BECCARIA
Luigi Speranza -- Grice e Beccaria: la ragione
conversazionale e l’implicatura
conversazionale – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda --
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Milano).
Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice:
“I would call Beccaria a Griceian, but I’m not sure he would call me a
Beccarian!” Grice: “His
explicit, rather than implicated, Griceian ideology is in the opening chapter
on “Lo stilo conversazionale’ – he notes that the implicaturum ain’t a part of
the ‘sintassi’ of the ‘proposizione’ which is explicated – he adds that
‘senses’ should not be multiplied because your addressee may get YOUR sense,
but trust he will lose interest if you keep multiplying – “to the risk that he
won’t get your sense in the last place!” – Grice: “Like me, Beccaria was a
unitarian philosopher; his tract on ‘I piaceri’ is delightful, very pleasant
read!” – If Austin and us met on different grounds and pubs, Beccaria met at
the caffe, and he liked it – Italians, unfortunately, only know him for his
tract on guilt and punishment!” – Grice: “Most Italians don’t even consider Beccaria an Italian philosopher but
as a member of the Accademia dei Pigne, as part of the illuminismo Lombardo
--.” Grice: “The philosophical panorama or landscape of Italian philosophy is
much diverse than our Oxonian dialectic!” --
One of the most essential of Italian philosophersReferred to by H. P.
Grice in his explorations on moral versus legal right, studied in Parma and
Pavia and taught political economy in Milan. Here, he met Pietro and Alessandro
Verri and other Milanese intellectuals attempting to promote political,
economical, and judiciary reforms. His major work, Dei delitti e delle pene “On
Crimes and Punishments,” denounces the contemporary methods in the
administration of justice and the treatment f criminals. Beccaria argues that
the highest good is the greatest happiness shared by the greatest number of
people; hence, actions against the state are the most serious crimes. Crimes
against individuals and property are less serious, and crimes endangering
public harmony are the least serious. The purposes of punishment are deterrence
and the protection of society. However, the employment of torture to obtain
confessions is unjust and useless: it results in acquittal of the strong and
the ruthless and conviction of the weak and the innocent. Beccaria also rejects
the death penalty as a war of the state against the individual. He claims that
the duration and certainty of the punishment, not its intensity, most strongly
affect criminals. Beccaria was influenced by Montesquieu, Rousseau, and Condillac.
His major work was tr. into many languages and set guidelines for revising the
criminal and judicial systems of several European countries. Se dimostrerò non essere la pena di morte né utile,
né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.» (da Dei delitti e delle
pene) Cesare Beccaria Bonesana, marchese di Gualdrasco e di Villareggio (Milano),
giurista, filosofo, economista e letterato italiano considerato tra i massimi
esponenti dell'illuminismo italiano, figura di spicco della scuola
illuministica milanese. La sua opera principale, il trattato Dei delitti
e delle pene, in cui viene condotta un'analisi politica e giuridica contro la
pena di morte e la tortura sulla base del razionalismo e del pragmatismo di
stampo utilitarista, è tra i testi più influenti della storia del diritto
penale ed ispirò tra gli altri il codice penale voluto dal granduca Pietro
Leopoldo di Toscana. Nonno materno di Alessandro Manzoni, Cesare Beccaria
è considerato inoltre come uno dei padri fondatori della teoria classica del
diritto penale e della criminologia di scuola liberale. nacque a Milano
(allora appartenente all'impero asburgico), figlio di Giovanni Saverio di
Francesco e di Maria Visconti di Saliceto. Educato a Parma dai gesuiti e si
laureò in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pavia. Il padre aveva
sposato la Visconti in seconde nozze, dopo essere rimasto vedovo di Cecilia
Baldroni. Sposò Teresa Blasco contro la volontà del padre, che lo
costrinse a rinunciare ai diritti di primogenitura (mantenne però il titolo di
marchese); da questo matrimonio ebbe quattro figli: Giulia, Maria, nata con
gravi problemi neurologici e morta giovane, Giovanni Annibale nato e morto nel
1767 e Margherita anch'essa nata e morta nel 1772. Il padre lo cacciò
anche da casa dopo il matrimonio, così dovette essere ospitato da Pietro Verri,
che lo mantenne anche economicamente per un periodo. Teresa morì a causa
della sifilide o della tubercolosi. Beccaria, dopo appena 40 giorni di
vedovanza, firmò il contratto di matrimonio con Anna dei Conti Barnaba Barbò,
che sposò in seconde nozze ad appena 82 giorni dalla morte della prima moglie.
Da Anna Barbò ebbe un altro figlio, Giulio. l suo avvicinamento
all'Illuminismo avvenne dopo la lettura delle Lettere persiane di Montesquieu e
del “Contratto sociale” di Rousseau, grazie ai quali si entusiasmò per i
problemi filosofici e sociali ed entrò nel cenacolo di casa Verri, dove aveva
sede anche la redazione del Caffè, il più celebre giornale politico-letterario
del tempo, per il quale scrisse sporadicamente. Dopo la pubblicazione di
alcuni articoli di economia, nel 1764 diede alle stampe Dei delitti e delle
pene, capolavoro ispirato dalle discussioni in casa Verri del problema dello
stato deplorevole della giustizia penale. Inizialmente anonimo è un breve
scritto contro la tortura e la pena di morte che ebbe enorme fortuna in tutta
Europa e nel mondo e in particolare in Francia. Contro le posizioni di
Beccaria uscì, nel 1765 il testo Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti
e delle pene di Ferdinando Facchinei. Le polemiche che ne seguirono
contribuirono alla decisione di mettere il trattato di Beccaria all'Indice dei
libri proibiti nel 1766, a causa della distinzione tra peccato e reato. B.
viaggiò poi controvoglia fino a Parigi, e solo dietro l'insistenza dei fratelli
Verri e dei filosofi francesi desiderosi di conoscerlo. Fu accolto per breve
tempo nel circolo del barone d'Holbach. La sua giustificata gelosia per la
moglie lontana e il suo carattere ombroso e scostante, fecero sì che appena
possibile tornasse a Milano, lasciando solo il suo accompagnatore Alessandro
Verri a proseguire il viaggio verso l'Inghilterra. Il carattere riservato e
riluttante di B., tanto nelle vicende private quanto nelle pubbliche, ebbe nei
fratelli Verri, e soprattutto in Pietro, un fondamentale punto di appoggio e di
stimolo soprattutto quando iniziò ad interessarsi allo studio dell'economia.
Come Rousseau, B. è a tratti paranoico e aveva spesso sbalzi d'umore, la sua
personalità era abbastanza indolente e il carattere debole, poco brillante e
non portato alla vita sociale; ciò non gli impediva però di esprimere molto
bene i concetti che aveva in mente, soprattutto nei suoi saggi. Tornato a
Milano ottenne la cattedra di Scienze Camerali (economia politica), creata per
lui nelle scuole palatine di Milano e cominciò a progettare una grande opera
sulla convivenza umana, mai completata. Perego, L'Accademia dei Pugni. Da
sinistra a destra: Longo, Verri, Biffi, B., Lambertenghi, Verri, Visconti di
Saliceto Entrato nell'amministrazione austriaca, fu nominato membro del Supremo
Consiglio dell'Economia, carica che ricoprì per oltre vent'anni, contribuendo
alle riforme asburgiche sotto Maria Teresa e Giuseppe II. Fu criticato per
questo dagli amici (tra cui Verri), che gli rimproveravano di essere diventato
un burocrate. Gli studiosi, però, considerano questi giudizi ingiusti dal
momento che Cesare Beccaria si dedicò ad importanti riforme, che richiedevano
una notevole preparazione intellettuale, non solo amministrativa. Fra queste ci
fu la riforma delle misure dello stato milanese, intrapresa prima di quella del
sistema metrico decimale francese, e a cui B., insieme al fratello Annibale,
dedicò quasi vent'anni della sua vita. (La riforma, notevolmente complessa,
coinvolse alla fine solo il braccio milanese. La successiva riforma dei pesi
non fu mai realizzata.) Il suo rapporto con la figlia Giulia, futura
madre di Manzoni, è conflittuale per gran parte della sua vita; ella era stata
messa in collegio (nonostante B. avesse spesso deprecato i collegi religiosi)
subito dopo la morte della madre e lì dimenticata per quasi sei anni: suo padre
non volle più sapere niente di lei per molto tempo e non la considerò mai sua
figlia, bensì il frutto di una relazione extraconiugale delle numerose che la
moglie aveva avuto. B. non si sentiva adeguato al ruolo di padre, inoltre negò
l'eredità materna alla figlia, avendo contratto dei debiti: ciò gli diede la
fama di irriducibile avarizia. Giulia uscì dal collegio, frequentando poi gli
ambienti illuministi e libertini. La diede in sposa al conte Manzoni, più
vecchio di vent'anni di lei: il nipote Alessandro nacque, ma pare fosse in
realtà il figlio di Verri, fratello minore di Pietro e Alessandro, e amante di
Giulia. Prima della morte del padre, Giulia abbandona il marito per andare a
vivere a Parigi insieme al conte Imbonati, rompendo i rapporti definitivamente
