CAVAZZONI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Cavazzoni:
la ragione conversazionale e la forza
viva – la scuola di Bologna – filosofia bolognese –filosofia emiliana --
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Bologna).
Abstract. Grice:
“Italian philosophers should start by learning the alphabet – if Zanotti is
listed under the Z, that’s Treccani, if it’s listed under the C – Cavazzoni –
that’s Wikipedia! Very confusing!” -- Keywords: forza viva.
Filosofo bolognese. Gli Zanotti Cavazzoni sono una famiglia nobile originatasi
nell'Emilia la cui storia è legata alle fortune d’un attore che recita alla
corte del re sole. Tra artisti, filosofi, scienziati, diplomatici, imprenditori
e sportivi, la famiglia è divenuta oggi una delle più in vista del Paraguay,
dove si contano più di 200 membri della famiglia Zanotti Cavazzoni, mentre in
Italia sono circa trenta. Giovanni Andrea Zanotti C. Capostipite fu
Giovanni Andrea C., il quale ricevette titolo nobiliare e averi d’un suo zio ,
il conte Vincenzo Zanotti che in cambio dell'eredità chiese di anteporre il
cognome Zanotti a quello dei C. Grazie alla sua passione per l'arte e la sua
intraprendenza Giovanni Andrea arrivò ad essere un membro eletto della corte
del Re Luigi XIV, il Re Sole. Si sposa con la Nobildonna Marguerite
Engerans da cui ebbe otto figli. Ottenuta la pensione dal re di Francia torna a
Bologna. La famiglia Zanotti C. abita in via Zamboni 49 fino alla morte di suo
figlio Gianpietro poi si sposta in via Borgo Paglia, l'attuale via Belle Arti
dove morirono l'altro figlio Francesco Maria ed il nipote Eustachio.
Giampietro e Francesco Maria Zanotti C. Il figlio Giampietro Zanotti C. assieme
al fratello Francesco Maria sono elementi di spicco per la diffusione del
classicismo nell'ambiente Bolognese. Giampietro fonda a Bologna con
Marsili l'Accademia Clementina, nota in tutta Europa, di cui divenne
segretario, animatore e ideologo. Dopo essere stato uno dei protagonisti
indiscussi della cultura Bolognese, morì. Il fratello Francesco Maria non
fu da meno: illuminista, scienziato, filosofo e commentatore di opere d'arte
collaborò con Voltaire. Fu rettore dell'università di Bologna e a differenza
del fratello, gaudente e buongustaio, rimase solo tutta la vita. Tra le opere
da ricordarsi una particolare satira contro il filosofo inglese Locke, "la
forza attrattiva delle idee, trattati di filosofia morale, sonetti e
canzoni". Eustachio Zanotti C. Gianpietro ha un figlio, Eustachio ,
chiamato come Eustachio Manfredi il grande astronomo amico del padre. Come il
padre e lo zio, Eustachio studiò all'accademia Clementina diventando titolare
della cattedra di astronomia dell'Università di Bologna. Umberto Zanotti
C. Umberto, membro eminente della famiglia, si è distinto per le sue doti
sportive, artistiche e linguistiche. Oltre ad aver diffuso l'uso della
"cravatta multicolore" in Svizzera, è fondatore del club calcistico
Aintrac Stubli, pluri-premiata squadra del campetto della Piruetta. Dopo
essersi distinto in campo sportivo, ha intrapreso la diffusione del verbo
linguacciare, apprezzatissima parola negli ambienti aristocratici del tempo e
introdotta poco dopo nel dizionario italiano. Da Cervia al Brasile Il
fratello di Eustachio, Guido Zanotti C. ha tre figli tra cui Luigi, medico e
padre di Alfeo, al quale si deve il trasferimento della famiglia a Cervia. Uno
dei figli di Alfeo, chiamato Luigi come il nonno da Cervia tornò a studiare a
Bologna per laurearsi in medicina con specializzazione in malattie tropicali,
mentre un fratello di quest'ultimo, Amedeo innamoratosi di una ragazza
brasiliana si trasferì in America Meridionale. Luigi fu il secondo della
famiglia a partire per il Brasile, dopo suo fratello. Luigi Zanotti C.:
dal Brasile al Paraguay Spinto dall'amore della sua professione per aiutare i
più bisognosi, dal Brasile Luigi si trasferì in Paraguay ad Asunción, in un
momento in cui la situazione sanitaria era drammatica a causa della guerra con
Brasile ed Argentina. Luigi si occupa del lebbrosario diventandone direttore,
diresse il giornale El Porvenir e fu motore della società italiana dell'epoca
nel paese sudamericano. Per ricordare la sua umanità e dedizione per il
prossimo una strada nel centro di Asunción è stata a lui intitolata "
Calle Zanotti C.". L'inserimento della famiglia nella società del
Paraguay Da Cervia partirono altri membri della famiglia che ricoprirono
importanti posizioni nella società paraguagia. Tra questi si ricordano Juan
Carlos Zanotti C. professore di chimica presso l'Università di Asunción ed
autore di numerose pubblicazioni scientifiche, e Josè Domingo Zanotti C., che è
stato ambasciatore in Italia e fondatore della società Rochester. Non mancano
neanche sportivi ed imprenditori nella storica famiglia di origini Bolognesi:
Bruno Zanotti C. è un cestista, mentre nella città di Guarambaré ha sede un
importante zuccherificio "La felsina", il nome etrusco di
Bologna. Bibliografia Opere pubblicate di Francesco Maria Zanotti C.
Gregorio Sacchetti e Marta Caggiano Zanotti C. Voci correlate Emigrazione
italiana V · D · M Comunità italiane e italofone fuori della Repubblica
Italiana V · D · M Emigrazione italiana Portale
Migranti Portale Storia di famiglia Categoria: Famiglie
dell'Emilia[altre] Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Bologna, Emilia –
Romagna. Filosofo. Francesco Maria Z. Cavazzoni Francesco Maria Z.
Cavazzoni – m. Bologna -- è stato uno
scrittore e filosofo italiano. È professore di filosofia all'Università di
Bologna, e fu nominato Segretario dell'Istituto di scienze, del quale in
seguito divenne presidente. Morì a Bologna. Suo fratello fu Giampietro Z.,
pittore e storico. Il figlio di Giampietro Z., Eustachio Z., fu un famoso
astronomo e ingegnere idraulico. Principali contributi De viribus
centralibus Z. pensa di applicare alle idee la teoria dell'attrazione di
Newton, e in proposito scrive un opuscolo -- che finse di tradurre dal
francese: Della forza attrattiva delle idee. Scrive anche una Filosofia morale,
essenzialmente una sintesi dell'etica di Aristotele. Tra le opere
epistemologiche la principale è Della forza dei corpi che chiamiamo viva, che
si inserisce in una questione vivacemente dibattuta tra seguaci di Leibniz e di
Cartesio. Nel De viribus centralibus Z. espone secondo una prospettiva
relativamente originale la teoria newtoniana dell'attrazione. Z. scrive molte
altre opere, tra cui saggi di poetica, composizioni in versi, un Ragionamento
sopra la filosofia, Paradossi e un Epistolario. Fortuna Fantuzzi,
Notizie della vita e degli scritti di Z. Uno dei principali motivi di interesse
della figura di Z. è la grande fortuna che ha in Italia. Su molti argomenti è
considerato una fonte autorevole, come testimonia, ad esempio, LEOPARDI
(vedasi), che incluse vari passi di Z. nella sua celebre Crestomazia italiana
della prosa. Fantuzzi ne scrive una biografia. Opere Della forza dei
corpi che chiamiamo viva, Filosofia morale, De viribus centralibus, Bologna,
Lelio Dalla Volpe. Ragionamento sopra la filosofia Paradossi – cf. H. P. Grice:
Malcolm on Moore’s and the Philosopher’s Paradox -- Epistolario. Eustachio Z.
(Bologna) biografia e bibliografia nel sito dell'Osservatorio astronomico di
Bologna Bibliografia Fantuzzi, Notizie della vita e degli scritti di Z.,
Bologna, Stamperia di San Tommaso d'Aquino. Binda, La forza attrattiva delle
idee tra scienza, fede e poesia—cf. Richards, Elton – connotation – not all athletes are
tall – Grice’s criticism of Stevenson. Introduzione
al pensiero di Zanotti Cavazzoni, Trento, UNI Service, Zanòtti, Francesco
Maria, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Giulio Natali, Z., Francesco Maria, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Z., Francesco Maria, in Dizionario di
filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Z., Francesco, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Polizzi, Z. CAVAZZONI, in Dizionario
biografico degli italiani, vIstituto dell'Enciclopedia Italiana, Francesco
Maria Z., su accademicidellacrusca.org, Accademia della Crusca. Francesco Maria
Z/, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di Francesco Maria Zanotti,
su MLOL, Horizons Unlimited. Opere di Francesco Maria Zanotti, su Open Library,
Internet Archive. Portale Biografie Portale Filosofia
Portale Letteratura Categorie: Scrittori italiani Filosofi italiani Nati
a Bologna Morti a Bologna Accademici dell'Arcadia Accademici della Crusca [altre
]M. Bologna. Professore di filosofia, nella patria università, è ivi dei primi
a tentare la conciliazione del superstite del lizio colle dottrine di Cartesio
e Newton. Segretario dell'Istituto di scienze del quale è più tardi presidente,
scrive in latino i De Bononiensi scientiarum et artium Instituto atque Academia
commentarii -- Bologna. Contemporaneamente a
Hartley, pensa d’applicare l'attrazione di Newton alle idee. Ma, mentre
altri ne trasse un sistema, egli si contenta di serivere sull'argomento un
opuscolo, che finse tradotto dal francese -- Della forza attrattiva delle idee,
Napoli – H. P. Grice: “I use this example when criticising Stevenson, a
literature graduate at Yale – on ‘athletes’ not being necessarily tall!” Prende
parte a una questione di fisica allora dibattuta fra i seguaci di Cartesio e
quelli di Leibniz – citato da H. P. Grice --, scrivendo tre dialoghi Della
forza dei corpi CHE CHIAMANO “VITA” -- Bologna. Scrive anche la Filosofia
morale, compendio di morale del lizio – cf. H. P. Grice, “Of which I had enough
after four years under Hardie!”. Si accompagna a questo trattato un
Ragionamento sulle dottrine morali di Maupertuis, che trova un difensore nel
domenicano ANSALDI (vedasi), autore delle Vindiciae Maupertuisianae a cui
rispose Z. con tre discorsi. Ne nacque una lunga disputa nella quale s'immischia,
fra gli altri, BUONAFEDE – ‘not with the best faiths, I’m afraid!’ – H. P.
Grice. Pubblica il discorso De viribus centralibus, esposizione della teoria
newtoniana dell'attrazione. A istanza d'una nobildonna, scrive il trattato
Dell'arte poetica, che ha molta fortuna anche tra i classicisti. Intelletto
versatile e acuto, Z. è scrittore italianissimo di lingua e di stile, ma non
esente da prolissità. Il suo discepolo PALCANI (vedasi) ne raccolse le Opere --
Bologna: edizione che, oltre agli scritti citati, contiene operette
matematiche, un compiuto corso di filosofia – H. P. Grice: “Who ever said I’m
the only systematic philosopher? Italians excell at this!” -- in latino, un
Ragionamento sopra la filosofia, Paradossi, sonetti, canzoni, carmina e, con
altre cose minori, l'Epistolario. Bibl.: Fantuzzi, Notizie della vita e
degli scritti di Z., Bologna; Faldi, Alcune memorie di Z., Imola; Tipaldo,
Biografia degli italiani illustri; Ferri, La psicologia dell'associazione, Roma
– cfr. H. P. Grice, “Athletes not tall”; Provenzal, I riformatori della bella
letteratura italiana, Casciano; Natali, Il Settecento, Milano.Saggi: Della
forza dei corpi che chiamiamo la forza viva, Filosofia morale; De viribus
centralibus, Bononiae, Lelio dalla Volpe; Ragionamento sopra la filosofia,
Paradossi, Epistolario. Grice: “Z.’s
point is conceptual. We call a body animated. Suppose the king dies – his
corpse is that of a dead animal. But is a dead animal an animal? The whole
point of calling an animal ‘animal’ is that his body is self-animated – i. e.
self-moves, as a plant does. Plants, remember, are alive and animal at heart!
Now Z. goes one step further. Instead of sticking with verbs (‘she walks in
beauty like the night’) he goes to render the thing abstract into what he calls
‘forza’ – so we had to get rid of the spirit or animus or inspiration. Now we
have the élan or ‘vital force’. ‘Forza’ rings the wrong bells, since there is
nothing forceful about it. James famously said to a chair, ‘Move towards me’.
‘I fail.’ While one can animate one’s own body when one is alive, one cannot
animate any other body – Shelley notwithstanding!” Slancio vitale è un'espressione nota soprattutto
nell'ambito della filosofia francese l’élan vital, di solito usata nella
parapsicologia, nella new Age, nella scienze spirituali e filosofiche e nella
correnti artistiche del dadaismo e del fauvismo. Nella filosofia antica di
Posidonio si ipotizza il concetto di una sorta di forza vitale, ritenuta come
emanata dal sole verso tutte le creature viventi sulla superficie terrestre.
Nelle filosofie orientali si teorizza il ki -- un concetto delle energie
fondamentali dell'universo, di cui fanno parte la natura e le funzioni della
mente umana -- e la kundalini -- un'energia residuale della creazione, meglio
nota come ‘shakti’ che si trova in ogni essere umano. In particolare
‘kundalini’ corrisponde alla forza generativa in contrapposizione alle altre
due forme di energia tradizionali cioè ‘prana’ o energia vitale, e ‘fohat,’ o
energia di movimento. In Occidente la
teoria dello slancio vitale appartiene propriamente alle filosofie vitalistiche
sviluppatesi in opposizione al positivismo e all'idealismo ai quali si
rimprovera di aver ridotto la filosofia ad una riflessione astratta sulla
realtà della vita che dove invece essere definita tornando alla
concretezza. Schopenhauer accentra la
sua filosofia sulla volontà di VIVERE, concetto alla base di fenomeni biologici
e spirituali che hanno come loro essenza una forza IRRAZIONALE e cieca che
rende vano ogni tentativo degl’uomini di dare senso e direzione alla loro
stessa esistenza. Contrariamente alla visione pessimista di Schopenhauer,
Nietzsche, pur riconoscendo L’IMPOSSIBILITA DI RAZIONALIZZARE l'esistenza, come
e avvenuto da Socrate in poi, con il risultato di far cadere l'uomo in un
rinunciatario nichilismo, tuttavia profetizza l'avvento di un oltre-uomo capace
di accettare e superare il dolore dell'esistenza ricorrendo alle sue terrestri
forze vitali. L'espressione "slancio vitale" è stata usata
specificatamente da Bergson nel suo
Evoluzione creatrice, in cui affronta la questione della
auto-organizzazione e della morfogenesi spontanea di tutte le cose della
natura. Secondo Bergson vi è una continua differenziazione nello sviluppo della
VITA in varie direttrici evolutive, per esempio lungo la linea
organico-inorganico, che spiega l'evoluzione delle forme viventi. Quando siamo
bambini, spiega Bergson, il nostro futuro sviluppo è caratterizzato da un
numero imprecisato di tendenze. Pensiamo di volta in volta, mentre cresciamo,
che faremo il pompiere, il giornalista, l'esploratore..ecc, ma poi alla fine
una sola di queste strade diverrà reale. Nella natura avviene altrettanto.
All'inizio si dipanano molte vie evolutive, alcune di queste si bloccano, e
altre invece proseguono, e la forza vitale, la spinta creatrice che e nella
linea di sviluppo che si è fermata, prosegue, confluisce e dà forza alle linee
che continuano ad evolversi con uno slancio vitale. È come dire che, dalle
scimmie antropomorfe, lo SCIMPANZE [H. P. GRICE, “READ ‘CHIMP’ LIT.”]
rappresenta una linea evolutiva che, all'inizio, continua la sua evoluzione,
che poi si è fermata, mentre lo slancio vitale prosegue in un'altra direzione
che porta all'Homo sapiens. Inizialmente, nell'ambiente letterario e
para-scientifico dei salotti francesi e ipotizzato che l'energia vitale
degl’esseri viventi, vegetali e animali, potesse essere tradotta e misurata
come fosse energia elettrica, orgonica, prendendo spunto dal concetto
bergsoniano di corrente di vita Pur
confermando scientificamente una minima attività bio-elettrica di tutti
gl’organismi viventi, Huxley successivamente ne smente l'analogia con l'élan
vital, usando quest'ultimo termine, energia vitale, in un uso più
metaforico. L'effetto più clamoroso
della teoria dello slancio vitale si ha nel campo artistico dove venne ripresa
l'idea bergsoniana che l'uomo dove fare della propria vita una creazione
estetica. Le avanguardie moderne come il dadaismo fanno proprio questo progetto
tentando di superare la distinzione tra l'opera artistica e il suo creatore
esprimendo così nell'arte la loro naturale gioia di vivere (bonheur de vivre).
Anche l'espressionismo risentì di questo aspetto del pensiero di Bergson.
Nicola, Atlante illustrato di Filosofia, Giunti. Un'espressione simile, ‘vital
force,’ si ritrova in Emerson. Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie,
Pearson Italia. Voci correlate: aura (paranormale) Bergson Ki (filosofia)
Kundalini Orgone Vitalismo, élan vital, su Enciclopedia Britannica. Portale
Filosofia: accedi alle voci che trattano di Filosofia. Categoria: Concetti e
principi filosofici. i B!BL. NAZ. ViH. Emanuele III. RACCOLTA VILLAROSA B r e t
• I
T DELLA FORZA DE’ CORPI ir CHE
CHIAMANO VIVA DEI S '.I C 0 H, FRANCESCO
MARIA Z. , jf L SICTiOF^E MORGAGNI. ♦ Ne cjuali libri ha proccurato 1’Ancore,
quanto ha potuto § di promovere la quiftionc col solo discorfo metafifìco senza
alTumcrc dalla geometria, ne dalla mct*canica altro , che le propufìzìoni più
note, c più comuni • IN BOLOGNA Ltr. per pii Eredi di Conflantino Pifarri,c
Giacomo Filippo PiUDodì f Inipicflbri del S. 0£cio« C«. In» it' Suf, V ✓
TIBALDI a quelli > nelle cui mani verrà quello libro . CU fkoJe affai fpejfo
internieairc^ ^ lettor cortefe , che alcuni mettanfi a leggere un libro , e non
facendo quell» i che da ejfo affettar debba- no , affettin tute' altro da
quello^ che poi ritrovano ; di che condanna- no il 'libro flejfo t e fe ne
dolgono ; ne avverto- no che il libro non è, mancato forfè aW intendi- mento ^
per cui fu fcritto^ ma folo a quello ^ per cut effl lo hanno letto. Di che la
colpa è bencL- fpejfo degli autori , i quali dovrebbono nel princi- pio delle
loro opere dichiarare^ e metter bene di- nant>i agli occhi quello^ che in
ejle affettar deb- ba fi ; e non permettere , che gli altri le legge ff ero a
cafo, e fi trovaffèro finalmente del loro Jludio^ e della lor faticq ingannati
. Il perchè avendo io iiliberato di dare alle fiampe la prefente operet- ta,
non fenica confentimento del fuo autore , con- vengo avvi farvi di alcune cofe,
acciocché non er- riate, e leggendola non dobbiate commettervi del tutto alla
fortuna . E primamente non ha già in- tefo l' autore , feri vendo queflo
libretto, di promo- vere la qmjlione della forza viva, et ejlender- Id
Digitized by Google vi la di là da quei termini y ai quali per. opera di molti
nìulentijftmi uomini era giunta ; molto mc' no poi ha njoluto diffinìrla , così
che non debba re- Jlarne alcun dubio ; perciocché egli non fi tìen da tanto y e
fi ha propoflo 'nell' animo di trattare la contro'verfia , non di legarla .
Solamente ha proc~ curato Jpiegarluy quanto pote'vafi y col di fcorfome-
tafifico y fenza ajfumere dalle fcien-^e matematichcy Je non le propofit^ionì
più note e più comuni , ciò a fine > che quelli , / quali fin privi della
geo- metria y e della meccanica più fittile y non credati per ciò di dover'
ejjer anche privi d’ una quiflion così illufircy e fi di fpermo di poterne
intendere^ veruna parte ì il che farebbe danno della quijlio- ne medefima . E
quefta è la ragione y perchè io ho creduto far bene , Jlampando- la pr e fin te
opera-. ; parendomi y che dovejfe effer utile a molti ; e che quantunque /’
argomento non fojfe nuovo y foffi-0 però nuova la maniera di trattarlo .
Qt^elli adun- que y i quali hanno toccato alcun poco i principe della geometria
e della meccanica y e fanno qual- cuna delle propofizioni più famofe y potranno
entra- re a leggere quefto libro con grande animo , ficu- ri di doverlo
intendere pienamente .Gli altri ycht niente fanno di matematica y quantunque
poffano leggerne y et intenderne moltijfime parti , tuttavia debbono ejfere
avvi fati , che perduta opera farebbe^ 'che tutto il ìtggejfero . Ne è però ,
che quelli , i quali ff>no negli jludj della geometria , e della., meccanica
verfatiffimi yuon abbiano anch' effi hi fo- gno i Digitized by Google VII gito
di qualche à'V'vifo . Verciocchè molti di loro Jt /degnano di fermar^ nelle
cofe , che effi /limano fa^ tili^e 'vorrebbono entrar /abito nelle più alte,c^
più recondite ; i quali però fe hanno bene intefo il titolo, che abbiamo dato
allibro , dovrebbono anche aviere intefo, che egli è fatto per li meno fretta-
lo^, e non per loro» I più poi fono così impacien- ti, che •vorrebbono in ogni
cofa udir f abito la prò- pojìcione , che niuol dimoftrarji, e •venir tojlo
alla dimojlrazione , ne /offrono nierun' indugio ; con che Ji allontanano dal
fermon comune e familiare , che fi afa tutto dì nelle ciniili compagnie, donie
non è alcuno mai , che argomenti con tanta fretta . E tan- to più hanno in odio
ogm dimora, e fi nolano del- le interrogazioni , e delle ampliacjoni , e dei
proe- wj f e venga loro fofpetto , che fieno fatti con qual- -che fludio , e V*
'abbia alcuna parte 1‘ eloquenza, ■E qnefli ancora poffono rimanerfi di leggere
la pre- fente operetta , a cui V autore , fcrivendola , non^ per darla alle
/lampe, ma per ingannare il tempo et alleviar le fue noje , ha voluto dar forma
di dialogo ; la qual forma E ha a/lretto a feguirc^ una maniera alquanto ampia
di dire , che i più dei matematici non (offrono ; ma egli ha creduto di dover
più toflo provedere a fe fleffo , che a lo- ro* Me io mi farei avvi fato di
farla imprimere, fe non aveffi creduto , che foffero ancor molti affai più
pazienti , ai quali gli ornamenti del dialogo non di (piacer ehbono • E certo
io non fo , per qual ragione debbano difpiacere a veruno ^ perchè fe i I mate-
Digitized by Google viii matematici fleffl » eziandio i pin dujleri y ' e di-
ciam pure y i più falvaticbi , e roz^i , confiderei ranno bene quello y cb' e'
fanno nelle loro fcuole y tronjeranno y cbe ridicono effi ancora le medefimt^
cofe più 'volte y e interrogano y e fi lafciano inter'* rogare; e fer render fi
attenti gli uditori eommen* dano le cofe y cbe 'vogliono injegnare ; e perché
fie* no più dilette'voli y le fpargon tal'volta di leggia- dri motti ; il cbe
fe fanno con giudicio , e con pru- denza y fono eloquenti fenica a'V'vederfene»
E fe coti fatti artifìci ufano effi infegnando nelle loro feuo* le y perché non
debbon foffrire > cbe fi ufino fcri'ven* do ? Oltreché a [piegar le
quijltoni alquanto fot* tiliy e diffìcili y chi é che non abbia filmata fempre
comodifftma la forma del dialogo ? la qual però fa- rebbe inutile y fe
do'vefier le'varfene tutti quegli artificj y che ritardando la difputa , la
rendon tut* ta'via molto più chiara y e più gioconda » Dee dun- que ejìer
lecito in un dialogo trattener le quìfiioni acciocché non 'vadano così fubito
alle loro ul- time confeguenzey ma afpettino fino a tanto y cbe fi fieno abbellite
y et ornate. Al che certamente mol- ta y e lunga opera fi richiede. Perché io
fentj gii dire a un fa'vio uomo y e nelle lettere grandemente nierfato y che il
dialogo dee a'vere in fe tutte Ic^ bellezze della commedia , con quefla
differenza fo- la y che do've nella commedia fi intrecciano 'varie a'v'venture
, nel dialogo fi intrecciano difpute e ra- gionamenti ; ne dee però /’
intrecciamento di quefii nel dialogo effere meu •verifimile y ne meno mera'vi*
gliofe Digitized by Coogle ix gUofo che V intrectìamento di quelle nella commi'
dia . Dee dunque nel dialogo parere y che quel ra^ gionamenti y che mi fi
raccontano y fieno meramente fiati fatti y et in quel modo; onde bifognUyche
pa^ jano di tanto intanto nafrere a cafoy perchè cosi per lo più foglion nafcere
nelle comuni compagnie ; e che fieno accomodati alla condizione y et al gene-
re delle perfine , che ragionano ; così che mi fi meg- ga anche il cofiume ; ne
debbono sfuggir fi le" di- grejjioni maghe e dilettemoli , cercando in
ogni par- te la marietà e la copia . E fipra tutto muol‘ efi fere il dialogo
maramigltofo y così che anche in que- fto niente ceda alla commedia ; il che s'
ottiene per le dimande y e molto piu perle rifpofie inafpettatc; e faccenda
ufeir talmolta il di fior fi y donde men fi credeayche ufeir domeffcy e
ricominciar la qsii fi io- ne y dome parea finita i e torcendo anche fpeffo gli
argomenti per modoy che »’ efeano le confeguenze imprommifiy e contrarie a
quelle y che fi afpettama- no. A tutto Ciò fi aggiunge y che ricercafi al dia-
logo un dir domefiico e familiare quafi come al- la commedia y con ssna
perpetua giocondità y fparfa di marie facezie y e quelle non già frìmole e pue-
rili y ma quai fi conmengono ad uomo d' alto inge- gno y e di grande animo ; e
molto meno mili e ple- bee ’y che y tali rjfendo y anche alle commedie benfatte
fi disdicono , Nella qual’ arte y come in ogni cofuy furono meramente
eccellentiffimi Cicerone tra i la- tini y e tra i nofiri il Cafiiglione . Ora
non potreb- bona certamente figuirfi tutti quefii artificj » b darfi Digitized
by Google ÌL darjì al dialogo tanta 'vaghezza , e 'varietà » qual» ora fi
efponejier le cofe eoa quella fretta ^ che fuol piacere ai matematici: della
quale quelli y che fo- no 'vaghi y e la 'vogliono per tutto y non do'vranno per
mio U’V'vifo leggere il prefente libro» Sebbene faranno anche di quegli yi
quali y quantunque ami- no il dialogo y e ne prendan piace» e y non 'vorranno
però conceaergli una certa libertà y che gli è fiata fempre conceduta , di
feberzar talvolta > e metter fi in dimefiiebezza : ed altri y fe egli è
fcritto in ita- liano y 'vorranno riprenderlo y ove non ofiervi le re- gole
della lingua fiorentina» E così gli uni comc^ gli altri mi pajon degni di
avvifo » Però comin- ciando dai primi: non fi accorgono efiì y che levan- do al
dialogo ogni fcherzo y gli levano eziandio ogni giocondità ? levata la quale ,
che accade più ferì ver dialoghi 0 leggerne ? E certo che il dialogo altro non
è y che una imitazione y e per così dire un' im- magine delle onefie e civili
compagnie y alle quali party che molto manchi y mancando la dimefiiche^- zay
eia libertà» Ma ejfipur vorrehbonoy chtypar- landofi delle loro feienze y fi
parlajfe fempre fion- do in piedi , e con la berretta in mano , e majfi-
mamente faccendofi menzione di quei grandi uo- mini y che effi adorano , fi
piegajfe il capo per ri- verenza ogni volta y che fi nominano y come f off ero
tanti Numi ; il che fiancherebbe le perfine , ebe^ fi introducon nel dialogo y
le quali per lo più vo- gliono fiarvi con comodo y e fcherzar tra loro con
libertà y e follazzarfi» Et è ben cofa da ridere y che Digitized by Coogle # '
XX che quando quelli , che parlano , moHrano di avie- re gli aominiy di etti
parlano y per dabbene e co f~ fumati y et oltre a ciò per vìolorojt nelle arti
lo- ro y non pojfan poi ufare una burla y ne feberzan* do dire : cotejla
opinione è troppo altiera ; tu se* maliziosa', et altre tali cofe y ebey dette
tnanife- flamente per ifcberzn , contengono più toflo laude che biajimo ; e
certamente non moftrttno cattivo animo y ne inimicbevole in cbi le dice* Ne
certo volle il Bembo , che dovejlero inìmìcarjt tra loro (jifmondo e Perottino
y benché l* uno accufajfe V altro di menzogna , anzi intefe y ebe fojfer trtu
loro amicijjtmiy e la Signora Emilia Pia non eb- be a male , che tl Conte
Lodovico da Canojfd le rifpondejlcy che non potea mancare chi contraddi- cejfe
al vero , ovunque ella fojle ; e di quejli e- (empi il Cafliglione è pieno. Ma
oggidì fono mol- ti y majftme in quejla nojlra Città , tanto vezzoji , che
ragionando delle lor profejfìoni non vogliono , che fi rida y e fe il faiy fé
ne turbano r i qua- li però fttppiano y che io gli ho- riguardati tanto y che
per rifpetto di loro io uvea già quafi depofio il penfiero di dare quefi’
operetta alle (lam- pe ; e /’ autore ftefio parca y che me ne dtfioglìef- fe*
Il quale y avendogli io fignifieato per lettere^ di volerla fare imprimere y
cosi mi rifpofe: vede- te bene , che alcuni non (c ne offendano-; per- chè
febbene in cjuefto libro fi mollra per tutto grandillìma ftima degli altri , t
più dei letterati non ic ne contentano, e vogliono bandire ogni b 1 fa-
Digiiized by Google Xil famigliarità et ogni fcherzo; c quefta credono efìTcrc
la maniera , che debba tenerfi fempre da chiunque fcrive ; faccende come i
noftri Lom- bardi , i quali , elTcndo flati alle corti , fi cre- dono, che in
tutti i tempi , e a tutte le occa- fioni debba parlarfi con quella fteffa
ferietà , e circofpezione, con cui hanno veduto , che Spar- la co i gran
Signori; e dovunque fieno, fem- pre fono nell’ anticamera , di qualche Re; e
non intendono , che quello , che è forfè laude in un luogo, è molte volte
affettazione in un’ altro. Et agglugtteva fai in altro luogo della flejìa fua
lettera: io non credo però, ^e dovrà alcuno accufarmi di mal’ animo ,
confldcrando , che^ io ho introdotto me fleffo nel mio dialogo, ne ho dubitato
di far, che altri ufìno verfo me del- la medefima libertà, di cui tutto il
dialogo ufa verfo gli altri ; e fcherzando mi chiamino talvolta fofiflico , e
maliziofo, c mi rimproverino, eh’ io dica il contrario di quel, che penfo;i
quali fcherzi fe io gli aveflì per ingiurie , non avrei voluto, che altri megli
dicefTe.Coji mi fcrijfe l* autore • E adir •veroV ultima ragione fer lui ad-
dotta''^ fareudomi ajfai •vale'vole a dimojlrare /’ animo fuo amicbe'vole
nierfo tutti y fece jì, (he io non defonefft il fenderò di imfrimere V ope-^
retta» Il che y a\utantemi Iddìo , farò orOy non-, fenza però fuppljcar prima i
dtUcatiy e tutti quel- li y che non ^vogliono concedere al dialogo niuna di-
mejliehezza ne famigliarità , di non lecerla . Ma Digitized by Googli xiii già
il qutjli /* è ietta ahbaflanza • Gli amatori fot iella lingua fiorentina
^fercioccbè Infogna fvel- ler dal loro animo altane of inioni iair ufo , e dall*
età confermate j mentano più lungo awtfo'. Io dica dunque , che fe lor piace lo
fcn'vere , e il parlar fiorentino , non folamente io non gli riprendo , ma
grandemente gli laudo ; parche non •vogliano aflnn‘ ger tutti alla medefima
ufanxa, e fójfrano^ (he fi fcrinja anche tal'volta in altra lingua» Ferchè feb^
bene fra tutte le lingue y che t* ufano in Italia ^ non può negarfiy che la più
leggiadra ^ e la pik colta , e la più nobile non fia la Fiorentina ; ha», però
un* altra lingua , che può chiamarfi Italiana^ e fi forma e raccoglie da tutte
quelle ^ che parlan. fi nelle pro'vmcie dell' Italia ^ la qual Jebhent», non
arri'va , fecondo eh’ te giudico y alla leggiadria et alla graxia dei Tofcani,
è però bella afiaiyO», propria^ e chiarate rivendente ^ coti che unoicbe prenda
a fcn’vere in efia , mettendonti il debito Jlu-^- dio^ non dee difperarfi di
poter feri'itere ectellen^ temente. An%i notamene non poche molte., che uno
fcri'va afiai meglio in quefia lingua me» bella-. ^ che non farebbe.^ fe
mojeffe ferimere nella fioreft» tina lelhffima ; in tanto che io configlterei
molti tn ajjìmamente di quelli ^ che non fon nati in To^ fcana , a moler
ptuttofio parer buoni italiani fedi» •vendo in italiano , che parer tattinù
fiorefitini^vo* tendo ferimere tn fiorentino. Ne di ciò debbono fdegnarfi i
Fiorentini Jleffi ; i quali amando tam rof e con ragione quella lor lingua ^
donirebboné 63 amer 4 Digitized by Google xiv awr caroy che gli altri , fer
•volere imitarla , »o» glie la guaftafiero* E certamente quelli , che la^
guajlanoy e •volendo fcri^vere nella fiorentina lin-^ gua^non ne hanno ne il
fapore ne la grazia^ tan- to più mi pajon da riprendere y che adendo ejji per
le mani un' altra lingua , in cui potrebbono forfcy fe •vi applicajfer l*
animoy fcri^vere leggiadramentCy la trafcurano y ancorché non manchino loro
grandi fi- fimi e nobihjjìmi efiempi» Che di •vero /’ Ariojlo ficrinìendoy come
e' ficrijfiey non mojlrò gran fiatto di •voler fiottoporfi alle regole del
parlar fiorenti- no; il Cajliglione nel fino helhjftmo Cortegiano cer- to non
•volle » E qnejli pur furono nello ficri'vere eccellentijpmi . E potrei aadurne
molt' altri , i f uali ficri'vendo in italiano , hanno ficritto tanto ene , che
i Fiorentini Je gli hanno poi prefi y et anno'verati fra i fuoi autori ,
credendo , che tutto ' quello y che è ben JcrittOy fia degno di efiere fio-
rentino • Con che hanno affai dmofirato , quanto appregj(ino le altre lingue
dell' Italia , et han fata- to animo a chiunque •voglia dell' altre lingue fer~
•virfi ; potendo oggimai Jperare ognuno , che in efi’- fie fcri'vay purché
abbia •vaghezza e grazia y di dU •ventar fiorentino una •volta . Hè mi fi dica
y che permettendo io a gl' Italiani di ficri'vere in lin- gua italiana fienza
foggettarfi alle regole del par- lar fiorentino , io •vo^a conceder loro una
sfirena- tijjlma libertà di ujar tutte le parole , e tutti i modi y che lor
•vengono a mente y fienza dijiinzio- ncy e fienza regola ninna • Fercioccbè in
qualun- que Digitized by Google XV que lingua l* uom ferinfa , fe 'vuoi
fcri'ver bene , c con lode y bifogna che ojier'vi le regole di quella^ lingua y
in cui fcri've ; ep oltre a ciò raccolga le parole e le forme più 'vaghe y e
più proprie di of- fa y così che induca nell’ orac^ione un certo y per così
dir, faporty che ne dijlmgua il linguaggio , et una certa urbanità y la quale
Cicerone Jlimò nece(Ìariifftma in ogni difcorfo , quantunque con- fejfajle di
non faper diffinirla, E certo i grandi f fimi fcrittori l' hanno fempre con
ogni Jludio proc- curata , faccenda fcelta di quelle forme , che fìi- maron più
proprie , e per cosi dir native di queU la lingua y in cui fcrìvevano* E noi
veggiamo • che V Ariojlo volle più toflo dire: Che furo al tempo che palTaco i
Mori che dire: Che fur nel tempo» in evi palTaro i Mori et amò meglio di dire :
fopra Re Carlo , che^ : fopra il Re Carlo. E il CafHgUone nel principio della
fua lettera al Vefeovo di Vifeo difie: pafsò» di quella vita » e non : pafsò da
quella viiaro : morì y perchè quand’ anche non fojfe errore il di- re a quefl'
ultimo modo , pure non può negarfi , che quella prima maniera non abbia molto
più gra- scia. E certo altra 'vaghezza ha il dire: vedi a cui io do mangiare il
mio» come dijfe il Boccac- cio y che non avrebbe il dire : vedi a qual pétfo-
na io do da mangiare la roba mia. Le quali mi- nuzie fon veramente minuzie , et
ognuna da /o è di pochijjlrm momento i ma tutte infìemey effeit- ivi ione
fparja P orazione , mafftmamenu fe fi faccia per modo , che non mojlrifi troppo
/Indio , le acqui- filano quelV odore di urbanità , che tanto piacque a
Cicerone* Ora quelli^ che non 'vogliono fcri'verc^ fiorentino y dicendo^ che
hajia loro di fcrrvere ita- liano , io -voglio , che /appiano in primo luogo ,
che , così fcri-vendo , non pofion già ufare qualunque -vo- ce 0 forma lor
piaccia , ma debbono , fe ’voghoru pur fcri-vere leggiadramente , raccoglier le
più bel- le ^ e le più proprie di tutte le lingue dell’ Ita^ ha i con che fi
addojfano non guari minor pe- Jo ) che fe 'vole/fero fcri-vere fiorentino . Ma
al- 4 uni diranno , quefta fatica ejfer fo-verchia ; percioc- ché i rettori
ittfegnanoy potere introdurfi -vocaboli fore/heri e nuo-vi ; e do-verfi
arricchir la lingua; per la qualtofa non hanno poi ejjì difficoltà -veru- na dt
air tutto quello , che hanno udito in qual- fi-voglia luogo 0 compagnia fen^a
giudizio , e fen- ica /celta ninna . Mei che fi ingannano grandemen- te,
Perciocché P introdurre nuo-ve -voci non èy ne può e/Jer opera d' un uomo folo^
ne manco d* al- cuni pochi i ricercando-vifi la confuetudine^ che fi for- ma da
molti e in lungo tempo ; conciofiacojachc^ un’ -vocabolo allora folo può dirfi
introdotto in una lingua quando le orecchie delle perfone^ che gujla- no quella
tal lingua ^'hanno cominciato a nce-ver- lo -volentieri t e con piacere ; il che
non può farfi fe non per un lungo ufo. E fe cosi non fo/Je^ po- trebbe ognuno ,
u fondo qualfifia -vocabolo una -vol- ta fola y pretendere , che egli /offe
di-venuto della litt- Digitized by Google XVll lìngua \ e addur per ragione ^
che la lìngua notu dee rifiutare le 'voci nup've , anzi dee arriccbirfc- ne;ma
con tutto quejlo però il niocaholo fi rimar- rà forefliero e barbaro * fino a
tanto che la con- fuetudtne lo appro'vi . Ne io avrò mai per voci italiane ne
immiarfì, ne incinquare, come che le abbia dette una volta il divino Dante ;
non po- tendomi capir neW animo , che debbano averfi per voci italiane quelle^
che gl‘ Italiani generalmen^ te abborrtfcono . 'Può dunque un uomo folo propor
talvolta alcuna voce nuova o forefiierat e commet- terla alla ventura^ come
fece Dante molte volte^ e più felicemente di lui il Petrarca ; ma fe le orec-
chie la rifiutano , non potrà mai fare che ella Jta della lingua^ ne poffa
dirvifi introdotta. Laonde quelli i che hanno pur voglia di introdur nuovc^
voci ) c /limano gran lode V inventarne alcuna^; come non fon ficurì dell’
efito , così dovrebbono far- lo rade volte ^ e non fen^a molta difcregjone e gì
u- dicìo'y anzi dovrebbono efaminar prima y fe le vo- ci y che vogliono
introdurre y fieno taliy che poffa- no piacere a quelle perfine y che hanno già
avveir. zate le orecchie alla lingua y e gujlatone alquanto la bellezza ,
maffimamente leggendo i libri buoni . Perchè di vero la lingua italiana
componenàofi del- le voci e delle forme migliori di tutte le provin- cie y può
dirfiy che non fi parla in ninna provìn- cia y laonde bifogna più tofio
apprenderla dai libri', il che non tò y fe non pojia dirfi anche della
fiorenti- na , Che fe la vaghezza di introdur voci nuov^ xviii e forejliere y (
che è oramai tanto Jparfa per V Ita- lia ^ thè pare una certa ptftilen^a )
fojje cangi nn- ta a quella a'v'verten^a ^ e a quel giudicio , che abbiamo
detto , confer'oerebbejt II bel parlare italia- no i ne fi udirebbe così
frequentemente , come s' ode in più luoghi d' Italia , ne parefFofo ger pigro ,
ne difefo per vietato , ne giorno per lume , «o fi andrebbe tutto ’/ dì in
bocca: tni dò 1’ onore, e avanzo la notizia ; perciocché quefte ed altrc^ forme
'venute d' altremonte non ancora han potu- to piacere a anelli , che hanno
guflo di lingua italia- na ; -€ do'vrehbono perciò o ttfarfi con gran cautela ,
o tfuggsrfi del tutto . Ne 'vale il dire , che il popolo h foffre ^ e le amano
i nobili e i gran Signori ; per- ciocché il popolo è contento di intender la
cofa^ che^ fi dice^ comunque fi dica; ne cerca y ne sày che co fa fia
leggiadria ne grazia di bel parlare \ laonde è eofa 'vana cercar di piacergli
in ciò . / nobili , Icl. più parte y e majfimamente i gran Signori y poco dal
popolo fi allontanano 'y e quelli di /oro, che hanno gt/fio di fcri'vere { fe
n' è alcuno , che V abbia ) a- ‘ borrifcono efft pure cotefto tifo cosi
frequente delle^ forme forejliere , e /’ hanno per grandiffìma affetta- zione',
quelli poiy che le ufanoy e le amano tanto , le tifano non per farle di'venir
italiane y ma per pa- rere forefiieri effi'y che y non sò come y hanno prefo in
aborrimento la lor nazione , e mente più fludiano che di non parere italiani;
non fapendo forfè y cbe^ la nazione italiana è così fplendida e nobile y erme
qualunque altra . Io concederò dunque che parlando Digitized by Google xtx 0
jcrJ’ventIo a quejii Signori in particolare , e niolen- do per qualche oneflo
fine piacer loro unicamente , fi debbano ufar quelle forme y che più loro
piacciono ; perchè in tal cafo dovrebbe fcriverfi anche in pìemon- tefe , 0 in
romagnuolo , fe così volefiero, E lo JìeJfo vorrebbe farfi anche ferivendo al
popolo» Ma non per ciò dovrà dirfiy che quello fa uno fcriver hello- ita^ liano
y non potendo ejìere bello fcrivere italiano fe^ non quello y che piace agli
amatori dell' italiana Un» gita . Ma già m' avveggo d' ejfermi eflefo- [opra
ciò troppo più lungamente y che non conveniva. Però tor-» nando al propofitoy
quantunque per mio avvifo debba ejfer lecito a ciafcuno di fcrivere in quella
linguay che più gli piace y 0 italiana ) o fiorentina ; fe però fono alcuniy
che tanto amino la lingua fiorentina y che non poffano amar altro ; io gli
eforto di non leggere il prefente libretto; perciocché l' autore y come un
gior- no mi dijfe egli fiejfo , ha fludiato tanto poco di farlo in buona lingua
» che non che in fiorentino » teme di non averlo fatto ne pure in italiano ; ma
ferivendo il libro tra molte angurie d’’ animo y o folamente per follevar fe
medefimo , non ha creduto di dover mettere molto fludio per fatisfare agli
altri. Ben’ è vero, foggiugneva egli y che fe il libro venir dovelTe nelle mani
delle perfone, bifogne* rebbe avvifarlc prima di quello fteflTo ; e far lo- ro
intendere, che io fo bene (^diceva egli) di non aver’ adempiute le parti di
buon fcrittore, ne di aver dato al dialogo quegli ornamenti , e quelle grazie,
che fi richiedevano; acciòcchè Digitized by Google sx^ fe alcuno mi accufalTe «
che io abbia fcritto rozzamente , non debba anche accularmi , che io non r
abbia conofciuto. E per non dimi- nuire la gloria de’ valenti uomini ,
farebbe.» anche necelTario far fapere a tutti quelli , che^ folTer per leggere
1’ operetta ( fc alcuno però di tanto la ItimalTe degna ) che il dialogo è
finto del tutto , e fecondo che è coftume dei dialoghi fa dire alle perfone
quello » che non hanno mai detto. Perchè di vero fe quei fin- golarilfimi et
eccellenti uomini , che io ho in- trodotto a ragionare , avelTero parlato di
quell’ argomento fecondo 1’ opinione c il feniimento loro , e con quella
facondia , che è loro pro- pria , avTcbbono detto cofe molto migliori , e molto
meglio. Così mi dijfeV autor medejìmoy n cui credo di a^ver foddisfatto
hafiautemente , rife- rendo le fue flejfe parole . Dejtdero , dando il libro
alle Jlampe , di foddisfare anche ai lettori ; e fe fa- ranno tali , quali in
queflo mio ragionamento ho mojlrato di 'voler^ che fieno ^ non fo perchè no»
deb- ba fperarlo ; maffimamente fe morrà» legger con at~ tenzione , e non
pafiare amanti prima di amer be- ne intefe tutte le cofe antecedenti \ il che
fe è ne- cefiario in ogni libro , io credo , che in queflo fieu.
necefiariifjrmo . Le Fipure fi citeraimo nel margine, et ognuna ferviti per
tutto quel tratto , che fegue fino ad una nuova cita- zione . DEL- X DELLA FORZA DE’ CORPI CHE CHIAMANO VIVA Z
IB H O L \ AL S I G N O H GIAMBATISTA MORGAGNI; D dubitato grandemente fra me
me* deiìmo » Signor Giambatifta cariP> fimo , (e conveniiTe, che io pren-
deiTi a fcrivere di una quiftione per tanto tempo , e da tanti eccel-
lentiflimi uomini trattata, et illu- llraca , quale (li quella , che oggidì fi
fii nelle fcuole , fopra quella forza, che alcuni attribuì* feono a corai, e
chiaman vivaj fcrìvendone pure , doveili indrizzarmi a voi , difiogliendovi, o
dalle voftre occupazioni, o dal voilro ozio. Imperocché avendo di quella
fcritto prima di ogn* altro r incomparabil Leibnizio , et elTendo fiata dopo
afiai lungo intervallo dal chiarifiinao Ber* nulli rinovata la contcoverfia ;
nella qual poi tanti Dobilifiìmi filofofi di Francia, di Germania ,d’ In* glulterra,
d’ Italia, d’ Europa tutta fi fono eferci- tati, e tratti chi da un* opinione,
c chi da un’ altra, tanti fcritti nehan dato fuori; chié, che^ A de- i , Della forza de* corpi defideri >.che
più oltre fe ne feriva? Che anzi io mi credo effe r molti, i quali vorrebbono,
che non fe ne folTe fcritto tanto . Ne io certamente contraftaret loro fopra
ciò ; e tanto meno il fa- rei , che io temo , che voi , autorità del quale più
vale prclTodi me, che quella di tutti gli al- tri , fiate pure della medefima
opinione ; e certa- mente avete più, che ogni altro , ragione di ef- ferlo»
Perciocché elTendo voi in tante e fi diver- fe arti, e feienze, e in tutti i
più nobili, e gen- tili ftud) eccellenti filmo, par che non dobbiate poter
fermarvi lungamente nella fteilà cofa , nc.» efiere troppo fpelTo richiamato
alla medefima qui- Itione. Senza che negar non potete , che in mez- zo a tanti
fiud; , ne quali fiete grandifiìmo , e ' fommo, abbiate tuttavia fingolarmenre
rivolto P àiiimo alla notomia , nella quale, aggiungendo r vofiri belliffimi
ritrovamenti ad una perfettiifima, e quali infinita conofeenza degli altrui,
tanto in- nanzi proceduto fiete, che par che ad uomo mortale, fapendo tanto in
quefto genere, non^ fia lecito faper* altro - E certo leggendo io lc_» voftre
maravigliofe opere ( di che non è cofa , eh’ io faccia ne più fpeflb ne più
volentieri > foglio fempre maravigliarmi grandemente, come voi trattando
materie anatomiche , non fola- mente vi dimoftriate di quello , che voi tratta-
te, fopra ogni altro perir:ffìmo, ma anche do- vunque il luogo , e T'atgomento
il richieggano, in infinite altre faenze dottiflimo , ne folo ìil> quel-
Digitized by Google L I B R O f I. J quelle , che fon propinque, e per così dir
fini- time alla notomia, come farebbono la medici- na, la chimica, la
chirurgia, la naturale ifto- ria, ma anche nella dialettica, nella fifica ,
nella matematica, nella filofofia tutta, nelle quali tan- to favio vi
dimoilrate, che beh fi vede, che po- ttefte trattare ancor quefte ottimamente ,
fe vole- fie . Et oltre a tanta dottrina avete anche ador- nata la notomia
vofira di cosi vaga e leggia- dra forma di fcriver latino, che io non fo,qua1
Mufa avelTe potuto ornarla meglio « Alle quali cofe tutte ( le io volefiì pure
palefare al Mondo ciò, che pare, che voi abbiate voluto , che fia^ nafcollo )
potrei aggiungere un perfettifiìmo, e finiilìmo dilcernimento in ogni maniera
di poefia volgare , e latina , et una certa fingolar grazia di fcriver tofcano,
nel quale parmi alTai volte, che volendo imitare quegli antichi eccellentifiìmi
fcrittori , gli abbiate anzi fuperati . E forfè an- cora in quelli lludj avete
cercato alcun’ orna- mento alla vollra Notomia. La qual però fe vi ha conceduto
di poter trafeorrere in elfi di quan- do in quando, e dar loro qualche parte
del vor Uro ozio, riferbando a fe ftelTa tutte le voftrp fatiche , non fo fe vi
permetterà cosi di leggie- ri, che vi fermiate lungamente fu le medefimq cofe ,
e ritorniate più volte con 1’ animo alla.» fielTa quillione ; tanto più che per
1* altezza del grandiflìmo ingegno vollro non nc avete in al- cun modo
bifogiio. Il perchè io ho temuto lunr , . . A 2 ga- Digiiized by Google 4 Della
FORJfA de’ corpi gamente di commettere error troppo grave , et eflTer molefto a
voftri ftudj , fe io vi richiamaflt' ad una controverfra» della quale avete già
intefo da lungo tempo i principi e i profeguimenti , e le ragioni tutte
eiaminate così che nulla vi rella or> mai da efaminare. Pure ho voluto far
prova an* che in quello dell* amore verfo me volito, et ef- ponendovi una
materia, che voi molto meglio di me fapete, mettervi innanzi una fcrittura, la^
quale elTendovi del tutto inutile , pur vi piaceflcy le tanto vaglio apprelTo
voi, perchè mia. Et ho voluto vedere, fe difcollandovi pur talvolta dal- la
notomia per amore dell* altre fetenze, vorre* He difcollarvene alcun poco anche
per amormio- Il che fe io otterrò ( che non è cofa , che io non fperi dall’amor
volito ) meno mi curerò-del giu- dizio degli altri , ne temerò che alcuno mi
ripren- da di aver pollo 1* opera mia inutilmente , fcri- vendo un libro , col
quale voi abbiate potuto fol- levar 1’ animo, e palfar volentieri una parte del
volito ozio ; di che anzi tutti gli Hudiofì delle^ buone arti per quell’ amore
grandilTimo , che han- no et avranno fempredivoi, dovranno, cred’ io, fenza
fine ringraziarmi. Ne io voglio peròr arrogarmi tanto per me ftelTo; anzi ben
conorcen- do di non poter da me folo trattenere l* altilfimo ingegno vollro, ho
^abilito di efporvr alcuni ragionamenti , ì quali leggendo dovrete credere ,
che fieno fiati, una gran parte, fatti, non da^ me, ma da alcuni chiarilTimi, e
nobililfimi fpi- Digiti:’ od by Google Libro!. j w’(i, co^ quali io ufai
famigliarmente in Napoli r anno palTato; e quand’ anche non gli avellerò faKt
elL^pure vi piacerà di crederlo, e dovrà ef> fervi cara e gioconda la
memoria de i nomi lo- ro. E a dir vero quantunque la Città di Napo- li in quel
poco tempo, che io vi dimorai, mi pa- refle oltremodo nobile , e magnifica , e
l'opra o* gni altra città del mondo vaga, e dilettofa, aven- dola la natura di
tanto ornata , che pare non a- ver voluto, che vi fi dovelTe gran fatto
defiderar r arte, tuttavia niuna altra cofa maggiormen- te mi piacque , che le
belle , e gentili manica re degli abitanti , de* quali trovai rollo aU cuni di
cosi- raro ingegno , e di tanto alta .1 Icienza, oltre la cortefia e la
gentilezza , for- niti, che mi parvero poter da fe foli far bellilTima quella
maravigliola città , quand’ anche tutti gli ah tri ornamenti le tolTer mancati.
Unodi quelli fi fù il Signor D. Francefco Serao , che tanto vale in filofofia
,. e in medicina , quanto voi fapete ; in eloquenza poi, e in ogni bell* arte,
quanto non può ne fapefc ne immaginarli- chiunque non 1* abbia conofciuto, e
familiarmente trattato; im- perocché fcrive egli nell’ una, e nell* altra lin*
gua tanto eccellentemente, che può con gli an* tkhi paragonarli; e certo io il
direi il maggior* re, e il più ornato medico, e filofofo de no» ftri dì, fe di
voi non mi ricordai!». Bravi an- che il Signor D. Nicola di Martino , lume
chia- xiflìmo della Italia y a cui niente manca di ciò', che 6 Della forza db’
corpi che a grandiflìmo , e fommo filofofo fi richfe- de , efiendo nella
geometria , e nelle altre mafomma grazia ; così che mi pareva efler beato,
effendo in quella dol- ce , e cara compagnia ; et ora che la fortuna^ me ne ha
di tanto fpazio allontanato, non mi par di vivere , fe non quanto vi torno colla
memoria. E quefto è ftato.quello » che princi^ palmente mi ha moiTo a fcrivere
quelli ragiona- menti , perchè fcrivendogU mi è paruto in cer- to modo di
ritornare tra quei valoroiì Uomini» et elTere tuttavia con loro ; ec anche ho
voluto» quanto per me fi potefiè, effer con effi congiun- to nella memoria di
quelli , die leggeranno que- lla mia operetta » fe alcuno la leggerà . Sappia-
te dunque che avendo il Re dili^rato un gior- no di andare a Baja infieme con
la Reina per godere 1* amenità di quei deliziofifiìmi luoghi ; U Signora
Principefla propofe di voler’ eflere il dì davanti verfo la fera a Pozzuolo , per
ritro- varli poi il giorno apprelTo con la Reina ; e do- veva in quel cammino
accompagnarla il Signor D* Francelco Serao. Il dieeffcndofi per molti inte» io
, avvifammo il Signor Marchefe di Campo Her- mofo ed io, lenza farne motto, di
portarci Uu mattina vegnente di buoniflìma ora a Pozzuolo» c quivi afpettarla
;.dove pure propofero di ve- nire verfo l’ ora del mezzo giorno il Signor D-
Nicola dipartine, e il Signor Conte della Cue- va . La mattina dunque
cominciando appena au rolTeggiare il Cielo per la forgente aurora , il Signor
Marchefe di Campo Hermolb , ed* io n* andammo a Pozzuolo , dove con gran fella
rice- vuti fummo dai Govemator di quél-luogo^ uo- mo de più gentili , che io
abbia veduto mai ; il qual condottici in fua cafa ci fece vedere molte elegantiflìme
pitture , et una^ranquantità piene, e quante quidio-' ni d vedrcbbmo edere
antichiifime , che ora fi credon nuove , e per ciò forfè fi credon nuove..,-
perchè fon tanto antiche, che il tempo ha potu-' to cancell-irne fin la
memoria. Potrebbe dunque, dilfe allora il Signor Marchefe, quella così fa- mofa
quidione fopra la forza viva de’ corpi , di cui fi ora tanto rumore nelle
accademie e nel- le fcuole-, edere data una volta trattata da.Pita-* B z go. I
X Della f^rza de* corpi gora , et avendola pofcia il tempo feppellita oblivione
, efTer ri^rta in Leibnizio . lo non fo , rifpofi ; ben mi piace che voi
tocchia- te ora una quiftion nobililTtma, e da chiarif- (ìmi , e fottiliiSmi
ingegni per tanto tempo agi che Pitagora non ne avefle faputo nulla egli pure ;
che così farei Pi- tagorico almeno in quello. Ma fuori le burle, io rpi ricordo
, che edèndo in Malega » venutovi dà Ceuta » dove io avea accompagnato mio
padre ^ che era paìTato a quella guerra contro Mori , tro- vai quivi un
ingegnere molto dotto , il quale^ per alquanti meh mi fpieg^ geometria e
meccani- ca , e mi parlò più volte della quiftione della for- za viva; e tanto
era Leibniziano, che li maravi- gliava, che potelTe alcuno non elTerlo. Ultima-
mente ne ho udito dilputar* alTaiil Signor D. Lui- gi Capece in Palermo ^ il
quale mi fece anche leg- gere quello , che voi ne avete ff^egato ne Comen- tarj
della volita accademia , inlieme con altri ferirti , i quali però poterono
invogliarmi più follo della quillione , che infegnarlami ; et egli ilelTo fi
doleva , che voi non folle abbaflanza Car- tefiano , e difiderava talvolta di
intender meglio, qual fofie la vollra vera opinione. Chi fa, diffi io allora ,
Te io ne ho alcuna vera ? ma pure che è a lui et a voi di fapere , qual fia la
mia opinio- ne? egli bada bene , che efaminando le ragioni pto- Digiiiisd by
Googl L I B R o 13 pcopofte per V una e per 1’ altra parte, ne rica- viate voi
per voi ftelTo quella opinione , che più vi piaccia , e fìa più degna di
piacervi . Ai che fare non folamente vi invita e vi eforto , ma an- che vi
prego, e ve ne ilringo; parendomi che la. quiftionc fìa, tanto fottile in fé
ilefìa ed avvolta^ e per la fama di quelli , die la trattarono , tanto illuAre,
e magnifica, che ben meriti, anzi defì> deri , e chiegga lo Audio e
l'ingegno voAro. Non. fo io già, rifpofe il Signor Mirchefe, quello che la
quiiiione polla richiedere o afpettare dall’ in- gegno mio; lo bene, che io ho
defìderato fempre grandiffìmamente di laperla; e farei forfè in elTa E
rocedutopiù innanzi, feguendo la fcorta de li- ri propoAimi dal Signor D. Luigi
Capece , fe,^ non mi foAi incontrato troppo fpelTo in fuppo- tazioni
algebraiche faticofìHìme, le quali a dir ve- ro mi fpaventano i non che io
fuggillì la fatica, del farle ; ma per lo poco ufo , che- io vi ho ». temo
fempre di farle inutilmente , e di incorre- re in alcuno di ouegli errori , che
quantunque in fe AeAì piccioliAìmi , guadano ogni cofa , e divengono in tutta
la fupputazione grandi (fimi . Se voi, dilli io alloca, temete tanto cotali erro-
ri, farà difficile che vi incorriate » perchè il ti- more in tutte le cofe
rende 1 ’ uomo più dili- gente; e ficcomeniuno può riprendervi del non aver voi
molto uto di calcolare , perciocché l’ età voAra,eglialtri voAri Audjnon vel
comportano ». così dovrà ognuno foounamense commendar- vi , Digitized by Google
« 14 Della forza de* corpi vi, le vorrete por diligenza a confcguirlo. Seb-
bene quanto alla quiltione della forza viva io fon d’ opinione , che voi
temiate le fuppurazio- ni algebraiche più forfè che non bifogna i per- ciocché
n' ha molte , le quali fi avvolgono in- torno a certi argomenti , che per poca
attenzio- ne, che vi fi ponga, poflbno facilmente fvolger- fi, e così fciolti,
e fviluppati d’ ogni calcolo, tnoftrano egualmente, fe non anche meglio, la
forza, e bellezza loro; ma glialgebrifti voglio- no veflir d’ algebra ogni cofa
. La maggior parte poi delle Tupputazioni non ricerca molto efame , perciocché
rade volte vengono in con- troverfia quelle confeguenze , che fi commettono» al
calcolo , e per lo più fol fi dubita di quegli antecedenti , onde il calcolo
deriva ; i quali fe vi parranno falfi, potete difprezzare il calcolo; c fe vi
parranno veri , potete fidarvene, e corl^ tentarvi della diligenza , che altri
in calcolare.* hanno pofta ; come un gran Signore , il qual contento di aver
veduto ì capi di cib, che dar dee et avere, quanto al calcolarne le fomme s*
affida al computifta- Ne dico io ciò per difio- gliervi da quelle
fupput.izioni; che è ben fatto il farle ; ma perchè quelle fupputazionì non di-
fiolgano voi dalla quiftionc. Se quello è, che^ voi dite , difie allora il
Signor Marchefe , e fe r andar dietro a tutti quei lunghi calcoli non è così
neceflario ; perchè non potremmo noi qui ora entrare nella quiftione,
fpiegandomi voi, che" Digitized by Google Libro I. 15 cofa fia quella, che
chiamano forza viva de cor- pi, e dichiarandomi 1 ’ opinion voftra? Noi fia- mo
in luogo, in cui ci è lecito di elfere ozio- fì quanto vogliamo , fenza temere
, che alcuno ci diliorni ; e voi già la ricordanza di Pitago- ra invita a
filofofare , il che non potere far me- glio che in quella quiftione, fe ella è
così no- bile, come voi dite. Allo ftelTo ragionamento, rifpolì io allora, mi
ha incitato più volte la Si- gnora PrincipelTa ; con la quale però io non hò
mai voluto entrare in tal materia , temendo Tem- pre di non potere foddisfare
ad altri in un*^ ar- gomento , in cui polTo appena foddisfare a me medefimo . E
tal ragione valendomi pur anche ora , parmi di aver fatto abbailanza , avendovi
eccitato a veder per voi ftelTo la quiftione i ne altro abbifogna all’ ingegno
voftro . lo'non cre- deva , di (Te allora il Signor Marchefe, che aven- domi
voi invitato ad una fi celebre controverfia, fofte poi così duro , ehe non
volelte moftrarmene almen r ingreftb, aprendomi, fe non altro, la., diffinizion
della cofa, di cui fi difputa ; che que« fio è per così dire invitarmi in cafa
, e tener tut- tavia r ufcio chiufo- Che diremo noi,rifpofiio allora, alla
Signora Principefta , che non ha mai f iotuto trarmi in una tal controverfia ?
nella qua- e fe io entrain ora, temerei di offenderla, ne fa- prei cui dare la
colpa del mio errore. Allora il Signor Marchefe, ne daremo, dilTe, la colpa a_.
Pitagora, che vi ha e intefo per un tal nome^r - ? quel- Digitized by Google L
1 B II o I. 17 quello che dovea intenderfì; la qual quiflione è poi più facile.
E feguendo voi un tal ordine^, troverete anche alcuni, fecondo la difHnizion de
quali tutta la controverfìa della forza viva è tan- to fpedita , e breve, che
nulla più. Io vorrei fen- tire , dille il Signor Marchefe, quella diflinizio-
ne così comoda. Eccovi; nfpofi io allora: fono alcuni, i quali così defìnifcono
la forza viva.., che per elTa non altro vogliono, che debba in- tenderli, fe
non una potenza o forza, o qualità, o virtù , comunque chiamar fi voglia , la
qual pro- duce ne. corpi il movimento; e quelli levano via la quillione così
predo, che quali non le lafcia- Bo tempo di comparire . Come ? dilTe il Signor
Marchefe. Non è ella, ripigliai io, tutta la qui- dione intorno alla forza viva
poda in quedo, che alcuni per mifurar giudamente una tal forza, vo- gliono ,
che fi moltiplichi la velocità del corpo per tutte le partixiella materia, che
compone elfo corpo, cui chiamano malfa., e penfano, che il prodotto di una tal
moltiplicazione fia la giuda mifura del- la forza viva; ed altri vogliono, che
ad aver tal mifura non la velocità, ma il quadrato di elfa, s’ abbia a
moltiplicar per la malfa ? così che fe la malfa del corpo, che fi move, farà z.
la veloci- tà g , quelli edimeranno la forza viva elfer 5, per- ciocché
moltiplicando .3 per a fi produce d, quelli altri la dimeranno edere 18,
perciocché fac- cendo il quadrato della velocità 3. ne vien 9, c 9 moltiplicato
per 2 fa 18. A quedo parmi, C che I Digilized by Coogle i8 Della forza de’
corpi che fi riduca la quillion tutta . Così è , ditTc il Signor Marchefe .
Ora, foggiunfi io, fe la for^a_• viva altro non è , che quella potenza y la
qual produce ne corpi il movimento, chi è, che non vegga elFer lei la cagione
del movimento, e il mo- vimento r effetto di lei? poiché dunque la, cagio- ne è
Tempre eguale all’ effetto, e perciò pollono tnifurarfi amendue con una licffa
mifura, ne vie- ne che la forza viva , che è la cagione del movi- mento , debba
mifurarfi moltiplicandola veloci- tà per la maffi ; poiché chi è, che non
mifuri il movimento per tal modo? Tutto ciò mi par chiaro, diffe allora il
Signor Marchefe, fe norc* che io trovo una certa nebbia di ofcurità in un luo-
go; et è, dove dite, che la cagione è Tempre e- , guale all* effetto. Il
dipintore fa una pittura, et è cagione di effa. Diremo noi ,che egli fia egua-
le alla pittura, che fa? Io vorrei dunque fapere, di qual modo ciò debba
intenderli. Allora fopra- ffetti alquanto, poi ripigliai . La cagione non è, ne
fi chiama cagione, fe non in quanto agifce, et agendo produce 1* effetto ; ne
altro qui ora-, nella cagion fi confiderà, fe non tale azione ; la quale azione
egualmente appartiene e alla cagio- ne da cui procede, e all’ effetto, in cui
fi termi- na ; febbene in quanto appartiene all’ effetto, ari- ti paffione, che
azione tuoi da filofofi nomi- narli. Ora quella azione procedente dalla caufa,
fi dice effere Tempre eguale all’effetto , ellenden- dofi per tutto là, dove fi
ellende T effetto, e non Digitized by Google Libro!. tp più. 11 che è chiaro,
poiché fe folTe alcuna par- te deir effetto, a cui 1’ azion della caufa non_.
-pcrveniiTe, quella parte non farebbe effetto, al- meno di una tal caufa. Che
fe 1* azion della^ caufa fi efiendelfe più lì dell* effetto, farebbe una f
>arte dell’ azione, la quale non produrrebbe nul- a, ciò che è impoffibile,
poiché tendendo l’azio- ne di natura fua a produr 1’ effetto, dee pure ne-
ceffariamente produrlo, falvo fe egli nonfoffeda altra caufa per qualche altra
azione impedito ; il che ora non fupponghiamo. Voi vedete dunque, come 1’
azione è fempre eguale all’ effetto; e pe- rò dicefi, che ad’effb é fempre
eguale ancor la cagione; perciocché in qu dia altro non fi confi- derà ora, fe
non i’ azione. E fe voi nel dipinto- re altro non confidererete ie non 1’ aaion
dei dipingere, voi troverete quella egualiffìma alla pit- tura , che egli fa ;
e così in tutte le altre caule; le quali talvolta paion maggiori dei loro
effetti, perchè noi non confideriamo in loro folamente l* azione con cui gli
producono, ma qualche altra cofa di più. Così dunque, diffe allora il Signor
Marchefe , fe per forza viva non altro intendia- mo, che una potenza, o virtù ,
la qual produ- ce il movimento; non conofeendofi in ella ne^ confiderandufi fe
non 1’ azion del produrre, do- vrà elTa dirfi eguale al movimento, e per confe-
guente proporzionale alla velocità moltiplicata.» per la malfa . Il perché
farebbe da defiderarfi gran- Jiemente , che per forza viva noa altro doveffe.*
C z in- Digilized by Google 20 Della forza de’ corpi inrenderfì « che una tal
virtù ; perchè così la quf- (lione farebbe fciolta di prefente . Ma per qual
cagione non farà egli lecito al filofofo intendere per quahìvoglia nome
qualGvoglia cofa ? Io non credo già, rifpiofì io allora, che debba ciò elTer
lecito ; ma egli è ben certo che chi defvia un no- me dalla fua prima
fìgnifìcazione trasferendolo ad un’altra, dee bene intendere, che egli non
trat- ta ne fcioglie la controverlìa , che prima con tal nome era Hata propoHa
, ma ne propone una_. nuova ;efi ingannerebbe fe egli credelTe di aver trattata
la quilb'on vecchia per elferfì fervi to del vecchio nome; come io temo, che
fia avvenuto, non ha gran tempo in Bologna ad un* ingegno- (iilìmo matematico ;
voglio dire il Padre Ricca- ti , il quale avendoli finta nell’ animo certa qua-
lità nuova, formandola, e diffinendola a modo fuo , et avendovi comporto fopra
con molto rtu- dio undici belliflìmi dialoghi , ha creduto di aver fatto un
libro fopra la forza viva ; e ciò non per altro, fe non perchè gli èpiacciuto
nominar for- za viva quella fua qualità. Secondo un tal difcor- fo , dilfe
allora il Signor Marchefe, potrebbono i rtlofofì , che abbiamo detto, non aver
fciolta^ la quiftione in niun modo, anzi non averla pu- re toccata ; e ciò
farebbe , quando e(Ti con quel- la loro diffinizione aveifero dirtolto il nome
di forza viva dalla fua prima lignificazione , traen- dolo ad un’ altra ad
arbitrio loro. E per entrar pella quirtione Scuramente, bifognerebbe vedere,
qual Digitìzed by Google L r B n o I. ,21 qual fcntimenro delTero ad un tal
nome quel- li, che furono i primi ad u farlo, o a metter- lo in qualche
fplendore, i quali foli ebbero il diritto di dargli quell» lignificazione , cho
più loro piaceva . Ma quelli , cominciando da Leibnizio, e difccndcndo agli
altri, che dopo lui vennero, ci hanno lafciato certe diffinizioni del- la forza
viva , che io non ho mai potuto inten- der del tutto. Benché certo , dilli io
allora, per trattar la quiUione, che quegli antichi propofe- ro ,bifognalTe
prendere il vocabolo di forza viva in quel fentimento, che elfi lo prefero; non
è- però, che debbano trafeurarfì le altre quillioni, che poi fon nate prendendo
il vocabolo d' altra maniera ; et è anche da vederli la diffinizione del Padre
Riccati; perciocché quelle quiftioni fon pur quillioni , cioè dubj, che fi
vogliono levar dall* animo fempre che fi pofla , ne fono forfè men bel- le di
quella, che fecer quei primi. De quali fe voi non avete intefo le diifinizioni,
io non sò, s* io debba darne più rollo la colpa a voi , che aj. loro ;
perciocché anche a me è paruto , che poco cura^ero di fpiegarle. Gioanni
Bernulli in quel belliflimo ragionamento, che egli efprelfamentc-* compofe per
dichiarare, e mettere in un pienit- fimo lume la vera nozione della forza viva,
rifa- lendod'una in altra idea, lì ferma in quella final- mente, che la forza
viva dir fi debba una cotal forza follanziale . Io credo, che il vollro maellro
di Alca- li, il quale mi avete detto elTere un fòttililfimo, e va- Digitized by
Google il Della forza de* corpi valoronflìmo Peripatetico , quantunque intenda
la forma foitanziale di Arìlioteie^non così leggiermen- te intenderebbe la
forza foifanziaie di Bernulli . Egli è ben vero però, che molte cofe fono più
facili a intenderfi, che a definirfì, di che poìfTono fervir come d’. efempio
il tempo, io fpazio, la relazione , la foftanza , T accidente , -e fe volete^,
quella ilteHa forma foftanziale, che avete impa- rata in Alcalà. E per ciò io
mi guardo affai vol- te d’ effer 4nolefio a quelli, i tjuaii parendomi , che
abbiano intefo ottimamente la cofa., non 1* hanno però ottimamente definita ; e
in tal ca fo io foglio più tofto feguire 1’ intendimento loro, che le parole;
il quale intendimento fi compren- de il più delie volte meglio per lo profeguimen-
to de i lor difeorfi, che per alcuna accurata , o giulfa difiìnizione. £ certo
che quei primi, che introduffero il nome di forza viva , e ne fece- ro tanto
rumore, come anche quelli, che per lun- go 'tempo poi li feguironc, affai
mofirarono irL* tutti i ragionamenti loro, che -nuli’ altro per cf- fo
intendevano, fe non quella forza , che un cor- po hk, qualora -è meffo in mov
intento , di pro- durre ora un’ effetto, ora un’ altro; e quindi è, che parendo
loro, che quelli effetti feguiffero Tem- pre la proporzione delia maffa
moltiplicata per lo quadrato della velocità, vollero, che anche la for- za viva
fi mifuraffe all’ ifiefTo modo . Il perchè tenendo io dietro a i lor difeorfi,
non molto ho curato le loro diffnizioni; le quali, qualunque Digitized by
Google L I B R O 2J fieno, fé fono confentanee ai difcorfì mcdefimi, come e(Ter
debbono, bifogna pure , che fi riduca^ no tutte in una, cioè che la Forza viva
fia quel- la forza, che ha un corpo, allorché è molto, di produrre o un’
effetto, o un’ altro. Bifogna cer- to, dilTe allora il Signor Marchefe, che
così in- tcndelfero la forza viva; altramente non 1’ av- rtbbono mifurara dagli
effetti. E fe ciò è , ben fi vede che fecondo loro , elfendo la forza viva una
forza del corpo meffo già- in movimento , dee fopravvenite al movimento, non
produrlo ; e quelli che hanno chiamato forza viva la forza.* producitrice del
movimento , hanno abufato del nome y e fervendofi della ItelTa voce hanno fatto
un’altra quillione- Del qual’ errore, foggiunff io, noa fon forfè del tutto
efenti i noftri Carte* fiani , i quali dovevano per forza viva intender non
quello , che lor piaceva, cioè la potenza pro- ducitrice del moviniento ,. ma
sì quello , che vo- levano- i Leibniziani . Ma e(TT intendendo quello, che
piaceva loro, trovarono la quiflioir piò faci- le; e quella facilità gli fece
errar volentieri. No dovrebbe però, dilTe allora il Signor Marchefe, efler gran
fatto difficile feiogliere la quiftion lo- ro anche a quegli altri , che
vogliono la forza vi« va elfere una forza, che ha il corpo moffo di pro- durre
varj; effetti ; i quali effètti fono , fe io non m’ inganno , di rompere per
efempio un’ altro corpo, in cui quello, che è moffo, vada a per- cuotere, o di
piegarlo, o di fchUcciarlo , o di apri^- Digitized by Google ' 24 Della forza
de* corpi aprirlo, o di chiuderlo, o di alzarlo, o che fo io., '.poiché fe
troveraflì per efperienza , che tali effetti fieno proporzionali alla velocità
del cor- po, bifognerà ben dire, che quella forza, che gli produce, fia
proporzionale e(Ta pure alla velocita; e fe quelli fi troveranno proporzionali
al quadra- to della velocità, dovrà elTere proporzionale al- lo fteffb quadrato
ancor la forza. Io lafcio ortu da parte la mafia , piacendomi , che ella fi
pren- da per tutto e in tutti gli cfperimenti fempre egua- le , cosi che per
rifpetto di efia non mai debba^ cangiarfi la proporzione. Par dunque , che
tutta la quiftione voglia commctterfi all’ efperienza.. , per cui fi. vegga,
qual fia la grandezza di ciafcun’ tfictto, e quindi mifurifi la grandezza della
for- za ; in tanto che gli efperimentatori , che fi han- no oggimai .ufurpata
quali tutta la filofofìa, fi ufurperanno ancora quella controverfia. Io non
credo però , rifpofi io .allora , che i metafifici la lafcieran loro godere Rifai
tranquillamente. Co- me CIÒ? rifpofe il Signor Marchefe. Perchè, diflì io, fe
noi non avremo dell’ effetto fe non quel- la idea, che 1’ efperimentatore ci
mofira , noru. ne avremo che una idea confufiflìma , e bene^ fpefib metteremo a
luogo di effetto ciò, che non è ; e vorranno i metafifici Svolgere eflì et
illuftrar quella idea, e dichiarare, qual fia vero effetto, c qual nò,
moftrando in che s’ adopri 1’ azioa» della caufa, e in che non s’ adopri. Ne
per mio avvilo avranno il rorto; richiedendoli a ciò un fi- niflìt Digitized by
Googlc niffimo intendimento , il qual può mancare all" efprimentatore, che
poco della ragione, e quali folo lì ferve degli occhi e della mano. Io non^
avrei creduto, dilTe allora il Signor Marchefe , che dovelTe effere tanto
difficile il conofcer 1’ ef- fetto di una caufa; potendoli , fecondo chea me
pare, facilmente avvertire, che cofa (ìa quello, che fegue polla T azion della
caufa , e che non feguirebbe non polla quella tale azione. Voi di* reile vero ,
rifpolì io, fe egli baftalTe avvertir ciò; ma a mio giudizio non balla ; poiché
come V ef- fetto li pon dalla caufa , così tollo molte proprie- tà, e modi, e
qualità, e relazioni , et affezioni lo fe- guono, le quali dai più femplici 11
prendono tal- volta come effetti, ne però debbono dirli effeni, ne fono ;
perciocché 1’ azion della caufa non hsu, in effe parte alcuna , ma l’ effetto,
così come è prodotto , fe le trae dietro egli lleffo da fe e per natura fua.
Un* artefice commette infieme tre li- nee, ponendole di maniera , che chiudano
uno fpazio : qual direte voi , che Ha 1’ effetto dell* a- zione di quell*
artefice? La pofizione , diffe il Si- gnor Marchefe, di quelle tre linee. Nulla
più? domanda* io ; rifpole il Signor Marchefe , nuli’ altro ; certo a me pare
che 1* artefice nuli’ altro faeda. Ma pure, ripiglia* io, voi vedete, che ef.
fendo quelle tre linee polle in quei tal modo, ne feguon tre angoli , e queffi
eguali a due angoli retti. Non vi par dunque, che 1* artefice oltre il produrre
la pofizion delle linee , debba anche D prò* Digitized by Googl 26 Della forza
de’ corpi produrre gli angoli , c quella uguaglianza , c!ie> canno ai due
retti, così che impiegando una par- te deir azion Tua a produrre la poiìzion
delle li- nee, un’ altra parte debba impiegarne a produs gli angoli , et un*
altra a produr 1’ uguaglianza? A me non par già così, dille aUora retti ,
ficeome anche tutte quelle altre innumèra- bili proprietà, che-nccelTariamente
ad una tal po- fizione fi convengono. Ma quelle fe le £a ella^« per cosi dire ,
da fe, fenza alpettarle dall’ artefv. ce ; come 1’ albero fi là egli da fe le
fue frondi c le fue foglie fenza afpettarle dall’ agricoltore, il qual non £a
altro , che porre il feme. E lo llei^ fo parmi , che debba dirfi di tutte
quelle relazio- ni e proprietà , che necelfariamente accompagna- no la natura e
l’elTenza deir effetto ; poiché parte- cipandoli air effetto quella tale
eflènza, vi porta iecoclla fielTa tutte le fue perfezioni , ne vuol rice- verle
da alcuno- E lo Hello anche vuol dirfi, fog- gi unfi io allora, di certe altre
relazioni , che i filolofi chiamano ellrinfecbe, e che fi contengono non nell’
ellènza di una cefa fola, ma nell’ in- contro e nell’ accoppiamento dì molte;
petcioc;. chè quello incontro e quello accoppiamento fe le trae dietro da le
ffelTo» e di natura fua. Se;« ■ , una I.
37 «no fa bianco un muro , che altro produca* egli , fé non quella bianchezza f
e pure oltre al fare quel muro bianco, lo fa anche fimilea tutti 'gli altri
muri che fon bianchi al mondo. Diremo noi dunque, che egli produca ancora
quella forni- glianza , e che avendo una forza , con cui produr- re la
bianchezza , debba averne anche un' altra, . con cui produrre la fomiglianza?
Non già; ma^ producendo egli la bianchezza, et incontrandofi quella in altre
bianchezze di lei compagne , ne rtfulta la fomiglianza fpontaneamente, per così
dire , e da le ilefla . E così pur fanno tutte le al- tre relazioni, che
allargandoli e fpandendofì per r univerfo abbracciano tutte le cole , e le
tengo- no per certo maravigliofo modo in comunione^ c in focietk. Voi potete
vedere , che per poco, che un corpo fi mova feorrendo una linea, non folamente
feorre quella tal linea, ma perde le re- lazioni di dillanza, che avea verfo
tutti i punti deir interminabile fpazio,e ne acquila di nuo- ve j e ciò
faccende da quanti corpi h allontana , e a quanti fi accolla, a qual più e a
qual nieno, fe- condo la natura del movimento Tuo ! così che_« non è parte
alcuna dell* univerfo , che noncan- gi dillanza rilpetto a lui cangiandola egli
rifpetto a tutte . Nè -è per quello da dire, che quella cau- fa , la qual move
il corpo , altro faccia , che mo- verlo per una certa linea ; benché da un tal
mo- vimento rifultin tutte quelle mutazioni di dillan- za., che abbiamo detto .
Dunque., dilTe allora ii D X Signor 2§ Della forza db* corpi Signor Marchefe,
quelle mutazioni, che van fe- guendo nel movimento di un corpo , diremo noi,
che non fìcno prodotte da caufa niuna? Se noi vogliamo parlare fecondo 1 ufo
del popolo, ri- fpoH io, noi diremo, che fon prodotte da quella caufa, la qual
produce il movimento, perciocché producendo il movimento , che le trae feco ,
fa in qualche modo, che elfe fieno; ma non per quello però diremo, che 1* azion
della caufa in altro fi termini che nei movimento foto. Laonde quelle relazioni
di dillanza , che van nafcendo per lo movimento de corpi , e fuccedendofi le
uno alle altre , come ancora tutti gli altri rifpetti di fomigiianza, di
dillbmiglianza, di egualità, di inegualità, e che foio, che van rifultando ne
cor- pi, non fono propriamente effetti, ma aggiunti, e proprietà degli effetti
. E io ileffo è da dire gc- >. ncralmente di tutti gli attributi efsenziali,
e necef- farj , che l’ effetto riceve non da quella partico- ^ lar caufa, che
lo produce, ma da quella effenza . eterna et immutabile, che a lui lì
partecipa, e che gli ha da fe . Voi dite vero, diffe allora il Signor Marchefe,
che gli efpeiimentatori non avranno tanta fottigliezza ; ma io temo, che i
metafifìci* die r hanno, non faranno gran fatto afcoltati ; i quali però io vorrei
ben fapere ,con tanta fottigliez- za come mifurino la forza viva . I più di
loro e su mio giudizio i più fottih', non la mifurano punto» rifpofi io; più
toffo la levano via del tutto, e.» la r^ettan da corpi come cola inutile; la
qual* . , opi' Digitized by Google L I B R. O I. 19 opinione io feguirci
volentieri, fe volelTi feguir- ne alcuna. Quello è, diife il Signor Marchefe »
levar via la quiltione faccendo nafcerne un’ altra; e ciò è, fa fia pure ne
corpi ^ o non fia veruna^ forza viva. Intorno a che fe voi volete fuggir tut-'
te le opinioni, mollra però che quella, che avete ora efpolla,vi abbia
invaghito,e quali prefo, avendo detto, che la feguireile volentieri . Io vi
prego dirmi, perchè feguireftc quella opinione, benché non vogliate fe^uirla.
Voi volete pure, rifpolì io allora r trarmi in una materia, ove io entro lem-
pre con difpiacere; avendone oramai udito difpu- tar tante volte , che ne fono
ftanco ; pure niente è, che polTa tanto difpiacermi , quanto il negarvi cofa,
che a voi piaccia. Rifpondetò dunque bre» vemente alla voUra dimanda , e come
potrò . Ciò detto fopraftetti alquanto, indi fcguitai . Voi fape- te. Signor
Marchefe, che lafciando da parte i Pe- ripatetici, che compofero il mondo, e 1’
ador- narono di tante qualità, e forme, furono antica- mente due illuftri
GlofoCi Democrito et Epicu- ro, i quali avvilarono , tutto 1’ univerfo nons
altro edere, che un numero grandilTimo di parti- celle, le quali fecondo le
varie figure loro, e i var) movimenti componelTero tutte le cofe. E in quell’
opinione tanto innanzi procedevano, che^ non che le qualità, che apparifeon ne*
corpi , co- me la luce, i colori, il fuono; ma anche i pen- fieri dell’ animo
componevano di quelle lor par- ticelle, et anche 1* animo iftelTo; il che
veramen- te JO DeJ.LA FOR2A DE* CORPI te era da ridere; ne è da maravigliarfì ,
che quel- la loro filofofìa fia Ilari per molti fecoli difprez- zara.
Ultimamente Cartello adoprandovi maggio- re lludio e maggiore ingegno, T ha
giudicata^ più toflo degna di emendazione ; (ebbene di tan- to r ha mutata, e
corretta, che ha fatto più to- ilo una filofoiia nuova , che emendato un’ anti-
ca; imperocché lafciando all’ animo la bellezza , e dignità dell’ elTer Tuo
incorporeo, ha inoltre^ levato a corpi ftcflì tutte quelle qualità, che non
poffon confiftere in movimento o difpofizione di particelle, foftituendo in
vece loro altrettante appa- renze, che la natura fecondo il tempo, el’ occauo-
ne va formando negli animi noftri o per ufo, o per follazzo . E fecondo 1’
opinione di quell’ uomo grandjflìmo non altro retta ne corpi , ic non movi-
mento, e difpollzione di particelle, le quali aven- do certe figure , e
cangiando le lor dittanze in va- rie guife, e talor ritenendole, compongono lo
tanto vaghe, c dilettofe forme dell* univerfo; il qual però fé noi fpogliaffimo
di tutte quelle appa- renze, che l’animo nottro gli aggiunge, troverem- mo non
altro elTere , che una regolatilfima difpo- fizione., e agitazione di
particelle. Neuton, che' ha conturbato la filofofia di Cartello , non fi è però
allontanato da quella opinione ; e folamen- te a quelle caufe, che producono il
movimento nella materia, e che Democrito et Epicuro, o Cartefio avean notate,
ne ha aggiunto un’ altra^'^ che.è Ja forza attrattiva, per cui le parti della
ma-- teria , Digitized by Google L I B R O r. 31 «cria) benché dirgiunte tra
loro, e per qualunque {pazio lontane, pur fì fentono, per così dire, l* «ne 1’
altre , e fi invitano, e vengonfi incontro, iienza che alcun’ altro corpo ve le
urti o lefpinga • 1 Peripatetici non avrebbono abborrito quella forza
invitatiice dei corpi il movimento . Ma^ troppe altre qualità immaginavano, che
i Neuto* niani rigettano, volendo, che non fia nella natu^ ca fé non quell* una
fola , che e(T» han ritrova- ta. Io non ardifcodi accollarmi a veruno di que*
ili filofofi , perchè a qualunque io mi accoflafn r troppi farebbon quelli ,
co’ quali mi bifognereb- be contendere. Ma fé io crederò per ora , che il mondo
conlHla tutto in particelle ; ne altro faccia la natura fe non che moverle et agitarle,
c col- locarle, t difporle in varie guife, 10 feguirò un^ opinione, della quale
non potranno dolerli gir amatori della forza viva, poiché, come veggo, la
ieguono e(fi pure. Io dunque mi fono aliai volte meco fteffb maravigliato, come
riducendo elfi tutti gli effetti della natura a certi movimenti , e difpolì- .
zioni di particelle , non abbiano avvertito, chea qualunque effetto tré cofe
ballar debbono fenza.. più; e quelle fono primo le potenze, che fanno j 1
movimento, poi quelle, che lo diUruggono y c in terzo luogo 1’ inerzia , per la
quale il corpev quanto é in lui, lì mantien fempre in quello lla- to o di
quiete, o di movimento, in cui le po- tenze lo hanno lafciato. Le quali tre
cofe elTen- dt> 'pei conuine confemimento di tutti i filofofi; eoo.
Digitized by Googli' j i Della forza de* corpi concedute a corpi , fe baltar
potlono a qualunque ciF>;tto , io non su per qual ragione vogliati loro
aggiungere quella non io qual forza, che foprav> viene al movimento, e
chiamati forza viva . E co- me le tre cofe dette non baflerebbono ? Che aU tro
ti fa egli mai nella natura, fe non movere cer- te particelle, e ditiribuirle,
e fermarle , così che tengan tra loro certe ditianze, e certi intervalli ? e a
tutto quello che altro ricercati fe non che alcuna - potenza ecciti in loro il
movimento, et alcun* altra lo ellingua , e {appiano effe confervarti poi da lor
medetime in quello flato, in cui furono polle ? Nei che parmi , che alcuni
proponendo tal volta certi effetti, a mifurar la forza , che gli ha prodotti ,
ti abutino degli errori volgari , e dimen- ticatiti dei principi di quella
flelTa tilofotia , che profeUano, non pongan mente, che ogni effetto, andae
fecondo loro, ti riduce a un movimento, e ad una dillribuzione di particelle.
Eccovi che.» una palla, cadendo sù qualche materia molle, vi forma un cavo i
prendono quello cavo , cornei* effetto prodotto da quella palla, e con elTo
ne_* mifuran la forza. Ma che è mai quello cavo, fé non uno fpazio, in cui
nulla è di quella materia molle , che prima v* era ? or chi dirà , che quel- la
palla abbia prodotto quello fpazio o quello nulla ? Qui effendomi fermato un
poco , come fe avelfì afpettato rifpolla ; io non direi già , diffe fubito il
Signor Marchefe , che quella palla ab- bia prodotto un tale fpazio ; direi più
tollo , che Digitized by Google Libro I. 35 ella ha rimofTo quella materia
molle, che lo em- f jìeva, onde ne è rifultata quella vacuità; ne quel- a
vacuità è però effetto di modo alcuno. E la' materia , rifpofi io allora , che
la palla ha rimof- fo, è ella r effetto della palla ? Non già, rifpo- fe tl
Signor Marchefe ; poiché la palla non pro- duce quella materia , ma la rimove.
Tutto quel- lo, che fa la palla , ripigliai io, non è altro dunque fe non
movere le particelle di quella materia; le quali avendo ricevuto quel movimento
, lo av- rebbono per 1* inerzia loro conlervato fempre,fe non aveffero per via
incontrato alcune potenze, che glel’ hanno tolto e diliruttoi perchè ferman-
dofi e ritenendo poi quelle medehme dillanze , che avevano ultimamente
acquillate, ne è riful- tata la vacuità. Nel che vedete, che la palla al- tro
non fa che eccitare un movimento; il quale^ potrebbe effere quanto 6 voglia
grande , e tutta- via rifultarne quel cavo , che ne rifulta , foloche le
potenze, che debbono un tal movimento di- ftruggere , folTero così pronte, e di
tal maniera.# difpolte, che fermafftro le particelle in quei fiti medefimi . E
come di quello , così , cred’ io , po- trete dire di qualunque altro eifi tto,
avendo fem- pre in mente , che elio niente p>ù fia , che un mo- vimento, e
una dittribuzione di particelle, fecon- do l’ opinion di Cartefìo non
difapprovata dagli altri moderni. Ma come? diffe allora il Signor Marchefe ;
cadendo una palla in materia molle , vi fi forma un cavo , il qual prima non era
. E E per- Digilized by Google 34 Della for^a de* corpi perchè non mi farà egli
lecito di prendere que* Ito cavo > come un* effetto prodotto dalla paila^ e
attribuire per ciò alla palla una forza proporr zinnale alla grandezza di effo
? Se vot volete, ri- fpofì io allora , fingervi nell’ animo effetti e for- ze
ad arbitrio voàro , io non vel contendo. VedetCL# pure, fé i Leibniziani, che
amano la forza viva, vorranno concedervi fimil licenza. Egli certo, ri- fpofe
il Signor Marchefe, me la concedeva quel dotto ingegnerò, che io conobbi in
Malega , il qual difputava affai fpeffo della forza viva, e non upeva in neffun
luogo affenerfene. E mi ricorda di averlo udito parlar molte volte di quel cavo
» di cut parliamo ora;et egli certo il prendeva, co- me un* effetto della
palla; e foLva anche dire di. un faffo, il qual, gettato all* in sù. Tale per
uiu certo fpazio c non p ù oltre ; e chi negherà, di- ceva egli , che tal
falita non fia un* effetto di qual- che forza al faffo comunicata , la qual per
ciò deb- ba mifurarfi da quello fpazio , mifurandofi cer-» tamente da quello
fpazio la falita ? E avrebbe an- che potuto dire, rifpofi io allora, che il
faffo gir- tato fcorre per un certo tempo, e non più; prendendo lo fcorrete per
quel tal^tempo e noii^ più, come un’ effetto, attribuire al' faffo una for- za
, che doveffe mifurarfi dal tempo. E per tal ,modo avrebbe immaginate nel faffo
due forzo molto tra loro diverK , 1* una proporzionale al- lo fóazio, e 1*
altra al tempo . Ne io nego, che polla ognuno .prendere , come effetto , tutto
che Digitized by Google Libro I. 3$ che a lui piaccia , fìngendofì nell* animo
una qual- che forza, che 1* abbia prodotto, la qual cer- to dovrà fempre elTere
proporzionale ad eflb.E voi potete , fc vi aggrada , prendere come un’ ef- fetto
anche la vacuità , che la palla , cadendo nel- la materia molle, vi ha lafciato
, e però fingervi nella palla una forza a quella vacuità proporzio- nale. Ma
come 1’ effetto, che voi vi proponete^ nella vofira immaginazione, non è
veramente ef- fetto nella natura , così la forza , che lo produce, ‘ non
veramente nella natura, ma farà folonella^ vofira immaginazione. Il che non fo
, fe quel vo- ftro ingegnere vi avefle conceduto. Vedete, quan- ti effetti
potete mai immaginarvi nella caduta di quella palla, di cui parliamo]
perciocché ella in- Guce un cavo nella matena molle , et anche vi genera ima
fuperficie concava , e comprimendo la materia fteffa, la rende più denfa^ efe
voipren- derete ognuna di quefte cofe come un’ effetto , vi bifognerà immaginar
nella palla altrettante for- ze , e tutte tra loro diverfe; perciocché la
forza, con cui la palla produce il cavo, dovrà effere pro- porzionale alla
grandezza del cavo ; e la forza , con CUI produce la fuperficie, dovrà efier
propor- zionale alla fuperficie; e quella, con cui produ- ce la denfità , dovrà
effere alla denfità Sproporzio- nale ; e voi fapete quanto quelle proporzioni ,
e mifure fieno lontane tra loro e diverfe . Laonde affai chiaramente fi vede ,
che prendendo 1* effet- to ad arbitrio , e chiamandoli forza viva quella^ E a
for- Digilized by Google 3^ Della forza de’ corpi forza, che Io produce, potrà
quella clTere di quaK; (ìvoglia mifura, ne farà più da cercare qual prò- {
porzione determinata ella fegua , potendo feguir- e tutte. Il che certamente i
Leibniziani non vi concederanno. Volendo dunque ilabilire la prò» porzione, e
la mifura della forza viva, non bifo- gna prender T effetto ad’ arbitrio del
popolo, ne degli efperimentatori , che poco dal popolo fi al- lontanano ; ma
vedere qual fia l’ effetto vero, che veramente producelì nella natura,, e mi
furarla da effo ; il quale fecondo 1’ opinione dei moderni tut- ti n riduce
fempre a movimento, c difpodzione di particelle. A. molto poco, rifpofe quivi
il Si* e didinzione quelle po^^nze y che pro- ducono il movimento, o io
diflruggono; ma con- tentarli di averne un’ idea confufa , e didinguer- le fol
per gli effetti. Io vi dirò bene un collume, che elr hanno quali tutte, o più
rodo tutte, da cui , per quanto li dice , mai non partono ; ed è, che mai non
producono un movimento grandi!^ fimo tutto ad un tempo ; ma dando al corpo pri-
ma un piccolilfimo impulfo, gli danno, ove pe- rò impedito non Ha, un moto
piccolilfimo; cui pofcia accrefcono con un’ altro impulfo , e poi con un’altro,
e poi coir un’ altro, finché lo ri- ducono ad una inlìgne grandezza; e la
potenza è molte volte così illecita , e pronta in dar tali impullì, che in poco
di tempo riduce il moto ad una grandezza maravigliofa . Il che però non fa-
rebbe vero, fe il corpo non confervalTe tutti i movimenti > che di mano in
mano^ ha ricevuti. Bi- . jS Della forza de' corpi Bilbgna dunque, che anche
dopo I' impulfo re- tti , e {furi nel corpo il movimento , che elfo ha
prodotto. E - to tutto; e intanto il filfo fegue tuttavia di mo- verli all’ in
sù con quella parte di movimento, che gli refta , e che l’ inerzia gli va pur
confer- vando fin che può; perciocché 1' inerzia accom- ^ pagna il corpo per
tutto , o vada egli acquiltan- do il movimento o perdendolo. Quella inerzia,
dilfe allora il Signor Marchefe, che mollra aver tanta parte nel movimentò de
corpi , a me par tuttavia ( non fo s’ io m’ inganni ) che abbia pur poca
azione; imperocché niuno accidente ne di movimento ne di quiete produce nel
corpo, ma folo gli lafcia aver quello, che le potenze vi hanno prodotto. Anzi,
niuna azione, rifpofi, fe le fuole attribuire; e quindi è, che io non 1’ ho
polla tra le potenze'. £ fappiate, che Gioanni Ber- Digitized by Google L I B t
O t. 4t Bernull! uomo nelle matemaciche fetenze) quant* altri mai fude»
foctile, e profondo, vuol fimiU mente, che nel muto equabile niuna azione fi
adopri , per quello appunto, che movendoli un corpo equdbiimente, niuno
accidente nuovo in.« lui producelì. Pure quantunque non lia azioiu niuna nell'
inerzia , e’ et bifogna però intender ne corpi una proprietà, per cui li
confervino in queU lo Itato, in cut dalle potenze furono polii ; il che fé non
folTe, niuno effetto ci rimarrebbe delle^ potenze. Avendo io fin qui detto,
dette un pò» co penfofo il Signor Marchefe, poi ripigliò. Il confervare mi par
pure , che Ila un* agire; or fe dunque I’ inerzia conferva il movimento e la^
quiete ne corpi , come può dirfi , che ella non ab> bia azion niuna, e non
ajgifcaf Io credo, rifpo* fi , che il confexvar le cóle fia un’ agire nonmeil
che il produrle ; ma credo ancora , che il confer* varie altro non lia , che 1*
aziòn di Dio , ti quale ficcome nel produr le forme dei corpi vuol fèr>
virlì delle potenze create, e agir con loro, cosi nel confervarle vuole agir da
ie folo. B quindi è , che a quella tal’ inerzia, che noi vogliamo pur
concepire, come una qualità de corpi, non refi* da far nulla; e fi riman fenza
azione. Ma che^ giova entrare ora in tante fottigliezze,e così po* co
neceffarie al propolìto nollro? per cui bada^ fapere,che tutti gli effetti
della natura li opera» no per alcune potenze, che producon ne corpi la velocità
, la . qual poi li conferva in effi , che che P ne Digitized by Google 42 Della
for^a de* corpi ne fìa la cagione, finché venga per i* azione di altre potenze
a diftruggerfi; e per ciò non avervi parte alcuna quella forza viva, che
vorrebbe oggi introduifìnel mondo e fignoreggia re tutte le cole. Et io potrei
faciliflìmamente dimoftrarvi una tal verità, feorrendo ad uno ad uno tutti gli
effetti sì della gravità, come degli elaftri; da cui fo« gliono principalmente
rrarfi gli argomenti a di- moltrare la forza viva . Ma voi potete far que- llo
cammino fàcilmente per voi ItelTo, ne vorre. ce darmi fatica lenza bifogno -
Voi giudicare di me , dilTe allora il Signor Marcbefe , troppo gen- tilmente;
ma fappiate però, che fe volete eh’ ia icorra gli effetti o della gravità , o
degli elaflri , io defidero in quello cammino non andar folo ; e voglio che
almeno per qualche tratto di firada voi mi accompagniate.. Che s’ egli mi è
tacile.., come dite, trovar la via pei me medefìmo, mol- to più mi dovrà effer
fàcile, effendomi da voi mo- llrata. Ma pruna di entrare in cammino, vi pre- go
levarmi un dubbio, il cpial mi è nato per le ultime voflre parole . Qude? dilli
io. Voi avete detto, rifpofe il Signor Marchele, che le potenze producono la
velocità, la qual poi fr conferva, fin- ché fìa dillrutta da altre potenze. Or
non s’era^ egli fempre detto , che le potenze producono il movimento ? e come
dite ora , che producono la velocità? E che altro è il movimento, rifpofì io,
{e non la velocità ? Come ? diffe il Signor Mar- ciude, non ho io fempre udito
dire , che il mo- . vi- Digitized by Google T B O X« vimemo è la mafia del
corpo moltiplicata per la velocità ? Si certo ; ri{po(ì ; cioè la velocità mol-
tiplicata per la mafia. V^errfiìmo, difie il Signor Marchefe. Cioè) ripigliai
io, la velocità {Mrefa^ tante volte , quante fono le parti , ovvero gli
elementi della malfa , così che fe le parti della maf- ia fon due, il movimento
farà la velocità prefa due volte ; fe le parti della mafia ibn cinque, o dieci,
o venti, il movimento farà la velocità prefa cin- que ,o dieci , o venti volte
. Non è egli così ? Co- sì par, che ila, n'fpofe il Signor Marchefe. Dun- que
il movimento , foggiunfi io , non è altroclie la velocità , la qual fi prende
più volte o meno ; ma quantunque volte fi prenda , non è mai altro, che
velocità . Ma non. fi dice egli talvolta , ripi- gliò allora il Signor
Marchefe, che avendo due corpi lo llefib movimento non hanno però la ve- locità
fiefia ? Et io dico , rifpofi , che avendo lo ftefib movimento, avranno anche
fempre la ftef- fa velocità. Che è quello che voi dite? rifpofc il Signor
Marchefe. Se un corpo avrà mafia i-, ve- locità 2 , et un’ altro mafia t , velocità
i ; avran- no pure amendue lo fiefio movimento ; e però il primo avrà due gradi
di velocità, il fecondo ne avrà uno . Egli è il vero^ rifpofi io , che il
fecon- do avrà un grado di velocità , ma efiendo la maf- fa compoita di due
parti ( che per quello l’ ave- te detu 2 j farà ripetuto àn ognuna di effe par-
ti , e così farà non un grado folo di velocità, ma due . £ la caufa, che avrà
mufi'o i due corpi, do- F 2 vrà 44 Deila forza de* corpi rà aver prodotto due
gradi di velocità così nel primo, come nel fecondo; fe non che nel fecon- do
quelli due gradi di velocità li dillribuiranno alle due parti della tnafla ,
toccandone uno a cia- fcuna; nel primo daranno raccolti amenduenel- la dedà
malfa i. Intendo, dilTè allora il Signor Marchele , che nel fecondo corpo fono
due gra- di di velocità ; ma lì dice elTervene un folo , non penfandolì al
numero delle parti, onde la malfa è compoda . Ne è neceilario fempre il
penlarvi, rifpofi io. Vedete,di(Teil Signor Marchefe, quanto E iccola cofa mi
avea conturbato. E vorrete voi tfciarmi entrar fola, e fenza accompagnarmi,
nella confìderazione di quegli effetti, che la gravità e r eladicità producono
i* i quali quanto dovranno elfere di ciò, che fino ad ora abbiamo detto, piò
difficili ! Voi,difli, gli fate difficili col temerli; ma molto facili
comincieranno ad elfervi , fe credere- te , che lo fieno . E così interviene di
tutte le cofe. Di fatti qual codi più facile^ che intendere, per quanto
appaniene al cafo nodro, la gravità? la^ quale avrete comprefo abbadanza, qualora
in- tendiate una potenza, la qual rifegga nel corpo e non cedi mai di dimoiarlo
con altri ed altri impul- fi; Così veramente, che quedi impuifi fieno tutti tra
loro egualif e didanti fempre 1’ uno dall* altro dello dedo intervallo di tempo
; il qual interval- lo voi potete fingervelo di qualunque picciolezza ^ a
piacer vodro ; anche infinita , fe vi aggrada . In- teu per tal modo la gravità
, comprenderete leg- ger- Digitized by Coogle L I B R o I. 45 germente, che
tanto maggiore (àrà il numero de- gl’ impuUì, quanto il tempo farà più lungo;
e_* perciocché la velocità » che il corpo acquilla in cadendo, è anch’ elTa
tanto maggiore quanto mag> giore è il numero degl’ impulfì, che nel tempo
della caduta 1’ hanno prodotta, vedete fubito,lt velocità dovere elTere tanto
maggiore , quanto più lungo è fiato il tempo della caduta , cioè dover* cllere
proporzionale al tempo. Ed eccovi quella legge di gravità tanto illuftre e
famoia, che chia- mano legge del tempo. E con pochiflìma fatica , fe avefTì
penna, e calamajo, potrei dimoftrarvi anche 1’ altra, che chiamano legge dello
fpazio. £ quelle fono' le leggi principaliffime , onde i meccanici hanno poi
raccolte tutte le altre, e fat- tone i volumi. Dicendo io quelle ultime parole,
il Signor Marchefe ebbe rollo tratto fuori una pen- na , e un picciolo calamajo
, che fempre avea fe- co, con un foglio di carta; ed ecco, di(Te,che altro più
non vi manca , fe non che vogliate fo- ftenere quella pochiflìma fatica , che
avete det- to ; la quale fe è tanto poca , non dovrete negar di prenderla per
amor mio ; perchè febbene io ho udito dire di quelle leggi altre volte, mi
piacer però di udirne anche ora da voi, maflìmamente per vedere, fe efle
lafcino alcun luogo alla for- za viva -. Ma perchè non ci federemo noi fotto queir
albero, il qual pare, che ci inviti con 1’ ombra? E qui moftrotmni con la mano
un bellif- iùno,c frondoio albero, che poco lungi era^; Digitized by Googk 4^
Della forza de» corpi al qual mirando, rifpoH: come vi piace; e co- minciai
accoltarmivi . Et egli feguendomi , queft* albero , dilTe , mi torna alla
memoria il plata- no famofo di Socrate, il qual parve a Cicerone, che più che
per 1’ acqua, che lo irriga va,. folfcL* crefciuto per 1’ orazion di Platone.
Ben dovrete, rifpofi io allora, dimenticarvi di quel platano, udendo me. Così
dicendo, giunti a piè dell' ab bero, mi pofi io prima a federe fu 1’ erba, indi
il Signor Marcheie vicin di me. Et io prefa la penna in mano, difegnai tofto
fopra il foglio, che egli mi recò, una figura, la quale chiamai prima ,
avvifando,che alcun* altra doveffe aggiun- gerlefi. Indi guardando tutti e due
nella m^efì- F. I. ma, -io cominciai. Fate ragione che il tempo, in cui cade un
corpo, movendo dalla quiete, e ve- nendo giù liberamente, Ha la linea /^B, la
qual divifa nelle parti Ab^bd, ^j^&c. tutte tra loro egua- li , e di quella
maggior piccolezza, che a voi pia- cerà, faranno quelle i picdoliffimi
intervalli, ov- vero tempetti, di cui tutto il tempo AB fi com- pone. Riceva
ora il corpo fui principio del tem- petto Ab un^ itnpulfo dalla gravità ; et
effendo libero e fpedito a moverfi, ne acquici una pic- colifTima velocità, e
fia quella efprelTa per la li- nea Ar. Egli è certo, che ci tenendo il -corpo,
e confervando per tutto il tempetto Ab la velocità acquillata Ar,ie noi faremo
il rettangolo br^ po- tremo far ragione , .che quello rettangolo br Ila 1® ^
fpazietto, che il corpo verrà fcoricndo.nel tem- P® # Digitized by Google L I B
R a L 47 po Ah ; che ben fapete, Io fpazio, che un corpo icorrei efscre la
velocità moltiplicata per lo tem- po. Così èydilse il Signor Marchefe, poiché
ef- lendo / lo fpazio,^ il tempo r, la vcloatà iarà * t che moltiplicata per f
rende /. E per ciò, ripigliai io, il rettangoletto ^r, che pur È fa
moltiplican- do la velocità Ai> per lo tempetto A^, elprime- là lo fpazio
fcorlO’in elso tempetto Ah- Vedete dunque , che cerne il corpo farà caduto- per
lo piccoliTsimo tempo Aé, la velocità, che egli av- rà, farà he eguale ad Ar, e
lo fpazio feorio farà il rettangolctto hr. Ma, feorfb io fpazio br^ ri- ceverà
il corpo lui principio del tempetto bd un* altro impulfo dalla gravitàeguale a
quel primo,, laonde ritenendo la velocità be^ che già avea , ne acquiiterà un’
alua et ad efsa eguale ; e verrà nelL*^ intervallo bd a {correre con la
velocità bt un* al-* tro fpazictto che farà il rettangolo dt» E qui pur vedete,
che efsendo il corpo caduco per lo picciolilTimo tempo Ad , la velodià , che
egli avrà , farà de eguale a ; e lo fpaziio feorfo farà la fomma de due
rettangoli hr^dt^ E f fità ? E come vorrefte voi, rifpolì io , dalla con*-
tinvazione non mai interrotta dell' impulfo de- durre , che le velocità
dovelfcro eflfere proporziò* nali a i tempi? Perchè parmi, rilpofe il' Signor
Marchefe , che effondo l’ impulfo tempre eguale, come è, fe farà anche continvato
per tutto il tem- po, dovrà la fomma degl’ impulfi effcre tanto maggiore,
quanto maggiore farà il tempo j e poi*- chè la velocità è proporzionale alla
fomma degP impulfi , dovrà eflère fimilmente proporzionale^ al tempo .
Dimoftrata così la legge del tempo,, non farà forfè difficile dimofirare poi
anche l’ab tra dello fpazio . Io vorrei , diffi allora , che voi mi fpiegafte
diligentemente queHo, che vogliate-» intendere, qua lor dite : la fomma degl*
impulfi ; o più tofio quali intendiate che fieno quelli im>r pulfi ad URO ad
ubo > di cui raccogliete la fonv ma» Digitized by Google Libk.oI. {I tna. Ma
quali intendèce voi che fieno « rifpofe^ allora il Signor Marchefe, voi che gli
difgiunge> ' te l' un dall’ altro con quegl’ intervalli così (tra- namente
piccoli? Io intendo, rilpofi, che fieno i- ftantanei . Or bene , diflfe il
Signor Marchefe , fa- ce dunque ragione , che io incenda quello ftelTo; fe non
che voi tra 1' uno^ e 1’ altro impuUb frap- ponete alcun cempecto, io non ne
frappongo niu- no ; e voglio , che ad ogni punto di tèmpo cor- rifponda un
impulfo , così che canti fieno gl* im- pulfi , quanti fono i punti del tempo ;
il che po- lìo bi fognerà pur dire, che quanto è maggiore il tempo, tanto debba
elTer maggiore la fomma^ degl' impulfi, e canto anche maggiore la veloci-» tà-
Ma non vi accorgete voi. Signor Marchefe, rifpofi io allora, che in cotefio
difcorfo voipre- fupponete, che il tempo fia compofio di canti punti, il che è
imponìbile; e che 1* inmulfocon- tinvato della gravità fia compofto elio pure
di tanti impulfi idantanei , il che è imponìbile egual- mente , percioccfò il
coniinvo non può compor- li di cofe non continve? 11 che veggiamó anche nelle
linee, le quali, fe vogliamo comporle di punti, in quanti errori non ci
inducono / Chi è, che non polla in un quadrato trovar tanti, pun-' ti nell’
lato, quanti ne trova nella diagonale ,fo- lo che per ogni punto della
diagonale conduca^ una linea perpendicolare al lato? di che fe uno raccoghelTe
che la diagonale et il lato dovefìfero ..clTere tra loro eguali, comequelli ,
che fi conapon- C X go- ; Digitized by Google 5* Della for2a de* corm gono d’
un* egual numero di punti , incorrereb- be in un’ errore grandiffimo. Ne è meno
peri- colofo il voitro argomento , in cui lifolven- do il tempo in rami punti ,
e 1* impulfo della^ =’ gravità, che pur volete e(Ter continvo , in tariti
impulfì iAantanei , volete quello edere eguale ov>€ però dirà alcuno , che
fia ella proporzionale allo fpazio , ne che produca velocità allo fpazio
proporzionale. Come dunque T impulfo, effen^ do continvato per lo fpazio, non
produce però una velocità proporzionale allo fpazio; perchè non potrebbe edere
continvato per lo tempo , c non produrre per ciò una velocità proporzionalé al
tempo? onde fì vede, quanto poco vaglia la.» continvazione a dimodrare una tal
legge. La qual però fi raccoglierebbe benidìmo , fupponendo ^ che r azione
della gravità fode non già continva, ma interrotta per alcuni prccoliffimi , et
inienfi- bili intervalli , conaefopra ho detto. Noi dunque^ dide allora il
Signor Marchefe, dovremo la co- nofeenza delle leggi della gravità ad una
fuppo- fizion falfa • Anzi k dovremo, rifpofi io, all’e- DiC ■ ' by Google • L
I B R a I. 5j fperien 2 a,la quale ha poi fatto luògo alla fuppod* 2 Ìone ;
percipcchè 1’ efpecienza ci ha infegiuto» che i corpi cadendo per alcun tempo
fenfi^le ac- quilhno lempre una velocità proporzionale ad elfo, tempo; è poi
venuta la fuppofizione a rcii- der ragione di ciò» che 1’ efperienza ci a
lafcie- rebbono parer continva 1’ azione della gravità, quantunque non folTe ;
e dove paja continva, che fa per gli uomini ,cbe lo fia? i quali veggono il
mondo non già tale, quale egli è » ma quale ap- parif(;e » e fe ne contentano.
Credete. voi ciò, ri- ipofe allora il Signor Marchefe, o fate viftaf per- chè
io ho pur fenipre udito dire, che l’azione del- la gravità ne corpi fia
continva . Et io pure, ri- fpofi forridendo, il dirò; perchè continve foglion
dirli tutte le cofe, che fono tali, o pajono; ma il filofoib non dee laibaril
poruxe dall’ ufo del . . par- ^4 Della forza dè* gork pnlar comune) ne averper
continve tutte Te co non fono, e incutaci papno » perchè la- natura
{bprarsedendo di tanto in tanto ckll* agire y e qua- fi ripofandofi^uole eh»
noi fenctamo la Aia azio- ne , e non ci accorgiamo del Tuo ozio. E Tappia- te,
che io hò fin qui dettole foprafUndo al- quan- 5 alia» H ve- Della forza db*
corpi velociti prima» che riceve il corpo lunare dalla fua,come Arai! A«,
ovvero come he a bs. Io con- durrei la linea A«, e prolungandola fino a tagliar
BC in H, crederei, che il triangolo AHB rap- prefenterebbe la caduta del corpo
lunare , così come il triangolo ACB rapprefema quella del ter- reftre; e così
ftarebbe lo fpazio fcorfodal corpo terreftre nel tempo AB allo fpazio feorfo
dal cor- po lunare nello llelTo tempo, come il triangolo ACB al triangolo AHB ;
e le velocità acquiitate farebbono tra loro come BC, BH. Io non cre- do, diifi
io allora, che voi vi difeofiiate punto dal vero . E piacemi , che per mezzo
della lu- na vi abbiate aperta la Brada a tutti gli altri pia- neti; perciocché
fe voi faprete, quanta fia la gra- vità de corpi in ciafeun di loro , di che
diconfi i Neutoniani avere avuto qualche notizia ; voi potrete, come i corpi,
che cadono nella luna.., così chiamare ad efame ancor quelli , che cado- no in
giove,o in (aturno , o in qualfifia altro pianeta , e riconofeere per mezzo di
più trian- • goli le varie maniere delle lor cadute . Così fc-0 due corpi
partano dalla quiete con le velocità Ar, Am , e fia per efempio Ar quattro volte
maggio- re di Am ; voi potrete facilmente intendere , che cadendo amendue per
lo fiefib tempo AB, l’uno dovrà feorrere uno fpazio quattro volte maggio- re ,
che r altro, et acquiflare altresì una veloci, tà quattro volte maggiore ;
effendo manifefio, che il triangolo ACB farà quattro volte maggiore del trian-
Digitized by Google L I B k o I. 59 , triangolo AHB, e la linea BC altresì
quattro voi» le maggiore della BK . Farmi ancora , dille il Si- gnor Marchefe ,
che Ce io prolungaflì la linea AB fino in D, e conducelfi DE parallèla a BC»
fin- ché taglialie la AH in E; e facelfi tutto qudfo per modo, che folle AD ad
AB , come BC a DE. cllèndo allora eguali i triangoli ACB,AED, po- trei dire,
che il corpo lunare nel tempo AD fi:or- re quello fpazio medelìmo , che il
corpo terre- Are fcorre nel tempo AB ; e acquila tuttavia ve- locità minore ,
elTendo DE minore di BC . Non fo, fé il mio ragionare vi paja alTai giullo . Io
non credo, rtfpolì , che la dialettica della formar lo potelTe più giudamentc.
Ora, ripigliò il Signot Marchefe , s’ egli è pur vero, che il corpo terre- fire
, cacciato' all* insù da quallìlìa potenza con la velocità BC, dee falire per
tutto lo fpazio ACB, io non fo, perchè il corpo lunare, cac- ciato all’ insù
con la velocità DE, non doveffÌL# falire per lo fpazio AED, cioè per eguale
fpazio; onde IO traggo argomento , che la forza del fali- re non debba
mifurarfi dallo fpazio ( lafcio ora^ la ma(Ta,che podìamo fìngere eguale in
amendue i corpi ) perciocché fe così folTe, bifognerebbe nel nodro calo , che
il corpo terredre , et il lu- nare feorrendo lo deflTo fpazio , aveflero la
dclTa forzai il che però non può elTere, fecondo la_, fentenza di niun
filofofo, elTendo le maiTe egua- li, difeguali le velocità. Ma veggo bene di
non poter ciò intendere badantemente , fe voi prima H 2 non 6 o Della forza de’
corpi non mi fpiegate , come il corpo terreftre , eflTen- • do cacciato all* in
sù con la velocità BCyChe^ egli avrebbe acquiftata cadendo per lo fpazioABC,
debba falire per lo ftelTo fpazio, e non più. Et io veggo, rifpofi , che voi mi
tentate ; perchè la cofa è pur facile , e per poca attenzione , eh’ altri vi
ponga, non può non intenderfì roAamente. Impe« rocchè elTendo il corpo cacciato
all’ insù con la velocità BC , quale fpazio feorrerà egli nel tempet- to Bkf Lo
fpazio Bz, dille il Signor Marchefe. Che è quello ftelTo, foggiunfì io, che
egli avrebbe feor- fo nel fine della fua caduta in un tempetto eguale a Bk. Ora
finito il tempetto Bè, non riceverà il corpo dalla fua gravità un’ impulfo, che
fpin- gendolo all’ ingiù difiruggerà in elTo una parti- cella di quella
velocità, che egli hai* E quella-» particella non farà ella proporzionale all’
impulfo llefso ? Certo che fi ; rifpole il Signor Marchefe, c farà /^, onde
refterà al corpo la velocità f/, con la quale dovrà feorrere nel tempetto
feguen- te IMo fpazio ky^ che è quello llefso, che caden- do avrebbe feorfo nel
penultimo tempetto eguale.# » a kh. E così profeguendo, foggiunfi io, voi tro-
verete, che il corpo rifalendo all’ insù dee feoir- lere tutti glifpazj, che
già feorfe cadendo, e ne- gl’ iftefli tempetti, fino in A ; dove poiché farà
giunto, avrà perdura tutti la velocità BC; e fi fermerebbe quivi, fe la
gravità, che egli ritien.» fempre , non lo ilimolafse di nuovo a difeendere» Et
io non dubito , che per la Aefsa ragione an- Digitized by Google L I B R o I. .
él che i corpi nella luna, caduti efsendo per qual- che rpazio , fé rifiliranno
con quella velocità • che acquiftaron cadendo, rifaliranno per lo ftef- fo
fpazio , e non più . E fimilmente troverete av- venire in tutti gli altri
pianeti, fe vi piacerà di andar vagando per ciafcuno.E per venir là, don- de i
noftri ragionamenti s’ incominciarono , po- tete anche facilmente conofcere,
che a far (ali- re un corpo , come abbiamo detto , non altro ri- cercafife non
tre cofe fole: una potenza , che da principio produca in e(To un movimento all’
in- sù; un* altra potenza, che diftrugga quel movi- mento a poco a poco ; e l’
inerzia, che ne confervi gli avanzi, finché può» Di che pare, che niun^ luogo
v’ abbia quella forza viva, che i Leibni- ziani hanno voluto aggiungervi , e
che mifuran- dola dallo fpazio, voglion’ effere proporzionale al quadrato della
velocità . Così è, did'e il Si- gnor Marchefe; ecertoparmi, che quelle poten-
-■ ze, che avete detto, e 1’ inerzia, ballino a tut- to. Pure che rifponderò io
ad uno, il quale ar- gomenti di quella maniera ? Se un corpo falead* una certa
altezza, bifogna pur dire, che abbia la forza di falirvi ; la qual forza dovrà
pur mifùrar- fi dalla falita llefsa; e mifurandolì quella dallo fpazio, et
efsendo lo fpazio proporzionale al qua- drato della velocità, par bene che
dovrà elserc-. proporzionale allo llefso quadrato anche la for- za . Lafcio
fempre dare la mafsa , che certo do- vrà entrare in tal mifura , poiché >
falendo uil« cor- Digitized by Google 6 t Della forza i>e’ corpi corpo*
fagliono egualmente tutte le parti di efso* e quella Forza, che lo fa falire,
dee produrre^ tante falitc, quante fono efse parti. Ma tutto ciò non fa nulla
al cafonolfro, in cui vogliamo efse- re fempre eguale la mafsa . £ ciò pollo ,
come non dovrà aggiungerli alle potenze , che avete det- to, et air inerzia un*
altra forza , che Ila prò* porzionale allo fpazio, cioè al quadrato del- la
velocità ? Voi dite benilfimo , rifpofi ; per- chè ora a voi piace di prendere
la falita come un’ elFetto i e perciò dovete immaginar nel corpo una forza, che
fìa ad elTa porporzionale. Ne io nego, che voi polfiate prendere , come elFetto
, tutto che volete ; e così Ungervi quante forze volete . Nego bene, che la
.falita del corpo lìa veramente un’ effetto, e che debba elTere al mondo una
parti- colar forza dellinata dalla natura a produr le fa- lite. E dico, che nel
falire non ha altro effetto, fe non che il movimento prodotto già da una^
qualche potenza, il quale elTendo rivolto all’ in- sù, chiamali per noi falita
i e fi conferva per 1’ inerzia , finché fia da una potenza contraria to-
talmente diltrutto; ne altra forza vi fi ricerca. E quando bene vi fi
ricercalFe una particoLr for- za, che producete la falita, io non fo anche^,
perchè le la voleffero i Leibniziani mifurare col quadrato della velocità.
Ohdiranno, rifpofeil Si- gnor Marchcfe.-percliè quella forza fi milurerebbe -
dalla falita, e la falita fi mifura dallo fpazio, e lo fpa- zio è proporzionale
al quadrato della velocità . Si; Digitized by Google L I B R O I. Si Si;
rirpofì, lo fpazio è proporzionale al quadra- to della velocità , fé i corpi ,
che noi paragonia- mo , fieno gravi dello lìcfso genere di gravità » come fé fieno
due corpi terrellri, che fagliano air insù ; i quali veramente fcorreranno
fpàzj prot- porzionali ai quadrati di quelle velocità» com» cui cominciarono a
falire» Non cosi, fé fofstr diverfi i generi delle gravità ; come fe 1’ un cor-
po fofse teriellre , e falifse all’ insù qui in terra» i’ altro folle lunare» e
falifse all' in sù nella lu- na; perchè voi troverete, che il corpo, che fale
in sù nella luna , avendo ricevuto da principio una certa velocità, fcorre uno
fpazio afsai mag- giore, che non fcorrerebbe qui in terra, aven- do ricevuto la
velocità medefima ; laonde para- gonando la falita del corpo terrcilre con la
fali- ta del lunare, fi troverà altra efsere la proporzio- ne degli fpazj ,
altra quella dei quadrati delle ve- locità . Egli è malcydifse allora il Signor
Marche- fe,che per trovar quello paragone ,bilogni andar nella luna. Potrebbe
ritrovarfi lo ftefso,rifpofi io» anche qui in terra, chi volefse feguir
piuttollo la verità» che le ipotefi . Perchè voi dovete fape- re , che fecondo le
efperienze di molti gravilfi- mi , e diligentilflmi filici , gl’ iftelfi corpi
non_. hanno già la llefsa gravità per tutta la terra,ove ''che fieno; ma più fi
fcollano dall’equatore, e.# più 1’ hanno grande; per la qual cofa fe due cor-
pi fagliono all’ insù, l* uno più lontano all’e- quatore , e r altro meno , non
farà già vero , che 64 Della forza de* corpi gli fpazj fieno per efsere
proporzionali ai qua- drati delle velocità; benché farebbe vero, fe la gravità
, come fuol (upporfi , fbfse la ftefsa per tutto. Di che par certamente, che
volendo mi- furar la forza dalla falita, e dallo fpazio, non., debba perciò
feropre mifurarfi dal quadrato del- la velocità. Che è un* argomento, che io
fentj una volta dire a un mio nipote, che argomenta- va contra l* opinione di
Leibnizio. E’ egli quel- lo, difse il Signor Marchefe, che voi avete cfoo- fto
ne voftri comentarj, e che io leffi in Paler- mo, e mi (degnai meco ftefso,
parendomi allo- ra , che non mi fodisfacefse ? Non vi fdegnatc_, per quello
,rifpofi io , con voi ftelTo; perchè è flato anche un valorofomatematico,voglio
dire il Padre Kiccati , a cui quell’ ar^mento non è potuto piacere . Se vi è
caro , io vi racconterò la li- te , come è Hata ; e tanto più volentieri il
farò, che efponendolavi verrò inlìeme ad efporvi , qua- li fofsero i principi
ultimi, e qual 1’ origine di tutta la quillione della forza viva ; che efsendo
già nata dall’incomparabil Leibnizio parve poi, che fi tacelse per lungo tempo,
finché eccitata , e commofsa dall’ egregio Bernulli furfe di nuo- vo con più
rumore . Io avrò caro di udirne, dif- fe il Signor Marchefe. Sappiate dunque,
ripi- gliai io, che Leibnizio afsumeva, come un prin- cipio di meccanica da non
dover dubitarfene , che eguali forze debbano avere due corpi , fe 1’ un di loro,
avendo mafsa 4, pofsa falire all’ altezza » i
I; ' 6 ^ z ; c 1* altro , avendo mafsa i , pofsa falire all* altezza 4 ;
mifurando così le forze dalla marsa mol- tiplicata per lo fpazio . E quindi
argomentava fo&> tilmente a quello modo. Se un corpo, la cui maf- fa (ìa
4, cada dall* altezza i, acquila forza di rifalire fpazio 1 ; e fé un' altro
corpo , la cui ma(> fa fia 1, cada dall' altezza 4, acquida forza di
rifalire fpazio 4 . Avranno dunque quelli due^ corpi acquiilate forze eguali
nel lor cadere; le quali forze però non farebbono eguali , fe non il
mifurafsero moltiplicando le malse per li qua- drati delle velocità; bifogna
dunque così mifu- rarle . Per tal modo argomentava il Filofofo acu- tilTimo , e
riprendeva con molta alterigia i Car- uiìani , che fino a quell' ora avevano
mifuratola forza d’ altra maniera; ma efiì per forza altro a. vevano intefo da
quello, che intendeva egli. Di qua nacque la famofa quillione ; della quale ra-
gionando meco un giorno Eudachio mio nipote dicea , che fecondo quel principio
di raeccanica^, che ailumeva Leibmzio, la conclufione procede- va ben'flìmo
nella fuppofizione della nodra comu- ne gravità ; ma cangiandoli la gravità ,
avrebbe^ dovuto cangiarli ancora la conclufione . Di fatti ponghiamo, che il
corpo, che ha malfa 4, e fa- le all’ altezza i, fia dotato della gravità
terredre; 1’ altro , che ha malfa 1 , efale ali' altezza 4,fia dotato della
lunare : fecondo il principio , Leibnizìo adumeva , dovranno amendue i corpi
avere forze eguali ; ne però li troveranno eguali, 1 mi- Della forza de» corpi
tnifurandole dalle tnalTe moltiplicate per li qua» drati delle loro velocità ;
acciocché dunque fieno eguali le forze, come elTer debbono fecondo il principio
di Leibnizio, dovranno mifurarfì d’ al- tra maniera. E che oppone egli, dilTe
allora il Si- gnor Marchefe , a quello argomento il Padre Ric- catif* Niente
altro, ripigliai io;fe non che, qua- lunque velocità lì acquiili il corpo
cadendo per qualunque genere di gravità, potrà pur Tempre^ dirfi , che la forza
, che egli ha , (ì.i proporziona- le alla malfa moltiplicata per lo quadrato
della^ acquiUata velocità - Si 9 rifpofe allora il Signor Marchefe ; ma non
potrà poi mifurarll la forza dalla malfa moltiplicata per lo fpazio, come ri-
cerca il principio, che Leibnizioalfumeva. Forfè che il Padre Riccati non vorrà
alfumerlo egli. Se non vuole alfumerlo egli , rifpoH io allora , dovea però
rofrrire,che lo alfumeflTe mio nipote argo- • mentando contra Leibnizio, il
qual loalfume.E fe quel principio non gli piaceva, dovea piuttollo fgridarne
Leibnizio ftelfo ; ma egli ha voluto ave- . re un^awerfario più debole, e s’ è
rivolto contra il mio Euflachio» Vorrà forfè il Padre Riccati » dilfe allora il
Signor Marchefe, che la forzali mi- furi non veramente dallo fpazio, ma dalla
fomma di quelle refillenze, ovvero di quegl’ impullì, che il corpo incontra
falendo per lo fpazio j, il che.» pare ancora e più ragionevole , e più vero.
Io non lo ; diffi . Ma certo fe Leibnizio avelfc così volu- to > avrebbe
dovuto mifurar la forza più. rollo dal Digilized by Google L 1 B R o !• ^7 dal
tempo , che dallo fpazio elTendo la fomma^ degl’ impulfi , che il corpo riceve
dalla gravitlt , e che incontra falendo in sù, non allo fpazio proporzionale ,
come ben fapeva Leibnizio , ma« al tempo. Ma parmi oramai, che della gravitk,
in quanto appartiene alla forza viva, fiau pernoì detto abbaftanza; fe non
forfè anche troppo. A me , d:(Te il Signor Marchefe , non può parer trop- po ;
fe già voi non volefte entrare a dir degli e fetti non d' altro procedere , che
dalle potenze, e dall’ inerzia. E dirò quello , che me ne verrà in mente ora ;
voi vedrete poi , feio di fcordi da quel- lo, che già ne penfat, ferì vendo i
Comentarj; di che appena ora mi fovviene. Dette quelle parole prelì il foglio ,
che avea tra le mani il Signor Mar- chefe , e difegnatovi fopra con la penna la
fecon- di II. da figura dilli: avrete già intefo, che elallro chia- mano un’
angolo , pome ABC, il quale natural- mente richiede una certa larghezza , di
modo che fe per alcuna flraniera potenza li allringa a dover tenerne una o
maggiore o minore , faccia forza, e ^inga in contrario. Fingiamo dunque che la^
Digitized by Coogle L I B R O I. 6^ larghezza naturale dell* elallrd ABC fìa
AD; e che dall* una parte appoggiando^ al muro immo- bile XY > fia dall’
altra premuto per una qualche potenza applicata al globo C, che lo tenga fer
avendo la larghezza ACj / 7© Deila forza db* corpi « più deboli ancor faranno»
fé farà tenuto fermo in »»e più ancora , fe in «; in canto che allarga- tofì r
elaitro fino in D, nulla farà degl’ impul- fi. Dove voi potete facilmente
intendere, cho quando i' intervallo Cm foffe efiremamente pic- colo ,
efiremamente piccola farebbe anche la dif- ferenza, che paflerebbe tra gl’
impulfi in C, o gl’ impulfi in e in tal cafo , tralcurandofi que- lla
differenza , fi direbbe, che la preffion deli* ela- firo foffe per tutto 1*
intervallo C« fempre egua- le a fe medefinia- E lo ffeffo fimilmente può dir-
li rifpetto -all* intervallo mv/t, all’ intervallo e a tutti gli altri, che
feguono fino in D« Inten- do, diffe quivi il Signor Marchefe; e fe mal non m’
appongo; parmi, die quello, che voi avete^ detto d’ un’ elafiro folo , potrebbe
fimilmente dir- li d’ una ferie di molti; però non vi fia grave, che io qui
alcuna ne fegni. Come vi piace, rifpofi; et egli prefo il foglio , e fognatovi
fopra quattro claftri , così incominciò : fe noi aveflimo una fe- rie
continvata , come quella è , di quattro elallrt EFG, GHI, IKL, LMN, la cui
naturai larghez- za foffe EO; er effendo dall’ una parte appoggia- ta al muro
immobile XY , foffe dall’ altra pre- muta da qualche potenza applicata al globo
N, che la teneffefcrma,e rillretta nello fpazio EN,m’è avvifo,che lo fieffo
avverrebbe a quella ferie, che all’ elafiro ABC; poiché effa pure premerebbe.*
continvamente il globo N con altri ed altri im- pulfi, i quali farebbono tutti
tra loro eguali ; e^ fareb- Digitized by Google Libro!. 71 farebbono però più
deboli, fé la ferie , allargatait alquanto più , folTe tenuta ferma in r ; e
più an- cora, fe folle tenuta ferma in /; e più,fe in r; così che allargatait
la ferie fino in O, diverreb-' be la prelTion nulla. E qui Umilmente fe l’
inter- vallo Nr fofse infinitamente piccolo » infinita* mente piccola farebbe
anche la differenza , che^ pafferebbe tra gU impulfi in N e gl’ impulfi in r; e
però, trafcurandolt tal differenza, fi direbbe, la prelfion della ferie effere
fempre eguale a fe.^ ftefl'a per tutto l* intervallo Nr; il che pure po- trebbe
trasferirft anche all* intervallo r/, et al'x/’, e a tutti gli altri , che
feguono fino in O . Io non credo, che niente poffa ellèr più chiaro. Ma voi
intanto dell’ elaftro AC , et io della ferie EN , non altrimenti abbiam
ragionato , che confideran- dogli come riftretti , e tenuti fermi dai globi G
et N. Afpetto, che mi diciate dei movimenti lo- ro, o comparandoli infieme, o
f{»egandolr Spa- ratamente- Difficile imprefa, rifpofi io, e da non ufeirne
felicemente, farebbe quella di voter fpie- gare feparatamente il movimento, e
la ragione e i modi di ciafeuna ferie , o fia EN, o fia AG; che già confiderò
AC come una ferie di un* ela- firo folo. Perciocché la natura della elafticità
è ofeuriffima ; et oltre a ciò fecondo la varietà de corpi, e degli
allargamenti loro è canto varia , che par » che sfugga ogni legge . E per 1*
ifteflà ragio- ne farebbe anche dilficiliffimo il comparate i mo- vimenti deli’
una ferie coi movimeott dell’ altra» k Digiiized by Google 71 Della forza cfe*
corpi fe non fi riduceffcro prima molte t:ofe all* egua- lità) onde fofie poi
meno impedita la compara- zione. Per accofiarmi dunque alia voftra diman- da ,
io voglio , che noi fingiamo che i quattro «laftri della ferie EN , e 1’ altro
della ferie AC, fieno tutti tra loro eguali di grandezza , e di ela- fticrtà, c
fieno in oltre egualmente riftretti, così che eguali pur fieno le bafi EG, Gl,
IL, LN, AC. In quella egualità di cofe fi crede da i piò,' che le due ferie EN,
AC, ftando chiufe c ferme, debbano premere egualmente i due globi N, e_* C;
quantunque 1* una fia comporta di quattro ela- (ki , r altra di uno fole . 11
che non dee farvi meraviglia, poiché febben pare , che il globo C •fia premuto
da un’ elartrofoio, il globo N da.» quattro, e per ciò debbano le pfeflloni
effere^ cifegUali ; non è però così . Pofciachè il globo N non è veramente premtito
, che da un’ elaftro folo LMN, o più torto daH’ ertremità fola N dell* elartro
LMN, ficcome il gloko C ^ premu- to dalla ertremità fola C dell’ elartro
ABC;con- ciofiachè le altre due ertremità L et A premano al contrario, effendo
foftenute immobilmente-. * quella dal feguente elartro IKL, e querta dal mu- ro
XY. Mi ricordo, dille allora il Signor Mar- chefe, di aver' udito dir ciò altre
volte, e pat- ini veramente, che ertendo gli elaftri tutti della lerie EN in un
perfetto equilibrio, e per?> forte- nencJofi 1’ un V altro, c ò faccia, che
non pofi. /a pervenire al globo N , fe non la prefljone del y ^ primo Digitizsd
by Google primo elaftro LMN. Le preflìoni de* feguenri e- laftri fono a lui,
come fe non folFero . lo fono dunque perfuafo , che non potendo fpanderfi le
due ferie EN » AC , premeranno egualmente i due globi N e C. Ma ie fi levalTero
le potenze» che tengono immobili i due globi, e le ferie fubita- niente fi
fpandelTero, cacciando i globi fie(Ti ,chc farebbe dei lor movimenti? Io fo, per
quantomi ricorda aver letto ne vollri Comentarj , che voi a- vete fopra ciò
alcune opinioni , che non da tutti vi fono concedute . Anzi mi fon concedute
da_. pochi, rifpofi ; ne io me ne maraviglio; poiché -confiderando, che elle
fono contrane al famoio Bernulli , ardifeo appena di concederle io a me^
medefimo ; di che potete comprendere , che non* lieve ragione, almeno a
giudizio mio, debba fo- ftenerle , potendomi parer vere contra un’ autori- tà
cosi grande. Ma per procedere con chiarezza, c mandare innanzi , come fuol
farfi , le cofe, che fono fuori di controverfia ; dovete avvertire , che fe fi
levi la potenza, che tiene immobile il globo C,r elallro ABC, fpandendofi
incontinente, cac- cierà il globo C,e feguitandolo poi femore con l* eftremità
C , lo verrà fempre foliecitando con altri edaltri impulfi,e producendo in elfo
altre ed altre velocità, finché giungafi in D; dove l’ elallro con- feguita
avendo la fua naturai larghezza , ceiTeran- no tutti gl’ impulfi; e allora il
globo fi fepare- rà dall’ ellremità C dell* elallro, et andrà via ri- tenendo
quella velocità , che fi troverà avere per K tutto •J4 Della forza de*^ corpi
tutto lo fpazio CD acquiftata . Donde potete fa- cilmente comprendere, come il
globo C fcorrtndo da C fino in D, dovrà continuamente affreriarfi a cagione
degl’ impulfi continuamente ripetuti dall’ eladroj giunto in D fi fuggjià via
con moto equabile. E lo llelTo vuol dirii anche della ferie EK, la quale
fpandendofi caccerà il globo N , et iofeguendolo tuttavia con Tefiremità N, lo
andrà con altri, ed altri impulfi affrettando fino in O* Ne finqui credo debba
poter nafcere controver- , fia i roa quante ne nafceranno , fe noi ci mettere-
mo a voler comparare infienre gli (pandimenti del- le due ferie t Avendo io
dette queite parole > e.» già difponendomi di palTar più avanti , eccoti un
fervo elei Signor Governatore , il qual viene figni- ficandoci, elTere giunta
allora la Signora Princi^ peffa , e che avendo intefo dal Signor Governato- re,
che noi quivi eravamo >defiderava grandemen- te di vederci. Perchè levandoci
in piè fubito tut- ti e due , e domandando al fervo, con cui ella^ foffe,
nfpofe ch’eli’ era con due fignori,e parca diipofta d» venir quivi ella fteffa
a ritrovarci . Il perchè penfammo di andarle tofto incontro; ^tti pochi paflì
la vedemmo, che veniva tutta^ lieta verfo noi col Signor D. Niccola di Martino,
e col Signor D. Frantelco Serao; la quale come tofto ci vide; bene fta , diffe
forridendo , voi volevate oggi forprender tre, c noi abbiamo, non volendo,
forprefo voi. Et io dopo averla riveren- temente {aiutata , non fo, dilli ,
qual delle due co- Digitized by Coogle L r B R o I. 75 fe ci doveiTe elTere
(acciocché io vi rifpondaan* che per quedo govane ) più cara, o il forprcn- dcr
voi , o r edere da voi forpred ; che nell’ una dovea piacerne la diligenza
nodra, «elTalcra ne^ piace la fortuna . Ma che è quedo , che voi fiete venuta
tanto più predo di quello avvifade jeri f Io non ho faputo, rifpofe ella,
reddere alla bel* lezza del cielo, cosi fereno, come vedete, «alla foavit'a
deir aria , che mi invitavano ; et anche la prontezza del Signor O. Serao mi ha
moda , che già era predo df accompagnarmi ; con 1 * ajutodel quale ho potuto
trar meco il noftro Signor D. Ni- cola, che pareva aver* altro in penderò* Ma
io non vorrei, qua giugnendo, edere data importu* na , e aver turbati i vodri
ragionamenti • Anziop- portunidìmamente, rifpod io, dete giunta, per- chè
farete cagione, eh’ io cedi da un ragionamen- to , in cui era entrato mal
volentieri* Piuttodo, dide allora il Signor Marchefe, dete voi oppor-
tunidìraa, perchè vorrete edìer cagione , che egli lo profeguifea. Spiacemi,
dide allora la Signora Principelfa , di edere opportuna per due ragioni tanto
contrarie * Ma potre* io intendere qual da cotedo ragionamento Signora, didì io
allora^, quedo giovane quad a viva forza mi ha tratto dover dirgli il mio
fentimento intorno a tutta la quidione della forza viva ; dal qual difeorfo voi
fapete, che io fono tanto alieno , che ne voi, ne quedi due dgnort, avete mai
potuto indurmivi;di che mi pare di aver fatto gran peccato eotrando- K '2 ' vi
- j 6 Della forza de’ corpi vi ora ; però penlo di farne la penitenza » e il
ragionamento incominciato lafciar del tutto . Il peccato , rifpofe la Signora
PrincipelTa, non ave- te voi fatto ora, entrando in tal difcorfo col Si- gnor
Marchefe ; il faceUe allora , che non voldlc entrarvi con noi ; di che farete
la penitenza ; e_» quella farà di profeguire il ragionamento , cui non volevate
incominciare . E fenza più commife ad un fuo familiare, che facelTe quivi
portar le Tedici le quali mentre che (ì attendevano , io dilli: Signo- ra, voi
farete fare la penitenza a quelli due Signor ri, che dovranno alcoltarmi .
Anzi, rifpofeella, la faranno fare a Voi più lunga, perchè io voglio, che elTi
vi interroghino , quando lor piaccia , e_« vi contradicano, qualunque volta non
direte la^ verità . Signora, rilpoH , quelli fono uomini , che per fervirvi
meglio mi contradiranno anche quan- do io la dirò; di che elfi e la Signora
Ptincipefsa rifero. Fatte quelle ed’ altre parole , et eHendo le fedie recate ,
tutti ci mettemmo a federe, e la Si- gnora PrincipelTa a me rivolta,
profcguite,dilTe, il ragionamento che avevate col Signor Marchefe; il quale le
non potrete finire quella mattina pri- ma dell’ ora del definare, a cui io
voglio , che.» voi fiate meco, potrete finirlo oggi, o quella fe- ra ; perchè
la Reina non vienea Baja , che doma- ne alfai tardi, et io oggi fono oziofa.
Signora^, rifpofi , Tappiate pure, che profeguendo il ragio- namento
incominciato, poco mi rella a dire ; e fe quelli. fignori non vorranno
contradirmi in ogni - co- Digitized by Google L I B R o I. 77 cofa, con poche
parole avrò fì nta U quiflione* Imperocché avendomi domandato il Signor Mar
poli 'io, la ridulTe a poco. Perciocché di qualun- que maniera fì apra una
ferie di elaflri, e Ipinga un corpo, che altro fa ella, fe non produrre in effb
altre ed altre velocità , onde egli vie più s* affretta, e corre via? il che
tutto può beniflimo intenderli, intendendo foiamente alcuna potenza, che
produca nel corpo le velocità fopraddette*, e r inerzia , che le confervi . E
con ciò folo , fe la Signora Principeffa me ne deffe licenza , io po- trei aver
finito il mio ragionare. Io la prego be- ne, diffe allora il Signor D. Niccola,
di non dar- vela ; parendomi , che voi vogliate con cotefto vo- Uro argomento
più lofio nafcondeici aitificiod^ men- by G -'OgU 78 Della forza de’ corpi
mente la forza viva^che levarla via. Perciocché quando bene vi H concedeire,
che il movimento e 1’ inerzia baftalTero a tutti gli effetti della na rò che il
movimento non la nafeonda per così di- re fotto di fe ? -Et* io fo bene , che i
più dei Leibniziani.) i quali fono (lati i primi a introdur- re una tal forza ,
hanno creduto , che ella foprag- ^iunga al movimento^ e alla velocità ; immagi-
nando , che la potenza produca nel corpo la ve- locità , a cui venga dietro la
forza viva. Ma voi fapete ancora > quanto fon varj in quello argo- mento, e
come contrattano prù tra loro, che con Cartefio^ Perchè non potrebbe egli adunque
ufei- re al mondo un Leibniziano, il quale dicelTe, che la potenza produce
prima nel corpo la forza vi- va , e a quetta poi vien dietro la velocità ? e
ciò pollo hen vedete, che negando quella forza viva, che fegue la velocità,
potrebbe tettar luogo quell’ altra, che la precede, fo credo, rifpofi al- lora
forridendo, che il Leibniziano, che voi di- te, fia già ufeito; parendomi, che
il Padre Rie* cari, matematico illuttre, e famofo di quella fcuo- la, appunto
infegni, che la potenza produce nel corpo ia forza viva, e da quella poi nafee
la ve- lociti; almenocosì ne parla per turto, che pare, che lo fupponga . Egli
vorrl dunque, ditte quivi la Signora Principetta , che la forza viva fia
proporzio- nale alla velocità, dovendo Tempre la caufa ette- L I B R O I. 19 re
proporzionale all’ eifeito, che da lei nafce* B fé così è, mal foderrà le parti
della fua fcuola * Nò, Signora, rifpofii perciocché egli volge Ic^ cole , e le
piega a piacer fuor Vuole, che la po« tenza produca la forza viva, e così anche
vuole» che debba elferle proporzionale, dovendo femprc la caufa, come voi
dicevate, eiTere proporziona- le all’ effetto , eh’ ella produce ; ma non vuol
già, che la forza viva produca la velocità; fé la trae dietro bensì, ma come un
confeguente , non co- me un* effetto . Per quedo modo trova via di non farla
proporzionale alla velocità ► Se la forza vi- va, dille allora la Signora
PrincipelTa, non pro- duce la velocità, che dovrà ella poter produrre? £ fé non
può produr nulla, per qual ragione la chiameremo noi forza ? Vorrete voi, dille
quivi il Signor D. Nicola, contender del nome? Non del nome, rirpoft' ella, ma
della cofa ; poiché quello , che non può produr nulla, non ha ne il nome di
forza , ne la natura . Sebbene a incender meglio r opinione di così celebre
matematico , io voglio, che mi dichiariate un*" altra dubio. Se La
potenza, per efempio, li gravità , produce nel corpo la forza viva, dovrà
certamente La fòr- za viva elTere proporzionale airazione (fella gra- vità
fleffa ora V azione della gravità, continvan- dofì nel tempo, et elTendo in
ogni punto di tem- po la medefìma , dee proporzionarfì al tempo; dun- que dovrà
anche proporzionarli al tempo la for- za viva ; la quale., fc è proporzionale
al tempo» co- Digitized by Google 8o Della forza de* corpi come potrebbe non
eiTerlo anche alla velocità , che pur fegue V iliella proporzione ? La ragione,
dilTe il Signor D. Nicola, è a(Tai fottile; ma voi non vincerete per ciò di
fottigliezza il Padre Ric- cati, il qual vedete, con che ingegno fé ne fpe-
difce. L’ azione della gravità non è meno con- tinvata nello fpazio , che nel
tempo ; e non è me- no la medeiìma in ogni punto dello fpazio , di quello, che
fia in ogni punto del tempo; farà dunque libero a ciafcuno il farla
proporzionale o allo fpazio od al tempo. Ora egli vaiendofi di -quefla libertà,
per fervire all’ opinion fua, fa 1* azione della gravità proporzionale allo
fpazio , e così anche la forza viva. Dico proporzionale^ allo fpazio, lafciando
Ilare la potenza, che fup- pongo ora eflTere fempre la fteffa . Per altro, fe^
^lla variaCe , dovrebbe dirfi l’azione, e fìmiimen- te la forzj viva,
proporzionai» non folo allo fpa- zio, ma anche alla potenza, e vorrebbe
mifurariì moltiplicando 1’ uno per 1’ altra. Ma tornando al- la fuppofìzione,
che la potenza non varj ; la for- za viva,eflendo proporzionale all’ azione,
farà proporzionale allo fpazio, e per confeguente al quadrato della velocità.
Così tutto fi accomo- -da molto bene, dicendo che la potenza produce non la
velocità , ma una forza viva , a cui pò- (eia tien dietro la velocità. Piacemi,
dilTc la Si- gnora PrincipelTa , di aver intefo un’ opinione./, quanto a me ,
del tutto nuova ; e come due for- ze vive ci ù preienhno da* Leibniziani) 1’
una, Digilized by Coogle L I B R o I. Si che fcgue la velocità , T altra, che
la previentj,' indi verlo rne Torri Jendo, a voi fta , difle , di liberarvi
dall’ una e dall’ altra. Io credeva, ri- fpofi , di dover combattere contro
quella forza viva, che da principio introdulfero i Leibniziani, non contro
tutte le forze, che polTono venire m mente a chi che fia , e che cialcuno può
ad’ ar- bitrio fuo chiamar forze vive ; perciocché quello è cangiar la
quiltione, ritenendo lo ftelTo nome. Per altro io pollo, ben dirvi , che il
Signor Mar- chefe di Campo Hermofo, et io, abbiamo fin’ o- ra fpiegato tutti
gli effetti della gravità , e per quan- to è paruto a noi , alfai comodamente ;
ne mai ci fìamo avveduti d’ aver bifogno d’ alcuna di co- telle due forze, ne
della fulleguente, ne della^ preveniente. Se la cofa v* è andata bene , dilfe.*
il Signor D. Nicola, nella gravità, non vi an* drà forfè così bene negli
elallri. Perciocché fpan- dendofi una ferie di elallri, e urtando alcun cor-
po, Id voi mi dite , che produce in elfo una cera- ta velocità , e non altro; a
voi ftarà di dimollra- re,che quella velocità fia proporzionale alla fe- rie
lleir.i , com’ efler dee ogni effetto alla fua cau- fa; il che non potendo per
voi dimoflrarfi, vi fa- rà d’ uopo confelfare, che la ferie non produce^ la
velocità , ma altro; e dovrete finalmente ri- correre a quella forza viva , che
dite preveniente. Io non fo, rifpofi , s’ io fia così obbligato , co- me a voi
pare, di dimollrarvi , che la velocità , elfendo prodotta dalla ferie, debba
perciò effere L pro- Digilized by Coogle 8t Della forza de* corpi J
aroporzionale alla ferie ; perciocché febben dice- ! i’ effetto dover* elfere
proporzionale alla caufa» che lo produce» vuol però intcndcrft » che (la^
proporzionale non alla caufa » ma all’ azione di effa. Tuttavia acciocché non
diciate» eh’ io fu^ga la difficoltà» voglio efporvi brevemente unaipo> tefì
a mio giudizio comodifllma » per cui vedrete» la ferie degli elalhi produrre
una velocità a lei ilelTa proporzionale; ne dico io già» che T ipo- teli fia
vera; che fo bene poter farfene infinite» tutte comodiffime» e tutte falfe;
afpetterò folo» che altri mi dimoflri » che fia affurda » e da noti potere
ammetterfi in niun modo. Avendo fin^ qui detto , pregai il Signor Marchefe di
Campo Hermofo» che traelTe fuori la carta» in cui era- no difegnate le figure»
fopra le quali s* era tra noi ragionato. La qual carta volle tolto vedere la
Signora Principelfa » e guardando attentamen- te alla feconda figura» ben
rieonofeo» dilfe, gli cla(lrì»di cui ragionavate» divill in due ferie EK» AC»
quella di quattro, e quella d’ un elallro fo* lo; apponiate a mendue ad un
piano immobile^ - XY; et efsendo eguali ruttigli elallri tra loro» et
egualmente chiulì, m* immagino» difse ,a me livolra » che voi vogliate» che le
due ferie, apren- doli ad un tratto, caccino i globi K, C; et voi Ila di
mollrarci»come le velocità , che li pro- ducono in quelli globi, pofsano efsere
propor- zionali aUe due ferie » per cui fi producono - Si bene» zifpofi io;
così veramente però, chef due Digitized by Google L I B R o I. 8j globi Heno
eguali j il che giova Aipporre, accioc- ché la proporzione , che troveram avere
la velo- cità dell’ uno alla velodtli deli’ altro, non del>ba afcriverh fé
non alla proporzione , che tra loro hanno le ferie ilefse- Quel poi, che fieno
gl’in- tervalli regnati con le lettere#*, # , r, e con quel- le altre m, » , o,
intenderetelo fenza fatica niuna per le cofe Itefse, che fe ne diranno - Allora
la^ Signora Principefsa fenza afpettar* altro ordinò , che più copie fi
facefsero di quella figura , così che ognuno potefse averla fotto degli occhi,
le quali mentre che fi facevano , il Signor Marcheie di Campo Hermofo difse:
Signora, io non fo, fe_« voi abbiate dato anche a me licenza di interroga- re
il Signor Zanotti, € di contradirgli ; fo beno^ che non mi negherete quella di
pregarlo. Anzi di far tuuo , che a voi piaccia ; rilpoìe allora la Si- gnora
Principefsa. E il Signor Marchefe a mtj» volgendoli, vi prego dunque ,
di(se,anon lafciar- vi cadere della memoria una diifimzione della for- za viva
, che ancora non mi avete fpiegata , ben- ché mi abbiate detto , che è molto
degna cf cfse- re intefa. Qual? diflì.f^ella, tifpole il Signor Marchefe, del
Padre Riccati; di cui mi fono ol- tremodo invogliato , udendo poc’ anzi quella
fot- tiliffima opinion fua. Io temo , rifpofi , che voi _ mi farete ufcir di
quiltione , fe vorrete, eh’ io va- da dietro a quella diifinizione ; egià egli
la feiega ampiamente m quel fuo lungo volume , che Mreo- be fiato men 1-ungo ,
fe feguendo la difBnizione-^ L ì degli Digitized by Google 84 Della forza de*
corpi degli altri avefse voluto piurtolto trattar la qui- ilione antica , che
farne una nuova. E’pare,dif- fe quivi la Signora Principefsa ridendo , che voi
abbiate non fo quale fdegn uzzo contra quel libro. No, Signora , rifpofi ; che anzi
io lo ftimo gran- diiTimamente, e lo pongo tra i più belli, che fie- no ufciti
fopra tale argomento; quantunque e’ non mi fia gran fatto amico in alcuni
luoghi Ma voi, difse la Signora Principefsa, avrete ben rifporto a quei luoghi.
No, Signora;difs’ io, poiché il libro è fommamente lungo ; et è poi tanto
fottile, o tanto profondo , e pieno di tanti e così urttficiofi calcoli , che
ho fempre fperato, che pochiifimi il leggeiebbono . Il Signor D. N'cola, uScndo
que- llo, mettete pur me, difse, tra i podi i ili m;; per- chè io 1’ ho letto
in gran parte , c fe ho da dir- vi il vero, afsai m’ è piaciuto anche in
queiluo- ghi, ne quali, come voi dite, non vi è amico; perchè lafciando ilare,
fe fia vero o no, è cer- tamente ingegnofo fuor di modo , e lottile tutto ciò,
eh’ egli infegna. Io voglio , difse allora la Signora Principefsa, ad ogni modo
veder’ untai libro; a cui rtfpole il Signor H. Nicola: 1’ ha_» ora il Signor D.
Felice Sabatelli , e il va, cred’ io, leggendo col Signor Conte della Cueva.
Men- tre fi dicevano quelle cofe , erano già Hate.» fatte più copie della
figura , che era feconda nel foglio, et avendo ognuno nelle mani la fua_.;
udremo poi, dilTe la Signora Principcifa, qual fia la diffinizione della forza
viva del Padre Ricca- ti. Digilized by Google L I B R. O I. 85 ti . Afcoltiamo
ora degli elaftri . Et io inconta- nente cominciai. Giacché mi avete obbligato
di entrare contra mia voglia in una materia cotan- to olcura, c fino ad ora da
così pochi trattata, quale fi è quella degli elaftri, io vi proporrò una
opinione , che non dico efter vera , ma afpetterò di lentir da voi altri ,
perchè fi debba dir falfa . Io dunque, comparando infieme le due ferie, che
vedete defcritte nella vfigura feconda , AC, EN , ragiono di quello modo. L’
elaftro ABC nell^ aprirfi eccita con un certo impulfo il globo C, producendo m
elio una certa velocità ; onde que- llo in un tempetto di qualfifia picciolezza
fcorrc uno fpazietto Cw, picciolo elfo pure di qual pic- ciolczza vi aggrada ;
e intanto che il globo C vie- ne in 1‘ elaftro, che lo fegue, s’ allarga egli
pure da C fino in m. Così avviene alla ferie AG nel primo aprirli, che ella fa.
Vegniamo ora al- la bN . Non è alcun dubio , che quella ancor nell* aprirfi
ecciti con un certo impulfo il globo N* E quello impulfo par bene, che debba
elTer qua- druplo di quello, onde è eccitato il globo C; conciofiacolachè il
globo C fia fpinto da un folo elaftro, il globo N da quattro, i quali quattro
elaltri fi aprono tutti ad un tempo, et aprendoli fpingono tutti il globo .
Producefi dunque nel globo N velocità quadrupla di quella, che fi pro- duce nel
globo C , per cui dee fcorrere lo fpa- zietto Nr quadruplo dello fpazietto Cm
nello ftef- fo tempo; e intanto che il globo H viene in r. Digitized by Google
86 Della forza de* corpi la ferie , che lo fegueyfì allarga da N fino in r. E
^ui è cofa facile a intenderfi, eziandio fenza di* mollrazion ninna, che
elTendo 1* elailro ABC di- latato .fino in e la ferie £N fino in r, fi tro-
veranno tutti gli elafiri allargati egualmente; e però fopravvenendo al globo
C,che già è in iin’ altro impuUo dairelafiro ABC; e un’ altro pure
fopravvenendone al glòbo N , che già è in^ r, dalla ferie £N, farà quello
fimilmente quadru- plo di quello, e produrrà un* altra velocità altresì
quadrupla- Dovrà dunque il globo N con letiue velocità., che avrà acquifiate in
N et r, fcorre- re lo fpazietto rr quadrivio elTo pure dello fpa- 2 Ìetto mn ,
che farà fcorfo nello fiefib tempo dal globo C con le due velocità , che avr^
egli acqui- llate in C et j». E fe voi feguirete lo liefTo di- icorfo, fin
tanto che 1* elaftro AC fiafi diilefo fino in D,la ferie EN fino in 0, (e(Tendo
AD, £0 le larghezze loro naturali, quella quadrupla di quella ) voi troverete
leggermente., che qua- lunque volta al globo C fi aggiunge una certa^ velocità,
un* altra fe ne aggiunge quadrupla al globo N . Io non dico , che la cofa vada
così ; vorrei ben fapere come fi dimollri il contrario . £ fe ella va pur così,
bifogna ben dire, che il globo N, come fatà giunto in O, avrà una ve- locità
quadrupla di quella , che avrà il globo C giunto in Dk Ne a tutto quefio
ricercali altro , fe non la potenza , cioè 1’ élallicità degli elaftri , la
qual produca certe velocità ne globi N , e C, Digilized by Google Libro!. e I’
inerzia de globi fteflì , che le confervi . Et anche fono gli effetti
proporzionali alle caufe lo. SOy ellfenda da quattro eiaftri prodotta net globo
N una velocità quadrupla di quella , che è pro- dotta nel globo C dà un’
elaftro foto. Qual’ i- potefi può eller piò comoda? Ne v* è bifogno d*^ alcuna
forza viva , ne di quella y che fegue Iìl» velocità» ne di quella, clw la
previene; la qual forza non dico che fìa a(rurda,.che io non sò la natura di
eifa; ma 1’ ho per inutile, e, fe voglia- mo leguire quella lèmplicità, che rifiuta
tutte 1 «l*. cole fuperflue , da non ammetterli ; et ò certa- mente una tal
femplicità da fLguirfi , quantun- que i filofofi fe r abbian,cred’ iojntrodotta
piò; torto per comodo loro, che per onore della na- tura . Appena dette quelle
parole , la Signora* PrincipelTa m’ interrogò dicendo i vi farà egli por
conceduto da tutti, che nell* aprirli della fe- rie EN fi aprano ad un rempa
tutti gli. elartri y che la compongono , e però- tutti urtina il glo- bo N ?
perchè parmi di avere udito dire da alcu« ni, che prima IT apra il primo
elaftro LMN, e* poi gli altri di mano in mano- Signora, rifpofi, il Padre
Riccati , del cui libro già liete vogliofa, e con ragione, il mi concede;, e
credo, che lo- ftelTò faranno tutti toltone aliai pochi; ma per non fervirmi dell’autorità
fola, voglio, che av- vertiate, che ogni elaftroi nell* aprirli perde fem- pre
del^ fua forza: poiché dùnque, elTendo la- ferie Ebf chiula et immobile , tutti
gli elalhri di 8« Della forza de* corpi .«(Ta fi impedifcon T un 1’ altro con
forze egua- •U , fe avvenga, che ella fi apra, e per ciò aprali il primo
elaftro LMN, dovrà quefto fcemar tofto della forza fua, e dovrà nello ftelTo
tempo V ela- ilro IKL , fminuendoglifi 1’ impedimento, aliar* garfi.E peri’
iltelTa ragione, apreniofi il fecon- do elafiro IKL, dovrà aprirli anche il
terzo, gli altri tutti . £ mi ricorda aver letto in quella famofa fcrittura ,
che diede fuori Giovanni Ber- nulli fopra le leggi della comunicazione del mo-
to, che avendo quel grand’ uomo propofto due ferie, una,.fe non m* inganno, di
dodici elaftri, et un’altra di tré, le quali aprendoli fpingono due corpi
eguali; e domandando, perchè quella * fpinga il corpo fuo piò forte , che
quella ; rif- ponde che quella fpinge il corpo non folamcntc co’ tré primi
claftri (conche lo fpingerehbe egual- mente, che r altra ferie ) ma anche con
quegli altari elallri, die feguono i tré primi. Onde mo- ilra, che qualora una
ferie di elallri va fpingen- do un corpo, lo va fpingendo, non con un fo- 10
elaftro, ma con tutti; il che fe fa nel profe- guimcnto di tutta la
dilatazione, perchè non an- che nel principio P Senza che, fe gli elallri della
ferie dovtffero aprirli 1’ unoapprtftoT alrro, po- trebbe darfi una ferie tanto
lunga, che aprendoli 11 primo elaftro dovefle afpettarfi un’ ora prima che fi
aprilTe i’ ultimo , e intanto 1’ ultimo non fpingeriljbe ne urterebbe il corpo
in muna ma- niera. Avendo io detto finquì, mi tacqui; età cen- Digitized by
Google Libro!. 8p cendofi fimiimcnte gli altri, il Signor Marchefe di Campo
Hermofo così prefe a dire. Moftrerei di far poco conto della licenza datami
dalla Si- gnora Principefifa, fe non me ne valeflì, propo- nendovi un picciol
dubio, il qual vi prego, che mi leviate dall’ animo , et è quello . Voi avete^
detto, che gli elaftri della ferie EN, allargando- li tutti ad un tempo , danno
al globo N un* im. pulfo quadruplo di quello, che il globo C rice- ve, dall’
elaftro ABC; il che farebbe veriflimo, fe tutti gli elaftri della ferie EN
deftero al globo N un’ impulfo eguale ; ma quefto a me non par vero ;perciocchè
l' impulfodel primoelaftro LMN non dovendo far’ altro che cacciar oltre il
globo N , fi adopra tutto in elfo globo ; la dove l’ im- pulfo del fecondo
elaftro IKL, dovendo cacciar* oltre non lolo il globo , ma anche 1* elaftro in-
terpofto LMN, dee diftribuirfi all’ uno et all’al- tro f così che folo una
parte ne tocchi al globo N, E minor parte ancora gli toccherà dell’ impulfo,
che viene dal terzo elaftro CHI, il quale oltre il globo dee cacciar avanti
anche due elaftri di più; onde pare, che tanto minor impulfo rice- ver debba il
globo N da ciafeun elaftro della fe- rie , quanto ciafcun elaftro gli è più
lontano. Voi che fiete tanto ftrlice nello fpiegarvi, voglio, che mi
dichiariate quefto dubio. Vedete , rifpofi , la felicità mia nello fpiegarmi;
che fe voi non mi facevate ora quefta domanda, io mi dimentica- va di dirvi
ciò, che è per altro principaliftìmo ; M ' ed’ 9© DELL4 forza DE' CORPi ed’ è,
che quegli elallri,di cxii traiiiamo>{» voglio» no immateriali, et
incorporei, e privi di ogni mafla . E tali già gli propofe T incomparabil Ber-
nulli , dopo cui ninno &' è ardito di mutarli ; il che fe voi avefte Caputo
, non vi farebbe venuto in mente di dubitare, che 1* impulfodel fccondo elaftro
IKL dovellè comunicar» folo in parte al globo N , impiegandofr T altra patte a
fofpinge- re, c portar oltre T elaftro interpofto LMN ;per- . ciocché elfendo
qucfto privo di ogni malfa ,e nqo ellendo corpo , niuna parte dee toccargli
dell’im- pulfoi lìccome urtando un’ uomo, e fofpingen- dolo, niuna parte dell’
urto tocca airaninìo; ben- ché, andando oltre il corpo urtato, T animo 1*
accompagni; e così urtandoli un corpo, niuna^ parte dell’ urto tocca agli
accidenti di elfo, per efempioalla rotondità, al colore, et a^i altri, benché
poi feguano il corpo urtato; e la ragio- ne li è , perchè tali accidenti non
hanno malla^ niuna. Oh , dilfc allora il Signor Marchefe, dun- que quelli
elartri non fono corpi? E che foru eglino ? perchè levatami 1’ idea del corpo-,
a me niente rimane dell* idea dell’ elaftro. Egli vi rimane, rifpoft allora,
l’idea della puriftima, e femplicifiima elafticiià, la qual non è corpo, benché
rifegga ne corpi , ftccome la gravità , che xiftede nel corpo, il quale n*è il
foggeito; non è però corpo efla ; è una qualità ► Qui la Sir gnora Principelfa
forridendo, voifarefte, diflé, un valente maeftro di filofoEa anche in Alcalà»
Per- Digitized by Google L I B R O I. 91 Perchè, Signora? rifpofi* Et ella ,
perchè qui vf, di(Te, fanano volentieri ricevute cotefte vollr« qualità, le quali
qui tra noi male fì foifriranno. Ma in quel paefe , fecondo che io odo dire,
tut- ti feguono Ariftotele. Io Credo, rifpofi, che cflS abbiano più ragion di
feguirlo , che noi non ab- biamo di difprezzarlo. Ma voi beo vedete , che fé io
richiamo quelle qualità, non io, ma laco« fa iltefsa le richiama; e come
intendere altramen- te gli elafiri di Bernulli? Di che foglio fdegnar- mi
alcune volte co’ no Ari moderni, che avendo in tanto abborrimento le difpute
degli antichi , movono bene fpelTo quiAioni , che a quelle ne- ceAariamente ci
riconducono. Ma tornando al propofito, voi dovete , Signor Marchefe , tener
bene a mente , che nominandofì per efempio 1 * eia Aro ABC, non altro A vuol
intendere, fe^ non una eUAicità , ovvero una potenza, la qual premendo da una
patte il muro XY (benché que- lla preAlone al noAro cafo poco appartiene, co-
me quella , che nulla appartiene al globo C) da un’ altra parte A applica
immediatamente al glo- ‘ bo , e lo iofpinge , infeguendolo, e Aimolandolo con
altri, ed altri impulfi fempre minori, come un’ daftro farebbe; e direi ( fe la
Signora Prin- cipdsa mel comportafse ) che egli é come una^» qualità inerente
al globo Aeiso • Intendo io tut. to ciò beniAimo , dilse allora il Signor
Marche- fe ; e così parmi , che i quattro elaAri, di cui A compone la ferie £N
, altro non dovranno efsere M z fe Digitized by Google pz Della forza de* corpi
fe non quattro potenze , che applicando^ imme- diatamente al globo N , lo
fcuotono , e lo perfc- guono con impulfi Tempre minori . E quelle po- tenze»
come anche quella, che fpinge il globo C, fi voglion fupporre tutte tra loro
perfettamente.» eguali, come fi fon fuppofti gli elaftri. Di che fi rende anche
più manifdto, che il primo impulfo, che riceve il globo N, ricevendolo da
quattro po- tenze, debba elTere quattro volte maggiore di quel- lo, che riceve
il globo C da una fola. Et io già ne fio quieto, fe pure il Signor D.
Niccola,che mo- ftra di voler dire alcuna cofa in contrario , nom» mi
conturbafle . Tolga Iddio , dille il Signor D. Niccola, che io voglia mai
conturbarvi; voglio bene, che voi vi guardiate dagli artificj di quell’ uomo,
che col fuo fillogizzare farà ritornarvi il bianco in nero . Intanto fe io
opporrò alcuna cofa contro cotefta leggiadra fpiegazione, che egli ha.» propofta
del modo , con cui fi apron le ferie; non vorrei , che egli dicefse,che io il
faceflì più tofto per fervire la Signora Principefsa, che per dire la verità ;
perciocché io intendo egualmente far 1’ u- Jio el’altro. Così dicendo,
ripigliai io, voi vole- re moftrare di fervirla meglio; ma vedete, che^ cotefto
voftro proemio non paja un artificio maggiore di quanti ne abbia ufati io .
Però quale è la cofa, che voi avete da opporre^ ? Sorridendo allori il Signor
D, Niccola, più d* una ne hò , dille ; et anche pare , che mol- te ne abbia il
Signor- D» Serao ; perché £a bene, / Digitized by Google L I B R O • r. 93
ficcome io credo , proporle prima tutte , per dar loro, fe fi potrà, qualche
ordine, e poi difpu- tarvi fopra. Come vi piace, rifpofi. Et egli al- lora ,
niuno certamente, didè, vi concederà quel- lo, che fino ad ora ci avete con
tanto ftudio vo- luto perfuadere, cioè che l’ impulfo, per cui co- mincia a
moverfi il globo N, fia quattro volte.» maggiore di quello, per cui comincia a
moverli il globo C. Che anzi quelli due impulfi foglio- no da i più prenderli
come eguali ; e come eguà- li gli allume Bernulli, e dopo lui anche Camus,,
come fapete, negli atti dell’ Accademia Parigina. Camus, e gli altri, rilpoli
io, hanno avuto qual- che ragione di aflumere quelli impulfi come egua- li,
avendogli Bernulli così prefi. L’ autorità di Bernulli è ballata loro, ne io
faprei di ciò ripren- derli . Ma Bernulli poteva bene in vece di alTu- mere
tale uguaglianza, dimollrarla; e fe non lo ha tatto, ben mollra, che non potea
farfi. Anzi- moftta , dilTe il Signor D. Nicola , che non crai» necelTario di
farlo; tanto la cofa è per fe llclTa.» chiara e manifdla» Ma io ho anche un’
altra dif- ficoltà in cotella volita fpiegazione ; perchè pa- re, che voi
vogliate, che il globo C, ricevuto un* impulfo , fcorra poi equabilmente, fenza
ricever- ne più, fino in >»; e fimilmcnte, che il globo N , ricevuto un’
impulfo, fcorra equabilmente, fen- za riceverne più nelTun’ altro , fino in r ;
c lo Itef- \ fo volete, che fegua in tutti gli altri fpazietti di- mano in mano
• Con che venite a frapporre degl’ ìq Digitized by Gì -Ogli 94 Della forza de*
corpi intervalli tra un’ impulfo et un altro, e non la- fciatc elTer contmva i
azion degli claftri, come_» elTer dee, e come vogliono tutti, che lìa; e ve-
nite anche a comporre il moto accelerato dei glo- bi di molti moti equabili.
Cipero ifteflTo, diire_* allora il Signor D. Serao , penfava anch* io di
domandare; ma il Signor D. Niccola mi ha pre- venuto. Et io allora, come v* è
egli venuto in niente, rUpoli, che io voglia levar via la conti- nuità deir
azion degli elailri ? Non potete voi quegl’ intervalli, che io frappongo tra
gl’ inipulfi, nngervegli piccioli a modo voftro; anche infinità- mente, le vi
piace? E fe così farete, di niente fi turberà la continuazion degl’ impuKl, i
quali fi efiimcranno abbafianza conrinvati , folo che gl’ in- . tervalli , per
cui fono interrotti, fieno infinita- mente piccoli. E chi cftimerà non continva
1’ ac- celerazione d’ un grave , die cada , o anche di quelli due globi N, e C,
di cui trattiamo, per quello che le fi frappongano dei movimenti equa- bili
infinitamente piccioli , come fono il movi* mento del globo N fino r, e quello
del globo C fino in M ? Anzi ogni movimento accelerato fi vuol fupporre conipollo
di movimenti equabili infinitamente brevi , così appunto, come ogni li- nea
curva di linee rette infinitamente piccole. E quella licenza fi hanno prefa i
geometri nelle li- nee, et hanno dato efempio ai meccanici di far lo lleflo
anche nei- movimenti. Non così però no ufano i geometri , difie allora il
Signor D. Serao, che Digitized by Google Libro!. 95^ che non debbano e voglian
talvolta confiderai co> me curve quelle IklTe linee infìniramente piccole,
che già prefero come rette , e di cui compofer la curva; e all’ ifteffo modo
dovranno talvolta i meccanici confiderarcome accelerati quegli iteflì movimenti
infinitamente piccoli, che già prefero per equabili. E chi fa> che quei
movimenti infi- nitamente brevi, che voi avete propofto cornea equabili, da N
fino in r, e da C fino in w, e^ cosi gli altri , non fieno ora da confiderarfi
come accelerati? Il che fc foffe, non sò^, come vi riufei- rebbe di dimollrare,
chela velocità del globo bt giunto in r fia quadrupla di quella del globo C
giunto in I». Ma io mi accorgo, che fono entra- to in una provincia già
occupata dal Signor D* Nicola ; però intendo di ufeirne , e lafciarla a lui.^
Solo dico, che tratrandofi degli elafiri, voi avete tralafciato un’ argomento
principalifiìmo ; ed è quello, di cui fi fervi già Bernulli, come di una
ragione invittiffima, negli atti di Lipfìa, traendo- lo da una ferie fola, di
elaflci, che aprendofi una due globi, difeguaii tra loro, verfo due contra- rie
parti. Ne io certo crederò, che abbiate detto> abbaitanza, ne foddisfatto al
dover vofiro, ne a! defiderio della Signora PrincipefTa, fe non avrete detto
anche di quefio ; et io defidero grandemente di udirne . Quando s’ abbia a dar
luogo anche ai defiderj, diffe allora il Signor D. Nicola, et io defidero che
ci moli ria te, come generalmen» te P opinione , che voi avete intorno alia
forza.» Digitized by Google 9^ Della forza de* corpi viva , fi accomodi alle
leggi univerfali del moto ; non perchè io abbia difficoltà ninna in ciò; nia_.
a VOI da di moltrare , che ninna polTa averfene. Allora io rivolto alla Signora
PrincipelTa, fe voi^ dilli) non ponete modo alle contradizioni , e alle
domande» quelli Signori hanno tanta voglia di fervirvi, che mai non la
finiranno. Andre uniu cofa, ripigliò il Signor D. Serao» non ho io be- ne intefo
nel fine della fpiegazione, che avete fat- ta dell’ aprimento degli elafiri:
avendo voi det> to, elTere da ièguirfi la femplicità in tutti gli ef- fetti
della natura» donde avete tratto argomento, che la forza viva fia da
rigettarli. E che? diffi io; Non pare a voi » che la natura fia fempliciffima
in tutti i fuoi effetti? A me par sì » dilTe il Signor D. Serao; ma io ho
creduto» che a voi non paja lo fielTo» almen tanto» quanto parer dovrebbe;
ayendo voi detto, fe non m’ inganno» che una^ tale femplicità 1’ hanno i
filofofi introdotta più per comodo loro , che per onore della natura ; con che
parmi , che abbiate offefo e i filofofi , e la natura ffelTa . Io non fapea ,
rifpofi , d’ aver tat- to così gran male ; ne che i filolofi dovelTer me- co
fdegnarfi , fe io aVeffi creduto , che elfi pen- falTero anche al loro comodo ;
il che fe facelTe- ro » chi potrebbe giuftamente riprendergli ? e ere- * do»
che la natura fiellà gli efeuferebbe. Voi ri- volgete in gioco, dille allora il
Signor D. Serao, la mia domanda. Ma certo a me pare» che cer- cando i filofofi
la femplicità per tutto, cerchino non DigitizèS by L I B R O I. 97 non il
comodo loro , ma una certa belliffima per- fezione delia natura, che mal
potrebbe da fepararfì. E parmi , che abbiano fatto bene a (la- bi lime come un
principio, per cui proponendoli (iftemi, che tendano a un medefimo fine, quel-
o fempre (limino elTer vero, et abbraccino', che è più fpediio, e più facile, e
più femplice. E il far quello, difs’ io, come vedete, è molto como- do ai filofofi.
Anzi è , dilTe il Signor D* Serao, convenientilTimo alla (apienza della natura.
Io noa n^o, dilli allora, che ouella femplicità , che voi dite. Ila molto bella
, e aegna della natura; e con- felTb che gli argomenti, che da ella fi
traggono, hanno qualche poco di probabilità ; dico bene, che non sforzano i'
intelletto, ma lo Infingano folo, e r invitano , e fono da abbracciarli , come
tutte le altre ragioni probabili, con alTai timore . E Tea quelle ragioni , che
fi traggono dalla femplicità della natura, noi levalfimo tutta la forza, che
lor viene dal pregiudizio , e dall’ errore , credo che molto poca gliene
rellerebbe . Qual è queft^ pre no fatica a quei , che lludiano , pur irebbe pec
quello folo da commendarli; ma ella trae feco anche una non fo quale
probabilità; e fe i lì- lofofì fondando le loco opinioni fu la Templi* cità
della natura » le proponefsero poi mode* ftamente , e li contenta fsero , che
altri ricevelse con qualche timore , e folamente^ come probabili , io non
ripugnerei loro ; ma Tpacciandole efli il pih delle volte quali come.»
evidenti, ne potendo fofEerire, che pur fe n* ab- bia un minimo dubio,mi
accendono in ira. Vedete dunque , che io non levo via i lor fidemi , levo via
la loro arroganza. Troppo avrete a fare, dilTe qui il Signor D.Niccola,/e
vorrete levarea i filolofi r arroganza ; pure ora trattandoli della femplici-'
tà, parmi che voi vi affanniate centra ragione. E che dirette voi , fe uno vi
formalTe un Dio, il qual creando 1’ univerfo, creaflTe in elfo molte.» cofe non
necelTarie ; molte ancora inutili affatto c fuperflue? l4on vi parrebbe egli
quello un Dio poco accorto ? Et al contrario , fe vi fbrmalTe un Dio, che
ttudialTe Tempre le vie più facili, e più brevi; e quelle attentamente
feguilfe; ne mai per- venilTe ad un fine , fe non adoprandovi i meno mezzi, che
adoprax fi potettero; non vi par* egli. DIgitized by Google 191 Della forza m*
corpi che formafTe un Dio fapientiifimo ? A me par , diflì , che formerebbe un
Dio molto pigro ; per- { ciocché «(Tendo a quefto Dio, fe egli è veramen- te
Dio, egualmente facili e brevi tutte le vio,. ne potendogli venir meno ne la
polTanza ne t mezzi , io non sò , perchè egli volefTe (ludiar canto il
jifparmio , e feguir Tempre quelle vie.*» che non a lui fon le più £ictli, e
brevi, ma su. noi. Qual ragione, dilTe allora il Signor D. Ni- ' cola, avrebbe
egli di feguir le più lunghe, e le più torte? QueUaileira, rifpofì io, che
avr^be di feguir le più brevi , e le più facili ; che io non fo, qual ragione
fegua un Dio, creando le cofe; dico cene , che la ragione , che egli fegue ,
non può clTere ne la brevità, ne la facilità, ne la fem* plicità, eifendo a lui
breviflìmo, e facilHfimo , e femplici/Timo ogni cofa. La bellezza dell’ opera,
didè jquivi il Signor D. Serao , potrebbe forfè ef- fere una tal ragione ;
poiché elTendo certamente^ più bella queir opera , che è più femplice , ne vie-
ne, che fe Dio vuol crear la più bella, vorrà an- cora crear la più femplice.
Che fe egli in tutto fludia , e vuole 1’ onor Tuo ( giacché mi traete a viva
forza in Teologia ) quale onore farebbe a lui un’ opera intralciata in mille
modi et av- volta, in cui (ì pervenilTe per cento mezzi ad un fine, al quale
potea pervenirti per uno folo? fen- za che, quando egli per giungere a un certo
fine fi ferviffe di mezzi inutili , moflrerebbe di non^ conofcerli. Voi, di(S,
Signor D. Serao, mi fof- pin- « Digitìzed by Google Libro I. «oj pingete in un
gran pelago , cbiamandoni^i a n* gionare dei fini , e dei mezzi della natura ,
e del- la ragion di crearli ; e parmi che molto giudizio- famente Cartefio
vietaiTe a fuoi d' impacciarfi de fini della natura , avendogli per troppo
occulti ; e veramente fé fon cali, quali quel gcavilllmo uo- mo gli credette, e
quali fono in fatti da crede- re , io non sò, a quar ufo (érbifi il principio
della femplicità volendo fiabilire piu toiio un fi- tìema , che un’ altro ;
perchè fe quel fillema è più femplice, che più fpcditaroente, e con mag- gior
facilità conduce ai lini della natura ;non ia- pendo noi quelli fini, e
dovendopur fempre du- bitare , fe oltre quelli , che ci par di fapere, altri ne
abbia la natura , che non fappiamo , come po-- tremo noi diftinguere tra due
fillemi , qual fia più- femplice, e qual meno? E certo io vi concedo, che fe
Dio volelTe una cofa come mezzo , il qual conducelfe a un certo fine , e quella
veramente non vi conducelfe , mollrerebbe di non averla ab>- ballanza
conofciuta; perciocché 1’ avrebbe pre- fa come un mezzo , non elfendolo effà ;
ma non per quello vorrebbe dirfr , che Dio non avefse_- creata quella tal cofa;
perciocché fe egli non T avefse voluta, come un mezzo, potrebbe averla voluta ,
come un* altro fine ; e molto meno è da pretendere , che potendo Dio afsumere
molti mez- zi, i quali componendoli tutti infieme, e maravi- gliofamente
accordandoli traggano a un certo fi- ne > e potendo anche aisunKrne pochi,
debba egli 104 Della forza de* corpi efsére allretio ad afsumere più tofto i
pochi , che i molti; perciocché potrebbono queftì molti efser voltiti * e per
quel fine, a cui traggono» et an^ che per loro fteffi . E eoa potrebbe Dio tra
le in- finite cofe polEbili , che egli ila contemplando in fé medeiìmo fino ab
eterno , aver veduto un cer- to effetto prodotto da mille cagioni infìeme, e io
fieffo effetto prodotto da due fole, et averlo vo- luto più tofto prodotto
dalle mille, che dalie due; perciocché non folo T effetto , ma potrebbono ef-
i'ergli piaciute ancor le cagioni . Potea forfè la^ terra effere illuminata d’
una maniera più Templi- ce; ma Dio ha creato un fole, che è tanto più grande di
lei, il qual rivolgendoii con una ma- ravigliofa celerità per gli fpazj immenfì
del Cielo verfi in lei del continvo una impercettibil copia di luce- E perché ?
perché egli forfè ha voluto non già una terra illuminata, ma una terra illu-
minata , et un fol , che la illumini . Senza che vuo- le Iddio co’ medefim'i
mezzi fervir fpeffe volte a moltiflìmi fini; e noi, conofeendone un folo, giu-
dichiamo quei mezzi effere fovrabbondanti;e fon veramente, fé a quel fine folo,
che conofeiamo, fi riferifeano. Ma noi farebbono, fe gli riferif- fimo a tutti;
come fa Iddio, il qual, provedendo ad un fine, vuol provedere anche agli altri,
e_* ^creando 1’ albero non penfa folo all’ albero, ma anche agli uccelli , che
hanno da porvi il nido, e al paffeggiero, che dee federvifi all’ ombra-, . Voi
avete fatto, diffe quivi il Signor D. Serao , una Digitized by GoogR' Libro I.
105 una bella prova di eloquenza. Ma io vorrei fenza eloquenza , che
rifpondefte a quello , che ho deCr- to , cioè che 1’ opera , che è più femplice
, è an- cor più bella, e fa più onore airauior Aio ; don- de ne viene , che
volendo Dio il fuo’ onore , e_» creando per quello le cofe c non per altro ,
cree- rai le più femplici. Che le opere., rifpofì io allo- ra, le quali fono
più femplici, lìeno ancora per noi più comode , non ne ho dubio alcuno ; più
pretto e meglio le intendiamo . Et ettendo più co- mode , non è alcun dubio ,
che ancor più piac- ciano ; e più piacendo debbano parere anche più belle. Ma
fe voi vorrete metter da parte il vo- ttro amor proprio, che vi fa parer belle
tutte le cofe, che a voi fon comode; e vorrete giudicar di loro non per quello,
che fono a voi, ma per quello, che fono in lor medettme; io non veggo già, come
non debba più piacere, e dirli più bel- la un’ opera, in cui tifplenda
grandittìmo Audio, e moltittìmo arriAzio, che un’ altra, in cui nien- te Ila di
ciò; benché abbiano tutte e due lo ftef- ‘ fo line. Un danzatore va da un luogo
ad un’ al- tro con molti, e varj giri c movimenti artifìciolif- fimi ; i quali
le fon grazioli , p*ù piace , che fe vi andalTe fpeditamente e fenza arte;
perchè noiu piace r andarvi ; piace la maniera , con cui vi va. Ma acciocché
non dobbiate dire, che io mi ferva dell’ eloquenza , la qual non fo, come a voi
pa- ja , che oggi lia nata in me, io lafcio Ilare, che le òpere più femplici
Aeno ancoi le più belle , e O vi Digitized by Google io 6 Della forza de’ corpi
vi domando folo, fé voi crediate, che Dio nel produr le cofe, e trarle dal
nulla, abbia dovu- to Tempre fceglier le forme più belle, o polla an- che
talvolta aver degnato le men belle, faccendo- le poi più belle coi crearle. Io
non ardirei, dif- fe il Signor D. Serao , decidere una quillione tan-. to
agitata , e tanto ofcura ; e fo che non la de- ciderete così facilmente ne voi
pure . Ma Te.* egli non può deciderli, nTpofi io, che Dio, pro- ducendo le
cofe, abbia fcelto Tempre le forme più belle, come potremo noi decidere, che
egli abbia Tcelto le più Templici, per quella ragione,! perchè le reputiam le
più belle? Et elTendo una quillione oTcuriflìma , Te le cofe da Dio create^:
fieno le più belle di quante crear fe ne potelTero;« come non farà anche una
quillione ofcurilfima..,- fc lieno le più Templici ? La qual ofcurità ci fi fa-
rà tuttavia maggiore, fe noi conlidereremo , che i fini, che nói andiamo
immaginando nella natu- ra, non Ibno neelTer polTono i fini ultimi di Dio, il
quale non può averne che un folo,et è quel- lo deir infinito , et inefplicabile
onor fuo . E ben- ché io non abbia delle cofe divine fcienza niuna, non
crederci però d’ ingannarmi , fe io dicelfi , che 1’ onore , che Dio fommamemc
, e più che_> altro fludia, e cerca , e vuqlc, non è già quello, che a lui
fanno con la beUezzA loro le cofe ef- fendo create, ma quello, che fa egli a fe
ftelTo creandole ; perciocché le crea egli, non perchè me- ritino d’ elTer
create , ma perchè gode di crearle, an- Digitized by Google Libro I. 107
ancorché non lo meritino . Nel che fi compiace-» dell’ infinita liberalità, e
magnificenza iua , ne.» ila, cred’ io, a fare i calcoli, ne a prender mi- fu re
per timor di non creare una ftella di più, o far qualche pianeta oltre il
bifogno : come un ec- cellentilfimo mufico , il qual compiacendofi della fua
voce, canta a diletto; ne fi rimane , perchè bifogno non ne fia. E fe Dio fa le
cofe nonmof- fo dalla bellezza loro , ma dal piacere di farle.» , chi fa fin
dove quello piacere lo porti , e fino sl. c]ual fegno egli abbia voglia di
follazzarfi ? che.» non'può già a lui dirli , come al fanciullo : celTa ornai ,
tu hai giocato abballanza . Voi tornate.» difse allora il Signor D. Serao , a i
voléri luoghi oratori; e mollrando egli di voler pur profegui- re, la Signora
Principeifa 1 * interruppe , e difse: cotella vollra difputa è ormai troppo
lunga , e.» fuor di propofito ; che fe voi vi fermate tanto in cotclle
ibttigliezze , non farà mai , che per noi fi torni agli eiallri. Pur
permettetemi, vi prego, dif> fe allora il Signor D. Serao , che io aggiunga
una cofa fola ; ed è , che Maupertuis, lìlofofbrtt quan- ti oggidì ne fono in
tutta Europa chiarifllmo , ha creduto di potere argomentare , che l’autore del-
la natura debba efsere e prudentifllmo , e fapien- tilfimo , e finalmente Dio,
dimollrando non al- tro, fe non che tra le infinite leggi del moto, eh' efser
potevano , abbia egli faputo conofeer le.» più.femplici , cioè quelle, nelle
quali ha men di htica e men d’ azione; e quelle fi abbia propo> O z fio
Digìtized by Google io8 Della forza de’ corpi fto di voler feguire;e tale
argomento è paruto all’ illudre filofofo tanto grave, che l’ha di gran lun- ga
antepoftoa tutti gli altri ,che foglion produr- fi a dimoilrare V efidenza di
Dio ; tanto ha egli dato di autorità alla femplicità. Se così è, afsai picciola
cofa , rifpofì io allora , baila a Mauper- tuis per farne un Dio. Come picciola
cofa?difse_* allora la Signora Principefsa ; pare a voi piccio- la cofa a faper
conofcere tra le infinite leggi pof* fibili, quali fieno quelle, in cui ha men
d’azione? Piccioliifima ; rifpofi. Perchè? difse la Signora^ Principefsa.
Perchè, di fiì, le ha fapute conofcere an- che Maupertuis;che non è un Dio: io
credo che ila il prendente dell’ accademia di Berlino. E certo f^ 1’ autore
della natura non altro avefse faper dovu- to , fenon quali folsero le leggi del
moto, acuì meno azione, che a tutte 1’ altre, fi richiedefse^, non avea per ciò
mefiieri d’ una fapienza infinita; badava bene , che egli fapefse un poco il
calcolo differenziale. Seguir poi quelle leggi , in cui ha^ meno azione, c men
fatica , che in tutte l’ altre.., è ùn configlio, che avrebbe prefo non foloogni
prudente,ma anche ogni pigro . Vedete dunque^, che il grandiflìmo filofofo d’
afsai picciola cofa ha fatto un Dio. Difse allora la Signora Principef- fa
ridendo, voi torcete ogni cola a fenno volìro; ma certo la fcelta di quelle
poche leggi leva via la fufpicione del cafo; perciocché il cafonon le., avrebbe
potuto fcegliere tra infinite altre j al che richiedevafi una mente dotata di
fcienza, e., di Dlgitized by Google Libro I. 109 di con figlio. Sì ; rifpofi
ioi ma quella menteJ avea biiogno di così poca Scienza , e di cosi poco
consiglio , che fe io non fapeflt altro di lei, per quello folo non la farei un
Dio ; più la flimo di aver potuto creare i corpi, trarli dal nulla, et impor
loro certe leggi, qua^ li che effe fieno, onde dovefTe ufeirne il vago e
maravigliofo afpetto deir univerfo; che di avet conofciuto fra le tante leggi
del moto, quali fof> fero le piò femplici. Finché noi , dille allora il
Signor D. Scrao, andremo dietro agli argomenti dei metafìlìci , a voi non
mancheranno le fotti» gliezze. Intanto però tutte le opere della natura» che
noi intendiamo, noi le troviamo molto fem> plici; e da quelle, che
intendiamo, polTiamo fa- re argomento dell’ altre. Tutte le opere, rifpoli io ,
che intendiamo , della natura , le troviamo femplici, perchè noi non
intendiamo, fè non le femplici ; alle più compofte non polfiamo aggiun- gere ;
e quelle illelTe , che chiamiamo femplici , non le diremmo forfè tali, fe le
intendelTimoper-' fettamente; che feopriremmo anche in effe un’ in- finita
varietà di azioni, e di qualità , e di modi, che la picciolezza del nodro
intendere non ci per- mette di difeoprire ; eHendo cofa vana il crede- re , che
gli artifici della natura non fi eflendan^ più là delle noflre cognizioni .
Vedete, dilTe il Signor D. Serao, la varietà dei colori, che pare- va efTere
compoflidima, come s’ è ridotta a fetn- to , ne la velocità , ma altra cofa .
Come dite voi dunque, che il cangiamento, che ella produce, fia la velocità, o
il movimento? Voi volete dire, rifpofi io allora , che la potenza fecondo il P.
Ric- cati produce immediatamente la forza viva, la., qual poi lì trae dietro la
velocità , come un fuo confeguente ; il libro del Padre è tanto pieno di ciò ,
che non occorre molìrarne i luoghi . Ma ciò pollo, la forza viva farà dunque una
virtù, che fi P z trae . Digitized by Google ii 6 Della forza de* corpi trae
dietro U velocità ; come farà ella dunque 1* inerzia ? Diremo noi, che 1’
inerzia, che è una^ virtù indifferente a qualfivoglia modo di edere , fi tragga
dietro la velocità? e quando bene la fi traefì'e dietro , e là confervaffe ,
pur farebbe per quello fielTo proporzionale alla velocità. Percioc- ché che
altro dovrebbe confiderarfi in effa, fenon l’arto del trarfi dietro la velocità
, e del confer- varla? il quale atto tanto è certamente maggio- re, quanto
maggiore è la velocità , che fi con- ferva , e fi trae . Cotefia ragione ,
dilfe qui- vi il Signor D. Nicola , è un poco fottile , et a molti parrà ofeura
. E per quello , rifpo- fi io, farà ella falfa? Io non voglio, dilTe al- lora
il Signor D. Niccola, difputar di ciò; ma^ tornando al propofito del
cangiamento , per veder pure in che cofa egli confida , io dico , che fela
potenza, fecondo il P. Riccati, produce nel cor- po la forza viva , onde poi
fegue il movimento, e la velocità ; potrebbe forfè il cangiamento con- fidere
in quella forza viva , che il corpo acqui- lla ; potrebbe anche confidere in
quella velocità, che ne fegue ; e perchè non anche in quel fèmpli- ce palTar,
che fa il corpo,da un luogoad un’altro? £ le voi non ci dichiarate, in che
veramente il cangiamento debba confidere, non ci avrete mai dichiarata la forza
viva del P. Riccati, che è la^ confervatrice del cangiamento. E quand’egli fof-
fe ofeuro in queda parte, non per ciò dovrede voi dire, che folTe falfo.
Ofeuro, rifpofi io allo- ra , Digitized by Google L 1 B R O I. ■ It7 ra ,
quanto a me, egli è certo ; e come intendete, voi quello, eh' e’ dice, che la
forza viva fi vuole ammettere, accioccliè l’ effetto fia eguale alla ca- gione;
moftrando poi in tanti luoghi , pariicolar-\ mente alle pagine 175. l’iS.di
averla non per una ' qualità reale de corpi, ma per unafemplice idea de i
matematici; quafi gli effetti doveffero uguagliarli alle Icm: cagioni nella
mente dei matematici ,enon ne i corpi. Ma vegniamo al cangiamento, di cui
dicevate : intorno al quale io argomenterò pec modo , che non avrò bifogno di
ftabilire, in che egli confifla; perchè in qualunque confifla delle tre cofe,
che avete detto, io vi farò chiaro che fempre confufione ne nafee, e difordine.
E pri- mamente fe il cangiamento prodotto dalla poten- za foffe la forza viva,
che il corpo acquifia ; di- cendofi poi , che la forza viva è una virtù con-
fervatrice del cai^iamento , verrebbe a dirfi che la forza viva foffe una virtù
confervatrice della forza viva; che farebbe brutta definizione. Se il
cangiamento poi foffe la velocità ; ne feguirebbe, che la forza viva, che ne è
la confervatrice, fa- rebbe la confervatrice della velocità , e non ef- fendo
altro, farebbe proporzionale alla velocità, cui confervaffe. Che fe il
cangiamento prodotto dalla potenza foffe quel palTar, che fa il corpo, da un
luogo ad un' altro; io dimando prima, con^e poffa la potenza determinare il
corpo a (correre un certo fpazio , e non determinarlo infieme fcorierlo in
certo tempo ; perchè in verità fino a laia- ti'8 . Della forza de’ corpi tanto
, che il corpo farà indifferente a fcorrtrlo in un tempo, o in un’ altro, non
lo fcorrerà mar, ne mai potrà dirfi determinato a fcorrcrlo^. Ora fe la potenza
determina il corpo a fcorrer uii> certo fpazio in certo tempo ; e quello è
il cangia- mento; chi non vede, che il cangiamento fi ri- duce alla velocità, e
ci richiama all’ argomento poc’ anzi detto? Ne mi fi dica che l' effetto della
potenza fia il paffaggio del corpo da un luogo ad un’ altro, afiratto, e
feparato da ogni tempo, per- chè io dirò che quella è cofa troppo fottile , o f
>arrà ofcura. Sorrife quivi la Signora Principef- à; e lafciando, diffe,una
tal controvecfia da par- te, io vorrei bene , che mi fpiegaffe il P. Ric- cati
, che cofa intenda egli dicendo che la velo- cità non è un’ effetto della forza
viva , ma un confeguente* Allora il Signor D. Niccola riden- do, quelli, diffe,
che fi ricorda le pagine, il vi dirà egli. Ne parla , dilli io, fe altro non
volete, alla pagina 22 , ma non lo fpiega gran fatto ; ri- mettendofene a
Cartella ni , i quali fe vogliono , dice egli, chela velocità fia un
confeguente del- la quantità del moto , non già un’ effetto ; per- chè non
potrò io fimilmente dire , che fia non già un’ effetto, ma un confeguente^della
forza viva?. COSI egli ; ma io temo , che i Cartefiani diranno, la velocità
efiere la quantità ffelta del moto, non un confeguente di elTa ; e rifiuteranno
di fpiegare un confeguente , che non ammettono , afpettando intanto, che il
Padre Riccati fpie- ghi Digitized by Google L I B R O I. 119 ghi quel
confeguente , che ammette egli . A" vendo io detto fin qui, il Signor
Marchefe Campo Hermofo , che s’ era lungo tempo ta* - ciuto; a me par, dilTe ,
che fc la forza viva fi trae dietro la velocità, eziandio come un con- leguente
, convenevol cofa fia, che gradi eguali di forza viva debbano trarfi dietro
eguali velo- cità ; e ciò prefuppofto , come potrebbe la for- za viva non edere
alla velocità fieda proporzio- nale ? Imperocché fe un corpo acquifta piùgra*
di di forza viva T un dopo 1’ altro, e tutti e- guali tra loro ; venendo dietro
a cialcun d’ ef^ fi un’ eguale velocità, dovrà bene la fomma de i gradi della
forza viva edere proporzionale al- la fomma delle velocità. Così farebbe veramen-
te, rifpofe allora il Signor D. Niccola, fe il fe- condo grado di forza viva
traede feco una veloci- tà* eguale a quella, che feco trade il primo ; e co* sì
faccdero gli altri . E perchè non la trarrà, dide il Signor Marchefe , eifendo
il fecondo del tutto egua- le al primo P Perchè, rifpofe il Sig. D. Nicola,
quant- unque il fecondo fia in tutto eguale al primo, vien però dopo lui , c
fuccedendogli , gli ha., quello rifpetto di fminuire la fua velocità per modo
che cdendo 2 la fomma de i gradi della forza, fia la fomma dei gradi della
velocità non 2, ma^z ; e così tutti gli altri gradi di forza viva , che dopoi
fopravvengono, fminuifcono, e temperano ognuno la fua velocità con lo fief-
Digitized by Google Ilo Della for;?a de’ corpi fo riguardo . Qui rimafefi il
Signor Marchefe , quafi (opraprelo ; poi dilTe: quale ingegno han- no ! gradi
della forza viva fopravvenendo 1’ uno air altro, di temperare in tal modo le
loro ve- locita ?c chi ha dato loro un tal configlio? Voi voriefte faper
troppo, di(Te allora il Signor D. Niccola ridendo ; bafta bene , che la cola
elTer pofla, perchè voi non dobbiate con tanta anfic- tà cercar del come . Pur
, di(Te il Signor Mar- chefe , non intendendo io il come , non può piacermi la
cofa; et amerei meglio una fenten- za, che non mi lafcialTe inquieto del come.
Ma che dirette voi, ripigliò allora il Signor D. Ni- cola , fe il Padre Riccati
vi dimoftratte la for- za viva, che che ella fiali, ettere necettaria nella na-
tura? Mi difpiacercbbe, ditte il Signor Marche- fe , che fotte necelfaria una
cofa , eh’ io noru intendo; pure, elfendo necettaria, la ammette- rei. Or
quello egli dimoftra, ditte il Signor D. Niccola , nel fettimo de Tuoi dialoghi
, il qual contiene , per così dire, la fomma di tutta quell* opera; faccendo
vedere con un fuo lottilifllmo argomento , che , fe la potenza producette nel
corpo , non una forza viva proporzionale al quadrato della velocità , ma la
velocità ttetta , interverrebbe talvolta nella natura, che l’ elFet- to non
farebbe proporzionale alla cagione . L’ argomento, ditte quivi la Signora
Principetta- , par, che debba etter degno di confiderazione ; ì indi guardando
verfo di me , a voi toccherà , dille, Digitized by Google L I B R o I. Ili
dilTe ,di (cioglierlo , Te pur volete foftenere quella vollra opinione, che
niente fi faccia nella natu> ra fe non per via di potenze , che producano, o
diliruggano la velocità. Così che , dilli , me tocca di fare ogni cofa . Allora
la Signo- ra PrincipelTa forndendo difle: il Signor D. Ni- cola efporrà l’ argomento
, e voi lo fciogliere- te « Et io , fe r argomento , lifpofi , farà c- vidente
, non avrò nulla da fciogiiere . Egli è ben vero , che , fe non mi fi mottrerà
chiara- mente, che la forza viva fia necefiaria , comc_* ora diceva il Signor
D. Niccola , mi dovrà ef- fer lecito di ritenere 1’ opinion mia , e ridurre
ogni cofa alle potenze, et all’ inerzia; la qual* opinione non è tanto mia ,
che non fia anche d* altri ; et oltre a ciò è più facile , c più fpcdita , c
più femplice. Neffuno, difie la Signora Prin- cipelTa , potrà contendervelo .
Vedere però,dif- fe allora il Signor O. Serao,che ritenendovi la voftra
opinione per quella ragione, che dite.., non paja , che voi feguitiate quel
principio di fempl reità, che poco innanzi avete pretefo , elTe- re ftaio
introdotto dai fiiofofi più per comodo loro , che per la verità . Quando io lo
fegui- talfi , rifpoM, cercherei il mio comodo; il che hanno fatto tutti i
fiiofofi ; ma io credo in ve- rità, che quantunque il fapientiflìmo facitor
del- le cole poiTa far tutto, che a lui piace; a noi però fta di non ammettere
fe non quello, cho fifppiamo aver lui fatto; ne pofTiamo fapete ciò Q. eh’ e-
Digitized by Google Ilf DeLLA’IORZA Dg'cORM cb*'eg!i f* abbia &tto, fe non
io due mafiié* re, o veggendolo con gli occhi noftri già fat- to f o
argomentandolo dalla neccflità, eoe v'e- ra di farlo» Voi dite benidtmo,
rilrofe il Si- gnor D» Scrao, ne a noi conviene di aggiunge» . re a pia \ x 6
Della forza de’corpi pe. c condótiiere. E pare che Senbfgnté, fineéii-' d o di
Icnver V iftoria del Re Ciro, abbia voluto imitarli; effèndo òpiniòne di molti,
che egli, ef- ponendo le azioni , e le virtù di quel Re glorio- fiflìmo , noti
tali le.cfponeflTe, quali furono, ma quali a dui pareva, che effer dovelTero .
Platone propole Ja forma d’ una perfetta repubblica , e fu feguito nello-ùeflb
argomento da Cicerone, il qua- le vi aggiunfe anche quella dell» -ottimo
oratore. Ne potè Quintiliano altenerlì dal defcrivere la me- defima, quantunque
1’ avefle defcriita Cicerone. E per lafciare gli antichi, venendo ai itempi
ulti- mi , et a i^ilri , VOI fapetc, che il Conte Bàldàf- far Caftiglione
.e/jx)fe in quattro libri Ja perfetti cortegiania P®F còsi Jatto modo , xhe
sparve niuni cofa potere immagihar/ì ne più bella, ne più no- bile, ne più
'magnifica di quel fuo cort^iano; il qual peri» avrebbe, cred* io , ceduto al
volito a- natomico , fe come voi lo adombrane una voltà in una voftra
belliflìma orazione, così avefte poi preio cura di véftirlo et ornarlo , e
farlo vedere agli occhi degli -uomini ricco -c fornito di tutte quelle doti ,
.e qualità , che ad .un foramo anato- mico fi convcniffero. Ma voi , diflxatto
dalle vó- ftre moltiifime^ e graviflìme occupazioni , avete.* voluto più tollo
cisere quell* eccellenti flìmo a- natomico, che ibrmavate co gli uomini da cib fare; delle quali la
prima^ penfo, che iia la grandtflima, e fomma diiBcolt^ di inllituire quello
fflofofo così perfetto ► Percioc- ché fe nelle altre difcipline, che fon più
angufte c ritirette , pur è difficile feorger quell’ ultimo grado di
perfezione, a cui polTon giungere ; quan- to più lo farà- nella filofofia , la
qual vagando per tutte le cofe , che in mente umana cader pof- fono, non ha
confine ne limite alcunoTCbe fe ognuna di quelle, per efTer perfetta , ha
bifogno- delle altre difcipline a lei propinque, dà cui pe- rò fol tanto
prende, quanto le bada per efTer più bella, et ornarfene; che diremo della
mofofìa, che vuol profefTarle, et efTer maeftra, e direttrice di tutte? onde fi
vede a lei richiederfl molto mag- gior dovizia di cognizioni , e di lumi, che a
qual- nvoglia altra . F certo non potrà alcuno, non- che hiofofo jperfettifBmo,
ma , a mio giudicio, no pur fìlofofo chiamarli , fe egli non avrà una mol- to
acuta, e profonda dialettica, per cui pofTa, e definir le cofe predamente, e
diftinguerle, e di- ftribuirle , e trovar gli argomenti , conofeendone il
Digitized by Google ‘0 12* . Deità forza de’ corpi il valore, e la forza; e
fapendo mifurare la loro probabilità, e contentarfene, qualora non poilà
giungerli all’ evidenza; ricercando poi l’eviden- za in quei luoglii , ove
qualche fperanza ci fé ne moliti: e non far, come quelli, i quali alfueti all’
evidenza dei matematici fofifrir non poflbno le ragioni profbabili dei gfurifli
, ovvero avvezzi al- la probabilità dei giunlli fì nojano delle ragioni
evidenti dei matematici ; nel che errano così gli uni , come gli altri . Et
anche dovrebbe per elìer degno del nome di filofofo fapere perfettamente tutte
le fallacie; perché febbene è vergogna Tal- volta r ufarle, è però molto
maggior vergogna » elTendo ufate da altri, il non faper fvolgerle, e
difcoprirle. Ne con tutta quella fcienza però fa- rà gran fatto il filofofo da
apprezzarfi, fe egli non fe ne fervirà a confeguire le altre ; e non avrk in
primo luogo comprcfa nell’animo la varietà, e r ordine, e la bellezza di tutte
le cofe intellet- tuali , che chiamanfi metafifiche : le qu^li alcuni
difprezzano , avendole per infulTillenti , e vane^ ; ma fe penfalTero, niuna
cofa prefentarfi giammai all* animo , ne più manifefta , ne più ferma , et
immutabile delle-forme univerfali ed afiratte , niente efler più certo che quei
principi, e quelle verità , che da effe a tutte le fcienze derivano j io non
sò, perchè molto più (limar non doveflero quelle cofe, che elfi chiamano infulfillenti
e va- ne, che non quelle, che elfi chiamano vere e rea- li'. E certo die la
metafifica ci aprì ella fola da prin- Digilized by Google Libro II. 129
j)rìncipio , e difcoprì quella bellifllma e Imponan* tiOìma difciplina» che può
dirli il maggior dono» che la natura abbia fatto agli uomini 1 voglio dir la
morale; la qual fe il filofofo non faprà, ne a- vr'a cognizione delle virtù ne
dei vizj , ne faprà ragionare del fine deir uomo, ne della felicità, io non fo,
che voglia egli fard della fua fìlofofia. E quantunque la perfetta conofcenza
della morale.» polTa da le fola inalzare il filofofo fopra gli altri uomini , e
farlo , per così dir , più che uomo , egli non dovrà però efier privo ne della
fcienza eco. comica , ne della politica , e dovrà faper giudica- re rettamente
dei cofiumi , e delle uianze tanto domefiiche , quanto pubbliche ; perchè dovrà
ede- re peritilfimo eziandio della giurifprudenza . E quanto a me , fe io
dovellì formarlo a mio modo, io vorrei che fofle anche eloquente; e ciò per due
ragioni , delle quali la prima fi è, per poter ador- nare le altre parti della
filofofia , et efporle con bel modo; perchè febbene fono fiati molti filofo-
fì, che hanno trafcuratoogni ornamento dei dire; io non credo però, che ne fia
fiato alcuno mai tan- to rozzo , che potefie la fua rozzezza piacergli. L*
altra ragione fi è , che io tengo , che 1* eloquenza fia una parte della
filofofia elTa pure; poiché fe.» credefi comunemente, che alla filofofia fi
appar- tenga il fapere, come fi educhino le piante, e fi lavorino i metalli ,
per qual ragione non dovrà el- la' anche fapere, come, e per quai mezzi fi
lufin- ghino gli animi umani, e fi eccitinole fi movano? R ■ e j^r 1^0 Della
forza de’ corpi cper queft’iftcfTa ragione niente mi maraviglierei, fé quel perfettiflìmo
filofofo , che noi andiamo o> la immaginando, volelTe elTere anche poeta. E
certo avendo egli quella tanta cognizione, che.» noi vogliamo , che abbia, di
dialettica , di metafili- ca, di morale, avrebbe un grande ajuto ad effe- re un
dottiffimo poeta , e un’ oratore eloquentif- fimo. E noi Tappiamo, che
Cicerone, prezzando poco i documenti della rettorica, iiiunacofa fiim6 effergli
fiata tanto giovevole a divenire quel gran- didimo oratore, che era , quanto lo
fiudio del- le fopraddette fetenze; et efaminando una voltai , qual filofofia
folTe a quello fine più accomodata dell’ altre , antepofe a tutte quella dei
Peripate- tici , e degli Accademici ; et affermò , lui effe- re ufeito così
grande , com’ era , non giH dal- le officine dei rettori , ma dagli Tpaz} dell*
accademia . La qual cofa confiderando io tal- volta meco fiefso , e penfando ,
che quella.* antica filofofia partorì pure al mondo un così ec- cellente, e
così divino oratore, non sò compren- dere, come molti fe l’abbiano per una filofofia
inutile , e da fprezzarfi . Lafeio Ilare , che tanti al- tri oratori , e poeti
valorofiffimi, e fommi ufei- rono da quelle medefime fcuole. Ma ritornando al
nofiro nlofofo, molto ancora gli mancherebbe, fe egli non poffedeffe
perfettamente tutte le par- ti della iìfìca ; nella quale entrando , io vorrei
, che egli non folamente andaffe dietro a quelle.» cofe, che per li fenfi ci fi
manifefianoj ma proce- Digitized by LibroII. iji de(Te oltre con 1’ intelletto
, e cercalTe anche i principi t e le caufe , che ci fi manifeftano per la
ragione ; fodisfaccendofi di quella probabilità, che hanno , giacché all*
evidenza non pofibno giungere, ne ritraendofi da quello lludio per pau- ra, che
quella opinione, che oggi par probabile, potelTe una volta trovarfi falfa.
Perciocché il pre- tendere, che ciò, che fi dice, non debba potere^ clTer
falfo, è una pretenfione fuperba, e conve- niente piuttofio a un Dio, che a un
filofi>fo;e^ quegl' ifieffi, che trafportati da una tal vanità, , per eflere
ficurifiìmi di ciò , che affermano , pro- feffano di non volere attenerli fe
non alle efpe- rienze, e alle olTervazioni ; volendo poi ridurre i ritrovamenti
loro a leggi univerfali e collanti , che debban valere in tutte le cofe,
eziandio in quelle, che non hanno mai ollervate, cadono anch’elfi nel pericolo
della probabilità ; la qual probabilità fe non voleffe feguirfi per paura di
errare, non po- trebbono più ne i medici curar gl’ infermi, ne i giudici
diffinire le caufe; e fi leverebbe del mon- do ogni regola di buon governo. Io
vorrei dun- que, che il filofofo fapeffe tutti i fifiemi , alme- no i più
illullri, per feguir quelli, che foffer pro- babili , fe alcun tale ne
ritrovaffe, e rigettar quel, li, che non foffcro; i quali però faper fi debbo-
no , benché fi vogliano rigettare ; anzi rigettar non fi dovrebbono lenza
faperli'; che è cofa da , uom leggero r^ettar quello, che non fi fa . E • già
la filica llella , moffrandogli i fuoi fillemi et R 2 in- Digìtized by Google
1J2 Della forza de* corpi inftrucndolo delle fue efperienze et olTervazioni, e
manifelhndogli le fue leggi , non è da dubita- re, che non gli aprilTe anche la
chimica, la me- dicina, la notomia,e noi conducelTe ne valli cam- pi di tutta r
iftoria naturale. La qual fìfica vor- rebbe però Tempre aver feco la geometria,
c 1* algebra, con le quali rpelTiflìme volte viene a de- liberazione, e fi
configlia; e fono efie tuttavia per fe medefime bellifiìme feienze, e
nobiliffime, et oltre a ciò amiciflìme della metafifica , da cui cre- dono
efier nate ; così che io eforterei il (ìlofofo ad alTumerle anche per lor
medefime; perchè af* fumendole folo in grazia della fifìca potrebbono» e
giufiamente, averfelo a male. E quefte poi Io intiodurrebbono alla meccanica ,
all' optica , all* aftronomia , delle quali difcipline dovrebbe il fì-
k>fofo efsere pentiflfìmo. Parrà forfè ad alcuni» che io fia faltidiofo, e
poco difereto, volendo imporre al filofofo tanto pefo di ftud| , e di co-
gnizioni, che non è perfona al mondo, che por- tar Io potelse. Ma le eglino
penferanno , che io non lo impongo a loro, ne a veruno di quelli, che efli
conofeono , ma ad un filofofo , che vor- remmo immaginarci , e fingere, e che
dovendo fuperar tutti gli altri nella virtù, c nel faperc^, vogliamo ancora,
che gli fuperi nella memoria e nell’ ingegno, credo, che facilmente mi perdone-
ranno; et anche mi feuferanno > fe io vorrò, che fapendo egli tutte le
feienze, che abbiamo dette.,, e molte altre, fappia ancora i’ ifioria loro, e
co. me Digitized by Libro II. me nacquero tra gli uomini» e crebbero, e pa£*
farono in varj tempi a varie nazioni, e con qii£^> li ajuti, e per quai
mezzi a tanta autorità, e glo- ria s* innalzarono ; che oltreché è conveniente
a qualunque profedbre il fapere gli avvenimenti deir arte Tua; quello
lìngolarmente è proprio del- " la filofoiìa ; perciocché 1’ illoria dell*
altre fcienr ze non é una parte di elTe, ne è parte della retto- rica 1'
illoria della rettorica, ne della dialettica 1* iftoria della dialettica ; ma
l' iAorta della fìlofo^ìa^ che tutte le altre comprende, fembra elTere una^
parte della filorofia ilelTa. Imperocché fe i filoib- fì conllderano con tanta
attenzione gli altri ani- mali, e notano diligentemente e raccolgono le^ loro
azioni , e tutte le loro indullrie , e quella^ iftoria pongono tra le parti
della loro (cienza; io non sò, perché non debbano porvi anche 1* iftoria degli
fcicnziati, e di lor medefimi; tanto più, che fono cflì più nobili degli altri
ani mali, elTendo do- tati di ragione, et avendola più anche degli al- tri
uomini coltivata . Ma lafciamo ormai di rac- cogliere tutte le infinite qualità
, e doti, che a quel filofofo, che noi vorremmo veder defcritto»
eccellentiftìmo, e fommo fi ricbiedercbbono ; ac- ciocché non paja ch’io voglia
formarlo io, e pre- fuma far quello , che ho detto non edere fino ad ora fiato
fatto da niuno a cagione della grandifll- ma difficoltà . Sebbene io credo, che
anche un’ al- tra ragione abbia diftolto gli uomini dal farlo, e^ quefta è,
perché ne potrebbe farlo chi non folfe &• Digitized by Google IJ4 Della forza
de* corpi k>fofo, ne chi fofle, facilmente vorrebbe; cfsendo U forma del
filofofo perfettilTimo una cofa tanto grande, e magnifica , e divina, che non è
alcuno così dotto in filofofia , il qual mirando in quella im- magine non
fidovefTe vergognare di fe medefimo. E le Cicerone non isfuggì di proporre agli
uomi- ni il perfetto oratore;ciò forfè fece, perchè potea credere di non elTere
a quello molto inferiore; noi Tappiamo , che al Caitiglione poco o nulla^ mancò
ad elTere quelperfettidìmo cortegiano, cho egli avea defcritto . Ma chi è, che
veduta una^ volta la forma di un filofofo eccellentiflìmo e^ fommo , non s’
avvedeffe di eflerne infinitamente^ lontano? Quindi è, che molti ricufano di
vederla, ne voglion cercarla per non trovare le lor man- canze; e volendo pur
lulingarfi di elTere compi- tamente filofofi, refiringono la filofofia dentro a
quei limiti , dentro cui fentono elTer rifiretta la cognizion loro . E quindi è
, che troveremo mol- ti, i quali, non avendo toccato mai ne la dialetti- ca ,
ne la metafifica , ne la morale , pur perchè hanno apparato alcuni luoghi della
filìca , credono aver veduta la filofofia , tenendo per nulla tutto il
reftante;e molti efperimentatori ,che farebbono per altro degni di fiogolar
laude , fono oggimai venuti in tanto orgoglio , che vogliono tutto ef- fer
pollo nelle elperienze; e gridano, la filofofia dover trattarli con le mani ;
indarno volervifi u- far la ragione; e non volendo ufarla , ben mo- 'flrano di
non averla. Gli antichi in quella parte^ in- Dìgitized by Google Libro IL tjj
intefero a mio giudizio più che i noftrt; percioc- ché abbracciarono tutte le
parti della fìlulofìa, e^ le limarono tutte grandemente ; e fé in alcuna non
feppero molto innanzi, cercaron però di fa* perne quanto a quei tempi poteafì,
e in alcune^ altre furono tanto eccellenti , che levarono a i po-; Aeri U
fperanza di uguagliarli; come Platone et^ Aridotile , che furono maravigllofi
non folamen*. te nella metafilica, e nella morale , ma an^e_* nella dialettica,
la quale ebbe tanto accrefcime^to da Arinotele, che parve eifere da lui nata ;
et ol- tre a ciò pofero molto fiudio nella fifica ,e mol^o feppero, fecondo
quei tempi, della naturale ifio- ria ; ne mancò loro la geometria , ne 1’
aritmeti- ca, e furono intendentilTimi di mufica , e di poe- fia , della quale
Arifiotile fu gran maéfiro j parvero eloquentilfimi a Cicerone. E veramente iò
credo , che quegli antichi avellerò un gran vantaggio fopra di noi; perchè
elTendo quali o- gnuna di quelle fcienze,che la filofofia abbrac- cia e contiene,
tanro più breve e più angu- fia a loro tempi , che a i nofiri , fu ad ella più
comodo r appararne molte, che a noi non_» farebbe ftudiame una fola . Ne io mi
fdegno già contra coloro, i quali rapiti da una parte fola del- la filofofia,
fi allontanano dalle altre; vorrei be- ne, che apprezzalTero ancor quelle, da
cui fi al- lontanano , e ftimalTero appartenere alla filofoBa anche ciò , che
effi non fanno . Il che non volen- do e(£ fare, mi levano la fperanza di veder
de- icrit- Digitized by Google 1^6 Della forxa de’ corpi fcriita mai da alcun
di loro e formata quella beU la immagine del filofofo pcrfettillimo, che io
tan- to defidero . La quale chi pur volefse oggi vede- re in qualche modo
adombrata^ non veggo qual altra via tener potefse, fe non farlaft egli da fe^
nell’ animo, riguardando molti e varj eccellenti fìlorofi , e raccogliendo in
uno le qualità e co- gnizioni di tutti, con che verrebbe in qualche^ modo
formando quel perfettillìmo che defideria^ moì come fi legge di Zeufi, che
raccogliendo in-’ fieme tutte le grazie di molte fanciulle Calabrefi, formò
quella rara , e (ingoiar bellezza , che llimò poi efser degna di Elena. E certo
chi mettefse infie- metutte le eccellenze e tutte le perfezioni di Carte- fio e
di Leibnizio, aggiungendo loro le rare.» , e maravigliofe cognizioni di Neuton,
dopo cui pare, che il mondo non afpetti più altro ;con que- , ili tre foli
uomini formar fi potrebbe un (ìlo- fofo ,acui non molto mancafse. E per
lafciare i trapafsati , quando io penfo a quella onefia# e nobile compagnia ,
nella quale io fui accolto in Napoli, fi ccome parmi,che quella forpafsafsc^
tutte le altre compagnie del mondo in giocon- dità, in correda, in valore, così
tengo perfer- miflìmo, che, fe i pregi e le perfezioni di tutti quelli, che la
componeano, fi fofs^ro raccolti in uno, fi farebbe fatto un filofofo da potere
para- gonarli al perfettiflìmo. Perciocché ne al Signor D* Serao mancava una
fomma perizia di medici- na, ne di anatomìa , ne d’ iftoria naturale , ne di
qual- j Digitized by Google Libro II. tj7 qualGiìa altra parte della
fi{ìca,acui aggiungeva la geometria e la meccanica, et una incredibile^ eioq
jenza . 11 Signor D. Niccola di Martino non lafcuva defìderar nulla di tutto
ciò, che alle ma- tematiche fcienze appartiene ; nelle quali efleiido così
eccellente , non è da domandare , fé egli fof- fé maeftro grandidìmo in filìca;
era anche puro, e femplice, e chiaro nel dire , e tanto egli, quanto il Signor
D. Serao erano nella metafilica e nella^ dialettica non mediocremente verfati.
La Signora Principefia condiva tutte quelle fcienze, che ot- timamente
intendeva, di tanta foavità e grazia, e così fattamente le abbelliva , che non
parean quali belle fe non per lei fola. Il Signor Marchefe di Campo Hermofo ,
fuperando già T età fua , Ta- cca Iperar di fe lidio ogni cofa . Et io vi direi
an- che più, e maggiori ledi di quella onoratifltma, enobilifiìma compagnia, fe
voi. Signor Giambatt- fia carifiìmo, vi folte fiato prefente , e 1' avefte^
veduta con gli occhi voliti ; che così non temerei, che vi potelfer parere più
grandi del vero ne fo- verchiamente efagerate.* Sebbene, elTendovi voi fiato
prefente , troppo più avrei da dirne , doven- do dire anche di voi. Ma vegniamo
oramai al pro- pofito noltro , dal quale io temo di efiermi per troppo lungo fpazio
allontanato. Venuta 1’ ora^ del vefpro, et avendo la Signora PrincipelTa fatto
fignificare ,che ella era difpofia di ufeire, io e il Signor D. Francefeo Serao
fummo tofto alle fue fianze,dovepqco apprelfo vennero anche il Signor S Mar-
iìS Df.LLA forza DE' CORPI Marchefedi Campo Hermofo , e il Signor D.Ni- cola di
Martino, il quale avendo, come tutti gli altri fecero , fa lutata con molta
riverenza la Si- gnora Principeffa, cavò fuori un libro, dicendo:
ecco,Signora,il libro, che voi defìderate , che io ho tratto dalla biblioteca
del Signor Governatorcj , dove era con alcuni altri di matematica . Qual li-
bro? dilTe la Signora PrincipelTa. Quello, nfpofe il Signor D. Niccola , del
Padre Riccati , che io Rimo a(Tai , benché al noftro Signor Zanotti for- fè non
piaccia. Perchè, difs* io, non dovrebbe,* piacermi ? che io lo (limo forfè più
ancora, che voi non fate; perchè voi lo Itimate moltiflimo , cre- dendo vere le
opinioni , eh’ egli propone, et io, lo ftimo ancor non credendole. Io non ho
ancor detto ,rifpofe il Signor D. Niccola, che le opinio- ni del Padre Riccati
fieno vere; e fono anche,* in tempo di (limarlo così come lo Rimate,* voi . Ma
a voi (la intanto di feiogliere le obbiezio- ni, che quella mattina vi fono
(late propofte. Men- tre così tra noi fi ragionava, la Signora Principef- fa ,
che avea già prefo il libro in mano ,efcorfo- ne in fretta alcuni capi, rivolta
al Signor D. Ni- cola gliel rendè , e dilTe: recheretelo vofeo in bar- ca;
perchè io voglio , fea voi altri piace, che noi oggi facciamo un piccol giro in
mare, avendo per- ciò il Signor Governatore, come egli RelTo mi ha detto, fatto
apparecchiare un naviglio, nel quale,» noi potremo comodiffimamente feguire il
ragiona, mento ipcominciato fopra gli elaRri , e dir quel- lo Digitized by
Google Libro IL 130 lo, che refta intorno alla quiftione della forza vi- va.
Tutti condifcefero volentieri al defiderio del- la Signora Principelfa, et io
più che gli altri, a- vendo già cominciato a piacermi il mare. Perchè ufcimmo
tutu allegramente, e giunti a riva , tro- vammo quivi un ptcciol legno, il più
leggero, e il più vago del mondo; che oltre T eflere forni- to d' albero e di
vela e di remi , era anche di.pit« ture e di rilievi al di fuori leggiadramente
orna- to , e dentro d’ ori e di fece e di drappi guarnito, che non po^ea
vederli più bella cola. Non era^ quafi mare, traendo allora un venticello
foaviili- mo ; perchè entrati fubito m nave, e fatto vela, ci allargammo
alquanto nel feno, lalciando ad- dietro Napoli, e fcoprendo dall’altra parte
l'im- menfa vaUità del mare, che era bellillìmo a ve- dere per la gran
frequenza delle barche, le quali { )arte andavano a Baja e venivano per fervigi
del- a Corte, che vi li afpettava il dì vegnente; c_* .parte correvano a lor
follazzo , avendo foprabel- iiflìme cpmp‘'‘gnie d’ uomini e di donne, che fa-
cevano di tanto in tanto rifonar 1* ariad’aina gra- ta armonia colle trombe , e
gli oboè - 11 fole^, che era alTai alto, le percoteva co’lucidrllimi fuoi
raggi, e le rendeva ancor più vaghe . Le quali co- fé mirando io più
attentamente degli altri, come quello, chemen degli altri era avvezzo di
vederle, e’ mi par, dilli , che quelle barche, e quelle rive-» c quella
ampiezza del mare lieno tanto belle, che fi faccia lor torto volendo rivolgere
il penlieroad S a al- « Digitized by Google 140 Della forza de* cqrpi altro i
e, non fo come, parmi , che le ifteflè NerekK fé ne ofFenderebbono . Credetemi
però , difle allo- ra la Signora PrincipelFa , che non fi avranno a> male,
fc noi ritorneremo col penfiero agli elattri; de* quali , come avrete faziato
la vifta di quelli al- tri oggetti, difponctevi pure di ragionare; io mi vi fo
mallevadrice per le Nereidi. Signora, rifpo- fi, io ve ne ho detto quella
mattina tutto quello» che io ne fo . Si , dilTe la Signora Pnncipefla ; ma egli
vi reità ancora di fciogliere tutte le difficoltà^ che quelli Signori vi hanno
propolle. Ma elTi-, ri- fpofi io allora, non hanno fatto altro , che propor- le
/niente hanno provato ; di che io polTo fpedir- mi da tutte breviffimamente fol
col negarle; e co- sì rifpondendo, me ne viene anche un altro como- do ed’ è,
che non accade, eh’ io faccia la fatica di ricordarmele. Oh quella fatica la
faremo ben noi, difse allora la Signora Principefaa ,* e fe quelli Si- gnori
vorranno, come debbono, lo He ne re lepro- pofizioni loro , e provarle ; non fo
poi , fe vi fpe- direte con tanta brevità . E qui tratto fuori il fo- glio , in
cui erano le figure , die avevamo larnat- tina deferitte ( il che fimilmente
fecero tutti gli al- (ri ) parmi , difse , guardando alla figura feconda, che
il Signor D. Nicola abbia in primo luogoop- polto, che le due ferie EN , AC nel
loro primo aprirfi dieno ai due globi N , e C lo llefso impul- fo , e la llefsa
velocità . Non è egli così? Così è ve- ' ramente , difse allora il Signor D.
Niccola ; la do- ve egli voleva , che 1* uno impulfo fofse quadruplo - * dell’
I Digitized by Google Libro IL 141 dell’ altro, e producefse velocità quadrupla
. Ec ho anche aggiunto, non piacermi quella luppofi- zione y eh* egli facea;
doè che gl’ impulfi delle-» ferie fieno ilhntanei, e difgiunti 1’ uno dall’
altro per certi piccolifiimi intervalli ; levata la qual fup' pofizione come
potrà egli foftenere , clic la veloci- tà del globo N giunto in r debba cfser
quadrupla della velocità del globo C giunto in »»? che an- zi io dimoilrerò
eiTèr doppia. E ci6 vuol dimo- ftrarfi^ ripigliai io, in maniera,, che fi
intenda ef- fere necelTaria aglielairri la forza viva diLeibnizio. Chi non £a,
dille quivi i-1 Signor D. Scrao , tutti i noftti ragionamenti ellèr rivolti a
quello?^Ea que- llo pure è rivolta quell’ altra difficoltà, che io ho modo ,
tratta da quella ferie , che propofe Ber- nulli negli atti di Lipfia , lu quale
allargandoli da amendue le parti Ipinge e caccia due globi di- feguali . Per, proceder
dunque con qualche or- dine , difle allora k Signora Prnicipeira , io voglio ,
che il Signor D. Niccola efponga prima, e provi la fua difficoltà ; poi verremo
a quella del Signor D. Serao ; diremo appreiTo qualche cofa delle leggi del
moto; giacché anche di quefte'è flato pxopoflo di dover dire. E’ flato anche
pro- poflo , ripigliai io, non fb che intorno al prin- cipio della femplicità .
Oh di queflo, dille la Si- gnora Principellà, non voglio io, che più ft ra-
gioni ; perchè vof vi liete oflinato in quella vo- flra opinione; e mai non fe
ne verrebbe a capo.' .Certo che nò,rnaile il di- feorfo , o procurale di
guadagnar 1’ animo del Signor D. Niccola , e lo rendette più lento a re-
fiitervi . Signora , difse il Signor D. Miccola, io ho poco da refiitere ,
perchè la dimoitrazione , di CUI fì tratta, non èrnia, ma di Bernulli; pure do-
ve mi parrà di poter foltenerla^ io non ricuio di farlo . Allora io incominciai
; Due cofe princi- palmente vogliono dimoltrarfi in coteflo argomen- to di
Bernulli* L* una fi è, che la velocità del globo N, giunto in r, Ha doppia
della velocità del globo C, giunto m m. L’ altra, che , efsen- do doppia, debba
per ciò introdurvifi la forza vi- va. Non fon quelle quelle due cofe, intorno a
cui volgefi tutto 1’ argomento ? Così è , difse il Signor D. Niccola. Or
quelle, foggiunlì io, fon quelle appunto, che io dico, non -efsere ancora
abbailAnza dimoltrate. E qui rivoltomi alla Si- gnora Principefsa , vedete ^
dUTi , che io non fo luogo giro. Ei'porrò in piimo luogo quello, che io
defidero nella dimoitrazione della prima del- le due fopraddeite cofe ; poi
verrò all* altra , fe vi piacerà. Mi piacerà grandemente , difse allora la
Digitized by Google Libro II. 151 la Signora Principcffa, di udire e dell’ una,
o dell’altra. Et io fubito ripigliai a quello modo: Se io ho bene intefo, non
per altra ragione ci di> moUra il Signor D. Niccoìa, che la veloctth del
globo N giunto in r (la doppia della velocità del globo C giunto in «r, fe non
perchè egli vuole confiderar quelli globi» come due corpi gravi ca- denti» r
uno da N in r, 1* altro da C in «r, et ' applicar loro le leggi notiflimc della
comune gra- vila, lafciateci da Galileo. Ma chi non la, cbe_* quelle leggi
voglion fupporre, et hanno per lor precipuo fondamento » che i corpi » le cui
cadu. te vogliono paragonarli» partano tutti dalla quie- te con la medefima
velocità? la qual fuppolìzio- ne fe noi leveremo via, faran levate ancor quel-
le leggi ; ne più fi troveranno gli fpazj proporzio- nali ai quadrati ne delle
velocità ne dei tempi. A. far dunque valere le leggi' della gravità ne’ due
globi N» e C, par, che doveffe din&oftrardin pri- mo luogo» che elÉ globi
partilTeródtltà' quiete^ cioè dai punti M e C con la ftetfa velbdtSt amen- due.
La qual cofa non avendo il Signor O. Ni- cola dimollrata » ne quello pure ha
dimoftrato die fi volea; e quanto a me io ne dubiterò, finché, egli la
dimoflri. Io non 1' ho dimollrata» dilTe il Signor D. Niccola » 'perchè non la
dimollra ne Bernulli pure,la ragion del quale ho io voluto ef« porvi, e non
altro. Io dunque» rifpòfi, ne dubiterò» finché me la dimoftrt Bernulli. Rifpofe
allora for- ' ridendo il Signor O. Niccola : Bernulli non 1’ ha di' »5i Della
forza df' corpi dimolhata, perchè non ha creduto, che ne fof-, fc bi fogno. Di
fatti come potrebbono non effe- re eguali le velocita, con cui fi partono i
globi dai punti N e C, effendo eguali gl’ impulfi, che quivi ricevono T uno
dalla ferie EN,i’ altro dal- la ferie AG? E quello è quello, rifpofi icf, che
pur bifoghertbbe dimoftrare, cioè, che quel prii mo impulfo, con cui la ferie
EN aprendofi cac- cia il globo dal punto Nf, fia eguale a quel prj- mo impulfo,
con cui V altra ferie AG, pure a- prendoii , caccia l’ altro globo dal punto Oh
j diffe allora il Signor D. Niccola ,‘non è egli chia- ro, che le due ierie
prima di aprirfi"; quando da- vano ferme, e cbiuie, premeano i globi
egual- mente , fpingendoli ciafeuna di loro con eguali impulfi ? levata dunque
quella potenza , che le te- nea chiufe, e ferme, fuggiranno vìa i globi cac- ciati
da impulfi eguali , e così comincieranno su correre con eguali velocità . A dir
vero, rifpofi io allora , quella dimoflrazione io non afpectavay e parmt, che
affai ben facciano quelli, die la paf-. fano in filenziò, troppo'' efiendo
facile il rifi^ii- derle. Perchè io veramente concedo, 'che le due ierie prima
di aprirli, eflèndo chiufe, e ferme.., ipingonoi globi con eguali impulfi; ma
vorrei, m mi fi dimollraffe,;cbe gli fpingano con egua- li impulfi eziandio
nell* ^rirfi; perciocché i glo- bi fuggon via , e niettonfi in cammino , non
per quegl* impulfi , che ebbero prima , che le ferie fi l^riffero , ma per
quelli , che hanno^ mentre fi a- pto- Digitized by Google Libro IL 153 prono.
Per qual ragione, di(Te allora il Signor D. Niccola , dovranno gl’impulfi , che
, elfendo chiu> fe le ferie , erano eguali , divenir difeguali , mentre fi
aprono ? Pareva in quella contcfa , che il Signor Marchefe di Campo Hermofo fi
inclinalTe alla mia opinione, e udita la domanda ultima del Signor D. Nicola
avelTe pur voglia di rifpondergli . Perchè io a lui rivolto il pregai di voler
dire; cteglimo- deliamente, fecondo il collume fuo, a me par, dif> fe , che
elTendo chuife le ferie , e tenute ferme da quelle potenze, che tengono fermi i
globi, gli ela- firi di ciafcuna fi follengan 1’ un 1* altro , ne agifca contra
il globo fe non un’ élallro folo, che è quel primo, che tocca il globo ItelTo.
E quindi è, che qualunque fia il numero degli elallri, onde l’ una, o 1’ akra
ferie fi compone, finché elTe fi Hanno chiufe , fpingono amenduei globi
egualmente. Ma fe fi aprono, allora gli elallri più non fi follengoa r un 1*
altro , ma feorrono tutti dalla parte del globo, e tutti lo fpingono; e quindi
è , che nell’ aprirli più fpingerà quella ferie , chefarà comporta di più
elallri ; e fe una farà comporta di un elartro folo, et un’altra di quattro ,
dovrk quella nell’a- priffi dare al globo un’ impulfo quattro volte mag- giore
di quella, quantunque prima di aprirfifpiiir gelTero amendue egualmente. E
poiché v’ è pia* ciuto di chiamarmi in una controverlìa così fotti- le, benché
le mie ragioni non polfano aggiunger niun pefo alle vollre, pur ne dirò una ,
che mi va ora per r animo , ed è querta. Secondo che voi . V . mi T54 Della
FOREA DB* CORPI mi avete ^uefta mattina infegnatO) gli elafiri , di ' cui
ragioniamo , e che il grandilfimo Bernulli prò* pole > non fono ne
materiali, ne corporei ; in lom- ma non fono elafiri ; ma fono prcllìoni» le
quali noi chiamiamo elafìriie quelle prefiìonì non aven- do alcun altro
foggetto» in cui fuflìllano»dee in- tenderfì,che fìeno immediatamente apphcate
al glo- bo ftelTo. Or dunque dicendoli,, che nell’ aprirli la ferie EM , lì
fcagliano quattro clallri verfo il globo dovremo intendere che quattro pref-
fiont immediatamente alfalifcano il gobo M ,elTen- do il globo C afsalito da
una loia ^ondepur fegue, che quadruplo debba elTer T impulfo dei globo W; c
quadrupla altresì la velodtlt » Ma lafcii^mo dar quello; che poco monta .Ben mi
pare> che lei due globi partono dalla quiete con due velocità dife- gualiji’una
quadrupla deli’ altra ; a voler conlìde. rargli ^ come molti da alcun genere di
gravità , bi- fogni dire, che abbiano due gravità diverfe, 1' una quadrupla
dell’ altra. Onde' legue (lecondo che di- cevamo quella mattina )che efsendo Io
fpazioNr quadiuplo dello fpazio Cav, debba il globo N, avere in r , velocità
quadrupla di quella , che avrà il globo Citimi non dunque doppia , come
vogliono i Ber- nulltam; i quali molto mi meraviglio» che nonu abbian curato di
dimodrare colà tanto necedaria» cioè che i globi N,eC partano dalla quiete con
la medelìma velocità . Vedete, diflì io allora, fé era cofa recedaiia • Il
valoroGlTimo Eraclito Man- fredi , del quale avrete udito dire adai volte, me-
Digitized by Googlc L 1 B R O 'I !• I J5 dico, fnr quanti ne ha Italia, chiaro
et illuftre , et oltre a ciò geometra molto deliro, e degno dei due famofi
fratelli Eullachio,c Gabriello, prefe,alquan* ti anni fono , nell' Accademia di
Bologna a confi- derare quella dimofirazione , che fotto un’elegan- te calcolo
efpofe Bernulli ,e poco fa ci ha efpofia il Signor D. Niccola lènza calcolo.
Aveva Bernul- li in quella iua anificiofa fupputazione chiamato / quella
preflìone, con la quale aprendofi una ferie urta un globo ; e chiamando altresì
f la« preflìone , con cui fpiegandofi un’ altra ferie urta un’ altro globo,
aveva dimolirato conciò ,che egli aveaperegualiameDduequellepreflìoni,-quàn-
tunque ie ferie da 4ui propofte foflcro difegualù £ di qui cominciando, avea
poi teiTuto certo calco- lo , che fecondo .l’ intendimento fuo , non fenza^
oflefa de Cartelìani, lo conduceva all’ opinion di Leibnizio.il Manfredi
feguendo le iftefle orme, non mutò altro, fe non che l’ una delle
detteprcflìoni chiamò / , 1* altra np , moflrando con ciò di non a- verle per
eguali , ma bensì per proporzionali alle ferie fleiTe j e con quello folo
fraftornò tutto quel calcolodimaniera,chedi/logliendolo dali’opinion di
Leibm'zio gli acquiitò 1’ amicizia e la grazia de Cartefiani- il (he pur fece
quafialloftcflb tempo iì Padre Negri Barnabita matematico affai illullre:* in
Milano. Tanto era necefsario a Berirulliani il dimollrar 1’ uguaglianza di que’
due primi impul- fi , con cui le ferie cacciano i globi nel loro aprir- fi . E
di vero tolta una tale uguaglianza , io sfido , . V z qual- . Niccoha. Et io
lifpofi; io concedo , che la gravità infeguifce pi, allorché cadono « con una
prellìone contea» e lempre eguale; e concedo altresV» che l’ elafti- cità delle
due ferie mièguifce i globi per li fpa* zierti Nr , O» eon una prellìone y
continua elTa purey e fempse eguale. Ma da ciò che ne viene? Ne vien, dille il
Signor D. Niccolayche k elafti- cità delle ferie, fjMngendo i globi, olTerverà
quelle ftelTe leggi, che ollèrva k gravità; e così i glo bi y fcorrendo gli
fpazj Nr, Cm , avranno le:» velocità proporzionali ai tempi , e fcorreranno
fpa- aj, proporzionali ai quadrati delle velocità, e fa- rà la velocità deli'
uno, giunto in r, doppia del- la velocità deir altro giunto io m. Ne di ciò po-
t tete voi dubitare, fe già non volete prender lite:» eon tutti i filofoU. Non
temerei, rifpolt, di pren- der lite con tutti , avendola prefa con voi; ma
feti- za lite, io dimando folamente, fe la gravkà oflec- vi quelle leggi, che
avete détto, per quella ragio- ne, perchè adopra ne corpi una preflione
contin-' va fempre et eguale, o per altra ragione, qual che eik fiali. Che
monta a vof, difse il Signor D. Kiccola, di fapere , per qual ragione la
gravtdt , oiservi quelle^ tali leggi ? fe pur le ofserva, non 'è ^ cercare
altro, lo cerco, dilli > la ragion di of- 158 Della forza de* corpi fervarU}
ne credo di aver torto ; perchè fé la gra- vità ofserva quelle fue leggi per
quefta ragione , che adopra ne corpi -una preilione continva fem- f >re, et
eguale, ne viene, che ogni altra potenza, a quale fìmilmente adopri una
preiTione contin- va tempre et eguale , dovrà ofservare le iilefse.* leggi ; ma
fe la gravità le ofserva , non per quel- la ragione, ma per qualche altra, che
noi forfe^ non lappiamo, potrà certamente dubitarli , che al- cun’ altra
potenza , quantutrque adopri una pref- fion continva, et eguale., non però
olTervi quelle medefime leggi . Benché dunque i’.elailicità delle ferie fpinga
i globi per li /pazietti 'Nr, •CwcotL. una prelTion continva et eguale, il che
io vi con- cedo, non è perciò dimoilrato, che ella debba fe- guire le leggi
della gravità ./perchè la gravità iftef- fa le fegue non forlè per la
continvazione , et u- guaglianza della preifion Tua, ma per altro. Qui il
Signor O. Serao, che tino ad ora s’era taciuto, voi,difse , fiete il più
eccellente uomo del mondo a dubitare; ne credo, che Socrate, -il tqual dicefì
cfsere ilato tanto valorofò in quell’. arte, vi avan- zafse. Ma per qual’ akra
ragione voletevoi, che^ la gravità legua quelle fue leggi, le non per efser
continva et eguale la fua preflionef A me par cer- to, difse quivi la Signora
Ptincipefsa,che fe nel corpo , che cade , la velocità ^è fempre sproporzio-
nale al tempo (.la qual può dirfi la pnma e prin- •cipal legge della gravità )
ciò debba'feguire, per- chè efsendo la prefltone fempre eguale , tanto più -j.
di 1 Digitized by Google 1 L 1 B K O I I* 159 di velociti dee produrre, quanto
più tempo ella du» ra;onde egli fi par bene, che quella legge nafca non d*
altro che dalla continvazione della ItelTa pcef* (ione nel tempo. Non vi difpiacerà,
o Signora:^, dilli io quivi , che io vi contradica ; perchè io cre> do, che
voi per quello appunto abbiate propoli* una tal ragione. Qui forridendola
Signora Prin- cipefla , pur, difse,che rifpondete Io, dilli, non rilpondo
altro; fé nonché domando, fe la pref- iione della gravitai, fìccome è continvae
Tempre e* guale per tutto il tempo della caduta , così pari* mente lìa continva
et eguale per tutto lo Ipazio» • Perchè domandate voi quello^ di (Te la
Signora^ PrincipelFa. Perchè, rifpolr, fe l’aziiMte ovvero prellìone della
gravità è continva e Tempre egua- le per tutto lo Tpazio , e periV non produce
una^ velocità proporzionale allo Tpazio ; perchè non po- trebbe ella clTer
iìmilmente continva et eguale per tutto il tempo , e non produr tuttavia una velo-
cità proporzionale al tempo? E fe la producepro- porzionaleal tempo, bifogna
bendhe,che il fac- cia non per quella continvazion Tempre eguale» ma per altra
ragione, che non Tappiamo • Voi dunque , dilTe allora la Signora PrincipeiTa »
volete rigettare una ragione , che tutti ab- bracciano, per (èguime un*^ altra,
che voi fteflb i dite di non Taperef Ma come èquefio,che l'azion della gravità
, efsendo Tempre eguale in Te lleTsa , non debba (limarli tanto maggiore ,
quanto più lungo è il tempo , per cui dura f I più veramente, lifpo- Digitized
by Coogle t£o Della torza de* corpi- Tifpofi io ) così la ftimanojma fé io
volerli orala- fciarnai vincere dall’ autorità , mi lafcierei vincere dalla
vofira ; «così farebbe trà noi finita ogni dif- puta. Sappiate però, che il
Padre Riccati , che voi avete già cominciato a ftimar canto, e più ancora lo
llimerete, come avrete letto il fuo libro, mi- fura r azione della gravità non
dal tempo ma dal- lo Ipazio ; benché poi voglia , che non la veloci- tà fi
produca da quella azione, ma una certa fua forza viva . Tanto è vero , che
quantunque T azio- ne della gravità fia contmva et eguale nel tempo, non per
quello però fi dimollra-, che debba ne el- la ne i* effetto fuo mifurarfi dal
tempo ftefso . Voi dunque, difse allora la S;gnora Principefsa, le al- eono vi
pregafse di dimoltrargli , che la velocità ne i ®ravi debba efsere
proporzionale al tempo , non faprefte, come farlo. Io il faprei sì, rifpofi, fe
voi non avelie dato ordine a quelli Signori di contradirmi,- perchè io direi,
che la preffione del- la gravità fi compone di infinite preflìoni iftanta- nee,
tutte tra loro eguali , e tutte tra loro difgiun- te per intervalli c -rempetti
eguali ; e fpiegata cosi la gravità , fi vedrebbe chiaro , che tanto magajo- re
debba elTere 1’ azion fua , e per confèguente an- che la velocità, che per -lei
fi produce, quanto è maggiore il numero delle preflìoni iltanunee, cioè quanto
è maggiore il numero degl’ intervalli, che è lo ileflb che dire, quanto è più
lungo il tempo. Ma quelli Signori non vogliono ne le preflìoni iflantanee , ne
gl’ intexvalii. £d ecco il frutto dell* aver Digitized by Google L I B R O I I.
l6l aver voi, voluto, che mi contradicano; che e(Tl per fervirvi fi hanno pollo
nell* animo di contra- dirmi in ogni cofa. Allora la Signora Principel- fa
ridendo, fé io, dilTe, ho voluto, che eflt vi contradicano , ho anche voluto,
che voi vi difen- diate i ma fe voi non volete valervi di quei vofirt
intervalli , voi lafciate lenza dimollrazione le leggi della gravitai, delle quali
per ciò dovrà ognuno po- ter dubitare.No Signora,rifpolì;perchè fenza i miei
intervalli, e fenza niuna altra dimofiraziono , le ha dimoftrate abbadanza 1*
efperienza; la^ quale fe come le ha dimollrate nella gravità, così le avefse
dimoftrate anche nella elallicità ,ionon' dubiterei di ammetterle e nell’ una e
nell’ altra ; ma avendole 1* efperienza dimoftrate in quella,e^ non in quefta ,
io credo di potere ammetterle in quella, fenza efsere per ciò obbligato di
ammetter- le anche in quefta. Voi dunque, difte allora il Si- gnor D. Serao ,
non confidate mence alla analo- gia . Che dite voi di analogia? rilpoft io . Ed
egli, parmi, difte, chcfe l’elafticità delle due ferie EN, AC è pur limile alla
gravità in quello , che fpin- gendo i globi per gli fpazj Nr , C»n, adopra in^
e(Ti una preflìonc eguale e continva , le debba an- che per una certa analogia
elfer fimile in tutto il reftame,e così oftervare le iltefte leggi. lofto a
vedere, che voi vorrete mettere in dubioanclie^ il prindpio della analogia , di
cui oggi tutti fi fer- vono, e r hanno quali per lo primo e principal
i&)ndamento della Èlica ; cosi che ormai farebbe^ X ver- lói Della forza
de* corpi vergogna il dubitarne, lo m* accorgo, rifpofì, che voi avete paura,
che io ne dubiti; e con ciò di> moftrate di dubitarne un poco anche voi ; ma
dirvi il vero io credo, che quella analogia ( che cosi la chiamano con nome
greco , ne lo quanto bene ) fia un luogo pericololillìmo , da cui lì trag- gono
argomenti talvolta di qualche pefOjfpeflilTi- mo di niuno. Perciocché ella è
polla non in altro, che in una certa fìmilitudinc, che alcuni voglion fupporre,
che lìa in tutte le cofe tanto grande, quanto mai elTer può. E così
conorciutone due_«, che lìeno limili alcun poco, facilmente 11 induco- no a
credere , che debbano elfer Umili in tutto • C tutte le proprietà , che trovano
in una,nonhan. no difiRcoltà di attribuirle anche all* altra . lidie.* oggimai
è tanto innanzi proceduto,che molti han- no creduto dover elfer degli uomini
nella luna,fo- lo perchè efsendo la luna fimile alla terra , inquanto ha delle
montagne, penlàno, che debba efserle limile in ogni altra cofa . Al quale
argomento fe noiyow lelTimo tener dietro, bilbgnercbbe mettere nella.* luna
ancor le mafehere e i teatri. Sapete, quante.* novelle,valendoH della analogia,
perfuafe già il leg- giadro francefe a quella fua giovinetta . Per quel eh* io
veggo , difse allora il Signor D.Serao, voi fiete un gran nemico della
analogia. Ma pur par- mi, che la lìmilitudine, in cui efsa è fondata, mol- to
li convenga alla natura . E perchè , rifpoll, non le converrebbe altrettanto la
varietà? Perchè, dif. fe il Signor D. Serao , le cofe fono più belle rida. *
cen- Dlgitized by Google L I B R. O li. 15} . cendofì a una certa
fìmilitudincte quafì a una fot- ma fola . Et a me, diffi , pajon più belle per
quel, le tante, «così vane forme, che hanno. Ma ben m* accorgo, che voi volete
farmi difubbidire alla Signora Prindpefsa, traendomi così apocoapo. co nel
difcorfo della femplicità, della quale i’ana. logia è come una confeguenza . Ip
dunque per non commettere così grave colpa, dirò della analogia brevemente,
fenza toccare il principio della fem* pliciià^ e fol quanto balla per
rifpondere all’ ar- gomento da voi propollo . Io dico dunque , che argomentando
dall’ analogia, lì argomenta alsai bene e con qualche probabilità, feconofeendo
noi, due cofe elTer fimili in moltiflìme proprietà, co^ che pajano d’un’
illefsa fpezie , concludiamo , do- vere efser fimili anche in una proprietà ,
che Tap- piamo convenire all’ una,etèquiltione ,fe conven- ga anche all’altra;
e così da molte proprietà argo- mentiamo di una. L’ argomento però farebbe
afsai debole, fe da una volellimo argomentar di molte. E per venire al
propofìto io non fo in verità, con quanta Scurezza conchiuder fi pofsa, che due
po- tenze efsendo fimili in quella loia proprietà di e- fercitar amendue una
prelììone continva et eguale, debban per ciò efser fimili in tutte ; e perchè
l’ una produce le velocità proporzionate ai tempi, così debba far’ anche 1’
altra. Senza che dalla analo- gia può nafeere probabilità alcuna , non può mai
nafcerc alcuna evidenza. Voi fiere, difse allora il Signor D. Serao, un logico
troppo fallidiofo; X 2 ecer% Digitized by Google i64 Della forza db* corpi e
certo che dalla analogia non naicon mai dimo- (Irazioni così evidenti, come
quelle dei geome* tri fono ; ma ben fe ne cavano argomenti tanto probabili, che
di pochiHìmo cedono all' eviden* za. E quefti argomenti, rifpon io, fono
quelli, che lì deducono da un numero quafi immenlb dì prò- prietà,non quelli,
che fi deducono da una proprietà fola, come è il vafiro;nel quale perchè la
gravità e rdafiicità fi credono avere una proprietà comune, volete argomentare
per analogia, che le abbiano tutte . Ma come potrebbe argomentarfi altrimen- ti
, diffe il Signor D. Serao , fe l’ oficrvazione non ci ha fatto conofcere in
loro fe non ima foia pro- prietà comune ad amendue, che è quella di efer-
citare una preffione eguale'e continva? Non sò, rif- pofi , fe r ofiervazione
ci abbia fatto conofcere ne pur quella. Ma quando bene ciò foife, non do-
vrebbe però da una fola proprietà argomentarfi di tutte r altre; e dovrebbe in
tal cafo il fiiofofo a- ftenerfi più rollo da ogni argomentazione, che far- ne
una con tanto pericolo. Pure non farebbe egli meglio , dilTe allora il Signor
D. Serao , avendo noi olTervate le leggi della gravità , comporre fe- condo le
ifielTe leggi ancor le altre potenze ; e co- sì indurre nella natura quella
bella conformità^ che rende tutte le cofe più chiare, e più comode,, e più femplici?
Di quello, dilli, abbiam parlato abballanza quella mattina . Ma voi farelle
meglio ad elporci quel volito argomento , che avete detto voler dedurre da una
ferie fola di elaAri ; che an- (}ar- Digitized by Google I Libro fi. ' darmi
tentando a dirubb'dire alla Signora Pnnei- pclla ; la qual dovrebbe doppiamente
caltigarvi , e per quella difubbidienza , che avete fatta voi , en- trando nel
difeorfo della femplicità« e per quella» che volevate, che io faceffi. Allora
la Signora^ PrincipelTa, egli, dilTe,vi ha tentato non per farvi difubbidire,
ma perchè , relìlfendo voi alla tenta- zione, dimoftralle meglio la volita
obbedienza; il che avendo voi fatto, io debbo lodar voi, e rin- graziar lui.
Vegga però il Signor D. Serao, difli io allora, di non tentarmi più TpelTo. E
fe egli il farà, dilTe la Signora PrincipelTa, voi mollrerete la virtù volita
più fpelTo. Ne io voglio però libe- rarvi da un peio, che voi lielTo vi avete
impolio» e a cui pare, che vogluteora fotirarvi. QuaPè? dilli . Voi , dilTe la
Signora PrincipelTa , avere pro> polio due cofe; 1’ una è, che la velocità
del glob(> N giunto in r non fi dimoftri elTcr doppia dell&« velocità
del globo C giunto In m; l’ altra è, che-* quand* anche fofle doppia, pur non
fi dimolirereb- be , che oltre la potenza producitrice del movi- . mento
dovelTe intervenirvi la forza viva di Lei- • bnizio ; ddle quali due cofe voi
avete dichiarato' la prima, relia che dichiariate la feconda. Come a- vrete ciò
fatto, il Signor D. Serao efporrà 1* ar- gomento, che voi domandate. Vedete,
diffi io al- lora , fe io fono bel parlatore, che di due fole co- le, che io
aveva propone, una già m' era caduta di mente. Faccendofì cotali ragionamenti,
erano già, fenza che noi ce ne accorgeflìmo, alquanto crc- Digitized by Google
Bella forza DE' corpi crefciuti il vento, e il mare; perchè il governator della
nave fece chiedere alla pignora PrinciptlTa^ ie voldse andar più avanti ; et
ella a me rivolta mi domandò, fe quei cammino mi defse moleftia ; et avendo io
rilpolto, che anzi grandiflìmamente mi «Jilcttava^ diede ordine al governatore,
che andaf- fe oltre leguendo tl vento, e così difpenfafse tutto quel giro, che
la fera poteffimo efsere a Pozzuo-. lo. E già nafcoliocifi quafi del tutto il
vago alpetto di Napoli, cominciavano a coprirli le -umili , e di- lettofe rive
di Baja, ne più vedevanfij(|l|Don da^ lungi le verdeggianti cime del feropre
lieto Paufi-’ lipo, e della tridente Mergillina . Quando io, a- vendo un poco
vagheggiato con gli occhi- 1’ immen- fo fpaziodel mare, che ormai da tutte le
parti vieppiù allargavafi , rivolto a compagni , eccomi, » difpofto a pagar
quel debito ,chem’ era ufei- to della mente; di che miipedirò fubito,come_.
buon pagatore, e con poche parole . Io voglio dunque concedere ciò, che fino ad
ora ho negato, che le ferie tiel loro aprirli premano i globi cguaU ’ tnente ;
che feguano a premerli egualmente per tut- ti li fpazietti Nr , C«?; che gli
facciano correre^ fecondo le leggi della gravità ; e che Icorrcndo l' un d’
fcflì lo Ipaz-.o Nrqnadruplo, e mettendovi tem- po doppio, VI acquiiti doppia
velocità. Non può egli farli tutto ciò per una preflìone producitrice della
velocità fenza più ? Imperocché fe amendue le ferie premono i globi egualmente,
quanto è fa- cile , che feguuando V una a premere per tempo Digitized by
Googlt: Libro IL tSy doppio produca con la Tua prelfione doppia velo» cita ?
Che neceflìtk ha egli qui di quella forza viva di Leibnizior La qual ie potelTe
dimoilrarlìdalmo* v:mentoifei due globi per li rpazietiiNr,,C«, po- teva all’
illelTo modo , anzi più comodamente, di- moftrarll dalla caduta di due gravi ,
1*^ un de qua- li cadefTe per uno fptzio quadruplo dell’altro; ne accadea far
violenza ali’ immaginativa, flringen- dolaa concepire elaftri immateriali, et
incorpo- rei , ne ricorrere a linee curve , ne metter mano> a calcolicene a
integrazioni » B poco vale Udire, che r effetto dee elferc proporzionale alla
caufaj e però elTendu 1’ una ferie quadrupla dell’ altra^ dover uforne effetto
non doppio ma quadruplo, e quello effere la forza viva. Imperocché chi noa fi ,
che qualor fi dice cl’effeao dover effere pro- porzionale alla caufa, non altro
vuoili intendere, fe non che dee effere proporzionale alT azione-»?' che fe due
caufe eferciteranno azioni eguali , do- vranno ufeirne eguali effetti, come che
lecaufe fieno difeguali.Ora quantunque la ferie EM fia quadrupla della AC, non
dicono però i BernulUanr,che pre- mono amendue egualniente.^Perchè dunque non
do- vranno dalle eguali prefiìoni ufcireeguali velocità? fe non che feguendo la
ferie EN a premere per dop- pio tempo, dovrà ufeirne velocità doppia • Ma dirà
alcuno ile ferie oltre il premere, che è veramen- te eguale in amendue , hanno
anche un’ altra azio- ne, che è quadrupla nella ferie quadrupla Et io rifpondo,
e dimando, che neceffità v’aobia di ag- gina- i58 Della forza Dt* corpi
giungere quelia nuova azione aila preflìone; che mal farebbe) fe noi diceflìmO)
le due ferie.* non far’ altro che premere? Certo che eflTendo gli clalhi, di
cui parliamo, incorporei e immateriali, non altra forma hanno, che di pure, e
femplici prelTioni) in cui niente altro può intenderfi, fe^ non r atto iftelTo
del premere . Sebbene par , che talvolta dimenticandoli i Bcrnulliani di aver
pro> pollo el alt ri immateriali, e’ tornino, fenza avve- derlene, alla
materia, dicendo, che debbon pure gli elaliri comunicare,e trasfonder nei
globi, trafmettere quella forza viva, che hanno; impe* lacchè quale aver ne
polTono, fe ella mifurafì an* ?br dalla mafla, ed elTi,eirendo immateriali ,
nort* han malfa niuna?E poi, che necelTità v’ ha egli di volere, che negli
elaftri, oltre l’arto del pre- mere, lìa ancora una cotal forza viva, che a
nul- la ferve? Ma mettianro ancora, che elfendo quat- tro gli elaltri, oltre il
premer che fanno, debba- no avere un’ altra azion quadrupla, da cui na* licer
debba un effetto quadruplo, dipinto dalla^ velocità. Chi però mi dimollra , che
tale elFetro elfer debba cma forza ? Oh che altro farebbe egli ? dille allora
il Signor D. Serao . Et io, perdiè , dilh , non potrebbe ellere quallìlìa altra
forma, o accidente, o qualità, la qual non producelfe nul- la , e non
producendo nulla, non mcntalfc pure il nome di forza? Eccovi, dilfe il Signor
D. Sc- rao, un’ effetto, che produr potrebbe . Egli è certo, che come il globo
N è flato fpimo peri’ urto Digitized by Google L I B H o II. i6g urto della
ferie da N fino in O , fé egli con quel- la itdfa velocità, che ha in O,
tornaife indietro, refpignercbbe la ferie da O fino in N ; e in que- llo
perderebbe tutto il fuo movimento . Vedetta dunque, che egli elTendo fpinto
dalla ferie per lo fpazio NO, acquilla una virtù di refpignerla per lo (lelfo
Ipazio, e chiuderla altrettanto, quanto lì aprì. E quella virtù è la forza
viva, della qua« le le mi chiedete gli effetti , uno può elTerne il chiuder la
ferie, e ridurla a quella llrettezza , in cui era prima*. Voi dite vero,
rilpofi; ne io ne- go, che fe il globo, tornando indietro, compri- me la ferie
da O fino in N , quella comprefiìo- re polTa prenderli, fe voi volete, come un’
ef- fetto, immaginando nel globo una forza ad elfo lifpondente; in quell’
ifielTa maniera, che efsen- do un corpo caduto da una certa altezza , e po-
tendo con quella velocità, che ha a^quillata, fà- lir di nuovo alla altezza
medefima, niente impe- dìfce j che tal falita fi prenda , come un effetto , lì
immagini nel corpo una forza, che ad efso rif> ponda. E di tali forze,
quante poffiamo immagi- narcene a piacer nollro/Noi però non quelle for- ze
cerchiamo, che efser pofsono nella nollra iftl- *maginazione, ma quelle, che
fono nella natura; t confidcrando quelle folaménte , ficcome il corpo rifate a
quella altezza , da cui cadde , non per una partìcolar forza , che produca il
falire,ma per un movimento, che egli ha , e che la gravità va in lui dillr
uggendo a poco a poco; così il nollro globo^ Y ■ tor- Digilrzed by - -Ogle i-jo
Della for^a de* corpi tornando da O in N , chiude la ferie , non per una
particolar forza , che produca il chiudere, ma per quel movimento, che egli
ha,eche Telalticità del- la ferie va in lui dillruggcndo a poco a poco, no ‘ ha
finito di diliruggerlo, fe non come egliègiun- to in N . Onde fi vede , che
fcorrendo il globo da N fino in O , l’elallidtà della ferie produce in lui quel
movimento, cui pofcia diftrugge , tornando egli da O fino in N ; il che tutto
può compierli per una fola potenza ora producitrice del movi- mento , et ora
dillruggitrice. Per la qual cofa_., quand* anche per la fpinta degli elaftri
nafcer do- velTe nel globo N una qualità nuova , la qual foITe quattro volte
maggiore di quella , che nafce nel ^globo C, io non laprei, quale effetto
doveffe at- tribuirlele; e fe niuno effetto dee attribuirfele,c s’ella è pur
nata per non far nulla, perchè la chia- meremo noi forza? L* inerzia ,di(Te
quivi la Si- gnora Principeffa, potrebbe cffere una forza viva di quella natura
; tantoché pare che il Padre Ric- cati non abbia fatto male a conllituire la
forza vi- va nell’ inerzia- Non fo però , rifpofi io, feil Pa- dre Riccati
folTe per dire , che quattro elaftri, pro- ducendo nel globo N velocità doppia,
doveffec produrvi inerzia quadrupla. Ma voi vi prendete.» gioco di me. Et io
credo ,che meglio farebbe di udire quell* altra diificoltà , che il Signor
D.Serao ha promelTo di efporci, deducendola da una ferie fola di elaftri ;e che
io defidero grandemente di intendere. Se voi dkefte, ripigliò allora il Signor
D.Sc- V Digitized by Googlt LiititoIT. 171 D*SeraO} che quella non folTe e
molto ingegnofa» e molto bella, e molto forte, farcire ingiuria al chiarilfimo,
e incomparabil Bernulli, che già la., propofe negli atti di Lilpia dell’ anno
i7;5;ne^ dubitò di anteporla, come argomento invittiÓfimo, a tutte le ragioni ,
che addur fi potelTero pér di- moftrare la forza viva di Lcibnizio. E’ forfè
quel- la, diUi io, che egli addulTe in un fuo fottiliflìmo ra- gionamento , nel
qual prefe a fpiegare la vera no- zione della forza viva , e conchiufe dover
lei effo- re una cotal forza foftanziale? Quella appunto, dif> ie allora il
Signor D. Scrao ; e pare , che voi l’ ab- biate preveduta ; tante cofe avete
ultimamente det- te , che paiono dette a polla per ofcurarne la^ chiarezza e lo
fplendore; il che però faccendo , e quafi premunendovi, avete moflrato di aver-
ne qualche paura ; ne io mi rimarrò di dirla^ » benché voi abbiate così mal
difpoflo gli animi di quelli Signori adafcoltarla . Avendo così detto il Signor
D. Serao» et elTendofì rifo alquanto , fog- giunfe: egli mi converrà, $* io
voglio elTer chia- ro, aggiungere una terza figura a quelle due, che avete già
per le mani ; e tratto fuori calamaio, e penna dilcgnò una figura , di cui
tollo furono j^e più copie, acciocché potelTe ciafcuno avei- *"i)e tuia
(Stanzi agli occhi . Il che come fù fatto, incominciò il Signor D. Serab,
riguardando nel- la figura fielTa , a dire : fia AL una ferie compo- F. da di
cinque elafiri , i quali, per non perder tem- po a delaiverli) voglio, che
fièno quei medefi- Y z mi X S, ^ 172 Della forza df* corpi mi , onde fi
compofero le due ferie , di cui s* è fin ora parlato. Quefta ferie AL fi
appoggi dall’ una parte al globo A, dall’ altra al globo L, e_» fia la malfa
del globo A 4 , la malfa del globo L 1 ;e fieno amendue i globi da principio
trattenuti per due potenze ellrinfcche così che dando fermi et
immobiliyltringan la ferie, e l’ obblighino a dar- fi ferma et immobile elfà
pure AL . Stando le co- fe in quedi termini, egli è chiaro, che la ferie.»
premerà egualmente 1’ uno , e 1* altro globo , non elfendo ragion niuna, perchè
più 1’ uno premer debba che 1 ’ altro. Che fé ad un tratto fi levino via le
potenze, che abbiamo detto, aprendoli ad tin tempo et egualmente gli eladri
tutti, fi allarghe- rà rodo la ferie dall* una , e dall* altra parte, fpin-
gendo amendue i globi egualmente ; ne cederà di ciò fare infino a tanto, che
fia giunta alla Tua nata- , Taf larghezza . Donde facilmente può mtcndeffi^ che
ricevendo fempre i due glóbi^durante la dila- tazion della ferie, eguali
impùlH, 'avranno fempre egual movimento. Non andrò dietro alle altre.,
proprietà tutte di queda ferie, che fono viramen- te.Vjghe, e leggiadre; una
foio ne noterò, che cre- do elfcr nccelTiria al mio intendimento, ed è; La
malfa del globo A , come abbiam detto di fopta , è quadrupla della malia' del L
; ef- fendo dunque da principio i globi di danti tra lo- ro per Li linea AL, fe
noi divideremo clfa linea.. AL in alcun punto C per modo, che la parte CL fia
quadrupla della parte CA; verrà il centro co- mu- Digitized by Googic L '1 B R
O' I T» I7J mune della gravità dei globi a cadere in e(To pun^^ to C . vendo
femore l’un di loro tanta quantità di moto» quanta ne ha 1’ altro » il centro
comune della lor gravità fi riman Tempre la dove era.E’dunque chia« ro che
fuggendoiì i due globi A et L , e rimanen- dofi Tempre il centro della gravità
loro in C, do- vrà anche Tempre la dilTanza CL rimaner quadru« pia della
diftanza CA . lo non sò, Te io abbia^ detto con alfai chiarezza ; pure il
vorrei . Però fe alcun di voi avelTe defìderio di maggior lume» io il prego a
dirlomi ; dico defiderio, perchè fo, che^ biTogno non ne avete. Elfendofì qui
taciuto il Signor D. Serao»e tacendofì Hmilmente gli altri» quello Tilenzio,
dilTè la Signora PrincipelTa» af- fai VI dimoltra , che non ne abbiamo ne
biTogno ne defiderio ; così avete voi pienamente ToddisTat- to air uno et all’
altro. Però potete, profeguire. Allora il Signor D. Serao ricominciò in tal
guifa; - elTendo per le coTe dette la diilanza CL Tempre^ quadrupla della
diOanza CA » egli è manifello» che de i cinque elallri» che forman la ferie,
ne_» dovranno Tempre elTer quattro fopra CL*, fopra^ CA uno Tolo^ perciocché
non potrebbono dif- porfi altramente , dovendo effer tutti Tempre e- gualmente
aperti , e dilatati . Onde apparifee chia- 174 Della forza de* corpi ramente
dovere un certo punto della ferie rima- neriì immobile, e quello edere il punto
C, in cui è il centro delTo della gravità dei globi ; e rima- ncndofì eflb
immobile, verrà la ferie tutta ad el- fer Tempre divifa in due parti, 1' una
delle qua- li fi fcaglierà da C verfo L , T altra da C verfo A, quella
quadrupla di quella. Le quali cofe fo- no chiarilTime, fe io già, dicendole
troppo llret- tamente, non le avelli fatte ofeure. Qui parve^, che il Signor D.
S i7aì dir , divenuta il fuo linguag- gio. Digitized by Goog L 1 B s. o II. 177
gio • Qui fi tacque il Signor D. Serao ; e ta- cendomi io pure contra T
efpettazioo di ognu- no , la Signora Principefia dopo alquanto , su me
volgendofi , dilTe : che dite voi ? lo dico , ri- ' fpofi ) che il Signor O.
