CONTI
Luigi Speranza -- Grice e Conti: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale VIRGILIANA – La nudità
eroica d’Enea -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice:
“Conti is a good one – he reminds me of Bosanquet and Pater – the decadents in
Italy came AFTER them at Oxford! Conti philosophised on many aesthetic
subjects, such as man, masculinity, and maleness --!” Di una famiglia
originaria di Arpino, dove frequenta il locale liceo. Si ccupa di filosofia
estetica. D'Annunzio lo cita nel “Giovanni episcopo” e si ispira a lui per ‘Daniele
Glauro’ in “Il fuoco”. Insegna a Firenze presso la Galleria degli Uffizi ed a
Venezia presso l'Accademia di Belle Arti. Saggio: “Zorzi; o Giorgione –
l’estetica di Zorzi” -- Tornato a Firenze, “La beata riva”, raccolta di saggi
che delineavano la sua concezione critica ed estetica, ispirata dichiaratamente
a Platone, Kant e Schopenhauer. La prefazione fu curata d’Annunzio, il quale
scrive di stimare molto Conti e di ammirare il suo “ascetismo” estetico. Direttore delle Antichità di Roma. Direttore
della Reggia di Capodimonte a Napoli. Si ispirò alla poetica del filosofo
oxoniese Pater e Ruskin. Altre saggi: “Giorgione,
Firenze, F.lli Alinari, “Catalogo raggionato delle regie gallerie di Venezia,
Venezia, Tip. L. Merlo); La beata riva, Milano, F.lli Treves); Sul fiume del
tempo, Napoli, R. Ricciardi); “Dopo il canto delle Sirene, Napoli, R.
Ricciardi); Domenico Morelli, Napoli, Edizioni d'arte Renzo Ruggiero); “San
Francesco, con un saggio di Giovanni Papini, Firenze, Vallecchi); “Virgilio
dolcissimo padre, Napoli, R. Ricciardi). Praz nota che Parodi era solito
leggere La beata riva di Conti prima di addormentarsi; quando morì, la lettura
non era stata ancora terminata. Dizionario
Biografico degli Italiani, Forme del tragico nel teatro italiano. Modelli della
tradizione e riscritture originali,Romantici, vittoriani, decadenti – filosofo
decadente – decadentismo -- e museo dannunziano, in Bellezza e bizzarria – il
bello e il bizzarro., Croce, La letteratura della nuova Italia, Marcello
Carlino.C., Due conviti di Mattia Preti, Bollettino d'Arte. Io vengo dal
mare di Napoli e sono tornato qui a rivedere la primavera. Non c'è nessuna
altra città in cui, come in questa, il rifiorire degli alberi e delle siepi si
accordi con la giovinezza delle opere del genio umano, nessuna ove, come qui,
la Primavera sembri rimanere per un istante velata, per poi riapparire pili
fulgida e piìi lieta, al ritorno dei venti che spirano dalle colline e recano i
nuovi fiori. Sono anche giunto fra voi, per parlarvi della pittura di Leonardo.
Ma il mio compito, dopo la lettura deirillustre scrittore francese che m' ha preceduto,
sarebbe oggi, non dico diffìcile, ma quasi vano, se le mie idee fossero affini
alle sue ed egli fosse vicino al mio pensiero come io sono vicino al suo
aff'etto per questa nobile terra toscana, ove l'arte ha continuato la grazia
gentile e la pura bellezza della natura. Diversità di pensare e anche
d'immaginare mi rendono oggi possibile esprimere qualche cosa a voi forse non
detta, e combattere qualche affermazione troppo lontana dalla mia sicura fede.
Leonardo è il discepolo del Vermocchio. Ora, che cosa poteva egli apprendere
dal suo grande maestro? Non certamente l'arte, la quale non si apprende e non
si insegna. Quale uomo, che sappia che cosa è l'arte, potrà mai pensare alla
possibilità di creare con l'insegnamento un pittore, un musicista, un poeta? La
natura sola genera gli artisti, e l'uomo al pili può aiutarli a trovare i mezzi
d'esprimere la parola ch'essi son destinati a pronunziare nel mondo. Il
maestro, al discepolo suo, nato artista, può dire: " Il tuo cuore è
impaziente d'indugi, tu sei nato per il canto o per la espressione plastica o
per la espressione mediante il colore della tua gioia o della tua amarezza;
guarda, ecco il dizionario che contiene le parole di ogni umano discorso, ecco
la tavolozza sulla quale io appresi a mescolare i colori che imitano la
bellezza del cielo, della terra e del mare; ecco in qual modo si modella la
creta, affinchè dall'informe materia apparisca viva dinanzi a noi l' immagine
dell'uomo. Questi sono i mezzi, che io ti posso indicare; ma il discorso, il
canto, il soffio debbono essere tuoi, né io te li posso insegnare „. Ogni opera
d'arte è, rispetto alle opere precedenti, una cosa diversa e nuova, nella
quale, se pure sono entrati, alcuni elementi precedenti e preesistenti, hanno
mutato natura, si sono trasformati in parti di quel tutto inatteso e prodigioso
che si chiama la creazione artistica. Chi non sa che in Leonardo appare un'
immagine del sorriso che si mostra appena accennato sulle labbra del giovinetto
Davide del Verrocchio? Si, appare, ma è un riHesso che illumina un altro mondo;
poiché questo riso, ricomparendo dalle labbra dell'eroe adolescente sul viso e
negli occhi della Gioconda, diviene il mistero della seduzione femminile, una
grazia insidiosa e un periglio, un'armonia che nasce dall'espressione d'iin
volto, si diffonde verso il paese lontano e attira il contemplatore. Il sorriso
verrocchiesco è in Leonardo come nn brano di Plutarco in Shakespeare. Or chi
oserebbe dire che l'immortale tragico inglese derivi da Plutarco? Leonardo e il
Yerrocchio sono due artisti assolutamente distinti, che parlano un linguaggio
interamente diverso e che, se somigliano esteriormente in qualche cosa, hanno
due anime quasi opposte, chiusa l'una nella sua idea di bellezza e di stile,
l'altra aperta a tutte le manifestazioni della natura e della vita, in una
continua ansietà di fissarne l'immagine mutevole con la semplicità del segno
rivelatore. Noi viviamo pur troppo in un triste momento della vita, poiché la
maggior parte degli uomini ai quali parliamo non sanno che cosa sia l'arte, e
lo Stato crede a chi meno vede. Non è forse ancora possibile vincere una così
detta scuola di critica scientifica, fondata sull' errore già accennato e
chiusa nella rete del pregiudizio cronologico. A coloro che ancora credono alle
influenze sugli spiriti geniali e alla necessità in arte di una classificazione
come in botanica, noi possiamo trionfalmente rispondere con Leonardo che
l'artista genera le sue opere qual fanno le cose. Egli deve creare come fa la
natura, e le sue opere superare e cancelUxre i segni del tempo che passa. Un
quadro, una statua, un edifizio debbono nascere come le selve e apparire come
le albe. Or chi penserà all'epoca d'una primavera o d'un ciclo stellato? Non
c'è opera d'arte geniale che venga per noi dal passato lontano, come non e' è
indizio di vetustà nelle montagne e nella aerea architettura delle nubi.
Dinanzi all'umanità che passa, il genio si ferma e rende eterna la sua traccia
come è nel cielo il cammino delle stelle. Avete udito il canto dcirusignolo? Lo
riudirete in tutte le primavere. Il genio vi farà sempre udire la sua voce
fresca e giovanile come nella stagion nuova della terra il canto dell'usignolo.
Aprite Virgilio: ecco, è l'alba e cantano le allodole, è una notte serena, e
l'uomo si perde nella luce lunare. Aprite Dante, e siete nell'eternità della
vita. Ivi nulla dilegua, nessuna cosa invecchia o perisce, e noi stessi,
-accanto a quelle grandi anime, siamo per un istante fuori del tempo. Questo
momento di liberazione provai per la prima volta alcuni anni or sono a Milano,
trovandomi dinanzi alla Cena, nel convento di Santa Maria delle Grazie. Vidi il
capolavoro nella medesima ora indicata dalla luce clie lo illumina dal fondo,
tanto che mi fu d'un tratto facile superare i mille e piìi anni passati e
trovarmi presente alla scena Gesù era seduto nel centro del convito e da poco
avea prò nunziato le parole: qualcuno di voi mi tradira. I convitati a destra e
a manca s'erano ritratti e aggruppati in tumulto lasciando nel mezzo Gesù solo,
con la sua tristezza infinita La sala era piena di gesti concitati e di ansiose
interrogazioni. Il Maestro solo era calmo e la sua figura, sul paese che gli
s'apriva lontano alle spalle, era immobile. Ma qual dramma in quella immobilità
! Mentre la sua mano destra, lievemente contratta, esprimeva un istante di
ribellione e come un istintivo moto d'ira, la sinistra nel momento successivo
s'abbandonava col dorso poggiato sulla tavola e le dita allungate, esprimendo
la rassegnaziona e il perdono. Gli occhi abbassati non guardavano e non
vedevano nulla di ciò che era presente, ma contemplavano internamente il grande
spettacolo del dolore e della miseria umana, mentre la sua anima sembrava
essersi già rifugiata in quel fondo di paese luminoso e lontano, dove abitavano
una grande speranza e una eterna pace. Nessun uomo avevo veduto mai così solo
come Gesù in mezzo a quel tumulto. Era un'isola in mezzo a un mare procelloso.
Le onde fragorose del tempo, che travolgono^ uomini e cose, mi avevano forse
spinto ad approdare ad una riva ove splendono i fiori eterni della vita? Mai
infatti, come quel giorno, ebbi, per virtìi dell'arte, la visione della vita,
in un oblio piti completo. Quando il custode del Cenacolo venne ad annunziarmi
Fora della chiusura, io riudii nuovamente, dalla strada vicina, il rumore delle
carrozze e il rombo dell'esistenza; e ritornai fra gli uomini. Pochi anni or
sono Annunzio scrisse una bella pagina di poesia per rimpiangere la rovina del
Cenacolo. Voi infatti sapete, che, come della antica e celebrata pittura dei
greci, fra pochi anni della Cena vinciana non resterà se non il ricordo ^ Il
doloroso avvenimento non ^ Questo studio su Leonardo lìiitore era già stato
scritto, quando fu compiuta in Milano dal pittore prof. Luigi Cavenaghi l'opera
di ristauro del Cenacolo, salutata da tutti i cultori ed amatori d'arte con
gioia e gratitudine. Il Cenacolo, compiuto da Leonardo nel 1497, cominciò ben
presto a guastarsi; ì primi provvedimenti per salvare il capolavoro risalgono
al cardinale Borromeo, poi nei secoli si susseguirono alternative di lunghi
abbandoni, di fallaci rimedi empirici, di studii incompleti e riparazioni
deturpatrici, fin che il prof. Cavenaghi fuincaricato delle ricerche
scientifiche e tecniclie che, precisando le cause e l'entità dei guasti,
portassero ai rimedii più efficaci. Egli trovò — sono sue parole riprodotte
naìVIllustrazione Italiana, n. 41, dell'I 1 ottobre 1908 — che il dipinto,
coperto da polvere di secoli, si screpolava e la crosta di colore si
sollepoteva non commuovere e non far riapparire la visione tragica del fato
clic incombe sui capolavori. Ma è forse una illusione. In realtà la natura non
distrugge ne i fiori o le selve della terra ne le opere del genio: la Minerva
criselefantina di Fidia è passata dall'avorio e dall'oro nelle pagine immortali
dei poeti e nella eterna memoria degli uomini. Quando un capolavoro scompare,
noi non dobbiamo pensare che il tempo lo abbia distrutto, ma semplicemente che
si sia oscurato lo specchio che ci proiettava la sua imagine nel tempo e nello
spazio. Nella profonda unità dell'anima umana, clie rende i poeti e i filosofi
simili ai figli d'una madre sola, l'ispirazione da cui esso nacque riman pura e
vivente come una forza della terra non ancor vestita della sua forma. Se avessi
la virtù del canto, vorrei lodare e far comTava dall'intonaco, a squame di
varia misura, di modo clie parecchie di quelle i grandi, accartocciandosi,
formavano altrettante sacche che si riempivano con al- tre piccole squamette
che vi cadevano dall'alto. Vuotare ad una ad una le sac- che senza scuoterle,
senza quasi toccarle, mediante una pagliuzza resa attaccaticcia da una sostanza
adatta, poi fare aderire le sacche e le croste all'intorno, togliendone, con un
certo liquido dal Cavenaghi ideato, la polvere alla superficie, questo
sostanzialmente fu il lavoro paziente, mirabile, nel quale, per più di due mesi
durò il Cavenaghi, rendendo più tonica la fibra in isfacelo, facendole riac-
quistare un po' di colorito, così che il dipinto non debba peggiorare e possa
vi- vere ancora a lungo, con infiniti riguardi ed amorose cure. Ma — disse il
Cavenaghi — sarà sempre un organismo precario, e per le condizioni sue, pieno
come è di cicatrici, e per l'ambiente. Ad ogni modo questo del Cavenaghi è
•stato pel Cenacolo Vinciano il ristauro essenziale, decisivo, nei secoli; e
grandi manifestazioni di gratitudine ed ammirazione sono state tributate
all'assoluto disinterewse, pari all'amore grande per l'arte, spiegati dal
benemerito ristauratore, al quale Caravaggio, sua terra natia, ha consacrato
una targa artistica a memoria del fatto; ed i cultori ed amatori d'arte,
auspice Luca Beltrami, gli hanno conferita, davanti al capolavoro vinciano, una
bellissima medaglia d'oro. Il prof. Cavenaghi inoltre è stato chiamato dal
Papa, in sostituzione 4el defunto prof. Seitz, all'onorifico ufficio di
direttore delle pinacoteche vaticane. prendere la vita maravigliosa che il
Cenacolo leonardesco chiude nella sua rovina. Come la rovina d'ogni cosa
grande, essa equivale ad una purificazione e ad una apoteosi. Finche resterà un
sol frammento della parete prodigiosa, finche un sol disegno, una sola stampa,
una sola fotografia, custodiranno un riflesso lontano della sua bellezza,
quella creazione del genio sarà per noi piìi potente che se il tempo e gli
uomini l'avessero rispettata in tutte le sue parti caduche. E un errore credere
che il tempo non rispetti i capolavori; e noi molto spesso parliamo, spinti
dall'abitudine, contro l'eterna verità delle cose. Il tempo, artista
maraviglioso, è il solo degno collaboratore del genio umano. Dove sembrava che
l'opera geniale sì fermasse, egli la continua, mutilandola: dove appariva ciò
che è chiuso e preciso, egli apre una via infinita all' imaginazione; dov' era
un aspetto freddo e muto della realtà, egli fa nascere i segni del mistero. Ciò
che sembra una distruzione e invece una rivelazione e una consacrazione. E la
natura che riprende l'umana opera interrotta, che fa apparire la sua forza dove
la mano dell'uomo cadde stanca, e che, dove l'ispirazione di questo si oscurò e
si confuse, fa cantare le sue eterne aspirazioni. Ma non bisogna lodare il
tempo soltanto per le sue rovine; è necessario esaltarlo anche per tutte le
opere d'arte che, in compagnia del fato e della umana malvagità, ha impedito di
compiere al genio umano. Alludo principalmente alle cosi dette sculture non
finite di Michelangelo e ad un quadro, che è ancora considerato un abbozzo, di
Leonardo. Come i capolavori in rovina appariscono vicini a rientrare Leonardo
da Vinci.Conti, Leonardo pittore nella iiuiversalitìi della vita, i capolavori
incompiuti seml)rano usciti da poco dal seno stesso della natura. L'artista ne
segnò l'imaginc non fra i tormenti del lavoro consapevole, ma come in sogno,
obbedendo ad una volonth oscura che per qualche istante abolì la sua volontà
individuale. Poche tracce di pentimenti in quei primi segni, ma l'espressione
d'una beata obbedienza, come di chi si affidi al mare, e una ricchezza e una
esuberanza di vita uguale a quella di cento uomini felici. * Mi limito a
parlarvi del quadro di Leonardo, oggi nella Galleria degli Uffizi, e che
rappresenta l'Adorazione dei Magi. La prima cosa che ci colpisce è il
movimento. Noi sentiamo subito che il pittore ha voluto rappresentare un
avvenimento straordinario, un grande fatto della natura e della vita. Quasi
tutte le figure vanno, strisciano, accorrono verso la parte centrale della
rappresentazione, ove si fermano prostrate e come atterrate dallo stupore e
dalla maraviglia. Fra i gruppi in movimento, alcune figure stanno diritte e
immobili a guardare la scena. Nel centro una calma assoluta. La Madonna vi
appare seduta in una attitudine piena di grazia materna, e sulle sue ginocchia
il bambino si china e protende una mano per toccare il 'dono che un vecchio
genuflesso gli porge. Intorno si raccoglie e si concentra tutto ciò che nel
quadro raggiunge la maggiore intensità d'espressione e la maggior forza di
vita. Questi vecchi che vengono da lontano, guidati dal mistero, sono una
Conti, LeonarJo j)ittore 91 fra le più potenti creazioni del genio umano. Tutta
