum:ex
quo intulit de nominibus in autsuccessiuotempore.quam tamenexplicationemaci
uoce, gfintfine uero, X fallo ex eadem causa, pfimiliasing intellectui fine
compofitione et divisione: circa quæuerum cipiens Magentinus uel in latinum
vertens non intellexit: cumpereffef smpliciter et omnino, in, finitoacdetermi
et falsum uersatur, ut caulam, quaposita, uerum aut falsum i ponitur. et hac
remota (ut in nominibus fineaddito uery natotemporeintelligat. Ad tempus uero
et in tempore infinito. tragelaphuserat, uel erit, hęc.n.infinitafunt: fed
bouidetur, quæ fimiliasunt intelligentięfinecompositio eft presentist emporis,
aitdefinitumelle:l iceteft, ut de Deo facilius conftitutam sententiam approbant
verba aute in ut dicetur quandam compositionem significant, quam licet ex se
non habeant, sed ex alio, ex compositis, scilicet dicitur infinitum
significet: Idem Deus, erat, et est, sed in aliis rebus, tempore non definite
uti murita. Hinc liquet, igitur erunt: quæ et fiacu et explicite verbii,
prædicatum et subiectum ut nomina non contineant, illata men eximigit, ergo et
hic per tempus dimpliciter, tempus præsens, 8C per secundum tempus præteritum
vel futurum: quæ pros ptereanuncupantur et lunt, quere tempus prælensciry
cunstant, iuxtas; ipsum ponuntur: propterea dixit, secun significat,
quemadmodum in oratione quaestequus ferus. Ofitis et precognitis partibus
definitionis nominis ac nunc ad definitione sponendas integras ac totas
accedit: sed Ammonius querit cur primo de nomine ade verbo definis dum tempus
quod non simpliciter et ina et ueft. Sed quod.tionem assignet? respondet, proptere a nomen
uerbo esse præteriit uel futurum est: solum præsens simpliciter et in actuest
utre et te. Aquinas exposuit. Nec Sueffe confutatio ualet et que liber
differentia temporis est tempus secundu quid: quoniam per aliquid ab aliis
differentiis differt: quod autemper partem est, fecundumquid, non
simplicitertas antepositum, qnomen substantiả.i. naturam et vim rerum
significat: verbum vero a&ionematqz affetionem, quænel Cellario naturam
acuimmouentem supponit. contraarguit Sueffa. substantia non nisi per accidentia
cognoscitur, prius ergo verbum definiendumq nomen: Ad instantiam, Am Icesse
dicetur: primo clenchorum. Sedĝfalla hæc fit monius facile diceret substantiam
cognoscifine describir improbatio patet, quiaens, cumin substantiamens
simplisciter diuidatur et accidens, inaĉtum simpliciter, et potens tiam
secundum quid, ne quaquam uere divideretur: quia per aliquid differ substantia
ab accidente et potentia ab aétu, &fi proprie differentiam non habeant.
Item ratiofal lit. lihęc species per aliquam differentiam acuprecipue differt,
rrgo per partem. Igitur secundum quid. accidenti aut posteriora accidentia vero
per substantias definiri, ut priores: fic Aristotele primo naturam quam motum
finiuit, aquamotus, ut perseprincipio, prouenit: et materiam primo phy..g
formam. phy. quæ a materia cuiu nitur& datellelustentatur, Aliteripse
respndet, proptere a nomen uerbo prætulisle, onotius est. Et iterbi feconuenire
Arist. affirmauit, sed enunciationitantu: erunt igitur enunciationes, cum enunciationis
proprium opusef signum. sed compositionem acueritatem comsignificat quan
fician. Suellanouariis Sorticularumdi et tis et improbatis sententiis, hocuisum
est: literas et nomina quo ad prima eorumimpo fitionem, non significare nidi in
complexum, nec cum uero et falso: sed quod quo ad nova impositio, nem,
significare possunt cum vero et falso: propter eaqapo in compositione explicare
fine additouer bonó possunt. Dis fitione sunt. Nung tamen erunt propositiones
aut enuncia cas Querbumetsi compositionem extremorum aétu non tiones: propter
eanóualereait, a, significat cum uero aut dicat, a et tionem tamen, et
affectionem significat, quæ causa fallo, ergo enunciation erit. Quoniáin quit
oportetinantes est, qpredicatum seu appositúsubie &ofiue suppositocon
cedenteaddere. significet ex prima impositione, nonau iungatur, uerbum ergo
lempereftunio comiungens apritu temex nova institutione. Sed contrahancadditam conditio dinesaltem cum in
propositione non est. Sedcunsecundum nem ex proprio arbitrio. Enuciatio prima
impositiones isse, acpurú accipitur: nomina uero sunt composita, seu quæ
significat propriecum vero et falso. Ego ubi est proprium apta sunt pera et tumuerbi
coniungi, proptere a nomina pen opus, necessario propriumerit instrumentum:
neq; enima denta verbo, quasi formauniéte et verbiianoíe quasimai nova aliqua
institutione propriú opus a proprio inftrosen teria, qunici habetp uerbum. Ut
materiaaŭt, tempore pre iungipoteft: proptereafi. a. b. c, etc. novis aut
antiquis concedit forma, et prius, ut facilius et ordinenecessitatisnos
Giliis&pofitioneimpositasunt, ad verum et falsum, seu ut menanteafiniendu.
Verbum vero, quniéda funt, prçsuppo ipfi volunt cum uero et falso
significandum. enunciationes nés, posterius ut ignotius et the posterius
explicandú: quas quando secundū se, acpurumdicetur. Ipsum.n.sic purumi
nullüueritatis et compositionis, aqua verum explicatur, est dam, nonperse, sed
quam sine compofitis nominibus non est intelligere. Gi ergo hac de causa nomem
præponit verbo, q notitia verbi in compositione verum explicantis, non pont, intelligi
sine nominibus compositis. Ita et nomina, uerum illud, quod Ammonius,
tempus simpliciter et omnino, ponentium CONSILIO coplcctuntur. Exemplo simili
Amm sus ideftindetinite et indeterminate significans, appellabat, Ma, gentinus
dicit esse tempus finitum et determinatum. Et parsticula, quam Ammo. adom né
temporis differentiam rer pra, cum dicimus "curro",
"curris", nin git, pluit, complexuhorūuer borum cúcertis
intelle&is personis, cú vero et fallof sgnificant. ferebar, Magentinus ad
solum præsens direxit. falsum igir. Nome compiuto : Girolamo
Balduino. Balduino. Keywords: il vestigio dell’angelo, Campidoglio Inv. # 334,
donazione di papa Gregorio, logicalia, interpretatio, interpretazione, logica,
signum, segno, nota, notare, notante, segnante, notificare, segnante, vestigio,
il segno del’angelo, campidoglio, san michele, vestigo, etym. dub. ves-stigium,
foot-print. – segno naturale – segno, genere e specie – genere: segno. Specie:
segno naturale, vestigio, marca, nota.. segno artifiziae, segnar per posizione,
arbitrio, a piacere, consilio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P.Grice, “Grice e Balduino,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
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