SEMPRINI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semprini: implicatura
cabalistica nel deutero-esperanto di Pico -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Giocodi H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bologna). Filosofo italiano. Bologna,
Emilia-Romagna. S. progetta una lingua internazionale su base latina che chiama
“neo-latino” – “Rubrica del movimento interlinguista” --- e l'anno successivo
ci prova anche LAVAGNINI (si veda) con l'Unilingue (o Interlingue)
pubblicato nel Corso pro Corrispondenza d'interlingue od Unilingue in sette
sezioni a Roma e ancora con MONARIO (si veda), dato alle stampe nel Corso
de Monario prima e nell'Interlexico Monario. Italiano-français.
English-deutsch poi. GIOVANNI PICO (vedasi) DELLA MIRANDOLA. LA
FENICE DEGL’INGEGNI -- saggio di
S. nella quale si raccontano i casi della vita del
principe-filosofo e s’espongono i segreti cabalistici magici e
astrologici della sua esoterica
filosofia. Con un esame delle sue poesie in volgare e un ritratto
fregiato da Carolis ALL'INSEGNA DELLA
CORONA DEI MAGI PRESSO ATANOR. TODI. Il saggio che offre
al suo C. non ha la pretesa d’essere una monografia e molto meno uno studio
completo della vita del Mirandolano. Esso, così come si presenta, porta l’impronta
dei sentimenti e dei pensieri non sempre contenuti che in me sorgeno via via
che il velo si discopre e la bellezza d’una vita intensamente vissuta per un
ideale l’appare nella sua immediata freschezza. Ciò che li mosse a scrivere di Pico non è, lo confessa,
quella preoccupazione pella verità storica che spinge molti a travagliare per
anni interi intorno a manoscritti, a cimeli, a documenti, pur di riuscire a
determinare colla massima certezza le date della vita d’una personalità o d’un
avvenimento storico. È stato il desiderio di conoscere, attraverso un
personaggio quelle altre verità che, non
essendo sempre dì dominio del pensiero riflesso, le chiamiamo con altri
nomi. Tale desiderio l’ha portato a
conoscere quanto Pico, al pari degl’uomini del suo tempo, fosse assetato di
verità, e come più di tutti i suoi contemporanei avesse il senso dell'inanità
degli sforzi umani e della vita stessa. Quanto egli, pur aspirando alla verità
come luce rasserenatrice, fosse convinto, anche prima di raggiungerla, che desso, purtroppo, non è
il fine ultimo della vita, che c'è qualcosa di più alto ancora che più della
cristallina chiarezza del vero esprime l'essenza della vita, e cioè l'amore.
Non è tragico tale sentimento che rende inquieta l'esistenza di quest’aristocratico
il quale, sotto la femminea placidezza del suo volto avvenente, nasconde
un'anima irrequieta e nostalgica, non
già agitata dalle passioni 0 dai
perturbamenti del senso, ma dal dubbio della ragione, dal contrasto che sorge
come nube procellosa negli spiriti meditabondi ogni volta che vedono
l'inconciliabile opposizione fra il reale e l'ideale? E ciò che nel Pico rende
insanabile questo dissidio interiore era il senso del mistero che in combeva su
ogni manifestazione del suo vivere, il senso dell'arcano per penetrare il quale s'illude, come gli
spiriti profondamente mistici, che al di là della conoscenza comune, al di
sopra delle nozioni volgari ci fosse una dottrina esoterica, accessibile a
pochi, per mezzo della quale l'iniziato potesse inoltrarsi nei sentieri
reconditi ove splende la luce che trasumana. Non so quanto sia riuscito nel suo
assunto che era di rappresentare Pico quale mi si rivela più che dai documenti d'archivio,
dalle sue opere e dalle lettere del suo epistolario. Certo sarebbe per lui
motivo di conforto poter constatare che il suo studio potrà essere stimolo ad
altri a darci di Pico quell'opera completa che tuttora ci manca. Bologna, Villa
Serena. In un'alba nasce nel castello della Mirandola Pico. Sua madre, in un
sogno di fiamma, n’aveva presagito la bellezza
superiore a quella delle sue splendide figlie, e l'ingegno e l'amabilità
che non aveva saputo riscontrare nei figli Galeotto e Anton Maria, in perenne
lotta pella supremazia del feudo. Muratori, Amali d'Italia; Tiraboschi,
Dizionario Top.; Bratti, Cronaca; Cronaca della Nob. Famiglia Pico, scritta d’autore
anonimo, illustrata con note e documenti da Molinari, pubblicata in Memorie
storiche della città, ecc. Mirandola;
Ceretti, Giulia Boiardo in Atti e Memorie della Deput. di storia patria
dell'Emilia, Modena; Burckardt, La civiltà italiana nel ri-nascimento, Firenze.
La prima biografia del Pico è quella scritta dal nipote Gianfrancesco e
premessa in tutte le edizioni delle opere. La contessa Giulia, che aveva nelle
vene un po'del sangue del cantore dell'Orlando innamorato, ci si presenta una di quelle donne meravigliose
del ri-nascimento, abilissime nei lavori muliebri e aperte a ogni
manifestazione dell'arte, capaci d’accudire alle cure più minute della famiglia
e di tener testa agl’affari più difficili dello stato. Questa donna, che
altrove ci appare energica e severa, accanto a PICO, rivela i caratteri più squisiti della
maternità. Ora la vediamo tutta compresa di
tenerezza nell'atto che la nutrice mostra il bimbo in fasce a Merula,
ospite durante il suo viaggio per Bologna delle figlie Lucrezia e Caterina. Ora
notiamo lo sforzo della sua maschia natura per condiscendere a certi capricci e
vizietti di PICO. Oh! la gioia di questa madre quando assiste alle prime
rivelazioni di quell'ingegno precoce, che era pronto a cogliere sul punto
qualsiasi istruzione impartita, che impara con rapidità sorprendente una
poesia, che rivela sin dai più teneri anni una memoria prodigiosa. L'indole
dolce e arrendevole che Pico aveva sortito da natura, l'aspetto quasi femmineo
del volto che si tinge di rossore o impallidiva ai fremiti insoliti dell'età
critica dell'adolescenza vicina, l’inclinazione agl’ardori d’un misticismo
incipiente, dovevano senza dubbio indurre la contessa Giulia a provvedere per
tempo all'avvenire del figlio, non senza quella trepidazione propria delle
madri che vorrebbero vedere immutata l'ingenuità delle loro creature. A Giulia
parve che lo stato ecclesiastico fosse il più adatto all'indole del piccolo
Giovanni che, da parte sua, era più che mai disposto ad abbracciare uno stato
in cui avrebbe potuto svolgere più agevolmente quei sogni che cominciavano già
ad agitarlo. Giulia s'interessò per ottenergli la elevazione a protonotario
apostolico, e appena il figlio ebbe raggiunto l'età di dieci anni, la contessa
ne celebrò solennemente l'investitura. Alcuni anni dopo, nel 1477, Io mandò a
studiare diritto canonico all'università di Bologna . La festante città dei
Goliardi, la cui vita politica era guidata in questo tempo dalla potente
famiglia dei Bentivoglio, poteva considerarsi per il suo Ateneo « il tramite
per cui le idee umanistiche passavano dall'Italia all'Europa. Da ogni regione
d'Italia e paese d'oltr'Alpe convenivano quivi numerosi gli studenti con le
caratteristiche e i linguaggi delle loro terre; e quivi formavano corporazioni
con statuti propri. Si deve far risa ci) SCARABELLI, Dell'antico studio
bolognese, Bologna, 54-55; Gavazza, Le Scuole dell'antico Studio bolognese,
Milano, 1896, 78. 4lire a questo periodo l'attrattiva esercitata sull'animo del
Pico dall'ordine domenicano, che finirà per essere una delle mete sospirate. La
chiesa di S. Domenico era il luogo in cui solevano radunarsi le corporazioni dei
« legisti », i quali erano tenuti a intervenire processionalmente alla festa di
S. Domenico e ad assistere dal coro alla messa dello Spirito Santo. Tra quei
frati predicatori che, per la loro dottrina e il loro ascendente, avevano sì
gran parte nelle cose dello studio, uno dovette attrarre l'attenzione del Pico,
per le maniere semplici e rudi, gli occhi vivissimi, la fronte solcata da rughe
e il colore bruno che contrastava col biancore del lungo saio. Questi era
Girolamo Savonarola, giovane allora venticinquenne, già emaciato dai digiuni e
dalle astinenze che a « vederlo passeggiare pei chiostri, pareva piuttosto
un'ombra che un uomo vivo. È dubbio se fin da allora si stringessero rapporti
fra i due, che dovevano in seguito legarsi coi vincoli di reciproca stima;
certo da quel momento i loro occhi si saranno incontrati, non con
l'indifferenza onde passano le innumeri fisonomie umane, ma producendo quella
recondita impressione che rifiorisce presto o tardi negli scambi di idee e di
sentimenti. VillAri, Savonarola, Monnier. È durante il tempo de' suoi studi di
filosofia a BOLOGNA che muore a Pico la madre, e ci duole di non trovare
alcun'eco ne' suoi saggi di questa sventura. Ma faremmo torto al suo delicato
sentire se volessimo ciò attribuire ad uno scarso attaccamento verso la persona
che pili di tutte lo ha amato. La contessa Giulia che si era portata a Bologna
per stare vicina al diletto figliuolo, fu colpita da un malore che la trasse in
breve, il 13 agosto 1478, alla tomba. La sua salma, trasportata il giorno
seguente alla Mirandola, fu tumulata accanto a quella del marito nella chiesa
di S. Francesco. Pico, forse perchè non si sentiva portato allo studio del
diritto canonico, decise di recarsi a Ferrara ove lo invitava il Duca Ercole I,
già imparentato con la sua casa, avendo sposato la sorella Bianca a Galeotto,
fratello del nostro Giovanni. Quando nel maggio del 1479 giunse a Ferrara, che
era allora una delle città pili popolose e ricche d'Italia, fu assai lieto di
poter frequentare la scuola di rettorica e di poesia di Battista Guarino, che
proseguiva con pari valore le direttive del padre suo, il celebre Guarino
Veronese. Come un'aura di poesia doveva respirare nella città che della poesia
cavalleresca ed epica stava per divenire il centro d'Italia, e come un'ebbrezza
6materiata di sensualità doveva ispirargli la tragica storia ancor recente di
Parisina e gli amori un po' violenti del padre di Lionello e di Borso d'Este .
Il Pico trovò modo di appagare più di un desiderio come ci attestano i
frammenti delle sue poesie amatorie e Raffaello da Volterra ne' suoi commentari
in cui parla anche del successo che conseguiva nelle pubbliche discussioni. Non
ostante la simpatia ch'egli sentiva per Ferrara in cui aveva contratto varie
amicizie cogli Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventosi: una
principessa, Parisina, è decapitata insieme col figliastro Ugo per adulterio
(v. Muratori, R. I. S. lib. XX); principi legittimi e illegittimi fuggono dalla
corte e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli,
come accadde; oltre a ciò continue cospirazioni dal di fuori; il bastardo di un
bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo erede. Ercole I ».
BuRCKHARD. Cfr. Solerti, Ugo e Parisina in Nuova Antologia. Ivi il Volterra
dice di avere veduto il giovinetto Pico, vestito da Protonotario apostolico,
discutere fra le acclamazioni di tutti con Leonardo Nogarola. Devono alludere a
questo tempo le parole del nipote: « Prius enim et gloriae cupidus, et amore
vano succensus, « muliebribusque illecebris commotus fuerat, foeminarum «
quippe plurimae ob venustatem corporis orisque gratiam, « cui doctrina
amplaeque divitiae et generis nobilitas ac« cedebant, in eius amorem exarserunt
». Opera, Vita, senza numerazione di pagina. uomini pili in vista del mondo
letterario come col Guarino e con Vespasiano Strozzi, il demone
dell'irrequietezza cominciò a fargli sospirare altre città, a comunicargli il
tormento comune a tutti gli umanisti di allora pei quali la più gran gioia era
quella di andare in cerca di nuovi codici, dì poter frugare conventi e
biblioteche, di scoprire qualche nuovo volume. Benché ormai rimanesse poco o
nulla da scoprire, dopo che, sull'esempio del Petrarca, il Filelfo, il Guarino,
Giovanni Lascaris erano riusciti a riesumare tante opere preziose
dell'antichità, non era peranco cessata la bramosia della scoperta di nuovi
libri . Il Pico, spinto da un ardore che nasceva da uno spiegabilissimo
sentimento di emulazione, non risparmiava spese nell'acquisto di libri, e
intraprese anche dei viaggi per raccogliere o rintracciare qualche codice
antico. Nell'autunno del 1480 troviamo il Pico a Padova , dove in data 16
dicembre di quell'anno Sabbadini, Le scoperte dei codici latini, Firenze,
Sansoni. Cfr. specialmente i capitoli IV, 72, VI, 114. Anche il Muntz,
Precursori e propugnatori del Rinascimento, trad. Mazzoni, Firenze, Sansoni,
1902, 76-78. II Pico rimase a Padova per un biennio. Cfr. Della Torre, Storia
dell'Accademia Platonica di Firenze, 1902, 749. 8 gli venivano rimesse le
patenti ducali con le quali si concedevano a lui studente di filosofia
nell'almo studio patavino, tutti i privilegi che vi potevano godere gli
scolari. Pare che l'indirizzo di studi che si perseguiva in questa città e
l'ambiente studentesco lo soddisfacessero molto, poiché in una lettera ad
Ermolao Barbaro dice che, fra tutti i «ginnasii» d'Italia, quello di Padova era
stato da lui frequentato più volentieri . Era il Pico allora in quell'età in
cui la vita sorride più che mai all'occhio dell'adolescente che, nell'esuberanza
delle proprie forze psichiche, non trova limiti al suo pensiero, e il bene e il
male rientrano in quella sfera che li assorbe, direi quasi, li accomuna, cioè
l'amore. Ciò che in altre età può sembrare scandaloso, indegno dell'uomo, è
nell'adolescente tollerato; e anche quando l'uomo avanzato negli anni piange,
come il Pico, i peccati della gioventù, sente nel-, l'amarezza del rimpianto il
rimorso di così cari ricordi! E il Pico era troppo sensibile per non sentire
questa vita fremente che gli s'agitava intorno, egli ch'era così bello, colle
chiome d'oro svolazzanti sul volto radioso, quasi novello Ado « ex Italiae
gymnasiis mihi sedem ad philosophiae « studium diligerem... » opera, 376. Cfr. DoREZ et ThuaSNE, Pie
de la Mirandole en France, Paris, Leroux, 1879, 9. 9 ne, come ce lo dipinge il Ramusio in un carme latino.
Testimonianza di questa vita goliardica di Padova, è la raccolta dei carmi
latini di Girolamo Ramusio, ch'egli volle dedicare al Pico verso il quale si
sentiva attratto, oltre che da tenera amicizia, da identico amore per lo studio
delle lingue orientali e per la vita avventurosa , con un carme intitolato:
Illustrissimo loanni Mirandolae principi ac concordine corniti benemerenti,
Hier. Ramusius paiiper Ariminensis. Girolamo Ramusio, della cui memoria non c'è
traccia nelle opere del Pico, benché nella raccolta delle sue poesie si trovino
inseriti alcuni carmi di quel Donato col quale il Pico rimase in Ecco i distici
del carme Lusus in Venerem: Pacem vultus habet, facies exorat amorem Membraque
scytonia sunt magis alba nive. Cuncta dicent Divum, ut sydus ocelli, Et
volitant circum tempora amata comae. citati dal Flamini, Girolamo Ramusio, in
Atti e Memorie d. R. Acc. di Padova. Viaggiò in oriente in cui imparò la lingua
araba, fu a Damasco nel 1484, morì a 36 anni il 5 giugno 1486^ mentre si recava
da Damasco a Beiruth. Flamini, 1. e. Anche il Donato studiò a Padova nel 1476,
conobbe Catta, amata dal Ramusio, e l'amore della fanciulla per l'amico gì'
ispirò versi di rimpianto per la immatura morte, e in essi cerca di riprendere
il Ramusio pe' suoi carmi lascivi. Assistendo alla laurea dell'amico nel 1476
scrisse una saffica per quell'occasione. Divenuto personaggio influente nella
Repubblica di Venezia, protesse letterati e umanisti. 2 10 rapporti epistolari,
era oriundo da Rimini dove fu caro a Pandolfo Malatesta; venuto a studiare a
Padova quivi nel 1476 si laureò, come dice in un carme dal titolo: Dum subirem
artium laurearti in collegio doctorum Ramusius pauper. Nelle sue poesie « di un'oscenità
da disgradarne VHermaphroditus del Panormita... e che sono veramente nugae da
giovani spensierati e scapestrati » canta gli amori per una bella fanciulla di
Narni, di nome Catta, morta in età immatura, da cui pare fosse corrisposto. Al
Pico indirizzò due carmi, nel primo dei quali si duole di non poter essere
sempre con lui, a cagione delle strettezze che lo costringono a starsene a
lungo in casa; nel secondo (ch'è una saffica all'oraziana) ne loda la bellezza,
la dottrina, la liberalità . Si deve attribuire senza dubbio a questo periodo,
in cui dovette influire non poco sulla condotta del Pico la convivenza con
studenti del temperamento di un Ramusio e di un Donato, la composizione di gran
parte delle poesie del nostro, le quali non dovevano essere diverse Flamini,
op. cit., 19. Flamini, Delle donne amate dal Pico, due sono celate sotto lo
pseudonimo di Marzia e di Fillide Peona o Pleona, morta quest'ultima in Padova
nel 1481. Cfr. DoREZ et Th. op. cit., 16 e Della Torre, op. cit., 758, n. 3. 11
dalle nugae degli altri, se in seguito il Pico le diede alle fiamme. Ma non
tutti gli amici del Pico erano del tipo suaccennato; ve n'era fra gli altri uno
che per la sua anima candida e mite, per la sua profonda conoscenza della
filosofia aristotelica, doveva lasciare traccie visibili sull'opera del Pico, e
legarsi a lui coi nodi della più dolce amicizia. Eia questi Ermolao Barbaro che
da alcuni anni era titolare di filosofia morale in quell'Università dove si era
addottorato a ventitré anni nelle leggi civili e canoniche . Benché nei periodo
in cui il Pico studiava a Padova, Ermolao stesse per lo più a Venezia, ove
copriva importanti cariche pubbliche , pure, le poche volte che poterono
vedersi, si sentirono subito due anime gemelle fatte per intendersi e per amarsi.
Conoscitore profondo della lingua greca, Ermolao ri Nei Fasti Gymnasii
Patavini, Patavii, del FacciOLATi, abbiamo Ermolao Barbaro prof, di filos.
morale; Fr. Io. Battista ex eremitis di S. Agost. prof, di logica nel 1480,
114; nello stesso anno era rettore degli artisti Benedictus Ariminensis, 88-89.
Cfr. Colle, Storia dell' Univ. di Padova, 1824. Apostolo Zeno, Disseri.
Vossiane, Venezia, 1753, t. II, 368. Causa la peste a Venezia, ritornò in
Padova ove si mise a disposizione dei giovani che lo pregarono d'insegnar loro
il greco. In quell'anno fu creato senatore. Cfr. Colle, 12— poneva ogni suo
intento a tradurre Aristotile, le cui dottrine solide e profonde erano un
pascolo per la sua mente costretta sovente a ben altre faccende. Bisogna
riconoscere che Padova, la quale era il centro del movimento intellettuale del
Nord-est d'Italia e per l'insegnamento filosofico faceva tutt'uno con l'ateneo
bolognese , esercitò sul giovane mirandolano un influsso le cui traccie si
scorgono qua e là nelle sue opere. Anzi tutto ciò che vi è di scolastico e di
medioevale nelle Tesi e in altri lavori filosofici del Pico, è dovuto a questi
anni di studio nell'università patavina che ha continuato più a lungo di
qualunque altra le abitudini del medioevo. Era Padova la rocca forte
dell'Averroismo e uno dei professori piìi ragguardevoli, non privo di una certa
originalità, fu Nicoletti Vernia che insegnò a Padova. L'insegnamento di questo
averroista, che sosteneva senza restrizioni la teoria dell'unità
dell'intelletto, non dovette svanire si tosto che il Pico, il Nel 1475 aprì
nella sua casa alla Giudecca una scuola privata di filosofia, e aveva in animo
di tradurre tutto Aristotile; peraltro tradusse V Etica, la Rettorica, la
Dialettica e inoltre scrisse una parafrasi di Temistio. Cfr. Renan, Averroès et
l'Averroisme, Paris, 357-58; Burckhardt, op. cit., 242-244; Mandonnet, Sigerete
Brabant, 2^ ed. 111-112, n. 1; Windelband, Storia della Filos. trad. it. Palermo II, 16-17; Petrarca, Opera» 1581,
Basilea, II, 1093. 13 cui soggiorno a Padova coincide con gli anni scolastici
1480-1482, non palesasse una certa indulgenza per l'arabismo da fargli
vagheggiare l'accordo oltre che fra Platone e Aristotile, fra Avicenna e
Averroè. Durante i due anni di studio a Padova si recava sovente nella natia
Mirandola, la cui quieta e semplice vita paesana gli tornava sommamente gradita
e dove amava invitare amici e maestri. Ma in quegli anni la pace del castello
avito doveva interrompersi agli orrori della guerra fratricida scoppiata fra
veneziani e ferraresi. Anche il Duca di Milano, i Bentivoglio di Bologna, la
Repubblica di Genova e qualche altro staterello, erano stati attratti
nell'orbita del conflitto; e i soldati mercenari coi loro cavalli e carriaggi
taglieggiavano e smungevano, durante le loro scorrerie, i pingui contadi della
pianura padana. La piazza di Mirandola, che era come una tappa sulla strada
maestra, dovette senza dubbio subire tutti gl'inconvenienti che derivavano ai
piccoli comuni incapaci d' imporsi alla forza dei più potenti, La visione di
una realtà intrisa di sangue, quale può essere in periodo di Per la guerra tra
Venezia e Ferrara, vedi Marin Sanudo, Commentari della guerra di Ferrara,
Venezia, 1829, 7; Muratori, XXIV, 257. Du Mont, Corpus Diplom., Ili, 2, 128.
