SEMPRINI

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semprini: implicatura cabalistica nel deutero-esperanto di Pico -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Giocodi H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bologna). Filosofo italiano. Bologna, Emilia-Romagna. S. progetta una lingua internazionale su base latina che chiama “neo-latino” – “Rubrica del movimento interlinguista” --- e l'anno successivo ci prova anche LAVAGNINI (si veda) con l'Unilingue (o Interlingue) pubblicato nel Corso pro Corrispondenza d'interlingue od Unilingue in sette sezioni a Roma e ancora con MONARIO (si veda), dato alle stampe nel Corso de Monario prima e nell'Interlexico Monario. Italiano-français. English-deutsch poi. GIOVANNI  PICO  (vedasi) DELLA  MIRANDOLA. LA  FENICE  DEGL’INGEGNI  -- saggio di  S. nella quale si raccontano i casi della vita  del  principe-filosofo e s’espongono i segreti cabalistici magici e astrologici della sua esoterica  filosofia. Con un esame delle sue poesie in volgare e un ritratto fregiato da Carolis  ALL'INSEGNA DELLA CORONA  DEI  MAGI PRESSO ATANOR. TODI. Il saggio che offre al suo C. non ha la pretesa d’essere una monografia e molto meno uno studio completo della vita del Mirandolano. Esso, così come si presenta, porta l’impronta dei sentimenti e dei pensieri non sempre contenuti che in me sorgeno via via che il velo si discopre e la bellezza d’una vita intensamente vissuta per un ideale l’appare nella sua immediata freschezza. Ciò che  li mosse a scrivere di Pico non è, lo confessa, quella preoccupazione pella verità storica che spinge molti a travagliare per anni interi intorno a manoscritti, a cimeli, a documenti, pur di riuscire a determinare colla massima certezza le date della vita d’una personalità o d’un avvenimento storico. È stato il desiderio di conoscere, attraverso un personaggio quelle altre verità che, non  essendo sempre dì dominio del pensiero riflesso, le chiamiamo con altri nomi. Tale desiderio l’ha  portato a conoscere quanto Pico, al pari degl’uomini del suo tempo, fosse assetato di verità, e come più di tutti i suoi contemporanei avesse il senso dell'inanità degli sforzi umani e della vita stessa. Quanto egli, pur aspirando alla verità come luce rasserenatrice, fosse convinto, anche prima  di raggiungerla, che desso, purtroppo, non è il fine ultimo della vita, che c'è qualcosa di più alto ancora che più della cristallina chiarezza del vero esprime l'essenza della vita, e cioè l'amore. Non è tragico tale sentimento che rende inquieta l'esistenza di quest’aristocratico il quale, sotto la femminea placidezza del suo volto avvenente, nasconde un'anima irrequieta e nostalgica, non  già  agitata dalle passioni 0 dai perturbamenti del senso, ma dal dubbio della ragione, dal contrasto che sorge come nube procellosa negli spiriti meditabondi ogni volta che vedono l'inconciliabile opposizione fra il reale e l'ideale? E ciò che nel Pico rende insanabile questo dissidio interiore era il senso del mistero che in combeva su ogni manifestazione del suo vivere, il senso dell'arcano  per penetrare il quale s'illude, come gli spiriti profondamente mistici, che al di là della conoscenza comune, al di sopra delle nozioni volgari ci fosse una dottrina esoterica, accessibile a pochi, per mezzo della quale l'iniziato potesse inoltrarsi nei sentieri reconditi ove splende la luce che trasumana. Non so quanto sia riuscito nel suo assunto che era di rappresentare Pico quale mi si  rivela più che dai documenti d'archivio, dalle sue opere e dalle lettere del suo epistolario. Certo sarebbe per lui motivo di conforto poter constatare che il suo studio potrà essere stimolo ad altri a darci di Pico quell'opera completa che tuttora ci manca. Bologna, Villa Serena. In un'alba nasce nel castello della Mirandola Pico. Sua madre, in un sogno di fiamma, n’aveva presagito la bellezza  superiore a quella delle sue splendide figlie, e l'ingegno e l'amabilità che non aveva saputo riscontrare nei figli Galeotto e Anton Maria, in perenne lotta pella supremazia del feudo. Muratori, Amali d'Italia; Tiraboschi, Dizionario Top.; Bratti, Cronaca; Cronaca della Nob. Famiglia Pico, scritta d’autore anonimo, illustrata con note e documenti da Molinari, pubblicata in Memorie storiche  della città, ecc. Mirandola; Ceretti, Giulia Boiardo in Atti e Memorie della Deput. di storia patria dell'Emilia, Modena; Burckardt, La civiltà italiana nel ri-nascimento, Firenze. La prima biografia del Pico è quella scritta dal nipote Gianfrancesco e premessa in tutte le edizioni delle opere. La contessa Giulia, che aveva nelle vene un po'del sangue del cantore dell'Orlando innamorato, ci  si presenta una di quelle donne meravigliose del ri-nascimento, abilissime nei lavori muliebri e aperte a ogni manifestazione dell'arte, capaci d’accudire alle cure più minute della famiglia e di tener testa agl’affari più difficili dello stato. Questa donna, che altrove ci appare energica e severa, accanto a PICO,  rivela i caratteri più squisiti della maternità. Ora la vediamo tutta compresa di  tenerezza nell'atto che la nutrice mostra il bimbo in fasce a Merula, ospite durante il suo viaggio per Bologna delle figlie Lucrezia e Caterina. Ora notiamo lo sforzo della sua maschia natura per condiscendere a certi capricci e vizietti di PICO. Oh! la gioia di questa madre quando assiste alle prime rivelazioni di quell'ingegno precoce, che era pronto a cogliere sul punto qualsiasi istruzione impartita, che impara con rapidità sorprendente una poesia, che rivela sin dai più teneri anni una memoria prodigiosa. L'indole dolce e arrendevole che Pico aveva sortito da natura, l'aspetto quasi femmineo del volto che si tinge di rossore o impallidiva ai fremiti insoliti dell'età critica dell'adolescenza vicina, l’inclinazione agl’ardori d’un misticismo incipiente, dovevano senza dubbio indurre la contessa Giulia a provvedere per tempo all'avvenire del figlio, non senza quella trepidazione propria delle madri che vorrebbero vedere immutata l'ingenuità delle loro creature. A Giulia parve che lo stato ecclesiastico fosse il più adatto all'indole del piccolo Giovanni che, da parte sua, era più che mai disposto ad abbracciare uno stato in cui avrebbe potuto svolgere più agevolmente quei sogni che cominciavano già ad agitarlo. Giulia s'interessò per ottenergli la elevazione a protonotario apostolico, e appena il figlio ebbe raggiunto l'età di dieci anni, la contessa ne celebrò solennemente l'investitura. Alcuni anni dopo, nel 1477, Io mandò a studiare diritto canonico all'università di Bologna . La festante città dei Goliardi, la cui vita politica era guidata in questo tempo dalla potente famiglia dei Bentivoglio, poteva considerarsi per il suo Ateneo « il tramite per cui le idee umanistiche passavano dall'Italia all'Europa. Da ogni regione d'Italia e paese d'oltr'Alpe convenivano quivi numerosi gli studenti con le caratteristiche e i linguaggi delle loro terre; e quivi formavano corporazioni con statuti propri. Si deve far risa ci) SCARABELLI, Dell'antico studio bolognese, Bologna, 54-55; Gavazza, Le Scuole dell'antico Studio bolognese, Milano, 1896, 78. 4lire a questo periodo l'attrattiva esercitata sull'animo del Pico dall'ordine domenicano, che finirà per essere una delle mete sospirate. La chiesa di S. Domenico era il luogo in cui solevano radunarsi le corporazioni dei « legisti », i quali erano tenuti a intervenire processionalmente alla festa di S. Domenico e ad assistere dal coro alla messa dello Spirito Santo. Tra quei frati predicatori che, per la loro dottrina e il loro ascendente, avevano sì gran parte nelle cose dello studio, uno dovette attrarre l'attenzione del Pico, per le maniere semplici e rudi, gli occhi vivissimi, la fronte solcata da rughe e il colore bruno che contrastava col biancore del lungo saio. Questi era Girolamo Savonarola, giovane allora venticinquenne, già emaciato dai digiuni e dalle astinenze che a « vederlo passeggiare pei chiostri, pareva piuttosto un'ombra che un uomo vivo. È dubbio se fin da allora si stringessero rapporti fra i due, che dovevano in seguito legarsi coi vincoli di reciproca stima; certo da quel momento i loro occhi si saranno incontrati, non con l'indifferenza onde passano le innumeri fisonomie umane, ma producendo quella recondita impressione che rifiorisce presto o tardi negli scambi di idee e di sentimenti. VillAri, Savonarola, Monnier. È durante il tempo de' suoi studi di filosofia a BOLOGNA che muore a Pico la madre, e ci duole di non trovare alcun'eco ne' suoi saggi di questa sventura. Ma faremmo torto al suo delicato sentire se volessimo ciò attribuire ad uno scarso attaccamento verso la persona che pili di tutte lo ha amato. La contessa Giulia che si era portata a Bologna per stare vicina al diletto figliuolo, fu colpita da un malore che la trasse in breve, il 13 agosto 1478, alla tomba. La sua salma, trasportata il giorno seguente alla Mirandola, fu tumulata accanto a quella del marito nella chiesa di S. Francesco. Pico, forse perchè non si sentiva portato allo studio del diritto canonico, decise di recarsi a Ferrara ove lo invitava il Duca Ercole I, già imparentato con la sua casa, avendo sposato la sorella Bianca a Galeotto, fratello del nostro Giovanni. Quando nel maggio del 1479 giunse a Ferrara, che era allora una delle città pili popolose e ricche d'Italia, fu assai lieto di poter frequentare la scuola di rettorica e di poesia di Battista Guarino, che proseguiva con pari valore le direttive del padre suo, il celebre Guarino Veronese. Come un'aura di poesia doveva respirare nella città che della poesia cavalleresca ed epica stava per divenire il centro d'Italia, e come un'ebbrezza 6materiata di sensualità doveva ispirargli la tragica storia ancor recente di Parisina e gli amori un po' violenti del padre di Lionello e di Borso d'Este . Il Pico trovò modo di appagare più di un desiderio come ci attestano i frammenti delle sue poesie amatorie e Raffaello da Volterra ne' suoi commentari in cui parla anche del successo che conseguiva nelle pubbliche discussioni. Non ostante la simpatia ch'egli sentiva per Ferrara in cui aveva contratto varie amicizie cogli Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventosi: una principessa, Parisina, è decapitata insieme col figliastro Ugo per adulterio (v. Muratori, R. I. S. lib. XX); principi legittimi e illegittimi fuggono dalla corte e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli, come accadde; oltre a ciò continue cospirazioni dal di fuori; il bastardo di un bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo erede. Ercole I ». BuRCKHARD. Cfr. Solerti, Ugo e Parisina in Nuova Antologia. Ivi il Volterra dice di avere veduto il giovinetto Pico, vestito da Protonotario apostolico, discutere fra le acclamazioni di tutti con Leonardo Nogarola. Devono alludere a questo tempo le parole del nipote: « Prius enim et gloriae cupidus, et amore vano succensus, « muliebribusque illecebris commotus fuerat, foeminarum « quippe plurimae ob venustatem corporis orisque gratiam, « cui doctrina amplaeque divitiae et generis nobilitas ac« cedebant, in eius amorem exarserunt ». Opera, Vita, senza numerazione di pagina. uomini pili in vista del mondo letterario come col Guarino e con Vespasiano Strozzi, il demone dell'irrequietezza cominciò a fargli sospirare altre città, a comunicargli il tormento comune a tutti gli umanisti di allora pei quali la più gran gioia era quella di andare in cerca di nuovi codici, dì poter frugare conventi e biblioteche, di scoprire qualche nuovo volume. Benché ormai rimanesse poco o nulla da scoprire, dopo che, sull'esempio del Petrarca, il Filelfo, il Guarino, Giovanni Lascaris erano riusciti a riesumare tante opere preziose dell'antichità, non era peranco cessata la bramosia della scoperta di nuovi libri . Il Pico, spinto da un ardore che nasceva da uno spiegabilissimo sentimento di emulazione, non risparmiava spese nell'acquisto di libri, e intraprese anche dei viaggi per raccogliere o rintracciare qualche codice antico. Nell'autunno del 1480 troviamo il Pico a Padova , dove in data 16 dicembre di quell'anno Sabbadini, Le scoperte dei codici latini, Firenze, Sansoni. Cfr. specialmente i capitoli IV, 72, VI, 114. Anche il Muntz, Precursori e propugnatori del Rinascimento, trad. Mazzoni, Firenze, Sansoni, 1902, 76-78. II Pico rimase a Padova per un biennio. Cfr. Della Torre, Storia dell'Accademia Platonica di Firenze, 1902, 749. 8 gli venivano rimesse le patenti ducali con le quali si concedevano a lui studente di filosofia nell'almo studio patavino, tutti i privilegi che vi potevano godere gli scolari. Pare che l'indirizzo di studi che si perseguiva in questa città e l'ambiente studentesco lo soddisfacessero molto, poiché in una lettera ad Ermolao Barbaro dice che, fra tutti i «ginnasii» d'Italia, quello di Padova era stato da lui frequentato più volentieri . Era il Pico allora in quell'età in cui la vita sorride più che mai all'occhio dell'adolescente che, nell'esuberanza delle proprie forze psichiche, non trova limiti al suo pensiero, e il bene e il male rientrano in quella sfera che li assorbe, direi quasi, li accomuna, cioè l'amore. Ciò che in altre età può sembrare scandaloso, indegno dell'uomo, è nell'adolescente tollerato; e anche quando l'uomo avanzato negli anni piange, come il Pico, i peccati della gioventù, sente nel-, l'amarezza del rimpianto il rimorso di così cari ricordi! E il Pico era troppo sensibile per non sentire questa vita fremente che gli s'agitava intorno, egli ch'era così bello, colle chiome d'oro svolazzanti sul volto radioso, quasi novello Ado « ex Italiae gymnasiis mihi sedem ad philosophiae « studium diligerem... » opera, 376. Cfr. DoREZ et ThuaSNE, Pie de la Mirandole en France, Paris, Leroux, 1879, 9. 9 ne, come ce lo dipinge il Ramusio in un carme latino. Testimonianza di questa vita goliardica di Padova, è la raccolta dei carmi latini di Girolamo Ramusio, ch'egli volle dedicare al Pico verso il quale si sentiva attratto, oltre che da tenera amicizia, da identico amore per lo studio delle lingue orientali e per la vita avventurosa , con un carme intitolato: Illustrissimo loanni Mirandolae principi ac concordine corniti benemerenti, Hier. Ramusius paiiper Ariminensis. Girolamo Ramusio, della cui memoria non c'è traccia nelle opere del Pico, benché nella raccolta delle sue poesie si trovino inseriti alcuni carmi di quel Donato col quale il Pico rimase in Ecco i distici del carme Lusus in Venerem: Pacem vultus habet, facies exorat amorem Membraque scytonia sunt magis alba nive. Cuncta dicent Divum, ut sydus ocelli, Et volitant circum tempora amata comae. citati dal Flamini, Girolamo Ramusio, in Atti e Memorie d. R. Acc. di Padova. Viaggiò in oriente in cui imparò la lingua araba, fu a Damasco nel 1484, morì a 36 anni il 5 giugno 1486^ mentre si recava da Damasco a Beiruth. Flamini, 1. e. Anche il Donato studiò a Padova nel 1476, conobbe Catta, amata dal Ramusio, e l'amore della fanciulla per l'amico gì' ispirò versi di rimpianto per la immatura morte, e in essi cerca di riprendere il Ramusio pe' suoi carmi lascivi. Assistendo alla laurea dell'amico nel 1476 scrisse una saffica per quell'occasione. Divenuto personaggio influente nella Repubblica di Venezia, protesse letterati e umanisti. 2 10 rapporti epistolari, era oriundo da Rimini dove fu caro a Pandolfo Malatesta; venuto a studiare a Padova quivi nel 1476 si laureò, come dice in un carme dal titolo: Dum subirem artium laurearti in collegio doctorum Ramusius pauper. Nelle sue poesie « di un'oscenità da disgradarne VHermaphroditus del Panormita... e che sono veramente nugae da giovani spensierati e scapestrati » canta gli amori per una bella fanciulla di Narni, di nome Catta, morta in età immatura, da cui pare fosse corrisposto. Al Pico indirizzò due carmi, nel primo dei quali si duole di non poter essere sempre con lui, a cagione delle strettezze che lo costringono a starsene a lungo in casa; nel secondo (ch'è una saffica all'oraziana) ne loda la bellezza, la dottrina, la liberalità . Si deve attribuire senza dubbio a questo periodo, in cui dovette influire non poco sulla condotta del Pico la convivenza con studenti del temperamento di un Ramusio e di un Donato, la composizione di gran parte delle poesie del nostro, le quali non dovevano essere diverse Flamini, op. cit., 19. Flamini, Delle donne amate dal Pico, due sono celate sotto lo pseudonimo di Marzia e di Fillide Peona o Pleona, morta quest'ultima in Padova nel 1481. Cfr. DoREZ et Th. op. cit., 16 e Della Torre, op. cit., 758, n. 3. 11 dalle nugae degli altri, se in seguito il Pico le diede alle fiamme. Ma non tutti gli amici del Pico erano del tipo suaccennato; ve n'era fra gli altri uno che per la sua anima candida e mite, per la sua profonda conoscenza della filosofia aristotelica, doveva lasciare traccie visibili sull'opera del Pico, e legarsi a lui coi nodi della più dolce amicizia. Eia questi Ermolao Barbaro che da alcuni anni era titolare di filosofia morale in quell'Università dove si era addottorato a ventitré anni nelle leggi civili e canoniche . Benché nei periodo in cui il Pico studiava a Padova, Ermolao stesse per lo più a Venezia, ove copriva importanti cariche pubbliche , pure, le poche volte che poterono vedersi, si sentirono subito due anime gemelle fatte per intendersi e per amarsi. Conoscitore profondo della lingua greca, Ermolao ri Nei Fasti Gymnasii Patavini, Patavii, del FacciOLATi, abbiamo Ermolao Barbaro prof, di filos. morale; Fr. Io. Battista ex eremitis di S. Agost. prof, di logica nel 1480, 114; nello stesso anno era rettore degli artisti Benedictus Ariminensis, 88-89. Cfr. Colle, Storia dell' Univ. di Padova, 1824. Apostolo Zeno, Disseri. Vossiane, Venezia, 1753, t. II, 368. Causa la peste a Venezia, ritornò in Padova ove si mise a disposizione dei giovani che lo pregarono d'insegnar loro il greco. In quell'anno fu creato senatore. Cfr. Colle, 12— poneva ogni suo intento a tradurre Aristotile, le cui dottrine solide e profonde erano un pascolo per la sua mente costretta sovente a ben altre faccende. Bisogna riconoscere che Padova, la quale era il centro del movimento intellettuale del Nord-est d'Italia e per l'insegnamento filosofico faceva tutt'uno con l'ateneo bolognese , esercitò sul giovane mirandolano un influsso le cui traccie si scorgono qua e là nelle sue opere. Anzi tutto ciò che vi è di scolastico e di medioevale nelle Tesi e in altri lavori filosofici del Pico, è dovuto a questi anni di studio nell'università patavina che ha continuato più a lungo di qualunque altra le abitudini del medioevo. Era Padova la rocca forte dell'Averroismo e uno dei professori piìi ragguardevoli, non privo di una certa originalità, fu Nicoletti Vernia che insegnò a Padova. L'insegnamento di questo averroista, che sosteneva senza restrizioni la teoria dell'unità dell'intelletto, non dovette svanire si tosto che il Pico, il Nel 1475 aprì nella sua casa alla Giudecca una scuola privata di filosofia, e aveva in animo di tradurre tutto Aristotile; peraltro tradusse V Etica, la Rettorica, la Dialettica e inoltre scrisse una parafrasi di Temistio. Cfr. Renan, Averroès et l'Averroisme, Paris, 357-58; Burckhardt, op. cit., 242-244; Mandonnet, Sigerete Brabant, 2^ ed. 111-112, n. 1; Windelband, Storia della Filos. trad. it. Palermo II, 16-17; Petrarca, Opera» 1581, Basilea, II, 1093. 13 cui soggiorno a Padova coincide con gli anni scolastici 1480-1482, non palesasse una certa indulgenza per l'arabismo da fargli vagheggiare l'accordo oltre che fra Platone e Aristotile, fra Avicenna e Averroè. Durante i due anni di studio a Padova si recava sovente nella natia Mirandola, la cui quieta e semplice vita paesana gli tornava sommamente gradita e dove amava invitare amici e maestri. Ma in quegli anni la pace del castello avito doveva interrompersi agli orrori della guerra fratricida scoppiata fra veneziani e ferraresi. Anche il Duca di Milano, i Bentivoglio di Bologna, la Repubblica di Genova e qualche altro staterello, erano stati attratti nell'orbita del conflitto; e i soldati mercenari coi loro cavalli e carriaggi taglieggiavano e smungevano, durante le loro scorrerie, i pingui contadi della pianura padana. La piazza di Mirandola, che era come una tappa sulla strada maestra, dovette senza dubbio subire tutti gl'inconvenienti che derivavano ai piccoli comuni incapaci d' imporsi alla forza dei più potenti, La visione di una realtà intrisa di sangue, quale può essere in periodo di Per la guerra tra Venezia e Ferrara, vedi Marin Sanudo, Commentari della guerra di Ferrara, Venezia, 1829, 7; Muratori, XXIV, 257. Du Mont, Corpus Diplom., Ili, 2, 128. Cipolla, Storia delle Signorie Italiane dal 1313 al 1533, Vallardi, Milano, 1881, 603-640. 