col padre, e temporaneamente anche con
il figlio. B. muore a Milano a causa di un ictus e trovò sepoltura nel
Cimitero della Mojazza, fuori Porta Comasina, in una sepoltura popolare (dove è
sepolto anche Parini) anziché nella tomba di famiglia. Quando tutti i resti
vennero traslati nel cimitero monumentale di Milano, un secolo dopo, si perse
traccia della tomba del grande giurista. Pietro Verri, con una riflessione
valida ancora oggi, deplorò nei suoi scritti il fatto che i milanesi non
avessero onorato abbastanza il nome di B., né da vivo né da morto, che tanta
gloria aveva portato alla città. Ai funerali di B. è presente anche il nipote
Manzoni (che riprende molte delle riflessioni del nonno e di Verri nella Storia
della colonna infame e nel suo capolavoro, I promessi sposi), nonché il figlio
superstite ed erede, Giulio. B. è influenzato dalla lettura di Locke,
Helvetius, Rousseau e, come gran parte degli illuministi milanesi, dal sensismo
di Condillac. Fu influenzato anche dagli enciclopedisti, in particolare da
Voltaire e Diderot. Partendo dalla classica teoria contrattualistica del
diritto, derivata in parte dalla formulazione datane da Rousseau, che
sostanzialmente fonda la società su un contratto sociale (nell'omonima opera)
teso a salvaguardare i diritti degli individui e a garantire in questo modo
l'ordine, B. definì in pratica il delitto in maniera laica come una violazione
del contratto, e non come offesa alla legge divina, che appartiene alla
coscienza della persona e non alla sfera pubblica. La società nel suo complesso
godeva pertanto di un diritto di autodifesa, da esercitare in misura
proporzionata al delitto commesso (principio del proporzionalismo della pena) e
secondo il principio contrattualistico per cui nessun uomo può disporre della
vita di un altro (Rousseau non considerava moralmente lecito nemmeno il
suicidio, in quanto non l'uomo, ma la natura, nella visione del ginevrino,
aveva potere sulla propria vita, e quindi tale diritto non poteva certamente
andare allo Stato, che comunque avrebbe violato un diritto
individuale). Il punto di vista illuministico del Beccaria si concentra in
frasi come «Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni
eventi l'uomo cessi di essere persona e diventi cosa». Ribadisce come è
necessario neutralizzare l'«inutile prodigalità di supplizi» ampiamente diffusi
nella società del suo tempo. La tesi umanitaria, messa in risalto da Voltaire,
è parzialmente da lui accantonata, in quanto Beccaria vuole dimostrare
pragmaticamente l'inutilità della tortura e della pena di morte, più che la
loro ingiustizia. Egli è infatti consapevole che i legislatori sono mossi più
dall'utile pratico di una legge, che da principi assoluti, di ordine religioso
o filosofico. Beccaria afferma infatti che «se dimostrerò non essere la morte
né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità». Beccaria quindi si
inserisce nel filone utilitaristico: considera l'utile come movente e metro di
valutazione di ogni azione umana. Monumento a B., Grandi, Milano
L'ambito della sua dottrina è quello general-preventivo, nel quale si suppone
che l'uomo sia condizionabile in base alla promessa di un premio o di un
castigo e, nel contempo, si ritiene che sussista fra ogni cittadino e le
istituzioni una conflittualità più o meno latente. Sostiene la laicità dello
Stato. Adotta come metodo d'indagine quello analitico-deduttivo (tipico della
matematica) e per lui l'esperienza è da intendersi in termini fenomenici
(approccio sensista). La natura umana si svolge in una dimensione
edonistico-pulsionistica, ovvero sia i singoli, sia la moltitudine, agiscono
seguendo i loro sensi. In poche parole l'uomo è caratterizzato dall'edonismo.
Gli individui possono essere parago dei fluidi messi in movimento dalla
costante ricerca del piacere, intesa come fuga dal dolore. L'uomo però è una
macchina intelligente capace di razionalizzare le pulsioni, in modo da consentire
la vita in società; infatti certamente ogni uomo pretende di essere autonomo e
insindacabile nelle sue decisioni, ma si rende conto della convenienza della
vita sociale. Ma la conflittualità rimane e quindi bisogna impedire che il
cittadino venga sedotto dall'idea di infrangere la legge al fine di perseguire
il proprio utile a tutti i costi, pertanto il legislatore, da «abile
architetto», deve predisporre sanzioni e premi in funzione preventiva; è
necessario tenere sotto controllo i «fluidi», inibendo le pulsioni
antisociali. Tuttavia B. sostiene che la sanzione deve essere sì idonea e
sicura, a garantire la difesa sociale, ma al contempo mitigata e rispettosa
della persona umana. «Il fine delle pene non è di tormentare ed
affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso. Può egli
in un corpo politico, che, ben lungi di agire per passione, è il tranquillo
moderatore delle passioni particolari, può egli albergare questa inutile
crudeltà stromento del furore e del fanatismo o dei deboli tiranni? Le strida
di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già
consumate? Il fine dunque non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni
ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque
e quel metodo d'infliggerle deve esser prescelto che, serbata la proporzione,
farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la
meno tormentosa sul corpo del reo. Parmi un assurdo che le leggi, che sono
l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne
commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio,
ordinino un pubblico assassinio (Dei delitti e delle pene)
Illustrazione allegorica da Dei delitti e delle pene: la giustizia
personificata respinge il boia, con in mano una testa, e una spada. La pena di
morte, una guerra della nazione contro un cittadino, è inaccettabile perché il
bene della vita è indisponibile, quindi sottratto alla volontà del singolo e
dello Stato. Inoltre essa: non è un vero deterrente non è assolutamente
necessaria in tempo di pace Essa non svolge un'adeguata azione intimidatoria
poiché lo stesso criminale teme meno la morte di un ergastolo perpetuo o di una
miserabile schiavitù: si tratta di una sofferenza definitiva contro una
sofferenza ripetuta. Ai soggetti che assistono alla sua esecuzione, inoltre,
essa può apparire come uno spettacolo o suscitare compassione. Nel primo caso,
essa indurisce gli animi, rendendoli più inclini al delitto; nel secondo, non
rafforza il senso di obbligatorietà della legge e il senso di fiducia nelle
istituzioni. Questa condizione è assai più potente dell'idea della morte
e spaventa più chi la vede che chi la soffre; è quindi efficace ed
intimidatoria, benché tenue. In realtà così facendo viene sostituita alla morte
del corpo la morte dell'anima, il condannato viene annichilito interiormente.
Tuttavia non è la punizione fine a sé stessa l'obiettivo di B., ma egli
utilizza questo argomento dell'afflittività penale per convincere i governanti
e i giudici, in quanto il suo fine resta eminentemente rieducativo e
risarcitivo (il condannato non deve essere afflitto o torturato, ma deve
riparare il danno in maniera economico-politica, come previsto da una
concezione puramente utilitaristica e di giustizia anti-retributiva).
Beccaria ammette che il ricorso alla pena capitale sia necessario solo quando
l'eliminazione del singolo fosse il vero ed unico freno per distogliere gli
altri dal commettere delitti, come nel caso di chi fomenta tumulti e tensioni
sociali: ma questo caso non sarebbe applicabile se non verso un individuo molto
potente e solo in caso di una guerra civile. Tale motivazione fu usata, per
chiedere la condanna di Luigi XVI, da Maximilien de Robespierre, il quale era
inizialmente avverso alla pena capitale ma in seguito diede il via ad un uso
spropositato della pena di morte e poi al Terrore; comportamenti del tutto
inammissibili nel pensiero di Beccaria, che infatti prese le distanze, come
molti illuministi moderati, dalla Rivoluzione francese. La tortura,
“l'infame crociuolo della verità”, viene confutata da Beccaria con varie
argomentazioni: essa viola la presunzione di innocenza, dato che «un uomo
non può chiamarsi reo fino alla sentenza del giudice». consiste in
un'afflizione e pertanto è inaccettabile; se il delitto è certo porta alla pena
stabilita dalle leggi, se è incerto non si deve tormentare un possibile
innocente. non è operativa in quanto induce a false confessioni, poiché l'uomo,
stremato dal dolore, arriverà ad affermare falsità al fine di porre termine
alla sofferenza. è da rifiutarsi anche per motivi di umanità: l'innocente è
posto in condizioni peggiori del colpevole. non porta all'emenda del soggetto,
né lo purifica agli occhi della collettività. B. ammette razionalmente
l'afflizione della tortura nel caso di testimone reticente, cioè a chi durante
il processo si ostini a non rispondere alle domande; in questo caso la tortura
trova una sua giustificazione, ma egli preferisce comunque chiederne la totale
abolizione, in quanto l'argomento utilitario viene in questo caso sopraffatto
comunque da quello razionale (il fatto che è ingiusto applicare una pena
preventiva, sproporzionata e comunque violenta). Il carcere preventivo B.