Serao fece alTai bene a dire» che io era premunito; il che dicendo , abbaUan-
za ha mofirato di conofcere quello , che io potrei rifpondere; ne credo, che
fia alcun di voi, che^ • noi conofca . Oh voi direte , ripigliò allora il Si-
gnor D. Serao , che la ferie degli elafiri altro non ìsi , che premere i globi
, e premendogli eccitare in loro il movimento ; ogni altra azione , che in e(Ta
fi finga , elTer vana et inutile. Certo che,difll io allora , fe la ferie preme
i globi , e premendo- gli fa, che fi movano, come veggiamo, che mo- ver fi
debbono , io non fo, che farmi di quell’ al- tra azione, che i Bernulliani vi
fingono ; ne cre- do , che ve la fingano , fe non per farne ufcire^ quella ul
forza viva, di. cui fon vaghi . A que- llo modo ,di(Te il Signor D. Serao,
e(«eodoidue globi premuti dalla lerie egualmente , et avendo per ciò movimenti
eguali , bifognerà dire, che^ quattro clallri ,di cui fi compone la parte CL, e
che fi adoprano contro il globoL,agifcano quel- lo fiefsoyche agifee un’
elailro folo, di cui fi com- ' pone la parte CA ,e che fi adopra contro il glo-
bo A; il che pare inconveniente. Per sfuggir dun- que tale inconveniente, farà
bene il dire , che quefii elallri hanno un’ altra azione , che non è il-pre-
mere ; dalla qual poi nafee la forza viva'. £ trove- ' . Z re- Digitized by
Google 17* Della forza de’ corpi rete anche di quelli , i quali vi follerranno
che il premere non è in alcun modo agire. Piacemi, rifpofi io allora y che voi
diate in quelle fottigliez* ' ze , perchè così non dovrete più dolervi delle
mie. lo intanto argomento di quello modo. Che i quat- tro elallri , onde fi
compone la parte CL, faccia- no nel globo L una prelfionc eguale a quella^, che
fa un’ clallro folo nel globo A , certo non dee parervi inconveniente ; e 1*
inlegnate voi Ikfso , • dicendo che 1’ un de’ globi è premuto da quattro
elallri, 1* altro da uno, e fon tuttavia premuti e- gualmente amendue. Or fel’
uguaglianza di que- lle due prelfioni non ha in fe inconveniente niu- • no ; e
balla , fecondo voi , a fpiegar 1’ uguaglian- za de i movimenti; che cerchiam’
altro ? Lafcia- mo, che gli elallri premano, e niente agifeano . Volete voi ,difse
il Signor D. Serao,che un’ela- llro dall’ una parte, e quattro dall* altra,
moven- dofi, e fcagliandofi, non agifean nulla ? lo dico, rifpofi , che premono
; e fe il premere , fecondo voi, è agire, agifeono; fe non è agire, nonagU
feono ; ma Iblo premono. Che necclfità ha , che oltre il premere , anche
agilcano r Anzi elTendo eflì immateriali et incorporei , ne altra forma a-
vendo fe non di femplici prelfioni , io non fo,che altro far polTano fe non
premere. E fe volete in ’ ultimo, die io vi dica libiramente; io non foquel-
lo, che voi vi diciate di quadruplo, perchè non veggo qui niente, che fia
quadruplo. Come? dif- fc quivi la Signora Principefsa ; non vedete voi,
Digitized by'Google Libro IT. 179 che il globo L è fpinco da quattro elaftri ,
il glo- bo A. da uno folo? Io dico , rifpon » che quelli quattro elallri io non
li veggo; ne credo , che «(^ cun di voi pofsa vederli . A provar ciò , difse
al- lora la Signora Princìpersa, non fo, fé ballafse-* l’ eloquenza del nollro
Padre Cavalcanti) che è pur tanto grande. Molto minore eloquenza) rifpofì) vt
ballerà. Ma ritorniamo di grazia a ritefsere bre- vemente quella fuppolìzione )
che con tanta chia- rezza ci ha efpolla il nollro Signor D. Serao ; veggiamo fe
mai vi apparifca elallro niunO)dico; elaltro ni uno: intendendo la natura dell*
elallro, non il nome. Prima lì voglion fuppoire cinque elallri) onde lì
componga una ferie ; e quidichia- randofi) che elTi non fono ne materiali )ne
cor- E orei) e non hanno malfa niunZ) ben fi vede, che anno il nomedi elallri ,
non la natura , ne altro fono che cinque prclConi , die lì accozzano ed
unifcono tnfieme. Poi lì vuole, che tutta quella^ prelTione lì diftribuifca
egualmente , e lì applichi a i due globi : qui pure io non veggo alcun’ ela-
llro; ne fo quello, che lì vogliano intendere, qua- lor dicono che 1’ un globo
è alfalito da quattro elallri , 1* altro da uno; perchè io non veggo fe non due
globi atfaliti da due prellìoni eguali. Mi fi dice poi, che 1’ un globo,
fuggendo con più velocità, fi lafcia addietro uno fpazio CL quadru- plo dello
fpazio CA, cui lafciafi addietro 1’ altro globo, che fugge con velocità minore
. Et è ve- rilTimo; dovendo appunto ciònafcere dall* ugua- Z 2 glian- Delia
forza de* corpi glìanza delle preffioni . Ma qui io veggo due fpaw zj CL,CA,che
potrebbono veramente capir de gli elaihi; gli elaftri deflì non veggo : Te già
nonvina- fcelTero all’ improvvifo, e fenza perchè. E nafeen- dovi pure, per
qual ragione dovrebbe dirfi qua- drupla la iomma di quegli elaltri , che
occupalfe- ro la parte CL? Quadrupla in che? Nel premere? ma dicono, che preme
egualmente . Nell’ eftenHo- ne, e nella grandezza? ma dicono, che gli elaltri
non hanno ne materia , ne corpo, Ue malfa niu- na, il che fe è, quale grandezza
, e quale eften- fione aver polfono?Epoi , che fa qui la grandez- za, e l*
eltenfionc ? La quale, qualunque lìaG, pur- ché refti la ftefsa prellìone,
reitera Tempre ne’ glo- bi lo ftefso movimento . Efsendomi io qui ferma- lo
alquanto; è però co fa ftrana, difse la Signo- ra Principefsa, che,
fupponendofr una ferie di cin- que elaltri, non entri nella fuppofizione
verun^ela- Itro. Et io , fe voi, dilli, conlidercrete bene la- fuppofizione, ne
vi lafcerete ingannar dal nome , troverete, che ella altro non è , che fupporre
cin- 3 ue preffioni , le quali così fi accozzano infieme, e illribuifcono, che
vengono a premer due globi egualmente verfo due contrarie parti. Ne qui al- tro
ha di elaltro,fenon il nome.Et io credo che co- telta ferie cosi
incorporea,come la vogliono, fia da concepirfi non altrimenti, che come una
forza re- pulSva di quelle, che piacciono tanto a Neutonia- ni,frappoltaa i due
globi;della quale chi vorrebbe dire y che quattro parti fi fiendefsero per lo
fpa> Di Google Libro IL v&f zio GL y una fola per lofpazio CA ? Ben
m’a>- fpcttava) difse allora la Signora Principcfsa, che voi mollrerelle il
voftro ingegno. Signora ^rifpo. fi , io credo di aver più tolèo nK>firata La
veri- tà . E poiché il credete , difse fubito U Signora^ PtincipelTa , noi vi
lafcierenio nelP opinion vo- Bra, contenti di aver conofciuto in quello luo- go
quanto polTa o 1’ ingegno o la verità . Intan» to fìe bene » che finendo una
volta di dir degli elaltri» cominciàte a dirci delle leggi del moto» Signora,
rifpofi , io ho pochillimo' da dirne, e il cominciare c il finire farà tutto
uno ► Pur, di(Te_* la Signora PrincipelTa , diteti quel pochillimo;. che fo
quelli Signori vorranno fare anch’ eflì'iL debito loro > interrogandovi, ove
la cofa il ricer- chi, e, quando faccia meltieri, contradicendoviV non finirete
forfè così predo. Io credo, rifpolì» che come io ho poco da dire, così avranno
elfi poco da contradire. Ma certo a me pare, che ef- fendo le leggi del moto
non altro, che certe re- gole, fecondo cui per cagione dclPiirto fididri-
buifce la velocità a corpi, e fi fa quando magr giore e quando minore, niente
altro fi ricbiegg» a porle in efietto, fe noni* azione delle potenze, che
producono o didruggono la velocità, fenza^ più. E £e io vole£^ entrare ora in
foctigliezze.* , direi facilmente , che fodè nella natura una po- «enza fola,
la qual, non movendoli elTa, move^ tutte le cofe ; e mi piacerebbe 1* diuytrov
di Ari- dotile. Sebbene elSendo i movimenti Varj tra lo- ro , Digitized by
Google i82 Della forza de* corpi ro ) et avendogli noi notati con varj nomi (
cho tin movimento diciamo per efempio falirè, et un* altro difcendere , et un’
altro aprirli , et altro chiu- derli) e così molti > che abbiamo con diverfe
voci diftinti) per ciò quella potenza, che gli produ- ce tutti, noi la
diilinguiamo in molte. Ma ella è forfè una in fe ftelTa , e variando T effetto
, elTa non varia; il perchè non ho mai creduto, che^ debba negarli a
Neutoniani,che quella forza, per cui li riipingono i corpi , lia la medelìma ,
che^ quella , per cui li attraggono ; ma gli uomini fo- no troppo avvezzi a
conlìderarle come due. Che che fia di ciò ; che non fa ora d' uopo di tanta
metafilica ; egli è cerco , che a far nafcer ne* cor- pi quelle velocità, che
le leggi del moto richieg- gono, ballar debbono le potenze, che produco-'* no le
velocità ffelTe : farebbe inutile 1* aggiunger- vi la forza viva. Ne per ciò
dico, die le leggi del moto la efcludano; che fo bene , ancor quelli , che la
tengono, e prendono principio da elTa, aver pure trovato via di conduru alle
medelime leggi, a cui fi conducono gli altri ; e partendo da princi- pi
diverli, arrivano alle illelTe confeguenze . Gli uni però, dille allora la
Signora PrincipelTa , vi lì condurranno per vie più facili e più femplici ; gli
altri per vie più compolle c più ncicofe . Oh , rif- pofì, non è alcun dubio,
che i^follenirori deila^ forza ..viva vi lì conducono pep vie più lunghe ‘il
difficili; pur telTbnoV e legano infieme tante di- raoltrazionii e tanti
calcoli, e cosi gli torcono e pie- Digitizoci by Googl L I B R. O I I. 183 piegano,
che alfin vi giungono. E qui, djflTe al- lora la Signora Principefla, voi
potrete riprender- li , che per vie tanto più lunghe e compolte vo- glian
condurli a quelle leggi, a cui altri giungo- no per vie più brevi, e più
femplici. Tolga Id- dio, rifpoli IO allora , eh’ io mai facelli motto di ciò;
perchè, come fi viene a un tal luogp„/ion^ crederete dell’ eloquenza, eh’ egli
hanno. E fan- no ben dire, che la natura non è poi così fem- plice, come alcuni
fi credono; e che quello, che è compollo a noi, non è fempre compollo alla.*^,
natura; e che alla natura egualmente è facile la^ ilrada lunga, e la breve; ed
altre molte di quef- le cofe , che il Signor D* Serao quella mattina non potea
folFrire. Purpotrelle, dilTe allora la Signo- ra Principefla , pregarli a voler
liberarli dal tor- mento di quei calcoli, fe non altro, almeno per loro comodo.
Ne quello pur vaierebbe; rifpoli, perchè fi pregiano di follenere per la verità
quel martirio. Ma tanta collanza, dilTe allora riden- do la Signora
Principefia, bifogna bene, che lia fondata in qualche ragione; e quella io
vorrei intender da voi. Veggo bene, rifpoli, che voi,i Signora, mi tentate,
interrogandomi di quelle^ cole , che fapete meglio di me ; io però i»n avrò
minor merito obbedendovi . La ragione dunque, che voi chiedete, fi è, che
quelli, i quali nega- no la forza viva , fi conducono alle leggi da Leibni-
ziani , e dirovvene la ragione , non perché voi non la fappiate ( che i libri
nc fon pieni ) ma-, perchè, fapendóla,par tuttavia, che amiate udir- la da me .
1 Cartefiani , che fono fiati i primi cer- catori delle leggi del moto ,
tennero una ftrada affai comoda , che fu di cercarle prima ne* corpi
perfettamente duri, per poter poi conofcerle più facilmente nei men auri. Ne
parea la loro inten- zion da liprenderfi ; non dicendo già eflì , che fie- no
nella natura corpi duriffimi , -ma cercando , quali leggi doveflero offervar,
fe vi foffero. Chi è, che cercando le leggi della fluidità, non le-* cerchi
prima nella fluidità perfettiffima ? e lo ftef- fo fi fa pure in tutti i luoghi
della fifica . I Car- tefiani adunque efponendo le leggi del moto ne* corpi
perfettartiente duri , ftabilifcono, che fc ducf d' eifi , avendo quantità
eguali di movimento , fi in- Digitized by Googl L I B R o I I. 1S5 incontraffero,
dovrebbon tofto fermarG, perden- do ogni forza loro. E certo non può
intenderfit che due movimenti eguali tra loro, e contrarii, non G diilruggano .
E diftruggendoG i movimenti debbono i corpi fermarfi ; i quali fermandoli noA è
alcun dubio , che perdono ogni forza • Ora dì qui è nato un argomento affai
molefto a Lcibni- ziani, del quale i Cartefìani fpelfe volte fi va^lio- no ;
imperocché fe la forza doveffe mifurarfi dal ' quadrato della velocità ,
potrebbono i due cor- pi duriffimi incontrarfi con eguali quantità di mo- ro ,
avendo però forze difeguali ; e in quefio ce- fo fermandofi amendue, e perdendo
ogni forza, bifognerebbe dire, che due forze difeguali incon- trandoli fi
difiruggefTero 1' una e l’ altra egualmen- te, il che pare edere impoflibile. E
quindi raccol- gono i Cartefìani, che la forza non debba dunque mifurarfi dal
quadrato della veloci^ 1 Leibniziani non ardifcon negare, che due^eórpi
duriffimi, avendo eguali quantità di moto incootrandofi doveffer fermarfi . Non
fa pendo duntjue, che ri- fpondere, e non potendo levar via la difficoltà, le-
vano la fuppofizione ; e ricufano afpramehte di mai fupporre alcun corpo
durifllmo . Ne Val pre- garli, ne dir loro , che la perfetta durezza non vuol
già introdurfi nella natura, ma vuol folo averli per pjflibile ; e che noi
abbiam ben fuppofto,per amor loro, elaftri perfettiffimi, et oltre a ciò im-
materiali et incorporei ; che tutto è nulla. Cosili ban fitto nell’ animo di
non vòlei fermarfi uiu A a mo- I %6 Della forza db* corpi momento folo nel penderò
della perfetta durezza. La quale orinazione, per dir vero, non mi è mai
piaciuta. Vedete, dille quivi il Signor D. Nic- cola , cheti Padre Riccatinon
fappia , che voi ab« biate dato degli ollinati a Leibniziani ; perchè pa porta
due ragioni , che a me pajono piu rollo cerimonie, che ragioni. Voi ve le
vedrete, leg- gendoli dottilTimo libro fuo. Pur mi farà caro, dilTe allora la
Signora PrincipelTa forridendo , di intender’ ora quelle due cerimonie del
Padre Ric- cati^ e come voi gli rifpondiate. A me giova, dif- fi io allora ,
non rifponder nulla; perchè fe i Lei- bniziani rifiutano quella rifpofla , che
io ho of* ferra loro per difendere la forza viva contro 1* argomento de’
Cartefiani , meglio ila . Non a- vran , che rifpondere . Si ,rifpofe la Signora
Prin- cipeira;ma le voi non moltrate, che quella vo- ilra rilpofla poteflìe e
dovelTe riceverli da Leibni- ziani, dileguando le ragioni del P. Riccati, egli
parrà, che voi gHel* abbiate offerta di mala fede^, e farete accufàto di frode.
Voi mi ftringete trop- po , rifpofi ; acciocché dunque io non vi paja di mala
fede , ne dobbiate accufaimi di frode, fa- jov- Digitized by Google ■ L I B R O
■ I I. 189 rovvi chiaramente vedere, che quella mia rifpo- fta poteva e doveva
ufarfi a foftenere la forza vi- va contro a Carteiìani; dileguando per ciò le
ob- biezioni del Padre Riccati , le quali , fe ben mi ricordo, fon due; e la
prima è quella : te due.* corpi duriHimi , dice egli, incontrandoli, niente.»
adcpraffero le loro forze vive, c tuttavia col fer- marli fubito le perdeffero,
bifognerebbe dire, che.» tali forze fi ellingueflero fenza avere operato nul-
la ; e ciò è , fecondo lui , un grandillìmo alTur- do, perciocché le forze non
vogliono clTernate.» al mondo inutilmente, ne perire fenza aver pro- dotto il
loro effetto» Quella ragione non mi par già una cerimonia , dilfe allora la
Signora Prin- cipelTa .Et io , fe voi, dilli , la efaminerete beno, e
confidererete, da qual principio ella parta, la troverete cosi vana , che
comincierà forfè a parer- vi una cerimonia. Ella parte, dille allora la Si-
gnora PtincipclTa, e fi trae da quel principio , che.> una forza non poffa
ellinguerfi in natura, e pe» rire, fe non operando, e faccende il fuo, affetto»
Ma parvi egli,dilTi io allora, che tal propofizio- ne fia da metterli cosi
fenza dubio alcuno tra f principi ? Parvi egli , che fia una propofizion tan-
to chiara , e tanto evidente , che doveffe per amor d’ effa rifiutarli una
rifpofta , che io offeriva con tanto affetto a Leibniziani, e che era loro cotan-
to utile? Allora il Signor D. Siccola, voi fieto^ dilTe, troppo rigorofo;
perchè mettiamo pure,ch^ non fia quella propofizione , come un principia
Digifized by Google ••r i fa, che niuna forza fì eifingua e pcrifca mai fe non
operando, e faccendo alcun’ effetto; la qual con* fuetudine io potrei
dimoifrarvi con innumerabilt efempli» fe fi potelTer qui ora feorrere tutte
le_r parti sì della mica come della meccanica . £ voi iapete» che alle
confuetudini della natura vuoili aver riguardo. Si veramente, rifpolì; e per
que- Ao riguardo io non voglio già , che i Leibnizia- ni dicano cfsere alcun
corpo nel mondo, in cui perifea la forza viva fenza operar nulla ; io gli
pregava folamente a voler dire^ che la. forza vi- va potrebbe perire fenza
operar nulla , fe fofse- ro al mondo de’ corpi durilTimi * i quali però non vi
fono. Nel che niente lì offende la confuetudine,. della natura , la qual vuol
efsere olservata ne cor- pi, che fono, e non in quei, che non fono. Sicco- me
la confuetudine, che hanno tutti i corpi, come fon poffi in libertà,di cadere,
niente lì offenderebbe fupponendp un corpo' non grave, il qual per ciò non cade
ITc ; perciocché quella confuetudine è ne corpi per quello appunto perchè fon
gravi ; così quella confuetudine, che ogni forza fi ellin- gua faccendo alcun
effetto, è forfè nella natura^, perchè non fono nella natura corpi duriflìmi ,
i quali fe vi folTero, q uella confuetudine j non fa- rebbe. Voi dite
benifi|mo, dilTe allora il Signor D. Nicola , che le coMoerudini della natura
deb- bono olfexvarlì nè corpi, che fono, non in quei, cho Digitized by Google L
I B R O ' I I. 1^1 che non fono ; pure fe voi volete fupporre duo corpi
fommamente duri, nell’ incontro de’ quali perifcano le forze vive, bifogna
bene, che nella volfra fuppofizione fia qualche ragione, perchè perir debbano .
Or qual farà quella ragione ì perchè fe non agifcono,ne pur potranno
diftrug> gcrfi r una 1’ altra /poiché quello farebbe agiro; anzi quand’anche
agifsero, pur non potrebbonu dillruggerfì amendue, efsendo tra loro difeguali .
C Vedete dunque in cotella fuppolìzione , di cut vorrelle, che i Leibniziani A
fervi fsero , non_« debbano ellinguerll due forze vive fenza che vi fia ragione
alcuna , perchè fi ellinguano . A mo pare, diflì io allora, che fe nella mia
fuppolìzio ne le forze vive lì ellinguono , abbiano una bel> lilTima e
grandiilìma ragione di ellinguerfì . Qua* le ? difse il Signor D. Niccola . Et
io rifpolì : perchè manca loro il foggetto . E quale è il fog- getto della
forza viva? non è egli il corpo mofso? certo che il corpo nonTha, fe non quando
lì mo ve , e inquanto fi move ; mancando dunque il cor* po mofso ( il qual
manca nella fuppolìzion mia^ iecondo cui incontrandoli i due corpi rollo lì
fer- mano) manca alla forza il foggetto ; e ciò po Ho qual più bella ragione
potrebbe ella avere di perire e di eHinguerfi ? che fon pur così tutti i modi ,
et accidenti , e forme , e qualità , cho levando via i foggetti loro, fi
partono efse pure^ e lì dileguano, ne afpettano altra ragione per an- darfene .
Ne vale il dire , che quella non è la con- Digitized by Coogle 5^2 Della forza
de’ corpi itietudine della natura; perchè febbcne perlopiù ie forze non mancano
le non producendo il lo» 10 effetto; non è però, che non avefsero ogni ragion
di mancare, qualunque volta lì togiiefscj; 11 Soggetto loro, benché nulla
producefsero . Sic- come confuetudine è della qatura , che il colore nel corpo
non manchi, fenza che un’altro ve^ ne fuccedft ; e tuttavia avrebbe egli ogni
ragion di mancare* quantunque niun’ altro colore gli fuccedefse; folo che il
corpo, che n’ è il fog- . getto, fi levafse • Efsendomi io qui taciuto , la
voftra fpeculazione, difse il Signor D. Serao,mi piace; ma temo, che alcuni 1’
avranno per trop- po cercata, ne vorranno confentirvi, avendo pau« ra di tanta
fottilità . Quafi che un’ argomento , rifpofi io, dovefse averli per fallo,
perchè è ftagk ■ Libro IL. 195 dare, anche per queUo fie meglio , che la
ragione del Padre Riccati vi fia efpofta dal noftro Signor D. Nicola, il quale
benché fìa più eloquente di me , a voi però pare , che abbia meno artificio; c
quello forfè è 1’ eflFetio d’ un* artificio maggiore. Allora la Signora
Principefia tuttavia ridendo dif- fe : come vi piace. E il Signor D. Nicola
fubito prefe a dire. Io efporròla ragione del Padre Ric- cati , e farollo per
modo, che non avrete a temer d’ artificio ; e le d’ alcuna cofa non mi
foVvenif- fe , potrà avvifarmeneil Signor Marcbefe di Cani- po Hermofo, con cui
oggi V ho Ietta; fenzachc io ho qui il libro ftefib. Egli dunque non è qui-
ftion d’ altro ; fe non fe di vedere, fe , incontran- dofi i corpi duriffimi, e
niente elèrcitandofi iiu queir incontro le forze vive, fia ciò contrario al- la
legge della continuità . 11 Padre Riccati dice^ cITej contrario, e lo dimofira
molto ingegnofamcn. te , introducendo una ferie infinita di contufioni Tempre
più piccole a quello modo.Sienoi due corpi, che con eguali quantità di moto,
come or fupponghiamo, fi incontrano, prima alquanto du- ri ; e nell’
incontrarli producano in loro unaqual- fifia contufione . Egli è certo, che in
quella coh- tufione , qualunque’fiafi , agifce e fi efercita tutta ‘ la forza
viva , ehe hanno. Sieno i corpi alquan- to più duri ; farà la contufione
minore; e non per tanto fi efercitcrà in elTa tutta la forza viva ; divenendo i
corpi Tempre più duri, diverrà la con- tufione Tempre minore , e tute» la Terza
viva de-» B b z ' cor- ‘ 1^6 Della forza de* corpi corpi ne più ne meno fi
eferciterà Tempre in effìi. Per quefta Tuppofizione, come ognun vede, noi
avremo una ferie di infinite contufioni Tempre più piccole corriTpondente ad
una Teriedi infiniti cor- pi Tempre più duri; e la Terie delle contufioni ver-
rà finalmente a terminarfi nella contufion nulla , che fi farà ne corpi
duriirirni..Or dunque Te efer- . citandofi tutta la forza viva in ogni
contufion del- la ferie, quando s’incontrano corpi più e più du- ri , laTciafie
poi di efercitarfi folonell’ ultima, quan- do s* incontrano i corpi durifllmi ;
voi vedete, che r efercizio di efla efiendo fiato Tempre il medefi- mo in tutti
gli altri termini della ferie , marche- rebbe ad’ un’ tratto nell’ ultimo; il
che certo è contrario alla legge della continuità , alla quale non dee
cqntravvenirfi.E Te il Padre Riccati vi ha . perdonato il primo peccato ,
lafciando , chei due corpi duriflìmi , che fupponete, nell’ incontro loro tofio
fi fermino, il che pure era contrario alla legge della continuità , non s’ è
egli obbliga- to per ciò di perdonarvi il fecondo ; et ha forfè voluto darvi
tempo di ravvedervi da voi fieflb . Avendo così detto il Signor D. Niccola ,
forrife alquanto. Et io , non fo , rifpofi, che gran pec- caro fia
contravvenire in una qualche fuppofizionc a cotefta legge della continuità , la
qual non è forfè nella natura ; e quando anche vi fofle , fa- rebbe tuttavia
lecito fuMor dei corpi , che la tra- fgredifiero; come talora fe ne fuppongono
alcuni, che trafgKdifcon le leggi del la gravità. Se fia nella na- Digitized by
GiSogle L I B R O I I. 197 natura la continuità, dilTe quivi il Signor D. Mico-
la , e fé , elTendovi , poiTa tuttavia il filofufo nelle fue Aippolìzioni non
curarla, fon due quiftioni, che potremo far poi . Ma prima è da vedere , fe
venga a trafgredirfi la legge della continuità , qua- lunque volta neir
incontro de’ corpi dunlfimi manchi T efercizio della forza viva ; perciocché di
qui comincia la ragione del Padre Riccati, al- la quale fe voi non verrete
fubito , parrà alla Si- gnora PrincipelTa , che voi mettiate ttudio per de-
clinarla . Ecco, rifpofi, che io vi vengo fubito, e dico, che fe cotella
ragione mi parve una vol- ta , non avendola ben intelà , fuor di propoGro / ora
che voi me 1’ avete fatta intender meglio, mi par falfa . Come falfa? dilfe il
Signor D. Nicco- la. Non è egli dunque vero, che fe nella ferie.» delle
contuGoni l’ efercizio-della forza viva Gt|»- va elTere in tutti gli
altrij^tnini , non può per rifpetto della continuità rtiaheare tutto ad un
trat- to nell’ ultimo? Quello, rifpoG,è lo {le{To,cbe dire; fe la forza viva G
efercita per tutto, ove fì fa contuGone, dovrà efercitarfi anche, dove^ non fe
ne fa . Che è ciò? dilTe il Signor D. Nic- cola; et io , non dite voi,
ripigliai, che in tutti gli altri termini della ferie ha qualche contulliK ne,
fuor che nell’ ultimo, in cui non ne ha nin- na? e argomentate, che debba nell’
ultimo efet- citarfi la forza viva , perciocché fi efercita in tut- ti gli
altri? voi dunque argomentate, che la for- za viva debba efercitarfi, dove non
é contufione, per- ip? Deli* forza de’ corpi ' ' perciocché fi cfercita dove ne
è. A cotefto mod® poirefte anche argomentare, che fe la penna fi ri- chiede a
fcrivere Tette verfi , e la fielTa anche fcriverne Tei, e la ftelTa a cinque ,
e così di mano in mano, dovrà la ftellà richiederfi anche a non., fcriverne
niuno. Il quale argomento vedete, to- me i dialettici fieno per comporta
rvélo;che anzi ar- gomentando dal contrario direbbono: la penna fi richiede a
fcriver dei verfi, dunque a non fcriver- ne non fi richiederà ; e fimilmente :
a fare qualfifia contufionc adoprafi la forza viva , dunque a non farne niuna,
non fi adoprerà. Qui il Signor D. Niccola ridendo, quella ifielTa fottigliezza
, dilTe, mi aveva oggi propofta il Sig. Marchefe di Cam- po Hermofo, a cui
fubito ho rifpofto , che mi parca limile alle voftre^. Allora io rivolto al Si*
gnor Marchefe, piacemi , dilli, che voi confen- tiate meco, e fiate amico della
mia opinione. Io cominciava ad elTere, dilTe il Signor Marchefe-.; ma tante
cofe mi ha poi dette il Signor D. Nic- cola , che me ne ha diftolto . Ditelémi
di gra- zia , rifpofi. Le dirò, dille il Signor Marchefe , fe egli me ne darà
licenza , e vorrà correggermi, dove io erri . Ne di licenza , dilTe il Signor
D. Niccola, avete voi bifogno, ne di correzione-.; pur r una potete prendervi ,
fe credete di aver- ne bifogno; ne T altra vi negherò io , fe mi par- rà, che T
abbiate. Ben vi &co, che ftiate fopra di voi con quell’ uomo . Di che
avendo fornfo il Signor Marchefe , cosi incominciò : la legge dcl- Dipitized by
Google ' Libro 1. 1. 199 della continuicà non richiede già ella, che nella-,
ferie delle contufìoni, di cui s’ è detto, b forza viva debba agire nell'
ultima, che è la contufion nulla; anzi permette, che in quella niente agifca;
ben vorrebbe, che dovendo 1’ azione della forza viva elTcr nulla nell’ ultima
coniulìone, comin- cialfe a fminuirfi nelle contufioni antecedenti , ne
arrivalTe ad elfer nulla fe non che a poco a po- co; il che ella non faccendo,
perciocché in tutte le antecedenti contufìoni è fempre la medefima.. , perciò
contravviene alla continuità. Voi volete dire , riprefi io allora , che fecondo
la legge.» della continuità, l’azione della forza viva non può nell' ultima
contufione elfer nulla , fe^ prima non fì è a poco a poco fminuita- . Così è ,
dille il Signor Marchefe . Ma noru fi è fminuita, feguitai io; dunque fecondo
la leg- ge della continuità , non può 1’ azione della for- za viva nell’ ultima
contulìone efser nulla; e così ritorna quell’ argomento fallacifllìmo: la forza
vi. va agifce , dovunque lì fa contusone , dunque an- che dove non fe ne fa .
Anzi 10 dico, rifpofe qui-. VI il Signor Marchefe, che fe 1 ’ azione della
forza viva divien nulla ne corpi durillìmi, dove non è cofitulìon niuna,
bifogna,ché negli altri men du- . ri, ne quali le contufìoni fì fanno fempre
minori, fì fìa fminuita a poco a poco: e quefìo è quello,» che richiede la
legge della continuità . E che ri- chiederà ella dunque, rifpofì lo, cotefta
legge, fe r azione della forza viva non s’ è fminuiu? Io non aoo Della tohza
de* coept tni fóiego forfè abbaftanza , drfse il Signor Mar* chefe. Ma la legge
della continuità certamente ri- chiede , che r azione della forza viva o non
fia nulla nell* ultima contuHone, o fe è nulla nell’ ul- tima > abbia
cominciato a fminuirfi nelle antece- denti . Noi torniamo, rifpofì, a quello
ftefso; per- chè fe la legge della continuità richiede o T una o r altra delle
due cofe , mancando l'una , richie- derà r altra ; e però mancando lo
fminuiraento deir azione nelle contufìoni antecedenti , richie- derà, che 1*
azione non debba efser nulla neirul. tima ; e così vi ricondurrà a quella ftelTa
fallacia; la forza viva agifce dove fi ra contufione, dun- que anche dove non
fi fa. Dunque, diffe il Si- gnor Marchefe, fe io avrò una certa quantità o
torma coftante , la qual tenga dietro a tutti gli altri termini di una qualche
ferie, accompagnan- doli con ciafcuno, io non potrò argomentar per quello, che
debba la ftelTa accompagnarfi ancor con 1’ ultimo. Voi sì potrete, rifpofi; e
fe 1’ ar- gomentar voftro non farà evidente , farà tut- tavia molto probabile*
Ma noi potrò già io, dif- fe il Signor Marchefe, nel cafo nollro . Perchè?
rifpofi . Et egli ; perchè avendo noi propolla una^ ferie di contufioni , voi
volete , che in tutte le al- tre contufioni fi adopri la medefima azione della
fiarza viva ; ma non nell’ ùltima. Quale è, dilli, •quell* ultima ? Quell*
ultima , rifpofe il Signor Marchefe, è la contufion nulla, che fi fa ne cor- pi
durillimi, aeli’ incontro de' quali voi dite^. Digifized by Gqogle Libro IL 2«r
che la forza viva niente agifce . Par dunque a voi, rifpolì io, che la
contufìon nulla entri nella ferie delle contuHoni , e pofTa dirfene un termine?
E perchè, diflc il Signor Marchefe, non vi entre> rcbbe? Et io rifpoìi,
perchè non è contulione^; che tanto è 1* euere contufion nulla , quanto è il
non elTere contufione di modo alcuno. E fe la_* contufion nulla non è
contufione , io non veggo, come po(Ta ella entrar nella ferie delle contufioni.
Vi entra, rifpofe il Signor Marchefe , per quello appunto , perchè non è
contufione , e non efien- do contufione, è contufion nulla ; pofciachè le^ contufioni
, che compongon la ferie, fi vanno .di mano in mano fminuendo , e vanno
finalmente a terminarfi nel nulla. E quante ferie fanno quello fteffo ? Vedete
già , che la ferie dei numeri 9,8,7, procedenti contra il naturale ordin loro,
come è giunta all* i,cade nel nulla, che chiaman zero. £ le ordinate nella
parabola andando contro al vertice non vanno effe pure a finirfi nel nulla? £t
IO nego , rifpofi , che cotefto nulla fia mai ter> mine di veruna ferie. Ne
vi concedo, che il ze- ro entri , come termine, in quella ferie di nume- ri ,
che avete propofta . Come ? diffe il Signor Mar- chefe ; ogni termine di quella
ferie fi forma levan- do al precedente 1’ unità : così levando al 9 l’ u- i^ità
fi forma 1 * S, levando all^ 8 1 * unità fi forma j 7 , e così procedendo fi
conduce la ferie fino ^11* I ; e levando poi a quello 1 fimilmente 1* uni- aà
ne viene il nulla , cioè ne viene quell* ultimo C c tcrcrede- * re , che
entrino in effa fie il zero, ne il , ne il 1 -^ 2 , ne quegli altri termini,
che diconfi effer . ■minori del nulla ; nra la ferie fi terminerà nell’ u- nìtà
je fe vorrà ^;Hatui:a aggiungere alcuna quali- Digifized by (^oogle L I B R O I
T. 20J tk o forma a ciafcua termine di una tal ferie, per rifpetto della
continuità lo verrà aggiungendo a tutti i termini di mano in mano , finché
arrivi all* i ,e quivi fi fermerà; poco curando dei zero, e di quegli altri
termini minori del zero, che ima- tenratici fi hanno finto , c che ella* non
conofce. E quefta è la ragione , perchè nella ferie delle con- tulìoni propofia
dal Padre Riccati , quantunque^ in ciafcun termine, cioè in ciafcuna
contufione, trovili r azione della forza viva ; non è però da^ dire , che per
rifpetto della continuità debba tro- varli anche nella comufion nulla; perchè,
come potete aver intefo , la contulion nulla non è un., termine di quella ferie
, fe non nella mente dei ma- tematici ; e la natura non l'ha per tale. Voi mi
a- vcte, dilTe quivi il Signor Marchefe, foprapprefa con cotefte ragioni. Pur
non mi li può levar di tefla,che la ferie delle ordinate in una parabola,
procedendo contro al vertice, non vada a termi- narfi in quella , che chiamano
ordinata zero, et è un’ ordinata nulla; e di vero trovanfi in elTa quel- le
proprietà medefime, che trovanli in tutte le al- tre, e pare che la continuità
ftelTa ve l’abbia reca- te. Or peichè non potrebbono quelle contulioni, che il
Padre Riccati ha propofto, venirli fminuen- do a quel modo , che fi fminuifeono
le ordinate della parabola? così che dovelTero terminarfiefle pure nella contulion
zero o nulla, a cui peròdo- velTe attribuirfi quello , che a tutte le altre
contn- fioni s’ è attribuito, come all* ordinata zero della C c 2 pa- Digitized
by Google 104 Della forza de* corpi parabola quello fì atcnbuifce , che s* è
attribuito a tutte 1* altre. Et io vi dico , rifpofì , che la ferie delle
ordinate nella parabola non fi termina, ne può mai terminarli nell'ordinata
nulla; perchè fé r ordinata è nulla , non è più ordinata . Inchedun* que fi
termina? diflfeil Signor Marchefe . Et iori- Ipofi : mai non fi termina; ma
venendo a impic- cohrfi le ordinate a poco a poco, fcorrono per tutti gli
ordini delle piccolezze infinite, ne mai fi incontran nel nulla; il quale non è
in ninno di quegli ordini, et è fuori di tutta la ferie. E fi* milmente fe voi
levafte ad una linea la fua meth, e a quel, che refia,levafie di nuovo la fua
metà, c così procedette in infinito, componendo una^ ferie di tutte le metà
levate, farebbon le linee d’ > una tal ferie, 1’ una dell’altra, fempre più
pic- ciole; e niuna però ne farebbe mai , la qual folfe nulla ; ettendo ognuna
la metà della precedente linea , ne potendo il nulla efser metà di linea veru*
na. Et io credo, che di gran lunga fi ingannin co- loro, i quali penfano,che
una cofa per impicco- * lirfi pofsa mai diventar nulla ; e fi immaginano , che
le cofe piccole fieno più facili ad annientarli, che le grandi . Laonde anche
fi perfuadono, che , fe la natura volefse ridurre una cofa a niente; do- vefse
prima a poco a poco rimpiccolirla ,e condu- cendola per una ferie di infinite
piccolezze far fi- nalmente,chefiincontrafse nel nulla;il qual cammi- no fe la
natura tenefse,non la ridurrebbe al niente^ giammai ; conciofiachè il niente
non trovifi in niu- Digitized by Google Libro II. ' .105 in niuna ferie di
piccolezze, quali che e(Te (icno»' £ fé volelTe pur la natura ridur la cofa al
nien- te, bifognerebbe, che una volta la didruggeife^ tutta ad un tratto,
abbandonando tutti gli ordini delle infinite piccolezze, e faltando, per così
di- re, fuor della ferie. Se quello è vero, che dite» et a me par che fia,
dilfe ctllora il Signor Mar- che fé; com* è dunque, che i matematici van pur
tutto ’l dì nominando 1’ ordinata zero , e fanno- intorno adeffa le
dimofirazioni? Ciò- fanno, dif- fi , perchè queir ordinata, che elfi chiamano
ze- ro , non è veramente nulla ; ma per 1* infinita fua piccolezza credono di
poterla trafeutare nelle^ mifure comuni; e così trafcurandola la fanno di-
ventar nulla nella lor mente. Che fe fo(Te vera- mente nulla in fe fiefia , non
potrebbono elfi poi averla per una lineetta compofia di infinite altre» come
vedrete eh’ e*^ fanno, maflìmamente nel cal- colo differenziale. Voi dunque
nella ièrie delle^ ordinate , che avete propofta , ne troverete infini* te, che
faranno infinitamente piccole; non ne tro- verete niuna , che fia veramente
nulla. £ fimil- mente avverrà nella ferie delle eontufioni,la quale» come che
proceda ad altre ed altre contufioni fem- pre più piccole in infinito ,non però
mai verrà ad incontrarli in una, che fia perfèttamente nulla^ come quella
farebbe de corpi perfettamente di^ ri-. Laonde quantunque la legge della
ctMitinul- tà richiedefie , che 1* asàone delia forza viva , pec tener dietro
alla ferie delle contulk>ni ^ fi eferci* taf- Della forza de* corpi lafle in
tutte egualmente, eziandio nelle infinita- mente piccole; non per
ciòxichiederebbe , che el- la dovelfe anche cfercitarfi nella contufione de
cor- pi perfettamente duri, la quale elTendo veramen- te nulla , non entra , ne
può entrare in quella fe- rie . E chi volelTe fupporre tali corpi , e diceflc ,
niente efercitarfi nel loro incontro la forza viva , non offenderebbe in niun
modo la legge della^ continuità . Elfendomi io qui taciuto non meno, che il
Signor Marchefe di Campo Hermofo; man- co male, dille il Signor D. Scrao, che
quello gio- vane ha fludiata la dialettica in Alcalà; ne meiL. vi volea per
tener dietro alle voftre fottigliezze • Ma tante già ne avete dette , che la
Signora Prin- cipefla ne farà fazia,e vorrà bene, che voi venia- parte della
volita propolla. Quelle lottigliele, dille la Signora PrincipelTa , mi fo- no
piaciute , perchè potrebbono anche eller ve- re. Ne però meno mi piacerà, che
lì venga all* altra parte , che voi dite. Qual è ? dilfi io allora. Voi
dicelle, rilpofe il Signor D. Serao, che fup- ponendofi i corpi durillìmi, e
dicendoli, che la^ forza viva niente lì eferciterebbe nel loro incon- tro, ciò
nulla offenderebbe la legge della conti- nuità; e di quello avete già favellato
abballanza; forfè anche troppo. Aggiungelle poi, che quand* anche quella
fuppolìzione folfe contraria alla leg- ge delia continuità, pur non farebbe da
rifiutar- li ; effendo lecito fecondo voi formar talvolta fup- polìzioni
contrarie alle leggi flelTe della natura^ , le lìued by Google Libro IL 207 le
quali leggi (Iringono i corpi, che fono; non quei, che il fìngono. Aggiunfi
ancora, diffì io quivi, che la legge Itelfa della continuità io non io, fe Ga
veramente nella natura. Anche di que- ilo dunque, di(Te il Signor D. Serao,
farà bene.» dir poi. Ora piacemi, fe piace a cotcfti Signori,, che ci moGriate
, come Ga lecito ai GlofoG formare una fuppoGzione, che a qualche volta Ga
contra* ria alle leggi della natura ; perchè io m^tto pure tra le leggi della
natura la continuità, e così ne fono gelofo, che non vorrei, che la oflervairero-
folamente i corpi , che fono, ma quelli ancora, che fi fuppongono. Se voi,
rifpoG, ne Gete gelofo fino a quefio fegno, bifogna ben dire che voi fia- te
oltre modo gelofo. Perciocché quante altre_»^ leggi ha nella natura , che i
filofofi trafcurano nei corpi, che piace lordi fupporre; e non pertan- to lì
hanno per buone le fuppoGzioni lorof Qual cofa più contraria alle leggi della
natura , che fup-- porre una verga , la cui gravità Ga tutta raccolta in un fol
punto? pur fi concede ai filofofi di fup- porla per trovar le leggi dei
pendoli. Quanti di quelli efempi potrei addurvi , per cui chiaro ap- parirebbe
eflere già tra i filofofi una licenza quafi. comune di formar fuppoGzioni , che
fi oppongo- no alle leggi della natura , ne fono però meno utili, ne meno
comode! Voi quello, diflc qui- vi la Signora Principeifa , mi avete perfuafo
con P efempio dei pendoli; pur non pofso negarvi,, che il uippor cofa, che fi
opponga a qualche leg^- i#S Della forza de* corpi ge della natura, a prima
villa non mi fpaventi , parendomi, che non pofsa nafcerne, fé non di>
lordine e confufione. Il Padre Riccati , difse qui- vi il Signor D. Niccola ,
ne d in grandilfimo ti- more ancora egli , prevedendo ruine fpaventevo- li.
Quali ruine? drfse la Signora Principefsa ; a cui rifpofe il Signor D. Niccola
: dice il Padre.» Riccati , fé non m’ inganno , alla pagina 343. ( acciocché
non fia quelli quel folo , che lì ricor- da le pagine ) che le una iola legge
della natu- ra venifse meno, gli parrebbe che 1* univerfo fi fconvolgcfse, e
ritornafse collo nel caos. E fc^ alcun' uomo avefse pur 1’ ardimento di fuppor-
re tal cofa, mancherebbongli di prefente i prin- cipi della ragione, ne avrebbe
più modo ne via di llabilire più rollo una conclufione, che un* al- tra . Voi
vedrete quelli timori , leggendo il dia- logo decimo. Io non fon tanto paurofa,
di (Te la Signora PrincipelTa , quanto è il Padre Riccati ; il quale non potrà
mai decidere, Te una cofa, la qual lìa fuori delle leggi della natura, fia però
in le llefsa poflibilc; perciocché non arrifchiandcjfi di fupporla, non potrà
mai efaminarla. In fatti, difse il Signor D. Niccola, egli non vuol ne con-
cedere, che i corpi perfettamente duri fieno pof- fibili, ne negarlo i e come
giunge a quello luo- go, fi umilia, e venera i ronfigli della divina fa-
pienza, elafcia ai prefontuofi H quillionare fopra r incontro di due corpi
duriflìmi . Se quella é pre- funzione, dille la Signora Principefsa, io ho
fcru- Digitized by Google Libro IL fcrupolo tutta la filofofia ; parendomi ,
che poche quiitioni abbia men fublimi di queftat Indi a me rivolta, defidero
bene , diffe, che , poiché voi non avete tanta paura , e vi dà l’ animo di
fuppor cofc alle leggi della natura contrarie, mi dilcopriate » come CIÒ polla
farfì lenza timore. Et io allora cosi incominciai: Signora, facil co fa farebbe
e molto fpeditail foddisfarvi ; fe i filofolì, che oggidì fanno tanto rumore
delle leggi della natura, e non hanno altro in bocca , avellerò pollo cura di
fpiegare di« ligentemente quello, che pernomedi legge voglia- li intenderei ma,
non fo come, più vaghi di nomi» che di dilfinizioni, hanno cominciato a
introdur voci , et a riceverne, a guifa che il popolo fa , fen- za determinarne
il lignificato. E troverete moltif- fimi , che altro mai non nominano nei lordifcorli,
che idea chiara e dillinta , lemplicità della natura, analogia, legge , ed
alrri nomi fomigliantiie pochif- fimi troverete, fe ne troverete alcuno, ai
quali fof- fra l’animo di fermarfi a fpiegarne con diligenza la lignificazione;
di che tanto più fono a miogiudicio da riprendere , che di quelli lUflì nomi fi
fervo- no nel formar le regole del vero e diritto argo- mentare ; onde altro
che confufione e ofeuritànon può nafeere. Ma venendo al nome di legge, che
tanto oggidì s’ ufa nelle fcuole de’ filici, egli è certamente uno di quelli,
che, non etfendo Itati fino ad ora llrettida niuna certa dilfinizione, van- no
vagando liberamente, e prendendo ‘ora Un fen- timento, et ora un’ altro, di che
molti nonavve- O d den- ii« Della forza de* corpi dendofi fi inganano . Io
dunque per non errare^ qualor lento profiferir legge di natura, prima di
acconfentire a ciò, che altri ne dice, foglio con- fiderare attentamente, in
qual fignificato prenda^ un tal nome colui, che lo profferifce» E per quan- to
mi torna alla memoria , parmi di averlo udito prendere in molte maniere ;
benché due fono le più comuni. Primamente fogliono chiamarfi leg. gi certe
confuetudini più generali e più collanti, che la natura fegue nel produrre et
ordinar le co> fe;le quali confuetudini fono bene fpelTo acciden> tali
air effenzade’ corpi, e multe volte arbitrarie alla natura ifielTa . Leggi
ancora ho udito chiamar talvolta certi principi, che piuttollo necelfità do-
viebbon dirli , che leggi ; come, che il tut- to debba elTer maggiore di
qualfivoglia delie fue parti ; e che due cole immedefimate co|i una terza
debbano altresì eflfere immedefimate tri lt>ro ; et altre tali necelfitk
eterne et immutabili', che ven- gono fono nome di alfiomi , ne polTon dirli
pro- priamente confuetudini introdotte dalla natura , elTendo così antiche,
come la natura llelfa. Or dunque conliderando io quelli due var|fentimenti, che
fi danno al nomedi legge, dico che io non mi arrifchierei già di formare una
fuppofizione , che fofle contraria ad un alfioma ; come che fieno fiati molti
eccellentiflimi metafifici, a' quali ha dato 1* animo di farlo. E la ragione fi
è, perchè le gli alfiomi fono , come io credo che fieno , legati tut- ti
infiemc, e congiunti; anzi immed^mati 1’ uno con Digitized by Go-: -ole I B R O
I r. 21 f con l* altro , così che un folo c rempliciflìmo vero conftitutTcano
;parmi , che fe uno fé ne levalTe via, fi leverebbono tutti , ne più remerebbe
alcun prin> cipio alla ragione ; et io avrei tutti i timori del Padre
Riccati. E certo che vano farebbe 1* argo- mentare, tolto via i principi ,
perciocché tolto via quelli, è tolto T argomentare ftelTo. Manonper2^ tanto
timor mi farebbe una fuppofizione , per cui fi levalTe alcuna di quelle
conluetudini^chefopra abbiamo detto ; perciocché toltone una, potreb^ no
rimanerne molte altre, che non dipendelTer da quella , e fempre ci rimarrebbon
gli afliomi, i qua* h elTendo l^rettiflìmamente congiunti con laragio* ne , la
feguirebbono fin nel caos ; laonde non man- cherebbe alla mente ne materia ne
modo di argo- mentare, e trovare quante verità ciafcun volefle. E noi
fappiamo,cheCartefio,filofofo grandilTimo, gittate vui tette le altre leggi
della natura «ebbe ar- dimento di entrare col penfiero nel caos, null’al- tro
recando feco, che gli afliomi , e alcune poche leggi del moto ; e fperò di
trarne la vera forma dell* univerfo .Configlio in vero ardimentofo , eda non
permetterfì, che a Cartefio. Ma io, fenza entrare nel caos, mi arnfchierei bene
di fupporre dei cor- pi, i quali o non fi attraefler l’un 1’ altro, o fof- ler
gravi non a mifura della materia loro , ma iè- condo altra proporzione ; che
(ebben quelle cofe fofler contrarie alle confuetudini della natura, pur
potrcbbono rettamente confiderarfi ; et io vorrei , fe avefli tanto ingegno da
faper farlo, compor fo- « Pd 1 pra ' 4 112 Della forza de* corpi pra efse
volumi intieri tutti pieni di conci uGoni venflìme ; le quali potrebbono anche
elTere utilif- fitne ; perciocché molte volte avendo veduto quel- lo , che
avvenir debba ad un corpo, il qual non of- fervi certa legge della natura, più
facilmente G paf- fa a veder quello, che debba avvenirgli ,oifervan- dola . Il
perchè io credo fermamente, che non fie- no da vietarfiai filofofì fimili
fuppofizioni;equei, che le vietano , e dicono , la nolìra mente non po- tere
andar più avanti, ove una fola legge di natura lì tolga, confondono le leggi
della natura; non.» accorgendofi , che quel , che dicono, è forfè vero, fe la
legge, che viene a toglierli , fia un* afiìoma ; fe fia fol tinto una
confuetudjne, non è verocer- tamente. Il famofo Beccati in Bologna ha difco-
perto tanti corpi efier fosfori, che oramai può cre- derli , che fieno tutti:
del qual ritrovamento non fo, fe alcun’ altro fiali fatto a nollri tempi ne più
vago ne più leggiadro. Potrà dire alcuno , quella eller legge di nariya , che
tutti i corpi fien fosfori. Diremo noi perciò, che fe alcuno fupponelfe un
corpo non fosforo, dò ve fse torto mancare a lui la ragione , e ritornare il
mondo nel caos ? E per ac- collarmi a quella fuppofizione , per cagion della^
quale avete voluto, che io entri in quella difputa, voglio dire alla
fuppofizione de* corpi durirtimi, io non veggo , per qual ragione il Padre
Riccati debba averne tanta paura , e temer , che per efsa dovefse mancargli la
ragione ; perchè febbene su lui pare, che per erta fi levi la legge della
continui- Digitized by Coogle Libro IL 21} quefta legge però , quando ben fofse
nella na« tura, non farebbe alno, che una confuetudine, e levata efsa, ne
rimarrebbon dell’ altre, e relle- rebbon certameme gli aflìomi, ne la ragione
ver- rebbe meno, ne il mondo perirebbe; lolameute, fuppotti tali corpi,
mancherebbe, come egli ar- gomenta, la continuità; ne quello ftefso potreb- be
egli argomentare fenza fupporli . Sebbene che giova fermarci in quella controverfia
, fe prima non fì dimoltri la continuità efsere veramente una legge di natura?
Voi dunque negate , dille allora il Signor D.Serao, che le cofe, per inllituto
della natura loro , traggano alla continuità . Io noi nego già, rifpoH; afpetto
che il mi dimoltriate. Ne voglio, che mi dimollriate , che la continui- tà Ha
un principio o un’ afiloma ; a me bafta^ fol tanto, che mi facciate vedere ,
che ella fia^ una perpetua, e generai confuetudine . Quello , dille il Signor
D. Scrao , non è difficile a dimo* flrarfì , fe non quanto è difficile
raccoglier qui tutti gli efempi , che trar fi poiTono dalla meccani- ca e dalla
fiilca , ne quali apertamente fì vede, quanto fìa la natura collante
oflervatrice della con- tinuità. E per far vedere, dilTe quivi il Signor D.
Niccola , quanto la continuità regni in tutte le^ cofe , potrebbono anche
trarfe^e^ ^numerabili efempi dalla geometria . Io crqddy.rifpofe il Si- gnor D.
Serao , che la geometria fia éfita la pri- ma, che abbia feoperto la continuità
alla mecca- nica et alla fifica; le quali due feieoze non fene it4 Della forza
ob’ corpi farcbbono forfè mai avvedute , fe la geometria^ non la moftrava loro.
Ma quello Signore conce- derà facilmente la continuità nelle cofe , che lì
confiderano da voi altri geometri , negandola in quelle j che fì confiderano
dai filici. Et io allora , ne in quelle, dilTi, ne in quelle la negherò; af-
petterò bene, che mi fi dimofiri sì nell' uné, co- me nell' altre. Mentre
quefii ragionamenti tra^ noi erano, ci accorgemmo, che il naviglio aven- do
fatto fuo giro , cominciava di accollarfi a ter- ra; e già vedevamo venirci
incontro le beile fpiag- ge di Baja, cui di lontano feguivano It'erbok rive
dell' ameno e dilettevol Pozzuoló; é raden- do con la nave una ifoletta , che
di bofchetti a- dorna, e di cafe, ufciva tutta feftofa dell' onde, vedemmo
alquanti pallori, che.fisipra v* eranq, al dolce fuono di più fampogne
lietamente dan- zare con alquante leggiadre paflorelU vezzofa- mente
inghirlandate. La qual villa traffe a fé gli occhi di tutti , maflìmamente del
Signor Marche- fe di Campo Hermofo; chcpofcia a me rivolto, qual parte è,
diffe, ne' beati contorni di Napoli, che non fia piena d’ allegrezza e di riio?
tal eh* 10 mi credo , che gli amori , e le grazie fe gli abbian prefì per lorToggiorno;
invitandovi fo ancor le mufe. E vi verran volentieri , riipdl''' io,
ricordandoli del divin Sannazzaro, che ve le^ tralTe altra volta così
fcMivemente con quelle fue pifeatorie; nelle quali itm'tò così benel' inimkt-
011 Virgilio . E ben mi credo, che quelle rive, ■* e que- Digitized by Google
Libro IL 2x5 e quefti fcogli, e queft* onde apprefe 1’ abbiano, e le rÌ0|tan
talvolta'; e già , non fo come , mi par di udire il lamentevol canto di Licida
, di cui non poifo mai ricordarmi , fenza che a mente mi torni il pianto di
Coridone. Qui la Signora^ PrincipelTa, a me rivolta, dide : lafciate pianger
Coridone , e rifpondete a quello, che il Signor D. Serao, e il Signor D.
Niccola tedè dicevano: e già la vaga ifoletta , fcorrendo oltre il naviglio, >
avevamo lafciata addietro; quando io rifpóiì: Si- gnora, io ho già detto che
Ito afpettando, come la continuità mi fì dimodri o nella geometria , o nella
meccanica, o in tutte quelle fcienze, che efli vorranno. Io non afpettava già
io, difse quivi il Signor D. Nicola , che voi volede, che la conti- nuità vi lì
dimol^arse nelle cofe de’ geometri ; per- ciocché fra quuìÈRcdi ne conlìderano
, qual n’ ha, o fia linea , o fia fuperficie , o fia corpo, o di qual* altra
maniera voi vogliate, in cui non ii odervi una codante e perpetua continuità?
Qual progref- iìone ha nelle idee dei geometri , quale andamei^ to, qual ferie,
in cui pafsandod da un termino ^ ad un’altro, non fì tocchino tutti i gradi,
cho vi fono frappodi ? Così procedono le ordinate in tutte le linee curve; e
con efsed efprimono , co- me f9pete, e rapprefentano tutte le altre quantità. E
le curve defse, feguendo Tempre una mededma legge, ritengono perpetuamente la
lor natura, ne mai fi trasformano fubitamente 1’ una nell* altra^. Di che fe io
voledì recarvi gli efempi , prima il tem- Digitized by Google ' ^ ^ > ìì 6
Della forza de’ corpi fempo mi mancherebbe, che le parole. Ma, fta di moftrarmi
una figura fola , una f aM toori fola, un folo andamento, in cui trovili
Urrawìti» nuitit. Eccovi, fubito rifpoli: il triangolo. Do- ve trovate voi ,
difse il Signor D. Niccola , la di- feontinuità nel triangolo ? Nell’ orlo ,
rifpoli io, o vogliam dir nel perimetro; il quale procedendo dall' una
ellremità della bafe fino all* altra corL. uno andamento fempre retto , fubito
poi li torce, e va a formare un lato, faccende con la bafe un* angolo di
quallivoglia grandezza fen^ aver fatto prima gli altri angoli minori ; e giunto
poi alla^ cima del triangolo, fi torce limilmente di nuovo, faccende
aU’improvvifo un’altro angolo/fatto il " quale li riconduce a quella
ellremità della bafe, onde parti. Ed eccovi la difeontinuità , che chia-
'^ramente apparifce nell’ andamento del perimetro. *^Qui ridendo il Signor D.
Niccola, ben veggo, dif- ' ‘le', che vi prendete diletto di noi. E chi non fa,
che il perimetro di un triangolo non ci li forma nell’ animo per una
progreflìone, la qual ci porti a formarlo; ma è una pofizione di tre linee, che
fi prendono, e collocano a piacer d’ognuno. E potrebbe anche uno formarli un triangolo
, il cui perimetro compollo fofse di tre linee curve tra lo^ ro diverlìlfime ;
in cui certamente non farebbe 1£« continuità; perchè chi vuole efiggerla in
quelle.» cofe, che formanfi ad aibitrio? Et io vorrei fape- le, rifpoli, qual
lia quella figura, che i geometri *^non fe 1’ abbian formata’ ad arbitrio. Che
fe tali d’ or- Digitized by Google Libro II. iij d’ ordinario le formano , che
apparifcc in ogni lor parte la continuità ; a ciò gl’ inducono certe re- gole ,
che effi fi hanno propofio nel formarle^ ; dalle quali regole fe vorranno
partire ( e potran- no Tempre, che il vogliano) incontreranno nelle lor figure
tante difcontinuità, quante ne vorran- no ; ne tali figure faran per quello da
rimoverfi dal- la confiderazion dei geometri, e faranno così belle e così
buone, come le altre. Et acciocché non pa- ja , che io abbia addotto 1’ efempio
del perimetro nel triangolo per non averne altro, quantunque fa- cilmente fi
intenda , che quello , che ho detto del triangolo , può fimilmente dirli di
ogni altro poli- gono ,e di tutte le linee curve, ove ne piaccia di
trasformarle in poligoni; vedete di grazia un’ an- golo folo fatto da due linee
rette ; il quale, diftra- endofi viepiù le linee, et allargandoli , viepiù ero-
fce,e più Tempre crefeendo, come le linee vengono a porli in dirittura l’ una
del l’altra, improv vi famen- te divien nullo. Il che certamente ò contrario
alla continuità, la qual vorrebbe, che ogni quantità di- veniiTe nulla a forza
di impiccolirfi ; e voi vedete, che r angolo divien nullo nel fuo crefcerc . E
ve- dete però, dilTe quivi il Signor D. Niccola, che diftracndofi vie più le
linee, vie più ancora crefee 1* arco , che è milura dell’angolo; e quell’ arco
, mettendofi le linee in dirittura 1’ una dell’altra.., non divien# g'à egli
nullo; anzi lì fa maggiore che mai ; laonde pare, che dove voi trovate
difeontinui- tà,fi trovi anzi continuità. E fimilmente potrei di- £ e re 2i8
Della forza de’ corpi re delperimeiro del triangolo; perchè, comunque fia l’
andamento dei lati , Tè voi però da tuttii pun* ti della bafe condurrete
altrettante linee ad’ elfa-. perpendicolari , le quali vadano a terminarfi
neila-* ti, troverete che quelle, cominciando da una e- ilremità della bafe van
Tempre crefccndo a poco a poco, fenza lafciare addietro verun’accrefcimento
quantunque piccolilfimo,in fin a tanto che giun- gano alla cima del triangolo;
alla qual giunte co- minciano tofioa fminuirlì,e palTandoper tutti gl’ infiniti
gradi della diminuzione fi ritocnan nel nul- la* E quelle perpendicolari
fegnano con le loro e- Aremità il perimetro del triangolo ,il qual per ciò par
nato da una certa continuità . Avendo così det- to il Signor D. Niccola , io
non nego, rifpofi, che dove io trovo difeontinuità, non polTa trovare al- tri
la continuità , dipendendo tutto quello dalla^ divcria maniera, con cui
vogliono le cofe riguar- darli . E forfè che non è figura niuna tra quelle, che
vengono in mente a geometri, in cui fe alcune di- feontmuità apparifeono, non
abbiano, per così dir, fotto fe una perpetua continuità , che le fegue , e in
certo modo le regge. Ma altro è , che non Ila nelle idee de’ geometri
difeontinuità niuna ; altro è, che quelle , che vi fono , fieno Tempre accompa-
gnate da qualche continuità . E di vero per quan- te voi troviate la continuità
nella ferie degli ar- che tengon dietro all’angolo, mentre egli fi accrefeendo
; negar però non potete, che fia^ difeontinuità nell’ aiuolo iAefib • divenendo
egli nel- Digitizad by ' - rotale Libro IL 219 nel corfo del fuo accrefcimenio
improvvifamemo nullo . Anzi fe voi conlìdererete gli archi , non in- quanto
fono archi, ma inquanto fono mifure d* angoli, troverete la difcontinuità anche
in loro; perchè divenendo 1* angolo nullo , benché T arco» inquant* è arco,
divenga maggiore, di vien però nullo, inquanto è mifura deli angolò. £ umil-
mente è da concedere , che il triangolo nell' an- damento del (uo perimetro non
fegue in niun mo- do la continuità; benché U feguano quelle perpen- dicolari,
che v’ è. piaciuto ora di fìngere; le^ quali avrede potuto fimilmente fingere
anche ia« un triangolo , che chiamerebbefi millilineo, un la- to del quale
fòfl'e un’ arco d’ una parabola, e 1* altro foire un’ arco d’ una cilToide; il
cui perime- tro non fi direbbe però avere continuità; poiché tenendo per
qualche tratto la forma dì una curva, palTerebbe fubitamente a prender la forma
di un* altra. Io dico dunque, che può elTere nelle idee de’ geometri alcuna
difcontinuità « benché fia, for- fè accompagnata fempre da qualche contfnliità;
e forfè anche , fe così volete , nafea da e(Ta; come fe voi volelie, che dalla
ferie di quelle perpendicola- ri , da voi poco fa rammemorate , avendo elfa^
continuità, ne nafet-ffe un perimetro, che non 1* ha. Ma non porrebbe dirli
quello ftefib, cioè che la difcontinuità fia fempre accompagnata , o nafc4 da
qualche continuità; fe non vi folTe difcontinui- tà niuna . Avendo io detto
quede cofe, il Signor D. Niccola già difponevafi di rifpondere ; quan- £ e 2 do
12» Dell\ Forza de’ corpi do avveduto^ che il Signor Marchefe di Cam- po
Hermofo mollrava aver voglia di fare qualche domanda, a lui rivolto, non
commetterò io, dilTc, che la nodra compagnia fì relli priva di quello, che vi è
venuto nell’ animo . Perchè , fe alcuna doman- da avete a fare , fatela • Et
egli allora , la noftra^ compagnia, di(Ie,non potrebbe delìderare di udir me,
avendo udito voi due. Voi non fapere, rifpo- fì, tutto quello, che noi
poflìamodefìderare; per- chè vi pregodi voler dire; e ardifco pregarvene^ anche
a nome degli altri • Allora il Signor Marche- fe, a me rivolto ,di(Te : Se la
natura del vero fof- fre alcuna difeontinuità, come voi dite, nelle li- nee, e
nelle figure, e nelle altre idee de’ geome- tri, e negli andamenti loro; io
vorrei fapere, don- de avvenga , che in ogni linea curva fi trovi fem- pre
continuità; che di quante io n’ ho vedute ( e molte già ne vidi fiudiando
algebra in Palermo fotte la difciplina del Signor D. Luigi Capece_.) niuna
parmi di averne incontrata mai , che la leg- ge della continuità non
ólTeiltaire; feguendo ognu- na fempre la fielTa regola fenza mai allontanarfe-
ne ; ne pervenendo mai le ordinate al zero fenza .prima impiccolirli a poco a
poco; ne trasfèrendo- li mai dall’ elTere politi vo al negativo, fenza elTere
paiTate prima per lo zero, o aver varcato li fpazj interminabili dell* infinito
. E quella continuità quanto valeva a render vaga e leggiadra ogni cur- va! Qui
fi tacque il Signor Marchefe , et io incon- tanente rifpondendo, piacciavi ,
difli , di avverti. ' re^ ^ Digitized by Coogle LibroIL 2zr re » che io non ho
mai negato , che Ga cont inaiti nelle idee dei geometri ; ho detto lolo,
niunoaver- mi finqui dimoilrato, che c(Te non poiTano talvoh ta incorrere in
alcune difeontiauità) le quali per- avventura potrebbon nafeere da quella
illeira re- gola di continuità > che le accompigna . E voi fur- ie ne
avrefte trovate alcune in quelle vollre curve, che già olTervafte , fe prefo
dalla vaghezza deU la continuità, e da eflfa rapito, avelie potuto cercar
altro. Ne io però mi meraviglierei , fe in_. quelle voftre curve avelie anche trovata
per tutto la continuità fenza difeontinuità niuna ; percioc- ché i geometri fe
le compongono a modo loro , proponendoli una certa regola di formarle , che-,
ibglion chiudere in una equazione, e non volen- do, che appartengano alla curva
fe non quei pun- ti , che fecondo quella regola ritrovano ; e perchè quella
regola trae a continuità, per ciò ogni cur- va , che elTì compongono, mollra
continuità per tutto; ne mai parte da quella ftefla regola ; per- ciocché come
potrebbe partirne, fe la compongon con elTa ? Non è dunque , che tutte le
curve, che venir polTono in penliero, abbiano di lor natura.» una collante e
perpetua continuità; e fe i geome- tri in tutte quelle , che lludiano , la
trovano ; ciò non è, perché tutte le immaginabili curve T abbia- no , ma perchè
eflì non lludiano , fe non quelle.., che r hanno . Se noi con un piano
taglialGmo un corpo, la cui fuperficie folTe di molte, e tra lor varie ,
fuperficie compoila , chi potrebbe promet- 212 Della for*a de’òorpi terfi, che
quella linea, la quaJ nafcefle dal taglio della fuperficie e del piano,
avelTeinogni (tia par - ' te continuità ^ Ne fb già , fé voi poteiie tanto fi«
curamente affermarmi, che volendo riferire una^ tal linea ad un certo a0e,e
comporla per ordina- te , dovelTero aver quelle quel bell’ ordine e quel- la
vaga continuità, che tanto nelle voUre curve vi piacque- E per tornare a cotede
curve, che bella continuità trovate voi là, dove le ordinate llen- dendolì
dall’ una parte in -infinito, palTanotofto a ilenderfi in infinito dall* altra
? nel qual luogo fi direbbe elTere difcontinuità fomma , fe ella non nafcelTe
da -quella idelTa regola, con cui piac- 3 ue da principio formar la curva , e
che elTen- o continv» , pur fa nafcere qualche difconti- nuità- E come la
.regola, con cui fi formano le linee curve , e le figure tutte , dipende dall*
arbitrio dei geometri , così polTono el& avere con- tinuità, e non averla;
ne la natura del vero 1^ sforza all’ uno od all’ altro, valendo in ciò la vo-
lontà degli uomini. Avendo io dette quede cofe,- il Signor Marchefe,moltrando
dì acconfentire, rif- pofe. Quella ragione però non dovrebbe valervi nelle
opere della natura, le quali, non dalla vo- lontà degli uomini, ma dalla
volontà di lei fiefiÌL* fi movono e fi reggono. Er io., vedete, diifi, che non
fia per quedo idefib più difficile il dimodrare la continuità nelle opere della
natura, che in quel- le degli uomini; perchè, fe la natura le move regge a modo
fuo., chi può fapere , fe ella fi abbi» vo- Digltized by Google Libro II.
volato imporre, qual prima e principal legge, la continuità, così che niun
corpo per niuno acci- dente , che avvenir polTa , debba poter pallate da una
qualità ad un’ altra , et avendo una forma.» prenderne una nuova , fenza aver
prima avute., tutte le qualità o forme intermedie ? E fe noi io., moltilfime
cofe , che non fo già fe in tutte , tro- viamo la continuità, potrebbe ella
elTere una con- ieguenza di qualche regola o legge , la quale in- ducendo
continuità in moltilfime , lafcialfe però luogo alla difcontinuità in alcune. E
qual potreb- be clfere cotefta legge? dille il Signor Marchefe.» ; et io
rifpofì : le leggi ilelfe del moto, le quali fe (I avverranno in corpi
durilTimi, non (blamente per- metteranno nel loro incontro qualche difcontinui-
tà i ma la vorranno , e la chiederanno. £ chi fa , fe la natura , per {sfuggire
ogni difcontinuità , abbia ‘ voluto guardarli di produrre verun corpicciuolo
durilfimo, chenti erano gli atomi d’ Epicuro?Chi fa , fe i globetti della luce,
i quali fi dice, che arri- vando a toccare la fuperfìcie di alcun corpo, che
non abbia virtù di rifpignerli, perdono collo il lor movimento, chi fa, dico,
fe non fieno durif- fimi , o in altro modo Iciolti dell’ obbligo della.»
continuità? e la natura intanto feguendo in tutto le leggi del moto, le quali
fole a lei ballano per produrre qualunque al^tto dell’ uni verfo, permet- ta a
quelli afpetti medelimi, et ai corpi, che gli formano, qualche difcontinuità?
Avendolo fin- qui detto , e penfandp di dir più oltre , il Signor D. Se- 2J4
Della forza de* corpi D. Scrao mi fi fe incontro con quefte parole. Voi però
durerefte gran fatica a inoftrarmi un* efempio iolo, in cui folfc
difcontinuith; e difcorrete pure a voglia voilra per tutta la meccanica, e per
tutta^ la iìiica , quant’ ella è ; io potrei ben di prefente^ mollrarvene
mille, in cui troverefte una perfetta.» continuità. E voi fapete , che gli
efempi vogliono ufarfì in quella controversa, non le fottigliezze.» . lo certo,
rifpoH, non prenderei ora la fatica di addurvi tutti gli efempi della difcontinuità
; e fo già, che alcuni, avendofi fitta nell’ animo la con- tinuità, qualunque
effetto lor fi prefenti, in cui cflfa non apparifca, tanto s’ ingegnano, e
ftudiano tanto , che trovano finalmente la via di fupporve- la ; e potendovela
fupporre ,par loro , che vi fia^. E le io vi diceflì, che un corpo venenck) a
percuo- tere obliquamente in un piano, acquifta fubiio due direzioni, una delle
quali è perpendicolare ad elfo piano , fenza aver prima acquillato tutte le
dire- zioni intermedie, che fono tra quella ,-e quella , che aveaje fe vi
dicelTi,cheracqua Igorgando dal fian- co di un* vafo, ne) primo luo ufcire
acquifta fu- bifó tutta quella velocità , che avrebbe a poco a poco acquiftata
, fe iclìe caduta da tanta altezza^, quanta ne ha 1' acqua nel vafo; efe altri
clfetti di tal maniera vi proponeflì ; io fon certo, che voi vi ingegnuefte
tanto, che finalmente troverefte la via di ridurli a continuità ; e in ciò
forfè tante fotti- gliczze adoprerefte , che non dovrefte più rifiuTare le ime.
Ma io non ho bifogno di gran fottiglie» za Digitized by Google L I B R ó i I T.
► za per perfuadermi,4*liej>ofla un corpo eftrema- mente rollo eller
vidniflimo ad’ un’ altro ellre- mamente verde, così che dal rodo fi venga al
ver- • de fenz.i palfare per li colori frappufti. E lo ftef- fo potrei
iìmilmenre diredi tutte le alcré adattato agli effetti , ed egli allora dee
rifìu> tarfi per quello , non perchè fi opponga a quel tale principio. E
certo che, quanto a me, io non rifiuterei un fiftema, il qual mi fpicgaire
comodi f- fimamente tutti gli eff tti, per quello, che incor- refie talvolta in
qualche difcontinuità ; e più tollo che rigettare il filtema per ritenere la
continuità , rigetterei la continuità per ritenere il filtema. E quelli, che
fanno il contrario, parmi, che abbia- no la continuità per più che probabile .
lo non fó quello , dille qui il Signor D. Serao , che tutti fan- no . So bene
che io ho udito molti , che foltene- vano la continuità non altro che come cefa
aliai verifimile ; e dicevano di valerfene per nonavere alcun’ altro principio
più certo; e in ciò moltra- vano una modeftia grandilllma. Vedete, rifpofi ,
non fofier di quegli ( che molriflìmi n’ ha ) i quali cominciano con gran
modeftia, e finifeono corLp gran baldanza . Perchè conofeendo la debo- lezza
de’ principi loro, cominciano col propor- li umilmente : egli fi par
verifimile: facile cofa è da concederfi : lembra che il buon fenfo detti; e-,
tanto van dietro i paurofi con quelle forme piene di modeftia e di umiliazione,
proteftando pure di non faper nulla di certo, che è uno sfinimento ad udirli;
procedendo poi oltre col di feorfo, depongo- no tutta l'umiltà a poco,a poco,e
ftabilifcono final- mente le confeguenze loro con tanto orgoglio , quanto
appena fi comporterebbe ad’ un geometra; ne Digitized by Libro II. 1x7 ne
avvertono , che fc furono tanto timidi nei prin- cipi , conveniva loro eder più
timidi nelle confe- CTuenze. Rife quivi il Signor D. Serao , et io non nego,
dille , che quello errore non fia oggidì di molti, i quali come giungonoal fine
dellor difcor- fo , più non fi ricordano la debolezza di quei prin- cipi ,
l'opra cui lo fondarono, e vogliono fpacciar per lìcura una confeguenza, che
hanno tratta da_» principi non ficuri . Non così però parmi , che fac- cia
Giovanni Bcrnulli inquelluo nobililfimo ragio- namento, la dove dalla
continuità della natura.* palfa a dimollrare, non dover elTer nel mondo al- cun
corpo durilfimo , e ne leva via per fino la fup- pofizione. Voi fapete che 1 ’
accademia di Parigi, fupponendo i corpi durilfimi, avea chielto, cheli
cercadero quelle leggi del moto, che più loro fi convenidtro. Rifpole Bcrnulli,
che non potean.* quelli fupporfi, elfendo contrari alla continuità, lo non mi
ricordo bene le lue ragioni ; ma fedo- velTc argomentarfi per via dell' autorità
, et io vo- ledi valermi di quella'di un così grand’ uomo, che ha creduto non
poter fupporfi in verun modo i corpi durilfimi , folo perchè alla continuità fi
op- f longone; quale autorità miopporrelle voi?Quel- a , rifpofi , dell'
accademia di Parigi; che pur gli aveva luppofti, e non doveva aver avuto
tanta.* paura di contravvenire alla continuità. Ma noi, cre- do , non vogliam
moverci ne per 1’ una autorità ne per 1’ altra , come che fieno e 1' una e 1’
altra^ gravilfimc. Sì , difse il Signor D. Serao, ma Bcrnul- Ff 2 ‘ li
Digitized by Google -2 28 Della forza de* corpi li , vó'endo palsare a quella
fua confeguenza,chc egli fi avea prò pollo : cioè, che i corpi duriflìmi • non
pol'san ne efsere ne lupporfi : e volendo per- ciò incominciare dal principio della
continuità, egli non lo alsunle gù così ad arbitrio , ma lopro-^ vò con
alquante ragioni , che da molti fi pigliano come evidenti, e che voi avrete ben
lette. So, ri- fpofi, che già le leflì; ma ora non le ho a memo- ria,* ben
parmi, quando le Itili, che più, che le«^s ragioni , mi movefse 1* autorità
dell’ uomo ; alla., quale però abbiamo detto di non volere ora atte- nerci . E
fe io non aveflì molti efempi nella na- tura , che mi rendono alquanto
probabile la con- tinuità , le ragioni di Bernulli non me 1’ avrebbo- no fatta
mai parer tale. Ma ^ir ciò è nulla, efsen- doci di quelle ragioni dimenticati e
voi et io ; il che è anche argomento , che non ci dovefser pa- rere di tanto
pefo. Qui ridendo il Signor D. Nic- cola, la vollra dimenticanza, diTse^non vi
fervi- rà punto a sfuggir di dirne il parer volito ; per- chè io ho qui il
libro del Padre Riccaii , in_. cui fono le ragioni ftefse di Bernulli ,
tradotte nel- la noflra volgar lingua diligentemente, et io pofso ^ leggervele
così che la dimenticanza non vi Icufi; * oltreche il luogo, che le contiene, è
aflai breve, re a leggerlo fi richiederà troppo lungo tempo.Be- ne ftà , difle
la Signora PrincipelTa ; et io avrò ca- ro, che noi chiudiamo il nollro
prefente ragiona- mento, confiderando le ragioni di quel valentilfi- mo uomo;
perchè fe io ben conofco quelle rive, che Digiiized by Googlt: Libro II. 229
che rindiam radendo a finiitra, noi fiamogià fotto Baja , e poiché il vento s’
è tatto alquanto gagliar- detto, non andrà molto, che noi faremo à Poz- zuolo.
Mentre la Signora PrincipelTa così diceva, il Signor D. Niccoli traile fuori il
libro, e rivol- gendone quà e là le carte, s' avvenne alla pagina g 43 , ove
vide , che il Padre Ricc iti , parlando di Bernulli,dice aver lui fatto vedere
chianlfimamen- te, che un corpo, il qual fu d’ una perfetta durez- za , mvolve
manifefta contradizione . Oh / qui, diiie, dovrebbon elfere le ragioni, onde
Bernulli .. dimoilra la continuità. E guardando alla feguente pagina : eccole
dilse, e cominciò a leggere ht ejfetro un fomìghante principio di durezza non
po'- trebbe ejtjlere . Egh è una chimera , che repugna alla legge generale ,
che la natura ojfer’x^a collantemente in tutte le fue operazioni . h parlo di
quell' ordine^ immutabile e perpetuo , flabilito dalla creazione dell'
ttni'verfo , che Ji può appellare legge di continuità^ in 'Virtù della quale
tutto ciò, cheti ejeguifce,Ji ejeguifce per gradi infinitamente pitcìoli s Fin
qui, dilfrio allora, interrompendolo, non altro (rfa, che propor la cofa con
gran pompa di parole-.; niente fi prova , ne fi dimoilra. Abbiate pazienza,
diife il Signor D. Nicola ; che qui cominciano le prove; et eflendofi di nuovo
pollo a leggere, re- citate le prime parole — Sembra, che il buon fenfo detti
ridette alquanto, e forridendo difse; voi direte queda edere una di quelle
forme piene di inodedia, con cui cominciano i paurofi, per finir poi 0
Digitized by Google i^o Della porza de* corpi poi con orgoglio. Certo, diifi ,
le dimoftrazioni dti geometri non foglion così cominciar fi '.Sembra che il
buon fenfo detti . Ma quefto che fa ; fe le ra- gioni, che foggiugne Bernulli,
fieno chiariflìme.., et evidentiffime ?Però leggetele . Allora il Signor D.
Nicola ricominciò Sembra che il buon fenfo detti ^ che 'ver un cangiamento non
go fa far fi per f al- to', per fatto non opera la natura. Non 'v ha cofa , che
paffar p»ffa da una e [Ir entità all' altra fenza paf- fare per tutti i gradi
di mezzo =: Qui non potendo tenermi, fon quelle, dilli, quelle dimollrazioni
chiariflime et evidentilllme? Ma la Signora Prin- cipelTa interrompendomi, voi
liete ,.dilfe, impa- ziente fuor di modo; e intanto il Signor D. Ni- cola
feguitò a leggere E qual conneffione fi con- cepirebbe tra due eflremità
oppofle indipendentemente da ogni conneffione di ad, che è tra mezzo'ì'^ e let-
te quelle parole fi fermò alquanto. Io allora, non fo, dilfi , le quella a voi
paja una ragione ; a me_» certamente o non pare, o non pare almeno di quella
tanta evidenza , che a llabilire un principio infallibile , e neceflario fi richiederebbe.
Avendo io così detto,c tacendomi, parve , die gli altri pur fi tacclTero, et io
feguitai: io dico dunque, che-* fe un corpo, fcorrendo uno fp.izio, dee palTare
da un luogo ad un* altro, dee palfare altresì per li luoghi interponi
feguitamente, falvo fe egli non vi folTe portato per miracolo; e può dirfi, che
1’ un termine di quel corfo lì connetta con 1’ altro per la ferie di quei
luoghi , die la natura vi li4^ Digitized by Google Libro! I« z;i realmente
frapporti. E ciò intendo iobeniflìmo. Ma non fo già, perchè debba
necelTariamentc dir- fi lo rtertb, qualunque volta un corpo palfi da qual-
(ìfia forma o qualità ad un’ altra : per eiempio dal rollo al verde, dalla luce
all’ ofcurità, dal movi- mento più veloce al meno; tra le quali forme e_* qualità
noi concepiamo in vero de i gradi, per paf- fare dall’ una all' altra col
penfitro più comoda- mente ; ma quelli gradi realmente non vi fono» fe già la
natura non ve gli fa a porta . Ne però» cred’ IO, ha bifogno di farli ;
ptrc.occhè fe le leg- gi per elfa llabilite richiedelfero, che un corpo rof- fo
fubitamcnte diventa Ife verde ; quel rolfo e quel verde fi connetterebbono tra
loro abballanza per quella rtelTa legge, che richiederte prima l’uno e poi
fubitamente 1’ altro, ne avrebbono bifogno d’ altra connelfione. E fimilmente
fe due corpi du- riflimi, incontrandoli, fubitamente fi fermalTero , così
chiedendo le leggi del moto; et io forti do- mandato della cagione , che
connettelTe infieme.» quel movimento con quella fubita quiete, noiu dubiterei di
rifpondere, tutta la connelfione elTer porta nelle leggi del moto, che in quel
cafo vor- rebbono , che la quiete fucccdelTe fubito al movi- mento . E tal
connelfione barterebbe loro fenza i gradi frapporti; perciocché h natura
congiunge in- ficme le qualità , e le connette, com* ella vuole, e vuol
talvolta congiungerle, traendole per tutti gl’ interporti gradi ; e potrebbe
anche voler farlo d* altra maniera. Secondo voi dunque , dilTe allora il Si-
'15* Dei LA FORZA DE* CORPI il Signor D. Scrao, potrebbe la natura volere due
tofe tra loro fconneire. Non le vorrebbe Icon- fielTe, rifpofi; connettendole
col volerle. E quan- do anche le volelTe fconnelTe; non fo, quale adur- do ne
feguilTe. Ma fe voi farete, ripigliò il Si- gnor D. Nicola, tanti conienti, non
farà mai, che per noi fi venga a capodi quella lezione. Afcolta- te 1* altro
argomento, che fegue, che vi parrà for- fè miglior del primo; e feguì di
leggere s Se la natura fotejfe paff'are da un‘ eflremo all' altro , per ejemp/o
dal r/pofo al movimento , dal mo ti erano poche ore innanzi da Napoli . Eranvi
an- che altri Signori defiderofi di riverire la Signora PrìncIpelTa. Di che fu
fatta maravigliofa abbracciandoli or gli uni or gli altri, et or una^ or altra
cofa dicendoli . Nella quale allegrez- za dimoierò alcun difpiacere il Signor
Conte del» la Cueva di non elTere alTai per tempo arrivato a Pozzuolo , onde
poter* elTer con noi nella nave.» Il che fentendo la Signora Principefla, forfè
per tormentarlo alcun poco, alTai più difpiacere ay» rede,gli dilTe, fe fapcfte
i ragionamenti, che vi lì lon &tti ; e brevemente gli efpofe le quillioni
avute. Perchè egli prendendo vie più fdegno dell’ efser tardi venuto, lì dolfe
alquanto col Signor D. Felice dell’ indugio j il quale fattoli innanzi, avrei,
difsc, pur volentieri udito difputàred’ una dimollrazion nuova , ulcita , non
ha gran tempo, fopra la forza viva ; et è del chiarilEmo Padre Rie* cati ; e mi
par tanto ingegnofa, e tanto bella. Ma fento efsere alcuni, che non fe ne
vogliono per- fuadere. Credo, difse allora la Signora Principef* fa, che noi ne
abbiamo qui uno. Ma fappiate^, che delle molte cofe, che fono Rate propofte,
re- ità quell* una fola, di cui non s* èancor difputa- to . Mentreif 'Signor
Conte della Cueva, e il Si- gnor D. Felfcè inlicme con la Signora Principef- la
andavano tra lor ragionando j io , e gli altri , ri- mafi alquanti palli
addietro, gli feguivamo. Ed Gg 2 egli- p Della forza de’ corpi eglino intanto,
come poi feppi da loro ileffi, di- vifaron del modo di introdurre la difputa appref-
fo cena , c così trarmi a dover dire fopra Iadimo> ilrazione del Padre
Riccati. In quella arrivammo a cala il Signor Governatore, dove appena entra-
ti , la Signora Principefsa, rivoltali alla compa- gnia , dilse di voler tutti
feco a cena ; indi pro- cedendo oltre per le camere fu ricevuta tra var) Tuoni,
cui féguirono alcune belliflìme danze, al- le quali molti furono prefenti fino
alla fine ;ailtri per pigliar’ aria fino a tanto che 1* ora del cenar veniise,
fu la riva dei mare a lor diporto n’ an- darono. The del Setoudo Libro»
Digitized byCoQgle »?7 DELLA FORZA DE' CORPI CHE CHIAMANO VIVA ’ LIBRO II L AL
SIGNOR GIAMBATISTA MORGAGNI. Randiffima quiftionc è Tempre fta- ta a mio
credere. Signor Giamba- tifta cariflìmo, e aliai difficile a.» fcioglierfì , fé
nello iludio dell’ ar- ti e delle fcienze più giovi agli uo- mini il defiderio
della novità , o più nuoccia;; perchè fé noi coniklereremo quelli» il cui
numero è lenza fallo grandiffimo , i quali trafpottati da un tal defiderio
corrono dietro a_* itraniflìme opinioni, allontanandoli non meno dalla, comune
confuetudine, che dalla verità, e in quel- le , per così dire, urtando rompono
miferamentt.# la nave del loro ingegno , egli ci converrà di affer- mare, che
lìa cofa a tutti pericolofiffima , et moltiffimi molto dannoia lo lludio della
novità» Ne quello danno folo ne viene, che molti da amo- re di novità tratti
incorrono in opinioni ftrane e falfe ; ma quelli ancora , che in alcune vere li
av- vengono , fcoprendo ciò, che ne’ tempi addietro era 238 Della forza de*
corpi era (tato nafcollo, fogliono di quefto fteflTo trar pregiudicio
gravilfimo. Imperocché confiderando e vagheggiando i ritrovamenti loro, tanta
vanità ne prendono, che non vogliono più lodar di nul- la gli antichi, e gli
hanno in difprezzo, egli deri- dono; e quel che è peggio, fpaventano altamente
i giovani dal fermarli eziandio per breve ora ad apprendere le dottrine
antiche, dicendo loro, do- verli avanzar le feienze, e non elTere da ritornare
a quelle cofe , che già da gran tempo il mondo fa : il che fe tutti facelTero ,
ne folTe più alcuno, che a quelle ritornalfe, non molto andrebbe, che niuno .
più le faprebbe. E quelli tali oltre che fpogliano il mondo, quanto è in loro,
di tutti gli amichi ritrovamenti, cadono anche in un’ altro errore^ grandilfimo
, per cui fommamente nuocdòno ai prefenti uomini, et anche a loro ftelU ; non
avver- tendo, che i ritrovamenti antichi furono aneli’ elTi nuovi una volta, ne
fono divenuti antichi, fe non per r età, che è fucceduta loro, il che ùmilmen-
te avverrà delle prefenti invenzioni ; che perderan- no la novità a poco a
poco, e diverranno antiche, come le altre. Il perché mal proveggono alla glo-
ria nohra coloro, che, difprezzando gli antichi, lafciano a i pofteri un’
efempio di dilprezzare an- che noi . E tanto più quello mi par vero , quando
confiderò, che la lunghezza del tempo confonde^ infieme moltilfime età, e fa
comune a tutte la lau- de di ciafeuna . Concioliachè febbene le invenzio. ni
antiche lìeno ufeite per grandilTtmi intervalli 1’ una .V. Digitized by Google
Libro III» ^3? una dopo 1’ altra; e Ja poeHa abbia preceduto di lungo Ipazio la
dialettica; e 1’ eloquenza fia ftata^ alTìn prima della mufica ; ne fieno
certamente nate ad un tempo e T aritmetica, e la geometria , e la_. notomia, e
la medicina, e la chimica ; ne 1’ archi- tettura abbia forfè afpettato la
fcoltura,e la pittu- ra per ufeire al mondo ; ed altre arti fieno venute in
altri fecoli; pur di tutte fi da laude lenza difiin- zione alcuna agli antichi,
come fe quelli fodero tutti d un tempo, c componedero,per così dire_. , una
fola famiglia. E ciò avviene , cred' io, perchè edendofi quelle età per tanto
fpazio da noi allon- tanate , non ci accorgiamo della diftanza , che han- no
tra loro, e però di moltiflìme ne facciamo una^ fola. Ora fe le cofe
procederanno ne’ tempi avveni- re , come ne pailati femprc fon procedure ,
verrà una volta , che confondendoli anche 1’ età noflra^ con le padate ,
entreremo noi pure in quella co- munità, e così faranno lodati gli antichi dei
ritro- vameli nù/ìri , come noi dei loro- La qual mfa . non abbadanza intendono
quelli, che trafportati dall’ amore della novità infegnano ai poderi di
deprezzare gli antichi , non badando , che tra po- co faremo antichi ancor noi
; e che fe quelli, che dopo noi nafeeranno, vorranno rivolgere lutto lo dudio
loro a ritrovare le cofe nuove , trafeureran- no le nodre. Per quede ed altre
ragioni io direi certamente, che folte da fvcllere e levar via del tutto dall*
animo degli dudiofi la vaghezza delldi» novità , veggendo jn quanti errori
fpede volte^ . gl’ Digitized by Google '24°^ Della forza de’ corpi gV induca )
e come ne guafti* « corrompa il giudicio ; fe già d’ altra parte non confide-
ralfi di quanti comodi e beni a quefta fte(Ta_. vaghezza fiam debitori . Perciocché
qual ritrova- mento avrebbono mai fatto o i moderni) o gli antichi filufofi ,
fe non fi fofser lafciatì condor da efsa ? Da efsa nacquero tutte le arti » e
tutte.* le fcienze; per efsa fi accrebbono; ne altroché per efsa giunfero a
quel iòmmo grado di perfezione, in cui or le vcggiamo . Imperocché tutte
le^fe,' che fi producono, fon nuove, ne pofsono accre- (ccrfi , fe non per la
aggiunta d' altre nuove ; le quali trovar non fi pofsono fe non da chi le
cerca; ce alcuno le cerca , fe non é mofso da difio di no- vità. Il perché
parmi , che chi vuole fermarli quello, che ritrovaron gli antichi ,fenza andar
più avanti , e fenza aggiunger nulla, non benfegua^ . quegl’ iftelfi antichi,
che pur vorrebbe feguire ;i quali fi ingegnarono fempre con ogni sforzo di ag-
giungere qualche cofa alle già ritrovate; cibche egli non fa. E benché fia da
comportarli a mol- ti , che non potendo o per V inftituto della lor vita, o per
la mancanza delle opportunità e dei comodi, che fono in mano della fortuna ,
avan- zarfi a fcoprire nuove cognizioni , fi contentino di pofsedere le già
fcoperte dagli altri , le quali in verità fono oramai tante , che é molto
fapere il fapere efse fole ; tuttavia non debbono quelli ta- li fgridar lo
fiudio della novità ai giovani , il qua- le elsendo retto e temperato da buon
giudicio po- treb- Digitjzed.by Google — ■ ..a... -flrl ^ Libro III. 141 irebbe
una volta condurgli a fcoperte graviflìme ed utilifllme . Perciocché voler
chiuder la fira- da a tutte le invenzioni nuove è lo fieflfo • che accufar gli
antichi, che già 1’ aprirono, e ùre ingiuria ai pofieri , in grazia de* quali
fu aperta* Io credo dunque , Signor Giambatifta cariflìmo, che fia cofa
convenientiflima , e alla profeflìoa« del fìlofofo fommamente accomodata, il
defide- rio della novità; così veramente che non tragga r uomo ad opinioni
(travolte e contrarie alla ra- gione, ne egli per li Tuoi ritrovamenti nuovi
s’in- duca a difprezzare fupeibamente gli antichi: del qual vizio non fon privi
coloro, i quali benché niente attribuifeàno a fé medefìmi, ondepajono
temperatiiTimi ; pur vogliono, che tutto attribuir (I debba a quelli della loro
età, o della loro fcuola, o del loro ordine, ne credono d’ e(Ter fuperbi ,
perchè lo fono a nome di molti . E che il dilio della novi- tà temperato di quella
maniera (ìa giovevolidìmo, potrei dimoftrarvelo con mille efempi, fé voi fief-
io non ne folle uno così chiaro, e cosi eccellente, e cosi maravigliofo , che
rendete inutili tutti gli altri . Perchè lafciando le altre parti della
fUofola, che voi avete voluto più lofio fapere,che profef- fare ; nella notomia
certamente, che avete prefa, non lenza invidia , cred' io, dell* altre
feienze-r, con tanto fiudto ad’ illullrare, avete aliai chiara- mente
dimollrato, quale eller debba in unfilofo- fo perféttifiìmo 1’ amore della
novità . Imperocché avendo voi fatto tanti ritrovamenti nuovi , e cosi Hh fin-
Digìtìzfed by Google 14^ Della forza de* cordi Angolari , e così illuftri e
maravigliofi , qual ne è ftato non fommamente confentaneo, e dei tutto
corrifpondentc airolfcrvazioneet al vcro?e quan- tunque non fi difdirebbe al
nofiro fecolo di ante», porfi a tutti gli altri, che fono Itati di voi privi; 3
uando però è fiato mai che voi vogliate valervi ella felicità e virtù vofira a
difprezzo d' altrui? che anzi avete voluto nell' ampiezza quafi infinita del
vofiro animo ricevere non folo i ritrovamenti da voi fatti, ma quelli ancora,
che fecero* le età pafTate ; e quefii tutti avete fottiliifimamente con-
fiderati, ed apprezzati ciafcuno, fecondo che con* veniva , volendo fiudiarli e
faperli non men che i voftri; e di tanto poi gli avete con l’ingegno ab-
belliti et ornati, che eglino fteflì , per quel ch’io creda , più tolto voftri
efler vorrebbono , che dei loro primi ritrovatori . E quefto è quello, eh’ io vorrei
, che facefie ognuno nella profeflìon fua, mailìmamente il filofofo ; in cui
tanto non ripren- do io r amore della novità, che voglio anzi, che s’ ingegni e
fi sforzi , quanto può, di andar dietro alle cofe nuove, ufando di quella
temperanza, di cui voi avete lafciato a i pofieri nelle voltre divi- ne opere
un'efempio cotanto illuftre . Ne folamen- tc voglio, che egli ftudj quelle
cofe, che egli fpe- ra di poter trovar da fe fi)lo; ma perchè molte ne fono,
che un folo uomo facilmente ritrovar non potrebbe , voglio, che pongafi in
comunità con molti , contentandoli, fe non ha tutta la lode del ritrovamento ,
di averne qualche parte ; e per- chè Diqit'zed by Coogle Libilo III. 24} ciiè
ne fono ancor di quelle, che una fola età com- piere non potrebbe, ricercandovifi
1’ ofiervazio- ne perpetua e collante di moki fecoli, per ciò vo-- glio ancora
, che egli fi metta in focietà coi pafTati, perfezionando quello, che effi ci
lafciarono di im- perfetto , e conducendo a fine i rkrovamenti, che eflì finir
non poterono. Nel che però dovrà guar- darli da un* errore, ih cui cadono
molti, i quali per avef data 1’ ultima mano credono , eflì foli do- ver’ elTer
lodati dell’ invenzione ; la quale in vero è un* opinione fuperba e
irragionevole ; percioc- ché deli* invenzione lodar fi debbono tutti quelli,
che hanno fatto quel, die potè vano, e che era pur necelTario'di fare per
trovar la cofa ,*e come a tro- varla è necefiario quali fempre cercarla prima
in più maniere, e tentar varj mezzi, e incamminàrfi per varie vie, et errar
molte volte, e tornare ad- dietro ;cosl quelli, che prima di noi tentarono,
benché fi avvolgefsero in molti erroii, ne tempo a- velTero di giunger, dove
noi fiamo giunti, pur fe- cero quello, che era necelTariodi fare , acciocché
noi vi giungeirimo,e debbono venire a parte dell* invenzione . E certo io non
dirò mai , che il mara- vigliofo fillema del mondo propofloci ultimamene* te
dall’ incomparabil Neuton ila il ritrovamento d’ un’ uomo folo ; ne lo direbbe
, cred’ io ,lo ftef- fo Neuton, che ficcome d’ ingegno e di fapero parve , che
fuperaife tutti gli altri , così di tpode- razione e di prudenza non fu
fuperatoda niuno. Imperocché quel fillema non potea llabilirfi fenzt H h 2 pri-
244 Della forza de* corpi prima averne provato molti , il che fecero 1’ un_.
dopo r altro più filofofì in più fecoli , Pittagora, Arillotele, Tolomeo,
Copernico, Ticone , Keple- ro, Cartefio, ed' altri aflai, che precedettero il
grandilllmo Neuton ; i quali fé errarono, fecero quegli errori, che avrebbe
dovuto far 1’ ultimo, ie non gli aveirero fatti effi per lui. Onde io dico, che
quel fillema, a giudicarne rettamente, noru. uno folo lo ritrovò, ma lo
ritrovarono tutti in- fieme. La qual cofa fe il fìlofofo intenderà be- ne ,
avendo P animo applicato a feoprimenti nuovi , vorrà meteerfi in compagnia non
folo dei paiTati , ma ancor di quei , che verranno ; come cercherà di
perfezionare le cofe, che gli an- etichi ci lafciarono meno perfette , così
vorrà la- nciarne alcune meno perfette, che dovranno poi dai poderi perfezionarfì
; ne avrà timore di perder la lode del ritrovamento , che farà ridotto a j^r-
fezione da altii;come ne anche avrà timore di pro- por Memi non ancora
abbadanza provatr, v tra- mandare ai fecoli avvenire i fuoi dubj , e le fue^
ragionevoli fufpizioni; benché in quedo corra pe- ricolo , che fìeno una volta
conofeiute falfe,e riget- tate. Ma egli non dovrà redarfì per ciò ; anzi , fo-
rando bene, dovrà aver coraggio-, e commetterli alla fortuna ; perchè io fon d'
opinione, che niu- no poda edere dlofofo perfettidimo, fe non è an- cora in
qualche parte fortunato; come i capitani grandifCmi, ne quali oltre la feienza
et il valore.» anche la fortuna lichiedcfìje k>dedb può dirli e del
Digilized by Google Libro III* 24$ del medicO)Che cura V infermo, e del trafficante»
che fa venire le merci, e del nocchiero, che con- duce la nave* E fimilmente il
fìlofofo, fe ha qual- che fìfiema bello, ingegnofo, verifimile , ma che_*
richiegga ancora altre prove , dee raccomandarlo ai poderi, e avventurarlo ; e
così hanno fatto gran- diifimi uomini e dottifiìmi* Ne certamente poteva r im
mortai Neuton effer tanto ficuio di quel ma- ravigliofo fidema , che egli formò
delie comete^ , condottovi quali dalla fola ragione ; quanto ora., fiam noi ,
condottivi non dalla ragion folamente ^ ma da moltidìme olTervazioni , e da
così gran nu- mero di calcoli ; ne potè egli aver per certilfima, e fuor d*
ogni dubic quella forma fchiacciata , che diede alla terra, non avendo veduto
quelle tante.^ mifure, che prefe poi in varie parti del mondo da matematici
Italiani , Spagnuoli , e Francefi 1’ han- no mirabilmente confermata . Ma egli
avendo coti' cepite nell’ animo bellilfime, e ragionevolilTime^ opinioni ,
confidoill nella loro probabilità , e chia- mò 1 poderi a farne prova ; il che
gli è fucceduto felicemente; ed ha confeguito maggior gloria^ > avendo
faputo fenza tante odervazioni e mifuro affermar quello, che niuno s’ardiva d’
affermare fenza di elTe. Così io voglio, che il fìlofofo inten- to a cercar
novità, fìa qualche volta ardimentofo, contenendoli però ftmpre dentro ai
limiti della ra- gione; ne lafci di cominciar quello, che egli non può compiere
, contentandoli , che fìa compiuto -dai poderi; e fofifra di partir la lode
dell’,invenzio- 14^ Della ' POKl ^ i>e’ corpi ne con loro ; ficcome anche
dovrà partirla coi paf- fati in tutte le cofe, che elTendo ftate da efll
lalcia- te imperfette, avrà egli faputo perfezionare. E quefto modo fi metterà
in compagnia di tutti i fi- ‘ '* lofofì , che fono flati per l’ addietro , e
che faranno dopoi, come fe foffer tutti una comunità fola, formartero , per
così dire , una fola accademia.. . Ma di quefle cofe abbiamo detto abbaflanza,
pa- rendomi oramai tempo , ch’io m’ accofli ad ef- porvi il ragionamento
ultimo, che fù in Pozzuolo i'opra la for2a viva in quella onoratilfima compa-
gnia , che fopra vi diflì; alla quale s’ erano aggiun- ti il Signor D. Felice
Sabatelli, e il Signor Con- te della Cueva. Il qual ragionamento perciocché fu
d’ intorno ad una dimoflrazion nuova , che il Padre Riccati ha propofla in un
fuo bellif- fimo libro , volendo per eflà dimoflrare , cho la forza viva debba
effere in ciafeun corpo pro- porzionale al quadrato della velocità ; potrà
forfè per ciò parervi , che non a cafo fiafi per me fino ad ora del difiderio
della novità ra- gionato . Perchè quantunque il Padre Riccati non alcuna
fentenza nuova introduca, ma fol propon- ga un’ argomento nuovo a foflenere una
fentenza già quafi vecchia ; pur queflo ancora è novità; e dove fi faccia
rettamente, e con giudicio, merita tutte le iodi , che a i gran ritrovamenti fi
conven- gono. E certo il Padte Riccati non i venuto su quel fuo argomento fenza
aver prima volato e co- nofeere et efaminar fottUmente tutti quelli , che.» -
era- Digitized by Coogle Libro II L 147 erano ufciti per l’ addietro; e lo ha
fatio in verità con tanta acutezza d' ingegno y e profondità di fcienza , che
ciò Iblo baftar poteva ad acquiftargli grand idi ma fama tra i matematici;
avendo poi ve' duto , quella fentenza , che egli amava» eflere^ ancor hifognofa
di qualche forte ragione» che la^ foltenelTe» poiché ne quelle di Leibnizio» ne
quel* le di Bernulli gli parevan badanti, ha voluto tro> varne una nuova ; e
1’ ha trovata in vero moltò ingegiiofa» e tanta bella» che non lafcia più
defiJerar le altre . Et io certamente conlen- tendo al Padre Riccati, che le
ragioni addotte», già da Leibnizio e da Bernulli non foifero abba* danza
valevoli» confento ancor facilmente, che., tutta la quidione ormai riducali a
veder folo , fe fia abbadanza valevole la ragione addotta da lui dello . 11 che
voi intenderete nei ragionamenti y che prendo ora a narrarvi ; dove fe
troverete alcu- no , che lì opponga al Padre Riccati » non per que» do dovrete
credere che egli non lo dimi grandilE- mamente» e non faccia verfo lui» come
egli ha^ fatto verfo Bernulli » e Leibnizio» a quali (^po- nendoli non ha
lafciato tuttavia di grandiluma- mente dimarli. Nacquero dunque i. ragionamenti
a quedo modo. Dopo. molti e varj diporti» e fol- lazzi» elTendo P ora del cenar
venuta» fummo tutti» fecondo 1 * invito fattone» nelle danze della Signo- ra
PrincipelTa» e quivi in una bellilfima camera^» vagamente ornata, con due
dhedre riguardanti fo pra il mate) che ai lume della luna era bellilCmo a ve-
Digitized by Google 248 Delia forza de’ corpi a vedere, con e(Ta e con altri
Signori lietamente.# cenammo. Finito il mangiare, e non elTendo an- cora levate
le tavole, attendendo ognuno quello, che la Signora PrincipefTa comandafle ;
ella a me rivolta graziofamente difle : fé io vi pregaffi di vo- ler profeguire
il ragionamento fatto oggi fopra la forza viva, dicendone quello, che vi
rimanea ; fo , che farei cofa grata a que(H Signori , che vo- lentieri vi
afcoltano ; ma voi direlle , che liete ora- mai fianco , et avrefle ragione .
Signora , ril'pofi io, non direi già quello; che così poca cofa non rrù fianca;
direi.bene, che io non fo quello, che mi rimanga da dover dire, avendone già
detto oggi tutto quello, che io fapeva e mi ricordava . Vor- rei poter
ricordarmene più per poter più dirne, e far cosi cofa grata (fe pur grato è 1’
afcoltarmi ) non tanto a quelli Signori, quanto a voi. Allo- ra il Signor D.
Nicola, che mi lèdeva apprelTo , rimanea, dilTe, da difputare fopra quella
dimo- ftrazione ultima , che il Padre Riccati ha propo- fla nei libro fuo per
far vedere , che la forza viva de corpi debba ellimarfì fecondo il quadrato
della velocità; la qual dimollrazione fe io aveffi a me- moria ( giacché troppo
lungo farebbe il ricercarla e leggerla nel libro ilello ) non vi farei buona la
vollra feufa ; ne buona pure , cred’ io , ve la fa- rebbe la Signora
PrincipelTa ; perchè io vi efporr . rei , quanto potelTi , brevemente la
dimollrazione; et ella vi obbligherebbe di dirne il parer Vollra* Ma quello,
che non pollo io, il potrà forfè il; Signor u Digitized by Libro lir. >49
Signor Dv Felice, che ha Ietto il libro attenta- mente. Così è, diflfe il
Signor D. Felice, e quella dimoftrazione , che voi dice , ho lungamente con-
{iderata^ etefaminata dame ftelTo più volte; più volte ancora col Signor Conte
della Cueva . Dun- que , rifpofì io, potrete efporlaci voi,, e il Signor Conce
, e dirne il giudicio voftro meglio di ogni altro . Quanto a me , io vi
afcolterò con piacere^ grandiflìmo . Ma non vogliamo già noi, di(Te allo- ra la
Signora PrincipelTa , che voi folamente afcol- tiate ; oltre che non conviene ,
che il Signor D* Felice faccia egli tutta la fatica. Egli dunque es- porrà la
dimoftrazione , e voi neefporrete il giu- dicio voftro. Meglio farebbe, rifpofi
io, udir quel- lo del Signor Conte della Cueva , che ha confide- rato,e fa la
dimoErazione meglio di me. Il Signor Conte della Cueva , rifpofe fubito il
Signor D» Felice , dovrà ajutar me ; perchè elTendo la dimo- Erazione molto
fottiIe,e dovendola io per cagion della chiarezza cominciar di lontano,et
edèndo al- quanto avvolta e lunga, potrei tratto tratto aver bi» fogno di chi
mi fovvenilTe. Voi, di(Ti,a cotefto mo- do volete difendere il Signor Conte , e
liberarlo d’ ogni fatica; ma fe di lui avete bifogno ad ef- porre la
dimoErazione , non avete certamente bi- fogno di tutti; però queEi altìri
Signori, come voi r avrete dichiarata, potranno giudicarne eEi;e_* ognuno il
farà meglio di me. EEì efporranno il giudicio loro , diEe la Signora PrincipeEa
, ocon- lermando il voEro , o opponendovifì » ^ rivolta al li Si- 15® Della
forza oe* corpi Signor D. Felice, cominciate voi, 4ifl*e, e dato buon efempio ;
acciocché egli ancora impari di obedire • Io fon predo di farlo ; dilTe il
Signor D. Felice; ma prima fa di meftieri, ch'io vi difegni alcune figure ,
fopra cui dovrò fpiegarmi. Ciò dee- ' to , furono rodo recati per ordine della
Signora^ PrincipelTa calamajo e penne ; et eflendofi già ca- vati fuori alcuni
di que' fogli , ove contenevand le figure, fopra cui s’ era tutto quel di
difputato, pregne uno il Signor D. Felice, et avendo alquan- to fra fe penfato
, due figure vi aggiunfe, et appo- fe a ciafeuna il numero , che conveniva .
Dello quali furono todo fatte più copie, acciocchècia- feuno una ne a vede .
Allora il Signor D. Felice, elTendo dato alquanto fopra di fe, incominciò.
Grave , e difBcil carico , oltre quanto polTa crede- re chi non abbia a
portarlo, mi ha impodo la Si- gnora PrincipelTa, volendo , che io vi referifea^
una delle più belle, e più ingegnofe dimodrazio- ni , che fieno ufeite intorno
alla quidione della^ -forza viva, quale fi è veramente quella del Padre
Iliccati ; ne per ciò sfuggo di fottopormtvi , aman- do meglio di cader fotto
il pefoobedendo,che,non obedendo,darmi in piedi . Voglio bene, che quedo mi
concediate, che io vi riferifea la dimolbrazione, non con quell’ ordine dedb,
con cui l'haefpoda 1* autore, ma a modo mio; perchè fe io inqueda par- te non
mi valeflì dei mio arbitrio , non potrei fer- vire all’ altrui, edendomi
impodibile di riferirla così appunto, come da nel libr». lolaefporrò dun* que
Digitized by Libro ITI. 251 quc, come io T ho nell’animo, fenza partirmi pe-*
rò dal fentimento dell’ autore, e lèudieiò, quanto per me fi potrà, la brevità.
E perchè giova fera- prc , quando uno vuole incamminarfi in undifcor- fo, faper
prima il fine, a cui elfo tende ,e la vìa, , in cui mettefi , per arrivarvi :
lappiate, che inten- dimento del Padre Riccati è, che debba efiere nel- la
natura una Jgorza , la qual fi mifuricol quadra- • to della velocità; e
ciò.perchè, fe non folle una tal forza , interverrebbe un cafo, in cui non
fareb. . be eguaglianza tra la cagione, e 1’ effetto; diche fi fdegnerebbono i
metafìfici , che tale uguaglian- za hanno per un principio manifeftiflìmo.
Quefto cafo poi vuole, che fia la compofizione , e la rifo- luzione dei
movimenri, quando o di due fe ne com- pone uno, che è Tempre minore della ibmma
di quei due, o uno in due fi rifolve, la cui fomma è Tempre maggior di quell’
uno. Così egli intro- duce quella Tua forza viva per fofienere l’ugua- glianza
della cagione e dell* effetto, e farfi amici i metafifici . Il che fe egli
ottenga , e come , vedre* tevel voi; io ve ne dirò la dimoftrazione, dopo che
avrò dichiarare alcune propofizioni, che all’ autore piace di alTumere, e che
la cola ìfiefTa ri- chiede; e comincierò in tal guifa. Ciò detto fo- prafiette
di nuovo alquanto; indi impofto a tutti» che guarda (fero nella figura quarta,
feguitò: La F.IV. linea SA , che fola 10 voglio ora confiderarc nel- la
prefente figura, fia una corda elafiica, che^a- vendo un'efiremo immobilmente
piantato nel pun- ii a to Digitized by Google »5t Della forza de* corpi to S,
con 1’ altro fi attacchi a un globo A, contracndofi, a cagione dell* elafiicità
fua, lo ti- ri verfo S per uno fpazietto infinitefimo Ap . Qui par certamente ,
che fieno da concederfi due cofe, delle quali, come vedrete, il P. Riccati fi
valc^ affai deliramente • La prima fi è, che 1* azion della corda altro non
fia, che l’ accorciarli; di fatti a che altro tende 1* elafticità? Il quale
accorciamento len- za dubio mifurar fi vuole dallo fpazio A^,clfendo chiaro,
che di tanto viene la corda ad accorciarli , quanto elfo fpazio è lungo . La
feconda cofa , che mi par pur da concedere,!! è,cheelfendo lo Ipazietto A^
infinitamente piccolo , la corda preme e tira il glo- bo egualmente in
qualunque punto di elTo; fc già non volcflìmo tener conto di quelle differenze^
, che per la loro infinita piccolezza polTono trafcu- rarfi, e debbono. Onde
fegue, che il globo per tutto quel tempo, in cui fcorre lo fpazio Ap ve- nendo
verfo S , fia fempre da una egual prelfione foUecitatoe molTo,ne più ne meno
come un grave, il qual cada verfo il centro della terra ; c per ciò in quel
breve corfo, che egli fa da A fino in p , offervi tutte le leggi della gravità
, e lÌA lo fpazio Ap proporzionale al quadrato di quelli’ Velocità, che egli
avrà acquillata giunco in p. Avendo fin., qui detto il Signor D. Felice, fi
tacque cosi un po- co ; et io allora , fe voi , dilli , non avevate altro da
proporci, non vi facea mellieridi tanto lungo proe- mio. Come?rifpofe il
Sig.D.Felice; io non vi ho an- corpropollo ne detto nulla. A me parea, rifppfi
io, ^ che Dioiti7.--d hy ■ J Libro ITI. 255 che voi averte detto ogni cofa ;
perchè il volèro difcorfo non tende egli a dimoltrare , la forzai viva dover eller
proporzionale ai quadrato della^ velocità ? Or fe 1’ azion della corda è lo
fielTo accorciarfi , come voi ditei e fe 1’ accorciar- fi fi mifura dallo
fpazio , c lo fpazio è pro- porzionale al quadrato della velocità i fi vede fu-
bito , che r azione dovrà edere proporzionale al quadrato della velocità ; e
per ciò anche T e£Fetto, cui potremo chiamar forza vivaicol quale argomen- to
può eder finita la quirtione. Si; (e il Padre Rie- cati, rifpofe quivi quali
ridendo il Signor D. Fe- lice , forte così frettolofo, come voi. Ma egli non ha
tanta fretta , e dimortra le cofe a fuo comodo . Pertanto non fi ferma a
cotefto voftro argomen- to ; ma parta più avanti i volendo far vedere la ne-
ceflìtà della forza viva per mezzo della compofi- zione del moro. E quello è il
fine, a cui fi dirige la dimortra zion fua, come fopra ho detto ;alla^ quale io
verrò accoftandomi a poco a poco , giac- ché fopra le cole finora dette
parmi,che non abbiate dubio alcuno . Qui fermofli alquanto ; e tacendo- mi io
tuttavia, fecefi innanzi il Signor D. Nicola, e non crediate già, dirte, che,
perchè egli fi taccia, vi conceda però la feconda delle due cofe , che^ avete
dette , cioè che il globo ertendo portato da^ A inp per una preflìone continva
et eguale , deb- ba per quefto ortervare le leggi della gravità. An- zi di
que/^ , riprefi io allora , non voglio difputac punto, c fon preliiflìmo di
concederlo, fe il Signor D. 2 54 Della forza de’ corpi D. Felice così vuole . E
quando io aveflì voglia di difputare » mi piacerebbe più rodo negar la prima
delle due cofe» che egli ha detto. Voi , diffc allo- ra il Signor D. Nicola,
fitte più cortefe dopoce- na , che non forte oggi; perchè oggi difputandofi
degli elaftri, che nell’ aprirli urtano un globo, quantunque il globo fia
portato per uno i'paziec- to infinitefimoda una preflione continua, e fem- prc
eguale , non avete però mai voluto concedere che egli debba per ciò leguire le
leggi della gravi- tà; e quelle ragioni , che adducevate oggi, beiL.- Darmi ,
che potrebbono fimilmente addurli nel ca- • 10 nortro. Se a voi pare, nTpofi io
allora , cbe^ quelle ragioni , che io ho addotte oggi in propo- fito degli
elartri , dcbban valere anche ora in prò- \polito della fune, e voi fatele
valere, quanto vi piace,* che io non vi contrarterò punto, ne fopra ciò farò
moterto a niun di voi due.Io vorrei bene, che mi fi dimortralTe la prima delle
due cofe, che> 11 Signor D. Felice ha dette, cioè che l’ azion del-> la
corda fia T accorciarli . Difiìcilmente , dilTe qui- vi la Signora PrincipelTa,
potrebbe dimortrarfi co- fa, che par tanto chiara; e fé voi volete negarla,-
crederanno quefti Signori , che voi vogliate far prova del voftro ingegno. Io
non fo, rifpoli,r quanto forte per giovarmi il farne prova ; ma fe^ la cofa è
tanto chiara, quanto voi dite, almeno mi fi fpieghi . Che bifogno ha di
fpiegazione? rilpo- fe fubito la Signora Principefsa,perciocchèche altro fa la
corda elartica , quando clU tira il globo da A - Digitized by Google Libro III.
255 fino in ^ , fé non accorciarfi ? Che altro fa ! ripi« gliai io ; tira il
globo , cioè lo muove da A fino in p ; e quella è 1* azion fua* . Oh , difie
quivi il Signor D. Felice, quello tirare il globo da A fi> no in /, non è lo
fielTo, quanto alla corda, che 1’ accorciarfi f Vedete, rifpofi io allora, fe è
lo fielTo. S* io dirò, la corda clTerfi accorciata, ti> rando il globo da A
fino in/, e dimanderò qual fu la miluradi tale accorciamento, nefiuno dubi-
terà che la mifura non fia lo fielTo fpazio Ap , fenza più; ma fe io dirò, la
corda aver tirato molTo il globo da A fino in / , e dimanderò qual fia la
mifura di un tal movimento, e dell’ azione, che r ha prodotto, voi certo non
rifponderete, la mifura ellerne lo fpazio Ap , ma miliurcrete il mo-_ vimento ,
fecondo la comun regola, dalla malfa e dalla velocità; e la llelfa mifura farà
dell’ azione. Vedete dunque, che altro è accorciadf, altro è movere il globo ;
et io di il inguendo quelle due^ cofe, dico , che 1’ azion della corda è movere
il globo, cioè produrre in elfo un certo movimen- to, non 1* accorciarfi. Io
credo, diife quivi il Si- gnor D. Felice, che voi troverete pochi , i quali ■vi
concedano, che lo fteifo accorciarfi non con. tenga in fe azione. Contiene in
fe azione, rifpofi, perchè contiene in fe il movere, non potendo in' tenderfi
accorciamento fenza moto; ma bifogna^ ' avvertire , che oltre il moto rìcercafi
all’ accorcia- ‘ mento anche una certa direzione ; perciocché fe la corda
premelfe, e movefie il globo non verfo S, ma 2^6 Della forza DE*cofRi»i ma
verfo la parte contraria , moverebbe il globo, ma non fi accorcerebbe: allora
folo fi accorcia^, quando move il globo con la direzione verfo S ; e perciocché
la direzione non confiituifee in niunu modo 1’ azione, la quale è la fieiTa,
qualunque.» direzione abbia , per ciò tutta 1’ azione della cor- da nell’
accorciarli, non è altro, che movere il globo • Ma alcuni confondono ogni cofa
, e fi for- mano uni certa idea dell’ accorciamento, la qual veramente dovrebbe
mifurarfi dal folo fpazio ; e in quella credono, che coofifia l’azione. Nel che
fi ingannano , perchè , fe ciò folTe, ne feguirebbe , che purché il globo fi
tirafie per lo fielìò fpazio, qualunque ne folTe la velocità, dovefse l’ azione
cfser fempre la fiefsa, efsendo fempre lo ftefso ac- corciamento. Appena aveva
io dette quelle paro- le, che il Signor Marchefe di Campo Hermofo mollrò di
voler dire; laonde il Signor D. Felice, che già era prello di rifpondere ,
foprallette , e j1 Signor Marchefe così dilTe: fe niun globo, ne al- tro corpo
folse attaccato alla corda, e dovefse el- la accorciarli fenza tirar nulla,
vorrei fapere, qual farebbe allora l’ azion fua/ perciocché pare, che.» in quel
cafo ella non Scelse altro che accorciarli. In quel cafo, rifpofi k> allora,
ella tirerebbe fcL» medefiflM^ cioè tirerebbe verfo il punto S tutte.» quelle
parti, che compongono 1’ ellremità A del- la* corda fiefsa , le quali avendo la
loro mafsa co- si, come il globo ha, lo fiefso potrebbe dirli di loro , che del
globo fi é detto» Anzi non altro in- tea- Digitized by Coogle L I B R O I I I.
157 tendiamo noi per quefto globo, fe non quella^ mafsa , che è pofta all’
eftremo A , o (ìa elsa urL* corpo attaccato alla corda , o (ìa una parte
delliL. corda medefima . Qui efsendofi il Signor Marche- fe taciuto, ripigliò
il Signor D. Felice in tal guì- fa . Io non vorrei , che perchè il P. Riccati
modri quali fempre di riporre V azion della corda nello lìefso accorciarli, li
credefse per ciò, che egli la^ mirurafse dallo fpazio folo : che quello
farebbe,* troppo grande errore. Anzi la milura egli e dallo fpazio , e dalla
potenza , moltiplicando 1’ uno per l’altra; così che efsendop la potenza, / lo
fpazio, vuol, che 1’ azione Ha pt . Perchè vedete, che,» quand* anche lo fpazio
relli lo llefso , può tutta- via 1’ azione efser varia , potendo variar la po-
tenza. E per quello fi vede, rifpofi io, che l’a- zione non è polla
nell’accorciarfi;poichè 1’ accor- ciamento, prefo così , come fuol prenderli,
fi mi- fura pur fempre dallo fpazio folo; e fi dirà comu- nemente l’
accorciamento della corda elTer fempre lo ftefib, purché il globo fcorra fempre
lo llellb fpazio Apy di qualunque maniera lo fcorra . Ma,» 10 vorrei ben
fapere, non variandoli Io fpazio, qual varietà nafeer polTa nell* azione e
nell* effet- to dal variar folo della potenza . Qui fattoli innanzi il Signor
Conte della Cueva, nafee, dif- fe , quella varietà : che fe la potenza è
maggiore, 11 globo feorrerà lo llelTo fpazio anche più prefta- mente. Cioè,
rifpofi io, in minor tempo. Così è, difse il Signor Conte .Dovrà dunque,
ripigliai Kk io, « x' 25! Delia forza de’ corpi io, efsendo minore il tempo,
ftimarfì maggior 1* azione ; e perchè fì ftima anche maggiore, ersendo maggiore
lo fpazio; qual cofa è più facile, che^' il dire, che ella farà proporzionale
alla velocità, e produrrà la velocità ftefsa; così che T azion del- la corda
farà il producimento della velocità del globo; cioè il movere, non
raccorciarti? Se voi parlate , difse allora il Signor Conte , affin di con-
fondermi, non è al mondo più eccellente parla- tore; perchè di vero voi mi
avete così conlufo , che ormai comincia a parermi , che qualora una fune ti
accorcia , l’ azion fua non fia l’ accorciarti . Ma che ? quando un corpo
rifcalda , non diciam fioi, che V azion fua fì è il rifcaldare? e quando un
corpo rifplende, non diciam noi, che V azion fua ti è il rifplendcre ? e quando
un corpo cade , non diciam noi , che 1' azion fua fi è il cadere f or perchè
dunque, qualor s* accorcia una fune.., non direm noi , che 1’ azion fua fia l’
accorciarti ? Se noi, rifpofi , andremo dietro a cotefto vofiro argomento,
bìfognerà dire, che quando uno fi ripofa , la fua azione è il ripofarti. Non
già, rif- pofe fubito il Signor Conte , poiché nel ripofarti non è azion niuna
; conciotiachè chi fi ripofa per quello aippunto fi ripofa, perchè non fa
nulla; e certo ìmogTM guardarti da un* inganno , che fpef- fe volte nafce dalla
confuetudine ; perciocché ef* fendo confuetudine dei verbi tignificar qualche^
azione, a noi pare, che tutti debbano tignificar- &c alcuna ; il che però
non è vero ; come fi vede in Digitized by Google * Libro I I L in (lare,
federe, giacere, ed altri, dove non è' a»' zion niuna, ma noi portati dalla
confuetudine ve la immaginiamo. Voi dite beniflìmo , rifpofi; ma come ha alcuni
verbi, che non fignificano azion niuna ; così n* ha moltilTimi , che lignificando
al- cuna azione , non fìgnifìcan però eUa fola , ma fi traggon dietro qualche
altro fentimento , che con- giungono con razione, e che bifogna poi feparar da
efli , chi vuol intendere 1’ azion fola . Cosi fe voi dite , che il fole
rifcalda , non crediate, che fia qui altra azione del fole , fe non quella di
movere certe minutiffime particelle ; ma nafcendo in noi per tal moto un non fo
qual fentimento, che calo- re chiamiamo , il verbo rifcaldare abbraccia anche S
uefto; e così dite del rifplendere, e così del Ca- ere: il qual verbo cadere
fignifìca infieme e il mo- vimento, che ha il corpo, e la direzione all’ in
giù; ma tutta 1* azione però è nel movimento folo. E lo fleffo fìmilmente
avviene del verbo accorciarfì, per cui s’ intende e il movimento , e la
direzione; ma r azione non è altro che il movimento; e cre- do , che in tutti i
verbi , che fi ufano parlando de* corpi , non altra azione ritroverete mai , fe
non^ quella di movere, o difporre al movimento; per- ciocché la natura quello
folo opera , et agifce ne corpi, ne in altro fi efercita, per quanto »per ne
poflìamo; onde poi fegue, che le potenze, cbe^ producono il movimento, o lo
dillruggono , ba- llino da fe fole ad* ogni effetto . Avendo io fìnqui. detto ,
mi fermai. Allora il Signor D. Felice, fe Kk 2 voi. x 6 o Della forza de* corpi
voi , diflfe , vorrete fottilizzar tanto fopra o- gni cofa , e difcender fino
alle quifiioni gramati- cali , non farà mai , eh’ io giunga ad’efporvi ladi-
moftrazione del Padre Riccati. Se ella è fondata, difli io allora , nelle cofe
, che avete fin qui cfpofte, io comincio già da ora ad averla per una dimo-
(Irazione aflai incerta. Certo, dilTe il Signor D. Felice ridendo , fe voi vi
oftinate in cotefte fot- tigliezze , ella non avrà luogo; ne accade, che io proceda
più avanti . No, difli ; perchè, per udirla, 10 fon difpoflo di concedervi , fe
volete, chel’ a- zion della corda fia 1’ accorciarfi; vedete, che il Signor D.
Niccola non fi oflini egli a negarvi, che 11 globo venendo da A in p fegua le
leggi della gra- vità . Io non nego quefto, diife il Signor D. Nic- cola; folo
ho temuto che voi volefte negarlo. Ma giacché voi così d’improvvifo vi fiete
renduto tan- to docile, fie meglio lafciar procedere avanti il Si- gnor D.
Felice ,e vedere , come vada la dimoftra- zione a finire . Prima di efporlavi ,
difle allora il Signor P. Felice, io debbo avvertirvi di alcune^ altre poche
cofe ; il che farò confiderando la cor- da SA non più da fe fola , come finora
ho fatto, ma in altro modo ; vedrete voi, fe vi piacerà di concederle . Sia
dunque AD un piano, che faccia con la corda AS un’ angolo , che io voglio al
pre- fente fupporre acuto . Il globo A appoggiandoli al piano, et eflendo
tirato dalla corda , ne poten- do feguire la direzione AS,ne fegua un’ altra
fui piano fieflb . Ciò prefuppoflo , la corda tiri il glo> Digitized by
Google -Libro III. 261 bo fecondo la direzione AD per uno fpazietto in-
finitcfimo da A fino inr^ fe noi condurremo dal punto r una linea rp
perpendicolare ad AS, dice il Padre Riccati molto foitilmente , che l’azione,
che avrà fatto la corda traendo il globo da A fino in r nella direzione AD,
farà eguale a quella azio- ne > che avrebbe fatta, traendolo nella
direzione.» AS da A fino in f. La qual propoGzione voi non dovete negarmi , le
già non volete togliermi quel- lo, che pur poc’anzi mi avete conceduto.
Percioc- ché fe r azion della corda fi è pur 1’ accorciar- fi , chi non vede ,
che traendo il globo per u- no fpazio infinitefimo da A fino inr,e palfan- do
éffa corda in Sr , viene ella ad accorciarli della lunghezza hff (dico della
lunghezza trafcurando, come s’ ufa, le differenze infinita- mente piccole) e
della tìeffa lunghezza A/ fareb- befi pure accorciata traendo il globo da A
fino in.» p nella direzione AS ; onde ne fegue , che fe 1 ’ a- zion delia corda
è pur 1' accorciarli , debba ella., nell’ uno , e nell’ altro cafo elTere la
medefima , ef. fendo nell’ uno e nell’ altro cafo il mcdefimo ac- corciamento.
E vedete, come confenton le cofe.» tra loro, e, per così dire, fi accordano. Percioc-
ché il globo A , feorrendo la lineetta Ar, acquifta quella Iteffa velocità , e
quella fieffa forza, che av- rebbe acquiftata feorrendo A^; il che è chiaro, fe
voi pure mi attenete quello, che poco fa mi avete conceduto, cioè che il globo
fegua et offer- vi in quello fuo brevifiìmo corfo le leggi della gra- % vi là;
i 6 x Della forza de’ corpi vita ; poiché fé egli le oflerva , chi non prede ,
che egli, venendo da À inp, è come un grave, il qual cada per una linea
verticale dall'' altezza hp , e ve> nendo da A in r, è come un grave, il
qual cada^ dalla altezza medefima per un piano inclinato Ar? Se egli ha dunque
la IteiFa velodtà, e la ftelTa for- za così in p, come in r, non è da
maravigliarli, che l' azion della corda,o il tragga inp, o il trag- ga in r ,
fia Tempre la flelTa . 11 che voi , come ho detto , non potete negarmi , fé già
non volete tor, o venga da A in r, fia Tempre la ftelTa . E a me pur pare ,
difle allora il Signor Marchefedi Campo Hermofo, che fin qui poco importi
feguir l’uno,o T altro efempio, pur* che l’azione fia Tempre la ftefla. Ma s’
egli mi è lecito frappormi ai fermoni di voi altri grandi uo. mini t dico , eh’
io non intendo , come l’azione-» debba poter eflere fempre la ileiTa, s’ egli è
vero quello , che voi poco fa dicevate . Che è queftò ? diffe il Signor D.
Felice . Voi dicevate, rilpofe il Signor Marchefe, che l’ azione fi mifura
dalla po- tenza, edallo fpazio, moltiplicando 1’ una per 1’ altro , eia
efprimevate per Così vuole il Padre Riccati,diffe allora il Signor D. Felice ,
piacendo- gli , che V azione altro non fia , fe non la potenza applicata di
mano in mano a tutte le parti dello fpazio . Or- bene, difse il Signor
Marchefe, bifo- gnerà dunque, che fe la potenza riman la ftefsa, variando lo
fpazio , a cui fi applica , varj ancor P azione ; onde fegue , che fe la fune
tirerà il glo- bo prima da A in / , poi da A in r , non potrà P azione nell’
nell’ altro cafo efser la ftefsa; efsendo la potenza , cioè!’ elafticità della
corda.., fempre quella ftefsa; ma non giàk) fpazio, il qua- lé nel primo cafo è
la linea Ap, nel fecondo la.» linea Ar. Sì ,• rifpofe quivi il Signor D. Felice
, fe P azione fofse la potenza applicata a quello fpazio, che il corpo feorre;
ma il Padre Riccati non vuol così. Vuole, che fia la potenza applicata fempre L
1 allo x66 Della forza de* corpi allo (pazio A/, che egli chiama fpazio di
accoda» mento, o lo Icorra il corpo , o non lo fcorra. E quindi è, dice egli,
che per qualunque via giunga il corpo da A in r , l* azione è pur Tempre la
UeTsa,' nulla variandojfl ne la potenza , ne lo fpazio dell* accodamento . Ne
la potenza, difse allora il Signor Marchefe , fi varierebbe punto , ne lo
fpazio dell* accofiamento, quand* anche il corpo fcCodel^^ da A in r per due
linee, che facefier tra loro al- cun* angolo; e pure io non fo, fe allora
potefse r azione efsere quella ftefsa ; certo che il corpo ac- quiderebbe un*
altra velocità , e un* altra forza > come facilmente può intenderli ,
confiderandolo come un corpo grave , che cada . Et anche , fe ho da dirvi il
vero, poco mi piace, che’ a formare la ve- ra idea deU*azione, debba applicarli
In potenza non già a quello fpazio , che il corpo feorre ,ma ad un* altro, che
egli non feorre. Io non pofsodillimulare» difse quivi il Sig. Conte della
Cueva, cheinquedo luogo il Padre Riccati anche a me poco piace. Ne anche mi
piace il dire, che 1* azione fia la potenza applicata ad uno fpazio, qualunque
c’ fiali; per- cipcchè a qualunque fpazio fi applichi, parmichc ‘ farà Tempre
potenza , non mài azione ; elfendo la potenza e V azione due quantità di
diverfa natura, ne potendo l’ una per applicazione , che fe ne fac- cia, palfar
nella natura dell* altra :e veggiamo,che il tempo, comunque fi appltbht, nem
può mai di- venire uno ff^zio; neunolpazio, comunque fi ap- plichi , può mai
divenite una foxza ; e lo defib dir Digitized by GoogK Libro III. 157 poffiamo
di tutte le categorie , avendo ognuna la natura Aia propria , che non può
cangiarti in queU la deir altre . Io non afpettava , ditie quivi il Signor
D> Felice ridendo,che voi, Sig. Conte, mi ajutafte per cotal modo; ne a
quello fine vi volli io a ver com* pagno nel riferire la dimotirazione del
Padre Rie* cati. Se voi non volete far’ altro, che riferirla, ri- fpofe il
Signor Conte, io fono anche in tempo di accompagnarvi ; ma a voi non fa
meftieri di com- pagno . Io non fo , difle il Signor D. Felice , di che mi
faccia meftieri ; tante e così varie fono le diffi- coltà e le dimande , che
quelli Signori mi fanno • Sebbene che che ti dicano, a me par pure, che pof- fa
e debba concederti al Padre Riccati ,che l'azion della corda tia fempre la
ftetia , o tiri il globo da^ A in o lo tiri da A in r, producendoti nell’uno e
nell’altro cafo lo fleffb effetto ^ cioè la tietia ve- locità nel globo, e It
ftefla forza* Se così è, dilli io allora , 1’ azion dunqne non è la fteflà,
perchè l’accorciarti tia 1^ fleflb ; è toftò la ffefla , per- chè produce nel
globo la tielfa velocità , ovvero Iz ftetia forza; doncK fi vede chiaramente
che V azion della fune, più tofto che accorciarti , è produrre nel globo una
quaichè9eiocità,o una qualche forza;- benché nel produrla fegua accorciamento.
Sia co- me vi piace, ditie allora il Signor D. Felice , bifo- gna pure ad ogni
modo , che concediate , l’ azioit della corda , qual che la ragione ne tia ,
rimaner fempre la ftetia, o traggati il globo da A in/,o traggati da A in r .
Di quefto ancora io dubito mol- X 1 z to. - — ' — ^ • ir i68 Della forza de’
corpi to,rifpofi ; e potrei dirvi la ragion del mio dubio, fe non temelli di
dover’ effer troppo lungo; il per- chè meglio fia, che voi vi prendiate per
conce- duto quello, di che io tuttavia dubito, cioè , che r azione in quei due
cafi fia Tempre la ftelTa# e palfiate finalmente alla dimofirazione ,che tanto
defideriamo . Io non potrei paflarvi , diflfe il Signor D. Felice, con animo
aliai quieto, rimanendo in voi untai dubio.Forfeavrefte 1’ animo men quie- to,
rifpofi, fe io ve ne efponeffi la ragione ; però credo efser meglio , che voi
entriate fubito e Fran- camente nella dimoftrazione , lafciando a me tut- ta l’
inquietudine del dubitare . Allora il Signor D. Serao a me rivolto , voi ,
difse , vorrefle fuggir fatica; ma la Signora Principefsa non vi permet- terà
di tacervi , e tenerci nafcofta la ragione del voftro dubio ; che come al
Signor D. Felice diede carico di dichiararci la dimoftrazione del Padro
Riccati, così a'voi diede quello di giudicarne; e fe - fia d* uopo , noi la
pregheremo^utti , che il vi im- ponga di nuovo. Allora la Signora Principefsa
ri- dendo, io non fon folita, difse, comandare la ftefla cofa due volte;mafe
pur convenga di farlo, impon- go Tempre la feconda volta un cafiigo a chi non
ha obedito abbafianza alla prima. Voi volete, dif- fi io allora, firingermi a
tutti i modi; e la colpa^ farà pur vo (Ira , le dillendendofi foverchiamenteL»
quello noftro ragionamento,l’ora del ripofare vi (i faràtarda;perchè già
parmi,che il chiaror della luna, che percuote là nell’onde del mare, cominci a
venir - me- Digitized by Google Libro III. meno, fentendo forfè il nuovo di,
che s’avvicina. Non, diffela Signora Principefsa ; che le barche fo- lite
muoverfi et ufcire incontro all’ alba , non an- cor fanno romore , ne ancor s*
ode il canto ma- rinarefco dei pefcatori . Avendo così detto la^ Signora
Principefsa , io ftetti alquanto come-» penfofo, pofcia incominciai. Voi
dovrete perdo- narmi, fe efponendovj quello, che pur ora m’ è nato nell' animo,
vi parrò ofcuro, e poco ordina- to; e fe dirò forfè alcune cofe, che non faran
ne- ceflarie, per timore di non tralafciar quelle, che.» fono . Io dico dunque,
che una potenza , qualora nell’ agir fuo incontra obliquamente alcun’ ofta-
colo, accrcfce generalmente la fua azione, e fa^ , per così dir, prova di fe
medefima ; perciocché co- mincia torto a premere ed urtare e Ipinger 1’ ofta-
colo, qyantopuò, per rimoverlo; ne lafcia tut- tavia di premere e sforzarfì
verfo altra parte; le.» quali due azioni prefe infieme fono fempre mag- giori
di quella prima , che ella facea . Il che fi ve- de chiaramente nella
rifoluzione di qualfifia movi- mento. Ma fenza cercarne altronde l’ efempio,
egli è cofa notirtìma , e da tutti conceduta , e dal Padre Kiccati ftefso non
negata, che fe traendofi il glo- bo A dalla corda SA verfo S, incontri 1*
ortacolo del piano AD, egli non folamente comincierà feorrere per lo piano
verfo D, ma infieme comin- . cierà a premere il piano rtefso, e fpingerlo con_»
molta forza; così che conducendofi dal centro del globo le due linee A/, A/»,
quella perpendicolare 1 *7» Della forza de* corpi al piano » quella paralella ,
non lafcierà mai il glo« bo di premere il piano con la direzione A/ , e di
fcorrervi Topra con la direzione hu. Che fé noi vogliamo, cne l’ azione, per
cui la corda, noii^ cfsendovi il piano , tirerebbe il globo da A in ^ , (ìà
eguale a quella azione ,per ctii , pollo il piano, lo tira da A in r; egli li.
par manifefto, che fé quella azione aggiung^emo T altra , per cui pre> me il
piano ilelso e l’ urta, dovranno le due azio gl’ impulfì dell' una potenza
faranno in ultimo 1* alleila fomma, che gl’ impulll de^ll’ altra ; e quella
fomma è T azione. E tutto ciò voi potrete facil- mente conofcere nella difcefa
di un grave per un., piano inclinato, che niente è diverfa dal difcorri* mento
del globo da A fino in r, s’ egli è pur vero,- eh’ egli olTervi in quel corfo
le leggi della gravità» E’ dunque vero, che T azione, che porterebbe il globo
da A fino in/, trovali eguale a quella, che^ il porta da A fino in r; e però fe
a quella aggiun- geremo l’altra, per cui premeli il piano fecondo la direzione
Ar, faranno le due azioniprefe inlie- me maggiori della prima ; e fe voi
vorrete attri- buirle, non già a due potenze nuove, che nafea- no dalla potenza
della corda, ma piuttollo,come palmi che voglia il Padre Riccati, alla corda
llef- ia, egli vi converrà dire, che più agifea la corda , quando trae il globo
da A in r, che fe il traeiftJi^ da A in /. Parve, che il Signor Marcbefe alle
mie parole s’ acquietafle. Allora il Signor D. Felice, et lOjdiflet fegttendo
il Padre Riccati, vi nego, che la Digitized by Googie 172 Della forza de* corpi
la corda > mentre trae il globo da A in r, faccia^ due azioni, come voi dite
. Come? dilTe il Signor Marchele ; la corda non tira ella il globo da A in r ?
e tirandolo, non urta e fpinge il piano? e non fon due azioni quede , così che
T una debba accre- fcetfi per l’ aggiunta dell’ altra? Nò, Signore.*, rifpofe
il Signor D. Felice, perchè il premere non è azione; e quando ben fofle azione
, farebbe un’ azione infinitamente piccola, e dovrebbe averfi per nulla. Farmi,
Signor D. Felice, rifpofi io allora , che fe voi vorrete provar quefte due
cofe, vi bifo-, gnerà fottilizzar non poco.Et egli ridendo, non po- trò mai,
diiTe, farlo, quanto voi. Ma delle due., cofe da me piopofie, e che il Padre
Riccati foftie- ne , qual è, che voi mi negate? Io , diflì , le nego tutte e
due. Or bene, dille il Signor D. Felice,io mi sforzerò in primo luogo di
provarvi la prima, cioè, che il premere non fia agire ; febbene io cre- do ,
che voi la neghiate , non perchè 1’ abbiate per falfa, ma per far prova o del
voftro ingegno, o del mio. Del vofiro, rifpofi, farebbe una provai Troppo
piccola, del mio troppo grande; ma che.» che fia di ciò, provatemi dunque, che
il premere non fia agire ; vedremo poi , fe , elfendo agire , fia agire
infinitamente poco. Allora il Signor D. Feli- ce incominciò : Primieramente che
il premere non fia agire, e che la prellìone non fia azione, può ptevarfi per
quello , che niuna azione può elTere , dove non fia effetto niuno; la qual
propofizione.., ficcome veriflìma, e per fe biella manifeftiflìma , fi L I B R
O I I I. afTumc dal Padre Riccati, ne mi rìtordo ben , do- ve . Qui il Signor
Conte della Cueva , parmi , dif- fe , che r affermi in più luoghi ,ma lo
lupponcer- tamente nella pagina 234. E il Signor D. f^eUce^ feguitò a dire :
che s* egli è vero, niuna azi^e cf- fcre fenza effetto, voi ben vedete , che la
pi«lIione« non avendo per fe fola effetto ninno, per fc fola^. ' non può effere
azione . Di fatti mettete uff corpo fopra una tavola , così che vi llia fermo
et immobi- . ^ le; che effetto vi farà egli?niuno;e pure premerà la tavola;
dunque il premere non è agire. Voi vi . fpedite,difli io allora, con molta
preftezza, volendo forfè con ciò far credere , che la cofa fia faciliffima. A
me però non par così ; e una cofa fola dimando: chi fottraeffe improvvifamenie
la tavola;il corpo fo- vrappofto non cadrebbe egli incontanente ? Sì , ca-
drebbe ; rifpofe il Signor D. Felice ; et io allora ; di r quale azione farebbe
effetto quella caduta Pedegli, della preffione, rifpofe , che la gravità
efercita nel corpo. Oh ! che mi dite voi dunque, ri fpofi io, che la preflione
non è azione? Non è azione, difs’egli, fin che niun movimento ne fegue ; ma
feguendone alcuno, comincia fubito ad effere azione. Che va- le a dire,
ripigliai io, la prelfione, che la gravità efercita nel corpo , comincia ad
e.l&re azione fubi- to , che fi fottrae la tavola ; prima non era azione .
lo vorrei però fapere, che differenza abbia tra la-, prefll one , che la
gravità efercita va prima, che la ta- vola fi fottraeffe, e quella , che dopoi
efercita, ef- fendo la uvola fottratta ; perchè quanto a me,par- Mni mi^
bigitized by Coogle X74> Della forza de* corpi mi , che la predone fìa
Tempre la mededma > fenòli che prima di Tottrar la tavola non ne feguiva il
mo- vimento, perchè era impedito ; Tottratia la tavola^- fcgue;così che tutta
la differenza è porta nell’ effet- to ,che ora Tegue, ora non Tegue, non
neU’azione. Voi dite bene , rifpofe il Signor D. Felice ; ma chi vieterà ad un
filoTofo di chiamare azione quella^ ' preiTione , cui fegua il movimento , e
non chiama- re azione quella, cui non fegua? quantunque Tu- na e T altra
predone fieno., quanto a loro , dello ileffo genere. Io, dirti» noi vieto io
già; ma vede- te, Te non lo vieti il Padre Riccati; perciocché Te egli vuol
dimortrare, che V azione, che tirallglo^ ' bo da A dnojn r » di niente fi
accrefca , aggiun- gendoleft la preifione, che lo ftertb globo efercita contro
il piano AD ; non fo, Te a lui batterà di di- re , che querta preffione non ha
nome azione ; per- ciocché, qualunque fiati nome,s* ella è dello ftef- fo
genere , che quella , che chiamali azione, bifogna bene» che l’ una fi accrefca
per l’ aggiunta dell’ al- tra; e chi argomentaffe in contrario, fi àbufereb- be
del nome . Ne fo , fé il Padre Riccati , dando al nome di azione quel
lignificato , che più a lui piar ce , incontrerà poi la grazia dei metahlici ,
quatti . do vorrà dimottrare nella compofizione del moto' 1* uguaglianza dell’
azione e dell’ effetto ; percioc- ‘ ché i metafificì non fon già contenti , che
in quel k>ro principio fiprend^'il nome di azione in qua- lùnque fenlopiù
piaccia» ma voglióno,che fi pren- da in quello > che piace a loro. £ chi
contravviene» Dìgitized by Google Libro III. 175 turba il lor principio , non
lo difende. Io noiij dico , rifpofe qui il Signor D. Felice , che il Padre
Riccati argomenti dal nome, e neghi , che la azio> ne fi accrefca per
l’aggiunta di una preffione,per ciò che la preflìone non ha nome azione ; che
ìil« vero farebbe argomento troppo debole; ma egli s’ ' attiene principalmente
ad* un* altra ragione afiai forte, la qual’ è, che la pre(fione,con la qualeii
globo fpinge il piano, fé è azione, è però azione infinitamente piccola , e per
ciò dee trafcurarfi y così che -aggiungendola a qUell* altra, che tira il globo
da A in r, non debba farfi accrefcimento ninno. Udirò volentieri quello, che
vogliate dire contro una tal ragione. Iodico già da ora ,rifpO' fi, che poco mi
piace cotefio trafcur^le quantità infinitamente piccole» e averle per nulla .
Ma voi, dilTe H Signor D.Fclice, vi avete poftoneiranimo di voler dire contro
ogni cofa. I geometri non le trafcurano elfi ? E fe ciò fi permette a i
geometri , quanto più dovrà permettcrfi ai fifici? Et io'pure, rifpofi, lo
permetto agli uni et agli altri, ove fi trat finitamente piccola ; ma fe fi
trattafie di ridurle ai principi, et alle leggi dei metafifici , non
fo,f«i>* queftigliel pernietteflero ; perciocché fono feverif- ^ fimi, c non
perdonano nulla . E fe avranno, per e- fempio, ftabilito, che 1* effetto non
pofiaefiermag- giorc della cagione; non vorranno già contentarli , che fia
maggiore per una differenza infioitamente-r' Mm 2 pie- t’l6 DeLL^ Fo^tZA DE’
CORPI piccola; imperocché quella differenza, per cui 1’ ef- fetto eccedelfe la
fua cagione , farebbe lenza cagio- ne; e tanto è imponìbile , che fia lenza
cagione li- na particella infinitamente piccola , quanto che_» lìa lenza
cagione il mondo tutto ; il qual po- trebbe eflcre anch’egli infinitamente
piccolo, fe fi paragonalfe con un’ altro mondo infinitamente^ più grande. Se
dunque il Padre Riccati cerca di loftenere una legge dei metafifici , e
acquiftar gra- zia apprelTo loro;vegga di non commettere co’fuoi calcoli
qualche peccato infinitefimo, che elfi non_. gli perdoneranno. Ma a ciò penferà
egli . Io afpec- lo intanto, che voi mi dimofiriate, come 1’ azio- ne, con la
quale il globo A preme il piano AD,fia azione infinitamente piccola. Avendo io
così det- to, era già il Signor D. Felice difpofto di foddis- farmi; ma il
Signor Conte della Cueva,che volge- va ancor nell’ animo le cofe poc’ anzi
dette, lo in- terruppe, et a me volto, non vorrei, dilfe, ritar- dare l'
afpettazion vofira; pure pf ima di udire la^ dimofirazion, che afpettate,
vorrei , che udifie una difficoltà, che ora mi è nata fopra quello, che di-
cevate poc’ anzi. Siete contento ,che io la vi dica? Contentilfimo, rifpofi;
poiché ritardandomi un^ . piacere , me ne fate un’ altro non minore > ne
però mi togliete la fperanza di quello, che mi ritardate. Dite dunque a piacer
voftro. Allora il Sig. Conte così cominciò. Voi dicevate, che la preinone per
fe fola é azione; e però quella potenza , che pre- me , benché non ne fegua 1’
effetto del movimen- to, Digitized by Google Libro III. 277 to, tuttavia
agifce. Io dunque dimando : que(ta_* caufa, che agilce fenza che ne legua
effetto niuno, qual cofa agifce? certo fe niuno effetto ne fegue, dovrà d;rfi,
che agifce nulla. Ora agir nulla, non agire, non fon forfè quello Hello ? non
fono eglino la Heifa cofà illuminar nulla, e non illumi- nare? rifcaldar nulla,
e non rifcaldrre? mover nul- la , e non movere ? e perchè non farà egli anche
lo ildlo agir nulla , e non agire ? oltreché quale azio- ne è, che abbia per
termine il nulla, e tenda al nulla ? Niuna , rifpofi ; perchè ogni azione ha
per termine una qualche forma , che non è , ma dee_» cominciar ad effere per 1’
azione ftefla , purché il foggetto ne fia capace; e a porre quella forma ten-
de fempre 1’ azione ; e fe tal volta non la ponc_. , ciò interviene per
l’incapacità del foggetto, non perchè l’ azione non tenda ad efsa ,e non fia ad
ef- la naturalmente diretta. Bene,difse quivi il Signor Conte; ma quando la
caufa agendo non confegue r effetto; qual cofa diremo noi, che ella agifea? £t
io loggiunfi: voi dimandate, qual cofa agifea^ la caufa , qualora agifce ; perchè
voi già fuppone- te, che ella non pofsa agire fenza agir qualche_» cofa, che
vale a dire fenza produr quell’ effetto , per cui agifce; il che è fuppor
quello ftefso, di che è quillione; ne v’ accorgete , che V azione non è nell’
effetto, ma nella caufa, e però potrebbe ef- fere, quand’ anche 1’ effetto non
fofse.E certo fe non fofse al mondo alcun corpo , che potefse el- ferc o
illuminato, o rifcaldato , il fole non illumi- ne- Dìgilized by Google 278
Dei.la forza de’ corpi nerebbe, oe fcalderebbe nulla ; ma però fpanden- do i
Tuoi raggi non lafcierebbe di fare quella ftef- fa azione} che fa, quando
rifcalda i corpi, e gl* illumina j e fi direbbe, che egli non rifcalda, e noti
illumina , perchè quelli vocaboli, rifcaldare e illu- minare, lignificano non
l’azion fola, ma anche^ la podzion dell’effetto; tolto il quale effetto quei
vocaboli non han luogo; non così la voce agire, che lignifica 1’ azion loia, e
può aver luogo an- che là , dove r effetto non Ila ; e certo non meno agifce
chi fpinge a tutto potere un muro, e non^ 10 fcuote, che un’ altro, che preme
una canna con eguale sforzo ,e la rompe. PurTiamo foliti dire, ripigliò quivi
il Signor Conte, che 1’ azione fi mi- fura dall’ effetto ; e che 1' azione, che
efercica la^ gravità in un corpo, il quale fia follenuto e fermo, è
infinitamente piccola, e però nulla, rifpetto sl, quella, che efercita in un
corpo, il quale attual- mente cade. Così diciamo, rifpofi , perchè quando 11
corpo Ila fermo, noi confideriamo folo quell* impulfo illantaneo e prefente, che
egli riceve dal- la gravità; degli altri infiniti, che fon già palTatt, c non
hanno lafciato di le effetto ninno, non ab^ biamo>Cdnfiderazione, tenendogli
per inutili. M» nel corpo, che cade, confiderar fi vuole non fol * L’ impulfo
prefente , ma quegl’ infiniti ancora , che egli ha ricevuti per tutto il tempo
della caduta- ; perchè febbene paffarono , e più non fono , pur nanno falciato
nel corpo un movimento , del quale fe noi vogliamo intendere la cagione , bi-
fo- Ijy Google Libro III. 27 fogna intendere tutti quegl’ infìniti impulfi, che
lo produlTero.Se voi però ridurrete in una fomma tutti gl’ impulfi , che il
corpo fermo riceve-» dalla Tua gravità in un minuto di tempo » e fimilmcnte
tutti quelli y che riceve in tempo eguale cadendo» voi troverete le due (bmme
egua- lilTime; e l’ azione altro non è che la fomma degl* impulfi ; il
movimento è 1’ effetto. E febben 1’ a- zione, come voi dicevate»!! mifura
daireffetto » ciò vuoili intent^er per modo, che fi mifuri non dall* effetto,
che attualmente fegue,ma da quello, che.» feguirebbe , fe no^ folTe da altra
cagione fraflor- nato. Così 1' azione, che efercita la gravità per un minato di
tempo in un corpo, il quale fia fo- fienuto e fermo,dee mifurarfi da quell’
effetto, che ella produrrebbe , le il corpo non forte foftenuto ; { )erchè il
dire, che 1* effetto Tuo in quel cafo è nul- o, e che ella però dee mifurarfi
dal nullà, è lo ftcrtb che artegnarle un* effetto contrario alla na- tura fua ,
non potendo l’ azione tendere al nulla.., ne ertere dal nulla in niun modo
mifurata. Ma io non vorrei , che diftendendoci noi troppo in que- lla difpura,
parer poterte al Signor D. Felice, che noi vdlertìmo fludiofamente allontanarci
dalla fua propella. Voijdirte il Signor D. Felice, vi fiere ad erta accollati
più forfè , che non credete ; c cer- to più, ch’io non voleva ; perchè tali
cofe avere ultimamente dette, che appena lafciano luogo a.» quello , che io era
per dirvi . Imperocché la mia propella , la quale è ancora' del Padre Rie- ago
Della forza de’ corpi cali, era) che 1’ azione, con la quale il globo A preme
il piano AD, fìa infinitamente piccola^* xifpetto a quella azione, per cui
feorre da A in r; e la ragione , che io doveva addurvi , fi era , per- chè
quella produce un movimento , e quella non., ne produce niuno; parendo, che, fe
fi mifurino dal movimento prodotto, debb.a fenza alcun du- bio eflere
infinitamente piccola quella , che niun ne produce. Ma voi direte,che quella
azione , con la quale il globo preme il piano, dura canto tem- po, quanto r altra,
per cui viene da A in r, e im-, prime al globo egual numero di, impulfi, e che
fi- ' nalmente vuol mifurarfi non già da quel movimen- to, che è nullo, e che
non può,efiendo nullo, efi fer prodotto, ma da quel movimento, che ella..
produrrebbe, fe il piano non foffe. Si certamente, jifpofi io allora, eh’ io
direi tali cofe; e dicendo- le, apparirebbe chiaramente , che r azione, coil.
la quale il globo A preme il piano, continvandofi per tutto quel tempo , che
egli viene da A in r , ne può dirli infinitamente piccola , ne è ; e fe il
movi- mento non ne légue, ciò è per l’ impedimento del piano , non per la
mancanza dell’ azione .Ma la.» notte chetamente fen fugge, egià veggo la luna.,
di gran pafib inchinarfi verfoil ponente; ond’ io comincio a temere , che noi
ci perdiamo troppo in fottilità metafifiche. £’ già buona pezza , dilTe il
Signor D. Niccola , che io ne temo ; perchè , a dir- vi il vero, cotefte voftre
ragioni tanto metafifiche, lenza accompagnamento di efperienze,efpogliace
Digilized by Google L I B R o I I I. i8f di ogni calcolo, come che a me
piaccianoynon piacer ranno al mondo , e non faranno ricevute . lo non voglio gW
t dilli , darle alle (lampe : quancuoquo piacendo a voi ( s’ egli è pur vero ,
che a voi piac* ciano, e noi dite per gentilezza > pare a me , che^
dovrebbono piacer a tutti. Voi giudicate, di (Te al- lora il Signor D. Niccola,
troppo cortefemente di me. Ma in verità t matematici de nollri dì, ficco- me
voi fapete, amano grandemente le propofìzio- ni dei metafìnci , ma vogliono più
todo a(TumerlC| che difputarne. E come fanno, rifpofì io, a faper 9 che fien
vere, fenza difputarne.^ Oh fi veramente» rifpofe il Signor D. Nicola, che lo
faprebbono, di- fputandonc. Ma fe dopo averne difputato, rifpolt io, non podbn
fapere » fe quelle propofizionKìea vere , molto meno il (àpranno, (e non ne
difpiitz- noj perchè in fomma il difputare di una propo- fizione non è altro
che cercare, fe (ìa vera ,o non vera. Troppa briga, dilTe allora il Signor D.
Ni- cola , fi darebbe ai matematici ; chi vole(le,che ol- tre r alTumere le
propofizioni dei metafrfici anche le efaminadero . Volendo io qui rifpondeie ,
fecefi innanzi la Signora Principe(ra,edi(re.'VOÌ p^f poco entrerelie in un*
altra diiputa meta(ì(k:a;ne lafcìe- rede, tanto fiete litigiofì , che il nodro
Signor D. Felice venir mai pote(Tea quella dimodrazione, che tanto
afpettiamo.Però mettete da parte le fottigliex- ze , e concedetegli una volta ,
che 1’ azione della corda, o tiri il globo da A in r, o lo tiri da A in p, fia
Tempre la iteifa ; che è quello , che egli ^ fe ben Nn m’ac* 282 Della torza
de* corpi in' accorgo ) mafTitnamente diHdera j e fé a ftabiltr ciò,
vuoliìycherazion della corda Caio ftefl'oche r accorciarli ; e che fi tnifuri
dallo fpazio ; e che il globo nel primo Tuo moverfi oflervi le leggi della
gravitai e che il premere non fia agire; e voi di gra- zia concedetegli ogni
cofa ,acciocch/è polliamo fi- nalmente udire a qual line giunga la dimoilrazio-
ne. Allora io xivoito al Signor O. Felice »meno , dilli , non vi volea della Signora
Principella diCo- lobrano, perchè tante cofe ad un tempo vi (i con- cedelTero .
Ma ella può quanto vuole« Voi dunque venite alla dimodrazione. Rife un poco il
Signor D- Felice , poi cominciò : fìa un corpo A ( volgete F* V. l’occhio alla
figura quinta ) limolalo da due po- tenze fecondo due direzioni AS, AC > che
facciano un’angolo acuto j( potrei fupporre l'angolo d’altra maniera; ma io
leguo lafuppolìzioneptu comoda); c fieno le potenze tra loro come le due linee
A 6 » ACy le quali linee voglio^ che li prendano nello direzioni medefime- Egli
è llabilitotrati meccanici, ' che il corpo li incamminerà per AD^ diagonalo del
parallelogrammo BC, e la feorreràin quel tem- po medelimo,in cui fpinto dalla
fola potenza AB avrebbe feorfo il lato AB^o fpinto dalla fola po- tenza AC
avrebbe feorfo il lato AC . Dove fubito e chiaramente apparlfce, che tetre
velocità fono tra loro ,cotne le tre linee AB, AC , AD; e ficcome la
linàiiA(D^è fcmpre mÌRore della fomma dell’ al- tre duei^così ancora la
velocità, con cui ella èfeor- ' la, è fempté minore della fomma dell’ altre
due, eoa Digitized by Google Libro ITT. zSj con cut reparatamente fì
fcorretebbono i lati AC> Di che pare ad alcuni , che V uguaglianza tra
l’effetto e la caufa fi levi, non fenza pericolo, che fé ne fdegnino i
metafifici; conciofiacofache le po- tenze efercitandofi feparatamentr producano
velo- cità maggiore ; e poi ne producano una minoreL*» efercitandofi
congiuntamente» Ma quelli, che così parlano, non pongon mente, che quando le
poten- ze fi congiungono, ognuna di loro agifce forfè.» meno nel corpo di quel,
che agirebbe, fe fofiero fèparate; il perchè non è da maravigliarfi, che pro-
ducano effetto minore; e poca ragione avrebbono 1 metafifici difdegnarfene,
effendo Teffetto , fecon- do effi, pro{X>rzionale non veramente alla potenza
ma all’ azione. Sono poi alcuni, i quali immagi- nano , che le due potenze ,
che fpingono il corpo per li due lati AB, AC , e che io chiamerò poten- ze
laterali, ne producano una terza , che lo fpinga per AD, che io chiamerò
potenza diagonale; «L» queftt mifurando le potenze dalle velocità , che^
producono, fono aftretti di dire, che la potenza diagonale fia minore della
fomma delle due latera- li, da cui vien prodotta; onde pare anche a loro, che
tolgali 1' uguaglianza tra la cagione e l’ effetto. Ma il Padre Riccati molto
fottilmente gli ripren- de, e con ragione; perciocché nega egli , che Ie_»
potenze laterali pofìan produrre veruna potenza^ nuova ; e dice , che fe il
corpo fcorre la aiagonale AD, ciò fa eglr, non per l’azione d’alcuna poten- za
nuova che allor fi produca , ma per l’azione del- Nn z le.» Digìtized by Google
284 Della forza de’ corpi le potenze laterali ftefle . E certo le potenze non
pajono di lor natura ordinate a produrre altre po- tenze. E’ dunque la potenza
diagonale, fecondo lui, non prodotta nel corpo , ma finta e immaginata^ neir
animo dei matematici ; i quali non volendo valerfididue potenze, che fono nella
natura, amano meglio di ricorrere ad’ una fola , che elfi fi fingo* no ; la
qual fe folTe, farebbe lo fielTo effetto, che quelle due . Quindi è , che a
confervar l' uguaglian* za tra V azione e l’ effetto, non altro fa d’ uopo fe
non dimofirare , che l’ azione , che fanno le due po- tenze laterali congiunte
infieme,fia eguale a quella azione, che farebbe la potenza diagonale da fe fola
, fe vi foffe . E quello fi è quello, che il Padre Riccati prende a dimollrare
-, e il fa -di maniera , >che 4a dimofirazione ffeffa lo con- duce nell’
opinione della forza viva- Come ciò fia, vi fpiegherò brevemente, proponendovi
prima un teorema di geometria affai bello,enon men faci- le, fopra cui non
dovrà nafcere niuna contefa . Ec- covi ilteorema . Nella diagonale AD d fui
per- Sìgitized by Googlc Libro III. ’ 185 fuafa del teorema , e credo , che gli
altri ancora lo fieno ; onde voi potete pafTare avanti . Vengo dun» que,
rifpofe il Signor D. Felice, all* argomento del l'adre Riccati ; nel quale fe
io dicendo le colo t che mi parran necellarie , ne lafcierò alcune, che»
quantunque non nece(Tarie,eirendo però congiun* te all* argomento ftelTo ,
potrebbe piacervi d’ in» tendere, voi me le dimanderete,et io vedrò di fod-
disfirvii quelli poi, che fi opporranno all'argo- mento , e non vorranno averlo
per vero , lafcierò, che fi foddisfacciano da loro ftefiì.Io dico dunque, che
le due potenze laterali poflbno Tempre conlide- rarfi , come due corde elalhche
, le quali tirino il corpo; perciocché di qualunque maniera fieno le potenze,
faranno Tempre lo fielToyche due corde fa- rcbbono. Sia dunque AB la potenza di
una corda elaftica AS, che mi il corpo con la direzione AS; e fia AC la potenza
di un’altra corda elafiica AC, che tiri il corpo con la direzione AC . Intanto
il corpo, incamminandofi perla diagonale AD, co- me vogliono i meccanid4fcorra
lo fjpazietto infini-^ tefimo Ar . Egli è certo, per le cole dette , che la
corda SA traendo il corpo da A in r, fa quella^ ileifa azione, che farebbe , fe
lo traelTe da A in e che quella azione , mifurandofi dalla potenza^
moltiplicata per lo fpazio, fi efprimerà col rettan- golo di AB , et A^ . E
fimilmente apparirà , che an- che r azione della corda CA , traente il corpo da
A in r, fi efprimerà col rettangolo di AC., et A^. £ non è alcun dubbio, che fe
folfe una terza poten- za Digitized by Coogle s 2S6 Della forza de’ corpi za
AD) la qual traelTe il corpo fìmilmente da A in r, fi erprimerebbe 1' azion Tua
Hmilmente col ret- tangolo di AD et Ar.EiTendo dunque i due rettan- goli di AB
et A/) e di AC et A^« prefì inlkme^ , eguali al rettangolo di AD et Ar> è
chiaro ) che.» venendo il corpo da A in r, le azioni delle poten- ze laterali)
prefe infìeme) fono eguali a quella azio- ne) che la potenza diagonale farebbe
da fe fola^. £d eccovi r argomento del Padre Riccati ) per cui viene a
confervarfi nella compoiìzione del moto quell* uguaglianza , che i metafifici
afpettan Tem- pre ) e iichieggon per tutto tra 1’ azione e V eifct- to. Ne
credo che raccia meftieri) eh* io vi moftri, come l’argomento itelTo ci conduca
nell’ opinione della forza viva ; perciocché Te egli è fondato in., quello )
che l’ azion delia corda AS fìa Tempre ia^ ItelTa , o tiri il corpo da A in r
»o io tiri da A in p; e Umilmente » che i' azion della corda AC (ìa Tem- pre la
ftelTa» o tiri il corpo da A in r, o lo tiri da A in chi non vede, ciò
provenire dall’elTer l* azion della corda non altro, che 1* accorciarfì; on-^
de ne fegue ,che)miTurando(t 1* accorciamento dal- lo Tpazio , debba mifurard
dallo Tpazio ancor 1* azione, e però anche dal quadrato della velociti* .
perciocché il quadrato della velocitò, movendoli tiv corpo da A in p, ovvero da
A in^ fecondo le lè^' gi della gravitò ,é Tempre allo Tpazio proporziona- le .
Che Te i* azione è proporzionale al quadrato della velocitò) bifognerà l^ne)Che
un* effetto ne nafea proporzionale allo fteffo quadrato , il qual* effec-
Digitized by Googic Libro III. 287 eflfetto non può eiTere, fe non la forza
viva di Lei- bnizio. Qui tacqueH il Signor D> Felice; e allo> ra la
Signora Prinopefsa, non mancherà, dilTe^, chi voglia contradire a ^quetto
argomento . Io pe> rò fenza coocradirgli , defidero £dlo per intender- lo
più pienamente, che mi foddisfacciate di un^ mio denderio. Se la linea AD, per
cui s’ incaoimi* na il corpo , non folTe la diagonale del paralUlo- grammo BC,
ma altra linea; voi non pertanto po> trefle prendere in ella un punto r, e
condotte le^ perpendicolari prolungarla «tanto, che ibf- Je il rettangolo di
AD, et Ar eguale ai due rettan- goli di AB et A^ ; e di AC et A7, prefi
infieme; e in quello cafo potrete dire tutte le cofe, che^ avete dette^ Io dimando
dunque, onde avvenga^ che elTendo il corpo fofpinto dalle due potenze AB, AC,
piùtodoperla diagonale fi incammini, ohe per altra linea. Dimandatene pure i
meocanùci, dillè allora il Signor D- 'Felice; perchè ellì fono,£hein- fegaano
ilroxpo doverli i ncamminaire per . I4 diago- nale; al Padre Kiccati bada di
averdimofirato,che, incamminandoli eifo per la diagonale, .reietto ^ pur fempre
eguale all’ azione,. Ne è però, che egli non polla .anche render ragione,
perchè il corpo ,debba più tallo leguire la diagon^e , che prendere altra via^
Perchè dovete fapere,iche fecondo il Pa- ,dre Riccati,che in ciò «s’accorda
.all’opinione de- gli altri meccanici, le due.potenze AB, AC. non fo- lo
traggono il corpoper una terza linea AD, ma anche comrafiao tra loro premendoli
1’ una l’ altea 288 Della jorza de* corpi vicendevolmente; ne potrebbe il corpo
determi- natfi a fcorrere una certa linea , fe le preflìoni, per cui le potenze
contra'ftan tra loro» non fi rendef- fero eguali, e fi diltruggeffero . Egli è
dunque per r uguaglianza, a cui debbon riduifi quelle tali ptefi- fioni,che il
corpo dee ftguir la diagonale , non ab tra linea. Ma il Padre Riccati non mcrte
leprcflìo- ni nel numero delle azioni , e però non vuole, thè lì confiderino ,
trattandoli folo di fpiegar l’ ugua* glianza,che palTa tra 1’ azione el*
eflfetto. Elfendo- fi qui taciuto il Signor D. Felice, fecefi innanzi il
Signor-D. Nicola, et,io pure ho un defiderio,dib fe, cui vorrei , che voi
foddisfacefte . Voi avete_* detto molto accortamente , che la potenza AB , o
tiri il corpo da A in > infieme con la potenza AC, o lo tiri da fe fola da A
in /», nell’ uno e nell’ al- tro cafo fa femore la fielTa azione ;c certo
nell’uno e nell’altro calo fegue loftelfo accorciamento della corda da voi
fuppofta. £ così nell’uno e nell’altro cafo produce fempre lo fteflb elFetto,il
quale è,fe- condo voi, la forza viva. Similmente diralfi della potenza AC, la
quale, come avrà tirato il corpo da A inr infieme con la potenza AB, avrà pro-
dotta in lui quella fielTa forza viva , che avrebbe in elTo pròdotta ,
tirandolo da fe fola da A- in q Onde ne fegue che il corpo, giunto inr, dovrà a
' vere una forza viva eguale alla fomma di quelle^ due , che avrebbe avute ne
punti /» et ^ , fe vi fofse (lato feparataroente tirato dalle due potenze. Non
è egli così f Così ^ cenamcnie, diise il Signor D. Fc- Digitizod by Google
Libro III. 289 ^ Felice. Non però, feguitò allora il Signor D. Nic- colajavrà
il corpo, giunto in r, una velocità, che fia eguale alla fomma delle due
velocità, che av ma delle forze vive fbfle 25 ; dovendo il corpo » giunto in r,
avere fecondo voi una forza viva 25, non potrà certo avere una velocità, che
(ìa 7 ; ma... dovrà averne una minore, la qual farà 5; altri* menti la forza
viva^ che egli ha in r, non farebbe proporzionale al quadrato della velocità.
E* dun* que chiaro , che la potenza Afi , traendo il corpo da fe foia in p ,
produce in eiTo una velocità g ; traendolo poi con la potenza AC in r ,
quantun- que faccia la lleifa azione, produce però una velo- cità minore. E
fìmilmente la potenza AC , traen- do il corpo da fe fola in f , produce in elfo
una^ velocità 4 ; traendolo poi in r con la potenza^. AB, produceona velocità
minore, quantunque^ faccia r itteflTa azione; e ciò per modo, ma il Signor D. Felice qui l’ in» terruppe,e
diffe. Ne io vi ho deteo>ne potrei dir- vi , feguendo V opinione del Padre
Riccati >che le potenze producano le velocità ; anzi vi dico , e_* voglio
ben» che intendiate» che qualfifia potenza non altro produce mai , che la forza
viva; la forza viva poi» benché non produca la velocità, ( per- ciocché, fé la
produceUe , làrebbe ad effa propor- zionale, ) però fe la trae dietro , come un
confe- guente ; e Tempre fi trae dietro quella , che le con- viene . Io non
voglio infiftere in quello , rifpofe allora ilSignor D. Nicola ; febbene egli è
una gran difperazione lafciar la velocità , per cosi dire , ab- bandonata ,e
fenza cauia alcuna, che la produca ; e molto più mi piacerebbe poter fupporre ,
che-* ella fiefla fenza altro folTe prodotta dalla potenza. Ma di quello , come
ho detto» non voglio io dif- putare ora;tornando dunque a quello, che io di-
ceva » cangierò frafe»e dirò che la potenza AB , tirando il corpo da fe fola in
/, produce inelTo . una forza viva 9, la qual fi trae dietro come un Tuo
confeguente la velocità Tirandolo poi in rinfie- me con la potenza AC, produce
in elTo la ftelTa forza viva 9 ,e quella allora fi trae dietro non più la
velocità } » ma altra minore . E fimilroente la-* potenza AC, tirando da fe
fola il corpo in pro- duce inelTo una forza viva i 5 »la qual fi trae die- tro
, come un fuo confeguente , la velocità ^ ; ti-, randolo poi in r infieme con
la potenza AB, pro- duce in eilb la fiella forza viva 16 ; e quella allo- ra
Digitizod by Googk L 1 B R O I I I. a^T ra n trae dietro non più }a velocità 4,
mi altra.» più piccola . Bifogna dunque, che le due forze.» vive così
convengano e iì concordtn tra loro, che la fommadi quelle velocità, che elTe iì
traggon.» dietro, e che per altro dovrebbe e(Ter 7 , divenga ^Quì il Signor
D.Serao, interrompendo il Signor t>. Nicola, fe Dio m’ ajuti, diiTe,
queilaécofa rooU to fcomoda a concepirli , et io certo per me deli' dererei
unafentcnza più agevole» E veggo bene o- ra, perchè il Signor D. Felice non ha
inai voluto concedere,checontraendon,etaccorciando{i la cor» da SA ,r effetto
di effa fìa la velocità prodotta nel corpo A^‘ poiché nel noilrocafoeffendo
dileguali le velocità, che il corpo acquifta traendofi dall* ilteflà corda
inr,oin^ , farebbono di fuguali gl’ ef- fetti , e però difeguali ancor le
azioni j e troppo a- yea bilogno il Padre Rfccati dell’ uguaglianza del- le
azioni per teffere quella fuadimoffrazione . £ per quello anche, difli io
allora ,s’ è egliollinato a volere, che accorciandofi la corda AS, l’ azion fua
fia lo Hello accorciarli; per poter poi ,clTcndo eguale nell’ uno e nell’altro
calo V accorciamento, follenere,che lolTe eguale ancor 1 * azione» Vedete anche
un^ altra malizia; che non ha mai voluto confenfirmi , che il premere fia
agire, e che dell?.# prclfioni debba averli veruna confìderazione ; per- chè et
rto l’ argomento del i^dre Hiccati farebbe a cattiva condizione , fe oltre le
azioni, con cui 1?.» potenze traggono il corpo da A in r, dovelTero folte poi cosi facile il dimoftrare, che le
due azioni delle po« lenze laterali fodero eguali all’ azione della poten« za
diagonale . Non fo>difse allora il Signor D. Fe- lice ridendo» qual di noi
fìa più maliziòfo » o io^ che voi dite aver ufate tante malizie » o voi » che^
penfate di averle difcoperte . Ma perchè non lafcia- te»che il Signor D. Nicola
profeguifca il fuo ra- gionare» e finifca di efporre quella difficoltà,. che
avea cominciato? Niuna difficoltà , difse allora il Signor D. Nicola , intendo
io di efporvi; intendo folo, che voi mi fpie^iate una cofa, la quale o non ho
letta nel Padre Riccati ,0 non me ne ricor- do» et è però degna, che fì.fjppia
« Ed eccola. I meccanici richieggono , che il corpo A tirato da a- mendue le
potenze , i}on folamente fcorra la dia- gonale AD, ma la fcorra in quel medeftmo
tempo, in cui fcorrerebbe o 1* uno o 1’ altro lato del pa- rallelogrammo, fé
fofse tirato o dall’ una o dall* al* tra potenza folamente. Così fe fi
condurranno lo due linee rm , rm parallele ai lati DB, DC, com- piendo il
parallelogrammo mv, vogliono i mecca- nici , che il corpo fcorra la lineetta Ar
in quei tem- fiefso» in cui fcorrerebbe o la linea Am, le fofse tirato dalla
fola potenza AB, o la^ linea A 0 , fe fofse tirato dalla fola AG* Ora io ho
intefo per le cofe da voi ragionato , che le azioni delle potenze fon fempre le
medefi- me^ o traggano congiunumente il corpo in r , o il tra- nigitizirJ by
Google Libro III. 299 traggano feparatamente 1’ una in T altra in f. Ho anche
intefo, che il corpo, giunto in r, avrà una forza viva eguale alla fomma di
quelle duo , che egli avrebbe in ^ et in Ma non ho ancora^ intefc, come il
corpo ^ tirato dalle due poten- ze infleme , debba fcorrere la lineetta Ar neU’
fteffb tempo , in cui fcorrerebbe Ai» , fe fofle tira-^' to dalla fola potenza
AB, ovvero A«» le foflo tirato dalla fola AG. Se voi avefte letto attenta-
mente, diife quivi il Signor D. Felice, tutto il luo- go , dove il Padre
Riccati dichiara lafuadimodra- zione, avrefte intefo anche ciò, che voi mi di-
mandate. E fenza leggerlo, potrete intenderlo an- cora da voi medefìmo ; fol
che vi piaccia di ftabi- lir prima il tempo, nel quale il corpo tirato dalla
fola potenza AB , fcorre lo fpazio A^, e inliemo il tempo, in cui tirato
congiuptamente dalle due^ { >otenze , ovvero dalla potenza diagonale , che
può bitituirfì alle due , fcorre lo fpazio Ar ; perciocché fcorrendo il corpo
la fpazio Ajp fecondo le leggi della gravità,fe egli nel primo dei fopraddetti
due tempi fcorre lo fpazio A^, potrà facilmente lacco* glieriì, quale fpazio
dovrà fcorrere nel fecondo; e voi troverete , che elfo fpazio è appunto la
quarta linea proporzionale dopo le tré AD, AB, Ar; cioè a dire la linea
Am.Simil cofe dimoftrerete anche rif- petto alla linea A«, et all’ i/leifo
modo. Ne lafcia il Padre Riccati di dichiararlo fottilmente; ma voi non vorrete
ora , che io mi avvolga in molte e lun- ghe fupputazioni; ne io forfè potrei,
quando be- ne Digilized by Google t94 ISELLA FORZA DB* CORPI ne il volefte.
Perchè non potremmo noi, dilli io allora, cominciarne qui una, traendola da
quelle cofe, che avete fin qui (piegate? e fe ella ci fì av- volge,edivien
troppo lunga,che fark a noi T ab- bandonarla? Bifognerebbe , difle quivi il
Sig- D. Felice, prima d* ogni altra cofa ftabilire i tempi, che ho detto. Voi
avete già detto più volte, ripigliai io, che la potenza moltiplicata per lo
fpazio i'corfo è fempre proporzionale air.azione ;e 1’ azione alla^ forza
vivace la forza viva al quadrato della velocità. Di qui certo fegue,chec(rendo
la velocità propor- zionale allo fpazio divifo pel tempo , cioè ad S . T ( dico
S lo fpazio, T il tempo ) dovrà la potenza aioltiplicata per lo fpazio elTere
eguale al quadra- to di e nominando P la potenza^ dovrà eflìere . T ^ PS s: SS
. Dunque ,foggiunfe dubito il Signor D. TT Felice, farà TT ss , doè a dire^ il quadrato
del tempo, nel quale il corpo feorre un certo fpazio, farà eguale allo fpazio
ièeflTo divifo per quella po- tenza, che Jo fa (correre. Abbiamo dui>que
rubi- lo i quadrati dei due tempi, che cercavamo; poi- ché il quadratodel
tempo, nel quale il corpo feor- rerebbe A^,farà e il quadratodel tempo , nel AB
quale il corpo fcoire Ar ,fatà J^. E bene, fog- AD giund Digilized by I* I B R
O I I I. 295 giunfi io allora , s’ egli è vero quello , che già ave- te detto,
cioè, che il corpo fcorra lo fpazio fe- condo le leggi della gravità, onde i
qu-idraii dei. tempi debbano effere proporzionali agli fpazj; fe egli, tirato
dalla loia potenza AB, fcorre hf in quel tempo, il cui quadrato è , niente farà
' ab più facile, che fcoprire, quale fpazio dovrà fcor» rere in un tempo, il
cui quadrato fia Ar allo- ra vedraffi fe tale fpazio appunto lìa là liiwa A«rj
come elTer dee , e come io credo veramente , che-* Ila. Mentre io diceva quefte
parole, il Signor Con- te della Cueva avea già ftefo in una carta i terrai» ni
della proporzionalità • * Ap , AB: Ar ^ ab ad adT“ quando tutto lieto efclamò :
è defla , è delTa . Lo fpazio , che fi cerca , è appunto la linea A*», eflen-
do egli AB: Ar ^ cioè la quarta linea proporzio-» AD . naie dopo le tre AD, AB,
Ar. Vedete dunque.., dilTe allora, a me rivolto , il Signor D. Felice, che il
corpo , qualor foffe tirato &lla fola potenza.* AB, /correrebbe la linea Am
in quello ftelTo tem- po, in cui, tirato dalle due potenze, fcorre la li- nea.
Ar; e medefimamente fi mofirerà, che nello ilefib tempo fcorrerebbe la linea
A», fc fofie ti- rato dalla fola potenza AC. Troverete voi qui inalizia alcuna
? lo non ne cerco, dilli, acciocchi voi Digitized by Google 19 zio, e che dTa
produca non la velocità, ma lau ' forza viva, e che il corpo tratto da
quaifìfìa po- tenza debba nel primo fuo moverfì fcguir le leggi della gravità;
le quali cofe tutte, eflendo per (lefle jofcure ed incerte^ voi he avevate
affai prima con molta arte preparate e difpofte,e fattele appa- rire, come
certi!fime,per farne poi nafcere un’ ar- gomento , con cui fì dimoflrafse la
forza viva di Leibnizio. Ma io non voglio rimettere ora hu campo quegli
argomenti, di cui s’ è oggimai tanto •difjpinato . Allora il Signor D. Felice
ridendo, non £oy difse , fe vi gioyafse; perciocché le propofizio- ni,che fi
afsumono aformar ladimoftrazione,che io vi ho efpofla , quafi ohe efse fieno ,
e che che n* abbiateioggi difputato; debbono certamente éfsere ammefse, le
elleno fon necefsarie a foiegare, co- me un principio cettiflimo dei metafifiri
fi accordi a un teorema altresì certiflìmodei meccanici. Di fatti come vorrefte
voi fpiegare, che nella compo- {Izione del moto, propofta dai meccanici, '(ia
l’ ef- fetto eguale all’. azione, fkcome vogliono i meta- lifici , lenza
ftabilir prima , che T azione delle po- ' lenze laterali fia eguale all’azione
della potenza^ diagonale? £ come flabilir quefio fenza dir, che 1* azione
generalmente mifurar fi debba dalla poten- 'za applicata! 4dfo^aa»o? £4;iò
dicendo, bifogn&« pu- Digitized by Google LI6R.0 III. pure attribuirle un*
effetto proporzionale allo fpa* zio fteffo, cioè al quadrato della velocità; il
qua* le effetto che altro effer può fé non la forza vivaf Cioè, foggiunfi io
allora, l’ inerzia. Che mi dite voi, rifp^ il Signor D- Felice, d’inerzia? Il
Pa- dre Riccati, diffì io allora , non vuole egli, che la forza viva (ìa l’
inerzia ? Oh voi , diffe fubito il Si. gnor D. Felice , volete richiamarmi ora
alla diffini- zione della forza viva ; la qual certo il Padre Ric- cati infegna
nel principio del fuo dotriffimo libro elTere l’ inerzia ftefla , fe fi
confideri in quanto fa-, contrailo con quelle potenze, che vorrebbono can-
giare lo flato del co^o. E chi è, dilfi io allora, che non confideri 1* inerzia
a quello modo? Ma io certo non intendo, come tale inerzia producali. dalle
utenze , le quali con l’ azion loro altro mai ' non fanno , che turbarla ; ne
come ella debba elTere proporzionale al quadrato deRa velocità. Che che lìa di
CIÒ , diffe quivi il Signor D. Felice, niente è a me; purché fia quello, che
abbiamo detto, cioè che la potenza debba produrre un’effetto propor- zionale al
quadrato della velocità; poiché qu^^ effetto , qualunque egli fiali, lo
chiameremo forza viva . Chiamandolo però di queflo modo , rifpofi io allora,
voi noi chiamerete multo elegantemente; perchè fe voi non dimoftrate, che
quell’effetto flef- fo produca altri effetti nella natura, e fia neceffario a
indur ne co^i quelle forme, che inlor vepgia- mo ,farà cofa inelegante
chiamarlo forza. Mi voi, diffe allora il Signor D. Felice, liete fofulicoaJ
fom- Pp mo, 298 Della forza de* corpi mo, e vorrcfte , per quanto veggo ,
allonKinarvi a. poco a poco dall’ argomento propofto . A cui pe- rò ritornando
» non VI par’ egli, che dando luogo alla forza viva , comodiinmamente fi fpieghi
, come nella compofìzione del moto Ha l’ cfFetto eguale^ air azione, che lo
produce; il che malamente po- trebbe fpiegarlì da chi levalfe via, come voi
fate, ogni forza viva? E certo della dimolfrazione del P. Rie. cati, che che
voi ne diciate, dovranno elfer con- tenti i meccanici, e non dolerfene i
metafifìci. Et io temo,rifpofi, che fe ne doteranno e gli uni e gli altri ; e
meglio potrebbe foddisfard al dedderio d* entrambi fenza la forza viva .
Pure,dide il Signor D.Felice, raccendo nafeere la compodzione del mo- to per 1’
egualità delle azioni , parmi certo, che non d faccia ai meccanici niun torto.
Non dico, ri- fpod io, che d facdjt loro alcun torto /credo be- ne, che volendo
em far valere la compodzione in molti cad , non ameranno farla nafeere per una
ra» gione, la qual vaglia in un folo. E chi non fa, che come negli altri
moti,cosVanche vogliono i mecca- nici, che d faccia la com{x>dzione nei moti
equa- bili f Perchè fe per efempio , andando un corpo fu per una tavola di moto
equabile verfo una certa^ parte, la tavola defla d movelTe ella pure di moto
equabile; e il portalTe verfo un* altra, d farebbe nel corpo,fecondo il parer
de meccanici, la compod- zione dei due movimenti; e pure qual luogo avreb- be
quivi la ragione, che voi avete aedo litk delle azioni? Perciocché qui ninna i
* - ' V tta dall egua- fune potreb- be# Digitized by Google Libro III* 299 be
fingerH, la quale accorctandofì efercitade un’ azione proporzionale allo fpazio
;e traede il corpo con un moto accelerato , ficcome è quello deigra> vi ; le
quali cofe colte via* è tolta via ancor lavo- ftra ragione « Che direm noi, che
i meccanici trova- no la compofizione non folamente nei moti , ma anche nelle
predioni , da cui non legue motoniu- no? perciocché come di due movimenti ne
com- pongono uno, così anche , et all* iftedo modo , compongono una predione di
due ; ne è cofa,che infegnino intorno alla compofìzione,etalla rifo- luzione
dei movimenti , la qual non vogliano che $’ intenda qualmente anche nelle
preflìoni . Ora in queAe preluoni, che nophannomoto niuno,qual luogo avranno le
funi elamiche? quale gli accorcia- menti^ quale le potenze moltiplicate jper
lofpaaio? quale le accelerazioni ? e quelle cole fono i fon« damenti della
ragion vollra. Ne fo quanto poda^ valere al Padre Riccati il dire, che i moti
equabili* e le preflìoni non fono azioni ; e però non dovere averó di loro
conflderazione alcuna . Imperocché fe non fono azioni, e tuttavia lì fa
inlorolacom- pofiziune ,come ie fodero par bene , che le ragia» ni , e i modi ,
onde eda compofizione fì fa * debba- no per tuti’altro fpiegarfi ,che per l’
azione. £ fo- no anche fopra ciò da afeoitar fi i metafilìci , i quali quando
infegnano, che 1’ edetto dee cornTponder iempre ali’ azione* tal lignificato
attribuì (cono a quella voce azione, che vogliono abbracciar con cdo , e
comprendere non folamente Se a- Pp z zio- joo Della forca db’ corpi ^ioni
acceleratrìd , ma generalmente tutte le^ azioni , che finger fi poiTono ; e non
ne elclu* dono pur le preifioni. Nebifogna per voler dt« fendere il lor
principio , mutar la fìgnificazione dei termini (Con.cui lo propongono ^ne
intendere per azione altro, che quello, che intendon efli; perchè chi fa
altrimenti , non difende il lor prin- cipio, ma lo cangia. Volendo io dir più
oltre , il Signor D. Serao mi interruppe , e difle : i voftri metafifici non
potrebbono edere ingannati elfi, et aver prefo per azione quello, che veramente
azio- ne non fìa? perchè voi pare, che alla metafifica cre- diate ogni cofa , e
l’ abbute per infallibile . Io cre- do, ri Ipofi, che la metafifica abbia
principi più fi- curi , che qualunque altra fcienza ; anzi credo, che le altre
feienze non ne abbiano ninno ficuro , fe^ non fé quelli , che pi^ndono in
predito dalla meta- fifica ; gli altri tutti , che traggono dall* odèrvazio- ne
, recano Tempre con loro qualche timore , et ef- fendo certi nei cafi
particolari , in cui fi ofservano, perdono molto della loro cettezza,faccendofi
uni- ' vcrfali ; il che non interviene dei principi metafi- fici , i quali non
per varie offervazioni , e per lun- ghezza di tempo, fi manifèdano , ma fubito
e per le delfi. Ma venendoci propofito, io rifpondo, che fe i metafifici
avedero malamente intefo T a- zione, comprendendo fotto queda voce alcuna cofa
, che azione non fode , e in cui non dovede^ valere quel lor principio ; io
direi più todo il principio loro euer falfo , che fodenerlo come ve- ro
Digitized by Google Libro I I L« ^ot ro> e por mutarlo. Sebbene ellendo il
concetto» che noi abbiamo della azione, remplicilTimo, e^ comune a tutti gli
uomini,come quello è dello- fpa- zio, del tempo, del modo, della relazione,
della^ follane » et altri moltii io non fo, per qual ragio» .ne temer fi debba
, che i metafiiìci vi u fieno in- ? [annali , non inganandovifi nelTun’ altro ;
perchè kcome ni uno è, che fi inganni nel concetto del- lo fpazio, e del tempo,
così che gli confonda 1* un con r altro ; fimilmente panni che dir fi polTa^
deir azione; di modo che, fe il premere fia agire» e fé colui , che preme ,
faccia azion niuna, panni una quiitione da. dover potere efiere fciolta non.«
men dal vulgo, che dai filofofi. Vedete, che io non amo troppo i metufifici,
rimettendo la quiftio- ne anche al popolo . Voi gli amate troppo, difle.# il
Signor D.Serao, volendo^ che i meccanici fi ac- comodino al fentimento loro.
Anzi io voglio, rif- pofi , che fi accomodino al fentimento del popolo; perchè
qual è del popolo, che non conti il preme- re tra le azioni f chi è, che pofla
indurfi nell’ ani- mo, che l’ azione non fia più azione, fe per ven- tura ne
fia impedito P effetto Potete ftudiarvi, quanto volete, difie quivi la Signora
PrincipeiTa» e ingegnarvi di parer popolare, che quanto a me vi avrò fempre per
un grande amatore della meta- fifica ; il perchè non.pollb non maravigliarmi ,
che voi vogliate levar via quella bella concordia, che_* il Padre Riccati avea
con tanto ingegno procurata tra la compofizionedel motopropofia dai meccani- *-
t 301 Della forza db* corpi ’ ci) e 1' uguaglianza dell' azione e dell’ effetto
ffa- bilita dai metafilìci. Io non voglio levai via quel- la concordia , rirpoG
; anzi dico, che ^enza tanto \ fiudio può beniilìmo confervarfì , e fenza
forzai • - viva . Quello, diffe allora la Signora Principeffa_. , dovreile voi
fpiegarci - Nc lunga , rifpofi , ne dif- ficile fpiegazione vi fi ricerca; folo
che voi mi concediate quello, che niuno, eh’ io fappia, ha mai negato , cioè
che la fleffa potenza ora agilca più , et ora agifeameno ; il che certamente
non induce difuguagliaoza veruna tra 1’ azione e T effetto^per- ciocchè può
beniflìmo la potenza Ileffa qualora^ agifee più , produrre effetto maggiore , e
qualora^ agifee meno , produrre effetto minore • Qui il Sig. D. Felice ridendo
, certo, diffe, voiacotello mo- do vi aprite la ffrada ad una ipiegazion
fadle^per-^ chè potete oramai dlr^, che , effendo le due poten- ze feparate,
ognuna di loro agifee più ; et effendo congiunte , ognuna agifee meno ; e così
maggiore- velocità producono, «ilèndo feparate,che non fan- no, effendo
congiunte- Io potrei dirquedo, rif- pofi ; e s’ io il diceffi ,non fo, che
alcuno poteffe.» rimproverarmi di avere indotto difuguaglianza tra l’azione e
l’cffetto.Ma io non voglio privare il teo- V rema meccanico deU’onore,che
alcuni gli fanno, d’ una fpiegazione più lunga • B ciò dicendo, pfefì. un
foglio in mano , in cui difèjgnai toffo la figura fé-, , F* VL ila , che fu
fubito ricopiata dagli altri Poi difli : ' fieno AB , AC le due potenze , che
fpingono il cof- ‘ po A i con le direzioni delle ileffe linee' AB , AC; * e fia
Oigitizid by Google r A t.^ I B R o III* JO» e lia AD quella linea , che egli
fcorre fecondo it parer dei meccanici. Poco vi vtiofe a intendere^ * che 1
azione della potenza AB, la qual da fe fola produrrebbe nel corpo la velocità
AB, fi rifolva in due AT, AM ,elpreflfè dai lati del parallelo- grammo AB;c che
T azione della potenza AC fi nlolva fimilmente nelle due AQ, AN, efpreffe dai
lati del parallelogrammo AC- Qui il Signor D. relice, interrompendòmi, vedete,
difie,che volgen- do la compofizione del moto in due rifoluzioni, non ricadiate
in qualche difuguaglianza tra 1* azio« ne e 1 eiietto, perchè quelli, che
temono di cader- VI nella compolizione, non lo temono meno nella iiloluzione.
Che altro voglio io, rifpofi, qualor nlolvo 1 azione AB della potenza AB nelle
due AT , AM , fe non, che la ftelTa potenza, che av- K^e fatta un’azion fola
A^, palli a fame due^ AT, AM. le .quali veramente prefe infieme foo^ maggiori
deli’ azione AB. Ma quello che altro è, le nondire,che la potenza llellà agifee
ora meno, et ora più? nel che niun può dire, che inducali diluguaglianza tra
effetto ed azione ; anzi efsendo le tre azioni , di cui parliamo, proporzionali
alle^ linee AB, AT , AM , a cui pure fon proporziona- li le velocità,
chiaramente fi vede, le azioni Bru qui efser proporzionali agli effètti, folo
che per ef- fetti vogliano intenderli le velocità ilelse. Ne me- no farà da
temerli, che nafea difuguaglianza tra.» effetto ed azione, fe io dirò, che le
quattro azio- ni, in cui fi rifolvon le due AB, AC, così fi dil- • ; , pon- 304
Della forza de’ corpi pongono ) ch€ due di loro AT , AQ_, efsendo Contrarie
una' all* altra et eguali , (ì diftruggano; le altre due AM , AN prendano una
medelìma di' lezione. Perciocché che entra qui l’ azione e l’ ef- fetto, 1*
uguaglianza o-la difuguaglianza? b'afta^. bene, che le due azioni AM, AN
producano un* effetto proporzionile alla lor fomma; giacché dal- le azioni AT ,
AQ^i Che fi diffruggono, non è da afpettarfi certamente effetto niuno; ne è
alcun:, metafifico , che il richiedeffe . Ora fe le due azioni AM , AN ,
traendo il corpo per la direzion loro, producono in effo una velocità
proporzionale al- fa lor fomma; non io traggon aunque per AD, diagonale del
parallelogrammo BC^coroe vogliono * à meccanici;e non producono una velocità
propor- sionalealla fieffa AD? E fe cosi é, eccovi, che ió ho fpiegato il
teorenjia dei meccanici, prendendo la velocità come effetto dell* azione ; e
lenza cadere in quella difuguaglianza , che voi teme va te .E ilen- domi io qui
fermato un poco , il Signor Marche^ fe di Campo Hermofo, ecome, dille,
dimollrate voi le duecofe, che avete ultimamente dette: cioè chele azioni AM,
AN fpingendo H corpo con., la direzion loro,*' lo fpiogano per la diagonaleL*
del paralellogramtno tBC:e che producendo in effo una velocità proporzionale
alla lor fomma, fiaque- da poi proporzionale alla diagonale (leda ? Et io al-
k>ra,fate, dilli, Signor Marchefr, di prolungare la li- nea- ANfinoin D,
così che fia ND eguale ad AM , c perciò fia ancora tutta la linea AD eguale
alla^ •fom. / Digitized by Google Libro III* ^05 fomma delle due AM, AN; indi
guidate le due'’ linee DB, DC. Ciò pofto, io chieggo: le due^ linee AT, AQ_non
erprimono effe due azioni tra fé contrarie, et eguali, e infieme le direzioni
loro? Così abbiamo fuppodo, difse il Sig. Mar* chefe. Saranno dunque, ripigliai
io, eguali tra io* ro , e in dirittura 1' una dell' altra . Così è , rifpo- '
fe egli. Et io: faranno dunque le linee MB, NC f >aralleleet eguali tra
loro, elTendo V una paralle*- a et eguale ad AT , e T altra parallela et eguale
ad AQj Allora il Sig. Marcbefe fcnza lafciarmi più dire , intendo già , diffe ,
ogni cofa ; che eflendo i 1 triangoli AMB, CND limili tra loro et eguali, fa*
ranno gli angoli BAD, CD A eguali, e le due li- nee AB, DC eguali e parallele;
dunque ancor le^ due AC, DB ; dunque farà BC un parallelogram* mo,la cui
diagonale farà AD, eguale alla fomma delle due linee AM, AN. Vedete dunque,
fog- giunfi io allora, che le -due azioni AM, AN, f ìpingendo il corpo con la
direzion loro, lo fpin- gono per la diagonale ftelTa del parallelogrammo
BC,come vogliono i meccanici. E vedete ancora, che pioducendo nel corpo una
velocità propor* zionale alla lor fomma, vien quefta ad eifere prò* o la pietà, o la fede , non vi par* eglr^ che
più tofto 1’ acutezza defìderino dei meta6fici , che le efperienze e le
olTervazioni degli aliri?E que- lla illefla algebra, che tanto vi piace, c
quella mec- canica, e quella fifìca, quante volte, traendoci d* una ragione in
un' altra, e faiir ficcendocì verfo i principi ultimi, efìgon da noi e ricercano
tanta^ lottigliezza,quanta apprendere non lì potrebbe fo non dai metalìlici ! I
quali fe entrar volelTero in^ J uelle ricerche medefìme, e ripigliarli tutte le
qui- ioni, che le altre Icienze hanno loro involate^, quanto ferebbon più
ricchi ! come quella è della^ forza viva , di cui tanto oggi s* è ragionato: la
qua- le era dei metafilìci , fe non fe i’ avefsero i mate- matici ufurpata.
Perchè vedete, quanto ingiù Ila- mente riprendano la metafilica, come
inucile,quel- li , che togliendole l^quillioni più utili, non le^ lafciano le
non le vane; febbene quelle ifielTe non fon cosi vane, come ellì credono, e
fervono alTat fbvente , e fanno llrada alle non vane. Ne è da dif- prezzar
tanto la metafilica , quanto alcuni fanno, per cagione della ofcurità. Quale
fcienza è, cho accollandoli alle quillioni fue più fublimi , e più ingegnofe ,
e più belle , non lia ofcura , o non di- venga f che fe là metafilica par tutta
ofcura , ciò in- terviene, perchè è tutta ingegnofa, e tutta bella^. Sebbene
qual cofa più chiara , e più manifella, e^ più rifplendente dei principi
metafilìci? i quali traggono prima a confeguenze^certillìme, fpargen- dole di
un chiariffimo c maravigliofo lume ; venen- do Digitized Libro I I I. log do
poi a quelle colè, che la natura ci ha voluto nafcondere» non vi recano elH 1’
ofcurità, ma ve la lafciano ; e io quello llelTo non fon meno utili • Perchè (e
dalle cofe» che chiaramente intendiamo, palTiamo con 1’ animo alla grandezza di
quel Dio, che le contiene e le fa , ( nel che è pollo il maggior frutto, che
trar fì polTa da nollri lludj ) quanto più dalle cofe, che non intendiamo Me
quali quan- to più fon lontane dalla nodra ragione, e fuperio- ri ad ogni umano
intelletto, tanto più moftrano L* imperfcrutabil fapienza , e la potenza
infinita di quel principio, da cui (I partono. O metafifica^ lume dell*
intelletto, fcorta della ragione, divina e celeftial maeftra di tutte le cofe :
per te fcoproo le fcienze i lor principi , per te fi dirigono le a- zioni e gli
uffici degli uomini , per te fi apprendo- no i coltumi e le leggi . Tu innalzi
gli animi uma- ni a quella altezza , a cui feTza te giungere noiL» potreobono;
e traendoli foavemente con la forza inefplicabile delia tua chiariffima luce,
fai lor co- nofcere il primo vero; e fe gli lafci trafcorrer tal- volta nella
ofcurità, e nelle tenebre , fra quelle te- nebre ifteffe moCbri loro un’
incerto lume , che pur gli guida a felicità . E quando mai faranno gli uo- mini
degni di conofcerti? Beato colui, che te fe- guendo può follevarfi fopra le cofe
terrene , e ve- nir reco a parte delle cele(H.Sarei io degno di tan- to dono?
Qui la Signora PrincipefTa , Icuotetclo, difTe, che egli va in edafì . Che è
ciò, diffi io allora, che voi dite? £’ parea proprio, rifpo- le la V 5 IO Delia
torza de* corpi fe U Signora Principe{ra>che una qualche idea di Platone vi
avefse altrove rapito. Et io, niu che già nafcea. E quivi do* po aver
parteggiato alquanto* ragionando chi di una cofa , e chi di un’ altra , prefo
finalmente 1* un dall’ altro commiato* n* andammo a dormire* ef« fcndo oramai
fpacite tutte le rtelle, toltone la bel* la governatiice del terzo cielo • Il
FI N B. ^d:t D, Sitlvttor Cortìctlli Clertcut Heiuìarh SmhIIì P auli ^ ^ in
Etelejia Metropolitana BoUonia Panitentiariur prò SanliiJJìmo tìomino noflro Papa
BcntiiHo XIV, Arcbiepi- Jcopo Bononia, T)ie I). Novrmbris i 7 jt. T. ■Fr»
Wonyjiut Remedelli S. Tbtologta Magifler , Crac* Un» guà ?'ofe(for videat prò
S> Officio ó* referat , Fr, Tbomat Maria de Angelis Inquijiter Generali t
Bononia • D* ordine del ReverendilHmo P. Inquifìtore , ho letto atten- tamente
r Opera , che porta per Tjtoio DELLA POR. ZA DE* CORPi, CHE CHIAMALO VIVA,
LIBRI TRE e non avendo ritrovato in clTa alcuna cofa contraria al. t» Santa
Fede , ovvero alla Morale Criftiana j ma anzi •c0endo ripiena di utrlillìmc
verità derivate dalla più fublime Metififica , polTcduta mirabilmente dal
dottiflì. mo, e graiiofiflimo Autore i fono 'di parere, che per «naggior utile
de i fr. Cffar Antonime
Velafti Provicarius SanSi Officii Bono^ mia. Digitized by Google •0 Digilized
by Google \ % Digitìzedby Cì^)gle. Digitized by the Internet Archive in 2010
with funding from University of Toronto
http://www.arGhive.org/details/lafilosofiamoralOOzano LA FILOSOFIA MORALE
SECONDO J? OPINIONE DEI PERIPATETICI RIDOTTA IN
COMPENDIO DA FRANC. MARIA ZANOTTI CON U5 RAGIONAMENTO SOPRA UN LIBRO DI MORALE
DEL SIG. xMAUPERTUIS % m M i^Sv*i IL PIÙ BiL FiOR NE COGLIE PER PIETRO
FIACCADORI 5IDCCCXLI II 7 ,,/ LlBfiA^- "7^ Cl/^ AVVERTIMENTO EL TIPOGRAFO
[l Compendio della Filosofia morale di F. M. Zanotti è lavoro avuto sì a
ragione e sì generalmente in pregio da ogni amico e cultore delle dottrine alte
e sincere, che sino da quando nel 1889 annunziai di volere dar fuora una Col-
lezione di 100 volumi de' Glassici italiani in avvantaggio de' Giovani intesi
alle di- scipline oneste, lo compresi in quella: la quale , per le cure avute,
è al presente recata meglio che a mezzo. Ora avendo io mandato quel mio pro-
ponimento ad effetto, mi giova dire esser- mi nella ristampa attenuto all'
Edizione Milanese de' Classici Italiani^ del 181 7: al merito della quale ho
voluto aggiugnere IV parimente le Notìzie biografiche ragguai- danti all'
egregio Autore, tratte dalP I- storia della Letteratura italiana del Cardella,
persuaso che a qualunque, oltre alle opere di uno Scrittore , ami ancora
conoscere i particolari che ne segnalaron la vita , saranno per tornare e
piacevoli e istruttive. Di tal modo io proseguirò a usare di tutta r industria
e diligenza, a fine di procurare non meno agF insegnatori che ai discenti i
lavori de' nostri intelletti più acconci ai loro studi e più sani, e così
opporre almen questo alle odierne stra- vaganze forestiere, delle quali hanno
sì misero fi:utto i malavveduti che se ne pascono. — ^®o- NOTIZIE BIOGRAFICHE D
1 F. M[AEI4 Z.4N0TTI CAVATE DALLA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA DI G. M.
CARDELLA I? RANCESCO Maria Zanotti nacque in Bologna nel 1692, e morì nel 1777.
Pare che la l'amiglia ZanoUi sia stala la depositaria delle lettere e delie
scienze, gia- chè si è veduto di quanta dottrina fossero adorni Ercole e
Giampietro, fratelli del nostro Francesco, per tacer quivi di flustacliio,
lìglio di Giampietro, matematico in- signe, che appartiene ad una provincia
tutta diversa da quella della bella letteratura. Ma per tornare adesso a
Francesco, egli fu liberamente educato dai Gesuiti, e da Ferdinando Antonio
Ghedini, sotto la direzione de'quali è incredibile qual prolillo facesse, e
qual coltura acqui- stasse nello scrivere, tanto nell' italiano idioma, quanto
nel latino, non avendo trascuralo d"* istruirsi ancora nel greco. Dopo di
che attese singolarmente ai filosofici e matematici sludi, dei quali lu fatto
professore nella pa- tria Università, d' onde sbandì i barbarismi peripatetici,
che tuttavia dominavano nelle scuole e tenevano oppresso r ingegno; ed in vece
vi sostituì la maniera nubile e franca di filosofare del Cartesio e del
jNewton, e v'in- trodusse quella logica, che non già si occupa inturno a Tani e
puerili sofismi, con disonore del buon senso e della ragione, ma che insegna a
rettamente pensare e giudicare delle cose, seconduchè prescrivono il sano ra-
VI ziociaio, r osserv.'izione e 1' esperìenia. A tre classi pei-- laDlo possono
ridursi gli scritti di quesl' eccellente auto- re, cioè ai Jìlosoficì. agli
oratorj e ai poetici. Sebbene non toccherebbe a noi il riferir quelli del
piiino genere, nulladimeno dispensar non ci possiamo doH'accennar qual- che
cosa delle »ue due insigni opere, di cui 1' una ha per titolo: Bella Forza de'
Corpi che chiamano vi- va, e V altra La Filosofìa Morale: tanto \>\ù che es-
sendo scritte ambedue con somina veuu-ià e nitor di lin- gua italiana, sembra
che abbiano lutto il diritto di esser qui rannueulale. ]Nel!a prima ragiona
della velocità, del moto e delle masse dei corpi, dello spazio che percor- rono
nel muoversi, e del tempo che v' impiegano, con che se ne calcola e se ne
misura la forza. Poche opere italiane di tal sorta presentano maggior amenità
ed ele- ganza dei Ire dialoghi che su questa materia lo Zanolti compose. Pare
eh' egli la volesse togliere dalle mani dei tisici e dei matematici, e da
inculta ed orrida qual era pi-esso di loro, consegnarla abbellita di tulli gli
oniamenU deli' eloquenza ad ogni genere di persone. La festività l)ertau!o e il
lepore, con cui venguiio trattale siffatte a- slru>e quislioni, il lor
chiaro, purgalo ed avvenente siile, r aggiuslaiezza delle idee, ed in somnw 1'
oilinìo gusto, che in ogni parte di esse risplende, mentre tlimostrano la
lalsila dell' opinione di quegl' ingegni torbidi e ansie- ri, che, neniici di
ogni collura, annoiano sublimemente, insegnautij. con un linguaggio misterioso
ed oscuro, pa- lesano ancora il sapere e il valore dello Zanolli. jNel- r
altra, v;d a dire nella Filosofia Morale, dispula della scienza, e de costumi,
e per conseguenza delle virtù e dei vizi, delie inclinazioni e delle passioni
degli uomini, del giusto e deli' onesto, della felicità e del sommo bene; in
una parola di (u!to ciò che conipi'ende questa nobilissima tacollà. Ou:\i puie
usa uno siile eleg;iniissimo. sparso di tulli i fiori, di tutte le grazie della
bngua, e fa mo- stra di quell ingenua urbaniià e sincero atticismo, che sempre
di>lÌDguono gli scritti e le .^pere sue. Prese in questa aucura a confutare
il Maupertuis, il quale preten- deva che gli Stoici avessero sempre eiTato nei
lur pensa- naenti, e che i lor dommi fossero sempre lontani dalla verità, e
discordanti da quelli della cattolica religione. VII ccadde pertanto che l'
opera dello Zanniti siiscitjsse •avissime controversie che esercitarono per
alcuni anni più chiari ingegni d' Italia. Il P. Casio Innocenzo Aa- Idi,
domenicano, segnatamente pubblicò un li!)ro intito- lo Vindiciae
Mauperfiiisianae^ in cui accusò lo Za- Lrjtti niente meno che di violata religione,
sostenendo che \ virtù stoica puramente naturale, e la stoica felicità ri- osta
soltanto nella virtù, senza veruna speranza di fu- u"o premio, erano una
chimera; e che si veniva ad ol- aggiare la religione, volendosi così attribuir
troppo ai- umana ragione. Non sopportò in pace una tal impn- ente accusa lo
Zanotti, ma vi rispose con alcuni di- óX)rsi e lettere che sono un tesoro di
eleganza e di le- T idezza. ed insieme di solido raziocinio e di robusta fi-
isofia; finché, divolgati molti scritti daiT una e dall'altra jrle, ed
interpostisi alcuni amici tra i dissenzienti, en- nmbi si tacquero e così ebbe
termine questa lunga ed itinata contesa. Ma dalle opere filosofiche passando a
ragionare delle ralorie, ottengono facilmente il primo luogo tra esse le 'Ve
Orazioni sopra la Pittura^ iScultara, e Ar- hitetturaj così son piene di lumi
d' ingegno, di spleu- -ide parole, e di egregie sentenze. Nella pritr.a si
prova the le Belle Arti debbonsi aver in pregio più di qua- ' mque altra nobile
disciplina*, nella seconda, composta er vezzo; e per far prova di versatile e
tecor.do talento, ' impugnano le ragioni addotte nella prima Orazione; e ella
terza questa si difende, e si risponde alle obiezioni presentate nella seconda.
Son pure da tenersi in somma «■ima il suo Elogio di Eustachio Manfredi^ i Ser-
t'iones haliti in Bononiensi Scientiariun Institiito^ d i Commentarii
deBononiensi Scientiarnm et Ar- iani Institiito atc/ue ^caoco appresso la morte
sua. E quantunque tanto si dilettasse della Filosofia, maggior piacere |)fìrò
recavagli quel Ragionamento che il sig. Z.3.- notti fece andar dietro alla
filosofia «lessa. Imper- rocche avendo in esso mosse con bellissimo modo e
somma grazia molte quistioni sopra un libro franzese stampato in Londra col
titolo Essai de Morale, al sig. Cardinale era grandemente piaciu- to 1' esame
di quel libro, il qual per essere del fa- mosissimo sign. di Maupertuis, non
potea non pa- rer molto importante. Il sign. Cardinale però fa- voriva assai le
partidel sign.Zanolti contro il Fran- zese, e mostrava in ciò anche 1' amor
della patria. Pare che al giudici© di così grand' uomo, com' era il sig.
Cardinal Guerini, non sia necessario aggiun- gerne Yerun altro. Io però non
voglio tralasciarne uno, il quale se non è necessario, sarà però da tut- ti
creduto di gran peso; ed è quello del Padre Ca- sto Innocente Ansaldi
Domenicano, lume grandis- simo della Reale Università di Torino. Imperoc- ché
quantunque egli non si accordasse certamen- te al giudicio del sig. Cardinale
in quanto al so- praddetto Ragionamento, anzi movessegli contro molte
obbiezioni, che poi raccolse in un libro la- tino dottissimo intitolato
Vindiciae Maupertuisia- nae; pure dichiarò apertamente e spessissime vol- te,
aver lui molto che opporre al detto Ragiona- mento, nulla che opporre alla
Filosofia. Della quale sempre che ne parlò, ne parlò con grandissima stima, e
in una sua lettera elegantissima, che fu poi con tre discorsi del sign. Zanotli
stampata in Napoli, tanto la lodò, che parve non poter saziar- sene, ed accennandone
varii luoghi, gli chiame ve- ramente ammirabili, alcuno anche divino. Che se
nel Ragionamento riprese e castigò molte cose, que- ste furono appunto quelle
che a lui parvero di- 6 scordanti dalla Filosofia; il che facendo mostra non
tanto di riprender V uno, quanto di lodar l'altra. Questa diversità di pareri
in uomini di tanto ingegno e di tanta letteratura dovette far nascere, come
ognun vede, il desiderio non sola- mente di avere il libro del sig. Zanotti, ma
an- che di entrare addentro nelle quistioni che si fa- cevano sopra di esso.
Perchè moltissimi attenta- nente le esaminarono, de' quali uno merita tanto di
essere nominato, che nominato lui, non accade nominar gli altri. E questi il
Reverendissimo Pa- dre Pio Tommaso Schiara pure Domenicano, che dimorando in
Roma, era a que^ dì Bibliotecario della insigne ('asanatense, ed è poi stato
fatto dal N. S. Secretario della Sacra Congregazione dell' In- dice. Egli
dunque, essendone pregato dal Padre Ansaldi, esaminar volle tutta la
controversia, ri* cercandone con ogni diligenza capo per capo tut- ti, per così
dire, i nascondigli; e stese un suo pa- rere, e ne fece un libro invero
dottissimo, il qua- le quantunque fosse favorevolissimo al sign. Za- notti, pur
piacque al Padre Ansaldi di farlo pub- blico e darlo alle stampe in Venezia. E
di vero chiunque leggerà un tal libro, non avrà che disi- derare altro per
conoscere tutta quanta la contro- versia,essendo in esso esposta ogni cosa con
bellis- simo ordine e maravigliosa chiarezza, oltre un'intìni* ta sottilità ed
erudizione che vi si scorge per tutto. Foron poi molti in Italia, i quali
mossi, cred'io, dalla fama di così pellegrini ingegni, pensarono di farsi
iiluitri entrando nella nobil contesa; on- de uscirono tanti scritti, che
troppo lungo s-areb- be r annoverargli Ma i già detti bastano a far in- 7
tendere, come sia nato in tante persone il deside- rio di questo libro, e come
a me convenisse il far si, che un tal desiderio non fosse, o per scarsez- za di
copie o per altro incomodo, defraudato. E tanto più, che avendo il libro a
questi dì levato sì gran rumore in Italia, par bene che esso aver si debba come
un [>rezioso monumento dell'isto- ria delle lettere, e debban perciò, non
uno o due, ma più ancora ingegnarsi di farlo giungere ai po- steri con le
stampe loro. Al che mi sono io sen- tito grandemente stimolare per un' altra
ragione ancora, corisiderando non senza qualche maravi- glia, come una
filosofìa, la quale nella sua prima fronte dimostra di voler seguire
Aristotele, e di essere scritta per argomenti di Cavalleria, e ad uso di poeti
e di oratori, abbia potuto a questi nostri tempi rivolgere a se gli animi
«Ielle persone, e far- si leggere volentieri. Né io credo possa ciò esser
seguito, se non forse per due cagioni. La prima si è, perchè gli argomenti di
Aristotele vi sono e- sposti con chiarissimo ordine, e con una brevità e
precision somma, la quale fu ben notata dal cele- bre Novellista Fiorentino, e
messi nel loro miglior lume; con che può farsi piacere, cred' io, a qua- lunque
secolo anche Aristotele. Sebbene il sig. Za- notti, esponendo la filosofia di
questo grand' uo- mo, non così a lui si obbliga e stringe, che non se ne
allontani anche talvolta, ricordandosi di Pla- tone; delia cui filusofiu par
tanto vago, che dire- ste aver lui seguito Aristotele malvolenUeri. La seconda
cagione per cui forse il libro è stato cor- tesemente ricevuto, si è quella
grazia e le^jgiadria di stile che il signor Cardinal Ouerini vi riconob- 8 be,
e confessò di ejsere da essa stato preso.' E pe- re in verità che il sig. Zanotli
abbia voluto trar- re la filosofia morale dei Peripatetici dalle immon- dezze
del dire scolastico, adornandola di parole scelte e risplendenti, e con vago e
naturale ordi- ne collocate, e spargendola di sentenze quando graziose ed
urbane, e quando gravi e magnifiche, senza lasciar ninno di quegli ornamenti
che pos- sono ad una somma chiarezza e semplicità e bre- vità esser congiunti.
E che il sig. Zanetti abbia voluto ciò, o almeno desiderato, non par da met-
ter in dubbio. Se poi 1' abbia conseguito, a me non istà di giudicarlo, lo me
ne rimetterò ad un valentissimo uomo, e per le opere da lui date in luce
chiarissimo, professore delle piiì alte scienze in Torino, e maestro di quel
Real Principe. Egli è il Padre Giacinto Gerdil Barnabita, uomo or- natissimo,
il quale, come ognun sa, scri?e sì nella nostra volgar lingua, come nella
franzese, con tan- ta proprietà e grazia, che par così 1' una essergli naturale
come l' altra. Io dunque so, che egli scri- vendo ad un amico in proposito
della Filosofia mo- rale del sign. Zanolti, ebbe a dire che egli in leg-
gendola credea di aver ravvisata in certo roodo la forma di quella
raaravigliosa eloquenza che tanto fu da Marco Tullio in Aristotele ammirata, ed
è ora da così pochi riconosciuta. E certo che dove il sign. Zanotti è più
preciso e ristretto con un dir franco e risoluto, mostra che niun altro esempio
s'abbia proposto che Aristotele; in alcuni luoghi però, e massimamente nel
fine, ove si scosta dal- l'opinion d' Aristotele, pare che si scosti alquanto
ancor dallo stile, e lasci correre con maggior am- . 9 piezia l' orazione,
venendogli forse in mente Pla- tone. Ma, come bo detto, non islà a medi giudi-
carne. Io credo bene, che tale essendo il grido di questo libro, qual potrebbe,
se la pubblica voce non bastasse, raccogliersi dalle sopri^ccitate testi-
monianze, dovrà esser gradita sgli studiosi e lette- rati uomini V opera mia,
che procurata avendone la ristampa, ho aperta a maggior numero dì [)er- sone la
via di provvedersene; ie quali se di tanto, mi saranno cortesi, che vogliano,
leggendo il li- bro con quella attenzione che esso merita, di que- sta
edizione, far prova, spero, che come io della lor cortesia, così dovranno esse
restar contente della mia diligenza. PREFAZIONE DELL' AUTORE AL SIG. M.
LUCREZIO PEPOLI NOBILE E PATRIZIO BOLOGNESE , GENTILUOMO VENEZIANO ECC.
\^uanturique io, come voi sapete, ornatissimo e gentilissimo signor Marchese,
mi sia messo a scri- vere questo Trattato di Filosofia morale per coman-
damento vostro e per voi solo, e perciò speri che egli debba esser letto
unicamente da voi, essendo unicamente per voi scritto^ ad ogni modo, perchè
potrebbe venire in mano d' altri, i quali, ciò non sapendo, estimassero me
essere incorso in varii er- rori, e di questi mi riprendessero, io penso di do-
vere escusarrai appresso loro. Perchè sebbene es- sendo voi soddisfatto della
mia fatica, poco debbo curare il giudicio degli altri, non è tuttavia da
^)erDieltere che agli altri dispiaccia quello che a VQ] è piaciuto eh' io
faccia. E quand' anche le mie escusazioni non fossero ricevute, a me però
giove- rebbe di averle fatte, massime cominciando da quel- ri la che io vaglio
che sia la prima, anzila maggiore di tutte^' cioè che se io ho preso un carico
tanto superiore alle mie forze, prendendo a scrivere io filosofia morale, voi
siete quello che me 1' avete imposto; onde avendo comune con voi la colpa (jare
eh' io debba aver comune con voi anche il biasimo; che di vero mi terrei per
molto contento, e, tro[)po più che non sono, mi stimerei fortunato- incorrendo
in alcuna riprensione, nella quale aves- , si voi per compagno. Per non valermi
però di que- sta escusazion sola, quantunque questa sola bastare mi potesse,
non lascerò di ris[)ondere separatamente a ciascuna delle riprensioni che, secondo
eh' io posso antivedere, mi saran fatte. E certo saran di quegli i quali si
maraviglierunuo che io abbia preso a scrivere di filosofia morale in un tempo
in cui così pochi ne scrivono, e pochissimi curano che se ne scriva. A' quali
però rispondendo dico, che se eglino mi dimostrassero essere la filosofia mo-
rale una scienza ignobile e da sprezzarsi , molto valerebbe la lor ragione; ma
essendo ella stafa stimata sempre fra tutte le altre scienza nobilis sima, e
agli oratori ed ai poeti, e a tutti quelli che s' avvolgono negli aflìiri ed
entrano al gover- no delle repubbliche, sommamente necessaria, non veggo perchè
debba accusarsi chi prenda a scriver- ne, eziandio che pochi ne scrivano; che
anzi par- mi da lodar molto per questo appunto, perchè fa quello che pochi
fanno. Saranno ancor degli al- tri, a' quali parrà cosa strana, che mettendomi
io a scrivere in filosofia, abbi;i voluto seguir Aristo- tele, le cui opinioni
e maniera di filosofare sono oggidì geaeralmente disapprovate; ed altri diranno
12 che la materia della morale vuol trattarsi con mol- to maggior brevità che
non fece Aristotele, dicen- do che al vivere onesto, senza tante speculazioni,
bastano pochissimi precetti, che posson raccoglier- si in quattro versi; e
biasimeranno la lunghezza del mio libro. Però cominciando da questi ultimi, io
non credoj signor Marchese, di avervi messo per le mani un trattato tant(»
lungo, che non possa esser letto ed inteso da ciii si sia in brevissimo tempo:
intanto che io ho temuto assai volle che voi foste per dolervi più tosto della
brevità mia, ed a\ reste desiderato un trattato più ampio e più diffuso; dal
qual però mi sono astenuto, sì perchè gli altri miei studi non mi consentivano
di farlo, sì ancora, e molto più, perchè scrivendo io que- sto trattato per voi
solo, V altezza dell' ingegno vostro non aveva bisogno di molto lunga esplica-
zione. Ma gli altri, che non hanno tanto ingegno quanto voi, e tutta^ia
vorrebbono ridur la mora- le a quattro versi, io non credo già che aborri-
scano la lunghezza, ma più tosto si infastidiscano della scienza istessa, la
qual loro parrebbe sempre troppo lunga, quantunque fosse brevissimamente
trattata; perciocché è sempre lungo tutto quello che infastidisce. Perchè
quanto poi al dire che pochissimi precetti bastano al vivere onestamente, io
noi nego; e so che Socrate fu della stessa opi- nione; e però solca dire che
colui è già grandemen- te virtuoso che desidera di essere. Nego bene che il
fine di quei che scrivono in morale, altro non sia che il vivere onesto; perchè
sebben molti nel principio dei lor trattati non altro fine hanno detto di avere
che questo solo, io credo però, «he (3 se eglino avesser meglio ricercato V
animo lora^ vi avrebbon trovato anche un' altra intenzione molto nobile e molto
necessaria. E questa è di mo- strare agli uomini non solamente le regole
dell'o- nestà, ma farne ancora intender loro le ragioni,! principii e le cause,
per poter poi bene e distin- tamente ragionarne, ed insegnarle ad altri, e far-
ne lezioni da tramandare alla posterità; il che se non avessero quegli
scrittori avuto in animo, non- ne avrebbono disteso tanti libri, ne tanto ac-
curatamente. Ora sebben poche regole bastano al vivere onestamente, però molto
studio e molli avvertimenti e speculazioni si ricercano a poter ben ragionarne;
e quindi è, che non tutti quelli che praticano V onestà, sono anche atti ad
inse- gnarla, e molte volte meglio ne parlano quelli che non la praticano;
richiedendosi in questa materia assai più studio al ben dire che al ben fare:
di che possono facilmente accorgersi i poeti e gli o- ratori, e tutti quelli
che entrano a parlare o nelle pubbliche o nelle private adunanze, occorrendo
loro quasi del continuo di dover giudicare delle azioni virtuose o viziose
degli uomini, ora lodan- dole ed or biasimandole^ e difendendole spesse volte,
e spesse volte accusandole, e venir sovente a contrasti sopra le usanze e gì'
instituti della cit- tà. Delle quali cose se credono di poter parlare assai
bene quelli che non vi hanno studio niuno, quanto meglio e più speditamente il
faranno quelli che, avendovi posto studio, sapranno subito di- stinguere Tuna
virtù dall'altra, e render ragione degli ufficii di ciascheduna, dividendo il
loro di- scorso acconciamente e con bel modo, e tiaendo- ^4 dolo i^ai veri
principii? Il che però non potranoo fare se non quelli che avranno dato qualche
spa- zio di tempo allo studio della morale. Al quale accostandosi avran pur
dovuto in primo luogo vedere in che sia posta la felicità, direttrice co- mune
di tutte le umane aiioni; e quindi, tratti da essa, procedere alla
contemplazione della vir- tù, ricercandone prima la natura, poi per qual modo e
in quante forme dividasi, e come s'ador- ni di tutti gli altri beni, o sieno
quelli che ri- schiarano r intelletto, o quelli che diconsi esser del corpo, o
quelli che si lasciano alla fortuna. E in questo mare entrando, come avran
potuto non trascorrere alla considerazione di quelle qua- lità deir animo che
per una certa similitudine si fingon esser virtù, e non sono? Come astenersi
dalla considerozion degli affetti che per le varie apparenze in noi si
risvegliano? Come passarii dell'amore? come dell'amicizia? Di che si vede, lo
studio della morale poter essere assai breve a chi voglia vivere onestamente; a
chi voglia farne trattali, o sol anche bene e distintamente, ove che sia,
ragionarne, non poter essere se non molto lun- go. E per venire ad alcun caso
particolare, chi non vede che in quelle adunanze massimamente, in cui trattasi
di ridurre a pace le cavalleresche contese, dovendovisi disputar sempre so[)ra
gii uf- ficii della giustizia, dell' intrepidezza, della man- suetudine, del
valore, sopra 1' onore che nasce da virtù, sopra P ingiuria che lo sminuisce o
lo le- va, niente è più necessiirio che posseder bene i principii della morale
filosofia? Nella quale quelli che sono ammaestrati, senza dubbio ragioneran
loUo meglio; laddove quelli che ne son {.ri\i . on possono parlar che a caso;
[)erciocchè seguo- IO le popolari o{)inioni, che non di rado son fal- e, e si
cangiano di dì in dì a ca[)riccio degli uo- 3Ìni; onde quei che le seguono,
decidono le qui- lioni non secondo i prinri[)ii che mostra la ra- ione, ma
secondo quelli a cui per fortuna s' av- engono. Di che potete essere testimonio
voi stesso, ignor Marchese, che essendo nato in così alto luo- o, e
congiungendo a tanta acutezza d'ingegno e rontezza d'animo una singoiar perizia
e destrez- a in o?^n\ maniera di armeggiare, pare che la na- ura vi abbia posto
al mondo per affari di cava 1- rria; ne"* quali essendo sopra l'età vostra
versa- issimo, avrete abbastanza compreso quanto in uelli sia necessaria una
non mediocre conoscenza iella morale filosofia. Ed io credo che per questo
abbiate voluto che io no stenda un trattato, spe- ando forse che altri, mosso
dal mio esempio, ne criverehbe dopo me un migliore. Ma assai s" è Isjlto
circa la riprensione della lunghezza. Venia- 3o alF altra, d'aver voluto io
seguire Aristotele ì cui maniera di filosofare mi dicon essere oggi ì quasi
generalmente disapprovata, parendo an- he le sue ojiinioni disusate e false. Ma
quanto ir essere disusate, io non so perchè alcuno mi ebba per questo
riprendere; imperocché se K' pinioni d' Aristotele diconsi disusate, ciò è
argo- lento che furono usate una volta. Che se le opi - lioni, come le vesti,
usandole si logorassero e pLT- icssero il pregio loro, io concederei volentieri
che lon dovessero più quelle antiche seguirsi che fu- ono un tempo ia
grandissima riputazione, poi i6 dopo un lungo uso sono state abbandonate. Ma
perchè invecchiando gli uomini e indebolendosi, non invecchiano né si
indeboliscono le sentenze, chi vorrà oppormi che io mi allontani dalla con-
suetudine seguendo le opinioni d' Aristotele, le quali se non sono in uso nel
presente secolo, fu- rono però in uso in un altro? Perciocché, volen- dosi seguir
1' uso, non è maggior ragione perchè debba seguirsi più tosto V uso di un
secolo che di un altro, non essendo 1' un secolo di maggiore autorità che V
altro. Ed io so bene che in alcune scienze, le quali si fondano sopra molte e
lunghe osservazioni con esperimenti e prove ricercale, più vuol credersi agli
ultimi secoli, che a quelli che gli precedettero: il che si vede nella notomia,
nella naturale istoria, nella geografia, nell* astronomia, e generalmente in
quasi tutte le scienze fisiche. E ciò è, perchè gli ultimi possono stabilire le
lor dottrine sopra maggior numero di esperimenti e di osservazioni, che gli
antichi non poterono, i quali dovevano averne minor co[)ia. E per l'islessa
ragione dovranno i posteri in tali scienze creder meno al nostro secoh» che al
loro. Glie se la dot- trina morale si stabilisse essa pure sopra tali co» se,
io son d' opinione ancor io, che volendo se- guire la consuetudine, dovrebbe
seguirsi quella degli nltimi; ma fondandosi essa sopra ragioni e prindpii che
in pochissimo tempo si manifestano a tatti, ne altro ricercandovisi se non una
certa acutezza allontanato dal vero. Ed
io credo che errino gran- demente*, perchè se noi vorremo ascoltar la ragio- ne
senza dare all' usanza più di quello che le si dee, io estimo che sarà cosa
assai difhcile il deci- oer ', quale di tanti filosofi che hanno scritto della
morale con tanta acutezza e varietà, abbia colpi- to il vero, e qual no.
Intantochè io credo, che come in altre scienze, così anche in questa, vana ed
inutii fatica prendono quei maestri che vglion prima aver decise tulle le
questioni a senno loro, per insegnarle poscia così, come essi l'hanno de- cise;
quasi la decision loro terminar potesse quelle quistioni che non hanno potuto
terminarsi per la decisione di verun altro; o fosse di maggiore uti- lità agli
scolari apprender ciò che parve vero al lor maestro, il qual forse non era il
più eccellen- te uomo del mondo, che quello che parve vero ai grandissimi ed
eccellentissimi. Io dico dunque che i maestri non debbono pigliar gran pena, se
quelle cose che insegnano, sieno vere o no, purché paia- no vere a molti e
grandi uomini, e P osservazio- ne, o l' esperienza o la dimostrazione non sia
lo- ro contraria; il che avviene talvolta nelle scienze ZA^.oTT;. Optretie. 2
i8 fisiche e matematiche: nelle altre non può così facilmente avvenire. Anzi io
to tanto innanzi, che ardisco a dire, molte Tolte esser più utile e più
conveniente che il maestro insegni quello che par vero a molti, che quello che
par vero a lui solo, se già egli non stimasse se stesso più che tutti gli
altri; perchè se io dovessi insegnar, per esempio, metafisica a' giovani, e me
n'avessi composto una a mio modo la qua! sola mi paresse vera, chi sa- rebbe
però che non volesse più tosto saper quella di Mallebranche o di Leibnizio, che
la mia? IL che se è vero nelle altre scienze, perchè non an- che nella morale?
Cessino dunque di molestarmi coloro i quali credono, che seguendo le opinioni
d' Aristotele, io abbia seguito il falso: perchè ne è cosa facile il decider
ciò; e quando bene avessi seguito il falso, avrei però seguilo l' opinione e la
ragion di moltissimi, la quale presso gli uomini giudiciosi dee render
probabili eziandio quelle co- se che per altro false parrebbono. tvè io però ho
seguito tanto Aristotele, che da lui non mi sia in alcun luogo, come voi
vedrete, signor Marchese, allontanato; il quale potrete anche accorgervi, che
dove r ho seguito, ho però sempre tenuto 1" oc- chio rivolto verso
Platone, di cui. se ho da dirvi il vero, fuor di modo era acceso; né ho sa[)uto
dissimulare abbastanza i miei amori. E se ho se- guito Aristotele, T ho fatto,
perchè m' è paruto che egli mi offra e ponga innanzi tutte le parti della
morale ad una ad una, e le spieghi con- as- sai beli' ordine; di che Pla.tone
non mi è stato cortese. Alcuni però non approvando la forma del filosofar d'
Aristotele, ne quella maniera di [^ro- _ 19 cedere nelle quislioni, anche per
questo mi ripren- deranno; e ciò massimamente faranno quelli i quali vorrebbono
che tutte le cose si trattassero secondo l'ordine e l'usanza de' geometri. Al
che io con- sentirei volentieri; ma vorrei prima che mi spie- gassero
chiaramente in che consista una tale usan- za; perchè se ella si riduce, come
il più suol far- si, a questo solo, che si raccolgano sul principio di ciascun
trattato tutte le definizioni con quelle domande che, per seguir 1' uso dei
geometri, chia- mano postulati, invece di frapporle, come gli an- tichi hanno
fatto, a luogo a luogo, e secondo che il bisogno ne occorre, io non veggo che
gran gua- dagno perciò si faccia; poiché se quelle definizioni e quelle domande
frapposte a luogo a luogo, con gli argomenti che da esse derivansi. non bastano
a chiarir le questioni^ non basteranno ne meno, essendo raccolte in su '1
principio; e quindi è che i matematici stessi non sono sempre stati cosi di-
ligenti nell' osservanza di quella regola. Che se l' usanza dei geometri, la
qual vogliono che si se- gua, si riduce a queslO;, che di ninna cosa mai Hf n
si dispuli se prima non sen' abbia formata una chiara e distinta idea,
intendendo per qual- sivoglia noime «quello che più ne piare, onde non debba
essere contrjjsto intorno alle definizioni, io d{»bito grandemente se possa ciò
farsi in tutte le scienze, e se giovi. Imperocché i geometri, non es- sendo
obbligali di dir più toslo di una cosa che di un' altra, possono inten(Jere per
qualunque no- me quello che loro aggrada, e pe» tal modo, quan- to alle
definizioni, uscir di briga; non così gli al- tri. Perchè se egli verrà
quistione in alcuna adu- ao nanza sopra i doveri del cittadino, niente Telerà a
colui che ragiona, il dire: io \oglio intendere per cittadino quello che a me
piace; ma bisogne- rà pure che intenda quello che è piaciuto agli al- tri, e s'
accomodi al sentiuieuto comune, che è va- go bene spesso ed incerto; e se egli
vorrà ridurlo a idea chiara e distinta per mezzo di una giusta definizione,
incorrerà per questo istesso nei du- bii e nelle dispute. E così avvien quasi
del con- tinuo, qualor si ragiona del valore, della cortesia, della gentilezza,
della beltà, dell' ardire, della ge- nerosità, deir onore, e d' infinite altre
tai cose; che non è lecito intendere per questi nomi quel-* lo che ciascun
vuole, ma bisogna rimettersene al- l' uso del popolo, spiegando le voci il
meglio che si può. Né quello è vero che alcuni van pur di- cendo, cioè che non
si possa ragionar bene e ret- tamente di una cosa se non quando ben' abbia una
chiara e distinta idea. Imperocché senza aver- ne una chiara e distinta idea,
può tuttavia cono- scersene alcuna proprietà, la qual conosciuta, infi- nite
altre se ne raccolgano. Di che potrei recare infiniti esempi sì antichi. ^r;me
moderni, tratti da uomini eccellentissimi, i quali hanno trattato di- vinamente
di alcune cose di cuinon avevano qua- si niuna idea, e ne hanno fatto i volumi.
E per non risalire alle età rimote, quale idea ebbe, o curò di avere V immortai
T^ewton della luce, della cui natura lasciò che ognuno disputasse a voglia sua?
Pure avendo scoperto alcuna sua proprietà nel retVangersi, di quanto accrebbe
per questo so- lo la dioUrica? E quella tanto nobile e tanto fa- mosa forza
attraili sa che oggidì s'' è introdotta con 2T COSÌ grande alterigia nelle
scuole dex fisici, chi può sapere che cosa ella sia? L' istesso Newton, che la
introdusse, non s' ardì pur di cercarlo, e ad essa però romoiiso il governo
dell' universo. E tali pur sono tutte le forme e qualità d'i' corpi, e gli
spiriti stessi, e le inclinazioni dell' animo e gli affetti, e tutto ciò che
loro appartiene; delle quali cose non mai si parlerebbe se dovessero prima
aspettarsene le idee chiare e distinte. Sia questa dunque una felicità propria
dei matematici di po- ter sempre rivolgere i lor discorsi alle idee chiare e
distinte; ma non 1' impongano, come una legge, all' altre scienze, le quali o
non possono osservar- la, o non ne hanno bisogno. Ne so se i matema- tici
stessi sempre l' osservino; e se quelli che spie- gano i ministerii dell'
algebra, e quelli che s' af- faticano intorno alle rose infinitamente piccole,
non incorran talvolta in idee confuse ed oscure, delle quali però niente si
turbano; e come n'han- no scoperta alcuna proprietà, stimano ciò bastar loro, e
procedono avanti nei loro argomenti con sicurezza. Il che se fanno essi, non
dovremo ma- ravigliarci, se i filosofi, trattando delle virtù e dei vizii,
faccian lo stesso; e volendo mostrar agli uo- mini le vie della felicità, e
tener dietro a tutti i beni che la contengono, ragionino talvolta di una cosa
prima di averne data la definizione, e talvol- ta non nedieno definizion ninna,
C(»ntenli di rpiel- la idea che ne ha il popolo; della qual poscia non
contentandosi altrove, la spiegano, e piuttosto che definirla, la descrivono; e
ciò facendo tornano più volte allo stesso argomento, e turbano quel bel- r
ordine che i geometri s' hanno proposto. Né bi- 22 sogna riprender tanto
Aristotele, né gli altri an- tichi, che le materie loro trattarono a questo mo-
do. I quali non è già da credere che non cono- scessero i comodi del ragionar
geometrico, ma co* nobbero ancora, vana cosa essere il volergli tra- sferire a
tutte le scienze. E certo troppo duro sa- rebbe il non volere che possa parlare
della virtù, né lodare la temperanza, la liberalità, la cortesia, la
mansuetudine, se non chi abbia studiato in geometria, essendo queste virtù i
mezzi più prin- cipali per conseguire la felicità, a cui son nati tutti gli
uomini, non i geometri solamente. E credo anche che gli antichi, avendo per le
mani argo- menti cotanto illustri, non volesser perdere i co- mx)di dell'
eloquenza, la qual molto meglio risplen- de e più si fa bella con una certa
leggiadra sprez- zatura, trascurando quel ricercatissimo ordine che si soflPre
in geometria, essendole necessario, e par- rebbe affettazione in altre scienze
che non ne han- no bisogno. E qui par veramente, ornatissimo e gentilissimo
signor Marchese, che il luogo stesso mi chiami a dover dire dello stile e della
forma di scrivere che io ho tenuta nel presente compen- dio, la quale a voi
massimamente, che siete in tutte le grazie del dire esercitato, dovrà parer
stretta oltre modo e angusta, e priva eziandio di quei piccoli ornamenti che la
brevità non rifiuta; e parendo a voi tale, non potrà non parere anche agli
altri. Né io mi difenderò da questa accusa- zione, né cercherò di piacervi in
una cosa, nella quale io non posso piacere a me medesimo. Mi rivolgerò
piuttosto a dimandarvene perdono; il qua- le se da vo i otterrò, soffrirò più
facilmente che mi sia 20 negalo dagli altri. E certo voi sapete, con quanta
fretta ed impazienza m' e convenuto scrivere que- sto compendio in mezzo a
molti altri studii che, non che alla politezza del dire, appena mi con-
sentivano che io pensassi a quello che dir dovea. Il che fu anche cagione che
io mi abbandonassi ad Aristotele, credendo di mettermi in buone ma- ni e far
più presto. Però il rilessi come potei, e scorsi qua e là per gli scritti d'
alcuno de' suoi , commentatori, i quali oltre 1' acutezza dei pensa- menti non
hanno altro che sia gran fatto da imi- tarsi; ed io, che da natura mi lascio
facilmente volgere allo stile di quei eh' io leggo, non potea certo da quei
commenti raccogliere né ornamento ne grazia. Aristotele poi ha molte qualità
nel suo dire belle e maravigliose, e. tra 1' altre una certa franchezza e
brevità risoluta con molla gravità, le (]uali, essendo massimamente accompagnate
da mille altre vaghezze, gli stanno bene, e 1' hanno fatto piacer tanto a
Cicerone. Ma se di quelle al- cun poco mi si fosse attaccato, ben vedea che
quel poco trasferito ad altra lingua, e spogliato degli altri ornamenti,
sarebbe in me cattivo, e rimar- rei nel mio dire, così come parmi d' esser
rimase, arido e digiuno, avendo dinanzi agli occhi un e- sempio pienissimo e
abbondantissimo. Ed io certo avrei posto cura per non incorrere in tali vizii,
o, essendovi incorso, per emendarli, se, oltre gli incomodi che già vi ho
detto, non avessi anche 1' animo inquieto fuor di modo e turbato. Per- chè,
oltre quella naturale malinconia che, com^j sdpetej mi è tanto propria che par
nata meco, po- trei dirvi, se fosse luogo, di molte angustie ed an- ^24 sietà
che tuttavia mi stanno intorno all' animo, né lascian d' essere al commosso
spirito tormento e pena, per quanto dicano d' esser nate da bella e nobil
cagione: ma qual che la cagione ne sia, ohe non si allontana però dalla virtù,
affliggono il cuore, e distolgon la mente dagli studii riposati e tranquilli.
Intanto che mi sono sdegnato più volte meco stesso della mia filosofia, e ho
preso in ira gli scritti miei, parendomi presunzion trop- po grande che io
volessi mostrare agli altri la fe- licità che non he sapulo ritrovare per me
mede- simo; e s« il libro non fosse stato fatto per co- mandamento vostro e per
voi, io non so quello che ne fosse avvenuto. Poi pensando meco stesso e
rivolgendomi con l'animo tra le mie cure, ho finalmente considerato, che se noi
non vogliamo che parlino della felicità se non i felici, è da te- mere che
trop[)o pochi saranno al mondo quelli che ne parleranno. E siccome interviene
talvolta in una città, o terra illustre, che non essendovi niun maestro assai
valente o di ballo o di musi- ca, o di pittura o d' altra tal arte nobile e
libe- rale, pur si piglia lezione da chi è men che me- diocre, parendo meglio
saper qualche cosa di quel- le arti che esserne del tutto privo; così essendo
al mondo tanto pochi i felici, o piuttosto non es- sendone ninno, chiunque
voglia lezioni di felicità, debba essere contento di prenderle da qualche
infelice. Senza che molte volte le cose^ meglio che per se stesse, si intendono
per li loro contrarii. 11 perchè dovranno essere attissimi ad insegnare la
felicità eziandio quelli che non la provano, so^ lo che notino diligentemente e
con qualche sta- dio tutto ciò che sentono mancare in loro, e co- noscano ad
una ad una tutte le parti della loro miseria^ il che non è mollo difficile a
chi la pro- va. Comunque siasi, che troppo ornai s'è detto, se il presente
libro \enisse in altre mani che nel- le vostre, e le mie escusazioni non
fossero dagli altri riccTute, a me però basterà che sieno rice- vute da Toij e
quand'anche ciò mi negaste, pure sarò contento di avere obbedito in qualche
modo, e secondo le forze mie, a un cosi grande e così gentil Cavaliere, come
voi siete ; il qual onore per me tanto si estima, ch'io credo che quei me-
desimi che riprenderanno 1' opera mia, dovranno però anche avermene qualche
invidia. i * LA FILOSOFIA MORALE SECONDO l' opinione DEI PERIPATETICI ridotta
in C03IPENDIO Lja. Filosofìa morale è una scienza che insegna all'uomo di farsi
migliore e più felice; donde su- bito si vede , niuna altra disciplina poter
es- sere ne più illustre né più magnifica. Volendo noi esporla brevemente, e
con quella maggior chia- rezza che possiamo, la divideremo in cinque parti.
Nella prima tratteremo della felicità; Nella seconda, della virtù morale in
generale; Nella terza, del'e virtù morali in particolare; Nella quarta, delle
virtù intellettuali; Nella quinta, di certe affezioni o disposizioni d'animo,
le quali sebben paiono degne di laude o di biasimo, non sono però da mettere ne
tra le virtù ne tra i vizii. Il che facendo, poco e in pochi luoghi ci sco-
steremo dall' ordine e dalle opinioni d'Aristotele. PARTE PRIMA — o©^" —
DELLA FELICITÀ. ^^^^^ GAP. I. Come dicasi la Jelicità essere il fine ultimo.
ia. spiegare come la felicità si dica essere il fi- ne ultimo delle azioni,
comincieremo di qui. Le aziotii che V uomo fa sono di due maniere: per- ciocché
altre si fanno senza deliberazione e senza consiglio, come il batter del cuore,
il correr del sangue, il digerire i cibi; e queste si chiamano a- zioni delP
uomo; ed altre si fanno per consiglio e deliberazione, come quando uno aiuta 1'
amico, o mantien fede nel contratto: e queste si chiama- no azioni umane. La
scienza jQsica tratta delle pri- me, delle seconde la morale. Restringendoci
dunque alle seconde, io dico: O- gni azione umana facendosi per deliberazione e
per consiglio- si fa per qualche fine, il qual si vuo- le per un altro fine, e
questo per un altro, fin- tanto che si arrivi ad uno, il qual si vuole non 29
per altro, ma per se stesso, e può dirsi ultimo fi- ne. Così colui cUe vuole il
medico, se lo doman- derai perchè lo voglia, risponderà che lo vuole per la
medicina; e se lo domanderai perchè voglia la medicina, risponderà che la vuul
per la sanità-, e se di nuovo lo domanderai perchè voglia la sani- tà, egli si
riderà della tua domanda: perciocché la sanità non si vuol per altro, ma per se
stessa, e lien luogo d' ultimo fine. Che se egli non avrà vo- glia di ridere, e
vorrà pur rispondere qualche co- sa, altro non snprà dire, se non che egli
vuole la sanità, perchè essa gli sta hene e gli conviene, e insomoìa lo rende
in qualche parte felice. Così tutto quello che l' uom si propone come ultimo
fine in qualunque azione, va a riporsi sotto il no- me di felicità-, del qual
nome gli uomini son tan- to v.'.ghi, che non par loro di star bene se non
possono esser chiamati felici. È dunque la felicità posta neir ultimo fine
delle azioni e dei desiderii degli uomini. E comechè non siasi ancora per noi
dichiarato qual cosa sia cotesto fine ultimo delle azioni, e però non ancor si
sappia in che consista la felici- tàj può tuttavia, per le cose fin qui dette,
facil- mente intendersi che la felicità rende Tuomo così compiuto e perfetto,
che ottenuta essa, altro più non gli resta da volere-, e similmente, che la
feli- cità è da anteporsi a tutte le cose, ed è il maggio- re di tutti i beni.
Imperocché volendosi per se stes- sa ben mostra di avere in se slessa il merito
d'es- ser voluta; non così le altre cose, le quali voglia- mo solamente, perchè
servono alla felicità, né le vorremmo se la felicità non ce le avesse, per co-
sì dire, raccomandate. 5o G A P. I I. , In che consista la felicità. Se ha
quislione in filosofia oscura ed avvolta, si è questa. Veggiamo dunque di
spiegarla a poco a poco, e come possiamo. Egli par certo che il fine ultimo di
qualsivoglia azione umana vada a riporsi o nel piacere o nella virtù^*
perciocché qualunque azione 1' uom faccia, cerca sempre o r uno o V altra; e se
vuole il piacere, non gli si domanda mai perchè lo voglia, parendo che il
piacere sia da volersi per se stesso. E lo stesso dicasi della virtiì.
Riducendosi dunque P ultimo fine o al piacere o alla virtù, pare che la
felicità non debba potere allontanarsi da queste due cose. E quindi son nate
varie opinioni molto tra lo- ro diverse. Epicuro, che fiorì sotto i tempi di A-
ristotele, volle che la felicità fosse posta nel solo piacere, parendogli che
l' uomo non potesse in ul- timo voler altro. La qual opinione prese egli for-
se da Aristippo, che fu capo de' Cirenaici, e fio- ri prima di Aristotele*,
sebbene alcuni credono che Epicuro prendesse tutto da Democrito, il qual fi-
losofo fu della setta degli Eleatici, discendente da' Pitta^orici. Zenone, che
fu capo degli Stoici, e visse intor- no a' tempi d' Epicuro, volle che la
felicità non in altro consistesse che nella sola virtù. Né egli fii'però il
primo a dir ciò; che prima di lui 1' a- '.ea detto Antist-jsne, capo de'
Cinici, il qual visse alquanto prima di Aristotele. ór Platone, che ebbe alla
sua scuola molti grandis- simi uomini, e tra gli altri Aristotele stesso, inte-
se che la felicità dovesse riporsi nella contempla- zione dell* idea del bene;
il che ha bisogno di una spiegazione assai diligente. Noi ne parleremo ap-
presso. Aristotele passò ad altra opinione, la qual noi spiegheremo come avremo
ragionato alquanto del- le altre. GAP. III. La J elicila non è posta nel solo
piacere. Se la felicità fosse posta nel solo piacere, ne seguirebbe, che oltre
il piacere, niente altro re- stasse all' uomo da desiderare; e pure gli
restereb- be da desiderar la virtù, la quale certamente è distinta dal piacere;
dunque non è da dire che la felicità sia posta nel piacer solo. Di fatti chi è
co- lui cui proponendosi due piaceri eguali, l'uno con virtù, l' altro senza,
non volesse anzi quello che questo? Yedesi dunque, che oltre il piacere, vuoisi
ancor la virtù. Poi se la felicità fosse posta nel solo piacere^ siccome tutte
le azioni si fanno per la felicità, co- sì tutte farebbonsi pel piacere; il che
è falso, fa- cendosene molte non pel piacere, ma per altro; e certo colui che si
offre alla morte o per la patria o per l' amico, non pare che cerchi a se
stesso niun piacere: non ò dunque da credere che sia riposta nel piacere tutta
la felicità; ed Epicuro ed Aristippo, elle se 'l credettero, si ingannatono. 52
Ma^ dirà alcuno, le azioni stesse virtuose non per altro si fanno che per quel
piacere che nasce dalla virlùj par dunque che tutte le azioni si fac- ciano pel
piacere. Ed io rispondo, che gli uomi- ni costumati e gentili fanno bensì le
azioni yir- tuose con piacere, ma non per Io piacere. Colui che fa beneGcio
all' amico, lo fa certamente con piacere; ma egli non mira a ciò, mira più
tosto al comodo dell' amico; altrimenti servirebbe non r amico, m;i se stesso.
Che se il virtuoso dirigesse le azioni sue al piacere, egli dovrebbe talvolta
se- guire il vizio, abbandonar la virtù; conciosiaco- sachè meno piacere si
tragga da questa che da quello. Ch3 gran piacere potea promettersi Scevola
allorché slese la mano su '1 fuoco ad abbruciarla? Pur, diranno gli Epicurei,
si vuole il piacere non per altro fine, ma per se stesso; dunque esso contiene
la felicità. Al che rispondo, che potreb- be similmente dirsi delia \irtù, la
qual si vuole non per altro fine, ma per se stessa. Siccome dun- que noi
concediamo loro che la felicità non e po- sta nella sola virtù, così dovrebbono
essi conce- derci che non è posta nel piacer solo. GAP. IV. LaJ'eliciià non è
posta nella sola virtù. Se la felicità fosse posta nella sola virtù, come
voller gli Stoici, ne seguirebbe che bastar dovesse all' uomo la virtù sola, e
questa avendo, non al- tro gli restasse da desiderare; e pure gli restereb- be
da desiderare la sanità che è cosa distinta dal- 33 la virtù, e simiìmente la
robustezza e la bellezza; ed oltre a ciò. le riccbezze, gli onori, i piaceri,
che non sono virtù; dunque non è da concedere che la felicità sia posta nella
\'irtù sola. E per verità chi è colui, che potendo esser sapiente o con sanità
o senza, non volesse anzi essere un sapiente sano che un sapiente ammalato. E
certo la sanità è un bene, volendola gli uo- mini per lei stessa, non per altro
fine; e così può dirsi della bellezza, delle ricchezze, degli onori. Ora se
queste cose mancassero al virtuoso, come spesse volte mancano, chi direbbe che
e^li fosse felice, mancandogli tanti beni? Pure non gli man- cherebbe la virtù;
dunque la virtù non basta al- la felicità. Tu dirai: Gli Stoici pur negarono
che la sani- tà fosse un bene; e lo stesso fecero della robustezza e della
bellezza, e similmente delle ricchezze, degli onori, dei piaceri e degli altri
doni della fortuna, volendo essi che ninna altra cosa fosse da anno- verarsi
tra i beni, fuori solamente la virtù. Il che se è vero, colui che avrà la virtù
avrà ad un tem- po istesso tutti i beni, e per conseguente nulla gli mancherà.
Io rispondo, che gli Stoici non vollero chiamar beni ne la sanità né le altre
cose sopraddette, ma le chiamarono però comode e degne d' essere pre- ferite ai
loro opposti, e d' essere con diligenza procacciate; il che facendo, lasciarono
a quelle cose la natura e 1' essenza del bene, levarono via solo il nome. In
fatti che altro è il bene, se non quello che è da essere preferito al suo
opposto, e da essere voluto e da essere procacciato? Poco Zanotti, Operette. 3
54 ilunque imporla che gli Stoici chiamassero la sa- nità un bsne, ovvero un
comodo, essendo di que- ste voci un sentimento medesimo. E se 1' infer^ mità e
il dolore, e la povertà e l'ignominia non vollero chiamar mali, ciò è nulla:
perciocché le chiamarono incomodi, che è quello stesso. Dirà taluno: L' uomo sapiente
desidera la sa- nità, e le ricchezze e le scienze, per potere eser- citar la
virtù; dunque non è vero che tali cose si desiderino e si vogliano per lor
medesime. Rispon- i do, esser vero che il sapiente desidera tali cose, perchè
servono alla virtù; ma le desidererebbe an- che senza questo. Due ragioni
dunque ha l'uomo savio di desiderare la sanità: e perchè ella è desi- derabile
per se stessa, e perchè serve alla virtù, che è un' altra cosa non meno
considerabile. C À P V. Come dicasi la felicità esser posta nella coniempla-
zion d? un idea. j Piatone distolse gli uomini da tutte le cose ter- rene, e
gì' invitò alla contemplazion d' una idea, nella quale se avesser potuto mirare
una volta, ì disse che sarebbon felici. Pochi si invogliarono d' una felicità
così astratta. ^Soi però dichiarere- mo V opinione di quel grand' uomo, e
comincie- remo da più alti principii a questo modo. Tra le molte idee che ci si
parano dinanzi al- la mente, n' ha alcune che si chiamano singola- ri, ed altre
che si chiamano universali. Le singo- lari sono quelle che ci rappresentano le
cose sin- 55 ■golarì^ come V idea del lai uomo, per esempio di Giulio Cesare:
le universali sono quelle che ci rappresentano certe forme iistratte, che
apparisco- no non in una cosa soia, ma in molte; come l'idea dell' uomo in
generale, per cui ci si rappresenta non un tal uomo, ma la natura e la forma
astrat- ta dell' uomo, la qual apparisce in tutti, E così è V idea del
cittadino in generale, che ci rappre- senta non un tal cittadino^ ma una certa
forma astratta, che apparisce in tutti i cittadini. E tale è V idea del bello
in generale, o Togliam dire della beltà, e 1' idea del buono in generale, o vo-
§liam dire della bontà, ed altre infinite. Credono molti metafisici che le idee
universali si formino cavandole ed astraendole dalle idee singolari; e per ciò
astratte le chiamano: e spie- gano la cosa in questo modo. Veggendo noi molte
cose singolari, ci fermiamo talvolta in quello che è comune a tutte, senza
pensar punto a ciò che è proprio di ciascheduna; e allora è che ci rappre-
sentiamo nella mente una certa forma comune, ca- Tandola dalle cose singolari,
e formiamo l' idea universale. Così veggendo molli uomini singolari. Cesare,
Lentulo, Trebazio, e considerando in essi solamente 1' esser d' uomo che è
comune a tutti, ci formiamo nell' animo un' essenza umana astratta da tutti gli
uomini; e quella è un' idea universa- le. A questo modo ragionano i più dei
metafì- sici, e si credono che quelle forme astratte non abbiano sussistenza
ninna nella natura, e soltanto sieno nelP animo nostro e in quanto da noi si
concepiscono. Ma Platone, il qual solo vai più che tutti gli altri, ha creduto
il contrario, ed ha voìuloche le 56 nature astratte sieno e sussistano non
negli animi nostri, ma fuori, e fossero anche prima che si con» cepissero: e
queste essere eterne ed immutabili, non ristrette da luogo ne da tempo, alle
quali ri-- Tolgiam r animo per un avviso che ce ne danno gli oggetti singolari,
secondo che a noi si presen- tano: onde ci pare di trarle e pigliarle da essi,
ma le abbiamo d' altronde. E secondo una tale opi- nione, non è da credere che
la beltà, la bontà, e le altre essenze che astratte si chiamano, per noi si
formino e sieno soltanto, quanto da noi si con- cepiscono, perchè né si concepirebbon
da noi se già non fossero, né noi le formeremmo giammai cosi perfette, come le
veggiamo. E queste sono le idee tauto famose di Piatone. Ora accostandoci al
proposito, è da sapere, essere stata similmente opinion di Platone, sostenuta
da lui con molte ragioni, che le anime nostre fossero prima che noi nascessimo;
e che a quel tempo, es- sendo libere e sciolte da'legami del corpo, vedessero
molto chiaramente le idee che abbiamo detto, né in altro si esercitassero che
nella contemplazione di esse, per le quali appresero fin d' allora tutte le
scienze, benché immerse poscia ne' corpi appena se ne ricordino. E come volle
che le anime no- stre fossero prima che noi nascessimo, così anche sostenne con
molte ragioni che, noi morti doves- sero 1' anime rimanere; le quali, se nel
corso di questa vita avessero rettamente operato e con vir- tù, sarebbono
ricevute di nuovo tra le idee; ed appressandosi massimamente all' idea della
bontà, e contemplandola e godendosela, sarian contente e felici. Così Platone
levò la felicità da questa. 37 vita, e trasferilla ad un' altra, facendola
consistere nella contemplazion d' un' idea. INè credo che al- tra cosa più
nobile né più magnifica sia stata mai detta in filosofia. Né è V opinion di
Platone, siccome io giudico, tanto opposta all'opinion d' Aristotele, quanto
al- cuni si persuadono; imperocché, come appresso ve- dremo, questi due gran
filosofi non son contrarli tra loro di opinione, ma fanno due diverse qui- ,
slioni. Ad ogni modo, b*^nchè potessero le due sen- tenze di leggeri comporsi e
tenersi araendue per vere, non molto piacque ad Aristotele quella Pla- tonica
felicità, e principalmente si rivolse a levar via l' idea astratta della bontà
con 1' argomento che segue. Acciocché si desse 1' idea astratta della bontà bisognerebbe
che tutte le cose che noi diciamo buone, avesser comune non solo il nome, ma
an»- che una certa forma di bontà che fosse in tutte la medesima*, poiché
questa forma tratta fuori e svelta, per così dire, dalle cose singolari,
sarebbe appunto l'idea della bontà. Ora quante cose diciamo buone, le quali
però niente hanno di comune se non il nome.'' Chi dirà essere la medesima forma
di bontà nella virtù e nel cibo, benché buoni si dicano e l' uno e 1' allra.^
Così argomentava Ari- stotele molto sottilmente centra il suo maestro. 38 GAP.
VI. Lajelicità è posta nella somma di tutti i beni che cojii^engono alla
natura. Dicendosi j la felicità esser posta nella somma di tutti i beni che
convengono alla natura dell' uo- mo, pare che niente venga a stabilirsi, se
prima non si stabilisca quali beni sieno quelli che alla natura dell' uomo sono
convenienti. Imperciocché anche gli Epicurei potrebbon dire, la felicità es-
ser posta nella somma di tutti i beni che conven- gono alla natura dell' uomo,
riducendogli tutti al piacere; e similmente potrebbon^ fare gli Stoici, ri-
ducendogli alla virtù, e i Platonici alla contem- plazione. Ma prima di
stabilire quai sieno i beni che convengono alla natura dell' uomo^ par che
debba stabilirsi qua! sia questa natura: ciò che fe- ce con assai bell'ordine
Aristotele. E dunque l'uomo, secondo Aristotele, per natura sua composto d'
anima e di corpo; e tale essendo, ha bisogno servirsi quasi continuamente di
cose estrinseche. E ciò posto, chi non vede che alla na- tura di lui si convengono
così i beni dell' animo come quelli del corpo, ed anche gli estrinseci? e però
convenirglisi le scienze, le virtù morali, la sanità, la bellezza, gli onori,
le ricchezze e gli al- tri doni della fortuna? Essendo dunque la felicità posta
nella somma di tutti i beni che alla natura convengono, bisognerà dire che ella
sia posta nel- la somma di tutte le sopradette cose. Ma la natura dell' uomo
vuoisi considerare an- cora più sottilmente; perciocché alcuni hanno vo- 39
iuto riguardar 1' uomo come solitario, e non ap- partenente che a se stessoj ed
altri hanno toIuIo considerarlo come nato non solamente a se slesso, ma anche
alla repubblica^ ed è cosa chiara, che secondo queste diverse considerazioni
bisogna an- cora stabilire fini diversi, essendo altri i beni che convengono al
solitario, ed altri quelli che con- vengono al cittadino. E qui entrerebbono
due quistioni, diverse in vero r una dall' altra, ma però tra loro congiun-
tissime; cioè se l'uomo sia composto d'anima e di corpo, e se sia nato alla società;
perchè sebben pa* re che Aristotele non ne dubiti, non è però da sprezzarsi
l'autorità di Platone, il qual volle che l'uomo non fosse altro che l' animo-
né più il cor- {)0 gli appartenesse di quel che appartengono i ceppi al
carcerato. E in verità che altro poteva egli dire, considerando che l'animo,
appresso la morte, si rimarrebbe in eterno senza il corpo? Certo che la naturai
ragione non altro poteva in- segnargli. Che se 1' uomo non è naturalmente cor-
poreo, come potrà e^li dirsi che sia naturalmente ordinato alla società? La
qual non gli appartiene se non quanto, essendo egli nella prigione del cor*-
pò, gli conviene di vivere per qualche tratto di tempo con altri prigionieri a
lui simili. Così Pla- tone. Ma Aristotele considerava V uomo come compo- sto
naturalmente d' anima e di corpo, e lo invi- tava alla società. Però non è da
maravigliarsi che Platone proponesse all'uomo una felicità, ed Ari- stotele un'
altra; imperocché condotti da principii diversi cercarono cose diverse; quegli
la felicità del solitario, e qtiesli dell' uom civile. 4o In fatti arendo poi
Aristotele divisa la felicità in due, in quella del solitario e in quella
dell'uom civile, chiamò la prin)a deopv^tiKr^v^ noi diremo contemplativa; e la
fece consistere nella contem- plazione ne più né meno come Platone avea fatto.
E questa felicità tanto apprezzò, che 1' antepose a queir altra dell' uom
civile, come più nobile di €5sa e più prestante, e degna solo delle forme se-
parate e delle intelligenze sempiterne. L'altra poi, che egli chiamò
TtoXiLXiKriVi noi diremo cittadine- sca, o civile, volle egli che fosse,
quantunque men nobile, tuttavia più consentanea alla natura del- l' uomo ; e la
stabilì, come sopra è detto, nella som- ma di tutti i beni, sì d' anima, come
di corpo e di fortuna; e a questa felicità chiamò gli uomini, lasciando quella
Platonica beatitudine agli Dii. GAP. VII. La felicità civile è posta
principalmente neW esercizio della virtù. Essendo la civile felicità posta
nella somma di molti beni, come sopra è stato dettO;, potrebbe al- cuno voler
sapere in qu-al di essi sia posta princi- palmente, ed io rispondo, esser posta
principalmen- te neir azion ragionevole e virtuosa, essendo que- sta quella che
principalmente si conviene alla na- tura dell' uomo. Nel che mi servirò dell'
argomen- to d' Aristotele. Niente più si conviene al sonatore, inquanto è
sonatore, che suonar bene; e al danzatore, inquan- to è danzatore, che danzar
bene; e al cavalcato- re, inquanto è caTalcatore, che ca*. alcar bene;^ similmente
ad ogni professore, inquanto è tale, niente più si conviene che esercitar bene
la pro- fession sua. Or chi non vede, la profession propria dell^ uomo,
impostagli dalla natura, non altro es- sere che seguir la ragione? Se ciò gli
si leTa, non si distinguerà più dalle fiere. Par dunque che nien- te più gli
convenga che far le azioni ragionevoli e virtuose, e questo esercizio
principalmente si ri- cerchi alla felicità. E perchè l' azion virtuosa può
esser fatta in due maniere, per abito e senz;» abito; e facendosi per abito, si
fa facilmente, facendosi senza abito, si fa dithcilmente e con pena; perù è
chiaro che alla felicità quella azion si richiede che si fa per abi- to',
imperocché non essendovi l'abito, l' azion sa** rebbe faticosa, e la felicità
non vuol fatica. Così argomentava Aristotele, contro cui due ragioni so- no
state mosse, alle quali brevemente risponde- remo. E prima hanno detto, ogni
azione esser diretta a qualche fine: come dunque potrebbe porsi in una azione
la felicità la qual non può esser diretta a niun fine, essendo essa il fine
ultimo ? E quelli che così argomentano, non abbastanza intendono quel che
dicono, e non veggono che il fine dell'a- zione può essere o fuori dell'
az.ione, o nell' azio- ne istessa. Spieghiamo questa distinzione. Il fine può
essere fuori dell' azione, come quando lo scul- tore far la statua, la quale è
il fine, ed è fuori del- l' azione; e quindi è, che finita 1' azione, rimane
tuttavia la statua. Al contrario può il fine essere nell' azione istessa, come
quando uno balla per sol- 42 lazzarsi, il cai fine è il sollazzo, che è posto
neW r azione stessa del ballare; e quindi è;, che ces- sando il ballo, cessa il
sollazzo. L' azione il cut fine è in lei stessa, può dirsi insieme azione e fi-
ne, facendosi non per altro che per lei stessa. Er tale è V azion virtuosa, la
quale, chi la facesse per altro fine che per usar virtù, non sarebbe più a-
zion virtuosa. Però ben disse Aristotele nel libro sesto: eOTL ■ya(p o.vtt^ 'ì^
evTrpa^ia xs/^oq-i 1^ stessa azion buona è fine. E s^ è così, perchè dubiteremo
noi di dire che nell' azion virtuosa sia principal- mente riposta la felicità?
La quale, per questo ap- punto ohe non è diretta ad altro fine, può dirsi fine
a se stessa; il che similmente dell' azion vir- tuosa si dice. Altri poi hanno
sminuito l'argomento d' Ari» stotele, facendolo valere Iroppo più che non con-
veniva, e 1' hanno piegato e rivolto a questo mo- do. Niente può convenire al
sonatore, inquanto e- gli è sonatore, se non il sonare; nò al danzatore, in-
quanto egli èdanzatore, se non il danzare; né al ca- valcatore, inquanto egli è
cavalcatore, se non il ca- valcare; dunque se noi seguiremo gli stessi esempi,
bi- sognerà conchiudere che niente convenga all'uomo, inquanto egli è uomo, se
non l'azion ragionevole e virtuosa; il che dicendo, bisognerà anche dire che la
felicità non ria posta in altro che nella virtù, e ci accosteremo agli Stoici.
Io però rispondo a que- sto modo. Egli è il vere chs al sonatore, inquan- to è
sonatore, altro non si con ,ien2 ce non il sona^ re;ma ciò accade perchè il
sonatore, inquanto è sonatore , altro non è- che sonatore; e lo stes^ so dicasi
del danzatore^ del cavalcatore e de- gli altri. E simiimente se 1' uomo,
inquanto è 45 uomo, non fosse altro che ragionevole, niente al- tro gli si
converrebbe se non l'azion virtuosa; ma essendo egli ancora composto d' anima e
di corpo e però nato alla società, e chiamalo agli iiiHcii del cittadino, non è
da maravigliarsi, se oltre Pazion virtuosa gli convengano eziandio altri beni,
sani- tà, bellezza, onori, senza cui star non potrebbe la felicità, alla quale
ricercasi principalmente la vir- tù, ma non basta. GAP. Vili. Se possa uno
essere più J elice di un altro. Gli Stoici, i quali ponevano la felicità nella
sola virtù, uguagliando talli i virtuosi, uguagliarono e- ziandio tutti i
felici. E ciò fecero, perchè aven- dosi immaginata una certa virtù
perfettissima e somma, di cui ninna potesse essere maggiore, vol- lero chiamar
virtuoso e felice solamente colui che quella avesse acquistata; e quelli che
noi chiamia- mo virtuosi e felici, e che non giungono a quel- la altissimo
grado, gli chiamavano essi, non virtuo- si, ma vicini alla virtù, nò felici, ma
vicini alla felicità. E a questo modo non dovea certo parer loro che uno
potesse essere o più virtuoso o più felice d' un altro. E similmente
insegnavano non poter V uno es- ser dell' altro più misero, ma tutti i miseri
esser miseri egualmente; consistendo, secondo essi, la miseria nell' esser
privo della somma e perfettissi- sima felicità, nella qual privazione tutti i
miseri sono eguali. Né vai che l'uno sia più vicino alla felicità che P altro,
poiché non giungendoTi nìun di loro, ne sono egualmente privi araendue. E qui
valevansi dell' esempio dei sommersi, i quali e- gualmente annegano ,0 sieno
sott' acqua cento pie-»- di, o un palmo solo; non avendovi altra differen- za,
se non che quelli che sono più giù, son più lontani dalla salvezza, e quelli
che son più alti, veggono la lor salvezza più vicina ed affogano con maggiore
speranza. I Peripatetici ragionarono d' una maniera più popolare, e seguendo
Aristotele si risero degli Stoi- ci; imperocché avendo constltuito la felicità
nella soaima di molti beni, vollero che dovesse chia- marsi felice non
solamente colui che tutti gli a- vesse e in grado sommo ( il qual veramente
feli- cissimo dovrebbe dirsi ) , ma anche colui che ne avesse molti e in grado
eccellente, benché alcuni gliene mancassero. E certo questa è 1' usanza del
parlar comune intorno a tutte le qualità; che non si dice caldo o bianco
solamente quel corpo che ha tutti i gradi del calore o della bianchezza, ma
quello ancor che ne ha molti; né si dice eloquen- te solo colui che ha tutte le
parti dell* eloquenza, ma quello ancora che ne ha conseguito molte, e in esse
risplende. Potendo dunque uno aver più beni che un altro, e quegli stessi beni
che ha l'al- tro, avergli in grado maggiore, perciocché può uno esser più forte
e più temperante, e più liberale e più mansueto e più cortese, e più sano e più
robusto e più bello che un altro; quindi è, secondo i Peripatetici, che l' uno
possa dirsi più felice dell' altro. E par bene che gli Stoi- ci,
:*lìontanandosi dall' uso del parlar comune, mutassero più tosto i nomi che le
sentenze. 45 Sebbene sarebbe anche da vedere, se quella lo- ro felicità
perfettissima e somma, di cui niuna maggiore può darsene, non sia un'
immaginazione del tutto Tana e di sua natura impossibile; per- ciocché essendo
la felicità dell' uomo necessaria- mente finita, comequella che dee
proporzionarsi al- l'uomo stesso, il volersela immaginar tale che non ne possa
essere una maggiore, egli è lo stesso che volersi immaginare una cosa finita,
di cui altra maggiore dar non si possa. E siccome una linea finita non può mai
esser tanto lunga, che non pos- sa darsene una più lunga, nò un numero finito
tanto grande che non possa darsene un più gran- de; così né 'pure una
temperanza finita può essere tanto grande, ne una giustizia, né una prudenza,
né lana beltà, ne una forza, che non possa darsene una maggiore. Ma di queste
cose si compone l'umana fe- licità.Egli par dunquecheniuna umana felicità pos-
sa essere cosi grande, che niun' altra maggiore dar se ne possa. Però veggan
gli Stoici, proponendo agli uomini una felicità perfettissima, di non propor
lo- ro una felicità impossibile. Concediamo dunque questa somma felicità, che
essi dicono, a qual- che Dio, e lasciamo che gli uomini gareggiar pos- san tra
loro qual sia più felice e qual meno. GAP. IX. Delle varie maniere di beni.