la scena, piena della loro commozione e del loro sbigottimento, sembra
irradiare come un vento di tempesta che, dall'anima dei vecchi, giunga sino ai
punti piti lontani del quadro. Ed ecco che noi vediamo gli effetti dell'onda
invisibile. Dietro il gruppo centrale è un accorrere disordinato di gente: uno
ha le mani levate e grida come per un ignoto pericolo, un cavaliere non riesce
a contenere lo spavento del suo cavallo, altri gruppi di cavalli nel fondo
appariscono spinti dalla furia d'una battaglia; qua e là, sotto archi crollati,
uomini che corrono e s'interrogano ansiosi, altri che salgono discendono a
frotte e smarriti per una gradinata. Si sente che un grande avvenimento si
compie, e per tutta l'ampia scena notturna è diffusa l'atmosfera del miracolo,
come in un giorno sereno la luce del sole sulle campagne. E questa è appunto
l'idea che Leonardo ha espressa nel suo quadro con una potenza e una eloquenza
suprema. Mai infatti, sino a questi anni, la pittura aveva rappresentato il
miracolo, mai lo stupore e il terrore di ciò che sembra turbare le leggi della
natura e far presentire agli uomini un rinnovellamento del mondo, erano stati
resi visibili nell'opera d'arte. Leonardo, con questa composizione sintetica,
con questo semplice suo disegno a chiaroscuro, nel quale non un sol particolare
h compiuto, è riuscito a rappresentare il miracolo come non sarebbe stato
possibile con l'opera piìi meditata e più coscienziosamente finita. E la
ragione mi sembra questa. Vi sono idee e sentimenti che le arti plastiche non
possono rappresentare se non con mezzi somraarii, se non giovandosi di ciò che
comiincmcnte si chiama V incomplitto. L' incompiuto è spesso un mezzo
meraviglioso dì espressione per il genio umano; è, a rovescio, il mezzo stesso
che la natura adopera per purificare e per consacrare nei secoli i capolavori
degli uomini. In questi la natura procede per eliminazione, nell'opera rimasta
incompiuta il genio lavora in uno stato di concentrazione suprema. Li^
Adorazione dei Magi non solo rappresenta un miracolo; ma è essa stessa un'opera
miracolosa. La notte che vi si addensa è piena di luce per l'anima umana. Fra
tutti i quadri della Galleria degli Uffizi è il più vivo, il piìi drammatico e
il più profondo per significazione. Continuando per voi la enumerazione delle
opere pittoriche vinciane e per mostrarvi che, come allora mi fu possibile
liberarmi dal tempo, posso anche oggi, e mi piace, spezzare le catene della
cronologia, passerò a parlare della Gioconda. La vidi alcuni anni or sono, e
feci, quasi per lei sola, il mio pellegrinaggio da Firenze a Parigi. Quando
entrai nella pinacoteca del Louvre, la giornata era grigia e le sale quasi in
una penombra. Nella sala dei capolavori gli occhi delle figure dipinte da
Tiziano, da Raffaello, da Yelasquez mi guardavano fiso. Cercai la Gioconda,
corsi verso di lei. Entro la fioca luce indovinai il sorriso e sentii il
fascino dello sguardo; vidi anche il candore del seno. Ogni altra cosa era
indistinta. In una pinacoteca non è possibile abbandonarsi all'oblio, Angelo
Coxti, Leonardo piUore 93 come in una chiesa o in nn cenacolo. Coloro che
entrano a visitare le collezioni dei dipinti vanno per lo più a fare confronti,
ad osservare particolari, a cercare note caratteristiche, e portano con sé
libri e fotografie. Io, qnando mi dispongo ad andare o a tornare al cospetto
d'nn capolavoro, m'affatico a togliermi di dosso ogni peso, affinchè mi sia
dato procedere con passo leggero e mi trovi dinanzi all'opera geniale, con l'anima
semplice e serena. Sono abituato a contemplare un quadro, come se fosse una
costellazione. Nella notte ir cielo è pieno di silenzio e le stelle splendono
armonizzando ciascuna il suo ritmo alla musica del cielo. Guardando gli occhi
di Monna Lisa del Giocondo, li vidi palpitare in ritmo, in armonia con la
musica del suo sorriso. Il quadro m'era ancora ignoto, e pensavo a Leonardo. Mi
pareva vederlo, mentre nel suo studio fiorentino aspettava l'arrivo della
sfinge ridente. Poco dopo ella entrava e si sedeva accanto alla finestra. In
fondo apparivano le colline di Fiesole, Monte Morello, l'Appennino lontano, e
l'Arno serpeggiava scintillando nel mattino, mentre le torri della città
uscivano dalla nebbia al primo sole. Anch'egli si sedeva, e, presa la lira
d'argento che s'era fabbricata con le sue mani, cominciava a cantare. La bella
donna, udendo la laude melodiosa, sorrideva, mentre l'Arno da lungi diveniva
più ricco di scintille. Poi cominciava a dipingere, e, dopo i primi tocchi una
orchestra invisibile di liuti riprendeva la canzone interrotta. La donna
sorrideva in una calma regale: i suoi istinti di conquista, di ferocia, tutta
l'eredità delia specie, la volontà della seduzione e dell'agguato, la grazia
dell'inganno, la bontà che cela un prò- 9i An'gelo Conti, Leomrdo pittore
posito crudele, tutto ciò appariva alternativamente e scompariva dietro il velo
ridente e si fondeva nel poema del suo sorriso. Per un momento usci un raggio
di sole; ed io die m'ero allontanato dal prodigio, corsi e lo vidi intero. La
donna era viva dinanzi a me, in tutta la sua vita reale e ideale. Buona e
malvagia, crudele e compassionevole, graziosa e felina, ella rideva, e il suo
riso si prolungava nel paese lontano e nell'anima mia; sino a darle l'oblio die
viene dalla presenza delle cose immortali. Pochi istanti dopo, il sole
scomparve e la penombra regnò nuovamente nella sala. Lì presso un sol quadro
ardeva come una lampada e in esso cantava, non affievolita, la musica del
colore. Era la Festa campestre: fra due donne nude, un suonatore di liuto
svegliava alcuni accordi e pareva che la Gioconda ne sorridesse come quando VINCI
(si veda) canta, per rendere piìi intensa la sua vita e per tradurre col
disegno la sua misteriosa bellezza. Questo ritratto non esprime soltanto
ciò che l'occhio vede, ma è il riflesso d'una creatura amata da uno spirito che
per oltre quattro anni si affaticò a penetrarne a rivelarne la vita. Come
dinanzi alla Gioconda, Leonardo si pone dinanzi ad ogni cosa vivente col
medesimo ardore di conoscenza, con la stessa ansiosa curiosità e lo stesso
desiderio invincibile di fissarla con segni semplici e definitivi. Tutto questo
poema della sua anima, questo dramma intimo che si chiude in una alternativa di
tentativi d' espressione e di istanti di tregua contemplativa, di rapimenti e
di lotte con la sorda materia, d' ansietà e scoramenti e di calma trionfale, è
raccontato nei suoi disegni, che sono 1' immagine più completa della sua
potenza non solo intuitiva ma creativa. Per lo scultore il disegno è appena un
segno, uno scliema, un presentimento dell'opera futura. Lo chiamiamo disegno,
perchè ijon abbiamo altre parole per significare le notazioni figurative degli
scultori; ma esso non è se non un appunta ideale, un mezzo per ricordare un
sentimento. Ricordate i disegni di BUONARROTI (si veda) per le sue statue,
ricordate gli odierni disegni di Rodin per i suoi gruppi e per i suoi
monumenti. Qm^tì disegni, benché esprimano una visione di movimento, non sono
pittura e non sono scultura perchè non illuminano una idea che potrà essere
espressa, come chiaroscuro e come colore sopra una superficie e che sia per
apparire come forma nello spazio. La scultura comincia soltanto col bozzetto in
cera, in creta o in gesso, cioè a dire quando V idea, destinata a manifestarsi
come forma nasce a somiglianza d'una cosa viva fra le altre cose viventi e
sorge nello spazio, nell' aria e nella luce, sottoposta alle leggi del peso e
chiusa nelle sue dimensioni. Per parlare con esattezza, la scultura non ha
disegno. Nella pittura il disegno è tutto, è il primo segno che nota la visione
ancora vaga sopra una superficie, ed è il chiaroscuro e il colore che pili
tardi la renderanno eloquente, che le daranno una voce che parla e che canta,
come in una musica e come in un poema. Per Leonardo, genio universale, il
disegno non è soltanto linguaggio pittorico, ma è il mezzo adeguato
d'espressione di tutto ciò che appare e che passa nel suo pensiero, nella sua
memoria, nella sua imaginazione e nella sua fantasia. Tutti gli aspetti e tutti
i momenti della multiforme ed inesaiiribilc attività del suo spirito trovano la
loro espressione negli innumerevoli disegni che egli traccia in margine e fra
le linee dei suoi manoscritti, la precedono e spesso la superano con la loro
potenza di linea intuitiva e divinatoria. Mai come in Leonardo il disegno ha
avuto la virtìi d'esprimere tante cose, dalle più athni alla pittura alle pili
lontane, dalle pili concrete alle più astratte; mai come in Leonardo e giunto
ad una cosi vasta e così intensa forza di analisi e di concentrazione. I
disegni di Leonardo non sono solamente una testimonianza del suo amore per la
natura, non sono soltanto un dialogo fra la sua anima e V anima delle cose, ma
principalmente sono un mezzo di cui egli si è servito per conoscere l'universo.
Invece di consultare i trattati scientifici ed i sistemi di filosofìa, Leonardo
disegna. I disegni sono i suoi pensieri, le sue meditazioni, le sue
osservazioni, le sue intuizioni, le sue scoperte. Ogni suo disegno contiene un
segreto svelato, è una verità conquistata, è il segno d' un nuovo trionfo della
indagine umana, è un lembo del mistero dell'universo sollevato dal genio umano.
Dinanzi a ciò che noi chiamiamo il vero e può essere ugualmente chiamato il
mistero, Leonardo ha lo sguardo limpido, sereno, nuovo, lo sguardo meravigliato
del fanciullo, ha quella innocenza del genio, senza la quale, come afferma
Bacone, non si può entrare ne nel regno della verità ne nel regno dei cieli. La
differenza fra l'uomo di genio e l'uomo comune sta p principalmente in questo:
dinanzi ai fatti e agli aspetti della natura e della vita V uomo comune si
abitua e finisce con l'abolire in se il senso della maraviglia; le sue
impressioni, invece d'avere sempre un carattere loro proprio, invece d'es-
Leonardo da Yisci Pai'ig;], Museo del Lonvie. J-'ot. X. LA GIOCONDA. sere
sempre eccitatrici di sentimenti nuovi, gradatamente si attenuano, si
affievoliscono; finche si adattano e si sottopongono al modo di sentire
individuale, finche si scolorano e muoiono davanti alla monotonia dei bisogni
quotidiani. L'uomo guidato dalle abitudini è un addormentatore di se stesso, è
uno schiavo di ciò che nel suo spirito è meno degno di comandare. Il genio
invece è sempre libero, è sempre desto, e il sonno dell'abitudine non può far
discendere un velo sui suoi grandi occhi puri. Leonardo è appunto della
famiglia di coloro che non conoscono lo stato di sonno e d'indifferenza, ma che
vivendo sempre in una ansiosa curiosità vedono il continuo apparire delle cose
e l'infinito rinnovellarsi dei fenomeni, e che sembrano veramente nascere ogni
mattina. In questo stato di attesa dell'ignoto e del nuovo, ogni osservazione è
per Leonardo una visione, ogni analisi è una scoperta. Guarda un ramo con le
sue foglie, ne cerca la vita col suo disegno, e gli appare la legge di
filotassi; canta accompagnandosi con la sua lira d' argento, e scopre la legge
di risonanza delle corde negli accordi. In ogni fenomeno egli sente e vede una
confessione fatta dalla natura al suo genio divinatore. I suoi disegni sono la
traduzione grafica di queste confessioni fatte alla sua anima dall' anima delle
cose. Ciascuno d'essi pili che studio dal vero è opera d' immaginazione, è
figurazione intuitiva, destniata ad illuminare la realtà e a fare apparire,
dietro ciò che passa, l'aspetto immutabile delle idee eterne e delle eterne
verità. Ogni loro contorno e una ricerca, ogni linea una interrogazione, ogni
luce un riflesso del vivente chiarore del mondo, ogni ombra Leoxakdo da Vixci.
lii 98 un'eco d'un vivente mistero; e tutta quella sua opera della penna, del
carbone, della matita non è se non un mezzo potente da lui adoperato per
stringere d' assedio la natura e per costringerla a rivelare il suo segreto.
Sempre mediante le imagini, i paragoni e le analogie egli trova il cammino che
deve condurlo verso la verità. Ricordate in un suo manoscritto e in un suo
disegno il movimento dell'acqua veduto simile al movimento d' una capigliatura,
ricordate in qual maniera i movimenti del nuoto lo aiutino a comprendere quelli
del volo, in quel maraviglioso trattato che ha la virtìi di metterci in segreta
comunicazione con 1' anima e con la forza delle creature volanti. In questo
modo, sempre per mezzo di imagini e di indagini grafiche, di analogie, di forma
e di movimento, osservando e studiando l'aria e l'acqua, il suono e la luce, e
paragonando le loro proprietà essenziali, egli giunge ad intuire l'unità delle
forze fisiche precorrendo Cartesio. E la sua conoscenza, alla quale appariscono
come intuizioni le principali conquiste della scienza moderna, è figlia della
sua imaginazione. Più ancora che nei suoi manoscritti è espresso nei suoi
disegni il cammino fatto dalla sua conoscenza, guidata dall'amore e resa più
profonda dalla sua infantile maraviglia. Chi non ricorda, fra gli altri
innumerevoli, i suoi disegni di foglie e di fiori? Sono questi fra tutti gli
altri, esclusi quelli solo che ritraggono la figura umana, i più precisi. Pure
in questa precisione è l'infinito della vita. A prima giunta potete pensare o
credere che quei segni corrispondano a qualche cosa di limitato e di esteriore;
poi sentiamo che ciascuno di essi ha la potenza di continuarsi in noi. La sua
precisione non è il segno rigido e freddo fatto da una mano abile, ma è la
linea sicura del genio che ha trovato la vita. Però egli non trascura mai un
solo particolare, non lascia mai nulla incompiuto e sembra dir tutto sino
all'ultima parola. Infatti egli dice tutto; ma il suo linguaggio è come il mare
e come l'infinito, e, nelF udirlo, la nostra piccola anima sembra farsi vasta
come 1' anima del mondo. In qua! modo ha potuto egli raggiungere questa potenza
d'espressione? In un modo semplice e grande: imitando la natura. L'imitazione
della natura è il principio che Leonardo proclama in tutti i suoi scritti e
mette in pratica in tutte le sue opere. Ma che cosa significa imitar la natura?
Ciò non vuol dire copiare le sue apparenze esteriori, come fanno oggi la
maggior parte dei nostri artisti, ma imitarla nelle sue leggi di vita. Imitar
la natura, per Leonardo come per tutti i geni dell'umanità, significa divenire
come la natura, acquistando la potenza di creare 1' opera d' arte nel modo
stesso nel quale la natura crea le sue vite innumerevoli: qual fanno le cose.
Voi sapete benissimo che i disegni vinciani fanno parte dei manoscritti di Milano,
di Parigi, di Londra, che sono aiizi un complemento, uno sviluppo e
un'irradiazione del testo. Poiché dunque l' uno e 1' altro sono connessi
intimamente, non m' è possibile, dopo parlato dei disegni, non dirvi due parole
dei manoscritti e significarvi in tal modo tutto il mio pensiero. Voi sapete
che nei manoscritti sono pagine di ogni scienza. Perchè? Volle forse Leonardo
coltivare r una dopo 1' altra le varie discipline scientifiche e contribuire al
loro sviluppo? A questa domanda risponde Leonardo medesimo. L'uomo non
dev'essere " solo un sacco dove si riceva il cibo e donde esso esca „, non
deve essere soltanto un " transito di cibo „ e avere della specie umana la
sola voce e la figura, e tutto il resto " essere assai manco che bestia „.
Il vero scopo della vita umana è per Leonardo il pensiero. Il pensiero, per
conoscere il passato e la nostra dimora terrena; ecco il mezzo per vivere
nobilmente liberandoci dalla illusione del piacere. Il tempo che fece piangere
Elena allorché ^ guardandosi nello specchio, vide i primi segni della
vecchiezza, il tempo non può colpire il pensiero. Il conoscere la sapienza
degli antichi e la vivente realtà delle cose presenti, ecco il decoro e l'
alimento degli spiriti umani. Ma perchè un tal desiderio di conoscere? Questo e
per me il punto capitale, il vero nodo della questione. Il sapere perchè
Leonardo ha voluto studiare tante forme ed ha cercato il segreto di tanti fatti
della vita universale, ci farà conoscere la qualità essenziale del suo genio.
