SARLO
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarlo: la ragione
conversazionale dell’idealismo – la scuola di San Chirico Raparo – la scuola di
Firenze – la scuola di Potenza – la scuola della Basilicata -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (San
Chirico Raparo). San Chirico Raparo,
Potenza, Basilicata. Filosofo italiano. Muore a Firenze. Filosofo e psicologo
italiano. Vince la cattedra di filosofia teoretica presso il Regio Istituto di
studi superiori di Firenze. È in questa città che frequenta i seminari tenuti
da Brentano presso la biblioteca filosofica. Nel 1903 fonda a Firenze il
"Laboratorio di psicologia sperimentale" che fu inizialmente annesso
alla Facoltà di Lettere e Filosofia del Regio Istituto di studi superiori.
Allievi di S. sono, tra gli altri, Aliotta, Borgese, Bonaventura, Lamanna, che
sposa sua figlia, Garin e Marzi. S. si trova in aperto contrasto con Croce e
Gentile che ritenevano si dovesse separare il metodo della filosofia da quello
della scienza. Per S., invece, il metodo conoscitivo doveva essere comune in
quanto sia il filosofo che lo scienziato si occupano dello stesso campo
d'indagine. Per questo considera come unico metodo quello rigorosamente
sperimentale di Wilhelm Wundt e quello esperienziale di Brentano. Nello stesso
anno pubblica, nel capoluogo toscano, il saggio: I dati dell'esperienza
psichica. La novità introdotta da De Sarlo è il concetto che i fenomeni fisici
esistono in quanto diventano fenomeni psichici, contenuto della nostra
coscienza. Dunque, l'oggetto di studio della psicologia doveva essere
l'esperienza intenzionale del soggetto. L'unica vera esperienza diretta è
quella psichica. Esperienza interna ed esperienza esterna vanno così a
configurarsi come due aspetti dello stesso fenomeno; non c'è un'esperienza più
vera dell'altra poiché nessuna delle due è indipendente dall'altra. Per De
Sarlo è imprescindibile studiare la coscienza: a suo avviso, gli
"oggetti" arrivano necessariamente alla nostra coscienza attraverso
gli organi sensoriali. Essi vengono ordinati, studiati, usati, catalogati sia
dal singolo nella sua esperienza quotidiana sia dalle varie scienze che ne
approfondiscono lo studio. Siccome tali "oggetti" sono complessi,
cioè pieni di proprietà, attributi etc., S. si chiede come accada che si
compongano nella coscienza dell'individuo e stabilisce che due sono le
modalità: o l'oggetto equivale al contenuto della coscienza oppure che la
percezione del soggetto dipende dalla relazione del soggetto stesso con
l'oggetto percepito. Nel primo caso S. parla di "esperienza con carattere
statico", nel secondo di "esperienza a carattere dinamico". In
entrambi i casi non si può prescindere dal ruolo del soggetto. La differenza
tra esperienza psichica ed esperienza pura è l'aggiunta del significato ai dati
primitivi. Per De Sarlo sono possibili solo due modi di studiare tutto questo:
il metodo sperimentale e il metodo introspettivo. Fonda il periodico La cultura
filosofica, che darà spazio alla discussione di problemi psicologici e presterà
attenzione a quanto avviene in campo psicologico ed epistemologico negli altri
paesi. L'impostazione filosofica di questa rivista fu più volte criticata da
Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Tra il 1912 e il 1915 è tra gli autori
della rivista fiorentina Psiche, il cui redattore capo è Roberto Assagioli:
altri redattori sono Agostino Gemelli, E. Bonaventura. Le teorie di S. sono influenzate
molto dalla concezione della conoscenza scientifica e dalle teorie di Brentano.
È tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali anti-fascisti redatto da
Croce. Nello stesso anno pubblica, per i tipi Le Monnier, Gentile e Croce.
Lettere filosofiche di un superato. Nel sagio S. prende atto della sconfitta
culturale dell’idealismo italiano, ma al contempo rivendica le ragioni della
sua prospettiva filosofica. L'obbiettivo polemico sono senza dubbio sia Croce
che Gentile, ma a quest'ultimo sono dedicate le pagine più aspre. Infatti S. e
Croce erano legati dal comune sentimento anti-fascista e convinti della
necessità di misurarsi con ricerche concrete, quali quelle di Croce in ambito
storico che S. aveva sempre apprezzato. Non a caso Croce fece passare sotto
silenzio questo testo mentre sul Giornale critico della filosofia italiana,
fondato e diretto da Gentile, apparvero varie recensioni critiche del volume.
Opere S., I dati dell'esperienza psichica, Galletti e Cocci, Firenze, S. e
Calò, Principi di scienza etica, Sandron, Palermo, S., Gentile e Croce. Lettere
filosofiche di un «superato», Firenze, Le Monnier, . F. De Sarlo, Introduzione
alla filosofia, Ed. Dante Alighieri, Milano . F. De Sarlo, Il metodo naturale
nella ricerca scientifica, Ed. Dante Alighieri, Milano 1929. F. De Sarlo,
L'uomo nella vita sociale, Laterza, Bari S., Vita e psiche: saggio di filosofia
della biologia, Le Monnier, Firenze. V. Russo, Filosofia e psicologia
nell'attività psichiatrica di Francesco De Sarlo, Il Mulino, Bologna . Studi
per Luigi De Sarlo, Giuffrè, Milano . L. Albertazzi, G. Cimino, S.
Gori-Savellini (ed.), Francesco De Sarlo e il laboratorio fiorentino di
psicologia, Laterza, Bari 1999. G. Sava, Francesco De Sarlo e la psicologia
filosofica, «Il Veltro», Guarnieri, fupress, Firenze University Press, Firenze
S. su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
De Sarlo, Francesco, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana S. su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata Patrizia Guarnieri,
DE SARLO, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, . FS., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.