Essendosi detto che la felicità ci\ ile é posto nel- la somma di tutti i beni
che convengono alla na- tura, sarà cosa molto comoda agli oratori, ed ai 46 ^ _
poeti eziandio, e a tutti quelli che entrano a par- lar d' affari, 1' aver
ridotto la moltitudine dei be- ni a certe classi, per poter ragionarne, secondo
le occasioni, distintamente e con bell'ordine. Ed ai filosofi è cosa anche
necessaria, dovendo essi tral- tarne partitamente, giacché si fanno maestri di
fe- licità; benché però fra tutti i beni^ ond' essa è composta, non si degnano
d' ordinario di spiegar altro che la virtù. E già tra il popolo è introdotta
una certa divi- sione non del tutto cattiva, per cui dividonsi i be* ni in tre
spezie dicendosi altri beni di corpo, ed altri beni di fortuna. La qual
divisione, per le cose dette di sopra, abbastanza può intendersi, E poi un'
altra divisione alquanto più sottile, per cui dividonsi i beni in dilettevoli
ed onesti. Nei dilettevoli si cerca il piacere, negli onesti si trova il
piacere senza cercarlo; perciocché V a- zfone si fa, non perchè rechi piacere,
benché lo rechi. 11 che meglio si intenderà, come avremo trat- tato delle
virtù. Il popolo, che non è avvezzo gran fatto a pen- sar bene e rettamente,
suole aggiungere una terza classe di beni, che egli chiama utili, e far la di-
visione di tre parti. Ma non s'accorge che quella cosa che noi chiamiamo utile,
non è bene in se stessa, ma è più tosto un mezzo che ne conduce a qualche bene,
o sia questo il piacere^, o la virtù. Chi chiamerebbe utile ciò che non
servisse né al- l'uno né all'altra? Non debbon dunque le coseu- tili numerarsi
tra i beni, come le dilettevoli e le oneste; che se ìa divisione piace al
popolo, potrà l'oratore servirsene, non dovrà servirsene il filo- sofo. E slata
quìstione tra i filosofi, se P azion diso- nesta possa esser mai utile. E certo
se ascolteremo gli Stoici, non può. Imperocché utile è quello che ne conduce in
qualche modo alla felicità. Ora es- sendo, secondo essi, la felicità posta
nella sola vir- tù, a cui senza dubio non può mai condurne l' a- zion
disonesta, ne segue di necessità che V azion disonesta non possa giammai esser
utile. Ma que- sta ragione sarà nulla qualor si neghi che la fe- licità
consista nella sola virtù. Consistendo dunque la felicità nella virtù e nel
piacere congiunti insieme. [)are che debba dirsi u- tile tutto ciò che ne
conduce o al piacere o allo virtù^ ma non già ciò che scorgendosi all' uno, ci
allontana dall'altra. E tale si è V azion disonesta, la quale se adorna la
felicità d' alcun diletto, la guasta e la corrompe con la disonestà; e levando
air uomo lo splendore della virtù, lo rende così brutto e deforme, che niiin
[liacere abbellir lo po- trebbe ed ornarlo abbastanza. Pongasi dunque fuor di
dubio, niuna azion disonesta poter veramente dirsi utile. PARTE SECOINDA DELLA
YIRTÙ MORALE IN GENERALE. GAP I. DelV onestà. A. Ri. le molte verità che si
paran dinanzi alla mente; n' ha alcune che si chiamano speculative, ed altre
che si chiamano pratiche. Le speculative son quelle che ci mostrano una certa
cosa essere in certo modo, e niente impongono che per noi far si debba^ come
questa: i pianeti girano intor* no il sole; e questa: F aria è grave; e questa:
ogni triangolo ha tre angoli eguali a due retti; che tut- te sono verità
speculative. Le verità pratiche so- no quelle che ci impongono di far qualche
cosa; come questa: bisogna dare aiuto agli amici; e que- sta: la parola data è
da mantenersi; ed altre. Siccome tra le verità speculative n' ha di quel- le
che si conoscono per se stesse, e si tengono per vere, quantunque non se ne
adduca prova ninna, anzi si assumono esse a provar lealtre^ onde prin- cipii si
chiamano; così parimente tra le verità pra- ^9 tiche ti' ha di quelle che si
manifestano perse me- desime, senza aver bisogno di dimostrazion niuna^ anzi da
esse argomentando si raccolgono tutte le altre, onde prime verità pratiche
posson dirsi. Queste prime verità f)ralichej con tutte le altre che da esse
argomentando si raccolgono, sono ciò che comunemente si chiama onestà^ e tutte
si di- con regole dell' onesto, e quelle prime principi! dell' onesto, ed anche
principi! della morale. Pirrone, che visse circa i tempi d' Aristotele, e
Aristippo, che fiorì alquanto prima, negarono che si dessero queste prime
verità pratiche, le quali si manifestino da se medesime. Gusì togliendo i prin-
cipii levaron via tutto l'onesto. Lo stesso hanno fatto a questi ultimi secoli
due famosi empii, non del tutto ignoranti, Hobbes e Spinosa^ i quali sic- come
hanno levalo i principi! della morale, così potevano per la slessa ragione tor
di mezzo anche i prÌDcipii speculativi, e in questo modo reaaer vano ogni umano
discorso, anche il loro. Ma dirà alcuno; Se si desse questo onesto che voi
dite, dovrebbono le medesime cose tenersi per oneste in tutti i tempi e da
tutte le nazioni; e pu- re altre cose sono stale tenute per oneste in un tempo,
ed altre in un altro: ed anche diverse na- 2Ì3ni giudicano diversamente: e noi
detestiamo ora certi amori, i (juali si dice che in Grecia a' tem- pi di
Socrate furono stimali onesti; dunque 1' o- neslo non è già egli una eerta
verità che si mani» fesli; è più tosto un nome che gli uomini vanno imponendo
ora ad una cosa ed ora ad un' altra, a piacer loro. 5o Ed io rispondo a questo
modo: Benché tante e tanto varie sieno le opinioni intorno alle regole dell'
onesto, non per questo vuoi dirsi che esse re- gole dipendano dal capriccio
degli uomini, e non sieno per se stesse: perchè anche delle verità na^ turali
potrebbe similmente dirsi che dipendano dal capriccio degli uomini,
considerando le infi- nite dissensioni dei fisici. E i metafisici quante dis- sensioni
hanno? né però credono che le loro pro- posizioni dipendano dal capriccio. £ Io
stesso av- viene in tutte le scienze. Di che credo io due essere le ragioni: la
prima sì èj perchè procedendosi in ogni scienza dai prin- cipii alle
conseguenze per via di argomentazione, non tutti argomentano rettamente, e però
discor- dar debbono nelle conseguenze. La seconda si è, perchè tra' principii
stessi n' ha alcuni alquanto astrusi e sottili, de' quali non può accorgersi se
non cai è d' alto ingegno e vi pon molta attenzione. Quanti principii hanno i
matematici, e i fisici e i metafisici istessi, che sfuggono facilmpnte e si na-
scondono. Potendo dunque avvenire che alcun prin- ripio si manifesti ad uno,
non ad un altro, cjua- lunque volta ciò avvenga, dovrà seguirne dissen- sione e
varietà. Kè diremo per questo che le yerità non sussi- stano per lor medesime,
e che possano cangiarsi a piacere, mutando e principii e conseguenze a vo- glia
nostra. Che se ciò non si dice nel P altre scien- ze, perchè dovrà dirsi nella morale?
la quale se ha alcun principio non ben noto a tutti, come han- no anche le
scienze speculative, ne ha però molti ìaotissim.ij e che niuno ardirebbe
negare, Chi ne- 5i gherà che ben sia far bene ad altri, potendo far- lo? Chi
dirà che la parola data non è da mantenersi? Chi negherà questa verità, che
convenga all' uomo di dire il vero, se quegli stessi che la negano, in- tendono
di dire il vero, negandola, e per questo appunto la negano? Tanta è la forza
della verità e dell' onesto. Che se i fanciulleschi amori dei Greci furono in
alcun tempo detti onesti, ciò forse fu perchè onesto si chiama anche quello
che, quantunque cattivo in sé, tuttavia non è condannato dalle leg- gi della
città, ed è facilmente compatito dagli uo- mini, e non reca disonore; siccome
veggiamo ora, che se una giovane donna, essendo libera, ami fo- cosamente un
giovane parimente libero, si dice 1' amore essere onesto, non perchè sia buono
e me- riti laude, ma perchè le leggi della città noi con- dannano, ne reca
disonore alcuno, ed oltre a ciò vuol compolirsi la gioventù; ma non per tanto i
filosofi il disapprovano. Così può essere che gli a- mori de' Greci si
dicessero onesti per simil modo. E parmi di aver letto nel famoso Convito, che
es- sendosi messo Socrate a sedere vicin di Fedro, sor- risero tra loro i
convitati; ciò che è pur segno che quel Socratico amore, quantunque non
disonoras- se l' uomo, nò fosse punito dalle leggi, pure aves- se appresso loro
alcuna sconvenevolezza e defor- mità. Non è dunque da credere nò che i Greci
sli- massero buoni quei certi loro amori, ne che 1' o- nesto si stabilisca così
a voglia ed a capriccio de- gli uomini; altrimenti potrebbe dirsi lo stesso e-
ziandio de'principii di tutte le scienze. 02 GAP. IL Delle leggi. Legge altro
non è che uq' ordinanza, la quale prescrive agli uomini qualche cosa da farsi,
e che essi son tenuti di osservare; cosi che osservandola fanno bene, e meritan
lode e approvazione, e non osservandola s-i rendon colpevoli, e sono degni dì
biasimo e di castigo. La legge poi si divide in na- turale e civile, sebben la
civile nasce e proviene dalla naturale. La legge naturale consiste nelle regole
dell'one- sto; né solamente in quelle prime che si chiaman principii, ma anche
in quelle altre che da" prin- cipii per argoDientazione si raccolgono. E
tali re- gole sono varamente leggi;^ poiché manifestandosi per esse e
dichiarandosi che la tale o la tal cosa dee farsi dagli uomini, inducon negli
uomini ob- bligazione di furia, e gli condannano come colpe- \oli, se non la fanno.
E perchè sentonsi per una certa voce della natura, che le bandisce per cosi
dire, e le promulga nell'animo di ciascheduno, per ciò diconsi leggi naturali.
La legge civile poi è un'ordinanza di qualche uo- mo, la quale ha forza di
obbligar gli altri a far ciò ch'ella ordina. Come eli' abbia tanta forza, è da
spiegarsi diligentemente, {)erchè certo non pare che l'abbia di natura sua. Chi
dirà cheSpeusippo Q Senocrate sieno obbligati di fare una cosa per questo solo
che Alessandro ha dichiarato pubblica- mente di volerla.'* Quel voler
d'Alessandro e quellch pubblica dicliiarazlone che antorllà hanno di na- ttua
loro, onde possano obbligare altrui? E sono oggidì molti, i quali ridendosi
dell'one- sto, come le altre obbligazioni, così anche questa di cui parliamo, fanno
naycere dall' interesse^ in- segnando che il suddito dee obedire al principe,
nron per altro, se non perchè gli torna a conto di così fare. Secondo la qual
opinione cessando l'u- tile in. colui che obedisce, cesserebbe ancora l'ob-
bligazione, e dovrebbe il tutore, qualor credesse di poter farlo con sicurezza,
ammazzare il pupillo, tornandogli ciò a conto. Ma questa \ile filosofia non è
degna degli uomini italiani. E dunque da avvertire che l' onesto, o, vogliam
dire, la legge naturale obbliga gli uomini a man- tener quello di che son
convenuti, e, dove pos- sano far ciò che è necessario al ben comune. Es- sendo
dunque necessario al ben comune che alcu- no proponga i suoi voleri
pubblicamente, e che gli altri vi si .sottomettano; ed essendo di ciò gli uomini
convenuti, ne segue, che se colui a cui sta, propone pubblicamente i suoi
voleri, debbano gli altri per legge naturale sottoporvisi ed obedirgìi; nò dee
veruno per cagion del proprio interesse sot- trarsi all' obbligazione. E di qui
nasce tutta 1' au- torità de' maestrati, a' quali propriamente non o- bediamo
noi, ma facendo ciò che essi vogliono, o* bediamo alla legge immutabile e
sempiterna del- l' onesto. E tanta è l'autorità delTonesto, che comanda a- gli
stessi maestrati, imponendo altamente al prin- cipe di intender sempre nelle
sue leggi alla pub- blica felicità; la qual dovrebbe egli procurare, prò- ^^4 .
curando ai cittadini non sol le ricchezze che tal- volta nuocciono, ma ancora,
e molto più. la virtù che seiiipie giova^ ne dovrebbe voler il bene dei
cittadini per istar bene egli, ma perchè sileno be- ne i cittadini. Il che se
facessero i principi, obe- direbbono all' onesto, e comanderebbono agli uo-
mini e governerebbono le repubbliche alquanto meglio che non fanno. GAP. III.
DelV a-Jon virtuosa. Un' azione fatta secondo le regole dell' onesto chiamasi
virtuosa, così veramente che queste tre condizioni non le manchino: prima che
sia fatta per volontà libera; poi a fine d' onestà; in terzo luogo con fermezza
d'animo e costanza. Spieghia- mo queste tre condizioni ad una ad una. E prima
bisogna che V azion virtuosa sia fatta per volontà libera; poiché le cose che
si movono non per volontà, ma peraltro principio, quantun- que facciano
operazion buona, non si dice però che facciano operazion virtuosa; nò diremo
virtuo- sa una pianta la qual frondeggi, benché frondeg- giando faccia quel che
dee, ma noi fa per volontà. Ed è anche necessario che l' azione si faccia per
Tolontà libera; perchè non si dice mai azion vir- tuosa quella che uno fa,
essendovi tratto da neces- sità. Ma deli' azione volontaria e libera diremo se-
paratamente ne' due capi che seguono. Vuoisi in secondo luogo che 1' azion
virtuosa sia fatta per fine di onestà; il che se non fosse, non 55 potrebbe né
men dirsi fatta secondo V onesto; per- chè colui che fa un'azione, per altro
onesta, ma non col fine di operare onestamente, anzi riguar- dando solo e
intendendo al suo comodo, par certo che adatti 1' operazione più tosto al
comodo che all'onesto, e più operi secondo quello che secon* do questo.
Ricercasi in terzo luogo che 1' azion virtuosa sia fatta con fermezza d'animo e
costanza; il che vuol dire che colui che la fa , dee essere disposto a far- la,
qualunque Tolta ragion lo chiegga. Cosi non si stimerà azione molto virtuosa
quella che fa co- lui il qual paga il debito che è piccolo, disposto di non
pagarlo se fosse maggiore; perchè costui mo- stra di non volere gran fatto
scomodarsi per 1' o- nestà; e s' egli 1' ama, gli manca quella fermezza che
nell'amor si richiede. Kon è alcun dubio che 1' azion virtuosa è degna di laude
e di approvazione, e acquista qualche me- rito a chi l'adopera, rendendolo
tale, che ben gli sta, se ben gliene avviene. E questa verità è tan- to chiara
per se stessa e ina infesta, che può aver luogo tra i principii- Altre
proprietà si assegnano dell' azione virtuosa, delle quali diremo appresso.
Diciamo ora dell' azion volontaria. G A P. I V. Deir azion volontaria.
Volontaria si dice quell' azione che uno fa es- sendo mosso da un principio che
è dentro di lui, avendo considerato le ragioni di farla; e cosi ere- 56 do che
voglia intendersi Aristotele là dove eMice, il volontario esser quello, che
/j^^ apX'^ì ^'^ cf.vxo SidoTO ra y.adszo.GTa. sv Gig 12 n-pahg'f perciorchè le
sin- golari circostanze, x» ;«arim^ appartengono due potenze, intelletto e
volontà: alla seconda appartengono le passioni, l'ira, l'odio, l'amore,
l'invidia, ed al- tre tali. Ora avviene spesse volte che la volontà, posta
quasi in mezzo tra 1' intelletto e le passioni, sia quindi invitata dall'
intelletto con la rappresenta* zione del vero e dell'onesto, e quindi tratta e
quasi strascinata dalle passioni con l' offerta lu- singhevole d' alcun
piacere; di che la volontà sen- te noia, e con fatica e difficilmente può
indursi a seguir l' intelletto, e far azion virtuosa contra- stando alle
passioni. Ben è vero, che se ella si av- vezzerà a vincerle, acquisterà a poco
a poco un abito, per cui le vincerà poi facilmente. Così so- no tre cose
nell'animo che appartengono all'a- zione, le potenze, le passioni e gli abiti.
Ciò posto, argomenta Aristotele in questo mo- do, provando che la virtù e un
abito. Pare che la virtià, appartenendo all' azione, debba essere una potenza,
o una passione o un abito: ma non è ne una potenza, nò una passione; dunque
sarà un abito. Che poi non sia né una potenza, né una passione, si dimostra
così. Se la virtù fosse una potenza, ovvero una passione, ne seguirebbe che C3
tutti gli uomini avrebbono la virtù, imperocché tutti hanno le potenze e le
passioni; se dunque non tutti hanno la virtù, bisogna dire che la vir- tù non
sia né una potenza, ne una passione. 01* tre che, gli uomini si lodano per la
virtù, essendo che per questa fanno le azioni virtuose e lodevo- li; e niuno
però si loda per aver la potenza del- l'intendere, o del volere, poiché tutti
l'hanno; dunque la virtù non consiste in una potenza; mol- to meno in una
passione; imperocché niun si loda per esser iracondo, o timido, o invidioso,
essendo che la lode non vuole andar dietro a tali cose. GAP. VII. Qiial sia il
soggetto della virtù e d'alcune proprietà di essa. Non è alcun dubio che il
sojiziì. Avendo noi detto delle azioni virtuose e delle virtù, ragion vuole che
dicasi ancora delle colpe e de' vizii. Diciamone dunque brevemente. E da
avvertire che l' onestà ci prescrive ed ordina al- cune azioni; alcune altre
non le prescrive, ma solo le propone, e quasi le raccomanda; e quelle siamo
obbligati di fare, queste non già; sebbene anche queste ben sarebbe di farle.
Cosi ben sa- rebbe e secondo 1' onesto astenersi dal vìdo per maggior
temperanza, ma ninno obbligo però vi ci stringe; all' incontrario ognuno ò
obbligato a mo- derar l' ira e conservar la fede. Il contravvenire al
prescritto ed all' ordine del- l' onestà è colpa, la quale può difinirsi azione
di- scordante dall' onesto. Il vizio poi non è altro che abito di commetter
colpe; il qual abito, chi vo- lesse, potrebbe dividersi in più maniere secondo
la varietà delle colpe, in quella guisa che secondo la varietà delle azioni
virtuose si dividono le vir- tù. Ma noi lascieremo che altri il partano a mo-
do loro. La colpa poi ha alcune proprietà che sono de- gne di considerazione. E
prima rende colpevole colui che la commette, cioè deforme ed imperfet- to, e
diverso da quello eh' esser dovrebbe; poi Io fa degno di biasimo e di castigo.
!Xè vale il do- ii3 mandare, in che consista una tale deformità; per- ciocché
in qualunque cosa consista , egli è però certo che colui che ha rubalo, tutti
lo stimano reo e degno di castigo; e ì stimarlo così è lo stes- so che stimarlo
brutto e deforme, ed altro da quel- lo eh' esser dovrebbe. E questa deformità e
reità riman nel colpevole quantunque passi l' azion della colpa; perchè seb-
bene colui ha ammazzato jeri il compagno, e quel- ' la azion non è più, è però
in chi la fece la reità d' averla fatta; ne a toglierla via vale alcun atto che
egli faccia, o pentendosi di quel che commise, o in altro modo; poiché
quantunque il ladro si penta, e restituisca quello che ha rubato, egli è però
tuttavia un ladro, ed è colpevole di quel fur-' to che già fece, ed ha reità in
sé; né può dirsi giusto e innocente per modo alcuno, e tuttavia merita quel
castigo che le leggi h^nno imposto al latro- cinio. So che la filosofia dei
Cristiani ha insegnato i mezzi onde possa giustificarsi, cioè divenir giusto un
colpevole; ma la filosofia naturale, eh' io sap- pia, non ne mostra niuno. E
stata quistione tra gli Stoici e gli altri filo- sofi, se possa una colpa esser
maggiore di un'altra, dicendo gli Stoici, tutte le colpe essere eguali, il eh'?
negavano i Peripatetici; la ragion de' quali può esser questa. Essendo la colpa
non altro che un' azion malvagia, inquanto è discordante dal- l'onesto, quella
potrà dirsi colpa maggiore che più dall' onesto discurda, e quella minore che
meno. Ora può un'azione discordar più dall'onesto, e un' altra meno. Potrà
dunque una colpa dirsi mag- giore di un'altra. In fatti chi negherà, che se due
Zanotti, Operette. 8 ii4 azioni discorderanno dall' onesto, 1' una in tutte le
sue circostanze, l' altra in una sola, non sia quel- la più discordante di
questa? Come V ingannare con giuramento persona amica e in cosa grave; che
certo è più discordante dall' onesto, che non è l' in- gannare in cosa lieve e
senza giuramento uno straniero: poiché questo discorda dall' onesto, in- quanto
solo è inganno; e quello discorda in ogni Fua circostanza. E chi non vede che
più discorda dall'onesto ammazzar suo padre, che involar due scudi al vicino? E
certo siccome naturalmente veg- giamo molte cose esser prescritte dall' onesto,
così pure naturalmente intendiamo alcune esserci im- poste con maggior premura,
e, per cosi dire, con maggiore imperio e autorità, altre con meno; ed esser
maggior colpa contravvenire a quelle che a queste. Sarebbe mollo utile agli
oratori ed a' poeti, massimamente ai comici, aver raccolte le note e i
contrassegni più illustri di ciascun vizio, per po- tere, ricorrendo ad esse,
dipingerne in pochi tratti quando uno e quando un altro, senza aver biso- gno
di tante parole; le quali bene spesso, non toccando quelle note più insigni,
poco vagliono. Polrebbon anche raccorsi le note di ciascuna virtù e di ciascun
affetto. Aristotele ne accennò alquan- te nella Retlorica e nella Morale, e
molte ce ne mostrano i Caratteri di Teofrasto. Ma in un com- pendio non
possiamo andar dietro ad ogni cosa. — c-ceoegcaorri I PARTE QUARTA DELLE VIRTÙ
INTELLETTUALI GAP. I. Che cosa sia virtù iìitelletluale, e quale il soggetto di
essa e v,ual la materia. •ONCiosiACosAciiÈ la parte ragionevole delFani- mo,
ehe chiamasi ancor superiore, contenga due potenze, intelletto e volontà,
avendo noi detto ab- bastanza della seconda, in cui, come nel soggetto loro,
riseggono tutte le virlù morali, resta che di- ciamo ancor della prima. E per
cominciare dalla difinizione , diremo che V intelletto è quella po- tenza che
riguarda le cose, inquanto sono da co- noscersi , che è lo stesso che dire
inquanto sono vere; siccome la volontà è quella polenzci che ri- guarda le
cose, inquanto son da volersi, che è lo stesso che dire, inquanto son buone. E
paruto ad Aristotele, né senza ragione, che V intelletto debba distinguersi in
due facoltà; l'una della quali può chiamarsi coalemplaliva, V altra
consultativa, ovvero deliberativa. La contemplativa è quella che considera le
cyse noii per altro che ii6 per conoscerle, come fa il matematico allorchc
considera il rivolgimento delle sfere. La consulta- tiva è quella che considera
le cose non sol per conoscerle, ma per prender consiglio sopra di es- se e
deliberare: perchè sebbene l'elezione è pro- pria della volontà, sta però all'
intelletto d'' esa- minar le ragioni dell'eleggere. Ora potendo l' uomo di
leggieri ingannarsi e trascorrere in errore tanto nel contemplar le cose che
solo Tuol conoscere, quanto ancora nel deli- berare, è certissimo che egli può
con lo studio, con V industria e col lungo esercizio acquistarsi un abito di
giudicar rettamente e conoscer e co- se, come sono in se, e di vedere alle
occasioni qual consiglio sia da prendersi e qual no; nò può negarsi che questo
abito non sia un compimento e una perfezione delle sopraddette due facoltà.
Laonde non senza ragione si chiama virtù, edi- cesi intellettuale, perciocché
appartiene all' intel- letto; siccome le virtù che riseggono nella volon- tà, e
la rendono moderatrice e signora delle pas- sioni, si chiamano morali, perciocché
appartengo- no ai costumi. Sia dunque la virtù intellettuale un abito di
conoscer le cose rettamente, o si considerino sol per conoscerle, o si
considerino per deliberar^i sopra. E di qui può vedersi qual sia il soggetto
della virtù intellettuale, e qual !a materia; impe- rocché il soggetto si è l'
intelletto medesimo in cui essa virtù risiede, e la materia sono le cose
istesse che si ronsiderano, inquanto son da cono- scersi. E ciò basti aver
detto dell' essenza della virtù intellettuale, e del s€ TÌen daìT amore, pnò in
questo esse- re malvagità, e vi è, quando il piacere sia mal- vagio. Qfielli
che nelle loro amicizie vanno dietro al- l'utilità, come sopra abbiam
dimostrato, si scosta- no dalla vera amicizia, e similmente quelli che vanno
dietro al piacere. V ha però questa diffe- renza, che chi va dietro all'
utilità, non suol ri- cercare alcuna qualità lodevole nella persona che ama,
bastandogli cke ella gli sia utile; laddove chi va dietro al piacere, suol
ricercare nella persona che ama le qualità lodevoli, come la bellezza, la
grazia, la cortesia; il che si vede negl'innamorati i quali non amerebbono la
persona che amano, se non paresse lor brlla e gentile, e costumata e de- gna
del loro amore; e però si scostano meno dal- la ragione e dalla onestà. Non è
però che non pec- chino tutti qualor trascorrano in eccesso. Quelli che seguon
l'utile, peccano più vilmente; gP in- namorati peccano con più gentilezza, ma
[>erò pec- cano. C 4 P. X. Dell' amicizia che nasce dalla virtù. L'amicizia
si dice nascere dalla virtù, allora quan- do uno avvenendosi in un altro, e
trovandolo cor- tese, piacevole, mansueto, ed ornato di scienze e «li virtù, e
di molle altre qualità belle e prestan- ti, gii par degno di essere ben voluto,
e perciò si muove a volergli ogni bene; poiché se tale bene- ^olenza sarà
scambievole, e scambievolmente si manifesterà, sarà quella rara amicizia che si
dice nascere da virtù, ed è il più ricco tesoro che aver possa F uomo in questa
vita. Non è alcun dubio che tale arr.icizia non sia fra tutte la più gentile e
la più nobile; sì perchè è posta in virtù, si ancora [)erchè non ha altro fine
che il ben dell'amico, essendo disgiunta dall'in- teresse e dal piacere; e però
è molto diversa dalle altre due amicizie che sopra abbiamo dette. Seb- bene non
potendo il virtuoso non essere e piace- vole e liberale, e cortese e magnanimo,
non può non essere ancora cosa molto utile e molto gio- conda; e chi l'ama,
inquanto e \irluoso, viene per conseguente ad amarlo anche inquanto è uti- le,
e inquanto è giocondo. E però tale amicizia pare che abbracci in certo modo e
contenga le al- tre due, ed anche per ciò dicesi perfettissima. E pare ancora
che debba essere durevolissima; im- perocché non ricercando negli amici se non
la vir- tù, niente commette al caso e alla fortuna. E questa è quella
maravigliosu omicizia che fu rara ancor tra gli eroi, e baster»ibbe da se sola
a far bello il mondo, quand' anche tutte l' altre bel- lezze gli mancassero. E
certo che ella è grado som- mo e perfettissimo di società, volendosi bene al-
l' amico non per altro fine se non perchè egli ab- bia bene; il che è grado
sommo e perfettissimo di benevolenza, in cui l' uno vuole il ben dell' altro,
ne cerca più, contentandosi di quel puro e nobil piacere che tien semi>re
dietro all' amicizia senza esser cercato. Sono in vero oggidì uioiii, i quali
e»{^.',)i:en(]o gli ufficii della socielà, non altro fine le propun- Zanottì.
Operette, n l62 gono se non 1' utile» e questa loro opinione esten- dono ad
ogni maniera di società, tanto a quella civile che unisce insieme i cittadini,
quanto a quel- l'altra più ampia e più comune che tutte stringe le nazioni, e
l'una con l'altra le congiunge. La ragion de' quali se noi seguissimo,
bisognerebbe dire che ninno dovesse mostrar la via al passeg- giero, qualora
non ne sperasse alcun utile, e che r una nazione non dovesse mai sovvenir l'
altra senza speranza di qualche guadagno, quand' anche potesse farlo
comodissimamente, e fosse 1' altra ri- dotta agli estremi pericoli. Filosofia
barbara e i- numana, che noi lasceremo agli oltramontani, dai quali ci
contenteremo di esser vinti nella ricchez- za e nel potere, purché non lo siamo
nella virtù. Ma tornando al proposito; io dico che l' amici- zia che nasce
dalla virtù, è sola fra tutte 1' altre perfettissima e meritevole di si bel
nome; si per- chè è fondata in virtù, sì perchè contiene perfet- tissima
benevolenza; della quale abbiamo pochis- simi esempli^ e ne avremmo anche meno
se i poe- ti non ne avessero accresciuto il numero con le lor favole. GAP. XI.
Z?' alcune sentenze intorno alV amiciùa. Corrono alcuni detti intorno all'
amicizia, che usciti; cred' io, dalla filosofia, passaron nel popo- lo,
introdottivi forse dagli oratori e dai poeti; e vogliono qualche spiegazione,
perciocché il popo- lo gii dice assai volte senza intenderne troppo be- i63 ne
il significalo. Vedremo dunque di spiegargli in qualche modo. Poi, dichiarate
alcune quistioni e varie qualità propinque all'amicizia, porremo fi- ne a tutto
questo argomento. SENTENZA PRIMA. E stato detto, in primo luogo, che l'amicizia
con- siste in somiglianza; il che vuole spiegarsi, non es- sendo da credere che
il grande non possa essere amico del piccolo, e il b.^llo del bruito, e il ro-
busto del debole, benché sieno tra Ìdvo dissomi- glianti. Io dico dunque che la
somiglianza, in cui con- siste l'amicizia;, e somiglianza di volontà; così che
gli amici, per quanto sono amici, debban volere le istesse cose; non già perchè
1' uno debba voler avere la stessa cosa che vuole aver l' altro, come se amendue
volessero avere la stessa veste o lo stes- so podere, che di qui più tosto
nascerebbe nimi- stà; né anche perchè l' uno debba voler cose si- mili a quelle
che vuol 1' altro, come se volendo 1' uno una spada, e l' altro ne volesse un'
altra del tutto simile, che questo sarebbe atto più tosto di emulazione che di
amicizia; ma perch^ volendo l'uno avere una cosa, e 1" altro dee volere
che egli l'abbia; poiché così volendo, voglion lo stes- so: come se Scipione
volesse avere il comSndo del- l' armata, e Lelio volesse che egli l' avesse;
nel qual caso Lelio e Scipione vorrebbono la medesima co- sa, e per ciò
sarebbono similissimi nel volere. E in questa simigìianza di volontà è posta 1'
amici- zia; perchè se l' uno degli amici vuol quello stes- i64 so che Tuol l'
altro, volendo ognuno il proprio be- ne, ne segue che l'uno voglia il bene
dell' altroy e l'amicizia è posta in questa mutua benevolenza. Né è per questo
che non possa nascere dissen- sione tra due amici, che anri nasce talvolta, e
ne- cessariamente; [)erchè [luò l' uno credere che una cosa gli sia utile, e
però volerla, la qual l' altro stimi inutile, anzi nocevole, e però non voglia
che egli V abbia: e in questo è più tosto dissomiglian- za di intelletto che di
volontà; perchè volendo a- aaendue ciò che è utile, discordano nel giudicio,
slimando l'uno che talcosa sia utile, e l'altro che non si-i. Così fu quella
gloriosa contesa che na- cque tra i due più grandi amici che sieno slati al
mondo mai. Pilade ed Oreste; de' quali volendo l'uno e l'altro morire, non
volea l'uno in niun modo che Feltro morisse, perciocché niun di loro credea che
fosse all'altro cosa buona il morire;laon- de offerendosi ciascun di loro a
morir per l'altro, lasciarono agli uomini un esempio chiarissimo di una eroica
dissensione. Ben è vero, che se la somiglianza degli amici consistesse solo nel
voler V uno il ben deli' altro così in generale, né mai gli amici si
accordassero ne' giudicii loro particolari, e quello che all'uno [•ar bene,
paresse sempre male all' altro, difficil co- sa saria che l'amicizia durasse
lungamente; pei - ciocché in tanta varietà di giudicii nascerebbono di leggeri
le contese grandissime, nelle quali non suol mantenersi 1' amicizia. E dunque
necessaria all' amicizia la somiglianza delle volontà, e molto anche le giova
quella dei giudicii: e perchè a fare una tal somiglianza mol~ j i65 lo giova la
conformità (Iti temperamenli, e della educazione e dei^li sludii, e 1'
uguaglianza dei na- tali e delio stalo; {lerò si crede che sieno più di- sposti
all' amicizia coloro i quali sono conformi in queste cose, che gli altri; e noi
veggiamo che gli uomini si rendon facilmente benevoli, ed usa- no assai
volentieri con quelli che lor son simili di temperamento e condizione. SENTENZA
SECONDA.. E stato detto, in secondo luogo, ed è passalo in proverbio tra i
Greci la (fhÀiJV KOLva-, c'ioh che le cose degli amici sono comuni; onde
argomentava leggiadramente Socrate che P uom dabbene debba esser padrone di
tutte le cose, essendone padroni gli Dii, de' quali è amico. Ed Aristotele
diede al proverbio maggiore autorità. Veggiamo dunque co- me le cose degli
amici sieno comuni; perchè cer- to non è da credere che la moglie e i
figliuoli, « molti altri beni che son d'un amico, sieno simil- mente e nell'
istesso modo ancor dell' altro. E primamente può dirsi che le cose degli amici
sieno comuni, e che i beni dell'uno sieno anche dell' altro in questo modo.
Perchè avendo 1' un de- gli amici alcun bene, e {jossedendolo e godendo- lo,
vuol l' altro amico che egli appunto l' abbia, e lo possegga e lo goda. Quel
In-no adunque ha appunto queir uso che egli vuole, e così egli lo possiede in
certo modo. E quindi è, che se l' im- perio de' Greci è di Alessandro, e ciò
vuol Par- menione, egli è per certo modo anche di Parme- nione, essendo di
colui, di cui Parmenione vuole che sia. i66 Può anche spiegarsi il proverbio
de' Greci in altro modo: perchè essendo l* amico disposto ausar de' suoi beni a
vantaggio dell' altro amico, ciò ri- chiedendosi alla perfetta amicizia di cui
parliamo, par che questi venga in certa maniera a posseder- gli, avendogli
prontissimi al suo bisogno. SE>TE!«ZA. TERZA. In terzo luogo, è stato detto
che 1' amicizia con- siste in una certa egualità: il che facilmente può
intendersi, intese le cose precedenti: poiché pri- mamente essendo gli amici
tra loro simili di vo- lontà e di pareri, come s' è mostrato di sopra, pa- re
che per questo conto possano dirsi eguali, per- chè tutte le cose simili sono
eguali in quello in che son simili. Laonde ben disse Aristotele: lcfo- T>,'C
de (pi/uo. rai o^Olotì;;: V amicizia è ugua- glianza e similitudine. Poi se i
beni dell' un amico sono comuni anche all' altro, come sopra abbiam dichiarato,
chi non vede che anche per ciò viene a indursi tra gli a- mici una certa
egualità? Egualità vi si indu(ìe an- cora per un'altra ragione: perchè essendo
gli ami- ci, come ora vogliam supporre, virtuosi, quello che è inferiore di
grado, non può soffrir lungamente di usar tutte quelle cerimonie che gli uomini
han- no introdotte per ozio, e che egli sa e conosce es- ser vane. E V altro
amico che è superiore di gra- do, non dee voler soflrire che egli le usi. Così
fa- cilmente si ridurranno a trattarsi con domestichez- la, e come se fossero
eguali, salvo se si trovassero in pubblico; nel qual caso, se non veramente
vir- 167 tuosi, obediranno mal volentieri all'usanza, ma pure obediranno.
Quindi è, che i principi e ge- neralmente i superbi non sono atti all'
amicizia, non potendo loro soffrir F animo di uguagliarsi vaù a veruno in che
che sia. SENTENZA. QUARTA. E anche passato in proverbio che 1' amico d' uno è
un altro lui stesso: (piXog aXXoQ avrog^ scrisse Aristotele; e Cicerone,
aniìcus alter idem. Come ciò possa intendersi, lo spiegheremo in due maniere.
In primo luogo, non è fuor dell'uso comune il dire che ciò che è simile, sia lo
stesso. Chi è che veggendo il ritratto di Cesare assai simile, non di- ca
tosto: ecco Cesare, egli è desso ? Che se la si- militudine, come insegnano gli
scolastici, tende al- l' unità, essendo gli amici similissimi tra loro di volontà
e di pareri, come sopra abbiara dichiara- to, potrà dirsi in certo modo che
sieoo amendue una cosa sola, e che 1' uno sia l' altro. Perchè se il ritratto
di Cesare si dice esser Cesare, avendo gli stessi lineamenti del volto, quanto
più dovrem dire che 1' uno amico sia l'altro amico, avendo la stessa volontà e
gli stessi pareri;, che sono i linea- menti dell' animo ? Iq secondo luogo, può
dirsi che l'amico d'uno sia un altro lui stesso, perciocché gli vuol bene come
a se stesso. 11 che però dee spiegarsi diligen- temente. Io dico dunque che due
maniere sono di voler bene; la prima è, quando si vuol bene anno perchè egli
abbia bene, e non per altro fine; l' al- tra è, quando si vuol bene a uno per
altro fine. i68 E non è alcun dubio che ognuno vuol betie 0 se stesso nella
prima maniera, cioè per aver bene, e non per altro. Ora voleiulo bene anche
all' amico nell'istessa maniera, cioè perchè egli abbia bene, e non per altro,
ne segue che egli voglia bene al- l'amico non altrimenti che a se stesso, e sia
Tuna e l'altra benevolenza d'un istesso genere. ÌSè per questo però vuoisi
inferire, che se V uno amico vuol bene all'altro come a se stesso, gli voglia
an- che bene quanto a se stesso; perchè sebbene la be- ne\olen2ache uno porta a
se stesso, e la benevolen- ta che porla air amico sono di un medesimo gene- re,
potrebbono tuttavia non essere del medesimo grado, ed esser V una maggior dell'
altra: di che diremo in altro luogo, do\e tratteremo dell' amor proprio. GAP.
XII. /?' alcune quistìoni intorno alV amicìzia. Moltissime quistioni sono state
fatte intorno al- l'amicizia. Noi ne sceglieremo alcune; intese le qua- li, non
sarà gran fatto diflicile intender l' altre. QUIST10>E PRIMA. ^e V amicizia
sia un atto, o più tosto un abito. La qual quislione non può dichiararsi, se
j&ri&ia non si spieghi che cosa voglia intendersi in que- sto luogo per
alto, e che cosa voglia intendersi per abito. Per atto vuoisi intendere una
certa forma che è nel soggetto, fin tanto che dura l' operazione; ces- 169 sanfìo
l' operazione, cessa ella pure. Così 1' esser scrivente è un alto il qual
cessa, cessando 1' ope- razion dello scrivere^ finita la quale, 1' uomo non è
più, nò si dice scrivente. Per abito vuoisi intendere una forma che riman nel
soggetto, né cessa perchè cessi 1' operazione: come la nobiltà, la dignità, ed
altre; perchè il no- bile non lascia di esser nobile quantunque si ri- manga
dall' operare, e il principe è principe ezian- dio dormendo. Ora può facilmente
vedersi che l'amicizia è piii tosto un abito che un alto; perciocché 1'
amicizia noii cessa benché cessi di tanto in tanto l'opera- zione; e se Lelio
vedrà dormir Scipione, non di- rà che Scipione non sia suo amico; dirà tosto
che Scipione suo amico dorme. Né perchè dicasi che V amicizia sia un abito^
vuol quindi conchiudersi che sia virtù; poiché per esser virtù non basta che
sia abito in quella ma- niera che abbiamo ora spiegato; bisognerebbe che fosse
uno di quegli abiti i quali consistono in fa- cilità di operare acquistata per
esercizio e per uso. Però essendo 1' amicizia un abito a quella guisa che
abbiamo detto, resta anche luogo a quistio- nare se sia virtù. QUISTIONE
SECONDA. Se V amicizia sia virtù. E' par veramente che non debba essere, per
due ragioni, delle quali la prima è questa: La virtù è un abito che si fa con
1' esercizio e per uso, ma la benevolenza e l'ami- cizia non si fanno a questo
modo, non dicendosi 170 mai che uno voglia bene all' amico perchè ti si è
esercitato e vi ha fatto uso, ma per altro; dunque 1' amicizia non è tìfIù. La
seconda ragione è questa: L' amicizia, essen- do scambievole, non è tutta in
colni che P ha ma parte è in lui e parte è fuori di lui. Cosi l'a- micizia che
Lelio hs con Scipione, non è tutta in Lelio, ma parte in Lelio e parte in
Scipione: e cosi pur avviene di tutte le cose che consistono in relazione e
scambievolezza. Essendo dunque che r amicizia non è tutta in colui che l'ha, ma
in parte è fuori di lui, par certamente che non debba dirsi virtù; poiché la
virtù è tutta in colui che r ha. cioè nel virtuoso, il qual non sarebbe ne si
direbbe virtuoso, se la virtù fosse in lui non tutta intera, ma solo in parte.
Non è dunque virtù l'amicizia; e s'ella è cosa onestissima, come certamente è,
e degna di gran- dissima laude, così che par molto simile alla vir- tù, ciò
proviene perchè gli uflacii dell' amicizia son virtuosi, dovendo 1' amico
esercitar spesse vol- te verso l'altro amico la liberalità, la giustiziala
piacevolezza, la cortesia; senza le quali virtù 1' a- micizia non potrebbe
essere. Ed anche per que- sto pare che l' amicizia non debba ascriversi a^
numero delle virtù, non essendo essa una parti- colar virtù, ma più tosto una
particolar disposi- zione che quasi tutte le abbraccia e le compren- de. Però
ben disse Aristotele che l'amicizia o è virtù, o è con virtù: apef}^ 1? ^er'
apr^ZT^g', dove sebben pare che lasci alcun luogo alla dubitazio- ne, assai
però mostra non aver lui tenuto P ami- Qizia per virtù, avendone dubitato;
oltre che del- 171^ r amicizia ha egli trattalo ampiamente, non in quel luogo
ove prende a spiegar le virtù, ma al- trove. QtriSTIONE TERZA. Se possano
aversi molti amici. E' non ha dubio^ che trattandosi delle amicizie imperfette,
se ne possono aver molti^ benché n' ha di quelle che si accompagnano con la
gelosia^ e facilmente si sde- gnano, e queste non soffrono la moltitudine.
Trat- tandosi poi delle amicizie virtuose e perfette, chia- ro si vede non
essere impossibile aver molti ami- ci, non essendo impossibile l' avvenirsi in
molti cortesi e mansueti, e gentili e magnanimi, e vo- ler loro bene, ed essere
ben voluto da loro. Ben è vero, che ricercandosi all' amicizia V uso fre-
quente di non pochi uftìcii, bisogna vedere che l'averne molte non sia di
soverchio peso. E le amicizie famose, che si leggono nelle istorie, non furon
mai che tra due solij ne i poeti le finsero altrimenti-, forse non parve lor
verisimile che tanti virtuosi si trovasser nel mondo allo stesso tempo, oè
fosse poco il fingerne due ia qualche età. QUISTIONE QUARTA. Come scioìgansi le
amicizie. Essendo 1' amicizia una benevolenza scambievole, come questa cessa
nell' un degli amici, cosi tosto cessa e rorapesi 1' amicizia; né vale che la
benevolenza si conservi neir altro, perchè questo all' amicizia non basta.
Quello poi degli amici dicesi avere sciolta 1' ami- ì-2 cÌ2Ìa, che è stato il
primo a depon'e la benevo- lenza. Può anche sciogliersi V amicizia, restando in
a- mendue gli amici la scambievole benevolenza. E ciò avviene, quando o per
malizia di alcuno, o per qual altro siasi inganno, viene la scambie\ole benevolenza
a nascondersi per modo che 1' un de- gli amici non crede più di essere ben
voluto dal- l' altro; perchè allora quantunque benevo-li si pos- san dire, non
però si diranno amici, essendo 1' a- micizia una benevolenza non solo
scambievole, ma anche, come sopra è detto, ^r^ Àa.vdavoaa, cioè palese e
manifesta; ne vale il dire che fosse una volta manifestata, poiché
nascondendosi poscia, è come se manifestata non fosse. Colui che scioglie e
rompe un'amicizia senza averne forte ragione ( ed è diflicile averla ), com-
mette gran colpa, perchè distruggendo 1' amicizia, distrugge una cosa che è
molto amica della vir- tù. Che se l' un degli amici depone la benevolen- za,
sciogliendo in tal modo 1' amicizia, non perciò dee V altro deporla così
subito; anzi dovrebbe con- gervarla quanto può, essendo V amicizia un raro e
inestimabil tesoro, di cui debbono conservarsi diligentemente ancor gli avanzi.
QUISTIONE QUIBTA. Se V uomo J'elice abbia bisogno di amici. Noi, seguendo
Aristotele, diremo che ne ha bisogno; non perchè alla felicità debbasi
aggiungere altra cosa, essendo essa contenta di se medesima; ma perchè a
formarla e con)porla richieggonsi tutti i 173 beni che alla natura dell' uomo
convengono, e pe- rò anche l' amicÌ7-ia', e come dicesi clie l' uom fe- lice ha
bisogno della sanila, della bellezza, della TÌrtù, senza le quali non sarebbe
felice; così può dirsi air istesso modo che abbia bisogno delPami- cizia, se
già parlar non volessimo della felicità di un solitario, a cui basta la
conversazion degli Dii; il qual però non so se abbastanza si tenesse bea- to,
quando tra lui e gli Dii non fosse una scam- bievole benevolenza, la qual si
eserciterebbe con alivi ufhcii, e sarebbe una certa amicizia divina, di cui ora
non ragioniamo. GAP. XI IL Di alcune qualità che si accostano alla natura delV
amicizia. Ha molte qualità che veramente non sono ami- eizia, ma però all'
amicizia si accostano e le ap- partengono; a noi basterà dire di queste sei:
Della benevolenza, dell' amore, della concordia, della beneficenza, della gratitudine
, dell' amor di se stesso. DELLA BENEVOLENZA. Per le cose fin qui dette, assai
può intendersi che cosa sia benevolenza, la quale in vero non ò altro che un
desiderio del bene altrui. Laonde si vede che la benevolenza non è amicizia, ma
è princi{)io di amicizia; perchè se è scnmbievole e dichiarata, diviene
amicizia; e se non r scambie- vole o dichiarata; è solo benevolenza. 1-4 dell'
amore. L'amor poi altro non è che un desiderio di posseder quello che ne piace;
e il possederlo \uol dire averlo pronto e disposto a qualche piacer suo. Onde
si vede che P amore non è benevolen- za, altro essendo volere il ben d' uno, in
che con- siste la benevolenza, ed altro il desiderare di pos- sederlo. E benché
il volgo, e col volgo i poeti ( a' quali hanno Toluto accostarsi gli oratori,
forse più ancora che non conveniva ) confondano bene spesso queste due cose,
chiamando amore la be- nevolenza, e benevolenza 1' amore, non è però che anche
talvolta non le distinguano; laonde acuta- mente disse Catullo amantem inìiiria
faìis Cfigit CiTftare magis, sed bene velie inimts. E il popolo dirà facilmente
che Lentulo ama il vino, ma che voglia bei^e al vino, non lo dirà co- sì
facilmente; è dunque manifesto altro essere l' a- more, altro la benevolenza.
Ben è vero che le cose che hanno senso, e son nate alla felicità diflicilmente
si amano senza vo- ler lor bene; né il giovane amerà la sua donna sen- za
volerle bene, salvo in certi impetuosi sdegni che si frappongono all' amore; di
che abbiaQiu molti esempi ne' poeti latini, i quali erano più sdegnosi dei
nostri, e desideravano di tanto iu tanto che mal venisse alle lor donne. I
nostri son meno iracondi, e si sdegnano più dolcemente; nel 175 che sono da
commendarsi più che i latini. Ma comechè sia, gli sdegni degl' innamorati
sogliono esser brevi, e tornano presto a benevolenza, sen- za la quale gli
uomini costumati non amano. E quindi forse è venuto che le due qualità si
confondano insieme, cioè V amore e la benevo- lenza, prendendole come una
qualità sola. E i fi- losofi stessi hanno voluto compiacere al popolo,
nominando spesse volte amore tanto la benevo* lenza quanto P amore; e per non
confonder le cose, avendo confuso i nomi, hanno dovuto di- stinguer l' amore in
amore di amicizia, che è quel- lo che noi fino ad ora abbiamo chiamato benevo-
lenza, e in amore di concupiscenza, che è quello che noi fino ad ora abbiamo
chiamato amore. DELLA CONCORDIA. La concordia altro non è che un comune con-
sentimento a volere le istesse cose: dico, a volere; perchè potrebbe chiamarsi concordia
anche il con- sentimento delle opinioni; ma questa non è quella concordia che
intende Aristotele nella morale; la qual consiste nella conformità dei voleri,
non nella conformità delle sentenze; e quella appartiene al- l' amicizia, non
questa; potendo benissimo due a- mici aver diverse opinioni intorno al corso
dei pianeti, ma non potendo esser discordi in voler quelle cose che si
conoscono esser buone alP uno od all' altro. Bisogna bene che gli amici non
discordino trop- po spesso tra loro circa gli uflicii dell' amicizia, stimando
1' uno che sia ufficio d' amicizia ciò che 1' altro stima cerimonia Tana ed
inutile; perchè di qui nascono le querele grandissime, e spesso so- pra cose
piccolissime. Vedete, dice colui, che il tale non venne l' altr' ieri a farmi
riverenza; ed ecco che è già tre ore eh' io son tornato di villa, ed egli non è
ancor venuto a salutarmi, ed an- che 1' anno passato non venne a darmi le buone
feste. E questi queruli, oltreché mostrano picco- lezza d' animo, turbandosi di
cose lievi, non sono molto atti a conservar l' amicizia, o più tosto mo- strano
di non avere amicizia niuna; perocché l'a- micizia ricerca le signihcazioni
veie dell' animo, e si sdegna di quelle che si fanno per usanza, e non vogliono
dir nulla. Isè è però da dirsi che 1' amicizia sia lo stesso che la concordia;
poiché per esser concordi basta volere le islesse erose; ma per essere amici
bisogna che l'uno le voglia per ben dell'altro. Ond' è, che due, i quali si
convengono di fare la stessa co- sa per ben di uu terzo, si diranno concordi,
ma non per questo si diranno amici; anzi potrebbon essere anche nemici, potendo
due nimici concor- darsi insieme a volere il ben d' un terzo. Gli a- mici
dunque son sempre concordi, almeno in ciò che appartiene alla felicità loro; ma
i concordi non son sempre amici. DELLA BENETICENZA. La beneficenza è una
consuetudine di far bene ad altrui, la quale non è amicizia; dovendo l' a-
micizia essere vicendevole, laddove la beneficenza spesse volte noa è; anzi
irJlora è più beneficenza^ quando meno è corrisposta. ^77 Laonde si vede che
nell'amicizia non molto ri- splende la beneficenza; perchè sebbene colui che fa
beneficio all'amico, si chiama benefico, ed è, più benefico però si stima esser
quello che fa be- neficio all' estraneo; perciocché il primo spera in qualche
modo il contraccambio, il secondo, almen d' ordinario, non lo spera in niun
modo. Ben è vero che chi fa beneficio per fin di otte- nere il contraccambio,
non è benefico: perciocché non fa veramente il beneficio, ma lo cambia . E tali
per lo più sono i cortigiani, e quelli che sem- pre cercano il guadagno ,
secondo l' opinion dei quali perduta opera sarebbe fare un beneficio sen- za
cambiarlo. E chi è tale^ ha l'animo vile ed ab- bietto. DELLA GRATITUDINE, La
gratitudine è una disposizion d' animo che noi abbiamo a far bene ad alcuno,
perchè e^li ha fatto bene a noi. Ed è diversa da!!' amicizia; per- ciocché
quello che è grato, fa bene solo perchè ha ricevuto bene: ma quello che è
amico, lo fa anche senza questa ragione; e il grato è tutto in- teso a
restituire il beneficio, Tamico non intende restituirlo; anzi intendendo
restituirlo, mostrereb- be di essere poco amico. Laonde le persone gen- tili,
facendo alcun favore, non mostrano mai di larlo in grazia di un altro favore
che già ricevet- tero, e studiano più tosto di esser grati che di parere. E chi
fa il beneficio, dee farlo in manie- ra che non mostri di aspettarne un altro:
né dee troppo querelarsi se non gli è corrisposto; perchè, Zakotti, Operette.
12 178 querelandosi, fa credere di aver fatto il benefìcio per questo fine.
Onde chi manca alla gratitudine, pecca, e non è però molto virtuoso chi la
esige. E poi anche un' altra ragione perchè 1' amicizia debba credersi diversa
dalla gratitudine, e ciò è, perchè l' amicizia non può aversi con un nemico^ ma
la gratitudine può aversi potendo un nemico, mosso da grandezza d' animo,
averci fatto alcun beneficio, di cui noi gli siamo grati. Altro è dun- que
l'amicizia, altro la gratitudine. Io noa so se in tutta la filosofia sia parte
alcu- na o più oscura o più importante di questa; per- chè se l'uomo intendesse
bene l'amore che egli porta a se stesso, più facilmente stabilirebbe il fi- ne
ultimo, il quale è difficilissimo a stabilirsi per 1* oscurità d' un tale
amore. Noi però ci ingegne- remo di dirne il più che potremo chiaramente, e
comincieremo di qui. L'uomo è Tratto per certo naturale istinto a vo- ler ciò
che è buono a lui; e si dice essere a lui buono tutto ciò che lo rende migliore
e più per- fetto e più tranquillo e più felice, e sono di tal maniera il
piacere e 1' onestà; è dunque 1' uomo naturalmente tratto a voler il piacere e
1' onestà. Or benché dicasi che l' uomo dee volere quello che è buono a lui,
non però dicesi rhe egli deb- ba volerlo a questo solo fine che a lui sia
buono; perchè io posso volere una cosa che sia buona a me, e tuttavia volarla
ad altro fine; e ciò si vede nell' onestà; perchè chi vuole l'onestà, vuole una
179 cosa che veramente è buona a lui: ma egli a ciò non mira; mira più tosto
alla bellezza eterna ed immutabile dell' onesto, da cui rapito non pensa più a
se medesimo. Ed anche così facendo, segue l' istinto eh' egli ha di andar
dietro alle cose che a lui son buone. E questo istinto è appunto quello che
chiamasi amor di se stesso, principio di tutte le azioni, il qual le scorge
sempre a cosa buona, quando al piacere e quando alla yirtù. Ben è vero, che di-
s^riungendosi in questa misera vita il piacere dalla virtù, bene spesso avviene
che all' uom si propon- ga dall' una parte il piacere senza la virtù, dall'al-
tra la virtù senza il piacere; ed essendo egli libe- ro, e potendo eleggere
qual più gli piace, scostan- dosi dalla virtù, segue spesse volte il piacere;
nel che pecca, seguendo un bene che allora seguir non dovrebbe. E tanto più
pecca, che se egli avesse a- speltalo, la virtù forse gli avea preparato
maggior piacere di quello che possa dargli la colpa. Così offende la dignità
dell'onesto, e mal provede a se medesimo, e nell' uno e nell'altro non ben
segue V amor di se slesso. Per la qual cosa quelli che tanto gridano con- tro
l'amor di se stesso, non bene intendono quel die dicono; perciocché chi ama se
stesso cume con- viene, non cerca il piacere se non quanto la virtù ghel
consente, e noi cerca di modo alcuno, pro- ponendoglisi la virtù; nel che segue
le cose che a lui son buone, seguendo l'amor di se stesso ret- tissimamente. E
se alcun si trovasse che ciò faces- se Con costanza d'animo e sempre, io non so
per- che» egli non fosse quel sapientissimo e quel feli- i8o Gissimo che i
filosofi fino ad ora hanno tanto de- siderato di vedere- Spiegato così 1' amor
di se slesso, non sarà dif « ficile il dichiarar tre quistioni che sogliono
farsi intorno all' amicizia. La prima si è, se l' amor di se stesso si opponga
all'amicizia. La seconda si è, se 1' un amico più ami se stesso che P altro
ami- co. La terza, se amando V nomo se stesso, possa per ciò dirsi amico di se
stesso. Delle quali cose io mi spedirò brevemente. Quanto alla prima, seguendo
Aristotele, dico che Y amor di se stesso tanto non si o{)pone all' ami- cizia,
che anzi la ricerca e la vuole. E la ragione è questa; 1' uomo tratto dall'
amore di se stesso vuo - Je tutte le cose che a lui son buone; ora 1' amici-
zia è a lui buona, dunque dee essere tratto dal- l'' amor di se slesso a volerla.
Ma dicono alcuni: Se uno vorrà bene all' ami- co trattovi dall' amor di se
stesso, vorrà bt'ne al- l' amico, perchè bene ne torni a lui, e penserà a - 1'
util suo; dunque non sarà vera e perfetta ami- cizia. ISel che si ingannano:
perchè 1' uomo tratto dall' amor di se stesso vuole le cose oneste, le qua- li
veramente a lui son buone, come sopra abbia- mo spiegato,- ma non le vuole per
questo fine che- a lui ne torni bene, né, volendole, pensa all' util suo; e
l'amicizia è cosa onestissima; dunque la , vorrà in questo modo, e non per ben
suo. Quanto alla seconda quistione, dico che l' uno amico più ama se stesso che
l'altro amico. E la ragione si è. Benché V uomo voglia la felicità sua e la
felicità dell' amico, senza riferire né questa né quella ad altro fine, v' ha
però questa differenza. i8i eh' e' vuole la felicità sua per certo istinto
impres- sogli dalla natura, a cui non potrebbe resistere quand' anche -volesse,
ma la felicità dell' amico la vuole per elezione; e non è alcun dubio che più
forte è l'impulso dell'istinto che quello dell' ele- zione. Può anche addurscne
un* altra ragione. Ha dei beni prestantissimi e sommi che l'uomo non vor- rebbe
perdere perchè gli avesse 1' amico, e tale è la virtù; si vede dunque che l'
uomo più ama se stesso che l' amico. Ben è vero, che trattandosi dei beni
minori, come son quelli della fortuna, non dee 1' uomo studiarsi di averne più
che V amico; e molte volte farà gran senno, se dovendo divi- dergli lascierà
all' amico la maggior parte; perchè così facendo, userà cortesia e farà azion
virtuosa, e lasciando all' amico il danaro, terrà per se il piacere della
virtù. Quanto alla terza quistione, spero che i Peripa- tetici non dovranno di
me dolersi, se, avendo io seguito Aristotele in tante altre opinioni, da lui mi
scosto in una; e dico, che quantunque l'uomo ami se stesso, non dee però poter
dirsi propria- mente amico di se stesso; perciocché l' amicizia vuo- ile
necessariamente scambievolezza, la qual non può ritrovarsi in un soggetto solo;
e se Aristotele ar- gomentava non poter l' uomo dirsi giusto verso se stesso,
non potendo essere verso se stesso ingiusto, perchè non doveva egli similmente
argomentare, non poter l'uomo dirsi amico di se stesso, non po- tendo essere di
se stesso nemico ? Fin qui abbiamo detto dell'amicizia, che è un raro dono del
cielo, e poco dagli uomini conosciu« lg2 to; i quali l'hanno disonorala,
imponendo lo sles- so nome a tutte quelle conoscenze e famigliarilà comuni per
cui si conserva una certa società tra gli uomini, e che nascono per lo più dal
bisogno, e alcuna Tolta dal piacere. Ne sono però cattive; anzi soh buone, e
giova averne molte; ma non bi- sogna confonderle con quella perfetta amicizia
cbe fino ad ora abbiamo descritU), né esigerne gli stes- si ulbcii. ÌNel che
molti peccano, i quali essendo- si trovati con uno tre o quattro volte ad un
con- vito, ed avendone ricevuto alcuna cortesia, ed a- Tendogliene fatta
alcuna, così subito lo chiamano amico, e richieggon da lui tanti ufiicii,
quanti ap- pena ne avrebbe richiesto Pilade da Oreste. Per la qual cosa bisogna
ben distinguere queste ami- cizie imperfette da quella perfettissima di cui ab-
biamo trattato, e non esigerne più di quello che a ciascheduna si conviene;
avendo sempre in men- te che la vera amicizia vuole aversi con pochi; la
cortesia, ia gentilezza, la grazia con tutti. GAP. XIV. Del piacere. Kiente è
più difficile che definir iì piacere, es- sendo egli una di quelle cose che
senliamo senza intenderle. Pur diremo, più tosto per descriverlo che per
definirlo, che egli è un certo dolcissimo e soavissimo sentimento dell'animo,
che non è nò vizio né virtù, e si accompagna tuttavia con a- mendue; e benché
paia che si accompagni più volen- tieri col vizio, onde è venuto in sospetto a
molti. i83 pur segue ancor la virtù, quantunque ella se ne sdegni talvolta e
noi curi. Molti, seguendo Aristotele, hanno insegnato con- sistere il piacere
nelF operazion perfetta di alca- oa potenza. E certo se niuna potenza operasse
al modo suo, e come a lei conviene, non la volontà, non l' intelletto, non
quelle altre che più tengono del corporeo e sensi si chiamano, niun piacere po-
trebbe nascerne. E niuno altresì ne nascerebbe qualor la potenza facesse 1'
operazione sua imper- fettamente, cioè con stento e con fatica; onde par certo
che il piacere sia sempre congiunto con l' o- perazione perfetta di alcuna
potenza; ma questo è spiegar più tosto ciò che produce o trae seco \\ piacere,
che il piacere slesso. Comunque ciò sia, egli è certo che tal dottrina apre un
largo campo a molte divisioni del piaoe- re, che saranno agli oratori ed ai
filosofi molto co- mode. E già si vede, che dividendosi le operazio- ni delle
potenze in più maniere, potranno Emche dividersi i piaceri all' istesso modo; e
quindi è na- ta la division dei piaceri in quei dell' animo e quei del corpo
dicendosi piaceri dell' animo quelli che nascono dall' operazione della volontà
o dell' in- telietto, e piaceri del corpo quelli che nascono dal- l' operazione
di altre potenze, le quali non moven- dosi se in qualche modo non le eccita il
corpo, per ciò si dicono sentimenti del corpo. E que«l« istesse due spezie di
piaceri polrebbon divideM in altre, dicendo, per esempio, che i piaceri del
corpo altri appartengono alla vista, altri all' udi- to, ed altri ad altro
sentimento, facendo così mol- te classi di piaceri. Noi però nou andremo dietro
i84 a tante divisioni, non avendone ora bisogno, e le lascieremo agli oratori,
se avvenga loro di dover ragionar del piacere. Essendo i piaceri divisi così in
varie classi, non è da maravigliarsi se gareggin, per così dire, e ron- tendan
tra loro di nobiltà; e par certo che quelli che appartengono all' intelletto, e
quelli che sono amici della virtù, vogliano essere stimati più de- gli altri,
^è senza ragione; imperocché ogni cosa dee stimarsi tanto più nobile e più
pregevole, quan- to è congiunta a maggior perfezione. Però chi è che non stimi
più nobile lo spirito che il corpo? E tra i corpi stessi, chi è che non ammiri
più quello in cui trova maggiore artificio della natu- ra, che un altro? E se così
è, perchè non stime- remo noi molto più nobile e più perfetto quel piacere che
tien dietro all' operazione dell' intel- letto, di quello che segue l'
operazione d^ alcun senso del corpo, essendo quella senza alcun du- bio più
nobile e più prestante di questa? E potrebbe anche più facilmente conoscersi la
varia nobiltà dei piaceri, chi potesse vedere non sol le cagioni ond' essi
nascono, ma anche 1' in- trinseca forma loro. Sebben sono di quegli i quali
credono, tutti i piaceri essere della stessa forma inquanto a loro, né
distinguersi per altro che per le cagioni che gli producono, le quali, benché
di- verse, producono lo stesso effetto. Aristotele non pare che sia stato molto
amico di questa opinio- ne, essendosi ingegnato di dimostrare con tante prove
che i piaceri doxocit aai to udei diafspsLV^ cioè sono anche di spezie
differenti, il che non si direbbe se fossero diff'erenli tra loro solo per l'o-
i85 perazione che gli produce; ne questa estrinseca differenza avrebbe bisogno
di tante prove. Ed io m' accosto volentieri all' opinion d' Ari- stotele;
perciocché parmi assai probabile, che es- sendo le operazioni, onde i piaceri
provengono, di spezie tra loro tanto diverse, debbano esser diverse eziandio le
spezie di quei piaceri che ne provengono; ed altro debba essere il piacere che
nasce dalla conteiuplazion delle cose, altro quello che nasce dai bere, né Io
stesso piacere sentasi nell'amicizia che nel canto. E quindi è, che i diversi
piaceri, come veggiamo, bene spesso si impediscon 1' un 1' altro e si gua-
stano; e però molte volte ne vogliamo uno, e non un altro; così nella tragedia
ci dispiacciono i motti e gli scherzi che nella commedia ci piacerebbono; e ciò
avviene perchè nella tragedia vogliamo il piacere di piangere. Non è dunque da
dire che da tutte le operazioni nasca lo stesso piacere. GAP. XV. Se il piacere
sia per se sfesso un Bene. Aristotele ha negato che il piacere sia per se
stesso un bene, e V ha assomigliato al desiderio; il qual se è di cosa buona, è
buono, se di cattiva, è cattivo; così il piacere se viene da operazion buo- na,
è buono, se da cattiva, è cattivo. Così Ari- stotele; air opinion del quale io
non potrei acco- starmi, se non là dove si cercasse se il piacere sia per se
stesso onesto o disonesto: che certo non è per se stesso né 1' un né 1' altro;
e sol dicesi one- sto quando viene da operazione onesta, e disone-- sto quando
Tiene da operazione disonesta. i86 Ma cercandosi se il piacere sia per se
stesso un bene, non si cerca già se egli sia per se stesso o- nesto: perchè
molli beni sono oltre agli onesti: la sanità non ha in se né per se onestà
niuna; pur chi dirà che ella non sia un bene? E così pur so- no la bellezza,
l'agilità, la grazia, ed altri doni, de' quali non avrebbe voluto Aristotele
comporre la felicità se non gli avesse stimati beni. Essendo dunque che molli
beni si trovano oltre gli onesti, potrebbe il piacere essere per se stesso un
bene, quantunque per se stesso non fosse onesto; e che egli sia di questa
maniera, m' ingegnerò di pro- Tarlo, che che ne abbia pensato Aristotele. Bene
per se stesso si dice esser quello che l'uom desidera senza riferirlo ad altro
fine, perchè non riferendosi ed altro fine, mostra di avere in se stesso la
ragione di essere desiderato, e però di essere un bene per se stesso. Ora a qual
fine si riferisce egli il piacere? E volendo uno alcun pia- cere, chi è che il
domandi a qual fine lo voglia? Par dunque che il piacere sia per se stesso un
beneu E certo, chi levasse al diletto lutto ciò che non è lui, e ridottolo alla
semplicissima forma del pia- cere, lo mostrasse agli uomini, qual sarebbe tanto
insensato che noi desiderasse? E tanto più mi meraviglio che Aristotele non sia
venuto 0[»ertamcnte in questa opinione, avendo egli stesso mossa una ragione
che pur dovea trar- velo; ed è là dove, argomentando dal contrario, perchè il
dolore è un male, ha conchiuso che il piacere debba essere un bene avafxt^ QV
tvit ^^ov^iv ayaSov ti, sivavì imperciocché essendo il dolcHre s#ufca dubio per
se «lesso un male, pò-» 18; -tea similmente, argomentando dal contrario, con-
chiudere che il piacere dovesse essere per se stes- so un bene. Della qual
forma di argomentare 8Ì rise -veramente Speusippo , e rivolgendola ad altro
soggetto, domandò: se l'avarizia fosse un male; ed essendogli risposto che era,
domandò di nuovo: se 1' avarizia fosse contraria alla pro- digalità; e
rispostogli parimente che era, conrhiuse.. argomentando dal contrario: dunque
la prodiga- lità sarà un bene. Argomentava molto acutamente Speusippo; ma non
però diceva il vero; né dovea così di leggeri trasferir l'argomento
d'Aristotele dalla contrarietà del dolore e del piacere alla contrarietà dell'
avarizia e della prodigalità, essendo due con- trarietà tanto diverse;
perciocché 1' avarizia e la prodigalità si oppongon tra loro, come due estre-
mi d'un'istessa virtù; non così il dolore ed il pia- cere. Ma di ciò altri
veggano. Tornando al proposito, domanderanno alcuni: Se il piacere è per se
stesso buono^ come son dun- que alcuni piaceri cattivi? che tali pur sono i di-
sonesti. A che rispondo, che i piaceri disonesti non son cattivi inquanto sono
piaceri, ma san cattivi inquanto son disonesti; cioè a dire, inquanto si
congiungono ad una operazione che è difforme dalle regole dell'onestà; ed è da
dirsi cattiva l'o- perazione, non il piacer che la segue; e però chi ebborrisce
la colpa, non l'abborrisce perche piece, ( che ciò sarebbe irra^ionevol cosa )
ma \* abborrisce perchè è colpa; siccome chi ama P azion virtuosa, non l* ama
perchè reca incomodo e fatica ( cha ciò sarebbe pazzia ), ma l'ama perchè è
azion vir- tuosai « soffre l'incomodo per amore della virtù. E dunque il
piacere per se stesso un bene, aven- do la forma e la natura del bene in se
stesso; e quindi è, che né alcun uomo felice immaginar sappiamo, né alcun Dio,
se noi ricolmiamo di un grandissimo ed infinito piacere. E ben potea pas- sarsi
Aristotele di quella sua leggiadra compara- zione, quando assomigliò il piacere
al desiderio; perciocché il piacere ha qualche ragione in se d'es- ser voluto,
il desiderio non ne ha niuna; e l'ab- bondanza dei piaceri fa 1' uora felice,
l' abbon- danza dei desiderii non già. GAP. xvr. Se il piacere sia V ultimo
Jine. Essendo io venuto a ragionar del piacere, non crederò che niuno sia per
riprendermi se io tor- nerò ad una quistione trattata già fin da princi- pio, e
cercherò se il piacere sia esso l' ultimo fi- ne; giacché pare che alcuni non
sappiano levarsi di mente che in esso solo sia posta la felicità. Ed anche
Aristotele tornò più d' una volta alla me- desima quistione, né volle finire i
suoi dieci libri della morale senza aver prima risposto agli argo- menti di
Eudosso, il quale avea posta tutta la felicità nel piacere, adducendone più
ragioni. Noi dunque, seguendo Aristotele, ci accosteremo di nuovo ali' istessa
quistione, e non concederemo per niuna ragione ad Eudosso quello che già negam-
mo ad Epicuro. Io dico dunque quello che ho detto altre vol- te; e ciò è, che
la felicità consiste non solo nel 18^ piacere, ma nel piacere insieme e nella
virlùj im- perocché non può V uomo ess'ir felice se egli non ha tutti quei beni
che a lui si convengono, cioè tutti ì beni a' quali per cerio suo invincibile
istin- to si sente esser trailo; or questi beni, come so- pra è dimostrato,
sono il piacere e la virtù; egli non può dunque esser felice se non ha insieme
e piaceri e virlù. Oltre a ciò, il piacere senza la virtù non può mai essere
tanto grande, quanto alla felicità si ri- chiede; perciocché mancando all'
uonìo la virtù, gii manca eziandio quel piacere che da lei nasce, senza il
quale è difficile che egli sia contento. Ed essendo naturalmente inchinato
all'onestà, non può non sentir dispiacere se non T ottiene. Oual è il
traditore, il ladro, l' usurpator,!' assassiiio, il qual sentendo di essere
disonesto, non dispiaccia a se medesimo; ed avendo mille piaceri, non volesse
più tosto avergli con la virtù? della quale essendo privo, 5ente vergogna e
dolore, e ap[>ena ardisce egli stesio di chiamarsi felice. Però è cosa vana
il volere immaginarsi un piacer tanto grande che ba- sti all' uomo senza la
virtù. Ma argomentava Eudosso a questo modo: L'ul- timo fine altro non è, se
non quello che tutte le sensitive cose,o ragionevoli, o irragionevoli per certo
loro naturale istinto appetiscono: ma questo é il piace- re; dunque l'ultimo
fine altro non è che il piacere. Al che rispondendo, dico che V ultimo fine
delle cose sensitive, inquanto son sensiti\e, è veramen- te il piacere;
perciocché, inquanto son sensitive, per loro naturale istinto ad altro non si
movono: ara se le cose sensitive sieno ancor ragionevoli. icp come r uomo è, e
però sieno tratte per naturale istinto non solo al piacere, ma anche alla
virtù, non può r ultimo fine loro consistere nel piacer solo, ma dee consistere
nel piacere e Della virtù; nel piacere inquanto son sensitive, e cella virtù inquanto
son ragionevoli. Argomentava Eudosso anche a quest' altro mo- do: Il dolore è
il sommo dei mali, perchè veggia- mo che tutti lo fuggono; bisogna dir dunque
cht? il piacere sia il sommo dei beni. Ed io rispondo, che il dolore è
veramente un male, e questo ba- sta perchè tutti lo fuggano; nò è necessario
per ciò che eglisia il sommo dei mali. Così potrebbe il piacere essere un bene,
senza però essere il sommo dei beni. Ma domanderà alcuno:Oual è dunque il sommo
dei mali? Ed io risponderò, il sommo dei mali essere il dolore congiunto alla
colpa; che se il dolore si di- sgiungerà dalla colpa, potrà talor disprezzarsi;
qua- si non fosse male, e sarà lode in ciò; come fecero e Scevola e Curzio, e
Bruto, e Catone e tanti al- tri, che dove non fosse colpa, appena credettero
che fosse male il dolore. Essendo dunque il som- mo dei mali posto nel dolore e
nella colpa, par conveniente che il sommo dei beni si ponga nella virtù e nel
piacere. Uu altro argomento di Eudosso era questo: Quel- lo che si appetisce, e
si vuole per lui slesso e non per altro fine, è il sommo bene; ora il piacer si
appetisce e si vuole in questo modo: il piacer dun- que sarà egli il sommo
bene. Al quale argomento rispondo, che quello che si appetisce e si vuole per
lui stfsso, e non per altro fine, è veramente un bene: ma non è da dirsi per
ciò che egli sia il sommo bene. A cotesto modo poteva anche di- mostrarsi che
la virtù sia il sommo bene, percioc- ché essa pure si appetisce e si vuole per
lei stes- sa, e non per altro finej ma ciò fa che ella sia un bene, non già che
sia il sommo bene. Però non altro può quindi raccogliersi, se non che essendo
la virtù un bene, ed anche un bene il piacere, venga per la congiunzion
d'amendue a formarsi quel sommo inestimabil bene a cui tendono tutti i
desiderio dell' uomo, e che noi chiamiamo feli- cità. Pur dirà alcuno: Se un
colpevole non avesse veruno incomodo, nò quello pure della sinderesi, e fosse
intanto ricolmo di tutti i piaceri, chi po- trebbe dire che egli non fosse
felice? Che impor- terebbe a lui della colpa, quando niun male glie- ne
avvenisse? E dunque riposta la felicità nel pia- cer solo. Ed io dico che il
colpevole, il quale ha perduta la sinderesi, quand' anche avesse tutti i
piaceri, non dovrebbe però dirsi felice, essendo che la fe- licità, secondo l'
opinion di tulli, ò uno stato a cui si ricercano due cose; V una è di render
l'uo- mo quieto e tranquillo, l' altra è di renderlo tale qtjale esser dee. Ora
il col{)evole, quand' anche abbia lutti i piaceri, se però ò colpevole, non è
tale, quale esser dee, ma è brutto, deforme, mo- struoso, orribile, detestabile
alla natura; non par dunque che possa dirsi felice. ÌNè vale il dire, che a lui
poco importi della sua deformità; cercando- si qui, se egli sia veramente
brutto e deforme, non so gì' importi di essere. Ma di questo non più. 192 GAP.
XVII. Del desiderio della felicità. E stato detto molte yolte e da molti, che
il de- siderio della felicità si è lo stimolo di tutte le a- zioni, così che
niuna se ne faccia se non per l'in- citamento di essoj' e che esso è
necessario, né può estinguersi in modo alcuno; e che non ha termi- ne, ma va e
procede all' infinito. Le quali coss e- sporremo orn brevemente, spiegando
prima che co- sa esso sia e in che consista. E dunque il desiderio della felicità
un istinto, per cui V uomo desidera la somma di tutti i be- ni che a lui
convengono, e il rendon compiuto e perfetto. II qual desiderio è certamente
nelP uo- mo: perchè sebben pare talvolta che egli si con- tenti di alcuni pochi
beni, non è però che non volesse avergli tutti quando potesse*, e quindi è, che
va dietro ora ad un bene ed ora ad un altro, non essendo veramente contento di
niuno, e vor- rebbe raccoglierne quanti piià può; e giacché non può esser
felice interamente, s' ingegna pure e si sforza di esserlo in qualche parte.
Quindi si vede quanto poca differenza sia tra il desiderio della felicità e
Pamor proprio, se pur ve n' ha alcuna, e non sono più tosto un istinto solo con
due nomi: di che ora niente leva il di- sputare. È anche chiaro che il
desiderio della fe- licità non è virtù: perciocché non si acquista per abito,
ma è inserito dalla natura, onde istinto si chiama; e per 1' istessa ragione
non è vizio nò pure. Spiegalo a questa maniera il desiderio della fe- licità,
può subito intendersi come esso sia l'inci- tamento di ogni azione. Imperocché
niuna azione si fa se non se per conseguire alcun bene, sia di- lettevole, sia
onesto; onde si vede,!' incitamento di ogni azione dover essere quell'istinto
che ci trae verso il bene; e questo istinto è il desiderio della felicità. Ed
essendo così, è anche manifesto che il desi- derio della felicità è necessario,
né può levarsi ^ia, nò estinguersi in nessun modo. Imperocché se es- so è
l'incitamento di ogni azione, ne segue che qualunque azione facesse I' uomo per
estinguerlo, la farebbe mosso ed incitato da esso stesso, e se- guirebbe il
naturai desiderio della felicità in quel tempo medesimo che egli cercasse e si
sforzasse di sfuggirlo, '^ih altra via potrebbe esservi di lerat da se un tal
desiderio, se non ridursi del lutto al- l' inazione, levando da se ogni
intendere ed ogni volere; il che sarebbe cangiar natura. E qui vorrà forse
alcuno che si spieghi alquan- to ampiamente, come gli uomini pecchino; perchè
io ia volontà si porta sempre al bene, come sopra è deito, e ve la trae un
invincibile desiderio di felicità, egli par bene che niuna azion rea né mal-
vagia debba [loter venirne. E come sarebbe mal- "vagia, provenendo da un
desiderio che trae al be«- oe ed è invincibile ? Questa in vero è difìicoltà
importante da spie- garsi; però, beachc io ne abbia ragionato alquan- to in
altro luogo, non lascerò di ragionarne anche qui un poco più Inrganioule. Io
dico dunque, rhe eT quel piacere che se ne trae, e 1 oltre per V coc^iliynia e
dignità loro; e in quelle vogliamo non Terartiot»{« le cose, ma il piacer;-: io
queste vogUajD U co»e; e il voler quelle non è biasimo, il voler queste è
virtù. Ma perchè molli si hanno pur fitto nell' anioìo che ni una cosa possa
Toler- 223 si, uè ìa virtù pure, se non affine di ottener quel piacere che
quindi ne nasce, a manifestar 1' error loro giova scoprirne la cagione. Egli è
certo, che volendo 1" uomo la virtù, sente alcun piacere in volerla; né di
ciò è quislione ch'io sappia. Son dunque alcuni meno accorti, ai quali,
perciocché sentoa piacere in Toler la virtù, par di volere ^ non la virtù, ma
il piacere, o più tosto di voler la virtù per quel piacer solo; né si
accorgono, che quand'anche volessero la virtù per quel piacere, la vogliono
però ancor per se stessa. Il che se non fosse, come potrebbe V uomo seguir così
spesso, ccm' egli fa, più tosto la virtù che gli propone un piccol piacere, che
la colpa che gliene promet- te un maggiore? Non co;ì forse funno i giusti, i
forti, i temperanti, i liberali, i cortesi; i magnani- mi? 1 quali quante volte
seguono la virtù , niun piacere o pochissimo sperandone ! E allora cre- dono d
' essere più virtuosi . Qual piacere po- tevasi aspettar Regolo , andando
incontro ad u- na certissima e crudelissima morte.'' Qual Curzio, allorché,
gittossi nella voriìgine? Qual Scevola , quando stese la mano ad abbruciarla? E
so bene che molli s'ingegnano e si sforzano di provare, maggior diletto aver
sentito Scevola in quell'atto orribil'i e sj^aventoso, che altri non sentirebbe
in uaa soavissima musica, in un convito. Ma chi è che non senta quanto sien
dure e difficili quelle lorragioai,e quanto sforzo costino ai loro ritrovatori?
Le quali però paiono confutate abbastanza dal *'omun senso. Più dunque valse
appresso Scevola, se rettamente giudicar vogliamo, con un piccolis- simo
piacere la virtù, che senza virtù un piacere 223 grandissimo. E di ciò abbiamo
infiniti esempi in tutte le istorie, a cui molto ne banno aggiunto i poeti
nelle lor favole , finti in verità^ ma non gli avrebbono finti, se non ne
avessero prima tro- valo dei veri. Io mi sono fermato su questo argomento
alquan- to più cb' io non volea; né però voglio pentir- mene, parendomi il
luogo importantissimo, e da non dover trapassarsi da cbiunque voglia trattar
materie di morale . E desidererei grandemente che il signore diMaupertuis
l'avesse trattato egli, che l' avrebbe saputo fare molto meglio di me. Ma egli,
non so perchè, ha voluto anzi presup- porre ciò, di che gli altri fanno
quistione;e sen- za recarne ragion niuna, darci ad intendere che la felicità
sia posta nel solo piacerCc, né possa l'uo- mo Toler altro. Né io però
contrasterei molto a chi volesse no- minar felicità il piacer solo, e non
altro, valen- dosi in ciò di quel diritto che con l' esempio dei matematici si
hanno da lungo tempo usurpato i filosofi, di imporre i nomi a posta loro. Ma
chi ciò facesse, e nominar volesse felicità solamente il piacere, dovrebbe poi
bene e diligentemente avvertire, che seguendo tal sua denominazione, affermar
non potrebbe che la felicità foise quel fine ultimo in cui necessariamente
vanno a terminarsi tutti i voleri deli' uomo, se prima non dimostrasse, tutti i
voleri dell' uomo dover terminarsi nel piacere. Ciò che è difficile a dimo-
strarsi; e non avendolo dimostrato il signor di Mau- pertuis, mi ha tolto la
speranza che possa essere dimostrato da altri. Ma di questo fin qui. 224 Prima
di passare avanti, piacemi esponi un du- bio che io non ardisco di sciogliere:
lascierò che lo sciolgano quelli che [)iù sanno di me. Esso mi è nato là, dove
l ' Autor Franzese a misura- re la felicità, Vuole che s'abbia riguardo al- la
lunghe/.za del tempo che ella dura, volendo che in que' suoi momenti felici, di
cui compone i beni, de* quali poi è composta la felicità, si consi- deri non
solamente P intension del piacere, ma la diuturnità altresì. Alla qual sentenia
io mi accor- derei volentieri, se egli 1' avesse dimostrata; ma avendola sol
tanto aflermata senza dimostrarla, non so indurmivi. E certo parmi che non sia
da dis[)rezzarsi 1' autorità degli Stoici, i quali inse- gnavano il contrario,
cioè che ia lunghezza del tempo niente appartenesse alla grandezza della fe-
licità. Perchè siccome un corpo non si dice esser più bianco perchè segua ad
esser bianco per più lungo tempo ; né un uomo si dice esser più ricco, ne più
nobile, né più eloquente, né più virtuoso, perchè vivendo più lungo tempo,
segua anche più lungo tempo ad essere eloquente, o ric- co, o nobile, o
virtuoso; cosi argomentavan gli Stoici dover dirsi dell' uom felice, la cui
felicità se più dura, dee chiamarsi felicità più lunga, ma non maggiore; come
la bellezza di no volto, la qual conservandosi per lungo spazio di tempo, non
per questo divienraaggiore,masolo chiamasi più durevole. E certo egli pare che
la felicità di natura sua aborrisca b successione, né voglia comporsi di parti
die passino e fuggan col tem[)o. Imperocché chi è colui che metta a conto di
fe'icità quello che già passò, e non è più? Chi è che si creda di e«ser felice,
perchè fu uua volta.'' ovvero creda che 225 qualche cosa gli manchi ora alla
felicità, perchè non fu felice gli anni addietro? Così argomenta- van gli
Stoici, la cai ragione io non dico che sia Tera-, dico che è da pensarvi sopra,
e da averne considerazione. Senza che, se V uomo dee misurare la felicità sua,
mettendo a conto non solamente le presenti sue avventure, ma le preterite
ancora, e quelle che appresso verranno, chi potrà fare tutti quei calcoli della
felicità che il signore di Mau- pertuis vuole? Perciocché chi sa le Ticende del
tempo avvenire ? Ma di questo si è detto abba- stanza. i GAP. il. Se nella vita
delV uomo più sieno i beni che i mali. È stato sempre quasi naturai costume
degli uo- mini il dolersi e rammaricarsi della vita presente, come di quella
che tutta sia piena di tribulazioni 9 travagli. Di che una ragione forse è, che
aven- do molti udito dire che i buoni il più delle volle sono infelici, per
parer buoni essi, voglion parere infelici; e perchè veggono la miseria movere
com- passione, la felicità invidia, più volentieri raccon- tano i lor travagli
che le loro prosperità. 1 filo- sofi hanno dato autorità alla querimonia; e
descri- vendo agli uomini una somma e perfettissima fe- licità, a cui niuno in
questa vita può giungere, han fatto lor credere di essere più infelici ancor
che non sono. Hanno anche creduto, confermando la malinconia, di stimolar
maggiormente gli animi Zai^otti, Operette, f5 226 alia Tirtn. Agli oratori non
pareva di essere ab bastanza eloquenti, se non mostravano di seguir' i
pensamenti dei filosofi. E i poeti ancora hanni accresciuta non poco 1'
opinione della comune mi seria con le lor favole, avendole quasi tulle tes sute
dì tristi e dolorosi avveaimenti: così che pa re che gli uomini abbiano posto
non so quale stu dio a rattristarsi. Io cred3va però che il signore di Maupertui
dovesse rattristirsi meno degli altri; perciocché vo lendo egli che debba V
uomo esser felice, e chia marsi contento della vita, sol che la somma d; beni
superi alcun poco quella dei mali, quanti f; liei dovrebbon essere al mondo
secondo lui/* Per che son pur pochi quelli, i quali dopo aver fatt'
diligentemente il calcolo dei beni e dei mali, noi sieno tuttavia contenti di
vivere. E quanti ne so no degli allegri e sollazzevoli che non hanno bi «ogno
di lungo calcolo? Parca dunque che poles se il signor di Maupertuis rallegrarsi
alquanto più e scrivere il secondo capo del suo libro con rre no malinconia. Al
qual capo se noi attendessimo bisognerebbe dire che nella vita ordinaria
dell'uc mo fosse la somma dei mali sempre maggiore dell somma dei beni, e che
però ninno dovesse esse contento di viverci. Ma veggiamo brevemente 1 ragioni
che egli ne adduce. Primamente, argomenta a questo modo. Il vive dell' uomo
altro non è che un continuo desiderar di passar d'una ad altra cosa, e così
cangiar con linuamente quella commozione o sentimento del r animo che i
presenti oggetti in lui risvegliane Il che se è vero, mostra bene che l'uomo
non 227 giammai contento di quel sentimento che egli pro- va al presente, e più
tosto amerebbe non averlo; e ciò posto, quel sentimento è un male ; dunque
tutta la vita non è altro che una continuazione di mali. Così l' Autor
Franzese. Leviamo via noi, se possiamo, questa disperazione. Io estimo dunque
che non ogtii sentimento dell' animo, il qual vo- glia cangiarsi, debba dirsi male,
potendo voler can- giarsi un bene in un altro maggior bene; il che fa- cendosi,
non lascia quello che si cangia di essere un bene, ma è un bene minore. Come se
uno can- giar volesse il piacere che a lui viene dalla ric- chezza in quello
che a lui venir potrebbe dalla scienza; che non per ciò si direbbe che la
ricv-^hezza non fosse un bene, ma direbbesi che è un bene minore della scienza.
Ne mi si dica che . secondo la definizione del Franzese, il male non è altro
che un sentimento delF animo che l' uomo vorrebbe non avere, an- teponendo la
privazione di esso a lui stesso. Per- chè colui che vuol cangiare un bene in un
altro, non antepone al bene che vuol cangiare, la pri- vazione di esso, ma gli
antepone un altro bene. Altrimenti se fosse male tutto quello che vuol can-
giarsi, qual cosa sarebbe non mala ? Guai bene è che l'uomo, possedendolo, non
Io cangiasse di buo- na voglia in un maggiore.'^ Senza che, quante vol- te
interviene che l'uomo voglia cangiar quel be- ne che ha in un altro, e non
voglia però cangiar- lo di presente ? Imperocché conoscendo che quel bene che
egli ha, gli conviene ora, e tra [;oco glie- ne ceaverrà un altro, è contento
di godersi ora quello che ora gli conviene, desiderando poscia 238 di cangiarlo
ìq altro che ad altro tempo gli cod- Terrà; ne dirà per questo che non sia un
bene quello che egli ora si gode. Perchè se male dee dirsi tutto ciò che noi
desideriamo che cessi una Tolta e si cangi, male sarà la commedia, male la
caccia, male il convito; perciocché chi è che vo- lesse che la commedia, o la
caccia o il convito du- rasse sempre? Ma [)oichè siamo entrati a dire del
desiderio, è- da rimovere P opinione di alcuni, i quali ogni de- siderio
indifferentemente mettono a luogo di in- felicità e miseria, ne vogliono che
possa esser fe- lice un desideroso. Il che quantunque possa con- cedersi a quei
filosofi, i quali non vogliono chia- mar felice se non colui che abbia tutti i
beni, sd a cui nulla manchi, non dovrebbe però nò po- trebbe concedersi al
signore di Maupertuis^ secon- do l' opinion del quale può l'uomo felice avere
quanti mali si vogliano, purché i beni che egli ha, alcun poco gli superino;
onde segue che potrebbe r uomo esser felice, e tuttavia sentir 1' affanno del
desiderio, solo che avesse tanti beni che superas- sero queir affanno alcun
poco. Ma sono, a mio giudicio, da distinguersi i desi- derii, essendone altri
inquieti ed affannosi, edaìtri più quieti e tranquilli. Della prima maniera
sono Quei desiderii ne' quali l'uomo tanto s'affligge e si crucia di quel bene
che vorrebbe e non ha, che goasi più non sente quelli che ha; come colui che
tanto desidera la dignità, che finché quella non ot- tiene, più non sente il
piacere né dei balli né dei conviti. E questi desiderii sono veramente perni-
«àosissimi, e veleno e quasi peste della felicità; n.è 229 sono però così
frequenti, che l' uomo, massime se egli sia prudente e moderalo, non passi la
mag- gior parte del viver suo senza tali angustie. Della seconda maniera poi
sono quei desiderli per cui Puomo piglierebbe volentieri alcun bene che non ha;
ma non se ne crucia soverchiamente, e gode intanto di quelli che ha. E di tali
desiderii noi troveremo piena la vita dell' uomo; i quali però non turbano la
felicità, nò so ancora se mali deb- bano dirsi; poiché se non danno agitazione
alT a- ninio, e gli lasciano goder di quei beni ch'egli possiede, perchè
debbono dirsi mali ? Anzi quei desiderii medesimi che più sollecitano il cuore
e l' accendono, ove sieno accompagnati dalla speran- za, recan sovente all'
uomo un tal diletto, che egli non vorrebbe così subito cangiarlo in quello
stes- so bene che desidera; così che differisce egli stes- so talvolta il
conseguimento del suo desiderio, pa- rendogli che tanto più gli dovrà essere
dolce e ca- ro, quanto più lungamente l'avrà aspettato: come vedesi nel
giocatore, il qual desidera ardentemen- te il punto, e potrebbe uscir tosto di
quelP affan- no, aprendo subito e ad un tempo tutte le carte; e pure ama
scoprirle ad una ad una, e a poco a poco, e gli piace aspettar lungamente ciò che
de- sidera. Per la qua! cosa io non credo che sia general- mente vero quello
che alcuni dicono, cioè che ogni desiderio sia infelicità e miseria, veggendosi
che tanto piace all' uomo non solamente il consegui- re il bene, ma ancor
l'aspettarlo. Laonde meno mi persuade il secondo argomento del nostro Au- tore,
il quale è questo. Come l' uomo comincia a 23o desiderar qualche cosa, così
tosto vorrebbe aTerla conseguita, né più sofferire verun indugio; anzi vor-
rebbe ( vedete V iaipazienza dell' uoni Franzese ) che tutto quel tempo il qual
va innanzi al conse- guimento di ciò che desidera, fosse annientato. On- de ne
segue, che essendo l'uomo in continui desi- deri!, dee volere annientare tutta
la vita sua. Al che io rispondo, che pochi sono i desideri! tanto ardenti e
così impetuosi, che soff'rir non pos- sano qualche dimora. Anzi chi è mai che
tanto de- sideri alcuna cosa, che non sia però contento di Tivere anche prima
di conseguirla, bastandogli per qualche tempo la speranza? E quando bene que-
sta gli mancasse, non per ciò bramerebbe egli di non essere, potendo avere
altri beni onde confor- tarsi. Né credo io già che colui che va a Roma
desiderando vedere quelle belle statue e que' bei palagi, e quelle colonne e
quegli archi, né poten- do arrivarvi che in termine d' alquanti giorni, vo-
lesse che quei giorni fossero annientati, e non più tosto lasciarli correre, e
trovar intanto per via buon albergo. Quel giovane desidera la scienza, che non
può conseguire se non dopo il corso di più anni. Diremo per questo che egli sia
infelice per tutti quegli anni, e debba per ciò volere che quegli anni, non
corrano? i^e' quali anni se egli è privo di quella scienza che desidera, non è
pri- vo però della bellezza, non delle ricchezze, non dei comodi, non degli
onori, dei conviti, dei giuo« chi, delle feste; a' quali beni può anche
aggiunge- re la speranza eh' egli ha di dover essere a qual- che tempo chiaro
per molta scienza e famoso. Io non finirei mai se volessi andar dietro a tutti
gli esem- pii di questi desiderii quieti e tranquilli che non levano all' uomo
il piacere ùel vivere. Né anche mi move la terza ragione che l'Autor Franzese
adduce, dlct;ndo che V uomo cerca tut- to '1 dì ricrear l'animo e sollazzarsi,
non per al- tro -Jie per fuggir noia; segno che le noie gli son pure intorno
tutto V di. Ed io dico , che se egli trova quel sollazzo che cerca, verrà per
questo stesso a fuggir le noie, e non le sentir?, ed avrà doppio piacere,
avendo quello di sollazzarsi e quello ' di fuggir noia. Perchè io non credo
già, che TO- lendo r uom sollazzarsi, voglia solamente non sen- tir molestia,
ma credo che voglia anche gustar la dolcezza del piacere; né si contenterebbe
di essere come un sasso, che essendo privo dell'una, è pri- vo ancor
dell'altro. Kon dicasi dunque l'uomo in- felice, perciocché studia del continuo
alleviare la sua miseria coi piaceri; che anzi è da dirsi felice, per- chè può
in tal modo alleviarla. Ma già, quanto al secondo capitolo, parmi, carissimo
signor Conte , di avervi detto abbastanza. GAP. ili. Della natura dei piaceri e
dei dispiaceri. Venendo al capo terzo^ in cui 1' Autor Franzese passa a
disputar sottilmente della natura dei pia- ceri e dei dispiaceri, coraincieremo
a questo modo. "Vuole egli che i piaceri ( e similmente dicasi dei
dispiaceri ) si generino bensì alcuni mediante i sensi del corpo, ed alcuni
altri per qualche ope- razione dell'anima, ma tulli però sieno sentimenti -232
delTanima istessa. Donde argomenta, non solamen- te che possono paragonarsi gli
uni agli altri, ma eziandio che tutti esser debbano egualmente nobi- li e
prestanti^ quasi non potesse essere tia i sen- timenti dell' animo differenza
niuna , né potesse V uno esser partecipe di maggior perfezione che l'altro. L'
intendere appartiene all' anima, ed anche appartiene all'anima il gustare una
vivanda. Pure chi dirà che l'intendere non sia di maggior perfe- aione, e non
senta più del divino.'* Ma lasciando questo. e tenendo dietro all'Autore,
quantunque egli voglia che i piaceri e similmente i dispiaceri tutti sieno
certi sentimenti dell'animo, nonperòopponsiacolorochegli hanni» divisi in pia-
ceri o dispiaceri del corpo, e in piaceri o dispiace- ri dell' animo;
intendendo per piaceri o dispiaceri del corpo quelli che in noi sorgono
mediante i sensi del corpo, e per piaceri o dispiaceri dell' a- nimo quelli che
in noi sorgono per alcuna opera- zione dell'animo istesso. La qual divisione,
come- chè proposta già e spiegata assai bene da molti an- tichi, molto sempre
mi piacesse, più ora mi piace essendo approvata dal signore di Maupertuis. Tan-
to più che egli prende a dichiarar forse più ac- curatamente degli altri, quali
sieno i piaceri del corpo, e quali quelli dell' animo. E già secondo lui
riduconsi ai piaceri del cor- po non solamente quelle cose che toccano imme-
diatamente i sensi, come il mangiare, il bere, il sonare; ma eziandio quelle
che quantunque im- mediatamente non tocchino verun senso, però con- ducono alle
delizie dei sensi medesimi , come le ricchezze, le quali benché per se stesse
non mova- 255 no aè l'udito, né il gusto, nò il tatto, né altro senso del
corpo, pure servono a procurar quelle cose che gli movono. E similmente il
fiiacere che uno prende delle amicizie, delle dignità, degli o- nori, della
gloria, è da dirsi piacere del corpo, se colui che Tuole tali cose, le vuole
per quel dilet- to che può ai sensi provenirne. I piaceri poi del- F animo son
quelli che nascono o dall' esercizio della virtù, o dalla conoscenza del vero.
Questa esplicazione così diligente dei piaceri del corpo e dei piaceri
dell'animo sarebbe ancora più diligente se abbracciasse in venia tutti i pia-
ceri dell' uomo, e tutti gli riducesse a quelle due sole spezie, senza
lasciarne sfuggir niuno. Di che dubito assai. Perchè il piacere che uno ha
della gloria, pensando che lascierà di se stesso un gran nome morendo, non pare
che possa dirsi piacere del corpo ; perciocché qual lusinga o diletto pos- sono
i sensi sperarne? jNè anche pare che possa dirsi piacere dell'animo, non
essendo in esso eser- cizio alcuno di virtù, né provenendo da semplice conoscenza
di alcun vero; poiché se provenisse da conoscenza del vero, farebbe l'uomo
egualmente contento, o conoscesse dover se esser famoso ap- presso la morte, o
dover esser famoso un altro, potendo essere l' uno e l' altro egualmente vero.
Vegga dunque l'Autor Franzese, che il piacer della gloria non rifiuti di
sottoporsi a quelle due spezie che egli ha proposte, e le sfugga. E lo stesso
far potrebbe il piacere dell'amicizia, e quello delle dignità e quello degli
onori. Spiegata così la divisione dei piaceri e dei di- spiaceri , passa l'
Autore ad alcune osservazioni, 234 nelle quali desidererei più animo e più
allegria. Paragona egli prima i piaceri del corpo coi dis- piaceri, e par che
si dolga di nuovo, rammaricandosi che i piaceri non compensino i dispiaceri; e
però molto più passano questi a rattristar l'uomo, che non quelli a
confortarlo. Imperocché i dispiaceri, dice egli^ quanto y)iù dura e persiste la
cagione che gli produsse, tanto più si accrescono e diven- gono tormentosi; ed
al contrario i piaceri tanto più si sminuiscono ed in processo di tempo diven-
gon molesti. Di fatti non è alcun piacere che che per lunghezza non stanchi; ed
al contrario non è alcun dispiacere che per lunghezza non di- venga
intollerabile. Vedete poi, soggiugne egli, che delle parti, onde il nostro
corpo è composto, po- chissime n' ha che sieno valevoli di recarne un gran
diletto; e all'incontrano moltissime son quelle che possono recarne un estremo
dolore. E questo è vero. Ma non per ciò pentirommi io d'esser nato. Perchè sebbene
i dolori acutissimi possono assalir V uomo da ogni parte, non mai però avviene
che lo assaliscan da tutte, ed è anche di rado che lo assaliscano da una sola.
Quanti n'ha che passano gli anni interi e quasi tutta la vita loro senza quegli
estremi dolori ! Il che si vede per isperienza ; la quale ci fa ancora
conoscere che gli uomini co- munemente non gli apprendono, ne se ne turbano, e
stanno così tranquilli come se ne fosser sicuri ; di che apparisce che gli
uomini comunemente né dai dolori atrocissimi sono infestati, nò dal timor pure.
Chi è che tema e si turba di dover sentire una volta i dolori della pietra, non
sentendone ora verun indizio? 235 E quanto al dire che i dispiaceri per la
conti- nuazione si accrescono , come pretende i' Autor FranzesCj vorrebbe
certamente ciò dimostrarsi per una lunga induzione, facendo vedere che in ogni
dispiacere singolarmente così avvenga. La qua! in- duzione, non avendola egli
fatta, pare che abbia voluto che sia fatta da altri; né io mi ritrarrei dal
farla, se avessi ozio. Ora però scorrendo così leg- germente quei mali che mi
vanno per la memoria, trovo tutto il contrario. Perciocché qual è l'uomo, che
avendo perduti gli occhi, non se ne rattristi da principio oUremudo? Delia qual
tristezza con- fortandosi poi a poco a poco, e assuefacendosi alla sua miseria,
giunge a tale^ che quasi più non la sente. E Io stesso avviene ai muti, ai
sordi, a- gli storpi, i quali caduti in quelle loro infermità, come vi si sono
assuefatti, non più se ne dolgono, che se tali nati fossero; e par loro cosi
naturale r aver quei difetti, come agli altri il non avergli. Che diremo della
perdltadegli amici e dei figliuoli? Che dell' esilio? Che della povertà
istessa.'* I quali sarebbono intollerabili, se così sempre fossero duri da
soffrirsi, come son da princi[>io. Le malatlis lunghe, come si sono
sostenute per qualche tempo, paion men gravi. Ma io non voglio raccogliere qui
ora tutte le miserie. Basta htne che sono alcuni dispiaceri i quali per niua
modo si accrescono , quantunque duri e persista la cagion loro. E que- sto sia
detto dei dispiaceri del corpo. Perchè quanto ai dispiaceri ed ai piaceri dell'
a- nimo, par che l' Autore si volga ad una opinione più animosa, sostenendo che
i piaceri prevaler pos- sono ai dispiaceri; il che fa, assegnando singoiar* 236
mente ai piaceri queste tre proprietà. La prima si è. che es^i per la
continuazione vie più vanno ere" scendo; l'altra, che l'anima gli sente in
tutta l'e- stension sua; e la terza, che confortan l' animo, e in vece di indebolirlo,
lo fortificano. Delle quali proprietà, due ne sono che io concederei volen-
tieri, se le intendessi; l' altra, che pur parrai di intendere, non posso
concedere. Imperocché, a dir vero, io non intendo che cosa sia il dire che l'a-
nima sentrt i piaceri in tutta la sua estensione, ne quell'altro, che i piaceri
fortifican P anima. Che poi i piaceri dell'animo per la continuazione vie più
vadan crescendo, non mi pare così general- mente vero. Perchè se il matematico,
pigliando di- letto di alcuna dimostrazione, vorrà tornarvi so- pra più e pili
volte, e. leggerla e rileggerla, senza mai partirne, arriverà finalmente a
noiarsene. Laon- de vcggiamo che gli elementi delle scienze e del* le arti,
come quelli che già sono notissimi, poco si pregiano eziandio dagl' intendenti,
i quali cer- cano bene spesso con moltissimo studio quelle ve- rità, che poi
trovate disprezzano, ed amano pas- sar ad altre. Quanto poi ai dispiaceri deli'
animo, par che l'Autore voglia metterli nelle mani degli uomini, e consegnargli
all' arbitrio. Lnperocchè provenen- do essi o dalla colpa, siccome egli vuole,
o dal non poter discoprire alcuna verità che si cerchi; quan- to alla colpa,
può P uomo astenersene sempre che voglia; quanto poi alle verità che non può
disco- prire, a lui sta di non curarle, contentandosi di sapere sol tanto
quelle che a lui giovano; le qua- li son poche; ed egli, volendo, le può
scoprire fa- a37 ciliasimamente. Così i dispiaceri dell' animo non sono se non
di chi gli vuole. Tal pare che sia il sentimento del Franzese. A cui conviemmi
di con- traddire anche in questo luogo, s' io voglio esporvi liberamente,
secondo che voi mi avete imposto, il parer mio. Ed io il farò pure, estimando
men ma- le il contraddire a quel grandissimo uomo, che il disubbidire a voi. lo
dico dunque, che il dispiacere il qual viene - da colpa, non vien già da colpa
che V uomo sia per commettere, ma da colpa che abbia già com- messa; e
quantunque fosse in sua manoil non com- metterla, non so S8, avendola commessa,
sia in sua mano il non sentirne dispiacere. Zsc anciie so &e la filosofia
abbia alcun mezzo onde assicurar l'as- sassino, V usurpatore, il parricida,
così che non sentano qualche tristezza delle loro passate mal- vagità. Né veggo
pure, come si convenga all' uora sa- TÌo trascurare le verità inutili, cercando
soltanìo quelle che a lui giovano; nò come queste siano co- sì poche, e tanto
facili a discoprirsi. Perchè se il conoscere qualsisia verità naturalmente
piace, e ia felicità è posta nel piacere, ne segue che qualsi- sia verità conduca
in qualche modo alla felicità. Qual verità dunque può dirsi inutile, essendo u-
tile e giovevole tutto ciò che alla felicità ne con- duce .'* Certo l'utilità
non è posta in altro. E se pur vorremo accomodarci al senso del volgo, e di
molti filosofi che sono un altro volgo, chiamando utili solamente quelle cose
che traggono ni como- di ed ai piaceri del corpo; chi dirà che sieno co- »ì
poche e tanto facili a discoprirsi le Terità che 208 servono ad un tal fine/*
Interroghiamone tutte le ar- ti che prendon cura di tali utilità, e veggiamo se
si contentino di poche verità^ e come facilmente le scoprano. Quante verità
utilissime ha la medi- cina, alla qual però pare dì non averne ancora ab-
bastanza? E non può dirsi lo stesso della fisica, della meccanica, dell'astronomia,
delia navigazio- ne, dell'agricoltura e di tant' altre? Nelle quali si vanno
pur tuttavia cercando con sommo studio infinite verità che forse mai non si
troveranno, né però si biasima lo studio di chi le cercac E le già ritrovale
quanta applicazione, quante vigilie costarono ai loro ritrovatori, quante
osservazioni, quante esperienze? E se il signore di Maupertnis non fosse così
modesto, com'è ingegnoso, potreb- be ben dirci a quai pericoli si espose egli,
e quan- ti travagli sostenne fra gli orrori del rimotissimo Settentrione, solo
per accertar la forma della ter- ra, ed accrescere i comodi della navigazione.
Ma se egli più non si ricorda delle sue gloriose fati- che, e va pur dicendo,
le verità utili essere faci- lissime a discoprirsi, se ne ricorderanno però gli
uomini e tutte le età che verranno. Par dunque chiaro che impresa né tanto
breve, né tanto faci- le piglino i savii a voler scoprire tutte le verità che
sono utili o a loro stessi o alla repubblica; sebbene essendo utili alla
repubblica, sono anche a loro, se già non vogliamo dalla repubblica esclu- dere
i savii. 23'j GAP. I V. Dei mez>zi di accrescere la felicità. Nel quarto
capitolo sarò breve, essendo breve Autor Franzese altresì, il qual però poteva
es- Ci a mio giudicio, anche più. Propone egli qui- due mezzi di render l' uomo
più felice: l'uno è di accrescere la somma dei beni; V altro di inuir la somma
dei mali. Non credo che perso- dei mondo sia per volerglisi opporre. Vegga i
però se della distribuzione ehe fa di questi due zzi, sieno per contentarsi gli
Epicurei e gli Stoi- avendo egli assegnato l' uno agli Epicurei, i ali dice
aver studiato solamente di accrescere la nma dei beni; l' altro agli Stoici, i
quali dice n in altro adoprarsi che in sminuir la somma i mali; e volendo che
ia ciò sia posta la pria- tal differenza che passa tra quelle due sette tan-
famose, prende argomento di seguir più tosto ella degli Stoici. I^uantunque io
ami cosi poco gli Epicurei, che uni credono ch"'io sia sdegnato con loro
(di che re che anche voi, sig. Conte, vi siale alcuna Ita doluto ), non
soffrirei però che alcuno con- ragione gli disprezzasse, come parmi che faccia
i ora r Autor Franzese. Perchè quella dislribu- ue che egli fa dei due
sopraddetti mezzi, vo- ido che gli Epicurei solo pensino ad accrescere leni,
gli Stoici a sminuir solo i mali, onde pi- a argomento di abbandonar quelli e
seguir que- , parrai essere del lutto ingiusta. Qual fu mai y Epicureo, il
quale insegnando che sì dovessero accrescere i piaceri, non insegnasse ad un
tempo che dovessero sminuirsi i dolori ? Sa{)piamo che Epicuro studiavasi,
quanto potea, di alleviare i torinenli crudelissimi dell' ultima sua malattia
con la rimembranza de' suoi gloriosi ritrovamenli. E quanti altri argomenti
tenevano in pronto gii E- picurei per consolarsi nelle disgrazie? Intesero dun-
que non solo ad accrescere la somma dei beni, ma eziandio a sminuire quella dei
mali. E lo stesso pure fecer gli Stoici, i quali stimolando gli uomi- ni al
conseguimento delle Tirtù, gli distoglievano dalle colpe, e cosi insegnavan
loro non meno di procacciarsi il bene che di fuggire il malej per- ciocciiè che
altro era appresso essi il bene, se non la virtù; il male, se non la colpa ? E
se non vol- lero chiamar beni la sanità, ìe ricchezze; gli ono- ri, i comodi,
voUer però che P uomo potesse e do- vesse cercarli sott' altro nome. Di che si
vede che non pensarono solo a sminuire i mali. Ma posto pure che a ciò solo
pensasser gli Stoi- ci, e che al contrario gli Epicurei niente altro stu-
diassero che di accrescere i beni, io non so già se per questo dovessero gli
Epicurei esser posposti agli Stoici, e dovesse credersi che meglio questi, che
quelli, avessero proveduto ai bisogni degli uo- mini; che anzi a me pare che vi
abbiano prove- duto e gli uni e gli altri egualmente. Perciocché s* egli è Tero
quello che I' Autor dice, cioè che la felicità sia posta in qaelP avanzo che
resta, sot- traendo la somma dei mali alla somma dei benijchi non vede restar
sempre lo stesso avanzo, o prima di fare la sottrazione si sminuiscono i mali,
o i 24 1 beni SI accrescano ? E se in cosa chiara io volessi per parer
matematico, essere oscuro, potrei chia- mare ( come veggio che gli algebristi
usano ) la somma dei beni h^ la somma dei mali ;«, e e quel» la misura di cui
volessero o sminuirsi i mali o accrescersi i beni; poiché sottraendo m^c a h Io
stesso avanzo ne resterebbe, che sottraendo m a h -4- e. Ma io credo che se 1'
Algebra istessa par- lar potesse, ricuserebbe di entrare in quislion co> sì
facile. Non so pei se l'Autor Franzese abbia voluto nel fine del suo capitolo
guadagnarsi F animo degli E- picurei, e rimettersi in grazia loro, col dire che
i piaceri del corpo non sono men nobili di quei del- l'animo, e che anzi son
lutti della stessa forma e natura; ne altro diletto recare al matematico la
contemplazione del vero, da quello che reca il vi- no al bevitore. Certo gli
Epicurei, quantunque insegnassero che il fine dell' uomo si è il piacere non
però mai disser, eh' io sappia, tutti i piaceri esser d' un modo, uè mai ebber
bisogno di una tale proposizione. La qual però se volea l'Autor Franzese
offerirla loro, e fargliene quasi un dono perchè affermarla solo, e non anche
adornarla J tornirla di qualche bella dimostrazione? C A P. V. BeVia filosofia
degli Stoici. ^ Avendo proposto T Autor Franzese, come sopra e eletto -h
seguire gli amruaeslramenti degli Stoi> CK prende nel quinto rapitolo a
descriverci la for- /ja:?ott!, G PC rette. 242 ma del'a loro filosofìa, la qual
trae dagli scritti di Seneca e di'Epiteto e dell' Imperador M. Aurelio, che fa
stimato a' suoi tempi Stoico grandissimo. Però comincia dal commendare questi
tre valenti filosofi; il che fa con molto ingegno, e, come Fran- zese, con
molta grazia. Poi venendo alla forma istessa della loro filo- sofia, dice, in
primo luogo, aver gli Stoici avuto per fine, non già la ^i^!Ù, ma la felicità
della vita presente. La qual cosa non so come potesse essere ricevuta nò da
Seneca, ne da Efiitelo, né da M. Aurelio; i quali, siccome Stoici, insegnava-
no appunto, la felicità non in altro esser posta che nella sola virtù; e per
ciò dicevano, la sola virtù esser F ultimo fine dell' uomo; e in questo prin-
cipalmente si allontanavano dagli altri filosofi. Dopo ciò. pare che V Autor
Franzese riduca tut- ta la filosofia degli Stoici a tre precetti, che sono i
seguenti. Prima, che dee l' uomo farsi padrone dei giudici! che egli forma
intorno alle cose; poi, che dee impedire che le cose estrinseche niente possano
sopra di lui; finalmente, che s' egli è stan- co di vivere, dee dar morte a se
stesso ed andar- sene. Io veramente, a quello che mi ricorda aver letto in
Cicerone, il quale più che ogni altro ha diligentemente spiegata la filosofia
degli Stoici, non la riconosco abbastanza nei tre precetti sopraddet- ti;
comechè il primo io non intenda assai chiara- mente. Imperocché non so quello
che voglia dir- si r Autore, dicendo che 1' uomo dee farsi padro- ne de' suoi
giudicii; poiché se questo significa (né so che altro significar possa ) dover
l' uomo nei giudicii che forma, ingegnarsi, quanto può , che le ^43 passioni
non vi abbiano parte nìuna, e tì regni 1-a ragion sola, io dico che questo
precetto, il qual si presuppone a formare e instituir bene non che la morale,
ma tutte quante le discipline, è così co- mune a tutte le altre sette, come
agli Stoici. Qual filosofo fu mai che prima d'ogni altra cosa non insegnasse
doversi giudicar sempre secondo ragio- ne, e non lasciarsi portdre dall' impeto
delle pas- sioni? Il secondo precetto poi. cioè che debba Tuo- - mo far sì che
le cose estrinseche niente operino sopra di lui, no?i so quanto convenir possa
agli Stoici, i quali non rifiutavano né le ricchezze, nò i piaceri, ne gli
altri comodi;so]o non gli chiamava- no beni. E sappiamo che Seneca non ebbe a
sde- gno le masse dell' oro, ne M. Aurelio ricu:^ò l' im- perio del mondo; il
che pure avrebbon fatto, se avesser voluto che niuna cosa estrinseca potesse o-
[>erar nulla sopra di loro. Ed io son persuaso, che infermando uno Stoico,
senza allontanarsi punto dai suoi principii, così ben piglierebbe la medici- na
come gli altri, sperando che operasse in lui la sanità come negli altri. U
terzo precetto, cioè che l'uomo, come è noiato del vivere, dia morte a se
stesso e se ne vada, non è più proprio degli Stoi- ci che dell'altre sette e di
tulli i disperali- Ed io per me credo, che a descrivere la vera forma della
Stoica Filosofia sarebbe stato mestie- ri notar diligentemente ciò in che essri
si distin- gue dall'altre, cominciando dall' aver posta la fe- licità nella
sola virtù, donde poi tutti gli altri pre- cetti derivano; e quindi passare a
ciò che per es- sa singolarmente insegnavasi della pazienza, della giustizia,
dell' amicizie;, dell' amor della patria, del a44 disprezzo della morte. E
sopra tutto assai giove- rebbe ad intendere quella ammirabil dottrina, chi ne
mostrasse, come essa levando via dal numero dei beni la sanità, le ricchezze e
gli altri comodi del corpo, pure lasciasse loro tanta dignità che me- ritassero
d* esser cercati dall' uomo ed abbraccia- ti. Le quali cose ben intese, s' intenderebbe
for- s'aoche per quali ragioni, secondo gli Stoici, ed in qual tempo e per qual
modo possa o debba V uo- mo accommiatarsi, per così dire,dal mondo, ed uc-
cidersi^ che certo non l' uccidersi in qualunque modo è uccidersi da Stoico.
Catone, che fu, per quanto dicesi, di quella setta, e con tanta lode si
ammazzò, non io fece se non quando conobbe la sua vita non poter più esser
utile ai cittadini; al- trimenti noi facea; ma conoscendo di non poter
provvedere alla patria, proveder volle alla sua di- gnità, e credette,
abbandonando la vita, di seguir la virtù. La qual cosa non so se facciano i
bar- bari della Guinea, che si traggono schiavi in Eu- ropa; i quali, dice
l'Autor Franzese, essere tanti Stoici, perciocché vogliono più presto morire,
che soffrire la schiavitù: il chr- se fosse vero, non ne verrebbono così spesso
le barche piene; di che non so se debbano gloriarsi tanto gli Europei. Che se
bastasse ammazzarsi per diventar Stoico , volendo pur mostrarne la facilità con
gli esempi, come pare che abbia voluto 1' Autor Franzese, non accadea
-".arcarli o nell' Africa o nelle Indie, ne creder tan- to a' viaggiatori;
bastava bene raccorre gli esempi dei nostri disperati. Ma chi è che non
distingua colui che si ammazza per tristezza (V animo , vo- lendo uscir di
travaglio^ dallo Stoico, il qual pen- 245 sa di farlo per ragione, né vuol
fuggir la miseria, che egli non crede poter cadere nel virtuoso; vuoi solamente
sottrarsi alle helTe ed agli scherni della fortuna, o si ammazza per decoro
della virtù. Della qual cosa se vorrà V Autor Franzese aver tanta
considerazione, quanta aver se ne dee, quantunque a lai paia non così difficile
impresa l'ammazzarsi, dovrà però parergli diflicilissimo il farlo con quel- V
animo sedato e tranquillo, con cui volevan gli Stoici che si facesse. E perchè
in questo luogo grandemente insiste il Franzese, che pare che non sappia
partirsene, non dovrà parervi fuori del convenevole che io pure mi stenda su '1
medesimo punto alquanto più largamente. Entra dunque P Autore a trattar di
proposito la quistione: Se debba esser lecito all' uomo 1' ammazzarsi. A cui
rispondendo, di- slingue in questo modo. O 1' uomo ha una reli- gione che gli
scopre un' altra vita, promettendo quivi gran premii a quelli che avrsn
sofferto, e castigo agli altri; e in tal caso è insensataggine l' ammazzarsi. O
P uomo non ha religion niuna, e abbandonalo per ciò alla ragion naturale, né
speranza aver può, né timore alcuno della vita av- venire; e in tal caso farà
ben di ammazzarsi tut- te le volte che la somma dei mali che egli soffre, sia
maggiore della somma dei beri rh' egli possie- de; perciocché essendo a tal
termine, egli è infeli- ce, e più comodo a lui sarà il non essere di mo- do
alcuno. Che fa egli dunque in questa vita? che non ne esce, e non ritorna nel
nulla, ove potrà starsi più comodamente? Così risponde 1' Autor Franzese, 346 E
cerio egli è molto da commendarsi che abbia dato alla Religione tanto di
autorità, che possa o o col premio o col castigo trattener quelli che hanno
To^lia di uccidersi. Ed io volentieri gli consento. Ma non mi piace già che
abbia poi ridotto la ra- gion naturale a tanta disperazione e miseria che
niente aspettar possa dopo la morte. Psè so come ne possa esser contenta la
Religione islessa^, che nonfn mai nemica della ragione. Certo che i Gentili, i
Romani, i Greci, gli Egizii, gli Arabi, i Caldei, e tante altre nazioni, le
quali niun lume ebbero se non se quello della ragione, pure aspettarono un'
altra vita. Quanti filosofi promisero all' anima r immortalità? I Platonici, che
sono stati in tan- to grido, sene faceano, per così dire, mallevadori. Io non
so dunque come possa con tanta sicurez- za affermarsi ( massimamente non
recandone argo- mento ninno ) che la ragion naturale sia priva d' ogni speranza
della vita avvenire^ così che a- Tendo sostenuto fortemente e con virtù i mali
del> la yita presente^ non possa aspettarne qualche pre- mio in un' altra.
Al quale premio non dee P uo- mo però voler correre, ne affrettarsi, ammazzan-
dosi per impazienza; che ciò sarebbe un demeri- tarlo. Al contrario se noi
ascoltiamo l'Autor Fran- zese, qual sarà l' uomo che dove non sia da Re-
ligione impedito, non debba darsi morte per pru- denza? Imperocché s' egli e
vero che tutti quei che ci vivono, \è'\\i copia hanno di mali che di beni, ( siccoraa
nel secondo capitolo ha egli inte- so di dimostrare ) tutti che ci vivono, sono
infe- lici; e ciò posto, è a tutti meglio il morire; faran- no dunque tutti
gran senno a darsi morte. Argo- raentazione orribile e spaventosa, la qual se
fosse ascoltata, non molto andrebbe che più non saria chi ascoltar la potesse.
E se la ragione insegnasse ad ogni uomo di dover tosto uccidersi, mal consi-
glio avrebbe preso la natura, che volendo, come V altre spezie, così ancora
conservar quella degli uomini, confidolla alla ragione. Ma di questo par- mi
aver dello abbastanza. Considera ultimamente F Autor Frnnzese, né, senza
qualche maraviglia, come gli Stoici tenesse- ro in poc» conto certe quistioni,
che pur tratta- vansi fino a qua' tempi con grande strepito dai filosofi: se
esistesser gli Dii: se provedessero alle cose; se fosse 1' anima immortale.
Intorno ai qua- li punti comechè non si accordasser tra loro, pur s'
accordavano tuttavia nelle regole delle azioni e dei costumi; onde pare che
dovessero avere quel- le quistioni pur poco importanti. E quindi cresce all'
Autor Franzese la maraviglia, considerando che gli Stoici, lasciata da parte 1'
esistenza degli Dii, la providenza, 1' immortalità, pur giunsero a così alto
grado di perfezione e di virtù; laddove i Cristiani pare che non vi sappiano
giungere se non per mezzo della cognizione di un Dio, e dei premii eterni e dei
castighi. La qual maraviglia bisogna che noi ci ingegniamo di sminuire per o-
nore della providenza, acciocché gli uomini pren dendo mal esempio dagli
Stoici, non comincino a disprezzarla, ed a credere che poco imporli il pen-
sarvi. A levar dunque una tal maraviglia, dee, secon- do me, avvertirsi che i
Cristiani si studian d'es- sere non solamente virtuosi, forti, giusti, tcmne-
ranti, iransueti, liberali, cortesi, a che aspiravano anche gli Stoici, ina
vogliono ancora che queste loro virtù, sopra 1' ordine della natura innalzan-
dosi, e vestendosi d* un abito soprannalura'e del tutto e celeste, gli rendaa
degni di una certa in- coruprensibil felicità, a cui le naturali forze non
giungono; ne così alta speranza avevan gli Stoici. 1 quali però poteano
contentarsi di seguir P one- stà che conosceano, ed essere naturalmente virtuo-
s\', laddove i Cristiani né debbon ne posson esse^ re di ciò contenti; e
volendo che la loro virtù sia d' un altro ordine, bisogna che la cerchino per
altri mezzi; però dove gli Stoici la cercavano se- guendo la naturale onestà,
la cercano essi seguendo la voce e gì' inviti e le promesse di un Dio. Di che
parmi non debba nascere maraviglia niuna. E niuna pure né dee nascer da questo,
che già avesser gli Stoici stabilite tra loro con tanta con- cordia le regole
delle azioni e dei costumi, quan- tunque non per anche stabilita avessero né 1'
im- mortalità dell' anima, né la providenza degli Diì. Imperocché per stabilire
quelle lor regole mirava- no essi non ad altro che ad una certa immutabi- le e
sempiterna onestà; che s' era parata loro di- nanzi con autorità e con imperio,
e comandava senza soggezion degli Dii, e voleva esser obedita per lo merito e
dignità sua, senza riguardo di pre- mio o di castigo. E se ordinava all' uomo o
di sovvenire il compagno, o di mantener fede all' a- mico, o di osservar la
promessa, volea eh' egli o- bedisse prima ancor di sapere se premio alcuno
dovesse venirgliene, o se il far ciò piacesse agli Dii: i quali Dii non poteano
sdegnarsi che l'uGin , --49 seguisse quella imperiosa onestà cui seguivano an-
ch' essi; ne sarebbono stati Dii se non P avesser seguila, Qual maraviglia
dunque, se seguendo gli Stoici quella sovrana onestà, e in quella sola po-
nendo il fine dell' uomo, non credettero aver bi- sogno d' altre qnistioni, le
quali potean loro pa- rer belle^ non potean parer necessarie. Né io pe- rò
credo che tanto in ciò si allonlassero da' Cri- stiani, quanto alcuni per
avventura si immagina- no, imperocché che altro finalmente era quella loro
sovrana onestà, eterna, immutabile, necessa- ria, se non se quel Dio stesso che
noi adoriamo? II quale essi non conoscevano se non sotto quella tal forma di
incommutabile e semf^iterna onestà, senza accorgersi che quella onestà
medesima, ol- tre 1' essere incommutabile e sempiterna, fosse an^» Cora
conoscitrice di se stessa^ e d' ogni parte per- fetta, creatrice delle cose,
onnipotente e beata; di che se avessero potuto accorgersi, 1' avrebbono ri-*
guardala come un Dio, nò so se i Cristiani gli a- vesserò di ciò sgridali. Ma
essi non conoscendo in quella loro onestà se non una certa sovranità ed
imperio, quantunque le altre perfezioni di lei non scoprissero, pur la
seguirono, e seguendola segui- rono un Dio senza saperlo; e in ciò si
difTerenzia- ron da noi; che noi seguiamo Dio accorgendoce- ne, essi il
seguivano senza accorgersene. 25o GAP. VI. Degli aiuti che baggonsi dalla
Jìlosofia de' Cristiani per la felicità della vita presente. Dopo le cose fin
qui dette, voi potete agevol- mente intendere, signor Conte Gregorio carissimo?
che io non posso scorrere il sesto capitolo dell'au- tor Franzese senza
contraddirgli quasi in lutto; perchè quantunque io soglia contraddire malvolen-
tieri, e già ne sia stanco, pure la cosa stessa mi vi reca. Prende quivi 1'
Autor Franzese a persuader- ci che la filosofìa degli Stoici e quella de'
Cristia- ni, quanto a ciò che appartiene alla felicità della vita presente,
cosi son diverse tra loro e contra- rie, che nulla più. E ciò intende di
dimostrare, facendo varie comparazioni delT una filosofia con r altra; le quali
comparazioni io seguirò con le mie considerazioni, né mi partirò gran fatto
dal- l' ordine che ha dato loro l' Autore istesso. Primieramente, paragonar
volendo i precetti del- la filosofia Stoica eoa quelli della Cristiana, ri-
duce : primi ad uno solo, il qual si è: Tu cer- cherai la tua felicità a
qualunque prezzo. I pre- cetti poi della filosofia Cristiana riduce a quello:
Amerai Dio sopra ogni cosa e il tuo prossimo co- me te stesso. Ke' quali
precetti, se ho da dir ve- ro, io non veggo tanta contrarietà. Ma prima di
venire a ciò, saprei volentieri perchè la somma della filosofia Stoica voglia
ridursi ad un precet- to, il qual conviene non agli Stoici solamente, ma a
tutti quanti i filosofi. Imperocché qual filosofo 25 r è che non insegni dover
1' uomo cercare la sua felicità a qualunque prezzo? E quindi è che affer- mano
tutti 1' ultimo line dell' uomo essere la fe- licità, che vale a dire, dover la
felicità anteporsi ad ogni cosa. Kè in ciò si distinguono gli Stoici dagli
altri. Ben si distinguono in questo, che do- ve gli altri filosofi ripongono la
felicità in altre cose, chi nella contemplazione, chi nel piacere e chi in
altro, essi la ripongono nell' onestà so- la. Laonde il precello di dover
anteporre a tutto le cose la felicità sua, riducendosi al sentimento proprio
degli Stoici, viene a dire che dee ruomo anteporre a tutte le cose T onestà. Il
qual precetto non mi par tanto contrario a quello de' Cristiani* Amerai Dio
sopra ogni coso, che è quanto dire: Ad ogni cosa anteporrai Dio. Perciocché Dio
è r onestà istessa. Ma il Franzese, a render felice la vita presen- te,
desidera e vuole la tranquillila dell'animo e le dolcezze dell' amore; le quali
crede dover provarsi amando Dio, come i Cristiani fanno; non seguen- l' onestà,
come fanno gli Stoici. Ed io dico: Se il Cristiano è tranquillo, perciocché
cerca Dio solo, né d'altro cura, perchè non potrà essere tranquil- lo uno
Stoico, cercando I' onestà sola, nò curando altro? E so io bene e confesso che
la tranquillità del Cristiano sarà più nobile, e più magnifica e più divina, e
potrà essere accompagnata da certe dolcezze di cui sou privi gli Stoici, i
quali non si vantano nò di rapimenti nò di estasi. Ma altro è che la
tranquillità del Cristiano sia [)iù nobile e maggiore che la tranquillità dello
Stoico, altro è che lo Stoico non possa sperare tranquillità niuna. Il qual ee
non sente quelle interiori soa- TÌlà e quelle languidezze d' amore, avverta il
si- gnore di Maupertnis che bene spesso uè i Cristiani pure le sentono, ne
anche molto le cercaDo. San- ta Teresa non fu sempre in estasi, né aYrehbe vo-
luto esservi sempre, amando meglio di obedire a Dio che di goderlo. Ne io assai
bene intendo quello che qui accen- na l' Autor Franzese, cioè che lo Stoico
cerca e studia sottrarsi ai mali della TÌla, il Cristiano non ha male alcuno a
cui sottrarsi. Ntd che pargli di trovare contrarietà. Ed io all' incontro dico
che io Stoico non cerca né studia sottrarsi agi' inco- modi della vita ( che
egli non vuol pure chiamar mali ) se non quanto ragion lo chiede: il che si-
milmente farà il Cristiano, il quale, chiedendolo la ragione, cercherà
benissimo guarir della febbre. Ma qui esce V Autor Franzese con un' altra com-
parazione, paragonando insieme la pazienza degli Stoici e la pazienza de'
Cristiani, le quali sono rera mente diverse, ed esser debbono, ma non forse
tanto, quanto egli vorrebbe. Dice egli dunque, la pazienza degli Stoici non
altro essere che un sot- tomettersi ai mali per questa sola ragione perchè non
hanno rimedio; laddove la pazienza de' Cri- stiani è un sottomettersi ai mali
per conformarsi alla volontà di quel Dio che gli ha disposti. E certo se la
pazienza degli Stoici così fosse, come egli dice, ella sarebbe tanto diversa da
quella dei Cristiani, che nulla più; ed io la chiamerei la pa- zienza dei
disperali; i quali in vero si sottomet- tono ai mali, e gli soffrono per questa
sola ragio- ne, perchè non hanno rimedio. Ma chi non sa, la definizione della
pazienza non esser questa? E più tosto doTer dirsi che la pazienza sia un abito
d; sostenere i mali per modo che non conturbino la ragione? intanto che colui
che gli sostiene, né va- namente si dolga, né rompa in querele ingiuste, nò
perda il consiglio, anzi abbia F animo presente in ogni avvenimento , e come
può, provegga, e quanto può. E quindi è che il paziente non si abbandona, ma
cerca i mezzi che la ragione gli mostra per liberarsi dai mali, e destramente
gli adopra; e l' adoprargli con presenza d'animo è argomento di piizienza.
Comaxendaudo dunque gii Stoici, come e' fecero, la virtù delhi pazienza, ed
imponendola agli uomini, altro non vollero se non che dovessero i mali
sostenersi per modo che non conturbassero la ragione: e questo voleasi, perchè
ia ragione istessa e V onestà lo chiedevano. Ora qnal Cristiano è che d* una
tale pazienza si ver- gognasse? Benché il Cristiano aggiungendovi un altro
riguardo, la rende più nobile e più prestan- te. Ma chi per questo dirà che la
pazienza degli Stoici oppongasi a quella de' Cristiani? Chi dirà che non molto
vaglia a confortar gli animi e a ricrearli? E già viene T Autor Franzese ad
un'altra com- parazione, mettendo in confronto le speranze clie oflre la tilosoGa
degli Stoici con quelle che porge la filosofia de' Cristiani, la qual mostra
all' uomo una certa incomprensibile e soprannatnral beati- tudine; e benché
gliela mostri di* lontano, comin- cia però egli già da ora in certo modo a
goderne, pascendosi intanto della speranza. E certo che a petto d' una
aspettazione cosi magnifica, nulla pa- rer ne dee tutto ciò che promette la
natura; e non 254 che la filosofia degli Stoici, ma qualunque altra (
foss"* anche quella tanto sublime e divina dei Pla- tonici ) dovrebbe
tacersi dinanzi a quella de' Cri- stiani, nò sperar più di potere guadagnar gli
uo- mini ne con promesse ne con lusinghe. Percioc- ché qual bene mostrano esse
che possa paragonar- si con tanto premio ? Quantunque però ne sia co- sì nobile
e così lieta l' aspettazione, e sommamen- te, e più che non può dirsi, vaglia a
confortar l' uo- mo e rallegrarlo; vegga tuttavia l' Autor Franze- se di non
farne più conto di quello che i Cristia- ni stessi ne fanno. I quali protestano
d'esser di- sposti ad operare virtuosamente anche senza una tale aspettazione,
di cui non vogliono aver biso- gno perseguir la virtùj e allora solo si sliman
per- fetti quando sono così disposti. Con che mostra- no, che quand'anche non
fosse in loro la speran- za de' beni eterni, pur sarebboo contenti della vir-
tù, e seguirebbero di servir l'onestà, la quale è Dio stesso, paghi di sol
servirla. Ed essendo i Cri- stiani di questo animo, non so perchè dovesser
burlarsi di quei filosofi, i quali non conoscendo la grandezza de' beni eterni,
pur protestarono di voler servire alla sola onestà, ed esser lieti e con- tenti
di essa sola. Il che farebbono i Cristiani an- ch' essi, se lor mancassero
quelle loro celestiali e divine speranze. Avendo fin qui considerato 1' Autor
Franzese la tranquillità particolare e propria di ciascun filoso- fo, passa
ultimamente alla pubblica e comune dei cittadini, a cui pargli che nulla vaglia
ia filosofia degli Stoici, e vaglia però moltissimo la filosofia dei Cristiani.
E certo meo commendabili sarebbon 255 gii Stoici, e molto men che non fanno,
vantar si dovrebbono; se, come vuole l'Autor Franzese, nul- la pensassero al
ben degli altri; ne seguirebbono abbastanza quella loro immutabile e sempiterna
onestà, la qual pur ordina e chiede che si procu- ri il bene altrui, e si
conservi, quanto per noi si possa, la società. E so bene che sono oggidì mol-
ti, che nulla curando i principii dell' onestà, la società sola riguardano, la
qual vogliono esser na- ta non d'altro che dal guadagno e dal proprio co- modo;
e cominciando da essa, derivano quindi tut- ti i doveri dell' uomo. Ma io credo
che grande- mente si ingannino, e poco onore facciano agli uomini, credendo che
sieno venuti in società, mos- si ciascuno dal solo proprio interesse, senza che
parte alcuna possa avervi avuto la cortesia. Reca- no ancora con cotesta loro
opinione grandissimo danno alla repubblica. Perchè se noi non lasce- remo agli
uomini altra ragione di starsi in socie- tà, se non quella dei proprii comodi e
vantaggi, qual cittadino dovrà osservare le leggi della sua patria, qualora gli
torni conto di trasgredirle, e possa farlo impunemente ? Chi non dovrà uccide-
re la moglie e i figliuoli, se gli vengano a noia, e parendogli di poter
sfuggire il castigo, non dovrà scannare il fratello ? E sarà ben pazzo colui
che spenderà la roba o la vita per salvarla patria; per- ciocché che dee
importargli, se, morto lui, tutti i parenti e gli amici e i cittadini tutti
andassero in esterminio .'* E che sarebbe, secondo questa bella filosofia,
dell' amicizia, la quale se non è fondata nell* onestà, non è amicizia ? Onde
si vede quan- te ruÌQe ne seguirebbono alla società istessa, se al- 256 tro
vincolo non avesse che quell' amore che ciascun porta ai proprii rantaggi. Di
che si vergognano pur alcuni, e propongono un' altra ragione, dicen- do che dee
l'uomo anteporre il bene dei cittadini al ben suo proprio, essendo cosa in se
stessa mi* gliore, e più degna d' esser voluta, il ben dì mol- ti che il ben
d'un solo; ne si accorgono che co- testa loro ragione è pur tratta dall'
onestà. Levata la quale, io vorrei ben sapere perchè mi debba es- ser più cara
la vita di cento mila uomini che la mia. Intendano dunque i maestri delia
società, es- sere, oltre il guadagno, anche qualch' altra cosa prima della
società istessa, voglio dire l'onestà; la qual ci inspira e ci invita ad esser
socievoli, né ci vieta il guadagno, ma ci impone sopra tutto la virtù. E perchè
sono alcuni che mettono in quistione i principi! di questa onestà, e vogliono
disputar- vi sopra inutilmente e argomentarvi, benché io abbia ragionato con
voi, signor Conte carissimo, su tal proposito altre volte, non credo però di
po- terne ragionar troppo; e dico che questi tali, vo- lendo argomentar dei
priccipii, mostrano per ciò solo di non intendere abbastanza quello che vo-
glia dire il vocabolo. Perciocc'iè principio presso i iilosofi altro non vuol
dire che una sentenza, la quale tosto che sia proposta all'animo, non può esso
dubitarne, per quanto vi si sforzi. Laonde a scoprire i principii non è altro
mezzo né più faci- le ne più sicuro, che quello di chiamare alla men- te varie
sentenze, e far prova in noi stessi, se du- bìii.T di tutte possiamo; poiché se
n' ha alcuna di cui ijfuliaujo di non poter dubitare, quella sarà principio; se
non ne fosse niuna, non sarebbe prin- cipio ninno. Di che si vede che i
principii non per argomentazione ne disputando si sco{)rono, ma per interior
prova che fa e sente ciascuno in se medesimo. Perchè se tu senti in te stesso
di non poter dubitare, eziandio desiderandolo che il lut- to non sia maggiore
di qualsivoglia delle sue par- ti, sarà questo per te un principio, che che ne
di- cano e vi argomentino sopra tutti i filosofi; il giu- dicio de' quali non
dei tu attendere in cosa che hai da sentire in te medesimo, E similmente se venendomi
all' animo questa sentenza: Mal fa co- lui che scanna il fratello per torgli un
danaio, sen- tirò in me stesso di non poter dubitarne, sarà quella per me un
principio; e sciocco sarebbe e degno delle risa colui che volesse mettermi in
qui- stione, se io possa dubitarne o non possa, senten- do io pure in me stesso
di non {)otere- E (juan- d'anche fossero alcuni i quali dicessero di dubitarive
essi, non per questo coauincierei a dubitarne io, non potendo, direi più presto
che io non intendo le lor parole, o che essi fingono, e di me si pren- don
gioco, ovvero che sono uomini non come me. ma d'altra natura; che in \ero
sarian d'altra na- tura tutti quelli che avesser principii diversi dai miei.
Egli si par dunque che dei principii non debba poter essere controversia
appresso quelli che inlendon la forza del nome; essendo che il nome di
principio, come innanzi abbiam dichiarato, vuol dire una sentenza di cui 1'
uomo sente in se stes- so di non poter dubitare. Laonde, quanto a rn€. p -rdono
il tempo e l'opera in quistinni inutili tut- ti costoro, che volendo sminuirmi
V autorità dei Zaxotti, Operette. ir 258 prìncipii, o sieno quelli della
scienza e del vero, o sieno quelli dell' onestà e della morale, si inge- gnano
e si sforzano di provarmi che io non gli ho impressi nell'animo dalia natura;
che mi son ve- nuti dall' educazione e dall' usanza, e the molte nazioni non
gli ebbero. Quasi che potessero i prin- cìpii cessar d' esser principii per
questo; e dovesse l'uomo, prima di stabilirgli, aver inteso onde es- si ci
vengano, se dalla natura o dall' usanza; e aver letto le istorie di tutti i
popoli, per veder pure se alcuno mai ne sia stato privo di essi. Le quali ri-
cerche se far si dovessero innanzi di stabilire al- cun principio, certo è che
ninno mai sene stabi- lirebbe. Ma le sentenze che mi si presentano all' a-
nimo, saranno pure principii, da qualunque [larte e per qualunque modo misi
presentino, purché io senta in me stesso di non poter dubitarne. Conosco,
ornatissimo signor Conte, di essermi fillontanato dal proposto argomento più
forse di quello che io dovea; certamenre più di quello che avea in animo/ ma la
cosa istessa mi ha tras[)or- talo. Ora però tornando là donde partii, dico, che
se la ragione e 1' onestà insegnano agii uomini, e vogliano che l'uno intenda
al ben dell'altro, e tutti osservin le leggi e stieno in società, chi potrà
credere che gli Stoici, i quali a null'altro miravan che all' onestà sola,
fosser poi di parer che dovesse ogni uomo pensar solamente a se stesso, nulla
cu- rando il ben degli altri ? E meravigliomi come abbia voluto 1' Autor
Franzese imporre ad una setta così illustre una sentenza così inumana . Forse
non abbracciaron gli Stoici le virtù tut- te? delle quali quante n'ha che per
natura loro 2^9 tendono al ben degli altri! La giustizia, la libera- lità, la
mansuetudine, la clemenza, la cortesia sono di questo genere. Oual fu degli
Stoici che non sommamente commendasse l'amor della patria? Chi di loro non lodò
1' amicizia? Né a provare il contrario può abbastanza valere un Terso solo di
Epiteto, il qual tradotto daU'Au- tor Franzese nella sua lingua, ^icne a dire:
Che ' è a te, se il tuo servo è malvagio, purché conser- vi la tua
tranquillità? Donde raccoglie l' Autore che volesse Epiteto distogliere il
padrone dal pro- curare la bontà del servo; ed io più volentieri raccoglierei
che volesse conservargli la tranquil- lità, onde non si turbasse, quantunque
studiando di giovare al servo, non gli vefiisse ciò latto. Per- chè come egli
disse al padrone ris[)etlo al servo^ similmente per noi direbbesi al maestro
rispetto ■Alo scolare: Che è a te, se il disc(:-[)olo non im- para? ed al
medico rispetto all' infermo: Che è a lo, se il malato si muore? Le quali
parole non Toglion già dire ne che il maestro non debba af- faticarsi per
ammaestrare il discef)olo, né che il medico non debba porre ogni studio per
risanare 1' infermo; voglion dire, che avendo eglino fatto quanto per lor si
pt)tea, se la cosa non va bene, debbono starsi di buon animo, senza turbarsene.
Oltre che, quand' anche E[)ilt^to avesse inteso di dir quello che l'Autor
Franzese intende. \ olendosi perù giudicare della lilosolia de^li Stoici^ dovea
giudicarsene non da ciò che un qualche Stoico peravventura abbia detto, ma da
ciò che, seguendo i suoi principii, gli conveniva di dire. I quali [)rin- cipii
io certo non intendo come trar possano a quel- la opinione che 1' Autor
Franzese attribuisce agli Stoici, cioè che l'uomo non debba curar niente il ben
degli altri, essendo quei prìncipii fondali nel- r onestà che a questo stesso
ne invita. Vegga dun- que il Franzese di non far qualche ingiuria agli Stoici;
la quale non so se soffrissero, benché pro- testino di poter soffrire ogni
cosa. Che se la loro filosofia intende al ben comune, e chiama gli uo- mini a
società, non per interesse, che è lo stimo- lo degli avari e dei vili, ma per
Tirtù, che è la ragione dei valorosi e dei savj, non è poi da dire che sia
tanto contraria alla filosofia Cristiana, che fa pur quello stesso.
Conchiiuione del Ragionamento. Eccovi, signor Conte Gregorio carissimo, il mio
ragionamento, che a voi forse parrà tro{)po lungo, ed io stesso ne ho veramente
dubitato nel farlo. Perchè sebbene , parendomi in esso di ragionar con ^o\ con
cui vorrei ragionr sempre, pareami d' esser breve, sapeva però gli inganni che
fa amore. Il quale se m' ha ingannato, facendomi parer troppo corto quel tempo
che io scrivendo, con voi mi tratteneva, spero che vorrà inganna- re anche voi
alcun poco, e farvi stimar questo scritto o men lungo, o men cattivo di quel
che è. E perchè amore non così di leggeri suol conten- tarsi, spero che egli vi
indurrà ancora a voler dir- mene il parer vostro, avvisandomi de' miei errori;
e farà dimenticarvi che voi siate stato una volta mio discepolo, o più tosto
farà che ricordandovene, vi ricordiate altresì quanto poco conto io facessi 2^1
fin d'allora delle mie opinioni; le quali poi in processo di tempo mi son qnasi
venute a noia. Tanto meno dovete voi dubitare ora di mutarle e. letta la
presente scrittura, come saremo insieme, dirmene liberamente il giudicio
vostro, e mostrarmi i luoghi ne'quali non avrete potuto convenir meco. Io mi
rimarrò in questa villa finche l'aria seguirà di giovarmi, o piuttosto finché
potrò sostenere il desiderio di rivedervi. INDICE vvertimento del Tipografo . .
. Pig. in Notizie Bi(^grafiche v v Ai leggili ori -^^ 5 Prefazione dell'Autore
;» i o PARTE PRIMA DELLA. FELICITÀ. GAP. I. Come dicasi la felicità essere il
fine ullinio Pag* 28 CAP. li. In che consista la felicità . - . i^ 5o CÀP. III.
La felicità non è posta nel solo pia- cere -"^ 3i CAP. IV. La felicità non
è posta nella sola virtù '«52 CAP. V. Come dicasi la felicità esser j)nsta nel'
la contemplazione •> 38 a62 CIP. VÌI. La felicità civile è posta principal-
mente ueir esercizio della virtù . . . Pag. 4^ GAP. Vili. Se possa uno essere
più Jelice di un altro «4^ CAP. iX. Delle varie maniere di beni . . w 4^ PARTE
SECONDA DELLA VIRTÙ MORALE IN GENERALE. GAP. I. BdV onestà » 48 GAP. II. Delle
leggi n 02 CAP. III. Dell' azion virtuosa » 54 GAP. IV. Dell' azion volontaria
. ... « 55 CAP. V. Dell' azicti libera * ^9 GAP. VI. Che cosa sia la virtù .
...» 61 GAP. VII. Qual sia il soggetto della virtù e d" alcune proprietà
di essa ■" 63 GAP. Vili. Della materia della virtù . . « 65 GAP. IX. Se le
passioni sieno cattive di lor na- tura •» 68 GAP. X. Se la virtù sia posta in
un certo mez- zo tra V eccesso e il difetto « 72 GAP. XI. Di qual maniera sia
il mezzo in cui sta la virtù, e come sieno cattivi gli e- stremi . . ■>! 74
GAP. III. Se possa essere un'' azion indiffe- ì'ente « 76 PAPiTE TERZA DELLA
VIRTÙ MORALE IN PARTICOLARE. GAP. I. Della divisione della virtù . . . »• 79
Gap. II. Delle definizioni delle virtù . . ri %i GAP. III. Della fortezza o 85
Gap. IV. Della temperanza «87 GAP. V. Ddla liberalità « 88 GAP. VI. Della
magnijicenza "89 GAP. VII. Della magnanimità "9^ GAP. Vili. Della
modestia « 92 263 ChV. IX. DeJIa mansuetudine. . . . Piig. if> GAP. X. D'ila
verità %i /Vi GAP. XI. i>r//^; ^cnlilezza -^ fj8 CAI*. XI i. Della
piacevolezza "" fj9 GAP. XIII. Della giustizia « loo GAP. XIV. Se
aifcndosi una virtù s'' abbiano tutte *i io8 GAP. XV. Delle colpe e de' vizii .
. . . « 112 PARTE QUARTA DELLE VIRTÙ INTELLETTUALI. GAP. I. Che cosa sia virtù
intellettuale, e qua^ le il sn^i^etln di essa e qmd la materia . '■> 1 i5
GAP. II. Che la virtù intellettuale e necessa- ria alla felicità . , 11 1 j/j
GAi"'. III. Divisione della virtù intellettuale, v, 118 GAP. IV.
DelVintellctlo ^^ 120 GAP. V. Della scienza » 127 GAP. VI. Della prudenza
"129 GAP. VII. VeWarte « )54 GAP. Vili. Della sapienza « i3G PARTE OUirsTA
DI ALCUNE QUALITÀ DELl' ANIMO CHE N0.\ SONO NÉ VIZII NE VIRTÙ. GAP. I. Nota
delle qualità di cui vuol trat- tarsi t) i4o GAI*. II. Della virtù eroica n ì^i
GAP. III. Della continenza « i4G Gap. IV. Della tolleranza • 1^9 GAP. V. Della
verecondia » i5o GAP. VI. Dello sdegno w i5i GAP. VII. DeW amicizia » i53 GAP.
Vili. DeW amicizia che nasce dalV uti- lità fi i56 GAP. IX. DeW amicizia che
nasce dal pia- cere « i58 CAP. X DcWamicìzìa cheTiascedalla vìrtà.V'dg. iGo Gap.
X!. Z^' alcune senfenze intorno ali" a- micizia 15 162 CAP. XII. D"*
alcune quistioni intorno ali" a~ micizia -ìì 168 GAP. Xill. Di alcune
qualità che si accosta- no alla natura dell' amicizia « 175 Della
be>evole^za w ìt> Dell' AM^'RE « 174 Della c"z\ ■» 17G Della
ghatitudine ^ " ^77 Dell' amor di se stesso » 178 GAP XÌY. Del piacere '.
i8'i GAP. XV. Se il piacere sia per se stesso un bene t» i85 GAP. XV!. Se il
piacere sia V ultimo Jine . -a 188 GAP. XV li- Del desiderio della felicità .
t> 192 GAP. XV] II. Della felicità ^ 202 Magionantento sopra un libro
Jranzese del signor di Maupertais » 2i5 GaP. I. G/je cosa sia felicità tj 2:8
GAP. il. Se nella vita delVuomo pia sieno i beni che i mali ■» 225 GAP. Hi.
Dalla natura dei piaceri e dei dis- piaceri ts 23l GAP. iV. Dei mezzi di
accrescere la felicità, n 259 GAP. V. Della Jìlosojirj de^li Stoici. . . -ii
^^i GAP. VI. Degli aiuti c'ie trag^onsi dalla Jilosojia de^r.risiiani per la
felicità della vita pre sente. -n 25o Conchiusione del Ragionamento . . . . n
260 FINE. -i BIBLIOTECA CLASSICA I T A r. I A IN A DI SCIErsZE, LETTERE ED ARTI
DISPOSTA E IL] ASTRATA DA LUIGI CAREER. Classe V. — Vol. IH. u LA REPUBBLICA
FIORENTINA E LA VENEZIANA DI DONATO GIANNOTTI. VOLUME UNrCO. VENEZIA. co TIPI
DEL GONDOLIERE. M DCCC XL. AI LETTORI LUIGI CAHIIER. A, -Ile generalità de'
prlnclpli conseguitano le par- licolarità storiche, dalle quali sono i
principi! stessi confermati, se giusti. Ed ecco che il GiannoUi mi por- ge
bellissima opportunità di secondare quest' ordine naturale de' nostri
ragionamenti co' suoi due libri del- la Repubblica fiorentina e della
veneziana, onde si com- pone il presente volume. La descrizione precisa e
minuta de' modi onde fu- rono ordinati alcuni governi, che, o durarono, come il
veneziano, oltre ogni ordinaria misura di tempo 5 o eoa frequenti e dolorose
perturbazioni non ebbero che vita fugace, come il fiorentino j torna di utilità
somma a chi sappia trarne le opportune conclusioni, opposte nella natura, ma
uniformi nel fine. Poiché sì dalla di- mostrazione delle cose che si hanno
potentemente a fuggire, e sì da quella dell" altre che si hanno studio-
samente a cercare, se ne traggono i fondamenti di retto giudizio intorno al
migliore reggimento degli sta- li. Dirò anzi che per (juanlo fosse perfettamente
con- VI dotta la dimostrazione in uno dei due modi surriferitij non se ne
avrebbe mai il buon effetto che si produce dalla contrapposizione dell'* uno
all' altro. Cosi vedia- mo, pur troppo, nella realtà delle cose allora farsi
nel suo pieno sensibile la bontà di una prospera condizio- ne, quando ci
troviamo piombati nella contraria, e ri- sorgendo da questa, ne possiamo più
efficacemente intendere la gramezza. Il possedimento della felicità a lungo
andare attuta il senso del piacere, e similmente r abituatezza nelle sventure
assopisce quello del dolore. Da pochissimi altri poteva farsi ritratto tanto
ve- ro e credibile delle condizioni di un popolo come dal Giannottij il quale
succedette al Machiavello nel mal- agevole uffizio della segreteria, e il tenne
in tempi diffi- cilissimi alla patria e agli amatori di essa. Le sue dottri- ne
politiche, lontane dalla cupezza di quelle di Niccolò, non sono meno profonde,
almeno per chi sappia di- stinguere il profondo dal cupo. Non intendo già para-
gonare con questo fra loro i due ingegni, e so bene che il Machiavello ha in
questo genere di sapere seg- gio altissimo e solitario 5 parlo della utilità
delle dot- trine, specialmente nella loro acconcezza particolare al popolo e
alla città per cui furono destinate. E non meno del Machiavello fu ornato il
Giannotti di let- tere squisite, amando e trattando fino da giovinetto le muse
latine 5 quindi proceduto cogli anni, e acco- statosi a quanti fiorivano nella
sua patria per eccelleu- VII ti stufili, diede ad essi e da essi ritrasse aiuti
al com- porre 5 come, a tacer del resto, può vedersi dalla sua corrispondenza
col Varchi. E ben gli vennero oppor- tuni, anzi dirò necessarli, questi sludii
nelle sventure, che, ad una con quanti ebbe magnanimi concittadini, il colsero
dopo la disfatta repubblica. Lo accompagna- rono questi studll neiresUio, al
tempo in cui, cessando dalle puljbliche incumbenze, dettò il più e il meglio
delle sue opere 5 e gli diedero aggiugnere alla fama d' il- libalo cittadino
l'altra di scrittore insigne. Non vi ha parte del sapere nella quale non
influi- sca potentemente la rettitudine dell' animo 5 ma nello storico e nel
politico è meglio evidente che nel resto la necessità di essa rettitudine. La
veracità e la pru- denza indispensabili a siffatti scrittori, di maniera che
ogni allro pregio di gran lunga rimansi addietro, ne vanno indebolite ed
intorbidate, non solo dalia fal- sità de' generali principil, ma ben anche
dagli empiti della passione. E sebbene un tale discorso potrebbe credersi riferibile
per molti capi anche agli scrittori di cose morali, non fa tanto al proposito
d' essi quanto degli storici e de' politici, essendo in questi le applica-
zioni delle generalità sopra cose di più stretto e vicino legame co'
particolari casi e sentimenti di ciascheduno. E però il trovare nelle storie,
che la virtù predica- ta dal Giarmotti ne' suoi libri gli risiedeva nelP ani-
mo, e fu da lui presa a consigliera e compagna dello vili proprie deliberazioni
per quanto visse^ è im[iorlante comento alle sue opere, e conforto grande a chi
si fa a leggerle. I tempi funestissimi ne' quali visse, e il ri- bollimento di
tante opposte e gagliarde passioni nelle quali e' si trovò co' migliori spiriti
fiorentini travolto e agitato, poterono per avventura far sì, che alcuna volta
prendesse di due partiti il men acconcio, o, cre- dendo ascoltare i consigli
della prudenza, quelli udisse dell' altrui individuali opinioni 5 ma non è di
ciò che intendiamo parlare : sì della illibatezza delle intenzio- ni, alle
quali, ove pure non apparissero da se insuf- ficienti le accuse immaginate
dall' astuta slealtà del Guicciardini, e consentite dalla paurosa perplessità
del Segni, sono efficace conferma il bando continuato tut- ta la vita, la
povertà, il decoro degli studii, e l'amicizia immutabile d' uomini sapienti;
incontaminati, e con- cittadini. Fanno ritratto bellissimo della sua anima i
due trat- tati che diamo in luce novellamente, e così uniti come sono,
s'illustrano a vicenda mirabilmente, oltreché per la ragione che ho accennata
sul principio, per le con- dizioni dello scrittore. Che se può credersi potervi
avere in quanto egli scrisse della Repubblica fioren- tina alcun vestigio degli
umori, che ardenti mentre lo stato durava tuttavia ed egli n' era il
segretario, non potevano essere, se sopiti, del tutto spenti nel cuore
dell'esule j questa credenza non ha vigore per l'altro IX libro eh' egli
compose della Repubblica veneziana , quando non si voglia pensare che la
gratitudine dello ospizio avesse a farsi consigliera di menzogna. E inti-
tolando quest'altro libro al fiorentino Francesco Nasi, lodatissimo da'
contemporanei, oltre che per dolcezza di costumi, per alti e magnanimi
pensamenti, sembra che tolga luogo anche a sifUitta supposizione. Un mirabile
accordo d'altra parte, e qui sta il più valido argomen- to delia onestà dello
scrittore, si vede in quanto ei det- tò, sia eh' egli ne lo destinasse alla
stampa, o che il lasciasse correre manuscritto. Da per tutto quel ripo- sato
modo di giudicare, che venendo cogli ultimi anni può stimarsi cagionato non d'
altro che dalla infelice esperienza, ma che tenuto fino dai primi, si mostra
con- naturale air uomo, e ad esso consigliato dalla propria guisa di ragionare.
Bensì nell'ultimo tempo le sue sentenze acquistarono alcun che di più
malinconico, e quanto ei dice è con voce d'uomo che teme non ave- re chi
l'ascolti, se non forse per investigare le cagioni onde fu mosso, e dargliene
biasimo. Di che recherò ad esempio la bellissima scrittura indiritta a Paolo
III, ove della pace dolorosa d'Italia in quella stagione è parlato con senno
molto notabile, e della sua durazione ali. ga a motivo il fare probabilmente i
potentati d'allora non (/nello che detta la ragione, ma (/nello che sogliono
Jave la più parte degli nomini^ i (/ualivivono a benefi- cio del tenijìo. E più
sotto, di questi uomini slessi, che X vivono a giornate, si dice, ch'essi
quando veggono po- terne passare alcuna quietamente, non pensano a quella che
deve succedere: tanto sono de' pericoli, de' disagi, degli spendii e d^ ogni
altra molestiafuggitorif Così in sul fine di essa scrittiirajla quale,
pubblicata da soli venfanai, è nobilejC ingegnosa, e meritevole che si legga 5
e paragonata a quelle consimili del Machiavel- lo, non cede loro punto,
specialmente considerato il profitto della pratica ( Giannotti, Opere. Pisa,
Ca- purro, Tol. Ili, face. 67 a 146). Solo ch'egli temeva (considerabile molto
anche questo timore), che il suo studio d' investigare nelP avvenire avesse ad
essergli imputato a colpa perchè essendo in misera Jortuna collocato, non
potesse sì gran male, o alcuno sì gran bene avvenire eh' egli potesse della
malignità o bon- tà sua partecipare ( face. 69 ). E non pertanto quan- to egli
scrive è, come si disse, sapientemente ideato, e degno di particolare considerazione.
Della lingua e dello stile di questo scrittore, doti preferibilmente
osservabili nella nostra raccolta, sareb- be soverchio il discorrere la bontà,
perchè consentita universalmente, e da più d'un secolo. Avvertirò solo alcuna
proprietà di questi libri, paragonati con quelli di altri scrittori, che
trattano consimili materie. Tra le quali proprietà parmi in principal grado
sensibile cer- ta dignità riposata, molto naturale ad uomo che discor- ra di
cose da esso maneggiale, e che furongli per più XI anni faralliari. E che nel
suo dettato v'avesse aà esse- re molta cura, ben si può presumere da chi legga
nella lettera, seconda delle stampate, eh 'egli indirizzò al Var- chi, il
tacciare eh' ei fa la poca cultura in questo con- to del Guicciardini. Ma gli
ornamenti non tolgono agevolezza e spontaneità al suo discorso, come quello,
che per elaboralo che fosse, ritraeva, come s' è detto, delle abitudini della
sua vita. E se non fosse che al- cune idee si hanno da certuni per sottigliezze
o per sogni, vorrei anche soggiugnere che la dignità dello stile del Giannolti,
in quanto compagna ai degni con- cetti dell' animo, aveva ad apparire non poco
diversa da quella degli scrittori intenti ad inverniciare le bu- gie, o a
palliare la viltà di eleganza. Ma di ciò basti, e veniamo, secondo il solito,
alla scelta dell' edizioni. Doveva la Repubblica veneziana, anziché d'un so-
lo, com'è, comporsi di tre dialoghi, secondo è fatto cenno nel proemio; ma pare
che all'autore, mi giovo delle parole del Rosini, mancasse o il tempo, o la vo-
lontà di condurre aljinc il secondo ed il terzo. For- se anche molte cose, che
aveva disegnate per inse- rirsi in quelle, ebbero luogo neW opera seguente.
Vide la luce la prima volta essa Repubblica veneziana nel 1 540, colle lodate
stampe romane del Biado, e fu riprodotta dal Grifio frent'anni dopo. Da indi le
ristampe veneziane si accrebbero colla compagnia del- la Venezia del Confarini,
oi a molti 4 LA REPUBBLICA FIORENTINA. iillii di frullo e diletto cagione,
dico, poiché da me slesso mi costringo a dirlo, che io ho ferma opinione, che
questa mia fatica, siccome al presente porge al- l'animo mio qualche
tranquillità, così non sia molto lontano il tempo nel quale ella possa agli
altri qualche utilità recare. E avendo tale opinione, ho deliberato ragionare,
in che modo si possa in Firenze temperare un- amministrazione, che non si possa
alterare senza estrema forza estrinseca. Perchè egli non è dubbio alcuno che i
due governi, che nell' anno mdxii e MDxxx con tanta violenza furono guasti,
erano pieni di difetti j de'quali se fossero mancati, non potevano in modo
alcuno ruinare: la qual cosa è manifesta, perchè alla rovina del primo bisognò
un esercito spaguuolo, il sacco di Prato, la furia di papa Giulio, la
reputazio- ne della lega fatta contra il re di Francia, la rovina di quel re in
Italia, e la negligenza dei più reputati citta- dini della città. Alla rovina
del secondo fu necessario, che concorresse il consenso di tutti i principi
cristiani 5 bisognò che fosse un papa autore della roTÌna di esso, col quale la
città non potesse far conyenzione alcuna, se non dandogli quello per che ella
combatteva, cioè la sua libertà ; bisognò, che dal suo capitano fusse con gran
vitupero de' soldati italiani tradito, e che chi era capo di esso, non sapesse,
ne avesse animo a punire la sua infedeltà. E non sariano state tutte queste
cose sufficienti a rovinarlo, se i più ricchi e più stimali cit- tadini non
fussero stati fuori della città, parte operan- do quello potevano per la rovina
di essa, per soddisfare al papa, parte stando lontani così dalla difesa, come
dair jfl^^sa. Laoiide agevolmente puj conghietturare LIBRO PRIMO. 5 chi bene
considera, che se in Firenze si ordinasse un governo che ragionevolmente
dovesse a ciascuna sor- te di cittadini piacere, saria la nos'.ra cltlà più che
al- cun' altra d' Italia felice, per non potere mai venire l'orza alcuna
esterna sì grande, che da essa, senza il disfacimento di tutta Italia, potesse
essere superala. Per la qual cosa dovrebbe ciascuno estremamente deside- rare
in Firenze una cosi fatta forma di reggimento,' e voler piuttosto vivere con
minor grado in un gover- no che si potesse perpetuo giudicare , che con mag-
giore in un altro, che tutto giorno fusse alle mutazio- ni esposto.
Perciocchi'; in quelle città, dove frequen- temente si fa mutazione di governo,
ciascuna sorte di cittadini patisce, perchè quella parte che in un* am-
ministrazione vive ricca e onorata, nelP altra vive po- vera e abietta. Tal che
niuno è che possa dire, che le mutazioni dello stato gli sicno fruttuose,
perchè queir acquisto che si fa nelF una, è ricompensalo col- la perdita che si
fa nell' altra. Egli è ben vero, che nella città nostra sono alcuni, a"
quali la conversio- ne della repubblica nella tirannide è stata di tanto fruito,
che il disfacimento poi di cjuella non è stato di molto detrimento, la qual
cosa è avvenuta per inso- lito e rarissimo accidente 5 imperocché quella
tiranni- de che succedette alla prima rovina della repubblica, venne in tanta
altezza per il nuovo pontificato di Leo- ne decimo, che ella potette senza
rispetto alcuno qua- lunque le era grato, con ricchezze e dignità, (juan- to le
piacque, esallare. E (jiiesti così ricchi ed onorali divenuti non sentirono
mollo danno nel governo che alla tirannide sopraddetta succedette; perchè non
do- 6 LA REPUBBLICA FIORENTINA. po molta sua vita, fu da potentissimo assalto
vinto, al quale se avesse con vittoria potuto resistere, prove- rebbero oggi di
che sapore sieno le mutazioni degli stati : perchè miseramente perduta la roba
e la patria, andrebbono per il mondo con gran vituperio disper- si, e con tanta
minore speranza di ricuperare le cose sue, quanto maggiore difficoltà è
rovinare una repub- blica, eziandio male ordinata, che un governo tiran- nico e
violento. Doyriano adunque tutti i cittadini de- siderare uno stato pacifico e
quieto 5 quegli che hanno tratto frutto della tirannide, per non avere a patire
quelle miserie le quali vedono agli altri sopportare 5 quegli che ora
patiscono, per non aver più a provare quelle calamità dalle quali sono al
presente cruciati. E perchè chi desidera le qualità del presente reggi- mento,
nel quale chi è oppressalo, senza dubbio è pronto alla ruina di quello, e chi
si trova in florido stato, avendo, per li modi tanto straordinarii di tale
amministrazione, cagione di temere che la sua gran- dezza non divenga
insopportabile, non la debbe con minor desiderio aspettare, agevolmente può
compren- der la mutazione sua propinqua, la quale tanto più s"* appressa
quanto maggiori sono le stranezze e spa- . venti fatti contro a tutti i
cittadini. Perchè questi così fatti modi fanno che ciascuno, dimenticati gli
odii par- ticolari, dalle mutazioni passate generati, si volge con tutta la sua
ira e furore contro al tiranno, la cui po- tenza reca a ciascuno tanto spavento
e paura, che per liberarsi da così fatto terrore, tosto che qualche occa- sione
di recuperare la repubblica si scoprirà, ninno dovrà essere che non sia presto
e pronto a pigliarla, UBRO PRIMO. 7 siccome avvenne al tempo del duca d'Atene
il quale essendo stato chiamato in Firenze per posare le dis- sensioni civili,
venne in desiderio di farsi signore as- soluto; e poiché egli ebbe in parte
mandato ad effet^ to il suo pensiero, e volendo più oltre procedere, non gli fu
dai cittadini permesso, i quali deposti gli odii civili, tutti unitamente
furono pronti alla rovina di quello. Ma perchè al presente ninno è che possa
co- noscere qual sia l' intenzione di chi è padrone della presente tirannide,
vedendo levali i magistrati, ediQ- care fortezze, comandare a ciascuno
imperiosamente, e tener forma di signore, credo fermamente, che a cia- scuno
dolgano gli occhi e scoppii 'l cuore a vedere e considerare si estrema violenza
in quella repubblica, la quale ha insegnato a tutta Italia, come si devono
difendere le città, e tolto F ardire a tutti i barbari di saccheggiare e
predare ogni cosa 5 e aspetti con gran- dissimo desiderio^, che Dio privi
cjuesta tirannide di quei favori che l' hanno in tanta altezza condotta, per
non mancar poi alla patria di quell' aiuto che potrà darle. E perchè di ciò,
mentrechè io scrivo, se ne ve- de qualche segno, però di molto miglior volere
son d' animo di seguitare T ordita impresa, pensando che il tempo sia propinquo
nel quale ella possa qualche frutto partorire; perciocché senza dubbio, se la
pre- sente amministrazione si dissolvesse, si tornerebbe su- bito al governo
passalo, e forse in qualche parte si fa- rebbe peggiore, siccome avvenne nel
mdxxvii nel qual tempo essendo ritornata la forma del vivere civile, e dovendosi
correggere, se alcuno errore era nell' am- ministrazione, che fu rovinala nel
mdxh, fu fatto Pop- 8 LA REPUBBLICA FIORENTINA. posilo 5 perchè fu tolto via l'
ordine di fare il gonfa- loniere a vita, il quale era ottimo e utilissimo alla
cit- tà, siccome noi al suo luogo dimostreremo, e ninno errore fu corretto, non
avendo quei venti cittadini, i quali furono creati nel consiglio grande con
autorità di correggere e temperare quella repubblica, saputo, ne correggere, ne
ordinar cosa che fusse di momento alcuno. Temendo io adunque, che in un' altra
muta- zione non si ricaggia ne' medesimi errori, e parendo- mi quasi vedere la
mutazione presente, mi sono mosso a speculare e scrivere che forma di governo
si possa introdurre nella nostra ciltà, la quale possa piacere u- niversalmente
a tutti i cittadini di qualunque sorte essi si sieno, tal che tutti vivano
quietamente senza timo- re, senza odio, senza sospetto, amando, difendendo e
innalzando con tutte le sue forze la comune libertà e civile governo. E quantunque
tal materia richieda per l'altezza sua maggiore ingegno e giudizio, che il mio
non è, non resterò per questo di comunicare agli al- tri, se leggendo, o
praticando ho trovato o in leso cosa alcuna che io giudichi alla città
profittevole j e se tut- ti quei che per la loro prudenza e dottrina ciò far
possono, i quali pure sono assai, si saranno in tal ma- teria affaticati, non
ho dubitanza alcuna, che non s'ab- bia a trovare perfettamente quello che
cerchiamo, to- gliendo da chi una cosa e da chi un'altra, tanto che si componga
quell' amministrazione, che da ciascuno deve esser desiderata, e per condurla a
perfezione, o- gni fatica presa. Ma tornando al proposito dico, che per il
[)recedente discorso è manifesto, che tre cose ci hanno indotto a scrivere della
repubblica fior entina LIBRO PRIMO. g cioè, il voler dilettale me medesimo, il
veder la rovi- na delia presente tirannide propinqua, e la necessità di
correggere i mancamenti dei due passati governi. Né volendo sopra la prima e
seconda allro che quel- lo che è detto ragionare, resta che poscia che io a-
vrò disputato di quelle cose le quali ò prima neces- sario considerare, siccome
nel seguente capitolo si ve- drà, sopra alla terza alquanto m' allarghi,
mostrando di che sorte fussero gli sopraddetti mancamenti, e di quali e come
fatti disordini erano cagione, acciocché ciascuno, conosciuti chiaramente tali
difetti, o egli per benefìzio della città pensi, o insegni in che modo si
possano, e debbano correggere, e non essendo a ciò sufficiente, si renda facile
ad ascoltare ed accettare le correzioni che da altri fussero trovate, e, per
fare in qualunque sua parte la repubblica perfetta, a tutti co- municate.
Capitolo IT. Del modo del procedere. Gli antichi savi, che hanno de' governi
delle re- pubbliche trattalo, considerando che repubblica non è altro- che
ordinazione della città, [•riniieramenle hanno dichiarato, che cosa sia città,
e di quali, e co- me fatti membri sia composta. E perchè città è una certa
comunità al ben vivere degli abitanti ordinala, hanno detcrminato quiili cose
deono essere a tutti comuni e quali privale. Venendo poi all' ordinazione della
repubblica, per mostrare chi abbia a essere par- *— =ne degli onori e delle
fatiche universah della città. IO LA. REPUBBLICA. FIORENTINA. hanno chiarito
quale sia quello che si debba cittadino chiamare 5 e finalmente dopo molte
altre particolari con- siderazioni, alle forme delle repubbliche sono perve-
nuti, ed è stata la loro considerazione non particolare, ma universale, perchè
non si sono diretti a una sola cit- tà,anzlper la grandezza dell'ingegno e
virtù loro hanno compreso tutti i governi che in tutte le città si possono
introdurre: ma la nostra intenzione è di trattare sola- mente del governo della
nostra città, non solamente perchè innanzi all'altre cose ciascuno è alla sua
patria obbligato: ma perchè ancora abbracciandosi gran fa- scio, non saria poi
possibile che fosse dalle forze del mio ingegno sostenuto. E perchè il
subietto, sopra il quale vogliamo fare la nostra considerazione, già è sta-
bilito e fermo, non è mestiero distendersi sopra quel- le cose le quali abbiamo
detto essere state dagli anti- chi considerale, perciocché l' animo nostro è di
mo- strare, che forma si convenga a quel subietto, quale egli si sia, e però
non è necessario disputare che cosa sia città 5 perchè ciascheduno vede, che
Firenze è una comunità di abitanti distinti in poveri e ricchi, nobi- li e
ignobili, ambiziosi e abietti, non bisogna deter- minare, quali cose debbano
essere comuni, e qut.iì private, perchè questa parte è stata dagli stessi
abitatori spontaneamente ordinata 5 né anche è mestiero di mo- strare, che cosa
sia cittadino, perchè noi vogliamo che colui sia cittadino tenuto, che è così,
secondo la co- mune usanza, chiamato j e chi cercasse queste parli al- terare,
saria per la difficultà della cosa la sua fatica vana e non profittevole. E
adunque il subietto no- stro|la città di Firenze tale, quale ella è, nella
quale LIBRO PRIMO. I I vogliamo introdurre una forma di repubblica conve-
niente alle sue qualità, perchè non ogni forma con- - viene a ciascheduna
città, ma solamente quella la quale puote in tal città lungo tempo durare.
Perciocché sic- come il corpo prende vita dall' anima, così la città dalla
forma della repubblica, tal che se non è conve- niente tra loro, è ragionevole
che T una e T altra si corrompa e guasti, siccome avverrebbe, se un' anima
umana fosse con un corpo di bestia congiunta, o un'a- nima di bestia con un
corpo umano 5 perchè T uno darebbe impedimento all' altro, di che seguirebbe la
• corruzione. Primieramente adunque noi investighere- mo qual forma di
repubblica si convenga alla città di Firenze, e per trovar ciò, noi disputeremo
delle spe- cie delle repubbliche, esaminando quale si debba ot- tima reputare,
e come fatte sono quelle città che ne sono capaci 5 e venendo a Firenze
mostreremo esser subietto capacissimo d' un bene ordinato governo.
Secondariamente andremo discorrendo tutti i manca- menti e difetti i quali
erano nelle due passate ammi- nistrazioni. Dopo questo introdurremo la nostra
re- pubblica, riparando a lutti quc' mancamenti che sa- ranno da noi stati
trovati e discorsi, nella qual cosa non altereremo molto i modi e costumi del
viver fio- rentino; siccome anco fanno i prudenti architettori, i quah chiamali
a disegnare un palazzo per edilìcare sopra i fondamenti gettati per 1*
addietro, non alterano in cosa alcuna i trovali fondamenti, ma secondo le
qualità loro disegnano un edificio conveniente a que- gli 5 e se hanno a
racconciare una casa, non la rovina- no tutta, ma solo quelle parti che hanno
difetto, ed k 12 LA REPrBBLICA FIORENTINA. air altre lassate intere si vanno
accomorlando. Ultima- mente mostreremo con che armi, ed in che modo, ordi- nata
la nostra repubblica, dagli assalti esterni si possa render sicura, e ponendo
fine a tutta la presente ope- ra, discorreremo quali occasioni e quali mezzi si
ri- cerchino all' introdurre quello, se non ottimo, il quale in ogni tempo e in
tutto il mondo fu sempre rarissi- mo, anzi più presto desiderato, che \eduto,
almeno buono e durabile governo, sotto il quale così il po- vero, come il
ricco, il nobile, come P ignobile possa la vita, che Dio e la natura gli dona,
felicemente pas- sare. Capitolo HI. Delle specie della repubblica, e di quella
che è ottima. Non solamente i filosofi, ma eziandio alcuni di que- gli che
scrivono le cose fatte da' principi e repubbli- che, dicono esser più forti d'
amministrazione, e di quelle alcuna esser buona, alcuna rea e malvagia, e dal
fine delle città conoscersi la bontà e malvagità lo- ro. Il fine delle città
non è altro, che il ben vivere co- mune degli abitanti 5 perciocché non per
altra cagione gli uomini insieme da principio si congregarono, se non perchè
separati V uno dall' altro non potevano in modo alcuno la vita loro difendere e
mantenere .-per- chè la natura, quando fece 1' uomo, intendendo fa- re una
comunità, dove l'uno potesse all'altro giovare, non gli dette sufiìclenli
mezzi, come agli altri animali, al poter vivere dagli altri separato ; e di qui
nasce che noi diciamo, che l'uomo solitarioj o egli è Dio, J LIBRO PRIMO. I ù o
egli è bestia, perdiè potcìulo vivere dagli altri sepa- ralo in solitudine a
guisa di bestia, il che non può far V uomo, bisogna dire, o che sia di quella
sorte, o che abbia una potenza maggiore, che umana, cioè, che sia Dio: ma non è
mestiero distendersi sopra tale mate- ria, perchè diffusamente è provata da
Aristotile, dal quale io, come da uno abbondantissimo fonte che ha sparso per
tutto 'l mondo abbondantissimi fiumi di dottrina, ho preso tutti i fondamenti
di questo mio breve discorso. Diciamo adunque, che il fine di tutte le città
sia il ben vivere universale degli abitanti. A questo ben vivere concorre
moltitudine d' uomini maggiore o minore, secondo la natura del paese, dove la
città è situata 5 e perchè sempre ovunque è molti- tudine nasce disordine e
confusione, fu necessario trovar modo e regola per la quale ciascuno del ben
vivere fusse fatto partecipe. Questo modo o regola è quello che noi diciamo e
chiamiamo repubblica, la quale è una certa instituzione.^ ovvero ordinazione
de- gli abitatori della città. Questa ordinazione qualunque volta è al bene
comune diretta, è utile e buona, per- chè va al fine suo proprio e naturale; ma
quando si volge al ben privato, è dannosa e malvagia, perchè' da quello a che è
ordinala, si discosta. Ma perchè questa parte meglio s" intenda, voglio
pigliare un altro prin- cipio, per il quale si vedranno le specie delle repub-
bliche buone e malvage, e finalmente a quell'ottimo fine che noi cerchiamo si
perverrà. Di tutte quante le repubbliche, dico quelle che sono semplici, e non
miste, come meglio di sotto si vedrà, il reggimento, o vogliamo dire
animinislrazionej o ella è appresso di GUinnotti. a l4 I-A REPUBBLICA
FIORENTINA. uaoj o di pochi, o di Qiolli , quando dunque quel- la uno o quei
pochi o molti seguiranno il bene co- mune, le loro amministrazioni deono essere
buone reputale 5 ma quando seguono la privala utilità, dan- nose e malvage.
Quando un solo è capo del reggimen- to, e tende al ben comune, chiamasi tale
amministra- zione regno 5 quando governano i pochi, e seguitano il medesimo
fine, amministrazione d' ottimali, i quali così si chiamano, perchè sono
d'utlima virtù ornati, o veramente perchè seguitano quello che è ottimo alla
citlàj quando i molli son capo del reggimento, e se- guitano la pubblica
utilità, chiamasi la loro ammini- strazione propriamente repubblico. Queste tre
spe- cie di reggimento nascono da questo, perchè in ciascu- na città, o egli si
trova uno che è virtuosissimo, o pochi, o molli virtuosi. Dove si trova uno,
che tutti gli altri di virtù avanzi, quivi è ragionevole che na- sca il
principato regio, perchè naturalmente, come prova Aristotile, colui deve agli
altri comandare che è di maggiore virtù ornato, il che si vede nel principato naturale
e dell'universo. Il principato naturale è quel- lo, dove quella cosa possiede
il principato, che è più virtuosa, come negli animali il cuore, il quale,
secon- dochè dicono i fisici, è il principal membro, {)erchè da esso viene la
virtù in tutte le parti del corpo. Il principato dell'universo è retto da un
solo, e sopra tutti gli altri ottimo governatore, cioè da Dio. Laon- de
imitando P arte la natura, è onesto che chi è vir- tuoso, tenga il principato 5
e chi considera bene, può vedere che anticamente il regno fu dato a quegli che
erano reputati virtuosissimi, non essendo ancora nel LIBRO PRIMO. l5 mondo
ambizione alcuna. Né erano questi re con al- cuna legge moderali, perchè saria
stata cosa assurda moderare con leggi chi è alle medesime e ad altri moderamento
e legge. Dove sono i pochi virtuosi, quivi nasce Io stato di ottimati: il regno
non vi può essere, perchè essendo governalo il regno da un solo, il quale la
virtù degli allri eccessivamente avanza, presupponendo la virtù ne'pochi, vengo
a presup[)or- re non trovarsi tra costoro un così fatto : e per la me- desima
ragione non vi può essere la repubblica, per- ch'' non è onesto che i molti non
virtuosi comandino e governino quegli che sono virtuosi : ma dove i molti sono
di virtù ornati, quivi nasce quella terza specie di governo chiamala
repubblica, la quale amministrazio- ne si è trovata in quelle città che hanno
virtù milita- re, la quale è propria della moltitudine. Sono queste tre specie
buone perchè tendono al ben comune, che è il fine delle città, come di sopra
abbiamo detto, e quando si corrompono, generano tre altre sorte di re-
pubbliche, perchè il regno, se si corrompe, diventa tirannide^ lo stato degli
oltimati, potenza di pochi 5 la repubblica, popolarità. Benché la tirannide
nasce an- cora nelle città in molti altri modi, siccome quando in quelle città,
che sou divise, clii è capo di quella parte, che ottiene la vittoria, si fa
signore del lutto, siccome fecero Siila e Mario in Roma 5 e quando qualche cit-
tadino grande perseguitato da' nemici, coli' aiuto della repubblica l'armi e lo
sdegno contra l'uno e T altro volge, ed ottenuta la vittoria, resta dell' uno e
del- l' altro padrone, siccome fece Giulio Cesare in Roma, e Cosimo de' Medici
in Firenze, ancorché Cosimo 1 ^ì LA REPUBBLICA FIORENTINA. neir Oppressione
della repubblica non usasse la vio- lenza dell' arme, perchè si jervì di quegli
ordini civi- li, da' quali egli prima era stato oppressato. Scipione Africano
uomo sopra tutti gli altri virtuosissimo, es- sendo dai nemici, pure secondo
gli ordini civili perse- guitato, non si volle difendere, perchè giudicò non
po- tere fare tal cosa, senza farsi della sua patria tiranno 5 e volendo più
tosto che ella perdesse Ihì, che la li- bertà, siccome egli disse, cedette alla
passione degli avversari!, e lasciando agli uomini un memorabile e- sempio di
maravigliosa bontà e carità verso la patria, se n' andò in esilio volontario 5
e non fece come Co- riolano ed alcun altro, i quali per occupare la comune
libertà, hanno condotto in su le mura della patria loro eserciti forestieri,
facendo quella guerra ai suoi citta- dini, che i più crudeli nemici loro si
vergognerebbero di fare. Ma tornando al proposito, corromponsi quelle tre
specie buone, qualunque volta elle si volgono alla privata utilità. Né da
altro, che dal fine si pretende la differenza che è traile tre buone e l' altre
malvage, perchè non sono in altro differenti 5 nel regno e nella tirannide un
solo tiene il reggimento 5 nello stato degli ottimati e nello stato de' pochi,
i pochi sono signori 5 nella repubblica e popolarità i molti governano: ben è
vero, che nelle tre rette quelli, che ubbidiscono, stanno subietti
volontariamente : nelle tre corrotte stanno pazienti per forza : e perciò si
può dire, che le buone siano dalle corrotte in quello differenti, che i
subietti nelle buone sono volontari!, nelle malvage ub- bidiscono per forza.
?sondimeno a me pare (salvo ogni miglior giudizio) che questa differenza non
sia propria, l.IliKO PlilMO. 1^ ma piuttosto accidentale^ perchè può essere, che
i subielti nella tirannide volontariamente ubbidiscano, essendo corrotti dal
tiranno con largizioni, ed altre cose che si fanno per tenere gli uomini
IranquUli e riposati. Non essendo adunque altra differenza tra i buoni e tra i
corrotti governi, che quella che è ge- nerata dal fine da loro inteso e
seguitato, seguita che ì buoni senza alcuna dilli colla, cioè senza intrinseca
o estrinseca alterazione, si possano corrompere e dive- nir malvagi. Perciocché
nel regno poniamo, parlando di quello secondo la propria sua natura che non ri-
conosce cosa alcuna superiore, non è costretto il re a seguitare il ben comune,
o l' utilità privata, più che esso si voglia, perchè tal cosa nell'animo suo
consiste, il quale quanto sia mutabile, oltre all'esperienza quo- tidiana, si
vede per la vita degli uomini eccellenti, così principi, come privati. Romulo
sapientissimo condi- tore di Roma, come ottimo re tenne lungo tempo il
principato, insuperbito poi per le gran cose fatte da lui insolente tiranno
divennej laonde provocati contro gli animi de' senatori, fu da loro
crudelissimamente am- mazzato. Potette adunque Romulo per se medesimo di Iniono
divenir malvagio, ed il suo governo di otti- mo regno, pessima tirannide. Puote
ancora agli otti- mati ed a quel governo che è chiamato repubblica il medesimo
incontrare, e di qui ne è nato, che le specie de' governi sono moltiplicate,
perchè il primo modo di governo fu il regno, il quale corrotto divenne ti-
rannide j la quale poi fu da pochi virtuosi rovinata, e da loro sullo stato
degli ottimali fondata. Questi an- cora malvagi divenuti, fecero il loro slato
potenza di I 8 LA REPUBBLICA. FIORENTIXA. pochi divenire, la quale da molti
virtuosi rovinata, produsse lo stato chiamato repubblica, e questa anco
corrotta passò in popolarità viziosa, dalla quale, o si ritorna al principato
regio, o ne nasce viva tirannide, siccome Polibio nel sesto della sua istoria
prudentis- simamente discorre. Ma per tornare al proposito, è manifesto per
quello che abbiamo detto, che le tre specie di repubbliche rette e buone, sono
alla corru- zione propinquissime, perchè essendo fondate sopra gli animi degli
uomini, i quali agevolmente si mutano, son sempre per se medesime alla
corruzione esposte 5 laonde chi una di queste tre specie introducesse, fa- rebbe
cosa che non saria profittevole a quel luogo, dove egli T introducesse, perchè
essendo ciascuna di esse tanto propinqua alla rovina, si può pensare che poco
tempo durerebbe 5 e l'introdurre un governo che abbia poco tempo a durare, è un
ajQTaticarsi inva- no. Oltre a quello che io giudico, tale introduzione è
impossibile, perchè essendo gli uomini più malvagi, che buoni, e curandosi
molto più de' privati comodi, che del pubblico bene, credo fermamente che nei
tempi nostri non si trovi subietto che le possa ricevere, per- chè in ciascuna
di quelle tre sorti si presuppongono gli uomini buoni, tal che avendo i
subietti a ubbidire volontariamente a quello, se è uno, o a quelli, se son
pochi o molti virtuosi, non sarla mai possibile indurre a ciò gli uomini non
buoni, i quali per natura loro sono invidiosi, rapaci e ambiziosi, e vogliono
sempre più, che alle loro qualità non si conviene. Concludo adunque per Tuna
ragione e per l'altra, che tal sor- te di repubbliche non si debbono
introdurre, 1' altre LIBRO PRIMO. 19 tre corrolle e contrarle alle predeUe
buone non si deono ancora infrodtirre perchè essendo viziose, e non altro die
trasgressioni e corruzione delie rette, ci il Tia- troducesse non farebbe
altro, se non che darebbe licen- za agli uomini di potere usare senza pericolo
la maligni- tà e tristezza loro: per la qual cosa non si potendo le buone
repubbliche e le malvage non essendo conve- nevole introdurre, è necessario
trovare un modo e una forma di governo, che si possa o sia onesto introdurre 5
questo modo e questa forma per questa via si potrà agevolmente trovare. In ogni
città sono più sorte di abitanti, perchè e' si trova in ciascuna città nobili e
ricchi, cio^ grandi, poveri e vili, e quegli che parti- clpano dell' uno e
dell' altro estremo, cioè mediocri. Tutte queste parti in ciascuna città si
trovano, ma do- ve maggiore l'una e dove maggiore T altra, e siccome esse sono
fra loro differenti, cosi ancora i desiderii loro son varii e diversi;
perciocché i grandi, perch'^ ecce- dono gli altri in nobiltà e ricchezze,
vogliono coman- dare, non ciascuno da per se, ma tutti insieme, e per- ciò
vorriano una forma di governo nella quale essi soli tenessero l' imperio, e tra
loro ancora sempre alcuno si trova, che aspira al principato, e vorrebbe coman-
dar solo. I poveri non si curano di comandare, ma temendo P insolenza de'
grandi, non vorriano ubbidi- re, se non a chi senza distinzione a tutti
comanda, cioè alle leggi, e però basta loro esser liberi, essendo quegli libero
che solamente alle leggi ubbidisce. I mediocri hanno il medesimo desiderio de'
poveri, porche anco- ra essi appetiscono la libertà, ma perchè la fortuna lo-
ro è alquanto più rilevata, perciò oltre alla libertà •j(> LA KEPLBBl.ICA
FIORE.N il?» A. desiderano ancora onore. Possiamo adunque dire, che in ogni
città sia chi desidera libertà, e chi oltre alla li- bertà, onore, e chi
grandezza, o solo, o accompagnato. A volere adunque istituire un governo in una
città, dove siano tali umori, bisogna pensare di ordinarlo in modo, che
ciascuna di quelle parti ottenga il desiderio suoj e quelle repubbliche, che
sono così ordinate, si può dire che sleno perfette, perchè possedendo in es- se
gli uomini le cose desiderate, non hanno cagione di far tumulto, e perciò
simili stati si possono quasi eter- ni reputare. A'desiderii di queste parli
similmente non si può soddisfare, perchè bisogneria introdurre in una città un
regno, uno stato di pochi, ed un governo di molti, il che non si può
immaginare, non che mettere in alto, salvo che in Genova dove innanzi che
messer Andrea Doria le avesse con grandissima sua gloria venduta la libertà, si
vedeva una repubblica ed una ti- rannide. Pos^onsi bene detti desiderii
ingannare, cioè si può introdurre un modo di vivere nel quale a ciascuna di
quelle parti paia ottenere il desiderio suo, quantun- que pienamente
nolFottenga. Onde in questo governo che cerchiamo bisogna che uno sia principe,
ma che il suo principato non dependa da lui: bisogna chei grandi comandino, ma
che tale autorità non abbia origine da loro: che la moltitudine sia libera, ma
che tal libertà ab- bia dependenza: e finalmente, che i mediocri, olire allo
esser liberi, possano ottenere onore, ma che tal facoltà non sia nel loro
arbitrio collocata j ed a volere intro- durre una così fatta amministrazione, bisogna
mesco- lare insieme tutte le tre specie di repubbliche, le quali, benché
separate dicemmo non si potere introdurre, LlimO PRI>IO. 21 nondimeno
congiunte insieme facilmente s'introduco- no. Questo avviene, perchè in ogni
città si trovano i sopraddetti uomini, e per l' inlroduzione del governo misto
si viene a soddisfare a tulli. Non si trova già una città con un solo umore,
tal che in essa si possa introdurre una di quelle specie separata: ben è vero,
che in alcuna città uno di quegli umori è superiore agli altri, per aver
maggior subictto, tal che chi voles- se in quella Introdurre una delle
sem[)lici specie, a- vrebbe a eleggere quella la quale fosse a tale umore
proporzionata, nondimeno se coli' altre non si tempe- rasse, non mancherebbe
mai d'alterazione, perchè gli nomini deboli, venendo F occasione, diverrìano
gran- di, e fariano tumulti. Possiamo Firenze per esemplo ad- durre, dove la
repubblica dal mcccclxxxxiv al mdxii era reputata popolarissima, e non mancò
mai di per- turbazioni, tantoché fu necessario temperarla col prin- cipato, né
questo finalmente fu abbastanza a mante- nerla, come a ciascuno è notissimo.
Laonde io giudico lo sfato misto esser ottimo, ed in molte città potersi
introdurre, e secondochè dice Aristotile, Sparta era in tal maniera temperata,
e, per quel che si comprende per tutti gli storiografi, la città di Roma. Ma in
che modo tal governo si debba temperare, diffusamente nel suo luogo tratteremo
j abbiamo ora a dimostrare quali siano quelle città nelle (juali si può introdurre
il governo, e tal forma di vivere. 2 2 LA REPUBBLICA FIORENTir?A. Capitolo IV.
Che qualità deva avere una città capace dello stato misto. In ogni città; come
abbiamo detto, si trovano tre sorli d' abitatori, grandi, poveri e mediocri. In
alcune sono i grandi eguali ai poveri, e tra l'una parte e l'al- tra son
pochissimi mediocri. In simil città n(ìn si può introdurre lo stalo
sopraddetto, perchè quantunque In esse si trovi chi voglia comandare, non vi è
chi molto si curi di esser libero, non ostante che il desiderio della libertà
sia proprio (come è detto) de' poveri. Questo avviene non solo, perchè rade
volte i poveri sono generosi, essendo dal bisogno delle cose necessa- rie
impediti, ma perchì ancora si veggono in tali città superare da quelli che eccedono
in ricchezze e nobil- tà, e nel numero loro non esser tanto di vigore, che
possano resistere, e perciò pensando non poterli vince- re, si stanno quieti, e
sopportano il dominio de' gran- di. In tali città si può facilmente introdurre
la poten- za de' pochi, perchè sono subietti capaci di tale am- ministrazione,
la quale non è altro che una compagnia di signori e di servi ^ laonde quelle
città in tal manie- ra governate, non si possono chiamare città, perchè città
vuol dire una congregazione civile d' uomini li- beri. In altre città si trova
gran moltitudine di poveri, e pochi grandi, ed in queste nasce lo stato
popolare, perchè i grandi non vedendo modo di poter superare i poveri, stanno
quieti, e se pur vogliono far tumulto, sono costretti volgere a uno tutta la
loro reputazione, e farlo capo, il quale poi molte volte inganna 1' una LIBRO
PRIMO. 2.1 parte e rallra, e diviene tlrunno. In questo slato è ne- cessario
che si facciano molti inconvenienti, perchè avendo 1 poveri suprema autorità, e
trovandosi nella amministrazione de' magistrati, hanno occasione di far- si
ricchi, il che essi più die altra cosa desiderano, e però sono costretti a
essere avari e rapaci. Sono altre città nelle quali sono assai mediocri, pochi
grandi idxii per le dissensioni civili di Firenze miseramente andare a sacco, e
nell' anno mdxxx tutto il dominio essere guasto 'e predato, di che è stato
cagione la stabilità e resistenza grande di quella amministrazione che era
assalita, e oltre a ciò la potenza grande degli avversa- rii, favorita dal
cielo e dalla terra, per rovinar quella città. Ma tornando al proposito, tenne
Federigo Bar- barossa l'imperio d'Italia, non come gli antichi Roma- ni, e dopo
loro gì' imperatori le loro provincie, i quali mandavano al governo di esso un
proconsole, tene- vanvi eserciti, e vi mandavano colonie che fussero come freno
dei subietti, ma solamente coir armi degli Italiani medesimi. Perchè nelle
città divise si volse a favorire una parte, le non divise fece dividere 5 la
par- te che egli favori; furono i grandi, onde in molti luo- ghi fece grande un
solo, in molti altri molti insieme. Volsesi a questa parte, perchè pensò
potersene più age- volmente servire, e più sicuramente fidare: perchè è MBUO
PRIMO. 27 sempre più agevole il disporre ai desiderii suoi i po- chi, che gli
assai, e più sicuro li puoi fidare di quegli che hanno più hisogno, che gli
altri, di le. I grandi son pochi, e volendo comandare agli assai lianno
continua- mente bisogno di chi gli difenda; laonde in molle co- slitui i capi,
come nella Romagna, iVIarca ed altri luo- ghi, da' quali erano discesi quei
tiranni che sono poi stati spenti dai pontefici romani. In alcune altre favorì
tulla la parie de' grandi, siccome avvenne in Firenze. In questa maniera teneva
Federigo l' imperio d'Italia con utile suo grande, e senz' alcuna molestia o
spesa. Succedette poi la morte di quell' imperatore, e quei popoli che erano
stati governali dai grandi in sid fa- vore di quello, tutti si ribellarono, e
costituirono nuo- vi modi di vivere. Quelli che solo erano stati fatti ca- pi,
solamente salvarono Io stato, perchè mentre visse l' imperatore si assicurarono
di sorte, che poi si pote- rono mantenere j ma dove i grandi tutti insieme reg-
gevano, tutti rovinarono, perchè quando potevano, non si assicurarono. Il che
avvenne, perchè quelle co- se, le quali a molti insieme son commesse, ciascuno
per sé le più volle ne lascia il pensiero al compagno, tal che da niuno son
curate, la qual cosa princi[)almente è vera, dove pochi comandano, perchè non
sì potendo assicurare senza ofTcndere molli, rari sono che voglia- no esser
quegli dai quali nnsoa T offesa. I Pistoiesi soli si provveddero di sorte, che
dopo la morte di Fede- rigo poterono lo stato conservare. Ma tornando a Fi-
renze, dopo la morte di Federigo, il popolo ricuperò la libertà, e ordinò nuovo
modo di vivere, ma fii in tal maniera temperalo, che fu soggetto di sedizioni,
e non 28 LA REPUBBLICA FIORENTINA. Tincolo di pace e di concordia. Perchè chi
ordinò quel governo, tutto lo dirizzò contro ai grandi che aveva- no al tempo
di Federigo retto, i quali stando con con- tinuo timore, furono necessitali a
sollevarsi tosto che r occasione apparse, la quale fu la prosperila e felice
successo di Manfredi figliuolo naturale di Federigo. Ma ebbe il loro tumulto infortunato
evento, perchè tutti furono cacciati, si rldussono in Siena, e furono cagione
della guerra de' Sanesi e de' Fiorentini, e della rolla d' Àrbia, per la quale
i Fiorentini perderono lo stato? e i fuorusciti ritornarono. E questo è quello
che par- torì il governo in quella forma ordinato. Questi ancora che tornarono,
non vollero, o se vollero, non seppero instituire un'amministrazione che fusse
a loro edagli altri fruttuosa, e quando poi tentarono farlo, che fu dopo la
morie di Manfredi, non furono a tempo; per- chè avendo la moltitudine preso
animo e vigore, co- strinse quegli, che dopo la rotta dell' Arbia erano tor-
nati, a fuggirsi. Era in questo tempo il popolo fioren- tino molto desideroso
d' un civile e buon governo, laonde fece molte provvisioni a ciò appartenenti,
le quali sarebbono state utili alla città, se si fussero pri- ma gettati buoni
fondamenti, perciocché per levare oc" casioni alle sedizioni, ridusse in
Firenze tutti i fuoru- sciti così Guelfi, come Ghibellini, la qual cosa partorì
contrario efifelto a quello che pensarono gli autori di tale reduzione, perchè
tosto che furono dentro, co- minciarono a tumultuare, di che si vide che il
rimet- ter dentro que' potenti, non fu altro che meltersi in casa i tumulti eh'
erano fuori. Io certamente credo che se allora tra quelli che governavano,
fusse stato LIBRO PRIMO. 29 qualche uomo savio che avese avuto intelligenza dei
governi della città, si saria forse potuto introdurre in Firenze una buona
forma di repubblica, perchè T in- clinazione grande che aveva il popolo alla
quiete e al ben vivere universale toglieva in {)arte la ditlicoltà che
impediva, come di sotto diremo, tale introduzione. Ma la fortuna arbitra delle
faccende umane non permesse che Firenze sortisse tal felicità. Quegli ordini adunque,
che allora s' introdussero, non furono tali che potes- sero spegnere le
discordie j laonde crescendo V inso- lenza de' grandi, fu costretto il popolo
creare il gon- faloniere di giustizia, il quale costrignesse i grandi a star
quieti e ubbidire ai magistrati. Fu ancora ordina- ta in quel tempo la legge
del divieto, acciocché molti participassero degli onori della repubblica, ed i
gran- di non avessero ardimento di voler continuare i ma- gistrali 5 dalle
quali cose nasceva, che d' una città se ne faceva due, perchè l'una parte
sempre viveva con sospetto dell' altra. Il popolo era dai grandi nelle fac-
cende private oppressalo; i grandi avevano le leggi e l'ordinazioni della
repubblica tutta contro a se diret- ta, la quale ordinazione non fu sufticiente
a reprimere r insolenza loro, e moderare la repubblica, perchè la reputazione
del gonfaloniere mancò presto, e segui- tavano i medesimi ordini che prima;
laonde non mol- to dopo succedettero gli ordinamenti di Giano della Bella, e se
quegli poco innanzi fatti eran viziosi e cat- tivi, questi di Giano eran molto
[)eggiori. perchè in quegli si notavano i grandi espressamente ; in questi eran
notate trentasette famiglie nobili, le quali furono escluse dal potere ottenere
il supremo magistrato, e fu 3o LA REPUBBLICA FIORENTINA. dato autorità ai
priori che notassero tutte quelle che a loro paresse. Furono ancora assegnali
quattromila armali al gonfaloniere, ed a lui fu dato autorità d'uscir fuori a
gastlgare i delinquenti, quando paresse a'priori, Queste ordinazioni finalmente
non facevano altro che dividere espressamente la città, ed erano cagione che
non si osservava né modestia, ne temperanza alcuna, anzi in ogni azione si
procedeva con furore e temerità- perche dove gli altri datori di legge si
aOTaticavano ìq unire insieme i cittadini, costui, benché contro alla sua
intenzione, si affaticò in dividerli e disunirli più che non erano; donde
nacque il tumulto del popolo al pa- lazzo del potestà, e l'esiHo di Giano, e la
discordia tra il popolo e' grandi, i quali commossi dalle leggi di Gia- no, s'
erano insieme uniti, e per forza procacciavano di riavere i perduti onori, e in
qualche parte ottennero il desiderio loro. Dopo queste contenzioni succedettero
le parti de' Neri e de' Bianchi, le quali quantunque da propria cagione
nascessero, non erano meno causale dal mal ordine della repubblica, nella quale
le discor- die private divenivano pubbliche, il che è grandissimo difetto in
ogni sorte di repubbliche. Fu la città poco appresso riformata dal cardinal di
Prato il quale fu mandalo da papa Benedetto per pacificare Firenze, ma la sua
riforma non tendeva ad altro fine, che 1' altre sopraddette. Costui per far più
potente il popolo or- dinò i gonfalonieri di compagnia, il qual inagistrato fu
via levato già son passati tre anni, poiché i Medici fu- rono nel MDXXx
ritornali 5 similmente fece molte leggi, per le quali accresceva la potenza del
popolo, e dimi- nuiva quella de* grandi j ma con tutte queste sue or- LIBRO
PRiMO, 3 l dlnazloni non potette vedere il suo desialo fino, pei- chè innanzi
che di Firenze uscisse, vide di nuovo tut- ta la città in dissensione, e poco
dopo la [.ailita sua vennero le parti all' armi, e fa fatto quel memorabile
incendio che consumò, secondochè dicono le memorie antiche della città, mllleseltecento
case. Seguitarono poi alcune riformagioni, come è il dare i magistrati a sorte,
la creazione de" consigli del popolo e del- «io- nume , le quali si
mantennero per infino all' anno MCcccLxxxxiv, e si ripresono nel mdxu, e
durarono in- fmo al >iD:^xvn. Ed oltre a lotte quelle cose fu ordina- to di
far venire il giudice de'maleficii, il quale in qual- che tempo fu cagione di
molli disordini, e particolar- mente dell' esilio de' Bardi e Frescobaldi.
Furono ca- gione le civili discordie di chiamare in Firenze il duca d'Atene, e
proporlo al governo ; il quale in breve tem- po col consiglio ed aiuto d'
alcuni scellerati cittadini, occupò la tirannide, e si fedi tutto lo stato
signore 5 ma dopo pochi mesi ch'egli si fece tiranno, fu [)rivato del governo che
gli era sialo dato, e cacciato di Firenze. Dopo la cacciala del quale, fu la
repubblica alquanto riformata, perchè furono ammessi agli onori della re-
pubblica tutti i nobili per essersi portati egregiamen- te nella cacciala del
tiranno; ma tal riforma non fu di frullo alcuno alla città per la ragione che
di sollo dire- mo, perchè l'anno medesimo il popolo venne all'arme con i
grandi, tal che per tutta la città, e specialmente su i ponti insieme
combatterono, nel (jual combatti- mento rimase superiore il popolo, e privò i
grandi di ogni dignità. Succedette poi la conlesa del [ìopolo e de' grandi, la
quale fu eccitala, come volgarmente si Ó2 LA REPUBBLICA FlOKESllNA. dice, dai
ciompi, cioè dall' iufima plebe. Né dopo mol- lo fu morto messer Giorgio Scali,
che era diveaulo ca- po della plebe. Correva in questo tempo T anno della
Salute McccLxxxi. Dopo la morte di messer Giorgio la repubblica si corresse, e
di popolarissima divenne al- quanto più civile: nondimeno non mancava mai di
so- spetti, perchè dandosi i magistrali per sorte, sempre V una parte temeva
che i magistrati non venissero in persone dell'altra, e spesso con privala
forza il magistra- to a qualcuno toglievano , siccome nel mccclxxxyh avvenne a
messer Benedetto degli Alberti ^ a messer Filippo Miigalolli suo genero, i
quali essendo tratti r uno gonfaloniere di giustizia, l' altro di compagnia,
furono amendue dalla parte avversa del magistrato pri- vali. Seguitarono poi
simifi dissensioni nella città, ma non tanto pericolose quanto le passate, perchè
si tro- varono allora alcuni cittadini a governare la repubbli- ca, li quali
pareva che più che gli altri al ben comu- ne traessero. Di questi erano capi
messer Maso degli Albizzi, Gino Capponi il vecchio, ed alcuni altri buo- ni
cittadini, i quali colla prudenza loro tennero gU al- tri uniti, rimediando
sempre ai disordini con più mo- destia ed umanità, che prima non s* usava.
Pervenne questo modo di vivete a Nicolò da lizzano, il quale con i medesimi
ordini e modi gli manlenne ; nell' ul- timo del governo suo cominciò a farsi
grande Cosimo de* Medici, il quale perchè era ricchissimo si faceva molli
amici, ed era giudicato che inclinasse alla parte del popolo, tanto che qualche
cittadino di quelli che ali na governavano, consigliava che in qualche modo air
ambizione sua si ponesse freno. Ma Nicolò da Uz- LIBRO PRIMO. 53 zano noi
consentì mai, affermando ch'era da lasciarlo fare insino a che non Tenisse a
cose straordinarie, per- chè ogni opposizione che se gli facesse, lo farebbe
di- venir maggiore. Seguitarono questo consiglio quegli che governavano,
mentrechè Nicolò visse, ma poiché e' fu morto, se gli voltarono contra, e
temendo la pT)- tenza sua, operarono di sorte, che lo cacciarono della città.
Ma egli, poiché fu stalo un anno in esilio, tornò in Firenze, ed acquistò
grande autorità, fece una pro- scrizione di trecento fauiiglie, nelle quali
comprese tut- ti gli uomini nobili della città, tacto che non avendo più chi se
gli opponesse, divenne gran tu'anno e signore, e durò questa tirannide
dall'anno mccccxxxiv, insino all'anno mcccclxxxxiv, ed in questo tempo non
segui- tarono altre alterazioni, che quelle di messer Luca Pitti nel
MccccLxvi,e la congiura de' Pazzi nel MCcccLxxvni, ed oltre a questo alcuni
dispareri Ira Cosimo ed i cit- tadini, ed i moti de' fuorusciti 5 ma rimasi
sempre su- periori i Medici, ebbero occasione di assicurarsi di tulli quegli
che avrlano potuto loro nuocere. Nel MCCCCLXXXXIV, per la passata del re Carlo,
la città ricu- però la libertà, e mandò in esilio i Medici, dopo la cac- ciata
de' quali fu data autorità a venti cittadini dei principali di creare la
signoria ed alcuni altri magistrati li quali se fussero stati uniti avrebbono
retto qualche tempo, e si saria forse ritornato all'antiche discordie del
popolo e de' grandi, ma chi gli volle rovinare, mes- se tra loro discordia, e
ottenne il desiderio suo. Fu ordinato in questo tempo il consiglio grande, di
che alcuni dicono essere stato cagione fra Girolamo Savo- narola, altri
Paolantonio Sodcrini, il quale nelle con- 34 I-A REPUBBLICA FIORENTINA.
suUazioni che si fecero sopra il riformare il governo della città, meritò
grandissima laude. Costui essendo stato poco innanzi ambasciadore in Venezia ,
prese esempio dal gran consiglio vinizlano per introdurlo poi in Firenze, ne gli
fu di poco aiuto fra Girolamo Sa- vonarola il quale nelle sue pubbliche
predicazioni fa- voriva quest'ordine nuovo. Paolantonio dunque, che ne fu
autore, fu piià savio di Giano della Bella, e che il cardinale di Prato, perchè
questi due pensarono a due cose : la prima ad assicurare il popolo 5 la secon-
da a tener bassi i grandi 5 questi altri, che ordinarono il gran consiglio, non
pensarono ad assicurare piiì que- sta parte, che quella, ne ad esaltare o tener
basso al- cuno, dandoli o togliendoli facoltà di poter conseguire i magistrati,
ma si bene di assicurare la città della li- bertà, provvedendo per questo modo
che alcuno nou si facesse grande più che non si ricerca in una libera città, e
che ciascuno vivesse slcuramenle senza temere alcuna forza privata, tanto che
altro non si può dire, se non che questo consiglio fosse un ottimo fondamen- to
alla libertà e^ quieto vivere di Firenze. Ma questo non bastò, perchè
multiplicaryio i disordini, fu neces- sario aggiugnere l'ordine di fare il
gonfaloniere a vita, la qual cosa si vide per esperienza che fu alla città
utilissima, e se si fussino fatte l'altre provvisioni ne- cessarie al
mantenimento di quel vivere, e riparalo agli altri suoi mancamenti, non saria
poi nel mdxh ro- vinalo. Rovinò adunque lo slato del consiglio in det- to
tempo, e la città ritornò sotto il giogo della tiran- nide, e cosi visse fino
all'anno mdxxvh, nel qual leni- po per la venuta di monsignore di Borbone,
avendo LIBRO PRIMO. 35 papa Clemenle perduto la riputazione, e Roma essen- do
saccheggiata, ed egli rinchiuso in castello, ricuperò la città per opera della
gioventù la sua libertà, e si riprese quella forma del vivere che era stata
nell'anno MDxii rovinata : ma dove le mutazioni del vivere, ed il tempo suol
fare gli uomini prudenti, e mostrar loro i mancamenti, perchè possano a quegli
riparare, que- gli che allora governavano ed erano ca[)i della cijttà, non
solamente non impararono a correggere, se man- camento alcuno era stato n'el
vivere passato, ma ven- nero in tanta cecità e imprudenza, che guastarono quel-
lo che vi era di buono, perchè levarono via l'ordine di fare il gonfaloniere a
vita, come cosa dannosa alla città, il quale era noto alle pietre che era stato
di mag- gior frutto, che alcuno altro ordine che dal consiglio grande in fuori
fusse mai introdotto. Fu adunque crea- to gonfaloniere Nicolò Capponi per un
anno con con- dizione che potesse esser raffermo sino al terzo. Co- stui,
quantunque fosse ornato di tutte quelle qualità che si possono nella città di
Firenze desiderare, pur fece sì, che dopo la prima rafferma, venuto in qualche
sospetto, fu senza fatica alcuna con grandissimo detri- mento della ciltìi
privato del supremo magistrato, del qual poi vedemmo molli esser degni
reputati, a' quali la repubblica, se fosse stata sana, non averia concedu- to
dignità molto a quella inferiore. Ma se la repubblica peggiorò nell'ordine e
provvisione del gonfaloniere, divenne pur migliore in questo, che essendo
trovata ed introdotta la milizia contro alT opinione di tutti i savii, fu cagione
che la città potette far quella memo- rabile e gloriosa difesa, do[»o la quale
essendo nel .moxxx 36 Li. IIEPLBBLICA FIORENTINA. di nuovo venula sotto il
tiranno, della quale tirannide vive al presente oppressa in qualunque sua
parte, a- speltando di giorno in giorno morie perpetua, o di sol- levare il
capo e recuperare la libertà con quella gloria che si conviene a coloro a'
quali è baslalo l'animo conlro a tulio il mondo il difenderla. Noi abbiamo
insino a qui discorso tutte le altera- zioni della ciltà con quella brevità che
abbiamo po- tuto. Resta ora che discorriamo le cagioni di tali dis- ordini. Il
qual discorso ne mostrerà, che in Firenze si trova le qualità che dicemmo esser
necessarie al ri- cevere la sopraddetta forma di rep ubblica. Ed è da notare,
che in tutte le azioni sono da considerare Ire cose, la cagione, P occasione ed
il principio. Sono molti che pigliano V occasione per la cagione, e della
cagione non fanno conto, come saria se alcuno ( po- niamo ) dicesse, che la
cagione della rovina dello stato di Firenze nel mdxii fusse stata la differenza
che nac- que tra papa Giulio ed 11 re di Francia, e l'aver perduto il re di
Francia , Milano ; la qual cosa non fu la cagione, ma 1' occasione, e la
cagione fu la ma- la contentezza d' alcuni cittadini malvagi ed ambi- ziosi 5
11 principio poi fu la venula ed assalto degli Spagnuoli per rimettere i
Medici. Non è adunque la cagione altro che una disposizione, la quale si risen-
te qualche volta, l' occasione si scopre, e molto spes- so è tanto potente la
cagione, che non aspetta, an- zi fa nascere 1* occasione. Ma tornando a
proposito? dico che per cjuello che abbiamo detto, assai è ma- nifesto, che
insino a Cosimo de' Medici furono sem- pre in Firenze due parli, una del
popolo, T altra dei LIBRO l'HIMO. 37 glandi, e non Inlemlo al presente per il
popolo una e- strema sorte di moilitudine, la quale è abbietta e vile, e non è
membro della città altrimenti, che si sieno i servi che nelle nostre case ci
ministrano le cose ne- cessarie al corpo j ma intendo quella parte che è op-
posita a' grandi, siccome noi diciamo questi termini grande, piccolo, ricco,
povero, nobile, ignobile essere oppositi, e pare che l'uno non possa stare
senza l'in- telligenza dell' altro : e di questa sorte pare che siano questi
due termini grandi ed il popolo, perchè dato- ne uno, conviene per viva forza
concedere l'altro. Ora non essendo città alcuna che non abbia queste due parti,
ma qual maggiore l' una e qual l'allra, in Fi- renze adunque erano queste due
fazioni, cioè i gran- di volevano comandare, 1' altra vivere libera, e que- sta
era la cagione dei tumulti della città, perchè 1' una e r altra era [)er se
disposta a volere ottenere il de- siderio suo. Laonde qualunque volta 1'
occasione ve- niva, ciascuna parte era presta a pigliarla, e non era possibile
che queste due fazioni si unissero, e ordi- nassiho uno stato, del quale 1' una
e 1' altra parte si contentasse, perchè la città mancava d'una sorte di -
cittadini, che sono mezzi tra i grandi ed il popolo, i quali temperano questi
eccessi, e dove non sono questi cosi fatti cittadini, non può quivi essere
altro che vi- zioso governo. Non essendo dunque in Firenze que- sta sorte di
cittadini, era necessario che le parti tu- multuassero, e quando reggesse
1" una, e quando 1' al- tra 5 e se alcuno domandasse qual sia stata la
cagione perchè i grandi non prevalessero mai tanto al popolo, ne il popolo ai
grandi, che l' una parte e l'altra pò- 38 LA REPUBBLICA FIORENTINA. lesse lo
stalo suo feraiare 5 dico che la cagione di tal cosa era^ perchè le foi'ze del
popolo e de' grandi erano uguali, e però l' una non poteva abbassare mai l'
altra interamente j e quando T una prevaleva alP altra, na- sceva dall'
occasioni che erano ora a questa parte, ora a queir altra conformi, e non era
possibile, quando l'una prevaleva all'altra, che interamente s'assicu- rasse :
perchè se i grandi si vogliono assicurare del po- polo, bisogna spegnerlo
lutto, o colla morte, o coll'e- silio, la qual cosa primieramente è
impossibile, perchè siccome gli errori fatti dalla moltitudine non si posso- no
punire, secondo quella sentenza, Quod a miiltis peccata?', imdtum esi^ così
ancora non si può alcuno di quella interamente assicurare. Oltre a questo, è
fuori dell* intenzione di chi vuole comandare, al quale è necessario conservar
quegli che hanno ad ubbidire, e però non può fare altro che volger l' ira sua
con- tra 1 capi del popolo, e seguire quella regola generale confermata dalla
consuetudine di lutti i tempi in tulle le faccende umane, la quale è che negli
errori popo- lari si deve punire i capi : onde Virgilio disse : Unum prò
cunctìs dahitur caput. Non si potendo adunque i grandi perfettamente del popolo
assicurare, è necessario che ogni volta che r occasione apparisce, si faccia
tumulto colla ruina lo- ro, se r occasione sia tale, che possa, dare
sufiìciente vigore al popolo, perchè essendo il malore dentro, la materia viene
ad essere disposta. Questo avvenne ai Fiorentini fuorusciti, quando tornarono
dopo la rotta deli' Arbia. i quali non si potendo del popolo assicu- LIBRO
PRIMO. 39 rare, cacciarono della clllà i capi di quello ; ma poiché Manfredi fu
morto, coli' autorità del quale erano tor- nali, vedendo la moltitudine che
egli erano rimasti senza favore esterno, prese ardimento, e gli costrinse a fuggirsi.
Concludo adunque, che i grandi non si possono in tal modo assicurare del
popolo, che gran parte del malore non resti dentro 5 similmente il popolo non
si può assicurare de' grandi : prima, perchè non è mai unito a spegnergli,
rispetto alT amicizie private che sono tra i grandi e la multitudine : oltre a
questo la natura della multitudine non è mai furiosa a tor la vita ad alcun
grande, se già egli non fusse fatto capo di tutta l' offesa, è ritenuta
da'" favori privati, come è detto, dallo splendore della nobiltà e
ricchezza, e dal- la grandezza di quegli 5 onde alcuna volta si è veduto un
popolo correre furiosamente alle case di alcun cit- tadino grande per arderle,
e lasciarsi placare solamen- te colle buone parole e colla presenza d'alcuno che
se gli faccia incontro, siccome avvenne in Firenze nel- r anno che fra Girolamo
fu morto, che corse il popolo liorentino con grandissimo furore alle case di
Paolan- tonio Soderini, uno di quegli che allora avevano gran- de autorità in
Firenze. Era per sorte in casa il cardi- nal di Volterra, che allora era
vescovo, fi atello di Pao- laiitonio: costui sentito il remore della
mollitudiue, ornatosi subito dell'abito episcopale, con volto e con buone
parole se le fece incontro, la quale, veduta la presenza d' un tanto uomo,
rimase prestamente |:)laca- la, e con gran reverenza onorato il vescovo,
benigna- mente da quelle case si partì, le quali con grand' im- 4© LA
REPUBBLICA FIOREKTIXA. pelo era venula per ardere e per saccheggiare. Non è
dunque il popolo pronto a vendicarsi dei grandi col sangue loro, ma si sfoga le
più volle col mandargli in esilio, il che quando avviene, ne seguila il
medesimo effetto che se fussero denlro, perchè hanno favori di principi ed
altre repubbliche vicine, appresso alle quali hanno ricetto, e finalmente con
simili aiuli son nella patria resllluiti, della quale divengono senza in-
tervallo signori. Questo avveniva nelle alterazioni an- tiche, e molto più che
oggi non potrebbe avvenire, perciocché in quel tempo erano nell'Italia assai
prin- cipi, tiranni e repubbliche, come Perugini, Sanesi, Lucchesi, Bolognesi,
duca di Milano, re di Napoli, il pontefice; gli Aretini ancora erano liberi, i
Pistoiesi e Pisani, oltre a questi molti altri signori e tiranni vici- no alla
città, da' quali lutti quei che erano fuori, ave- vano ricetto ed aiuto, e
potevano agevolmente mole- stare quegli di dentro ; ma oggi che l' Italia è
divisa in due potenze grandi, ed ora signoreggia P una, ora F al- tra, e
talvolta ambedue insieme, è necessario che i malcontenti aspettino P occasione
dai moti di quelle, i quali come di corpi grandissimi, sono agiati e tardi. E
adunque manifesto quello che diceramo, che del- l' una parte e dell' altra le
forze erano uguali, e perciò ne r una parie né P altra prevaleva tanto, che lo
stato suo potesse fermare. Ma perchè alcuno poi ria dubita- re in che modo
queste forze fossero eguali, non saria fuor di proposilo sopra a tal materia
ragionare al- quanto. Le forze delle parti della città, cioè del popolo e de'
grandi, si considerano in due cose, nella qualità e MBIIO PRIMO. 4 ^ nella
quanlilà. Per la qualità intendo la nobiltà, ric- chezze e favori, dignità,
disciplina, e simili cose. Per la quantità intendo il numero solo. I grandi
adunque abbondano in qualità, e mancano in quantità, perchè son pochi
respettlyamente parlando. 11 popolo abbon- da in quantità, e manca in qualità.
Laonde in quel- le città, dove il popolo supera i grandi nella quantità, più
che non è superato nella qualità, è necessario che i grandi stieno soggetti
alla moltitudine, e nei tumul- ti sempre rimanghino inferiori. Ma in quelle
dove av- viene il contrario, cioè, che i grandi avanzino il po- polo più in
qualità, che non sono avanzati in quanti- tà, è necessario che il popolo ai
grandi stia subietto. Può ancora addivenire, che in alcuna città i grandi tanto
in qualità siano al popolo superiori, quanto sono da lui in quantità superali,
e dove tal cosa si tro- va, è forza che non vi sia altro che contesa. Tornan-
do adunque al proposito nostro dico, che in Firenze lo forze del popolo e de'
grandi erano eguali secondo questo terzo modo, perchè posto che il popolo supe-
rasse in quantità i grandi, era tanto da quegli supe- rato in qualità, che
veniva a essere eguale. Quinci av- veniva che sempre insieme combattevano perdendo
e vincendo quando V una e quando l' altra parte, tan- to che alcuna volta in
modo si straccarono, che di co- mune consenso chiamarono un terzo che gli
gover- nasse, come fu il re Ruberto, il duca d' Atene, ed alcun altro. Che le
forze de' grandi fussero eguali al popolo, si può per questo vedere, perchè
quando il popolo reggeva, un cittadino particolare si faceva spesso bef- fe
della forza de' magistrati 5 e se il popolo correva 4 ti I.A REPUBBMCA
FIORENTIXA. alle case di quello, gli bastava l' animo a difendersi, il che da
altro non nasceva, se non che quello abbon- dava di reputazione, ricchezze,
clientele, favori, così esterni, come domestici: oltre a questo sapeva che
tutti i grandi potevano quanto il popolo, sopra le quali cose fidatosi, dagl' impeti
popolari si difendeva. Nelle faccende private i grandi sempre soverchiavano il
po- polo, di che altra cosa non poteva esser cagione, se non perchè ( come
abbiamo detto ) le forze de' grandi erano eguali a quelle del popolo j perchè
se un gran- de particolare non temeva un privato popolare, avria temuto i
magistrati e le leggi. Stette adunque la città nostra in questi travagli insino
ai tempi di Cosimo de" Medici, benché innanzi i grandi avevano retto mol-
ti anni per la prudenza di messer Maso degli Albizzi e di ISicolò da Uzzano, i
portamenti de' quali furono tanto civili, che il popolo si soddisfece del
governo loro. Dopo la morte di Nicolò da Uzzano, quei gran- di che nel go^■erno
della città rimasero, cominciarono a divenire paurosi, e per conseguente
insolenti, e con- citarsi il popolo contra, tal che Cosimo, poiché d' esi- lio
fu ritornato, sotto specie di difendere i popolari, potette farsi capo, e
cacciar via tutti i grandi di modo che in Firenze non rimasero altri grandi col
popolo che quegli che erano della sua fazione e quei che per lor medesimi
s'abbassavano, mostrando sempre in ogni azione umiltà ed abbiezione, tal che
Cosimo potette godere quello stato sicuramente. Perchè il popolo ve- dendo
oppressi gli suoi avversarii, stava contento, e gli altri grandi, che in
Firenze erano rimasi, per pau- ra di Cosimo vivevano in maggiore bassezza che
pò- LIBRO PRIMO. 43 levano : quegli di fuori potevano fare pochi insulti,
massimamente da poi che Francesco Sforza si fece si- gnore di Milano, perchè
Cosimo teneva pruticlie eoa tutti i principi e repubbliche d' Italia, tal che
non potendo essi trovare aiuti sufficienti a rimettersi nella patria, si
con^marono in esilio, e Cosimo a' discen- denti suoi lasciò Io stato sicuro. Ma
tutte queste cose incontro a' grandi da Cosimo fatte, son finalmente alla città
riuscite fruttuose, perchè dove ella era divisa in due parti, cioè grandi e
popolari, come abbiamo detto, cominciò a crescere quella terza sorte di
cittadini che chiamano mediocri : questi venivano a crescere in più modi, uno
de' quali era, perchè molti di quei grandi che erano rimasti in Firenze, per
non mostrare gene- rosità, ne grandezza, spontaneamente s'abbassavano e si
riducevano al vivere popolare 5 ma perchè erano nobilissimi non potettero in
tutto alla bassezza popo- lare pervenire, ma si mantennero in un grado più
alto, e venivano a particlpare dell' uno e dell' altro estre- mo, ed essere di
quegli che chiamiamo mediocri 5 l'al- tro modo era, perchè Cosimo nobilitò
molti popolari, facendoli partecipi de' magistrati, e dando loro occa- sione d'
arricchire, e così questi vennero a salire un grado, ed uscire della sorte
popolare, ma non ascen- devano tanto, che si potessino tra' nobili e grandi nu-
merare, tal che standosi nel mezzo, accrescevano il numero de' mediocri. Il
terzo era, perchè molli altri grandi, quantunque non fussero costretti mutar
forma di vivere, per non essere notati d' inimici di Cosimo, nondimeno perchè
non participavano dell'ammini- strazione pubblica, quanto avevan fatto prima, essen-
44 l'A. REPUBBLICA FIORENTINA. do distribuiti gli onori a chi voleva Cosimo, ne
aven- do più autorità alcuna, volendo Cosimo solo egli T au- torità, venivano a
perdere la reputazione, P amicizie ed i favori che avevano dentro e fuori, onde
era na- ta la lor grandezza, ed in questo modo abbassandosi, rimanevano nel
numero de' mediocri^ laonde in Fi- renze non rimasero altri grandi che quegli
che dai Medici furono innalzati, e pochissimi altri, i quali non erano tanti,
che tutti insieme facessero forze eguali al popolo ed a' mediocri, e dependendo
interamente dai Medici, non potevano avere quella grandezza che era in quegli
che furono grandi innanzi a Cosimo. Per la qual cosÉf nel mcccclxxxxiv,
cacciata che fu la fami- glia de' Medici, si potette fondare il governo civile,
il che non si saria mai fatto, se allora si fosse trovato in Firenze un così
fatto aggregato di grandi, come era innanzi che Cosimo si facesse tiranno della
repubblica, perchè avrebbono cosi voluto comandare, e avendo forza di poter resistere
al popolo, si sarebbe all' anti- che contese ritornalo. E manifesto adunque per
quel- lo che abbiamo detto, che le proscrizioni di Cosimo, contro all'opinioni
de' nostri savii, sono state pro- fittevoli alla città, perchè da lui fa levata
via per quel modo quella resistenza che facevano i grandi al po- polo, di che
nacque che la città divenne più trattabi- le, nella quale prima erano due
fatiche, una nel ma- neggiare i grandi, l'altra nel maneggiare il popolo.
Quella eh' è più aspra e più difficile, cioè il maneg- giare i grandi, per la
tirannide di Cosimo restò estin- ta 5 l' altra nel maneggiare il popolo non è
molto dif- ficile, perchè facilmente si può soddisfare al desiderio LIBRO
PRIMO. 4-> de' popolari , il quale è, non di comandare, cornei grandi, ma di
no*n ubbidire, cioè di esser liberi 5 e per- chè chi cerca soddisfare a tal
desiderio, non fa ingiuria a persona, e non avendo a fare ingiuria non gli è
ne- cessario usare ne forza, né violenza, rade volte si tro- va difficoltà: ma
chi vuol soddisfare ai grandi fa in- giuria a lutto il resto della città 5 ma
di questa cosa parleremo di sotto più lungamente. Trovansi adun- que in Firenze
pochi grandi, assai mediocri e popo- lari 5 grandi chiamo quegli che
desiderano, come è detto, comandare: son pochi questi, perchè prima da Cosìqio
furono parte spenti, e parte abbassati, e per forza fatti ubbidire. Quelli poi
che da Piero e Lo- renzo furono esaltati, hanno ancora essi deposto la
grandezza e la superbia per opera del consiglio gran- de, il quale toglieva
reputazione a quelli che avevano copia di seguaci e di amici, perchè non dando
loro onore, né grado alcuno, venivano a rimanere abbietti. Dopo la ritornata
de' Medici nel mdxii furono alcuni da papa Lione esaltati, la quale esaltazione
non gene- rò loro nella città grandezza alcuna, anzi quanto uno più era fatto
grande, tanto più diveniva odioso j per- chè avendo ciascuno provato quanto sia
dolce l'egua- lità de' cittadini, non poteva sopportare queste nuove maniere 5
tal che dall'altezza de' Medici non è seguito grandezza de' cittadini, ne si
son variate le qualità del- la città. Onde nel mdxxvii agevolmente si potè rin-
novare il consiglio grande, e l'altre leggi e costituzio- ni del vivere che si
manteneva nel mpxh. E succedu- to poi il secondo ritorno de' Medici nel mdxxx
con quella violenza che è nota a lutto '1 mondo, e perchè 46 LA REPUBBLICA
FIORENTINA. nella reslslenza grande che s' è fatta loro sono stati offesi molti
cittadini di gran qualità, è necessario che abbiano P animo alienato dal \ivere
universale e po- litico, parendo loro essere stati da quello maltrattali; la
qual cosa pare che generi«quella stessa difficolta al- l' introduzione d' un
vivere civile, che saria, se la cit- tà, così come già era, fusse piena di
grandi, e mancasse di mediocri, come di sopra discorremmo 5 ma questa
difficoltà a poco a poco manca per il violento modo di vivere che al presente
si osserva, nel quale tutti i cittadini di qualunque grado appariscono
conculcali ed abbietti senza onore e senza reputazione e senza autorità. Tal
che è necessario che ciascuno deposti gli odli particolari, ed unite le
volontà, viva con desi- derio grande di pacifico e quieto vivere , ed aspetti
l'occasione di ricuperarlo. Ne credo che sia alcuno che diffidi dopo la
recuperazione della repubblica di avere a conseguire quegli onori e quei gradi
che gli si convengono, pensando che ciascuno avendo pro- vato e provando la
violenza d' un' estrema tirannide, abbia a rendere facile ogni difficoltà che
fusse nello introdurre un governo civile ed universale. Laonde per concludere
questa parte, non credo che nella cit- tà nostra per li due ritorni de' Medici
si sia accre- sciuto il numero de' grandi, e per conseguente acceso il
desiderio del comandare, e che ella si trovi le me- desime qualità che avea
innanzi al mdxii. E ritornando al proposito, popolo chiamo non solamente tutta
quel- la moltitudine, la quale non è partecipe de' magistrati, ma possiede
nella città qualche cosa, e si vede dagli esercizi!, la qual moltitudine è
grande e tutta deside- LIBRO PRIMO, 4? rosa (Iella libertà, per non essere
nelle facrenrle priva- le da' grandi oppro^ssa j ina ancora molti altri di
quel- li che sono partecipi de' magistrali, i quali hanno il medesimo
desiderio, non solamente per la medesima cagione, ma perchè ancora pensano che
vivendo la città libera, avere a ottenere più freciuentemente i ma- gistrati.
Mediocri chiamo tulli gli altri che sono abili a' magislrati, i quali o per
elezione, o per allro acci- dente vivono con modestia, ed oltre che hanno il
me- desimo desiderio della libertà, appetiscono ancora o- nore. Restaci poi la
plebe, la cjuale non ha grado al- cuno nella città, non vi possedendo beni
slabili di sor- te alcuna, ma si vale solamente degli esercizii corpo- rali.
Ouesla naturalmente desidera la quiete, perchè perturbandosi la repubblica, V
arti non si esercitano, delle quali essa trae guadagni e l'utilità sue. Tal che
qualunque volta in Firenze sarà ordinato un quieto e riposato vivere, la plebe
non farà mai tumullo, per- chè non mancheranno gli esercizii mercantili 5 oltre
a questo, quando volesse tumultuare con diftlcultà, potrà far tal cosa : prima,
perchè per la peste è in gran par- ie diminuita^ secondariamente, perchè
c|uando ben fus- se cresciuta, non essendo più in Firenze chi tra cola- le
moltitudine abbia credilo e favore, non potrà esser sollevata da loro, e rade
volte avviene che la plebe faccia tumulto, senza esser sollevata da uomini che
abbiano autorità e reputazione. Onde il tumulto dei ciompi non saria seguito,
se da messer Salvcstro de' Medici e da altri per acquistare grandezza non fus-
se slato concitato 5 senza che, se il governo sarà be- ne ordinalo, non si
persuaderà mai la plebe, che i casi 48 LA REPUBBLICA FIORENTINA. avversi, donde
può essere con quella della città tur- bata la sua quiete, nascano da malvagità
de' particola- ri, o malvagio governo, il che suol dar cagione a' tu- multi 5
ma dalla malvagità de' tempi e dalla fortuna, e si staria pacifica e quieta j e
di ciò se n' è veduto nell' assedio passato chiarissimo esempio, nel qual tem-
po, che fu cosi lungo, ne la plebe, ne altri fa mai tu- multo alcuno, non
ostantechè quel governo fusse pie- no di tutti quegli errori che noi appresso
discorre- remo. Concludendo adunque dico, che Firenze ha tutte quelle qualità che
si ricercano a una città che abbia a ricevere un buon governo, quale noi di
sopra de- scrivemmo, perchè si trovano in essa pochi grandi, assai mediocri,
assai popolari, e con vene voi numero di plebei, de' quali per le ragioni dette
non credo sia da tenere molto conto, se non in quanto le città non possono
stare senza essi. E adunque la nostra città non solo per quello che abbiamo
detto capace d' un ordinato vivere, ma eziandio perchè per l' esperienze
passate, può ciascuno immaginare che frutto da quel- lo si possa trarre, avendo
veduto quanto due soli or- dini buoni, cioè il consiglio grande e il principe a
vita, siano stati onorevoli e fruttuosi alla città 5 11 che quan- to sia da
stimare, è manifesto per coloro che hanno voluto cose nuove introdurre, i quali
per condurre a fine i loro pensieri, sono stati costretti ad interporvi la
volontà divina, non bastando la propria, tanto son nemici gli uomini di quegli
ordini che non hanno ve- duti 5 questo fece Romulo, Numa, Licurgo e molti al-
tri, e ne' tempi nostri fra Girolamo non avria potuto LIBRO PRIMO. 4j mai
introdurre il consiglio grande, levare P autorilà delle sei fave, e far molte
altre cose, se non avesse affermato che Dio gli aveva aperto la sua volontà.
Noi ariamo per infino a qui veduto, che la città di Firenze è capace d'un
governo ottimamente tempera- to j resta ora che noi per venire alla sua
introduzio- ne, ragioniamo di quei mancamenti che erano ne' due passali
governi. Ginnnoftl. I-A REPIBBLICA FlOBEXTFNA. LIBRO SECONDO. Capitolo I. Che
una repubblica non si può riordinare senza oonsirlerare i difetti suoi
particolari. X ra gli antichi datori delle leggi ed introdnltori di
repubbliche, quegli hanno trovato minori difficoltà nelle loro ordinazioni, i
quali hanno avuto riguardo a regolare uomini che non siano più ad altre leggi
stati sottoposti, o abbandonali gli antichi paesi loro, erano in quegli d'altri
venuti ad abitare: perciocché quegli vivendo a caso, e separati 1* uno dall'
altro a guisa di fiere, ogni forma di vivere umano, che fu loro pro- posta, per
la dolcezza sua fu da loro approvata e ri- cevuta. Questi avendo potuto
abbandonare quel luo- ghi ne' quali erano nati ed allevali, non è maraviglia,
se a lasciar le leggi vecchie, e viver secondo le nuove, si lasciarono
persuadere : ma quei che hanno ordinato repubbliche, le quali hanno allre leggi
provato, questi sempre hanno avuto infinite difficullà, perchè quanto a quello
eh 2 apparteneva a loro, è stato necessario che non solamente abbiano notizia
di quel bene del quale hanno giudicato capaci quegli uomini, a' quali lianuo le
leggi date, ma eziandio di quei difetti e man- camenti de' quah gli hanno
voluti privare. Quanto a quelli che hanno riformali, sempre è slato fra loro,
LIBRO SECONDO. 5l chi per essere assuefatto agli ordini Tecchi, non s' è
renduto facile all' accettare i nuovi. Laonde, siccome nel precedente libro
abbiamo detto, Licurgo, perchè la sua ordinazione non fosse impedita, fu
costretto u- sare alquanto di violenza, ed a Numa fu necessario mostrare che le
sue ordinazioni fossero approvate da Dio. Per la qual cosa io credo che si
possa rettamente giudicare, che se 11 primi fondatori delle città, e datori
delle leggi sono rimasi nella memoria degli uomini gloriosissimi, ed è il nome
loro con grandissima reve- renza ricordato, questi secondi di poco minor laude
e gloria si debbano degni reputare, avendo avuto a di- rizzare 1 loro pensieri
a considerare diligentemente le vecchie ordinazioni, per conoscere ed intendere
par- titamente i difetti loro, ed a ricercare una forma di vi- vere in maniera
temperata, che medicati tutti i manca- menti, potesse agli uomini tranquillità
e quiete parto- rire-, laddove a quegli altri non è stato necessario in altro
affaticarsi, che nel considerare semplicemente il bene che hanno voluto introdurre.
A che s' aggiugne rhe la considerazione de'difelti, ne' quali hanno di bi-
sogno di reformazione, è molto malagevole, non sola- mente perchè in cose
particolari consistono, le quali con difficoltà si possono altramente che [)er
esperienza conoscere; ma perchè ancora ninno mai si trovò che tanto fosse
libero dalle umane affezioni, che in ogni cosa il difetto e mancamento suo
potesse vedere : on- de noi vediamo eh.' molli ne' tempi passati, per cor-
reggere le loro repubbliche, si sono indarno affaticati, perchè non avendo
sapulo me(]icare i (iifetli di esse, in breve tempo ne' medesimi inconvenienti,
e talvolta ;")2 LA REPUBBLICA FIORENTINA. in maggiori son ricaduti,
siccome è avvenuto in Firen- ze, nella qual città non s' è mai ordinata un' ammini-
strazione che abbia interamente estinti gli umori che peccavano, avvengachè
alcuno abbia pur voluto farlo, siccome Giano della Bella, il quale fu reputato
buon cittadino, e ne' tempi nostri fra Girolamo, del quale non è ragionevole in
alcun modo dire, che verso la città nostra non avesse ottima intenzione. Costui
a- vendo solamente rispetto a provvedere, che alcuno non si potesse fare
apertamente tiranno, ordinò il gran consiglio, che distribuisse gli onori della
città, il quale ordine senza dubbio fu bello e profittevole alia quie- te e
libertà de' cittadini^ siccome per esperienza si è potuto vedere 5 ma
pretermesse bene molti altri man- ramenti, li quali erano in quella vecchia
amministra- zione. Ed è da pensare, che egli se conosciuti gli aves- se, gli
avrebbe al tutto corretti, la qual cosa gli sarebbe slata agevole per la grand'
autorità e fede che per li meriti delle sue eccellenti virtù aveva acquistata.
Non conobbe adunque fra Girolamo questi particolari man- camenti, né è da
maravigliarsene molto j perchè essen- do forestiero e religioso, non poteva
trovarsi nelle pubbliche amministrazioni, tal che, veduti egli i modi del
procedere in esse, avesse potuto far giudizio di quello che era bene o male
ordinato. Ma fu bene as- sai che egli introducesse il gran consiglio, ottimo
fon- damento ad una bene ordinata repubblica, se i citta- dini grandi non
fussero stali tanto accecati dall'ambi- zione e avarizia, che piuttosto
avessino voluto viver liberi, che sottoporsi alla tirannide, perchè in vece di
rovinar la patria, e darla in preda a' Medici e satelliti ijimo SECONDO. ja
suoi, rimossi a poco a poco i mancamenti della pub- blica amministrazione, 1'
avrebbono ad intera perfe- zione condotta 5 tal che oggi tutti i cittadini
colla pa- tria insieme viverebbono quieti, ricchi e onorati, lad- dove essi
vivono inquieti, poveri ed abbietti. Essendo dunque necessario, a chi vuole
riordinare la repub- blica fiorentina, oltre all' aver considerato qual forma
universale di governo alla nostra città si richiede, con non minore diligenza
esaminare i particolari difetti e mancamenti che la rendevano inquieta e
travagliata, per poter poi ncll' introduzione della già narrala for- ma
particolarmente a tutti riparare; perciò io, paren- domi avere acquistato
qualche notizia, per essere nel- le pubbliche azioni deir ultimo governo
intervenuto, in questo seguente libro andrò disputando di tutte quelle cose che
mi parevano nelle due passate ammi- nistrazioni mal ordinate, scoprendo tutti
gli errori e tutti i mancamenti da' quali è nata la loro poca vita. Dopo questa
disputazione, quella forma, che noi ab- biamo di sopra descritta, introdurremo,
mostrando in che modi a questi difetti si possa porre rimedio, ac- ciocché la
repubblica abbia tutta quella perfezione che da ogni buon cittadino debbe esser
desiderata. Capitoi-o II. Quali cose bisogna che sieno in uno stalo a voleit»
clic sia da' cittadini amato, e perù sia diutuino. Manifestissima cosa è, che
tutti quei governi e stati hanno diulurnilà e lunga vita, ch(; sono amati e te-
nuti cari da' suoi cittadini di qualunque sorte essi si 54 I-A REPUBBLICA
FIORENTINA. sieno j ed è questo in tanto vero, che eziandio gli stati violenti
e tirannici s' ingegnano quanlo possono gua- dagnarsi gli animi de'subielti
loro, e farseli benevoli ed amici, giudicando noD poter viver sicuri e mante-
nere gli stali senza la benevolenza loro. Per la qual cosa i capi di detti
slati esaltano molti con ricchezze e dignità, ed altri comunicando loro le cose
più segrete e volendo intendere il consiglio e parer loro, mostransi con tutti
il più che possono civili ed umani, fanno feste e spettacoli per trattenere la
moltitudine, e con questi simili modi fanno sì, che la loro tirannide è te-
nuta dal volgo amministrazione civile, vedendo in essa osservare molte cose, che
sono proprie delle repubbli- che ben ordinate. Ma è da notare, che 1 cittadini
sono affezionati a quel governo nel quale ottengono, o pare loro ottenere i
desiderii loro, E perchè siccome noi nel precedente libro abbiamo lungamente
ragionato, i po- polari desiderano libertà, ciò"' non ubbidire se non alle
leggi ed a' magistrati temperati da quelle : 1 mediocri, oltre allalibertà,
onore, i grandi oltre a queste due cose, grandezza, e ciascuno quiete e
tranquillila, seguita che se ne* due governi passati non era ne liberi à, né
onore, n^ grandezza, non potevano essere amati daclttadlnl, e perciò non è da
maravigliarsi, se il primo non fu da persona difeso, e se dal secondo molti si
alienarono, e fu grata loro la rovina di cjuello, perchè non essendo in amenduni
alcuna delle sopraddette cose, non ave- vano cagione di amargli
afiTezionatameute, non gli aman- do, non erano costretti pigliare la difesa
loro j la qual cosa essendo manifesta, seguita che noi mostriamo che in detti
governi non era ne libertà, uè onore, né gran- LIBRO SECONDO. 55 olezza, e però
cominciando dalla prima, [)roveremo che ne' due governi passati non era
libertà. Capitolo III. Che ne' due governi passati non era libertà. Tulli gli
slati, siccome nel suo luogo diffusamente dimostreremo, son relli e governati,
o da un solo, o da pochi, o dagli assai 5 ma lasciando indietro quei governi
ne' quali o un solo, o i pochi son signori, e trattando di quelli dove gli
assai reggono, i quali prin- cipalmente fanno professione di libertà, e tra'
quali e- rano comunemcnle le due passate amministrazioni, dico, che quando
questi governi son così fatti, che la suprema autorità in picciol numero di
cittadini si ri- duce, tali stati non sono e non si possono in modo alcuno
liberi chiamare. Perchè siccome nel governo de' pochi i pochi deono esser
signori 5 cosi nel reggi- mento degli assai, gli assai, non i pochi, deono
coman- dare. Che i pochi il vesserò ne' delti due governi su- prema possanza,
«'* manifesto per 1' autorità che ave- \ano i priìui niagislrati della città.
Ciascuno sa che gli otto di balia con sti fave potevano disporre della vita e
roba di tutti i cittadini. I dieci con sette dispo- nevano di lutto Io stalo
della città, perch'^ potevano deliberare della pace e guerra in quel modo
pareva loroj la signoria poi con sei fave poteva il tutto. E perchè ai delti
magistrati non era posto freno alcuno, si poteva dire che avessero in poter
loro tutta la città, ed essendo composli di poco numero d'uomini, segui- la che
i pochi, non gli assai, fussero signori. Non era 50 LA REl'UBIiLlCA FIORENTINA.
tulunque libera la città, essendo governala in modo che i pochi sempre avevano
in quella autorità tiran- nica e violenta, perchè sono i tiranni quegli che non
hanno freno alcuno. Nelle città che sono prudente- mente ordinate, non è alcun
magistrato che abbia libera podestà di fare quello vuole nelle azioni a lui
appar- tenenti, perchè da tutti si può provocare a' cousigl' che sono a tal
causa ordinali j siccome noi veggiamo f.ire ai Viniziani e siccome si trova usato
in qualche repubblica, che sia mai stata prudentemente tempera- ta. Ma è da
notare che quattro sono le cose nelle quali consiste il vigore di tutta la
repubblica : l* elezione dei magistrati, la deliberazione della pace e guerra,
le pro- vocazioni e l'introduzioni delle leggi, le quali quattro cose sempre
deono essere in potere di chi è signore della ciltà= Per la qual cosa in quei
governi dove gli assai reggono, è necessario che sieno in potestà degli assai,
altrimenti in quella città dove siano tali ammi- nistrazioni, non sarebbe
libertà. In Firenze adunque nei due passati governi la creazione de' magistrati
sen- za dubbio era in potere degli assai, perchè tutta la città dependeva dal
gran consiglio, e però in questa parte la città era libera; la deliberazione
delia pace e guerra era in potere del magistrato de' dieci, i quali di quelle
due cose e conseguentemente di tutto lo stato della città potevano disporre, di
che seguitava che i pochi, e non gli assai, fussero signori dello stato della
città, e dove tal cosa avviene, quivi non può esser vera e sincera libertà :
delle provocazioni non bisogna parlare, perchè non vi erano, tal che i
magistrali po- tevano fare lutto (]uello che ['areva loro, perchè non LIBRO
SECONDO. Bj avendo freno, non temevano correzione alcuna, la qiial cosa faceva
che la citlà non era libera, ma soggetta ai pochi ^ l'introduzione delle leggi,
quantunque fosse in potestà del consiglio grande, nondimeno, come di sotto
proveremo, era tanto male amministrala, che era come se fosse in potere de'
pochi. Veniva adunque la città quanto alla creazione de' magistrati ad esser
li- bera, ma quanto all' altre tre cose, che non sono di minore importanza, non
era libera, ma all' arbitrio e podestà di pochi suggetta. Che le tre ultime
cos,' non fussino di minor momento che la creazione de' masi- strati, è
manifesto, se non per altro, perchè clii è stato padrone delle tirannidi
passate, non si è curato della elezione de' magistrati, eccetto quelli ne'quali
era po- sto 1' autorità delle tre dette cose, parendo loro che chi è signore di
quelle, sia signore di luttojesenza dub- bio chi può deliberare della pace e
guerra, introdurre leggi, ed ha il ricorso de' magistrati, è padrone d'ogni
cosa. Essendo adunque le tre dette cose nei due go- verni passati in podestà di
pochi, seguita che i pochi e non gli assai erano signori della città, e perciò
non era in essa quella libertà che a molli pareva avere j nìa venendo più a'
particolari, parliamo alquanto della signoria, e mostriamo quanto la sua
autorità fosse ti- rannica e violenta. Capitolo IV. Che r autorità della
signoria era tirannica. Siccome noi abbianio detto, la signoria aveva auto-
rità di fare e non fare lutto quello che le pareva, lu 58 LA REPUBBLICA
FIORENTINA. qual cosa ne' tempi antichi diede sempre di tutte le civili conlese
occasione. Perchè innanzi alla tirannide di Cosimo, traeudosi questo magislralo
per sorte, av- veniva spesso che un magistrato era d' una fazione e quello che
succedeva era d' un'altra ed un medesimo alle volte era di due, e di qui
nascevano tanti dispa- reri, tanti esilli e tanti disordini della nostra città,
che si leggono nelle memorie antiche di quella, e finalmente nacque dall'
autorità di tal maglstralo la tirannide di Cosimo, la quale ha tenuto tanto
tempo, e al presente tiene con maggior violenza che mai oppressala la città.
Era Cosimo, come a ciascuno è nolo, sopra tutti gli altri ricchissimo, e
senzachè egli di natura liberale, si sapeva anche servire delle ricchezze in
acquistar gran- dezze, facendosi con esse molti cittadini partigiani ed
afTezionali^ talché avendosi egli guadagnati moltissimi amici, avvenne che egli
mentre era In esilio, fu tratta una signoria tutta di suoi amici e partigiani
la quale non ebbe sì presto preso il magistrato, che ella rivocò Cosimo dall'
esilio, il quale tornato che fu nella città, avendo la signoria disposta a far
quello voleva, cacciò fuori coir autorità di quella lutti i suoi avversarli, e
si fece padrone di tutta la repubblica 5 e perchè egli non potesse mai esser
separalo da quell'autorità, colla quale egli avea vinto i nimlci suoi, ordinò
gli accop- piatori, per opera de' quali detto magistrato, ed alcuni nitri nel
modo eh' è noto a ciascuno, non venissero mai, se non in persone, che fussero
dello stato suo af- fezionale. Cosimo adunque ch'era astutissimo tiranno,
conosceva quanto V autorità della signoria era formi- dolosa, ed agevolmente lo
poteva conoscere, avendo- LIBRO SECONDO. ^f) ne fatto prova nell"
oppressore la libertà e farsi la città soggetta. Hannola ancora conosciula
quesli, che al presente reggono, li quali vedendo che la signoria, o per amore
o per forza, poteva tor loro quello che ella avea dato a Cosimo, siccome si
vide nel mdxxvii, quando monsignore di Borbone s' appressava collo esercito a
Firenze, hanno in tulio levalo via quel ma- gistrato. Se adunque tale autorità
è giudicala da una tirannide troppo formidolosa, mollo maggiormente si deve
temere da una repubblica che fa professione di liberta. E se alcuno dicesse che
il consiglio grande provvedeva, dando quel magistrato a chi gli pareva, che non
venisse se non in persone amiche alla li- bertìij rispondo primieramente che il
consiglio si poteva anche ingannare, perchè dove lungo tempo non si è fallo
esperimento degli uomini, difhcil co- sa è conoscer gli animi loro. Il che
manifestamente si vide negli ultimi tempi del governo, che minò nel MDxii nel
quale la maggior parte di quei che furono capi di tal rovina, erano dal
consiglio più che gli altri esaltali. Polevasl adunque ingannare il consiglio,
e dare i magistrali a chi non era a tale amministrazione afifezionalo.
Secondariamente, quando il consiglio non si fosse ingannalo, non era per questo
che quel!' au- torità della signoria non fusse tirannica e formidabile : né mai
fu alcuna città libera nella quale sei persone avessero assoluta potestà di far
lutto quello che loro piacesse. Essendo adunque tale autorità violenta, e
potendo gli uomini qualunque volta vogliano, variare r intenzioni, non è da dar
loro quella autorità che possono, così in pernicie come in benefìzio della re-
Go LA REPUBBLICA FIORENTINA. jiubblica usare, massimamente potendosi trovare
altri modi, per li quali la città non manchi di quel bene che può quel
magistrato partorire. E concludendo questa parte diciamo, che la città non era
libera, es- sendo in essa cosi violenta e tirannica autorità. Capitolo V. Che
l'autorità del magistrato de" dieci era tirannica. Il magistrato de'
dieci, come è noto a ciascuno, ave- Ta libera ed assoluta potestà di deliberare
della pace e guerra, tal che con sette fave poteva disporre dello stato della
città in quel modo che gli pareva 5 onde in quei tempi che Cosimo si faceva
grande, tenne la città in gran travaglio, ed a Cosimo dette grande occasione ad
ottener quello che desiderava; la qual cosa come procedesse, voglio al presente
dichiarare, acciocché ciascuno possa chiaramente comprendere, quanto l'au-
torità di tal magistrato sia dannosa e formidabile, sic- come noi abbiamo
detto, e a ciascuno è noto. Tutti li magistrati nella nostra città insino a che
fu trovato il gran consiglio si traevano per sorte, perchè ogni tan- to numero
d' anni si faceva scrutinio generale (noi di- ciamo volgarmente squittino
generale), e s'imborsava- no tutti li magistrati, i quali poi ai tempi loro
ordinati, per sorte si traevano; e perchè innanzi che Cosimo si facesse
tiranno, concorreva a fare tali squiftini gran numero di cittadini di qualunque
fazione si fiissero, avveniva che nelle borse de' magistrati erano messi cosi
quelli che erano avversarli a Cosimo, come quei che gli erano amici, tal che i
magistrali venivano in LIBRO SECONDO. G i persone, che così male come bene gli
potevano fare, la qual cosa giudicando Cosimo pericolosa, deliberò trovare un
modo, per il quale gran parie de** nemici suoi fussero traili delle borse, e
gli amici vi rimanes- sero, acciocché i magistrati a loro solamente toccassero.
Il modo, che egli trovò, fu questo. Egli con gli amici suoi operò tanto, che un
certo signore venne con gros- so esercito ai danni de' Fiorentini, talché
bisognando fare grossa provvisione di danari, furono posti alcuni accatti, con
pena che il nome di quello che non pa- gava, se per sorte fusse tratto, fusse
stracciato, cioè non potesse ottenere il magistrato. Cosimo e gli amici di
Cosimo, i quali erano da lui sovvenuti, [ìagavano largamente j gli altri, chi
per non potere, e ciii per non volere, non avendo quella intenzione che aveva
Co- simo, erano mal solleciti a tali pagamenti, tal che molti, essendo tratti
dalle borse, erano stracciali, e gli amir-i di Cosimo tutti ottenevano i magistrali.
Fatte adunque le provvisioni per la guerra, furono fatti i dieci, che
l'amministrassero, li quali essondo in essi molti amici di Cosimo, fecero ogni
cosa perchè la guerra si per- desse, acciocché moltiplicando i bisogni, la
città fosse costretta fare nuove injposizioni, e per tal modo le borse si
venissero a votare degli avversarli di Cosimo, e non vi restassero altri che
gli amici snoi^ ma quel si- gnore non ebbe felice evento contro alla AOgliadi
Co- simo, e de' dieci, li quali ariano voluto che egli a- vesse rotto il cam[)0
de'Fiorentini per la cagione detta. Ma non restò Cosimo di seguitare il disegno
suo, per- chè operò tanto con gli amici suoi, che egli fece suscitar la guerra
di Lucca contro alT opinione de' migliori Giannotti. 5 62 LA REPUBBLICA
FIORENTINA. cittadini di Firenze, la quale secondochè aveva ordi- nato Cosimo,
fu sì male amministrala da* dieci, che i Fiorentini per la ragione detta, ne
ricevettero danno e vergogna, e Cosimo per li bisogni grandi che soprav-
venivano alla città, potette trarre delle borse quasi tutti i suoi avversarli,
con tanto danno e vitupero de' Fio- rentini. E questo è quello, a chi serviva
l'autorità de' dieci j li quali coli' amministrare e deliberare delle azio- ni
della guerra in quel modo che pareva loro, tene- vano in travaglio e miseria la
nostra città, e davano ogni occasione a Cosimo di venire in quella grandezza
che egli possedette j e sebbene i dieci ne divenivano o- diosi, non ne facevano
stima, avendo tutto lo stato della città in sua balia. Ne'due governi passati
il dello magi- strato aveva la medesima autorità che aveva ne' tempi anlichi,
ed ogni volta che l' usava in cose che dispiaces- sero all' universale, le
persone di quello ne acquistava- no tanl* odi(j, che non era uomo poi che li
volesse vedere, la qual cosa dimostra la violenza e la tirannide di tal
magistrato. Io ne voglio addurre alcuni esempi seguiti neir ultima
amministrazione, i quali per essere ancora freschi nella memoria degli uomini,
dimostre- ranno meglio quel eh' io dico di questo magistrato. Dopo la mina
della tirannide nel mdxxvii, il primo magistrato de' dieci, che fu creato,
tenne pratica co' Sanesi di fare qualche confederazione che fusse utile all'una
ed all'altra repubblica, e perchè i Sanesi non vollero mai venire a conclusione
alcuna, hi volse quel magistrato a favorire i fuorusciti, per rimetterli
dentro, e ridurre quella repubblica in tirannide pensando aver- si pin a
servire d' uno stato tirannico in quella città, LIBRO SECONDO. G3 che d'una
amministrazione civile. Affermando flunque i fuoruscili avere intelligenza
dentro, fecero sì, che il magistrato deliberò dar loro quegli aiuti che
bisogna- vano ad entrare in Siena, e minare quella repubblica ; ma non ebbe la
cosa quelP effetto che si desiderava, perchè avendo presentilo i Sanesi tal
apparato, ten- nero le porte serrate e con buone guardie, tal che i fuorusciti,
poiché alla terra colle genti fiorentine si fu- rono accostali, vedendo i
disegni loro scoperti, senza profitto indietro si ritornarono: la qual cosa
tosto che per la città fu divulgala, cominciarono i romori e le querele ad
andare sino al cielo, vituperando ciascuno il magistrato de' dieci che avesse
voluto sollomellere una repubblica libera alla tirannide, senza considera- re
quanto quella impresa fusse poco onorevole alla cillà nostra, la quale tanto
poco tempo innanzi aveva recuperata la libertà. Dolevasi ciascuno, come è
detto, del magistrato de' dieci e biasimava questo suo fatto, e non considerava
che chi ha T arme in mano, la può così in male, come in bene adoperare, e chi
vuole che non r usi male, bisogna che gliene tolga o provvegga che volendo non
la possa usare male 5 chi adunque si lamentava che i dieci usassero male la
loro autorità, doveva operare che la fusse loro tolta, e provvedere che non la
potessero se non bene usare. Io voglio an- cora narrare un altro esempio, per
lo quale si dimo- strerà quanto sia inutile alla città il modo del proce- dere
e l'aulorità di quel magistrato. Nell'assedio pas- sato vedendo gli autori di
quella guerra che 1' eserci- to del principe d' Oranges non era sufilciente, né
a sforzare, ne ad assediare Firenze, fecero venire un .» IM\. iWA,
i.\JJ\^^.lA%JIM. \^ A. I1V,(A£.\.^^ 64 T.À REPUBBLICA FIORENTINA. allro
esercito di Tedeschi con gran copia d'ariiglie- rie e munizionij e per quanto
si conghletturava e s' in- tese, disegnavano che quell' esercito espugnasse
Pra- to, pensando che Firenze dopo tale espugnazione non avesse a fare più
resistenza, ma subilo avesse a cade- re, siccome avvenne nel mdxii.
Appressandosi adun- que tale esercito a Prato, fecero i dieci molte consul-
tazioni sopra tal venuta, disputando se era da metter- si alla difesa di Prato,
o se era da abbandonarlo. I dieci senza dubbio P averiano voluto difendere, ma
non confidavano nel commissario che vi era, e non trovavano chi paresse loro
atto a sostenere cotanto peso, e avriano voluto che alcuno di que' signori che
erano in Firenze, avesse tolto quell' impresa : ma essi per non vi andare e non
avere a mostrare la poca pe- rizia che avevano della guerra, mettevano tante
difìl- cultà in tal difesa, che finalmente fu giudicato dal ma- gistrato che
fusse meglio abbandonare quella terra che perderla difendendola. Fatta questa
resoluzione man- darono commissarii e capitani con ordine che in Pra- to
dimorassero quanto potessero, e quan do non vi po- tessero più dimorare, ne
venissero con le genti a Fi- renze. Andarono costoro ed eseguirono il peggio
che potessero le commissioni del magistrato, ed inaspetta- ti ne vennero a
Firenze. Ma divulgandosi per la citlr, come Prato s' era abbandonato, cominciò
ciascuno ad esclamare, biasimando tal partito e calunniando il ma- gistrato che
r aveva preso, non ostante che detto ma- gistrato per r autorità che aveva,
poteva non sola- mente quello, ma ancora molto maggiore partito pi- gliare. Era
adunque il modo del procedere e V auto- LIBRO SECONDO. 65 iltà di questo
maglstralo «lisulile alla città, poiché le sue deliberazioni procedevano con si
poca soddisfa- zione dell' universale, ed era cosa assurda molto ve- dere in
una città quelli che avevano creato un magi- strato, biasimar sempre le sue
azioni, e da altro canto il maglstralo rade volte deliberare cosa che piacesse
loro, il quale disordine e confusione nasceva dal sini- stro suo modo di
procedere e dalla sua troppa auto- rità. Non si doveva adunque lamentare la
ciltà del magistrato , quando pigliava qualche partito che le dispiaceva, ma di
sé medesima che non sapeva o non voleva temperare in modo la repubblica che i
magi- strati non avessero maggiore autorità di quella che fusse convenevole in
una libera città, e V azioni di essa procedessero senza biasimo loro e con
soddisfazione di tutti. E adunque manifesto per quello che abbiamo detto, che
il magistrato de' dieci era non solamente ti- rannico e violento, ma disutile e
dannoso alla ciltà. Capitolo VI. Glie il magistrato degli otto era tirannico.
Del magistrato degli otto non credo bisogni molto parlare, per dimostrare
quanto la sua autorità fusse tirannica, perchè ninno mai sarà che intendendo
che in Firenze un magistrato solo con sei fave può dispor- re della vita e
stato di ciascuno, che non giudichi tale autorità tirannica, e da essere da
ogni savio cittadino temuta: la qual cosa è ancora molto meglio nota a quel- li
che hanno notizia di quelle repubbliche antiche che hanno avuto fama d'essere
state con prudenza tempe- 66 LA REPUBBLICA, FIOREÌVTINA. rate, nelle quali non
si trova che sì poco numero di uomini abbiano avuta tanta potestà sopra la vita
e sta- to de' cittadini. Quelli ancora che hanno scritto dei governi della
cilth, ed insegnato, come le repubbliche s'abbiano a temperare, non hanno mai
introdotto nelle civili amministrazioni così violenta autorità di far male
senza temere punizione, onde non sieno mai per astener- si dal male operare,
peccando, così nel non punire chi meritava punizione, come nel gastigare
acerbamente chi non meritava d'essere gastigato : ne mi manche- rebbono dell'
una cosa e delT altra assai esempi ; ma perchè è mia intenzione mostrare i
mancamenti di quei governi, e non infamar coloro che governavano, però lascio
andare questi esempli, li quali, se adducessi, fa- riano che molti si
vergogneriano della loro malvagità, e voglio che mi basti avere dimostrato con
quello che è detto la violenza e tirannide di tal magistrato, il qua- le, siccome
fanno i tiranni, molte volte per odio gasti- gavano troppo chi non meritava
punizione, e chi la meritava per grazia non punivano. E avendo detto dì ciò
abbastanza, passiamo a' collegi. Capitolo VII. Che la reputazione de^ collegi è
tirannica e disutile alla città. I collegi, che altrimenti sou chiamati
gonfalonieri di compagnia, furono, siccome di sopra fu detto, ordinati dal
cardinale di Prato, il quale fu mandato da papa Benedetto in Firenze, per
mettere in concordia quella città. Costui trovando i popolari essere oppressati
dai grandi, ordinò i delti gonfalonieri, i quali, qualunque LIBRO SECONDO. O'y
volta bisognasse, af^unassero il popolo, acciocché col- l'arme li difendesse da
chi gP ingiuriava. Fu adunque trovato lai magistrato per difendere il popolo
da'gran- di, e di qui è nato clie insino ai tempi noslri s' è at- tribuito il
nome di difendere la libertà. Ma fu sì male ordinato il modo di procedere in
tal difesa, che non ne risultava altro che tuaiulti ed ingiurie, il die nasceva
perchè in tal difesa non s' osservava ne modestia ne alcuno civile costume, ma
tutta con forza e violenza procedeva j laonde mulliplicando le ingiurie, sempre
nascevano nuove cagioni di tumulti e discordie civili, ed in questo modo la
città non quietava mai, ed il detto magistrato non le fu di frutto alcuno,
perchè do- po le sue ordinazioni, succedettero maggiori dissensioni di quelle
che prima erano state, siccome nel suo luo- go dimostreremo. Crebbe poi la sua
riputazione, quan- do per certa peste non si trovando chi volesse stare nella
città, ed esercitare i magistrati, fu fatta quella leg- ge, per la quale si
toglieva a ciascuno il potere ottene- re magistrati, l'avolo del quale non
fusse stato vedu- to, o non avesse seduto in uno de' tre maggiori, chia- mando
i tre maggiori la signoria, i dodici e li gonfalo- nieri di compagnia, di che
nasceva che ciascuno desi- derava tal magistrato per lasciare ai suoi nipoti
facul- tà di potere avere gli ufizii, se dal padre per alcuna ra- gione non
fusse loro lasciata j siccome questa legge in quei tempi, nei quali ella fu
fatta, parton forse qualche utilità, cosi poiché la città venne sotto il giogo
della tirannide, aggiunse ai Medici non piccolo favore e ri- putazione, perchè
avendo essi per opra degli accop- piatori, autorità di creare delti magistrati,
ciascuno cit- 68 LA REPUBBLICA FIOHENxnA. ladino riconeva a loro per averne
alcuno, e non so- lameaLe d'essere egli imborsato e tratto, ma se aveva ancora
figli noli che fussero eziandio in fascia, operava che fussero tratti, acciocché,
se pure non avessero a sedere, fussero almeno di tali magistrali veduti. Dava
adunque questa legge grande occasione a* tiranni di guadagnarsi gli uomini, e
farseli amici, senza che era cosa molto assurda e ridicula sentir nominar
alcuno, che fusse in fasce, per uno de' collegi o de' dodici o de' signori.
Appresso, che altra ingiustizia si sen'.ì mai maggiore, che torre i magistrati
a quelli, i padri ed a- voli de' quali non avessero seduto, o non fussero stati
veduti de' tre maggiori^ quando gli altri più antichi delle case loro avessero
quelli ed altri magistrati ottenuti ? E senza dubbio egli non L- ragionevole,
che gli uomini patiscano la pena delle colpe degli avoli e padri loro, quando
essi sieno virtuosi e costumali 5 oltre a questo chi ben considera può vedere,
che la sopraddetta leg- ge dà cagione agli uomini di volere meglio alla tiran-
nide, che alla libertà, perchè non si trova alcuno che non sia ambizioso, e
quelli che colle loro ipocrisie e simulate religioni fanno sembiante del
contrario, sono quelli che sono più ambiziosi che gli altri, siccome sa chi ha
avuto pratica de' cittadini. Essendo adunque così fatti gli uomini, senza
dubbio è da credere che a quel vivere sieno più affezionati nel quale più
agevol- mente possono conseguire i deslderii loro. Ma chi non sa, quanta poca
fatica era nella tirannide, e quanto dif- ficile nel governo civile, attenere
il priorato o il magi- strato de' dodici e collegi ? Ogni piccola amicizia che
altrui abbia co' tiranni, fa che ciascuno ottiene il desi- LIBRO SECONDO. by
delio suo, ma nell' amminislraziouc civile, bisognava aspettale la grazia dell'
universale che vincesse; il [lar- tito, ed il favore poi della sorte nelr esser
tratto. Im- ponendo adunque la predelta legge necessità agli uo- mini di
desiderare detti magistrati per la cagione delta, e trovando più facilità ad
ottenergli nella tirannide, che nella repubblica civilmente governata, seguita
di ne- cessità, che gli uomini abbiano cagione di essere affe- zionati più alla
tirannide, che alla repubblica, e così questo magistrato de' collegi, il quale
ciascuno crede che sia defensore della pubblica libertà, è più della ti-
rannide, che di quella fautore, rispetto a' cittadini che lo desiderano, ed
hanno maggiore facilità d' ottenergli nelli slati violenti che ne' civili,
siccome per le soprad- dette cose penso che sia manifesto. Oltre a questo,
avendo tal magistrato acquistato opinion di difendere e mantenere la libertà
per la caglon sopraddetta, è poi proceduto tanto olire colf ardimento suo, che
egli s'è arrogato autorità di trovarsi nelle consultazioni che fanno i dieci, e
consigliare anco esso la repubblica nel- le faccende della jjace e guerra. E
perchè ne' casi, nei quali si tratta della difesa o mantenimento della liber-
tà, tal magistrato s' arroga grandissima autorità, non {)are che alcuno abbia
ardire di consigliare cosa che sia contro all'opinione di quello, temendo di
non es- sere infamato, come nemico della libertà 5 e perchì quelli che sono
ornati di tale dignità, sono le più volle giovani, è forza che manchino di
quella prudenza che ricerca il governo civile, talchò la cillà rade volle è
consigliata con ragione, ma più preslo secondo le pas- sioni e voglie
particolari di tal magiatralu. X. che si 5* ^O LA REPLBBUCA FIORENTINA.
aggiunge, che sempre nella repubblica è qualche repu- talo citladino che
desidera grandezza, e vedendo quel magistrato mollo a proposilo della sua
intenzione, si fa capo delle sue opinioni, acquistando loro coli" autori-
tà sua favore e fede 5 ondechè avendo tali pareri ori- gine da tal magisti^lo,
ed essendo favoriti da chi ha grandezza e riputazione, niuno è Ira gli altri
che possa dire ( se non con pericolo ) il contrario, siccome av- venne nel
principio della guerra passala, nel qual tem- po furono fatte molte consultazioni
sopra il mandare ambasciadori a papa Clemente, e l'autorità che si do- veva dar
loro, alle quali interveniva la pratica ordi- nata al tempo di jSicolò Capponi,
i dieci, la signoria, i collegi, i dodici j disse ciascuno la sentenza sua, la
qua- le era ne' più, e massime in quelli della pratica, che si facesse ogni
accordo col papa, purché quello esercito non s'accostasse alle mura. I collegi
dissero l'opposi- lo, ne vollero mai consentire che al papa si concedes- se
cosa che in parte alcuna, benché minima, diminuis- se la libertà della città j
ma usarono in ciò tali parole e tali spaventi, che niuno ebbe poi ardire di
esplicare liberamente il suo concetto. E sebbene i collegi preso- uo allora la
parte onorevole e generosa, laddove que- gli altri l'avevano presa vituperosa e
vile, non resta però, che quel modo di procedere non fusse tirannico e
violento, perchè il consigliare debbe esser libero e fondato in sulle ragioni,
e si debbe poi fare di quel parere elezione, che con migliori ragioni si può
sosten- tare. Chi consigliava in quel tempo che si facesse ac- cordo, non
allegava altre ragioni, se non i pericoli della guerra, la spesa iuloUeiubile,
i danni e simili cose j LIBRO SECOXnO. n \ talché non mostrava muoversi a cosi
consigliare da al- tro, che da paura e viltà, siccome porge la natura dei
vecchi nostri, li quali son vili, paurosi ed avari 5 e chi vuol vedere che
slima sia da farne, guardi le prove che fecero lutti quelli che dalla città
furono, cosi den- tro, come fuori, in quella guerra adoperati, e troverà che
poco conto se ne dehbe tenere, avendo quei che andarono fuori tutte le terre
del dominio, senza n'io- strare alcuna generosità jìcrdule, ed essendosi quelli
che governavano dentro, lasciatisi in tal modo aggirare da Malatesla, che egli
potette constringere la città a darsi in preda a' nemici suoi, senza aver
conosciuto quello che i piccioli fanciulli conosceano, e per le stra- de e
piazze se ne lamentavano, cioè T infedeltà di detto Malatesla, la quale se pur
conobbero, non avendo sa- pulo a tempo gastigarla, è come se non l'avessero co-
nosciuta. E tornando al proposito, siccome nell'am- ministrazione della guerra
non mostrarono ne pruden- za, ne generosità, così nel consigliare non
mostrarono altro che paura e viltà. I collegi e altri che avevano preso la
parte generosa, non furono mossi da altro che da volonià di volere mantenere
quel governo, perchè nel consigliare la difesa non allegavano ragione di tal
momento che dovesse inducere gli uomini a pigliar si grande impresa, ma diceano
che la libertà si doveva difendere colla iol)a e col sangue: né mancava chi con
r autorità di fra Girolamo [)rometteva la vittoria cer- ta. Tulio questo
inconveniente nasceva, perchè ninno era tra quei che governavano, che
conoscesse la gran- dezza delle forze della cillà, laiche dalla cognizione di
esse nascesse così generoso ardimento di diJi'ndero ^2 LA. REPLBBLICA
FIOREJfTIXA. quella repubblica. Onde nel piiucipio e nel mezzo della guerra non
fu mal capitolato di quanti danari la cillà si potesse servire, quanto tempo le
vettovaglie potessero durare, quello che la città si poteva pro- mettere de'
soldati e del capitano, tal che tutte queste cose partltamente fussero note ;
ma al tempo così di Francesco Carducci, come di Raffaello Girolami si go-
Ternavano le cose più con isperanza che con ragione 5 ed io più volte sentii
dire all' uno ed all'altro, quando si era fatta qualche provlsione o ricerca di
vetlovfiglie • iS oì possiamo ancor durare., poniamo, due niesi^ poi gualche
cosa sarà ,• ed in capo a quel tempo si rifa- cevano le provvisioni più
gagliarde che prima, di mo- do che la città abbondava di tutte le cose che
biso- gnavano per l'uso della guerra, né altro mancava che prudenza e fortezza
di animo in quelli che gover- navano, acciocché le potessero conoscere, e ne'
debiti tempi usarle, le quali, se avessero saputo fare, senza dubbio la
vittoria era della città, la quale tanto in al- to 1' averla condotta, quanto è
al presente conculcata. Io mi sono alquanto dal proposito mio dilungato, ben-
ché non senza qualche utilità, potendo ciascuno co- noscere per il precedente
discorso, quanto la città ab- bia bisogno di regolare il modo e 1' ordine del
consi- gliarla, acciocché non manchi di quella parte, senza la quale ninna
repubblica può reggere e governare la sua llbeità. E tornando a quello, dicoche
cassai manife- sto, quanto il modo del procedere de' collegi e dodici, perchè
ciò che si dice dell'uno, si dice dell'altro quan- to alle azioni, non quanto
all' origine, fusse strano e violento, e come senza essere CQrrelto> siccoms
sino a' LIBRO SECONDO. 7.') tempi nostri ùon ha mai nolabil frullo partorito,
così per l' innanzi non potrà mai alla repubblica in parte alcuna giovare, e se
pure tal volla ne** tempi passali è slato frulluoso, non è ciò avvenuto per sua
natura, ma per essere stato in quello qualche uomo savio o per altro accidente,
come si potria vedere quando venis- sero in considerazione quei tempi e quei
casi ne' qua- li alcuno tal magistrato essere slato fruttuoso affermas- se.
Avendo detto de' collegi a bastanza, discorriamo al presente che disordini ed
inconvenienti nascevano dalla tirannica autorità e sinistri modi del procedere
dei sopraddetti magistrali. Capitolo VITI. Che il gonfaloniere noquìstava
maggior potenza di quella che si conviene in un^ ainniinistrazioue civile.