mostra dubbi e raccomanda cautela nella custodia cautelare in attesa di
processo, attuata negli ordinamenti penali solitamente in casi di pericolo di
fuga, reiterazione o inquinamento delle prove, e alla sua epoca assolutamente
discrezionale e ingiusta. «Un errore non meno comune che contrario al fine
sociale, che è l'opinione della propria sicurezza, è il lasciare arbitro il
magistrato esecutore delle leggi, d'imprigionare un cittadino, di togliere la
libertà ad un nemico per frivoli pretesti, e il lasciare impunito un amico ad
onta degl'indizi più forti di reità. La prigionia è una pena che per necessità
deve, a differenza di ogni altra, precedere la dichiarazione del delitto; ma
questo carattere distintivo non le toglie l'altro essenziale, cioè che la sola
legge determini i casi, nei quali un uomo è degno di pena. La legge dunque
accennerà gli indizi di un delitto che meritano la custodia del reo, che lo
assoggettano ad un esame e ad una pena.» Può essere necessaria, ma
essendo comunque una pena contro un presunto innocente, come la tortura
(concezione garantista della giustizia), non deve essere attuata tramite
arbitrio di un magistrato o di un ufficiale di polizia. La carcerazione dopo
cattura e prima del processo è ammessibile solo quando ci sia, oltre ogni
dubbio la prova della pericolosità dell'imputato: «pubblica fama, la fuga, la
stragiudiciale confessione, quella d'un compagno del delitto, le minacce e la
costante inimicizia con l'offeso, il corpo del delitto, e simili indizi, sono
prove bastanti per catturare un cittadino. Ma queste prove devono stabilirsi
dalla legge e non dai giudici, i decreti de' quali sono sempre opposti alla
libertà politica, quando non sieno proposizioni particolari di una massima
generale esistente nel pubblico codice. Le prove dovranno essere quanto
più solide quanto la prigionia rischi di essere lunga o pesante: «A misura che
le pene saranno moderate, che sarà tolto lo squallore e la fame dalle carceri,
che la compassione e l'umanità penetreranno le porte ferrate e comanderanno
agli inesorabili ed induriti ministri della giustizia, le leggi potranno
contentarsi d'indizi sempre più deboli per catturare». Egli raccomanda
inoltre la piena riabilitazione per la carcerazione ingiusta: «Un uomo accusato
di un delitto, carcerato ed assoluto, non dovrebbe portar seco nota alcuna
d'infamia. Quanti romani accusati di gravissimi delitti, trovati poi innocenti,
furono dal popolo riveriti e di magistrature onorati! Ma per qual ragione è
così diverso ai tempi nostri l'esito di un innocente? perché sembra che nel
presente sistema criminale, secondo l'opinione degli uomini, prevalga l'idea
della forza e della prepotenza a quella della giustizia; si gettano confusi
nella stessa caverna gli accusati e i convinti; perché la prigione è piuttosto
un supplizio, che una custodia del reo, e perché la forza interna tutrice delle
leggi è separata dalla esterna difenditrice del trono e della nazione, quando
unite dovrebbono essere». Il carattere della sanzione Frontespizio
di Scritti e lettere inediti B.,
incisione da Dei delitti e delle pene Beccaria indica come la sanzione deve
possedere alcuni requisiti: la prontezza ovvero la vicinanza temporale
della pena al delitto l’infallibilità ovvero vi deve essere la certezza della
risposta sanzionatoria da parte delle autorità la proporzionalità con il reato
(difficile da realizzare ma auspicabile) la durata, che dev'essere adeguata la
pubblica esemplarità, infatti la destinataria della sanzione è la collettività,
che constata la non convenienza all'infrazione essere la «minima delle
possibili nelle date circostanze» Secondo Beccaria, per ottenere
un'approssimativa proporzionalità pena-delitto, bisogna tener conto: del
danno subito dalla collettività del vantaggio che comporta la commissione di
tale reato della tendenza dei cittadini a commettere tale reato Non dev'essere
comunque una violenza gratuita, ma dev'essere dettata dalle leggi, oltre a
possedere tutti i caratteri razionali citati, e sprovvista di personalismi e
sentimenti irrazionali di vendetta. La pena è oltretutto una extrema
ratio, infatti si dovrebbe evitare di ricorrere ad essa quando si hanno
efficaci strumenti di controllo sociale (non deve inoltre colpire le intenzioni
in maniera analoga al fatto compiuto: ad esempio, l'attentato fallito non è paragonabile
a uno riuscito). Per questi motivi è importante attuare degli espedienti di
“prevenzione indiretta”, come ad esempio: un sistema ordinato della
magistratura, la diffusione dell'istruzione nella società, il diritto premiale
(premiare la virtù del cittadino, anziché punire solo la colpa), una riforma
economico-sociale che migliori le condizioni di vita delle classi sociali
disagiate. Beccaria si dichiara inoltre sospettoso verso il sistema delatorio
(cosiddetta collaborazione di giustizia), da usare solo per prevenire delitti
importanti, in quanto incoraggia il tradimento e favorisce dei criminali rei
confessi dando loro l'impunità. Per quanto riguarda l'istituto premiale
nella pena già comminata, cioè le amnistie e la grazia, essi possono essere
usati ma con cautela: al condannato che si comporta in maniera esemplare
durante l'esecuzione della pena o in casi specifici, ma solo in caso di pene
pesanti, esse possono essere concesse; suggerisce però di limitare la
discrezionalità del governante e del giudice, poiché egli teme che lo strumento
della clemenza venga usato per favoritismi, come nell'Antico Regime, eliminando
anche pene lievi a persone che siano potenti o vicini politicamente o
umanamente al sovrano: «La clemenza è la virtú del legislatore e non dell'esecutor
delle leggi», scrive infatti. Pertanto il fine della sanzione non è
quello di affliggere, ma quello di impedire al reo di compiere altri delitti e
di intimidire gli altri dal compierne altri, fino a parlare di "dolcezza
della pena", in contrasto alla pena violenta: «Uno dei più gran
freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l'infallibilità di esse. La
certezza di un castigo, benché moderato farà sempre una maggiore impressione
che non il timore di un altro più terribile, unito con la speranza
dell'impunità; perché i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre
gli animi umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci tien luogo di
tutto, ne allontana sempre l'idea dei maggiori, massimamente quando l'impunità,
che l'avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza. L'atrocità
stessa della pena fa sì che si ardisca tanto più per schivarla, quanto è grande
il male a cui si va incontro; fa sì che si commettano più delitti, per fuggir
la pena di uno solo. I paesi e i tempi dei più atroci supplicii furon
sempre quelli delle più sanguinose ed inumane azioni, poiché il medesimo
spirito di ferocia che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del
parricida e del sicario. Perché una pena ottenga il suo effetto basta che il
male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di
male deve essere calcolata l'infallibilità della pena e la perdita del bene che
il delitto produrrebbe. Tutto il di più è dunque superfluo e perciò
tirannico.» Il diritto all'autodifesa: sul porto di armi Il pensiero di B.
sul porto di armi, che egli riteneva un utile strumento di deterrenza del
crimine, si riassume nelle seguenti citazioni.Falsa idea di utilità è quella
che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di
troppa conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e
l'acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che
proibiscono di portare armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i
non inclinati né determii delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter
violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come
rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili
ed impuni debbon essere le contravvenzioni, e l'esecuzione esatta delle quali
toglie la libertà personale, carissima all'uomo, carissima all'illuminato
legislatore, e sottopone gl'innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei?
Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli
assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la
confidenza nell'assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiamano leggi
non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione
di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl'inconvenienti
ed avantaggi di un decreto universale» Influenza Anche Foscolo rileverà
nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis che "le pene crescono coi
supplizi". L'opera ed il pensiero di Beccaria, inoltre,
influenzarono la codificazione del Granducato di Toscana, concretizzata nella
Riforma della legislazione criminale toscana, promulgata da Pietro Leopoldo
d'Asburgo, meglio conosciuta come "Codice leopoldino" col quale la
Toscana divenne il primo stato in Europa ad eliminare integralmente la pena di
morte e la tortura dal proprio sistema penale. Il filosofo utilitarista
Bentham ne riprenderà alcune idee. Le idee del B. stimolarono un dibattito
(si pensi alle critiche che Kant gli mosse nella sua Metafisica dei costumi)
ancora vivo e attuale oggi. Citazioni e riferimenti Monumento a
Cesare Beccaria, Milano. Venne realizzato un monumento a B., opera dello
scultore Marchesi, posto sulla scalinata richiniana del palazzo di Brera. Venne
inaugurato un secondo monumento in marmo a Milano (oggi piazza B.); a causa del
deterioramento, il monumento fu sostituito da una copia in bronzo. Gli è stato
dedicato un asteroide: 8935 B.. Il carcere minorile di Milano è a lui
intitolato. A lui è intitolato un prestigioso Liceo Classico milanese, il
Ginnasio Liceo Statale B.. A lui è dedicato uno dei 3 dipartimenti della
Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Milano. Altre saggi: “Del
disordine e de' rimedi delle monete a Milano”; “Del delitto e della pena” (Livorno,
Cortellini). Giovanni Claudio Molini); “Ricerche
intorno alla natura dello stile”; “Elementi di economia pubblica”; “Raccolte di
articoli I saggi di B. in «Il Caffè» Collana «Pantheon», Bollati Boringhieri). Due
volumi, Genealogia Dati tratti da genealogia settecentesca della famiglia
Beccaria con indicazione della discendenza di Cesare Beccaria”; “Simone «attese
a negozi con prosperità”; Gerolamo «tesoriere di vari luoghi pii, uomo di
molti trafici” Sposa Isabella Busnata di Giovanni Stefano. Galeazzo «I.C.
causidico nel civile». Francesco “cassiere generale del Banco
Sant'Ambrogio sino a morte ed agente del luogo Pio della Carità». Sposa Anna
Cremasca.Filippo «Successe al padre nel posto di cassiere suddetto, che poscia
rinunciò e si fece sacerdote». Anastasia«Monaca in Vigevano»
Giovanni «Alla morte di suo padre ebbe un'entrata di scuti 5000 con che la
trattò alla cavalleresca». Sposò Maddalena Bonesana figlia di Francesco
(«rimaritata nel conte Isidoro del Careto»). Francesco «Fece
aquisto de sudetti feudi di Gualdrasco e Villareggio nel vicariato di Settimo
per istrumento 3 marzo 1705 rogato dal notaio Benag.a. Creato marchese per
cesareo diploma». Sposò Francesca Paribelli di Nicolò da Sondrio nella
Valtellina. Giovanni Saverio Secondo marchese di Gualdrasco e di
Villareggio. Ereditò il cognome Bonesana del prozio Cesare Bonesana. Con
decreto, entrò a far parte del patriziato milanese. Sposa Cecilia Baldironi Maria
Visconti di Saliceto Cesare Terzo marchese di Gualdrasco e di Villareggio.