Nella sua indagine instancabile d'ogni fenomeno del cielo e della terra, nel
suo ininterrotto colloquio con la natura, Leonardo non è animato da curiosità
puramente scientifica, non da vanità di dottrina, né dalla naturale tendenza
d'un intelletto analitico cui l'esercizio delia osservazione doni la gioia più
intensa. Spirito sostanzialmente intuitivo e sintetico, egli si sottopone in
tutta la sua vita al rigore e spesso al martirio dell' analisi, per acquistare
una conoscenza pili ricca, più vasta e piti profonda. Le sue innumerevoli
osservazioni, i suoi continui esperimenti sono i gradini che debbono condurlo
colà dove, entro una luce inestinguibile, appare l'eternità della vita.
Soffrire la disciplina del ragionamento e dell'esperimento per aver in fine,
come premio, la visione della vita, non h forse una divina aspirazione? Più la
sua conoscenza, nel quotidiano osservare e meditare, gli svelava nuove leggi e
nuovi segreti, più cresceva in lui l'amore per tutta la natura; ne vi fu mai al
mondo, dopo l' umile frate d'Assisi, chi l'abbia amata d'amore più puro e più
ardente. Chi più conosce 'pia ama^ sono le sue parole. In questo amore generato
dalla conoscenza è tutto il segreto dell'opera di Leonardo, dai manoscritti e disegni
alle pitture. Il suo realismo è un mezzo per giungere all'idea, è il modo
ch'egli adopera per ricomporre ciò che prima ha scomposto, in maniera che la
natura stessa sembri formarsi dinanzi a noi e farci assistere alla sua stessa
creazione. Chi conosca i manoscritti di AYindsor, nei quali i disegni hanno
un'importanza assai maggiore del testo, può convincersi agevolmente di questa
verità e può anche comprendere (cosa che in questo momento deve particolarmente
interessarci) che quando Leonardo parla di anatomia o di fisiologia, come nei
così detti trattati che si vanno ora pubblicando, egli non è mai un anatomico
vero e proprio, ne un vero fisiologo, ma è sempre prima d' ogni altra cosa e
sopra ogni altra cosa pittore. Tutta la sua opera di scienza, tutti i suoi
disegni d'anatomia, d'embriologia, di botanica, non ser- vono se non a rendere
più vasta, più profonda e più ricca la sua visione pittorica dell'uomo e della
natura. La scienza non è se non un mezzo d'espressione della sua visione del
mondo, ed egli se ne giova per dare un carattere di precisa realtà agli
ardimenti del suo sogno. Scopo del suo immenso lavoro e di giungere a creare
ima- 102 Angelo Conti, Leonardo pittore g'ini clic sembrino nate con le stesse
leggi con le quali la natura produce le sue forme: qual fanno le cose. E
doloroso che nella sua vasta opera essenzialmente pittorica, nella quale "
non fu impedito „, come egli dice, " da avarizia o da negligenza, ma solo
dal tempo „, manchi irreparabilmente una fra le pagine piti vive e più grandi:
La Battaglia d'Anghiarl. Scrivo queste parole vicino a Santa Maria Novella, a
pochi passi dal luogo nel quale egli disegnò r opera maravigliosa. Le campane
che suonano nel campanile roseo al primo sole del mattino, sembrano diffondere
sul mio ricordo una voce dì pianto. Li pochi mesi il lavoro fu compiuto, e
immediatamente cominciata la pittura a fresco per la sala del Consiglio in
Palazzo Vecchio. Leonardo vi dipinse dal 1504 al 1506. Poi l'opera fu da lui
abbandonata. Nel 1559 il cartone di Leonardo era ancora nella sala del Papa,
mentre il cartone della Guerra di Pisa disegnato da Michelangelo era nel
Palazzo dei Medici, l'uno e l'altro esposti all'ammirazione del mondo. Da queir
anno manca ogni notizia. Della pittura incominciata in Palazzo Vecchio si sa
soltanto che nel 1513 esisteva ancora, ma cadente a causa della cattiva
preparazione dell'intonaco e dei colori. Cito, contro il mio solito, dati di
fatto e date, perchè l' opera pur troppo manca. Se l'opera esistesse, il suo
linguaggio renderebbe insostenibile la voce della cronologia; ma poiché è
perduta, ci è necessario contentarci delle parole di chiunque ce ne parli. I
due tre ricordi pittorici rapidi e sommari dell' episodio centrale della
battaglia, non bastano a dare un'idea di ciò che fece Leonardo. Chi sa in qual
modo maraviglioso e straordinario egli avrà rappresentato la mischia, la furia
guerresca intorno allo stendardo, che sappiamo fosse nel centro, qnal prodigio
di scorci, quale evidenza di movimenti, nobiltà ed impeto di gesti e quale
perfezione di cavalli, dei quali egli conosceva la vita come nessuno dei suoi
tempi ! Di tutto ciò nulla e rimasto. Io imagino che nell'anno in cui ogni
traccia dell'opera scomparve, la natura, per compensare il mondo, dovè creare
una primavera favolosa, non veduta mai. Poiché nel mondo nulla si perde, e
quando una bellezza è distrutta, sia essa una selva che arda, un' isola che si
sommerga, un capolavoro che cada in rovina, la natura provvida fa nascere nuovi
germogli, suscita nuove bellezze e nuove energie, e la sua forza di creazione
rimane intatta in virtii della sua maggiore attività: il mutamento. Doctor
Mysticus. Iride, mandata da Giunone, scende sulla terra per consigliare TURNO a
idare l’assalto al campo troiano, finchè è assente ENEA. Turno, avendo
provocato invano i Troiani rinchiusi, pensa di dar fuoco alle navi, le quali si
salvano per l’intervento di Cibele che le trasforma in ninfe del mare. TURNO,
interpretato. favorevolmente quel portento, idispone l’accampamento. Durante
la notte, NISO confida ad EURIALO il’proponimento di andare in cerca d’ENEA. Ma
Eurialo lo vuole seguire. Ascanio e i capi li lodano, e prometton loro grandi
doni. Entrati nel campo dei Rùtuli, ne fanno strage. Ma quando, uskitine,
si avviano per i boschi, sono scoperti da Volscente che veniva con trecento
cavalieri di Laurento. Fuggono. NISO SI SALVA, MA EURÌALO È RAGGIUNTO ED UCCISO,
NONOSTANTE L’INTERVENTO DI NISO, TORNATO INDIETRO A SALVARE IL COMPAGNO. Le
teste recise dei due giovani, infilzate in una picca, son portate sotto il
campo troiano, fra i disperati lamenti della madre di Eurialo. Turno
assale i Troiani con grande strage. E poichè Numano insolentiva i nemici
vantando le virtù della stirpe italica, Ascanio compie il suo primo
eroismo idi guerra, e lo trafigge con una freccia.Pandaro e Bizia, fratelli,
tentano la riscossa lanciandosi sui Rùtuli; ma Bizia è ucciso da Turno,
che riesce a entrare nel campo nemico, dove fa strage; finchè, eopraffatto
dalla folla dei Troiani, si salva lanciandosi armato a nuoto nel Tevere. Atque
ea diversa penitus dum parte geruntur, Irim de caelo misit Saturnia
Iuno audacem ad Turnum. Luco tum forte parentis Pilumni Turnus
sacrata valle sedebat. Ad quem sic roseo Thaumantias ore locuta
est: « Turne, quod optanti Divum promittere nemo auderet,
volvenda dies en attulit ultro. Aeneas urbe et
sociis et classe relicta sceptra Palatini sedemque petit Evandri.
Nec satis: extremas Corythi penetravit ad urbes 10 Lydorumque manum
collectos armat agrestes. Quid dubitas? nunc tempus equos, nunc poscere
currus. Rumpe moras omnes et turbata arripe castra. Dixit, et in caelum
paribus se sustulit alis ingentemque fuga secuit sub nubibus arcum.
A&novit iuvenis duplicesque ad sidera palmas sustulit ac tali
fugientem est voce secutus: « Iri, decus caeli, quis te mihi nubibus
actam detulit in terras? unde haec tam clara repente tempestas?
medium video discedere caelum palantesque polo stellas: sequor omina
tanta, quisquis in arma vocas. » Et sic effatus ad undam processit
summoque hausit de gurgite lymphas, multa Deos orans, oneravitque aethera
votis. lamque omnis campis exercitus ibat apertis 25 dives
equum, dives pictai vestis et auri. Messapus primas
acies, postrema céoercent Tyrrhidae iuvenes, medio dux agmine
Turnus E mentre tutto questo in ben diversa parte succede, Iride
giù da cielo mandò la Saturnia Giunone a Turno audace. Allora a caso
sedeva Turno nel bosco dell’avo Pilumno * entro alla sacra valle; e a lui
con la rosea bocca la figlia di Taumante * parlò: « Turno, quel che nes
suno dei numi oserebbe promettere al tuo desiderio, ecco che il giorno che
volge te l’offre spontaneamente. Énea lasciò la città e i compagni e la flotta,
ed è salito alla reggia del Palatino ed alla sede di Evandro. Nè basta: è
penetrato nell’ultime ville di Còrito *, e raccoglie ed arma agresti
schiere di Etruschi. Che indugi? Il tempo è questo, è questo, di chiedere i
cocchi e i cavalli. Rompi ogni indugio, turba ed assali il suo campo ».
Disse, e nell’alto del cielo si alzò con le ali levate, e nel fuggire
segnò sotto le nubi un grande arco. La riconobbe il giovane, e alzò ambe
le palme alle stelle, e, mentr’ella volava, la seguiva con queste parole.
Ìri, ornamento del cielo, chi dalle nubi a me ti fece discendere sopra
la terra? E come mai, improvvisa, tanta chiarezza di cielo? A mezzo vedo
dischiudersi i cieli e in alto vagare le stelle. Chiunque tu sia, che mi
chiami alle armi, obbedisco ad un tanto presagio ». E, così detto, al
fiume si accostò, ed attinse a fiore del gorgo le acque, molto
pregando gli Dei, colmando il cielo di voti. E già l’esercito intiero
andava per le aperte pianure, ricco di cavalli, ricco di vesti intessute
nell’oro (all’avanguardia è Messapo, ultimi vengono, i figli di Tirro ‘,
ed a capo del grosso sta Turno: s’avanza brandendo ie
LI [vertitur arma tenens et toto
vertice supra est]; ceu septem surgens sedatis amnibus altus per
tacitum Ganges, aut pingui flumine Nilus cum refluit campis et iam
se condidit alveo. Hic subitam nigro glomerari pulvere nubem
prospiciunt Teucri ac tenebras insurgere campis. Primus ab adversa conclamat mole Caicus: Quis globus, o cives, caligine
volvitur atra? Ferte citi ferrum, date tela, ascendite
muros, hostis adest, heia. » Ingenti clamore per omnes
condunt se Teucri portas et moenia complent. Namque ita
discedens praeceperat optimus armis 40 Aeneas, si qua interea fortuna
fuisset, neu struere auderent aciem, neu credere campo;
castra modo et tutos servarent aggere muros. Ergo etsi conferre manum pudor iraque monstrat, 6biciunt portas tamen
et praecepta facessunt armatique cavis exspectant turribus hostem.
Turnus, ut ante volans tardum praecesserat agmen viginti lectis
equitum comitatus, et urbi improvisus adest: maculis quem Thracius
albis portat equus cristaque tegit galea aurea rubra. Ecquis erit,
mecum, iuvenes, qui primus in hostem? En » ait et iaculum intorquens
emittit in auras, principium pugnae, et campo sese arduus infert. Clamorem
excipiunt socii, fremituque sequuntur horrisono; Teucrum mirantur inertia
corda: 55 non aequo dare se campo, non obvia ferre arma
viros, sed castra fovere. Huc turbidus atque huc lustrat equo muros
aditumque per avia quaerit. Ac veluti pleno lupus insidiatus
ovili cum fremit ad caulas, ventos perpessus et imbres, 60
nocte super media: tuti sub matribus agni armi, e supera gli altri
del capo); come tacito scorre il Gange profondo, ingrossato da sette
fiumi tranquil. li, o il Nilo dalla pingue corrente, quando rifluisce
dai campi e già se ne torna al suo letto. Qui addensarsi una nube
di negra polvere i Teucri scorgono all’improvviso, e i campi oscurarsi;
Caico, primo dalla torre di fronte, si mette a gridare: « Che turbine, o
cittadini, si aggira di negra caligine? Presto, alle armi, recate le
armi, salite alle mura! Ecco il nemico, olà! ». E i Teucri con grande
schiamazzo si afiollan per tutte le porte, e col. man le mura. Giacchè
così, nel partire, Enea, esperto di guerra, aveva ordinato: se intanto si
offriva una qualche sorpresa, non osassero uscire in ischiera nè accettare
battaglia; solo, tenessero il campo e 1 muri al riparo del vallo *. Or, benchè
ira e vergogna li spingano a dare battaglia, pure rinserran le porte, ed
obbediscono agli ordini, ed aspettano armati dentro le torri il nemico. Turno,
siccome volando davanti avea preceduto il tardo suo stuolo, con venti
cavalieri più scelti, ecco appare improvviso davanti alle mura: lo porta
un cavallo di Tracia pezzato di bianco, e il capo gli copre un elmo d’oro
con rosso il cimiero. « E chi sarà con me, o giovani, chi primo incontro
il nemico? Ecco! » esclama, e un dardo vibrando, lo lancia per l’aure,
segnale della battaglia, ed alto si avanza nel campo. L'acclamano a
gran voce i compagni, e con un grido lo seguono che orribile suona: e stupiscono
dei cuori inerti dei Teucri, e come non escano in campo aperto e non
cozzin le armi con loro, ma stiano accovacciati là dentro. Turno, ora qua
ora là, esplora a cavallo le mura, e cerca — ma impenetrabile è il luogo
— un accesso. E come quando un lupo che insidia l’ovile ricolmo, freme là
presso al recinto, esposto al vento e alla pioggia, nel cuor della
2balatum exercent, ille asper et improbus ira saevit in absentes,
collecta ‘fatigat edendi ex longo rabies et siccae sanguine fauces;
haud aliter Rutulo muros et castra tuenti ignescunt irae, duris dolor
ossibus ardet, qua tentet ratione aditus et qua vi clausos excutiat
Teucros vallo atque effundat in aequor.. Classem, quae lateri castrorum
adiuncta latebat, aggeribus septam circum et fluvialibus undis,
invadit sociosque incendia poscit ovantes atque manum pinu flagranti
fervidus implet. Tum vero incumbunt (urget praesentia Turni), atque
omnis facibus pubes accingitur atris. Diripuere focos; piceum fert fumida
lumen taeda et commixtam Vulcanus ad astra favillam. Quis Deus, o
Musae, tam saeva incendia Teucris avertit? tantos ratibus quis depulit
ignes? Dicite. Prisca fides facto, sed fama perennis. Tempore quo
primum Phrygia formabat in Ida Aeneas classem et pelagi petere alta
parabat, ipsa Deum fertur genetrix Berecyntia magnum vocibus his
adfata Iovem: « Da, gnate, petenti, quod tua cara parens domito te poscit
Olympo. Pinea silva mihi, multos dilecta per annos; lucus in arce
fuit summa, quo sacra ferebant, nigranti picea trabibusque obscurus
acernis. Has ego Dardanio iuveni, cum classis egeret, laeta dedi:
nunc sollicitam timor anxius angit.Solve metus, atque hoc precibus sine posse
parentem: 90 ne cursu quassatae ullo neu turbine venti
vincantur: prosit nostris in montibus ortas. » Filius huic contra,
torquet qui sidera mundi: « O genetrix, quo fata vocas? aut quid
petis istis? notte: sotto le madri, al sicuro, vanno belando gli
agnelli, ed esso, inasprito e feroce per l’ira, infuria contro i lontani;
e lo tormenta la lunga rabbia adunata del cibo con le fauci che han sete
di sangue; — non altrimenti nel Rùtulo, a guardare i muri ed il campo,
ardono lire, il dolore nell’ossa dure lo brucia: come tentare
l’accesso, e come scacciar con la forza i Teucri dal vallo e spargerli
nella pianura. Allora investe la flotta, che stava al riparo di fianco al
campo, recinta all’intorno dagli argini e dall'onde del fiume, e invita
all'incendio i compagni esultanti, e furibondo impugna una fiaccola ardente; ed
essi si accaniscono all’opera: li sprona la presenza di Turno, e tutta di negre
faci la gioventù si fornisce. Saccheggiano i focolari; le torce fumose una
luce spandon color della pece, e Vulcano lancia fumo e faville alle
stelle. Qual Dio, o Muse, un così fiero incendio allontanò dai Troiani?