L'autorità che le leggi davano al gonfaloniere nel magistrato suo, non era
maggiore di quella che ave- vano qualunque altro fusse ornato del priorato,
perchè tanto \ aleva il suffragio suo, quanto quello di ciascuno altro del nicdesimo
magìsirati.» superava gli altri, per- chè era qualunque volta voleva proprssto,
non sola- mente nella signoria, ma in ciascuno altro magistrato. Il che era
ordinato, perchè non volendo il proposto [)er alcuna cagione proporre ne'
magistrali le cose oc- correnti, si potessero per questa via le faccende pub-
bliche eseguire. Era adunque il gonfaloniere in dignilà superiore a lutti gli
altri e in autorità eguale: ma per- chè V autorità de' signori dieci, otto e
collegi, erano^ come abbiamo sopra dimostrato, tiranniche e violenti. 74 J^^
REPUBBLICA FIORENTINA. qualunque volta egli poteva disporre di quei magistrati,
veniva l' autorità sua a diventare tirannica e violenta, e perchè il governo
dello stato era tutto posto sopra alle spalle de' dieci, però il gonfaloniere,
essendo capo della repubblica, assai con loro praticava j ed essi per riverenza
di quel grado, non ariano preso deliberazio- ne alcuna senza che egli nefusse
consapevole. Se adun- que le deliberazioni de' dieci soddisfacevano al gonfa-
loniere, egli non aveva altra difficoltà j se le non gli soddisfacevano, egli
con l'autorità sua, o faceva venire i dieci nella sua opinione, o essi stavano
pertinaci j se mutavano parere, il gonfaloniere aveva la sua intenzio- ne 5 se
stavano pertinaci, conveniva che il gonfaloniere stesse paziente, o per altra
via troncasse i disegni loro. E perchè stando paziente non gli pareva tenere
quel grado con reputazione, però chi era gonfaloniere face- va ogni cosa perche
tutta la repubblica avesse depeu- denza da lui, e gli fusse quasi sottoposta,
la qual cosa gli era facile a fare, potendo per il mezzo della signo- ria e
collegi, qualunque volta egli voleva, acquista- re tutta quella potestà che
egli desiderava , e non solamente tagliare tutte le deliberazioni di cjualun-
que altro magistrato, ma far sì, che ninno ardisse deliberare cosa che fusse
contra la sua intenzione , perchè non aveva altra difficoltà che secondare e
piag- giare, siccome vulgarmente diciamo, le opinioni dei signori e collegi,
mostrandosi sempre difensore della libertà contro alla potenza de' grandi ; e
ogni volta che egli aveva disposti questi due magistrati, sempre conduceva
quello che egli voleva, non ostante qua- lunque altra repuguanza, che da
cittadino o magistrato LIBRO SECONDO. 7 5 li fusse falla : laiche si poteva
dire, che tutla la cillà fusse in suo potere , e qualunque non procedeva per
questo modo, aveva sempre nelle cose grandi infinite difficultà: perchè venendo
il magistrato de' dieci le più volte in persone grandi e riputate, difllcilmenle
ne po- teva disporre, se non procedeva nel modo detto, e non procedendo, ma
trattenendo i dieci, era poco grato ai signori e collegi, e per conseguente
all' universale. Per- chè questi due magistrati pigliavano occasione di ca-
lunniarlo dal non conferire egli e li dieci con loro le faccende dello stato 5
e da queste varietà nacque che alcuno di quelli gonfalonieri fatti dal
mcccclxxxxiv al MDxu furono grati all'universale, ed alcuni odiosi. Piero
Soderini, tosto che egli fu creato gonfaloniere conobbe questa necessità che
aveva chi teneva quel grado, di trattener li due magistrali, se voleva nella
repubblica poter alcuna cosa, e si volse a farlo, e lo seppe in tal maniera
fare, che egli non ebbe mai diffi- coltà alcuna, e potette sempre disporre di
tutla la città in quel modo che gli pareva. Perch' ogni volta che i dieci,
eziandio nel consiglio della pratica, avessero tatto deliberazione alcuna che
le fusse dispiaciuta, po- teva con autorità della signoria e collegi, sotto
colore di volere che quei magistrati intendessero ancor essi le cose che
appartenevano a tutta la città, tagliarla e deliberare, come gli pareva,
siccome avvenne nell'an- no MDvii, nelqual tempo essendo la venuta dell'impe-
ratore in Italia in grandissima spettazione, e volendo (iiovambatista llidolfi
e gli altri [)iù riputati cittadini della cillà nostra, mandargli
auibasciadori, nò volendo a ciò consentire il gonfaloniere, per non dispiacere
al yb I-A REPLBBLICA. FIORENTINA. re di Fiaiicla, impedì agevolaiente nel modo
detto tal deliberazione 5 e sebbene lutto l'animo di Piero Sode- rlni era volto
al ben pubblicOj non era però che que- sto modo di procedere non fusse violento
e tirannico e di malvagio esemplo. Perchè poteva venire un altro dopo lui, il
quale per questi mezzi riconciliatisi gli a- nimi dell'universale, ed
acquistata quell'autorità che aveva Piero Soderini, l'usasse in pernicie della
repub- blica. Questa tanta autorità, che io dico, che aveva Pier Soderini,
alienò gli animi d'alcuni principali cit- tadini della città da quella
amministrazione. Perchè vedendo ogni cosa ridotta in potere del gonfaloniere,
non pareva loro aver alcuna autorità, e quantunque fussero ornati delle prime
dignità, non le stimavano, vedendo che ad ogni modo dependevano dal gonfa-
loniere : talché costretti da cjuesta mala contentez- za, consentirono alla
rovina di quello stato, ed a ri- mettere i Medici 5 e benché questi tali non
meritino laude alcuna, anzi biasimo e vituperio, non è però che quel mo lo di
procedere non sia da biasimare e da cor- reggere, per tor via le cagioni di
quelle male conten- tezze. E che sia vero quello che io dico, si manifesta per
quei tempi, ne' quali il gonfaloniere non era perpe- tuo, cioè nel mcccclxxxxiv
insiuo al :.idxii, ne' quali anni i primi cittadini della città non alienarono
mai l'animo dalla repubblica, anzi sempre francamente contra gli assalti
esterni e contra le congiure domesti- che la difesero. Il che nasceva perchè in
quella forma di vivere, avendo sempre bisogno la repubblica dei consigli e
favori loro, essi vi avevano quella autorità e riputazione che volevano, della
quale pascendosi, LIBRO SECONDO. ^7 vivevano afFczlonati a quella lepubblicu
che li faceva per tutto liguardevoli, ancoraché quella amministra- zione
mancasse di cerio modo di onorare 1 cittadini i^randi, come di sotto diremo. Ma
tosto che fu futto il gonfaloniere perpetuo, essendosi radunata tutta la loro
reputazione ed autorità nella persona di quello, lutti alienarono l'animo di
quella amministrazione, e lo pie- qarono a volere piuttosto vivere in una
tirannide, che in un governo civile j l'altro è l'essere ornati di gran-
dissime dignità che rendono le persone di quelli, nei quali elle vengono,
conspicue ed onorate. Nelli due governi [)assali i grandi vi acquistavano
grande auto- rità, la quale era loro finalmente a infamia e vituperio, siccome
noi discorreremo, e pochissimi ancora vi ave- vano luogo, e quelli che ve
l'avevano, usavano mille arlifizii che non erano convenienti a qualunque rego-
lala città. Talché da tanta loro autoritìi. non ne risul- tava loro quell'onore
e grandezza che desideravano, e non vi essendo modo a pascerli colle dignità,
era for- za che restassero malcontenti. Peccavano adunque i detti governi, non
essendo ordinati in modo che potessero soddisfare a così fatti A REPUBBLICA
FIORENTINA. scendo, quanto potevano, per privare la repubblica di amici e di
reputazione. Questi senza dubbio furono raossi a desiderare la rulna di quel
governo da cupi- dità d' onore e grandezza, la quale non potevano in esso
ottenere. E quantunque paia non credibile, che olii fa opera che la patria sua
venga sotto il tiranno, sia mosso a ciò da desiderio di gloria ed onore, non si
essendo mai sentito, che alcuno per così fatta impresa sia divenuto glorioso,
ma sì bene chi colla morte di esso ha ridotta la patria in libertà ; siccome
noi vedia- mo che nessuno fu mai tanto scellerato o stolto, che giudicasse
Curione degno di lode, per avere venduto la patria sua, e sottomessola al
tiranno, e non esaltasse Bruto insino al cielo, per averlo aramazzato e renduto
alla patria la libertà. Nondimeno è da notare, che po- chissimi son quelli in
tulli i luoghi che sieno della vera gloria desiderosi, perchè ninno quasi è che
pensi quel- lo essere glorioso, che per universal consenso è repu- tato savio e
valente, ma quello che ha maggiore po- testà che gli altri, laddove appresso
agli antichi Ro- mani maggiore gloria ricavava il deporre la dittatura che
pigliarla. Desidera ciascuno adunque potere, e pensando essere più facile
ottenere il desiderio suo da un solo, che da molti, però si volge a favorire il
tiran- no, il quale per natura sua sempre esalta alcuni, e vuo- le che si creda
che abbiano appresso di sé potestà, la quale oppinione fa che gli altri cedono
ed attri- buiscono loro ogni onore ed ogni reverenzia, talché sendo nel vulgo
riguardati e cospicui, par loro avere cjuella gloria che son iti cercando, e
cosi fatta è la gloria e F onore che desiderano i nostri cittadini . LIBRO
SECONDO. ^.) Basta loro avere le prime dignità , e potere venire in piazza, e
innanzi si riducano ncU' audienze, farsi molto ben vedere, e rispettare
privatamente a chi ha hist)gno del magistrato, e consumare più tempo fuo- ri
della pubblica residenza, che in essa poi non con- sumano, parendo loro bella
cosa esser in piazza accer- chiati intorno dalla moltitudine, e talvolta esser
vedu- ti parlare col tiranno, o sederli, o camminarli a canto 5 le f[uali cose
fanno senza dul)bio che essi sono in maggiore grado e più onorali che gli altri
: ed essen- do sempre appresso a chi può il tutto, par loro aver grandissima
parte di tal possanza, e perciò aver cagio- ne di contentarsi. Così fatti orano
quelli che per ap- petito d' onore erano malcontenti al tempo di Piero
Soderini, e desideravano la rovina di quello stalo, ed ottennero il desiderio
con esito conveniente alla stol- tizia loro, essendo poi siali costretti, nini
che altro, a servire gli stallieri di quelli ai quali avevano la patria
sottomessa. Ma [n:v concludere questa parte, quelle due sorte di nemici arle
sono eguali a quelle dell'altra, senza dubbio è difetti- C)4 I^A. REPUBBLICA
FIORENTINA. To, e non si debbe seguitare, perchè non è possibile temperare uno
slato tanto perfettamente, che la virtù? o vogliamo dire potestà, di ciascuna
parte non appari- sca 5 perciocché in tal mistione avviene il contrario che
nella mistione delle cose naturali, nella quale le virtù particolari delle
cose, di che si fa mistione, non riman- gono nel misto appaienti, ma di tutte
se ne fa una sola, la qual cosa non può nel temperare una repubblica avvenire,
perchè bisogneria pestare e tritare in modo gli uomini, che de' grandi,
popolari e mediocri se ne facesse una sol cosa diversa in tutto da quelle tre
fa- zioni, la qual cosa senza dubbio è impossibile. Rima- nendo adunque le
virtù di ciascuna parte apparenti nella mistione, è necessario che, essendo l'
opposizio- ni e resistenze eguali, non manchino le repubbliche, in tal modo
temperate, di civili dissensioni, le quali apra- no la via alla rovina loro.
Che le repubbliche nel so- praddetto modo temperate sien sempre alle civili
dis- cordie esposte, si manifesta per la repubblica romana, la quale,
secondochè ne discorre Polibio, era compo- sta delle tre sopraddette specie, in
tal maniera che la virtù e potestà di ciascuna parte appariva. Talché i forestieri
nel travagliare dell' altre repubbliche e prin- cipi con quella, quando avevano
a convenire col senato, per la grande autorità che e' vedevano in quello, la
giudicavano una repubblica di ottimati, e quando con- venivano co' consoli, per
la medesima cagione pensa- vano che fusse un regno, similmente quando trattava-
no col popolo, pareva loro una repubblica popolare, e nondimeno sempre fu piena
di civili dissensioni. Non era adunque quella repubblica ben temperata, e
quello LIBRO TERZO. gf) che ne discorre Polibio era segno di mala commistio-
ne, perchè se ella fusse stata prudentemente ordinata, chi avesse avuto a
travagliare co' consoli o col senato o col popolo, non aria giudicalo che tal
repubblica fusse, o popularilà, o slato di ottimati, o regno, perchè averebbe
veduto il popolo dependere dal senato e dai consoli, il senato dai consoli e
dal senato, e con ciascu-, na di queste parti averebbe veduta temperata la
virtù dell'altra. Le discordie adunque non nascevano da al- tro, se non che
esercitando ciascuna parte tanta virtù, quanta l'altra nel composito, l'una non
veniva a ave- re rispetto all' altra, estimando potere quanto quelhi^ benché se
vantaggio vi era, l'aveva piuttosto il senato che il popolo, siccome appresso
diremo. Ma dicendo al presente, che 1' uno fusse pari all' altro, dico che chi
dopo la cacciata de' Tarquinii temperò quella re- pubblica, non fece altro se
non che dove la repub- blica inclinava in quel regno, egli abbassò quella pote-
stà, e lo fece tornare eguale ai popolo ed al senato, e fece un misto eguale di
tutte le altre parti, nel cjuale tanta potestà esercitava l'una quanto l'altra,
e da que- ste nacquero tante dissensioni, che finalmente destrus- sero quella
repubblica. Essendo adunque la repubbli- ca romana stata nel sopraddetto modo
temperala, e non essendo slata libera dalle alterazioni civili, concludo niun
governo doversi temperare in tal maniera, ma secondo quell'altro modo che
abbiamo di sopra de- scritto, nel quale la repubblica inclina in una delle par-
ti, e lutti quelli stati che sono in tal modo temperali non patiscono mai
alterazione civile. Roma innanzi ai Tarquinii era in questo modo temperata,
perchè v'era 96 I A REPL'BBLICA. FIORENTINA. un popolo, un senalo ed un re, ma
dal re dependeva il popolo, ed il senalo più che il re da loro, e perciò quello
slato veniva ad inclinare nel regno, e nienlrechè Roma si governò per lai modo,
non patì mai allerazio- ne alcnna : e quantnnque i re fussero quasi tutù vio-
lentemente ammazzali, il che nacque per la superbia la c[uale pigliavano, non
ne seguitò però mai disordine alcuno. Stava dunque il popolo quieto, e
similmente il senato, perchè V uno e V allro riguardava il re co- me padre
comune, ed il re operava che ne V uno ne l'altro trapassasse i termini suoi.
Bisognava adunque che Bruto e Publicola, rapi della repubblica romana, dopo la
cacciata dei Tarquinii temperassero quello stato, facendolo inclinare ad una
delle parli, cioè al po- polo, o al senato, secondochè il subietto richiedeva;
e se così r avessero ordinato, non vi saria mai naia al- cuna alterazione,
perchè quella parie, dove la repub- blica inclina, viene ad esser più potente
che l' altra, e però facilmente può opprimere gl'insulti che le fus- sero falli
; e perchè quella potenza che ha, nasce dal- la forma della repubblica, però se
la parte contraria si repula ingiuriata, non P imputa alla fazione avversa, ma
alla forma della repubblica. E perchè la repubblica è temperata in modo, che
non vi è adito a rovinarla, però è necessario che viva quieta: onde in tale repub-
blica non può nascere alterazione alcuna. E ben da no- tare, che quando io dico
che la repubblica deve incli- nare in una parte, non dico che quella parte
abbia so- lo Timperio, e l'altra sia esclusa dairamministrazione, ma che
l'abbia poca dependenza, e V altra assai. Cir- ca la repubblica romana potrebbe
alcuno dire che la UBRO TERZO. f)7 pendeva nel senato, e nonrlimeno era esposta
alle se- flizloni. Rispondo, che ella non inclinava in quelle par- ti, dove
doveva inclinare, di che nacque il medesimo errore che se non fusse inclinata
in alcuna parte, sic- come di sotto si dirà. Concludendo adunque dico, che è
necessario che una repubblica inclini a una parie, a volere che sia diuturna, e
viva sempre senza altera- zioni civili. Ma perchè questa inclinazione può
essere al regno, o al senato, o al popolo, discorreremo al pre- sente in qual
parte debba pendere una bene ordinata repubblica. Capitolo III. Che la
repubbica debbe inclinare nel popolo. Noi abbiamo detto che ogni bene ordinala
repub- blica debbe inclinare in una delle tre specie, delle quali è composta ;
seguita ora che mostriamo in quale specie debba pendere : di che si vedrìi, chi
debbe es- sere il signore della citlìi. Dico adunque che T è cosa molto
pericolosa per la comune libertà, non solamente nelle città che hanno le
qualità dette da noi di sopra, ma eziandio in tutte V altre ordinazioni, una
repub- blica che penda nel regno, perchè è necessario llirc un principe con
tanta aulorilà, che tutta la repubbli- ca dependu da lui, più che egli dalla
repubblica, altri- menti tale ordinazione non inclinerebbe nel regno, e
dovunque s'introducesse tal forma di vivere, tutta la libertà si verrebbe a
sottomettere alla volontà d'un solo, la qual cosa senza dubbio è
pericolosissima. Per- chè chi sarà eletto principe; §e non sia nel tempo del-
GiannoUL n C)d> LA REPUBBLICA FIORENTINA. la elezione malvagio, potrà nel
principato diventare, e per esser principe, ed avere poca dependenza, po- trà
qualunque volta egli voglia, agevolmente oppri- mere la repubblica, perchè avrà
facultà d'avere quei mezzi i quali sono ad eseguire tali cose necessarii. Che
gli uomini possano divenire malvagi, ed essere più dei proprio, che del
pubblico bene studiosi, oltre alla quotidiana esperienza, le memorie antiche lo
di- mostrano. Romulo, come di sopra anco dicemmo, fu buono nel principio del
regno e nel mezzo, nel fine poi divenne malvagio, e per V insolenza sua fu dal
se- nato ammazzato. Potendo adunque quegli uomini di- ventar cattivi, non è da
dar loro in una città una po- testà la quale possano poi quando vogliano usare
in pernicie della repubblica 5 e eh"" egli abbiano a volere,
agevolmente lo persuade Tambizione umana, la quale fa che ciascuno vorrebbe
sempre da sé medesimo, e non da altri dependere. Quinci avviene che uno tosto
ch'egli è pervenuto al principato, pensa di fare in modo che da se non da altri
dependa, e però rade volte sta contento a quella gloria e a quell'onore che gli
è dalla repubblica donata, ed è tanto potente questo appetito, che quelli ancora
che sono legati dall'ordine della re- pubblica, con grandissimo loro pericolo
s'ingegnano tal ordine violare, e vogliono piuttosto mettere in pericolo colla
vita quello stato che hanno, che star contenti a quell' onore che possono
legittimamente e con soddis- fazione di ciascuno possedere: siccome
fecePausania re de'Lacedemoni, il quale instigato dall'ambizione, cercò di
farsi tiranno in quella repubblica nella quale teneva il supremo grado ; ma i
suoi cattivi pensieri sortirono LIBRO TERZO. C)(j convenienle fine, perchè
scoperto il fllsegno suo, mi- seramente fu falto morire. Marino Ftileri, doge
vene- ziano, volle ancor egli farsi tiranno rlella sua repub- blica, ma la
fortuna non gli porse tanto di favore, che egli potesse a quel fine che e'
desiderava condursi : perchè nel mezzo di cosi scellerata impresa, fu da'suoi
cittadini oppresso. 11 quali colla vita gli tolsono quell'o- nore che gli
avevano dato. Non è adunque da ordinare una repubblica che Inclini nel regno,
non si patendo alcuno promettere che Tabbia da aver libera e lunga vita : senza
che noi discorreremo che il regno non si poteva semplicemente ordinare, e chi
ordinasse uno rc- [)ubbllca nel modo detto non sarebbe altio che un sem- plice
regno. E se alcuno opponesse Roma, la quale vis- se con tanta prosperità sotto
T impero de* re, rispondo che tal cosa avvenne per accidente 5 prima, perchè
volle la buona fortuna di quella città che ella ornasse della regia potestà
uomini eccellenti e più della vera gloria che della ingiusta potenza desiderosi
j seconda- riamente, gli uomini di quella città erano buoni, e perciò per le
ragioni dette di sopra, venivano a essere capaci del regno; oltre a questo fu
necessario in quei tempi primi tal forma di repubblica, perchè si trova- va
quella città allora come un fanciullo in fasce, che continuamente ha bisogno
della nutrice, infino a che divenga robusto. E siccome poi usarono in qualche
pe- ricolo urgente creare un dittatore, cioè un re assoluto ma a tempo, così
quella prima età della repubblica aveva bisogno della autorità di tal
dillatorej e perchè i pericoli erano grandi e frequenti fu necessario che tal
dittatore fusse perpetuo. Che li pericoli fussero lOO LA REPUBBLICA.
FIORENTINA. grandi, è manifesto per le guerre da selte re continua- mente fatte
3 ma poiché la repubblica divenne robusta, non fu bisogno di tal dittatore o
re, se non in alcu .i tempi, ed allora venendo la necessità, subitamente si
creava. Concludendo adunque dico, che una repubblica non debbe inclinare nel
regno, similmente non debbe pendere nello stato de' p(x;hi ovvero in
un'aristocra- zia. E noti ciascuno, che io parlo al presente di quelle città
che hanno le qualità da noi dette di sopra, per- chè potria essere una città
nella quale i grandi supe- rassero tanto i popolari che saria violenza il non
fare che quella repubblica pendesse nello stato de' pochi j però restringendosi
a quelle città di sopra descritte, dico che in quella non si debbe introdurre
una re- pubblica che penda nello stato de'pochi, perchè oltre air essere ne'
pochi la medesima ambizione che in un solo, sono ancora nemici e paurosi de'
popolari, le quali due cose fanno che li spregino e quanto più possono cercano
tenerli bassi, dal che i popolari son costretti spesse volte a pigliar V armi
per difendersi, e se pos- sono apporre la cagione delle ingiurie ricevute a
qual- che particolare, subito li corrono a casa, e coli' armi e col fuoco si
vendicano, siccome in Firenze molte volte si trova essere avvenuto. Ma se tali
cagioni na- scono dall' ordinazione della repubblica, tal che a nes- suno
particolare si possano applicare, allora i popola- ri, non avendo contro a chi
voltare l' ira sua, si sepa- rano da' grandi e chieggono o legge o magistrato,
per lo quale si possano difendere, ed ottenere la loro ra- gione : e questo fu
grandissima cagione che ne* tumulti LIBRO TERZO. lOI del popolo romano contro
al senato, non si venne mai ni sangue de' ciltadini, insino ai Gracchi, perchè
l'ingiu- lie che pativano i popolari non da' privati cittadini ma dalla forma
della repubblica nascevano, e perciò V in- giuriati non de' cittadini, ma
dell'ordine della repub- blica si potevano lamentare, onde avveniva nelle sov-
versioni non chiedeva altro che qualche legge o qual- che magistrato, per virtù
della quale si difendesse, e la potenza de' pochi si venisse ad alìbassare, ed
essi più della repubblica partlclpassero. Tornando dunque a proposito, dico che
una repubblica in tal città ordinala, non debbe inclinare nello slato de' pochi
e conseguen- temente debbe pendere nella popolarità, la qual rosa si può con
molte ragioni persuadere : primieramente quella parte e quel membro della città
debbe posse- dere maggiore imperlo che contribuisce più al vivere comune, che è
il fine delle città. Se adunque noi dili- gentemente consideriamo chi
contribuisce più al ben comune, o i grandi o i popolari, troveremo che i gran-
di sono dai popolari in talcosa di gran lunga superati; il che agevolmente
possiamo conoscere per li dcsi(3erii dell'una parte e dell'altra. I grandi
desiderando coman- dare non solamente non conferiscono al ben comune, ma lo
distruggono, perchè chi vuole comandare, vuole che gli altri sleno servi, ed
egli solo esser libero, e chi vuole avere gli uomini servi, vuole avere in
poter suo la roba, la vita e 1' onore degli altri per poterne a suo piacere disporre,
e chi ha questo desiderio, vuole di- struggere la città e per conseguente il
ben comune, perch'' non è più città quella dove tal desiderio sor- tisce
effetto, essendo città, congregazione d' uomini II- I02 LA REPUBBLICA
FIORENTINA. berij ordinala al ben vivere comune degli abitanti. E una città,
dove i grandi ottengono il desiderio loro, non è altro che una compagnia di
padroni e schiavi, ordinata per sfogare V avarizia e T altre disoneste vo- glie
di quei che son padroni. Ma li popolari deside- rando vivere liberi, cogliono
mantenere e non di- struggere il ben comune, perchè chi desidera la liber- tà
in una città, vuole che ciascuno possa ottenere la sua ragione senza ingiuriare
alcuno, il che non è altro se non volere la conservazione del ben pubblicoj e
che questo sia vero, cioè, che il desiderio de' popola- ri mantenga il ben
comune, e quello de' grandi lo di- strugga, possiamo per la repubblica romana
dimostra- re, nella quale dopo la cacciata de'Tarqulnli, i grandi, cioè 11
senato, avevano maggiore potestà che il popo- lo, e quasi a quello comandavano,
e del continuo cer- cavano accrescere la loro autorità. E saria la loro am-
bizione a quello proceduta, che se 11 popolo non aves- se al disonesto loro
appetito fatto resistenza, averebbe quella repubblica trecento anni prima
rumata. Talché giustamente si può dire che V ambizione de' grandi cercasse di
struggere quella repubblica, ed il desiderio della libertà che era nel popolo
la mantenesse j onde è manifesto che il desiderio del popolo conferisce più al
ben comune, e perciò i popolari sono il più impor- tante membro della città,
masslmamenle che abbia le qualità da noi dette di sopra 5 di che seguita, che
deb- be ottenere maggiore imperlo. Secondariamente dice Aristotile, che quello
debbe comandare che ha più prudenza, perchè quello che comanda bisogna che or-
dini e regoli le cose, la quale è proprietà di quello che LTCRO TERZO. Io5 è
savio e prudente. Chi vuole conoscere ove sia mag- giore prudenza, o ne' grandi
o ne'' popolari, se esami- nerà la vita e costumi delPuna parte e delTaltra,
non Iroverà che i popolnri sinnoda'grandi superati, perchè la prudenza s'
acquista o per praticare le cose o per leggerle: quanlo al leggerle, cosi le
può leggere un popolare, come un grande, e la [ìratica non veggio maggiore
nelPuna parie che nell'altra, perchè dove le cose non si disputano e non si
deliberano, ma tutte sono al volere d' un solo sottoposte, lant" è
trovarsi a tali consulte, quanto non vi si trovare. Resta adun- 7 nato, siccome
dimostra Cicerone il quale noi terzo li- bro (Ielle leggi dice queste parole:
Qnare ant exigemli rc^cs nonjiicriint, aiit plein re, non verhìs ciancia
liherfas . Dimostrando che il popolo era servo del senato, come era slato de'
re e come appare per l' in- giurie che sopportavano i popolari, il che non
pote- va avvenire, se il popolo avesse avuto maggiore au- torilìs, che il
senato ; e chi vuol vedere, se il popolo era superchiato, legga Tito Livio, il
quale dimostra che il senato nelle dissensioni che aveva col popolo, sempre
aveva il torto, e molle volte non osservava le promesse fatteli nelle
convenzioni, la qual cosa non averebbe mai potuto fare, se non fusse stato
superiore: laonde se dopo la cacciata de' Tarquinii, la repubbli- ca fusse
stata in modo ordinata, che il senato aA esse a\ uto de{)endenza dal |,)opolo,
e non il popolo dal se- nato, saiebbe stata quella repubblica più tranquilla,
ed averebbe avuta più lunga vita, che non ebbe, per- chè non sariano nate
(juelle contenzioni che furono ha loro. p( icliè il popolo non fa mai tumulto,
se da altri non fla lasciare inrllelro
questi popolari, ma è da connnme- largli nel consiglio grande, acciò possano
come gli altri distribuire ed ottenere i magistrali. E se alcuno dicesse che questi
popolari non sono ambiziosi e perciò non si curano di tali onori, dico che
l'orse è vero che qyesti popolari non sono ambiziosi, non consento già che non
si debbano fare partecipi degli onori, prima perchè, co- me dice Aristotile, i
magistrati si deono dare a chi vuo- le, ed a {^'i non gli vuole, purch'' colui
a chi si danno sia utile alla repubblica. Secondariamente questo non curarsi
de' magistrati non è naturale, ma accidente, perch ' non è uomo sì misero che
non desideri essere esallato. Wla perchè questi popolari sono slati tenuti bassi
dalla superbia de' grandi, perciò son divenuti non ambiziosi, siccome ancora
ne' tempi nostri sono i F'ranzesi i quali per essere sfati sbaftiili dalla
nobiltà loro, sono divenuti vilissimi. Non essendo adunque naturale tal viltà
di animo in quesli popolari, non è da privarli de' magistrati, e massimamente
perchè ar- mandosi la ciltìu diverrìano subito desiderosi di gloria, come gli
altri 5 e se allora si trovassero privati degli o- nori, si fariano forse dar
loro per forza quello che non fiisse stato per amore conceduto 5 senza che
l'essere ar- mati qne-ti popolari, e non potere ottenere i magistrati,
potriaiio dar occasione a chi volesse perturbar la ro- [)ubblica.
Concludf>ndo adunque diro, che volendo ordinare questa repubblica
pv^rfeltissimamenle, è ne- ressario connumerare in questo consiglio quella mol-
titudine di cittadini che abbiamo chiamali popolari. Ma perchè noi dicemmo che
non ci volevamo disco- stare mollo da quello che era usato ne' tempi passati, I
l4 LA. REPUBBLICA FIORE>TINA. però lasceremo indietro questi popolari, e ci
conten- teremo che ciascun anno se ne mandi a partito buon numero come s'
usava, persuadendosi ciascuno, che quanti più ne saranno ammessi ai magistrati,
tanto più maggior basa e miglior fondamento si farà alla repub- blica. Dico
adunque che in questo consiglio deono convenire tutti quelli che sono abili a'
magistrati, nei quali soli si trovano i sopraddetti Ire umori j e perchè il
detto consiglio debbe essere il signore ^lla città, altrimenti la repubblica
non inclinerebbe nel popolo, debbe averne in potestà sua quelle azioni le quali
sono principali nella repubblica, ed abbracciano tutta la forza dello stato.
Queste sono quattro, cioè, la crea- zione dei magistrali, le deliberazioni
della pace e guer- ra, le introduzioni delle leggi e le provocazioni. Ma per
parlar prima dell'elezione de' magistrali, dico che tutti i magistrati, rettori
e consigli debbono essere eletti nel consiglio grande 5 magistrati son quei che
amministrano le faccende della repubblica dentro alla citlàj rettori son quelli
che governano le città e ca- stella suggelte alla repubblica fiorentina 5
consigli son quelli che deliberano della pace e guerra, ed odono le
provocazioni, siccome è il senato e le quarantie, come nel suo luogo diremo. Il
modo di creare i ma- gistrati sia ques'o. Per ogni magistrato o rettore si
traggano quelli nominatori che siano giudicati bastare, ed i nominati da loro
vadano a partilo, e vinchino per la metà, ed una più, e chi ha più suffragi che
gli altri vinto il partilo, ottenga il magistrato, siccome si taceva in Roma,
secondochè scrive Dionisio Alicar- uasseo, e si fa ne' tempi nostri in Vinegia.
11 dare i LIBRO TERZO. 1 I 5 magistrali a chi è tratto, poiché quelli che hanno
vin- to sono imborsati, è cosa assurda, è cosa indegna di una città dove sieno
gli uomini modesti e giusti, per- chè chi desidera potere ottenere un
magistrato quan- do abbia passato il [Kirtlto di poco num;'ro di suffragi ed
esser pari a chi 1' ha passato di maggiore, siccome avviene quando tutti quelli
che hanno vinto il partito sono Imborsati, desidera quello che non è suo, e
per- ciò è uomo ingiusto, volendo quello che è degli altri, e merita punizione
da Dio e dagli uomini. Le delibe- razioni della pace e guerra abbiano a
terminare nel senato, introdotte e dl?[)utate nel modo che diremo di sotto, e
quantunque elle non passino nel consiglio, aranno pure da lui la dependenza,
essendo da quello il senato, dove l' hanno a terminare, eletto. Saria forse
bene, quando si ha a muovere una guerra di nuovo, vincere questa prima
deliberazione nel consiglio gran- de, siccome facevano li Romani li quali
domandavano il popolo se volevano e comandavano che si movesse guerra a questo
ed a quello altro principe o repubbli- ca. Dipoi tutti gli accidenti di essa
avessero a termi- nare nel senato. Le provocazioni ancora siano termi- nate in
un consiglio di quaranta, creato dal consiglio grande dal quale elle ancora
verranno per le medesi- me ragioni ad avere dependenza. DI questo consiglio di
quaranta e del modo del provocare diremo di sott(;. L'introduzione delle leggi
e provvisioni senza dubbio debbc essere terminata nel consiglio grande. Ma come
tal cosa abbia a procedere diremo nel suo luogo. Sarà adunque il consiglio
grande signore «Ielle sopraddette (juallro azioni, procedendo nel modo detto. E
perchè 1 l6 LA REPUBBLICA FIORE>'Ti:yA. quanto meglio sarà ordinato il
consiglio grande, tanto miglior fondamento e basa verrà ad avere la nostra
repubblica, giudico che sia bene levar via tutte quelle cose che lo rendono
gravoso, e però mi piacerebbe che alla creazione de' magistrati non fusse
necessario più un numero che un altro, acciocché chi viene non venisse mai in
vano, e gli uomini s' assuefacessero a radunarsi spontaneamente. Il che
verrebbe fatto, per- che vedendo ciascuno che le cose si potrebbono ese- guire
senza lui, saria ^iù sollecito per trovarsi a quel- le, ne s' asterrebbe da
radunarsi, confidando che non s' avesse a radunare il numero. E quando si
dessero i magistrati a chi ha più suffragi, ciascuno per favori- re a' suoi
amici saria anco più studioso di radunarsi • e perchè i nominatori venissero
fatti con prestezza, si potriano creare al modo veneziano, cioè far venire
ordinatamente ciascuno ad un'urna, dove fussero tan- te ballotte argentate,
quanti potessero esser quelli che si fussero radunati, e tante dorate, quanti
nominatori s'avessero il giorno a creare, e chi traesse una ballotta dorata,
s'intendesse esser nominatore j si potria anco ordinare, che chi venisse al
consiglio portasse il nome suo scritto in una polizza le quali da'segretarii
fussero alle porte ricevute e messe in urna della quale poi a sorte si
traessero i nominatori. Questi sono i più bre- vi modi che mi occorrono^ ed
acciocché i nominatori nominassero persone degne de' magistrati, saria bene ordinare
che quello che avesse ottenuto il magistrato, desse certo premio al suo
nominatore, e forse sarìa meglio che la repubblica pagasse detto premio, ed a
lui fusse ritenuto del salario, se fusse magistrato sala- LIBRO TERZO. I I 7
rlato, se no, facesse la repubblica quella perdita. Saria ancora bene ordinare
che il consiglio grande si radu- nasse per la creazione de' magistrali in tempi
determi- nati, cioè ogni otto od ogni quindici giorni, o più spesso o più di
rado, secondochii bisognasse, acci(jc- chè i cittadini potessero accomodare le
Hiccende pub- bliche alle private, e le privale alle pubbliche, e per far
questo blsogneria far computazione di tutti li ma- gistrati che s' avessero in
tutto l'anno a creare, e ve- dere quanti se ne può acconciamente in un giorno
eleggere, e partendo il numero de' magistrali per quel- lo di quei che s'
avessero in un giorno a creare, ri- trarre quante giornate bisognassero a
crearli tutti, e tulli quei giorni distribuire per tutto l" anno in tempi
determinali acciocché ognuno sapesse ordinatamente quando il consiglio s'avesse
a radunare; e sarla bene che dal principio di novembre inslno al principio di
maggio si radunasse in un giorno festivo, perchè gli esercizil militari, de'
quali di sotto diremo, fussino fi- niti. Dal principio di maggio insino a
novembre in giorno di lavorare, acciocché i cittadini per le faccende rusticane
potessero le ville frequentare. Giudico anco- ra che sia da cercare ogni via.
per la quale i giovani^ come i vecchi, tengano gravità nel luogo dove i! detto
consiglio si raduna. I Venizlani fanno sedere in alcuni luoghi eminenti i capi
de'dieci e gli avvocatoli ed alcu- ni altri magistrati, acciocché la reverenza
loro freni la leggerezza glovenile : quando queslo modo [liacesse, lo potremo
ancora noi agevolmente imitare, disponendo alcuni de' primi magistrati ne' più
cospicui luoghi della sala. Polrebbesi ancora ordinaic che le panche fussino I
I 8 I>A REPUBBLICA FIORENTINITÀ. rlislinte secondo i gonfaloni, e che ogni
gonfalone se- desse nelle panche a quello atlrlbulle. Chi fusse di qualche
magistrato ornato, sedesse nel luogo a tal ma- gistrato deputato 5 chi fusse
solamente senatore, della qnal dignità diremo di sotto, sedesse nel suo
gonfalo- ne, e perchè ciascuno gonfalone sedesse ne"* luoghi più onorati
si potria ordinare che ciascun gonfalone se- desse nel primo luogo un tempo
determinato, e sedes- se poi nell'ultimo e 1" altro succedesse, e così di
mano in mano, tanto che ciascuno fusse partecipe di tale o- nore. Seguiterebbe
di questo ordine che i giovani sa- rebbono forzati ad esser gravi, sedendo
appresso ai pa- dri loro e gli altri vecchi che fossero in ugni gonfalo- ne. I
giovani tosto che arrivano a venticinque anni, deono cominciare ad andare al
consiglio, acciocché presto comincino a gustare la dolcezza della repubbli- ca,
la quale se assaggiano nella tenera età, non la pos- sono dimenticare, e nel
difenderla sono poi più feroci ed ardenti, siccome vediamo essere stati quelli
che neir assedio non perdonarono a fatica né a pericolo, per difendere e
mantenere la libertà. Il che non a\reb- bono mai fatto, se si fussero
assuefatti a vivere sotto il giogo della tirannide, prima che gustassero quanto
sia dolce il vivere civile, siccome era avvenuto a quel- li vecchi che nel
^.mdxii furono sì pigri nel difendere queir amministrazione. I Veneziani,
acciocché i giova- ni comincino presto a trattare le faccende pubbliche, hanno
certa legge per la quale ogni anno danno facol- tà a certo numero di quelli che
sono da venti a ven- ticinque anni di poter andare al consiglio, laonde chi
volesse imitare i Veneziani, potrebbe ordinare che ogni LIBRO TERZO. I I 9 anno
i giovani che fussero da venti a venticinque an- ni, andassero lutti a partito
in consiglio grande, e quel- li che vincessero il parlilo polcss'^ro tulli poi
andare al consiglio. Questo ordine senza dubbio saria utilissi- mo alla città,
jìcrchè i giovani cominciando presto a trattare coso pubbliche, eleverebbero
gli animi loro e gli volgcrcbbono a pensieri gravi, e, quello che è bel-
lissimo in una repubblica, si sforzerebbero d'esser pri- ma vecchi che giovani
5 talché i nostri savii non ardi- rebbono dire, che un giovane di trenta anni
fusse an- cora fanciullo. E perchè io ho narrato tutto quello che mi ì' occorso
d' intorno al consiglio grande, segui- terò al presente cjuello che a dire mi
resla. Capitolo VI. Del senato. Il senato, siccome gli altri magistrati, debba
esser creato nel consiglio grande : il numero di esso giudico che non debba
passar cento uomini. Nella elezione dei quali non mi pare che sia da attendere
la divisione de' quartieri 5 e giudico che sia al lutto da spegnere quella
distinzione che è nella città nostra della mag- giore e minore, perchè io non
veggio che ella sia ca- gione di bene alcuno, anzi fa lutto il contrario, con-
slringendo il consiglio a dare molte volle i magistrati a chi non li merita, e
lasciare indietro chi li merita. E chi è d' opinione che tal distinzione non si
debba spegnere, s' egli è della maggiore, ha questo parere? perchè la superbia
sua sdegna quelli che li paiono con- stituiti in minor grado ch'egli non è -,
s" egli è della 120 LA REPUBBLICA. FIORENTINA. minore, non è altro di
questa sua sentenza cagione, se non ambizione e viltà, perchè essendo
desideroso dei magistrati, e giudicandosi uomo da non 11 potere olle- nere,
vuole che il consiglio sia costretto a darli a lui che non gli merita, come a
quelli che li meritano e sono utili alla repubblica. Oltre a questo, tal
distinzio- ne genera nella città inequalità coutr' all' intenzione di ogni bene
ordinata repubblica, la quale vuole che li cittadini sieno eguali quanto
possono, per poter ella poi esaltare co"* suoi onori e dignità qualunque
col bene operare se ne rende degno. Chi fusse creato senatore, credo fusse bene
che passasse il quarantesimo anno dell'età sua, ed avesse amministrato qualche
magistra- to cosi di quelli di fuora, come di quelli di dentro, per- chè avendo
a deliberare le cose appartenenti allo stato di tutta la città, bisogna che sia
ornato di grandissima prudenza, la qual virtù si vuole, frequentando l'azio-
ni, acquistare. L' ofticio di questo senato è deliberare le cose che appari
engono alla pace ed alla guerra, ap- provare e reprovare le leggi e provvisioni
che di nuo- vo s'introducessero, nel modo che di sotto si dirà. E- legga ancora
i commlssarii e gli ambasciatori in questo modo. Per ciascuno di loro sieno
tratti dieci nomina- tori, e i nominati da loro, poiché saranno pubblicali,
vadano a partito, e chi ara più suffragi dalla metà in su, s' intenda avere
ottenuto tal dignità j ed è da ordi- nare, che ciascuno nominatore non possa
nominare più che una volta, perchè essendo sempre da' primi nomi- natori
nominati i più degni di quell' onore che se li debbe dare, quelli, che nominano
poi, trovando presi i più onorati; soa costretti nominare uomini che an- LIBRO
TEUZO. 1 2 t riandò poi a partito, tolgono reputazione al niagislralo od a
quelli che da' primi nominatori, come degni di tale onore, furono nominali, e
perciò basta, che cia- scuno nominatore nomini una sol rolla, e ritorni a se-
dere. Quanto al tempo che debba durare questa di- gnità , i Veneziani fanno il
lor senato ogn" anno : i liomanijSecondochè scrive Tito Livio ed altri
scrittori, rifacevano ancor essi il lor sonalo, ed era eletto di i censori ^ e
perchè per P istorie si comprendo che alcuni cittadini grandi sempre erano
senalori, si può con- ghietturare, che i censori potessero rifare i medesimi:
talché chi era senatore Fanno precedente, potesse anco essere l'anno seguente,
e questa consueludine mi pare da seguiUire. Sia adunque creato il senato nel
con- siglio grande, nel modo che gli altri magistrali, e duri tal dignità un
anno, e possa il consiglio nel creare i successori rifar sempre i medesimi, e
siccome i Roma- ni eleggevano quello che chiamavano principe del se- nato, così
il senato nostro elegga egli quattro proposti, mandando a partito tulli i
senatori, e quei quattro che hanno più suffragi dalla metà in su, rimanessero
in tal dignità j le azioni di questi proposti diremo nel suo luogo. Oltre al
predetto numero de'cento senatori, debbano convenire in questo senato il
gonfaloniere ed i signo- ri, li procuratori e li dieci, i quali lutti rendano
il par- tito. I collegi e capitani della milizia, de"' quali diremo di
sotto, saria bene che potessero venire in senato ad udire le lettere che
scrivono gli ambasciatori e com- missari, ed avendosi a deliberare o trattare
cosa alcu- na, lette che fussero le lettere, si partissero. E saria G ialino
Iti. S 122 Là. REPUBBLICA FIORENTINA. bene terminare i tempi ne' quali si dovesse
radunare detto senato per la medesima cagione che dicemmo di sopra nel radunare
il consiglio grande, e vorrebbe es- sere il tempo frequente, cioè ogni terzo o
quai to gior- no, e se non per altro, almeno per leggere le lettere che dall'
uno giorno all' altro fussero ^ enute, accioc- ché essendo quelle multiplicate,
non s'avesse poi in un giorno solo a consumare tutto il tempo in leggere let-
tere, ed anco le faccende meglio si posseggono, quan- do a poco a poco se n'
acquista notizia. Questo è in somma tutto quello che mi è parso dire del
senato. Seguita ora che trattiamo del collegio. Capitolo VII. Del collegio. Il
collegio, come di sopra è detto, è il terzo mem- bro principale della nostra
repubblica, ed è quello che quando sia ben ordinato, ripara a molti de'
sopraddet- ti inconvenienti, siccome di sotto sarà manifesto. In questo
collegio debbe convenire il principe con tutti li procuratori, ed il primo
proposto del senato, e sia il primo luogo, dopo il gonfaloniere, de' signori,
il se- condo de' procuratori, il terzo de' dieci, il quarto del proposto 5 ma
prima che diciamo in che modo si deb- ba procedere nelle faccende pubbliche,
ragioneremo alquanto di tutti questi magistrali, e prima de' signori li quali
vorrei che fussero non signori, ma priori chia- mati, per trarre dalla
repubblica nostra quel nome di signore opposito alla libertà, e solamente tutto
il ma- gistrato insieme fusse chiamato signoria. LIBRO TERZO. 12Ò Capitolo
Vili. De' signori. Noi mostrammo di sopra di quanti inconvenienti era cagione
la signoria ordinata nel modo com'era, e quan- to fusse tirannica e violenta la
sua autorità, e da non sopportare in alcuna libera città, massimamente essen-
do stata causa che la città di Firenze è venuta in mano del tirannico governo
de' Medici. Volendo al presente dimostrare in che modo tali errori e pericoli
si possa- no correggere, dico che il miglior modo che si potes- se trovare,
saria estinguere interamente questo magi- strato, perch'io non so per qual
cagione si debbe man- tenere in una repubblica un magistrato che mai non ha
fatto b;*ne alcuno alla città, ed è a quella in ogni sua parte disutile, ne ad
altro serve che a sfogar P ambi- zione degli uomini, e molto più de' bassi, che
de' gran- di, a' quali par loro bella cosa star nel palagio due mesi con
quell'onore e reputazione che stavano, tenendo vitaf da signori 5 senza che V è
cosa mollo assurda, che fili è signore, proponga alla cura universale della
cit- tà, come sono le faccende dello stato, magistrati parti- colari, ed a sé
riserbi tutte l'altre privale azioni. Oue- i^!o faceva la signoria di Firenze,
la quale dava la cura dello stalo ai dieci, ed a sé riservava la spedizione
delle cause private, il che non si trova osservato ne da re- pubblica, ne da
principe alcuno. Per tutte queste ra- gioni resolulamenle affermo, che tal
magistrato saria da levar via, ed in cambio di esso, si potrebbe rrcare con-
siglieri, li quali col gonfaloniere facessero l'oftìzio che 124 ^^ REPLBBLICA
FIORE>TI»A. fanno i dieci, o si potrebbe finalmente tal cosa in ma- niera
ordinare, che molto meglio sariano governate le faccende che insino a qui non
sono stale. Ma perchè noi ci vogliamo accomodare a* modi passali, perciò dico
che volendo creare i signori, secondochè s' usava, al- meno si provvegga che
tal magistrato venga in perso- ne qualificale. Bisogna adunque levar via quella
legge, per la quale chi non ha avuto il padre, o almeno lo avolo de' tre
maggiori, perde, siccome noi diciamo, il benefizio. Questa legge constringe
quasi gli uomini a dare il magistrato a ciascuno, senza considerare, se egli lo
merita o non merita, parendogli che sebbene non è fatto torto ad alcuno, se non
è vinto, quando va a partito, per non essere uomo che meriti quella digni- tà,
si faccia ingiuria ai descendenli suoi, i quali per non avere avuto il padre o
T avolo de' tre maggiori, po- trebbono perdere il benefìzio, la qual cosa è
disutile alla repubblica. Perchè nella creazione de' magistrali si debbe
considerare le qualità di queUi che sono, non di quelli che hanno a essere. E
adunque da spegnere la sopraddetta legge, per levare tal rispetto delle menti
degli uomini. Olire a questo debbesi eleggere tal ma- gistrato per le più fave
nere, vinto il partito per la metà ed una più, siccome noi di sopra dicemmo
degli altri magistrati. Debbesi ancora il tempo del divieto suo abbreviare, ed
a questo modo verrà in persona di qua- lità notabile. Appresso mi pare che sia
da allungarli il tempo, e farlo annuo, come io vorrei che fussero tul- li gli
altri magistrali, siccome usavano anticamente i Romani, ed oggi usano i
Yeneziaui, senza che i rettori di fuori stanno ne' loro reggimenti sedici mesi.
Lauto- LIBRO TERZO. 1 -J 5 lilà delle sei fave nere' senza diihbio si debbe
estin- guere, per le ragioni delle di sopra nel preredenle 11- bro, e non vorrei
che tal magistrato avesse alcuna li- bera autorità, se non in alcune cose, che
non aspettano tempo, e non hanno bisogno d'altra consullazujnej co- me saria
mettere in possessione, concedere privilegli a forestieri, a cittadini o a
qualunque altro si sia, onorare signori che venissero nella città, e finalmente
vorrei che avessero libera autorità nel proibire le violenze chetai volta dagli
uomini insolenti son falle, rimetten- do ciascuno a' magistrali e giudici
ordinarli. Egli av- viene spesso che i suildili vogliono ottenere qualche
grazia, come sono fiere libere, alleggerimento di fjual- che gravezza e simili
cose, e ricorrono alla signoria, la autorità della quale vorrei che fusse
libera in tulle quelle cose che rlsguardano il tempo presente, ma do- ve s'avesse
avere considerazione del tempo futuro, non fusse libera la sua autorità, ma si
dovesse procedere sjcondochè richiedesse la natura della cosa, come saria (
poniamo ) se alcuni sudditi volessero o mutare o far nuovi si aluti, deono
essere rimessi a questo magistra- to che è proposto a regolare il contado della
città ; se volessero allenare o far nuove convenzioni, debbe la signoria
procedere nel modo che nell'altre provvi- sioni si osservasse, ed in somma a me
basterebbe che la signoria non avesse libera autorità in cose, che ri-
guardassero lo stato universale della città, o di privato alcuno, per le
cagioni sopraddette, e le altre faccende I •articolari della repubblica bisogna
rhesieno in modo ilistribulle e regolate cho ciascuno sa[)pla ove egli ab- bia
a ricorrere. La stanza che facevano i signori nel 126 I.A RF.PUtBI.lCA
FIORENTINA. palagio, non aveva in se cosa alcuna che recasse alla repubblica
onore e utilità, anzi facevano 1' opposito, perch'^ avendo la signoria
quell'autorità che aveva, ed abitando tutta nel palazzo, sempre poteva essere
op- pressa da chi voleva farsi padrone della città, o alterare lo stato
presente, siccome avvenne nel mdxii. poiché Giovambatista Ridolfi fu creato
gonfaloniere per un anno, il quale colla signoria fu costretto far quello che
voleva chi volle alterare quella nuova amministrazio- ne. Ondechè se i signori
non fussero stati nel palagio, ma nelle private case loro, vi avriano avuto i
Medici maggiori difficoltà nell' opprimere la signoria, che non ebbero, perchè
sariano andati con maggiore rispetto a far prigioni i signori nelle case loro,
che nel palazzo, perchè facendoli prigioni nel palazzo pubblico, non pa- re che
si faccia ingiuria se non alla repubblica, ma sforzandoli nelle case loro, ne
restano, oltre alla repub- blica, offese le persone e le famiglie private, e
queste sono quelle ingiurie che molto più che le pubbliche fanno gli uomini
risentire. Oltre questo, stando i signo- ri nel palazzo, e tenendo quel medemo
grado, che il gonfaloniere, fanno apparire nella repubblica certa dis- formità
ed incoiivenienza, per la quale l'amministra- zione di quella pare che manchi
di quell'onore e quel- la regola, che si ricerca nelle azioni pubbliche. Per le
quali cagioni giudico che i signori debbano abitare alle case loro, e radunarsi
ogni giorno col gonfaloniere nel palazzo pubblico ; e saria bene che portassero
vesti più onorale degli altri, e quando accompagnano il prin- cipe lutti
fussero vestiti di drappo. E perchè potessero far queste spese, saria bene dare
a ciascuno di loro LIBRO TERZO. 12J quel 'salarlo che fusse conveniente, ed
oltre a questo nell'entrata del magistrato donare a ciascuno tanto panno
coloratOj che si facesse una bella veste, e quella nortare privatamente, ne
fusse tenuto alcuno scoprire il capo per onorargli, se non quando accompagnano
il principe nelle pubbliche cerimonie. E sarla bene che si radunassero in tempi
determinati col principe per dare udienza a chi avesse bisogno ne' casi
sopraddetti^ e fuori di questi tempi tutti si radunassero col princi- pe in
collegio. Noi diremo di sotto le loro azioni in detto collegio 5 seguita ora
che trattiamo de' procura- tori . Capitolo IX. De' procuratori. Noi dicemmo ^i
sopra, che a voler bene ordinare questa nostra repubblica bisognava trovare
modo di soddisfare a chi desidera la liberi;!, a chi appetiva o- nore e a chi
era desideroso di grandezza. Per il gran consiglio si soddisfa a quelli che
desiderano libertìi, il senato soddisfa a chi ap[)etisce onore, il principe a
rhi aspira il principato j ma perchè il principato non cape se non uno, e molti
sono desiderosi di grandez- za, e sono sempre i più savii e valenti della città
5 per- ciò è da ordinare di sorte la repubblica, che questi così fatti
cittadini non restino malcontenti, rimanendo disonorali, ed anco la citta si
vaglia del continuo della prudenza loro. E adunque da creare un magistrato di
dodici uomini, li quali sempre si radunino col princi- pe, e signori, e dieci,
e perchè sieno onoralissimi, è da laS LA REPLBBLICA FlUREiNTIiTA. dar loro
questo onore meotre vivono, e l' azioni loro sieno le più importanti che si
(rallino nella ciltìi, cioè consigliare la repubblica nelP introdurre delle
leggi, la qual cura sia loro come [«ropria e principale allribui- ta, e nella
ileliberazione della pace e guerra nel modo che di sotto si dirà. E vorrei che
lutti questi pro- curatori precedessero lutti gli altri magislrati dai signo-
ri infuori, e si menassero dietro un servidore, ed an- dassero ornati di veste
cospicue 5 e perchè ciò potes- sero fare, fusse dato loro un salario di cento
fiorini di oro, e vorrei che questi fusseroin vece de'dodici buon- uomini, e si
chiamassero i procuratori di Marzocco, quando non piacesse il oome antico de'
buonuomini 3 non vorrei che patissero divieto da magistrato alcuno cosi dentro,
come fuori, ma non ne potesse mai essere occupali fuori più che sei, acciocohè
la metà fusse deti- tro nella città : non potesse già alcyio di loro essere uè
senatore, ne de** dieci, perchè entrando nel senato e radunandosi co** dieci e
signori in collegio, verreb- bono sempre ad avere queste dignità, senza
ch'altri- menti fussero date loro. Questo magi^trato senza dub- bio saria
onoratissimo per le cagioni dette di sopra, ed abbracciando buon numero di
cittadini, verrebbe a contentare tutti quelli che in una città possono merita-
mente desiderare grandezza, e la repubblica verrebbe ad avere i più grandi suoi
cittadini onorali e cospicui, e trovandosi essi del continuo a consigliare la
città nelle faccende dello stato, verrebbono a,d essere go- vernale con
prudenza e reputazione, di che altro mai alla città potrebbe seguire che
grandezza e tranquillità. I.IBRO TliKZO. 129 Capitolo X. De' dieci. Del
maglslralo de' dieci altro non bisogna dire, se non che aiitlcamenle fu trovalo
per supplire a' diletti della signoria, la quale perchè veniva in persone che
per prudenza, o per altra qualità non erano reputate atte a governare cose di
stato , fu provveduto che ogni volta che s' aveva a far guerra, si creasse tal
ma- gistrato. Quando adunque la signoria venisse in per- sone di qualità, si
potria fare senz'essojma perchè que- sto può essere e non essere, perù è da
crearlo in ogni modo, ma non è già da darli quella autorità che ave- va, la
quale di sopra abbiamo dimostrato che era tiran- nica e violente 5 ma in che
modo e con che autorità abbia a procedere nelle sue azioni, diremo nel seguen-
te ca[»itolo, dove tratteremo delle azioni e modo del procedere del collegio.
Capitolo XI. In che modo si abbiano a trattare le azioni pubbliclie in
collegio. Noi abbiamo trattato de' principali membri che con- vengono in
collegio, cioè de' signori , procuratori e dieci ; del principe e del proposto
del senato non ab- biamo detto cosa alcuna, perchè essendo 1' onore del- l' uno
su[)eriore a tutti gli altri, e terminando in esso la repubblica, vogliamo di
quello separatamente par- lare, e nel luogo a lui conveniente. DclT altro, cioè
del 1 5o LA. REPUBBLICA FIORENTINA. proposto del senato, non occorre altro
dire, se non che egli riebbe convenire in collegio, solo per essere pre- sente
a tutte r azioni di quello per le cagioni che ap- presso diremo. Resta ora che
diciamo in che modo il rollegio debbe procedere nel trattare V azioni pubbli-
che, e questa è quella parte la quale ben ordinata pon regola e ordine a tutta
la repubblica, e ripara a tutti i più importanti inconvenienti che di sopra
narrammo. Io ho sentito più volte dire a- più gran savii della città che a
voler correggere il governo che si osservava al tempo di Pier Soderini.
bisognava creare un senato a vita, e far anco certo numero di procuratori a
vita, per le quali dignità si venissero a contentare quelli che erano
malcontenti per non ottenere quella digni- tà che si persuadevano meritare, e
pareva loro che fatte queste due cose, la repubblica fusse corretta. Né consideravano
che se non si trovava altra autori- tà ed altro modo di procedere nel senato,
che quello che si osservava negli ottanta, non poteva succedere dalla creazione
di tal senato altro bene che quello che produceva 1' ordine degli ottanta. E
per fare i procu- ratori, se non si variava 1' ordine e modo del proce- 'T1NA.
prima fussero pubblicali, perchè chi rende li partito su- bito si dirizzerebbe
a chi egli volesse che fusse gonfa- loniere, e lui solo vincerebbe, ed agli
altri non rende- rebbe il partito. Così fatto è il modo del creare il gon-
faloniere, e mi pare migliore che quello che tengono! Veneziani nel creare il
doge, nell'elezione del quale, perchè si riduce a poco numero, mi pare che
possa es- sere corruzione, il che non può avvenire nella nostra elezione,
essendo fatta da tanto numero di cittadini 5 e, siccome di sopra fu detto,
giudico che tale onore deb- bo essere perpetuo. Io so che molti savii della
nostra città sono di contraria opinione, li quali dicono che il gonfaloniere
non debbe essere perpetuo: prima, per- chè chi otterrà tal onore, facilmente
potrà acquistare maggiore autorità, che non patisce una città libera 5 se-
condariamente, perchè la perpetuità di tanto onore fa che molti divengono
nemici alla repubblica, siccome avvenne al tempo di Piero Soderini. Dicono
costoro che molti divennero alla repubblica nemici, perchè es- sendo quella
dignità da un solo occupata, quelli che la desideravano, non la potendo
ottenere, alienarono l'a- nimo da lei. A queste due cose si può agevolmente ri-
spondere, e prima, che se la repubblica sarà mal ordi- nata, siccome noi
dimostrammo che era ne' due go- verni passati, e innanzi che Cosimo si facesse
grande, non solamente chi sarà principe perpetuo, ma qualun- que altro che ciò
appetisca, potrà acquistare maggiore autorità, che non è in una libera città,
la qual cosa po- tettero fare ne' due governi passali molti particolari
cittadini, siccome noi dimostrammo, e ne' tempi antichi il male ordine della
repubblica fu cagione che Cosimo LIBRO TERZO. 13tJ si fece tiranno. Ma se la
repubblica sarà bene ordina- la, siccome noi moslrainnio che è la nostra, \vì
chi sa- rà principe, ne altro privato potrà mai accjuistare al- cuna tirannica
autorilà, siccome in Viiiezia non fumai akim doge che si facesse tiranno^, e
Marino Faleri che lento cotale impresa, fu oppresso e punito nel mezzo del
condurre ad effetto i suoi pensieri. Appresso li Spartani ancora ninno decloro
re si fece mai tiranno, e Pausania, il quale siccome Marino Faleri in Vine- zia
volle far tal cosa, perde insieme il principato e la vita. Alla seconda
ris[)ondendo, dico che 1' ordine del farei! gonfaloniere a vita, o egli è utile
alla città, o non è utile: se non è utile, senza dubbio non si dcbbe in-
trodurre o faccia o non faccia i cittadini grandi nemi- ci della repubblica; ma
se egli è utile, ancorché sia ca- gione che molti divengano nemici alla
repubblica, si debba nondimeno introdurre e cercare di riparare per altre vie a
quello inconveniente, siccome noi mostre- remo che abbiamo fatto nella nostra
repubblica : che r ordine di fare il gonfaloniere a vita fosse buono, è
manifesto a chi considera in che modo fu governata la repubblica dal
mcccclxxxxiv al MDii,cd in che modo ella fosse retta dopo il mdii fino al
mdxii: in quel pri- mo tempo visse la nostra città inquieta, piena di con-
fusione, piena di disordini, non era alcuno che tenes- se cura del ben
pubblico, ciascuno aveva volto l' ani- mo all' ambizione ed all'arricchire,
onde la repubbli- ca ne diveniva povera e disonorata 5 ma dopo il mdh, per la
bontà di quell'ordine nuovo, vedemmo la città sempre andar prosperando, talchò
in capo di x anni si trovò sgravata di tutti i debili fatti, trovossi libera
dalla l4o LA REPUBBLICA FIORENTINA* guerra di Pisa, e provveduta d' armi, ed
era venuta la tanta reputazione, che i primi re cristiani e papa Giu- lio ne
tenevano conio, e P onoravano colle loro am- bascerie, la quale utilità non
nacque da altro che dal- l'* essere divenuto il gonfaloniere perpetuo. Debbesi
adunque introdurre tale ordine, essendo tanto utile alla città, e trovare le
cagioni che generano ne' citta- dini quelle male contentezze, ed a quelle per
altre vie riparare, siccome abbiamo fatto noi nella nostra ordi- nazione, come
di sotto sarà manifesto 5 oltre a questo, tutte quelle ordinazioni che portano
maggiore tran- quillità alla città, si deono reputare migliori, perchè gli
uomini non per altra cagione convennero insieme, se non perchè vivendo dagli
altri separati, erano oppres- si da tante difficoltà, che non potevano mai
sentire nella vita loro né quiete, né tranquillità alcuna. Con- gregaronsi
adunque insieme, e porgendosi aiuto T u- no all'altro, cominciarono a vivere
più tranquilla- mente, e tutte le leggi poi nella città ordinale, non ad altro
fine sono indirilte. se non che ciascuno, ottenen- do cjuello che è suo, meni
la vita sua pacifica e quie- ta. Se noi ora consideriamo tutte le i^pubbliche
d' I- talia de' tempi nostri, troveremo quelle che hanno il principe perpetuo,
siccome è la veneziana, vivere quietissimamente, ed essere durate lungo tempo,
e tutte 1' altre essere piene d' intrinseche alterazioni, e molto spesso
variare, siccome è sfata la Genovese, Luc- chese, Sanese e Fiorentina. Ne'
tempi antichi li Spar- tani in Grecia vissero lungo tempo colle medesime leggi
e senza alterazione alcuna, e saria ancora mollo più durala, se dalle forze d'
Alessandro Magno non LIBRO TERZO. l4l fusse stala coperta ; da altro canto gli
Ateniesi ne' me- tlesimi tempi vivevano in continui travagli, la repub- blica
romana, mentre visse sotto li re, non sentì mai alterazione alcuna, e fece
sotto quel governo tanto ac- quisto, che potette poi dominare tutta Italia, e
final- mente lutto il mondo 5 ma tosto che la regia potestà fu levata via,
s'empiè quella repubblica d'alterazioni e tumulti, perchè i cittadini
cominciarono a divenire ambiziosi per l'appetito del consolato, talché per ot-
tenerlo non si curavano di trapassare la giustizia e la onestà, e di più
nacquero le largizioni, e molle altre cose che facevano quelli cittadini per
corrompere i suf- fraga, e finalmente la contesa fra il popolo e il senato, la
quale ridusse all' ultimo la città sotto il giogo della tirannide ; laonde se
quelli che riformarono la repub- blica dopo la cacciata de' Tarquinil, non
avessero le- valo via l' ordine del fare il principe a vita, ma ve- dendo che
l' ordine era buono, avessero provveduto di sorte che non potesse divenir
cattivo, il che sareb- be venuto fatto se avessero regolato la creazione del
re, ordinato consigli e magistrati, li quali col re go- vernassero la
repubblica e fuori e dentro, e colligato in modo i membri principali, che 1'
uno avesse depen- denza dall' altro, e non ogni cosa dependente dal re, saria
stata in tjuella repubblica tanta tranquillità e quie- te, quanta si possa
immaginare; e perchè ella venne in lauta grandezza che non poteva temere forza
alcuna estrinseca , senza dubbio sarebbe stata immortale e sempiterna. Non
fecero già cosi i Viuiziani, la repub- blica de' quali in quel tempo che ella
si potette chia- mare repubblica, cominciò con questo ordine del priii- 9' l4a
I>A. REPUBBLICA. FIOREIfTIXA. cipe perpetuo, il quale governava ogni cosa,
siccome i le la repubblica romana. Ma essi a poco a poco, quan- do con una
legge e quando con un' altra, ora aggiun- gendo una cosa ed ora un' altra, P
hanno ridotta a tal perfezione, che adito alcuno non si vede alla rovina di
quella j e quantunque eglino abbiano avuto alcuni do- gi insolenti e tirannici,
furono sì prudenti, che potet- tero conoscere che non V ordine era cagione
della loro insolenza, ma la qualità delle persone nelle quali tal dignità era
caduta, e perciò non vollero levar via la perpetuila del principe, ma
provvedere di sorte che egli non potesse divenire insolente, e ne' tea)pi
nostri non muore mai doge alcuno, che non aggiùngano qual- che cosa che
appartenga al mantenimento di quella amministrazione. Ma tornando al proposilo
nostro, la città nostra ancora può dare manifesto testimonio della tranquillità
che hanno le amministrazioni nelle quali è il principe perpetuo, e della inquietudine
che patiscono quelle che di tal ordine mancano. Il che è manifesto a chi fli
comparazione tra quelli tempi nei quali ella ebbe il principe perpetuo, e tra
quelli nei quali ella si governò facendo il gonfaloniere per due mesi, o per un
anno, e perchè questo ultimo tempo è più fresco nella memoria degli uomini,
ritorni a cia- scuno nella mente quanto travaglio e divisione messe nella città
V ambizione di pochissimi cittadini, li qua- li per ottenere essi quella
dignità che aveva Nicolò Capponi, fecero ogni cosa per rovinare la città, lad-
dove se Nicolò Capponi fusse stato gonfaloniere a vita erano costretti quelli
suoi avvcrsarii a posare T animo A edeudo che bisognava aspettare la morte sua
a salire LIBRO TERZO. l45 a quel grado, e le calunnie colle quali gli
toglievano la reputazione nelP universale, non averebbero avuto luo- go, laiche
tutta quella amministrazione saria stala mcn travagliosa, né aria patito altre
alterazioni, the quelle fhe fusscro di fuori venule^ appresso, tulle quelle
cit- tà, dove la suprema dignità è perpetua, si son sempre governate con
maggiore uniformila e minore varietà che Tallre, siccome per gli esem[)i
antichi e moder- ni si può vedere, e molto meglio nella nostra repub- lilica,
che in alcuna altra, perchè in quelli tempi nei (junli il gonfaloniere si
faceva per due mesi, ogni vol- ta che si mutava il gonfaloniere, nasceva certa
varietà ni.'lla repubblica, delia quale era cagione la disformità degli animi
degli uomini, e massimamente dei grandi, i (|uali, se non [)er altro accidente,
per parere almeno inventori di nuovi ordini, sempre procedono diversa- mente da
quelli che sono preceduti. In questo ultimo governo fu gran varietà ne' modi
che furono osserva- ti da Nicolò Capponi, Francesco Carducci e Raffael- lo
(jiirolaml- laiche si può affermare che colla muta- zione di cjueste persone
nascesse anco varietà nella re- pubblica. Ma al tempo di Pier Soderlni tutto
quel tempo che durò «jucIP amministrazione, non senti mai la città variazione
alcuna, ma fu sempre governata e retta con grande uniformità e conlinuazione,
la qual co- sa nascendo dair ordine del gonfaloniere perpetuo, sen- za dubbio è
da introdurlo nella nostra città, e massi- mamente perchè dalla per[)etullà del
j>rincipe st'guila ancora un^illra utilità la quale è che giudicando i
citta- dini non si avere a dare tanto onore, se non ad uomini d'eccelse virtù,
si preparano con maggiore industria e l44 I-^ REPUEBLICA FIORENTINA.
sollecitudine 5 onde nasce che gli uomini divengono più virtuosi. Per quello
adunque che abbiamo discorso, assai è manifesto che il principe debbe esser
perpe- tuo. Quanto all'autorità dico, che non debbe avere maggiore autorità,
che s' abbia uno de' signori, della quale avendo di sopra ragionato, non
occorre più al- tro replicare. Basta solamente sapere che quanto al- l'
autorità, non si debbe di lui fare maggiore stima, che d' uno de' signori 5
debbe bene essere onoratissi- mo sopra tutti gli altri, e chi sarà ornato di
tal grado, lo debbe tenere con grandissima pompa e magnificen- za, la quale apparirà
ancora maggiore, abitando i si- gnori alle case loro, li quali venendo ogni
giorno o- noratamente al palagio, faranno apparire nella città maggiore
grandezza, la qual cosa è necessaria a tutti gli stati che tengono imperio. Il
principe adunque, del quale tanto abbiamo parlato, è il quarto ed ultimo membro
della nostra repubblica, il quale sta in luogo eminente, come la punta d' una
piramide, ed è non altrimenti che uno speculatore, il quale vigila sempre per
la guardia della repubblica, e trovandosi in col- legio, in senato, in
consiglio grande, è cagione che le faccende procedano ordinatamente, essendo
sollecito dell' onore ed utile della repubblica più che alcun al- tro, fa che
le cose sono anco amministrate con quella dignità e prestezza che si conviene,
ed essendo legato da ogni parte dalla ordinazione della repubblica, è co-
stretto ad esser buono, ed essendo buono è forza che non produca se non buoni
effetti, e che gli altri ancora divengano buoni j talché in una repubblica cosi
ordi- nata, non si può vedere se non esempli di vlrlìi e ìAìiliO TERZO. l/jf)
bontà. Ed avendo dello lutto quello che appartiene alll quattro membri
principali, de' quali è composta la nostra repubblica^ ed avendo regolalo Ire
azioni prin- cipali, cioè la creazione de' magistrati, la deliberazione della
pace e guerra, e la introduzione delle leggi e provvisioni, resta che regoliamo
la quarta, cioè le pro- vocazioni, delle quali lutto quello che ci cadeià nel-
r animo di dire nel seguente capitolo sarà da noi nar- rato. Capitolo XIII.
Della quarantìa. Tulli quelli che con prudenza hanno ordinato re- pubbliche,
considerando quanto sia grande la malva- gità degli uomini, i quali rade volte
fanno bene, se non quando non possono far male, perchè i magistrati sieno
coslrelli ad essere nelle loro sentenze giusti, hanno po- sto freno alla loro
autorità, ordinando che dalle loro sentenze si possa provocare ad una superiore
potestà. Ma è da notare che questo atto dell'ascoltare le pro- vocazioni, pare
che sia proprietà di quello che e si- gnore dello stato e della città: ma
perchè chi è signore, o egli non vuole, o egli non può se non con dillìcoltà
tal cosa eseguire, perciò vediamo tale oHìzlo essere at- tribuito ad un altro
giudizio dagli altri separato. Laon- de [)crchè in Francia il re non ^ uole, ed
anco con dif- ficoltà potria occuparsi in tal faccenda, sono ordinati quattro
parlamenti, li quali odono e giudicano le pro- vocazioni di tulio il regno. In
Vinegia, perchè il con- siglio grande, che è signore di tutta la repubblica,
non 1^6 I,A REPUBBLICA FIORENTINA. può fare tale effetto, perchè bisogneria che
slesse tutto l'anno occupato In tal materia, il che savia impossibile rispetto
alle faccende private, sono ordinate tre qua- ranlie, ad una delle quali s'
appella in materia crimi- nale, all'altre due in materia civile. E perchè io
non trovo i più freschi esempi, nei migliori ordini civili, che questi
de'Viniziani, non si potendo massimamente aver piena notizia degli ordini
antichi, giudico che noi gli dobbiamo imitare, e perciò sia creato un giudizio
dì quaranta nel consiglio grande, nel modo che si crea- no gli altri
magistrali, ed a questo giudizio si debbe appellare da tutti i magistrali
erettori, in materia così criminale, come civile, e non bastando una quaranlia,
se ne potria ordinare due, e l'una si chiamasse crimi- nale e l'altra civile, e
durasse l'uffizio un anno, e cia- scuno che fosse di tal quarantia tirasse
certo salario. Li Viniziani danno a quelli che sono della quarantia ogni giorno
che ella si raduna, quarantadue soldi, cioè un terzo di ducato al modo loro, e
chi è della qua- rantia, e non si raduna in essa, è bene che non tiri il
salario detto, ed anco chi non arriva al principio ^ e però bisognerebbe
ordinare, ohe tosto che la quarantia è radunata per dare audienza, entrasse
dentro uno a chi tal cura fusse commessa, e desse a ciascuno il suo stipendio,
talché chi venisse dopo, perdesse quella uti- lità. Il modo del procedere in
tal materia, vorrei che fusse questo. Principalmente io vorrei che da tutti li
magistrali ordinarii, così dentro, come di fuori, si po- tesse appellare in
ogni materia, e chi appellasse fusse tenuto ricorrere a conservadori di legge,
li quali fus- sero sei e non dieci, ed a tutto il magistrato narrasse LIBRO
TERZO. 1 t\'J il torlo fattoli, e lo provasse in modo con scrii ture e
testimonianze, ed altre cose atte a far fede j che il ma- gistrato
determinasse, per partito vinto per li due terzi, tal causa doversi introdurre,
ed alcuno di loro fusse tenuto, o per sorte, o altrimenti ricevere tale introdu-
zione. Ricevuto che alcuno de' conservatori avesse la causa nel modo detto, n'
andasse in quarantia, e nar- rasse la causa semplicemente, e domandasse
l'introdu- zione. E la quarantia fusse tenuta per partito accettare tale
appellazione, e dal segretario di essa fusse notata l'introduzione ed il tempo
nel quale fu accettata, ac- ciocché le cause sieno ordinatamente agitate
secondo i tempi, e precedano quelle che sono prima introdotte. Introdotta che è
la causa, sia tenuto quel conservadore che ricevette l' introduzione, parlare
nella quarantia, e difendere la causa di colui che egli ha preso a difen- dere,
se egli non voglia da se stesso difendersi. Ma è da notare, che quello che
appella, di reo diviene at- tore. E se la lite è conlra un magistrato, sia
tenuto il magistrato difendere la sentenza sua per uno del ma- gistrato, o per
uno avvocato, se così esser meglio si giudicasse 5 se la lite è contro a
privato alcuno, egù ragionevolmente doverà difendersi, il che sia da lui
stipendiato 5 parlato adunque che averà il conservato- re per l'attore, e
l'avvocato per il reo, vada a partito nella quarantia, se la sentenza si debbe
dare, o se bi- sogni meglio rìudire le parti, ed il partito sia vinto per la
metà ed una più. Se s'ottiene che la sentenza si dia di nuovo, si ricolga il
partito, per il quale si dichia- ri, se la sentenza del magistrato dal quale
s'appella è giusta o ingiusta, e se ella si vince che ella sia giusta, l48 LA
REPUBBLICA FIORENTINA. colui contro a chi la fa data, abbia pazienza, ne più ne
possa parlare 5 se si ottiene che ella sia ingiusta, co- lui che 1' ebbe in
favore la viene ad avere perduta, ma può, se vuole, ritornare al giudice
primario, perchè la quarantia, quando taglia una sentenza data, dichia- ra che
l'è ingiusta, ma non già determina se è intuito o parte ingiusta, e però può, a
chi ella viene contra, ritornare ai giudice primario per ottenere quello che vi
era di giusto, ed il reo, che in questo secondo giu- dicio è attore, sempre che
egli pensa che dal primario giudice gli sia fatto torto, può appellare alla
quarantia 5 ma se non s' ottiene che la sentenza si dia di nuovo, parlino le
parti, e parlato che hanno, si seguili il me- desimo ordine, e se questa
seconda volta non s'ottiene che la sentenza si dia, si parli per le parti la
terza vol- ta, e parlato che hanno, diasi la sentenza nel modo detto, senza
mandare altrimenti a partito se ella sidee dare 5 e lutto quest'ordine si
osservi, quando le liti sono tra persone private, così in materia criminale,
co- me civile 5 ma quando la lite è tra un magistrato e una persona privata,
come saria se gli otto avessero con- dannato alcuno per qualche malefizio, ed
il reo appel- lasse, se la sentenza della quarantia viene contro il reo che in
questo secondo giudicio è diventato attore, bi- sogna che abbia pazienza,
perchè s'intende la sentenza del magistrato esser confermata ; s'ella viene
contra il magistrato, viene la sentenza sua a essere annullata. E perchè la
quarantia nel tagliare la sentenza d' alcuno magistrato, giudica quella essere
ingiusta, ma non di- chiara già se in tutto o parte è ingiusta, e perciò po-
Iria essere, che il reo che in questo secondo giudizio LIBRO TERZO. l^Q è
allore, meritasse qualche pena, ma non quella che era slata dal magistrato
determinala, vorrei che in qua- ranlia,lostochè ella ha tagliata la sentenza
del magistra- to, si mettesse un partito, per il quale si dichiarasse, se il
reo debba o non debba patire, e se vincesse che egli non dovesse patire, s'
intendesse il reo esser assoluto; se si ottenesse che egli meritasse punizione,
ciascuno, deUre proposti della quarantiajli quali, creala che ella è, deono
essere per sorte tratti, e deono tenere quel grado giorni ventisette, ed in
capo al tal tempo si deo- no trarre i successori, e di questi tre, il più
vecchio dee tenere il primo grado li primi nove giorni, e l'altro che succede
nell'eia, debbe succedere nelP onore: ciascuno adunque de'^delti proposti debbe
pronunzia- re la pena colla quale debbe essere il reo punito, e queste pene
deono andare a partito, quella che dalla metà in su avrà pia suffragi!, sia
quella che merita il reo, ed a lui bisogni stare paziente; e questo ordine è da
tenere, così nelle cause criminali come nelle civili. E non bastando una
quarantia, se ne potria, come è detto, creare due, e li conservatori li quali
vogliamo che sieno sei, per levare tanta confusione, si potranno dividere in
due parti, talché una parte di loro intro- mettesse le cause criminali alla
criminale, l'altra parte le cause civili alla civile, se fussero due, o alla
mede- sima se fusse una sola. Bisogneria determinare il tempo del parlare,
acciocché l'una parte e l'altra potesse dire le medesime ragioni sue ; li
Veneziani concedono una ora e mezzo di tempo a ciascuna parte, non includen- do
in queslo spazio quel tempo che si consuma in leg- ger scritture e produrre
testimonii, e però l'orinolo, I 5o LA REPUBBLICA FIORENTINA. quando si legge
scritture, si distende in piano, accioc- ché la polvere non caschi. Il medesimo
potremmo an- cora far noi, e provvedere in simil modo che ogni gindicio fusse
in due ore spedito, ed in quel più di tempo che si consuma, come delto è, in
leggere scrit- ture 5 e perchè i nostri cittadini son più malvagi che buoni, e
S3 non sono costretti, racle volte vogliono far bene, siccome si vede per l'
ingiustizie che facevano i magistrati nel governo passato, e perla severità di
quel- li che governano nel presente reggimento, i quali han- no prima
condannato uno, che V abbiano veduto in viso, e non per altra cagione se non
perchè e' veggono che così piace a chi comanda loro: e airamministrazio- ne
passata molle volle avveniva, che quando i magi- strati avevano a giudicare
alcuno, se egli era di quelli che fussero stali in qualunque grado nella
tirannide precedente, per parere di fare qualcosa in esaltazione di quel
governo, lo punivano eziandio quando non meritava punizione, ma se era della
fazione opposita? procedevano più adagio, e la punizione non era così
terribile. Perchè adunque i nostri cittadini son malva- gi ed ingiusti, e non
oprano mai bene, se non per forza siccome gli asini che non camminano se non
col ba- stone in sulle reni : quando i magistrati abbiano il so- praddetto
freno delle provocazioni , nel modo detto ordinale, rade volle avverrebbe che
detti magistrati giudicassero le cause che venissero loro innanzi, ve- nendo V
appello alle loro sentenze, perchè vogliono poter far male e bene, senza che
gli se n'abbia a rive- dere conto alcuno. Per questo credo che sia da im- porre
necessità a tutti i magistrati di giudicare le cause LIBRO TERZO. l5l che
venissero loro innanzi, intra certo tempo, e non le giudicando, s'intenda
ciascuno di quel magistrato esser caduto in certa pena, la qual fusse reputata
onesta, e saria da pendere piuttosto nel troppo che nel poco, e dopo detto
tempo ad ogni modo fusscro tenuti giudi- carle nel medesimo spazio, e non le
giudicando rica- de'ssero nella pena ordinata, e fussero di nuovo tenuti
giudicarle colle medesime condizioni j e così procedesse la cosa tanto, che le
cause fussero giudicate, ed in tal modo i cittadini, quando fussero nei
magistrati, saria- no costretti giudicar le cause che venissero loro innan- zi,
ed essendo costretti giudicare, forse si disporrebbero a giudicare di sorte,
che le sentenze loro sarebbero giu- ste. Io non voglio lasciar di dire, che
potria essere che i conservadori nell' ultimo del magistrato loro non avessero
spedito tutte le cause, la introduzione delle quali avessero presa. Quando
questo caso avvenisse, dico che i medesimi conservadori, ancora che abbia- no
lasciato il magistrato, debbano seguitare la loro spe- dizione non altrimenti
che arieno fatto se avessero continuato il magistrato. Questo modo si ordina
per più brevità e facilità dell' eseguire tali cause, le quali se i
conservadori nuovi avessero a spedire, arieno bi- sogno dell'intera
informazione d'esse, ed in ciò si per- derla tempo che non è utile a' litiganti
5 oltre a questo, quando si ordinasse che chi appella desse qualche pre- mio a
quel conservadore che introduce la causa, viene ad essere obbligato a seguitarla
tanto, che ella sia per- venuta al fine j e però è forza, che sebbene cessa il
ma- gistrato, non cessi per questo tal azione, anzi sia sua, e non del
successore. Egli è noto a ciascuno, che al 1 52 LA. REPUBBLICA FIORENTINA.
magistrato de'conservadoii venivano molte cause cri- minali e civili intere, le
quali bisogna regolare come abbiano a procedere. A me piacerebbe che si creasse
un altro magistrato che le giudicasse, e da quello come dagli altri si potesse
appellare alla quarantia : polreb- besi anco ordinare, che tali cause fussero
sottoposte al magistrato degli otto : e questo saria modo breve e facile, e non
occorreria raultiplicare magistrati. Cosi fatto è il modo del procedere nelle
appellazioni, dal quale ne seguirebbero tre utilità notabili: la prima, che
dando stipendio a tanti cittadini, molti verrebbono a trar frutto della
repubblica, e per conseguente ad es- serle più affezionati ^ la seconda, che i
magistrati sareb- bono giusti, e quando fussero ingiusti, le loro sentenze
sarebbono corrette. La terza, che essendo costretti i cittadini a parlare in
quarantia, gli uomini diverreb- bono eloquenti, il che è cosa molto magnifica
in una città. E perchè noi abbiamo detto sopra tal materia tutto quello che ci
occorre, seguitiamo ora di dire quello che ci occorre. Capitolo XIV. Del modo
del punire i delioquenu contro allo stato. Noi abbiamo trattato per insin qui
tutto quello che appartiene all' essenziale composizione della nostra re-
pubblica, perchè avendo regolato il modo del proce- dere nelle quattro
sopraddette azioni principali, non resta altro a considerare, se non alcune
cose partico- lari, delle quali al presente tratteremo con tutto quel- lo che
ci occorrerà, pigliando il principio dal modo del LIBRO TERZO. li)0 punire i
delinquenti contro allo stato, i quali nel go- "verno passato erano puniti
da quella quarantia che allora s' usava, la quale mi pareva che più di danno,
che d'utile alla repubblica partorisse : prima, perchè i peccati di molti di
quei che eran puniti innanzi al- l' assedio non erano tanto gravi che quando
fussero rimasti impuniti ne fusse però molto danno seguitato,- siccome fu la
causa di Carlo Cocchi e di Ficino, li quali per aver detto pochissime parole
contra Io slato furono privati della vita. E se alcuno dicesse, che il parlare
contra lo stato è peccato gravissimo 5 dico che è vero in quelle repubbliche
che son prudentemente ordinate, ma in quelle che sono piene d' errori, come era
il passato governo, secondochì abbiamo dimostra- to, il dire qualche parola
contra lo stato non è pecca- to gravissimo, perchè n'è dato loro occasione dal
mal ordine della repubblica, e saria stato molto meglio pensare di correggere i
difetti suoi, che, lasciandoli in- corretti, dar materia a ciascuno di avere
mala opinio- ne dello slato, e non ne parlare onorevolmente, per aver poi or a
questo, or a quelP altro a tor la vita, e far tanti nemici alla repubblica.
Quelli che eran pu- niti nell'assedio, sebbene meritavano quelle punizioni
colle quali erano gastigati, per venire coli' armi con tanta crudeltà contro
alla patria, nondimeno era me- glio lasciarli per allora impuniti e voltare
tutto il pen- siero alla vittoria, dopo la quale, se si fusse ottenuta, si
Sariano potuti gastigare^ ma il desiderio del punirli non nasceva dall'amore
della patria, ma dalla cupidi- tà della roba loro, e procacciavano che in quel
tempo fussero puniti, pensando che dopo la vittoria gli uo- l54 LA REPUBBLICA
FIORENTOA. mini non avessero ad essere così della vendetla desi- derosi. Non
furono adunque di frullo alcuno lulte le sopraddette punizioni, e se non fusse
stato quel modo di procedere nel quale era in potere di ciascuno ac- cusare un
cittadino, senzachè si sapesse chi fusse stato r accusatore, non sariano
succedute così tembili ese- cuzioni. Se adunque l' effetto, che erano le
punizioni, non era buono, la causa, o vogliamo dire Pinstrumen- lo, che era la
quaranlia in quel modo ordinata, non era anco buono. Appresso, era tal ordine
disutile, perchè non era solamente iustrumento a mantenere quella repubblica,
essendo mezzo a punire i delin- quenti contro a essa, ma ancora a ruinarla,
essendo per quel modo con false calunnie accusali eziandio quelli che erano di
quel vivere amatori, li quali seb- bene poi erano assoluti avevano pure quella
molestia nel difendersi e render conto di loro, ed insino a che non erano
assoluti avevano sempre ragione di temere la dannazione per la varietà degli
animi che è in una città divisa, la qual cosa fa che gli uomini si alienano da
queUi stati, dove così fattamente i ciltadini sono perseguitati^ e sebbene
Cicerone dice che per essere lai volta un buon cittadino accusato, non perciò
si deono le accuse levare, perchè chi è buono ed è ac- cusalo, può essere
assoluto, ma chi è malvagio se non è accusalo, non sarà già condannato;
nondimeno molto meglio è regolare la repubblica in modo che chi è buono non sia
perseguitato ma onorato, e chi è mal- vagio sia accusato e condannato. Oltre a
questo colai modo di procedere dava occasione alli uomini di eser- citare con
viltà la loro malignila e di vendicarsi delle LIBRO TERZO. l^.') private
ingiurie senza alcuna specie di generosità, le quali tutte cose sono disutili
alla repubblica, e perciò giudico che tal modo di procedere non sia da intro-
durre nella nostra, la quale mancando di difetti, biso- gna anco che manchi di
malcontenti, e non avendo malcontenti non si troverà chi pecchi contro allo
sta- to di quella, e per conseguente non sarà necessaria la punizione nel modo
di procedere in essa. Ma perchè gli uomini son malvagi, e sempre si trova chi pecca
eziandio senza cagione, perciò è da ordinare un modo per il quale con frutto
pubblico e privato chi pecca conlra lo stato sia punito. Il modo saria facile,
se gli uomini si potessero indurre ad accusarsi 1' un 1' altro a viso aperto
siccome s' usava in Roma ed in Alene ^ e si potrebbe ordinare che l'accuse si
facessero a'con- servadori in questo modo, che chi accusasse chiedesse r
introduzione della causa nella cjuarantia, e Taccusa- torc fusse tenuto
pubblicamente in detto giudicio fare tale accusa e seguitare tanto la causa che
ne succedes- se o r assoluzione o la dannazione nel modo che noi dicemmo di
sopra doversi osser^arc, quando la qua- ranlia avesse a punire ella il reo.
Questo sarebbe uti- lissimo, perchè gli accusatori accuserebbono chi egli- no
pensassino che dovesse essere dannato, e perciò accuserebbono chi meritasse
punizione e non chi fus- se innocente 5 onde seguiterebbe, chi errasse saria
pu- nito, e gì' innocenti non avrebbono quella molestia di difendersi, e quel
timore di potere essere dannali. Ap- presso, gli accusatori quando bene
discendessero a tali accuse per vendicarsi delle ingiurie private, moslre-
rebbono qualche generosità, e saria loro tal cosa frut- I 56 LA REPUBBLICA.
FIORENTINA. tuosa, perchè essendo coslretli parlare in pubblico, di- Tenleriano
eloquenti, e così saria rimedialo a tutti i difetti che aveva la quarantia nel
governo passato : ma perchè io penso che gli uomini non potrlano in- ducersi
all' accuse volontarie, però è da ordinare un altro modo di procedere, per il
quale chi erra sia pu- nito, ed agli innocenti non sia data molla molestia, e
la cosa proceda con più frullo pubbUco e privato che si possa. Sia adunque il
modo questo. Tutte le que- rele per conto di stato pervengano alli conservadori
in quel modo che le pervenivano al magistrato degli otto, li quali conservadori
sieno tenuti a esaminare tali querele diligentemente, e quando essi non trovino
in colpa quello che fusse accusato, lo possano per li due terzi de' suffragi
loro assolvere, facendo notare la querela e l'assoluzione in luogo che si possa
rive- dere, perchè quando i conservadori assolvessero alcu- no che non
meritasse assoluzione, è bene che essi do- po il magistrato possano essere
accusati j la qual accu- sa può fare quello che aveva fatta la prima querela,
sa['piendo egli meglio che alcun altro, se l'accusato da lui meritava punizione
o assoluzione, e perciò è ne- cessario che dette querele ed assoluzioni si
possano rivedere. Quando giudichino che T accusalo meriti punizione, il che
avverrà se F assoluzione non si ot- terrà, uno de' conservadori sia tenuto
pigliare l' in- troduzione di tale accusa in quarantia, e sia questo offizio di
quello al quale sarà dato dalla sorte: cosini 1' accusi In quarantia, ed il reo
si difenda nel modo dello, cioè o per sé o per avvocali, come meglio gli getta
j ed udite le parli, vada a partito se il reo deb- LIBRO TERZO.. 1 57 be
patire.^ e non vincendo s" intenda essere assoluto : Tlnccndoj si proceda
nel determinarli la pena nel mo- do detto di sopra j ma è da notare che bisogna
che li conservatori abbiano autorità di poter prendere il reo quando lo
vedessero in tal colpa che meritasse pena corporale. Ap[)resso egli viene
spesso che i cittadini nelParaministrare le faccende pubbliche peccano quan- do
per malizia e quando per ignoranza ; per ignoranza, come Terenzio Varrone, il
quale colla temerità sua fu cagione della rotta di Canne, e ne** tempi nostri
misser Antonio G rimani potendo soccorrere Lepanto, lo la- sciò pigliare al
Turco e mandare a sacco: per malizia, come facevano que' dieci chene'tempi di
Cosimo am- ministravano la guerra di Lucca. I peccati che si fan- no per
malizia sempre si deono punire j i peccati che si fanno per ignoranza tal volta
si deono punire e tal- volta perdonare, e perchè simili peccati sieno notissi-
mi al collegio, dcbbe detto collegio oltre alli altri pri- vati, essere
accusatore di così fatti cittadini in questo modo. Ciascuno che si trova in
collegio, possa intro- durre una querela contro a chi gli paresse che ammi-
nistrasse male le faccende, e questa querela vada a par- tito in collegio tra'
signori, procuratori e dicci, se ella si debbe accettare, e non vincendo il
partito, il quale vinca per la metà e una più, s' intenda non s' avere ad
innovare cosa alcuna contra chi era fabbricala la querela 5 ma se vince il
parlilo, debba il collegio co- mandare a' oonservadori che piglino V accusa di
quel- lo nel modo pr)co appresso detto, ed oltre a questo dichiarare loro dove
abbiano a introdurre taleaccusa^ cioè in quaranlia, o nel senato, o nel
consiglio grande. GlannoUi. i o l58 LA REPUBBLICA FIORENTINA. Inlroducendosi
nel senato o nel consiglio grande si proceda nel medesimo modo che se fusse
introdotta in quarantia, cioè il conservadore 1' accusi, il reo si difenda, o
per se stesso o per altri. Poi vada a [)artito se egli debba patire : se abbia
a patire, le pene abbiano da essere proposte, se la causa si agita in consiglio
grande, dal proposto della signoria, dal proposto dei procuratori e dal
proposto de' dieci, s' ella s' agita in senato, sien proposte le pene da'
proposti del senato, e quella che ha più favori dalla metà in su, cosi nel- r
un luogo, come neir altro, sia quella la quale debba patire il reo ; la cagione
che m' induce ad ordinare che il collegio determini dove simili cause s'
abbiano a trattare, è perchè spesso avviene che tali accuse si fanno contro a
uomini grandi, i quali nei giudizii stretti son puniti con maggior rispetto, e
perciò è bene che il collegio, considerate le qualità dell' accusato, deter-
mini anco chi gli parrà che n' abbia a esser giudice. E perchè alcuna volt^
egli avviene che un cittadino fa contra lo stato qualche presta violenza, la
quale se non avesse dietro la punizione repentina, potria par- torire qualche
gran disordine e mettere la repubbli- ca in travaglio j il che sarebbe avvenuto
nel caso di Iacopo Alamanni, se egli non fusse stato da quella pe- na, che e'
meritava, subito oppresso, dico che tali casi deono essere puniti in collegio,
nel quale, per fare al- quanto maggiore numero, sieno introdotti li conser-
vadori di legge, e del reo non si pigli difesa alcuna, solamente vada il
partito per lo quale si dichiari se debba esser punito, ed ottenendosi il
partito, il pro- posto, de^ signori, il proposto primo de'procuratori ed LIBRO
TERZO. 1 J(j il proposto (le' rìiecì propongano la pena che egli deb- be
palire, e con quella che ha più suffragi dalla metà in su, sia punito senza
intervallo di tempo. Ma per- chè assai abbiamo detto del modo del punire i
peccati contra lo slato, seguiteremo di tratiare alcune altre cose particolari
necessarie alla nostra repubblica. Capitolo XV. Che l' ordine del procedere ai
palazzo del potestà non è buoDO. Tutte le azioni d' una repubblica sono
distinte in pubbliche e private : le pubbliche è necessario che sieno in modo
ordinate, che ad altro fine che al ben pubblico non sieno indiritte, altrimenti
la repubblica non averebbe troppa vita. Le private basta che sieno in modo
regolate, che alla vita privata sieno fruttuose. Nondimeno, quando si potesse
fare che il modo del procedere in esse fusse anco alla repubblica fruttuoso,
senza dubbio non saria da recusarlo 5 le faccende chia- mo private quelle che
al presente nascono tra private persone per conto di piati, li quali hanno
origine da convenzioni fatte, da testamenti, da doti e da simili co- se, le
quali faccende (come sa ciascuno) si trattano al- la mercanzia ed al palazzo
del potestà. E sebbene il modo del procedere in questi due luoghi privata-
mente è giusto, nondimeno è tanto disutile ed in pubblico ed in privato che
quando si trovasse un altro ordine che avesse la medesima giustizia, e fusse
più utile all'uno ed all'altro, saria da riceverlo vo- lentieri. Il modo del
procedere e massimamente al pa- iGo LA REPUBBLICA FIORESTIXA. lazzo del podestà
è disutile al privato ed al pubblico. Prima per la spesa grande che si fa, onde
nasce che gli uomini impoveriscono, e gli uomini impoveriti che sono, non
possono essere in questi tempi correnti ne a loro ne ad altri fruttuosi.
Secondariamente, per la lunghezza del tempo, il quale molte volte è tanto lun-
go, che stracca Tuna parte e l'altra, e tal cosa è disutilis- sima perchè
stando occupati gir uomini in simili con- tenzioni, non possono attendere air
altre loro private e pubbliche faccende. Ultimamente è disutile, perchè le
maggiori liti, nelle quali corre più tempo e maggio- re spesa, son le più volte
tra' primi cittadini della cit- tà, li quali diventandone poveri, vengono a
divenire abbietti e non generosi, e conseguentemente disutili alla repubblica,
ed in questo modo viene a mancare la nobiltà de' cittadini, ed in vece di essi
surgono quelli che dalle loro contenzioni divengono ricchi, e sono nella
maggiore parte persone vili ed abbiette 5 e sebbene e' non è male che in una
città gli uomini vili acquistando ricchezze acquistino qualche grado di no-
biltà, non è già bene che questi tali divengano grandi colla destruzione di
quelli che sono nati nobili; e per- chè tal cosa non avvenga, è con ogni
diligenza da provvedere. Oltre a questo in tutte le repubbliche antiche il litigare
era in tal modo ordinato, che dava a* cittadini occasione di esercitare 1'
eloquenza, onde 1 cittadini romani prima che cominciassero a trattare le
farccnde pubbliche, s' esercitavano ne' gludizii civili ne' quali poiché
avevano acquistato eloquenza, comin- ciavano a governare la repubblica. Ne'
tempi nostri e massimamente nella città nostra, pochissimi sono ai MURO TERZO.
iCl quali basii V auinio di parlare tra molli, e ne' due go- verni passati,
quando si faceva qualche consulla, la maggiore faccenda che avessero i
segrelarii, era il ri- cordare a chi parlava che con alla voce dicesse, per-
chè tanto poco erano assuefalli i cittadini a parlare dove molti fossero
congregali, che toslo ch'eglino ave- vano a variare il parlare familiare,
pareva che non polessino trar fuori la stessa voce, laddove se il modo del
litigare fusse stalo ordinato in maniera, che d;^i quello si prendesse
occasione d' esercitare il parlare, sariano i no5lri cittadini eloquenti come
erano i Ro- mani ed i Greci, e come oggi sono i Veneziani, li quali perchè
hanno dalla repubblica occasione d' esercitare il parlare in ogni specie
d'eloquenza, son sopra tulli gli altri Italiani eloquenti. Sarebbe adunque bene
le- var via questo modo di procedere del palazzo del po- testà, essendo in
quello i sopraddetti difelli, ed intro- durre un altro, il quale fusse giusto e
partorisse utilità al pubblico ed al privalo, e questo potrebbe essere così
fallo. Bisognerebbe considerare da quanle cose nascono le contenzioni civili, e
sopra tulle quelle crea- re magistrati particolari li quali decidessero tutte
le liti che nascessero nelle cose a loro attribuite, e da loro si potesse poi
appellare alla quaranlla nel modo soprad- detto. Ma per dichiarare megUo la
nostra opinione, venghiamo agli esempi. Tulli i liligil nascono, come di sopra
fu detto, o da convenzioni che fanno tra loro gli uomini, le quali non
osservale debitamente, o per altro che sopravvenga, generano liti tra quelli
che le avevano fatte, o da testamenti per conto d'eredità, o da doti e da molte
altre cose, le quali non è necessario I G2 LA REPUBBLICA FIORENTINA. replicare.
E necessario adunque creare un magistrato che sia sopra le convenzioni, un
altro sopra le doli, un altro sopra i testamenti e finalmente tanti magi-
strati, quante sono le cose dalle quali sono i litigii ge- nerati 5 e quando
nasce differenza per conto di conven- zioni, o di doti, o di testamenti, o d'
altro, debbe ri- correre chi si tien gravato a quel magistrato che è proposto a
quell'azione, ed ascoltate le parti, debbe infra il terminato tempo, come di
sopra fu detto, dpr la sentenza in quel modo che gli pare, la quale se non
piacesse a chi ella venisse conlra, possa appellare alla quarantia nel modo ed
ordine sopraddetto. In questa maniera vorrei che procedessero le faccende
private e con poca spesa senza lunghezza di tempo, e con occa- sione di
esercitare l' eloquenza. Ne sia chi dica che questi magistrati non saprebbero
decidere tali differen- ze giustamente, perchè in simili cose non è tanta
sotti- lità, che chi ha mediocre intelletto non le possa conar prendere.
Potrebbono anco detti magistrati quando in qualche caso non si risolvessino,
posto il caso in ter- mine, domandare il parere del savio, siccome usavano
anticamente i Romani 5 ma saria meglio lasciare anda- re questi savii,
acciocché gli uomini s'assuefacessero a giudicare pettoralmente e senza termini
di legisti, di che seguiterebbe anco un' altra utilità, che i nostri cit-
tadini veduto r opera de' dottori di legge non essere tanto necessaria, si
darebbono alli studii della filosofia e dell' arte oratoria per ser\ irsene nel
governo della repubblica, e lerrebbono l' intelletto occupalo in più alto e
nobile esercizio. Così fatto è il modo che mi pare da tenere nelle faccende
private. LIBRO TERZO. l63 Capitolo XVI. De' collegi e signori delle pompe. Noi
mostrammo di sopra di quanti e come gravi inconvenienti fussino cagione i
collegi, e che niuna utilità perveniva alla repubblica del magistrato loro,
ordinato nel modo che era. Però io giudico che sia da correggerli, ed
attribuire loro quelle azioni che sono più loro convenienti. E adunque da
considerare, che r armi, colle quali una repubblica si difende, sono di due
sorti, perchò alcune sono utili dentro, alcune sono utili e fuori e dentro;
però tutti gli abitanti della cit- tà, serondoch"? di sotto diremo,
bisogna dividere in due parti, una delle quali serva per difendere le mura
della città e suoi ripari, l' altra per andar fuori, e combat- tere colli
nemici. In questa parte bisogna che sieno computati tutti quelli che passano il
quarantesimo an- no, e sono atti all' armi, e questi saranno quelli che sono
utili dentro; li quali quando gli altri sono a com- batter fuori, stieno alle
guardie delle mura e suoi ri- pari. Di tutti questi giudico che debbano essere
capi ì sopraddetti collegi, e si deono creare in consiglio grande, siccome gli
altri magistrati, e dar loro le ban- diere al modo consueto con quella pompa
che s'usava, e per onorarli si potrebbe ordinare che entrassero in senato, e
quando rendessero anche il partito, non saria male. Vorrei che concorressero a
stanziare le spese piibbliche co' signori e procuratori, e si vincessero tutti
gli stanziamenti per la metà e una più, e queste sono r azioni che io vorrei
che fussino attribuite al li detti l64 1>A. REPUBBLICA FIORENTINA. collegi.
E perchè i conservadori abbiano altre aziotii «la quelle che avevano
attribuite, è necessario creare nn altro magistralo che abbia autorità di
regolare tut- te quelle cose che appartengono al fare i costumi con- formi a
quella specie di repubblica colla quale si go- verna la città : perciocché non
i medesimi costumi convengono ad ogni forma di repubblica 5 nelli stati
governati da un solo si richiede inegualità 3 in quelli che sono governati da
più, come è quello che abbiamo introdotto noi, è necessaria l'equalità, se non
in fatto, almeno in dimostrazione, e però bisogna proibire tutte quelle cose
che non possono essere esercitate se non d;igli uomini ricchi, come è il fare
grandi spese nel ve- stire, convitare e dar le doti alle fanciulle, le quali
cose (juando senza modo son fatte da' ricchi, fanno che gli altri, volendogli
imitare, si minano da loro stessi e di- vengono poveri, e per uscire poi di
povertà, fanno poi ogni cosa per avere danari, senza tener conto dell' o- nore
pubblico e privato; perchè non si curano chela pati ia sia sottoposta al
tiranno, e non che altro diven- gono ruffiani della donna e delle figliole, con
vituperio loro, della casa e della città j onde per rimediare a si- mili
inconvenienti, bisogna con diligenza provvedere, che gli uomini non
impoveriscano, perchè senza dubbio alcuno, la roba è quella che muove più che
alcuna al- tra cosa, e però vegglamo, che i Romani per la legge agraria,
mandarono sottosopra il cielo e la terra. Ap- presso, quando i ricchi possono
fare alcuna cosa, per la quale apparisce infra i cittadini inegualità, le loro
ricchezze divengono agli altri odiose : il che avviene, perchè gli uomini sono
invidiosi, e quello che essi non LIBRO TERZO. iGf) liunno, non vorrebbono che
allrl possedesse; senza considerare che la repubblica, vivendosi nel modo si
vive, ha bisogno che gli nomini sieno ricchi per va- lersi delle ricchezze loro
quando venga la necessità j siccome ella fece nell' assedio passato, nel quale
se el- la avesse avuto a servirsi della roba di quelli che vo- levano che le
cose e poderi de' ricchi si dessero per sorte in consiglio, non aria la città
fatto si gloriosa di- fesa. Ma è da notare, che non tutte le cose nelle quali
si fanno grandi spese, si deono proibire, perchè sono alcnne le quali rendono
la città magnifica ed onorata, ato così falli modi verso loro, nondimeno per
star fermi nell' amicizia sua, e mante- nergli la fede, vollero aspettare l'
esercito spagncjlo, e perdere la libertà, la quale ariano salvata, se lasciato
quel re, che non gli poteva aiutare, avessero fatto con pa- pa Giulio
confederazione, il quale non \oleva minare quello stato, tenendosi di quello
per infiuo allora ben soddisfatto, ma lo voleva alienare di Francia, e tirarlo
Giaiiriotli. 1 1 I^O LA REPUBBLICA FIORENTINA. uella sua confederazione j la
qua! cosa poiché egli in al- cun modo non potette ottenere, come disperato
prese quel partito di rimettere i Medici in Firenze, e gli riuscì per limali
consigli di quelli che allora governavano. Fu adunque ostinata la città nelF
amicizia di Francia con quel danno che a ciascuno è noto, e sebbene quel re due
volte fu utile alla città, cioè quando comandò al du- ca Valentino che non la
molestasse, e nella ribellione di Arezzo, quando mandò le genti franzesi che le
resti- tuirono quella terra, è da considerare, che egli per sua utilità comandò
al duca Talentino che lasciasse stare Firenze; [jerchè considerando egli che la
gran- dezza di quel duca, se avesse potuto disporre dello stato di Firenze,
saria stata agli slati, che aveva in I- talia, troppo formidolosa, deliberò per
quel modo [)or- le freno, e così quel bene, che egli fece alla città, non fece
per far bene a lei, ma alle cose sue. Nella ribel- lione d'Arezzo mandò le
genti a restituirlo, prima, perchè temeva che il Valentino, o altri non se n'
im- padronisse, appresso, stando le sue genti oziose in Lombardia senza alcuno
sospetto di guerra, mancò di ogni onesta cagione di negargli tal soccorso, la
qual cosa senza dubbio arebbe fatta, se n'avesse avuta alcuna quantunque minima
occasione, o veramente aria voluto che tale aiuto costasse alla città. Ma che
diremo noi del presente re Francesco ? Consideriamo alquanto le sue azioni, per
le quali ha mostrato che fede sia e possa essere la sua. Costui tosto che venne
alla corona, seguitò l'apparato cominciato dall'anteces- sore suo per venire
all'acquisto di Milano e rimettere la fazione guelfa in Genova, ed essendo egli
in cam- LIBRO TERZO. I7I mino, Ollavlano Fregoso doge di Genova della fazio- ne
contraria se li fece inconlro per far seco confede- razione, la quale il re
concliiuse, senza avere rispetto alcuno a' suoi amici e partigiani. Prese poi
3Iihino con quella gloria e riputazione, che fu nota a tutto il mon- do, e
potendo con un cenno liberare Firenze, fece accordo con papa Lio/ie, che gli
aveva mandale con-- tra tutte le genti della chiesa e fiorcnline; e questa fu
la libertà ch'egli rendè alla citlà: e non bastò que- sto, che essendo poi
Lorenzo de' Medici, mentre che era in Francia, dove era per la donna andato,
venule in ragionamento di volersi fare signore assoluto di Fi- renze, lo
confortò, secondo che ho inteso, a menare ad effetto cotal pensiero,
promettendoli aiuto e favo- re. Successe poi la mutazione dello stato nel
mdxxvii, dopo la quale la citlà subito entrò nella confedera- zione sua, nella
quale erano i Veneziani ed il papa, e passando monsignore di Lutrecht
all'acquisto di ^'a- poli, mandò la città tulle le genti sue, le quali erano in
quel tempo in maggiore reputazione, che tulle l'al- tre d'Italia. E poiché
quell'esercito fu rotto, concorse la città grossamente alla spesa, die piacque
al re di fare, in tenere Barletta, dove era ricorso il sig. Renzo da Ceri, per
tenere occupati gì' imperiali in quella provincia, e volle piuttosto sopportare
quel danno senza alcuna speranza di futuro bene, che cercare l*a- mioizia dell'
imperadore, la quale da messer Andrea Doiia, che aveva grandissinia autorità
appresso a quel- la maestà, Tera offerta. Fece poi il re accordo colTim-
peratore, e senza considerare i meriti della repubblica fiorentina, la lasciò
esclusa con lutti gli altri potentati jyi LA REPUBBLICA FtOREXTIXA. rr Italia.
Tenne poi Tassedio, nel tempo del quale at- tendeva il re a provvedere tutte le
cose che gli bi- sognavano per r osservanza de' capitoli, per riavere i
figlioli 5 e perchè giudicava che alle cose sue fusse molto a proposito che 1*
esercito imperiale fusse occu- pato in quella impresa, faceva tutto giorno gran
pro- messe al nostro ambasciadore di far cose grandi per la città, tosto che
egli avesse riavuti i suoi figliuoli, i quali poiché ebbe riavuti, essendo
richiesto dal detto ambasciadore, che facesse parte di quelle cose che a- veva
promesse, rispose che non aveva promessa cosa alcuna. E così la città nostra
abbandonata da lui e da ciascuno altro, ritornò sotto il giogo della serviti^L
E adunque manifesto quanto sia da considerare nell'a- micizia del re di
Francia, della quale egli non tiene altro conto, se non quando vede essere
ulile alle co.-e sue; e quanto la nimiclzia da temere, chi non è stato orbo,
facilmente ha potuto com[)rendere, perchè a- vendo fatto parentado co' più
ostinati nemici che aves- se, cioè col duca di Ferrara, il quale poco innanzi
a- Tfcva nutriti gli eserciti de' suoi avversarii e colla casa de' siedici, la
quale sotto papa Lione nel mdxx li tol- se lo stato di Milano e di Genova, e
papa Clemente, mentre che correva Lutrecht coli' esercito a Napoli per
liberarlo, fece accordo cogl' imperiali, e dette loro grosse somme di danari,
ha mostrato a tutto il mon- do, che r amicizia e nemicizia presso di lui son
nel me- desimo grado, e perciò chi ne fa seco più conto che egli ne faccia,
merita d'esser reputato più che stolto. E adunque da sbarbare questa vecchia
opinione che è ne' cittadini nostri, che la città non possa star libera LIBRO
TERZO. 1^3 senza l'amicizia dì Francia, e pensare che la libertà si possa
mantenere senza il re di Francia, e qualunque altro principe, o repubblica, a
variare gli accordi, se- condo che richiede la qualità de' tempi e degli uomi-
ni e degli accidenti, che tutto giorno si scoprono nel- le faccende umane,
siccome noi vediamo che hanno fatto i Veneziani, ed Alfonso duca di Ferrara, il
quale- in tutti gli travagli che sono stali in Italia, da poiché la guerra
nacque Ira F imperatore e 'l re di Francia, con questo modo di procedere hanno
acquistato re- putazione e grandezza. E a chi dice, che avendo gli antichi
nostri sempre tenuto con Francia, così anco dobbiamo far noi, si vuole
rispondere, che gli uomini savii son quelli diesi deono imitare, e chi vuole
vedere la sapienza loro, guardi con che forma di repubblica era la città da
loro retta e governata, della quale ol- irà alle quotidiane contenzioni, nacque
finalmente la potenza di Cosimo e de' successori, e questi altri che ne' due governi
passati hanno avuto tale opinione, si sono trovati con essa due volte oppressi.
i\Ia per trar- re non solamente degli animi de"" cittadini, ma di
tulla Italia, tale opinione, è da levar via i capitani della parte guelfa, ed
in cambio di quella creare un altro magistrato che si chiami i provveditori
delle munizio- ni, e darli la cura di tener la città e fortezze del do- mìnio
fiorentino fornite copiosamente di polvere, sal- nitri, piombi, artiglierie d'
ogni sorte, ed ogni altra cosa che alla guerra bisogni, e vorrei che questo ma-
gistrato fusse sottoposto alli dieci, ed a loro avesse a render conto delle
cose alla cura di loro sottoposte. E questo è lutto quello che m'è parulo
ragionare 174 ^'^ REPUBBLICA. FIORENTI>-A. de' capitani di parte ^ seguita
ora che diciamo d'al- cune provvisioni particolari. Capitolo XVIII. D'alcune
provvisioni particolari. Tutti quelli che scrivono delle ordinazioni delle
repubbliche trattano ancora in che modo si debbono allevare i giovani, e nelle
repubbliche anticlie si met- teva sempre grandissimo studio in operare che la
gio- ventù fusse tale quale ella doveva essere, perchè pen- savano quelli
antichi, che gli uomini, i quali nella gio- venile età non erano tali quali
esser dovevano, non potessero anco nella vecchiaia avere quelle qualità che tal
età ricerca. Questa cura in tutte le repubbli- che d' Italia con grandissimo
loro detrimento è stata sempre disprezzata, e perciò chi andrà in Siena; in
Lucca, in Genova, in Venezia, in Firenze, se osser- verà i costumi de' giovani,
non troverà cosa alcuna in loro che si possa lodare. Ma per trattare de' Fio-
rentini e lasciare gli altri che a noi non appartengo- no, se noi andremo
considerando la natura loro, la quale agevolmente nelle sette pubbliche o
private co- noscer si puote, troveremo i nostri giovani non ad altro più, che
di far cosa che dispiaccia, dilettarsi. Se un cittadino fa un palo di nozze, il
maggior piacere che abbia chi va a vedere è fare qualche violenza, che abbia
quella festa a perturbare 5 se si fa una festa pubbhca, quei giovani che vi
vanno a vederla, non vi vanno con altra intenzione, che di guastarla per
piacere di quello scompiglio 5 guardi ciascuno nelle LIBRO TERZO. lyD
mascherate carnevalesche, quante violenze, quante stranezze agli uomini si
fanno! 1 fanciulli tosto che cominciano a stare in pie, non [)renrlc)no altri
diletti che esercitare quei giuochi ne' quali quello è tra loro lodato, che
peggio fa al compagno, come è il giuoco delle pugna e de' sassi, e crescendo
con questa licen- za, non è poi da maravigliarsi, se non hanno reverenza a'
vecchi, e poco temono i comandamenti de' magi- strati. Iacopo Fornaciaio, uomo
molto nolo nella città nostra, fece già uno splendidissimo convito nella casa
che aveva fuori della porla a s. Friano, al quale con- vito vennero tutti i
primi cittadini della città, ed i più onorati dello stato che allora reggeva. E
perchè la festa fosse più bella, aveva ordinato detto Iacopo di fare recitare
dopo il convito una commedia di Nicolò Macchiavelli, la fama della quale aveva messo
deside- rio a ciascuno di vederla: concorsevi a vederla per- ciò una certa
compagnia di giovani nobili, la quale a- vevano falla per pigliare tra loro
quando con una co- sa, quando con un'altra piacere. Costoro tosto che
arrivarono nel luogo, dove la commedia s' aveva a recitare, si fecero padroni
di tutta la casa, ed occupa- la la porta di essa, mettevano dentro clii lor
pareva. Appresso con romori, leggerezze ed insolenzà facevan sì, che quel luogo
era più simigliante all'inferno dei «lannati, che a luogo dove si avesse a far
festa 5 e quan- tunque i più vecchi e più onorati cittadir)i vi si tro- vassero
presenti, non furono per cjuesto i detti giova- ni ritenuti dal fare e dire
tutto quello che piacque lo- ro. Avvenne ancora, che non potendo per questa ca-
gione uno di quei vecchi slaro nel luogo assegnato a Ij6 J.A KEPLBBi.lCA
flOUEMl>A.. lui ed agli altri, gli venne pensiero di salire in sul palco
della commedia, per sedere sopra certe panche, dove s'erano posti alcuni
giovani, pensando che alcu- no di loro gli avesse a dar luogo j salse costui in
sul palco, ed appressossi a quelle panche, ma li convenne tanto slare in pie,
che da' servitori della casa gli fu portalo da sedere, e gli fu avuto da quei
giovani quel rispetto e riverenza, che ariano avuto al più vile uo- mo della
città 5 e sebbene mi doleva vedere ne' gio- vani nostri così sfrenali costumi,
pur mi godeva l'ani- mo che quei vecchi, che facevano e fanno ancora, perchè
molti di loro sono vivi, tanta professione di sapienza civile, vedessero in che
concetto egli "erano della gioventù, e come bene egli avevano saputo al-
levare i figliuoli loro; ma noi, che desideriamo che la nostra repubblica sia
perfetta in qualunque sua parte, giudichiamo che sia da fare ogni opera che i
giovani siano allevati di sorte che appariscano poi temperati, gravi, reverenti
ai vecchi, amatori de' buoni, nemici de' mah agi, studiosi del ben pubblico,
osservatori delle leggi, timorosi di Dio, ed in ogni loro azione lieti e
giocondi. Bisogna adunque proibire con ogni di- ligenza tutte quelle cose che
assuefanno gli uomini a pigliare piacere di male operare, siccome è il giuoco
delle pugna e de' sassi, l'andare in maschera col pal- lone, facendo quelle
insolenze che si sogliono nella città nostra fare, e finalmente tu' te quelle
cose che rendono gli uomini nemici l'uno dell'altro^ ma non basta proibire il
male senza introdurre il bene, a vo- lere fare gli uomini buoni, e perciò
siccome noi vo- gliamo che lutti quei costumi, da' quali nascono i so- LIBRO
TERZO. I77 praddeltl inconvenienti, sleno proibiti, così vogliamo che
s'introducano tulle quelle usanze che producono il contrario. Chi adunque vuole
che i giovani sieno riverenti ai vecchi, faccia che i più onorati vecchi,
siccome nella repubblica posseggono maggiore ^rado che gli altri, cosi ancora
appariscano fuori ornati di veste cospicue, talché chi li vede, non possa in
modo alcuno pretendere ignoranza, e sia costretto ad ono- rarli ; e per questa
cagione noi dicemmo di sopra, che li procuratori e li signori ancora quando
stessero alle case loro, dovevano apparire tra gli altri così di veste, come di
grado più onorati. Questi quando nell'anda- re alla chiesa, al palazzo e per la
città talvolta a suo diporto, frissero scontrali da' giovani, sariano onorali
da loro. E da questo uso nascerebbe ancora, che a tutti gli altri vecchi saria
reuduto quell' onore che si debbe a cjuella età. E perchè sempre avviene che
chi onora un altro, gli vorrebbe in tutto quello che può piacere, altrimenti
non l'onorerebbe, perciò onorando li giovani i vecchi, si sforzerebbono di
vivere con quelli costumi che piacessero loro, e per conseguente sarebbono
gravi e temperati 5 e perchè in due modi s' opera bene e male, cioè con fatti e
con parole, da- rebbe senza dubbio la nostra repubblica materia ai giovani di
ragionare di molte cose, delle quali quando son privali, son costretti a
voltare i pensieri ed i ragio- namenti a molte altre cose indegne di venire in
consi- derazione d'alcuno, non che di parlare; perchè può ciascuno ragionare
della natura e qualità de' cittadini, per sapere a chi abbia a render poi i
suffragi 5 i casi particolari che nascono di mano in mano, e dentro e i;;8 LA
REPUBBLICA FIORENTINA. fuori, tengono assai occupati i ragionamenti degli uo-
mini; le nuove che s'intendono dagli ambasciatori, danno non poca materia di
ragionare 5 e finalmente ogni pubblica azione, quantunque minima, porge a
ciascuno di parlare quell' occasione che ei vuole, la qual cosa è ulile non
solamente per privare i giovani di ragionamenti non gravi, ma eziandio perchè
ragio- nando dA\e cose pubbliche, divengono di quelle più periti. Ma quanto il
parlare di cose gravi ne' giovani sia fruttuoso alla repubblica, lo voglio
lasciare gludiy care a chi ha notizia delle cose antiche, e non a quelli vecchi
del tempo nostro, i quali vivendo volentieri sotto quella tirannide che hanno
fatta, nella quale non è lecito, né a loro, ne ad altri, non che ad aprir bocca
per ragionare di cose pubbliche, dicono che i giovani, non della repubblica, ma
di sfogare i loro piaceri corporei debbono ragionare. L'oprar male sa- rebbe in
gran parte tolto via dagli esercizii militari, de' quali diremo poco appresso,
e dalla occupazione della repubblica. Ma è da notare, che vivendo gli uo- mini
in questa vita attiva, la quale è piena di fatiche, così di animo, come di
corpo, se in qualche tempo non pigliassero qualche rinfrescamento, senza dubbio
non potrebbono durare j sono adunque due tempi nell' anno ne' quali nella città
nostra è lecito agli uo- mini pigliare piacere, il carnevale e la festa di s.
Gio- vanni. E adunque da provvedere che in detti tempi ( iascuno si possa
rallegrare, e perù mi pare di creare un magistrato che duri un anno, e sia
sopra tutte le feste che si deono celebrare pubblicamente, talché ninno pos^n
far festa alcuna senza licenza del magistrato, ed il LliittO TERZO. I7CJ
magistrato quando che alcuno pubblico spettacolo si faccia, sia tenuto
favorirlo, ed in ci;j abbia grandissima autorità 5 li pubblici spetlacoli che
assai dilellano, son le commedie e balli, e quelle mascherate che fanno i
nostri giovani con molte ingegnose invenzioni 5 le com- medie e mascherale
vorrei che fussino di buono e- scmpio, non mancassero di quella letizia che il
tempio richiede, ma fusscro in moilo ordinate, che non des- sero autorità al malej
ma sopra lulti gli altri saria di grandissimo piacere la rassegna universale
della mili- zia, che si debbe in tal tem^)o fare, della quale, e dei convili
pubblici di sotto parleremo^ e poiché noi ra- gioniamo della inslituzione de'
giovani, tra quali lui- volta si trova chi è ornato di prudenza senile, sicco-
n)e in Roma furono Scipione Africano e Valerio Cor- vino, credo che sarà bene
ogni anno mandare a par- tilo lutti quelli che non aggiungono alT età che fusse
determinata al potere ottenere lutti i magistrali j e Ljuclli che vincessero il
parlilo, fussero a lulti i ma- gistrati ammessi. Simile ordine accenderebbe
mirabil- mente gli animi de' giovani alla virtù, vedendo adito a poter
conseguire nella giovenile età quegli onori i (juali rendono gli altri nella
vecchiaia gloriosi; e co- me i vecchi son più mossi dalFavarlzIn, che dalla
glo- ria, così i giovani sono insligati dalla gloria più che da alcuna altra
cosa; la quale se presto cominciano a gustare, si danno inlcramenle a quelle
cose per lo quali credono poterla conseguire. Sarebbe ancora ne- cessario per
fare la rej^'ubblica più perlotia. far molle altre coslituzioni, [tor le quali
cosi i vecclii, come i giovani diventassero migliori, che al [tresenle non so-
1 8o LA KEI'ILBLICA FIOREM INA. no. e nel lenipo andato non sono stali, come
saria, proporre grandissime pene alle scelleratezze, e le vir- tù con preruii
onoratissimi esaltare, perchè, come dice il iurisconsulto, gli uomini per paura
della pena s' as- tengono dal male, e dalla speranza de'premii sono in- citati
alla virt'i, e principalmente sono da punire se- veramente quelli che
corrompessero i cittadini per avere i suffragi: perciocché chi tale errore
commette, non cerca altro che ruinare la patria sua, facendo i cittadini
venali. Ma è da notare, che i suffragi con altro ancora si corrompono, che con
danari, ed altre promesse, che agli uomini per ottenere i desiderii lo- ro, si
fanno: perchè molti sono stati, li quali agevol- mente con ipocrisia e
simulazione, e con alcuna altra cosa hanno i loro pensieri ad effetto menati.
Nel tem- po che fra Girolamo predicava, i più onorati e mag- giori citlaclini
di Firenze furono quelli i quali simu- latamente seguitavano la dottrina, ed
imitavano la vi- ta di quello j successe poi la mutazione dello stato nel WDxn
la quale fece a questi mu'are la vita loro, per- cliè vedendo essi che la
santità della vita predicata da fra Girolamo, non era più ne onorevole, né
frut- iuosa, lasciato tal modo di vivere, cominciarono a se- guitare quello che
gli aiutava sfogar V ambizione ed avarizia loro. Madie die' io de' secolari?
quando li stessi religiosi di s. Marco, dopo quella mutazione di s'ato, fecero
ancor essi mutazione di vita, etì abban- donarono quella continenza e santità
che fino a quel tempo avevano seguitata, e, quel che è peggio, molti di loro
lascialo il chiostro, si diedero a procacciare di- gnità ecclesiastiche, per
diventare chi vescovo, chi UBRO TERZO. 18 I generale e chi abaie, e chi una
cosa e chi un' altra, facendo grandissimo delrimento alla loro religione col
male esempio, che a' frati giovani davano 5 nh si sono vergognati su per li
pergami nelle pubbliche chiese celebrare per santo clii per le sue
scelleratezze e cru- deltà ha meritato di esser messo nel centro dell'infer-
no. Ma poiché nel mdxxvu ritornò il vivere civile,- ripresono i cittadini
quella vita che avevano lasciata, tra li quali alcuni erano si prosoutuosi
sotto quel man- tello della religione, che niuno era che avesse ardi- mento di
dir cosa che fusse contraria alle loro opi- nioni, e neir assedio quando si
perdeva una terra, quando seguiva qualche accidente che dispiacesse al-
l'universale, dicevano che ella andava bene, e che quella era la via che
conduceva la città alla vittoria, e dando ai detti di fra Girolamo falsissime
interpreta- zioni, affermavano in ogni cosa, che si lasciasse fare a Pioj tanto
che non facendo essi quello che si doveva per non sapere e per non avere
ardire, e non poten- do gli altri impediti dalla loro importunità e presun-
zione, Walalcsta Baglioni senza sentire quella punizio- ne che egli meritava,
potette condurre la città nella sua destruzlone. Questo modo di vivere che
tengono cjuesli che fanno professione di religione, conversando coi frati di s.
Marco, e continuando simulatamente la orazione e la comunione, senza dubbio è
pessimo nel- la nostra città, perchè egli fa il medesimo effetto che facevano
in Roma le largizioni; ma (juesto è ancora molto peggiore, percht- dove le
largizioni si potevano in ([ualche modo correggere, a questa cosi fatta vita
con dilllcoltà si trova rimedio, perchè chi ragionasse 182 I.\ REPUBBLICA
FIORENTINA. di proibire questi modi di vivere, parrebbe che vo- lesse vietare
agli uomini il bene operare, e sarebbe ributtato non altrimenti che un pessimo
nemir'o della fede di Cristo. I frati soli potriano agevolmente cor- reggere
tal ipocrisia, la quale cosa conseguirebbono, se recusassero la conversazione
de"' cittadini, e ricor- dassero loro che nel palazzo dello sfato si
ragiona, e non in s. Marco, e quando sono invitali a predicare nella sala del
consiglio, dicessero che chi vuole udire, vadi a udirli in quelli luoghi che
sono alla predica- zione del verbo di Dio deputati, e che nel palazzo si
predica col cappuccio in testa, e non colla capperuc- claj e se fra Girolamo vi
predicò egli, non è più un fra Girolamo ornato di tanta dottrina, di (anta pru-
denza e di tanta santità, e però non debbono essere sì presentuosi, che paia
loro conveniente far quello che faceva chi di gran lunga in ogni cosa 11
superava. Ma non bisogna sperare cheli frati facciano mai cotale offizio,
perchè ancor essi sono ambiziosi ed amano la conversazione de' secolari, e quel
si tiene fra loro più savio, e d'assai più che gli altri, il quale è più da'
se- colari visitato e trattenuto: e sono a quello venuti, che hanno ancora essi
fatto divisione, talché alcuno di loro è riputato amicj dello stato libero, ed
alcun altro della tirannide, ed ogni volta che in Firenze s'è fatto mutazione,
hanno essi ancora variato il go- verno loro, togliendo a chi l'aveva, e datolo
a chi ne era privato j e siccome la mutazione dello stato pas- sato ha generato
maggiore varietà nella città che mai fussej così la mutazione del governo loro
gli ha fatti nel vivere, ed in (jnalunque altra cosa variare. Per- UBRO TERZO.
l8?) che egli hanno non solamente tolto il governo a quel- li che r avevano, ma
gli hanno allontanati dalla città, e non altrimenti che mandati in esilio, e i
primi gra- di loro hanno dato, non a chi sarla stato nlile alla re- ligione, ma
a chi essi hanno veduto che sia grato a chi regge Firenze. Appresso, hanno
lasciato in gran parte quel costumi che gli facevano parere a' riguar-- danti
umili, mansueti e divoti, perchè non portano più i capi chini e gli occhi
bassi, come gin solevano, ma camminando colla testa alta, e con gli occhi
levali, non mostrano che tra loro e gli altri sia differenza alcuna. E dove fra
Girolamo aveva fatto vendere, se avevano cosa alcuna temporale, questi al
presente sot- to colore di far giardini, fanno grandissime possessio- ni. E
quantunque per li pergami riprendino severa- mente i secolari che siano tanto
occupati nelle cose mondane, che non pensino mai a morire, e perciò e-
difichino così maravigliosi palazzi, nondimeno essi per li loro conventi non
fanno mai altro che murare, tal- ché hanno ridotto in molli luoghi le loro
abitazioni a lanla magnificenza, che per cose maravlgliose dagli stranieri sono
visitate, e così dimostrano d'avere non meno desiderio di vivere, che s'abbiano
i secolari, e così a poco a poco lasciano tutte le regole che si con- vengono
a' mendicanti. Non è adunque da sperare che li frali detti facciano mai tal
benefizio alla città, correggendola vita di così fatti cittadini, poiché egli-
no arcbbono bisogno di essere da' secolari corretti, non vivendo più con quella
santità e divozione, che avevano al tem[)0 di fra Girolamo e degli altri an-
tichi loro padri, e perciò bisogna pensare ad altri ri- I 84 I>A REPUBBLICA
FIORENTINA. medii per 11 quali, se possibile è, si spenga questo brat- to vizio
dell'Ipocrisia, e tra quelli, che mi caggiono nell'animo, il migliore saria che
gli uomini avessero ferola opinione che tutti quelli, che nel tempo, nel quale
il consiglio grande regge, fanno tanta dimostra- zione di santità, e negli
altri tempi non son miglio- ri che gli altri, sono i più cattivi cittadini
della città. II che è manifesto, perchè se tenessero quel modo di vivere per
desiderio della salute dell'anima, non farebbono mai in quello varietà alcuna,
e sarebbono così nella tirannide, come nella liberta religiosi, per- chè Cristo
non vuole che al ben fare s' abbia al- cun rispetto, e si preponga la salute
dell'anima a tut- te l'altre cose umane. Ma costoro nel tempo che la città è
retta da' Medici, non arrivano mai a s. Mar- co, e quando è ridotta in libertà,
è più quel luogo che alcuno altro di Firenze frequentato j talché appa- risce
maggiore mutazione di stato a chi riguarda quel luogo, che qualunque altro di
tutta la città. Non sono adunque buoni questi cittadini, i quali tutto giorno
bis- bigliano co' frati 5 e delle faccende pubbliche ne la- sciano il pensiero
a Dio, e nelle private loro mettono ogni diligenza, e vanno in s. Marco per
acquistar fa- vori, o per ottener poi quei magistrati per le quali non hanno in
animo di pigliare fatica alcuna, né di amministrarli con giustizia e severità:
e buoni si deo- no reputare quelli i quali arditamente amano il bene pubblico,
e son disposti mettere per quello la vita e la roba ed ogni altra cosa, e
nell'amministrare i ma- gistrati non hanno altro oggetto, che l'onore di Dio e
r utile pubblico, e pensando che nel ben pubblico si LIBHO TERZO. Io5 contenga
11 privalo, quando tocca a loro la cura delia repubblica, abbandonano le
faccende private, ed at- tendono studiosamente alle pubbliche, le quali quan-
do son commesse ad altri, ne lasciano il pensiero e la cura a chi è obbligato
governarle, ed attendono ai privati casi loro. Questi son quelli li quali,
quando si Jianno a radunare ne' magistrati, non aspettano d'es- ser
sollecitali, ne da' pubblici servitori, né dal suono della campana, utilmente
al tempo di Raffaello Giro- lami introdotto, innanzi al quale non erano mai
ridot- ti i magislrati noli' audienze, se non quando era tem- po di [)arlirsi.
Perchè prima volevano molto ben farsi vedere per le chiese^ dopo questo,
visitavano le bot- teghe loro, e fatte quelle faccende che volevano, ne
venivano in piazza, dove anco non poco per boria mondana tardavano 5 e
finalmente radunati nell' au- dienze, quando s'aveva a ragionare di qualche
cosa, tutti dicevano che essendo Torà larda, sarebbero bre- vi, e non erano sì
tosto arrivati in quell' audienze, che pareva loro ogn'ora niill'anni per
desiderio di partirsi. Questo inconveniente fu levalo via coll'ordlne del so-
nare la campana, al suono della quale tutti i magi- strati s'avevano a radunare,
cosa certamente molto u- tile alla repubblica, così per quelli che amminislra-
vano i magistrati, come per quelli ancora che hanno bisogno di loro, e se mai
di nuovo la repubblica ri- tornasse, non saria da lasciare questa provvisione.
Ma tornando al proposito, sono da reputar buoni quelli cittadini che abbiamo
dcscrilli, ed a questi si debbo- no voltare i suffragi, quando vanno in
consiglio gran- de a partito j chi ara questa opinione di quelli cit- l86 LA
REPUBBLICA FIORENTINA. ladini che fanno professione di religione, che ho det-
ta, senzachè altro provvedimento si faccia, frenerà in gran parte questo vizio
dell' ipocrisia. Appresso quan- do alcuno va a partito, saria forse bene
nominare die- tro al nome suo, se ha avuto innanzi alcun magistra- to, acciocché
gli uomini riducendosi a memoria i por- tamenti de"" cittadini,
quando sono nei magistrati, non li dieno se non a quelli che si son portali
bene. Oltre a questo, quando alcun cittadino è condennato, o da- gli otto, o da
altro magistrato per usuraio, o per o- raicida, o per aver fatto altra
violenza, oper sodomita, o per qualunque altro mancamento, sarebbe utilissi- mo
nella prossima tornata in consiglio grande pubbli- carlo. Di che seguiterebbe
che gli uomini per timore di quella infamia, s- asterrebbono dal male operare,
e quelli che pure operassero male sarien conosciuti, e vedendo ciascuno che
così peccano quelli che fanno professione di santità come gli altri, non saria
ingan- nato dalla loro ipocrisia, e crederebbe che fusse buo- no quello che opera
il bene, e non quello che fa di- mostrazione d'operarlo. Questi sariano i
migliori ri- medii contra V ipocrisia de' cittadini, massimamente di quelli che
hanno passata la giovenile età, perchè gli altri che venissero dalla forma
della repubblica e da- gli esercizii militari sariano fatti generosi e per se
stes- si arieno in odio un così fatto vizio pregno di dappo- caggine e viltà.
Sarà poi necessario far molte partico- lari provvisioni, per le quali i
cittadini divenissero lit- lerati, forti e costanti, giusti e temperati. Perchè
nel tempo dell' ozio hanno bisogno delle lettere, nel tem- po delle faccende
d^lla fortezza e constanza. nelT uno LIBRO TERZO. 187 e nell'altro della
giustizia e temperanza; molti sono i particolari che nel principio cV una buona
introduzio- ne non si possono vedere, alli quali essa amministra- zione col
tempo provvederebbe, e perciò, non lasciala la considerazione di essi, porrò
fine al presente terzo libro. 88 I.A REPUBBLICA FIORENTINA. LIBRO QUARTO.
Capitolo I. Che la città si debbe difendere colParmi proprie le quali son
distinte in quelle di dentro ad in quelle di fuori. K e) principio del
precedente libro fu da noi det- to, che le repubbliche ruinano per le
alterazioni in- trinseche e per gli nssalti esterni, e che a quelle si po- neva
rimedio colla forma della repubblica bene ordi- nata, ed a questi la milizia
con buone leggi e buoni ordini introdolla provvedeva : ed avendo al presente
dato perfezione all' introduzione della repubblica, re- sta che ragioniamo
tutto quello che ci occorre del- Tarmi, le quali son distinte in proprie, ed in
ausiliarie, ed in mercenarie. Ne occorre che ci distendiamo nel dimostrare i
difetti delle ausiliarie e delle mercena- rie, poiché da Nicolò Macchiavelli
sono stati pruden- temente discorsi, e basta solamente intendere, che quel- li
difetti divengono maggiori, qualunque volta chi sì vale di quell' armi, non l'
accompagna colle proprie, perchè vengono a potere esercitare senza freno e sen-
za rispetto la malignila loro. Se adunque le dette due specie d"armi son
difettose, resta che l'armi proprie sien quelle colle quali i principati e le
repubbliche si «lebbono difendere : e chi ben considera le cose natu- LIBRO
QUARTO. 189 rali, può verlero che la natura ha prodotto le più no- bili specie
flegll animali con sulllcienll mezzi da [)Oter- si difendere da se, senza
aspettare V aiuto d* altri, e quesla facultà lia dato così all' uomo, come agli
altri animali : donde seguita, che chi non pensa a difender- si da sé stesso,
non pensa a far quello che è naturale a ciascuno. E adunque necessario lo slare
armalo per la difesa propria. E perchè quello che hanno gli uo- mini
particolari per V utilità privata, deono ancora fa- re le città per 1"
utilità pubblica, essendo le città un corpo naturale, siccome è un uomo
particolare : per- ciò deono le repubbliche e principati tenere armati gli
uomini propril por difendersi dagli assalti esterni. Appresso, chi considera
con che armi le repubbliche e principali antichi abbiano difeso ed accresciuto
lo imperio, troverà che se non avessero avuto gli uomi- ni propril armati, non
avriano ne l'una. ne 1* altra co- sa potuto fare. !>Ia io non mi voglio
distendere sopra questa materia, perchè altra volta lungamente ne di- spulai, e
però a quello che allora ne dissi me ne rap- porto. Così voglio per la medesima
cagione lasciare indietro il considerare a chi si debbono dare 1' armi, perchè
allora fu conchiuso che si dovessero non sola- mente quelli armare che chiamano
benefiziali, ma gli altri ancora che abitano la città e son partecipi de' ca-
richi di quella, possedendo In essa, o case, o posses- sioni j e non solamente
vogliamo questi armare, ma eziandio il contado e dominio, ed in maniera che
que- ste armi, che hanno similitudine colle ausiliarie, non abbiano i difetti
loro. Saranno adunque divise le nò- sire armi in quelle di dentro ed in quelle
di fuori ? I f)0 LA REPUBBLICA. FIORENTINA. ma tratteremo prima di quelle di
dentro e poi di quel- le di fuori. Capitolo IL In che modo la milìzia di dentro
si dere introdurre. La città nostra, come ciascuno sa, è distinta in quar-
tieri, e chi è compreso in quel quartiere e chi in quel- l'altro^ ma non abita
già ciascuno in quel quartiere do- "ve è compreso. Il che è avvenuto^
perchè nel procedere del tempo si sono Tarlati i padroni dell" abitazioni,
la qualcosa non dà impedimento alcuno all' amministra- zione pubblica. Non è
già tal divisione accomodata alla milizia, che vogliamo introdurre, perchè se
chi abita io un quartiere, al tempo della pace è tenuto andare a fare ì suoi
esercizi! in un altro, è cosa assai fìiticosa. Nel tempo della guerra non
solamente è di fatica, ma di danno alla città la quale può essere oppressa
prima che gli uomini tutti si sieno ridotti a' lor capitani, e sotto le loro
insegne, e di ciò se ne vide qualche esem- pio neir assedio passato, quando per
qualche caso si dava all'arme, nel qual tempo per il trascorrere che facevano
gli uomini in questa parte ed in quell'altra, s' empieva la città di
confusione, e con tardità si radu- navano ai luoghi deputati, non ostante che i
giovani corressero con prestezza alle loro insegne. Vorrei a- dunque di tutto
il sito della città se ne facesse quattro parti eguali, e tutti quelli che
abitano in ciascuno di questi quarlieri, dal diciottesimo al quarantesimo an-
no della loro età si scrivessino, e vorrei che il nu- mero di ciascuno
quartiere fusse eguale a quello del- LIBRO QUARTO. I9I l'allro, omle se in uno
ne fnsse più che nell-allro, si su[)plisse con quelli del [)iii propinquo
quartiere, pigliando una strada, o due, o quelle che bisognas- sero, laiche
tanti fusscro cjuelli dell' un quartiere, quanti quelli dell' altro, e così, se
posslbil fusse, i beneficiali, come non beneficiali, acciocché non fusse
vantaggio dalF uno all' altro. Falla questa distribu- zione di tulli quelli che
fussero in ciascun quartie- re, che dorerebbero arrivare a mille persone, se ne
faccia quelle quattro parti eguali, in maniera che tanti beneficiali e non
beneficiati sieno in una, quanti nel- l'altra: verranno adunque ad essere in
ogni quartiere quattro compagnie, e queste compagnie eleggano esse i lor
capitani, bandierai , luoghilenenti e sergenti, e i decurioni ancora, per la
ragione che appresso diremo in questo modo. Siano tratti per sorte cinquanta
no- minatori, o quelli che paressino, li quali nominino cin- quanta di quella
compagnia, ciascuno che egli voglia che sia capitano, e mandinsi a partito, e
quattro delle più fave, vinto il [)arlilo perla metà ed una più, sien poi
mandati a partito nel senato, e quello che av rà più favori, sia eletto
capitano in quella compagnia, 11 secon- do bandieraio, il terzo luogotenente,
il quarto sergente. Degli altri cjuarantasei, che andarono a parlilo per la
metà tanti delle più fave vinto il partito per la metà ed una più, rimangano
decurioni, quante sono le decu- rie di quella compagnia, e sieno chiamati
primo, se- condo e terzo, e così di mano in mano, secondo che ciascuno vinse il
parlilo con maggiore numero di suf- fragiij e a ciascuno poi di questi
decurioni sieno asse- gnati nove della sua compagnia, co' quali egli negli e-
192 LA. REPUBELTCA FIORENTINA. sercizii militari, e poi neir azioni di guerra
sempre sì trovi 5 il che ancora verrebbe più acconciamente fatto, se ciascuno
quartiere fusse distinto in quattro parti eguali, ed in ciascuno si scrivesse
una compagnia. Per Io qual modo verrebbono gli uomini a essere più uniti, e con
minor fastidio e fatica si troverebbono insieme ad eseguire gli officii
militari. Ma li nostri vecchi temo- no tanto le sette, delle quali essi sono
autori, ne' giova- ni, come noi vedemmo nell' amministrazione passata, che non
solamente vorrebbono separare gli uomini d'un quartiere l'un dall'altro, ma di
tutta la città; ma perchè V ordine della repubblica constringerebbe i vecchi ad
esser buoni e vivere senza parzialità, segui- terebbe da questo, che i giovani
ancora sarebbono buo- ni, perciò io credo che si possa senza timore di sei te e
di divisioni non separare gli uomini, ma secondo il silo descrivere le
compagnie una in ciascuna quarta parte di ogni quartiere. Glie li decurioni
siano necessarii, è ma- nifesto non solamente per l'altre ragioni che se ne
potrebbono addurre, ma ezianflio perchè gli uomini nella guerra sempre fanno
ciò che è loro commesso, meglio e con più ardimento, quando son con quelli co'
quali camminano, mangiano, dormono, che con al- tri eiccompagnati , co' quali
non abbiano particolare commercio alcuno, e però è bene assuefargli prima negli
esercizi! a conoscersi ed amarsi, dividendo le com- pagnie in decurie, ed a
ciascuna decuria assegnando il suo decurione. Siano ancora creati nel senato
quattro commissarli uno per quartiere, li quali sieno sopra le rassegne ed
esercizii militari, i quali si facciano ne'gior- ni festivi, ed ogni quartiere
sia obbligato una volta il LIBRO QUARTO. lijii mese fmc la snn rassegna, alla
quale clii non si liove- 1 à, paghi quella pena che sarà lepulala conveniente*
E vorrei c!ie lutli quei capitani ed altri uflìziali du- rassero un anno, e
finito l'anno, si rifacessero nel me- desimo modo senza altrimenti alterare le
compagnie 5 ma perchè i nostri vecchi (come è dello) temono pure le sette,
pensando che ne" giovani sieno i medesimi difetti che sono in loro, si
potriano le quattro compa- gnie di ciascuno quartiere di nuovo confondere e me-
scolare insieme, e trarne quelli che passano il quaran- tesimo anno, non
volendo restare, e scrivere quelli che fussero arrivali al diciottesimo, e cosi
far nuova distri- buzione delle quattro compagnie, le quali nel modo detto
creassero i loro nfhziali che fussero poi, come abbiamo anco detto, nel senato
conformati j ma meglio saria (come è detto) che li quartieri fussero distinti
in quattro parti, secondo il silo, ed in ciascheduna di es- se si scrivesse una
compagnia, la quale ogn'anno creas- se i suoi ufBziali nel modo detto. LI (]•
curioni si po- trei )bono auro in questo modo creare. EK Ili che sono i quattro
uflìziali, quel magistrato al quale fu>se com- messa questa cura,
distribuisca le compagnie in decu- rie, avendo avvertenza alle qualità delle
persone ed al sito dove abitano. Poi ciascuna decuria elegga il suo decurione,
dando questo onore a chi passa la niclìi dei sufTragii con maggior numero, e
vorrei che quando i ("apitani hanno a pigliare P uflìzio, lo [)ig!ia5sero
con grandissima pompa e niagnilìconza 5 perchè vorrei che il gonfaloniere colla
sua solila compagnia de' signori, procuratori, dieci e collegi ed altri
magistrati, scendes- sero in ririghi'-ra. ed alli nuovi capitani desse di sua
Gìannolli. i -x 1^4 LA REPIBBLICA FIORENTINA. mano le bandiere, le quali
fussero poi prese e portate dai bandierai, ed alli vecchi capilanl un presente
di arme che valesse almeno dieci ducati, e saria bene che innanzi a tutte
queste cose il gonfaloniere con accomo- dale parole lodasse i vecchi, e
confortasse i nuovi al bene operare: se non paresse conveniente che il gon-
faloniere parlasse, facesse questo uffizio chi fusse giu- dicato a proposito: è
vero che le parole del gonfalonie- re avrebbono maggiore autorità. L' orazioni
che si facevano nel dare il giuramento, sono utili, perchè i giovani s'assuefanno
a parlare in pubb'ico, ma è da av- vertire che tale uffizio si dia a persone
che dicano cose utili alla città, e non sieno cagione di scandalo e sedizione.
Il giuramento vorrei che si desse con reve- renza e devozione grandissima, e
però saria bene, fatta che è r orazione, che si celebrasse la messa solenne, e
al tempo debito -di quella, i giovani a coppia a coppia riverentemeule
andassero a dare detto giuramento nel- le mani del sacerdote, che avesse
cantato la messa so- lenne. E saria bene che a tal cirimonia si trovasse il
principe colla solita compagnia, e perchè tal cosa pro- cedesse con più brevità
che fusse possibile, si potreb- be ordinare che solamente gli nffiziali di
dette com- pagnie dessero il giuramento in un medesimo tempo, ed insieme,
talché una sola cirimonia e non quattro si avesse a fare. Io lascio stare molte
cose, perchè alla provvisione vecchia me ne riferisco, ed a quello che altra
volta ne scrissi, e solamente vo toccando quelle cose le quali mi pare si
debbano in qualche parte cor- reggere. J.ir.HO (^l ARTO. iy5 Capuoi.o III.
Della milizia di fuori. Tutto l' imperlo fiorentino è flislinlo in conladcj e
(ìistictlo. Il contado è (li^i5o in vicariali, ed i virariali in polcsterie. Il
dislrcllo comprende la città e castella clie ubbidiscono alla signoria di
Firenze, senzachè molti allri luoghi sono da' vicarii governali, siccome Yico
Pisano, Angliiari ed alrun allro. Yolcndcj adunque scri- vere soldati per tutto
1" im[)erioj saria da considerare se alcun luogo t'- poco fedele alla
città, e quello lascia- re indietro, perchè giudico esser pericoloso dar l'armi
a quelli che li sono nemici. l\Ia meglio saria volare que- sti luoghi di quelli
che non sono confidenti, ed em- pierlo di chi altri si possa fidare, e non è da
reputare crudele cosa alcuna che per la quiete e tranquillila universale si
faccia, perchè perturbandosi poi li slati, si fanno per necessità molto [)iù e
maggiori crudeltà, senza il fastidio che hanno i sudditi nelT esser guarda- li
dalle guardie che continuamente si tengono j e per- ciò dovevano i noslri saN
li la prima volta che Arezzo si ribellò nel mdi, polche sotto II dominio fu
fatto ritor- nare, cacciare della terra tutti gli Aretini, privandoli delle
case e possessioni, e riempire quella terra di uo- mini fidati, e non saria
slato necessario edificar fortez- ze, e tener continue guardie con tanta spesa
e timore di non la perdere, la quale se si fusse in tal maniera ordinata, non
si saria nel mdxxx ribellala, e non avria dati tanti sussidii alli avversarli.
SorK» alcuni che mu- ì(jG LA REPLBBUOA FIORENTINA. lebborio più tosto rovinare
le mura, e reuderle inutili iì chi se ne facesse padrone , ma meglio saria
posse- derla nel modo detto, perche possedendo la terra; si possiede anco il
paese, che [»er esser ricco, porge a chi lì' è possessore infinite comodità, le
quali venendo in potere del nemico, gli accrescono potenza e reputazio- ne, ed
ogni volta che egli si vaglia di esse, poco si cu- rerà dvjlia terra. Saria
adunque, come ho detto, bene assicurarsi di quelli luoghi li quali si avesse
dubitan- za alcuna, e di poi scrivere tutti quei che avessero da diclotlo anni
a quaranta, eccetto quelli che per qual- che impedimento naturale fussero
all'esercizio deli'ar- mi inetti 5 altri uon saria da lasciar indietro, acciocché
col tempo tutti gli uomini del nostro paese fussero uomini da guerra, come sono
Svizzeri e Tedeschi, 1 quali per vecchi che siano, tutti esercitano P armi 5 il
che avverrebbe in breve, se tutti fussero descritti. Ba- steria poi, quaniglia
l'udizio, gli fusscio date le insegne con gran- dissima solennità e pompa nel
modo che s'usava dar- le a' capitani forestieri 5 cioè venisse prima questo
com- missario in abito militare in piazza, accompagnato da lullala milizia in
ordinanza, e da'comnnssarii di (juella. e dietro la milizia a cavallo, salisse
poi in ringhiera e sedesse allato al principe, e fatta che il gran cancelliere
avesse l'orazione in lode sua, il principe solennemente gli desse l' insegna
pubblica, V cimelio ed il i>astonc, e licenziato se n'andasse a casa nel
medesimo modo 20(» LA REPUBBMCA FIORENTINA. accompngiUìto. Questo gran
commissario vorrei cbe fu5- se quello che avesse a eseguire le faccende della
guer- ra, se nel tempo del suo uftlzio, il quale vorrei che fus- bc un annoj la
ciltà s' avesse a difendere da'* nemici, o assaltarli ne' confini loro, e tutto
avesse a fare secondo le commissioni de' dieci deliberate nel modo soprad-
tìelto. Nel tempo dolla pace fusse tenuto visitare tutte io terre del dominio,
e vedere e considerare le fortez- ze di c[uolle, e provvedere ai bisogni loro,
tal che nes- sun luogo fusse che rimanesse non visitato da lui j e vorrei per
darli reputazione, che T autorità di tulli quelli rettori che fussero dove egli
andasse, cessasse subito che egli arrivasse, e li sudditi di quel luogo ri-
conoscessero lui per signore e non li rettori vecchi, se gi^i egli non
comandasse che esercitassero il loro uffi- i.io nel modo che prima, la qual
cosa si dovrebbe or- dinare, che facesse qualunque gran commissario, più per
usanza che per legge, in questa maniera proceden- do. Quando il gran
commissario fa 1' entrata in c]ua- lunque terra e che li rettori di quella
venendoli incon- tro con solenne cirimonia, lo riconoscono come signore,
dandoli le chiavi delle porle o la bacchetta, colla qua- le avevano preso l'
uffizio, egli in quello stante resti- tuisca loro quell'autorità che avevano,
tal che possano esercitare il loro uffizio nel modo consueto. E saria bene
scompartire i tempi della rassegna universale del- le legioni in maniera che
detto gran commissario nella sua visitazione si trovasse a quelle, talché in
tulio lo anno tutte le avesse vedute. A costui così nel tenìpo della pace, come
nel tempo della guerra, vorrei che ub- bidissero i sopraddetti commissarii
dello legioni, ed aves- Mimo or' ARTO. 20 r sero seco fjuelLi proporzione rhe
avevano i legali delle legioni col ooDSuli e capitani romani, e nell'andare vi-
sitando il doniin'o, ne avesse sempre tre o quattro, cio'r (juelli che avessero
le loro legioni in qnel paese, dove di ina lO IH mano avessero ad andare. Nel
tempo della guerra così dsimi mostrassero come fatta sia questa lor praticargli
antichi Romanie Greci ponevano grandissimo artificio nell'ar- mare,nel
camminare, nell'alloggiare enei combattere, le quali quattro cose sono le
principali azioni della guerra. Consideriamo ora se in alcuna di quelle questi
soldati pratichi mostrano scienza alcuna: ciascuno sa che l'armi che oggi usano
i soldati sono le picche^ l' arme in asta e gli archibusi, e non è capitano
alcuno che quando G'uiiinolli, IO 2oÒ LA REPUBBLICA FIORENTINA. egli scrive una
compagnia, faccia distinzione da questa sorte di armi a queir altra, di modo
che in uno eser- cito, di che numero si voglia, si vede pocliissime pic- che ed
assaisslmi archibusi. Il che non nasce da altro se non che gli archibusi son
arme da chi conGda nelle gambe per fuggire e non nelle forze per combattere, ed
è tal cosa da' capitani consentita, perchè non han- no scienza del combattere,
si per non aver mai com- battuto ordinatamente, talché abbiano potuto vedere
che utilità porti questa sorte d' arme e quell' altra, sì ancora perchè essendo
la maggior parte di quei capi- tani contadini ed uomini grossi, o veramente
uomini che per T insolenza loro non hanno mai atteso ad al- cuna umana disciplina,
non possono avere notizia di quella scienza che usavano gli antichi Romani e
Gre- ci. Appresso solevano gli antichi capitani considerare principalmente in
che modo armasse il nemico, e poi dare alli suoi soldati quelle armi che
giudicavano atte a superare quelle de" nemici, e sono piene l' istorie di
artiflcii e destrezze le quali usavano in rendere l'armi de' nemici disutili.
Ne' tempi nostri i presenti capitani non sanno alcuna cosa di queste cose, e
quando hanno più gente che i nemici, par loro avere tutti i vantag- gi, né
considerano che Alessandro Magno, Locullo e Cesare con poco numero di persone
vinsero eserciti innumerabili. Seguita il camminare, nel quale chi è che abbia
mai visto usare artificio alcuno? laddove gli antichi usavano in tal cosa tanta
scienza, che è da ver- gognarsi di questi nostri secoli ne' quali gli uomini
siano stali tanto ignoranti che non abbian saputo ri- trovare in tante guerre
questi modi antichi, e non che LIBRO QUARTO. 207 altro, quando* bisogna usare
prestezza o in fuggire un pericolo o in soccorrere un luogo o in altra simile
a- zione, rare \olte avviene che ottengano il desiderio loro. E perciò nella
guerra passala il signor Giorgio da S. Croce, il signor Otto da Montauto e
Pasquin Corso essendo mandati a soccorrere la Lastra, si por- tarono sì
valentemente ed usarono tanta celerilà, che- il detto castello in su gli occhi
loro fu preso dagli av- versarli i quali se n' insignorirono non per alcuna
loro virtuosa operazione, ma per non avere sapulo quelli di dentro difendere e
questi di fuori soccorrere, il che se avessero saputo fare, non era possibile
che lo per- dessero. Io non voglio parlare altro dell'alloggiare, se non che
chi ha visto uno di questi nostri eserciti al- loggiato ed ha notizia come
alloggiavano gli antichi, agevolmente può conoscere che in questi tempi la
scienza che in tal cosa si usava, è del tutto perduta, ed è gran maraviglia che
tosto che uno esercito è al- loggiato non è rotto. Il che senza dubbio
avverreb- be se gli avversari'! n'avessero maggiore perizia, sicco- me saria
avvenuto all' esercito che assediò Firenze, se il capitano che era dentro
avesse a\uto alcuno inten- dimento della guerra. Di che se ne vide segno nella
incamiciala che fece il signor Stefano Colonna, quan- do con cinquecento uomini
assaltò quelli che erano alloggiali a s. Margherita a Montici, la quale
inipresa mosse in tanto disordine il campo degli avversari!, che fu fatto
universal giudizio da quelli che erano fuori, che se tutte le genti fiorentine
uscivan fuori ad as- saltarli, senza dubbio ne riportavano la vittoria intera.
.Ma se nelle tre supraddctlc azioni, non s' usa ne'tera- 2o8 LA BEPrr.BLICA
FIORENTINA. pi nostri scienza alcuna, è verisimile ch^ molto mino- re artificio
si usi nella quarta, cioè nel combattere, che è r ultima; la quale siccome è di
maggior momento, così anco è più difficile e ricerca maggior perizia e ac-
corgimento che le altre, E perchè i capitani mancano di tal cognizione, perciò
noi abbiamo veduto ne'tem- pi nostri gli eserciti essere stati prima rotti che
abbia- no cominciato a combattere. Nel fatto d'' arme di Ra- venna si combattè
più, che negli altri non s" è com- battuto ; il che non avvenne per virtù
de' capitani, ma solamente delie genti oltramontane, le quali per natura
combattono con più ferocia che non fanno gli Italiani. Talché noi possiamo dire
che la scienza mili- tare sia del tutto ne* capitani de' nostri tempi estinta,
e chi ne vuole vedere le ragioni più lungamente dis- corse, legga la milizia
del nostro Machiavello, e ne re- sterà pienamente soddisfatto. Sono adunque i
nostri capitani ignoranti ed imperiti della milizia, di che non è da
maravigliarsi, perchè i principi e le repubbliche non si danno agli esercizii
militari, e perciò quando hanno poi a far guerra, mancano d' uomini che ab-
biano di tale artifizio notizia, e non se n'intendendo essi siccome eglino si
persuadono, danno li gradi della mi- lizia a chi molto meno di loro se n'
intende. Perchè le prime dignità di quella danno a signori e a tiranni che non
sanno far altro che angariare 1 snggetti loro, o mostrare l' insolenza loro con
qualche violenza 5 gli altri gradi minori danno a uomini insolenti che per le
loro scelleratezze non sono né da' parenti ne dalle leggi nella patria loro
sopportati, e pensano che quello che sa meglio ed ardisce fare violenza ni
prossimo sia LIBRO QUARTO, 209 più atto alla guerra* ma quanto s' ingannano
abbiamo di sopra in parte discorso, ed al presente vogliamo mo- strare con
esempi particolari quanto sia da confidare poco in cosi fatti capitani, e
([uanto sana utile che i principali e le repubbliche pensassino ad amministra-
re la guerra molto meglio che quelli a cui tal cura è commessa. E' mi basta
solamente adducere Malatcsla Bagll(jni e Francesco Ferrucci, l'uno de\|uali
mostrerà che questi capitani mercenarii poco altro sanno fare che rubare e
tradire coloro per chi fanno la guerra , l'altro, che chi è nutrito ed allevalo
civilmente, la può molto meglio amministrare che loro. Dico adunque, che tosto
che papa Clemente settimo mosse le genti imperiali per la volta di Perugia per
trarne Malatesla, e di Firenze per tome la libertà, cominciò Malatesla a dar
intenzione a' Fiorentini di volerli difendere, e mostrare che lo potrebbe fare
quando avesse da loro quelli aiuti che bisognassino, la qual cosa parendo a chi
governava utile alla città, gli fu mandato da loro tanta gente, che aria diteso
quella terra. Accostaronsi gP imperiali, e Malatesla cominciò a praticare
accordo, non perchè egli non conlldasse tener Perugia, sicco- me io gli sentii
dire, ma per non essere cagione a Pe- rugia che il paese loro fusse guasto,
come saria avve- nuto se egli avesse fallo resistenza : benché lo credo, che V
una e V altra cosa gli facesse tal partilo pigliare. Questa pratica, che
Malatesla cominciò a tenere d' ac- cordarsi, inlesa che ella fu in Firenze,
delle gran per- turbazione a quelli che governa\ano: prima, perchè avendo
concetto speranza che gK imperiali si avessero a fermare in quella terra, se
gli vedevano venire ad- 2 IO LI REPUBBLICA. FIORENTINA. dosso, senza avere
tempo a potersi meglio ordinare 5 secondariamente, perchè temevano che
Malatesta non facesse mal capitare le genti fiorentine per facilitare al papa
la vittoria, e gratificarselo, e così prima che egli uscisse di Perugia,
cominciarono a dubitare di tradi- mento. Accordossi adunque Malatesta cogl'
imperiali e venne colle genti fiorentine alla volta d' Arezzo, la quale terra
desiderando i nostri che fusse difesa per rompere la strada a' nemici, mostrò
al commessario tante difficoltà In tal cosa, che egli per più sicuro par- tito
deliberò d'abbandonarla, e cosi tutti ne vennono alla volta di Firenze, ed
arrivati che furono a s. Gio- vanni, ebbono commissione da' dieci di mettere
tanta gente in Arezzo, che la difendesse. Mandaron vi adun- que Ottaviano
Signorelli cugino di Malatesta, ed il si- gnor Giorgio da S. Croce con circa a
due mila fanti. i quali tosto che li nemici si appressarono, abbando- narono la
terra e ne vennono a Firenze, dove era già arrivato Malatesta, ed attendeva a
confortare i cittadi- ni, che non dubitasslno che la vittoria saria loro. Ma
non fece già diligenza alcuna per acquistarlo, perchè non messe studio aleuno
in conoscere il sito del paese che circonda la città, per averne poi notizia
ne' bisogni della guerra, e dove gli antichi capitani pigliavano oc- casione di
combattere i nemici al passare d' un fiume, allo scendere, al salire d' una
montagna, allo sboccare di una valle, all' alleggiare, all'accamparsi alla
terra, costui gli lasciò venire fino alle mura^ non altrimenti che a- vriano
fatto se fussero camminati per il paese amico, e nel pigliare gli alloggiamenti
non pensò mai a dar loro molestia alcuna. E poiché furono accampati, an~ LIBRO
QUARTO. 2 1 I cera che molte occasioni si nioslrassero di vincerli, non seppe,
o non volle mai prenderne alcuna, e quan- do era sollecitato a pigliare qualche
impresa, diceva che a volere che le cose fussero eseguite bene, biso- gnava che
da chi le aveva ad eseguire, fussero propo- ste, e che egli poi le
commetterebbe. Quelli che V a- rebbono avute ad eseguire, cioè il signor
Stefano Co- lonna, il signor Mario Orsino ed il signor Giorgio da S. Croce
dicevano che non era ufficio loro proporre cosa alcuna, ma che il capitano
generale era quello che V aveva a proporre, e commettere quello che s' avesse
da fare, e quando fosse loro proposto cosa alcuna, non mancherieno del debito
loro, e così stando in questa disputa, non si venne mai a conclusione alcuna 5
sola- mente il signor Stefano vedendo il desiderio che ave- vano i cittadini
che si combattesse, fece una incami- ciala, colla quale assaltò le genti
alloggiate a s. Mar- j^herita a Montici, ne fu d' altro frutto, se non che ve-
dendo i nemici che i nostri ardivano d' uscir fuori a combatterli, si
fortificarono di sorte che poi saria stala cosa pericolosa T assaltarli. Fece
poi Malatesla appic- care certe scaramucce senza ordine e senza fine, ed avendo
sempre chi è dentro nell' uscir fuori a combat- tere tutti i vantaggi, costui
sapeva sì bene ordinare le fazioni, che sempre faceva li nostri con
disavvantascio combattere. Nella incamiciata che si fece contra a' Lan- zi che
erano alloggiati a s. Donato, essendo il signor Stefano col suo colonnello
entrato dentro ai bastioni, od aveiìdo co' Lanzi ap[)lccalo valorosamente la
bat- taglia, egli al suono delle trombo de' cavalli nemici, che alloggiavano a
Monticelli, ritirato, o per viltà, o 212 I.A REl'L BULICA. FIORENTINA. per
tradimeatOj o per l'uno, o per l'altro, il suo colon- nello, fece anco ritirare
i Corsi, che già erano entrati dentro, e poco mancò che egli non fece capitar
male il signor Stefano con tutte le sue genti. Alla fine aven- do ridotte le
cose a termine, che la città non aveva al- tro rimedio che la venuta di
Francesco Ferrucci, ope- rò di sorte, che il principe d' Oranges potette sicura-
mente, quasi con tutte le sue genti, andarlo a incontra- re, senza temere che
li nostri avessero a uscir fuori ad assaltare il campo, nel quale aveva sotto
le promesse di Malatesta lasciato pochissima gente. Rotto adunque e morto che
fu il Ferruccio, fece il tradimento che è noto a tutto il mondo, per il quale
papa Clemente ri- prese la tirannide, ed in premio di così fatto tradimen- to
ritornò in Perugia. Ma lasciando stare al presente la malvagità sua, e
mostrando l' imperizia della guerra, dico che dal giorno che egli entrò nella
città fino alla fine dell' assedio, non fece mai cosa alcuna, per la qua- le
mostrasse una minima parte di quell' ardire e di quella prudenza che debbe
avere un capitano al di cui governo sia commessa sì magnifica e generosa im-
presa. Perchè tutte l' azioni che si disegnavano da cit- tadino, sempre
contraddiceva, mostrando i pericoli che ne potevano succedere e resultare, e
cjuando riusciva- no bene, come fu quando si mandò fuori i cinquecen- to fanti
al Ferruccio i quali egli non voleva mandare in modo alcuno, sempre voleva
esser quello che ave- va ogni cosa ordinato, ma quando egli ordinava ed
eseguiva cosa alcuna, della quale succedesse infelice evento, siccome sempre
alle sue imprese avveniva, af- fermava sempre aver fatto ogni cosa costretto
dalla LIBRO QUARTO. 2l3 importunità de' cittadini. Nel far ripari e fortificar
la terra, non mostrò mai maggiore intelligenza che nelle altre azioni della
guerra 5 perchè ciò che era di buono in quella fortificazione, era stato ordinato
da' cittadini ed architettori nostri. Michelagnolo Buonarruoti,come nella
pittura e scultura, cosi nell'architettura singola- rissimo, aveva fortificato
il monte, instaurato il bastio- ne di s. Giorgio e tatto il riparo alla porta
della Giusti- zia, le quali cose erano le principali e più importanti alla
città ; gli altri ripari fatti da Malalesta erano o non iiccessarii, conie il
fosso che cominciava a s. Miniato e saliva al bastione che si chiamava di
Iacopo Tabusso, il cavaliere di dentro alla porla a s. Giorgio, ed il ba-
stione in sul prato tra la porta e la torre della Serpe; o pieni di difetti^
siccome era quel bastione che co- minciava dalla porta a s. Pier Gattolini e
saliva verso quella torre che fu battuta da" nemici 5 o tanto agevoli che
ogni architettore ancorché poco intelligente gli sa- peva ordinare, siccome
erano tutti gli altri che si fe- ciono intorno alle mura e fuori alle porle,
de' quali la maggiore parte erano o fatti o cominciati quando egli arrivò. Io
lascio stare gli sinistri modi che egli teneva nel praticare co' cittadini, co'
quali egli aveva a tratta- re, e gli oflicii che debbe usare un capitano verso
i suoi signori, il quale sempre si deve sforzare in ogni sua azione di
conservarli e risparmiarh, laddove questo re(» uomo s' ingegnava di succiare
sino al sangue di que- sta città, per ingrassare li suoi scellerati seguaci ; e
do- ve i buoni capitani sogliono diminuire le difìicollà die nascono nella
guerra, nel pagare i soldati e provvede- re l'altre cose necessarie, costui quanto
poteva l' an- i3» 2l4 LA. REPUBBLICA. FIORENTINA. dava accrescendo, e con
parole e con falli sempre si sforzava d* invilire i cilladioi, per averli a suo
piacere in preda. Così fatto era queslo noslro valoroso capi- tano, e gli altri
capitani che oggi sono in Italia, se non sono malvagi e traditori, come era
egli, non sono an- co più di lui della guerra intelligenti, siccome manife-
slerebbono le azioni di ciascuno, quando diligente- mente si considerassero 5
laonde assai chiaro esser cre- do, quanto poco sia da confidare in questi
mercena- rii capitani, i quali, o per villa, o per tradimento, o per ignoranza,
ti fanno perdere la guerra. Ma conside- riamo un poco le azioni di Francesco
Ferrucci, il qua- le non soldato mercenario, ma cittadino fiorentino, allevalo
e nutrito civilmente, e veggiamo con quanta diligenza, prudenza ed ardimento
egli abbia ammini- strato le faccende della guerra. Era nel principio dello
assedio passato Lorenzo Soderini commissario in Pra- to, il quale per la viltà
e dappocaggine sua aveva le cose in maniera amministrate, che i soldati che
erano in guardia di quella terra si erano insignoriti, e poco manco che a sacco
la mandavano. Li dieci adunque desiderando di riparare a tale inconveniente, e
ridurre li solcali alla pristina obbedienza, mandarono com- messario Francesco
Ferrucci che con Lorenzo Sode- rini governasse quella terra : era costui in sì
poca esti- mazione di ciascuno, che appena dopo molti altri ven- ne in
considerazione. Egli adunque trasferitosi in Pra- to, con grandissimo ardimento
e vigore di animo cor- resse tanta licenza de' soldati, e ridusse la terra in
ter- mine che ciascuno vi poteva le cose sue godere. Nac- que differenza poi
tra lui e '1 commessario vecchio, la LIBRO QUARTO. 21 5 E7,r\. dGT) quello che
volgarmente si dice, che le medesime qnn- lità de' tempi spesse volte ritornano
con altra lesli- nionianza, che de' vestimenti e d'altre cose simiglinn- ti, le
quali di con! inno sentiamo essere in bocca della errante plebe. M. Trif. Io
credo cerlamenfe che questa sentenza o proverbio, che noi vogliamo dire, sia in
molte parli, se non in tulio, vero. La qual cosa può discernere chiunque
considera in le presenti condizioni della no- stra aflliticala Italia, ne' casi
della quale due tempi mi pare che tra gli altri siano da riguardare. Uno, nel
quale fu il principio della mina sua e dell'imperio ro- mano, e questo fu
quando Roma dall' armi cesariano fu oppressa. L' altro, nel quale fu il colme»
del malf^ italiano, e questo fu quando l'Italia dagli Unni, Goti, Vandali,
Longobardi fu discorsa e saccheggiala. E se ben si considerano gli accidenti
che da poco tempo in qua così in Oriente come in Occidente sono avve- nuti,
age^ olmenle si può vedere che a quelli che oggi ■vivono in Italia soprastà uno
di quelli due tempi. !>Ia qual di loro più si debba avere in orrore non so
io già discernere 5 perciocché dal primo si può dire nascesse il secondo, e dal
secondo tutta quella variazione che ha fatto pigliare al mondo quella faccia
che ancora gli veggiamo a' tempi nostri, e lasciar del lutto quella che al
tempo de' Romani aveva. Ma io non voglio che noi passiamo questo giorno in
raccontar le nostre calami- tà, e venendo a quello che a me più apparti(.ne,
non approvo quanto di me avete aflcrmato. E non vorrei che la grandezza della
benevolenza vostra verso di me vi facesse il dritto giudicio trapassare.
Pcrcioccln'' io 2^4 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI non riconosco in me tal
virtù, quanto pensi fli poter essere comparato con tanto uomo, quanto fu Pompo-
nio Attico. Io non voglio già ora disputare se io deb- bo o non debbo essere
comparato con Pomponio. Per- ciocché, dimorando in tal disputazione, potreste
di me sospettare, che io pensassi di poter essere a Pompo- nio agguagliato.
Voglio ben solamente affermare, che in quello, dove voi diceste che noi siamo
grandemente simili, io non veggio altra similitudine che dell' even- to.
Perciocché, siccome Pomponio non volle ammini- strare le pubbliche faccende,
così io dal pubblico go- verno rimosso sono. Ma la cagione che spinse lui^ e
quella che ha indotto me a prendere questo modo di vivere, sono diverse e del
tutto contrarie. Perciocché Pomponio considerando che la repubblica sua era
cor- rottissima, e non conoscendo in se facultà di poterle la sanità
restituire, si ritrasse da lei per non essere co- stretto con essa a rovinare.
Perciocché la repubblica, quando è corrotta, è simile al mare agitato dalla
tem- pesta, nel quale chi allora si mette, non si può a sua posta ritrarre. Io
già non mi son ritratto dalle cure civili per questa cagione, perciocché la mia
repubblica non è corrotta, anzi (se io non m'inganno) è più per- fetta ch'ella
mai in alcun tempo fosse. La forma d'es- sa non può essere con miglior legge
temperata, con maggior tranquillità e concordia retta, lontana dalle sedizioni
intrinseche, e da tutte quelle cose che rovi- nano le città j e quello che è
bello, non manca di va- lorosi e magnanimi spiriti, dalla cui prudenza e virtù
ella é felicemente governala. Talché io mi rallegro as- sai d'esser stato
prodotto dalla natura principalmenle DI VENEZIA. 205 in Italia regina di tulle
Taltre provincie, flopo questo nella città di Venezia, nella quale io veggo
assai di quelle virtù le quali di quegli antichi Romani e Gre- ci si leggono e
lodano. Onde avviene che io non ho molla invidia alla repubblica romana, ne a
quella dei Lacedemoni. E quantunque i Romani possedessero tanto maggiore
imperio, quanto 'i noto a ciascuno, non però giudico la repubblica nostra meno
beata e felice. Perciocché la felicità d' una repubblica non consiste nella
grandezza dell'imperlo, ma sì ben nel vivere con tranquillità e pace
universale. Nella qual cosa se io di- cessi che la nostra repubblica fosse alla
romana supe- riore, credo certo ohe ninno mi potrebbe giustamente riprendere.
Per quello adunque che lo ho ragionato, troppo bene potete comprendere che io
non sono sta- to spinto a questa maniera di vita dalla medesima ca- gione che
Pomponio Attico. Ma quello che m'abbia a vivere in questa guisa persuaso, non è
necessario narrarvi. Quando pure voi lo voleste intendere, po- trei dire che io
da natura sono inchinato assai a que- sta vita libera e sciolta da tutte
l'umane faccende. La quale lo agevolmente presi conoscendo in tal cosa non fare
ingiuria alla patria, la quale per essere copiosa r^i uomini eccellenti, non
aveva dell'opera mia bisogno alcuno. Potrei sopra ciò per mia dlfenslone molte
al- tre cose dire, ma solo vi basti, quanto ho ragionato, avere udito. Gin.
Piacemi assai lutto anello che avete detto c'i voi e di Pomponio Attico: dove
io ho la vostra natu- rai modestia riconosciuta. ]Ma io non voglio già ora
entrare nelle vostre lodi, massimamente non essendo Giannotfi. • lO 266 DELLA
KEPLBBLICA E JIAGISTRàTI Tol di quelle molto benigno ascoltatore. II che io
stimo che voi giudicate là dove 1' opere a[)pariscono. non essere le parole
necessarie. Ma ditemi, se io ho bene il parlar vostro notato : voi diceste, che
ai Romani non avevate molta invidia, e quasi agguagliarvi a loro incominciaste.
Avete voi certo questa opinione, che la repubblica vostra si possa con la
romana comparare? JI. Trìf. Certamente sì. Perciocché, come poco fa fu detto,
ancora che non sia da comparare P imperio nostro a quello di Roma, nondimeno
egli è in molte altre cose da noi superalo, onde nasce la ricompensa e
l'egualità: ed alcuni dei nostri istoriografì (e per non vi nascondere cosa
alcuna, tra questi è messer Anto- nio Sabellico : alla presenza d" altri
non lo avrei no- minato, per non parere di biasimare chi ha con gran- dissima
eloquenza illustrato le cose nostre) hanno vo- luto Venezia con Roma comparare.
INella qual cosa non hanno usato quella prudenza che la materia ri- cercava.
Perciocché hanno solamente agguagliale le guerre nostre a quelle de' Romani :
alle qua'i senza dubbio le nostre non possono giungere. E non è uomo di sì poca
prudenza, che leggendo cjuella comparazio- ne, la quale il Sabellico ha scritto
nelle sue istorie, non la giudichi una manifesta adulazione. Ha bene lasciato
indietro quelle cose le quali egli poteva addurre ar- ditamente, e sopra quelle
fondatosi, senza sospetto di adulazione P una repubblica con l' altra
comparare. Gio. Messer Trifon mio caro, le vostre parole han- no generato in me
un desiderio grande d' intendere come voi facciate questa vostra repubblica
eguale alla romana. Il che se io credessi esser vero, ne piglierei UT VENEZIA.
Il) granrlissimo piacere, consideranflo che non dovremmo cosi liberamente i
nostri tempi dannare, vedendo in quelli una repubblica la quale a quelle
antiche, tanto da ciascuno celebrate, non sia inferiore. E perù non vi sia
grave, poscia che noi abbiamo a passare il giorno con simili ragionamenti,
questo che avete detto dimo- strarmi. M. Trif. A me non è grave cosa alcuna che
a voi piaccia. Ma ditemi, avete voi notizia in che modo sia la repubblica
nostra amministrata, che forma sia la sua, com' ella sia temperata, quali siano
le sue leggi ? Gìo. Io lessi già un libretto del Sabellico, do v' egli tutti i
vostri magistrati racconta. Ho dimandalo poi quando d'una cosa, quando d'un'
altra. Ma per fjuel- lo che io abbia letto e domandalo, non Iio raccolto a
punto come fatta sia T amministrazione di questa vo- stra repubblica. E per dir
la mia opinione, questo li- bro di messer Antonio Sabellico non T* di molta
utili- tà. Perciocché ancora che egli racconti in esso tutti i vostri
magistrati, nondimeno egli non dipinge dinanzi agli occhi de' lettori la forma,
la composizione, il tem- peramento di questa repubblica. 31. Trif. ^ "^
"'^" sÌQle. dal vero punto lontano. Perciocché ciascuna repubblica è
simile ad un coq)0 naturale, anzi per meglio dire, è un corpo dalla natu- ra
[ìrincipalmente prodotto, e dopo questo, dall'ar- te limato. Perciocché quando
la natura foce V uomo, ella intese fare una università, una comunione. Essen-
do adunque ciascuna repubblica come un altro corpo naturale, deve ancora i suoi
membri avere. E perchè tra loro è sempre cerLi proporzione e convenienza, sic-
•^G8 DLhhX RLPLBiìLlCA E MAGISlRATI come tra i membri di ciascuno alUo corpo,
chi non conosce quesla proporzione e convenienza, che è tra r un membro e V
altro, non può come fallo sia quel corpo comprendere. Ora questo è quello dove
manca ìLSabellico. Perciocché avvenga che egli racconti tut- ti i magistrali,
nondimeno egli non dichiara come l'uno sia collegato con l'altro, che
dependenza abbia questo da quello, talché perfettamente la composizione della
repubblica raccoglier se ne possa. E adunque neces- sario che intendiate
particolarmente questo nostro go- verno, in che modo egli sia temperato.
Altrimenti niu- na cosa di quello che cercate, intendere potreste. Ma non so se
in questo giorno solo si potrà ogni cosa spe- dire. Gio. E' mi sia a bastanza,
che mi narriate raramlnl- strazione della repubblica vostra. Perciocché quando
io intenda bene ilgo\erno di quella, chiaramente per me slesso in che elle
siano simiglianli e in che diffe- renti potrò giudicare. M. Trìf. Voi parlate
bene. Ragioneremo adunque della nostra repubblica: il quale ragionamento, se
voi vi dilettate d'intendere i governi delle città, vi reche- rà grandissimo
piacere. Yoi vedrete in questo nostro viver bellissime leggi, ottime
costituzioni, un pruden- lisslmo temperamento. E quantunque ogni cosa non sia
cosi osservala come si dovrebbe, non merita per(j questa nostra civile
amministrazione d' essere molto biasimala. Perciocché quesla è cosa che va
dietro ad ogni forma di repubblica, siccome per gli esempii Vlei Romani e
de'Lacedemonii si può comprendere. Basta bene, che tutte le Irasgi essioni, le
quali nella nostra m VENEZIA. 2G(j cill'u si fanno, non possono esser di lui qualità,
che re- chino grandissinio danno. Gio. Io nt)n avrò [)icciol piacere d'
intendere que- ste vostre ordinazioni : le quali io penso che siano bel-
lissime; Perciocché egli è necessario che un governo duralo tanto tempo senza
esser sialo mai da alcuna intrinseca alterazione oppressalo e vinlo, sia con
gran- de ordine e con gran prudenza temperato. E vera- mente io ho grande
obligazione al caso , dal quale mi furono quei ragionamenti ofFerli, che v'
hanno dato occasione di narrarmi quello che io con lungo tempo ho desideralo.
Date adunque quando a voi piace al- l' ordinata materia principio. Perciocché
io già lutto mi sono per udirvi apparecchialo. M. Tri/'. Io penso che sia bene,
che noi dimoriamo in questa camera, ancor che ella non sia la mia stanza, siccome
voi sapete, la quale per essere volta a Tra- montana, non sente molto il
soperchio calore del sole. Olire a questo noi siamo in questo luogo assai da'
tu- multi domestici remoli^ i quali quanto mi siano a gra- do, la vita che io
ho elelta, vi può dimoslrare. Il re- verendo M. Pietro Bembo (mercè delle sue
virtù) t- molto visitato e trattenuto da tutti i gentiluomini che- in questa
terra si trovano. Se noi lòssimo in altro luo- go che in questo, non potremmo
fare di non essere im- pediti da quelli che lo vengono a visitare. E però noi
soli in questa camera dimoreremo, passando questo giorno negli orditi
ragionamenti. Gio. Assai mi piace questo vostro consiglio, ed io aspetto con
desiderio che cominciate. M. Trìf. Prima che io dia piincipio, io voglio che
2yO DELLA REPLBBLICA E MAGISTRATI voi intendiate alcune cose, le c]uall saranno
come una preparazione di tutto quello che abbiamo a trattare. Dico adunque che
chi vuole intendere come si gover- ni una repubblica, o egli è cittadino e
membro di tal repubblica, o egli è forestiero. S'egli è membro di tal
repubblica, di cinque cose, sopra le quali si consulta, bisogna che sia perito.
Delle facoltà della città, cioè quali siano le sue entrate e spese. Della
guerra e pace, cioè come la città sia provveduta d'arme, e cornicila si possa
provvederej che guerre da quella ne' tempi pas- sati siano state fatte, e quali
successi elle abbiano sor- titi 5 quali e quante siano le forze de' vicini, per
sape- re di che si abbia a temere, in chi abbia a sperare, con- tra chi si
debba far guerra, e con chi si debba far con- federazione. Del modo del
difendere e guardare il paese, cioj che armi e quante ricerchi tale difensione.
E per intender questo, è necessario sapere il sito di quello, s* egli è pianura
o montagna, copioso o povero di fiu- mi, propinquo o lontano dal mare. Di
quelle cose che si portano fuori e di c[uelle che si recano dentro, per saper
quali siano quelle che mancano e quelle che ab- bondano. E finalmente la
introduzione delle leggi. Per- ciocché egli è necessario a chi governa sapere
quali leggi siano conformi al regno, quali alla tirannide, quali allo stalo
degli ottimati, quali alla potenza de' pochi, f[uali all' amministrazione
popolare, quali alla licenza della plebe, e quah a ciascun' altra forma di governo.
Ma s' egli sarà fuori di tale repubblica, prima di tutte queste cose bisogna
che egli intenda il modo e la for- ma dell'amministrazione di cpella.
Considerando io adunque, che voi non siete membro della nostra città, DT
VExrzrA. 1- I talch'.' voi possiate per voi stesso avere inteso la sua
:im(i)inislrazione, innanzi alle predelle cose vi narrerò p;irlinolarmenle il
noslro governo: dopo (juesto segui- terò r ordino sopraddetto, trattando di
ciascuna cosa (]uai!to sarà necessario. E se in questo ragionamento VOI udirete
cosa alcuna che voi sappiale, e vi [»aia di non molto momento, non però mi
{ucsfate minore at- tenzione, Perriorf]i»3 ogni cosa a proposito verrà. Es-
sendo le cose picciole con le grandi, e quelle che sono chiare con le oscure
collegate, non si possono in alcun modo indietro lassare. G/o.Dite pure, M.
Trifone, tutto (]u;Uo che a pro- p tulio quello che io aveva veduto, il parlar
vostro m'ha al- la memoria tornalo. Ma ditemi per qual cagione sareb- l)e stato
il ragionamento imperfetto, se voi aveste la descrizione del sito di Venezia
indietro lasciata. M. Trif. Il nostro discorso sarebbe stalo imperfet- to:
prima, perchè avendo noi a ragionare della repub- blica nostra, non mi pareva
convenevole, che noi a quella passassimo senza dire alcuna cosa del luogo che
la contiene; e massimamente perchè a conoscere bene la qualità d'una repubblica
non è di poco mo- mento, non solo quanto a'costumi, ma ancora quanto alle
forze, sapere le qualità del sito di quella città che la Cf)nliene. Laonde tutti
quelli che insegnano edifi- care le ciltà, fanno gran differenza se una città
si edi- fica in poggio, o in piano, presso, o lontano da'fiumi o dal mare.
Secondariamente non dicono i filosofi, tulle le scienze e dottrine dovere
incominciar dalle cose più universali? Presupponendo questo, che cosa è più
universale nella repubblica Veneziana, che esso Giaimotli. 1 7 2 j8 DELLA
REPIBBLICA E MAGISTRATI corpo della città, il quale non solamente a quelli die
amministrano la repubblica, ma eziandio a tutti gli al- tri abitanti è comune,
che in cjuello si contengono! I dipintori e scultori, se drittamente
riguardiamo, se- guitano nelle loro arti i precetti dei filosofi. Perciocché
ancora essi le loro opere dalle cose universali comin- ciano. I dipintori,
prima che particolarmente alcuna imagine dipingano, tirano certe linee, per le
quali es- sa figura universalmente si dimostra j dopo questo le danno la sua
particolar perfezione. Gli scultori anco- ra osservano nelle loro statue il
medesimo, tanto che chi vedesse alcuno de' loro marmi drizzato, direbbe l>ìù
tosto questa parte deve servire per la testa, que- sta per lo braccio, questa
per la gamba, che questa è la testa, questo il braccio, quella la gamba. Tanto
la natura ci costringe, non solamente nel conoscere ed intendere, ma eziandio
nell'operare, a pigliar il prin- cipio dalle cose universali. Per questa
cagione io in- cominciai dalla descrizione del sito di Venezia, come cosa più
che le altre universale. In tutto quello che seguita osserverò ancora il medesimo
ordine. Per- ciocché trattando dell'amministrazioni, disputerò pri- ma dei suoi
membri universalmente, dopo questo di- scenderò alle particolarità, tanto che
più d'una volta mi sarà necessario ripigliare il medesimo principio. Non so se
a voi quest'ordine piace. Gio. Piacemi sommamente: e veggio che in tutto con
gran prudenza procedete. 31. Trif. Dico adunque che tutti gli abitatori della
città di Venezia, la quale da noi è stata sufficiente- mente descritta, sono in
tre ordini distinti : in popola- I DI VENEZIA. 2^9 ri, in citladinljin
gentiluomini. Io so che in questa divi- sione degli abitanti io sono di
contraria opinione non solo al Sabellico, il quale dc'due primi ne fa uno, e lo
chiama popolare, ma ancora universalmente a molti altri, i quali non mettono
gradi in quelli che non so- no gentiluomini, ma tulli dicono essere popolari,
sic-, come nel suo luogo meglio intenderete. Ma a me pa- re, che noi li
dobbiamo nel modo detto dividere. Onde per popolari io intendo quelli che
altramente pos- siamo chiamar plebei. E son quelli i quali esercitano arli
vilissime per sostentare la vita loro, e nella città non hanno grado alcuno.
Per cittadini tutti quelli i quali per esser nati eglino, i padri e gli avoli
loro nel- la città nostra, e per avere esercitate arli più onorate, lianno
acquistato qualche splendore, e sono salili un grado, tal che ancora essi si
possono in un certo mo- do figliuoli di questa patria chiamarci gentiluomini
so- no quelli che sono della città, e di tutto lo stato di mare e di terra
padroni e signori. La nobiltà de** quali, ancora che ella sia chiara, pur per
meglio manifestar- la voglio alquanto sopra T origine e l'accrescimento di
questa nostra città ragionare. Costantissima fama è che, nel tempo che Attila
re degli Unni con grandissimo spavento veniva ad assalire l'Italia, molli di
quei po- poli, che allora si chiamavano Veneti, temendo i co- stui assalti, si
fuggirono nelle lagune del mare Adriati- co, in quelle isoletle che sono tra il
lido e terra fer- ma. Quelli, che a tal fuga diedero principio, dicono essere
slati i Padovani, e quelli d'Aqnilcia e della Con- cordia e d' altre città e
castella vicine. Ed alcuni di lo- ro si posarono in un** isola, alcuni in
un'altra. I primi 28o DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI fondamenti della città dicono
esser slati gittali da'Pa- dovani in Rialto, luogo oggi a tnlti notissimo,
essendo gli anni della Salute pervenuti al numero di ccccxxi, il giorno
dell'Aununziazione, che è il venticinque di marzo. E perciocch'' i movimenti
degli Unni non ven- nero tosto innanzi, come si era giudicato (perciocché dalla
prima fama del loro assalto insino a che essi ven- nero, furon venliqualtr'anni
d'intervallo, il quale lem- po fu da loro consumato nel riordinarsi, e
ristorare il danno che avevano ricevuto per avere perduto un e- sercito a
Tolosa, e nel domare nella venula la Dal- mazia, r Illirico e l'Istria), non
crebbe molto la nostra città, anzi molti ritornarono in terra ferma. Quegli i
quali s'erano posati in Rialto, stettero saldi. Ma poscia che i Barbari pervennero
in Italia, ed espugnarono o saccheggiarono Aquileia, allora fu fatto dai Veneti
in quelle isolette grandissimo concorso. Sono alcuni i quali dicono che Tanno
ccccxxi, nel sopraddetto gior- no delTAnnunziazione, fu ed. ficaio il tempio di
san Ia- copo, il quale oggi si vede in Rialto, da quelli abitato- ri che allora
si trovavano in quell'isola, e questo pi- gliano per lo principio della città.
L'anno poi cccclvi, avendo già Attila corsa e saccheggiala Ilalia, ed es- sendo
fuggili quei popoli, che abbiamo detti, in quel- le isole, come in luoghi
forti, dicono che da tutti quel- li che s' erano nelle isole ritirati, fu fatto
un concilio generale, e finalmente deliberalo di restare in quei luoghi, e di
non più ritornare in terra ferma. E questo pigliano quasi per il secondo
nascimento di Venezia. Ma questa varietà non è d'alcuna importanza al ipvo-
posito nostro. Basta, che per il gran concorso di quel- DI VENEZIA. 281 li che
fuggivano gli nssalli flegli Unni, la città diven- ne oltre modo grande. Tanto
che non molto tempo dopo ella pot"* trar fuori Tarmi contro i Dalmati e
gì' Is'ri, da' quali ella era infestata, ed ottenere la vitto- ria, e [)orgere
a Belisario capitano di Giustiniano nella guerra de' Goti grandissimi aiuli
nella ossidione'di Ra- venna. Dov'egli prese Yitigele re de' Goti, e lo mandò'
prigione in Costantinopoli a Giustiniano. Venendo poi d'intorno a cento anni
dopo i suoi principli Nar- sefe, capitano ancora egli di Giustiniano, a
liberare Ita- lia dalla tirannide de'Goti,non fu poco da' nostri Ve- neziani
aiutalo, ed egli come grato signore in memo- ria del benefizio ricevuto edificò
due tempii, uno do- v'è san Marco a Teodoro martire, l'altro nel mezzo «iella
piazza a Mena e Giminiano consecrato, il quale fu poi per accrescere la piazza
disfatto, e nella estre- ma parte riedificato, essendo doge Vitale Michieli.
Ac- quistò ancora grande accrescimento nella venuta dei Longobardi dopo la
morte di Narsete. La crudeltà dei quali costringeva ciascuno a rifuggire in
queste nostre isole, e fare grande la nostra città. Né ancora fece pic- ciolo
accrescimento, quando non molli anni dopo da Agilulfo re de' Longobardi fu
Padova con Monseli- ce interamente disfatta, concorrendo in Rialto e ne- gli
altri luoghi vicini gran numero di abitatori ; dei quali non essendo capace
Rialto, e le altre isole vici- ne, che già erano piene, s'em[)ii'' di abitatori
una iso- letta chiamata Gemina, e la nostra città divenne mag- giore. La quale
visse in questo modo quietamente senza fare impresa alcuna, ma solamente difendendosi
dii qualche assalto de''> i( ini, insino a che i dogi si co- 282 DELL 4
REPUBBLICA E MAGISTRATI minclarono a creare, 11 che fu duecento ottanfadue anni
dopo la sua edificazione. Cominciò poi a sollevarsi al- quanto, e mostrare il
suo vigore. E difendendosi da mag- giori assalti, andò acquistando maggiore
imperio. Sic- come fu quando ella si difese dalle forze de'Francesi al tempo
d'Obelerio doge nono, siccome noi di sopra di- cemmo. Fecero poi i nostri
maggiori assai imprese, e massimamente per mare, nelle quali finalmente rimasi
superiori, acquistarono assai grande imperio. Dopo questo, voltisi alle cose di
terra ferma, hanno ammi- nistrate le loro faccende con quei successi che segui-
tano le cose umane, e sono noti a ciascuno. E per- ciocché le citth si
rinnovano d'abitatori per le alterazio- ni intrinseche, per gli assalti
esterni, e per la pestilenza 5 la città nostra non ha mai patito tale
alterazione in- trinseca, che ella si sia divisa, e sia stata costretta cac-
ciare fuori ora questa parte, ora quelTaltra, siccome hanno fatto quasi tutte
le citta d'Italia, le quali da lo- ro medesime si sono consumate. Dagli assalti
esterni in tal modo sempre difesa s'è, che ella ne ha acquista- ta riputazione
ed imperio. Solamente è stala alcuna volta oppressa dalla pestilenza 5 siccome
avvenne al tempo d' Andrea Dandolo doge liv. Il quale fu assun- to al supremo
magistrato l'anno della Salute mcccxlii, e visse insino al mccclh . Onde si può
congetturare che questa fosse la pestilenza dell'anno mcccxlviii, tanto dal
vostro Boccaccio celebrata. Fu in quel tem- po la città per questa pestilenza
alquanto esausta, di sorte che fu necessario per riempierla concedere che
qualunque andasse a Venezia, tosto ch'egli vi avesse abitalo due anni, fosse
cittadino veneziano. La natu- DI VENEZIA, 283 ra della pestilenza è di
danneggiare assai la plebe mi- nula. Perciocché ella non Jja quelli rimedii che
tro- vano coloro i quali de' beni della fortuna non sono del tulio privali.
Talché io credo fermamenle che quelli i quali avevano comodità d'aiutarsi,
mollo poco di tal danno parlecipassero. Non ha molti mesi, che io parlando con
un nostro gentiluomo lo domandai, co- me la pestilenza, due anqi sono, aveva
danneggialo la vostra cilt-i. Risposemi che la plebe aveva patito as- sai, ma
chi non era privato de' beni di fortuna, se ne era agevolmente difeso. È
adunque manifesto per quello che abbiamo detto che la cillà in brevissimo tempo
divenne popolosa. E non avendo palilo quelle cose che fanno rinnovare gli
abitatori, viene aver con- servato il sangue di quelli che principio le diedero
incorrotto, il quale è ancora più che gli altri nobile; I)erciocchè quelli che
fuggirono in queste lagune, dai quali e stato fatto poi il corpo della nostra
citt-i, è da congetturare che fossero nobili o almeno ricchi' Con-
ciossiacosaché i poveri, e quelli che mancano di cre- dilo, non avendo facoltà
d'aiutarsi in modo alcuno, siano costretti star fermi, ed aspettar quel bene e
quel male che la fortuna reca. Siccome noi ne' nostri tem- pi veggiamo che i nobili
e ricchi di Lombardia, e non I poveri, fuggono le guerre di quella provincia.E
ben vero che i plebei vanno poi dove pensano poter- si meglio sostentare. E
perciò è da credere, che dopo il primo concorso de'nobili e ricchi di quesle
terre vicine m queste lagune, andasse poi dietro loro gran- dissimo numero di
plebei invitati dall' utile e dalla .i- rurta de' luoghi. Sono adunque i nostri
gentiluomini 284 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI d'eccellente nobiltà, prima
perchè sono discesi da quel- li nobili e ricchi i quali, rifuggiti in questi
luoghi pa- ludosi, costituirono il corpo della nostra città. Secon- dariamente
perchè hanno il sangue loro mantenuto incorrotto, per non aver patito la nostra
città quelle cose che alterano e rinnovano gli abitatori. A che si a^'^^iunge
la chiarezza che hanno acquistata poscia che il «ran Consiglio fu ordinato nel
governare le pubbli- che accende. Perciocché egli non è dubbio alcuno, che gli
uomini dove eglino non si trovano a trattar cose pubbliche, non solamente non
accrescono la no- biltà loro, ma perdono ancora quella che hanno, e di- vengono
peggio che animali, essendo costretti viver senza alcun pensiero avere che in
alto sia levato. La qual cosa agevolmente potrà comprendere chi andrà in quelle
città che da tiranni o da altri stati violenti sono governate. I quali hanno
per oggetto l'abbassare e rinvilire in maniera gli uomini, che non sappiano se
in questo mondo vivono o dormono. Non avendo poi dopo il serrare del Consiglio
(noi vi dichiareremo al luo^o suo quando fu ordinato e poi serrato il gran
Consiglio) usato di comunicare questo onore eccetto pochi, sì come furono
quelle quindici case, che per la congiura di Baiamonte Tiepolo furono messe nel
gran Consiglio, e nella guerra genovese quei trenta cittadini, che furono fatti
gentiluomini, e in altri tem- pi alcuni altri, vengono ad aver dato all' ordine
loro maggior grandezza e riputazione. Ma per conchiude- re tutta questa parte,
parmi che noi dobbiamo in questa nostra repubblica considerare tre tempi. Uno è
tutto quello spazio che è dal principio delia città DI VENEZIA. 280 nostra
insino a che V ordine del gran Consiglio fu trovalo. Nel qual tempo i nostri
maggiori, essendo la repubblica nostra governata prima da tribuni, poi da dogi,
siccome al suo luogo inlenderele, poca cliiarezza acquistarono, ed assai fu rho
mantenesse- ro quella che da' loro antichi era stata ni queste la- gune
portala. 11 secondo è da che l'ordine del gran Consiglio fu trovalo, insino a
che egli fu serrato, nel qual tempo i nostri cominciarono per trattare delle
cose pubbliche a salire in grandezza e riputazione. Il terzo è da poi che il
Consiglio fu serrato. La qual co- sa gli ha poi fatti crescere in molto maggior
grandez- za, che prima fatto non avevano. Tanto clie, siccome voi avete potuto
comprendere, se nelle città d'Italia è nobiltà alcuna, nella nostra è maggiore
che in tutte quante l'altre. Quesli, che noi chiamiamo cittadini, se hanno
splendore alcuno, l'hanno acquistato dopo il serrar del Consiglio. Perciocché.,
come meglio di sot- to intenderete, essendo innanzi a quel tempo la re-
pubblica a tutti comune, è verisimile che tutti quelli che avevano qualità
alcuna, fossero nel Consiglio com- presi, talché pochi esclusi ne rimanessero.
Il che è ma- nifesto per il gran numero che facevano quelli che an- davano ne'
tempi passali al gran Consiglio. E di quei {)Ochi che rimasero fuori, a molli
poi in varli tempi fu dato tal onore. Laonde noi possiamo congeli mare che
questi che oggi chiamiamo cittadini, o fossero allora plebei, e non avessero
nella città grado alcuno, talché tulle quelle (jualità che hanno, se le abbiano
poi ac- quistate; o veramente siano poi venuti ad abitare nel- la nostra città,
dove col tempo hanno fallo acquislo. 286 DELLl REPUBBLICA E MAGISTRATI e delle
focoltà che posseggono, e di que' privilegi! per i quali sono oggi chiamali
cittadini veneziani, e sono quasi membro della nostra città con soddisfazione e
contento di tutta la nostra repubblica, la quale ne'blso- gni suoi si vale
delle ricchezze loro, come di quelle dei gentiluomini. I plebei, o vogliamo
dire popolari, sono una moltitudine grandissima composta di più maniere
d'abitatori, siccome sono i forestieri, i quali ci vengo- no ad abitare tratti
dalla cupidità del guadagno. Ed avvenga che ci dimorino assai, nondimeno, o
essi non fanno altro che vivere, o se fanno di cosa alcuna a- vanzo, se lo
vanno a godere nella patria loro, siccome noi vegglarao che fanno i Bergamaschi
ed altri fore- stieri, dei quali la città nostra è tutta piena. In questo
medesimo corpo de* popolari entrano infiniti artigiani minuti, i quali per non
avere mai superato la bassez- za della fortuna loro, non hanno acquistato nella
citta grado alcuno. Abbiamo ancora un'altra moltitudine di popolari, i quali
sono come nostri servidori, sì co- me sono i barcaruoli ed altri simili. De'
mercatanti, i quali in grandissimo numero di tutte le nazioni con- corrono in
questa città, non bisogna parlare, percioc- ché non sono membro di quella.
Vengono costoro in Venezia per essere quella come uno mercato comu- ne a tutto
il mondo per la comodità del mare, ed at- tendono con le facoltà loro a
guadagnare, e se ne van- no poi quando a proposito torna loro. Noi abbiamo
insino a qui ragionalo della qualità degli abitatori. Re- sta ora che
disputiamo dell' araminislrazione della re- pubblica, la quale è tutta in
potestà de' gentiluomini se altro prima intendere non volete. DI VENEZIA. 287
Gio. Prima che voi passiate ad altro, vorrei due cose sapere. Una, quanti
uomini faccia la vostra città da portare armi 5 P altra, quanti siano i
gentiluomini. M. Trrf. Ancora che io non vi possa dire esat- tamente quello di
che mi domandale, non essendo anco cosa di molta importanza al proposito
nostro, pure lo vi dirò quello che altre volte ho sentito ra- gionare, e che io
peuso essere vero. E' si crede che nella città siano venliraila fuochi, cioè
famiglie, e la co- mune usanza è di prendere due per fuoco, tanto che la città
nostra armerebbe quaranta mila {)ersone. Antica- mente, non mi ricordo già in
che tempo, pernonsoqual caso che anco m'è uscito della memoria, volendo sapere
quelli che governavano, quanti uomini poteva armare la nostra città, furono
scritti quarantamila uomini da portare arme, il quale numero viene col
sopraddetto a concordare. E tenendo questo per vero, credo cer- io che non
possiamo errare, e massimamente, perchè da quel tempo in qua, che furono
scritti quarantamila uomini, la città è divenuta più tosto maggiore, per non
essere avvenuto caso alcuno per il quale la città si sia votala. I
gentiluomini, tra quelli che frequentano il Con- siglio, e quelli che non lo
frequentano, 1 quali sono po- chi, e quelli che sono fuori per le loro faccende
privale, e quelli che sono in reggimento nelle terre soggette, o in altro
pubblico otticio cosi per mare come per terra, fanno un numero che arriva
(secondo che io ho sentito da molti afiermare) intorno a tremila. 3Ia lasciamo
ora andare tutte (juesle considerazioni de" popolari e citta- dini, e del
numero degli abitatori, e trattiamo delTam- minislrazione della repubblica \x quale
ninno altro che 288 DELLA REPUBBLICA E MAOLSTRATI i gentiluomini abbraccia,
siccome dianzi dicemmo. So- no adunque i gentiluomini signori della nostra
città e di tutto lo 'stato di mare e di terra. La loro ammini- strazione
procede nel modo che appresso diremo. Pri- mamente essi hanno fatto un
fondamento ed una base sopra la quale si regge tutta la nostra repubblica. E
questo è quello che volgarmente si chiama il gran Con- siglio. Il quale è base
e fondamento della repubblica, perciocché da quello dipendono tutti gli altri
membri di quella, se non in tutto, nella maggior parte almeno. Abbraccia questo
gran Consiglio tutti coloro a' quali permette P età di potervi andare: ma di
questo parle- remo lungamente nel suo luogo. Sorge dopo questo gran Consiglio
un allro membro di grandissima ripu- tazione, chiamato il Consiglio de''
Pregati, per parlare con un toscano toscanamente, perchè in nostra lingua
diciamo Pregai. Come sia creato questo Consiglio, che nurtiero di gentiluomini
egli abbracci, e chi siano quel- li che ci entrino, e quali siano le sue
azioni, nel suo luogo copiosamente ragioneremo. Succede al Consiglio de*
Pregati il Collegio, il quale è composto d' alcuni magistrali , siccome voi
appieno intenderete. Dopo questo membro seguita il Principe onoratissimo sopra
tutti gli altri. E adunque composta la repubblica no- stra di questi quattro
membri principali, del Consi- glio grande, del Consiglio de* Pregati, del
Collegio e del Principe. Gio. Io ho più volte sentito a molli far menzione del
Consiglio de'Dieci, de'Procuratori di s. Marco, de- gli Avvocatori, come di
magistrali di grandissima im- portanza. Voi ancora non ne dite cosa alcuna. DI
VENEZIA. 289 M. Trìf. Egli è vero, che colesli iiiagislrati sono li-
pulatissiml, ma lo gli ho lasciati per ora indieho, per- ciocché non sono
quelli che fanno il corpo della re- pubblica, ancora che abbiano grandissima
riputazione e si travaglino nella repubblica quanlo alcun altro magistrato. Voi
intenderete ogni cosa al luogo suo, e chi siano i magistrati che avete
nominali, e qual sia la loro autorità, e come ancora essi siano collegali con
la repul)blica. Tornando dunque al [)roposilo mio, dico che i sopraddetti
membri compongono interamente il corpo della nostra repubblica. E se voi
considerale be- ne, la rendono simile ad una piramide, la quale sicco- me voi
sapete ha la base larga, poi a poco a poro si ri- stringe, e finalmente in un
punto fornisce. E adunque la base di questa piramide il gran Consiglio, il
quale è largo ed ampio, perciocché in esso entra ciascuno che corre l'anno
v^ntesimoquinto della sua età. Entra- vi ancora di quelli che hanno meno che
venticinque anni, siccome appresso intenderete. Non si può e non è convenevole
ogni cosa in un luogo narrare. Ristrin- gesi poi la piramide nel Consiglio
de'Pregati, il qual è menibro mollo onorato, rispetto alle faccende che in
quello si trattano, il che presto vi sarà manifesto. Né anco è capace di
ciascuno, come il gran Consiglio. Suc- cede a cjueslo il Collegio, dove la
piramide ancora più si ristringe. Questo membro è onoratissimo sopra tulli gli
altri. Perciocché questo è quello che consiglia e governa tutta la repubblica,
siccome voi inlendcrcte. Ternnna fmalmente cjuesta piramide nel Doge, siccome
in una punta eminente, ed è a ciascuno riguardevole. Della grandezza, ed onore
di questo membro non 290 DELLA REPUBBLICi E MAGISTRATI credo che mollo bisogni
trattare. Perciocché non è alcuno di sì rozzo ingegno, che dove egli sente il
no- me del principato, non pensi qui essere adunato ogni onore, ogni grandezza.
E benché i Consiglieri, i quali seggono col principe, siano suoi colleghi, e
senza loro non possa amministrare cosa alcuna, nondimeno chi considera lo
intervallo che è dalla dignità loro a quella del principe, giudicherà che non
sia da porli nella punta della piramide col principe, ma in quel luogo dov'io
posi il Collegio. Perciocché la dignità loro supera quella de'Senatori, ed è
superata da quella del Principe. E così Tiene ad essere pari a quella del
Collegio. Similmente i Procuratori, gli Avvocatori.il Consiglio de'Dieci, che
sono quelli che poco innanzi numeraste, de' quali noi tratteremo lungamente, si
debbono collocare nel me- desimo luogo del Collegio, quanto all' onore che loro
s* attribuisce per la gran riputazione che hanno, an- cora che essi non siano
membri principali della re- pubblica, ma più tosto annessi, siccome nel
trattare di loro chiaramente vedrete. Abbiamo insino a qui se- guitato il
costume del buon dipintore, siccome noi di- cemmo di voler fare, il quale prima
che egli partico- larmente una immagine dipinga, con alcune linee uni- versali
in tal modo la dimostra, che essa figura uni- versalmente apparisce. Cosi noi
abbiamo il corpo della nostra repubblica alquanto dirozzato, e così grossa-
mente descritto, in tanto che se voi avete avvertito il nostro ragionamento,
potete molto bene la massa di quella comprendere. Gio. Veramente, se io non m'
inganno, e* mi pare avere impressa già nell' animo la forma della vostra DI
VENEZIA. 291 repubblica. E per quanto io posso giu r una cosa e T altra furono
insieme ordinale. In qualunque di questi modi potette la cosa precedere. Quegli
adunque che allora, o avevano prima, o nuo- vamente preso autorità nella
repubblica, veduta tanta insolenza nella moltitudine, per avere ella avuto ar-
dimento d\immazzare il Doge, pensarono a correggere tutti i mancamenli ch'erano
cagione di tanta perlur- bazione. Uno de' mancamenti era l'elezione del Doge
tanto tumultuariamente fatta, siccome noi abbiamo detto e diremo ancora, dalla
quale poteva nascere che così fosse eletto Doge uno che non meritasse quell'o-
nore, pur che col popolo per qualunque cagione aves- se grazia, come uno che
fosse degno di tanta altezza. L' altro era la troppa licenza e autorità del
Doge. Da questi due difetti seguivano poi tanti inconvenienti, DI VENEZIA. 307
clie averebbero rovinata !a nostra ciltà, se non vi si fosse pos!o rimedio: fu
corretto il primo ritirando la elezione del Doge dall'universale in potestà di
pochis- simi, e quasi da uno estremo ad un altro passarono. La qual cosa credo
che avvenisse. Perciocché spesso interviene che chi fa sperimento d'una cosa e
la trova inutile e dannosa, ricorre le più volte al suo contrario. Per questa
cagione quelli che allegra governavano, giudicando l' elezione del Doge si
tumultuariamente fatta non utile alla repubblica, ricorsero al suo contra- rio,
e la ridussero in potestà de'pochissimi, siccome nel suo luogo meglio
intenderete 5 corressero poi l'autorità del Doge ordinando il Consiglio grande
che distribuis- se gli oncni, provvedendo per qu-jsta via che di ninna cosa
avesse libera potestà. Il modo di creare questo (Consiglio nel princi{)io credo
che fusse quel medesimo ciie poi molli anni si mantenne,insino a che egli fu
ser- rato, il quale è questo. Erano ogni anno nel mese di settembre per la
festa di s. Michele creati dodici cit- tadini, due per sestiero, perciocché la
città nostra è in sestieri divisa. A questi era data potestà d'eleggere di
lutto 11 corpo della città, che cosi dicono le nostre an- tiche memorie, da
quattrocentocinquanta insino a quat- trocentosettanta cittadini, con condizione
che ciascuno ne potesse aggiugnere insino a quattro della sua Hìmi- glia. I
quali tutti insieme facevano il corpo per un an- no del gran Consiglio: il
quale, come oggi usa, distri- buiva tutti gli onori della republ)llca.
Appressandosi poi il fine dell'anno, erano di nuovo i sopraddetti do- dici
creali; i quali per Tanno seguente il Consiglio nel medesimo modo eleggessero.
5o8 DELLA REPUBBLICA E MA.GI5TRA.T1 . Gio. Prima che voi ad altro passiate,
questi dorlici acquali era data autorità di creare 11 Consiglio, per qual modo
e da chi erano creati? Appresso se il Consiglio, che era innanzi a Yitale
Mlchieli, non aveva alcuna forma certa, che aiuto potette a quelli dare che or-
dinarono il nuovo per la sua introduzione? e perche dodici elessero quel numero
de'quattrocentocinquanla in quatlrocentosettanta, più che un altro? M Tri/. Di
queste cose che mi domandate io non ho notizia particolare. Pur io vi dirò
quello che io penso che sia vero. Se noi vogliamo concedere, siccome anco
abbiamo detto che verisimile ci pare, che innanzi a Vi- tale 311chieU fosse
qualche forma di Consiglio, potria es- sere che 1 delti dodici la prima volta
fussero creati da quel Consiglio, o per elezione o per sorte. Gli altri poi
negli anni seguenti dal Consiglio vecchio pochi giorm innanzi che si avesse a
creare il nuovo. Il Consiglio che era innanzi a Vitale Michlell,se bene non
potette dare esempio delle cose particolari, perchè non vi erano, fu assai che
desse occasione a pensare d' ordinarne uno che fosse prudentemente regolato. E
può essere che chi pensò a frenare Fautorità de'Dogl con quel modo, e
correggere gli altri mancamenti, come detto abbiamo, vedendo quel corpo di
cittadini già costituito, trasfe- risse in lui tutta quella autorità che al
Doge tosl.e^ a passando, siccome anco nel riformare T elezione del Do-e abbiamo
detto, da un estremo ad un altro: cioè togliendo ad uno, che era il Doge, tutta
quella pote- stà la quale troppa essere giudicarono, e dandola a mo'lti.
pensando che la repubblica per questa^ via a- vesse a divenire più Ubera, più
quieta e pm civile. E DI VENEZrA. 3o9 non fu gran fatto, se a loro medesimi
diedero quella autorità che al Doge tolsero. Perciocché a qualch'uno darla
bisognava. E dandola ad un altro, o solo o ac- compagnato da pochi, potevano
considerare che s'in- correva ne' medesimi inconvenienti. E perciò a vol- gersi
agli assai si risolvettero. Ma in ciò avevano una dUlicoltà : e questa era nel
trovare il modo per il qua- le eglino stessi potessero tutti insieme, o la
maggior parte esercitare quella istessa autorità che solo aveva esercitata il
Doge. Ed in questo fu loro di grandissimo aiuto il vedere quella forma di
Consiglio che avevano i Dogi, tale qual ella era. Perciocché egli é anco veri-
simile, che talvolta in qualche azione, se non per al- tro, [)er soddisfare a
molli, se ne servisse: siccome nel fare elezione d'alcuno che avesse ad essere
preposto a qualche pubblica cura, nel deliberare qualche im- presa di guerra, o
di pace, o altra simile faccenda. Laonde vedendo quelli che pensavano a
riformare la repubblica, che quella forma di Consiglio aveva modo da esercitare
le faccende pubbliche, agevolmente si risolvettero a dare ad un Consiglio
generale cjuelPau- lorità che al Doge toglievano. E perciocché quel Con- siglio
conteneva d'intorno a quattrocento cittadini, per quello che si può comprendere
per 1 sopraddetti pri- vilegii, perciò potria essere che avessero ordinato che
i dodici eleggessero il sopraddetto numero, che è quasi quel medesimo, E per
soddisfare ancora a più persone fecero che gli eletti dai dodici menassero in
Consiglio quelli che dicemmo delle loro famiglie, E per mag- gior soddisfazione
di tutti determinarono che ogni an- no questo nuovo Consiglio si rifacesse,
acciocché chi 5 1 O DELLA IIEPCBBUCA E MAGISTRATI non v^ entrava un anno,
potesse sperare d* entrarvi 1' altro, e così la repubblica divenisse più quieta
e tranquilla. E mi pare avere soddisfatto alle vostre ulti- me domande
copiosamente, dicendovi però quello che io ho potuto da quelle poche memorie
che di ciò ab- biamo ritrarre. Se ora non volete altro intendere, io seguiterò
quello che a dir mi resta sopra quello di che prima mi avevate domandato. Gio.
Seguilate, perciocché al presente non ho altro da domandarvi. 31. Trif. Durò
adunque questa consuetudine di creare ogni anno il Consiglio grande dalla morte
di Vitale Michieli, cioà dal mclxx o veramente mclxxv secondo che alcuni
scrivono, nel qual tempo, siccome noi per molte congetture abbiamo dimostrato,
fu dato principio al sopraddelto Consiglio, insino al mccxcvii correndo P anno
settimo del principato di Pietro Gradenigo. In quesio tempo, secondo che io
trovo ne' commentarii nostri, erano capi del Consiglio de'quaran- ta Lionardo
Bembo e Marco Badoero. Costoro pro- posero ai detti quaranta una cosi fatta
legge, che tulli quelli, i quali erano 1' anno presente e i quattro anni
passati erano stati del gran Consiglio, avessero eglino e gli eredi loro a
succedere in tal dignità senza mai pili far altra mutazione, siccome innanzi si
era usato di fare. Fu questa legge con gran favore dei quaranta approvata, ed
introdotta poi nel Consiglio grande tro- vò il medesimo favore. Ed è poi stata
con tanta di- ligenza osservala che a pochi altri è stato dato tale onore, eccello
che alle dette quindici case, che furono messe nel Consiglio pel caso di
Baiamonte Tiepolo. e DI VENEZIA. 5 I r i trenta, che lutti insieme al tempo
della guerra ge- novese in premio delle fatiche che avevano per la re- pubblica
sopperiate furono fatti del gran Consiglio, ed alcuni altri benché pochissimi
a' quali in diversi tem- pi per diverse cagioni è stato concesso tale onore
Sic- come non ha mollo tempo che M. Tristano Savor- niano, per essersi
affaticato per la repubblica nostra, fu fatto gentiluomo. E avvenga che la sua
famiglia sia nuova nella nostra città, pur M. Girolamo suo nipote, persona
molto virtuosa e da bene, è slato quest'anno eletto della Giunta de' Pregati,
la qual è dignità, come potete avere in leso ed io di qui a poco vi dirò, assai
grande ed onorala. Colale è il modo nel quale fu il no- stro Consiglio serrato.
La qual cosa non si legge nel- l' istorie, che sono a lutti comuni 5 ma in
alcuni com- mentarii, che nelle private case de' nostri gentiluomi- ni si
trovano: talché chi non è molto curioso nel ri- cercare le nostre antiche
memorie, resta ignorante di molte cose degne d'essere intese e considerate.
Qio. Certamente queste cose sono degne d' anno- tazione. E vi ringrazio assai
che si larga parte me ne facciale. E se il domandar mio non rompe il ragiona-
mento vostro, non vi sia grave dirmi tre cose. La pri- ma,da quali cagioni
furono mossi a serrare il gran Con- siglio quegli i quali ne furono autori, e
come si quie- tarono quelli che ne rimasero esclusi. Perciocché a pena posso
credere che tal cosa potesse avere eitelto, senza T aiuto di qualche grande
occasione. La seconda, che ofìicio era questo dei quaranta. La terza, se nel
serrare del Consiglio s' inlese avere ad essere connu- merati in esso solo
quelli che erano stali eletti dai 5l2 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI dodici, o
con quelli gli altri ancora che dagli eletti da' dodici erano stali compresi,
cioè quelli due, ovvero quelli tre o quattro, che ciascuno aveva autorità di
menare, siccome voi poco fa diceste. M. Trif. Il domandar vostro non rompe il
ragio- namento mio, perciocché le cose delle quali doman- date, tutte sono alla
nostra materia appartenenti. Ed io, con queir ordine medesimo che avete tenuto
voi nel domandarmi, vi risponderò. E per rispondere a quello di che voi prima
mi domandaste, dico, che io nell' antiche nostre memorie non ho trovalo mai
qual che si fosse cagione di far serrare il Consiglio. E come voi dite, non par
da credere che un ordine tanto nuovo potesse nascere senza qualche grande
occasione. Di che noi potremmo addurre infiniti e- sempi, non solamente di
quelle repubbliche che han- no variato in meglio, tra le quali è la nosira,
siccome io stimo, ma di quelle che sono in peggio trascorse. Ma le variazioni
della nosira repubblica medesima, se bene voi le considerate, vi possono dare
di quello che diciamo certissima testimonianza. Nondimeno io non ho letto mai,
ne inteso che cagione e che occa- sione facesse il Consiglio serrare. Né da me
stesso posso pensare, che da quella forma del Consiglio potesse na- scere
disordine alcuno, che avesse ad essere cagione della sua variazione. Tanto che
io credo, che coloro che furono autori di tal mutazione, fossero mossi da
questo 5 che vedendo nella città nostra concorrere quantità grandissima di
forestieri per conto di fac- cende mercantili, i quali dopo qualche anno
agevol- mente potevano essere eletti del gran Consiglio, ed ot- Dr VENEZIA. 5 l
3 tenere i maglslrati, accloccìiy il sangue loro non si me- scolasse co'
forestieri, e si mantenesse la loro nobiltà più intera che fosse possibile,
fecero deliberazione di serrare il gran Consiglio nel modo detto, includendo in
quello tutto il fiore de' cittadini della città. Il che è da credere che
venisse fatto per avere compreso tante mute del Consiglio, fuori delle quali è
verisimile che pochi di alcuna civil qualità rimanessero esclusi, Polria anco
essere che l'ambizione ed avarizia de' cit- tadini gli avesse indotti a fare
tale variazione. Per- ciocché restringendosi le faccende pubbliche in minor
numero di cittadini, venivano quelli che rimanevano nella repubblica più dell'
utile ed onore di quella a partecipare. Ma questa è tutta congettura,
perciocché, come ho detto, non ne ho certezza alcuna. Che quel- li che
restarono esclusi rimanessero mal contenti, è manifesto per la congiura che
fece M. Marino Bocco- ni, tosto che fu il Consiglio serrato, della quale non fu
cagione o almeno occ;isione altro che il vedersi con alcuni altri privato di
tutti i pubblici onori. Ma sic- come fu temeraria l' impresa sua, cosi ancora
egli e gli altri congiurati sortirono infelice evento. E per- ciocché tutta la
ritti era alterata per tale serramento, ordinarono quelli che allora
governavano, che qua- lunque era compreso nel Consiglio dovesse ogni anno per
s. Michele essere ballottato nel Consiglio dei Qua- ranta, e se non a^ èva la
metà de' suflTragii dovesse es- sere escluso per quell'anno dal Consiglio, e
secondo che è verisimile, si dovess'e rieleggere il successore. Avveniva poi,
siccome io slimo, che ninno era esclu- so, e i medesimi rimanevano, tanto che
tale consuetu- Giannolti. J 9 3l4 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI dine si lasciò
inrlielro, e quelli stessi sempre furono delGonsiglio. Questo Consiglio del
Quaranta di che voi ancora mi domandale, penso che fosse il Consiglio della Quarantia
criminale, della quale di sotto parlere- mo. Sono indotto a credere così da tre
ragioni. La prima è che ciascuno confessa che questa Quarantia è antichissima,
quantunque io non abbia trovato in che tempo ella fosse ordinata. La seconda,
perciocché ne' tempi addietro oltre a^giudicii di tutte le faccende grandi si
travagliava, e con quella ancora si ragu- nava il Doge. La terza è, perchè
d'altra Quarantia non si trova menzione alcuna. E le due Ouarantie civili sono
state dopo la criminale ordinate, siccome nel suo luogo meglio intenderete.
Quanto a quello di che ul- timamente mi domandaste, dico che io stimo che non
solo gli eletti da'Dodici, ma quelli ancora i quali erano chiamati da quelli
primi eletti fussero compresi nel Con- siglio. E ancora che cinque mute
facciano troppo gran numero d' uomini rispetto a quello che ora è presen- te,
nondimeno egli è verisimile che queste cinque mu- te siano per tre il più.
Perciocché pare da credere, che ogni terzo anno i medesimi fossero rieletti.
Facevano questi un numero che perveniva intorno a quattro mila cinquecento, e
se oggi non arrivano a tre mila, non è da prendere maraviglia. Perciocché da
quel tempo in qua sono mancate moltissime famiglie, siccome si può vedere per
la computazione fatta neiranno>iccccxL e per quella del tempo presente.
Quello che m' induce a credere che non solamente gli eletti dai Dodici, ma gli
aggiunti ancora fossero numerati nel Consiglio, è che se ciò non fosse
avvenuto, ci sarebbero più famiglie di- DI VENEZIA. Ò I D vise in gentiluomini
e cittadini che non ci sono, che in vero ce ne sono molto poche. Credo bene che
mol- te più fossero quelle che divise rimasero. Delle quali gran parte sono
mancate. Gio. Potria essere, die quelli che rimasero popo- lari non abbiano
mantenuto la loro nobiltìi, come quel- li che diventarono gentiluomini.
Perciocché chi non ha occasione di travagliare faccende pubbliche, rare volte
può illustrare la sua famiglia, o mantenerle la glo- ria, se da altri è stata
illustrata. Possonsi ancora esse- re mutati i nomi, il che suole ad ogni cosa
recare non piccola oscurità ed incertitudine. Ma ditemt ancora, se non vi è
grave, d'intorno a questa materia un'altra cosa. Poscia che il Consiglio fu
serralo, aveva egli au- torità di dare i magistrati a quelli che ne rimasero e-
sclusi? Perciocché non avete detto, se col rimanere fuori del Consiglio, furono
ancora privati de' magistrati. M. Trif. Voi dite il vero che io non l' ho
detto, né anco ora che voi ne domandale ve lo posso dire. Perciocché non ne ho
notizia certa. Nondimeno io cre- do che nominatamente non fosse sialo tolto il
potere avere magistrati. Perché non so anco che ne' tempi no- stri sia legge
alcuna, che proibisca che un cittadino non gentiluomo non possa essere dagli
elettori preso e poi nel Consiglio ballottato. Anzi talvolta è avvenuto che un
elettore ha preso un cittadino non gentiluomo , ma non ha poi avuto tanto
concorso degli altri eletto- ri, che basti a fare che in Consiglio sia
ballottato nel modo che appresso intenderete. Può bene essere che allora non ne
fusse fatta alcuna parte. Perciocché egli é verisimile che il Consiglio li
desse a chi era in quel- 3l6 DELLA. REPUBBLICA E >TAGISTRATI lo connumerato.
Ma io non voglio che noi ricerchia- mo più queste cose in tante tenebre
sommerse, e però lasciate quelle, noi seguiteremo quello che a dire ci rimane.
Questo nostro Consiglio, del quale abbiamo tanto ragionato, è composto delio
aggregato di tutti i gentiluomini. Tal che chiunque ha passato il ventesi-
moquinto anno della sua età, può per virtù di quella andare al Consiglio, e
rendere i suffragii. Ma bisogna prima che egli abbia provato P età. siccome voi
dite, cioè che egli si sia presentato agli Avvocatori di comu- ne, del quale
magistrato diremo al suo luogo, e per giu- ramento del padre o della madre, o
del più congiun- to, se il padre e la madre sono morii, abbia provato che abbia
finito il ventesimoquinto anno, e per fede di due testimoni!, ch'egli sia nato
di quel gentiluo- mo del quale egli fo professione per pubblica voce e fama d'
essere figliuolo. E dopo questa cerimonia può ire al Consiglio e, come è detto,
rendere i suffi agii. Ma perchè i giovani abbiano occasione di gustare la dol-
cezza dell' amministrazione civile, hanno ordinato che a tutti quelli che hanno
finito il ventesimo anno della loro età, non manchi il modo e la via di potere
tale desiderio ottenere. Questa cosa procede in tale manie- ra. Innanzi al
quarto dì di decembre, che è il giorno di santa Barbara, tutti quelli giovani
che vogliono ac- quistare facullà di potere andare al Consiglio, vengono
dinanzi ai detti Avvocatori di comune, e a quelli mo- strano che hanno finito
il ventesimo anno della loro età, e che sono legittimi figliuoli di colui del
quale dicono essere nati. La qual cosa procede nel modo detto, e se ne tiene
dal detto magistrato pubblica me- DI VENEZIA. 3l7 moria. Di questa
manifestazione dell' età e dell' esse- re legittimi figliuoli de' padri loro,
ciascuno giovane dal secrelario degli Avvocalori ne piglia una cedola
suggellata da tutti tre gli Avvocalori. La quale poi si porla al secrelario
della Quarantia criminale, il quale in polizze scrive i nomi di coloro che gli
hanno por- tale le dette cedole. Il giorno poi dì santa Barbara con le
sopraddette polizze ne va dinanzi al Principe e Con- siglieri (della Quarantia,
e de'Consiglieri lungamente nel suo luogo parleremo), e alla presenza loro
tutte le dette polizze in una urna si mettono, e notale che di tulli quelli, i
nomi de' quali sono scritti, ne deve rimanere il quinto, se trentanno è più che
il quinto, se fosse meno, ne deve rimanere trentanno. Onde appare che il mag-
gior numero che ne possa rimanere è trentauno. Metto- no adunque in un' altra
urna tante ballotte argentate, quanti sono i nomi i quali nell'altra urna
furono messi. E tra queste argentate, tante ne mettono dorate, che fac- ciano
il quinto di quelli giovani, se trentanno è più che il quinto, e se è meno, ne
mettono trenlauna. Sono poi dal Doj^e tratte a sorte le polizze dalla prima
urna. E to- sto che una polizza è tratta, si legge il nome che è in essa
scritto, e dall' altra urna si trae una ballotta, la quale, se è dorata, s'
intende costui avere arquislato autorità di potere andare al Consiglio a
ballottare, per usare i termini nostri, cioè rendere i sufìfragii, o vera-
mente rendere il parlilo, siccome dite voi. Se è argen- tata, non ha fatto
profitto alcuno, e gli conviene aspet- tare r altro anno. Traggonsi poi l'altre
polizze di mano in mano, e dopo le [)olizze le ballotte, e si seguila il me-
desimo ordine, tantoché tutte le ballotte dorate siano 5 l 8 DELI-A REPUBBLICA
E MAGISTRATI tratte, e quelli che P hanno sortile, possono andare al gran
Consiglio e ballottare. Solevano anticamente an- dare al Consiglio due anni
prima che cominciassero a ballottare. Oggi non s'osserva più tal costume. Tutù
gli altri che le hanno tratte argentate, sono costretti star pazienti insino
all' altro anno, se già prima non finissero il veutesimoquinto anno, ed avendo
una vol- ta provato F età, non è poi necessario, a chi vuole nei seguenti anni
tentare la sorte, provarla un' altra. Sola- mente bisogna pigliare dal
segretario degli Avvocatori di comune la fede di tal prova e seguitare l'
ordine det- to. Ne' travagli della repubblica, abbiamo usato di con- cedere
tale onore di potere andare al Consiglio e ren- dere i suffragii a quelli della
sopraddetta età che con le loro ricchezze sovvengono a' pubblici bisogni. Sic-
come è in questo presente anno intervenuto, nel qua- le hanno i nostri padri
connumerato nel Consiglio tutti quelli, i quali non potendo per la età in
quello entra- re, hanno donato alla repubblica certa quantità di da- nari, o
prestatone una maggiore, la quale debbe esse- re poi restituita loro senza
alcuna utilità. Tengono a- dunque per queste due vie i giovani a potere entrare
nel Consiglio grande. La qual cosa s'è utile o no, non voglio ora che
disputiamo. Gio. Certamente io credoche ella sia utile. Perciocché cosìcome non
poco è lodato in un vecchio l'aver sanoe ro- busto corpo, cosìin un giovane la
prudenza senilemerila grandissime lodi 5 la qualeigiovani non possonoacqulsta-
re,se presto non cominciano ad esercitare quelleartinelle (]uali ella s'impara.
Ma seguitate il ragionamento vostro. M. Trjf. Io non voglio lasciare di dire
che se egli DI VENEZIA. 519 avviene che 11 padre e Tavolo (V alcuno non siano
mai andati al Consiglio, né de' nomi loro per qual si voglia cagione, come per
assenza o allro, o col provare la età nel modo sopraddetto, non sia stala presa
pubblica me- moria 5 non può costui andare al Consiglio e render i suffragli.
Ma volendo ottenere tale dignità è costretto ricorrere agli Avvocatori e
mostrare loro in quelli mo- di che egli può che i suol maggiori sono stati
gentiluo-. minij e che perciò egli deve essere ricevuto nel nume- ro degli
altri, e gli Avvocatori deono intromettere la causa sua alla Ouarantla
criminale, la quale deve giu- dicare se colui ò o non è gentiluomo. 11 quale
poi è tenuto seguitare il giudizio di quella. Ma perchè alcu- no, che non sia
nato di gentiluomo, confidando nel- l' inganno, non ardisca tentare simile
impresa, è ordi- nato che ciascuno che tal giudizio chiede, de[)osltl cin-
quecento ducati, i quali, se ha contro la sentenza, non gli sono restituiti.
Ora voi avete veduto chi siano quel- li che convengono nel nostro gran
Consiglio. Resta ora che trattiamo del modo dell' eleggere i magistrati. La
qual cosa noi dicemmo tutta essere in potestà del gran Consiglio. Perciocché in
quattro cose dicemmo consi- stere la pubblica amministrazione, nell' elezione
dei magistrati, nell' introduzione delle leggi, nella delibe- razione della
pace e guerra, e nelle provocazioni. E la prima dicemmo interamente dal gran
Consiglio depen- cr non lasciare cosa alcuna io dietro, entratji in (questa
sala per due [torte prinri- pali. Una dello quali è posta nella faccia minore,
che r a sinistra di chi guarEZrA. 027 ro dì millecinquecento in milleseicento.
Perciocché i gentiluomini, che nella sala si ragù nano, fanno quasi il detto
numero. Similmente in queste medesime ur- ne sono mescolale sessanta ballotte
dorate, trenta per ciascuna. Neil' urna di mezzo sono sessanta ballotte,
trentasei dorate e ventiquattro argentate. Ragunato che è adunque tutto il gran
Consiglio, e che ciascuno è* posto a sedere, e la sala al debito tempo serrata,
il gran Cancelliere ne va nel più propinquo de' due per- golelti, i quali sono
nella faccia non fenestrata della sa- la, sopra il secondo grado delle panche
che sono con- tigue alla detta faccia, e corrispondono quasi al mezzo della
sala, l' uno poco lontano dall'* altro. E da questo luogo legge tutti i
magistrati i quali si devono in quel giorno creare, e bisognando mettere parte
alcuna, egli, senza nominarle, dice simili parole : e' si metteranno le parti
che bisognano. Dopo questo ritorna al tribunale, e quindi chiama gli
Avvocatori, i capi de' Dieci, i Cen- sori, gli Auditori vecchi e nuovi. E
posciachè sono ar- rivati, il detto gran Cancelliere li fa dare giuramento «li
far conservare le leggi del Consiglio 5 nelle quali si contiene che ciascuno
segga, che ninno muti banco, se ijon nel tempo convenevole, che ninno cerchi
per al- cuna via non onesta ottenere egli magistrato alcuno, o favorire altri,
e molte altre cose particolari. Dato il giuramento, i sopraddetti magistrati
ritornano a sedere a' luoghi loro ; dopo questo, si levano in piedi tre Con-
siglieri, i più giovani. Il più veccliiu de"^ quali si posa a sedere
dinanzi all'urna di mezzo ^ P altro dinanzi al- l'urna che è a destra del Doge
j il terzo, che è il più :^iovane di tulli, dinanzi a quella che è a sinistra.
Quc- 528 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI sti due estrerai seggono nelle teste di
quelle due pan- che, sopra le quali noi dicemmo sedere il gran Cancel- liere e
gli altri ministri. Quello di mezzo siede sopra una panca, che attraversa il
tribunale del Doge, sopra ki quale si posano a sedere gli elettori come toì
inten- derete. Traesi poi per sorte qual banco debbe venire prima al cappello,
e da che testa, e da che lato deve prima cominciare, in questa guisa. Mettonsi
in una ur- na dieci ballotte argentate, cinque delle quali sono contrassegnate
con caratteri numerali, tal che in cia- scuna è uno di quelli che significano i
primi cinque numeri, cioè quello dell'uno, o del due, o del tre, o del quattro,
o del cinque j e quello che è nell'una, non è nelP altra notato. Appresso è
scritto in ciascuna : testa di verso broglio, e lato di verso san Gioigio.
Nelfal- tie cinque sono segnati i medesimi caratteri, ma non hanno già notate
le medesime parole. Perciocché in- vece di quelle che abbiamo dette, si legge
in ciascuna : tesi a di verso Castello, s lato di verso san Marco. Traesi poi a
sorte una di queste dieci ballotte. La quale mostra qual banco deve prima
venire al cappello, e da che te- sta, e da che lato deve cominciare. Perciocché
se in es- sa si trova segnato il carattere, poniamo dell'uno, e vi si legga
testa di verso broglio, e lato di verso san Giorgio, s' intende il primo banco
essere chiamato, ed avere a cominciare andare al cappello dalla testa che è di
ver- so broglio- e dal lato che è di verso san Giorgio 5 cer- casi poi nel cappello
della ballotta, che è compagna a questa tratta: cioè quella che ha il carattere
dell'u- no, e le lettere che dicono testa di verso Caste' lo, e lato di verso
san Marco. Perciocché essendo il primo DI VENEZIA. 529 banco slato una volta
chiamato al cappello, non può la seconda venire. Traesi poi a sorte un'altra di
quel- le ballotte, che mostra qual banco de^c poi venire al ca[)pello, e così
di mano in mano si seguita di trarre, e di chiamare i banchi, tanto che tutti
gli elettori sia- no fatti. E notate che qualunque volta un banco è chiamato,
ne vengono due, che sono quelli de' quali egli è composto^ e nelle ballotte
sopraddette sono chia-' mali lati. E ciascuno viene a quell' urna delle due e-
streme che li corrisponde, sì come dinanzi fu dclto. Viene adunque nel modo
detto ciascuno gentiluomo di quel banco che è chiamato alla sua urna : e di
quel- la trae una ballotta; la quale se è argentala, la mette in un'altra urna
posta in terra a' pie' di quella onde si traggono le ballotte, e ritorna al
luogo suo, senza avere fatto profitto alcuno. Se è dorata, la porge in mano al
Consigliere che siede dinanzi a quelPurna, e ne va al- l'urna di mezzo, dalla
quale ancora trae una ballotta, e se ella è argentata, poscia che egli l'ha
presentata al Consigliere che siede quivi dinanzi, ritorna medesima- mente al
luogo suo. Ma se è dorata medesimamente la porge al detto Consigliere, e s'
intende costui essere uno degli elettori del primo ordine, ciò'; della prima
mano, ed è posto a sedere sopra quella [lanca che noi dicemmo attraversare il
tribunale del Doge, con la fac- cia volta a quello. 11 che è ordinalo acciocché
ninno con cenni o altro si possa a lui raccomandare. Oltre a questo il nome suo
è da un segretario [)ronunciato, ac- ciocch^ tutti quelli della sua tlimiglia,
ed olire (juesti se avesse suocero e cognati, che sono quegli a' quali egli fa
contumacia, cioè dà divieto si come dite voi, senta- 33o DELl.A. REPUBBLICA E
MAGISTRATI uo che uQ di loro è rimaso elettore nella prima mano. Sta costui e
gli altri di mano in mano a sedere insino a che tutti i compagni siano tratti,
dando sempre il più onorato luogo al più vecchio. E se per sorte avvenis- se,
che nel trarre i primi nove ne venissero tratti due d'una medesima famiglia, il
secondo si riserba per la seconda mano, e si prende in luogo suo quello che
vie- ne prima tratto. E tulti quelli della loro famiglia e gli altri
sopraddetti non possono più il giorno andare a cappello. Perciocché per legge è
provveduto che tutte quattro le mani, le quali abbracciano trenlasei elettori,
non ne possono avere più che due d' una medesima famiglia. Ne possono essere
questi due in una medesima mano elettori, ma uno in una, l'altro in un'altra.
Tal- ché lutti i nove d'una mano bisogna che siano di nove famiglie diverse.
Dopo questo, al più giovane di essi è presentata da uno de'secretarii una
cedola, dove sono scritti per ordine tulti i magistrati, i quali devono il
giorno creare, acciocché ella non si possa contraffare in modo alcuno, e col
pubblico segno sugellata. Danno poi giuramento di eleggere quegli, quali essi
giudichino es- sere utili alla repubblica, e per la più propinqua porta ne
vanno fuori della sala in una stanza a loro determi- nata. E chiamansi questi
primi nove elettori, la prima mano. Passi poi la seconda, la terza e la quarta
mano nel medesimo modo. E tutte V una dopo l'altra, tosto che elle sono fatte,
si ritirano con le cedole date loro, come abbiamo detto, nelle stanze a
ciascuna deter- minate. Gio. In tutta questa azione che avete narralo d'in-
torno al far degli elettori, è necessario che mi risoh ia- DI VENEZIA. 35 I te
quattro dubbil. Il primo de'quali è questo. Voi di- ceste che in questi due
cappelli si mettevano d'intor- no a mille cinquecento ballotte, non a numero ma
a vista, sì come noi diciamo. Io credo che possa avve- nire che nel fine
deiPullimo banco restino ancora-del- ie ballotte doratele delTargentale non ve
ne siano tan- te quanti sono i gentiluomini che hanno ancora a ve- nirv' al
cappello. Di che mi pare che possa nascer che quelli che vengono da ultimo,
vengano con troppo dis- avvantaggio. Perciocché le dorale potriano essere trat-
te, essendo col numero nelle bianche non convenevo- le rimase. E però ditemi se
avete in questo caso or- dine alcuno. Il secondo, se avete provveduto che un
gentiluomo non [)Ossa venire al cappello per altro banco che per il suo.
Perciocché potrebbe alcuno quando ritorna a sedere porsi in uno di quelli ban-
chi che non fosse slato chiamato. Il terzo, se avete or- dinazione alcuna, per
la quale nel trarre le ballotte sia impedita la fraude: perchè potrebbe alcuno
aver in mano una ballotta dorata, e quella poi trarre. L'ultimo è che
differenza voi fate che un banco cominci a ve- nire al cappello prima da un
lato che dalPaltro. Per- ciocchr* amendue potriano in un medesimo tempo co-
minciare, avendo a venire ciascuno a quel cappello che gli corrisponde. II che
n(jn possono agevolmente fare le tesi e. Perciò vorrei sapere da che cagione
so- no stati i vostri padri indolii ad ordinare che i banchi comincino a venire
al cappello [>rima da un lato che dall'altro. M. Trif.Yoi avete
prudentemenle dubitalo, ed io chiarirò brevemente tulti i vostri dubbii, E
quanto a 532 DELLA REI'L^BLICA. E MAGISTRATI quello, di che prima dubitaste,
tutto quello che dite è vero. E le più volte avviene, che non solamente quelli
che seggono nell'ultimo banco chiamato, hanno mi- gliore sorte che gli altri,
ma ancora quelli che in que- sto banco sono gli ultimi a venire al cappello.
Laonde quei Consiglieri che seggono dinanzi ai cappelli, veden- do appressarsi
il fine delF ultimo banco, guardano se le ballotte argentate corrispondono al
numero di quel- li i quali ancora hanno a venire. E vedendone manca- re, ve ne
mettono tante, quante pare a loro che ve ne manchi, e vedendo esser vene
troppe, ne traggono quan- te giudicano essere superflue. Che un gentiluomo non
possa venire al cappello, se non per il banco suo, è provveduto per una legge
che abbiamo, la quale pone gravissime pene a chi muta banco, da che egli si
pone a sedere insioo a tanto che le mani degli elettori siano tratte. Dopo la
creazione loro può ciascuno, secondo che gli piace, mutar banco. Usiamo ancora
serrare, quando i banchi sono pieni, certi uscioli che sono nel- le teste di
quelli, e non gli apriamo se non quando un banco è chiamato, e tutti i banchi
hanno questi uscioli eccetto quelli che sono lungo le due faccie maggiori. Il
che è ordinato, perciocché essendovi, irapedirebbo- uo il passare amministri,
ed ad altri che continuamente bisogna che entrino ed escano della sala: e
particolar- mente a'gentlluomlni che ritornano a sedere, poi che al cappello
sono andati, i quali tutti ritornano per gli spazli de' due banchi detti,
ciascuno per quello che è nda mano, non già sempre nella terza e nella quar-
ta. Perciocché eleggendosi alcuna volta di quelli ma- gistrati che non possono
avere più che due competi- tori, e questi essendo nominati nella prima e
seconda mano, è forza che alcuni nominatori nella terza e quar- ta mano restino
senza nominare. Colui adunque in queste due mani, che trae di quelle ballotte
dov'erano segnali i numeri a' quali non corrisponde voce, cioè magistrato
al'uno, resta senza nominare. Ma non è pe- rò del lutto vano l'essere elettore,
ancora che per sorte non abbia ottenuto facoltà di nominare. Percioc- ché
avendosi a ballottare i nominati Ira gli elettori nel modo detto, chi non ha la
sorte di nominare, può al- meno accettare o ricusare i nominali. E notale che
se in alcuna di queste mani nascesse tra gli elettori qual- che difficoltà,
come sarebbe se alcuno di loro elegges- se uno del quale si dubitasse se
potesse esser ballottato, deve un Avvocalorc ed un capo de' Dieci andare nella
stanza dov'è quella mano degli elettori, e determinare la loro dilìlcultà.
Creati adunque che sono i competi- tori de'magislrali nel sopraddetto modo, gli
elettori non GkuìuoUì. ao 558 DELLA. REPUBBLICA E MAGISTRATI possono più
tornare nella sala del Consiglio. I Consi- glieri, i capi de'Dieci egli
Avvocatori ed i Censori, se abnno di loro fosse stato elettore, possono
ritornare in Consiglio. I segretarli adunque degli elettori presentano al gran
Cancelliere le cedole, dove sono scritti i magi- strali, e di sotto a ciascuno
d'essi competitori scritti con tutte quelle circostanze che noi dianzi
narrammo. E notate, che siccome di ciascun magistrato possono essere, o
quattro, o due competitori, secondo ch'essi o in tutte le mani o in due sole
s'eleggono, così ancora in tutte le mani d\in magistrato solo meno che quattro
competitori possono essere eletti, cioè tre, due ed uno, e nelle due, meno che
due, cioè uno. Perchè può mol- to bene avvenire, che un medesimo gentiluomo sia
no- minato in più mani che in una, ed alcuna volta in tut- te le quattro, ed in
ambe le due. E quando ciò avviene, ancora che egli non abbia competitore, deve
non- dimeno essere ballottalo. Perciocché essendo elet- to in diverse mani,
pare che di se stesso sia competito- re. Ma poniamo che a un medesimo
magistrato in cia- scuna mano sia eletto un competitore, guardasi s* al- cuno
di loro patisce contumacia, come potria acca- dere per non essere passato il
tempo che si richiede dopo alcuno magistrato al poterne un altro ottenere, per
essere in magistrato alcuno de' suoi che lo faccia contumace, per avere
pubblico debito e simili cose, delle quali si tiene pubblica memoria, in tal
modo che in poco di tempo chiaramente tal cosa apparisce. Quegli adunque che
sono trovati patire contumacia, non possono essere ballottati, e se di quattro
com- petitori tre fossero contumaci^ quello solo che resta DI VENEZIA. 559
ilmanenrlo senza conipelitore, non può essere bal- loltato. Tal che voi potete
pigliare questa regola ge- nerale^ che chiunque in una sola mano è eletto e non
ha competitore, non può andare a partilo ed ottenere il magistrato. Talché se
d' un miigistrato sono stati eletti tre competitori, uno de"' quali sia
stato nominato in due mani e ciascuno degli altri in una, quando que- sti due,
ciascuno de' quali ò stato eletto in una mano, abbiano contumacia, può colui
che fu eletto in due mani, non avendcj altro impedimento, senza competi- tore
andare a parlilo per la ragione che abbiamo già delta. Legge adunque il gran
Cancelliere tut'i i raagì- slrati con i loro competitori con queir ordine e cun
quelle circostanze che abbiamo dette. Dopo questo, cominciando dal principale
propone i suoi compelilo- ri, e prima quello che fu nominato nella prima mano,
notando ancora se fosse stato nominato in alcun' altra mano. E acciocché
particolarmente ogni cosa sappiate, legge il nome di quelli il gran Cancelliere
in questa guisa: Ser Andrea Grilli, poniamo, che fu podestà di Padova, piezo
ser Giorgio Comari, che fu di ser Pie- tro nella prima mano. Nella seconda ser
Andiea Grilli, che fu podestà di Padova, piezo s?r Dominico Trevi- sano, e
similmente si replica il nome dell' eletto tante volte, in quante mani egli è
slato preso. E letti che lia lutti i competitori, quelli che sono stati
pronunzia- li con tutti quelli delle case loro, ed altri che si danno divieto,
come voi dite, l'uno all'altro, escono della sala, e ritirati in un'altra
stanza, quivi aspettano tanto che siano andati a partito. ÌVIa tosto che questi
sono fuori della sala, il detto gran Cancelliere con alta voce ricor- ù\o
LEl.LA REPCBBLICA E MAGISTRATI fla a lutti che ciascuno per legge umana e
divina è tenuto favorire quello che egli giudichi essere il mi- gliore di
tutti, e più utile alla repubblica. Dopo c|ue- sto nomina il primo competitore.
Allora alcuni gio- vanetti destinali a tale officio co' bossoli vanno racco-
gliendo le ballotte, le quali son tutte di panno lino bianco : ma i bossoli
sono doppii, e V uno è bianco, l'altro verde, il verde di fuori, il bianco di
dentro. E nel bianco quelli che l' accettano mettono le ballotte, nel verde
quelli che lo ricusano. Sono i bossoli in tal modo fabbricati, che niuno può
vedere in qual di loro sia lasciata la ballotta. E perciocché la sala è grande,
né accadere può che non vi sia qualche strepito, i detti giovanetti, mentre che
ricolgono le ballotte, vanno re- citando il nome di quello che si ballotta.
Raccolto che lianno quei giovanetti le ballotte, le portano al tri- bunale del
Principe, e quelle del sì si mettono in un va- so bianco, quelle del no in un
vaso verde. Sono poi annoverate quelle del sì da' Consiglieri che sono alla
destra del Doge, e quelle del no dagli altri Consiglieri che sono alla
sinistra. E se cjuelle del si sono meno che la metà di tutte, non ha costui
ottenuto cosa al- cuna j ma s'elle sono più, s' intende potere ottenere 11
magistrato, e però si nota di quanto numero elle pas- sano la metà. Ballotlansi
poi gli altri competitori, pro- luinciali di mano in mano dal gran Cancelliere
mentre che i suffi-agii dell' antecedente s'annoverano nel mo- do detto. E
colui le cui ballotte del sì vincono con mag- gior numero la metà che quelle
degli altri competito- ri, è quello che s' intende avere ottenuto il magistra-
le. Sono poi notificali dal gran Cancelliere i competi- DI VENtZIA. 34 l Unì
del secondo ruugislrato, ed i pronunciali con que- gli a' quali eglino danno
divieto, escono delia sala, e quegli alili che prima erano usciti rilornano, e
si se- guila il medesimo ordine in tulli gli alili, E poscia che tulli i
magistrali sono creati, notifica il gran Can- celliere quelli che gli hanno
ottenuti, facendo loro co- mandamento che si presentino dinanzi a' Censori, ai
quali deono dare giuramento di non avere operalo cosa alcuna contra le leggi
per ottenere i magistrali. E fatto questo licenzia il Consiglio. Dov'è ancora
da notare che cjuando ninno competitore d'alcun magi- strato superasse la metà
de^suflragii, non s' intende al- cuno avere ottenuto il magistrato. E
perciocché per legge antica il gran Consiglio bisogna che finisca in- nanzi al
tramontar del sole, se pur sorte lutti i com- pelilori allora non sono andati a
partito, si recitano quelli che hanno insino a quel punto ottenuto i magi-
strati. E quelli che avevano andare a partito, si la- sciano indieiro, talché
essi non vengono a godere il l>L'nericio di quelli che gli avevano nominati
conipeli- tori. Perciocché nella seguente giornata si rifanno altri
competitori. Cosi fatto é il modo che noi osserviamo nella elezione de'
magistrati ; nella cui narrazione io sono stato alquanto lungo per non lasciare
cosa alcu- na indietro. Né anco so se in questo avrò soddisfatto al desiderio
mio. Ma tal cosa n)i sia chiara e manife- sta, se voi ne sarete slato in tal
modo ca[)acc, che poco abbiate da dubitare. Gio. Quantunque voi diligentemente
abbiate trat- talo questa materia, voglio pure due cose da voi in- tendere, le
quali sono sapere. Ma ditemi se quelli
che sono eletti nominatori, possono essere nominali o F uno dall' altro, o
ciascuno da sì stesso. M. X^rif' Ciascuno che è nominatore, può essere no-
minato non solamente dagli altri nominatori, ma egli slesso ancora si può
nominare. E però il gran Cancel- liere, quando recita il nome d' alcun
competitore, che da sé stesso si sia nominato, lo pronuncia in questo modo: Ser
Andrea Grilli (poniamo) tolto nella prima mano da se medesimo, con 1' altre
circostanze. E ve- ramente mi pare assai ragionevole che chi può nomi- nare
altri possa ancora nominare se medesimo, quando egli creda potere ottenere il
magistrato. Gio. Se io ho bene notalo lutto il vostro parlare, voi non avete
ancora detto quanto numero di gentil- uomini sia necessario al Consiglio
grande. M. Tr'ìf. Voi dite il vero. E se non me lo ricorda- vate, wiòu mi
sarebbe tal cosa nella mente caduta: on- de potete comprendere quanto sia utile
in tali ragio- namenti la prudenza del ilomandatore. Dico adun(]uo che,
([uarilo a[)partiene alla creazione de' niagislrati, non si ilcerca numero
detern)inalo. Ben ò \ero cìie rade volle avviene che la ijla non sia piena. Ma
quan- 544 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI (lo s* avesse a tialtare altre
faccende, coin' è creare nuove leggi, terminare qualche sentenza, come rnegìiu
di sotto intenderete, non può esser alcuna di queste cose eseguita, se i
gentiluomini che si trovano in con- siglio, non aggiungono al numero di
seicento. E so quattro consiglieri non vi sono presenti, non si può né creare
officii, ne alcun' altra cosa trattare. Gio. Tutto quest'ordine che del creare
i magistrati avete trattato, puossi egli con alcuna fraude corrom- pere, tal
che per il mezzo delle ricchezze o dell'amici- zia o d'altri modi straordinarii
possa alcun gentiluomo ottenere i magistrati? AI. Trif. Io avviso quello che
voi volete dire, ma non essendo ancora venuto il luogo suo, non vi ri- sponderò
altro. Il tutto intenderete quando noi par- leremo de'Censori. E se a voi non
resta altro a do- mandare d'intorno al Consiglio grande, a me non re- sta altro
a dire. E d' alcune a/.ioni particolari che so- no pure al Consiglio
appartenenti, ne' luoghi più a quelle accomodati tratteremo. Lasciato adunque
il fon- damento e la base di questa nostra repubblica, salire- mo un grado, e.
se a voi piace, tratteremo del Consi- glio de' Pregati, il quale dietro al
Consiglio grande suc- cedo, siccome voi dinnanzi intendeste. Gio. Poscia che
tutto quello che appartiene alla considerazione del Consiglio grande avete
esplicato, qualunque volta egli vi piaccia, potete al Consiglio de' Pregali
passare. Perciocché di quanto avete insino a qui detto grandemente soddisfatto
ne resto. Ne mi viene alla mente cosa alcuna della quale mi bisogni al-
tramente certificare. m VENEZIA. 345 M. Trìf, II Consiglio de' Pregali siccome
fu, non è molto, in parie dichiaralo, .'; un de' prlricipali membri della
repubblica nostra, li quali noi dicemmo essere quattro, il Consiglio grande, il
Consiglio de' Pregati, il Collegio, il Doge. PcrcioccliL- in questo si trattano
e determinano tulle le faccende grandi. Comprendeva questo Consiglio ne' tempi
antichi solamente sessanta.. Cominciarono poi ad aggiugnere quando venticinque,
quando venti, tanto che linalmenle fu determinalo che a quelli si facesse
un'aggiunta d'altrctlanti. La cagio- ne di fare questa aggiunta fu, credo, la
grandezza di molte faccende, che in quei tempi quando fu trovalo tal ordine si
trattavano, acciocché convenendo ma^^- gior numero di gentiluomini alla
consultazione e deli- berazione di quelle, fossero ancora meglio disputale e
deliberate, siccome intervenne nella ribellione di Can- dia, tenendo il
principato Lorenzo Celso, doge la in. Furono allora aggiunti a' Pregali
venticinque. E poco innanzi, per concludere una pace col re d' Un'^aria essendo
Doge Giovanni Delfino, fu fatta un'aggiun- ta d' allreltanli. Nella guerra poi
di Padova, e molte altre volte per altre cagioni, fu fatto ilsimiglianle, tanto
che si pervenne in consuetudine di creare ogii'anno a' sessanta Pregati un'
aggiunta di venti. Al tempo poi di Michele Steno, doge lxui, crebbe questa
aggiunta insino a quaranta. Ullimamenle nel i)rincipalo diFran- ( esco Foscaro
si pervenne insino a sessanta. E no- tate, che nel numero de' sessanta Pregati
non pos- sono essere più che tre d'una medesima famiglia, nella giunta poi ne
può essere insino in due di quella medesima. E se in quelli ne fossero due, in
questa ne 546 DELLA REPUBBLICA. E MAGISTRATI possono essere tre. Abbraccia
adunque il Consiglio dei Pregati questi centoventi che abbiamo raccontali, ed
oltre a questi molti altri Consigli e magistrati. Alcuni de' quali hanno
autorità di mettere ballotta e di ren- dere il partito siccome voi dite: alcuni
altri non han- no tale autorità, ma per fargli più reputati è concesso loro
questo onore d' intendere le faccende della re- pubblica. Quelli che entrano
nel Conslgho de' Pre- gali e mettono ballotta, per usare i termini nostri, so-
no questi j il Doge, i sei Consiglieri, il Consiglio dei Dieci, gli Avvocatori,
lutti i Procuratori, i quali al pre- sente sono ventiquattro, i quaranta
giudici criminali, i tre Consiglieri da basso, i due Censori, i quali poscia
che hanno fornito il magistrato entrano il medesimo tempo in Pregati con
autorità di mettere ballotta. I tre sopra gli atti di Sopraga^laldi, i quali
fornito il ma- gistrato entrano un certo tempo in Pregati e rendono il partito,
i tre Governatori dell' entrate, i tre Signori alle biade, i quattro Signori al
sale, i tre Camerlenghi di comune, i tre Signori alle ragioni vecchie, i tre
alle ragioni nuove, i tre Provveditori di comune, i tre Si- gnori all'
arsenale, i tre Provveditori sopra le camere, i tre Provveditori ai dieci
ofhcii, i tre Cattaveri. Quelli che entrano in Pregali e non rendono il
partilo, sono questi; il Collegio dei savii, i tre Provveditori sopra le acque,
i dieci Savii, i tre s :)pra la sanità, i tre sopra i dazii, e Provveditori
sopra il Cottimo d'Alessandria, i dodici sopra a quello di Damasco, i dodici
sopra Lon- dra. Tutti questi, che abbiamo raccontati, sono quelli che fanno il
Consiglio de' Pregali. DI VENEZIA. 347 /^ • javrei desirlerio d' intendere
qualche cosa di Ques''"^§'^*'^^'' ^^ ^ ^^' paresse a proposito. ]^j[ rif.
Io non vi dirò altro di questi magislratij pg,,^;jchè fale materia non è
necessaria alla nostra jj^fizione, che è solamente di narrarvi tutte quelle co-
sale quali Io stato universale della città risguardano. £j perciò seguitando il
proposito mio, sono i Pregati in tal modo chiamali, secondo che molti dicono,
per- ciocché anticamente erano ragunati da'puhblici mini- stri, e quasi da
quelli pregati che venissero a consul- tare e deliberare le pubbliche
faccenrle. Creansi i Pregati, cioè quelli primi sessanta i quali propriamente
si chiamano Pregali, nel Consiglio grande, come gli altri magistrali, nel modo
sopraddetto. E ogni giorno se ne creano sei. E tanto innanzi cominciano a
crearli, che al principio d' ottobre tutti sono creali, ed allora pigliano il
magistrato. La giunta degli al! ri sessanta è creata nel medesi- mo tempo dal
Consiglio deTregati vecchi, e dal Consi- glio grande in questo modo. Il giorno
di san Michele, che è il penultimo di settembre, si raguna il Consiglio
de'Pregati vecchi, dove ciascuno che rende i suffragii, nomina quello che egli
vuole che sia della giunta- Tut- ti i nominati sono scritti j l'altro giorno
poi si chiama il Consiglio grande. Ed in una urna sono messi i no- mi di coloro
che furono da' Pregali nominati, i quali poi, letti che sono da uno
de'segretarii, a sorte dell'ur- na r uno dopo r altro traiti, nel Consiglio
grande si bal- lottano. E colui che ottiene più che la metà de' suf- fragii,
nella Giunta è connumerato. Gio. Non poi ria essere che di quelli che si
ballot- \ 548 DELLA nEPUBBLICà E MAGISTRAT tano, non fossero tanti approvati
che facess -i ..„ mero intiero della Giunta? 77/. Trìf. Certamente sì:e quando
ciò avvler^ u^^, che rade volte, quelli che mancano, i quali sono,,^-,. pre
pochi, ne' seguenti Consigli si creano nel ra>:j,^ che abbiamo detto. E
questo medesimo s' osserva quai do i sessanta Pregati non venissero tutti al
tempo me- desimo creati. E tornando al proposito, gli altri magi- strati che
sono in questo Consiglio compresi, non im- porta in che tempo siano creati.
Perciocché quando i Pregati devono pigliare il magistrato, quelli i quali eser-
citano i detti ufficii, sono con essi insieme nel detto Consiglio connumerati.
E se il loro magistrato termina prima che i Pregati forniscano il loro, i
successori en- trano nel luogo di quegli. E perchè il Consiglio de' Pregati non
dura tanto che questi magistrati vi forni- scano li tempo determinato agli
ufficii loro, sono poi compresi nel Consiglio de' Pregati che succede. Abbia-
mo ancora usato ne' bisogni della repubblica concede- re facoltà di venire nel
Consiglio de' Pregati a quelli che con le loro ricchezze porgono aluto alla
repubbli- ca, prestando quella somma di danari che è loro dalla legge
determinata. La quale ancora pone termine al tempo che essi devono godere
quell' onore, acciocché se i loro danari sono prima restituiti loro, essi
abbiano ancora questo vantaggio d' entrare quel più nel Con- siglio de' Pregati.
Perciocché ordinariamente possono venire in questo Consiglio insino a tanto che
essi riab- bino i prestati danari. Non è già dato loro autorità di rendere 1
sufFrngii, solamente devono trovarsi in detto Consiglio, dove non fanno altro
che intendere le fac- DI VENEZIA. 5 }9 cende e travagli umani. Questa
consuetudine mi pare che si possa in qualche parie, se non in lutto, lodare.
Perciocché la repubblica per via d' essa viene in due modi a guadagnare.
Primieramente ella si serve de' danari di costoro. Ed essendo questi le più
volle gio- vani, cominciano tosto ad acquistare esperienza e farsi valenti
uomini. La qual cosa quanto sia utile alla re- pubblica niuno credo che ne
abbia dubitazione. Ra- gunansi i Pregati qualunque volta piace al Collegio nel
modo che presto intenderete . Concedesi ancora il Consiglio de 'Pregati a"
magistrali, quando vogliono al- cuna legge confermare, agli Avvocatori, quando
voglio- no introdurre una causa in detto Consiglio. E quando si devono
ragunare, il suono d' una campana lo dimo- stra. Usiamo ancora mandare ad
invitarli per i pub- blici Comandatori. Ne possono pigliare parte alcuna, per
usare i termini nostri, cioè non possono fare al- cuna deliberazione, se
quattro Consiglieri non vi sono presenti, e di loro, cioè di tutti quelli che
rendono i 8uf}ragii,non vi se ne trova sessanta 5 ma rade volte av- viene, clic
non vi se ne raguni molto maggior numero. Tratlansi in questo Consiglio tutte
le faccende grandi della repubblica, comesono le deliberazionidelle guer- re,
delle paci, delle tregue, de' patii, i modi del prov- vedere danari per i
bisogni della repubblica. Ma co- me queste faccende si trattino, allora sarà
manifesto quando del Collegio ragioneremo. Le leggi ancora si confermano in
questo Consiglio, le quali prima sono trattate da quel mar^istrato a chi
appartiene quella ma- teria, per conio del quale elle sono create. Questo ma-
gistrato entra poi ia Collegio, e mostra l'utililà o la ne- Ciannotti. a i d5u
della repubblica e magistrati cessila delle leggi, la quale introdotta, se è
approvato, gli è conceduto che nel Consiglio de' Pregali le intro- duco, dove
se elle sono approvate, allora sono valicìe. Dopo questo, per pubblico bando si
divulgano, e cia- scuno allora è tenuto ad osservarle, ed il magistrato che le
introdusse è obbligato farle osservare. Siccome non ha molto tempo che i
Signori delle pompe, il qua- le magistrato provvede che la città vesta con
mode- stia e si viva parcamente, crearono nuove leggi sopra il vivere e vestire
3 le quali poi confermate dal Con- siglio de' Pregati, e pubblicate con gran
diligenza, oggi s'osservano. Usano ancora i nostri fare confermare al- cune
leggi non solamente nel Consiglio de' Pregati, ma ancora nel grande. La qual
cosa credo che sia in po- testà di quel magistrato che principalmente le intro-
duce. E credo che questo s' usi fare, acciocch'^ a que- sto modo s' acquisti a
quella legge maggior riputazio- ne. Siccome ancora pochi mesi sono che i
Censori, il qual magistrato è stato nuovamente creato per correg- gere 1' ambizione
de' gentiluomini, crearono una legge, per la quale fu vietato il congratularsi
con quelli che hanno ottenuto i magistrati. Fu approvata questa leg- ge con
gran favore dal Consiglio de'Pregati, ma fu poi con molto maggiore nel
Consiglio grande confermata, ed oggi diligentemente s' osserva. Oltre a questo,
nel Consiglio de'Pregati si fa la elezione del Capitano del- l' armata
bisognando far guerra per mare, e del Prov- veditore del campo facendosi guerra
in terra ferma, e di tre altri magistrati, i quali noi chiamiamo i Savii
grandi, i Savii di terra ferma, ed i Savii di mare, sicco- me voi di qui a poco
intenderete. Il modo dello eleg- I m VENEZIA > 55 r gere tutti questi
magistrati è questo. Ciascuno de'Pre- gati nomina uno, qualunque egli vuole. E
tutti quelli che sono sfati nominali si ballottano, e chi di loro ha più
suffragii dalla metà in su, s'intende avere ottenu- to il magistrato. E se egli
avviene talvolta che d"' alcu- no, il quale sia dai più giudicato atto a
qualch' uno di quegli officii che abbiamo detti, come saria se s' aves- se a
creare un Provveditore del campo, si sappia che egli non abbia caro essere
eletto, ed ottenere quelle di- gnità, e perciò ninno ardisca nominarlo per non
gli dispiacere, acciocché la repubblica si vaglia della suf- ficienza sua, s'è
trovato modo a farlo nominare senza che alcuna nimiclzia ne acquisti.
Perciocché a tutti i Pregati si comanda che scrivino in una polizza il no- me
di quello a chi ciascuno vuole dare quello officio, le quali polizze poi si
mettono in un'urna, e di quella ad una ad una sono dal gran Cancelliere tratte,
ed i nomi di quelli che vi sono scritti tutti letti e recitati, ì quali poi
vanno di mano in mano 1' uno dopo l' altro a partito, ed a quello che passa la
metà de' suffragii con maggior numero è dato il magistrato. Ma quando si fa il
Capitano dell' armata, colui che è stato eletto nel Consiglio de'Pregali, nel
modo detto, debbe poi essere ballottato in Consiglio grande, e gli s'eleggono i
com- petitori per le quattro mani, nel modo che noi dicem- mo non è molto. E
chi di loro ha più suffragii della metà in su s'intènde avere ottenuto quella
dignità. I Consiglieri ancora ed i Censori sonoelelti parte dal Con- siglio
de'Pregatl e parte dal Consiglio grande. Il mo- do sarà manifesto quando a
quelli perverremo. Io non posso, ed ancora non è convenevole dire alcune cose
352 DELLA. REPUBBLICA E MAGISTRATI in questo luogo 5 perciocché hanno maggiore
ilipen- denza da quello che ci resta a dire, che da quello che detto abbiamo. E
perciocché lutto quello che a' Pre- gati appartiene, pienamente è narrato, io
seguiterò quello che mi resta, se altro voi prima non volete in- tendere . Gio.
\y una cosa sola mi cade nella mente di do- mandarvi : voi diceste che questo
Consiglio de'Pregati nel primo giorno d'ottobre piglia il suo magistrato. Avete
voi ragione alcuna perchè più in questo tem- po, che in un altro cominci ad
esercitare il suo of- ficio ? 31. Trìf. Di questa cosa che domandate ne pos-
siamo addurre questa sola ragione. Ne' tempi passati comunemente s' usava fare
guerra la slate, benché oggi, siccome voi vedete, si campeggia così i! verno
come la state. Entra adunque il Consiglio de' Pregati nel principio del verno,
acciocché nella state prossima, avendosi a fare guerra, abbiano notizia delle
faccende che corrono, e siano pratichi in quelle, laddove se quel- li che sono
compresi in tale Consiglio pigliassero il loro magistrato, poniamo, nel
principio della state, giun- gerebbero nel principio della guerra senza pratica
al- cuna delle faccende di quella, e potrebbcno nel deli- berare partorire
qualche danno alla repubblica: per- ciò fu ordinalo da' nostri maggiori il
tempo predetto. Gio. E mi resta pure ancora ad intendere due cose, la prima
delle quali è questa, se chi è stato de'Prega- ti, o della giunta un anno, può
essere l' anco seguen- te j la seconda, in che modo eglino usino i loro
siifFra- gii ricorre. DI VENEZIA. 353 M. Trif. Quanto alla prima, avete ari
Intenrlere che questo Consiglio non fa contumacia alcuna e perciò j)uò ciascuno
essere eletto, o deTregati, o della giunta lc a tanto magistrato. E tenuto
ancora fare quattro pasti l'anno in quattro tempi diversi, uno il giorno di san
Stefano, un altro il giorno di san Marco, il terzo 582 DELLA REPUBBLICA E
MAGISTRATI il dì dell'Ascensione, rullimo il di di san Tito. Ed lia per costume
di convitare a quesli pasti gentiluomini di diverse età. Laonde al primo sono
invitati oltre ai Consiglieri capi de''Ouaranta, Avvocatori e capi de'^Die- ci
quelli che sono già d' età molto matura. Al secondo poi, altri di minore età, e
così al terzo ed al quarto, sempre sono chiamali i più giovani di mano in mano.
Il che è ordinato acciocché ciascuna età di gentiluo- mini possa di questi
pubblici conviti partecipare. Ol- tre a queste cose, è tenuto ancora mandare
ciascun anno un presente a ciascun gentiluomo che va al Con- siglio grande. E
solevano i nostri Dogi, non molti an- ni a dietro, presentare a ciascuno cinque
anitre mari- ne. Oggi presentano certa specie di moneta battuta per questo
effetto, in una faccia della quale è un san Marco che porge lo stendardo al
Doge, nelP altra è il nome del Doge e Panno che egli corre nel magistrato, in
que- sto modo: Andreae Grìtli T^e.net. prìncipis munus. Anno IV. Ora voi avete
inteso lutto quello che appar- tiene al membri principali della nostra
repubblica. Per- ciocché in questi, come avete udito, consiste tutto Pordl- ne
delle pubbliche amministrazioni. Ed è tra essi quella colliganza che vi abbiamo
dichiarato. Resta ora che ragio- niamo delConsigliode'diecijde'Procuratori,
degli Avvo- catori. delle Ouarantie e finalmente de'Censori. Ma non so se
ancora questo lungo ragionamento vi ha stancato. Gio. Voi dite quello a me che
più tosto dovrei io dire a voi. Perciocché io credo, che molto maggiore sia la
fatica della lingua nel parlare, che quella delle orecchie nelP udire, la quale
ancora molto si diminui- sce quando sentono ragionamenti dilettevoli. I DI
VENEZIA. 385 M. Trjf. Egli è come voi dite. E questo stesso che dite delle
orecchie, sì puote ancora della lingua afìfer- mare, ed io per esperienza oggi
lo provo. Perciò che, avvenga eh' io abbia già tre ore parlato, non sento punto
di stanchezza, tanto il soggetto di che noi ragio- niamo mi diletta. E
veramente niuno ragionamento può recare maggiore dilettazione a quegli animi
nei quali risplende qualche luce di generosità, che quello dove si tratta d'una
repubblica, se non in tutto, per- chè voi non diciate che io voglia troppo
lodare que- sta nostra civile amminis! razione, almeno nella maggior parte
rettamente ordinata. E poscia che egli non vi grava 1' ascoltare^ io seguiterò
quello che a dire mi resta. Gìo. Seguitate, M. Trifon mio caro, che non potete
fare cosa che più grata mi sia. M. Trif. Come noi abbiamo detto, l'ordine lutto
della repubblica consiste ne' quattro membri soprad- detti. Il Consiglio
de'dieci, del quale abbiamo a par- larcj ancora che sia membro di grandissima
importan- za, nondimeno è più tosto annesso che princifiale, e n)i pare che
abbia grandissima simiglianza col Dittato- re che soleva essere ne' gran
pericoli da' Romani crea- to. Ma dove quello si creava in alcuni tempi perico-
losi, di questo la nostra repubblica mai non manca. Ed è la sua autorità pari a
quella del Consiglio de'Pre- gati e di tutta la città. Perciocché egli può
trattare le faccende dello slato come egli vuole, senza essere sot- to[)osto a
maggior podestà. Vero è che questa autorità non è usata da quello se non in
casi di grandissima importanza, ai quali per allra via non si può riparare.