Cipolla, Storia delle Signorie Italiane dal 1313 al 1533, Vallardi, Milano,
1881, 603-640. 14 guerra, così lontana da quella che i suoi studi umanistici
rendevano idealmente gentile, avrà certo contribuito a far abbandonare al
nostra ogni pensiero di partecipazione alla vita politica e di scegliere tra
l'instabile carriera di principe e la missione di dotto, questa che gli apriva
la via a una meta pili certa e duratura. Già fino dai primi anni aveva
sperimentato la precarietà della vita principesca, quando poco dopo la morte
del Padre, avvenuta nel 1468, i suoi fratelli vennero a contesa per la
supremazia del loro staterello, e di cui si ebbe il primo epilogo nel 1473,
avendo Galeotto fatto prigione il fratello Anton Maria. Questi, liberato dopo
due anni di, carcere, si vide spogliato dei beni paterni e costretto a cercar
asilo presso il Papa e il duca di Calabria, i quali con grandi sforzi e
soltanto^ mediante l'intromissione di Ercole, cognato di Galeotto, riuscirono
nel 1483 a farli venire a un accomodamento. Galeotto ebbe il dominio della
Mirandola e del territorio e il conte Anton Maria fu ammesso a condividere il
potere in moda che i due non dovessero pregiudicare alle ragioni della terza
parte dell'entrata di detta terra che spettava al loro fratello Giovanni. Il
nostro Cfr. Memorie stor. della ciità e dell'antico ducato della Mirandola,
tomo unico, Mirandola, 1874, IL 15 per essere più libero di attendere a' suoi
studi, declinò ogni inframettenza nelle cose che gli appartenevano, e
incaricando il fratello maggiore dell'amministrazione di ogni suo avere, partì
alla volta di Pavia col suo maestro di Greco, Manuello Adramitteno, mentre col
compatriota di questi, Elia del Medigo di Candia, con cui aveva già cominciato
a studiare ebraico a Padova, rimase in relazione epistolare. Il suo soggiorno a
Pavia dovette essere di breve durata, perchè alla fine del 1482, lo ritroviamo
ancora a Padova, di dove indirizza, il 22 dicembre, una lettera al Ficino, la
cui fama d'interprete e volgarizzatore delle opere platoniche e alessandrine si
diffondeva ovunque . Il Cassuto basandosi su alcuni passi ebraici di Elia,
ritiene non risponda al vero la congettura avanzata dal Della Torre (Storia
dell'Accademia Platonica di Firenze, 1902, 752) che il Pico, partendo da
Padova, conducesse seco Elia. Gli Ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento,
Firenze, 1918, 286. Proprio in quell'anno (6 novembre 1482) usciva la neologia
Platonica del Ficino e il Pico nella sua lettera lo prega di inviargliene una
copia e di assisterlo nei suoi studi i quali come erano stati indirizzati al
peripatetismo, voleva d'ora innanzi integrarli col platonismo. Vi è in questa
lettera del Pico una frase che fa sospettare che egli abbia veduto il Ficino
tre anni innanzi e cioè nel 1479: « Cum enim apud te essem superioribus an« nis
adhortationes tuae nec unquam ardenter magis, quam 16 « ex illa in hanc usque
diem me totum literis addisci * id., 373, Ma dove aveva egli veduto il Ficino?
Il Della Torre nella sua opera afferma a Firenze, ma senza portare nessuna
prova di questo soggiorno del Pico nella città dei Medici. Egli stesso dice che
il 14 aprile del 79 il Pico scriveva da Mirandola al Marchese Gonzaga che si
recava a Ferrara e il 29 maggio era in tale città. Se coi mezzi odierni di
trasporto il fatto non avrebbe oggi nulla d'inverosimile, non altrettanto può
dirsi del tempo del Pico. Comunque il quesito resta ancora insoluto. Pico dopo
aver fatto una nuova visita a Pavia e dopo avere soggiornato alquanto a Carpi,
presso la sorella Caterina e il nipotino Alberto Pio, del quale era allora
precettore l'amico Aldo Manuzio, si trasferì ai primi del 1484 nella città di
Firenze. L'Atene d'Italia si trovava allora in quel mirabile meriggio in cui la
vita sociale era fervida in tutte le sue innumeri attività e l'arte splendeva in
ogni angolo della città, in ogni manifestazione del popolo. Lorenzo Magnifico
aveva potuto, col suo tatto mirabile, rimettere in equilibrio la bilancia dello
stato che aveva Poliziano, Episi., lib. VII, 7; Calori-Cesis, Vita, ecc.,
Modena, 1866, 14-15; DoREZ et Thuasne, Pie de la Mirandole en France, Paris,
10; Berti, Rivista Contemporanea, t. XVI, 1859, 9; Della Torre, L'Accademia
Platonica, 747, n. 6. 18 momentaneamente tracollato con la congiura det Pazzi;
mentre i suoi cortigiani e tali erano il Ficino, Cristoforo Landino, Giovanni
Argiropulo cercavano di attuare un analogo equilibrio nel campo del pensiero e
della religione, mediante l'Accademia Platonica, e il Poliziano teneva alto il
nome dello Studio fiorentino con le sue affollate lezioni di letteratura greca
e latina. Quando il Pico arrivò a Firenze non vi giunse come straniero in mezzo
a gente sconosciuta, ma come un amico desiderato dal Magnifico e dal Poliziano,
e come il benvenuto in mezzo a persone che nulla piìi desideravano che il
vedere aggiungersi alla schiera dei ricchi borghesi e letterati un principe
umanista che veniva a fare pìit bella la corona dei Medici. Tra i tanti
letterati che convenivano nella casa medicea, molti facevano parlare di sé
oltre che per la loro erudizione e dottrina per le produduzioni poetiche,
filosofiche e letterarie. In Firenze il lavoro di preparazione, ormai matura
degli umanisti italiani, cominciava a fiorire in creazioni originali. Il Pico
sentiva la sua inferiorità, nonostante che i suoi tentativi poetici venissero
lodati dagli amici; s'avvide che la stoffa di umanista si era ormai invecchiata
e conveniva ristorarsi a quelle sorgive popolari cui attingevano il Poliziano e
il Magnifico. 19 Fra quanti avvicinava, nessuno gii pareva brillasse di pili
viva luce del Poliziano, e nessuno più degno d'essere preso a modello di un «
novizio e quasi scolaretto», com'egli si giudicava, E c'è quasi
dell'accoramento in alcune frasi della lettera critica alle poesie del
Magnifico in cui, dovendo fare da giudice di un poeta « adolescente » esclama:
«So purtroppo di non potere far parte « io pure di questo albo (di giovani
poeti), nò di « essere così maturo da arrogarmi il titolo di «critico». La
lettura delle poesie dell'amico lo aveva entusiasmato; scorgeva in esse i segni
dei tempi nuovi: una certa « vivida luce », una nativa freschezza che sembrava
scaturire in suolo vergine- In quelle poesie che toccavano tutte le corde della
vita: laudi mistiche e religiose, canti satirici e burleschi, canoni d'amore e
« carnesciali »., Lorenzo Magnifico gli si rivelava grande poeta. Tali poesie
gli ricordavano i due pii^i grandi poeti della letteratura italiana: Dante e
Petrarca. Aveva del primo la maestosa serenità del verso « aspro e stringato »
quale si addice a poesia di argomento filosofico, senza però essere come quegli
«impolito e rude»; del secondo la «molle tenerezza * propria della poesia
erotica con in pili la maschia robustezza (iorosus) dell'uomo d'azione. Ciò che
spiace nel Petrarca è il notare qualche freddezza e ridondanza nel verso e una
20 certa ostentazione nell'uso delle parole che tradiscono il lavoro di lima,
mentre in Lorenzo ogni parola appare al suo posto «con naturalezza». Dante vola
sublime e mesce con dignità severa le cose gravi dei filosofi cogli scherzi degli
amanti, ma Lorenzo nell'aver saputo cospargere qua e là versi ilari e graziosi
«sembra abbia superato Dante». Tuttavia se Lorenzo appare più fine, Dante resta
più grande. Questa lettera scritta a Firenze nel luglio del 1484 per l'acutezza
di alcuni giudizi, incontrò favore presso molti amici e fu uno dei primi passi
verso la capacità critica del nostro autore il quale, se si è lasciato prendere
la mano dal calore della prima impressione e dalla simpatia che lo faceva
indulgere troppo verso Lorenzo bisogna del resto tenere presenti le circostanze
singolari in cui nacquero queste poesie di Lorenzo, le feste pubbliche in cui
giovinetti e fanciulle le cantavano, le mascherate in cui venivano recitate
rivela tuttavia un acume penetrante e misurato. La frase quo mihi videris
Dantem exsuperasse, potrebbe sembrare una Opera, 349-50. Cfr. Carducci,
Cavalleria e Umanesimo, t. XX delle opere, 1909, 258; ROSCOE, The life of Lor.,
ecc., London, 1800, voi. II; Thuasne et Dorez, op. cit., 15; Geiger,
Renaissance und Humanismus in It. und DeuL, Berlino, 1882. Vedi infine il bello
studio di SCARANO, Le selve d'amore in Nuova Antologia, voi. 131, 1893, 49-66.
21 recisa dichiarazione circa la superiorità dell'ingegno del Magnifico,
rispetto a quello dell'Alighieri, mentre si riferisce solamente all'espressione
formale in voga a quei tempi che tenevano in gran pregio V hilaritatem
gratiamque in cui Lorenzo era maestro. Naturalmente il Pico non poteva
rassegnarsi a rimanere semplice amatore di poesia in mezzo a tanti dotti che avevano
pagato piiì o meno il loro tributo alle Muse; voleva anch'egli dare qualcosa di
suo per sottrarsi a quel senso d'inferiorità che gli era reso tanto piiì penoso
quanto piii sentiva in sé lo stimolo della gloria e il sentimento della propria
ca pacità. S'indusse dunque a pubblicare i suoi versi, distribuendoli in cinque
libri, e inviò il primo ad Angelo Poliziano perchè lo correggesse e criticasse.
« Voglia tu essere, gli scriveva, giudice equo non iniquo, cioè severo, non
indulgente ». E il Poliziano gli rimandava il manoscritto corretto di alcuni
versi difettosi, con questo giudizio che non è privo di grazia lusinghiera: «Ho
corretto alcuni versi non perchè li disapprovassi, ma perchè sembrano cedere ad
altri più belli». Il Pico lusingato sulle prime da simile benevolenza
dell'amico per i suoi componimenti poetici, dei quali in un'altra lettera aveva
Opera, detto: . Ecco la Conclusione Si quis in • opere prnecedentis
conclusionls intellectualiter operabi • tur, per mcridiem li^^abit
septentrionem, si vero mun • dialiter per totum operabitur, iudicium sibi
opcrabitur ». 107. Conci. 21, Opera, 107. Conci. 11. 105-10^1. (4) • Non potest
operari per puram Cabalarli qui non est « rationaliter intellectualis >. Id.
109. 112 mondo, compose il suo Heptaplus o settemplice spiegazione dei sei
giorni della Genesi. In quest'opera del Pico, in cui l'elemento lirico prevale
talvolta sulla serena spiegazione cosmogonica, i tre mondi: il divino,
l'angelico, e l'elementare, sono legati da un'intima armonia. « Haec satis de tribus
mundis, in quibus illud in « primis magnopere abservandum unde et nostra « fere
tota pendet intentio esse hos tres mundos « mundum unum, non solum propterea
quod ab « uno principio et ad eundem finem omnes refe« rantur, aut quoniam
debitis numeris temperati et « harmonica quadam naturae cognatione atque or«
dinaria graduum serie colligentur ». L'uomo, in questo sistema, è il compendio
dell'universo, la sua figura rappresenta i tre mondi, l'intellettuale, il
celeste e il corruttibile; è quindi un piccolo mondo . Ma l'armonia non
dev'essere solo una legge dell'universo, un dato della realtà in tutte quante
le sue manifestazioni, essa deve regnare anche nel pensiero dell'uomo, e ogni
prodotto dell' in Heptaplus. Prefatio, id. 6. « Nam si homo est parvus mundus
utique mundus « est magnus homo, hinc sumpta occasione, tres mun« dos,
inteliectualem, coelestem et corruptibilem, per tres « hominis partes,
aptissime figurai ».61. 113 tcllctto deve seguire la legge musicale. Come nei
mondo esteriore all'armonia si contrappone il disordine, cosi anche nelle
discipline intellettuali prevale molte volte la discordia, prodotta dalle basse
passioni. È scopo nobilissimo quello di cercare l'armonia e di far notare la
concordia anche nelle teorie più disparate. Questo scopo il Pico se lo prefigge
nell'opuscolo De Ente et Uno. Era vecchia la questione se Aristotile si opponga
a Filatone nella determinazione dell'essere e dell'uno. La scuola platonica
ammetteva la superiorità dell'essere sull'uno (unum esse superius), mentre
Platone nel Sofista ne proclama l'identità (!'. Com'è facile comprendere, i
primi avevano preso l' ipotesi per la tesi, e attribuivano come pensiero del
maestro ciò che non era in fondo che la loro erronea interpretazione. Quando
parliamo dell'essere, intendiamo con questo tutto ciò che è al di fuori del
nulla, e in questo senso Aristotile aveva detto che l'um» è uguale all'essere
2). « tnim vero in Sophistc in liane scntcntiam po« tius loijuitur esse unum et
ens aequalia •. 243. « Quomodo usus est Aristoteles cum uniens ae. quale fecit.
Nec dictionem absque ratione sic usurpavit. « nam ut vere dicitur sentire
quidcm ut pauci. loqui autein ut plures debemus. Contro quei Platonici moderni che presumonodi avere
dalla loro Dionigi l'Areopagita, possa affermare, soggiunge il Pico, che
Dionigi è piuttosto della mia opinione, e gli avversari si trovano nel dilemma
di dover dire che Dio è e non è nello stesso tempo. L'essere in sé che diciamo
Dio, non è l'essere che noi intendiamo, vale a dire l'essere concreto^ ma
quella superentità, che è la pienezza di ogni essere e che non procede altro
che da sé stesso . Noi dobbiamo ritenere l'uno superiore all'essere nel modo
stesso che si dà a Dio l'attributo dell'unità, principio di tutti i numeri.
Cosi si spiega se gli Accademici attribuiscono a Platone l'affermazione che
l'uno è superiore all'essere; senza dubbio intendevano parlare dell'uno
principio di tutte le cose, che è Dio. Nel V Pico espone i modi secondo cui
perveniamo alla divinità, i quali però sono sempre inadeguati a farci
comprendere piena Sed et Dionysius Areopagita quem qui centra « POS disputant
fautorem suae sententiae faciunt non ne• gabit vere a Deo apud Mosen dici Ego
sum qui sum ».244. « Hac igitur ratione vere dicemus Deum non esse « ens, sed super ens, et
ente aliquid esse superius ».245. 115
mente Dio (I). Questi modi sono qiiatii i li f^ico li chiama gradi
dell'ascensione dialettica a Dio; essi corrispondono alle qualtro forme
musicali che abbiamo analizzato. La prima forma, poiché si rivolge ai sensi coi
suoni, ci fa conoscere che Dio non ò forma corporea, come insegnano gli
epicurei e gli Stoici. La seconda che è l'ars numeranJi, ci fa intuire
nell'essenza divina qualche cosa che va al di \h della vita,
deirintelligibilitc^, e cioè la deità che 6 in sé. si raccoglie e si unisce non
come uno fra molti, ma come uno innanzi a molti (2. Colla terza forma, che Pico
fa corrispondere alla Magia naturale, c'imposessiamo delle leggi stesse che
presiedono ai destini umani e nell'ordine mirabile dell'universo Dio ci appare
non solo come la bellezza che traluce in ogni cosa, come il vero che può essere
frammentariamente presente nelle più differenti dottrine, ma sopratutto come
bontà, poiché l'universo rivela essenzialmente un valore etico. La quarta
forma, che nella gradazione pichiana e la Cabala pura, ci • Deus enim nmnimoda
et infinita pcrfectlo est. • Deus ipse sua unica pedectione. quae est sua «
infìnitas. sua deitas. quae ipsc est, in se unit et colligit. « non sicut unum
ex illis multìs, scd unum ante illa multa >.249. 116 mette in rapporto
diretto con Dio, senza peraltro farcelo ben comprendere. Dio infatti non è solo
ciò di cui non può pensarsi nulla di più grande, come dice S. Anselmo, ma ciò
che è infinitamente pili grande di tutto ciò che può essere pensato. In questo
quarto grado la nostra mente è come ottenebrata da caligine, si da poter appena
intravvedere l'essenza di Dio elevantesi al di sopra della stessa unità, bontà
e verità, e innanzi a cui conviene solo, come dice David, il silenzio: « Tibi silentium
laus». Il silenzio! ecco la musica, la sola musica che convenga a Dio. Al
filosofo musicale, è subentrato il mistico, l'uomo cioè che rinnega ogni
armonia, ogni bellezza formale e si ritira in quel mondo chimerico in cui la
tenebra ha lo stesso valore della luce, il silenzio ha uguale malìa del suono.
Gli ultimi anni del Pico sono caratterizzati da una vita di fervido misticismo
unicamente spesa per l'amore di Dio e il bene della Chiesa. A Dio egli dedicò
lo scritto In Orationem dominicam ex oEx quibus colligi illud potest non solum
esse « Deum, ut dicit Anselmus, quo nihil maius cogitari po« test, sed id esse,
quod infinite maius est omni eo quod « potest excogitari. « Ego vero dico
Chimaeram quam mente conci« pimus. 117 positio; per la Chiesa scrisse l'opera
poderosa: In Astrologiam. Nella prima, che è un'analisi dell'orazione
domenicale, preceduta da un'enunciazione delle teorie del Pico, l'elemento
musicale è intimamente connesso a quel desiderio il cui obbietto è il sommo
bene. Diremmo che quanto più la preghiera è elevata e disinteressata, tanto più
è pura musicalità. Quando l'uomo prega non per chiedere favori o qualche bene
immediato, ma per essere purificato dai peccati, per raggiungere la dolce
contemplazione dei beati e conseguire la purezza degli angeli , allora egli è
in contatto di quel profondo io, che, come si esprime il Tagore rivela l'intima
natura dell'uomo « più che « il bisogno di sostentamento per il suo corpo, «
più che la sua avidità di onori e di ricchezze. « E quella preghiera non
proviene solo da lui, «essa è nella profondità di tutte le cose, è l'in •
Scimus autem illud esse sumnie desiderandum « quod est summum bonum •. Opera,
fol. a 1. Et monebimur ad petendum hoc efficacissime su« per omnia a Dee ut
praeservet nos a peccato. Nihil aut « de rebus huius mundi, aut de gratiis gratis
datis vel « desiderantes, vel a Dee petentes. Diximus igitur nihil « ex his
honis... adiumento esse sicut scientia et dulcedo « contemplationem... ^fol. a 2. «cessante stimolo in lui deW Avih,
dello spirito « di eterna manifestazione. Nell'opera contro gli astrologi, nel
mentre il Pico ribatte uno per uno gli argomenti degli avversari che si
erigevano a paladini dell'astrologia, prende occasione per esporre le sue idee
sulla forma e le leggi degli astri, e per far rilevare anche quella superióre
armonia in virtù delia quale si compone l'apparente disordine del cielo
stellato. Intanto fa risaltare subito che è assolutamente arbitraria la
configurazione dello Zodiaco, come fantastiche e ridicole sono le
rappresentazioni animali di cui gli astrologi popolano il cielo. Bisogna
premettere che l'opera del Mirandolano rispondeva a un bisogno del tempo in cui
era tutto un rifiorire di pregiudizi astrologici, magici e negromantici. Il
Pico che in questo tempo (1492) frequentava il Monastero di S. Marco, in cui
convenivano (5) Tagore, Sadhana, reale concezione della vita, tradCarelli,
Carabba, Lanciano. Cfr. Semprini, La preghiera nell' Imitazione di Cristo e
suoi rapporti col misticismo, in Rivista di Psicologia. Quod nos in universum
primo declarabimus, tum « singillatim, quascunque aliquis Astrologorum signavit
co« niunctiones magnas, retulitque ad eventa rerum admi« rabilium, et falsas et
falso supputatas et ad effectus falso « relatas, luce clarius ostendemus lanti
ammiratori del Savonarola, dovette sentirsi stimolato dal frate ad impugnare
quell'arma potente contro la pretesa degli astrologi, che consisteva nel far
dipendere i miracoli dal potere diretto di Dio e quindi dalla sua grazia, non
già dall'influsso degli astri. Era ben vero che egli andava con questo un pò
contro le convinzioni care de' suoi amici, contro il fervore delle idee
astrologiche del suo tempo e in parte contro certe convinzioni sue
precedentemente manifestate. Ma appunto in questa serie di contrasti, la natura
sua battagliera trovava stimolo ad agire e a incanalare le aspirazioni del suo
cuore dietro le orme del Savonarola. Era propria dei popoli primitivi la
concezione che il mondo fosse un vasto organismo le cui parti sarebbero unite
da uno scambio incessante di molecole e di effluvi. Gli astri, generatori di
energia, agiscono costantemente sulla terra e sull'uomo, e l'uomo ha il suo
destino segnato in una delle tremolanti stelle che vibra nella sua corsa pei
cieli insondabili in armonia con quell'essere umano. Tale concezione
sopravvisse nel mondo greco, s'impose agli scrittori latini, ricomparve
arricchita di una vasta letteratura nel medioevo e nel Rinascimento. Al tempo
in cui il Pico scrisse la sua polemica il tema astrologico trovava dei cultori
120 appasionati e già Ambrogio Traversari, Paolo del Pozzo Toscanelli e Matteo
Palmieri avevano preparato, colle loro discussioni nel convento degli Angeli in
Firenze, la materia per i difensori e gli oppositori dell'astrologia. Era pur
sempre in questi lontani e talvolta semplicisti precursori della Astronomia
moderna, l'aspirazione a poter misurare il corso dei pianeti, ridurre in
numeri^ in intervalli di tempo la danza delle infinite stelle i cui movimenti
complessi producono « l'armonia delle sfere » . Ma il Pico, sebbene avesse
avuto un concetto così grande della potenza dei numeri e avesse propugnato la
sua ars numera/idi, quando vide con quale leggerezza fossero numerate le plaghe
del cielo (universas coeli partes) e con quale baldanza venissero attribuite ad
esse le diverse qualità della natura umana (diversas in rebus naturalibus
proprietates), reagì con la voce del buon senso. È impossibile trovare
un'affinità matematicamente determinabile fra le figure del cielo e le
affezioni umane, com'è anche assurdo voler determinare dai segni, dalle case e
dalle con Soldati, La Poesia Astrologica del Quattrocento, Firenze, Sansoni. «
Erraticae stellae per zodiacum aequo cursu non « deferuntur, hoc est non
acquali temporis intervallo... qui « igitur metiri illorum motus et dirigere in
numeros volu«erunt ».561. 121 giunzioni degli astri, il sesso, le qualità
fisiche e morali degli individui. Anzi il Pico sembra andar contro persino alla
sua favorita idea dell'armonia che gli faceva vedere rapporti musicali non solo
negli oggetti tra loro ma anche fra la natura e l'uomo. Egli crede che si
voglia correre troppo quando si applicano questi rapporti musicali agli astri,
poiché la loro infinita distanza rende impossibile qualsiasi esatta
determinazione. Vi sono dei moderni, egli dice, che vorrebbero trovare delle
dissonanze e delle armonie negli astri; come i musici le trovano fra le diverse
voci del suono. Troverebbero delle assonanze, come tra la terza e la quinta, o
dissonanze fra la quarta e la settima, anche tra i triangoli stellati della
quinta e i quadrati della quarta. Ma è un volere, soggiunge il Pico, prendere
per realtà ciò che non può essere che similitudine. Non vi sono spazi celesti
muti, altri dissonanti, altri armonici, perchè il cielo non emette voce alcuna.