chi discacciò dalle navi sì grandi fiamme? Voi ditelo. Antica è la fede
nel fatto, ma la sua fama è perenne. Nel tempo che dapprima fabbricava nell’Ida
di Frigia Enea la sua flotta e si accingeva a prendere il mare
infinito, dicono che essa stessa, la Berecinzia * madre dei numi, al gran Giove
volgesse queste parole: « Ascolta, o figlio, il mio prego, il primo che
io, la tua cara madre, ti chiedo, da quando domasti l'Olimpo. Ho
una selva di pini, da lunghissimi anni a me cara; ed era il sacro mio
bosco sulla cima del monte, ia dove si esercitava il mio culto, di nereggianti
abeti ombroso e di alti tronchi di aceri. Ed io ben lieta li ho dati al
dàrdano eroe, allorchè aveva bisogno di navi; ma ora il timore mi rende ansiosa
e sollecita: toglimi da questo af-. fanno, e fa che questo ottenga la
preghiera di una madre: fa che non siano mai schiantate da viaggio nes
2Mortaline manu factae immortale carinae fas habeant? certusque incerta
pericula lustret Aeneas? cui tanta Deo permissa potestas? Immo ubi
defunctae finem portusque tenebunt Ausonios olim, quaecumque evaserit
undis Dardaniumque ducem Laurentia vexerit arva, mortalem eripiam
formam magnique iubebo aequoris esse Deas, qualis Nereia Doto et
Galatea secant spumantem pectore pontum. » Dixerat, idque ratum Stygii
per flumina fratris, per pice torrentes atraque voragine ripas
adnuit, et totum nutu tremefecit Olympum. Ergo aderat promissa dies et
tempora Parcae debita complerant, cum Turni iniuria Matrem admonuit
ratibus sacris depellere taedas. Hic primum nova lux oculis effulsit, et
ingens visus ab Aurora caelum transcurrere nimbus Idaeique chori:
tum vox horrenda per auras excidit et Troum Rutulorumque agmina
complet. « Ne trepidate meas, Teucri, defendere naves, neve armate
manus: maria ante exurere Turno, quam sacras dabitur pinus. Vos ite
solutae, ite Deae pelagi; genetrix iubet. » Et sua quaeque continuo
puppes abrumpunt vincula ripis delphinumque modo demersis aequora
rostris ima petunt: hinc virgineae (mirabile monstrum) [quot prius
aeratae steterant ad litora prorae] reddunt se totidem facies pontoque
feruntur. Obstupuere animis Rutuli, conterritus ipse turbatis
Messapus equis, cunctatur et amnis rauca sonans revocatque pedem Tiberinus
ab alto. At non audaci Turno fiducia cessit; ultro animos tollit
dictis atque increpat ultro: suno o da turbinose tempeste; e a lor giovi
sui nostri monti esser nate ». E a lei di rincontro il figliuolo,
che volge le stelle del cielo: « Madre, perchè vuoi tu cambiare il
destino? e che cosa domandi per loro? Forse che navi foggiate da mano
mortale potranno avere una sorte immortale? Ed Enea al sicuro affronterà
i malsicuri perigli? E quale dei numi ha così grande potere? Bensì,
quando compiuto il lor corso si fermeranno un giorno nei porti d’Ausonia,
qualunque ne sia scampata dall’onde ed abbia portato il duce dardànio nei
campi laurenti, io le toglierò la sua forma mortale, e vorrò
ch’elle sieno dee dell’ampie marine, come Doto e Galatea nereidi, che fendono
il mare spumante col petto ». Disse; e giuratolo per il fiume dello
stigio fratello * e per le sponde bollenti di pece dall’atra voragine,
cennò, ed al cenno, tutto fece tremare l’Olimpo. Era dunque
arrivato il giorno promesso, e avevan le Parche compiuto il debito tempo,
quando l'offesa di Turno indusse la Madre a cacciar dalle sacre navi
le fiaccole. Allora da prima una luce novella agli occhi rifulse, e
immenso fu visto trascorrere dall'Oriente un nimbo pel cielo, e con esso i cori
dell’Ida: così tremenda una voce cadde per l’aria, e le schiere riempì
dei Troiani e dei Ruùtuli: « Non vi affannate a difendere i miei navigli,
o Troiani, e non afferrate le armi: prima potrà ardere il mare, Turno, che
bruciare i pini a me sacri. È voi andatene sciolte, andatene, Dee del
mare; la vostra madre lo vuole ». E tosto ad una ad una ie poppe troncan
le corde dal lido, e a guisa di delfini, tuffati i rostri, scendon nel fondo
del înare: e di qui (meraviglioso prodigio), quante prore di bronzo eran
state prima alla riva”, ricompaiono volti alirettanti di fanciulle, e si
avvian sul mare. 2« Troianos haec monstra petunt, his Iuppiter
ipse auxilium solitum eripuit; non tela nec ignes exspectant
Rutulos. Ergo maria invia Teucris, 130 nec spes ulla fugae; rerum pars
altera adempta est; terra autem in nostris manibus: tot milia
gentes arma ferunt Italae. Nil me fatalia terrent, si
qua Phryges prae se iactant, responsa Deorum. Sat fatis Venerique
datum, tetigere quod arva 135 fertilis Ausoniae Troes. Sunt et mea
contra fata mihi, ferro sceleratam exscindere gentem,
coniuge praerepta; nec solos tangit Atridas iste dolor
solisque licet capere arma Mycenis. Sed periisse semel satis est;
peccare fuisset 140 ante satis penitus modo non, genus omne perosos
femineum? quibus haec medii fiducia valli fossarumque morae, leti
discrimina parva, dant animos. An non viderunt moenia Troiae
Neptuni fabricata manu considere in ignes? 145 Sed vos, o lecti,
ferro quis scindere vallum adparat et mecum invadit trepidantia
castra? Non armis mihi Vulcani, non mille carinis est
opus in Teucros. Addant se protinus omnes Etrusci socios. Tenebras
et inertia furta ; 150 [Palladii caesis summae custodibus arcis]
ne timeant; nec equi caeca condemur in alvo: luce palam
certum est igni circumdare muros. Haud sibi cum Danais faxo et pube Pelasga esse putent, decimum
quos distulit Hector in annum. 159 Nunc adeo, melior quoniam pars
acta diei, quod superest, laeti bene gestis corpora rebus
procurate, viri, et pugnam sperate parari. » Interea vigilum
excubiis obsidere portas cura datur Messapo et moenia cingere
flammis. Stupiron nel cuore i Rùtuli,
atterrito è lo stesso Messapo e i suoi cavalli s'impennano; il Tiberino fiume
ancor esso s’indugia, rauco ‘sonando, e ritrae il piede dal ‘ mare. Ma
non a Turno audace vien meno l’ardire, chè anzi rianima 1 cuori coi detti
e li garrisce così: « Contro i Toiani, comparvero questi portenti; a loro, il
solito scampo lo stesso Giove ha strappato: non v'è più bisogno delle
armi e dei fuochi dei Rùtuli. Così i Teucri non hanno più vie sul mare nè
alcuna speranza di fuga: son tolte loro le acque, e la terra è in nostro
potere: tante migliaia di armati mandano l'itale genti! Non mi
atterriscono, no, i fatali responsi dei numi, di cui i Frigi si vantano.
Basti a Venere e ai fati, che della fertile Ausonia toccarono i campi i
Troiani. Ho i miei destini io pure: esterminar con la spada la
scellerata gente, poichè mi ha rapita la sposa; e un tale dolore
non tocca soltanto gli Atridi‘°, nè soltanto a Micene e lecito l’armi
brandire. Ma esser periti una volta, poteva bastare; e non sarebbe bastato aver
peccato una volta, per odiar tutto il sesso femmineo? Certo, a loro dan
forza il vallo interposto e dei fossati l’ostacolo, breve ritardo alla
morte. Ma non vider le mura di Troia — e le aveva costrutte Nettuno! —
ruinare in mezzo alle fiamme? Ora di voi, o eletti, chi si prepara a
rompere il vallo e ad assaltare con me gli accampamenti tremanti? Non ho
bisogno dell’armi, io, di Vulcano, e di mille carene, per combattere
contro i Troiani. E a loro si aggiungano pure alleati tutti quanti gli
Etruschi. Le tenebre e gli assalti infingardi [del Palladio, e dei custodi
della rocca la strage]! non tornano essi, chè noi non ci chiuderemo nel
ventre oscuro del cavallo: alla luce, all’aperto, circonderemo ie mura di
fiamme. Io farò sì che non si credano in guerra coi Dànai e con
Bis septem Rutuli, muros qui milite servent, delecti: ast
illos centeni quemque sequuntur purpurei cristis iuvenes auroque
corusci. Discurrunt variantque vices fusique per herbam
indulgent vino et vertunt crateras aénos. Collucent ignes: noctem custodia
ducit insomnem ludo. Haec super e vallo prospectant Troes et armis
alta tenent, nec non trepidi formidine portas explorant, pontesque et
propugnacula iungunt, tela gerunt. Instant Mnestheus acerque Serestus,
quos pater Aeneas, si quando adversa vocarent, rectores iuvenum et rerum
dedit esse magistros. Omnis per muros legio, sortita periclum, excubat,
exercetque vices, quod cuique tuendum est. 175 Nisus erat portae custos,
acerrimus armis, Hyrtacides, comitem Aeneae quam miserat Ida
venatrix iaculo celerem levibusque sagittis; et iuxta comes Eurialus, quo
pulchrior alter non fuit Aeneadum Troiana neque induit arma, 180 ‘
ora puer prima signans intonsa iuventa. © His amor unus erat, pariterque
in bella ruebant; tum quoque communi portam statione tenebant.
Nisus ait: « Dine hunc ardorem mentibus addunt, Euryale, an sua cuique
Deus fit dira cupido? Aut pugnam aut aliquid iamdudum invadere magnum
mens agitat mihi nec placida contenta quiete est. Cernis, quae Rutulos
habeat fiducia rerum. Lumina rara micant: somno vinoque soluti
procubuere; silent late loca. Percipe porro, _ 190 quid dubitem et quae
nunc animo sententia surgat. Aeneam acciri omnes, populusque
patresque, exposcunt, mittique viros, qui certa reportent. la gente
Pelasga, che Ettore per ben dieci anni tardò. Ora dunque, poichè è scorsa
la parte migliore del giorno, quel tanto che avanza, lieti dei primi successi,
concedetelo, o prodi, a ristorarvi le membra, e aspettate che venga la
pugna ». Frattanto si affida a Messapo di guardar con le scolte le porte !* e
di cinger le mura di fuochi. Due volte sette Rùtuli son scelti a custodia dei
muri coi loro guerrieri; ed ognuno da cento armati è seguito, con cimieri
purpurei ed armi che brillano d’oro. Corron di qua e di là, si danno il
cambio, e sdraiati su l'erba tracannano il vino e lo versan dai crateri
di bronzo. Splendono i fuochi; e le guardie passano la notte insonne
giocando. Di sopra al vallo i Troiani stanno a osservare, e con
l’armi guardan le mura, e così, in fretta, per il timore, vanno studiando
le porte, congiungon coi ponti le torri, ammucchiano l’armi. Stanno su
loro Mnèsteo ed il fiero Seresto, che il padre Enea, se mai lo chiedesse
il pericolo, avea destinati a guidare l’esercito e a governare lo stato.
Tutti, lungo le mura, al rischio che la sorte ha voluto, i guerrieri
vegliano, n scambiano i turni, secondo che tocca ad ognuno. Niso era a custodia
di una porta, d’Irtaco il figlio, che, a compagno d’Enea, Ida aveva sini
la cacciatrice, ed era destro a gettare veloci saette; e accanto gli era
compagno Eurìalo, il più bello fra tutti gli Enèadi e quanti vestivano
l’armi troiane; fanciullo ancora, gli fioriva sulle gote intonse la
prima lanugine. Stretto un amore li univa, e insieme si precipitavano in
guerra; ed anche allora, compagni di scolta, guardavan la porta. Niso disse: «
M'ispirano forse gli Dèi questo mio ardor nella mente, o Eurialo? o
il suo fiero desìo diviene a ciascuno il suo Dio? Già da gran tempo
il mio cuore mi spinge alla pugna o a ten Si tibi quae posco promittunt
(nam mihi facti fama sat est) tumulo videor reperire sub illo 195
posse viam ad muros et moenia Pallantea. » Obstupuit magno laudum
percussus amore Euryalus: simul his ardentem adfatur amicum: « Mene
igitur socium summis adiungere rebus, Nise, fugis? solum te in tanta
pericula mittam? 200 non ita me genitor, bellis adsuetus Opheltes,
Argolicum terrorem inter Troiaeque labores sublatum erudiit, nec tecum
talia gessi > magnanimum Aenean et fata extrema secutus. Est hic, est animus lucis contemptor et istum 205 qui vita bene
credat emi, quo tendis; honorem. » Nisus ad haec: « Equidem de te nil
tale verebar, nec fas, non: ita me referat tibi magnus ovantem
luppiter, aut quicumque oculis haec adspicit aequis. Sed si quis (quae
multa vides discrimine tali), si quis adversum rapiat casusve Deusve, te
superesse velim: tua vita dignior aetas. Sit, qui me raptum pugna
pretiove redemptum mandet humo; solita aut si qua id fortuna
vetabit, absenti ferat inferias, decoretque sepulchro; 215 neu
matri miserae tanti sim causa doloris, quae te sola, puer, multis e
matribus ausa persequitur, magni nec moenia curat Acestae. » Ille autem:
« Causas nequidquam nectis inanes, nec mea iam mutata loco sententia
cedit. 220 Adceleremus » ait. Vigiles simul excitat.
Illi succedunt servantque vices: statione relicta, ipse comes Niso
graditur, regemque requirunt. Cetera per terras
omnes animalia somno laxabant curas et corda oblita laborum; 225
ductores Teucrum primi, delecta iuventus, a è o so
pn tare qualche gran fatto, e non sa placarsi a un
tranquillo riposo. Tu vedi quale fiducia s'è impadronita dei Rùtuli. Rari
lampeggiano i lumi; immersi nel sonno e nel vino giacquero; tutto
all’intorno è silenzio. Odimi dunque quello ch’io penso, ed il disegno che ora
mi sorge nel cuore. Tutti, il popolo e i padri, chiedon che Enea si
richiami e gli si mandino messi che gli raccontino il vero. Se mi
promettono quello ch’io chiedo per te (per mia parte, mi basta la gloria
del fatto), credo, la, sotto a quel colle, di ritrovare la via che mena del
Pallantèo alle mura ». Stupì, colpito da grande amore di gloria,
Eurìalo; e con queste parole si volge all’ardito compagno: « Niso, dunque
rifuggi dal prendermi teco all’impresa sì grande? Ti lascerò andar solo in
mezzo a cotanti perigli? Ah, non così mio padre, Ofelte assuefatto alle
guerre, fra lo spavento argolico ed i travagli di Troia mi allevò,
m’istruì; e non così mi mostrai accanto a te, nel seguire il magnanimo
Enea fino all’estreme fortune. C’è qui, c'è qui un animo che sa
disprezzare la vita, e crede che ben con la vita si acquisti questa
gloria che agogni tu pure ». E Niso di rincontro: « Non io certo dubitavo
di te, nè lo potrei, oh no: così a te mi riconduca in trionfo il grande
Giove o chiunque dall’alto ci guarda con occhio propizio. Ma se,
come spesso accade in rischi sì grandi, se un qualche caso, o un
Dio, mi tragga a morire, vorrei che tu rimanessi; ti dà più diritto alla
vita la tua giovinezza: e vi sia chi mi sottragga alla mischia o mi
ricompri al nemico per sotterrarmi, e se, come accade, lo vieterà la
fortuna, mi renda i funebri offici, anche lontano, e di un sepolcro
mi onori. Ah, ch’io non sia cagione di un sì grande dolore alla tua
povera madre, che sola, o fanciullo, fra tante madri osava seguirti, e
non ristette del grande 3 - Vircuro - Eneide consilium summis
regni de rebus habebant, quid facerent quisve Aeneae iam nuntius
esset. Stant longis adnixi hastis et
scuta tenentes castrorum et campi medio. Tum Nisus et una
‘230 Euryalus confestim alacres admittier orant: rem magnam,
pretiumque morae fore. Primus Iulus accepit trepidos ac Nisum dicere
iussit. Tunc sic Hyrtacides: « Audite o mentibus aequis,
Aeneadae, neve haec nostris spectentur ab annis, 235 quae ferimus. Rutuli
somno vinoque soluti conticuere: locum insidiis conspeximus
ipsi, qui patet in bivio portae, quae proxima ponto;
interrupti ignes, aterque ad sidera fumus erigitur; si fortuna
permittitis uti 240 quaesitum Aenean et moenia Pallantea, mox
hic cum spoliis ingenti caede peracta adfore cernetis. Nec nos via
fallet euntes: vidimus obscuris primam sub vallibus urbem
venatu adsiduo et totum cognovimus amnem. » 245 Hic annis
gravis atque animi maturus Aletes: « Di patrii, quorum semper sub
numine Troia est, non tamen omnino Teucros delere paratis,
cum tales animos iuvenum et tam certa tulistis pectora. » Sic
memorans umeros dextrasque tenebat 250 amborum et vultum lacrimis atque
ora rigabat: « Quae vobis, quae digna, viri, pro laudibus
istis, praemia posse rear solvi? pulcherrima primum Di
moresque dabunt vestri; tum cetera reddet actutum pius Aeneas atque
integer aevi 259 Ascanius, meriti tanti non immemor umquam. Immo ego vos,
cui sola salus genitore reducto, excipit Ascanius, per magnos,
Nise, Penates Assaracique Larem et canae penetralia Vestae Aceste
alle mura ». Ma
quegli: « Tu indarno intessi i tuoi vani pretesti, e il mio voler non si
muta e non cede. Presto!» soggiunge. E risveglia le scolte; queste
subentrano al cambio; lasciata la guardia, ei s’accompagna con Niso, e vanno in
cerca del re. Gli altri animali per tutte le terre placavan nel
sonno i loro affanni nei cuori dimentichi d’ogni travaglio; ma i duci
primi dei Teucri, fior dei guerrieri, tenevan consiglio sul grave momento
del regno: che fare? e chi mandar messaggero ad Enea? Stanno poggiati
alle lunghe aste, e reggon gli scudi, nel mezzo alla piazza del campo.