5J^4 della repubblica, e magistrati Come sarebbe, deliberare rll muovere una
guerra, con- rhiudere una pace, praticare una faccenda occultamen- te, mandare
un Provveditore in campo con prestezza. Le quali cose, se nel Collegio si
trattassero, e poi nel Consiglio de'Pregati si deliberassero, dove ragionevol-
mente s'avrebbero a deliberare, non sariano forse con quelle circostanze, cioè
con quel silenzio, con quella prestezza e simili cose, che il tempo ricerca,
animini- stratc. E mi ricorda, essendo io ancora molto giovane, dopo la guerra
che noi ( sia detto con pace vostra ) facemmo in Casentino con la vostra
repubblica, che essendo venuti nella nostra città due vostri oratori, Paolo
Antonio Soderini e Giovambattista Ridolfi ( se io non ho dimenticati i nomi
loro), uomini, per quello che i nostri giudicarono, di molte e rare qualità
ornati, per conchiudere un accordo con la repubblica nostra 5 e volendo il Doge
ed il Collegio al tutto conchiudere prima che si divulgasse come il Turco
metteva in or- dine un' armata contro alla nostra repubblica, che di nuovo
s'era inteso, acciocché i Fiorentini intendendo tal cosa, non abbandonassero l'
accordo, vedendo noi di corto avere ad essere travagliati, e non potendo tal
cosa ottenere in Pregati, finalmente in Consiglio dei dieci si conchiuse. Lette
poi le lettere che significava- no i preparamenti del Turco, fu da ciascuno il
partito preso, lodato. Io vi ho recitato questo esempio, accioc- ché più
agevolmente veggiate come fatta sia l'autorità di questo Consiglio, e di che
qualità siano quelli casi ne' quali egli la suole usare. Quando in Collegio si
de- libera di praticare alcuna faccenda occultamente, come sarebbe, acciocché
noi ne diamo alcun esempio, se con DI VENEZIA. /\y>(j qiiallro unni due
Renognilori. 1 quali noi Ciiiamlamo Sindici di mare, che vadano riconoscendo
l'isole, e le terre, e castella che possiede la Repuhhllca nostra in Dalmazia,
in Albania, in Grecia, e facciano finalnienle i! medesimo oflìcio, che fanno in
terra fei ma gli Audi- tori nuovi. Intromettono poi questi Recognitori la cause
nelle Ouaranlie secondo che ciascuna richiede, cioè le criminali nella
criminale, e le civili nella civile nuova: ed eglino ancora le agitano non
altramente che gli Av- vocalori le loro. Difendono adunque i Recognitori i rei,
gli avversarli loro o si difendono perse stessi o per gli avvorati, come di
sopra fu detto. Non si possono già agitare quelle cause le quali sono tra il
magistrato ed il reo prima che il Rettore abbia fornito il magistra- to, se già
egli non consentisse che la causa s"" agii asse, il che fu di sopra
narrato. Gio. Possono esser queste cause, che nascono dal- le appellazioni,
agitate in altri giudicii che nelle Qua- janlie? M. Trìf. Possono, ma non già
tutte j perciocché solamente le civili possono esser inlromesse nel Con- siglio
de' Pregati, nel modo che intenderete. Gio. In queste Quaranlie dctcrminansi
altre cau- se, che quelle che ci pervengono per via d' appella- zioni ? M.
Trìf. Sì: ma solamente nella Quarantla crimina- le, alla quale pervengono ancor
come a giudice pri- mario le cause intere, siccome dinanzi ancora vi dissi;
come sarebbe, se uno avesse patito, o nella persona, o nella roba, o
nell'onore, o in altro, può costui ricorrer agli Avvocatori, e dare una quercia
contro al suo av- Giant tolti. a 4 4 IO DEl.I.i. REPUBBLICA E MAGISTRATI
versarlo. Eglino allora agitano la causa nel modo che abbiamo dello di sopra.
Trattansi ancora in qnesla Quaraulla molle cause, le quali sono dagli
Avvocalori per comandamento del Collegio ricevute. La qual co- sa procede in
questo modo. Polria essere che un Ca- pitano di mare, un Provveditore, un
Ambasciatore o altro magistrato non amministrasse le faccende pubbli- che,
secondo che gli fosse stato commesso. In Collegio adunque dove tal cosa
apparisce per le lettere e gli altri avvisi, che in quello secondo V ordine
sempre si leggono, come poco fa dicemmo, può ciascuno di quel- li che v'
intervengono, proporre una parte contro a quello. E se alcuno propone una cotal
parte che sia non solamente privalo della amministrazione, ma che si debba
presentar agli Avvocatori, e poi sia approvala nel Consiglio de' Pregali nel
modo dianzi narrato, o veramente nel Consiglio de' Dieci (perciocché nell'uno e
neir altro Consiglio si possono simili parti ottenere ) è tenuto costui a
venire dinanzi agli Avvocatori, i qua- li gli precedono contro come reo,
secondo 1' ordine che abbiamo dello. Ed agitano la sua causa o nella Ouarantia,
o nel Consiglio de' Pregati, o nel Consiglio grande, secondo che pare a loro.
Queste simili cause s' intendono essere ricevute dagli Avvocatori per co-
mandamento del Collegio. E così fatta fu la causa di M. Angelo Trivisani, il
quale essendo slato rotto in Po dal Duca di Ferrara, fu dagli Avvocatori per
coman- damento del Collegio o della Signoria, che così anco possiamo dire,
accusalo di poca diligenza e ne fu con- dannato. Così fatta fu ancora quella
del Doge Lore- dano che dicemmo dianzi, e quella di M. Antonio I DI VENEZIA.
^o5 ranlie; In questa gli Avvocalori non solamente accet- tano l'appellazione
delle cause^ ma eziandio le intro- ducono allaQuarantia, come se avvocali
fossero. Quel- lo adunque che ap[)olia, se era reo diventa attore, av- venga
che altramente che reo non si chiami. Ed è di- fesa da lutti gli Avvocatori, o
da quel solo che ha ri- cevuto r appellazione. Quello che era nel primario
giudicio attore, divenuto in questo reo, ancora che egli non muti nome,
perciocché attore in ogni modo si chiama, o egli si difende per se stesso, o
per gli avvo- cati : e si seguita nel medesimo modo che abbiamo nel- le altre
dueOuaranlie narralo, tanto che la sentenza sia data o favorevole o contraria
al reo. Intendesi contra- ria al reo, se la sentenza dal primario giudice data
è confermata j favorevole se ella è tagliata 5 ma non si tor- na già al giudice
primario come si fa nelle cause ci- vili : anzi in questo giudicio si determina
se il danna- to merita pena alcuna, e quello abbia a patire. La qual cosa
procede in questo modo. Gli A-vvocatori tosto che la sentenza del primario
giudice è tagliala, mettono la parte del procedere, cioè mandano a parlilo se
il reo debba patire j e se per la maggior parte s'ottiene che non abbia a
patire, allora il reo s''intende essere asso- luto. Ma s'ottiene che egli
meriti punizione, gli Avvo- catori, i Consiglieri da basso, ed i capi dei
Quaranta propongono che pena pare loro che egli meriti 5 altri non ha autorità
di proporre parti. E può accadere che tulli questi convengano in una sentenza,
ed anco che siano di più pareri ; [)erciocchè ciascuno può proporre che pena
egli vuole. Ballotlansi adunque tutte queste parli, e quella che ha più
suflfragii, è ferma e rata, e 4o6 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI seconJo quella
si dee punire il reo. Avviene alle vol- te che alcun magislralo condanna alcuno
ingiustamen- te, tal che se egli appella e sia poi assoluto, non vi è chi abbia
a patire pena di tale ingiustizia 5 perciocché si presu[)pone che il magistrato
non abbia errato con- tro a colui per malizia, ma piuttosto per opinione, o per
difello del reo. Puossi bene quel magistrato difen- dere per mantenere il suo giudizio
intiero, in quel modo che si difende ciascun altro. Potria essere che il magi-
slralo avesse condannato colui per induzione d'ac- cusatori e testimoni falsi.
Ed in questo caso questi te- slimoni, o accusatori devono essere puniti nel
modo che dicemmo, quando siano comparsi. Ma se non com- [jariscono sono
pubblicamente in Rialto stridati, sicco- me noi usiamo parlare, cioè è
determinato loro certo tempo, nel quale deouo comparire, e non comparendo in
quello, sono condannati ordinariamente, cioè sono banditi, privati de'beni, e
finalmente castigati secondo che le leggi determinano che i rei contumaci siano
pu- niti. E questo si osserva contro a tulli i rei, i quali ci- tali non
compariscono. Molti sono i particolari, che appartengono a questi giudizii, ma
non ho così ogni cosa alla memoria. Voi se avete cosa alcuna di che non vi
soddisfacciate, non vi sia grave il domandare. Gìo. Se a voi non fia noioso il
rispondermi, a me sarà gralissimo il domandarvi. Ditemi adunque se al- cuno
appella contro ad un magistrato di quelli di fuo- ri, il quale non può
comparire a difendersi, se non fi- nito il magislralo, come procede tal cosa?
M. Tiif. Procede in questo modo : o la causa è Ira Tattore ed il reo, come
sarebbe se uno per aver fallo DI VENEZIA. 4^5 rantla si ragurii ancora il
medesimo giorno dopo desi- nare. Se la causa fusse da'cinqiianta dncallinsino
ai tre- cento egli auditori ricevessero l'appellazione, s'intende la causa
essere inlromessaal Collegio delle biade il quale è ordinato per le cause cosi
di fuori come di dentro, da' cinquanta ducati insino ai trecento. Ed un mese
ode quel- le di fuori, Paltro quelle di dentro: e si procede nel me- desimo
modogliyre il reo. ma non lo possono ritenere più che tre giurai. Laonde
bisognandolo esaminare, ne vanno in Ouarantla, e narrata tutta la causa,
chieggono che sia data loro potestà di ritenerloj insino a chela causa sia
determi- nata e d' esaminarlo con tormenti. La qual cosa è con- cessa loro, se
la maggior parte de' quaranta acconsen- tono, similmente concedono il Collegio
dell' esamina. Ma se la causa non è di tanta importanza che sia ne- cessario
procedere con tanto silenzio e con tanta pre- stezza, usano regolarmente gli
Avvocai ori domandare alla Ouarantia autorità di prender il reoj ne bisogna poi
chiedere altra potestà di ritenerlo ] perchè a ciò basta che ella abbia
conceduto il poterlo prendere, il che s' ottiene per la maggior parte de'
quaranta. E poi conceduto il Collegio della esamina, il quale non si uicga mai
concedula che è la potestà di prendere, o di ritenere il reo. Questo Collegio è
composto di due Con- siglieri da basso, due Signori di notte, un capo de'
Ouaranla, un Avvocatole, il quale al'a presenza loro esamina il reo. Difendesi
costui con tutte quelle ragio- ni che può, adducendo testimonii, ed ogni altra
cosa, che manifesti la sua innocenza. Allora se a quattro di questo Collegio
pare che sia da tormentarlo, è costret- to il reo confessare per duolo
de'tormenti quello, che per paura d' essi non volle dire. Fatta questa esamina
e notato, dal segretario, s' usa pubblicare, cioè si dà facullà di vederla agli
avvocati del reo, ed a quelli dell'avversario, se avesse particolare
avversario, ed a qualunque altro la volesse vedere. Tornasi poi nella
Ouarantia, e si seguita P ordine detto. Gli Avvocatoti 1)1 VENEZIA. 5are, viene
alla Quarantia e fa parlare, e parla egli, se vuole, per la parte sua. L'alto-
re, cioè quello che ebbe la sentenza in favore del giù- «lice priniario, si
difende per gli avvocati, e per se slesso se vuole, ma ninno è che non usi
l'opera degli avvocati. Questi avvocati sono cittadini o gentiluomi- ni, i
quali esercitano per premio quest'arte iglieri, e con quelli rappresentare la
persona del dominio veneziano. Ques'i capi e vice capi sono eletti a sorte in
questo modo. Creata che è la Ouaran- tia civil nuova, la quale dopo otto mesi
diventa la Oua- rantia civil vecchia, e dopo altri otto la Ouarantia cri-
minale, pochi giorni innanzi cliVlTabbia a pigliare il ma- gistrato, dinanzi al
Doge, e Consiglieri, e capi de'Oua- ranta, cioè dinanzi al'a Signoria, si
mettono in un cap- pello i nomi di tutt'i quaranta scritti in polizze di-
stintamente. In un altro cappello si mettono sedici bal- lotte dorate e
ventiquattro argentate, e mescolate che elle sono insieme diligentemente,
dell'altro cappello si trae a sorte una polizza, e si legge il nome che vi è
scritto, e del cnppello delle ballotte se ne trae una la (juale, se è
argentata, non ha cosa alcuna acquistato co- DI VENEZIA.. 4 ' 7 Sola,
sufficìenle a spedire tante faccende, fu ordinata la Guarani ia vecchia al
tempo di Francesco Foscaro, crealo Doge V anno mccccxxiii. La quale determinas-
se tutte le cause civili così di fuori come di dentro introdotte dagli Auditori
vecchi e da' nuovi. Ullima- mcnte ne"* tempi nostri è stata ordinata la
Ouarantia civile nuova, che sia sopra le cause civili di fuori, e quelle di
dentro si sono riservate alla Quarantia vec-' chia. Innanzi chela Ouarantia
nuova fosse trovata, le cause procedevano in questo modo. Gii Auditori vec- chi
come nuovi, spedivano le cause che perveniva- no a loro da trenta ducati in
giù, quelle da trenta \ insino a trecento erano introdotte nel Collegio delle
biade. Da trecento poi insino ad ogni numero veni- vano nella Quaranlia
vecchia. E gli Auditori vecchi introducevano quelle di dentro ed i nuovi quelle
di fuori. E notate che in cjuel tempo i detti Auditori vec- chi e nuovi, non
solamente accettavano le intromis- sioni delle a[)pella/.ioni, ma introducevano
ancora esse cause e le agitavano alla Quaranlia per quelli in fa- vor de' quali
le avevano intromesse siccome usano fare gli Avvocatori alla Quarantia
criminale. Nel tempo nostro i detti Auditori non fanno altro che intromet- tere
r appellazioni, lasciando il pensiero d'introdurre le cause alle Quarantie achi
elle appartengono j la qual cosa essendomi al presente tornata alla memoria,
non ho voluto tacerlavi. (jli Avvocatori erano, siccome an- cora sono, sopra le
cause criminali, le quali intromet- tevano nella Quarantia criminale come oggi
ancora usano. Tanto che, siccome voi [)olete com[)rendere per quello che
abbiamo dotto, non è molto variato 4l8 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI questo
ordine da poi che la Ouarantia nuova è trovata. D' ÌQlorno al Collegio delle
biade, non ho da dirvi cosa alcuna dell' origine sua, perciocché non ho mai
inteso ni letto in che tempo egli fosse ordinato, non dico in che tempi fossero
trovati quei magistrati dei quali egli è composto, ma il fare quello aggregato
di quei magistrali che chiamiamo Collegio delle biade. Puossi bene
congetturare, che egli fusse ordinato o po- co innanzi o poco dopo la Ouarantia
vecchia. Ma non voglio che noi ci distendiamo in questa cosa, non por- tando,
quando ella si sappia, alcuna utilità, e quando non si sappia, molto danno. Non
tacerò già che con- siderando i nostri, che per essere questi magistrati de*
quali è composto questo Collegio delle biade molto nel loro otìlcio occupati,
dlftlclle cosa è il ragunarlo, acciocché le cause abbiano la loro spedizione ed
i li- tiganti per tal cagione non patiscano, vanno tutto il giorno pensando di
creare un altro Consiglio di tren- ta gentiluomini eletti nel Consiglio grande
come gli altri magistrati, che fàccia Tofficio che ora fa il Colle- gio delle
biade, senza essere in altra cura occupato, e si chiama il Consiglio de' trenta.
E credo certamen- te, che presto condurranno ad effetto il loro pensiero. Il
che io vi ho voluto dire, acciocché voi non vi ma- ravigliate se mai sentiste
non essere più il Collegio delle biade in uso. Domandate ora se altro vi resta
che voi vogliate intendere. Qio. Yoi diceste dianzi, che gli Auditori tiravano
certa quantità di danari da' litiganti. Ditemi ora più particolarmente che
premio traggono delie fatiche loro, non solamente gli Auditori vecchie nuovi,
ma gh Av- DI VENEZIA. 589 virtù della nostra amministrazione, ma è onoralo
percioc- ché questa dignità, siccome quella del Doge, con la vita fornisce.
Olire a questo il magistrato è antico, ed è per- venuto con questa reputazione
a' tempi nostri. E non è mai nella nostra città stalo gentiluomo alcuno di
grande estimazione, che non sia sialo ornato di tali dignità, talché pochissimi
sono stati fatti Dogi da che questo magistrato è stalo ordinalo, che prima non
fos- sero procuratori. Anticamente era un Procuratore solo fatto per procurare
il tempio di san Marco ed i suoi sacri tesori. Nella morte poi di Sebastiano
Ziani , avendo egli fatto un grandissimo lascio a san Marco, le cui entrate
fossero distribuite dal Procuratore, e non polendo uno solo essere pari a tante
faccende, fu ne- cessario creare un altro Procuratore, il quale procu- rasse il
lascio di Sebastiano Ziani. Moltiplicando poi i lasci, bisognò creare V anno
mcct^xx il terzo, essendo Doge Rinieri Zeno. Ed in tal modo divisero le fac-
cende, che uno curava il tempio ed i suoi tesori 5 un altro i lasci falli da
quelli i quali abitano di qua dal Canal grande, il terzo quelli eh* erano fatti
da quelli che di là dal detto canale abitano. Noi diclamo i la- sci di Citra ed
i lasci d' Ultra. Essendo ancora Doge il medesimo Rinieri Zeno, fu creato il
quarto, e fatto collega a quello che governava il tempio ed i suoi sa- cri
tesori. Due altri poi per la medesima cagione ne furono aggiunti, essendo Doge
Giovanni Soranzo. Es- sendo poi Doge Francesco Foscaro, creato l' anno
Mccccxxnr, ne furono tre di nuovo creati. Tanto che giunsero al numero di nove
5 tre de' quali curavano il Tempio di san Marco ed i sacri tesori 5 tre altri i
la- Sqo dei-la repubblica, e magistrati scii de- tre sestieri di qua dal canale
5 gli altri tre i luscli degli ali ri tre sestieri di là dal canale, siccome
ancora si osservava quando erano solamente tre. Neil' anno MDix, quando i
nostri eserciti furono rolli all' Adda da Lodovico re di Francia, fu costretta
la repubblica nostra per far danari crearne sei, e dare tale onore a quelli che
alla repubblica certa quantità di danari pre- stassero. Sonsene poi aggiunti
tanti, che oggi fanno il numero di ventiquattro. E tutti quelli che sono ag-^
giunti a' primi nove, sono determinati, chi a questa procureria, chi a
quell'altra. L'amministrazione di ( ostoro, come avete intesole il distribuire
i lascii. Han- no, oltre a questo, autorità di costringere gli eredi a se-
guitare la volontà de' testatori. Portano le veste dogali, menansi dietro i
servitori, precedono fuori a tutti 1 magistrali: in processione sono preceduti
da'Consiglie- ri e da' tre capi de' Quaranta. Perciocché camminando u due a
due, i Gonsl'glieri ed i delti Capi sono in su le destre, i Procuratori in su
le sinistre. E assegnalo loro una abitazione o veramente sessanta ducati l'
anno. Vanno in Pregati tutti quanti, ma non già tutti nel Consiglio de'Dieci,
ma solamente nove eletti dal detto Consiglio, Ire per procureria. Non possono
ottenere al- cuno altro magistrato, eccello che l'essere Savio gran- de e della
Giunta del Consiglio de'Dieci. E quando si elegge il capitano dell' armala o il
Provveditore del campo, si fa una legge in Pregati, che ciascuno che è
Procuratore possa ottenere tale dignità j il che è ordi- nato, acciocché tali
faccende siano amministrate da nomini grandi, i quali sono sempre ornali di
tale ono- re. Non possono aniare al Consiglio grande se non I DI VENEZIA. 587
s' intendeva avere fornito il magistrato se i successori non erano creati.
Abbraccia que-to C onsigllo dieci gentiluomini eletti nel Consiglio grande come
gli altri' magistrati, de' quali s'eleggono ogni mese tre a sorte, i quali son
chiamati capi de' Dieci. E di questo uno è preposto ogni settimana, e quando si
raguna il Consi- glio grande, costui è quel che slede dirimpetto al Doge.
Reggono questi le insegne del magistrato, e quello con- tinuamente esercitano:
ed è loro officio particolare ragunar il detto Consiglio de' Dieci, nel qnal
hanno autorità di proporre i [)areri, non ciascun da per sé, ma o tutti insieme
o due almeno. Ed ogni otto giorni son obbligati chiamar il Consiglio, cioè gli
altri sette, e [>iù volte ancora, se più bisogna nelle (ìiccende, che oc-
rorrono, pigliare consiglio o deliberazione alcuna. An- ticamente non era
detcrminato tempo alcuno nel qua- le dovessero chiamare tutto il Consiglio. Ma
perchè qualunque volta egli si radunava, tutta la città si per- turbava,
giudicando che non senza gran cagione si radunasse, acciocché la città mancasse
di questa mo- lestia, fu determinato il tempo sopraddetto. E notale che quando
vanno a daresinitenza d'alcun reoche sia jielle mani loro per alcuna di quelle
cinque cose che sopra abbiamo dette, non può quel reo né per sé stes- so, uè
per altri agitare e difendere la causa sua in detto Consiglio, ma comparisce
dinanzi a' capi 5 e di tutto quello che egli dice, se ne piglia nota. E quando
la causa de' Capi è introdotta in Consiglio, bisogna che alcuno di loro pigli
questa impresa di difenderlo, al- tramente non può essere in alcun modo difeso.
E cia- scuna loro sentenza manca di provocazione, né da al- 588 DELIA
REPI.BLUCA E MAGISTRATI tri può esser mutata se non da loro stessi, o da' suc-
cessori, se la cosa è tale che si possa raulare. Ouesli capi de'Diecl sono
quelli i quali con la presenza loro ornano la saia del gran Consiglio sedendo
sei modo che dicemmo. Ouesli ancora con gli altri sette sono connumerafi nel
Consiglio dei Pregali, e dura il loro magistrato un anno. E come noi abbiamo
detto dei Savii e de' Consiglieri, possono subilo entrare in un al- tro
magistrato. Perciocché tutti questi magistrati. Savii di mare, Savii di terra
ferma, Savii grandi, Consiglieri, i Dieci, gli Av voratori, e Censori, non
danno impedimen- to l'uno all'altro. E subito che un gentiluomo ha for- nito
uno di questi, può entrare nell'altro. E se egli avviene che alcuno, mentre che
egli esercita un magi- strato minore, sia creato nel maggiore, può costui, se
gli piace, lasciare il minore e prendere il maggiore. Gio. Da questo è
necessario che seguiti, che tulli questi magistrati, i quali avete numerati,
girino in poco numero di gentiluomini. il/. Ti'if. Yoi discorrete bene. E noi
sogliamo dire che qualunque volta alcuno de'noslri gentiluomini è pervenuto ad
essere Savio di terra ferma, rade volte è che egli non sia ornato d'alcuno di
quelli magistrati. Ma tornando al proposilo, voi avete veduto come il Consiglio
de' Dieci è un membro molto spiccalo dal- la repubblica, anzi da quella in
tutto separato, né ha altra dependenza, che esser eletto dal Cor.siglio grande,
come gli altri magistrali. Ed avendo assai parlalo di tale Consiglio, resta ora
che ragioniamo de* Procuratori. Il magistrato de'Procuratori è reputatissirao
nella nosìrn città, ancora che egli non sia di quelli ne'quali consiste h i 1)1
VENEZIA. 4 '0 vocatorl ed essi giudici ancora, che in verità mi par che molto
siano nel loro magistrato occupati. M. Trìf. Per parlar prima degli Auditori
vecclii e nuovi, dico che a'gludici primarii di dentro, quelli che domandano,
cioè gli attori, sono tenuti pagare tanto per cento di tutto quello che portano
le cause. Noi li chia- miamo i carati, i quali carati, quelli poi che appella-
no, devono pagare agli Auditori vecchi quando ac- cettino l'appellazione, e
dalla Ouarantia abbianole sentenze in favore. Ed in questo caso, 1 giudici pri-
marii sono tenuti restituire loro quei carati, 1 quali da cjuel che domandavano
ricevettero. Ma se le sen- tenze della Ouarantia sono contrarie agli
appellanti, gli Auditori non fanno di cosa alcuna acquisto. A.'Ret- tori di
fuori non si pagano i carati da chi domanda, ma quelli che appellano 11 pagano
bene agli Auditori' nuovi, in caso che accettino le loro appellazioni, e nella
Quaranlia abbiano poi la sentenza in favore. Gli Av- Tocatori, oltre a certa
provvisione, benché piccola, che hanno dal pubblico.
parlcci[)nnode'contrabbandi e del- le condannagionl. Tanto che questo
maglslralo, oltre a l'essere onoratlsslmo, reca ancora molla utilità. I
Quaranta di ciascuna Ouarantia, tirano per ciascuna volta che eglino si
radunano, un ferzo di ducato per uno. Ordinariamente si radunano la mattina ;
ma oc- correndo per caso alcuno radunarsi ancora dopo de- sinare, a quelli
delle Ouarantie civili non è dato [>iù cosa alcuna, solamente a' Quaranta
del oriminale è rad- doppiato il salario. E (juando questi quaranta, che ora mi
è venuto alla mente, hanno fornite tutte tre le Qua- ranlie, niuno di loro può
esser di nuovo crealo di quo- /j20 PELLA REPUBBITCA E MAGISTRATI Sii Quaranta,
se non ha passato otto mesi. E qnesla è la loro contumacia. Ora dite altro, se
altro vi occorre. Gio. Voi faceste menzione de' Signori di nolte, (jiiando
diceste che due di loro entrayano nel Colle- gio dell* esamina. Ma poi non
avete detto che magi- strato sia questo. M. Trìf. Yoi dite il vero. Ed io non
lo dissi allora per non interrompere la materia della quale si tratta- va. Sono
adunque sei gentiluomini, uno per Sestiero, preposti alla guardia di tutta la
città. Chìamansi Signo- ri di notte, perciocché aulicamente punivano i delitti
che si facevano di notte. Ne' tempi nostri non sola- mente perseguitano alcune
notturne sceleratezze, ma ancora molte di quelle che di giorno si commellono,
come sono le fraudi che 1' uno o per avarizia o per altra umana passione fa
ali" altro. Fu ordinato questo magistrato essendo doge Marino Morosini, e
furono noi principio due. Uno de' quali esercitava il magi- strato nella parie
di citra Canale, Tallro nella parte d'ultra, per usare i vocaboli nostri.
Essendo poi Doge Kinieri Zeno , quattro ne furono aggiunti. Sono at- tribuiti
loro sei Capi, ciascuno con tanti fanti, quanti si ricerca a tale faccenda. Tre
di questi capi stanno la notte con le loro compagnie intorno a san Marco ed al
palagio, circuendo le vicine contrade. Gli altri tre intorno a Rialto, ed a'
luoghi propinqui dimorano. Procurano costoro che per tutta la città non si com-
metta scandalo alcuno, che a ninno sia fatto oltraggio, che non si porti arme,
togliendole a chiunque le tro- vassero. E tutti i malfattori che trovano li
prendono e mettongli in carcere, i delitti de' quali sono poi da DI VENEZIA. 4
"9 quattro anni due Renogiìltori, i quali noi chiamiamo Sìnrlici di mare,
che vadano riconoscendo l'isole, e le terre, e castella che possiede la
Repubblica nostra in Dalmazia, in Albania, in Grecia, e facciano finalmente il
medesimo oGlcio, che fanno in terra ferma gli Audi- tori nuovi. Intromettono
poi questi Recognitori le cause nelle Quaranlie secondo che ciascuna richiede,
cioè le criminali nella criminale, e le civili nella civile nuova: ed eglino
ancora le agitano non altramente che gli Av- vocatorile loro. Difendono adunque
i Recognitori irei, gli avversarli loroo si difendono perse slessi o per gli
avvocati, come di sopra fu detto. Non si possono già agitare quelle cause le
quali sono tra il magistrato ed il reo prima che il Rettore abbia fornito il
magistra- to, se già egli non consentisse che la causa s' agi: asse, il che fu
di sopra narrato. twin. Possono esser queste cause, che nascono dal- le
appellazioni, agitate in altri giudici! che nelle Qua- ranlie ? M. Trif.
Possono, ma non già tutte 5 perciocché solamente le civili possono esser
intromesse nel Con- siglio de' Pregati, nel modo che intenderete. Gio. In
queste Quarantie detcrminansi altre cau- se, che quelle che ci pervengono per
via d' appella- zioni ? M. Tr'ìf. Sì, ma solamente nella Quarantia crimina- le,
alla quale pervengono ancor come a giudice pri- mario le cause intere, siccome
dinanzi ancora vi dissi 5 come sarebbe, se uno avesse patito, o nella persona,
ò nella roba, o nell'onore, o in altro, può costui ricorrer agli Avvocatori, e
dare una querela contro al suo av- Ginnnoftl. 2^ 4 IO DELLA REPUBBLICA E
MAGISTRATI versano. Eglino allora agitano la causa nel modo che nbbiamo dello
di sojua. TriUtansi ancora in questa Ouarantia molte cause, le quali sono dagli
Avvocalori per comandamento del Collegio ricevute. La qual co- sa procede in
questo modo. Poi ria essere che un Ca- pitano di mare, un Provveditore, un
Ambasciatore o altro magistrato non amministrasse le faccende pubbli- che,
secondo che gli fosse stato commesso. In Collegio adunque dove tal cosa apparisce
per le lettere e gli altri avvisi, che in quello secondo V ordine sempre si
leggono, come poco fa dicemmo, può ciascuno di quel- li che v' intervengono,
proporre una parte contro a quello. E se alcuno propone una colai parte che sia
non solamente privalo della amministrazione, ma che si debba presentar agli
Avvocatori, e poi sia approvata nel Consiglio de' Pregati nel modo dianzi
narrato, o veramente nel Consiglio de' Dieci (perciocché neiruno e neir altro
Consiglio si possono simili parti ottenere ) è tenuto costui a venire dinanzi
agli Avvocatori, i qua-r li gli procedono contro come reo, secondo V ordine che
abbiamo dello. Ed agitano la sua causa o nella Quarantia, o nel Consiglio de'
Pregati, o nel Consiglio grande, secondo che pare a loro. Queste simili cause
s' intendono essere ricevute dagli Avvocatori per co- mandamento del Collegio.
E così fatta fu la causa di M. Angelo Trivisani, il quale essendo stalo rotto
in Po dal Duca di Ferrara, fu dagli Avvocatori per coman- damento del Collegio
o della Signoria, che cosi anco possiamo dire, accusalo di poca diligenza e ne
fu con- dannato. Così fatta fu ancora quella del Doge Lore- dano che dicemmo
dianzi, e quella di M. Antonio DI YENEZIA. 4 * ^ Gilmani molli anni innanzi,
che egli alla suprema di- gnilà pervenisse. Il quale essendo capilano dell'
arma- la contro al Turco, fu accusalo per non avere appic- cato il fatto d'
arme, ed aver lasciato perdere Lepan- to in sugli occhi della nostra armata.
Queste due cau- se> per la materia nella quale s' era peccato, e per la
riputazione de'rei furono dagli Avvocatori intromesse nel gran Consiglio. Gio.
Voi non avete detto chi possa proporre parti, quando simili cause si trattino
nel Consiglio de' Pre- gati, o nel Consiglio grande. 31. Tri/. Yoi dite il
vero, ma non avete fatto per- dita alcuna 5 perciocché ora tutto intenderete.
Ne'Con- sigli adunque, che avete detto, gli Avvocatori o in loro vece gli
Auditori nuovi, ed i Sindici di mare, i quali nelle cause provinciali hanno 1'
autorità loro, il Doge, i Consiglieri, i capi de'Quaranta propongono le parli
sopra la pena che deve patire il reo: gli altri, qualun- que Consiglio si sia,
bisogna che passino nella senten- za d' alcuni di loio. Gìo. Quando egli
occorre pigliare alcuno, ed aver- lo in sua potestà per poterlo esaminare con
tormento o con altro, che ordine osservate voi ? M. Trìf. Bello certamente j ed
è tale che io non credo che essa giustizia n'avesse poluto trovare uno
migliore. Quando alcuna querela perviene agli Avvo- catori, o intera come a
giudice primario, o per via di oppellazione, o per comandamento della Signoria,
esa- minano gli Avvocatori la causa con quella diligenza, che si puote usare. E
se ella è di tale importanza e pericolo, che bisogni che ella proceda
occultamente e 4 1 2 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI con prestezza, hanno essi
soli autorità di far spogliare il reo. ma non lo possono ritenere pia clie tre
giorni. Laonde bisognandolo esaminare, ne vanno in Ouarantia, e narrata tutta
la causa, chieggono che sia data loro potestà di ritenerlo, inslno a che la
causa sia determi- nata e d' esaminarlo con tormenti. La qual cosa è con-*
cessa loro, se la maggior parte de' quaranta acconsen- tono, similmente
concedono il Collegio delP esamina. Ma se la causa non è di tanta importanza
che sia ne- cessario procedere con tanto silenzio e con tanta pre- stezza,
usano regolarmente gli AvTocatori domandare alla Ouarantia autorità di prender
il reo; né bisogna poi chiedere altra potestà di ritenerlo 5 perchè a ciò basta
che ella abbia conceduto il poterlo prendere, Il che s' ottiene per la maggior
parte de' quaranta. E poi conceduto il Collegio della esamina, il quale non si
niega mai concedula che è la potestà di prendere, o di ritenere il reo. Questo
Collegio è composto di due Con- siglieri da basso, due Signori di notte, un
capo de' Quaranla, un Avvocalore, il quale al'a presenza loro esamina il reo.
Difendesi costui con tutte quelle ragio- ni che può, adducendo teslimonil, ed
ogni altra cosa, che manifesti la sua innocenza. Allora se a quattro di questo
Collegio pare che sia da tormentarlo, è costret- to il reo confessare per duolo
de'tormenti quello, che per paura d' essi non volle dire. Fatta questa esaminu
e notato, dal segretario, s usa pubblicare, cioè si dà facoltà di vederla agli
avvocati del reo, ed a quelli dell'avversarlo, se avesse particolare
avversario, ed a qualunque altro la volesse vedere. Tornasi poi nella
Ouarantia, e si seguita 1' ordine detto. Gli Avvocaluri DI VENEZIA. 4 ' 5
agitano la causa \ il reo si difende per i suoi avvocati : finalmente nel
secondo o terzo giudizio, o egli è dan- nato, o egli è assoluto. S"* egli
è dannato 5 si determina la pena che egli deve [)atire secondo i pareri degli
Av- vocatori, de" Consiglieri da basso e de' capi de' Qua- rauta, i quali
con detti Consiglieri seggono. E secondo quella pena è poi punito il reo, la
quale è confermata dal maggior numero de' suffragii, come dianzi fu detto. Gìo.
Se la Quarantia non concedesse il poter pren- dere il reo, o veramente poi che
gli A vvocatori di sua autorità T hanno fatto pigliare, non consentisse che es-
so fosse ritenuto, come si [irocede ? M. Tr'if. Se la Quarantia non permette
che il reo sia prjso, non se gli procede altramente contro 5 per- ciocché si
presuppone o cli'egli sia innocente, o se pur egli ha errato, l' errore sia
tanto piccolo, che non sia degno di venire alla Quarantia 5 ma che appartenga
a- gli altri magistrati minori, siccome sono i Signori di notte ed i Signori
della pace. Slmilmente quando il reo ì' preso, ed i quaranta non permettono poi
ch'egli sia ritenuto è restituito in sua libertà, e por la medesi- ma cagione
non se gli procede altramente contro. Gìo. Io domando interrottamente di quelle
cose, che alla mente mi vengono, e mi paiono dubbie 5 per- ciò non vi
maravigliate, se io passo da una cosa ad un'altra, che da quella non ha molta
dependenza. Di- co adunque che egli è necessario per la grandezza della città
vostra e dello stato così di mare, come di terra, che a questi giudicii
concorrano sempre assaissime cau- se. Vorrei ora intendere clie ordine voi
abbiate in far che tali cause sian senza confusione spedile. 4 I 4 DELLA.
REPUBBLICA E MAGISTRATI 31, Trìf. L' ordine che noi osserviamo in tali fac-
cende è questo. Tutte le cause che vengono ( ponia- mo ) agli Avvocatori sono
dal secrelario loro notale quella prima e quella poi, secondo che elle sono ve-
nute. E con quell'ordine che elle sono notate, con quello stesso s' introducono
nelle Guarani ie. E questo medesimo ordine in lutti i tre giudizii s'osserva.
Sono bene alcune cause privilegiate, le quali, quantunque -elle vengano dopo V
altre, nondimeno innanzi a tutte si devono espedire. Siccome sono le cause dei
carce- rati, della sepoltura, delle medicine, della farina di fon- daco, delle
mercedi, de' pupilli, de' più congiunti j co- me sarebbe se 1' uno fratello
litigasse con l'altro, se il padre co 'l figliuolo. Simili cause tulle l'altre
prece- dono j e finalmente de' Procuratori, cioè tutte le cau- se che sono alla
loro amministrazione appartenenti. D" altre, che abbiano tale privilegio,
non mi ricordo. Gio. E' mi pare che possa avvenire in tutte queste Quaranlie,
che nell'ultimo giudlcio le ballolte che ta- gliano una sentenza siano pari a
quelle che la confer- mano, tanto che la sentenza non viene ne lodala né
tagliata. Ditemi adunque se avete ordine alcuno, per il quale, quando questo
caso avviene, la sentenza non rimanga irresoluta. M. Trìf. Quando una sentenza,
siccome avete det- to, non viene ne tagliata ne lodala, se ella è in mate- ria
civile, e la causa si tratti alla Quarantia nuova, si introduce alla Quarantia
vecchia, e se ella si tratta alla vecchio, s'introduce alla nuova. E se ella si
traila nel Collegio delle biade, nel quale può ancora avvenire medesimo caso,
se la causa è di fuori, s' introduce LI VEMÌZIA. 4 *5 alla Quarantia nuova,
s'ella è di denlro, alla vecchia. E di nuovo si disputa la causa piocedendo nel
mede- simo modo che abbiamo detto nelle Ouarantie osser- varsi. E se in questo
secondo giudizio la sentenza non venisse né lodata ne tagliata, si fa una
deliberazione nel Consiglio grande che tal causa si debba introdur- re nel
Consiglio de' Pregati. La quale ottenuta s'intro- duce poi in detto Consiglio e
quivi si diflìnisce. E per questa via le cause che per via di appellazione per-
vengono alle Quarantie, vanno ancora nel Consiglio de' Pregati. Il che io
dianzi promessi di dichiararvi- Se la sentenza è in materia criuiinale, tante
volle si bal- lotta nella Quarantia eh' ella venga o lodata, o tagliata? tanto
che le cause criminali, eh' una volta sono intro- dotte alla Quarantia
criminale, da lei bisogna che sia- no determinate. Ma notale ancora che potria
avveni- re che una sola ballotta fosse nel bossolo di quelli che tagliano, o in
quello di coloro che lodano; ed in tal caso la sentenza non s' intende uè
tagliata né lodata. E perciò nel modo che abbiamo detto s' introduce al- l'
altre Quarantie. Il che da' nostri maggiori è stato or- dinato perchè non é
parso loro convenevole che uno sia solamente da uno giudicato. Gio. Sapete voi
la origine di queste Quarantie, e degli AvNOcatori e degli Auditori vecchi e
nuovi, e quale causa indusse i vostri maggiori ad ordinare que- sti Consigli e
questi magistrali? M. Tri/'. Io vi dirò lutto quello che io so. Gli Av-
vocalori, dicono alcuni, che furono ordinati essendo doge Aurio Maslropetro
creato T anno ìMclxxviii. La Quarantia criminale non ho mai inleso in che tempo
4l6 DEIXA REPUBBLICA. E MAGISTRATI fosse ordinata. Pare verisimile che ella
avesse la me- desima origine, che gli Avvocatori, essendo le cause dagli
A.vvocatori nella detta Ouarantia intromesse. Non è anco alieno dal verO;, che
la Quaranlia avesse prin- cipio dopo gli Avvocatori. Perchè potria molto bene
essere, che gli A\ vocatori usassero introdurre le cause al Consiglio grande,
il quale, come dianzi dicemmo, pochi anni innanzi era slato ordinato.
Moltiplicando poi le cause, potette forse parere cosa molto noiosa e che troppo
impedisse le faccende private, il ragunare sì frequentemente il Consiglio
grande. E perciò fosse giudicato, essere meglio creare un Consiglio il quale
fosse preposto a questa cura d'udire T appellazioni. Trovansi ancora molti 1
quali hanno opinione, che questo Consiglio de' quaranta fosse molto innanzi or-
dinato. Ma quale opinione sia più vera, voglio che al giudicio d'altri lo
rimettiamo. Udiva anticamente que- sta Quaranlia le cause civili come le
criminali, e gli Avvocatori le introducevano 5 i quali non potendo sostenere
tanto peso, massimamente per ciò che cre- scendo l' imperio e la città, le
cause venivano a mol- tiplicare, furono creati gli Auditori vecchi essendo do-
ge Andrea Dandolo creato l'anno mcccxlii, i quali introducessero le cause
civili, così di dentro come di fuori, le quali ancora essendo assai
moltiplicate per lo acquisto che si fece in terra ferma, essendo doge Mi- chiele
Steno creato l'anno mcccc, al tempo del cjualc s' acquistò gran parte dello
slato che possiede la re- pubblica nostra in Lombardia, fu costrettala città
no- stra creare gli Auditori nuovi che iutroducessero lo riluse civili di
fuori. Non essendo poi una Quaranlia DI VENEZIA. 4 ' 7 soh sufficiente a
spedire tante faccende, fu ordinala la Guarani la vecchia al tempo di Francesco
Foscaro, crealo Doge V anno mccccxxiii. La quale delerminas- se tulle le cause
civili cosi di fuori come di dentro inlrodotle dagli Auditori vecchi e da*
nuovi. Ulliraa- luente ne' tempi nostri è stata ordinata la Ouarantia civile
nuova, che sia sopra le cause civili di fuori, e quelle di dentro si sono
riservate alla Ouarantia vec-' cliia. Innanzi chela Ouarantia nuova fosse
trovata, le cause procedevano in questo modo. Gli Auditori vec- chi come nuovi,
s[)edlvano le cause che perveniva- no a loro da trenta ducali in giù, quelle da
trenta insino a trecento erano inlrodolte nel Collegio delle biade. Da trecento
poi insino ad ogni numero veni- vano nella Ouaranlia vecchia. E gli Auditori
vecchi introducevano quelle ili dentro ed i nuovi quelle di fuori. E notale che
in quel tempo i detti Auditori vec- chi e nuovi, non solamente accettavano le
intromis- sioni delle appellazioni, ma introducevano ancora esse cause e le
agitavano alla Ouarantia per quelli in fa- vor de' quali le avevano iiilromesse
siccome usano fare gli Avvocatori alla Ouarantia criminale. Nel tempo nostro i
detti Auditori non fanno altro che intromet- tere r appellazioni, lasciando il
pensiero d'introdurre le cause alle Ouaranlie achi elle appartengono j la qual
cosa essendomi al presente tornata alla memoria, non ho voluto tacerlavi. Gli A
vvocalori erano, siccome an- cora sono, sopra le cause criminali, le quali
intromel- levano nella Ouarantia criminale come oggi ancora usano. Tanto che,
siccome voi potete comprendere per quello che abbiamo detto, non è molto
variato 4 1 8 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI questo ordine da poi che la
Quarantia nuova è trovala. D' intorno al Collegio delle biade, non ho da dirvi
cosa alcuna dell' origine sua, perciocché non ho mai inteso ne letto in che
tempo egli fosse ordinato, non dico in che tempi fossero trovati quei
magistrati dei quali egli è composto, ma il fare quello aggregato di quei magistrati
che chiamiamo Collegio delle biade. Puossi bene congetturare, che egli fusse
ordinato o po- co innanzi o poco dopo la Quarantia vecchia. Ma non voglio che
noi ci distendiamo in questa cosa, non por- tando, quando ella si sappia,
alcuna utilità, e quando non si sappia, molto danno. Non tacerò già che con-
siderando i nostri, che per essere questi magistrati de' quali è composto
questo Collegio delle biade molto nel loro olhcio occupali, diftlcile cosa è il
ragunarlo, acciocché le cause abbiano la loro spedizione ed i li- tiganti per
tal cagione non patiscano, vanno tutto il giorno pensando di creare un altro
Consiglio di tren- ta gentiluomini eletti nel Consiglio grande come gli altri
magistrati, che faccia Pofficio che ora fa il Colle- gio delle biade, senza
essere in altra cura occupato, e si chiama il Consiglio de' trenta. E credo
certamen- te, che presto condurranno ad effetto il loro pensiero. Il che io vi
ho voluto dire, acciocché voi non vi ma- ravigliate se mai sentiste non essere
più il Collegio delle biade in uso. Domandate ora se altro vi resta che voi
vogliate intendere. Glo. Yoi diceste dianzi, che gli Auditori tiravano certa
quantità di danari da' litiganti. Ditemi ora più particolarmente che premio
traggono delle fatiche loro, non solamente gli Auditori vecchi e nuovi, ma gli
Av- DI VENEZIA. ' 4 ' 9 voratori ed essi giudici ancora, che in verità mi par
che molto siano nel loro magistrato occupati. M. Trif. Per parlar prima degli
Auditori vecchi e nuovi, dico che a'giudici primarii di dentro, quelli che
domandano, cioè gli altori, sono tenuti pagare tanto per cento di tutto quello
che portano le cause. Noi li chia- miamo i carati, i quali carati, quelli poi
che appella- no, devono pagare agli Auditori vecchi quando ac- cettino V
appellazione, e dalla Quarantia abbiano le sentenze in favore. Ed in questo
caso, i giudici pri- marii sono tenuti restituire loro quei carati^ i quali da
quei che domandavano ricevettero. Ma se le sen- tenze della Quarantia sono
contrarie agli appellanti, gli Auditori non fanno di cosa alcuna acquisto.
A'Ret- tori di fuori non si pagano i carati da chi domanda, ma quelli che
appellano li pagano bene agli Auditori nuovi, in caso che accettino le loro
appellazioni, e nella Quarantia abbiano poi la sentenza in favore. Gli Av-
vocatori, olire a certa provvisione, benché piccola, che hanno dal pubblico,
partecipano de'contrabbandi e del- le condannagioni. Tanto che questo
magistrato, oltre a l'essere onoratissimo, reca ancora molla utilità. I
Quaranta di ciascuna Quarantia, tirano per ciascuna volta che eglino si
radunano, un terzo di ducato per uno. Ordinariamente si radunano la mattina ;
ma oc- correndo per caso alcuno radunarsi ancora dopo de- sinare, a quelli
delle Quaranlie civili non è dato più cosa alcuna, solamente a'' Quaranta del
criminale è rad- doppialo il salario. E (juando questi quaranta, che ora mi è
venuto alla mente, hanno fornite tutte tre le Qua- ranlie, niuno di loro può
esser di nuovo crealo di quo- /^20 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI Sii Quaranta,
se non ha passato otto mesi. E quesla è la loro contumacia. Ora dite altro, se
altro vi occorre. Gìo. Voi faceste menzione de" Signori di nolte, quando
diceste che due di loro entravano nel Colle- gio dell' esamina. Ma poi non
avete detto che magi- strato sia questo. M. Trìf. Voi dite il vero. Ed io non
lo dissi allora per non interrompere la materia della quale si tratta- va. Sono
adunque sei gentiluomini, uno per Sestiero, preposti alla guardia di tutta la
città. Chiamansi Signo- ri di nolte, perciocché aulicamente punivano i delitti
che si facevano di notte. Ne' tempi nostri non sola- mente perseguitano alcune
notturne sceleratezze, ma ancora molte di quelle che di giorno si commettono,
come sono le fraudi che V uno o per avarizia o per altra umana passione fa all'
altro. Fu ordinato questo magistrato essendo doge Marino Morosini, e furono nel
principio due. Uno de' quali esercitava il magi- strato nella parie di citra
Canale, l'altro nella parte d'ultra, per usare i vocaboli n»)stri. Essendo poi
Doge Rinieri Zeno , quattro ne furono aggiunti. Sono at- tribuiti loro sei
Capi, ciascuno con tanti fanti, quanti si ricerca a tale faccenda. Tre di
questi capi stanno la notte con le loro compagnie intorno a san Marco ed al
palagio, circuendo le vicine contrade. GII altri tre intorno a Rialto, ed a'
luoghi propinqui dimorano. Procurano costoro che per tutta la città non si com-
metta scandalo alcuno, che a ninno sia falto oltraggio, che non si porti arme,
togliendole a chiunque le tro- vassero. E lutti i malfattori che trovano li
prendono e metlongli in correre, I delitti de' quali sono poi da DI VENEZIA. ^2
1 delti Signori di nolle giudicali e puniti, se sono di quelli che al
magistrato loro appartengono, gli altri sono intromessi a' Giudici a quelli
determinati. Ma non voglio distendermi in molti altri particolari, non
solamente di questo magistrato, ma ancora degli altri de' quali io non voglio
cosa alcuna trattare, non solo perchè è lunga materia, ma eziandio perchè
dimoran-, do io fuor della città, non ho quella pratica che si ri- cercherebbe
a darvegli ad intendere Voi anderete una volta a Venezia e quivi troverete
assai, i quali diluiti gli altri magistrati pienamente vi informeranno. E
quando altri non trovaste, non vi mancherà mai il nostro M. Girolamo Quirini,
uomo cosi di gentilezza e cortesia, come di dottrina ed eloquenza ornalo j ma
ditemi se avete altre dubitazioni d^ intorno a questi giudizii : [ìcrciocchè
non dubitando voi più di cosa al- cuna, io tratterò alcune cose de' Censori, i
quali io ho riserbali all'ultimo luogo, perciocché con le cose delle non hanno
molla continuazione. Di questi ora noi trat- teremo se a voi così piace. Gio. A
me piace sommamente. Perciocché de'giudi- zii io resto pienamente soddisfatto.
Ne cosa mi viene alla mente che m' apporti dubitazione alcuna. M. Trlf. I
Censori sono due, ed è un magistrato nuovamente ordinalo contro all' ambizione
de' gen- tiluomini. Innanzi a' Censori gli Avvocatori e Capi de' Dieci, i quali
seggono nel gran Consiglio in luogo emi- nente, quando si creano i magistrati,
come dicemmo, erano preposti a questa cura di provvedere diligente- mente che
ninno con l' ambizione sua corrompesse le leggi e per via di ricchezze, o d'
altri favori slraordi- Giarmotti. aS \22 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI uarii
cercasse ri' ottenere alcun magistrato che altra- mente non avrebbe ottenuto. E
tosto che i magistrati erano creati, prima che il Consiglio fosse licenziato,
in- vestiga vano se alcuno di quelli che gli avessero otte- nuti, avesse
commesso cosa alcuna per la quale egli meritasse punizione. E trovando alcuno
in peccato gli procedevano poi contro come corruttore delle leggi, nel modo che
ne' giudizii abbiamo detto. Avendo poi i nostri veduto che V ambizione cresceva
e che final- mente sarebbe stala dannosa alla repubblica, se non vi si poneva
rimedio, crearono questo nuovo magistra- to, il quale avesse quesla cura
particolare di castigare r ambizione de' gentiluomini. Ma per liberarmi dalla
promessa che io vi feci, fu creato questo magistrato specialmente contro a certe
intelligenze occulte d'al- cuni, i quali per avarizia vendevano i loro
sufiiagii a questo ed a quello. Tenevano costoro pratica con gli ambiziosi 5 e
nel giorno, nel quale si devono creare i magistrati, avevano constiluito a chi
avessero a volgere i sufFragii. Potevano in due modì^pi estave i loro favo- ri
a quelli che li compravano 5 perciocché se alcuno di loro per sorte veniva
fatto nominatore (il modo vi fu dianzi detto) nominava costui o quello o uno di
quelli, a chi avevano il giorno a volgere i sufFragii. Quando poi era nel
Consiglio ballottato, tutti gli altri co' loro suffragi! lo favorivano. Sono
alcuni, i quali veduto questo disordine, ed intendendo come noi usia- mo
talvolta vendere i magistrati, hanno giudicato che la nostra repubblica, se non
al tempo nostro, almeno dei nostri figliuoli, abbia a rovinare e convertirsi in
tirannide. Io certamente, poiché i Censori sono stali DI VENEZIA. 4-'' creati,
sto con l'animo quietissimo che ella non possa rovinare. Ma quando non si
fossero creati, ho fernja ' opinione che da quel disordine ne potesse nascere
la rovina della noslra repubblica. Le ragioni, che mi muovono, intenderete un'
altra volta : perciocché tal rosa appartiene ad un"* altra considerazione.
Non vo- glio già restare di dirvi in che modo noi usiamo ven- - dare i nostri
magistrati, acciocché veggiate che questa usanza (avVv^nga che ella non sia da
lodare per non dare riputazione alle ricchezze e torla alle virtù, di che
seguiterebbe che gli uomini diventerebbero troppo avari, ed abbandonerebbero
l'opere virtuose con in- finito danno del pubblico bene) si può ella pure in
qualche parte scusare. Quando la nostra repubblica è oppressala da qualche
bisogno, quegli, a* quali ap- partiene pensare a' modi di provvedere danari,
cioè il Collegio, secondo V ordine che dicemmo, ed 11 Consi- glio de' Dieci
ancora, oltre alPaltre vie le quali hanno per tale prov^ Islone, deliberano di
proporre o in Pre- gati, o in Consiglio grande, che si facciano (poniamo) i
Pregati futuri per danari 5 che s'eleggano di nuo\o quattro o sei Procuratori j
che si diano alcuni altri ma- gislrati a chi con le sue ricchezze aiuterà la
repub- blica. Propongono adunque questa deliberazione o nel Consiglio grande, o
nel Consiglio de' Pregati. Ma qua- lunque volta ella si propone in Pregali,
debbe ancora ne) Consiglio grande passare. Puossi bene proporre solamente nel
Consiglio grande, e se qui è c/mfermala, allora si manda ad esecuzione. Ma se
accadesse il con- trario, bisogna pensare altri modi di fare danari. Gìo. Voi
diceste dianzi che il Consiglio de' Dieci ^2^ LEU. A REPUBBLICA. E MAGISTRATI
poteva tanto, quanto tutta la citlà: non si potrebbe adunque lai parte proporre
in questo Consiglio, ed ot- tenersi ? M. Trìf. Il Consiglio de' Dieci ha questa
autorità, che voi dite, in ciascuna altra materia. Della creazione de'
magistrati il Consiglio grande interamente è signo- re : e quando simile parte
si propone in Pregati, s'ag- gingne sempre questa condizione, che ella si debba
pro- porre in Consiglio grande. Fatta adunque questa de- liberazione, e venuto
il tempo di creare quei magistra- ti, che s' hanno a dare a chi presta qualche
sussidio alla repubblica, si fanno prima le quattro mani degli Elettori nel
modo che noi dicemmo nella creazione de" magistrati 5 e perchè d"
alcuni magistrati ordinaria- mente i competitori si creano per due mani di
Elet- tori, in questo caso si creano per quattro. A questi sono poi aggiunti
gli altri competitori creati nel Consiglio de' Pregali , nel modo che noi
dicemmo chiamarsi Scrutinio ^ perciocché mentre che gli Elettori creano i
competitori, lutti quelli che mettono ballotla, cioè rendono i suffragii nel
Consiglio de' Pregati, si ritira- no nella sala dove il detto Consiglio si
raduna, vicina a quella del Consiglio grande. E qualunque vuole es- sere
nominalo se ne va alla porta di quella, e quivi or- dina che il Segretario lo
faccia nominare. Tutti i no- minali si scrivono in polizze, le quali a sorte si
trag- gono d'un cappello, l'una dopo l'altra, ballottandosi di mano in mano i
nomi di quelli, che in esse sono scritti. E qualunque passa la meta de'
suffragii, s'inten- de essere approvato competitore di quel magistrato Questi
poi, quando sono letti nel Consiglio grande. ni VENEZIA. 425 [nìinn che sleno
mandati a partito, ofFeriscono quella che vogliono o possono prestare da quella
somma in su eh' è determinata. "Vanno poi a parlilo; e quello ottiene il
Magistrato, che ha più sufìragii dalla metà in su. Ed avviene alcuna volta che
colui che offerisce meno, per essere uomo di più qualità, ottiene il ma-
gislralo. Gio. Quando voi create i magistrali per danari, che' somma
determinale voi che si presti? M. Trìf. La maggior somma non s' usa mai deter-
minare, ma solamente la minore. E questa ancora non è sempre quella medesima 5
perciocché una voli a si determina maggiore, alcuna volta minore. Questo anno
presente, avendo bisogno la Repubblica di molti da- nari per nutrire i nostri
eserciti nella guerra, che noi facciamo in Lombardia per restituire Milano al
suo legittimo signore, hanno ottenuto una deliberazione nel Consiglio di
concedere alcuni magistrati a chi [)re- sla duecento ducati : da questa somma
in su può of- ferire ciascuno quello ch'egli vuole. Dovete ancora notare che
quando questa usanza incominciò, si deli- berava che chi non offeriva ottenesse
il magistrato quando egli avesse più suffragii dalla metà in su, che quelli i
quali offerivano. E avveniva alcuna volta, che chi non offeriva cosa alcuna
otteneva pure il ma- gistrato. Bisogna bene avvertire che chi non offeriva era
di quelli competitori falli dalle quattro mani de- gli Elettori, perciocché chi
era nominato nel Consi- glio de' Pregali, era nominato con condizione eh' egli
avesse ad offerire. E perchè quando i Pregali si fan- no per danari, nel modo
dello, interviene che di tale ^SG DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI onore è
onorato, chi forse altramente non 1' otlerreh- be, e quelli che V otterrebbero,
rimangono indietro, acciocché in questo Consiglio de' Pregati (perchè è di
grandissima importanza, come avete potuto compren- dere) si trovino tutti
quelli, che sono reputali savii, tutti sono nella creazione della Giunta del
Consiglio compresi : non perchè alcuna legge sia, che a lare tale elezione
costringa, ma perchè ciascuno giudica essere necessario fare in tal caso così
fatta elezione. Comin- ciò questa usanza, che molti falsamente chiamano ven-
dere i magistrati, V anno mdix, nel qual tempo aven- do la repubblica nostra
perduto i suoi eserciti nella zuffa che noi facemmo con Lodovico xii re di
Fran- cia, fu costretta aiutarsi in tutti quei modi che si po- tettero trovare.
Ma, come voi potete comprendere, non basta solamente offerire danari per
acquistare un magistrato j perciocché bisogna ancora superare i com- petitori
co' suffragii. E come voi avete inteso, non si usa questa cosa se non in
grandissimi bisogni. Tanto che io non veggio che questa sia cosi gran
corruzione come molti pensano e dicono. Egli è vero, che io non la voglio
lodare^ nondimeno mi pare che alla qualità de' tempi si possa qualche cosa
concedere, Gio. Ditemi, se 1 non vi grava, per qual cagione quando si creano i
magistrati per danari si facciano altri competitori oltre agli ordinarii nel
Consiglio de' Pregati : e quelli, la cui elezione ricerca due mani di elettori,
in questo caso si facciano per quattro. M. Tiìf. Questo si fa perchè essendo
maggior nu- mero di competitori l' offerte sono anco poi maggiori. E notate che
nell' ultimo Consiglio sempre si pubbli- DI VENEZIA. 427 cano i magistrati, che
si devono nel seguente per da- nari creare. Il che si fa acciocché ciascuno
abbia tem- po a praticare d'ottenere quei magistrato che egli de- sidera,
ordinando d'e>sere nominato nel Consiglio de' Pregali, ed altre cose ancora
provvedendo per le qua- li egli possa il suo desiderio ottenere. Ma per tornare
al proposito nostro, seggono i Censori in luogo emj- nenle, come noi dicemmo
nella descrizione della sala del gran Consiglio 5 e fauno ne** tempi noslri
quelP of- ficio che facevano prima gli Av vocatori e Capi de'Die- ci. Oltre a
questo hanno autorità di correggere tutte le male consueludini, per le quali s'
accresce l" ambi- zione. Laonde non sono ancora due anni che da loro fu
falla una legge, per la quale fu tolta via l' usanza del rallegrarsi con quelli
che avevano ottenuto i ma- gislrali. Gìo. Ouesla usanza era ella cosi dannosa
che biso- gnasse con le leggi vietarla ? M. Trjf. Ella non era tanto dannosa,
quanto ella aveva in sé non so che di brullezza. Perciocché, creati che erano i
magislrati, quelli che gli avevano ottenu- ti, si recavano in luogo che lutti,
o la maggior parte de' genliluomiiii nelT uscire della sala del Consiglio gì'
incontravano, talché ciascuno mostrava di rallegrar- si dell' acquis!alo onore,
e d' essere slato quello che dato gliel'aveva. ancoraché avesse operato
Popposito. Ed in ciò s' usava parole molto più all' ignorante vol- go, che
a'patrizii gravi convenienli. Ora questa mala consuetudine é stata lolla via da
questi Censori, i quali ancora , se chi ha provvidenza dell' universo vuole
r.ìie una repubblica piena di tante buone ordinazioni 428 DELLA REPUBBLICA E
MAGISTRATI viva qualche secolo, se non per altro, per insegnare al- meno alle
città d' Italia come elle s' hanno a governare, se da' tiranni non vogliono
essere oppresse, porranno fine ad ogni mal umore che in parte alcuna le potesse
danno recare. Noi abbiamo insino a qui narrato tutta r amministrazione pubblica
della nostra città, con tut- ti quelli particolari che ci sono venuti alia
mente, ed ho ferma opinione che pochissime cose sì siano indie- tro lasciate. E
come noi dicemmo dianzi, de' magi- strati privati non tratteremo cosa alcuna.
Altra volta avremo tempo a ragionarne, o voi andando a Venezia vi farete
informare da chi forse avrà maggior notizia di tali cose che non ho io. Avremo
ora a ragionare alquanto sopra quelle cinque cose, delle quali deve essere
perito chi è membro della città, ma non so se il lungo mio dire vi grava. Gio.
Il vostro ragionare non mi puote in alcun mo- do essere noioso. Perciocché la
varietà delle cose che voi ragionate, mi rinfresca sempre 1' appetito. Oltre a
questo, la gravità della materia, della quale ogni spi- rito, i cui pensieri
non siano leggieri, né bassi, ne do- vria essere desideroso, mi tiene tanto
attento, che ogni gran noia e fastidio mi convertirebbe in grandissi- mo
piacere, E però se il lungo dire non ha debilitato voi, spedite pure lutto
quello che ancora vi resta a dire. 31. Trif. A me piace assai che noi diamo a
questa materia intera perfezione, e specialmente perciocché a me pare essere
questo giorno a tale ragionamento tut- to quanto disposto. Potria essere che
un' altra volta io non ci avessi quella attitudine che oggi mi ci pare DI
VENEZIA. 4 '-^9 avere. Diremo adunque di quelle cinque cose soprad- dette,
benché non molto particolarmente, ma quanto sarà necessario al proposito
nostro. Tutto l' imperio della nostra repubblica, siccome ciascuno può sapere,
è diviso in due parli, una delle quali è in terra ferma, l'altra in mare.
Dell'una e dell'altra si trae grandis- sima entrata, ma pure è molto maf;giore
quella di ter- ra ferma e specialmente di Lorabc'.rdia, dove oltre al-' l'
altre cose che sono assaissimo, noi possediamo sette città, Trevigi, Padova,
Vicenza, Yerona, Brescia, Ber- gamo e Crema, le quali sono alla repubblica
nostra di grandissimo frutto. In mare siamo di Cipri, di Can- dia, di Corfù e
di molte altre isole signori. E nella ri- viera di Schiavonia, Dalmazia ed
Istria teniamo molte città e castella che sono alla città nostra di non pic-
ciola utilità. Le entrate poi della nostra città sono grandissime, ed in molte
cose consistono, siccome so- no i dazii delle cose che entrano nella città e di
quel- la escono, tra i quali quello solamente del vino rende d'intorno a
centomila fiorini 5 la Dogana di mare 0 quella di terra ferma, le decime e le
tasse di tutti i gentiluomini e cittadini veneziani. Sono queste tasse un certo
tributo simile a quello che voi chiamate arbitrio : perciocché sono molti
gentiluomini e cittadini, i quali ancora che non abbiano beni stabili,
nondimeno per essere mercatanti, sono ricchissimi. Ed a questi ed agli altri
ancora è imposto cjuesto tributo che noi chia- miamo tansa, cioè tassa.
Perciocché la ricchezza di ciascuno è tassata, cioè stimala, e secondo quella
esti- mazione è determinato cjuello che ciascuno deve pa- gare. E molti
afiTeriiiauo che tutte queste entrate della 25- \ 43o DEIXA REPUBBLICA E
MAGISTRATI Città coQ quelle dello Stalo di mare e di terra, arriva- no ad un
milione e dugento mila ducali. Io vi ho detto cosi grossamente la somma delie
nostre entrale. Se voi ne desiderale notizia più particolare, la potrete ave-
re ricercando le azioni di quei magistrali che le go- vernano. ÌVIa siccome V
entrate sono grandissime, cosi ancora le spese non sono picciole.
Principalmente noi teniamo continuamente a** soldi nostri un Capitan ge-
nerale, con provisione e condotta assai onorata. La quale dignità non sono
ancora due anni che noi dem- mo a Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbi-
no, uomo e per scienza militare e per prudenza, e per molte altre sue virtù da
esser sopra tutti gli al- tri Capitani de' tempi nostri celebrato 5 nella cui
virtù abbiamo tanta fede, che mentre egli comanderà a'no- slri eserciti, non
pensiamo che i nostri Slati possano esser da forza esterna oppressi. Olire a
questo paghia- mo del continuo d' intorno a mille uomini d' armi, e tanto
numero di fanti che siano suflicienti a guardare quel luoghi ne' quali cosi al
tempo di pace, come di guerra, noi sogliamo guardie tenere. Diamo ancora pro-
visioni a molti uomini valenti, per opera e favore de' quali quando il bisogno
lo richiede gli eserciti nostri congreghiamo j le quali tutte genti senio
distribuite in quelle nostre terre di Lombardia, che hanno di qual- che
continua guardia bisogno, o per la larghezza del vigere agevolmente le possono
sostentare. Ne' tempi poi di guerra si mandano dove si giudica necessario.
Nello Stato di mare si tiene ancora dalle dieci alle do- dici galere armate, le
quali sono distribuite in Cipri, in Candla, in Corfu e negli altri luoghi
opportuni. In eia- DI VENEZIA. 45 i scuna (3i queste galere sono centocinquanta
vogadori : perciocché elle hanno cinquanta banchi, sopra ciascu- no deViuali
seggono Ire vogadori. Oltre a questo por- tano da ollanta a cento uomini per
coml)altere. A' vo- gadori non s' usa dare mollo gran stipendio, perchè tutte
queste galere s' armano in alcuni luoghi, siccome nella Riviera di Schiavonia e
Dalmazia, dove gli abi- tatori essendo poveri, per poco prezzo pigliano tale
impresa volentieri. Quelli clie combattono è necessa- rio pagarli, come quelli
di terra ferma. Tanto che com- putato insieme tutto quello che si spende ne'
voga- dori, ne' combattenti, nella munizione del vivere, del combattere, costa
ciascuna galera d' intorno a sette- cento ducati al mese. La spesa ancora che
si fa nel mantenere l' apparato per la guerra di mare, non è an- co picciola,
siccome voi, quando tratteremo dell' Ar- senale, potrete comprendere. Ma quello
che gran par- te delle nostre entrate ingombra, sono tre Monti. De' qtiai r uno
è chiamato il Monte vecchio , 1' altro il nuovo, il terzo il novissimo. Il
primo ebbe origine in- sino a' tempi di Vital Michieli, il quale fu costretto
da- re principio a tale Monte, per le grandi spese fatte nel- la guerra contro
ad Emanuele imperatore di Costan- tinopoli : ed è quello che per altro nome è
chiamato gì' imprestiti. Il secondo fu ordinato nella guerra Fer- rarese, fatta
al tempo de' padri nostri, essendo Doge Giovanni Mocenigo. Il terzo dopo Panno
>idìx, poscia die gli eserciti nostri furono rolti da Lodovico xii re di Fi
ancia. Cia^^cuno di questi Monli non è allro che uno aggregato di danari, i
quali sono stali da' nostri gen- tiluomini e cittadini alla repubblica ne' suoi
bisogni 4^)2 DELLA REPLBBLICA E MAGISTRATI prestati. E perchè i bisogni sono
stati grandi e frequen-- ti, perciò sonoj massimamente i due primi, grandissimi
e quasi smisurati corpi divenuti. Tanto che nel pagare gì' interessi a ragione
di cinque per cento, consumiamo una grandissima parte delle nostre entrate.
Onde av- viene che quantunque la repubblica nostra, per avere grande imperio,
sia ricchissima, nondimeno non è mai ch'ella si trovi molli danari accumulali.
Ma per pote- re ne' bisogni valersi di quell' entrate, hanno usato i nostri
maggiori ne' tempi di guerra non pagare gl'in- teressi del Monte vecchio.
Passata poi la guerra, han- no pagato gli utili, non del presente anno, ma
dicjuel- lo nel quale restarono di pagare. E così hanno di ma- no in mano
seguitato: lauto che quarani' anni o più si trova indietro a' tempi nostri
questo Monte. Intor- no al Monte nuovo hanno preso i nostri patrizii, già due
anni sono, un partito prudentemente considerato. Era questo Monte ancora egli
molti anni rimaso in- dietio; e quando pagava i creditori, non pagava i pre-
senti interessi, ma i passati, siccome usa oggi il Monte sopraddetto. Volendo
aduncpe i nostri estinguere tanti debiti della repubblica, acciocch' ella si
potesse valere delle sue entrale, per pubblica deliberazione posero fine agP
interessi futuri, e fecero corpo del ca- pitale e degr interessi che insino a
quel tempo erano corsi, e non s' erano pagati: tanto che ciascuno che ha danari
in su questo Monte è creditore in una par- tita del suo capitale e
degl'interessi sopraddetti j e quello che ogni anno si paga è da' creditori,
non co- me frutto, ma come parte de' suoi crediti ricevuto. E così a poco a
poco la repubblica di tanto debito si DI VENEZIA. 4^5 vieue a sgravare: e se si
continuasse qualche anno di pagare, in breve tempo cotanto debito
s'estinguereb- be. Ma voi vedete come il mondo gira, e come per le continue
guerre i bisogni vanno crescendo. Tanto che non sarà da maravigliarsi se, non
solamente questo debito non s" estinguerà, ma se ad altri Monti ancora si
darà principio : che già sento che i nostri hanno ragionamento di farne un
altro, che si chiami il Mon- te de' sussldii, per supplire alle tante spese che
noi facciamo. Ma tornando a proposilo, per quello che abbiamo detto potete
comprendere come noi ci va- gliamo di questi danari che pagano questi due
Monti. Gio. Se io non ho preso errore, ne' tempi di guer- ra non debbe il Monte
vecchio pagare cosa alcuna, ma debbe di quegli interessi, che quell' anno non
[la- ga, rimanere debitore. Laonde se per sorte in quel- 1' anno nel quale non
paga ha debito gl'interessi di quarant' anni, nel seguente avrà debito quelli
di qua- ranluno, e non pagando ancora in quello, nell'altro poi avrà debito
quelli di quarantadue j e così si può in infinito procedere: ma essendo posto
termine agli interessi suoi, non può fare altra perdila se non che i creditori
tardano alquanto più nell' essere pagali. Ma è giusto che ne' bisogni della
repubblica ciascuno sopporti qualche cosa volentieri. Restaci ora il terzo
Monte, che voi chiamaste nuovissimo, del quale non avete detto cosa alcuna. M.
Trif. Di questo Monte non occorre dire altro se non, che solo questo gli utili
a ragione di cinque per cento continuaraenlc paga. Gin. Questi vostri Monti
sono eglino divenuli a5»» 454 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI luercatanzia
siccome quelli di Genova e di Firenze an- cora ? M. Tr'if. I Monti nostri si
comprano e vendono non altrlmente che le altre mercatanzle. Ma i primi due
hanno poca riputazione; perciocché spesse voUe avviene che valendosi la
repubblica dei danari a lo- ro assegnali, niente pagano. Il terzo, perchè
continua- mente paga, si mantiene ancora la riputazione. Ma perchè abbiamo
trattalo delle entrate e delle spese del- la repubblica nostra, [tasseremo
alquanto più innanzi, e diremo alcune cose della guerra e pace; sopra la qual
malerla è necessario che diciamo, come la città sia prov- veduta d' arme e come
ella si possa provvedere, ed alcune altre cose come di sotto intenderete.
L'a[)pa- rato ordinario dell'armi, quale egli sia così per mare come per terra,
avete quasi, per quello che è detto, inteso. Dello straordinario per terra non
bisogna par- lare: perciocché qualunque volta egli è necessario accrescere
forze, usiamo questa milizia mercenaria, la quale oggi per tutta l' Italia s'
usa. E non bisogna che stiamo provveduti d' armadure per distribuirle poi
assoldali; perciocché chi viene al soldo di san Marco, egli stesso porta quel!'
armi che gli bisogna- no. Solamente è necessario avere gran provvisione d'
artiglierie, di polvere, di salnitri, e di tutti gli istro- mentl da guerra per
assaltare e difendere le terre, nel provvedimento de' quali la repubblica nostra
a nin- na spesa perdona. Nella guèrra marittima, come dian- zi dicemmo, armiamo
le galere nostre in alcuni luo- ghi dove gli uomini per poco premio vanno alla
guerra per vogadori, e per combattere prendiamo di DI VENEZIA. /\Ò5 quelli che
per terra combattono : i quali avvengachè seco portino l'armi di che hanno
bisogno, nondimeno perchè quelle che s'usano nelle guerre navali sono alquanto
difformi da quelle che s' usano in terra, per- ciò la repubblica nostra ne sta
sempre copiosamente provveduta, acciocché in qualche bisogno grande ella non
manchi d' alcuna cosa necessaria alla difesa sua. Similmente quando bisognasse
accrescere le ftjrze di mare e mandare fuori maggiore armata, di lutto quel- lo
che è a tale effetto necessario è sempre la repub- blica nostra provveduta. E
acciocché ogni cosa inten- diate, abbiamo nella nostra città un luogo
particolare il quale noi chiamiamo P Arsenale, dove le galere ed altri na villi
con tutto l'altro apparato da guerra si fabbricano. E questo luogo cinto di
mura intorno 5 né vi s'entra se non per una sola porta, e per il canale che
mette dentro e manda fuora i navllii. E ancora sì ampio e magnifico, che agli
entranti apparisce nel pri- mo aspetto come un'altra città. E credo certo che
la grandezza sua lo faccia pari e forse superiore a quel vostro Castello nella
strada di Pisa che voi chiamale Empoli, che già mi ricordo esservi slato, molli
anni sono, in un viaggio che io feci per veder Pisa, Lucca, Genova, con tutta
la sua riviera. In questo Arsenale sono distinte le munizioni l' una dall'
altra, e dove si fabbrica una cosa e dove un'altra. I luoghi dove si fabbricano
i navigli, sono oerti spazii, noi li chiamiamo volli, coperti con tetti, che
piovono l'acqua da destra 0 da sinistra. Sono tanto larghi e lunghi, quanto ri-
chiede la grandezza di quel naviglio che vi si fabbrica, o che vi si conieiva.
Sono distinti questi spazii in più 436 DELIA REPUBBLICA E MAGISTRATI ordini,
de' quali in alcuno ne sono più, ed in alcuna meno, secondo la lunghezza del
luogo dove sono edi- ficati. Non ha molti giorni, che essendo io in Venezia
volsi riveder lutto questo apparato, tal che non mi parve fatica l'andare
visitando parlicolarmenta tulli questi ordini per veder tulli i navigli che al
coperto si conservano o di nuovo si fabbricano, come sono le galere, le fusle,
i brigantini, le galere grosse, le quali servono alle mercatanzie che si
portano e recano di Barulti, di Alessandria, di Barbaria e di Fiandra, ben- ché
oggi il viaggio di Fiandra non è molto frequenta- to. Sonovi due Bucentori, che
sono una specie di na- vigli, la qual noi usiamo in certe nostre solennità, e
neir andar ad incontrare i principi e signori che ven- gono nella nostra città.
E notale che tra le galere ne sono una certa quantità segnate con un C e un X,
eh* è il segno del Consiglio de** Dieci. Per il che si di- mostra quei navigli
essere in potestà di tale Consiglio, né altro magistrato poterne disporre j il
che è ordina- to acciocché nella città sempre si trovi un numero di galere per
li casi che inopinatamente potessero av- venire. Questi navigli non però tutti
sono in ordine, ma chi si fornisce, chi si restaura. Ma quando il bis(j- gno
stringesse, sarebbe in breve tempo ogni cosa ìa ordine, perciocché non
occorreria far altra provvi- sione che moltiplicare il numero de' lavoranti.
Sonvi, olirà questo, in luoghi separati le munizioni dell'arti- glierie, dell'
arme da difendere e da ofFenderCj dei ti- moni, dell' ancore, dei canapi, delle
vele, degli alberi. Sonvi ancora i luoghi dove si lavorano le piastre per le corazze,
dove si fanno i chiodi ed altri ferramenti DI VENEZIA. ZJO^ per la fabbrica de'
navigli. Nella munizione dell' arli- glierla trovai gran copia d'artiglieria
minuta e grossa, come sono moschetti, falconetti, cannoni, mezzi, quar- ti,
colubrine, e simili, e del continuo si gettava as- sai delia nuova, convertendo
in questo la materia molto vccr^hia che all'uso presente della guerra non è più
accomodata, siccome enmo molti pezzi grossi che io vidi di quella sorte che si
commette, siccome usavano gli antichi nostri. Eravi ancora un numero grande di
artiglieria corta di ferro che si usa in su i navigli. Nella munizione
dell'armi noi abbiamo da armare dieci mila uomini ordinariamente, e più se più
fosse bisogno. L'armi da difendere, sono celatoni, petti e corazze , in tal
modo che per P uso terre- stre non sarebbono utili. Le armi da offendere sono
schioppi, de" quali ne vidi un numero grande, tutti con i loro tinieri e
bottacci, ronche, partigiane, spiedi, balestre, archi alla turchesca, ogni cosa
con grande or- dine ed apparato disposta. Io sarei troppo lungo se volessi
narrarvi ogni particolarità minutamente. Voi andrete a Venezia, e tra le altre
cose andrete a ve- dere questo Arsenale, dove voi vedrete tutto quello che io
vi ho dettrT, e molte altre cose ancora, delle quali per non esservi tedioso
non voglio parlarne. Non voglio già pretermettere come nel palazzo dove sta il
Doge è una munizione d'armi per armare d'intorno a mille e cinquecento uomini,
la quale dagli antichi no- stri fu ordinata per riputazione e reprimer gli
impeti domestici die fossero fatti contro alla repubblica no- stra, siccome fu
la congiura di Baiamonte Tiepolo, es- sendo Doge Pietro Gradenigo, creato
l'anno mccxc, 438 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI e quella dì Marino Fale)io. Doge
lv, creato 1' anno McccLiv. Baiamonte Tiepolo voleva col favore de' po- polari
occupare il palagio e ammazzare il Doge, e quei gentiluomini ch'egli scontrava,
e farsi tiranno. Ma dalla pioggia, la quale impedi la venuta de' compagni, fu
rotto il disegno suo; perciocché il Doge ed i gen- tiluomini ebbero tempo a
provvedersi: tanto che, fug- gendo egli per quella strada che mena da san Marco
in Rialto, fu morto da una donna, la quale da una fi- nestra con un mortaio lo
percosse. Marino Falerio, non gli bastando essere Doge, e volendo diventare ti-
i-anno, aveva ancora egli ordinato d'ammazzare i gen- tiluomini. Ma essendo
scoperto da uno de' compagni, c'iustamente di quella vita, della quale non è
degno chi vuol essere della sua patria tiranno, fu privato. Per potere adunque
reprimere simili assalti hanno or- dinalo i nostri maggiori, che il palagio sia
provveduto di tante armi che siano per la sua difesa sufficienti. Guanto a
quello che appartiene alle guerre fatte dai nostri maggiori, soleva la
repubblica nostra antica- mente con gl'imperadori di Grecia e coi re d'Unghe-
ria avere continua guerra. Ma poscia che i Turchi s'insignorirono della Grecia,
gli Ungheri e noi sia- mo stati costretti difenderci da loro, tanto che non
abbiamo poi fatto acquisto alcuno. E tutte quell'isole che noi possediamo nel
mare Ionio ed Egeo, e quel- le terre che vivono solto il nostro imperio nella
ri- viera d'Istria, Dalmazia, Schiavonia e di Morea, tulle furono premio di
quelle guerre che noi con gli Un- gheri e coi Greci facemmo. Combattemmo anche
in Soria, non solamente con quei popoli ribelli della DI VENEZIA. 4^9
santissima fede di Cristo, ma eziandio coi Genovesi. Contro a" quali
avemmo la fortuna una volta tanto contraria, che noi fum no costretti difendere
da loro la propria patria: ma finalmente per la virtù di M. Vittore Pisani e di
M. Carlo Zeno e di M. Iacopo Gabballo Veronese, e d' alcuni altri Capitani,
rima- nemmo superiori. Cominciammo poi a far guerra in Lombardia, dove noi
sortimmo felicissimo evento, ed acquistammo tale imperio, che la potenza
n!)Stra di- venne formidolosa a tutti i principi cristiani. E fu ne- cessario,
se vollero abbassarla, che tutti insieme faces- sero confederazione. Di che
seguì la sconfitta che noi avemmo In Gliiara d' Adda, e la subita perdila di
tut- to l' imperio che in Lombardia possedevamo. Abbia- rao poi talmente con la
fortuna temporeggiato, che a poco a poco abbiamo racquistato quasi il medesimo
imperio e la medesima riputazione. Ond"* è avvenuto, che dopo la presa del
re Francesco non abbiamo te- muto le minacele di chi ha fatto Italia e tutta la
Fran- cia tremare : e finalmente gli abbiamo mosso contro la presente guerra,
la quale, sa più i cieli questa bella provincia benignamente risguardano, dovrà
ancora fe- lice evento sortire. Delle forze de' vicini, perchè sono il ciascuno
notissime, non bisogna molto parlare. Chi f* quello che non sappia quanto
grande sia la potenza del Turco , il quale circonda tutto il nostro marittimo
imperio? Le forze dell' Alemagna, ancorché elle siano grandi, nondimeno (per
esser divise) non sono oggi mollo paurose. E chi ha notizia del viver di quella
pro- vincia, agevolmente può vedere che con gran diftìcollà si possono unire. E
non è dubbio che s' elle fossero 44o UELI.V REPUBBIJCA E MAGISTRATI unite, avrebbe
l' Italia a temer di loro molto più che «li quelle del Turco. Sarei troppo
lungo se io ora vo- lessi rainulamente raccontarvi le ragioni che mi in- ducono
in cjuesla opinione. Dello stato di Milano non teme molto la repubblica nostra,
se non quando egli è in potestà del re di Francia, o d"* al Irò principe
gran- de. Benché chiunque lo possiede non ha poco, in di- fenderlo, da fare.
Restane! poi il Duca di Mantova, e il Duca di Ferrara : le forze de' quali non
sono di tale qualità chea noi siano paurose, siccome è noto a cia- scuno. Del
modo del guardare e difendere il paese, che era la terza cosa di quelle che noi
nel principio proponemmo, non bisogna molto parlare. Percioc- ché dianzi udiste
come noi guardiamo e difendiamo così lo stato di mare come di terra, essendo
state da noi l'armi (che per la loro difesa teniamo) raccon- tate. Voglio ben
che sappiate che avendo veduto i no- stri che una sconfitta sola ci poteva
torre tutto lo sta- to di Lombardia, pensarono a fortificare in modo le terre,
che quando si perdesse un esercito, non restasse ogni cosa in preda degli
inimici. Per la qual cosa dal- l' anno mdix insino al giorno presente abbiamo
forti- ficato in tal modo sei città Padova, Trevigi, Verona, Brescia, Bergamo e
Crema, che da ciascuno sono sti- mate inespugnabili. Bergamo, per la
propinquità d'un colle, è meno alquanto che l'altre, forte. Vicenza sola è
rimasa Indietro senza essere fortificata. E quan- tunque ella abbia un colle,
che la soprasla talmente, eh' egli impedisce in qualche parte la sua
fortificazio- ne, nondimeno il San Bartolomeo da Liviano, già no- stro Capitano
generale, aveva disegnato un modello, DI VENEZIA. 44' per lo quale ella sì
rendeva da ogni offesa sicura. Li- gnago, eh'' è in sull' Adice, tra Padova e
Mantova, è reputato luogo d"" importanza, e secondo eh' io ho sen-
tito, quelli che governano la nostra repubblica lutto giorno pensano a
fortificarla. La quarta cosa è da con- siderar quali cose si portano fuori e
quali dentro. La qual ancora molte parole non richiede, perciocché manifesto è
che essendo la città nostra fondata in ac- qua, ha bisogno che le siano portate
tutte quelle cose che appartengono al sostenimento della vita umana, la quale
ha con la terra, e non con l'acqua, propor- zione. Quelle cose che noi mandiamo
fuori non sono altro che mercatanzie, siccome panni e drappi e mol- le SO) ti
di mercerie, che nella nostra città si lavora- no. Conducono ancorai nostri
mercatanti molte mer- ci di Barbaria, d'Alessandria e di Barutti, le quali [)OÌ
per queste altre proviiicie si spargono. L'ultima co- sa era l'introduzione
delle leggi. Ma questa è mate- ria d'un altro ragionamento, il quale si
potrebbe fare se voi voleste vedere se questa nostra repubblica è semplice o
composla. Ed essendo semplice, di quale specie ella si sia 5 essendo composta,
se ella s'inchina più in una specie che in un'altra. Le quali cose voi potete
molto bene per voi stesso considerare, avendo inteso come fatto sia il
suggello. Quando sopra questo vogliate il giudlcio di alcun altro, il nostro M.
Nicolò Leonico vi potrà pienamente soddisfare, il quale, per essere grandissimo
filosofo e peritissimo nella nostra repubblica, puole di simili cose molto
meglio che cia- scuno altro dis[)utare. Io vi ho narrato l'ordine di (juesta
repubblica con quella brevità ed agevolezza 44 2 DELLA REP. E MAG. DI VENEZIA.
che mi è stata possibile. E se pur lo non vi avessi sod- disfatto, mi vi offero
di ragionarne ancora tante volte che voi pienamente ne restiate informatOj ed a
tutti quanti i vostri amiri ne possiate far parte. Gio. Io resto di quanto
avete detto soddisfattissi- mo. Ne altrimente mi pare questi vostri ordini
posse- dere, che se nella vostra terra fossi nato. Non passe- ranno molti
giorni che io anderò a Venezia, dove dal nostro M. Girolamo Quirino intenderò
le azioni dei magistrali privati. Dopo questo da M. Nicolò Leonico intenderò
quanto avete detto, perciocché non è one- sto con tante cose un solo
affaticare. E di quanto oggi per me vi siete affaticato, ve ne ho certo
grandissima obbligazione. E se V amicizia nostra il richiedesse, io vi
offerirei tutto quello che per un amico carissimo da me far si poi esse. Dette
queste parole ci levammo in pie, e n'andam- mo nel giardino: dove noi trovammo
il Bembo, il quale con alcuni gentiluomini ragionando passeggiava.
Accompagnatici adunque con loro, tutto il giardino più volle girammo. Vedendo
poi che il sole alP occi- dente s** avvicinava, facemmo da tutti dipartenza, e
lieti di tale ragionamento, alle nostre case ne relornammo. INDICE. La
Repubblica Fiorentina. Libro l. — Gap. L Da che cagione sia slato mos- so r
autore a scrivere della Repubblica Fio- rentina Pag. 3 Cap. II. Del modo del
procedere ... » 9 Gap. III. Delle specie delle repubbliche, e di quella che è
ottima >; 12 Gap. IV. Che qualità debba avere una città ca- pace dello stato
misto » 22 Gap. V. Ghe Firenze è subbietto capacissimo del governo misto » 2 5
Libro II. — Gap. I. Ghe una repubblica non si [)un riordinare senza considerare
i difetti suoi particolari » 5o Gap. II. Quali cose bisogna che sieno in uno
stato, a volere che sia da' cittadini amato, e però sia dlulurno )) 55 Gap.
III. Ghe ne' due governi passati non era li- bertà » 55 Gap. IV. Ghe l'autorità
della signoria era tiran- nica )j 57 Gap. V. Ghe l' autorità del magistrato de'
dieci era tirannica » 60 Gap. vi. Ghe il magistrato degli otto era tiran- nico
» 65 444 Gap. vii. Che la reputazione de' collegi è tiran- nica e disutile alla
città Pag. 66 Gap. TIII. Ghe il gonfaloniere acquistava mag- gior potenza di
quella che si conviene in una amministrazione civile » ^3 Gap. IX. Narrazione
per la quale si dimostra che i cittadini non potevano essere affezionati a' due
governi passati, e perciò ne segui la ro- vina loro » 7 8 Libro III. — Gap. I.
Ghe bisogna prima intro- durre il governo civile e poi la milizia . )) 90 Gap.
il Gome si debbe temperare lo stato mi- sto >' 95 Gap. III. Ghe la
repubblica debbe inclinare nel popolo "97 Gap. IV. Ghe la repubblica sarà
composta di tre membri principali » 109 Gap. V. Del consiglio grande )) no Gap.
VI. Del senato " 1^9 Gap. vii. Del collegio '. . » 122 Gap. Vili.
De"* signori » i23 Gap. IX. De' procuratori » 127 Gap. X. De' dieci » 129
Gap. XI. In che modo si abbiano a trattare le azioni pubbliche in collegio ....
» ivi Gap. XII. Del principe » 137 Gap. Xlll. Della quarantia » i45 Gap. XIV.
Del modo del punire i delinquenti contro allo slato » i52 Gap. XV. Ghe l'ordine
del procedere al palazzo del potestà non è buono " ^ ^9 445 Gap. XVI. De'
Collegi e signori delle pom- pe. Pag. » i65 Gap. XVII. De' capitani di parie .
. . » 1 6G Gap. XVIII. D'alcune provvisioni particolari. » 174 Libro IV. — Gap.
I. Glie la città si debbe di- fendere coir armi proprie, le quali son distinte
in quelle di dentro ed in quelle di fuori . » 188 Gap. II. In che modo la
milizia di dentro si de- ve introdurre . . . , ^* '9^ Gap. III. Della milizia
di fuori . . . . >J iqS Gap. IV. Della milizia a cavallo .... » 202 Gap. V.
Glie dalla milizia cosi ordinala si può più sperare che dalla mercenaria . . .
» 20 5 Gap. vi. De'p:isti pubblici » 220 Gap. vii. Ghe la sopraddetta forma
della repub- blica è ordinata prudentemente ...» 224 Gap. Vili. Quali occasioni
e quali mozzi si ri- cerchino all' introduzione di questa repub- blica » 256
Della repubblica e magistrati m Venezia. » 2f)r •f ' V * .' PLEASE DO NOT
REMOVE CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY. é notizie
DELLA VITA E DEGLI SCRITTI DI FRANCESCO MARIA ZANOTTI RACCOLTE E PUBBLICATE D A
FANTUZZI. IN BOLOGNA NELLA STAMPERIA DI SAN TOMMASO D' AQJJINO COH LICENZA DE'
SUPERIORI . Digitized by Google t » * .ì % \ « *1 I « •i -• I . n M J Appoichc
e V età mia , e V Amore di ritiro , e di quiete y che in me faceafi o- lu-
crano miei pen * gni giorno maggiore y mi configliarono a • filar quelle
pubbliche occupazioni , che eri fiate per tanto tempo l* oggetto de* miei pi
fieri , e della mia folle ci tu dine , non molli già ' abbandonarmi ad un* ozio
indegno d* ogni Cittadino , anzi d* ogni Uomo ragionevole • Mifurando però le
mie poche forze colle ma- rie occupazioni di Lettere , determinai d* im-
piegarmi a raccogliere Notizie della Vita , e degli Scritti de* nojlri
Bolognefi , credendo di far ad efft il debito onore col trargli o dalle
tenebrerò dalle impojlure , e dalle fai- fità , nelle quali erano fiati avvolti
fin o- ra , e di rendere con ciò alla Patria uncu piu mera gloria , ed un
lufiro y che non le può effe re a ragione contefo . La generofità del pubblico
nelP accoglie- re favorevolmente alcuni efperimenti dati da me alle Stampe
nella Vita del Generale Conte Luigi Marfiglj y e in quella di Ulijfe Aldro - A
2 man - 1 vandi , e il coraggio fattomi dagli amici pro- dotto hanno , che io
frefeelga cotcflo fi u dio , qua fi per foddisfazione del debito , che io penfo
a* aver con me ftejfo , e colla Città • Intento dunque a raccogliere per quefto
fine dagli Archivj , e dalle Biblioteche sì no- fire che efiere le notizie al
mio feopo oppor- tune 9 non ho tr afe arato d * afiicurarmi altresì di quelle
degli Scrittori più illuftri viventi a* miei giorni y o per mezzo di loro ftefjt
, o de 9 toro congiunti , e confidenti , e tra quefii potrà ognuno ben credere
, che foffe gran - di filma . la mia premura di faper tutto ciò , che
apparteneva al letteratissimo Francefco Maria Zanotti . L 9 amicizia , e la
bontà , colla quale quefto virtuofo Soggetto mi riguardava , m inco- raggì a
chiedergli un e fatto ragguaglio di tut- to ciò y che poteffe valermi un giorno
nel da- re al pubblico conto di lui . Chi ha conofciuto il Dottore' Francefco
Zanotti y può immaginar fi con quale gentil lepidezza accogliefie le mie
premure , e con* quanta grazia la fua modefiia fi producefie . Egli fi
difendeva coll 9 ingegno , e colla na- turale fua moderazione , io l y
incalzava col- la vivacità delle injlanze , e delle preghiere ; e finalmente
quantunque non vinto , volle* effer effer corte fe > col mofirare di e/ferlo
> e col prò* mettere di esaudirmi. Era già fcorfo alcun tempo , ed io era
informato , che non aveva ancora pojla ma- no all' Opera . A determinarlo mi
cadde in animo aggiugnergli nuovi /limoli per mezza dell* egregio , e mio
amici/fimo Dottor Luigi Tale ani ; ben perfuafo che la ftretta amicizia , e
confidenza , che paffava fra loro , avrebbe- mi giovato molti/fimo . E di fatti
non tardai molto ad accora germi qual buon mezzo ave/fi adoperato ; perciocché
il Zanotti fi diede a Jlendere /o ricercate notizie , indi le pafsò a mano con-
fidente , perchè le riducejfe in buon carattere ; chi ebbe quefta commijfione ,
vedendola in al- cuni luoghi fenza quelle efpreffioni di lode , che fi convenivano
giufiamente all 9 Autore y ve le aggiunfe di proprio genio , e così per mezzo
dell* accennato Falcavi alle mie ma- ni finalmente pervennero , accompagnate
da* graziofe efpreffioni d* ira , e di fappr ovazione per ciò , che c era flato
da altri aggiunto « Intanto alcuni de* Signori Giornalifli di Tifa ricercaron
notizie del Dottor Francefco Zanotti , e quegli a cui e/fi le dimandarono 9
avendo nelle mani una copia dello fcritto , non fenza covfentimento del Zanotti
la fpe- 6 9 dì loro , per nitro con replicate lettere aver- tendo, che quelle
notizie erano fiate fiefeper mio ufo . . Seguita la morte del Zanotti alcuni
miei ùmici , premutofi della gloria di un tanto uo- mojfapendo che io teneva
tali notizie , mi fli - molarono a pubblicarle , non indugiando il. farne ufo
nell * Opera degli Scrittori Bolo- gne fi , che troppo ricercava di tempo per
il fuo compimento . La fiima , T amicizia, la riconoscenza ver - fo il Zanotti
tanto aggiunfero di forza alle lo- ro premure , che fubito mi diedi a
prepararle per la fiampa . Ma i Signori Giornalifii di Tifa mi hanno prevenuto
, inferendo nel To- mo XXVII . del loro Giornale de 1 Letterati col titolo d *
Elogio quelle notizie, che unica- mente per mia infinuazione , e per ufo mio
erano fiate da prima difiefe ; della qual co- fa , quantunque fembrar poffa
ragione voli {fi- mo , che i Concittadini del T illufire Zanot- ti non
dovejfero rimanere nel luogo fecondo , dove fi tratta di perpetuarne il merito
, e la fama , non intendo con tutto ciò di fare di quefio accidente a ' Signori
Giornalifii un de- litto . Q ueflo ardente zelo in perfine fi r ani ere di
concorrere follecitamsnte al! onore del Za- notti è una prova del fuo merito ,
e una gran parte del fuo Elogio • • Ciò Ciò che fece il Zanotti fcrivendo di fe
Jlejfo • le hanno fatto , e per fe flefjt , e fen - za efferne pregati , e refo
pubblico colle ftam- pe fantiffimi , * virtuofijfimi Uomini . Imper- ciocché
per tacer degli antichi , quali furono, un Giulio Cefare , che fcriffe i proprj
Com- mentar j , e un Emilio Scauro , e un Rutilio Rufo , e un Giufeppe Flavio ,
autori delle pro- prie lor memorie , fappiamo , ri* #*’ Secoli a noi vicini il
Cardinal Bellarmino , Monfignor ■Huet , Agoftino Cardinal Valerio , /7 Cardinal
Bentivoglio nella fua Storia , De fide rio Eraf- ino , . Girolamo Cardano ,
Giacopo Auguflo •Tuano , Giorgio Buchanano , amen due gli Sca- ligeri y
Francefco Giunio^rammemorati a propria giuftificazione dal fopracitato Vefcovo
Huet (a), # a\noftri giorni Benedetto Bacchiai ^ il Car- dinal Quirini , Jacopo
Martelli y ed altri fcrif- fero la propria Vita . Ci/ è tfii/tf A* lettere ^ e
non de Jì deri , fi* fio fojfe flato efeguito da tutti i fommi uomini in ogni
genere ì Uno de * primi penfieri di un erudito viaggiatore fi è quello di
conofcere in ogni Città le Perfine , che vi- vono in effa più luminofe . Il
piacere di po- ter aver quejli nel proprio Gabinetto , cono - fcer- (a) Petri
Dan. Huctii Epifcopi Abrincaren. Commentarius de rebus ad eum pertinentibus .
Lib. VI*pag. ni. 8 fcerglt intimamente , udirti parlar di fe Jlef- Jt ,
raccontar le •vicende della lor Vita , le ragioni , r i fondamenti de 9 loro
fcritti , & controverse foftenute , /4 buona , 0 rea for- tuna , /' indole
loro y e le qualità dell ' ani- mo non faranno di un maggior piacere , *o- w?
/arve eflere il Rofcio de* tempi fuoi . Ef- «endogli morta la moglie , che avea
prefa in Bologna , fposò in Parigi una giovane d* un’ oneftiffima famiglia per
nome Ma- fi ria IO ria Margarita degli
Enguerans , la qual poi conduffe a Bologna, dove volle reftituirfi , dopo avere
lungamente fervito quel gran- diflimo Re, e ricevutone grazie , e benefi- cenze
ftraordinarie . Ebbe da Maria Marga- rita 18. figliuoli , T ultimo de* quali fu
Fran- cesco Maria , quello di cui ora ragioneremo. Nacque Francefco Maria Z.
in., . Bologna la fera de* uto abbellirlo il Z. E cosi hanno èntito ancor
quelli , che non fi fono però accordati all’opinione di lui , e concedendogli
la lode dell’eloquenza , gli ne- gano quella della verità. Altri però fi sono
lasciati prendere anche dalle ragioni, ed hanno creduto aver lui trattata la
quefiione tanto profondamente, che più noh fia da queftionare. Noi lafceremo a
ciascuno F opinion fua. IV. La Filosofia Morale fecondo V opi - n 'ione de*
Peripatetici ridotta in compendio dal Sig. Francefco Maria Z. con un
Ragionamento dello (beffo fopra un libro di Morale del Signor di Maupertuis
data in luce , e dedicata alla Nobile e Patrizia Sig. Conpeffa Ginevra
Gozzadini Malvajia dal Cd. Gre- gorio C afa li . In Bologna per gli Eredi di
Co- flantino fifarri , e Giacomo Filippo Primodt 1754. in 4.; e Venezia. Quello
Li- bro eccitò gravi contro verfie, che efercitarono per più anni molti chiari
ingegni d* Italia . Ne efporremo brevemente la* D 2 Storia, cominciando dall*
ultima origine a quello modo. Il Sig. Marchcfe Lucrezio Pepoli , giovane di
gran Nobiltà , e di raro ingegno, ben conoscendo , quanto al- lo ftudio della
Cavalleria , che a que J tem- pi fioriva , neceffaria folTe la Morale Filo-
sofia , defiderò , che il Zanotti gliene deS- Se un breve trattato . Prefe il
Zanotti fonderlo per Servire non tanto alla Caval- leria , quanto alla Poefia ,
e all* Eloquen- za . Perciò s* attenne alla FiloSofia d* AriS- totele,
filmandola la più di tutte adattata al fin Suo ; ne così però vi fi ftrinfe,
che in molti luoghi non Se ne allontanale , ac- coftandofi volentieri a Platone
. DiviSe 1* Opera in cinque Parti , e la Scritte in vol- gar lingua con quella
grazia, ed eloquen- za , che era di lui propria • Dandoli poi quell* opera in
luce, le aggiunfe il ragio- namento , non così breve , indicato poc* anzi nel
titolo, diretto all* ingegnofifnmo Sig. Co. Gregorio CaSali ( 5 ) . Qui egli fi
oppoSe con molta grazia, ma pur fi op- poSe , ad alcune opinioni , che il
famoSo Sig. di Maupertuis , FiloSofo tra Francefi dottiflìmo , avea già
propofte in un Suo li- bro pubblicatoli in Londra col titolo : Uffa] éfe Morale
. • Inveivafi acremente dal Fran- ceSe , cefe cóntro gli Stoici; t benché fofle
il Z. e in tutta la fua Filofofia, e in quefto ragionamento fteflo, di cui
parlia- mo, contrario ancor egli per tutto a* mer defimi Stoici , pur difle a
qualche luogo , che gli Stoici in alcuna delle lor maffimc' non s’ erano poi
tanto ingannati , nè era-, no tanto lontani dalla Criftiana morale f quanto era
paruto al Francefe « Ciò valfe ad eccitare, una controver-; fia , che commofle
tutta Italia. 11. Padre-#. Cafto Innocente Anfaldi Domenicano , Uo- mo d* alto
grido * imprefe a difendere il Maupertuis , e Y anno fteflo 175 4* fece
imprimere in Venezia un Libro in lingua latina intitolato ; Vindici A
Maufertnijìan& , ove riprende acremente il Zanotti y come un*
appaffionatiflìmo Stoico , il quale vov glia mettere in uguaglianza la
Filofofia de- gli Stoici colla dottrina de* Criftiani . Non potè fofferire il
Zanotti * che quefto Li- bro paflàfle fenza rifpofta. Rifpofe dunque con tre
difcorfi , ( 6 ) che furono ftampati in Napoli il feguente anno ; e parvero
mol- to convincenti , e pieni di eleganza . Mag- giormente fe ne accefe V
Anfaldi , e rifpofe a’ detti difcorfi con una lunghiflìma Lette- ra, la qual
fece ftampare lo fteflo anno in ‘ Ve- 3 ° Venezia . Era la Lettera diretta al
Zanotti medefimo , a cui però parve fcritta con tanto calore , e tanto impeto ,
che non la (limò degna nè di fe, nè di chi T avea^ fcritta . Non più dunque
volle rifpondere col fuo nome. Ben rifpole con quattro lettere, che furono
ftampate in Lucca 1 * anno 1755., moftrando eflere fiate fcritte da non fo qual
Giufeppe Antonelli Mef- finefe (7) ; lo fiile però ne manifeftava V Autore .
Furono poi le medefime lettere riftampate in Venezia Y anno 1757. In quello
mezzo non mancarono mol- ti , che li nicchiarono nella contefa . Lun- go
farebbe nominargli tutti . A noi batte- rà dirne due . U’ uno fi è Y
eruditiflimo Sig. Gio. Lami , il quale riferendo quella ritta nelle fue
letterarie Novelle , (8) mo- ftrò , che T Anfaldi fotte in grande ingan- no , e
facefle dire al Zanotti quello , che il Zanotti non s* era mai avvilito di di-
re. L* altro fi è 1 \ Em. Sig. Card. Que- rini Vefcovo di. Brefcia, Uomo, cornea
ognun fa, , • intendentiffimo quant* altri mai fotte . Compofe quelli una lunga
let- tera diretta al Zanotti^ e già era mi far- la imprimere , quando morì . Ne
fù ben_. tofio compiuta la fiarnpa per opera del Si- I 3 * Signor Abate Antonio
Sambuca (9) fami* gliare intimo di quel dottiffimo Cardina- le. Ciò fu in
Brefcia V anno 1755. Dice in e(Ta Lettera il Signor Cardinale , che^ fuor di
modo a lui piacea la Filofofiadel Zanotti, e Angolarmente il ragionamento
contra il Maupertuis; che mai non fapea levarfela dal tuo tavolino , amando
leg- gerne quando un tratto, e quando un al- tro , prefo infieme dalla fodezza
della dot- trina , e dalla fomma eleganza del dire ; e difapprova altamente 1 *
impegno del Padre Anialdi . Ciò però, che parve impor fine a tan- ta lite, fi
fù quello, che dirò ora breve- mente . Mentre ardeva il contratto , era il P.
Anfaldi in Ferrara . Di là fcriffe egli al P. Pio Tommafo Schiara, altro
Domeni- cano, amico fuo, Uomo di fomma dot- trina , il quale allora era in Roma
Biblio- tecario della famofa Cafanatenfe, ed è ora Secretano della S.
Congregazione dell’ In- dice ; e pregollo , che voleffe efaminare partitamente
tutti i capi della controverfia, che tra di lui era , e il .Zanotti , e ferver-
gliene finceramente il fuo giudicio . Il P. Schiara, prefo affai tempo, efaminò
tutto con ogni diligenza , e mandò fcritto al P, Digitized by Google Anfaldi il
fuo parere , dottiflìmo in vero, e pieno di Somma erudizione, col titolo Farete
/ opra il Libro intitolato : Vindici a M auportuijiana ; ( io) e lafciò al P.
Anfaldi la lioertà o di fopprimerlo, od anche, fe aveflfe voluto , di
pubblicarlo . Quantunque Io Schiara moflraffe affai chiaramente mol- , ti
inganni prefi dall* Anfaldi , e per tutto deffe ragione al Canotti ; non volle
V An- faldi inoltrar di temerne . Pubblicò dun- que egli fteffo il Parere del
P. Schiara con le Stampe di Venezia P anno 175^. , pre- mettendogli però una
Prefazione affai lun- ga , in cui dichiarò , fe non effere per con- to niuno
convinto dalle ragioni del P. Schiara,© che sì lo Schiara, come il Za- notti s*
erano di gran lunga ingannati, non bene intendendo qual folle il vero flato
della queltione . Ufcito così il Parere del P. Schiara , nè lo Schiara lleffo
poi, nè il Zanotti,nè 1 * Anfaldi fecer più motto. Benfuriltam- f ata in
Venezia V anno 17^3. la Filofo- a Morale del Zanotti , premeflfavi una^ breve
relazione delle paffate controverfie , Ja qual relazione fu Scritta dal Zanotti
ftef- fo a petizione dell’ editore. Egli però la fcriffe a quel modo, che fatto
avrebbe chi non • ♦ non avcffe avuto parte niuna nella conte* fa , moftrando
grande (lima dell* una para- te, e dell" altra, ed una fomma indiffe-
renza , quale ad ottimo Iftorico fi conve- niva. Il P. Anfaldi, che allora era
parti- to a Torino , Profeffor Pubblico di quel- la Regia Univerfità , com*
ebbe letta quel- la relazione , ne fu contentiflìmo , ed av- vinando a certe
grazie , che in effa offer- vò , che ella doveffe effere del Zanotti f lodollo
affai, e nel ringraziò fommamen- te, e partirono poi tra lor due molti uf- ficj
, e dimoftrazioni di benevolenza, di affetto anche per mezzo dell* eruditif-
fimo P. Ab. Trombelli , amico comune • V. Tre Orazioni fopra la Pittura, la
Scultura , e V Architettura , ftampate in Bologna per Lelio dalla Volpe .
Trovan- dofi in Roma (n) il Zanotti 1 * anno del Giubileo 1750., e defiderando
Benedetto XIV., che 1 * Accademia folita farfi ogni anno in Campidoglio in lode
delle belle Arti , fi facefle in quell* anno con (ingo- iar pompa, e decoro,
volle che 1 * Orato- re in effa forte il Zanotti ; obbedì egli , e fece un*
Orazione , che fu fommamente ap- plaudita, e n* ebbe diftinto premio, e ftra-
ordinario • Fu effa poi Campata in Roma 14 infieme con tutti gli altri
componimenti recitati in quella fletta Accademia . Poco appretto fu riftampata
in Napoli da fe fo- la, premettavi una prefazione in gran lode della Orazione
fletta . Fatta quell’ Orazio- ne, cadde in animo al Zanotti di voler imitare
gli antichi Retori', quando per illu- di© di eloquenza, propofto qualfivoglia
ar- gomento, fi efercitavano perorando sì per r una , come per 1* altra parte .
Stefe dun- que una feconda Orazione contro la pri- ma , inoltrando, che le
ragioni in quella-, addotte non fodero di ni un valore , e fen* za lafciarla
vedere in Roma a veruno , la fece pervenire a Bologna , come cofa da altri
comporta . Fu quivi fubito gran con- tefa, qual delle due Orazioni folle la mi»
gliore ; tutti però in quello accordandoli , che la prima fotte più ornata , e
più va- ga ; 1’ altra più forte, e d’ eloquenza più virile. Tornato poi a
Bologna il Zanotti, ed avendo fcoperto ad alcuni amici , fe etter 1’ Autore di
tutte e due quelle Ora- zioni, fu dimoiato da elfi di farle impri- mere infieme
amendue. Egli temette, che ftampandofi la feconda , potette ciò difpia- cere
alla riguardevoliflima Accademia de* Pittori di Roma, in grazia de* quali era
ita- fiata comporta la prima . Volle dunque far* ne una terza, che foftenerte
la prima con- tro la feconda . Stamparono allora tutte e tre quelle Orazioni in
Bologna, (12) re- cando Tempre indecifo , qual di loro fof- fe da preferirli
all* altre due . Qui veramen- te parve , che il Zanotti meritarti quel ti- tolo
di eloquentifllmo , con cui volle di- ftinguerlo il famofiflimo Morgagni nella^
feconda parte , che a lui dedicò , delle fue dottiflime , ed elegantiflime
Miscellanee , avendo dedicata la prima al celeberrimo Haller , e la terza al
nobiliflìmo Senato dell 1 inclita Città di Forlì. VI. Poefie volgari, e latine
ftampate^ prima in Firenze (13) . Poi di molto ac- crefciute ftampate furono di
nuovo in Bo- logna T Anno 1757. (14) Non poche di dìe sì volgari come latine ,
furono poi an- che ftampate in Milano V Anno 1759. ad ufo d’ un nobil Collegio
, che quivi eb- bero i dottirtimi PP. della Compagnia di Gesù . Alquante delle
latine erano già fia- te fatte imprimere in Padova dal rino- matilfimo Signor
Gio. Antonio Volpi 1 * anno 1725* Poiché ftampando quello Si- gnore le fue
nobili poefie latine, volle ac- compagnarle con : altre di valenti Uomini, E 2
fuoi i* m % fuoi amici, malli me del Zanotti, a cui an- che indirizzò una delle
Tue Elegie belhL. oltremodo, e leggiadra; ma non è forfè men bella la rifpofta,
che il Zanotti gli fa. Tra quelle elegie del Zanotti, che il Volpi diè in luce
, niuna di quelle ebbe-» luogo, che effo Zanotti poi fece fopra le Felle
principali di Maria Santiflima. Era- no già molti anni , che egli aveva abban-
donato lo lludio della latina Poefia ; quan- do Monfignor Vitaliano Borromeo
Vice- legato allora di Bologna , ora Cardinale ampliamo, e intendentiffimo ,
gl* infinuò di rimetterli in quello lludio, e compor- re le* dette elegie in
lode di Maria Ver- gine (15) . Il fece egli con maravigliofa felicità ; e
parve, che ritornando a quello lludio , receder volelTe alquanto dallo Hi!
catulliano , e ftudiaflfe di dare a’ verfi , o- ve occorrefle , pienezza , e
gravità , a gui- fa che fece Virgilio fenza durezza. IrL. fomma parve , che in
quelle Elegie volef- fe egli raccogliere tutte le grazie di Ca- tullo , di
Tibullo , d* Ovidio , e farne in certo modo un maravigliofo compollo . Il che
così bene gli riufcì , che pochi altri libri di quello genere abbiam veduto a*
noftri giorni ufcire con tanto applaufo . Ta- Digitized by Google 37 Tali
Elegìe furono poi ftampate in Bolo* gna T anno 1751. (16) con una elegante
traduzione in verfi italiani del P. Pier Ma* ria Brocchieri, dottiflimo
Barnabita. VII. Scriffe anche il Zanotti molte»# Lettere famigliari in volgar
lingua, e non poche in lingua latina , che furono dima* te elegantiflìme ;
alcuna anche in lingua^ greca . Affai fe ne leggono delle Volgari nel Volume
fecondo delle Lettere Fami- gliar* ftampate in Bologna 1 - Anno 1744. VII I.
Ufcì nell’anno 1747., inoltran- do di effere ftampato in Napoli , un pie* col
Libro zi Della forza attrattiva dell o idee . (17) Chi lo fcriffe moftrò di
averlo tradotto dalla lingua francefe , e che au- tore ne foffe certo Marchefe
de la Turi. Ciò , che è proprio di. quello libro , fi è % che effendo fcritto
con tutta la proprietà, e l’eleganza della lingua italiana, non per- ciò lafcia
di parer tradotto dalla francefe . Oltre a ciò è fparfo per tutto di tanta fe-
ftività ,* e d’ altra parte contiene tante Dot- trine , e così profonde ,
tratte da tutta la Filofofia, che mal può diftinguerfi , fe chi r ha compofto
abbia intefo di fcherzare, o trattar feriamente cofa grave. E 3 dato poi lo
fteffo Libro riftampato in Bologna V A11 - / / 3 8 T Anno 1774. con Y aggiunta
d’ alcuni fragmenti , che inoltrano edere dello llef- fo Marchefe de la Turi ,
e trattano della forza attrattiva di quelle cofe , che non fo - no . La
chiarezza , e la politezza sì del penfare , come dello fcrivere, fanno affai
vedere , che tutto viene da una mano fo- la ; nè è pip chi dubiti , che non fia
que- lla la mano del Signor Francefco Maria Z., il quale s’ abbia voluto
pigliar follazzo . IX. De viribus centralibus (18) Bononia 1762. Quello libro
fcritto in latino afTai elegantemente efpone con fomma chiarez- za, e
brevilfimi calcoli i primi principj del- la dottrina delle forze centrali , ed è
il primo, che fia uficito in Bologna, di que- llo genere . Intefe T autore di
dare a * gio- vani una prima idea delle attrazioni cele- fìi, e così
invogliarli di applicar Y Alge- bra alla Meccanica più fublime : ftudio in
vero, che ancora defideravafi in quella U- niverfità ; e quantunque a ciò
ballargli po- teffe il trattare della forza attrattiva , vol- le anche dire
della forza repulfiva , di cui comunemente fi tacciono gli altri autori, e
fcoprì in quella teoremi, analoghi ben- sì a quelli della forza attrattiva, ma
molte voi- volte più vaghi, e più eleganti. Nè ran* to poi fi ferma ne*
principi, che non di* venga talvolta a queftioni allrufiffime . Qual curva
feguir debba un corpo , fpinto fe- condo la legge ordinaria dalla forza del
centro, è queftione fciolta già in più ma- niere da molti grandiflimi
Matematici, niu- no de’ quali è contento della foluzione dell* altro . La
fcioglie anche il Zanotti a modo fuo , dimoilrando la curva dovere effere una
delle tre fezioni coniche , ove la forza fia attrattiva ; e dove fotte repul-
fiva non poter effere , che un* iperbola . Noi lappiamo, che molti valenti
Uomini han giudicato aver lui fciolta quella que- ftione e più brevemente , e
più chiara- mente , e più univerfalmente , che tutti gli altri . Propone anche
un nuovo , e nobi- le teorema intorno alla velocità, che ha un corpo o tirato
dal centro , o refpin- to , in ciafcun punto della fua orbita . 11
rinomatiffimo P. Frifi fa ufo di quello teo- rema nelP infigne fua opera : De
gravita* te universali , e ne commenda il Zinotti, il cui libro è flato anche
in Francia com- mendato afTai nel dottiffimo Giornale Dcs Scavanti . Reca non
fo qual maraviglia il vedere come in effo tutta quella fottilillì- 4 ° ma
dottrina fi fpedifca fenza inai far men- zione nè della forza dell* inerzia, nè
del- la centrifuga, nè del famofo principio dell* azione eguale alla reazione .
X. Dell * arte Poetica . Bologna 176S. Di quello ottimo libro noi fiamo
debitori alla Sig, March. Maria Ratta (19), Dama cT ingegno, e di beltà
Angolare. Impofe ella all’ autore di Renderle per ufo fuo gli avvertimenti ,
che aver fi debbono a ben comporre prima una Tragedia , poi una Commedia, poi
un Epopeja, ed ulti- mamente componimenti lirici . Fece egfi dunque quattro
ragionamenti diretti alla^. ftelTa Dama , aggiungendone un quinto , il qual
trattando della poelia in generale, do- veflc precedere a tutti gli altri . Il
libro tutto è fcritto per modo , che , come Tap- piamo eflerfi elprefib in una
iua lettera 1* mtelligentiffimo Morgagni , non potea co- si fcriverfi , che da
un grande Oratore , da un gran Poeta , da un gran Filofofo . Par, che V autore
s* abbia propollo di trattar 1 * arte poetica , come i Filofofi trattano Oggidì
la Filofofia, feguendo la ragione, fenza pigliarli gran foggezione dell' auto-
rità degli antichi , come a" tempi addietro facevafi . Seguendo però la
ragione , urta quali Digitized by Google 4 * «uafi Tempre in quegli
avvertimenti mede* iimij che Arinotele e gli altri antichi ci lafciarono : di
che fa loro maggior ono- re . Sfugge tutte le queftioni frivole , e-# inutili a
compor bene ; e dà poi qualche maraviglia il vedere quanto in Poefia abbia
letto , e quanto offervato ; e come egli ciò moftri fenza pompa, e oftentazione
veru* na , cofa affai rara a quelli di . Tenendo dietro ad un fempliciffimo , e
naturali^ fimo ordine di penfare s* abbatte non ra* de volte in queftioni
nuove, e fcuoprt pregiudicj comuni bensì, ma però pregiu* dicj. XI. Van per le
mani tre operette ma* nofcritte . Una bre vidima , ma fuccofa , Gra* matica di
lingua volgare con . un breve ra* gionamento iopra la fteffa lingua; fcritta a
ufo della nobile, & ingegnofa Donzel- la Sig.March. Eleonora Ratta. Una
Dioptrica tratta dall* Hugenio , riducendo tutte le di- moftrazioni per maggior
brevità , e como- do , al calcolo cartellano ; fcritta a ufo del Sig. Conte
Algarotti, allora quando, ef- fendo quefti ancor giovinetto, venne a Bo- logna
, e fu dal celebre Sig. Euftachio Manfredi , a cui era fommamente racco-
mandato, meifo a ftudiare JFilofofia fotto F il 4 * il Zanotti . Finalmente un
Algoritmo cotti* pito, ma breviflimo ; aggiuntavi la dottri- na delle
proporzioni , e tutto ciò che è . neceflario per T applicazione del calcolo
alla Geometria ; lcritto a ufo del nobile , & ingegnofo Giovane il Sig.
March. Fran. Ratta . Se quelli manoferitti veniflfero in luce , ben fi vedrebbe
, come anche in co- fe piccole fi dimoftri ingegno non picco- lo.- • •• XII. De
Bononienjt Scientiarum & Ar* t'tum Inftituto atque Academìa Commenta* rii .
Sono cinque tomi, divifi alcuni in più parti, e fanno otto volumi ufeiti in
varj tempi. Ogni tomo fi compone di due par- ti , 1/ una che ha per titolo fuo
proprio: Commentarti , contiene principalmente la re- lazione: di varie
Ditlertazioni o recitate-» da varj Accademici nell* Accademia, o e- fibite, 1/
altra, che ha per titolo: Opuf- cula , contiene le DjlTertazioni . L* opera è
tutta in lingua latina ; i Commentari fcrit- ti dal Secretano, che era
Francefco Ma- ria Zanotti ; gli opufcoli ferirti ciafcuno dall* autor fuo . Non
può dirli quanto quell* opera abbia accrefciuto il grido del Zanot- ti ,
parendo a tutti , che non poteffero que* Commentar) elTere fcritti con
avvenenza, e gra- c grazia maggiore. Egli adorna mirabil- mente, &
abbellifce le dottrine degli Ac- cademici fenza levar loro quella brevità ,
quella chiarezza, e quell 1 ordine, che fo- glion tanto defiderarfi in tali
cofe . E ciò, che ha modo più maraviglia , fi è , cornea abbia faputo il
Zanotti eipor così bene tan- te, e così varie dottrine, delle quali egli non
era profedore. . Noi Tappiamo di molti, che aman meglio di leggere le cofe
iftef- fe fcritte dal Secretano ne* Commentar) , che fcritte negli Opufcoli, da
loro autori ; in tanto che il dottiflimo Sig tadini, che furono il Capitano
Francefco Marchi, i Dottori Bartolo nmeo Beccari, Domenico Gulielmini,
Euilachio, e Gabriel-» le Manfredi , e Francefco Maria Zanotri; e quella, che
elibiamo nel principio di que- lle notizie , fu coniata in tal .congiun- tura
dal ProfelTore Petronio Tadolini . afW- ANNOTAZIO NI. (oDl quefto Gio. Andrea
Zanotti abbiamo allettata* pe: Ho note con tra Amore , Tragedia ricavata da fog
- getto Spagnolo vejlito alla Francefe , e tradotta in T- taliano per G. A. Z
D. O. ( cioè Gio. Andrea Za- notti , come fi rileva dalla fottofcrizione della
Let* tera dedicatoria, e le lettere D. O. lignificano det- to Ottavio )
Dedicata all * Altezza Serenijjima di F er- èinando Carlo 9 Secondo Duca di
Mantova , Monferra- to , Carlovilla , Guajlalla &c. lm Bologna MDCXC1 • Ter
Giofeffo bonghi . Dalla Lettera dedicatoria lb- pracitata impariamo, che
tradufie quella Tragedia* mentre eraiin Francia al Servizio di Lodovico XIV. c
che in Italia godeva la protezione del Sereni!*- fimo Duca di Mantova; come
pure da elfa Lette* ta, e dall* altra che fegue al Lettore conofciamo, che
quefio Gio. Andrea era uomo aliai colto , o di buon gufio nello Temere . Di lui
abbiam pure; L* Eraclio Imperadore d* Oriente , Tragedia di Pietro Cornelio
tradotta dal Francefe , & accomodata per le Scene alla maniera Italiana .
Dedicata all Altezza Serenijjima del Signor Principe Cefare d* Ejle • In Bo-
logna MDCXCl . Per Pier Maria Monti in 8* Precede Lettera dedicatoria a Tua
Altezza, dalla quale fi apprende , che avea goduto 1* onore di clfere al
fervizio della Serenilfima Oafa d* Elle, forfè prima di pafiare in Francia; ed
ivi, dove flette lungo tem- po, avea amicizia con Pietro Cornelio . Quefta Let*
tera è fottolcritta; Gio. Andrea Zanotti , detto Ot- tavio • • * (a) Quello
fentimento per le cofe fuc, ci fa ora dole- re della perdita di moltillìmi de*
Tuoi Scritti , o . H % del- 6o delle Lettere di tanti uomini eruditi , che
avevano feco carteggio , delle quali molte furono da lui bru- ciate , come
inutili • (3) Dominai Francifcui Zanetti Bononienfit laureatiti fuit in almo
Pbilofophi a Collegio die 19. Ottobri s 1716. more Civium . Aggregatiti fuit
bonorit grafia almo Pbilofophix Collegio die 8. Martij 1743» Ex Lib. Friorali
almi Coll. Phi - lofopb. (4) Quefto n* è il titolo tutto intero : Velia Forza
de 9 corpi , ebe chiamano viva , Libri tre del Signor F ran- cefco Maria
Zanotti al Signor Giambatifla Morgagni • In Bologna per gli Eredi di Coflantino
Pi ’f arri , e Gia- como Filippo Primodì 17 51. in 8. La Prefazione a fuetto
Libro fi finge diretta a certo Tibaldt , che è perfona immaginaria . (y) Ora
per Eredità fopravenutegli Signor Marchefe.# Gregorio Filippo Maria Cafafi
Bentivogli Paieoi ti Senatore, Lettor Pubblico di Matematica, Profef- fore di
Architettura Militare nell* Inftituto , ed a- miciflimo del Zanotti • (6) Il
titolo del Libro indicato è quefto ; Difcorfi tre * del Signor Francefco Maria
Zanotti in rifpofla al Li - bro del P. Cafio Innocente Anfaldi intitolato :
Vindi- cia: Maupertuifianse • In Kapoli nella Stamperìa Mu - ziana 175 y. in 8.
(7) Ecco il titolo di queft* altro Libro : Lettere del Si- gnor Giufeppe
Antonelli Mejfinefe , Profeffore dì belle* Lettere in Palermo al Signor Dottor
Luigi Portez Mar- cheje della Valletta fopra le controverfie nate tra il Signor
Francefco Maria Zanotti , e il P. Cafio Inno- cente Anfaldi intorno alla
Filofofia Morale del Signor Maupertuii . In Lucca per Filippo Maria Benedini ,
1755* in 8. (8) Vedi le novelle Letterarie Fiorentine del 1756. Hum. X» (9) Il
titolo ne è quefto: Lettera pofiuma dell* Eminentif- fimo , e Reverendi (fimo
Signor Cardinale Angiolo Mo- rìa Querini al Chiariamo Signor Francefco Mar'uu .
Zanotti (ire. pubblicata dall * Abate Antonio Samba - • co . lo Ercfcia 1775.
in 4. (io) 1 6 1 (ie>) Il rimamente di quefto titolo èquefto: diretto al P.
Cafìo Innocente Anfaldi • In Venezia appreso Pietro Valvafenfe X7ftf. in 4»
<u) Grandiifima fu la comparfa , che fece' in Roma il Dottor Francefco
Zanotti, e apprelTo tutti i Lette- rati, e appreflo quegli Eminentillìmi amanti
di Lette- re, e conofcitori del vero merito; maggiore però fi fu P onore, che
gli venne dalle particolari dirooRra- zioni di clemenza , ed amore del
Santiflimo , ej* Dottiflìmo Pontefice Benedetto XiV. , che fpeflìflì- mo il
voleva apprelTo di fe , ed alla Tua privata con- verfazione , indicandolo ne*
Tuoi difcorfi per il ve- ro uomo dotto , e Criftiano Filofofo . Grandi pure
furono gli onori , che ricevette da* Letterati Napo- letani , eflendo pacato a
vedere quella Città , co- me fi dirà in fine . (ti) Eccone il titolo : Orazione
del Signor Francefco Ma- ria Zanotti in loie della Pittura , della Scoltura , c
della Architettura , recitata in Campidoglio li 15. Mag- gio 1750. con due
altre Orazioni d* incerti Autori 9 nell* una delle quali s* impugnano la
proporzione , e le ragioni dell* Orazione [opra detta , nell* altra fi di-
fendono • In Bologna per Lelio dalla Volpe 1750. in 8. (15) Poefie volgari , e
latine Rampate in Firenze 1734* alle quali precede un* Elegia del Signor Co.
Fran- cefco Algarotti, e una Prefazione in profa indiriz- - zata al celebre
Dottore EuRachio Manfredi • . (14) Quella feconda Edizione fu procurata con
molte^ aggiunte dal Signor Senatore MarChefe Gregorio Cafali , che 1 *
indirizzò al P. Giambattifta Roberti della fu Compagnia di Gesù con un erudita
Let- tera. Oltre 1 * accennata Raccolta delle Rime del Zanorti , moire altre
fue belliflìme fe ne trovano qua , e là fparfe in diverfe particolari Raccolte
per Spofalizj , Monacazioni ed altre , che molto potreb- bero accrefcere la
fuddetta . Abbiamo ancora di lui il Canto VI. di Bertoldo , Bertoldino , e
Cacafenno Poema giocofo fatto in concorrenza di altri cele- bri Poeti j- e
magnificamente Rampato in Bologna U prima volta 1 * anno 17$*. per Lelio dalla
Vol- * pe in 4- (15) Quello Eminentilfimo Porporato, come I* Eminen- tiflìmo
Signor Cardinale Ignazio Bonompagni, pri- ma Vicelegato di Bologna , ora
degniamo Legato, tanto gareggiarono nell’ onorare , ed amare Fran- cefco Maria
Zanotti, che diedero a vedere, che_* . non era folo nna grazia , che gli
compartivano , ma un tributo, che il lor talento e la loro dottrina** rendeva a
queft* uomo letteratilfimo . (16) Tale è il titolo di quello Libro : Flegie
latine per le Solennità principali di Maria , compojle da Franee- fco Maria
Zanotti , Pubblico Lettore nell' Univ r rjìtà di Bologna , e trafportate in Endtcafillabi
Italiani coll* aggiunta di alcune Hote da D. Pier Maria Brocchie- ri Clerico
Regolare di S, Paolo &c. In Bologna per Lelio della Volpe 1751. in 8. (27)
Quello fcriito ebbe per oggetto di porre in burla il fiilema di un noliro
celebre Medico Bolognese , che tutto riferiva alla forza attrattiva de* cor- pi
. (18) Il Torquato Varrno, al quale il Zanotti diriggc* quelli Tuoi dialoghi ,
è perfona fìnta , e a quello Varcno diriggepure una Lettera .che Ha nel Tom. V.
cart. 349* — Francifci Maria Zanotti ad Torqua - tum Varenum Epiflola in qua
primum de luce agi- tur, tum pauca indie antur de motu corporum ini • . fiali .
(29) Il Signor Francefco Maria Zanotti fino dalla fua*. prima gioventù fu
fempre così caro al già Signor Senatore Lodovico Ratta, ed alla Signora Marche-
• fa tlifabetta Hercolani Ratta fua Conforte , Dama piena di rasento , di
erudizione, e di fpirito oltre 1* ordinario del filo fello , che il prefero in
propria cafa , e così* lo riguardarono come il più prezio- so ornamento della loro
Famiglia , e vi dimorò fempre graditilfimo fino che viflero . Mancati que- lli
, ed accafatofi il fecondegenito del fudderro Signor Senatore, Signor Marchefe
Benedetto col- la V ✓ la
Signora Marchefa Maria deTI* ili jflre Fami- glia Dolfi , che nel talento, e
nel ge.jio alle fa- enze, non che nella correda, e uel 1 ^ foirito,non la cede
alla già Suocera Signora Marchefa Elifa- bctta , il Zanotti avanzando negli
anni defiderò riti- rarli predo la fua propria Famiglia . Fu fenfibilif- lìma
la richieda di ciò non folo a* fuddetti Conju- *gi , ma ancora al Signor
Senatore Marchefe Dio- nigi© , e Signor Marchefe Cavaliere Luigi Fratelli del
Sig. Marchefe Beneuetto,e non vi volle meno del grande amore, e della foni ma
dima , che ver- fo di lui profelTavano , per non opporgli che la vi- vezza del
loro dolore nel confentire a quanto de- siderava . Se non vide però
continuamente il Za- notti fra la famiglia Ratta, tale però fu fempre il fuo
attaccamento , e il defiderio di modrarle la fua riconofcenza , che non ifcorfe
quali fettimana fin- ché vide, che non fofle fuo commenfale, e fempre compagno
nelle villeggiature ; e sì grande fu T in- terelfe per la figliolanza del
Signor Marchefe Be- nedetto , e la dima , é la compiacenza del talento della
Signora Marchefa Maria , che niente lafciò nelle famigliar» loro convenzioni ,
che poteflt# valere a perfezionare quella naturale di lei depo- sizione, così
pure a formare le figlie , ed i fig.j, e a tutto ciò, che conviene a virruofe
Dame e a dotti Cavalieri » come fi vedrà dalle opere fatte-» efpreflamente per
quello, (io) Alcune altre di quelle Prefazioni fi confervano predo il Signor
Giacomo Biancani Accademico Be- nedettino , e Cuiiode delle Camere d' Antichità
nell* Inrtituto. . ’ • (ti) I Teoremi Zanottiani fulla Sfera diedero occasio-
ne al P. Francefco de Regi di fcrivere un dotto li- bro intitolato: Tbeoremata
, in quibus plures circuii ad poligona fphara ad folìdt conf cripta , &
eorporunt re - gularium inter Je proportiones demonflrantur (yc* Me - anfani r
7f7» (ti) In quelli ultimi tempi il whilfòn, uno de’ prim- Fi I Filici d'
Inghilterra , ha rl)»etute , e variate le ef- perienze del Signor Zanotti . Il
P. Beccarla ha fui principio contraddetto al Whilfou, ma in fine hae- gli
confefTato d’ arrenderli piò però alle efperienze del Zanotti, che a quelle di
Whilfon. Su quefto argomento medefimo lo fletto Zanotti fece la fua-. ultima
Dittertazione . (13) Quello Pittore Inglese fu il Sig. Guglielmo Chibai . v ■ —
■ *■" 1 ' ■ ■ Jf - • ' ' , • • , ' Vìdit D. Philìpput Maria Tofelli
Clcricut Regularis Saniti Faulli , (or in Ecelejìa Metropolitana Bononìa Fani -
tentiariur prò EminentiJ/tmo , & Revere n di {fimo D. D . Andrea Cari.
Joannetti Ordinis S . Benedilli Congrega» tionis Camaldulenjìs , Arcbiepifcopo
Bononia , & S.R»L Trineepst IMPRIMATUR . D/e 19, Februarir 1778» Fr*
Carolar Dominicut Bandiera Sanili Offieii Btnonta Vie ariu t Generali s . t
Digitized by Gjogle. Cf. H. P. Grice: athlete, tall. - , tu DELLA FORZA
ATTRATTIVA DELLE IDEE. FRAGMENTO DI UN' OPERA SCRITTA DAL SIGNOR MARCHESE DE LA
TOURRI' J M A D A MA LA MARCHESA DI VINCOUR SOPRA L'ATTRAZIONE UNIVERSALE
ruoorro Dall' idiomi Francefe neil' Italiano^ Digitized by Google Digitized by
Google PREFAZIONE 3 AL FRAGMENTO DELL' OPERA SCRITTA DE LA TOURE1' § S/endofi
per gran fiiagura della Re* jjÌÌUp§gS non come le forme iftetfè gliele fan
conoicere , e vedere . Io non ardirei di dirvi, che quelle forme, ovvero idee,
abbiano una certa loro for- za attrattiva, per cui fi congiungano, a lidif-
giungano , limile a quella de i corpi ; fe la ra- gione , e 1' efperienza non
mi facelliro animo, e non conofeeilì elfere voi capace di perdonare quefto
ardimento alla verità. Sebbene quanto alla ragionerò temo, che voi già da ora
mi averete prevenuto. Voi vi ricorderete quello, che fin da principio nonfen-
za fondamento vi propolì; e ciò è, che le co-it«A«- - fe fi attraggono più o
meno a mifora della pie- * A 4 nez- Digilized by Google mifur» nezza dell' tSèt
loro . E perchè non credette , itlU c ' ie *° vo ' c 'fì abuiarmi della olcumà
dei voca- hntim» ^°^t v ' ricorderete altresì, che per pienezza di "
eilére ió dichiarai di non intendere altro , le-* non il numero , e l'
inteniione delle perfezio- ni, che la cola itala contiene, potendo dirli, che
una cola tanto più e, quanto più pertezio- ti, e maggiori contiene, e quanto
più è, tan- to ancora più attrae. ttrcit ! E cosi voleri vedere, per qUal
ragione i ttrfi Mt- corpi attraggano più o meno fecondo la mag-
"'"faradei f=' ore 0 minor quantità di materia , che in le Tahrmaf-
contengono ; perciocché la pienezza del loro ef- /*, fere conlifte appunto in
una tal quantità .* Per *Annot. la qual cofe io non dubito, che voi, feguendo L
quello principio lempliciffimo , e come vedrete, addattarilìimo ad ogni maniera
dì tenomeni , non abbiate a quelt' ora conchiuiò, aver le-» idee elle pure la
loro torza attrattiva, lecondo la periezion loro, a guifa, che l' hanno i
corpi. Argomenti Io potrei , fe volelO , dimoftrarvi quello ftef- dciu at- f 0
con un' argomento tratto da un Alterna, non Tu"-! veramcnte ricevuto da
tutti , ma però chiaro e itile» famofo^d è quello del Signore Leìbnizio, det-
to delle monadi. Imperocché, a' egli è vero , come fecondo quefto lìftema è,
che la mente noftra lìa come uno fpecchio t in cui rapprefen- tativamente fucceda
tutto quello , che fuccede realmente nella unìverlità delle cofe ; e fe nella
univerfità delle cofe i corpi realmente fi attrag- gono; bifogna ben dire, che
le idee loro rap- prelentino nella noftra mente una tale attrazio- Digitized by
Google come i corpi. Ma falciando quefie fottigliezze a qiùttch Saifone, o
Italiano, a me -Dalla, che feguendi uri princìpio femplicnlìmo , e
ca.rtmòdnlimo fa conchiiiderlì, aver le idee eile pure la loro forza
attrattiva, e quella proporzionale alla pie- nezza dell' eii'er loro.
Imperocché le ben pare, che le idee, eiiendo, non gii lòlUize, ma più tolto
modi dell' anima , non debbano avere gran pienezza di eilere jquefto però è
fallò. Percioc- ché i modi hanno anch' e di una certa lor per- fezione, ed una
pienezza di eliere, la quale fe noti avenero, non iàrebbono ne pur modi. E
quella pienezza dell' elìer loro non è così pic- cola, come peravrentura alcuno
credei Anzi fé noi paragoneremo un genere più perfetto di co- fe eoa un altro
meno perietto , potrà di ieg-; gerì accadere, che i modi di quello fieno più
perfetti, e più da pregiarli, e infomma più pie- namente fieno, che le fottanze
di quello. Inv fatti , chi è , che non (limi molto più 1' intel- ligenza, e la
feienza, le quali fono abiti della mente , che non la foltanza di qualunque
cor- po? La giulìizia, e la manfuetudine, e le al- tre virtù morali fono
qualità delio fpìrito, e furono fcmpre pregiate più, che i corpi » E ro
dìverfiifimi ; la Grazia fopranaturale , che fi infonde ne gli animi,
quantunque certamente-» non fui dei genere defls ioftafize, vuolfi peròari-
giacchè Digitized by Google .teporre'alle fofhtnze tutte del mondo. Non mi fi
dica dunque, che leidee non abbiano forzi_ attrattiva , o n' abbian pochiflìma
, perciocché fono, non folìanze., ma modi. La luce, che fi fpande da Ì corpi,
non è forfè foftanza; e pu- re lì oiferva avere una attrazione lénfihiliiQma.
Jo credo, che lo ftellò avvenga alle idee, che fono, per cosi dire, la luce
dell' animose tan- to più forfè avanzano i corpi nella forza dì .te- merli ,
quanto più gli avanzano nella perfezio- ne dell' ell'ere. Ma perchè la ragione
in filofbfk poco (ì -ftima, volendofi dimofìrar tutto per mezzo di oùervazioni
, io lafcerò quella , e verrò a que- lle. Infatti niente altro ha fatto
ricevere con., ■ tanto applaulb la attrazione ne' corpi, fe non 1* avere in
elfi ollervato certi movimenti, i quali elfendofi voluti ipiegare per altra
via, che per 1' attrazione, non s' e potuto. Per ammet- tere la attrazion ne'
Pianeti, bifognava aver tentato il fiftema de' vortici. L' inluiììftenza di
Suedi ha renduto probabile quella, e bei! dice famofo Dottor Brik nelle lue
lezioni meteo- rologiche , che il Nevton ha detto bene , per- de- chè ha detto
dopo des Cartes . Ora fe noi of- fervaremo fimilmente nelle idee molti effetti,
i quali non per altro fpiegar fi pollano, che per via di attrazione, potrà
fimilmente 1' attrazio- ne attrìbuirfi alle idee , come fi attrìbuifee a i
corpi . Io vi proporrò dunque, o Madama, alcu- ne oflervazioni da me latte. Son
certo, che^» voi Digitiaetl bj Google ■s '■ voi dono quefte ne farete dell'
altre affai, e renderete vie dìu probabile 1' opinion mia. IL percne io pitrò
eifer breve fenza danno dei mìo Menu. Ma per procedere Con qualche ordine, dirò
primi delle idee, inquanto fono folamente idee; e le conlìdererò principalmente
nella me- moria; poi dirò delle idee, inquanto di eife ti compongono le
proporzioni , onde poi fi teifo- no gli argomenti. Cosi fcorretìdo le parti
tut- te della Logica, che voi tanto eccellentemente ne' volìrì ragionamenti
adoprate, vi farò rico- nofcer 1* origine de gli artificii voftri . Chi non fa
, che la memoria è femore Ha- ta annoverata da i Filofofi tra le cofe pia dif-
ficili da fpiegarfi? E tanto più ancora e fiata M "*°' {a fino ad ora
difficile , quanto che Ì più l' hanno sJ^Htt- mal definita, dicendo eifere eifa
una potenza , per cui 1' animo avverte le cofe palfate. Il che ad efporre la
memoria non balta; perchè la pri- ma volta, che uno legge la guerra di Mitrida-
te , egli avverte ad una cofa palfara , nè però lì dice , che egli fe la
ricordi . Si dirà bene , che egli fe la ricorda , quando leggendola Ia_.
feconda volti , o udendola raccontare , egli av- verta , che in altro tempo
ebbe le ftelfe avven- ture prefenti all' animo . Laonde meglio ave- reòbon
definita la memoria dicendo, che ella—» vifaiih- fia una facoltà, per cui li
offre all'animo 1' i- •" dea di qualche cofa congiunta con 1' tdeadi un
"* m » ria • certo tempo, in cut la ftefsa gli fi offerì altra volta. Cosi
che pare, che alla perfetta ricor- danza fi richiegga non folo 1' idea di
quella-. cofa, Digitized by Google cafa, che fi ricorda, ma infieme 1' idea di
un certo tal tempo già parlato . quindi può vederli, quanto fia vana la
fpiegazìone, che alcuni hanno data delia me- moria, dicendo, che gli (piriti, i
quali Scorro 110 per li nervi, allorché offrono all' animo l'i- dea di qualche
cola, imprimono certe orme, o formano certe pieghe nelle fibre del cervello; e
che allora 1' animo fi ricorda della Stella idea, quando gli fpiriti ricorrono
per le fìeiie orme. Non Ma II che non balta alla ricordanza . Imperocché,
iìflst* jT quand' anche gli fpiriti , ricorrendo per la llef-
fp"l*P"iì orma, potedéro risvegliare ì! idea della fìeiia *-mpZ1h? co
'' a > come P cr ^ rifvegliereòbono 1' idea di quel miurott- tempo, in cui
la risvegliarono altra volta? Que- h. Ito tempo, come voi Sapete, non è ceda
mate- riale, la qual cadendo lotto de i lenii , polla ' ^"fcuotere i nervi
del noitro corpo, ed imprime- re alcun velìigio di fe lidia nel cervello. An-
zi 1' idea del tempo, come ancor quella dello fpazio, la abbiamo d' altra
parte, dataci dalla natura, come un gran piano, in cui riporre ed ordinare
tutte le idee, che ci vanno giornal- - ... mente giungendo per mezzo de i fenfi
; Sicché col- locando noi quelle, e riponendole ognuna ini. una certa parte di
tempo, come anche in una certa parte di faazio, venghiamo a formare in "r
noi medesimi una bellilfima imagine del mon- ■.. do esteriore, nel qual mondo
Sentiamo di elSe- 41 '*«re, perciocché abbiamo nella imagine di elio - co ^
0Cat 2 anche l' idea di noi medesimi. E già a buon conto voi vedete, o Mada-
Digilized by Google »? ma, che la memoria lì fa in noi, quando ci fi preterita
L' idea dì una qualche colà congiunta con 1' idea di un' altro tempo, in cui ella
pu- re ci fi prefencò; e che tutto quefto malamen- te pocreobe lpiegarfi per li
loìi vestigi del cer- vello. All' incontrario niente farà più facile a
fpiegarli, fe noi diremo, che quando noi peli' Mt^er!»fì animo noltro
congiungiamo 1* idea di certa co» p,,'^^, fa con 1* idea di certo tempo, quelle
due idee, quali toccandoli, acquiftano un certo lor magne- tilrno, per cui (i
attraggono poi 1' una l'altra; a gniià, che 1' ago, e la calamita col folo toc-
carli acquiftano la forza di attraerfi fimilmente 1' un r altro. E quindi è,
che risvegliandoli m noi 1' idea di qualche cofa, quella li trae die- tro 1'
idea di quel tempo, con cui fu una vol- ta congiunta; e in quello confitte la
memoria. E quindi è ancora, che molte volte la cofa ci fa iovvenire dei tempo ,
e molte volte il tempo ci fa fovvenir della cofa. II cheavviene anche dei
luogo; che fovvenendocì di un luogo ci fovviene anche ciò, che quivi avvenne, e
il tempo, in cut avvenne. Imperocché queiteidee della cofa, del tempo, e del
luogo, eiiendoiìa- te una volta tra loro congiunte, divennero a- mìche, e per
cosi dire, magnetiche, e comin- ciarono ad attraerfi 1' una 1' altra. Le quali
co* fe diffidi ilfi me a lpiegarfi in ogni altra manie- ra, fi lpiegano per
quefia comune attrazione fa- cìliiiimamente , e con maravigliala femplicità.
Sorprende grandemente, non che il volgo, anche i dotti, un fenomeno, ii quale è
cqm- Digitized by Google FtHswtns mune a tutte le anime ."Voi avrete
offervato in Mia me- ^olù) ed anche provato in voi fletta, che a- r*°V t*r'
vendo apprelo a memoria alcun diJcorto,nepu- *u,M.i»Bt re una parola ve ne
tovvenga talvolta al biìo- gno; ma le il tempo, o il luogo, o la prelen- za , 0
il luggerimento di alcuno ve ne iaccia_, Sovvenire la prima parola (ola , le
altre tutte-» vengon per ordine dietro a. quella, e quafi la Seguono
Ipontaneamente,- e voi vi Sovvenite di tutto il componimento lenza fatica
alcuna . E quello certamente avviene, perchè coloro, che iludiano a memoria un
dilcorio, altro non tan- no che accodare fjpeJiq e con la maggior ter- ga, che
poiiono, le idee, di cui elio li com- pone, e «ingiungendole tante volte
infierite, e collocandole (' una dietro V altra , le rendono in certo ìor modo
elettriche, e tanno sì , che l' una fi trae poi dietro l' altra. E come i cor-
pi, rimescolandoli t'pelle volte e fregandoli, ac- quilìano una particolar
ibria attraente , cosi pa- re, che lo iìeiio debba dirli delle idee, in altra
maniera è da credete, che fov- ■ venendoci le colè ci iòvvenga infìeme de i lo-
ro pomi ; le non perchè avendo lpelfilfime vol- te accoppiato le idee di quelle
con. le idee di quelli, hanno elle acquiilato una rnaravigliola, forza di
at(raerfi vicendevolmente; ficchè la co- fa fa tofto Sovvenir del nome,
traendolel quali 'feco , e il nome la Sovvenir della co.a . Quindi fon nate le
varie lingue, perchè non dapertut- to le idee delle iftelle colè fi accoppiano
con le idee de gli Usili aomì , valendo in ciò la con- •fJigitizad by Google
fuetudtiie', la quale è varia appretti» vari i . Per- 1 occhi mi fanno ridere
alcuni, i quali dicono, una lingua aver parole più dirimenti di un'al- tra;
poienè ogni parola egualmente elprimequat- lìlìa eofa, purché 1' idea della
parola iiafi per lo lungo mb ben bene elettrizata con l' idea del- Ja cola. Il
che fi vede nelle metafore , che per lungo ufo divengono tanto eiprimeati, che
co- minciano a parer quali voci proprie; come fe io dirò arder S amore, che
appena parrà, che io ufi metafora; e quella voce ardere dprimerà una grandezza
di amore, che niuna voce propria eiprìmer potrebbe egualmente; il che procedei
dal lungo ufo , che ne hanno fatto i poeti , e gli oratori. Ma tornando alla
memoria in generale, e- eli par chiaro, che ella non poflà naicere,che chi poteije ritrovare tutte le maniere di
elettri-' zare le idee, riducendole poi a capi , e leggi generali, potrebbe
comporre un' arte perfetta.-, della memoria, la qual farebbe grandemente u«
tile non folo alla republic* de' Fjloiofi , ma an- che a quella de' fmemorati ,
Io però la vado ab* bqzzandp, nè credo perdervi il tempo, Prima che io finita
di dirvi della memo* ria, ip voglio molìrarvi, o Madama, un'ingan- no , in cui
farete ancor voi , perciocché vi Iona -tutti i dotti, lo me ne fono accorto,
volendo ridurre gli effètti della memoria all'attrazione. La mima- V inganno fi
e, che molti credono (ieguenda fi» eoi f in ciò 1' opinione de' più gravi
Filoiòfi) cho '"H/JJf'-la memoria fia una potenza dell' animo- Nei. ^* ■ *
che errano grandemente a miogiudicio, poiché * .non nel numero delje potenze
dqvrebbon ripor* la, ma de gli abiti. la qual cofa fi intenderà facilmente,
pur- ché prima s 1 intenda, qual differenza palli tra potenza ed abito. Potenza
dunque chiamali quel- la facoltà, che F uomo ha da natura, e noo_ 1' accuiifta
per efercizio; corno la lacoltà del re- fpirare, la qual non viene all' uomo a
poco a poco, nè per eferqzio; ma. egli 1' ha da r«*. r», \ Digitized by Google
ra, e quindi è, che non meglio refpira un'uo- mo di treni' anni, the un bambino
di quattro meli. Abito poi chiamali quella facoltà, allo—, quale olendo I' uomo
da natura dilpofìo, egli però non 1' ha, le non l'acquifta per efercizio, e a
poco a poto ; e così è V arte dei danzare, e dei cavalcare, e le altre tutte.
Ora ciò pollo chi non vede, che nafeendo E' ho' *- la memoria da una certa
elettrizazion delle t- dee, nè elettrizandofi quelle fe non per qualche ufo ed
elèrcizio di accoppiarfi infierire , ne fe- gue,che efià non tra le potenze
debba riporfi, ma tra gli abiti? Il che folo baftar può a ri- conofeer 1'
errore di quelli, i quali fi credono, la memoria elièr più grande ne' fanciulli
, che Mtmrlt* ne gli uomini avanzati; quando all'incontrano
""'Si'" 1 ^ quelli hanno le idee vecchie, per più lungo ^-
"miti mà- io ^ maggiormente elettrizate; e fe alcune nuo- , ur ; , riè ve
ne ricevano, rìmefcolandole , e congiungen- mfmtinU dole con le vecchie, più
facilmente le elettri-' 1 - zano. Ed io porlo dire, che molto meno mi è coltalo
apparar la lingua Spagnuola, che l'Ita- liana; fot perche quella apparai da
Fanciullo; e allo itudio di quella mi diedi , efiendo già ma- turo. Egli è il
vero, che fono alcune idee, le quali grandi Almamente per natura loro fi
attrag- gono, n.- hanno per far ciò bifogno di elèrci- zio alcuno; ficchè non
pare, che in effe abbia luogo 1' abito. E quelle ibn quelle idee, di cui, come
apprelso vi inoltrerò, fi forman gli affio- rili delle feienze. Ma per quello
appunto lame- fi mo- Digitized by Google moria non ha luogo ne gli afliomi. E
chi di- rà: io mi ricordo, che il tutto è maggior del- la parre:che il bene dee
anteporfi al male-che una cola medefima non può etsere intieme, e non efsere?
Tali proporzioni le intendiamo noi fempre al bifogno, come le intendemmo Impri-
ma volta , che ci furori proporle ; e abbiam di loro intelligenza più tolto ,
che memoria. E già io vi ho condotto, o Madama, len- za awedermene, dalla
confiderazion delle idee, che femplicemente fi apprendono , alla confide-
razione di quelle, che iniìeme accoppiandoti tar- mano ie propofizioni, di cui
fi tefsono i di- fcorfi.Io dunque feguirò l'ordine proporlo, in- noltrandomì a
fcopnre i più cupi nafcondigli della dialettica; e fo che voi, la qual liete
una gran pofseditrice di quell'arte, mei confentire- te; e vorrete farmi
cortefia in cafa voltra. Per cominciar dunque da'principìi ultimi, voi
CeB!(jT/offapete,che la propofizione fi forma per congiun- I*P">~
gimento o per diigiungimento di due idee, l* infintesi , una jgjjg q ua [j jj
gn i ama j a ; Logici foggetto, e 1' altra attributo : come quando fi dice :
Pie- tro è ttomoy dove 1' idea di Pietro è il fogget- to, e 1' idea dell' uomo
è 1' attributo - e que- lle due idee fi congiungono, perciocché la pro-
pofizione afferma ; e fimilmente quando fi dice : Pietro non è un albero, dove
1' idea di Pietro è il foggetto, e 1' idea dell' albero è 1* attri- buto' e
quelle due idee fi difgiungono , per- ciocché la propofizion nega . Ora
qualfifia propofizione tanto più ci par ìvera , Digilized by Google •SU Sia
vera, quanto più. fàcilmente il foggetto fi con. giunge con 1* attributo, le la
proporzione è di quelle., che aftérnuno ; ovver lì diigiunge, fe la propongane
è di quelle, che negano. E que- lla maggiore, o minore facilità è 1' unica ra-
gione, onde noi conolciamo, la proporzione^ Onde fi ». ener vera, o non edere.
Perchè il dire , che noi conolciamo, la propofizione eflèr vera, al- lo ra
quando vergiamo, la cola fuori dellenoftre ra . idee eiiefe appunto tale ,
quale è nelle idee^> fleiiè; è una fpiegazione del tutto vana, e in-
fuifiltente ; imperciocché bifognerebbe , fecondo una tale opinione, che noi
poteifimo vedere , quali lieno le coie fuori delle noftre idee; il che è
imponìbile, non veggendole noi mai na- turalmente, fe non inquanto ci fono
dalle idee rappreienrate. Io concedo dunque, che la veri- tà della propofizione
confille bensì in quello , che la colà fuori delle noltre idee lia appunto
tale, quale è nelle idee ftefle; ma dico bene , che noi non per altro ce ne
accorgiamo , fe.^ non per la maggiore o minore facilità, chetro- viamo a
congiungere, o a difgiungere il fog- getto e 1' attributo; poiché fentendo, che
que- , Ite idee li congiungono, o lì difgìungono cosi facilmente, giudichiamo,
che ancor le cofe , a cut tbn limili le idee, debbano far lo llelfo. E qui voi
potete aver già comprefo , quan- to vaglia il principio dell'attrazione, anzi
quan- to pur' fia neceuario, a iòrmar le propofizioni, e ftabilire tutti gli
umani giudici; imperocché fe noi le formiamo per congiungimento, o di- B 2
Igitin- Digitized by Google fgiungimento-dr- idee, e le conofciamo, e giu-
dichiamo elfer vere per la faciliti maggiore o minore, che hanno elle idee a
congni nger fi o ti c°F'i!t a difgiungerfi ; donde può nafcere quelta mag-
ntUto fi B> ore ° minore facilità fe non da una forza_ Mitrale- attrattiva,
qualunque fiali, per cui tali idee fi •>o. attraggono più o meno?E qual*
altra cagione^ può imagi narfene o più femplice, o piu verili- mile, o più
comoda, o piu generale dì quella? Ma vegniauto di grazia a fpiegar la cola par-
tkamsnte. In primo luogo v* ha delle idee , le quali per la fola pienezza e
perfezione dell' eifer lo- GH affami rr> , il attraggono con tanta forza, e
con tanto itila lete» impeto fi vanno incontro 1' una all' altra, che za fi
fir- non potrebbe alcun' umano intelletto, perquan- ibsho per to sforzo vi
facelfe , impedirne il congiungi- """ z '"' mento. E quelle
fon quelle, di cui fi formano i principi delle faenze, che chiamanfi aifiomi .
E cosi 1* idea del bello, e i' idea dell' amabi- le , per la perfezione dell'
elTer loro , con tan- ta forza vicendevolmente fi attraggono , che-* non può
mente alcuna impedire, che non fi congiungano , e non fi abbraccino infiemej
formando una proporzione : */ bello è amabile^ la quale può efler prefa per un
principio nella morale . Le frtfrìe Formandoli così gli aflìomi,
facìlitfimamente fi ti dt S u intende, come elfi non nafcano per argomenta- l
f° mi "t, zione alcuna, e come sforzino 1 intelletto ad acconfentir loro,
e ad avergli per veri, e co- se. " me fieno eremi, e neceffarj, e
immutabili, ed' ogni V 1%Ì 21 ogni tempo , c d' ogni luogo . Che fe la pro- porzione
tanto più ci par vera, quanto piufa- cilmente vengono a «ingiungerli quelle
idee , che la compongono; ne viene di necefGtà, the congiungendofi infieme con
una forza invinci- bile quelle idee , che compongon 1' aflìomiw , debba 1'
alfioma parerci invincibilmenre vero , nè poffa 1' animo contrariargli , nè
metterlo in dubio in conto alcuno. £ perchè a qualunque temno, o a qualunque
luogo fi vogliano per noi riferir quelle idee, di cui fi forma 1* aflìoma, pur
le troviamo ièmpre e dapertutto attraerli d' un' ifteiia maniera, per ciò dee
parerci, che 1' aflioma fia fempre,e dapertutto il medefimo, nè cangiar polla
per cangiamento di luogo , o di tempo ; anzi eiiendo iuperiore al tempo ed al
luogo ha in certo modo etemo , e necelìà- rio,ed abbia qua fi una torma di
immenfità.E quelle cole tutte nalcono dalia attrazione in- vincibile di quelle
idee, che lo tòrmano. E di qui anche può facilmente conofcerfi, perchè gli
aliiomi fieno iblamente delle cofe u- niverfaliiiìme, come quando fi dice: ogni
tutto è maggiore di qualunque Jua parte : due cole-, eguali ad una terza Jom
altresì eguali tra /oro, ed altri, i quali, come fi vede, vedano intor- no alle
cofe lòmmamente univerfali, e per ciò vagliono in tutte le categorie. 11 che
videro anche gli antichi : ma non ne intefero la ra- gione. E quella fi è,
perchè attraendofi tra lo- ro le idee, come tutte le altre cofe, più ome- iio,
fecondo la maggiore, o minor pienezza—. B 3 dell' Digitized by Google dell'
efler loro, che vate a dire fecondo la mag- giore o minor perfezione, che in le
contengo- no; ne viene, cne le idee univerlàfi , te quali contengono una
perfezione in tini tinnente mag- giore delie idee particolari ed individue ,
deo- Eano ancora attraerlì infinitamente più , che quelle non tanno, lì perche
non è da maravi- gliarli, che gli ailiomi ti compongano di idee ìommamente uni
vertali . ■ Sono altre idee poi meno generali, e però anche meno perfette, le
quali naturalmente han- no una forza attrattiva aliai debole, ma però fe
avvenga, che molte volte ti accoppino intìe- me e lì unifeano, ne acquietano
una grandixìì- Oaili Jìt. ma, e in certo modo ti elettrizano. Di quelle ho li
pn- idee li tormano le propofizioni probabili , cioè ^'VT'r Tèhvmii g eometr ' a i e con 1"
aritmetica; poiché quefej " lcìeoze avvezzano bensì 1' animo a i dilcorli
e- videnti e dimoftrativi , ma per nulla lo dilpon- gono a i probabili . Io non
intendo qui di dar precetti di Lo- gica, nè di inlegnare a maeftri ; dico bene
, che qualunque volta uno prende a moftrar qualche Opali fri- cofa con un
difcorlb probabile, a me piacereb- ' 3e ' c!lt: per P r ' nci P'°> onde de
fpedjrlen^; nulla più valle a persuadere il com- battimento, che le parole di
un' officiale, il qual levatoli in piè, Signori t dilie, non bijogna ri- Cercar
la cerreta ne' fafti d' arme . E chi non f*. U Fortuna in fune le coje effer
padrona-, dell' ef'to? Combattiarno noi-, e lajciamo a Co- Jtei quello, ci>$
t 1 Juo, Quelle parole ed altre.* limili dette con grande audacia accelero gli
a- .pimi di tutti, e furon cagione, che fi delie un» delle pia (angujaofe
battaglie dei nofiro iecolo . Se Digitizsd by Google Se un' altra onciale di
animo più polito avelia con gravità detto : Signori, noi bijogna nell'ar- mi
coin-netterfi al cafo. he nijtre deliberatoli debbon dipendere dalla ragione ;
iti dee darfi al- la Fortuna, fe non il meno, che fi puh. Forfè quelle parole
autorevolmente dette, averebbono impedito il combattimento, e rifparmuta la vi-
ta a più di dieci mitia uonini. Non dico nulla di me, a cui quella battaglia colto
una gamba. I genii e [e inclinazioni, che fi prendono, a gli ordini delle
perfone, alle fette, alle nazio- ni , nafeono il più delle volte da certi
gìudicii for- matiti in noi per qualche fortuito elettrizamento di idee, Uiìo
ha veduto due otre lng)eli,e gli ha trovati taciturni. In coftui E' idea dell'
Inglefe^» s" è elettrizata con l' idea del taciturno per modo t che tofto
che egli intende, uno ellère Ing!efe,gtt" pare che debba effere taciturno;
perciocché l 1 un' idea tira a le 1' altra. E in quefto modo Ognuno dice , il
Francefe efler leggero , 1' Italiano lerio » lo Spagnolo religiofo , il Tartaro
crudele , l' Ame- ricano femplice . Quelli giudicii, quantunque mol- te volte
veri , tuttavia nalcono in noi per cagion leggera , e fe fi adoprano fpellò ne
Ì difeorfi , pro- ducono veementisfime inclinazioni, le quali non che t
Fiiofofi, turban talvolta le intere provin- ce , e le fan correre all' armi . )
Nèio nego già, che quelle proporzioni na- (j t ;n t ^ ji te per un'
elettrizamento accidentale dì idee , pof- ^uefiiai»- fano alcuna volta elfer
utili a fgombrar dalla men- fu . te de i pregiudicii; che a ciò talora è utile
anco l' inganno. Dicofolo, che elle non dov'erebbono giam- Digilized by Google
giammai aiTumerfi per principii a ftabilìre con- chiutìone alcuna. Un Monaco
Benedettino, mol- to dotto, e di ottimo gallo nelle lettere, il qua- le avea
vifìtate tutte le biblioteche della Francia, e della Germania per emendare una
parente!! di S.Cipriano, venne per lo Merio fine nel' mio vil- laggio di S. Clou
a vedere alcuni codici antichi, che qui li coniervano. Io ebbi la fortuna di
par- lar con lui , e trattenerlo lungamente fópra il mio {Ulema della
attrazione delle idee ; al quale egli , lìccome a cola nuova, e affatto ilrana,
non potè mai aecommodarlì . Partitoli polcia , ultimamen- te mi ferille, che
avendo egli peniate più volte a i ragionamenti tra noi flati , & effendofi
aflue- fatto a concepir le idee attraentifi , gli comincia- va a parer
veriffìmo tutto quello , che io gli ave- va detto . Cosi egli con un poco di
alìuetazione, elettrìzando le idee non prima elettrizate, tolte via F
impedimento , che gli nafeeva dalla novi- tà della cola . A ehi fi*- E
Umilmente è da concederli a gli oratori, da conce- e a tutti quellL, che
vogliono perfuadere le men- dtrfi tale- ti deboli , mammamente fé hanno fretta
, che de- sbafo. r i v i n talvolta i lor difcorfi da principii popolari, ed
incerti . Ma i Filofbfi , che discorrono coil. maggior" agio, e profelfano
di rimovere ogni in- ganno, non doverebbono confidarli a tali princi- QumIì ef.
pii; anzi dovrebbono ogni lor conchiufione dili- f" **** gentemente
derivare da quelle lòie proporzioni, "° r A. 0 j{". che, eilendo nate
da un' elettrizamento di idee, hi-
communicalie all' una ed troiane '. *H' a l tra una certa * orza
attrattiva, cosi che effe pure venillér poi ad attraerfi vicendevolmente, e ad
accoppiarli da le fteiie ? Egli non è necelìario, che la elettricità del-
Anidosii^ l e idee lìa in' tutto e per tutto limile all' elettri- ca i cerfi c
j t à d e ; corpi; giacché nè pure le elettricità de 't'i'/t'e"'' 1 cor P'
' ono tutte, fintili tra loro. Ad ogni modo le analogie, che vi fi icoprono,
fon da notarti di- ligentemente per metter più in chiaro le bel- lezze della
natura. Voi fapete, che i corpi e- lettrici non folamente traggono a fe altri
cor- pi, ma di più ancora comunicano la forza at- trattiva a quei corpi, cui
traggono. Ora non vi par' egli, che lo lteliò avvenga aquellater- za idea, di
cui vi ho detto, la qual congìun- gendofi con due idee, le rende tali, che poi
li congiungono da fe medefime? Non è egli que,- iìo un comunicar loro una certa
forza attrat- tiva? Anzi ficcome i corpi elettrici tirano a fe Digitized by
Google altri corpi , ed altri ne refpingono, e quella virtù 46w«* pure
comunicano ; così lo Aedo veggiam fuccede- re nelle idee; onde ne nalce la
dividone de' iìllo- gilmi in affermativi , e negativi. Poiché le inter- za idea
tira a le le altre due, communicando ad ognuna la forza l'uà , farà , che elle
pure tinnii I' una 1' altra , e lì congiungano , onde ne nafea la corichi ni
ione affermativa , come potete vedere nell' etèmpio fovrapofto . Ma fé la terza
idea tirando a fé 1* una delle due , ed applìcandofi ad ella , re- fpinga V
altra, comunicherà a quella, a cui fi applica, la forza lua, onde effa pure
refpingerà 1' altra , e ne verrà la conchìufione negativa . Co- me fe io
dicellj : la virtU non è un male : la pa~ zienza è virtù, ne verrebbe la
concttiufione ne- gativa: dunque la paxien%amm è male . Percioc- ché 1' idea
della virtù ha ìbrza di respìnger da le 1' idea del male ; ed applicandoli all'
idea della pazienza le comunica la (orza iftefià. Donde potete fàcilmente
raccogliere, che al- r, ìo j, m la formazione del fillogifmo tre propofizioni
fi rUjsWqi/M cercano e tre idee, che i'una di quelle tre idee, * li *' K ^
entrando nelle due propofizioni antecedenti, non d '' 1 ha mai luogo nella
conchiufione; e che la con- 1 '*"'* chìufione bifogna, che affermi, fe
amendue le propofizioni antecedenti affermano; e neghi, fe 1* una di quelle
afferma e 1' altra nega . E cosi pu- re lenza latita ninna raccoglierete dal
principio dell' attrazione le altra regole, che con tanta iot- tìgliezza
trovate furono da Arinotele ; delle quali mi tacerò , per non levarvi il
piacere dì dedurle voi per voi fteila. C Non Digitized by Google . guifiie* Non
tralafcerò già d' una quiftione , Hata una hgie^jii- vo | ta iàmofa tra i
dialettici,. la quale fcioghen- pr'wtw ^ ol * P er ' a e ' e ttnciia delle idee
con maravigiiofa dell' at. facilità, potrà forfè iervir d'. d'empio a
icioglier- tnntìMt. ne molte altre all' ifteiiò modo. É' (tata quillio-, ne
grandiiiima tra 1 Logici , le nel fillogifmo già formato poiià dìrfi, la
concilili fio ne ellere eguale mente certa, chele due proporzioni antecedenti;
parendo ad alcuni , che non polla; perciocché la conchiuKone non è certa (è non
per la certezza delle propofizioni antecedenti ; onde pare , che^ quefte
debbano averli per più cene, che quella. Altri poi hanno creduto, che quefta
opinione-* polla recar troppo danno all'umano diicorlb; per- chè le la
conchiulìone dì un fillogifmo lì prenda per antecedente di un' altro, e cosi
per una lun- ga ferie di fillogifmi dalla prima conchiulione il venga alla
feconda,* dalla feconda alla terza, e cosi di mano in mano ; bisognerà ,
fecondo la det- ta opinione } che la certezza in tutte quelle con- cfliufioni
fi vada fempre egualmente fminuendo; è dopo una ferie di non fb quanti
filiogilmi arrivi finalmente a difperderfi del tutto, e ad elfer nul- la. Nè
potran gli uomini, nè i Geometri pure, produr molto in lungo le loro
argomentazioni lenza un gran timore di perdere per quello fteliò ogni certezza
, Ma fe noi confidereremo la natura della elet- tricità , da cui dipende tutta
la forza del iìllogif- mo ; facilmente ci fpediremo da una tal o,uiffio- ne.
Imperocché noi veggiamo, 1' elettricità elle- re di tal fatta, che quando un
corpo la comuni- Digitized by Google nìca, o più tofìo 1' eccita in un' altro,
ella non è men grande, nò meno efficace in quello, che in quello. Lo fteflb dee
crederli, che avvenga^, nelle idee. E così quando nelle due proporzioni
antecedenti del fillogifmo una terza idea attrae a je le altre due, e le
etettriza, quelle due elettri* - 1; zate acquilìano un' egual forza, e non meno
fi atrraggon tra loro di quel , che l'olièra atr.ratt.c_» da quella terza. E
quindi è, che la conchiulio- ne noni è men certa delle due antecedenti ; e !«_»
panando da quella tonchi u fiore ad un' altra , e quindi ad un' altra, ne
telieremo una catena lunga a piacer noltro,la fteiìa elettricità ci ao,i. '.
compagnerà per tutto, eia della certezza. Poflon . dunqueanimofamenteprocederei
Geometri quan- ,-. r to vogliono per quei 1 un ghillimi fpazj delle loro di*
,'. ■ moitrazioni , lenza timore di perder mai punto della loro evidenza. Né io
certamente credo, che l' ultima propolizione per lor trovata iìa meno cer- ta
della prima, anzi di quegli alfiomi medeli- mi , da cui tutte derivano. Dopo
tutte quelle cole io credo bene, o Ma- v aitr*- dama, che voi lame nerlualà,
che la forza at- * u - trattiva così regna nelle idee dell' animo, come
»fotrf*ie. ne' corpi ■ poiché lìccome ne' corpi fi oiiervano tutto il dì de i
congiungimenti , e de i difgiun- gimenti , che ad altra caulà non potiona
riferirli, così pure fuccede nelle idee; nè il principio dell' attrazione è
meno iemplice, o meno commodo nelle idee di quei, che fiali ne' corpi. Ma che-»
direte voi, iè io vi tarò vedere, quella llefla for- za attrattiva elsere non
lblamente tra corpieeor- Digitized by Google pi , e tra fplriti e fpiriti , ma
anche vicendevol- mente tra lpiriti e corpi? Se io vi moftrerò, et fere una
certa maravig) ioOv attrazione , per cui le fopranaturali colè fi attraggon tra
loro , attraen- do a fe talvolta le naturali eziandio , e rendendole Arniot. e
( x p ure i n cert0 mo( i 0 fopranaturali? * Se io vi inoltrerò, efsere in Dio
ftelso unainfinita ,eper- fettiifima attrazione, di cui tutte le altre attra-
zioni non fono che un' jmitazìon leggeriffinu , ed un' ombra? Se da quello
principio deli' attra- zione io dedurrò un' argomento dell' efiltenza di Dio
tanto chiaro, da far tacere qualunque Atheo? ♦Annot. * Se io vi (piegherò,
chiarilfinumente 1" unioru» III. dell' anima e del corpo, che fino ad ora
è Hata *Annot. creduta da molti inefpficabile alla Filofofia?* IV. Quando io vi
avrò dimoflrate quefta cole, il che farò nel reftante del mio trattato , avrete
voi più difficoltà niuna a concedermi , che 1' attrazione, non che ne i corpi ,
ma regni univerfalmente tn tutte le cole? E che quello, che ne ha leggermen- te
veduto il gran Nevton, altro non fia,cheuna Jiccoliifima parte di quello , che
può vederfene ? la prima di proceder più oltre, fia ben«,cheio dilegui tre
obiezioni j le quali mi fono itattfatte da varie perline, con le quali ho
comunicato tal- volta fopra il mio lìflema . Obla-ian In primo luogo alcuni al
lo lo udirmi dire, rr 'T fi" cne ' e '" ec ^ e "' anmu>
abbiano tra loro la forza '%**itr*t. attraerfi, fi fon turbati, temendo, che
io,di- tiv* tó.v tendo quello , venga a render corporee le idee idee* dell'animo,
e peF confeguente anche 1 animo fte&o . Altri poi ragionando più
fornimento, e tra que- Digitized by Cpogle qnefti quel dottiflìmo Monaco , di
cui fopra vi ho obii£ìime raccontato, mi hanno oppofto, che eiiendo la_. /**■**
* forza attrattiva un principio, per cui le cofe lon- tane fi avvicinano , o le
vicine li allontanano , pare non polla aver luogo, te non dove abbia luogo la
lunghezza, e 1' intervallo di qualche Ipazio; e però non avendo le idee dell'
animo quelli interval- li tra loro, nè eiiendo difgiunte per alcuno fpazio, non
potere in eiie aver luogo la attrazione . La terza obiezione è di quelli, che
vera- Obiti le** mente non negano alcuna delle mie Temenze, ma "™ ' più
tolto fi ridon di tutte; e van dicendo, che quando io dico , aver le idee una
forza attratti- va, quello altro non è, fe non dire, che fife hanno alcun
principio, per cui fi compongono in-* lìeme, o li feompongono ; il che è fiato
detto da tutti ì Filolbfi. Par dunque loro, che io altro non faccia, che
cangiar vocaboli, di nulla pro- movendo la faenza delle cofe. Io rilponderò
brevemente a tutte e tre que- Wfpijì** fte obiezioni , e prima alla prima . E
in verità io *u*tri*m non veggo , come polla temerli , che io renda cor- •
poree le idee dell' animo , attribuendo loro la for- za attrattiva ; perchè fe
noi considereremo ìl fon- te e 1' origine di quella forza, cheè fenza dubio la
pienezza dell' eiiere, qual ragion v* ha , che .debba ella efler pili toflo
propria delle corporee cofe, che delle fpirituali? Anzi pare , che tan- to più
a quelle debba convenire, che a quelle , quanto quelle hanno maggior pienezza
di eiiere, che quelle. Nè fo vedere, perchè attribuendo io quella forza sili
ipiriti, debba temerfi, ch'io ven- C 3 g» Digitized by Google ga a render li
fpiriti corporei ; e non debba fi- milmente temerfi , che attribuendola i
Filici a L corpi , Vengano elfi a rendere i corpi ipirituali . Ma laìciando
ogni fottigliezza da parte , chi non fa, che quantunque i corpi,e gli Ipiriti
fieno due nature anatro divede, pollonò però avere, ed hannodelle
proprietàcommuni? Icorpi fono crea- ti , dipendenti , limitati ; e gli ipiriti
altresì lo fono. Agifcono i corpi ; agiicono ancora gli fpiriti . I cor- fi
Itanno da fe, come foftanze ;e gli fpiriti ancora. Inumerò fi trova così ne gli
uni, conte ne gli altri; e la fimilitudinC , e l'uguaglianza, e tutte le altre
proporzioni , che lì ritrovan ne' corpi , li ritrovano ancor negli (piriti . 11
che fe è vero , corrié è veri li- mo, perchè non potrà la forza attrattiva
eilére eifa pure una proprietà comuniiiima , la qua! convenga ad amendueì
generi, cosi che nè attribuendola a ì corpi s" abbia da dir per quello ,
che eiii lì rendano fpirituali,nè attribuendola agli Ipiriti s'abbia da dir per
quello , che elfi fi rendan corporei ? Imperocché fono certequalità tanto
univerfali j e tanto nobili , che gli fpiriti non fi fdegnan di averle,
quantunque anche i corpi ne partecipilo . E per vero dire feftoì riguarderemo
tutte le_^ appartenenze o qualità de' corpi, ninna ne trovere- mo più nobile,
nè che più fi accolli alla natura fpi- rituale , che 1' attrazione; ia qual
attrazione par- tendoti dal corpo attraente fi fpande all' intorno , e fcorre
per tutto, eziandio per' li fpazii vuoti , per Aove non fcorre materia niuna ;
il che abbaflanza fa vedere , che ella non può conlilìere in materia . Che
diremo della infinita celerità fi», per cui in titt tlìan- Digitized by Google
iftante corre tutti gli fpazii ? Imperocché fe ella fi propagane fuccellìva
mente , chi potrebbe assicurar- ne , che ella conlervaile per tutto la medefima
velo- cita ; e che non rimanriiero tuttavia de i luoghi nel- la natura, dove
non per anche forte giunta la forza attrattiva o del Sole,o delle ftelle? E
pure qual Nev- toniano è (tato mai , che ciò tema ì Chi s' è immagi- nato giammai,
che i Pianeti, come furon creati da Dio , non torto fi attraelfero , ma
doveilero afpettar qualche ora, tanto che l'attrazione dell' uno giun-
gelieall' altro? Aqueftofi aggiunge, che la attra- zione non è trattenuta da
verun corpo , che le fi op- ponga, anzi gli trapalla tutti , e gli penetra,
fen- za nè romperli , nè piegarti, nè perderti, nè lminuir- fi ; le già non
vogliam dire , che il Sole per 1' inter- polìzion della terra attragga la Luna
meno di quel , che farebbe , fe la terra non vi folle interpofta ; la qual
cofachi è mai , che la dica ? E che è quello , che communemente fi inlegna, che
l'azione dell' attra- ente diviene azione deli' attratto; tic-che non può un
corpo tirarne a le un 1 altro, fenza che quello per la medelìma azione tiri a fe
lui > Onde è' paruto a— molti, che la-azione dell' attrarre non debba inten-
derli nè neil' un corpo , nè neU" altro ; ma polla qua- fttraamenduenel
centro di gravità, cioè in quel hiogo, dove non è materia niuna . Io làrei
troppo lungo , le volesfi raccoglier qui tutti i pregi e tutte le nobiltà della
attrazione ; e far vedere quanto ella fifcollidallanaturadel corpo, efiaquafi
un mezzo tralamateria,elofpirito.Mafe ellafcorre. in un' iftante tutti gli
fpazii , fe penetra liberamente' tutti i corpi, fenonconfifte in materia, qual
colà le-. C 4 man- Digitized by Google manca per effer degna délli fpirlti t E
ehi potrà con 1 ragione aceufarmi, che io renda corporee le idee dell' animo ,
per quello che io loro attribuii» un' a* Ztone cotanto nobile , e maravigliola
? Vengo alla feconda obiezione , che è di quelli , K/y>»/ft, i quali non
trovando dilìanza di luogo tra le idee, alu jtcoa. negano poter edere in loro
una forza attrattiva , per ^*»*»*"* cui fi accodino l'iiiiaall"
altra, e fi congiungano; o **' fi difgiungano 1* una dall' altra , e fi
allontanino . Ed io cereamente concedo loro, che non è, nè può ef- fere
diftanza alcuna di luogo tra le idee dell' animo , le quali non occupan luogo
per conto niuno, e lòno. fuori e indipendenti d'ogni luogo . Ma pure quan-
tunque cosi fla, chi è che non dica, alcune idee u- nirfi,edifunirlì;
«ingiungerli, e iepararfi? Ed io fo bene , che quelli , che così dicono ,
intendono di ufar metafore; ma non però vogliono, cheta- li metafore fieno
vuote di ogni feniò; anzi vo- gliono , che per elle fi intenda , fuccedere
nelle i- dee qualche cofa analoga a ciò, che fuccede ne i corpi, quando quefti
fi congiungono, o fi difgiun- gono. Se una tale analogia non ìntendellèro, non
uferebbono quelle metafore non emendo
ellaniente pììt da cercar/ , chela cagione del- lacomme attrazione .Quejto
fijiema^uantunquepaj* cosi fjil ricercato , e P Autor wftro certamente fe lo
fobi- ca fe da/e, egli pero noi fu ti primo a pensarlo -J'apen- dofi , che un
cereo (riande/e , per nome Gtoannt Kuck\ t l' avsa jpiegato in una jua- lettera
, che ebbe grande applaujo in Inghilterra, e je fojse tradotta in altre lingue
f bacerebbe da je jola , come a me /crtj/e un Lord dt quel regno , a rendere
immortale il nome Kuck* Pare , che la natura abbia assegnato certi tempi alf
inven ^iort de i fiftemi ^giunti i quali tempi non ;«j fon lo s ma molti
s'avvengono a trovar lajtejsacoja. ANNOTAZIONE IL 2TSantunauele fopr anaturali
co/e non feno/ogget' te alle leggi della naturale per quejto jgprana- i fi
chiamano , ad ogni modo fecondo che era opi- nion dell' 'Autore, fi attraggono
anca' effe tra loro^e tal- volta traggono a je anche le naturali , rendendole
con quejto'm certa monterà jopranaturali ;ectò majfima- mente jpiegava egli
nellaGrazta efficace^be ri a a fe l' Anima ; bench} la tiri a* una maniera
diverfijjì- ma da quella y con cui fi tirano vicendevolmente i cor- pi.
Spiegando quella diverfitJ in una lettera jcritta a Made mot/elle Scfoker dice
così. L' attrattone nelle co/e naturali y per e/empio nel Sole , e nella terra
, è mutua e vicendevole in due maniere. La prima manie- ra jt'ì-yperch) il Sole
con una azion jua tira a je la ferracela terra con un' altra a-zionjuama a Jeil
So- le. La Jeconda maniera fi è.perch'-l' azion delSde diviene azion della
terra .efimilmente l" azion della terra diviene azion del Sole: e quejta
l? la ragione ^per- chò la forza ,cT azione^ che tira ilSoleverj'o later- ra ,è
eguale allaforza^ed all' azione , che etra la ter- ra verjo il Sole . Ora C
attrazione, per cui la Grazia ef- ficace Digitized by Google 4$ ficace tira a
fe F anima^ non può effer mutua in neffu- na di quelle due maniere ; perciocché
la Grafia at- trae bensì l' anima con una_ certa azion jua ; mal' a- Ttirna non
ba alcuna azion Jua^ per cui tiri a je la Grazja, Édunque mutua Joloperquejto
>perch}la Orar %ia agìjre facendo agir f' anima , così che F qzjon deU \a
Grazia diviene azjon dell' anima . Nella attrazjon dunque del Sole, e della
terra il principio della apo- rie y parte nel Sole, e parte nella terra ; attrazio-
ne d?llà Grazia e del? anima il principio '■ tutto nella Gr ozia ; quantunque
la Grazia agijcànell' anima per fnodo ? che l' anima agijceejfa pure . . . •v,
ANNOTAZIONE ..IH ? A Provare F efifiinza di Dio col principio dell' at- £\
trazione procedeva t ' 4uiore in quejso modo ; Po- Jio il principio delC
attrazione non pofono imenderfi le perfezioni jenza intendere ancora , che
futfe Uattrag- gtmo ; equejta attrazione Ja qv.al 'rijulfadaUe attra- zioni
dulìe i fflczipn tutte , non / uù non effere una tìttr'azi"n peifetfìjjma
t e che tenda a un congiungt- tnento perfetti ffmo. Ora lì perfetti/fimo
congiungimento è pojio nella identis \ovogliam dire , immede firn azto- fie t
Bijogna dunque intendere, che le perfezioni tuttefi fèndono una coja mede] ma ,
e coniti: ttijrotjo un' effer Jolò\ il quale b 'Dio' a eu^ perì non pub mancare
la jomma pienezza dell' effere . Di qui l' Autore puff ava jt difinir Dio (
quantunque di vera e propria difinizione .difinir non fi poffa) dicendo Jui
effere il ferfettifiirno jttirdtnte ■ e dimojirava , non poter efferc\\ eie un
Dìo Jo'p ; perch^quand' anche je ne vale fero ■Juppor molti , que/ti molti
attra-ridofi perfettiffimaménte ìmme- fcf'WfflbfaW) e fi renderei/ fow m
DÌ" hh. ANNO- ' Di^t|z§tl Google ANNOTAZIONE IV. P Refende» V Autore , che
P union dell' anima]p del corpo confijtefe in una mutua attrazione di que- jte
due jojianze . Di qui traea la diffidi fione dell' ani- ma , dicendo, e fa e
fere uno jpmto- .che naturalmente tira a je un certo corpo . E rjdeof' della
difinizione, che ne danno alami , i quali dicono, e/fer l' anima uno jpi* rito
de/iinatoda Oto a Jtarfi unito ad un corpo. Per* cioccò} con quejio niente
/piegano la natura di lei; ni la dijiihguon da glt Angeli Je
nonperunadejiinazio- rte t che le èejtrinjeca ; quali cbe.jenya tale degna-
zione le anime .e gli Angeli fi/fero d' una jpecie me- definita , Finendo per
alcun' accidente l' efercizio dell' attrazione , che ì tra P anima , e ti
corpo^ f uomo m -ore ; nè a quejio è necefario alcun movimento locale dell' ottima
. Così giudicava l' Autore, ANNOTAZIONE V. ANcorcbè f Autore trattando della
mxoTÌm iel- le idee non abbia voluto entrare in Aijputa jo? fra le Comete, ad
ogni modo f oppiamo ^che intorno a quejti corpi celeri egli fi allontanava a
fai da! (enti- mema del Nevton . Pretendeva egli , che il piìt delle Comete
fieno non gii attratte dal Sole , ma piuttosto cacciate e rejpinte daqualcbo
peli a • laonde le face» volgere non già per parabole,o per elltjji
,maperipper- bole ;e pero fi rideva di quelli,cbe jtanno affettando il
lorrttorno. Diesa ,cbe quella-matena ,la qualepet^ la fan>a repulfivafutge
dalle delle , va errando péri* fpa^ii cetejti,ed mendofi talora in qualche
maqgtor copia ,fi accende , e diviene Co-neta ; la qual Co-net a poi avendo
corjo un gran tratto di ipperbola ,jvani/ce> ^Digitized by Google di nuovo,
e fi dtjfipa.il dire, che le orbite delle Co* m::sc peno cidi' invfa jpecie %
cbe learbite dei Piane- ti, e quindi concbmdere, ebete Comete fieno dello jief-
jo eenere,cbe i Pianeti , è , jecondo cbt. P Autore ere* dea, un argomento
vanijimo s petebè quandi anche fi volefe , che P ipperbola , e F elli/fe
faìfera curve deWi- Jtefa jpecie ; chi non ja , ebe qualunque corpo , di qua-
lunque genere egli jia y gittata nell'i jpavi vuoti del eielOydeeper F
attraetene per la repulsone dtqual- ebe /iella dejerivere un elltife , o un
iperbola ? Alquan- ti mefiprima di morire aveaprtjo a calcolare i movi* menti £
una Cometa ojfervata nel pajjato Jecolo (lai CaJJini } e parendogli , che ella
fi movetfb per un piano, in cui cade la jtella K di Perjeo , e jupponendo , che
eh lafojfe cacciata dalla forza repulfiva di quel K , trovar va i juoi calcoli
molto conformi alle offervaxiont . Siccor me poi credea,che le Comete fi
formino di e/ala^joni facciate non jol da i Pianeti, ma anche dalla terra ,
coùperluadevafi, che qualar fveggano in poco tempo molte Comete non da
noilontaniffime.fia lecito il jup* forre , che la terra in quel tempo pafi
jgravaia d' molti haliti paride ne venga Jterilim , a fecondità alle campagne;
e lufingavaft , che facendo una lungi—, ferie di ogerva^iom pojfano anche gli
uomini trar- ne indie/ e prejagi più certi , e così ridur le Come* \h FINE. Ip
napoli pw felice Mofti , 1747. Digilizsd by Google PQ 4734 Z42A6 1828 ^^1
. t^ . ^ Q , ^ILDSISI sms^fin ai e/. JlJbcc^(r Jpooio^^. GENOVA, Dalla
Tipografia Yves GrAvier, 1828. .^^.^ ■'Ji€) - Y0 '.\0 do ;;t® ^1>>
"3X© JÌ© -. lO ' 'ÌC> ■ }j(0 . |® Ta!ì!^ e/ FRANCESCO MARIA ZANOTTL F
RANCEsco Marta Zanotti par- ve un ingegno fatto a tutte le scienze. Perciò non
è da maravigliarsi, che ottenesse lode di eloquenza. Scrisse elegantissimamente
si in prosa, co- me in verso, (ciò che forse di niuu si legge) tanto nella
latina lingua quanto nella volgare. Il padre fu Gio. Andrea Cavézzoni
Bolognese. Questi essendo ancor gio- vinetto ottenne nel 1640. per testa- mento
di Vincenzo Zanotti suo Zi» ti materno un' ereditai coli' ol)ligo di assuriieie
la sua arma, e 'I suo co- gnome. Poscia andato a Parigi servi per iriohi anni
quel Re su le regie scene; nel che fu cosi eccellente, che parve essere il
Roscio de' tempi stfoi. Essendogli morta la moglie che a\ea presa in Bologna ,
sposò in Parigi una giovine d' un' onestissima fami- gl a per nome Maria
Margarita degli Enguerans , la qual poi condusse a Bologna , dove volte
restituirsi , dopa aver lungamente servito quel gran- dissimo Re, e ricevutone
grazie, e be- neficenze straordinarie; tra le quali non è da tacersi la
cittadinanza di Parigi , che olterme per se , e suoi dis(endenti con Rego
diploma one- revolissimo. Lbbe da Maria Mar^^a- riia i8 figliuoli, l'ultimo de'
quali fu Francesco Maria , qàelìo di cui era ragioBeiemo. Iti Nacque Francesco
Maria Zanoiii in Bologna la sera de' 6. Gennajo nel 1692. Perde prestissimo il
Pa- dre* La Madre, che era donna di grande spirito, ne prese l'educa- zione , e
incaminollo nelle lettere. Ebbe verso quest' ultimo figlio un sin- golare
affetto, parendole, che nella qualità si deir animo , come del cor- po, fosse
al Padre somigliantissimo^ Raccomandollo a' PP. della Corapa- pagnia di Gesù,
nelle scuole de' quali apprese la grammatica, e la retlo- rica , e consegui i
sommi onori , che sì danno in que^ primi studj a fan- ciulh*. Passò allo studio
della filosofia , essendo d' anni i3. , sotto la disci- plina del Padre Ab,
Carlo Lodi de' Canonici di S. Salvatore, filosofo a que' tempi, e teologo
illustre nella UmvcMitèi di Bologna, Benché morto ir questo, compie nei Icrz'
anno lo stu- dio della filosofia solto la disciplina del Doli. Alessandro
Garofali per in- gegno , e per dollrina degnissimo successore del Lodi. Ad
amendue i Maeslri parve Francesco Maria di chiarissimo e [>erspicacissimo
inge- gno sopra Tela; e fu credulo, che fra tulli i giovani dell' Università
pò* chi avesse eguali. Mcnire studiava la filosofia , coltivò quanto potò la
lingua latina , leggendo massime i Poeti, che sommamente lo allena- vano,
Virgilio, Orazio, ed Ovidio- Pose anche studio nella volgar poe* sia, di cui
divenne ollremodo vagoj e fece fin d' allora, portato più da naturale impelo,
che da arte ve- runa , alcuni componimenti , che parvero maravigliosi anche a'
più in- telligenti. Giovogli in ciò la cono- scenza, eh' ei fece allora ^i
Fei** uanoo Antonio Gìiedini , Poeta a quel tempo in Bologna assai chiaro.
Volle a que' di il Senato intro- durre neir università la cattedra del-
l'Algebra, non più slatavi per r ad- dietro, e conferilla a Vittorio Stan-
cali, uomo in quella scienza molto \ersato. Questi vogliosissimo di prò*
muovere tale scienza in Bologna , quanto potesse , e acquistarle stima , desiderava
oltremodo, che alcun gio- iFane d' alto ingegno vi si applicasse/ il quale però
niente sapesse delle scienze matematiche , volendo far prova di quanto innanzi
potesse pro- cedersi colla sola scorta dell' Alge- bra. Non fu difficile per
mezzo del Ghedini tirare alla scuola dello Stan^ cari il Zanotti. Questi dunque
nel terzo anno della (llosofia intrapresQ lo studio dell'Algebra; e noi sap^
piamo , che lo Stancari , Ira molti VI scolari die avc:t, 6i niuno più com-
piacevasi clic di lui; intanto cho il Garrofali assai tcmca , che quello studio
dovesse tanto piacergli , che Io distogliessc dalla filosofia, rh'^i gì'
insegnava. Lo Stancar! spiegale appena le prime regole , morì. Al- lora il
Zanoiti depose affatto il pen- siero deir Algebra. Venuto il fine di queir anno
amò il Garofali, che egli desse pubblicamente un saggio del suo profitto.
Sostenne egli dunque nelle Chiese di S. Salvatore una pub- blica disputa sopra
molte conclusioni tratte da tutte le parti della filoso- fia. La facilità, e
gli argomenti prò» posti, la speditezza e chiarezza som- ma in risolverli, una
certa naturai facondia, con un lepore di latinità nuovo, che cominciava in lui
a di^ icoprirsi anche in quella età cosi tauera, levarono un grido straordi» I
Tir nario, e gli acquistarono il concetto d' Uii ingegno raro, e naaraviglioso.
Egli non curò di prender subito la laurea dottorale, e poco sempre fa amante
de' gradi, e de' titoli. Come desiderava oltremodo di sapere, si lasciò
facilmente per due o tre anni appresso indurre allo studio quando d' una scie
iza, e quando d' un' al- tra, niuna essendone, che al pre- sentarglisi non
sornmamenle lo al- ietiasse. Non ben risoluto di ciò, che professar dovesse,
per consiglio della madre d edesi allo studio delle leggi che assai gli
piacque, finche venne il tempo di praticarle. Allora noa potendo soflVire gli
usi , e le noje ne del foro, ne dei Forciizi, abbandona questo studio , e a
quello si diede della Teologia, Ne si contentò, di sapeie soltanto le opinioni
degli Au- tori, ma fece estratti eoa molta di* vili Ugeiiza delle principali
materie, clic si trattano in ([uclla scienza, i quali estratti si sono poi
trovati fra le sue carte dopo la morte di lui. Intanto segni sempre ad appli-
carsi con grande atfetto alla poesia, e fu de' primi, che dietro la scorta del
Gliedini promossero in Bologna Jo studio de' Poeti antichi , e sopra tutto del
Petrarca. Nei che ebbe per compagno Gio. Pietro suo fraiello maggiore il quale
nato in Parigi r anno 1674' > e poi venuto col Pa- dre a Bologna, cominciò anch'
egli in questi tempi a poetare con molto grido. Francesco Maria aggiunse alla
Poesia italiana ancor la latina , e quantunque fosse innamorato d' Ovi- dio, ne
ancor gustasse il verseggiar di Catullo, credea però, dover atie-^ sto Poeta
esser benissimo, sapendosi quanto piacque a Ovidio stesso. Si studiò dunque,
quanto potè, di ri- conoscerne le bellezze e le grazie. Il che facendo, ne
diventò ben pre- slo COSI vago , elle compose alcune elegie in islil
Catulliano, le quali generalmente piacquero, ed ebbero un sommo applauso di due
uomini in- leudentissimi, cheaque'di passarono por Bologna, il famoso Morgani,e
il Lazzarini. Può dirsi , che il Za- iiolti fu uno de' primi, che promos- sero
quello stile in Italia. Nel che però ebbe compagno il P. Iacopo liassani Gesuita,
il qual pure avea cominciato a comporre in quello stile molto leggiadramente,
ed onorò poi il Zanotti , quando egli si addottorò, con una bella elegia , la
qual leg- gesi nelle poesie d'esso Bassani stam- pate in Padova I' anno 1749»
Il piacere della poesia non gì* im- pedì di prendere un sommo gusto ^ . allo
scrivere anche in prosa cos\ v^oU gare, come latina; tanto che in ul- timo ,
datosi del tutto alla prosa , perdette quasi affatto il gusto di scri- vere in
versi. A che conferà anche molto quella gran noja , che danno a Poeti questi
oziosi, che vogliono ogni d\ sonetto , o canzone sopra qualsivoglia argomento ;
per sod- disfar a' quali conveniva al Zanotli bene spesso comporre in fretta ,
e a dispetto , o dar come suo alcuu componimento de' suoi amici, i quali già s'
erano di ciò tra loro conve- nuti per liberarsi da quella molestia comune. E
qui torna a proposito il rendere pubbica u )a notizia sopra il Canto VI. del
Poema di Bertoldo, il qual sebbene porti in fronte il nome di Francesco , non fu
però composto da lui. Avendo egli con- tratto impegno con lo stampatore. XX e ,
non volendo mancar alla parola data , poiché non piaceva V argo- meiiio, e niun
genio avea per quello stile, che a tale argome. si lece una visita solenne per
gli affari delle acque , essendo l'oggetto principale (juello di condurre il
no- stro Reno nel Pò di Lombardia. Vi concorsero i INlalematici più celebri
delle Provincie acljacenti al detto Pò, ed anche i Ministri delle Corti , che
aveano interesse nella condotta di quelle acque. Desiderò Eustachio Manfredi di
seco condurre il Zanotli; e ne ottenne dal Senato la permis- sione. Non fu
picciol onore per lui d' esser impiegato in un affare dì tanta importanza, e
che un Man- fredi desiderasse di averlo compagno. Del 1727. fu fatto Sccretario
dell' Instituto, succedendo a Matteo Bnz- Zani, uomo di singoiar dottrina, il
qua! di Sccretario era stato fatto Pre- sidente. Adora entrò nella Accademia in
gran desiderio che si scrivessero' gli Atti suoi, e di tanto in tanto si
publicassero, come vediam farsi delle altre Accademie. Ne diede dunque la cura
al Zanetti, il qual ne fece poi otto volumi, e più ancora ne avrebbe fatti, se
non gli fosse con- venuto di accomodarsi alla lentezza degli Accademici, troppo
maggiore, che egli non avrebbe voluto. Ne iii questi tomi ha fatta solamente la
parte di Secretario , ma quella an- cora d'Accademico^ avendo in essi inserito
assai cose da lui stesso pen- sate SI intorno alla Fisica come in- torno alla
Matematica, Di ciò diremo pi II avanti ove riferiremo delle Opere principali,
che usciron del Zanetti j nei qual luogo s'intenderà ancora d'alcuni viaggi,,
che egli fece, e d' amicizie illustri che egli ebbe. Non è da tacersi T
onorevole of- ferta a lui fatta Tanno 1732. di una lettura di filosofia nella
celebre Va* irtn tiivcrsilh (li Padova. Molti amici let- torati, e fra (jucsti
principalmente ii Morgagni, avendo contribuito a quest'elezione, s'ingegnavano
a per- suaderlo di accettarla; mentre altri, fra quali Eustachio Manfredi, pro-
curavano di distoglierlo : tutto ciò rilevasi dalle lettere del Zanotti scrit-
te al Morgagni, ed al Manfredi e dalle risposte. Ste;te il Zanotti per alcun
tempo sospeso non sapendo che risolvere. Avrebbe egli desiderato di compiacere
tutti gli amici suoi; ma come farlo essendo essi di sentimento diverso?
Finalmente deliberò di ri* inanere in Bologna temendo per la salute alquanto
pregiudicata di noa potere adempiere esattamente a' tutti gli obWighi, che sono
ingiunti ai lei- lori di quella Università. Essendo accaduta nel 1766 la morte
del chiarissimo Siguor Iacopo Bec- XtTIf cari, che nel Presidentato era gii
succeduto al Bizzaui ^creato fu Pre- sidente Francesco Maria Zanotti. E
quantunque la prima intensione de- gli Illustrissimi ed Eccelsi Senatori fosse,
che egli tuttavia r tenesse an- che il posto di iSecrelario y egli non potè mai
consentirvi, desiderando, che fosse fatto Secretarlo il Signor Sebastiano
Canterzani scrittore molta elegante, e nella filosofia, e in tutte le
matematiche Scienze versat'ssimo» L'Illustrissimo ed Eccelso Senati, che assai
conosceva il merito di que- sto valente Professore, creò ad uà tempo Presidènte
il Zanotti, e Se* cretario il Canterzani. Quesia carica fu da lui sostenuta con
tutta la dignità , e la modera- zione di un vero Filosofo, massima- mente,
nella occas one d^ alcune fa- stidiose dispute insorte neir Acc»d«J" xxiy
mia, di niente più curante, clie dèlia continuazione dell'antica gloria della
medesima, per qualunque mezzo ^ e sistema queste poi le potesse de- rivare*
Sempre fu prontissimo ad inter- veniie alT Accademia filosofica, ed ivi ogni
anno leggere la disserta- zione, e questa dissertazione, che erano o di
Matematica, o di Filo- sofia, contenevano le più. sublime dottrina, ed i più
fini, ed astrusi calcoli; e ciò usò sempre fino alU sera dei i3. di Novembre
dell' anno scaduto 1777-? nella qual sera com- parve con tal vivezza, che
promet- teva all' Accademia per assai pia lungo tempo il piacere d' averlo fra
suoi , ed ascoltarlo. La sua vecchie/za era stata sem^ pre felice, trattone il
trovarsi alcuna volta afflitto da una molesta flus^ sione alìe ©rreccliie, che
lo privava dell' udito , il che Io git ava in uà estrema melanconia^ ma
liatuto&i ritornava quello di prima. Ques e vicende j però non impedivano,
che non ispendesse molte ore del giorno o scrivendo , o leggendo , e parea che
in questi ultimi anni de'la sua vita fosse in lui vie più cresciut© l'amore per
le lettere greche; e tale che ovunque andasse, sebbene fosse per essere la sua
dimora di pochi giorni, sempre seco portava Omero, Platone, Demostene, e S.
Gioannì Crisostomo. A coltivare e ad accre* scere questo suo genio conferì
molto l'accesso che avea presso rEccelen- tissimo e Reverendissimo Principe il
Sig Cardinale Boncompagni ora le- gato in Bologna, da cui era accolto con somma
cortesia, e parttcolar- inente invitato ad intervenire ad una * •-•• raunanza
di IcUcralc persone, cTi(5 sì tenea presso di Ini ogni settimana, ove leggevasi
Omero. Sul terminare di ques o anno fu sorpreso da in- freddatura, che sul
principio di- sprezzò affatto, non ascoltando la preghiera ne degli amici, ne
del Pro- fessore Sartoni suo medico, che l'esor- tava a rispettare un male , di
cui poteano esser funeste le conseguenze* Continuando dunque nel sortir di
casa, e nelle sue applicazioni, ne fìi finalmente cosi sopraffatto, che gli
convenne porsi in letto con febbre, ed ingombramento di petto, che si fece
maggiore per non aver mai avuto r uso di espettorare, e a chi l'esor- tava a
procurarsi un tal sollievo, scherzando rispondeva , che si volesse consigliare
a fare in quell'età, ciò che non avea mai fatto in vita suaj sicché si ridusse
all' estremo de' suoi XXVII giorni, ma con tal limpidezza di mente, con tanta
rassegnazione di spirito, con tal presenza a se stesso nel ricevere gli ultimi Sacramenti
della Chiesa , che il Dottore Teo- logo, e Priore Rusconi suo Parroco nel
compiere il suo ministero in que» gli estremi, ebbe a dire di rima- nerne
edificatissimo^ e potè quinci ogni altro comprendere, che il Fi- losofo
Cristiano, ajutato dalla grazia celeste, sa trarre dalla sua Filosofia de'
fortissimi ajuti per ben morire. Lasciando alla perfine la sua fa-» miglia, e
gli amici in pianto, che una perdita fecero da non potersi riparare, spirò
placidamente il no- stro Francesco ai 28. Dicembre del J777., essendo d'anni
85, mesi 11 , e giorni 19. L' Università , e l'Ac- cademia deirinstituto
vollero dare un segno della loro particolare stima xxxnx verso l'illustre
defunto, as^Jistcndo le esequie, che la sua famiglia gli fece celebrare nella
Cliiesa Priorale di S. Maria Maddalena sua Parrochia, Noa sì può dire
abbastanza quanto grande fosse il rammarico di tutta la città per la perdita d'
uu tanto Uomo, che colle opere sue si eia meritata la stima de' più insigni
letterati d' Eu- ropa. Quindi è, che principali or- dini della città stessa il
di i6 di Gugdo delTanno 1778. fecergii so- lennizare sontuose esequie nella
Chie- sa del SS. Salvatore, quali conve- nivaiio alla grandezza del comune
dolore, e alla gloria d' un tan o Cit^ ladino. V'intervennero gli Eminen-
tissimi Legato, ed Arcivescovo, ei Magistrati della città ; e il Sig. Can-
nonico Antonio Monti Publico Pro- fessor di eloquenza recitò iu sua lode Htia
applauditissima orazione^ che ò XXTX Stala poscia consegnata alle Stampe:
finalmente i medesimi Cittadini per non tralasciare alcuna testimonianza d'
onore verso il Zanotti gli fanno erigere nella loggia superiore dell' In- sti
tulo uiìa maguifica ed elegante memoria, la quale sarà sempre un monumento non
meno a lai, che a Bologna stessa glorioso, dimostrando insieme e '1 raro merito
del primo^ e la riconoscenza, e la gratitudine dell'altra. MODI E QUALITÀ- Fu
di statara mezzana; di capei biondo; d'occhi azzurri; di colore tirante al
pallido; d'aspetto gralo^ e piacevole, se non che d'ordinario traeva molto al
pensoso; e ciò an- che nel tempo della sua fanciullezza, \ disegnatori lo
trovarono difficilis- simo a ben ritrarsi. Il ritratto, che a a e in alcune
ecllzloni va innanzi alle sue poesie, si licne per pochissimo somigliante. Un
valente Inglese, tro- vandosi in Bologna, volle farne uno in piitura, il quale
si ha per somi- gliantissimo, e conservasi ora nel Palazzo deirinstituto.
Amante della solitudine fuor di modo, e inclinato alla malinconia, quant' altri
mai. Estendo anche gio- vane, sostenne lunghissime irisirzze e gravissime,
senza averne altre, che quella di non trovar cosa al mon- do, che il
rallegrasse. Passala di poco l'età di 5o anni ebbe una febbre acutissima, e fu
sul punto di mo- rirne. Sostenne la febbre con indi- cibile tranquillità
d'animo; guaren- done cominciò a cadere in melan- conie; e ciò più volte gli
avvenne in piccole febbri, che di tanto in tanto il preadevauo. Non perciò
rendevasi molesto alla compagnia; e fuori de' tempi .delle sue tristezze
maggiori , era festevole e giocondo oltre modo, e diceva egli stesso di
credere, che la maggiore allegrezza, che sia al mondo, sia quella de'
malinconici. Non polca applicar l'animo a cosa tiiuna leggermente. Che che egli
si mettesse a studiare, vi si profondava del tutto, né potea levarselo di
mente, per quanto vi si sforzasse, avralo presente anche dormendo. Solo se ne
distoglieva, quando parergli d'esser giunto a fine di ciò, che s'avea pro^
posto. Di qui provenivano debolez- ze, e stanchezze di mente, e di cor- po non
ordinarie; e tanto più eh' egli ebbe in costume di studiar pas- seggiando, ne
scriver mai verso, o periodo, o altro che fosse, senza aver- lo prima
passeggiando composto. Dal x\xn qnal costume cominciò poi in pro- cesso.di
tempo a guardarsi , si per- chè le stav\chezze cominciarono a rcnderglisi
intollerabili; si aricora perchè gli avvenne più volte, mas- sime studiando
cose matematiche, che ciò, che in pensar passeggiando g\ì era paruto certissimo
, scrivendol poi gli paresse incerto e dubbioso; laonde diceva, che per
assicurarsi d'aver ben inteso alcuna cosa, niun mezzo è migliore, che provarsi
di bene scriverla. Presto all' impazienze e a lievi sde- gni, e presto ancoi a
a tranquillarsi. Dolevasi della sua memoria, che parevagli avere assai debole,
e si- milmente dell'intelletto , che diceva essere poco. Con fida vasi tutto
nella lentezza del pensare, e nell'ordine^ dicendo, che niuna cosa può essere
lauto sottile, che qualunque ingegna xxxni Qticlie mediocre non possa giunger*
vi , solo che abbia la pazienza di procedere con ordine, e lentamenie* E quindi
è forse , che nel giuoco degli scacchi il quale da luogo a un pensar riposato,
valse assai, ad altri gìuo-* chi non ebbe abilità veruna giammai. Amava di
contraddire ove pares- segU, che fosse esercizio d'ingegno, e sapea farlo con
molta acutezza e grazia e senza offendere; il perchè era gradito a molti, e
volo.itieri in- vitato alle tavole e ai convit.; bea* che essendo sempre
pericolosa casa il co.itraddire, non tutti glielo at- . tribuivano a lode. Poco
paziente, se paressegli d'es- sere disprezzato, e poco ancora aman- te degli
onori esterni e de' titoli. Non potea sofferir lungamente le compagnie, che non
dessero luogo a domestichezza e famigliarità j né XXXIV pplca non manifestare
nel volto ciò, che avea nell'animo. Fu in Roma per suo diletto parecchj mesi;
ama- tissimo (la lutti in quella gran città e stimatissimo. Diceva non poter
ri- trovarsi in tutto il mondo maggiori cortesie, che in Roma, non volendo
nulla. Anche in Napoli strinse gran-* di amicizie, e fu assai caro alla Si-
gnora Donna Faustina Pignatelli, Principessa di Colobrano, colla quale ebbe poi
frequentissima corrispon-^ denza di lettere finché ella visse. Disiuterrassato
al maggior segno, e nel dare, e nell'aver poco, o piut- tosto nulla sollecito a
suoi vantaggi. Condiscendente e liberale. Niente avea più in odio, che la
malignila, gli inganni studiati e le frodi. Al solo imaginarsene alcuna, benché
a lui nulla appartenesse, s'accendeva su- bito neir animo , e non sapendo
egl> dissimularlo, avvenne non poche volle, che i compagni si maraviglias-
sero, non bene intendendo, di che egli fosse sdegnato. Era sommamente grato a
quelli, dai quali ricevea favori, e benefici. È certamente a uiuno credeasi in
debito di dimostrare la sua ricono- sccn2:a, che alla nobilissima fami- glia
Ratta. Da essi fu accolto con particolare cortesia fino da quando era egli
nella sua prima gioventù, e per molti anni tenuto in casa prov- veduto di tutti
i comodi, che mai desiderar potesse. Accostandosi alla v^chiaja volle egli ritirarsi
presso i suoi, e ciò fu a lui conceduto non .senza dimostrazioni di un sincero
dispiacere. Non impedì questa sua ritirata che non proseguisse ad es- sere
spesso loro commensale , e com- pagno nelle villeggiature, il che dava tì lui
il comodo eli conlflbliire C6^ suoi insegn.ijnenli, siccome scm[)r€ fatto avea
per Taddielro, all'ouima educazione de' giovani di quella il- lustre Famiglia.
Compose anche per essi diversi scritti addaltati all'età, € coJidi'ion loro.
Amante di Religione, C special- mente devolo di Maria SS. abborriva quei
libri,, che vanno tutto il di uscendo fuori , e disponendo la via dell'ateismo,
parendogli, che fossero per ogni conto l'ignominia del no- stro secolo* Fu
aggregato a tre Reali Accade- mie, di Montpellier, di Londra, e di Berlino, ed
a moltissime di beile let- tere, fra le quali a quella degli Arcadi della
Colonia Ren a , col nome de Orito Peliaco, de Gelati , degli lueslri- cali,
d'alue fuori di Bologna. Un iipa celebrate le vostre Arti, ben sicuro, che se
io farò vedervi esse» e stalo esso lutto vano, e fallace, e insidioso, non per
ciò me ne vorrete male, ixja pluMo- sto amerete la sincerità , e sempli-^ cilà
mia^ ( ^9 ) E primierameate io saprei volen- tieri, per qual cagione quel
vostro gran lodatore delle belle Arti, se avea pur in animo di lodarle, volesse
sul principio stesso dell' orazione metter da parte l'uso, che fanno moltissime
scienze di esse arti ,' e 1' utilità , che ne traggono; dalla qual però tante
laudi^ poteano derivarsi, e tanto gran- di, e tanto vere. Le quali essendo e
giustissime, e manifesussime , e non potendo egli perciò dissimularle del
tutto, le nascose quanto potè , sotto una figura, che gli oratori chiama- no
preterizione, dicendone soltanto^ quanto bastava per protestarsi, che non volea
dirne nulla. E cotamenio- randole ancora di questo modo , a tanto eccesso di
grandezza le addus- se, che non dovest»ero poter' esser cre- dute da ninno.
Imperocché a quella sua COSI veemente interrogazione, per cui chiedea qual'
arte fosse, e qual disciplina, che della pittura, o della scultura , o della
architettura non (3o) iommamenle abbisognasse , chi è , che non avesse tosto
potuto rispon- dere : la dialettica, la metafisica, la teologia, la
giurisprudenza, la mo- rale , r aritmetica, 1' algebra, 1' isto- ria,
l'eloquenza, la poesia, e tante iìltre^ molle delie quali, non che i lavori
della pittura, e della statua- ria, ma fuggono affatto 1' aspetto di qualunque
materia , e se ne sde- gnano. E quelle istesse, che si ser- von talvolta di
istrumenli, e di ta- vole, come la Notomia , la Botanica, la Fisica, e perciò
chiaman sovente ai servigi loro la Pittura, e la Scul- tura , diremo noi per
questo , che debbano stimarsi ad esse inferiori? E chi non sa, che essendo una
cosa fatta per un'altra, dee sempre sti- marsi meno, che quella, per cui è
fatta ? Ora io domando , se la no- tomia, e la botanica, e la fisica sieno
fatte per gì' instrumenti , e per le ta- vole, ch'esse adoprano, o non più
tosto gU instrumeuli, e le tavole per (3i ) loro. E se così è , chi sarà , che
vo- glia stimar quelle arti, che formano tali tavole, e tali instrumenti, più
Ai cucile per cui le formano? E se dicesi (che veramente si dice) tali scieize
aver bisogno tal volta della pitUra, e della scultura, senza cui non potrebbono
avere certi loro ar- nesi; ciò dicesi, come anche si di- reble , il signore
aver bisogno del servo , senza cui non potrebbe esser signore; ne per questo
però cadrà in mente a veruno uomo sano, che deb- ba il signore stimarsi meno,
che il sevwo. Io dovrei forse fermarmi pifi lun- gamente su tale argomento per
que- sto islesso , che volle jeri quel vo- stro Oratore fermarvisi cosi poco j
perciocché egli non avrebbe certa- mente ciò fatto , se avesse trovato un tal
luogo opportuno al suo intendi- mento. Ma io , che non ho tanta arte» e debbo
pure aver risguardo alla bre- vità, voglio far fretta al mio dire. (3.) e
venendo losio a r| udì' argomento^ intorno a cui e^li contorse, e rag- girò
tutta I' oraziou sua, Tarvcne ve- dere la falsi tìi. E quale è questo ar-
gomenio? Glie le cose belle piiison da stimarsi, die !e uiili, perciocché
quelle amiamo per lo merito loro ; queste per l' interesse nostro ; e se questo
è : dover più sliiTiarsi la Pit- tura, la Scultura, e 1" Architettura, che
studiano solamente le cose belle, che le altre discipline, le quali vaano
dietro alle utili. Non è egli questa r argomento , che egli amplifican- dolo, e
adornandolo, e tutto spar- gendolo di poetici lumi, lo lece di- venire
un'orazione? Ma a cui darà egli ad intendere, che le cose belle sieno da
stimarsi più, che le utili? Kè io voglio qui paragonar la bel- lezza con 1'
utdità; delle quali que- sta si ama per gratitudine, e per de- bito, quella per
gentilezza , e corte- sia ; ne io so di queste virtù qual si^ maggiore j so
benC; che la gra« _ (33) titudine è più dovuta , e più è da riprendersi
un'ingrato, che uno scor- tese. Ma lasciando il paragone da parte, io domando
solamente, se le cose utili sieno belle esse pure. E co- me noi sarebbono ? Non
disse egli lo stesso vostro Oratore, che la bellezza si diffuse per tutte le
opere della na- tura , e belle tutte le rese, e vaghe, e leggiadre, e degne di
quel Dio , che le creò ? E chi può credere , che avendo la bellezza voluto
adornar di se stessa tutte le cose inutili , noa abbia poi voluto far la
medesima grazia a iche alle utili, che più di quelle la meritavano ? Sono
dunque le utili cose belle esse pure, e lo sono anche per questo, perchè son'
utili, essendo una bellissima cosa l' milita. Non è dunque da dire, che la Pit-
tura, la Scultura , e 1' Architettura seguano gli oggetti belli, le altre di-
scipline i giovevoli : ma è più tosto da dire, che seguendo tutte oggetti beUi
, quelle seguon gU oggetti , che ( 34 ) non son' altro che belli ^ e queste Se-
guono gli oggetti, che essendo belli sono ancor giovevoli; nel che parnii, che
sieno di gran lunga più giudi- ciose, e più da stimarsi. Pure, di- ceva il
vostro Oratore , queste altre discipline cercano esse bensì le cose uiili , e
belle, ma non le cercano, ne le considerano , se non come utili. E donde ha
egli saputo, e chi gli ha detto, che i dialettici i me- tafisici , i fisici ,
gli aritmetici , i geo- metri, e tanti altri considerando og- getti insieme
bellissimi , e insieme utilissimi, pur gli considerino sola- mente, come utili,
non come belli? Per qual modo potrebbono essi mi- rar tante , e si divine
bellezze, e non arderne tutti, e infiammarsene? Pia- cesse a Dio , che tratti
dallo splen- dore di quelle beltà non trascorres- sero cosi spesso , come fanno
, in quelle lor altissime contemplazioni, per cui sovente si dimenticano di
tutti i nosti'i comodi j che cosi ancor ( 35 ) meno spesso si vedrebbono o
diTèg- giati dal volgo, o ripresi dagli ama- tori troppo avidi del ben comune*
Qual comodo cerca egli il fisico al- lorché va rintracciando i principj ul-
timi della natura ? Quale utilità il metafisico allorché studia , e cerca la
ragione delle essenze possibili ? Qual vantaggio il geometra , allor- ché si
affanna per discoprire le pro- prietà di quelle linee , e di quelle figure, che
mai non furono? I quali certamente non seguirebbono coti tanta ansietà oggetti
cotanto inu- tili se non vi fossero tratti dalla loro inaravigliosa, e sovrana
beltà. E che direste voi , se io vi mo- strassi, che queste scienze cercano, e
studiano la beltà delle cose più an- cora, che la Pittura, e la Scultura, e r
Architettura non fanno? Anzi se io vi mostrassi , che quelle la cer- cano, e la
studiano; la Pittura, la Scultura, T Architettura non la cer- cano, né la
studiano in vermi modo? Io vi prego, o Uditori, di voler cS* serrai allenti in
questo luogo, come siete stati finora, non gik pcrcliè io sia per dirvi ccfsa
molto sottile , e recondita, ma perchè è verissima, e importantissima , e
essendo tale , parmi degna della attenzion vostra. Due maniere ha la bellezza ,
una ve- ra , che è veramente nelle cose , e luia apparente, che non è nelle
cose, ma solo apparisce, e per questo ap- punto, perchè solo apparisce, non è
bellezza vera, anzi ne pur bellezza. E certamente è nelle cose una bel- lezza
vera , che loro non si può to- gliere, e consiste in quelle perfezioni, di cui
ciascuna di loro è constituita. La qual bellezza esser dee nelle crea- ture
tutte, perciocché tutte da una eterna , ed immutabile essenza per certa
maravigliosa participazione de- rivano, dalla quale essenza, percioc- ché essa
è perfettissima , non altro derivar può che perfezione, e beltà. Ma nou è già
di tutte le creature ( 37 ) queir altra bellezza ^ apparente , e falsa, la qual
consiste non in altro, che in un certo rapporto, che hanno alcune cose verso i
nostri sensi , mo- strandosi loro , quali non sono , e movendogli tuttavia per
tal modo, che in noi sorga un' ignoto, ma soa- vissimo sentimento, che
chiamiamo piacere. Imperocché non volle già la natura, che tutte le cose ci
dessero questo piacere^ ma molte ne fece, che ninno ce ne danno 5 e ne sono
ancor molte , che nojano i nostri sensi, e gli rattristano. Quelle dun- que ,
che cosi soavemente ci muo- vono, e senza dare ninna fatica alla ragione ci
dilettano, se appartengano alla vista o all' udito, le chiamiamo belle ^ non
perchè in se belle sieno j ma quasi per gratitudine di quel dol- ce piacere,
che ne recano^ ne è ra- gione alcuna di dirle belle più di quel, che sarebbe di
dir beUi i cibi, e gh altri oggetti dell' odorato e del tatto, qualor ne
piacciano 5 i quali però giocondi e dilctlosi si chiama- no, non belli. E
certaraente non piac- ciono tali cose per alcuna vera, e as- soluta bellezza,
che in se abbiano 5 poiché se così fosse , bisognerebbe che la stessa cosa
piacesse a tutti, e sempre, il che non è vero. E sap- piamo, che i Filosofi
hanno mostra- to, che se in noi si mutasse quella disposizione, che abbiamo ne'
nostri sensi , le cose che ora si chiamano belle , perciocché ne recano alcun
piacere , non più recherebbono un tal piacere, né belle si chiamereb- bono,
quantunque esse in sé non si mutassero; onde si vede, che quella bellezza, per
cui piacciono, e belle comunemente si dicono, non è ve- ramente in loro , ma
sol ci appa- risce. Ora ciò presupposto 10 domanda a voi, benignissimi
Ascoltatori, né altro giudicio voglio, se non che il vostro. Qiial bellezza
parvi egli, che si consideri dalla filosofia, e da tutte e 39 ) quelle altre
scienze, che da essa de- rivano? Non forse quella bellezza vera, clie veramente
è nelle cose, ed entra nell'animo, introdottavi dalla ragione e manifestandosi,
e aprendosi airintelletto, e quindi riem- pendolo di una somma, e inefFabil
dolcezza? Che altro cercano, che altro studiano, che altro bramano i Filosofi,
se non questa vera bellezza, allorché proponendo a se stessi al- cun'oggetto, e
rivolgendolo in tutti i modi, le cagioni ne spiegano, e i principj, e le
qualità, e le proprietà tutte? E non è questo un cercar ve- ramente, e
studiare, e esprimere, e rappresentare la bellezza vera delle cose ? Al
contrario quella bellezza che studiano , e con tanta fatica cer- cano i
Pittori, gli Scultori e gli Ar- chitetti, non è ella quella bellezza apparente
, e falsa , ia qaal non è nelle cose, e che entra, non cono- sciuta dalla
ragione, pei nostri sensi, e insinuandosi quasi furtivamente (4o) pclla parie
Inferiore dell' animo , 1' occupa eli un' ignohii piacere , di cui si
maraviglia P intelletto , non sapendo donde egli venga, nò come; e tal volta
ancor se ne sdegna? Il perchè molti Filosofi sono slati, che hanno escluso
dalla repubblica i pit- tori, e gli scultori , perciò solo, che vanno pascendo
gli uomini di questa Yana , e lusinghevol bellezza , noa senza pericolo della
virtù, E Paride, che la au'tepose alla sapienza, ne f»i ripreso non solamente
dagli uomini , Bla castigato severamente dagli Dii; che sebbene le Dee, che gli
appar- vero, non della sapienza, ma della bellezza tra lor contendeauo , nou
per questo però dovea egli credere, che più la bellezza apprezzassero , che la
sapienza; se già non le aveva per sciocche, ed insensate. E sapeva ben egli,
che non d'altro allor di- sputavasi, che di un pomo, che era il premio non del
sapere, ma della bella, e non alU più saggia doye- vasi, ma alla più bella. La
qiial con- tesa se avessero quelle Dee stimata grave, e degna di loro, non 1'
avreb- bono sottoposta al giudicio di un uomo, ne cercatane la decisione da un
rozzo Pastore, allevato tra le ca- panne, e negli antri del monte Ida, Né io
posso maravigliarmi abbastan- za, come questo dissolato, essendo sempre stato
ripreso, e condannato dagli uomini , e dagli Dii , dopo Io spazio di tre mila
anni trovasse jeri un lodatore del Campidoglio. Ma tor- nando alla Pittura ,
chi non vcde^ clic cercando essa, e studiando uni- camente questa vana bellezza
, che con è nelle cose, ma solamente ap- parisce ; quella poi non cura , che
nelle cose veramente è, ed è vera? E se questa non studia, e non cura, io non
so come possa dirsi , che rap- presenti le cose, e le imiti j poiché
l'imitarle, e il rappresentarle altro non è che imitare, e rappresentare quella
bellezza vera ^ che in lor hanno. (40 E s' egli è pur da concedersi quello, che
moltissimi, e sapientissimi filo- sofi insegnano, e ciò è che i colori non
sieno già ne' corpi, ma sol tanto appariscano ^ voi ben vedete ,. che nulla del
corpo ci rappresenta la Pit- tura, la quale non ce ne mostra, clie il colore. E
perchè dunque imita- trice della bellezza de' corpi si chia- ma? Anzi perchè
imitatrice? Voi forse vi maravigliarete, Udi- tori, di questo mio detto^ né
senza qualche ragione^ essendovi impressa neir animo certa diifiuizione, che i
Pittori sogliono addurre della lor ar* te, dicendo, eh' ella sia una lacoltii
d' imitar le cose coi colori, affine di dilettare^ la qual difìinizione, per-
ciocché a prima vista par vera, ne è stata da verun filosofo fino ad ora
esaminata, si tien da tutti. Ma se voi considererete così un poco quello , che
i pittori fanno, facilmente co- noscerete questa lor difìlnizione do- v«r esser
falsa. Di fatti se la Pittura fosse un arte di imitare affine di dar diletto ,
non deverebbe il pittore prendere a imitare se non quelle co- se, le quali
imitate essendo perfet- tamente , che è lo slesso che dire pa- rendo vere,
dovessero dilettarne. E se ciò fosse, non mai vorrebbe alcun pittore dipingere
o la morte di Ado- ne, o il pianto d' Ecuba , o la fuga d'Enea, o altre tali
tristezze? le quali se fosser perfettamente imitate, e pa- resser vere, chi
potrebbe soffrire di averle continuamente dinanzi agli occhi? E se i
dottissimi, e grandis- simi Pittori le hanno pur dipinte, adornando le
gallerie, e le sale, e hanno con ciò voluto recar diletto ai riguardanti,
bisogna ben dire, che ad altro intendessero, che a perfet- tamente imitarle. E
io jeri mi ma- ravigliai grandemente di quel vo- stro, per altro accorto.
Oratore, il quale avendo detto , che la Pittura, la Scultura, e l'Architettura
per lor primaria instituzione imitano le ope« ( 44 ) re della natin-a, losio
soggiunse, che ancor le superano ; il che sarebbe un difetto grandissimo , se
per lor primaria instituzione imitar le do- vessero. E veramente mi fece alcun
poco ridere là, dove non ritrovando di quali cose fosse V Architettura
imitatrice, si volse a dire, ch'ella imita le eterne e immutabili idee. Qual'
arte ha , o cjual disciplina , Uditori, non dirò tra le più nobili e liberali^
ma tra le più vili e ple- bee, la qual facendo alcun suo la- voro , noi faccia
simile ad una di quelle idee eterne e immutabili , che la natura prima di ogni
tempo formò in se stessa, acciocché fossero gli esemplari di tutte le cose, che
poi dovesser formarsi nel tempo av- venire fuori di lei? E se bastasse imi- tar
qualche idea , perchè un arte do- vesse dirsi imitatrice, già dir si do-
vrebbono imitatrici tutte le arti. Ma noi dicendo, che un arte imita, ed è
imitatrice ^ non intendiamo già , . . . ^ 45 ) eh" ella Imiti una qualche
idea , il che fanno tutti i lavoratori, ma ben- sì , che imiti alcun opera
fatta prima della natura secondo una qualche i(ìca. Il che quanto convengansi
all' Architettura , sei vegga egli V acu- tissimo OratoFf^. Nò so già , s' egli
più a riso mi movesse, che a sdegno, in cjuel luo- go, dove tornando alla
Pittura e alla Scultura, per commendarvi pure la lo r supposta imitazione, e
sottoporre ad essa ogni genere di beltà, volle darvi ad intendere, che esse non
solo i corpi rappresentano, ed esprimono, ma anche le spirituali nature, ed
incorporee, e, se a Dio piace, an- che le forme istesse universali, ed
astratte, e addusse in esempio le vir- tù, e le passioni degli uomini, la
piacevolezza, la verità, la fede, la mansuetudine ed altre tali torme , ch'egli
disse di aver vedute più volte dipinte e scolpite. E c|uesto che al- tro fu ,
se non preadersi di voi gioco^ 2* ^ 40 ) ed avervi per molto semplici? quasi
non fosse i'acilissimo ad ogu'uno Tiri- Iciìdere, come le passioni e le virli
dcir uomo , quantunque riseggali nell'animo, che n'ò il soggetto, e però sieuo
spirituali ed incorporee, "pure per quella unione strettissima, che passa
tra il corpo, e l'animo, producon nel corpo certe mutazioni, che sono materiali
e corporee, re- sidendoin esso, che è il soggetto loro; e queste mutazioni del
corpo non soa già esse le passioni, benché ne sieno grindizj. Non potendo
dunque la Pittura, né la Scultura, siccome è chiarissimo, imitare, né
rappresen- tare altro, che queste esteriori mu- tazioni, è manifesto, che non
altro delle passioni ci rappresentano, se non quello, che esse hanno di ma-
teriale^ e più tosto dipingonsi, e scol- pisconsi gTindiz] delle passioni , che
le passioni stesse. Né vale il dire, che mostrandone gl'indizj, le ridu- cono
alla memoria^ e questo ridurle . ( 47 ) alla memoria è un rappresentarle , ed
esprimerle. La qual cosa se fosse vera, ne seguirebbe, che a rappre- sentare,
ed esprimer le cose, bastasse sol nominarle. Perciocehè i nomi, sebbene non
hanno di lor natura re- lazione , ne similitudine veruna con le cose, a cui
furono imposti, né le rappresentano in alcun modo, pure • per un certo uso, in
cui gli uomini son convenuti, ne risveglian o la memoria facilissimamente, e
con mi- rabil prontezza, e molto meglio, che le immagini dei pittori, e degli
scul- tori non fanno ^ le quali immagini bene spesso sarebbono oscurissime , ne
potrebbono riconoscersi in verun modo, se loro non si aggiungessero i nomi e il
lume delle parole. E se pur queste immagini, che segni piuttosto, che immagini
dovrebbon dirsi, ci riducono a mente alcuna spiritual forma ed astratta, quan-
to mai l'oscurano, e la deformano ! Cosicché per bene intendere quelle (48)
fórme, clic tal volta per lo pitture , o per le statue ci sovvengono, niente è
più necessario, ne da procurarsi con maggiore studio, che di rimuo- ver
dall'animo quelle pitture slesse, e quelle statue che ce le hanno fatte
sovvenire. Imperocché chi è, che per bene intendere quell'abito, che giu-
stizia si chiama, non debba disgiun- gerlo dalla bilancia e dalla spada^ e per
ben intendere quel dolce de- siderio del bene, che chiamasi amore, non debba
dimenticarsi della faretra e dell' arco ? E potè egli quell'Oratore di jeri
farvi credere, che le forme corporee aggiungendosi alle incorporee, noa le
guastino 5 e, a far valer quesi' in- ganno, produrre in mezzo l'autorità di due
sommi filosofi Plaione, ed Arisrotele? Quasi non fosse cosa no- tissima, né
solamente dal volgo ap- provata , ma confermata dal consen- so di tutti i
saggi, che il corpo con- giungendosi allo spirito lo avvilisce. (49) Il che sì
osserva chiaramente ue\V uomo, il cui animo quante turbazioni sente, e quanti
affanni , e quanti tra- vagli per cagione delia materia . cui è congiunto? E
quante più cose in- tenderebbe, se non avesse la sogge- zione dei sensi? E chi
non sa, aver la natura creato inruimerabìli spiriti, altri de' quali
abborriscono di unirsi alla materia, e la sfuggono^ altri per certa loro
inclinazione amano di star congiunti ad essa, ed infor- marla j e quelli
certamente esser più nobili e più stimabili , e più per- fetti , che questi^ i
quali si rendono meno perfetti per ciò appunto, che sono da natura alla materia
inclina- ti. Ne è da dire, come quel vostro Orator dicea , che componendosi na-
turalmente l'uomo di spirito, e di corpo, non debbano queste due parti
conlrariarsi tra loro, nò 1' una op- porsi alla perfezione dell'altra. E non sa
egli esser' anzi comune sen- tenza dei filosofi, che ogni naturai composto si
fa di principj tra loro conlrarj? De' quali se l'uno non sce- masse le
proprietà, e le perlczioni dell'altro, e non le legasse, e strin- gesse,
sarebbe egli bensì ogn' un di loro più perfetto, ma non più per- fetto ne
sorgerebbe il composto. Non volle dunque la natura, allorachò creò l'uomo,
produrre un perfettis- simo spirito, ne un corpo perfettis- simo, ma un
perfettissimo uomo, iu cui se lo spirito perdesse alquanto di sua nobiltà,
congiungendosi alla ma- teria, altrettanto ne acquistasse la materia,
congiungendosi allo spirito. Di che certamente non sarebbono stati contenti gli
spiriti più sublimi; e molto meno le forme universali, ed astratte, che non
vogliono esser le- gate, ne ristrette da verna corpo, e se ne sdegnano. E come
mai venne in capo a cotesto vostro Oratore di dir, che Platone desiderava,
chela virtù si facesse corporea per esser veduta da gli occhi nostri ? Chi mai
( 5i ) può credere In cosi gran filosofo un cosi pazzo desiderio? Poiché se la
Tirtù diventasse ella stessa un corpo, e cosi venisse a cadere sotto i nostri
occhi, cesserebbe di essere la virtù; e se ad alcun corpo si congiunges- se,
non per questo potrebbe ella ve- dersi^ come non posson vedersi le aaime^
benché si veggano i corpi a cui sono congiunte. Desiderando dunque Platone, che
gli occhi uma- ni vedessero la virtù, non desiderava già egli, che la virtù
divenisse cor- porea, come rOrator vostro diceva, ma piuttosto, che gli occhi
umani veder potessero le cose incorporee; e voleva innalzar la vista degli uo-
mini, non abbassar la virtù. Sebbene chi di voi non si accorse , che altro non
fu , che uno scherzo, tutto quel tratto di orazione, ove il vivacissi- mo
Oratore, quasi fosse allora dal ciel disceso, e vedute avesse le uni- versali
forme, ed astratte, e ragio- nato , e trattenutosi lungamente con ( 52 ) loro,
vi assicurò del godimento, che hanno di vedersi divenir corporee su le nostre
tele e nel sassi,erìn- grazionne perciò i Pittori , e gli Scul- tori da parte
loro. E che altro fa questo, se non che un dileggiar le belle arti, e burlarsene?
La qual cosa se non mi avesse grandemente commosso per quell'affetto, ciie io
ho a tutti voi , e per quella riveren- za infinita, con la quale io ho sem- pre
venerale le arti stesse, io vi con- fesso, che non mai mi sarei indotto a
parlare contro un cosi accorto e cosi artificioso Oratore. Ma io ho creduto,
che 1' onor delle belle arti, e il vostro, desiderasse pure, e di- mandasse,
che alcun di noi aorisse bocca e rispondesse. E come poteva egli soffrirsi, che
un uomo venuto poc'anzi di Lombardia , volesse im- porre tante fallacie al
Romano Po- polo, e spacciarle neli'augusla sala del Carapidoglioj dinanzi al
più no- bile, e più venerabii Consesso dell' tiniverso? Di che io credo, che le
pareti stesse si offendessero, e le Pit- ture, che qui d'intorno veggiamo, e i
monumenti, e le inscrizioni, e le immagini se ne sdegnassero, e son sicuro, che
i vostri Scipioni e i vo- stri Cesari, e tutti gli altri glorio- sissimi Avoli
vostri, se qui fossero, dove sono le statue loro, benché mol- to di esse si compiacessero,
sareb- bonsi tuttavia grandemente adirati in udendo, che più debbano stimarsi
li artefici che le fecero , che non essi, che con sapienza e valore le
meritarono. E gli stessi antichi va- lorosissimi Scultori contenti di quella
fama, che lor conviensi , cederebbo- 110 di buona voglia il primo luogo ai gran
Capitani, e ai gran Filoso- fi^ de' quali quanta slima avessero;, e quanto gli
onorassero, ben lo mo- strano le bellissime, e nobilissme sta- tue, che di lor
ci lasciarono, ne al- cuna però, che noi sappiamo, ce ne lasciarono di lor
medesimi. Vev (54) la qual cosa io spero ancora, che gl'illustri Pittori, e gli
Scultori e Architelli chiarissimi, chequi sono presenti, e mi hanno con tanta
be- nignità ascoltato, non vorranno sde- gnarsi meco, se nel numero delle
immortali e infinite lor laudi io ho procurato di cancellar quelle, che mi
parevano false , acciocché mag- giormente rispleadesser le vere. (55) ORAZIONE
In cui si difendono la proposizione e le ragioni della prima Orazione di questo
Argomento , risponden- do alle objezioni esposte nella con" trarla. xo non
avrei mai creduto, o Ro- inani , che avendo un Oratore di cosi alto grido, nelK
augusta sala del Campidoglio, le belle Arti, per or- din vostro , e con tanta
vostra ap- provazion commendate, potesse es- sere alcun di noi cosi ardito, che
il * giorno appresso^ nel medesimo luo- go , contra lui si levasse ^ e quelle
ragioni, che come verissime e giu- stissime, erano state da tutti voi ri-
cevute, negare egli solo, e pubblica- ( '>r> ) mente disapprovar le
volesse. Errrto panni che costui, |)inlloslo che con quei chiarissimo Oratore,
abbia vo- luto con VOI contendere ; ne lanlo riprendere , chi quelle ragioni
con SI beir arte, e in si leggiadro modo vi propose, quanto voi, che, essen-
dovi cosi proposte , ve le lasciaste imporre, senza accorgervi ne degli
arlificii del dicitore, ne della mani- festissima falsila loro; imperocché è
stala lode talvolta dell' Oratore V in- gannare, non fu mai lode degli Udi-
tori r essere ingannati. Ma in qual luogo, e dinanzi a cui credette egli ,
qursto nuovo e sconosciuto Avver- sario, di ragionare? Non forse nella più
illustre citta del mondo , e di- nanzi a persone, non solo per no- biltà di
sangue e altezza digrado, ma per dottrina eziandio ragguarde- volissime, e di
eloquenza chiarissi- me? Le quali ne facii- cosa era, che fossero da veruno con
artifici! in- giìiinate; ne, se lo fossero, conve- ( 5/ ) Diva, che veruno di
questo pubbli- caraenle le riprendesse. E qual ri- spetto ebbe egli poi,
illustrissimi Pit- tori, Scultori, e Architetti chiaris- simi, delle
nobilissime vostre arti avendo tanta paura, e prendendosi tanta sollecitudine,
perchè non fos- sero soverchiamente commendate? Le quali se egli amasse tanto,
quanta amar si debbono, e quanto pur volle sul principio della orazion sua mo-
strar di amarle; o non gli sarebbe paruto, che fossero state lodate so-
verchiamente, o non gli sarebbe di- spiaciuto. Perciocché quanto a quel- lo,
ch'egli disse, che framischian- dosi le laudi vere con le false, po- trebbono
queste farle parer false tutte; perchè non era egli piuttosto da dire , che
potessero quelle farle parere tutte vere? Ma io estimo es- ser cosa assai
chiara e manifesta, né bisognar di ciò fare questione, che non volle già egli V
inaspettato e improviso Avversario , opporsi a \ . . . ^ ^'^ ) quel chiarissimo
Oratore, ma piut- tosto al giudicio vostro; oscurando insieme le belle arti , e
deprimen- dole. E lo stesso certo ha creduto an- che quel gravissimo Oratore,
il qua- le non si sarebbe per cos'i lungo tem- po taciuto , ne avrebbe per
conio ninno voluto partirsi di Roma, come poc'anzi ha fatto, senza prima di-
fender se stesso e le ragion sue; ma conoscendo egli , e vedendo trattarsi in
ciò piuttosto la causa comune , che la sua propria ; ne tanto a lui convenirsi
di difendere l'orazion sua, quanto a voi di sostener il giudicio vostro, ha
creduto sempre di dover' aspettare, che alcun di noi rispon- desse animosamente
all'Avversario, né che perciò noi avessimo di lui bisogno. E certo , quantunque
egli avesse potuto farlo più comodamente di ogni altro , non è per questo , che
non debba per noi farsi a qual- che modo; e dobbiamo anzi render- gli grazie?
che non ayendo egli yo- ( 59 ) lato entrare in questo larghissimo campo,
l'abbia lasciato tutto libero , e aperto agi' ingegni nostri. Io cre- derò
dunque di far cosa non meno a lui , che a voi grata , e agli ec- cellenti
professori delle belle arti gio- conda , e a questo onorevolissimo luogo
sommamente accomodata; se io vi mostrerò, che quelle ragioni, che furono dal
savissimo Oratore in commendazione delle belle arti addotte, e che furono
estimate da voi verissime, e fermissime, cos'i ap- punto sono, come voi le
estimaste, facendo apertamente vedere , che tutti quegli argomenti, con cui ha
voluto l'Avversario torle di mezzo, e di- struggerle , sieno falsi , e
insussistenti , e nulli. Il che facendo, non vi sarà molesto, che io richiami
di tanto in tanto alla memoria si quello, che il primo Orator disse, come
quello, che l'Avversario gli oppose ; accioc- ché, conosciute le ragioni
dell'uno, € dell'altro, meglio conoscer si pos- sa, la verità» Ne io mi fermerò
lungamente so- pra quello, che l'Avversario in pri- mo luogo si dolse ^ e ciò
è, che il lodatore delle belle arti avesse voluto lasciar da parte tutte le lodi,
che lor si convengono per cagione di quella utilità, che recano alle altre
scienze, e in vece di dirle, le aves- se trapassate con una preterizione; quasi
il trapassarle a questo modo non fosse una maniera di dirle. Nel che vedete
quanto poco giudizio mo- strasse l'Avversario, il quale essen- dosi di ciò
doluto, si dolse poco ap- presso, che tali lodi si fossero per la medesima
preterizione oltre ogni misura, e sopra quanto possa mai credersi, amplificate.
E quindi este- nuandole egli poscia, e deprimen- dole, e riducendole quasi a
nulla, non potè mai intendersi, perchè dun- que s' avesse egli a dolere , che V
Ora- tore le avesse tutte rinch-usein una preterizione; parendo questa ancor
troppo ampia per tanta piccolezza^ C6i ) Sebbene cui darà egli ad intendere,
che il giovamento, che traggono dalle belle arti le discipline quasi tutte ,
sia COSI piccolo e leggero , e non più tosto grandissimo e sommo? Ma, dice
egli, sono molte scienze cosi disgiunte dalla materia, che par non possano
giammai aver bisogno ne della Pittura, né della Scultura. Quan- to a quelle
poi, che ne hanno bi- sogno ( e alcune ne han bisogno gran- dissimo, come la
notomia per for- mar sue tavole , e la fisica per suoi instrumenti) non potendo
l'Avver- sario negar ciò in niun modo, ve- dete, di che leggiadra comparazio-
ne si servi • dicendo , che cosi ne hanno bisogno, come il signore ha bisogno
del servo, il qual signore però si stima sempre più di quel ser- vo, di cui ha
bisogno. Il qual pa- ragone in vero mi fece ridere. E chi non vede, il servo
esser ordinato ad altrui, e per altrui fatto, cosi che non può operar se non
quanto gì' im- 2** (62) pone, o gli permette il suo signore? Può egli dirsi lo
stesso della Pittura, e della Scultura? Le quali non per la notomia certamente^
ne per la fisica furono fatte, ma nacquero a lor medesime e dei proprj oggetti
si nutrirono, e crebbero; e non per l'uso, ne per la raccomandazione delle
altre scienze, ma per la nati- va, e propria bellezza loro per tutto si
introdussero. Che se talvolta, di- menticate quasi della lor dignità, si
piegano a formar tavole per gli ana- tomici, e fabbricar istrumenti per li
fisici, SI il fanno, non come serve che obbediscano a i lor signori, ma come
nobili, e graziose donne, che favoreggiano i loro amici, e fanno lor cortesia.
Io potrei anche se vo- lessi, e avessi tempo, chiarissima- mente dimostrarvi,
niuna umana di- sciplina essere cosi disgiunta dalla materia, che non possa
trarre gran- dissima utilità dalla pittura e dal disegno. Ma che giova fermarci
in questa utilità? Imperocché clii sari mai COSI sciocco il qual pretenda y che
volendo un Oratore commendare le belle arti per questo appunto, ch^ alla
bellezza e non all' utilità sono rivolte; debba poi largamente esten- dersi
intorno all'utilità loro ; e am- plificare un luogo 5 che nulla appar-* tiene
al proponimento suo? Quale Oratore fu mai così poco accorto, e cosi poco
intendente dell'arte sua, che ciò facesse? Ma venghiamo a quello, che è punto
principalissimo, e intorno a che volgesi tutta la causa. Avea il lodatore delle
belle Arti dimostrato^ esser queste da anteporsi a tutte le altre discipline;
perciocché esse con- siderano gli oggetti loro come belli; laddove le altre gli
considerano come utili, ed è cosa certamente più no- bile e più gentile cercar
le cose, e studiarle, ed amarle, in quanto fon belle, che non in quanto soa
utili; perciocché, chi ama le cose (6n belle, in quanto son belle, fa ono- re
al merito loro; nel che adopera grandezza d'animo: chi ama le co- se, in quanto
sono utili, non altro cerca, che prov\ edere a se stesso; il che fanno
gl'interessati. E certo questo argomento quanto più si con- sidererà, tanto più
si troverà essere di grandissima forza. Ora che op- pone egli a tale argoinento
l'oscuro e sconosciuto Avversano? Prima volge in dubbio, se le cose belle seno
da pregiarsi, più che le utili, concios- siacosaché queste si amino per gra-
titudine, e quelle, come egli dice, per cortesia ; ed estima essere la gra-
titudine molto più necessaria della cortesia; essendo degno di maggior biasimo
un ingrato, che uno scor- tese. E sia pur cos'i. Per c|uesto ap- puiito è men
nobile la gratitudine della cortesia, perchè, essendo più necessaria, si
richiede anche agli uo- mini volgari e di mezzana virtù : laddove la cortesia,
come quella; che (65) è men necessaria, è sola dei più per- fetti; e ben si
direbbe, che chi è cortese, molto più sarà grato; ma non COSI si direbbe , chi
è grato , sarà ancor cortese. Che se volessimo andar dietro alla ragione delT
Av- versario, e stimar le cose più, o meno, secondo che più, o meno sono ne-
cessarie, ci indurremmo per poco a stimar più il calzolajo , che l'oratore. Ma
chi è, che misuri la stima delle cose dalla necessità, che ne ha egli, € non
più tosto dal merito, che han- no esse ; e non reputi assai più gen- tile
colui, che ama un'oggetto, per- chè e bello, che colui il qual lo ama, perchè
gli è utile? Ma, aggiunge l'Avversario, tutte le cose , eziandio le utili, sono
belle; e come noi sa- rebbono, provenendo tutte da un principio bellissimo; che
è Dio, da cui trar non possono, se non beltà? Dunque tu tte le arti , e tutte
le scienze versano intorno a cose belle né più né meno, come la Pittura, e
laScul- 2*** ( 66 ) tura, l' Arcliilclliira; ne v'iia altra difTercnza se non
che queste arti cer- cano cose, che sieno soltaulo belle; le altre facollà
cercano cose, che, essendo belle, sieno ancora utili. Bella ragione in veritJi
! E perchè non po- trebbe similmente dirsi , tutte le cose, eziandio le belle,
essere utili? per- ciocché qual ne fece mai la natura, che fosse inutile ? e
cos'i tutte le arti rivolgersi necessariamente a cose uti- li; e la Pittura, la
Scultura, T Ar- chitettura rivolgersi singolarmente a quelle, che, essendo
utili, sono an- cor belle; e in questo avanzare tutte le altre scienze? Ma ben
v'accorgete, o Romani, tutù questi argomenti esser fuori di proposito, e molto
lontani da quello, che è in questione ; volendosi qui sapere , non già se la
Pittura , la Scultura, r Architettura cerchino, e studino cose belle, che
questo è ve- ramente comune a tutte le discipli- ne, ma se le cerchino, e
studino, in ( 67 ) quanto son belle ; il che facendo esse, e non le altre
discipline, pare perciò, che debbano esse anteporsi a tutte le altre. Questo è
quello, di che si contende. Intorno a questo si rivolge la question tutta. A
questo solo vogliono gli argomenti tutti es-^ ser diretti. Di fatti quantunque
vo- lesse l'Avversario rimover gli animi da questo luogo, e, vagando qua e là
con r orazione , cercasse tutti i modi di allontanarsene 5 pure la cosa stessa
finalmente ve lo trasse. E spin- tovi quasi a viva forza, ben sapete ^ a quale
strana ragione ei s' appigliò, volendo persuadervi, che, come la. pittura, COSI
ancora le altre disci- pline tutte, studiano le cose belle, e andava perciò
chiedendo animo- samente, e domandando ; Come sap- piamo noi, e chi ne ha
detto, che le altre discipline studino le cose, non come belle, ma come utili?
Chine r ha detto ! Le discipline medesime, che nelle loro diffinizioni, e quasi
(68) negli stessi nomi loro di niunn cosa fanno maggior mostra, die di quella
lUilitJi , a cui tendono. Quale è di loro, che al primo suo uscire, e di-
moslrarsi, non proponga losto agli uomini qualche vantaggio, e non se ne glorii
, e se ne vanti? E si ride- rebbe, se alcuna facesse il contra- rio : se la
medicina per esempio di- cesse essere suo oggetto il corpo uma- no, come bello,
e non più tosto co- me infermo e guasto, e da ridursi a sanità. E già la
notomia vuole es- sere fatta per la medicina. La fisica si pregerebbe assai
meno, se non ser- visse ai comodi e dell' una e dell' altra. La geografia , e Y
astronomia si raccomandano agli uomini per la navigazione. Che diremo della
giu- risprudenza, i cui volumi, chi .sa- rebbe , che mai volesse leggere , se
non promettessero la tranquillità dei governi? La poesia slessa, che par fra
tutte la più oziosa e la più molle, quanto s'ingegna e quanto . e % ) s' adopra
di essere utile , o dì pa* rere ! Eccovi che 1' Epopeja con r esempio di un
qualche Eroe pren- de a instituire il cittadino, e formar- lo al ben comune ,
proponendogli una virtù , per quanto può, perfet- tissima, e quasi sovrumana.
La tra- gedia vuole dispor gli uomini a com- patire il male in altrui , e
temerlo in lor medesimi , affinchè depongano la fierezza, e le altre passioni ,
che turbano la pubblica tranquillità, E che altro vogliono le commedie, i
sermoni, le satire, se non correg- gere la vita civile, e farla migliore e più
comoda ? E queste sono le parti precipue della poesia , rispetto alle quali la
ditirambica, e la lirica poco si pregiano , e tengonsi quasi per nulla. E potè
egli quell' animoso Av- versario confidarsi tanto uell' elo- quenza , che
sperasse di persuadervi essere queste discipline tutte dirette ad altro , che
all' utilità ? Le quali discipline se lalor si disviano, e per- ( 70 ) Joiisi
dietro a cose meno utili ; cfuan- 10 ne sono perciò riprese , e biasi- male, e
rimproverale dagli uomini ! 11 che mai non avviene alla pit- tura. Né questo
certamente t'arebbo- no gli uomini , se non conoscessero, quelle esser nate
all' utilità, questa al piacere. E da questo errore in quanti al- tri trascorse
il malaccorto Avversa- rio ! Che ben si vede esser difficile agli nomini errare
una volta sola. Avendo egli spacciato, che le altre discipline studiano e
cercano la bel- lezza dei loro oggetti , e in questa principalmente si
occupano, diche non può dirsi più falsa cosa; vedete a che lasciò poi
trasportarsi. Lasciò trasportarsi a dire, che studiandosi in tutte le altre
discipline la bellezza delle cose; la pittura, la scultura, e r architettura,
son quelle sole, in cui la bellezza punto non si studia : che la pittura , e la
scultura non imitano i corpi ; che non sono in nessun modo arti imitatrici : (
ma quali altre saranno, se noi sono esse?) che non rappresentano le affezioni
deir animo, e le virtù : che 1' archi- tettura niente imita: che i pittori ^ e
li scultori , volendo esprimer ta- lora le forme incorporee, non altro fanno,
che guastarle, e corromperle ; e quindi sdegnossi con Platone , e con Paride^
ed altre tali sciocchezze propose, che io a dirvi il vero mi vergognai di
ascoltare , non verg^ò- gnandosi egli di dirle. Le quali non vi dispiaccia , o
Romani , che io ven- ga brevemente confutando ad una ad una , non perchè ne
faccia bi- sogno^ ma perchè intenda una volta questo superbo Avversario , che
noi non ne fummo in veruu modo per- suasi. E primamente qual cosa più scioc- ca
poteva dirsi di questa, che le al- tre discipline cercano, e studiano la
bellezza delle cose ; la pittura e la scultura non già? Ma vedete su qual
filosofia fouJò egli un tal' errore. Di- vise la bellezza ifi due parti, in
bel- leza vera, e in bellezza falsa. E quin- di volle, che le altre discipline
cer- chino la bellezza vera delle cose: la pittura, e la scultura cercliin la
fal- sa. Poteva egli immaginarsi divisione più mostruosa? che tanto è dividere
la bellezza in bellezza vera, e in bel- lezza falsa , quanto è dividerla in
bellezza , che è bellezza , e in bel- lezza, che non è bellezza j non po- tendo
esser bellezza , essendo falsa; e nelle favole , quantunque le cose sien false,
la bellezza però, che mo- strano, è la bellezza vera. Ma che direte voi , se
quella bellezza , che egli chiamò vera, non è punto bel- lezza; e quella, che
egli chiamò fal- sa, è anzi la vera bellezza, e F unica ? Il che intenderete
facilissimamente, per poca attenzione, che vi pon- ghiate. Fece egli consistere
la bel- lezza vera in quelle perfezioni , di cui si costituisce^ e forma la
cosa, ( 73 ) e senza cui non potrebbe la cosa esser quello, che è. Qaal
metafisico è stato mai così sonnacchioso, e trascurato nel difinir le cose^ e
tanto ignorante, non dirò delle sottigliezze , ma fin dei termini della
profession sua, il qual considerando le perfezioni, per cui la cosa si
constituisce, ed è quello, che è, le abbia chiamate bellezza, e non piuttosto
bontà, e verità della cosa? La qual bontà, e la qual ve- rità consìste appunto
in quelle per- fezioni, che son nella cosa 5 ed es- sendovi , la fanno essere.
La bellezza non si contenta di questo, ne le ba- sta, che la cosa sia, ma vuole
an- cora, che piacer possa a chi la ri- guardi, ed essendo perfetta in se
stessa, in che consiste la verità^ e la bontà di lei, sia per cosi dire
perfetta anche agli altri, infondendo negli animi de' riguardanti un certo
soave piacere, che gli renda conten- ti, e beati. Onde può dirsi giustis-
.simamente, la bellezza delle cose 3 (74) ìion lìltro essere, che una cerla di-
sposizione, che hanno, a piacere; •la qual disposizione essendo fondata nella
perfezione^ e bonlJi loro, può anche dirsi, che la bellezza non altro sia, se
non la bontà in quanto piace. E questa è sempre stata chiamala da tutti
bellezza, quella dolce rapi- trice de' cuori, e dispensatrice cor- tese dei
diletti , e dei piaceri. Ne sen- za questo piacere si può intender bellezza; né
Dio stesso direbbesi bel- lo, o sarebbe, se non piacesse a se axiedesimo. E
quindi vedete quanto errò lungi dal vero l'Avversario, che questa disposizione
a piacere chia- mò bellezza falsa. Come falsa ? E fal- sa forse quella bontà ,
che ò nelle cose, e per cui piacciono? E' falso forse quel diletto, che ella
produce dolcemente negli animi? O dobbia- mo noi dir falsa ogni cosa ? Perchè
io non veggo qual falsila vi trovi egli, quest'iionìo acuto, e sottile, in tal
bellezza. E doveva egli per que- sia sua COSI mal supposta, e non in- tesa
falsità, sdegnarsi tanto con Pa- ride, e sgridarlo, e vituperarlo così
altamente, condannando un giudicio, che è slato poi approvato, non so- lamente
da lutti gli uomini, ma an- che da tutti gli Dii? Perciocché chi ha mai piti
dubitato , anzi chi non ha sempre tenuto per certissimo, e per verissimo, che
tra le Dee sia pur Venere la più bella , avendo Paride cosi giudicato? Dal cui
giudicio qua! Dea sappiamo noi che appellasse? Ne è da dire, che la bellezza
poco apprezzassero, avendo avuta tra loro, per questa sola, tanta e tal
contesa, per cui non aveano dubitato di sot- toporsi al giudicio di un'uomo; il
quale, sebben'era un pastore, era però disceso dal sangue degli Dii , nipote di
Laoraedonte, figlio del più. gran Re dell'Asia, e parente del cop- piere di
Giove. Tanto meno doveva un Oratorello da nulla dileggiarlo, € dirne male in
Camp doglio. Ma (76) tornando al proposito nostro, clii può negare, clic se la
vera bellezza è pur riposta, come senza dubbio e, in quella disposizione, che lian
le cose a piacere, chi pilo dico, negare, elio la Pittura, e la Scultura sieno
della vera bellezza studiosissime indaga- trici? Non cercano forse esse anzio-
samcnte tutte le forme, clic son più disposte a piacere? Non queste con-
templano del continuo? Non queste studiansl di imitare, di rappresen- tare, di
esprimere? E che altro fan- no, se questo non fanno? Or venga l'Avversario, e
ne per- suada se può, non essere la Pittura della vera bellezza imitatrice;
anzi non esser pur arte imitatrice in verun modo. Piue ascoltiamone le ragioni^
In primo luogo sono molti filosofanti, i quali credono non essere ne' corpi
alcun colore; qualcosa dunque, dice egli, ci rappresenta dei corpi la Pit-
tura; la qual non altro, che colori ^i mostra nelle sue tavole ? Coiae se ( 77
) gli Stessi filosofanti , non assegnan- do alcun colore ai corpi ; ne
assegnas- sero poscia alcuno alle tavole j le quali per questo appunto si
fanno, e dicon simili ai corpi, perche sic- come i corpi non hanno niun colore
, e pur mostran di averne, e con que- sto si dispongono a piacere, e ne
piacciono; cosi le tavole si formano dai dipintori per tal modo, che non avendo
niun colore, mostrano tutta- via di averne come i corpi • e come i corpi ne
piacciono. E questo nou è imitare i corpi, e la bellezza lo- ro? Ma ecco
un'altra bella ragione deir avversario. Se la Pittura fosse nn arte di imitare
le cose affin di recar diletto, (che cos'i suol dirsi nella diffinizion sua) ne
seguirebbe, che non dovesse il pittore dipingere se non quelle cose, le quali
essendo perfettissimamente imitate, cioè pa- rendo affatto vere, ne recasser
dilet- to 5 e così non dovrebbe mai dipìn- gere né la morte di Adone ^ nò il (
7« ) pianto d'Ecuba, ne altra tale tri. slczza. Il che par fanno tutto di i
dipintori; onde ne viene, che la Pit- tura non sia arie di imitare, come
dicono. La qual ragione dalla Pittura può anche alla Scultura in qualche modo
trasferirsi 5 ma niente vale uè in quella, ne in questa; percioccliè sono e
l'una e l'altra arti di imi- tare, non già affine che le cose imi- tate recliin
diletto, ma affine che rechi diletto T imitazione, la qual piace ezia!id:0
nelle cose, che non piacciono. E quindi è, che moltis- sime volte si commendan
le tavole, € le statue grandemcule per una certa facilità, e franchezza, con
cui mo- strano «i piuttosto se-» condo 1' usanza, e comoda alla per^ sona , per
cui la fa. Per lo contra- lio 1' architetto , che altro fa, se non rivolgere in
se stesso la variata im^ (SO mensa delle infinite proporzioni , e scorrendo con
1' animo per tutte le forme della vaghezzsi, e della beltà, conformar poscia
con tutto lo stu- dio il suo lavoro a quella, che egli giudica esser di tutte
la più per- fetta? E ciò facendo, non è egli dun- que imitatore? E imitatore
tanto più nobile, ed eccellente, quanto che egli non alcuna opera della natura
ci rap- presenta; ma s\ alcuna di quelle bel- lissime idee , che tutte le opere
della natura precedettero , e l'avanzano di gran lunga in perfezione ed in
beltà? Né per altra ragione^ ne in altro modo imitatrici pur sono la Pittura, e
la Scultura, se noi crediamo al di- vìq Raffaello , il qual lasciò scritto in
sua elegantissima lettera, che il dipintore per dipingere una bella donna,
avrebbe bisogno di veder mol- le belle ; e perchè le belle son rare, bisogna
che segua una certa perfet- tissima idea, la qual si vede solo con r animo :
sentenza nobile e magni- si (82) fica , che io dirci degna di Aristo- tele, e
di Plalone, se non credessi, che fosse anche più illuslre, essendo di
Raflacllo. E quindi è, che il pit- tore, e lo scultore, imitando le opere della
nalura , talvolta anche le su- perano; perciocché non le imitano per imitarle,
ma si servon di loro per imitar quelle idee , che son di loro più perfette ; le
quali avendo imitate la natura altresì, allorachè formò l'universo, ben si
dice, es- sere la Pittura, e la Scultura più to- sto emule di essa, che
imitatrici, e gareggiar più tosto con lei, e con- tendere, che imitarla. E se
le eccellentissime , e mara- vigliose arti della Pittura, della Scul- tura , e
della Architettura seguono pure, e studiana, e rappresentano, non le cose, che
con gU occhi veg- liamo , ma le idee , che veggiamo con r animo, e che sono
assai più perfette di quelle; chi negherà poter esse rappresentare ancora, non
che (83) le passioni, e le virtù umane, ma le torme istesse eterne, ed immuta-
bili? Perciocché che vale il dire, que- ste cose non esser corpi 3 e la Pittura
e la Scultura non altro poter rappre- sentarci , se non corpi ? Il che se fosse
vero , non potrebbono queste arti seguir mai , né rappresentare , né imitare
alcuna idea , imperocché quale idea é , che sia corpo ? Oh , dirà alcuno, come
potrebbe un corpo assomigliarsi a ciò, che non è corpo, e figurarne in sé , ed
esprimerne le qualità? Io non voglio, o Romani, abusarmi della pazienza vostra,
ne entrar qui ora nelle sottilissime con- templazioni dei metafisici , né credo
che faccia d'uopo. Solo domando io, se questi bellissimi , e vaghissimi corpi,
che adornano il mondo, e di cui la natura volle riempiere 1' ini- mensità degli
spazj , sieno simili ad alcune di quelle idee, che standosi per tutta V
Eternità nella mente del sapientissimo Artefice, aspettavano, ( 84 ) e per
cos*i dire cliiedcano, di essere una volta rappresenlatc fuori di essa ed
espresse. E sepurson simili, come son certamente, a quelle idee, io do- mando
poi, se tali idee, a $ui que- sti corpi son simili , sieno corpi esse. Era ella
un Sole quella idea, a cui fu fatto simile il Sole? E quelle idee, a cui si
rassomigliaron le stelle, eraa forse stelle? E gli alberi, e gli uomi- ni , e
gli animali , essendo pur si- mili alle loro idee, diremo noi, che quelle idee
fossero uomini , ed al- beri , ed animali , e non più tosto forme astratte, ed
incorporee, a cui però furono fatti i corpi simili? Ne esse di questa similitudine
si vergo- gnarono, la quale nobilita i corpi, ne sminuisce punto la lor
bellezza, e dignità. E per qual similitudine, e con quale accoppiamento, o per
qual modo potrebbe sminuirsi in esse la lor perfez'one , se è ciascuna di loro
la sua perfezione medesima? Che ben può mancar la beltà a queste (85) cose ,
che 1' hanno avuta in dono j ma non già a quella, che è la beltà stessa, ed
ebbe da se medesima F es- ser bellissima. O sovrane, o maraviglìose, o inef-
fabili idee , cui per intendere per- fettamente bisognerebbe essere una di voi.
L fu ben vostro dono , al- lorché Socrate di voi s' accorse , e mostrovvi a
Platone, ed a gli altri avventurosi suoi discepoli. Chi di noi può spiegare,
anzi pur pensare, quanta sia 1' autorità , e fin dovef giunga il poter vostro ?
Che essendo voi immateriali ed incorporee, pur diffondendovi , e per certo m
aravi- glioso modo partecipandovi, produ- cete le materiali cose e corporee ^
ed insegnate lor la maniera di rappre- presentarvi , e somigliarvi. Chi sa,
dovean dire quei fortunati Platonici, che non possa anche una volta al- cuna di
voi vestirsi di qualche for- ina corporea così vaga , e tanto a lei slmile, che
debban , vcggcndola, arderne lutti gli uomini ed iiifiam- marsene? E ciò
dicendo, come po- teaa tenersi dal desiderar quello, che tanto ardentemente
desiderato aveva il lor maestro, cioè che la virtù si mostrasse a gli uomini
per tal modo? E come desiderarlo, e non lusingar- sene? Oh felice e beato quel
corpo, avranno tra lor detto , a cui vorrà congiungersi la virtù slessa , e per
cui mezzo si degnerà manifestarsi a i mortali ! Felici, e beati quelli, che lo
vedranno ! Oh ! perchè non ab- biamo noi qualche arte di far di- scender dal
cielo questa immortai forma, e, dirò pur, questa Dea, e vestendola di sembianze
corporee a lei convenienti ed a lei simili , in- trodurla nelle adunanze degli
uomi- ni, e farla vedere al mondo tutto? Ma se niuna arte, nìuna disciplina
giunge a tanto; è non però, che la Pittura, e la Scultura non si inge y .(87) ,
gnino, e non si sforzino; e dipingendo questa sovrana virtù in mille guise, e ,
come pur sanno , adornandola , Don la chiamino, o non la invitino, proponendole
le più leggiadre e sem- bianze 5 che fìnger possano, e le più vaghe. O Pittura,
o Scultura, nobilissime x\rti, e divine, qual facoltà , quale scienza , qual
disciplina potrà mai stare con voi al paragone ? Voi ne scoprirete la vera
bellezza, che non è mai tanto vagheggiata dagli uomi- ni, quanto allorché è da
voi fiuta, ed imitata* Voi, non che i corpi bel- lissimi imitandogli, ma i
nobilissimi spiriti ancora , e le lor qualità ne dimostrate. Ed oltre a ciò
nemiche d' ogni interesse , e contente di voi medesime, scorgete gli animi al
pia- cere , che è il premio della virtù. De' quali pregi, grandissimi invero, e
nobilissimi, quantunque molti se uè assuma F Architettura, pure a voi laon li
toglie, ne ve n'ha invidia; iria congiuiigendosi amichevolmente con voi, vuole
avergli con voi com- muni. Ben a ragione sopra tutte le discipline vi celebrò
quel chiarissimo nostro Oratore ; ne in altro dovca quella tanta eloquenza
esercitarsi. Ed io ben credo, che per questo appunto qualche benigno nume qua
il con- ducesse 5 e for«e fu alcuna delle ce- lesti, e divine forme, che lo
inspirò. E se io ho avuto 1' ardir di difen- derlo dalle sciocche riprensioni
d' un Avversario tanto più debole, quanto più prosuntuoso, non V ho già fatto
io, o Romani, per difender lui; che quei cosi chiari, e cos'i illustri ar-
gomenti abbastanza si difendevano per lor medesimi; ma sol per la- sciare una illustre
testimonianza del- la 5lima grandissima, in che io ho sempre avuto le belle
arti; e per so- stenere il comune giudicio vostro : parendomi cosa strana, e
contraria al costume , ed all' onor dei Romani > che non avendo taciuto
queir uno, che COSI chiara, e splendida Orazio- ne disapprovò, si tacessero poi
5 utti gli altri, che grandissimamente Y ap- provarono. »m. iDitiiEia^^^iiDiri
SOPRA UN PR0BLEM.4. PROPOSTO dall' ACCADEMIA De' VAR J* E it 10 dico , Compagni
valoris- simi, Ascoltatori, quanti qui né sie- te, e Ascoltatiici ornatissime,
dico, quanto a me , che assai giova al poeta r aver sentita a qualche tempo
quella passione , che nel suo com- ponimento ei vuole esprimere j nien- te
giova, anzi grandemente nuoce, il sentirla. Io entro subito senza al- tro
esordio nella questione proposta, come sogliono far quelli, che molto confidano
nella verità di ciò ^ che ( PO . _ ; dicono, e conoscendo^ gli animi (VI loro
ascoltatori essere oUiinanirnle disposti, non credono di aver biso- gno degli
artifìci!. I quali se da al* cun luogo debbono starsi lontani , debbono
certamente da questo, ove ragionando voi, a guisa che i Greci facevano, di
qualsivoglia questione subitamente, e per cos'i dir, su due piedi, COSI bene, e
con tanta gra- zia imitale la natura; cli-e dovreb- bono oramai gli dotti
piuttosto che la natura, imitar voi. E certo io non crederò di scriver bene, se
non quan- to scrivendo, potrò in qualche parte assomigliarmi a voi, che avete
fin qui improvvisamente e senza studio parlalo , ne io mi pentirò se scri-
vendo mi sarò forse incontrato nei sentimenti, e nelle ragioni dette da alcun
di voi ; dispiacendomi solo di non saper dirle con la medesima grazia. Ma
venendo al proposto dub- bio, acciocché non paja , eh' io fac- cia esordio ,
non facendolo , comia- (93) ciò da quella parte ^ nella quale ho detto , che
niente giova al poeta , anzi molto nuoce, aver nell' animo quella passione, che
egli studia d'in- trodurre ne' versi. E so veramente che molti mi ri-
prenderanno, et altri si maraviglie- ranno , eh' io dica c|uesto , essendo
stata sempre opinion comune , ve- nuta quasi in proverbio, che il poeta a
scriver versi d' amore abbia biso- gno d' esser innamorato , ne possa fingere
quella passione, se egli non. r ha; quando al contrario dovrebbe dirsi, che, se
egli l'ha, non può fingerla. Ma io dimando a cotesti Si- gnori , che portano
una tale opi- nione ; se il poeta vorrà esprimere nel suo componimento la paura
di alcuno, dovrà egli perciò essere pau- roso, e sentir la paura in se mede-
simo? Dovrà essere altiero per espri- mere r alterigia ? Avaro per espri- mere
l'avarizia? vSdegnoso per espri- mere lo sdegno ? Da quanti affetti (94) dovrà
egli essere comballulo, e la- cerato , e strazialo nelT animo , se dovrà
sentire quelle passioni, che il componi inento vuole e richiede? E so bene ,
clie sono alcuni com- ponimenti , i quali si contentan di poco. A un sonetto,
per farsi bello, e piegar 1' animo d' una fanciulla, ba- sta una lagrima, un
sospiro. Quasi non d' altro formò il Petrarca quel nobilissimo suo canzoniere.
E se noi leveremo al Bembo pochi lamenti, e al Casa un certo sdegno, che egli
sparse per tutto, cos'i che pajoa^ tal- volta le rime istesse e fin gli accenti
sdegnarsi, poco o nulla di quei loro sonetti , o di quelle loro canzoni ci
resterà. Ma il poeta è egli ristretto ai sonetti soli, e alle sole canzoni?
Contiensi la poesia in si angusti ler- Hìini ? O non va ella piutosto va- gando
per le epopeje, per le trage- die, per le commedie, ove traendo seco 1'
infinita moltitudine delle pas- sioni tutte, quasi signora e impera- ( 95 )
Irice degli animi, trionfa, e regna? Or qual poeta soddisfar potrebbe al poema
epico, o al tragico, ch'egli compone, se egli sentir dovesse nell' animo tatti
gli affetti , che studia esprimere o in se stesso , o in altrui? Qual tragedia
è, in cui non abbiano ima grandissima parte l'emulazione; l'odio, r invidia ,
il dolore, la di- sperazione , e quelle , che vogliono quasi sempre essere in
scena, la com- passione, e il terrore? 11 poema eroi- co non altro intende, che
mostrare un chiaro esempio d'una eccellente, maravigliosa , e sovrumana virtù;
la qual però non apparirebbe mai tale, se non fosse perseguitata da tutti i
vizi. Per quanti terrori passò Enea^ venendo in Italia? E fra tanti sco- glj
avvolgendosi, e tanti mari var- cando, quante ire, quante lusinghe, e quanti
inganni solcò ? Come fu giunto nell'Africa, amore così il pre- se, e in tanto
pericolo lo addusse, che per poco antepose la bellezza di C9G) un vago volto
alla maestà dell' Im- perio romano. Non è egli lutto quel divino poema tessuto
d' ire , e di sdegni, facendosi bello et adornan- dosi delle pili illustri
passioni, che sconvolgessero a que' tempi V Asia tutta, e l' Europa? Che diremo
della commedia? La quale non sapeva una volta, senon ridere , o motteggiando
schernire i vizi meno nobili , e cor- reggere per tal modo le persone mez-
zane; nò altro aveva imparalo dai Greci; e i Romani se ne contenta- rono. Ora
però alcuni di voi , che qui sedete, le harjno pure insegnalo di piangere, e
lamentarsi , et accen- dendosi delle più vive passioni et agitandosi come le
tragedie fanno, mettere sotto sopra i teatri. 11 che non so , come ella , che
di natura sua è stata sempre sollazevole e lieta, possa far volentieri ; e noi
farebbe certamente, se non fosse com' è dei più di voi e da alcune di queste
donne tanto divinamente lappresea- (97) , tata, che di vero non è alcuno er-
ror COSI tanto grande, che il valore di simili attori , e la leggiadria di COSI
nobili attrici non possa render piacevole e soave. Ma comechè ciò sia, non
vedete voi, come le poesie più risplendenti, e pili nobili , quali sono la
trage- dia, la commedia, e 1' epopeje, fa* facilmente si accendono d' ogni pas-
sione , e tutte seco le traggono , ne credono di potere essere belle ab-
bastanza senza di loro ? Che se il poeta a bene esprimerle dovesse tutte
sentirle in se e provarle, quanto in- felice sarebbe egli ? Quanto scompo- sto
esser dovrebbe? Quanto agitato? Egli invidioso , egli superbo , egli avaro,
egli impaurito, egli inamo- rato, geloso, confidente, disperato. Che arte
sarebbe mai questa cui per eccellentemente esercitare biso- gnasse essere il
più misero di tutti gli uomini ? E se le altre passioni si possono assai bene
esprimere 3** senza averle , percliè non anche r amore ? INIa sia pur cos'i ,
diik alcuno. Nò ad esprimere 1' amore o qual si vo- glia altra passione, sia
neccessario il sentirla veramente. Pure chi ncgl:i^e- lìx , che non giovi ? Non
è poco , che io abbia liberato i poeti dalla ne- cessità di esser miseri. Ria
io dico di più che ad espri- mere in versi acconciamente, e con leggiadria, e
grazia, gli affetti tutti deir animo, non solamente non g ova il sentirgli, ma
grandemente nuoce. E non ha dubbio, che dovendo il poeta imitar qualche affetto
, non sia necessario, che egli miri attentamente in coloro, che dal medesimo
affetto son posseduti , o ne consideri i sen- timenti, le parole, i cangiamenti
del volto, e fino i gesti, e i movi- menti, che sono per cosi dire le es-
teriori sembianze delle interne pas- sioni ; ma non per questo però vuoisi
credere che egli debba esprimere tutto ( 99 ) quello che vede, e quasi servo
della imitazione, et a nuli' altro pensando che ad imitare, rappresentar debba
le cose cos\ appunto, come gli si offrono nella natura^ perchè son pur poche
quelle passioni, le quali rap- presentandosi COSI, come naturalmen- te sono,
abbiano grazia, e leggiadria. Egli pare, che fra tutte le malattie dell'animo
amore sia la più gentile^ e pur quanti ne veggiamo nelle co- muni
conversazioni, che amano tanto scomodamente e sospirano, e mujo- no con cos\
poca grazia, che farebbon meglio le donne a lasciargli morire ! Quanti
rimproveri ordinarii e vili! Quanti lamenti puerili, e sciocchi ! Quante
scortesie, quanti disprezzi, quanti sdegni, bassi e plebei? I moti, e le facezie
come sono il più delle volte di viltà piene, e di buffoneria ! or qual poeta
vorrebbe parere uno di questi sconci inamorati? chi sof- frirebbe di leggere i
rimproveri di Bidone e le discolpe di Enea, se ( lOO ) tali fossero, quali li
sentiamo lutto il di farsi dai nostri giovani alle lor donne, e dalle donne ai
loro Signori? Perchè la poesia, come voi ben sa- pete, è per se stessa
fastidiosa, ne si contenta della natura, ma vuol corregerla et emendarla ,
levandone via ciò che v'ha di brutto, di lai- do, di disaggradevole, e quelle
partì solamente scegliendo, che sono le più avvenenti, e le più vaghe, co- me
industrioso agricoltore, che non lascia crescer la p'anta, come la na- tura
farebbe, ma comprimendo l'or- goglio dei rami lussureggianti, la torce e piega
a senno suo, renden- dola COSI più bella e più gentile. E se il poela volendo
leggiadramente esprimere alcuna passione usar dee tanta avvedutezza e tra i
sentimenti che di essa son proprii , sceglier sol tanto quelli, che hanno iii
se nobiltà, bellezza, e decoro, (de' quali pur pochi si odono nei veri
appassionati; colpa, cred' io, deireducazione e della ( i^O ignoranza) chi non
vede richiedersi a ciò sedalo animo e tranquillo, e non sconvolto dalla
passione e con- turbato? E che dico io dei sentimen- ti ? Le parole stesse
quanta cura, e quanto studio ricercano? volendosi sempre nella poesia le più
adorne , le più risplendenti le più nobili. Ne solo vuole il poeta sceglierle
tali, ma vuol collocarle artificiosamente, e però ne considera gli accenti , il
numero, le cadenze, ne pargli di dimostrare assai bene la passion sua, se non
la dimostra in rima, e con misura; al che quanto sia contra- ria l'inquietudine
vera dell'animo, ogniuno sei può vedere, perciocché la passione vera non vuole
studiar tanto. Per la qual cosa io ho pensato più volte meco medesimo, onde sia
avvenuto, che la poesia chiamisi co- munemente imitatrice, e definiscasi arte
d'imitare; perchè qual cosa è più contraria alla vera e perfetta ( ^^^ ) ^
imitazione, che una cos'i studiala collocazion di parole? Eccovi cfic la
drammatica non solo studia le pa- role e le mette in rima; vuol anche esser
cantata, e ricusa di venir sul teatro, se non ve la guidano i mu- sicali
instrumenti, i quali ella non soffrirebbe, se delle vere passioni es- ser volesse
perfetta imitatrice. Io non entrerò qui ora in una questione assai sottile, la
quale, a mio giudizio^ sarebbe degna di un intiera acca- demia. Sono ben
d'opinione, che questa o arte, o scienza^ o facoltà, comunque voglian dirla, di
far versi, non sia già, come si va dicendo, un arte di imitare, ma piuttosto un
arte di dilettare gli uomini con varj mezzi, anche imitando. E quindi è, che
non del tutto all' imitazione del vero abbandonar si dee, ma soltanto, quanto
l'uso degli altri mezzi, che di lei son proprii e necessarii, gliel consente.