Modifica su Wikidata Opere di Francesco De Sarlo, su MLOL, Horizons Unlimited Portale
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Psicologi italiani Nati a San Chirico RaparoMorti a Firenze [altre] Sarlo, nato
in un paesello della Basilicata, San Chirico Raparo, venne alla filosofia dalla
medicina filosofica. E ve Io condusse intima vocazione, oltre, e più, che
esterna vicenda di casi. Già durante gli studi universitari, a Napoli, si
compiace di frequentare, colle lezioni della facoltà cui era iscritto, quelle
di filosofia: ed è, tra l’altro, uditore di SPAVENTA negli ultimi anni del suo
insegnamento. La stessa sua prima pubblicazione — un volumetto di saggi su
Darwin attesta la tendenza di lui a studiare, anche nel campo delle scienze
biologiche, le questioni più generali, quelle che sono poi stimolo e offrono
motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza divenne in lui sempre più
consapevole durante gli anni che passa, come medico, nel manicomio di Reggio
Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che, mettendolo a contatto più
diretto con i problemi dell’anima, determinarono il suo passaggio alla
psicologia e alla filosofia. In questo campo non ha maestri. È un autodidatta:
dove cercar da sè, come a tentoni, la sua strada, ed è naturale che la trova
solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni. La sua educazione
naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del tempo, impregnato di
positivismo, lo portano dapprima a seguire questo indirizzo di filosofia: e in
uno degl’organi della filosofia positivistica, la rivista d’ANGIULLI (vedasi),
SARLO fa le sue prime armi. Ma non tarda ad allontanarsi dal positivismo, a
mano a mano che venne acquistando coscienza delle deficienze di quella dottrina
cosi in ordine all’interpretazione del fatto conoscitivo come in ordine alla
fondazione della moralità e religiosità umana: deficienze, che illustra poi in
quelle Note sul positivismo in Italia, pubblicate in appendice ai saggi sulla
filosofia, una delle critiche più penetranti e conclusive che della gnoseologia
positivistica siano state fatte in Italia. La sua coscienza filosofica si venne
formand. Concorsero a questa formazione lo studio di SERBATI, i rapporti
personali o spirituali con alcuni dei più cospicui rappresentanti italiani
dello spiritualismo e del criticismo, come FERRI (vedasi), MASCI (vedasi), e,
in particolare, BONATELLI (vedasi), e, più specialmente, lo studio diretto
delle correnti più significative della filosofia, alcune delle quali egli per
primo, o tra i primi, fa conoscere in Italia. E di questa sua attività sono
frutto due saggi su SERBATI: La logica di SERBATI e i problemi della logica e
Le basi della psicologia e della biologia secondo SERBATI, considerate in
rapporto ai risultati della scienza, Roma, poi rifusi in altri lavori; volumi
di Saggi filosofici, Torino, Clausen, posteriormente anch’essi rielaborati e
rifusi; studi su filosofi sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono poi,
con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi, Firenze, La
Cultura Filosofica; saggi di psicologia; il volume Metafisica, Scienza e Moralità,
Roma, Balbi, e il volume già ricordato Studi sulla Filosofia : La filosofia
scientifica, Roma, Loescher. L’esigenza che si rivela come fondamentale in
questi studi di SARLO (vedasi), è quella di mostrare le vie per le quali le
scienze positive, e più particolarmente quelle naturali, sboccano, per una
necessità imposta dalla logica a loro immanente, in una concezione filosofica
nella quale il naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento dei poteri
originari e irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e quale
persona morale, come per il coronamento del sapere filosofico in
un’interpretazione teistica della realtà universale; mentre, dall’altro lato,
la filosofia stessa, come sistemazione e critica del sapere, riceve dalle
scienze particolari continuo alimento e stimolo. E la necessità di questo
connubio fecondo, nella loro reciproca azione, della scienza e della filosofia,
è rimasta come uno dei motivi principali della filosofia di SARLO, anche
quando, nel periodo di piena maturità della sua attività di studioso, tratta i
principii del suo filosofare non più dal criticismo, di cui si sente l’influsso
neghi scritti sinora citati, ma dallo sperimentalismo, da Locke a Mill;
dall’intuizionismo, specie per il rilievo costantemente dato agl’assiomi così
gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito umano, e apprensibili con
evidenza immediata nell’esperienza e infine dal realismo dell’Herbart e del
Lotze. Conseguita la libera docenza in filosofia a Roma, insegna questa
disciplina nei licei di Benevento, di Torino, di Roma, quando ottenne per
concorso la cattedra di filosofia teoretica a Firenze, cattedra ch’egli ha
tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di un maestro. Fonda un
gabinetto di psicologia sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è
rimasto anche oggi il più ricco di apparecchi. Molte e importanti ricerche vi
sono state compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la
potenzialità scientificamente produttiva del gabinetto sia stata assai ridotta
per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è venuto a
trovare. Sarlo diretto la Cultura Filosofica, una Rivista che ebbe un programma
ben definito e, specie nei primi anni, fu vivacemente battagliera cosi contro
il positivismo ormai declinante, come, e più, contro il risorgente idealismo.
La sua operosità di studioso ha dispiegato con assiduità e intensità
instancabile nel campo della psicologia, dell’etica, della filosofia generale,
pubblicando poderosi volumi, ai quali specialmente noi ci riferiremo nella
esposizione e caratterizzazione della sua filosofia. Il valore della sua opera
ha avuto riconoscimento ufficiale nel premio Reale per la filosofia,
conferitogli nel 1920 dall’Accademia dei Lincei, della quale egli è, dal 1921,
socio nazionale. Elenchiamo qui le opere principali del De Sarlo, escluse le
prime già citate che poi sono state rifuse nelle successive: Metafisica Scienza
e Moralità. Studi di Filosofia morale. Roma, Balbi, , 1 voi. di circa 250 pagg.
in 8: [Contiene: Il naturalismo Il telismo L’idealismo e la moralità Il
socialismo come concezione filosofica — Vita morale e vita sociale]. Studi
sulla Filosofia contemporanea. — Prolegomeni : La « Filosofia scientifica ». —
Roma, Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un teista e uno
spiritualista. Tale egli stesso ha sovente dichiarato esplicitamente [Contiene
: Du Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo contemporaneo in Italia ].
I dati dell’esperienza psichica. Firenze, Pubblicazioni del R. Istituto di Studi
Superiori, 1903, 1. voi. di pagg. 430 in-8. L’attività pratica e la coscienza
morale. Firenze, Seeber, 1907, 1 voi. di pagg. in-16. Principii di Scienza
etica, con un’Appendice su La patologia mentale in rap- perto all’etica e al
diritto. Palermo, Sandron, [1907], 2 voi. di circa pagg. 500 in-16 (in
collaborazione con Q. Calò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, [1915], 1
voi. di pagg. 410 in-8. [Contiene: a) Tre studi che possiamo dire introduttivi
: La formazione della coscienza filosofica odierna — Uno sguardo alla
filosofia. I compiti della filosofia. Altri tre studi che costituiscono come la
parte centrale del volume, la più vasta per il contenuto che abbraccia e per
l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici nella filosofia contemporanea. Lo
psicologismo nelle sue principali forme. I diritti della metafisica, nel quale
ultimo specialmente sono sottoposti a un rapido e vigoroso esame critico i
principali indirizzi della filosofia. Altri studi su particolari problemi o
correnti filosofiche. Il significato filosofico dell'evoluzione. Filosofia e
scienza dei valori. Stillo spiritualismo. Filosofi. Firenze, La cultura
filosofica. Contiene saggi su Paulsen, Hodgson, Ward, OXONIAN Bradley, Reitike,
Hartmann, Zeller, e BONATELLI – l’uniico italiano. Psicologia e filosofìa.