Quand’ecco Niso, e con lui Eurìalo, pronti, chiedono d’essere uditi, subito:
grande è la cosa, e d’interrompere vale la pena. Iulo per primo li accolse
ansiosi, e a Niso ordinò di parlare. Così allora l’Irtàcide: «
Udite con menti benigne, o Enèadi; e quel che portiamo non lo
giudicate dagli anni. I Rùtuli, immersi nel sonno e nel vino, tacciono
tutti; noi, un luogo abbiam scorto, propizio alle insidie, che si scopre
là al bivio della porta ch’è prossima al mare. Son mezzo spenti i fuochi,
e cupo il fumo si erge alle stelle; se ci lasciate tentare la sorte a
ricercare Enea e le mura del Pallanteo, presto qui con le spoglie nemiche
ed onusti di strage ci rivedrete tornare. E non smarriremo la via: sotto le
oscure valli, nelle continue cacce, vedemmo lassù la città e tutto il
fiume esplorammo ». Allora, grave d’anni, e maturo di senno rispose
Alete: «O Dei della patria, sotto il cui nume è ancor Troia, certo voi
non pensate di distruggere i Teucri del tutto, poi che c'inviaste
tali anime e petti sì fermi di giovani! ». Questo dicendo,
stringeva d’entrambi le spalle e le mani, rigando le guance di pianto: «
Oh, quale premio, o prodi, che degno premio per questa impresa vi potremo noi
dare? obtestor: quaecumque mihi fortuna fidesque est, in vestris
pono gremiis; revocate parentem, reddite conspectum; nihil illo triste
recepto. Bina dabo argento perfecta atque aspera signis pocula,
devicta genitor quae cepit Arisba, et tripodas geminos, auri duo
magna talenta, cratera antiquum, quem dat Sidonia Dido. Si
vero capere Italiam sceptrisque potiri contigerit victori et praedae
ducere sortem, vidisti quo Turnus equo, quibus ibat in armis
aureus: ipsum illum, clipeum cristasque rubentes excipiam sorti, iam nunc
tua praemia, Nise. Praeterea bis sex genitor lectissima matrum
corpora captivosque dabit, suaque omnibus arma: insuper his, campi quod
rex habet ipse Latinus, Te vero, mea quem spatiis propioribus aetas
insequitur, venerande puer, iam pectore toto accipio, et comitem casus
complector in omnes. Nulla meis sine te quaeretur gloria rebus: seu
pacem seu bella geram, tibi maxima rerum verborumque fides. » Contra quem
talia fatur Euryalus: « Me nulla dies tam fortibus ausis dissimilem
arguerit; tantum fortuna secunda haud adversa cadat. Sed te super omnia
dona unum oro: genetrix Priami de gente vetusta est mihi,
quam miseram tenuit non Ilia tellus mecum excedentem, non moenia regis
Acestae: hanc ego nunc ignaram huius, quodcumque pericli est,
inque salutatam linquo; nox et tua testis dextera, quod nequeam
lacrimas perferre parentis; at tu, oro, solare inopem et succurre
relictae. Hanc sine me spem ferre tui: audentior ibo in casus
omnes. » Percussa mente dedere 290 Il primo ve lo
daranno, e il più bello, gli Dèi e le vostre virtù; gli altri ben presto li
avrete dal pio Enea e da Ascanio, il giovinetto in fiore, che di un così
grande servigio non sarà immemore mai ». « Anzi io, soggiunse Ascanio, che
altra salvezza non ho se non il ritorno del padre, questo vi giuro, o Niso, per
i grandi Penati, per il lare di Assàraco e per l’altare della
antichissima Vesta: ogni mia sorte ed ogni mia speranza, in vostre mani
io pongo; riconducetemi il padre, fate che io lo riveda: se lo ricupero,
nulla sarà più triste per me. Due coppe vi darò, cesellate in argento e
scolpite a bassorilievi, che il padre ebbe alla presa di Arisba; e due tripodi,
e due grandi talenti di oro, ed un cratere antico, dono della sidònia
Didone. Se poi vincitore potrò prender l’Italia e tenere lo scettro e
sorteggiare le prede, certo tu hai veduto quel destriero su cui Turno
veniva, e le ammi che lo vestivano d’oro: ebbene, quel suo cavallo, e lo
scudo e il cimiero vermiglio, li sottrarrò dal sorteggio; fin d’ora è un
tuo premio, o Niso. Inoltre, mio padre darà due volte sei corpi di
donne, fra le più belle, ed altrettanti prigioni, con le sue armi
ciascuno: e oltre a ciò, proprio i campi che or sono del rege Latino. Te
poi, che sei vicino a me per età, o venerando fanciullo, con tutto il
cuore ti accolgo, fin d’ora, e ti abbraccio, compagno per ogni
fortuna. Non cercherò per me gloria nessuna senza di te; ed in pace
ed in guerra, nei fatti e nelle parole, in te fiderò sopra ognuno ». A
lui di rincontro Eurìalo rispose così: « Non verrà mai un giorno che mi
palesi diverso da questo mio forte sentire: mi basta che la fortuna di seconda
non muti in avversa. Ma sopra ogni altro dono, solo una cosa t’imploro:
ho una madre, della stirpe di Priamo vetusta, che, misera, quando partii,
non si fer Dardanidae lacrimas, ante omnes pulcher Iulus,
atque animum patriae strinxit pictetie imago. Tum sic
effatur: Sponde digna tuis ingentibus omnia coeptis; | namque erit ista
mihi genetrix nomenque Creusae solum defuerit, nec partum gratia
talem parva manet. Casus factum quicumque sequentur,
per caput hoc iuro, per quod pater ante solebat: 300 quae tibi
polliceor reduci rebusque secundis, haec eadem matrique tuae
generique manebunt. » Sic ait illacrimans: umero simul exuit
ensem auratum, mira quem fecerat arte Lycaon | Gnosius atque habilem
vagina aptarat eburna. 305 Dat Niso Mnestheus
pellem horrentisque leonis exuvias: galeam fidus permutat Aletes.
Protinus armati incedunt; quos omnis euntes primorum manus ad
portas iuvenumque senumque prosequitur votis. Necnon et pulcher Iulus
310 ante annos animumque gerens curamque virilem, multa patri
mandata dabat portanda. Sed aurae omnia discerpunt et nubibus
irrita domant. Egressi superant fossas, noctisque per umbram
castra inimica petunt, multis tamen ante futuri 315 exitio. Passim somno
vinoque per herbam corpora fusa vident, arrectos litore currus,
inter lora rotasque viros, simul arma iacere, vina simul. Prior
Hyrtacides sic ore locutus: « Euryale, audendum dextra: nunc ipsa
vocat res. 320 Hac iter est. Tu, ne qua manus se attollere nobis
a tergo possit, custodi et consule longe. Haec ego vasta dabo
et lato te limite ducam. » Sic memorat vocemque premit; simul
ense superbum Rhamnetem adgreditur, qui forte tapetibus altis mò nella
terra di Ilio nè fra le mura di Aceste. Or io qui l’abbandono ignara di
questo mio rischio, qual che si sia, e insalutata: la notte e la tua
destra mi sian testimoni che io non potrei sostenere le lacrime della mia
madre. Ma tu, te ne prego, consola la misera, soccorrila, se resta sola.
Lascia ch'io porti meco questa speranza di te; poi, anderò più audace
incontro ad ogni ventura ». Commossi nel cuore i Dardànidi lagrimarono,
il bel Iulo anzi tutti, chè il cuore gli strinse il ricordo dell’amore
paterno. È così disse: « Attenditi pur tutto quanto si deve alla tua grande
impresa; chè essa sarà la mia madre, e soltanto il nome le mancherà di
Creusa: piccolo dono, a colei che generò un tal figlio. Qualunque si sia
l’evento, per questo mio capo ti giuro sul quale soleva giurare mio
padre: quello che io ti promisi se tornerai vittorioso, alla tua madre
sarà serbato ed alla tua stirpe ». Così diceva piangendo, e dalla spalla
si tolse la spada d’oro che aveva foggiata con arte stupenda Licàone di
Cnosso, scorrevole entro la guaina di avorio. Mnèsteo a Niso donava di un
irsuto leone la pelle e la apoglia, e il fido Alete scambia il suo
elmo con lui. Tosto s’avviano armati; e tutta ia schiera dei
grandi, giovani e vecchi, alle porte li accompagnan coi voti. E intanto
il bello Iulo, che ha cuore e senno virile, oltre l’età, affidava molti
messaggi al suo padre. Ma l’aura tutti li sperde inutili in mezzo alle
nuvole. Usciti, varcano i fossi, e per le ombre notturne vengbno al campo
fatale; ma prima, a molti daranno la morte. (Qua e là sparsi tra il sonno
ed il vino scorgono i corpi sull’erba, e i cocchi alzati sul lido, e, tra
le briglie e le ruote, giacere i guerrieri, e con loro le armi, ed i vini
con loro. Primo il figlio di Irtaco così disse: « Eurìalo, qui bisogna
osar con la destra: l’oecasione lo exstructus toto proflabat pectore
somnum, rex idem et regi Turno gratissimus augur; sed
non augurio potuit depellere pestem. Tres iuxta famulos temere
inter tela iacentes armigerumque Remi premit aurigamque sub ipsis nactus
equis, ferroque secat pendentia colla. Tum caput ipsi aufert
domino, truncumque relinquit sanguine singultantem; atro tepefacta
cruore terra torique madent. Necnon Lamyrumque Lamumque, et
iuvenem Sarranum, illa qui pluritha nocte luserat, insignis facie, multoque
iacebat membra Deo victus: felix, si protinus illum
aequasset nocti ludum in lucemque tulisset. Impastus ceu
plena leo per ovilia turbans, suadet enim vesana fames, manditque
trahitque 340 molle pecus mutumque metu, fremit ore cruento. Nec
minor Euryali caedes; incensus et ipse perfurit, ac multam in medio
sine nomine plebem, Fadumque Herbesumque subit Rhoetumque Abarimque
ignaros, Rhoetum vigilantem et cuncta videntem, sed magnum metuens se post
cratera tegebat; pectore in adverso totum cui comminus ensem
condidit adsurgenti et multa morte recepit. Purpuream vomit ille
animam et cum sanguine mixta vina refert moriens: hic furto fervidus
instat. 350 lamque ad Messapi socios tendebat: ibi ignem
deficere extremum et religatos rite videbat carpere gramen
equos: breviter cum talia Nisus (sensit enim nimia caede atque cupidine
ferri. Absistamus, ait, nam lux inimica propinquat. Poenarum
exhaustum satis est, via facta per hostes. » Multa virum solido argento perfecta relinquunt armaque craterasque
simul pulchrosque tapetas. vuole. Di qua è la via. Ora tu, perchè un
qualche drappello non ci si levi alle spalle, fa guardia e sta attento
all’intorno. Io qui farò largo, e ti guiderò per un ampio cammino >».
Così dice, poi smorza la voce; ed il superbo Ramnete con la sua spada
colpisce; ed egli, sui tappeti ammucchiati giacendo, dormiva lì a pieno
petto, russando. Re egli pure, ed al re Turno il più grato degli àuguri;
ma non potè con la scienza profetica allontanare la morte. Lì presso, uccide
tre servi che a caso giacevan fra l’armi, e lo scudiero di Remo, ed il suo
auriga sorpreso sott’essi i cavalli, e col ferro taglia le gole rovescie.
Poscia anche al signore tronca il capo, ed il busto lascia singhiozzante
nel sangue; intiepiditi la terra ed i letti di negro sangue s’imbevono. E
poi Làmiro, e Lamo, e il giovin Sarrano, che fino a tardi la notte aveva
giocato, bello di volto, e giaceva vinte le membra dal vino: felice, se
avesse giocato tutta la notte ed infino all’aurora! Così un leone digiuno
imperversando tra gli ovili ricolmi — la fame rabbiosa lo istiga — sbrana
e trascina la greggia molle e per il terrore ammutita, e rugge con bocca
sanguigna. Nè minore è la strage d’EURÌALO; ardendo anch'egli infuria, e
alla rinfusa sorprende molta ignobile plebe, e Fado, ed Erbeso, e Reto,
ed Abari, inconsapevoli; Reto, era desto e tutto vedeva, ma per paura si
stava nascosto dietro un grande cratere: ma mentre si alzava, gli immerse
fino all’elsa nel petto la spada, e la ritrasse grondante di
sangue. Ed egli in un fiotto di porpora esala la vita, ed il vino,
morendo, rigetta col sangue. L’altro, più ardente, continua la strage furtiva.
E già si volgeva ai compagni di Messapo; ivi vedeva languire gli ultimi
fuochi, e i cavalli al guinzaglio, com’è uso, pascere l’erba, allorchè NISO,
che trascinato lo vide da brama soverchia di stra EURYALVS phaleras Rhamnetis
et aurea bullis cingula (Tiburti Remulo ditissimus olim quae mittit
dona hospitio, cum iungeret absens, Caedicus; ille suo moriens dat
habere nepoti, post mortem bello Rutuli pugnaque potiti), haec
rapit, atque umeris nequidquam fortibus aptat. Tum galeam Messapi habilem cristisque decorum induit. Excedunt castris, et
tuta capessunt. Interea praemissi equites ex urbe Latina, cetera dum
legio campis instructa moratur, ibant et Turno regi responsa
ferebant, tercentum, scutati omnes, Volscente magistro. 370
lamque propinquabant castris murosque subibant, cum procul
hos laevo flectentes limite cernunt, et galea Euryalum sublustri
noctis in umbra prodidit immemorem, radiisque adversa
refulsit. Haud temere est visum. Conclamat ab agmine
Vol. [scens: « State, viri:
quae causa viae? quive estis in armis? quove tenetis iter? » Nihil illi
tendere contra; sed celerare fugam in silvas et fidere nocti.
Obiciunt equites sese ad divortia nota hinc atque
hinc,omnemque aditum custode coronant. Silva fuit, late dumis atque ilice
nigra horrida, quam densi complerant undique sentes,
rara per occultos lucebat semita calles. Euryalum tenebrae
ramorum onerosaque praeda impediunt, fallitque timor regione
viarum. NISVS abit: iamque imprudens evaserat hostes atque locos,
qui post Albae de nomine dicti Albani (tum rex stabula alta Latinus
habebat). Ut stetit et frustra absentem respexit amicum:
« Euryale infelix, qua te regione reliqui? ge, così brevemente. parlò: «
Fermiamoci, chè oramai la luce nemica si appressa. Li abbiamo puniti
abbastanza, e aperta in mezzo ai nemici è la via ». Lasciano lì
molte armi di guerrieri lavorate di argento massiccio, ed i crateri
insieme ed i belli tappeti. Eurìalo si toglie i fregi di Ramnete ed il
balteo dall’auree borchie, e, invano!, sugli omeri forti lo adatta. A
Rèmolo, il tiburtino, li aveva mandati una volta il ricchissimo Cèdico,
in segno di ospitalità ch’egli stringeva da lungi; e quegli morendo li
diede al nipote, e, questo morto, i Rùtuli se ne impadronirono in guerra. Poi
l’elmo di Messapo si cinge, agevole, e adorno di creste. Escon dal campo
e s’avviano in salvo. Frattanto i cavalieri mandati innanzi dalla città
di Latino, mentre i pedoni attendono armati nella campagna, venivano per
riportare al re Turno un responso: trecento, tutti scudati, ed era lor
duce Volscente. E già erano. presso al campo e varcavan le mura, quando
da lungi li scorgono che piegavano verso sinistra; e l’elmo, nella
penombra notturna tradì EURÌALO immemore, a un raggio di luna splendendo.