14 guerra, così lontana da quella che i suoi studi umanistici rendevano idealmente gentile, avrà certo contribuito a far abbandonare al nostra ogni pensiero di partecipazione alla vita politica e di scegliere tra l'instabile carriera di principe e la missione di dotto, questa che gli apriva la via a una meta pili certa e duratura. Già fino dai primi anni aveva sperimentato la precarietà della vita principesca, quando poco dopo la morte del Padre, avvenuta nel 1468, i suoi fratelli vennero a contesa per la supremazia del loro staterello, e di cui si ebbe il primo epilogo nel 1473, avendo Galeotto fatto prigione il fratello Anton Maria. Questi, liberato dopo due anni di, carcere, si vide spogliato dei beni paterni e costretto a cercar asilo presso il Papa e il duca di Calabria, i quali con grandi sforzi e soltanto^ mediante l'intromissione di Ercole, cognato di Galeotto, riuscirono nel 1483 a farli venire a un accomodamento. Galeotto ebbe il dominio della Mirandola e del territorio e il conte Anton Maria fu ammesso a condividere il potere in moda che i due non dovessero pregiudicare alle ragioni della terza parte dell'entrata di detta terra che spettava al loro fratello Giovanni. Il nostro Cfr. Memorie stor. della ciità e dell'antico ducato della Mirandola, tomo unico, Mirandola, 1874, IL 15 per essere più libero di attendere a' suoi studi, declinò ogni inframettenza nelle cose che gli appartenevano, e incaricando il fratello maggiore dell'amministrazione di ogni suo avere, partì alla volta di Pavia col suo maestro di Greco, Manuello Adramitteno, mentre col compatriota di questi, Elia del Medigo di Candia, con cui aveva già cominciato a studiare ebraico a Padova, rimase in relazione epistolare. Il suo soggiorno a Pavia dovette essere di breve durata, perchè alla fine del 1482, lo ritroviamo ancora a Padova, di dove indirizza, il 22 dicembre, una lettera al Ficino, la cui fama d'interprete e volgarizzatore delle opere platoniche e alessandrine si diffondeva ovunque . Il Cassuto basandosi su alcuni passi ebraici di Elia, ritiene non risponda al vero la congettura avanzata dal Della Torre (Storia dell'Accademia Platonica di Firenze, 1902, 752) che il Pico, partendo da Padova, conducesse seco Elia. Gli Ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento, Firenze, 1918, 286. Proprio in quell'anno (6 novembre 1482) usciva la neologia Platonica del Ficino e il Pico nella sua lettera lo prega di inviargliene una copia e di assisterlo nei suoi studi i quali come erano stati indirizzati al peripatetismo, voleva d'ora innanzi integrarli col platonismo. Vi è in questa lettera del Pico una frase che fa sospettare che egli abbia veduto il Ficino tre anni innanzi e cioè nel 1479: « Cum enim apud te essem superioribus an« nis adhortationes tuae nec unquam ardenter magis, quam 16 « ex illa in hanc usque diem me totum literis addisci * id., 373, Ma dove aveva egli veduto il Ficino? Il Della Torre nella sua opera afferma a Firenze, ma senza portare nessuna prova di questo soggiorno del Pico nella città dei Medici. Egli stesso dice che il 14 aprile del 79 il Pico scriveva da Mirandola al Marchese Gonzaga che si recava a Ferrara e il 29 maggio era in tale città. Se coi mezzi odierni di trasporto il fatto non avrebbe oggi nulla d'inverosimile, non altrettanto può dirsi del tempo del Pico. Comunque il quesito resta ancora insoluto. Pico dopo aver fatto una nuova visita a Pavia e dopo avere soggiornato alquanto a Carpi, presso la sorella Caterina e il nipotino Alberto Pio, del quale era allora precettore l'amico Aldo Manuzio, si trasferì ai primi del 1484 nella città di Firenze. L'Atene d'Italia si trovava allora in quel mirabile meriggio in cui la vita sociale era fervida in tutte le sue innumeri attività e l'arte splendeva in ogni angolo della città, in ogni manifestazione del popolo. Lorenzo Magnifico aveva potuto, col suo tatto mirabile, rimettere in equilibrio la bilancia dello stato che aveva Poliziano, Episi., lib. VII, 7; Calori-Cesis, Vita, ecc., Modena, 1866, 14-15; DoREZ et Thuasne, Pie de la Mirandole en France, Paris, 10; Berti, Rivista Contemporanea, t. XVI, 1859, 9; Della Torre, L'Accademia Platonica, 747, n. 6. 18 momentaneamente tracollato con la congiura det Pazzi; mentre i suoi cortigiani e tali erano il Ficino, Cristoforo Landino, Giovanni Argiropulo cercavano di attuare un analogo equilibrio nel campo del pensiero e della religione, mediante l'Accademia Platonica, e il Poliziano teneva alto il nome dello Studio fiorentino con le sue affollate lezioni di letteratura greca e latina. Quando il Pico arrivò a Firenze non vi giunse come straniero in mezzo a gente sconosciuta, ma come un amico desiderato dal Magnifico e dal Poliziano, e come il benvenuto in mezzo a persone che nulla piìi desideravano che il vedere aggiungersi alla schiera dei ricchi borghesi e letterati un principe umanista che veniva a fare pìit bella la corona dei Medici. Tra i tanti letterati che convenivano nella casa medicea, molti facevano parlare di sé oltre che per la loro erudizione e dottrina per le produduzioni poetiche, filosofiche e letterarie. In Firenze il lavoro di preparazione, ormai matura degli umanisti italiani, cominciava a fiorire in creazioni originali. Il Pico sentiva la sua inferiorità, nonostante che i suoi tentativi poetici venissero lodati dagli amici; s'avvide che la stoffa di umanista si era ormai invecchiata e conveniva ristorarsi a quelle sorgive popolari cui attingevano il Poliziano e il Magnifico. 19 Fra quanti avvicinava, nessuno gii pareva brillasse di pili viva luce del Poliziano, e nessuno più degno d'essere preso a modello di un « novizio e quasi scolaretto», com'egli si giudicava, E c'è quasi dell'accoramento in alcune frasi della lettera critica alle poesie del Magnifico in cui, dovendo fare da giudice di un poeta « adolescente » esclama: «So purtroppo di non potere far parte « io pure di questo albo (di giovani poeti), nò di « essere così maturo da arrogarmi il titolo di «critico». La lettura delle poesie dell'amico lo aveva entusiasmato; scorgeva in esse i segni dei tempi nuovi: una certa « vivida luce », una nativa freschezza che sembrava scaturire in suolo vergine- In quelle poesie che toccavano tutte le corde della vita: laudi mistiche e religiose, canti satirici e burleschi, canoni d'amore e « carnesciali »., Lorenzo Magnifico gli si rivelava grande poeta. Tali poesie gli ricordavano i due pii^i grandi poeti della letteratura italiana: Dante e Petrarca. Aveva del primo la maestosa serenità del verso « aspro e stringato » quale si addice a poesia di argomento filosofico, senza però essere come quegli «impolito e rude»; del secondo la «molle tenerezza * propria della poesia erotica con in pili la maschia robustezza (iorosus) dell'uomo d'azione. Ciò che spiace nel Petrarca è il notare qualche freddezza e ridondanza nel verso e una 20 certa ostentazione nell'uso delle parole che tradiscono il lavoro di lima, mentre in Lorenzo ogni parola appare al suo posto «con naturalezza». Dante vola sublime e mesce con dignità severa le cose gravi dei filosofi cogli scherzi degli amanti, ma Lorenzo nell'aver saputo cospargere qua e là versi ilari e graziosi «sembra abbia superato Dante». Tuttavia se Lorenzo appare più fine, Dante resta più grande. Questa lettera scritta a Firenze nel luglio del 1484 per l'acutezza di alcuni giudizi, incontrò favore presso molti amici e fu uno dei primi passi verso la capacità critica del nostro autore il quale, se si è lasciato prendere la mano dal calore della prima impressione e dalla simpatia che lo faceva indulgere troppo verso Lorenzo bisogna del resto tenere presenti le circostanze singolari in cui nacquero queste poesie di Lorenzo, le feste pubbliche in cui giovinetti e fanciulle le cantavano, le mascherate in cui venivano recitate rivela tuttavia un acume penetrante e misurato. La frase quo mihi videris Dantem exsuperasse, potrebbe sembrare una Opera, 349-50. Cfr. Carducci, Cavalleria e Umanesimo, t. XX delle opere, 1909, 258; ROSCOE, The life of Lor., ecc., London, 1800, voi. II; Thuasne et Dorez, op. cit., 15; Geiger, Renaissance und Humanismus in It. und DeuL, Berlino, 1882. Vedi infine il bello studio di SCARANO, Le selve d'amore in Nuova Antologia, voi. 131, 1893, 49-66. 21 recisa dichiarazione circa la superiorità dell'ingegno del Magnifico, rispetto a quello dell'Alighieri, mentre si riferisce solamente all'espressione formale in voga a quei tempi che tenevano in gran pregio V hilaritatem gratiamque in cui Lorenzo era maestro. Naturalmente il Pico non poteva rassegnarsi a rimanere semplice amatore di poesia in mezzo a tanti dotti che avevano pagato piiì o meno il loro tributo alle Muse; voleva anch'egli dare qualcosa di suo per sottrarsi a quel senso d'inferiorità che gli era reso tanto piiì penoso quanto piii sentiva in sé lo stimolo della gloria e il sentimento della propria ca pacità. S'indusse dunque a pubblicare i suoi versi, distribuendoli in cinque libri, e inviò il primo ad Angelo Poliziano perchè lo correggesse e criticasse. « Voglia tu essere, gli scriveva, giudice equo non iniquo, cioè severo, non indulgente ». E il Poliziano gli rimandava il manoscritto corretto di alcuni versi difettosi, con questo giudizio che non è privo di grazia lusinghiera: «Ho corretto alcuni versi non perchè li disapprovassi, ma perchè sembrano cedere ad altri più belli». Il Pico lusingato sulle prime da simile benevolenza dell'amico per i suoi componimenti poetici, dei quali in un'altra lettera aveva Opera, detto: . Ecco la Conclusione Si quis in • opere prnecedentis conclusionls intellectualiter operabi • tur, per mcridiem li^^abit septentrionem, si vero mun • dialiter per totum operabitur, iudicium sibi opcrabitur ». 107. Conci. 21, Opera, 107. Conci. 11. 105-10^1. (4) • Non potest operari per puram Cabalarli qui non est « rationaliter intellectualis >. Id. 109. 112 mondo, compose il suo Heptaplus o settemplice spiegazione dei sei giorni della Genesi. In quest'opera del Pico, in cui l'elemento lirico prevale talvolta sulla serena spiegazione cosmogonica, i tre mondi: il divino, l'angelico, e l'elementare, sono legati da un'intima armonia. « Haec satis de tribus mundis, in quibus illud in « primis magnopere abservandum unde et nostra « fere tota pendet intentio esse hos tres mundos « mundum unum, non solum propterea quod ab « uno principio et ad eundem finem omnes refe« rantur, aut quoniam debitis numeris temperati et « harmonica quadam naturae cognatione atque or« dinaria graduum serie colligentur ». L'uomo, in questo sistema, è il compendio dell'universo, la sua figura rappresenta i tre mondi, l'intellettuale, il celeste e il corruttibile; è quindi un piccolo mondo . Ma l'armonia non dev'essere solo una legge dell'universo, un dato della realtà in tutte quante le sue manifestazioni, essa deve regnare anche nel pensiero dell'uomo, e ogni prodotto dell' in Heptaplus. Prefatio, id. 6. « Nam si homo est parvus mundus utique mundus « est magnus homo, hinc sumpta occasione, tres mun« dos, inteliectualem, coelestem et corruptibilem, per tres « hominis partes, aptissime figurai ».61. 113 tcllctto deve seguire la legge musicale. Come nei mondo esteriore all'armonia si contrappone il disordine, cosi anche nelle discipline intellettuali prevale molte volte la discordia, prodotta dalle basse passioni. È scopo nobilissimo quello di cercare l'armonia e di far notare la concordia anche nelle teorie più disparate. Questo scopo il Pico se lo prefigge nell'opuscolo De Ente et Uno. Era vecchia la questione se Aristotile si opponga a Filatone nella determinazione dell'essere e dell'uno. La scuola platonica ammetteva la superiorità dell'essere sull'uno (unum esse superius), mentre Platone nel Sofista ne proclama l'identità (!'. Com'è facile comprendere, i primi avevano preso l' ipotesi per la tesi, e attribuivano come pensiero del maestro ciò che non era in fondo che la loro erronea interpretazione. Quando parliamo dell'essere, intendiamo con questo tutto ciò che è al di fuori del nulla, e in questo senso Aristotile aveva detto che l'um» è uguale all'essere 2). « tnim vero in Sophistc in liane scntcntiam po« tius loijuitur esse unum et ens aequalia •. 243. « Quomodo usus est Aristoteles cum uniens ae. quale fecit. Nec dictionem absque ratione sic usurpavit. « nam ut vere dicitur sentire quidcm ut pauci. loqui autein ut plures debemus. Contro quei Platonici moderni che presumonodi avere dalla loro Dionigi l'Areopagita, possa affermare, soggiunge il Pico, che Dionigi è piuttosto della mia opinione, e gli avversari si trovano nel dilemma di dover dire che Dio è e non è nello stesso tempo. L'essere in sé che diciamo Dio, non è l'essere che noi intendiamo, vale a dire l'essere concreto^ ma quella superentità, che è la pienezza di ogni essere e che non procede altro che da sé stesso . Noi dobbiamo ritenere l'uno superiore all'essere nel modo stesso che si dà a Dio l'attributo dell'unità, principio di tutti i numeri. Cosi si spiega se gli Accademici attribuiscono a Platone l'affermazione che l'uno è superiore all'essere; senza dubbio intendevano parlare dell'uno principio di tutte le cose, che è Dio. Nel V Pico espone i modi secondo cui perveniamo alla divinità, i quali però sono sempre inadeguati a farci comprendere piena Sed et Dionysius Areopagita quem qui centra « POS disputant fautorem suae sententiae faciunt non ne• gabit vere a Deo apud Mosen dici Ego sum qui sum ».244. « Hac igitur ratione vere dicemus Deum non esse « ens, sed super ens, et ente aliquid esse superius ».245. 115 mente Dio (I). Questi modi sono qiiatii i li f^ico li chiama gradi dell'ascensione dialettica a Dio; essi corrispondono alle qualtro forme musicali che abbiamo analizzato. La prima forma, poiché si rivolge ai sensi coi suoni, ci fa conoscere che Dio non ò forma corporea, come insegnano gli epicurei e gli Stoici. La seconda che è l'ars numeranJi, ci fa intuire nell'essenza divina qualche cosa che va al di \h della vita, deirintelligibilitc^, e cioè la deità che 6 in sé. si raccoglie e si unisce non come uno fra molti, ma come uno innanzi a molti (2. Colla terza forma, che Pico fa corrispondere alla Magia naturale, c'imposessiamo delle leggi stesse che presiedono ai destini umani e nell'ordine mirabile dell'universo Dio ci appare non solo come la bellezza che traluce in ogni cosa, come il vero che può essere frammentariamente presente nelle più differenti dottrine, ma sopratutto come bontà, poiché l'universo rivela essenzialmente un valore etico. La quarta forma, che nella gradazione pichiana e la Cabala pura, ci • Deus enim nmnimoda et infinita pcrfectlo est. • Deus ipse sua unica pedectione. quae est sua « infìnitas. sua deitas. quae ipsc est, in se unit et colligit. « non sicut unum ex illis multìs, scd unum ante illa multa >.249. 116 mette in rapporto diretto con Dio, senza peraltro farcelo ben comprendere. Dio infatti non è solo ciò di cui non può pensarsi nulla di più grande, come dice S. Anselmo, ma ciò che è infinitamente pili grande di tutto ciò che può essere pensato. In questo quarto grado la nostra mente è come ottenebrata da caligine, si da poter appena intravvedere l'essenza di Dio elevantesi al di sopra della stessa unità, bontà e verità, e innanzi a cui conviene solo, come dice David, il silenzio: « Tibi silentium laus». Il silenzio! ecco la musica, la sola musica che convenga a Dio. Al filosofo musicale, è subentrato il mistico, l'uomo cioè che rinnega ogni armonia, ogni bellezza formale e si ritira in quel mondo chimerico in cui la tenebra ha lo stesso valore della luce, il silenzio ha uguale malìa del suono. Gli ultimi anni del Pico sono caratterizzati da una vita di fervido misticismo unicamente spesa per l'amore di Dio e il bene della Chiesa. A Dio egli dedicò lo scritto In Orationem dominicam ex oEx quibus colligi illud potest non solum esse « Deum, ut dicit Anselmus, quo nihil maius cogitari po« test, sed id esse, quod infinite maius est omni eo quod « potest excogitari. « Ego vero dico Chimaeram quam mente conci« pimus. 117 positio; per la Chiesa scrisse l'opera poderosa: In Astrologiam. Nella prima, che è un'analisi dell'orazione domenicale, preceduta da un'enunciazione delle teorie del Pico, l'elemento musicale è intimamente connesso a quel desiderio il cui obbietto è il sommo bene. Diremmo che quanto più la preghiera è elevata e disinteressata, tanto più è pura musicalità. Quando l'uomo prega non per chiedere favori o qualche bene immediato, ma per essere purificato dai peccati, per raggiungere la dolce contemplazione dei beati e conseguire la purezza degli angeli , allora egli è in contatto di quel profondo io, che, come si esprime il Tagore rivela l'intima natura dell'uomo « più che « il bisogno di sostentamento per il suo corpo, « più che la sua avidità di onori e di ricchezze. « E quella preghiera non proviene solo da lui, «essa è nella profondità di tutte le cose, è l'in • Scimus autem illud esse sumnie desiderandum « quod est summum bonum •. Opera, fol. a 1. Et monebimur ad petendum hoc efficacissime su« per omnia a Dee ut praeservet nos a peccato. Nihil aut « de rebus huius mundi, aut de gratiis gratis datis vel « desiderantes, vel a Dee petentes. Diximus igitur nihil « ex his honis... adiumento esse sicut scientia et dulcedo « contemplationem... ^fol. a 2. «cessante stimolo in lui deW Avih, dello spirito « di eterna manifestazione. Nell'opera contro gli astrologi, nel mentre il Pico ribatte uno per uno gli argomenti degli avversari che si erigevano a paladini dell'astrologia, prende occasione per esporre le sue idee sulla forma e le leggi degli astri, e per far rilevare anche quella superióre armonia in virtù delia quale si compone l'apparente disordine del cielo stellato. Intanto fa risaltare subito che è assolutamente arbitraria la configurazione dello Zodiaco, come fantastiche e ridicole sono le rappresentazioni animali di cui gli astrologi popolano il cielo. Bisogna premettere che l'opera del Mirandolano rispondeva a un bisogno del tempo in cui era tutto un rifiorire di pregiudizi astrologici, magici e negromantici. Il Pico che in questo tempo (1492) frequentava il Monastero di S. Marco, in cui convenivano (5) Tagore, Sadhana, reale concezione della vita, tradCarelli, Carabba, Lanciano. Cfr. Semprini, La preghiera nell' Imitazione di Cristo e suoi rapporti col misticismo, in Rivista di Psicologia. Quod nos in universum primo declarabimus, tum « singillatim, quascunque aliquis Astrologorum signavit co« niunctiones magnas, retulitque ad eventa rerum admi« rabilium, et falsas et falso supputatas et ad effectus falso « relatas, luce clarius ostendemus lanti ammiratori del Savonarola, dovette sentirsi stimolato dal frate ad impugnare quell'arma potente contro la pretesa degli astrologi, che consisteva nel far dipendere i miracoli dal potere diretto di Dio e quindi dalla sua grazia, non già dall'influsso degli astri. Era ben vero che egli andava con questo un pò contro le convinzioni care de' suoi amici, contro il fervore delle idee astrologiche del suo tempo e in parte contro certe convinzioni sue precedentemente manifestate. Ma appunto in questa serie di contrasti, la natura sua battagliera trovava stimolo ad agire e a incanalare le aspirazioni del suo cuore dietro le orme del Savonarola. Era propria dei popoli primitivi la concezione che il mondo fosse un vasto organismo le cui parti sarebbero unite da uno scambio incessante di molecole e di effluvi. Gli astri, generatori di energia, agiscono costantemente sulla terra e sull'uomo, e l'uomo ha il suo destino segnato in una delle tremolanti stelle che vibra nella sua corsa pei cieli insondabili in armonia con quell'essere umano. Tale concezione sopravvisse nel mondo greco, s'impose agli scrittori latini, ricomparve arricchita di una vasta letteratura nel medioevo e nel Rinascimento. Al tempo in cui il Pico scrisse la sua polemica il tema astrologico trovava dei cultori 120 appasionati e già Ambrogio Traversari, Paolo del Pozzo Toscanelli e Matteo Palmieri avevano preparato, colle loro discussioni nel convento degli Angeli in Firenze, la materia per i difensori e gli oppositori dell'astrologia. Era pur sempre in questi lontani e talvolta semplicisti precursori della Astronomia moderna, l'aspirazione a poter misurare il corso dei pianeti, ridurre in numeri^ in intervalli di tempo la danza delle infinite stelle i cui movimenti complessi producono « l'armonia delle sfere » . Ma il Pico, sebbene avesse avuto un concetto così grande della potenza dei numeri e avesse propugnato la sua ars numera/idi, quando vide con quale leggerezza fossero numerate le plaghe del cielo (universas coeli partes) e con quale baldanza venissero attribuite ad esse le diverse qualità della natura umana (diversas in rebus naturalibus proprietates), reagì con la voce del buon senso. È impossibile trovare un'affinità matematicamente determinabile fra le figure del cielo e le affezioni umane, com'è anche assurdo voler determinare dai segni, dalle case e dalle con Soldati, La Poesia Astrologica del Quattrocento, Firenze, Sansoni. « Erraticae stellae per zodiacum aequo cursu non « deferuntur, hoc est non acquali temporis intervallo... qui « igitur metiri illorum motus et dirigere in numeros volu«erunt ».561. 