Studi e ricerche. Firenze, La cultura filosofica. Contiene: Alcuni saggi di
filosofia generale, importantissimi pella comprensione della posizione di SARLO
nel campo filosofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e psicologia:
Psicologia. La psicologia e le scienze normative. L’esperienza psichica.
L’individuo dal punto di vita psicologico. Il soggetto. La causalità psichica.
Sensazione e coscienza. Ampi saggi di psicologia metafisica – o psicologia
filosofica, come la chiama Grice: il concetto dell'anima nella psicologia. Idee
metafisiche intorno all’anima. Saggi contenenti la materia per un organico
trattato sulle funzioni psichiche. La classificazione dei fatti psichici.
L’attività conoscitiva. L’attività immaginativa. Vita affettiva ed attività
pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq saggio intorno
alle determinazioni formali della vita psichica, e più particolarmente
all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni fisiologiche e psichiche.
Appartengono a questo gruppo altri saggi. Sulla teoria somatica delle emozioni.
Sullo studio dei sentimenti nella psicologia. Sulla percezione delle forme.
Saggi di psicologia fisiologica e patologica. Cervello ed attività psichica.
L’attività psichica incosciente, Sulla psicologia della suggestione. Le
alterazioni della vita psichica. La psicologia degl’animali. di essere. E tale,
certo, egli si rivela nei suoi scritti, dai più antichi ai più recenti. Ma, è
da aggiungere subito, non è data così la caratteristica più saliente della sua
figura di pensatore: sfugge a quella designazione gran parte, e forse la più
significativa, della sua opera filosofica; viene, comunque, lasciata cosi
nell’ombra quella concezione della filosofia e del metodo di filosofare che,
meglio d’ogni altro elemento, vale a individuare la sua posizione personale nel
movimento filosofico italiano contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il
primo veramente organico che l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia
lasciato immune da quelle rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come
abbiamo già detto, egli ha sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio
dire il volume Metafìsica, Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei
princìpi fondamentali della dottrina teistica cosi contro il naturalismo come
contro l’idealismo assoluto. La concezione di Dio quale Ragione che si esprime
continuamente ed eternamente nel mondo, e non come legge o ordinamento
astratto, bensì come soggetto concreto e vivente, è in quel libro svolta e
presentata come la sola concezione metafisico-religiosa, che, gravitando sulle
esigenze morali più profonde della coscienza umana, sulla considerazione del
valore assoluto della persona, contenga di queste esigenze il riconoscimento e
la giustificazione più piena, e fornisca per ciò stesso il principio di quella
sistematica unificazione di tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua
natura, e in cui possono essere inverate le particolari connessioni di
frammenti di realtà che le scienze della natura stabiliscono mediante le serie
causali dei fenomeni. E tra gli scritti meno antichi, due saggi, dei più
elaborati e ricchi d’idee, I diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero
Moderno ») e Idee metafìsiche intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e
Filosofia »), giungono, attraverso l’analisi dei concetti di causa e di
sostanza, alle medesime conclusioni teistico-spiritualistiche intorno a Dio e
all’anima umana. Dio è la Causa prima, la causa che non è effetto, postulata
qual condizione essenziale della comprensibilità di qualsiasi fatto particolare
in quanto anello di una serie causale: causa la quale non può esser concepita,
se non come analoga alla sola causa vera a noi nota, che è la nostra stessa
volontà in quanto libera, in quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto;
non può quindi esser concepita se non come volere essa stessa, e quindi come
causa finale. E Dio è la Sostanza Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto
soddisfacimento l’esigenza del pensiero a cui risponde il concetto di sostanza:
che è il concetto di essere che non è in altro nè per altro, ma è essere per
sè, condizione e presupposto di ogni altra determinazione, principio e unità
reale di ogni molteplicità. E anche per questo rispetto esso non può venir concepito
se non in analogia con quella che è per noi l’espressione più immediata e
genuina della sostanzialità, ossia la coscienza, che è appunto esistenza per
sè, l’io che è immediatamente percepito come principio unico di una
molteplicità di funzioni e di atti, in cui manifesta la sua realtà. E le
sostanze finite possono anche esser considerate come pensieri di Dio, e quindi
come atti di quest’Essere per sè per eccellenza, purché però l’atto e la
funzione di Dio siano intesi come tali che il termine di essi abbia un essere
almeno parzialmente indipendente e sia fornito della capacità di esistere per
sè, di spontaneità e di libertà. Appunto queste proprietà degli esseri finiti
rileva e illustra il De S. nel tentativo di determinare cosi l’origine come il
destino delle anime. L’origine dell’anima la quale implica, per un lato, la
produzione di qualcosa di nuovo e, per l’altro, la conformità a un ordine di
leggi immutabile, può, secondo il De S., esser posta in rapporto con l’azione
divina, purché questa s’intenda appunto come sostrato reale in cui ha il suo
sostegno quell’ordinamento di leggi, per il quale, in date condizioni, nuovi
fatti accadono o nuovi fini e valori vengono realizzati. E poiché
quell’ordinamento è eterno, anche delle anime può dirsi che esistono ab
aeterno, come principi potenziali, i quali aspettano che i destini si maturino
per poter divenire attuali. E una volta divenuti attuali, i centri reali di
vita e di coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili, appunto in forza
del pregio intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde l'affermazione
dell’immortalità di tutte le anime. È innegabile, dunque, che del problema
metafisico per eccellenza SARLO presenta costantemente una soluzione conforme,
nei suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo tradizionale. Ma
bisogna subito aggiungere che nella trattazione di questo problema della realtà
egli è sempre consapevole del carattere meramente congetturale di quella
soluzione, quantunque questa gli sembri meno inadatta delle altre a dare dei
fatti e della realtà conoscibile una certa quale interpretazione sistematica.
Egli non si nasconde mai le oscurità che si oppongono alla piena
intelligibilità dell’Assoluto: non dissimula le antinomie tra le quali la
ragione umana si dibatte ogni volta che pretende di dare della realtà ultima
una definizione esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso valore dimostrativo
che possono avere le analogie in base alle quali noi trasportiamo dal finito
all’infinito o estendiamo da una ad altra sfera di realtà i nostri concetti,
perchè si possa credere che egli s’illuda sulla portata effettiva di quelle
ipotesi, anche se l’intimo convincimento suo della preferibilità di quelle ad
altre ipotesi dia talora alla sua trattazione un tono che può parere alquanto dommatico.
