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DELLA
FAVELLA E DELLA SCRITTURA
DISCORSI ETNOGRAFICI
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NAPOLI,
DALLA STAMPERIA E CARTIERE DEL FIBEENO
Largo S. Domenico Maggiore N.° 5.
1838 .
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SULLA
Dmamm i wembisbo
DE' LINGUAGGI.
RAGIONAMEISTO.
T utto 1’ ordine creato si fonda sulla mutua ed
armoniosa corrispondenza delle creature, cui Pita-
gora e i piu antichi filosofi del Paganesimo appel-
larono musica dell’ universo. I concenti di que-
sta misteriosa armonia servono ad esprimere le
qualila intrinseche , e le scambievoli relazioni di
tutti gli esseri fra loro , e percid devono essere
acconci e proporzionati a ciascuno di essi. L’e-
strinseca e formale espressione della ragione e la
parola; quindi avviene cbe in tutte le linguc
madri ragione e parola si dinotano collo stesso
vocabolo, che noi distingueremo in parola in-
terna , e parola esterna : il sapientissimo Varrone
fa derivare la voce verburn da verum , perche
la parola & il vero nunzio delle interne qualitii
di un subbielto. Con profonda sapicnza nelle sa-
*
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( * )
crc carte il divino Figliuolo, chc vcnnc a ma-
nifestarc agli uomini la ragione del Padre, &
ckiamato Xoyos il verbo di Dio. Da ultimo il mon-
do intero & 1’ espressione sensibile della potenza
del suo creatore : cueli enarrant gloriam Dei ,
et opera manuum ejus annuntiat firmamentum.
Adunque tutto parla in natura, ed ogni esscre
lia il suo peculiar linguaggio.
L’ uomo meritamente chiamato microteo e mi-
croc osmo , siccome quello ch’ h la piu chiara
immagine dell’Onnipotente , e il piccolo compcn-
dio delle mondiali perfezioni , dovea manifestare
gl’interni pensamenti dell’animo suo non con di-
sordinato ringhio, con orribili ululati, con voce
4 ncomposta e disadorna come fanno i bruli fra
loro, ma si bene con modulati acccnti, con tuono
soave , con numeri certi e stabili.
In somma la squisitezza dell’umana favella uo-
po era rispondesse alia squisitezza dell’ intelligen-
za e del sentire umano. Tale fu la prima lingua
netta, distinta ed esprimente le vere propriety
delle cose ; omne quod vocaeit Adam animae
viventis ipsum est nomen ejus. Genes. 2. 19. —
Avvenuta poscia la dispersione degli uomini, e la
confusione delle loro menti, e delle loro lingue,
quei forsennali , che dimentichi di lor divina ori-
gine si cacciarono per le selve e pe’boschi vivendo
di cacce o di rapine, acquistarono rozzi e ferini
gerglii affatto omogenei a quel la vita brutale ,
ch’ essi menayano. Conciossiacche il linguaggio
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(#)
esterno c scmpre simile all’ interno , ed e la piu
sicura e cospicua espressione delle opinioni e dei
costumi di coloro che lo parlano. Cos! questi uo-
mini imbruttili e salvatichi ignari delle qualita
degli oggetti,che si offerivano a’ loro sguardi, li
chiamavano con nomi relalivi alia impressione ,
che questi avean desiato nelle loro menti ; e poi-
ch& la maniera di sentire era diversa nei diversi
popoli per le dive^e abitudini di ciascuno, quin-
di surse la strabbocchevolp varieta de’ linguaggi ,
essendo la stessa cosa denominata diversamente
presso le differenli nazioni secondo i diversi modi
di concepirla.
L’esempio moslrera meglio il mio assunto. Gli
ebrei reputando il sole una massa di fuoco lo
chiamarono scem-esc cioe li ( vi e ) fuoco, e cho-
res da charac brugiare; i greci vedendolo quasi
uscir dal mare e rituffarsi nelle onde lo denomi-
narono elios e alios in pronunzia dorica, o sia ma-
rina da als mare , siccome opina Eustazio ed al-
tri; i laiini dissero sol , perche e il solo ed unico
astro che splende di giorno ; i baschi egiis-guia
cioe apportatore di giorno. 11 cielo fu detto dagli
ebrei sciammairn ( ivi acqua ) a causa delle ac-
que elevate in vapori, che ivi si raccolgono e cadono
in pioggia sulla terra; i greci lo chiamarono oura-
nos da oran vedere , perche e sempre esposlo alia
vista di tutti , ovvero da oros termine, come cre-
dono altri grammatici , perche queslo spazio de-
lermina i confini della nostra vista, detto allres'i
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(«)
orizonte • i latini per 1’ opposto , poiche esso cela
ai nostri sguardi le superne regioni, l’appellarono
coelum : Varrone poi crede che la dcnoininazione
latina provenga dal greco jfoiXov cavum avuto ri-
guardo alia sua apparenie cavita. La luna egual-
inente che il raese dicesi in Arabo manac da ma-
nac numerare, perche col suo aiuto si numerano
i mesi ( 1 ) ; i greci serbando la voce mene per in-
dicare il mese, chiamarono poi segnatamente la
luna selene da selas lun^p perche illumina la not-
te ; i latini del pari dissero il pianeto luna , ch’ is
un accorciamento di lucina. I nomi adunque de-
gli oggetti sensibili e maieriali forraaronsi dall’ a-
nalogia de’ suoni , delle dimensioni , delle forme ,
dell’ uso, a cui questi son destinali.
In quei secoli di smarrimento e di squallore,
dappoiche la maggior parte degli uomini, smarrita
la via diritta e rischiarata, ed abbujali dalla densa
caligine, che spande 1’ ignoranza e 1’ insano or-
goglio, givan brancolando qua e la per questa
oscura selva, la ragione e la favella, che van sempre
con pari passo , furono miseramente straziate. Ma
non potendo siffatto genere di vita aver lunga
durata, perche incompatibile coll’ uinana natura,
quelle truppe agresti e indisciplinate dovettero alia
fine abbandonare quel vivere ramingo , e raccorsi
sotto la guida di un sol capo. Ridotti cost a so-
(t) I tedeschi ban riteuuto cnlrambi quesli nomi cam-
biamlo solo le iuflessioui , monel luna, inoiial mese.
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( 7 )
dale ordinamcnto, le lingue di dascuno di quesii
popoli formati dall’ aggregazione di parecchie fa-
miglie ricevettero miglior forma , roa reslarono
smembrate e divise dappoiche la razza umana fu
scissa in tante genti di diversi costumi e pensa-
menti.
Oltre alle cause intellettuali ed intrinseche del-
la diversita delle lingue son da considerarsi le raa-
teriali ed estrinseche : percio egli e mestieri por
mente altresi ai climi, e alia coslituzione fisica
de’ popoli. Di fatto gli abitatori di luoghi freddi
per la sovrabbondanza di ossigeno , che rende piu
leggiero e vivace il saugue , piu. levigata ed elasli-
ca la fibra, piu flessibili ed ondeggianti i lobi del
pulmone , piu asciutti il laringe e 1’ asperarteria ,
piu mobili e sonore le corde vocali; si fatta gente
io diceva , che ha la pronunzia piu spedita e piu
lesta , ha del pari gran copia di consonanti e di
abbreviature. Per contrario l’abitatore di siti pia-
ni e adusti abbonda di vocali larghe, fugge le
consonanti aspre, o le addolcisce, e distende oltre-
niodo tutte le parole. Chi non sa che parecchi vo-
caboli sarebbero aflatto i medesitni presso tutte le
nazioni, se non fossero contrafiatti dalle difierenti
pronunzie. Or si cangia la vocale, or la consonan-
te , or si muta la sillaba intera , or si traspone ,
.lalvolta si accorcia, tal’altra si aiIunga:ecco come
le stesse parole nelle diverse lingue assumono di-
verso suono ed impronta. Si confrontino le lingue
e vedrassi aperlamente cotal verita. I grcci chia-
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( 8 )
mano Thygater la figlia, i tedeschi tdchter, i per-
siani dochder. I persiani dicono Choda Dio, i te-
deschi gott , gl’ inglesi god. I brammani chiamano
il pane roti e i tedeschi brott. I tibetani dicono fel
molto , i tedeschi fil. Gli ebrei dicono seem il no-
me , i tibetani tsem. I tibetani dicono il nemico
tra , i greei aggiugnendo una sillaba dicono ectros
ed ectra al feminino. Gli armeni hanno pari bello
e gl’ inglesi trasponendo 1’/ e mutata la tenue p
nell’ aspirata eorrispondente dicono fair. La mano
in tibetano dicesi lah e in turco el. I greei hanno
nyn ora , alia ma , yper sopra , meta con , e i te-
deschi similmente nun , allain, iiber, mit, ec. In
tibetano la vacca appellasi pah , ed & noto il cele-
bre Api degli antichi egizi , il boils de’ greei , il
bos de’ latini , il bouve de’ sanscriti ec. I tedeschi
chiamano lo schioppo flinte , i turchi filinda. Gli
ebrei dicono scebet , e i greei e latini sceptron e
sceptrum ; gli ebrei cathar , e i greei e latini ci-
thara. I greei dicono morfe, e i latini forma; gli
ebrei lescion lingua , gli armeni lezion : figlio in
ebraico h ben , in Sanscrit bun. King in inglese e
cinese significano re e reggia; churmand in persia-
no e in francese gourmand suonano ghiotto. Buo-
no in turco suona eju , in ungherese jo in greco
agatos (l) , in tedesco gut. Il naam de’ semitici ,
(i) L’a e paragocica e niente mula il senso: coine astacus
e lo stesso che slacliis spiga, c l'cs e la termmazione mascoli-
nn, percio la voce radicalc e ghat , sicconie in ledeseo e gut.
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( 9 )
il nama, namah, namat de’ popoli indiani , il
nam de’pcrsiani, il name de’ tedeschi, Yonoma de’
greci, il nomen de’ latini non sono la medesima cosa?
Non lo son del pari il cinese gin , il greco gyne
l’armeno ghien, lo svedese qvven, l’inglese queen.
L’ ego de’ greci e de’ latini , 1’ agam de’ sanscriti ,
1’ ako de’ malaici , 1’ ich de’ tedeschi , lo ga ( pro-
nnnzia nga ) de’ tibetani : 1’ artar degli arraeni ;
ortos de’greci, rectus dei latini, recht de’ tedeschi,
right degl’ inglesi ? ed altri innumerevoli , che
se volessi lutti qui riferire non la finirei mai piu.
Molte volte le voci sono le stesse anche quanto
alia pronunzia , ma adoperate in senso metafo-
rico ; per esempio gli antichi galli , ed i celti
chiamavano il cerchio anna , qnindi trae ori-
gine 1’ annus de’latini , ( non che il diminutivo
annulus , ) ch’ e la rivoluzione periodica della
terra , e percio fu effigiata dagli Egiziani con un
cerchio, e da’ greci appellata eniavtos rientrante
in se stesso. Il nostro vocabolo gamba e affatto
simile al brammanico Kambah colonna , e al
certo le gambe sono le colonne , e i sostegni del
nostro corpo. Soventi fiate i nomi che avevano
una significazione comune in una lingua han ri-
cevuto neli’ altra un significato affatto proprio.
Se mi fosse permesso di piu dilungarmi in sif-
fatte comparazioni io ne recherei in mezzo una
suppellettile doviziosissima per dimostrar parti-
tamente J’armonia etimologica delle lingue ; ma
siccome qtiesta lunga disaniina uscirebbe da’stretti
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limiti di un ragionamento, scnza piu dilungarmi
ritorno la onde sonomi dipartito.
Gli b mestieri dunque prima di ogni altro in-
vestigar diligeniemente 1’ indole delle lingue nel-
1’ indole de’ popoli che le parlano, e de’luoghi
ove si parlano. Per esampio gl’ italiani, i greci,
gli spagnuoli, i quali sono veementi, e molto
chinevoli alle forti passioni abhondano di par-
ticelle , largheggiano ne’ periodi e sono assai fe-
condi di modi di dire. I tedeschi, i slavi , i sci-
ti, gli unni, i turchi, gli armeni, che son fred-
di e taciturni, hanno scarso numero di particel-
le, altre ne sopprimono innestandole a’nomi per
amor di brevita , e quindi accrescono i casi , ed
invertiscono soventi P ordine del discorso per
esprimere, secondo il bisogno, le azioni o le pas-
sioni , le relazioni o le dipendenze del subbiet-
to. Un italiano o un greco a mo d’ esempio di-
cono il libro di mio padre , o biblos tu patros
mu ; un tedesco o un turco adoperando la let-
tera possessiva , che presso il primo e ’1 s, presso
il secondo e il cosi detto saghir-nun , dicono
piu brevemente meines vaters buck , baba-
nun-kitab. Le lingue monosillabiche debbono
aver necessariamente una gran copia di segni
apposti ai nomi, e a’ verbi , altrimenti sarebbe im-
possibile discernere i numeri, i tempi, i modi;
la lingua cinese ne da un chiarissimo esempio.
E le lingue polisillabiche, diro cosi, piii brevi
e che mcno dalle monosillabiche si discostano
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( il )
hanno piii o meno segni , secondocbe patiscono
maggiore o minor difetto di terminazioni, le quali
sono le divise e il marcbio delle testfe mentovate
variazioni delle differenti parti del discorso. Cio
si ravvisa nelle coniugazioni delle lingue teu-
toniche , e nelle dcclinazioni di tutte le lin-
gue figlie, cbe avendo perduto le desinenze han
bisogno di supplirvi co ’ scgnacasi ; noncbe in
quelle formate dall’ammasso di molte voci stra-
niere come 1’ inglese , la persiana , ec. Le lin-
gue de’ popoli dotati di feconda immaginazione,
come gli orientali e i semitici , tutte sono piene
di figure e di traslati, la costruzione piana rna
enfatica , i nomi indeclinabili , il numero e ii
genere h indicato dalle terminazioni, e le par-
ticelle o il nudo sepso del discorso dinotano i
casi piii tosto ideali che materiali.
In secondo Juogo e da porsi mente alle aflinita
c relazioni de’popoli sieno civili sieno militari, po-
litiche e religiose , commcrciali o letterarie ; quel
popolo cbe fu piu soggetto a sociali vicissiludini
conserva nella sua lingua le orme dei cangiamenti
di sua fortuna. Imperoccbe le lingue son come
le piante, le quali facilmente s’ innestano ed in-
collano le une alle allre. Se si potesse penctrar
nella densa caligine dell’ anticbita, il metodo piii
sicuro per scrivcre la storia di una nazione sa-
rebbe quello di allignerla nella storia del suo
linguaggio. L’ esorbitantc stuolo di voci arabc
nell’idioma spagnuolo, e di sctlcnliionali vocaboli
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( *2 )
nell’italiana favclla testificheranno raai sempre alia
posterita qual tristo governo abbian fatto della
spagna i saraceni, e come spietatamente sciaini
selva tichi di settentrionali raasnade lacerarono la
misera , ma benchb dilaniata sempre immortale
Italia. Napoli , clie per la sua bellezza e pe’suoi
adescamenti ha eccitato sempre 1’ ambiziosa con-
cupiscenza delle estere nazioni, e non solo ha
accolto nel suo seno , assai piu tenero di quel
che a pudica verginella ( irotpSteyos ) si addiceva,
innumerabili razze di strane fogge e favelle, ma
ha avulo la sventura di soggiacer sempre nei
tempi andati a barbari conquistatori : Napoli dico
nel materno dialetto non so se contaminato o
abbellito, ma frammischiato al certo d’ infinite
e svariate voci straniere legge la storia delle sue
vicende. La lingua inglese ne somministra un
altro cbiarissimo esempio. Essa pub paragonarsi
a un edifizio , le cui fondamenta sono teutoni-
che poggiate su eellieo terreno , i materiali
sono poi raceolti qua e la e dilingentementc in-
castonati quasi in vistoso musaico. I persiani
egualmente non solo hanno mescolato al loro
idioma natio arabiche voci, come coloro che fu-
rono spesse volte or signori or sudditi dell’ o-
stinata e pervicace razza ismaelitica, ma qual’ape
industriosa han lambilo i piu squisili e i piu
olezzanli fiori degli esteri linguaggi. I copti ( 1 )
(i) Accorciamento di A egyptii.
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( 13 )
ciof; gli Egizj governati per una grcca dinastia
fin da’ tempi di Alessandro il grande, poscia sud-
diti del romano impero , e da ultimo schiavi dei
musulmani conservano a stenlo pochi vestigi del-
1’ antica lor lingua imbastardita dal rimescola-
mento di tante esotiche favelle. Gli Ebrei e i
Zingani dispersi per tutta la superficie della terra
appena rammentano aver avuto un di patrio idio-
ma , e son costretti a mendicar quello de’popo-
li, fra’ quali vivono raminghi; assai lagrimevole
sventura , e mal compensata dalle ingenti ric-
chezze , che i primi segnatamente quasi tutti con
pessime arti , e largliissime usure si vanno acqui-
stando, talmente cbe ebreo ed usurajo sono sino-
nimi. A1 contrario i Cinesi e piu di essi i Giap-
ponesi, ai quali e interdelta ogni comunicazione
cogli altri popoli per divieto assoluto delle pa-
trie loro leggi fondato suit’ orgogliosa credenza
della loro perfezione , e sulla tema di appiccarsi
i difetti allrui , parlano una lingua afiatto ge-
nuina. Gli Eschimavi , gl’ Irocchesi , i Liliputti
i Baschiresi usano eziandio de’ linguaggi grelti
si e poverissimi, ma scevri da forestiere voci per-
che ignari del meglio, e troppo tenaci a quella
vita grama e salvatica fuggono e detestano tulto
cio che potesse sturbarli dalle natie costumanze.