121 giunzioni degli astri, il sesso, le qualità fisiche e morali degli individui. Anzi il Pico sembra andar contro persino alla sua favorita idea dell'armonia che gli faceva vedere rapporti musicali non solo negli oggetti tra loro ma anche fra la natura e l'uomo. Egli crede che si voglia correre troppo quando si applicano questi rapporti musicali agli astri, poiché la loro infinita distanza rende impossibile qualsiasi esatta determinazione. Vi sono dei moderni, egli dice, che vorrebbero trovare delle dissonanze e delle armonie negli astri; come i musici le trovano fra le diverse voci del suono. Troverebbero delle assonanze, come tra la terza e la quinta, o dissonanze fra la quarta e la settima, anche tra i triangoli stellati della quinta e i quadrati della quarta. Ma è un volere, soggiunge il Pico, prendere per realtà ciò che non può essere che similitudine. Non vi sono spazi celesti muti, altri dissonanti, altri armonici, perchè il cielo non emette voce alcuna. Excogitata postremo neotericis quibusdam de « musicis consonantiis alia ratio, ex qua radios planeta« rum tum concinnere invicem, tum dissonare harmonia« rum quadam similitudine tradunt. Est enim, inquiunt, apud « musicos comprobatum ratione et experientia tertiam vo« cem et quintam primae consonare, quartam vero et sep« timam nequaquam. Nos vero ut omittamus istas in tam diversis re« rum generibus similitudines, efficaciam, rationem decla 122 Vi è sì l'armonia anche nell'universo stellato, la legge musicale vige anche in mezzo alle erranti comete e all'immobile fascia lucente della via Lattea. Ma questa musicalità è avvertibile da ben altri orecchi che non siano questi sensibili, essa appartiene a quel grado di cui la musica dei suoni è la forma più grossolana e, per essere gustata, richiede un processo laborioso della mente umana, un'elevazione spirituale che non a tutti è dato raggiungere. Nondimeno tale elevazione fu raggiunta e quei pochi tra i mortali che hanno potuto gustare il concento della sinfonia universale, si sono sforzati di tradurre le impressioni in quelle forme del nostro linguaggio che obbediscono più visibilmente alle leggi della musica. Nell'opera del Mirandolano contro gli astrologi si trova spesso citato il salmo XVlll in cui il profeta Davide fa risaltare la grandezza di Dio, richiamandosi all'armonia del firmamento. . E invero pochi brani delle varie letterature possono rivaleggiare con questo salmo che sintetizza e rende quasi, con sublime laconicità, il linguaggio' degli astri. « Coeli enarrant gloriam Dei, et « opera manuum eius annuntiat firmamentum. « rabimus non habere atque computationem et similitudi« nem non procedere... sed (coelum) nuUam vocem emit« tit ». Opera, Non sunt loquelae, neque sermones, quorum « non audiantur voces eorum. « In omnem terram exivit sonus eorum : et in « fines orbis terrae verba eorum». Il suono della musica stellare è cosi diffuso e riempie di sé ogni punto della terra, che non c'è creatura che non goda di una tale armonia e non esulti alla vista del re degli astri che • spunta fuori qual gigante per correre il suo cammino». La musica degli astri ha la sua scala e le note, di cui questa si compone, risuonano in modo diverso nel cuore umano. L'uomo, se è proclive ai beni frivoli della vita, non trova negli astri un'armonia diversa da quella che ci descrissero gli astrologi. Se intende l'armonia degli astri da un punto di vista naturalistico, considera il cielo alla stregua di tutte le cose create soggette a trasformazione. Le stelle percorrendo le loro orbite sono illuminate da altri astri a volte compagni inseparabili, a volte sconosciuti che incontrano forse una volta sola per non più rivedere nel periodo lunghissimo della loro esistenza, durante la quale mostrano la giovinezza nelle iridescenze del verde aranciato, la pienezza matura nella chiarità bril «In sole posuit tabernaculum suum: et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo suo: Exultavit ut gigas ad currcndam viam •. Ps. XViiI, 5. 124 lante, l'agonia nel tremulo guizzo di porpora. Ma se invece l'uomo cerca nel cielo un simbolo, nelle leggi che regolano il corso delle sfere un termine di confronto per le leggi eterne che sgorgana dal profondo del suo io, allora egli non può non proiettare in questi mondi, così lontani dalla propria esperienza, la trama delle sue piij squisite elucubrazioni. S. Agostino ci ha descritto in alcune pagine delle sue Confessioni il momento in cui egli con la madre Monica, ragionando della felicità eterna di fronte al mare di Ostia, fu compreso da quelle squisite risonanze che sembravano provenire dall'alto. « Peragravimus gradis cuncta corporalia et « ipsum coelum unde sol et luna et stellae lucent « super terram ». Dinanzi a quella musica tutto quanto sapesse di suono era uno strepito^ anche il timbro della voce più cara parlante di cose spirituali: «Et dum loquimur et inhiamus illi, at« tingimus eam modice toto ictu cordis et suspi« ravimus et relinquimus ibi religatas primitias « spiritus et remeavimus ad strepitum oris no« stri, ubi verbum et incipitur et finitur. Tutto doveva finire e scomparire dinanzi a ciò che era la vera realtà, la musica celeste. « Si cui AUG. Conf. « sileat tumultum carnis; sileant phantasiae ter« rae et acquarum et aeris, sileant poli et ipsi * sibi anima sileat et transeat se non se cogi« tando. Sileant sommia et imaginariae revelatio« nes, omnis lingua et omne signum,et quidquid *transeundo fit, si cui sileat omnino ». Ecco espresso con linguaggio umano ciò che rappresenta la musica pura, il misticismo. Il silenzio profondo, ottenuto con l'astrazione da ogni flusso del tempo, da ogni ritmo che accompagna le cose viventi, da ogni procedimento verbale che esprime il pensiero, è indispensabile per metterci in contatto con V Armonia, che, come ben la definì il Pico, è quella legge suprema in cui si compone ogni discordia, si rappacifica ogni contesa, si unifica ogni cosa dispersa. Tale è la dottrina occulta del Pico, dottrina che, pur avendo nel suo autore diverse denominazioni : ars numerandi, ars combinandi, alfabetaria revolutio, si riduce a un concetto sempre chiaro nello spirito dell' autore: musicalità o armonia. Ciò che ci riempe di ammirazione per il Pico è il vedere come abbia saputo valorizzare tutto ciò che nel mondo e nella vita vi è di occulto € di misterioso, come protendesse sempre lo {!> AuG., Con/., lib. IX, cap. X. 126 sguardo suo curioso al di là della natura fenomenica e cogliesse da ogni dottrina, da ogni scuola, da ogni manifestazione del pensiero anche meno evoluto, anche più avvolto nelle favole e nei miti, quegli sprazzi di luce sulle arcane verità che accendevano ognora la sua fervida immaginazione. Ed è bello vedere questo giovane dovizioso e fervente compreso della verità di questa dottrina occulta che, pur essendo implicita nelle più antiche filosofie, dalla Pitagorica alla Platonica, dall'Egiziana (Ermete Trimegisto) alla Cabalistica, non ha mai trovato alcun assertore della sua importanza metodologica, di scienza, cioè, atta a farci penetrare nel sacrario delle segrete discipline. È bello pure vederlo sostenere la bontà della sua dottrina contro gli oppositori e i giudici del santo uffizio. Egli si sforza, è vero, di trovare qualche scappatoia per sfuggire alla condanna e si rifugia nella casistica della scolastica, quando distingue una Cabala vera (tradita) da una falsa, una Magia naturale, da una illegittima; ma, pur attraverso i suoi distinguo, egli afferma solennemente la lealtà delle proprie intenzioni, la sua sincera dedizione alla verità. Convinto che la sua dottrina esigesse da parte degli esaminatori una competenza in materia occulta, cioè una vera e propria iniziazione, egli prega gli amici e i nemici, i buoni 127 e i cattivi, i dotti e gl'ignoranti che vogliano leggere i suoi scritti, con quella purità d'intenzioni da cui era stato mosso nel redigere le Tesi. E poiché molte cose da lui dette potrebbero trarre in errore coloro che non hanno pratica di scienze occulte, spera che ciò che è stato scritto per gì' iniziati non venga esposto pubblicamente a tutti, perchè sarebbe come dare le perle ai porci e peggiorare la sua causa. Nel corso della narrazione vedremo come venissero ascoltate queste parole, e come rimanesse il nostro fedele alla sua dottrina esoterica . (Il «Oro igitur, obsecro et obtestor amicos et inimi« cos, pios et impios, doctos et indoctos... non explicitas « non legant, quando Inter doctos eas proposuimus di« sputandas, non passim legendas omnibus pubblicavimus ». Opera, 237. Parte di ciò che formava il contenuto di questo doveva essere pubblicato nella collana Ritmo f ndata da Diego Ruiz, alle cui idee originali sul concetto di musica, benché contrastanti con le mie, devo rendere qui omaggio. La pri:xioiiia del Pico in Francia. 8cc(MmIo soggiorni» a Firenze Pico clic riguardava la città di Parigi come un luogo in cui sarebbe più facile ottenere quel successo che a Roma non aveva potuto conseguire, s'incamminò sulla fine del 1487 alla volta di Francia. Innocenzo Vili, non contento degli ordini impartiti alle autorità religiose perchè denunciassero o impedissero ogni tentativo del Pico per divulgare le sue Tesi e la sua Apologia, si rivolse anche all'autorità secolare, come fece con un breve indirizzato ai sovrani di Spagna, fi) Bolctin de la Rcal Accademia de la tìisioria, Madrid, Pico de la Mirandula y la inquisición cspanola. Breve inedito di Innocenzo Vili, cfr. DoREZ et Th, op. cit., 71, n. 1. 130 perchè si procedesse all'arresto del Conte recidivo. Nel Gennaio dell'anno seguente mentre il Pico attraversava il Delfinato, veniva a conoscenza del breve del 5 agosto « essendo io nel cammino di Pranza», e fatto arrestare dal Signore di Eresse, zio del re di Francia e governatore del Delfinato. L'ordine di questo arresto si spiega subito: avendo il papa inviato in Francia ai primi di Gennaio due nunci di valore Leonello Chieregato , vescovo di Traìi e il protonotario Antonio Flores, per trattarvi affari di grande importanza, come il processo dei vescovi che si erano dichiarati contro la reggente, e il ritorno alla Prammatica Sanzione, incaricò pure costoro di far ottenere l'arresto del Mirandolano. Ed essi con una tenacia «degna di cagnotti polizieschi », riuscirono, malgrado che in favore del Conte intercedesse presso il re l'ambasciatore del duca di Milano, a farlo trattenere in carcere. La rocca di Vincennes nella quale venne rinchiuso il giovane conte, dovette ispirargli ben tristi riflessioni sul proprio avvenire con la prospettiva di una lunga prigionia. Forse allora piia che mai avrà sentita a sé (1,1 BERTI, /. e. doc. I, 52. Simeone Ljubic, Dispacci di Luca de Tolentis e di Lionello Chieregato, Zagabria, 1870, 9-11.Cfr. DoREZ. et Th. op. cit., 72, n. 2. 131 vicina l'ombra del grande Origene, le esperienze della cui vita egli ripeteva con non poca somiglianza! Ma se il Pico aveva dei nemici che tentavano ogni mezzo per perderlo, contava altresì amici che sinceramente lo amavano, e che non l'abbandonarono nella sventura. La figura del Magnifico assume, durante questa drammatica vicenda, un aspetto del tutto nuovo e simpatico, forse perchè ci è meno noto, e tanto meglio riconosciamo l'umanità del suo cuore, in quanto sta a lui di fronte l'anima intransigente di Giambattista Cybo, che portò sulla Cattedra di San Pietro i difetti della sua scarsa intelligenzaLa lettera che scrisse in questo tempo (19 gennaio) Lorenzo al Lanfredini, il quale non appare molto ben disposto verso il Pico, è una bella testimo (Ij Fu la sua bolla contro la stregoneria (1482) che elevò, per dirla col Symonds, a metodo la persecuzione contro disgraziate vecchie e idiote. Lo Sprenger nel Malleus maleficarum nota che, nel primo anno dopo che quella fu pubblicata, 41 streghe furono bruciate nel distretto di Como. Intorno alle persecuzioni contro le streghe nella Valtellina, vedi Cantù, Storia della Diocesi di Como, e Folengo nella sua Maccheronea. Non bisogna però disconoscere il debito che deve a Innocenzo Vili l'Università di Roma «sotto il quale co« minciò a respirare, e a riprendere in gran parte il vigore « e il lustro primiero ». RoviNAZZi, Storia dell' Università degli studi di Roma, Roma, 1803, 196-197. 132 nianza dell' affetto che Lorenzo nutriva per il giovane Mirandolano. Essa dice che le molte persecuzioni che in Roma si tramano contro il Pico, potrebbero menarlo per disperazione a « qualche via cattiva»; che è piiì facile riuscire nell'intento con le maniere dolci che con bolle e scomuniche, che avendo fatto esaminare l'Apologia a persone religiose e dotte e intelligenti, le quali non trovarono nulla contro la fede, non può comprendere perchè si voglia essere così intransigenti, massime quando chi ha scritto tali cose è un « giovane doctissimo et fresco su la doctrina». Meno nota ancora è la parte che ebbe in favore del Pico Chiara Gonzaga, sorella del Marchese Francesco di Mantova, la quale, andata sposa nel 1481 a Gilbert di Montpensier della Casa Borbonica, cooperò con insistenza presso il consorte, così che questi « motus praecibus et commendationibus « quae ex Italia mittebantur » , ottenne che il re Carlo Vili, che non nascondeva le sue simpatie verso l'illustre erudito, menasse le cose per le (Ij Berti, 1. e, 32. (2i « Numerose lettere gli arrivavano ugualmente dal« r Italia, in cui contava molti amici, tanto alla Corte di « Milano che a quella di Roma, i quali lo pregavano di « usare tutta la sua influenza sul re in favore della causa « del Mir. » Dorez et th,. op. cit., 97. V. anche nella stessa opera appena, doc. V, 4, 133 lunghe. I nunci, frattanto, la cui opera svolta in rigida conformità ai brevi pontifici, è ampiamente trattata col sussidio di preziosi documenti dal Dorez e dal Thuasne nell'opera piìi volte citata, dovendo lasciare Parigi per accompagnare la Corte « pour l'expédition des autre affaires dont ils étaient chargés », incaricarono il vescovo di Grenoble, Laurent Allemand, di volerli sostituire. Ma ormai era troppo tardi: il Pico, dopo una prigionia di circa un mese, venne posto in libertà, e potè passare il confine. Corse allora la voce ch'egli si fosse recato in Germania, avendo più volte espresso il desiderio di visitare la biblioteca del Cardinale di Cusa e di fare acquisto di libri. Si disse pure che fosse stato invitato dal re di Castiglia, Ferdinando, che si era mostrato desideroso di riceverlo onorevolmente nel suo regno . il vero si è che il Pico ripassò le Alpi e giunse all'ospitale Torino. Mentre attendeva a riordinare in questa città le sue cose, libri e ba ll i DOREZ et Th. op. cit., 92. Qual'era il movente di questo re, si domanda il Dorez, la cui slealtà e perfidia sono i suoi caratteri salienti, ad invitare nel suo regno il Pico? Forse per impadronirsi della sua persona e consegnarlo al Santo Uffizio per ingraziarzi Roma? l'ipotesi non è inverosimile. Op. cit., 99-100. 134 gagli, che durante la cattura erano stati manomessi, e a scrivere in tal senso a Filippo di Bresse e ad altri personaggi, di cui ora non aveva piiì nulla a temere 0); ricevette una lettera dal Ficino (30 maggio) che gli offriva 1' amichevole protezione del Magnifico e lo invitava a Firenze. Intanto nell'animo dei nunci si era prodotto un cambiamento singolare, come lo dimostrano le parole con le quali terminano uno dei loro rapporti al papa: « Existimamus qiiod bonum esset si Sanctitas Vestra « eius conversioni et ad gremium suum reductioni « operam darei » . Tuttavia l'animo del pontefice era lungi dall'essere placato e disposto a rimetterlo nella sua buona grazia; forse gli suonava sgradita la frase con cui il Pico lo aveva qualificato nell'Apologia: cui ab innocentia vitae nomen meritissimum. Si sa infatti che Giovan Battista Cybo, prima di abbracciare lo stato ecclesiastico, visse nella depravata Corte aragonese, conducendo una vita punto migliore dagli altri, ed ebbe due figli naturali : Teodorina e Franceschetto. Sebbene, come osserva il Pastor, non si abbiano testimonianze sulla sua condotta morale, allorché entrò nello stato sacerdotale, pure quando fu divenuto papa, Op. cit, 100-101. Docum. V, 6, cit. dal DoREZ et Th., op. cit, 162 € anche -correvano voci sopra altri figli, ed è notorio un epigramma del poeta Marnilo che taluno prese alla lettera: . Octo nocens piieros genuit, totidenque puellas; Hunc merito potuit dicere Roma patrem •. Del resto è con questo papa che si accentua quell'infausta politica che produrrà la piaga del nepotismo da cui tanti guai derivano all' Italia. Innocenzo Vili pone sulla scena politica il suo figlio Franceschetto, giovane più che mai dissoluto, il quale « commetteva disordini tali, che in «un figlio del papa doppiamente sconvenivano », a cui diede in isposa Maddalena de' Medici, stringendo così parentela con Lorenzo il Magnifico (l). Questi perorò insistentemente la causa del Mirandolano presso il papa, il quale da uomo debole ed arrendevole com'era, si lasciava con dì Pastor, 1. e, 197. Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di grazie temporali, nella quale dietro il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio o delitto: di ogni ammenda 150 ducati ricadevano alla Camera papale, il di più a Franceschetto... Per Franceschetto la questione principale era di sapere come avrebbe potuto piantare tutti con quanti tesori poteva, nel caso che il papa venisse a morire. Burckhardt, op. cit., 126. 136 vincere dai malevoli per intentare qualche cosa di serio al Pico. Ad irritarlo maggiormente contribuirono alcuni famigliari del Mirandolano, i quali, avendo « troppo temerariamente e super« bamente parlato contro il papa » erano stati messi in carcere, recando così pregiudizio alla causa stessa del loro Signore. Questo incidente impensierì non poco il Pico, cui premeva che le dicerie esagerate a suo riguardo non finissero per alienargli la simpatia di Lorenzo, e in questo senso chiedeva informazioni al Salviati, fornendogli le prove della sua incolpabilità in tale faccenda. A questa lettera rispose il Ficino rassicurandolo della costante benevolenza di Lorenzo il quale soggiungeva « il tutto volentieri udì e per ciò po« temmo considerare che nell'animo suo non era « odio alcuno verso di voi, ma tutto amore » . Che così fosse lo vediamo in un'altra lettera del Ficino (30 maggio 1488) in cui narra che Lorenzo, pur nel dolore per la morte di una sua figliuola, trova modo di pensare al Pico, la cui sorte travagliata gli pare simile alla sua, quasi che un (1 « É ti fa l'effetto di un uomo il quale si lascia consigliare da altri più anzi che da sé stesso », scrive l'ambasciatore fiorentino il 29 Agosto 1484. 2' Come attesta una lettera del Ficino, lib. Vili, trad. Figliucci senese, Venezia, fato gravi sulla vita dei principi e degli uomini grandi, il medesimo, dopo aver accennato da «quanti pericoli sia questo giovane minacciato», rivolgendosi al Ficino dice: «E voi avete mai di questa cosa qualche più ascosa causa ritrovato ? » Al che il Ficino risponde, conforme alle sue teorie, che la causa risiede nelle essenze che presiedono, come ai vari ordini di uomini, alle congiunzioni dei pianeti; per cui essendo tanto Lorenzo che il Pico nati sotto la «copula di Saturno», i demoni di questo sono ostacolati da quelli di Marte. Tuttavia siccome Saturno è superiore a Marte, così i demoni che presiedono alla loro sorte, avranno il sopravvento su quelli avversari (1 ). Questa lettera illustra l'indole mistica e superstiziosa del Ficino, il quale dilettavasi di predire il futuro agli amici, e a proposito del Pico soleva dire che era nato l'anno in cui egli aveva posto mano alla traduzione di Platone, ed era venuto a Firenze il giorno e l'ora stessi della publicazione. Il Pico da parte sua si tenne sempre esente da queste aberrazioni, grazie a quell'amabile ironia insita nella sua natura. Ecco com'egli scherza sul significato del pianeta Saturno e sulla fede che l'amico dimostra nell'influsso delle stelle. « Forse, 1» lib. Vili, 119-120. 