Sposò Teresa de Blasco Anna Barbò Giulia Sposò Manzoni. Anna
Maria Aloisia Giovanni Annibale Margherita Teresa Giulio Quarto
marchese di Gualdrasco e di Villareggio. Sposò Antonietta Curioni de Civati
Francesca Cecilia Cesare Antonio Maddalena Sposò Giulio Cesare Isimbardi Tozzi. Annibale
Sposò Marianna Vaccani Francesco Sposò Rosa Conti (vedova Fè). Carlo Sposò Rosa
Tronconi Giacomo Filippo Mariaabate
Carlo Teresamonaca Chiaramonaca Nicola Francesco Laureato
in legge, membro del collegio dei giurisperiti, fu anche giudice a Milano e a
Pavia. Giuseppe Marianna Ignazio Anna Maria Sposò
un Cattaneo «fisico» Gerolamo «Canonico ordinario del Duomo»
Angiola Sposò Alberto Priorino. Tendente al deismo Il nome di «marchese di Beccaria», usato
talvolta nella corrispondenza, si trova in molte fonti (tra cui l'Enciclopedia
Britannica) ma è errato: il titolo esatto era «marchese di Gualdrasco e di Villareggio»
(cfr. Maria G. Vitali, Cesare Beccaria. Progresso e discorsi di economia
politica, Paris, Philippe Audegean, Introduzione, in Lione) John Hostettler, Cesare Beccaria: The Genius
of 'On Crimes and Punishments', Hampshire, Waterside Press, Indicata come
"Ortensia" in Pompeo Litta, Visconti, in Famiglie celebri italiane.
Zorzi, B.. Dramma della Giustizia, Milano, Pirrotta, art. cit C. e M. Sambugar, D. Ermini, Salà, op, cit.. Emanuele Lugli, 'B. e la riduzione delle
misure lineari a Milano,' Nuova Informazione Bibliografica non riposa sul
Lario F.Venturi, Settecento riformatore,
Einaudi, Torino, Sambugar, Salà, Letteratura modulare, I Dei
delitti e delle pene, B., la scoperta della libertà, con Lucio Villari, Il
tempo e la storia, Rai Tre Dei delitti e delle pene, Dei delitti e delle
pene, Dei delitti e delle pene, Dei
delitti e delle pene, Delle grazie Dei
delitti e delle pene, capitolo 27 I.
Kant, La metafisica dei costumi, traduzione e note di G. Vidari, revisione di Merker,
Roma-Bari, Laterza, «Il marchese Beccaria, per un affettato sentimento
umanitario, sostiene la illegalità di ogni pena di morte: essa infatti non
potrebbe essere contenuta nel contratto civile originario, perché allora ogni
individuo del popolo avrebbe dovuto acconsentire a perdere la vita nel caso
ch'egli avesse a uccidere un altro (nel popolo); ora questo consenso sarebbe
impossibile perché nessuno può disporre della propria vita. Tutto ciò però non
è che sofisma e snaturamento del diritto».
Teatro genealogico delle famiglie nobili milanesi, su Hispanic Digital
Library. Felice Calvi, Il patriziato
milanese, Milano. Nella genealogia settecentesca è indicato un Nicolò
abbate. Verri, Scritti di argomento
familiare e autobiografico, G. Barbarisi, Roma, Franco Arese, Il Collegio dei
nobili Giureconsulti di Milano, in Archivio Storico Lombardo, B., Ricerche
intorno alla natura dello stile, Milano, Società tipografica de' classici
italiani, B., Scritti e lettere inediti, Milano, Hoepli, B. Opere, I, Firenze,
Sansoni, B., Opere, II, Firenze, Sansoni, Introduzione a Beccaria, Enza
Biagini, Roma-Bari,Laterza, Antoine-Marie Graziani, Fortune de B., Commentaire,
Dei delitti e delle pene Diritti umani Ergastolo Tortura Pena capitale Del
disordine e de' rimedi delle monete nello stato di Milano. Treccani Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
B. in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. B., in Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana,. B., su Enciclopedia Britannica, B., in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. B., su Find a
Grave. Opere di B., su Liber Liber. Opere di B. / B. (altra versione), su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di B.,. Audiolibri di B. su
LibriVox. Vita di C.Beccaria, su zam. V
D M Coterie holbachiana V D M Illuministi italiani Filosofia Letteratura Letteratura Categorie: Giuristi italiani
Filosofi italiani Economisti italiani Milano Milano Filosofi del diritto Illuministi
Utilitaristi FUTILITARISTA ITALIANO -- Letterati italiani Oppositori della pena
di morte Studiosi di diritto penale Criminologi italiani Storia del diritto Nobili
italiani Studenti dell'Università degli Studi di Pavia. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Beccaria," per Il
Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Delle idee espresse, e delle idee
semplicemente suggerite. Un altra osservazione non meno importante che generale
sarà intorno al diverso effetto che le idee accessorie pos sono produrre quando
siano espresse coi termini loro corrispondenti, o quando siano semplicemente
suggerite o destate nell' animo di chi legge o di chi ascolta. Espresse
nuocerebbero al fascio intero del le sensazioni; destate solamente lo giovano,
non solo perchè la picciola fatica che facciamo, e l'applauso interno del
nostro ritrovato ci rinfranca l'attenzione sul restante, ma molto più perchè è
legge della nostra sensibilità che tutt'altra forza abbiano le idee espresse e
le taciute, e tutt'altra attenzione esigono da noi quel le che queste. Ora le
attenzioni saranno tanto più lunghe o più frequenti, tanto più si nuocono tra
di loro, e scemano l'attenzione al tutto; mentre per lo contrario quei lampi,
rapidi e passeggieri di attenzione che balenano, in noi per tutte le idee
espresse, e confusa per il tutto e debolissima sarà la percezione deile parti,
o solamente ad alcune noi faremo idee accessorie e non espresse, accrescono
delle sensazioni senza nuocere all'attenzione ed all'energia del tutto. Abbiamo
semplicemente il numero dimostrato che la quantità d'impressione momentanea non
deve eccedere che tre o quattro sensazioni ordinarie, perchè per tante e non
più la mente umana è capace di una simultanea attenzione: la vivacità degli
oggetti presenti non le concedono una maggior ampiezza ed u na maggiore
comprensibilità. Nelle cose lette o ascoltate, in luogo della vivacità e della
realità che è nell'oggetto quando è presente, vi è la vivacità e la realità
della parola visibile o auditiva se noi dunque volessimo tutte le accessorie,
che si tacciono, esprimere, veremmo ad offendere quella legge determina e
limita la quantità d'impressioni simultanee, oltre la quale, o lo sforzo della
mente si porterà su destate che le attenzione, cioè solamente di alcune
l'immagine corrispondente alla parola si risveglierà nella mente, ed allora le
altre parole rimanendo insignificanti. Se dunque una parola racchiude nel suo
concetto molte e varie sensazioni, come 'spada', 'esercito', 'nave', ec. cosic
chè la mente dalla parola medesima non sia determinata a considerar più l'una
che l'altra delle sensazioni componenti 1 e terruzione al senso, e
distruggeranno l'effetto delle altre in vece di aumentarlo., faranno i n 43
suc, ma sibbene sia piuttosto sforzata a co nsiderarle tutte in una volta,
accaderà che condensando due o tre di queste parole intorno ad un'idea
principale, vi saranno non due o tre accessorie soltanto unite e destinate ad
aggiunger forza al la principale, ma invece un molto maggior numero, quante
saranno le sensazioni egualmente comprese sotto i nomi di 'spada', 'esercito',
'nave', ec.: tutte queste varie e numerose sensazioni non essendo più
immediatamente le une che le altre suggerite, tutte concorrono contemporaneamente
ad associarsi colla principale; onde l'effetto reale che ne cede si è, che la
fantasia nostra resta distratta é confusa. Per lo contrario, se invece de' nomi
'spada', 'esercito', 'nave', ec., si dicesse 'ferro', 'soldato', 'vele', e che
questi nomi si condensassero attorno ad un'idea principale per formarne un
senso, si osservi che le tre sole nozioni e precise sensazioni comprese nel
proprio significato delle tres uddette parole si quelle ogni sono che
immediatamente, e prima di altra, si risvegliano nella fantasia; saranno quelle
che immediatamente si uniranno colla principale. Ma per forza di onde
associazione non tra lascerà la parola di 'ferro' di suggerire rapidamente le
altre sensazioni comprese sotto la parola 'spada'; quella di 'soldato', quelle
di 'esercito'; quella di 'vele', quelle di 'navi'. Ma essendo priamente queste
sensazioni suggerite pro associate colle parole 'ferro', 'soldato', e 'vele',
ma con le idee che nuocere alla principale così facilmente. Ecco chiaramente
spiegato ciò st che io intendo per idee suggerite e per idee espresse, mentre
però tutta questa teoria sarà resa più evidente dopo che nel progresso io avrò
parlato de' nomi speciali ed appellativi, e de' traslati. sono. E de sta que
immediatamente risvegliano, non pos Le idee semplicemente suggerite non entrano
nella sintassi della proposizione, la quale regge senza di quelle: non sono non
SI. Accipite hanc animam, me que his exolvit e curis, quanta folla d'idee si
risveglia in chi legge quelle sole parole, in quella occasione dette, dulces
exuviae: la sintassi regge senza che si risveglino queste idee, onde la mente
non trovasi affaccendata a raccapezzare un senso complicato e in molte parti
diviso e coll'accennar sol tanto la spada di Enea sotto il nome di una spoglia,
cioè di una cosa da lui portata e da lui ricevuta in dono, quanto teneri e
contrastanti sentimenti non ci sentiamo fremere interiormente! Egli è
evidente che una medesima serie d'idee per intervalli di tempo più lunghi
occupa la mente se siano espresse, di quello che se siano taciute, per chè un
maggior tempo si consuma nella percezione della parola, per la durata della
quale si continua la presenza dell'idea corrispondente di quello che sia con
durevoli nella mente quanto le idee che eccitate sono dalle parole immediatamente,
quantunque come le altre, alla occasione di quelle, si risveglino; onde con
minore dispendio ditempo e di forzesi ottiene un più grande effetto. Quando VIRGILIO