Excogitata postremo neotericis quibusdam de « musicis consonantiis alia ratio,
ex qua radios planeta« rum tum concinnere invicem, tum dissonare harmonia« rum
quadam similitudine tradunt. Est enim, inquiunt, apud « musicos comprobatum ratione
et experientia tertiam vo« cem et quintam primae consonare, quartam vero et
sep« timam nequaquam. Nos vero ut omittamus istas in tam diversis re« rum
generibus similitudines, efficaciam, rationem decla 122 Vi è sì l'armonia anche
nell'universo stellato, la legge musicale vige anche in mezzo alle erranti
comete e all'immobile fascia lucente della via Lattea. Ma questa musicalità è
avvertibile da ben altri orecchi che non siano questi sensibili, essa
appartiene a quel grado di cui la musica dei suoni è la forma più grossolana e,
per essere gustata, richiede un processo laborioso della mente umana,
un'elevazione spirituale che non a tutti è dato raggiungere. Nondimeno tale
elevazione fu raggiunta e quei pochi tra i mortali che hanno potuto gustare il
concento della sinfonia universale, si sono sforzati di tradurre le impressioni
in quelle forme del nostro linguaggio che obbediscono più visibilmente alle
leggi della musica. Nell'opera del Mirandolano contro gli astrologi si trova
spesso citato il salmo XVlll in cui il profeta Davide fa risaltare la grandezza
di Dio, richiamandosi all'armonia del firmamento. . E invero pochi brani delle
varie letterature possono rivaleggiare con questo salmo che sintetizza e rende
quasi, con sublime laconicità, il linguaggio' degli astri. « Coeli enarrant
gloriam Dei, et « opera manuum eius annuntiat firmamentum. « rabimus non habere
atque computationem et similitudi« nem non procedere... sed (coelum) nuUam
vocem emit« tit ». Opera, Non sunt loquelae, neque sermones, quorum « non
audiantur voces eorum. « In omnem terram exivit sonus eorum : et in « fines
orbis terrae verba eorum». Il suono della musica stellare è cosi diffuso e
riempie di sé ogni punto della terra, che non c'è creatura che non goda di una
tale armonia e non esulti alla vista del re degli astri che • spunta fuori qual
gigante per correre il suo cammino». La musica degli astri ha la sua scala e le
note, di cui questa si compone, risuonano in modo diverso nel cuore umano.
L'uomo, se è proclive ai beni frivoli della vita, non trova negli astri
un'armonia diversa da quella che ci descrissero gli astrologi. Se intende
l'armonia degli astri da un punto di vista naturalistico, considera il cielo
alla stregua di tutte le cose create soggette a trasformazione. Le stelle percorrendo
le loro orbite sono illuminate da altri astri a volte compagni inseparabili, a
volte sconosciuti che incontrano forse una volta sola per non più rivedere nel
periodo lunghissimo della loro esistenza, durante la quale mostrano la
giovinezza nelle iridescenze del verde aranciato, la pienezza matura nella
chiarità bril «In sole posuit tabernaculum suum: et ipse tamquam sponsus
procedens de thalamo suo: Exultavit ut gigas ad currcndam viam •. Ps. XViiI, 5.
124 lante, l'agonia nel tremulo guizzo di porpora. Ma se invece l'uomo cerca
nel cielo un simbolo, nelle leggi che regolano il corso delle sfere un termine
di confronto per le leggi eterne che sgorgana dal profondo del suo io, allora
egli non può non proiettare in questi mondi, così lontani dalla propria
esperienza, la trama delle sue piij squisite elucubrazioni. S. Agostino ci ha
descritto in alcune pagine delle sue Confessioni il momento in cui egli con la
madre Monica, ragionando della felicità eterna di fronte al mare di Ostia, fu
compreso da quelle squisite risonanze che sembravano provenire dall'alto. « Peragravimus gradis
cuncta corporalia et « ipsum coelum unde sol et luna et stellae lucent « super
terram ». Dinanzi a quella musica
tutto quanto sapesse di suono era uno strepito^ anche il timbro della voce più
cara parlante di cose spirituali: «Et dum loquimur et inhiamus illi, at«
tingimus eam modice toto ictu cordis et suspi« ravimus et relinquimus ibi
religatas primitias « spiritus et remeavimus ad strepitum oris no« stri, ubi
verbum et incipitur et finitur. Tutto doveva finire e scomparire dinanzi a ciò
che era la vera realtà, la musica celeste. « Si cui AUG. Conf. « sileat
tumultum carnis; sileant phantasiae ter« rae et acquarum et aeris, sileant poli
et ipsi * sibi anima sileat et transeat se non se cogi« tando. Sileant sommia
et imaginariae revelatio« nes, omnis lingua et omne signum,et quidquid
*transeundo fit, si cui sileat omnino ». Ecco espresso con linguaggio umano ciò che rappresenta la musica pura,
il misticismo. Il silenzio profondo, ottenuto con l'astrazione da ogni flusso
del tempo, da ogni ritmo che accompagna le cose viventi, da ogni procedimento
verbale che esprime il pensiero, è indispensabile per metterci in contatto con
V Armonia, che, come ben la definì il Pico, è quella legge suprema in cui si
compone ogni discordia, si rappacifica ogni contesa, si unifica ogni cosa
dispersa. Tale è la dottrina occulta del Pico, dottrina che, pur avendo nel suo
autore diverse denominazioni : ars numerandi, ars combinandi, alfabetaria
revolutio, si riduce a un concetto sempre chiaro nello spirito dell' autore:
musicalità o armonia. Ciò che ci riempe di ammirazione per il Pico è il vedere
come abbia saputo valorizzare tutto ciò che nel mondo e nella vita vi è di
occulto € di misterioso, come protendesse sempre lo {!> AuG., Con/., lib.
IX, cap. X. 126 sguardo suo curioso al di là della natura fenomenica e
cogliesse da ogni dottrina, da ogni scuola, da ogni manifestazione del pensiero
anche meno evoluto, anche più avvolto nelle favole e nei miti, quegli sprazzi
di luce sulle arcane verità che accendevano ognora la sua fervida
immaginazione. Ed è bello vedere questo giovane dovizioso e fervente compreso
della verità di questa dottrina occulta che, pur essendo implicita nelle più
antiche filosofie, dalla Pitagorica alla Platonica, dall'Egiziana (Ermete
Trimegisto) alla Cabalistica, non ha mai trovato alcun assertore della sua
importanza metodologica, di scienza, cioè, atta a farci penetrare nel sacrario
delle segrete discipline. È bello pure vederlo sostenere la bontà della sua
dottrina contro gli oppositori e i giudici del santo uffizio. Egli si sforza, è
vero, di trovare qualche scappatoia per sfuggire alla condanna e si rifugia
nella casistica della scolastica, quando distingue una Cabala vera (tradita) da
una falsa, una Magia naturale, da una illegittima; ma, pur attraverso i suoi
distinguo, egli afferma solennemente la lealtà delle proprie intenzioni, la sua
sincera dedizione alla verità. Convinto che la sua dottrina esigesse da parte
degli esaminatori una competenza in materia occulta, cioè una vera e propria
iniziazione, egli prega gli amici e i nemici, i buoni 127 e i cattivi, i dotti
e gl'ignoranti che vogliano leggere i suoi scritti, con quella purità
d'intenzioni da cui era stato mosso nel redigere le Tesi. E poiché molte cose
da lui dette potrebbero trarre in errore coloro che non hanno pratica di
scienze occulte, spera che ciò che è stato scritto per gì' iniziati non venga
esposto pubblicamente a tutti, perchè sarebbe come dare le perle ai porci e
peggiorare la sua causa. Nel corso della narrazione vedremo come venissero
ascoltate queste parole, e come rimanesse il nostro fedele alla sua dottrina
esoterica . (Il «Oro igitur, obsecro et obtestor amicos et inimi« cos, pios et
impios, doctos et indoctos... non explicitas « non legant, quando Inter doctos
eas proposuimus di« sputandas, non passim legendas omnibus pubblicavimus ».
Opera, 237. Parte di ciò che formava il contenuto di questo doveva essere
pubblicato nella collana Ritmo f ndata da Diego Ruiz, alle cui idee originali
sul concetto di musica, benché contrastanti con le mie, devo rendere qui
omaggio. La pri:xioiiia del Pico in Francia. 8cc(MmIo soggiorni» a Firenze Pico
clic riguardava la città di Parigi come un luogo in cui sarebbe più facile ottenere
quel successo che a Roma non aveva potuto conseguire, s'incamminò sulla fine
del 1487 alla volta di Francia. Innocenzo Vili, non contento degli ordini
impartiti alle autorità religiose perchè denunciassero o impedissero ogni
tentativo del Pico per divulgare le sue Tesi e la sua Apologia, si rivolse
anche all'autorità secolare, come fece con un breve indirizzato ai sovrani di
Spagna, fi) Bolctin de la Rcal Accademia de la tìisioria, Madrid, Pico de la
Mirandula y la inquisición cspanola. Breve inedito di Innocenzo Vili, cfr.
DoREZ et Th, op. cit., 71, n. 1. 130 perchè si procedesse all'arresto del Conte
recidivo. Nel Gennaio dell'anno seguente mentre il Pico attraversava il
Delfinato, veniva a conoscenza del breve del 5 agosto « essendo io nel cammino
di Pranza», e fatto arrestare dal Signore di Eresse, zio del re di Francia e
governatore del Delfinato. L'ordine di questo arresto si spiega subito: avendo
il papa inviato in Francia ai primi di Gennaio due nunci di valore Leonello
Chieregato , vescovo di Traìi e il protonotario Antonio Flores, per trattarvi
affari di grande importanza, come il processo dei vescovi che si erano
dichiarati contro la reggente, e il ritorno alla Prammatica Sanzione, incaricò
pure costoro di far ottenere l'arresto del Mirandolano. Ed essi con una tenacia
«degna di cagnotti polizieschi », riuscirono, malgrado che in favore del Conte
intercedesse presso il re l'ambasciatore del duca di Milano, a farlo trattenere
in carcere. La rocca di Vincennes nella quale venne rinchiuso il giovane conte,
dovette ispirargli ben tristi riflessioni sul proprio avvenire con la
prospettiva di una lunga prigionia. Forse allora piia che mai avrà sentita a sé
(1,1 BERTI, /. e. doc. I, 52. Simeone Ljubic, Dispacci di Luca de Tolentis e di
Lionello Chieregato, Zagabria, 1870, 9-11.Cfr. DoREZ. et Th. op. cit., 72, n.
2. 131 vicina l'ombra del grande Origene, le esperienze della cui vita egli
ripeteva con non poca somiglianza! Ma se il Pico aveva dei nemici che tentavano
ogni mezzo per perderlo, contava altresì amici che sinceramente lo amavano, e
che non l'abbandonarono nella sventura. La figura del Magnifico assume, durante
questa drammatica vicenda, un aspetto del tutto nuovo e simpatico, forse perchè
ci è meno noto, e tanto meglio riconosciamo l'umanità del suo cuore, in quanto
sta a lui di fronte l'anima intransigente di Giambattista Cybo, che portò sulla
Cattedra di San Pietro i difetti della sua scarsa intelligenzaLa lettera che
scrisse in questo tempo (19 gennaio) Lorenzo al Lanfredini, il quale non appare
molto ben disposto verso il Pico, è una bella testimo (Ij Fu la sua bolla
contro la stregoneria (1482) che elevò, per dirla col Symonds, a metodo la
persecuzione contro disgraziate vecchie e idiote. Lo Sprenger nel Malleus
maleficarum nota che, nel primo anno dopo che quella fu pubblicata, 41 streghe
furono bruciate nel distretto di Como. Intorno alle persecuzioni contro le
streghe nella Valtellina, vedi Cantù, Storia della Diocesi di Como, e Folengo
nella sua Maccheronea. Non bisogna però disconoscere il debito che deve a
Innocenzo Vili l'Università di Roma «sotto il quale co« minciò a respirare, e a
riprendere in gran parte il vigore « e il lustro primiero ». RoviNAZZi, Storia
dell' Università degli studi di Roma, Roma, 1803, 196-197. 132 nianza dell'
affetto che Lorenzo nutriva per il giovane Mirandolano. Essa dice che le molte
persecuzioni che in Roma si tramano contro il Pico, potrebbero menarlo per
disperazione a « qualche via cattiva»; che è piiì facile riuscire nell'intento
con le maniere dolci che con bolle e scomuniche, che avendo fatto esaminare
l'Apologia a persone religiose e dotte e intelligenti, le quali non trovarono
nulla contro la fede, non può comprendere perchè si voglia essere così
intransigenti, massime quando chi ha scritto tali cose è un « giovane
doctissimo et fresco su la doctrina». Meno nota ancora è la parte che ebbe in
favore del Pico Chiara Gonzaga, sorella del Marchese Francesco di Mantova, la
quale, andata sposa nel 1481 a Gilbert di Montpensier della Casa Borbonica, cooperò
con insistenza presso il consorte, così che questi « motus praecibus et
commendationibus « quae ex Italia mittebantur » , ottenne che il re Carlo Vili,
che non nascondeva le sue simpatie verso l'illustre erudito, menasse le cose
per le (Ij Berti, 1. e, 32. (2i « Numerose lettere gli arrivavano ugualmente
dal« r Italia, in cui contava molti amici, tanto alla Corte di « Milano che a
quella di Roma, i quali lo pregavano di « usare tutta la sua influenza sul re
in favore della causa « del Mir. » Dorez et th,. op. cit., 97. V. anche nella
stessa opera appena, doc. V, 4, 133 lunghe. I nunci, frattanto, la cui opera
svolta in rigida conformità ai brevi pontifici, è ampiamente trattata col
sussidio di preziosi documenti dal Dorez e dal Thuasne nell'opera piìi volte
citata, dovendo lasciare Parigi per accompagnare la Corte « pour l'expédition
des autre affaires dont ils étaient chargés », incaricarono il vescovo di
Grenoble, Laurent Allemand, di volerli sostituire. Ma ormai era troppo tardi:
il Pico, dopo una prigionia di circa un mese, venne posto in libertà, e potè
passare il confine. Corse allora la voce ch'egli si fosse recato in Germania,
avendo più volte espresso il desiderio di visitare la biblioteca del Cardinale
di Cusa e di fare acquisto di libri. Si disse pure che fosse stato invitato dal
re di Castiglia, Ferdinando, che si era mostrato desideroso di riceverlo
onorevolmente nel suo regno . il vero si è che il Pico ripassò le Alpi e giunse
all'ospitale Torino. Mentre attendeva a riordinare in questa città le sue cose,
libri e ba ll i DOREZ et Th. op. cit., 92. Qual'era il movente di questo re, si
domanda il Dorez, la cui slealtà e perfidia sono i suoi caratteri salienti, ad
invitare nel suo regno il Pico? Forse per impadronirsi della sua persona e
consegnarlo al Santo Uffizio per ingraziarzi Roma? l'ipotesi non è
inverosimile. Op. cit., 99-100. 134 gagli, che durante la cattura erano stati
manomessi, e a scrivere in tal senso a Filippo di Bresse e ad altri personaggi,
di cui ora non aveva piiì nulla a temere 0); ricevette una lettera dal Ficino
(30 maggio) che gli offriva 1' amichevole protezione del Magnifico e lo
invitava a Firenze. Intanto nell'animo dei nunci si era prodotto un cambiamento
singolare, come lo dimostrano le parole con le quali terminano uno dei loro
rapporti al papa: « Existimamus qiiod bonum esset si Sanctitas Vestra « eius
conversioni et ad gremium suum reductioni « operam darei » . Tuttavia l'animo
del pontefice era lungi dall'essere placato e disposto a rimetterlo nella sua
buona grazia; forse gli suonava sgradita la frase con cui il Pico lo aveva
qualificato nell'Apologia: cui ab innocentia vitae nomen meritissimum. Si sa
infatti che Giovan Battista Cybo, prima di abbracciare lo stato ecclesiastico,
visse nella depravata Corte aragonese, conducendo una vita punto migliore dagli
altri, ed ebbe due figli naturali : Teodorina e Franceschetto. Sebbene, come
osserva il Pastor, non si abbiano testimonianze sulla sua condotta morale,
allorché entrò nello stato sacerdotale, pure quando fu divenuto papa, Op. cit,
100-101. Docum. V, 6, cit. dal DoREZ et Th., op. cit, 162 € anche -correvano
voci sopra altri figli, ed è notorio un epigramma del poeta Marnilo che taluno
prese alla lettera: . Octo nocens piieros genuit, totidenque puellas; Hunc
merito potuit dicere Roma patrem •. Del resto è con questo papa che si accentua
quell'infausta politica che produrrà la piaga del nepotismo da cui tanti guai
derivano all' Italia. Innocenzo Vili pone sulla scena politica il suo figlio
Franceschetto, giovane più che mai dissoluto, il quale « commetteva disordini
tali, che in «un figlio del papa doppiamente sconvenivano », a cui diede in
isposa Maddalena de' Medici, stringendo così parentela con Lorenzo il Magnifico
(l). Questi perorò insistentemente la causa del Mirandolano presso il papa, il
quale da uomo debole ed arrendevole com'era, si lasciava con dì Pastor, 1. e,
197. Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e di
dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di grazie temporali,
nella quale dietro il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva ottenersi
l'impunità per qualsiasi assassinio o delitto: di ogni ammenda 150 ducati
ricadevano alla Camera papale, il di più a Franceschetto... Per Franceschetto
la questione principale era di sapere come avrebbe potuto piantare tutti con
quanti tesori poteva, nel caso che il papa venisse a morire. Burckhardt, op.