10 138 « dice, Saturno non è cosi propizio come voi as« serite, perchè il suo moto retrogado comunica « la stessa direzione ai vostri passi ogni volta «che v'incamminate per venire da me, perchè «per ben due volte siete tornato indietro*. Ritornando a Lorenzo, questi non si lasciava sfuggire nessun'occasione per rendersi utile al Conte. Essendo di passaggio per Firenze Anton Maria, fratello del nostro Giovanni, che si recava a Roma, Lorenzo lo incarica di « operare gagliar« damente per indurre il Pontefice a far venire a « Roma il conte Giovanni. A me piacerebbe que« sta venuta perchè forse (Giovanni) purgherebbe « questa sua calunnia et contumacia, et sua San« tità lo raccoglierebbe in grazia » . Veramente nessuno sembrava più indicato a perorare presso il Papa la causa di Giovan Pico del fratello Anton Maria, il quale godeva la benevolenza di Innocenzo Vili, ed era dal medesimo protetto in ogni contesa che, a causa della signoria della Mirandola, aveva col fratello maggiore Galeotto. Ma non pare che quegli si desse molto d'attorno per Giovanni, e il Papa era pieno di un si osti li) Epist. libr. Vili, 120. Dal carteggio mediceo, riportato dal Berti nel suo studio 1. e, 35. 139 nato rancore, che nulla valeva a migliorare la situazione del Mirandolano. Tuttavia le insistenze del Magnifico riuscirono alfine a smuovere l'animo di Innocenzo Vili, che accondiscese a permettere al Pico di venire a Roma a discolparsi dinanzi a testimoni, riservandosi di dargli quella penitenza che avrebbe creduta necessaria all'uopo. Il Mirandolano, cui era pervenuta una lettera di Lorenzo che si dimostrava contento dell'esito promettente delle sue premure, non sentendosi ancora disposto a fare il gran passo, credette più opportuno di fermarsi a Firenze. Quivi, nella città che aveva dato il primo spunto alla sua gloria, vicino agli amici che teneramente 10 amavano, si senti rinascere alla gioia dello studio, una gioia però velata da un'intima tristezza che gli derivava dal suo sogno svanito. 11 dissidio interiore che qualche anno addietro aveva provato nella città fiorentina, si era approfondito in un doloroso travaglio, che non toccava solo come allora una parte della sua attività, oscillante da una forma di espressione a un'altra, ma investiva tutto il suo essere, sì « Laurentius..., scrive il Ficino, praestantissimus, et « metuetur et Picum ad Florentem revocat urbem ». Opera. da portarlo, attraverso a una crisi spirituale, sulla via del misticismo. Pur in mezzo agli amici e alle persone dotte di Firenze che ambivano la sua compagnia, si sentiva inquieto come se qualcosa indefinibile ma necessaria gli mancasse; la parola «eretico», ronzando insistente all'orecchio anche tra i conviti e le adunanze allegre, gli dava un senso d'isolamento che lo rendeva malinconico. Gli amici, che notarono, senza forse comprenderne i moventi, l'avvenuto cambiamento, s'affrettavano a darne notizia agli altri lontani, in vario modo. « Il signor Giovanni Pico scrive « il Ficino ad Ermolao Barbaro che ora in Fio« renza alla filosofia attende, assai vi si racco« manda ». E Lorenzo che ha sempre per il suo Pico parole di tenerezza, scrive: «Il conte « della Mirandola si è fermato qui con noi, dove « vive molto santamente, ed è come un religioso, « ed ha fatto e fa continuamente degnissime opere «in teologia; commenta i salmi; dice l'officio or Knte et Uno». Appena il Pico ebbe terminato il suo Ettaplo l'inviò per primo a Lorenzo al quale l'aveva dedicato, e il A\aj:;nifico si affrettò a passarlo a Roberto Salviati, perchè lo facesse esaminare dai dottori, e poscia pensasse alla pubblicazione. Il Salviati risponde che l'opera del Pico, «primizia de' suoi studi', gli fece nascere un sincero affetto per il giovane, ben degno dell'amore di Lorenzo; perciò, essendo stata giudicata eccellentissima, sarà suo dovere di curarne l'edizione con la massima diligenza perchè riesca utile agli studiosi. E infatti, tosto che V Ettaplo fu terminato di pubblicare, venne dal Salviati distribuito a tutti i letterati di Firenze e inviato agli amici delle varie città d' Italia. Quest'opera armonicamente concepita, scritta in un latino 150 piano e scorrevole, non privo di colorito nei passi più salienti; con la fusione ben riuscita delle varie teorie che s'imperniano tutte intorno a un'idea centrale: la identità di pensiero che riusciva a svelare nei misteri di Mosè col pensiero di tutti gli altri filosofi che hanno fatto uso del velame arcano; infine con un'intuizione semplice e grandiosa del cosmo, che dalla distribuzione dei cieli, delle cose create e delle facoltà dell'uomo, accoglieva in una euritmica totalità il sistema cabalistico, gnostico, neoplatonico e peripatetico, non poteva non destare unanime ammirazione nei dotti di allora. Molte sono le testimonianze, specialmente epistolari, che attestano il grande successo ottenuto dal Pico, che ormai era ritenuto un vero portento dagli uomini piij rappresentativi di quel tempo. Al Salviati, che era l'editore più importante di Firenze, scrivono con espressioni d'entusiasmo per l'opera del Mirandolano da ogni parte d' Italia gli umanisti che avevano ricevuto copia dell' Ettaplo. Nella raccolta delle lettere comprese nelle Opere del Pico, troviamo quelle del canonico della Badia di Fiesole, di Baccio Ugolino, di Giuliano Maio di Napoli, del Poliziano, che non si stima degno d'essere avvici Opera nato al Mirandolano, di Ermolao , che confessa d'aver letto Vexameron tutto d'un fiato, del vecchio Cristoforo Landino, al quale pare di veder congiunte nel Pico la sapienza dei filosofi greci con la dottrina dei Padri della Chiesa. E l'eco di questa unanimità di ammirazione per V Ettaplo varca anche i confini d'Italia, come dimostra una lettera scritta al Salviati da Bartolomeo Ponzio, addetto alla Corte di Mattia Corvino, re d' Ungheria. Forse nessuna lode poteva tornare più gradita al Mirandolano di quella tributatagli dal suo antico maestro, Giambattista Guarino, il quale, scrivendogli da Ferrara, loda la vasta cultura profusa in picciol volume dal suo ex allievo (ex tuo praeccptorc factiis sum tibi discipulus). Il Pico era di quelli che nella gloria non dimenticano chi per primo ha aperto le porte dell'anima, illuminandola alla luce del sapere. Rispondendo al vecchio precettore, lo prega di non corrugare la fronte se lo chiamerà a partecipare della gloria che gli deriva dal suo Ettaplo . Ed era sincero, perchè non c'è soddisfazione più intima di quella che si prova al PoLiT. Epist. Opera Opera riconoscimento del proprio valore da parte di quegli che, essendo stato maestro nell'adolescenza, rimane impresso come un giudice equo e spassionato. Ma quanto favore incontrò V EU apio fra i dotti umanisti, altrettanto severamente venne accolto da parte dei teologi romani che vedevano in esso un'altra prova del persistere del Pico nell'attitudine contraria alle dottrine ortodosse della Chiesa. Non migliorava quindi la posizione del Mirandolano di fronte al Pontefice, il quale^ facendo suo il giudizio della Curia, assumeva un atteggiamento sempre più intransigente. Invano si adoperava Lorenzo per mezzo del Lanfredini a mitigare l'animo di Innocenzo Vili, e invano gli faceva pervenire uno schema di Breve, compilato dallo stesso Pico, per dimostrargli a quali condizioni il conte si sarebbe sottomesso. Il Papa era irremovibile e rispondeva al Lanfredini che « il caso del Pico era importantissimo » e che ben « altra cosa era gratificare Lorenzo del « figliuolo (accenna al cardinale Giovanni) o com« piacerlo non entra questi casi della fede». Berti, Op. cif. 39. Ecco parte della lettera del 27 agosto 1489 in cui il Pico dopo aver espresso la gratitudine sua al Magnifico, seguita: « Quello ch'io desidero « è un Breve, nella forma eh' io scriverò di sotto. Faccia » vedere la Sua Santità se per concederlo, ne li può na 153 II fratello Anton Maria aveva riferito al nostro Giovanni che un certo monsignore di Napoli lo accusava di due cose: che cioè egli aveva sparlato della Bolla a Parigi e che continuava a trattare di nuovo quelle cose che gli erano state vietate. II Pico allora si difende contro la prima asserzione, chiamando a testimoni gli stessi « ora« tori che erano in Pranza, se non vogliono tacere « el vero » : e contro la seconda che « non ho « scripto altro di nuovo che quella expositione « sopra el Genesi ch'io ho mandata alla M.^'^ Vo« stra, et Lei può far fede se è contra el Papa o « no, che tanto è distante dalle materie di quelle «conclusioni, quanto è il cielo da la terra». II Magnifico, infatti, faceva fede che l'opera era « stata veduta da quanti religiosi dotti ci sono e « uomini di buona fama e di santa vita e da tutti è « sommamente approvata, né io però sono si cat« tivo cristiano che quando ne credessi altro, me •« scere o danno, o vergogna, o scandalo alcuno nella Ec« desia di Dio, ch'io so gli sarà detto di no, se ne sa« ranno domandati huomini non passionati. Il Breve voria « che fusse in questa forma: Havendo tu già proposte per « discutere alcune conclusioni fu iudicato per noi che « il libro di queste non fosse Ietto, come in una nostra «tale Bolla si contiene ecc.». Dall'Appendice II, doc. I, nello studio del Berti, 1. e. 39 e 51-53. Berti, doc. I, Append. Il, 52-53. 154 « lo tacessi o sopportassilo. Sono certo se costui « (il Pico) dicesse il credo, cotesti spiriti malvagi « direbbero ch'è un'heresia ». La lettera poi accenna alla debolezza del Papa il quale, essendo occupato in molte altre cose, si lascia raggirare da persone malevoli che, « come diavoli lo ten« tano con queste persecuzioni e sono troppo cre«duti». Avverte che il conte è «un istrumento « da saper fare il male e il bene » così che tormentarlo sarebbe farlo deviare dal bene («e ul«timamente si era ridotto qui a vivere santamente «e con buoni costumi e quetare l'animo suo *) e fargli tentare cosa che « potrebbe essere di gran «scandalo». E conclude: «Se la forza gli farà « pigliare altra via, io ci perderò poco perchè in « ogni luogo dove anderà, so mi vorrà bene, per« che ne voglio assai a lui». Esorta quindi l'oratore a fare il possibile per riuscire nell'intento « che non potreste mai stimare quanto questa cosa « mi è molesta e che passione mi da » . Tutto inutile; il Papa era irremovibile e non sapeva capacitarsi a veder persistere uno che aveva ancora l'aspetto di scolaro imberbe, a sostenere cose di teologia, per le quali si richiede una lunga vita Lettera conservata dal Fabroni Laurentii Medicis Magnifici Vita, voi. II 291. Cfr. Berti in op. citata pag. 39. Id., 40. 155 di studio: «perchè, diceva il Papa, non si mette « a fare della poesia ?» Questa gli pareva un'applicazione più rispondente alla sua giovane età. Cotesta frase del Papa, che può parere ironica, ed è invece sprezzante, dimostra quanto poco ei sapesse comprendere quell'anima assetata di gloria e di luce, che coiu)Sceva tutte le ansie del dubbio e il tormento di tante notti insonni per decifrare, nei libri degli orientali, qualche sparso raggio della divinità. 11 Papa arrivò a dire, anzi, che V Ettaplo peggiorava la causa del Pico « essendosi trovata questa opera sopra il Genesi, « et vista per questi docti di Sacra Scriptura, «l'hanno dannata, perchè in molte parti entra « nelle medesime heresie, et quelle medesime cose * che sono state detestate per indirecto, lui le in« troduce in questa opera in molti luoghi». Bisogna poi aggiungere che il libro del Pico sortiva in un brutto momento per trovare in Innocenzo Vili un animo ben disposto, essendo in quel tempo amareggiato dai gravi scandali che Cit. dal Berti, I.. e. 39. Si deve convenire che contrariamente all'asserzione del Pico che sosteneva non aver tenuto ncW Ettaplo parola del contenuto delle conclusioni, abbonda invece di quelle idee che erano state condannate nelle Tesi. E noi abbiamo dimostrato come l' Ettaplo sia la sistemazione delle varie teorie che formano argomento delle conclusioni. 156 erano avvenuti proprio a Roma in seno alla sua famiglia. Stando cosi le cose, il Pico si rassegnò per il momento a rinunciare ad ulteriori pratiche e tutto s'immerse negli studi ch'erano forse l'unica cosa in cui trovasse continue e pure soddisfazioni. Riprese con gioia lo studio delle Sacre Scritture e in particolar modo dei Salmi, di cui voleva continuare l'esposizione esegetica. A farsi aiutare nel lavoro di traduzione dall'ebraico, il Pico teneva presso di sé un giovane ebreo, Clemente, il quale, essendo stato convertito al cristianesimo e indotto a vestire 1' abito di S. Domenico, è richiamato da Lorenzo come una prova dello zelo cristiano del Pico, e un esempio per stornare la vana calunnia di eresia . Grande Nell'anno 1489 venne scoperta in Roma una lega d'impiegati senza coscienza,! quali esercitavano un traffico lucroso con Io spaccio di Bolle papali falsificate. Franceschetto Cybo dava l'esempio peggiore e getta uno sprazzo di luce sulle condizioni morali della Corte pontificia. In compagnia di Girolamo Tuttavilla percorreva nottetempo le vie e per futili motivi aggrediva le case dei cittadini riscuotendo di necessità scherno e vergogna. Presso il cardinale Riario perdette in una notte 1400 ducati e si lagnava poi col papa d'essere stato raggirato. Pastor. L'accenno nella lettera di Lorenzo al Lanfredini è testualmente così: tra gli altri segni di vita cristiana del Pico, vi è quello « di aver convertito un ebreo, giovane 157 era l'aspettativa per questo lavoro del Pico tra i letterati e gli amici, le cui lettere di questo periodo vi alludono come a qualche cosa del genere dell' Ettaplo. « Ci aspettiamo davvero qualche «cosa di delizioso, scriveva Matteo Vero al Sal*viati, dagl'inni di David, ch'egli ò dietro a in«terpretare e a spiegare con grande premura. « A compiere il qual lavoro mi compiaccio che «in questo momento abbia scelto la quiete del « nostro Cenobio di Fiesole, dove il solo vederlo «e udirlo è una vera gioia». Siccome all' infuori del commento al salmo XV, di cui abbiamo già parlato, non ci rimane nulla, se non qualche frammento inedito, scoperto dal Ceretti, che possa giustificare l'ipotesi che il Pico facesse un Commentario di tutti i salmi, dobbiamo ritenere ch'egli continuasse lo studio dei salmi più tosto per un bisogno suo particolare, per fare cioè una specie di esercizi spirituali; e questo spiega anche perchè amasse ritirarsi nel Cenobio fiesolano. Ad avvalorare questa nostra supposizione ci soccorre la lettera ch'egli scrive il 13 gennaio 1490 « assai dotto in quella lingua, al quale faceva tradurre « certe opere in casa sua e colle armi sue medesime e « ridotto a farsi cristiano, che non sono opere da eretici ». Il Berti corregge il Fabroni da cui desume questa lettera e che publicata con la data del 1492 è invece del 1489. 1. e. 41. Cfr. anche Cassuto, 315-317. Opera da Firenze a un certo padre F. B. C. che lo esortava a una vita pia e virtuosa. « Vedrai, sog« giunge il nostro, che, quando mi sarà dato di « ritirarmi nella solitudine, allora potrò filosofare « piamente (pie philosophari) e congiungere la «pietà alla sapienza. Anch'io sono convinto non « esservi vera sapienza quando manchi la eterna, « poiché il trattare le varie discipline, può ben « dare il colore alla pelle, ma non farci più belli. « Ma la mente sana, ferma, gagliarda non si può «sperare che dall'integrità della vita, dai buoni « costumi e infine dalla santa religione ». Non dobbiamo credere che i soli salmi assorbissero il suo tempo; coltivava anche gli studi teologici e filosofici, certo anche quelli poetici, come si ricava da una lettera datata da Firenze l'undici febbraio dello stesso anno, indirizzata ad Aldo Manuzio. « Ti mando 1' Omero che mi hai chie« sto tempo fa; mi trovo così stretto dalle occu« pazioni, Aldo mio, che non ho neppure il tempo « di respirare. Mi sono dato alle lettere le cui « esigenze sono cosi grandi che ho appena il «tempo di rimettermi in salute . Tu che stai « per accingerti alla filosofia, ricordati che non Opera, 375. Questa frase indica che la salute del Pico doveva essere alquanto scossa, e forse si era ritirato a Fiesole anche per scopo di cura. « vi è nessuna filosofia che ci dispensi dalia ve« rità dei misteri: la filosofia cerca la verità, la «teologia la trova, la religione la possiede'». In queste tre sentenze il Pico ci dà, in ct)mpendio, il programma de' suoi studi, i quali andavano orientandosi verso quella fase finale della sua attività, che è, come in ogni processo della vita umana, la liberazione dello spirito dagl'impacci del mondo esteriore. E così avremo modo di notare come nel Pico questo processo si svolgesse con ritmo più accelerato che in altri, e il ciclo si chiudesse proprio nel periodo che d'ordinario separa il trapasso dallo spirito volitivo che cerca di fissarsi nel limitato, allo spirito libero che aspira all'infinito. Durante la primavera, per riprendere il vigore delle sue forze, usciva sovente con qualche amico a passeggio pei dintorni di Firenze: e il Ficino ci ha descritto con insolita semplicità, in una sua lettera a Filippo Valori, una di quelle passeggiate che i due filosofi solevano fare insieme, ragionando con poetico fervore delle comodità della vita . Ecco in che modo il Pico stesso faceva conoscere a Battista Spagnuoli come Opera, 359. « Alli giorni passati andando a spasso il nostro Pico « della Mirandola, uomo certamente meraviglioso e io per « gli colli di Fiesole, riguardavamo cosi per il cammino tutto 160 passasse il suo tempo. « Al mattino, dice, mi « applico assiduamente alla concordanza di Pla« tone e di Aristotile, serbo le ore meridiane agli « amici, alla ricreazione dello spirito mediante la « lettura dei passi e degli oratori, le ore della « notte le ripartisco fra lo studio delle sacre carte « e un breve sonno». Come si vede il Pico aveva intrapreso un lavoro che lo teneva occupato le ore migliori della giornata, e cioè la concordia dei due massimi filosofi dell'antichità. A tale intento domanda in prestito agli amici i libri che gli occorrono e, se non li trova a Firenze, li chiede per lettera a quelli che risiedono in altre città. Ringraziando in una sua Baldassarre Migliavacca di Milano delle copie dei libri greci inviatigli, lo prega di acquistargli il commento di Giovanni Grammatico sulla fisica di Aristotile e, se gli è possibile, anche la metafisica dello stesso filosofo . Nel mentre che si fa inviare dal carmelitano Battista Mantovano l'indice della Biblioteca di Bologna in cui risiede, gli chiede ragguagli intorno alla vita di Filostrato « il paese di Fiorenza, habitazione per certo felice, pur « che due soli incommodi si schivassero, cioè la nebbia «che l'Arno cagiona e i gran venti del monte che gli è « opposto ». Fi(;;iNO, Epist. voi. cit. lib. IX. Opera, 358-59. Opera, 370. 161 e del filosofo Zaccaria che il frate aveva conosciuto a Roma . Da tutte queste lettere traspare il grande affetto che ormai legava il Pico al Poliziano e nei saluti agli amici troviamo sempre congiunto il nome di lui. Scrivendo agli ultimi di luglio a Ermolao lo prega, con dolce rimprovero, di voler moderare le sue lodi {me iani qiiacso lauda modice) poiché gli è stato riferito dal fratello Anton Maria che Ermolao, lo portava a cielo dinanzi a lui, agli altri e « allo stesso Pontefice » : per altro lo prega di amarlo senza ritegno {diun iamen anies immodice) e termina la lettera: «Ti saluta il Poliziano amandoti e lo« dandoti sempre un immodico (immodicus) ". Ed Ermolao rispondendogli a sua volta da Roma il 13 agosto, dopo aver detto che a ciò è mosso da un prepotente bisogno di essergli vicino col pensiero, con la voce, con lo scritto, perchè trova più giocondo il dire che l'udire essere l'amico suo pieno di candore, di bontà, di umanità, termina lo scritto: 'Vale cum Politiano «meo^>. appunto perchè sa che così si rende più accetto all' amico . Anche nell' epistolario del Poliziano abbiamo la testimonianza di lei. 369.359-360. 391. 