fa dire à Didone: 'Dulces exuviae dum futa, Deusque sinebant, a rendere
più tarda e più lontana la connessione tra le idee principali, il che
renderebbe annoiante e faticoso il netto coucepimento del tutto, oppure essunto
nella rapida ed affollata successio ne d'imagini che per forza di associa zione
si eccitano reciprocamente. Tanto è ciò vero, che non sarà inutile il qui
osservare che molte espressioni non so no preferibili alle altre, se non
appunto perchè la sensazione auditiva o della parola è materialmente più dell'
altra. È più bella e più nobile pressione la parola cocchio della carrozza non
per es parola visibile breve l'azzardo capriccioso dell'esser meno comune ed
avilita pressione, giacchè tant'altre che nelle bocche di tutti sieno
continuamente; cio nonostante nè si rigettano, nè per meno belle son riputate,
ma soltanto perchè è parola più breve, e l'idea da un più rapido segno è
rappresentata; onde si ottiene lo stesso effetto con minore spesa di forza e
ditempo. Ora se le idee taciute fossero tutte espresse, noi verremmo mente
nostra dividerebbe in più tempi ciò che per l'unità dell'idea principale
dovrebbe essere rinchiuso in un solo; il che rendendo l'accessorio principale,
pro la durrebbe e confusione nella chiarezza, e noia nelle unioni diseguali e
sproporzionate d'idee fatte nella mente nostra. Tanto è vero che il tempo (che
altro nonè per noi che la successione delle idee degli esseri sensibili) è una
quantità alla quale non la scienza del moto solamente, ma le scienze tutte e le
belle ti e la politica debbono aver considerazione; perchè tutte le più fine e
le più sottili ed interiori, egualmente che le più complicate e più grossolane
ed esteriori operazioni dell'intelletto sotto l'inesorabile suo dominio si
fanno e si manifestano. Fra la moltitudine delle idee accesso rie che si
presentano, quali sceglieremo per essere espresse, quali serberemo per essere
semplicemente destate? In primo luogo, tramolte accessorie analoghe e
moltissimo simili fra di loro, e che si risvegliano reciprocamente ed
infallibilmente l'una l'altra, una sola sarà l'espressa, le altre taciute; perchè
se tutte fossero espresse, ciascheduna espressione replicando le idee di tutte
le altre, vi sarebbe superfluità e ridondanza che fastidio produrrebbe e
stanchezza, e d i spendio di tempo. La ripetizione delle idee accessorie non
produce lo stesso. In secondo luogo, tra la moltitudine delle idee accessorie
vi saranno, oltre le analoghe, quelle che sono più distanti, ciascheduna delle
quali avrà le sue rispettive simili ed associate: di queste ognu na apre la
mente ad una serie d'impressioni, e sono direi quasi capi -idee e c a pi-
pensieri; queste saranno le espresse, perchè non si destano reciprocamente,
ed effetto della ripetizione delle idee principali; queste si rinfrancano
come tali nella mente, e divengono perciò come un centro di luce che il tutto
riscalda e rischiara; quelle ripetute annebbiano e dissipano l'attenzione dalle
principali: per lo contrario, se una sola sia 1 espressa, le altre analoghe
semplicemente destate, la quantità d'idee ed'impressione rinchiusa in una sola
espressione diviene più grande, e per conseguenza più piacevole, restando
picciola la insipida sensazione dell'udito l'occhio, che abbiamo tempo
considerabile esige le idee e dell'immaginazione: così veniamo ad ottenere un
più grand'effetto in più breve tempo; problema è solo l'oggetto de'meccanici, ma
della morale e della politica, anzi di tutta la filosofia e del visto che un a
che non to spese del necessa è necessaria l'espressione per
eccitare, ossia perchè la mente possa percorrere tutte queste differenti
progressioni d'idee. Sarà dunque eccellente la combinazione di quelle
accessorie colla principale, in cui tutte le accessorie espresse siano ca
pi-pensieri, e non molto analoghi ed associati tradi loro, e moltissimo colla
principale per una delle tre indicate sorgenti per cui le idee vicende volmente
si legano. Una riflessione soggiungo intorno al l'effetto delle idee espresse e
taciute; cioè che tra una espressione e l'altra, per i limiti e la debolezza
de'sensi esterni, tanto per mezzo dell'occhio quanto per mezzo dell'udito,
corre un picciolo intervallo di tempo e, per così dire, di silenzio e di
riposo: se vi sono idee desta te e non espresse, queste come lampi di mente
riempiono questo vuoto senza stan chezza; ma se tutte sono espresse, si
moltiplicano i vuoti e non si riempiono; il che porta diminuzione di piacere e
stanchezza per l'aumentata fatica delle espressioni da leggersi o da
ascoltarsi. Quanto più grandi epiù forti saranno le idee accessorie espresse,
tanto più numerose pos ono essere le idee taciute, ma riamente destate da
quelle, perchè l'efficacia delle prime tende e rinforza l'attenzione che con
più rapidi voli slancia si ad abbracciare le idee non espresse senza
pregiudicare all'interesse del tutto, e perchè espressioni più grandi e più
forti fermano l'immaginazione di chi legge o d'ascolta, essendo manifesta legge
della mente nostra di trovarsi obbligata ad impiegar un tempo maggiore nella
considerazione delle idee a misura che sono più grandi e più forti: onde per
questo tempo necessario, per questa dimora, per così dire, della mente su di un
oggetto, quantunque egli medesimo per la forza é grandezza sua esiga tutto
questo tempo maggiore di attenzione, cio nonostante la mente, dall'impeto
concepito a percorrere una serie d'idee quasi trattenuta, più facilmente potrà
ricevere altre idee rapidamente risvegliate all'occasione di espressioni forti
ed energiche. Chi ben considera, e ritorna sulla esperienza dell'animo suo,
potrà facilmente scorgere che sempre che un grande ed interessante o ggetto
fermi il pensiero, e percuota improvvisamente l' immaginazione, questa dopo
considerato quell'oggetto, nell'atto che si riscuote e si risveglia dall' inten
sione nella quale trovavasi, per così dire, attuatae raccolta, non si abbandona
su bito all'ordinaria impressione delle cose che le stanno d'attorno, ma
sibbene de stasi in lei una moltitudine d'idee tutte relative non solo a quella
straordinaria impressione che l'ha percossa, ma ancoraa se stessa, ed alle
passioni dalle quali è dominata. È da ciò che i boschi, nei cupi e vari
ravvolgimenti dei quali erra il pensiero, che le solitudini antiche dei monti
ove signoreggia illimitata la natura, che la vista del mare che si allarga fra
mille nazioni, oggetti immensi e tanto occupanti l'attonita immaginazione, som
no ricercati da coloro che più amano di pascolare i loro pensieri, ed esercitar
l'animo liberamente e senza distrazioni dal la considerazione di se medesimi;
mentre coloro i quali odiano di rientrare in se stessi, e cercano fuggire in
certo modo e sottrarsi dal sincerissimo accusatore pensiero, si gettano nel
minuto e sempre u niforme vortice della vita comune, gli oggetti della quale
sono atti bensi a spin 51 ľ 1 gertato l'animo fuori di se stesso in un
continuo movimento, ma non a fermarlo, e renderlo attonito e pensieroso. Per lo
contrario, più picciole e più deboli saranno le accessorie espresse; la scelta
si farà su di quelle che ne risvegliano un minor numero, perchè la differenza
tra le une e le altre essendo minore, e sovente più importanti e più forti
potendo essere le destate che le espresse, si corre rischio che le idee
dell'autore siano perdute divista, e confuso ed interrotto riesca l'effetto del
tutto sopra le immaginazioni varie e non legate da sufficientemente forti ed
esterne sensibili manifestazioni. Le deboli accessorie espresse, secondo
abbiamo di mostrato, debbono essere molte, accioc chè il numero compensi la
debolezza; m a molte idee espresse occupano un tempo ch' esclude molte idee
taciute o sottinte se, altrimenti di troppo allontaneremo il concepimento
dell'idea principale. Le accessorie forti, per una contraria ragio ne, debbono
essere poche in ciascun m o mento d'impressione; m a poche forti la scierebbero
del vuoto negli intervalli n e cessari dell'espressione,che da molte idee non
espresse debb'essere supplito. Delle idee espresse, e delle idee semplicemente
suggerite. Un altra osservazione non meno importante che
generale è intorno al diverso *effetto* che una idea *accessoria* puo
produrre quando è *espressa* col termino corrispondente, o quando è
*semplicemente suggerita o *destata* nell'animo di chi ascolta. Espressa
nuocerebbero al fascio intero della sensaziona; destata solamente lo giove, non
solo perchè la picciola fatica che facciamo e l'applauso interno del nostro
ritrovato ci rinfranca l'attenzione sul restante, ma molto più perchè è legge
della nostra sensibilità che tutt'altra forza ha la idea espressa e la idea
taciuta, e tutt'altra attenzione esigono da noi quella le che questa. Ora
l'attenzione è tanto più lunga o più frequente, tanto più si nuocono
tra di se, e scema l'attenzione al tutto. Mentre per lo contrario quei lampi,
rapidi e passeggieri di attenzione che balenano, in noi per la idea espressa, e
confusa per il *tutto* e debolissima è la percezione della *parte* o
solamente ad alcune noi faremo idea accessoria e non espressa, accrescono della
sensazioni senza nuocere all'attenzione ed all'energia del tutto. Abbiamo
semplicemente il numero dimostrato che la quantità d'impressione momentanee non
deve eccedere che *tre o quattro* sensazioni ordinarie, perchè per tante e non
più la mente umana è capace di una simultanea attenzione. La vivacità
dell'oggetto presenti non le concede una maggior ampiezza ed una maggiore
comprensibilità. Nella cosa ascoltate, in luogo della vivacità e della realità
che è nell'oggetto quando è presente, vi è la vivacità e la realità
dell'*espressione* se noi dunque volessimo l'accessoria, che si tacce,