Le riserve prudenziali che spesso interrompono la sua trattazione di tali
problemi potrebbero anzi indurre a ritenere ch’egli sia in fondo un agnostico
in fatto di metafisica: ed egli non disdegnerebbe certo questo epiteto, se per
agnosticismo s’intende la persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà
ineluttabilmente un mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si
concilia in lui con la fede — questa, si, veramente dommatica nel senso
migliore delia parola con la fede sulla validità assoluta dei princìpi
razionali, con l’affermazione che nel fondo della realtà è la Ragione : si
concilia, perchè, data appunto l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite
dall’Essere assoluto di Dio, possono da ognuna di quelle essere colti soltanto
frammenti della razionalità in cui questo si rivela come immanente
all'universo. È uno dei caconi della maniera di filosofare del De S. questo,
che l’esigenza dell’unità, la quale è essenziale alla ragione e si esprime nel
suo grado più alto nella posizione del problema metafisico, non può e non deve
essere sodisfatta con l’eliminazione delle differenze che la realtà presenti e
la ragione stessa riconosca come irriducibili, anche se non riesca poi facile o
possibile alla mente umana stabilire come questa molteplicità irreduttibile
possa esser ricondotta o comunque messa in relazione con quel principio reale
di unità assoluta che è Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al
concetto fondamentale di sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo,
secondo SARLO., una conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in
quanto questo è un essere per sè e si manifesta nei fatti psichici come in atti
suoi, senza esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre che il
mondo sia costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per sè
come unità di coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire una
differenza di grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico.
Invece il De S. dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione
del problema metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti
spiritualistici (// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume
« Pensiero Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il
fatto che esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci
codesta attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza
intima, e che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza
con una forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far
perdere di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di
comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli
esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre
al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe
più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di
energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono
essere accomunate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica.
Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè esistano
quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va constatato, e non si
può e non si deve spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le
varie maniere di agire e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non
si può presumere di spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si
stabilisca la connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè,
sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la
loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la
sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più
penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume Il
Pensiero) è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è uno dei più
significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del De S. si
conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il concetto di
evoluzione, lungi dall’essere — come vuole, ad es., l’hegelismo — un principio
esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà ultima, ha
bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica di tal
concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che non
possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il prius
della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo
evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del
tempo; mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a
cui arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un
ordine razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni
evoluzione implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che
rappresenta il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo,
certo, cui conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che
fa sorgere nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali
concreti e finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il
processo evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso
lo sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti
che si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi
interrogativi non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S.,
l’evoluzione è un aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema
dell’evoluzione reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta
dalla connessione del flusso con la permanenza, della successione con la
durata, così l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò
che è immutabile, permanente e eterno. Compito df;fa filosofia, dunque, di
fronte al problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per SARLO,
quello di rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili,
piuttosto che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana;
di illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla
conoscenza piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito
della filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la
mer*e umana appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a
queste che possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che
sono frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il
dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle
frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di
questa parola. Prima della dialettica trascendentale e quindi prima della
critica della ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una «
Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant, a
designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello
criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un.
procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica
di SARLO ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di
positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra
del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal
convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato
necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga
base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre
più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo
fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa
designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la
sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione
idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia.
Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli
considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare
sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto
sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di
ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali
essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre
scienze, un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché
l’espressione — mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità
e originalità, ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale —
l’espressione, dicevo, di una coscienza e quasi d’un temperamento individuale
traverso il quale la realtà si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre,
l’ultimo Congresso italiano di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni
estreme che le attuali condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un
più o meno lungo periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il
problema filosofico, quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima
e assoluta, ina / problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con
più fiducia e anzi con più sicurezza di successo che quello, e come condizione
per la stessa impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello,
meritano di essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può
osservare, non è stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo
del sapere filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la
determinazione della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità
delle distinzioni a un principio unitario? SARLO risponde che la filosofia è
aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba
trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei
tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le
conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a
dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con
l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può
replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta
dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura
(o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che
anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente,
appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica,
di tutto il reale nell’io — che è propria del sapere filosofico —, si rivela la
irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il
De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di
discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.),
dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse
appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi
caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i
quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà
allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si
costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e
come interdipendenti: perchè le idee universali — ossia le nozioni metafisiche
fondamentali — intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui
rappresentano i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il
risultato della giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che
abbiamo direttamente appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero
sono il prodotto della riflessione sui modi in cui la realtà diviene
intelligibile e acquista consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto
termine comune di riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene
ad occupare una posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza
dello spirito, costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline
filosofiche. Si è detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa
determinazione v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo
la parola psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I
dati dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza
esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza
filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni,
studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha
aspetto e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione
causale dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di
coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera
che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia
psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia
nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una
considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente
estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei
vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La
psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della
coscienza, escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora
« lo spirito — dice Sarlo — non è una cosa tra le altre cose, ma è il mezzo di
rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale: universalizza sè
stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso l’obietto a cui è
rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può considerarsi come in una
posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la scienza che lo studia, ossia
la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è necessariamente scienza
filosofica. Nella considerazione funzionale dello spirito s’impone il concetto
di valore e quindi di fine. Le funzioni dello spirito mercè i loro atti
oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono determinazioni che
qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto all’oggetto, e
danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli che sono i
valori oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o dei fatti:
sono degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore unicamente
soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale necessità che
è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto degli stati
psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è inevitabilmente
determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una volta che queste
siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così via; denota cioè
che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione d’essere in altro.
Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto, se per valore
s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro ossia un valore
incondizionato e assoluto, ciò che deve essere anche se le condizioni
dell’essere non sussistano e quindi la realtà non sia ad esso adeguata. La
necessità psicologica abbraccia indifferentemente nella sua spiegazione così il
valore come il disvalore, così il vero, il bello, il bene, come l’errore, il
brutto, il male. Una tale distinzione di valore, come distinzione obiettiva e
universale, non si può avere se non mediante il riferimento alle leggi
costitutive delle funzioni originarie ed essenziali dello spirito, leggi non
meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico, perchè essenzialmente teleologiche,
indicanti cioè la maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni volta che
raggiungono il termine che è costitutivo della loro natura spirituale, leggi
rivelanti la loro natura attraverso una forma di evidenza che è indizio della
loro necessità e universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche definiscono la
natura del pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le leggi estetiche
quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i quali significano che il
pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano veramente questo nome e in
tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio, in quanto si esplicano nel
senso indicato da quelle leggi piuttosto che in altro senso. La distinzione tra
psicologia empirica, come scienza dell’anima — morfologica, naturalistica e la
psicologia come scienza dello spirito — funzionale e filosofica, così
nettamente affermata dal De S. nell’opera su citata del 1903, è forse stata
successivamente attenuata in altri scritti, nel senso che, a suo giudizio, la
conoscenza del meccanismo psichico risulta utile alla determinazione dei modi
in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e reciprocamente la conoscenza
dei fini dello spirito è indispensabile per l’apprensione esatta del meccanismo
che serve di mezzo al raggiungimento di t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai
rapporti tra le due considerazioni dell’anima e non elimina con ciò la
distinzione. E comunque il De S. non ha mai cessato di differenziare nettamente
ed energicamente il suo psicologismo da quello naturalistico, che considera i
valori dello spirito come « o applicazioni di leggi psicologiche già operative
in altre direzioni, ovvero particolari, originarie manifestazioni dell’attività
psichica, le quali però attingono il loro significato dall’essere effetti necessari
di certe cause psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali,
e non già dal rispondere a certi fini od esigenze valide anche se non mai
realizzate». Si leggano specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo
nelle sue principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova
psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La classificazione dei
fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia »). Lo psicologismo di
SARLO . non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo: offre anzi a
lui il mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma d’idealismo
immanentistico, il suo realismo gnoseologico. Se nella determinazione di ciò
che è l’essere e, in genere, di ciò che è oggetto di conoscenza, il De S.