162 questo attaccamento reciproco dei due letterati. Degna di nota è la lettera che il poeta scrive alla «fedele Cassandra», dotta fanciulla di Venezia, la quale, desiderosa di mettersi in corrispondenza col più celebre poeta del tempo, gì' invia alcuni suoi lavori letterari (orazioni, epistole, versi, scritti di argomento filosofico ecc.); ed il Poliziano trovandoli scritti con eleganza, con gravità, e con una certa virginea semplicità, non priva di dolcezza, così la saluta: « Decus Italiae virgo», nuova Aspasia, Saffo, Corinna, degna di stare accanto alle donne più celebri dell'antichità. Ma non si appaga dell'ammirazione; egli vorrebbe contemplare il volto castissimo della vergine, vedere il portamento e le movenze della sua persona, bevere, quasi, con orecchi assetati, le parole ispirate delle muse, poiché allora trasumanato (consuinatissimus) dall'aflato suo, non temerebbe nel canto il Tracio Orfeo e la di lui madre Calliope. « Certamente finora, soggiunge, soleva am« mirare Giovanni Pico della Mirandola, come il « più bello e il più dotto dei mortali. Ed ecco « che ora. Cassandra, io presi ad amare te ancora «subito dopo di lui, anzi insieme con lui». Come si vede, c'era una differenza tra l'affetto del Pico e l'amore del Poliziano : in realtà quello POLITIANI Episf. del primo era un'amicizia che derivava da quell'ascendente che non può non esercitare un temperamento poetico, quand'anche l'esteriorità della persona non abbia alcuna attrattiva e del Poliziano si dice che fosse alquanto deforme — ; quello dell'altro, invece, era quasi un amore ispirato dalla contemplazione estetica di un giovane dalle forme squisite, tanto più ammirate in quel tempo in cui rinascevano, fra tante altre, le preferenze classiche per la bellezza androgina. Un fatto che in questo tempo tornò di sommo gradimento al Pico e a' suoi amici, fu la notizia dell'elezione a patriarca di Aquilea di Ermolao Barbaro. A lui, che da Milano, dove aveva rappresentato in qualità di oratore la Republica di Venezia presso Ludovico Sforza, era passato a coprire lo stesso ufficio a Roma, presso Innocenzo Vili, rivolge il Pico la seguente lettera: « Mi congratulo con te della nomina a Patriarca « di Aquilea dove potrai dimostrare il tuo valore. «Vi sono tre generi di vita: il civile, il contem Una nota simpatica di questo circolo di dotti fiorentini, al quale apparteneva il Pico, è l'assenza sia dalla loro vita come dai loro scritti di quell'immoralità che imbratta come viscido fango i nomi dei più celebri umaninisti delle altre Accademie. Per Pomponio Leto, che fu imputato di Sodomia, vedi la monografia dello Zabughin, Grottaferrata « piativo e il religioso. Esigiamo dal primo la « prudenza, dal secondo la dottrina, dal terzo la «santità. E tu per l' innanzi nel trattare gli affari « dello stato, ti sei dimostrato prudentissimo, e « gli studiosi, amandoti e ammirandoti, ti tengono «per loro maestro nelle buone discipline: e non « abbiamo dubbi di sorta che saprai del pari «svolgere le tue mirabili doti nella Chiesa». Ermolao risponde con espressioni di rimpianto per il bel tempo speso negli studi pei quali teme ora di non esser più libero di dedicarsi come nella vita secolare, e sopratutto perchè teme che l'alto ufficio che ora deve coprire, induca il Pico a tenere un contegno piii riservato verso di lui. E questo non vuole che avvenga per nessuna ragione. « Ti scongiuro, esclama, per quella be« nevolenza che mi hai sempre dimostrato di vo« lere far sì che anche sacerdote io sia tenuto da «te, se è possibile, per quell'Ermolao che hai « amato nel secolo e che ora, fatto soldato di « Cristo, desidero esserti ancor più caro. Sappi che « Aquilone mi ha trasportato oltre la verità, che « Favonio mi ha rapito oltre l'amore » . Chi avrebbe detto che il suo desiderio di poter attendere alla filosofia lontano dalle occupazioni, Opera si sarebbe cosi presto realizzato, ciie anzi, mentre egli diceva : Si hoc cveniut, ne avesse il presentimenio ? Difatti il Senato veneziano che si arrogava il diritto di nominare il Patriarca di Aquiiea, si sentì offeso dall'atto di Ermolao Barbaro, il quale aveva accettato la nomina da Innocenzo Vili, senza prima chiedere al governo il permesso voluto dalla legge; e per questo condannò il Patriarca all'esilio. Questa sciagura che privava Ermolao della speranza di rivedere la cara patria che tanto amava, fu però sopportata con stoica fermezza e ricompensata dal piacere di poter riprendere i dolci studi. 1 suoi sentimenti in proposito, che manifesta in una lettera al concittadino Calvo sono la fedele espressione del suo animo puro ed elevato, uno di «Nulla vi ha di più preclaro, nulla di più elevato della fortezza dell'animo. Essa brilla al disopra di ogni • altra virtù; essa è la migliore fattrice di voluttà e di pace, e mentre tutte le altre s'inchinano all'impero della • fortuna, la sola fortezza l'affronta e la pone in ceppi. « Ma fingi pure che io abbia ricevuto una ferita più pro« fonda ancora di quella che al presente mi grava; quanto « presidio, quanto sollievo non credi tu che a me rima« nesse da queste tenui lettere che sin da fanciullo ho coltivato? Godendo io sanità di mente e di corpo, quale • calamità poteva sopravvenirmi che m'involasse il con • torto degli studi ? Essendo questi sani e intatti la mia 166 quei nobili caratteri non abbastanza studiati. Frattanto il Pico, per meglio attendere a' suoi studi, fece dono, di tutti i beni che teneva nel Mirandolese, e della terza parte del Principato per la somma di trentamila ducati d'oro, al nipote Gianfrancesco, il quale con tanto amore doveva in seguito curare l'edizione delle opere dello zio e scriverne la vita. In quel medesimo anno il Pico, in compagnia del Poliziano e del Crinito, fece un viaggio nell'Alta Italia per visitare le biblioteche delle principali città, Bologna, Ferrara, Padova, Vicenza, e i particolari di questo viaggio sono riferiti dal Crinito(l). Senza dubbio il motivo di questo viaggio doveva esser quello di procacciarsi i libri che riteneva necessari per condurre innanzi il suo lavoro intorno alla concordanza di Platone e di Aristotile. Nella vita del nostro si alternano con una certa frequenza periodi di vivacità espansiva, con altri di calma e riposata solitudine. Così ora, mentre è tutto immerso nello studio dei due sommi « vita non può essere se non tranquilla, gioconda, ono« revole. Oh felice calamità che mi hai restituito alle let« tere e le lettere a me, anzi a me stesso ! » Dalle Epìst. del Poliziano, la traduzione è del CoRNiANi, / secoli della Letferat. Italiana, 279. Rassegna Bibl. della Leti. Italiana. filosofi della Grecia, si sentiva di ritornare alla pietà e al bisogno di quiete. Con minore assiduità prese a frequentare i convegni e le feste, cui Lorenzo per le sue mire politiche dava largo incremento; cominciò ad essere notata la sua assenza nei conviti in cui era solito accompagnarlo il Poliziano. Questi prova rincrescimento e per lusingarlo gli descrive ora lo spettacolo di una giostra {cquitum ccrtamcn hastis concurrcntium), al quale partecipa il fiore della gioventù fiorentina e in cui Piero de' Medici, ch'è divenuto il beniamino della moltitudine e la gloria della sua famiglia, ottiene la palma della vittoria. Ora invece gli descrive un banchetto offertogli da un certo Paolo Ursino, il cui figlio, bimbo di undici anni, si rivelò un prodigio (un enfant prodigi diremmo noij sia nel suono e nel canto, sia nella recitazione di prova oratoria, sia nel cavalcare un focoso destriero in singoiar tenzone con Piero de' Medici. « 11 fanciullo, soggiunge il Poliziano. « aveva dei capelli d'oro che gli scendevano mol POLITIANI Epist., « I Medici con« cepiscono una vera passione per la giostra... Già ancor « sotto Cosimo, e poi sotto Piero il vecchio ebbero « luogo in Firenze giostre celebratissime; Piero il giovane « poi per tali esercizi, trascurò perfino il governo e non « voleva essere dipinto se non rivestito dalla sua splen. dida armatura». Burckhardt « lemente sulle spalle, gli occhi vivaci, lo sguardo « intelligente, il portamento elegante e nel tempo « stesso marziale. E quando in mezzo al convito « prese a cantare accompagnato dagli strumenti « musicali, sentivo penetrarmi la sua voce soa« vissima nel cuore, e inondarmi di una voluttà «quasi divina». Questo brano ci dice quale ammiratore fosse il Poliziano della bellezza androgina; anzi quale affinità di sentimenti avesse con gli esteti dell'antica Grecia e sopratutto di Roma imperiale di cui abbiamo uno specchio nel Satyricon di Petronio. Ma il Pico era un mistico e non un sentimentale; non amava i festini e la vita gaudente che per un poeta come il Poliziano erano fonte di sempre nuove impressioni. Ormai il contatto delle cose esteriori cominciava a nauseare il nostro assetato di quella bellezza che trascende ogni forma sensibile. Pubblica il libro De Ente et Uno che volle dedicare ad Angelo Poliziano il quale, appunto in quegli anni, soleva intramezzare le sue lezioni di letteratura greca e latina con la lettura dell'etica di Aristotile o di qualche brano filosofico di altri autori . A tali lezioni inter POLIT. Epist. Isidoro del Lungo, Florcntia, Firenze, Barbera veniva talvolta anche il Pico e la presenza del dotto principe tornava molto lusinghiera al poeta di Montepulciano che all'amicizia univa una grande ammirazione per le qualità dell'ingegno del Alirandolano. Nella dedica il Pico ci fa sapere come l'argomento gli sia stato suggerito da una disputa sorta tra Lorenzo e il Poliziano sul modo di considerare Vesscrc e V unità. Il Poliziano stava con Aristotile che ne aveva sostenuta l'identità e il Magnifico coi Platonici che si erano pronunziati per la disparità. Il Pico si schiera decisamente coi primi e viene a dimostrare che anche Platone identifica l'essere con l'uno. Dove egli trova la più rassicurante risposta alla sua tesi, che nella mente d i Platone l'essere e l'uno si convertono, è nel dialogo del Parmenide, ove Platone dimostra non già la superiorità dell'uno sull'essere, ma la loro identità. Perciò Aristotile, che parte dal cuore della filosofia platonica e vi scorge questa identità dei due principi, non dissente aflatto dal suo maestro. Tuttavia il Pico che non era un superficiale conoscitore della filosofia aristotelica, non poteva nascondersi che il pensiero dello Stagirita è stato sempre su questo argomento ondeggiante, sia quando disse che « l'essere non è assolutamente 170 uno», sia quando, parlando dello stesso essere, l'ha definito ora in un senso ora in un altro. Lasciando stare l'equivoco di linguaggio a proposito della parola essere, che è impiegata in numerosi sensi, e che quella di sostanza è impiegata almeno in quattro, sta di fatto che la contraddizione è flagrante e ogni tentativo per eliminarla riuscirebbe vano. Ma il Pico, tendendo alla conciliazione ad ogni costo, concepisce quella superessenza che in sé comprende l'essere e l'uno, sorvolando sopra a tale contraddizione con un ragionamento che non è privo di acume. L'essere, egli dice nel quarto, si deve considerare come concreto e come astratto; nel primo caso l'essere, come partecipazione di qualcosa, è inferiore all'uno; ma nel secondo, cioè l'essere per sé, é un essere uno, superiore ad ogni ente (adeo est ut sit ipsum esse, quod a se est et sit ipsum esse, quod a se et ex se est et cuius partecipazione omnia sunt). È evidente che in questo caso l'essere è Dio, il quale, come l'unità, é principio di tutte le cose (Tale autem est Deus qui est totius plenitudo, qui solus a se est, et a quo solo nullo intercedente medio ad esse omnia processerunt). Così il Pico si spiega non solo la convertibilità dell'essere nell'uno, ma anche come l'essere e l'uno siano in Dio, il quale é un superessere e un 171 superuno, e, come dice Dionigi, quia unice est omnia. V indirizzo mistico dei suo pensiero porta il Pico ad operare la conciliazione di Piatone e di Aristotile mediante Dionigi e a convertire l'ontologia in una concezione teologica. Cosi l'assertore della dignità dell'uomo diviene il paladino dell'infinita potenza di Dio, al quale l'unica lode checonvenga è il silenzio. Il Poliziano fu molto commosso della dedica del libro e l'accolse con espressioni tali che parrebbero esagerate, o per lo meno dettate da un senso di adulazione, se non avessimo avuto agio fin qui di notare la sincerità della sua ammirazione per il Pico. « Arsi sempre, dice il Poeta, arsi forse un po' troppo, te lo confesso, dal desiderio di una perpetua fama, a! punto da ritenere per un niente le ricchezze, la dignità, la potenza e i piaceri in paragone di una gloria duratura. Ma poichò ciò che ho scritto non mi è valso molto a perpetuare il mio nome tu, Pico, sei apparso a prestarmi ciò che non avevo potuto da me, dedicandomi il tuo commentario De Ente et Uno, nel quale richiami le accademie alla vera sorgente e congiungi in una due filosofie e la nostra teologia. Che altro dovrei cercare per poter vivere nei campi Elisi, se vivrò per mezzo tuo e insieme con te ? La posterità narrerà un giorno esservi stato una volta un certo Poliziano, il quale fu tanto stimato da meritare che il Pico, luce di 172 ogni sapere, parlasse di lui nel bellissimo libro che tratta di cose sublimi. Ti rendo, dunque per l'immortalità, grazie immortali». Questi segni di affetto dei due letterati dovevano senza dubbio tornare graditi al sofferente Lorenzo che, ammalato da alcuni mesi, era assistito dal Poliziano, dal quale si faceva leggere ora alcuni passi del De Ente et Uno, ora s'intratteneva a parlare delle virtìj e dell'ingegno del suo diletto Pico. « Quanto desidererei, disse una sera l'infermo, passare quest'altro po' di tempo che Dio si degnerà concedermi, negli studi filosofici con te, col Ficino e con Pico della Mirandola. E quando fu presso a morire in Careggi (scriveva il Poliziano a Jacopo Antiquario) guardandomi dolcemente, come sempre soleva, Oh Angiolo, mi disse, sei tu qui ? — e insieme levando a stento le languide braccia, mi afferrò strettamente ambo le mani. Io non poteva trattenere i singhiozzi e le lagrime, cui nondimeno sforzavami nascondere, volgendo altrove la faccia. Ma egli, senza punto commuoversi proseguiva a stringere le mie fra le sue mani. Quando si avvide che il pianto m'impediva di parlargli, a poco a poco, quasi naturalmente, mi lasciò libero. Corsi allora subito nel vicino gabinetto ed ivi diedi POLITIANI Epist. ed. cit. 452. 173 « sfogo al mio dolore e alle lagrime. Poscia asciu« gatomi gli occhi e tornato dentro, appena egli « mi vide e mi vide tosto, mi chiama di nuovo « a se e mi chiede che faccia Pico della Miran« dola, gli rispondo ch'era rimasto in città, per« che temeva d'essergli molesto colla sua pre« senza. Se io, disse Lorenzo, non temessi che « questo viaggio gli fosse di noia, bramerei pure « di vederlo e di parlargli per l'ultima volta, prima « di abbandonarvi. Debbo io dunque, gli dissi, « farlo chiamare ? Sì, certo, rispose, e il piij «presto possibile; così feci, e già era venuto « il Pico e si era posto a sedere presso il letto. « E io ancora mi ero appoggiato presso le sue « ginocchia per udir meglio per l'ultima volta la « già languida voce del mio Signore. Con quale « bontà, Dio buono, con quale cortesia, dirò an« Cora, con quali carezze lo accolse Lorenzo ! « Gli chiese prima perdono di avergli arrecato « un tale incommodo, lo pregò a riceverlo come «contrassegno dell'amicizia e dell'amore che « aveva per lui, e gli disse che moriva piiì volen« fieri dopo aver veduto un sì caro amico». Il volto gentile del Pico era valso a calmare l'agitazione convulsa di quell'uomo in preda agli PoLiTiAN! Epist., ed. cit. 124-37. Vedi Berti, 1. e. 44-45. 174 ultimi strazi dell'agonia, resa più triste forse dal ricordo dei falli commessi durante la vita di principe; e gli occhi vitrei, prossimi a spegnersi per sempre, parvero rischiararsi alla luce calma e celeste che riverberavano gli occhi azzurri del Mirandolano. Il male di cui soffriva il Magnifico era di quelli che non perdonano, e il grande mecenate, r astuto politico, uno dei primi poeti del Rinascimento, moriva l'otto aprile all'età di quarantaquattro anni. Si discuterà sull'opera sua di governo, sulla sincerità o meno della sua liberalità e del suo mecenatismo, quel ch'è certo si è che Firenze e l'Italia godettero sotto di lui di una prosperità come poche volte fu dato nella storia della nostra patria; che tanti uomini d'ingegno lo amarono e lo riverirono non sempre per adulazione (e la lettera del Poliziano è una prova della più sincera devozione) ma perchè riconoscevano in lui oltre che un reggitore politico, un uomo dì cuore e d'ingegno. Valga la considerazione di ciò che accadde all'Italia dopo la morte di lui per dover ammettere che Lorenzo fu una delle personalità più spiccate e complesse del Rinascimento, un uomo che, come pochi, ha rappresen TiRABOSCHi, Storia della Letteratura Italiana, t, VI, part. I, lib. 1, cap. XV. 175 tato le sorti di una nazione. E il Pico fu di quelli che esperimentarono la generosità disinteressata di Lorenzo le cui lettere e documenti fanno fede dello spontaneo disinteressamento che sempre animarono ogni suo atto verso il giovane filosofo, al quale si sentiva legato da un affetto sereno e sincero. E se il Pico era sfuggito alle persecuzioni dei propri nemici, se aveva potuto trovare in Firenze un asilo comodo e sicuro, se era riuscito ad esplicare liberamente la sua attività di studioso, lo doveva a Lorenzo che per lui fu non solo un amico ma un carissimo padre. IX. Il Pico a Ferrara nel 14i>2. Crisi Uelii^iosa. L'Orazione Domenicale. Invitato dal duca Ercole I, si recò il Pico a Ferrara per assistere alla disputa che doveva aver luogo in occasione del Capitolo generale dei Frati Predicatori. Alcuni anni addietro aveva partecipato a un altro Capitolo, a quello di Reggio, dove era stato fatto segno all'aminirazione generale pel suo ingegno precoce. Né anche ora dovettero mancargli i segni di deferenza e di ammirazione da parte dei convenuti; ma mentre un tempo si sentiva accendere ai sogni della gloria e «all'uso di Gorgia da Leontini cercava fama, sostenendo qualsiasi cosa » ; ora molte foglie vedeva cadere avvizzite dalla sua corona, dopo che ne aveva sperimentata la vacuità piena d'ama — 178 ritudine. Anzi adesso provava un sentimento d'inferiorità davanti a quei frati il cui nome non sorpassava la cerchia ristretta delle conoscenze personali, ma la cui vita al compimento della quale mettevano in uso tutte le loro energie riteneva alla sua superiore. Questi sentimenti del Pico li leggiamo in una lunga lettera, in data 15 maggio 1492, ch'egli scrive al nipote Gianfrancesco. Ivi lo consiglia di non dolersi delle difficoltà che dovrà incontrare nella via del bene, giacché sarebbe oggetto di meraviglia se a lui solo fra i mortali fosse dato di andare in cielo senza fatica (sine sudore). E dopo avergli ricordata la massima di S. Giacomo: Gaudete fratrcs cum in tentaiiones varias incideritis nec immerito quidem, gli spiega come ogni stato sia irto di difficoltà e pericoli : così quello del marinaio, del mercante, del principe. Per questo egli ha scelto la quiete del suo studio, e nulla a mbisce in questo mondo i cui seguaci gridano unanimi: laxati sumus in vias iniquitatis, perchè le innumerevoli cure della vita li agita come un mare fervens quod quiescere non potestSiccome tutte le cose terrene sono caduche, incerte e vili, lo invita a rompere i lacci delle passioni, a rendersi piacevole più a Dio che agli uomini, a scegliersi la via stretta della virtìi che mena al cielo. Per fare questo, 179 gli consiglia due cose: a pregare, e pregare non solo con molte parole (multiloquio) si bene nel segreto della propria mente e di ascoltare nei penetrali della coscienza la voce divina che rischiara le tenebre ed unisce a sé coi modi più ineffabili: e infine che la preghiera non sia lunga, ma ardente e interrotta spesso dai sospiri. L'altro consiglio è di lasciare le favole dei poeti per aver sempre nelle mani le sacre scritture (nocturna versare manu, versare diurna nelle quali è nascosta una tal forza sovrumana, così viva ed efficace, che trasfonde, in chi vi s’accosti umilmente, un'ammirabile amore divino. Termina la lettera ricordandogli quanto gli ha detto altre volte, che cioè per quanto lunga possa essere la vita, si deve pur morire e che il cavallo che ciascuno di noi cavalca non ha da percorrere che un breve stadio. Quale passo ha fatto Pico di questa lettera, da Pico dell'epistola critica a Lorenzo cosi piena d'entusiasmo e di baldanza o dell'Apologia in cui scoppiettavano a volte un virulento sarcasmo, a volte espressioni così ardite e per quel tempo insolite! Questa lettera sembra scritta d’un padre religioso tanto è compenetrata di pensieri e di massime divote: il distacco dal mondo, gl’orrori dell'inferno, l'e Opera, . 