esprimere, veremmo ad offendere quella legge determina e limita la quantità
d'impressioni simultanee, oltre la quale, o lo sforzo del recipiente si porterà
su destate che le attenzione, cioè solamente di alcune l'immagine
corrispondente all'espresione si risveglie nella mente, ed allora le altre
espressioni rimaneno insignificanti. Se dunque un'espressione racchiude nel suo
concetto o senso molte sensazioni -- come 'spada', 'esercito', o'nave' --
cosicchè la mente dall'espressione medesima non sia determinata a considerar
più l'una che l'altra delle sensazioni componenti e l'interruzione al *senso* della
profferenza, e distruggeranno l'effetto delle altre espressione in vece di
aumentarlo., faranno in suc, ma sibbene sia piuttosto sforzata a considerarle
tutte le sensazioni in una volta, accade che, condensando l'espressione intorno
ad un'idea *principale*, vi è un'idea accessoria soltanto unita e
destinata ad aggiunger forza alla idea principale, ma invece un molto maggior
numero, quante sono le sensazioni egualmente comprese sotto l'espressione
'spada', o 'esercito' o 'nave'. Le varie sensazioni, non essendo più
immediatamente le une che le altre suggerite, concorrono contemporaneamente ad
associarsi coll'idea principale. Onde l'effetto reale che ne cede si è, che la
fantasia nostra resta distratta é *confusa*. Per lo contrario, se invece
dell'espressione 'spada', o 'esercito', o 'nave', si dicesse 'ferro', o
'soldato', o 'vele', e che questa espressione si condensa attorno ad un'idea
principale per formarne un senso, si osserva che la sola nozione e precisa
sensaziona compressa nel proprio significato dell'espressione 'ferro', o
'soldato' o 'vele', si quelle ogni sono che immediatamente, e prima di altra,
si risvegliano nella fantasia -- è quella che immediatamente si une
coll'idea principale. Ma per forza di onde associazione non tra lascerà l'espressione
'ferro' di suggerire rapidamente altre sensazioni comprese sotto l'espressione
'spada'; quella di 'soldato', quelle di 'esercito'; quella di 'vele', quelle di
'navi'. Ma essendo priopiamente questa o quella sensazione *suggerita*
propriamente, associata coll'espressione 'ferro' o 'soldato' o 'vele', ma colla
idea che nuocere all'idea principale così facilmente. Ecco chiaramente spiegato
ciò che io intendo per una *idea suggerita* e per una *idea espressa*, mentre
però tutta questa teoria è resa più evidente nel nome o espressione
speciale, l'appellativo, e nel traslato. E de sta que immediatamente
risvegliano, non pos. Un'*idea semplicemente suggerita* non entra nella
sintassi o forma logica della proposizione, la quale regge senza di quella. Non
sono non. Quando Virgilio fa dire à Didone: 'Dulces exuviae dum futa,
Deusque sinebant, accipite hanc animam, me que his exolvit e curis"
-- quanta folla d'idee si risveglia in chi ascolta quelle sole
espressioni, in quella occasione dette, 'dulces exuviae'. La sintassi latina
regge senza che si risveglino quest'idea semplicemente suggerita, onde la mente
non trovasi affaccendata a raccapezzare un *senso complicato* e in molte parti
diviso e coll'accennar sol tanto la spada di Enea sotto l'espressione di una
spoglia, cioè di una cosa da lui portata e da lui ricevuta in dono, quanto
teneri e contrastanti sentimenti non ci sentiamo fremere interiormente!
Egli è evidente che una medesima idea per intervalli di tempo più lunga occupa
la mente se è espressa, di quell'idea che se è taciuta, per
chè un maggior tempo si consuma nella percezione dell'espressione, per la
durata della quale si continua la presenza dell'idea corrispondente di quello
che sia con durevoli nella mente quanto le idee che eccitate sono dall'espressione
*immediatamente*, quantunque come le altre, alla occasione di quelle, si
risveglino; onde con minore dispendio di tempo e di forze si ottiene un più
grande effetto. a rendere più tarda e più lontana la connessione tra le
idee principali, il che renderebbe annoiante e faticoso il netto coucepimento
del *tutto*, oppure essunto nella rapida ed affollate imagini che per forza di
associazione si eccitano reciprocamente. Tanto è ciò vero, che
non è inutile il qui osservare che un'espressione E1 non e preferibili
ad altr'espressione E2, se non appunto perchè la sensazione auditiva o
dell'espressione è materialmente più dell' altra. È più bella e più nobile
pressione l'espressione 'cocchio' (o 'se p, q') dell'espressione 'carrozza' (o
'p o non q') non per l'azzardo capriccioso dell'esser meno comune ed avilita
epressione, giacchè tant'altra che nella bocca di
tutti è continuamente. Cio nonostante nè si rigettano, nè per meno
bella è riputata, ma soltanto perchè è espressione più breve e
l'idea da un più rapido segno è rappresentata. Onde si ottiene lo stesso
effetto con minore spesa di forza e di tempo. Ora se l'idee taciuta
divienne espressa, noi verremmo la mente nostra dividerebbe in più tempi
ciò che per l'unità dell'*idea principale* dovrebbe essere rinchiuso in un
solo; il che rendendo l'idea accessoria una idea principale, pro la durrebbe e
*confusione* nella chiarezza, e noia nelle unioni diseguali e sproporzionate
dell'idea fatta nella mente nostra. Tanto è vero che il tempo, che altro non è
per noi che la successione delle idee degli esseri sensibili, è una quantità
alla quale non la scienza del moto solamente, ma le scienze tutte e le belle ti
e la politica debbono aver considerazione. Perchè la più fina e la più sottile
ed interiore, egualmente che la più complicata e più grossolana ed esteriore
operazioni dell'intelletto sotto l'inesorabile suo dominio si fanno e si
manifestano. Fra l'idea accessoria che si presenta, quali sceglieremo per
essere espressa, quali sceglieeremo per essere *semplicemente destata*? In
primo luogo, tra una accessoria analoga e moltissimo simile e che si risveglia
reciprocamente ed infallibilmente l'una l'altra, *una sola* sarà l'espressa
(l'acqua liquida), l'altra *semplicemente* taciuta. Perchè se
'liquida' è espressa, ciascheduna espressione replicando
l'idea è superfluità e ridondanza che fastidio produrrebbe e
stanchezza, e di spendio di tempo. La ripetizione di una idea accessoria non
produce lo stesso. Tra l'*idea accessoria* è, oltre l'analoga, quelle
che è più distante (disparata), ciascheduna delle quali ha la sua
rispettiva simile ed associata (acqua liquida, bambino non-adulto). Di questa
ognuna apre la mente del co-conversatore ad una serie d'impressioni,
e è direi quasi capi-idea e capi-pensiero. Questa è l'idea
accessoria *espressa*, perchè non si desta reciprocamente, ed effetto della
ripetizione dell'idea principale ('bambino'). Questa si rinfranca come tale
nella mente, e divienne perciò come un centro di luce che il *tutto* ('il
bambino è un'adulto') riscalda e rischiara. Quella (non-adulto)
ripetuta annebbia e dissipa l'attenzione dall'idea principale ('bambino'). Per
lo contrario, se una sola sia l'idea espressa, le altr'analoga *semplicemente
destata*, la quantità dell'idea e dell'impressione rinchiusa in una *sola*
espressione ('bambino' = umano non adulto) diviene più grande, e per
conseguenza più piacevole, restando picciola la insipida sensazione dell'udito,
che abbiamo tempo considerabile esige le idee e dell'immaginazione. Così
veniamo ad ottenere un più grand'effetto in più breve tempo; Questo problema
non è solo l'oggetto de'meccanici, ma della morale e della politica, anzi di
tutta la filosofia! Abbaimo visto che un a che non to spese del
necessa è necessaria l'*espressione* per *eccitare* (o comunicare), ossia
perchè la mente possa percorrere la progressione dell'idea del discorso. Sarà
dunque eccellente la combinazione di quell'idea accessoria coll'idea
principale, in cui l' accessorie espresse siano capi-pensieri ('ha una
calligrafia bellissima') e *non* molto analoga ed associata e moltissimo
coll'idea principale ('è un pessimo filosofo') per una delle ndicate
sorgenti per cui le idee vicende volmente si legano. Una riflessione soggiungo
intorno al l'effetto dell'idea espresse e dell'idea taciuta. Tra una
espressione E1 e l'altra, E2, per i limiti e la debolezza de' sensi esterni,
tanto per mezzo dell'udito, corre un picciolo intervallo di tempo e, per così
dire, di silenzio e di riposo. Se vi è idea semplicemente destata
e non espressa, questa come lampi di mente riempiono questo vuoto senza
stanchezza. Ma se l'idea è espressa, si moltiplicano i vuoti e non si
riempiono; il che porta diminuzione di piacere e stanchezza per l'aumentata
fatica dalla quantita d'informazione dell'espressione totale (ill moto
conversazionale) da interpretare. Quanto più grande e più *forte* ('bella
calligrafia) è l'idea accessoria espressa, tanto più numerosa
puo essere l'idea semplicemente taciute, ma riamente destata da quelle, perchè
l'efficacia dell'idea espressa tende e rinforza l'attenzione che con più rapidi
voli slancia si ad abbracciare l'idea non espressa ('è un pessimo
filosofo') senza pregiudicare all'interesse dell'espressione totale, e
perchè l'espressione più grande e più forte ferma l'immaginazione del
co-discorsante, essendo manifesta legge della mente nostra di trovarsi
obbligata ad impiegar un tempo maggiore nella considerazione di una idea
('è un pessimo filosofo?') a misura che è più grande
e più forte. Onde per questo tempo necessario, per questa dimora di
processamento, per così dire, della mente su di un oggetto, quantunque egli
medesimo per la forza e grandezza sua esiga tutto questo tempo maggiore di
attenzione, cio nonostante la mente, dall'impeto concepito a percorrere un'idea
quasi trattenuta, più facilmente puo ricevere altr'idea rapidamente risvegliata
all'occasione di una espressione forte ed energica ('Ha bella calligrafia').