Le lingue di siffatti popoli o piu. tosto branche
di belve ( che non so per Dio se atterrisce piu
la vista di un Pengo e di uno Ourango-lang che
quella di uno Otlcntotlo o di un Cafro ) non
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( ** )
possono soflrire allerazione alcuna, ma e piu fa-
cile che sieno sradieatc del tutto con sostituirvi
dclle altre. In fatto le prolisse e nojosissime fa-
velle messicane , peruane, brasiliane non si odono
piu in quei luoghi , ma bensi la spagnuola , e
la portoghese ; i rozzi dialetti delle Aniille, della
California , della Virginia , della Florida , della
Luigiana cacciate fra le selve cedettero il luogo
ai culti idiomi inglese e francese, e in tutti gli
altri luoghi di recente scoverti si parla comu-
nemente il linguaggio dci dominatori europei, o
de’ coloni trapiantati. Nolle Indie appena un
dotlore , o un sapiente indigeno ( che son molto
poebissimi ) conosce il patrio linguaggio , e
bisognerk andare all’ universita di Calcutta , o di
Kasi , se ad alcuno entri nell’animo la voglia di
apparare cola il Samscrito , o il Brammanico.
Per cio che si appartiene poi alia parte estrin-
seca delle lingue , ossia la pronunzia nascente
dalla confermazione degli organi , e dalla in-
fluenza de’climi, ei fa mestieri conoscere pari-
menti le regole e norme generali della medesi-
nia. I popoli hanno le loro peculiari pronunzie.
Gli abitatori de’ luoghi piani e meridionali o ma-
rittimi allargano tutte le vocali e pronunziano
paesce per pesce ; gli abitatori de’ luoghi piu
freddi o montuosi che hanno la gorga piu stretta
e tesa, e le fibre meno rilassate dal caldo rcstrin-
gono le vocali , e dicono all’ opposto mercaito
per mercato, Un ealabrese profcrisce Jiore mondo
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( )
coll’ o apcrlissimo e quasi inclinato all’ a,eun
piemontese dice jiure mundo. I siri abitatori dei
luoghi montuosi amano le vocali strette e si di-
stinguono dagli altri semitici per le loro termi-
nazioni in o chiuso , al contrario i Caldei , gli
Arabi , gli Etiopi pronunziano le vocali tutte
aperte. Cosi un Siro pronunzia Tlito per talita
fanciulla , tuito per tabita cavriuola , dolath per
daleth porta , Pescko per Pascka. Un arabo
all’opposto pronunzia lam per lo non, un Etiope
sam per seem nome , salast per scelesc tre ,
cal per col parola , gal per go l tutto , cadam per
qedom principio etc. I Dori , i Siculi , i Calabri
e tutti quei della Magna Grecia percio detti,
'ffXfltrosrofiot ( patulo ore ) dicevano man per
men , piman per pimen , pratos per pro-
tos ec. Lo stesso vale per le consonanti, gli
abitatori de’ paesi adusti abbondano di aspirate
e gulturali , come gli Arabi , gli abitatori di paesi
freddi abbondano di consonanti doppie , ed aspre
come i Tartari 5 quelli de’ climi temperati ne
hanno un discreto e proporzionato numero come
i Greci , Latini ec. I popoli snervati e privi di
forze abborriscono ne possono in verun modo
profferire lettere aspre e dure : i cinesi , i quali
son molto gracili e fiaccbi , non possono affatto
indovinare b. d. r. z. cbe scambiano sempre nellc
piu dolci corrispondenti lettere p. 1. 1. s. Per con-
trario lo Scita, il Circasso, 1’ Armeno proffcrisce
voci zeppe di consonanti , di cui altri a grave
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( 16 )
stcnto rcndercbbe il suono. L’ accento eziandio
contribuisce non poco alia varieta delle pronun-
zie e quindi de’ linguaggi : alcuni abbreviano e
smozzicano le parole, altri le allungano e disten-
dono. Un italiano pronunzia qui-sti-o-ne , in -
fan-zia , un inglese question , infancy , di ma-
niera che appena si percepiscono poche sillabe,
e scambiandosi il suono si confonde del pari il
significato. Tra gl’ ilaliani stcssi un Napolitano ,
un Romano, un Fiorentino profferisce tavola, e
quest’ ultimo anche con maggior lentezza e con
un po di aspirazione: un JBergamasco, un Bolo-
gnese, dicono tola, un Parmigiano dice parabd
per padre-abbate ec. Adunque bisogna sapere
le particolari maniere di pronunziare di ciascun
popolo. Allora scomposie le parole se ne com-
prendera immantinenti il significato. Per esem-
pio quand’ io so che lo Spagnuolo sostituisce
sempre 1’ h all’/' de’ latini non avro bisogno
d’ interpetre ne di vocabolario per indovinare che
halda , hierro , hito , homo , hurto signifieano
falda , ferro , fitto , forno , furto y parimenti
dopo di aver appreso che essi cangiano in lla
( g&t ) le sillabe pia ,fia , chia degl’italiani
e profferiscono ja , jo, ju ( leggi hha, hho, hhu
molto aspirato ) le sillabe glia , cchia, intende-
rassi facilmente che llano llama , llamar signi-
ficano piano, famma, chiamare , e hoja, hjio ,
ojo dinotano foglia , figlio, occhio. I portoghesi
profferiscono ch (leggi sc) lo 1 1 dc’Spagnuoli,
( *7 )
al contrario pronunziano 1 1 ha like (leggi glia ,
glie ) lo ja je de’ medesimi e contraggono Ie con-
sonant! di mezzo, quindi chua, chamar, che-
gar, hachar, cheo rispondono alle voci spagnuolo
lluvia , pioggia, llamar chiamare, Uegar arrivare
hallar ritrovare, lie no pieno. Gi’italiani ridu-
cono il pla e fla de’ latini a pia e fla, ( e taluni
dialelti come il napolitano anche a chia e scia)
percid odesi da planus plenus derivati piano,
pieno, e in Napolitano chiano , c/iiino ; da flatus ,
flumen , fiato, Hume, in napol. sciato, sciume, da
platamon , che in greco significa lido , chiatamone.
Gli olandesi , gl’ inglesi , gli svedesi mutano in
t lo z e 1’s della loro lingua madre cioe la te-
desca , Yf in p , il b in v raddolcendolo. Da zu
di, zehn dieci , zunder esca, gl’ inglesi formano
to y ten , tinder, da wissen sapere, essen inan-
giare , i svedesi fan no weten aeten , da schijfl
nave, verhaufen comprare gl’ inglesi desumono
ship , gli olandesi verkopen. Gl’italiani all’op-
posto cangiono in z e in g, il / e il d de’ la-
tini, come da puteus, pozzo, radium raggio po-r
dium poggio : convertono il q in c come da la-
(jueum laccio , e lalvolta anche il p , come da
pippio onis piccione , e in napolitano da opium
fassi accio. Giova altresi riconoscere in tutle le
lingue un nesso , ed un principio di relazione
intrinseca ed universale , senza di che sarebbe
impossible spiegare non pochi fenomeni etinio-
logici negP idiomi di alcune nazioni , che non
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( 18 )
hanno mai avulo comunieazione alcuita fra loit).
Le lingue, siccome alcuue specie di lombrici si
aumentano col frastagliarsi, e percio serbano sempre,
benche divise , i comuni elementi. Sparpagliate le
prime famiglie sulla terra ciascuna ne porto seco un
reiaggio. Le interiezioni , 1* espressioni di gioja o
dolore , quasi tutti i monosillabi sono universal-
mente gli stessi, modificati soltanto dalle diverse
pronunzie, giacche iu una stessa gente, talvolta
in una stessa famiglia rinvengonsi differenti rna-
niere di proffcrire. Soventi tra noi osserviamo per
incespicamenti di lingua , o per vizio organico
scambiarsi totalmente il suon delle lettere sian
vocali , sien consonanti. Cio si ravvisa manife-
stissimamente nelle prime parole, che balbettano
i bambini, le quali per ordinario appena son com-
prese da’ genitori dietro continua abitudine. I
popoli sono precisamente come i fanciulli , e la
vita civile delle nazioni & affalto simile alia vita
temporale dell’ uomo. Sicche scaturiti in cotal
guisa tanti dialetti e idiomi diversi, in tutti scor-
gesi nondimeno un comun fondamento testimo-
nio etcrno della pristina unila, e cio non solo in
poche voci , ma se cosi lece esprimermi , nell’in-
tera tela della favella.
In tutte le lingue ogni discorso costa sempre
di tre parti: 1 . il subbietto 2 . cio che annun-
zia la costui qualila, ch’ e l’obbietlo del discorso
3. finalmenie il legame che Ii congiunge. La ma-
teria e gli elementi sostanziali del subbietto son
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( I®)
sempre gli stessi in qualunque siasi favella , la
sola forma varia per gli accident! ; questi pos-
sono ridursi a cinque il caso , il genere , il nti-
mero , il tempo, il modo, e riguardano unica-
mente i nomi ed i verbi, perocche le altre parti
del discorso sono inalterabili e quindi non van sog-
getti a s'l fatti cangiamenti. Abbiam delto che co-
tali accidenti soffrono talune dislinzioni peculiari
in ogni linguaggio, or ci faremo ad esaminarlo
partitamente colla maggior brevity possibile. In
quanto al genere alcune lingue nehanno tre, e ve
n’ba di quelle, le quali ban no il genere anche nei
verbi come le lingue semitiche, la copta, la lin-
gua de J zingani. Si noverano due soli generi in
molte lingue, e in altre appena se ne rinviene un
solo come in Turco, in Persiano, in Giapponese,
Indostanico, Inglese, di maniera che e necessario
aggiugnere 1’ articolo , o la parola maschio o fe-
mina per dinotare il genere ; cpsi un giapponese
dice vo jica il capro, me jica la capra , un persia-
no nergav il bue, gau made la vacca , un turco
arslan il leone disi arslan la leonessa. Gl’ inglesi
10 distinguono co’ pronomi de’due generi; he goat
11 capro, she goat la capra. In tutte le lingue la ter-
minazione indica il genere; il maggiore o minor nu-
mero di desinenze h in ragion diretta dell’abbondau-
za o ricchezza di una lingua; nella lingua copta se
ne ravvisano due solamente una in b pel mascbile,
1* altra in d pel feminilc , entrambi poi nel plu-
rale escono in n. Welle lingue figlie , le quali non
★
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( 20 )
serbano, come dicemmo, tutte Ie terminazioni, il
genere si discerne piix dall’ articolo che dalla de-
sinenza.il numero eziandio e vario, giacche alcnne
favellebanno anche ilduale,come lagreca la sam-
scrita , la slava , le lingue semitiche. I numeri an-
chc si conoscono dalla terminazione. Le lingue
semitiche distinguono il plurale colla terminazio-
ne in in pel maschile, in oth pel feminile; quelli
che non hanno geueri fanno uso di una sola ter-
minazione come gl’ indostanici in dto , i turchi in
ler , i giorgiani in ni o bi, i copti in en. In certe
lingue come la malaica per esempio, si forma ri-
petendo due volte il singolare oran uomo , oran-
oran uomini. Alcuni popoli selvaggi hanno una
limitatissima cognizione della progressione de’ nu-
meri, e per esprimere al di la dell’ unita fanno uso
di strane metafore. I popoli della Gujana dicono
pu petei ( una mano ) per dire cinque ; po mocoi
( due mani ) per esprimer dieci. Il caso finalmente
distinguesi coll’ articolo, colie preposizioni , co’se-
gnacasi nclle lingue figlie , e nelle monosillabiche,
nelle altre poi colla terminazione. Talune lingue
hanno due soli casi : e cosi man mano procedendo
alcuni ne hanno fino ad otto come i slavi , gli ar-
meni , i samscriti ec. ed altri anche fino a quinde-
ci come i Finni. Le desinenze poi son sempre le
stesse nelle lingue che hanno una soladeclinazione
come la Turca , la Giorgiana , la Persiana ec. ; son
varie poi in quelle, che ne hanno piu d’una come
la slava , la samscrita, la latina, la greca, la te-
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( 21 )
desca. Cio die si e detlo pe’ nomi vale anche pei
verbi , aggiugnendo solo le discrepanze de’ modi e
de’ tempi. Alcune lingue hanno molto pocbi verbi
come le lingue indostanica , persica , teutonica , ed
altri ne hanno uno stuolo ingente e molto svariato
come la greca, la latina , la slava, la samscriia, la
turca, l’armena, ma non pertanto in tulte le lin-
gue egualmente son conlrassegnati i verbi dalle
terminazioni, se n’eccettui solamente le monosil-
labiche, cbe hanno i segnatempi pe’ verbi , come
i segnacasi pc’ nomi: le terminazioni poi variano
la seconds delle conjugazioni. Le lingue teutonica,
slava, basca ec. benche abbiano una sola con juga-
zione,puremutano soventi lainflessione per le non
poche eccezioni alle quali soggiacciono. La turca ,
e la persiana hanno due conjugazioni, la latina e
l’armcna ne hanno quattro, lagreca sei, la sam-
scrita dieci. Le principali forme de’ verbi sono l’at-
tiva e lapassiva; quest’ ultima in lutte le lingue
figlie e in talune madri formasi dagli ausiliarj ; co-
me in tedcsco dall’ausiliario JVerden, in samscri-
to dall’ausiliario padennu , nella lingua de’Zin-
gani dall’ ausiliario hona ec. I cofti hanno tre au-
siliarii ar esscrc , ti dare, tra fare. Lc lingue che
ne hanno piu sono le semitiche, le quali ne con-
tano otto ; e le tartariche le quali ne hanno un
numcro strabocchevole. I verbi sovente derivano
da’ nomi , come da ballo ballare , finis finire ec. ,
e formansi in ciascuna lingua aggiungendo una
particolar terminazione : i lurchi aggiungono la
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( 22 )
terniinazioue lamak o lemek , come da at cavallo
utlamak cavalcare, da ev casa evlemek edificare; i
tedeschi, i persiani lerminano in den e ten, per esem-
pio da lauf corsa esce laufen correrc in tedesco ,
in persiano da sitei lode si fa siitaden lodare , i
greci hanno la terminazione in in come da logos
si forma logizein computare. Spesse fiate si for-
mano cogli ausiliarii , per esempio in Giapponcse
accoppiando 1’ ausiliario suru fare alia voce oga-
mo preghiera si fa ogam suru pregare ; in turco
avviene lo stesso , e sopratutto per le voci arabi-
che introdotte in quelPidioma, per esempio duva
preghiera duvaetmek pregare , dusc incontro dusc
olmak incontrare ec. Siccome da’noini scaluri-
scono pareechi verbi , cosi per 1’ opposito non po-
chi nomi prendono origine da’ verbi assumendo
in ciascuna lingua speciali desinenze, per esempio
nella lingua malaica si prepone al verbo la sillaba
ka ( si dice kenda volere, kakenda volonta ), o si
pospone la sillaba aun{ per esempio sucii allegrare,
sucuaun allegria); nella lingua bomanica si pre-
pone la sillaba a per esempio zzhd dire , ppid di-
scorrere , azzho dizione , appid discorso. Lo stesso
avviene nella formazione degli aggettivi, dc’sostan-
tivi , o degli astratti : i latini escouo in tus come
da juvenis juventus , vir virtue, in tudo per es. ,
da pule her pulchritudo , in tamper es., da verus
veritas ( e gl’ italiani anche in tade e in tci veri-
tade, amistade, verita, amista ec. ); gli slavi anche
in la per esempio da lipo caro lipota carita. I le-
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( 23 )
dcscbi in eit come da schon schoneit bello bel-
lezza , in ung come da beschreiben beschreibung
descrizione ec. Se alcuno avesse vaghezza d’ inve-
stigare i’origine di tante terminazioni , che han
dato incremento alle lingue, s’immergerebbe senza
fallo in un pelago oscurissimo. Qualche volta non
nego gli verrebbe fatto di appagare le sue curiose
brame : amabilis per esempio amabile e stato for-
mats) da umore eabile, quasi si dicesse abile all’a-
more ; i tedeschi direbbero liebwerth da liebe
amore, e werth degno, cioe degno d’amore; tu-
gendhaft virtuoso in ledesco deriva da tugend vir-
tu, e haben avere ; il giorgiano madrilij pietoso,
gembriely saporoso, e il turco altinlu aureo de-
mirlu ferreo ec. provvengono dall’ accoppiamento
del radicale lu corpo ( voce tutlavia in uso presso
i tibetani ) alle parole giorgiane madri , pieta ,
ghembri sapore, e alle parole turche altin oro ,
demir ferro , come se dicesse eke ha il corpo
d’ oro , di ferro , pieno di sapore ec. Ma qual
risultamento poi avrebbero queste inutiii sforzi ,
e queste vane ricerche in tante altre desinenze
nelle declinazioni , conjugazioni?. . . . Come mai
da tempus esce tempori , temporum , tempori-
bus ? ec. da giacere giacqui , giaciuto , giacessi
ec . ? est quodam prodire terms quo non
datur ultra. Non pero di meno, benche ignoriamo
le vere cagioni di si fatti ed altrettali cangiamenti,
confessar dobbiamo ch’essi esistono indelebili nel-
1’ animo umano, al cui cenno scotonsi i nervi suoi
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( 24 ) .
ministri toccauo quelle corde accouce a pro-
durre quei suoui non vaghi o casuali, come da ta-
luno forse stoltamente si crederebbe, ma governati
da leggi certe ed inviolabili sebbene a noi ignote.
Welle costruzioni e nel giro de’ periodi ezian-
dio si scorge l’affinita delle lingue giacche tutte
hanno i loro incisi , i traslati , le figure seben di-
versamente adoperate, secondo 1’ indole di ciascu-
na ; ci6 si osserva non solo nelle sintassi regolari ,
ma altresi nelle irregolari , come per csempio i la-
tini dicono multum panis , e i giorgiani purls
bebri, i greci zoa trechei ( animalia currit ) e i
giorgiani al contrario cazzy movliani ( homo ve-
niunt ).