Ai quali mezzi pensar dee attentamente il poeta, scegliendo sem- e 'o3) pre i
più atti, et usandogli oppor- tunamente, e con bel modoj il che far non
potrebbe, se avesse T animo da qualche fiera passione, da gelo- sia, da ira, da
invidia grandemente commosso e turbalo. Perchè però alle poesie belle et ornate
richiedesi anche l'imitazione, per ciò ho detto fin da principio, che
quantunque non giovi al poe- ta, anzi nuoccia, il sentire in se slesso quelle
passioni, che vuole es- primere, tuttavia molto gli gioverà l'averle sentite
una volta. Perchè se l'uomo non avesse mai sentito pas- sione alcuna, ne mai
provato le in-* • quietudini di esse , gì' impeti, i tra- sporti , mal potrebbe
T intelletto, in- segnargli quei sentimenti, che sono propri di ciascuna di
loro; imperoc- ché la ragione, come ne avvisa Ari- stotile, giudica e pensa
delle cose in una maniera, e le passioni in un altra. Io credo dunque, che
giovi al poeta r averle una volta provate per ( .o4 ) conoscerle e poter meglio
ragionar- ne a guisa di un coinbalteiite , il quale finita la battaglia, e
uscito del pericolo dell'armi ne ragionerà as- ' sai meglio, che un altro, il
quale non mai vi si sia ritrovalo^ ne egli però ne avrebbe ragionato cosi bene
nel tempo del combattimento me- desimo. Soleva dire, secondo che io ho letto in
un libro francese, sole- va dire il famoso Maresciallo di Tu- rena una assai
leggiadra, e molto vera sentenza ; e ciò è che come un uo- mo di grande ingegno
abbia amala una donna per lo spazio di un in- tero mese, è ormai tempo che si
riposi. Chiamava gli uomini quel va- lorosissimo capitano, e gì' invitava, a un
riposo , che è sommamente necessario ai poeti, i quali volendo imitar le
passioni , e fìngerle grazio- samente , bisogna , che le considerino con somma
attenzione, e con agio, ciò, che far non possono, se non con animo riposato*
Dico degli uo- ( io5 ) n)Ini, che aspirano alla immortalità, et alla gloria.
Direi lo stesso ancora delle donne, se facessero \ersi, e poe- tassero^ ma io
temo, che anche sen- za far versi sappiano troppo bene quell' arte. Nel che se
la natura ò stata loro più. liberale, che agli uo- mini, e le ha fornite di
cosi chiaro e sottile ingegno, come reggiamo, che ha fatto, ben si vede, che
do- vrebbono esse piuttosto che gli uo- mini, applicar T animo ad ogni ma-
niera di imitazione, e fingendo di amar qualche uomo, giacche lo fan- no COSI
bene in prosa, studiar di fac anche in versi; nel che sarebbono per quel ch'io
credo, valorose oltre modo, et eccellenti. Perciochè il poeta in quanto è poeta
non ha le pas- sioni, che esprime, ma le imita; ne sa basiantemente imitarle,
se per es- primerle ha bisogno di averle. ^]ISnuno. Che sebbene il suono delle
parole si sentirebbe , quando però il senti- mento loro non si sentisse, non
po- trebbe quello recarne verun piacere. Tanto è vero, che l'armonia, che si fa
dentro alle nostre orrecchie dal- le voci , non ha per se medesima quasi niun
diletto, e dove ella noa accompagni una certa altra armo- eia, che si fa dentro
dell' animo dai sentimenti medesimi , riesca fasti- diosa anzi e nojosa , che
dilettosa e piacevole. E noi troveremo ben mol- ti, i quali hanno tradotto le
poesie greche in prosa Ialine, il che noa avrebbon mai fatto , se eglino noti
avessero giudicato , che la bellezza dell'invenzione, del costume, delle
sentenze dovesse poter recare assai piacere, eziandio che del suono del verso
priva fosse i ma ni uno ci è ( 1^5 ) ancora stato, il quale ci aLbia scrìtte le
medesime poesie greche coi ca- ratteri latini, perchè niuno ha mai creduto, che
il suono dei versi per se stesso senza più. dovesse porgere alcun diletto a chi
che sia. Alla qual <3ottrina io non voglio , che alcun contrasti , perciochè
ella è tanto ve- ra, quanto ciò, che verissimo. Ora io mi volgo a costoro, ai
quali non soffre V animo di leggere versi ca- tulianamente scritti per questo
che del suono loro non si contentano. E lor chieggo per lor fede, dove pen-
sino essi , o in qual cosa credano , che sia riposta la bellezza delle poe-
sie? Se nel suono solamente, io non ho più altro che dire, e si mi taccio. Ma
ponno ben essi lasciar da parte la poesia , e dove lor venga voglia di
solazzarsi, piuttosto andare a trar- scnela tra i musici, che tra i poeti j i
quali musici però se sostenuti non fossero nei loro Drammi, e dall' in-
venzione, e dai costume, e dadi af- (,.6) felli, e (lallc sentenze rncdesiiTic
non sarebbe chi gli ascollasse. Che se pur vogliono la bellezza della poesia
non nel suono esser riposta, ma piuttosto e principalmente nell' altre parti ,
mostra bene, che eglino non abbiano alcun sentimento di bellezza poetica, se
per questo che manchi il suono al Navagero, al Fracasloro, al Mu- relo, al
Cotta ^ non posson sofferire di leggerli. Oh dicon essi , il suono loro non ne
piace. Vi dispiaccia an- cora quanto mai può. Ma non po- trà perciò piacervi l'
invenzione ? Non potrà la disposizione delle parli ? Non potrà il costume? Non
la sentenza? Non gli affetti ? Non le parole me- desime in quanto esprimenti
sono, e latine? Io non so quello, che in questa parte dirmi debba. Ma egli sì
par bene , che molto miseri , e molto infelici dobbiate esser voi^se perchè
quel menomo diletto ^ che dal suono dei versi trarsi può ^ non potete trar da
loro , ne pur quel ( 117) gfan^ìssiriìo trarne volete, che dall' invenzione, e
dal costume, e dagli affetti, e dalle sentenze potres;e, e perchè il suoao
manchi a loro vo- lete che tutto il restante manchi a voi, Sebben saran di
quegli i quali si rideranno di questa mia ragione, e diranno essi ; chi sa poi,
se i sen- timenti di Catullo, e di coloro, che il seguono, son così vaghi e
leggia- dri , come costui ne dice ? cerio se eglino van del pari col suono ,
bi- sogna dire , che sieno molìo caltivi. Qual sia il suono de' ver.si scritti
alla guisa , che i Catulliani fanno , bi- sognerà eh' io ne ragioni dappoi.
Presentemente sa esso qual vi piace. Vi piace, che sia cattivo ? et io il vi
concedo. Vi piace che sia duro, che sia aspero , che sia dispettoso l sia
durissimo asprìssimo, dispettosis- simo. Che direm noi, se per questa stesso,
che esso tale è, diinostrerovvi dovere essere i se n ti me n li di Catullo
tiìuìo vaghi, e tanto leggiadri , che 4* titilla più , e per consequenlc
coloro, i qiianli hanno questo poeta felice- mente imitalo, o l'imitano
tuttavia, se alcun ven' ha , dovere ranto più esser chiari e luminosi nelle
senten- ze, quanto più pajon' essere nel suo- no incolti , et orridi ? Io
spiegherò la mia ragione, e rimeltcrommi al giudicio di voi altri Accademici ,
che se io noi vi dimostro apertamente, io son contento j che non pur noa
abbiate per niente Catullo , ne al- cun poeta catulliano leggiate , ma si gli
vituppcriatc tutti, e laceriate, se vi piace, e loro, e me. Ma se io vi farò
veder chiaro, e quasi toccar con mano , che quando anche il suo- no de versi di
Catullo cos\ tedioso fosse , e fastidioso , come ad alcun pare , che sia , per
questo appunto dir si dovrebbe essere i sentimenti suoi vaghi fuor di modo, et
isqui- siti; io vi prego per vostra fede, se altro di ciò fare non vi spaventa,
lasciate fiualmenle la vostra falsa opinione , e via togliete una volta la
vergogna del nostro secolo. Allora quando M. Fabio lesse le orazioni di Q.
Ortenzio egli giudicò , che bi- sognava dunque che Ortenzio fosse stato uno dei
più gran recitatori del Mondo; e la ragione si fu, perchè non trovando egli in
quelle orazioni scritte niente, che gli paresse esser degno dell'alto nome , e
della stima grandissima che Ortenzio si aveva in Roma acquistata , giudicò ,
do- verlasi esso avere acquistata per mez- zo di qualche cosa , che in quegli
scritti non fosse; e questa non po- ter esser altro che la pronunziazione. La
qual ragione eziandio che vera fosse tutta fiata ancor più forte stata sarebbe,
se le orazioni scritte di Or- tenzio non solamente non molto buo- ne , ma
disadorne affatto e cattive, al grandissimo rettore fosser parute. Che se egli
giudicò le poco buone non dovere aver levato cosi alto gri* ( I9.0 ) do nel
romano popolo, se non per rispetto della recitazione, molto più giudicato
avrebbe lo stesso delle cat- tive. E certo certissimo ò, che dove una cosa e
bella sia e buona ed ec- cellente e singolare , posto che al- cuna parte di lei
si trovi cs<;ere del tutto difettuosa, bisogna pur dire, che tanto, anzi
molto più , nelle al- tre parti sovrabbondi di grazia , e di bellezza, quanto
in questo è di difetto e imperfezione. Per la qual cosa parmi che quegli, i
quali co- tanto biasimano il suono di Catullo, diano a Catullo medesimo una
gran- dissima laude. Conciosiachò quella parte in lui vituperino che è di tutte
le altre la men pregevole, e quella vituperando tutta la lode, che egli sì ha
pertanto tempo acquistata, alle altre parti , che sono di maggior pre- gio, e
di più grande eccellenza, con- venga loro di attribuire. E forse che non si ha
egli Catullo una grandis- sima laude acquistata? E quale al- tro è stato poeta
fra tempi suoi , le cui opere ci sien vivute fino al di d'oggi? Recatemi se ve
n'ha alcuni, recatemi le lor poesie, recitatemi i lor versi, nominatemegli.
Egli solo de' tempi di M.Tullio ci ha aggiunto quasi signore del tempo e della
mor- te fino alla nostra età^ e Tibullo e Properzio, e Ovidio, e Gallo valo-
rosissimi e nobilissimi poeti dell'an- tichità, tutti gH altri hanno potuto col
chiarissimo lume delle poesie lo- ro offuscare, Catullo solo non han potuto.
Lui hanno ricevuto volen- tieri , e di buon animo le nazioni tutte , lui hanno
tradotto nelle lor lingue, lui hanno imitato, lui esal- talo, lui innalzato fra
innumerabili altri , acciochè tutti in lui pure , come in una qualche
maravigliosa , e quasi divina forme riguardassero. A cui alto pare, che
principalmente r animo rivolgessero il Navagero, il ( 12^. ) Frncasloro, il
Colla, il Murcto, ove ad alcuno Epigramma, od Elej^ia a comporre si diedero? Io
taccio della Scaligero, e di tanti altri per vinù ragguardevoli, e per numero
infi- niti, i quali tanta fatica pigliaronsi per commentarlo, e illustrarlo; e
ì quali non avrcbber giammai cosi grande studio, e tanta opera in lui collocata
, se conoscendo il suono di lui esser duro , e tedioso, e difficile (alla qual
cosa conoscere, quando vera sia, ne di molto ingegno, ne di molta sottilità fa
mestieri, e que- gli stessi, che pensano di conoscer- la non perciò molto
ingegnoa si tengono) non avessero altresì cono- sciuto gli affetti suoi, e i
suoi sen- timenti esser tanto piìi vaghi e leg- giadri , e quanto egli lasciò
superarsi dagli altri nella dolcezza del suono, altrettanto aver lui lor
superati nella vaghezza delle sentenze. Et io noa dubito per niua conto ; che
se la le« ( 1.3 ) zlone di Catullo non fosse per ri- spetto della costumatezza
cristiana assai lubrica, è piena di sospecione e di pericolo, non avrebbon gli
an- tichi maestri giammai lasciato , che piuttosto le molte Elegie degli al-
tri si leggessero nelle scuole a fan- ciulli , che le poche, che di Ca- UiUo ci
son rimase ; benché a ciò si potrebbe ora provvedere legger- mente, che avendo
molti molie cose scritte e catulliane, e crisiianamen- te, potrebbon queste
raccogliersi, e farne un giusto volume, il qual potrebbe esplicarsi anco a
fanciulli. Ma non è mio intendimento , di provvedere ora a quella età ; alla
quale siccome si vuole aver riguar- do , cosi anche a molti altri, i quali non
debbon essere da altrui consi- C^liati diversamente da quello , che eglino sono
da se medesimi. Reste- rebbe ora da ragionare del suono ckì Catulliani versi ,
e dimostrarvi e t24 ) non essere esso tale, quale a molti pare , che sia ;
della qual parte parrà forse a molti necessario di fa- Tellarne , et io il farò
quando che sia volentieri^ sebbene io però non cos'i stimo. Imperocché se io
avrò vinto, che quelli, i quali per que- sto solo si rimangon di leggerli , che
temono non il duro suono of- fenda loro le orrecchìe, si movano a pur farlo ,
io so certissimo , che eglino leggendo , e rileggendo il Fracastoro , il Navagero
. e gli al- tri di quella maniera , si vince- ranno e domeranno per cosi dire
la ritrosia delle superbe orrecchie , e malavvezze, che comincicrà loro a saper
dolce e buono il suono di quei versi, siccome veramente e, e più non
desidereranno la mia ora- zione. Del che ancorché io grandis- simamente mi
confidi , io non ri- fiuto però di far loro vedere un altra volta le ragioni ,
perchè quel suono, che si da prima dispiacque, solo che un poco di studio vi si
ponga, cominciar debba a piacere; la qual dimostrazione avvegnaché non
necessaria , a mio giudicio non fia però che sia inutile. MB— Il 11 M 1
ISl^D^IKD DL EUSTACHIO MANFREDI, JCj usTACHio Manfredi nacque in Bologna V anno
1674' '^ ^^' Settem- bre alle ore quattro italiane. Il pa- dre ebbe nome Alfonso,
ed era nato io Lugo, terra posta nella Legazion di Ferrara ; nel qual luogo
avendo esercitato per luogo tempo l' Uffizio di Notajo civile , passò a Bologna
per esercitarvi una profession non guari diversa. La madre fu. Anna- Maria
Fiorini. Essendo ancor giovinetto, appli^ cossi ardentemente alla filosofia , e
tra per V Ingegno grandissimo che dimostrava , e per V amabilità de* suoi
costumi , potè facilmente rac- corrò in casa sua molti suoi eguali per istituir
dispute , ed esercitarsi neir arte dell' argomentare , nella quale fu egli fin
d' allora stimato mollo eccellente. Per questi esercizj congiunti alla naturai
disposizione, acquistò nna maravigliosa prontezza a spiegar subito, e
chiari^imamente eziandio le cose difficilissime ; nel che veggiamo cosi pochi
essere, che alquanto vagliono. Questa privala e per così dir, fanciullesca
accademia, divenne poi alquanto piii seria per lo studio della notomia , che vi
s' in- trodusse, e per vari esperimenti di optica, che vi si presero a fare,
onde sali in grandissima stima, e mutato luogo, e presa altra forma, ed al- tro
nome, divenne poscia l'illustre Accademia delie Scienze, che si tie- ne ora nel
palazzo dell' instituto. Come ebbe finito il corso ordì- ( ^-9 ) nario della
filosotia , si diede allo studio delle leggi j ed avendo non più, che i8. anni
di età, fu addot« torato nel gius civile, e nel cano- nico. Di qui può vedersi
qual fosse la prestezza dell' ingegno suo. Prese intanto grandissimo genio alle
scienze matematiche senza trop- po conoscerle. L'astrologia gli si pre- sentò
sotto questo bel nome , non meno che la geografia , e la gnomo- nica, e tutte
gli piacquero. Ma non andò molto, che conobbe la vanità della prima, uè fu mai
uomo, che si ridesse di una tal professione , quanto egli , dopo che V ebbe
stu- diata. Deposto però lo studio delle na- tività, ritenne principalmente
qnello della geografia , nell' istoria della quale divenne in poco tempo tanto
versato, quanto altri mai fosse. A che gli giovò grandemente una singo- lare e
rara memoria, che egli ebbe, a cui nulla quasi sfuggiva di ciò , che letto una
volta , o udito avea. ( ,3o ) Dalosi poscia a quelle scienze raa^ tematiche,
che sono scienze, e presi i principi dal famoso Gughelmini , non lasciò parte
alcuna di esse, neli' algebra pure, che era a que' di da molti mal ricevuta, a
cui egli non penetrasse. Le lusinglie della matematica il tolsero del tutto
allo studio delle leggi 5 ma non cos'i a quello della poesia , eli' egli amò
grandemente sin da fanciullo. Diede fuori in que' primi anni molti versi , che
furoji reputati maravigliosi , e per tali si tennero, finche a lui stesso non
dis- piaquero. Fu egli in Italia uno dei primi, che rivolgendo 1' animo alla
forma del comporre antico, ne sen- tissero la leggiadria , e la grazia ; laonde
mutato stile prese una forma di comporre in cui riunì tutti gli ornamenti
dell'antica semplicità sen- za perder punto di quello splendor di parole , e di
sentimenti , a cui da natura era portato^ cosi che essendo e '30 allora i,
poeti Italiani divisi in due parti imitatori esattissimi dell' an- tichità 5 e
parte tuttavia alieni da q/aella esatta imitazione, egli potè parere
eccellentissimo agli uni, e agli aliri. La canzone che usci di lui ìq lode
della Signora Giulia \ andi bel- lissima giovine, ed onestissima, la qual si
fece religiosa , è una delle più belle che sìeno uscite giammai. Se r ingegno
vi ebbe parte, non ve ne ebbe meno 1' amore, il qual dif- fuse tutte le grazie
in quei versi , che esser doveano V ultima espressione d'un amante ingegnoso.
Per tali suoi componimenti 1' anno 1706. fu ag- gregato in Firenze alT
Accademia della Crusca. Il libro di sue poesie, che va ora per le mani di
tutti, fa ben conoscere, che ne quella, né più altre accademie si ingannarono.
L' anno 1699. a' 26. Febbrajo fa fatto lettor pubblico di matematica jieir
università di Bologna. La for- tuna in questi tempi gli faalquautp e i32 ) ,
molesta, talché non potè conservare la u anquillità necessaria a' suoi sludj ,
se non a forza d* una superiori ik d'animo, che in lui fu singolare, e
maravigliosa. A sfuggir le noje di molti importuni, stimò bene il pa- dre uscir
di Bologna, laonde andossi a Roma dove poco appresso ottenne il governo di
certo luogo vicin di Frascati. Con questo provide molto al suo decoro,
pochissimo al biso- gno ; perchè essendo quel governo di poca rendita, appena
egli poteva in quel luogo mantenersi come si conveniva. Intanto tutto il peso
della famiglia cadde sopra di Eustachio, come quello , che n' era maggiore. Il
quale tra per gli affari domestici, non troppo ben composti, tra per lo tenue
stipendio, che ritraea dalla lettura trovossi a tale e tanta stre- tezza , che
bene ebbe occasion di co- noscere, quanto vagliano le amici- zie acquistate co'
buoni costumi, e eoa le lettere. Perchè gli amici , non e i33 ) ptJtencio
soffrire , che cosi dotto , e costumato giovine sostener dovesse tanta
battaglia dalla fortuna, 1' aiu- tarno per modo che potè non molto rassetar gli
affari domestici , e tiar d' angustia se slesso, e la fara glia. Fra quei che
'1 sovvenero , e torse il primo si fu il famoso Signor Mar- chese Gio. Gioseffo
Orsi. Già pochi anni prima che fosse fa to Lettor pubblico, s' era il Man-
fredi dedicalo parlicolarmenie alT astroijomia. La meridiana che per opera de!
famoso Cassini, era stata descritta nella vasta Chiesa di S. Pe- tronio di
Bologna , fu quella che gliene mise il pensiero. Non era al- lora in Bologna,
chi facesse uso ne puno ne poco di quella linea per- ciochè ti a' giovani, che
molti a quel tempo fiorivano in quella università non ne era pur' u ìo die
desse opera all'astronom'a. Parve dal Manfredi, e insieme allo Stancari,
giovine di chiarissimo ingegno € grande amico 4** ( .34 ) «no, essere sconcia
cosa , e discon- veiicvole, clie niuno volesse essere Astronomo , la dove fosse
un cosi magnifico strumenlo ; e cosi senza più deliberarono di farsi Astrononni
essi slessi. Presi dunque i principj di quella scienza da' libri, che avea- no,
e fatti fare certi loro strumenti, cominciarono a passare le noni in- tere in
celesti osservazioni. Questo notturno studio si fece prima per qualche tempo in
casa Stancari; poi trasferissi a quella del Manfredi dove esso fatto assettare
certo suo luogo eminente a uso di specula , e stesa quivi una piccola
meridiana, s'era innoltre proveduto d' un orologio a cicloide il quale forse fu
il primo che si fabbricasse in Italia di quella forma. Uno studio cosi operoso
, e che per essere stato da più anni in- termesso, cominciò a parer nuovo,
trasse a se la curiosità di molti , laonde facendosi gran concorso, ne
sentirono alcuna volta non piccolo incomodo le osseivazioni. Perciocliè tra
quanti concorrevano, fuori dello Stancari, di cui s'è detto, e il fa- moso
Morgagni, che stava allora in Bologna attentissimo ad ogni ma- niera di studj e
di lettere, pochi al- tri erano, della cui opera e diligenza potesse valersi il
Manfredi; il quale bene spesso chiamava a parte d^lle astronomiche sue fatiche
non che i fratelli, le sorelle ancora , quali egli co' suoi famigliari
ragionamenti avea fatto divenire astronome. Cos'i si trat-^ tenne con grande
ardore in questi studj, infin a tanto che gli fu d'uopo rivolger V animo ad
altro. L'anno 1704. a' 29. Decembre fu fatto sopraintendente all'acque del
Bolognese. Era a'que'tempi più che mai calda la controversia tra i Bo- lognesi,
e Ferraresi per l'immissione del Reno nel Po', nella qual poi s'av- volsero e
Modanesi , e Mantovani , e Veneziani , e Lombardi quasi tutti. Perlochè il
Manfredi che sostener do» e 136) V€a la causa di pochi centra molti e reader
persuasi quelli, clie non pareaii gran tallo disposti ad esserne, ebbe molte
brighe. Le scritiiire mol- tissime, che ìa ijuelfa occasione die- de fuori
sopra la maieiia dell'acque, accrescendoci, credilo gli accrebber falìca,
essendo per quelle venuto ìq tanta stima , che non Tu poi quasi quistion
d'acqua ali|uanio grave in Iialia, che a lui non si riportasse* La riparazione
del porto di Fano, la bonificazio'ie delle Paludi Pontine, r ispezione delle
Ch!a .e poste t a confini dello Slato Ecclesiasiico, e del- la Toscana, i
timori di Ljcca per la viciuajizc del Sertliio, e sopra tut- te !t' molte gravi
coniioveisie insorte più ^ ■ '» r-a quella RepuLlica e lo slau; (ieii.i
ItHtaiìa, furoji per lungo tempo J ^udj suoi. Ne tu aìcu.ia di que^ e noje,
clje uon gli cosiasse fatica glande, e pericolo 11 scrchio gli ehbf ^ cnsiaie
ancLe la vita; perchè a veuerne d' alto il corso e la corrosione, ram pica tosi
un di con le mani a poco a poco su per un balzo Irovossi a tale , che ne andar
oltre potendo, ne osando tornare ad- dietro, con grande orrore e spavento di
tutti, che il videro, fu bisogno chiamar gente, e trar lo di pericolo con
scale, e con ordigni. Se 1' Astro-- nomia, per li molti fastidj che die- dero
al Manfredi gli affari dell' acque^ perdette alcun poco, l'Idrostatica in
contrario vi guadagnò. I molli lumi, che egli sparse nelle sue scritture, e le
dotte annotazioni , che fece so- pra il libro della natura de' fiumi del
Guglielmini, sono un accresci- mento notabile di quella scienza; la quale sarà
sempre grandemente te- nuta alle bizzarie dei fiumi d' Italia j^ che hanno
mosso cosi rari ingegni ad illustrarle. Le dotte scritture so-» no la maggior
parte impressa nella raccolta degli Autori che trattano del moto dell'acque,
uscito in Fi^ reaze del del 1723, e le annotazioni 4 •** e »38 ) airopcradclGuglicImini
si andavano tuttaviastampando in Bologna, quan- do l'autor loro mori. L'anno
pure 1704 fu fatto Prorct- torc del Pontificio Collegio di Mon- tai lo. Questo
è un Collegio dove il Prorettore lia tutti gli Ufllzj del Ret- tore senza
averne il nome. L'elezione del Manfredi a questo ufficio in un tempo, che il
Collegio era alquanto tumultuoso, fu una chiara testimo- nianza della saviezza
di lui. Ma se l'elezione fece onore al Manfredi j egli altresì fece onore ad
essa. Cosi seppe maneggiar l'animi di quella gioventù, e coniporgli , che in
poco di tempo gli ebbe rivolti allo studio della Geografia e della Cronologia,
disponendogli cos'i all'istoria Eccle- siastica, che unita allo studio delle
Teologìe e dei Canoni, e propriissi- ma di quel Collegio. Molti ancora ne fece
divenir poeti molto chiari. Le cure del Collegio unite alle do- mestiche, e le
applicazioni gravis- ( i39 ) sime ai public! affari dell'acqua, non potettero
però mai distorlo af- fatto dalla Astronomia, alla quale dava quasi tutto quel
tempo, che a lui davano le altre occupazioni. Cir- ca que' giorni usci di lui
un Epis- tola latina stampate in Venezia Tan- no 1705 sopra la riforma del
Calen- dario. Intanto essendosi in Bologna fon- dato il famoso Instituto delle
scien- ze, ed essendosi quivi cominciata a fabbricare una specula , la qual ri-
chiedeva un astronomo, o più tosto richiedeva il Manfredi stesso, fu egli
l'anno 171 1. per pubblico decreto destinato a tale ufficio. Laonde la- sciato
il Collegio passò indi a non molto ad abitar nel palazzo dell'In- stitulo.
Allora fu che l' Astronomia si vendicò degli altri studj , e traen- dolo tutto
a se, il tolse ancora alla Poesia. Sedata in gran parte la con- troversia
pubblica deir acque, il Man- fredi non fu da indi in poi (juasì e i4o ) più
altro che Astronomo. Nell'anno 171 5. diede fuori due tomi di Ef- femeridi
stampate in Bologna, ed altri due nel 1725. Quest'opera con- tiene più di
quello die soglia aspet- tarsi da un tal tiiolo. Le EccHssi dei satelliti di
Giove, i passaggi dei Pia- neii per lo meridiano , i congiungi- menti della
Luna nelle ecclissi solari danno a quest'Effemeridi un pregio, che le altre non
aveano avuto mai. Olire a ciò l'introduzione utilissima eh' è nel primo Tomo,
in cui si Gio- strano le varie maniere dei calcoli astronomici, di che
pochissimi in fino allora aveano scritto , può dirsi un trattato piuttosto, che
un' introdu- zione. 11 mondo, che non è avezzo a conoscere cosi prestamente il
pre- gio de i libri, ha ben tosto sentito rutilila di quest'Effemeridi. Noa e'
oramai quasi parte del mondo, ove pur sappiasi alquanto d'Astronomia, a cui
esse non sieno giunte; e si sa che i Missioaarj della Cina assai se ( i4i ) ne
vagliono per dimostrare a queir ingegnosa nazione T industria e il va- lore
degli Europei. Non è piccola lode servir di pruova a Cinesi dell'inge- gno
Europeo. L'altro piccol libro, che compose sopra la congiunzione di Mercurio, e
del Sole, seguila il 9 Novembre del 1728 , il qual libro usò in Bologna nel
1729 sopra le aberrazioni delle stelle fisse, e quel- lo, che in Bologna pure
ultimamente diede alla luce nell'anno 17S6 sopra la famosa meridiana di S.
Petronio fanno vedere, quanto egh fosse in- dustrioso e sottile in una scienza,
in cui pare, che non si possa mai esserne abbastanza; però Tanno 1726 meritò
d'essere aggregato alla Reale Accademia delle scienze di Parigi, Un aggregazion
cosi illustre non gli fu meno onorevole che le sue opere. Pare, che dopo tanti
orjiamenii, e tanta fama niun titolo oramai gli si potesse aggiungere se non
lardi ^ pure acciochè nulla gli mancasse , ( i4.. ) vollero 1 Dottori del
Collegio di Fi- losofia di Bologna aggregarlo per modo straordinario al loro
chiaris- simo ordine. Però raunatasi un gior- no , senza avergliene pur fatto
pa- rola, l'addottorarono subitamente in filosofia nella persona di GioselTo
Pozzi di Jacopo^ medico, e poeta di gran valore, e insieme lo fecero lor
collega. Così trovossi egli ad un' ora e Dottore di Filosofia, ed aggre- gato a
un antichissimo, e famosis- simo Collegio senza saperlo. Ciò fu l'anno lySH a'
17 Luglio. Sopravisse poco tempo al sno no- vello addotoramento. Già da più an-
ni avea contratto un incomodo ai reni, per cui convenivagli sopraslare spesso,
e fermarsi tra il camminare. Questo fu seguito dai dolori atrocis- simi della
pietra, che a certi inter- valli, non sempre uguali, ma il più di due mesi,
l'assalivano crudelmente, e il tenevano aflitto parecchi gior-- ni. Essendo
cosi durato da cinque ( «43 ) anni incirca ^ ultimamente si ridassQ a tale ,
die non potea più uscir di casa se non portato, ne qaest' istesso senza grave
incomodo. Finalmente preso una volta da' suoi dolori , che da principio non
parvero più gravi dell' ord.nario, e non potendo più, ne per fomenti, ne per
altro riaver- sene, dopo avergli sostenuti con mol- ta costanza per i8 giorni,
confor- tatosi col Santissimo Viatico, e eoa l'estrema Unzione, mori Tanno i73g
a' i5 di Febbraro alle ore 17. Fu sepolto nella Chiesa di S. Maria Maddalena,
sua Parrocchia, accom- pagnato il cadavero con pompa stra- ordinaria da' Senatori
presidenti all' Instituto, da Professori dell' Instituto medesimo, e dalle due
università degli Scolari. Ha lasciati tre fratelli, l'uno Emi- lio religioso
della Compagnia di Gesù, celebre predicatore, T altro Gabriello chiarissimo
Professore di Analisi nelP Università di Bologna^ il terzo Era- ( '44 ) rJito
professore di Matematica nella stessa Uiiiversilh, ne Matematico, so- lamente,
ma anche Medico filosofie egregio e sirigolare. Lasciò parimente due sorelle
Madalena e Teresa de- gne de' loro fratelli ; 1' una nello stu- dio del
ricamare, ed araendue nel compor versi nel lor nativo idioma eccelentissime:
versa'e poi oltre ogni credere nella cogniziof] delle tavole, e de' calcoli
Astronomici. I computi , onde si formano i primi due Tomi delle Efemeridi, che
abbiam detto, si debbono se non tutti, almeno in grandissima parte, alla
diligenza, ed allo studio, di queste due calco- latrici. Parve che Tingcgno
fosse un retaggio comune della famiglia. Fu generalmente d' animo quieto e
tranquillo, non tanto perchè na- turalmente il fosse quanto perchè s^ ostinava
a voler esserlo. I dolori della pietra sostenne con una generosità da non
credersi. Cos'i ne ragionava, come se d'altrui fossero, non suoi. ( i45 y
"ÈA in quel tempo, che ne sentivsi ratrocitàj non lasciava d'entrare in
ragionamenti allegri, da' quali sol- tanto soprasedea, quando il dolore lo
preu)ea più crudelmente; e come questo rimetteva ( non fosse ciò stata che per
quattro o cinque minuti) cosi tornava egli tosto al discorso incomincialo, e
talvolta anche alle facezie. Quando i dolori poi, rallen- tandosi a poco a poco
mostravano voler concedergli un intervallo più lungo, restituì vasi
immantinente alle fatiche intraprese. Cos'i valendosi di queste pause, mise
all'ordine molte opere tra l'altre quella del famoso Monsig. Bianchini,
intitolata //s^ro- nomicae ac Geograficae obsen^atlor nes selectae y la qual
raccomandata- gli caldamente , bisognò che egli di- sponesse tutta, et
ordinasse, traen- dola da un'immensa faraggine di carte sciolte, e confuse e
per lo più im- perfette, a intender le quali , e farne scelta^ e disporle si
richiedeva oltre ( t4ò 1 ilnd singolar cognizione anche un' incioflihilc
fatica. Cos'i pure Ira gli assalti crndclissirfu della pietra, com- pose quella
scrittura che fu poi stam- pata in Roma V anno lySS. col ti- tolo ; Compendiosa
informazione di fatto sopra i confini della comu- nità Ferrarese d^ Ariano ,
con lo stato Veneto ; alla quale richiedeasi la lettura di molli libri , e
scritturo senza numero, oltre il confronto di molte mappe antiche e nuove, onde
raccoglier con certezza quelle mi- sure, che la corrozione de' fiumi, e la
vicinanza dell' Adriatico vanno tendendo d' anno in anno incerte e dubbiose.
Nella qual fatica , servendo egli alla Corte di Roma, e stimando perciò di
doversi mettere maggior fretta di quella, che il male gli con- cedeva , assai
si valse dell' opera delle sorelle, le quali, non potendo egli, leggevano,
secondo che il fra- tello avpa loro prescritto. Per que-* iito modo venne a
capo di queir opera e '47) in pochi mesi. Nò i fiumi pur di Havenna perdonarono
alla sua cru- dele infermila , i quali gli dieder piii noje di quel tempo, che
quasi non Xìe danno a Ravenna stessa. L' ul- tima lettera , che egli dettò tra
gli spasimi, e le convulsioni mortali, fu intorno ad essi; benché confon^
dendogHsi la menìe , e perdute le forze, la interuppe. Questa fu V ul- tima
volta che egU dettò. Da indi in poi altro più non fece, che con^» tendere con
la morte. Esòcndo an- cor giovane, amò di bere, e man- giar largamente con gli
amici, che erano per lo più suoi eguali, dotti e costumati. Liberale e
splendido, quanto le sue sostanze il permette- vano, rettissimo in ogni
contratto, ed azion sua per cosi fatto modo, che per esser sicmo di non dar
meno di quel che dovea , dava spesso as* sai più. Cortese ed affabile oltre
ogni credere. Se stesso, e le cose sue stimò .sempre pocUissimp y all'
iugontrario non fu nini persona nò cosi giovane, Ile COSI inesperta, il cui
giuJicio , egli non mostrasse di apprezzar mol- to. Nimicissimo del contradire,
so- siene più volontieri la noja di udire gli errori altrui, che di contrastar-
gli. Però era compiacentissimo , ne si tf-ovò persona che avendo ragio- nato
seco per una volta non Io amas- se grandemente. Avendo in sommo aboirJincuto le
cerimonie, e que' mi- nuti convenevoli, che oggidì si usano con tanta
superstizione, non fu però chi gli osservasse più di lui; volendo anzi far
forza a se medesimo , che mettersi a pericolo di far dispiacere ad altri. Però
non può credersi quan- ta molestia gli dessero le visite il- lustri , che
sovente gii eran fatte, da forestieri massimamente, che an- davano a lui sol
per conoscerlo. Fu compassionevole oltre modo, ne gli sofferiva 1' animo di
render ma- le a chi che fosse; intanto che es- sendo egli aggregato al numero
di ( i49 ) . quelli, die per ufficio di carila con- fortano i rei condotti al
supplicio , ed essendo per ogni altra ragione at- tissimo a ciò, appena però
che po- tesse farlo poche volte, ne senza fa- stidio ; laonde s' avea già fermato
nell' animo di non più avventurar- visi. Ne' doveri del Cristiano Catto- lico
fu esattissimo, ed avendo con- giunta sempre alle lettere una certa Utniità, cV
è poco comune ai dotti, parve essere in ciò più che dotto j siccome 1'
intrepidezza , con cui so- stenne r ultima sna malattia, parve esser maggiore,
che da Filosofo. Fu ben disposto della persona , di sna- tura traente al
piccolo, grasso di co- lor vermiglio, di occhi vivi, di volto allegro, benché
talvolta pensoso, e dimostrante altezza d'ingegno. FINE. V."" D P.
Prccoyr; Paolo Amadeo GioFAisELii ; Babt, C. Parodi^ Re\^Ì6orl ArcivescovilL
Vs* Sen, Gratahola Rev. per la Gran Cancelleria, INDICE, K ita di Francesco
Maria Za* notti ...... p^g* I Orazione detta dall^ /autore in Campidoglio di Roma
il dì 25. Maggio lySo ...» x Orazione in cui s* impugnano la proposizione delV
Orazio^ ne precedente ^ e le ragioni per essa addotte ...» 25 Orazione in cui
si difendono la proposizione è le ragioni della prima Orazione di que^ sto
Argomento y rispondendo alle obiezioni esposte nella contraria » 55
Disertazione sopra un prohle^ ma proposto dalV Accademia de' Varj ....... 91
Discorso tenuto nelV Accade^ m,ia dei Diffettuosi , . » lo'jr Elogio di
Eustachio Manfredi » 127 ae D ella forza de' corpi che chiamano vi'^a, Bologna
1752, it)-4-^ La Filosofia Morale, con un Ragio- namento contro del Maupertuis.
Bologna 1754. in-4'^ Poesie lialiane e Latine. Forza atlrativa delle idee e
delle cose che non sono, i747« ^ ^774» De Viribus centralibus. in-4.^ Bono-
niae 1768. Sermones. Bassani I774« in-8.^ De Bononiensi Instituto Commenta-
rii. 8. voi. in-fol." stampati in varj anni in Bologna. Gramatica della
lingua Italiana, con un ragionamento, stampata più volte. Tutte le opere minori
Lat. e Ital. raccolte in 9. voi. in-4'^ Bologna. Da questa edizione si sono
ricavate le operette comprese in questo pic- col volume. PLEASE DO NOT REMOVE CARDS OR
SLIPS FROM THIS POCKET UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY Z. Prose
scelte 2A6 28 iit // ^ • ✓v/ \ \ / \ OPERE DI CAVAZZONI Z. IN BOLOGNA NEltA
STAMPF.RIA Dt AQUINO •.>• X*.COK JPPROVAZIOKE. V 111 LO STAMPATORE AI LETTORI. 1 Pubblicando
io, corteii Lettori, in questo volume le instituzioni di filosofia scritte dal
celebre Z., credo convenientissimo 1’avvisarvi d’alcune cose, accioch^ dal
prefente libro non aspettiate ci6 , che da e(To aspettar non dovete. E
primieramente non dee tacerli che queste instituzioni da gran tempo sono composte,
onde non rechi meraviglia ad alcuno, se in elTe non s’incontrano varie di
quelle dottrine di cui ornate ultimamente {i sono tutte le parti della filofofia,
e fingo larmente la fisica. II qual difetto per6 non^ dee difiogliere alcuno
dal leggere il prefente libro, siccome non ha diftolto i filofofi dal leggerne
tanti altri. Che di vero in questa etk nofira con tanta cura, e da tanti
valentilfiroi uomini si coltivano, e s’amplificano le scienze fisiche, che non
pu6 daru in luce alcuna instituzione di queste facoltk, la quale dopo l’intervallo
di pochi anni non debba parere imperfetta e mancante. Che se alcuno credesse,
che folle liato miglior consiglio 1’aggiugnere a 2 di quando in quando all’opera
del Z. quelle notizie, delle quali e(Ta h priva; b d* uopo , che quedi non
comprenda, quanto (ia i nprefa e malagevole, e presuntuosa il mutare, e
racconciare , come che (ia , le opere de* gli Uomini singolari. Molto meno poi,
oltre una incomparabile chiarezza» ed eleganza di Hile , dovete , cortefi
Lettori , afpettarvi dal prefentc libro o nuovi ritrovamenti , o molta
profonditk nell’ infegnare gli antichi . PoichJ non intefe gik 1’ autore di
fcrivere a perfonc molto avanzate negli (ludj della Filofofia; ma folamente di
occuparli nella indruzione di Gio- vanetti , che erano delideroli di
apprenderne t primi elementi. Nel che quanta lode egli me- riti ; potr^
ciafcuno abbadanza conofeere , pur- ch^ gli piaccia di ridurfi a memoria i
verifli- mi fentimenti dei chiarillimo Signor Abate Fri- (io . Noa Ji pojfono ,
dfce egli nell’ elogio dei Cavalieri, mai ahhaflanza commendare quegli uo-
tnini , che amendo forze fufficienti per metter ma* no ad opere primi time , e
originali , fanno poi ancora difeendere ad altre opere puramente ele* mentari y
ed inflruttime. Meile prime danno ejjl a conofeere la fuperiorita dello fpirito
: nelle fe~ conde manifejlano ancora i piu dolci fentimenti dei cuore , la
delicatezza , V onefla , la premu* ra di corrifpondere all' obbligo dei proprj
impie* ghi . Sono ejjt tanto piu benemeriti di tutta l’ e* dueazione letteraria
, e fcientifica , perche mi man* che* V
cherelbe troppo y fe Ji ahhanJonaJfe alld meiiocri-- ta degli fptriti fecondarj
. Fin qui quel celebre JMatcmatico, aila auroritk di cui, fe io voleifi
aggiugnere cofa alcuna , crederei di fare ua« grave oltraggio . Aifro pertanto
non penfo , che a me nmanga , fe non pregar voi , corte* ii Lettori, d* avere a
grado i* attenzion mia a ben fervirvi > e vivete felici • 1 -f • i‘ I INDICE
Di quanto fi conticne in queilo tcrzo Volume. Logica tu hren)iorem formam re
dati a , Pag, j •De Tertni/tfs quibufdam Geometrich ac Theorematis nonnullis
quorum frucigue ejl ufus in Tbyjica* P»g- iS Tbiffieu Tars 1, P*g- 13 Thyficu
Tars II, P«g- lOO Tbyjiea Tars / 77 . pag* 2lf Metapbyfica in epitomen redama»
pag- ajX De Homine, TraBario bremiUima, Pag. iZ6 PHILOSOPH ; -(E UNIVERS iE I ENCHIRIDION Ἐγχειρίδιον --
3 LOGICA IN BREVIOREM FORMAM REDACTA. C
VjUnt multi, qui hoc philosophi curriculum ingredi, ad physicam statim
contendunt, scholarum ratione atque ordine id poRulante; quos ne ignoratio
Logies tardiores faciat , ( sunt enim in Phydea et dednitiones condendx , et
genus quodque in partes suas dividendum, et qusdiones fingulae – figurae -- syllogismis
condeiendf, qux omnia quemadmodum re6Ii dant, Logica docet ) idcirco hanc artem
in hoc Phyd- cx aditu quam paucidimis chartis compledli decrevimus. Faciet enim
brevitas libri, ut non multum retardentur, qui ad Phydeam properant; et scientia
logicae ipsos ad Phydeae Rudium aptiores reddet . Qmd Jtt Logica y quaque ejus
partee, Logica ed aw dirigendi mentis operationes ad verum in quaeRione
qualibet inveniendum. Quo Ratim intelligitur, obie^Ium ejus ede operationes
mentis – H. P. Grice – ‘not the soul’ – “a mistake, since certainly volition
exceeds the ‘mental’! -- , quatenus ad varum dirigendae sunt; odicium autem
regulas aderre, quas d mens sequatur, verum invenire debeat; finem vero ipfim
veri inventionem» Porro operationes mentis – H. P. Grice, not the soul – a
mistake! --, qu* ad verum inveniendum diriguntur, tres funt; APPREHENSIO – cf.
H. P. Grice, cotch --, qux fit cum aliquid percipimus, nihil de illo
affirmantes, neque negantes; JVDICIVM, quod sit, cum aliquid affirmamus, aut
negamus de aliquo; et DISCORSO – cf. H. P. Grice, on ‘principles of dicourse’ –
in Z’s use of this expression --, quo aliud ex alio colligimus. Itaque tres
etiam sunt partes logicae, quarum prima de APPREHENSIO agit, altera de JVDICIVM,
tertia de DISCORSO. Singula pcrftringam paucis. PARS DE APPREHENSIO. Quid Jft
A^frebcnJiQ *. A DPrehenfio eft operatio mentis, qua aliquid per- cipimus nihil
de illo affirmantes, neque negantes;, velutL cum dicimus: fol, homo. Mens porro
nullam apprehendit rem , nifiquam* dam in fe habeat fpeciem ^ live
limilitudinem , qux etiamiidea dicitur ejus rei, quam apprehendit, at- que in
hanc ideam intuens dicitur rem apprehende- re . Idea ipfa dicitur apprehenflo
obieAiva, adlus iiL ideam intuendi , apprehendo formalis. De Individuo ,
LJniverfali , & Fjjentit ». T^dividuum cd res determinata omnino, atque
unica uti Plato ^ Alcibiades^ Universale eil id, quod in inultis inell ,
ideoque per fe- nondum fatis determinatum tiae minus communis. Species id quod
inest in multis tamquam tota essentia. Ea porro dicuntur elle ejusdem speciei,
qux eamdem elTentiam habent. In unoquoque individuo sunt quaedam , qu« ad
efTeiKiam adjunguntur, ut in homine potentia ridendi, loquendi, ambulandi,
color praeterea j & alia_> Jd genus. Quod fl essentia fine adjun^lo manere
noa potelV , hoc adjunctum dicitur proprium ; et proprium quidem quarto modo
> fi omnibus ejuCdem speciei individuis convenit, et soli, et semper, uti
potentia ridendi, qux omnibus hominibus convenire creditur, et solis, et
semper. Quod si essentia fine adjundlo manere potest, adjunfium dicitur
accidens – H. P. Grice: “Rationality, for ‘Homo,’ not ‘Persona’! --, Quapropter
proprium definitur id quod inest in multis, tamquam ab eflentia infeparabile .
Accidens vero id , quod ineft in multis tamquam ab eflentia feparabilc .. Df
Ciiitegorut . Sunt quaedam naturae ufque adeo inter fe diverfar,. ut non
videantur uni generi pofle fubiici; etenim in ratione ipfa effendi non
conveniunt , quemadmodum locus, Sc tempus, quae non uno eoderaque funt roodo ,
nec habent quidquam commune > Ha; 8 LOGICA H« naturx dicuntur praedicamenta
, five cate» ^oriai , quas Ariftotcles numerat omnino decem. Alii pauciores
faciunt. Sed Anflotelis hxfunt;fub» dantia, quantitas, qualitas , relatio ,
aflio, paflio , locus, tempus, fitus , habitus. Subftantia ed id , quod ipfum
"ed per fe , uti homo , arbor , lapis , qu* funt ipfa pet fe; non fic
rotunditas , aliique modi atque affc^liones , qux per fe elf« non poffunt, fed
indigent fubfiantix , -cui adhxreant . Ideoque fubdantia dicitur fubjeaum mo- .
dorum aliarumque affeaionum. Hx autem dicuntur aftus fubdantix, five formx.. •
• . Quantitas ed id , quod refpondetur quxrenti fi- ^e de rebus multis, quot
fint; five de una, quanta fit. In his autem, qux refpondentur , funt multitu-
do, & numerus , & extenfio , & duratio ; hxc ita- que in
quantitatibus numerantur ; & extenfio qui- dem quantitas continua dicitur ,
quod habet partes fimul junftas, & continuatas, iteraque tempus. Nu- merus
vero quantitas difereta appellatur, quod ha- bet partes difiunftas , &
fepararas « Qualitas ed id quod respondetur quxrenti, qualis fit res; in his
autem , qux refpondentur ^ funt calor, frigus, durities, mollitudo, et alia ,
ac fi de re quapiam intelligente ferroo ed, scientia, virtus , alijque habitus.
Secundum qualitatem dicuntur res inter fe firailes , fecundum quantitatem
xquales . ' ■ Relatio ed nexus duarum rerum , quo fit ut una mtelligi nequeat,
nlfi ad alteram rcfpicutur ,.uti inter fcrvum j & Dominum*, nara intelligi
fervus non poteft, nifi refpiciatur ad Dominum quempiam . Quae (ic nebuntur,
quatenus fic ne^iuntur, relativa ap- pellantur; quae nullum habent talem nexum,
dicuntur abfoluta , uti Paulus , & arbor . Categoria reliquae fatis per fe
manifellae funt k. TERMINI sunt VOCES ad IDEAS rerum SIGNIFICANDai INVENTAE –
H. P. Grice, “I can invent Deutero-Esperanto” – non CON-ventiae --, quae multis
modis dividuntur. Primum alij funt termini abslrafli, alij concreti . Abdra^lus
eft qui formam tantum (ignihcat, uti rotunditas , rationalitas , fcientia .
Concretus ed qui formam iimul, & fubie^um (ignificat, uti rotundum,
rationale , fciens . Secundo alij funt termini contradiflorij ,aliicon- trarij
. ContradiAorif fant duo termini , quorum unus negat praecife alterum , uti
bomo ^ non homo. Inter hos nullum
eft medium; nam quidquid eft , oportet al- terum horum efle. Contrarii funt duo termini , quo- rum unus negat
alterum , & praeterea aliud ponit . Uti jlavuf , coeruleus; nam coeruleus
negat flavum, & praeterea ponit coeruleum . Inter hos datur me- dium ; funt
enim multa neque flava, neque coerulea. JTertio , alij termini funt univerfales
, alij particu- lares , alij Angulares . Univerfalis efl , qui omnia e» T««. m,
B jufdem fpeciei individua fignificat fingiilatim fumpta, uti cmnis homo ; quo
intelliguntur Socrates . Lylias , Phoedrus, Alcibiades, alijque finguli. Particularis
eft, qui non omnia , fed aliqua tantum individua figni- ficat , vel unum
dumtaxat indefinite, ut quidam bo- miner ; i>el quidam homo , quo unus
aliquis homo fi- gnificatur , neque definitur quinam. Singularis eft , qui unum
tantum fignificat individuum , idque defi- nit , uti Socrater. Quarto. Alij
funt termini diftributi , alij non di- fiributi . Diftributus eft, qui omnia
fingulatim indi- vidua fignificat , quibus convenit tale nomen . Ita-» cmnis
homo eft terminus diftributus , fignificat enim fingulatim individua omnia ,
quibus convenit nomen homo. Etiam terminus fingularis eft diftributus uti
Socrates; nam licet unum tantum fignificet , tamen quia unus tantum eft, cui
tale nomen conveniat SIGNIFICANDO unum, SIGNIFICAT omnes . Hic de apprehenfione » PARS DE
JVDICIVM. Quid Jit Judicium Quid ejuf Termini . JVDICIVM -- The etymology of the Latin word
"judex" comes from the combination of "jus" (law or right)
and "dicere" (to say or declare), meaning "one who declares the
law." In ancient Rome, a "judex" was a private individual
appointed to make decisions in legal cases, often carrying a significant
ethical and moral burden. The term has evolved over time, but its core meaning
remains associated with the authority to make decisions in a legal
context. ultimatelexicon.com +1 ultimatelexicon.com Judex - Definition, Usage
& Quiz | UltimateLexicon.com Tufts
University Charlton T. Lewis, Charles Short, A Latin Dictionary, jūdex View all
Global web icon ultimatelexicon.com https://ultimatelexicon.com ›
definitions › judex Judex - Definition, Usage & Quiz | UltimateLexicon.com
Etymology Origin: The word “judex” originates from Latin, where it combines
“jus” (law or right) and “dicere” (to say or declare), literally meaning “one
who declares the law”. First Known Use: Global web icon goong.com
https://goong.com › latin › judex_meaning Judex Meaning | Goong.com - New
Generation Dictionary Etymology: The word “judex” comes from the Latin “jus”
(law) combined with the suffix “-dicis,” which comes from the verb “dico,”
meaning “to say” or “to declare.” Therefore, a “judex” is Global web icon
Perseus Digital Library https://www.perseus.tufts.edu › hopper › text Charlton
T. Lewis, Charles Short, A Latin Dictionary, jūdex I. Lit.: “ judex, quod
judicat acceptā potestate, ” Varr. L. L. 6, § 61 Müll.: “ verissimus judex, ”
Cic. Rosc. Am. 30, 84: “ nequam et levis, ” Cic. Verr. 2, 2, 12, § 30: “
sanctissimus et justissimus Global web icon Wiktionary
https://en.wiktionary.org › wiki › judex judex - Wiktionary, the free
dictionary Oct 10, 2019 · Third-declension noun. “ judex ”, in Gaffiot,
Dictionnaire illustré latin-français, Hachette. “ judex ”, in William Smith et
al., editor (1890), A Dictionary of Greek and …
Global web icon Merriam Webster https://www.merriam-webster.com ›
dictionary › judex JUDEX Definition & Meaning - Merriam-Webster The meaning
of JUDEX is a private person appointed in Roman law to hear and determine a
case and corresponding most nearly to a modern referee or arbitrator appointed
by the court. Global web icon WordSense
Dictionary https://www.wordsense.eu › judex judex (Latin): meaning,
translation - WordSense giùdiçe: see also giudice giùdiçe (Ligurian) Origin
& history Latin judex Pronunciation IPA: /d͡ʒydise/ Noun giùdiçe (masc.)
judge (public official whose duty it is to administer the law, … People also ask What is the meaning of Judex
in Latin? What is the meaning of Judex in Latin? Judex is a Latin word that means
judge. More meanings for judex include critic, criticus, censor, iudex,
coensor, and existimator, which all relate to reviewing or evaluating. What
does judex mean in Latin? - WordHippo
wordhippo.com What is the origin of the name Jude? The name Jude
originates from the Hebrew word Yehudi, meaning ‘member of the tribe of Judah’.
It is also derived from Old French jude and Greek Ioudaios. English speakers
may associate the name with Jordan, but it does not have that meaning in
relation to its origin. Jude Name Meaning & Jude Family History at
Ancestry.com.au® ancestry.com.au What is
the root word of Jud? Byline: Delve into the Latin root "jud,"
meaning "judge," and explore its profound influence on words relating
to fairness, law, and critical thinking. From "judicial" systems to
"prejudice," this root has shaped our understanding of authority and
impartiality across centuries. 1. Introduction: The Essence of "Jud"
Word Root: Jud - Wordpandit
wordpandit.com How many words can you make in Judex? The meaning of
JUDEX in Roman law is a private person appointed to hear and determine a case,
corresponding most nearly to a modern referee or arbitrator appointed by the
court. You cannot make more than 12 words from the letters in 'Judex'. Judex
Definition & Meaning - Merriam-Webster
merriam-webster.com Where does Jud come from? The root "jud,"
pronounced "jood," originates from the Latin word judex, meaning
"judge." It forms the backbone of words central to legal systems,
critical reasoning, and social ethics. From ensuring justice in
"judicial" proceedings to combating "prejudice,"
"jud" embodies the principles of fairness and discernment. Word Root:
Jud - Wordpandit wordpandit.com What is
the root word of judgment? A: The root "jud" comes from the Latin
judex, meaning "judge." It forms the foundation of words related to
judgment, decision-making, and fairness. This root highlights the process of
weighing evidence or opinions to reach a conclusion. Q: Is
"prejudice" always a negative term? A: Originally,
"prejudice" was a neutral term meaning "prior judgment."
Word Root: Jud - Wordpandit
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Word Root: Jud - Wordpandit The root "jud," pronounced
"jood," originates from the Latin word judex, meaning
"judge." It forms the backbone of words central to legal systems,
critical reasoning, and social ethics.
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judex Judex etymology in Latin - cooljugator.com Latin word judex comes from
Latin jure, Latin dicus Global web icon
LSData https://www.lsd.law › define › judex What is judex? Simple Definition
& Meaning · LSD.Law Definition: Judex (joo-deks) is a Latin term that has
multiple meanings: In Roman law, a private person appointed by a praetor or
other magistrate to hear and decide a case. Originally, the … Global web icon WordHippo
https://www.wordhippo.com › what-is › the-meaning-of What does judex mean in
Latin? - WordHippo Need to translate "judex" from Latin? Here are 8
possible meanings. Related searches for
what is the etymology of Latin judex? what does judex mean judex in latin judex
definition what is judex judex meaning 1 2 3 4 5 -- est operatio mentis – H. P.
Grice: “I would say ‘soul,’ along with the will” -- , qua aliquid de aliquo
judicamus, sive affirmantes, sive negantes. Ea-que etiam propositio dicitur
mentalis, sive interna – cf. Geach on Occam. ORATIO, qu3c judicium exprimit,
propositio externa appellatur. Id, de quo judicatur, dicitur subjectum
propositionis; id, quod judicatur, prædicatum, sive attributum. Ambo autem dicuntur termini, et
materia propositionis. Fac ita judices: Socrates tji sapiens; Socrates (S*
sapiens sunt materia, et termini propositionis. Socrates subje et Gngularetn.
Propositio universalis est illa cuius subiectum est terminus universalis,
veluti omnis bomo est currens. Particularis est cujus subjeftura est terminus
particularis, veluti: quidam homo est currens; singularis, cujus fubjeum est
terminus singularis veluti: Antonius est currens. De Qualitatibus propositionis
ejfentialibus propositio, qu* affirmationem habet, nullo modo esse potuiflct,
finc tali affirmatione , & fane pro- poGtio: Pbtedtus est pulcher, quse
affirmativa est, non potuiffet exiftere, nifi talis extitiflet affirmatio. Idem de NEGAZIONE – cf. H. P. Grice, “Negazione e
privazione” -- dici potest. Itaque
affirmatio, et negatio dicuntur qualitates propoHtionis eftentiales, &
neceflariar; qua enim in piopofitione infunt, essentialiter, et necessario
infunt. Qui affirmat, praedicatum ideotiftcat, five idem facit cura subjefto,
& fane qui dicit: Virgilius efi poeta i perinde facit, ut fi diceret,
Poetam quem- piam eumdem efle ac Virgilium. Contra qui negat, praedicatum a
subjefto diftinguit, et fanc qui dicit; Alexander non est poeta, perinde facit
,, ut fi dice- ret , poetam quemlibet ab Alexandro difiingui , idefl Poetam
neminem eumdem efle, atque Alexandrum. In affirmando praedicatum numquam eft
diftri- butum , ea eft affirmationis vis, in negando femper. Et fane fi
affirmando dixeris: CICERONE est Orator, non tu quidem intelliges omnis orator
, fed orator quidam . At fi negando dixeris : Alexander non efl poeta , non
intelliges fane poetam unum aliquem, fed «//«»» ow«t- «3 Foetam . De
Qualitatibus Propofltionis accidentalibus . Propofitio, quie vera est, quantum
quidem in fc eft, potuiflet efle non vera , veluti ; Cicero est orator, quae
propofitio est vera, sed potuiflet Cicero oratoriam artem non exercere, ac tum
propositio esset non vera. Idem dicendum de falfitate. Hanc ob rem veritas, et falsitas
qualitates propofitionls accidentales dicuntur. Sed veritatem, falfitateraque
propofitionis explicemus. Est ergo, veritas conformitas propositionis cura obje
Ao . Oicicux autem propositio conformis obj;e Ao, & \ fi subiectum , et praedicatum in prcpofitione
ipsa sic connefluntur, quemadmodum conneifluntur extra propofitioncm, &, ut
ajunt , a parte rei. Cicero ejl orator
i propofitio efi vera , quoniam Cicero, & orator in propofitione ipfa
identificantur , neque minus identificantur a parte rei. Quod fi fubie^iura ,
& praedicatum aliter in propofitione connecRuntur , ali- ter a parte reij
propofitio diformis dicitur ab obje- Bo fuo . Haec diformitas eft propofitionis
falfitas. De propojttionibuf oppojitis, P Ropofitiones oppofitas cum dicunt
Philofophi , eas fere intelligunt, qus fimul vera: efle non pof- funt . Harum
duo genera ab logicis maxime confi- derantur ; propofitiones contradifloriae ,
& contra- lis. Propositiones contradiftoriae du* funt propofitiones, quarum
idem fubjeflum eft, idemque prredicatum j una affirmat, altera negat; est autem
fub- Je minor ; tertium illud : Ctefar efl .ininuil consequens. Nullum fere
argumentum reperies, quod ad syllogismum deduci non poflit; sed syllogifraorum
multa genera. Illa vero prxcipua; simplex, complexus, conditionalis,
copulativus, disjundivus. De his ergo nngulatim. Jit natura & vis syllogismi simplicis ,
AXiomatis locum tenet apud omnes ; qua; idcntificantur cura tertio quopiam,
eadem identificati quoqus inter fe. Quare si propofitiones affirmativa: duae
fint , in quibus duo termini identificentur cum tertio quopiam, uti hae : omnis
homo eji animal: C hic autem cum alio identificetur , eamdem relationem habebit
ille etiam ad hunc ali- um . Quare fi propofitio una declaret ) unum termi- num
certam habere relationem ad alium ; tum pro- pofitio altera declaret hunc alium
identificari cum alio quodam ) colligi poterit illum ad hunc eamdem habere
relationem . Exemplo fit hoc. Homines funt cupidi glorie fylloglfmo
Conditknali. ere;” ""d-0-.em eapon., conditionem ipfam antecedent,.
,fi >- '« “ propofitJO hujus pemnric -n/r raajor, poreft fyllogifmuf confici
vel in minori ponitur anr#n a odis , nara ne ponatur confequens • vcHn m’ conclufio- fcquens, ut in coLlulionl . "*Saturcon-
gr. fit major illa; Ct^r^r , /f antecedens ver. /yllogirmum, vel concludes
*^probut , & improbus. Ubt minor nom> er^o conclufio ponit confequens*^-
e /7 >r; alio modo: e^ ^^,Zs ubi minor negat confequens ; ejf iZob^H' fio
negat antecedens ejl f„r ^ ^ ^ «r coij^rvrwit'- r'“ “"'««•-« poni. dens .
Eiravarii autem r tollitnrantece- autera Ii conttatio modo colliga,; nam neque
pofito confeqiiente antecedens continuo ponitur , neque fublato antecedente
continuo tolli- tur confequens. Ideoque nihil tfficic^ fi concluferis : ejl
improbus i erjpo C&- /z/r neque fi concluferis .• nen fjl J'„r , erj^o ne
improbus quidem; namque ut fur non fiCj pocefi tamen improbus elfe alio nomine.
Sunt tamen , qui his etiam modis colligunt, adjun^^a in majori propofitione
voce folum , nam fi dixeris: C ee far ^ folum Ji eJl fur ^ tji n«;roi'//x ,
lice- bit utroque modo concludere: eJl improbus, ergo & fur : & no» ejl
fur , ergo ne improbus quidem . Syllogifmus hoc artificio conftruflus dicitur
con- ditionalis ; ac deffiniri poteft fyllogifmus, cujus una prxmiifa
conclufionem continet conditioni cuidam^ adnexam. De fjllogifmo copulativo . Sl
plures termini ita fe habeant , ut unufquifque illorum catetos omnes excludat;
idque propofitio una declaret ; tura propofitio altera unum illorum ponat,
colligi fane poterit, reliquos non efle po- fitos. Sit exempli caufa haec
propofitio: boc 'corpus non pote A effe & homo , & bejlia,& arbor
,c{\ia.‘propositione declaretur terminos hos tres, bomo, bejlia , csr a>bor,
ita fe habere , ut unus quilibet excludat cseceros omnes ; tum fit propofitio
altera ; boc c»r~ pus 1 II, 25 puT efl
bcmo ; illud fane tertium efficietur: ergo hoc corput non efl neque bejlia j
neque arbor . Hujus generis fyliogifmus dicitur copulativus, ac definiri poteft
fyliogifmus , cujus una prsmilTa ne- gat copulam multorum terminorum , prsmilTa
alte- ra unum horum ponit, ut csteri omnes, quotcum- que funt, conclufione
tollantur . De Jjllogifmo Difiundlvo. Sl terminorum aliquot unum poni oporteat,
hoc autem pofito , quicumque is fit , reliquos oporteat tolli , idque
propofitio una declaret , argumentatio duobus modis infiitui poterit; nam vel
pofito per fecundam propofitionem uno ex iis terminis, reliqui omnes per
conclufionem tollentur ; vel fublatis pec fecundam propofitionem terminis
omnibus , prxter unum , hic unus , qui reliquus eft , per conclufionem ponetur
. Sit exempli caufa hxc propofitio : boc animal ejl vel terrejlre , vel
aquatile , vel volatile , qus fa- ne declarat, horum terminorum; terrejlre ^
aquatile^ volatile, unum neceflario ponendum efle,eoque po- fito reliquos
removendos. Jam colligi poterit , unum ex illis ponendo , tum removendo
reliquos , hoc mo- do : eJl terrejlre , ergo non cjl neque aquatile , neque
volatile', five exteros removendo primum, tum unum, Tom. IIL D qui reliquus est,
ponendo ad hunc modum: non tjl neque terreflre , neque aquatile , ergo Dolatile
. Syllogifmus hoc modo con(iru6lus dicitur disjun- Alvus , ac definiri potefi
rylloglfmus , cujus una prx- milTa terminos particulares disjungit , quorum
unum tamen e(Te oportet, ut vel uno pofito negentur cx> teri, vel negatis
exteris omnibus pixter unum po« natur hic unus. De argumentatione externa . I
loc loco regnant vel maxime rhetores, quorum argumentationes artificiofiirimx sunt;
Philosophi, scholafiici prxfertim, id unici fludent, ut argumentum quodque sic
proferant, quemadmodum, ANIMO – H. P. Grice, soul -- conceperunt; propofitis
itaque prxmilTis am- babus quam brevisime, fiatim ad conclusionem properant.
Qux argumentatio syllogismus dicitur. Interdum etiam prxmiflfam unam supprimunt,
qux argumentatio dicitur ENTHYMEMA, uti hoc: omnis homo est animal;ergo, Caesar
est animal. Suppresa – H. P. Grice: Implicit reasoning -- eft enim prxmifia
altera; atqui Caesar efi homo. Perraro gradatione utuntur, qux argumentatio
efi, in qua propofitiones alix, atque aiix ita ne- Auntur, ut prxdicatum
cujufque fit subjeAum fe- quentiS • donec ad id perveniat, quod probari debet.
ver. gr. fi probandum fit ) hominem elTe fubftantiam | idque efficiatur hoc
modo: omnit homo tfi animal, omne animal ejl vivens , omne vivens ejl fub-
Jiantiat ergo omnis homo est substantia ^ in qua una-, argumentatione syllogirmi
LATENT – H. P. Grice: IMPLICATURE -- plurimi. Ad probandam conclusionem non
fatis eft plerumque syllogifmum unum confecifle ; nam si ejus syllogismi, qui
confeAus est, unam praemiffaro Adversarius neget > vel ambas , conclufio
minime probata erit, sed oportebit eam praemifiam, quae negata fuerit, syllogifmo
alio probare; idque iterum, ac faepius facere, donec ad eum syllogismum perve-
nias, cujus ambae concedantur praemiffie. PraemiiTas vero concedi oportebit ,
fi ese fint vel axiomata, ideft univerfales quaedam propofitio- nes , quae
ipfae per fe funt notiffimae , neque proba- tione indigent , uti : totum ejl majus
parte : non po- tejl idem Jimul ejfe , & non ejfe, & alia id genus, vel
id exprimant, quod unufquifque in fe experitur, & fentit , ut fi dicas ,
homines cogitant , volunt , ira» fcuntur ; vel demum fi ese fint , quas
adverfarius , quo cum agitur, fuis ipfe rationibus duAus veras ef> fe
intelligat . Ubi huc pervenerit , confiftet argu- mentatio . Neque minus
argumentatio huc ufque deducen- da erit , fi conclufionem tibi ipfe probandam
fufee- peris , quam fi aliis probare velisj nam tura deni- que probatam fibi
quifque conclufionem habebit , fi fic fibi probaverit, tamquam adverfario.
Itaque harc valent etiam ad argumentationem internam rcAe in- ftituendam. Interdum
Adverfarius pracmiflam non negat )fed diftinguit , idque tum facit , cum
pracmiffa in duas partes trahi poteft , quarum una videtur vera cfle , altera
falfa; unam autem adverfarius concedit, al- teram negat, ac tum quidem illa,
qua negata fi res pollulat , fyllogifmo alio ell probanda , De Lccis . Loci
funt generalia quaedam cap"ta unde argu- menta petuntur ad probandum
quidlibet ver. gr. an- tecedentia , concomitantia , confequentia tres funt loci
, nam fi dixeris ortus ejl lucifer , er £0 fol most orietur^ erit argumentum
du^um ab antecedente ; ac fi dixeris Sol eji in Cancro , ergo jam eJl ajlas ,
ent a concomitante . Quod fi dixeris; Sol efl in C qui funt extra rem, ut fi quid probes exemplo
aut au* ^oritate aliqua . Locorum iotrinfecorum praefiantif* fimi habentur
definitio, & divifio, de quibus pro* pterea fingulatim dicendum. Definitio
est oratio explicans, quid fit res Componitur autem ad hunc modum. Propcfita ad
definiendum – RE : « =def. » -- adopted by H. P. Grice, WOW -- re,
qusritur primum ejus genus ; ac fi plura occurrunt, illud fumicur, quod minus
late patet; tum quaeritur differentia, quae omnibus, quotcumque sub
definitionem cadunt, conveniat, non aliis; adjunfla autem generi differentia
ex'ftit definitio. Exempli causa proponatur homo – H. P. Grice, « A PERSON
IS NOT A HUMAN ! » -- ad definiendum. Piimum quod illi sit genus,
quaeremus; St quoniam piura occurrunt. substantia y vive ne y animal y fumendum
erit animal y nam minus late pitet, quam substantia y et VIVENS \ cum autem RATIONALITAS – H. P. Grice,
‘accidental’ in ‘Human,’ essentialin Person -- sit differentia, quae omnibus
hominibus convenit, non aliis; idcirco duobus hifce simul juncis, exifiet
definitio hominis: animal RATIONALE – H. P. Grice : « Only in a
PERSON is rationality essential, not in Human, where it is accidental – vide my
Metaphysical Transubstantiation construction routine --. In definitionibus
autem requiruntor bzc tria. Primum ut definitio rebus omnibus conveniat, qu«r
ad definieadum propofitx sunt, non aliis. Secundo, ut jo LOGICA uc in
definitione nihil superfit ) nihil defit; Itaque iis expoficis, qux ad ESSENTIAM
– H. P. Grice, person, not human -- constituendam necessaria Aint, nihil
prsterea adjungendum. Tertio, ut definitio fit clarior re definiu, quod fatis
aflequemur i fi alias regulas eaque, qust modo tradita futit, observabimus.
Definitio alia realis est, alia nominalis – cf. ROBINSON, cited by GRICE --.
Realis est, qua definimus rem jam constitutam, nobifsque propositam, ac suo
nomine ab aliis NOTATAM – H. P. Grice : ‘cognate with ‘known’ --; qux res
cum sit NOTA – H. P. Grice : ‘cognate with ‘known’’-- , quxrendum tamen
eft, quod ejus sit genus, quxque differentia, uti cum definimus hominem; efi
enim homo res notissima, et apud omnes confiituta jam, Sc determinata.
Nominalis efi, qua rem definimus aliquam, quam nobis ipsi ARBITRATU NOSTRO – H.
P. Grice, ‘arbitrary’ or ‘artificial’ sign -- conftituimus, ac pro voluntate –
AD PLACITVM – H. P. Grice -- nominamus – Humpty Dumpty,
« Impenetrability » -- Luigi Speranza --, ut fi qui hominem, aliis
infiru 61 um sibi fingat, eumque prcrcton nominet, quxrenti autem quid sit
prerotof, ejus definitionem exponat: bomo alatur, qux ipsa quoque genere, et
differentia con« dabit . Mathematicorum
definitiones nominales omnes sunt – H. P. Grice : « As in Kant’s
infamous example : 7 = 5 =def 12. Divisio
est oratio, qua totum in partes tribuitur, ac cum totum dico, intelligo etiam
genus, quod in species suas tribuitur, quasi in tot partes. Tres dividendi sunt leges. Primum
nt ne qua., pars omittatur; itaque male divides animal ig terrsttre, et
volatile > omittis enim aquatilia. Secundo
ut ne pars una alteram contineat » itaque male divides animal in aquatile >
terreftre) volatile, fluviatile, nam fluviatilia in aquatilibus continentur.
Tertio ut a toto ad partes singulas brevis Gt tran- Gtus; quare ineleganter
divides animal in terreflre, volatile, marinum, fluviatile; citius enim ab
animali ad aquatile venilfes; unde ad ea, qux minus late patent, marinum,
fluviatile et caetera facile defcendi poterat . 'De /cientia , opinione , ^Je,
X T Axenus .argumentationis naturam ,&caufasex- pofuimus, nunc de fcientia
, opinione, & fide dica- mus. Sed primum quid Gt propoGtio certa, quid
propoGtio evidens expliceixius . PropoGtio certa efl Ila quam pro vera habe-
mus, nulla aquali dubitatione interpoGta, uti haec; Urbs Romsc, qu» nunc
florentiflima efl , exiftet eti- , am cras; quam propoGtionem nemo Gbi non
habet perfuaGflimam ; quamquam, G velis, dubitare de ea poflis ; nam potcft
Uibs Romae hac nofle dirui, vel in nihilum a Deo redigi ; quare propoGtionem ,
quam- vis pro vera habeas , tamen intelligis pcfle efle fal- fam . Digitized by
Googie 32 LOGICA fam . Quod fi propofitio ca fit , ut illam non modo veran^
elfie non dubites, fcd nc dubitare quidenru pofiis , fi velis; ea dicetur certa
atque evidens , uti illa: totum eft majus parte, quam unufquifque fibi
perfuadet , falfam efle non polfe . Non eft hoc loco praetermittendum
,propcfitio- nes clTc quafdam , quarum veritatem in nobis ipfi experimur, ac
per fenfum intimum cognofeimus, uti haec cft; ego cogito; quas veras c(Te
ftntimus ma- gis, quam intelligimus , atque hx quidem propofi- tiones proprie
evidentes non dicuntur , etfi carent dubitatione omni: fed jam de fcientia
,& opinione dicamus . Si argumentatio, qua quid probatur, tota con- flet
propofitionibus certis atque evidentibus , demon- flratio dicitur; aficnrus
autem, quo conclufioni af- fentimur propter hujufmodi argumentationem , dici-
tur fcientia. Quare definitur fcientia aflenfus animi propter argumentationem
certam , atque evidentem; ifque affenfus ab omni dubitatione, & timore
fejun- Aus eft, ideoque definitur etiam fcientia alTenfus a« nimi propter
argumentationem fine formidine . Adjungitur autem illud: propter
argumentationem; nam principia , five axiomata , qux ipfa per fe, non propter
argumentationem aliquam , manifeftiflima . fune, non dicuntur proprie fciri ,
fed intelligi; ita- que principiorum non eft fcientia , fed intelleftio , Sin
autem argumentatio , qua quid probatur , propofitionibus conflet certis quidem,
fed non evi- dentibus j argumentatio dicitur topica , five proba- bilis .
AiTenTus autem j quo conclufioni alTentimur propter hujufmodi argumentationem ,
opinio dicitur. Quare definitur opinio alTenfus animi propter argu- mentationem
probabilem ; qui fane alTenfus adjun- 6\aro femper habet formidinem quamdam ,
ne id fal- fum fit , cui aflentimur . Itaque definiri etiam folet opinio
alTenfus animi cum formidine. Interdum breviflimo argumento aliquid proba- mus
ab auftoritate du^o ; ut fi dixerimus ; hoc dixit Euclides ) ergo tjl •verum.
Hinc fides oritur ; cft enim fides afienfus animi propter auftoritatem ; eoque
fir- mior alTenfus hic elTe debet , quo ell gravior dicen- tis auftoritas.
Quare cum fit au^Ioritas hominum., errori obnoxia, minus firma erit fides
humana, qua fcilicet propofitioni aflentimur propter hominis di- flum. Contra
vero cum fit auftoritas Dei longe gra- viflima , imo infinita in fe habeat ,
atque adeo om- nia gravitatis momenta, idcirc6 fide divina, quafei- licet
propofitioni aflentimur propter diflum Dei, ni- ii hil firmius; eaque
dubitationem omnem, ac timorem tollere debet, nihil ut evidentiae cedat. Tom* 111, X DE TERMINIS
QUIBUSDAM GEOMETRICIS AC THEOREMATIS NONNULLIS , Quorum prg ii NO.
Qjjadrilaterum , cujus latera oppofita non Aint parallela , dicitur trapeaium ,
uti S Z > ( Fig. 1^. ) in \ AC DE
THEOKEM. GEOM, 43 in quo puto latera oppofita S O
) T Z minime pa> rallela efle . In quovis parallelogrammo folent mathematici
unum latus pro voluntate accipere, quod bafim no- minent . Perpendicularem vero
a quovis oppoliti la- teris pun£lo ad bafim duAam vocant parallelogram- mi
altitudinem. Quare fi in parallelogrammo ER {Fig. 14.) latus NR pro bafi acceperis,
perpendi- cularis P Q, qux a punflo P lateris oppofiti £ M ufque ad bafim N R
ducitur , erit parallelogrammi altitudo . GAP. V. De Circulo . ' C^IrcuIus eft
figura, in qua punflum quoddam eft aeque diftans ab omnibus perimetri, ideft
ambitus, five pcripheris pun6Iis . Quod fane ex ipfa circuli formatione
colligitur. Alia etiam afferri folet circu- li definitio, de qua infra. Si
linea quxvis refta juxta circulum dufta ejus peripheriam fic attingat , ut
intra circulum ipfum nullo modo fe immittat , ea dicitur tangens circuli, uti
AB ( Fig. tj.) quam volo circulum P QS fic attingere in P, ut intra ipfum
circulum neutiquam ingrediatur. Demonflratum efl , contadum P fieri in tmo F i
tan- DE TERM QVIBUSD. tuntum punflo ; a quo pun6\o difcedcntes tura re- fta P B
, tum arcus PQ^ftatira aperturam quamdam efficiunt, fivc angulum mixtilineum .
Demonrtratum quoque eft, per hanc aperturam duci polTe a punflo conta(Sus P
quotlibet lineas cur- vas , puta P M , qu* fic ferantur inter tangentem P B,
& arcum P Q., ut nufquam in circulum incur- rant , cum nulla tamen linea
refla per eamdem a- perturam hoc modo duci poffit Q:iamcunique enim lineam
reflam duxeris a puoflo P , quae angulum-* quantumlioet exiguum faciat cum
tangente P B , nun- quam efficies, ut eadem intra circulum PQS ron liife
immittat . Quod non fine admiratione aliqua ab iis prsfertim accipi folet, qui
interiorem geo- metriam nondum ferutati funt - Ea re fit , ut per punflum
quodlibet una dumtaxat tangens duci poffit. SECTIO II. De Proportionibus • C
A P. I. QuiJ Jit Proportio , quid proportionalitar . Roportio cft relatio unius
quantitatis ad aliam y quatenus vel eam continet, vel ab ea continetur. Sic
relatio, quam habet numerus lo ad 5 , quate- • Dus ipfum bis coacioct, dicitur
proportio. Quantitas , qnae ad aliam refertur , dicitur an* tecedens
proportionis ; ca , ad quam refertur j dici- tur confequens; ambae autem
dicuntur proportionis termini . Poteft proportio elTe five major, five minor;
poten enim una quantitas aliam continere plus,mi- nufve . Sic proportio 8 ad 2
major eft , quam 10 5. Nam IO continet 5 bis tantum, cum 8 contine- at 2
quater. Proportionalitas eft proportionum aequalitas, quae tum habetur , cum
una quantitas alteram continet five ab altera continetur toties , quoties
tertia quae- dam continet quartam , (ive continetur a quarta ; nam tuoi
proportio, quam habet prima ad alteram, aequalis dicitur proportioni , quam
habet tertia ad quartam.. Itaque proportionalitas in quatuor confidit ter-
minis , quibus duae proportiones continentur. Ter- mini autem , qui in duabus
hifce proportionibus an- tecedentes funt, dicuntur fibi mutuo homoU'gI ; item
qui confequentes . Hi numeri 4 2 , 10 , ^ propor- tionales funt ; eadem eft
enim proportio 4 ad 2 ) qu® IO ad 5 . Quoniam ergo 4 & 10 in h'S propor-
tionibus antecedentia funt, erunt etiam homologa » item 2, & 5 « ut qux
ambo confequentia funt, ho- mologa inter fe erunt. Duos quidem terminos , in
quibus una propor- tio confidit oportet elf,' cjafdem generis , ver. gr, vei
duos ctfe oumeros , vel duas lineas , vel dua tCffl- 4 in quibus confidit
proportionalitas non omnes oportet eiufdcra eflc ge- neris . Poliunt quippe duo
efle unius generis , alii duo efle generis alterius; quid enim impedit) quo-
minus numerus numerum contineat toties , quoties linea continet linearo )
ideoque numeri ad numerum eadem fit proportio , qux lines ad lineam i c A p. I
r. De Vroportionalitate difereta > & eontiituM • In quatuor terminis ,
quibus proportionalitas qu«- que continetur, plerumque accidit, ut fecundus Sc
tertius insquales fint , & diverfi , ut in his lo , 5 , 8, 4. Accidit etiam aliquando, ut
squales, five^ iidem fint , ut in h s 8 , 4 , 4 , 2 . Si i nsqualts fint , proportionalitas dicitur di-
fereta , fi iidem fint . continua . Ac proportionalitas quidem continua
confidere dicitur in tribus tantum terminis , quorum unus pro duobus ed . Tres
autem hi term ni dicuntur continue proportionales . Sic proportionalitas , quz
ed in quatuor terminis 8,4, 4,2, confidere dicitur in tribus terminis 8, 4,2,
atque hi dicuntui continue proportionales ede. St AC DE THEOREM, CEOM. 47 Si duz quantitates
fimur multiplicentur, quod multiplicatione efficitur, dicitur illarum pioduAum,
interdum etiam le^tangulum. Sic quoniam multipli- cando 2 per 3 Bt d, erit 6
producum, Ove re^an- gulum numerorum 2 , & 3 . ' Quod fl quantitas quspiam
per Te ipfam multi- plicetur , producum , quod Bt , dicitur ejus quadra- tum ,
ipfa autem quadrati latus , feu radix dicitur . Quoniam ergo multiplicando 3
per 3 Bt 9 , erit 9 quadratum numeyri 3, ac numerus 3 erit radix, firre latus
numeri 9 . Si termini quatuor proportionales fint , demon- Aratum eft,
produ61ura extremorum squale efle pro- duco intermediorum . Ex. gr.
proportionales fint hi quatuor termini 8,4, 10, 5 ; producum , quod Bet
multiplicando 8 per 5 , qui funt termini extremi , squale ent produAo , quod
Bet , multiplicando 4 per 10 , qui lunt termini intermedii . Quod fi termini
tres continue proportionales fuerint, uti 8 , 4 , 2 , produAum extremorum 8) 2)
squale erit quadrato intermedii 4 . DE TERM, QUIBUSD. C A P. II I, Dc
Proportione compojtta , Sl proportiones fuerint quotiibet , ver. gr. 3 ad 5, 8
ad 4, 2 ad 3 , atque omnia antecedentia 3,8) 2 fimul multiplicentur, itemque
multiplicentur (imul confequentia omnia J, 4, 3, proportio, quam ha* bebic
produ6lum illorum ad produiflum horum , di* cetur compolita ex proportionibus
illis omnibus . Ita* que proportio , quam habet 48 ad 60 , eft compo* (ita ex
tribus 3 ad ^ , 8 ad 4 , 2 ad 3 ; ht eninu* 48 ex multiplicatione 3 per 8 per
2, & 60 ex mul* tiplicatione 5 per 4 per 3 . Si proportiones, unde
compolita efficitur, fint duae tantum , e»que inter fe aequales , five , quod
eodem recidit , fi una tantum proportio fit , & ea quidem bis repetita ,
propertio compolita , quae ex hac fiet , dicetur ejus duplicata . Ver. gr, fit
propor* tio eadem 3 ad 4, 3 ad 4 bis repetita, ac fiat pro* portio compolita ,
multiplicando 3 per 3 , & 4 pec 4, ponendoque produdla 9 & 16; erit
proportio 9 ad i 6 duplicata proportibnis 3 ad 4 . Quoniam vero multiplicando 3
per 3 , produc- tum , quod fit, efi quadratum numeri 3, & multi- plicando 4
per 4, produ^lum , quod fit, ell quadra- tum numeri 4, idcirco proportio
duplicata dicitur e- tUm proportio quadratorum . Sic Digitized by Googie DE
THEOKEM. CEOM. ijp Sic fi pofueris proportionem 2 ad 5 , ac velis ejus
duplicatam ; fac quadratum pdmeri 2 , quod eft 4 , & numeri 5 , quod eft
25. . habebifque pro- portionem 4 ad 25 , qus erit duplicata proportio- nis 2
ad 5 , eadem , qu.-e quadratorum . Quod fi proportiones, unde compofita
efficitur, tres fint , eaeque inter fe aequales, five , quod eo- dem recidit,
fi una tantum proportio fit,& ea qui- dem ter repetita, proportio
compofita, quscexhac fiet, dicetur ejus triplicata. Ver. gr. fit proportio
eadem 2 ad j , 2 ad j , 2 ad ^ , ter pofita, ac fiat proportio compofita
multiplicando 2 per 2 per 2 , ac 3 per 3 per 3 , ponendoque produfla 8 , 27; e-
rit proportio 8 ad 27 triplicata proportionis 2 ad 3 . Quoniam vero
multiplicando numerum quemvis per fc ipfum bis , uti 2 per 2 per 2 , prodnftum
) quod fit, dicitur ejus cubus , qua de caufa 8 efi cu- bus numeri 2 ,
fimiliterque 27 eft cubus numeri 3 , idcirco proportio triplicata dicitur etiam
proportio cuborum . Sic fi pofueris proportionem 4 ad 5 , ac velis ejus
triplicatam , fac cubum numeri 4, multiplican- do 4 per 4 per 4, qui cubus erit
64; fac pariter cubum numeri 5 multiplicando 5 per 5 per 5 , qui cubus erit
125, habebifque proportionem 6 ^ ad 125, triplicatam proportionis 4 ad 5 ,
proportionem cu- borum • Tom» llh GAP. ^ DE TERM. OVjbuSD. GAP. IV. De
quantitatibus fer numeros exprimendis . [)lj£e quantitates duas alias dicuntur
exprimere , cum eamdem habent prepertionem , quam illa . Mos autem cll
mathematicis, Phyficifque , ut fi quan- do fermo incidat five de duabus viribus
, (Ive dc^ duobus temporibus, (ive de duabus velocitatibus, five de duabus
quibufeumque aliis rebus, in quas ca- dant plus minufve . qua-que quantitatem
habeant , & propoitionem aliquam, mos, inquam, eft mathe- maticis,
phyficifque, ut eas ftatim five numeris, fi- ve lineis exprimant . ' Atque id
fane commodifiTimum efi ; quscumque cn'm de exprimentibus five numeris, five
lineis pro- pter proportionem dicuntur, ea pariter de quanti- tatibus
expreflTis dici pclTunt ; fed multo facilius fi- ve in numeris , five in lineis
cognofeuntur, Qiiamquam numeri in hoc maxime dominantur, fic quidem ut ad
lir.eas ipfas , figurafque exprimen- das plerumque accipi foleant . Et linearum
quidem exprimendarum ratio facilis cfi ; nam fi fint ver.gr. duae lineae , altera
trium pedum , altera duorum , nemo non videt duas hafee lineas duobus numeris
exprimi 3, & 2. Quod fi aliae dux fuerint, unt., quinque cubitorum, altera
feptem , facile exprimen- tur numeris 5 , 6c 7 . . Et . AC DE THEO-REM. GEOM. 51 Et fuperficics duae
quidem fimili modo expri- muntur , fi menfura quaedam communis certo vici- um
numero repetita adaequet unam , & certo pa- riter vicium numero repetita
adaequet alteram ; ut fi unam adaequent pedes quadrati ipfi quinque , al- teram
pedes quadrati ipfi feptem ; has enim utique expriment numeri 5, & 7. Pes
quadratus menfura cfi artificibus geometriae cognitillima . Quod fi duo folida
menfuram habuerint quam- dam communem, facile apparet, ipfa quoque duo- bus
numeris exprimi poflTe , quemadmodum de fu- perficiebus , & lineis didlum
eft . Omnium enim ra- tio eadem . Sunt tamen lineae quaedam, & fuperficies
, & folida , quibus menfura communis nulla eft , quod geometrae ad
veritatem oftenderunt ; quae quomodo per numeros exprimi poflint , dicemus
infra. Nunc de refiangulis , & linearum quadratis h»c fcite con- venit . \
Sint duo reiftangula A B,P R,['^/^.i6 Jquotum unum latera habeat AC, CR angulum
facientia in C, alterum habeat latera P Q , facientia angulrm in Q_^. Si latera
AC, P exprimantur duobus nu- meris puta A C numero 3, & P numero 2 ; item-
que latera C B , Q^R exprimantur duobus numeris , puta C B numero 5, Q^R numero
4 , ac multiplice- ttir numerus 3 , qui exprimit A C , per numerum 5, qui
exprimit C B, fiatque produflum 15; & fimili- ter multiplicetur numerus 2,
qui exprimit PQ,per C X nume- 5z DE TERM. PVTEURD. numerum 4, qui exprimit Q^R,
& fiat produfluni 8; hrec duo produdla 15 , & 8 expriment re^langu- la
A B , P R . Id autem perinde fit, ut fi fumerentur propor- tiones duse , una 3
ad 2 ( qui numeri refpondent lateribus A C , P Q^) altera 5 ad 4 (qui numeri
ref- pondent lateribus C B, Q^R ) atque ex his duabus proportionibus fieret
compofita , qux fiinc eflet illa ipfa , quam fupra notavimus, 15 ad 8. Atque
hanc ob caufam bina quxque reflangula A B , P R proportionem inter fe habere
dicuntur compofitam laterum , ideft eam proportionem , quae componitur ex
proportione unius lateris A C ad u- num PQ,, & alterius C B ad alterum Q^R
. Qiiod fi fuerint duae lineae C H , I F , carumque quadrata P H , Q^F ( Flg.
17. ) , ac lineae C H , I F duobus numeris exprimantur, puta C H numero 3 ,
& I F numero 2 ; quadrata ipfa numerorum 9 , & 4 expriment quadrata
linearum PH, Q.F . Atque id quidem perinde fit , ut fi proportio eadem 3 ad 2
femel atque iterum poneretur 3 ad 2 , 3 ad 2i tum fieret proportio compofita ,
quae fane illa ipfa elTet , quam fupra notavimus 9 ad 4 , efletque du- plicata
proportionis 3 ad 2 . Eamque ob caufam
di- ci folct , quadrata habere inter fe proportionem du- plicatam laterum . Quo
apparet , proportionem duplicatam linea- rum eamdem e(Te ac proportionem
quadratorum , que fiunc €x lineis , deuti proportio duplicata numerorum eadem
eft , ac proportio quadratorumj qu* fiunt ex numeris . Erunt alia qusdam horum fimilia
& de prifma- tis, & de cubis dicenda. Sed de his ubi de folidis. C A P.
V. De incommenfurabiUbus , Sunt lineae quxdam , & fuperficies , &
folida , quae raenfuram communem nullam habent , idcoque incommenfurabilia
dicuntur . Id cft notilTimura in_, cujufvis quadrati latere, & diagonali;
quamcuraqu# enim menfuram acceperis, quae quoties libuerit re- petita adaequet
latus, ea nunquam diagonalem adae- quabit . Atque hzc quidem , quz menfura
carent com* muni , non videntur numeris exprimi poffe , ad eum modum , quem
fupra docuimus , idque veriffimum cft, fi numeros cum dicimus, illos tantum
intelligi- mus naturales , atque obvios i,2, 3, 4,5,6. Ve- rum reconditiores
alios numeros fibi fingunt mathe- matici , five poflibiles ii fint, fivc
irapoflibiles , cif- que cum ad alia utuntur, tum vero maxime ad ex- primenda
incommenfurabilia; qui numeri quales fint, ne omnino ignoretur , paucis exponam
. Sunt ergo numeri quidam fortaffc impoftibiles , quos tamen cognofcimus, fi
polfibiles clTeot • habi- turos DE TERM. QllBLSD.
turos e(Te certas proprietates. Ver. gr. radix nume* li IO fortalTe eft
inipofTibilis ; & fane in naturali- bus muneris, quos quidem novimus i, 2.
4. 5i t5, nullus eft , qui per fe ipfum niultiplicatus efficiat 10 , idcoque
radix numeri 10, dici poflit ; tamen_. condat radicem numeri 10 , fi qua ed ,
debere ede maiorem numero & minerem numero 4. Con- dat etiam de aliis
eiufdcm radicis proprietatibus. Eoque procedit ratiocinantium indudria , ut jam
radices huiufmodi , five ede prffint , five non pof- fint , tamen propter
cognitidimas carum proprieta- tes, & in fummam colligi. & alix aliis
detrahi, & multiplicari per alios numeros, aliafque radices, & dividi
podint, perinde ut communes numeri . Fac ver. gr. radicem numeri 2 , &
radicem numeri g ede, fi ita vis , impolfibiles ; hoc tamen affirmare^ poflTiim
fi edent peflibiles , atque altera per alteram multiplicaretur, produidum ,
quod fieret, edet pro- cul dubio radix numeri 6. Idqiie cd Arithmeticis
perfpefliffimum . Eo faftiim cd ut mathematici has etiam radi- ces in numeris
habeant , ac numeros propterea om- nes in duo genera dividant, in rationales,
iiquc_/ funt communes illi , atque obvii i , 2, 3 , 4, &c. &
irrationales, quos etiam furdos vocant, iique funt radices , quas diximus ,
quarque inveniri non podunt, uti radix numeri 2, radix numeri 3, radix numeri
5, radix numeri ( 5 , radix numeri 7, & in- finitae aliae. Ut AC DE THEOREM. GEOM. 55 Ut ergo qus funt
incommcnfurabilia rationali- bus numeris exprimi nequeant; irrationalibus
certe» fi ve furdis exprimi femper polTunt . Et fane con- fiat , in quadrato
quovis latus & diagonalem expri- mi per I , & radicem numeri 2 . Nempe
latus ad diagonalem proportionem illam ipTam habet , quam haberet numerus i ad
radicem numeri 2 » fi qua ef* fet hujus numeri radix . SECTIO III. De iis ,
quae in plano accidunt e pro- portionum dodrina. GAP. I. De Jtguris redilineis
Jtmilibus . F Igurs rei?lilinex fimiles ili® funt qu® angulos habent numero
pares, fingulos xquales fingulis, ac latera circa squales angulos deinceps
proportiona- lia ; uti figurs ABCD, EFGH, ( Fig. 18. ) qua* puto ita elTe
conformatas , ut cum illa quatuor an- gulos habeat A , B , C » D , h®c pariter
quatuor habeat E, F, G, H ; firque angulus A xqualis an- gulo E , angulus B
angulo F, angulus C angulo G, angulus D angulo H ; ac prxterea fic fe habeat D
A ad A B , ut H £ ad £ f , idefi quam proportionem habet Digitized by GooglC ^6
DE TER A/. QVIEVSD. habet DA ad AB, eamdem habeat H E ad E F; & deinceps
fic fe habeat A B ad B C , ut E F ad FG; & BCadCD, ut FG adGH,& CDad D
A , ut G H ad H E . His omnibus pcfitis erunt fi^urs ABCD, EFGH fimiles .
Demonftratum eft, figuras rtflilineas fimiles ha- bere proportionem inter fe
duplicatam laterum ho- mologorum , fivc proportionem eam , quam habent laterum
homologorum quadrata . Quare cum in pro- pofitis figuris ABCD, EFGHob
proportionalita- tem laterum A B, BC, EF, FG, latera B C, F G fint homologa, fi
inveneris proportionem , quam ha- bent quadrata linearum BC, FG, inventam
habe-* bis proportionem, quam inter fe habent figurte fimi- les ABCD, EFGH. V.
g. linea B C eam habeat proportionem ad lineam F G , quam habet 3 ad 2 ,
ideoque hiS nu- meris lineae ipfae exprimantur; quoniam ipfarum qua- drata
exprimentur numeris 9 & 4, compertum cric, figuras fimiles ABCD, EFGH ipfas
quoque iif- dem numeris 9 & 4 exprimi pofle; idecque eam ef* fe
proportionem figurx ABCD ad figuiam £ F C H, quz 9 ad 4. CAP. Digitized by Google AC
DE THEOREM. CEOM. 57 C A P. I I. De Circulo . Sit circulus quivis A B (F«f. 19
.), & angulus qui- vis A C B conftitutus in centro ipib C j cujus an- guli
crura C A , C B fecent peripheriam in pundlis A ) & B. Si lineam duxeris
regiam A B ) hxc reAa prae* terquamquod dicitur chorda circuli ( lic enim ap-
pellatur linea quavis refla utrinque in peripheria-. circuli terminata) dicitur
etiam «horda) five fub- tenfa anguli A C B , Qiiod fi a punflo A duxeris reflam
A S > qu« fecet reflam C B in S , & cum ipfa angulum re- flum faciat)
linea ipfa A S dicetur finus refluS)fivc finus primus anguli A C B, linea vero
S C) ejufdem anguli finus fecundus . Qiiamvis ex his lineis duarum quarumlibet
pro- portio fumi pofiir ad metiendum, ftu potius ad de- terminandum angulum ;
nihilcn.inus ufus tenet ut proportio , quam habet finus primus ad finum fecun-
dum, ad id adhibeatur. Et fane conllituto certo angulo A C B, conlli- tuti
quoque erunt finus duo AS, SC, corumque-* proportio, iique , & ipforum
proportio mutabuntur, fi angulus ACB vel tantillum mutetur . Quapropter 11/. H
fi co- Digitized by Google 5 * DE TERM. QVIBUSD. fi cognofcatur proportio j
quam habet finu* primui cuiufvis anguli ad finum fecundum , angulus ipfe quoque
pro cognito habebitur . Njque ad determinandum angulum , & finm eius
conftituendos , quidquam refert, utrum circulu» fit major, an minor; namque
eidem angulo in quo- vis circulo eadem femper finuum proportio refpon- debit .
Demonftratura eft, duos quofque circulos A Bi C D ( Fi^. 20. ) proportionem
inter fc habere du- plicatam diamctioium AB, CD, five , quod eo- dem recidit,
eam habere inter fe proportionem | quam habent diametrorum A B , C D quadrata «
Quare fi proportionem cognoveris , quam habent qnadrata hzc illam etiam habebis
cognitam , quam habent circuli . Exprimantur
v. g. diametri AB, CD duobui numeris 5 & a , diametrorum fane quadrata
expri- mentur numeris 25, & 4; igitur proportio circuli A B ad circulum C O
eadem erit, qux 25 ad 4. Sit circulus quivis A ? D ( Fig. 21.) cujus dia- meter
A D. Si a purfto quovis petiphense P duca- tur re^a P M , quat fecet diametrum
AD in M , firque ipfi perpendicularis , refla P M dicetur circu- li ordinata ;
linea M A , M D dicentur fegmenta diametri , five axis, nam diameter etiam axis
dici- tur . Demonfiratum eft
, ordinatam P M eflfe mediam proportionalem inter fegmenta diametri M A M D,
ideft Digitized by GoogU Digitized by Googie AC DE ThiEOKEM. CEOM. 59 eam
habere proportionem M A ad M P,quam habet M P ad M D . Unde conflat , quadratum
ordinat* M P squa- le elTe reftangulo , quod fit ex lineis M A , M D ; fiet
autem , fi linea M A conftituatur perpendicula- ris ad M D (Eig' 2i. ) , ac
totum perficiatur re- ftangulum AD; hoc enim dicitur e(Tc rc(flangulum linearum
M A, M D. Erit ergo quadratum ordina- te P M equale reftangulo A D. Solent
geometre fubtiliores curvam quamquo lineam determinare ad hunc modum. Lineam
quam- dam reAam conflituunt , quam axem vocant; tum ex ea relatione, quam habet
ordinata quxvis(idefl perpendicularis linea a punflo quovis curvs ad axem du6ta
, ad ipfum axem , curvam lineam , quam fibi propofitam habent, definiunt. Id flatim apparebit in exemplo
cHipreos, Sc parabole, de quibus infra. Hanc definiendi rationem fecuti in
aliis curvis, nihil erat , cur non fequerentur etiam in circulo ; ideoque
circulum fic definire confueverunt , ut fit figura curvilinea , in qua ordinat*
cujulvis quadra- tum squale cft reftangulo , quod fit e Tegmentis axis. Que definitio commod'flima eft
analyftis, qui omnia ad numeros, & calculos revocant. DE TERM. QUIBUSD.
GAP. III. De Ellipjr . Sit filum FPO (Fi£. 25.), cujus extrema infix» fint in
punflis F O ; ac cum laxum fit, (lylo quo- dam tendatur, aJducatuiqje ad
punftum P. Tuna flylus fequente filo circumferatur, defcribet is fane curvam
qu«ml.im lineam A M P R I fpatium conti- nentem . Hoc fpatium, five figura hsc
cHipfis dici- tur; curva autem linea, qua ellipfis continetur, dici- tur ell
piecs pcriplieria. interdum etiam ellipfis. Pun- fla F, O dicuntur eilipl^eos
foci. Qiiod fi per focos F , O ducatur refla linea A qune iitiinque tllipfeis
peripheria terminetur , dice- tur haec axis major ellipfcos , qui axis fi
dividatur bifarirm in piirflo C, erit p influm C ellipfeos cen- trum . Dufl.i
autem per C rofla M l utrir.que ia- peripheria ellipfeos terniinata, ac
perpendiculari ad axem majorem A R , erit haec M l axis minor el- lipfeos .
Patet pro varia tum fili longitudine, tum foco- rum diftantia , fieri pjfTe
ellipfes alias longiores , acutiorefque , uti E L ( Fig 2 lo modo fe immittat,
dicetur T tangens cHipfe. os. Conftat
non polTe eam contingere ellipflm nifi in uno pumfto. Cosftat etiam fi a focis
F , & O ad punflum contaftus P ducantur duae refise F P , O P, efle angulos
F P T, O P «quales . £llip(is fic qu«vis A P X ( Fig. 25. II. ) cujus axis AX;
demoniiratum eft, cujufvis ordinatx PM quadratum eamdem habere proportionem ad
re^an* gulum, quod fit e Tegmentis axis M A, M X. Hinc peti folet ellipfeos
definitio . £fi enim figura curvi- linea , in qua ordinatx cujufvis quadratum
ad reflan- gulum Tegmentorum axis conftantero habet ) & per> petuam
proportionem . C A P. IV. De Tarabola . Finge tibi lineam reAam ab V {Fig.
2(5.) verfus R produ6lam in infinitum . Sumta portione quavis V M , quam voco
abfcifTam , fac du6Iam cfie perpen- dicularem ilii MP, quam voco ordinatam,
longitu- dinis cujufiibec. Tum fumta alia quavis abfciiTa V Ri fac ordinatam
illi refpondentem R ejus cITe lon- gitudinis, ut quadratum ordinatx M P ad
quadratum ordinatx alterius cujuflibet RQ^eara habeat propor- tionem } quam
habet abfcilTa V M ad abPcilTam V R . Du-
6i DE TERM. QUIBUSD. Da(\is ad hunc modum ordinatis innumerabili'* bus,
linea VPQ^duft.i ab V per extrema harum or- dinatarum omnium dicitur parabola ,
quam condat curvam ede . Punftura V dicitur parabolae vertex ; rc(da linea V R
axis . Condat etiam parabolam ede ubique concavam ex ea parte j quae axem
refpicit; quamquam produ- ^a longius, magis magifque removetur ab axe iiu*
indnitum ; nam ut quaeque ordinata plus didat a pun- fto V , eo ed longior .
Manifedum. cd etiam , parabolam tanto latio- rem ede, quanto ordinata illa
prima MP, quarn^ arbitratu nodro alTumdmus , fuit longior; quae fi brevidlma
fuidet , aliae quoque ordinatae bievillimaB edent, ac tota parabola
contra^idlma. SECTIO IV. De Solidis. C A P. I. Quadam franotanda . Ntequam
folida. explico, operae pretium eft pau- ca quaedam diligenter animadvertere ,
quibus vifis folida i^fa exponentur paucis; fequentia enim is-fa- cile
intclligct , qui fupeiiora intellexerit . z. Duc Digitized by Goo^^ AC DE
THEOREM. CEOM, . tioncm habcbir* quara numcius 12 ad numerum 14 habet»
GAP. III. De frifinate quoJ/m i quod paralltlcj-ipednm dicitur» PRifma parallelogrammis
quaruor contentum, fi parallclogrammum quodque adveifo fit parallelum , dioitur
parallelepipedum . Inter parallciepipeda n a- X m: excellit cubus . ifl autem
cu>us prifma, five parareVpip^dum qnotld.im, in quo 6»' bafis. & reliqua
platm o.ti. a* quibus continetur, quadrata lunt , uc p,rfvfl ibii.i uu
Digitized bv AC DE THEOREM. CEOM. 67 tali formam habeat. Itaque omnia efus
latera aequa- lia funt ; dicitur autem cubus ejus lineae , quae ipfl cH lacus. Sit cubus quivis X ( Fig
cujus latus AB, & alius quivis Z , cujus latus P R ; habebit ille ad hunc
proportionem triplicatam line* A B ad line- am P R . (iyare fi line* A B , P R
exprimantur nu- meris g , & 2 , ac multiplicetur g per g per g , fiat- que
cubus numeri g, qui eft 27 , & eodem modo multiplicetur 2 per 2 per 2 ,
fiatque cubus numeri 2 , qui cubus eft 8 ; cubus X ad cubum Z eam ha- bebit
proportionem , quam habet 27 ad 8 . Quapropter fi du* line* duobus numeris
expri- mantur, eadem erit proportio cuborum, qui ex li- neis fiunt , ac cuborum,
qui fiunt ex numeris. C A P. I V. De Trifmatis Jimilthus . Duo prifmata fimiiia
efle dicuntur, fi bafes ha- bent fimiles, ac paralldogramma . qu* unum con-
tinent, fimilia funt parallelogrammis , qu* continent alterum, fingula quidem
fingulis, Latera autem , qug funt five in bafibus , five in parallelogrammis
ho- mologa , dicuntur latera homologi prifmatura, Demonftratiim eft, bina
q'!*que fimilia prifma- ta eamdem habere inter fe pioporiionem, quam ha- 1 2
bent 6$ DE TERM. QUIBVSiy. bcnt cubi laterum homologorum , ideft laterum ho-
mologorum triplicatam . Itaque (i in duobus (ImilU bus prifmatis duo quaevis
homologa altera acceperiSi, ac proportionem inveneris, quam habent eorum cu- bi
, illam quoque iavcniam habebU , quam habent. priLmata.. C A P. V. Dc Fjramiit
. Sit m plano quovis reftilineum quodvis AB'CD> {Fig. ) ac punflum V in
fublimi, a quo pun61o ducantur line» rc61® VA,VB,VC,VDad pun- fta fingula , in
quibus anguli figurae A B C D funt cnnftituti . Hinc fane cxiltent triangula V
A B« V B C». V C D , V D A totidem y quot funt latera reftilinei^ eaque
triangula figuram quamdam Iblidam contine- bunt . Figura folida triangulis
hifce contenta dicitur pyramis. Redlilitieum A B C D bafis . Punflum V ver- tex
. Qjiod fi a punflo V dufla fit linea perpendi- cularis ad planum» in quo eft
bafis, ea perpendicu- laris dicitur altitudo pyramidis . Si bafis triangulum
fuerit , pyramis dicitur tri- angularis, fi quadrilaterum , quadrangularis,
& alla limilitcr pyramidum genera nominantur ex illoruna angulorum numero ,
quot balit continet . Quat- / Digitized by Googie AC DE THEOKEM: GEOM. 6^
Quxque pyramis ad pyramidcra quamlibet pro* portionem habet compofitaaa bafis ,
& altitudinis , ideft compofitam ex proportione bafis ad bafim , &
altitudinis ad altitudinem > quemadmodum fupra de prifmatis. diximus. Du«
pyramides fimiles elTe dicuntur , fi bafes habent funiles, & triangula,
quae unam continenp, firailia funt triangulis, qu* continent alteram, fin- gula
quidem fingulis . Lacera homologa (ive balluro» Uve continentium triangulorum
dicuntur etiam late» ca homologa pyramidum. Demondratum eft, pyramides fimiles
eamdetiu habere inter fc proportionem, quam habent cubi la- terum homologorum,
five, quod eodem recidit, ho- mologorum laterum triplicatam , quod idem &
de. prifmatis fimilibus diAum eft. C A P. V r. De CjlinJro , Sl in duobus
parallelis planis duo fint aequales err» euH L H, TP (Fig. i6.) quorum centra C
& O,* ac dufti fint radii C L , O T fibi mutuo paralleli , nec non &
refla linea L T , iique radii circa centra C, O fic revolvantur , ut feroper
paralleli inter fe ma- neant, reAamque Uncam LT fecum adducant, do- Aec eo
xedeant , unde dilcefleiunt > exiftec hinc lu» 7um C centrum fphaerae ,
diameter A B diameter fphaerx , five axis. Breviter definiri folet fphsra fo-
lidum ) in quo inefi pundum xque difians ab omni- bus extremis: centrum put
fluni tale efi . DemonAratum cA , fphsram plano impofitanu
ab eo contingi in uno tantum puixAo . DemonAratum quoque eAj duas quafque
fphxras eam inter fe habere proportionem , quam habenteubi* diametrorum .
Haftenus geometris quofdam terminos , ac theo- remati nonnulla expofu'mus,qu*
qui intellexerit, alia etiam facile intelliget , fi qua occurrent in
phyfica,quje in hoc libello fuerint prxtermUTa . PHY- Digltized b B Digitized by GoogLe Digitized by
Google 11 PHYS1C iE PARS PRIMA. ■ FbjJ?ca quid fit ^ isf quomodo di^vi datur .
p 1 Hyfica , ut id nomen plerumque accipitur , eft fcientia, quz de corporeis
rebus agit. Hanc divide- mus in partes tres . In prima de corpore generatim
agemus, ea explicantes, qus corporibus conveniunt univerfls . In altera varias
quorumdam corporum qua- litates exponemus. In tertia totius mundi (itum , &
defcriptionem declarabimus . DE CORPORIBUS GENERATIM. GAP. I. De frineifiis
corporum , ^^Anifeftum efl corpora mutari, & alias atque^ alias fpecies
accipere; nam id quod erat cibus, fit fanguis primum , deinde caro ; dc id ,
quod erat li- gnum , fi comburatur, fit ignis. Oportet ergo cfTe in corpore
aliquid , quod idem cum fit , pofTit ta- Tom. III, K mcn Digitized by Googlc 74
T H r Z I C JE men ex unx natura , aut fpecie in aliam tranHre . Hoc aliquid
dicitur materia • (ive materia prima; quz materia ipfa per fe nec efl ignis,
nec lignum, nec tale aliud, fed poted cujullibet rei naturam in- duere . Ut
ergo materia naturam induat hujus vel illi- us rei , V. g. ignis , vel ligni ,
oportet , ut ad eam accedat aliquid, quo ipfa fiat vcl lignum , vel ignis . Hoc
aliquid , quod ad materiam accedit, ipfamque determinat ad elTe vel lignum ,
vel ignem , dicitur forma . Manifcllum cft igitur duobus piincipiis con- flare
corpora, materia nempe, & forma. Neque materiam male definies , fi dixeris
eam efle fubftantiam incompletam , aptam natam com- pleri per formam ad corpus
conflituendum ; fimiliter- que forma definiri potent fubflantia incompleta .
apta nata complere materiam ad corpus conflituendum . Quoniam materia poteft
& lignum clTe , & au- rum , & ignis, & aliud quidlibet, reifle
indifferens dicitur ; & quia ipfa per fe nifi forma aliqua acce- dat, nihil
horum cft , idcirco nullam harum rerum qualitatem habere in fe dicitur, &
iners appellatur . Cum materia veterem formam amittit, & no- vam acquirit,
tunc dicitur corpus generari. Ita cum materia amittit formam ligni , &
acquirit formam ignis , tunc dicitur generari ignis . Requiruntur er- go ad generationem ha-c duo ; materia
, & acquili- tio novae formae . Atque haec quidem propofita pri- mum ab
Ariftotele nemo in dubium revocare poteff. Sunt Digitized by Google bunt autem,
qui putant, id, per quod materia fit hoc , vel illud corpus , v. g. aurum , vel
lignum vel ferrum , nihil eflc aliud , nifi particularum figu' ram ,
tcxturamque , ad quam etiam adjungunt mo* tum. Figuram particularum, &
motum vocant prin- cipia mechanica , & his corpora quxque conditui volunt.
Horum ergo fententia, forma omnis in par- ticularum figura texturaque, &
motu pofitaeft;ea- que forma refpeaiva dicitur. Hanc opinionem Epi- curei olim
,poft noftris diebus Cartefiani fuftinucrunt. Peripatetici AriAotelem fecuti
concedunt qui- , dem formas refipeflivas eflc quamplurimas , quarum varietate
varia quoque Cnt corpora ; negant autem omnem corporum varietatem a folis
formis refpefti- vis, principiifque mechanicis oriri pore . Hi ergo a- liam
quoque formam inducunt , quam abfolutam vo- cant, quasque non in mechanicis
principiis confidit ; eamque etiam vocant fubdanti.tlera , quia maxime ad
fubdantias corporum pertinet . C A P. II. De ejfentia torforit . £sfentia
corporis eft id , quo pofito ftatim corpus pofitum efle intelligitur , quo fublato
, fublacum.Id cum ita fit, nen ed dubitandum , quin corporis cf- fentia in
extenfione, & mobilitate pofita fit. Nam K a ' fi qua t fed tantum modos ,
& accidentia aliqua ; ergo ne cor- poris quidem effentiam cognofeemus .
Refpondeo. Nego antecedens. An non effen- tiam trianguli , aut circuli , aut
quadrati cognofei* mus ? Quid ergo docent Logici omnes effentiam c(^ fe id,
fine quo res nec etfe, nec concipi potcd? Si enim concipi effentia nulla poteft
, iflo modo nulla unquam res concipietur . Dices: effentia corporis ell id ,
per quod co> pus dillinguitur ab aliis rebus, quz non funt corpo- ra, puta
ab anima. Atqui corpus non dillinguitur ab anima per hoc , quod fit extenfum ,
& mobile ; nam etiam anima c(l extenfa, & mobilis. Ergo &c« Refpondeo.
Diflinguo illud anima efi extenpt^ & mobilit formaliter ; nego :
terminative ; concedo. Non ed vero anima extenfa formaliter; nam noiu ed ^8 V H
r S l C JE cil in fc neque longa , neque lata , neque omnino figuram ullam
habet fpatiofam . Eft autem extenfa terminative , idcft habet relationem
quamdam ne- xumque cum termino quodam extenfo , ideft curru, corpore . Dices:
extenfio fatis eft ad effentiam corporis conftituendam ; ergo ad extenfionem
fruftra additur mobilitas . Refpondco. Nego antecedens. Nam fi corpus diceretur
tantum res extenfa, jam non diftingueretur a fpatio , quod ipfum quoque
extenfum eft , quamvis fit immobile . Dices : corpus multo melius diftinguitur
a fpa- tio per impenetrabilitatem , quam per mobilita- tem . Refpondeo negando
. Nam ut corpora pene- trare fe mutuo non poflunt , ita ne fpatia qui- dem .
Convenit ergo impenetrabilitas fpatiis aeque./ ut corporibus; immo etiam multo
magis . GAP. III. Df divifilfilitate corporis, C!jOrpus quoniam extenfum eft ,
& compofitura partibus , dividi in partes poteft , quae partes dividi dc
ipfae in alias poflunt, & hs in alias. Quaeri- tor autem a Philofophis an
id in infinitum abeat , an Digitized by Googie an tandem deveniendum fit ad
partes ultimas , qua fimplices fint , inextenfa , atque incompofita, ideo- que
dividi amplius non poflint. Ut ego quidem puto, unumquodque corpus af-
fignabile , quod raenfuris communibus determinari poteft , aliis , St aliis
partibus confiat in infinitum . Idque fic probo . Si eflent quadam partes
ultima tnextenla & incompofita , ha fimul unita compe* netrarentur ; nam
qua media cfll-t inter duas , fi omni careret parte , eodem in loco ab utraque
tangeretur ; atqui corpus , quod extenfum eft , com- poni nequit ex partibus,
qua fimul compenetrentur . Ergo partes illa ultima nulla funt. Ergo corpus
quodlibet aflignabile aliis , & aliis partibus confiat in infinitum .
Corpus infinite magnum , five infinitum , dici- tur illud , quod ex infinitis
aflignabilibus , ver. gr. infinitis pedalibus confiat. Contra vero pars unaJ ex
illis infinitis , quibus confiat corpus afiignabile , dicitur infinite parva ,
five infinitefiraa. Hanc opinionem fecuti Geometra ftatnunt , u- namquamque
lineam non punais conftare omni ex- tenffrme carentibus , fed componi infinitis
lineolis infinite parvis, \cque dubitant unamquamque cur- vam lineam fibi
fingere tamquam compofitam ex in- finitis lineolis rcais infinite parvis , quas
vocant cur- va latercula; qua cogitatio illos numquam in erro- rem adduxit .
D'ces . Si corpus quodque conflat infinitis par- tibus, 9o P H r S 1 C X tibus,
tam omnia corpora erunt aequalia . Non funt . Ergo &c. Refpondco . Nego
majorem . Nam quamvis infinitae fint partes in quovis corpore 5 poffunt ta- men
plures efle in uno quam in altero. Sicuti fi in- finiti fint homines , infiniti quoque erunt
oculi , ta- men plures erunt quam homines . Dices ; poteft Deus omnes corporis
partes ijL. nihilum redigere una tantum confervata . Sed haec una erit
incompofita ; nam fi componeretur aliis partibus , Deus hanc confervando non
unam confer- varet , fed multas . Ergo
eft in corpore pars qux- dam ultima inextenfa ) Sc incompofita . Refpondeo.
Diftinguo majorem. Omnes corpo- ris partes ultimas & incompofitas ; nego;
nam h« partes in corpore nullae funt: omnes corporis par- tes extenfas &
compofitas ; concedo . Sic ergo illa major accipienda eft. In quotcumque partes
corpus diviferrs, poteft Deus unam harum confervare, alias omnes tollere. Sed
& illa, quam confervabit, & illz , quas tollet, compofitae erunt ,
atque cx- tenfae . Dices : poteft Deus partes omnes corporis alias ab aliis
disjungere ; disjun^ae autem erunt ultimae , incompofitae, inextenfs.
Refpondeo. Diftinguo: poteft disjungere partes omnes ultimas, & inextenfas;
nego; nam hae par-*^ tes ultimx nullx funt: poteft disjungere partes om- nes
extenfas, quotcumque ez fint, in quas corpus diviferis; concedo . Di- Digitized
by Googl TARSI. Si Dices ; li corpus quodlibet infinitis partibus componitur ,
quomodo igitur finito fpatio concludi poteft ? RefpondeO} concludi polTe ; nam
ut corpus in- finitis partibus confiat , ita etiam fpatium infinitis fpatiolis
. Dices : tamen corpus cum movetur per fpatU um aliquod , oportet ut primum
primam fpatii par- tem attingat, tum alias; atqui invenire primam non pofiet ,
fi unaquxque fpatii pars aiiis partibus con- flaret; ergo corpus moveri non
pcflet. Refpondeo . Diflinguo majorem ; primam fpatii partem inextenfam; nego:
primam fpatii partem^ ,cxtenfam; concedo. Non fic enim movetur corpus per
lineam aliquam , ut divifa hac linea in partes ultimas & inextenfas , debeat
corpus has omnes de- inceps attingere ; fed fic movetur , ut divifa linea in
parres quotlibet , ver. gr. decem , centum , mil- le , debeat corpus primo
primam percurrere , tum fecundam, & alias deinceps. Hx autem omnes ex-
tenfx funt. Dicet : quomodo potefi corpus mobile infinitas fpatii partes
percurrere finito tempore? Refpondeo , pofle utique , nam ut corpus con- flat
infinitis partibus infinite parvis , & fpatium infi- nitis fpatiolis
infinite parvis, ita & tempus infinitis tempufculis conflat infinite parvis
, Idque in omni continua quantitate valet. Tiw. UL L CAP. 8i F H r S l c ^ C A
P. I V. De motu locali quid Jit ^ 6* quotuplex. ^Totuum genera inulta funt. Nam
quidquid acqui- rit formam aliquam , ex eo quod c potentia in a- (Sum tranfit ,
moveri dicitur, itaque & animi mo- veri dicuntur, fi e non volentibus
volentes fiant; acquirunt enim volendi formam . Sed nos de locali tantum motu
agimus. Localis motus eft tranftatio corporis de loco in locum. Duplex cft,
abfolutus , & refpeftivus. Ahfolutus eft tranflatio corporis a fpatio, quod
occupat, ad fpatium , quod antea non occupabat, Ifque motus intelligi fatis
poteft , etiam fi unum tan- tum corpus in natura intelligatnr. Refpeflivus cft
mutatio diftantiae quam habet corpus a corporibus aliis. Is motus intelligi
nequit, nifi plura intelligantur corpora. Et fit mutuus opor- tet ; neque enim
mutari poteft diftantia ccxrporis A a corpore B , ut dicatur corpus A moveri ,
quin^ mutetur pariter diftantia corporis B a corpore A , ut dicatur corpus B
pariter moveri. Eft ergo motus rcfptftivus mutuus . Cartefius motura omnem
omnirro definit muta- tionem diftantise ; nempe ille fpatium diftinftum a
corpore nullum elTe putat, ideoque motum omnem abfolutum tollit, lefpeflivura
in natura relinquit. . CAP. Digitized by
Googk c A P. V. De vi motriet . motrix eft vis , qu* cum iniit in corpore ,
ipfum movet . Quidquid ea fit . propagatur per to. tum corpus uno tempore; fi
corpus continuum fit. Etenim fi corpus continuum eft , non poteft unutnJ
extremum promoveri , quin eodem tempore pro- moveatur & alterum: oportet
ergo, vim motricem fimul ut eft in uno extremo, ftatim efte , eodemque tempore
in altero. Propagatur ergo per corpus uno inftanti . Sunt qui volunt vim
motricem nihil efte aliud, nifi vira quamdam , & aflionem Dei in
corporibus, ac res creatas nihil efficere ad movenda corpora tantum occafionem
prebere Deo , ut ipfe e decre- to fuo moveat. Ideoque res creatas canfas
occafio- nales motus efie dicunt , Deum efficientem . Horum haec ratio eft.
Movere corpus eft ipfum confervare in pluribus deinceps locis. Ejus ergo movere eft, cujus eft confervare. Atqui
confervare Dei eft . Ergo & movere . Que ratio erit in meta- phyficis
examinanda. Plerique putant , vim motricem efie qualitatem feu vim quamdam
corporibus a Deo infitam , qu® varus caufis , iftibus prefertim &
percufllonibus ex- L a cita- Digitized by Google 84 V 'H r S T C JE cltacur ;
atque hi przter qualitatis , facultatifquo nomen > nihil nos docent • Vis
raotrix fi impediatur , ne motum faciat , cum fit tamen in corpore, atque
inftet, dicitur ni- fus , pretfio , conatus . Nihil eft in phyfica difficiliui
cognitu I quam hic nifus • C A P. VI. Dt motus velocitate • Elocitas eft
promptitudo corporis ad certum fpatium percurrendum certo tempore. Tanto major
efi , quanto majus efi fp.itium , 6; quanto minus eft tempus . Si duo corpora
moveantur ; ac fpatia confedla exprimmtur duobus numeris; itemque tempora; ac
demum fpitia per tempora dividantur, fient nume> li , qui expriment
velocitates. Exemplum . Corpus
A conficiat fpatium 6 tem- pore 2 . Corpus B fpatium 20 tempore 5 . Qnoniara dividendo 6 per 2 fit 3 , & 20 per 5 fit
4, erit ve- locitas corporis A 3 , corporis B 4 . Si ambo corpora seqnalibus
temporibus move- antur, nulla divifione opus efl ; nam velocitates funt ipfa
fpatia , ideft exprimuntur iifdem numcrif quibus exprimuntur fpatia . CAP.
Digitized by Googie Dt motui quantitate. in corpore tanto eft ma{or, quanto cft
major quantitas roater'x , que in corpore reperitur, quaque maffa corporis dici
folet; & pariter quanto major ell velocitas. Neque vero putandum eft,
illorum corporum^ maffam etfe majorem, quorum volumen, feu magni» tudo
fenlibilis major ell . Sunt enim corpora volu» mine maxima , qux tamen propter
poros vel pluri» mos, vel maximos interfperfos quam minimum ma» terix
continent, ideoque maflx funt minimx. Si roalTam corporis numero expreflam
habeas, itemque velocitatem ; multiplicata per velocitatem roafla exiQet
numerus , qui vim , feu quantitatem motus exprimet. Sit mafla 3, velocitas 4; erit
ergo vis, feu quantitas motus iz. Si vim , feu quantitatem motus divides per
maf- fam , exiftet velocitas; fi per velocitatem, exiftet maffa . Sic in allato
exemplo fi quantitatem motus 12 divides per malTam 3; fiet 4 nempe velocitas; f
per velocitatem 4 fiet 3 ; nempe malTa . 26 P H r S l C uE GAP. VIII. De
legibus metus . P Erfuafum jam cft prope omnibus j unumquodque corpus per fc
quidem in eo (latu ) in quo cft. mane- re femper . Si ergo quiefeit, quiefeet
femper, quantum in ipfo eft ; fi eft in motu , motum eumdem retinebit femper j
camdemque velocitatem j & direflionem j ac fi quid horum mutare cogetur,
mutabit quidem, fed mutabit, quam poterit, minimum.. Haec corpo- rum in eodem
ftatu perpetuitas, ab aliquibus inerti* vis dicitur . Hinc leges motus
conftitut* nonnull* in corporum congrellionibus obfervands . Incurrat primum
corpus A direifte in corpus B, ac fit B quiefeens . Ut corpus A moveri pergat ,
oportet, ut removeat corpus B, ideoque aliquid fui motus ei tribuat . Tribuet
tamen quam poterit mi- nimum , tantum fcilicet , quantum fatis fit , ut fe-
rantur ambo fimul pari velocitate ; nihil amplius . Vis ergo, fcu quantitas
motus, qu* ante ifluro mo- vebat folam malTam A, poft iftum movebit ma(Tam A ,
& maflfam B fimul juniflas, quafi malTam unam. Ver. gr. fi vis 12 movebat
maffum A ante iflum , eadem vis 12 movebit poft i promptifliraum erit h»c tria
colligere . Primum , quae fit velocitas maflae A ante iAum, 6 c pariter quz fit
velocitas roaflarum A , & B fimul jun 61 arum pofl iiflum ; nam ante iAum ,
cum mafla A fit 4 , vis autem ipfam movens eflet 12 , opor- tet ejus
velocitatem fuifle 3 ; pofl itflum vero cum amba; maflae fimul junflae
componant maflam unam, quae cft 6 ; vis autem hanc movens fit 12, oportet
velocitatem ambarum maflarum fimul junflarum ef- fe 2. Secundo cognita
velocitate , qua ambx malTie moventur pofl iftum , facile etiam cognofeetur vis
feu quantitas motus , qux erit pofl iiflum in utravis mafla. Etenim cum fit
velocitas utriufque mafl® pofl iftum 2; mafla autem A fit 4, quantitas motus in
A erit 8 ; multiplicata nempe mafla per velocitatem ; ac cum mafsa B fit 2 ;
erit quantitas motus in B 4. Tertio his cognitis facile etiam intclligetur ,
quantum motus utrumlibet corpus vel amiferit ex i(flu , vel acquifiverit. Sic
cum corpus A habuerit ante iftum motum. 12, eiufque motus nihil retineat pofl
iftum nifi 8 , fatis conflat ipfum ex i 61 u amifif- fe motum 4: e contrario
patet , corpus B ex iflu acquifivifle motum 4 ; quippe pofl iflum habet mo-
turo 4, cum ante iftum motum haberet nullum. Hoc porro intelligitur quanta fit
vis i£lus.;nam fi motus omnes vel aroifsos ex iflu vel acquifitos in fummam
unam conferas , tanta efle dicetur v/is iftus. Digitized by Google 88 PHYSICA idus , quanta erit haec
fumroa; fic erit in allato exemplo vis iflus 8 . Jam vero fac corpus A non
incurrere in cor- pus B quiefccns, fed ambo eadem dircflione ferri vetfus
eamdem partem , ita tamen , ut A infequcns fit velocius, & tandem pellat B.
Hic pariter cor- pus A tantum fui motus tribuet corpori B, ut am- bo fimul jun61a
ultra ferantur velocitate pari . Atque hic pariter cognofci facile poterit ,
& quanta futura fit amborum velocitas poft i61um , & quanta utriufque
vis , & quantum motum corpus utrumlibet ex iAu acquifiverit , aut aroiferit
. Sup- putatio enim eft fere eadem . Quod fi corpus A , & corpus B
direflionibus contrariis fibi occurrant, quod habet vim minorem, vim totam in
iflu amittet; quod vero habet vim_t majorem amittet alterum tantum; vi autem
reliqua fic aget in corpus alterum , ut fi vi tali in ipfum quiefccns
incidiflet . Fac ver. gr. corpus A ante idlum habere vira lo , corpus B vim 8:
ergo corpus B in idu amittet totam vim 8 , quam habebat; & fimiliter corpus
A amittet vim 8 , eique relinquetur tantum vis 2 . Sic ergo A aget in fi , quafi in ipfum quiefccns
incidif- fet vi 2 . Atque bxc femper tenent, fi modo in ipfo \&a nulla alia
excitetur caufa, qus motus congredienti- um corporum , 6c velocitates turbet .
In plerifquc corporibus excitatur femper clafiicitas , qu^m ob rem alia;
Digitized by - .oogie P A K S I. 8p ali* ponuntur motus lleges in claflicif
obfervand* dc quibus dicendum erit alio loco • e A P. 1 X. Df motu compojtto ,
Sl corpus unum C ( Fig. i. ) eodem tempore dua- bus agatur viribus in
directiones diverfas C A , C B ; fumanturque line* C A , C B ea longitudine )
ut proportionem eamdem inter fe habeant) quam ha- bent vires, conftflo
parallelogrammo AB deferi- ptaque diagonali C S , corpus renebit hanc diagona-
lem , fereturque in S. Motus corporis per CS dici- tur compofitus ex duobus motibus
, ex illis nempe , quorum unus fieret per C A ab una vi , alter per C B a vi
altera . S*pe accidit, ut
motus unus refolvatur in du- os quafi ex illis elTet compofitus; idque ufuvenit
in occurfibus obliquis. Fac ver. gr. corpus C,dum ten- dit per CH {Fig. 2 .)
oblique incurrere in pavimen- tum BH. Cum erit in H, motus ejus refolvetur in
motum CA parallelum pavimento, & motum CB eidem pavimento perpendicularem ,
quafi ex his duo- bus motibus cfTet compofitus . Ac corpus quidem motu C A
nihil pellet pavi- mentum , pellet utique motu C B . Ac motum C B propter
pavimenti lefillentiam amittet , motum C A confervabit t Tom, lll, M CAP.. 9 ®
r H Y S I C jE GAP. X. De motu fer lineas curvas . Linea qustvis curva , uti A
H ( Fig. 3 ) compoli* ta eft ex infinitis lineolis reftis A B , B C , C D
&c. | qus latercula curvae dicuntur. Unumquodque later- culum productura ,
uti A B , in T dicitur tangens . Sic certe lines curvs *a mechanicis fpeftari
folent} neque ea fuppofitio quemqu.Tm adhuc in errorem.^ induxit • Id etiam
alibi diximus . Corpus ergo per lineam curvam ferri non po- te , nifi
laterculum unum AB excurrat , tum ab eo defleClat in laterculum proximum BC,
idque perpe- tuo faciat . Procedens autem corpus per unam lineolam A B ,
quantum in fe eft, eamdem femper tenebit direflio- nem , effugictque per
tangentem A B T . Ut ergo ab hac tangente dcfleClat , & ingrediatur
latercu- lum proximum BC, necelfe eft, ut vis altera illi adveniat, qus ipfum
trahat v. g. verfus V ; fic enim corpus aflum duabus viribus, illa nempe, qus
ip- fum urget a B verfus T , & illa , qus ipfum urget a B verfus V , motu
quodam compofito ingredi po- terit laterculum proximum B C. Ut ergo corpus fuo
itinere curvam lineam te- neat , oportet ipfum perpetuo duabus urgeri viribus,
quarum una per tangentem effugere nititur , alter» veio alioifum trahitur. FutxClum V , ad quod trahi-
tur, Digitized by Googlt F 4 R s 1. 91 tar , ut defle6lat a tangente , dicitur centrum mo*
tus ; ac vis trahens dicitur vis centripeta . Et quoniam corpus per tangentem effugere
ne- quit , quin a centro recedat, fequitur, ut vim fa- ciens fugiendi per
tangentem , vim quoque faciat recedendi a centro. Vis haec recedendi a centro
di- citur vis centrifuga . Vis centrifuga , & vis centripeta vires centra-
les dicuntur , ac femper aequales inter fe funt ; esc- ‘ que praefertim
condderari folent in corporibus, quae per circulos rotantur. Eft autem in his vis centri-
fuga major , & cum major eft mafla rotati corpo- ris , & cum major eft
rotationis velocitas , & cum minor eft circulus. Ad conftituendam ergo vim
cen- trifugam cujufque corporis, erunt haec omnia atten- denda . De motu
ha^enus . GAP. XI. De vi corporum attrafUvM . Jtt . ^^Ulti , Niutono auftore ,
ponunt vira attraftf- vam communem efte corporibus omnibus . De hac ergo
agendum erit in prima parte phylicae , ut his fatisfaciamus . Vis attra6^iva
eft vis , qua corpus quodlibet cor- pora omnia ad fe trahit . In quo confiftat
, Neutonus ipfe non explicat; quid fit ncfcit ; fcd clfe in natura con- tendit,
quidquid ea fit. Mz Sunt p2 T H Y S I C M Sunt tamen qui fufpicari nos velint
de particu* lis quibufdana emiiTis, quali corpus quodlibet alia_. omnia ad fe
trahat particulas emittendo , quz om Deinde cum fint h» particul* corpora ,
habe- bunt & ipfx vim attraftivam; oportebit ergo, ut ipfe quoque
particulas ali.iS emittant , & fimilitet hx alias , refquc abibit in
infinitum . Mitto ritiones alias, quibus p':ine offenditur, vim hanc
atrraiflivam vel nullam cfTe , vel certe in particulis , &. mechanicis
principiis non confiflcre . C A P. XII. De magnitudine vit attra&ivte ,
^^Im attraiSivam cuiufque corporis tanto majo- rem efTe locent, quanto major
cft mafTa . Quam- quam ad vim atttaAivam fenfibilem efficiendam re- quiritur
malTa longe mi xima, ac prorfus incredibi- lis: vix caucafi maffa fatis efl . Multo minus fatis erit mafTa
cujufvis horum corporum , quae manibus quotidie contreiSlamus . Quapropter vis
hxc aftraftiva nunquam efficit Ut bzc corpora accedant ad Te fe mutuo
fenfibili- ter; Digitized by Google P A n S 1 . 95 ter ; nam cum (it adeo
exigua , refiftentia quzvia vel minima , puta aeiis , retinet corpora ne loco
moveantur . At inquies; quae tandem maffa erit) cujus vis attraAiva (enfibilis
elTe debeat ? Refpondeo . MalTa totius terrae, aut lunae aut folis , aliorumve
coele- (lium corporum . Si quid ergo a terra minus diftet, id terra ad fe
rapiet vi fenlibili ; idque , nili fufti- neatur, fenfibiliter in terram ruet. Quod flmiliter & in luna (ieri creditur ) &
in aliis caeleftibus cor- poribus . C A P. XIII. De propagatione vis
attraSlivee , Is attra6Iiva propagando fe fe longius a corpo- re paulatim
minuitur) idque ea proportione , ut tan- to minor fiat, quanto majus fit
difiantiae quadratum . Fac ergo vim attra£iivam alicujus corporis in di-
liantia i , cujus quadratum efi i , & ipfam efle i ; in diftantia 2 ) cujus
quadratum eft 4 ) erit quater minor; in diftantia 5, cujus quadratum eft 9)
erit novies minor, & fic deinceps. Quare non omnes partes corporis B A C (
Fig-, 4,) pari vi trahunt ad fe corpus R , fed partes C , quae funt ad R
proximae trahunt magna vi^* partes B, quae longius diftant , trahunt vi minori.
Ideoque corpus B AC majori vi trahet corpus R, obveifa ad ipfum parte cralliorc
C quam parte te- Dujori 94 P H r S 7 c ^ nujori B ; nam pars craflior C plus
materiae conti- net , ideoque juvat j hanc potius, quam partem B obverfam cfle
corpori R . In fphscra nihil refert , quam partem obverfam habeat ad res
trahendas , omninoque res extra po- litas fic ad fe trahit , quafi partes omnes
attrahen- tes in centrum collcdlae eflent, & inde traherent. GAP. XIV. Dc
attraditne corporum mutua, ^Ton poteft corpus A trahere corpus B ad fe , quin
& ipfuni ad B trah.Ttur. Idque duabus de cau- fis. Prima eft, quia ficut A
vim attraflivam habet, qua trahit ad fe B , ita etiam B vim attraflivanu habet
, qua trahit ad fe A . Caufa altera altius repetenda eft. Nulla eft a- ftio ,
cui non refpondeat aequalis readlio. Id expli- co. Dura caufa aliqua agit in
fubjeiSum aliquod fcu terminum , a£lio illa sque afficit & caufara agen-
tem , & terminum . Quatenus afficit terminum dici- tur aftio ; quatenus
afficit caufam agentem , dicitur reaAIo. Sic fi manus premit tabulam , a^Iio
illa premen- di zque tabulam afficit , & manum . Quatenus affi- cit tabulam
dicitur a£lio , quatenus afficit manum readio. Sic fi veftor ripam remo pellit,
repellitur; & fi fune ad ripam alligato ripam ad fe trahit, tra- Digitized
by Googie P A R S 'I. 95 trahitur ad ripam ipfe ; nam adlio flve pellendi five
trahendi aeque veAorem & ripam afficit. Similiter fl cotpus A trahit ad fe
corpus B } trahitur & ipfum asione, & vi fua ad corpus B; nam ejus
aflio utrumque corpus zque afficit . Corpus ergo A trahitur ad B duabus actionibus, &
aflione corporis B , & aflione fua . Ac cum fi- militer corpus B trahatur
ad A eifdem duabus aCtio- nibus , fequitur , ut duo corpora A , & fi
trahan- tur ad fe mutuo aCtione , & vi eadem , GAP. XV. De corporibus Jibi
occurrentibus propter attrudionem , O^Orpus A trahat ad fe corpus B , (itque
corpus B liberum , ut trahenti A poflit obfequi . Quoniam haec trahendi aCtio
perpetua eft , illam non incom- mode intelligemus ad hunc modum . Corpus A
lingulis tempufculis lingulas traCHo* nes exercet, quibus trahit ad fe B. Primo
teropuP- culo una traAio corporis A dat corpori B motum quemdam minimum,
fecundo tempufculo fupervenit fecunda traCtio, quae ruotum corporis B aliquanto
auget . Idemque deinceps Iit aliis aliifque tempufcu- lis infinitis . Qi;o
patet , motum corporis B , dunu accedit ad k , magis magifque accelerari . Quod
Digitized by Google g6 T H r S J C JE Quod fi corpus A & ipfum fit liberum
, acce- det ipfiim quoque paulatlni ad corpus B , ejufqu^ motus propter eamdem
caufam magis magifque ac- celerabitur ; occurrent ergo corpora A , & B fibi
mutuo 1 & accelerabuntur ambo magis , magifque . Quamquam cum ambo eadem vi
agantur , ut in capite XV. docuimus , fcquirur, ut fi ma fis illo- rum fint
difpares , alterum ferri debeat tanto cele- rius , quanto raalTa ejus eft minor
. Fac ver. gr. terram univerfam , & lapidem fibi mutuo propter vim
attraiftivam occurrere; tanto velocius feretur lapis ad terram , quam terra ad
lapidem , quanto minor eft malTa lapidis quam mafla terrse . Quare^ quo tempore lapis in terram decidendo pedes
du- centos conficit , terra verfus lapidem fe ferendo ne millefimam quidem
unius lati capilli partem con- ficiet . Propterea cum corpus alterum mafla eft
longe maxima , alterum minima ; illud perinde confidera- tur quafi quiefeeret .
Sic lapis decidens moveri di- citur I tena quiefeere . De corforum
cenverjtonibut fropter vim attraClivam . jAftum fit corpus A ( Fig. 5 .) vi
quadam impref- fa verfus T , atque interim trahatur a corpore quo« dam immobili
S verfus S. Non poterit fane corpus A tradium ab S procedere per lineam reflam
A T , fed ab ipfa defle^let & motu quodam compofito in* gredietur aliam
lineam A V. Neque vero hanc lineam A V perpetuo tene- bit ; nam fequenti fiatim
tempufculo trahetur rur* fum ab S; quare confefla vix dum lineola A B) de- fle
dura corpora condare particulis tamo- Digitized by Google ici, IM» ^uu^uc
parcicuias auras tlle. Unde ergo il- larum durities ? bic diflenfio . Epicurei
atomos praetendunt quos arguit haec ratio. Nam primum duritiem atomorum non
explU eant. Deinde fi atomi aliae in alias infertae funt,fe feque mutuo
complebuntur, eoque dur ties fit, fe- quitur, ut partes durorum corporum, fi in
divcrfa_ trahantur, nulla omnino vi divelli poHint; namque atomi neque frangi
ulla vi polTint , neque inflebi , & tamen durorum partes divelluntur
utique, fi vis maxima adhibeatur. Cartefiani rem altius repetunt. Putant primum
elTe materiam quamdam fluidillimam cujus partes nullae fint durae, eamque
diffufam per omnia. Dein- de innumerabiles efle , & quam minimos globulos , quos materia
fluidifllma ex omni parte comprimens, duros facit . Hi globuli fluidum
componunt longe^ lubtiliflimum pervadens omnia, & penetrans. Tertio
particulas alias omne genus ponunt ramofas , adun- cas, angulatas, quas globuli
fimul cum materia flui- dilfima premunt ex omni partej ideoque duras red- dunt.
Materia fluidilfima dicitur a Cirtefianis primum elementum , globuli fecundum ,
particulse tertii ge- neris tertium . His fimul nexis componuntur corpo- ta
omnia ferrfibilia quateumque dura funt . Cartefianis ergo ultima duritiei ratio
eft fluido- rum exteiooium compreflio . Quam jot P H Y S I C M Qu 3 m opinionem exemplo
marmorum confir- mant. Nam fi marmora A & D ( f/j. 7 .) fint lar- vilfima,
& alterum alteri imponatur, fic junguntur, ut tolli unum verfus V non
poHit, quin fequatur al- terum. Illa
autem adhsrfio oiiri creditur a compref- fione externi aeris. Sic ergo in
particulis minimis durorum corporum accidere poteft , ut omnis adhx- fio
comprelTione externa fiat . Sed multi adverfus Cartefianos eodem utuntui
exemplo. Nam marmora difficile quidem divelluntur fi trahantur unum verfus V,
alterum verfus X di- reiflionibus ad communem fc(flionem C B perpendi-
cularibus ; fcd fi trahantur unum verfus Tj alterum verfus S dire61ionibus ad
communem feftionem pa- rallelis, labentia unum fuper alterum, facillime dif-
junguntur . Similiter ergo & corporibus duris , & illorum particulis
deberet accidere , ut pars una fu- per alteram labens facillime divelli prlTet.
Neutoniani
difficultates omnes effugere fe pof- fe putant vim attradlivam particularum
proponen- tes. Fit enim hac vi, ut particula adhsreant fibi mutuo, & durum
corpus efficiant. Neque hi a Peripateticismultum diftant,quidu- rltiem
qualitatem vocant, nec aliud qusri volunt; ron enim in principiis mechanicis
eft pofita. Horum fententia expeditiffima, & commodiffima eft fivc ea
qualitas attradiva vis fit, five aliud quidpiam . GAP. Digitized by Googie P A
K S IL 103 j , c A p. I r. De variis durorum corforum proprietatibus . PRimutn.
Non omnia dura sque funt dura. Sunt enim quxdam , in quibus particulz five
fibrillx im* plexx funt ar6Hus; eaque duriora funt. Item illa, in quibus particulz
implicatx funt atque implexx quamplurimx. Quare corpora quzque vel duriHima ad fummam
fubtilitatem redafia franguntur facillime . Habent enim particulas paucas flmul
implexas, qui* bus difruptis corpus frangitur. FortalTe etiam in du- rioribus
rebus contactus majores funt , quod particu- lz fe mutuo contingant in
fupcrficiebus quam latif- fimis, Izvifllmifque . Nam contaflum fere femper adhzlio fequitur , five id
faciat externa comprdTio, five vis attrafliva, five aliud quidlibet. Secundo .
Dura quzdam funt duAilia , uti au. rum quod percutiendo in latilTimas laminas
dillen- ditur: nempe particulis conllat Izvibus , eifque, qus aliz inter alias
facile fubterlabuntur . Tertio . Sunt quzdam dura maxime fragilia , uti vitrum
, quod validiilimz compreHioni refiAit, fi vel leviter percutias frangitur. Id
illi fane accide re'poteA propter certam particularum configuratio- nem ,
texturamque . Fac enim illud ver. gr. parti- culis fphxricis compofitum elTe ,
& maxime duris . Jam Digitized by Google ,04 T }1 Y S I C M Jam
cotnprelTioni utique vehementer refiftet ; fed quoniam fphsrule contaftus
habent minimos, [con- tingunt fe enim in punflis ) polTunt facile perculfio-
nis vi aliae ab aliis disijci; unde fragilitas. Quarto . Idem durum fi certa
ratione difrum- pcre aggrediaris , nunquam difrumpes; fi nitaris ra- tione
alia, difrumpes facillime, veluti bacillum li- gneum , fi per longum in diverfa
traxeris , non dif- rumpes , nifi vi fumma; at fi genu ad medium ap- plicato ,
utrumque ejus extremum manibus ad te ad- duxeris flatim franges. Hujus rei
rationem reddere mechanicorum eft, qui tamen res duras cofiderant tamquam
particulis duris, fibrillifque compofitas , uti phyfici , undecumque tandem hxc
fibrillatum duri- ties petenda fit . C A P. III. De Fricatione , quod corpus
durum alteri duro applicatum prx- ter ipfum excurrat , refifientiam ex illa
applicatio- ne patitur , & retardatur . Hxc refifientia fricatio dicitur .
Oritur fricatio ex eo quod unumquodque du- rum corpus fcabrum eft , &
foveolas in fuperficit./ habet , & culmina . Quod fi alteri duro
applicetur, fuas prominentias infent io foveolas alterius; qua- re pro-
Digitized by Googie P A R S I I. 1C5 re progredi non poted , ni(i prominentias
vel luas vel alterius corporis aut rumpat , aut deprimat , in eoque magnam fus
vis partem inlumat , atquc-/ amittat . Tanto major eft fricatio , quanto major
eft cor- porum fcabrities , quare fi qua funt laeviflima , in his fricatio
nulla efi . Tanto etiam major eft fricatio, quanto majores funt fuperficies
corporum ad fe fe mutuo applicats; nam tanto plures prominentiae inferuntur in
foveo- las tanto plures . Etiam tanto major eft fricatio , quanto validi- us fe
fe premunt corpora , atque urgent ; nam tan- to altius infiguntur culmina
alterius in alterum . Demum fricatio tanto etiam major eft , quan- to corpus
applicatum velocius fertur ; tanto enim ci- tius prominentias vel fuas vel
alterius corporis di- frumpere debet , aut infleflere , ideoque tanto ma- iorem
vim debet in id infumerc . His quatuor fricatio augeri poteft ex Mufle-
hembroekii opinione. Fhilofophi alii nonnihil mu- tant . / Tom. nit o CAP. io6
r H T S 1 c ^ GAP. IV. De jluiditate : In quo eonjtjlat . FLuiditas cft difpofitio
corporis , propter quam partes ejus facillime disjungi polTunt. Quare . mate-
ria ipfa per fe , & natura fua eft fluidi/Iima; nam ab effentia quidem fua
nihil habet, cur partes ejus non facillime poflint disjungi . Uniuntur enim
atquo adhxrefcunt accedentibus duritiei caulis. Corpus quoque particulis vel
duriflimis compo- fitum fluidum eft , fi hae particula: vel nihil, vel pa- rum
implexa: (int, nec alias habeant adhaeflonis cau- fas , quibus fit durities .
Nam hujus quoque corpo- ris partes facile disjungentur . Hoc modo aqua &
aer fluida funt. Quo magis particulae exiguae funt , eo corpus magis fluidum
efle cenfetur; nempe quia partes exi- guae facilius disjunguntur. Quod etiam
exprimentura confirmat; nam facilius in acervum tritici manuni.. immittes ,
quam in acervum fabarum , facilius eti- am in acervum miilii ; ut videantur
tanto facilius disjungi granula, quanto funt minora. Multi putant , particulas
fluidorum corporum perpetuo quodam atque inordinato motu agitari , qjein motum
inteftinum vocant. Cartefius inteftini hujus m.uus caufam repetit a globulis
fecundi ele- menti, qui per terram ac circa terram perpetuo ro- tati Digiiized
by .ooglc I F A K S II. lo-j cati incurrentes in particulas fluidorum corporum
ipfas agitant . Atque hunc inteflinum , & perpetuum fluido- rum motum
confirmant pleriquc celerrimis liquorum quorumdam, uti aqux, & vini
permixtionibus. Quo- rum argumentum Beccarius fuftulit experimentis mul- tis ;
illo in primis . Fiftulam vitream fatis longam vino bene rubro ad dimidiam implevit
, tum aquam ufque ad fum- iDum quam lenilfime fuperfudit , omnefque externos
incurfus atque iftus diligentiflime prohibuit ; ac vi- dit primum colorem
rubrum aliquot dierum fpatio vix ad paucos digitos per aquam furfum propagari,
tum fifti , neque per plures menfcs quidquam pro- gredi ; tandem adventante
vere ( ut ea tempeflas rebus omnibus agitationem , & motum affert ) ad
reliquam aquam fe fe diffundere, idque adeo lente, ut non nifi o^lodecim tandem
poli menfibus tota-, colore rubro infeAa fuerit. Hoc fane experimento omnis prope
inteftinus, perpetuus motus corporibus fluidis adimitur ; ille tantum
relinquitur, qui ex agitationibus externis & fortuitis gigni poteft.
Fluiditas ergo non efl in in- teflino particularum motu conflituenda , quemadmo-
dum multis creditum efl . O 2 GAP. r H r
s 1 c JE loS GAP. V. Quit/iam fluidorum corporum propria . Ftuida qusdam funt
tenacia, & vifcida, quorum nempe particul* innexs aliquantulum funt; etfi
non ita , ut in corporibus duris « Hsc tenacitas apparet in guttis aqua:
pendentibus . Ad hanc tenacitatem illud fpeflat, quod fluida adhaerent
quibufdam corporibus , & ipfa humeftant, quamvis aliis non adhrereanc .
Aqua adhreret mani* bus, pennis avium non adhxret . Hydiargirum hu- mc(i>at
aurum , non humeftat manum . Id ex eo foitalle fit , quod quasdam corpora.#
poros eos habent, in quos particulas fluidi fe facile intinuare polfunt; haec
ergo corpora fluidum hume- flat; alia corpora poros habent, in quos vel pro-
pter magnitudinem, vel propter figuram, vel alia quavis de caufa particulas
fluidi non polfunt fe im- mittere . Hrec
ergo corpora fluidum bumeflare non potefl . Hic Neutoniani modo attraftionibus
utuntur, modo repulfionibus pro voluntate . Igitur , ut ip(i docent,
hydrargirum adhsret auro, quia particulae auri, & particulas hydrargiri
fefe attrahunt ; non hu- meflat manum, quia particuls manus, & particu- las
hydrargiri fe repellunt. Coromodifllmum erit hac latione uti, fi alia non
fuppetat* Sunt Digitized by Google P R S 1 h tog Sunt qusdam fluida, que (imul
commixta ar- fliflime fe compleftuntur , & durum quidpiam eva- dunt . Id
accidere in fpiritu vini, & fpiritu urinx chymici docent . Oportet ergo ,
particulas unius flui- di, & particulas alterius, ea efle flgura, ut inne-
Aantur facile , atque implicentur , vel etiam attra- dlionc quadam mutua uniri
; unde durities fiat . Sunt qusdam fluida , qux mifceri fugiunt , uti vinum
& oleum; nam oleum fublime fertur, vino fubfidente . Idemque in aliis
permultis obfervatum efl . Neutoniani id fatis explicalfe fe putant , cum
dixerint , particulas vini , & particulas olei fe mu- tuo repellere .
Recentiores alii exiftimant, particulas vini, & particulas olei ea efle
forma, ut colligari facile non poffint; cum ergo folutx fint, graviores
feruntur de- orfum , leviores furfum . Sunt etiam corpora quxdam dura , qux
ignis , & caloris vi liquefcunt , & fiunt fluida , uti metal- la ;
eademque poflea frigefa^a ad duritiem redeunt. Nempe ignis particulas
innumerabiles a fe emittit fumma vi. In his calor contiflic. Hx igitur parti-
culas durorum corporum quatiunt, ac dimovent, qux dimotx jam mmus ardle fibi
adhxrent . Hinc fluiditas illa , & lentor . Particulis igneis poft
evolantibus , fublatrque ca- lore , duri corporis particuix fe rurfum ardius
com‘- plcduntur . Redit ergo durities . CAP: IIO PHYSICA GAP. VI. De fluidorum
corforum rejiflentla, FLuidum illud, per quod aliquod corpus movetur dicicur
medium . Medium progredienti corpori fera- per refidit , ejufque motum minuit
pluribus do cauHs . Primum propter tenacitatem ; nam corpus pro- gredi non
poteft ; nifi particulas medii disjungat; huic vero disjunftioni refiftit
tenacitas . Quare flui- da , qux tenaciora funt , plus etiam trajectionibus
corporum refiftunt. Deinde propter vim inertiae; nam corpus traji- ciens non
poteft quopiam progredi, neque ullum no- vum fpatium occupare , nili removeatur
quidquid medii in hoc eodem fpatio verfarur ; medium autem removere fe fua vi
non poteft ; in quo apparet vis inertis . Oportet ergo ut corpus
traijciens de fua-. vi , & motu aliquid ei tribuat . Quare medium cum eft
denfius, ideft cum plus materis in pari vo- lumine continet , plus etiam
reflftit . Etenim quan- to plus materis continet , tanto majorem vim^ infumere
traijciens corpus debet ad illud removen- dum . Pariter medium plus rcfiftit
majoribus corpori- bus , (i fe ad alia loca longe transferant , quam minoribus
; nam majora corpora , transferentia fe , . . majo- [ r A R s Ih tix majora
quoque medii volumina removere debent . Plus etiam reHllit medium corporibus
> quae ve- locius feruntur ; nam fi bsc velocius feruntur , ve- locius etiam
removeri debent medii volumina . Opor- tet ergo , ut his tribuatur major vis .
Plerique hanc reflftentiam metiuntur quadrato illius velocitatis, qua corpus
fertur ; res adhuc obfcura . Sane
credi- tur relillentia , quae oritur a vi inertiae efle longe maxima , ut illa
, quae oritur a tenacitate non fit cum ea comparanda . Quamquam relidentia
medii pro eo etiam va- riat , ut variat , & figura corporis , quod movetur,
• & ratio ipfa motus . Fac enim corpus habere for- mam cufpidis , & per
longum ferri ; ibit facile ; nam particulas offendit pauciflimas, eafque nullo
la- bore disjungit indar cunei : at fi in laminam diden- tum fit , ac feratur
fuperficie latidima antrorfum converfa , particulas offendet quam plurimas , quas
omnes fimul diffociare , & removere erit difficilli- mum . Hac re fit, ut
acus metallicae , & brachteole fubtilidimae fuper aquam leviter extenfae
fupernarent,’ etenim particulas aquae offendunt nimium multas, quarum omnium
tenacitatem vincere tantula gravi- tas non poted ^ CAP. r Digitized by Coogle
X12 PHYSICA . . ^ ' GAP. VII. De folutionthus , & pnecipitatlonibus , quig
in jluidis corporibus Jiunt . Dura quxdam in quibufdam liquoribus locata.,
folvuntur : aurum folvitur in aqua regia ; argen- tum in aqua forti ; fales in
aqua communi . Porro folutio omnis his tribus videtur contineri. Primum, ut
partes rei dura difgrcgentur ; tum ut per liquo- rem difpergantur ; ac demum ut
in eodem liquore fufpenfz maneant , neque fundum petant . Artificio quodam interdum fit ,
ut partes fuf- penf® ftatim fundum petant ; eaque prscipitatio di- citur , de
qua infra. Nunc folutionem explicemus in falibus ; nam fimili modo explicabitur
etiam io. rebus aliis . Credi facile poteft , & poros falium , & parti-
culas aquz ea eife figura , & magnitudine , ut hx in illos non d.ffiallime
intrudi polTint . Hs ergo, ut quz in motu & agitatione funt , fe fe in
poros falium conjiciunt, & ipfas falium particulas, quaG cunei , aut veftes
, dimovent , & difgregant. Neque vero agitatio illa , quam nunc in par-
ticulis aqiiz elfe putamus , cft metus ille inteftinus, & naturalis, quem
Phyfici quidam in fluidis omni- bus fibi fingunt ; fed cft accidentalis quzdam
com- motio ab externis incuifibus vel acris, vel caufa- rum Digitized by Google
PARS 11 . 113 lam aliarum ) quae plerumque nunquam fatis pro* bibentur, orta,
vel etiam a fali ipfo, quod conijci in aquam non poted , quin ipfam commoveat .
Et fane Freindius prcclarus Chymicus teftatur, folutio* nes omnes in calore
commodius fieri : calor enim agitationem quamdam rebus affert. Ut autem
credamus , folutionem falium fieri non agitatione aliqua , que naturalis fit ,
& perpe- tua in aqua , fed commotionibus aliis fortuitis facit Beccarii
experimentum . Qui cum fal marinum in fundo fubtilillimi tubi collocalTee , ac
tantum aque fuperfudifiet , quantum ad id folvendum fatis eflet , coque amplius
, tamen cum aquam quam lenifiiroe in tubum demififiet , omnefque externas
incurfiones, & agitationes fortuitas per fummam diligentiam., prohibuiflet
, vix quidquam fubje6H falis follitum eft menfibus admodum multis . Eaque
folutio ad altitu- dinem fe fe extulit quam minimam , cum fuperiot aqua nullum
plane faporem contraxifiet . Nec illud porro mirandum dl, quod aqua , ubi
certam cuiufpiam falis vim folutam habet , nihil amplius ejufdem falis
attingat, quantumcumque in cam conjeceris , & tamen faies aliorum generum (
funt enim multa falium genera ) fi quos in ipfa locaveris, folvet. Quippe aquK
particulae non om- nes omnibus falibus folvendis aptae funt , fed alie aliis .
Qux igitur certo fali folvendo aptae funt, dum hunc folvunt contunduntur ,
atque irfleAuntur , & folvendi vim amittunt: particulae alie manent io-
Tom, III, P tegr*. 114 F H r S I c ^ tegrae .
Hii ergo falcs alii poftca folvuntur . Quo modo particulae falis difgregentur
explica* rimus. Nunc quemadmodum difpergantur per aquam, Sc fufpenfx maneant
dicamus. Et primum quidem iila eadem agitatio aqus , qux e£Rcit, ut partes fa*
Iis difgregentur, efficit quoque ut per omnem aquam difpergantur. Cur autem
fufpenfx maneant hx cau* fx in promptu funt . Primum particuix falis exfolutx
nihilo fortaiTe graviores funt , quam particuix aqux; nam quamvii granum falis
vifibile fit gravius, quam par aqux vo> lumen , ideoque in aqua decidat , id
ex eo fieri po- teft 5 quod particuix in illo confiriAiores fint, den-
fioref.jue ; cum tamen finguix fint xque graves, ut particuix aqux; ideoque
feparatx cum funt, nihil cft cur decidant. Deinde p-irticulx falis folutx multo
leviffimx funt, ac fortafle tenacitatem aqux gravitate fua vin- cere nequeunr,
quemadmodum fupra diximus de bra- chteolis metallicis . Tertio particuix falinx
inneftuntur fortafTe , Sc colligantur particulis aqueis, quarum figurx plurimx
funt ac divcrfiflimx ( confiat enim communis aqus omni particularum genere)
ideoque decidere noiu» poflunt . Dixi de folutione; reliquum eft , nt de prxei- pitationc
dicam , qux fit plerumqne liquoris cumfdam affufione . Docent Chymici , folutos
fales, & pet tquam difperfos , omnes ad fundum deijci , fi fpU ritut 4 PARS II. 115 , fitus vini afTundatui .
Pixcipicationis autem multx caufs cfTe polTunt . Primum e liquoribus duobus
commixtis tertius quidam liquor coalelcere poteft , cujus non tanta fic
gravitas, ut poflit difpcrfos fales fuftentare. Nam li« quores graviores
graviora fuftentat corpora , quod in hydrargiro animadvertimus lapidem
fuftentante , cum tamen aqua hydrargiro levior lapidem non fu- ftineat. Idque cur ita fiat manifeAum erit ubi do gravitate
dixerimus . Deinde liquor tertius e duobus compofltus for> taffe erit minus
tenax , eaque re decidentibus fali- bus minus refiftet. Ac demum commixtorum
liquo- rum particuix, vel fe fe ita compIeAuntur ut fales exprimant, &
deorfum agant, vel difrumpuntur ita , ut ramulis fuis fuftinere fales amplius
non poflint • Similes alie caufe inveniri facile ab iis poffunt, qui principiis
mechanicis ad omnia utuntur, & ingenio valent . Neutoniani his principiis
contenti non funt , itaque ad particularum attraAiones repulflonefquo
confugiunt, ac rem totam fic explicant. Particule falis , & particuix aquex
fe mutuo trahunt majori vi, quam particuix falis inter fe. Si ergo fal in aqua
pofueris , particuix falis dilTocia- buntur , & ad particulas aqueas
accurrent , eifque adjungentur , atque adherefeent . Hinc partium fali- narum
difgregatio; hinc difperfio, prxfertim fi aqua io motu fit; hinc demum
fufpenfio . P a Quod 116 r H Y S 1 C M Quod (i foluca certa falis roenfura
falem alium ciufJeni generis aqua non folvitur , id ex eo fieri putant , quia
particuls aquez particulis falinii jam onerate alias trahere , & ferre non
pofTunt , ve> luti roagnes non nifi certam ferri vim potell fu> flinere .
AiTjfo autem fpiritu vini deijciuntur fales ex eo foitaOfe , quod particuls
hujus fpiritus particulas aquoas ad fe trahunt , falinas repellunt ; illas
itaque ab his disjungunt, & hz decidunt. Hinc prscipita- tio . Sic
Ncutoniani attraAiones illas fuas multis m^dis , ut hibet , verfando accomodant
ad omnia • Sed jam de fluiditate fatis diximus. De gravitate , i* quo ecnjtjiat
, OjRaviras e(l vis. f;u principium cadendi. Illa^ autem dicuntur cadere, quz
deorfum feruntur, id eft verfus centrum terre nulla externa vi , ac fenfibili
p'i i fa . Unde hzc gravitas proveniat, qusfiio eft dif« ficillima , quam
Cartefiani principia mechanica fe» cuti fic explicant. Immenfus quidam
globulorum fecundi elementi vortex per terram ipfam , ac circa terram perpetuo
ruit ab occidente orientem motu celerrimo , Oportet igitur ut materia hcc omnis
vorticofa vim cea- Digitized by Google F A K S II. centrifugam concipiat
yehementiiGmam » idcA vim recedendi a centro. Et recederet utique , ac late fe
expanderet « nili vortex fuis ex omni parte coerceretur limitibus: hoi ergo
limites offendens materia vorticofa , quoniam ultra progredi non poteA ,
nititur fe expandere ad latera ,-ac vim fuam centrifugam exercet quaqua« verfum
ad partes omnes . Materia ergo vorticofa nititur recedere a cea* tro ex omni
parte . Quare fl quod corpus in ipla verfetur , quod vel nullo modo nitatur
recedere a centro , vel nitatur minoii vi , materia vortlcola tpfum deijciet
verfus centrum . Idque corpus gravc habebitur . Kes tota exemplo illuAratur.
Nam li lignum^ ver. gr. in aqua verfetur , quamvis & lignum , dc aqua
deorfum nitatur , tamen cum aqua nitatur ma- jori vi, lignum furfum pellit. Et
(imiliter quamvit & materia vorticofa , & lapis ver. gr. nitantur fur-
fum , tamen cum materia vorticofa majori vi ni- tatur « debet lapidem deorfum
trudere. Sic Carte- liani, quorum fententis nihil poteA eAb ingenio- fius .
Neuroniani in aliam fententiam eu/it ; & vim «ttraft vam corporibus
communem proferunt . Nam cum terra univerfa , & lapis fe mutuo trahant ,
fe- qu'tur , ut eadem vi libi mutuo occurrere debeantf terra quidem velocirkte
longe minima, lapis e con- trario velocitate longe maxima ; terra quippe im-
meo- „8 P H Y S l C JE msnlam materias quantitatem continet , fi cum la- pide
comparetur . Sic fit , ut lapis in terram deci- dat , terras autem motum
propter incredibilem eju» tarditatem fentire nemo poflit . Peripatetici >
fefta antiquiflima , fatis dixifle fe putant , cum dixerint , gravitatem non
utique a me- chanicis principiis repetendam , fcd in qualitatibus corporum
numerandam clTc ; & in hoc maxime a Neutonianis differunt , quod volunt ,
gravitatem cf- fe qualitatem , qua corpora quasdam centrum ap- petunt ,
Neutoniani efle qualitatem , qua appetunt fe mutuo. Quas fententia eft in
philofophia com- m*dillima . GAP. IX. De gruvitatit menfura, Echanicis
recentioribus perfuafiffimum eft , cor- pora omnia tanto effe graviora , quanto
materis plus continent , ut maffa haberi poflit quafi men- fura quzdam
gravitatis . Quod ut valeat i oportet fane materiam omnem efle gravem . Etenim
fi qua materia eflet non gravis , nequaquam affirmari pofi> fet , corpora
omnia tanto efle graviora , quanto plus habent materise . Omnem vero materiam'
gravem efle , fi Phyfi- cos quidem audimus j afleieie vix pofliimus. Carte-
fia- Digiu/Ltju uy Googlt P A R S II. 119 (ianis neque primum , neque fecundum
elementum grave e(l . Neutonianis cum fzpe vis attra£liva itu. repuUivam
converratur , femper verendum eft , ne qua materia a terra repellatur , ideoque
(it levis , Peripatetici nihil habent, quo cftendant, gravita» tem efle
qualitatem omni materiae contmunem . Ta> men mechanici fententiam defendunt
fuam experU mentis quibufdam , de quibus dicemus alio loco. Affertur quidem
contra iplos experimentum chymU eorum , qui corpora ralcinata , ideft recada in
pul> verem ignis vi graviora inveniunt , quam ante cal- cinationem y licet
in calcinatione ipfa videantur multum materis amittere debuiffe . Verum ad id
refpondcnt mechanici , res calcinatas non minus pondere augeri , quam materia ;
etenim calcinatx cuna flnt, particulas admodum multas ex aere hau- riunt ,
& fiai adjungunt . Idque in multis manife- ftum ell . Creditur etinm
variare gravitas pro eo ut va- riat corporis altitudo , idemque corpus prope
ter- ram gravius elTe , quam fi in fublimi confiituatur; vel quod vortex non
eamdem ubique habeat vim centrifugam , a qua fit gravitas , vel quod vis at-
Cradiva terrs in majori difiantia fit minor, ut Neu- tonus docet. In
altitudinibus tamen , ad quas perveniro poflumus , nulla cft gravitatis
differentia , que fen- fu poflit percipi . Quare in experimentis faciendis , ac
rapputaadii gravitatis vitibus , perinde res fc ba- ,20 P H T S 1 C M habet i
ad fenfutn quidem , ut Q eadem cffet cot* porum gravitas in altitudine qualibet
. Porro (i Neutonianos fequimur, dicendum eft , corpora infra terram minus
gravia eflci eoque mi> nus , quo propiora funt centro; etenim quanto pro-
piora funt centro , tanto plus terrae fupra fe habent, a quo furfum trahuntur,
& leviora, feu minus gra- via fiunt , quamquam nos quidem foveam facero tam
altam non pofifumus , ut hzc differentia ap-^ pareat . Creditur etiam gravitas
variare pro varietate regionum ; idemque corpus ad meridiem pofitum minus grave
efife , quam fi ad feptentrionem tran- sferatur . Qua de re dicemus , ubi mundi
confiitu- tionem explicabimus , GAP. X. De centro gravium , & centra
gravitatis , Eteribus credituro eft , terram efle perfeAe fphae- ricam , atque
omnia gravia ad ejus centrum ferri . Itaque hoc centrum etiam centrum gravium
appel- labant . Nos nihil mutabimus; etfi recentiores, cum fubtilifiime hcc
traAant , figuram terrae aliam tri- buunt , & gravia declinare a centro
nonnihil pu- .tant. Veium fubtilitate tanta nunc nobis non eft opus . Cen- Digitized by Google P A
R S II. IU Centrum gravitatis , & in uno corpore confide- ratur , & in
multis. In uoo corpore eft illud pun- Aum , a quo
fi corpus fufpendatur , immotum ma- net . Si corpus fphzra efi eaque per totum
xqualis, five homogenea > idem efi & fpbaerx centrum , & gra-
vitatis . Satis patet gravitatem corporis perinde haberi pofle , quafi tota in
gravitatis centrum colledta ef- fet . Etenim qui hoc centrum fuflinet , &
omnem totius corporis gravitatem fentit . Si a centro gravitatis cujufpiam
corporis ad centrum gravium lineam reAam duxeris , ea linea dicitur linea
directionis . Ac fi hxc linea planum aliquod perpendiculariter fecet , id
planum horizon- tale appellabitur . Centrum gravitatis in duobus corporibus
confi- deratur ad hunc modum . 'Sit centrum gravitatis unius corporis piinClum
A ( Fig. 8.) centrum gravi- tatis alterius corporis punCtum B. Finge tibi
lineam reCtam A B , eamque ita divifam in C , ut fit A C ad C B , uti gravitas
corporis B ad gravitatem cor- poris A. Erit punClum C centrum commune gravi-
tatis amborum corporum . Nempe quia fi reCta A B efict folida , eique
adhxrerent ambo corpora , atque id totum fuf- penderetur a punCIo C ) ambo
corpora manerent immota . Quod fi ad duo corpora tertium addas , cujus centrum
gravitatis fit punClum 9 > ac centrum gra* Tom. III, Q. vita- Digitized by
Google li* P H r S 1 C M vitatis trium corporum quzras , fingenda tibi eft li«
nca rcAa C D , eaque dividenda in E ita , ut (it CE ad E D| quemadmodum
gravitas corporis D ad gravitatem duorum corporum A , & B (Imul fum- ptorum
. Erit enim E centrum commune gravitatis trium corporum A , B , D . Similiter,
& quatuor, & quinque, & aliorum quntlibet corporum commune
gravitatis centrum in« venietur. C A P. X I. De gravtkus ad aquilibrium
compojitit . Ires duar in aequilibrio efle dicuntur , cum mutuo impediunt, ne
quid efliciant . Sic duo gravia in zquilibrio elTe dicimus , cum fe mutuo
impedU unt , ne decidant . Id prxilant mechanici multis mo- dis . Nobis in prsfens fatis erit hoc
idem in plano inclinato indicaffe . Sit ergo C B ( Ftg. 9. ) planum inclinatum
im> mobile ; ac funiculo rotulz C circumdufio alligata fint duo corpora P ,
& R , quorum alterum P in- cumbat plano inclinato B C , alterum R libere
pen- deat . Poterit corpus R etfi minus gravitet , quam P, tamen ipfum fuBinere
, ut (int ambo P , & R iiu. squilibiio . Idque fccile intelligemus , C
confidera- bimus I Digitized by - TOOgle FARSU, 12 } bimus ) corpus P
gravitatis fu« vi deorfum urgett per lineam perpendicularem P L ; etenim cum
haec vis planum C B oblique offendat, in duas minores vires refolvi debet ,
quarum una perpendicularitcc dirigetur verfus planum C B per lineam P I ,
altera dirigitur per lineam P H eidem plano parallelam , ac cum illam fudineat
planum C B , relinquitui altera , quam folam fudinere debet Corpus R . Non ergo
mirandum ed , quod corpus R , quamvis ni. nus grave, quam P, ipfum tamen
fudineat. Ma decidunt aequo velociter Id phylicis jam omnibus perruafum cft .
Idque ita efle oportet , fl modo corpora tanto plus materiae continent quanto
plus habent gravitatis , quod fupra monuimus . Etenim licet illa quae plus
habent gravitatis, m.ijori utique agantur vi, tamen haec vis velocitatem in
illis augere non poteft, fi tanto etiam plus habent materiae . Quod fl corpora
graviora videmus plerumquo cadendo celerius ferri , quam minus gravia , id fit
propter aeris refifientiam . Fac enim duos globos de» cidere magnitudine omnino pares
, quibufque aer *que relifiat , fed alterum graviorem efle , alterum xninus
gravem . Jam cum aer ambobus teque refilLt, detrahet ambobus eamdem vim , quae
fane vis in graviori globo, cujus mafla major cft, velocitatem minorem effeciflet
. Igitur aer minorem velocitatem detrahit graviori globo , Igitur globus
gravior deci. dere velocius debet . Ac ne hoc totum nimiuiiLf ' fubtU Digitized
by - lOOgU- i ■' PARS II. 115 Ibb^ilitcr excogitatum videatur 1 confirmari
poteft «xperimentis . Nam primum fi aer omnis e tubo vi* treo fatis longo
extrahatur (quomodo 'id fieri pofiic alio loco docebimus ) frufiulum auri ,
& pluma le* viflima in hoc tubo a fummo ad imum eodem tem* pore decidunt.
Deinde fi in vafe unde aer extraftus fit, pen- dulum fit quodpiam ex certa
altitudine demiflum , ut iens redienfque vibrari diutifiime pofiit , eumdem
femper vibrationum numerum eodem tempore ex* plebit ; cu]'ufcuaique fit
ponderis . Quia nempe , cu- jufcumque fit ponderis , pari velocitate decidit .
Quare cum experimenta offendant (quantum quidem experimentis offendi id poteff
) corpora., omnia pari velocitate decidere, concludunt phyfici, tanto plus
materis in illis contineri , quanto plus ineff gravitatis ; nam nifi ita eff ,
non polTet gravi- tas , qus in aliis major eff , in aliis minor , veloci- tatem
efficere eamdem in omnibus . C A
P. X I V. De cadentium acceleratione , C^Adentis corporis non eadem eff in toto
ca fu ve- locitas , fed magis magifque augetur . Acceleratio- nis hujus modum
explicaturus hinc ordiar . Corpus grave deorfum urgetur gravitatis fux vi [
quidquid «an- Digitized by Googlc Ii6 V H r S IC JE tandem fic gravitas ] idque
perpetuo . Hoc autem totum (ic intelligi volumus . Corpus in unoquoque
tempufculo certam determinationem , fivc traftio- nem , five iftum , five
pulfum a gravitate accipit , quo iftu deorfum pellitur , five trahitur . Hos
i61us omnes placet squales fingere ; nam licet validiores fint , fi corpus fit
prope terram > ubi e(t gravius , quam fi longius a terra didet , &
altius fit , ideoque minus grave ; tamen corpus nullum ad altitudinem tantam
evehere nos quidem pof. fumus , uc hxc iAuum , & gravitatis differentia ap-
pareat . Cum ergo corpus , menf* ver. gr. impofituirjJ fudinetur , ne decidat ,
in unoquoque tempufculo iflum a gravitate accipit , quo premit menfam ; ac
iDenfa vicifilm relidendo , hunc totum iAum extin* guit . Sic corpus in
unoquoque tempufculo menfam premit ca tantum vi « quam habet ab uno gravita-
tis i61u , nempe ab illo i(du , quem in tali tempu- fculo accipit . Jam vero
fac menfam tolli , ut corpus decidat; hoc fane a primo gravitatis idu motum
quemdam accipiet , tum alter iftus fuperveniens hunc motum augebit, aliique
fuper aliis adjedi motum facient femper vehementiorem : accelerabitur ergo
caden- tis corporis curfus , ac fient in tempufculis Angu- lis propter squales
i£lus squalia celeritatis incrc- Kcnta . Quid fi corpus cadens odendit quidpiam
, id per- Digitized by Google FARSIT. i»7 percutiet tanta vi > quantam habet
ab omnibus illis gravitatis ictibus , quos inter cadendum accepit ; nempe ab
ilibus totidem , quot funt tempufcula e- lapfa in toto cadendi tempore . Haec
autem tem> pufcula in quovis aflignabili tempore , licet brevif- firao )
infinita funt . Igitur corpus cadens percutiet tanta vi , quantam accepit ab
infinitis i6Iibus . Un> de conflat vim percuflionis infinitam efle , fi ad
vim preflionis comparetur ( quod theorema eft iiL. mechanicis praeclariffimum )
neque fpem ullam elTe, ut duae hae vires conferri fimul pollint, & duobus numeris
exprimi . C A P. X V. /“ «■ De legibus accelerationis in cadentibus , Sunt
quaedam accelerationis leges , quas cadentia quxque in vacuo obfervant , nec
multum aberrant) fi cadant per aera . Tres praecipuas exponam . Prima haec eft
. Cadat corpus ex A in L ( Tig, II ) per lineam A L , live perpendicularem,
five^ inclinatam ad fuperficiem Telluris. Tempus hujus ca* fiis divide in
tempora quotvis aequalia ; & fac corg. 14.) quod attollatur, ac demittatur
ex A . DemiiTum ex hac altitudine , pro- pter alios , atque alios gravitatis
i£lus , recidet iiu. P , cadendoque magis magifque accelerabitur . Cum ergo in
P fuerit, quamvis id pundum infimum, fit, tamen propter impetum , & vim
acquifitam feretur , ultra afcendendo verfus R . Porro afcendens ad R , propter
totidem gravi- tatis iAus vim omnem acquifitam paulatim amittet, qua amWTa ex R
rurfum in P cadet, rurfumque a- i fcendet verfus A ibitque ac redibit multoties
. Itus quifquc ac reditus dicitur vibratio , five ofcillatio . Si pendulum
nulla prorfus refifientia impedi&> R 2 tur, ' Digitized byJGoogIe Ijl T
U r S I C M tur I demilTum ex altitndine A , atque hinc cadens» afcendet ad
eamdem altitudinem in R , rurfumque ex R cadens afcendet ad eamdem altitudinem
in A : quapropter nullus erit vibrandi hnis . Ne autem vibrationes infinitae
fint , facit pri- mum refiftentia aeris , in quo pendulum vibratur , tum
refiftentia fricationis ; nam filum volvendo fefe circa punftum fufpenfionis S
fricationem necelTario patitur nonnullam His rcfiftentiis fit , ut pendulum
nunquam ad eam altitudinem afcendat » unde ceci- dit , fed vibrationes fempcr
habeat contraifliores uf- que donec in pundlo infimo P confiftat. Pendula
longiora vibrationes fuas conficiunt lon- giori tempore , ut quanto majus eft
quadratum., temporis ,■ tanto fit major penduli longitudo . Pen- dulum unum
conficiat ver. gr. fuam vibrationem tempore 2 , alterum tempore 3 . Erunt ergo
pen- dulorum longitudines , uti 4 & 9 , nempe uti qua- drata temporum . In
eodem autem pendulo vibrationes omnes fiunt pari tempore, five fiant per arcus
longiores, five per breviores , modo arcus graduum fint non admodum multorum .
Neque id tamen ad veritatem plane dicitur ; fed differentia temporum , quoniam
eft fupra modum exigua , contemnenda omnino cen- fetur . Hac de caufa pendulum
eft inftrumentum ad metienda tempora aptiftimum . Non eft omittendum , pendulum
cadens ex A in P eamdem habere io P velocitatem , quam habe- ret Digitized by
Googie ' P A R S 11. igj let in M , n ex eadem altitudine perpendicularitet in
M decidiflet. Sic (i altitudo punfH A fiat qua- drupla , velocitas penduli in P
fi«t dupla , & om- nino mutata puniri A altitudine qusvis pendulo ad-
jungitur velocitas in P. Hsc de (implici pendulo dicuntur , ^qure facile ad
compofitum transferuntur , fi modo & quid fit pendulum compofitum , &
qua ratione ud fimplex redigatur intelligas. Pendulum compofitum efl pendulum,
cujus tota gravitas non in unum punAum colle(51a efl , fed per totum diffufa .
Qua ratione ad fimplex redigatur, fic expono . Sit pendulum compoOtum S P virga
ferrea pon- derofiflima ( Fig. t 5 ) . Id fane ex altitudine qua- piam demiirum
vibrationem fuam conficiet certo tempore . N que cft dubium , quin tempus hoc
futurum fit longius , fi fingamus totam virgse gra- vitatem colligi in punftum
infimum P , & contra brevius , fi fingamus eam cogi in punftum quod- piam
Q^quom proximum punfto fufpenfionis S. Erit autem , ut ratio ipfa monet ,
pun(51um_. quoddam intermedium C , in quod fi tota virgae gravitas cogatur ,
vibrationis tempus nihil muta- bitur . Hoc punftura Mathematici praeclaro
artificio determinant , coque, determinato , pendulum com- pofitum SP perinde
habent, uti pendulum fimplex qaoddam , cujus longitudo fit S C : Idque cum
fece- rint , Digitized by Googie ,34 F H Y S J C M tint, pendulum compofitum
redegi(Te dicuntur in (im« plex . Itaque cum in pendulo compofito longitudi- -
nem nominant 5 non illi intelligunt SP, fcd SC, & pun^lum C centrum
ofcillationis appellant. Dicitur etiam punflum C centrum percuflionis, quippe
quia cum virga S P vibratur , fi quid punflo C dircAe occurrat , id totius
virgae iftum , & vim fentiet . C A P. XVIII. De fluidorum corporum
prejflone . Sl corpus grave fit fluidum • non folum premit gravitate fua fundum
vafis , quo continetur , cui fun- do perpendiculariter incumbit ) fed etiam
latera . Quippe ejus partes folutae funt , & dilabi in omnem partem
nituntur. Sit vas A B C D £ ( Fig. 16) cujufcumque fi- gurs aut magnitudinis
fluido quopiam corpore ver. gr. aqua plenum . Si in interna hujus vafis
fuperficie partem quamlibet P O defignaveris , & omnino fpa- tium quodvis P
O , in quod aequa preflionem fuam exerceat ; dicetur P O bafis hujus preflionis
. Quod fi per fummara aquam A planum horizontale duxe- ris X Z t diflantia )
quam habet bafis P O ab hoc plano } dicetur aqus altitudo fupra hanc bafim .
Preflio ) quam aqua exercet in bafim P O tanto cft Digitized by Google T A K S
1 I. ijj ell major , quanto cft major bafis ipfa P O , atque etiam quanto eft
major aquae altitudo fupra banm ipfam . Quare fi bafim expreflam habeas numero
ali- quo , alioque numero altitudinem , multiplicatis his numeris numerus
exiftct exprimens vim preffionis. Quod fi ita eft , plane fequitur , preflioncm
, quam aqua exercet in bafim PO eamdem femper manere , variata qualibet vafis
figura , & crallitu- dine , modo bafis , & altitudo fint femper esdem
> & omnino craflitudinem fluidi ad preflionem nihil facere, quamvis in
majori crallitudine major fit aquse moles . Idque confirmat fiphonum obfervatio . Sit fipho A T R
B ( Fig. i"j. ) cralfitudinis & forms cujufvis . Experimenta
familiariffinia docent , aquam in eo immotam manere flatim ac in utroque crure
eam> dem obtinet altitudinem X Z. Jam vero finge tibi , & nota planum
quoddam , quod fecet totam aquae molem in T R . Non eft dubium , quin moles aquae
A T R furfuro premat molem aquae T R B , & contra moles aquae T R B premat
molem A T R , & fit ambarum prefiionunu communis bafis T R . Ac quoniam moles ambae A T R , T
R B im- motae manent, oportet etiam, ut prefliones habe-, ant in T R aequales .
Atque hic fane & bafim ha- bent eamdem TR, eamdemque altitudinem XZ.
Confiat ergo , eas , cum bafes & altitudines squa- les habeant , aequaliter
premere , etiamfi & cralfi- tudi- Digitized by Google 13^ f H r S 1 C JE
tudine « & magnitudine inter fe longe differant . Hoc ergo omnino teneamus
, in prefGonibus fluidorum nihil attendendum eife prster altitudi* nem , &
bafira . Cui rei experimenta confentiunt omnia . C
A P. X I X. De Jluiiicrum corporum aquilthrio . C^Um fuperficies corporis
fluidi eft horizontalis fluidum ipfum dicitur elTe in arquilibrio ; quippe-*
ejus partes prementes fe mutuo gravitate fua , im- motae manent . Id quod plerique explicant ad
hunc modum . Sit vas A 6 ( Fig. i8. ) aquam continens , cu- jus aquae
fuperflcies L R horizontalis (it . Finge hanc aquam divifam in columnas
quotlibet L M , R O &c. Non potefl profeAo columna L M deorfum fer- ri ,
nifl furfum efferat columnam O R j neque co- lumna R O poteft ferri deorfum j
nifi furfum effe- rat columnam M L . Premunt ergo fe mutuo hae duae columnae,
tamquam effent in (iphone quodam, ubicumque demum (it illa bafls communis , in
qua .premunt fe mutuo . Oportet ergo , ut
veluti in fi- phone immotae maneant, (i altitudinem quidem eam- dem habeant.
Habent autem altitudinem eamdem , cum fuperficies aquae horizontalis efl :
igitur cum fuperficies aquae horizontalis efl , columnae immotae jnane-
Digitized by Googlc , V A R S II. 137 manere debent , ac partes aquae
confiftere , quod aquae squilibrium cft . Quo loco animadvertas hoc velim,
fi in colum- na R O , fublato volumine quopiam aquar S , in e- jus locum
fubftituas par volumen alterius materis puta ligni , vel hoc volumen , quod
fubftituis *quc gravitat ac volumen aqus vel plus, vel minus. Si *quc gravitat, nihil de gravitate, & preflione
to- tius columns R O mutabitur, ideoque omnia ma- nebunt immota , & volumen
ligni fuftinebitur . At fi volumen ligni plus gravitet, quam volumen aqus, fiet
columna RO gravior, & decidens deorfum fe- ret lignum ; fic lignum cadet :
Quod fi volumen ligni minus gravitet, quam volumen aqus , jam co- lumna. R O
fiet minus gravis , ideoque proxima., L M ipfum furfum trudet : furfum ergo
feretur li- gnum . Gravitas ligni , vel alterius cujufvls materi* comparata cum
gravitate, quam habet par aqu* volumen, dicitur gravitas fpecifica ligni.
Dicitur ergo lignum in aqua immotum manere , fi fpecifice sque gravitet, ut
aqua ; defeendere , fi fpecifice plus gravitet , furfum ferri , fi fpecifice
minus gravitet . Sic fere
aequilibrium fluidorum explicari folet . 7c/h. 111 . S CAP. Digitized by Googie
P H r S l C JE GAP. XX. De Fluentibut , C^Orpora , qu« propter gravitatem
fluunt | confl* derantur & cum exfiliunt a quiete difcedentia , Sc cum per
canalem decurrunt. In utroque autem quae» dam celeritatis le^es afferuntur. Primum exiiliencia
confideremus. Sit vas LB {Ftg. 19 ) aqua plenum ufqua ad L T . Perforetur
minimo quodam foramine in C. Exfiliet hinc aqpa ea celeritate , quam haberet fi
libere decidiffet ex altituiine LT. Sic multi exifiimant , quorum hcc eft ratio
. Si aqua exfiliens per C excipiatur tubo furfum fpeif^ante , & curetur ne
interim altitudo a* quae LT quidquam mutetur, aqua exfiliens afeendet per tubum
jfque ad altitudinem L T . Exfilit
ergo tanta velocitate, & vi, quanta requiritur ad afeen* dendum ufque ad
altitudinem LT; idefl tanta, quanta acquiritur cadendo ab eadem altitudine .
Igi- tur aqua per C exfilit velocitate tanta , quantam acquifivilTet; fi ab
altitudine L T decidiffet . Sic non- Dulli . Qui hanc regulam tradunt
refiflentias omnei oxeipi volunt , quas habet exfiliens aqua vel ab ae- re ,
vel a fricatione , quam patitur in foraminis ambitu ; qux refiflentix , quoniam
tolli non pof- funt , Digitized by Googie FARSIT. 139 funt, idcirco
experimentis regulam fuam aegre con- firmant. Confideremus nunc labentia fluida
per canales, Sit A L fundus canalis , per quem aqua decurrat , ac fit
fuperficies fumma aqu» P F . Duc planum S C , quod fecet totum corpus labentis aquae , ac fit
perpendiculare ad AL. Id planum dicetur aquae, feu fluminis fc(^io. Aqua per
hanc feftionem SC ( Fig. 20.) tran- fiens non omnis eadem velocitate fertur ,
fed venu- la, quae excurrit per punflum inferius Rj velocius fertur, quam quae
excurrit per punftum fuperius H. Illa quippe majori aquae altitudine premitur.
Neque vero fi duae ejufdem fluminis fedliones com- parentur, putandum eft,
aquam pari velocitate per am- bas excurrere . Nam fi flumen cumdem
intumefeentiae gradum confervet, ut nec ufquam aflurgat, nec ufquam deprimatur,
& fefliones habeat latiores alias, alias anguftiores, oportebit, ut aqua
tanto fit in unaqua- que feflione velocior, quanto feflio eft anguftior. Etenim
fi flumen aeque femper tumet , ut nec uf- quam deprimatur, nec ufquam aflurgat,
necefle eft aequali tempore squalem aqu* molem per omnes fefliones tranfire . Qyod fieri nequit , nili fi aqua., per anguftiores
tanto velocius feratur . Quamquam hsc omnia & conta6Iibus , frica-
tionibufque , & refiftentiis aliis permultis majoreni' in modum turbantur ,
vix ut unquam experimenta ma- thematicorum demonftraAionibus refpondeant. Hsc de gravitate . S 2 CAP.
Digitized by Googie r H r s i c JE GAP. XXI. De ElafJicitate . Qj^id fit .
ELafticitas eft vis illa , qua partes corporis a fuo fitii dimotJP illuc redire
nituntur. Id quod experi- mur in duris corporibus prope omnibus, quae vel
inflexa, vel compreifa, vel alia quavis ratione con- torta, aut dimota , fi
fibi relinquatur, ad fe rede- unt . Elaflicitatis vis in inflexione majori
major eft , in minori minor. Et fane (it virga ferrea A B ( 21. ) infixa in
parietem P H . Inflc(flatur primum a- liquantulum , adducaturque in AC; tum
inflcflatur m.agis , ut perveniat in A D Majorem fane elafti- citutem exercebit
in A D, quam in A C. IJque adhirentia pondera oflendunt . Majus e- nim pondus
requiritur ad detinendam virgam in A D, quam in AC. Neque efl dubium, quin
virga in qua- vis inflexione clafticitatcm exerceat squalem ei pon- deri , feu
vi , a qua fic inflexa detinetur . Nam fi majorem exerceret, vinceret
gravitatem, & vim ponderis, ipfumque futfum traheret ; fi minorem vin-
ceretur a pondere, &. ipfa deorfum traheretur. Dc ElaJIicitatit caufa . De
clafticitatis caufa alii aliter fentiunt. Carte- fiani fic cxiftimant. Dum
partes corporis innatura* li fitu manent jfubtills materia per interjciflos
poros quaquaverfum labitur commodiflime . Fac partes ab illo fitu vi aliqua dimoveri: hinc
conftringentur po- ri , illinc dilatabuntur. Materia ergo fubtilis e la-
tioribus poris in arflatos incurrens celeritatem au- gebit , ac vim faciet in
pororum latera majorem . Quare hi pori dilatari nitentur, eoque fiet corporis
refi tutio . Hanc ob caufam fieri putant, ut fi arcus diu inflexus maneat, tum
fibi relinquatur, minime fe reftituat; nempe materia fubtilis per interftitia
arcus perpetuo ruens, foramina, qua erant angufiio- ra , corrodendo dilatavit ,
ut jam perlabi quaquaver- fum potlit commodilTimc . Idemque ftatim & pun-
6I0 temporis facit in rebus mollibus , ideoque res molles, uti febum, cera,
& aha clafticitatis vix habent aliquid. Neutoniani ad vim repulfivam
confugiunt. Nam dum virga infleiftitur , particulae ejus , quz funt ad partem
concavam ad fe fc mutuo accedunt ; fe er- go repellunt majori vi , & ad
priftinum fitum redi- re nituntur . Similiter quae compreffa laxantur fpon-
Digiiized by Googie ,42 F H Y S I C M te fua , id faciunt > quia partibus
conflant fe mutuo repellentibus . Sunt etiam qui certum materis genus tenuifli- mum (ibi
fingunt , cujus partes fe mutuo repellant . Hsc ergo materia inclufa in corporum poris , (i
quando hi pori dimotis luxatifque partibus cbndrin- gantur, dilatare nititur,
& corpus reftituete . Sed ni- hil cft , quod qualitatibus illis five
attraflivis , five repulfivis confiftis ut lubet , & permutatis, explica-
ri non poflit. Horum ergo fententiam probabilem facit commoditas . GAP. XXIII.
De Elaflicorum corporum rejlitutione . P Orro in elaftici corporis reflitutione
veniunt con- fideranda nonnulla . Sit virga ferrea A B ( 22.) infixa in
parietem P H . Infleflatur , adducaturquy in AD. Quoniam elafticitas perpetuo
urget vir- gam verfui AB, putare licet, elafiicitatcro effe vim quamdam , qu*
fingulis tempufculis minimis mi- nimos det iftus virgs , quibus illam impellat
verfus AB. lilus hi validiores erunt cum virga c(l magis inflexa , minus validi
feu debiliores , cum cfl infle- xa minus ; etenim , ut fupra diximus , cum eft
magis infle\a, elaflicitatem majorem habet, minorem cum minus inflexa ed . Si
Digitized by Google FARSU. 145 Si igitur virga addufta jam in A D {fig. zi.)
fibi relinquatur , primo flatim tempufculo id^um ab clafticitate accipiet, quo
urgebitur verfus A B,tum aliis aliifque infinitis tempufculis alios aliofque
idus accipiet infinitos , quibus eodem urgebitur . Ac quamvis hi i^us ,
accedente virga ad fitum naturalem A B, alii aliis debiliores fint , tamen fin-
guli velocitatem virgae augebunt atque impetum ; quare virga cum ad fitum
naturalem A B pervene- rit , ubi nullum ab elaBicitate iAum accipit, tamen
concepto impetu feretur ultra verfus V , & in alte- ram partem infle tefl .
Ac ne qui miretur , corpora elaflica , que du> rifllma funt pleraque j in
percuflionibus comprimi , uti diximus, folet id Phyficis experimento probari. Nam fi globus five sneus five
marmoreus plano im- ponatur marmoreo, febo illito, vefligium in co im- primet
minimum, punAi inflar . At fi idem globus in idem planum ex altitudine quapiam
decidat , vefli- gium imprimet majus eoque majus, quo altius'ca- det . Quod
fane oflendit , ipfum in iAu comprimi . C A P. XXV. ■A De legibus motus in
elajlicis. Ntequam leges motus in elafticis expono, fcir« hoc convenit. Si
corpus quodpiam A ( Fig. 25.) .certa- vi agatur dirtflione A B, atque illi vis
nova adveniat, atque haec vis nova ipfum urgeat eadem direftione yerfus B ,
corpus A eamdem adhuc di- reftionem tenebit , & feretur vi tanta , quanta
eft ambarum virium fumma . Quod fi vis no /a adveni- ens ipfum urgeat direfltone
contraria verfus C,tum vis minor detrahenda eft majori , ac vi reliqua mo- Tom,
lU. 'X vebi- Digitized by Google 1^6 V H r S l C M vebitur corpus fecundum
direftionem vis hujus . Fac igicur corpus
A moveri verfus B vi j ; ad- venire illi vim 7 . Si haec vis 7 ipfum pariter
urget verfus B, feretur adhuc corpus ad B, & quidem vi jo . At fi hxc vis 7 corpus urgeat
in contrariam., partem C , regredietur corpus , & feretur ad C vi 4 . HiS
ita confiitutis venio jam ad leges motus in corporibus elailicis obfcrvandas .
Dum corpora duo clafiica congrediuntur, prxter vim illam , qua fe petunt , vis
quxdam nova illis ftatim exoritur . Nam pellentia atque urgentia fefe ,
comprimuntur. Quapropter exerit fe fiatim vis elaftica, atque ut corpora
refiituat , disjungit eadem , & in contrarias partes repellit . Quare fi
cognitam habeas vim illam , qua an- te congreflum ferebantur corpora, &
prsterea vim clafiicam , qux in congrelTu ipfo fiatim excitatur utruinque
corpus pellens , facile intelliges , qualiter iitrumque corpus poft corgreffum
ferri debeat. Vis autem clafiica , qux in congrelTu corporum excita- tur
quoniam creditur femper «qualis effe vi iflus , facilu ccgnofcetur ex his, qiis
dixi de motus legi- bus in prima parte phyficx . Atque huc fpeflant leges illx
omnes , quas me- chanici fufius perfequuntur , & reducunt ad formu- las.
Quarum legum experimenta fiunt in pendulis duobus fe mutuo petentibus . Hxc
enim pro variis altitudinibus, e quibus demittuntur , velocitates acqui- runt
quallibet , quibus fe petant . CAP. Digitized by Coogie PARS II. M7 C A P. X X V r. / De aqux
elaflicitate . Nuilum fere corpus eft illorum quidem, quz fub fenfum cadunt,
quin aliqua eladicitate prxditum ef* credatur . Sunt tamen qui id negent de
aqua ; fic enim fibi perfuaferunt, eam nulla quamlibet im- mani vel percuffione
vel compreffione conftringi poH- fe ; quod multi experimento etiam cognofci
puta- verunt . Nam globos metallicos aqua repletos vi fumma occluferunt , tum
illos percuilionibus , comprelTioni- bufque validiflimis conftringerc tentarunt
, ac cura nihil profecerint ( nam vel condriAio nulla globo> tius
eladicitati tribuamuf , quam aqus . Non ergo fatis probatur, aquam eladicitate
omni carere. • C A P. X X V I I. \ • De aeris elajlicitate , j^Er'in
prsftantiflimis elafticis numeratur; eflt-» autem elafticum , & quam (it)
uno eodemque doce- mur experimento . Sit tubus A D € H ) cujus unum crus £ H (it brevius ,
& fupra in H perfere claufum , alterum (it iongiflimum & fupra in A
apertum. Sedeat in fundo mercurius ad eamdem altitudinem C F in u- troque crure
. In fpatio F H aer interceptus ma- neat . Infundatur mercurius per A ( F;^. 25 . ) donec in
crure D A altitudinem obtineat B . In altero crure evehetur mercurius ad
altitudinem multo mi- norem G . Quod nempe aer internus conftriilufque in G H
ip(i refiftet) ne ulterius afeendat . Quo ap- parebit eladicum elfe . Apparebit
etiam quanta (it ejus in tali condriflione eladicitas; nam tanta pro- cul dubio
erit, quanta erit vis mercurii prementis ipfum & condringentis . Quidam
Phyfici cum experimentum feciflent in condriflionibus variis , atque in
(ingulis eladicitatem aeris Digitized by Googie 1^0 r H Y S I c ^ aeris dimenfi
cffent , propofuerunt , eam tanto ma- jorem eflc , quanto minus cft fpatium ,
in quo aer conftji(Sus manet. Ver. gr. Si fpatium fit terminus, elafticitatem
cfie ter majorem . ^ Qiiam proportionem in conftri^Uonibus parvis \ concedunt
plerique, in vehementiflimis negant, ac volunt elafticitatem in his clTe multo
majorem, quam poftulat proportio illa , Caftinus Dominici filius eam pariter
proportionem negat in aperto aere & libe- ro , quem fpiramus ; nam is
quoque fuperioris aeris pondere compreflTus cft , & elafticitatem exercet
fu- am . Tamen experimentales Phyfici illam, quam di- ximus proportionem , fere
femper fequuntur , vel quia eft commodiftima, vel quia in communibus ex-
perimentis conftriftiones aeris fiunt haud magnae . Dilatatio illa , aut
denfitas quam habet aer folu- tus & liber , quam que retinet nitendo
elafticitatc fua adverfus pondus .fuperioris aeris , dicitur dilatatio , aut
denfitas naturalis aeris. Manifeftumque eft ae- rem in hac dilatatione , aut
denfitate tantam habe- re elafticitatis vim , quanta eft gravitas univerfi ae-
ris fuperincumbentis, ac duas hafce vires, gravita- tem fuperioris aeris ,
& elafticitatem inferioris xqua- Ics plane eife . Cum autem dicimus, aerem
fuperio- rem in inferiorem , atque adeo in fubjeftas quafque res gravitate ,
erunt fortalTe nonnulli ad id creden- dum tardiores , propterea quia cum tantum
aeris nobis incumbat , tamen pondus fentimus nullum . Quorum ratio exemplo eft
minuenda. Nam ne illi Digitized by Google Digitized by Google PARS II. Illi
quidem j qui in aquam immerfi funt aquae pondus fentiunc ; & tamen aqua
utique eft gravis t Non autem aquae pondus fentiunt , quia pre« muntur ab aqua
non ex una tantum , fed ex omni parte , ideoque conflridHonem potius quamdam
per totum corpus feniire debent, quam pondus j & ve- ro illam fentiunt , ac
nos quoque condiiAionem ab aere'.fentiremus , nili aut fenTum diuturnitas
fudulif* fet , aut ad illam nati ipfam ferremus commodif* fime . . fuperioris Dc
Machina Pneumatica . jEl-afticitate aeris cognita, facile intelligetur moli-
tio , quam Hoto Guerikius excogitavit ad aerem e vafis extrahendum , quamque
machinam pneumati- cam vocant. Hanc paucis adumbrabimus. Vas P A S, ( Fig. 27.)
quod vitreum efle fo- let , Campanae fimile , plano P S imponitur, ac glu- tine
quopiam , five alio quovis modo fic illi adjun- gitur , ut ne aer quidem per
juniluram tranfire pof- fit. Hoc vas recipiens dicitur. Planum P S canaliculum
excipit C V , qui cx una parte C hiat in recipiens, ex altera V in latif- fimum
tubum , five antliam N T L I . In canaliculum CV infertum efi epi(lomium£, quod
15Z T H r S l C JE quod tnanu converfum (ic illum occludit, ut aer ex antlia in
recipiens migrare nequeat , neque c reci- piente in antliam. Infra epiftomium E five in canaliculo, five io antlia
prope extremum N T , ponitur valvula ad foramen , quae aerem ex antlia finit
egredi , regre-, dientem vero prohibet . Antii® demum infertus eft embolus M B
,• qui & antrorfum agi verfus N T , & retrahi verfus I L potefi, quique
lateribus antiis fic aptatur ) & con- gruit , ut nulla aeri pateat via .
Hac machina comparata . converte primum e- pifiomium E , ut aer ultro citroque
per canaliculum ferri poflit . Tum embolum MB retrahe ab N T verfus I L. Tunc
fanc aer, qui in recipiente P A S verfatur , dilatans fe fe elafiicitate fua ,
magnain^ partem fe fe effundet per canaliculum in antliam. Tu ergo, epifiomio E
manu converfo , canaliculum occlude, & embolo MB antrorfum aflo- veifus N T
, omnem aerem ex antlia per valvulam eijce . Jam partem acris haud minimam
extra(Jiaro habebis e recipiente P AS . Quod fi idem iterum & fspius
feceris, pofi plurimas exantlationes nihil tandem aeris in recipiente
relinquetur, vel certe adeo pa- rum , ut pro nihilo haberi poflit. Sic erit
aere vale extradus effeilus hos mirabiles plerumque tribuunt horrori va-
cui . Nam primum ponunt hanc elTe qualitatem o- mnium corporum , ut fi quod
fpatium inter ipfa in- tcrjc61um vacuum inveniatur , in illud fiatim fe con-
jiciant magna vi , fi libera quidem fint , &. move- ri poflunt . Hanc
qualitatem horrorem vacui nomi- nant . Putant ergo , mercurium in tubo
Turricelliano fufpcnfum manere , propterea quia fi defeenderet , fpatium
relinqueret vacuum ; facit ergo horror va- cui , ne defeendat. Neque mercurium
furfum adigit ultra digitos 27 j quia horror vacui vim habet fini- tam ) quzque
columnam fuflinere non potefi , nifi tantam . Sed horum ratio poft Galileum ,
cum dty gravitate aereis conftitit) fcholis prope omnibus reji- ci cepta efi. ^
5 * T H r S 1 C /E . De Earometro, IBArometruiD eft inArumentum gravitati aeris
me- tiende aptum. Multe funC ejus
forme . Illa (impii- ciilima . Tubus vitreus inflexus paratur, uti ABC. ( Fig.
a8. ) Crus alterum longius A B in fuperiori parte A hermetice claufum eft .
Crus alterum B C multo breves in fuperiori parte C ell apertum . In hoc tubo
mercurius continetur , quem aer in crure C B deprimit ufque ad planum I L . In
alg. 3 2.)^ fpedlet polum borealem h magnetis 2 , nec multum inter fe dident,
particuix magneticx egreflx e ma- gnete I per a facile ingredientur in magnetem
z per b, ideoque quam plurimx rcAa procedent, do- nec egreflx per polum a
magnetis z inflcAant iter propter aeris reflftentiam , eoque inflexo refia
feren- tur ad polum b magnetis i ; atque ex duobus vor- ticibus unus fiet
magnetes ambos i , & 2 comple- Aens . Qui vortex infle^ns fe perpetuo ,
& excur- rens circa magnetes , quos complebitur, urgebit fa- ne illos , ac
(i fufpcnfl , & mobiles fint , alterum al- teri admovebit. Contra fi polus
auflralis a magnetis i (Fi^.33.) fpebet polum auflralem a magnetis 2 ,
quonianL. particuix magneticx egreflx e magnete i per a non poflunt ingredi
per^ a in magnetem 2 , idcirco in- currentes in hunc magnetem 2 ipfum urgebunt
, ac fi. fufpenfus , & mobilis fit , removebunt . Hinc efl vis illa
admirabilis , qua magnes ma- gnetem ad fe trahit, fi^poli quidem diverfi gene-
ris fe mutuo fpebent , ideft fi auflralis polos unius fpebet borealem polum
alterius; & contra magne- tem repellit., fi poli quideiq fe fpcbeot ejufdem
no- minis. Porro ferrum canaliculos continet , per quos particuix magneticx
ultro citroque facile labi pol* f«k't »• Digitized by Googlc P ARS 1 7. f nas
applicare ) qux infra definunt in duo acumina; namque illx lamins maximam
particularum magne* ticarum vim intra fe excipiunt, neque (inunt huc atque
illuc difperdi, eafque particulas omnes limul unitas per acumina emittunt .
ergo in his acu* roinibus vis maxima. Hzc atque alia permulta copioliflime
Cartefia* nl diQputant . Phylofophi alii prxter rei. hiftoriara , atque ufuro ,
qux duo & Cartcliani tradunt , cum volunt , nihil fere habent , quod
doceant . ' C A P. XXXII. De Corporum. Eleilricitute . lELeAricitas eft vis,
qua corpus quodpiam leviffi* na quxque ad fe trahit, modo etiam repellit. £a- que calore, atque. affrlAu. in. corpore, excitari
fo* let^ Flavum,- fuccinum-, & vitrum, mira- eleAricitate excellunt ..
Multa etiam^ alia. eleAricitate gaudent , uti cera hifpanienfis , adamas ,,
fmaragdus , gemmx quxvis pellucidx cryftalll, fila ferica , capilli ) &
alia. Ligna , metalla, marmora , liquores etiam , quantum quidem adhuc fcimus }
eleAricitate ca* xent . EleArlca qu« funt , fi quid contingunt , eleAri* cita*
Digitjzed by Googie PARS I r; i»^- citate donant. Id certe obfervatum. eft in
multis;, nam difficile, eft hoc loco quidquam generatim affir* mare. Et. fane
his, qui experimenta faciunt, dum cleAricas res manu, verfant , manus perfae^
fiunt cleAricx. Quamquam funt multi manibus ad ele^ Aricitatem contrahendam
ineptiffimis. EleAricitas ergo per intermedia corpora Ion- giflime Interdum
propagatur. Fayus cum, .tubum vi» treum eledlricum, fecifret,.admovifletque. ad
extre- mum funiculi longiflimi , eleflricitatem per hunc fu* niculum propagavit
ad pedes ducentos, & quinqua». ginta fex.fupra mille.. Piguit funiculum
ulterius pro* ducere ^ Neque tamen > experimenta xque femper fucce- dunt .
Aer humidus nocet , &. adftantes ipfi , cuiilj ora infpiciendi . caufa
propius admovent; namque : emittunt, halitus , quibus experimenta. interdum,
tut*. bant .. Ele61ricitatem in> duo - genera fequi. Hinc facile. cognofei,
poteft , quo, quzque res eleAricitatis genere, polleat .. Hxc prope- omnia,
recentioribus. Phylleis com* perta funt ,. qui, rerum narrationibus contenti,
cau- fas quxrere. non admodum (ludent . Veteres horum . pauciflima attigerunt .
CAP. Digitized by Googie \66 Pii'^tatibus apparentibus generattm, ^Unt quxdam
qualitates ) quas unufquirque vel in> doflus & celertime & refUflime
concipit nullo cer- to motu , nullaque certa particularum figura prxce- pta; uti
lux, Tonus, calor, frigus, color, & alia. Has apparentes dicemus, propterea
quod eas non., reales efle in corporibus , fed apparentes plerique ^am putant .
Qualitates altae , quas concipimus con- cipientes motum aliquem, reales
dicuntur. In apparentibus
autem qualitatibus maxime dif* tinguere oportet , quid fit qualitas formalis,
quid 'materialis . Formalis eft id ipTum , quod ftatim ab unoquoque concipitur
ubi qualitas ipfa nominatur, aut proponitur . Sic illud , quod nominata luce ,
aut colore llatira quis concipit, eft lux, aut color for- malis. Hinc 'fatis
conftat , eftentiam qualitatis for- malis V. g. lucis , non eftc neque in motu
particn- laruiD , neque in figura pofitam , nam ftatim conci- pitur fine his;
res autem nulla condpi poteft, quin ejus eftentia fimul concipiatur. Qualitas
materialis eft certa materix dilpofitio , qux requiritur, ut formalis qualitas
aut exiftat in cor- pore , aut exiftere videatur. Ut color albus fit in .charta
, aut ciTe videatur , oportet , particulas char- tx efle certo modo difpofitas
. »Hxc ergo difpofi- tio Digitized by Googlc PARS l'h i6f tio ed albedo
naterklis* cliartae . De qualitatibus- materialibus an (int realicer in tu
celeri , perturbato -particularum quarumdam, five ex certi fint generis, five
cujullibet. Idque fa- tis probabile erit , fi & modus , quo fit calor ,
& ipfi efTeflus caloris hunc motum indicent . Hxc igi- car percurramus .
'De Calore ex affri6lu . No. efi dubium , quin cum duo corpora fimul
'fricantur, concufiis ipforum particulis & hx agiten- tur , '8c etiam
fluida fubtilifiima , qux interfiitia & poros pervadunt : qux agitatio
tanto erit vehemen- tior , quanto afliridlus erit validior : Ergo ex affriAu
fit calor . 'Id quod experimentis innumerabilibus ofiendt poted. Dum currus
ruunt equis citatiflimis ,calefcunt rotx circa axem ; ibi ed enim affri^Ius
maximus. Dum funes rotis circumagi immania pondera attol- lunt; Digitized by
Googlc P A R S l I. i6g lunt, calorenl concipiunt vehementiiTimuin ; nempe hic
quoque j quod funes maximopere rotas premunt, affriftus eft maximus. Similiter
nix contre6>ata diu calorem creat. Ferrum ex motu limae fimiliter, quia
explodi non poteft , quin ipfius particuls vehemen- tillimas conculhones
accipiant, quas diu retinent, ideoque fricantur invicem validillime .
Eodemque-/ modo campanx calent , dum fonant , ex idiibus mallei . De calore ex
Jfamma . .^^Ntequam de calore dicamus, quem gignit flam- ma, dicendum efl de
ipfa flammx natura. Si Carte- fianos audimus , quorum in primis clara eft
fenten- tia , flamma nihil aliud eft , nili materia fluidiftima, quam Cartefius
primum elementum vocat, qus in gyrum perniciffime a^la inftar vorticis,
crafGores par- ticulas fulphureas prsfertim , & falinas fecum ra- pit .
Cralfiores hx particulx dicuntur etiam ter- reftres , & funt elementum
tertium Cartefii . Fingitur autem flamma fic eflTe, quia fi fic fit videtur
prxftare pofle illa omnia , qux animadver- tuntur in flamma. Breviflime hxc
exequar e Carte- fianorum opinione . Flamma lucet, quia particulx craftiores ,
quas dixi , circumaiftx vim centrifugam concipiunt , id eft vim , qua nituntur
recedere quaquaverfura a centro , ideoque aerem non folum , fcd circum^ Tow.
III. Y com- Digitized
by Google 170 r B T S 1 C ^ compofita qujeque pellunt. Quare premunt, &
pel- lunt etiam tenuitrimos globulos, qui per omnia fpa- tia diffufi funt , qui
globuli fecundum elementum Cartefii funt, & horum preflio propagata ad
omnes partes lux eil . Flamma eget pabulo , ut confervetur , quia ro- tando
fefe particulas crafliores quaquaverfnm ex om- ni parte jacit, quarum nifi aliz
fuppeditentur , fta- tim interit : fuppeditantur autem a candela , aliif- que
corporibus , quorum particulz exfolutx commi- nutxque in flammam ipfam
feruntur. Multas quo- que particulas abripit flamma ab acre , quibus fe &ftinet.
Eo 6t , ut plerxque flammx fublato aere extinguantur . Flamma res multas fqlvit
, & comburit, quia cum jaciat perpetuo & magna vi particulas innu-
merabiles , hx incurrentes in obvia quxque corpo- ra , eorum partes difgregant
, disjunguntque . Quod (i in lignum incurrant , hujus partes abeunt alix in
cineres , alix in fumos ; creditur etiam per id tem- pus exire e ligno muTtum
aeris , atque ignis . Hinc quatuor veterum elementa extiterunt , quibus lignum,
& alia corpora componi dicuntur , terra , qux ap- paret in cineribus , aqua
, qux in fiimis, aer , atque igoit , qui evolant . Porro flamma furfum fertur ,
quia levior eft aere , & in apicem acutum definit , propterea quod furfum
afcendens xefiAentiam aeris hac fcrma com- modius vincit . His. His viiis
facii« intelligitur, flamina agitationes maximas in circumpofltis quibufque
rebus excitari) & calorem afferri . Idemque valet in Ible , qui eft ftamma qusdam quam
maxima. De aeris dilatatione a calore^ ^'^Odum ) quo fit calor confideravimus .
Nunc quid ipfe efficiat videamus. Et primum cum parti* culas corporum
vehementiffime agitet , nemo mira* birur , corpora quzque ab ipfo dilatari .
Idque fa- ne obfervationes phyficorum confirmant cum in flui- dis corporibus,
tum in folidis . Fluida tantum duo confiderabo , primum aerem , deinde aquam .
folidis dicam poftea . Nullum eft corpus
, quod adveniente calore di- latetur magis, quam aer. Hujus dilatatio experi-
mento manifeftatur . Sit tubus inflexus A B C , ( Fig. g4> ) cujus crus
alterum longius fit apertum in A , alterum brevius delinat in globum C, fitque
mercu- rius in hoc tubo, qui ex altitudine E deorfum pre- mens conftringat
aerem contentum in C . Si hic aer calefiat, dilatatur non mediocriter ,eaque
dila- tatio cognofeitur ex depreffione mercurii in crure C B , & afcenfu
ejufdem mercurii in crure B A . Afcenfus mercurii in hoc tubo major minorvo .
eft pro majori , vel minori calore , quo aer conten- tus io globo magis minufve
dilatatur . itaque multi Y a hoc inftrumento utuntur tamquam thermoraetro ad
calorem metiendum. De qua menfura dicemus alio loco . Similibus experimentis
condat , aerem humidum dilatari magis , quam Hccum , fimiliterque qualita* tes
alias aeris variare dilatationem illam | quae Bt a calore. Quamobrem
therraometra , quae dixi, in ca- loribus indicandis non fempcr confentiunt;
nara in- clufus in his aer non unius e(l modi; in aliis enim inclufus ed aer
ficcus, in aliis humidus , in aliis ali- us . Quod primus omnium, animadvertit
Galeatius noder .. De aqux dilatatione a calore ,^\.Qua fimiliter a calore
dilatatur. Id experimen- to condat. Si aquam in tubum incluferis , quem ta- men
non totum repleat, omnemque indeaerem ex- traxeris, animadvertes, eam accedente
calore dilata- ri ) eodemque imminuto contrahi .. Hanc ob rem aqua vi caloris
abit in vapores; nam cum dilatetur , ejus particulae attenuantur ma- gis,
magifquc, coque tenuitatis perveniunt, ut qua- vis agitatione poffint per aera
furfum ferri. Quo fa- cile intelligitur. quo modo, calor. Becet corpora; fa-
cit enim , ut particulae- aquex , qux- in* his. delitef- cunt, in vapores
attenuatx evolent .. Ad eam aqux dilatationem , qux calore Bt , videtur maxime
pertinere ebullitio, phxnomenon inter cetera admirabile . Quod antequam explico
, animadvertere oportet , maximam vim aeris in aqua contineri. Petitus cum
aquam in ampullam inclufiffet, & veHicam ad os adjunxilTet , ariiillimeque
congluti» nalfet , ne quid aeris poflet ingredi , quatiendo pof- tea ampullam
diu multumque , aerem ex aqua edu- xit , eumque tantum , ut coa 61 us in
velTicam volu- men ipfum aqux ter fuperaverit , cum aqus tamen volumen nihilo
imminutum elTet. Similiter Mariot- tus experimentis aliis oQendit. admirabilem
aeris quantitatem in aqua contenti. Ut plurimum aeris in aqua, (ic aqua
plurima, in aere continetur . £t fane funt multa , qux expo- (ita tantum, aeri
miram aqux vim imbibunt ; libra una falis tartari teftantibus chymicis acri vel
ficcif- (imo expolita, brevi tempore libram aqux unam in- de haurit, quo fit
& gravior, & liquidior-. Nul- lum ell autem corpufculorum genus
terrefirium, fa- linorum , metallicorum , aliorumque , quo non aer refertus
fit. Eadem rerum, confufio credi potell &. in aqua.. Illud, vero. admiratione-
dignum ell, quomodo, tantus aer , tamque confiridlus contineri aqua pof- fit;
feirous enim aerem vel maxime elafiicum efle, idefi vim femper facere ut fc
dilatet ; ac fi fit con- firi 61 ior, eam vim immenfam prope elTe..Hanc ob rem
putat Mariottus, aerem ingrefium in aquam ac per ejus fpatia difperfum
elallicitatis vim. amifilTe quam 174 T^rSlCM quam poftea recuperat , fi ejus
particulae agitatione aliqua in mafialas coeant paulo majores . His jam facile
ebullitio aquae explicabitur^ Partes aquae calore ignis majorem in modum
agitan- tur. Itaque particulae multe aeris antea per aquae poros difpcrf*
coguntur in mafTulas , elafticitatenu. recuperant , & dilatantur ; ac cum
fint aqua ipfa^ leviores, feruntur furfum , & bullas excitant. Cum aqua diu
bulliverit , creditur omnem ae- rem quem habebat , vel prope omnem emififfe ,
ac tura dicitur expurgata . Quamquam cum diu bulli- verit vehementius, bullire
incipit lenius, hujufque lenioris bullitionis vix ullus tandem eft finis . Hanc
leniorem bullitionem creduntur facere non aer,fed ipfc igneae particul* in
aquam immilTae , quae ex a- qua erumpentes tenues bullas excitant. Bullitio er-
go duabus fit caufis, particulis igneis, & contento aere. Non eft hoc loco
praetermittendum inventunu fupra quam dici poteft admirabile. Cum aqua ali-
quandiu bulliverit , calor ejus augeri amplius non poteft, quantumcumque
fubje^lus ignis augeatur, & ipfa magis magifque bulliat. Idque eft per
thermo- metra primum a Montonio , tum etiam Reaumurio compertum An dicemus
certum effe agitationis gradum , citra quem agitatio calorem pariat ; hunc
gradum tranfgrediatur, fit ad augendum calo- rem inutilis? Quamquam quis id
explicare confidat, iquod fioerhaaviuE non confidit ? Digitized by Google 2 » A
R' s r r. J-75 De foUdorum corporum dilatatione- a- calore . C]2orpora quoque foilda k calore dilatantur .
Quo«>^ cidiana experimenta id oftendunt. Unum afferam a Florentinis in xre
fumtum . Cono aeneo imponunt operculum aeneum , quo ar^iflime conftringatur .
0> perculum podea feparatim calefaciunt; tum rurfum cono imponunt > atque
inveniunt laxillimum ; idque fane argumento elf , operculum a calore fuiffe
dila* tatum. Cum operculum calefaflum diu infederit co» no, rurfum
contriAillimum invenitur, etiamfi adhuc (it valde calidum ; nempe quia cum
conus ab oper- culo calorem acceperit , dilatatus eft ipfe quo- que . Haec de calore , quem , ut fupra
diximus , inu. agitatione confidere obfervationes omnes comprobant.*. De Frigore Quid Jit ^Rigus = formale eft id,
per quod res dicitur frigi- da . -Frigus materiale eft imminutio illius
agitatio- nis , quae calorem facit . Quare ea funt frigida , in- quibus motus
caloris valde imminutus cft ; & qu« hunc motum minuunt frigus faciunt . Sunt
autem qui velint frigus confidere in par- ticulis , quas vocant frigorificas,
quae fi funt in cor- pore ipfuni reddunt frigidum ; hifque ad frigus po- nendum
non eft fatis illa imminutio motus, quam dixi. Quorum argumenta dilfolvenda
funt . Pleraque autem ducuntur ab iis,»qus in frigore obfervantur, quTque
videntur pofitivam aliquam caufam , uti par* ticuls funt, 'requirere , non
negativam , qualis eft motus ceffatio, aut imminutio. Horum argumento- rum
prarcipua explicemus . Dices: Frigus diffunditur, nam parietes fi funt
marmorei, frigus fuum in cubiculum inducunt; at- qui particuls diffundi
poffunt, ceffatio motus nequa- quam . Ergo &c. Refpondeo , • negando
alteram partem minoris ; nam ceffatio ' motus diffunditur hoc modo : fi eft m
re quapiam agitatio; ea res agitatione fua agitat res proximas; quod fi
agitatio in illa ceffet, opor- tet etiam ut in proximis rebus minuatur. Qua- re
cum in parietibus marmoreis agitatio fit nulla , agitatio quoque minor eft in
aere, qui cubiculunu. tenet; fic frigus per hunc diffunditur. ■Dices: Venti
motum habent T)crniciflimum , & plerique tamen funt frigidi, & fi
montes trafvolent nive coopertos, frigus adducunt; ergo frigus non eft in
privatione motus . . Refpondeo ; venti habent motum , diftinguo : Digitized by
Googl P A R S 1 l. 177 habent motum rcAum j concedo ; habent eum mo- tum
celerem, & perturbatum, qui calorem facit, nego . Quod autem per nives
tranfvolando , frigus adducunt, id faciunt, quia multae falinae particulae e
oivibus per aerem deferuntur, qu« particuix , ut funt acuminibus inultis
afperx, minus funt aptx ad motum , infixxque in particulas aeris , eas retar-
dant. Has ergo particulas
venti fecum rapiunt, ez- que poftea fiAentes agitationem aeris , frigus fa-
ciunt . Dices : In bis ergo particulis confidit
frigus ; non ergo in motus imminutione. Jlefpondeo dicendo : in his particulis
confidit frigus effeAive , ided efficiunt frigus, concedo; for- roaliter, ided
funt ipfz frigus ipfum , nego; nanu frigus ipfum ed ipfa motus imminutio, quam
faci- unt particulz. Dices; Frigus denfat onmia , - tu fint . His facile
intelligitur etiam in rebus frigidis agitationem eife poffe , & motum , ut
minus mire- mur fermentationes elTe quafdam , & eflervefcenti- as liquorum
, qux fine motu , & agitatione fieri non poflunt , quafque chymici
teflantur nullum calorem inducere . In his enim vel agitatio non erit adeo vehemens , ut
poffit calorem facere , vel non ex par- P A n S II. 179 particule agitabuntur, quarum
agitatio eft calor. Qucres : qui fit , ut res eadem attada a mul- tis aliis
quidem (it calida , aliis frigida ? Refpondeo: in re illa eft agitatio quxdaro
, qux fatis erit ;id caloris fenfum efficiendum in ea ma- nu , cujus iibrx
certam habent difpofitionem; in ma- nu altera , cujus ftbrx difpolitioDem
habent aliam , non erit fatis. De Aqu» Congelatione . X^Iquores multi, aqua
prxfertim , frigore conge- lantur ; qux res admirationis habet plurimum . Id autem non politiva quadam vi frigoris fieri
intelli- gemus , fed aliis de caufis , fi ipfam congelationem in aqua
explicabimus . Cum frigus eft, imminuta aeris • agitatione in- credibilis vis
falium ex ipfo decidit: hi fales in fu- perficiem aqux fatis magna vi incurrunt
, & partim in ejus particulas fuis acuminibus infiguntur , partim in aqux
poros fefe conjiciunt , tamquam cunei. Ea re parces aqueas, ut qux frigore jam
torpent, fif- tunt facile conftringuntque magis magifque,ac maf- fa tota
falinis , aqueifque particulis coal^fcens, con- taflu majorem in modum auflo,
fit durior. .Re hoc modo explicata multa facile intelliguntur , qux ad
congelationem pertinent , quamvis nonnulla admira- tionem afferant maximam. Pauca exponam., , Z a ■■ Pri-
l8o P H Y S l C M Primum. Parces aqux fuperiores* congelantur primum > tum
inferiores , & hx quidem coogelan. tur lentius . Nempe fales aeris
deciddntes incur- runt primum in- partes aqux fuperiores; quibus jam congelatis
, difficilius , & minus multi penetrare^ poflunt ad partes inferiores .
Harum ergo congela- tio erit poftea lentior . Secundo. Aqua dum congelatur,
dilatatur, & dilatatur vi tanta, ut vafa quxque vel duriffima perrumpere
poffit . Nempe falibus Intrufis , oportet, ut dilatetur : eft autem in
dilatatione vis maxima , propterea quod fales in aquam injiciuntur, tamquam
cunei ; eft autem vis cunei longe maxima . Sunt etiam qui ad banc vim
explicandam confugiant ad aerem ; nam in glacie apparent bullulx plurirox plenx
aeris. Nemo autem ignorat, elafticitatis vim in aere effe maximam. Putant
igitur, particulas ae- ris , qux in aqua delitefcunt , dum hxc congelatur,
extrudi • poris , & cogi in maflulas ,* ac tum dila- tari vi maxima , eoque
fieri , ut & aqua dilatetur , & dilatetur vi fumma . Tertio. Aqua dum congelatur ,
levior fit; nam fi glacies in aquam folutam immergatur fertur fur- fum . Nempe
dum congelatur aqua dilatatur , & bullas acris intercipit plurimas ;
quapropter volumen aque congelat* levius eft, quam par volumen aqux folntx . Ac
licet in aqua congelata fint prxtcr par- ticulas aqueas etiam particulx falinx
, hx nihilomi- nus pondus non augent fenfibiliter ; funt enim Ic- Digitized by
Google P A R S I I. iSi leviflitnae > ut qux antea verfabantur in aere « Et
omnino volumen aquc congelatz conflat particulis aqueis , & particulis
aerio • falinis ; volumen aquz folutx conflat folum particulis aqueis; hoc ergo
pon- deris habere plus debet. Mitto alia, quz in congelatione aqux,utquif- que
ingenio valebit, facile ex his, quz diximus, explicabit. Quz cum ita fint,
fatis conflat, aquam non vi frigoris propria congelari , fed aliis de cau- Cs,
nempe fal^bus, id quod etiam fequentibus argu- mentis comprobatur . Primum. Volfius , Mufchembroekius , Maraldus
obfervarunt aquam congelari interdum in minori frigore , in majori non
congelati . Non ergo frigo- re ipfo fit congelatio; fed potius falibus , quibus
Ii maxime abundet aer, facilis erit etiam in mediocri frigore congelatio ;
& fane in Armenia , qua ad feptentriones vergit, aquz. noAu rigidiflimo
gelu vel de media zflate concrefeunt; idque affirmat Turne- fortius , qui rem
eamdem obfervavit & in Perfide , idemque cum utriufque provinciz terras
expende- rit, fatetur eas multis falibus imbutas eife , quo fa- cile credi
poteft , etiam acrem falibus ibi cfle re- fertiflimum . Deinde quid cft, quod
aqaa in congelatione^ dilatatur, cum frigus ipliim per fs denfe^ omnia, &
contrahat ? huc accedit , quod artificiales quo- que congelationes non fine
multo fale fieri fo» Vtnt . Quod iSi T n r s 1 c JE Quod fi liquores funt
quidam , qui numquairu congelentur, id ex eo fieri putandum efi , quod par>
tes habeant ufque adeo agitatas , ut Talibus figi non pofiint , vel adeo leves
& lubricat , ut falinorum fpiculorum iAus fubterfugiant . Haec habui ^ qux
dicerem de frigore. De Thermometris , TP Hermometrum eft infirumentum frigori ,
& ca» lori metiendo apturo . Huius multa funt genera , quorum unum fupra
indicavimus; nunc alterum ex- ponam , quod efi communius. Sft tubus vitreus A D
(Fig. 35 .) fupra apertus in A, infra defines in globum D . Impleatur liquo-
re, V. g. fpiritu vini. Tum immergatur io bullien- tem aquam. Liquor fiatiro
calore bullientis aqus di- databicur , & exundabit per A . Cum exire liquor
per A defiiterit , extrahatur tubus ex aqua , & ori- ficium A perfc ficere
eodem tempore, quo alterum efficit vibratio* nes quamplurimas ; illud ergo
rariores undas in ae> re excitabit , hoc crebriores . Raritas undarum in^
aere efficit Tonum illum , quem dicimus gravem , crebritas illum , quem acutum
.. Corpus quodque Tonorum certam habet vibra- tionum Trequentiam , quae pendet
ab elafiicitate^ craflitudine , longitudine, & tenfione fibrarum, qui- bus
componitur ; idque fimilitcr in fidibus fbnoris accidit , quas notum eft
vibrationes habere tanto frequentiores , ideoque Tonum edere tanto acutio- rem
, quanto breviores Tunt , fi elafticitate quidem, & craflitudine , &
tenfione fint pares . Et genera- tim in omni corporum genere illa acutiorem To-
num Tolent edere , qu* Tunt minora . Sic campanae minores acutiores Tunt quam
ponderoTae^ & mar ximae , Si duae chordae fbnorae vibrationes habeant aeque
frequentes , ideoque ita Tunt comparatae ut quan- tum temporis conTumit una
iens & rediens in una’quaque vibratione ) tantum temporis confuraat qu«>
que altera in vibratione unaquaque , es dicuntur unifonx . Quod ii unifonarum
una pulfetur j ut fo* net ) altera quoque > etiamii non pullata > tremit
, & fonat . Nempe undis aeris a chorda pullata ex- citatis facillime
obfequitur > quippe arobs chordx in vibrationibus fuis |paii tempore eunt}
& le» deunt . De celeritate foni ► SiOnus propagatur faccellive; etenim qui
corpori percuflb propiores funt ) fonum. citius audiunt , qui longius dillant ,
ferius . Id experimenta quotidiana ollendunt, & eft res ia tormentorum
explolionibus: manifelliirima ^ Quamq^uam eft utique hxc propagatio celerri- ma
. Mariottus. hanc celeritatem in Gallia menfus affirmat } fonum uno minuto
fecundo pedes confi videri punAum non poteft ; quod argumento eft , lucem a
punAo ad oculum per lineam redam tantum ferri . Hic Neutoniani Cartelianos lic
premunt : glo- buli per fpatia omnia late diffufi funt fluidum quod- dam ;
atqui (i qua pars fluidi prematur ) ea prefllo propagatur per totum fluidum non
eo folum ) quo pervenire poteft per lineas redas , fed eo etiam) quo pervenire
non poteft ^ nifl per lineas curvas ) quod in aqua ) aliifque liquoribus
experimur ; ergo cum lux Cartefianorum fententia io globulorum prellione
confiftat ) propagari -debebit non folum per lineas redas , fed per quaflibet-.
Sic Neutoniani . Sed his limiliter videndum eft quemadmodum particulae e
lingulis pundis lucidi corporis egredien- tes ) fefeque expandentes ad omnem
partem ) non aliae alias pellant ) & ab lineis redis detorqueant . Id ipli
viderint . Sofff, IU, B b Lux c IP4 V H r S 1 C JE Lux propagata magis,
magifque extenuatur ea quidem proportione , ut tanto fit minor , quanto maius
en quadratum diAantiae ad quam propagata cft . Quare fi lux propagetur a flamma
per unum pedem , ibique fit unum , propagata ad diftantiam duorum pedum erit
quater minor; nam quadratum 2 efi 4 ; & fimiliter propagata ad diflantiam
trium pedum , erit novies minor; nam quadratum g efip. Quapropter fi in
diflantia duorum pedum eamdem lucem habere velis , quam habuifU in diflantia
uni- us pedis , oportebit flammam quadruplicare , ideft flammas quatuor squales
ponere ; in diflantia vero trium pedum, oportebit ponere flammas novem. Id quod
Montanarii experimenta oflenderuot . De celeritate Lucis . C^Artefiani, qui
putant, lucem confiflere in glo- bulorum preflionc , putant etiam , lucem
propagari punilo temporis, etenim cum globulorum feries a^ corpore lucido ad
oculum fint continuats , manifef- tura eft , non pofTe has premi , & propelli
ex una parte, quin flatim, & 'punfto temporis prefiio per- vadat ad partem
alteram . Hoc modo lux a fole ad nos pervenit in iflanti. Ncutoniani vero cum
putenL, lucem confiflere in particulis , qus exeuntes a corpore lucido ad o-
culos ufquc veniunt, oportet, ut huic curfui fpati- um temporis affignent
aliquod . Hi ergo propagari lucem volunt non in inflanti , fcd fucceflive ,
& de^ inccps } ita ut prius ad propiora loca perveniat , a- liquanto poft
ad remotiora , uti fonus . Quamquam luci velocitatem hi tribuunt tantam, ut in
Ipatiis terrellribus experimentum de ea fumi neqLzat; nullum cft enim in terra
fpatium tam lon- gum , quod lux non percurrat tempore infenfibili . Ut ergo
velocitatem lucis obfervatione cognofee- rent, fefe ad cocleftia fpatia
converterunt. Obferva- tionem paucis exponam . jupiter planeta eft maximus ,
circa quem vol- vuntur planetae quatuor minores, qui ejus dicuntur fatellites ;
qui propior Jovi eft dicitur primus , alii ex ordine fecundus, tertius,
quartus. Tum Jupiter , tum fatellites lumen habent a_. fole. Jupiter vero
umbram projicit, in quam fatel- lices identidem immerguntur, ac lumen amittunt,
quod poftea recuperant ex umbra emergentes . Porro Jupiter cum fatellitibus
modo propior eft terrae, modo longius diftat, eaque diferentia eft lon- ge
maxima , ac cum tanta eft, quanta maxima eife poteft, dupla eft immenfae illius
diftantiae quam fol a terra obtinet. Caftinus ergo, & Romerus magni fane
Aftro- nomi hoc animadverterunt . Cum primus fatelles eft terrx propior , (i ex
umbra Jovis emergat , ci- tius videtur , cum longius diftat ferius apparet; quod
fl Iqngiflime diftet , non cernitur nifl minutis fere quatuordecim , poftquam
ex umbra emerfle. B b a Nem- t jp6 P H Y S 1 C JE Nempe ) ut ait Romcrus, quem
Neutoniani ample^untur , quo longius didat fatelles a terra , eo plus fpatii
conficere lux debet, ut a fatellite ad terram perveniat; ideoque plus etiam
temporis in eo fpatio conficiendo confumit , nofque propteraa fatellitem ferius
videmus; cxpcftandus eft cnic.» no- bis adventus lucis . Hac re confirmat ille
fucceffi- vam lucis propagationem , eamque luci velocitatem tribuit , ut
minutis fere feptem tantum fpatium per- currat , quantum eft a fole ufque ad
terram . De Kejlexione Lucis. C3 Bfervatio eft quotidiana , corpora alia
inciden- tes in fe radios reflexere , alia tranfmitterc . llla^ dicuntur opaca
, hxc pellucida , feu diaphana . Di- camus de reflexione, qux fit in opacis. Ut
Cartefianorum fententia eft , (i lux incidat in corpus quodpiam opacum , non
omnes quidem radii reflefluntur , fed illi tantum , qui impingunt ad partes
folidas, iique refledluntUr non aliter, quam ut globus V. g. eburneus appellens
ad parietem; ra- dii illi , qui in poros corporis incurrunt , per bos in corpus
ipfuro ingrediuntur, atque in latentibus va- cuolis multipliciter reflexi
tandem extinguuntur . Neutoniani non concedunt , radios reflexi ex iropaAu
partium folidarum ; nam fi ita cfTet opor- teret plures radios reflexi ab iis
corporibus , que plu- Digitized by Googie PARS I J. ip7 plures habent partes
foHdas, quod tamen fecus ac« cidit ; velut cum charta cft oleo illita plures
habet partes folidas , quam non illita, & tamen illita pau- ciores
reflc(5lit radios ; nam illita cum fit , tranfmit- tit quamplurimos , ideoque
fi charta oleo illita fe quam ad ipfas perveniant. De Rerum opacarum color ibut
, C^Artefianorum haec fuit fententia. Cum lucis glo- buli pelluntur, duos
habent motus, unum progref- fivum , quo nituntur e fuo loco decedere per line-
am regiam , alterum circularem , quo finguli ciica^ feipfos volvuntur. Igitur
pro varia proportione, quam habet unius motus velocitas ad velocitatem alteri-
us, lucis globuli varios colores habent. Quapropter nihil mutabilius efle
debet, quam color in lucis radiis, fiquidem nihil mutabilius cft quam velocitas
in illis , quos dixi , motibus . Volunt ? «rgo Digitized by Google ipS V H Y S
l C JE ergo Cartefiani , radios lucis , qui incidunt in cor- pora opaca , pro
figura textur;:que varia particula- rum , quas offendunt , acquirere motus ,
colorefque varios; eoque fieri , ut reflexi ab uno corpore uni- us coloris
fpeciem deferant , ab alio corpore fpeci- em coloris alius. Sic colorum
explicant varietatem. Negant Neutoniani , ullum lucis radium muta- re pofle
colorem fuum . Rem ergo fic explicant . Sunt corpora quorum particulae vim
habent refle- fiendi tantum radios rubros non alios ; haec ergo videntur rubra
. Alia funt quorum particulae vim ha- bent refleftendi tantum flavos ; hsc
'ergo videntur flava. Similiter unumquodque corpus ejus coloris vi- detur ) cujus coloris funt
radii illi , quos reflexere aptum efl . Pleraque corpora refleflunt radios non
unius tantum generis, fed multorum; propterea quod par- ticulis conflant
diverfis, fimulque permixtis , quarum alix lefleflunt radios v. g. rubros, alix
flavos, alix cccriileos, alix alios, atque hxc quidem vel ejus coloris videntur
, qui in illa mifcela maxime domi- natur , vel ejus coloris, qui ex illis
componitur. Corpora , qux radios cujufque generis refleftunt , funt alba , qux
nullius nigra . Corpus tanto perfcflius efl rubrum , quanto plu- res refleifiit
radios lubri coloris , pauciores colorum aliorum . Idem dicendum de coloribus
aliis . Si qua res refledleret omnes omnino radios , ea elTet per- fefle alba ;
fi qua nullos omnino , pcrfedle nigra • Sed Digitized by Googie PARS II. 1 ^
Sed nemo crediderit , rem ullam eflej aut perfe^^e nigram , aut perfefle albam
; ne rubram quidem per- fecte , aut flavam , aut coloris alterius . His pofltis
quaerit Neutonus quae fit corporum conftitutio apta ad hos , vel illos colores
refleCten- dos ; cumque experimentum faepius fumferit in la- mellis , flve
aereis, flve aqueis, inter duo convexa-, vitra fibi mutuo applicata interceptis
animadvertit lamellarum craflitie, & denfltate fleri, ut radij hu- jus
illiufve coloris modo refleCtantur , modo non , & omnind fle flatuit . Ad
reflectendum colorem unum v. g. violaceum non una lamellae craflities e(t apta
fed plures . Quod fi lamella harum omnium tenuiflima primum pona- tur , tum
aliae deinceps ordinentur lamellae ex ea- dem materia ; ita ut craifitudines
lamellarum fint , ut numeri i. 2. 3. 4. 5. 6. 7. &c. cum lamella qux prima
e(t in hoc ordine, refleCtat radios violaceos, fecunda eofdem radios
tranfmittet , tertia refleCtet , quarta tranfmittet , quinta refleCtet &c.
Similiter unicuique colori fuus e(t lamellarum ordo, k quibus refleCtitur
alternis, & tranfmittitur, fic fuus elt colori coeruleo, fuus viridi, fuus
flavo, fuus rubro. Lamellae, quae funt primae in his ordi- nibus non funt
ejufdem crallitiei omnes . In ordine lamellarum quae refleCtunt radios
violaceos prima etl longe tenuiflima. Craflior elt in ordine illarum quae refleCtunt radios
coeruleos ; eoque craflior in ordine illarum , que refleCtunt virides; adhuc
craflior in or- di- Digitized by Google 100 P H T S 1 C jE . * dlne , quo reficAuntur flavi) crafllflima in Illo j
quo icfle^untur rubri . Videntur ergo radii diverforum colorum alii aliis
quodaroodo facilius rcflefli; ac violacei maxi- me omnium reflexibiles ) quippe
quos craflitudo mi- nima reflediere potefl . Alii deinceps ccerulei , viri,
des, flavi, rubri, minus minufque reflexibiles funt. Jam ver6 fi corpera omma
lamellis particulifve tenuiflimis conflare putemus, inter quas fpatiola in-
teriaceant five vacua , five fluidis fubtilioribus reple- ta) facile
intelligemus non omnia corpora colores omnes debere icflcifleie , fed alia alios
; eos enim refle^ent , quos pro craflitudine lamellarum, quibus- conflant
refle61ere debent. Sic radiis non novum co- lorem refleftendo tribuunt, ut
aliis Phylofophis ■ vi- fum efl , fed illos refle^unt, qui id coloris ante ha-
bebant . Interim fi quis qusrat , quid fiat radiis , qui in- cidentes in
corpora nen rtflcftuntur; refpondent Neutoniani , illos quidem , qui progredi
ufque ad corporis fuperficiem offendunt partes folidas , fifti il- lico, arque
intercidere, illos autem , qui in poros incurrunt , ultra ferri in corpus
ipfuro , ibique vel fifli a partibus foiidis , quas ederdunt , & interci*
dere , vel fi qui funt , qui a partibus foiidis , quaf- cumque inveniunt ,
reflc^lantur , eos tandem poft in- numerabiles reflexiones h corpore exire. Sed
hi qui- dem funt pauciflimi . 'Sic fuum fyflema fibi compo- nunt
obfervationibus , atque experimentis refpondens . De Digitized by Coogh •PARS
17 . 201 . 4 • De quadam reflexionis lege. Sl in fuperficicm P M (^Fig 36.)
incidat radius lucis per lineam R A ,& reficiatur per lineam A D , radius R
A dicitur incidens, A D refiexus; angulus vero R A P dicitur incidentiae ,
angulus DAM reflexionis. Eft autem naturz quafi lex quaedam ut radii omnes ita
refleiantur , ut angulus reflexionis squalis flt an> gulo incidentiae . Hoc
polito facile explicantur imagines, quas prefertim admiramur in fpeculis planis
, & vis foci, quam admirari folemus in concavis . £fl autem u* trumqoe
phoenomenon breviflime exponendum . Sic fpeculum , idcll fupetflcies leviflima
live vi- trea , live metallica P M ( Fig. 37. ) , quod fpecu- lum radiis totum
perfundatur a punAo radiante R, fitque oculus in O converfus ad fpeculum. £x
infi- nitis radiis , qui a punilo R ad fpeculum feruntur, erunt quamplurimi ,
uti R A, R£, aliique his pro- ximi , qui reflexi ea lege , quam dixi , ferentur
ad oculum in O . Ollendunt autem Mathematici , radios , qui re- flexi hoc modo
feruntur ad oculum , perinde ad ocu- lum ferri , quafi prodirent omnes a punAo
V pofito ultra fpeculum e regione punAi R . Nihil ergo mi- randum eft, quod
oculus videat punAum R in V. Quod fi loco R ponatur objcAum quodlibet , idem C
c acci- Digitized by Google zoz V H r S 1 C accidet omnibus hujus objecti
purftis. Igitur obje- .^1 imaginem videbit oculus ultra fpeculum . Venio ad vim
foci, quae elucet in fpeculis con- cavis . Sunt fpecula quaedam concava ,
quorum fu- perficies, uti P A M ( Fig 38. ) eam habet curvita- tem , ut radii
in ipfatn Incidentes reflc^Iantur vel om- nes , vel certe quam plurimi ad idem
fere pun- ^lura F . Radii porro tara multi circa pun^um F coafii tantam vira
habent , ut & metalla diflbivere , & comburere res quafque peflint. Hac
de caufa pun- i 5 Ium F fpcculi focus dicitur. Mathematicorum eft foci pofitum
pro curvitatum varietate determinare , & radiorum multitudinem ad focum
tendentium De Kf/radione lucit . l^E^ra^Iio lucis in pellucidis mediis , feu
corpo- fibus apparet. Hanc paucis expono. Si radius lucis ex uno medio in aliud
tranfeat, qus duo media-, denfitate differant , in eo tranfitu detorquetur ab
linea, quam tenebat, & aliam ingreditur. Radius v. g. R A ( Fig. jp, ) per
aerem veni- ens, qui eft rarior, offrndat in A vitrum , quod eft denfius :
detorquebitur ab linea , quam tenebat , & vitrum pervadens tenebit lineam
aliam A E ; ac rur- fum e vitro occurrens aeri in E relinquet lineam A E ,
& ingredietur lineam aliam E F. Si radius R A occurrat in A fuperficiei Z Y
( r A R S I t. 20J ( F't£. 40. ) ibique
refringatur in A E 1 ducaturque_/ per A linea P M perpendicularis ad Z Y , haec
linea P M dicetur axis , feu perpendicularis refraftionis ; angulus R A P
dicetur angulus inclinationis , angU' Ius E A M dicetur angulus refra6tus Quod
fi fumantur A R, & A E aequales , du- canturque lineae R P , EM
perpendiculares ad axem P M, dicetur R P finus anguli inclinationis ,&£ M
finus anguli refra6H . Quoniam radius R A poteft indinari ad fuper- ficiem ZY
multis modis, idcirco potefi angulus in- clinationis R A P elTe varius , ac pro
ejus varietate varius quoque erit angulus refraftus EAM. Nihil- ‘ominus in
tanta angulorum varietate, fi media qui- dem fuerint eadem , finus anguli
inclinationis eam- dem feroper ‘habebit proportionem ad finum anguli refrafli .
Quae quafi lex naturae efi , quam primus omnium invenit Cartefius. Alia etiam
naturae lex cfi , ut lucis radius fi e medio rariore in denfius migret , fic
refringatur ut ad perpendicularem accedat ; & contra fi e medio denfiore
migret in rarius, fic refringatur, ut a per- pendiculari recedat. De
Rtfraflionis tuufit . C^Artefiani rem ab initio repetunt ad hunc mo- dum .
Corpus motum fi ftatim ex una parte refifien- tiam minorem invenit , ad eam
deflcd\it. Prsterea C c 2 ta. DigKized bitCoogle 204 V H r S 1 C JE radius
lucis minorem in fuo curfu renilentiam ha> bet a medio denfo , quam a raro,
puta a vitro , quam ab aere; nam in vitro meatus funt magis a> perti,
magifque conflantes. Igitur fi radius lucis per aerem progrediens oblique in
vitium incidat > mU norem refiftcntiam ex ea parte inveniet , eoque de-
fle^ens accedet ad perpendicularem . Propter con> trariam caufam recedet a
perpendiculari | fi e vitro oblique incidat in aerem . Neutoniani rem aliter
explicant. Si corpus mo- tum (latim ad unam partem trahatur , verfus hanc
defiet51et. Prsterea medium denfum , puta vitrum, radios lucis, ubi ad ipfum
quam proxime acceffe- rint, plus ad fe trahit, quam medium rarum, uti aer.
Igitur (i radius ex aere oblique incidat in vi- trum , cum proxime ad vitrum
accelTerit, quoniam a vitro plus trahitur, quam ab aere, defle^Iet ver- fus
vitrum, & ad perpendicularem accedet: & con- tra a perpendiculari
recedet , fi oblique incidat e vitro in aerem . Progredi hinc longius
Neutoniani , & experi- mentis prsfertim dudli affirmant , medium quodvis ,
puta vitrum , non omnes radios pari vi ad fe tra- here, fed alios majori,
minori alios; atque hinc fieri, ut alii radii plus refringantur, alii minus.
At- que hunc ordinem in refrangibilitate radiorum po- nunt ; Radii rubri minime
omnium refringuntur, pias flavi , plus etiam vitides , plus caerulei , maximo
omnium violacei . De Digitized by Googlc PARS II, 2 oy De Lentibus . X^Ens eft
corpus diaphanum duabus fuperficicbus terminatum } quarum una faltem curva e(l
. Solent e vitro fingi , & duabus fuperHciebus convexis , & fphaericis
contineri ) uti L E ( Fig. 41 . ) . De his ergo dicamus, ac duo explicemus, qux admiratio-
nem afferre folent , Imaginem , & Focum . Lente imag-nes objcflarum rerum
finguntur . Sit V. g. lens L E, cui objiciatur fagitta A M . Ex al- tera lentis
parte fiet imaguncula m « fagittc obje- Aae AM, qux imaguncula confpicua erit
in char- ta, aut linteolo, fi chartam, aut linteolum ibi po> nas , ubi fit
imaguncula . Id totum ex eo provenit , quod pun61um v. g. A fagittz A M radiis
perfundit lentem L E . Hi ra- dii , praefertim qui incidunt circa mediam lentem
, fic refringuntur lentem ipfam trajicientes , ut colli- gantur omnes in pun^um
a . Hic ergo fic imago pun61i A . Similiter in m fit imago punAi M , & in
aliis punfHs imagines fiunt pun^orum aliorum ; unde fingitur imago tota m/r,
quae fi linteolo ex- cipiatur,. & confpicua erit, & pulcherrima. Hinc
aditus faflus eft ad telefcopia condenda . Quamquam & in imagine , quam
dixi , & propte- rea in teleficopiis etiam , vitii infidet nonnihil . Nara
radii ab objedlo prodeuntes refringuntur alii plus alii Digitized by Google F H
r S 1 C M alii minus j ideoquc uniuntur alii ad ciinantias alias . }'r fane fi
objec^lum duobus coloribus difiinJluni fit, liabcatque unam partem v. g. rubram
, alteram coe- luieam fient utique per lentem ambarum partiun_i iniag nes, fcd
imago diftinfla partis cceuilex minus ab lente difiabit , quam imago difiiniSa
partis rubrae; quippe quia radii coerulei plus refringuntur , quam rubri.
Itaque ubi linteolo exceperis imaginem dif- tinilam partis coeruleae ,
removendum tibi erit lin- teolum , ut imaginem habeas diftintflam rubrae . Quod
experimentis ceitillimis confiat, & diverlam radio- rum refrangibilitatem
majorem in modum confir- mat . Focum quoque admiramur in lentibus; nam fi lens
L E cx una parte objiciatur foli S ( Fig. 42.) cx altera parte erit punftum F
tanta caloris vi pro- ditum , ut res in eo pofitx comburi poflint. Hoc punflum
F dicitur focus lentis. Id facile explicant Mathematici ; ofiendunt enim ,
radios, qui paralleli inter fe in lentem incidunt cir- ca medium quales a fole
proveniunt quamplurimi , fic refringi, ut omnes trajefta lente, in unum fere
pun^lum F coire debeant. Fit ergo maximus radio- rum concurfus circa punAum F.
Hinc illa tanta ca- loris vis. \ Digitized by Google Digitized by GoogLe PARS II. 107 De radiis
divcrrorum colorum per refraflionetn feparandis . Sl radius lucis R A ( Fi^.
43. ) a fole v. g. pro- veniens refringatur a fuperficie S V v. g. vitri, quo-
niam compontus cft radiis diverforum colorum , & hi quidem pro vario
colore, quo funt, varie re- fringuntur, alii plus, alii minus, oportet ut in
re- fraftionc ahi alias dire^liones , & vias ineant. Sic rubri v. g. , qui
minus refringuntur, omnes infra a- lios labentur, & coerulei qui plus
refringuntur , ex- current omnes fuperius , uti figura ipfa demonftrat. Ac
licet primum nondum fatis difereti fint ru- bri a coeruleis , tamen quia
progredientes ulterius magis magifque difirahuntur inter fe , fegregabuntui
tandem omnino , & charta C £ in fatis magna dif- tantia excepti fuos
colores diftinftiflfjmos puriflimof- que ollendent, idemque accidet radiis
aliis aliorum colorum . Verum ne tanta difiantia requiratur , adhiberi fo- let prifma
vitreum S V P ( F/g. 44,) . Nam cum co- lorati radii fubeunt fuperficiem S V ,
& refringun- tur , feparantur primum aliquantulum , poli egredien- > tes
e prifmate per fuperficiem V P , refringuntur ite- rum , & feparantur
magis; Ac fi in modica difian- tia excipiantur charta quapiam C £, imaginem in
ea depingent coloribus pulcherrimis , rubro , flavo , vi« ridi , coeruleo ,
violaceo variatam . % A Et 2c8 P H Y S i C JE Et experimenta quidem praeclare
refpondcnt , fi modo & prifma fit bonum , ideft nitidiflimum , faciefque
habeat SV, PV IcvilTimas plcniflimafque, & experimentum in tenebris fiat,
admiflb in cubi- biculum uno tantum folis radiolo per foramen R . Si in charta
C E foramen angufiinimum fiat, per quod radius quifpiam five ruber, five
flavus, fi- ve coloris alterius excurrere ultra chartam poflit v. g. per XZ,
hic radius dicetur radius feparatus , fi- ve radius homogeneus. In hujufmodi radio experi- menta fai^a funt
quamplurima a Neutonianis , de^ quibus flatim dicam. Neque his adhuc efl
quidquam illuflrius . Raiiii finguli fu$s habent colores , eofque immuta- biles
, 6* bis lux conflat . REdeo ad illud , quod quafi primum a Neuto- nianis
ponitur, fingulos lucis radies fuos habere co- lores , eofque immutabiles,
& his lucem conflare. Id quod jam oflendi poteft hoc modo . Radius
feparatus, quocumque modo iteroro &fc- pius refringatur prifmatis, &
lentibus, aliifque dia- phanis, ruinquam non retinet colorem fuum, eumdem- que
fimiliter confervat , quocumque opaco corpore excipiatur, refleAaturque , adeo
ut res quselibet, cujufcumque coloris ceteroquin fit, in radio, v. g. rubro
pofita, rubra appareat; quamvis fi ipfa cete- roqul Digitized by Googie FARSIT.
209 roqui fit rubra, in radio rubro rubefcat prxclare , fi alterius coloris
fit, rubefcat illa quidem minus, fed rubefcat tamen; idemque valet in coloribus
a- liis . Videtur ergo radiorum colores neque refradlio mutare poffe , neque
reflexio; quod fi colores his non mutantur, quid erit tandem, qoo mutentur? Hxc
ratio eo fpcdat , ut intelligamus , radium folis, dum prifmate refringitur,
& colores expro- mit varios , hos quidem non tunc propter refraJlio- nem
ullam acquirere , fed antea habuilfe ; nihilque aliud refradlione fieri nifi ut
colorati radii feparen- tur , & colores oflendant fuos , nam antea fimul
permixti nitorem lucis album efficiebant. Idque etiam experimento hoc conftat .
Si co- lorati radii, & in diverfa diftra^li , rubri , flavi , vi- rides ,
coerulei , violacei , c prifmate exeuntes len- te L E (Fig. 45.) .excipiantur,
lentem trajiciunt, & ut refraflionis fert ratio, inclinantur omnes ver- fus
pundum quoddam P, circa quod tandem con- currunt, & permifeentur . Quamvis
ergo e lente egrefli fuos colores retine- ant , qui manifeftiflimi funt , fi
ftatim cgrelli charta excipiantur ; tamen circa P , ubi permixti funt, nul- los
offendunt colores , fed tantum lucis alborem ; idque pariter raanifcftum fit
charta in P pofita; quo fanc apparet, coloratos radios firaul permixtos nito-
rem lucis album componere . Neque putandum eft coloratos radios , dum., permifeentur,
& lucis nitorem componunt, fuos Tom, III» D d co« Xligitized by Google 210
V n r s 1 c JE colores amittere ; nara prxtergreGG punAura P cum diftrahantur
iterum , & feparentur , fuoi iterum co- lores promunt, qui raanifeftantur
pulcherrime, atque, ut debent , inverfo ordine in charta C A ultra P pofita .
Non ergo illos cum circa punflum P per- mifeentur, amiferunt . Condat ergo ,
radios lucis , quamvis permixti fint , uti in luce efle folent , co- lores
habere fuos , nitoremque lucis colorum per- mixtione heri . PHYSICA PARS
tertia. 211 C A P. I. De Sole . de mundi conftitutione , quae phyficse fci-
entis pars tertia eft , agam pauciffimis; & primum dicam de Sole . Sol
globus eft longe maximus, & lucidiflimus. Ejus diameter diametrum terrae
centies fere fuperat. Di- citur autem terrae diameter tria circiter leucarum
millia aequare . Leuca aequat tria millia Italica . In fole fi per telefcopiura
adfpiciatur, appa- rent maculae, non illae quidem conflantes, & per- petuae
fed quae tamen ad longum tempus interdum durant . His cognitum eft , folem
circa fe ipfum ver- ti , eamque converfionem diebus circiter viginti,&
feptem abfolvi . Putat Cartefius, folem fluidiffimum efle corpus, & materia
primi elementi conflare ; hujus materi» par- tes aliquas lentiores interdum
fieri , & cohalefcere in corpora, quae foli innatantia macularum fpeciem
reprefentant . Putat etiam , immenfam materiae vira quaqua- D d 2 ver- •
Digitized by Google 2 ii P H r S I c ^ verfum a fole emiiri , qux ipfum ex omni
parto ambit , quafi nebula ; & hanc quoque lucera habe- re quamdam
fubobfcuram , quae tamen videri non poflit praeferte fole. Caflinus utique ante
oitum folis , & fub occafum , animadvertit faepe luminofos tra- dius fupra
horizontem ad maximam altitudinem por- re (51 os , qui videbantur prodire a
fole. Hos lumen zodiacale appellavic . GAP. II. De rianetif primariif . C^Irca
folem volvuntur planetae quinque» qui pri- marii dicuntur; funt autem globi
quidam maximi lumen a fole accipientes, Mercurius, Venus , Mars, Jupiter ,
& Saturnus . Mercurius omnium minimus folem cingit parvo ambitu ; fuum
gyrum conScit menlibus fere tribus . Mercurio fuccedit Venus , qus ipfum
magnitudine fuperat, etli minor eft, quam terra. Hzc conver- fionem fuam
abfolvit mentibus feptem & diebus a- liquot . Hi duo planetae inferiores
dicuntur . Mars gyro latiori
vertitur annis fere duobus. Is minor paulo eft quam Venus. Martem excipit JupU
ter omnium longe maximus. Hujus diameter diame- trum terra; fuperare dicitur
plus quam decies. Coo- veifionem liiam abfolvit aonis fere duodecim . Sa- tor- Digitized by Googie
P A R S I L 213 turnus vagitur latiffime; paulo minor Jove efle cre- ditur.
Suum gyrum conficit annorum fpatio fere tri- gint.1 . Hi tres plancta:
fiipcriores dicuntur. Unufquifqus plancta per cllipfim quamdam ver- ' titur, cum
fit fo! in foco altero; quare in plane- tx cujufque gyro, five orbita unum
pundium eft ma- xime a fole diftans, alterum foli quamproximum . Duo hxc purfta
abfides vocantur, illud quidem aphelium , hoc perihelium . Planeta quifque ab
aphelio ad perihelium veni- ens magis magifque acceleratur ; a perihelio ad
aphe- lium rediens retardatur . Non eft autem putandum , planetas omnes per
idem planum revolvi , fed cum planum intellexeris per folem & Mercurium
tranfi- ens , in quo plano Mercurius revolvatur , planum aliud intelliges per
folem pariter tranfiens , & per Venerem, in quo revolvatur Venus; fuumque
pla- num cuique planetx alfignabis . Hsc tamen pians difirahuntur a fe invicem
exiguis angulis. Subtiliores Afironomi animadverterunt , plane- tas fic volvi ,
quafi non ipfi tantum per fuas orbi- tas agantur , fed etiam orbitx ipfar
commoveantur nonnihil : itaque abfides non eodem femper funt loco. Sed hx
fnbtilitates hujus loci non funt. In Venere raaculx compertx funt certilTimx
& conftantes ; alix minus conftantes in Marte , & Jo- ve . Sunt qui
maria in his maculis fingant, atquO infulas , & hi terrx nofirx formam ad
planctam quemlibet transfiiunc . His Digitized by Google 214 F H T S I C /E His
maculis cognitum eft ) planetas hofce dum circa folem volvuntur , volvi etiam
circa fe ipfos . Quod cum credatur de tribus , facile creditur & de duobus
aliis . Quod (i ita c(l unaquaeque planetx pars modo foli obverfa erit , modo
averfa , & diem alternis habebit & noftcm , eoque etiam plancta quifque
terram videbitur imitari . GAP. III. De Planetis fecundariis . pLanetas
fecundarios Aftronomi eos vocant, qui volvuntur circa primarios , iique
dicuntur etiam fa- tcllites . Circa Jovem vertuntur fatellites quatuor,quos
primus omnium comperit Galileus ope telefcopii . Qui gyro minori Jovem
complc61itur , dicitur pri- mus , alii deinceps gyris latioribus fe vertentes
di- cuntur fecundus, tertius, quartus. Non omnes in eodem vertuntur plano , fed
fu- um quifque habet planum . Vertuntur autem per el- lipfes , ac Jupiter focum
tenet cujufque ellipfeos; quamquam ellipfes funt obtufiflimte latiflimrque
& habentur pro circulis , in quorum centro Jupiter fe- det . Lucem habent a
fole ; quare dum in umbram Jovis immerguntur , lucem amittunt , quam poftea
recuperant ex umbra emergentes . Saturnus quinque habent comites , feu fatclli-
tes ; primum, qui propior faturno volvitur, & fe* eundum , & tertium ,
& quintum primus omnium invenit Calllnus ; quartum , qui omnium e(t maxi-
mus invenerat ante Hugenius . Ceterum de Saturni fatellitibus eadem dici
poflunt , quae de Joviali- bus . Saturnum ornat fulgens quidam anulus circa_.
ipfum furpenfus intra fatellitis primi orbitam con- clufus . Planetae reliqui, quantum quidem
obfervationi- buf adhuc condat, fatellitibus carent. Anulum Sa- turnus folus
habet . Non ed autem prstermittendum ,• planetas om- nino omnes vel primarios ,
vel f^cundarios in eam- dem verti partem , ut videantur quafl torrente uno
omnes abripi . GAP. IV. De JielHs fixis, ^Tellac fixae fulgentiflima funt
corpora quaquaver- fum per fpatiorum omnium immenfitatem difperfa , quae in
praefens pro immobilibus haberi poflunt. Uf-
que adeo a fole didant, ut (i tota Saturni orbita.» cum hac didantia comparetur
, punAi indar fit . Dicuntur olim dellx novx extitilTe, quse pod eva-
Digitize^by Google 2,5 r H Y S 1 C uE evr.r.ucrunt; alia paulatim Sc
magnitudine , & lumine fuifle imminutx. Sunt autem qui ftellas qiiafi loks
toti- dcni ponunt: his commodum cll maculas quafdam in IMla quavis fingere, qux
fi lupcrincrefcant lati- us , ftellx lumen, & magnitudinem imminuant.
Stellas omnes , quoniam innumerabiles funt , in ca-tus varios dilkibuunt
Aftronomi, cofquc ap- pellant conficllationes. Singulis conftcllationibus no-
mina impofucrunt , qua: ad Grscorum res gcftas & prxfertim ad Argonautas
fpeflant; hinc Aries, & Gemini, & Hercules, & Orphei Lyra, &
ipfa na- vis Argo in ccclo claruerunt . Ac quoniam nulla con- ftcllatio efi ,
qus belli Trojani fignificationem habe- at , idcirco creditur hxc coeli
deferiptio , qua uti- mur , paulo ante Trojanum bellum a Gracis fuilTe condita
. Sunt qui illam
Chironi tribuant , quem Achillis prsceptorem fuifle accepimus . Conficllationes
duodecim funt maxime illuftrcs, quae folent his verficulis comprehendi Sunt
Aries , Taurus , Canini , Cancer , Leo , Virgo , Libraque i Scorpius j
Arcitenens ^ Caper ^ Ampho- ra , n/ces . Hae deinceps , & eodem hoc ordine
difirlbutii conam quamdam componunt fatis latam , univer. fum mundum
complc^lentem , qux zodiacus dicitur. Hac zona fol , & planets continentur,
quippe fub hac planetae omnes circa foUm fuas converfiones abfolvunt* Quzeumque
in coelo moventur juxta harum con- Digitized by Google r A R S I 1 I. 217
conndlationum ordinem , dicuntur moveri in con- fequentia ; quy contra , in
antecedentia. Planctae omnes converliones fuas habent in confequentia . C A P.
.V. De Cometh . v^Ometae vagantur liberius , nec ullum habent certum motum,
quantum adhuc cognofei potuit. Sunt autem fulgentia corpora , quae interdum
appa- rent , capite nitidiore, & nebula involuto, fubluf- trem caudam
trahentia, quae ^ cauda femper a fole averfa cft . Alii feruntur in confequentia, alii in antece- dentia
, alii etiam eum curfum tenent , qui zodia- cum tranfverfim fecat ; funt etiam
, qui in antece- dentia primum ferri videntur , poli in confequentia, &
vicilTim . Putant multi , cometas non novos exiftere,fed eofdcm redire faepius
. Ncutonus libi perfualit , re- volvi eos circa folem per ellipfcs qualdam , in
qua- rum foco fit fol ipfe ; eoTque pro planeiis h ^bet ^ nifi quod planetx per
ellipfes feruntur brevicres, obiufiorcfque , comet» vero in ellipfcs excurru'’t
longifiimas : hinc fit , ut interdum propiores fint, & nobis appareant ,
poli abeant longiflT-irc , nec am- plius confpiciantur , multis poli ann.s
icdituri. Tcm. m. E c Con- 2 i8 P H T S i C jE Conjeftiiram periclitari in
cometis quibufdani^ /flronomi voluerunt. Illum maximum, caudatidi- mumque, qui
apparuit anno 1680, fpatio annorum feptuaginta quinque fupra quingentos redire
conje- cerunt calculos hiftorix accommodantes; nam co- metam fimilera hoc fere
intervallo bis apparuifle hi- Hetix monent. Quod fi idem ter apparuit, dicen-
dum eft eumdem duobus turbulentifiimis temporibus extitifle, & cum
Viennenfe bellum immineret, & cum Romae Brutus, & Callius conjurarunt.
Cometae quidam longiffime advenientes inter planetarum orbitas fe conjiciunt.
Is , de quo rao- do dixi , ufque adeo ad Iblem accedere debuit , ut ipfum prope
contigerit; quo conjicit Neutonus , o portuilTe illum materia conflare
duriflima , & cora- pa\51'flima, ne tanto illo calore diflbl veretur .
Cometa fortafTe cum foli approquinquant , In- flammantur; atque ob id nitent,
& maximam va- porum vim emittunt ; quo caudam videntur trahe- re , qua
cauda femper averfa a fole eft; nam ex ca parte vapores minus habent caloris , ideoque
den- fiores funt , & melius videntur ; recedens cometa a fole longiffime ,
extinguitur tandem , obfcurufquc, & ignobilis per cccli fparia vagatur. His
facile intelligitur , cur cometa accedentes ad folem vix ulli appareant; nam
cum accedunc ad folem nondum incendia conceperunt; recedeir- tes a fole flammam
gerunt , & nitent diutius . In- telligitui etiam , cur plerique nitidiflirai flatim ,
& ingentes appareant , poft abeuntes longius fenlim minores fiant. C A P. VI. De Terra Jiiu .
T^Erra fita cR inter orbitatn Veneris, & orbit?m Martis. Eo fit, ut
interdum fit inter folem & Mar- tem , inter folem & Venerem nunquam .
Dillanria terrae a fble dicitur aequare rerra: diametros 10225. Sit fol S , (
Fig. 4(5) terra E X C Z, cujus cen- trum T. Per centrum folis, &c centrum
terrae T planum S E duci poteft , quod produdum ad omnem partem in infinitum
incidat in zodiacum , ipfumque per longum fecet , dividatque in duas
anguftiorcs & aeque patentes zonas . Hoc planum dicitur planum eclipticae;
& quo- niam terram fecans circulum in ejus fuperficie E C deferibie ,
aliumque huic refpondentem circulum de- feribit in zodiaco , ille ecUptica
terreftris dicitur , hic colefiis . Porro fi per T ducatur linea X Z perpendicu-
laris ad planum eclipticae , & utrinque in infinitum producatur, dicetur
hxc axis eclipticae. Et quo. i- am h«c linea fuperficiem terrae fecat in duobus
pun- ftis X, Z, & coelum in duobus aliis, quae his ref- pondent, illa
dicuntur poli terrcftres eclipticae , haec Cf IcRcs . E e 2 Con- 210 P H Y S I C M Convertentes fe planeti
modo plus diftant a ter- ra , modo minus . Curo maximum a terra diftant ,
dicuntur cflTe in apogseo, minimum in perigxo . Cujufvis planetx orbita obliqua
cft plano ecli- ptica ipfumquc in puncflis dunbus fecat: hxc pun- fta dicuntur
planetce nodi . Nodos- planetarum non eodem femper manere. loco, fed motu?
habere^ ali-- quos fcbtiUorcs Aflronomi docent. Dicuntur etiam planetae
interdum conjunAi cum' fole , interdum foli oppofiti ; idque pendet a fitu
terrx,nam fi fol , terra, & plancta aliquis in ea- dem fint linea refta ,
fitque fol ex una parte, pla- neta ex altera , dicetur hic foli oppofitus; quod
(i fol, & planeta cx eadem parte fuerint, dicetur pia-, neta conjunflus
foli. Ac fi planeta conjunftus foli fuerit citra folcm> dicetur ejus
conjun61io inferior ; fi ultra folcm , fu- perior . Mercurius , & Venus
oppofitione carent , fed duas habent conjunfliones , inferiorem, & fu-
periorem . Mars , Jupiter , & Saturnus oppofitio- nem habent, &
fuperiorera conjunAionem ; conjun-- iiioQem inferiorem habsnt nullam. CAP;
Digitized by Coogie PARS III. 2ll C A P. V I I. De Terra Divxfione , Sit terra
E X C Z', (F aequator ipfam fecat. Eclipticam dividunt: in' partes duodecim,,
unicuique parti gradus 30 affignantes. Has partes vocant zo- diaci figna,
iifdemque nominibus notant , quibus zo- ‘ diaci conftellationcs . Initio
fortafleconftellatio quae- que fignum tenuit fui nominis , nunc progteflae
funt. longius.. Si per T ducatur linea P O' perpendicularis ad planum
sequatoris, producaturque utrinque ad ccelura ufque, hsec linea dicetur axis
aequatoris ,. vel etiam axis mundi Pundia. duo- P , &. O’, in quibus haec
linea fuperficiem terrae trajicit , dicuntur poli sequa- toris tcrreftres, duo
alia pundla in caelo his refpon-- dentia dicuntur poli aequatoris caeleftes.