ritiene di dovere attenersi ai criteri generali su esposti del suo
psicologismo, non è già perchè egli ritenga che la psiche e i processi psichici
costituiscano la stessa realtà, anzi lo stesso essere, ma è solo in
considerazione delle prerogative che, in ordine alla conoscenza, sono proprie
dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra forma di esperienza. E queste
prerogative sono due: 1) innanzi tutto la così detta esperienza estèrna si
rivela e acquista consistenza sempre attraverso l'interna, perchè ciò che è
direttamente percepito, anche in quelli che sono comunemente detti oggetti
esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico; l’esperienza interna
presenta la nota dell’evidenza (evidenza di fatto) derivante dalla coincidenza
del percepire col percepito; e perciò l’esperienza psichica rappresenta il vero
fondamento per la constatazione di qualunque esistenza reale, e quindi di ogni
sapere empirico. 2) In secondo luogo, l’esperienza psichica è il solo tramite
attraverso il quale tutto ciò che è (reale o pensabile che sia), l’essere in
generale ci si può rivelare. L’io distinguendosi da tutta la realtà traspare a
sè medesimo, e insieme tutta la realtà diviene trasparente attraverso di esso.
Nulla esiste che sia propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un
certo senso, nulla di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè
la cosa, per essere affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser
presente alla coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione rappresentativa
della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla mente il De S.
deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto rispetto alla
mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è vero, al concetto
di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto di
riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa di
diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè identificandosi
con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che rappresenti o
sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali forniscono i segni
in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà, si può anche dire
che sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si voglia significare
che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e inteso, ma solo che
non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle sue rivelazioni
nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per altro, si riferisce
sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di corrispondenza tra
l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale — come grossolanamente si
ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse ammissibile
un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della coscienza e quindi
un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della trascendenza è imposta
dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva qual’è còlta in atto, al
fatto conoscitivo nel suo significato e nell’intendimento che lo anima. Certo,
per il De S., non si deve con Jiò pregiudicare la soluzione del problema
metafisico della costituzioile intima della realtà ultima. La metafisica può
anche giungere alla conclusione che la realtà, divelta da qualsiasi rapporto
con la coscienza, è un non senso, che tutto ciò che esiste, esiste in quanto è
connesso con una coscienza. Ma questo rapporto metafisico non può essere
identificato col rapporto gnoseologico tra obbietto e coscienza in quanto
conoscente. La coscienza nel riferimento alla quale può farsi consistere la
realtà di tutto ciò che è, non è certo la coscienza individuale del soggetto
che conosce questa realtà e la conosce riferendola a sé come altro da sè: anche
quando si sia ridotta metafisicamente la realtà a coscienza, tale coscienza
rispetto al soggetto conoscente, a questo o quel soggetto, è sempre un reale,
un oggetto, è sempre appresa da esso come altro da sè. Il quale ultimo punto
non potrebbe essere negato se ì.'in dimostrando che la distinzione delle
singole coscienze è illusoria e che i rapporti tra gli obietti costituenti
l’universo sono identici ai rapporti tra i fatti psichici di ciascuno. Questa
dimostrazione, per il De S., non può essere data: e ne vedremo il perchè, tra
poco, a proposito della natura del soggetto come reale. E, comunque, allo
stesso modo che la soluzione del problema gnoseologico non deve accogliersi
come tale da contenere o assorbire in sè la soluzione del problema metafisico,
cosi questa — che, d’altronde, può essere solo punto d’arrivo dell’indagine
filosofica, e irta, come s’è già detto, di difficoltà e oscurità d’c^ni sorta
—, non può e non deve pregiudicare la soluzione del problema gnoseologico, sino
a eliminare ciò che è costitutivo del fatto della conoscenza, la dualità di
soggetto e oggetto. L’esperienza psichica — l’abbiamo già detto — è, per il De
S., costituita di atti : e perciò anche il pensiero è atto. Ma chi dice atto,
dice qualcosa che accade nel tempo, qualcosa che sorge e si dilegua in un
determinato punto della durata. E allora, secondo il De S., non si può sfuggire
a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica si risolve in un complesso di
atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere conosciuto non lo può che
attraverso atti, come é possibile arrivare al concetto di ciò che non è atto,
al concetto, poniamo, di una relazione universale e necessaria tra idee, com'è
possibile arrivare al concetto del mondo della pensabilità, che esclude
qualsiasi elemento di efficienza, di azione reale, e che non è nel tempo?
Appunto per rispondere a questo quesito, occorre negare l’immanenza o
l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico corrispondente. Mentre vi sono
contenuti di coscienza i quali si moltiplicano come si moltiplicano i centri di
coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo in speciale rapporto con i primi,
rimangono unici e anzi non sono concepibili che come unici. E anche quando agli
obietti in quanto parvenze non è attribuibile nessuna consistenza reale, non è
lecito affermare che essi si identifichino con gli atti stessi, giacché anche
in tali casi è sempre necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte
a provocare l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come
illusoria. L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile :
o l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni
medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi
un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone
la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere
attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no
adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i
due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le
loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra.