Ecco dunque come si ravvisa in tutte le lingue
una origine comune , non ostante 1’ innumere-
vole moltitudine di voci e di favelle Sicch&
riconoscasi la Parola come il piu stupendo dono
del Supremo Fattore , che venuto in processo di
tempo nelle mani di ciechi mortali fu da essi fol-
lemente ridotta in brani. Percio nelle piii colte
etadi , che sono i lucidi intervalli dell’ umana fol-
lia non mancarono rischiarati ingegni i quali ten-
tarono, benche indarno, (l) di raccorre le dissipa-
te reliquie e comporle di bel nuovo , ma a questi
alti spiriti appena h conceduto di raddrizzare e
(i) Sono noti gl’inutili tentativi di parecclii filosofi nel
voler formarc una lingua UDiversale. Leggi il terzo ragio-
namento in linguam scripturamtjue univenaletn.
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( 25 )
pulire quegl’idiomi, che spuntarono luridi e rozzi
nclle labbra del volgo primo fabbro di linguaggi.
Le lingue le formano i popoli, i dotti le forbisco-
no, raa Iddio solo pub ricongiungerle e ricbiamar-
le alia pristina unita.
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SULLA
DELLA SCItlTTURA.
RAGIONAMENTO.
L eterna sapienzA nell’ordinar F universo lo
suggelto alle immutabili leggi dello spazio e del
tempo : l’umana favella vi soggiacque del pari,
bencb& una emanazione o per meglio dire ma-
teriale espressione si fosse della ragione , cbe
qual particella dell’ Aura Sempiterna sdegna
ogni confine, e memore della sua Origine si sfor-
za ad ogni ora di trascorrere i limiti , ne’quali
fu circoscritta. L’ uomo adunque parla solo ai
present! ; e la distanza di silo e di eta sarebbe
stata tuttavia un costante impaccio all’espansion
della menle e alia progrcssione della civilta, se
la Provvidenza fnfinita, compassionando le no-
stre miserie, non ne avesse conceduto un secon-
do dono acconcio a conservare il primo nell’e-
stensione delle regioni c nell’avvicendamento dci
secoli : cbe la tradizione orale h ruai sexnpre in-
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( 28 )
certa e vacillante (1). II dono della Parola era
troppo lenue e ristretto senza quello della scrit-
tura , merce la quale si parla anche a’ posteri ed
agli assenti. Tutte le nazioni del mondo , non
escluse le piii barbare, ban no attribuito ad un
Dio l’invenzione della scrittura , non cbe delle
altre discipline, testilicando in cola! guisa quan-
to ardua e malagevole cosa sia a’mondani intel-
letti aggiugnere a si alto grado di penetrazione.
Gli Egiziani e i Fenici chiamaron questo Nume
Thot o Theut ( da thava segnare scrivere ) i
Greci Erme ( da ero dico , perche era interpe-
tre di Dio appo gli uomini ), i Romani Mer-
curio ( da merces perche presedeva anche al
traffico (2) ), i Tibetani Samta-putrd, gl’Indosta-
nici Genes , i Cinesi Fo-hi cbe nel costoro lin-
guaggio signifies verbum-penetrans per dino-
tare che la luce di questo Verbo Etemo , di
questa Divina Ragione ( Xoyos ) e penelrata in
(1) E noto a tutti che i primi popoli componevano dei
carmi cantati ne’d'i festivi e solenni, e trasfusi da padre a
figlio per cooservar la meraoria delle autiche cose. Le
runne ( da ranan cantare ) de'scaldi e di lull’ i popoli
Scandinavi , i cantici de’Bardi, e degl’Iperborei, fra’qua-
li si distinsero Lino , Orfeo, Arofione , i versi dei Bapsodi,
e le canzoni degl’ lndiani , de’Persiani, e d’ogni nazione
del vecchio e del nuovo mondo sarauno perpetuo testimo-
nio di tal verila.
(2) II primo e piii preclaro traffico c quello delle idee
per mezzo della parola e della scrittura.
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( 29 )
tulto 1’ Universo ; in fine gii Etrusci , i Frigi ,
i Galli, i Celti, i Druidi , i Gimnosofisti , i Bra-
mini , i Maghi e tutl’ i Mitosofi del paganesimo
nelle loro teogonie e metamorfosi hanno simbo-
leggiata siffatta Divinita. Gli stessi Rabbini Ebrei
preiendono che il primo uomo ricevelte le let-
tere da un angelo ( 1 ). Del resto comunque sia
cio accaduto gli e indubituto che nascendo l’uo-
mo affaito ignorante dovette necessariamente la
prima volta ricevere Ie prime sciniille del sapere
dalla stessa Sapienza Increata ; sicche la scrit-
cura e la favella ebbero una medesima origine
pura, limpida, celestiale. Cresciuta poscia la raz-
za umana e sparpagliaia per tutta la terra, sic-
come la favella ministra della ragione fu orri-
' bilmente lacerata e guasta per lo scompiglio di
quclla , cosi parimenli la scrittura ministra della
favella subi la stessa sorte. Quindi, non altri-
menti cbe addivenne delle lingue, la scrittura
serbo la sua natia semplicita ed eccellenza in
mezzo a quei pochi che non dipartironsi dalle
antiche pure costumanze, ed acquisto strana for-
ma presso gli altri secondoche piu o meno fu
stravolto il loro intendimento. Senz’aver ricorso
a’ prischi monumcnti , cio vien rifermato abba-
stanza dall’esempio de’popoli,chc tuttodi e quasi
sotto i nostri proprii occhi si van cacciando dalla
barbarie. Queste selvatiche famiglie o non cono-
(i) V. Kicoh. Ordip. jEgipt. tom. II. pari. {.
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( 50 )
scono scritlura di veruna fatta, o appena hanno
una mostruosa e confusa dipin Lura degli oggetti:
i inonumenti Iperborei , Scandinavi , Irocchesi ,
Virginiani , Messicani, che si vanno disotterran-
do dopo la scoperta di questi popoli , lo testifica-
no chiaramente. Per meglio intendere cotai prin-
cipii, gli e meslieri proceder primamente ad un’
accurata disamina delle differenti scritture.
La favella e di due specie, una parla all’o-
recchio per mezzo de’suoni articolari , l’altra al-
1’ oechio per mezzo de’gesti ; simiJmente la scrit-
tura , che la segue come l’ombra il corpo, e di
doppia quali la : 1’ opsografica ( 1 ) o fonetica ,
serve alia prima , 1’ ideografica o la simbolica
alia seconda , una esprime le idee, l’altra i nu-
di suoni. L’ ideografica si puo suddividere in
schematografica , cioe quella che dipinge gli
oggetti tali quali so no, emblematica , che li rap-
presenta sotto un velo misterioso , e sematogra -
fica , la quale fa uso di segni convenziouali. La
schemotografica ha dovuto aver vigore e comincia-
mento fra que’ popoli rozzi,i quali non sapendo
astrarre le propriety delle cose, le delineavano sic-
come si appalesavano a’proprii sensi; chb gli uomi-
(l) Essendo stato anche da qualche erudito personaggio
interrogalo sulla significazione di questo Yocabolo , reputo
mio dovere di avvertire ch’esso e composlo da grafo scri-
bo , e ops voce, dizione derivante da rpo dico.
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(31 )
ni i piu ignoranti son sempre i piu fedeli scbbene
imperfetti imitatori della natura : quesia fu la
scaturigine altresi della pittura , della scultura,
della statuaria, dalle quali non differisce punto
quesia prima scrittura delle nazioni inculte. L’em-
blematica e la sematografica , essendo figlie del-
1’ arte e non della natura , son comuni alle genti
barbare e alle incivilite; della prima ci sommi-
nislrano esempio i simboli, l’efligie, i blasoni
e innumerevoli monumenti antichi e moderni,
secondo i diversi gradi di loro coltura; l’altra
la ravvisiamo ne’Quipu de’ Peruani , nelle lel-
tere di confronto degli antichi generali in tem-
po di guerra per celarne il significato a’ nemici,
nelle tacche a riscontro , di cui fanno uso an-
che oggi i commercianti agresti e indotti , nella
scrittura telegrafica , e diplomatica, nelle cifre
algebriche , alchimiche , mercantili , e di diffe-
rent! sette e professioni.
La scrittura fonetica indica isuoni, come di-
cemmo : gli elementi di questa scrittura sono sem-
plici caratteri corrispondenti agli elementi della
favella , e percio variano a norma delle diverse
lingue, alle quali sono applicati. La nostra lo-
quela fu da Tullio chiamata quidarn cantus ob-
scurior • di fatti la pronunzia de’Cinesi, de’Ca-
narini e di altri popoli h una continua cantile-
na , senza cui si confonderebbero al cerlo tante
voci omofone. Questi suoni esprime la scrittura
fonetica con peculiari segni per dinotare i dif-
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( 52 )
ferenti tuoni, gliaccemi, le inflessioni , le mo-
dulazioni di questa musica articolata. Per tal mo-
tivo il numero delle lettere e sempre propor-
zionato alia moltiplicila e variazione delle pro-
nunzie, benche alcuni popoli distinguono i di-
versi suoni colle stesse lettere , accoppiandole si
bene c profferendolc diversamente. Cosi gli Abis-
sini per esempio contano sino a 304 caratteri ,
mentre gl’ lialiani , i Spagnoli, i Portoghesi, i
Francesi , e piu di tutti gl’ Inglesi , con solo 24
lettere scrivono una copia di suoni assai maggiore
di quclla degli Abissini , come coloro i quali
parlano un linguaggio assai piu abbondante, per-
ch^ piii coho e piu diffuso. La scrittura fone-
tica k di due maniere, una letterale o alfabe-
tica, come la Greca, l’Armena, la Georgiana,
laTibetana, la Birmanica, la Sanscrita, la Gran-
tamica ec. ; l’allra sillabica , cioe che non ba
vocali staccate e disunte, ma aderenti alle con-
sonanti, ed entrambe son comprese in un sol
caraltere , come 1 ’ Abissinica mentovata , e la
scrittura presente de’ Cinesi cornune anebe ai
Giapponesi (1). I caratteri Cinesi, che il dotto
Abel, ilcmusatcredeva essere stati dapprima sche-
( 1 ) Verso la fine dell'ottavo secolo rli Crislo Kabo-Daii-
si introdusse nel Giappone la scrittura Ciuese , e ne for-
mo il sillabario di 47 caratteri ( ' firo-kana ) ; dopo costui
un certoKibiko detle una forma piu regolare e precisa agli
-aulichi caratteri Cinesi usati da' Giapponesi : cotal nuovo
illabario i da essi cbiamato Kata-Kana.
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( 55 )
matografici , ed indi setnalografici , al presente
sono affatto sillabici. La scrittura 6 sempre omo-
genea all’ indole della lingua cui serve: percio la
lingua cinese ch’ h monosillabica non poteva avere
scrittura alfabelica; dappoiche essendo il numero
dei monosillabi assai limitato per se stesso e di
gran lunga inferiore al numero dclle idee, il
medesimo monosillabo diversamente profferito in-
dicar deve diverse cose ( vi son monosillabi ci-
nesi , che hanno cento pronunzie e quindi cento
signiiicati differenti ) , come dunque inventar tan-
te lettere ed accenti per esprimere tanti suoni
diversi ? Ne sia testimonio la moltiplicith de’se-
gni inventati da’ Lessicografi per scrivere co’no-
stri caratteri le parole Cinesi, le quali nondi-
meno sono sempre incerte ed oscure sino a tanto
che non se n’e udito il suono dalla bocca d’un
Cinese , o da uno che parli bene questo oscu-
rissimo idioma , cio ch’ e oltremodo dillicile ( se
pur non vogliasi dire impossibile ( 1 ) ). La scrit-
tura Cinese per causa della lingua pare ad un
tempo ideografica ed opsografica, poiche ciascun
segno esprime il suono el’ idea, cioe dinota una
(i) Io stesso per mio insegnamento ho profferito parec-
chie volte qualche vocabolo Cinese alia preseuza de’natu-
rali di colb, i quali non sapeano punto comprenderlo ,
s’io loro non mostrava il caraltere corrispondente; cosi al
contrario io non potea intendere neppure una parola pria
ch’ essi la scrivessero.
5
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( 34 )
sillabn , chc in quel linguaggio e una parola.
Ma se si pon mente alle voci Giapponesi o di
altre lingue polisillabiche scritte con caratteri
Cinesi , si vedra chiaro che desse attual mente son
note sillabiche del tutto, e quindi fonetiche. Cost
un Cinese dovendo scrivere la voce greca ca-li
( xaXri, bella ) o 1’ italiana pe-cchia, adoperera
per la prinia le due note sillabiche ca ( accre-
scere ) e li ( lucro ), e scrivera la seconda colle
cifre indicanti le voci pe ( settentrione ), e cchia
( casa ) ; parimenti scrivera le parole italiane si-
ti , pe-si , ti-fo ec. coi caratteri esprimenti le
si ti pe - si
dizioni Cinesi occidente ccidetto, settentr. occid.,
ti fo
cadetto loquela.
La tenebrosa scrittura Egiziana ha dato egual-
mente mollo imbarazzo a’ letterati e ha fat -,.0 di-
stillare il cervello di alcuni smodati Archeolo-
gi , i quali paghi non essendo di pochi ma ben
fondati progressi e ritrovamenti , si sono argo-
mentati d’ investigar 1’ origine delle cose , non
nella nalura,come facea mestieri, ma nella lo-
ro fantasia per poscia spacciare sognate vittorie
ed aeree conquiste. Affin di cansare i perico-
li e i scogli , ne’ quali coslorcr rompendo ban
fatto sovente naufragio , egli e opporluno rime-
dio osservar la quistione da tutt’ i lati, e con-
siderarc attentamente la sostanza di siffatti carat-
teri per giudicar quindi sanamenle e con schiet-
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( 35 )
tezza , non gik con spirito di parte e di sistemi,
fra quali generazioni di scritture conviene no-
verarli. Gli Egizii dunque riputati appo gli an-
tichi una nazione misteriosa e feconda di sapienza
riposta, aveano due scritture: una vulgare ap-
pellata Ss/xon 'nrj da Erodoto e Diodoro di Sici-
lia , ed iictaTo\oypaqi'ni] da Clemente Alessandri-
no , ( cui essi al dir di costui « pSrov s’xpttx^roy,
cioe imparavano prima ) ; ed un altra sacra ( ig-
partHn , tepoypaq txirj , igpoyXity i htj , cio& geratica ,
gerografica o geroglifica ) chiamata dal medesimo
Patriarca d’ Alessandria TgXsvratta xat uorarri , per-
ch^ era 1’ ultima ad apprendersi. Per lo piu tut’
t’i popoli superstiziosi hanno avulo la scrittura
sacra propria de’Sacerdoti e de’Dottori, e la profa-
na comunemente adoperata dall’universale. Gl’In-
diani serbano scrupolosamente i libri Sanscri-
tici , quelli di Ava, Siam, Pegu, Laos e delle
altre circostanti terre prestano religioso omaggio
a’Sacri Codici e a lutt’ i libri sacerdotali o teo-
sofici scritti coll’ antico e venerando carattere pall
o magara noto appena a pochi preti, a’ dot tori
di legge^talapoinni, a’bramini. I Tibetani usano
il carattere ucen soltanto ne’ libri sacri ed arcani;
e volgarmente si awalgono del carattere da essi
chiamato umin. Parimenti gli Armeni, i Cinesi,
e tutte le nazioni , nelle qual( vi k discrcpanza
di ordini di classi , hanno diverse scritture per
1c diverse bisogne: la sacra , la cancelleresca , la
diploinatica , la vulgare ec. La scrittura sacra de-
★
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(36)
gli Egiziani era anche multiforme: i storici con-
cordemente ne riferiscono tre specie, l .* ciriolo-
gica o schernaticci , cioe imitativa ( questa era
la piu facile pcrche rappresenta gli oggetli se-
condo la loro natura ) ; 2 .* tropica o allegorica,
cio& figurativa, come per esempio indicar la co-
dardia colla lepre, 1’astuzia colla volpe ec.; 3.* enig-
matical lo scarafaggio per esempio dinotava il
sole, perche siecome questo animale forma de’boz-
zoli di stereo e poi Ji rotola per terra camminando
a ritroso per trasportarli nella sua tana, cost il
sole aggirandosi intorno al proprio asse e span-
dendo la luce da oriente ad occidentc, segue un
movimento contrario a quello della terra che in-
torno gli gira da occidente ad oriente. Queste tre
scritture arcane erano spesso rimescolate ad ar-
bitrio de’ Sacerdoli , e secondo le inviluppate ed
ascose formole delle loro cerimonie adoperavansi
nelle materic teologiche, ascetiche c misteriosc ( 1 ).