Chi ben considera, e ritorna sulla esperienza dell'animo suo, puo facilmente
scorgere che sempre che un grande ed interessante oggetto fermi il pensiero, e
percuota improvvisamente l' immaginazione, questa dopo considerato
quell'oggetto, nell'atto che si riscuote e si risveglia dall' intensione nella
quale trovavasi, per così dire, attuata e raccolta, non si abbandona subito
all'ordinaria impressione delle cose che le stanno d'attorno, ma sibbene
destasa in lei un'idea relativa non solo a quella straordinaria impressione che
l'ha percossa, ma ancora a se stessa, ed alla passione dalla quale è dominata.
È da ciò che i boschi, nei cupi e vari ravvolgimenti dei quali erra il
pensiero, che le solitudini antiche dei monti ove signoreggia illimitata la
natura, che la vista del mare che si allarga fra mille nazioni, oggetti immensi
e tanto occupanti l'attonita immaginazione, sono ricercati da coloro che più
amano di pascolare i loro pensieri, ed esercitar l'animo liberamente e senza
distrazioni dal la considerazione di se medesimi. Mentre chi odia di rientrare
in se stessi, e cerca fuggire in certo modo e sottrarsi dal sincerissimo
accusatore pensiero, si getta nel minuto e sempre u niforme vortice della vita
comune, gli oggetti della quale sono atti bensi a spingertato l'animo fuori di
se stesso in un continuo movimento, ma non a fermarlo, e renderlo attonito e
pensieroso. Per lo contrario, più picciola e più
debole è l'idea accessoria espressa. La scelta si farà su di
quelle che ne risvegliano un minor numero, perchè la differenza, essendo
minore, e sovente più importanti e più *forti* potendo essere l'idea destata
che l'idea espressa, si corre rischio che le idea, intenzione, significato
dell'autore è perduto (involontariamente) di vista, e confuso ed
interrotto riesca l'effetto del tutto o l'espressione totale sopra
l'immaginazione non legata da sufficientemente forte ed esterne sensibile
manifestazione ('-- è un pessimo filosofo'). L'idea debola
accessoria espressa debbe essere molte, acciocchè il numero compensi la
debolezza. Ma un'idea espressa ('bambino) occupa un tempo ch'*esclude* un'idea
taciuta o sottintesa ('non-adulto'), altrimenti di troppo allontaneremo il
concepimento di un'idea principale. L'idea accessoria forte, per una contraria
ragione, debbe essere minima in ciascun momento d'impressione. Ma poche forti
la scierebbero del vuoto negli intervalli n e cessari dell'espressione,che da
molte idee non espresse debb'essere supplito. Dello
espresso e dello semplicemente suggerito, un’osservazione non meno importante
che generale è intorno al diverso effetto che una proposizione, non
principale, ma *accessoria*, puo produrre quando *espressa* o
quando è semplicemente suggerita dal conversatore, o destata
nell'animo di chi con che conversa. Espressa nuocerebbero al fascio intero
della sensazione; destata solamente lo giove, non solo perchè la picciola
fatica che facciamo e 1'applauso interno del nostro ritrovato ci rinfrancano
l'attenzione sul restante, ma molto più perche è legge della nostra sensibilità
che tutt’altra forza ha una proposizione espressa e una proposizione taciuta o
semplicemente suggerita, e tutt’ altra attenzione esigono da noi conversatori
civile quella che questa. Ora l'attenzione è tanto più lunga o più
frequente, tanto più si nuoce tra di se, e scema l’attenzione al tutto
comunicato; mentre per lo contrario quei lampi rapidi e passaggeri
d'attenzione, che balenano bruci per la proposizione accessoria *semplicemente
suggerita* o destata e *non* espressa, accresce il numero di sensazione senza
nuocere all’attenzióne ed all'energia del tutto comunicato. La quantità
d’impressione momentanea non deve eccedere che tre o quattro sensazioni
ordinarie, perchè per tante, e non più, la mente umana è capace di una
simultanea attenzione. La vivacità di un oggett presente -- la spada di Enea --
non le concedono ima maggior ampiezza ed una maggiore comprensibilità.
Nell'espresso, in luogo della vivacità e della realità che è nell'oggetto
quando è presente, vi è la vivacità e la realità della *espressione* che
representa (di modo iconico o altro) la spada d'Enea. Se noi dunque volessimo
la proposizione accessoria che si taccie esprimere verressimo ad offendere
quella legge che determina e limita la quantità d'impressioni simultanee, oltre
la quale, o lo sforzo d'interpretazione si porterà su il tutto communicato
(espresso e semplicemente suggerito) e confusa per il tutto e debolissima sarà
la percezione delle due parti (l'espresso e lo semplicementee suggerito) o
solamente ad alcune, noi faremo attenzione cioè solamente di alcune 1'immagine
o concetto o segnato o significato o senso corrispondente all'espressione si
risveglie nella mente, ed allora un altr'espressione rimanendo *insignificanti*
o superflua, fa inter- ruzione al senso della proposizione comunicata, e
distrugge l'effetto delle altre in vece di aumentarlo. Se dunque una
proposizione espressa racchiude nel suo concetto molte e varie sensazioni, come
"Questa spada e bella", "L'esercito e bravo", "La nave
va," ec., cosicché la mente dalla proposizione espressa medesima noù sia
determinata a considerar più l'una che 1'altra delle sensazioni componenti ma
sibbene sia piuttosto sforzata a considerarle tutte in una volta accaderà che
condensando due o tre di queste proposizioni intorno ad un proposizione
*principale*, vi saranno non due o tre proposizioni accessorie soltanto unite e
destinate ad aggiunger forza alla proposizione principale, ma invece un molto
maggior numero quante saranno le sensazioni egualmente comprese sotto la
proposizione espressa, "La spada e bella", "L'esercito e
bravo," "La nave va", e tutte queste varie e uumerose
sensazioni, non essendo più immediatamente le uno che le altre suggerito, tutte
concorirono contemporaneamente ad associarsi colla proposizione principale;
onde l'effetto reale che ne succede è, che la fantasia di nostro conversatore
resta distratta e confusa. Per lo contrario, se invece della proposizione
"La spada e bela", "L'esercito e bravo", "La nave
ve", spa* da si dicesse "Il ferro e formidable", "Il
soldato e bravo", "Le vele va", e che questi proposizioni si
condensassero attorno ad una proposizione principale per formarne il senso
complesso, si osservi che le tre sole nozioni e precise sensazioni comprese nel
proprio significato o senso delle tre suddette proposizione espresse piu
specifica sono quelle che immediatamente e, prima d’ ogn’ altra si risvegliano
nella fantasia. Onde saranno quelle che immediatamente si uniranno colla
principale. Ma per forza di associazione non tralascerà la parola di fer- ro di
suggerire rapidamente le altre sensazioni comprese sotto la parola spada quella
di soldato quelle di;, esercito quella di vele quelle di navi.;, Ma non essendo
queste sensazioni suggerite propriamente associate colle parole ferro, soldato
e vele, ma Con le idee che queste immediatamen- te risvegliano non possono
nuocere, alla principale così facilmente. Ecco chiaramente spiegato ciò che io
in- tendo per idee suggerite e per idee * espresse, mentre però tutta questa
teoria sarà resa più evidente dopo ‘ che nel progresso io avrò parlato de’ nomi
speciali ed appellativi, e de’ traslati. Ee idee semplicemente, suggerite
3o non entrano nella sintassi della pro- posizione la quale regge senza
di, quelle: non sono durevoli nella mente quanto le idee che eccitate sono dal-
le parole immediatamente, quantunque come le altre alla occasione di quelle si
risveglino; onde con mino- re dispendio di tempo e di forze si ottiene uu più
grande effetto. Quando VIRGILIO (si veda) fa dire a Didone: Dulces exuviae dum
fata, Deusque sinebant, Accipite hanc animam, meque his exolvite curi», quanta
folla d’idee si risveglia in citi legge quelle sole parole, in quella occasione
dette, dulces exuviaes la sin- tassi regge senza che si risveglino queste idee,
onde la mente non tro- vasi affacceudata a raccapezzare un senso complicato e
in molte parti diviso; e coll* accennar soltanto la spada di Enea sotto il nome
di una spoglia, cioè di una cosa da lui por- tata e da lui ricevuta in dono
quanto teneri e contrastanti sentimenti noa ci sentiamo fremere interiormente!