È non fu vana la vista. Grida dalla sua schiera Volscente: « Fermi, voi!
perchè siete in via? chi siete così armati? e dove andate? ». Ma
quelli non rispondono, anzi si affrettano in fuga pei boschi e
fidano nell’oscurità. 1 cavalieri si gettano di qua, di là ai bivi ben
noti, e tutte circondan di gnardie le uscite. Era una selva spaziosa e
orrida di nere querce e di pruni, densa da ogni parte di sterpi; e tra le
peste occulte, raro si apriva un sentiero. L'ombre dei rami e il
carico del bottino ritardavano Euriìalo, e il timore gli fa smarrire la
via. Niso è fuggito; e di già, senza pensare all’amico, altrepassati aveva i
nemici ed i luoghi che poi dal nome di Alba furon chiamati Albani
(allora, v’era Quaque sequar, rursus perplexum iter omne revolvens
fallacis silvae? » Simul et vestigia retro
observata legit dumisque silentibus errat. Audit equos, audit
strepitus et signa sequentum. Nec longum i in medio tempus, cum
clamor ad aures pervenit ac videt EURYALVM, quem iam manus omnis fraude
loci et noctis, subito turbante tumultu, Oppressum rapit et conantem
plurima frustra. Quid faciat? qua vi iuvenem, quibus audeat armis
eripere? an sese medios moriturus in hostes inferat, et pulchram properet per
vulnera mortem? Ocius adducto torquens hastile lacerto,
suspiciens altam Lunam, et sic voce precatur: Tu, Dea, tu praesens
nostro succurre labori, astrorum decus et nemorum Latonia custos: si qua
tuis umquam pro me pater Hyrtacus aris dona tulit, si qua ipse meis
venatibus auxi, supendive tholo aut sacra ad fastigia fixi:
hunc sine me turbare globum et rege tela per auras. Dixerat, et toto
conixus corpore ferrum conicit. Hasta volans noctis diverberat umbras,
et venit adversi in tergum Sulmonis, ibique frangitur, ac
fisso transit praecordia ligno. Volvitur ille vomens calidum de
pectore flumen frigidus et longis singultibus ilia pulsat. 415
Diversi circumspiciunt. Hoc acrior idem ecce aliud summa telum
librabat ab aure. Dum trepidant, it hasta Tago per tempus utrumque
stridens, traiectoque haesit tepefacta cerebro. Saevit atrox
Volscens nec teli conspicit usquam 420 auctorem nec quo se ardens
immittere possit. Tu tamen interea calido mihi sanguine poenas
persolves amborum » inquit: simul ense recluso i no i pascoli incolti del re
Latino). Come
ristette, ed invano si volse a cercare l’amico: « O infelice EURIALO, e
dove mai t'ho lasciato? dove ti cercherò, ancor rifacendo il cammino
tortuoso per la selva fallace? ». E tosto nota e ricalca all’indietro le
tracce, ed erra silenzioso tra i pruni. Ode i cavalli, ode lo strepito e
i segnali degl’inseguitori. E ben presto agli orecchi un grido gli
giunge; ed Eurìalo vede, cui già tutta quanta la schiera, ingannato dal
luogo e dal buio, turbato dall’improvviso tumulto, circonda ed incalza; ed
invano ei tenta in mille modi la fuga. Che fare? con quali forze, con
quali armi tentar di salvare il fanciullo? O non è meglio lanciarsi
in mezzo ai nemici a morire, e bella cercare con le ferite la morte? E subito,
vibrando col braccio all’indietro un lanciotto, guarda la Luna nell’alto e così
le rivolge una prece: « Tu, dea, tu, propizia, nel nostro periglio soccorrici,
o Latònia, onore degli astri e delle selve custode, se mai ai tuoi altari
doni per me ti recò Irtaco, il padre, se mai con le mie cacce anch’io ne
aggiunsi, e li sospesi alla volta o li infissi ai sacri pinnacoli '*,
lascia che io disordini questa schiera, e guidami i dardi per
l’aria ». Disse, e con tutto il suo corpo puntando, lanciò il ferro. E l’asta
volando sferza le ombre notturne, e trapassa nel petto fino alle spalle
Sulmone, ed ivi si spezza, e attraversa, infittavi dentro, i precordi.
Cade di sella colui, vomitando un caldo fiume dal petto, gia freddo,
ed i fianchi gli scuotono lunghi singhiozzi. Guardano gli altri qua e la; e
Niso ne prende coraggio, e dall’altezza del capo, ecco, un altro dardo
librava. E, nella trepida attesa, l’asta attraversa stridendo a
Tago le tempia, e s’infigge tiepida in mezzo al cervello. Atrocemente
infuria Volscente, chè non vede l'autore del eolpo per potersi lanciare
ardente contro di lui. « Eb de ibat in EURYALVM. Tum vero
exterritus, amens conclamat Nisus, nec se celare tenebris . amplius, aut
tantum potuit perferre dolorem: « Me me, adsum qui feci, in me convertite
ferrum, o Rutuli! mea fraus omnis: nihil iste nec ausus, nec potuit:
caelum hoc et conscia sidera testor. Tantum infelicem nimium dilexit
amicum. Talia dicta dabat: sed viribus ensis adactus transabiit costas et
candida pectora rumpit. Volvitur Euryalus leto, pulchrosque per
artus it cruor, inque umeros cervix collapsa recumbit: purpureus
veluti cum flos succisus aratro 435 languescit moriens, lassove papavera
collo demisere caput, pluvia cum forte gravantur. At NISVS ruit in
medios solumque per omnes Volscentem petit, in solo Volscente
moratur. Quem circum glomerati hostes hinc comminus spe {hbinc
440 proturbant. Instat non secius ac rotat ensem fulmineum,
donec Rutuli clamantis in ore condidit adverso et moriens animam abstulit
hosti. Tum super exanimum sese proiecit amicum confossus placidaque
ibi demum morte quievit. 445 Fortunati ambo! si quid mea carmina
possunt, nulla dies umquam memori vos eximet aevo, dum domus Aeneae
Capitolii immobile saxum accolet imperiumque pater Romanus habebit.
Victores praeda Rutuli spoliisque potiti | 450 Volscentem exanimum
flentes in castra ferebant. Nec minor in castris luctus, Rhamnete
reperto exsangui, et primis una tot caede peremptis Sarranoque
Numaque. Ingens concursus ad ipsa corpora seminecesque viros tepidaque
recentem bene, tu pagherai intanto col caldo tuo sangue per ambedue » gridò; e,
sguainata la spada, senz’altro si avventa ad Eurìalo. Ma allora, atterrito,
fuor di sè, con un grido, non potè più celarsi nelle tenebre Niso,
e sopportare un sì grande dolore: « Me, me! Son qui, sono io il
colpevole; in me rivolgete le armi, o Rùtuli! È mia ogni frode; costui
non osò, non poteva; pel cielo, lo giuro, e per le consapevoli stelle.
Sola sua colpa, che troppo amò l’infelice suo amico ». Così diceva; ma
il ferro, vibrato con forza, attraversò le coste e ruppe il candido
petto. S'abbattè Eurìalo morendo, e per le membra leggiadre il sangue si
spande, ed il collo si piega abbandonato sopra le spalle: come quando un fiore
purpureo che l’aratro ha reciso, languisce morendo: o come quando i papaveri
sul collo stanco la testa piegano, se per caso li grava la pioggia.
Ma Niso si slancia nel mezzo, e solo, fra tutti, Volscente cerca, e sol
di Volscente si cura. Gli si affollano intorno i nemici, e d’ogni parte,
da presso, lo ricacciano; e nondimeno egli incalza ruotando la spada fulminea,
finchè la piantò nella bocca del Rùtulo, che schiamazzava, e, già morente, rapì
al nemico la vita. Poi. si gettò, crivellato di colpi sopra l’esanime
amico, ed ivi, infine, trovò in placida morte riposo. Fortunati ambedue!
Se qualche valore ha il mio canto, giorno nessuno mai vi torrà alla
memoria dei tempi, finchè la stirpe di Enea terrà del Campidoglio
l’incrollabile rupe, e il padre della patria romana avrà qui l'impero
!. Vincitori i Rùtuli, con la preda e con le spoglie, piangendo portavano
esanime nell’accampamento Volscente. E non minore fu il lutto nel campo,
allorchè si scoperse esangue Ramnete, ed insieme con lui tanti duci
uccisi alla strage, e Sarrano, e Numa; la folla si accalca caede locum et
plenos spumanti sanguine rivos. Agnoscunt spolia inter se galeamque
nitentem Messapi, et multo phaleras sudore receptas. Et iam
prima novo spargebat lumine terras Tithoni croceum linquens ‘Aurora
cubile; iam sole infuso, iam rebus luce retectis, Turnus in
arma viros, armis circumdatus ipse, suscitat, aeratasque acies in proelia
cogit quisque suas, variisque acuunt rumoribus iras. Quin ipsa
arrectis (visu miserabile) in hastis praefigunt capita et multo clamore
sequuntur Euryali et Nisi. Aeneadae duri murorum in parte
sinistra apposuere aciem, nam dextera cingitur amni, ingentesque tenent
fossas et turribus altis stant maesti; simul ora virum praefixa
movebant, nota nimis miseris atroque fluentia tabo. Interea
pavidam volitans pinnata per urbem nuntia Fama ruit, matrisque adlabitur
aures EURYALI. At subitus miserae calor ossa reliquit: excussi
manibus radii revolutaque pensa. Evolat infelix, et femineo
ululatu, scissa comam, muros amens atque agmina cursu prima petit,
non illa virum, non illa pericli telorumque memor; caelum dehinc questibus
implet: 480 « Hunc ego te, EURYALE, adspicio? tunc illa senectae
sera meae requies, potuisti linquere solam, crudelis? nec te, sub
tanta pericula missum, adfari extremum miserae data copia matri?
Heu, terra ignota canibus data praeda Latinis alitibusque iaces, nec te,
tua funera mater produxi pressive oculos aut vulnere lavi, veste
tegens, tibi quam noctes festina diesque ai loro corpi, e ai guerrieri
moribondi, ed al luogo ancor caldo di strage recente, ed al sangue
schiumante che scorre in ruscelli. Riconoscon fra loro le epoglie, e
di Messapo il lucido elmo, e i fregi con grande sudore riavuti.
! E già di nuova luce spargeva la terra la prima Aurora
lasciando il giaciglio croceo di Titone; già sorto il sole, già scoperte
le cose alla luce, Turno, già chiuso nell’armi, chiama alle armi i guerrieri;
ed ordina ognuno in battaglia le sue schiere coperte dî bronzo, e
raccontando il fatto ne acuisce gli sdegni. Anzi, o miserabile vieta!, piantan
sull’aste i capi, e li seguono forte gridando, di EURIALO e di NISO. Gli Enèadi
saldi sulla parte einistra dei muri ordinan la resistenza — chè la destra
è recinta dal fiume —, e difendono gli ampi fossati e stan mesti in cima
alle torri; e li sgomentano i volti confitti dei due guerrieri, ahi troppo noti
a loro infelici, e gocciolanti di marcia e di sangue. Intanto
messaggera la Fama volando alata per la città spaventata va scorrendo, e
agli orecchi giunge della madre di Eurìalo. Subitamente il calore lasciò
dell’infelice le ossa: le cade di mano la spola e rotolan giù i gomitoli.
Esce correndo la misera, e, come donna, urlando, stracciate le chiome, folle,
raggiunge di corsa le mura e le prime avanguardie; e non si cura, essa,
dei guerrieri e del rischio dell’armi, e il cielo riempie con i
suoi lamenti: « Così ti rivedo, o Eurialo? Ultimo ri- . poso alla mia
vecchiezza, o crudele, lasciarmi sola hai potuto? E non fu dato a tua
madre infelice parlarti l’ultima volta, quando movesti ad un rischio sì
grande? Ahi, in terra ignorata, preda ai cani latini ed agli uccelli tu
giaci; ed io, tua madre, non ho seguito i tuoi resti mortali, e non ti ho
chiusi gli occhi e lavate le tue 4 - VircILI9 - Eneide - Vol.
III urgebam et tela curas solabar aniles. Quo sequar?
aut quae nunc artus avulsaque membra et funus lacerum tellus habet? hoc mihi de
te, nate, refers? hoc sum terraque marique secuta?
Figite me, si qua est pietas, in me omnia tela conicite, o Rutuli:
me primam absumite ferro: aut tu, magne pater Divum, miserere,
tuoque 495 invisum hoc detrude caput sub Tartara telo, quando
aliter nequeo crudelem abrumpere vita. » Hoc fletu concussi ariimi,
maestusque per omnes it gemitus; torpent infractae ad proelia
vires. Illam incendentem luctus Idaeus et Actor 500 Jlionei
monitu et multum lacrimantis Iuli corripiunt interque manus sub
tecta reponunt. At tuba terribilem sonitum procul aere canoro
increpuit; sequitur clamor, caelumque remugit. Accelerant acta pariter
testudine Volsci et fossas implere parant ac vellere vallum.
Quaerunt pars aditum et scalis ascendere muros, qua rara est
acies interlucetque corona non tam spissa viris. Telorum effundere
contra omne genus Teucri ac duris detrudere contis, 510
adsueti longo muros defendere bello. Saxa quoque infesto volvebant
pondere, si qua possent tectam aciem perrumpere: cum tamen omnes
ferre iuvat subter densa testudine casus. Nec iam sufficiunt; nam, qua
globus imminet ingens, 515 immanem Teucri molem volvuntque
ruuntque, quae stravit Rutulos late armorumque resolvit
tegmina. Nec curant caeco contendere Marte amplius audaces Rutuli,
sed pellere vallo missilibus certant. 520 Parte alia
horrendus visu quassabat Etruscam ferite, avvolgendoti poi nella veste
che, giorno e notte, per te, sollecita io tesseva, consolando al telaio i
miei affanni senili. Dove cercarti? Qual terra ha ora le tue membra
troncate e la tua lacera salma? Questo, o mio figlio, mi riporti di te?
Questo, questo, per terra e per mare, ho seguito? Me trafiggete, se in
voi è alcuna pietà; su me tutte l’armi scagliate, o Rùtuli; me
prima uccidete col ferro! E se no, abbimi misericordia tu, o gran
padre dei numi, e col tuo dardo scagliami questo mio capo odioso giù nel
profondo del Tàrtaro, se in altro modo non posso troncar questa vita crudele ».
Si consumarono i cuori a quel pianto, e mesto fra tutti un
singhiozzare si spande; si fiaccano infrante le forze dei guerrieri; ma
Attore e Idèo, per ordine di Ilionèo e di lulo molto piangente, la
presero, chè suscitava troppo dolore, ed a braccia la riportarono in
casa. Ma da lontano la tromba per il suo bronzo canoro
squillò con terribile suono; e la segue il grido di guerra e ne
rimbombano L cieli. Vengono i Volsci all'assalto, sotto la testuggin ‘!*
serrati, e s'accingono a colmare le fosse e a svellere il vallo '”. Altri
cercano un varco per la scalata alle mura, là dove rada è la schiera, e
vi traluce meno spessa di eroi la corona. Dall’altra' parte i Teucri
rovesciano ogni sorta di dardi, e li ricacciano giù con le lor dure
picche; chè erano avvezzi a difendere in lunga guerra le mura. E rotolavano in
basso ad offesa pesanti macigni, per tentar di spezzare la schiera
coperta: ma questa, sotto la densa testuggine, sopporta ogni colpo. Ma ormai
non possono più; chè laddove più folta e perigliosa è la schiera, un masso
immenso i Troiani rotolano e piombano giù, che per un ampio tratto
schiacciò i Rùtuli e ruppe il riparo di scudi. Allora non pensano più, i
Rùtuli audaci, a farpinum et fumiferos infert Mezentius ignes. At
Messapus equum domitor Neptunia proles, rescindit vallum et scalas in
moenia poscit. Vos, o Calliope, precor, adspirate canenti,
525 quas ibi tunc ferro strages, quae funera Turnus ediderit, quem
quisque virum demiserit Orco, et mecum ingentes oras evolvite
belli; let meministis enim, Divae, et memorare potestis).