La scrittura volgare alcuni pensarono esserc
stata alfabelica, fondati sulla relazionc di Clemen-
te d’ Alessandria , e su quelle parole di Plu-
tarco to ypctauxiSv irpSrov vj3tv ypx^imv. Sccondo
(l) XpTj 3 i(xvrarav ipx t(5 rrjs aijipoXwArfi s'p.uisvsias siJos i 15
«roXX* itai «poi tr,» 6p$r t v OioXoyixv a-jyspyoyv xjtr *po; tviannv
yxi rtpili iifiSsifyv <j-jvm« 05 xai vp v pi px%'j\oytx s abxvjj iv y.xi
aufl * s sySsJiv. ( Clement. Alesi. Strom, lib. 5. pag. r >6q. )
\
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( ™ )
questi scriltori gli elementi dell’alfabeto popolare
erano per lo piu animali pianta o cose inanimate
indicanti 1c lettere iniziali del loro nome. Ne’ li-
bri Armeni eziandio rinvengonsi caratteri rap-
presentanti figure angeliche ed umane ( detti
Marrachir ), solto le sembianze di uccelli ( chia-
mati Sziacbachir ), a foggia di fiori ( appellati
Zagbhghacliier ) ma questi serbano sem-
pre colle diverse giaciture la forma costanle delle
lettere ordinarie , e si ravvisano alia struttura ,
non gia al suono; quindi non possono equipararsi
a’ caratteri Egizii , di cui favelliamo, e son da dirsi
piuttosto simili a quei rabeschi e ghirigori usati
da’ nostri valenti calligrafi nelle scritture piu ni-
tide per abbellire le lettere , e fare sfoggio di lor
perizia e maestria. L’alfabeto ebraico maisi ne for-
nisce esempi di rassomiglianza , sebbene dappoi
le lettere abbian perdulo alcun cbe della nalia
lor forma. Una casipola ( detla in ebraico beth )
indica la lettera iniziale b , una formica ( ^bi-
mel ) esprime T iniziale^-, una porta ( daleth )
indica il dj cosi egualmente un uncino (t>av) di-
nota il v , un cardine o ganghero. ( y'od ) ( d’onde
forse deriva il nostro cliiodo ) dinota 17 y una pal-
ma di mano ( caph ) indica il c , una bocea ( pe
o fe ) indica ilj? e Vf, la radice a tre punte
di un dente ( «cein ) lo sc. I Rossi e gli Armeni
danno alle lettere del loro alfabeto il nome di
quelle parole in cui esse servono d’iniziali; al
g ghlagol ( discorso ) , al d dobro ( bene ) ,
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( 38 )
al z zemla (terra), ec , inarmeno il^dicesi
ghien feniina, il pp ppiur (mi lie), Vm mien (tnio)
etc. (x). L’antico alfabeto Cimbrico era composto
di segni ciriodramatici o rappresentativi indican-
ti non solo la lcttera iniziale del loro norae , ma
taluni caratteri dipingevano allresi 1’ atteggia-
mento delle labbra nella ptonunzia della lcttera
medesima; cosi 1’ a appellavasi Anna , cbe in
quell’ idioma significa cercbio, ed era contrasse-
gnato con una figura circolare, alia quale deve
comporsi la bocca, come ognun sa , per espri-
mere questo suono ( 2 ). Lo stesso si osserva nell’al-
fabeto barmanico, o boinanico, e di molti al-
(1) I caratteri Russi sono una perfetta copia de’Greci
fatta dal Patriarca S. Cirillo.
(a) Un alfabeto compiuto di tal fatta , cioe la perfetta
dipintura de’ suoni , e de’ gradi dell’ organo vocale po-
trebb’ easere veramente universale , ampliandosi o modifi-
caudosi i suoni elementari secondo l'indole delle pronunzie
de’diversi popoli. Cosi la vocale, che si segnerebbe sem-
pre nello stesso raodo , avrebbe tre , quattro , cinque ,
sei, dieci distinzioni peculiari, ma derivanti dalla pri-
ma elementare , giusta il diverso numero di esse nelle dif-
ferenti nazioni : egualmente la consonante si dividerebbe
in due, tre, quattro classi ( come dentale, gutturale, labia-
le, nasale ) , e ciascuna di queste si suddividerebbe in due,
tre , quattro lettere della stessa natura , ma la sola classe
dovrebbe contradislinguersi con singolari irnpronte , appo-
neudo solo a ciascuna lettera un marchio individualc e co-
st ante.
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( 3 »)
tri popoli che per ainor di brevita qui tralascio di
riferire.
Da tuttocio si raccoglie che i primi Egiziani , al
par di tutt’ i popoli nascenli , scrissero dipingen-
do. E siccome la scritlura ne’ primi tempi , per
I’innato desio dell’uomo di acquistar quell’eternitk
d’onde trae l’origine, fu adoperata semplicemente
per tramandare a* posteri la memoria de’ passati e
per conservar viva la rimembranza delle cose me-
morande, cosi appena su i sepolcri, sulle are, sul-
le colonne si scolpirono, o s’ intagliarono, o si de-
linearono i gesti de’defunti, le vittorie riportate,
i perigli campati , i trionfi conceduti agli uomini ,
le grazie rendute al Cielo , ed altri falti degni di
essere rammentati. Queste primitive costumanze
non si spensero del lutto nei secoli posteriori piu
adorni e ingentilili. Anche al presente una spada
e un elmo , o un calice e un vangelo , scolpiti o
effigiati sopra una tomba, annunziano fra noi che
in essa contengonsi le ossa di un guerriero o d’un
sacerdote , come il turbanie fra’turchi, le frecce
fra gli Arabi , ed altre impronte distintive di di-
verse professioni fra’ diversi popoli. Una colonna
con un camauro , o con una corona ricorda esser
passato per cola uu qualche Papa, o Sovrano; una
tavola voliva, una immagine di cera, di legno,
di argento, o di altra qualunque siasi materia,
esprimono rendimcnti di grazia all’ Altissimo per
bcneficii ricevuti ; un arco trionfale ricorda una
battaglia guadagnata : ed infine gli obelischi , le
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guglie (l) , le piramidi ( 2 ), i pilasiri, ed allri
innumercvoli edificii innalzati per eterno testi-
monio de’ vetusti avvenimenti, non che tanti sim-
boli ed insegne pubbJiche e private di arti , me-
stieri, e professioni d’ogni sorta, fanno fede di
tal verita. Ancbe agli assenti palesavasi in siffatta
guisa cio che non potea o non volea significarsi
con parole. E celebre quella tacita ambasceria de-
gli Sciti inviata alia superba Semiramide colie im-
magini d’un sorcio , d’ una rana , ed’un arco per
intimarle di fuggir tosto dalle loro terre , minac-
ciandole slrage ed uccisione; i Messicani an-
nunziarono a Molezuma 1’ arrivo de’ spagnuoli ,
dipingendo sulla tela alcune navi approdate al lido
cariche di uouiini di nuove serabianze e vesti-
menia. II conte di Gomer , non potendo ne par-
lare , ne scrivere al suo disgraziato amico Roberto
(1) Gli obelischi rispoudono perfettameute alle nostre
guglie per la struttura e per la denoniinazione; poichc obe-
liseo viene dal greco obelos ( ojSsXos ) spiedo, e guglta e
accorciamento di aguglia cioe grande ago: di latti gli Ara-
bi chiamano quei prischi monumenti Aghi diFaraone.
(2) Questo vocabolo prende origine da pyr ( ) fuo-
co e pyra ( wup* ) rogo , perche rassembra alia vampa cbe
sollevasi dal corpo , sulla cui base il fuoco arde ed esercita
la sua forza divoratrice. Da questa simbolica rassomiglian-
za altres'i credesi da qualche dotto filologo aver avuto suo
cominciamenio e sosicgno la celebre scriltura Cuneifor-
me di Persepoli , ove si aveva a principal culto quello del
fuoco.
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(41 )
di Brus, ch’ era gelosamente custodito in car-
eer® dalle guardie, gl’invio un pajo di speroni d’o-
ro per esortarlo alia fuga , unico scampo alia sua
sciagura.
Poscia in processo di tempo, inciviliti i costu-
mi ed aumentati coile cognizioni e la cullura gli
umani bisogni, cotal genere di scrittura che parla
a tulti si, ma non di tutto , divenne poco atto ad
esprimer qualsivoglia concetto dell’animo; quindi
si dovette aver necessariamente ricorso ad una ma-
niera di scrivere, che facesse le veci di tacito mes-
saggiero. Questa fu la scrittura fonctica, la quale,
sebbene non a tutti, riferisce nondimeno fedel-
mente tuttocio cbe ad essa si adida. Questa scrit-
tura fu di varie specie : la relazione omofona per
esempio di un oggetto dipinto colla voce che vo-
leasi esprimere ( cio che noi chiameremmo rima)
bastava per suscitar nell’animo del lettore quelle
idee che faceano al proposito. Una simile scrittura
kt ancora in uso presso i Turchi, i Persiani, gli
Arabi , quando bramano manifestare i loro pensa-
menti solo a colui cui scrivono ; essi posseggono
cosi beue l’arte appellata in coteste regioni dei
Tsalem , cioe delle immagini , che col mezzo di
fiori, frutti o altre cose naturali compongono del-
le iniere lettere, e siffatto stile epistolario e in-
comprensibile per chi ne ignora il magistero.L’al-
tro metodo per far divenire opsografica la scrittu-
ra ideografica e quello di separar le parole, di cui
ciascuna parte ha uno special significato e dise-
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gnarne la figura ; cosi per esempio una porta ed
un raento esprimono la voce portamento , 1 ’ im-
magine del core e del siero significheranno il cor-
siero (l) ma questa scrittura e assai mon-
ca,e la prima & molto ambigua ed incerta. La piu
accurata e precisa e quella che costa d’imraagini
indicanti le lettere iniziali.Con questo nietodo , se
vuolsi aggiustar fede a Plutarco ed altri Storiografi
antichi , formossi la scrittura demotica degli Egi-
zii. Essi sul principio se ne avvalsero per scrivere
lettere agli amici o parenti lontani od assent i ; ma
dappoi i Sacerdoti e i Dottori l’adoperarono ezian-
d'10 nelle cose sacre e misteriose , mescendole ai
svariati segni ideografici, soggetti altresi ad an-
nuali cangiamenti, come narre Plutarco (2). Que-
sta scrittura serviva a celebrare eziand'10 le lodi
de’Sovrani giusta l’opinione di Clemente Alessan-
drino.
(1) Questa maniera di scrivere , detta con gallico voca-
bolo sciarada da share dividere , e molto autica ed ovvia,
e se ne rattrovano tuttora de’brani ne’libri , ne'quadri e
nelle dipinture anticlie, sopratutto ne'chiostri e nelle ca-
se religiose.
(2) De daemon. Socrat. Deguign. mem. tom. 34 >
pag. 8 . — i Gerofanti ne serbavano la ehiave inter-
petrativa ne’sacri ripostigli ; ( questa e la sorte delle scrit-
ture arbitrarie ed euimmaliche 5 se 1’ antore stesso ne smar-
risce la ehiave e res la per molto tempo senza l’esercizio
di leggerle, neppure egli medesimo confidasi piu d’in-
leuderle ).
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( «)
Or si argomenti s’ egli h agevol cosa I’ interpe-
trazione di si oscuri e misteriosi caratteri , a dici-
ferare i quali e necessario peneirar nell’ animo
de’ loro autori , indagare i costoro pensamenti, le
abitudini della nazione, le proprieik del suolo, i
segreli delle diverse caste. . . . che immenso pe-
lago, che huja e caliginosa none! chi mai osera
cacciarvi entro l’ardilo piede colla sola scorta della
sua calda iminaginazione; che senza entfar nell’in-
telligenza di siffatti caratteri, reputar si deve som-
mamente malagevole determinarne la natura (1).
In quanto all* origine della scrittura alfabetica
le opinioni de’ dotti sono discordant! fra loro : io
qui brevemente ini adoprero di conciliarle. Pli—
nio scrive , che le prime lettere al mondo sieno
state Assire : « litteras semper arbitror uissirias
fuisse , sed alii apud JEgyptios , ut Gellius ,
alii apud Sjras repertas volunt » (2). D’ Ori-
(f) Aiyinrrifli avaypot^isiv Six raw avayW^Sv Aso-
Xoy'Jittvtt rrapaSiSovrss. Non sia discaro legger qui
una vivissiraa descrizione di questo miscuglio di scritture
che ne da Apulejo (a) : Jnjecta dextera senex comissi-
mus ducil me ad ipsas fores aedis ac paraclo sacri-
ficio de opertis aditis profert quosdam libros litteris igno-
rabiUbus praenolalus , partim figuris cujusceinodi anima-
lium concepts sermonis , compendiosa verba sugerentea ,
partim nodosa et in modum rolae (ortuosis copreolalimque
condensis apicibus ( forse simili a’ Quipu de’ Peruani )
a curiosa profanorum lectione munitos.
(a) Lib. 7 . cap. 56.
(a) Asia. lib. XI.
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( 44 )
gny e Court de Gebelin sostengono che i Fenici
le introdussero la prima volta in Egitto a’ tempi
diSesostri,o di Psammetico giusta il sentimento
di Tychsen. Diodcro di Sicilia chiama le lettere
usate in Egitto , ora Egiziane , ora Etiopiche; Ta-
cito ( 1 ) scrive cosi : « primi per figuras anima-
lium jEgyptii sensus mentis effingebant ; et an-
tiquissima monumenta memoriae humanae im-
pressa sax is cernuntur , et litterarum semet in-
ventores perhibent , inde Phoenicas , quia ma-
ri praepollebant , intulisse Graeciae , gloriam-
que adeptos tamquam reppererint quae acce-
perant. Quippe fama est Cadmum classe Phoe-
nicum rectum rudibus adhuc graecorum popu-
lis artis ejus auctorem fuisse. » Clemente Ales-
sandrino ( 2 ) parla cosi di questoCadmo: K*5-
fios f&otyil rjv d ra3y ypot^pwirasy IXXriJty eoperrif ,
ed adduce il testimonio di Erodoto , il quale dice
essersi chiainate Fenicie que6te prime lettere. Isi—
doro anche appella i Fenicii primi inventori delle
lettere greche : Graecarum litterarum usum pri-
mi Phoenices repererunt. Son noti quei versi di
Lucano :
Phoenices primi famae , si creditur , ausi
Mensuram rudibus vocem signare figuris ;
Nondum ilumineas Memphis contexere biblos
Noverat , et saxis tantum volucresque feraeque
Scultaque servabaut magicas animalia formas.
( 1 ) Lib. XI. cap. i4- Annal.
(a) Strom. I.
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(«)
Meglio di lutti poi e con somma prudenza Q. Cur-
r.io si espresso : « Si famae libet credere haec
gens ( Phoenices) litteras prima aut docuit aut
didicit ». E parimenti Cedreno dice che il primo
maestro e propagatore dell’ arte dello scrivere fu
il primo eziandio che 1’ apprese. Sros icpmos ypetft-
(j.9.xx f/.a.v'Sa.vei xat Conciossiache, di grazia,
che altro mai sono i Fenicii, se non i Cananei, le-
gati con strettissimo vincolo di fratellanza a’ figli
di Mesraim, ambi di stirpe Camitica, e tanto pros-
simi per la comune origine noatica agli Assirii , di
cui parla Plinio? Per rinvenire dunque il primo
autore delle letlere si retrocede sempre indietro
nella piu remota antichita : gli anlichi quasi tut-
ti lo chiamarono Cadmo , e Cadmo-n significa
precisamente antichita , Principio ( 1 ).
E tutti gli alfabeti regolari ritengono tuttavia
(i) Ed in fatti la scrittura letterale fu data agli uomi-
ni dal Primo Principio, che essi da se soli non potevano
venire in si alto grado d'intellettual perfezionamento.
« 'Quern enim aliurn ( scrive il cosi detlo Bibliander (a) )
putemus Deum aut DiriNUM-HouiNEu , (jui litteras
primus invenerit ? aut cui polius tribuamus ilium divinum
am muni , ut Ciceroni (l)') , et Pithagorae visum est , (jui
tot vocuin discrimina evocaret ad cerlas leges , quique
sermonis humani elemenla apt is not is consignaret , quam
illi ipsi Adamo , qui testimonio sacrae hislcriae omnibus
rebus imposuit aplissima nomina , quae £)eus quoque pro-
(a) Teotloro Biichman de comm. rat. lioni. liiif». pag. 43.
(b) 1. Quaest. Inscul.
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( 46 )
il nome e in qualche parte anche la struilura del-
Palfabeto priniitivo , per quanto e possibile, dopo
si lunga serie di anni , e dopo tanti rivolgimenti
di usi, di maniere, di consuetudini (x). I Fe-
nicii c i Frigi lo diffusero nelle piu lontane terre,
introducendolo dovunque approdavano; e in pro-
gresso di tempo I’alfabeto greco ed etrusco, che
sulle prime al dir di Plinio (a), e di Tacito e
come anche ora da qualche antico monumento ap-
parisce (3), era una medesima cosa, insinuossi
quasi in tutla 1’ Europa. I greci sparsero questo
alfabeto in tutt’i popoli, su i quali si estese la gre-
ca dominazione, gli Egiziani, i Tebani, i Pafla-
goni, i Carii, i Misii , i Cappadocii, e tutta l’A-
bavit ? Adamum , dice Boulduc (c) , a Deo accept sse idio-
ma , quo colloquebatur , et litteras , quibits scribi et legi
possit , unde Seth filii nepotibus duabus columnis....
inventa sua iuscripta reliquerunt ».
(1) Gli alfabeti irregolari , come il Tibetano , l’Ar-
meuo , il Georgiano , e tanti alfabeti mostruosi de’diversi
popoli lndici sono raccozzati qua e la da differenti scriltu-
re j il meno imperfetto di tutti e l’Armeno , coraposlo di
caratteri greci e siriaci per la maggior parte , ed inventaio
verso il V." secolo della Chiesa da Mesrob , uom santo e
dotto di quella nazione , come narra lo storico Mose Coro*
nense discepolo di lui.
( 2 ) L. 7 . cap 56.
(3) L. XI. cap. 14 . In Italia Etrusci ab Corinthio
Damorato , Aborigenes Arcade ab Evandro didicerunt ;
et forma lilteris latinis quae velerrimis grecorum.
(c) K. I. cap. I. de Eccl. an. mos.
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( 47 )
sia minore, i Traci, gl’ Illirici, i Macedoni, i Ca-
labri, i Bruzi, i Siculi, e tutt’ i loro finilimi, sic-
no continentali , sieno insulari. Cbe per l’ordiua-
rio i conquistatori lasciano la propria scrittura in
quelle nazioni che furono lunga pezza soggette al
loro impero ; giacche col loro linguaggio e eo’ loro
caratteri si emanano decreti , leggi , ed ogni ma-
niera d’ ordinanze ; si fanno iscrizioni su’templi,
su i sepolcri, su gli edificii pubblici, e talvolta ,
per far cosa accetta a’ Principi , anche su i privati.
Per leggere tutte queste cose i sudditi debbono
apprendere 1’ idioma e la scrittura de’loro Sovrani;
e convertita poscia la necessita in abitudine, co-
me suole avvenire , depongono il prisco , e adot-
tano il novello sislema. I Tartari ed i Saraceni ,
genti irrequiete ed usurpatrici, dovunque sono
passati , hanno sparso i loro vocaboli e i loro ca-
ratteri, lasciando cost 1’ eterne vestigia del loro
cauiino. I popoli dell’ Indostan e del Mogol signo-
reggiati soventi volte e devastati da questi rapaci
avoltoi, conservano ognora dizioni e costumanze
de’ loro dominatori (l). I Turchi , i Persiani ed
altre nazioni maomettane non ban deposto nulla
de’ costoro dogmi , e consuetudini , e ne ritengono
tuttavia la scrittura insieme a moltissimi vocaboli
e modi di dire. E da ultimo a di nostri , ne’ quali
piu chiaramente si e verificata la benedizione da
(i) La presente scrittura Mongolica e del tutto tratta
dalla Saraceua.