Egli è evidente che una medesi- ma serie d’idee per intervalli di tempo più
lunghi occupa la menta se siano espresse, di quello che se siane taciute perchè
un maggior tempo, $T si cotìsuma nella percezione della pa- rola per la
durata della quale si con- tinua la presenza deir idea corrispondente di quello
che sia consunto, nella rapida ed affollata successione d’immagini che per
forza di associa- zione si eccitano reciprocamente. Tan- to è ciò vero, che non
sarà inutile il qui osservare ohe molte espressioni non sono preferibili alle
altre appunto perchè la sensazione auditiva o visibile della parola è
materialmen- te più breve dell’ altra. E più bella e più nobile espressione la
parola cocchio della parola carrozza non per l’azzardo capriccioso dell’ esser
meno comune ed invilita espressione, giacché tant’altre che nelle bocche di
tutti sieno contiuuamente cionono-; stante nè si rigettano nè per meno belle
son riputate, ma soltanto perchè è parola più breve, e l’idea da un più rapido
segno è rappresentata; onde si ottiene lo stesso effetto con minore spesa di
forza e di tempo Ora se le idee taciute fossero tutte espresse, noi verressimo
a rendere più tarda e più lontana la connessione tra le idee principali il che
rende-, rebbe annojaote e faticoso il netto, se non. Sa concepimento del tutto,
oppure fa mente nostra dividerebbe in più tem- pi ciò che per 1’ unità dell’
idea principale [GRICE CENTRALITY] dorrebbe essere rinchiuso in un solo; il che
rendendo 1’accessorio principale, produrrebbe e confusione nella chiarezza, e
noja nelle unioni diseguali e sproporzionate d’ idee fatte nella mente nostra.
Tanto è vero che il tempo (che altro non è per noi che la successione delle
idee degli es- è una quantità alla qua- le non la scienza del moto solamente,
ma le scienze tutte e le belle arti e la politica debbono aver considera- zione
perchè tutte le più fine e le; più sottili ed interiori egualmente, che le più
complicate e più grossolane ed esteriori operazioni dell’ intel- letto, sotto
l’ inesorabile suo dominio si fanno e si manifestano. Fra la moltitudine delle
idee accessorie che si presentano, quali sceglieremo per essere espresse, quali
serberemo per essere semplicemente destate? In primo luogo tra molte accessorie
analoghe e moltissimo simili fra di loro, e che si risvegliano reci- procamente
ed infallibilmeute l* una l’ altra uua sola sarà 1’espressa > le y peri sensibili
) altre taciute perchè se tutte fossero; espresse, ciascheduna espressione re-
plicando le idee di tutte le altre, vi sarebbe superfluità e ridondanza che,
fastidio produrrebbe e stanchezza e dispendio di tempo. La ripetizione delle
idee accessorie non produce lo stesso effetto della ripetizione delle idee
principali queste si rinfrancano; come tali nella mente, e divengono perciò
come un centro di luce che il tutto riscalda e rischiara quelle ripetute
annebbiano e dissipano 1’attenzione dalle principali: per lo contrario se una
sola sia 1’espressa le altre analoghe semplicemente destate, la quantità d’
idea e d’impressione rinchiusa in una sola espressione di- viene più grande, e
per conseguenza più piacevole restando picciola la, insipida sensazione
dell’udito e dell’occhio che abbiamo visto che uu, tempo considerabile esige a
spese delle idee e dell’immaginazione: così veniamo ad ottenere un più
grand’effetto in più breve tempo problema che; nonè solo l’oggetto de’meccanici
ma della morale e della politica anzi, di tutta la filosofia. lu secondo luogo,
tra la moltituaine dell’idee accessorie vi saran- no, oltre le analoghe, quelle
che sodo più distanti, ciascheduna delle quali avrà le sue rispettive simili ed
asso- ciate; di queste ognuna apre la mente ad una serie d’impressioni, e sono
direi quasi capi-idee e capi-pensieri; queste saranno l’ espresse perchè non,
si destano reciprocamente ed è ne-, cessaria F espressione per eccitare ossia
perchè la mente possa percorre- re tutte queste differenti progressioni d’ idee.
Sarà dunque eccellente la combinazione di quelle accessorie colla principale in
cui tutte le accessorie espresse siano capi-pensieri, e non molto analoghi od
associati tra di loro, e moltissimo colla principale per una delle tre indicate
sorgenti per cui le idee vicendevolmente si legano. Una riflessione soggiungo
intorno all’effetto delle idee espresse e ta- ciute; cioè che tra una
espressione e F altra, per i limiti e la debolezza de’ sensi esterni, tanto per
mezzo dell’occhio quanto per mezzo dell’udito, corre un piccolo interval- lo di
tempo e, per così dire, di silenzio e di riposo se vi sono idee; queste
come lampi di mente riempiono questo voto senza stanchezza; ma se tutte sono
espresse, moltiplioano i voti e non si riempiono il che porta diminuzio-
mentata fatica delle espressioni da leg- gersi o da ascoltarsi. Quanto più
grandi e più forti saranno le idee acces- sorie espresse tanto più numerose,
destate e non espresse; ne di piacere e stanchezza per 1’au. possono essere le
idee taciute, ma necessariamente destate da quelle, perchè l* efficacia delle
prime tende e rinforza 1’attenzione che con più rapidi voli slanciasi ad
abbracciare le idee non espresse senza pregiudicare all’interesse del tutto, e
perchè espressioni più grandi e più forti fermano l’immaginazione di chi legge
od ascolta, essendo manifesta legge della mente nostra di trovarsi obbli- gata
ad impiegar un tempo maggiore nella considerazione delle idee a misura che sono
più grandi e più forti: onde per questo tempo necessario, per questa dimora per
così dire della,, mente su di un oggetto quantunque, egli medesimo per la forza
e grandezza sua esiga tutto questo tempo maggiore di attenzione ciononostan-,
Digitized by Google 36 te la mente, dall’impeto concepito
percorrere una serie d’ idee quasi trat- tenuta più facilmente potrà ricevere,
altre idee rapidamente risvegliate all’occasione di espressioni forti ed
energiche: chi ben considera torna sulla esperienza dell’animo suo potrà
facilmente scorgere che sempro che un grande ed interessante oggetto fermi il
pensiero, e percuota improvvisamente l’immaginazione, questa do- po considerato
quell’oggetto, nell’atto che si riscuote e si risveglia dall’intensione nella
quale trovavasi, per così dire, attuata e raccolta non si, abbandona subito
all’ordinaria impressione delle cose che le stanno d’ at- torno ma sibbene
destasi in lei una, moltitudine d’idee tutte relative non solo a quella
straordinaria impressione che l’ha percossa ma ancora a,, ed alle passioui
dalle quali se stessa è dominata. E da ciò che i boschi nei cupi e varj
ravvolgimenti dei quali erra il pensiero, che le solitudini an- tiche de’ monti
ove signoreggia illimitata la natura che la vista del, mare che si allarga fra
mille nazioni, oggetti immensi e tanto occupanti l’attonita immaginazione, sono
ricer-, e ricati da coloro che piu amano di pa- scolare i loro pensieri, ed
esercitar l’animo liberamente e senza distrazioni dalla considerazione di se
medesimi; mentre coloro i quali odiano di rientrare in se stessi, e cercano
fuggire in certo modo e sottrarsi dal sincerissimo accusatore pensiero si,
gettano nel minuto e sempre uniforme vortice della vita comune, gli oggetti
della quale sono atti bensì a spioger l’animo fuori di se stesso in un coutinuo
movimento, ma non a fermarlo, e renderlo attonito e pensieroso. Per lo
contrario, più picciole e più deboli saranno le accessorie espresse, la scelta
si farà su di quel- le che ne risvegliano un minor nu- mero, perchè la
differenza tra le mie e le altre essendo minore, e sovente piu importanti e più
forti potendo essere le destate che l’espresse si, corre rischio che le idee
dell’ autore siano perdute di vista e confuso ed, interrotto riesca l’effetto
del tutto sopra le immaginazioni varie e non legate da sufficientemente forti
ed esterno sensibili manifestazioni. Le deboli accessorie espresse, secondo ab-
biamo dimostrato debbono essere, molte, acciocché il numero compenti la
debolezza; ma molte idee espresse occupano un tempo eh* esclude molte idee
taciute o sottintese, altrimenti di troppo alloutaneressimo il concepimento
dell’ idea principale. Le ac- cessorie forti, per una contraria ragione debbono
essere poche in cia-, scun momento d’impressione; ma po- che forti
lascierebbero del voto negl* intervalli necessarj dell* espressione che da
molte idee non espresse debb’essere supplito. Nome
compiuto: Cesare Beccaria. Keywords: implicatura conversazionale, Virgilio,
l’implicatura di Didone. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Beccaria,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
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