180 sortazione alla preghiera, trovano un accento cosi fervente, che ci sembra d'avere innanzi un vecchio stanco della vita e anelante al riposo del sepolcro. Pico era ancor giovane, eppure il suo spirito era invecchiato, 0 meglio, poiché lo spirito non invecchia, era cambiato il contenuto della sua vita. Ciò che ora lo attraeva non era più la poesia e le sue lettere e i suoi sonetti ci attestano quanto egli avesse amato la poesia (omissis j'am fabulis nugisque poetarum cosi consiglia al nipote neppure forse piiì la filosofia e questa era stata la sua grande passione, quella per cui aveva rinunciato alla vita di principe, per cui aveva sofferto persecuzioni e prigionia ciò che ora Io attraeva era una vita più degna d'essere vissuta, per la quale voleva dare non solo una parte della sua attività, l'intellettuale, ma quella affettiva, quella pratica, insomma tutta l'anima. E dessa, è ormai evidente, era la vita religiosa. Ma gli era d'uopo conciliarsi con la Chiesa, dare al Pontefice un attestato persuasivo della sua nuova disposizione. Era quello l'anno nel quale avvenne l'espulsione degl’ebrei da tutta la Sicilia e molti si sparsero in ogni parte d'Italia. Uno di questi Opera (siculus quidam hebraeus) si era spinto sino a Ferrara, portando seco gran copia di libri ebraici. Pico si senti stimolato dall'antica curiosità ed attrattiva pel misterioso; per lui un libro nuovo era un tesoro, e Io legge colla convinzione di trovare in esso ciò che la sua anima vagheggiava e che tutti i libri precedenti non avevano saputo accordare. Ricorda, non senza tristezza, quali orizzonti aveva intravveduto nello studio della Cabala e quante notti aveva vegliato per decifrare gl’arcani dell'antica sapienza. Chi sa che anche ora non potesse scoprire qualche verità riposta nei libri di quel giudeo, il quale gli acuiva il desiderio di leggerli coll'annunciargli la sua partenza da Ferrara entro venti giorni? Al nipote che lo richiedeva di consigli, risponde che non si aspettasse per qualche tempo da lui nessuno scritto essendo occupato notte e giorno, sino quasi a perdere gl’occhi, su quei libri dell'ebreo, che conta di finirli prima della di lui partenza. Addio, conclude, temi il Signore e pensa ogni giorno che devi morire. Non Opera Alcuni giorni prima aveva scritto a Malvezzi ringraziandolo dell'invio fattogli del suo libro De Sortibus che aveva trovato diligente in quanto alla lingua, acuto nelle osservazioni e gli promette d'inviargli alcune 182 pare che da tali letture ne traesse il frutto che si era ripromesso e nemmeno la benché minima soddisfazione dello studio per sé stesso. Ormai era inclinato per quella via in cui si sentiva irresistibilmente trascinato. Si ritrasse da quei libri con una specie di disgusto, e come da ciò che si frapponeva alla sua vera méta. Riandando alle cause che determinarono il suo attrito con la Chiesa e il suo capo, il Pontefice, s'avvide che «buona parte della colpa era sua, « che aveva troppo amato la gloria del mondo e «trascurato quella che sola proviene da Dio*, e sopratutto perché all'odio e alla nequizia degli uomini, aveva reagito coli' impeto della passione, che é figlia di Satana. Non aveva ascoltato il precetto di Gesù quando disse: «Si vos hodio mundus habet, scitote quia priorem me vobis habuit»,e quindi aveva agito ciecamente per la violenza della propria consuetudine, come coloro che sono trasportati dall'impeto della corrente di un fiume. Non aveva riflettuto sulla sentenza socratica che se i nemici uccidono il corpo, non possono nuocere all'anima, e però non si era astenuto dalla vendetta che im sue quisquiglie (forse alcuni di quegli inni che in questo tempo andava componendo per ricreare lo spirito col suono della lirai, Opera pedisce all'anima di udir risuonare la voce soavissima di Dio, unica guida alla verità e alla vita. Oh ! come gli tornava spontaneo sulle labbra il gemito del profeta: «Delieta iuventutis meac «et ignorantias meas ne memineris: sed secun« dum misericordiam tuam memento mei propter « bonitatem tuam Domine » ora che, trovandosi a Ferrara, si risovveniva del tempo della sua prima gioventù non scevra di quei trascorsi che imbrattano la coscienza. " Pensa, figlio carissimo soggiunge rivolgendosi al nipote che la vita ò un punto, un istante; che i piaceri, le ricchezze avvelenano l'anima e la sottraggono al regno del cielo; che tutto ciò che forma la nostra gioia di quaggiù è incerto, umbratile, falso; pensa che una grande ricompensa sta preparata per colui che, disprezzando queste cose, sospira alla vera patria, di cui Dio è il re, la carità la legge, l'eternità il modo. Occupa l'animo in questi pensieri, che lo stimolano quando dorme, lo accendono quando e tiepido, lo rafforzano quando vacilla, e gli apprestano le ali quando tende al divino amore; di maniera che, quando verrai da me, che ti attendo con grande desiderio, ti possa vedere non solo quale sei, ma come voglio che sia». Opera. Questa lettera porta la data del 2 luglio, Ferrara. In questa lettera, improntata a una maggiore unzione delle altre scritte al nipote, il Pico ci si mostra ormai preso dal sacro fervore de! mistico. Ed è degno di nota il fatto che il nostro, le cui lettere agli amici sono di sapore, diremo così, profano, abbia scelto nel suo nipote il confidente delle proprie aspirazioni. Forse lo confortava a questo, oltre il legame di parentela che lo univa al figlio del proprio fratello, a cui non era del resto molto distante per l'età, la serietà di questo giovane principe che si era rivolto a lui con un abbandono e una devozione che non si smentì mai. Ad ogni modo il Pico, che pur tanti amici annoverava, non si aprì mai con alcuno come co! nipote, non fece mai nessuno partecipe delle sue ansie, dei suoi ardori delle note piìi intime che gli vibravano nell'animo; né mai nessuno ebbe a chiamare metà della propria vita (animae dimidium mcae) , perchè nessuno per r innanzi l'aveva compreso come il nipote Gianfrancesco. È senza dubbio di questo tempo il commento all'orazione domenicale che va sotto il nome: In orationem dominicam expositio. Il Pico fa rientrare l'orazione domenicale, che per i cristiani è la preghiera per eccellenza, nel n ; Il nipote si era già sposato. (2ì Questa espressione si trova nella lettera datata da Firenze, Opera quadro generale di una teoria della preghiera; quindi prima di tutto la definisce, poi determina lo scopo per cui si deve pregare , infine dà la norma che deve seguire colui che prega . La preghiera, dice il Pico, è sempre un desiderio, e ciò che si desidera è sempre un bene, e le cose le amiamo in quanto esprimono un bene. Siccome poi, al dire degli stessi teologi e filosofi, il bene sommo è Dio, dobbiamo perciò amare e desiderare prima, e al disopra di ogni cosa, Dio, e insieme con lui le creature che più a lui ci congiungono. Come dobbiamo regolarci rispetto a tante cose che pur ci dilettano (come i beni della fortuna, la bellezza, la forza del corpo ed altri obbietti sensibili) e nondimeno non ci uniscono a Dio? Col fuggirli, risponde il Pico; perchè non può essere buono ciò che ci allontana da Dio e ci fa peccare. E quando ci sono concessi tali beni da Dio? Allora, incalza il nostro, dob [\) «Orare non est aliud quam per elevationem men • tiset affectus excitationem sua desidcria Deo notificare -. i2i « Si ergo debcmus scire, quoniodo sit orandum, • oportet prius scire quid sit desiderandum. Scimus autem illud esse sumnie desiderandum quod est summum bonum. L' Esposizione di cui stiamo facendo l'esame è inserita in principio delle Opere del F*ico, edizione Basilea già citata. Mancando la numerazione delle pagine, citeremo per ordine numerico degli a che contraddistinguono i fogli. 13 186 biamo ricordare il detto di S. Paolo che ci consiglia di far uso delle cose di questo mondo, tenendo da esse distaccato il nostro cuore. Chi vuole distaccarsi da ciò che è caduco deve far uso della meditazione, della compassione, della imitazione. Poiché solo meditando la passione di Cristo, noi sentiremo il nostro cuore punto di compassione per le infinite sofferenze di Gesù ; ma a nulla gioverebbero le nostre lagrime se non cercassimo di imitarlo nella sua vita, nelle sue parole, nella sua inalterabile pazienza a sopportare i più grandi dolori. E non solo dobbiamo sopportare le afflizioni della vita, ma anche coloro che ci fanno del male. Se vogliamo che Dio rimetta i nostri peccati e ci preservi dalle tentazioni, accordandoci la sua misericordia, la quale è come la medicina per il corpo, perchè dovremmo negare al prossimo ciò che noi chiediamo a Dio, vale a dire la misericordia ? Se è vero che è per essa che noi siamo salvati e non già per i meriti nostri, a maggior titolo dobbiamo usare verso gli altri questa grande benevolenza che distingue gli animi eletti. Quando infine Cristo c'insegna adire al Padre, «liberaci dal male», non possiamo fare a meno dal non raffigurarci, nella rappresentazione del Demonio, l'insieme di tutti i mali, l'ipostasi di tutto quanto è triste e peccaminoso; ecco perchè noi dobbiamo 187 fuggire dal male, come da una bestia orrenda e rifugiarci nel seno del Padre nostro in cui riposeremo sempre che lo serviamo con santità e con giustizia. Il 28 luglio giunse a Ferrara la nuova della morte di Innocenzo Vili, e pochi giorni dopo, quella dell'elezione alla cattedra di S. Pietro del cardinale Borgia col nome di Alessandro VI. L'avvento di questo nuovo Papa che, per la larghezza delle sue idee e i suoi gusti estetici, era ben noto nel mondo letterario ed artistico, produsse nel nostro un senso di sollievo poiché, essendosi rivelato di un carattere del tutto diverso da quello del defunto Pontefice, sperava di trovarlo meno restio a concedergli la sospirata assoluzione. Un'altra circostanza si presentava intanto a lui favorevole: l'elezione del Rettore dello studio di Padova, il cipriota Podocataro, a segretario pontificio. Il Pico scrisse da Ferrara il 16 agosto una lettera di congratulazione al suo vecchio professore, rimettendogli una supplica per il Papa, colla preghiera d'intercedere per la sua causa . [\ I Opera, foL, a, 4. (2^ DoREZ, Giornal. Star. d. ietterai. Italiana, voi. 25, 1895, 355. Egli intanto si mosse alla volta di Firenze, per potere poi proseguire per Roma ove non gli mancavano amici e ammiratori, tra i quali il suo affezionato Ermolao, patriarca di Aquilea. A Firenze, essendosi imbaltuto in un fascio di libri greci (ex his graecorum librorum fascibus extricavero) s'intrattenne per poterli consultare. In questa città desiderava raggiungerlo il nipote che ormai non sapeva più vivere da lui lontano. Ma lo zio l'ammonisce di rimanere per due motivi: primo perchè potrebbe arrivare a Firenze nel contrattempo ch'egli sarebbe in viaggio per Roma (ut illuc mihi eudum sit, causam nosti) oppure per Mirandola ; l'altro che avrebbe dovuto lasciare per lui la moglie, verso la quale l'obbligavano dei doveri inerenti al matrimonio, cui egli non potrebbe sottrarsi senza venir meno al comando divino in cui è detto essere gli sposi un'anima sola. « Infatti, soggiunge, 'non puoi es« sere più tutto tuo dal momento che hai voluto « assoggettarti alle leggi nuziali, nondimeno puoi « essere tutto di Dio, al quale sei meritevole nello « stesso tempo che lo sei a te stesso ». Lo esorta infine a starsene in casa per attendere alle proprie occupazioni e alla meditazione delle sacre scritture e in special modo del Vangelo. A vederlo non istarà molto tempo, avendo in animo 189 di ritornare a Ferrara al cominciare della primavera . Siccome non arrivava nessuna risposta alle pratiche che aveva inoltrate a Roma, nò credeva riuscisse per niente proficua la sua andata in quella città, decise di trattenersi ancora a Firenze ove poteva almeno attendere agli studi. In questo periodo attraversava egli un momento di grande sconforto; aveva molto bisogno di affetto e di parole buone e in questo senso è improntata la lettera che scrive ad Ermolao nella quale gli chiede anche il volume di Tolomeo sulla musica . Arriva un momento nella vita in cui la mente nostra fa un cammino a ritroso e invece di guardare avanti e di sognare si volge indietro e ricorda. Fra le persone che conoscemmo ed amammo ve n'è sempre una che rimane nella nostra memoria coi caratteri indelebili di una bontà semplice e gioviale. Felici noi se, mentre la contempliamo in immagine, tale persona vive ancora e può accoglierci nel suo seno e ridirci la parola che consola. Il Pico era cosi giovane quando questo periodo era per lui arrivato che, si può dire, tutti coloro che aveva conosciuto nell'in Opera, 346-47 la data di questa lettera è del 27 novembre 1492. (2 Opera, . fanzia, erano ancor vivi e tra questi la persona che Io aveva palleggiato bambino tra le braccia, e che ora ricorda con tenero affetto nella sua lettera che gì' indirizza senza rivelarci il nome. « Nulla mi tornò più dolce e piij gradito, gli « scrive, della memoria della tua antica famiglia«rità e soavità di costumi. Se la sede dell'ami« cizia sta nell'animo, in noi allora essa è vera« mente, vale a dire, non c'è motivo, come scrivono « Platone ed Aristotile, perchè in noi possa for« mare un dissidio la distanza di luogo e di tempo. « Pensavo or ora in che modo poterti essere « vicino, né altro mi venne in mente che il farti H pervenire la mia elucubrazione de septiformi « in sex dies geneseos. Se noi partoriamo dei li« bri quasi come dei figliuoli, e il padre è in gran * parte nel figlio, vengo io ancora con esso lui « che ho generato. Ricevi dunque il mio figliuo« letto che viene a te com' io soleva ilare e fe * stante bambinello. Ti piacerà, lo so, perchè mi « ami, e ti dispiacerà anche perchè mi ami. Nam * eiusmodi pietatis est et eorum errata qtios ama«mus signanter introspicere ut emendemus et in*trospectis leviter undulgere ne vexemus*. Da ciò si vede che il Pico considerava V Ettaplo come il suo lavoro prediletto; e invero esso Opera e proprio figlio del suo spirito: tutto ciò che aveva studiato, sognato e amato, egli lo aveva trasfuso là dentro e se in qualcosa sperava ripromettersi perpetuità al suo nome, era appunto in esso, che rimane del resto anche per noi l'espressione più notevole del suo ingegno. Frattanto non tardò a venire la lettera di risposta del suo Ermolao, ch'egli trovava quale si era ripromesso, e cioè piena di sentimento e di parole buone, vera immagine di quell'anima semplice e mite, che, pur cosi erudito passava allora per uno dei più eletti stilisti latini — rifuggiva il plauso esteriore, pago unicamente della stima degli amici. In verità questi gli corrisposero e più di ogni altro il nostro che, esaltando i suoi meriti letterari, esclamava: «Voglio, o dottissimo Ermolao, « che tu sappia che ti sono amicissimo e che le • tue virtù mi accendono alla stima e venerazione • per te, così che a nessuno, anche se ti fosse • consanguineo, permetterei di amarti come ti • amo io». Ai primi del 1493 giunse a Firenze la notizia che Ermolao era stato colto dalla pestilenza che serpeggiava allora nel Lazio; il Pico e il Poliziano n'ebbero il cuore trafitto. Il Pico volle tentare di soccorrere l'amico invian do Opera, . dogli per mezzo di un corriere uno specifico da lui stesso comprato e che credeva atto a domare il morbo pestilenziale. Ma quando l'espresso arrivò a Roma, Ermolao Barbaro era già spirato. Contava trentanove anni; con lui spariva una delle figure più amabili del suo tempo e più che per le sue opere letterarie fra cui le Castigationes plinianae erano meritamente celebrate, egli emergeva fra i contemporanei per le squisite doti del suo cuore, doti che solo in parte possono trasfondersi negli scritti e che la morte porta inesorabilmente seco. Per far meglio intendere l'indole di questo umanista, vogliamo riferire in parte la lettera che scrisse alcuni mesi prima di morire ad Antonio Calvo, il quale gli annunziava la morte del padre suo Zaccaria avvenuta in Venezia. Dopo d'aver detto il rammarico provato per non aver potuto dalla terra d'esilio andare a porgere l'estremo saluto all'autore dei suoi giorni, soggiungeva: «Forse egli andando sicuro incon« tro alla morte, era solo sollecito del mio dolore; « sono certo eh' egli non sapeva con che animo « sopportassi la mia sventura, perchè se mi avesse « veduto, oh allora, senza dolore sarebbe passato « da questa vita. Del resto mi conforta il pen« siero ch'egli abbia lasciato il mondo con la co« scienza d'avere fatto il proprio dovere e di avere 193 « speso la sua vita per il bene della patria e delia «famiglia. A te raccomando i miei fratelli, sii loro « consolatore in vece mia e che continuino ad «amare il padre loro oltre la tomba». La perdita di un sì caro amico gettò un velo di tristezza sull'animo del Pico; il pensiero di rendersi utile alla Chiesa divenne ora il dominante fra ogni altro. A farlo persistere in esso contribuiva notevolmente l'influsso che su di lui esercitava la vita austera di Girolamo Savonarola. Dopo la morte del Magnifico, colui che in Firenze aveva acquistato maggiore autorità era il frate predicatore, la cui eloquenza dall'intonazione profetica, la cui vita rigida e intemerata, cominciavano a guadagnargli le anime stanche della vita 0 desiderose di purificazione. Il Pico, che già da tempo conosceva il frate , ora che sentiva più urgente il bisogno d'una persona la quale piij che amica gli fosse guida nel nuovo cammino, si rivolse al frate di San Marco come all'albero maestro. Riprese con fervore le pratiche di pietà, passava le ore nella Biblioteca di S. Marco a conversare col Savonarola di cose religiose, riceveva con piacere nella sua abita li j Roma. Dalle Epistole del Poliziano. (2; Cfr. la Vita del nipote. 194 zione le visite di coloro che desiderassero intrattenersi in dotti e cristiani argomenti. In questo tempo, si legge nella vita scritta dal nipote, il portamento del Pico aveva assunto un fare più timido e contegnoso, il suo volto, di solito ilare e calmo (vulio hilari semper erat et placido) , sembrava ora trasfigurato dagli ardori mistici cui si abbandonava. Più volte fu veduto col flagello in mano (meisque oculis saepius [cuncta in Dei gloriam redeant] flagellum vidi) macerare le proprie carni per espiare i falli commessi e in memoria della morte in croce di Cristo. Più nulla poteva ormai commuoverlo dal suo proposito. Solo una cosa lo avrebbe irritato, se cioè vedesse andar perduti certi scrigni {nisi scrinia quaedam deperirent) ripieni delle sue elucubrazioni, frutto di lunghe veglie e che credeva tornassero di grande utilità alla Chiesa di Dio. Se il paragone non fosse irriverente, diremmo che uguale si presenta in intensità l'attaccamento per il denaro dell'avaro che tiene sul cuore le chiavi dello scrigno ove sta il suo tesoro, e dell'umanista per i libri e gli scritti che tiene nel suo studio : l'uno e l'altro ne morrebbero di dolore se vedessero andare distrutto ciò che considerano metà della loro anima, come. Cfr. la Vita del nipote. secondo Pontico Virunio, incanutì dal cordoglio quell'umanista che perdette in un naufragio la cassa contenente i libri che portava dall'Oriente. Maffei. Verona illustrata. Cosa tenesse il Pico nei suoi scrigni ce lo dice il nipote: una farragine di lavori incompiuti, scritti con carattere malagevole a leggersi «di modo che, come d'in • gegno, cosi fu si celere di mano che, essendo stato da « giovane ottimo calligrafo, finì quasi col non intendere • più egli stesso ciò che aveva scritto. Soleva anche scri« vere or qua or là scrivendo cose nuove sopra le vec • chie, molte opere interrompeva dopo d'averle incomin«ciate». Egli allora attendeva con più di proposito a un'opera in cui si prometteva di combattere i sette nemici della Chiesa: gl'increduli, i pagani, gli ebrei, i maomettani, i cattolici non osservanti a quello cui credono, gli astrologi e gli eretici. Di quest'opera solo la parte in cui prendeva a combattere gli astrologi « egli aveva, come • dice il nipote, compiuto e limato in parte, e noi con • grande fatica potemmo ricavare da un esemplare tutto • cancellato e stracciato » (Vita). Poiché il lavoro contro gli astrologi, che si compone di dodici libri è vastissimo, tenteremo di esaminarlo brevemente più oltre nel nostro studio. X. L'assoluzione del Pico. Risolazioue della crisi nel misticismo. Le « Disputationes » . Sua morte. Giunse al Pico, quasi improvvisamente, il sospirato Breve di Alessandro VI che lo assolveva in seguito alla relazione di una Commissione, composta di un vescovo, di due cardinali e del domenicano Paolo da Genova, professore di teologia e maestro del palazzo apostolico da ogni censura o nota di eresia- Il Breve, dopo aver fatto la storia della esamina delle 900 conclusioni, di cui alcune erano state condannate sotto Innocenzo Vili, perchè erronee e contrarie alla fede, viene alla considerazione dell'Apologia. « Inteso poi il detto pre« decesssore che tu avevi pubblicato un altro libro « apologetico, dove le medesime proposizioni in« terpretavi in un senso migliore e cattolico, e ne chiarivi l'intendimento giusta la vera fede, lo « stesso predecessore volendo impedire che le « premesse proposizioni corrompessero in qualun« que modo i cuori dei fedeli, vietò la lettura del « libro delle predette novecento proposizioni, però « dichiarando che tu non eri incorso per tutto « questo in alcuna censura, siccome più ampia« mente si contiene nelle stesse lettere, il te« nore delle quali vogliamo che qui si abbia per « espresso * . Qui potrebbe affacciarsi la questione se il Breve di Alessandro VI veniva a contraddire la Bolla di Innocenzo Vili,ma  noi  non  crediamo  necessario indugiarci  in  essa  che  ha  dato  campo  a  vivaci  polemiche  fra  alcuni  pubblicisti  rosminiani  e  gesuiti della Civiltà Cattolica. Ci basti dire che vera e propria contraddizione nei decreti dei due Documento citato da Berti nella Rivista  Contemporanea Leone spedì a Pico un Breve col quale permette al nipote di pubblicare le opere proprie e quelle dello zio. Per questo Breve vedi Civiltà Cattolica. E per la Polemica vedi Rassegna Nazionale; Civiltà Cattolica.Vedi anche Malavasi, Pico  della M. davanti al Tribunale della santa sede. Mirandola; Pagani, Rosmini  (an.  