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( 48 )
Not; data al suo figliuolo praliletto ( dilatet Deus
Japhet), tuttelegenti Japhetiche della bellaEu-
ropa ( 1 ) divenute quasi un sol popolo , ed occu-
pate non solo moltissime sedi del mondo antico ,
ma scavatone, per cosi dire, un novello sotto i
proprii piedi, hanno disseminato in tutto l’orbe
siffatta serittura eoncisa ed uniforme, e con essa
altresi la civilta universale.
FINE.
(1) Japhet significa a un tempo pulcher e dilatatus, e
la voce Europa vicne dal greco latus.
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IN LINGUAM
SCRIPTURAMQUE UNIYERSALEM
DISSERTATIO.
>NMf
Quisquis rerum omnium , quas Sapientissimus
Artifex Deus ex nihilo edidit, naturam fucritper-
scrutatus , dubitare non potest, quin homo non
sibi uni , sed societali sit conditus. Hinc eo curas
pro suo quisque modulo debet convertere, ut alio-
rum commodis prospiciat. Quod magis praestan-
dum sapienti est, qui suas cognitiones, quas et
peracre ingenium et studiorum contentio ei pe-
perit,in communem usura et utilitatem debet in-
tendere, cum vix quidquam invenias doctrina uti-
lius hominum societati. Quamobrem ad acuen-
dam diligentiam nihil sapientissimi quique homi-
nes fore validius existimarunt , quam ut praesidia,
quae in societatem e litteris dimanant, oculis pro-
ponerent. Arbitrahantur enirn sic posse animos
vehementius incendi ad litteras comparandas ,
quae publico bono apprime conducerent. Cum
vero quidquid humanitatis in vitae consuetudine,
aut fidei in societatibus consliluendis, quidquid
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(*>)
solertiae aut sapicnliac in urbibus exslruendis ,
mercibus exporlandis, moribus dirigendis, scien-
tiarum ducibus acccpiuni rnagna ex parte sit re-
ferendum , liqnido palet quantopere iis dcbeamus,
qui studio, labore,et induslria in socictatis com-
inoda incumbunt. Contra ecquis non duxerit eos
turpi nota inurcndos, qui futiles, vanas, et nul-
lius momenti quacsliones enucleandas exbibue-
runt, atque adlnic exhil>ent ad animi remissio-
nem , quasi a sludiis delcctatio sola peteretur, ut
ait Tullius, non fruclus inaximus, quem possent
homines in coininunem usum proferre? Certe dis-
simulare non possurnus, quin saepc nescio quae
immodica cupido philosophorum animos perva-
dat , qua correpli irritas quacsliones , et nullius
pene usus proponunt inenti expediendas. At hoc
malum eo fit praesentius , quod adolesccntuii stu-
diorum iter vix ingressi hujusmodi quaestioncs
novitates semper aliquid redolentes non solum ex
eoruin ore avide excipiunt, aut in scriptis oeulis
inhiantibus legunt , verum etiaut ( quod magis
fortasse mireris ) pro illis , quasi pro aris et focis,
strenue depugnant. Inter lias vero non uliimum
locum oblinet illa,num dari possit lingua et scri-
plura universalis, qua populi omnes uterentur,
quin ediscendis tot linguis provinciam plenam
aleae,*,ac salebrosam suscipiant. Cum vero non
pauci docli homines hujus rei facilitatem adstru-
xerint, novasque methodos in hanc rcm, novasque
regulas concinnarint , in adolescentes non raro
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(Si )
ipse offend i, qui vivido quodam aeslu abrepti in
litteralos homines irrumpebant quasi in re tarn
facili animum desponderent , nec certatim alius
alio ardentior lam pulchro labori se adjicerent.
Huic opinioni, quae et peropportunam ad com-
parandam publieam utilitatem ducit linguam et
scripturam universalem, hac diatriba mihi occur-
rendum censui. Quaestionem delibare libuit sum-
ma per capita, ut aliquam hujus rei veluti adum-
brationem aliis exhiberem , si velint majore studio
ac diligentia rem cxcutere. Velim autem , ut ne-
mo id mihi arrogantiae vitio verlat, quasi indu-
xerim animum philosophis praestantis ingeuii
acerrimique judicii detrahere, quorum doctrinae
laudibus contexendis me imparem profiteor.
Eo enim spectat consilium meum, quodcumque
demum id I'uerit, ut aequales adolescentes , quo-
dammodo moneam, ne in veritate inquirenda tur-
piter hallucinentur , tempusque in inanibus rebus
traducant, cujus, ut ajebat Seneca, sola avaritia
honesta est , et cum deesse numquam possit lo-
cus in toto disciplinarum orbe, quo quis vera in-
genii laude commendetur, quia rebus minime
profecturis studeat, ad res tantum frugiferas, et
solertiam, et animi contentiones conf’erant. At
quoniam qui linguam universalem haberi posse
contendunt ( de lingua primum, dein de scriptu-
ra dicturus sum ) alii aliam ingressi viant eo de-
mum omnes collimant,ut aflirment facilem ipsam
fore, si radices primigeniarurn linguarum possent
*
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<«)
dignosci , cx quibus una dein efficeretur , de hac
re nobis pro lenuitate ingenii disserendum cura-
mus.
Jam palam est universis Deum , posiquam hanc
mirabilem mundi machinam eduxit , sexto de-
mum die ad suam imaginem hominem efformasse,
locoque statuisse amoenissimo,qui omne arborum
genus exhibebat, quae et oculos voluptate et gu-
stum suavitale pascerent. Duo vero ei munera con-
tulit, quibus neglectis, non sane cernimus, quid
inter mutas belluas et hominem intersit, ratio-
nem scilicet, et rationis interpretem sermonem.
Ratione, qua nihil divinius, ajebat Cicero, res
abditas valet perscrutari, comprehendere, com-
ponere , praeteritas recordari, conjectare futuras,
aliaque persequi , quae nonnisi a vi mentis atque
ingenio queunt proficisci. Verum haec omnia den-
sissimis obruta tenebris delituissent, nisi sermo
accessisset , qui humanae mentis cogitata et con-
silia proderet. Hinc primus homo ratione praedi-
tus sonos illico articulatos emisit, qui suae men-
tis ideas diserte exprimerent. Ipse nomina cui-
que animantium inussil, ut notam qua facile di-
stingui possent: cc appellavitque Adam » en Gene-
sis verba, « nominibus suis cuncta animantia, et
un i versa volatilia caeli et omnes hestias terrae»:
Cum vero homo ad societatem sit natus ex ser-
mone hos quoque fruclus non poenitendos asse-
quitur, quod lingua effert animi motus, quibus
aflicitur. Certe crediderim hominum pectus na-
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(S3)
turae semper aliquid molientis officinam posse
appellari. Numquam enim liaeret , aut torpescit ,
sed mortalium animos mirifice versat, illosque
format ad omnem habitum fortunae. Ut vero ho-
mo perturbationes ipsas, quas exciiat animus, queat
cum aliis communicare linguam in ministerium
advocat. Sic maeroris , laetitiae , timoris , confiden-
tiae , alioruinque affectuum motus palam exliibet,
eosque etiam , si opus fuerit, in aliis ciet. Ita Ho-
ratius
Format enim natura prius nos intus ad omnem
Fortunarum habitum : juvat aut impellit ad iram ,
Aut ad humum moerore gravi deducit, et angit;
Post effort animi motus intcrprete lingua.
Hinc ipse Adam , postquam Deus costa illi sopi-
to cxempta mulierem effinxit , quae fieret vitae
consors eique adduxit, sibi et illi his verbis hi-
lariter est gratulalus. « Hoc nunc os ex ossibus
» meis , haec vocabitur virago quoniam de viro
» sumpta est ». Eadem vero lingua, qua Adam,
posteros usos esse ex scriptura cognoscimus. Nam,
cunctis rebus diluvii inundatione absorptis , post-
quam Noachus area egressus Deo altare erexit gra-
tes persoluturus « terra erat labii unius et sermo-
» num eorumdem ». Cum autem multiplicatum
hominum genus amplius creverit, consiliumque
iniverit diversas regiones , deductis coloniis,pcten-
di , etiam p^tet , priusquam dispergerentur , turrim
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(S4)
in monumcntum poientiae crexisse , quae in im-
rnensam aliiiudinein excresceret. At Deus irritos
conatus essufflavit, distracta in tot linguas ea, qua
hactenus usi f’uerant. Hinc ab incepto cessatum
sublato communis linguae (1) commercio. Igitur a
confusione in Babel, quod ipsum sonat, oborta o-
mnes quae tunc vivebant familiae per totum terra-
rum orbem propagatae, propriam sibi ac peculiarem
linguam arcessiverunt. Hie ecquis sibi conflderet
posse primigeniarum linguarum radices oranes
expiscari? Equidera non inficior, quin ( ut facile
cuilibet patet , qui etymologicam artem calleat )
eaedem pene oris inflexiones ad significandas pri-
inas ideas, quae hominum menti exhibentur, apud
Hebraeos, Arabes, Indos, Persas, Celtas , Teutonos
(ij Quaenaru vero i’uerit haec lingua communis, ipsi
docli viri aeerrime inter se (ligludiantur. Quum enim ne-
geut fuisse kebraicam , qua usus esset Adam ejusque po-
steritas, alii Celiicam , alii Copticam, Graecam , Sinensem
obtrudunt contra atque nos sentimus , qui Adami nepo-
tes hebraicam locutos fuisse contendimus , etsi non dilli-
temur earn ( praeter illarn quae habelur in Sacro textu
incoluinis ) populi Judaici dispersione in aliam pene abiis-
se commixtione aliarum , ipsasque litteras in Chaldaicas ,
teste Hyeronitno , captivitatis Babylonensis tempore eva-
sisse.
Priinaevain porro sive adamiticam linguam post confu-
sioncm peuitus diseerptam esse arbitramur , et quemque
populum quasdam vcluti reliquias bine inde abrasas colle-
gisse, quae proprio cujusque pronuntiandi modo innnutatae,
el deiuceps auctae in totidem linguas ellluxerunt.
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(*#)
occurrant (1 ). Verunx eniravero quid referl in tan-
ta Iinguarum varielate radices aliquarum vocunt
(x) Vocabulum ipsum nomen pene in universo orbe
eodenx oris hiatu vel souo auditor : Nam , name , nemc ,
nome , onoma , nim , nombre etc. cuocta ab hebraico
naam : dicere , locjui proficiscentia. Pater Sinico sermoue-
appcllatur foa , Mungice fa , libetanice jap , aspirata in
teriucm conversa , indostanice bap, malabarice bava, tur-
cice buba , salivice baba, Omaguice et mainasice in Ame-
rica papa , hetoice babi , tnandingice ba , pliallatice babii ,
chaldaice, syriace et arabice luieb , persice peeler addito
tanlum der quod excellens valet , et barmanice graece et
la tine pater, germanice voter, anglice father , suece fa-
der , hispanice et italice padre , gall ice pire pro nimia ,
qua Galli verborum contractionc delectanlur. Mater slui-
ce nuncupatur moa , indostanice et lusilauice mae , tibe-
tanicc jum , mandingice jem , malabarice emme , chaldai-
ce , Syriace et arabice haem vel hernma , aetiopice ham ,
turcice ana m pro magna, quae inter eas extat affinilate
in n deflexa, ackimice anua , pliallatice inna , caugice ni,
aminice mirina , kurabanice nenne , illy rice rnalti , laline
mater , graece meter , germanice mutter , anglice mother ,
suece motler, italice et hispanice madre, gal lice mere , ar-
menice majr. Eaque analogia in vocibns domum sigtiifi-
cantibus cerni potest : bat , belli , beit , both, bod , boed ,
bathe. Et si in Hebraico sermoue graecae , latinaeque di-
clionis domus , alque italicae , hispanicaeque casa ratio
vult reperiri , quisnam qui vel a limine Orientates litleras
salutavit, non videt domum a domuh sepulchrum , quia
viventis sepultura recte appcllari potest, et casa a casa te-
gere proficisci? Quid dicam de voce terra? Art, aretz
rrdzi , erde , jord , earth , era , erl , terra , lierra , terre?
Ab aetiopico ad manus recta maiiant hacbraicum jad ,
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( 56 )
arduo labore atque ingenti conatu reperire ? In
unda maris iEgaei stillam muriae, atque ad divi—
tias Craesi teruncii accessionem dixeris. Quia certe
nemo ignorat linguas earn vicissitudinem subiisse,
quaw res omnes humanae expertae sunt, nempc
ut mutationi fuerint obnoxiae. Quein tandem prae-
terit verba decursu temporis interire ? Hinc Ho-
ratius
Ut silvae foliis pronos mutantur in annos
Prima caduut , ita verborum vetus interit aetas.
Adhaec quot vocabula nova extiterunt, cum novae
ideae fuerint exprimendae? « Rerum copia » aje-
bat Cicero III de Orat. « verborum copiam gi-
gnit » bine Horatius
Si forte necesse est
Indiciis monstrare recentibus abdita rerum ,
Fingere ciuctutis non exaudita Celhegis
Coutiuget.
chaldaicum jed , Persicum eid , celticum , anglicum , ac
teotonicum hand , atque inde innumerae quidem voces de-
rivant : francicum aider , latinum aides, quia manu ex-
struilur , hispauicum adubar, et plura id genus. Bar hae-
braice valet declaravit , et celtice canlus unde bardi; li i uc
sane fluunt armcuicum bar-bar~el , latinum fari , italicura
parlare , lusitanicum falar, liiSpanicum hablar , graecum
fend, reo , gernianicum reden ; celticum far ; teotiscum
worth , anglicum word , scotum avar , Irlandicuro bearla ,
islandicuru fearb , italicum parola , favella , lusitanicum
fala , hispanicum habla , palabra , francicum babil , paro-
le , harang , et id genus sexcenta.
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(S7)
Iliad denique dubitari non potest, quin linguae
primum rudes , atque adhuc verborum pauperes
doctorum hominum opera in mirificam ubertatem
et copiam excreverint. Hinc Horalius ipse :
ego cur acquirere pauca
Si possum , inviileor , cum lingua Catonis et Enni
Sermonem palrium ditaverit , et nova rerum
Nomina protulerit ?
Praesertim id accidisse compertum est apud gen-
tes illas,quae animum litteris adjecerunt, ut mo-
res agrestes exuerent. Quum enim studia in mo-
res paullalim commigrare viri sapientissimi cogno-
verint , nihil antiquius habuernnt quam ut bonis
artibus hominum animos veluti efferatos demul-
cerent , et ah agresti vita ad humanitatem tradu-
cerent. Quod si commentitia sunt ilia , et cantum
Orphei mitiores reddidisse belluas, et lyram Am-
phionis suavitate movisse lapides , certe quis haec
coinmenta inniti aliqua veritate negaverit? Huic
rei nullum dubitandi locum relinquunt historiae,
ex quibus liquet , gentes moribus immansuetas
placido Musarum commercio, et inscitiae caligine
excussa, a feritale ad humanitatem sensim et sine
sensu deflexisse. Heic autem quis negabit , statim
ac cultura moribus accessit, rudis sermonis, quo
gentes antea utebantur, expolitionem eliam ac-
cessisse, ita quidem ut vetus lingua pene tola in
aliam abierit? Eant nunc qui contendunt posse
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( 58 )
radices omnes primigeniarum linguarum invesli-
gari,el rem tam difficilem , tam arduam, tam pe-
ne iinpossibilem aggredi confidant. Ccrte nemo
erit tam penitiori doctrina conspicuus , ut tot lin-
guarum , post tot mutationes , et saeculorum la-
psus, radices primas possit ingeniosa sollertia ex-
cerpcre , ex quibus postea una lingua queat con-
flari. Verum ne quis nobis succenseat , quasi te-
mere omnia dicamus , quae cursim adhuc perse-
cuti sumus historia libet evincere. Ex liac habe-
tur linguas fere omnes aut temporis edacitate , aut
belli commerciique caussa adeo iminutatas esse,
ut quasi antiquae obsoleverint , novamque formam
induerint. Et sane Indi, (eorum jam lingua in diem
adaucta, aliisque sermonibus commixta, cum Ba-
bylonenses, Graeci, Persae, aliaeque gentes in ll-
las regiones irrepserint ),nunc vix vetustam Sam-
scrudonicam queunt intelligere, quam saltern in
sacris, scientiisque adhibent. Coptica etiam lin-
gua penes Afros , ut barbara dialectus in praesens
auditur, dum anliqua vEgypliaca penitus ignora-
tur. Adliaec persica lingua, in qua Zoroaslri et
Barzuae dialogi conscripti sunt prorsus decessit ,
ac nova quaedam emersit, quae ex Turcico, Ara-
bico, aliarumque Asiae et Europae nationum idio—
male rcferta est ; pcrinde atque Anglica, quae
Celticam tot post saeculis oblivione obrutam ex-
cepit. Americanae quoque gentes , caetcrique po-
puli ad mitiorem vitam , morumque urbanitalcm
detimm revocati, liberlatcm simul cum patrio ser-
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( 69 )
monc amiserunt, quum exterae nationes, quae cos
in ditionem suam redegerunt, illis linguam simul
cum jugo imposuerint. Quod si animum ad do-
ctiores linguas convertamus quis ignorat graecam
linguam adeo rudem extitisse ab suis ineunabulis,
ut Plato saepe aftirmaverit earn barbaris vocibus in-
quinari? Verum cum Homerus Achillis iram ce-
ciuit, et naturam spirantibus coloribus depingen-
do poeseos exhibuit exemplar absolutissimum, et
cum Herodotus commentitias populorum Asiae
origines dulci Musarum stylo persecutus est , am-
bo graeca ingenia admotis veluti stimulis ad lit—
terarum gloriain excitarunt. Hinc dum Tragaedia
Sophocles et Euripides, historia Thucidides et
Xenophontes, philosophia Socrates, Platones, Ari-
stoteles jactabat , ipsaeque pingendi et exculpendi
artes Zeuxi , Parrhasio , Polycleto , ac Phidia su-
perbiebant , oratores praestantissimi linguam non
modo exornarunt , verum etiam locupletare stu-
ducrunt , ut scientiis , bonisque arlibus linguae
splendor accederet , ex qua ingens Graeciae gloria
dimanaret. Quos inter praestiterunt Athenienses ,
qui multis litteris apprime ornati tantam sibi in
linguae puritate nominis celebritatem vindicarunt
ut Atticismus et Atticus sapor in proverbium
abieriut. Immo adeo modulationi inservierunt, ut
Attica anus Theophraslum , hominein alioquin
disertissimum , annotata unius verbi afifectatione
hospitem dixerit. Hinc ipse Tullius in Orat. ajcbat.