L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato
della coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è
sempre formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è
estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto
a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e
di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e
assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza
di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che
abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei
principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De
S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi
indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è caratterizzabile
che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può essere considerato
per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto intimamente connesso
(consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che questo non può formare
oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di inttj ligibile. È il
pensiero che deve in certo modo investire di sè i dati'dell’esperienza psichica
per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè termini di atti giudicativi, e
trasformarli così in reali conosciuti. Più in particolare, è il pensiero che fa
di quella sfera dell’esperienza psichica che è la sensibilità, il tramite di
una realtà trascendente la coscienza, e fa delle qualità sensoriali non
soltanto contenuti psichici — aventi la realtà stessa di altri contenuti psichici,
come sentimenti, volizioni ecc., aventi cioè resistenza che è propria degli
stati o atti di quel prototipo di realtà individuale che è l’io —, ma fenomeni
d’una realtà trascendente. Il pensiero pone e risolve il problema della realtà
di un correlato obiettivo delle q alità sensoriali, in quanto da un Iato queste
non sono meri contenuti di coscienza o creazione del soggetto — come dimostrano
la coerenza e permanenza che presenta l’esperienza sensibile e le variazioni a
cui questa può andar soggetta indipendentemente da qualsiasi rapporto con la
coscienza individuale — ; e dall’altro lato non sono cose in sè — come dimostra
la loro relatività alle condizioni subiettive, per cui è impossibile dire
chiaramente in che cosa consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno
una forma di esistenza speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni.
Ora questo correlato obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto
solo per opera del pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essenziali
che in base ai principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo
mezzo per distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per
attribuire un significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri
fenomeni e le forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere
constatati, e quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di
conoscenze immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico,
immediato, concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto
col sistema delle conoscenze organizzate intorno ai principii razionali, il
pensiero medesimo è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò che va
affermato come reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a
decidere intorno all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale
esige, secondo il De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche
l’essenza del reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata che
dal pensiero. Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che
dapprima è soltanto sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di
dipendenza, rapporti quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti
spaziali e temporali atti a fornire le coordinate per l’individuazione).
L’intelligibile, distrigato dal reale per mezzo dei processi intellettivi,
finisce per assumere l’ufficio di segno rispetto a ciò che è posto come
indipendente dal soggetto e come sussistente. E il progressivo sviluppo della
conoscenza è determinato dal bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di
conforme alla ragione e quindi di assimilabile da essa mediante la traduzione
della realtà stessa in rapporti razionali. La credenza che l’obietto sia sempre
risolubile in elementi intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di
qualsiasi conoscenza. La realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal
pensiero in quanto giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua
struttura se non nella misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di
rapporti intelligibili. Ma — e con ciò Sarlo riafferma il carattere nettamente
realistico del suo razionalismo — i termini di questi rapporti e il contenuto
di quelle « tesi » non sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo
il De S., tra lo sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è
derivabile da questo, anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e
quindi conoscere, che per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione
tra il pensiero come oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il
pensiero come attività d’un soggetto, volta a raggiungere la verità — sia
questa un dato di fatto o un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura
dei rapporti, il cui complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato
essi sono il risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che,
come tali, parrebbero immanenti a una mente e quindi il prodotto di un
soggetto. Ma dall’altra parte non sono posti arbitrariamente; sono, più che
suggeriti, imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti
viene ad essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente universale. Con
ciò i rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E
allora ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad essere
cancellata, e il ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono,
invece, i rapporti considerati come espressione di una necessità intrinseca
alla natura delle cose? E allora la Mente universale non è che il nome per
esprimere la coerenza logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo;
i»/telligibilità che può condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l!
assoluta, senza che però questa sia assunta a principio esplicativo della
razionalità: la razionalità vale per sè, indipendentemente dall’essere
insidente in una mente. Quel che noi possiamo dire, conclude in proposito il De
S. t è che i rapporti, quali possono essere studiati dall’intelletto finito
individuale, suppongono obietti (termini) nella cui proprietà hanno il loro
fondamento, e che le relazioni, realizzate in questa o quella coscienza
mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso delle relazioni obiettive.
Il problema gnoseologico, s’è visto, non può, secondo il De S., essere convenientemente
trattato se non quando si tenga presente che il soggetto a cui, nel fatto
conoscitiva, vien riferito l’oggetto, è il soggetto individuale; e la soluzione
réalistica ch’egli ha dato al problema potrebbe essere compromessa
esclusivamente nel caso che si fosse riusciti a dimostrare, in sede metafisica,
non solo che la realtà non può esser resa intelligibile che quando sia
considerata come il pensiero di una Mente Universale, ma anche che la
distinzione delle coscienze individuali tra loro e dalla Mente Universale sia
illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto è per il De S. impossibile.
Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza psichica è costituita
essenzialmente di atti, non significa per il De S. affermare che il soggetto
dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che in un complesso di atti.
È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia per necessità al
concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro reale e quindi da
ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la natura del soggetto
(unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma alla variabilità
degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del soggetto. L’individuo
non può non aver coscienza di essere in rapporto con altro da sè per mezzo di
atti da sè stesso compiuti; ma se esso non distinguesse sè (come principio
degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli obietti a cui gli atti sono
rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi numericamente distinti da quelli
degli altri individui. Inoltre il soggetto si fa, si crea con i suoi atti, ma
perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi sia un principio reale, un dato
iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La creazione non è ex nihilo; e la
stessa potenzialità o capacità è concepibile soltanto come inerente a qualcosa
di attuale, come funzione possibile di un essere. Non può, dunque, la coscienza
essere ridotta al mero complesso degli atti e fatti psichici. Ma non può
neppure, d’altra parte, — sostiene il De S., confutando in svariatissime
occasioni la tesi idealistica —, non può neppure essere ridotta a una mera
equazione di pensante e pensato, alla pura relazione formale d’identità tra
conoscente e conosciuto. L’idealismo afferma che la suicoscienza è il grado
supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una legge, d’un universale;
quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si presenta come scissa
dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto opposto al soggetto,
rivela invece la sua più intima natura, che è appunto unità e identità di
soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di essere e di pensiero.
Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione derivante dal
significato equivoco EQUIVOCO GRICE della parola coscienza. Quando si parla di
coscienza e di suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere tra la suicoscienza
vera e propria, fondata sulla capacità che ha l’io di ripiegarsi su se stesso e
di percepire il complesso dei fatti psichici come incentrantisi in un punto; e
la coscienza, in senso largo, come espressione dello speciale rapporto che può
esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente. Quanto alla prima, l’equazione
di pensiero e di pensato non è che l’espressione, in termini intellettuali,
d’una esperienza vissuta sui generis, di un fatto che può essere indicato ma
non definito, perchè per sè preso oltrepassa il pensiero, e non può assumere
carattere di necessità razionale. E quanto alla seconda, la identificazione dei
due termini del rapporto conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo
all’io empirico il cosi detto io universale o coscienza in generale o io
trascendentale. Ma osserva il De S., o con ciò s’intende quello che è comune
alle menti individuali ; e allora non si vede come si possa distinguere il
soggettivo psicologico dal soggettivo gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che
vale indipendentemente da questa o quella coscienza empirica, che esprime il
modo come lo spirito deve operare perchè sia veramente tale, le esigenze
dell’intelligibilità significanti veri e propri compiti impditi da ciò che è
indipendente dal soggetto; e allora non v’è più ragione di parlare di io, di
soggetto, quando la soggettività si è identificata/con la razionalità, con
l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto della conoscenza e del pensiero
pensante. Ma da tale concezione della coscienza come di categoria delle
categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava, che la realtà in tanto può
essere conosciuta ed essere compenetrata dal pensiero, in quanto è concepita
essa tessa come implicante pensiero. Il che poi significa che la realtà è fcosì
fatta da imporre certe esigenze alla mente individuale, ossia che nell’obietto
vi è qualcosa atto a provocare il riconoscimento. Ma il passaggio dalla
intelligibilità in quanto esigenza del riconoscimento da parte del soggetto,
alla riduzione della realtà a un processo di autocoscienza, all’affermazione
che nella realtà stessa non si trovi niente di più di ciò che è in noi stessi
quando giungiamo a identificarci e a riconoscerci, non è affatto giustificato.