Ili,,  e Rassegna  Nazionale pontefici non  esiste; ciò che appai e invece e spiega tutto è la diversità di temperamento nei due capi delia Chiesa. Il primo, invero, non ha mai emesso un atto esplicito di scomunica contro Pico, ma soltanto tenne sospesa questa minaccia come una spada di Damocle sul capo  del Mirandolano, la quale vale a paralizzare la sua attività e a tenere in angustia lo spirito di lui credente; Alessandro, d'indole mono puntigliosa e meno proclive a cedere alle pressioni degl'invidiosi di Pico, i quali sono per altro diradati, e che in fondo non aveva nessun risentimento personale col  nostro (si ricordi la frase dei Pico a riguardo d'Innocenzo nell'Apologia), era portato ad  interpretare nel modo più indulgente l'operato del medesimo, il quale, del resto, era venuto sempre più accostandosi ai dettami di S. Chiesa con una vita veramente pia, e ad indulgere tanto più verso quelli che, per nobiltà di sangue, per sapere, per integrità di vita e religione ortodossa si raccomandano la cui quiete e reputazione ci sta a cuore quando con Dio è lecito. Questo Breve colmò  di giubilo il cuore del Mirandolano e valse a togliere quella specie di op Multa itidem vasa argentea prcciosasque supellec« tilis partes in pauperum usus distribuit. Vita ecc. pressione che gli si faceva sempre più penosa di mano in mano che si accostava al centro della vita religiosa. Questa era ormai l'unica sua aspirazione, l'ideale verso cui tende il suo pensiero e con cui spera di dare  inizio a una nuova vita. Riduce quindi al puro necessario le sue bisogna; la mensa rese parca e frugale, vendendo parte del vasellame d'oro e d'argento per distribuire il ricavato ai poveri verso i quali comincia a largheggiare in elemosine. Volle essere riconoscente coi fedeli famigliari, lasciandoli usufruire liberamente dei suoi poderi. Lascia all'amico Benivieni un fondo cospicuo onde  all'occorrenza alleviasse le persone piìi indigenti di Firenze, sopratutto dotasse le fanciulle bisognose, acciocché potessero maritarsi. Considerando poi chiusa la sua vita nel mondo decide di fare il proprio testamento che redatta  e rifece il primo settembre dello stesso anno e a cui fecero da testi Poliziano e Savonarola. Ivi dispone che l'Ospedale di  S. Maria Novella fosse erede universale  de'suoi beni immobili, mentre di quelli mobili elegge a erede il fratello Antonio verso il quale non voleva riuscire imparziale, avendo già soddisfatto largamente al figlio del fratello Galeotto. Sciolto  La vendita era stata fatta con strumento. Ceretti, Sonetti inediti del  C. G. P. Mirandola così da ogni legame d'ordine finanziario, si trovò libero di dedicarsi a ciò che piìi gli sta a cuore.  Due erano le tendenze che si contrastavano dentro di lui e l'imbarazzavano nella scelta: l'ordine religioso dei frati predicatori cui appartene Savonarola, e la vita del pellegrino più aspra di sacrifici e più libera nell'amore. Come luogo di ritiro pelle sue meditazioni, si era scelto la villa della Fratta dove pochi ammette, per non essere distratto dal suo raccoglimento: tra quei pochi era  Gianfrancesco. Un giorno, narra questi, mentre ci trovavamo a ragionare del divino amore in un giardino dal quale l'occhio spazia lontano le prospettive verdeggianti, mio zio proruppe in queste parole: Te lo confido in segreto, appena avrò terminato certe mie elucubrazioni, darò il rimanente de'miei averi ai poveri, e, giunito d’un crocefisso, scalzo, a piedi nudi, me n'andrò pellegrinando  pel mondo a predicare Cristo alle città e alle castella. Sembra che in questa missione egli trova la vera via alla sua anima irrequieta e bramosa di agire in conformità delle sue libere aspirazioni. Non altro che per questo egli si era  Spigolature in Giorn. stor. di L. I. Vita in negato una compagna, non altro che per esser libero egli visse sempre errabondo senza una stabile dimora, benché  abitasse più spesso a Firenze e talvolta a Ferrara. E quando gli ardori mistici s’acquetavano e l'anima sua si ricompone in quell'equilibrio normale di cui la sua fisonomia esteriore era la più soave espressione, pensa al bianco saio di fra Girolamo, alla maestosa gravità che traspariva dalla magra figura del predicatore, quando di sul pergamo del duomo colla mano che sembra scagliasse  folgori, colla voce annunciante l'ira di Dio, cogl’occhi accesi da quel furore profetico, suscita brividi di terrore sulla folla degl’astanti; allora sentivasi trascinato nelle braccia di quell'ordine che pare istituito per convertire a  Dio colla predicazione e la scienza teologica, gl’eretici e gì'increduli. A tale scopo cerca Pico di cimentarsi con quelle discipline che suggerisce l'ascetica, per  mettere a prova la sua capacità e l’attitudini richieste ad un apostolato. È forse in questo periodo ch'egli compose le dodici regole per eccitare e dirigere l'uomo nel combattimento spirituale. L'idea Vita, \n Regulae XII partim excitantes, partim dirigentes hominem in pugna spirituali, in Opera centrale di queste regole è la seguente: Non si deve rifuggire dalla via della virtù perchè il  cammino è aspro e difficile, poiché anche la via dei piaceri ò seminata di spine e d’avversità; se si deve sostenere in questo mondo una battaglia perenne, dato che la vita dell'uomo è una milizia – volontaria H. P. Grice --, tanto vale combattere per una causa giusta e santa qual'è quella che ci fa simili a Gesù Cristo il quale non ascese al cielo se non per il martirio. Perciò Pico viene a  riconoscere che fra tutte le tentazioni dell'uomo quella che si deve combattere e vincere è la superbia, radice di tutti i mali, contro la quale vi è solo un rimedio, il pensare che Dio stesso s’umilia per noi sino alla morte di croce. A\entre da una parte Pico per suo proprio uso scrive queste regole e cerca di metterle in pratica,  SI homiiii vidctiir dura via  \ irtuiis, quia continue oportet nos  pugnare advcrsus carncm. et diabolum, et mundum recordetur, quod quamcunque elegcrit vitam, etiam sccundum mundum, multa illi adversa, tristia, incommoda, laboriosa paticnda sunt. Rcf.  I. Sicut et caput nostrum Christus, non ascendit in coclum, nisi per crucem. Rcg.  Ili.  Quare super omnes tentationes, homo debet maxime se munire, contra tentationem superbiac, quia radix  omnium malorum superbia est, contra quod unicum remedium est, cogitare semper, quod Deus se humiliavit prò nobis usque ad crucem et mors. Rcg.  XII. non trascura dall'altra i suoi studi, massime in quanto potessero giovare in qualche misura alla Chiesa. Si propone, come abbiamo detto, di combattere i nemici della religione e in particoiar modo gl’astrologi, le cui elucubrazioni  piene di sofismi gli parevano incompatibili col dogma e colla fede. Poliziano, venuto a sapere che Pico s’era accinto a questo lavoro contro l'astrologia, s’adopera in qualche modo per contribuire alle fatiche dell'amico. In quel tempo legge nello studio agl’uditori il suo poema Rusticus in cui, fra le altre cose, fa menzione degl'influssi della luna sui vari lavori dei campi, conforme ai  dettami d’Esiodo. Ora, egli scrive a Pico, io cominciai fra me a dubitare se cotali osservazioni non avessero qualche fondamento nella legge della natura o piuttosto non fossero derivate dalla superstizione del volgo. Siccome tu stai scrivendo un libro pieno di dottrina contro gl’astrologi, dove tratti appunto argomenti che hanno affinità con quelli da me svolti  ad imifazione dell'antico  poeta, così mi è sembrato d\ fare cosa a te giovevole riassumere in una Quare quoniam tu nunc librum cum MAXIME – regole – H. P. Grice -- componis adversus astrologos multiplici doctrina, magnisque argumentis instructum. lettera ciò che si contiene nel mio poema e insieme anche le ragioni che dei fenomeni ivi descritti sono date da Proclo, da altri e da me stesso. Poliziano, che  dopo la morte di Lorenzo aveva rivolto tutta la sua devozione e il suo affetto al principe della Mirandola poiché egli era del numero di quelli che, avendo servito per tutta la vita, e si serve in tante maniere una persona, non possono rassegnarsi a vivere senza un protettore scrivendo all'Antiquario, gli dipinge così al vivo l'amabilità del Mirandolano, d’invogliarlo a sua volta a conoscere  l'uomo celebrato. Infatti l'Antiquario in una lettera a Riccio, dopo aver accennato all’orazioni e all’opere filosofiche di Pico, nelle quali si rivela un ingegno singolare, dice di sentirsi pieno d’ammirazione per uno che pello studio abdica alle dovizie del suo ricco casato. E Poliziano, rispondendogli subito dopo, gli dice d’aver fatto leggere la sua lettera allo stesso Pico, come a quegli che  era il vero oggetto delle sue lodi, e che riceve dal Mirandolano quanto prima una lettera doctani. Politiani et aliorum virorum illustrium, Epistolarum libri duodccim,  Basilea, POLIT.,  Epist.,  aciitam, cordatam, plenamqiie humanitatis. Il nostro infatti gli scrive da  Ferrara, ringraziandolo delle benevoli espressioni a proprio riguardo, sicuro che Poliziano sa interpretare il suo pensiero,  poiché alle muse non s’addice lo strepito d’un picchio anzi l'aspra voce d’un'anitra, com'è la sua, di fronte al canto di due cigni, quali sono loro due. Il contenuto di questa lettera di Pico, tradisce uno stato d'animo completamente estraneo a quello cui sono intonate le lettere di Poliziano e dell'Antiquario; qui si sente dell'artificiosità, fors'anche dell'ironia, prova che l'animo del nostro si  è ormai ritratto d’ogni attaccamento mondano e non vibra più a quell'entusiasmo che era si frequente nelle lettere anteriori. Questo risalto deriva dalla comparazione della lettera di risposta dell'Antiquario, in cui traspare quell'intima soddisfazione che nasce ogni volta s’ottenga un attestato di deferenza da parte di qualche personalità eminente. Egli dichiara che non ci tiene d'essere  paragonato a Poliziano, desiderando solo essere amato da Pico, per il quale nutre POLIT., Opera. un affetto e un'ammirazione più antica di quel che non creda, e il suo nome d’Antiquario ne è una prova. Ad ogni modo non nasconde questi sentimenti per non venir meno a ciò che l'animo sente, e la lingua esprime, e, d'altra parte, la di lui gloria 6 sì solida, che non ha bisogno di  adulazione, egli ch’ha conseguito tra i nati degl’uomini il nome di Fenice. Questo fascino ch’esercita la persona di Pico, invece di scemare, sembra andasse crescendo cogl’anni. Ad altri letterati si chiede un giudizio, un'espressione di simpatia, un apprezzamento qualsiasi; a Pico si chiede un sentimento d'amore; non s’ambiscono le sue lodi o la sua ammirazione, si desidera essere da  lui amati. E che veramente fosse felice l'Antiquario d'essere stato onorato d’una lettera di Pico quoniam me nuper tuis littcris exornasti, Io vediamo nelle parole scritte a Poliziano subito dopo. Dichiarandosi suo debitore per averlo messo in corrispondenza col Pico, soggiunge: sapevo ch'egli è un amabile compagno, ma non potevo supporre che divenisse così presto famigliare. Ho  proprio notato come le sue lettere rivelino, oltre ch’il sapere, l'innata bontà del suo animo. Quando lo vedi, digli che riguardi nelle PoLiT.,  Episf., ,  questa lettera e datata da  Milano mie lettere non ciò che vi è d'incolto, ma la mia  devozione per lui,  e m’abbia come antiquario fra i suoi amici, poiché la legge dell'affetto non può mai divenire antiquata. Il movimento decisamente mistico  che aveva per centro Savonarola, alle cui prediche traevano in folla sempre piiì  frequenti gl’uditori, aveva poco per volta attirato nella sua orbita tutti gl’uomini piìi in vista di Firenze. Benivieni, che diverrà in seguito il poeta, per così dire, ufficiale delle pie solennità colle quali il priore di S. Marco si studia di riformare i costumi, rimase così vinto dal fascino di Savonarola che poco  manca non desse alle fiamme le sue poesie d'amore, che esprimevano un passato di vita leggera. Anche Ficino si sente scuotere dall'eloquenza del predicatore, ch'egli chiama novello profeta, e rimane suo seguace finché la fortuna fu favorevole al riformatore; mentre quando si tratta di confessarlo nel  momento della sventura, egli l’abbandona vilmente con parole indegne d’un filosofo.  Pico piiì d’ogni altro subì l'influsso di Savonarola, al quale si sente legato da vincoli d’ammirazione di lunga data, e per richiamare il quale da Reggio a Firenze aveva speso i suoi buoni uffici POLIT., porta la stessa data,  Rossi,  Il Quattrocento,  Milano presso Lorenzo. Il frate aveva acquistato tale impero sull'animo del nostro, da permettersi aspri rimproveri al suo divoto che indugia  ad entrare nella vita religiosa, e gli presagiva gravi punizioni se non  rispondesse al più presto alla voce che veniva dall'alto. E Pico promette di vestire l'abito, appena avesse dato termine ai suoi lavori in corso, che in fondo, dice, sarebbero tornati assai utili alla Chiesa. Quasi tutti ormai sapevano dell'imminente pubblicazione dell'opera polemica del Pico contro gl’astrologi di cui se ne  faceva ovunque un gran parlare; e  Ficino che, come sappiamo oltre essere filosofo era anche medico, e la sua medicina aveva per fondamento molti postulati astrologici, comincia a pensare che l'amico suo non avrebbe certo risparmiato alcune di quelle  teorie che gl’erano care e che aveva sostenuto negli scritti. Senza por tempo in mezzo, scrive a Poliziano, che condivideva l’opinioni  del Conte e collabora alle sue ricerche bibliografiche, una lettera, nella quale, facendo le viste di convenire con loro, cerca di difendere quanto gl’era possibile salvare. Riferiamo parte della lettera singolare: Contro molti astrologi, che come già i Giganti a Giove il cielo torre tanto invano quanto empiamente si sforzano meritamente, Pico, figliuolo di Pallade e VlLLARI, voi figliuolo  d'Ercole, spesso felicemente combattete. E io, come in tutta la mia vita sempre sono stato del medesimo animo che voi, in questo studio ancora con voi m’unisco. Gli platonici le celesti imagini degl’astronomi descritte, non riprovano, né si studiano approvare. Ma Plotino di tali cose al tutto si ride, e io ne'miei commentari sopra di lui, come suo interprete ugualmente  me ne fo beffe,  parte nella sua  autorità confidato, parte perchè nessuna certa ragione ho di tal cosa. Ma nel mio libro della vita, com'io posso d'ogni luogo diligentemente ricerco; non disprezzo al tutto quelle imagini, né tutte quelle regole refuto e quivi narro le disposizioni dei segni e delle imagini non come appresso gli Platonici, ma come appresso gl’astrologi ho osservato oltra di questo nel libro  del Sole non tanto cose astronoonarola: il morto suo conhdente; egli che aveva reso acuto colle sue recriminazioni quel dissidio interiore che aveva fatto penare per tutta la vita il povero Mirandolano; egli che avevi esacerbato coi suoi  V,  ultimi giorni ed alteralo colla sua  .^ta dall’astinenze lo sguardo dolce e mansueto del  biondo. Ciò non  basUva: ei dove perseguitare anche nel  regn».  del riposo l'ombra di Pico e molestarla colle sue tetre predizioni. Ma coloro che l'avevano amato sinceramente, ne sentirono tutta l'amarezza del vuoto lasciato; e la sua morte immatura fa nascere più d'un sospetto. Si narra che (ierolamo  !  pel dolore della pi-rdila  dell’amico, fosse sui  .^i  darsi la morte. La frase di Savonarola non avrei mai creduto  questo, la descrizione della  malattia fatta dal nipote, in cui si parla del gonharsi delle viscere e d’una febbre  insidiosissima, inhne la e tfatta alcuni anni  dopo da e. ;;o di  Casalmaggiore d’avere avvelenato (. lo  tosegoc . dice il SA>arr()  nei  Diari.)  Pico di cui era segretario, sono argomenti tutti che inducono a credere che la morte del Mirandolano non sia stata naturale. Dorez che ha studiato sui vari  documenti la questione, emette due ipotesi: runa di carattere privato il cui movente era esclusivamente uno scopo pecuniario; l'altra di natura politica, e connessa coi Utrbidi giorni  del  94  in cui a Firenze si contrastavano partiti e tendenze diverse che mettevano capo, alcune al papa, altre a Pietro De' Medici o a Carlo Vili. Fra le molte vittime non è escluso che anche Pico, un tempo  amico di Lorenzo ed ora seguace del Frate, sia stato preso di mira come uno che aveva tradito la causa dei Medici, Giorn. Stor. ecc.  Un documento del vivo rimpianto che lascia dietro di sé il Mirandolano,  l’abbiamo in una lettera di Ficino, proprio dell'uomo che, pel suo carattere incostante, ci parrebbe il meno degno di fede. Se il medico-filosofo prova  mai il nostalgico affetto per  una persona amata, partita per sempre dalla vita, fu senza dubbio nei giorni che seguirono la morte di Pico. Questa lettera ci mette a nudo pell'unica volta forse, l'anima di Ficino, non spoglia però d’ogni finzione allegorica, parlante nel suo linguaggio tronfio eppure  accorato. Oh! Germano, scrive al Presidente della Sorbona, desideri aver la conferma della morte di  Pico,  vuoi  accrescere  il tuo dolore, poiché ora che non sei ben certo se sia morto, ti duoli amaramente, credo che ti dorrai ancor di più quando te ne sarai accertato. Ah, perchè, mio Germano, mi preghi di una tal cosa! Come vorrei essere ancora in dubbio, né posso compiere questo pietoso ufficio senza piangere. Il nostro Mirandolano ci ha lasciato il giorno stesso in  «'  cui re Carlo entrava in Firenze, e  compensava i gemiti dei letterati coll'esultanza del popolo ch'egli  liberava. Se non fosse stata la luce apportata dal re di Francia,  forse Firenze non avrebbe mai veduto giorno più oscuro di quello in cui si è spento il luminare di Mirandola. Con ilare fermezza passa Pico dall'ombra di questa vita come se passasse dall'esiglio alla patria celeste. Qualche rara volta i sacerdoti concedono  per un poco, agl’occhi dei profani, i misteri più riposti e tosto li nascondono, così  Dio concede ai mortali questo divino filosofo, Pico della Mirandola, e lo tolge. La morte di Pico tronca molte speranze e lascia in sospeso molti lavori di cui s’attende il compimento. L'erede spirituale di Pico, quegli che pell'ingegno e la non poca coltura, sembra più indicato a continuare l'opera del  filosofo, era il nipote Gianfrancesco; a lui s’appuntarono gli sguardi di tutti coloro cui sta a cuore vedere publicate l’opere inedite. Infatti il libro contro gl’astrologi, di cui il manoscritto era in caratteri cosi indecifrabili che lo stesso autore stenta a leggerli,  Gian«  francesco, al dire di Ficino, così pio, come  intelligente, si sforza tuttora, quotidie, di trarlo dalle  tenebre, e il medesimo  scrive la  vita e le opere dello zio. Da  te,  poi,  Gianfrancesco,  gli  scrive fra Battista Mantovano,  che erediti le virtù dello zio, quasi che il suo spirito si sia trasfuso nel tuo come quello di Elia in Eliseo, ci aspettiamo questo: che raccolga gl’opuscoli suoi i quali, benché lasciati imperfetti, causa l'immatura morte, non possono non essere dalla posterità degnamente letti, amati, adorati. Mantova. Il medesimo in una lettera del 3 gennaio dell'anno seguente, narrandogli un sogno avuto in una notte giocondissima, in cui il filosofo gli apparve, discutendo di cose arcane del cielo e della terra, lo esorta a scrivere la vita dello zio della quale nessuno è meglio informato di lui e più adatto a farlo, per essersi proposto d'imitarlo come un esemplare di sapienza  e di religiosità. Essa, conclude, riuscirà di grande conforto a tutti coloro che,  come me, hanno amato il filosofo e sofferto per la sua perdita un dolore più grande che per quella di qualunque altro. Mi sono doluto si della morte di Merula, mio condiscepolo e precettore e di quella d'Ermolao e del Poliziano, due uomini illustri; ma di gran lunga superiore fu il cordoglio per quella del nostro Pico. Piangono la sua morte l'eloquenza, l'arte, la filosofia e ogni speculazione,  che trovarono in lui un degno cultore; ma tuttavia egli non è morto invano, noi stimolati dal suo esempio ci sforzeremo di pervenire là dov'egli gode già di essere pervenuto. Tale era il rimpianto che lasciava dietro di sé il personaggio scomparso, tale la somma di pensieri, d’affetti, di care simpatie che, a guisa di scia luminosa, traccia nel percorso della sua breve vita. Egli scompariva  dagl’occhi di tutti in quel mezzo in cui s'incrocia col fascino della giovinezza non ancor sfiorita tutto ciò che vi è di bello e di profondo nella vita dell'uomo; e non è a stupirsi se nell'immaginazione dei contemporanei tanto alto assurgesse colui che, per la bellezza della persona, pell'ingegno favorito da una