« Ad Atticorum aurcs tcretes , et religiosas , qui
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( 60 )
» se accornmodant , ii sunt existimandi Attice di-
» cere ». Sed rursus haec ipsa lingua tam pura ,
tarn elegans , tam splendida elapsis annis decidit
ex ea dignilate, cui Athenis in ipso bonarum ar-
tium sinu assueverat. Audiamus Tullium in Bru-
to LI. « Ut semel a Pyraeaeo eloquentia evecta
» est, omnes peragravit insulas, atque ita pere-
» grinata lota Asia est , ut se externis oblineret
» moribus, omnemque illam salubritatem Atticae
* » dictionis et quasi sanitatem perderet, ac loqui
» pene dedisceret ». Ex his quis non videt quot
mulationes Graeca lingua subierit ? Id ipsum de
latina quis negaverit ? Docti norunt quaenam
tandem fuerit haec lingua, antequam Romani stu-
dio exornandae illius caluerint. Nonne sciunt
omnes qui latinae linguae peritiam omnem exhau-
serunt , ipsam esse olim Eirusci , seu Osci , Grae-
ciquae sermonis barbaram commixtionem? Osco-
rum gentis intereunlis linguam apud Romanam
mansisse tradit Strabo. Quod vero ad graeca vo-
cabula altinet , Varro innumera verba recense t,
quae de graeco fonte desumpta latinis fuerunt
intermixta. Hinc vocabulis prima sua origine sca-
tebat , quae postea Romani oblivioni mandaverunt
ne dicam risu exceperunt. Quis non miretur ver-
ba , quae in fragmentis decemviralium legum oc-
currunt , nancitor , escit , abascit , amsegetes ,
sublucator , ernern , donicum , antestaminor ,
interibi , aliaque’, quae a latialis linguae nitore
postea mirum quautum abhorruerunt. Primus
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(61 )
omnium Tereutius admirabili ingenii felicitate
praeditus non modo graecas divitias in linguam
suam traduxit , verum etiam totus fuit in latini-
tate perpolienda , aut , ut verius dicam , reno-
vanda. Cum vero Graecia victa victorem ipsum
domuit , et graecae elegantiae veluti sernina ro-
mano solo tanquam mollito agro excepta uberri-
murn fructum attulerunt , turn quidquid homi-
num cultiorum Romae extitit novandae atque au-
gendaesuae linguae operam transmisit. Plura ver-
ba peregrinum quiddam resonantia obsoleta , ab-
legata nimis aspera atque horrida , rudia ornata,
nova cusa: quae omnia adeo excreverunt, ut an-
tiquae linguae nulla fere vestigia superfuerint.
Hinc quae propria fuerat gloria Graecorum in lin-
guae elegantia , ea fuit cum Romanis communi-
cata , et Roma in subselliis , in rostris, in Curia
Crassos, Antonios, Hortensios, Cicerones obstu-
puit , qui ad latini sermonis venustatem luendam
mirifice adlaborarunt in illo praesertim Augustaeo
saeculo et litterarum splendore. Verum iste ni-
tor, isthaec elegantia incolumis suo gradu s.tetit?
Minime gentium: nam Roma, quae jugum simul
et linguam imposuit subditis nationibus, linguam
suam iterum inquinatam indoluit, quum popu-
li oinnes in ditionem redacti et verba Romanis
reliquerint. «Unaquaeque gens»ita Isidorus «cum
» suis opibus , vitae quoque et verborum et mo-
» rum Romam transniisit». Hinc barbari tarn tur-
pem laliali linguae foeditalem intulerunt, ut ab
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( 62 )
co excelso splendoris gloriaeqne culmine decide-
rit , saamque elegantiam pristinam desiderarit.
Plebs praescrtim barbaros ipsos seu imperitia, seu
quadam imilandi cupidine sequebatur, et ipse.
Quintilianus testatum reliquit « imperitos vulgo
» locutos, et tota saepc Theatra, et omnem circi
» turbam exclamasse barbare ». Quod si denique
ad linguam nostrani Italicam animum advertamus,
quis dixerit quam rudiset pene agrestis fuerit ini-
tio, quum vulgaris diceretur? Sed tandem excussa
ignorantiae illius caligine, quae tot saeculis ho-
mines obstrinxit, per viros litteratissimos tam ex-
politam , suavem et splendidam seexhibuit, ut
de venustate et copia cum ipsa matre conlenderet.
Heic ex industria arguments abstineo, ne lecto-
rem super renotissima imperitum credere insiniu-
ler. Ab illis autem quae hucusque sumus perse-
cuti,quisque poterit facile coliigere, quam ar-
duum, perdifiicile , ac pene impossibile foret in
tot linguis, et in tanta ipsarum vicissitudine ra-
dices Jinguarum primitivarum inlrospicere, ex qui-
bus una fieret, qua omnes populi uterentur. Quod
si vero sermo aliquis eligitur,aut conditur , quem
cunctae nationes loquantur, is etiam procul du-
bio ob varios caeli haustus, corporis habitus, ho-
minum mores, ac civitatum consuetudines in to-
tidem deinceps linguas ac dialecta dissolvetur.
At non solum linguae, sed etiam scripturae
universalis cupido philosophorum animos incessit.
Verumista nimirumautalphabethica est,aut ideo-
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( 65 )
graphica. Alphabcthica sermoniscognitionera prac
se ferl, qui caracteribus scribilar. Hiuc nuliam
utilitatem humano generi afferrct, qui scripturara
alpbabelhicam universalem eonficcret, cum lin-
gua adbuc universalis desidcrarelur. Quarnvis enim
omnes populi eodem alphabelho uierentur , ver-
ba tamen inania legcrcntur, quia eorum signifi-
catio invicem ignorarelur; et mentis cogilata den-
so quasi velamine alioruin animis obtegerentur.
lli nc si locutio, qua singulae gentes utuntur, an-
tea perdiscenda esset ecquid emolumenti habere-
tur,si litterae tanlum alphabethicae addisceren-
tur? Acccdit, quod piuribus abbinc annis scri-
ptura alphabcthica fere universalis obtinet. Popu-
li enim Europaci et Americani, qui Europacis ipsis
culturam referunt acceptam, caelcraeque insula-
rum gentes barbariein exutae litter is aut latinis,
aut italicis utuntur. Africani porro et Asiatici ,
praeter nonnullos, qui peculiares charactercs ha-
bent, et Sinas, qui ideograpbicis signis in scriptio-
ne utuntur, Arabicis liiteris sen Syriacis Arabica-
rum simillimis scribunt. Scriptura vero ideogra-
phica duplex est. Harum altera veratn rerum figu-
ram repraesental. Priuii omnium yEgyptii, ut ha-
betur praecipue ex Plinio,ea usi fuere. Per figuras
enim animalium sensus mentis eis libuitdeprome-
re, et lapidibus, vel columnis commiserunt anti-
quissima mouumcnta. Strabo rcm exprcssius indi-
cans asserit, per speciem apis mella conficieutis re-
gem indicasse, cui cum jucunditatc moderante acu-
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( 64 )
lei inesse debent ; per accipilrem rem cito factam,
quippe quae aliarum fermo omnium avis sit ve-
locissima: verum banc scripturam universalem ,
quam innuimus , possibilcm nullo pacto arbitra-
mur. Altera porro, scilicet sernalographica visa est
permultis ad societatis bonum posse confici , dum-
modo, spinae quibus est affatim obsita, aliquo
pacto quirent eradicari. Leibnilius primus omnium
eo curas convertit, sed innumcris, ut neminem
fallit, occupationibus distentus tarn improbo la-
bori vacare non poluit. Ejus vestigia postea non
pauci persecuti in idem incubuerunt irrito for-
tasse labore (1). Gallus quidam nomine Demai-
mieux in pasigraphicam artem Francico sermone
(i) An essay towrds a real character et philosophical
language — Polygraphia cabalistica Tritheniii — Anno 1661
Joanni Becheri Spirensis opusculum quoddam in lucem
editum est cum hoc titulo — Character pro notitia lingua-
rum univcrsali: inventum stenographicum hactenus inau-
ditum — Anno 177a a Georgio Kalmaro nobili Ungaro
typis mandata sunt : Praecepta grammaiica , et specimina
linguae philosophicae , sive universalis , quod collectio
quaedam est vocum ex veteribus atque hodiernis lingnis
ab Alchimia , Aslronomia , et a reliquis scientiis , artibus-
que excerptarum , quae singulae singulis ideis itiservi-
rent — Pasiphrasia auctore Wolke germauo an 1797 excu-
sa. Pasigraphie , uud Anlipasigraphie , oder uber neuste
Erfindung einer allgemeinen Schriftsprache fur alle Vol-
ker , und von Wilkins , Leibnitz , Wolke, und Kalmar ’s
pasigraphischen ideeu ein Versuch.
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( 05 )
dialribam conscripsit, verum Parisiensis Acade-
mia iliius methodum flocpi habuit, et operam,
quae ei multis laboribus ac meditationibus stetit,
. negligendam penitus duxit. Equidem cum rem
banc inspicerem attcntius , existimavi posse ali-
quo pacto earn confici. Nam si nalura tantum du-
ce Siuae a primis usque lemporibus ideographi-
cam scripturam adeo adamarunt, ut ne extcri
quidem philosophi, qui eorum regionem perva-
serunt, scienliisque, atque artibus eos informa-
runt, ab ista scribeudi ralione potuerint revoca-
re, quotusquisque est qui non vfdet quanto re-
clius possent et consultius cuncti Europae philo-
sopbi ipsam conficere, si eo totos sollertiae nervos
intenderent ? Sed praeterquam quod ad baec ac-
curanda non vulgare ingenious , nec modici labo-
res pro rei merito requirerentur , ecquid tandem
utililatis ex bac re in publics commoda derivaret?
Etenim scriptura ideographica non inter nationa-
lcs,quieadcm lingua uluntur, sed cum exteris
populis exaranda esset.Non inde et sane usum ali—
quern colligerent mercatores, qui ultro citroque
merces exportando eo praecipue operam collocant
ut varias linguas nationum, quas adeunt, quantum
ipsis fucrit satis, ediscant. Neque vero fructuum
copiam cxpectationi parem colligendam ipsa prae-
bebit homini politico. Adest enim et ars telegra-
phies , quae ne veteres quidem populos latuit.
Graeci , auctore Aeschylo, nuntios miltebant igne,
qui xyyxpov ffop dicebatur , vocabulo a Persis
5
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( ee )
usurpato. Solebanl cnim (i) reges Pcrsaruni ccrtis
stalionilms disposiios habere tabellarios , ct nun-
tios eorum lingua angctros appellatos, quorum al-
ter alteri traderet mandata , ut ita celerius perfer-
reniur (2). Neque denique utile esset Jittcratis I10-
minibus: nam si hujusmodi scriptura adhiberetur,
actum quidem esset de amplissimis disciplinis,
quae rudi, et simplici signorum apparalu traditae
praeierquam quod veluti pannosam vestem et hor-
rificam induerent, nullo modoquirent ad omnium
ceptum accomodari ; actum de poesi, quae ad Dei
laudes persequcndas, vitae praecepta altius defi-
genda,et beroum gesta cclebranda numquam non
incubuit. Quo enim abirenl imaginum vis, sclie-
matum varietas, carminum suavitas , troporum
venustas, quae delectationem simul et admirabi-
litatem excitant? Actum de bistoria quam Tul-
lius merilo magistram vitae nuncupavit , quum
saepissime contigerit, ut plerique mentem et ani-
mum cogilatione hominum excellentium confor-
marent. Quot signis ad exscribendam hisloriam
quisque uti deberet , ne deesset rerum ordini ?
Quot figuris indigebil historicus, cui longa narra-
tio temporibus, locis, personis, circumstantiis di-
stincta esset contexeuda? Ecquid dicam de elo-
quenlia, ex qua in universam societatem praestan-
(1) Herod, lib. 8 .
(•2) Eamdem consuetudinem in Mexicanis regionikus
Hispani inveiierunt.
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( 67 )
tissimi fructus dimanant? Tpsius quidem esl non
modo concrelarn errorum caliginem perrumpere,
veritatem nullis praestigiis tectam exhibere, fran-
gere audaciam , fraudes repellere, homines ab in-
teritu vindicare, sed etiarn concitarc animos et
permovere. Quum hie igitur sit Oratoris scopns ,
ut persuadeat scilicet et moveat, quo pacto signis
quisque poterit vim illius eloquentiae exerere, quae
dicitur animorum dominatrix ? Valeant igitur y
qui suis inventionibus eo demum spectant, ut
nobilissimas arles , quibus edocendis saecula adla-
borarunt, penitus pessumdent. Hinc palet aegro-
rum potius deliria , quam philosopboruui medi-
tationes ulteriora de bac re tentamina censenda
fore. Nam sicuti Dei miraculum linguas dispescuit,
et Dei quidem miraculo opus est , ut omnes ite-
rum in unam congerantur.
FINIS.
*
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(B£©gg©IDBSa)2i®»
SEC
LINGUA RUM GEINEALOGI A
B RE r IT E R EXCCLEATA.
CAPUT PRIMUM
Dc lingua Primaeva sive Adamilica.
Sermo augustissimum Dei donum est: hoc tie
veieres quidem elhnicos Jaiuit. Socrates ipse , ut
Plato in Cfaiilo, dictitare solebat rebus atque ani-
mamibus nomina fuisse inflicta wro OeiOTSpas Swot-
f/exs, n rr\s r£v av3p®if®y.Hinc Rabhini qua Adam
usus fuit, Angelorum Jinguam appellant. Pion-
nulli, quos inter Grotius, autumant hanc lirjguam
post Babelicam confusionem periisse. Alii vero cen-
sent Deum nullo pacto voluisse , ut tarn excelsa
opera penitus intercideret. At quaenam gens me-
ruit, ut sibi a Deo primaevae linguae custodia com-
milteretur? Nimiopere docti inter se hac super re
acerrime cerlarunt, primasque modo huic populo,
modo illi detulerunt ; vcrum major pars et cuncti
Ecclesiae Patres non sine praesentissimo argumen-
toruut pracsidio contendunt Dominum cam iule-
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( 70 )
gram in Heberi Semi abnepotis familia reliquisse,
ut istorum fidclitatem remuneraret, non secus ac
Noachi familiam propter suam innocentiam in
Area a communi excidio servaverat. Sicut vero ,
ipsi ajunt, Noacbus centum ante annos diluvium
praedixit , ita et Heberus triginta annis ante con-
fusionem linguarum filium , quem genuit , Pha-
leg ( id est divisio ) appellavit, quia hujus aeta-
te linguarum divisio contigit. Haec vero agendi
ratio, quam Deus persecutus est, in Sacris Scri-
pturis non raro occurrit. Sic Lothus a Sodomitico
excidio, Josue et Chaleb a rebellium in deserto
Israelitarum nece, Sethi filii a perversitate ho-
minum mirabiliter evaserunt. Praeterea Augusti-
nus divisionem linguarum punitionem fuisse putat
in filios hominum qui turrim aedificaverunt, non
in filios Dei. Semi perinde ac Enosi progenies Dei
praedilectionem ob vitae sanctitatem sibi concilia-
vit, bine Augustinus: « quamobrem sicut lingua
una cum esset omnibus , non defuerunt filii pesti-
lentiae, nam et ante diluvium una erat lingua, et
tamen omnes praeter unum Noe justi diluvio de-
leri meruerunt ; ita quando elatioris impietatis gen-
tes linguarum diversitate punilae atque divisae
sunt non defuit domus Heber,ubi ea, quae
antea fuit lingua omnium, remanereu » Ipse Chry-
sostomus asserere non dubitavit veterem linguam
apud Heberum mansisse: E/Sgp g/xsvs am iv eyav
ocaitsp x»t irporgpoy. Nos Ecclesiae patres
non poeuitendos ccrte auctores hac in re sequi sa-
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( 71 )
tis liabemus, neque de nostro aliquid addendum
curamus, cum vix liceat mulire in tania gravissi-
niorum hominufn aucloritate. Illud tantummo-
do ad rem adjiciendum remur, nempe sermoneni
ali mu internum discernendum fore, alium exter-
num, qui a primo ortus est, eique penitus inser-
vit. Hinc Patres et Philosophi quamplurimi He-
braicam linguam atlente advertentes, quae non
externum sermoneni atque a sensu desumptum ,
sed internum et intellectualem magis exhibet ,
earn coeteris longe anteponunt dignamque existi-
mant, cui Deus perennitatem in Heberi familia
destinaret. Quae nunc vero Hebraica appellatur,
parum veteris puritatis conti net, quoniam Rab-
bini verbis corrasis , vclustam linguam materiali ,
ut ila dicam, sermone conferserunt , quo accom-
modalior hominum captui foret. Homines enim ni-
hil extra sensuin concipere possunt. Hinc est, cur
nemo adhuc divina explicarc valuerit. « Audivi ar-
cana verba, quae non licet homini loqui (i)»aje-
bat Apostolus ; idest verba sermonis externi non
suppetunt ad exprimenda interni sermonis verba,
quae audivi, i. e. intellexi. Cur insuper, obsecro,
Mosem (2)se impeditioris et tardioris linguae Do-
mino profuctur, ex quo ad eum Dominus loculus
erat? Quid quaeso sibi vult Christi responsio, qua
Nicodemi Judaeorum principis curiositatem veluti
(1) Paul, ad Coriulh. cap. 12.