Ho- Digitized by Google 222 T H T S 1 C ^ Horum polorum alter ad
conftellationem Urfae fpe(51at, & prope ftcliulam quamdam infigitur , quz
idcirco polaris dicitur. Hic polus borealis , (ivear* 6iicus nominatur; polus
alter huic oppofitus auftta- lis, five antartfficus. Et (imiliter ea mundi
pars, que ad polum borealem fpe^at, dicitur borealis, etiam feptentrionalis;
quae rpefiat ad polum audralem ,di* citur auftralis, meridionalis quoque. Si
per duo ecliptice punfla £, & C,queraa« xime ab equatore diflant ducantur
in fupeificie ter- re circuli duo £V, CB ad equatorem paralleli, aliique duo
fimiliter in cceio ducantur his reipon- dentes, hi circuli dicentur tropici,
illi quidem ter- reflres, hi celedes : qui ad polum borealem fpe£lat) dicitur
tropicus cancri, alter capricorni. Quod fi per polos ecliptice X Z ducantur
in_* fuperficie terre circuli alii duo X M , Z N ipG quo- que ad equatorem
paralleli , dicentur hi circuli po- lares terredres ; aliique duo circuli
fimiliter in coe- lo du61i , dicentur circuli polares celedes . Deferiptis his
circulis univerfa terre fuperHcies in zonas quinque didribuitur , quarum una
inter tro- picos extenditur, & torrida appellatur; due alie inter tropicos,
& polares circulos duAe funt, 6c temperate dicuntur; fegmenta duo reliqua
circulis polaribus contenta dicuntur zone frigide . Per bas zonas maria
protenduntur, & provincie ,& regna; in his degunt homines . £d alia
divido terre cujufque habitatoris pro- pria , Digitized by Google P A R S I 1 L
223 pria ) quam faciunt circuli duo horizon ,& mcrrdia- nus . Hos ergo
explicemus . Sit terra f p a 0 ^ ( Fig. 48. ) cuftis centrum T; aequator //r;
tropici bc, E«. Ubicumque fcdcat habitator, punfium coeli , quod illi imminet,
dici* tur ejus zenith , punflum oppofitum Nadir . Sedeat habitator in pur.fto
aequatoris /, & linea a zenith ad nadir du6la tranfiens per centrum T fit
linea /«, Ducatur per T circulus p 0 perpendicularis ad line- am /i/, qui
circulus producatur quaquaverfum ad coelum ufque ; hic circulus erit horizon
mathema- ticus habitatoris fedentis in /; ifque dividet mun- dum in partes
duas, quarum fuperior habitatori con- fpicua erit, altera nequaquam. Sedeat jam
habitator ini inter xquatorera, & po- lum 0 , ac linea a zenith ad nadir du
61 a tranfiens per T fit h i . Ducatur per T circulus perpendicularis lines b
i, Crit hic horizon mathematicus habitatoris fedentis in b . Quod fi qui
federit in polo alterutro v. g. in 0 facile intelligitur hujus horizontem mathematicum
fore squatorem ipfum fa. Si per oculum habitatoris planum ducatur pa- rallelum
horizonti mathematico, hoc planum dice- tur horizon phyficus habitatoris. Sed
hunc horizon- tem in prsfcns non confideramus . Habitator fedens in squatore , ut in / dicitur habe-
re fphsram rcAam . Ejus horizon dividit in duas aequales partes tum squatorem ,
tum tropicos , & circulos alios omnes quotcunque inter tropicos duci
pofifunt ad squa- torem paralleli . Ha- 224 P H Y S 1 C M Habitator fedcns
inter aequatorera , & polum j ut in A , dicitur habere fphaeram obliquam.
Ejus ho- rizon dividit quidem aequatoicm in duas aequales partes, tropicos
vero, aliofquc circulos parallelos in partes inaequales . Habitator fedcns in
polo alterutro , ut in o , dicitur habere fphaeram parallelam ; ac- cura ejus
horizon fit aequator ipfe,.unus tropicus cft totus fu- pra horizontem , alter
tropicus totus eft infra . Haflenus de horizonte dixi : nunc de meridia- no. Si
per zenith habitatoris cujufvis, & permun- di polos maximus quidam circulus
ducatur, is dici- tur habitatoris ejus meridianus , ifque dividet mun- dum in
partes duas, quarum una orientalis dicitur , ex ea enim fol oritur; altera
occidentalis, nam. ex ea fol occidit . '
Quare cum fol ad meridianum circulum perve- nit , dimidiam partem diurni curfus
confcftam ha- bet, & cft meridies. Si ergo linea in hoc plano defignetur ,
cui foramen immineat, radius folis fo- ramine exceptus lineam attinget in ipfo
meridiei pun61o.'Ea linea meridiana dicitur. Quoniam fol’, ut infra videbimus,
non eamdem femper habet altitudinem, fed aliis. diebus altiorem curfum tenet,
aliis deprelliorem , idcirco radius per foramen iramilTus non idem femper
meridianae lineae pumftum attingit , fed alia atque alia. Idcirco cx eo punflo,
quod radius in meridiana linea attingit , • quam altitudinem (Ingulis diebus
fol habeat colligitur . Idque Digitized by Googli P A R S 1 l I. i2$ Idque
commodius, & certius colligitur in ea_. meridiana linea, cui foramen fit
altiflimura, fitque ipfa longiflima , quam m ea, quae fit brevior, &
foramen habeat depreifius . Nullam meridianam li- neam tantam tinquam fuifle
legimus , quanta eft Bo- nonienfis illa a Calfino in divi Petronii dufta . Hic
ergo meridianis lineis omnibus anteponitur , & eft apud exteros in honore.
'GAP. VIII. De Luna . X3e terrae fitu , & divifione fatis diximus. A3
abfolvendam vero totius mundi deferiptionem reftat folum, ut de Luna dicamus .
Luna eft globus fulgens , cu- jus diameter aequat quartam partem diametri
terrae; di- llat a terra diametros ipfius terrae fere triginta ; cir« ca terram
volvitur in confequentia gyro fere circu- lari, neque conftantem habet
velocitatem; tamen diebus viginti feptem , horis paucis ad/eflis , conver-
fionem fuam explet. Lunae orbita eclipticam fecat in punflis duo- bus , qui
nodi Luni dicuntur . Hi nodi manifefte moventur , & certam habent
converfionem. Luna modo eft apogxa , modo pCrigia uti pla- neti , modo eft
conjuncta foli , modo oppofita. Lumen habet a fole , qui dimidiam ejus par-
Tom, Ul% F f tera 226 r H r s 1 c JE tem nunquam non illuminat;, fed pars a
folc illu- iTiin-ta non fcmper nobis confpicua eft . Cum Luna cll 1'oli
conjun6>a , pars ejus illuminata averfa eft a nobis , nec potcft confpici ;
ac tum Luna non ap- paret . Cum eft foli oppcftta , pars ejus illuminata nobis
obvcrfa eft tota; ac tum Luna eft plena . Cum eft in loco inter corjunftionem ,
& oppofitionera medio , qui locus quadratura dicitur , partem a fo- le
illuminatam non totam ad nos convertit, fed di- midiam tantum, ideoque
dimidiata apparet. Sic omnes Lunx phafes explicantur. Quoniam terra illuminata
ex una parte a folc timbram longiftimam projicit ad partem alteram , id- circo
Luna, cum circa oppofitionem verfatur , um- bram terrx interdum fubit, &
lumen amittit. Hxc Lunx eclipfis eft. Similiter Luna umbram projicit; idcirco
cum foli conjungitur , umbram fuam interdum in terram immittit, qux umbra tamen
anguftior.cum fit , uni- verfara terram complcifti non poteft . Regiones illap,
in quas cadit Lunae umbra adfpeftum folis amittunt . Hxc eft folis defc Safdem
fempec maculas terrx obverfas Luna ha- Digitized by Google P A R S I I 1 . 227
habet, quod facere non poted , nifi converrens fe circa terram convertatur
quoque eodem tempore circa fe ipfam . Altiflimis montibus afpera e(Te creditur,
quo- rum umbras dicuntur nonnulli telefeop orum opo confpexifle . Dubitatum eft
, utrum atniofphaeram habeat, uti terra, ideft craHiorem aerem circumfu- fum ,
in quem vapores exhalationcfque c Luna co- gantur . Verum lunans atmorphxrse
indicium nullum adhuc extar; ac Venus fsepe poft Lunam ptaccerla- bens, cd ejus
ufque marginem pervenit nitidiffima, & pulcherrima : obfi-uraretur autem
nonnihil m at- mofphxram incedens , (i qua clfet hxc atmofphxra, antequam Lunam
atcingefct . Quare atmofpha:rara Lun* plcrique negant . Lovileus ergo cum
narrat anno 1715 die 3. Mad imbres in Luna fuiffb ma- ximos , Sc tonuiHb in ea
, & fulgurafle videat ne fallatur . 'C A P. 1 X. De fyjlemitte Copernicanp
, C^Ui Copernicum fequuntur motus tres terrae tri- buunt , unum tranfl Itionis
, quem etiam annuum vo- cant ; alterum vertiginis, qui etiam diurnus dicitur;
tertium, quem dicunt motum ax.s . Hos motus ex- plicemus . Motu tranflationis
volvitur terra per planum F f 2 *cli- 2:8 T H r S 1 C JE «cliptics circa folera
, fuatnque converfionem con- ficic anni fpatio ; cctcrum perinde eft , ut
plancta quivis : volvitur in confequcntia ; ellipfim dcfcribit, cujus focum
alterum fol occupat; ab aphelioadpe- rihelium. veniens acceleratur, rediens ad
aphelium retardatur . Illud vero etiam atque etiam tenendum e(l ter«~ lam circa
folem Copernicanorum fententia fic voU vi , ut axis squatoris nufquam
inclinetur , fcd (ibi femper parallelus maneat. Itaque & squatoris pla- num
, &. alii circuli fibi femper funt paralleli. Motu vertiginis, vertitur
terra circa axem atqua-- toris in confequcntia , caque converfio brcvidima eft,
& horis viginti quatuor abfolvitur. Quo ergo tempore unam converfionem
terra conficit circa fo- lem , trecentas fexaginta quinque converfiones con*^
fic.it circa feipfam . . Motus axis eft terrae vertigo altera . Docent ergo
Copernicani , terram praeterquam quod volvi- tur in confequcntia circa axem
aequatoris , volvi e- tiam in antecedentia circa axem eclipticae; quam- quam ea
converfio lentilTima eft , & annis viginti quinque millibus vix tandem>
abfolvitur His tribus terrae motibus Copcrnicanum (yfte- roa,confiftitj quem
vero adfpcftum. mundi pariat vi- - «lendum eft.. De~ Digitized by Googie PARS
III. 219 De adffcHu Mundi Ex motu tranjlationif terret . Finge tibi terram T (
FJg. 49. ) revolvi circa fo- lem S per planum eclipticae; ideoque fub (ignis
zo- diaci , fequens lignorum ordinem , feratur ex T in E } cx E in. R &c..
Sit primum terra in T fub ariete > videbitur profedlo nobis fol e(Te in
(igno oppofito, ideft in_. Libra. Cum venerit terra, in £ fub taurum , videbi-
tur nobis fol efle in. Scorpio; cum venerit terra in R fub geminos , videbitur
nobis fol elTe in arcite- nente . Idemque accidet in (ignis reliquis,. Vertente
ergo fc terra per fuam orbitam in con- fcquehtia , videbitur foL verti &
ipfe in confequen- tia , &. anni fpatio zodiacum totum perludrare . Hic erit adfpeftus folis . .
Videamus jam de afpe^lu planetarum; ac pri* mum dicamus de fuperioribus . Sic
tibi fol in S , ( Fig. 50.) terra in T, quae fecundum (ign orum or- dinem
feratur in E , & R . Sit in M plancta ali- quis fuperior v. g. b^ats ,
quocum terra conjungi jam jam debeat.. Quamvis Mars feratur & ipfe fecundum
ordi- nem • (ignorum , tamen quia terra velocius fcrtuc ipfumque
praetergredituV , & poft fe rclinqut, vide- bitur nobis Mars contra
(ignorum ordinem retro- cedere. Sic cum terra erit in T, videbitur Mars e(Tc.
210 T H r S l C JE cfTe in geminis ; cum terra erit in E , vi'ieb’tur Mars
vemfle in taurum ; cum terra erit in R , vi* debitur Mars cefliffe in arietem .
Verum cum teira Martem fubterfugerit , ac lon- gius per fuam orbitam progrcflii
fuerit , videbitur Mars fecundum ordinem lignorum progredi. Videbuntur ergo planetae fuperiores modo ferri in
confequentia , modo in antecedentia , quamvis in confequentia femper ferantur:
Cum videntur fer- ri in confequentia dicuntur direfli , cum in antece- dentia ,
retrogradi . Et quoniam planeta neque e re- fogrado fit direflus, neque e dirt
ac tura foU objiciet non amplius pun^lum aliquod tropici b C , fed punflum E
tropici alterius E « : cura ergo hic quoque terra dici unius fpatio circa axem
sequaio- ris p 0 revolvatur , videbitur fol eodem fpatio con- verti circa
tropicum 'E«. Cum terra confc^io gyro annuo redierit ad A » videbitur fol
rcdiilfc ad trc picum b C . Atque his facile intelligitur , adfpedlum folis per
totum annum eum clTe debere , ut cum fol die quadam vifus Ct converti per
tropicum bCj pregrediente poft terra per fuam orbitam videatur aliis aliifque
diebus per alios aliofque circulos aequaton parallelos converti, donec eo
perveniat, ut per alterum tropicum Em converti videatur ; hinc cofdem fere
circulos rete- xens ad tropicum b C revertet . Fieri autem non poteft , ut fol
per alios aliof- que circulos ab uno tropico ad alterum feratur , quin certo
quodam dic revolvatur per aequatorem ipfum . Quo die revolvitur per aequatorem
, dicitur effe aequinoftium : diebus , quibus revolvitur per tro- picos ,
folftitia funt. Diftantiaro , quae eft inter xqua- torera, & tropicum
utrumlibet, tribus fere menfi- bus fol explet. Sed jam quae fit nobis Italis
tempeftatum divi- Tom. lll. G g fio V H r S l C M (io
cxpliccrriHS . Nes quidem in zona temperata agi- mus, quE ert inter boreaJem
polum , & aequatorcra . Sit ergo polus borealis o : ( Fi^. 50. ) nos
fedeamuc in i. Jam tropicus cancri erit Eu Capricorni ^C. Veniente igitur fole
per alios aliofque circulos ab sequatore ad tropicum cancri E», nobis erit ▼er;
redeunte fole a tropico E« ad squatoreoi , erit a:ftas ; progrediente fole ab
sequatore /«ad tropicum Capricorni b C , erit autumnus , redeunte demum fole a
tropico t C ad aequatorem, erit hy- ems . His quatuor temporibus annus
abfolvetur . Inxqualitatcm dierum fic explico. Unicuique^ habitatori tarodiu
e(V dies , quamdiu fol fupra hort- zontem verfatur, nox quamdiu ed infra. Si
quis in xquatore fedeat , e^is horizon , ut fupra diximus, in duas squales
partes dividit tum tropicos, tum circulos quofvis parallelos. Curo ergo fol
fingulis diebus per unum ex his circulis revolvatur , erit huic habitatori
diebus lingulis dies squalis nodi. Si
qui autem fedeat in polo alterutro , v. g. ' in 0 , ejus horizon erit squator
ipfc . Ergo erit fol fupra hujus horizontem tamdiu, quamdiu verfabituc inter
squatorem , & tropicum Eu; ideft per fex tnenfes . Erit ergo huic
habitatori dies longus menfes fex: hunc diem nox fequetur fex menfes longa ,
quibus menfibus fol verfabitur inter squatorem ,& tropicu bC. Si qui autem
fedeat inter squatorem , & po- lum alterutrum c, uti nos, qui zonam
temperatam colimus , ejus horizon dividit quidem , ut fupra di- ximus >. P A n S 1 1 I. 2J5 ximus i aeqaatorem in duas squales
partes ) tropicos vero , aliofque parallelos circulos in partes inxquales. Huic ergo habitatori , quo die fol per xquatorem
revolvetur) erit dies xqualis no61i ; diebus aliis, qui« bus fol revolvetur per
alios circulos , erit dies vel no61e longior , vel brevior . Hxc omnia
obfervatio- nibus flne ulla controverlia refpondent* De aiifpeilu Mundi ex motu
axis terra , C^Uoniam motu axis vertitur terra Icntiffime cir- ca axem
eclipticx in antecedentia, oportet , ut cx- lellia quxque videantur nobis
lentilTime circa eum- dem axem verti iti confequeotia ; videbuntur ergo
.conftellationes zodiaci in confequentia progredi len- tiflima quadam
converlione . Idque fane obfervationi refpondet ; quare cum ligna zodiaci
initium capiant ab eo punAo, in quo xquator eclipticam fecat, conftellationes
vero fue- rint olim in his lignis fuo ordine , aries in primo , taurus in
fecundo &c. alix jam in aliarum ligna progre- dientes in confequertia
migrarunt, ut jam aries in li- gnum tauri venerit, pifccs in arietis lignum
fuccellerint . GAP. X. De Syjlemate Tjcbonico, Tl*Ycho terram quiefeere omnino
valt, convcrlio- nes vero alias, quas Copernicus apparere docet ex G g 2 co 2^6
. r H r s I c M co quod terra moveatur, eafdein Tyco apparere pu« tjt non ex eo
quod terra moveatur , fcd quia vc- rifrirn® 5 realifTimsque fint.. Hic ergo
tradit , folem revolvi motu annuo pei planum eclipticx circa terram in
confequentia , fe- cunique deferre orbitas planetarum omnes , quemad- modum
etiam in Copernicano fyftemate. Saturnus , & Jupiter fecum deferunt fuorum
fatellitum orbitas, & terra orbitam Lunse defert fatellitis fui . Tradit
etiam ftellas omnes, uti folem, revolvi circa axem eclipticx in confequentia,
fed motu lentiflirao. Tradit prxterea cxlum omne, circa axem xqua- toris
revolvi fingulis diebus in antecedentia , fecum- que abripere & folem ,
& flellas , & omnia qux- cumque in cxlis apparent. His differt Mundi
forma quam Thyco invenit ab ea, quam Copernicus pro- pofucrat . Ceterum
adfpeflus rerum ex utraque idem oritur , quod facile intelligent , qui
attentionem ad fmgula adhibuerint.. GAP. X I.. f De caleflium converjionum
caujts e Cartefti opinione ... P Urat Cartcfius, mundum quamvis a Deo ex ni-
hilo ediiRis Iit, talem nihilominus eduftum elTe , qualis fuiflet fi ex
antecedente quadam eaque fim- plicifiima materix difpofitione cxtitiffct ,
velu^ que continuam , & homogeneam . Hanc totam in^ cubos didinxit quam
minimos, tum motum dedit, quo & finguli cubi circa fe ipfos , &
quamplurimi circa communia centra in orbem rotarentur ; (ic ma> teriam omnem
diftinxit in vortices innumerabiles. Horum unum confiderabimus : nam ex eo uno
quid de aliis dicendum flt apparebit. Rotantibus fe cubis Hngulis circa fe
ipfos, opor- tuit , ut acumina fe mutuo pellerent, ac diflblve- rcntur . Hsc.
comminuta in pulvifculum abierunt, qui Cartefio primum elementum eR, ac tum
cubi abrafis angulis globi cvaferunt qui funt fecundum elementum . Hi globi
rotantes fe adhuc contriti magis funt, ac minores fad^i ; itaque cum circa
commune cen- trum agerentur, quamplurimi recelTerunt ab hoc cen- tro nonnihil ;
eft enim commune corporibus omni- bus,, ut fi circa centrum quodpiam agantur,
ab eo recedere nitantur. Recedentibus globis a centro magna, vis materis primi
clementi inter globos la- pfa illuc fe contulit , in eoque fpatio , quod globi
reliquerant mira celeritate volvi coepit. Atque hsc illico ftella fuit , qus
lucet propte- rea. quod materia primi elementi volvens fefe circa. cen-
Digitized by Google 23 « P H r S 1 c ^ ccntram tanta vi , globos totius
vorticis circumqua- que premit , quee 'prclTio eft lux . Hoc modo innumerabiles
flellae extiterunt ; nam cum vortices elTent innumerabiles, in cujufquc au- tem
centro (iella orta ijt, innumerabiles quoque Hel- las effe oportuit. Harum
Hcllarum una cH fol,quz quod nobis viciniffima cH, idcirco & lucidiffima
om- nium videtur, & maxima. Porro ftella in centro vorticis fe volvens
ipGus vorticis motum adjuvat , celerioremque facit ; ita- que partes vorticis,
quae propiores foli , aut ftellz funt, fuos gyros conficiunt etiam breviori
tempore. Vortex quifque propter vim centrifugam dilata- ri nititur quaquaverfum
; quare confifterc omnes non poffiint, nifi prementes fe invicem in squilibrio
quo- dam fint confiituti . Quod fi qui illorum debilior initio fuit, oportuit
hunc a vorticibus potentioribus abripi, abreptionefque vorticum aliz atque aliz
con- fecutz funt, donec univeifa vorticum compages ad sequilibrium dedufla eft
. Jnterim quid fiellis quibufdam acciderit, videa- mus. Convertente fefe ftellz
cujufpiam materia ac- cidit, ut partes ejus quamplurimx interna agitatione
amilTa in moleculas cohaluerint duriores , firmioref- que. Hs moleculx tertium
funt Cartefii elementum . Hae porro alix adhzrentes aliis in grandiora , &
opaca, 8c dura corpora creverunt, qux ad fupeifi- ciem ftdlx propter maximam
vim centrifugam de- lata macularum fpeciem habuerunt . Huc modo plu- res Digitized
by Googie F A R S I 1 1 . 239 res maculae nunc etiam in fole gignuntur . Stellx
non uni accidit, ut tota maculis, ideft durioribus , firmioribufque corporibus
tamquam in- genti quadam, & craflilTima crnfta obduceretur , at- que interim
ftella. intus fub crulla fe volveret. Stel-
la haec fub cruda recondita fuum motum communi- care cum reliquo vortice
amplius non potuit. Vor- tex debilior fa 61 us ed ; hunc ergo fimul cum della
vortex alius potentior abripuit , ac tum coepit del- la duriori opacaque cruda
involuta circa aliam del- lam rotari, & planeta evalit. Stella abrepta
motum circularem retinuit circa fe ipfam , & partem fui vorticis circa fe
conferva- vit , quam fecum defert , duro circa abripientem dellam rotatur . Hoc
modo planetx circa dellam , feu folem rotantur, atque interim rotantur circa fe
ipfos , & fecum quHque habet parvum vorticem . Sic Mercurius, Venus, Terra,
Mars, Jupiter, & Saturnus dellae olim fuilfe dicuntur , quse pod ma- culis
obdu6l3e a folis vortice abreptae funt; unaquaeque tamen partem antiqui fui
vorticis retinuit, quae adhuc circa ipfam rotatur, ac cum ipfa circa folem
volvitur. Ideoque planetarum horum funt quidam , qui fatellites habent; etenim
antequam planetae fierent, cum edent adhuc dellae, dellas alias vorticibus fuis
abripuerant, & planetas fibi fecerant, pod vero ab- repti ipfi a fole , cum
partem fui vorticis unufquif- que circa fe retinuerit, planetas etiam fibi
propio- res retinuerunt, qui circa ipfos perpetuo volvuntur dum volvuntur ipfi
circa folem . Quod Digitized by Google 2^0 r H T S 1 C JE Qiiod fi in vorticis
abrcptione accidat , ut ftel- la maculis obdufla tanto projiciatur impetu, ut
fc- fe rapi in gyrum non finat , fcd alios atque alios trajiciat vortices ,
cometa eft . Sic Cartefius facile explicat 5 quomodo planctae circa folem
volvantur, & quomodo volvantur fatellites circa primarios, & quoniam
volvuntur orania in confequentia , videtur fane unus cfle , quafi vortex, quo
rapiantur . Verum ut haec refle procedant, difficile cft Car- tefianis
explicare, quomodo planetae omnes per e- lipfes ferantur , ita ut in foco
cujufque ellipfeos fit fol; quomodo ferantur per diverfa plana , fefequt-#
invicem interfecantia ; quomodo moveantur nodi, atque abfides. Itaque vorticum
formam mutare laepi- us coafti funt Cartefiani , ut eam tandem inveoi- ..rent ,
quae effet phoenoracnis accomodata . GAP. X I I. De ceelejlitan converjtonum
caujis ex Kewtoni optaiene, I^Utat Newtonus , foIcm habere vira attraftivam
■qua planetas ad fe trahit, planetas vero a Deo con- ditos projeftofque ab
initio fuifie per caeli fpatia . Id fi ita efi , oportuit fane planctas , cum
traheren- tur a fole , deflectere ab ea linea rcCla , per quam projeCH fuerant
, ac verfus folem inclinari , & quo- niam numquam non a fole trahuntur ,
nullam um- quara lineam reCtara fcqui potuerunt , fed femper ad - folem
Digitized by CoDgle F A R S I I I. »41 folem defleAentes rotari debuerunt circa
ipfum . Fingens vero Ncwtonus vim folis attraAivara cam e0e , qux pro quadrato
diftantis minuatur, in* venit , planetam hac vi traAum debere ellipfin dc*
feribere , eamque ellipHn , in cujus foco fit fol ; de* bere etiam planetam ab
aphelid ad perihelium ve* nientem accelerari magis magifque , cumque ad pe*
rihelium pervenerit tanto impetu agi debere, ut per alteram ellipfeos partem
retardato paulatim motu ad aphelium revertatur, & convetfionem per ellipfm
totam abfolvat , qua abfoluta aliam Umiliter ineat , nec umquam circa folem
rotari delinat. Cum ergo obfervationes refpondeant, & is ipfe pla- netarum
fit curfus , non dubitat Newtonus eam foli vim atcraAiva tribuere,qux pro
quadrato difiantiae minuatur. Neque aliter ex opinioneNewtoni volvuntur fatel*
^ lites circa primarios, quam primarii circa folem; nam ut fol primarios, fic
primarius quifque fatellites fues trahit. Oportet autem , fi hxc fequimur ,
cxlefiia fpa- tia materia omni vacare; nam fi quam haberent ma* teriam ,
planetx in hanc perpetuo incurrentes refi* dentiam paterentur aliquam , quam fi
paterentur, eorum orbitx , uti demonfiratum efi , deberent pau* latim contrahi
; non autem contrahuntur ; oportet igitur, cxlos vel omni omnino materia vacare
, vel eam tantum continere , qux fit fupra quam dici , aut fingi poted ,
tenuis, & rara , cujufquerefifientia adeo fit parva , ut ne pod quidem annorum
millia planetarum orbitas contrahere potuerit . Jortj, lil, H h Ne* 141 T H r S
l C M Neque folum planctas fol trahit Ncwtoni fen- tentia , fcd & pUnet»
folem trahunt , & trahunt fe invicem > & omnino omnia trahunt omnia
. Quam- quam vis folis eft longe maxima , quippe quia fol corpus cft > quod
magnitudine j & maffa planctas lon- ge fuperat , vel fi omnes in unam
fummam confe- rantur. Quare trahentibus planctis folem aliis alio, fol movetur
quam minimum , ut immobilis videatur . Ex his tam multis attraftionibus
irregularitates oriuntur, qus interdum in planetarum motibus ob* fervantur; nam
planetae circa folem rotati modo ad fe invicem accedunt , modo recedunt ;
accedentes autem majori vi inter fe trahuntur ; cum recelTerunt longius, alter
alterius vim non fentit ; oportet er- go, ut modo tantillum ad unam partem
defltftant, modo , ad alteram , & velocitates ex aliorum pla- netarum
occurfu aliquantulum varient . Propterea-. Luna, cujus irregularitates propter
viciniam notiores funt , curfura habet admodum inconftantem , & mul- tum
aberrat ab ellipfi; nam multum a terra trahi- tur, quae illi efi vicinifiima,
multum etiam a fole , & modo foli eft propior, idcoque ab ipfo plus tra-
hitur, modo abeft longius, & trahitur minus. C A P. XIII. De terrefirium
corporum gravitate varia . De fitij orbis dixi. Nunc proprie de terra pau- ca
dicam. Terreftria quaeque corpora in terram gra- vi- Digitized by Google I P A
R S 1 I I. 245 vitant . Compererunt autem Phyfici j idem corpui non in omnibus
terrae regionibus aeque gravitare ; etenim Richero , cum in Cajennam infulam
prope acquatorem fe contuliflct ) pendulum pauciores ha- \ buit vibrationes,
quam Parifiis habuerat pari tem- pore. Tempus curAi flellae cujufpiam
definiebatur. Oportet igitur pendulum in Cajenna fegnius deci- dilfe , ideoque
minus habuiiTe gravitatis in illa infu- la , quam in Gallia . Ex hac
obfervatione hypothefim fibi quamdam fin- xerunt nonnulli.-corpus quodlibet in
acquatore quam mi- nimum gravitare, eoque plus gravitare, quo plus ab aqua- tore
recedit, hamque hypothefim eo magis diligunt, quod caufam afferre fe polTe
confidunt . Sic enim difputant .
Alia eft gravitas primitiva , alia fecundaria . Primitiva eft , quam corpus
habet; fecundaria eft, quam exercet , fi cadat . Sunt autem hs duse gra-
vitates diftinguendae ; nam fieri poteft , ut corpus^ cadendo non omnem
gravitatem exerceat, quam ha-' bet, propterea quod vi quapiam fufiineatur
nonnihil. Corpus quodvis gravitatem primitivam eamdem habet , ubicumque
terrarum fit , fecundariam non-, eamdem ; nam corpora qusque fullinentur femper
vi quapiam, & plus uno in loco, quam in alio. His ergo in locis, ubi plus
fullinentur, gravitatem fecundariam minorem habent ; majorem , ubi fufli-
nentur minus : fullinentur autem plus in xquatore ; fi longius ab sequatore
recedant, fullinentur minus : igitur in xquatore gravitatem exercent minorem ;
H b 2 majorem vero quo magis ab acquatore recedunt. Quae crt autem vis ifta corpora
quaeque fuftirens > Hanc vim fic explicant. Dum terra circa fcipr?ni celerrime convertitur,
corpora quaeque fecum rapi- ens, haec vina centrifugam concipiunt, qua nitun-
tur a centro recedere ; -hac ergo vi fuftinentur non- nihil. Eft autem haec vis
in aequatore major; ibi enim converfio terrae eft celerior, longius ab acqua-
tore minor, eft enim fegnior converlio terrae. Igi- tur in aequatore plus
fuftinentur corpora , longius ab acquatore minus: fi ergo de gravitate
fecundaria , quam nos in corporibus experimur, fermo fit , minorem oportet hanc
efle in quovis corpore circa sequatorem , coque majorem fieri, quo plus corpus
abf quatore recedit.. Atque haec quidem refte procederent , fi gra- vitas hoc
ordine variaret ; fed obfervationes hunc ordinem turbarunt. Clariflimus des.
Hayes tot pen- duli ejufdem vibrationes in Cajenna infula numera- vit , quot
pari tempore numeraverat in Guadalupa, quamvis Guadalupa multo plus diftet ab acquatore,
quam Cajenna . Quis fcit an gravitas corporum va- riet aliis etiam de caufis f
tamen opinio ordinis vi- detur pulchrior . CAP. F A R S l l h »4i GAP. XIV. De forma Terra .
IFlguram terrae deformant montes per eam difperfi nullo ordine; quamquam hi
contemnuntur, fi cum craflitudine terrae comparentur . Verum forma terrae cum
quxritur, ea quaeritur , ad quam fe partes terrae fua gravitate componerent, fi
fiuidae effent omnes . Ad hanc formam maria, & lacus accommodantur.. Si
partes terrae omnes aeque gravitarent , opor- teret formam terrae plane
rotundam clTe . Quod fic explico. Sit terra EP, ( Fig. 53.) cujus centrum T ,
polus alter fit in P, aequator in E. Profefto terreftres columnae E T , P T
fibi occurrentes fua_. gravitate fe mutuo pellunt : confidere ergo non pof-
funt , nifi aeque gravitent , ac fint in xquilibrio . Jam vero fi omniS materia
ubique sque gravi- tat , non poterant duae columnae ET, PT aeque gravitate ,
& in aequilibrio elTe , nifi fint aeque lon- gae : igitur confidere, nifi
fint aque longae non pof- funt . Sunt ergo aeque longae ; & polus P aeque a
centro T didat, ut punftum aequatoris E , ac terra cd rotunda ^ Qui vero putant
materiam fub aequatote gravi- tare minus , quam fut> polo , hi ad
aequilibrium.* condituendum , columnam T E ( Fig. 54. ) longio- rem ponant
neceffe cd , columnam TP breviorem. His ergo forma terr* cd , uti E P Q^O
,fubpolis P^ &Q » Digitized b^Google i4 quaeque men- jorem vcl mediocrem
non fugiat , Ica- F A R S l I L 247
Itaque Gallorum Rex Maupertuifiura cum Ma- thematicis aliis multis in Laponiam
miflt, Caudinum aliofque in Peruvium , ut alter gradum unum met?* retur prope
polum, alter alterum prope xquatorem . Maupertuilius e Laponia rediit, eafque
menfuras re- tulit, quibus appareat gradum Laponicum prope po- lum multo
majorem elTe, quam illos Gallicos, quos Cadinus menfus fuerat. Goudinum adhuc
expeta- mus . Interira Gallicorum graduum , & Laponici com- paratio
perfuadt multis, terram compteilam elTe- C A P. XV. De ttjiu maris . ^Jotura
e(l, mare fex horarum fpatio attolli, Sc pari tempore deprimi , ut diebus
flngulis attollatur bis, bis deprimatnr. Hic fcilicec sdus maris e(I , quod cum
adurgens in terras longius excurrit fluere dicitur, cum deprimitur, & undas
retrahit, refluere. Antiquidima autem obfervatio eft fluxum hunc .refluxumque
maris quafi Lunae motura fequi; itaque ejus caufam plerique in 'Luna quaerunt.
Ut mittam alios , hoc explicabo ex' Neuconianorum opinione . Sit terra E R ( Fig.
55. ) cujus centrum T. Sic Luna in L perpcndiculariter imminens parti tcrr« £%
cui oppoflta eft pars R. Cum Luna trahat ad fe terram totam , tamen plus ad fe
trahit partem E , quam centrum T; eft enim pars £ longe Lunae pro* pioe
Digitized by Googie 24 » T H r S l C JE pior, quam T . Igitur pars E ii Iit
fluida , & folu- ta , vclut fi ingens mare aliquod in ea parte fit, af-
furget in X . . i Similiter cum Luna centrum T plus ad fe tra- hat , quam
partem R , centrum T aliquanto plus afeendet verfus lunam, quam pars R.
Videbitur er- go pars R alTurgcre nonnihil in Y , fi pars quidem R-marc fit
aliquod. Progrediente autem luna circa terram ab L in N, quacumque mare exit,
illam fequentur duo cul- mina X , & Y ; & quoniam Luna diebus fingulii
terram univerfam Circuit diurno motu , culumina X, & T circa terram
volventur pari tempore, /c cum pars E aflurrexerit in X , aliis fex horis ,
recedente Luna, paulatim deprimetur; fex aliis fequentibus , veniente Luna
fupra partem R , rurfus pars E at- tolletur , eritque alterna haec agitatio
perpetua . Quod fi Luna fub)edlam fibi partem maris ad fe trahit, & furfura
tollit, oportet, ut partes maris, quae longius diftant, deprimantur; quod
facile ani- madvertent , qui fedent in littore ; iideraque aquas ad littora
attolli fentient , cum Luna abeunte pars maris , quae altius evedia fuerat,
deprimetur . Sunt autem hi aquarum motus , curfufque va- tii ; nam praeterquam
rjuod Luna maris aquas trahit, eas trahere etiam fol creditur nonnihil.
Afliones autem folis & Lunae pro vario utriufque pofitu mo- do confunAx
funt , & validius agunt , modo oppo- fit«, & mullis variifque modis
componuntur. Luna ipfa modo eft terrae propior, modo abeft longius, nec eadem
femper vi terram afHcit. Igitur in noviluniis, & xquinodiis xdus funt
majores , & cum Luna e(l perigea . Oportet etiam ad fenfibilem xftum
faciendum, mare , quod Lunx fubjicitur, elTe quam latiflimum. Itaque in oceano
xftus funt maximi ; in mediterra- neo mari xflus nullus eft, qui perfentiatur.
Eft enim hoc mare anguftum , nec nili per anguftiftimum Gadita- num fretum cum
occano communicat . Mare Cafpium anguftum eft, nec ullam cum oceano
communicationem habet; prxtereaLunx obliquum eft. Multo eft obliqui- us, &
longius diftat Balticum. In his ergo ^ftus eft nullus . I Sunt etiam littorum
flexus varii, & fretorum anguftix attendendx , quibus fluentium , &
refluen- tium aquarum curfus & fle^li , & retardari , & ac-
celerari* multis modis poffiint. Quare cum in me- diterraneo mari fenCbilis
xftus (it nullus , tamen cum (it fortafte aliquis , tam multx aqux ex orarum
fle- xu , infularumque pofltu in anguftiflimum (inum Ve- netum xftus tempore
immittuntur, ut .(it in hoc (i- nu fluxus rcfluxufque infignis . GAP. XVI. ^ De
Almofpbccra . .^^Tmofphxra eft illud fluidum craflius, pellucidum tamen, quod
terram ambit, neque diurnam habet converfionem , vel quod tcrrx quiefcenti
adhxreat, Tom, IK, I i vel ajo f H Y S 1 C M rcl quod terra fe convertens ipfum
fecum rapiat . De altitudine atmofphaerae non conftat.
Meteo» ra altifrinia quadraginta fere millia paiTuum a terra didare vifa funt.
Hanc altitudinem in igne quodam volante, Montanarius- conftituit . Atqui
meteora in_i atmofpharra verfantur , etenim diurnam converfionem non habent:
oportet igitur j atmofphaeram non mi* nus elTe altam , quam millia quadraginta
. Hanc al- titudinem fortalTe longilTime fuperat. Atmofphxra dellarum radios
antequam ad nos. perveniant, refringite Itaque ftells non ibi, ubi funt,
apparent . Adronomi ergo in condituendo dells cu- jufvis litu refraflionis
hujus rationem habent; quod ut commode, & rcfle fieret, Cadinus regulas
tra- didit . Cxll color creditur fieri in lucis tranfitu per atmofphxram
Humores terrx in particulas quamminimas atte- nuati , rarefa^ique , & fimiliter
particulx ficciores cujufvis generis propter levitatem , & caloris agita-
tionem per aerem evolant. Atmofphxra igitur con- dat partibus ex omni genere
fimul permixtis , & ed prope terram multo cradior.. Quod fi vapores multi in aere
fimul congregen- tur , fiunt nebulx , ac fi altiores fint , nubes. Faci- lius
in frigore congregantur, quam fi aer calore^ xduet , Itaque de hyeme nebulx
funt multx prope terram; nam prope terram frigus ed , & nubes funt
deprediores; xdate nubes funt altidimx. Si qua de caufa vapores ad fe fe mutuo
acce- den- F A K S 1 l 1. 2JI dentes
> fefeque attrahentes in guttas cohalefcant , decidunt, & pluviae fiunt,
qux xfiate rapidiores funt; nam ex altioribus cadunt nubibus; ideoquo guttas
afferunt grandiores ; nam cadentes altius plu- res vapores in illo tanto
defconfu offendunt , cofque fibi adjungunt , unde guttae craffiores. 'Quod fi
guttae frigore -obftriflae fint , fit nix , ac fi altius cadant ut de aeflate ,
aliofque vapores inter cadendum fibi adiurgant, eofque circa fe con- gelent ,
fit ‘grando; quan.qu nara primum nihil eft promptius cogitanti , quam Entis
notio ; deinde in definiendis accurate rebus , opor- tet invenire genus , quod
latius pateat quam ipfs ; velut in definiendo homine invenitur animal , quod
latius patet quam homo ; inveniri autem nihil po- tcft j quod latius pateat,
quam ens; igitur inveni- ri entis genus non poteft, ac propterca ne definitio
quidem . Sunt , qui putent ,
fe definire ens , cum dicunt ens efle id , quod diftinguitur a nihilo. Hi verum
dicunt, nam utique fi quid diftinguitur a nihilo, ens eft, fed tamen
definitionem bonam non afferunt; nam cum vocem id pronunciaveiint , fruftra
illud addunt, quod dijiiuguitur a nihilo. Quis enim non fa- tis ens intellexit,
limul ac illud id intellexit? Prae-
terea non eft entis notio per notionem nihili expli- canda , nam difficilius
intelligitur nihil , quam ali- quid . Eft autem ens verum, unum, bonum. Quae
qua- litates tranfcendentales dicuntur , quia tranfeerdunt, ad res omnes.
Itaque ens omne eft verum, nam ve- re eft id, quod eft. Eft etiam unum, nam
nullum cos eft multa cocia > fed unum tantum . Eft etiam bo- I s. m EPIT. EED ACTA. 2jp bonum ; nara eflendi
perfectionem habet . Eft autem perfeCtio omnis in eflendo ) nam nihili nulla
peife- Aio eft . De Vbfjibilihui , 6* Exijlentibut . Sunt autera rationes
eflfendi muItZ) vel potius in« finitx; attingam eas, qus funt notiores. Et
primum quidem nemo negaverit, res poflibiles elTe alio mo- do-, atque
exiftentes ; nam res poflibiles utique funt modo aliquo; etenim fi nullo
prorfus elTent modo, ne poflibiles quidem cflTent . Prsterea fi res pofiibi-
lis nullo prorfus modo eflet , nihil interelTet intei ipfaro , & nihil;
& tamen interefi aliquid, nam rem pofiibilem , uti montem aureum , creari a
Deo pof- fe, dicimus; creari poiTe nihil non dicimus. Tgitur inter res
poflibiles, & nihil intereft aliquid. Quod fi ita efl , res poflibiles funt
aliquo^ modo. Nemo tamen non videt, res poflibiles efle ali- ter, atque
exiflentes, & quafi minus efle^ ut videa- tur ipfa eflendi ratio fuos
habere gradus. Quare ret poflibiles entia diminuta ab aliquibus nominantur; quod
nomen irrideamus , fi volumus , modo rem te- neamus . Poflibilia a Philofophis
definiuntur, ut fint ea, quorum eflentia contradiAionem nullam habet. Qua- re
homo beilua non erit poflibilis ; nam homo efl rationale animal , beilua non
rationale; itaque homo K k 2 bel- Digitized b>GoogIe i6o METAPnrSICA bdlu 2
erit rationale > & non rationale; Io quo eft contradi^io . Exiftentes
vero res (ic definiri folent , ut lint res poficae extra nihil , & extra
caufas ; nam omnia> quae manant a caufa aliqua , exiftentia funt , etenim pollibilia
xterna funt, nec ulla caufa fiunt. £!1 au- tem in definitione additum illud
extra caufas; quia fi res exiftentes eae dicerentur , quae pofitae funt ex- tra
nihil , neque aliud adderetur, non fatis a pof- fibilibus difiini^uerentur ;
nam pofiibiles quoque ret (liQt extra nihil , cum diftinguantur a nihilo . De
Vrateritisy Pnefentibur , & Futuris^ .Ak-Tque hrec ipfa , quibus
participatur exifientia> habent quofda n quafi gradus , & varios clfendi
mo- dos ; nam antequam exidant , funt futura, & cunj exiftunt , piaefcntia
, & pofiquum extitcriot-, praete- rita . Sunt autem haec tria divcrfis
modis. Neque enim putandum eft , res futuras, & prae» terins nullo prorfus
modo eflc , nam fi nullo pror» fus modo elTent, neque res futurae a non futuris
di- ft;nguerentur , neque praeteritae a non praetentis, & tamen
diftinguuntur ; nam conflagratio mundi, cum futura fit, praenofci poteft; fi
futura non eifet,no« poflet ; & alia eft notio belli punici , quod fcimu»
olim fui (Te , & pro praeterito habemus; alia cfletr (i pro fabula
habeiemus. Quid Digitized by Google m EP1T. REDACTA. atfi Quid quod futura ,
& praeterita > quamvis mi- nus efTe videantur, quam przfentia , tamen
plus fune quodamodo, quam poflibilia? Quippe plus dicimus,' fi confljgrationem
mundi futuram efie dicamus , quam , H dicamus , elTe poflibilem ; &
(imiliter ft dicamus bellum punicum fuilTe olim , quam Ci dica- mus potuilTe
efle . Trahit ergo przfentia cujufque rei futuritatem> & prateritionem
quamdam, ut nullo in tempore^» przfens res elfe polGt, quin alio tempore futura
fue- rit , & fijt przterita in aliud tempus. Idque cadit in res omnes, quz
funt in tempore. Csterum fi qua res (it extra tempus, uti Deus , a quo res
omnes, & ipfum tempus manat , ea neque przfens , neque piz- terita dici
potent, neque has habebit cfsendi varietates. Non ergo przfentes folum res
funt. Sunt etiam aliquo modo res futurz, & res prxteritz; quamvis fint
diverfis modis. Eft autem unaquzque res pe» omnia tempora , fed in aliis
temporibus eo modo Cll , quo funt futura; in aliis eo modo, quo funt prxfentia
; in alus eo modo , quo funt pixterita . ■ De bis. quet i» fubjlantiis infunt.
iNfunt in fubftantia form* quxdam , feu proprie- tates , qux partes ejus non
funt , velut in homine rationalitas , animalitas , rilibilitas , alixque qux
par- tes noa funt > fed alio funt aomine appellandz, nana pai> z METJPHTSICA partes fubftantiac ipfae funt ,
& disjungi inter fe po(^ lunt , velut manus , & pedes ; rationalitas ,
ut ani- 'malitas , rifibilitas, neque fubiiantiae funt) neque in* ter fe
poffunt disjungi . Hs formae , feu formalitates , fcu proprietates (nihil enim
refert, quo nomine appellentur) per fe ciTe non polfunt, fed indigent alio, in
quofinc;id« que (i tollatur, intereunt, quafi elTentiam habeant imperfeflam,
quae fibi ipfa non fit fatis. Subfiantia
vero per fe eft . Videntur ergo formalitates nec ita, nec aeque effe , ut
fubftantia ; fed efie longe aliter, Si quafi minus. Quare ab aliquibus
Entitatulae di* cuntur; ridendinn nomen; fed aliquid fubeft veri. Formarum
autem infinita prope funt genera ; ea* que inter fe diverfifiima. Formae funt quaedam,
quas amittere fubfiantia non potefi , uti rifibilitas , quam homo non potcft
amittere ; funt aliae , quas fubfian* tia amittere potefi, uti rotunditas, quam
cera po* tcft amittere. Sunt alix, qiix feparari a fe Invicem non pol^ funt ,
uti in homine rifibilitas , & rationalitas ; funt alix qux feparari a fe
invicem polTunt, uti in coi* pore durities . & calor. Sunt alix magis
univerfales, allx minus ;&hx illas determinant , velut in homine magis
univerfalc efi animalitat, quam rationalitas ; & rationalitas de*' terminat
animalitatem , ut homo confiituatur . Hc ormx dicuntur gradus. Sic animalitas, &
rationali- tas dicuntur gradus in homine . At- Digitized by Google m EFIT. REDACTA, 253 Atque hx formx
omnes diverfos habenteflendi modos , unaquxque pro genere fuo . De Relationibur» R.EIatione*
quoque fuum proprium habent efle , quod explico in (imilitudine . Si enim
parietes funt fimiles, oportet, ut prxter parietes , fit etiam fimi- litudo
ipfa; nam qui dicit: paries, & paries funt fimiles , plus dicit , quam qui
dicit : paries , pa- ries funt; fimilicudo ergo aliquid addit ad parietes,
igitur fimilicudo quoque ipia quodam modo. Quis autem non videt ,
fimilitudinera effc lon- ge aliter . ac fint fubfiantix , feu parietes ip(i ;
nam primum parietes per fc funt, fimilicudo ipfa per fe elTe non poceft . Quid
? quod fimilicudo eft mirunv, quoddam vinculum , quo genera omnia conneiJlun-
tur ; nam & poflibilia exiftentibus fimilia dicuntur, & futura
prxteritis , & accidentia , & formx , & omnia , quxrumque aliquo
modo fune , fimilirudi- nero admittunt aliquam. Oportet ergo admirabilem
quamdam effe naturam fimilitudinis . Idcmque ad re- lationes alias transferri
poteft . Habet autem fimilttudo hoc etiam admirabile , quod nifi per
identitatem quamdam explicari non potefl . Nam fi dixeris parietes duos effe
fimiles, quia formaro eamdem habent, puta colorem eumdem, jam (ifflilicudinem
explicabis pei coloris identitatem. Quod Digitized b, unum idemque (int oportet
. De Diflinnhhibut . Diftingui dicuntur entia, cum nnum non cfi aliud.
Diftinguuntur autem per id, quod fingula in fe ipfis funt ,■ idque efle debet
unicuique proprium , nam ii fit aliis commune, per id non fit diftmfUo . Quid eft ergo proprium Sulpicio, quo diflingua- tur a
Lentulo? Non certe quod fit
fubftantia, nara & Lentulus fubftantia eft. Non quod fit corpus, nam &
Lentulus corpus eft . Non quod fit animal , nam & Lentulus animal eft . Non
quod fit rationale , nam & Lentulus rationale eft . Quid eft ergo in ipfa
Sulpicii eflentia quo diftinguatur a Lentulo? vel quid omnino ad animal, &
rationale addi debet , ut fit potius Sulpicius, quam Lentulus? Res eft
explicatu inter omnes difficillima . Quid- quid autem fit id quo Sulpicius a
Lentulo diftingui- tur ) vel individuum quodlibet ab alio quolibet , di- cituK m EPIT. EEBACTA. 26 ^ citur principium
individuationis ; quod quoniam in* explicabile eft , notari folet a
fcbolafticis nomine quodam abllradlo , quod a concreto ducitur , ut a Sulpicio
Sulpicitas , a Lentulo Lentulitas , a Paulo Pau litas . Verum quidquid fit
individuationis principium , quoniam res quxque ab aliis diftinguitur per id ,
quod ipfa in fe eft , non erat incongruum tot diHin61io« num genera numerare,
quot funt modi eflTendi. Ta*
men tria tantum in fcholis numerari folent . Prima didinflio ed ea , quae
intercedit inter fub- Aantias . Qua; fubdantise (ic inter fe didinguuntur >
ut unaquarque fine aliis elfe podlt, ut homo , & ar* bor ; nam & homo
fine arbore ede poiTet , & ar- bor fine homine. Haec didin^io ed longe maxima
| & didin61io rei ab re , five realis major dicitur . Altera didinfUo ed,
quae intercedit inter fub- ftantiam , & ejus modum, uti ea, quae intercedit
in- ter ceram, & ejus rotunditatem. Videtur autem in- ter fubdantiam, &
modum didindio ede minor , quam inter fubdantiam , & fubdantiam ; nam quam-
vis fubdantia fine modo efle poffit , ver. gr. cera fi- ne rotunditate ; modus
tamen fine fubdantia efTe^ p continebit quoque in fe eiTentias omnium rerum .
Ac poiTibilitas , qux in rei cujufque eiTentia elucet, in Deo ip(b conGllec, ut
nihil pro* pterea mirari oporteat , eflentias rerum , Sc poflibi- litates
Kternas efle, & neceflarias, quippe qux in Deo ipfo funt . Et (imiliter
quoniam res omnes continet , illa- rum quoque aptitudines continet , &
proportiones , & nexus omnes ; unde veritates in ipfo exidunt s* Cerns
atque immutabiles, quas nulla caufa effecit, cum fint ipfs per fe necelTario ,
funt enim Deus ipfc . Oportet autem cognofcat fe ipfum Deus, (i per- feAiiCmus
quidem eft , & fe amet , & de fe gau- deat . Cum ergo veritates , &
effentias contineat omnes, & omnino bona omnia; co.,nofcens fe ip- fum
engnofeit omnia , & amat de omnibus , Sc omni fruitur bono, feque ipfo
contentus eft, beatif- fimufque . Nec nifi unus Deus elfe poted ; nam cum fit
cumulus perfcflionum omnium , non poted hic cumu- lus nifi unus elfe . Prxterea
fi Dij fingantur duo , oportebit utrumque perfeftiffimum effe . Erunt ergo
fimillimi , ergo una & eaBera res erunt . Neque vero perteflioi es in Deo
funt, uti par- tes, quaii unaquxque dare per fe polTit fine altera ; nam fi ita
effet , jam unaqusque perfcAio haberet imperft^li aliquid ; & Deus ipfe ex
perfedlionibus multis coalefceret, quafi per accidens, quo nihil ab- fur- I 270
METAPHYSICA furdius dici poteft . Sic funt ergo perfeftiones om- nes in Deo ,
ut fe mutuo contineant , & (int om- nes una , & fumma perfeftio . Quo
apparet fumraa fimplicitas Dei . Cave autem putes, perfec^liones hafce, five
hanc perfe^iionum fummam cuipiam fubftantiae adhaere- re, quae fit Deus; etenim
perfeftio fumma fubfiftit ipfa per fe , neque fubftantia indiget , & ipfa
cft Deus. Quare non fatis reile dicitur, Deus efle res bona , aut res pulchra ,
quafi fubftantia , aut res fit qusepiam , cui bonitas accedat, aut pulchritudo
; di- cendum eft potius , Deum efle bonitatem ipfam , & pulchritudinem
ipfam , & ipfam veritatem , & ip- fum efle . Sunt autem res aliae
multae pulchrs , quia ex il- la pulchritudine participant , & funt bon* ,
quia ex illa bonitate participant , & omnino verae funt , quia ex illa
veritate , & ex illa eflentia participant. Participat enim fe Deus ad extra
inexplicabili quo- dam modo, & facit, ut illa exiftant, quaeexiftunt. Atque ut fe varie participat, varia efficit &
rerum , & modorum genera , quae nifi a Deo , aliunde efle non poflunt .
Poflibilitas vero harufii rerum eft ipfa Dei par- ticipabilitas. Neque fi dicas
montem aureum efle-» pnflibilem , aliud dicis, nifi Deum participari fic pof-
fe , ut mons aureus exiftat . Sic Deus participando fe fe facit , ut quae
tantum poflibilia erant , fiant exiftentia ; in quo confiftlt inexplicabilis
rerum crea- tio. IK EPIT REDACTA. 271
tio . Participatione autem jugi res omnes ad cem> pus confervat , qux in
nihilum redeant , fi ceflet participatio . Non efi autem dubium , quin
potentif* fimus is fit) qui hxc faciat, idemque fit in rebus omnibus , quibus
participat fe jugiter . Idemque fit oportet in temporibus , & locis omnibus
, quippe & loca jpfe creat , & tempora , quo apparet, ipfum ante loca
elfe omnia, & ante tempora , nec loco indigere , nec tempore . Eft er- go
immenfus , cum fit in locis omnibus , vel poti- us cum 'oca fint omnia in ipfo;
& efi xternus cum fit ipfe in fe extra tempus , neque praeteritio , ne- que
futuritas in eum cadat , quamquam participan- do fe fe creet tempora, & res
omnes, quae laben- tes per tempora, modo futurae, modo praefentes di- cuntur,
modo praeterit». Ha^enus quamdam Oei formam , ut mihi licu- it, breviflime
adumbravi non multum a Platonicis, Cartefianifque difcedens , quorum
Philofophia nihil elfe magnificentius potefi . At inquies : tam magnifici Del
pofiibilitas non demonftratur. Nam quamvis demonftretur, perfcdlio- nes ,
quibus Deus confiituitur , fi fint, non repugna- re inter fe; hoc tamen non eft
fatis ; oporteret eti- am demonftrare perfecftiones has revera efle ; non- vero
a nobis fingi ; atqui hoc non demonftratur , ergo pofiibilitas Dei non
demonftratur ; ergo ne exi- fientia quidem. Refpondeo . Nego majorem, namque
ad. de- mon- l ili METAVHTSIC A monftrandani poflibilitatetn cujufvis rei , non
eft ne- cefTe demonftrare prius eam rem , aut ejus conflitu- tiva efle , fed fatis
eft haec fingere , fi enim conditu- tiva rei tibi finxeris , caque invenies non
repugnare inter fe , rc6l4 concludes poflibilem rem efle. Ne- que alio modo rei
cujufvis probatur poflibilitas . Dices : poflibilitas ifta eft folum per mentem
} non vero a parte rei , five extra mentem noftram ; etenim has perfeftiones
inter fe non repugnantes no- bis ipfi fingimus; ergo non oftenditur Deum
cdfepof- fibilcm a parte rei . Rcfpondeo ; nego antecedens . Nam perfe^Ho- nes
non fingimus efle per mentem , fed fingimus ef- fe fimpliciter, ac cum illas
inveniamus non repugna- re» concludimus Deum efle poflibilem a parte rei* Sic
probamus poflibilitatem montis aurei ; nam no- bis primum ejus conftitutiva
fimpliciter proponimus, nihil quxrentes , an fint per mentem , an a parte rei ;
& quoniam fic ea nobis proponentes non re- pugnare invenimus » non
dubitamus aflercre montem aureum efle poflibilem a parte rei • Nifi hoc modo
poflibilitates rerum demonftrare liceat, nullius um« quam rei poflibilitas
dcmonftrabitur . Utrum nomen Ens fit univocum Deo , & rebus creatis . Sunt
qui putant, pofle concipi formam quamdam entis ita abftraflam ab adjunftis
omnibus, ut fit io- diflercof ad efle vel Deum , vel rem creatam ; nam fl illi
Digitized by Googk; IN EPIT. REDACTA. 273 (i illi addantur perfeAiones omnes ,
flve afeitas, quae una omnes continet , fit Deus ; fi illi addatur im-
perfcftio aliqua ver. gr. abalietas , fit creatura. At- que horum opinione j
haec forma entis ipfa per arque Deo convenit, ac creaturae, & eft eadem tum
in Deo , tum in creatura . Volunt vero , entis no- mine hanc ipfara formam
fignificari , ideoque putant, nomen Ens clTe univocum Deo, & creatis rebus.
Horum ratio fatis refelletur , fi oftendatiir non pofle concipi ens , quod fit
indifferens ad effe vel Deum, vel creaturam. Id autem fic oftendo. Si
concipitur tale ens indifferens , jam concipitur in_. Deo indifferentia quaedam
, feu potentialitas; nam concipitur in Deo aliquid quod efi quidem Deus ,
adjun^lis nonnullis , fed pdtuiffet etiam non effe , his non adjunflis ; atqui
hsc indifferentia feu potentia- litas eft imperfe^lio ; ergo concipitur in Deo
imper- feflio . Quod fieii non poteft . ' Et fane omnes docent, Deum effe aftum
pu- ri flimum cui nulla admifeetur potentialitas , nihil enim in Deo eft , quod
poffit vel perfeiftionem accipere , vel non accipere ; fed quidquid in ipfo eft
, eo ipfo perfeftiffmum a£lu eft. Dices : potentialitas ifta tota eft in
concepta noftro , non vero in Deo ipfo ; nam nos quidem^ concipimus in Deo
rationem quamdam entis , quae ipfa per fe eft indifferens ad pcrfc^liones
omnes; fed hxc entis ratio in Deo ipfo non eft . Quare poten- tialitas logica
dicitur , non phyfica ; imperfeiftio Tom, IIL M ra autem METAPhUSICA autem
logica , qu* eft tantum in conceptu noftro , excludi a Deo non debet; nam
utique Deum fetn- per iroperfeae concipimus ; ergo potentialitas ifta non eft a
Deo excludenda. Rcfpondeo : diftinguo minorem ; imperfeftio lo“ gica a Deo
excludi non debet : ideft pofTumus imper* fcae concipere Deum : concedo ideft
pofluraus concipe- re Deum imperfeaum; nego . Qui autem concipiunt in Deo
rationem entis , quae ipfa per fe fit indiffe- rens ad perfeibones omnes ,
quaeque potuerit effe iroperfefta , concipiunt Deum imperfeftum . Ifto mo- do
poffent adverfarii concipere flagitiofilCmum De- um t dicentes imperfeftionem
efle tantum logicam ^ eamque effe in conceptu fuo , non autem in Deo ipfo .
Dices : pofTumus utique concipere in Deo fo- iam entis rationem prafcindendo a
differentiis, fcu perfeilionibus omnibus , nihilque de his cogitando ; fcd ha!C
eadem entis ratio convenit etiam rebus creatis; ergo pofTumus eam entis
rationem conci- pere , quae & Deo conveniat , & rebus creatis .
Refpondeo : negando majorem , nam fi conci- pimus quamdam rationem entis ,
& fic praefeindimus a differentiis omnibus , ut haec eadem entis ratio pof-
fit convenire creatis rebus , impoflibilc eft , hanq camdem convenire Deo . Dices : quemadmodum in Deo feparari non po- teft
ratio entis a perfeffionibus omnibus , ita neque petentia feparari poteft a
pulchritudine; atqui po- ten- N EP/r.
REDJCTA. 275 centiani confiderare pofTumus non confiderata pul- chritudine ;
& fic potentiam prsfcindere a pulchri- tudine , ergo etiam rationem entis
prxfcindeie pof* fumus a perfeAionibus omnibus. Refpondeo : diftinguo minorem :
pofliimus pr«- fcindere potentiam a pulchritudine , ideft confidera- re
potentiam non confiderata pulchritudine, conce- do ; idefi polTumus concipere
potentiam , qus fit in- differens , 6 i polTit ex adjunflo aliquo fieri vel pul-
chra , vel etiam non pulchra , nego ; nam fi talem potentiam concipimus, eam
potentiam concipimus, quae in Deum non cadit. Idem transfer sd ipfanLi entis
rationem , que fi efl indifferens ad perfeAia- nes omnes , non cadit in Deum.
Et vero fi quis confideret potentiam fummam , non omnino prefeindit a
pulchritudine , quamvis pulchritudinem non advertat ; nam potentia fumma fine
fumma pulchritudine effe non potefl . Quare^ potentiam fummam confiderans ,
confiderat implici- te pulchritudinem, & perfcfHones alias omnes, &
Deum confiderat; fed fi potentiam fummam confide- ret, que poffit effe non
pulchra, perinde facit, ut fi Deum proponeret fibi non pulchrum , & in
abfur- dum incidit. Dices; Cum definiatur Deus Ens perfe^ifllmum; illud ens eft
genus , ergo & Deo convenit, & re- bus aliis ; ergo eft aliquid , quod
& Deo , & rebus aliis conveniat. Refpondeo: Deum nulli generi fubieflum
eCTe M m z neque 2-j 6 METArnrsicA reque Jcfinltione uHa propria definiri
poflTe . Dici- tur autem ens perfeftiffimum , non ad eum definien- dum , uti
res aliae definiuntur, fed ad ejus naturam aliquo modo explicandam ; quae
melius fortalTe ex- plicaretur , fi diceretur non ens perfefiillimum , fed
perfeiftifiimum tantum, vel potius perfeftio ipfa, vel potius elfe ipfum .
quemadmodum explicavit fc De- us ipfe, cum roganti Moyfi, quid eiTet)
refpondit: fum qui fum . Dices : Ens nihil aliud fignificat , nifi id , quod
difiinguitur a nihilo ; fed Deus diftinguitur a nihi- lo ) & res creatae
difimguuntur a nihilo; ergo no- men ens convenit Deo , & rebus creatis , &
idem in omnibus fignificat, ideoque convenit univoce. Refpondeo ; & nego
nomen ens idem fignifica- re in Deo , & in rebus creatis nam quamvis &
in Deo & in rebus creatis fignificct id , quod diftingui- tur a nihilo ;
hoc ipfum difiingui a nihilo non eft idem in Deo , & in rebus creatis;
aliter enim di- fiinguitur a nihilo Deus , aliter creata res ; & om- nino
quxfiio , qux fit dc nomine tns , eadem fieri quoque poteft de hoc altero
nomine dijlindum a ni- iilo . m ETir.
BEDACTA. 277 De Veritatibus ultimis . Eritates seternx , & neccflari*
infinitae funt. H is fcicntis tota» contexuntur . geometria , arithme- tica ,
aliaeque. Nos aurem veritates hafce omnes co- gnofcerc uno adfpeilu non
poflumus , fed ex aliis ad alias argumentando progredimur , donec ad eas
perveniamus , quae ipis per fe fint notiflimae , nec argumentatione indigeant.
Hae principia, & verita- tes ultimae dici pofiunc . Sunt qui principium
ultimum , a quo aliae om- res veritates ducantur, putent cfle illud:
impojjfibi- le eji idem Jimul ejfe , & non ejje ; in qu® principio is
peccat, qui rem eamdem fimul ponit, fimul tel- ]it , five affirmat fimul negat
, Sunt alii qui ad hoc principium illud addi velint: quodlibet eJl uel non efl
; ut appareat alterius paitis nccclfitatem effe quamdam . Sed bi frufira , nam
principium quodlibct includitur in principio impojphile . Idque fic probo.
Principium Quodlibet includitur in principio /m- ffijpbile , fi peccare in illo
non petes , quin ftatim , & immediate in hoc pecces ; fed ira eft , ergo
il- lud in hoc includitur . Probo minorem . Peccare in illo non potes , nifi
negando utramque partem efl & non eft ac dicendo de eadem re non eft ,
& non non eft. Sed id faciens ftatim, 61 immediate peccas ia pnneipio
altero ; impojpbile eft tdem Jimul ejfe noM Digitized by; Googie 2^8
METAVUrSJCA non ejje; ergo peccare in illo non potes ) quin fta- tim I &
immediate in hoc pecces . Probo minorem : dicens uon efl^ ponis rem non efle,
non non ejl ^ gas rem non efle , ergo ponis, & negas idem ; fed fi ponis ,
& negas idem , flatim & immediate peccas in principio illo: ImpJJtbile
ejl idem Jimtd ejje , & non ejje ; ergo &c. Sunt qui hzc fubtilius ,
& fufius tranari velint; fed prxter quam quod inutilis eft quxflio , fxpe
e- tiam , meo quidem judicio , in ambiguis tantum vo* cibus tcvolvuntur. De
Modo & Ee , ^^^Odus refultat in re, neque videtur efle poffe jiifi in re
ipfa, quamvis res fine ipfo efle poflit. Vclut rotunditas , quz refultat in
cera , fublata ce- ra efle non poteft, fed poteft tamen cera efle fino
rotunditate. Sunt qui velint, a parte rei nullam ef- fe diftindlionem inter
modum & rem . Contra quos fic argumentor. " Si nulla omnino eflet
diftinfllo inter modum , Si rem , deberent modus & res perferam habere
identitatem , qualem habent homo , & animal ra- tionale ; fed hanc perfeAam
identitatem non habent,"* ergo diftinftio inter modum, & rem eft
aliqua. Pro- bo minorem . Si perfeftam haberent identitatem, ne-', que
rotunditas fine cera, neque cera Cne rotundi- tate Digitized by Googlc' 7 N
EFir. KEDACTA, 279 tate efle poflet; ficuti , quia bono & animal ratio-
nale habent perfeAam identitatem , neque homo fi- ne animali rationali cfie
potefi , neque animal ratio- nale fine homine; at qui cera fine rotunditate eCc
potefi ; ergo inter rotunditatem & ceram , & om- nino inter modum ,
& rem non eft perfera iden- titas. Dices : Neque rotunditas fine cera
rotunda eC~ fe poteft , neque cera rotunda fine rotunditate; er- go eft utique
inter rotunditatem , & ceram rotun- dam perfe^la identitas . Refpondeo
omitto hoc totum ; non enim hic quaeritur, an rotunditas difiinguatur a cera
rotun- da. Nemo ignorat totum hoc: cera rotunda duo in- cludere , ceram &
rotunditatem , manifefiiflimumque eft non pofle rotunditatem diftingui omnino
ab hoc toto in quo includitur , fcd identificati cum eo , fi non totaliter,
faltem partialiter, nempe cura ro- tunditate , quae illius pars eft . Quid ergo
quaeritur ? Quaeritur an rotunditas haec ipfa diftinguatur a cera . Vel potius
quaeritur , an, cum dicitur cera rotunda ^ illud rotunda aliquid addat cerae.
Quo loco vel dicis, nihil addere, vel dicis aliquid addere; fi dicis, nihil
addere; jam.* idem erit dicere cera rotunda , ac cera tantum , quod falfum eft.
Si dicis, aliquid addere, jam oportebit hoc aliquid rion efle omnino idem ac
cera , nam fi eflet omnino idem ac cera non adderetur cerae . Dices : fi ceta
eft rotunda per aliquid fibi ad- ditum 1 Digitized by Googie jSo METATHYSIC /1
ditum , nempe per rotunditatem; etiam rotunditai haec ipfa erit rotunda per
aliquid aliud fibi addi- tum . Idemque de fingulis modis dici poterit; erit- que
infinitus proceffiis in fingulis ; quod admitti non debet. ^ ■ Refipondeo.
Rotunditas non per aliquid fibi ad- ditum , fied ipfa per fe eft rotunda ; nam
eft forma- liter ipfa ipfiflima rotunditatis ratio ; cera vero, cura non fit
ipfa rotunditatis ratio , debet fieri rotunda per aliquid aliud: Idera hic de
modis aliis. Nara partes ver. gr. efi albus per aliquid additum ; albe- do eft
alba per fe ; & partes quae uniuntur, uniun- tur per aliquid aliud, unio
ipfa unitur per Ce . Quamquam rotunditas dicitur rotunda minus proprie; nam
rotunditas non eft ipfa rotunda, fed eft id , quo res funt rotundx ; ficuti
durities non eft dura, fed eft id, quo res dicuntur durae ;& gra- vitas non
eft gravis, fed eft id, quo corpora dicun- tur gravia , & fimiliter dolor
non eft id , quod do- let , neque gaudium id, quod gaudet, fed id, quo res
dicitur vel dolens , vel gaudens . Neque
omni- no irridendi funt illi, qui hac diftinflionc utuntur. Rotunditas eft
rotunda, non ut quod , fed ut quo ; nam utique rotunditas noo eft id eft
rotundum, fed id , quo res fit rotunda , De Digitized by Googie IK EFIT.
REDACTA. 28t De futurorum veritate , JFutura habent verifTirouni quoddam
certiiTioiumque efle ; nam ficut przfentia qua: fune , non poliunt non eOc przfentia
, & quz funt przterita , non pof- funt non elTe przterita , ita etiam quz
funt futura, non poffunt non c0e futura . - Ut autem przteritio pendet a
przfentia rei; idcirco enim res eft nunc przterita , quia przfens olim fuit ;
ita etiam futuritas pendet a przfentia rei; idcirco enim res nunc eft futura,
quia olim przfens «rit. Przfentia ergo rei diffundit futuritatera fui per omnia
tempora, quz ipfap antecedunt, & przte- ritionem fui per omnia tempora ,
quz ipfam confe- quntur . Quod ii rei przfentia ab aliqua caufa pendet , ab
eadem caufa quoque pendent & futuritas, Sc przteritio; neque caufa ponit
nunc rem przfentemi quia res fututa fuit, fed contra futura res fuit, quia
caufa nunc illam przfentcm ponit . Itaque futuritas nullam caufis vim facit ,
neque eas cogit producere effeftus iuos ; cum ipfa ab his caufis pendeat , non
caufz ab ipfa . Quare poteft caufa effe libera ad ponendum cf- feflum , &
non ponendum; etiam fi , cum effeiflum przfentem ponit , effedus idem per omnia
tempora futurus fuerit. Quo tollitur illa caufarum aflionum- que neceflitas ,
quam illi induxerunt, qui fato om« T»m. m, N o nia 282 METAPHTSICA nla Heri
exldimabant ; putabaat enim prefentes res cfTe , quia futorx fuetunCi non
futuras fuifle « q«ia priefcnces funt . In quo rcAe ab ArUlotele Philofo* pho
fummo reprehenduntur. Qiiaraquam argumentum obijeiebant non leve « Si Paulus
cras non difputabit, difputatio ejus non poteft hodie effe futura ; ergo fi
difputatio ejus ho- die efi futura , neceflario cras difputabit. Futuritas ergo
inducit necefiitatera . Hic juxta Ariftotclera duplex necefiicas agnofei debet
. Alia efi enim hypothetica ) & confequens ; alia abfoluta,&
antecedens. Hypotheticafeuconfequens eft illa necellitas, quam habet res,
elTendi , fuppo- fito quod fit ; atque hzc neceflitas libertatem cau* fis non
tollit ; nulla enim caufa dicitur libera ex eo quod poilie efficere , ut
cfTedlas , fi fit, non fit. Hoc quidem modo caufa nulla libera eft. Abfoluta
ne- ceffitas, five antecedens efi illa, quam habet res, tranfeundi a non efle
ad elTe , itaque hsc neceffitai cadit in rem, etiamfi res fupponatur non efle.
Atque hsc neceflitas libertatem caufarum tollit, fatum inducit. His politis ad
argumentum fic refpondetur ; difputatio craftina Pauli neceflario fequi debet,
cutu hodie fit futura; verum illa neceflitas eft hypothe- tica non abfoluta ,
etenim fi difputatio craflina ne- ceflario fequetur, quia nunc eft futura ; cum
nunc fit futura, quia cras fequetur, neceflario fequetur, quia fequetur , qus
neceflitas eft hypoth-ric? . Sunt, qui putent rei futuritan n co . ix.. Digitized by Google IN EPIT.
EEDACTA. 283 quodam Dei decreto > nam cum res nulla c(Te pof» (it ) nifi
Deus de illa aliquo modo in fua zteinita* te decreverit , exillimant
futuritatem cujufque rei efle formaliter hoc ipfum decretum . Quod quemad-
modum tueri poilinti ipfl viderint. Mihi videtur fu« turitas debere potius
profluere a prxfentia rei 1 que manat modo aliquo ad omnia tempora. His vifls
expeditior erit Logicorum qusflio:an propofltio de futuro contingenti (it vel
dcteiminate vera, vel determinate falfa: v. g. ao propofltio; Paulus cras
difputabit , que propofltio efl de futuro contingenti (eft enim de difputatione
Pauli, que adhuc poteft contingere, & poteft non contingere) an , inquam ,
hec propofltio flt nunc determinate^ vera , aut determinate falla . Sunt enim ,
qui pu- tent , eam nunc quidem nec Veram , nec falfam ef- fe , fed
indeterminatam . Refpondeo autem cum Ariftotele , efle aut de- terminate veram,
aut determinate falfam . Quod fle probo. Paulus ens vel difputabit, vel non
difputa- bit . Si difputabit ; jam ejus difpuratio efl hodie fu- tura , ergo
propofltio Paulus cras difputabit, efl de- terminate vera; habet enim quidquid
requiritur , ut flt vera, quippe quia ipfa aflerit difputationem Pau- li efle
futuram, & difputatio Pauli vere efl futura* Si vero Paulus cras non
difputabit , jam ejus difpu- tatio non efl futura ; ergo propofltio efl
determina- te falfa , nam cum aflerat difputationem Pauli efle futuram , qux
vere non eft futura , habet jam quid- quid requicitur, ut flt falfa . N n 2 Di- 284 METAPHTSIC A. Dices : Propofitio
quscque determinatur ad ef- fc veram, vel falfaro ab obiero fuo ; nam fi obie*
£lum illi afiimilatur, dicitur vera; fi non, falfa . Quare fi obieflum non eft
determinatum , propofitio determinata e(Te non poteft . Atqui hujus propofitio-
nis : Paulus cras difputabit , obieftum non eft deter- minatum ; nam ejus
obieAum eft ipfa difputatio, qux non eft determinata, fed determinabitur cras;
ergo h«c propofitio : Paulus cras difputabit non poteft efle determinata .
Rcfpondeo diftinguo majorem . Si obiciftum non eft determinatu, neque
determinandu; propofitio determi- nata cH'e non poteft, concedo , Si obieAum
non eft deter- minatum , fed eft tamen determinandum; propofitio de- terminata
elTe non poteft, nego. Difputatio autem Pau- li, quamvis non fit determinata,
eft tamen deter- minanda ; itaque poteft verificare propofitionem de futuro;
nam propofitiones de futuro verificari debent non per obie^lum determinatura ,
ut adverfarii vel- le videntur-, fed per obieftum determinandum. Dices ; Si
difputatio Pauli determinabitur cras, cum Paulus difputabit, propofitio cras
erit vera; non autem hodie . Kefpondeo . Immo cras, cum Paulus difputa- bit ,
propofitio erit falfa ; etenim propofitio ; Paulus difputabit, aflerit
difputationcm Pauli elTe futuram, idque falfum erit , ftatim ac Pauli
difputatio fiet pisefens. Non poteft ergo propofitio h»c : Paulus difputabit,
cfte vera, nifi antequam Paulus difj^u- ut. DigTtizedJby'OLX7gle IS EPIT. REDACTA»
tet , quo tempore difputatio non eft prsfens , fed eft futura . Dices. Id, quod
non eft , determinare propo* (itionem non poteft. Difputatio Pauli hodie non
eft; ergo hodie determinare propofitionem non poteft . Refpondeo diftinguendo
majorem : quod non eft neque prxfens, neque futurum, determinare propo-
(itionem non poted; concedo. Quod non eft prx- fens, fed tamen eft futurum , nego . Difputatio autem
Pauli quamvis nunc non (it prxfens , nunc tamen eft futura ; ac propofitio cum
fit de futuro , non per prxfentem difputationem verificatur , fed per futuram»
Dices ; fi propofitio : Paulus cras difputabit , eft jam nunc determinate vera
, non poterit cras Pau- lus non difputare ; repugnat enim propofitionem il- lam
elTe veram, & Paulum cras non * difputare ; er- go difputabit necelTario ;
ergo non libere . Refpondeo . diftinguendo : & hxc neceilitas eft
hypothetica, concedo; eft abfoluta, nego . Eft autem hypothetica; etenim ut
propofitio fit jam nunc ve- ra , fatis eft fi difputatio Pauli fit jam nunc
futura ; itaque ventas propofitionis non aliam inducit ne- ceftitatem , nifi
illam , quam inducit ipfa futuritas . Hxc autem, ut fupra explicavimus, eft
neceilitas hypothetica ; ergo veritas propofitionis non inducit nifi
neceifitatem hypotheticam , qux neceftitas liber- tatem non tollit. Difputabit
ergo Paulus cras libere; e- tiamfi verum jam nunc fit, ipfura cras efle
difputatu* tum* DE DE HOMINE TRACTATIO BREVISSIMA. ^ J Omo duabus partibus componitur > anima 6c
corpore mirabili quodam modo inter fe junAis. De his dicendum eft aliquid , ut
dc quales lint partes fingulc } & quo modo uniri poflint , non omnino
ignoremus. Turpe (it enim
(ludium omne io aliis re- bus ponere | in nobismetipfis nullum . QtiU St Anima,
P Ars illa hominis « qu* iotelligit , & vult 5 dici- tur anima g neque
dcHr^io animrt alia e(l melior • Intelligens porro animus & volens plane
fentit, •umdem fe cfl*ei qui & intcliigitj & vult; ac cum multa
meminerit , & pernofeat > & apprehendat » Cc colligati que ad intelligentiam
videntur pertine- aci multa etiam amore compleAatUT) & multa re- fugiat I
Sc in aliis letetur } in aliis moereat) que videntur voluntatis cflci in his
quoque omnibus pla- ne fentit I eumdem fe eife femper . Ac cum corpus quoddam
multis partibus com- politum I capite» bumer») peAorci cruribus, alii(^ que /
TRACTATIO BRRfT, itj que pertinere maxime ad fe putet) omnino intelli- git,
unum eumdemque fe eflct ad quem pertineant bzc omnia ; nec aliud fe efle in
manibui ) aliud in pedibus. Omninoque
fentit fe, qui dolet in manu , cumdem illum e&e qui bene habet in pede .
Suam ergo identitatem fentit anima in omnibus . Quo fane apparet, naturam
quamdam fimpli- cero eflTe animam , neque diftinAis partibus conila- re; nam fi
dillindit partibus conflaret, nihilque ef- fct aliud, nili partes multse firoul
juaflc , non fc/ eamdem fentiret in omnibus; neque fi una pars vel- let ,
altera intelligeret ; eflentque h« duc partes in- ter fe dillindlae, pofTet id,
quod intelligit, dicere: ego ille idem plane fum , qui volo ; meumque ell ut in-
telligere , ita & velle . Quod cum dicat anima, ma- nifeflum ell ,
fimplicem eam efle , neque partibue conflare . Quod fi ita ell, jam neque
dividi poterit, ne- que refolvi in partes, neque omnino mori; efl er- go
immortalis . Et ell etiam dillinAa a corpore, nara corpus refolvi in partes
potell . Ac fi diflinguitur a corpore, & efl fimplicis naturae, &
praeterea inteU « ligic , & vult , jam omnia habet , quibus fpiritui a-
gnofci folet . Anima ergo ell fpiritus . De AnmE HOMINE in nihilum redigi .
Sunt autem , qui metuant) ne id aliquando accidat» prsfertim in moite hominis .
Hi fane ridendi : EA enim hoc quaH primum » apud phyiicos , modos quidem &
accidentia tolli , fubAanti- am vero nullam in. natura deArui. Quod fi nullus
cA metus in fubAantiis aliis, ne in nihilum redigan- tur , quid eA , cur id
metuamus in anima . Manet ergo anima poA mortem hominis , neque aliud eA mors ,
nili feparatio animae a corpore. . Difficilior eA quaeAio , an fuerit anima ,
ante- quam homo conciperetur . Platonici fuilTe affirma- runt , eamque ,
antequam corpori conjungeretur , meliorem vitam vixiAe, in pulcherrimis rerum
for- mis, eflentiifque fempiternis contemplandis occupa- tam ; poA culpa aliqua
admiffia in corpus , tamquam in carcerem , fuifle conjeftam ; quo exfolvatur
per mortem ; ac A refte fapienterque in hac vita fc gef- ferit , rurfum ad
a:tcrnas formas , Ave ideas , evo- lare ; An autem vitiis fe dederit , vel
multis modis cruciari, vel migrare in alia corpora>. Hi ergo animas noAras fuiffe,
antequam orire- mur, his potiffimum probabant rationibus. Primum nullam Phyfici fubAantiam putant de novo Aeri
io natura ; A ergo fubAantia alia nulla repente exiAit, cur id credamus in fola
anima ? Praeterea , ajebant illi , ineA In nobis tranfaAx alterius vitae
recordatio. Etenim veritates multas univerfales cognofeimus 1 zternas , &
neceAarias , quas in hac vita non didicimus ; nihil enim univer- falc Digitized
by TRACTATIO BREV. ^tg fa!e oftendunt nobis fenfuSj nihil sternum, nihil ne>
celTarium; oportet ergo ut has veritates in vita alia quadam ex idearum
contemplatione didicerimus, de quibus in hac vita recordemur; habemus ergo in_.
his aliquam prsterits vitx recordationem . Habent hxc veri fimilitudinem
quamdam ; fed Chriftiani qui platonicaro philofbphiam in multis com ficit , fed
etiam dc his fatis. Tom, Ikl» P p De DE HOMIKE apS De Corpore , I^Umani
corporis formam pauciflimis adumbrabo, ut loca oftendam , in quibus qusftiones
prxcipuc folent fieri. Anatomicorum , Medicorumque eft, & has ipfas , & alias multo plures
diligenter copiofe* que traflare . Corpus humanum componitur artubus , &
trun- co . Artus alii funt fuperiores , alii inferiores . Su- periores funt
brachia , & manus ; inferiores coxae , crura, & pedes. In his minus
laborant Anatomici. Truncus dividitur in tres ventres, quorum fupremus dicitur
caput , medius thorax , infimus abdomen . Univerfum Corpus involvunt
integumenta qua- tuor,^uae communia dicuntur, quorum extimum eft cuticula ,
quae tenuiftima pellicula eft , corpus quali velans. Cuticulx fuccedit cutis, c qua
furgunt ner- vofi apices, qui papillae dicuntur. Interius habet cu- tis
innumerabiles, & perexiguas glandulas, que mi- liares dicuntur : per has
excernitur fudor, qui per poros cutis extra corpus manat . Infra cutem pinguedo
eft, unftuofa materia, atque oleofa, membranaceis faeculis contenta . Haec
quamvis pro integumento communi habeatur , tamen in partibus quibufdam deeft,
uti in fronte, & labi- is. Pinguedini
fubeft membrana carnofa , quae & ner- veis fibris, & carneis cooftat. Hoc ultimum inte* gu-
Digitized by Googie TK ACTAT 10 BKEV. 299 gutnentum e(l . Sed jam pauca de
ventribus dica» mus , ia quos truncus dividitur . De Capite . O^Aput in faciem
, & calvam diftingui folet. Cal-
va cranio fere continetur, magno ofle , & cavo, cui fuperextenditur
membrana pericranium difla. In cranio cerebrum continetur, vifcus prscipu- um .
Hoc membranae invefliunt duae, quarum quae fupcrior eft , & cranio
adhaerens , cum durior fit , & craffior dura mater , feu dura meninx
appellatur, altera, quae cerebrum ipfum contingit , tenujor mul- to , &
mollior , pia mater , feu pia meninx . Dura mater proceflfus habet duos ,
quorum alter in cerebrum alte penetrat , ipfumque in partes duas dividit,
dexteram & finiftram ; hic proceflus propter formam falcatus dicitur , feu
falx . Procefius alter difiungit a cerebro partem quamdam , quse cerebel- lum
dicitur , quafi parvum cerebrum . Porro cerebrum ipfum in duas partes dividitur
exteriorem , & interiorem , quas vel ipfe color di- ftinguit. Exterior ,
quae etiam cortex dicitur, feu fubfiantia corticalis , tota cinerea eft;
interior , quae eft quafi medulla , & medullaris dicitur , albiilima .
Creditur corticalis pars glandulis contexta effe; Sc- inde filamenta duci,
quibus medullaris componitur Qt per glandulas feparetur tenuifiimus quipiam hu-
F p 2 mor, DE HOMIKE (Dor, qui per
filamenta, quafi per du6fu9 quofdara deferatur. Cerebellum partes habet , uti
cerebrum , ac cum medulla cerebri ad cerebellum propagetur, hinc ea- dem
propagata longius , medulla oblongata dicitur, atque e cranio exiens fefeque
per vertebras cervi- cis , & dorfi immittens rpinalis medullz nomen ac-
cipit. Atque haec omnia tenuiffimis venis , & arteriis referta funt;
Oriuntur autem cum a cerebro, tum a fpinali medulla nervi quamplurimi , qui
late per totum corpus difperguntur ; creduntur vero canales elTe , per quos
animales fpiritus, five tenuiflimus Ic- viflimufque vapor per glandulas in
cerebro praefer- tim excretus ad omnes partes derivetur . Horum ner- vorum
aliquot explicemus, qui ad nafum , ad aures, ad oculos, & ad linguam
feruntur; ac pauca do his quoque partibus dicentes caput hoc abfolvamus. Unum
par nervorum a cerebro oritur , qui ad nafum feruntur, & terminantur ad os,
quod fupre- mam nafi partem claudit . Duo hi nervi dicuntur proceflus
mamillares; didlum modo os , quoniam cre- berrimis foraminibus pertufum eft ,
appellatur cri- brofum; per foramina inflnuat fe fe fubflantia ner- vea, quae
infra os per fupremam, & interiorem na- fi partem in membranam explicatur,
quam vocant pituitariam . Par alterum nervorum a cerebro proficifeitux ad aures
pertinens, unde auditorium appellatur. Au- rem TRACTATIO BREV. joi rem cum dico
non folum externam intelligi volo , fed etiam internam, quae meatu quodam,
& cavi- tatibus duabus componitur. Meatus , quem audito- rium vocant, in
auricula externa aperitur, flexuo> Tus eft , & tandem membrana quadam
occluditur; quae dicitur membrana tympani, hanc enim Qatim fequitur cavitas
difla tympanum . In hac cavitato occurrunt oflicula tria , quae malleus , incus
, flapes a forma nominantur, molliter inter fe nexa, & ex una parte
membranae tympani adhaerentia , ex alte- ra vero alteri membranae , quae
fenedram ovalem claudit . In tympani cavitate TubtililTimus canalis a- peritur,
ad palatum pertinens, Eudachiana tuba ab inventore EuRachio didius . Ultra
feneRram ovalem cavitas eR altera , ipfa quoque in ofle infculpta , claufa
undique , & inultis anfraAibut diftinda, ut hinC labyrinthi , hinc cochle»
, hinc canalium Cemicircu- larium fpeciem przfeferat . His inRernuntur mem-
btanc nervez a cerebro duflx ; quz autem cana- libus, quos dixi, inRernuntur
proprie dicuntur zrnx. Par aliud nervorum a cerebro proveniens ad oculos
fpedlat, itaque hi nervi optici dicuntur. Sed jam de oculo dicamus breviter.
Oculum tres pre- cipue roembranx continent, harum una fclerotica dicitur, quz
quoniam in media anteriori .parte ocu- li pellucida cR , dicitur etiam cornea .
Huic mem- branx alia fubiacet, qux dicitur coroidei , quxquc in anteriori parte
a cornea fe retrahit, & . foramen habet , quod pupilla appellatur; hinc
etiam uvea^ dici- Digitized by Googie 302 DE ti OMINE dicitur: dilatatur autem,
& contrahitur pupilla per fibrillas quafdam circa ipfam pofitas , qu» ob
divec* fos colores iris dicuntur. Coroiden tertia tunica, feu membrana fequitur
, qux a forma retina nominatur . Hsc explicatur folum in fundo oculi ; in
anteriori parte nulla eft . Porro his tribus membranis humo- res tres
continentur , qui cavum replent . Anterior eft aqueus , pofterior eft vitreus;
fedet inter utrum- que cryftallinus, utroque denfior. Singuli fuis mem- branulis
continentur. Cryftallinus formam habet len- tis , & eft quafi pendulus pone
pupillam. Quo fit ut oculus
fit quafi camera qusdaro optica , & in ejus fundo externorum ebieflorum
imagines depingantur . His prscipue partibus conftituitur oculus , in cujus
fundo nervus opticus implantatur . Accedunt oculo etiam mufculi , qui
contrahentes fc fe alii ex aliis oculum ad diverfas partes convertunt, &
movent. Aliud nervorum par a cerebro ad linguam fer- tur. Eft autem lingua
carnofa qusdam pars , mollis, & laxa mufculis pluribus inftru^la, quorum
contra- Aione multis modis torqueri poteft . Tunicis duabus, involvitur, infra
quas papillx nervex exfurgunt , non unius forms , ideoque in plura genera ab
Anatomi- cis diftingui folent . Radices lingux ad fauces fpeflant, unde cana-
les duo deorfura per collum feruntur , alter in tho- racem , in abdomen alter .
Ille afpera arteria , five trachea , hic cefophagus appellatur . Anterior eft
afpera arteria , qute in caput , quod cciaia TRACTATIO BKEV. goj etiam larynx dicitur,
& broncum dividitur. Larinx , qus fuperior pars e(l , cartilaginibus
componitur va> riis , inter quas rimula aperitur , glottis di£la , per quam
aer ingredi in canalem poteft , & egredi , Glottidi fuper imminet cartilago
quali operculum , epiglottis di^a. Cartilagines hx omnes raufculorum quorumdam
beneficio concuti , & moveri poflunt. fironcus , quae pars reliqua efi
tracheae, ex anterio> ri parte cartilaginibus confiat anularibus , quae
aliae aliis membrana quadam anne^untur ; a parte pofie* riori , ubi oefophago
finitimus efi , raerobranofus to- tus efi . IngrelTus in thoracem difpertitur in ramos
innumerabiles, qui bronchia appellantur. (Sfophagus canalis cft tribus tunicis
confians, quarum media carnofa efi, exterior fere tendinofa, interior nervea.
Thoracem tranfiei a finifira partem in abdomen fertur • Per hunc cibaria
defeendunt . Df Thorace, T^Horacis cavitas cofiis utrimque continetur; an-
terius fierno , pofierius dorfi vertebris , inferius dia- phragmate terminatur.
Efi autem diaphragma mem- brana latifiima , quae thoracem , & abdomen fepa-
rat , mufculis pluribus compofita. Dicitur etiam fe* ptum tranfverfum. Thoracem
totum intus ambit membrana qux- dam , cui pleuix nomen efi ; eademqoe a fierno
fo . infleftcns » & ad fpinam dorfi per medium thoracem cranfverHm
procedens, iprum in duas cavitates divi* dit dexteram, & nniftram . Qua
autem thoracem^ dividit, mcdiaftinum appellatur. Hinc atque hinc pulmones funt
, tenuiflimis membranis compofiti , qu:bus veficx quamplurimx efformantur ; ad
has bronchia pertinent, qux per pulmones totos difpcrguntur . Itaque aer per
trache- am ingreffus in veficulas pulmonares irruit , eafque dilatat , qux poft
concidunt fponte fua , & acrem per tracheam remittunt . Qux alternatio
refpiratio dicitur . Quo autem aer per tracheam lapfus dila- tare pulmones
poiTit , attolluntur coflx , qux & ipfae poft concidunt. Sunt qui velint ex
aere, qui in pulmones labi- tur , tenuiftimum quoddam pabulum feparari , quod
invehatur in fanguinem . Sunt enim pulmones fan- guiferis duflibus refertiflimi
. Mediaftinum cavitatem quamdam format, inter pulmones duos , in qua eft cor ,
vifcus nobiliftimum; jtaque htec cavitas capfula cordis , & pericardium
nominatur. E fuperiori parte hujus capfuls cor pen- det mucrone deorfum
converfo . Cor natura eft mufculari , & dividitur in duas cavitates, unam
dexteram , alteram (inlAram , qu« ventriculi, vel etiam thalami cordis
appellantur. Hos ventriculos difcriminat feptum carneum denfif- 6mum, firmiftimumque
. E fuperioii parte utriufquc ventriculi exeune canales duo maxime infignesj
qui in alios aliofqtie exiliores dividuntur, & quorum alter ad totum cor*
pus rpedlat , alter ad pulmones. Is qui exit a ven* triculo dextro , &
pertinet ad totum corpus dicitur vena cava ; qui pertinet ad pulmones , arteria
pul- monaris . Is vero qui exit a ventriculo finidro , & per totum corpus
pervadit , dicitur arteria magna.* live aorta ; qui pulmones pervadit , vena
pulmo- naris . His rebus circulatio fit fanguinis . Sanguis enim a toto corpore
per venam cavam in dextrum ven- triculum labitur , hinc in arteriam pulmonarem
tran- (it; unde vehitur in venam pulmonarem , e qua in ventriculum (iniftrum fe
immittit, unde zurfum per aortam in totum corpus difpergitur; ubi rutfuro ex
arteriis in venas rediens , rurfum in venam cavam colligitur, & ad dextrum
cordis thalamum revehi- tur. Hunc motum efficit prxcipue cor , modo rela- xans
fe fe , modo confiringcns . Etenim dum fe re- laxat , fanguis e vena cava in
dextrum ventricu- lum , e vena pulmonari in (iniflrum fe immittit*. Dum fe
conilringit , fanguinem pellit , atque e dex- tro ventriculo in arteiiam
pulmonarem , e (inillro in aortam conijcit. Relaxatio cordis dicitur diafto- le
, cnnftriAio fyftole • Ne fanguis, duro cor conflringitur, io venas re-, luat ,
faciunt valvulx ad venarum ofcula appofitc, qux fanguinis xegreffum prohibent.
Quo autem pof- fsah ILI% (^q (it Digitized by Google DE HOMIKE ' fic lanouis a
corde ad omnes corporis partes per ar- terias ferri , habent arteria? quoque
conftriftionem , relaxationenique alternam ; nam relaxata: fan^uinem a corde
accipiunt, quem podea , fc conftringentes , propellunt maono impetu , nec
regredi ille poteft valvulis impeditus. Ut autem hic fanguinis curfus
confervetur, oportet minima exililTimarum arteria- rum rfcula inferi minimis
ofculis venarum , ut influe- re fanguis cx illis in has poffit . Has
anaftomofes tamen nemo adhuc comperit . Dt j1b,iomtne . jj\.B^omen cavitas efl
infra diaphragma, quam mufculi plures tur crafia ; primum caecum ,
alterum colon , terti- um reflum . Intefiinis per longum adne qux folliculi
cavum refpicit > in quem po« ftea per poros decidunt . Alii putant ,
attra(flione quadam id fieri ; quod ipfi excretorii duftus , & glanduix vim
habeant, particulas quafdam fanguinis ad fe attrahendi ; Sc quoniam aliae
glandulx alias particulas attrahunt , idcirco creduntur humores alii ab aliis
glandulis fe* cerni . De Motu Partium . j\TEmbrorum, & partium motus contra
•Iteram & moveri . Pars ea , quae infixa eft in parte minus mobili ,
dicitur caput mu/culi ; quae vero infixa eft in parte mobiliori , dicitur cauda
. Contusionibus mufculoium omnes fere humani corporis motus abfolvuncur . Reflat
autem Anato* micis querendum) que hujus contrad^ionis caufafit. Quoniam ergo ad
mufculum quemque & arteri» per- tinent > & nervi) creditur per illas
fanguiS) per hos- vero tenuiflimus quidam vapor a cerebro dudius in mufculum
illabi , fierique ex hoc vapore ) & fan- guine efFirvcrcentiam quamdam in
ventre roufculi , qua venter ipfe in latitudinem explicetur, idcoque
longitudinis aliquid amittat . Huic explicationi obfervatio efl accommodata;
nam fi religentur arteri* omnes ) vel nervi ) qui ad mufculum aliquem fpcdlant)
celfat contradlio mufeu- li ) eaque pars ) ad quam mufculus pertinet ) motus
facultatem amittit . Quo fane videtur aliquid vel a nervis ) vel ab arteriis in
mufculum illabi, quo fiat contradio. De Generatione , ,A,D conformandum humanum
corpus adeo multa partium genera concurrere debent, & tam pulchre, apteque
ordinari , ut quintumcumque materia in u- num congregata agitetur, non videatur
tamen aara artificiofum opus pofTe uq ^a m componi . Volunt ergo multi ,
humanum corpus non tunc primum componi cum in utero 'Concipitur, fcd extitifife
an- tea in muliebri ovo cum omnibus fuis partibus , cif- que ordinatis
pulcherrime compofitifquc , quamvis •exiguiflimii , A virili aura hoc quafi
hoSMwa rudi- oen- Digitized by GoogI TRACTATIO BREK mentum excitari, 8c motum
accipere, nutrituraque in 'Utero augeri , & crefcere . Verum cura hoc ipfum
hominis rudimentum , quod ovo contineri dicitur , non fine fumrao artifi- cio
conformari potuerit , difficultas redit quaeren- tibus , quo modo ipfum
exftiterit. Multi, ut hanc declinent difficultatem , putant ova omnia , cum ru-
dimentis intus inclufis, jam inde ab ortu mundi fu- ifle a Deo condita; ut
mulier prima habuerit ova, in quibus continerentur filiorum rudimenta ; in his
tudimentis vero eflent alia ova minora, in quibus conti- nerentur rudimenta
alia, & rurfum in his rudimentis ova alia minora elTent, & in his alia
; ut his rudimentis expli- catis deinceps, auftifque humanum genus
confervaretur. Hanc opinionem fi fequimur, dicendum erit, viventia corpora (
non enim hacc tantum de homi- ne , fed etiam de animalibus , & plantis
omnibus tradi folent ) non nunc quidem generari cura con- cipi dicuntur, fed
creata jam ab initio mundi ex- plicari deinceps, atque augeri, donec
longiffirao fae- culorum fpatio omnia prodeant. Haec dicuntur ingeniofe; fed
nemo tamen pro- bat , non polTe e fimpliciffimo materiae concurfu vi- ventis
corporis rudimentum paullatim componi , ut nervos , & mufculos , & olTa
, & nfembranas habe- re incipiat , quas antea non habuerit. Nam quam- vis
difficile intelligi id poffit , fi nihil aliud in ma- teria praeter locales
quofdara motus ponamus , ut multi faciunt; multo id tamen facilius
intelligetur, Tom, lll. R r fi prae- 314 DE HOMIKE fi prster localem motum ,
attrafliones quo(Jue re- pulfionerque > & qualitates alias harum fimiles
, & formas , & formarum eduftiones materiae ipfi adjun» gamus j quibus
erit artificiofiflimi cujufque corporis expeditior conditio . Eritque , fi haec
admittamus , nobilior natura, & pulchrior, quippe qu* generan- di vim
habebit . Haec eadem confideranti illud etiam manifedunt erit, non irapoflibile
efle , ut viventia quaedam ex putredine generentur; quamvis id fieri in
fingulis vix affirmaverim , prxfertim cum multa animalia , & plantx credits
olim fuerint oriri ex putri, quas ta- men ex ovis aut feminibus in putredine
repolitis pro- dire , obfervationes recentiorum raanifeftaverint . Qui cum in
multis compertum id habeant , volunt idem credi de omnibus. De Animti Materiari
, P Lcrique putant hominem habere omnia commu- nia cum animalibus aliis, fi
rationalem animam de- mas; hinc hominem definiunt animal rationale. Quare cum animalia
extera duas animas habere cre- dantur, vegetativam , qua nutriuntur, &
augentur, & fenfitivam , qua fentiunt , & appetunt , idcirco etiam in
homine, prxter animam rationalem, duas hafee animas ponunt, & has
materiales elTe dicunt, quod inhxreant in materia , quemadmodum rotun- ditas ,
Digitized by Qoogh TRACTATIO BREF. 315 ditas, alixque fornis inhsrent in
corporibus , ncc fine materia e(Te poiTe ; quod idem docent de bru- torum
aniroabus. Quod fpcftat ad vegetativam animam , cura hsc , confifiat in
principiis illis , quibus fit nutritio , & hsc principia fint in homine
prster animam ratio- nalem (nam rationalis cert^ anima neque cibos con- coquit
, neque chilum in fanguinera vertit , nequeo alia facit, qus ad nutritionem
fpe^ant) idcirco po- ni in homine poteft prster rationalem animam ve* getativa
. Quod vero fpe6>at ad fenfitivam animam , qus eft principium fentiendi ,
& appetendi , videndum efi , an fit hsc , & quo modo in befiiis ipfis.
Nam fi fenfum proprie eum dicimus, quem experimur in nobis , & appetitionem
eam , qus (it noftrs (imilis, & ejufdem generis, nego elTe in befiiis
fenfum pro« prie , & appetitionem ; fed tantum dicuntur fenti- re , &
appetere improprie eo modo , quo magnes dicitur fcntire & appetere ferrum;
qui fenfus, qus- que appetitio minime elf fenfuum , & appetitionum
noftrarum fimilis . Quapropter neque cognofcere di- cuntur beftis , neque
velle, nifi improprie. Dices : fi beftis neque cognofcunt proprie , ne- que
volunt , funt roers roachins ; hoc eft falfum , Ergo &c. Refpondeo . Nego
majorem. Nam eflent me- rs machins , uti Cartefius voluit, fi partes habe- rent
motu tantum locali prsditas , qus omnia per R r va- Digitized by Google de
HOMIHE varios pulfus facerent; nos aute non eas locali tantu mo- tu priditas
volumus ; fed etiam attraftionibus , & re- puUionibus j & qualitatibus
aliis quamplurimis , quae varix in variis partibus agentes motus efficiunt,
quos in beftiis x>bfervamus» Cum hxc ergo principia, & qualitates,
quibus animalia excitantur, conftituant illorum animam fen- fitivam , qux fenfu
& appetitione impropria prxdi- ta eft , idcirco concedimus effc in beftiis
animam fenfitivara ; & animam fimilera concedimus quoque clfe in homine ,
prxter animam rationalem . Qua- propter fi homini detrahatur anima rationalis ,
erit ille fimiliter, ut animalia extera. Dices : brutorum animalium operationes
fimiles funt noftrarum , ergo fenfura & cogitationem pro- priam , &
appetitionem ofVendunt talem , qualem in nobis ipfi experimur. Refpor.dco .
Aitiones ipfas noftras diftinguen- das efle , nam alias efficimus, quas
cognofeimus , & volumus efficere; velut cum difputamus, aut poe- ma
condimus, & hx quidem cognitionem propriam, & rationem oftendunt, exque
fi in beftiis fint , non dubitabo cognitionem his quoque veram , & propri-
am addere. Alias vero i&ioncs efficimus, quas ne- que cognofeimus, neque
volumus; velut cum cor alternis conftringimus , & dilatamus, aut cum vo-
lentes movere brachium , prius impellimus animales fpiritus per nervos, ut
mufculum contrahant , quam- vis neque de fpiritibus , neque de roufculo cogire-
mus; TRACTATIO EREF. 317 mus ; aut cum
ingredientes in loca maxime illumi* nata , pupillam conftringimus , ne nimio
lumine ocu- lus offendatur, quam conffriAionem ne fcnti mus qui- dem; aut cum
ferentes pondera, aut ambulantes, eas partium diffenfiones coatradionefque ,
& motus facimus , qui funt ad a;quilibrium fervandum necef- farii . Quae
nos fane facimus non per veram , & propriatp cognitionem , fed per caufam
aliam , quae in nobis ineft , a ratione , & cognitione diftinftam • Quam fi
volumus , inclinationem , &. inftimffum ap- pellemus . Cum fint ergo a( 5
liones beftiarum.his fimi- les, quas nos non per cognitionem , voluntateraque,
fed per inftinftus quofdam facimus , confequens eft (fi argumentari quidem a
fimilitudine volumus )be- ftiarura asiones per inftinftus quofdam & ipfas
fie- ri , non per propriam cognitionem .. Dices ; Beffiae perfaepe id agunt ,
quod occafio & tempus poflulant ; id offendit cognitionem ve- ram , qualis
in nobis eff ; ergo cognitionem veram, habente Refpondeo. Nego minorem. Nam funt
quidem caufie , quae cognitione moventur, ut tempori fer- viant ; fed funt
queque aliae caufx , qux ferviunt tempori , nullam adhibentes cognitionem ;
quod in nobis ipfi experimur , velut cum feientes pondera , opportuniffimos
motus corpori damus , quo illa fer- re quam facillime poflinius, & nervos,
& mufculos innumerabiles eo modo dirig mus , contrahimus , re- laxamus ,
qui eff ad id tempus accomodatilTimus . Quae Digitized by Google ^i8 DE HOMIKE
Qiise tamen nulla vera , & propria cognitione faci- jnus. Sunt ergo caufx
etiam in nobis, quae quam* vis cognitione non moveantur , tamen ferviunt tem-
pori . Ut ergo nos per inftin61us quofdam , fervien- tes tempori multa facimus;
cur negemus id bedias quoque facere# Quo loco conliderandum ed Illos falli, qui
cum videant bediarum aAiones tam pulchras , tamquo mirabiles, continuo
exclamant, has deri dne vera ratione, & qualis in nobis fit, non poffc ;
quafi ve- ro humana ratio faciat umquam tam pulchra. £d autem animadvertendum ,
ea femper in na- tura & melius, & pulchrius fieri, qux fine ratione
fiunt , quam qux fiunt per rationem . Quod in no- bis ipfi experimur; quis enim
ed , qui tam apte difputet, quod ratione facit, quam apte cor, aut arterias
commovet , quod facit fine ratione ? Idque ita ede oportet; nam qux fieri fine
ratione dicun- tur , per indin^us quofdam , & inclinationes , &
facultates qualitatefque fiunt , quas ordinavit xter- na ratio, & compofuit
; itaque ab xterna ratione, pendent ; qux vero ratione dicuntur fieri , uti ea ,
qux ipfi facimus ratione dufli , imperfefta fint, opor- tet, quemadmodum
imperfe^a ed creata ratio, a qua fiunt .. De Digitized by CoogFe TRACTATIO BREE
^^9 De Conjuttdione Animat rationalis cum Corpore^ I^Ationalis anima, qujc
intelligit , & vult, con- jungitur corpori, quatenus ex certis anim*
afFeftio- nibus afFeftiones certae oriuntur in corpore, & viciflim ex
certis affeftionibus corporis affectiones certae ori- untur in anima . In quo
confidat conjunCtio haec , magna ed quxdio inter Philofophos . Plerique volunt
, animam & corpus naturali quodam indinCtu fe mutuo compleCti , ita ut
anima vere agat in corpus , & corpus in animam , quam- vis quid id aCtionis
fit, & quo modo exerceatur, explicare fe non poffe fatentur. Horum
expeditidi- roa fententia ed, meoque judicio maxime proba- bilis. / Alii
ingenio indulgentes putant animam nihil agere in corpus , itemquc corpus nihil
agere in animam ; fed Deum interponunt , qui cum cer- tas affectiones in
corpore ede videt, ex ea oc- cafione certas affeCtiones procreat in anima ,
& vi- cidino. Atque horum opinione anima cft caufa oc- cafionalis
aifcCtionum corporis , & corpus ed’ caufa occafionalis affsCtionum anima?;
nam neque anima quidquam edicit in corpore, neque corpus In anima,' fed
occafionem tantum Deo praebet, ut omnia haec efficiat . Hanc fententiam in
primis tenuit dcCtidjmus Mallcbranchius . Alii vero Deum interponunt alio modo.
Pu- tant Digitized by Google J20 DE HOMINE t:ip.c Deum ) non ex fingulis
corporis affeAIonibus occafionem furaerc j ut lingulas alTeftiones inanima
procreet , neque vicilTim ; fcd jam ab initio condl- dilTc corpus & animam
eo artificio , ut quamvis ne- que anima in corpus ageret , neque corpus in ani-
mam , fed utrumque natur® fu® eblequens fuas fe- paratim afiiones exerceret ,
tamen fibi femper mu- tuo refpondcrent , quemadmodum horologia duo fibi mutuo
refpondcntj & horarum figna ecdem femper dant tempore, quamvis alterum ab
altero non pen- deat . Hunc rerum oroinem , quo adliones fibi mu- tuo
refpondent, quamvis a fe mutuo non pendeant, harmoniam prxftabilicam vocant,
quam primus inve- nit Lcibnitius. H®c Philofophi iTummi ingeniofe dicunt , fed
magnum opus aggrediantur , fi probare velint non polfc animam in corpus agere,
nec corpus in animam, quemadmodum ali® res in natura agunt in alias. De Senjibus . Snnfus eft
perceptio anim® ex affeftione aliqua corporis . Non omnibus autem anim®
perceptioni- bus omnes corporis partes ferviunt , fed ali* aliis . Partes vero
finguls dicuntur organa illorum fenfu- um , five illarum perceptionum, quibus ferviunt.
Vifus eft perceptio colorum, cujus organum efi oculus ; anima enim colores
percipit ex certa ocu- lorum I Digitized by Coogle TRACTATIO BREV. 311 lorum
affcflione. Auditus eft perceptio fonorum , cujus organum eft auris. Olfaftus
eft perceptio odo- rum j cujus organum eft nafus ; Guftatus eft perce- ptio
faporum, cujus organum lingua eft; taflus eft perceptio mollitudinis, &
duritiei aliarumque quali- tatum, cujus organum cenfctur efle cutis. Hae qua-
litates per fenfus perceptae animam admonent de cor- poribus , quae extra funt
. Quia vero horum fenfu- um organa in externa corporis parte patent , idcir- co
hi fenfus externi dicuntur . Sunt autem & fenfus interni , qui re ipfa
nihil funt aliud, nili facultates, quas .Tnima exercet cir- ca res perceptas ;
quia tamen eas exercet ex affe- flionibus quibufdam corporis , idcirco dicuntur
fen- fus, & fua habent organa in corpore; & quia bzc organa intra
corpus ipfum funt (quibufdam in cere- bro effe creduntur) idcirco hi fenfus
dicuntur in- terni . Difficile eft internos
fenfus omnes numerare , uti & Ungulorum organa cognofeere . Tres praeci-
pue proponi folent . Senfus communis, quo anima fentit non folum , fed etiam
confert ea , qux fepa- ratim per externos fenfus percipit . Phantafia , live
imaginatio , qua anima a rebus per fenfus externos perceptis idola quaedam libi
Ungit. Memoria, qua anima de rebus perceptis recordatur. Has facultates exercet utique
anima ex affetftio- nibus corporis vel potius cerebri. Incidunt enim morbi , qui cum
cerebrum laedant, has facultates Tcm. III, S s tur- J22 D E H O M l KE turbant
; oportet cigo harum facultatum elTe orga- na in ccrcbto . De Scnfuum
externorum fenforiis . J Ercpptionem animae non totum organum tcque facit , fed
funt in organis partes quaedam , quae ali- as commovent, & hae alias, donec
ad eam perve- niatur, qua commota percipiat flatim anima ac fen- tiat . Hxc
pars ultima fenforium dicitur. Eft autem in fenfibus quibufdam quacftio non
levis , quae pars pro fenforio fit habenda . Exordiamur a vifu . Cum vifus
organum fit oculus, putant alii fen- forium vifus efle coroidem , alii retinam.
Nam cum radii lucis, qui vifionem excitant , per pupillam in- grefli humorem
cryftallinum trajecerint , uniuntur tandem in fundo oculi , five in retina ,
five in co- loidc & imaginem obiedli , a quo prodeunt , depin- gunt
Creditur autem vifio pendere ab hac ima- gine . Hanc ob rem multi putant ,
fenforium in co- roide ftatuendum e(Te potius, quam in retina ; nam cum corois
fit opaca , ideoque radios infle^at , vi- detur aptior cfTe ad objefti imaginem
exprimendam, quam retina, qus pellucida eft, & radios ultra fi- nit
progredi. Neque hi tamen fatis firma nituntur ratione , Nam primum vifionem non
imago ipfa facit , fed impulfus, quo radii fibras oerveas excitant five re-
tin* ) Digitized by Googlc TK ACTATIO BKEK 32? tin® , five coroidis, quamvis
impellentes fibras ima- ginem quamdam per accidens depingant . Deinde , licet
corois fit non diaphana, retina pellucida, tamen_. radii uniri aeque in retina
polfunt, ut in coroide , & retin® fibras ®que ut coroidis excitare. Nihil eft ergo, cur fenforium in coroide magis quam
in reti- na confiituatur . ^ Huc adde , quod radii pro vario colore , quem
exhibent , in variis uniuntur didantiis , alii longius ab humore crydallino ,
alii propius. Non ergo uni- untur omnes in fuperficie coroidis , fed multi
uniun- tur etiam in retina . Quare fi vifus fenforium ibi po- nimus , ubi
uniuntur radii , non eft fenforium a re- tina excludendum . Cum auditus organum
fit auris , credunt multi, fenforium effe membranam nerveam , qu® intimam auris
cavitatem inveftit, ac prafertim zonas fono- ras . Nam commotiones aeris , in
quibus foni con- fiftunt, per meatum auditorium lapf® , in cavitatem tympani
ingrediuntur , fefeque per aerem tympano contentum propagant ; ac cum ad
ultimam cavita- tem auris pervenerint , zonarum fibras impellunt, & fonorum
perceptiones excitant. Olfadlus organum eft nafus; vix autem dubita- tur , quin
fenforium fit membrana pituitaria , ad quam perveniunt particul® a corporibus
odoris emil^ , f® , in quibus particulis- odores confifturt. Guftatus organum
eft lingua . Senfiorium funt papill® quxdara nerve® in lingua alTurgentes ,
quas S s z pel- DE HOMINE pellunt , & commovent ciborum particulae , dura
vcrfancur ore, & cum faliva permifeentur . Ta quae in oculo funt ; tffe in
nervo optico , aut in ce- rebro non pcflunt. Mitto, objc61a magnitudinis, &
figurs variae videri pro varietate magnitudinis & figurae, quam habent
illorum imagines in fundo ocu- li depi^lae . Illud utique certum efi , nos videre^
unumquodque obic£Ii punAum in ilia dircdiione, quam habet radius lucis ab eo
pumSo pro veniens , dum retinam pellit; itaque ab his dirediionibus bene or-
dinatis pendet vifionis perfeftio ; fi illx turbentur, turbatur quoque vifio.
Oportet autem has dir».(fl o- nes omnes turbari , fimul ac motus in retina
excita- ti per nervum opticum ad cerebrum ufquc per mul- tos , anguftiffimofque
flexus propagantur . Videtur ergo vifio commodiffime fieri in oculo, neque for-
talfe commotio cerebri vifionem ullam in anima ex- citaret , nifi eamdem prius
oculus cxcitalfet , Dices ; fi ligato aut fedo nervo interrumpatur via, qu* a
fenforio ad cerebrum ducit, fenfatia celTat; ergo videtur ea fieri in cerebro
tantum . Ref- Digitized by Googie 325 DE HOMIK E Rcfpondco , requiri in
fenforio difpofitionera quamdam , ut fenfatio in ipfo fiat; hanc difpofitio-
nem , ft(fio j aut ligato nervo , fortafie tolli . Sen- forium fortalTe non eft
fatis refle difpofitum , nili fucco quopiam irrigetur, qui a cerebro per ner-
vos ad ipfum fertur ; quare ligato nervo , aut feilo , celfat fenfatio in parte
, non quod in par- te non fiat, fed quia celTat in parte difpofitio illa, fine
qua fieri fenfatio non poteft . Dices : interdum fenfatio eft , etiamfi abfit
fen- forium v. g. fi cui pes amputetur, fentit aliquamdiu dolorem in eo pede,
quem non habet; oportet er- go fenfationem hanc non in pede fieri , fed in ce-
rebro . Refpondeo , non negari , fenfationem , quamvis in parte fiat, fieri
etiam in cerebro. Et fane ebrii, & certis morbis affedi , multa vident ,
quae tamen prjefentia oculis non funt, eaque vident propter ve- heraentillimas
cerebri commotiones. Fit ergo fenfa- tio in cerebro, quamvis fortaffe fiat
etiam in parte . Dices : fi fenfatio in parte fit , quid necelTe eft, eam fieri
in cerebro ? Refpondeo. Senfationes, quse finguloe in fingulis organis fiunt ,
debere omnes ,,in unum colligi , ut fenfus alii, nempe interni, exerceantur,
qui quoni- am in cerebro exercentur, conveniens eft, fenfatio- jies omnes ad
ceribrum feni . De . TRACTATIO BREK De
Molibus voluntariis . Ostendunt fenfus , corpus agere in animam ; ofien- dunt
vicllFim motus voluntarii animam agere in Cor- pus. Sunt enim in corpore partes
quaedam, uti bra- chia, crura, quae pro animae voluntate moventur. Quoniam vero
dubium non eft , quin hae partes ex mufculorum contractione moveantur , oportet
ani- mam vel agere immediate in mufculos , ipfos con- trahendo ; vel agere in
aliquid aliud , quod ipfum poftea mufculos contrahat. Multi hoc tantum opus fic
explicant. Volunt animam impellere animales fpiritus, qui funt in ce- rebro ,
cofque per nervorum canales urgere ufquc^ ad eos mufculos, qui ad partem illam
pertinent, quam anima moveri vult. Hi mufculi fpirituum in- curfu turgefcentes
contrahuntur , & partem movent , Juxta hanc opinionem anima non agit imme-
diate, nifi in fpiritus animales , qui in cerebro ver- fantur , nam motus alii
omnes fpiritibus ipfis con- yficiuntur. Quod fi velis fenfationes etiam omnes
in ' cerebro tantum fieri , ideoque nullam aliam corpo- ris partem immediate
agere in animam , nifi cere- brum ; jam erit caufa aliqua , cur dicatur,
animam, non toti corpori, fed cerebro tantum unitam cfiTe . Idque in primis
Cartefius docuit , qui rationalem ani- mam in cerebro, vel potius io certa
cerebri parte locavit. V Quod Digitized by Google 52 S DE HOMIHE Quod fi
fenfationes fieri in organis exiftime- mus , dicendum erit animam non cerebro
folum u> nitam elTe, fed organis quoque, vel certe fenforiis ; coque latius
patebit pracfentia animae , fi eam veli- mus mufculis quoque imme vircucem
adeptus efle; eft enim virtus habitos fc.' quendi rationem . Contra vitium eft
habitus abet>> randi a ratione . Qui autem rationem ex habitu | &
facile fequitur, eamdem libenter, & cum volu* ptatc fequitur, coque
libentius, & majori cum vo- luptate , quo majori virtute c(l praeditus .
Sunt qui velint, in hac fola voluptate felicitatem efle poli- tam . His apparet
, virtutis fubieAum voluntatem ef- fe , in hac enim inhxret habitus fequendi
rationero>' obje^um vero efle omne id , circa quod voluntas verlatur
rationem fequens. Ut autem obie<^a multis modis dividi poflunt , fic &
virtus multis naodis di- viditur ; nam virtus , qux in periculis exercetur ,
fortitudo dicitur; qux in moderanda ira, manfuetu- do , qus in fumtibus
faciendis , magnificentia , alix- que virtutes funt fecundum communes , &
populares divifiones ; quas Ariftotelcs' prxclarc explicavit iiu £chica . Ideroque
animadvertit , virtutes lingulas in me- dio quodam efle politas , ex eo quod is
in virtute confiflat , qui neque ultra certum finem progredia/- tur, neque
intra fe teneat. Velut magnificus,
non cfl, neque qui fumtus majores facit, quam ratio fert, neque minores. Haud
fcio, an xque hxc mediocri- tas in virtutibus omnibus appareat . Ut autem
honefle quis agat, oportet ut hone- * flatis amore agat ; nam fi alterius rei
amore duce- tetur , boneflacem non fequeretur. Quare qui in ai^ liqua / TRACTATIO BREK 331 liqua virtute excellit, in
amore etiam honeliatis ex- cellat oportet, quam honeftatem (i fummopere amat,
eamdem fequetur facile , & prompte in omnibus . Propterea qui in una virtute excellit , omnes habere
dicitur . Df Felicitate . ^^Uamvis pulcherrima fit virtus , non omnino ta- men
hominem perficit , neque eum flatum ipfa per fe eonflituit , qui fit omnium
maxime expetendus , quique felicitas dicitur . Quis enim non ei melius efle
putet , cui virtus fit cum valetudine conjunAa , quam ei, qui virtutem habeat
in fummis doloribus ? Quamquam Stoici docent , felicitatem in virtu- te fola
confidere , cumque femper feliciflimum clTe, qui fit fapiens . Atque his beatus
eil homo in ecu- leo, fi virtutem habeat. Itaque valetudinem , & a- lia
bona extra virtutem non bona effe dicunt , ne- que eorum contraria , uti
dolorem , mala ; nam ne- que illa ad felicitatem faciunt , neque his fapiens
infelix fieri poted. Quare illa eligenda potius nomi- nant, hsc reicienda .
Verum non fic nominarent, nifi & illa bona , & haec mala efle fentirent
. Peripatetici Ariftotelem fecuti , eum felicita- tem quamdam homini in hac
vita , 6 c in hac focie- tate degenti proponere vellent , illam omni bono- rum
genere compofuerunt . Itaque cum virtutenu. moralem ad eam conflituendam
requiri maxime pu- T t z tave^ Digitized by Googie DE HOMIKE tavcrunt, tum
etiam virtutes intellei^ivas j ideft in*-' genuarum artium, &
difciplinarura cognitionem; hifque animi bonis bona corporis addiderunt, va-
letudinem , robur, formam; neque internis bonis contenti cum effent , externa
quoque adjunxerunt , cognationes, amicitias, divitias, aeftimationem , ho-
nores , eumque feliciflimum exiftimarunt , qni eflet hxc omnia aflecutus. Atque
horum opinione felicitas non in manu hominis eft polita; non enim in poteftate
cujufquc eft , ut & honores obtineat in Republica , & pul- cher fit,
& bene valeat; cft tamen in manu homi- nis moralis virtus, qu» pars
felicitatis cft potiflima. Qiiod fi felicitatem hanc tantam acquirere nemo pctefl
, is tamen felix dicitur , qui ad hanc quata- proxime accedat . Et vero fi qua
felicitas homini dum hanc vitam agit , & in Republica verfatur fibi &
Civibus fuis ferviens, proponenda fit, qus alia ei proponi pof- fit prster hanc
unam non video, quam Arifiotelcs defcripfit , qusque civilis felicitas
nominatur. Spc^lavit altius Plato . Is enim felicitatem non in hac vita
expeflari aut qusri • voluit; exiftimavit quippe hominem elTe mentem quamdam ,
quz uni- retur corpori , non ut unum aliquid per fe compo* neret , neque ut
civis elTet , fed ut peccati alicujus, tamquam in carcere , peenas lueret; ex
hoc carcere in fuas fedes evolaturam efie , ibique felicitatem tan- dem efle
adepturam, fi in hac quidem vita virtutem eflet ■ tractatio BREV. '33} eflet fecuta. Fiudra
felicitatem quaeri in hoc car- ccre . Sperari autem felicitatem ex morte Plato
vult, tum quod animus poft mortem manet , tum quia prx- mium virtuti aliquod
e(Te debet ; quis enim putet , naturam, qux alia tam multa tanto conOlio ,
& tam apti ordinaverit, horrendiUimum hoc monftrum pati poflTe, ut virtus
in perpetuum crucietur, exultet vi- tium , & regnet? Quare cum prxmium
virtuti in-, hac vita non fit, dubitandum non eft , quin fit fu- turum poft
mortem. Eft autem virtutis prsmium fe- licitas . Cum ergo felicitatem non nifi
folutx menti Pla- to proponat , eam proponit , qus in folutam men- tem polTit
cadere, fcilicet, quae in contemplatio- ne confiftat. Itaque animum hominis,
cum ex hac vita deceflerit , ad pulcherrimas fimplicifiimafque , &
fempiternas ideas redire putat, quarum contem- platione feliciffimus fiat ,
beatiffimufque . Quare fe- licitatem hanc vocant contemplativam . Quod fi quem
felicem in hac vita e Platonis fententia dicere volumus , eum dicamus , qui fe
to- tum virtuti dederit ; nara praeter quam quod in vir- tute fua gaudet,
contemnit etiam fortunam ,& pau- ciflima defiderat, quo multis moleftiis
liberatur . Huc accedit felicitatis futurae fpes quxdam ; ut enim mi- feri iam
funt , qui timent, ne fint aliquando , fic fe- lices quodaraodo dici polTunt,
qui fperant aliqttan- do fe futuros. m Vidit Digitizedjay Google TfJit D»
Thlllpput Mdrid Tofelli Clertcuj larts SduEli Taulli , ^ in Ecclejia Metropoli*
tdna Bononin Paenitentiarius pro Eminentift.y ac Re^verendiff. Domino D. Andrea
Cardina- li Joannetti , Ordinis Sanfli Benediffi , Congre- gat, Camaldttlenjis
, Arcbiepifcopo Bononia , <b* S. R, 1 , Principe, Dic ig, Junii 1780.
IMPRIMATUR, Er, Aloyjtus Maria Ceruti Vicarius Generalis S, Officii Bononia . •Digitized Digitized by
Googie Digitized by GoogieDigitized by Google • !?im> • r.nun ItHiìin .M».? • rniiin l'j.f.'W _JB t— • .'f ■ ^gji in cui Jla la virtù t e come fieno cattivi
gli ejlremi . 7° . 1 Cap. XII. Se pojfa ejfere un * azione indifferente . I '
PARTETERZA Delle virtù molali in particolare. Cap. I. Della divijione delle
virtù . 75 Cap. i i i i Digitized by Google 12 Cap. II. Delle diffinizicni
delle virtù. 11 Cap. III. Della fortezza . Cap. IV. Della temperanza. »5 Cap.
V. Della liberalità. Cap. VI. Della magnificenza . SS Cap. VII. Della
magnanimità , *9 Cap. Vili. Della modcjlia . 9 * Cap. IX. Della manfuetudine .
95 Cap. X. Della verità. 96 Cap. XI. Della gentilezza. 91 Cap. XII. Della
piacevolezza - 91 Cap. XIII. Della giufiizia , loo Cap. XIV. Se avctidcji una
virtù i* abbiano tutte . io q Cap. XV. Delle colpe , e de' vizj , li j * z
PARTE Q^U A R T A Delle virtù intellettuali. Cap. I. Cbe cofa Jta virtù
intellettuale , e quale il f°££' tt0 di 'fa » ' qual la materia . Cap. II. Che
la virtù intellettuale è necefaria al- n 7 • la felicità . 11 9 Cap. IH.
Divifione della virtù intellettuale . no Cap. IV. Dell * intelletto. 12 6 Cap.
V. Della feienza . *3* Cap. VI, Della prudenza. *3? Cap. VII. Dell' arte. ijS
Cap. Vili. Della fapienza . M 1 Tom. IV. b PAR- Digitized by Google s PARTE
QUINTA Di alcune qualità deli* animo, che non fono nè vizi , nè virtù . Gap. I,
Kota delle qualità , di cui vuol frati arjt , 145 Gap. If. Della virtù eroica,
Lté Cap. III. Della continenza , 1 ^ Cap. IV. Della tolleranza , 1 ^ Cap. V.
Della verecondia. . Cap. VI. Dello /degno., 1^8 Cap. VII. Della amicizia. 160
Cap. Vili. Dell ' amicizia , che nafee dall* utilità . 164 Cap. IX. Dell *
amicizia , che nafee dal giacere, 166 Cap. X. Deir amicizia , ebe najce dalla
virtù. i ar fe fteffo , poi circa i premj , che pojjbno fperarji dal virtuofo
> finalmente e irta f oneflà , 350 XIII AI LEGGITORI. Q Uefta Filofofìa
morale del Si g. France- fco Maria Zanotti , o piuttollo quella di Ariftotele
con {ingoiar chiarezza da lui * {piegata , e vagamente efpofta, fu data alle
{lampe , ha già forfè otto anni , per gli e- redi di Coltantino Pifarri in
Bologna . Ma co- me 1* opera è ftata, ed è con molta iflanza, e premura da
molti e da molte parti richiefta, di che potto io rendere ficura teftimonianza
, così ho creduto, che le copie, che furon fat- te in quella edizione , o per
lo numero loro , o per dovere ufcir tutte da una Città fola, difficilmente
foddisfar potettero a tanto defide- rio ; e che avrei fatto cofa grata agli ftudiofi
della Filofofìa, e del bello e leggiadro fcrivere, fe ne aveffi moltiplicate le
copie , ordinando- ne, come ho fatto, una riftampa qui in Vene- zia . E perchè
la brama oramai così fparfa di un tal libro, non può d’ altronde etter nata,
che dal fentimento de’ letterati uomini , il giu- dicio de’ quali incita poi
gli altri, e gli accen- de; così crederò non etter fuor di propofito nominar
qui alcuni di quei letterati , che 1* b 3 han- Digitized by Google X IV hanno
avuto in (ingoiar pregio » acciocché ac- crefcendofi il numero degli efemplari,
ancor fé ne accrefca , quanto per me fi può, il de- fiderio. Benché pochiflìmi
ne nomineiò ; sì per- chè troppo lungo farebbe il nominargli tutti , sì perchè
quei pochiflimi fono tali , che fecon- do me pollono valer per molti. 11 primo
pe- rò, che è forfè anche il più illuftre , non può ricordarfi fenza un*
eftremo dolore per la per- dita, che fe n’ è fatta, eflendo egli 1’ Emincn-
iiflimo,e ReverendilTimo Signor Cardinale An- gelo Maria Querini , il quale
eflendo, già al- quanti anni, di quella vita pa flato , pur tanta memoria ha
lafciato, e tal defiderio di fe, che par tuttavia efler morto da poco in qua .
E di vero fe quella noflra mifera età ha veduto al- cun uomo di raro, e
maravigliofo ingegno, e di vafliflìma, e quali infinita erudizione forni- to ,
oltre le gentili maniere , ed una fomma_. affabilità, cortefia , liberalità, e
moderazione, e grandezza d’animo incomparabile, ben fi può dire, che egli folle
quel delfo ; così che parea , che la natura avendo voluto inoltrare al mon- do
un* efempio sì raro, e (ingoiare, dovefle ancora lafciarvelo per più lungo
tempo. Ma per non effondermi inutilmente nella dolorofa memoria , dico , che il
Signor Cardinal Que- rini ebbe in tanto pregio la Filofofìa del Sig. Zanotti ,
e tanto eftimolla , che avendola da principio letta con grande avidità, non
feppe poi Digitized by Google XV poi levarfela mai più dal tavolino , godendo
oltremodo di rileggerne quando un luogo, e quando un’ altro, per una (ingoiar
grazia leggiadria di Itile , che a lui parea trovar qui- vi per tutto,
congiunta ad una Comma e pro- fonda dottrina . Di che fa fede egli Aedo in una
fua lunga lettera , che fu forfè 1’ ultima, che egli fende , e fu poi Aampata
in Brefcia poco appredo la morte fua . E quantunque tan- to fi dilettade della
Filofofia , maggior piace- re però recavagli quel ragionamento, che il Sig.
Zanotti fece andar dietro alla Filofofia ftefTa . Imperocché avendo in elio
mode con belli (Ti- mo modo, e Comma grazia molte quittioni Co- pra un libro
Franzefe , ftampato in Londra col titolo EJfai di Morale ; al Sig. Cardinale
era grandemente piaciuto 1* efame di quel libro , il qual per edere del
famofidìmo S*g. di Mau- pertuis non potea non parer molto importan- te . Il
Sig. Cardinale però favoriva adai le par- ti del Sig. Zanotti contro il
Franzefe , e mo- Arava in ciò anche 1’ amor della patria . Pare, che al
giudicio di così grand’ uomo , coni' era il Signor Cardinal Querini , non fia
necedario aggiungerne verun* altro. Io però non voglio tralafciarne uno, il
quale fe non è necedario, farà però da tutti creduto di gran pefo ; ed è quello
del Padre Cado Innocente Anfaldi Do- menicano , lume grandidimo della reale
univer- fità di Torino . Imperocché quantunque egli non Digitized by Google XVI
non fi accordale certamente al giudicio del Sig. Cardinale in quanto al
fopraddetto ragio- namento, anzi movelTegli contro moire obbie- zioni, che poi
raccolfe in un libro latino dot- tiamo intitolato Vindici x Mauyertuijìan* ;
pure dichiarò apertamente, e fpefliifime volte , aver lui molto che opporre al
detto ragionamento, nulla che opporre alla Filofofia . Della quale fempre che
ne parlò, ne parlò con grandifiìma fiima, e in una Tua lettera elegantillima ,
che fu poi con tre dilcorfi del Sig. Zanotti (lam- para in Napoli , tanto la
lodò , che parve non poter faziarfene , ed accennandone varii luo- ghi, gli
chiamò veramente ammirabili , alcuno anche divino . Che (e nel ragionamento
ripre- se , e caftigò molte cole , quelle furono ap- punto quelle, che a lui parvero
difeordanti dalla Filofofia ; il che facendo moftrò non tan- to di riprender 1*
uno , quanto di lodar 1’ al- tra . Quella diverfità di pareri in uomini di
Pianto ingegno , e di tanta letteratura dovette far nafeere, come ognun vede,
il defiderio non folamente di avere il libro del Sig. Zanotti , ma anche di
entrare addentro nelle quiftioni, che fi facevano fopra di elio . Perchè
moltiflì- mi attentamente le efaminarono , de' quali uno merita tanto di edere
nominato , che , nomi- nato lui, non accade nominar gli altri . E’ que- lli il
Reverendidimo Padre Pio Tommafo Schia- ra pure Domenicano , che dimorando in
Ro- ma Digitized by G ma era a que* dì Bibliotecario della infigne Ca-
fanatenfe , ed è poi dato fatto dal N. S. Se- cretano della Sacra Congregazione
dell* Indi- ce. Egli dunque, effendone pregato dal Padre Anfaldi , efaminar
volle tutta la controverfia , ricercandone con ogni diligenza capo per ca- po
tutti, per così dire, i nafcondigli; e defe un fuo parere , e ne fece un libro
in vero dot» tifiimo, il quale quantunque foflfe favorevoli!- fimo al Sig.
Zanotti , pur piacque al Padre An- faldi di farlo pubblico , e darlo alle
(lampe in Venezia. E di vero chiunque leggerà un tal libro , non avrà che
defiderare altro per cono- fcere tutta quanta la controverfia , efiendo in_»
eflo efpofto ogni cofa con belliflimo ordine , e maravigliofa chiarezza oltre
un’ infinita fot- tilità ed erudizione, che vi fi fcorge per tut- to . Furon
poi molti in Italia , i quali modi , cred* io, dalla fama di così pellegrini
ingegni, penfarono di farli illudri entrando nella nobil contefa ; onde
ufcirono tanti fcritti , che trop- po lungo farebbe 1* annoverargli . Ma i già
detti badano a far intendere, come fia nato in tante perfone il defiderio di
quello libro , e come a me convenifle il far sì, che un tal de. fiderio non
fofie , o per fcarfezza di copie , o per altro incomodo, defraudato. E tanto
più che avendo il libro a quedi dì levato sì gran rumore in Italia, par bene ,
che edo aver fi debba come un preziofo monumento dell’ ido- sviti ria delle
lettere, e debban perciò, non uno, o due, ma più ancora, ingegnarli di farlo
giun- gere ai poderi con le ftampe loro. Al che mi fono io fentito grandemente
dimoiare per un* altra ragione ancora ; confiderando non fenza qualche maraviglia,
come una Filofofia , la qua- le nella fua prima fronte dimoftra di voler fe-
guire Ariftotele , e di edere fcritta per argo- menti di Cavalleria, e ad ufo
di poeti, e di oratori, abbia potuto a quelli noftri tempi ri- volgere a fe gli
animi delle perfone, e farli leggere volentieri . Nè io credo, polTa ciò ef-
fer feguito fe non forfè per due cagioni . La f >rima fi è, perchè gli
argomenti di Ariftote- e vi fono efpofti con chiariflimo ordine , cl* con una
brevità e precilìon fomma, la quale fu ben notata dal celebre Novellifta
Fiorenti- no, e medi nel loro miglior lume; are che fi fcofti alquanto ancor
dallo flile , e afci correre con maggior’ ampiezza 1* orazio- ne , venendogli
forfè in mente Platone . Ma, come ho detto , non iftà a me di giudicar- ne . Io
credo bene, che tale efiendo il grido di quello libro , qual potrebbe , fe la
pub- blica voce non baftalTe , raccoglierli dalle lo- praccitate teftimonianze
, dovrà efler gradita-» agli ftudiofi , e letterati uomini 1’ opera mia, che
procurata avendone la riftampa, ho aper- ta a maggior numero di perfone la via
di prov- vedetene i le quali fe di tanto mi faranno cor- tei! , che vogliano,
leggendo il libro con quel- la attenzione , che elio merita , di quella edi-
zione far prova, fpero, che come io della lor cortefia , così dovranno effe
reltar contente del- la mia diligenza . I PREFAZIONE DELL’ AUTORE Al Signor
Marchefe LUCREZIO PEPOLI • « Nobile , e Patrizio Bolognefé, Gentiluomo
Veneziano ec. o Uanttinque io } tome voi fugete , Ornatifìm • e Centiliffìmo
Signor Marchefe , mi fio. m of- fa a fcrivere queflo trattato di Filofofa
morale per comandamento vojlro , e per voi folo ; e perciò Jpe - ri , che egli
debba ejfer letto unicamente da voi , ef- fondo unicamente per voi f ritto ; ad
ogni modo per- chè potrebbe venire in mano d' altri , i quali , ciò non fapendo
, efìimafero me eJJ'ere incorfo in varj erro- ri , e di quefi mi riprendejfero
, io penfo di dove- re efcufarmi apprejfo loro . Perchè febbene offendo voi
foddisfatto della mia fatica , poco debbo curare il giudi- ciò degli altri; non
è tuttavia da permettere , che agli altri difpiaccia quello , che a voi è
piaciuto , eh' io fac- cia . E quand ' anche le mie tfeufazioni non frjfero ri-
cevute, a me però gioverebbe di averle fatte, maffme cominciando da quella ,
che io voglio , che fa la pri- ma , anzi la maggiore di tutte , cioè , che fe
io bopre- fo un carico tanto fuperiore alle mie forze , prendendo ' Tcm. Uh A
aferi- Digitized by Google 2 a fcrivere in Tìlofìfìa morale , voi fìtte quello
^ che me f avete impafìo , onde avendo comune con voi la col • fa , pare , cb ’
io debba aver comune con voi anche il biafìmo ; che di vero mi terrei per molto
contento , e_, troppo più che non fìtto , mi J limerei fortunato incorren- do
in alcuna riprenfìone , nella quale avcffì voi per compagno, l'er non valermi
però di quejla efìujazicn^. fola , quantunque quejla fola bafìar mi poteJJ'e ,
non la - fcierò di r'tjpondere Jeparatamente a ciafìuna delle ri - prenfìoni ,
che fecondo cb' io pojfo antivedere } mi j'aran fatte . E certo J'aran di
quegli , i quali fi maraviglie- ranno, eh' io abbia prefo a Jcrivere di
Ftlojcfìa litorale in un tempo , in cui coti pochi ne ferivano , e pocbtjfìtni
Curano , che fìtte feriva . A quali però rtj'pondendo di- co , che Je eglino mi
dtmojlrafj'ero eJJ'ere la Ftlofìfìa mo- rale una fetenza ignobile , e da
fprezzarfì , molto va" lerebbe la lor ragione-, ma ejfendo ella fiata
flint ata_. fempre fra tutte le altre fetenze nobilijjìma , e agli o- ratori ,
et ai poeti , e a tutti quelli , che V avvolgono negli affari , ed entrano al
governo delle repubbliche > fommamente necejfaria , non veggo , perchè debba
aceti- J'arfi chi prende a fìriverne , eziandio che pochi ne feri- vano ; che
anzi parmi da lodar molto per queflo appun- to j perchè fa quello , che pochi
fanno . Saranno ancor degli altri , a * quali parrà cofa flrana , che mettendo
« mi io a Jcrivere in Filojòfìa abbia voluto feguir' Ari- Jlotele , le cui
opinioni e maniera di fìlojòfare fono og- gidì generalmente difapprovate ; et
altri diranno , che la materia della Morale vuol trattarfì con molto mag- gior
Di litica t,j (~,i v .K'U^. 3 gìor brevità , (he non fece Arinotele , dicendo
che al vivere onefio , finzx tante fpeculazioni , bafiano pocbif- fimi precetti
, che pojfon raccoglier fi in quattro verjì ; e biafimcranno la lunghezza del
mio libro . Però comin' dando da quejli ultimi , io non credo , Signor Marche -
fé, di avervi mijfo per le mani un trattato tanto lungoy che non pojja tfler
letto ed intefi da chi fi fia in bre - vifiìmo tempo ; intanto che io ho temuto
afidi volte, che voi fo/le per dolervi più lofio della brevità mia , et a -
vrefie dcjidcrato un trattato più ampio , e più djfufi ; dal qual però mi fono
aflenuto , sì perchè gli altri miei fiudj non mi confentivan di farlo.; sì
ancora , e molto più , perchè fcrivendo io queflo trattato per voi filo , V
altezza dell’ ingegno vofiro non aveva bifigno di molto lunga efplicazione . Ma
gli altri, che non hanno tanto ingegno , quanto voi ; e tuttavia vorrebbon ridur
la Morale a quattro verfi ; io non credo già , che abor- rifeano la lunghezza ,
ma più tifilo fi infafitdifiono del- la fetenza ifiejfa , la qual loro parrebbe
fimpre troppo lunga , quantunque fojfe brevijfìmamente trattata ; per- ciocché
è fimpre lungo tutto quello, che infafiidifce. Per- chè quanto poi, al dire ,
che pccbijjìmt precetti bafiano al vivere onefilamente , io noi nego; e fi ,
che Socrate fu della fiejfa opinione ; e però Jcìea dire , che colui è già
grandemente virtuofi , che dfi.iera di efiire. Kego bene, che tifine di quei,
che ferivano in Morale, al- tro non fia s che il vivere oncjlo ; perchè febben
moti nel principio de i lor trattati non altro fine hanno det- to di avere ,
che quefiv filo, io credo però , che fi e - A 2 gli- 4 4 glitio aveffer meglio
ricercato /’ animo loro , vi avreb • ben trovato anche un altra intenzione
molto nobile , e molto nccefjaria . E quefìa è di mrjìrare a gli uomini non
folamente le regole dell ' onrjlà , ma farne ancora intender loro le ragioni ,
i principii , e le cauje , per po» ter poi bene , e diflint amente ragionarne ,
ed infognarle ad altri , e farne lezioni da tramandare alla pofìerità , il e or bìa - fumandole , e difendendole fpeffe
volte , e fp effe volte ae- affandole , e venir fovente a contrari fopra le
ufanze e gl' infittati della città . Delle quali cofe fe credono di poter
parlare affai bene quelli , che non vi hanno pofloflu- àio ninno , quanto
meglio , e più fpeditamentc il faran- no quelli , che avendovi pcflo fludio ,
fapranno fubito difìinguere l * una virtù dall* altra > e render ragio- ne
degli uffeìi di ciajcbeduna , dividendo il loro difeor • . Pigitizedjby La * fi
acconciamente ,e con bel madore traendolo da i ve- ri principiti II cb« però
non potranno fare fi non quel- li , che avranno dato qualche fpazio di tempo
allo J ìn- dio della morale . Al quale accojlandojì avran pur do- vuto in primo
luogo vedere , in che fia po/la la felici- tà , direttrice comune di tutte le
umane azioni , e quin- di , tratti da ejj'a , procedere alla contemplazione
della virtù , ricercandone prima la natura, poi per qual mo- do o in quante
firme dividafì, e come s ’ adorni di tut- ti gli altri beni, o fieno quelli ,
che rifchiarano V in- telletto, o quelli, che diconfi ejjer del corpo, o quelli
, che fi lafciano alla fortuna. E in queflo mare entran- do come avran potuto
non trafcorrere alla confider azione di quelle qualità dell' animo , che per
una certa fimi- litudine fi fingon ’ effer virtù , e non fono ? Come afte-
nerfì dalla conftdcrazion degli ajfetti , che per le varie apparenze in noi fi
rijvegliano ? Come paffarfì dell ' a- ntore ? Come dell ’ amicizia ? Di che fi
vede lo Jludio della morale poter ejfere affai breve a chi voglia vive- re
oneflamente ; a chi veglia farne trattati » e fol an- che bene e diflintamente
, ove che fia , ragionarne , non poter ’ eff'ere fi non molto lungo . E per
venire ad . al- cun cafo particolare , chi non vede , che in quelle adu- nanze
majjìmamente , in cui trattafi di ridurre a pace le cavallcrcfcbe contefe , dovendovifi
difputar fempre fi- pra gli uffìcii della giufìizia , dell ’ intrepidezza,
della manfuetudine , del valore , fopra V onore, che nafee da virtù , fopra V
ingiuria , che lo fminuifee , o lo leva } niente è più ncceffario , che
poffeder bene i principi! del- la 6 la morale Tilofcfia ? Nella quale quelli
che fono ammae - frati , fenza dubbio ragtoneran molto meglio ; laddove quelli
, che * ne fon privi , »?« pcjfono parlar che a ca - - yò : perejcccbè fegucno
le popolari opinioni , che non dj rado fon falfe , e fi cangiano di dì in dì a
capriccio degli uomini j onde quei , che le fognano , decidono /o qui fio ni
non fecondo i prinapii , che mcjlra la ragio- ne , ma fecondo quelli , a cui
per fortuna s avvengo- no . Di che potete cJJ'ere teflimonio voijleffo , Sig.
Mar- ■ cbefe , che cjfendo nato in così alto lungo , e congiungen . do a tanta
acutezza d' ingegno , e prontezza d' ani- mo una fingolar perizia e deprezza in
ogni maniera di armeggiare , pare , che la natura vi abbia po/lo al mondo per
affari di cavalleria ; ne ’ quali offendo fopm V età vojlra verfatijfimo ,
avrete abbajlanza comprefo t quanto in quelli Jìa neceffaria una non mediocre
cono - feenza della morale Filojofia . E io r redo , che per que- Jlo abbiate
voluto , che io ne fenda un trattato , fperando forfè » che altri , moffo dal
mio efempio , ne fcriverebbe dopo me un migliore . Ma affai s ' è detto circa
la- ri- prenfione della lunghezza Vegniamo all' altra d' a- ver voluto io
f'guire Arifotele ; la cui maniera di fi- lofofare mi dicon' effere oggidì qua
fi generalmente di- fipprovata , parendo anche le fue opinioni dfufate e_,
falfe . Ma quanto all' cflcre difufate , io non fo , per- chè alcuno mi debba
per quefio riprendere ; imperocché fe le opinioni d' Arifiotele diconfi
difufate ,ciò i argomen- to , che furono ufate una volta. Che fe le opinioni,
co- tnc le vefii. ufandole fi logora fiero , e perdejjèro il pre- gio 7 gio
loro , b concederei volentieri , che non dovejfero più quelle antiche feguirfi
, che furono un tempo in gran • dtjjt.n > riputazione , poi dopo un lungo
ufo fono fiate.» abbandonate. Mrf poiché invecchiando gli uomini , e in*
debolendrfi , non invecchiano , nè fi indebolirono iefen • tc»z>c j ci»
«/orni oppormi , che io mi allontani dalla confuctuiìne ftguendo le opinioni d’
Arifiotele , le qua- li Je non fono in ufo nel prefente fecolo , furono però in
ufo in un altro } Perciocché , volendcfi Jeguir l' ufo , non è maggior ragione
, perchè debba feguir fi più tofio V ufo di un fecolo , che di un' altro , % on
ejjendo P un fecolo di maggiore autorità , che l' altro . Et io fo be- ne , ebe
in alcune Jtienze , le quali fi fondano fopra _» molte e lunghe ojjcrvazioni'
con efperimenti e prove ri- cercate , più vuol crederfi a gli ultimi fe coli ,
che a quel- li , che gli precedettero , il che fi vede nella notomia , nella
naturale tjloria , nella geografia , nell * ajtronomia , e generalmente in
quafi tutte le Jcienze fifiche . E ciò è , perché gli ultimi pojfono flabtltre
le tor dottrine fo- pra maggior numero di efperimenti , e di ojfervaztmi che
gli antichi non poterono , i quali dovevano aver- ne minor copia . E per P
ijlejj'a ragione dovranno i pefieri in tali fetenze creder meno al nofiro
fecolo , che al loro . Che fe la dottrina morale fi flabiltjfe_, ejfa pure
fopra tali cofe , io fon d' opinione ancor' io j che volendo Seguire la
consuetudine , dovrebbe feguirfi quella de gli ultimi ; ma fondandrfi ejfa
fopra ragio- ni e principii , che in pvcbtffìmo tempo fi manife/lano a lutti )
nè altro ricercandovi fi fe non una certa acutez- za Digitized by Google 8 za
(V ingegno y /vegliata ila qualche Jl tulio , non fi , perché gli antichi non
potijfero ejfcre in qucfie co/e ec * celienti , come i nojlri ; e farmi /ciocca
pre/unzione il volere , che la con/uetudine di un certo Jccclo abbia tan - to
di autorità , che le con/uetudini de gli altri fieno tut- te da di/prezzarfi ,
e da derider fi. Sebben molti /ono , i quali in vero di/prezzano le opinioni
degli antichi per quella /ola ragione , perchè più non fino /esondo V u- /anza
; ma fi vergognano però di dirlo , e vogliono più tcjlo dare ad intendere >
che le di/prezzano, perchè a- vendole diligentemente e/aminate , le hanno
trovate fai- /e ; e quejli mi riprenderanno j dicendo che accollando - mi ad
Arifiotele mi fino allontanato dal vero. Et io credo j che errino grandemente ;
perché Je noi vorremo afcoltar la ragione finza dare all * u/anza più di quel-
lo , che le fi dee , io tfiimo , che farà co/a affai diffi- cile il decidere »
qu»li di tanti JTIojofi , che hanno firit- lo della morale con tanta acutezza ,
e varietà , abbia colpito il vero , c qual no. Intantochè io credo , che co- '
me in altre fetenze , così anche in quefia , vana ed inu- lti fatica prendono
quei maefiri , che vrglion prima a - ver deci/c tutte le quefiioni a /enne loro
per infegnarle pofiia così , come effi /’ anno decife ; quafi la decifion loro
terminar poiejfc quelle qtùfiioni , che non hanno po- tuto terminar fi per la
decifione di verurì altro ; o /offe di maggiore utilità a gli fcolari apprender
ciò , che par- ve vero al lor maeflro , il qual forfè non era il più eccellente
uomo del mondo , che quello , che parve vero 4 i grandi// mi j e cccellcntffimi
. Io dico dunque , che t mac- 9 maefiri non debbono figliar gran pena , fe
quelle cofe , che infegnano , fieno vere , o no ; purché pujano ve re, a molti
e grandi uomini , e V ojfcrvazione , o l' efpe- rienza , o la dimofirazione non
fia loro contraria ; il che avviene talvolta nelle feitnze fifiebe e
matematiche . , nelle altre non può coti facilmente avvenire. Anzi io vo tanto
innanzi , che ardifeo a dire , molte volte ef- fer più utile , e più
conveniente , che il mae/lro ìnfegni quello , che par vero a molti , che quello
, che par ve - ro a lui filo , fe già egli non fiimajfe fe flejj'o più che
tutti gli altri . Perché fe io dovtjfi infegnar , per efem- pio j metafifica a'
giovani, e me ne avcjfi compefio una a mio modo , la qual fola mi parejfe vera
, chi farebbe però , che non volejfe più trfio faper quella di Malie • branche
, o di Leibnizio , che la miai II che fe è ve- ro nelle altre fetenze , perché
non anche nella morale ? Cejfno dunque di molefiarmi coloro , i quali credono ,
che feguendo le opinioni d ’ Arifiotele io abbia feguito il falfo; perché ne è
cofa facile il decider ciò ; e quando bene aveft feguito il falfo , avrei però
feguito P opinio- ne e la ragion di moltiffmi la quale prejfo gli uomini
giudiziefi dee render probabili eziandio quelle cofe ) che per altro falfe
parrebbono. N potrete anche accorgervi , che dove V ho feguito , ho pe- rò
fempre tenuto l’ occhio rivolto verfo Platone , di cui t fe ho da dirvi il vero
, fuor di modo era accefo ; né ho fapato di/Jìmulare abbafianza i miei amori .E
fe ho fe - Tom. ir. B £ui- Digitized by Google IO guito /Inflotelc , l' bo
fitto ^ percb ? m ’ è parato , che egli mi off> a , e ponga innanzi tutte le
parti della morale ad una ad una , e le J pieghi con affai bell' ordine ; di
che Fiatone non mi è fiato cortej'e . Alcuni però non appfo- vando la forma del
filofofar d * Arifioule , ni quella maniera di procedere nelle quifiieni ,
anche per quefio mi riprenderanno: e ciò marinamente faranno quelli , i quali
vorrebbono , ebe tutte le cofe fi tratt aJJero fecon- do 1’ ordine , e l*
ufanza de* geometri . Al ebe io con» fornirei volo nt ieri ; ma vorrei prima ,
ebe mi fpiegajfe • ro chiaramente , in che confifia una tale ufanza . Per» thè
fe ella fi riduce , come il più fuol farfi , a quefio filo j ebe fi raccolgano
fui principio di ciafcun tratta- to tutte le difinizioni con quelle domande ,
che per fe * guir 1' ufo dei geometri chiamano pofìulati , in vece di frapporle
, come gli antichi hanno fatto , a luogo a luo- go , e fecondo che *»• occorre
, io non veggo , che gran guadagno per ciò fi faccia . Poiché fe quelle,
definizioni , t quelle domande ,frappnjle a luogo a luo- go , con gli argomenti
, che da effe derivanfi> non ha' Jlano a chiarir le quefiioni , non
bafleranno nè meno $ effondo raccolte in fu 'l principio : e quindi (be io bo tenuta nel prefente com- ptn-
Digitized by Google *4 pendio > I* quale a voi majjìmamtnte , che ficte
intuì - te le grazie del dire efercitato , dovrà parer flretta ol- tre modo ^e
augura , e priva eziandio di quei piccoli or- namenti , che la brevità non
rifiuta ; e parendo a voi tale , non potrà non parere anche agli altri. Nè io
mi difenderò da quefla actufazione , ni cercherò di piacer- vi in una cofa ,
nella quale io non pojfo piacere a me tnedefimo . Mi rivolgerò più toflo a
dimandarvene per- dono , il quale fe da voi otterrò , /offrirò più facilmen- te
, che mi fia negato dagli altri . E certo voi fape- te , con quanta fretta et
impazienza m' è convenute fcrivere quefio compendio in mezzo a molti altri
fiudj , che non che alla politezza del dire , appena mi confen - livano , che
io penfajfi a quello , che dir dovea . Il che fu anche cagione , che io mi
abbandonaci ad Arifictele, Credendo di mettermi in buone mani , e far più
pre/lo. Terò il rilefft , come potei , e Jcorfi qua e là per gli fcrit- ti d'
alcuno del fu oi commentatori ; i quali oltre 1' acu- tezza di penfamenti non
hanno altro , che fia gran fat- to da imitarfi : et io , chi da natura mi
lafcio facilmen- te volgere allo fìile di quei , eh’ io leggo , non potala
certo da quei commenti raccogliere nè ornamento , nè gra- zia. Ariftotele poi
ha molle qualità nel fuo dire belle, e maravigliofe , e tra V altre una certa
franchezza , e brevità rijoluta con molta gravità , le quali , ejjèndo
piaffimumcnte accompagnate da mille altre vaghezze , gli Manno bene , e l'
hanno fatto piacer tanto a Cice- rone. Ma fe di quelle alcun poco mi fi fffe
attaccato, ben ve dea, che quel poco trasfetito ad altra lingua, e fpo- ■* ! i
A fpcgliato degli altri ornamenti farebbe in me cattivo , e rimarrei nel mio
dire , coti come panni d' cjfer rima fot arido e digiuno , avendo dinanzi agli
occhi un' efim- fio.pienijjìmo e abbondantijjìmo . Et io certo a vrei pc/lo
cura per non incorrere in tali vizj , o , ejfendovi incor- f°t per emendarli ;
fe .oltre gl ' incomodi, che già vi ho detto , non avcjft ambe F animo inquieto
fpor di modo * turbato . Perché oltre quella naturale malinconia , che, come
fapete , mi è tanto propria , che par nata meco ; potrei dirvi , fe fojje
luogo, di molte angujhe , et an- fieta , che tuttavia mi fanno intorno all’
animo ; nè la- fetan d’ effere al commojfo fpirito tormento , e pena, per
quanto dicano d’ ejjìr nate da bella e nobil cagione : ma qual , che la cagione
ne fa , che non fi allontana però dalla virtù , affliggono il cuore , e
difolgon la men- te dagli fludj ripofati e tranquilli. Intanto che mi fo- no
fdegnato più volte meco flefll della mia filefofia : C ho prefo in ira gli
fritti miei , parendomi prefunzion troppo grande , che io vclcJJÌ moflrare agli
altri la fe- licità , che non ho faputo ritrovare per me medefimo : e fe il
libro non fojfe fiato fatto per comandamento vofiro, e per voi , io non fi
quello , che ne fojfe avvenuto. Poi penfando meco fleffo , e rivolgendomi con E
animo tra le mie cure , ho finalmente confiderato , che fi noi non vogliamo ,
che parlino della felicità , fi non i filici ; è da temere , che troppo pochi
faranno al mondo quelli , che ne parleranno : e ficcarne interviene talvolta in
una città , o terra illuflre , che non ejfendovi niun maeflro ajfai valente o
di ballo , o di mufica f o di pittura , o d* al- Digitized by Google 1 6 f
altra tal ’ arte nobile e liberale , pur fi piglia lezio - ne da chi è men ,
che mediocre , parendo meglio fapen qualche cof a di quelle arti , che efferne
del tutto privo ; così effendo al mondo tanto pochi i felici, o più tofio non
ejfendone ninno ; chiunque voglia lezioni di felicità, debba ejfer contento di
prenderle da qualche infelice . Senza che .molte volte le cofe meglio, che
perfejiejfe, fi intendono per li loro contrarj . Il perchè dovranno ef- fere
attijjìmi ad intignare la felicità eziandio quelli , che non la provano ; Jolo
che notino diligentemente O con qualche Jludto tutto ciò , che fentono mancare
in loro, e conofcano ad una ad una tutte le parti della loro mi- feria , il che
non è molto diffìcile a chi la prova . Co munque fi a fi , che troppo ornai s ’
è detto, fe il prefente libro veniffe in altre mani , che nelle vo/lre , e le
mie efeufazioni non fiffero dagli altri ricevute * a me pe r bufferò, che fi
««o ricevute da voi ; e quand ’ anche età mi negafle , pure farò contento di
avere obbedito in qualche modo , fecondo le forze mie , a un così grande, e
così gentil Cavaliere , come voi fitte ; il qual ’ onore per me tanto fi eftima
, eh ’ io credo , che quei me defi mi , che riprenderanno 1' opera mia ,
dovranno pero an- che avermene qualche invidia . »7 ,io» 1» tu; A ce . #; 0 (/
:«i, IO !i«) 0 iti* O ■fttit 1 • ori? ^ flJ :o « «A Bere LA FILOSOFIA MORALE
SECONDO L’ OPINIONE DEI PERI PATETICI r Ridotta in Compendio . JLvA Fiofofia
morale è una fcienza , che infogna all* uomo di farli migliore , e più felice ;
donde fu* bito fi vede j niun’ altra difciplina poter’ eflerc nè più illuftre ,
nè più magnifica . Volendo noi efporla brevemente) e con quella maggior
chiarezza,, che-* polliamo , la divideremo in cinque parti . Nella pri- ma
tratteremo della felicita • Nella feconda della_« virtù morale In generale .
Nella terza delle virtù morali In particolare . Nella quarta delle virtù in-
tellettuali . Nella quinta di certe ? Sezioni ,o difpo- fizioni d’ animo, le
quali febben pajono degne di laude o di biafimo , non fono pe,ò da mettere nè
tra le virtù , nè tra i vizj . Il che facendo , poco e in pochi luoghi ci
feoftererao dall’ ordine , e dal- le opinioni d’ Arinotele . ?COT. IV. B PAR- DELLA
FELICITA ’ CAP. I. Come dicajì la felicità ejfcre il fine ultimo • A Spiegare ,
come la felicità fi dica elfere il fine ultimo delle azioni, comincieremo di
qui. Le azioni , che 1* uomo fa , fono di due maniere : per* ciocché altre fi
fanno fenza deliberazione , e fenza configlio , come il batter del cuore , il
correr del fangue , il digerire i cibi; e'quefte fi chiamano a* zioni dell’
uomo; ed altre fi fanno per configlio, e deliberazione, come quando uno ajuta P
amico, o mantien fede nel contratto ; e quelle fi chiamano azioni umane. La
feienza fifica tratta delle prime, delle feconde la morale . Rcfiringendoci
dunque alle feconde, io dico • Ogni azione umana, facendoli per deliberazione c
per configlio, fi fa per qualche fine , il qual fi vuo* le , non per altro , ma
per fe Hello , e può dirli ul- timo fine. Cosi colui , che vuole il medico , fe
lo domanderai, perchè lo voglia, rifponderà, che lo vuole per la medicina ; e
fe lo domanderai , perchè voglia la medicina, rifponderà, che la vuole per Dilla
Felicita’. la fanità ; e fc di nuovo lo domanderai perchè vo- glia la fanità ,
egli fi riderà della tua domanda; per- ciocché la fanità non fi vuol per altro
, ma per fe fletta , e tien luogo d’ultimo fine . Che fe egli non avrà voglia
di ridere , c vorrà pur rifpondere qual- che cofa , altro non fapràdire , fe
non che egli vuo- le la fanità , perchè elfa gli fta bene , e gli conviene, e
infomma lo rende in qualche parte felice. Così tutto quello , che 1’ uom fi
propone come ultimo fine in qualunque azione , va a riporli fotto il nome di
felicità ; del qual nome gli uomini fon tanto vaghi, che non par loro di fìar
bene , fe non poffono effer chiamati felici . E’ dunque la felicità polla
nclFulti- tno fine delle azioni , e dei defidcrj degli uomini . E -cornee hè
non fi aG ancora per noi dichiarato, qual cofa fia cotelìo fine ultimo delle
azioni, e però non ancor fi fappia, in che confida la felicità ; può tuttavia
per le cofe finquì dette facilmente intender- li , che la felicità rende 1*
uomo così compiuto e per- fetto , che ottenuta elfa, altro più non gli retta d
a . volere ; e finalmente , che la felicità è da anteporli a tutte le cofe , et
è il maggiore di tutti i beni. Im- perocché volendoli per fe fletta , ben
moftra di avere in fc fletta il merito d’ elfer voluta; non cosile al- tre
cofe, le quali vogliamo folamente, perchè fervo- no alla felicità ; nè le
vorremmo , fe la felicità non ce le aveffe , per così dire , raccomandate . G *
CAP. Digitized by Google 20 Parte Prima C A P. I I. In che ccnjìfla la
felicità. S E ha quiftione in filofinfia ofcura ed avvolta , fi è quella.
Vegliamo dunque di fpiegarla a poco a poco, e come poflumo . Egli par certo ,
che il fine ultimo di qualfivoglia azione umana vada a riporli o nel piacere, o
nella virtù. Perciocché qualunque azione P uom faccia , cerca Tempre o P uno ,
o P altra ; e fe vuole il piacere , non gli fi domanda mai , perchè lo voglia;
parendo , che il piacere fia da volerli per fe IKflo . E lo UelTb dicafi delia
vir- tù . Ricfucendofi dunque P ultimo fine o al piacere, o alla virtù, pare
che la felicità non debba potere allontanarli da quelle due cofe.- E quindi fon
nate varie opinioni molto tra lo- ro diverfe . Epicuro, che fiori fotte i tempi
di A- riftotele , volle, che la felicità folle polla nel folo pacere,
parendogli, che P uomo non potefie in ul- timo voler’ altro. La qual* opinione
prefe egli for- fè da Arillippo , che fu capo de’ Cirenaici , e fiori prima di
Arinotele. Sebbene alcuni credono , che Epicuro prendeffe tutto da Democrito,
il qual filo- fcfo fu della fetta degli Eleatici , difendente da_. Pitagorici .
Zenone, che fu capo delli Stoici , e vide intor- no a tempi d’ Epicuro , volle
, che la felicità non_, in Digitized by Goq ile . Della Felicita. * 21 in altro
confifteffe, che nella fola virtù. Nè egli fu però il primo a dir ciò ; che
prima di lui 1’ avea detto Antiftene , capo de’ Cinici , il qual ville al-
quanto prima di Arinotele. Platone, che ebbe alla Tua fcuola molti gran-
diflìmi uomini, e tra gli altri Ariftotele fteffb,inte- fe, che la felicità
doveffe riporli nella contempla- zione dell’ idea del bene ; il che ha bifogno
di u- na fpiegazione affai diligente . Noi ne parleremo appreffò . Ariftotele
pafiò ad altra opinione , la qual noi fpiegheremo , come avremo ragionato alquanto
del- le altre . gap. ii r. La felicità non è pojla nel filo piacere *• S E la
felicità foffe pofta nel foto piacere , ne fe- guirebbe , che oltre il piacere
niente altro reftaf- fe all’ uomo da defiderare ; e pure gli refterebbe da
deliderar la virtù, la quale certamente è diftlnta dal piacere ; dunque non è
da dire , che la felicità fia pofta nel piacer folo . Di fatti chi è colui ,
cui pro- ponendo^ due piaceri eguali , 1’ uno con virtù , 1* altro fenza , non
voleffe anzi quello , che quefto ? Vedefi dunque, che oltre il piacere vuoili
ancot la virtù . Poi fe la felicità foffe pofta nel folo piacere , fic- co-
Digitized by Google il Pahb Puma come tutte le azioni li fanno per la felicità
, cosi tutte farebbonfi pel piacere : il che -è falfo , facen- dofene molte non
pel piacere, ma per altro. E cer- to colui , che fi offre alla morte o per la
patria , o per T amico, non pare , che cerchi a fe licito niun piacere . Non è
dunque da credere , che fia riporta nel piacere tutta la felicità: et Epicuro,
et Arirtip- po , che fe ’l credettero, fi ingannarono . * Ma , dirà alcuno , le
azioni fteflfe virtuofe non per altro fi fanno , che per quel piacere , che na-
fee dalla virtù; par dunque , che tutte le azioni fi facciano pel piacere. Et
io rifpondo, che gli uo- mini cortumati e gentili fanno bensì le azioni vir-
tuofe con piacere, ma non per lo piacere. Colui , che fa beneficio all’ amico,
lo fa certamente con piacere; ma egli non mira a ciò; mira più torto al comodo
dell’ amico ; altrimenti Servirebbe non 1’ amico, ma fe fteflo. Che fe il
virtuofo dirigerti: le azioni fue al piacere , egli dovrebbe talvolta feguirc
il vizio , abbandonar la virtù ; conciofiìacofachè meno piacere G tragga da
quella, che da quello . Che gran piacere potea promettevi Scevola , allorché
fiefe la mano fu ’i fuoco ad abbruciarla ? Pur , diranno gli Epicurei , fi
vuole il piacere , non per altro fine , ma per fe fterto ; dunque erto contiene
la felicità. Al che rifpondo, che potreb- be fimilmente dirli della virtù , (a
qual fi vuole non per altro fine, ma per fe Iterta . Siccome dunque noi
concediamo loro , che la felicità non è porta nella fola 24 Parte Prima za , e Risila bellezza ; e
fimiltnente delle ricchezze, degli onori , dei piaceri , e degli altri doni
della fortuna , volendo dii , che niuna altra cofa folfe da annoverarli tra i
beni , fuori folamcnte la virtù . Il che fe è vero, colui che avrà la virtù,
avrà ad un tempo fteffo tutti i beni , e per confeguente nulla gli mancherà. Io
rifpondo,che li Stoici non vollero chiamar beni nè la fanità, nè le altre cofe
fopraddetre, ma le chiamarono però comode , e degne d’ effere pre- ferite ai
loro opporti, ed’ effere con diligenza pro- cacciate : il che facendo
lafciarono a quelle cofe la natura, e 1’ effenza del bene; levarono via folo il
nome. In fatti che altro è il bene, fe non quel- lo , che è da effere preferito
al fuo oppofto , e da effere voluto , e da effere procacciato ? Poco dun- que
importa , che li Stoici chiamaffero la fanità un bene , ovvero un comodo ,
effendo di quelle voci un fentimento medefimo . E fe l’ infermità, e il do-
lore , e la povertà, e V ignominia non vollero chia- mar mali, ciò è nulla;
perciocché le chiamarono incomodi , che è quello fteffò. Dirà taluno . L’ uomo
fapiente defidera la fani- tà , e le ricchezze , e le feienze per potere
eferci- tar la virtù ; dunque non è vero , che tali cofe li deliderino,e fi
vogliano per lor medefime . Rifpon- do effer vero , che il fapiente defidera
tali cofe > perchè fervono alla virtù ; ma le defidererebbe an- che lenza
quello . Due ragioni dunque ha 1’ uomo fa* • Digitized by Google Della
Eelicita’. 25 favio di defiderare la fanità; e perchè ella è defi* derabile per
fé fletta , e perchè ferve alla virtù, che è un’ alcra cofa non meno
defiderabile . C A P. V. Coni: dicajì , la felicità ejfcr p r Jla nella
contemplazicn ci' un' idea, IjLatone diflolfe gli uomini da tutte le cofe ter»
-i rene, e gl’ invitò alla contar plazion d’ un’ idea, nella quale fe avetter
potuto mirare una vol- ta, ditte, che farebbon felici. Pochi fi invogliaro- no
d’ una felicità così aflratta . Noi però dichiare- remo 1’ opinione di quel
grand’ uomo , e comincie- remo da più alti principi a queflo modo . Tra le
molte idee, che ci fi parano dinanzi al- la mente, n’ ha alcune, che fi
chiamano firgolari, et altre, che fi chiamano univerfali. Le Angolari fono
quelle , che ci rapprefentano le ccfe firgo’ari, come T idea del tal’ uomo, per
efempio di G ulio Cefrre ; le univerfali fono quelle, che ci rapprefen- tano
certe forme aflratte , che apparirono non iru. una cofa fola, ma in molte; come
1’ idea dell’ uomo in generale , per cui ci fi rapprefenta non un tal’ uomo, ma
la natura, e la forma aftratra dell* uomo, la qual apparifee in rutti. E cosi è
1’ idea del cittadino in generale , che ci rapprefenta ron un tal cittadino ,
ma una certa forma aflratta , che Tom. IV, D ap* Digitized by Google i6 Parti
Prima apparifce in tutti i cittadini . E tale è t’ idea del bello in generale ,
o voglia m dire della beltà . e l’ idea del buono - in generale, o vogliam dire
della bontà et altre infinite . Credono molti metafilìci, che le idee universa-
li fi formino cavandole, et attraendolc dalle idee Sin- golari ; e per ciò
attratte le chiamano: e Spiegano la cofa in quello modo. Veggendo noi molte
coSe Singolari ci fermiamo talvolta in quello , che è co- mune a tutte, Senza
penfar punto a ciò, che è pro- prio di ciafcheduna ; e allora è, che ci
rapprefen- tiamo nella mente una certa forma comune , ca- vandola dalle cofe
Singolari , e formiamo 1’ idea u- niverfalc. Così veggendo molti uomini
Singolari» Cefare , Lentulo , Trebazio , e considerando in etti Solamente 1’
etter d’ uomo , che è comune a tutti j ci formiamo nell’ animo un’ elìenza
umana attratta da tutti gli uomini, e quella è un’ idea unìverfale. A quello
modo ragionano i più dei metafilìci ; e lì credono , che quelle forme attratte
non abbiano fuf- Sìftenza niuna nella natura, e Sol tanto fieno nell’ animo
nottro , e in quanto da noi fi concepiscono. Ma Platone , il qual Solo vai p ù
, che tutti gii altri , ha creduto il contrario; et ha voluto, che^* le nature
attratte fieno e fullìttano non negli animi nottri , ma fuori; e folfero anche
prima , che fi con- cepi fiero ; e quelle elfere eterne et immutabili , non
riftrette da luogo nè da tempo; alle quali rivolgiarn 1’ animo per un’ avvifo,
che ce ne danno gli ogget- ti Angolari , fecondo che a noi fi prefentano ; onde
ci Digitized by Google Della Felicita. 27 ci pare di trarle , e pigliarle da
elìi ; ma le abbia* rao d’ altronde. E fecondo una tale opinione non è da
credere) che la beltà, la bontà, e le altre^* efienze , che attratte fi
chiamano, per noi fi formi- no, e fieno fol tanto, quanto da noi fi concepifco-
no; perchè nè fi concepirebbon da noi , fe già non fodero; r.è noi le
formeremmo giammai così per- fette, come le veggiamo. £ quette fono le idee
tanto famofe di Platone . ' Ora accettandoci al propofito, è da fapere,ef» fere
fiata Umilmente opinion di Platone, fottc-nuta da lui con molte ragioni , che
le anime nofhe fcl- fero prima, che noi nafeettimo ; e che a quel tem- po,
effondo libere e fciolte da’ legami del corpo, vedeffero molto chiaramente le
idee , che abbiamo detto, nè in altro fi efercitadero , che nella con-
templazione di effe ; per le quali apprefero fin d’ allora tutte le fetenze;
benché immerfe pofeia ne’ corpi appena fe ne ricordino. E come volle, le anime
nottre fodero prima , che noi nafeefiimo ; cosi anche fottenne con molte
ragioni , che , noi morti, dovettero P anime rimanere; le quali, fe nel corfo
di quella vita aveflero rettamente operato , e con virtù, farebbono ricevute di
nuovo tra le idee; et apprettandoli mattìmamente all’ idea della bontà, e
contemplandola , e godendocela , farian contente, e felici . Cosi Platone levò
la felicità da quefla vi- ta , e trasferilla ad un’ altra , facendola
confittere nella contemplazion d’ un’ idea . Nè credo , che al- D 2 tra Parte
Prima tra cofa più nobile, nè più magnifica fu fiata mai detta in filofofia .
Ne è 1’ opinion di Platone , ficcome io giudi- co , tanto oppofta all' opinion
d’ Arsotele , quan- to alcuni fi pervadono; imperocché, come appref- lo
vedremo, quefti due gran filofofi non fon contra- ri tra loro di opinione, ma
fanno due diveife qui- fiioni . Ad ogni modo , benché potettero le due fen-
tenze di leggieri comporfi, e tenerfi amendue per vere ; non molto piacque ad
Arifiotele quella Pla- tonica felicità ; e principalmente fi rivolfe a levar
via r idea aftratta delle bontà con 1’ argomento , che fegue . Acciocché fi
dette 1* idea afiratta della bontà, bifognerebbe , che tutte le cofe, che noi
diciamo buone, avetter comune non folo il nome, ma an- che una certa forma di
bontà , che folle in tutte_> la medefima ; poiché quefia forma tratta fuori
, e fvelta , per così dire, dalle cofe fingolari , farebbe appunto 1’ idea
della bontà. Ora quante cofe dicia- mo buone, le quali però niente hanno di
comune, fe non il nome? Chi dirà edere la medefima forma di bontà nella virtù,
e nel cibo, benché buoni fi dicano e 1 uno , e I’ altra ? Così argomentava Ari-
fiotele molto fottilmente contra il fuo maefiro . CAP. Digitized by Gooble
Della Felicita’, 2 9 CAP. VI. La felicità è pcfla nella fomma di tutti i leni ,
che ccnvengono alla natura . D icendoli , la felicità efler polla nella fomma
di tutti i beni , che convengono alla .'.atura dell’ uomo, pare che niente
venga a flabibrfi , fe prima non fi fìabilifca , quali beni fieno quelli , che
alla natura dell’ uomo fono convenienti . Imperocché anche gli Epicurei
potrebbon dire, la felicità efler pofla nella fomma di tutti i beni , che
convengono alla natura dell’ uomo , riducendogli tutti al piace- re ; e
fimilmente potrebbon fare li Stoici , riducen- dogli alla virtù , e i Platonici
alla contemplazione. Ma prima di ftabilire quai fieno i beni , che con- vengono
alla natura dell’ uomo par, che debba fla- bilirfi , qual fia quella natura:
c.ò che fece con af- fai bell’ ordine Atiftotele . E’ dunque 1’ uomo, fecondo
Arinotele , per na- tura fua comporto d’ anima, e di corpo; c tale ef- fendo ha
bifogno fervirfi quali continuamente di co- fe eftrinfeche. E ciò porto chi non
vede , che alla natura di lui fi convengono così i beni dell’ animo, come
quelli del corpo, et anche gli ertrinfeci ? e però convenirgli le fcienze , le
virtù morali, la fa- nità , la bellezza, gli onori, le ricchezze, e gli al- tri
doni della fortuna! Elfendo dunque 4a felicità po- Digitized by Google jo Parte
Prima pofta nella Comma di tutti i beni , che alla natura convengono, bifognerà
dire, che ella fia pofta nel- la Comma di tutte le Copradette cofe. Ma la
natura dell' uomo vuoili corfiderare an- cora più Tortilmente; perciocché
alcuni hanno vo- luto riguardar 1’ uomo , come Colitario , e non ap- partenente
che a Ce fteflo ; ed altri hanno voluto confiderarlo , come nato non Colamente
a Ce fletto, ma anche alla repubblica ; ed è coCa chiara , cht> fecondo*
quelle divelle conliderazioni bifogna anco- ra ftabilire fini divertì; efiendo
altri i beni , che con- vengono al Colitario, et altri quelli, che conven- gono
al cittadino. E qui entrerebbono due quiftioni diverfe in vero 1’ una dall*
altra , ma però tra loro congiun- tillìme ; cioè fe P uomo fia comporto d’
anima , e di corpo ; e Ce fia nato alla Cocietà ; perchè Cefcben pare , che
Arinotele non ne dubiti, non è però da Cprezzarfi 1’ autorità di Platone, il
qual volle, che 1’ uomo non fotte altro, che 1’ animo, nè più il corpo gli
appartenere di quel , che appartengono i ceppi al carcerato. E in verità che
altro poteva e- gli dire , conlìderando , che 1’ animo , appretto la morte, fi
rimarrebbe in eterno Cenza il corpo? Cer- to che la naturai ragione non altro
poteva infegnar- gli. Che fe 1’ uomo non è naturalmente corporeo, come potrà
egli dirli , che fia naturalmente ordina- to alla Cocietà ? La qual non gli
appartiene Ce non quanto , etìendo egli nella prigione del corpo , gli con-
Digitized by Googl Della Felicita’. convien di vivere per qualche tratto di
tempo con altri prigionieri a lui limili . Così Platone . Ma Arsotele
confiderava 1 ' uomo , come com- porto naturalmente d’ anima e di corpo, e lo
invi, tava alla focietà . Però non è da maravigliarli , che Platone proponerte
all’ uomo una felicità , et Ari- ftotele un’ altra ; imperocché condotti da
principi diverfi cercarono cofe diverfe, quegli la felicità del folitario , e
quelli dell’ uom civile. In fatti avendo poi Arinotele divifa la felicità in
due; in quella del folitario, e in quella dell’ uom civile , chiamò la prima
tfscopurnojv , noi diremo con- templativa ; e la fece coniutere nella
contemplazio- ne nè più nè meno, come Platone avea fatto. E querta felicità
tanto apprezzò, che P antepofe a_» quell’ altra dell’ uom civile , come più
nobile di ef- fa , e più predante, e degna folo delle forme fepa- rate , e
delle intelligenze fempiterne . L’ altra poi , che egli chiamò tcXitix 17* ,
noi diremo cittadinefca , o civile, volle egli, che forte, quantunque men no-
bile , tutravia più confentanea alla natura deh’ uo- mo , e la (labili , come
fopra è detto , nella fom- nu di tutti i beni, si d’ anima, come di corpo, e di
fortuna: e a quella felicità chiamò gli uomini, lafciando quella platonica
beatitudine agli Dii . 3 * Parte Prima CAP. VII. La felicità civile è po/la
principalmente nell n cfcrcizio della virtù , E Sfendo la civile felicità polla
nella Comma di molti beni, come fopra è (lato detto, potreb- be alcuno voler
Capere , in qual di elfi fia porta prin- cipalmente ; et io ril’pondo , efler
porta principal- mente nell’ azion ragionevole, e virtuoCa ; iflendo quella
quella cbe principalmente fi conviene alla na- tura dell’ uomo . Nel che mi
Cervirò dell’ argomen- to d’ Arinotele. Niente più fi conviene al fonatore, in
quanto è Conatore , che Cuonar bene; e al danzatore, in quan- to è danzatore ,
che danzar bene ; e al cavalcato- re , in quanto è cavalcatore, che cavalcar
bene; e fimi'mente ad ogni profeflbre , in quanto è tale, nien- te più fi
conviene , che cfercitar bene la proftlfion Cua. Or chi non vede la proftrtion
propria dell’ uo- mo , -importagli dalla natura , non altro edere , che feguir
la ragione? Se c:ò gli fi leva, non fi diftin- guerà più dal’e fiere. Par
dunque che niente p ù gli convenga , che far le azioni ragionevoli , e virtuo-
Ce ; e quello efercizio principalmente fi ricerchi alla felicità . E perchè P
azicn virtuofa può efler f..tta in due maniere , per abito, e lenza abito; e
facendoli per Digitized by Go Delia Felicita’. 3$ per abito « fi fa facilmente;
facendoli fenza abito , fi fa difficilmente, e con pena; però è chiaro, che
alla felicità quella azion fi richiede , che fi fa per abito; imperocché non
efTendovi 1’ abito, 1’ azion farebbe fa ti co fa ; e la felicità non vuol
fatica. Co- si argomentava Ariftotele, contro cui due ragioni fono fiate mode ,
alle quali brevemente rifpcndere- mo . E prima hanno detto , ogni azione eflfer
diret- ta a qualche fine; come dunque potrebbe porfi in una azione la felicità
, la qual non può efTer diret- ta a niun fine, edendo eda il fine ultimo ? E
quel- li , che cosi argomentano , non abbafianza intendo- no quel, che dicono;
e non veggono, che il fine^ dell* azione può edere o fuori dell’ azione, o
nell' azione ideila . Spieghiamo quella didinzione . Il fi- ne può efTere fuori
dell’ azione, come quando lo fcultore fa la ftatua ; la quale è il fine , et è
fuori dell’ azione; e quindi è, che finita 1’ azione rima- ne tuttavia la
fiatua . Al contrario può il fine ede- re nell’ azione idefTa , come quando uno
balla per follazzarfì , il cui fine è il follazzo , che è pedo nell' azione
fieiTa del ballare ; e quindi è , che cef- fando il ballo ceda il follazzo . L’
azione , il cui fine è in lei delta , può dirti infierire azione e fine
facendoli non per altro , che per lei (leda . E tale è 1’ azion virtuofa , la
quale, chi la facede per al. tro fine che per ufar virtù , non farebbe più
azion virtuofa . Però ben difle Ariftotele nel libro fc- Tom. IP, E fio
Digitized by Google 34 Parte Prima fio Sari y*f xvrri >) « rt ’Xo lcr ciò,
che vuole, nè potefle fare altrimenti; quan- tunque le azioni umane folfero
volontarie , prove- nendo da volontà , ndn fi ftimerebbono però libere,
provenendo da volontà necelTaria . Par dunque chiaro, che ad un’ azion libera 6
ricerchi oltre 1’ eflere volontaria anche 1’ eflere fen- za neceflità; onde può
ella definirli cosi, che fia_» un* azione volontaria fenza neceflità , o per
dir lo fleflo in altro modo , un’ azion fatta per principio intrinfeco , e con
cognizione , potendo anche non farli ; dove le parole; per principio intrinfeco
c con co- gnizione, moflrano , che dee eflere volontaria ; e le altre; potendo
non farli, levano via la neceflità. Diftinguefi nelle fcuolc una libertà, che
è, di- cono, di indifferenza, da un’ altra libertà , che non è tale. La prima è
quella libertà , che uno ha, di fcegliere tra due partiti qual più vuole,- non
cflen- do per altro niente più inclinato all’ uno , che all’ altro. La feconda
è quella libertà, che uno b», di fcegliere qual più vuole di due partiti,
eflendo pe- rò più inclinato all’ uno , che all’ altro . Ed è chia- ro, che
quella maggiore inclinazione non toglie la libertà , perciocché ella invita
benfi 1’ animo , ma non Io sforza; ed egli fpefle volte condotto da ra- gione
fceglie e vuole quel partito , a cui meno in- clinava. Altre divifioni fi danno
della libertà; ma noi al prcfcntc non ne abbiamo bifogno . A que- Digitized by
Googli Della Virtù’ Morali In Generali , 55 A quello luogo apparterrebbe una
quiftione mol- to rottile, e molto agitata, cioè fe quella libertà, che fino ad
ora abbiam definito, veramente fi dia; e fe T uomo 1* abbia . La qual quiftione
è impor- tantiflìma alla morale; poiché fe 1’ uomo non è li- bero, ed è
condotto in tutte le fue azioni da una certa fatale neceflità , che fervon
dunque tante leg- gi , e tanti precetti ? Ma noi lafceremo tal contro- verfia
ai filici , a cui Ila veramente di trattarla; e 1 terremo intanto per
fermiflìmo , che 1’ uomo fia li- 3 bero, e non già condotto in tutte le cofe
dal de- ; ftino , ficcome volle Zenone , e molti Stoici ; co- . mcchè Crifippo,
che fu pure di quella fetta, e udì Cleante, c , come vuoili, fu difcepolo dello
fteflfo Zenone, fottraeflc le umane azioni alla poteftà del deftino . Che fe
pure alcuno Stoico ci importunane; e noi gli rifponderemo , che fe gli uomini
fan per deftino tutto ciò, eh’ elfi fanno, noi, che credia- mo efler liberi,
dovremo dunque elfere deftinati a crederlo ; e fe in quello ci inganniamo , la
colpa., farà pur del deftino, e non noftra . Lafcinci dunque avere quella
credenza, a cu , fecondo 1’ opinion loro, fìam deftinati. E ciò badi aver detto
della libertà . CAP. Digitized by Google Parte Seconda 5 * CAP. VI. Che tcfa
Jìa la virili , ripiegata avendo finqui 1’ azion virtuofa , farà fa* O cile
intendere, che cofa fia la virtù, non eflen- do ella altro, che un’ abito di
far le azioni virtuo- fe; c quando dico un’ abito, intendo una prontez- za , et
una facilità di operare acquiftata con 1’ efer* cizio, e con 1* ufo. E certo
non pare, che la virtù debba eflere al- tro, che un’ abito; perchè ficcome non
fi dirà aver la faenza del danzare , nè fi chiamerà danzatore^ colui , che una
volta fola , e Dentatamente fa un patto limile a quelli , che fanno i danzatori
; ma si colui , il quale eflendofi lungamente in quell’ arte cfercitato , ne fa
far molti, e fpeditaraente , e con facilità, c con fcioltura , e con grazia;
cosi pari- mente non fi dirà avere la manfuetudire , nè man* fueto fi chiamerà
colui , che una volta fola , « a gran fatica abbia compreflo 1’ ira fua ; ma si
co- lui , che avendol fatto molte volte, il fa oggimai facilmente, e quali
fenza volerlo. E cosi può dirli di' ogni virtù . E' dunque la virtù un’ abito .
Nè al- tro certamente , che un’ abito , intendon gli uomi- ni nel ragionar
comune, qualora afano il nome del- la virtù . Il che da fe iolo batta a provar
quello i che abbiamo propotto . Pur *
Dilla Virtù' Morale Tn Generale . 57 Pur quello Hello fi prova da Arillotcie
con al* tra ragione affai Cottile , a intender la quale bifogna cominciar di
più aito, lo dico dunque, che nell* anima foglion diftmguerfi dai Filofofi due
parti, 1’ una delle quali chiamafi fuperioie , 1’ altra inferio- re. Alla prima
appartengono due potenze, intellet- to, e volontà; alla feconda appartengono le
paflio- ni, 1’ ira, 1’ odio, 1’ amore, 1’ invidia , cd alyo , tali « f Ora
avviene fpeffe volte , che la volontà polla quali in mezzo tra 1’ intelletto ,
e le paflioni , fia quindi invitata dall’ intelletto con la rapprefenta- zione
del vero , e dell’ onedo , e quindi tratta , e IJ quafi llrafcinata dalle
pallioni con 1’ offerta lufmghe- vole d’ alcun piacere; di che la volontà
ferite no- i ja; e con fatica, e difficilmente può indurfi a feguir * 1’
intelletto , e far’ azion virtuofa contraflando alle » pafiioni . Ben è vero,
che fe ella fi avvezzerà a vin- ti cerle , acquifterà a poco a poco un’ abito ,
per cui t le vincerà poi facilmente . Così fono tre co fe neh’ 1 animo , che
appartengono all’ azione , le potenze, » le paflioni , e gli abiti. li Ciò
pollo argomenta Arinotele in quello modo, ri provando , che la virtù è un’
abito . Pare , che la ti virtù , appartenendo all* azione , debba effere una_
ir potenza, o una paffìone, o un’ abito; ma non è rè ti una potenza, rè una
puflione ; dunque farà un’ abi- li to . Che poi non fia rè una potenza , rè una
paf- fione , fi dimoftra così. Se la virtù folle una .peti a- 9ow. IV. H za,
Digitized by Google 58 Parte Seconda ovvero una p^flìone, ne Arguirebbe, che
tutti gli uomini avrcbbono la virtù, imperocché tutti han« no le potenze, e le
padroni ; fe dunque non tutti hanno la virtù, bifogna dire, che la virtù non
fia nè una potenza, nè una padrone. Oltre che gli uo- mini fi lodano per la
virtù, edendo che per quella fanno le azioni virtuofe, e lodevoli; e ninno però
fi loda per aver la potenza dell’ intendere , o del volere, poiché tutti 1’
hanno; dunque la virtù non confille in una potenza; molto meno in una pallio-
ne; imperocché niun fi loda per edere iracondo , 0 timido, o invidiofo ,
effendo che la lode non vuo- le andar dietro a tali cole. CAP. VII. Qual Jfa il
/oggetto della virtù , e d ’ alcune proprietà di tj/a . N On è alcun dubbio ,
che il foggetto della vir- tù fi è il virtuofo; poiché il foggetto di un’a-
bito è quello , in cui rifiede tale abito; c 1’ abito della virtù rifiede nel
virtuofo. Ma perchè il virtuo- fo può confiderarfi in più maniere, però diremo,
che il foggetto della virtù è il virtuofo , inquanto egli vuole ; ovvero è la
volontà della del virtuofo- E la ragione è quella. Il foggetto d’ un’ abito è
quella potenza , che fa gli atti , per cui s’ acquila tale abito; ma la virtù è
un* abito; e la volontàè qucl- Digltized by Googl Della Vieto' Morali In
Generale . 59 quella potenzi) che fa gli atti virtuosi, per cui s’ acquila
untale abito ; dunque la volontà è il foggetto della virtù. Che vale a dire: il
virtuofo non è fog- getto di virtù» nè virtuofo, inquanto corre, o feri- va , o
dorme ; ma foto inquanto vuole , o è difpo- fto a volere le cofe buone. Ma
dichiariamo oramai alcune proprietà del vir- tuofo . E primamente dico, che
niuno è virtuofo per natura . La ragione è quella . La virtù è un’ a- bito, e
però dee acquiftarfi con 1’ ufo; ma quello, che dee acquiftarfi con 1’ ufo, non
fi ha da natura; perciocché fe fi averte da natura , non farebbe ne- celTario
1’ ufo y dunque la virtù non lì ha da natu- ra ; dunque niuno è per natura
virtuofo . In fecondo luogo , il virtuofo fa 1* azion vir- tuofa con piacere .
La ragione è quefta . 11 virtuo- fo vuole 1’ azion virtuofa , e la fa ; ora
niuno può far quello, che vuole, fenza fentirne piacere; dun- que il virtuofo
fa 1’ azion virtuofa con piacere. Sen- za che fe il virtuofo facefle 1’ azion
virtuofa con difpiacere, e con noja, la farebbe con fatica; dun- que non
facilmente ; dunque il virtuofo non avreb- be 1’ abito della virtù ; dunque il
virtuofo non fa- ria virtuofo, che è imponìbile. In terzo luogo , il virtuofo
fa 1’ azion virtuofa virtuofamente ; che vale a dire fa 1’ azion virtuo- fa, e
la fa con virtù. Ciò non ha bifogno di dimo- flrazione. Anzi vorrà alcuno, che
più tofto li fpie* ghi , come poffa farfi 1* azion virtuofa fenza virtù. H 2 Se
So Parte Seconda Se però fi riguardi la fola azione ellerna , è chiaro; perchè
può uno fare 1’ azion virtuofa cfternaroente, et aver 1’ animo contrario , come
chi donaffe al c impagno per poterlo più comodamente tradire. Collui. donando
farebbe V azion virtuof .1 ellernamen- te , ma avendo l* animo contrario all’
onello , la farebbe fenza virtù. Che fc fi confideri 1’ azione non folo edema*
mente, ma anche internamente virtuefa, può que- lla altresì farti fenza virtù .
Perciocché colui , che la fa, può farla fenza avervi ancora acquillato 1’ a-
biio . il qual fe gli manca, gli manca la virtù. Fa- rà dunque fenza virtù 1’
azion virtuofa . CAI». VII I. Della materia della virtù. L A materia , intorno
a cui s’ adopra e fi efercita la virtù, è polla fecondo Arinotele nel piacere t
nel dolore : xtpi trovar xaì XJr«r i che fi commovono per P apparenza di un
dolore o prefente , o avvenire ; e in efultazione , e confidenza , che fi
commovono per P apparenza di un piacere o confeguito , o da confeguirfi. Le
altre padìoni fi riducono a quede quattro. Edendo dunque, che la virtù verfa
intor- no alle padìoni, e quede intorno al piacere, et al dolore, par chiaro,
che ficcome le padioni fono la materia prodima della virtù, così il piacere, et
il dolore debban’ ederne la materia rimota . Dirà alcuno . Se la materia della
virtù fon 1* padìoni, dunque non farà atto alcuno di virtù , do- ve non fia
qualche padrone da mederarfi ; nè opere- rà virtù nè giudizia quel giudice , il
qual giudichi rettamente una cauta , in cui egli non fia da veru- na padìone
incitato. E pur quedo non par, che fia vero; dunque la materia della virtù non
fon le paf- fioni Ri- Digitized by Google 61 Parte Seconda Rifpondo, che colui,
che fa azion buona, non fa però azicn virtuofa , fe non la fa con coftanza d’
animo , cioè difpofto a farla , quand’ anche la_. paffione gliel contendefle;
nè io dirò molto virtuo- fo quel giudice, il qual giudica rettamente la cau-
fa, in cui nè 1’ intcrefle , nè la grazia lo tentano, eflendo però difpofto a
fare un giudicio diverfo, ca- fo che Io tentaflero. Non può dunque efercitarfi
vir- tù , fenza difpofizione a vincere le paffioni; c que- lla difpofìzione è
la virtù flefla , la cui materia fon le paffioni, che ella vince, o è difpofta
di vin- cere . Ma dirai . Se uno avelie g : à moderate le paf- fioni per modo,
che più non gli defier contraffo, egli, fecondo voi, non potrebbe più operare
virtuo- famente , poiché mancandogli il contrailo delle paf- fioni gli
mancherebbe la materia della virtù. E pur quello par falfo. Et io rifpondo, che
colui, che ha moderatele paffioni , le ha però tuttavia; e fe non gli danno
contrailo, ciò avviene, perchè egli per P abito, che ha acquiftato , le fa
tenere in quella moderazione, a cui già le ridufle, e che effe di lor natura
volen- tieri non foffrono . Or quella è una certa maniera di vincerle; eflendo
un vincerle il tenerle per mo- do, che non poffano far contrailo. Tu dirai . Se
fi delie un* uomo fenza paffioni , egli certamente farebbe più perfetto degli
altri uo- mini , e però dovrebbe aver fenza dubbio la virtù; • don- Della
Virtù' Morale In Generale . 6 $ dunque non dovrebbe mancargli la materia della
vir- tù ; e pure gli mancherebbono le paflìoni; dunque non è da dire , che la
materia della virtù fieno le paflìoni . Al che rifpondo, che colui, il quale
non avef* fe pallione alcuna , non avrebbe nè men virtù; non già che egli non
operafle le co fe onefte; che certo le opererebbe , e con facilità , c
prontezza Comma ; ma in lui 1’ operarle non farebbe virtù ; elfendo che non
ogni prontezza a fare le cofe onefte è virtù , ma folo quella, che fi acquìfta
con l’ ufo di vincere le padroni , et è abito. Quella prontezza, che a- vrebbe
uno , in cui non potettero levarli a tumulto le paflìoni, farebbe un’
inclinazion più felice, ma non virtù . . Nè fo poi, fe io mi debba concedere
quello, che hai detto, cioè che un uomo, a cui mancafle- ro le padioni, fede
perciò più perfetto degli altri uomini ; nè anche quello, che éflendo quello
mara- vigliofo uomo più perfetto degli altri uomini, do- vette perciò aver la
virtù . Imperocché quanto al primo, niente vale il di- re , che le paflìoni
fieno di lor natura cattive , e ■fieno imperfezioni ; onde ne fegua , che chi
non le avede , dovette tfler perciò più perfetto uomo degli altri. Perchè io
rifpondo , che quanto all’ edere le padioni di lor natura cattive, quella è
gran quiftio- ne,di cui tratteremo appretto. Ma pollo pure, che contengano
imperfezione; anche T eflfer corporeo ne Digitized by Google 64 Parte Seconda
ne contiene; rè però perfetto farebbe un* uomo, a cui mane. Afe il corpo; e
fimilmente non farebbe perfetto un’ uomo , a cui mancadcro le padioni. Quanto
poi alla feconda cola, che hai detto, cioè che tflendo quell’ uomo maravigliefo
, a cui mancano le palfioni , più perfetto degli altri , dee perciò aver la
virtù , che h^nno gli altri , eflendo certamente la virtù una perfezione :
rifpondo c ò ef- fer f-lfo ; poiché la virtù è perfezione , ma è per- fezione
dell’ uomo, che vale a dire di un foggetto ragionevole capace delle padroni .
Che fe noi fnp- ponghiamo un’ uomo incapace delle padroni , noi Io fupponghiamo
più che uomo, e lo fucc'am quali un Dio; e ad eflb lì converranno p : ù predo
le perfe- zioni divine, che le umane. Laonde non farà gir- tuofo ; et operando
le cofe buone non le opererà per virtù, ma per un* altra difpolìzione affai più
no- bile della virtù . CAP. IX. Se le paloni Jìtno cattive di lor natura . TL
luogo idedo ci chiama ad una quidione affa* ^ i «d è , fe le padioni fieno
cattive di lor natura. Li Stoici credetter , che fodero; e quindi
argomentavano, th; dovefle 1* uomo efiirparle, e-/ levarle via del tutto .
Aridotele modrò meno alte- rigia , e fi contentò , che i* uomo avelie le fue
paf’ fio- Digitized by Googli Della Virtù' Morale In Generali. 6 % /ioni,
purché le reggeffe e moderalfe. Prima di entrare in una quiftione tanto profon-
da, par neccflario definir bene, che cofa fia pallio- re,* e vedere in quante
maniere poffa voler dirli cattiva. Io dico dunque, che la paibone altro non è,
che un movimento dell’ animo, il quale, per 1* apparenza d’ alcun piacete , o
difpiacere , fi ec- cita a inclinare la volontà, fenza afpettar 1’ clamo della
ragione . E di qui fubito fi vede , che la paf- fione può inclinar 1’ uomo
anche a cofa buona, po- tendo inclinarlo a ciò, che la ragion poi approvi , e
commendi . Quelli poi , che dicono efler cattive le palfio- 'ni, pofion dirlo
in due maniere; prima volendo li- gnificare , che fieno malvagie , et abbiano
difoneftà in fe , come hanno il furto, 1’ omicidio, e le altre colpe ; poi
volendo dire , che fieno incomode , nojofe , coti)’ è la febbre, che non ha in
fe malva- gità niuna, ma reca noja , et è cattiva. Ora accollandomi alla
quiftione, e cercardoin primo luogo, fe le paflìoni fieno di lor natura mal-
vagie, e difonefte , io dico, che non fono; perchè qual malvagità è in un
movimento, che forge nell* animo per ordine della natura a inclinare la volon-
tà ? Nè vale il dire, che elfo non afpetta I’ efama della ragione; e il non
afpertarlo è malvagità . Per- chè a quello modo malvagità farebbe anche il d
ge- rire i cibi, t il batter del cuore, e cenro altre..» operazioni, che nell’
uomo fi fanno, fenza afpettar few». IV. I la 65 Parie Seconda la ragione; la
quale dee afpeitaifi dalla volontà | che è libera, non dalle altre potenze, che
ftguono, e debbon feguire 1’ inftinto loro . Altrimenti mal* vagia dovrebbe
dirli ancor la fame, e la fete , c 1 inclinazione al dormire , e qualunque
altro appet co . Pur, dirà alcuno, le pafiìoni incitano la volon- tà ad operare
fenza riguardo della ragione. Or non fon dunque malvagie ? Rifpondo , niuna
malvagità edere nell’ incitamento , che effe danno alla vo* lontà , non effcndo
in ciò colpa niuna; e la volon- tà fteffa fc è malvagia, non è malvagia, perchè
in- citata ; è malvagia, perchè, effondo incitata, non attende 1’ efaroe della
ragione, come potrebbe, e dovrebbe. E' dunque la malvagità nella volontà, non
nella paffìone. Ma non fi dice tutto di , che la paffìone trae 1* uomo alle
cofe difonefte? Et io rifpondo : talvol* ta anche alle onefte . L’ amor dei
figliuoli trae V uomo a educarli bene . La compaflione trae 1’ uo- mo a
follevare gli opprefli . Il defidcrio della glo- ria trae 1’ uomo alle
magnanime imprefe. Quanto volte giovò 1’ ira ai forti, il timore ai prudenti,
la verecondia ai coftumari ! Che fe noi volemmo levare dalle iftorie tutti i
fatti gloriofi , a cui gli uomini furono dalla paffìone fofpinti , io temo, che
affai pochi ve ne rcfterebbono . Non è dunque da dire, che le paflìoni fieno di
lor natura cattive, fpingendo talvolta P uomo alle cofe difonefle ; poi* chè lo
fpingon talvolta arvche alle onefte . E Digitized by Googli Della Virtù' Morale
In Generale . 67 E quando ancora le paifioni incitano la volon- tà alle cofe
difonefte, non è difonefto in loro 1* in- citarla ; è difonefto in lei il feguire
un tale incita- mento, e abbandonarli alla paflìone più, che non dee;
perciocché- la volontà dee feguir la paflìone, e valerfene fecondo che ragion
vuole ; come il pi- loto fi ferve del vento fecondo 1* arte fua; il qua- le fe
trafcura 1’ arte abbandonandoli al tempo , t-» va dove andar non dovea , pecca
non il vento , ma egli . E cosi pure fe la volontà , mefla da par- te la
ragione , fegue le palfioni , e trafcorre fuor dell’ onefto, la colpa é pur fua
, non delle pallio- ni , le quali ben rette e moderate fervono a far più
facilmente le azioni onefte , e fono gl’ inftrumenti della virtù . Ma fono
alcuni , i quali dicono , le paflioni ef- fer cattive di lor natura ,
intendendo che fieno non già difonefte , c malvagie, ma faftidiofe et impor-
tune , dovendo V uomo ftar fempre in fu ’l regger- le , e moderarle, il che gli
da noja , c fatica; co- me dunque le malatie fi dicon cattive, benché non
malvagie, così pare che poflan dirli ancor le paf- fioni . Il quale argomento è
da diftinguere ; perchè febben le paflioni a chi non è ancor virtuofo reca- no
noja grande, e fallidio , non ne recan però a chi è già virtuofo, perciocché il
virtuofo , avendovi fat- to 1* abito, le governa, e le tempera facilmente ; e
fapendonc , per cosi dir, 1’ arte, le regge con pia- cere , come il cavaliere ,
che regge il cavallo con 1 2 raae- I I l 6 % Parte Seconda maettrit , e vi ha
diletto, piacendogli di far ciò, che fa far così bene , e fe il cavallo nioftra
sdegnar- fi del freno, e tuttavia gli obbedifce , piace ancor quello fdegno .
Non fon dunque le pafliom moiette nè faticofe di lor natura, eifendo tali
fedamente a quelli, che non hanno virtù; poiché agli altroché fon virtuofi ,
cedono facilmente , e fi piegano coni’ etti vogliono ; di che eglino fenton
piacere , e no traggono ajuto per far le azioni virtuofe con più pronto e
ficuro animo. Per le quali cofe parmi do- ver conchiudere, che le paflioni non
fono per mun modo cattive di lor natura . Se la virtù Jia pojla in un certo
mezzo tra l' ecccjjo , e il difetto . C He la virtù, c Umilmente l’ azion
virtuofa, con- fitta in mediocrità , cioè a dire in un certo mezzo pollo fra
due eflremi , P un de’ quali cade in difetto, 1’ altro trafeorre in eccetto, è
(lata fen- za dubbio opinione fertniflima d’ Arinotele ; così che egli non
dubitò di definir la virtù f£ic Tpocupifni) •V fj.t l Delle Virtù’ In
Particolari. CAP. III. Della Fortezza . L A fortezza è una virtù , per cui I’
uemo incon- tra i pericoli , c (offre i mali della vira con grande animo. E
dico, che incontra i pericoli con grande animo, quando gl’ incontra, niente più
te- mendogli di quello, che ragion vuole; e ufate le cautele, che può ufare e
dee, non cu^a il reftante. Dico poi, che fofFre con grande animo i mali del- la
vita, quando gli foffre, fenza troppo attriftarfene, e prendendo quel conforto,
che può , dai beni , che gli rimangono , e maftìme dal piacere dell’ oneflà.
Quella diffinizione della fortezza non è guari diverfa da quella , che fino dai
tempi di Platone ci hanno lafciata quali tutti i filofofi , proponendo, co- me
materia di fortezza , tutte le cofe , che vaglio- no a rattriftarci , c far
paura. Et io credo facilmen- te , che Arinotele non d’ altra maniera
intendefft> quella virtù, che egli chiamò cutgu'x , gli altri han- no
interpretato fortezza; e fi direbbe forfè meglio virilità . Sebbene fon di quegli
, i quali credono , ch« Ariftotele reflringefle quella virtù fua ai pericoli
del- la guerra; e certo volendo proporne efempi, fem- pre gli tralTe dal valor
militare . Ma forfè ciò fece, perchè effendo materia della fortezza tutte le
cofe L x ter- Digitized by Google *4 Parte Tuia terribili, egli volle trarre
gli efempi dalle più illa- Uri. Parmi poi, che Ariflotele là, dove tratta di
quella fua virtù, che chiama «vip * /’«, abbia voluto, non g‘à definirla , ma
defcriverlj più torto- e conv mendarla; il che potrà ognuno facilmente intende-
re , leggendo quel capo. Non può dunque così di leggeri accertarfi , Cotto qual
definizione egli la com- prenderti: . Gli eftremi della fortezza, almeno
inquanto ri- fguarda i pericoli , fono 1* audacia, e il timore. L’ audacia è di
colui, che troppo fprezza i pericoli , e non ufa quelle cautele, che ragion
vuole; il timo- re è di colui, che troppo fe ne turba , e però gli sfugge,
quando dovrebbe incontrarli . E 1 proprio del timido ufar molto più cautele,
che non bifogna; febbene , dove il pericolo fia viciniflimo, rantoli turba ,
che non fa prender configlio, nè può. Sono alcuni abiti , i quali dal volgo fi
chiamati fortezza, e non fono; perciocché nè quelli fon for- ti , che fi
efpongono ai pericoli per mercede, nè quelli, che il fanno folo per ira; poiché
niuno di quelli opera per fine di oneflà , tolto il qual fine è tolta via la
virtù. Nè quelli pure fon forti, i q ua * li fi confidano tanto nella perizia,
e robuflezza lo- ro , che non credono eflere verun pericolo nell’ in* contro,
perciocché fe fi leva 1’ iramaginazion del pericolo, levafi eziandio la materia
della virtù. £ quelli tali fon da temerli , ma non fon forti . Delle Vxrtu' In
Pakticolars. 85 C A P. IV. Della Temperanza . L A temperanza è una virtù, per
cui 1’ uomo 6 attiene moderatamente, cioè, quanto ragion- vuole , dai piaceri ;
nè dico da tutti, i piaceri, ma da quelli, che confiftono nel mangiare, e nel
bere; e da quelli , che appartengono al fentimento del \ tatto . Perciocché
colui r che ufa moderatamente, e fol quanto gli fi conviene , del piacer della
mufica, benché faccia azion buona , e virtuofa , e lodevo- le , non però
temperante fi chiama; nè interoperan- À te li direbbe, quando ne ufafle
foverchiamente . E \ Umilmente colui, che fi dà al piacere della' caccia, o del
ballo , o dell r armeggiare , o d r altra tal’ ope- ra; il quale rè temperante
nè intemperante fi chia- ma ; ma è da dittinguerfi con altro nome Gli eftremi
della temperanza diconfi eflere 1* intemperanza , e 1’ infenfibilità . V intemperanza-,
trae ali’ eccetto, et è di colui, che va dietro a' pia- ceri foverchiamente .
L’ infenfibilità poi farebbe di uno, il qual non avefie il gutto nè del
mangiar, nè del bere, c non fentifle le lufinghe del tatto, e que- fto eftremo
è più tofto difetto di natura, che feoftu- matezza, et è tuttavia rariflìmo , e
forfè anche im- ponibile . Chi dunque fotte infenfibile o ftupido, non avrebbe
colpa, ma nè puie virtù. Fin- Digitized by Google 8 non conviene . Nel che
mancano gli adulatori , che per fin di guadagno, o per renderfì aggradevoli ,
lo- dano eziandio le cofe , che fon da biafimarfi. E ca- dono in quello eftremp
ancor quelli , i quali leda- no le qualità buone , che ha un viziofo ,
conofccn- Tom. 1K N do 98 Pur! Timi do per altro , che quella lode nutre , e
fomenta la malvagità; come colui , che parlando con 1 ornici» da , ft eftende a
lodarne, et efaltarne 1* accortez- za , 1’ ingegno, 1’ ardire, nulla
riprendendo 1’ omi- cidio fletto; poiché 1’ omicida contento di quelle lo- di
meno penfa ad emendarfi; e quelli peccano nel- la gentilezza , perchè lodano
quando , e come non conviene. H Umilmente fanno quelli, che udendo alcuna
malvagità , o vedendola , non la vrglion ri- prendere , quantunque pollano , e
fi rccciono ; i qua- li non vogliono difpiacere ai cattivi, nè credono di
peccare, perchè peccan tacendo. Nè io fo , (e più nuocciano al buon coftume
quelli cortefi . che nrn difapprovano mai niuna cofa ; o quei faftidiofi,chc le
difapprovano tutte. L’ altro eftremo della gentilezza è di quelli , che nell’
altrui lode fono più fcarfi di quel che con- viene; nel che cadono facilmente
gl’ invidiofi , e i ibperbi ; e quelli fono veramente pù odiati , che gli
adulatori ; ma non forfè più malvagi . Laonde fa- rebbe da ftudiarfi
grandemente la gentilezza ; per- chè febbene quella virtù è poco celebrata
dagli uo- mini , è però affai gradita, e 1’ un degli eflremi è molto odiato ,
1* altro è molto degno di efferc . CAP. Digitized by Gc Dell* Virtù' In Particolare . 99
CAP. XII. ■à' Della Piacevolezza . N Oi chiameremo
piacevolezza quella virtù , che Ariftotele chiamò torfaicsXiK , e confitte nel
ral- legrare e tenere in feda le compagnie con ragiona- menti graziofi, c
leggiadri motti; il che facendoli moderatamente, e fecondo che alle perfonc
con- viene , et al luogo , et al tempo , e alle circoflan- ze tutte , contiene
virtù morale . Che fé uno eccede in ciò, trae in un vizio, che potremo dire
buffoneria ; come quelli , che per far ridere ufano motti ofccni , et
avvilifcon fe fletti , e raccontano cofe fporche , e laide; il qual collume è
minimamente dei comici , e dei poeti italiani , tra quali non è mancato chi
faccia la laudaziont> dell’ orinale. E Umilmente fono colpevoli tutti quel-
li , che fcherzano con poca riverenza della religio- ne , e delle cofe facre .
L’ altro eftremo della piacevolezza è di quelli, che nell’ ufo delle facezie
fono più fcarfi , che non conviene. E in alcuni veramente è da riprendere una
certa rozzezza d’ animo, che emendar potreb- bono , e non vogliono; i più però,
anzi che vizio di cofturae, hanno difetto di natura , ricercandoli un certo
ingegno a ritrovar le facezie accomodate al tempo, e ali’ occafione; il qual’
ingegno ove man- N z chi , Digitized by Google loo Parte Tuia chi, nulla ferve
la volontà. Però ficeome la ma- gnificenza non è fe non dei ricchi, così la
piacevo- lezza non è fe non degl’ ingegnofi. E perciò ficco- me mal farebbe il
povero a voler ufare la magnifi- cenza , così mal farebbe colui , che volefle
utare-# la piacevolezza , non eftcndovt da natura difpofto . Della G inflitti
€. L A giufìizia è una virtù, per cui 1’ uomo è difpo- fio di dare altrui
prontamente quello, che gli fi dee . E però giufìizia in primo luogo fi chiama
quell’ abito j che uno ha di fare generalmente le cofe o- refìe ; perchè il
farle è un’ obbedire alle leggi , e predare alla fovrana et immutabile autorità
dell’ o- nedo quella fommifiìone, che per noi le fi dee; di che nulla è più
giudo. E queda giufìizia legale vien detta, e non è una particolar virtù
abbracciandole generalmente tutte. La giufìizia poi, che può dirli virtù
particola- re , e di cui ora trattiamo, fi è quella, per cui 1* uomo è difpofìo
di dare all’ altr’ uomo quello, che gli fi dee. E perchè quello, che gli fi
dee, può doverglifi principalmente in due maniere , o perchè P abbia meritato ,
o perchè fiafi così per certo ra- gionevol cambio convenuto; quindi nafcono
due./ maniere di giufìizia . La didributiva , per cui fi af- fé- ' Digitized by
Gc Delle Virtù' 7n Particolare . ioi fegnano i premj e le pene fecondo il
merito ; e la commutativa , per cui fi cambiano i beni , non fe- condo il
merito di ciafcuno , ma fecondo il conve- nuto . Perché fe il compratore sborfa
il prezzo del- la roba comprata al mercatante , egli non riguarda il merito del
mercatante , ma 1* obbligo della con- venzione. All’ incontrario il principe ,
che punifce il reo, riguarda il merito di lui, non alcuna parti- colar
convenzione, che con tifo abbia. Suol dirli , che la giuftizia diftnbutiva va
dietro 1 a una certa proporzione , e la commutativa va die- tro all’ egualità.
Noi fpiegheremo brevemente que- llo detto , il qual contiene il fondamento e la
forn- irla dell’ una, e dell’ altra giuftizia .. La giuftizia difttibutiva
dunque va dietro a una certa proporzione, inquanto che diftribuendofi i pre- mi
e le pene fecondo il merito, bifogna , che qual* è la proporzione, che parta
tta il merito d’ uno, e il merito di un’ altro, tal fia quella, che parta tra
il premio o la pena , che fi dà all’ uno , e il pre- mio o la pena, che vuol
darfi all’ altro. Levandoli via quella proporzione levali via la giuftizia
diilri- butiva .- E quindi fi vede , che in due maniere può man- carli alla
giuftizia diftributiva , o dando più di quel- lo , che la fuddetta proporzione
richiede , o dando meno; e quelli fono gli ellremi d’ erta giuft zia, ben- ché
ne’ premj il dar più di quello che la proporzio- ne richiede , e nelle pene il
dar meno , non è fem- Digitized by Google I 102 Parte Terza pre atto viziofo ,
qualunque lìa Tempre fuori del giu- do. Perciocché 1’ uomo non è obbligato a
efercitar giudizia ad ogni tempo ; e fa bene talvolta a cfer- citar più todo
qualch’ altra virtù; come colui, che cadiga meno del giudo, e in quedo adopra
clemen- za; e colui, che premia oltre il merito, e in que- llo adopra
liberalità . La giudizia commutativa poi va dietro all’ «- gualità, inquanto
che cambiandoli per efla i beni, non è giudo il cambio, fe non è eguale, e fe
1’ ' uno non dà tanto all’ altro , quanto ne riceve . E benché nelle occorrenze
della vita fogliano cambiar- li certi beni, che per fe ftefli non hanno
proporzio- ne alcuna, nè egualità (perchè li cambiano indiftin- tamente e vedi,
e pitture, e cale, e poderi, e di- ritti , e dominj , ed altre cofe tali )
quedi tuttavia fi rendono eguali per rilpetto del danaro, che è co- me una
mifura comune ; perchè fe la pittura a giu- dicio degli uomini vai tanto ,
quanto il podere , fi dice , che la pittura , -e il podere fono eguali . E
quand’ anche danari non fodero, come una volta-* non furono, potrebbon però
dirli eguali quei beni, che egualmente conducono alla felicità. Imperoc- ché fe
tutte le azioni umane alla felicità fon diret- te; nè altro fi cerca dagli
uomini , nè fi vuole, fe non la felicità fola ; che fanno elfi dunque nelle lor
compre, c nelle lor vendite, e nè i lor mutui, e in tutti i loro contratti, fe
non che trafficare quan- - do una parte, c quando un’ altra delle loro felici-
tà? Digitized by Goq le Di-li* Virtù' Tn Pabticolari . rcj tà ? Nel qual
traifijo per quello ancora ricercali 1* uguaglianza, avendo tutti gli uomini
per naturalo* ro alla felici t à egual diritto. Intanto per le cofe dette fi
vede, poter uno mancare in due modi alla giuftizia commutativa , o dando più di
quello, che 1’ uguaglianza richiede, o dando meno ; benché chi dà più , non
commette colpa, ma è in errore; colui, che dà meno , offen- de la giuftizia, et
opera difoneftamente . E di quj può conofcerfi , quali fieno gli eftremi della
giulli- zia commutativa Nè Ariftotele fi allontanò guari da quello no- ftro
difeorfo, avendo infegnato , che la giuftizia com- mutativa è porta tra il far
danno, et il riceverne; alla qual Temenza procedeva in quello modo . Fa-
cendoli alcuna commutazione tra due perfone , non può ella dirli del tutto
giufla , fe,non è tale rifpet- to ad amendue le perfone, che la fanno ; ora fe
1’ una perfona fa danno all’ altra, la commutazione è ingiufta rifpetto ad clfa
, fe riceve danno dall’ al- tra , è ingiufta rifpetto all’ altra ; non può
dunque la commutazione dirli del tutto giuda , fe il com- mutante o reca danno,
o ne riceve’, onde pare , che la giudizi commutativa debba efler polla tra
quelle due cofe .• Per tutto quello, che è finquì detto tanto del- la giuftizia
diftributiva , quanto della commutativa , affai fi conofce non avere i
Pitagorici compiutamcn. te intefo la natura di quella virtù , allorché infegna-
rono i©4 Parts Terza rono non cfiere omeralmente la giuflizia , fe non che to’
JvTirexatS ce , cioè il contraccambio , che al» cuni hanno chiamato tallone , e
volevano con ciò dire, che ognuno debba ricevere tal cofa appunto, quale altrui
diede , e in ciò fia polla tutta la giu» llizia. Nei che per verità fi
ingannarono ; perchè (eb- bene può aver luogo qualche volta , che fe uno rompe
il braccio ad un’ altro , giuflizia fia , che a lui Umilmente fi rompa il
braccio; e fe uno dà cen- to feudi, a lui parimente cento feudi fi dieno;tut*
tavolta non è fempre così . Perchè come può darli tal contraccambio ad uno , il
quale con fuo perico- lo abbia confervata la patria? E pure giuflizia vuo- le ,
che fia premiato. Et a colui , che merita pre- mio per qualche feienza con
lungo Audio acquie- ta , fi rende non già un’ altra feienza , come richie-
derebbefi al contraccambio , ma bensì ricchezze et onori. Oltre di che ognun
vede, che fe il nobile , « 11 cittadino confkituito in maelìratura , percuote
il plebeo , non dee elfere dal plebeo ripercoflo all* ifteffò modo; facendo la
difuguaglianza delle perfone, che in egual percoffa fieno le offefe difuguali .
On- de apparifee, che introducendo i Pittagorici il con- traccambio , levavano 1’
uguaglianza . Vegniamo ora a certe convenzioni , le quali perciocché inducono
obbligo, pajono contenere giu- lìizia commutativa; nè però giulìizia
commutativa propriamente hanno in loro, nè egualità, anzi nè giulìizia pure in
niun modo; nel che fe io m’ io- ga n- Digitized by Delle Virtù' In Particolare
. 105 gannì, vedranno altri. E certamente nelle donazio- ni , che fi fanno tra
gli uomini , e fi pongon nel nu- mero de’ contratti , non par che fia egualità
nè giu- fiizia niuna ; perciocché colui , che dona , dà al compagno fenza
volere ricever nulla; nè può dirli, che dia ad altrui quello , che gli fi dee ;
anzi dà quello , che non gli fi dee, e per quello dona ; et è liberale, non
giudo. Par dunque che la donazione, benché fra i contratti abbia luogo, non
contenga-* però giufiizia veruna , nè polla contenerla . Ma fono ancora altre
convenzioni , nelle quali non è, nè può edere egualità, nè giufiizia per
riflet- to della materia , di cui fi conviene ; perciocché uno talvolta trae in
contratto certi beni così alti e magnifici , che non hanno prezzo , che gli
eguagli ; come il medico , che reca la fanità all’ infermo , convenutoli di
certa fomma; e il maefiro Umilmen- te , che infegna la feienza allo fcolare;
perchè la fanità, e la feienza fi (limano dagli uomini maggio- ri di ogni
prezzo, forfè perchè fi crede cordur quel- le all* umana felicità più che
qualunque fomma di danaro. Ora quelle convenzioni, quantunque giufie a qualche
modo dir fi podano, e inducano obbiga- zione in chi le fa, non contengon peto
vera e pro- pria giufiizia commutativa , non contenendo ugua- glianza. Che fe
1* infermo dee pure al medico la__. fomma, onde s’ è convenuto, e lo fcolare al
roae* Oro; ciò viene perché così s* è convenuto, e vuol mantenerli la fede data
; non perchè nella conven- Tom. IK O zio- io 6 Parte Terza zione contengaci
permutazione, o cambio giufto ve- runo . Alcuni però, per ridurre quelle tali
convenzio- ni all’ uguaglianza, le torcono con interpretazione per tal modo,
che convenendoli il medico di rifa- nar 1’ infermo per certa Comma, e il
roaeftro di ad- dottrinar Io fcolare , non fi conviene propriamente nè della
fanità , nè della dottrina; ma fol fi pone in contratto quella material fatica
, che f^nno il medico, et il maeftro a procurar quegli la fanità dell' infermo
, e quelli 1’ ammaellramento dello fcolare. Cosi levando dalla materia del
contratto la fanità, c la dottrina, che fi llimano maggiori di ogni prez- zo ,
e ìufciandovi la fola material fatica o del me- dico , o del maertro ,
pretendono ridur le parti a egualità, potendo elìere a tal fatica prezzo eguale
. Comunque fiali, par certo, che la giufiizia commu- tativa propriamente non
abbia luogo , qualor vo- glianfi porre in contratto certi beni fuperiori ad
ogni prezzo. Il perchè bene e faviarcenre hanno difpo- fto le leggi di molti
popoli , che non fi mettano a vendita i madlrati , nè le cofe fante e
confacrate dalia religione . Siccome poi ha dei beni, che per valer trop- po
non portoti venire in cofnmurazione eguale e giu» ila; co'ì ha delle perfone,
che non poffon far com- mutazione alcuna, non avendo che commutare; nè è per
queflo, che non fi- facciano convenzioni an- che con loro , alle quali dar fi
dee piti torto per una cer- ì Digitized by Goi Delle Virtù' In Particolare .
107 certa fedeltà naturale, e coftanza d’ animo, cho per giuftizia. E di quella
maniera fono gli fchiavi , che non eflendo padroni nè nell’ opera , nè dei cor-
pi loro, non che della roba, non hanno che com- mutare . E però fe pongon
fatica , e fi adoprano ne’ comodi de’ lor Signori , non polfon per quello
prendere mercede alcuna ; e fe il padrone , o al- cun’ altro convien con loro ,
e ofierva il convenu- to , non è in quello vera e propria giuftizia com-
mutativa, ma è un’ altra virtù. E lo ftefto firoilmen- te vuol dirli dei
figliuoli, che fon del padre; e del- la moglie , che è del marito , i quali non
polfono commutar nulla , fe già non avellerò beni proprj ; il che può variare
fecondo la varietà delle leggi . Si fa una quiftione , fe l’ uomo pcfla e fiere
in- giufto verfo fe ftelfo, e par di nò; perchè fe quel- lo , che riceve
ingiuria , è contento riceverla , non è più ingiuria, fecondo il detto:
'volenti non Jìt in- juria ; ora fe 1’ uomo fa ingiuria a fe ftelfo , la ri-
ceve anche egli ftelfo, et è contento riceverla, per- chè fe non folle
contento, non la farebbe; dunque non è p ù ingiuria ; dunque non può 1’ uomo
fare-/ ingiuria a fe ftelfo ; dunque non può edere ingiuflo verfo fe ftelfo.
Ben’ è vero, che fe uno uccide fe ftelfo, quantunque non faccia ingiuria a fe, par
tut- tavia , che la faccia ai parenti, et agli amici , e tnalfimamente alla
patria ; perchè niuno è mai tan- to fuo , che non lìa in qualche modo ancor
degli aliti , i quali polfon volere, e vogliono, che efioli O z con- ic8 Parti
Terza confervi al ben comune ; e però fa ingiuria a loro, privandogli di un
bene , che poifon pretendere , e pretendono . Finquì abbiamo detto di tutte le
undici 'virtù , che furono da Ariftotele annoverate; delle quali fe alcuno non
farà contento, e vorrà aggiungerne del- le altre, non molto con lui
contrarieremo; nè fa- remo quello, che fanno cert’ uni , i quali , corno
avellerò obbligo di follenere, che le virtù tutte io quelle undici debbano
contenerli, fi fludiano con ogni sforzo di ridurre ogni abito virtuofo , qual
eh* egli fiali, ad una di effe; f-cendo pere ò bene fpef- fo violenza alle
definizioni, e interpretandole . e tor- cendole (Iranamente , di che nafeon
litigi fenza fi- ne . Noi però lafciereroo ad altri quella fatica, nè molto ci
cureremo di ridurre alle undici virtù fo« praddette o la clemenza, o la
fedeltà, o la religio- ne , o la gratitudine , o la cortefia , o altra virtù
non nominata , contenti eilendo , che oltre le vir- tù annoverate da Arinotele
altre efler ne pollano. E certo egli par bene , che ficcome ha una virtù , che
verfa intorno alle fpefe, e chiamali magnificen- za ; così potrebbe notarfene
un’ altra, che verfafle intorno alle fatiche, et un* altra, che verfalTe in-
torno agli fludj , et un’ altra , che verfafle intorno alle vilìte et ai
palleggi , eflendo tutte quelle cofe capaci di mediocrità così , come fono di
eccedo, e di difetto . E fe tra le virtù morali fi pon 1’ abito di ufar facezie
, e di tener graziofi ragionamenti , Digitized by Goo coramife, o in altro
modo; poiché quantunque il ladro fi penta, e reftituifea quello, che ha rubato,
egli è però tuttavia un ladro , et è colpevole di quel fur- - Digitized by Goo
e qual la materia . P V_^ Oncioffiacofachè la parte ragionevole dell’ a* rimo,
che chiamati ancor fuperiore , contenga due potenze, intelletto, e volontà,
avendo noi detto abbaftanza della feconda , in cui, come nel fogget* to loro ,
rifeggono tutte le virtù morali , rcfta che diciamo ancor della prima . E per
cominciare dal- la dtffinizione diremo, che P intelletto è quella po- tenza,
che riguarda le cofe. in quanto fono da co- nofcerfi, che è lo fìeffo che dire
, in quanto fono ve- re; ficcome la volontà è quella potenza, che riguar- da le
cofe, in quanto fon da voletfi, che è lo fteffò che dire % in quanta fon
buone.. E' p ruto ad Arinotele , nè fenza ragione , che 1’ intelletto debba
diftinguerfi in due facoltà ; I* una delle quali può chiamaifi contemplativa ;
1* altra.» confutativa , ovvero deliberativa. La contemplativa è quella , che
confiderà le cofe non per altro, che per conofcerle, come fa il matematico
allorché con- fida* il rivolgimento delle sfere . La confutativa è quel- i
Digitized by Google ii8 Paith Q^u a r t a quella , che confiderà le cofe non
fol per conofcer- le , ma per prender configlio fopra di effe , e deli- berare;
perchè (ebbene 1* elezione è propria della volontà) ffa però all’ intelletto d’
efaminar le ra- gioni dell’ eleggere . Ora potendo l’ uomo di leggieri
ingannarli , e trafcorrere in errore tanto nel contemplar le cofe, che folo
vuol conofcere , quanto ancora nel delibe- rare, è certiflimo, che egli può con
lo Audio, e con 1’ induftria, c col lungo cfercizio acquiftarfi un’abi- to di
giudicar rettamente , e conofcer le cofe, co- me fono in fé, e di vedere alle
occafioni , qual con- figlio lia da prenderli , e qual no ; nè può negarli ,
che quello abito non lia un compimento, e una per- fezione delle fopraddette
due facoltà . Laonde non fenza ragione fi chiama virtù , e dicefi intellettua-
le , perciocché appartiene all’ intelletto ; ficcome le virtù , che rifeggono
nella volontà e la rendono mo- deratrice , e (ignora delle paflioni , fi
chiamano no* tali , perciocché appartengono ai cofiumi . Sia dunque la virtù
intellettuale un’ abito di conofcer le cofe rettamente , o fi confiderino fol
per conofcerle , o fi confiderino per deliberarvi fo- pra. E di qui può
vederli, qual fia il (oggetto del- la virtù intellettuale, e qual la materia;
imperoc- ché il (oggetto fi é 1* intelletto roedeliroo , in cui efla virtù
rifiede ; e la materia fono le cofe iftefle , che lì conliderano, inquanto fon
da conofcerfi . E ciò balli aver detto dell’ c (lenza della virtù in- tel- G DeLLI VIRTÙ* INTHtLETTUALI . tip
tellettuale, e del foggetto di effa, e della materia. CAP. II. Cbe la 'Virtù
intellettuale è necejfaria alla felicità . C He la virtù intellettuale fia
neceflaria alla feli- cità , può dimollrarli con molte ragioni. Noi ne diremo
alcune; e la prima fia quella. ElTendo non altro la felicità, che la fomroa di
tutti i beni, che perfezionano la natura dell’ uomo , ne vient> per
confeguente , che tutto ciò , che perfeziona la natura dell’ uomo, fia
neceffario alla felicità. Ora la virtù intellettuale perfezionando l’
intelletto, perfe- ziona fenza alcun dubbio la natura dell’ uomo ; dunque fcnza
alcun dubbio è necefiaria alla felicità . E fé a com- porre la fomma felicità
vuoili la bellezza ; come non fi vorrà anche la lcienza , eflendo quella
ornamento dell’ animo non men che quella è del corpo ? Un’ altra ragione fi è
quella . Non può alcuno efercitare le virtù morali , come convienfi , fenza-.
eleggere rettamente ; nè può eleggere rettamente fenza conofcer rettamente le cofe
, che ha da eleg- gere; dunque all’ efercizio delle virtù morali è ne"
ceflaria la virtù intellettuale ; ma quello è necelfa» rio alla felicità ,
dunque anche quella . Una terza ragione può efler quella . Quantun- que 1’ uomo
fia, ficcome è paruto ad Arinotele, per na- Digitized by Google 120 Parte Q^u a
r t a natura fua ordinato alla focietà , egli tuttavia non è tanto degli altri,
che non fia ancora grandemen- te di fé medefimo; e però non pofla , anzi non
deb- ba talvolta prender licenza dalla comunità > e ri- tirandoli nella
folitudine di fe delio, ricercar quivi quella felicità , che fi conviene ai
folitarj , e che_y confide principaliflìmamente nella contemplazione del vero ,
elfendo quella P atto più nobile , che far fi poflfa dall’ intelletto , il quale
fra tutte le poten- ze dell’ uomo fi crede edere, ed è la più nobile) e più
predante. Ora egli è certo, che 1’ uomo non potrà nè prontamente nè con
facilità trovare il ve- ro , nè contemplarlo , fe egli non farà adorno del- la
intellettuale virtù . Par dunque anche per que- llo , che la virtù
intellettuale fia ncceffaria alla fe- licità . CAP. III. Divìjìone della 'virtù
intellettuale . E ssendoli da noi poco fopra dillinto 1* intelletto in due
facoltà, cioè nella contemplativa , e nel- la confutativa , par bene, che 1*
abito, il qual per- feziona P intelletto, e chiamali virtù intellettuale, debba
elfo pure dillinguerfi in due, P un de’ quali fia compimento e perfezione della
facoltà contem- plativa, 1’ altro della consultativa . Ma queda di vi- fione par
tuttavia troppo dictta , et Arinotele ha vo« DeILB Virtù' INtBLllTTUALI. I2t voluto
allargarla alquanto. Diremo dunque cosi. La facoltà contemplativa comprende due
parti, 1’ una delle quali verfa intorno ai principi, e 1* al- tra interno alle
confeguenze , che da principi per via di difcoifo fi raccolgono . Imperocché in
tutte le difcipline ha certe propofizioni , che fi conofco- no effer vere , non
già perchè fi diniofirino , o fi raccolgano da altre propofizioni , ma perchè
nppa- rifeon tali per fe ftefle; c quelle fi chiamano prin- cipi . Così fe uno
dice: il tutto è Tempre maggiore di qualfivoglia delle fue parti ; quello è un
princi- pio ; perchè tal propofizionc è manifella da fc , nè ha bifogno di
effer provata per mezzo di altre pro- pofizioni , e con difeorfo . Ha poi delle
propo- fizioni, che fi conofcono effer vere folo per via di difeorfo,
deducendole e derivandole evidentemen- te e fenza dubitazicn niuna dai
principi; e tali pro- pofizioni fi chiamano conclufioni , ovvero confeguen- ze
. Cosi fe uno dice ; i tre angoli di qualfivoglia-. triangolo fon Tempre eguali
a due angoli retti ; que- lla è conclufione ovvero confeguenza ; poiché tal
propofizione non fi terrà per vera , fe non fi pro- verà per via di difeorfo,
deducendola dai principi. £' chiaro, che la maniera , onde fi conofcono i principi
, è molto diverfa dalla maniera , onde fi conofcono le confeguenze ;
conofcendofi quelli pei fe ftelfi e fenza argomentazion niuna , e quelle fo- lo
per via di argomentazione; onde pare, che be- re e rettamente dividati la
facoltà contemplativa 1K. Q_ deli’ Digitized by Google 122 Parte Quarta dell’
intelletto in due , cioè in quella facolti , per cui 1’ uomo conofee i principi
, e in quella, pei cui conofce, e deduce le conseguenze. Ora potendo amendue
quelle facoltà perfezio- narli con 1* ufo , acquiftando fac li tà , prontezza ,
abito di efercitarle rettamente; po'ranno peic'òcf- ftr due abiti , l’ un de’
quali perfezioni la facoltà, per cui fi conofcono i principi; l" altro
perfezioni la facoltà , per cui fi deducono le conftguenze ; noi la diremo feiema. Similmente la facoltà
confultativa comprende anch’ elfa due parti ; imperocché o riguarda i’ ope- ra
, che vuol farli, fecondo che ella efige p.ù torto una certa forma , che un*
altra , o riguarda l’azio- ne ftefla del farla ; la qual diftlnzione eflendo
un_. poco ofeura , la fpiegheremo con efempio . Quando uno delibera di fare un’
orologio , bifogna certo , che egli confulti fopra due cofe; la prima è, le a
lui convenga tale azione, e fe gli ftia bene di fare un’ orologio ; e quella
confultazione riguarda 1’ a- zione ftefla . La feconda è , di qual maniera
debba effere un orologio , come debban comporli le rote , e le molle e come
difporle, acciocché 1* orologio abbia quella forma , che più gli fi conviene; e
que- lla confultazioe riguarda 1’ orologio ifteffo , non al- tro cercandoli, fe
non la forma, che egli aver dee. E' chia- Digitized Delie virtù' intellettuali.
iìJ E' chiaro , che quelle due confulcazioni fona tra loro molto diverfe , c
però con ragione la fa- coltà confutativa è (lata divifa in due parti , cioè in
quella , per cui fi cerca , fe 1’ azione convenga o no, e in quella, per cui fi
cerca, qual debba ef* fer la forma della cofa , che vuol farli . Potendo dunque
amendue quelle parti perfezio- narfi con 1’ ufo , acquiftando facilità ,
prontezza , a- bito di efercitarle rettamente , e come conviene , perciò
potranno effer due abiti , 1* un de’ quali per- fezioni la prima delle
fopraddette due parti , T al- tro 1’ altra ; e faranno due virtù della facoltà
con- futativa . Ariftotele chiamò la prima ; noi la chiameremo prudenza; la
feconda rìx«l » noi la diremo arte . Nafcono dunque dalle fopraddette divifioni
quat- tro virtù intellettuali , cioè 1’ intelletto , che è un* abito di
conofcere fpeditamente , e con chiarezza i principi; la feienza , che è un’
abito di dedurre fpe- ditamente , e con evidenza le confeguenze dai loi
principi; la prudenza, che è un’ abito, di co- nofeer bene e prettamente ,
quali azioni fi conven- ga di fare, e quei no; e 1’ arte, che è un’ abito di
conofcer bene e rettamente tutto ciò, che fi ri- cerca alla perfetta forma
dell’ opera, che uno fa» Ora benché quetta divifione paja comprendere tutte
quante le virtù , che appartengono all’ intel- letto , c poffa perciò alcun
filofofo eflerne conten- to , non lo fu però Arinotele ; il quale oltre allo Q_
a quat- 114 Parte Qji a r t a quattro virtù fopraddette fe ne formò una quinta
, che a lui parve più bella, e p ù penti ’e , e più re* bile di tutte 1* altre,
e la chiamo vcp'ct , noi dire- mo Capienza. Ma egli la fpiegò tanto
ofeuramenre, e cori la tenne nafeofa, che parve diurne gelofo . Noi però ne
diremo alcun poco , come avremo trat- tato delle altre quattro . Ma prima di
entrare a c*'ò . b. fogna , che noi . foddisfacciamo ad alcune domande. Perché
prima faranno alcuni, i quali vorrano Capere , per qual cau- fa ponendoli la
feienza tra le virtù intellettuali , ncn vi fi ponga ancor l’ opinione, che è
un* abito di dedurre le confcguenze con probabilità bensì, ma però con dubbio,
e temendo di errare; nel che cer- to fi diftingue dalla feienza. Nè dee
confonderli con la prudenza , nè con 1* arte , poiché quelle due vir- tù
efiendo pratiche, verfano intorno alle azioni, laddove 1’ opinione fi ferma
bene fpeflb nella fpe- culazione , e nulla ha di pratico . Per qual cagione
adunque non s’ aggiunge egli 1’ opinione , come una virtù intellettuale , alle
altre quattro ? Rifpondo a ciò brevemente. Virtù non fi dice fe non quell’
abito , il qual perfeziona qualche po- tenza dell’ animo. Or T opinione cflendo
feropre congiunta con timore, che polla efler fa!fociò,cbe fi tien per vero,
come potrebbe compiere e perfe- zionar l* intelletto? Quaf intelletto potrebbe
dirli pago , e contento , elfendo in tanto timore di in- gannarci ? E fe 1’
opinione di fua natura è foggetra all’ Datti VIRTÙ* INTILLETTUALI. 125 all’
errore, chi vorrà ascrivere al numero delle vir- tù un’ abito ingannevole ? Pur
dirà alcuno. Anche la prudenza è fogget- ta all’ errore , come fi vede tutto ’1
dì , che s* in- gannano eziandio i prudentiffimi ; e 1* arte parimen- te .
Dunque per la fieiTa ragione nè la prudenza } nè 1’ arte farebbon da porre nel
numero dello virtù. Et io rifpondo , che la prudenza è bensì fog- getta all’
errore, ma non di natura fua ; e folo 1’ accidente fa, che erri talvolta. E in
vero fe i pru- denti s’ ingannano , per quello s’ ingannano , per- chè non fono
affai prudenti ; nafeendo Tempre 1’ er- rore non da prudenza , ma da mancanza
di effa . Che fe fi deffe una prudenza perfettiifima , non fi ingannerebbe mai
, nè lafcierebbe per quello di ef- fer prudenza. E lo lìdio Umilmente può dirli
deli’ arte. All’ incontrario 1’ opinione traendo feco di faa natura il timor
dell’ inganno , fenza il quale non farebbe più, rè fi dimanderebbe opinione,
affai fi vede effere di natura fua feggetta ad ingannarfi . Pe- rò ben fi dice
, effer virtù la prudenza , e 1’ arte ; non 1’ opinione; della quale benché 1*
uomo fi fer- va lodevolmente in molte occafioni , non è però , che egli fe ne
contenti ; e fol tanto fene ferve perchè non fpera di giungere a cognizion più
per- fetta. Ma palliamo oramai a dire delle virtù intel- lettuali in
particolare . CAP. Digitized by
Google Fa iti Qj; aita C A I». IV.
n6 Dell' intelletto. S Opra abbiamo detto , edere 1’ intelletto un abi- to di
conofcer* certamente e indubitatamente^ principi certi e indubitati ; che vale
a dire alcune propofizioni , la cui verità fi manifeda, ed è chiara da per fe
fieffa fenza aver bifogno di alcuna dimo- (trazione . Di quella maniera fono
tutti i principi della geometria, come quello, che due linee rette non pedono
contenere nè chiudere fpazio alcuno; e quelli dell’ aritmetica, e molti della
logica fono della (leda natura . Di qui fi vede, che la materia, intorno a cui
Vtifa la virtù dell’ intelletto , fono i principi di tut- te le difcipline ,
che procedono con evidenza , co- me fanno la geometria , e 1 ’ algebra , e
alcune al- tre ■ Ben è vero , che quelli principi fi poflTon cono- scere in due
maniere ; e il conofcerli in una ma- niera è proprio della virtù dell*
intelletto ; il cono- fcerli in altra maniera non è proprio della della vir- tù
. Spieghiamo quede due maniere di conofcerli . Un principio, come fopra è
detto, altro non è , che una propofizione , la qual fi manifeda da per fe
ftefla fenza aver bifogno di dimodrazione. Ma non è per quedo , che egli non
pofla atichedi- «odrarfi,* altro effendo il non aver bifogno di di- mo- i
Digitized by Gc DeC.CS VI*TU r INTICtlTTtJAEI. T2? «^Unzione; cd alno ii non
poter’ edere dimoflra- to. Così per cfenpio quel principio dei matematici :
ogni parte è minore di quel tutto, di cui è patte: fi manifeda da per fe fteflo
, e non ha bifogno di dimoftrazione alcuna . Tuttavolta alcuni metallici fi
sforzano di dimoftrarlo , deduccndolo per via di difeorfo da un’ altro
principio) da cui fanno difen- dere ogni cofa , td è, che Io ftelfo Soggetto
non può infierne effere , e irfieme non cifre . Così lo Udrò principio non ha
bifogno di dimoftrazione } * però, chi vckfle, può anche dimcftrarG. E nell’
ifleffo modo gli altri principi delle altre discipline fi dimoftrano dai
metallici , benché non- ne fia bi- fogno ; e quindi è , che la metallica fi
dice efler ra- dice ) e fonte di tutte le difcipline , perciocché di- moftra i
principi loro. Potendo dunque un principio ciTere conofciuto per fe fteflo , et
anche per via di dimoftrazione , non è alcun dubbio , che f« egli fi conofcerà
per f« fteflo ) farà quella cognizione propria della virtù dell’ intelletto ;
perciocché , conofciuto effendo per fe fteflo # egli avrà forma e natura di
principio . Ma fe egli fi conofcerà per via di dimoftrazione , egli non avrà
più forma di principio, ma di confeguenza ; e il conofcerlo a quello modo non
apparterrà più ar- ia virtù dell’ intelletto , ma più tofto alla virtù del- la
Scienza, di cui diremo appreflb. Si vede dunque, che la materia, intorno a cui
verfa la virtù dell* intelletto, fono i principi , inquanto fi conofcono per fe
medefimi • Dice Ii8 Parte Q^u a r t a Dice Ariflotele , che la virtù dell*
intelletto verfa intorno alle cole ncceffarie ; e quello è da_» fpiegatfi. Dico
dunque, che conolccndo noi i prin- cipi , intendiamo, che elfi non fchrccntc
fon veri, ma ancora che elfi non polfono elitre altr. menti ; che vale a dire,
fono veri nccelfariamente . E quin- di è, che da tutti li chiamano ncccflarj .
Verfando dunque la virtù dell’ intelletto intórno a principi , fi dice, che
verfa intorno alle cofe neccffarie . Non così fi direbbe dell’ opinione, la
qual verfa intorno alle cofe, che fi tengon per vere, ma inficine fi conofce ,
che potrebbono elTere altrimenti. Finqul abbiamo fpiegato la materia della
virtù dell’ intelletto. Prima di paflar più oltre, bifogna rifpondere ad
alcuni, i quali negano del tutto, che fi dia una tal virtù. E quelli in vero
vorrebbon con- fondere la potenza dell’ intelletto con quella virtù, che ha lo
ftelfo nome; uno può conofcere per
averle dimoftrate , et un’al- tro per averle fidamente fentico dire ai
geometri; e tali propofizioni , in quanto fon dimofirate , fono materia di
feienza ; e colui , che le fa per dimoftra- zione , fi dice , che le fa ; ma
colui , che le cono* fee per altro mezzo, non fi dice, che le fappia. Potendo
la materia della feienza dividerfi in più maniere potrà dividerfi fimilroenrc
anche l’ abito. Quindi è, che moire feienze effer fi dicono , la geo- metria ,
P aritmetica, la logica, la metafilica , et altre, le quali tutte foro abiti
dimofirativi; ma la R z ma* Digitized by Google i jz Parte Qjj a r t a materia
e gli oggetti fono divelli, occupandoli la geometria nelle quantità eftefe, l’
aritmetica nel nu- mero , la logica nelle proprietà, e nella natura del
fillogifmo, la metanica nelle cofe intelligibili , e che non cadono fotto i
(enfi . E colui , che ha P abito di argomentare in alcun genere di quelle cofe,
e può farlo con prontezza e facilità , fi dice avere quell» feienza , che in
tal genere fi occupa. E’ flato detto da Ardetele, che la feienza ver* fa
intorno alle cofe neceflarie, incommutabili, ed eterne; il che fi dimoftra
eflar vero a quello mo- do. Le cofe , che fi conofcono per dimollrazione , e
delle quali fi ha feienza , non folamente fi tengon per vere, ma anche fi
tiene, che non polfano in- modo alcuno edere diverfamente , così che pare, che
niuna vicenda, o rivoluzion di natura polla can- giarle. Moflra dunque, che
fieno neceflarie, e in- commutabili ; e fe tali fono, fono anche eterne; perchè
quello, che receflariamente è, nè può can- giarli , Tempre è; anzi è da per
tutto, et ha una certa maniera di immenfirà . Di fatti qual luogo è , in cui
non ritrovinfi le verità degli aritmetici , o dei geometri? Sono dunque in
tutti i luoghi, e in tutti i tempi; o più torto eflendo fuor d r ognì luo- go ,
e d’ ogni tempo, non altrove polle e locate, che in fe medefime, rifplendono e
fT manifertano ai tempi e ai luoghi tutti ; e perciò fono eterne et immenfe , e
par che abbiano una certa fembianza di divinità. Ma lafciarao quelle
fottigliezze ai me- tafifici . CAP. Digitized by Deli* virtù' inteiiettuali .
CAP. V L *33 Della Prudenza'. F in qui è detto delle virtù intellettuali , che
ap- partengono alla parte contemplativa . Palliamo ora a quelle, che
appartengono alla confutativa; c prima diciamo della prudenza, della quale ci
con- verrà di ragionare più largamente, elfendo quello luogo molto neceffàrio
nella filoftfia, et anche non poco ofcuro. La prudenza è un’ abito di conofcere
e di(l : n- guere rettamente , quali azicni li couvergan di fa- re , quali non
fi convengano; e diciamo , che fi con* vien di fare un’ azione, quando il farla
conduce al fine ultimo , cioè a dire alla felicità di chi la fa ; e perchè tali
fono principalmente le azioni virtuo- fe, però può dirli , che la prudenza fia
un’ abito di diflinguere principalmente quali fieno le azioni vir- tuofe , e
quali no . Di qui fi vede, quale (fa la materia, intorno a cui verfa la
prudenza ; ed è non altro , che le azioni convenienti, mafiimamenre le virtuofe
. Ed è ufficio della prudenza il conofcerle , non il farle: elfendo che il
farle appartiene alle altre virtù, co- me alla temperanza , alla roanfuetudine
, alla for- tezza , che fono abiti di operare ; laddove la pru- denza è abito
di conofcere; nè balla però alla pru- den- Digitized by Google i$4 Parte Q^u a
r t a denza il conofcerle di qualunque modo ; ina Info- gna j che le conolca
come virtuofe, e convenienti. Nè per quello , che liafi detto , effere la pru-
denza un’ abito di conofcere, non di operare , vuoi- li conchiudere, che la
prudenza ncn fia una virtù pratica; che anzi Arinotele la dcfrnifce *
rpnxrixfi*, abito pratico; e altrove chiaramente »i et ) . Nè è da dubitare,
che ella non tra virtù pratica, e non polla chiamatfi tale per la ragione, che
fpiegheremo ora . Par certamente, che tutto quello, che appar- tiene alle
azioni da fard , fccrgendole all’ ultimo fine, e imponendole talvolta, et
ordinandole, deb- ba dirli pratico. Ora la prudenza dirige le azioni, moftrando
qual fra da fard, e qual no, e le feerge all’ ultimo dne , e le impone talvolta
e le ordina, onde anche dicefi da Ariftotelc irtraxnitfi ; pardunque , che la
prudenza debba dirfi virtù pratica . La qual ragione fi intenderà p:ù chiaramente
, fe noi fpie- gheremo la differenza, che paffa tra il giudicio pra- tico , «
il giudicio fpeculativo, potendoli formaro intorno alle azioni così 1’ uno,
come 1’ altro. Allora dunque fi forma un giudicio fpeculativo fopra un’ azione,
quando fi giudica di effa , confi- derandoia , non fecondo tutte le circoflanze
, che 1’ accompagnano , ma folo fecondo alcune . All’ in- contrario il
giudicio, che fi fcrrr3, è pratico, qua- lor fi confiderano in qualche
particolare , e deter- minata azione tutte tutte le circofìaozc , che 1’
accora** pa- ..Digitized Delie virtù' intellettuali. 135 pagnano . Per efempio
ceicandofi , fe a donna gio- vane convenga il danzare pubblicamente, e giudi*
dicandofene fenza penfar’ ad altro , il giudicio è fpeculativo; ma cercandoli, fe
cò convenga a Giu- nia , la qual fa di edere belliflima danzatrice , e che
danzando fveglia in Trebazio penfieri poco onefti , e giudicandocene fecondo
tutte le circoftanze di quel- la danza, il giudicio è pratico. E qui è
manifefto, che il giudicio , il qual regge e governa la volontà , non è già lo
fpeculativo, ma il pratico; il quale è fempre P ultimo, dopo cui nulla più
opera 1* in- telletto , ma fegue toflo la volontà, e fi muove ali azione .
Tornando ora alla prudenza , è da avvertire , che ella s’ adopra ne’ giudici
fpeculativi bensì , ma anche, e molto più, e principaliflìmamente ne’ pra- tici
, i qi ali fono 1’ ultima regola delle azioni . E fe qrefti giu d cj fi
chiamano pratici , perchè non fi chiamerà pratica la prudenza , che gli forma?
E benché la prudenza , di cui parliamo , rifug- ga nell’ intelletto, non è però
, che in certo modo non pofla dirli prudente anche la volontà , qualora «Ha
fegua i giudici retti dell’ intelletto , poiché fe- guendogli fegue la
prudenza. E fe avrà abito di far ciò , potrà dirli quell’ abito una certa
prudenza , la quale conterrà in fe la giuftizia , la liberalità , la for- tezza
. e tutte 1* altre virtù morali . Laonde è fia- to detto, che dove fia la
prudenza, ivi effer deb- bano tutte le viitù morali, et al contrario; e So-
cra- Ij5 Parte Q^u a r t a crate diceva j che ogni virtù è una certa prudenza,
E quindi anche argomentano alcuni , niuna virtù perfetta poter* cflerc fenza
tutte le altre, e ciò per una ragione , che credono di aver trovata in Arino-
tele; ed è quella. Una virtù perfetta non può erte- le fenza la prudenza; ma la
prudenza non piò ef- fere fenza tutte le altre virtù ; dunque una virtù per-
fetta non può ertfere fenza tutte le altre. Ma di ciò abbiamo ragionato
altrove. Ora tornando alla prudenza, che fia nell’ intel- letto , dico in primo
luogo, che ella verfa intorno alle cofe non neceflarie; e in fecondo luogo, eh
kj ella verfa intorno alle cofe Angolari. Primamente verfa la prudenza intorno
alle co- fe non neceflarie, verfando intorno alle azioni, che poflon fard, e
pcflbn’ anche non fard, e fon libe- re , e non hanno neceflirà niuna . Di fatti
la pru- denza fi efercita nelle deliberazioni ; nè mai fi de- libera intorno
alle cofe, che neceflariamente faran- no. Verfando dunque la prudenza interno
alle cofe non neceflarie, affai fi vede , che ella è molto diverfa dalla
feienza , e più torto trae all’ opinione; però è foggetta all’ errore , come 1’
opinione altresì . Verfa poi la prudenza intorno alle cofe Ango- lari ;
cfercitandofi nei giudici pratici , che verfsp.o intorno alle azioni Angolari.
Però difle molto bere Ariftorele , effere la prudenza quafi un certo fenfo,
*«r5r) alla Digitized by Delle virtù' intellettuali. alla perfetta forma di
erto fi appartiene. Nè mi fi dica, che artefici fi chiamano quelli, che fanno ,
e non quelli , che conofcono . Perchè io rifponderò , che quelli , che
c'onofcono hanno be- nirtìmo la virrù , che noi ora diciamo arte , benché non
la efercitino, e peiò il popolo non li chiami artefici, cffendofi importo
quello nome a quelli, che infieme hanno la virtù, e 1’ adoprano . E quindi è,
che uno può aver 1* arte, e tuttavia non e fiere ar- tefice, potendo mancargli
1’ efercizio , quantunque non gli manchi la cognizione. Cosi al danzatore, cui
fia effefa una gamba , manca I* efercizio del danzare , non manca i’ arte ; e
il pittore , a cui è flato tolto il pennello, fi dirà aver perduto il pen-
nello , non 1’ arte . Ben’ è vero, che chi non abbia mai fatto un lavoro
difficilmente può averne 1’ arte, cioè cono- feere tutto ciò , che fi richiede
alla perfetta forma di elfo ; cosi difficilmente intenderà tutto quello , che
fi ricerchi alla leggiadria di una danza , chi non abbia mai danzato; ma altro
è , che 1* arte fi ac- quifii per mezzo di qualche efercizio , altro è che confida
nell’ efercizio medefimo . Intendendo 1’ arte alla perfezion di quello che fi
fa , come fi vede per la dtfinizion fua , chiaro apparisce aver’ erta un fine
crtai diverfo da quello , che hanno le virtù morali, le quali intendono a per-
fezionare 1’ uomo , che fa , non le cofe , cho egli fa; e quindi è, che alcuno
può avere una o S 2 raol- 14® Parti QjJ a * t a molt« arti, e far belli , e
compiuti i fuoi lavori, ferì za però far belli e compiuti i fuoi coftumi, et
«(Tendo un buon’ artefice eflere un cattivo uomo. Però P arte per fe (Uffa non
contiene virtù mora- le . Anzi può uno talvolta mancare all* arte con virtù,
come lo fchermitore , che per non offendct V amico , che s’ è interpofto ,
lafcia sfuggir 1* oc. cafione del colpo ; il quale facendo atto di ami- cizia
pecca nell’ arte , e guadando la fcherma per- feziona fe (le ffo . Di qui
alcuni hanno tratto una belliflima dif- ferenza , che parta tra la prudenza e V
arte ; ed è , che contra la prudenza non • può mai peccarfi fenza biafirao ,
contra 1’ arte può peccarfi anche-» con lode. E la ragione fi è, perchè colui ,
che pecca contro 1’ arte, può aver giufto motivo di far- lo , penfando più
torto a perfezionar fe fteflo , che il fuo lavoro ; laddove colui , che pecca
contro la prudenza , non può avere niun giufto motivo di far- lo ; poiché fe 1’
averte non peccherebbe più contro la prudenza. Ma diciamo oramai della materia
, intorno a cui verfa T arte , la qual fi è certamente tutto quello , che fi
ricerca alla bellezza , e alla perfe- zione delle cofe , che fi fanno ;
imperocché T abi- to di conofcer ciò è 1» arte . Però le arti fono mol- t« ,
eflendo molto varie le cofe , che fi fanno , et avendo varie maniere di
bellezza e perfezione; poiché altra forma di bellezza fi richiede a una-» dan- I I » II 11 p JO il Ite ■fe ioV il ni ip DbLLI
virtù’ INTRIIETTUALI . *4* danza , altra a un poema , ed altra a una pittura ,
Dicefi ancora, che 1* arte verfa intorno alle cofe non neceflarie . In fatti le
cofe , che fi fanno per arte , potrebbon* anche non farli ; e fi fanno belle e
perfette , e potrebbono anche farfi non bel- le nè perfette ; laonde fi vede ,
che non hanno in ^ fe , nè di natura loro , neceflità niuna . Dunque 1* arte
verfa intorno alle cofe non oecclfarie , e in que- llo è fimile alla prudenza.
CAP. VI IL Della Sapienza. I L nome greco /«r , che per noi vale fapien- za , è
flato prefo da molti in molte maniere ; alcuni 1’ hanno attribuito a qualunque
arte o feien- za , che fi poffegga in grado foramo , onde fapien- ti fi fono
chiamati anche gli fcultori . Altri fotto quello nome hanno intefo la coorte di
tutte le roo* rati virtù. E così intefer li Stoici in quelle loro famofe
fentenze , per le quali infegnavano , che niuoo puè effer ricco , niuno nobile
, niuno fignore , riuno fano , niuno bello , fe non il fapiente ; nelle quali
fentenze raccolfero tutto 1’ orgoglio della loro filo- fofia . Arinotele di
qual maniera abbia prefo lo flef- fo nome , è gran quiftione , e da non
dichiararli cesi Digitized by Google 14 * Parti Qjj a r t a così facilmente ;
perciocché avendo egli pollo la fapienza , come quinta , tra le virtù
intellettuali , par certo, che egli abbia voluto difiinguerla , non che dalle
morali tutte , ma anche dalle quattro intellettuali , che fupra aboiamo
Ipiegare . E già dalla prudenza e dall’ arte la didingue Senza alcun dubbio,
volendo, che la fapienza ver li intorno alle cofe neccflàrie , eterne ,
immutabili , universa- li , intorno a cui non verfano nè 1* arte , nè la pru-
denza . E pare ancora , che abbia voluto difiinguerla-. dalla Scienza , avendo
detto , che la Scienza verfa non g à intorno ai principi , ma Solo intorno al-
le conseguenze , e che la Sapienza verfa intorno all’ une , et agli altri; con
che viene a diftmguer* la eziandio dall’ intelletto , il qual verfa Solamen- te
intorno a principi. E le parole di Arsotele fon chiare là dove e’ dice.* tà rcv
acfov fxrj fxcvot r» «i Xu>v fl’px&iv ttéivcu , «AAài toti irip[ tc.g
rtpx* ff «XrjEu'fiv. E quindi potrebbe alcuno argomentare , che Se- condo
Arinotele la Sapienza dovelfe confondersi con 1’ intelletto e con la Scienza
prefi infir me ; come fo(Te la Sapienza non altro, che un intelletto pte-
ftantiflìrao congiunto ad una Scienza prelìantifiiina ; e quello ancora pare ,
che abbia lafciato Scritto Arifiotele, là dove ragionando della Sapienza, la
dice Scienza et intelletto, »* azalee via x.tl inorai» t iSv tiju/cjt.-iVwv , e
poco spprefio : », ac (fin tari k xl fxtarrlfAt] , k*ì via Tvv rìj firn; cioè
la fa- pien* DELtB VIRTÙ’ INTBILETOaLI .
143 pien 2 a è una fcienza e un’ intelletto delle cofe » che fono di lor natura
preftantiflime . Sebbene vo- lendo egli, che la fapienza ha una fcierza , la
qual verfi intorno alle cofe di lor natura pre danti flìmc , pare in certo
modo, che la dilìingua dalle fcienze comuni. Che fcienza faià ella dunque?
Oltre che fe volle Arinotele formare una virtù congiungendo- ne due infieme,
avrebbe potuto Umilmente formar- ne altre ed altre , congiungendone inficine
altre ed altre Veggiamo dunque di fpiegare quella così ofcu- ra fapienza, fenza
partirci, per quanto polliamo, nè da Arinotele , nè dal vero . Io dico pertanto
, tale fapienza non altro effere , che la metafilica , la qual certo verfa
intorno alle cofe prelìantifiimc , e nobilillime, verfando intorno alle verità
aftrat- te , che fono eterne , et immutabili ; onde fubito fi vede diflinguerfi
efla dalla prudenza, e dall’ arte. E perchè la metafilica falendo più alto,
che_^ le altre fcienze, cerca le ragioni dei principi, e gli dimolìra; perciò
pare, che fi dilìingua arche dall’ intelletto , e dalla fcienza ; poiché 1*
intellet- to confiderà i principi, e la fcienza gli fegue , fen- za dimoftrarli
. E può 2 nche la metafifica chiamar- li in certo modo intelletto e fcienza ,
poiché verfa intorno ai principi , ciò che fa ancor 1’ intelletto , e gli
dimofira per via di argomentazione , e di di- feorfo, ciò che è proprio della
fcienza. Egli fi par dunque , che la metafifica , diftingucndoG fenza al- cun Parti Q_u a r t a eun dubbio dalla prudenza ,
e dall’ arte j diftinguali ancora dall' intelletto e dalla fcienza, a tuttavìa
pofTa anche dirli fcienza et intelletto , e in foroaaa abbia tutte le
condizioni , che io quella fua tanto fublirae e tanto ofcura fapienza
Ariftorele richiede- va . Perchè non diremo noi dunque , che egli intc** deffe
per un tal nome la metafilica? Il Jìnc dell* Qu*rt* Tartt . PAR- DigllizcO by
Co^lc M5 PARTE QUINTA DI ALCUNE QUALITÀ DELL » ANIMO' Che non fono nè vizj , nè
virtù. CAP. I. Nota ielle qualità , ii cui vuol trattar, fi . M Olte e molto
varie fono le qualità dell’ ani* no, le quali quantunque belle c pregevoli ,
non fi vogliono tuttavia porre tra le virtù , come rè me* no tra’ vizj i loro
contrari . Delle quali fa d’ uopo ragionare , sì perchè alcune difpongono alla
virtù , et altre appartengono grandemente alla felicità ; si ancora perchè
molte fono alla virtù così fomiglian- ti, che per poco non fi confondon con
effa , et è . ufficio del filofofo il diflinguerle . Nè noi però trat- teremo
ora di tutte, ma fidamente ne toccheremo alcune, che fono (late notate da
Arinotele; nè ci metteremo gran fatto cura dell' ordine , come in— cofa, che
difficilmente potrebbe ordinarli, c nonne ha però molto bifegno . Diremo dunque
in primo luogo della virtù eroi- ca, che è più torto un eccedo di virtù, che
virtù j poi pilleremo alla continenza , e alla tolleranza , Tom. T la Digitized
by Google 14^ Parte Q^u inia la prima delle quali riguarda il piacere , la
fecon- da il dolore. Come di quelle tre qualità avremo ra- gionato , e dei loro
contrari , diremo anche della verecondia, la qual fi muove feoprendo 1’ uomo
una certa fconvencvolczza in fe fletto , e dello fdegno , che gli viene
Coprendone alcuna in altrui. Diremo appretto alquanto più largamente dell’
amicizia., la qual paie in certo modo virtù; e del piacere, il quale è faliro
in tanto pregio , che pretto molti tien luogo di felicità. Indi tornando là,
donde da principio partimmo , ragioneremo alcun poco deila felicità, e potremo fine
a quefto ncflio compendio, CAP. I I. Dilla virtù troica, N On ha dubbio , che
la virtù può etter maggio- re e minore per infiniti gradi , come le altre
qualità tutte ; perchè ficcome il calore può Tempre più crefcerc , non
potendofene affegnare uno tanto, grande , che non potta intenderfenc un
maggiore;^ lo fletto può dirfi della robufteza , della bellezza, e delle altre
qualità del corpo; cori anche interviene della virtù, non potendoli coti
facilmente intendere virtù tanto grande , che altra più grande non potta
attegnarfene . Ben’ è vero , che ficcome 1* uomo non può con- feguire tutti i
gtadi della robuflezza, ma fi contie- ne Di alcune qualità' dell’ animo. i 4 -
ne dentro a certi limiti , oltre i quali d ’ ordinario non parta ; e chi gli
oltrepaflarte , mollerebbe ave- re non fo che di fopranaturale ; cesi nè pure
può 1’ uomo confeguir tutti i gradi della temperanza , e , della fortezza , c
delle altre virtù morali ; ma fi ri» man d’ ordinario dentro a certi limiti ,
oltre i qua- ■♦i chi parta fife fi /limerebbe avere una virtù più che i umana .
Quella virtù dunque grande , (Iracrdinaria , rna- ra.igfiofa , più che umana,
chiamali virtù eroica; la qual non fi dice fempliccmente virtù , perciocché non
par propria dell’ uomo , ma d’ altra ccfa, che fia dell uomo più eccellente ; e
noi fiamo foliti chiamar virtù fidamente quegli abiti , che fon dell’ uomo.
Laonde è flato detto, in Dio non efler vir- tù, ma una certa fovragrandiffima
eccellenza roag- g’ore ogni virtù. E quindi è ancora , che la vir« * tu eroica
attribuivafi dai Greci ai figli degli Di , e * ai fiem det , che fi filmavano
erti-re meno , che Dii, « più che uomini; de quali molti ne furono tra gli
argonauti , e tra quelli , che poco apprefio andaro* ti ! no a pure fi vuol por
mente alle favole, j,f Dal fin 9 u) d etro può vederli , che cofa fia la vir-
tù er0!ca » quale è maggiore della virtù umana , y nè però giunge all»
eccellenza divina . ® ra ù chiaro , che un* eroe dee avere tut* te quante le
virtù . E la ragione fi è quella . Un» eroe dee avere qualche virtù in grado
eccellentifli- mo; perciocché le niuna ne averte', non farebbe^ T 2 eroe;
Digitized by Google 148 Parte Qjj i n t a •toc ; ma chi ha una virtù in grado
eccellentiflirao, dte averle tutte , coire abbiamo in altro luogo di» montato;
dee t'urtq .c 1’ eroe averle tutte r Saranno alcuni, » quali diranno, che 1’
eroe non è flato, nè è per ifllr mai; e che pertanto nulla ci appartiene il
Caperne ; et eflcre perciò va- no lo fcriverne, e farne » trattati . I quali io
dico,, che fi ingannano ; perchè r.è meno fu mai alcun* ottimo oratore, nc
alcun perfetto capitano; e pu- re ne fieno flati fcritti libri interi , che fi
(limano n ti li Hi mi ; perciocché molto giova all’ uomo, per renderli
migliore, il conofcere et il Capere , qual fia la forma del perfettfflimo , e
dell’ ottimo. Velò i poeti nelle loro epopeie intendono di infegnaro agli
uomini la virtù , proponendone loro una gran» didima e quali divina nelle
azioni di un qualche eroe . Per la qual cofia non perduta opera farebbe, et a
poeti certamente utiliflima , fermarli alquanto nel- la confiderazione della
virtù eroica, e inoltrandone Je varie forme, e le parti tutte, e gli ufficj,
farne diflefamente un trattato . Ma quello a noi ora non appartiene. Solamente
a levar 1’ errore d T alcuni, a quali uno non può parere eroe, le non ha l’ani-
mo Igombro , e IcioJro d’ ogni paffionc , diremo all’ incontrario , poter 1*
eroe fentir le pallìoni , e turbar lene, e far talvolta le azioni onefle con
qual- che dento , e fatica . Il che dichiareremo brevemen- te a quello modo .
Quella Digitized by G Di alcune qualità’ dell» animo. , 49 Quella prontezza e
facilità , che uno ha a fa- re le azioni onclte , e in cui confifte la virtù ,
non vico per altro , fc non perchè la parte ragionevole dell’ animo ha per
cfercizio e per ufo acquiftata una forza molto maggiore , che non è quella
dell’ ap- petito . Ma la forza dell* appetito non è la fteffa in tutti, nè
Tempre; eflendo in alcune occafioni alfai piccola, et in altre più grande, et
in altre grandif- finta, e terribiliflìma ; nel che molto vagliono gli oggetti
efterni, che penetrando per via de’ lenii ìn- fino all’ anima, commovono 1’
appetito, e 1’ accen- dono ora più, et ora meno, e fanno talvolta con- traili
grandi!! mi da mettere in turbamento , e in pericolo qualunque virtù . Quindi
è, che può uno effer prontilfimo e fpe- ditidimo contro gli adatti comuni et
ordinai) dell’ appetito , onde a ragione virtuofo fia detto ; ma contra quei
grandiflìmi , e furiefiflitni non così ; de* quali non ufeirà vincitore fenza
turbamento , c fa- tica » Nè può darli una virtù tanto grande , che ac-
cendendoli viepiù 1’ appetito , et infuriando non poi* fa giungere a darle noja
; fe già non fofle quella-, una virtù infinita,, la quale elTendo tale, non fa-
rebbe virtù, ma più tolto una qualità propria di qualche Dio .• Ora T eroe fi è
quello , che nei comuni et or- dinari aflalti dell’ appetito così fi porta, e
con tan- ta facilità gli refpinge , che pare in certo modo , che non gli Tenta
; e in quello inoltra edere più che uo- Digitized by Google 1 5® Parte Qjj i n
t a uomo; ma nei grandiflimi e furiofifiimi fi tutta al- quanto, e fi affatica
ancor’ egli; et anche in quelli però moflra effere più che uoiro vincendogli;
ficco- me vincendogli con fatica moflra cfi'ere men che Dio. E quella è la
differenza che palla tra l’eroe, e il virtuofo , che molto più, fenza alcuna
compa- razione , fi ricerca a turbar’ un eroe , di quello che fi ricerchi a
turbare un virtuofo; ma non è però, che non fi turbi talvolta anche 1’ eroe. Per
la qual cofa mal fanno certi tragici , i qua- li volendo (non fo per qual
ragion molli) condur- re eroi fu le feene. vi conducono infenfati; c cesi gli
fanno andare alla morte, come al pranzo. Ma Vergilio, che intefe ottimamente
tutte le cofe, for- mò talmente il fuo Enea , che poteffe e temere ne’ pericoli
grandiflimi, e dolerli, e comparire altrui, e prender odio , e fdegnarfi ,
purché ne fodero le ca- gioni graviflìme. Però non volle, che egli fi accen-
dere d’ amore per qualunque volgar bellezza , co- me i noftri paladini fanno ;
ma foltanto allorché s’ avvenne ad un volto reale , pieno di grazia e di bel-
tà con tutte le attrattive dell’ oneflà c del valore; nè queflo ancora era
ballante ad accenderlo , fe non vi fi aggiungevano e la gratitudine , e la
compaflio- ne , e non vi concorrevano in particolar modo e il luogo, e il
tempo, e la fortuna, e il deflino,egli Dii , così che pare , che tutte le forze
fi mettelfe- io in opera tanto umane, quanto divine , per far sì , che P
augnilo fondatcr di Roma doveffe innamo- rarli Digitized Dr ALCUNI qualità'
dell* animo . 151 rarfi dell’ augufta fondatrice di Cartagine . Tanto vi volle
a far nafcere il più nobile, c il più magni- fico abbracciamento, che fia {lato
al mondo mai, qual fù quello di Enea e di Didone . Fin qui della virtù eroica .