cit., 126. 136 vincere dai malevoli per intentare qualche cosa di serio al
Pico. Ad irritarlo maggiormente contribuirono alcuni famigliari del
Mirandolano, i quali, avendo « troppo temerariamente e super« bamente parlato
contro il papa » erano stati messi in carcere, recando così pregiudizio alla
causa stessa del loro Signore. Questo incidente impensierì non poco il Pico, cui
premeva che le dicerie esagerate a suo riguardo non finissero per alienargli la
simpatia di Lorenzo, e in questo senso chiedeva informazioni al Salviati,
fornendogli le prove della sua incolpabilità in tale faccenda. A questa lettera
rispose il Ficino rassicurandolo della costante benevolenza di Lorenzo il quale
soggiungeva « il tutto volentieri udì e per ciò po« temmo considerare che
nell'animo suo non era « odio alcuno verso di voi, ma tutto amore » . Che così
fosse lo vediamo in un'altra lettera del Ficino (30 maggio 1488) in cui narra
che Lorenzo, pur nel dolore per la morte di una sua figliuola, trova modo di
pensare al Pico, la cui sorte travagliata gli pare simile alla sua, quasi che
un (1 « É ti fa l'effetto di un uomo il quale si lascia consigliare da altri
più anzi che da sé stesso », scrive l'ambasciatore fiorentino il 29 Agosto
1484. 2' Come attesta una lettera del Ficino, lib. Vili, trad. Figliucci
senese, Venezia, fato gravi sulla vita dei principi e degli uomini grandi, il
medesimo, dopo aver accennato da «quanti pericoli sia questo giovane
minacciato», rivolgendosi al Ficino dice: «E voi avete mai di questa cosa
qualche più ascosa causa ritrovato ? » Al che il Ficino risponde, conforme alle
sue teorie, che la causa risiede nelle essenze che presiedono, come ai vari
ordini di uomini, alle congiunzioni dei pianeti; per cui essendo tanto Lorenzo
che il Pico nati sotto la «copula di Saturno», i demoni di questo sono
ostacolati da quelli di Marte. Tuttavia siccome Saturno è superiore a Marte,
così i demoni che presiedono alla loro sorte, avranno il sopravvento su quelli
avversari (1 ). Questa lettera illustra l'indole mistica e superstiziosa del
Ficino, il quale dilettavasi di predire il futuro agli amici, e a proposito del
Pico soleva dire che era nato l'anno in cui egli aveva posto mano alla
traduzione di Platone, ed era venuto a Firenze il giorno e l'ora stessi della
publicazione. Il Pico da parte sua si tenne sempre esente da queste
aberrazioni, grazie a quell'amabile ironia insita nella sua natura. Ecco
com'egli scherza sul significato del pianeta Saturno e sulla fede che l'amico
dimostra nell'influsso delle stelle. « Forse, 1» lib. Vili, 119-120. 10 138 «
dice, Saturno non è cosi propizio come voi as« serite, perchè il suo moto
retrogado comunica « la stessa direzione ai vostri passi ogni volta «che
v'incamminate per venire da me, perchè «per ben due volte siete tornato
indietro*. Ritornando a Lorenzo, questi non si lasciava sfuggire
nessun'occasione per rendersi utile al Conte. Essendo di passaggio per Firenze
Anton Maria, fratello del nostro Giovanni, che si recava a Roma, Lorenzo lo
incarica di « operare gagliar« damente per indurre il Pontefice a far venire a
« Roma il conte Giovanni. A me piacerebbe que« sta venuta perchè forse
(Giovanni) purgherebbe « questa sua calunnia et contumacia, et sua San« tità lo
raccoglierebbe in grazia » . Veramente nessuno sembrava più indicato a perorare
presso il Papa la causa di Giovan Pico del fratello Anton Maria, il quale
godeva la benevolenza di Innocenzo Vili, ed era dal medesimo protetto in ogni
contesa che, a causa della signoria della Mirandola, aveva col fratello
maggiore Galeotto. Ma non pare che quegli si desse molto d'attorno per
Giovanni, e il Papa era pieno di un si osti li) Epist. libr. Vili, 120. Dal
carteggio mediceo, riportato dal Berti nel suo studio 1. e, 35. 139 nato
rancore, che nulla valeva a migliorare la situazione del Mirandolano. Tuttavia
le insistenze del Magnifico riuscirono alfine a smuovere l'animo di Innocenzo
Vili, che accondiscese a permettere al Pico di venire a Roma a discolparsi
dinanzi a testimoni, riservandosi di dargli quella penitenza che avrebbe
creduta necessaria all'uopo. Il Mirandolano, cui era pervenuta una lettera di
Lorenzo che si dimostrava contento dell'esito promettente delle sue premure,
non sentendosi ancora disposto a fare il gran passo, credette più opportuno di
fermarsi a Firenze. Quivi, nella città che aveva dato il primo spunto alla sua
gloria, vicino agli amici che teneramente 10 amavano, si senti rinascere alla
gioia dello studio, una gioia però velata da un'intima tristezza che gli
derivava dal suo sogno svanito. 11 dissidio interiore che qualche anno addietro
aveva provato nella città fiorentina, si era approfondito in un doloroso
travaglio, che non toccava solo come allora una parte della sua attività,
oscillante da una forma di espressione a un'altra, ma investiva tutto il suo
essere, sì « Laurentius..., scrive il Ficino, praestantissimus, et « metuetur
et Picum ad Florentem revocat urbem ». Opera. da portarlo, attraverso a una
crisi spirituale, sulla via del misticismo. Pur in mezzo agli amici e alle
persone dotte di Firenze che ambivano la sua compagnia, si sentiva inquieto
come se qualcosa indefinibile ma necessaria gli mancasse; la parola «eretico»,
ronzando insistente all'orecchio anche tra i conviti e le adunanze allegre, gli
dava un senso d'isolamento che lo rendeva malinconico. Gli amici, che notarono,
senza forse comprenderne i moventi, l'avvenuto cambiamento, s'affrettavano a
darne notizia agli altri lontani, in vario modo. « Il signor Giovanni Pico
scrive « il Ficino ad Ermolao Barbaro che ora in Fio« renza alla filosofia
attende, assai vi si racco« manda ». E Lorenzo che ha sempre per il suo Pico
parole di tenerezza, scrive: «Il conte « della Mirandola si è fermato qui con
noi, dove « vive molto santamente, ed è come un religioso, « ed ha fatto e fa
continuamente degnissime opere «in teologia; commenta i salmi; dice l'officio
or Knte et Uno». Appena il Pico ebbe terminato il suo Ettaplo l'inviò per primo
a Lorenzo al quale l'aveva dedicato, e il A\aj:;nifico si affrettò a passarlo a
Roberto Salviati, perchè lo facesse esaminare dai dottori, e poscia pensasse
alla pubblicazione. Il Salviati risponde che l'opera del Pico, «primizia de'
suoi studi', gli fece nascere un sincero affetto per il giovane, ben degno
dell'amore di Lorenzo; perciò, essendo stata giudicata eccellentissima, sarà
suo dovere di curarne l'edizione con la massima diligenza perchè riesca utile
agli studiosi. E infatti, tosto che V Ettaplo fu terminato di pubblicare, venne
dal Salviati distribuito a tutti i letterati di Firenze e inviato agli amici
delle varie città d' Italia. Quest'opera armonicamente concepita, scritta in un
latino 150 piano e scorrevole, non privo di colorito nei passi più salienti;
con la fusione ben riuscita delle varie teorie che s'imperniano tutte intorno a
un'idea centrale: la identità di pensiero che riusciva a svelare nei misteri di
Mosè col pensiero di tutti gli altri filosofi che hanno fatto uso del velame arcano;
infine con un'intuizione semplice e grandiosa del cosmo, che dalla
distribuzione dei cieli, delle cose create e delle facoltà dell'uomo,
accoglieva in una euritmica totalità il sistema cabalistico, gnostico,
neoplatonico e peripatetico, non poteva non destare unanime ammirazione nei
dotti di allora. Molte sono le testimonianze, specialmente epistolari, che
attestano il grande successo ottenuto dal Pico, che ormai era ritenuto un vero
portento dagli uomini piij rappresentativi di quel tempo. Al Salviati, che era
l'editore più importante di Firenze, scrivono con espressioni d'entusiasmo per
l'opera del Mirandolano da ogni parte d' Italia gli umanisti che avevano
ricevuto copia dell' Ettaplo. Nella raccolta delle lettere comprese nelle Opere
del Pico, troviamo quelle del canonico della Badia di Fiesole, di Baccio
Ugolino, di Giuliano Maio di Napoli, del Poliziano, che non si stima degno
d'essere avvici Opera nato al Mirandolano, di Ermolao , che confessa d'aver
letto Vexameron tutto d'un fiato, del vecchio Cristoforo Landino, al quale pare
di veder congiunte nel Pico la sapienza dei filosofi greci con la dottrina dei
Padri della Chiesa. E l'eco di questa unanimità di ammirazione per V Ettaplo
varca anche i confini d'Italia, come dimostra una lettera scritta al Salviati
da Bartolomeo Ponzio, addetto alla Corte di Mattia Corvino, re d' Ungheria.
Forse nessuna lode poteva tornare più gradita al Mirandolano di quella
tributatagli dal suo antico maestro, Giambattista Guarino, il quale,
scrivendogli da Ferrara, loda la vasta cultura profusa in picciol volume dal
suo ex allievo (ex tuo praeccptorc factiis sum tibi discipulus). Il Pico era di
quelli che nella gloria non dimenticano chi per primo ha aperto le porte
dell'anima, illuminandola alla luce del sapere. Rispondendo al vecchio
precettore, lo prega di non corrugare la fronte se lo chiamerà a partecipare
della gloria che gli deriva dal suo Ettaplo . Ed era sincero, perchè non c'è
soddisfazione più intima di quella che si prova al PoLiT. Epist. Opera Opera
riconoscimento del proprio valore da parte di quegli che, essendo stato maestro
nell'adolescenza, rimane impresso come un giudice equo e spassionato. Ma quanto
favore incontrò V EU apio fra i dotti umanisti, altrettanto severamente venne
accolto da parte dei teologi romani che vedevano in esso un'altra prova del
persistere del Pico nell'attitudine contraria alle dottrine ortodosse della
Chiesa. Non migliorava quindi la posizione del Mirandolano di fronte al
Pontefice, il quale^ facendo suo il giudizio della Curia, assumeva un
atteggiamento sempre più intransigente. Invano si adoperava Lorenzo per mezzo
del Lanfredini a mitigare l'animo di Innocenzo Vili, e invano gli faceva
pervenire uno schema di Breve, compilato dallo stesso Pico, per dimostrargli a
quali condizioni il conte si sarebbe sottomesso. Il Papa era irremovibile e
rispondeva al Lanfredini che « il caso del Pico era importantissimo » e che ben
« altra cosa era gratificare Lorenzo del « figliuolo (accenna al cardinale
Giovanni) o com« piacerlo non entra questi casi della fede». Berti, Op. cif.
39. Ecco parte della lettera del 27 agosto 1489 in cui il Pico dopo aver
espresso la gratitudine sua al Magnifico, seguita: « Quello ch'io desidero « è
un Breve, nella forma eh' io scriverò di sotto. Faccia » vedere la Sua Santità
se per concederlo, ne li può na 153 II fratello Anton Maria aveva riferito al
nostro Giovanni che un certo monsignore di Napoli lo accusava di due cose: che
cioè egli aveva sparlato della Bolla a Parigi e che continuava a trattare di
nuovo quelle cose che gli erano state vietate. II Pico allora si difende contro
la prima asserzione, chiamando a testimoni gli stessi « ora« tori che erano in
Pranza, se non vogliono tacere « el vero » : e contro la seconda che « non ho «
scripto altro di nuovo che quella expositione « sopra el Genesi ch'io ho
mandata alla M.^'^ Vo« stra, et Lei può far fede se è contra el Papa o « no,
che tanto è distante dalle materie di quelle «conclusioni, quanto è il cielo da
la terra». II Magnifico, infatti, faceva fede che l'opera era « stata veduta da
quanti religiosi dotti ci sono e « uomini di buona fama e di santa vita e da
tutti è « sommamente approvata, né io però sono si cat« tivo cristiano che
quando ne credessi altro, me •« scere o danno, o vergogna, o scandalo alcuno
nella Ec« desia di Dio, ch'io so gli sarà detto di no, se ne sa« ranno
domandati huomini non passionati. Il Breve voria « che fusse in questa forma:
Havendo tu già proposte per « discutere alcune conclusioni fu iudicato per noi
che « il libro di queste non fosse Ietto, come in una nostra «tale Bolla si
contiene ecc.». Dall'Appendice II, doc. I, nello studio del Berti, 1. e. 39 e
51-53. Berti, doc. I, Append. Il, 52-53. 154 « lo tacessi o sopportassilo. Sono
certo se costui « (il Pico) dicesse il credo, cotesti spiriti malvagi «
direbbero ch'è un'heresia ». La lettera poi accenna alla debolezza del Papa il
quale, essendo occupato in molte altre cose, si lascia raggirare da persone
malevoli che, « come diavoli lo ten« tano con queste persecuzioni e sono troppo
cre«duti». Avverte che il conte è «un istrumento « da saper fare il male e il
bene » così che tormentarlo sarebbe farlo deviare dal bene («e ul«timamente si
era ridotto qui a vivere santamente «e con buoni costumi e quetare l'animo suo
*) e fargli tentare cosa che « potrebbe essere di gran «scandalo». E conclude:
«Se la forza gli farà « pigliare altra via, io ci perderò poco perchè in « ogni
luogo dove anderà, so mi vorrà bene, per« che ne voglio assai a lui». Esorta
quindi l'oratore a fare il possibile per riuscire nell'intento « che non
potreste mai stimare quanto questa cosa « mi è molesta e che passione mi da » .
Tutto inutile; il Papa era irremovibile e non sapeva capacitarsi a veder
persistere uno che aveva ancora l'aspetto di scolaro imberbe, a sostenere cose
di teologia, per le quali si richiede una lunga vita Lettera conservata dal
Fabroni Laurentii Medicis Magnifici Vita, voi. II 291. Cfr. Berti in op. citata
pag. 39. Id., 40. 155 di studio: «perchè, diceva il Papa, non si mette « a fare
della poesia ?» Questa gli pareva un'applicazione più rispondente alla sua
giovane età. Cotesta frase del Papa, che può parere ironica, ed è invece
sprezzante, dimostra quanto poco ei sapesse comprendere quell'anima assetata di
gloria e di luce, che coiu)Sceva tutte le ansie del dubbio e il tormento di
tante notti insonni per decifrare, nei libri degli orientali, qualche sparso
raggio della divinità. 11 Papa arrivò a dire, anzi, che V Ettaplo peggiorava la
causa del Pico « essendosi trovata questa opera sopra il Genesi, « et vista per
questi docti di Sacra Scriptura, «l'hanno dannata, perchè in molte parti entra
« nelle medesime heresie, et quelle medesime cose * che sono state detestate
per indirecto, lui le in« troduce in questa opera in molti luoghi». Bisogna poi
aggiungere che il libro del Pico sortiva in un brutto momento per trovare in
Innocenzo Vili un animo ben disposto, essendo in quel tempo amareggiato dai
gravi scandali che Cit. dal Berti, I.. e. 39. Si deve convenire che
contrariamente all'asserzione del Pico che sosteneva non aver tenuto ncW
Ettaplo parola del contenuto delle conclusioni, abbonda invece di quelle idee
che erano state condannate nelle Tesi. E noi abbiamo dimostrato come l' Ettaplo
sia la sistemazione delle varie teorie che formano argomento delle conclusioni.
156 erano avvenuti proprio a Roma in seno alla sua famiglia. Stando cosi le
cose, il Pico si rassegnò per il momento a rinunciare ad ulteriori pratiche e
tutto s'immerse negli studi ch'erano forse l'unica cosa in cui trovasse continue
e pure soddisfazioni. Riprese con gioia lo studio delle Sacre Scritture e in
particolar modo dei Salmi, di cui voleva continuare l'esposizione esegetica. A
farsi aiutare nel lavoro di traduzione dall'ebraico, il Pico teneva presso di
sé un giovane ebreo, Clemente, il quale, essendo stato convertito al
cristianesimo e indotto a vestire 1' abito di S. Domenico, è richiamato da
Lorenzo come una prova dello zelo cristiano del Pico, e un esempio per stornare
la vana calunnia di eresia . Grande Nell'anno 1489 venne scoperta in Roma una
lega d'impiegati senza coscienza,! quali esercitavano un traffico lucroso con
Io spaccio di Bolle papali falsificate. Franceschetto Cybo dava l'esempio
peggiore e getta uno sprazzo di luce sulle condizioni morali della Corte pontificia.
In compagnia di Girolamo Tuttavilla percorreva nottetempo le vie e per futili
motivi aggrediva le case dei cittadini riscuotendo di necessità scherno e
vergogna. Presso il cardinale Riario perdette in una notte 1400 ducati e si
lagnava poi col papa d'essere stato raggirato. Pastor. L'accenno nella lettera
di Lorenzo al Lanfredini è testualmente così: tra gli altri segni di vita
cristiana del Pico, vi è quello « di aver convertito un ebreo, giovane 157 era
l'aspettativa per questo lavoro del Pico tra i letterati e gli amici, le cui
lettere di questo periodo vi alludono come a qualche cosa del genere dell'
Ettaplo. « Ci aspettiamo davvero qualche «cosa di delizioso, scriveva Matteo
Vero al Sal*viati, dagl'inni di David, ch'egli ò dietro a in«terpretare e a
spiegare con grande premura. « A compiere il qual lavoro mi compiaccio che «in
questo momento abbia scelto la quiete del « nostro Cenobio di Fiesole, dove il
solo vederlo «e udirlo è una vera gioia». Siccome all' infuori del commento al
salmo XV, di cui abbiamo già parlato, non ci rimane nulla, se non qualche
frammento inedito, scoperto dal Ceretti, che possa giustificare l'ipotesi che
il Pico facesse un Commentario di tutti i salmi, dobbiamo ritenere ch'egli
continuasse lo studio dei salmi più tosto per un bisogno suo particolare, per
fare cioè una specie di esercizi spirituali; e questo spiega anche perchè
amasse ritirarsi nel Cenobio fiesolano. Ad avvalorare questa nostra
supposizione ci soccorre la lettera ch'egli scrive il 13 gennaio 1490 « assai dotto
in quella lingua, al quale faceva tradurre « certe opere in casa sua e colle
armi sue medesime e « ridotto a farsi cristiano, che non sono opere da eretici
». Il Berti corregge il Fabroni da cui desume questa lettera e che publicata
con la data del 1492 è invece del 1489. 1. e. 41. Cfr. anche Cassuto, 315-317.
Opera da Firenze a un certo padre F. B. C. che lo esortava a una vita pia e
virtuosa. « Vedrai, sog« giunge il nostro, che, quando mi sarà dato di «
ritirarmi nella solitudine, allora potrò filosofare « piamente (pie
philosophari) e congiungere la «pietà alla sapienza. Anch'io sono convinto non
« esservi vera sapienza quando manchi la eterna, « poiché il trattare le varie
discipline, può ben « dare il colore alla pelle, ma non farci più belli. « Ma
la mente sana, ferma, gagliarda non si può «sperare che dall'integrità della
vita, dai buoni « costumi e infine dalla santa religione ». Non dobbiamo
credere che i soli salmi assorbissero il suo tempo; coltivava anche gli studi
teologici e filosofici, certo anche quelli poetici, come si ricava da una
lettera datata da Firenze l'undici febbraio dello stesso anno, indirizzata ad
Aldo Manuzio. « Ti mando 1' Omero che mi hai chie« sto tempo fa; mi trovo così
stretto dalle occu« pazioni, Aldo mio, che non ho neppure il tempo « di
respirare. Mi sono dato alle lettere le cui « esigenze sono cosi grandi che ho
appena il «tempo di rimettermi in salute . Tu che stai « per accingerti alla
filosofia, ricordati che non Opera, 375. Questa frase indica che la salute del
Pico doveva essere alquanto scossa, e forse si era ritirato a Fiesole anche per
scopo di cura. « vi è nessuna filosofia che ci dispensi dalia ve« rità dei
misteri: la filosofia cerca la verità, la «teologia la trova, la religione la
possiede'». In queste tre sentenze il Pico ci dà, in ct)mpendio, il programma
de' suoi studi, i quali andavano orientandosi verso quella fase finale della
sua attività, che è, come in ogni processo della vita umana, la liberazione
dello spirito dagl'impacci del mondo esteriore. E così avremo modo di notare
come nel Pico questo processo si svolgesse con ritmo più accelerato che in
altri, e il ciclo si chiudesse proprio nel periodo che d'ordinario separa il
trapasso dallo spirito volitivo che cerca di fissarsi nel limitato, allo spirito
libero che aspira all'infinito. Durante la primavera, per riprendere il vigore
delle sue forze, usciva sovente con qualche amico a passeggio pei dintorni di
Firenze: e il Ficino ci ha descritto con insolita semplicità, in una sua
lettera a Filippo Valori, una di quelle passeggiate che i due filosofi solevano
fare insieme, ragionando con poetico fervore delle comodità della vita . Ecco
in che modo il Pico stesso faceva conoscere a Battista Spagnuoli come Opera,
359. « Alli giorni passati andando a spasso il nostro Pico « della Mirandola,
uomo certamente meraviglioso e io per « gli colli di Fiesole, riguardavamo cosi
per il cammino tutto 160 passasse il suo tempo. « Al mattino, dice, mi «
applico assiduamente alla concordanza di Pla« tone e di Aristotile, serbo le
ore meridiane agli « amici, alla ricreazione dello spirito mediante la «
lettura dei passi e degli oratori, le ore della « notte le ripartisco fra lo
studio delle sacre carte « e un breve sonno». Come si vede il Pico aveva
intrapreso un lavoro che lo teneva occupato le ore migliori della giornata, e
cioè la concordia dei due massimi filosofi dell'antichità. A tale intento
domanda in prestito agli amici i libri che gli occorrono e, se non li trova a
Firenze, li chiede per lettera a quelli che risiedono in altre città.