Turris erat vasto suspectu et pontibus altis, opportuna loco, summis quam
viribus omnes expugnare Itali summaque evertere opum vi certabant,
Troes contra defendere saxis perque cavas densi tela intorquere
fenestras. Princeps ardentem coniecit lampada Turnus 535 et
flammam adfixit lateri, quae plurima vento | corripuit tabulas et
postibus haesit adesis. Turbati trepidare intus frustraque
malorum velle fugam. Dum se glomerant, retroque residunt
in partem, quae peste caret, tum pondere turris procubuit subito, et
caelum tonat omne fragore. Semineces ad terram, immani mole eecuta,
confixique suis telis et pectora duro transfossi ligno
veniunt. Vix unus Helenor et Lycus elapsi, quorum primaevus
Helenor, Maeonio regi quem serva Licymnia furtim sustulerat
vetitisque ad Troiam miserat armis, ense levis nudo parmaque
inglorius alba. Isque, ubi se Turni media inter milia vidit,
hinc acies atque hinc acies adstare Latinas; ut fera, quae, densa
venantum saepta corona, contra tela furit seseque haud nescia
morti inicit et saltu supra venabula fertur: haud
aliter iuvenis medios moriturus in hoetes guerra così al coperto, ma
lanciano dardi al nemico per discacciarlo dal vallo. In altra parte,
orrendo a vedersi, squassava la fiaccola etrusca '* Mesenzio, e fuochi
fumanti lanciava. E intanto Messapo, il domator di cavalli, prole
nettunia, rompeva il vallo e chiedeva le scale a salir sulle mura.
Voi '’, o Calliope, ti prego, ispirate il mio canto: quali stragi
ivi col ferro, e che lutti Turno spargesse, e chi ogni guerriero laggiù
nell’Orco respinse; e meco il gran quadro della guerra svolgete. Chè
tutto voi ricordate, o Dee, e agli altri ricordarlo potete. °°
V’era una torre, altissima a guardarla dal basso, con erti ponti,
opportunamente disposta; e tutti con ogni forza lottavano gli Itali per
espugnarla, e con estrema | violenza tentavan di abbatterla: ma di
rincontro i Troiani fitti la difendevan coi sassi e scagliavano dardi pei
vani delle finestre. Primo Turno lanciò una fiaccola ardente, e nel fianco vi
confisse una fiamma, che, nutrita dal vento, invase le tavole, e alle
imposte corrose si apprese. Spaventati, quelli di dentro, si
scompigliano, e invano cercan fuggendo lo scampo. E mentre si affollano,
e s’arretrano in una parte ancora illesa dal fuoco, allora a quel peso la torre
improvvisamente si schianta, e tutto a quel fragore il cielo rintuona. A terra
semivivi, sotto l'enorme mole, cadono, dalle lor armi trafitti o
trapassato il petto dal duro legno. Due soli appena, Elènore e Lico,
scamparono; dei quali il giù giovine, Elènore, Licinnia, una schiava,
avea generato ad un re Meonio con amore furtivo: e, con armi vietate ?!,
a Troia l’aveva mandato, alla leggera, con sola la spada, oscuro, e
con un semplice scudo. Ma egli, come si vide in mezzo ai mille di Turno,
e d’ogni parte incalzarlo schiere e schiere latine: come una belva che
cinta da un denso irruit et, qua tela videt densissima tendit. 559 At pedibus longe melior Lycus inter et hostes inter
et arma fuga muros tenet altaque certat prendere tecta manu
sociumque attingere dextras. Quem Turnus, pariter cursu teloqye
secutus, increpat his victor: « Nostrasne evadere, demens, sperasti
te posse manus? » simul arripit ipsum pendentem, et magna muri cum parte
revellit: qualis ubi aut leporem ‘aut candenti corpore cycnum
sustulit alta petens pedibus Iovis armiger uncis, quaesitum aut matri
multis balatibus agnum 965 Martius a stabulis rapuit lupus. Undique
clamor tollitur; invadunt et fossas aggere complent; ardentes
taedas alii ad fastigia iactant. Ilioneus saxo atque ingenti
fragmine montis Lucetium portae subeuntem ignesque ferentem, : Emathiona
Liger, Corynaeum sternit Asylas, hic iaculo bonus, hic longe
fallente sagitta; Ortygium Caeneus, victorem Caenea Turnus,
Turnus Ityn Cloniumque, Dioxippum Promolumque et Sagarim et
summis stantem pro turribus Idam: Privernum Capys. Hunc primo levis hasta
Themillae strinxerat; ille manum proiecto tegmine demens ad
vulnus tulit; ergo alis adlapsa sagitta et laevo infixa est lateri
manus abditaque intus spiramenta animae letali vulnere rupit. Stabat in
egregiis Arcentis filius armis, pictus acu chlamydem et ferrugine
clarus Ibera, insignis facie, genitor quem miserat Arcens eductum
Matris luco Symaethia circum flumina, pinguis ubi et placabilis ara
Palici. Stridentem
fundam, positis Mezentius hastis ipse ter adducta circum caput agit
habena, cerchio di cacciatori, infuria contro le armi, e conscia si
slancia a morire, e con un balzo sopra gli spiedi si lancia, non
altrimenti il giovane morituro si getta nel mezzo ai nemici, e, dove vede
più folte le armi, là tende. Ma, più veloce alla corsa, Lico, fra i nemici e
fra l’armi fuggendo è già presso alle mura, e cerca di afferrarsi là al
sommo, e di aggrapparsi alle mani dei compagni;. ma Turno, a corsa, e con
l’armi, lo segue e lo giunge, e, vincitore, l’oltraggia: « Folle,
sperasti tu dunque dalle mie mani scampare? » e sì dicendo lo afferra penzoloni
e lo svelle con una gran parte del muro: come quando una lepre o un cigno
dal candido corpo si porta nell’alto l’armigero di Giove °° con piedi
artigliati, o come quando il marzio lupo rapisce dalla stalla un agnello, e lo
cerca con lunghi belati la madre. Si alzan da ogni parte le grida; vanno
all’assalto, e col. man di terra i fossati; altri fiaccole ardenti
lanciano verso le cime. Ilioneo con un sasso, un enorme pezzo di
monte, abbatte Lucezio, che già era sotto alla porta per appicarvi il
fuoco; Lìgero atterra Emazione: Asila, Corineo; l’uno valente nell’asta,
l’altro nel dardo che coglie da lungi. Cèneo uccide Ortigio; e Turno, il
vincitore Cèneo; Turno, Iti e Clònio e Diossippo e Pròmolo e Sàgari e
Ida, che guardava le altissime torri. Capi uccise Priverno. L’aveva
sfiorato da prima lievemente la lancia di Temilla; ed egli, gettato lo
scudo, folle portò la mano alla ferita: e allora, volando, una freccia
gli piantò nel fianco sinistro la mano, ed entrando gli ruppe con mortale
ferita i polmoni. Stava nell’armi egregie il figlio di Arcente, con ricamata la
clàmide, spleudente di porpora ibèra #, bello di aspetto, che il padre
Arcente aveva mandato; ed allevato lo aveva di Cibele nel bosco, presso
alle correnti del Simeto, là dove è et media adversi liquefacto tempora
plumbo diffidit ac multa porrectum extendit harena. Tum primum
bello celerem intendisse sagittam dicitur, ante feras solitus terrere
fugaces, Ascanius, fortemque manu’ fudisse Numanum cui Remulo
cognomen erat, Turnique minorem germanam nuper thalamo sociatus habebat.
Is primam ante aciem digna atque indigna relatu vociferans, tumidusque
novo praecordia regno ibat et ingentem sese clamore ferebat: « Non
pudet obsidione iterum valloque teneri, bis capti Phryges, et morti
praetendere muros? En qui nostra sibi bello conubia poscunt! Quis
Dens Italiam, quae vos dementia adegit? Non hic Atridae nec fandi fictor
Ulixes: durum ab stirpe genus natos ad flumina primum deferimus
saevoque gelu duramus et undis: venatu invigilant pueri silvasque
fatigant, flectere ludus equos et spicula tendere cornu. At patiens operum parvoque adsueta iuventus aut rastris terram domat
aut quatit oppida bello. Omne aevum ferro teritur, versaque
iuvencum terga fatigamus hasta; nec tarda senectus debilitat vires
animi mutatque vigorem; canitiem galea premimus, semperque recentes
comportare iuvat praedas et vivere rapto. Vobis picta croco et fulgenti
murice vestes, desidiae cordi; iuvat indulgere choreis, . et
tunicae manicas et habent redimicula mitrae. O vere Phrygiae, neque enim
Phryges, ite per alta Dindyma, ubi adsuetis biforem dat tibia
cantum. Tympana vos buxusque vocant Berecyntia matris Idaeae:
sinite arma viris et cedite ferro. » pingue di doni e
mite l’altar di Palìco **. Posate le aste, tre volte rotando la fune al
suo capo, Mesenzio stesso lanciava la fionda stridente; e con il piombo
disciolto *. gli ruppe nel mezzo le tempie, e lo rovesciò lungo disteso
sul suolo. Dicon che allora, la prima volta scagliasse in
guerra il suo agile dardo Ascanio, già assuefatto a spaventare in
fuga le fiere, e di sua mano abbattesse il forte Numano, Rèmolo detto, che
aveva da poco sposata la sorella minore di Turno. Quegli, davanti a tutti,
vociferando a diritto e a rovescio, gonfio nel cuore della fresca real
parentela, andava avanzando borioso gridando: « E non vi vergognate, o Frigi
acchiappati due vol. te, di stare un’altra volta dentro ad un vallo
assediati, e di opporre alla morte le mura? Eccoli, quelli che chiedono
le nostre spose con l’armi! Qual Dio vi ha spinti in Italia o quale
vostra follia? Non sono qui gli Atridi, nè Ulisse spacciatore di
frottole. Dura razza fin dalla radice, i nostri figli tuffiamo appena nati nei
fiumi, e li induriamo al crudo gelo dell’onde. Fanciulli, si danno
alle cacce e stamcan le selve, ed è lor gioco domare cavalli e tender dall'arco
le frecce. Poi, pazienti al lavoro e paghi di poco, i giovani doman la
terra coi rastri, o scrollano in guerra le mura. Ogni età si consuma tra
il ferro, e con l’asta a rovescio pungiamo le terga dei buoi; nè la
vecchiaia, ancor tarda, indebolisce le forze dell’animo o ne muta il vigore;
premiamo con l’elmo i capelli canuti, e sempre ci giova portar via prede
novelle e vivere della rapina. Ma voi amate le vesti dipinte di
croco e di porpora splendida; vi piace badare alle danze, con tuniche adorne di
maniche e mitre guarnite di nastri. O veramente Frige, e non Frigi,
andate per l’alto del Dìndimo ?‘, dove solete ascoltare il canto del
flauto Talia iactantem dictis ac dira canentem non tulit Ascanius, nervoque
obversus equino intendit telum, diversaque bracchia ducens
constitit, ante lovem supplex per vota precatus: « Iuppiter omnipotens,
audacibus adnue coeptis, ipse tibi ad tua templa feram sollemnia
dona et statuam ante aras aurata fronte iuvencum, candentem,
pariterque caput cum matre ferentem, iam cornu petat et pedibus qui
spargat harenam. » Audiit et caeli genitor de parte serena intonuit
laevum, sonat una fatifer arcus. Effugit horrendum stridens adducta
sagitta perque caput Remuli venit et cava tempora ferro traicit. «
I, verbis virtutem illude superbis! bis capti Phryges haec Rutulis
responsa remittunt. Hoc tantum Ascanius. Teucri clamore sequuntur,
laetitiaque fremunt animosque ad sidera tollunt. Aetheria tum forte plaga
crinitus Apollo desuper Ausonias acies urbemque videbat, nube
sedens, atque his victorem affatur Iulum: Macte nova virtute, puer: sic itur ad
astra, Dis genite et geniture Deos. Iure omnia bella gente sub
Assaraci fato ventura resident: nec te Troia capit. » Simul haec effatus
ab alto aethere se mittit, spirantes dimovet auras, 645 Ascaniumque
petit. Forma tum vertitur oris antiquum in Buten. Hic Dardanio
Anchisae armiger ante fuit fidusque ad limina custos. Tum comitem
Ascanio pater addidit. Ibat Apollo omnia longaevo similis, vocemque
coloremque 650 et crines albos et saeva sonoribus arma; atque his
ardentem dictis adfatur Iulum: « Sit satis, Aenide, telis impune
Numanum a due canne. Vi chiamano i timpani del Berecinto e il flauto
di bosso della gran Madre idèa; lasciate agli uomini l’armi e rinunciate alla
guerra. Le vanterie e gli insulti non tollerò Ascanio, e mentr’egli
sbraitava, di fronte a lui incoccò sul nerbo equino °° una freccia, e con le
braccia aperte stiè fermo, prima levando a Giove, supplichevole, il voto: « O
Giove onnipotente, consenti all'audace mia impresa. Ed io solenni
doni ti recherò ai tuoi templi, ed agli altari un giovenco t'immolerò,
dalle corna dorate, candido, che porti il capo alto al par della madre, e
già cozzi e coi piedi sparga all’intorno l’arena ». L’udì il Padre, e
dalla plaga serena del cielo tuonò da sinistra: ed insieme risuonò il suo
arco fatale. OCrribilmente stridendo fuggì la scagliata saetta, e dentro
il capo di Rèmolo s’infisse e trapassò col ferro le concave tempia. « Va,
schernisci il valore con le parole superbe! I Frigi, due volte
acchiappati, questa risposta ai Rùtuli inviano ». Nè altro disse Ascanio;
ma i Teucri lo applaudon gridando, e fremon di letizia, ed alzano il
cuore alle stelle. Proprio allora, dall’alto del cielo Apollo crinito
stava mirando le schiere ausonie ed il campo, seduto sopra una nube; e a
Iulo vittorioso volgeva queste parole: « Bene, o valoroso fanciullo! Così
si ascende alle stelle, o progenie di numi che dovrai generare altri numi. Ben
tutte le guerre future, per volere dei fati, sotto la stirpe di
Assàraco dovranno aver fine: troppo poco è Troia per te. Ciò detto,
dall’alto dell’etere si getta, e fende le aure vitali, e viene ad
Ascanio, mutando l’aspetto del volto in quello di Bute, l’anziano. Questi
già era stato di Anchise dardanio scudiero e fido custode alle soglie. Poscia
il padre lo diede compagno ad Ascanio; ed Apollo veniva simile in
tutto a quel vecchio, la voce, il colore, i capelli canoppetisse tuis: primam
hanc tibi magnus Apollo concedit laudem et paribus non invidit
armis:cetera parce, puer, bello. » Sic orsus Apollo mortales medio
adspectus sermone reliquit, et procul in tenuem ex oculis evanuit
auram. Agnovere Deum proceres divinaque tela
Dardanidae, pharetramque fuga sensere sonantem.Ergo avidum pugnae dictis
ac numine Phoebi Ascanium prohibent: ipsi in certamina rursus
succedunt animasque in aperta pericula mittunt. It clamor
totis per propugnacula muris: intendunt acres arcus amentaque
torquent. 665 Sternitur omne solum telis; tum scuta cavaeque
dant sonitum flictu galeae; pugna aspera surgit; quantus ab occasu
veniens pluvialibus Haedis . verberat imber humum: quam multa
grandine nimbi in vada praecipitant, cum Iuppiter horridus Austris
torquet aquosam hiemem et caelo cava nubila rumpit. Pandarus et Bitias,
Idaeo Alcanore creti, quos Iovis eduxit luco silvestris
Iaera abietibus iuvenes patriis et montibus aequos, portam,
quae ducis imperio commissa, recludunt, freti armis, ultroque invitant moenibus
hostem. Ipsi intus dextra ac laeva pro turribus adstant,
armati ferro et cristis capita alta corusci: quales aériae
liquentia flumina circum, sive Padi ripis Athesim seu propter
amoenum, consurgunt geminae quercus intonsaque caelo attollunt capita et
sublimi vertice nutant. Irrumpunt, aditus Rutuli ut videre
patentes. Continuo Quercens et pulcher Aquicolus armis et
praeceps animi Tmarus et Mavortius Haemon agminibus totis aut versi terga
dedere, didi e l’armi ferocemente sonanti: ed all’ardente Iulo si
volge con queste parole: « Ti basti, o figliuolo d’Enea, che sia caduto Numano
per il tuo colpo e senza tuo male; questa prima lode a te il grande
Apollo concede, e non t’invidia se tu lo eguagli nell’ arco; ma d’ora
in poi, o fanciullo, astieniti dal guerreggiare ». Così dicendo Apollo, a
mezzo il discorso lasciò l'aspetto mortale e lontano svanì dagli occhi
nell’aria leggera. Riconobbero il Dio gli anziani dei Dàrdani, e l’armi
divine, e sentiron sonare, mentr'egli fuggìa, la faretra. Onde ai
detti e al volere di Febo allontanavano. Ascanio, avido ancora di pugna;
ritornano essi a combattere, ed espongono nell’aperto periglio la vita.