Alla virtù eroica oppor.fi una qualità dell’ ani- mo , che Arinotele ha
chiamato Q^picr^rct, noi potre- mo dire fierezza, ovver ferità; et è un’
ecceffòdi vi- zio così grande , che par non pcfia in uom cadere; e chi T ha, moftra
d’ edere men che uomo, e più tollo fiera che uomo. Come fe uno fenza niuna nc-
ceflìtà uccidefle i figli, e tranquillamente fe gli man- giane ; che ognun
direbbe, coftui eflere non un’ uo- mo , ma un mofiro . La ferirà vien talvolta
dalla confuetudine ; e così fe ne fon veduti parecchi efempj nelle nazioni
barbare, e felvaggie. Viene anche per malatia, co- me ne’ furiofi ; e per
foverchia triftezza d’ animo fi dice di molti , che fieno dati in fierezza . E
ve- nendo così, non è vizio, et è cofa men cattiva dei vizio , ancorché fia ,
come dice Ariftbtele , più tes- ribile ; perchè più danno n« reca colui , che è
pre- fo da ferità , che non il malvagio , il qual men fi teme , benché fia
peggiore ; a quella guifa che men fi teme V ufurajo , che la ferpe , benché 1 ’
ufurajo fia malvagio, la ferpe non abbia in fe malvagità niuna. Della
continenza . L A continenza, che da Arinotele fi dice ryxpJrwr , è una
difpolizion d’ animo a vincere , ma-, con fatica però e difficilmente , la
cupidigia dei piaceri ; nè già di tutti i piaceri , ma di quelli (blamente ,
che fon del gufto , e del tatto , perchè chi vince la cupidigia degli altri
diletti , come del- la mufica, o della caccia, non fi dice propriamen- te tyxpx
rije, continente; ma chiamali con altro no- me . Forfè che eftendendo la
continenza ai piace- ri del gufto , offendiamo alcun poco l* ufo del co- mun
favellare; il che fé è vero, non molto però ci pentiremo di aver’ errato in
cosi picciola cofa. E già fi vede, che la temperanza, e la conti- nenza verfano
intorno alle fteffe cofc , nè però fo- no lo fteffo . Poiché per la temperanza
fi vince la cupidigia dei piaceri facilmente , e quali fenza fa- tica ; per la
continenza con fatica , e difficilmente. Laonde la temperanza è virtù, la
continenza è fo- lo difpolìzione alia virtù . Alla continenza opponi! 1*
incontinenza, che_» da Ariftotele vien detta & è una difpolì- zione , che
ha 1* uomo a lafciarfi trarre dalla cupi- digia dei piaceri più , che non
conviene ; benché anche quello faccia con fatica, e malvolentieri, « «som- Di
alcune qualità* dell’ animo . 15$ combattendo pure e contraftando con 1’
appetito. Quindi è, che 1* incontinenza non fi mette tra i vi- zi; perchè
ficcoroe la virtù è un’ abito , per cui fi fanno facilmente le azioni onefte ,
cosi il vizio è un’ abito, per cui facilmente fi fanno le difonefie ; nè quello
può dirfi dell’ incontinente , il qual non 1 fi piega alle cofe difonefie, fe
non dopo molto, e lurgo contrafio, quali vinto e firafeinato dalla paf. fione .
E di qui fi vede , qual fia la differenza tra 1» incontinente , e 1’
intemperante ; perchè 1’ intempe- rante , come viziofo , cede ad ogni urto
della paf- fione fenza contrafio ; 1’ incontinente cede folo agli urti
maggiori, e pecca con fatica; laonde l’intem- perante ha il giudicio guado , 1’
incontinente inten- de meglio , e meglio conofce di far male ; di che_#
avviene, che 1’ incontinente fpeffe volte fi pente del fuo eccedo, e fi
corregge; ciò che non fa fe non rade volte 1’ intemperante . E' fiata quiftione
tra ì filolofi, fe l’ incontinente poffa dirfi prudente; perchè da una parte 1’
incon- tinente, il qual pecca, e fa tuttavia gran contrailo all’ appetito per
non peccare , moftra ben di cono- feere e giudicare, che non gli convenga 1’
azione , che egli fa; perciocché non contraflerebbe , fe que- fto non
conofceffe ; onde pare, che abbia prudenza conofcendo , e giudicando dell’
azione rettamente. Ma d’ altra parte qual maggiore imprudenza , che elegger
quello, che fi conofce elfer cattivo? E pct- Tom. \V. V ciò 154 Parte Q^o i n t
a ciò pare , che l’ incontinente non abbia prudenza . Vogliono dunque alcuni ,
che 1’ incontinente debba dirli prudente > ed altri nò . Arinotele lo lafciò
ef« fere imprudente ; di che due ragioni poffono ad- durli . In primo luogo il
prudente è virtuofo , «(Tendo la prudenza , come fopra è dimoflrato , di Tua
na- tura congiunt (lima alla virtù ; ma i’ incontinente^ non tr virtuofo ,
offendo 1’ incontinenza una difpo- fizione al vizio ; par dunque , che 1’
incontinente non debba averli per prudente . In fecondo luogo 1’ incontinente
quantunque formi affai rettamente il giudicio fpeculativo, con- fiderando 1’
azione in generale , tuttavia peccando moftra di non formare affai rettamente
il giudicio pratico , ma la prudenza è pofta principalmente ne’ giudici pratici;
dunque non è da dire, che 1’ in- continente abbia prudenza . Nè è però da
maravigliarli , fe molti inconti- nenti fi odono parlare nelle adunanze e
compagnie degli uomini ottimamente, e dar lezioni urilifliroe , ec effe r molto
da attenderli le lor fenrenze; impe- rocché in tali compagnie per lo più
avviene, che fi ragioni delle cofe in generale , fenza difeendere al’e ultime
particolarità , nelle quali fòle 1’ incon- tinente erra. Senza che nelle
compagnie allegre e gioconde , e che fi tengono più a pafTar tempo , e
follazzarfi cneffamente, che ad altro fine, entrar non fbgliono le impetuose
paflioni , che fole poffo- no Di alcune q.u alita' dell’ animo. 155 no
conturbare il giudicio dell’ incontinente , il qual conofce et ama la virtù fin
tanto, che la palone gli el confentc . CAP. IV. r Della tolleranza. i 1 i P «(■
p ót ; t cì ; ( ¥ L A tolleranza , che da altri è (lata detta cottan* za, e da
Arinotele *«grtg!« è una difpofizion d’ animo, per cui 1’ uomo foftien la noja
e il do- lore fenza turbarfene più di quello, che gli conven- ga ; e il fa petò
con fatica, e difficoltà; onde fi vede non efler fortezza , nè virtù , effóndo
che il forte c il virtuofo foftien la noja e il dolore facil- mente . Alla
tolleranza opponfi una qualità, che noi potremo dire intolleranza , o mollezza
d’ animo, e da Ariffotele fu detta fxcthxxf* et è una difpofizione, per cui 1’
uomo refiftendo al dolore , e contraffan- do per fcftenerfi, pur cede, e fi
abbandona di tan- to in tanto a una foverchia triftezza ; nel che non è nè
efFeroroinatezza , nè vizio; perchè 1’ effemmi- nato , e il viziofo cede fubito
al dolore, e fi turba fenza contratto . I continenti fogliono e Aere
tolleranti, percioc- ché chi può aflenerfi dal piacere, può anche foffrir con
pazienza il difpiacere . E Umilmente gl’ incon* tinenti foglion’ cflfcre
intolleranti , perciocché chi V 2 non 155 r A R T E QjJ I N T A non fa ritenerli dal
piacere, molto meno faprà fof- frire il dolore . Oltre a ciò la continenza è
una di» fpolizione , per cui P uomo privandoli d’ un pia- cere , fcfìfre una
noja; effondo Tempre nojofo il pri- var Te fleflb di un piacere. Par dunque,
che niuno polla efTere continente , Te non è ancora in qualche modo tollerante.
CAP. V, Della verecondia. L A verecondia è una difpolizione , che ha V uo- mo a
vergognai del mal fatto, temendo a ca- gion di quello non elfer tenuto cattivo
dagli altri. Onde lì vede , che la verecondia non è qualunque vergogna , ma
quella fola , che nafcc dall’ aziono poco onella. Perchè quando gli uomini fi
vergogna- no o della povertà , o dell T ignoranza , o d’ effer rati in baffo
luogo, quella fi chiama più tolto ver- cogna, che verecondia. Anzi pare , che
verecondo fi chiami per Io più co- lui, il qual fi vergogna d’ una colpa, che
gli altri com- patifcono leggermente, benché egli di tale compatimen- to non fi
accorga , e perciò fi turbi . Onde la verecondia è congiunta con femplicità d’
animo , et è propria dei giovani , e delle donne. I vecchi o non fi vergogna-
no di cofa niuna , o fi vergognano folo delle brut- tinone , e che non' poffono
eflere compatite . Ne r giovani fi compatifcono tutte più facilmente ; fr gii
■OD . Digitized by GoJglc Di alcune qualità’ dell’ animo . 157 i;on foffero di
quelle atrocifiime, in cui non Tuoi cadere il verecondo; e più fi compatifccno
, fe efll fe ne vergognano ; perchè vergognandofene moflra- no pentimento; e più
è da lodarli nel giovane il pentimento , che da biafimarfì la colpa # Benché la
verecondia fia nna qualità molto commendabile, e [fendo indizio di gentile
animo, « collumato, e inducendo 1’ uomo a pentirli del irà! fatto, non per
quello vuol numerarli trà le virtù; eifendo più tolto una perturbazion d’ animo
, et una paflione , che vien da natura, che un’ abito; laon- de accortamente
Ariftotele nel fecondo libro della xettorica la pole tra gli affetti , Di fatti
non lì di- ce mai, che il verecondo fi vergogni facilmente , perchè egli fia
avvezzo , e per lungo tempo eferci- tato a vergognarli . Anzi vergognandofi più
i giova- ni, che i vecchi, pare , che la vergogna fia una di- fpofizion
d’animo, la quale efcrcitandola , venga meno ; ciò che non avviene delle virtù
, nè degli abiti . Siccome poi la verecondia è difpofìzione alla virtù, e però
molto è commendata; (almeno do»* vrebbe efTere , c certo gli antichi ne feccr
gran con- to ) così 1’ inverecondia , o vogliam dire la sfaccia* faggine, la
qual confitte nel non vergognarli di com- parir cattivo alla prcfenza degli
altri , è grandiffima difpofìzione al vizio , et è degna di grandilfimo bia-
dino , nè pofifon fervirle di fcufa i coltumi prcfcnti . E pare , che tanto più
fi difdica ai giovani et alle donne , quanto più d’ c& è propria, la
verecondia » CAPV Digitized by Google * 5 8 Parte Qjj inia CAP. VI. Di llo
filano . H A una certa difpofizion d’ animo, che da Gre» ci fu detta , noi la
diremo fdegno ; et è quella, per cui 1’ uomo fi tuiba , qualcr vede ono- rarfi
et innalzarli gl’ immeritevoli. E quella è più torto perturbazione e pallione ,
che virtù; percioc- ché niuno li fdegna per avere contratto abito di sdegnarli
, ma folo perchè così è fatto da natura; e la virtù, come abbiamo detto in più
luoghi . è abi- to . Però ben fece Arinotele neila fua rettorica a porre r«
vijuue-.™ , lo sdegnarli tra gli affetti . E benché lo fdegno non fia virtù , è
però indi- zio di virtù; perchè colui, che fi fdegna, moftra di conofcere , che
non conviene onorar’ il vizio, nè innalzarlo, e fpiacendogli 1’ innalzamento
dei vizio- fi , moflra di amare la giuftizia , e la virtù . II per* chè
fogliono facilmente fdegnarfi i dotti e i virtuo- fi , e quelli , che hanno 1*
animo grande e lignori- le; al contrario i vili e gli abietti non foglion’ e
fi- fere difdegnofi; fervendo anche molto allo fdegno 1’ opinione , che uno ha
del proprio merito , orde foflfre malvolentieri , che un’ indegno fi goda quel-
la fortuna, che a lui converrebbe; e tale opinione è propria del magnanimo, non
del vile. Quantunque lo fdegnofo meriti laude , in quan- to . Digitized by
Gotsle Di al«une qualità’ dell’ animo . 150 to ama la virtù ; più però a mio
giudicio ne meri- terebbe , Te fapefle amarla Terza ldcgno ; il che fa- rebbe,
Te imparale dalla virtù medefima , quanto poco conto far li debba delle dignità
, e degli onori , e degli altri beni della fortuna ; i quali fc egli ftimaffe
poco , non gli darebbe fartidio , che» toccaflero, come quafi Tempre avviene,
ai malvagi; ma egli moftra filmargli troppo , avendone gelofia ; e fa , come li
Stoici , i quali fprezzavano la fanità, le ricchezze, gli onori non avendogli
per beni ; ma volean però che niuno gli peffedefle Te non il vii* tuoTo , con
che mofiravano pur di {limargli . Allo Tdegno opporli una difpofizion d’ animo,
alla quale non faprei che nome imporre ; ma co- munque lì nomini, confifte in
quello, che 1’ uomo non Tenta rincrefcimento niuno di vedere eTaltato il vizio,
e opprefla la virtù. E una tal difpofizione è molto vicina alla malvagità ; perchè
colui , cui non difpiace di vedere la virtù opprefla , li indurrà di leggeri a
opprimerla egli; nè curerà molto di cf- fere virtuofo . E' dunque affai vicino
ad effe r mal- vagio colui , che non è punto fdegnofo , CAP. Digitized by
Google Della aiiiìciw ì.i . N On è luogo in tutta la filofofia rè più nobile rè
più illuflre di quello; fopra cui fono flati fcritti e dai Greci , e dai Latini
volumi interi pie- ni di magnificenza , e di dottrina . Noi dunque ne
ferveremo, brevemente in verità, fe la dignità dei- li materia fi confideri; ma
però più ampiamente, che non abbiamo fatto delle qualità fpiegate di fo- pra .
E in primo luogo diremo, che cofa fu T ami- cizia , e la divideremo nelle fue
parti . Io dico dunque, che 1’ amicizia è una fcambie- vote benevolenza
fcambievolmente roanifeftata; « dico, benevolenza, perchè fenza quella non può
ef- fere amicizia; e bifogna , che fia fcarobievole , per- chè fe Cefare vorrà
bene a Lentulo, non per ciò fi diranno amici, quando Lentulo anch’ egli non vo-
glia bene a Cefare; nè tampoco fi diranno amici, fe volendo bene 1’ uno ali*
altro, 1* uno però non fappia della benevolenza dell’ altro. Par dunque, che
nell’ amicizia debba eflere la benevolenza non Colo fcambievole, ma anche
manifeftata . Però ben fe- ce Ariftotele, il quale avendo detto ti/vc/.-»**»
ft\l*v hveu , cioè, che 1’ amicizia è una benevolen- za contraccambiata, non fu
contento; ma volle ag- giungere fxv Àdu0à»trff«» , che è quantodire , non
nafeofa • Non Di AtCUNE QUAlITA* DELL* ANIMO . lól Non è però , che quella
raanifcftazione di be- nevolenza fi voglia far Tempre con le parole ; che anzi
ciò avvien di rado; perchè in alcune amicizie, come vedremo appretto , la
roanifeftazione fi fa dal- la natura fletta , o dalle leggi , fenza che 1’ uomo
vi abbia parte ; oltre che Tempre più vagliono le-» azioni, che le parole. La
benevolenza poi manife- fiata induce in quelli, che la manifeftano, un cer- to
obbligo di confervarla per 1’ avvenire ; perchè colui, che vuol bene oggi, dee
avere in animo di voler bene ancor domane; altrimenti non vorrebbe bene nò meno
oggi; e fe ha tale animo, dee con* fervarlo , ciò richiedendoli alla fedeltà ,
e alla co- ftanza . Non è poi da dubitare , che la benevolenza-, non induca 1’
uomo a efercitare gli uffici dell’ ami- cizia , imperocché chi vuole il bene di
un’ altro ( in che è polla la benevolenza ) lo procura anche in tutti i modi ;
e quelli fono gli uffici dell’ ami- cizia . Spiegata cosi la natura dell’
amicizia facilmen- te fi intende , niuna focietà dover* efTere tra gli uo- mini
o inftituita dalla natura, o introdotta d gli uo- mini fi e Ili , a cui non
corrifponda una certa manie- ra di amicizia; imperocché qual focietà ctter può
, in cui non ricerchili , che 1’ uno voglia un certo bene dell’ altro ? E
quella benevolenza fi tiene per manifella, effendo maniftflo il genere della
focietà , che vi ci obbliga . Quando il compratore fi convie- ne»». ir. X ne
1(5 z Parte Qjj i n t a ne col mercante, nafce tra loro una certa fpezie di
focietà, e quindi una certa forma di amicizia) per cui 1’ uno dee volere un
certo bene dell’altro; poiché il compratore dee volere, che il mercatan- te
abbia il danaro , di cui s’ è convenuto; e il mer- catante , che il compratore
abbia la roba , eh’ egli ha comprata. £ quella è una certa forma di amici- zia
; et altre fimilmente potrebbono addurfene. Ari- notele ne propofe molte,
feguendo varie divifioni. Io feguirò le più comode . Dico dunque, che altre
amicizie ci fi impongo- no dalla natura, altre fi contraggono per elezione.
Della prima maniera può dirfi effere 1’ amicizia, che palfa tra il padre e i
figliuoli , e lega infieme tutti quelli, che fono d’ un iftelfa famiglia ; la
qua- le amicizia è alquanto llretta . N’ ha alcune alquan- to più larghe; et
una larghiflìma, la qual lega in- fierire e congiunge tutti gli uomini; volendo
lana- tura , che I’ uomo generalmente voglia il bene dell* altro uomo, e lo
procuri, qualunque volta o niuno o pochiffimo incomodo gliene venga ; e co‘l
impo- ne agli uomini una certa comune benevolenza , che tutti infieme gli lega
, e ftringe , facendoli amici 1’ un dell’ altro. Nè è neceifàrio aver manifesto
al- tra volta una tale benevolenza; perciocché 1’ ha manifeftata abbaftanza la
natura, che ce la irapo- ne; non credendoli, che alcuno voglia disubbidirle.
Alle amicizie, che ci fi impongono dalia nata- la, lo riduco anche quelle, che
fi ftabilifcono dalle Jeg- Dr AtCUNE
QJUALITA' DEtL* ANIMO . I a {■ •j i Ir ! » ■H ti ? rii 1 li Di alcune qualità'
dell’ animo . 171 gli dice affai volte fenza intenderne troppo bene il
lignificato . Vedremo dunque di {piegargli in qualche modo. Poi, dichiarate
alcune quiflioni , e varie qua- lità propinque all’ amicizia , porremo fine a
tutto quello argomento. Sentenza Prima . E ' Stato detto in primo luogo , che
1* amicizia-* confiCe in foroiglianza ; il che vuole fpiegarfi ; non effendo da
credere , che il grande non pefla effere amico del piccolo, e il bello del
brutto, e il robuffo del debole , benché fieno tra loro dillo- tnlglianti . Io
dico dunque, che la fomiglianza , in cui confilìe !’ amicizia , è fomiglianza
di volontà, così che gli amici, per quanto fono amici, debban vole- re le
fteffe cofe ; non già perchè 1* uno debba voler’ avere la fleffa cofa , che
vuole aver 1’ altro, come fe amendue voi e fiero avere la fiefia velie , o lo
fief- fo podere; che di qui più follo nafcerebfce nimiflà; nè anche perchè 1’
uno debba voler cofe fimili a quelle, che vuol 1* altro, come fe volendo 1’ uno
una fpada , e 1’ altro ne volefle un’ altra del tutto fimile; che quello
farebbe atto più tollo di emula- zione , che di amicizia ; ma perchè volendo 1’
uno avere una cofa , e 1’ altro dee volere che egli 1’ abbia; poiché così
volendo voglion lo 11 1 fio : corno fe Scipione volefle avere il comando deli’
armata , Y z c Le- D igflizea by Gcxogle «7* Parte Q^u iuta e Lelio voleffe ,
che egli 1’ avelie; nel qual cafo Lelio c Scipione vorrebbono la medelìma cofa
, o perciò farebbono fimiliflimi nel volere. E in quella fimiglianza di volontà
è polla 1* amicizia , per- chi le 1’ uno degli amici vuol quello fielTo , che
vuol T altro ; volendo ognuno ii proprio bene, ne feguc , che 1’ uno voglia il
bene dell’ al* tro ; e 1* amicizia è polla in quella mutua bene- volenza . ±\c
e per quello, che non poffa nafccre diffèn* fione tra due amici; che anzi nafee
talvolta , e ne* cellariamente ; perche può 1’ uno credere i che una cola gli
lia utile , c però volerla ; la qual V altro Rimi inutile, anzi nocevole, e
però non voglia, che egli 1 abbia; e in quello è più tolìo diffom glianza di
intelletto, che di volontà ; perchè volendo amen* due ciò j che è utile ,
difeordano nel giudicio , Hi* mando 1’ uno ) che tal cofa fia utile , e P altro
, che non fia . Cosi fù quella gloriofa contela > che nacque tra i due più
grandi amici , che fieno fiati al mondo mai » Pilade et Orefte ; de’ quali
volendo 1’ uno e 1’ altro morire , non volea 1* uno in niun modo» che 1’ altro
moriffe , perciocché niun di loro credca , che foffe all’ altro cofa buona il
morire ; laonde offerendoli ciafcun di loro a mo- rir per 1 altro , lafciarono
agli uomini un’ efempio chiarifiimo di una eroica diffenfione . Ben è vero ,
che fe la fomiglianza degli amici confilteffe foìo nel voler 1’ uno il ben
dell’ altro co- sì Digitized by Goc Di alcove qoalita' dell’ animo . 173 il in
generale ; nè mai gli anici fi accordaflero ne’ giudici loro particolari ; e
quello , che all’ uno par bene, pareffe Tempre male all* altro; diffidi cofa_,
faria, che 1’ amicizia durafle lungamente; percioc- ché in tanta varietà di
giudici nafcerebbono di leg- geri le cnntefe grandifiìme, nelle quali non Tuoi
man- tenerli 1’ amicizia . E’ dunque neceffaria all’ amicizia la fomiglian- za
delle volontà, e molto anche le giova quella de’ giudici; e perchè a fare una
tal fomiglianza , mol- to giova la conformità dei temperamenti, e della
educazione , e degli fiudj , e 1’ uguaglianza dei na- tali , e dello fiato ;
però fi crede , che fieno più di- fpofti all’ amicizia coloro, i quali fono
conformi in quelle cofe, che gli altri ; e noi vcggiamo , che gli uo- mini fi
rendon facilmente benevoli , et ufano affai volentieri con quelli , che lor fon
limili di tempe- ramento, c condizione. Sentenza Seconda . E ’ Stato detto in
fecondo luogo, et è pa fiato in proverbio tra i greci rk f j/Xo3» kciv.4 , cioè
cho le cofe degli amici fono comuni ,• onde argomenta- va leggiadramente
Socrate, che I’ uom dabbene deb- ba eflfer padrone di tutte le cofe , effendone
padro- ni gli Dii, de’ quali egli è amico. Et Arinotele diede al 174 Parte Qu i
n t a al proverbio maggiore autorità. Veggiamo dunque- come le cofe degli amici
fieno comuni ; perchè cer- to non è da credere, che la moglie, e i figliuoli, e
molti altri beni , che fon d’ un’ amico , fieno fi. milmente e nell’ illelfo
modo ancor dell’ altro. E primamente può dirfi , che le cofe degli ami- ci
fieno comuni, e che i beni dell’ uno Geno anche dell’ altro in quello modo.
Perchè avendo 1’ un de- gii amici alcun bene , e pofi'cdendclo , e godendo- lo
, vuol 1’ altro amico , che egli appunto 1’ abbi» e lo pofltgga , e lo goda ,
Quel bene adunque ha appunto quell’ ufo, che egli vuole; e cosi egli lo
pofliede in certo modo. E quindi è, che fe V im- perio de’ Greci è di
Aleflandro; e ciò vuol Parme- nione; egli è per certo modo anche di Parmenio-
ne, emendo di colui, di cui Parmenione vuole, che fia . Può anche fpiegarfi il
proverbio de’ Greci in altro modo; perchè eflendo 1’ amico difpollo a ufar de’
Tuoi beni a vantaggio dell’ altro amico , ciò ri- chiedendoli alla perfetta
amicizia , di cui parliamo/ par che quefli venga in certa maniera a
polfedergli, avendogli prontiflimi al fuo bifogno . Sentenza Terza . I N terzo
luogo è (lato derto , che 1» amicizia con- fine in una certa egualità; il che
facilmente può intenderli , intefe le cofe precedenti; poiché priroa- racn- /
Digitized by Go I r * ìi ii li' )!> Iti i Di alcune qualità' dell’ animo .
17J niente eifendo gli amici tra loro fitnili di volontà e di pareri , come s’
è moftrato di fopra , pare , che per quello conto pollano dirli eguali ; perchè
tutte le cole fioriti fono eguali in quello , in che fon fi* mili . Laonde ben
dilfe Ariftotele taira St 9 uXU rx» CfxoioTrtv: 1 ’ amicizia è uguaglianza, e
fimilitudine . Poi fe i beni dell’ un’ amico fono comuni art- che all’ altro,
come fopra abbiaro dichiarato; chi non vede, che anche perciò viene a indurli
tra gli amici una certa egualità? Egualità vi fi induce an- cora per un’ altra
ragione; perchè eifendo gli ami- ci, come ora vogliam fupporre, virtuofi ,
quello, che è inferiore di grado, non può foffrir lungamen- te di ufar tutte
quelle cerimonie , che gli uomini hanno introdotte per ozio , e che egli fa e
conofcc effer vane. E 1* altro amico, che è fuperiore di gra- do, non dee voler
foffrirc , che egli le ufi. Cosi facilmente fi ridurranno a trattarli con
domeftichez- za , e come fe folTero eguali , falvo fe fi trovaflero in pubblico
, nel qual cafo , fe fon veramente vir- tuofi, obbediranno mal volentieri all’
ufanza , ma pure obbediranno. Quindi è, che i Principi, e ge- neralmente i
fuperbi non fono atti all* amicizia , non potendo loro foffrir 1 ’ animo di
uguagliarfi rota a veruno in che che fia » ;fl(h 3* Ss»r Digitized by Google F
A » T E Q^U I N T A Sentenza Quarta . l "}6 E * Anche pattato in proverbio
, che 1* amico d’ uno è un altro lui fletto: «XX.or «Orco fcrif- fc Arittotele;
e C cerone ; amicus alter idem . Co- me ciò polla intenderli, lo fpiegheremo in
due ma- niere . In primo luogo non è fuor dell’ ufo comune il dire , che ciò ,
che è limile , lia lo ttetto. Chi i , che veggendo il ritratto di Celare affai
limile, non dica tofto: ecco Celare, egli è detto ? Che fe la li- militudine,
come infegnano gli fcolaftici, tende all’ unità; ettendo gli amici rtmilittimi
tra loro di vo- lontà, e di pareri, come fopra abbiam dichiarato, potrà dirli
in certo modo , che Ceno amendue una cofa fola , • che 1’ uno Ca 1* altro.
Perchè rte il ri- tratto di Celare C dice efler Celare , avendo gli flef* fi lineamenti
del volto, quanto più dovrem dire, che 1’ uno amico Ca 1’ altro amico , avendo
la fteffa-. volontà, e gli fletti pareri, che fono i lineamenti dell’ animo ?
In fecondo luogo può dirfi, che l’ amico d’ uno Ca un altro lui fletto ,
perciocché gli vuol bene , come a fe fletto. Il che però dee rtpiegarrt
diligen- temente. Io dico dunque, che due maniere fono di voler bene; la prima
è, quando C vuol bene a uno, perchè egli abbia bene, e non per altro C ne;
l’al- tra è, quando fi vuol bene a uno per altro fine. E non Gqi ile Di alcune
qualità' dell* animo . 177 non è alcun dubbio, che ognuno vuol bene a fc flef-
fo nella prima maniera ; cioè per aver bene , e non per altro. Ora volendo bene
anche all’ amico nell’ iftef- fa maniera , cioè perchè egli abbia bene , e non
per altro; ne fegue , che egli voglia bene all* amico non altrimenti che a fé
fielTo , e fia 1’ una e 1* al- tra benevolenza d* un’ ifiefio genere. Nè per
que- fto però vuoili inferire , che fe 1’ uno amico vuol bene all’altro, come a
fe fielTo, gli voglia anche bene quanto a fe fletto; perchè febbene la benevo-
lenza , che uno porta a fc fletto, e la benevolen- za, che porta all’ amico,
fono di un medefimo ge- nere , potrebbono tuttavia non elfere del medefimo
grado , et effer 1’ una maggior dell’ altra , di che diremo in altro luogo,
dove tratteremo dell’ amor proprio . CAP. XII. D' alcune quiflioni intorno all'
amicizia . M OltilTìme quiflioni fono fiate fatte intorno all* amicizia. Noi ne
fceglieremo alcune; intefe le quali non farà gran fatto difficile intender 1’
al- tre . Quiflione Prima . QE 1’ amicizia fia un’ atto, o più tofio un* abito.
^ La qual quiftione non può dichiararli , fe prima non ti fpieghi , che cofa
voglia intenderli in quello Tom. IV, 2 luo- Digitized by Google 1-78 Parte Q^u
isti luogo per atto ; « che cofa voglia intenderà per abito . Per atto vuoili
intendere una certa forma, che è nel foggctto , fin tanto che dura V operazione
; ceffando 1’ operazione ceffa ella pure. Così P effer fcrivente è un’ atto ,
il qual ceffa , ceffando P ope- razion dello fcrivere ; finita la quale P uomo
non è più, ne fi dice fcrivente. Per abito vuoili intendere una forma , che
riman nel feggt tto , nè ceffa, perchè celli P operazione. Come ìa nobiltà, la
dignità, ed altre; perchè il nobile non lafcia di effer nobile , quantunque fi
ri* rnanga dall’ operare; e il principe è principe ezian- dio dormendo . Ora
può facilmente vederli , che 1’ amicìzia è più torto un’ abito, che un’ atto ;
perciocché P ami- cizia non ceffa , benché ceffi di tanto in tanto P operazione
; e fe Lelio vedrà dormir Scipione , non dirà già » che Scipione non fia fuo
amico / dirà più torto che Scipione fuo amico dorme . Nè perchè dicali, che 1’
amicizia fia un’abito, vuol quindi concluderli , che fia virtù ; poiché per effer
virtù non bafta che fia abito in quella manie- ra , che abbiamo ora fpiegato ;
bifogneretbe , che> foffe uno di quegli abiti, r quali confiftono in fa-
cilità di operare acquiftata per efercizio , e per ufo » Però eflendo P
amicizia un’ abito a quella guifa » che abbiamo detto, refta anche luogo a
quirtionare > fe fia virtù . Di alcune qualità’ dell’ animo . 179 Qu'tjlìont
Sfionda . S E 1’ amicizia fia virtù. E’ par veramente, che non debba eflere per
due ragioni, delle quali la prima è quella; la virtù è un’ abito, che fi fa con
P efercizio , e per ufo; ma la bcnevolei za , e * a* micizia non fi fanno a
quello modo; rcn dicerdefi irai, che uno voglia bene all’ amico , perchè vi fi
è efercitato, e vi ha fatto ufo, ma per altro; dun- que P amicizia non è virtù.
La feconda ragione è quella . L’ amicizia , of- fendo fcambievolc , non è tutta
in colui , che 1 ha ; ma parte è in lui , e parte è fuori di lui . Così P
amicizia , che Lelio ha con Scipione , non è tutta in Lelio , ma parte in
Lelio, e parte in Scipione; e cosi pur’ avviene di tutte le cofe, clic
confillcno in relazione, e fcambievolezza . Effondo dunque, che P amicizia non
è tutta in colui , che P ha , ma in parte è fuori di lui , par certamente che
non debba di 1 fi virtù; poiché la virtù è tutta in colui, che P ha, eie è nel
virtuofo , il qual non farebbe , rè fi direbbe virtuofo fe la virtù fcfiTe in
lui nc*_. tutta intera, ma folo in parte. Non è dunque virtù 1’ amicizia , e s’
ella è co- fa onefbflima , come certamente è, e degna di gran- diflima laude,
coti che par molto limile alla virtù; ciò proviene , perchè gli ufficj dell’
amicizia fon vir- tuofi , dovendo P amico cfcrcitar fpefle volte ver- Z z foP
Digitize^rB7'Guug1e iSo Parte Q_u i n t a fo 1’ altro Amico la liberalità , la
giuftizia , la pia- cevolezza , la cortefia ; fenza le quali virtù 1’ ami-
cizia non potrebbe effere . Et anche per quello pa. re, che 1’ amicizia non
debba afcriveifi al numero delle virtù, non elTendo effa una particolar virtù;
ma più torto una particolar difpofizionc , che quali rutte le abbraccia, e le
comprende. Però ben dif- fe Arinotele, che 1’ amicizia o è virtù, o è coil.
virtù: «fin) »i jutr’ «pir/jr ; dove febben pare, che la- ici alcun luogo alla
dubitazione, affai però indirà, non aver lui tenuto 1* amicizia per virtù,
avendo- ne dubitato ; oltre che dell’ amicizia ha egli trat- tato ampiamente,
non in quel luogo, ove prende a fpiegar le virtù , ma altrove r Quiflio.te
Terza , S E portano averli molti amici . E' non ha dubbio, che trattandoli
delle amicize imperfette , fe ne poffono aver molti; benché n’ ha di quelle,
che fi accompagnano con la gelofia , e facilmente fi sde- gnano; e quelle non
foffrono la moltitudine . Trat- tandoli poi delle amicizie virtuofe e perfette,
chia- ro fi vede non effere imponìbile aver molti amici, non effendo imponibile
1’ avvenirli in molti correli, c manfueti , e gentili , e magnanimi , e voler
loro bene, et effere ben voluto da loro. Ben è vero, che ricercandoli all’
amicizia 1’ ufo frequente di non pochi uffici , bifogna vedere, che 1’ averne
moltc^ non Di ALCUNE QJUALITa' bell’ animo, ili non fia di foverchio pefo . E
le amicizie famofe f che fi leggono nelle iftorie , non furon mai che tra due
foli; nè i poeti le finfero altrimenti ; forfè non parve lor verilìmile , che tanti
virtuofi fi trovarter nel mondo allo ftcHo tempo,* nè forte poco il fin-- geme
due in qualche età. QuiJIicne Quarta . C Ome fciolganfi le amicizie . Ertendo
1’ amicizia una benevolenza fcambievole , come quella cef- fa nell’ un degli
amici , cosi torto certa e rompefi 1’ amicizia ; nè vale , che la benevolenza
fi confer- vi nell’ altro; perchè quello all’ amicizia non ba- da . Quello poi
degli amici dicefi avere fciolta 1* amicizia, che è fiato il primo a deporre la
benevo- lenza . Può anche feioglierfi 1* amicizia, refiando in a- mendue gli
amici la fcambievole benevolenza . E ciò avviene, quando o per malizia di
alcuno, o per qual’ altro fiali inganno, viene la fcambievole be- nevolenza a
nafeonderfi per modo , che 1’ un degli amici non crede più di clfere ben voluto
dall’altro; perchè allora quantunque benevoli fi porta n dire, non però fi
diranno amici ; effondo 1’ amicizia una benevolenza, non folo fcambievole; ma
anche, co- me fopra è detto , ju i\ X«v6Jv* fri in» * ili D» ALCUNE QUALITÀ'
DELL’ ANIMO . 187 Della beneficenza . L A beneficenza è una confuecudine di far
bere ad altri, la quale non è amicizia; dovendo 1’ a- micizia edere vicendevole
, laddove la beneficenza fpefle volte non è; anzi allora è più beneficenza,
quando meno è corrifpofta. Laonde fi vede , che nell’ amicizia non molto
rifplende la beneficenza; perchè febbene colui , che fa beneficio all* amico,
fi chiama benefico, ed è; più benefico però fi ftima efler quello, che fa bene-
ficio all* eflraneo; perciocché il primo fpera in qual- che modo il
contraccambio ; il fecondo , alroen d* ordinario, non lo fpera in niun modo.
Ben* è vero , che chi fa beneficio per fin di ot- tenere il contraccambio, non
è benefico , perciocché non fa veramente il beneficio, ma Io cambia. E ta- li
per Io più fono i cortigiani, e quelli, che fem- pre cercano il guadagno,
fecondo I’ opinion de’qua- li perdura opera farebbe fare un beneficio fenza
cam- biarlo . E chi è tale, ha 1’ animo vile et abbietto . Della gratitudine .
L A gratitudine è un» difpofizion d’ animo che^ noi abbiamo , a far bene -ad
alcuno , perchè •- gli ha fatto bene a noi. Et è diverfa dall’ amici- zia ,
perciocché quello , che è grato , fa bene folo A a i P“- Digitized by Google
i8S Parti Q^u i k t a perchè ha ricevuto bene ; ma quello , che è amico lo fa
anche fenza quella ragione; e il grato è tut- to intcfo a rellituire il
beneficio ; 1’ amico non in- tende refiituirlo ; anzi intendendo reftituirlo
moftre- rebbe di cffere poco amico . Laonde le perfone gen- tili , facendo
alcun favore , non moftrano mai di farlo In grazia di un’ altro favore, che già
ricevet- tero; e fiudiano più tolìo di efier grati, che di pa- rere . E chi fa
il beneficio, dee farlo in maniera, che non moflri di afpettarne un’ altro ; nè
dee trop- po querelarli, fe non gli è corrifpofto; perchè que- relandoli, fa
credere di aver fatto il beneficio per quello fine. Onde chi manca alla
gratitudine, pec- ca ; e non è però molto virtuofo chi la efige. E' poi anche
un’ altra ragione , perchè 1’ ami- cizia debba crederli diveifa dalla
gratitudine; e ciò è , perchè 1’ amicizia non può averli con un nemi- co , ma
la gratitudine può averli; potendo un ne- mico modo da grandezza d’ animo
averci fatto alcun beneficio, di cui noi gli fiamo grati. Altro è dunque 1’
amicizia, altro ia gratitudine. Dell' amor di fe fltJJb . I O non Co , fe in
tutta la filofofia fia parte alcu- na . o più ofeura , o più importante di
quella; perchè fe 1’ uomo intendere bene 1* amore, che e- gli porta a fe ftelTo
, più facilmente ftabilirebbe il fine ultimo; il quale è difficiliffimo z
ftabilirfi per 1’ ofeu- V Di ALCUNE
qjjaliTa' dell* animo. 189 ofcurità d’ un tale amore . Noi però ci ingegnere-
mo di dirne il più che potremo chiaramente) e co- mincieremo di qui . L’ uomo è
tratto per certo naturale iftinto a voler ciò , che è buono a lui ; e fi dice
eflere a lui buono tutto ciò, che Io rende migliore, e più per- fetto , c più
tranquillo , e più felice ; e fono di tal maniera il piacere, e 1* onefià; è
dunque 1* uomo natur Imente tratto a voler’ il piacere, e l’onc(là.. Or benché
dicali , che 1’ uomo dee volere quel- lo, che è buono a lui; non pelò dicefi,
che egli debba volerlo a quello folo fine , che a lui fia buo- no , perchè io
pollo volere una cofa , che fia buona a me, e tuttavia volerla ad altro fine; e
ciò fi ve- de nell’ onefià; perchè chi vuole 1* onefià, vuole una cofa, che
veramente è buona a lui; ma egli a ciò non mira ; mira p;ù torto alla bellezza
eterna , et immutabile dell’ onefto , da cui rapito non pen* fa più a fe
medefimo . Et anche cosi facendo legue 1’ iftinto, eh’ egli ha, di andar dietro
alle, cofc che a lui fon buone .. E quello iftinto è appunto quello, che
chiamali amor di fe Hello, principio di tutte le azioni , il qual le feorge
Tempre a cofa buona , quando al piacere, e quando alla virtù. Ben è vero , che
difgiungendoG in quella mifera vita il piacere dalla virtù , benej fpeffo
avviene, che aT uom fi proporga dall’ una parte il piacere fer.za la virtù ,
dall’ altra la virtù fenza il piacere , et effendo egli libero , e potendo
eleg- DigittzStTCjrGoogle 190 Parte Q^u i n t a eleggere qual più gli piace ,
frodandoli dalla virtù fegue fpefTe volte il piacere; nel che pecca , feguen*
do un bene, che allora frguir non dovrebbe . E tan- to più pecca, che fe egli
aveffe affettato, la virtù forfè gli avea preparato maggior piacere di qtelio,
che poffa dargli la colpa . Cosi offende la dignità dell’ oncfto, e mal provede
a fe raedefimo, e nell* uno e nell’ altro non ben fegue 1’ amor di fe fteffo.
Per la qual cofa quelli, che tanto gridano con- tro P amor di fe fteffo , non
bene intendono quel, che dicono; perciocché chi ama fe fteffo come con- viene ,
non cerca il piacere fe non quanto la virtù gliel confente , e noi cerca di
modo alcuno propo- nendoglifi la virtù; nel che fegue le cofe,chealui fon buone
, feguendo 1’ amor di fe fteffo rettiflima- mente. E fe alcun fi trovaffe , che
ciò factffe con coftanza d’ animo, e femprc ; io non fo , perché egli non foffe
quel fapientiftimo , e quel feliciflìmo , che i filofc.fi fino ad ora hanno
tanto defiderato di vedere . Spiegato cosi 1’ amor di fe fteffo , non farà dif-
ficile il dichiarar tre quiftioni, che fogliono farfi in- torno all’ amie-zia.
La prima fi è; fe P amor di fe fteffo fi opponga all’ amicizia. La feconda fi
è; f« 1’ un’ amico più ami fe fteffo, che P altro amico. La terza; fe amando P
uomo fe fteffo poffa perciò dirli amico di fe fteffo . Delle quali cole io mi
fpc- dirò brevemente . Quanto alla prima, feguendo Arinotele, dico ' che Dr
ALCUNE qualità' dell’ animo. 191 che 1’ amor di fe fteftb tanto non fi oppone
ali’ a* micizia , che anzi la ricerca, e la vuole. E la ra- gione è quella : 1’
uomo tratto dall’ amor di fe llef- fo vuole tutte le cofe , che a lui fon buone
; ora 1’ amicizia è a lui buona ; dunque dee effere tratto dall’ amor di fe
Beffo a volerla. Ma dicono alcuni : le uno vorrà bene all’ ami- co trattovi
dall* amor di fe Hello , vorrà bene all’ amico , perchè bene ne torni a lui , e
penferà all’ util fuo; dunque non farà vera, e perfetta amici- zia . Nel che fi
ingannano; perchè 1 ’ uomo tratto dall’ amor di fe fteffo vuole le cofe onefìe
, le qua- li veramente a lui fon buone, come fopra abbiamo fpiegato , ma non le
vuole per quello fine , che a lui ne torni bene , nè volendole , penfa all’
util fuo; e 1’ amicizia è cofa onefiifiima , dunque la vor- rà in quello modo,
e non per bene fuo. Quanto alla feconda quillione dico che 1 ’ uno amico più
ama fe Hello, che 1 ’ altro amico. E la ragione fi è. Benché 1 ’ uomo voglia la
felicità fua, e la Icl.cità dell’ amico, fenza riferire nè quella nè quella ad
altro fine; v’ ha però quella differenza, eh’ e’ vuole la felicità fua per
certo iftinto impref- fogli dalla natura , a cui non potrebbe refillere, quand’
anche voltffe ; ma la felicità dell’ amico la vuole per elezione; e non è alcun
dubbio , che più forte è P impulfo dell’ iftinto, che quello dell' ele- zione .
Può anche addurfene un altra ragione. Ha dei beni DigitizrsrtJrGoogle 12* Parte
Qu inia beni preftantìflimi , e fomroi , che 1’ uomo non vor- rebbe perdere,
perchè gli avcffe 1’ amico; e tale è la virtù; fi vede dunque, che 1’ uomo più
ama fe Redo che 1’ amico. Ben è vero, che trattandoli dei beni minori, come fon
quelli della fortuna , non dee 1’ uomo fludiarfi di averne più che l’ amico; e
mol- te volte farà gran fenno , fe dovendo dividergli, la- rderà all’ amico la
maggior parte; perchè, così fa- cendo, ufeià cortefia , e farà azion virtuofa ,
e la- nciando all’ amico il danaro , terrà per fe il piacere della virtù .
Quanto alla terza quiRione, fpero, che i Peri- patetici non dovranno di me
dolerli , fe avendo io feguito AriRotele in tante altre opinioni, da lui mi
fcoRo in una; e dico, che, quantunque 1’ uomo a- mi fe flelfo, non dee però
poter dirfi propriamente amico di fe ReiTo ; perciocché 1’ amicizia vuole ne-
celTariaroente fcambievolezza , la qual non può ri- trovarfi in un foggetto
folo; e fe Aratotele argo- mentava , non poter 1’ uomo dirfi giufto verfo fe
fteflo, non potendo elTere verfo fe RelTo ingiulìo; perchè non doveva egli
fimilmente argomentare, non poter 1* uomo dirfi amico di fe Reflo, non potendo
effere di fe RelTo nemico? Fin qui abbiamo detto dell’ amicizia , che è un taro
dono del cielo , e poco dagli uomini conosciu- to : > quali 1’ hanno
difonorata , imponendo lo flef- fo nome a tutte quelle conofcenze , e
famigliarità comuni , per cui fi coferva una certa focietà tra gli uomi-
Digitized by Goè alcun’ uomo felice immaginar fap- piamo, nè alcun Dio, fe noi
ricolmiamo di un gran- didimo, et infinito piacere. E ben potca paifarfi Ari-
Digìtized by Google 200 Paste Q^u i n t a Aliatotele di quella Tua leggiadra
comparazione , quando affomigliò il piacere al defiderio ; percioc- ché il
piacere ha qualche ragione in fe d’ elTer vo- luto , il defiderio non ne ha
niuna; e 1’ abbondan- za dei piaceri fa 1’ uom felice; 1* abbondanza dei
deliderj non già . CAP. XVI. Se il piacere Jìa V ultimo fine . E ssendo io
venuto a ragionar del piacere , non crederò , che niuno fia per riprendermi ,
fe io tornerò ad una quillione trattata già fin da princi- pio, e cercherò fe
il piacere fìa elfo 1’ ultimo fine ; giac- ché pare , che alcuni non fappiano
levarfi di men- te , che in etto foto (ia polla la felicità . Et anche
Arinotele tornò piò d’ una volta alla medclìmaqui- ftione , nò volle finire i
fuoi dieci libri della mora- le fenza aver prima rifpollo agli argomenti di Eu-
doffo ; il quale avea polla tutta la felicità nel pia- cere , adducendone più
ragioni . Noi dunque, fluen- do Atiftotele , ci accolleremo di nuovo all'
ifteffa-. quillione , e non concederemo per niuna ragione ad EudolTo quello ,
che già negammo ad Epicuro . Io dico dunque quello*, che ho detto altre vol- te
, e ciò è , che la felicità confille non nel foto piacere , ma nel piacere
infieme e nella virtù; im- perocché non può 1’ uomo eflfer felice , fe egli non
ha Digitized Di alcune qualità' bell’ animo . 201 ha tutti quei beni , che a
lui fi convengono , cioè tutti i beni, a quali per certo fuo invincibile illin-
to fi fente effer tratto ; or quelli beni , come fopra è dimollrato , fono il
piacere , e la virtù ; egli non può dunque clTer felice, fc non ha infieme e
piace- ri e virtù . Oltre a ciò il piacere fcnza la virtù non può mai edere
tanto grande , quanto alla felicità fi ri- chiede; perciocché mancando all*
uomo la virtù, gli manca eziandio quel piacere, che da lei nafce, fenza il
quale è difficile, che egli fia contento. Et effondo naturalmente inchinato
all’ oncfià , non può non fentir difpiacere, fe non 1’ ottiene. Qual’ è il
traditore, il ladro, 1’ ufurpator, 1’ affaffino, il qual fentcndo di effere
difonelto , non difpiaccia a fc me* defimo; et avendo mille piaceri, non
voleffc più to- flo avergli con la virtù? della quale effondo privo , fonte
vergogna, e dolore, e appena ardifee egli fieffo di chiamarli felice. Però è
cofa vana il vole- re immaginarli un piacer tanto grande, che badi all’ uomo
fenza la virtù. Ma argomentava Eudoffo a quello modo. L* ultimo fine altro non
è, fe non quello, che tutte le fenfitive cofe , o ragionevoli , o irragionevoli
, per certo loro naturale ifiinto appetifeono ; ma que- llo è il piacere;
dunque I’ ultimo fine altro none, che il piacere. Al chc'nfpondcndo dico, che
1’ ul- timo fine delle cofe fenfitive , in quanto fon fenfi- tive , è veramente
il piacere , perciocché , in quan- Tc/w. IV. C c to 232 Parte Q^u i n t a to
fon ronfiti ve i per loro naturale iftinto ad altro non fi movono; ma fé le
cofe fenficive fieno ancor ragionevoli , come 1* uomo è , e però fieno tratte
per naturale iftinto non folo al piacere, ma an- che alla virtù , non può 1’
ultimo fine loro confi* fiere nel piacer folo; ma dee cor.fificre nel piacete,
e nella viitù; nel piacere, in quanto fon fenfitive, e nella virtù, in quanto
fon ragionevoli . Argomentava Eudoflo anche a quell’ altro mo- do . Il dolore è
il foriamo dei mali , perchè veggia- mo , che tutti lo fuggono ; bifogna dir
dunque • che il piacere fia il Gommo dei beni . Et io rifpondo , che il dolore
è veramente un male , e quello balla, perchè tutti lo fuggano; nè è neceflario
perciò, che egli fia il fommo dei mali. Così potrebbe il piace- re eflere un
bene , fenza però effere il fommo dei beni. Ma domanderà alcuno: qual’ è dunque
il fom- mo dei mali? et io rifpondetò , il fommo dei mali effere il dolore
congiunto alla colpa ; che fc il do- lore fi difgiungerà dalla colpa , potrà
talor deprez- za rfi , quafi non foflc male; e farà lode in ciòcco- ine fecero
e Scevola , e Curzio , e Bruto , e Cato- ne , e tanti altri , che dove non
fofle colpa , appe- na credettero , che foffe male il dolore . Effendo dunque
il fommo dei mali pollo nel dolore e nella colpa , par conveniente , che il fommo
dei beni fi ponga nella virtù, e nel piacere. Un’ altro argomento di Eudoflo
era quefio . Quello , che fi appetisce» e fi vuole per lui fteflo, e non
Digitized by Google Di alcun* qjj alita’ dell* animo . 203 c non per altro
fine, è il fommo bene; ora il pia- cere fi appetifce e fi vuole in quello modo;
il pi** cer dunque farà egli il fommo bene . Al quale ar- gomento rifpondo ,
che quello che fi appetifce e fi vuole per lui fleflo , e non per altro fine ,
è vera- mente un bene; ma non è da dirli per ciò , cho egli fi* il fommo bene .
A cotefto modo poteva an- che dimoftrarfi , che la virtù fia il fommo bene,
per- ciocché effa pure fi appetifce e fi vuole per Iti llef- fa , e non per
altro fine; ma ciò fa, che ella fia un bene, non già che fia il femmo bene.
Però non altro può quindi raccoglie) fi , fe non che cfTendo la virtù un bene,
et anche un bene il piacere , venga per la congiunzion d* amendue a formarli
quel fom- mo ineftimabil bene , a cui tendono tutti i delìderj dell’uomo, e che
noi chiamiamo felicità. Pur dirà alcuno . Se un colpevole non avelTe verun’
incomodo , nè quello pure della finderelì; e folTe intanto ricolmo di tutti i
piaceri ; chi potreb- be dire, che egli non forte felice ì Che importereb- be a
lui della colpa , quando niun male gliene av- venirti: ? E' dunque riporta la
felicità nel piacer folo . Et io dico , che il colpevole , il quale ha per-
duta la finderelì, quand’ anche averte tutti i piace- li , non dovrebbe però
dirli felice , effendo che la felicità, fecondo 1’ opinion di tutti, è uno
(lato, a cui fi ricercano due cofe , 1* una è di render l’uo. mo quieto e
tranquillo » 1’ altra «r di renderlo tale, C c 2 qua- Digitized by Google 204
Parte Qji i n t a quale cfler dee • Ora il colpevole , cjuand anche abbia tutti
i piaceri , fe pelò è colpevole , non è tale, quale cfler dee; ma è bruito,
deforme , mo- lìruofo , orribile, deteftabile alia natura; non par dunque, che
polla dirli felice. Nè vale il dire, che a lui poco importi della fua
deformità; cercandoli qui, fe egli Ila veramente brutto, e deforme; non fe gl’
importi di edere . Ma di quello non più . CAP. XVII. Del dejìderio della
felicità . E ' Stato detto molte volte e da molti , che il de* fiderio della
felicità fi è lo (limolo di tut- te le azioni , così che niuna fe ne faccia ,
fe non per V incitamento di etto ; e che efib è ncceflario, nè può elìinguerfi
in modo alcuno; e che non ha termine, ma va e procede all’ infinito. Le quali
cofe efporremo ora brevemente , fpiegando prima , che cofa efib fia , e in che
confida . E' dunque il defiderio della felicità un’ iftinto, per cui 1’ uomo
dcfidcra la fomma di tutti i beni , che a lui convengono, e il rendon compiuto
, e per- fetto . Il qual defiderio è certamente nell’ uomo ; perchè febben pare
talvolta , che egli fi contenti di alcuni pochi beni , non è però , che non
volefie a- vergli tutti , quando potette ; e quindi è , che va dietro ora ad un
bene, et ora ad un’ altro , non eden- Digitized by C Di alcune qualità' dell’
animo . 205 etfendo veramente contento di niuno , e verrebbe raccoglierne
quanti p ù può ; e giacché non può cf- fer felice interamente, s’ ingegna puie
, e fi sforza di elferlo in qualche parte . Quindi (i vede , quanto poca
differenza fia tra il dcfiderio della felicità, c 1’ amor proprio, fe pur ve n’
ha alcuna , e non fono più tofio un’ illinto folo con due nomi; di che ora
niente leva il di- fputarc . E' anche chiaro, che il defiderio della fe* liciti
non è virtù; perciocché non fi acculila per abito , ma è inferito dalla natara
, onde iflinto fi chiama ; c per 1’ ifiefla ragione non è vizio nè pure .
Spiegato a quella maniera il defiderio della fe* liciti , può fubito intenderli
, come elfo fia 1* inci- tamento di ogni azione. Imperocché niuna azione fi fa,
fc non fe per confeguire alcun bene, fia di- lettevole , fia onello ; onde fi
vede , ì % incitamento di ogni azione dover’ clfere quell* iilinto , che ci
trae verfo il bene ; e quello ifinto è il defiderio della felicità . Et effendo
cosi, è anche manifefto , che il de- fiderio della felicità è necelfario , nè
può levarfi via , nè cftmgucrfi in neflun modo. Imperciocché fe elfo è l’
incitamento di ogni azione, ne fegue , che qua- lunque azione fdcefle 1’ uomo
per ellinguerlo, la fa- rebbe mollo et incitato da elio fteffo , e feguirebbe
il naturai defiderio della felicità in quel tempo me- de fi tuo , che egli
ccrcaffe e fi sforzafie di sfuggirlo. Nè 1^6 Parte Q^O i n t a Nè altra via
potrebbe elfervi di levar da fe un tal defiderio, fe non ridurli del tutto all*
inazione, le* vando da fe ogni intendere t et ogni volere; il che farebbe
cangiar natura. E qui vorrà forfè alcuno, che fi fpieghi alquan- to ampiamente,
come gli uomini pecchino; perchè fe la volontà fi porta fempre al bene , come
fopra è detto; e ve la trae un’ invincibile defiderio di fe- licità; egli par
bene, che niuna azicn rea, nè mal- vagia debba poter venirne . E come farebbe
malva- gia , provedendo da un defiderio, che trae al bene, et è invincibile?
Quella in vero è difficoltà importante da fpie- garfi ; però benché io nè abbia
ragionato alquanto in altro luogo, non lafcierò di ragionarne anche qui un poco
più largamente, lo dico dunque , che com- ponendoci la felicità di due parti
cioè del piacere, e dell’ onefto , quella farebbe felicità fomma,incui fommo
piacere e fomma oneflà fi cong ungeffero . E fe rooftrar fi potette all* uomo e
prefentarglifi que- fta fovrana , c perfetta , c divina forma di felicità , non
è alcun dubbio, che egli non fe ne accendeflo fuor di roifura , e dimenticando
ogni altro obietto, non correlTe impetuofamente dietro a quello folo ; nè in
ciò facendo , ufeiebbe egli libertà, nè con- figlio; ma feguirebbe certo fuo
naturale, et invin- cibile iftinto, nel che non farebbe nè vizio, nè mal-,
tagità niuna, nè virtù pure. Ma quella cosi eccellente forma , e così efqui-
fifa Digitized by Goògle Di alcune qualità' dell* animo. 207 fifa di felicità
nel viver noftro non G ritrova ; e ben- ché il fommo , e perfettiffimo piacere
non poffa ef- fere. fecondo eh’ io credo, fenza una fommaeper- fetr (lima
oneftà , Rè la fomma e perfetiffima oneftà fenza un fommo piacere e
perfettifirao; ad ogni modo perchè i piaceri , che ci fi propongono in quella
vita, fo- no imperfetti, e le oneftà altresì; avviene bene fpef- fo , che fi
difgiungan tra loro , e ci fi -pari dinanzi ora il piacere congiunto con la
difoneftà , et or 1* o- neflà congiunta col difpiacere e con 1’ incomodo. E
allora è , che 1* uomo venendo a delibera- zione et a configlio, e ufando la
libertà, eh’ egli ha , di fcegliere tra beni imperfetti , che gli fi mo- fìrano
, quello, che gli è più in grado, difponfi ad abbracciare o il piacere con la
difoneftà, o 1’ one- ftà col difpiacere; e fe fa quefto , fa azion lodevo- le e
virtuofa ; fe quello, malvagia e biafimevole. Ma che che egli fi faccia, la
volontà di lui fempre fi porta al bene ; imperocché, facendo azion malvagia ,
vuole il piacere, che è un bene, e fa- cendo azion virtuofa, vuol 1’ oneftà,
eh’ è un* al- tro bene ; nè è giammai , che voglia quello , che*» vuole, fe non
in quanto è bene. Perchè di fatti nè il malvagio vuole la malvagità , in quanto
è malva- gità, ma foto in quanto è gioconda, nè il virtuofo vuol la virtù, in
quanto è feomoda , ma folo in quan- to è virtù . Onde fi vede , che 1* uomo ,
anche adoprando malvagiamente , pur fegue alcun bene , e però vi è mofio iol
Parte Q_u i n t a mollo cd incitato da delidcrio di felicità ; percioc- ché non
pecca gà egli, perchè non voglia il bene , fprezzando la felicità; ma perchè
non vuol quel bene, che dovrebbe, e delle due parti della felici- tà quella
fceglie , che è la meno predante , e la me- tto lodevole, cioè il piacere,
lafciando 1’ altra, che è nobiliflima , e lodevolillima , cioè la virtù. Saran
di quegli, i quali domanderanno, per qual ragione, componcndofr la felicità di
due parti, dell’ oneflo , e del piacere, debba 1* uomo anzi fe- guir 1’ onedo
fenza il piacere , che il piacere Ten- ia 1’ onelìo , cosi che feguendo quello
faccia vir- tuofamentc , e fia degno di laude, e feguendo que- llo , faccia
malvagiamente, e degno di biafimo lii_. riputato . E quelli tali in vero pare ,
che non abbiano ancora abbailanza comprefo 1* eccellenza , e la di- gnità dell’
ondlo . Poiché fe 1’ onello , come tante volte abbiamo detto, c quello, che per
fe (Icflo » C di natura Tua dee volerli , e feguirfi ; il dubitare , fe 1’ uomo
feguir lo debba , o pure fe gli lì a lecito feodarfene alcuna volta , egli è lo
Hello , che dubi- tare , fe 1’ uomo feguir debba quello , che dee fe- guirfi .
La qual dubitazione in cui potrà cadere? Non è dunque lecito all’ uomo lo
fcoflarfi dall’ ore- lìà per che che fia , e fe il fa, fa malvagiamente, et è
degno di biafimo , e di caftigo . Ma perchè fono alcuni , i quali avendo grarL.
copia di piaceri , vengono in tal tracotanza , e fu- pe r- Òigitized by Google
Di alcune qjuauta’ dell’ anivo . 209 , perbia , che deprezzando ogni oneftà, e
ridendofe- ne 5 fi mettono fiotto i piedi la virtù; e purché non abbiano il
cafligo, niente importa loro di meritar- lo; fie bene aggiungere un* altra
ragione, acciocché intendano , con quella loro alterigia mal provedcifi ai
fatti loro. Imperocché peniando bene e rivolgen- do nell’ animo , quanto
difdicevol cofa fia , e mo- fìruofa , e indegna della maeflà -della natura un
malvagio, il qual fi goda lungamente della fua mal- vagità; e quanto brutto, e
orribil fia il vedere, che colui, che afiaflinò il pupillo , debba efiTere
perpetuamente fe- lice del Tuo aflaflìnio; egli non può non credeifi,e non
tenerli per fermiflitno , che 1’ infidiatore , il la- drone, lo fpergiuro
dovranno perdere una volta quel piacere , per cui confeguire non dubitaron di
offen- dere così altamente 1* oneftà. Et al contrario t (fen- do il virtuofo
degnillìmo dei fommi piaceri, e, co- me dice Arifiotele, SeofiXuarxror , cioè
amicilfimo,e cariflimo a Dio , è ben da credere, che egli rice- verà , quando
che fia, il premio, che ha meritato. Che fe la natura è così bene ordinata nel
reggimen- to de’ mondani corpi, che fecondo i filici Tempre fccglie le
difpoGzioni e le forme più perfette , e più vaghe; per qual ragione crederem
noi , che nel reg- ger gli uomini , c nel condurgli al lor fine , debba eflere
trafeurata , e fenza niun 1 ordine? Perocché fan male , e mal proveggono a lor
medefirni tutti quelli, che allontanandoli dalla virtù fi abbandona- no al
piacere; imperocché perdendo ora la virtù , Tom. IV. D d che 210 P A K ? E Q^U
1 N T A che non curano, perderanno una volta anche il pia- cere , che tanto
curano. Et al contrario gli onefti debbono fyerar molto nella providerza della
natu- ra, e nella divina amicizia,- e ftudiandofi di efcrci- tar la virtù , non
affrettarli gran fatto di confeguir il piacere; perchè fe la natura il concede
ora ai malvagi , 'quarto più dovrà elferne cortefc e larga ai virtuofi , quando
che lia ? Così quelli , che fe- guono la parte p ù ncbilc della felicità , che
è la virtù, confeguiranno una volta anche la parte men nobile, ma però dolce c
cara, che è il piacere; laddove i malvagi avran perduto ogni cofa . Ma tor-
niamo al propofito. Abbiamo finquì dichiarato , come il defiderio della
felicità fia 1* incitamento di tutte le azioni, nè polla ellinguerlì per niun
modo. Rolla che di- chiariamo , come egli , fecondo che infognano i fi- lofolì
, non abbia termine alcuno, ma vada , c pro- ceda all* infinito. La qual cofa
come che polfa fpic- garfi in più maniere , noi ci contenteremo (piegar- la in
due fenza più . Ma farà bene dir prima alquanto del defiderio, e della
contentezza ; perciocché la contentezza le- va 1’ affanno ai deliderj , i quali
fe abbiam detto procedere all’ infinito , non perciò dee temerli, che procedano
all’ infinito anche gli affanni ; che que- lla in vero farebbe miferia troppo
grande ; ma la contentezza ferve molto ad alleviarla. Per fiar dun- que animo
ai timidi, comincieremo a dirne in que- llo Dr ALCUNE Q.U ALITa' DELL* ANIMO .
211 fto modo. Diccfi l* uomo defiderar quelle cofe, le quali fe aver potefle ,
le piglierebbe. La qual voglia è fpelfe volte focofa et ardente oltre roifura
et in* quieta 1’ animo , e lo turba , come il più fono le voglie de’ giovani;
talora è più quieta, e non dà tanta noja , come fuole accadere maflìmamente
in_. quelli, che elfendo prudenti, e moderati , e virtuo- fi affai , nè avendo
cofa , che lor dia molto falli* dio, fi contentano di quei beni, che hanno, nè
cer* can più; i quali più follo contenti chiamar fi vo* gliono , che felici .
Imperocché confifiendo la feli- cità nella fomma di tutti i beni , e quella non
aven- do eflì , non hanno la felicità ; e benché defiderino averla , poiché ,
fe potclfero , piglierebbono volen- tieri quei beni ancor , che non hanno ;
tuttavia il defiderio non gli turba , e però contenti fi chiama- no. E tali
efier poffbno ancor molti in mezzo a dolori , malfidamente quando gli vogliano
eglino fleffi. Chi dirà, che non fclfc contento Scevola al- lora quando con
fortezza inaudita , e veramente ro- , mana abbruciò la mano, fe egli fitlTo
voile abbru- ciarla? E Curzio e Catone alticci furon contenti, allorché fi
ammazzarono ; giacché il vollero elfi fleffi , credendo di fare azione onefta ammazzando-
fi ; e la fecero per quello , perchè credctter di far- la . E di vero benché 1*
uomo contento fi accolli alquanto alla felicità ■ non è però felice; tanto più
che quello fiato di contentezza , a cui ballano po- chi beni , fuoP elfere d’
ordinario poco duievolc , D d 2 f«l* Digitized by Google 2 I a r A K T E Q^u
IXTl falvo fe non Ha fondato in virtù; perchè gli altri beni fono efpolìi *!la
fortuna, che prettamente gli dona , e gli togiie ; e molti ancora per lo troppo
durare fiancano, c vengono a noja et a fafìidio , onde manca la contenterà. Ma
vegliamo al pro- pofiro. Io dico, che il defiderio della felicità va e pro-
cede all’ infinito primamente in quello modo. Egli è certo, che 1’ umana
felicità, ficcome quella, che è finita» nè può elitre altrimenti, tale ancora
efler dee , che fempre le fi pefià aggiugnere qualche co- fa, onde vie più
crefca, e fi faccia maggiore, effon- do quella la differenza, che palla tra le
finite cofe, e le infinite; che ficcome alle infinite fempre fi può detrarre,
così alle finite fempre fi può aggiungere; e per quella ragione due felici
pofTono efiere 1’ uno più felice dei!’ altro, come altrove abbiamo dichia-
rato. Ora fe cosi è, qual farà quel felice, il qual fi creda d’ efler felice
abbafianza ? E chi farebbe , che avvifato d’ una maggiore felicità non la cam-
biarti; volentieri con quella minore, eh*"' egli hai Siccome dunque non è
fognato alcun termine alla-* felicità, oltre cui non polla ella {fenderli, e
farfi maggiore; così nè al defiderio pure, il qual trapaf- fa ogni termine,
qualunque fegnar gli fi voglia, e va, e feorre all* infinito. Il che fe
apparifee negli altri beni, che conftiruifcono, e formano la felici- tà, più
ancora , e principalmente fi manifefla nella virtù. Perciocché qual’ c V uomo,
che voglia effere tem- Digitized by Googlp Di alcune qualità’ dell’ animo . 213
temperante, e giufto , e cortefe, e valorofo mifura* tamcnte ì Anzi ognuno, che
fia oncfto, defidera di divenire onerto fempre più ; et è oncfta cofa il de-
fidcrarlo . I piaceri poi , che adornano la felicità, e che fono onerti, chi è,
che, potendol fare , non ne volelfe confeguir fempre dei maggiori ? Se già non
venifle un qualche Iddio > il qual gl* imponefle di contentarfi di quei
piaceri, eh’ egli ha, facendo di- ventar virtù T attenerli dagli altri. E
quello defide* rio dei piaceri dove non conduce egli l’ uomo o più torto dove
noi trafporta , e noi rapifee? Alef- fandro, che fu grandiflìroo nelle imprefe
, e nei de- fiderà oltre la Macedonia bramòanche 1’ Afia ; e dopo 1* A fia un’altro
mondo ; e fe defiderò le virtù, come gl’ im- peri , ben mortrò , quanto fia
grande nel cuor dell* uomo, e vado, e interminabile, e immenfo il deli— derio
della felicità. Va poi e procede all* infinito il defiderio del- la felicità
anche per un’ altra ragione. Chi è co- lui , che voglia effer felice per un
certo fpazio di tempo, e non più? E potendo aggiungere un gior- no folo , anzi
una fola ora alla fua felicità, non gliele aggiungere ? Non è dunque nella
lunghezza del tempo alcun termine, in cui fi fermi, o più to- rto cui non
trapartì , trafeorrendo fempre più oltre, il defiderio deila felicità. E di
vero fe gl* infelici , purché non fieno infelici del tutto, e refti pur loro
alcun bene , defiderano , e cercano , e procurano con ogni sforzo, e fi rtudiano
di vivere quanto più pof- 114 Parti Quinta polTono; molto più pare, che ciò fi
convenga di fare ai felici; i quali effondo in co'ì grande abbon- danza di
tutti i beni, muna ragione hanno , perchè debba effer loro odiofa la vita, anzi
n’ hanno una grandiflìma per dcfiderare di vivere, e durar lunga- mente. E
quello defiderio di vita, che non ha ter- mine alcuno, ove fi fermi, e i ipofi
, che altro è fe non defiderio di eternità? E di qui nafee quell’ ab.
borrimento naturale, e quali Deccffaiio, che ognu- no ha, di morire. Per la
qual cofa egli fi par be- ne , che Urano farebbe e difordinato provediracnto
della natura, fe aveffe prelcritto alcun termine alla vita dell* uomo , non
effendonc preferito niuno al defiderio ; il perchè molti filofofanti fi hanno
fer- mamente perfuafo , che la morte fia non già il fine del vivere , ma più
follo un paffaggio da quella vi- ta temporale e breve , ad una più lunga , e
fempi- terna . E quello dovremmo credere per più alto de- coro della natura,
quand’ anche le ragioni dei filici noi confentiflero ; Je quali però non folo
il ci con- fentono, ma ci dimollrano chiaramente , dover tener- fi 1’ ànima per
eterna et immortale , nè morire ef- fa morendo 1* uomo, ma forgere a vita
migliore, e più perfetta . Et cffendoli creduto da molti , che la gloria delle
preterite azioni doveffe piacere e recar contento e diletto alle anime dei
trapaffati , fi ftu- dlarono di lafciar di fe flcUi dopo la morte un gran nome
, credendo così di provederfi di alcun como- do per la vita avvenire. Nè parve,
che la natura difap- Digitized by Google Di alcuni qualità' oitt’ animo. 215
difapprovafk- dei tulio la loro opinione , effendofi ella (Uffa fervita di un
tale limolo per eccitar la virtù. Il che fé è vero, e fe un' altra vita tanto
migliore ci attende , la qual dobbiam vivere eter- namente , a che dunque ci
affrettiamo di effer feli- ci m quella manchevole , e breve ; e non più tofto
la felicità noftra afpettiamo nel corfo lurghillimo, e fempiterno dell’ altra ?
Come fe uno dovendo vivere cento mila anni, poneffe ogni opera , e fi lìti-
diafle con ogni argomento d’ effer felice per un mi- nuto di tempo, nulla
curando del reflante . Ed è pure la prefente vita affai men che un minuto a ri-
fletto della vaftiffima eternità . E certo , quella ra- gion feguendo ,
difficil cofa è contenerli , di non_. trafeorrere in quelle altiffime fperanze
Platoniche, che mi fanno fpeffo venir voglia di abbandonar del tutto la breve
felicità di quella vita, e lafciarla ai Peripatetici. CAP. XVIII. Della
felicità . N On farà fuor di propolito, che fu ’1 finire di quello compendio ,
ritorniamo là , donde par- timmo , ritoccando c compiendo quella immagine ,
ovvero forma di felicità , che già adombrammo in fu ’1 principio. E così pur
fece Arinotele ne* fuoi dieci libri. Sia dunque la perfetta felicità il cumu-
lo di 2 1(5 P a * t * Quinta lo di tutti i beni, cosi che non le manchi nè
feien» za, nè finità , nè robuftezza , nè bellezza , nè gra- zia , nè potenza,
nè ricchezza, nè nobiltà , nè ono- ri; e fia tutti quelli beni fi fegga , e
tutti gli regga e governi, quali (ignora , e imperatrice la virtù . Ma quella
felicità più tollo può fingerfi , e dcfidcrarfi, che otrenerfi ; imperocché nè
tutte le virtù pedo- no Tempre efercitarfi in foramo grado; et alcuna ven’ ha,
che non s' adopra fenza i beni della for- tuna, come la liberalità; et altre
hanno bifogno de* mali per edere adoperate, come la tolleranza, e la fortezza ,
tanto che pare fieno proprie {olamente degl’ infelici . Gli altri beni poi si
d’ animo si di corpo , come la memoria, e Io ingegno,' e la fani- tà , e la
bellezza, e la grazia , vengono quali in tut- to dalla natura , che rade volte
gli unifee , e gli raccoglie in un Colo ; e chi da erta non egli ebbe, non può
fpcrare gran fatto di procacciategli • Che diremo de’ beni edemi , della
potenza , della ric- chezza , degli onori , della nobiltà , delle amicizie ,
ne’ quali , fe in altra cofa mai , regna e domina la fortuna così incerta et
incollante , che non è chi debba ddjirfene, o porta . E fe vogliati! riguardare-/
non folo alle comuni vicende dei fatti prefenti , e che abbiam folto gli occhi,
roa riandando fu per le antiche memorie cercar con diligenza le preterite
avventure degli uomini , troveremo onde lagnarci molto della fortuna, e
fperarne affai poco. Per la qual cofa chiunque fi mcttdfe in penfiero di voler
con- Digitized by Gooale Di AtCUNE QUALITÀ' DELL* ANIMO . 217 confcguire in
quefta vita la perfetta felicità , mal fpendcrebbe le fue diligenze , c avrebbe
Tempre bifogno di dTere grandemente raccomandato , et ol- tre modo caro alla
fortuna . Però bene e faviamente hanno fatto i Peripate- tici , che avendo
locato la perfetta felicità in un_. così alto luogo, ove niuno afpirar può;
hanno po- llo fotto di elTa alcuni altri gradi di felicità imper- fetta , a
quali afpirar fi pofTa con maggiore fperan- za . Ma perchè quefta iftefla
imperfetta felicità po- trebbe eflere intefa in più maniere , e molti potreb-
bono ingannarvi prendendo per felicità imperfetta, ciò , che pur non merita il
nome della felicità , pe- rò fie bene deferiverne brevemente la forma, accioc-
ché in efla riguardando polliamo più facilmente di- ftinguere , quali fieno i
felici, e quali nò. Io dico dunque, che a quefta imperfetta felicità , di
qualun- que forma ella fia , tre cole fi richieggono , e non più; prima, che l*
uomo fia virtuofo ; apprelfo, che fia contento ; e in terzo luogo , che niuna
grave-» feiagura gli fopraftia . Nè io voglio qui, che trop- po fottilmente fi
efamini una tal partizione; perchè fe ad alcuno parrà , che le fopraddette tre
cofe pof- fano ridurli a due, parendogli peravventura , chela contentezza
rinchiudali nella virtù , o la virtù nel- la contentezza, io non gli
contraftarò punto; ma intanto le confidererò , come tre . Ricercali dunque alla
felicità, qual che ella fia- li, in primo luogo la virtù; e ciò per più
ragioni. Tom. IV. £ e Pri- 2 1 3 P a x t e Q^u 1 n r a Primamente non è alcuno,
che per nome di felici* tà non intenda uno flato nobile, eccelfo, c precla- ro,
e degno di laude, e meritevole d’ cfleiC defi- derato , c voluto; e tale non
può clfcr lo flato d’ un malvagio; perchè chi farebbe quello , che ftitnaf- fe
degno di laude, e meritevole d’ e (Ter volutolo flato d’ un’ aflaflino , fofs’
egli anche fignore di tutta T Alia? E noi veggiamo , che i menzogneri, e gli
fpergiuri, c i ladroni, e gli ufurpatori fi ingegnano, quanto pcfTono, di non
parer tali, conofccndo ef- fer degno di granditìimo vituperio lo flato loro .
Che flato felice è dunque quello , il quale fi vuol nafeon* dere con tanta cura
per la vergogna ? Non diremo dunque felice , nè (limeremo degno di fi bel nome
in niun modo colui, che non fu vir* tuefo. E molto meno il diremo, fe
confidcrereme, che a quella felicità , che ora deferiviamo , qual che ella
fiali, dopo la virtù maffimamente fi richie- de la contentezza, la quale appena
che polTa (lare fenza virtù ; laonde anche perciò richiedefi alla fe- licità la
virtù . Ma quella parte della contentezza fi vuol fpiegare alquanto
diligentemente . perciocché di efTa fi vantano talora anche i malvagi. Contento
dunque fi dirà clTer quello , che pof- fedendo alquanti beni, vuole che quelli
gli ballino, nè fi affligge del defidcrio degli altri beni, che non polfiede; i
quali intanto folo defidera , inquanto vo- lentieri li piglierebbe, fe alcuno
gliele recafle; nè peiò fi turba del non averli. Io voglio dunque, che eg !i Di
alcove qualità' bell’ animo. 219 e»!! patteggi alquanti beni, e certamente
quelli, la cui mancanza non potrebbe egli, fe non difficilmen- te , e con
fatica , faftenere, perciocché ben fuppon- g>, che a quello felice
imperfetto, che noi ora im- maginiamo, non voglia concederei una virtù perfet-
tiffima. Ora fe 1’ uomo contento dee pofledere al- quanti beni , nè dofiderarne
altri gran fatto , qual diremo noi cfler quel bene, che più gli convenga di
pofiedere , e per cui debba maggiormente con- tentarli, fc non fe quello , che
effondo lodevoliffimo, e gloriofiflìmo , è anche foaviffimo , e pieno di gio-
condità ; ed è tutto nelle mani di colui, che 1’ ha, non potendogli efler tolto
nè dalle infidie degli uo- mini, nè dalla temerità della fortuna? Certo che fe
fra tutti i beni dovette alcuno fceglierne un fa- lò , e di etto efier pago e
contento , dovrebbe fee- gherne uno tale. Or chi non vede, che tale fi è la
virtù? La qual non falò è per fe fletta nobile, e magnifica, ma riempie 1’
animo d’ un piacer puro, e durevole, e che non induce fazietà ; come il più
degli altri beni far fuole, che o non fi fentono, poi- ché fi fono per qualche
fpazio goduti , o vengono a’noja, et a falcidio; il che veggiamo per ifperien-
za nei giuochi , nei balli , nelle fette , nei convi- ti , e negli altri
paflatempi . E la fanità fletta non può fentirfi , quanto piaccia, e fi a
dolce, fe non fi erde . Quanto poi vaglia la virtù a raffrenare la cupidigia
dei piaceri, il che fommamente alla con- tentezza richiedcfi, non è bifogno di
diraoftrarc; E e 2 I20 Parie Quinta fapcndo ognuno, che la virtù è di lua
natura mo* dcratricc delle paflioni , e, per così dir , briglia del defiderio .
Ma 1’ intemperante , P avaro , il fuper- bo , V invidiofo , il violento
difficilmente pcffon te- nerli, che non trafcorrano Tempre con le ingordo lor
voglie a nuovi piaceri , effondo il vizio per fuo naturai coffnme infaziabile .
Tanto più.che i piaceri di colìoro fon così vili et imperfetti , che prcftamen-
te fi guadano , e divcngon noja et incomodo . 11 perchè poca contentezza può
fperaifi dal vizio; ma moltiffima dalla virtù ; e certo fpefle volte è più
contento il virtucfo del poco , che non il viziofo dui molto. Oltre a ciò fe 1’
uomo dee cffer conten- to di certi beni , fenza dcfidcrar più innanzi , bifo-
gna , che egli (limi e creda, che quelli gli badino, e gli paia di dare affai
bene con effì foli . La qual cola difficilmente può parere al viziofo ;
perciocché eflendo i piaceri di lui caduchi e manchevoli , e po- tendogli d’
ora in ora effer tolti dalla fortuna , non può così di leggeri perfuadcrfi di
dar’ affai bene, e di edere abbaffanza felice con quelli foli ; e non a- vendo
altri beni , che quelli, che fono in mano del- la fortuna, bifogna , che.
defideri , che la fortuna gli ferbi fempre al piacer di lui , il che è
defiderar 1’ imponibile. Al contrario il virtuofo , avendo pollo principalmente
la fua felicità nella virtù, e nel pia- cere, che da efla deriva; tiene in
minor conto gli altri beni , e non ha tanto bifogno della fortuna , la qual fe
gli toglie la fanità, le ricchezze, gli ono- * Digitized Di alcune che fia ftolida , o impotente,!) ingiufta la
natura ; ma più tofto è da dire , che un’ altro mondo ci afpetti più comodo, e
migliore, m cui abiti la giuftizia , e la verità , et ove debba il viziofo
effer punito, e il virtuofo ricompenfato. Ed è tanto grande l’ opinione , che
fi ha in quella fi* lofofia , della Capienza , e della bontà della natura, che
non fi crede , pofla farfi azione alcuna dagli uo- mini, quantunque piccola,
che non debba a qual- che tempo effer punita dalla natura , fe è malvagia , 0
ricompenfata, fe virtuofa . E perciò credefi , che 1 malvagi in quello mondo
fieno affai volte fortuna- ti et al contrario opprefli i virtuofi , potendo gli
uni con qualche onefta e virtuofa azione aver meri- tato qualche breve felicità
; e gli altri con qualche leg- Digitized Di alcune salita’ dell’ animo . *25
legger difetto aver meritato una breve rniferia , c patteggierà „ E certo
fegoendo una tale opinione , che tan- to confida nella bontà della natura, non
è da affet- ta ili nella preferite vita alcuna vera, e compiuta-, felicità; ma
è più rollo da fperarfi in un’altra, do- ve il piacere farà più puro , e
perfetto, e dove all’ efercizio faticofo delle virtù fuccedcrà la quiete d’ una
tranquillifliroa contemplazione; o fia , che 1* anima del virtuofo in quella
nuova vita palli d’ uno in altro veto; o iia che tutti i veri difeopra in uno
fclo, il qual comprenda in fe fiefTo ogni ferma di bene , e di bel'à : illulìre
c nobile ricompcnfa dei virtuofi , e degna della magnificenza della natu- ra.
Polle le quali cofe non può negarli, che il vir- tuofo non fia tanto felice in
quella vita , quanto clfcr fi può. Così che quando ancora tutti gli altri beni
di quello mondo, e ricchezze, er onori , et imperi , c bellezza , e fanità , e
feienza a lui man- caffero, pur felicifl'tno tra gli uomini chiamar fi do-
vrebbe, .folo che ritenefle la virtù. Imperocché fic- carne infelice è colui,
anzi infehcilTimo , a cui fo- vralìa una fomma roiferia, cosi felice chiamar fi
può, anzi pur felicillimo quello, cui fcvralla una gian- diflìma . e fomma
beatitudine. E quello ballar po- trebbe in verità , perchè lo fiato del
virtuofo felle da defideiarfi , e da volerli fopra ogni altra cola . Ma non
confilìe pelò tutta la prefentc felicità di lui 9cw>. IV. F f nel- lió ? A *
T I Q^U I N T A nella fopraftante beatitudine; eflendo egli felice per più
altre ragioni ancora; prima perchè fperando una tal beatitudine , comincia già
da ora in certo mo- do a goderne; poi perchè è virtuofo ; e finalmente perchè
fente il piacere della virtù. Ed ecco un’al- tra forma di felicità molto
nobile, e molto magni- fica , che eflendo polla nella virtù , e in quel piace-
re , e in quella fperanza , che non mai 1’ abbando- nano , fottrac 1’ uomo all’
imperio della fortuna , e all’ infolcnza del cafo . Imperocché chi fa à co- lui
, che fentendo in fe fleflo il piacere della virtù, et afpirando al ripofo d’
un’ eterna et immutabile tranquillità, non tenga per nulla tutti i beni di que-
lla terra , e non fi rida della fortuna , che gli di- fpenfa ? E qual farà la
feiagura , che a lui paja gra- ve, folo che in clfii efercitar pofia la virtù?
E qual male crederà egli che fia male, fe non la colpa? Anzi le avverfità , per
cui fi adopra la pazienza , e i pericoli , che aprono largo campo alla fortezza
, e P efiglio , e il difonore , e la malattia , eia men- dicità', in cui
rifplendono 1’ intrepidezza, e il va- lore, dovranno parergli p^ù tofto doni,
che ingiu- rie della fortuna , la qual difponendogli quelli ac- cidenti , che
gli uomini chiaman fventure , gli ap- proda i mezzi di ufar virtù , e
confeguire una cc- ceilentiflima , et cfquifitiflìma felicità. E con quello
animo farà il virtuofo prontiflìmo e fjpeditiflimo a tutti gli uflkj della
temperanza , e della giuftizia , culla potendo io lui tutti gli altri beni a
petto della vir- / Digitized by G Di alcune qualità' dell* animo. 217 virtù; i
quali nc pure giudicherà beni, nè gli Iti* metà pur degni di deGderio . Così
riftretto e rac- colto tutto nella virtù , fprezzerà i colpi della for- tuna ,
e farà d’ animo eccelfo e imperturbabile , e non avrà che invidiare al fallo et
al orgoglio delli Stoici. Il perchè molto mi maraviglio, che alcu- no dubiti di
abbracciare quella filofufia così «ni- ni o fa . Ma molti fono, i quali temono
di accollarli a Platone, parendo loro, che quella contemplativa^, felicità
pofla e debba render felice 1’ animo deli* uomo , ma non il corpo ; et effi
vorrebbon pure , che fofle felice anche il corpo; perchè avendoli po- llo in
mente , che 1* uomo lia comporto d’ anima e di corpo , ferabra loro , che fe il
corpo non è feli- ce effo pure , non lia 1* uomo , nè debba dirfi feli- ce ,
che per metà. E' anche un’ altro timore, che ritrae gli uomini , e gli
allontana da Platone ; per- chè invitandogli quello filofofo a fprezzar tutti i
be- ni di quella vita, fuori che la virtù; e ciò in gra- zia d’ un piacere
eterno et immutabile , eh’ ei ne promette in un’ altra ; quantunque egli tutto
quello affai bene , e con belle ragioni dimoftri , ad ogni modo non fe ne
fidano; e parendo loro, che i be- ni di quella vita fieno troppo più filmabili
, che non fono , temono di avventurar troppo , fe gli abban- donino feguendo la
fperanza , che lor vien dita dall' opinion d’ un filofofo. E che farebbe, fe
Platone, come tant’ altri, fofle ingannato? Se quella aftrufa F f 2 feli- 2*5 P
A * T E QjJ IHTi felicità , che abita e Ila tra le idee , non fofle al* tro
> che un vago e dolce fogno? E noi intanto per amor d’ c(Ta perduto aveffimo
quanto di bene è quag- ga ? Così dicono i pufillanimi , e non fidandofi di
Piatone fi fidano della fortuna ; e corron dietro agli onori, alle ricchezze ,
alle dignità, e a tutti i be* ni" di quella vita, che lor fi mollrano in
minor lon- tananza , e che cfli , non fo perchè, fi perfuadono di dover
confeguire una volta ; quali follerò più lì* curi di dover vivere fra dicci
anni in quello mondo , che fra due mila in un’ altro . Cosi com- metrono la
loro felicità alla temerità della for- tuna , non volendo commetterla alla
ragion d’ un filofofo . E quelli tali, che non fi fidano di Platone, nè
abbaflanza fi aflicurano d’ un’ altra vita , nè di quella fovrana incomparabil
felicità, vorrebbon for- fè, a quel eh’ io mi credo, che lor venilfe dal Cie-
lo un qualche Iddio , e gli afficurafie. E certo fe egli venifle a loro quello
cortefc Iddio , e gl’ in* ftruifle; farebbon gran fenno a volger le fpalie ai
filolbfi , e lui folo afcolrare , e non altri . Chi fa , che egli non modraffe
loro un’ altra nuova, e ma- ravigliofa , et inaudita forma di felicità, non
anco- ra caduta in mente a verun’ uomo , la qual però , qualunque folfefi, par
certo, che non dovelfe po- ter confeguirfi, fe non per virtù, e dovefle
efleread altra vita riferbata, E quel medefimo Iddio, cho avelie prefo tanta
cura di noi , e fofle venuto di Digitized by G Di alcune qualità' dell’ animo .
2*9 di cielo in terra per dar lezione agli uomini , e farli maeftro di
felicità) ci direbbe forfè, fé 1’ ani- ma fi a tutto r uomo , così che il corpo
a lui nulla appartenga; il che fe forte, effendo felici/ 1’ anima , farebbe
felice altresì tutto 1* uomo : o più torto chi fa, che quello divin maeftro ,
be- landoci un nuovo , e non più udito orlin di co- fe , non ci raoftrafte un
qualche riforgimento , per cui doveffero 1’ anime feparate riunì r fi una vol-
ta ai corpi loro per così fatta maniera , che ef- fendo effe felici lo foflero
anche i corpi , e ve- nirti? r uomo in tal modo ad erter tutto feli- ce ; et
ogni parte di lui , e quanto è in lui e anima , e corpo , e fentimenti , e
potenze , tutto forte pieno e ricolmo d’ una puriflima , et altirtima felicità
? Io potrei dire fenza timor d* ingannarmi , che quello cortefe Iddio è già ve-
nuto , et ha moftrata agli uomini la loro ve- ra felicità ; nè potrei
contenermi di non fdc- gnarmi con tutti coloro, che non 1’ afcoltano.- Ma egli
mi converrebbe di entrare in quella di- vina. filofofia > che io* non’ fon
degno di efpor- ie però reftringendomi dentro alP umana, o ftandomi' tra gli
angurti confini della naturai ra- gione', io dico , che egli mi par chiaro ,
che debba P uomo o contentarli di quella mifera_« felicità , che Ariftotele ci
propofe in quella vi- ta , o afpettar quella più lieta , che in altra vita ci
hanno* promeffa con tanto fallo i Pia- toni- ajo Parte Q_u i m t a tonici ; o
dir bifogna , che tutta quefta filofo- fica beatitudine altro non fi* , che un
nomo vano. Il Jìnt iella Quinta Parte RAGIONAMENTO AL SIGNO R CONTI GREGORIO
CASALI Sopra un libro franzefe . DEL SIGNORE DI MAUPERTUIS Intitolato : Elfai
de philofophie morale . INTRODUZIONE» A Vendomi voi più d’ una volta
fignificato , Si- gnor Conte Gregorio cari/limo, di volere , che io vi feriva
brevemente il parer mio fopra un libro fran- zcfc, ufeito , ha già tre anni ,
in Londra col tito- lo: Saggio di filofùfia morale attribuito al Signore di
Maupertuis : io ho indugiato tanto ad obbedirvi) che, come uomo verecondo, piò
non mi arrifehia- va di farlo; temendo, fe fatto lo avelli , che T ob- bedienza
prefente non rifvegliafle in voi la memo- ria della difubbidienza palTata. Ma
avendomene voi fatto inftanza di nuovo, e niente valendomi il mio timore ,
benché io non vegga , qual ragion lia , o a me di fcrivere il mio parere fopra
un tal libro , o a voi Digitized by Google 2$t Ragionamento. a voi di
chiederlo, mi fon pur difpofto a fervirvi ; e quantunque, facendo il piacer
vortro , affai temo , c con ragione, che non farò quello degli altri; po- trete
voi però da quello ifteffo comprendere, che più, che a tutti gli altri , io
fono contento di piacere a voi folo . E certo chi è oggimai , che più defideri
di fen- tirc il parer di veruno fopra un libro ; che effondo (iato generalmente
attribuito a così eccellente filo- fofo , come è il Signor di Maupertuis , bifogna
be- re, che fia (iato generalmente (limato be'lillimo ,et ornatiffimo, e degno
di quel gran nome; c quando anche fe ne afpettaffc il giudeo di alcuno, chi è,
che non doveffe afpcttarlo più torto da altri , che da me? Et io certamente
l’avrei defideraro da voi. Imperocché febben pare, che la Fifica , e la Mate-
matica , che voi profeffate et abbellite con tanto loro vantaggio, rivolgendo
voi il penderò ad altra feienza , doveffero averne gelofia, c fdegnarfene, voi
però fiete di tanta prontezza d’ animo , e di cosi maravigliofo ingegno fornito
, che ben potete fervi- re a molte fenza offenderne niuna. Et io fo, quan- to
tempo avete dato meco alla Metafilica , c alla Morale, e quanto in effe fiete
innanzi proceduto, fenza che la voftra Geometria fe nc arcorgeffe. Ol- tre che
effondo voi d’ eloquenza, e di poefia, tra quanti oggidì ne fiorifeono ,
ornatiflimo c chiarirtìmo, pare, che niuno potefle nè giudicar del libro, di
cui volete, eh’ io giudichi, meglio di voi , ni fcriverne più leggiadramente .
E fe la dignità della perfona aggiunge pefo al giudicio, a cui fi apparteneva
di giudicar di un tal libro più che a voi > Che lafcian- do Ilare la
gcntiliflìma e nobiliflima ftirpe voftra, che fola badar potrebbe a rendervi in
ogni cofa autore- vole , fe già per la viirù voftra non fette; voi fiete ancora
Prefidente in una delle più fiorite Accademie d’ Italia j quale è quella dell’
Inftituto di Bologna» ficcome è il Signore di Maupertuis in una delle più
fiorite d’ oltramonti, quale è quella di Berlino , on- de pareva , che a voi
più , che a me , il convenifte giudicar di un libro di quel grand’ uomo, e
meglio potette voi, o accrefcerne la fama approvandolo , o difapprovandolo
fminuirne 1’ autorità. Ed anche pet quello ho io indugiato a fervirvi cosi
lungamente, e fin che ho potuto refiftere al defiderio voftro . Per- ciocché
mettendomi a fcrivere di un tale argomen- to, pareami di entrare in una
provincia , che io do- vedi lafciare del tutto a voi ; maftimamente clfcn- do
io da altri ftudj , come voi ben fapete , e da altre cure, non fo , fe occupato
, o diftrafto. Cra però che tutte quelle ragioni ha vinte , liccome do- vea ,
il voler voftro, verrò ftendendovi un ragiona- mento femplice, e breve quanto
potrò ; il quale ver- ta a voi timido, e paurofo , e limile all’ autor fuo; non
però tanto modello , che non vi dica liberamen- te il fuo parere, e in quella
maniera, che voi ave- te defiderato ; nel che fe egli per qualfifia modo er- ta
ffe , io gli ho g à detto, che fi lafci corregger da voi. Nè però mi curo, che
ad altri piaccia, che a Tm, IV, G g voi; 2$4 Ragionamento. voi; Scrivendolo io
a voi folo, come (e a voi pai- latti lenza edere udito da altri, quali in una
dolce e cara folitudine , in cui niuno fi ritrovane , fe non noi due foli . E
primamente quanto alla forma et allo fiile del libro del Signore di Maupertuis
, dico, che egli mi par fcritto, fe pofio giudicar nulla di una lingua a me
ftranicra, molto politamente; et oltre a ciò con fomma difiinzicne , e
chiarezza , co- me il più foglion’ edere le fcritture dei Franzcfi: nc altre
qualità vogliono gran fatto efigerfi negli ferir- ti di un filofofo , Se io
però poteflì defiderarne al- cuna fenza cfigerla , defidcrcrci maggiore gravità
e magnificenza di dire, ricordandomi di Cicerone, che trattò pure ne’ Tuoi
dialoghi lo fi e db argomento. Ma forfè le opinioni, che fpiega 1’ Autor
Franzefe nell’ ultimo capo del libro fuo, non avean bifogno della magnificenza
del dire; quelle che fpiega negli altri, non ne eran capaci. Ora però lafciando
que- llo da parte; che non credo già voler voi da mej intendere ciò, che mi
paja dello flile , onde il li* bro è fcritto ; vengo fubito alla dottrina , che
elfo contiene. Il che facendo non altro ordine datò al mio ragionare, fe non
quello del libro Aedo; e fe- guiiò di mano in mano tutti i capi , che lo com-
pongono , fuori 1* ultimo , il qual parmi aggiunto più tolto ad accrescere
dignità alla dottrina , che a confermarla . • CAP. Digitized Ragionamento. 235
CAP. I. Che cofa fin felicità . A Spiegare in che fia polla la felicità
procedei* Autor Franzefe a quello modo . il piacere al- tro non è, che una
certa commozione o fentimen- to dell* animo, che 1* uomo ama meglio avere , che
non avere; nè vorrebbe cangiarlo in che che fia; nè da elfo pafiar’ ad altro,
nè a dormir pure. All’ incontrario è il difpiacere. Io non voglio mutare ora
quella definizione ; che in vero diffidi farebbe farla migliore , e non è però
necelTario . Potendo poi ciafcun piacere effere più o meno intenfo , può anche
effere lungo più o meno, con- tinuandoli per maggiore o minor fpazio di tempo .
Però 1’ Autore Hiflingue il tempo del piacere in più momenti, che egli chiama
mementi felici; i quali vuole, che tanto più fi ellimino , quanto fono più
lunghi , e quanto il piacere in elfi è più vivo j et efprime ciò per una
proporzione compolla , che noi, non avendone bifogno, lafceremo ai geometri.
All* ifteflb modo ftabìlifee i momenti infelici. Le quali cofe così flabilite
paffa tollo a fpiegar la natura dei beni , e dei mali ; volendo , che il be- ne
fia una fomma di momenti felici , il male una . Tomaia di momenti infelici . Il
che fatto giunge fi- nalmente *11* felicità , e la ftabìlifee in quello mo« G g
2 do. 2]5 Ragionamento. do. Avendo ogni uomo una certa (brama di beni, che
gode, c una certa Comma di mali, che fcffre» fottraggafi 1* una Comma all’
altra. Se fatta la fot- trazione avanza alcun poco di bene , 1’ uomo dee dirli
felice, c la fua felicità confitte in quell’ avan- zo. Se avanza alcun male, 1’
uomo dee dir fi infe- lice; et è quell’ avanzo di male la fua infelicità» F, gà
fi vede, che fe la Comma dei beni e la forn- irà dei mali faranno del tutto
eguali tta loro, on- de fatta la fottiazionc niente avanzi , 1’ uomo al- lora
non fa:à nè felice, nè infelice; e niente acca- dea , che egli nafcclfc ; potea
comodamente rima- nercene . Così 1’ Autor Franzefe» Il quale , fe ho da dirvi
il vero, mi meraviglio» che fenza neceflità niuna abbia voluto dire con tan- te
parole quello, che gli Epicurei aveano infognato cosi brevemente, e forfè più
chiaramente; e ciò è, che 1’ uomo tanto è più felice , quanto più hà di piaceri
, e meno di difpiaceri ; Capendoli poi da o- gnuno, che i piaceri e i
difpiaceri più o meno fi efti- niano fecondo 1’ intenfità e durazion loro. Il
che tutto mi fembra dirli aliai chiaro. Ma il dover pri- ma alfumere i piaceri
, e di quelli poi far dei mo- menti, e poi di quelli comporre il bene, e quindi
pattare alla felicità, mi è (lato di qualche pena. Nè dico già, che la fentenza
di Epicuro* condot- ta per così lungo cammino» divenga falfa; dico, che farebbe
(lata maggior correda farle fare viaggio più breve. Digitized Ragionamento. 237
Ma venendo a ciò , che più rileva , io dico , che fe la feliciti fi compone di
beni , e i beni fi compongono di momenti felici, e i momenti felici di piaceri
, nè fegue finalmente , che la felicità fi com- ponga del p : accre ; et
effondo il piacere non altro, che un fornimento dolce e caro , che 1’ uomo pro-
va in fe (lofio, bifognerà dire, che la felicità fia-« pofia in un tal
fentimento. Ora eflendo la felicità, fecondo che affermano i filofofi ( nè 1*
Autor Fran- zefe è loro in ciò contrario) quell* ultimo fine, cui necefiariame'
te tendono tutti i voleri dell* uo- mo , farà meftieri il dire, che 1* ultimo
fine di eia- fcun* uomo fia pedo in lui medefimo, e confida in un fentimento
dolce, e caro , che egli procurar deb» ba a fe fiefio , nè poffa voler altro.,
li che fe ù vero , non dovrà 1* uomo, nè potrà diriger veruna azion fua fe non
al fuo folo piacere; nè gl’ importerà della moglie , nè dei figliuoli , nè dei
parenti, nè degli amici, fe non quanto ne ver- rà a lui alcun fenfo di
giocondità; levato il quale non dovrà egli voler più torto la falute , che la
mor- te loro , nè più torto la confervazion della patria , che 1* ellerminio.
Sentenza dura olrremodo , e da non edere ricevuta in gentile animo. E certo che
gli Epicurei ftefli cercano diflimularla , quanto pof- fono , e per parer buoni
cittadini , van pur gridan- do , e proteftando di amar la patria loro , e
voler- ne la confervazione ; ma interrogati poi, per quaj fio e la vogliano ,
tratti dai lor principi , bifegna , ebe 23S Ragionamento. che rifpondano di
volerla per quel piacere , che fpc- ran di trarne. La qual rifpofta niente ha
di genti- le; perchè fe io domanderò di nuovo 1’ Epicureo, che dunque farebbe
egli per volere , fe niun piacer re fperalfe ; bifognerà pur, che rifponda :
che mon- ta a me della patria , fe niun piacere ne debbo trarre io ? Rifpofta
vile , rozza , e difeortefe . E non par’ egli , che la confervazion della
patria Oa cofa affai nobile, e preftante, e magnifica, e degna per fe ftclfa d’
elfer voluta ? E fe tale è , e per tale fi conofce , perchè non potrà 1’ uomo
volerla per que- llo folo , meifo anche da parte il piacere ? Come mi fi
dimoftrerà egli , che il merito della cofa, che ci fi propone , badar non polla
da fe per indur l’ uomo a volerla? Che affurdo ha in ciò? Io dico dunque , che
altre cofo vogliamo pea quel piacere, che fe ne trae, ed altre per l’ eccel-
lenza , e dignità loro ; e in quelle vogliamo , non veramente le cofe, ma il
piacere; in quelle vogliala le cofe; e il voler quelle non è biafiroo; il voler
quelle è virtù . Ma perchè molti fi hanno pur fitto nell’ animo, che niuna cofa
polfa volerli , nè la vir- tù pure, fe non affine di ottener quel piacere, che
quindi ne nafee; a manifcftar 1* error loro giova {coprirne la cagione . Egli è
certo , che volendo I* uomo la virtù , fente alcun piacere in volerla ; nè di
ciò è quiftione , eh’ io fappia . Son dunque alcu- ni meno accorti, ai quali,
perciocché fenton piace- te io volet la virtù, par di volere, non la virtù, sia
Digitized Ragionamento. 2 39 ma il piacere, o più torto di voler la virtù per
quel piacer folo ; nè fi accorgono, che quand’ anche vo- Ietterò la virtù per
quel piacere, la vogliono però ancor per fe fletta . Il che fé non fotte , come
po- trebbe 1* uomo feguir così fpetto , coni’ egli fa . più torto la virtù ,
che gli propone un piccol piacere , che la colpa , che gliene promette un
maggiore ? Non così forfè fanno i giudi, i forti , i temperanti , i liberali, i
cortefi , i magnanimi ? I quali quante volte feguono la virtù , niun piacere o
pochirtimo fperandone ? E allora credono d’ ettere più virtuo- fi. Qual piacere
potevafi afpettar Regolo , andando incontro ad una certiflima , e crudelifiima
morte ? Qual Curzio, allorché gittoffi nella voragine ? Qual Sccvola , quando
ftefe la roano ad abbruciarla ? E fo bene, che molti s’ ingegnano, e fi
sforzano di pro- vare , maggior diletto aver fentito Scevola in quell’ atto
orribile , e fpaventofo , che altri non fonereb- be in una foaviflìma mufica ,
o in un convito . Ma chi è, che non fenta , quanto fien dure e difficili quelle
lor ragioni, c quanto sforzo codino ai loro xitrovatori? le quali però pajono
confutate abbaftan- za dal comun fenfo. Più dunque valfe appretto Sce- vola , fe
rettamente giudicar vogliamo, con un pic- colittimo piacere la virtù , che
fenza virtù un pia- cere grandittimo . E di ciò abbiamo infiniti efempi in
tutte le iftorie , a cui molti ne hanno aggiunto i poeti nelle lor favole ;
finti in verità ; ma non gli avrebbono finti , fe non ne aveffero prima trovato
dei veri . lo *4° Ragionamento, Io mi fono fermato fu quello argomento alquanto
più, eh' io non volea; nè però voglio pentirmene; parendomi il luogo
importantiflìmo , e da non dovei trapalarli da chiunque voglia trattar materie
di mo- rale. E defidererei grandemente, che il Signore di Maupertuis l’ avefle
trattato egli , che 1’ avrebbe fapuro fare molto meglio di me. Ma egli, non fo
perchè, ha voluto anzi prefupporre ciò, di che gli altri fanno quiftione , e
fenza recarne ragion niuna darci ad intendere , che la felicità fia polla nel
fa- lò piacere, nè polla 1’ uomo voler’ altro. Nè io però contraffarei molto a
chi volefle no- minar felicità il piacer falò, e non altro ; valendoli in ciò
di quel diritto, che con 1’ efempio dei ma- tematici fi hanno da lungo tempo
ufurpato i filofofi, di imporre i nomi a polla loro . Ma chi ciò facef- fe, e
nominar volefle felicità folamcntc il piacere, dovrebbe poi bene, e
diligentemente avvertire) che feguendo tal fua denominazione affermar non
potreb- be , che la felicità fotte quel fine ultimo, in cui ne- ceflariamente
vanno a terminarli tutti i voleri dell’ uomo; fe prima non dimoilrafle, tutti i
voleri dell* uomo dover terminarfi nel piacere. Ciò che è dif- ficile a dimollrarfi
; e non avendolo dirooflrato il Signor di Maupertuis, mi ha tolto la fperanza ,
che polla effere dimoflrato da altri. Ma di quello finquì , Prima di pattare
avanti , piacerai efpo rvi utu, dubbio, che io non ardifeo di feiogliere;
falcierò , che lo fciolgaao quelli, che più fanno di me. Erto mi Digitized by
Google Rkiomaminto. 241 ini è nato là, dote 1' Autor Fianzefe a mifurare la
felicità vuole, che s’ abbia riguardo alla lunghezza del tempo , che ella dura
; volendo , che in quc’ Tuoi momenti felici , di cui compone i beni , de’ qua-
li poi è comporta la felicità , fi confideri non fola- mente 1’ intenfion del
piacere , ma la diuturnità al- tresì . Alla qual fentenza io mi accorderei
volentie- ri > fe egli 1* aveffe dimoftrata ; ma avendola fol tan- to
affermata fenza dimoltrarla , non fo indurmivi . E certo parmi , che non fia da
difprezzarfi 1’ auto- rità delli Stoici , i quali infognavano il contrario ,
cioè che la lunghezza del tempo niente appartenef- fe alla grandezza della
felicità. Perchè ficcome un corpo non fi dice efler più bianco , perchè fegua
ad efler bianco per più lungo tempo , nè un’ uomo fi dice effe? più ricco, nè
più nobile, nè più eloquen- te , nè più virtuofo , perchè, vivendo più lungo
tempo, fegua anche più lungo tempo ad e Acre elo- quente , o ricco, o nobile, o
virtuofo; cosi argo- mentavan li Stoici dover dufi dell’ uom felice; la cui fe-
licità fe più dura, dee chianmfi felicità più lunga, ma non maggiore ; come la
bellezza di un volto , la qual confervandofi per lungo fpazio di tempo, non per
quello divien maggiore , ma folo chiamali più durevole . E certo egli pare ,
che la felicità di natura fua aborrifea la fuccefiione, nè voglia ccrrporfi di
par- ti , che pallino e fuggan col tempo. Imperocché chi è colui , che metta a
conto di felicità quello , che ‘lom. ÌV. H h già Digitized by Google 242
Ragioramikto. j:à pafiò , e non è più? Chi è, che fi crèdi d' ef- Ter felice,
perchè fu una volta / Ovvero creda , che qualche cola gli manchi ora alla
felicità, perchè non fù felice gli anni addietro? Cosi argomentavan li Stoici,
la cui ragione io non dico, che fia vera; dico , che c da parlarvi fopra , e da
averne confi- derilione . Senza che fe 1’ uomo dee' mitùrare la felicità fua,
mettendo a conto non foJamcnte le pre- fenti fue avventure, ma le preterite
ancora, e quel- le , che appretto verranno, chi potià fare tutti quel calcoli
della felicità, che il Signore di Maupertuis vuole ? Perciocché chi fa le
vicende del tempo av- venire ? Ma di quello fi è detto abbaRanza. CAP. II. Se
nella vita dilP uomo più fieno i bini y che i meli . E ’ Stato fempre quali
naturai cofiurre degli uomi- ni il dolerli , e rammaricarli della vita prclen-
tc , come di quella , che tutta fia piena di tnbula- zioni , e travagli . Di
che una ragione forfè è, che avendo molti udito dire , che i buoni il più
delle-» volte fono infelici, per parer buoni elfi , voglion pa- rere infelici ;
e perchè veggono la miferia movere ccinpaflione , la felicità invidia ; p ù
volentieri rac- contano il lor travagli, «he le loio profpcrità . I Fi- lofoli
hanno dato autorità alla querimonia; e de- feti- I Digitized by Goo 1 R A 6 I O
N AMENTO.' 24? fcrivendo agli uomini una fomma e perfettìflìma fe- licità, a
cui niuno in quefta vita può giungere, han fatto lor credere di eflere più
infelici ancor , che non fono . Hanno anche creduto , confermando la
malinconia, di dimoiar maggiormente gli animi al- la virtù. Agli Oratori non
pareva di eflere abba- ftanza eloquenti, fe non moftravano di feguire i pen-
famenti dei fìlofofi. E i poeti ancora hanno accre- feiuta non poco 1* opinione
della comune mifcria_. con Je lor favole, avendole quali tutte teffute di tri-
ili e dolorofi avvenimenti . Così che pare , che gli uomini abbiano pollo non
fo quale Audio a rattri- ftarfi . Io credeva però, che il Signore di Maupcrtuis
dovefle attrifiarfi meno degli altri ; perciocché vo- lendo egli, che debba 1’
uomo cfler felice, c chia- marli contento della vita , fol che la fomma dei
beni fuperi alcun poco quella dei mali; quanti feli- ci dovrebbon’ eflere al
mondo fecondo lui ? Perchè fon pur pochi quelli, i quali dopo aver fitto dili-
gentemente il calcolo dei beni e dei nuli, non fieno tuttavia contenti di
vivere. E quanti ne fono «Jegli allegri , e follazzevoli , che non hanno bi
fogno di lungo calcolo ? Parea dunque , che poteffe il Signor di Maupertuis
rallegrarli alquanto p:ù , e fcrivcre il fecondo capo del fuo libro con meno
malinconia. Al qual capo fe noi attendemmo , bifognerebbe di- re , che nella
vita ordinari^ dell’ nomo folle la fom- ma dei mali Tempre maggiore della fomma
dei be* H h z ni , ^44 RAcroMMisT» i ni , c che però niuno dovette efler
contento di Vi- verci . Ma veggiamo brevemente le ragioni che egli nc adduce.
Primamente argomenta a quello modo. Il viver dell’ uomo altro non è, che un
continuo défiderare di pattar d’ una ad altra cofa , e cosi cangiar con-
tinuamente quelb commozione , o fentimento dell’ animo , che i prefenti oggetti
in lui Svegliano. U che le è vero, moftra bene, che 1’ uomo non è giammai
contento di quel fentimento , che egli pro- va al prefente , e più lotto
amerebbe non averlo; c ciò pollo, quel fentimento è un male ; dunque tutta ] a
vita non è altro , che una continuazione di ma- li, Cosi 1’ Autor Franzefe .
Leviamo via noi, fe pc’ttiamo , quella diffrazione . Io eftimo dunque, che non
ogni fentimento dell’ animo, il qual voglia cangiarli, debba dirfi male,
potendo voler cangmU un bene in un’ altro maggior bene; il che facendoli non
lafcia quello , che fi cangia , di efTere un be- ne , ma è un bene minore .
Come fe uno cangiar voi ette il piacere , che a lui viene dalla ricchezza , in
quello, che a lui venir potrebbe dalla fetenza ; che non per ciò fi direbbe,
che la ricchezza nom, fotte un bene, ma direbbe/! » che è un bene minore della
feienza . Nè mi fi dica , che fecondo la difinizion del Franzefe il male non è
altro , che *n fentimento deli’ animo, che 1’ uomo vorrebbe non avere, an-
teponendo la privazione di elfo a lui fletto . Perchè Digitized by Google
Ragionamento. 245 colui , che vuol cangiare un bene in un’ altro» non antepone
al bene » che vuol cangiare , la piivazio- ne di elfo , ma gli antepone un’
altro bene. Altri- menti fe folle male tutto quello, che vuol cangiar- fi ,
qual cofa farebbe non male ? Qual bene è , che P uomo poffedendolo , non lo
cangiaffe di buona voglia in un maggiore ? Senza che quante volte in- terviene
, che P uomo voglia cangiar quel bene , che ha, in un’ altro; e non voglia però
cangiarlo di prefente ? Imperocché conofcendo, che quel be- ne, che egli ha,
gli conviene ora, e tra poco glie- ne converrà un’ altro , è contento di
goderfi ora quello , che ora gli conviene , defiderando pofeia di cangiarlo in
altro, che ad altro tempo gii conver- rà; nè dirà per quello, che non fia un
bene quel- lo , che egli ora fi gode . Perchè fe male dee dirfi tutto ciò, che
noi defideriamo, che ceffi una volta , e fi cangi, male farà la commedia, male
la caccia, male il convito; perciocché chi è, che volefie , che la com- media .
o la caccia, o il convito duraffe fempre . Ma poiché fiamo entrati a dire del
defiderio , è da rimovere l’opinione di alcuni, i quali ogni de- fiderio
indifferentemente mettono a luogo di infeli- cità , e miferia , né vogliono ,
che poffa efTer felice un defiderofo. Il che quantunque pofTa conceòeifi a quei
filofofi , i quali non vogliono chiamar felice fe non colui, che abbia tutti i
beni, et a cui -nulla-, manchi ; non dovrebbe però nè potrebbe concederli al
Signore di Maupcrtuis ; fecondo P opinion del qua- 2 46 Ragionamento. quale può
I’ uomo felice avere quanti mali G vo- gliano, purché i beni , che egli ha ,
alcun poco gli fupcrino ; onde fegue , che potrebbe 1’ uomo effer felice, e
tuttavia fentir 1’ affanno de! defiderio ; fo- lo che aveffe tanti beni, che
fuperaffero quell’ affan- no alcun poco. Ma fono a mio giudicio da dilìinguerfi
i deli- derj , efl'endone altri inquieti et affannofi , ed altri più quieti, e
tranquilli . Della prima maniera fono quei deGderj , ne’ quali 1’ uomo tanto s’
affligge , e fi crucia di quel bene, che vorrebbe, e non ha, che quafi più non
fentc quelli, che ha; come colui, che tanto defidera la dignità , che finché
quella non ot- tiene , più non fente il piacere r.è dei balli, nè dei conviti .
E quelli defiderj fono veramente pernicio- fiffimi, e veleno, e quafi pelle
della felicità; nè fo- ro però così frequenti , che 1’ uomo , malfimc fe ti-
gli Ga prudente e moderato , pon palli la maggior parte del vivex fuo fenza
tali anguille . Della fecon- da maniera poi fono quei defiderj, per cui 1’ uomo
piglierebbe volentieri alcun bene, che non ha; ma ma non fe ne crucia foverchia
mente , e gode intan- to di quelli, che ha. E di tali defiderj noi trovere- mo
piena la vita dell’ uomo; i quali però non tur- bano la felicità, nè fo ancora,
fe mali debbono dir- 6; poiché fe non danno agitazione all’ animo, e gli
Jafciano goder di quei beni, eh’ egli pofliede , per- chè debbono dirli mali ?
Anzi quei defiderj medefi- rai i che più felicitano il cuore, e 1’ accendono 4
ove « i J Ragionamento^. 247 ove fieno
accompagnati dalla fpcranxa , recan ro- vente all* uomo un tal diletto, che
egli non ver- rebbe cosi fubito cangiarlo in quello ftefTo bene, che defidera;
così che differifee egli fletto talvolta il confeguimento del fuo defiderio ,
parendogli , che tanto più gli dovrà ellere dolce, e caro, quanto più
lungamente 1’ avrà afpettato ; come vedtfi nel g'ocatore , il qual defidera
ardentemente il punto; e potrebbe ufeir totto di quell’ affanno, aprendo fu-
bito e ad un tempo tutte le carte; e pure ama (co- prirle ad una ad una , e a
poco a poco; e gli pia- ce afpettar lungamente c ò , che defidera . Per la qual
cofa io non credo,- che fia gene- ralmente vero quello , che alcuni dicono ,
cioè che ogni defiderio fia infelicità e mifera , veggendefi , che tanto pisce
all’ uomo non folamente il confe- guire il bene , ma ancor 1* afpettarlo .
Laonde me- no mi perfuade il fecondo argomento del nofìro Au- rore, il quale è
quello. Come 1’ uomo comincia a tiefiderar qualche cofa, così tofio vorrebbe
averla confeguita , rè può fofifrire verun’ indugio ; anzi ver- rebbe (vedete
1* impazienza dell’ nem Franzcfe)chc tutto quel tempo, il qual va innanzi al
confeguimen- to di ciò, che defidera, fofie annientato. Onde ne fegue» che e
Rendo 1’ uomo in continui dcfiderj,doe volere annientata tutta la vita fua . Al
che io rifpondo , che pochi fono i defiderj tanto ardenti, e cosi impetuofi ,
che .(offrir non pof- fano qualche dimora . Anzi chi c mai , che tanto defi-
24? Ra«ION AMENTO. defideri alcuna cofa , che non tìa però contento di vivere
anche prima di confluirla , ballandogli per qualche tempo la fperar.za? K
quando bene quella gli mancale , non perciò bramerebbe egli di noia. elTere.
potendo avere alta beni» onde confortar fi . Nè credo io gà, che colui , che va
a Roma defi- dorando vedere quelle belle (Utile, c que’ bei pala- gi, e quelle
colonne, e quegli archi, nè potendo arrivarvi , che in termine d’ alquanti
giorni , volef* fe, che quei giorni foflero annientati; e non pù torto
lafciarli correre, e trovar’ intanto per via buon’ 'albergò. Quel giovane
defidera la feienza , che non può confeguire fe non dopo il corfo di p ù anni
Diremo per quello, che egli fra infelice per tutti quegli anni , e debba perciò
volere , che queg i 8 ni non corrano ? Ne’ quali anni fe egli c P rI ^° quella
feienza , che defidera, non è privo peiòflcw la bellezza , non delle ricchezze
, non dei conio i j non degli onori , dei conviti , dei giochi , delle e- fie ;
a quali beni può anche aggiungere la fpcran- za , eh’ egli ha , di dover’
effere a qualche tempo chiaro per molta feienza e famofo . Io non finirei mai,
fe voleflì andar dietro a tutti gli efempj di que- lli defiderj quieti e
tranquilli , che non levano a ^ uomo il piacere del vivere . Nè anche mi move
la terza ragione , che 1 Au- tor Franzefe adduce , dicendo , che 1’ uomo cerca
tutto ’l dì ricrear 1’ animo, e follazzarfi non per altro, che per fuggir ncja;
fogno che le ncje gli Digitized by Google Ragionamento. 249 fon pure intorno
tutto ’l dì. Et io dico , che fe e- gli trova quel follazzo , che cerca, veirà
per que- llo fteflo a fuggir le noje , e non le fentirà ; et avrà doppio
piacere, avendo quello di follazzarfi , e quel» lo di fuggir noia. Perchè io
non credo g à , che vo- lendo 1* uom follazzarfi , voglia fidamente non fen-
tir raoleftia, ma credo, che voglia anche gulìar la dolcezza del piacere; rè fi
contenterebbe di efifere come un faflo , che effondo privo dell’ una, è pri- vo
ancor dell* altro. Non dicali dunque 1’ uomo infelice , perciocché fludia del
cortiruo alleviare la fua miferia coi piaceri; che anzi è da dirfi felice,
perchè può in tal modo alleviarla. Ma già, quan- to al fecondo capitolo , parmi
, cariffìmo Signor Conte, di avervi detto abbaftanza. CAP. III. Della natura
dei piaceri e dei difpiaceri « V Encndo al capo terzo , in cui 1’ Autor Franze»
fe paffa a difputar fottilrrentc della natura dei piaceri, e dei difpiaceri,
comincieremo a quello mo- do. Vuole egli , che i piaceri ( e Umilmente ditali
dei difpiaceri ) fi generino bensì alcuni mediante i fenfi del corpo , et
alcuni altri per qualche opera- zione dell* anima; ma tutti pciò fieno
fentimenti dell’ anima ftefla . Donde argomenta, non folamen- te chc potTano
paragonai gli uni agli altri, ma ezian- T om . I‘ dio , 250 Ragionamento. dio,
che tutti efler debbano egualmente nobili e pre- danti; quali non porcile
eflcre tra i fentimenti dell* animo d.flVrenza niuna , nè poteire 1* uno etTer
par- tecipe di maggior perfezione , che 1’ altro . L’ in- tendere appartiene
all’ anima , et anche appartiene all’ anima il gullare una vivanda. Pure chi
dirà, che 1* intendere non fia di maggior perfezione , e non Tenta più del
divino ? Ma lafciando quello , e tenendo dietro all’ Au- tore , quantunque egli
voglia , che i piaceri , e fi- milmente 1 difpiaceri tutti , fieno certi
fentiroenti deli’ animo , non però oppor.fi a coloro , che gli hanno divi fi in
piaceri o difpiaceri del corpo, e in piaceri o difpiaceri dell’ animo;
intendendo per pia- ceri , o difpiaceri del corpo quelli , che in noi for- gono
mediante i fenfi del corpo; e per piaceri o difpiaceri dell* animo quelli, che
in noi folgoro pct alcuna operazione dell’ animo ftcfTo. La qual divi* fione ,
comechè propella già , e fpiegata affai bene da molti antichi, molto Tempre mi
piacelfe, più ora mi piace effondo approvata dal Signore di Maupcr- tuis .
Tanto più che egli prende a dichiarare forfe^# più accuratamente degli altri ,
quali fieno i piaceri del corpo , e quali quelli dell’ animo . E già fecondo
lui riduconfi ai piaceri del cor- po non fidamente quelle cofe , che toccano
imme- diatamente i fenfi , come il mangiare , il bere , il fonare , ma eziandio
quelle, che quantunque imme- diatamente non tocchino verun fenfo , però condu-
cono Ragionamento. a 51 cono alle del. zie dei (enfi medclimi , come le ric-
chezze ; Je quali benché per fe fteffe non movano nè 1’ udito , nè il gufto ,
nè il tacco , nè altro fen* fo del corpo , pure fervono a procurar quelle cole,
che gli movono . E fimilmente il piacere , che uno prende delle amicizie, delle
dignità, degli onori, della gloria , è da dirli piacere del corpo , fe colui,
che vuole tali cofe, le vuole per quel diletto, che può ai fenfi provenirne. I
piaceri poi dell’ animo fon quelli , che nafcono o dall* efercizio della vir-
tù > o dalla conofcenza del vero. Quella efplicazione così diligente dei
piaceri del corpo, e dei piaceri dell’ animo, farebbe anco- ra più diligente ,
fe abbracciafre in verità tutti i pia- ceri dell’ uomo , c tutti gli rduceffe a
quelle due fole fpezie, fenza lafciarre sfuggir niuno . Di che dubito affai.
Perchè il piacere, che uno ha della gloria , penfando , che lafcierà di fe
lìdio un gran nome morendo , non pare , che pcffa dirli piacere del corpo ,
perciocché qual lufinga o diletto poffo- no i fenfi fperarne? Nè anche pare,
che pcffa dirli piacere dell’ animo , non effendo in effo efercizio alcuno di
virtù , nè provenendo da femplicc cono- fcenza di alcun vero ; poiché fe
provenire da co- nofcenza del vero , farebbe 1’ uomo egualmente con- tento , o
conófccffe dover fe effer famofo appreffo la morte , o dover’ effer faroofo un’
altro ; poten- do effere 1’ uno , e 1’ altro egualmente vero. Veg- ga dunque 1*
Autor Franzcfe , che il piacer della I i 2 glo- 2yr Ragionamento. g’oria non
rifiuti di fottoporfi a quelle due fpezie , che egli ha propofte , e le sfugga
. E lo fteffò far potrebbe il piacere dell’ amicizia» e quello delle di- gnità,
e quello degli onori.. Spiegata così la divifione dei piaceri, e dei di-
fpiaceri , pafifa 1* Autore ad alcune ofiervazioni, nel- le quali defidererei
più animo , e più allegria . Pa- ragona egli prima i piaceri del corpo coi
difpiaceri, c par, che fi dolga di nuovo, rammaricandoli, che i piaceri non
compenlìno i difpiaceri , e pelò mol- to più pollano quelli a rattriftar 1’
uomo , che non quelli a confortarlo. Imperocché i difpiaceri, dice egli, quanto
p ù dura e perfide la cagione, che gli produrti: , tanto più fi accrefcono , e
divengono tormen- tofi ; et al contrario i piaceri tanto più fi fminui- feono ,
et in proccfl'o di tempo divengnn roolefti . Di fatti non è alcun piacere, che
per lunghezza non fianchi; et al contrario non è alcun difpiacere, che per
lunghezza non divenga intollerabile. Vedete poi, foggiugne egli, che delle
parti , onde ii noftro cor- po è comporto, pochifiime n’ ha, che fieno valevo-
li di recarne un gran diletto ; c al!’ incontrario mol- tilTime fon quelle ,
che poffon recarne un’ 'diremo dolore. E quello è vero. Ma non perciò pentirom-
roi io d’ efler» nato . Perche febbene i dolori acu- tifiimi polfono aflalir 1’
uomo da ogni parte, mai però avviene , che lo aflalifcan da tutte ; et è anche
di rado, che lo alfalifcano da una fola . Quan- ti n’ ha, che partano gli anni
interi, e quafi tutta la Ragionamento. 2 diremo della perdita degli amici, e
dei figliuoli? Che- 2 54 Ragionamento. Che dell* e (ìlio ? Che della povertà
(lefiTa ? I quali niuli farebbono into lerabil; , fe co?l fempte fodero duri da
foff.irfi , come fon da pri r c : pio . Le mala- tie lunghe, come fi fiiro
foilctu.te per qualche tem- po , pajon mcn gravi. Ma io ron voglio raccoglier
qui ora tutte le m:fcrie. Bada bene, che fono al- cuni difpiaceri , i quali per
niun modo fi accrefco* no , quantunque duri e perfida la cagion loro . E quello
fia detto dei difpiaceri del corpo . Perchè quanto ai difpiaceri et ai piaceri
dell* animo , par che 1’ Autore fi volga ad una opinione più animofa,
foftenendo , che i piaceri prevaler pof- fono ai difpiaceri ; il che fa,
adeguando Gngclar- mente ai piaceri quelle tre proprietà. La prima fi è, che
cfli per la continuazione vie più vanno creden- do j 1* altra, che 1* anima gli
lente in tutta l’eften- fion fua; e la terza, che confortan P animo, e in vece
di indebolirlo lo fortificano. Dc'Ie quali pro- prietà due ne fono , che io
concederei volentieri , fe le intendcllì ; P altra , che pur parmi di in-
tendere , non pollo concedere . Imperocché , a_» dir vero, io non intendo, che
cofa fia il dire, che 1* anima fente i piaceri in tutta la fua eftenfione ; nè
quell’ altro , che i piaceri fortifican 1’ anima . Che poi i piaceri dell’
animo per la continuazione vie più vadan crefcendo , non mi pare co«l cenerai-
mente vero . Perchè fe il matematico, pigliando dilct- * 3 cuna dimollrazione ,
vorrà tornarvi fopra più P vo te, e leggerla, e rileggerla , fenza mai
partiroe, arriverà finalmente a nojaifene. Laonde veg- giarno, che gli demeriti
delle feienze, e delle arti, come quelli , che già fono notillìmi , poco fi
pregia* no eziandio dagl’ intendenti , i quali cercano bene Ipeffb con
moltilfimo Audio quelle verità , che poi trovate deprezzano , et amano paiTar
ad altre. Quanto poi ai di'piaceri dell’ animo , par che 1’ Autore voglia
metterli nelle mani degli uomini , e confcgnargli all’ arbitrio. Imperocché
provenendo elfi o dalla colpa, ficcome egli vuole, o dal non_. poter difeoprire
alcuna verità, che fi cerchi; quan- to alla colpa può 1’ uomo afienerfene
Tempre che voglia; quanto poi alle verità, che non può difeo- prire, a lui fta
di non curarle, contentandoli di fa- pere fol tanto quelle, che a lui giovano;
le quali fon poche , et egli volendo , le può feoprire faci- lilfimamente .
Cosi i difpiaceri dell’ animo non fo- no fe non di chi gli vuole . Tal pare ,
che fia il fentimento del Franzcfe. A cui convienimi di con- traddire anche in
quello luogo, s’ io voglio efpor- vi liberamente , fecondo che voi mi avete
importo, il parer mio. Et io il farò pure, eftimando mcn male il contraddite a
quel grandiflìmo uomo', che il difubbidire a voi. Io dico dunque, che il
difpiacere , il qual vie- ne da colpa, non vicn già da colpa, che 1’ uomo fia
per commettere , ma da colpa , che abbia già commeffa; e quantunque forte in
fua mano ih non commetterla, non fo , fc avendola commeffa, fia in Digitized by
Google 2 56 Ragionamento. in Tua mano il non fornirne dilpiacere . Nè anche>
fo , fe la filofofu abbia alcun mozzo, onde aflicurar T alf-ilTino , 1’
ufurpatore, il panicida , co E perchè in quello luogo grandemente inlifie il
Franzefe , che pare, che non fappia partirfene; non dovrà parervi fuori del
convenevole , che io pure mi (lenda fu ’l medelimo punto alquanto più larga*
mente. Entra dunque 1’ Autore a trattar di propo- fito la quiftione: fe debba
effer lecito all’ uomo 1’ ammazzarli . A cui rifpondendo difiingue in quello
modo. O 1’ uomo ha una religione, che gli feopre un’ altra vita, promettendo
quivi gran prem j a quel- li , che avran fofl'erto , e cafligo agli altri; e in
tal cafo è infenfataggine 1* ammazzarli. O 1’ uomo non ha religion niuna , e
abbandonato perciò alla ragion naturale nè fpcranza aver può nè timore alcuno
della vita avvenire; e in tal cafo faià ben di am* mazzarlì tutte le volte ,
che la femma dei mali , che egli foffre, fìa maggiore della fornirà dei beni,
eh’ egli polliede ; perciocché elfendo a tal termine, egli c infelice , e più
comodo a lui farà il non ef- fere di modo alcuno. Che fa egli dunque in quella
vita ? Che non ne efee , e non ritorna nel nulla , ove potrà Ilari! più
comodamente ? Così rifponde 1’ Autor Franzefe . E certo egli è molto da
commendarli , che ab- bia dato alla Religione tanto di autorità, che pof- fa o
col premio, o col cafiigo trattener quelli, che hanno voglia di ucciderli . Et
io volentieri gli con- fento. Ma non mi piace gà, che abbia poi ridot- to la
ragion naturale a tanta difpcrazione e miferia, che niente afpettar polfa dopo
la morte. Nè fo , Tom, IT, L 1 come 2';5 Ragionamento. come ne porti cifer
contenta la Religione iflefla , che non fu mai nemica della ragione . Certo che
i Gentili, i Romani, i Greci, gli Eg'zii , gli Arabi, i Caldei, c tante altre
nazioni, le quali niun lume ebbero, fe non fe quello della ragione, pure afpet-
tarono un’ altra vita. Quanti Filofofi promifcroall’ anime 1’ immortalità? 1
Platonici, che fono fiati in tanto grido, fe nc faceano , per cosi dire,
malleva- dori . Io non fo dunque, come polfa con tanta fi- curczza affermarfi (
malfimamente non recandone-/ argomento niuno ) che la ragion naturale fia priva
d’ ogni fperanza della vita avvenire ; così che aven- do fofienuto fortemente e
con virtù i mali della vi- ta prefentc , non porta afpettarne qualche premio in
un’ altra. Al qual premio non dee 1’ uomo però voler correre, nè affettarli
ammazzandofi per im- pazienza; che ciò farebbe un demeritarlo. Al con- trario
fe noi afcoltiamo 1’ Autor Franzefe , qual fa- rà F uomo, che dove non fia da
Religione impedi- to , non debba darli morte per prudenza ? Imperoc- ché s’
egli è vero, che tutti quei, che ci vivono, più copia hanno di mali, che di
beni , (ficcoroe nel fecondo capitolo ha egli intefo di dimofirarc) tut- ti,
che ci vivono, fono infelici; e ciò porto è a tutti meglio il morire; faranno
dunque tutti gran,, fenno a darli morte. Argomentazione orribile e fpa- ventofa
, la qual le folTe afcoltata , non molto an- drebbe, che più non faria chi
afcoltar la potette . E fe la ragione infegnatte ad ogni uomo di dover torto
DigiTized by Google Ragionamento. ì6j torto ucciderti , mal coniglio avrebbe
p'cfo la na- tura , che volendo, come P altre fpezie , cosi an- cora confervar
quella degli uomini , confidila dia ragione . Ma di quello parmi aver detto
al-baflan- za • Confiderà ultimamente 1’ Autor Frarzcfir , nè fenza qualche
maraviglia , come li Stoici tenefi ero in poco conto certe quiflioni , che pur
tratta vanii fi io a que’ tempi con grande fircpito dai filefcfì : fc eli-
flelfer gli Dii : fe provedeflero alle cofe: fc foto P anima immortale. Intorno
ai quali punti comcchè non fi accordaflfer tra loro, pur s’ accordavano tut-
tavia nelle regole delle azioni, e dei coflumi; on- de pare, che dovettero
avere quelle quiflioni per poco importanti . E quindi crcfce all’ Autor Fran-
zefe la maraviglia, confiderando , che li Stcici, la- rdata da parte P
efìflcnza degli Dii , la previden- za , 1* immortalità , pur giunfero a cosi
alto grado di perfezione, e di virtù; laddove i Criftiani pare, che non vi
fappiano giungere fc non per mezzo della cognizione di un Dio, e dei premj
eterni dei caftighi . La qual maraviglia bifogna, che noi ci ingegniamo di
fminuire per onore della providenza, acciocché gli uomini , prendendo mal’
efempio dal- li Stoici, non comincino a deprezzarla , et a cre- dere, che poco
importi il penfarvi. A levar dunque una tal maraviglia, dee, fe- condo me ,
avvertirli , che i Crtftiani fi ftudian d’ dlerc non foiamente virtuofi , forti
, giufli , tempc- L 1 2 rati- Digitized by Google 2(53 Ragionamento.' ranci ,
manfueti ) liberali , cortefi , a che afpiravano anche li Stoici; ma vogliono
ancora, che quelle loro virtù fopra 1’ ordine della natura innalzando- li , e
vertendoli d’ un abito foprannaturale del tut- to c cclerte , gli rcndan degni
di una certa incora- prcnlìbil felicità , a cui le naturali forze non giun-
gono; nè così alta fperanza avevan li Stoici . 1 qua- li però poteano
contentarli di feguir 1’ oneflà , che conofccano , et ertere naturalmente
virtuoli ; laddo- ve i Criftiani nè debbon , nè poflfon’ ertere di ciò contenti
; e volendo , che la loro virtù lia d’ un* altro ordine, bifogna , che la
cerchino per altri mez- zi ; però dove li Scoici la cercavano , feguendo la
naturale onertà , la cercano elfi feguendo la voce, c gl’ inviti , c le promerte
di un Dio. Di che par- mi non debba nafeere maraviglia niuna. E niuna pure nè
dee nafeer da querto,chegià aveller li Stoici rtabiiite tra loro ccn tanta
concor- dia le regole delle azioni, e dei cortumi , quantun- que non per anche
(labilità averterò nè l’ immorta- lità dell’ anima , nè la providenza degli Dii
. Im- perocché per rtabilire quelle lor regole miravano erti non ad altro, che
ad una certa immutabile e fem- piterna onertà , che s’ era parata loro dinanzi
con autorità e con imperio, e comandava fenza fogg c . zion degli Dii, e voleva
ertere obbedita per lo me- rito e dignità fua fenza riguardo di premio , o di
cartigo. E fe ordinava all’ uomo o di fovvenirc il compagno, o di mantener fede
all’ amico, o di offervàr la promefla , volea , eh’ egli obbed'fie piima ancor
di fapere , fe premio alcuno dovefle venir- gliene, o fe il far ciò piaceffe
agli Dìi; i quali Dii non poteano Sdegnarli , che 1’ uom feguifle quella.,
imperiofa oneflà , cui feguivano anch’ eflì ; nè fa- rebbon flati Dii , fe non
l* avelfer feguita . Qual maraviglia dunque , fe feguendo gli Stoici quella fo-
vrana ontflà , e in quella fola ponendo il fine dell’ uomo , non credettero
aver bifogno d’ altre quiflio- ni ; le quali potean loro parer belle , non
potcarL. parer necclfaric. Ne io però credo, che tanto in ciò fi allontanaflero
da Cnfliani , quanto alcuni per avventura fi immaginano . Imperocché che altro
fi- nalmente era quella loro fovrana oneflà , eterna , immutabile , neceflaria
, fe non fe quel Dio fletìo , che noi adoriamo? Il quale eflì non conofcevano ,
fe non lotto quella tal forma di incommutabile e fempiterna oneflà , fenza
accorgerli , che quella oneflà medefima , oltre 1* eflere incommurabile , è
fempiterna, folle ancora conofcitrice di fe flelfa , e d’ ogni parte perfetta,
creatrice delle cofe , onni- potente, e beata; di che fe aveflcro potuto accor-
gerli, T avrebbono riguardata, come un Dio; nè fo , fe i Criftiani gli aveflero
di ciò fgridati . Ma eflì non conofcendo in quella loro oneflà fe non una certa
fovranità et imperio, quantunque le al- tre perfezioni di lei non feopriffero,
pur la Arguiro- no, e Arguendola feguirono un Dio fen7a faperlo; c in ciò fi
differenzi-iron da noi ; che noi feguiamo Dio accorgendocene, eflì il feguivano
fenza accorgetene . *7° Ragionamento, CAP. VI. Degli ajuti , che tra «gonfi
dalla filcfifia di Crijliani per la felicità della vita preferite . D Opo le
cofc finqul dette voi potete agevol- mente intendere > Sig. Conte Gregorio
cariifi* mo, che io non pollo (correre il fello capitolo deli* Autor Franzcfc,
fenza contraddirgli quali in rutto j perchè quantunque io foglia contraddire
malvolen- tieri , e già ne fia fianco , pure la cofa ftefla mi vi reca. Prende
qu vi 1* Autor Franzefe a pervaderci, che la filofofia delli Stoici e quella de’
Criftiani , quanto a ciò , che appartiene alla felicità della vi- ta prcfentc ,
così fon diverfe tra loro e contrarie, che nulla più . E ciò intende di
dimoftrare , facen- do varie comparazioni dell’ una filofefia con P al- tra; le
quali comparazioni io feguirò con le mio confìdcrazioni , nè mi partirò gran
fatto dall’ ordi- re, che ha dato loro l* Autore ifteffò. Primieramente
paragonar volendo i precetti del- la filofofia Stoica con quelli della
Criftiana , riduce i primi ad uno folo, il qual fi è: tu cercherai la tua
felicità a qualunque prezzo. I precetti poi della filofofia Criftiana riduce a
quello: ameiai Dio fopra ogni cofa , e il tuo profilino come te lìdio . Ne’
quali precetti , fe ho da dir vero , io non veggo tanta contrarietà. Ma prima
di venire a ciò , faprci volen- Digitized by Google Ragionamento. 271
volentieri, perchè la foroma della filofofia Stoica Vo- glia ridurli ad un
precetto , il qual conviene non agli Stoici fedamente, ma a tutti quanti i
filofofi . Imperocché qual fitofofo è, che non infegni , dover T uomo cercare
la fua felicità a qualunque prezzo? E quindi è, che affermano tutti, 1’ ultimo
fine dell* uomo effere la felicità , che vale a dire , dover la felicità
anteporli ad ogni cofa . Nè in c.ò fi dift in- guon gli Stoici dagli altri. Ben
fi dirtinguono in que- llo, cne dove gri altri nioioh ripongono la renata in
altre cofe, chi nella contemplazione, chi nel pia- cere , e chi in altro, dii
la ripongono nell’ oneflà fola . Laonde il Precetto di dover’ anteporre a tut-
te le cofe la felicità fua, riducendofi al fentimerto proprio degli Stoici ,
viene a dire, che dee l’uomo anteporre a tutte le cofe 1’ oneflà . 11 qual
precet- to non mi par tanto contrario a quello de’ Criflia- ni : amerai Dio
fopra ogni cofa, che è quanto di- re: ad ogni cofa anteporrai Dio. Perciocché
Diò è )’ oneflà iftefla * Ma il Frar.zcfe , a render felice la vita prefen- te
, defidera e vuole la tranquillità dell’ animo , e le dolcezze dell’ amore; le
quali crede dover provarli amando Dio, come i Criftiani fanno; non feguendo 1’
oneflà , come fanno li Stoici . Et io dico : fe il Crifliano è tranquillo ,
perciocché cerca Dio folo , nè d’ altro cura ; perchè non potrà cflTer
tranquillo uno Stoico, cercando 1’ oneflà fola, rè curando al- tro ? E fo io
bene, c confeffo , che la tranquillità del *7* Ragionamento, del Criftiano farà
più nobile, e più magnifica , e più divina , e potrà cflfere accompagnata da
certe dol- cezze , di cui fon privi gli Stoici, i quali non fi van- tano r.è di
rapimenti, nè di eftafi . Ma altro è , che la traquillità del Criftiano fia più
nobile, e maggio- re , che la tranquillità dello Stoico; altro è, cho lo Stoico
non polla fperare tranquillità niuna. 11 qual fe non fentc quelle intcriori
foavità , e quel- le languidezze d’ amore, avverta il Signore di Mau- pertu s ,
che bene fpcflo nè i Criftiani pure le fonta- no ; nè anche molto le cercano.
Santa Terefa non fu fempre in eftafi , nè avrebbe voluto effervi fera- pre;
amando meglio di obbedire a Dio, che di go- derlo . Nè io affai bene intendo
quello, che qui ac- cenna 1’ Autor Franzcfe , cioè che lo Stoico cerca, e
ftudia fottrarfi ai mali della vita, il Criftiano non ha male alcuno , a cui
fottrarfi . Nel che paigli di trovare contrarietà. Et io all’ incontro dico,
cho 10 Stoico non cerra nè ftudia fottrarfi agl’ incorno» di della vita (che
egli non vuol pure chiamar ma- li) fe non quanto ragion lo chiede; il che
fimil- rnente farà il Criftiano , il quale , chiedendolo la ra- gione ,
cercherà bemftimo guarir della febbre. Ma qui efee 1’ Autor Franzefe con un’
altra_. comparazione, paragonando inficme la pazienza del- 11 Stoici , e la
pazienza de’ Criftiani , le quali fono veramente diverfe, et effer debbono, ma
non forfè Unto, quanto egli voiiebbs. Dice egli dunque la pa- Digitized by Ragionamento.
273 pazienza delli Stoici non altro cflere, che un fot- tometterlì ai mali per
qnefta fola ragione , perchè non hanno rimedio; laddove la pazienza de’ Cri-
fliani è un fottometterlì ai mali per conforniarfi al- la volontà di quel Dio,
che gli ha difpofti. E cer- to fe la pazienza delli Stoici così folle, come
egli dice, ella farebbe tanto diverfa da quella de* Cri- ftiani , che nulla
più; et io la chiamerei la pazien- za dei difperari; i quali in vero fi
fottomettono ai mali, e gli foffrono per quella fola ragione . perchè non hanno
rimedio . Ma chi non fa , la diflìnizio- ne della pazienza non elfer quella? E
più torto do- ver dirli, che la pazienza fia un’ abito di fortenere i mali per
modo , che non conturbino la ragione? intanto che colui , che gli foftiene , nè
vanamente fi dolga, nè rompa in querele irgiurte, nè perda il configlio , anzi
abbia 1’ animo prefente in ogni av- venimento , c come può, provegga, e quanto
può. E quindi è , che il paziente non fi abbandona , ma cerca i mezzi , che la ragione
gli moftra , per libe- rai fi dai mali , e deliramente gli adopra ; e P ado»
prargli con prefenza d’ animo è argomento di pa- zienza . Commendando dunque
gli Scoici , come e’ fecero, la virtù della pazienza, et imponendola agli
uomini, altro non vollero, fe non che dovettero i mali foftenerfi per modo ,
che non contuibafiero la ragione; e quello voleali, perchè la ragione ifieffa e
P emetta lo chiedevano. Ora qual Criftiano è , che d’ una tale pazienza fi
vergcgnalfe ? Benché il Cri» Tcw. IV . M ra Ilia» Digitized by Google 374
Ragionamento. (Vano agg’ungcndovi un’ altro riguardo la rende più nob le e pù
predante. Ma chi per quello dirà , che la pazienza dell i Stoici oppongafi a
quella de’ Cri- fliani? Chi dirà, che non molto vaglia a confortai gli animi, e
a ricrearli? E già viene I’ Autor Franzefe ad un’ altra coro* piraz’onc,
mettendo in confronto le fperanze , che effe la Ftlofofia dclli Stoici, con
quelle, che por- ge la Filofi fia de* Cridiani , la qual moflra all’ uo- mo una
certa incomprenfrbile e foprannatural beati- tudine ; e benché gliela mofìri di
lontano, comin- cia però egli g à da ora in certo modo a goderne, pafcendofi
intanto della fpcranza . E certo che a petto d’ una afpettazione cefi magnifica
nulla parer re dee tutto cò , che promette la natura; e non che 1» filofi fia
de! li Stoici, ma qualunque altra, ( fofs’ anche quella tanto fublimc e divina
dei Pla- tonici ) dovrebbe tacerli dinanzi a quella de’ Cri- ftiani , nc fperar
p ù di potete guadagnar gli uomi- ni nc con promelTe , nè con lufingbe .
Perciocché qual bene moftrano effe, che peffa paragonarli con tanto premio?
Quantunque però ne lìa cosi nobile, c cord lieta 1’ afpcttazione , e
fommamente, e più, che non può dilli , vagì a a confortar 1’ uomo , e
rallegrarlo; vegga tuttavia I’ Autor Franzefe di non farne più conto di quello,
che i Cnfliani fteffi ne^ fanno. I quali proiettano d’ effe r d.fpolti ad
opera- re virtuofamente anche fenzi una tale afpettazio- ne; di cui non
vogliono aver bifogno pei feguirla vir> r ’ Digitized by G( Ragionamento.
275 virtù; e allora folo fi fìiman perfetti, quando fono cosi difpofti. Con che
moftrano, che quand’ anche non fofle in loro la fperanza de’ beni eterni , pur
farebbon contenti della virtù, e feguirebbono di fer- vir T oneftà, la quale è Dio
fteflo, paghi di fol fer- virla. Et eflendo i Criftiani di quello an'mo , non
fo , perchè dovelTer burlarli di quei filofofi , i quali non conofcendo la
grandezza de’ beni eterni , pur protellarono di voler fervire alla fola onellà
, ed ef- fer lieti e contenti di effa fola . Il che farebbono i Criftiani anch’
elfi , fe lor mancaflcro quelle loto ce- leftiali, e divine fperanze. Avendo
finquì confiderato 1* Autor Franzefe la tranquillità particolare e propria di
ciafcun filofofo, pafifa ultimamente alla pubblica e comune dei cit« tadini , a
cui pargli , che nulla vaglia la filofofia-. delli Stoici , e vaglia però
moltifiìmo la filofofiadei Criftiani . E certo men commendabili farebbon li
Stoici , e molto men che non fanno , vantar fi do- vrebbono , fc , come vuole
1’ Autor Franzefe, nul- la penfaflero al ben degli altri; nè feguirebbono ab-
baftanza quella loro immutabile e fempiterna one- ftà , la qual pur’ ordina e
chiede , che fi procuri il bene altrui , e fi confervi , .quanto per noi fi
porta , la focietà. E fo bene , che fono oggidì molti, che nulla curando i
principi dell’ oneftà , la fccietà fo- la riguardano, la qual vogliono efler
nata non d’ altro che dal guadagno, e dal proprio comodo, c cominciando da erta
derivano quindi tutti i doveri M ra 2 dell’ Digitized by (Joogle 27 6
Ragionamento. dell’ uomo . Ma io credo , che grandemente fi in* gannino , c
poco onore facciano agli uomini , ere* dendo , che fieno venuti in focietà ,
molli ciafcuno dal folo proprio interelfc, fenza che parte alcuna polla avervi
avuto la cortefia. Recano ancora con cotefia loro opinione grandifiìmo danno
alla repub» blica. Perchè fe noi non lafcercmo agli uomini al- tra ragione di
ftarfi in focietà , fe non quella dei pro- pri comodi , e vantaggi , qual
cittadino dovrà ofTcr- vare le leggi della fua patria , qualora gli torni con-
to di trafgredirle j e polfa farlo impunemente? Chi ron dovrà uccidere la
moglie j e i figliuoli, fe gli vengano a noja , e parendogli di poter sfuggire
il cafiigo , non dovrà fcar.nare il fratello? E farà ben pazzo colui, che
fnenderà la roba, o la vita per falvar la patria; perciocché che dee
importargli , fe, morto lui, tutti i parenti e gli amici, e i cittadini tutti
andaflero in eEkrrr.inic? E che farebbe , fecon- do quella bella fiìofofia , dell’
amicizia, la quale fe non è fondata nell’ onefià, non è amicizia? Onde fi vede
, quante ruine ne feguirebbono alla focietà ifieflTa , fc altro vincolo non
avefie, che quell’amo- re, che ciafcun porta ai proprj vantaggi. Di che fi
vergognano pur’ alcuni, e propongono un’ altra ra- gione , dicendo che dee 1’
uomo anteporre il bene dei cittadini a! ben fuo proprio , elfendo cofa in fe
fteffa migliore e più degna d’ elfer voluta il ben di molti, che il ben d’ un
folo; nè fi accorgono , che cotefta loro ragione è pur tratta dall* onefià .
Le- vata Digitized by Google Ragionamento. 277 vaca la quale io vorrei ben
fapere , perchè mi deb- ba eficr più cara la vita di cento mila uomini, che la
mia. Intendano dunque i maellri della focietà, ef- fere, oltre il guadagno
anche qualch’ altra cofa pri- ma della focietà ideila , voglio dire 1* onefià ;
la qual ci infpira , e ci invita ad cfler focievoli , nè ci vieta il guadagno ,
ma ci impone fopra tutto la virtù . E perchè fono alcuni, che mettono in
quiftio- ne i principi di quella onedà , e vogliono difputarvi fopra
inutilmente, e argomentarvi; benché io ab- bia ragionato con voi , Signor Conte
Carilìimo , fu tal propofito altre volte , non credo però di poter- ne ragionar
troppo; e dico, che quelli tali volen- do argomentar dei principi, moftrano per
ciò fa- lò , di non intendere abbadanza quello , che voglia dire il vocabolo.
Perciocché principio predo i fiio- fofi altro non vuol dire, che una fentenza ,
la qua- le todo che da propella all’ animo , non può elfo dubitarne, per quanto
vi fi sforzi. Laonde a feo- prire i principi non è altro mezzo né più facile ,
nè più ficuro , che quello di chiamare alla mento varie fentenze , e far prova
in noi (leffi , fe dubitar di tutte poffiamo; poiché fe n’ ha alcuna , di cui fentiamo
di non poter dubitare, quella farà princi- pio ; fe non ne fode niuna , non
farebbe principio niuno . Di che fi vede , che i principi non per ar-
gomentazione, nè deputando fi feoprono , ma per in- terior prova, che fa e
fente ciafcuno in fe medefi- mo. Digitized by Google l")% Ragion amento.
tno . Perchè fe tu Tenti in tc (lelfo di non poter dui bitarc, eziandio
defiderandolo , che il tutto non fu maggiore di qualfivoglia delle fue parti ,
farà quello per te un principio , che che ne dicano , c vi argo- mentino fopra
tutti i filofofi; il giudicio de’ quali non dei tu attendere in cofa , che hai
da fentire in te medefimo . E fimilmentc fe venendomi all’ animo quella
fentenza ; mal fa colui , che fcanna il fratel- lo per torgli un danajo ; fentirò
in me Hello di non poter dubitarne^ farà quella per me un principio; e fciocco
farebbe, e degno delle rifa colui , che vo- lefle mettermi in quillione , fe io
polfa dubitarne o non polfa , fentcndo io pure in me ftefTo di non po- tere. E
quand’ anche fclfero alcuni , i quali dicef- fero di dubitarne elfi , non per
quello comincierei a dubitarne io, non potendo; direi più prello , chty io non
intendo le lor parole, o che elfi fingono, e di me fi prendon gioco , ovvero
che fono uomini , non come me , ma d’ altra natura : che in vero farian d’
altra natura tutti quelli , che avelfer principi di- verti dai mici. Egli fi
par dunque, che dei principi non debba poter’ eflTere controverfia appreflo
quelli, che iBtendon la forza del nome; elfendo che il no- me di principio,
come innanzi abbiam dichiarato, vuol dire una fentenza , di cui 1* uomo fente
in fe flelfo di non poter dubitare . Laonde , quanto a me, perdono il tempo e
1’ opera in quillioni inutili tutti colloro , che volendo fminuirmi 1* autorità
de’ prin- cipi , o fieno quelli della feienza , e del vero , o fie- Digitized
by Google Ragionamento. 279 fieno quelli dell’ oncflà e della morale, fi
ingegna* 00 e fi sforzano di provarmi, che io non gli ho im- preflì nell’ animo
dalla natura ; che mi fon venuti dall’ educazione, e dall’ ufanza; e che molte
na* zioni non gli ebbero. Quali che poteflero i princi* pj ceffar d’ efler
principi per quello; e dovefle l’uo- mo prima di llabilirgli , aver’ intefo ,
onde elfi ci vengano, fe dalla natura, o dall’ ufanza ; e aver Ietto le iliorie
di tutti i popoli, per veder pure,fe alcuno mai ne fia fiato privo di elfi . Le
quali ri- cerche fe far fi doveflero innanzi di llabilirc alcun principio,
certo è, che niuno mai fe ne flabilireb- be . Ma le fentenze . che mi fi
ptefentano all’ ani- mo, faranno pure principi, da qualunque parte, e per
qualunque modo mi fi prefentmo, purché 10 len- ta in me Hello di non poter
dubitarne . Conofco , ornatiflìmo Signor Conte, di efiermi allontanato dal
propofto argomento più forfè oì quello, che io dovea; certamerte più di quello
che ave»a in animo ; ma la ccfa ideila mi ha trafpoita- fo. Ora pe ò tornando
là, donde partii, dico , che fe la ragione e 1 ’ oneftà infognano agli uomini,
vogliono , che 1 ’ uno intenda al ben dell’ altro , e tutti oflervin le leggi ,
e ftieno in focietà chi po- trà credere , che li Stoici , i quali a nuli’ altro
mi- ravano, che ali’ oneflà fola, filler poi /di parere, che dovefle ogni urmo
penfar folamentc a fe HclTo, rulla curando il ben degli altri ? E meraviglie mi
, come abbia voluto 1 ’ Autor Frauzcte imporre ad una fet- 280 Ragionamento.
fetta cosi illuftre una fentenza così inumana . For- fè non abbracciaron li
Stoici le virtù tutte ? delle quali quante n’ ha , che per natura loro tendono
al ben degli altri! La giuftizia , la liberal tà, la man- fuetudine, la
clemenza, la cortelìa fono di quello genere. Qual fu delli Stoici, che non
fommamen- te commendane 1’ amor della patria ? Chi di loro non lodò 1’
amicizia? Nò a provare il contrario può abbadanza vale- re un verfo folo di
Epiteto , il qual tradotto dall’ Autor Franzefe nella fila lingua, viene a
dire:Che è a te j Te il tuo fervo è malvagio , purché confer- vi la tua
tranquillità ? Donde raccoglie 1* Autore , che volelfe Epiteto didogliere il
padrone dal proc- urare la bontà del fervo; et io più volentieri rac- coglierei
, che volelfe confervargli la tranquillità , onde non fi turbalfe, quantunque
dudiando di giova- re al fervo, non gli venilfe ciò fatto. Perchè come egli
dilfe al padrone rifpetto al fervo , fimilmento per noi direbbe!! al maedro
rifpetto allo feo! a/e: che è a te, fe il difcepolo non impara? et al me- dico
rifpetto all’ infermo: che è a te, Ce il mala- to fi muore? Le quali parole non
voglion già dire, nò che il maedro non debba affaticar!! per amma- cdrare il
difcepolo, rè che il medico non debba porre ogni dudio per rifanare 1’ infermo;
voglie^ dire , che avendo eglino fatto , quanto per lor fi po- tea , fc la cofa
non va bene , debbono darli di buon’ animo fenza turbarfene. Oltre che quand’ anche
Epi- teto Digitized by Google * 1 Ragionamento. 2$i teto averte intefo di dir
quello, che I* Autor Frati» zcfe intende; volendoG però giudicare della filofo-
fia delti Stoici, dovea giudicarfene non da ciò che un qualche Stoico
peravventura abbia detto , ina da ciò, che feguendo i fuoi principi gli
conveniva di dire. I quali principi io certo non intendo , come trar portano a
quella opinione , che 1’ Autor Fran- zefe attribuire alli Stoici, cioè che 1’
uomo ncn_. debba curar niente il ben degli altri; effendo quei principi fondati
nell’ oneflà , che a quello fleffb ne invita . Vegga dunque il Franzefe di non
far qual- che ingiuria alli Stoici; la quale non fo, fe foffrif- fero; benché
proteftino di poter foffrire ogni cofa . Che fe la loro filofofia intende al
ben comune , e chiama gli uomini a fociei non per interefle, che è lo (limolo
degli avari e dei vili , ma per virtù , che é la ragione dei valorofi, e dei
favj , non è poi da dire , che (ia tanto contraria alla Filofcfia Cri- diana ,
che fa pur quello fteflo . Conchiujtone del "Ragionamento . E Ccovi,
Signor Conte Gregorio cariffimo, il mio ragionamento , che a voi forfè parrà
troppo lungo, et io fterto ne ho veramente dubitato nel farlo. Perchè febbene,
parendomi in erto di ragio- nar con voi , con cui vorrei ragionar Tempre , pa»
reami d* erter breve; fapeva però gl* inganni, che fa amore . Il quale fe ro’
ha ingannato , facendomi Tom. IK N n pa- Digitized by Google 2Si Ragionamento.
parer troppo corto quel tempo, che io fcrivendo, con voi mi tratteneva; fpero,
che vorrà inganna- re anche voi alcun poco, e farvi Iti roar quello fcrit- to o
men lungo, o men cattivo di quel, che è. E perchè amore non così di leggeri
fuol contentarli , fpero, che egli vi indurrà ancora a voler dirmene il parer
veltro, avviandomi de’ miei errori; e fa- rà dimenticarvi , che voi fiate flato
una volta mio difcepolo , o più tolto farà, che ricordandovene, vi ricordiate
altresì, quanto poco conto io facelli fin d’ allora delle mie opinioni, le
quali poi in procef- fo di tempo mi fon quali venute a noja. Tanto me- no
dovete voi dubitare ora di mutarle , e letta la prefente fcrittura , come
faremo infieme , dimeno liberamente il giudicio voflro, e inoltrarmi i luoghi,
ne’ quali non avrete potuto convenir meco. Io mi rimarrò in quella villa ,
finché 1’ aria feguirà di gio- varmi , o più tolto finché potrò foftenere il
dcùde- rio di rivedervi . DISCORSI TRI IN RISPOSTA AL LIBRO DEL P. CASTO
INNOCENTE ANSALDI INTITOLATO V I N D I C I A E MAUPERTUISIANAE . j8j DISCORSO Nel quale dimojlra il Signor
Zanotti , cbt il fuo Libro della Filo fi Jì a Morale è contrariijjìmo agli
Stoici ; tanto è lontano , che egli abbia intefio in ejjò di pre- ferire la lor
dottrina alla Religione Crijlifina , come è parato al P . Anfialdi . D Ovendo
io, Lettore umaniflimo, rifponderc ad un Libro poc’ anzi dato fuori contro di
me dal chiaridimo P. Cado Innocente Anfaldi , intitolato; Vindiciae
Maupcrtuijianae ,confefTo ingenuamente , eh’ io Tento nell’ animo un grandidimo
difpiacere di non poter farlo in guifa , eh* io moftri al fopraddetto Padre
quella riverenza, e quella dima, che avrei per altro defiderato. Imperocché
edendo egli di un ordine per eccellenza di dottrina , e per fantità di codumi ,
fopra quanto mai dir fi pofià , chiaro e ri» fplendente, al quale io fono dato
Tempre amicifE- *no; ed edendo padati tra lui dedo, e me alcuni offici di
benevolenza , e cortefia , avrei voluto po- ter rifpondergli per tal maniera ,
che mi rendedì de- gno della fna amicizia , e contraddicendo all’ opi- nion fua
potedì acqu'dar la Tua grazia . E certo fe egli nel riprendermi fi fede
contenuto dentro i ter- mini della femplicc Filofofia , contentandoti di far-
mi paiei Filofofo poco buono, avrei potuto edere Digitized by Google a86
Discorso , più rimetto nel rifpondcrgli , e moflrar di lui mag- gior (lima ,
che delle mie opinioni; ma dfendofi e- gli avanzato fino alla Religione,
intanto che chiun- que leggerà il fuo Libro, dovrà credere, che certo mio
Ragionamento, ufeito queft’ anno contro il Si- gnore di Maupertuis, fia pieno
di Filofofia Stoica con difprezzo della Religione, e di Dio, come potrei io
elTer rimetto rifpondendo ad una tale imputazio- ne; la quale moftrerei di
meritare, e meriterei ve- ramente, fc non fludiaffi in ogni maniera di rimo-
verla ? lo credo dunque edere obbligo mio, e co- me a Crifliano ed onorato uomo
convenirmi!] di far vedere, che in quel mio Ragionamento, anzi pure in tutto
quel Libro mio, che infieme col Ragiona- mento contiene la Flofofia morale
tutta , non ha pu- re un veftigio, pure un’ apparenza, pure un’ombra di ciò ,
che vuole il P. Anfaldi . E bendi’ io fenta grandiffimo difpiacere, che, ciò
facendo, moflrar dovrò , che egli non abbia intefo nulla di ciò , che ha letto;
pure che poflo farne io? Non debbo io per ogni giudo riguardo voler più torto ,
che egli paja aver la ragione dimenticata , che io la Reli- gione ? Dovrebbe
volerlo egli (ledo . E perchè fo edere cortume di molti, per aver più facile la
difefa , ingrandire oltre modo 1’ accu- fazione, e p'ù che non vuol 1’ avverfario,
ampli- ficarla; acciocché niuno creda, eh’ io voglia fervir- mi di un tale
artificio , feoprirò torto alquanti luo- ghi del Libro del P. Anfaldi , per cui
veggafi , fo egli Digitized by Googli Primo* 287 egli moflri di avermi reputato
per Stoico, e Stoico cosi perduto, che voglia anteporre la Filofofia de- gli
Stoici alla Religione, o almeno uguagliarla . E già il titolo ifteflfo del
Libro non invita egli a cre- derlo? Il quale fi è quello : Vindici*
Maupcrtuijtan* ab Antmadverjtonibur viri clarijjìmi Francifci Mari* Zanniti ,
qu'tbus quantum l’bilofopbia Morali Stoicorum Religio prceflct in infelicilate
vit* minucnd» demonjlra- tur. Non par’ egli a quello titolo, che io abbia vo-
luto foflenere contra il Signore di Maupertuis , che la Religione niente p ù
vaglia della Filolofia degli Stoici ? Perchè che accadeva aggiungere quelle pa-
role: quibut quantum Vhilofopbi* Morali Stoicorum Re- ligio prxjìet ....
demonjiratur ; fe non folle fiata di ciò quiftion niuna tra me e il Franzefe ?
E certo fapcndo io, che tal quiflione non mi era mai paf- fata per 1’ animo,
come prima vidi quel titolo, for- te mi maravigliai; indi cominciai a temere di
non intenderlo abbafianza . Chi fa , d.fli alcuna volta , che quel pronome
quibut non più tofio all’ animad- verfionibus riferir fi debba , che al
vindici* ? Sebbe- ne qual fenfo comodo avrebbe? E 1’ ofeurità intan- to mi fi
accrefceva , confiderando per qual ragione abbiali voluto il P. Anfaldi trarre
al fello cafo quel Tbilofopbta Morali contro 1’ ufo dei latini , che nel terzo
1* avrebbon lafciato , o nel quarto. Fece dun- que 1* ofeurità, che io da
principio curafli meno quel frontefpizio , ed afpettaflì d’ intenderlo, come
avelli letto tutto il Libro . Di fatti il Libro meldì- chia- Digitized by
Google 28? Discorso chiarò pei in tnoltiflìmi luoghi apertiffimamente. Il luogo
della pagina 210. non lafcia dcfiderarne alcun* altro. Apre quivi il P. Anfaldi
I* intenzion del fuo Libro, dicendo: in eo pnejertim fumut , ut pergamut
Dindicare Maupertuijtum relate ad necejjìtatem & pr non ho io derifo gli
Stoi- ci , i quali per foftenerla non vollero chiamar beni la fanità, la
robullezza , la bellezza? E $1 quella è pure la propofizion principale della
loro Filofofia , da cui tutte F altre dipendono,- e la quale chi le- vafle allo
Stoico , non farebbe più Stoico . Como poffb io dunque parere Stoico avendo
levata di mez- Tom. IP. P p zo Digitized by Google 29$ Discorso zo una tal
propofizione ? Nè mi fi dica , che io ab» bia c'ò fatto per volere in quel
Trattato feguire Ari- notele . Perchè in prma non avrei voluto feguire
Arinotele, fe gli Stoici foflero le mie delizie, co- me dice il P. Anfaidi , e
i miei amori; e poi in quanti luoghi di quello fleflo Trattato mi fono io
ximoffb da Arinotele ? Perchè dunque non me no farei rimolfo anche in queflo ?
Come non avrei ab- bandonato Arinotele per feguire gli Stoici in una opinione
tanto importante , avendolo tante volte abbandonato per andar dietro a Platone?
Ma feguitiam di vedere gli altri luoghi della F lofofia . Alla pagina 37. vengo
di nuovo a far men- zion degli Stoici , rammemorando quella loro così Lmofa
fentenza , che tutti i virtuofi fieno egualmen- te virtuofi , e così egualmente
felici tutti i felici ; e tale opinione non l’ ho io parimente in tutto quel
capo rigettata? Non ho io detto, aver gli Stoici mutato più torto i nomi , che
le fentenze ? Non gli ho io riprefi di aver propofta agli uomini una felici- tà
imponibile ? Torno poi agli Stoici nella pagina 57. e nella feguente . Non mi
rido io quivi di quel- la loro opinione , che fottoponeva tutte le cofe al
deftino , eziandio le azioni umane ? Ma qual dispet- to maggiore potrebbe farfi
agli Stoici , che negar loro quel così grave e magnifico infegnamento , che
tutte le pafiioni fieno cattive di lor natura , onde argomentavano , che
dovettero cft.rparfi del tutto , e in ciò riponevano il fallo, e 1* alterigia
della lor Se t- Primo. 299 Setta? Ora quella fentenza non 1’ ho io nella pa-
gina 67. e nelle feguenti combattuta con ogni sfor- zo, e tolta via? Qual luogo
è, ove io abbia fatta menzione della loro Filofofia , c non le abbia con-
traddetto? Ecco che alla pagina 112. non ho volu- to concedere agli Stoici, che
debba aver tutte le Virtù chiunque ne abbia una fola , fenza aggiunger- vi ,
che quell’ una fola fia in grado eccellentiflimo : ciò, che vi aggiungeva
Arinotele; gli Stoici non_. volevano aggiungervi. Ecco che alla pagina 118.
fgrido gli Stoici, perchè facevano eguali tutte le colpe . Ma qual conclufione
potea proporli maggior- mente contraria agli Stoici , che quella , che io fla-
bilifco alla pagina 202., e ciò è, che il piacere fia per fe flcfTo un bene?
Quale Stoico fu mai, che.* ciò diceffe , o ftimafle , feguendo i fuoi principi,
di poter dire? Ne è da credere, che io qui abbia vo- luto favorire Ariftotele; da
cui mi fono in quello luogo non meno che dagli Stoici , allontanato . Fi-
nalmente dove io deferivo la felicità , formandola di tutti i beni si dell’
animo , come del corpo, non fenza aggiungervi anche i doni delia fortuna ; chi
può mai riconofcer quivi uno Stoico ? Chi è così ignorante dell’ antica
Filofofia, che non fappia aver gl» Stoici {labilità la felicità ne’ beni foli
dell’ ani- mo fenza più? E nel fine di quel capo (IcfTo, in cui conchiudo la
Filofofia tutta, qual rifpetto ho io de- gli Stoici? Non conchiudo io quivi,
niente altro alla naturai ragione rimanere, fe non che di fegui- P p 2 re o
Digitized by Google $~o ’ Discorso re o Arsotele o Piatone? Che confideraziorte
fo io ricali Stoici ? ( vedete, leggiadro
Stoico eh’ io fono) foftengo , quella ragione non effe ie di Jiiun roomen- to,
e che, fe altra il Signor Maupertu ; s non ne a- vea , così bene potea farfi
Epicureo, come Stoico. Nel capo quinto , e nel fello , richiedendolo la ma-
teria, ho favellato degli Stoici più ampiamente, che altrove, riferendo peò
fempre le loro opinioni fen- za mai approvarle, falvo alcune, che fono comuni a
tutti gli altri Filoftfi . E perchè pare, che il P. Anf.ldi in quelli due capi
principalmente infida; pe- rò fono da efaminarfi con più di ! iger.za , e quantun-
que io fia per parlarne più didefamenre in altro di- feorfo , non lafcerò qui
di dirne in generale quel tanto, thè badar poffa a far conofcere apertamen- te,
come io nè pure in quedi due capi poffo pare» re Stoico fe run forfè a chi gli
legga dormendo. Che cofi faceffe il P. Anfaldi , quando gli leffe , fe pur gli
lede , fel vegga egli. Nel quinto capo adunque, il qual comincia al- la pagna
-6S. io dico in primo luogo, che il Si- gnor di Maupcrtuis non ha deferitta
affai bene la Filofofia degli Stoici, riducendola a certi tre capi, a cui la
redringe egli , e che P avrebbe deferitta-. meglio, e propadane una più chiara
idea, fe avef- fe modrato prima, come eflì riponeffero la felicità Digitized by
Google 302 Discorso nella virtù fola; poi come quindi traelTero le rego- le
delle azioni, e de’ coftumi ; e fopra tutto come levaflero dal numero de’ beni
i comodi del corpo , e i doni della fortuna ; ed aggiungo , che ciò facen- do
avrebbe forfè fcoperto , come e quando impo- neffero all’ uomo di ammazzar fe fteflo
; portando io opinione , che anche in ciò pretendelTero cfli di feguir la
ragione . Ora chi è , che in tutto quello poflà reputarmi per Stoico? Che tale
farei veramen- te, fe riferendo le ftrane loro opinioni, ancor le approvai. Ma
dove le approvo io? Che fe il rife- rirle lo fteflo è, che approvarle; come non
farò io e Peripatetico infieme , e Platonico, ed Epicureo, avendo in più luoghi
riferito le opinioni di tali fet- te ? Vengo pofeia nel fine dello fteffo capo
quinto ad un luogo , nel quale il Signor di Maupertu's fi maraviglia ,, come
potelfer gli Stoici ftabilir le rego- le delle azioni, fenza aver prima
(labilità nè 1’ im- mortalità dell’ anima , nè 1’ tfiftenza , nè la previ-
denza de’ loro Dii , e come fenza fperanza di pre- mio , e fenza paura di
caftigo giungeflero tuttavia a cosi alto grado di perfezione , che appena che i
Criftiani vi giungano, quantunque moftì e (limolati dall’ afpettazìone de’ beni
eterni , e dal timore de- gli eterni caftighi. La qual maraviglia del Signor di
Maupertuis parendo a me , che facefle poco onore a’ Criftiani , ed anche alla
providenza , mi fono in- gegnato di fminuirla; ed ho detto, che avendo na-
tuialmentc gli uomini dinanzi all’ animo una certa idea Digitized by Google
Punto, ^ idea della immutabile e fetnpiteina oneftà, anterio- re alla
conofcenza de’ falli Dii, e dell’ immortalità dell’ anima , poterono gli Stoici
trar da elfa quelle lor regole, fcnza penfar a premio nè a caftigo ; e ciò
potca badar loro a proporre una virtù umana , e naturale ; badar non potrebbe
a’ Cridiani , che un’ altra ne vogliono molto più nobile , foprannaturale
affatto e divina; e però debbon cercarla per altri mezzi, e aver ricorfo alle
tediroonianze, ed ai co- mandi di un Dio. Potrei io qui parere Stoico? Ma che
altro fo io in quedo luogo , fe non che riferi- re, come gli Stoici traeflero
le loro regole dall’ idea dell’ oneftà, e fi contentsflero d’ una virtù umana,
e naturale? Della qual però ben fi vede , che io non farei contento , dicendo ,
che la virtù de’ Cridiani è adai più nobile, e più fubbme . N'è dilììmulo io
già, anzi apertamente confeffo , che quando ho det- to , aver gli Stoici
feguita la naturale onedà , tra- endo da effa le regole delle azioni , non ho
faputo biafimarli . Dirò anche più; gli ho lodati nell’ ani- mo mio. Ma dovrà
egli dirfi, che io fia Stoico, per- ciocché lodo gli Stoici di aver feguito 1’
onedà ? Quai Filofofi non la feguirono ? Non la feguirono i Peripatetici? Non
la feguirono i Platonici ? Gli Epi- curei, che la deformarono in molti modi,
pure in- tefero di feguirla ; e fu 1’ intendimento loro da lo- darli . Qual
uomo è , che non abbia fempre dinan- zi all’ animo queda autorevole onedà, che
vuol’ ef- fer feguita per le medefima , mediandogli le virtuo fe Dìgitized by
(Joogle 304 Discorso fe azioni , e comandandogliele ? Che non s’ è già ella
fatta vedere folamente agli Stoici; s’ e fatta-» vedere, e fa vederli a tutte
le menti, maeftra im- mutabile, c direttrice fempiterna dei lor voleri . La-
onde il fcguir P oneftà , e prender norma da effa per rettamente operare, non è
una laude propria degli Stoici; è una laude comune di tutti i Filofofì, o più
torto un certo nobiliflimo iftinto di tutti gli uomini; e chi loda gli Stoici
d* averla feguita , non gli lo- da d’ eflere flati Stoici; gli loda d’ eflere
flati uo- mini; nè crederò io di dover parere Stoico per aver- gli lodati di
quello , di che fi lodano tutti gli al- tri . Ma vegniamo oramai al capo fefto,
il qual co- mincia alla pagina 277., fopra il quale procurerò d’ efler breve ,
fi perchè temo di eflere flato foverchia- mente lungo nel quinto , sì perchè di
quelle ifteffe cofe mi converrà ragionare in altro luogo. Io dun- que nel fefto
capo , come leggendolo potrà ognu- no avvederli, non altro intendo, fe non che
di mo. Arare , che certi infegnamenti degli Stoici non fono contrarii agl’
infegnamenti de’ Criftiani , come era paruto al Signor di Maupertuis, anzi
eflere tra quel- li e quelli una certa quali amicizia , e conformità . Il che
potrei Umilmente dire di molti infegnamenti dei Peripatetici , di molti dei
Platonici ; e ficcome non per quello farei riputato nè Peripatetico nè Pla-
tonico, cosi non credo di dover’ eflere riputato nè Stoico pure. Ma veggiamo di
quali infegnamenti ho rag io- I # i Digitized by Qóogle Primo 305 ragionato. Ho
detto alla pagina 179. , aver gli Stoi- ci infegnato , che dovette 1* eterna ed
immutabile onellà effere preferita a tutte le cofe; nè quello in- fegnamento
edere tanto contrario alla dottrina de* Criftiani . Ho detto poi , che
infegnavan gli Stoici la pazienza , volendo, che 1’ uomo foffrifle i mali,
fenza che la ragione fc nc turbafle ; nè in ciò pu* re ho creduto, che molto fi
oppongano alla Crift ta- ri a dottrina . Ho detto finalmente alla pagina 287. ,
aver gli Stoici beniflimo infognato (che che ne di- ca il Signor di Maupertuis)
che debba 1 ’ uomo fer- vir , quanto può , al ben comune, e (ludiarfi di gio-
vare altrui; nè tale infegnamento efler punto con- trario alla carità del
Crilliano . Ora fe io dico, che gli Stoici volevano, che fotte antepofta a tutte
le cofe 1 ’ oneflà , non voller lo {letto e i Peripatetici ancora , e i
Platonici ? Se io gli lodo d’ aver info- gnata la pazienza ; non la infognarono
gli altri Fi- lofofi ? E fc dico, che infognarono all’ uomo di do- ver giovare
agli altri , qual Filofcfia è , anzi qual arte, qual difciplina , che non
prflfa pigliar per fe quella lode , e farla fua ? E certo che P oneftà, la
pazienza, la carità non fono degli Stoici folamen-, te , ma di tutti ; e chi
loda quelle qualità negli Stoici, non loda gli Stoici, loda le qualità flette.
Che fc io trovo alcuna conformità tra certi loro in- fegnamenti , e quei de’
Crtlliani ; e tale conform tà mi piace, e la approvo, perchè dovrà egli
argomen- tarli che io fia Stoico , e non più toflo , eh’ io fia Tom. iy. Q^q
Cri- I 306 Discorso Criftiano? Anzi avendo io contraddetto agli Stoici in tutti
i luoghi fuori che in quelli , in cui mi fo- no paruti alquanto Umili a’
Criftiani , chi non vede, che Criftiano del tutto debbo effe re riputato, e non
Stoico ? Eenche , effendo Criftiano , non mi credo io già di effere per ciò
tenuto a deprezzare i doni della natura, e vituperargli, mafiimamente la ragio-
ne , e la virai; che fon pur doni di Dio anch’ dii, nè prlfon’ effer cattivi da
lui venendo. H già potete accorgervi, Lettore umaniflìmo, eh’ io fono entrato
nell’ altra parte del mio difeor- fo , nella quale modrer debbo, come in tutto
quel libro mio, di cui or deputiamo , niente ha, onde poflTa parere a veruno,
eh’ io voglia anteporre la Filofofia Stoica alla Crifliana Religione. Perchèco-
mc potrei parere Stoico così perduto in un libro, in cui non pollo parere
Stoico di niun modo ? Può egli crederli , eh’ io voglia anteporre alla Religio-
ne una Filofofia , eh’ io non profdfò, eh’ io non approvo , eh’ io non ho mai
tenuta , nè tengo per mia ? Moftrimi il P. Anfaldi un luogo folo del mio libro
, in cui io abbia la Filofofia degli Stoici alla Cridiana Religione o preferita
, o uguagliata . All’ incontrario quanti gliene medrerò io, ne’ quali ma- nifdì
Almamente antepongo la Religione, non dico alla Filoftfia degli Stoici, ma a
qualfivoglia Filofo- fia ? E quantunque, come Filofofo, avelli potuto tacermi
della Crifliana Religione , e non volere en- trare in efla per riverenza; pur
quante volte me le fono / i Digitized by Google Primo, 307 fono accodato, e con
rifpetto Tempre è venerazio- ne? Vedete la pagina 93. , ove ragionafi della ma-
gnanimità. Propoda quivi la quidione, fe la magna- nimità del Filofofo fi
accordi con 1’ umiltà del Cri- diano, non entro io con qucde parole; io bo propo-
sto di non volere per conto alcuno in quejlo Compendio entrare nella Filofofia
Santa de' Crijliani . Forfè eh e in altro luogo moflrcrò , quanto lume abbia
ejfa recato al- la naturale Filoffia , e quanto l ’ abbia adornata in tut- te
le parti , e perfezionata . E procedendo avanti non ho io rimetta la quiftione
al parere di Macdri prò- vatiflìmi fra’ Criftiani , del Rodriguez , del de
Aguir- re , e dell* incomparabile S. Tommafo ? E' egli que- llo tenere in poco
conto la Religione Cridiana ? Per onor della quale che cofa poteva io far di
più dì quel, che feci, in così breve Trattato? Io dovca_» Pendere la Morale
breviflìmamente per un nobilit- ino, ed ornatifiìmo Giovane, che defiderava
veder- la per meglio intendere affari di cavalleiia, e farli più copiofo nel
dire, e più eloquente. Come po- teva io in quedo intendimento fervir meglio
alla Religione, che modrando di tanto in tanto i d. fot- ti della Filofofia
delfa ; ed avvifando inulrmo,che alla Religione fi appartenea di emendargli? Or
non è quedo quello appunto , eh’ io feci ? Leggafi il ca- po ultimo , che
chiude la Filofofia tutta , e inco- mincia alla pagina 221. In quanto timore
lafcio io quivi i Peripatetici , in quanto dubbio i Platonici della loro
felicità? Non dico io forfè alla pagina 234. , Q_q 1 che Digitized by Google
Discorso che fi vorrebbe un qualche Iddio , il qual veniflo dal Cielo per
infognarcela ? Non dico forfè, che venendo a noi quello coitefe Iddio ,
dovremmo vol- ger le fpalle ai Filofcfi , ed afcoltar lui lofi. ? E ap- preflo
non aggiungo io, effe re lui venuto, ed aver mcftrata agli uomini la loro vera
felicità ? Non mi fdegno contro colmo , che negano di afcoitarlo? E fe non
entro a fp'egare quelle maravigliofe , e di- vine lezioni, chi potea ciò da me
efigere , uomo laico, e non teologo? 11 qual, reflringendoroi den- tro i limiti
della naturai ragione, cosi chiudo in ul- timo la Filofcfia, che anzi che
chiuderla, par, eh’ io la levi di mezzo, e , per lafcar tutto il luogo alla
Religione, affatto la nmova, mettendo in dub- bio, fe quella felicità, che effa
ne moftra , altro non fia , che un vago nome di fignificazion vuoro. E parlando
io di quello modo, può egli cadere in animo di chi che fia , che io abbia
voluto la Filo* fofia degli Stoici alla Religione anteporre? Qual’ uomo è così
privo di fenfo, che pofla crederlo? E mi farei forfè cangiato di opinione
fcrivendo pofeia il Ragionamento contro il Signor di Mauper- tuis , che è I’
altra parte del libro mio ? Ma qual fegno ne moftra egli , quale indicio ?
Nella pagina 273., dove prima cominciafi a dire della Religione, io commendo
molto il Signor di Maupertuis , che grandiflima autorità le abbia dato . Nella
pagina 275. , perciocché il Signor di Maupertuis s’ era maraviglia- to, come
gli Stoici confeguiflero tanta virtù , quan- ta Primo. 309 ta appena nc confeguifcono i
Criftiani , io rifpondo la virtù degli Stoici elfere (lata virtù naturale ,
quel- la de’ Crilìiani foprannaturale del tutto e celefte . Nella pagina 277.
conchiudo , che gli Stoici , obe- dendo alla natura, fervivano Dio fenza
accorgerfe- nei la qual lode potrebbe darli anche alle fiere, ed agl alberi ;
laddove i Crilìiani lo fervono accorgen- docene , il che non è proprio fe non
degli Spiriti immateriali e ragionevoli. Nella pagina 279. non dico io , la
tranquillità del Criftiano elfere molto più nobile, e pù magnifica, e più
divina, che non quella degli Stoici , e trar feco certe ammirabili dol- cezze ,
di cui gli Stoici fon privi ? E nella pagina 281. non dico io , che il
Crilìiano aggiunge alla virtù della pazienza certo riguardo, che non vi ag-
giungevan gli Stoici , e con ciò la rende più nobi- le , e p ù predante ? E
nella pagina , che fegue , non dico io , che la Crilìiana Religine promette a*
virtuofi così alto premio, e così magnifico , che a petto di dìo niente è ciò,
che può promettere la natura? Non dico, che ogni altra Fiiofofia dee ta- cerfi
dinanzi a quella de* Criftianiì In fomma qual luogo è in tutto quel mio
ragionamento , nel qua- le venendo a dirli della Fiiofofia , e della Religione,
non quella a quella di gran lunga fi preferifea? Pe. rò volendo il P. Anfaldi
venir meco a contefa , e fottrarre il Signor di Maupertuis alle mie obiezioni ,
qual quiftionc potea proporre più inopportuna , più fuor di ragione, e di
propofito , che quella; quan- lum Digitized by Google gio Discorso tum
Pbilofophia florali Stiiiorum Rtlìgìo p'ajlet . Ho 10 mai negato , che la
Religione Crifliana fia da anteporli alla Filofcfìa degli Stoici ? Ho io mofla
quiftione di ciò in tutto il mio libro contro il Si» gnor di Maupercuis? Di che
fia (lata quiftione tra quel chiarimmo Franzcfe , e me , dirò nel feguente
difcorfo . Intanto però non doveva io rimovere dal mio libro una così grave
macchia , come è quella, che gl’ impone il P. Anfaldi? E farà chi me ne in-
colpi ? Non avrei moflrato di clTere veramente Stoi- co , fe comportata 1*
avelli? Ma qual ragione, oP. Anfaldi, a cui mi volgo in fui finire del mio
difcor- fo , qual ragione ha potuto indurvi a volermi così fieramente a fTa
lire , e movere tanta guerra ad un libro morale , che non era moleflo a niuno ,
niuno accufava , niuno olFondcva , cercando di efercitar così le virtù, che
infognava? Con quanto rifpetto, con quanta moderazione ho fcritto io contro il
Si- gnor di Maupertuis ? Il qual fon certo, che per la grandezza dell’ animo
fuo , come favio e valorofo uomo, non vorrebbe elfcre fato da voi difefo per
tal modo. Nè io però vi accufo, nè di voi mi dol- go ; fo, quanto pofia P
ambizione del cotraddire , e quanto vaglia , apprefio vei altri gran Letterati,
11 defìderio di ufeire alle fampc; e fo ancora, che fe , fcrivendo le vindicie,
mal giudicafle del mio li- bro , ne giudicafe meglio in altro tempo. Voglio,
che preflo me vi feufì la vofra incofanza . Che u- inana , che cortefe , che
gentil lettera fù quella , eh me Digitized by Google Primo. gii me ne fcriveRe
prima , che ufti fiero cotefte vofire vindicie ! E quanto foave, e cortcfe
quell’ altra, che me ne fcriveRe , dopo che furono ufeite ! Le quali cerco non
avreRe fcritte in quel modo , fe a» vede creduto di fcrivcrle ad un
perturbatore della Religione; e dicendo in effe, che la nofira era una quietone
puramente Filojofica , e circa materia non im- portante, ben mofira , che voi
allora giudicavate , la Religione non avervi parte niuna. Le quali lettere
avendomi voi fi elfo conceduto, eh’ io renda pub- bliche (che altrimenti non l’
avrei fatto) efporrò qui volentieri per provedere all* onor voftro, ed al mio,
acciocché intendano i poderi, che fe del mio libro mal giudicafie ad un tempo,
ne giudicafte me- glio ad un’ altro , nè feroprc poi vi ingannaRe . Lettera del
P. Caft’ Innocente Anfaldi al Signor Fiancefco Maria Zanotti fcritta di Ferrara
li 2* Giugno 1754. T^Ssendo V. S. ìlluflrijjìma altrettanto compito e ge- *
nerofo , quanto che celebre e dotto , mi permette- rà , che con codejla mia mi
dia /’ onore d' inchinarme- le cjjequiofamente , onore , cui non potei avere ne
fei 0 fette giorni , che fui cojli un tnefe fa , abbenebè me lo procurajjì , e
foltanto potei umigliar mi al fuo Signor Fra- tello veneratiffìmo , ed alle di
lui Signore , quali fui a vi/itare per ubbidire anco alla Signora Franzoni
nojlra Religiofa qui in Ferrara . Dirà 3 1 2 Discorso Dirò poi a V. S.
llluflriffìma * qualmente allora mi diedi il vantaggio di comperare V ultimo
fuo ltbro ) letto da me con quel frutto , che cagionano le di lei comprjtzioni
tutte ; e nel Ragionamento intorno al li m Irò di M. Maupertms , abbencbè
fcorgtjjì la Jòlita ma- no maeflra , ed il fare clajjìco di V. S. lllujlnjjìma
, pure mi parve , ebe alcune cofe non corrilpcndtJJ'ero al- le mie
anticipazioni , dalle quali gli argomenti fuoi non mi fveljerc 5 tutto che m
affi ma Jìa prejjo di me , come_, apprejjo ognuno eff'er deve , la di lei
autorità, l'erlccbe mi fono avanzato a dtjlenderc li miei rif.cffì così ; \ in*
dicix Maupcrtuifiarx ab Aninriadvcrfionibus Viti Cla* Tifiimi Frsncifci Mari®
Zanotti , quibus quantunu Philofophia Morali Sroicorum praeflet Religio in in-
felicitate vita: minuenda demonftratur . Hon fembran- domi, che la fempiterna ,
e A immutabile onejlà degli Stoici j tomeebe non altro attributo avente , che
una certa autorità ed impero , pojja aver * avuto forza dì consolare gli Stoici
Jlefft , e parendomi indifpenfabile ( conJìJcrato , com' il più pacifico , ebe Jì pffjj trovare falla
terra ; cioè nd mio libro un iota non v' è , di cui V S. Wujlnfpma ■ poli a mai
un dì lagnarjì , foffe ben' ella più dihcato della fltffà dilicatczza ; anzi
fervir dee quejlc per un pitblico e perenne attejiato dell ’ altiffìma ftima ,
e prc - fen- Digitized by Google Primo. g t j fondijjìma venerazione , che io
bo per lei , e pel Jùs gran merito , e fapere . E' quefla una quefìione pura-
mente Filofoflca , e bifogna compatire il genio , che bo fempre avuto per
codefli fludj , del quale alcun mifero faggio ne diedi ne' miei libri: De
traditione princi- p:orum Jegis naturali*, ed in quello contro il Clerc : De
futuro faeculo ab Hebraeis ante captivitatcs co* gnito , che per altro ben
conofco eJJ'ere ajj'ai imperfetti . Che fe difputando contro fìranteri ,
eterodojjì , e morti , inimicijjìmi della Hazion noflra , e della Religione ,
bo io però fempre procurato di dimagrarne rifpetto , e / lima ; cofa far debbo
poi con un nazionale , crtodojfo , viven- te , celebre , dottijfìmo , quale è
V. S. llluftrifpma , che ha favorito il Fratello nella feorfa quarefima in S.
Do- menico con noflra infinita obbligazione? Ccmecbe adun- que in altro modo
dimojlr urgli non prjfo la mia grati- tudine , gliela mo/lrerò nella prefente
cccaflone , in cui vedrajfì , che due w mini circa materia non importante
poffono penfare diz>erfamente , ma che l' uno ba dell' altro un' amore , ed
una venerazione , che non ba pa- ri . Ella dunque mi onori di darmi quella fede
, che merito , e di avere a grado , ebe fi flampino codefle mie ojfervazicni ,
molto più che non potrei nè pure difptn- f armene , per avere avuta la facoltà
dai Superiori , ed averle qui a non pochi in parte comunicate . Ma in o- gni
evento mi onori ajj'ai più col mettermi n r l numero gloriofo de' fervidori
fuoi,come già lo fono da gran tempo in quello de' fuoi ammiratori ; con che
cflbendnmi ad ogni fuo venerati/ finto comando , col più profondo cd cjjequiofo
rifpetto mi dico . % Tom. IV. R r Lec- Digitized by CJoogle 3*4 Discorso
Lettera del P. Caft* Innocente Anfaldi al Signor Francefco Maria Zanotti
Icritta di Piacenza li 9. Settembre 1754. / 'r ì archi la benignità ai V. S.
lllujlrifpma fu fìnge* lare cotanto , che mi diè permijjìone di flambare le mie
tjjervazioni fopra il di lei Ragionamento , e dip- degn'fjì con, andarmi , ebe
gitene JuceJJì avere dut_> co; te ; io che prefcnieiiiente mi ritrovo in
Giacenza per vedere li miti ; fapendo, che V opera mia è terminata , bo pregato
un' amico , ebe è in Ferrara , ove fubito ne capiteranno alcune copie , di
farne avere a K S. Il - lu/lrtjjtina cotti, cui Jupplico di degnarfì di
accettarle, quale tenue atteflalo dell ’ cjjìquio mio ; e fe mai ono- rare mi
volejje di accettarne pili altre , bafla un Jcl cenno per ubbidirla in un ’
affare , che mi riputerò Jcm- pre ad impareggiabile onore . Mi Infìngo tuttavìa
, ebe fe non le piaceranno le rifeffìoni fleffi,non le difpiacerà però, che io
abbia al Mondo palefata la mia venerazione verfo di V, S. 11 - lujlrijjìma ,
che ben le fi dee con il Mondo tutto ; men- tre pvjfo ajjìcurarla , ebe per
tutte le Città , ove fon~. paffuto , e mi è capitata congiuntura di parlare di
lei , bo potuto feorgere la fama del fuo nome cotanto ampli- ficata , e
flabilita appreffo ogni genere di perfine , che quaft mi fino pentito di
effermi poflo ad un ’ azzardo coi) fìngolare , fimbrare forft potendo a taluno
, ebe io innanzi di accingermi all' imprefit , non abbia fattiti suf- Digitized
by Gooale Primo. 351 /ufficiente rifieffìone alla infinita diflanza , che
pajjafri V. S, llluflrffima e me , che dovevo contentarmi di ammirarla . L'
unica cofa però , eie mi confola in tutto quejlù affare , fi è , che letta poi
con commodo la di lei Peri- patetica Filo/òffa j mi fono trovato cotanto
conforme a lei di /entimemi , che fembra , eh' io altro non abbia fat- to j che
applicargli nella difputa contro il fuo Ragiona- mento . Perché fe ho injtjliio
contro certo di lei pajjo a pag. 282. , potrò fempre per mia difcdpa ricorrere
et quella ammirabile dottrina di V. S. llluflrffima Parte V. Cap. X. , ove
della amicizia , che nafte da virtù , parlando , fcrive fapientffimamente così:
Sebbene non potendo il virtuofo non effere e piacevole j c libe- rale , e
cortefe , e magnanimo, non può non cflerc ancora cofa molto utile, e molto
gioconda, e chi 1 ’ ama in quanto è virtuofo , viene per confeguen- te ad
amarlo anche in quanto è utile, e in quanto è giocondo. E però- tale amicizia
pare , che abbrac- ci in certo modo e contenga le altre due; & an- che
perciò dicefi perfettifiima . Oltre quanto infegna t che nella fola Crijhana
Fih.ffia evvi la dottrina di potere diventar giufìo cbi ha peccato , oltre
tante altre belle Dottrine al Capo XVI 1 , di e ffa Parte V . , e quel divino
paffo , che conchiude P Opera: vorrebbero for- fè , che lor venifie dal Cielo
un qualche Iddio ec. E certamente che i Filrfofi fembra prendano fempre ben di
mira a non far difeendere dal Cielo in qualche ma- china un Dio per non
feiogliere il nodo alla maniera Rii de * 316 Discorso de' Poeti. Ma chi dall'
altra parte ncn faprebb- com- patire coloro j che fi immaginano non poterli Jlabxlirt
la fi licita dell' uomo, fe non fi confiderà il fine , per cui è fiato fatto ?
lare ad ej]ì quaji , che la Filojfia ne farli , come fe 1 uomo fi jje da fe
ufiito dalla terra , o ca/ualmetiie dalle nuvole caduto , e però ne inferifeo -
no, che debba ejja fcn.pre andar errata , e che, fe dal- la religione prtfcinda
, non arrivi a conifere il fine, e per ciò nè pure la Jelieità della creatura .
Ma io non sò fe nè pure avrò ben efprejfe codefie fiejfe cofe . In ogni cafo io
volentiertffmo mi J'uhor dine- rò a quanto o ella , o altri Japrà meglio farmi
vedtre in quella materia. Sono sii la partenza da qui. l'er li 20. , o poco più
farò in Mantova , e alla metà d ’ Ottobre in Ferrara , lo che le ferivo
affinché V. S. //• lujlrijjìma fappia , ove fi ritrova un fuo ammiratore e
fervo cbbligatiffimo , che fi darà fempre la gloria {otti- ma di dimofirarle in
ogni incontro la più fommejfa ve- nerazione , e di dichiarare alla terra tutta
quella pro- fondijfitna fiima , con cui mi riprotefio . DI- 3>7 DISCORSO SECONDO
Nel quale C. efpone prima tutte le qui • Jlioni nate tra lui , e il Signor di
Maupertuis , rìfpon- dendo in ciafcuna al V. Anfaldi , ove ciò pojfa farji
brevemente ; poi torna a quelle , in cui richiede/i ri - fpojla più lunga , e
largamente ragiona dell ’ immor- talità dell * anima . Jfo credo nel mio primo
difeorfo di avervi abba- ft.inza dimoftrato, Lettore umanillìmo, cerne in quel
mio librojche ufcl già fuori col titolo di Filofofia Morale non mai la
Filofofia degli Stoici alla Criftiana Religione, ma femprela Crifliana
Religione a qualunque Filofofia di gran lunghe manifeftilfimamente
antepofi.Laqual depu- tazione non era neceffaria,fe non l’avefle renduta tale
il P. Anfaldi ; il quale volendo difendere il Signor di Mau- pertuis da’ miei
dubbj , non ha Caputo farlo fenza travol- gere per Arano modo i miei fenfi, e
interpretare pefiìroa- tnente le mie parole. Ora venendo alla difefa , qua-
lunque ella fiali, che egli ha prefo di quel valen- tilTimo uomo , non vi dovrà
efler difearo , che io vi ponga piima fotto gli occhi brevemente , e per ordine
le quiftioni tutte , nate tra il Signor di Mauper- tuis e me; acciocché
polliate più facilmente inren- dere , come bene fiali portato in eiTe il P.
Anfaldi difendendo quel fuo Franzefcj e come abbia foddisfatto all» Digitized
by Google 318 Discorso all’ afpcttizione morta dallo Ile fio titolo del libro
fuo.* Vindici* Maupertuijian* . E però notcìò di ma- no in mano in ciafcuna
quiftione quello, che egli Copra vi ha detto , nè lafceò di nfpondergli torto,
ove ciò pofla farfi brevemente ; ove riceicheiafli ri- fporta più lunga , mi
rimarrò fintanto che io abbia fatto il novero delle quiftiom tutte; fatto il
quale tornerò ai luoghi , che avrò tralafciati , e precure- rò di foddisfare al
P. Anfaldi in ogni cola. E fe io non avrò quel bell’ ordine , lucido , e chiaro
, che in tal gcnetc di fcritture li richiederebbe , fpero , che mi perdoneranno
tutti quelli , i quali avendo letto il libro del P. Anfaldi, penferanno quanto
fia difficile non cfifcr confufo , rifpondcndo a un libro tale . £' dunque da
Capere , che avendo il Signor di Maupertuis, uomo in Fifica, e in Matematica
tan- to grande, che non pare, che porta efler piccolo in niuna altra cofa ,
avendo, dico, comporto un_. picciol libro intitolato : FJJliy de Thiìofophle
Morale , fu quello Rampato in Londra , ha pochi anni; e quin- di pattato in
Francia, ove incontrò alquante oppo- fizioni , venne poco apprdTo in Italia .
Allora io fui (limolato a fcriverne fchiettamente il mio giudi- zio , il che
feci in un breve Ragionamento , notan- do quando un luogo, e quando un’ altro,
fecondo che varie difficoltà mi nafeevano . E perchè il Si- gnor di Maupertuis
avea dirtinto il libro fuo in fet- te capi > volendo io andar dietro folo ai
primi Tei, per Digitized by Googl - / Secondo. 31 g per ciò in fei foli
diftinfi il mio Ragionamento ; e notai nel primo quelle difficoltà, che nel
primo del Signor di Maupertuis m’ erari nate; nel fecondo quelle, che nel
fecondo, e così di mano in mano; onde vennero a forgere quali in ciafchedun
capo moltifiime quiftioni tra il Signor di Maupertuis e me, varie tutte tra
loro e diverfe , le quali ora breve» mente vi moftrerò .. Nel primo capo
nacquero tre quiflioni . La pri- ma è circa la definizion del piacere propolfa
dal Signor di Maupertuis , alla quale moftrai di accor- darmi poco . E perchè
il Signor di Maupertuis la fpiega poi molto più nel principio del capo fecon-
do, volendo valerfene a formar certa argomentazion fua , anch’ io nel capo
fecondo moftrai di nuovo di elferne poco contento. La feconda quiftione fi è ,
fe avendo il Signor di Maupertuis ftabilito la felicità nel piacer foto , come
parmi eh’ e’ faccia, gli con- veniffe di renderne qualche ragione , ciò che
egli non fa; perchè io credo, che una propofizione tan- to agitata , e
combattuta non folfe da alfumerli co- sì fenza prova, come lì fanno gli aflìomi
. La ter- za quiftione poi fi è , fe doveffe Umilmente fenza prova niuna
ftabilire il Signor di Maupertuis, chtv la felicità , effondo più lunga , debba
per ciò dirli anche maggiore, fapendofi con quanto ingegno li sforzaffero gli
Stoici di dimoftrare il contrario. Ora come fi moftra egli valorofo il P.
Anfaldi nel primo incontro di quelle tre quiflioni ? Sentite, come Digitized by
Google 3 io Discorso come d : fende il Tuo Franzefe. Quanto alla terzi-,
quiflione fi tace del tutto; nrn ne fa parola . Quan- to alla prima venendo a
ragionarne nel paragrafo XI. alla pagina 14., confcfia , thè io ho ragione, e
concede, che abbia penfato meglio io, che il Si- gnor di Maupcrtuis; può ognuno
vedere la pagina. Ben mi fi fa incontro nella feconda, alla qual ve- nendo nel
paragrafo X alla pagina 11. , dice, che il Signor di Maupcrtuis potea ben porre
la felicità nel folo piacere fenza renderne ragion niuna , per- ciocché egli
parla quivi della felicità formale, non della obbiettiva ; quafi che chi parla
della for- male, non debba render ragione di ciò , che dice. Spediamo quella
contefa brevemente. La felicitàob- biettiva non è aitro, fe non la fomma di
quelle co- fe ultime, che 1* uora vuole, e a cui dirige tutte le altre. E
perchè confeguendole viene a porli in uno flato quietiflìmo e belliffimo ,
quello flato poi chiamali felicità formale; onde vedefi la felicità for- male
eflere intrinfeca all* uomo , ed efler come un’ effetto, che in lui producono
le cofe, che egli vuo- le , qualora le confeguifce . Ora fe I* uomo volef- fe
le cofe folo , in quanto fon dilettevoli; ficcoroe quelle , in quanto fon tali,
non altro in lui produr pofl'ono , che il piacere , cosi farebbe la felicità
for- male fenza alcun dubbio polla nel piacer folo . E Umilmente fe P uomo
voleffe le cofe, in quanto fo- lo fono onefte , poiché quelle, in quanto fon
tali , pofTon che renderlo più nobile , e più pillan- te , Don I Secondo. 521 .
Ce , perciò dovrebbe in tal cafo riporli la feliciti formale, non nel piacere,
ma nella nobiltà, e nel- la preftanza dell’ animo . Che fe 1* uomo poi vo- lede
le cofe e in quanto fon dilettevoli , e in quan- to ancora fono onefte; poiché
quelle, tali eflendo, in lui producono inlieme il piacere, e inlieme quel- la
nobiltà e preftanza , che abbiamo detto ; farebbe per ciò da riporfi la
felicità formale , non nel pia- cer folo , ma più tofto in uno dato nobil fiimo
e-» preftantiflìmo congiunto col piacere. Eflendo dun- que Hata Tempre tra i
Filofofi gran qu ftione, di qual maniera voglia 1’ uomo le cofe, che egli
vuole, fe in quanto folo fon dilettevoli, o in quanto ancora fono onefte, ne
fegue , che quiftionc ancora efler debba, in che fia da riporli la felicità
formale. La quale fe il Signor di Maupertuis ha (labilità nel pia- cer folo,
ben potea chiederli, che ne adducefle la ragione ; o più tofto doveva egli
addurla , accioc- ché gli altri non la chiedeflero . Ed ecco levata di mezzo
quella difefa , che al Signor di Maupertuis preparata aveva il P. Anfaldi in
quella inutile d;ftin- zione della felicità formale, e della obbiettiva.
Veggiamo però, come egli Ha prode a difender- lo nelle quiftioni , che forgono
nel feguente capo del mio Ragionamento: le quali fon tre, ma tutte partono da
una fola. Avea detto il Signor di Mau- pertuis, nella vita ordinaria dell’ uomo
maggior Tem- pre cffere la fomma dei mali , che quella dei beni , adduccndone
tre ragioni; et' io ho tentato di levai Tun, IV, S s via Digitized by Google
£22 Discorso via quelle tre ragioni ad una ad una ; di che fon.» nate tre
quiftioni diverfe fopra il valore di tre di- verfi argomenti . Ora chi non
avrebbe creduto, che il valente P. Anfaldi fofle per foftenere le foprad- dette
ragioni addotte dal Signor dì Maupertuis; e fe non tutte e tre; almeno due;
almeno una ? Niu- na però , per quanto io m’ abbia ricercato il Tuo li- bro ,
prende a foftenerne . E' vero, che nel paragra- fo VII. ne inoltra il
defiderio, e ciò è in quello mo- do . lo nel capo fecondo del mio Ragionamento
pet introdurmi alla quiftione avea detto effere flato Tem- pre coflume degli
uomini il lamentarfi; che molti lo fanno per una certa ambizione; e che gli
Ora- tori , e i Poeti fe n’ hanno compofto un* arte. Qui , efce il P. Anfaldi
contro una tale introduzióne con grande animo , e dice , che le querele degli
uomi- ni non fono ingiufte ; e che io foftenitor degli Stoi- ci dovea
approvarle , approvandole effi ; e in ulti- mo con molta carità protetta di non
voler CTedere t che io cerchi di fminuire la miferia degli uomini aitine di
difloglierii dalla Religione . E parea bene» che , avendo aflalita con tanto
impeto quella mia-» introduzione, volefle poi palfare avanti e difendere le tre
ragioni del Signor di Maupertuis ; ma egli di quelle fi tace, come fe di loro
non foffe quifìion niuna . 11 che facendo, potea ben’ anche tacerfi del- la
introduzione flefTa. Poiché quanto al dire, che le querele degli uomini non
fono ingiufte, io non bo mai detto, che fieno né gioite , nè ingiufte. Ho det-
Digitized by Googltf Secondo. 323 detto folo , che fono alquanto amplificate ;
rè fa» cea meftieri , che il Signor di Maupertuis le ampli» ficaie
maggiormente. Quanto poi al dire, che io, foftenitor degli Stoici , non dovea
difapprovar quel- lo , che efli approvarono, io prego il P. Anfaldi , che lafci
a me la cura di confervarmi la grazia de» gli Stoici . E fe egli non crede ,
che io cerchi di- floglier gli uomini dalla Religione, non dovea , prò-
tettandotene , indurre altri a dubitarne . Ma pattiamo al terzo , e al quarto
capo del mio Ragionamento, ne’ quali io metti molti dubbj, e i più di loro non
poco importanti al Signor di Maupertuis. Eccoli tutti per ordine. Primo, fe 1
piaceri, effendo tutti fentimcnti deli’ animo, deb» bano anche averli tutti in
egual pregio e (limarli e» gualmente nobili . Secondo , te dittinguendoli i
pia» ceri in quei dell* animo e in quei del corpo , e de» finendoli gli uni , e
gli altri cosi , come gli defìni» tee il Signor di Maupertuis, pofla dirli
giutta una-, tal dittinzione. Terzo, te più, che i dolori, fieno i piaceri del
corpo. Quarto, te i difpiaceri del cor» po , cosi come i piaceri dell’ animo,
tanto più ere» lcano, e li faccian maggiori, quanto più lungamen» te perfevera
la cagione , che gli produce . Quinto , fe fieno in poteftà dell’ uomo i
difpiaceri dell’ ani» / mo , che provengon da colpa . Setto , te le veriti
utili alla vita fieno così poche , e così facili da difcoprirli , come vuole il
Signor di Maupertuis . E ■ quelli fono i dubbj , che tergono nel capo terzo .
Il S sz capo Digitized by Google 324 Discorso capo quarto par meno falìidiofo ;
pur move le tre feguenti quiftioni . Prima , s’ egli fia vero , che gli
Epicurei folo penfaffero ad accreficere i beni della vita, gli Stoici a
sminuire folo i mali; poi, quan- do bene ciò folle , fe doveifer per quello gli
Stoici anteporli agli Epicurei ; e finalmente fe il piaeerc fia fempre quello
Hello , da qualunque cagione pro- venga . Alle quali quiftioni io ncn sò ,
perchè il P. Anfaldi in tutto il libro fuo non fiali mai accollato, c le abbia
palfate in fienaio ? di che temo, cho quel titolo tanto animofo di Vindici*
Muupe/tuìjia- n* vergognar li peffa alcun poco , e dolertene ; o pofia anche
dolerli , che fiali tralafciata c la quiftio- ne , che è roolfa nel capo V. .*
fe ben riducajì la Fi - I ofcjta itegli Stoici a certi tre capi. E quell’ altra
, che è moda nel capo VI.: fe fojfe intendimento degli Stei' d il penfar folo a
fe JleJJì ; Io credo pe r ò , che fe quel titolo parlar potelfe , e dolerfi del
fuo libro , noru. g à che egli fi taccia in tanti luoghi ,' ma più toflo
dorrebbelì , che difputar voglia in tanti altri ; per- ciocché torce le
quiiioni di cui difputa , e le fcam- bia per fi fatto .modo, che bene fpelfo
prende a di- fendete il S gnor di Maupertuis , o in ciò, che egli non ha mai
detto , o in ciò , che io non ho mai impugnato. Il che apparili dalle cole, che
appref- fo diremo . ^ • « » * • * . Ora venendo al capo V., rifponderò prima
bre- vemente al P. Anfaldi intorno alla prima delle qui- ft.oni, che quivi
nafeono ; le altre, che nafeono nel- Digitized by ire* . . * qui* :ono . . 6 t
c o v d a ; $*5 * nello fteflb capo, e nel feguente, richiedendovi!! iifpofta p
ù lunga , non farò altro per ora che efpor- rc. Dironne pofcia , fecondo che la
materia il ri- chiederà, più ampiamente La prima quiRion dun- que, che nafce
nel capo V. , fi è, fepofla conceder- li al Signor di Maupertuis , che gli
Stoici cercafle- ro la felicità , non la virtù , parendo a me , ch« non polfa ;
perciocché fecondo quei Filofofi la feli- cità era la virtù (Iella. Il P. Ànfaldi
non irei con- fante, e dice nel paragrafo L 1 1. , che il Signor dì Maupertuis
parla, non deila felicità obbiettiva , ma formale , ‘ e quella fecondo gli
Stoici dillinguevafi della virtù. Cosi ritorna alla vanità di ^quella fua
diftinzione. lo rilpond'o dunque, che la felicità for* male appunto, fecondo
gli Stoici, ponevafi nella vir- tù ; poiché effendo r a parer loro , la
felicità obbiet- tiva non altro , che quell’ eterna, ed immutabile o- . — neftà
-, la qual volcano; oflervata , ed obbedita in o- gni cofa ; 1’ abito di
oflervarla , e di obbedirla , che 1’ uomo contrae in fe medefimo , effer dovea,
fe- condo elfi , la felicità formale. Ora che altro é un tale abito, fe non la
virtù? La quale in vero fi trae Tempre dietro alcun piacere; ma non in quello po-
nevano elfi la felicità , ma iir quella p nè fi fareb- s booo abballarla
diftinti dagli Epicurei , fe P avef- fero polla nel piacer fold , nè dai
Peripatetici , fc 1’ avellerò polla nel piacere infieroe « e infieme nel- la
virtù. Le altre qu’Rioni , qhe forgono nel capo V. , fono le feguenti. Prima,
fe 1’ ammanar fe me- defi- * Digitized by Google $26 Dkcoiio defimo, di
qualunque maniera fi faccia, fia nn’ am» mazzarfi fecondo la dottrina degli
Stoici. Poi, fe una argomentazione, per cui conchiudafi, che, fe* guendo la
ragion fola , debbano tutti gli uomini aio* raazzarfi , fia argomentazione
orribile , e fpavento- fa , e da levarli via . Poi , fe poffa per la ragion
naturale averli qualche opinione d’ un' altra vita. Poi , come poteffer gli
Stoici aver ftabilite tra loro le regole delle azioni, fenza aver prima
(labilità nè 1‘ immortalità dell’ anima , nè 1’ efiftenza , nè la pre- videnza
de’ loro Dii. Una quiftion poi nafee nel capo VI. , la qual fi parte in molte,
ed è, fe gli Stoici e per 1’ amore, che infegnavano dover por* tarfi all'
onefià , e per la tranquillità , che credeva* no di poter trarne , e per la
tolleranza loro , e per la non curanza del premio foflero cosi contrarj a’
Crilliani , che non pollano conciliarfi con efli in ve- runa maniera. II Signor
di Maupertuis hamefTotra le due fette tanta lite, che pare non polfano mai
comporli , il P. Anfaldi ha accresciuto la difeordia anche più. Avendo io fin
qui efpolle, Lettore umanismo, tutte le quiftioni , eh’ io molli contro il
Signor di Maupertuis , ed avendo affai rifpollo , come io cre- do, fopra alcune
al P. Anfaldi , rella , che io rifpon* da fopra alcune altre, e Soddisfaccia in
tutto alle obbiezioni di eflo Padre. Le quali fe egli avefle di* tontamente
propolle , e con ordine , potrei io pure, lui feguendo , ragionarne
ordinatamente ; ma egli non Digitized by Googlj Secondo. non è gran fatto amico
dell’ ordine. Di che cbia- mo m teftimonio tutti quelli, che il leggeranno.
Moftra veramente nel paragrafo XIII. defiderio di feguirne alcuno, rivolgendo
1’ intenzion fua a tre punti; ma poi tanto confonde i punti, che ha pro- pofto
, e così predo fe ne fvia, che ben moftra aver conofciuto egli Redo, quanto
fieno fuor di propos- to . E come noL farebbono , effendo diretti tutti a
dimoftrare quello, che non è in quiftione per modo alcuno, cioè che la
Religione Cnftiana (la miglio- re della Filofofia degli Stoici ? Lo dice egli
fteflb con quelle parole : Quare confequi quifque aperte pof • Jtt ,
Vbilofopbia Morali Stoicorum valde fnejìare Pbilo • fopbiam Moralem
Chrijlianam. E fe la confeguenza^ è così fuor di proposto , che diremo degli
antece- denti , che ad e(Fa conducono ? Però penfando io meco medelimo, e
rivolgendo nell’ animo le tante cofe, e feoza diftinzione niuna dette dal P.
Affal- di , hommi deliberato di feguire un certo mio ordi- ne , confiderando
prima quelle, che appartengono in qualche modo all’ immortalità dell* anima ,
poi quelle , che appartengono all* atto di ammazzar fe fteffo , indi quelle ,
che riguardano i premi promeffi alla virtù, e finalmente quelle, che fpettano
all* oneftà . Di quelle , che appartengono all’ immorta- lità dell’ anima, dirò
ora; rimetteiò le altre ad un* altro difcorfo , Venendo dunque a quelle cofe ,
che abbiamo detto appartenere all’ immortalità dell’ anima , per intea-
Digitized by Google JlS D I s c O X 5 o intender bene, qual quiftion fia tra il
Signor di Mau- pertuis e me , bifogna fapere , che cercando il Si- gnor di
Maupertuis , fe debba l’ uomo , allorché trovali infelice, dar morte a fe
(lelTo , rifponde, che, dove noi trattenga la Religione , eflendo nello (la- to
fuo naturale lenza timore , e fenza fperanza niu- na di altra vita, farà bene a
voler’ ufcir di roife- ria , ed ammazzarfi . In quello propofito io ho det- to
nel mio Ragionamento alla pagina 273. , non_. piacermi , che meflb 1’ uomo
nello (lato luo natu- rale debba cosi tollo (limarli privo d’ ogni opinio- ne
dell* altra vita ; che tale opinione ebbero pure i Greci , e i Romani ; e la
infegnarono molti an- tichi Filofcfi fcguendo la ragion fola. Onde fubito fi
vede , che la quiftion , che nafce tra il Signor di Maupertuis e me , non è
altro, fe non di vedere, fe per la ragion naturale poffa conofcerfi l’ immor-
talità dell’ anima , o non poflfa ; nè a me è necef- fario , che fi conofca per
argomenti dimoftrativi e indubitabili, badar potendomi, che fi conofca per
argomenti giudi e ragionevoli , i quali poflano met- ter timore e fperanza d’
un’ altra vita, onde colui, che voleffe ammazzarfi, debba efaminargli prima, e
intanto vivere. La quidion dunque è, fe poffa pei la ragion naturale provarli
I’ immortalità dell’ ani- ma , o ciò fi faccia ad evidenza , o fol tanto con_*
qualche giuda probabilità . Ora il P. Anfaldi venendo alla difefa del Si- gnor
di Maupertuis , mi aflalifce con tanto impeto e fu- Digitized by Secondo. 329 e
furia, che non s’ accorge, che nello fleflo alfa- lirmi mi concede fubito tutto
quello , eh’ io voglio. Segue poi a difputare animoAQimaraente , e fperadi
dover vincere provando con ogni Audio quello, che 10 non ho mai negato .
Recherò qui alcuni luoghi, onde ognuno potrà baAevoImente conofcere , s’ io
dica il vero. Nel paragrafo XVII. alla pagina 25. entra egli nella quiftione a
queAo modo : Non ne - gaverim potuijfe bomines aliquo Jìbi patio , &
verifìinim 11 qttadam ratione perfuadere , futuros fe pcjl fata eli- am
fuperflites , & adbuc pojl morte m duraturo! ; indi aggiunge : veruni aliud
ejl aliquid ratione naturali fua- deri pojfe , aliud pojfe fola ratione duce
illud Jìbi certo adeo perfuadere , & confìitutum poncre , ut de ilio nul-
la inde prffis ratione dubitare . E chiude poi con una veementiflìma inAanza.
ltaque cum ratio nifi proba - bilia non ajferat vita immortali Jìatuendce
argumenta , quii eam cum Religione conferet , qua noi certiffmos ejfcit
defaculo futuro ? Ora non è egli queAo un con- cedermi fui bel principio tutto
quello , eh* io vo- glio ? cioè, che la ragion naturale abbia argomenti
vcrifimili , probabili , valevoli a perfuadere la vita avvenire ? E
concedendomi queAo , che ferve alla quiAione il voler provare, che più vagliano
gli ar- gomenti, che la Rcligion mcAra, che non quelli, che moAra la ragione?
La controverfia è ella di ciò ? L* ho io negato mai? Dove 1’ ho negato? Pafla_»
quindi il p, Anfaldi al paragrafo XVIII., e alla pa- gina 2(5. per Aringermi di
nuovo , dice che gli ar- Tom. IV, T t goraen- Digitized by Google 3$o Discorso
gomcnti , dai Filofoii addotti per iftabilire 1 * immor» talnà dell’ anima ,
pedono dirli in vero fpeciofa & fuadentia ; ma fono però bypotbetica ,
ncque cumino demonjlrativa ; ma fe fono fuadentia , che nuoce a me , che non
fiano cumino demonjlrativa ? Ho io prc- fo a fodenere , che fieno tali ? Che ho
io detto al- tro j fe non che fono fuadentia ? E forfè non ho an- cor detto
tanto . Vedete ancora 1’ acutezza del P. Anfaldi nel paragrafo XXXVII. alla
pagina 66. di- ce egli quivi ; non nega verini , Vbilofopbot Cbrijlianot
illuflrioret in medium protulijje immortalitatis anima de* monftrationes . E
torto aggiunge: eas tamen apud ali - quos tanta virtutii ncn fuijje animadvtrtimus
, ut ro- rum extorquere potuerint ccnjenjum . Chiama dimoftra- zioni gli
argomenti , addotti dai Filofofi Criftiani per provare 1 ’ immortalità dell’
anima ; nè altro fa loro opporre , fe non che non abbian potuto sfor- zar P
animo di alcuni . 11 che avviene talvolta anche alle dimortrazioni evidentidime
. Vedete anco- ra , come egli parla nel paragrafo XLIX. alla pagi- na 9 6 . Non
dice egli cosi ? bloralit inferre futuritio - tieni ordinir altera in vita
bumanus intelleflus verijtmi- li aliqua r a tiene /ine Religione qvidem potè
fi, certa ta- men & tutijpma ncn potè fi . Se mi concede quel ve- irijìmili
, io iafeio a lui quel tutijjìma , di cui che bi- fogno ho io nella
controverfia prefente ? Tralafcio il paragrafo XLII. , dove egli più ancor mi
conce- de, che io non voglio, dicendo alla pagina 79 . t che alcuni Etnici
ebbero per ccrtidima V immorta- lità Secondo. 331 li cà dell’ anima , moffi a
ciò da un certo interior fenfo della natura . Io non fon per valermi di una tal
conceflìone , ballandomi , che gli Etnici teneflc*- io 1* immortalità dell’
anima , non come i princì- pi fi tengono , per un certo fenfo interiore , ma
co- me tengonfi le confeguenze , per una giuda argo- mentazione. E fe io pur
volelD attribuire ad alcuni Etnici cotedo interior fenfo , non fo , perchè
noru. dovelfi attribuirlo anche a tutti. Ma lafciando co- tedi Etnici del P.
Anfaldi , tanto didinti dalla natu- ra , io dico bene, che fe mi concede egli
dello fui bel principio, e tanto apertamente, poter trarli dal- la ragion
naturale argomenti dell’ immortalità dell’ anima ; e quedi edere verifimili ,
probabili , atti a perfuadere , nè altro mancar loro, fe non 1’ edre- ma
evidenza, come non mi concede egli tutto quel- lo , che io defiaero? Che altro
ho voluto io , fe non che per la ragion naturale polla conofcerfi 1* immor-
talità dell’ anima a qualche modo? E ciò concedu- to, che accadeva altro
aggiungere? Che accadeva ripetere tante volte, e nel paragrafo XVI II-, enei
XXXVII. , e in altri , che quegli argomenti della ragion naturale troppo fon
fuperiori all’ intendimen- to del volgo ? Quali che le forze della naturai ra-
gione debbano mifurarfi dai penfamenti del Conta- dino , e non da quei del
Filofcfo; e non fi fappia , che i Fdofofi feguono la ragione; il volgo poi fe-
gue loro. Che accadeva raccogliere nel paragrafo XVIII., e nel feguente , ed
altrove alcuni argomen- T t 2 ti 33 2 Discorso ti dell’ immortalità dell’ anima
, e quelli moftraro efTer deboli , avendo già confeffato , che ne fono dei
fortilTiroi ? Che accadeva affannarti tanto nel pa- ragrafo XXXIX. , e chiamar
Tertulliano in ajuto , per conchiudere , che 1* immortalità dell’ anima a
Religione magis dee apprenderli , quàm a Raiiocinio & Pbilofopbia ? Il che
non fi direbbe) fe non fi ap- prendere ancora in qualche modo dalla Filofofia.
Che accadeva nel paragrafo XXVI. cavar fuori i mo- numenti dell’ antichità, per
far vedere, che gli an- tichi Atomifli , e gli Accademici non così appunto
deferiffero la vita avvenire , come ce la rapprefen- ta P Evangelio ? Che
accadea dirmi nel paragrafo XXXIX. , e in più altri, che la conofccnza ,
cht> ebbero i Filofofi dell* immortalità dell’ anima, non fu vera feienza ;
che la confeguirono a cafo; che ne temettero; che Plinio e Lucano dubitarono
dell’ efiftenza di Dio? Perciocché ceffa egli un’ argomen- to d’ eficr
probabile, perchè fu ritrovato a cafo? E fe da efifo non ne proviene una vera
feienza , cioè dimoftrativa , perchè non può provenirne un’ opi- nione molto
probabile? Della quale fe i Filofofi non fi tennero ficuriflìmi , e la
feguirono con timore, fe- cer quello, che in ogni probabilità far fi dee, la
qual fi fegue con qualche timore, ma pur fi fegue. Nc credo già , che debba
levarli ogni autorità alla ragion naturale, perchè Plinio e Lucano dubitarono
dell’ efiftenza di Dio. £ certo egli par difficile a comprenderfi, come il P.
Secondo. 335 il P. Anfaldi , uomo negli ftudj grandemente eferci- tato, così
poco inoltri d’ intender 1’ arte del depu- tare ; e polTa andar vagando fuori
della quiftionty propofta quafi per tutto un libro , fenza mai avve- detene; ed
10 per me credo, che la fretta fola del- lo fcrivere 1’ abbia ingannato; della
quale fé io da- rò qui alcuni argomenti , fpero , che non dovrà di- fpiacergli
, acciocché gli uomini intendano , più to- lto 1’ agio e la diligenza effere a
lui mancati , che 1 ! ingegno e la dialettica . Vedete , che avendo io detto
nel capo V. del mio Ragionamento alla pa- gina 273., non piacermi, che il
Signor di Mauper- tuts abbia ridotto la ragion naturale a tanta difpera» Xiione
e miferia , che niente affettar fojfa dopo la mor - le , ed avendo torto
foggiunto: nè fo , come ne pojfa effer contenta la Religione , ebe non fu mai
nemica del - la ragione ì argomenta fubito il P. Anfaldi , che io debba. dunque
voler dire, che la ragion porta tutto quello, che può la Religione; e mi fgrida
di ciò affai gravemente nel fuo paragrafo XXXVIII. Chi mai potrebbe argomentar
così, fe non un dialettico oltre modo , e fopra ogni credere frettolofo ? Tra-
duce poi le mie parole in latino per maniera , che inoltra la fretta anche in
quello . Vedete ancora nel paragrafo XVlll , che neha pagina 27. tanto s’ è
affrettato, che ha confufa 1* immortalità dell’ uomo con 1 ’ immortali à dell’
anima Volendo egli dimo- flrar quivi , che l* anima potrebbe effere Hata fatta
non immortale , avverte , che ella è fatta da Dio , il Digitized by Google 334
Discorso il quale , effondo libero nel crear le cofe , avrebbe ben potuto crear
1’ uomo mortale: hominem potuijfet condere mortalcm . E che?* Non è egli dunque
1 ’ uo- mo mortale? Ma altro è 1 ’ uomo, P. Anfaldi, al- tro è 1’ anima; e
quello tutti vogliono, che (la— > mortale ; 1’ anima non già; la qual fi
crede da mol- ti immortale per natura fua ; così che non potreb- be effer fatta
altrimenti. Eccovi ancora un’ altra fretta del P. Anfaldi nel paragrafo XXXVII.
, do- ve , alla pagina 67., avviluppandoli in certa paren- tefi , confonde il
morire con 1 ’ annientarli. Vedete, fe è vero. Vuol’ egli quivi, che non poffa
1 ’ ani- ma dirli immortale, quand’ anche s’ abbia per indi- vifibile , effendo
che eziandio le cofe indi vifibili pof- fon ridurli a nulla . Ma chi non fa ,
che il morire non è un ridurfi a nulla , anzi è un rifolverfi nelle fue parti?
L’ annientarli poi è veramente un ridurfi in nulla . E quindi i Filofofi ,
avendo creduto, che foffe 1’ anima indi vilibile , e però fenza parti, aliai
bene argomentarono , che non doveffe ella poter morire; e perchè niuna foftanza
, per quanto fapcr polliamo , s’ annienta mai , non valendo a ciò le forze
della natura ; fidaronfi ancora , che nè 1’ ani- ma pure fi annientarebbe .
Così fi accefero di una nobile fperanza , che doveffer 1’ anime rimanere do- po
la morte. Ma lafciando le frette del P Anfaldi, veggia- mociò, che egli dice
nel paragrafo XLIII. , dove e’ pare , che prenda alquanto di refpiro dai lunghi
gi- ri > Digitized Seco n d o ; 335 ri, che ha fatto, e che gli fovvenga ona
volta del- la quiflion, che fi tratta. Dice egli dunque, che nella prefente
controverfia tra il Signor di Mauper- tuis , e me, non di qualunque opinione
della vita avvenire, ma di un’ opinion tale fi cerca , che pof- fa o metter
timore nell’ uomo , o lufingarlo d’ al- cuna fperanza , onde fe egli avelie
mai, voglia di ucciderfi , fi rimanefle ; che quella opinione è quel- la , che
il Signor di Maupertuis toglie alla ragion naturale; e quella è, di cui fi
contende. E certo levando il Signor di Maupertuis ogni opinione del- la vita
avvenire, leva ancor quella ; imperocché il dire, come egli fa, che un’ uomo
non d’ altro for- nito , che della ragion naturale, rimanfi farti crain- te
& fatti efperance d' urte autre vie, che altro è, fe non levargliene ogni
opinione? Perciocché avendo- ne alcuna, come potrebbe o non temerne, o non
lufingarfene , quand’ anche non fapelfe , qual folle per elfere quell’ altra
vita ? Come Nocchiero , che varcar dovendo un mare ignoto , non fapendone nè
gli fcogli, nè le correnti, pur ne teme per qnefio ftelfo. Ma io non voglio
firingere il P. Anfaldi , fe non con ciò, che dice egli llefib. Non dice egli
nel paragrafo XLI. , alla pagina 77. , che i Filofofi s’ indulfero a credere
un’ altra vita, acciocché in ef- fa fi delle premio alla virtù , caftigo alla
colpa ? Che quello fu 1’ argomento precipuo , che egli chiama., poi verifimile,
benché non del tutto eviHente , nel paragrafo XLIX. alla pagina 96.? Or come
pote- rono Digitized by Google 3 $6 Discorso rono i Filofofi credere un’ altra
vita , fenza afpet- tare nè premio in effa nè pena ; fe per quello pre- mio
appunto , e per quella pena la credettero ? E come afpettare o premio o pena,
fenza fperarne punto, nè punto temerne? Pure il P. Anfaldi lafcian- do ai
Filofofi 1’ opinione della vita avvenire , vuol levargliene ogni fperanza ,
ogni timore . Ed eccovi le tre ragioni , che ne adduce. Primamente dice, e ciò
nel paragrafo XLII. , che non può il Filofofo nè fperar premio nella vita
avvenire, nè temer pe- na , non potendo fapere , qual debba eflere nè un tal
premio, nè una tal pena: quomodo enim quii fpc* rct , ant timeat , quod quale
Jìt , ignnrat ? Poi dice , che la fperanza di un Filofofo è così incerta, e
dub- biofa, che dee averfi per nulla; e lo dice, e ridi- ce in tanti luoghi ,
che par, che non fappia dir’ al- tro . In terzo luogo poi dice , che a fperare
alcun premio nella vita avvenire, bagnerebbe, che 1’ uo- mo foffe fìcuro , o di
aver fatto Tempre le azioni virtuofe , o avendone fatto alcuna malvagia , di a-
vcrne ottenuto il perdono ; la qual ficurezza non-, può egli certamente
confeguire per la ragion natu- rale, E come potrebbe per la ragion naturale
(di- ce il P. Anfaldi) fcoprirfi giammai quell* occultifli* mo imperfcrutabil
miflerio della giuflificazione del colpevoli ? E quello argomento efpone con
tanto Audio nel paragrafo L. , e cosi 1* efpolifce , e I’ a- doma, e l’
accarezza , che pare eflerne innamo- rato . Cosi Secondo.. 557 Cosi .però fon
deboli cotefte tre ragioni, cho non par necelTario il far loro rifpofta . lo la
farò per non parer difcortefe . E quanto alia prima chi con- cederà mai, che un
premio, o un caftigo che afpet- tifi , non poffa movere nè fperanza , nè timore
>fal- vo fe non fi fappia , di qual maniera e forma egli fia? Non balla
egli, che il premio fi prefenti all* animo, come premio, per edere oggetto
della fpe- ranza? Chi è, che non tema una pena minacciatagli, quantunque non
fappia , qual debba eflere ? La feconda ragion poi è affatto fuor di propofito
, perchè quan- tunque la fperanza , che della vita avvenire aver fi può dalla
ragion naturale, fi* incerta e dubbiofa, fe nafcc però da opinione vcrifimile,
probabile , atta a perfuader 1* uomo, perchè vuol difprezzarfi ? Perchè vuol
averfi per nulla? Quante imprefe fon nate, e tutto dì nafcono da quefte incerte
e dubbiofe fpe- ranze ? Quefte inducono i naviganti a commetterli alle
peticolofe onde del mare . Quefte traggon gli eferciti a tentar la fortuna
dell’ armi nelle battaglie. Quefte fanno le confederazioni, e le paci; quefte
il commercio , e le focietà . Quale azion pubblica è , qual privata , che non
parta da alcuna lufinghevole fperanza , incerta e dubbiofa bensì, ma però giuda
e probabile ? E veggo bene , in che s’ inganni il P. Anfaldi . Vorrebbe egli,
che la fperanza, cui può avere il Filofofo per la ragion naturale , tal foffe-»
appunto , quale è quella , che ha il Criftiano per la Tom. ir. V v Re- Discorso
Religione. Ma F. Anfaldi, chi ha mai vo'uto , che ila tale? Non io certamente;
non il Signor di Mau» perruis; non altri, eh’ io fappia . E quando comin-
cerere a voler intendere i termini della quidion, che fi tratta ? Che non fi
tratta già qui , fe aver podi il Filofofo una fperanza feprannaturale e divina
; fi tratta, fe una aver ne pofla umana, e naturale; non certiffima, ma però
giuda e probabile , e da non dover’ edere trascurata , maflìme in chi lìa privo
della Crifliana Religione. Accodiamoci al terzo argomento del P. Anfal. di , il
qual è, che non può la ragion naturale affi* curar mai I’ uomo, nè che egli fia
dato Sempre giu- do , nè che,* avendo peccato, ne abbia ottenuto pofeia il
perdono e la giud ficazione . Io non sò, fe di tanto 1’ aflìcuri la Religione
ideila ; la quale ho fentito dire più volte, che lafcia 1’ uomo in timo- re di
edere o non eder giudo, benché però non gli levi la fperanza. Ma io non voglio
entrare in Teo- logia , la qual feienza coofeflb di non fapcre , e quan- do
ancor ne fapedi , mal fi converrebbe ad uomo laico il voler disputarne con un
Religiofo, che n’ è maedro . Raccogliendomi dunque dentro i limiti della ragion
naturale, rifponderò al fopraddetto ar- gomento , avendo prima dileguata una
moietta ri- prenfione , che il P. Anfaldi mi fa nello detto para- grafo L.
Vuole egli quivi, che io abbia detto, non richiederli all’ uomo per ottenere il
premio, cht^ afpcttalì nella vita avvenire , fe non la fortezza fo- la ;
SlCOWDO. la; le altre virtù eflergli inutili. E crede di aver trovato quefto errore
nel capo V. del mio Ragiona- mento alla pagina 175. Però mi fgrida altamente ,
dicendo, che a confeguire la felicità della vita av* venire non bada già, che
1’ uomo fortlter con/Unter- que prtefentis mala vit un’ ucm commette , feguitafle poi fempre ad
effer commetta , nè mai potette divenire non fatta , ma duratte in eterno la
fua preterizione; ma perchè la colpa nel commetterli imprime nell’ animo di co-
lui, che la commette, una certa macchia e defor- mità, che lo rende diverfo da
quello, eh’ etter do- vrebbe , la qual macchia retta , eziandio che l’ azion
della colpa (ia pattata; io credeva , che la giuftifi- cazione fotte porta in
quello , che infondeffe Dio nell’ uomo una maravigliofa foprannaturalc ,
inefpli- cabile , divina grazia , la qual penetrando intima- mente nell’ animo,
ne rimoveffe ogni deformità ; c lo rendette bello, e puro, e mondo, cosi che
ri- manendo in fe fletta la preterizion della colpa, non rimanette però la
macchia nell’ animo . In quello errore io era flato Tempre, quando la pagina
ioi. del libro del P. Anfaldi mi ammoni , poter renderli non fatto quel
peccato, che pur'fu fatto, e in ciò con- filiere la giuftificazion del
colpevole» Ma comcchè fla, Digitized by le Secondo, 341 fia, per tornare al
propolito, io concedo in verità, che la ragion naturale non potea moftrare ai
Filo- fofi una così maravigliofa giud e così ne è vago , che pargli ogni cofa
effere un mo- numento . E quindi è, che effendomi io nel capo V. del mio
Ragionamento alquanto doluto, che aveffe il Signor di Maupertuis con tanta
ficurezza levata.» via l’ opinione della vita avvenire; non recandone argomento
ninno ; il P. Anfaldi alla pagina 19. ha tra- dotte le mie parole così.:
fidenter aito , P oi c,rca * premj , che
pojjòno fperarfi dal virtuofo , finalmente circa V cnefià , A / j^Vendo io nel
precedente difcorfo propodo di ridurre le cofe contra me fcritte dal P. Anfaldi
fotto quattro capi , credo di aver ragionato abba- danza di quelle , che al
primo capo appartenevano, cioè all’ immortalità dell’ anima. Reda, eh’ io di-
ca di quelle, che appartengono agli altri tre capi, de’ quali il primo verfa
intorno all’ ammazzar fo fteflo , il fecondo intorno al premio , che dee fpe-
rarfi dal virtuofo , il terzo intorno all’ oneftà . Mi accoderò dunque fubito a
quedi tre capi , e dudie- rò in ogni parte di efler breve , acciocché avendo
voi, Lettore umaniflirao , prefo a leggere con tan- ta pazienza queda mia
fatica , non debba , oltre la . rozzezza del dire ( che in vero è affai
difficile or- nar tali cofe ) difpiacervi ancor la lunghezza . Cominciando
dunque dalle cofe , che vertono, intorno al dar morte a fe deffo-, voglio ben ,
che fi fappia in ptiroo luogo , non effere data mai tra il Signor di Maupertuis
e me controverfia niuna,fe fia lecito all’ uomo, confiderando la fola naturai
ragio- T E R z o. 351 ragione) di ammazzarli . Perchè quantunque il Si* gnor di
Maupertuis dia quella licenza troppo più ampia, eh’ io ncn vorrei; io però in
tutto il mio Ragionamento non ho mai fatto di ciò parola ; nè ho detto mai,
che, milTr da parte la Religione , fi a lecito, o non lcciro P aram-zzaili .
Solo in due co- fe ho di franti co alquanto dal Franzefe, le quali pof- fon
leggerfi nel capo V. del mio Ragionamento al* le pagine 27?., t 274. ; il P.
Anfaìdi nel fuo para- grafo XIV. ha voluto rivolgerle in latino; io amo •
meglio, che fi leggano nel mio volgare. La prima delle fopradette cofe fi è
quella . Avea il Signor di ’ pre* ..
Terzo, 353 preferite , mancando loro ogni fperanza dell’ altra, perchè non
debbono voler’ ufcire della loro infelici- tà ? La qual dee fuggirli non folo ,
quando è grandif. lima, ma di qualunque grado ella fia; nè altra dif- ferenza
v’ ha tra gl’ infeliciflìmi , e gl’ infelici, fe non che quelli hanno una
maggior ragione di darli morte, quelli ne hanno una minore; ma però ne-» hanno
alcuna ancor elfi . Se il Franzefe cesi argo- mentale contro il P. Anfaldi ,
che rifponderebbe egli? Io per me direi, che 1’ infelice dee follener con
pazienza i travagli, fperando Tempre di ottene- re una volta il premio della
fua virtù; nè gli leve- rei P opinione della vita avvenire; con la quale vor-
rei , che 1’ infelicilfimo fi confortale ancor’ egli. E fe egli pur vedeffe in
troppo gran pericolo la fua_* virtù; trovandoli inutile agli altri, e nojofo a
fe Aedo , e credelfe di non offendere religion niuna col darli morte, io gli
lafcierei far quello, che la ra- gion gli permetteffe . Ma niente accade, eh’
io va- da innanzi in una quiliione , che è tutta tra il Si- gnor di Maupertuis,
e il P. AnfJdi. Verrò ad un’ altra, che più mi appartiene , ed è quella . Avea
mollrato il Signor di Maupertuis di tenere per Stoico chiunque ammazzi fe
llelFo ezian- dio per difpcrazione e per furore. Io me gii oppofi nel capo V.
del mio Ragionamento , dicendo , che chi vuole ammazzarli, da Stoico, dee farlo
non per impeto, nè per furore, ma con fedato animo e tran- quillo, feguendo la
ragione anche in quello: tale Tow. IV, Y y effe- Digitized by Google 354
Discorso rflere il precetto degli Stoici . E fe Bruto , e Cato* ne fi
ammazzarono altrimenti, effondo Stoici, pe» quanto fi d.cc; diedero mal*
efempio alla lor fetta, ni fi ammazzarono , come doveano . Qui entra il P.
Anfaldi, e prende a foficnerc , che infegnafler gli Stoici , che dovette 1’
uomo dar morte a fe detto fenza efaminar la ragione, c per furore. E già cre-
de di poter provarlo con gli efempi ; e però narra di molti Stoici , che per
furore, come egli dice, fi uccifero ; c quindi raccogliendo con gran diligenza
tutte le difperazioni di quella fetta, e mettendo in villa i lor mali coftumi ,
mormora gravemente di Se- neca , e di Catone. Le quali cofc tutte quanto fie-
no fuor di ptopofito , ognun fel vede . Perchè chi non fa , che la dottrina dei
Filofcfi non è fem- pre conforme alle azioni loro ? Quanti Peripatetici, quanti
Platonici lodarono la temperanza, e furono intemperanti ? Quanti biafimarono le
ricchezze . e le cercarono? E' dunque la dottrina dei Filofofi da raccoglierli,
non dalle azioni, che fecero, ma da- gli fcritri , che ci lanciarono, potendo
quelle dalla lor dottrina difeordare , non quelli . Viene però il P. Anfaldi ,
fe a Dio piace , anche agli fcritti , vo- lendo mollrar per etti , che mai non
ebber gli Stoi- ci per azion ragionevole e virtuofa 1’ ammazzarli; c ne eira
più luoghi nel paragiafo LXXXVII. , ed altrove. Ma che diremo, fe quei luoghi
tnedefimi, che egli età, non folo non moftrano quello, che egli vuole ; ma
dicono tutto il contrario ? Il cht> v già Terzo. 355 già può vederti nel
primo , che egli ne reca alla pagina 205. , tolto da Seneca , il qual fcrivendo
a Lucilio cosi dice : Non videi , quam ex frivoli} cau « Jìs vita contemnatur ?
Alias ante amica fora laqueo pependit , alias fe pracipitavit e te (lo , ne
dominum fio- macbantem diutius audirct , aliui nc reduceretur e fu- ga , ferrum
adegit in vifcera. Non putas virtuttm bcc effefturam , quod effecit ni mi a
formido ? Chi non ve- de da quelle parole , aver voluto Seneca , che fe la
pazzia tanto vale appretto gli uomini, che gl’ indu- ce talvolta ad ammazzarti,
molto più dee valere a far lo fletto la virtù ? Come dunque dice il P. An-
faldi , che gli Stoici non intefero virtù niuna nell’ ammazzarti ? E come per
provarlo adduce parole ta- li di Seneca , che moftrano tutto il contrario ? Co-
me atterifee nello fletto paragrafo LXXXVIt. , che non furono gli Stoici così
pazzi , che volettero uc- ciderti per virtù ? Quali non fottero flati ancor più
pazzi volendoti uccidere per pazzia. E che accade- va , che S. Agoftino tanto
fi affaticaffe per moftras loro , che era irragionevol cofa 1’ ucciderli , fe
non 1’ aveffero avuto eflì per ragionevole ? Legganfi le parole flette di S.
Agoftino , che il P. Antaldi ha meglio traferitte , che intefe , nel paragrafo
XCIV; nelle quali parole molto fottilmente argomenta quel gran Maeftro contro
gli Stoici, dimoftrando loro, che il dar morte a fe fletto è un contravvenire
alla pazienza; il che farebbe flato vano , fe aveffero ef- fi voluto , che 1’
uomo dovette dar morte a fe ftef- Yyz fo Digitized by Googl 355 Discorso fo per
impazienza . Ma tra quante autorità re reca fa quello prepofito il P. Anfaldi ,
n’ ha egli pur’ u- na , la qual moliti aver’ infognato gli Stoici , ehe-i 1’
uomo dovclfe ucciderli per furore) e non più fo- llo fol quando vi folle
indotto da ragione ? Veg« ganfi le autorità molte , che egli efpone nel para-
grafo LXXXVIII . La prima è di Seneca , il quale conforta 1’ uomo, fe non gli
piace la vita, ad ufeir- ne , avviandolo, che ciò è conforme all’ eterna legge
N il melius aterna lex fecit , quatti quoti unum introitum nobis ad vitam dedìt
, exitus multos: e con- chiude: Placet ì Pive. New placet? Licct eo reverti ,
unde venijli . Vuol, che 1’ uomo per uccidcrfi fac- cia prima i fuoi conti , ed
abbia riguardo all’ eter- na legge , e affinché uccidali fenza fciupolo , 1’
av- vifa, che è cofa lecita. La feconda autorità è del Tragico, il qual dice:
Vbique mori ijl ; cpttme hoc cavit Deus. Eripcre vitam nemo non bomìni potejl )
at nono mcrtem. Diceli egli qui, che debba 1’ uomo ucciderli per furore ? Che
anzi pare , che Dio ftcfTo ve lo inviti, avendogliene preparate tante comodi-
tà ■ La terza autorità è di Oiazio là dove induce-» un’ ucm dabbene, che
parlando al tiranno, gli di- ce : fe tu mi nojerai troppo ; ed io me n’ andrò;
e vuol dire: mi morto. Jpfe Deus , Jimul atque vo- lani , tue folvtt . Opinor .
Hoc Jentit: inoliar. Spera-, che Dio Aedo ve 1* aiuterà; tanto crede, ucciden-
doli , di feguir la ragione , non il furore . Io lafcio le altre autorità del
P. Anfaldi per non effere trop- po Terzo, 357 po fungo; e già fono tutte d’ un
modo , argomen- tando egli Tempre, che, poiché gli Stoici talvolta imponevano
all’ uomo di ucciderli per ufcirdei tra- vagli, gl’ imponeffero 1’ impeto, e il
furore; quali che il voler’ ufeir dei travagli lìa Tempre un furore, nè polla
farli arche talora con virtù. E qual Filofofo diede mai un precetto , che
dovefle olfcrvarfi per impeto? Poiché dovendofi feguir 1’ impeto, inutile è il
precetto. Nè importa efaminar qui ora, come fa il P. Anfaldi in tanti de’ fuoi
paragrafi , fe do- velTer gli Stoici imporre quel lor precetto , nè quan- to
foffe difficile 1’ efeguirlo ; perciocché qui non li cerca , fe imponendolo ,
s’ ingannaffero ; li cerca , fe 1’ imponelfero. Qual cofa era meno da imporre,
e meno ancor da efeguirfi , che fveller dall’ animo, e tutte quante eftirpar le
pallioni ? Pur chi nega , che gli Stoici 1’ ordinalfero ? 1 quali ben poterono
Umilmente ordinare, che 1’ uomo deffe morte a fe Ite fio, non già per qualunque
cagione, nè per qua- lunque modo, ma folamcnte quando il tempo, e il loco , e
le circoftanze tutte, fecondo lui , il chic- delTero , e la ragion noi
vietaffe. E già parmi di aver difeso abballanza le due^* cofe , che fole circa
il dar morte a fe ItefTo io avea dette contra il Signor di Maupertuis; ma il P.
An- faldi mi riprende ancor di quelle, che non ho det- to . Veggiamone alcuna
brevemente. Nel paragrafo LXKKV1I. fa una ben lunga , e affai (tediata argo-
mentazione , coachiudendo poi alla pagina 210., che Digitized by Google 358
Discorso che farebbe obbligo mio di dimoftrare , o che ai Criftiani ancora fia lecito
di ammazzarli , o che deb* ba efler lecito folo agli Stoici . Quando ho io det-
to mai , che 1’ amraazzarfi Ila lecito a veruno; si che io debba diftribuire
quella licenza, fecondo che piace al P. Anfaldi ? E già quanto a’ Criftiani non
s’ è egli convenuto tra il Signor di Maupertuis e me , che ad eftì non fi
convenga 1* aramazzarfi in verun modo? Quanto agli altri, qual cofa ho det- to
io , e qual quò dirli, perchè, fra tutti, a’ foli Stoici debba effere conceduto
di ammazzarli ? A’ quali tanto meno quella conceflion fi conviene, che agli
altri, quanto che erti, credendo, che i trava- gli della vita prefente non
fieno mali , hanno men ragione degli altri di voler* ufeirne . Nel paragrafo
XLIV. mi fa dono il P. Anfaldi di un’ argomento , che egli fi ha formato a modo
fuo , col qual dice , che io potrò dimoftrare, fe voglio, che la ragion-
naturale ritrae 1* uomo dall’ ammazzarli . Poi nel paragrafo feguente
ripigliali il dono fuo , diftruggen- do l’argomento prdlatomi, e conchiudendo,
che la ragion naturale non ha argomento niuno , per cui pofla trattenere un’
uomo, il qual fia infeliciffimo , dal dar morte a fe fteffò . Che fe tra gl’
infeudili- mi, che furono al tempo dei Greci, e dei Romani, alcuno fe ne
trattenne; noi fece già egli per qual- che naturai ragione, ma per certa
rivelazione , che ebbe Adamo. E quindi fdegnandofi contra la natu- rai ragione
chiude il paragrafo con quelle parole : Jìpr *- Terzo. 359 fi pràtceptum igitur
de non perpetranda autocbeiria ipfi • met Gentile s Religioni aJJ'erebant , qui
t nofirorum efi fiducia illud tribuere rationi ? Che è , come ft* uno diceffe :
la Religione vieta il furto ; che ar- dimento è dunque quello di volere , che
la ra- gion naturale lo vieti ancor’ efla ? Ora rifpondendo dico, che molto
ringrazio Anfaldi dell* argomento predatomi , quantunque non ne avef- fi gran
bifogno; e più lo ringrazio, che, ripiglian» dofclo, me n’ abbia però lafciata
la miglior parte. Perchè fe egli in ultimo folamente nega, che la ra- gion
naturale trattener pofTa gl’ infelicidimi dall’ uc- ciderli ; lafcia dunque,
che polfa trattenere i meno infelici . Quelli dunque fi falveranno , nè
dovranno ucciderfi tutti gli uomini; che è quello, che io vo- lea . Che
argomentazione è poi quella del paragra- fo LXXXVIII. , dove il P. Anfaldi alla
pagina 213. vuole, che fe Catone, fecondo me , fi ammazzò per virtù, debba
elferlì ammazzato per virtù ancor Caf- lio, ancor Bruto, ancor Marco Antonio ancor Dolabella, ancor Mitridate, ancora
Ircano, ancor To- lomeo. Io afpettava , che in quello numero mettef- fe ancor
Giuda. Ma chi dice a lui, che fodero que- ll. tutti Stoici , come Catone ? Chi
dice a lui , che, effendo Stoici, avelfero tutti la della virtù? Chi di- ce a
lui , che la efercit. Jtcut bona bcnejla , qu Non m’ incolpate dun- que così
facilmente , e leggete un poco meglio i libri , che voi volete incolpare . Così
farete più de- gno di quella efeufazione , di cui confdTate aver bifogno . E
già delle cofe appartenenti ai premi propelli alle cnctìe azioni abbiamo detto
abbalìanza . Dicia- tto™. ir. A a a m® Digitized by Google 370 Discorso Diciamo
ora dell’ onefìà fìeffa ; circa la quale feb* bene è difficile, fegucndo il F.
Anfaldi , di effer breve , e tener qualche ordine , mi sforzerò tutta» via di
far 1* uno, e 1’ altro. Perchè però giova af- fai volte premettere alcune cofe
per effer più bre- ve , e p ù ordinato nell’ altre , non vi difpiaccia ,
Lettore umanismo, eh’ io mandi innanzi alcuni av- vertimenti , che credo eflere
necefTarj. E primamen- te è da fveller dall’ animo un’ opinione, che po- trebbe
effervi fiata introdotta dal volgo , e confer- mata dal libro fleffo del P.
Anfaldi . Perchè quel dir Tempre : l’ -oneflà degli Stoici ; e così fempre^
chiamarla , può far credere a taluno , che gli Stoi- ci s’ aveffer formata un’
oneflà loro propria, e par- ticolare , e niente comune agli altri uomini, così
che le quiftioni , che di ella fi fanno, appartengano agli Stoici folamente; il
che è falfo . Perciocché gl» Stoici non ebbero niuna oneflà loro propria, ma
quella feguirono , che era comune , anche agli altri Filofofi , anzi pure a
tutti gli uomini ; e in ciò Co- lo fi difìinguevan dagli altri , che dove gli
altri , quantunque feguiffero 1* oneflà, e a tutte le cofe l’ anteponeffero ,
non credevan però , che ella fola fof- fe ballante a rendergli felici ; gli
Stoici fel crede- vano . E' dunque 1’ oneflà degli Stoici non una o- nefìà
propria di loro , ma quella comune , che ri- fplende a tutte le menti ,
moftrandofi col fuo chia- ro lume all’ intelletto , e dolcemente invitando la
volontà . E perchè è beoe Capere , che cofa ella fia, e in e in che conGfta ,
affinchè quello , che fon per di- re, s’ intenda più facilmente, la
dichiareremo a que- llo modo. L’ oneflà altro non è , che una ferie di
propofizioni , le quali fi offrono naturalmente all’ animo, e come macflre e
fignore gli rooflrano e pre- fcrivono le cofe , che egli dee voler fare. Di
tali propofizioni n’ ha alcune , che vengono innanzi da fe , e voglion’ effer
tenute per vere, fenza avcrbi- fogno di argomentazion niuna; e quelle poffon
dirli principi , ovvero affiomi dell’ oneflà , come quella farebbe : bifogna
far bene al compagno , fe fa me- flieri , e fe fi può . N’ ha poi dell’ altre ,
che non vengono all’animo , fe non vi fono introdotte , e per così dire
raccomandate da qualche argomenta- zione dedotta da’ principi medefimi , la
qual faccia una chiara teflimonianza della lor verità . E quelle fono parte
evidenti, ed altre folamente probabili. Così la forma dell’ oneflà fi contien
tutta in certe propofizioni, le quali feguendofi l’ una l’altra, e quafi
tenendoli per mano, formano quel bell’ ordi- ne eterno ed immutabile , a cui
conformandoli gli uomini fi rendono eccellenti , e quanto la natura-, loro comporta,
perfetti e divini. Quello è quel bell* ordine, il quale chi levalfe dal Mondo ,
leverebbe ogni virtù, ogni amicizia, ogni focietà. Quello, che i Filofofi hanno
fempre riguardato, come il p'ù ra- ro e fingolar teforo , che la natura abbia
fcoperto agli uomini , fenza il quale poco cftimerebbono 1’ effer nati. Quello,
che è fempre flato amico di Re- A a a 2 ligio- 37* Discorso lig.one , la quale
non gli ha mai contraddetto ; e fe ha voluto federi! fopra di lui in più
illuftre ed alto luogo, non 1’ ha però deprezzato, ed ha vo- luto elfergli
preferita, non come a cofa vile ed ab- ietta , ma come a cofa nobiliffima, di
cui ella è an- cor più nobile . Così penfano generalmente i Filo- fofi di quel
bell’ ordine immutabile, in cui è polla 1’ oneflà . Veggiamo ora quello , che
ne dice il P. Anfal- di. Dice nel paragrafo LXXIII. che 1* oneftà tan- to
predicata dagli Stoici ( potea dire : da tutti i Fi- Iofofi ) , per fe fìefla ,
fe non ordina caftighi , e non minaccia , non può fervire di legge, nè
obbligargli uomini , nè ordinare la focietà. Ecco le fue paro- le , che
leggonlì alla pagina \6l. Sempiterna illa & immutabili! i predicata a
Stoici! , bonejlai metum na- turali ! legit oforibui iniiciebat nullum; ubi
nullui me- ta! e fi , nulla vìi legum ejl ; ubi nulla vii legum ejl t ordinata
focietai ejje non potejl . Ecco il bell’ onore, che egli fa all’ oneftà .
Leggali il paragrafo LIV. , il LX. il LXl V . Quanto difprezzo inducono dell*
oneftà , falvo fe non venga dal Cielo una qualche Religione , che prometta alcnn
premio a chi la fe- gue ! Nel paragrafo LXI. e nel feguenre con quan- ta pompa
fi efpone 1’ opinion di coloro , che la vir- tù , e 1’ innocenza , ove non
fieno premiate , han- no nel numero delle vanità ! Nel paragrafo LXXV. dice;
che 1’ immutabile e fempiterna oneflà , fe nien- te altro ci moftra , fe non fe
ftefla , e la padronan- za. Digitized by Gooslé Terzo. 373 za, e 1* autorità
Tua, lenza prometterci niuna mer- cede , non può produrre in noi , fe non odio
e pau- ra : imperituri certe , nifi benefaciendi potefiate tempere» tur^folum
parit odium metumque : così dice, parlan- do dell’ oneftà , che egli non sò
inqualfenfo, chia- ma idolo . E lo fteflo ripete nel paragrafo XCII. al- la
pagina 225. dicendo , che 1’ autorità, e 1’ impe- rio non poflon rendere 1 ’
oneftà , fe non odiofa . Di- ce nel paragrafo XCVI. che la virtù , quantunque
fia un bene grandiflirao , ceda però di effer bene,fe non le 0 aggiungano altri
doni, che pofi'an render- la lieta , e felice : fi beata tamen effe demum non
pof- fit . . . amittit tane profedo rationem boni ; fecondo la qual dottrina
bifognerà dire , che la virtù non Ga_^ per fe della un bene , e folo debba
apprezzai per quei piaceri, che le fi aggiungono. Nel paragrafo XCVIII. dice,
che cadono in manifefta contraddi- zione tutti quelli , i quali infegnano , che
la virtù , e 1’ oneftà dovrebbono amarli per loro ftelfe , quand’ anche
mancafle loro la retribuzione: qui revera vir- tutem & boneflatem propter
fe amandas , etiamfi nullut effet refributor Deut, cum Stoicir & Zanotto
docent , ipfi fibi apertijfìme contradicere videntur . Nel paragra- fo LVIII.
pur vuole , che fia 1 * oneftà per fe fteffa, ove non rechi alcun premio, da
deprezzarli ; enei LXXX. la difprezza , come cofa creata ; quali do- velTero
difprezzarfi le cofe , che Dio creò, e ino- ltrò egli ftelfo di non deprezzare,
creandole. Alle quali cofe, quantunque o fieno manifefta- men- D i s c o * s o mente falfe , o bifogno
abbiano di troppo lungi e* fplicazicne per parer vere, pure è da rifpondere pet
onore dell’ onellà ; onde apparilca aver potuto i Fi» lofofi trar da efi'a
regole per ben condurli, feguen» dola per lo merito e dignità Tua , come io
dilli nel mio Ragionamento contro il Signor di Maupertuis, parlando degli
Stoici ; e lo lìdio potea dirli parlan- do anche degli altri Filofofì.
Perciocché qual fu di loro , fe gli Epicurei fc ne traggano, il qual non-,
volelfe , che la virtù dovefle efler feguita per la dignità e merito luo ? Gli
Stoici per quello foto; gli altri e per quello, e per quel premio, che ne fpe»
ravano. E perchè parmi, che le cofe ragionate dal P. Anfaldi intorno a tal
materia poffano comoda- mente ridurfi a tre capi , io ridurrò pure ai raedeli-
mi la mia rifpolla , fpiegando prima , come la na- turale onellà obblighi per
fe lìcffa 1’ uomo , e però abbia forza di legge; poi come poffa dirfi creata,
avendola così detta il P. Anfaldi; poi fe lia degna foltanto d’ odio, e d’
avverinone . Detto che avrò brevemente di quelle tre cofe , porrò fine al mio
difeorfo . E cominciando dalla prima io dico , che quel- li , i quali dubitano
, fe I’ onellà naturale induca per fe lìeffa obbligazione negli uomini , poco
inten- dono la quilìione , che fanno. Perchè fe negaflfero darli 1’ onellà
lìclTa , meglio fi comprendeva quel , che dicono; ma concedendo, che dia fi 1’
onellà, e fufììlìano quelle propofizioni , che la formano , il di- man- T e * z
o; 375 mandare) fe ella induca obbligazione) onde P uo- mo debba crederli
tenuto a feguirla , è una diman- da j che non può comprenderli in niun modo.
Im- perocché non contienli ella 1’ oneftà in quelle prò- pofizioni , che fopra
abbiamo detto , e che fi ten- gon per vere , ed alferifcono dover 1* uomo
opera- re la tale ) o la tale azione ? Or chi potrebbe te- ner per vera una
propofizione , la quale afferifco lui dover far la tal cofa , e dubitare nello
fteflo tempo , fe fia tenuto di farla ? Chi potrebbe dubi- tare) fe debba
mantener la fede al compagno, a- vendo per vera una propofizione, la qual dice:
la fede dee mantenerfi ? Non farebbe egli , corno fe uno , tenendo per veri i
principi dell’ ari- tmetica , pur dubitale, fe folfe obbligato di ac- confentir
loro? Perchè io credo clfere tan^o chia- ro , che 1* oneftà per fe flefla
induca obbligazione negli uomini , che non folo il negarlo , ma parmi effere
un’ affurdo anche il quiftionarne . Per la qual cofa niente mi meraviglio, fe
avendo il P. Anfaldi nel paragrafo LXXI1I. levato all’ oncflà P autorità di
obbligar gli uomini , quali pentito gliel’ ha poi rellituita nel paragrafo
LXXVII1 , e per difeorrer men male ha avuto bifogno di contraddirli . Non
confclfa egli nel fopradetto paragrafo LXXV 1II. al- la pagina 176., che quand’
anche mancalle all’ one- ftà ogni premio , pur dovrebbe 1* uomo , inquanto è
ragionevole r feguirla per lo merito , e dignità fua? E quello che altro è fe
non dire , che P oneftà in- duca Digitized by Google 37*5 Discorso duca
obbligazion per fe fletta , e che pet fe fletta abbia forza di legge ? E s’ è
cosi , perchè non po- trà dirfi , che i Filofofi , e s* a Dio piace , anche gli
Stoici , abbiano tratte da. efla regole per ben con- dui fi ? Perchè non potrà
di fi , che cffa molto va- glia a ftabilirc cd ordinare la focietà ? Nè mi fi
di- ca (ciò che dice troppo fpeflb il P. Anfaldi) che gli uomini s’ inducono
dai preroj , e dalle pene; poi- ché il premio e la pena non fanno 1’
obbligazione, ma la fuppongono ; ne fi caligherebbe il colpevo- le, che non
vuol feguir 1* onePà , fe non folfe già obbligato di feguirla . Si propongono
dunque agli uomini i preroj e le pere . non acciocché debbano efler buoni, ma
acciocché vogliano eflfer buoni , co- me debbono . Veggiarao oramai , per qual
modo polfa dirfi creata 1* onefià ; il che dicendofi fenza altra fpiega- zione
, potrebbe apprettò molti sminuirne il decoro, e 1’ autorità , e far* animo a
coloro , che 1* hanno pofta tra le cofe vane ed inutili . Io voglio trattar
quello luogo f»«»igliarjnente , e fenza fottigliezze. Però dimando fubito al P.
Anfaldi, uomo di rara^ erudizione: fe fu creata l’oncflà, quando, in qual tempo
fu creata? Che certo faià antichittìma ; e dovea fenza dubbio eflerc prima di
Enea. Anzi, a- vendo Dio create le cofe ne* primi fei giorni del mondo, dovrà
aver creata 1* oneftà in alcun d’ ef- fi. In qual dunque? E faprei anche
volentieri, quan- do creafle la giuftizia , 1- fedeltà , la manfuetudine, e le
Digiiized by Gooole T e s z o . 377 c le altre virtù ; le quali fentendo , che
fu creata P oneflà , vorranno bene elfeie fiate create ancor effe . E Umilmente
faprei volentieri, prima che la virtù folle creata , quali farebbero fiate da
dirli in quel tempo le azioni ; perchè nè virtuofe efler po- tevano , non
effendo ancor creata la virtù ; nè ree pure, non potendo elfere virtuofe. Ma
lafciamo quelle interrogazioni , nelle quali parrà forfè ad al- cuno , che io
abbia voglia di fcherzare. Rngioniara dunque alquanto più fedamente, e
raccogliamo o- gni cofa in breve. Altro è 1’ onefià univerfale cd aftratta , la
qual confitte in quegli aflìomi, e in quel- le propolìzioni , che fopra abbiam
dichiarate; altro è 1 * onefià particolare e propria di ciafcuno, che chiamerei
più volentieri virtù , la quale è polla in un abito, che l’ uom contrae in fe
fteflo, conformando le azioni fuc all’ onefià univerfale. Quanto dunque
all’one- Uà univerfale, qual Filofofo fu mai , che non 1* averte per eterna ,
immutabile , neceflaria ? Il P. Anfaldi egli fteflo così la chiama in molti
luoghi . E fe diceli eterna , fe im- mutabile , fe neceflaria , come poi potrebbe
dirli creata ? Chi difle mai create le elfenze delle co fe ? E ciò perchè ?
Perchè fi llimano eterne , immutabili , neceflarie. Se dunque non fon create le
eflenze , perchè farà creata P oneflà ? E fe niun crede , ef- fere Hate creare
le propolìzioni , che formano la Geometria, P Arimtnetica, 1’ Algebra; perchè
vor- remo noi , che fieno fiate create quelle , che for- mano P oneflà ? Nè
vale il dire , che ciò porto , Tom. 1K B b b fa- Digitized by Googl I 3 7$
Discorso farebbono fuor di Dio alcune cole non create; che anzi per quello
appunto , che non fon create , dee dirli, che non fon fuori di Dio, ma fono in
Dio, e fono Dio Aedo, in cui tutte le verità, elfenze , e forme per
maravigliofo inefplicabil modo fi uni- feono infierire e fi raccolgono, coflituendo
quel pu« rifilalo , e fempliciflìmo eflere principio d’ ogni vir- tù , c fonte
d’ ogni bene . E fin qui fia detto deli’ univerfale onefià . Quanto alla
particolare , che pro- priamente chiamali virtù, ed è una qualità , ovvero un’
abito , che fopravvienc all’ animo per 1’ eferci- zio di molti atti virtuofi ,
potrà ella bensì in certo modo, e fecondo 1* ufo del parlar popolare comu- ne
dirli creata, ma fe lafceremo parlare ai Filofofi, fecondo la proprietà de’
loro termini, nong’à. Im- perocché creato fi dice non tutto quello, che dal non
clfere fi riduce all’ eflere , ma quello folo che fi riduce all’ efiere fenza
efier tratto da verun fog» getto, che fofle prima di lui. Altrimenti chi trat-
tando la cera , e volgendola, la fa rotonda, direb- befi , che crea la
rotondità , poiché riduce quella^ rotondità che egli fa , dal non eflere all’
elfere; pur non fi dice , che la crei , ma la produca , percioc- ché la trae
dal foggetto che è la cera , fenza cui non potrebbe egli produrla . E lo fiefib
vuol dirli dì tutte le affezioni, e qualità, e modi, che fecondo i Filofofi non
fi creano , ma rifultano nei foggetti per una produzione d’ un* altro genere.
Ora fe co- si è , chi dirà , che la virtù , la quale fopravvienc all’ Digitized
by Goo dimenticar di quello un’ altro torto maggiore, che pur le fa .
Perciocché qual torto maggiore potea farli all* onertà, che il dire, che ella,
in quanto a fe , fe non promette alcun premio , non può produrre ne- gli animi
umani altro che odio ed avverlione ? Co- me fe , priva in fe flelfa d’ ogni
bellezza , dovette per via di prezzo procacciarli amori non meritati . Ma che
trova egli il P. Anfaldi di odiofo , di fpia- cevole nell’ onertà ? La quale fe
fi para dinanzi a- gli uomini con autorità, e con imperio , comandan- do loro,
che l’amino; chi farà così fiero, così bar- baro, così inumano, che voglia
odiarla per quello, B b b i per- 3S0 Discorso perchè vorrebbe effere amata ?
Non è ella bellifGraa fopra ogni credere , c piena di perfezione e bon- tà ?
Non merita forfè d’ effere amata anche per que- llo , perchè lo chiede ?
Effendo il chiederlo in lei lo fletto j che il meritarlo . Che non è già , come
un tiranno , il qual vuol’ efler fervito fenza averne niun merito , imponendo
le cofe , che fi conofcon cattive) ingiufle, irragionevoli; ma ella niuna no
impone mai, che non paja buona, ragionevole, e giuda ; e fe tal non pareffe ,
ella non 1* imporreb- be ; così che -va Tempre d’ accordo con l’ intellet- to ,
non ordinando mai fe non quelle azioni , che egli fletto giudica belle, nobili,
magnifiche, eccel- lenti, divine, e degne di efl*er fatte. E porto ciò, come
potrebbe 1’ uomo avere in odio l’onefìà,che non diflente mai dal giudizio Tuo ?
Come abborrir quelle azioni , che ella preferive ed impone , fe e- gli fletto
le approva , e celebra , e lauda , e com- menda ? Ma dirà alcuno : fe 1’ oneftà
non difeorda mai dall’ intelletto , difeorda bene fpeffo dalle paf- fioni ;
onde nafce tumulto nell’ animo. Sia pur co- sì . Ma chi ne darà colpa a lei più
tetto, che alle paflìoni , alle quali non contratterebbe 1’ oneftà , fe effe a
lei non contrattartelo. Rimettiamone il giu- dicio all’ intelletto , che folo è
valevole a ben diftinguere la verità . E non giudica egli Tempre quelle cofe
efler buone, e da farli , che vengon pro- pofte dall’ oneftà; e quelle, che
contro effa fi pro- pongono dalle paffioai , efler malvagie ? Qual vizio- fo
Digitized by Go Tu z o. 581 fo fu mai , che non fi vergognale d’ avere abban-
donata la ragione per fervire alle paflìoni? Ma non fu mai virtuofo j che fi
vergognale di eflerlo. Quan- to sforzo fanno i malvagi , e quanto ingegno ado*
prano per colorire le loro azioni, ed abbellirle, c farle parere onefte , non
che agli altri , ma anche , fe potdfero, a lor medefimi? Con che fanno vede- re
, quanto fia bella agli occhi loro 1’ oneflà . O bellezza incomparabile, e
fomma , bellezza celefte veramente e divina, che innamori dite flefla ezian-
dio i più ritrofi , e fpargi 1’ animo di quei , che tì feguono , d’ un
puriflìmo, e foavillimo piacere, che non può da te allontanarli. Con quello tu
conforti gli uomini, e gli ricrei nelle avverlìtà . Con quello gli (limoli alle
belle imprefe. Con quello gli richia- mi dagl’ inviti ingannevoli delle
paflìoni . E può e- gli edere alcuno, che dica, che tu Ili per te ftefla odiofa
, e fpiacevole ? Se il P. Anfaldi 1 * ha detto in qualche luogo, egli certo ha
ripugnato alla natu* ra fua; e 1* avrà forfè detto per far difpetto agli Stoici
. Non ha egli anche detto nel paragrafo LXIV. , che naturai cofa è amar 1 *
oneflà? Non confeffa nel LXXVIH. , che 1 * uomo, inquanto è ragionevole, dee
feguirla per lei ftefla ? Non confelfa nel LXIII. , che per elfa 1’ uom vince
le paflìoni men forti , quantunque vincer non poffa ie fortiflìme? Ora co- me
potrebbe 1 * uom vincere veruna paflìone per a- more dell* oneflà, fe non la
araafle? Come potreb- be feguirla per lei ftefla , fe gli fofle odiofa ? E fe
Discorso gli fette odiofa, come farebbegh naturale 1’ amarla? E avendo il P.
Anfaldi cosi ben conofciuta la fo- vrana bellezza di quefla eterna ed
immutabile one- fìà , chi crederebbe, che ne aveflc poi parlato co- sì male in
tanti luoghi? Deh cancellategli, P. An- faldi, cotefli luoghi dal voflro libro,
levategli via, eflerminatcgli ; fate , che non ve ne redi pur l* ombra. Non ve
ne prego per amore degli Stoici; ve ne prego per amore dell’ oneflà fletta ,
che è comune a tutti gli uomini, e fo , che vi è cara. Io non fui mai Stoico a’
mici di; come ho dimoflra- to nel mio primo difeorfo , e come voi fletto po-
trete intendere , leggendo con un poco più di at- tenzione il Ragionamento ,
eh’ io fcrifli contro il Signor di Maupertuis ; molto meno mi è mai pana- to
per 1’ animo di voler’ anteporre la Filofofia de- gli Stoici a quella de’
Criftiani . Ad ogni modo io non vorrei certo , per difpiacere a Seneca , e a
Ze- none , dir male dell’ onertà . E fe voi avete credu- to di doverne dir poco
bene per difendere quel vo- ftro Franeefe » ben potevate in quel luogo abbando-
nar’ il Franzefe , fenza afpettare , che egli abban- doni voi . Credete voi ,
che vedendofi egli da voi abbandonato in tanti altri luoghi , che io ho pur
notati nel fecondo difeorfo , vorrà poi feguirvi , o- vunque il chiamiate , e
prender lite con 1’ oneflà degli Stoici per piacervi ? Che bifogno n’ ha egli
per foftenere , che 1’ immortalità dell’ anima fi a», una verità ignota alla
ragione ? Che bifogno n’ ha per Terzo. 3^ per fofìenere e ciò, che dee intorno
all’ ammazzar fé medefimo , e ciò, che dice intorno ai premj, che debbonfi alla
virtù ? Per la qual cofa io mi fo- no grandemente maravigliato , che non
avendone necelfità niuna, abbiate voluto pigliacela control’ oneflà naturale,
ed oltre a ciò prendendo tanti sba- gli , quanti ne avete prefo, far credere
fuor d’ ogni propofito , eh’ io (la nimico di Religione , e non curante di Dio
. E vi confeflo , che per la dima grandillìma , che ho fempre avuta di voi ,
portando- vi amore, come a letterato uomo, fratello d’ un’ Oratore
eloquentifiimo , ho fentito un’ incredibil di- fpiacere di dover rifpondervi d’
una maniera affat- to contraria all’ indole mia , e al miocoftume. Dio buono !
come è polfibilc , che effondo voi d’ un’ ordine per virtù, e per dottrina
tanto chiaro , quant’ altro mai foffe , e foggiornando in una Città così
nobile, fìoritifCma d’ arti, e di lettere, non abbia- te avuto un’ amico , che
vi ammonifea ? Siete voi così abbandonato da tutti gli uomini ? Ma io che^/ far
poteva? Non doveva io rifpondere a tanto gra- ve accufazione ? Non dovea far
vedere , che un li- bro da me fcritto, e ufeito al pubblico , non è pun- to contrario
alla Religione ? Che non può parer ta- le a niun dotto uomo ? Che non può parer
tale a riuno ignorante ? Ed effondo pur tale a voi paru- to , vedete, a che mi
avete (fretto; vedete, a qual confeguenza avete voi fteffo voluto efporvi. Nè
ho lafciato però iifpondendovi , di aver riguardo, quan- to ho 384 Discorso to
ho potuto, alla gloria del voftro nome. Notivi ho levata la lode di fcrittor
predo, e copiofo,non quella di conofcitore di molte lingue , non quella di
erudito in ogni maniera di antichità; ho dimo- iato (blamente , che giudicando
d’ alcun mio libro, mancafte alla ragione, ed a voi fteffo . E quello an- cora
ho fatto con mio grandifiìmo rincrefcimento , nè ho creduto di poter tanto
difpiacere a voi , che non difpiacefli maggiormente a me medefimo . Vo- glia
Iddio , che fìa quella più toflo J’ ultima volta eh’ io ferivo , che mai
permettere , eh’ io fia mo- ledo a veruno ferivendo . FINE» _:T IHHI iv ' 1 i
i^\ i^H < | r \ BB '• Rgff HHH » %T\ ' V ^ ^L IH H -v| ' f J |H - • Vk \ ‘ B
ni 1 1Nome compiuto: Francesco Maria Zanotti. Grice: If he is listed as ‘F. M. Z. Cavazzoni’ it
should be under ‘C’! -- Keywords: forza viva. Refs.: H. P. Grice, “Zanotti and
me,” The Grice Papers, BANC MSS 90/135c, The Bancroft Library, The University
of California, Berkeley. Luigi
Speranza, “Francesco Maria e tutti i Cavazzoni,” Luigi Speranza, “Grice e Cavazzoni:
la forza viva,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
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