Ringraziando in una sua Baldassarre Migliavacca di Milano delle copie dei libri
greci inviatigli, lo prega di acquistargli il commento di Giovanni Grammatico
sulla fisica di Aristotile e, se gli è possibile, anche la metafisica dello stesso
filosofo . Nel mentre che si fa inviare dal carmelitano Battista Mantovano
l'indice della Biblioteca di Bologna in cui risiede, gli chiede ragguagli
intorno alla vita di Filostrato « il paese di Fiorenza, habitazione per certo
felice, pur « che due soli incommodi si schivassero, cioè la nebbia «che l'Arno
cagiona e i gran venti del monte che gli è « opposto ». Fi(;;iNO, Epist. voi.
cit. lib. IX. Opera, 358-59. Opera, 370. 161 e del filosofo Zaccaria che il
frate aveva conosciuto a Roma . Da tutte queste lettere traspare il grande
affetto che ormai legava il Pico al Poliziano e nei saluti agli amici troviamo
sempre congiunto il nome di lui. Scrivendo agli ultimi di luglio a Ermolao lo
prega, con dolce rimprovero, di voler moderare le sue lodi {me iani qiiacso
lauda modice) poiché gli è stato riferito dal fratello Anton Maria che Ermolao,
lo portava a cielo dinanzi a lui, agli altri e « allo stesso Pontefice » : per
altro lo prega di amarlo senza ritegno {diun iamen anies immodice) e termina la
lettera: «Ti saluta il Poliziano amandoti e lo« dandoti sempre un immodico
(immodicus) ". Ed Ermolao rispondendogli a sua volta da Roma il 13 agosto,
dopo aver detto che a ciò è mosso da un prepotente bisogno di essergli vicino
col pensiero, con la voce, con lo scritto, perchè trova più giocondo il dire
che l'udire essere l'amico suo pieno di candore, di bontà, di umanità, termina
lo scritto: 'Vale cum Politiano «meo^>. appunto perchè sa che così si rende
più accetto all' amico . Anche nell' epistolario del Poliziano abbiamo la
testimonianza di lei. 369.359-360. 391. 162 questo attaccamento reciproco dei
due letterati. Degna di nota è la lettera che il poeta scrive alla «fedele
Cassandra», dotta fanciulla di Venezia, la quale, desiderosa di mettersi in
corrispondenza col più celebre poeta del tempo, gì' invia alcuni suoi lavori
letterari (orazioni, epistole, versi, scritti di argomento filosofico ecc.); ed
il Poliziano trovandoli scritti con eleganza, con gravità, e con una certa
virginea semplicità, non priva di dolcezza, così la saluta: « Decus Italiae
virgo», nuova Aspasia, Saffo, Corinna, degna di stare accanto alle donne più
celebri dell'antichità. Ma non si appaga dell'ammirazione; egli vorrebbe
contemplare il volto castissimo della vergine, vedere il portamento e le
movenze della sua persona, bevere, quasi, con orecchi assetati, le parole
ispirate delle muse, poiché allora trasumanato (consuinatissimus) dall'aflato
suo, non temerebbe nel canto il Tracio Orfeo e la di lui madre Calliope. «
Certamente finora, soggiunge, soleva am« mirare Giovanni Pico della Mirandola,
come il « più bello e il più dotto dei mortali. Ed ecco « che ora. Cassandra,
io presi ad amare te ancora «subito dopo di lui, anzi insieme con lui». Come si
vede, c'era una differenza tra l'affetto del Pico e l'amore del Poliziano : in
realtà quello POLITIANI Episf. del primo era un'amicizia che derivava da
quell'ascendente che non può non esercitare un temperamento poetico,
quand'anche l'esteriorità della persona non abbia alcuna attrattiva e del Poliziano
si dice che fosse alquanto deforme — ; quello dell'altro, invece, era quasi un
amore ispirato dalla contemplazione estetica di un giovane dalle forme
squisite, tanto più ammirate in quel tempo in cui rinascevano, fra tante altre,
le preferenze classiche per la bellezza androgina. Un fatto che in questo tempo
tornò di sommo gradimento al Pico e a' suoi amici, fu la notizia dell'elezione
a patriarca di Aquilea di Ermolao Barbaro. A lui, che da Milano, dove aveva
rappresentato in qualità di oratore la Republica di Venezia presso Ludovico
Sforza, era passato a coprire lo stesso ufficio a Roma, presso Innocenzo Vili,
rivolge il Pico la seguente lettera: « Mi congratulo con te della nomina a
Patriarca « di Aquilea dove potrai dimostrare il tuo valore. «Vi sono tre
generi di vita: il civile, il contem Una nota simpatica di questo circolo di
dotti fiorentini, al quale apparteneva il Pico, è l'assenza sia dalla loro vita
come dai loro scritti di quell'immoralità che imbratta come viscido fango i
nomi dei più celebri umaninisti delle altre Accademie. Per Pomponio Leto, che
fu imputato di Sodomia, vedi la monografia dello Zabughin, Grottaferrata «
piativo e il religioso. Esigiamo dal primo la « prudenza, dal secondo la
dottrina, dal terzo la «santità. E tu per l' innanzi nel trattare gli affari «
dello stato, ti sei dimostrato prudentissimo, e « gli studiosi, amandoti e
ammirandoti, ti tengono «per loro maestro nelle buone discipline: e non «
abbiamo dubbi di sorta che saprai del pari «svolgere le tue mirabili doti nella
Chiesa». Ermolao risponde con espressioni di rimpianto per il bel tempo speso
negli studi pei quali teme ora di non esser più libero di dedicarsi come nella
vita secolare, e sopratutto perchè teme che l'alto ufficio che ora deve
coprire, induca il Pico a tenere un contegno piii riservato verso di lui. E
questo non vuole che avvenga per nessuna ragione. « Ti scongiuro, esclama, per
quella be« nevolenza che mi hai sempre dimostrato di vo« lere far sì che anche
sacerdote io sia tenuto da «te, se è possibile, per quell'Ermolao che hai «
amato nel secolo e che ora, fatto soldato di « Cristo, desidero esserti ancor
più caro. Sappi che « Aquilone mi ha trasportato oltre la verità, che « Favonio
mi ha rapito oltre l'amore » . Chi avrebbe detto che il suo desiderio di poter
attendere alla filosofia lontano dalle occupazioni, Opera si sarebbe cosi
presto realizzato, ciie anzi, mentre egli diceva : Si hoc cveniut, ne avesse il
presentimenio ? Difatti il Senato veneziano che si arrogava il diritto di
nominare il Patriarca di Aquiiea, si sentì offeso dall'atto di Ermolao Barbaro,
il quale aveva accettato la nomina da Innocenzo Vili, senza prima chiedere al
governo il permesso voluto dalla legge; e per questo condannò il Patriarca
all'esilio. Questa sciagura che privava Ermolao della speranza di rivedere la
cara patria che tanto amava, fu però sopportata con stoica fermezza e
ricompensata dal piacere di poter riprendere i dolci studi. 1 suoi sentimenti
in proposito, che manifesta in una lettera al concittadino Calvo sono la fedele
espressione del suo animo puro ed elevato, uno di «Nulla vi ha di più preclaro,
nulla di più elevato della fortezza dell'animo. Essa brilla al disopra di ogni
• altra virtù; essa è la migliore fattrice di voluttà e di pace, e mentre tutte
le altre s'inchinano all'impero della • fortuna, la sola fortezza l'affronta e
la pone in ceppi. « Ma fingi pure che io abbia ricevuto una ferita più pro«
fonda ancora di quella che al presente mi grava; quanto « presidio, quanto
sollievo non credi tu che a me rima« nesse da queste tenui lettere che sin da
fanciullo ho coltivato? Godendo io sanità di mente e di corpo, quale • calamità
poteva sopravvenirmi che m'involasse il con • torto degli studi ? Essendo
questi sani e intatti la mia 166 quei nobili caratteri non abbastanza studiati.
Frattanto il Pico, per meglio attendere a' suoi studi, fece dono, di tutti i
beni che teneva nel Mirandolese, e della terza parte del Principato per la
somma di trentamila ducati d'oro, al nipote Gianfrancesco, il quale con tanto amore
doveva in seguito curare l'edizione delle opere dello zio e scriverne la vita.
In quel medesimo anno il Pico, in compagnia del Poliziano e del Crinito, fece
un viaggio nell'Alta Italia per visitare le biblioteche delle principali città,
Bologna, Ferrara, Padova, Vicenza, e i particolari di questo viaggio sono
riferiti dal Crinito(l). Senza dubbio il motivo di questo viaggio doveva esser
quello di procacciarsi i libri che riteneva necessari per condurre innanzi il
suo lavoro intorno alla concordanza di Platone e di Aristotile. Nella vita del
nostro si alternano con una certa frequenza periodi di vivacità espansiva, con
altri di calma e riposata solitudine. Così ora, mentre è tutto immerso nello
studio dei due sommi « vita non può essere se non tranquilla, gioconda, ono«
revole. Oh felice calamità che mi hai restituito alle let« tere e le lettere a
me, anzi a me stesso ! » Dalle Epìst. del Poliziano, la traduzione è del
CoRNiANi, / secoli della Letferat. Italiana, 279. Rassegna Bibl. della Leti.
Italiana. filosofi della Grecia, si sentiva di ritornare alla pietà e al
bisogno di quiete. Con minore assiduità prese a frequentare i convegni e le
feste, cui Lorenzo per le sue mire politiche dava largo incremento; cominciò ad
essere notata la sua assenza nei conviti in cui era solito accompagnarlo il
Poliziano. Questi prova rincrescimento e per lusingarlo gli descrive ora lo
spettacolo di una giostra {cquitum ccrtamcn hastis concurrcntium), al quale
partecipa il fiore della gioventù fiorentina e in cui Piero de' Medici, ch'è
divenuto il beniamino della moltitudine e la gloria della sua famiglia, ottiene
la palma della vittoria. Ora invece gli descrive un banchetto offertogli da un
certo Paolo Ursino, il cui figlio, bimbo di undici anni, si rivelò un prodigio
(un enfant prodigi diremmo noij sia nel suono e nel canto, sia nella
recitazione di prova oratoria, sia nel cavalcare un focoso destriero in
singoiar tenzone con Piero de' Medici. « 11 fanciullo, soggiunge il Poliziano.
« aveva dei capelli d'oro che gli scendevano mol POLITIANI Epist., « I Medici
con« cepiscono una vera passione per la giostra... Già ancor « sotto Cosimo, e
poi sotto Piero il vecchio ebbero « luogo in Firenze giostre celebratissime;
Piero il giovane « poi per tali esercizi, trascurò perfino il governo e non «
voleva essere dipinto se non rivestito dalla sua splen. dida armatura».
Burckhardt « lemente sulle spalle, gli occhi vivaci, lo sguardo « intelligente,
il portamento elegante e nel tempo « stesso marziale. E quando in mezzo al
convito « prese a cantare accompagnato dagli strumenti « musicali, sentivo
penetrarmi la sua voce soa« vissima nel cuore, e inondarmi di una voluttà
«quasi divina». Questo brano ci dice quale ammiratore fosse il Poliziano della
bellezza androgina; anzi quale affinità di sentimenti avesse con gli esteti
dell'antica Grecia e sopratutto di Roma imperiale di cui abbiamo uno specchio
nel Satyricon di Petronio. Ma il Pico era un mistico e non un sentimentale; non
amava i festini e la vita gaudente che per un poeta come il Poliziano erano
fonte di sempre nuove impressioni. Ormai il contatto delle cose esteriori
cominciava a nauseare il nostro assetato di quella bellezza che trascende ogni
forma sensibile. Pubblica il libro De Ente et Uno che volle dedicare ad Angelo
Poliziano il quale, appunto in quegli anni, soleva intramezzare le sue lezioni
di letteratura greca e latina con la lettura dell'etica di Aristotile o di
qualche brano filosofico di altri autori . A tali lezioni inter POLIT. Epist.
Isidoro del Lungo, Florcntia, Firenze, Barbera veniva talvolta anche il Pico e
la presenza del dotto principe tornava molto lusinghiera al poeta di
Montepulciano che all'amicizia univa una grande ammirazione per le qualità
dell'ingegno del Alirandolano. Nella dedica il Pico ci fa sapere come l'argomento
gli sia stato suggerito da una disputa sorta tra Lorenzo e il Poliziano sul
modo di considerare Vesscrc e V unità. Il Poliziano stava con Aristotile che ne
aveva sostenuta l'identità e il Magnifico coi Platonici che si erano
pronunziati per la disparità. Il Pico si schiera decisamente coi primi e viene
a dimostrare che anche Platone identifica l'essere con l'uno. Dove egli trova
la più rassicurante risposta alla sua tesi, che nella mente d i Platone
l'essere e l'uno si convertono, è nel dialogo del Parmenide, ove Platone
dimostra non già la superiorità dell'uno sull'essere, ma la loro identità.
Perciò Aristotile, che parte dal cuore della filosofia platonica e vi scorge
questa identità dei due principi, non dissente aflatto dal suo maestro. Tuttavia
il Pico che non era un superficiale conoscitore della filosofia aristotelica,
non poteva nascondersi che il pensiero dello Stagirita è stato sempre su questo
argomento ondeggiante, sia quando disse che « l'essere non è assolutamente 170
uno», sia quando, parlando dello stesso essere, l'ha definito ora in un senso
ora in un altro. Lasciando stare l'equivoco di linguaggio a proposito della
parola essere, che è impiegata in numerosi sensi, e che quella di sostanza è
impiegata almeno in quattro, sta di fatto che la contraddizione è flagrante e
ogni tentativo per eliminarla riuscirebbe vano. Ma il Pico, tendendo alla
conciliazione ad ogni costo, concepisce quella superessenza che in sé comprende
l'essere e l'uno, sorvolando sopra a tale contraddizione con un ragionamento
che non è privo di acume. L'essere, egli dice nel quarto, si deve considerare
come concreto e come astratto; nel primo caso l'essere, come partecipazione di
qualcosa, è inferiore all'uno; ma nel secondo, cioè l'essere per sé, é un
essere uno, superiore ad ogni ente (adeo est ut sit ipsum esse, quod a se est
et sit ipsum esse, quod a se et ex se est et cuius partecipazione omnia sunt).
È evidente che in questo caso l'essere è Dio, il quale, come l'unità, é
principio di tutte le cose (Tale autem est Deus qui est totius plenitudo, qui
solus a se est, et a quo solo nullo intercedente medio ad esse omnia
processerunt). Così il Pico si spiega non solo la convertibilità dell'essere
nell'uno, ma anche come l'essere e l'uno siano in Dio, il quale é un superessere
e un 171 superuno, e, come dice Dionigi, quia unice est omnia. V indirizzo
mistico dei suo pensiero porta il Pico ad operare la conciliazione di Piatone e
di Aristotile mediante Dionigi e a convertire l'ontologia in una concezione
teologica. Cosi l'assertore della dignità dell'uomo diviene il paladino
dell'infinita potenza di Dio, al quale l'unica lode checonvenga è il silenzio.
Il Poliziano fu molto commosso della dedica del libro e l'accolse con
espressioni tali che parrebbero esagerate, o per lo meno dettate da un senso di
adulazione, se non avessimo avuto agio fin qui di notare la sincerità della sua
ammirazione per il Pico. « Arsi sempre, dice il Poeta, arsi forse un po'
troppo, te lo confesso, dal desiderio di una perpetua fama, a! punto da ritenere
per un niente le ricchezze, la dignità, la potenza e i piaceri in paragone di
una gloria duratura. Ma poichò ciò che ho scritto non mi è valso molto a
perpetuare il mio nome tu, Pico, sei apparso a prestarmi ciò che non avevo
potuto da me, dedicandomi il tuo commentario De Ente et Uno, nel quale richiami
le accademie alla vera sorgente e congiungi in una due filosofie e la nostra
teologia. Che altro dovrei cercare per poter vivere nei campi Elisi, se vivrò
per mezzo tuo e insieme con te ? La posterità narrerà un giorno esservi stato
una volta un certo Poliziano, il quale fu tanto stimato da meritare che il
Pico, luce di 172 ogni sapere, parlasse di lui nel bellissimo libro che tratta
di cose sublimi. Ti rendo, dunque per l'immortalità, grazie immortali». Questi
segni di affetto dei due letterati dovevano senza dubbio tornare graditi al
sofferente Lorenzo che, ammalato da alcuni mesi, era assistito dal Poliziano,
dal quale si faceva leggere ora alcuni passi del De Ente et Uno, ora
s'intratteneva a parlare delle virtìj e dell'ingegno del suo diletto Pico. «
Quanto desidererei, disse una sera l'infermo, passare quest'altro po' di tempo
che Dio si degnerà concedermi, negli studi filosofici con te, col Ficino e con
Pico della Mirandola. E quando fu presso a morire in Careggi (scriveva il
Poliziano a Jacopo Antiquario) guardandomi dolcemente, come sempre soleva, Oh
Angiolo, mi disse, sei tu qui ? — e insieme levando a stento le languide
braccia, mi afferrò strettamente ambo le mani. Io non poteva trattenere i singhiozzi
e le lagrime, cui nondimeno sforzavami nascondere, volgendo altrove la faccia.
Ma egli, senza punto commuoversi proseguiva a stringere le mie fra le sue mani.
Quando si avvide che il pianto m'impediva di parlargli, a poco a poco, quasi
naturalmente, mi lasciò libero. Corsi allora subito nel vicino gabinetto ed ivi
diedi POLITIANI Epist. ed. cit. 452. 173 « sfogo al mio dolore e alle lagrime.
Poscia asciu« gatomi gli occhi e tornato dentro, appena egli « mi vide e mi
vide tosto, mi chiama di nuovo « a se e mi chiede che faccia Pico della Miran«
dola, gli rispondo ch'era rimasto in città, per« che temeva d'essergli molesto
colla sua pre« senza. Se io, disse Lorenzo, non temessi che « questo viaggio
gli fosse di noia, bramerei pure « di vederlo e di parlargli per l'ultima
volta, prima « di abbandonarvi. Debbo io dunque, gli dissi, « farlo chiamare ?
Sì, certo, rispose, e il piij «presto possibile; così feci, e già era venuto «
il Pico e si era posto a sedere presso il letto. « E io ancora mi ero appoggiato
presso le sue « ginocchia per udir meglio per l'ultima volta la « già languida
voce del mio Signore. Con quale « bontà, Dio buono, con quale cortesia, dirò
an« Cora, con quali carezze lo accolse Lorenzo ! « Gli chiese prima perdono di
avergli arrecato « un tale incommodo, lo pregò a riceverlo come «contrassegno
dell'amicizia e dell'amore che « aveva per lui, e gli disse che moriva piiì
volen« fieri dopo aver veduto un sì caro amico». Il volto gentile del Pico era
valso a calmare l'agitazione convulsa di quell'uomo in preda agli PoLiTiAN!
Epist., ed. cit. 124-37. Vedi Berti, 1. e. 44-45. 174 ultimi strazi
dell'agonia, resa più triste forse dal ricordo dei falli commessi durante la
vita di principe; e gli occhi vitrei, prossimi a spegnersi per sempre, parvero
rischiararsi alla luce calma e celeste che riverberavano gli occhi azzurri del
Mirandolano. Il male di cui soffriva il Magnifico era di quelli che non
perdonano, e il grande mecenate, r astuto politico, uno dei primi poeti del
Rinascimento, moriva l'otto aprile all'età di quarantaquattro anni. Si
discuterà sull'opera sua di governo, sulla sincerità o meno della sua
liberalità e del suo mecenatismo, quel ch'è certo si è che Firenze e l'Italia
godettero sotto di lui di una prosperità come poche volte fu dato nella storia
della nostra patria; che tanti uomini d'ingegno lo amarono e lo riverirono non
sempre per adulazione (e la lettera del Poliziano è una prova della più sincera
devozione) ma perchè riconoscevano in lui oltre che un reggitore politico, un uomo
dì cuore e d'ingegno. Valga la considerazione di ciò che accadde all'Italia
dopo la morte di lui per dover ammettere che Lorenzo fu una delle personalità
più spiccate e complesse del Rinascimento, un uomo che, come pochi, ha
rappresen TiRABOSCHi, Storia della Letteratura Italiana, t, VI, part. I, lib.
1, cap. XV. 175 tato le sorti di una nazione. E il Pico fu di quelli che
esperimentarono la generosità disinteressata di Lorenzo le cui lettere e
documenti fanno fede dello spontaneo disinteressamento che sempre animarono
ogni suo atto verso il giovane filosofo, al quale si sentiva legato da un
affetto sereno e sincero. E se il Pico era sfuggito alle persecuzioni dei
propri nemici, se aveva potuto trovare in Firenze un asilo comodo e sicuro, se
era riuscito ad esplicare liberamente la sua attività di studioso, lo doveva a
Lorenzo che per lui fu non solo un amico ma un carissimo padre. IX. Il Pico a
Ferrara nel 14i>2. Crisi Uelii^iosa. L'Orazione Domenicale. Invitato dal
duca Ercole I, si recò il Pico a Ferrara per assistere alla disputa che doveva
aver luogo in occasione del Capitolo generale dei Frati Predicatori. Alcuni
anni addietro aveva partecipato a un altro Capitolo, a quello di Reggio, dove
era stato fatto segno all'aminirazione generale pel suo ingegno precoce. Né
anche ora dovettero mancargli i segni di deferenza e di ammirazione da parte
dei convenuti; ma mentre un tempo si sentiva accendere ai sogni della gloria e
«all'uso di Gorgia da Leontini cercava fama, sostenendo qualsiasi cosa » ; ora
molte foglie vedeva cadere avvizzite dalla sua corona, dopo che ne aveva
sperimentata la vacuità piena d'ama — 178 ritudine. Anzi adesso provava un
sentimento d'inferiorità davanti a quei frati il cui nome non sorpassava la
cerchia ristretta delle conoscenze personali, ma la cui vita al compimento
della quale mettevano in uso tutte le loro energie riteneva alla sua superiore.
Questi sentimenti del Pico li leggiamo in una lunga lettera, in data 15 maggio
1492, ch'egli scrive al nipote Gianfrancesco. Ivi lo consiglia di non dolersi
delle difficoltà che dovrà incontrare nella via del bene, giacché sarebbe
oggetto di meraviglia se a lui solo fra i mortali fosse dato di andare in cielo
senza fatica (sine sudore). E dopo avergli ricordata la massima di S. Giacomo:
Gaudete fratrcs cum in tentaiiones varias incideritis nec immerito quidem, gli
spiega come ogni stato sia irto di difficoltà e pericoli : così quello del
marinaio, del mercante, del principe. Per questo egli ha scelto la quiete del
suo studio, e nulla a mbisce in questo mondo i cui seguaci gridano unanimi:
laxati sumus in vias iniquitatis, perchè le innumerevoli cure della vita li
agita come un mare fervens quod quiescere non potestSiccome tutte le cose
terrene sono caduche, incerte e vili, lo invita a rompere i lacci delle
passioni, a rendersi piacevole più a Dio che agli uomini, a scegliersi la via
stretta della virtìi che mena al cielo. Per fare questo, 179 gli consiglia due
cose: a pregare, e pregare non solo con molte parole (multiloquio) si bene nel
segreto della propria mente e di ascoltare nei penetrali della coscienza la
voce divina che rischiara le tenebre ed unisce a sé coi modi più ineffabili: e
infine che la preghiera non sia lunga, ma ardente e interrotta spesso dai
sospiri. L'altro consiglio è di lasciare le favole dei poeti per aver sempre
nelle mani le sacre scritture (nocturna versare manu, versare diurna nelle
quali è nascosta una tal forza sovrumana, così viva ed efficace, che trasfonde,
in chi vi s’accosti umilmente, un'ammirabile amore divino. Termina la lettera
ricordandogli quanto gli ha detto altre volte, che cioè per quanto lunga possa
essere la vita, si deve pur morire e che il cavallo che ciascuno di noi cavalca
non ha da percorrere che un breve stadio. Quale passo ha fatto Pico di questa
lettera, da Pico dell'epistola critica a Lorenzo cosi piena d'entusiasmo e di
baldanza o dell'Apologia in cui scoppiettavano a volte un virulento sarcasmo, a
volte espressioni così ardite e per quel tempo insolite! Questa lettera sembra
scritta d’un padre religioso tanto è compenetrata di pensieri e di massime
divote: il distacco dal mondo, gl’orrori dell'inferno, l'e Opera, . 180
sortazione alla preghiera, trovano un accento cosi fervente, che ci sembra
d'avere innanzi un vecchio stanco della vita e anelante al riposo del sepolcro.