(2) Exod. cap. 4 -
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(72)
corripil? « Si terrena dixi vobis et non creditis,
quomodo si dixero vobis caelestia credelis » (i) ?
CAPUT II.
De Unguis Semiticis.
Post labiorum confusionem Deus «dispersit ho-
mines super faciem cunctarum region um » ( 2 ),
« Unusquisque secundum linguam suam et fami-
liam suam in nationibus suis » (5) Semo, nomine a
Sama ( vastitas ) desumpto , Asia vastissima pars
orbis contigit, ejusque descendentes usque ad In-
dicum Oceanum et MontemTanaim proccsserunt.
Turn propter continuas hominum excursiones ac
temporis lapsum linguae in diem excreverunt, et
quo ulterius pergebant, iliac minus suae matris
imaginem referebant.Hinc ex Assur et Arphachsad
familiis, quae minus quam coeterae ab antiquis
sedibus abscesserunt , innuineros sermones fluxis-
se scimus, qui priori linguae nimiopere assimila-
bantur. Ex hoc numero profecto sunt Syriacus,
qui postea politissimus evasit, Chaldaicus, sive
chasdy , cujus fragmenta in Sacro textu et prae-
sertim in Daniele adhuc supersun l, Arabicus, qui
usque in Africam et finitimas terras productus do-
ji) Johan, cap. 35 et 12
(2) Gen. cap. XI, B. 9.
(3) Geu. cap. X. a 5.
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( 75 )
ctorum virorum copia,qui eo usi fuere,Graeci le-
poris atque elegantiae aemulus fortasse i'uit , Sa-
maritanus aliaeque dialecti, quae istis oinnibus # nu-
per laudatis suam originem referunt acceptam. Sed
ad unam omnes temporis decursu aliarumque gen-
tium incursione fere obrutas Chamiticae linguae
exceperunt, ac prae caeteris Ismaeliiica sive Tur-
cica, quae nunc passim in istis regionibus obtinet.
]Nam Iudaicaenationis reliquiae obsuum ingratum
elatumque animum per universum orbem vagan-
tes linguam simul cum patria amiserunt, atque ab
iis populis sermonein nunc mutuantur, a quibus
asylum exorare licet. Caeteri porro, qui sub Tur-
cico jugo ingemiscunt, inter nationales tan turn pro-
pria lingua invicem utuntur, dum universa regio
dominatorum sermone resonat. Hinc facile videre
est quo paclo Deus istarum gentium superbiam re-
tundere staluerit. Populi vero qui has nationes pro-
fligarunt se Ismaelitas vocant , atque passim in
historiis modo Saraceni modo Turcae nuncupan-
tur. Nos heic operae pretium duximus id paucis
aperire ut auctorum opiniones componamus , qui
inscii fortasse differentibus itineribus in eamdem
sententiam iverunt. Saraceni ab Al-Sarak ( i. e.
nomades praedatores ) sic dicti , Afri sunt sane
quam feri, proni ad bcllum, vagi, atque ad Ismae-
liticam nationem pertinent. Eos Angelus Agarae
Ismaelis malri ita graphice depinxit. « Multipli-
cabo semen tuum ct non numerabitur per multi-
tudinem ecce concipics et paries fitium ,
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( 74 )
vocabisque nonien ejus Ismael , quod audivit Do-
minus afTlictionem tuam. Hie erit ferns homo ,
manus ejus contra omnes et manus omnium
contra eum , et e regione omnium fratrum suo-
rum figel tabernacula » (l). Et re quidem vera
gens ista abAfricanis plagis (nam Agar AEgyptiaca
Ismaelem ex Abramo conceptual in terra Canaan
peperit ) in Asiam irrumpens usque ad Scythiam,
Caucasumque niontem sui imperii fines protulit.
Ibi Hunnis aliisque Scythiae populis, teste Sima-
cato in Euslatbio, commixti Turcae a Persis vocati
sunt, neque injuria ut quidem sentio, quia Tur
seu DurV ersice gyrus, atque Hebraic eperegrina-
ifio sibi vult, aut melius ab ipsa Turcica voce turck,
quae hac lingua migratio valet. Hinc in proclivi
est a nomine ipso eorum vagationes facile colligere.
T upxaiv, ita Cedrenus , e3vos yevos (abv eariv Ouv-
vuov iroXvxvSpayirov xou aurovo/aov. Mores praeterea
et consuetudines ex Africa allatae rem prorsus con-
firmant. Cum vero in suis peregriuationibus veluti
frusta propriae linguae ubique in terris,quas per-
vadebant, reliquerint, inde facile liquet, cur lot
deinceps Scythici ac Tartarici seu Turcici sermo-
nes emerserint (a). Ipsis autem ulterius progressis
(1) Genes, cap. XVI.
(a) Zingani ab Apollonio atque Orpbeo Sygiui , seu
Sigini appellali , vel Tartara slirps ducetida esl , eosq.
Herodotus ad Caucasum et Strabo ad Tauaim ( mine Don)
collocal.
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(7S)
aliisque gentibus admixtis et praccipue Armeni-
cae (1), quae peculiarem omnino linguam sibi
adscivi t, innumeri Caucasicae regionis sermones ef-
fluxeruni. Pcrsica eiiam lingua ab Indo-Mongoli-
cis exorta adeo ab istis inquinala fuit, aliisque non
paucis, ut in aliam nunc pene abierit. Id satis con-
firman L Sadder, Zend-Avesta ( vivens verbum i. e.
Deus ) , aliaque Zoroastri Opera, quae Gbebricoid
est vetere sermone exarata nunc vix lectorera apud
Persas inveniunt. Persae autem Helami Semi filii
sunt soboles (2) , atque a Paras (equus) nomen
desumserunt, quia equos valdc adamabant. Et sane
quern praeterit quantopere Persicus equitatus in
vetustis hisloriis praestiterit ? Herodotus et Xeno-
phon produnt Cyrum in oculis tulisse Astiagis
quemdam servuro, a quo equum adscendere didicit.
Praeterea baud prolecto a verilate abhorret Persiam
ita fortasse fuisse appellatam cum Darius Hystaspis
(1) Ios. Heb. hist. Kircher Tur. Bab. Mois. chor.
in hist. lib. 1 , cap. 9. Arnienica lingua quae vel Hay-
cana , ab Hayco quinto Iapheti adnepole et Thorgomi
filio dicilur ; ita appellata est sive ab Aramo Ilaycano-
ruiu rege VII, et Abrahami contentporaneo, sive ab Aramo
Semi Clio. Hiuc legitur in num. cap. XXIII. C. « de
Aram abduxit roe Balac de moutibus orientis »
El sane Aram celsiludinem significat, atque Armenia cel-
sissirna orientis provincia est , cujus monies a diluvii aquis
immunes arcam post qua drageuariam uavigatiouem excc-
peruut.
(2) Ios. lleb. iiislor.
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( 76 )
filius propter equi sui hinnitum regnum fuerit
adeptus.
Quod vero ad Indicas linguas attinet , historia
nobis prodit Salam Semi ex Arphachsad nepotem
in Indiana cum suis familiis concessisse, quae Hoda
proprie dicitur ab Hada extendere ; et reapse Sale
longius quam coeteri Semi descendentes , sese ex-
tendit. Hinc permulti Indici sermones , qui tem-
pore iabente , aliarumque etiam linguarum adje-
ctione admodum percrebuerunt. Quid dicam autem
de innumeris linguis monosyllabicis, quae in Sini-
cis atque Indostauicis regionibus occurrunt ? Ista-
rum profecto tanta est farrago, ut non solum ex
Sinica lingua innumerae dialecti manarint, sed et
pluribus monosyllabicis sermonibus or ien tales orae
sea leant , qui invicem longe distant, scilicet Tibe-
tanus seu Tangutanus, Tonkinensis, Siamensis,
aliique non pauci in proxiinas insulas transvecti,
de quibus suo loco orationem instituemus. Hujus-
modi linguas fractas baud immerito quis appella-
verit. Populi aliquot propter peculiarem coeli hau-
stuin, corporis slructuram ac pronuntiationis, quae
indefluit, celeritatem adeo verba con trahere solent,
ut genuinum profecto sonum amittant. Hoc satis
ex Hotlentottica lingua palam est, nec non a non-
nullis Italicis dialectis, videlicet Bergomensis, Man-
tuan is , Bononiensis , Janucnsis ec., qui litteras
quasi Joquendoexedunt,et verba decurtant, quam-
vis usque ad monosyllabos non sint progressa. At
cujusnam linguae inonosyllabicae istac fractioncs
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( 77 )
sint, quas nunc memoravimus , id absque ingenii
temeritatc asserere nemo potest in tenebris, quibus
hactenus versamur. Illud solum ex tanta caligine
eruere licet Aegyptios Assyrian) ingressos, histori-
cis pene cunctis testantibus , ad Baclrianam alque
Indian) perrcxisse, postea vero Sesostri duce, prout
Herodotus scribit, ad Pha-sin eorum copias super-
sedisse gradum. Hie non temere arbitramur Aegy-
ptios, Assyrios, atque Indos, qui in Sesostris exer-
citu erant, sedem constituisse suam, et Sinis, quos
Ptolomaeus (1) Sinas, et Strabo Thinas (2) vocat,
ortum dedisse. Sinae procul dubio semel Tschin
( ascendere , sparsus equus ) , ac Cinam Thien
( terra coelo supposita ) appellant : Quis heic vel
nominum similitudinem non aperte intuetur, et
exterorum populorum inundationis iraditionem
non detegit ? Nam sin ingredi Sinico serrnone
valet , ac Tschin scandere , dispersae equitum
turmae , quae omnia Herodoti relaiioni suffra-
gantur. Inde plane elucescit cur docti morum so-
lummodo proximitatem invesligantes aliqui Aegy-
ptios, nonnulli Assyrios , alii vero Indos Sinarum
progenitores fuisse arbitrautur ; sed nemo adhuc
istiusmodi originis rationem satis praestitit. Quod
si vel ex Etimologia alia velimus argumenta ex-
spiscari, altendainus animum ad pauca haec verba,
quae exterarum linguarum monosyllabicae fractio-
( 1 ) Geograph, lib. VII, p. 3.
( 2 ) Geograph, lib. II , p. 4b.
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( 78 )
nes sunt. Annulus Samscrudonica lingua dicitur
Anguli, Tunkinicc an; mater Coptice est Mauch ,
Sinice Mu; aeque Malabarice Ivan , Indostanice
iw ; scientia Sainscrudonice dicitur IViddja ,
Tunkinice biet ; Samscrudonice Manuscha est
homo , Malabarice rnanusjiah , Aegyptiace ma-
nes ; Sinice porro men valet generare ; Samscrud.
dian caelum , Sinice Tien, Tunkinice Dien ;
puteus Coptice est dsciod , Sinice . Tschu ; Ti-
betanice Tschou ; sus Coptic. Dscho , Sinice
Tsho;filius Scheri Copt., Sin. Tshei , quia Sinae
liltera r carcnt ; manus dod Copt. Tunkinice
tay ; ego Copt, anok , Samscrud. Chon , Sin.
ngo , Tibelanice nga ; dies Copt, choou , Sain-
scrud. ohoh , Sin. je , aliaque innumera , quae
ad amovendum taedium supprimuntur. Postea
vero, qui humanarum rerum est exitus, mono-
syllabicis atque Indicis sermon ibus simul per-
mixtis Japanicae sive Japonenses, Annamiticae,
aliaeque in ultimo oriente linguae eruperunt ,
quae nunc singulae propria et materna jura sibi
vindicant. Equidem ab illis prolixius recensendis
abstineo , et lectorem ad Balbi Atlantem ethno-
graphicum atque Adelungii Mithridatem mitto.
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( 79 )
CAPUT III.
De Unguis Cliamiticis.
Facta orbis partitione inter Noachi liberos
Cbamus Africam accepit, ideoque PJutarchus ( de
Isid. el Osir. ) Aegyptum, quae sua tempestate
potissiraa Africae pars habebatur , terram X vijaiaty
appellat et psalmista terram Cham , quo nomine
vel nunc Coptica lingua gaudet. Id vero vel ab
ipsa nominis vi manifeste apparet; quoniam Cham
calidum significat, et Africa sane continuo aestu
cxagitatur , et Graeci earn propterea Africam ap-
pellarunt, quia ibi nulla sit ^>ptxv] ( frigus). E
Cbami filiis Cbus Aethiopiam petiit, ejusque nati
lingua utebantur , quae ob nimiam cum Ara-
bia proximitaiem iino et affinitalem ab Arabica
originem trahere maximopere videtur; atque inde
Abissinici sermones deducuntur. Et procul dubio
Chris , Arap , Aethiops idem valent , scilicet
niger, adusta facie vir, quorum speciem Aethio-
pia, Arabia atque India exhibent. Mezraim vero
et Chanaan in Aegypto primus, alter inPaloestina
imperia condiderunt. Aegyptiaca lingua, ut docti
disputant , in Gopticam deflexit , quae graecis
aliisque vocabulis scatet , et graeco charactere a
Graecis dominatoribus desumpto conscribitur , ut
videre est in sacris libris, qui adhuc extant, post
invectam ibi Christi rcligionem exaratis; nam an-
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( 80 )
tea clhnicae religionis arcana hyerogliphico sive
hyerographico charactcre scribebantur. Chanaan
scu mercaior Plioenicios progenuit ( i. e. arabice
opibus abundantes ) , qui navigationibus raerces
exportando parentis nomen haud immerito reti-
nucrunt, et Chananaei in sacris litteris appcl-
lantur. Hanc genlem Punicam a Persis , ac Phoe-
nician! ab Arabis appellari tenemus propter pu-
niceum colorem ( persice pan atque arabice phan
dictum) qui tantopere, ut neminem fallit, apud
illos praestabat, ac tami venibat. (t) Isti Puni-
cam linguam seu Phoenician) locuti fuisse dicun-
tur, quae ab c versa Carlhagine saeculorum vo-
racitate absumpta est, ac suis ruinis aditum no-
varum efformationi aperuit, ut prae caeteris recen-
setur ea,qua nunc Melitenses utuntur. Horum pro-
pago maledicto correpta, co quod Chamus palrem
jacentem conspicalus ludibrio babuit, fratrumque
derisioni objecit,exterarum gentium servitute te-
netur « maledictus Clianaam , servus servorum
eril fratribus suis » (a). At Deus quo acrius in
populi sui superbiam animadverteret , effecit ut
isle servitio se eximeret, fratresque ipso servitulis
jugo subderet. Nam, ut supra demonstravimus,
Ismaelitae, qui Chananaei erant, suos fines prae-
tergressi in Asiain irruperunt, et Babyloniam
atque Judaicas nationes in suam ditionem rede-
(1) Genes, capit. XV. d.
(a) Genes, cap. IX.
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(81 )
gerunt. Cujus gentis porro dominalio adeo in Asia
alias radices egit , ut Chamus eorum proavus
magno honore in Persia sub Zoroastri nomine (l)
haberetur, alque adhuc habetur eliam in uni-
versa Tarlaria, cujus lingua dominator valel. Imo
el apud Sinas, Tibetanos, Japonenses, et Peruanos,
qui ut mox patebit , ab islis sunt orti, khon vel
khan dominum significat. Hinc excelsum Dei no-
men Tibetanis est khon-cihoa idest supremus le-
gislator, quod compendiaria scriptioneTibelani ex-
hibent aequeac Hebraei Jeova,ei Armeni Asduaz
scribere solent ; et excelsus Sinarum philosophus
khonfutse , quod mi hi Supremum patrem intel-
ligentiae libet explicare; Xa-cham Tibetanice est
supremus magisler, etc. Hoc modo veteres Afri-
canae linguae per exteras nationes diffusae alia-
rumque commixtione deturpatae quasi supremum
diem obierunt, novaeque sunt subsecutae, quae
nunc in illis regionibus obtinent; nimirum Copti-
ca , Susuica , Fantaica , Akraica , Angolani-
ca , Madagascarica , atque Hottentottica , a
quibus ingens dialectorum copia originem hau-
sit. (2)
(i) Clem, lib, Gregor. Turon. hist. Fran. lib. i.
Boissard , Kircher area Noe.
(a) Vid. Adel, el Balb.
6
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( 82 )
CAPUT IV.
Ite Imtjuis Japeticis.
En tandem formosissimam Europam accedi-
mus, ejusque sermones perquam ditissimi sua-
vesque nobis scrutandi sese niodo sistunt. Et jure
quidem venustissima mundi pars Europa voca-
tur, nam Japhet, cui in sortem cecidit , pule her
denotat. Praeterea Japhet vel dilatatus valet ,
hinc el Graeci cam Europam nuncuparunt, sci-
licet terram dilatato aspectu , cujus rei ratio-
tionem mox reddere non pigebit. Javan seu Jon
Japeti filius Graeciam tenuit; ac Joniae nomen
tribuit (l). Ilia populos perillustres mundo pe-
perit, quorum laudibus celebrandis historia non
suilicit, ac sola commemoratio lucem splendidis-
simara meis paginis affundit. Nunc certe, ni hujus
opusculi ordo secus posceret, numquam dicendi
finem facerem , si Graecae linguae lepores , ve-
neres et pulchritudines cunctas vellem fusiori
calamo persequi. Sed ne a proposito aberrare vi-
dear, illud saltern adjicere Jibet r hunc nempe
sermonem aliis nitorem ac venustatem suam im-
pertiendo proprium denique , ut hisce nostris
temporibus videre est, amisisse. Nec vero hnec
lingua dialectis caruit, imo in tot tantasque di-
(l) Jos. Hebr. hist.