S'alza da tutte le mura per tutte le torri un clamore: tendono gli archi
gagliardi e lanciano i giavellotti. Il suolo tutto si copre di strali; ai
colpi risuonan gli scudi e i concavi elmi; insorge dura la pugna. Così al
venir da ponente, sotto i Capretti piovosi °°, sferza la pioggia la
terra; così con la grandine precipitano i nembi sul mare, quando
orrido Giove con gli Austri turbina l’acque a diluvio, e nel cielo le
concave nubi dirompe. Pàndaro e Bizia, da Alcànore Idèo generati,
che nel bosco di Giove allevòo la silvestre Ièra *, giovani pari
agli abeti dei monti paterni, apron la porta, che il duce aveva a loro
affidata, fiduciosi nell’armi, e il nemico provocano a entrar nelle mura. Ed
essi là dentro, a destra e a sinistra, si rizzano a guisa di torri, di
ferro armati, e corruschi gli erti capi di creste; come aeree
lunghesso 1 fiumi correnti, sulle sponde del Po o presso l'Adige
ameno, sorgon due querce gemelle, e innalzano le chiome intonse nel cielo, con
le cime sublimi ondeggiando. Irrompono i Ruùtuli, poi che videro aperte
le porte; ma tosto Quercente e Aquìcolo bello nell’armi e Tmaro aut
ipso portae posuere in limine vitam. Tum magis increscunt animis discordibus irae: et iam collecti Troés
glomerantur eodem et conferre manum et procurrere longius audent. 690
Ductori Turno diversa in parte furenti turbantique viros perfertur
nuntius, hostem fervere caede nova et portas praebere patentes.
Deserit inceptum atque immani concitus ira Dardaniam ruit ad portam
fratresque superbos. Ét primum Antiphaten (is enim se primus agebat),
Thebana de matre nothum Sarpedonis alti, coniecto sternit iaculo: volat
Itala cornus aéra per tenerum, stomachoque infixa sub altum pectus
abit: reddit specus atri vulneris undam spumantem, et fixo ferrum in pulmone
tepescit. Tum Meropem atque Erymanta manu, tum sternit
[Aphidnum: ‘tum Bitiam ardentem oculis animisque
frementem, non iaculo (neque enim iaculo vitam ille dedisset). Sed
magnum stridens contorta phalarica venit,, 705 fulminis acta modo, quam
nec duo taurea terga nec duplici squama lorica fidelis et auro
sustinuit. Collapsa ruunt immania membra. Dat tellus gemitum, et clipeum
super intonat ingens. Talis in Euboico Baiarum litore quondam 710
saxea pila cadit, magnis quam molibus ante constructam ponto iaciunt; sic
illa ruinam prona trahit penitusque vadis illisa recumbit; miscent
se maria et nigrae attolluntur harenae; tum sonitu Prochyta alta tremit,
durumque cubile 715 Inarime Iovis imperiis imposta Typhoeo. Hic Mars
armipotens animum viresque Latinis addidit et stimulos acres sub pectore
vertit l’impetuoso ed il marziale Emone, con tutte le schiere, o
volser fuggendo le spalle, o sulla soglia stessa della porta lasciaron la
vita. Allora crescon vie più nei cuori discordi le ire; e già ammassati i
Troiani si stringon colà, ed osan venire alle mani e avanzarsi fuori
più lungi. Al duce Turno, che in altra parte infuriava e
sgominava i guerrieri, giunge la nuova: il nemico arde di strage novella,
e aperte si offron le porte. Lascia l’impresa e spinto dall’ira tremenda,
contro la porta dardania si scaglia e i fratelli superbi. E per il primo
Antifate (poichè avanzava pel primo) di madre tebana bastardo di Sarpèdone
alto, colpisce ed abbatte col dardo: vola il corniolo italico *' per
l’aria leggera, e piantatosi in gola scende nel fondo del petto; sgorga
dalla caverna della negra ferita un'onda spumante, e nel polmone trafitto
intiepidisce il ferro. Poi Mèrope ed FErimante abbatte, poi Afidno, poi
Bizia che Iampeggiava con gli occhi e con il cuore fremeva; ma non con un
dardo, chè quegli con un dardo non dava la vita! Ma fortemente stridendo
una falàrica venne, lanciata a guisa di
un fulmine, cui le due pelli taurine non ressero, nè la fedele corazza di
doppia squama dorata. Le membra immani stramazzano; la terra ne geme, e di
sopra lo ecudo immenso rintuona. Tale nel lido euboico di Baia . cade
talora un blocco di macigni che costruiscon prima con grandi massi e poi
gettan nel mare; così esso rovina all’ingiù, e scagliato nel più profondo
si arresta: ma ribollon le onde e negre si sollevan le arene, e a
quel fragore l’alta Pròcida trema, ed Ischia, che per comando di Giove,
fu posta, duro letto, sopra Tifèo. Qui Marte signore dell’armi coraggio e
forza ai Latini crebbe ed acuti gli sproni rivolse loro nel cuore, e immisitque
Fugam Teucris atrumque Timorem. Undique conveniunt, quoniam data copia
pugnae, bellatorque animo Deus incidit. Pandarus ut fuso
germanum corpore cernit, et quo sit fortuna loco, qui casus agat
res, portam vi magna converso cardine torquet, obnixus latis
umeris; multosque suorum moenibus exclusos duro in certamine
linquit; ast alios secum includit, recipitque ruentes, demens, qui
Rutulum in medio non agmine regem viderit irrumpentem, ultroque
incluserit urbi, immanem veluti pecora inter inertia tigrim.
Continuo nova lux oculis effulsit, et arma horrendum sonuere: tremunt in
vertice cristae sanguineae, clipeoque micantia fulmina mittit.
Agnoscunt faciem invisam atque immania membra turbati subito Aeneadae.
Tum Pandarus ingens emicat, et mortis fraternae fervidus ira
effatur: « Non haec dotalis regia Amatae, nec muris cohibet
patriis media Ardea Turnum: castra inimica vides; nulla hinc exire
potestas. » Olli subridens sedato pectore Turnus: « Incipe,
si qua animo virtus, et consere dextram: hic etiam inventum Priamo
narrabis Achillem. Dixerat. Ille rudem nodis et
cortice crudo intorquet summis adnixus viribus hastam. Excepere
aurae: vulnus Saturnia luno detorsit veniens, portaeque infigitur
hasta. At non hoc telum, mea quod vi dextera versat, effugies: neque
enim is teli nec vulneris auctor. » Sic ait, et sublatum alte consurgit
in ensem, et mediam ferro gemina inter tempora frontem
dividit impubesque immani vulnere malas. contro i Teucri
lanciò la Fuga ed il cupo Terrore. Accorrono da ogni parte quelli, poichè si
combatte da presso, ed il guerriero Iddio entrato è a loro nel
cuore. Pandaro, come vede a terra disteso il fratello, e che la
fortuna è per gli altri ed è contrario l'evento, a gran forza, puntando
l’ampie spalle, la porta spinge sui cardini e serra; e molti dei suoi lascia
fuor delle mura in aspra battaglia; ma altri riesce a chiuder con sè e
li accoglie che precipitavano dentro. Folle, che il rùtulo ‘re non
vide, che in mezzo alla schiera dentro irrompeva, ed anzi lo serrava nel
campo, come, tra un gregge imbelle, feroce una tigre; di sùbito, gli sfavillo
dagli occhi una luce novella, e le armi orribilmente suonarono: si
squassan sull’'elmo le creste sanguigne, ed agitando lo scudo vibra
bagliori di lampi. Riconoscon la faccia odiosa e le membra giganti, di subito
_sgomenti gli Enèadi. Allora gli sbalza davanti Pàndaro immenso, e
fremendo d’ira pel morto fratello, grida: « Non è questa la reggia
dotale di Amata, nè qui è Ardea, che Turno rinchiuda fra le mura paterne.
Campo nemico è questo che vedi; ed uscir non potrai ». A lui sorridendo
Turno con cuore pacato: « Orsù, se hai coraggio, combatti con me:
racconterai a Priamo che anche qui s’è trovato un Achille ». Sì disse; e
quegli, con ogni sua forza poggiando, aspro di nodi e di ruvida scorza un
giavellotto lanciò. Ma colpì l’aria, chè la saturnia Giunone deviò il
colpo mortale, e l’asta contro la porta s’infisse. « Ma non tu
questa spada, che ruota la mia destra a gran forza, sfuggirai: chè di un altro
è l’arma ed è la ferita ». Così disse, e si alzò con tutta la spada levata; e
con il ferro la fronte gli spaccò in mezzo alle tempie, e, con
orrenda ferita, ancora imberbi le guance. Fu un fragore, e la terra
fu scossa al cader del gran peso; stende egli a VirciLio - Eneide - Vol.
Fit sonus, ingenti concussa est pondere tellus: collapsos artus
atque arma cruenta cerebro sternit humi moriens, atque illi
partibus aequis. huc caput atque illuc umero ex utroque pependit.
Diffugiunt versi trepida formidine Troés; et si continuo victorem
ea cura subisset, rumpere claustra manu sociosque immittere
portis, ultimus ille dies bello gentique fuisset. Sed
furor ardentem caedisque insana cupido egit in adversos. Principio
Phalerim et succiso poplite Gygen excipit: hinc raptas fugientibus
ingerit hastas in tergum. Iuno vires animumque ministrat;
addit Halym comitem et confixa Phegea parma, 765 ignaros
deinde in muris Martemque cientes Alcandrumque Haliumque Noémonaque
Prytanimque. Lyncea tendentem contra sociosque vocantem
© vibranti gladio conixus ab aggere dexter occupat: huic uno
deiectum comminus ictu cum galea longe iacuit caput. Inde ferarum vastatorem
Amycum, quo non felicior alter ungere tela manu ferrumque armare
veneno, et Clytium Aeoliden, et amicum Crethea Musis,
Crethea Musarum comitem, cui carmina semper et citharae cordi numerosque
intendere nervis: semper equos atque arma virum pugnasque
canebat. Tandem ductores, audita caede suorum, conveniunt
Teucri, Mnestheus acerque Serestus, palantesque vident socios
hostemque receptum. Et Mnestheus: « Quo deinde fugam, quo tenditis?
inquit. Quos alios muros, quae iam ultra moenia habetis?
Unus homo et vestris, o cives, undique saeptus aggeribus,
tantas strages impune per urbem terra morendo le membra prostrate e le
armi sozze di sangue e di cèrebro; e da ambedue le spalle gli penzola un
capo e di qua e di là. Fuggon respinti da pauroso terrore i Troiani; e se il
vincitore pensava, in quel momento, a spezzare i cancelli e a far entrar
per la porta i compagni, l’ultimo giorno era quello della guerra e del
popol troiano. Ma il suo furore e un folle desiderio di strage lo scagliò
impetuoso in mezzo ai nemici. Prima egli affronta Fàlari, e a Gige recide
il garretto; poi toglie loro le aste e le lancia alle spalle ai
fuggenti. Forze e coraggio gli somministra Giunone. Hali dà lor per
compagno, e, trafittogli lo scudo, Fegeo; poi, mentre ignari sulle mura
incitavano a guerra, Alcandro, ed Alio, e Noèmone, e Prìtani. Lìnceo, che
gli veniva incontro e chiamava i compagni, egli previene, rotando la
epada, dallo steccato a destra: e d’un sol colpo da presso, il capo
troncato si giacque insieme con l’elmo lontano. Poi, Amico, il
distruttore di fiere, di cui altri non era più esperto ad unger gli
strali e avvelenare le armi; poi, Clizio l’eòlide, e amico alle Muse
Creteo, Creteo alle Muse compagno, che sempre i carmi e le cetre ebbe
a cuore, e l’armonia delle corde: sempre i corsieri e le armi e le pugne
eroiche cantava. Alfine i Teucri duci, udita la strage dei loro,
accorrono, Mnèsteo ed il padre Seresto, e vedono rotti i compagni, e, fra le
mura, il nemico. E Mnèsteo: «E poi, dove fuggite? dove andare volete? —
diceva. — E che altre mura, che altra città vi rimane? Un uomo solo,
e d’ogni parte rinchiuso dai vostri steccati, potrà, o cittadini, di
stragi riempir la città, impunemente? Tanti fra i primi guerrieri manderà
giù nell’Orco? Non della misera patria e degli antichi Iddii, e del
magnanimo Enea, codardi, vi tocca misericordia o vergogna? » Ac ediderit?
iuvenum primos tot miserit Orco? Non infelicis patriae veterumque
Deorum et magni Aeneae, segnes, miseretque pudetque? » Talibus
accensi firmantur et agmine denso consistunt. Turnus paulatim
excedere pugna “et fluvium petere ac partem, quae cingitur unda:
790 acrius hoc Teucri clamore incumbere magno et glomerare
manum, ceu saevum turba leonem cum telis premit infensis, at territus
ille asper, acerba tuens, retro redit, et neque terga
ora dare aut virtus patitur, nec tendere contra, ille quidem, hoc
cupiens, potis est per tela virosque: haud aliter retro dubius vestigia
Turnus improperata refert, et mens exaestuat ira. Quin
etiam bis tum medios invaserat hostes, bis confusa fuga per muros
agmina vertit; 800 sed manus e castris propere coit omnis in unum:
nec contra vires audet Saturnia luno sufficere, aériam caelo
nam luppiter Irim demisit, germanae haud mollia iussa ferentem, ni
Turnus cedat Teucrorum moenibus altis. Ergo nec clipeo
iuvenis subsistere tantum, nec dextra valet; iniectis sic undique
telis obruitur. Strepit adsiduo cava tempora circum
tinnitu galea, et saxis solida aera fatiscunt, discussaeque iubae
capiti, nec sufficit umbo ictibus; ingeminant hastis et Troès et ipse
fulmineus Mnestheus. Tum toto corpore sudor liquitur et
piceum (nec respirare potestas) flumen agit: fessos quatit acer
ànhelitus artus. Tum demum praeceps saltu sese omnibus
armis in fluvium dedit. Ille suo cum gurgite flavo accepit
venientem ac mollibus extulit undis et laetum sociis abluta caede
remisit. cesi da tali parole, riprendono cuore, e in ischiera serrata lo
affrontano: e Turno a passo a passo si ritrae dalla battaglia, volgendo verso
il fiume e la parte che n’era ricinta; e però più accaniti i Troiani lo
incalzan con grande clamore, addensando le schiere. E come quando
un feroce leone stringon da presso con l’armi ostili i cacciatori, e quello,
fiero, e torvo lo sguardo, retrocede, ma nè l’ira o il valore non gli
lascian voltare le spalle; ma neppure potrebbe, benchè desioso, lanciarsi
in mezzo alle armi e alla turba: non altrimenti Turno, dubbioso,
lentamente si arretra, e il cuore per l’ira gli bolle. Anzi, due volte si
era gettato in mezzo ai nemici, due volte volse in fuga per le mura le
schiere sconvolte; ma tutto rapidamente si accoglie dal campo l’esercito
contro lui solo, nè altre forze formirgli osa la Saturnia Giunone,
giacchè aerea dal cielo Giove Iride inviava, con suoi bruschi comandi
alla sorella **, se Turno non lasciasse le mura alte dei Teucri. Dunque
non può il giovane con lo scudo o con la mano resistere ancora: son
troppi i dardi che d’ogni parte gli piovono giù. Senza riposo
tinnisce intorno alle concave tempie l’elmo, ed il solido bronzo s’incrina
alle pietre, e le creste si rovescian dal capo, e ai colpi non basta lo
scudo; raddoppian l’assalto i Troiani con l’aste, e primo, fulmineo, Mnèsteo.
Da tutto il corpo il sudore allora gli gronda, e gli cola — omai il
respiro gli manca — in un fiume color della pece. E finalmente allora, a
precipizio, di un salto, con tutte le armi, nel fiume si lanciò; e
quello, con la sua bionda corrente l’accolse, e lo tenne sopra le onde
tranquille, e, della strage asterso, lieto ai compagni lo rese. Nome compiuto: Angelo
Conti. Keywords: VIRGILIANA, decadente, decadenza, divina decadenza, filosofia
decadente, filosofo decadente, decadentismo, divinely decadent – d’annunzio,
museo d’annunziano, il bello e il bizzarro, il bello bizzarro, estetica,
sensatio, senso, sensum, sentior, sentitum, perceived, perceptum – sense and
sensibilia, estetico/noetico (nihil est in intellectu qui prior non fuerit in
sensu), propieta estetica, proprieta di secondo grado, secondary quality, Grice,
Sibley, Scruton, Platone, Kant, Schopenhauer, Ruskin, Pater, Antichita, antico
e moderno, il fascino dell’antico, from the antique, from life, Uffizi,
Accademia Venezia, RegieAccademiadiVenezia, Capodemonti, Napoli, Antichita
Roma, il fiume d’Eraclito, Ulisse e il canto delle sirene, Morelli, Francesco,
Virgilio, dolcissimo padre, ascetismo, ascecis, zorzi, riva beata, Pater, Essay
on Style by Pater, Da Vinci, Morelli, la nudita eroica d’Enea – Luigi Ratini. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Conti” – The Swimming-Pool Library.
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