Pico era ancor giovane, eppure il suo spirito era invecchiato, 0 meglio, poiché
lo spirito non invecchia, era cambiato il contenuto della sua vita. Ciò che ora
lo attraeva non era più la poesia e le sue lettere e i suoi sonetti ci
attestano quanto egli avesse amato la poesia (omissis j'am fabulis nugisque
poetarum cosi consiglia al nipote neppure forse piiì la filosofia e questa era
stata la sua grande passione, quella per cui aveva rinunciato alla vita di
principe, per cui aveva sofferto persecuzioni e prigionia ciò che ora Io
attraeva era una vita più degna d'essere vissuta, per la quale voleva dare non
solo una parte della sua attività, l'intellettuale, ma quella affettiva, quella
pratica, insomma tutta l'anima. E dessa, è ormai evidente, era la vita
religiosa. Ma gli era d'uopo conciliarsi con la Chiesa, dare al Pontefice un
attestato persuasivo della sua nuova disposizione. Era quello l'anno nel quale
avvenne l'espulsione degl’ebrei da tutta la Sicilia e molti si sparsero in ogni
parte d'Italia. Uno di questi Opera (siculus quidam hebraeus) si era spinto
sino a Ferrara, portando seco gran copia di libri ebraici. Pico si senti
stimolato dall'antica curiosità ed attrattiva pel misterioso; per lui un libro
nuovo era un tesoro, e Io legge colla convinzione di trovare in esso ciò che la
sua anima vagheggiava e che tutti i libri precedenti non avevano saputo
accordare. Ricorda, non senza tristezza, quali orizzonti aveva intravveduto
nello studio della Cabala e quante notti aveva vegliato per decifrare gl’arcani
dell'antica sapienza. Chi sa che anche ora non potesse scoprire qualche verità
riposta nei libri di quel giudeo, il quale gli acuiva il desiderio di leggerli
coll'annunciargli la sua partenza da Ferrara entro venti giorni? Al nipote che
lo richiedeva di consigli, risponde che non si aspettasse per qualche tempo da
lui nessuno scritto essendo occupato notte e giorno, sino quasi a perdere
gl’occhi, su quei libri dell'ebreo, che conta di finirli prima della di lui
partenza. Addio, conclude, temi il Signore e pensa ogni giorno che devi morire.
Non Opera Alcuni giorni prima aveva scritto a Malvezzi ringraziandolo
dell'invio fattogli del suo libro De Sortibus che aveva trovato diligente in
quanto alla lingua, acuto nelle osservazioni e gli promette d'inviargli alcune
182 pare che da tali letture ne traesse il frutto che si era ripromesso e
nemmeno la benché minima soddisfazione dello studio per sé stesso. Ormai era
inclinato per quella via in cui si sentiva irresistibilmente trascinato. Si
ritrasse da quei libri con una specie di disgusto, e come da ciò che si
frapponeva alla sua vera méta. Riandando alle cause che determinarono il suo
attrito con la Chiesa e il suo capo, il Pontefice, s'avvide che «buona parte
della colpa era sua, « che aveva troppo amato la gloria del mondo e «trascurato
quella che sola proviene da Dio*, e sopratutto perché all'odio e alla nequizia
degli uomini, aveva reagito coli' impeto della passione, che é figlia di
Satana. Non aveva ascoltato il precetto di Gesù quando disse: «Si vos hodio
mundus habet, scitote quia priorem me vobis habuit»,e quindi aveva agito
ciecamente per la violenza della propria consuetudine, come coloro che sono
trasportati dall'impeto della corrente di un fiume. Non aveva riflettuto sulla
sentenza socratica che se i nemici uccidono il corpo, non possono nuocere
all'anima, e però non si era astenuto dalla vendetta che im sue quisquiglie
(forse alcuni di quegli inni che in questo tempo andava componendo per ricreare
lo spirito col suono della lirai, Opera pedisce all'anima di udir risuonare la
voce soavissima di Dio, unica guida alla verità e alla vita. Oh ! come gli
tornava spontaneo sulle labbra il gemito del profeta: «Delieta iuventutis meac
«et ignorantias meas ne memineris: sed secun« dum misericordiam tuam memento
mei propter « bonitatem tuam Domine » ora che, trovandosi a Ferrara, si
risovveniva del tempo della sua prima gioventù non scevra di quei trascorsi che
imbrattano la coscienza. " Pensa, figlio carissimo soggiunge rivolgendosi
al nipote che la vita ò un punto, un istante; che i piaceri, le ricchezze
avvelenano l'anima e la sottraggono al regno del cielo; che tutto ciò che forma
la nostra gioia di quaggiù è incerto, umbratile, falso; pensa che una grande
ricompensa sta preparata per colui che, disprezzando queste cose, sospira alla
vera patria, di cui Dio è il re, la carità la legge, l'eternità il modo. Occupa
l'animo in questi pensieri, che lo stimolano quando dorme, lo accendono quando
e tiepido, lo rafforzano quando vacilla, e gli apprestano le ali quando tende
al divino amore; di maniera che, quando verrai da me, che ti attendo con grande
desiderio, ti possa vedere non solo quale sei, ma come voglio che sia». Opera.
Questa lettera porta la data del 2 luglio, Ferrara. In questa lettera,
improntata a una maggiore unzione delle altre scritte al nipote, il Pico ci si
mostra ormai preso dal sacro fervore de! mistico. Ed è degno di nota il fatto
che il nostro, le cui lettere agli amici sono di sapore, diremo così, profano,
abbia scelto nel suo nipote il confidente delle proprie aspirazioni. Forse lo
confortava a questo, oltre il legame di parentela che lo univa al figlio del
proprio fratello, a cui non era del resto molto distante per l'età, la serietà
di questo giovane principe che si era rivolto a lui con un abbandono e una
devozione che non si smentì mai. Ad ogni modo il Pico, che pur tanti amici
annoverava, non si aprì mai con alcuno come co! nipote, non fece mai nessuno
partecipe delle sue ansie, dei suoi ardori delle note piìi intime che gli
vibravano nell'animo; né mai nessuno ebbe a chiamare metà della propria vita
(animae dimidium mcae) , perchè nessuno per r innanzi l'aveva compreso come il
nipote Gianfrancesco. È senza dubbio di questo tempo il commento all'orazione
domenicale che va sotto il nome: In orationem dominicam expositio. Il Pico fa
rientrare l'orazione domenicale, che per i cristiani è la preghiera per
eccellenza, nel n ; Il nipote si era già sposato. (2ì Questa espressione si
trova nella lettera datata da Firenze, Opera quadro generale di una teoria
della preghiera; quindi prima di tutto la definisce, poi determina lo scopo per
cui si deve pregare , infine dà la norma che deve seguire colui che prega . La
preghiera, dice il Pico, è sempre un desiderio, e ciò che si desidera è sempre
un bene, e le cose le amiamo in quanto esprimono un bene. Siccome poi, al dire
degli stessi teologi e filosofi, il bene sommo è Dio, dobbiamo perciò amare e
desiderare prima, e al disopra di ogni cosa, Dio, e insieme con lui le creature
che più a lui ci congiungono. Come dobbiamo regolarci rispetto a tante cose che
pur ci dilettano (come i beni della fortuna, la bellezza, la forza del corpo ed
altri obbietti sensibili) e nondimeno non ci uniscono a Dio? Col fuggirli,
risponde il Pico; perchè non può essere buono ciò che ci allontana da Dio e ci
fa peccare. E quando ci sono concessi tali beni da Dio? Allora, incalza il
nostro, dob [\) «Orare non est aliud quam per elevationem men • tiset affectus
excitationem sua desidcria Deo notificare -. i2i « Si ergo debcmus scire,
quoniodo sit orandum, • oportet prius scire quid sit desiderandum. Scimus autem illud esse
sumnie desiderandum quod est summum bonum. L' Esposizione di cui stiamo facendo l'esame è inserita
in principio delle Opere del F*ico, edizione Basilea già citata. Mancando la
numerazione delle pagine, citeremo per ordine numerico degli a che
contraddistinguono i fogli. 13 186 biamo ricordare il detto di S. Paolo che ci
consiglia di far uso delle cose di questo mondo, tenendo da esse distaccato il
nostro cuore. Chi vuole distaccarsi da ciò che è caduco deve far uso della
meditazione, della compassione, della imitazione. Poiché solo meditando la
passione di Cristo, noi sentiremo il nostro cuore punto di compassione per le
infinite sofferenze di Gesù ; ma a nulla gioverebbero le nostre lagrime se non
cercassimo di imitarlo nella sua vita, nelle sue parole, nella sua inalterabile
pazienza a sopportare i più grandi dolori. E non solo dobbiamo sopportare le
afflizioni della vita, ma anche coloro che ci fanno del male. Se vogliamo che
Dio rimetta i nostri peccati e ci preservi dalle tentazioni, accordandoci la
sua misericordia, la quale è come la medicina per il corpo, perchè dovremmo
negare al prossimo ciò che noi chiediamo a Dio, vale a dire la misericordia ?
Se è vero che è per essa che noi siamo salvati e non già per i meriti nostri, a
maggior titolo dobbiamo usare verso gli altri questa grande benevolenza che
distingue gli animi eletti. Quando infine Cristo c'insegna adire al Padre,
«liberaci dal male», non possiamo fare a meno dal non raffigurarci, nella
rappresentazione del Demonio, l'insieme di tutti i mali, l'ipostasi di tutto
quanto è triste e peccaminoso; ecco perchè noi dobbiamo 187 fuggire dal male,
come da una bestia orrenda e rifugiarci nel seno del Padre nostro in cui
riposeremo sempre che lo serviamo con santità e con giustizia. Il 28 luglio
giunse a Ferrara la nuova della morte di Innocenzo Vili, e pochi giorni dopo,
quella dell'elezione alla cattedra di S. Pietro del cardinale Borgia col nome
di Alessandro VI. L'avvento di questo nuovo Papa che, per la larghezza delle
sue idee e i suoi gusti estetici, era ben noto nel mondo letterario ed
artistico, produsse nel nostro un senso di sollievo poiché, essendosi rivelato
di un carattere del tutto diverso da quello del defunto Pontefice, sperava di
trovarlo meno restio a concedergli la sospirata assoluzione. Un'altra
circostanza si presentava intanto a lui favorevole: l'elezione del Rettore
dello studio di Padova, il cipriota Podocataro, a segretario pontificio. Il
Pico scrisse da Ferrara il 16 agosto una lettera di congratulazione al suo
vecchio professore, rimettendogli una supplica per il Papa, colla preghiera
d'intercedere per la sua causa . [\ I Opera, foL, a, 4. (2^ DoREZ, Giornal.
Star. d. ietterai. Italiana, voi. 25, 1895, 355. Egli intanto si mosse alla
volta di Firenze, per potere poi proseguire per Roma ove non gli mancavano
amici e ammiratori, tra i quali il suo affezionato Ermolao, patriarca di
Aquilea. A Firenze, essendosi imbaltuto in un fascio di libri greci (ex his
graecorum librorum fascibus extricavero) s'intrattenne per poterli consultare.
In questa città desiderava raggiungerlo il nipote che ormai non sapeva più
vivere da lui lontano. Ma lo zio l'ammonisce di rimanere per due motivi: primo
perchè potrebbe arrivare a Firenze nel contrattempo ch'egli sarebbe in viaggio
per Roma (ut illuc mihi eudum sit, causam nosti) oppure per Mirandola ; l'altro
che avrebbe dovuto lasciare per lui la moglie, verso la quale l'obbligavano dei
doveri inerenti al matrimonio, cui egli non potrebbe sottrarsi senza venir meno
al comando divino in cui è detto essere gli sposi un'anima sola. « Infatti,
soggiunge, 'non puoi es« sere più tutto tuo dal momento che hai voluto «
assoggettarti alle leggi nuziali, nondimeno puoi « essere tutto di Dio, al
quale sei meritevole nello « stesso tempo che lo sei a te stesso ». Lo esorta
infine a starsene in casa per attendere alle proprie occupazioni e alla
meditazione delle sacre scritture e in special modo del Vangelo. A vederlo non
istarà molto tempo, avendo in animo 189 di ritornare a Ferrara al cominciare
della primavera . Siccome non arrivava nessuna risposta alle pratiche che aveva
inoltrate a Roma, nò credeva riuscisse per niente proficua la sua andata in
quella città, decise di trattenersi ancora a Firenze ove poteva almeno
attendere agli studi. In questo periodo attraversava egli un momento di grande
sconforto; aveva molto bisogno di affetto e di parole buone e in questo senso è
improntata la lettera che scrive ad Ermolao nella quale gli chiede anche il
volume di Tolomeo sulla musica . Arriva un momento nella vita in cui la mente
nostra fa un cammino a ritroso e invece di guardare avanti e di sognare si
volge indietro e ricorda. Fra le persone che conoscemmo ed amammo ve n'è sempre
una che rimane nella nostra memoria coi caratteri indelebili di una bontà
semplice e gioviale. Felici noi se, mentre la contempliamo in immagine, tale
persona vive ancora e può accoglierci nel suo seno e ridirci la parola che
consola. Il Pico era cosi giovane quando questo periodo era per lui arrivato
che, si può dire, tutti coloro che aveva conosciuto nell'in Opera, 346-47 la
data di questa lettera è del 27 novembre 1492. (2 Opera, . fanzia, erano ancor
vivi e tra questi la persona che Io aveva palleggiato bambino tra le braccia, e
che ora ricorda con tenero affetto nella sua lettera che gì' indirizza senza
rivelarci il nome. « Nulla mi tornò più dolce e piij gradito, gli « scrive,
della memoria della tua antica famiglia«rità e soavità di costumi. Se la sede
dell'ami« cizia sta nell'animo, in noi allora essa è vera« mente, vale a dire,
non c'è motivo, come scrivono « Platone ed Aristotile, perchè in noi possa for«
mare un dissidio la distanza di luogo e di tempo. « Pensavo or ora in che modo
poterti essere « vicino, né altro mi venne in mente che il farti H pervenire la
mia elucubrazione de septiformi « in sex dies geneseos. Se noi partoriamo dei
li« bri quasi come dei figliuoli, e il padre è in gran * parte nel figlio,
vengo io ancora con esso lui « che ho generato. Ricevi dunque il mio figliuo«
letto che viene a te com' io soleva ilare e fe * stante bambinello. Ti piacerà,
lo so, perchè mi « ami, e ti dispiacerà anche perchè mi ami. Nam * eiusmodi pietatis
est et eorum errata qtios ama«mus signanter introspicere ut emendemus et
in*trospectis leviter undulgere ne vexemus*. Da ciò si vede che il Pico considerava V Ettaplo come
il suo lavoro prediletto; e invero esso Opera e proprio figlio del suo spirito:
tutto ciò che aveva studiato, sognato e amato, egli lo aveva trasfuso là dentro
e se in qualcosa sperava ripromettersi perpetuità al suo nome, era appunto in
esso, che rimane del resto anche per noi l'espressione più notevole del suo
ingegno. Frattanto non tardò a venire la lettera di risposta del suo Ermolao,
ch'egli trovava quale si era ripromesso, e cioè piena di sentimento e di parole
buone, vera immagine di quell'anima semplice e mite, che, pur cosi erudito
passava allora per uno dei più eletti stilisti latini — rifuggiva il plauso
esteriore, pago unicamente della stima degli amici. In verità questi gli
corrisposero e più di ogni altro il nostro che, esaltando i suoi meriti
letterari, esclamava: «Voglio, o dottissimo Ermolao, « che tu sappia che ti
sono amicissimo e che le • tue virtù mi accendono alla stima e venerazione •
per te, così che a nessuno, anche se ti fosse • consanguineo, permetterei di
amarti come ti • amo io». Ai primi del 1493 giunse a Firenze la notizia che
Ermolao era stato colto dalla pestilenza che serpeggiava allora nel Lazio; il
Pico e il Poliziano n'ebbero il cuore trafitto. Il Pico volle tentare di
soccorrere l'amico invian do Opera, . dogli per mezzo di un corriere uno
specifico da lui stesso comprato e che credeva atto a domare il morbo
pestilenziale. Ma quando l'espresso arrivò a Roma, Ermolao Barbaro era già
spirato. Contava trentanove anni; con lui spariva una delle figure più amabili
del suo tempo e più che per le sue opere letterarie fra cui le Castigationes
plinianae erano meritamente celebrate, egli emergeva fra i contemporanei per le
squisite doti del suo cuore, doti che solo in parte possono trasfondersi negli
scritti e che la morte porta inesorabilmente seco. Per far meglio intendere
l'indole di questo umanista, vogliamo riferire in parte la lettera che scrisse
alcuni mesi prima di morire ad Antonio Calvo, il quale gli annunziava la morte
del padre suo Zaccaria avvenuta in Venezia. Dopo d'aver detto il rammarico
provato per non aver potuto dalla terra d'esilio andare a porgere l'estremo
saluto all'autore dei suoi giorni, soggiungeva: «Forse egli andando sicuro
incon« tro alla morte, era solo sollecito del mio dolore; « sono certo eh' egli
non sapeva con che animo « sopportassi la mia sventura, perchè se mi avesse «
veduto, oh allora, senza dolore sarebbe passato « da questa vita. Del resto mi
conforta il pen« siero ch'egli abbia lasciato il mondo con la co« scienza
d'avere fatto il proprio dovere e di avere 193 « speso la sua vita per il bene
della patria e delia «famiglia. A te raccomando i miei fratelli, sii loro «
consolatore in vece mia e che continuino ad «amare il padre loro oltre la
tomba». La perdita di un sì caro amico gettò un velo di tristezza sull'animo
del Pico; il pensiero di rendersi utile alla Chiesa divenne ora il dominante
fra ogni altro. A farlo persistere in esso contribuiva notevolmente l'influsso
che su di lui esercitava la vita austera di Girolamo Savonarola. Dopo la morte
del Magnifico, colui che in Firenze aveva acquistato maggiore autorità era il
frate predicatore, la cui eloquenza dall'intonazione profetica, la cui vita
rigida e intemerata, cominciavano a guadagnargli le anime stanche della vita 0
desiderose di purificazione. Il Pico, che già da tempo conosceva il frate , ora
che sentiva più urgente il bisogno d'una persona la quale piij che amica gli
fosse guida nel nuovo cammino, si rivolse al frate di San Marco come all'albero
maestro. Riprese con fervore le pratiche di pietà, passava le ore nella
Biblioteca di S. Marco a conversare col Savonarola di cose religiose, riceveva
con piacere nella sua abita li j Roma. Dalle Epistole del Poliziano. (2; Cfr.
la Vita del nipote. 194 zione le visite di coloro che desiderassero
intrattenersi in dotti e cristiani argomenti. In questo tempo, si legge nella
vita scritta dal nipote, il portamento del Pico aveva assunto un fare più
timido e contegnoso, il suo volto, di solito ilare e calmo (vulio hilari semper
erat et placido) , sembrava ora trasfigurato dagli ardori mistici cui si
abbandonava. Più volte fu veduto col flagello in mano (meisque oculis saepius
[cuncta in Dei gloriam redeant] flagellum vidi) macerare le proprie carni per
espiare i falli commessi e in memoria della morte in croce di Cristo. Più nulla
poteva ormai commuoverlo dal suo proposito. Solo una cosa lo avrebbe irritato,
se cioè vedesse andar perduti certi scrigni {nisi scrinia quaedam deperirent)
ripieni delle sue elucubrazioni, frutto di lunghe veglie e che credeva
tornassero di grande utilità alla Chiesa di Dio. Se il paragone non fosse
irriverente, diremmo che uguale si presenta in intensità l'attaccamento per il
denaro dell'avaro che tiene sul cuore le chiavi dello scrigno ove sta il suo
tesoro, e dell'umanista per i libri e gli scritti che tiene nel suo studio :
l'uno e l'altro ne morrebbero di dolore se vedessero andare distrutto ciò che
considerano metà della loro anima, come. Cfr. la Vita del nipote. secondo
Pontico Virunio, incanutì dal cordoglio quell'umanista che perdette in un
naufragio la cassa contenente i libri che portava dall'Oriente. Maffei. Verona
illustrata. Cosa tenesse il Pico nei suoi scrigni ce lo dice il nipote: una
farragine di lavori incompiuti, scritti con carattere malagevole a leggersi «di
modo che, come d'in • gegno, cosi fu si celere di mano che, essendo stato da «
giovane ottimo calligrafo, finì quasi col non intendere • più egli stesso ciò
che aveva scritto. Soleva anche scri« vere or qua or là scrivendo cose nuove
sopra le vec • chie, molte opere interrompeva dopo d'averle incomin«ciate».