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(83)
stracta fuit , ut istae a Jonio mari usque ad Asiam
minorem hacienus etsi corrupiae audiantur.
Moschu alter Japeti liber Slavonicarum , seu
Moscovitarum (1) gentium paler est, quae uni-
versae a Romanis Sarmatae appellabantur. Sla-
vonica vero lingua ab Illyrio ac Tbracia usque
ad Ruthenos auditur. Ista nunc , inito aliquot
post saecula commercio cum cultis populis , in
diem expolitur.
Magog porro Scythicam nationem Magogicam
vocatam constituit (2) , atque in interiorem
Asiam suum dominium protraxit. Neque mirari
subit si Japeti filii se tarn late extendissent, cum
Noachus in Japeti benedictione addiderit a dilatet
Deus Japhet, et habitet in tabernaculis Sem. » ( 5 )
Hinc facile percipi potest, cur Hungarica lingua
cum Samojedicis atque istae cum Finnicis, quae
alterae in Asiac, alterae in Europae septemtrione
passim regnant, magnam habeat affinitatcm , et
omnes insuper Tartaricis verbis conspersae sint.
Etenim Scythae ex Pannonia ( quae Maggiar ab
illis , Hungaria a caeteris nuncupatur ) egressi ,
atque in Asiam praeter Tartaricas oras transeun-
tes porrecti denuo in Europam per boreas terras
(Finlandia et Lapponia) ingressi fuere. Postea
vero suo loco compertum erit quomodo vel ad
(1) Jos. Ileb. hist.
(2) Jos. Heb. hist. apoc. cap. 20.
(3) Genes, cap. IX.
*
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( 04 )
auslralcs terras pervenerint. Propterea eunetae
Europac gentes in Asiam transgressae vocem Sa-
ma i. e. Asia suae denominalioni adjcclam dein-
ceps audiverunt : ncmpe Sauiogilii , Sarnotbra-
cii, Samojaedi etc, quo a populis Europaeis ejus-
dem nominis distinguerentur.
Gomerus Gallus cognominatus, Japeti primoge-
nitus Italiam appulit, ejusque familiae usque ad
Galliam et Gallitiarn pone Pirenaeos excurrerunt,
postea Hispaniae sea Celtiberiae populis junctae
in Britan niatn penetrarunt. Islae omnes Cellicain
linguam sed multifarie distinctani loquebantur,
et modo Cellae, modo Galli vocabaniur. Flavins
Josepbus (l) atque Isidorus ( 2 ) Gomarenses seu
Gallos a Gomero exortos fuisse tradunt , dum
eos Chronaea Alexandrina keltos nominat; qui,
ut neminem praeterit , Cymbri seu Cumbri a
Romanis appellabantur , et nunc Irlandice Gom-
roeg; imo el quam inhabitant terra ( Cumber-
land ) ab incolis sibi nomen desumpsit. Sed ne
veritas in varia sententiarumconfusione lateat, beic
argumentis juverit expcdire qui Galli, qui Celtac
nuncuparentur. Gallu Celtica lingua ( Irlandice
Gal (3) potens sibi vult , unde et Anglicum
Galant et Galantry potens , vis ; quapropler
(1) Lib. 1. cap. VI. antiq.
(2) L. 9. cap. 2. de orig.
( 3 ) O-hrien focalior Guoidhilge-sax-Bhearla , or an
Itiscli English Dictionary.
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( «* )
populus universus a corporis robore, quo excel-
lebat , nomen sorlitus est, sive a voce FF^elsch ,
aut TF'ales Jatina pronuntiatione G alius w u\ g
cornmutata ( 1 ). Celiarum porro appellatio a ha-
lait iter, trames Gallis indila fuit , qui primi
freto ( Calais ) superato in Britanniam exscende-
runt, sive, ut alii putant, a teutonica voce kalte
( frigus ) quippe qui frigidiorem terram inhabita-
bant. Caesar ac Tacitus populos istos in Britan-
niam transisse testantur ; quo Hispani etiam seu
Iberi eolonias deduxerunt, ideoque Celliberi dicti.
Iberi autem a Tubal profccti (a), qui perinde at-
que alii Japeti filii in Semi tabernaculis (Asia) ha-
bitavit , Scythiam transgressi Hispania potiti sunt;
atque ibero amni urbibusque nonnullis in eorum
transitu nomen dederunt. Hujuscemodi suntAqui-
tania (Aquitan) Lusitania (Lustan) aliaeque non
paucae, quae perinde ac in Asia Kurdistan, Belo-
chistan, Turchestan, Indostan, et in Africa Mau-
ritan, Tingitan, cuncla ab orientali tany civis,
et Cellico Tan civitas derivanlia ; unde et An-
glicum Town. Propterea Isidorus (5) Hispanos
Italorum afiines reputat , atque Italia aliquolies
in Chaldaica sacri texlus versione Tubal legi-
(i) Voltaire. Diet. phil. fran.
(a) Jos. Heb. lib. i.
(3) Lib. 9. cap. 1. rie orig.
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( 80 )
tur. Audiamus Potnponiuin Melam (i). « Frons
» ilia ad promontorium quod Celticum
» vocamus extenditur; loium Celtici colunt ...
» a Cellico promontorio ad Scy-
» thiam usque. Hinc perpelua ejus ora
» ad Cantabros pene recta est; in primum Artu-
» bri sunt Celticae gentis , deinde Astures ».
Hinc recte Berosus Gallos , qui a Gallis ortum
duxerunt , Ilispanicum dominium usque ad Lu-
sitaniam ( quae nunc merito Porto-gallo vocalur)
produxisse ait. Canlabriam vero, de qua nuper
Pomponius , Pirenaei a Gallia separant, atque
utriusque regionis incolae simillimo nomine gau-
dent. Plinius ( 2 ) atque Isidorus (5) cunclos
Vascones appellant, qui nunc Francico sermone
Gascons , et Hispanico Bizcaini dicuntur (4).
Quod vero ad Hispanorum in Britanniam tran-
situm spectat, ne res imis tanlummodo labiis de-
gustare arguamur, id planius aperire placet. Scien-
dum primum est Britannos , ut Ptoleuiaeus
atque Isidorus inquiunt , eosdem fuisse ac Pi-
clos (5), quos saepenumero in Romanorum hi-
storia legimus. Et sane Brit-Tan celtice signi-
(1) Lib. 1. cap. III. de situ orbis.
(2) Lib. IV. cap. 1.
( 3 ) Lib. 9. cap. 1.
( 4 ) Isti Celtica dialecto, quae nunc Basque vocatur ,
utebantur.
(5) Lil). 2 . cap. IX.
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( 87 )
Scat urbem a pictis hominibus habilatam. Clau-
dianus in terlio Honorii consulalu horum men-
tionem facit ,
» aec falso nomine Pictos
» Edomuit , Scotumque.
El Martialis (1).
Barbara de Pictis veni Bascauda Britannis.
Brilanuiae paries praecipttae sunt Scotia ( la-
line Caledonia ), atque Irlandia (latine Ibernia).
Scotia a Cellica voce Scud sen Scut (2) (navis)
nomen traxit, nude ex Cel tiberia enavigasse satis
constat. Irlandia porro (5) in Aristotele et Clau-
diano Jerna. Iegitur, qui Gallitiae mons est,
ut Strabo, aut amnis, ut Pomponius Mela cre-
dit. Ejus gens propria lingua vocatur Irin , An-
glice Irish, ac Britannica dialecto Iverdan (4)
ecquis obsecro beic Ibericam migratio-
(1) Lib. 4. Epig. 99.
(2) Scut legumentum cortex vetusta vox esi , atque ,
hinc scutum et scylhae , qui eo semper operti incedebant,
ac Teotiscum schole ; deinde vero Copticum skeita navis,
quae corpus in aequore tegit, aiiaque nonnulla fluxerunt.
( 3 ) Phil. Briet. parall. geograph.
( 4 ) Haec natio celticam dialeclum Irish vulgo appel-
latam loqucbatur.
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(88 )
nem non cernii? Ex hactenus dictis luculentis-
sime apparel , ni fallor , hos populos ab una
eademque naiione primitus manasse , postea di-
stractos quemque sibi peculiare nomen compa-
rasse. Hinc recte Voliairus Galliam Aquilanicam,
Cellicam et Belgicam discernit, penes quos omnes
vel praesens gallicum nomen servalur. Galliliae
populi in Hispania dialectum adbibent propria
lingua gallego nuncupatam ; alia exiat in Fran—
corum dominio , quae Gaulois appellatur. In
Brilannica provincia (Wales, seu Galles) gallensis
( walon ) sermo auditur; in Ibernia (Ireland)
provincia quaedam Galloway , scilicet Gallica
via , vocalur etc. Galli proprie dicti usque ad
Italicam regionem, quae nunc Lombardia vocatur,
extendebaritur ; caeteros porro , qui maritimas
terras habebant, Tirrenos seu Etruscos nuncupalos
fuisse accepimus. Isti ob Graeciae proximitatem
et commercium cum Graecis initum adeo isto—
rum vestigiis insistere studuerunt , ut etiam lin-
gua Graecas voces formasque usurpala in La-
tialem illaevasit, quae postea aliis ipsa mirifice
inclaruit. Nam Romani cum universum pene or-
bem suis armjs subegerint, patrii sermonis veluti
exuvias vel in longinquis regionibus reliquerunt;
sicut in pl.uribus Celticis linguis videre est, quae
a Romano splendore in fugam conjectae pristi-
nam exuentes asperitatein latinam elegantiam quo-
dammodo induerunl. Hac sane ratione Galli ,
Lusilani atque Hispani decursu temporis jkiris-
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(89)
simas Tiberis aquas haurire conati sunt (i). At
ipsa demum ex tam excelso gloriae cuimine de-
cidit , alque ab illis , quos profligavil , devicta
fuit ; quin imo a suis liberis , si id dicere fas
est, labefactata corruit. Etenim Gomerus Thuisco-
nem seu Ascenaz genuit,qui montium jugis su-
peratis ullimam Scandinavian) adiit, ac Teuto-
nicam potentiam exciiavit. Ab eo ingens Ger-
manorum populus proficiscilur , qui vel teoti-
scam linguam loquunlur. fsti primo tain feri at-
que agrestes erant , ut vicinas terras invadere et
popuiari sibi gloriae ducerent, imo suos lares
flammae addieerent , quo animosiores ad bellum
et rapinani incitarentur , atque finilimos popu-
los caede vastarent (a). Hinc perspicuum est cur
Teotisco sermone Celticis ac Slavonicis dialectis
permixlo, Celto-Teutonicus, quo Angli, ac Slavo-
Teutonicus, quo veteres Borussi (3) et Lithuani
utuntur, emerserint. Thuisconis igitur filii parvo
agmine iuipetuin quotidie in adjiacentes terras in-
(1) Ex his omnibps Lusitanicus sermo prae caeleris
latinam puritatem servavit , quoniam Hispanicus , qui illi
est sitnillimus , ab Arabico vehementer iuquiriatus est. Ne-
minein vero fugit Arabes, longo ternporis tractu , Hispa-
niam sub sua dominatione habuisse.
( 2 ) Tacit, de mor. Germ.
(3) De veteribus heic Borussis loquimur; nam hodierni
mores agrestes aff'atim exuerunl , et puram nunc germa-
nainque Teotiscam linguam adhibent.
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( 90 )
gentibus denique copiis Gomeri provinciam adorti,
cuncta, quae amoenissimo Italiae coelo nitebant,
sua feritale deturparunt. Reliquae porro barbarae
septentrionis nationes istoruru incrementis in in-
vidiam aclae suis confisae viribus Italiam totam
inundarunt. Tunc linguae, scientiae, ac littera-
rutn , artiumque monumenta pessumdata humi-
que prostrata jacuerunt. At Deo tandem Italicas
vices miserante, lux in tanta caligine , quae omnia
obruebat , affulsit, et litterarum splendor in Ita-
liae caelo fulgentior emicuit. Et sane latina lin-
gua prout ilia avis , quam poetae eQingunt , e
suis cineribus pulchrior quidem et venustior ,
mutatis soluinmodo formis , surrexit. 0 Italica
lingua, salve, qua mirum quantum deleetamur:
tu enim caelestiali veluti concentu aures demul-
ces, atque animum magna voluptate perfundis!
CAPUT V.
De Oceanicae atque Americae lingtiis.
t
Non defuerunt inepti homines, quos temerario
impudentique ore effutire non puduit, quod sa-
pientius egisset Moses , si quinque Noacho libe—
ros tribueret. Nam ecquid, ajebant, de duobus
reliquis mundi partibus censendum alioquin es-
set ? quisnam illuc homines pepulit ? anne de
coelo dejecti arbitrandi sunt? Ad istorum stul-
litiam audaciamque retundendam illud reponen-
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(91)
dam est : si nempe adeant geographicos libros et
hodierna loca cum vetustis comparent, nec prius
loquantur , quam rem consultius excusserint ,
quirent profecto advertere antiquitus fretum ( A-
nien ) ( 1 ) inter Americana et Asiam extitisse ,
aliudque inter Africam et Brasile; qua olim A-
tlanlides in Americam prodnctos nonnulli putant
Platonis (a) sententiae innixi , qui , ut ipsi in-
quiunt , Americam novil. Sed quanticumque
istbaec opinio babenda sit, ex Herodoto (3) ni-
hilominus liquet Atlantides praeter fretum na-
vigantes a tempestate in occidentales terras longe
remotas pulsos fuisse. Diodorus tradit Carthagi-
nienses, qui suis classibus omnia maria scruta-
bantur ( 4 ), ultra Atlanticum Oceanum insulas,
novasque terras invenisse. Aelianus (5) Silenum
cum Mida loquentem inducit , qui Europam ,
Asiam , Africam insulasque ab Oceano circum-
dari ait, transque eum terras extare refert auro
atque ar<jento ibi vilius quam ferrum babitis col-
lucentes. Avitus apud Senecam fertiles in Oceano
(1) Malteb. geog. i. nunc vero fretum Behring adhuc
extat quod Americana Ruthenorum dominia ab Asialicis
secernit.
( 2 ) In Erat. et in Tim. ac Proc. , Porph. , Orig. ,
Platouis interpret.
(?) L - 5 -
(4> Appian. iu Libicis , et Pausan. in Attic.
(5) 3 Hislor.
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( 92 )
jacere terras asserit, ultraque eum rursus alia
liltora , alium jacere orbem. « In Atlantico
mari Europaco orbe potior irisuia sic Marcel-
linus. Quis , obsecro, tanta caecitate obstringitur,
ut lieic nequeat Antipodes discernere, de quibus
Cicero (l) sic loquitur? « I\on eliam dicitis esse
» e regione nobis e contraria parte terrae , qui
» adversis vesiigiis stent contra nostra vestigia ,
» quos Antipodes vocamus ? » Praeterea facilis
seplemlrionalibus populis per glacialein Oceanum
in Americana super rbedis transitus erat vel ante
reperlam navigationem. Et sane Caliphornicae
linguae Tarlaricis, et Eskimenses seu Groenlan-
dicae Finnicis aliinitate junguntur. Similitudo
autem , quae inter Japonensium et Peruano-
rum (a) mores , religionem , nomina conspici-
tur, baud aegre credendum suadet innumeras in-
sulas in Japonico mari disseminalas , ac praeser-
tim Aleutiacas , quae in America producuntur,
unuin olim perpetuumque continentem fuisse.
Si quis porro Amerieanas linguas diligentissime
scrutaretur numquam ei Sinicum, Indicum, alios-
quc Asialicos sermones in illis non licebit reperire.
Hint: sane compertum est qua populi in Ame-
ricana penetrarunt, ibi eorum linguae vestigia
adhuc mansisse , quae postea , ut vel caeteris
(i) 4 Acad.
(a) Georg. Horn, de orig. Amcric.
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contigit, aut mixtae, aut discretae in alias abie-
runt.
Oceanica porro, aut Africana, aut Asiatica li-
benler distingui potest, nimirum quae Orientales,
quaeque occidentals insulas couiplectitur. In A-
fricana linguae ab insulari pronuntiatione atque
humanarum rerum vicissitudine nounibil immu-
tatae audiuntur. Asiatica vero quasi universa (ali-
cubi enim alii Asiae sermones obtinent) et prae-
cipue Maldivae insulae Malaicam linguam loqnun-
tur, quae e Transgangeticarum familia est. Hinc
nebulonibus islis auctor fuerim ut sileant potius,
neque sententias depromere audeant , quae ne-
rnini satis probari possunt.
TOTIUS OPERIS COINCLUSIO.
Ex haclenus enunciatis satis constat corru-
ptionem hominum labii corruptionein atlulisse ;
ac Japeticas dominaliones et linguas caeteris longe
praestare ; itaque Deum omina Japeto a Noacho
adprecataexplevisse: dilcitet Dens Japhet. Etenim
Europaei uni verso pervagato orbe ac polito qua-
quaversus regnant , eorutnque linguae undique
florent, praesertim in America et Oceanica ; ubi
indigenis sermonibus ferme ejectis , praeclare vi-
gent. Habes , amice lector , quae a te benevole
veniam mihi mereri poterunt. Si non penitus ar-
rideant , utere tua tnecuni humauilale , et scias
omnia, quae adliuc pcrseculi sumus, conjcclurae
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ftilcris et probabilitate inhaej-ere Cum ne histo-
rici quidem narrationum suarum veritatem in-
terdam praestare possint , quibus nec tempore ,
nec loco rebus , quas narrant , licuit interesse ,
multo magis indulgenter me. habere poteris, ubi
in multa incideris quae non probes , quum in
re tam veteri tamque implexa notiones unde
unde expiscare debuerim. Quodcumque tamen
judicium de me feras, etiamsi te Cynicum san-
nae severioris experiar, et nodum, ut dicitur, in
scirpo quaeras , haud prorsus iniquo aniino pa-
tiar. Immo tecum libet illud Horatii usurpare.
Si quid novislj rectius istis
Candidus imperti , si non , his utere mecutn.
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