memoria prodigiosa, pell cuore sensibile a ogni impressione e per tutte quelle  prerogative che non si possono tramandare cogli scritti, dovette certo figurare uno di quegli uomini che sono il vanto e la meraviglia di un secolo Fu osservato che il Rinascimento è l'epoca delle forti individualità che spiccano con caratteri originali sull'amorfa moltitudine. Quelle individualità che, come Farinata degli Liberti, il Conte Ugolino, Pier delle Vigne, Francesca da Rimini,  emergono nel mondo delle ombre per opera del pensiero di Dante (e il pensiero precorre sempre l'azione) si realizzano in carne ed ossa nei condottieri, nei commercianti, negli artisti, negli uomini di Stato, nelle donne celebri del Rinascimento. Non pochi di questi personaggi giunsero sino a noi e sono ancor vivi nella storia, non tanto per quello che hanno lasciato, quanto per quello  che hanno fatto; non tanto per quello che hanno fatto quanto per quello che hanno suggerito ad altri di fare. Borgia non ha lasciato nulla che giustifichi la fama che rende celebre il suo nome, ma le sue gesta, il suo carattere, hanno gettato il loro forte riverbero nella mente del Macchiavelli, il quale fu tratto a scrivere il Principe. E cosi dicasi di tanti altri uomini di quel periodo glorioso  la fama dei quali giunge sino a noi per opera di scrittori e di biografi. Altrettanto può dirsi di Pico della Mirandola, ir quale, se lasciò non pochi scritti, non è già per questi che è ricordato, ma per le lodi di cui è stato insignito dai contemporanei. Siamo qui dinanzi a un problema che non sempre è stato valutato adeguatamente. È proprio vero che la grandezza di un uomo si debba misurare da ciò che ha lasciato, da ciò che anche per i posteri può essere materia di esame? Se si dovesse risolvere il problema in modo affermativo, allora molte figure storiche dovrebbero relegarsi nell'oblio, fuori del quale esse rimangono tuttavìa chiare e sempre splendide. Ben disse il Balbo che Cesare appare piìi grande di Pompeo per quello che ha lasciato, ma non per quello che ha compiuto;  certo in questa assegnazione del compito non sempre la storia si rivela giusta e imparziale. E non ci sembra privo di significato il detto del Leopardi quando afferma che la gloria di un uomo dipende più dal caso che dal merito. Ma noi crediamo che la vera soluzione del problema si abbia quando si tenga conto, oltre di ciò che può da noi essere giudicato, anche dell'elemento di  quell'unanimità che è possibile riscontrare nei giudizi dei contemporanei su di un dato personaggio. Perchè, torniamo a ripetere, non tutto ciò che vi è di bello e di profondo nella vita può sempre tramandarsi cogli scritti, nei quali molte particolarità che rientrano nella componente di una personalità storica, possono essere trascurate o, comunque, taciute. E nel caso del Pico non tutto ciò  che vi era di nobile e di affascinante in lui, che lo rendeva così singolare in vita, si può vedere negli scritti suoi. Quindi il nostro giudizio finale sul Pico oltre che da un esame della sua dottrina doveva essere integrato da quanto scrissero e giudicarono i contemporanei. Ecco perchè nello svolgere la sua vita e le sue opere, non potemmo trascurare anche le lettere e i giudizi di alcuni  uomini del suo tempo, massime di quelli che vissero con lui nei pii!i intimi rapporti. Inoltre per meglio ritrarre la figura del Mirandolano, abbiamo voluto seguire un metodo che, contrariamente a quanto avviene negli studi d'indole storico-filosofica, seguisse lo svolgimento del suo pensiero procedente di pari passo con lo sviluppo storico della sua vita. Forse non saremo riusciti nel  nostro intento, e la monografia-profilo tra gli altri difetti presenterà quello di essere inordinata, sconnessa, e poco chiara. Ma non dovremmo sperare indulgenza se in cambio potremo dare la sensazione di essere rimasti sempre fedeli allo spirito del nostro autore? Noi ci siamo adoperati a mettere in rilievo sopratutto ciò che nell'opera del Mirandolano rispecchia fedelmente gli stati del  suo spirito, travagliato da una crisi interiore che si rivela piij intensa che negli altri contemporanei. Il Ficino visse più del doppio del Pico e pure, benché si parJi della sua conversione nel tempo in cui prese gli ordini sacri, non offre esempio di quel doloroso dissidio che fece soffrir tanto il nostro autore. Il Poliziano trasse sino alla tomba l'inalterabile serenità della sua anima ellenica. Il  Pico che si era spinto col pensiero nei vari campi del sapere, perseguendo un ideale che gli sfuggiva sempre, la concordia di tutti i filosofi e di tutte le scuole, cominciò a provare quella specie di disillusione che subentra con la coscienza dell'inanità dei propri sforzi. Dall'aere rarefatto in cui l'avevano portato certe sue elucubrazioni, senti il bisogno di abbassarsi un poco più vicino alla  solida terra dell'esperienza e di restringere i suoi studi a quegli argomenti che si fondano sulle incrollabili basi dei pochi ma sicuri scrittori, le cui opere hanno sfidato i secoli. E infine, non trovando più neFlo studio che aveva coltivato con tanta passione, la pienezza cui anelava la sua anima irrequieta, pensò di darsi alla vita attiva del religioso e di confondersi umile e negletto tra i  semplici del volgo dai quali aveva cercato di distaccarsi colle sue aristocratiche teorie. Non v'è figura forse nella storia che, come quella di Pico della Mirandola, si contrapponga con tanta evidenza al dottor Faust. Mentre questi, nauseato dei libri e degli alambicchi della sua stanza solitaria in cui era invecchiato precocemente, abbandona lo studio al quale invano aveva chiesto la  soluzione degli enigmi piij affannosi, e si slancia nella vita festante dove sorride il volto soave di Margherita; Pico invece lascia giovane e bello la corte principesca con le sue caduche frivolezze, per il fascino di ciò che vi è d'imperituro e non declina come la luce del giorno, per le idee che illuminano i nascosi sentieri della verità a coloro che sanno formare in se stessi gli organi atti a  contemplarle. Ciò che infine piace nel Pico, è di vedere in lui compendiati molti caratteri singolari della stirpe italiana, che più di ogni altra sente il fascino della bellezza, della gloria e sa per esse immolarsi. Questa nostra stirpe ha sempre dimostrato, fin da quando nel Pantheon dei Cesari accoglieva tutte le divinità, di saper comprendere ed apprezzare le manifestazioni religiose degli  altri popoli; e anche quando unificò gli spiriti nella religione cattolica romana, diede prova della sua tolleranza in quella stessa Roma, in cui all'ombra del Vaticano, potevano vivere indisturbati gli ebrei, che altrove erano perseguitati e vilipesi. Ogni volta poi che questa stirpe fu colta da quelle profonde crisi che non risparmiano alcun popolo, essa ha saputo riformarsi senza cadere in  quegli eccessi che fanno rompere ogni rapporto col passato 0 che, abbandonandoci al caos rivoluzionario, ritardano, invece di far avanzare, la civiltà. E noi assistiamo sovente a questo fenomeno che come nella massa della nostra gente, si avvera nei singoli, e cioè, che quanto più il volo della fantasia o lo slancio dell'ingegno li porta a varcare i confini della tradizione e delle leggi civili  e  religiose, proprio allora succede un ritorno o, meglio, un più forte sentimento di amore e di venerazione per la religione e le usanze dei padri. Se è vero che nell'individuo sono compendiati tutti i caratteri della specie, possiamo ritenere che, come pochi, riesce il Pico a compendiare queste caratteristiche della razza italiana. Onde, nel modo istesso che egli soleva dire che, se fosse vera  la teoria pitagorica della  trasmigrazione delle  anime, avrebbe creduto che in Marsilio fosse redivivo Platone; cosi noi potremmo dire, in senso metaforico, che in ciascuno di noi rivive un poco dell'anima entusiasta e pugnace di Pico (iella  Mirandola. Concludendo, il nostro j^iudizio sarà diverso la quello pieno di rimpianto che di lui  e delle ne opere formularono i suoi contemporanei,  se)ndo I quali la morte precoce impedì al suo ingegno di raggiungere la pienezza degli anni maturi. La monografia -profilo che abbiamo tentato di fare del Pico, ci induce a scartare, come assolutamente infondata, questa opinione che potrebbe anche apparire a un esame superficiale ilella vita del Mirandolano. Noi siamo del parere che il Pico non mori quando la sua carriera letteraria  era a mezzo, ma piuttosto quando era compiuta. Se la morte lo sorprese, fu soltanto tlla svolta della sua vita, quando già egli era per intraprendere un nuovo cammino. Il Pico se fosse ancora vissuto, si sarebbe dato alla predicazione, a una vita di apostolato in servìgio della religione cristiana: egli insomma non avrebbe più lavorato per la gloria del mondo e quindi per la scienza, ma  unicamente per la gloria celeste e cioò per la sua anima. Già gli ultimi frammenti della sua produzione letteraria, accusano i sentimenti di un morituro alla vita del mondo, di un nascituro a quel genere di vita che, rinnegando il mondo e le sue comuni  soddisfazioni, è una preparazione a una buona morte. Il Pico poeta. Come abbiamo detto, tra la farragine di scritti che teneva ne' suoi  scrigni, egli aveva le Disputationes e i versi raccolti in più libri i presumibilmente cinque); a quelle egli diede pubblicità, e questi volle consegnare alle fiamme. Tuttavia qualche cosa sfuggi all'incendio: una trentina di sonetti in volgare che, scoperti contemporaneamente dal Dorez e dal Ceretti, furono publicati sulla fine del secolo scorso; e in latino alcuni distici ad esaltazione della  Bucolica di Benivieni  i2j;un  breve epigramma laudativo a Poliziano  i3), e un carme elegiaco. Dorez  li pubblica in una rivista romana la Nuova Rassegna e il Ceretti a Mirandola. Sono stampati.  ^Ac.  74b delle opere del Benivieni stampate a Venezia per Nicola Zoppino e Vincentio  Conipapagno) e in Opera. Poliziano espresse il suo dolore in un epiragmma slg  "còv  tcìxov perchè  il  Pico diede alle fiamme le sue poesie. In ed. Del LUNGO, pagina 217,  num.  LUI. Opera, Dei quattro carmi latini due: De expellendis Venere et cupidine e  In martyrem Laurentium Hymnus publicati nei Carmina  III. Poet. appartengono al nipote. L'elegia In Inudem Dei et prò oratione ad Deum facienda. Siccome poco o nulla possiamo dire del Pico come poeta latino,  soffermiamoci alquanto sui suoi meriti come poeta italiano, attendendoci all'edizione dei sonetti curata dal Ceretti. Il nostro scopo in questo breve esame non è quello di risolvere una questione estetica e molto meno di offrire un testo critico delle rime in volgare del Mirandolano; esso mira unicamente, in coerenza all'indirizzo che abbiamo seguito nel corso del nostro studio, a indagare  se anche nei componimenti poetici si rivela qualche nuovo "lato della personalità del nostro autore. I sonetti del Pico appaiono più esercitazioni scolastìche che espressione di stati d'animo; essi trattano per lo più argomenti d'indole filosofica e morale. L'intonazione petrarchesca si rivela sin da principio: Ed io sono esemplo al popol tutto il qual verso richiama il noto sonetto del Petrarca  che incomincia: al popol tutto Favola fui gran tempo. Cosi dicasi del primo verso di quell'altro sonetto: Spirto che reggi nel terrestre bosco che ricorda il petrarchesco: Spirto gentil che quelle membra reggi. Tuttavia anche in alcuni di questi sonetti come nel quarto della raccolta citata, non è difficile notare qualche sprazzo di luce, un afflato poetico che dimostrano come Pico sapesse  talvolta elevarsi colle proprie penne e l'ode Ad Pctrum Medicem  =>  (che insieme all'epigramma per il Poliziano si trova nel cod. Laur.  XC,  sup.) sono d'argomento religioso, moraleggiante. G. Bottiglioni, La Lirica Latina neUa  2. metà del secolo XV in Annali della R. Scuola Normale di Pisa, nel cielo della poesia 5  . Un indice che il Mirandolano era anche uno studioso di  Dante  lo abbiamo nel sonetto V, in cui tenta di esprimersi con lo stile forte e solenne del Poeta, come nella quartina:  Quinci colei, da cui mai non iscampa Scese nel mondo e in alto precipizio Guida chi del gran primo benefìzio Grata memoria non riscalda e avvampa. Nel sonetto VI c'è un'eco delle sue ansie di mistico, del suo sospirare alla patria lontana che forse il presentimento della morte  vicina rendeva tanto bella al pensoso giovane: Non  m'accorgeva, dico, ahimè infelice! Esser qui in viaggio, esser qui posto in bando; Altrove esser la patria e la mia stanza. C'è qui anche una visione tetra della vita che oscura le cose più leggiadre, come i fiori che intristiscono sul loro stelo, le balde esistenze discoloro che avanzano frementi di speranza e finiscono tòsto per cadere: E  che quando l'uom crede ch'egli avanzi Spesso al suol cade ed e'gran sonno dorme, E che seccarsi e diventar può informe Subito un fior che verdeggiava dianzi. Ma se il suo pessimismo se così può denominarsi) è appena momentaneo, egli non poteva ancora essere assalito dal dubbio assillante dell'autore di Amleto, ne da tutto il travaglio del pensiero critico che troverà la sua espressione  nelle poesie del Leopardi. 11 Pico era ancora in quell'età in cui l'uomo appena s'inoltrava nelle vie del  (5. Ci atteniamo airedizione del CERETTI, Sonetti Inediti del Conte F G Mirandola, 189». Non hanno notevole interesse la canzone e .1 sonetto che si trovano nella raccolta Delle Rime Scelte di GABRIEL  G.OLITO, Vinesia, dubbio, sì ritraeva tosto inorridito e abbracciava la croce  come un'ancora di salvezza. E mentre al  mio passato erro pensando Tengo fermo nel cor l'alta radice Di carità, di fede, e di speranza. E ci descrive anche quando egli si distilla il cervello per decifrare gli antichi codici cui spera di carpire qualche segreto; e come al chiaror della lampada, nell'alta quiete della notte, fisso in quei punti oscuri che arrestano ogni slancio del pensiero, egli  provasse l'ansia, il dolore fino alle lagrime per ciò che invano sospirava di poter chiarire: Versan lagrime sempre le mie luci  E pur quand' altri posa, il sol si parte, Non men quando al ritorno scuote l'ombra Mentre il sudor distilla in qualche libro Pel caldo a cui non trovo aura né ombra. Abbiamo accennato altrove come il Pico non fosse di forti passioni, se si esclude quella per la gloria;  non ebbe una forte passione per la donna, e anche quando ne parla, non esprime nulla di suo e cade nella rettorica. Tale ci appare il sonetto che incomincia: Era la donna mia pensosa e mesta nel quale il Pico fa apparire il suo cuore nudo a guisa d'un messaggio a Madonna che, mossa alfine a pietà, nell'umido suo seno allori'accolse. Né riesce più efficace quando per colorire meglio dei    sentimenti che non  provava, ricorre alla mitologia. Così nel sonetto  fX)  Per quel velo che porti agli occhi avvinto, pieno d' invocazioni a Venere, a Psiche e a Cupido. Notevole nella sua forma esteriore è il sonetto che  incomincia:  "Io mi sento da quello ch'era in pria Mutato da una piaga alta e soave, che, anche tecnicamente, è uno dei meglio riusciti del nostro autore. Non privo  d'interesse è il sonetto a forma di dialogo tra Pa e Po, il quale appare anche nella Raccolta di Poesie italiane inedite di duecento autori di Trucchi. Nel  sonetto  XII  sembra abbia coscienza della sua incapacità a trattare di amore, perchè mettendosi a celebrare un grande personaggio del  tempo forse un Papa o Lorenzo il Magnifico immagina che Apollo Io consigli a lasciare Amore e a  cantare  d'un chiaro splendore che alluma l'universo; e riconosce che quando vuole emulare altri Petrarca riesce meno abile: e fatto emulo altrui Spesso ad altrui mi fa parer men chiaro. Non privo di grazia appare il sonetto nel quale Pico, che si ora innamorato di una donna da altri amata, la paragona a una cerva inseguita da due cacciatori e incerta se fuggire o gustare il dolce miele.  A\a  il poeta, commosso della sua sorte, poiché era In pericolo di cadere vittima del traditore, esclama:  Ed  io di ciò me ne affanna molto Che m'accortala del ricoperto fele, E mentre me ne doglio ella disparve. Forme e modi, come si vede, convenzionali, come convenzionale è pure il sentimento della natura, non diverso da quello che ci forniscono i modelli classici. Ecco come II Pico  dipinge nel sonetto la campagna che si ridesta al soffio primaverile: Chiara gemma più assai che chiaro Sole Quando apre l'anno verde, e rivi e colli Orna di fresche e pallide viole! Ed ecco come parla dell'estate nel sonetto XV: Era nella stagion quando il Sol rende A' due figli di Leda il bell'uffizio. Quando ch'io giunsi all'ombra d'un ospizio  Ove natura le sue forze estende. L'amore  ei lo fa nascere: Quando la terra Si riveste di un verde e bel colore;  242 e questo amore è il dio platonico che non muore mai: Ojfendeti la morte o la vecchiezza? No, che rinasco mille volte al giorno. Ma quando il suo pensiero da soggetti frivoli o comuni, passa ad argomenti più elevati, per esempio a quello di patria, allora pare che si ridestino in lui i nobili sensi della sua stirpe  guerriera, e la sua penna sa foggiare parole taglienti come lama acuminata. Dopo avere notato come il prestigio che un tempo aveva l'Italia stia per passare oltr'Alpe, e specialmente in quella Gallia che doveva, proprio nel giorno della sua morte, mettere il piede ferrato sull'Itali^  egli allora guarda la patria italiana come a un'ombra dell'Inferno dantesco: Allora mi parca come del ceco   Regno di Dite stanno i spirti bui; Che si conosce un ben quando é perduto. Ed è pieno di reminiscenze dantesche la chiusa del sonetto: E quando il danno tuo fìa conosciuto Intenderai, se avrem da pianger teco. Dicendo: non sai più quella eh' io fui. Anche le competizioni di parte, le lotte intestine, le guerre fratricide tra città e città, tra regione e regione, trovano un'eco nel sensibile suo  cuore. Egli, che aveva studiato e agito per trovare una conciliazione fra le idee, per perseguire il suo ideale di pace fra gli uomini, deve constatare che questi non cessano di combattersi fra loro in forma violenta e sanguinaria.  II sonetto  XVII è l'espressione del suo cuore angustiato di figlio di questa misera Italia, e sebbene si senta l'ispirazione di Dante, pure il Pico sa rendere abbastanza  la sincerità del suo sentimento. Misera Italia, e tutta Europa intorno Che il tuo gran padre Papa giace e vende. Marzocho a palla gioca e lunge stende. La Biscia è pregna ed ha in sul capo un corno. Fernando infuria e vendica il gran  scorno, San Marco bada, pesca e poco prende, La vincta Biscia ora S. Giorfiio offende, La Lupa a scampo veglia notte e giorno. Nulla di notevole  preserftano i cinque sonetti che compaiono nella seconda parte della raccolta; prevale in essi l'intonazione filosofica. Ciò che si rileva è l'aspirazione del poeta ad elevarsi dagli amori frivoli e passeggeri di questo mondo a quell'unico amore che arde sempre nella inalterata beatitudine. Egli che aveva provato le pene, le gelosie, i languori degli amanti: Uno star divoto più che divino   Basi, sussurri, risi: in un momento  Mi han fatto servo: e dir non so di cui. ebbe però anche la forza di dominarsi e di drizzare l'occhio alla contemplazione del sempiterno bene: e degno obietto Nel guai ogni sua forza ha posto il Cielo  E veramente pur me stesso lodo Che a tanta electionc hebbi intelletto Levando totalmente a gli occhi il velo. Dopo questo sommario esame dei sonetti,  la figura del Mirandolano ci rivela un altro lato della sua caratteristica personalità. E se alle opere filosofiche egli deve maggiormente la sua celebrità presso i contemporanei, e se per esse lo riteniamo degno di studio noi moderni, non dobbiamo misconoscere anche i suoi meriti letterari. Noi riteniamo che non sia lecito tacere del suo contributo, modesto quanto si voglia, alla letteratura  italiana, le cui manifestazioni se furono cosi splendide nel cinquecento, ciò si deve al solerte lavoro di preparazione, di prove, di conati che caratterizzano il quattrocento, del quale il Pico se fu  l'ultimo in ordine di  tempo, non fu l'ultimo per merito e importanza. Sul contenuto e sul valore delle poesie del Pico esiste un lavoro di Testa, Pico della Mirandola e i suoi contributi in rima alla  lirica del Quattrocento, Aquila, che noi non  riuscimmo, per quante ricerche fatte, a trovare. In Rassegna  Bibliografica  d.  L.  Italiana, an. Vedi  la  recensione del Flamini alla publicazione dei sonetti fatta da Dorez e da Ceretti. Cfr. pure Giornale stor. di  Leti. Italiana, e la Rivista Abruzzese. Vedi infine  Giorn. stor. di Letteratura Italiana. Giovanni Semprini. Semprini. Keywords: il deuteuro-esperanto di Grice, PICO (vedasi). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Semprini.” Semprini.

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