Egli allora attendeva con più di proposito a un'opera in cui si prometteva di
combattere i sette nemici della Chiesa: gl'increduli, i pagani, gli ebrei, i
maomettani, i cattolici non osservanti a quello cui credono, gli astrologi e
gli eretici. Di quest'opera solo la parte in cui prendeva a combattere gli
astrologi « egli aveva, come • dice il nipote, compiuto e limato in parte, e
noi con • grande fatica potemmo ricavare da un esemplare tutto • cancellato e
stracciato » (Vita). Poiché il lavoro contro gli astrologi, che si compone di
dodici libri è vastissimo, tenteremo di esaminarlo brevemente più oltre nel
nostro studio. X. L'assoluzione del Pico. Risolazioue della crisi nel
misticismo. Le « Disputationes » . Sua morte. Giunse al Pico, quasi
improvvisamente, il sospirato Breve di Alessandro VI che lo assolveva in seguito
alla relazione di una Commissione, composta di un vescovo, di due cardinali e
del domenicano Paolo da Genova, professore di teologia e maestro del palazzo
apostolico da ogni censura o nota di eresia- Il Breve, dopo aver fatto la
storia della esamina delle 900 conclusioni, di cui alcune erano state
condannate sotto Innocenzo Vili, perchè erronee e contrarie alla fede, viene
alla considerazione dell'Apologia. « Inteso poi il detto pre« decesssore che tu
avevi pubblicato un altro libro « apologetico, dove le medesime proposizioni
in« terpretavi in un senso migliore e cattolico, e ne chiarivi l'intendimento
giusta la vera fede, lo « stesso predecessore volendo impedire che le «
premesse proposizioni corrompessero in qualun« que modo i cuori dei fedeli,
vietò la lettura del « libro delle predette novecento proposizioni, però «
dichiarando che tu non eri incorso per tutto « questo in alcuna censura,
siccome più ampia« mente si contiene nelle stesse lettere, il te« nore delle
quali vogliamo che qui si abbia per « espresso * . Qui potrebbe affacciarsi la
questione se il Breve di Alessandro VI veniva a contraddire la Bolla di
Innocenzo Vili,ma noi non
crediamo necessario
indugiarci in essa
che ha dato
campo a vivaci
polemiche fra alcuni
pubblicisti rosminiani e
gesuiti della Civiltà Cattolica. Ci basti dire che vera e propria
contraddizione nei decreti dei due Documento citato da Berti nella Rivista Contemporanea Leone spedì a Pico un Breve col
quale permette al nipote di pubblicare le opere proprie e quelle dello zio. Per
questo Breve vedi Civiltà Cattolica. E per la Polemica vedi Rassegna Nazionale;
Civiltà Cattolica.Vedi anche Malavasi, Pico
della M. davanti al Tribunale della santa sede. Mirandola; Pagani,
Rosmini (an. Ili,,
e Rassegna Nazionale pontefici
non esiste; ciò che appai e invece e
spiega tutto è la diversità di temperamento nei due capi delia Chiesa. Il
primo, invero, non ha mai emesso un atto esplicito di scomunica contro Pico, ma
soltanto tenne sospesa questa minaccia come una spada di Damocle sul capo del Mirandolano, la quale vale a paralizzare
la sua attività e a tenere in angustia lo spirito di lui credente; Alessandro,
d'indole mono puntigliosa e meno proclive a cedere alle pressioni
degl'invidiosi di Pico, i quali sono per altro diradati, e che in fondo non
aveva nessun risentimento personale col
nostro (si ricordi la frase dei Pico a riguardo d'Innocenzo
nell'Apologia), era portato ad interpretare
nel modo più indulgente l'operato del medesimo, il quale, del resto, era venuto
sempre più accostandosi ai dettami di S. Chiesa con una vita veramente pia, e
ad indulgere tanto più verso quelli che, per nobiltà di sangue, per sapere, per
integrità di vita e religione ortodossa si raccomandano la cui quiete e
reputazione ci sta a cuore quando con Dio è lecito. Questo Breve colmò di giubilo il cuore del Mirandolano e valse a
togliere quella specie di op Multa itidem vasa argentea prcciosasque supellec«
tilis partes in pauperum usus distribuit. Vita ecc. pressione che gli si faceva
sempre più penosa di mano in mano che si accostava al centro della vita
religiosa. Questa era ormai l'unica sua aspirazione, l'ideale verso cui tende
il suo pensiero e con cui spera di dare
inizio a una nuova vita. Riduce quindi al puro necessario le sue
bisogna; la mensa rese parca e frugale, vendendo parte del vasellame d'oro e
d'argento per distribuire il ricavato ai poveri verso i quali comincia a
largheggiare in elemosine. Volle essere riconoscente coi fedeli famigliari,
lasciandoli usufruire liberamente dei suoi poderi. Lascia all'amico Benivieni
un fondo cospicuo onde all'occorrenza
alleviasse le persone piìi indigenti di Firenze, sopratutto dotasse le
fanciulle bisognose, acciocché potessero maritarsi. Considerando poi chiusa la
sua vita nel mondo decide di fare il proprio testamento che redatta e rifece il primo settembre dello stesso anno
e a cui fecero da testi Poliziano e Savonarola. Ivi dispone che l'Ospedale
di S. Maria Novella fosse erede
universale de'suoi beni immobili, mentre
di quelli mobili elegge a erede il fratello Antonio verso il quale non voleva
riuscire imparziale, avendo già soddisfatto largamente al figlio del fratello
Galeotto. Sciolto La vendita era stata
fatta con strumento. Ceretti, Sonetti inediti del C. G. P. Mirandola così da ogni legame
d'ordine finanziario, si trovò libero di dedicarsi a ciò che piìi gli sta a
cuore. Due erano le tendenze che si
contrastavano dentro di lui e l'imbarazzavano nella scelta: l'ordine religioso
dei frati predicatori cui appartene Savonarola, e la vita del pellegrino più
aspra di sacrifici e più libera nell'amore. Come luogo di ritiro pelle sue
meditazioni, si era scelto la villa della Fratta dove pochi ammette, per non
essere distratto dal suo raccoglimento: tra quei pochi era Gianfrancesco. Un giorno, narra questi,
mentre ci trovavamo a ragionare del divino amore in un giardino dal quale
l'occhio spazia lontano le prospettive verdeggianti, mio zio proruppe in queste
parole: Te lo confido in segreto, appena avrò terminato certe mie elucubrazioni,
darò il rimanente de'miei averi ai poveri, e, giunito d’un crocefisso, scalzo,
a piedi nudi, me n'andrò pellegrinando
pel mondo a predicare Cristo alle città e alle castella. Sembra che in
questa missione egli trova la vera via alla sua anima irrequieta e bramosa di
agire in conformità delle sue libere aspirazioni. Non altro che per questo egli
si era Spigolature in Giorn. stor. di L.
I. Vita in negato una compagna, non altro che per esser libero egli visse
sempre errabondo senza una stabile dimora, benché abitasse più spesso a Firenze e talvolta a
Ferrara. E quando gli ardori mistici s’acquetavano e l'anima sua si ricompone
in quell'equilibrio normale di cui la sua fisonomia esteriore era la più soave
espressione, pensa al bianco saio di fra Girolamo, alla maestosa gravità che
traspariva dalla magra figura del predicatore, quando di sul pergamo del duomo
colla mano che sembra scagliasse
folgori, colla voce annunciante l'ira di Dio, cogl’occhi accesi da quel
furore profetico, suscita brividi di terrore sulla folla degl’astanti; allora
sentivasi trascinato nelle braccia di quell'ordine che pare istituito per
convertire a Dio colla predicazione e la
scienza teologica, gl’eretici e gì'increduli. A tale scopo cerca Pico di
cimentarsi con quelle discipline che suggerisce l'ascetica, per mettere a prova la sua capacità e l’attitudini
richieste ad un apostolato. È forse in questo periodo ch'egli compose le dodici
regole per eccitare e dirigere l'uomo nel combattimento spirituale. L'idea
Vita, \n Regulae XII partim excitantes, partim dirigentes hominem in pugna
spirituali, in Opera centrale di queste regole è la seguente: Non si deve
rifuggire dalla via della virtù perchè il
cammino è aspro e difficile, poiché anche la via dei piaceri ò seminata
di spine e d’avversità; se si deve sostenere in questo mondo una battaglia
perenne, dato che la vita dell'uomo è una milizia – volontaria H. P. Grice --,
tanto vale combattere per una causa giusta e santa qual'è quella che ci fa
simili a Gesù Cristo il quale non ascese al cielo se non per il martirio.
Perciò Pico viene a riconoscere che fra
tutte le tentazioni dell'uomo quella che si deve combattere e vincere è la superbia,
radice di tutti i mali, contro la quale vi è solo un rimedio, il pensare che
Dio stesso s’umilia per noi sino alla morte di croce. A\entre da una parte Pico
per suo proprio uso scrive queste regole e cerca di metterle in pratica, SI homiiii vidctiir dura via \ irtuiis, quia continue oportet nos pugnare advcrsus carncm. et diabolum, et
mundum recordetur, quod quamcunque elegcrit vitam, etiam sccundum mundum, multa
illi adversa, tristia, incommoda, laboriosa paticnda sunt. Rcf. I. Sicut et caput nostrum Christus, non
ascendit in coclum, nisi per crucem. Rcg.
Ili. Quare super omnes
tentationes, homo debet maxime se munire, contra tentationem superbiac, quia
radix omnium malorum superbia est,
contra quod unicum remedium est, cogitare semper, quod Deus se humiliavit prò
nobis usque ad crucem et mors. Rcg. XII.
non trascura dall'altra i suoi studi, massime in quanto potessero giovare in
qualche misura alla Chiesa. Si propone, come abbiamo detto, di combattere i
nemici della religione e in particoiar modo gl’astrologi, le cui
elucubrazioni piene di sofismi gli
parevano incompatibili col dogma e colla fede. Poliziano, venuto a sapere che
Pico s’era accinto a questo lavoro contro l'astrologia, s’adopera in qualche
modo per contribuire alle fatiche dell'amico. In quel tempo legge nello studio
agl’uditori il suo poema Rusticus in cui, fra le altre cose, fa menzione
degl'influssi della luna sui vari lavori dei campi, conforme ai dettami d’Esiodo. Ora, egli scrive a Pico, io
cominciai fra me a dubitare se cotali osservazioni non avessero qualche
fondamento nella legge della natura o piuttosto non fossero derivate dalla
superstizione del volgo. Siccome tu stai scrivendo un libro pieno di dottrina
contro gl’astrologi, dove tratti appunto argomenti che hanno affinità con
quelli da me svolti ad imifazione
dell'antico poeta, così mi è sembrato d\
fare cosa a te giovevole riassumere in una Quare quoniam tu nunc librum cum MAXIME
– regole – H. P. Grice -- componis adversus astrologos multiplici doctrina,
magnisque argumentis instructum. lettera ciò che si contiene nel mio poema e
insieme anche le ragioni che dei fenomeni ivi descritti sono date da Proclo, da
altri e da me stesso. Poliziano, che
dopo la morte di Lorenzo aveva rivolto tutta la sua devozione e il suo
affetto al principe della Mirandola poiché egli era del numero di quelli che,
avendo servito per tutta la vita, e si serve in tante maniere una persona, non
possono rassegnarsi a vivere senza un protettore scrivendo all'Antiquario, gli
dipinge così al vivo l'amabilità del Mirandolano, d’invogliarlo a sua volta a
conoscere l'uomo celebrato. Infatti
l'Antiquario in una lettera a Riccio, dopo aver accennato all’orazioni e all’opere
filosofiche di Pico, nelle quali si rivela un ingegno singolare, dice di
sentirsi pieno d’ammirazione per uno che pello studio abdica alle dovizie del
suo ricco casato. E Poliziano, rispondendogli subito dopo, gli dice d’aver
fatto leggere la sua lettera allo stesso Pico, come a quegli che era il vero oggetto delle sue lodi, e che
riceve dal Mirandolano quanto prima una lettera doctani. Politiani et aliorum
virorum illustrium, Epistolarum libri duodccim,
Basilea, POLIT., Epist., aciitam, cordatam, plenamqiie humanitatis. Il
nostro infatti gli scrive da Ferrara,
ringraziandolo delle benevoli espressioni a proprio riguardo, sicuro che Poliziano
sa interpretare il suo pensiero, poiché
alle muse non s’addice lo strepito d’un picchio anzi l'aspra voce d’un'anitra,
com'è la sua, di fronte al canto di due cigni, quali sono loro due. Il
contenuto di questa lettera di Pico, tradisce uno stato d'animo completamente
estraneo a quello cui sono intonate le lettere di Poliziano e dell'Antiquario;
qui si sente dell'artificiosità, fors'anche dell'ironia, prova che l'animo del
nostro si è ormai ritratto d’ogni
attaccamento mondano e non vibra più a quell'entusiasmo che era si frequente
nelle lettere anteriori. Questo risalto deriva dalla comparazione della lettera
di risposta dell'Antiquario, in cui traspare quell'intima soddisfazione che
nasce ogni volta s’ottenga un attestato di deferenza da parte di qualche
personalità eminente. Egli dichiara che non ci tiene d'essere paragonato a Poliziano, desiderando solo
essere amato da Pico, per il quale nutre POLIT., Opera. un affetto e
un'ammirazione più antica di quel che non creda, e il suo nome d’Antiquario ne
è una prova. Ad ogni modo non nasconde questi sentimenti per non venir meno a
ciò che l'animo sente, e la lingua esprime, e, d'altra parte, la di lui gloria
6 sì solida, che non ha bisogno di
adulazione, egli ch’ha conseguito tra i nati degl’uomini il nome di
Fenice. Questo fascino ch’esercita la persona di Pico, invece di scemare,
sembra andasse crescendo cogl’anni. Ad altri letterati si chiede un giudizio,
un'espressione di simpatia, un apprezzamento qualsiasi; a Pico si chiede un
sentimento d'amore; non s’ambiscono le sue lodi o la sua ammirazione, si
desidera essere da lui amati. E che
veramente fosse felice l'Antiquario d'essere stato onorato d’una lettera di
Pico quoniam me nuper tuis littcris exornasti, Io vediamo nelle parole scritte
a Poliziano subito dopo. Dichiarandosi suo debitore per averlo messo in
corrispondenza col Pico, soggiunge: sapevo ch'egli è un amabile compagno, ma
non potevo supporre che divenisse così presto famigliare. Ho proprio notato come le sue lettere rivelino,
oltre ch’il sapere, l'innata bontà del suo animo. Quando lo vedi, digli che
riguardi nelle PoLiT., Episf., , questa lettera e datata da Milano mie lettere non ciò che vi è
d'incolto, ma la mia devozione per
lui, e m’abbia come antiquario fra i
suoi amici, poiché la legge dell'affetto non può mai divenire antiquata. Il
movimento decisamente mistico che aveva
per centro Savonarola, alle cui prediche traevano in folla sempre piiì frequenti gl’uditori, aveva poco per volta
attirato nella sua orbita tutti gl’uomini piìi in vista di Firenze. Benivieni,
che diverrà in seguito il poeta, per così dire, ufficiale delle pie solennità
colle quali il priore di S. Marco si studia di riformare i costumi, rimase così
vinto dal fascino di Savonarola che poco
manca non desse alle fiamme le sue poesie d'amore, che esprimevano un
passato di vita leggera. Anche Ficino si sente scuotere dall'eloquenza del
predicatore, ch'egli chiama novello profeta, e rimane suo seguace finché la
fortuna fu favorevole al riformatore; mentre quando si tratta di confessarlo
nel momento della sventura, egli l’abbandona
vilmente con parole indegne d’un filosofo.
Pico piiì d’ogni altro subì l'influsso di Savonarola, al quale si sente
legato da vincoli d’ammirazione di lunga data, e per richiamare il quale da
Reggio a Firenze aveva speso i suoi buoni uffici POLIT., porta la stessa
data, Rossi, Il Quattrocento, Milano presso Lorenzo. Il frate aveva
acquistato tale impero sull'animo del nostro, da permettersi aspri rimproveri
al suo divoto che indugia ad entrare
nella vita religiosa, e gli presagiva gravi punizioni se non rispondesse al più presto alla voce che
veniva dall'alto. E Pico promette di vestire l'abito, appena avesse dato
termine ai suoi lavori in corso, che in fondo, dice, sarebbero tornati assai
utili alla Chiesa. Quasi tutti ormai sapevano dell'imminente pubblicazione
dell'opera polemica del Pico contro gl’astrologi di cui se ne faceva ovunque un gran parlare; e Ficino che, come sappiamo oltre essere
filosofo era anche medico, e la sua medicina aveva per fondamento molti
postulati astrologici, comincia a pensare che l'amico suo non avrebbe certo
risparmiato alcune di quelle teorie che
gl’erano care e che aveva sostenuto negli scritti. Senza por tempo in mezzo,
scrive a Poliziano, che condivideva l’opinioni
del Conte e collabora alle sue ricerche bibliografiche, una lettera,
nella quale, facendo le viste di convenire con loro, cerca di difendere quanto gl’era
possibile salvare. Riferiamo parte della lettera singolare: Contro molti
astrologi, che come già i Giganti a Giove il cielo torre tanto invano quanto
empiamente si sforzano meritamente, Pico, figliuolo di Pallade e VlLLARI, voi
figliuolo d'Ercole, spesso felicemente
combattete. E io, come in tutta la mia vita sempre sono stato del medesimo
animo che voi, in questo studio ancora con voi m’unisco. Gli platonici le
celesti imagini degl’astronomi descritte, non riprovano, né si studiano
approvare. Ma Plotino di tali cose al tutto si ride, e io ne'miei commentari
sopra di lui, come suo interprete ugualmente
me ne fo beffe, parte nella
sua autorità confidato, parte perchè
nessuna certa ragione ho di tal cosa. Ma nel mio libro della vita, com'io posso
d'ogni luogo diligentemente ricerco; non disprezzo al tutto quelle imagini, né
tutte quelle regole refuto e quivi narro le disposizioni dei segni e delle
imagini non come appresso gli Platonici, ma come appresso gl’astrologi ho
osservato oltra di questo nel libro del
Sole non tanto cose astronoonarola: il morto suo conhdente; egli che aveva reso
acuto colle sue recriminazioni quel dissidio interiore che aveva fatto penare
per tutta la vita il povero Mirandolano; egli che avevi esacerbato coi
suoi V,
ultimi giorni ed alteralo colla sua
.^ta dall’astinenze lo sguardo dolce e mansueto del biondo. Ciò non basUva: ei dove perseguitare anche nel regn».
del riposo l'ombra di Pico e molestarla colle sue tetre predizioni. Ma
coloro che l'avevano amato sinceramente, ne sentirono tutta l'amarezza del
vuoto lasciato; e la sua morte immatura fa nascere più d'un sospetto. Si narra
che (ierolamo ! pel dolore della pi-rdila dell’amico, fosse sui .^i
darsi la morte. La frase di Savonarola non avrei mai creduto questo, la descrizione della malattia fatta dal nipote, in cui si parla
del gonharsi delle viscere e d’una febbre
insidiosissima, inhne la e tfatta alcuni anni dopo da e. ;;o di Casalmaggiore d’avere avvelenato (. lo tosegoc . dice il SA>arr() nei
Diari.) Pico di cui era
segretario, sono argomenti tutti che inducono a credere che la morte del
Mirandolano non sia stata naturale. Dorez che ha studiato sui vari documenti la questione, emette due ipotesi:
runa di carattere privato il cui movente era esclusivamente uno scopo
pecuniario; l'altra di natura politica, e connessa coi Utrbidi giorni del
94 in cui a Firenze si
contrastavano partiti e tendenze diverse che mettevano capo, alcune al papa,
altre a Pietro De' Medici o a Carlo Vili. Fra le molte vittime non è escluso
che anche Pico, un tempo amico di
Lorenzo ed ora seguace del Frate, sia stato preso di mira come uno che aveva
tradito la causa dei Medici, Giorn. Stor. ecc.
Un documento del vivo rimpianto che lascia dietro di sé il
Mirandolano, l’abbiamo in una lettera di
Ficino, proprio dell'uomo che, pel suo carattere incostante, ci parrebbe il
meno degno di fede. Se il medico-filosofo prova
mai il nostalgico affetto per una
persona amata, partita per sempre dalla vita, fu senza dubbio nei giorni che
seguirono la morte di Pico. Questa lettera ci mette a nudo pell'unica volta
forse, l'anima di Ficino, non spoglia però d’ogni finzione allegorica, parlante
nel suo linguaggio tronfio eppure
accorato. Oh! Germano, scrive al Presidente della Sorbona, desideri aver
la conferma della morte di Pico, vuoi
accrescere il tuo dolore, poiché
ora che non sei ben certo se sia morto, ti duoli amaramente, credo che ti
dorrai ancor di più quando te ne sarai accertato. Ah, perchè, mio Germano, mi
preghi di una tal cosa! Come vorrei essere ancora in dubbio, né posso compiere
questo pietoso ufficio senza piangere. Il nostro Mirandolano ci ha lasciato il
giorno stesso in «' cui re Carlo entrava in Firenze, e compensava i gemiti dei letterati
coll'esultanza del popolo ch'egli
liberava. Se non fosse stata la luce apportata dal re di Francia, forse Firenze non avrebbe mai veduto giorno
più oscuro di quello in cui si è spento il luminare di Mirandola. Con ilare
fermezza passa Pico dall'ombra di questa vita come se passasse dall'esiglio
alla patria celeste. Qualche rara volta i sacerdoti concedono per un poco, agl’occhi dei profani, i misteri
più riposti e tosto li nascondono, così
Dio concede ai mortali questo divino filosofo, Pico della Mirandola, e
lo tolge. La morte di Pico tronca molte speranze e lascia in sospeso molti
lavori di cui s’attende il compimento. L'erede spirituale di Pico, quegli che
pell'ingegno e la non poca coltura, sembra più indicato a continuare l'opera
del filosofo, era il nipote
Gianfrancesco; a lui s’appuntarono gli sguardi di tutti coloro cui sta a cuore
vedere publicate l’opere inedite. Infatti il libro contro gl’astrologi, di cui
il manoscritto era in caratteri cosi indecifrabili che lo stesso autore stenta
a leggerli, Gian« francesco, al dire di Ficino, così pio,
come intelligente, si sforza tuttora, quotidie,
di trarlo dalle tenebre, e il
medesimo scrive la vita e le opere dello zio. Da te,
poi, Gianfrancesco, gli
scrive fra Battista Mantovano, che
erediti le virtù dello zio, quasi che il suo spirito si sia trasfuso nel tuo
come quello di Elia in Eliseo, ci aspettiamo questo: che raccolga gl’opuscoli
suoi i quali, benché lasciati imperfetti, causa l'immatura morte, non possono
non essere dalla posterità degnamente letti, amati, adorati. Mantova. Il
medesimo in una lettera del 3 gennaio dell'anno seguente, narrandogli un sogno
avuto in una notte giocondissima, in cui il filosofo gli apparve, discutendo di
cose arcane del cielo e della terra, lo esorta a scrivere la vita dello zio
della quale nessuno è meglio informato di lui e più adatto a farlo, per essersi
proposto d'imitarlo come un esemplare di sapienza e di religiosità. Essa, conclude, riuscirà di
grande conforto a tutti coloro che, come
me, hanno amato il filosofo e sofferto per la sua perdita un dolore più grande
che per quella di qualunque altro. Mi sono doluto si della morte di Merula, mio
condiscepolo e precettore e di quella d'Ermolao e del Poliziano, due uomini
illustri; ma di gran lunga superiore fu il cordoglio per quella del nostro
Pico. Piangono la sua morte l'eloquenza, l'arte, la filosofia e ogni
speculazione, che trovarono in lui un
degno cultore; ma tuttavia egli non è morto invano, noi stimolati dal suo
esempio ci sforzeremo di pervenire là dov'egli gode già di essere pervenuto.