L’autocoscienza, piuttosto, è già nel fondo della realtà, indipendentemente da
noi: non è dunque l’autocoscienza, quale si presenta negli individui singoli,
l’espressione genuina e compiuta della realtà. Nè vale ammettere
l’autocoscienza come potenzialmente esistente ab aeterno e attuantesi poi negli
individui: si riaffaccia allora quella suprema difficoltà contro cui, come già
si è accennato, urta sempre il pensiero umano, la difficoltà d’intendereA:ome
da ciò che è puramente pensabile, ideale, estratemporaneo, uno, si passi a ciò
che è reale, attuale, temporaneo, contingente, diverso, mutevole. Non è
possibile considerare soggetti molteplici che sono nel tempo e hanno uno
sviluppo e sono direttamente impenetrabili e incomunicabili, come
determinazioni, differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol perchè essi hanno il
potere di superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi al mondo della
pura razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza dell’errore logico,
etico, estetico che dimostra, come già si è visto, la possibilità d’una
discrepanza fra le funzioni psichiche e le categorie o principii ideali, di
qualunque ordine siano, tra la necessità psicologica e quella deontologica.
Questa distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di diritto, tra ciò
che è ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe essere in virtù
di principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale, muove più
particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v. specialmente
VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di scienza etica). Per
lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi principii valutativi che
si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata analoga a quella
logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le particolari
contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò questi: a)
determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e universalità) e- il
contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale (e per il De S.
tali principii si riducono a quelli della dignità e della perfezione personale,
della giustizia e della benevolenza); — b) porre in luce lo svolgimento storico
di tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre operativi, hanno
dispiegato variamente la loro efficacia in relazione con il variare delle
condizioni della civiltà; — c) considerare tutte le istituzioni — per qualunque
via primamente sorte — alla luce degl’ideali etici, come organi dell’attuazione
di essi. II De S., nella trattazione di questi problemi, afferma l’autonomia
dello spirito nel senso che il soggetto è tratto dalla sua stessa natura a dare
l’assentimento a principii superiori al suo io empirico. Egli quindi ammette
una forma di esperienza morale specifica e distinta da ogni altra forma di
esperienza spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La specificità di
questa esperienza è la condizione che rende possibile una scienza etica: della
quale egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la priorità rispetto a
qualsiasi concezione propriamente metafisica. La Metafisica ha nell’etica una
delle sue basi più solide — e a tal principio è ispirato, come abbiamo visto,
tutto il volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e Moralità „ — ; ma
nessuna teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla luce di una
determinata concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla base
dell’analisi dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema etico
il De S. mantiene fermo quello stesso atteggiamento — che abbiamo più particolarmente
illustrato a proposito del problema gnoseologico — di stretta aderenza
all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela nella sua
efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e
razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito
cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant
scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può
mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena
sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni
nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa
d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad esse,
intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento, non
sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza. SAGGI DI
FILOSOFIA La Vecchia e la Nuova Frenologia. La nozione di Legge L’origine delle
tendenze immorali. Il senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia fisiologica.
La filosofia dell’attività : Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma. Tipografia di G.
Balbi Via Mercede. La vecchia e la mura Frenologia Fatto psichico e fatto
fisiologico o fisico sono denoaminazioni esatte, precise e intelligibili,
meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a notare il
Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre.suppongono già
un’opinione formata sulla natura del sostrato dei fatti psichici e di quelli fisiologici.
La distinzione tra detti fatti porta con sè la ricerca della relazione
esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l’intima connessione di
entrambi. Non deve quindi far meraviglia se da vari punti di vista, sia stata
indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò l’attenzione sull'azione che
lo spirito in genere può esercitare sul ‘corpo preso nel suo insieme e
viceversa questo su quello, negli ultimi tempi in seguito al progresso delle
scienze positive e della critica della conoscenza si è badato massimamente alla
relazione tra singoli fatti psichici e de‘terminati fatti e processi fisici
(1). In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il corpo può formare
oggetto d'indagine da due diversi Chi voglia avere un esatto, comunque riassuntivo,
ragguaglio .delle varie maniere con cui successivamente è stato considerato dai
filosofi, il rapporto tra spirito e corpo, può consultare il volume del Bain
L'esprit et le corps. Paris, Germer et Bailliére. LA VECCHIA E LA NUOVA
FRENOLOGIA punti di vista: i° Si può considerare il rapporto esistente tra
determinati stati di tutto il corpo coi suoi vari organi e dati fatti psichici,
si può in altri termini considerare l'azione che il fisico esercita sul morale
e viceversa il morale sul fisico: esempi di tale trattazione ci vengono forniti
dai classici lavori del Cabanis e dell’Hack Tuke; 2° si può limitare l’indagiue
al rapporto esistente tra il fatto psichico e la corrispondente variazione
dell'organo rivelato dall'esperienza in precipna connessione colla psiche
(sistema nervoso). La prima indagine non ha interesse. particolare e decisivo
per la soluzione del problema filosofico concernente la natura dello spirito :
ed infatti l’azione reciproca, come si dice, tra fisico e morale non è negata
da nessuno in tesi generale, comunque: possa essere variamente interpretata, ed
aggiungeremo che le descrizioni che di quella possediamo sono pressochè
complete e definitive. Per l'opposto la seconda indagine riguardante il
rapporto tra sistema nervoso e fatti spirituali non solo costituisce un
elemento importante per poter risolvere il problema capitale della psicologia
che è quello della natura e del modo di esplicarsi dell’attività spirituale, ma