Tale era il rimpianto che lasciava dietro di sé il personaggio scomparso, tale
la somma di pensieri, d’affetti, di care simpatie che, a guisa di scia
luminosa, traccia nel percorso della sua breve vita. Egli scompariva dagl’occhi di tutti in quel mezzo in cui
s'incrocia col fascino della giovinezza non ancor sfiorita tutto ciò che vi è
di bello e di profondo nella vita dell'uomo; e non è a stupirsi se
nell'immaginazione dei contemporanei tanto alto assurgesse colui che, per la
bellezza della persona, pell'ingegno favorito da una memoria prodigiosa, pell
cuore sensibile a ogni impressione e per tutte quelle prerogative che non si possono tramandare
cogli scritti, dovette certo figurare uno di quegli uomini che sono il vanto e
la meraviglia di un secolo Fu osservato che il Rinascimento è l'epoca delle
forti individualità che spiccano con caratteri originali sull'amorfa
moltitudine. Quelle individualità che, come Farinata degli Liberti, il Conte
Ugolino, Pier delle Vigne, Francesca da Rimini,
emergono nel mondo delle ombre per opera del pensiero di Dante (e il
pensiero precorre sempre l'azione) si realizzano in carne ed ossa nei
condottieri, nei commercianti, negli artisti, negli uomini di Stato, nelle
donne celebri del Rinascimento. Non pochi di questi personaggi giunsero sino a
noi e sono ancor vivi nella storia, non tanto per quello che hanno lasciato,
quanto per quello che hanno fatto; non
tanto per quello che hanno fatto quanto per quello che hanno suggerito ad altri
di fare. Borgia non ha lasciato nulla che giustifichi la fama che rende celebre
il suo nome, ma le sue gesta, il suo carattere, hanno gettato il loro forte
riverbero nella mente del Macchiavelli, il quale fu tratto a scrivere il
Principe. E cosi dicasi di tanti altri uomini di quel periodo glorioso la fama dei quali giunge sino a noi per opera
di scrittori e di biografi. Altrettanto può dirsi di Pico della Mirandola, ir
quale, se lasciò non pochi scritti, non è già per questi che è ricordato, ma
per le lodi di cui è stato insignito dai contemporanei. Siamo qui dinanzi a un
problema che non sempre è stato valutato adeguatamente. È proprio vero che la
grandezza di un uomo si debba misurare da ciò che ha lasciato, da ciò che anche
per i posteri può essere materia di esame? Se si dovesse risolvere il problema
in modo affermativo, allora molte figure storiche dovrebbero relegarsi
nell'oblio, fuori del quale esse rimangono tuttavìa chiare e sempre splendide.
Ben disse il Balbo che Cesare appare piìi grande di Pompeo per quello che ha
lasciato, ma non per quello che ha compiuto;
certo in questa assegnazione del compito non sempre la storia si rivela
giusta e imparziale. E non ci sembra privo di significato il detto del Leopardi
quando afferma che la gloria di un uomo dipende più dal caso che dal merito. Ma
noi crediamo che la vera soluzione del problema si abbia quando si tenga conto,
oltre di ciò che può da noi essere giudicato, anche dell'elemento di quell'unanimità che è possibile riscontrare
nei giudizi dei contemporanei su di un dato personaggio. Perchè, torniamo a
ripetere, non tutto ciò che vi è di bello e di profondo nella vita può sempre
tramandarsi cogli scritti, nei quali molte particolarità che rientrano nella
componente di una personalità storica, possono essere trascurate o, comunque,
taciute. E nel caso del Pico non tutto ciò
che vi era di nobile e di affascinante in lui, che lo rendeva così
singolare in vita, si può vedere negli scritti suoi. Quindi il nostro giudizio
finale sul Pico oltre che da un esame della sua dottrina doveva essere
integrato da quanto scrissero e giudicarono i contemporanei. Ecco perchè nello
svolgere la sua vita e le sue opere, non potemmo trascurare anche le lettere e
i giudizi di alcuni uomini del suo
tempo, massime di quelli che vissero con lui nei pii!i intimi rapporti. Inoltre
per meglio ritrarre la figura del Mirandolano, abbiamo voluto seguire un metodo
che, contrariamente a quanto avviene negli studi d'indole storico-filosofica,
seguisse lo svolgimento del suo pensiero procedente di pari passo con lo
sviluppo storico della sua vita. Forse non saremo riusciti nel nostro intento, e la monografia-profilo tra
gli altri difetti presenterà quello di essere inordinata, sconnessa, e poco
chiara. Ma non dovremmo sperare indulgenza se in cambio potremo dare la
sensazione di essere rimasti sempre fedeli allo spirito del nostro autore? Noi
ci siamo adoperati a mettere in rilievo sopratutto ciò che nell'opera del
Mirandolano rispecchia fedelmente gli stati del
suo spirito, travagliato da una crisi interiore che si rivela piij
intensa che negli altri contemporanei. Il Ficino visse più del doppio del Pico
e pure, benché si parJi della sua conversione nel tempo in cui prese gli ordini
sacri, non offre esempio di quel doloroso dissidio che fece soffrir tanto il
nostro autore. Il Poliziano trasse sino alla tomba l'inalterabile serenità
della sua anima ellenica. Il Pico che si
era spinto col pensiero nei vari campi del sapere, perseguendo un ideale che
gli sfuggiva sempre, la concordia di tutti i filosofi e di tutte le scuole,
cominciò a provare quella specie di disillusione che subentra con la coscienza
dell'inanità dei propri sforzi. Dall'aere rarefatto in cui l'avevano portato
certe sue elucubrazioni, senti il bisogno di abbassarsi un poco più vicino
alla solida terra dell'esperienza e di
restringere i suoi studi a quegli argomenti che si fondano sulle incrollabili
basi dei pochi ma sicuri scrittori, le cui opere hanno sfidato i secoli. E
infine, non trovando più neFlo studio che aveva coltivato con tanta passione,
la pienezza cui anelava la sua anima irrequieta, pensò di darsi alla vita
attiva del religioso e di confondersi umile e negletto tra i semplici del volgo dai quali aveva cercato di
distaccarsi colle sue aristocratiche teorie. Non v'è figura forse nella storia
che, come quella di Pico della Mirandola, si contrapponga con tanta evidenza al
dottor Faust. Mentre questi, nauseato dei libri e degli alambicchi della sua
stanza solitaria in cui era invecchiato precocemente, abbandona lo studio al
quale invano aveva chiesto la soluzione
degli enigmi piij affannosi, e si slancia nella vita festante dove sorride il
volto soave di Margherita; Pico invece lascia giovane e bello la corte
principesca con le sue caduche frivolezze, per il fascino di ciò che vi è
d'imperituro e non declina come la luce del giorno, per le idee che illuminano
i nascosi sentieri della verità a coloro che sanno formare in se stessi gli
organi atti a contemplarle. Ciò che
infine piace nel Pico, è di vedere in lui compendiati molti caratteri singolari
della stirpe italiana, che più di ogni altra sente il fascino della bellezza,
della gloria e sa per esse immolarsi. Questa nostra stirpe ha sempre
dimostrato, fin da quando nel Pantheon dei Cesari accoglieva tutte le divinità,
di saper comprendere ed apprezzare le manifestazioni religiose degli altri popoli; e anche quando unificò gli
spiriti nella religione cattolica romana, diede prova della sua tolleranza in
quella stessa Roma, in cui all'ombra del Vaticano, potevano vivere indisturbati
gli ebrei, che altrove erano perseguitati e vilipesi. Ogni volta poi che questa
stirpe fu colta da quelle profonde crisi che non risparmiano alcun popolo, essa
ha saputo riformarsi senza cadere in
quegli eccessi che fanno rompere ogni rapporto col passato 0 che,
abbandonandoci al caos rivoluzionario, ritardano, invece di far avanzare, la
civiltà. E noi assistiamo sovente a questo fenomeno che come nella massa della
nostra gente, si avvera nei singoli, e cioè, che quanto più il volo della
fantasia o lo slancio dell'ingegno li porta a varcare i confini della
tradizione e delle leggi civili e religiose, proprio allora succede un ritorno
o, meglio, un più forte sentimento di amore e di venerazione per la religione e
le usanze dei padri. Se è vero che nell'individuo sono compendiati tutti i
caratteri della specie, possiamo ritenere che, come pochi, riesce il Pico a
compendiare queste caratteristiche della razza italiana. Onde, nel modo istesso
che egli soleva dire che, se fosse vera
la teoria pitagorica della
trasmigrazione delle anime,
avrebbe creduto che in Marsilio fosse redivivo Platone; cosi noi potremmo dire,
in senso metaforico, che in ciascuno di noi rivive un poco dell'anima
entusiasta e pugnace di Pico (iella
Mirandola. Concludendo, il nostro j^iudizio sarà diverso la quello pieno
di rimpianto che di lui e delle ne opere
formularono i suoi contemporanei, se)ndo
I quali la morte precoce impedì al suo ingegno di raggiungere la pienezza degli
anni maturi. La monografia -profilo che abbiamo tentato di fare del Pico, ci
induce a scartare, come assolutamente infondata, questa opinione che potrebbe
anche apparire a un esame superficiale ilella vita del Mirandolano. Noi siamo
del parere che il Pico non mori quando la sua carriera letteraria era a mezzo, ma piuttosto quando era
compiuta. Se la morte lo sorprese, fu soltanto tlla svolta della sua vita,
quando già egli era per intraprendere un nuovo cammino. Il Pico se fosse ancora
vissuto, si sarebbe dato alla predicazione, a una vita di apostolato in
servìgio della religione cristiana: egli insomma non avrebbe più lavorato per
la gloria del mondo e quindi per la scienza, ma
unicamente per la gloria celeste e cioò per la sua anima. Già gli ultimi
frammenti della sua produzione letteraria, accusano i sentimenti di un morituro
alla vita del mondo, di un nascituro a quel genere di vita che, rinnegando il
mondo e le sue comuni soddisfazioni, è
una preparazione a una buona morte. Il Pico poeta. Come abbiamo detto, tra la
farragine di scritti che teneva ne' suoi
scrigni, egli aveva le Disputationes e i versi raccolti in più libri i
presumibilmente cinque); a quelle egli diede pubblicità, e questi volle
consegnare alle fiamme. Tuttavia qualche cosa sfuggi all'incendio: una trentina
di sonetti in volgare che, scoperti contemporaneamente dal Dorez e dal Ceretti,
furono publicati sulla fine del secolo scorso; e in latino alcuni distici ad
esaltazione della Bucolica di
Benivieni i2j;un breve epigramma laudativo a Poliziano i3), e un carme elegiaco. Dorez li pubblica in una rivista romana la Nuova
Rassegna e il Ceretti a Mirandola. Sono stampati. ^Ac.
74b delle opere del Benivieni stampate a Venezia per Nicola Zoppino e
Vincentio Conipapagno) e in Opera. Poliziano
espresse il suo dolore in un epiragmma slg
"còv tcìxov perchè il
Pico diede alle fiamme le sue poesie. In ed. Del LUNGO, pagina 217, num.
LUI. Opera, Dei quattro carmi latini due: De expellendis Venere et
cupidine e In martyrem Laurentium Hymnus
publicati nei Carmina III. Poet.
appartengono al nipote. L'elegia In Inudem Dei et prò oratione ad Deum facienda.
Siccome poco o nulla possiamo dire del Pico come poeta latino, soffermiamoci alquanto sui suoi meriti come
poeta italiano, attendendoci all'edizione dei sonetti curata dal Ceretti. Il
nostro scopo in questo breve esame non è quello di risolvere una questione
estetica e molto meno di offrire un testo critico delle rime in volgare del
Mirandolano; esso mira unicamente, in coerenza all'indirizzo che abbiamo
seguito nel corso del nostro studio, a indagare
se anche nei componimenti poetici si rivela qualche nuovo "lato
della personalità del nostro autore. I sonetti del Pico appaiono più esercitazioni
scolastìche che espressione di stati d'animo; essi trattano per lo più
argomenti d'indole filosofica e morale. L'intonazione petrarchesca si rivela
sin da principio: Ed io sono esemplo al popol tutto il qual verso richiama il
noto sonetto del Petrarca che incomincia:
al popol tutto Favola fui gran tempo. Cosi dicasi del primo verso di
quell'altro sonetto: Spirto che reggi nel terrestre bosco che ricorda il
petrarchesco: Spirto gentil che quelle membra reggi. Tuttavia anche in alcuni
di questi sonetti come nel quarto della raccolta citata, non è difficile notare
qualche sprazzo di luce, un afflato poetico che dimostrano come Pico
sapesse talvolta elevarsi colle proprie
penne e l'ode Ad Pctrum Medicem => (che insieme all'epigramma per il Poliziano
si trova nel cod. Laur. XC, sup.) sono d'argomento religioso,
moraleggiante. G. Bottiglioni, La Lirica Latina neUa 2. metà del secolo XV in Annali della R.
Scuola Normale di Pisa, nel cielo della poesia 5 . Un indice che il Mirandolano era anche uno
studioso di Dante lo abbiamo nel sonetto V, in cui tenta di
esprimersi con lo stile forte e solenne del Poeta, come nella quartina: Quinci colei, da cui mai non iscampa Scese
nel mondo e in alto precipizio Guida chi del gran primo benefìzio Grata memoria
non riscalda e avvampa. Nel sonetto VI c'è un'eco delle sue ansie di mistico,
del suo sospirare alla patria lontana che forse il presentimento della
morte vicina rendeva tanto bella al
pensoso giovane: Non m'accorgeva, dico,
ahimè infelice! Esser qui in viaggio, esser qui posto in bando; Altrove esser la
patria e la mia stanza. C'è qui anche una visione tetra della vita che oscura
le cose più leggiadre, come i fiori che intristiscono sul loro stelo, le balde
esistenze discoloro che avanzano frementi di speranza e finiscono tòsto per
cadere: E che quando l'uom crede ch'egli
avanzi Spesso al suol cade ed e'gran sonno dorme, E che seccarsi e diventar può
informe Subito un fior che verdeggiava dianzi. Ma se il suo pessimismo se così
può denominarsi) è appena momentaneo, egli non poteva ancora essere assalito
dal dubbio assillante dell'autore di Amleto, ne da tutto il travaglio del
pensiero critico che troverà la sua espressione
nelle poesie del Leopardi. 11 Pico era ancora in quell'età in cui l'uomo
appena s'inoltrava nelle vie del (5. Ci
atteniamo airedizione del CERETTI, Sonetti Inediti del Conte F G Mirandola,
189». Non hanno notevole interesse la canzone e .1 sonetto che si trovano nella
raccolta Delle Rime Scelte di GABRIEL
G.OLITO, Vinesia, dubbio, sì ritraeva tosto inorridito e abbracciava la
croce come un'ancora di salvezza. E
mentre al mio passato erro pensando
Tengo fermo nel cor l'alta radice Di carità, di fede, e di speranza. E ci
descrive anche quando egli si distilla il cervello per decifrare gli antichi
codici cui spera di carpire qualche segreto; e come al chiaror della lampada,
nell'alta quiete della notte, fisso in quei punti oscuri che arrestano ogni
slancio del pensiero, egli provasse
l'ansia, il dolore fino alle lagrime per ciò che invano sospirava di poter
chiarire: Versan lagrime sempre le mie luci
E pur quand' altri posa, il sol si parte, Non men quando al ritorno
scuote l'ombra Mentre il sudor distilla in qualche libro Pel caldo a cui non
trovo aura né ombra. Abbiamo accennato altrove come il Pico non fosse di forti
passioni, se si esclude quella per la gloria;
non ebbe una forte passione per la donna, e anche quando ne parla, non
esprime nulla di suo e cade nella rettorica. Tale ci appare il sonetto che
incomincia: Era la donna mia pensosa e mesta nel quale il Pico fa apparire il
suo cuore nudo a guisa d'un messaggio a Madonna che, mossa alfine a pietà,
nell'umido suo seno allori'accolse. Né riesce più efficace quando per colorire
meglio dei sentimenti che non provava, ricorre alla mitologia. Così nel
sonetto fX) Per quel velo che porti agli occhi avvinto, pieno
d' invocazioni a Venere, a Psiche e a Cupido. Notevole nella sua forma
esteriore è il sonetto che
incomincia: "Io mi sento da
quello ch'era in pria Mutato da una piaga alta e soave, che, anche
tecnicamente, è uno dei meglio riusciti del nostro autore. Non privo d'interesse è il sonetto a forma di dialogo
tra Pa e Po, il quale appare anche nella Raccolta di Poesie italiane inedite di
duecento autori di Trucchi. Nel
sonetto XII sembra abbia coscienza della sua incapacità a
trattare di amore, perchè mettendosi a celebrare un grande personaggio del tempo forse un Papa o Lorenzo il Magnifico
immagina che Apollo Io consigli a lasciare Amore e a cantare
d'un chiaro splendore che alluma l'universo; e riconosce che quando
vuole emulare altri Petrarca riesce meno abile: e fatto emulo altrui Spesso ad
altrui mi fa parer men chiaro. Non privo di grazia appare il sonetto nel quale
Pico, che si ora innamorato di una donna da altri amata, la paragona a una
cerva inseguita da due cacciatori e incerta se fuggire o gustare il dolce
miele. A\a il poeta, commosso della sua sorte, poiché
era In pericolo di cadere vittima del traditore, esclama: Ed io
di ciò me ne affanna molto Che m'accortala del ricoperto fele, E mentre me ne
doglio ella disparve. Forme e modi, come si vede, convenzionali, come
convenzionale è pure il sentimento della natura, non diverso da quello che ci
forniscono i modelli classici. Ecco come II Pico dipinge nel sonetto la campagna che si
ridesta al soffio primaverile: Chiara gemma più assai che chiaro Sole Quando
apre l'anno verde, e rivi e colli Orna di fresche e pallide viole! Ed ecco come
parla dell'estate nel sonetto XV: Era nella stagion quando il Sol rende A' due
figli di Leda il bell'uffizio. Quando ch'io giunsi all'ombra d'un ospizio Ove natura le sue forze estende. L'amore ei lo fa nascere: Quando la terra Si riveste
di un verde e bel colore; 242 e questo
amore è il dio platonico che non muore mai: Ojfendeti la morte o la vecchiezza?
No, che rinasco mille volte al giorno. Ma quando il suo pensiero da soggetti
frivoli o comuni, passa ad argomenti più elevati, per esempio a quello di
patria, allora pare che si ridestino in lui i nobili sensi della sua
stirpe guerriera, e la sua penna sa
foggiare parole taglienti come lama acuminata. Dopo avere notato come il
prestigio che un tempo aveva l'Italia stia per passare oltr'Alpe, e
specialmente in quella Gallia che doveva, proprio nel giorno della sua morte,
mettere il piede ferrato sull'Itali^
egli allora guarda la patria italiana come a un'ombra dell'Inferno
dantesco: Allora mi parca come del ceco
Regno di Dite stanno i spirti bui; Che si conosce un ben quando é perduto.
Ed è pieno di reminiscenze dantesche la chiusa del sonetto: E quando il danno
tuo fìa conosciuto Intenderai, se avrem da pianger teco. Dicendo: non sai più
quella eh' io fui. Anche le competizioni di parte, le lotte intestine, le
guerre fratricide tra città e città, tra regione e regione, trovano un'eco nel
sensibile suo cuore. Egli, che aveva
studiato e agito per trovare una conciliazione fra le idee, per perseguire il
suo ideale di pace fra gli uomini, deve constatare che questi non cessano di
combattersi fra loro in forma violenta e sanguinaria. II sonetto
XVII è l'espressione del suo cuore angustiato di figlio di questa misera
Italia, e sebbene si senta l'ispirazione di Dante, pure il Pico sa rendere
abbastanza la sincerità del suo
sentimento. Misera Italia, e tutta Europa intorno Che il tuo gran padre Papa
giace e vende. Marzocho a palla gioca e lunge stende. La Biscia è pregna ed ha
in sul capo un corno. Fernando infuria e vendica il gran scorno, San Marco bada, pesca e poco prende,
La vincta Biscia ora S. Giorfiio offende, La Lupa a scampo veglia notte e
giorno. Nulla di notevole preserftano i
cinque sonetti che compaiono nella seconda parte della raccolta; prevale in
essi l'intonazione filosofica. Ciò che si rileva è l'aspirazione del poeta ad
elevarsi dagli amori frivoli e passeggeri di questo mondo a quell'unico amore
che arde sempre nella inalterata beatitudine. Egli che aveva provato le pene,
le gelosie, i languori degli amanti: Uno star divoto più che divino Basi, sussurri, risi: in un momento Mi han fatto servo: e dir non so di cui. ebbe
però anche la forza di dominarsi e di drizzare l'occhio alla contemplazione del
sempiterno bene: e degno obietto Nel guai ogni sua forza ha posto il Cielo E veramente pur me stesso lodo Che a tanta
electionc hebbi intelletto Levando totalmente a gli occhi il velo. Dopo questo
sommario esame dei sonetti, la figura
del Mirandolano ci rivela un altro lato della sua caratteristica personalità. E
se alle opere filosofiche egli deve maggiormente la sua celebrità presso i
contemporanei, e se per esse lo riteniamo degno di studio noi moderni, non
dobbiamo misconoscere anche i suoi meriti letterari. Noi riteniamo che non sia
lecito tacere del suo contributo, modesto quanto si voglia, alla
letteratura italiana, le cui
manifestazioni se furono cosi splendide nel cinquecento, ciò si deve al solerte
lavoro di preparazione, di prove, di conati che caratterizzano il quattrocento,
del quale il Pico se fu l'ultimo in
ordine di tempo, non fu l'ultimo per
merito e importanza. Sul contenuto e sul valore delle poesie del Pico esiste un
lavoro di Testa, Pico della Mirandola e i suoi contributi in rima alla lirica del Quattrocento, Aquila, che noi
non riuscimmo, per quante ricerche
fatte, a trovare. In Rassegna
Bibliografica d. L.
Italiana, an. Vedi la recensione del Flamini alla publicazione dei
sonetti fatta da Dorez e da Ceretti. Cfr. pure Giornale stor. di Leti. Italiana, e la Rivista Abruzzese. Vedi
infine Giorn. stor. di Letteratura
Italiana. Giovanni Semprini. Semprini. Keywords: il deuteuro-esperanto di Grice,
PICO (vedasi). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Semprini.” Semprini.
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