è causa delle maggiori discrepanze tra i vari filosofi. È nostro intento di
fermarci appunto su questa seconda indagine per vedere se nello stato attuale
della fisiologia e della psicologia sia possibile venire ad una soluzione
definitiva e razionale. Bisogna risalire al secolo XVII per trovarele prime
indagini fatte allo scopo di cogliere il rapporto esistente tra il cervello e
l’anima: e ciò sì comprende dileggieri, se si pone mente al risveglio delle
scienze naturali caratteristico di quel tempo: già il sistema copernicano aveva
portato una trasformazione nelle idee generali riflettenti l'universo; la
meccanica aveva ricevuto da Galilei ‘una base solida, donde la tendenza a
ridurre i fenomeni fisici a fenomeni meccanici; e Harvey colla scoverta della
-circolazione sanguigna aveva presentato il principale motore della vita, il
cuore, come una pompa aspirante e premente. Non è quindi a far meraviglia se
agli occhi di Cartesio, il quale cercò di formare un sistema completo delle
cognizioni naturali del suo tempo, la natura .sî sia presentata sotto l'aspetto
meccanico, il corpo animale come una macchina naturale e il cervello come un
congegno atto a contenere in un dato punto l’anima -di natura semplice ed
inestesa. Non bisogna però credere che prima del XVII secolo non fosse stata
messa in alcun modo in chiaro la connessione esistente tra il cervello e
l’anima: non poteva non fermare l’attenzione di chiunque il fatto per sé ovvio
che animali sd uomini, dopo aver ricevuto una lesione al cervello, mostrano un
mutamento notevole nelle loro condizioni psichiche, C’è stato chi è arrivato a
Democrito, Eraclito, Areteo, Ippocrate, ecc., i quali avrebbero fissato in
astratto che ad ogni manifestazione e modificazione della natura corrispondesse
una pacticolare organizzazione cerebrale. Aristotele nel :onfrontare la
intelligenza deli'uomo con quella degli animali, vedendo nell’uomo la testa più
piccola che negli altri animali, ne inferì che fra gli uomini la intelligenza è
in ragione del minor volume del capo. Gregorig Nisseno faceva il seguente
paragone del cervello umano: È una città, in cui tante strade di andata e
ritorno pegli abitanti non fanno confusione, perché ciascuna ha il suo punto di
partenza e di arrivo determinato . È un antichissimo accenno alla divisione
delle funzioni. Ma le prime ricerche sperimentali che si conosca essersi fatte
sul cervello umano, sono di Galeno, il quale disse che la forma del cerebro era
quale con‘viene, e quale sarebbe se, prendendo una palla di cera in forma
rotonda perfetta, la si premesse leggermente ai lati per modo che rse-atasse la
fronte e la calotta con un po’ di gobba. In conseguenza colui big isdihy SAGGI
DI FILOSOFIA. La Vecchia e la Nuova Frenologia. La nozione di Legge. L’origine
delle tendenze immorali. Il senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia
fisiologica. La filosofia dell’attività: Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma,
Tipogratia di G. Bulbi. Via Mercede La vecchia e Ta nova Freologa. Fatto
psichico e fatto fisiologico o fisico sono denominazioni esatte, precise e
intelligibili, meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a
notare il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre.suppongono già
un'opinione formata sulla natura del sostrato dei fatti psichici e di quelli
fisiologici. La distinzione tra detti fatti porta con sè la ricerca della
relazione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l'intima
connessione di entrambi. Non deve quindi far meraviglia se da vari punti di
vista, sia stata indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò
l’attenzione sull'azione che lo spirito in genere può esercitare sul corpo
preso nel suo insieme e viceversa questo su quello, negli ultimi tempi in
seguito al progresso delle scienze positive e della critica della conoscenza si
è badato massimamente alla relazione tra singoli fatti psichici e determinati
fatti e processi fisici. In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il
-corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi Chi voglia avere un
esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio delle varie maniere con cui
successivamente è stato considerato dai filosofi, il rapporto tra spirito e
corpo, può consultare il volume del Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et
Baillière essere adempiute con scrupolo nei loro più minuti particolari. Se nou
che tutto questo, a dire il vero, piuttosto che ai tempi primitivi dell'umanità
si riferisce a quelli in cui gli uomini si sono già organizzati in gruppi più o
meno vasti con capi politici e religiosi. Questi capi sì finsero o si
credettero effettivamente ispirati da esseri sovrannaturali e legiferarono: e
le loro leggi furono varie secondo le condizioni dei popoli e i criteri
politici e religiosi, dai quali i detti capi furono guidati. Riassumendo,
nell’inizio, in qualsiasi aggregazione umana non esiste dritto nè legge nel
vero significato della parola’ ma bisogni umani che possono essere sentiti e
riconosciuti di necessaria soddisfazione. Se per comune volontà la
soddistazione di quei bisogni con talune modalità o limiti riconosciuta
legittima, viene conseguita, si hanno allora alcune consuetudini che non
possono a rigore dirsi giuridiche, perchè manca un potere tutelatore, ma
preparano l’apparizione delle forme giuridiche, dei dritti, iniziando la
trasformazione dei rapporti bio-etici in rapporti giuridici. Se poi quelle
consuetudini si formano sotto la direzione di colui che sta a capo
dell'associazione, allora esse meritano il nome dì giaridiche. E posto che il
dritto, subbiettivamente inteso, sia la facoltà di operare in una maniera
determinata, riconosciuta legittima e necessaria dall'autorità sociale,
obbiettivamente sì presenta sotto questi due aspetti: 1° sotto quello della
garentia o protezione che ha vita appunto con le disposizioni legislative, con
leleggi; 2° sotto quello di un insieme di azioni umane, svolgeutisi nei limiti
e con le modalità stabilite da queste leggi. Di guisa che il dritto è il
complesso delle norme generali dell'operare umano necessarie al conseguimento
dei fini sociali ed individuali dell'uomo. Se non che qui giova notare che non
è perfettamente conforme al vero affermare sic et simpliciter che le
consuetudiri sì fissino nelle leggi giuridiche, ma invece occorre dire che dopo
la separazione delle consuetudini propriamente dette dal dritto, quest’ultimo
si vale dei mezzi di obbligazione esterna, mentre le prime adottano i mezzi più
blandi dell’imitazione e del ri. spetto dell'opinione pubblica. Le consuetudini
ed il diritto hanno però per lungo tempo questo di comune che il valore delle
loro norme è fondato tutto sull'uso e sull’abitudine. La /egge (lex)
espressamente ‘formulata e quindi letta e quella scritta (Vorschrift,
prescrizione) sono di origine molto più tardiva ed anche dopo che sono sorte,
abbracciano in modo molto incompleto il diritto che vige nella società: dritto
che si differenzia dalle pure consuetudini per la costrizione fisica di cui
effettivamente si serve. Presso i Romani queste leggi non scritte, da cui però
attingeva la legislazione scritta, queste consuetudini si dissero 120res per
accennare all'assenza in esse di ogni forma di promulgazione esterna reputata
caratteristica della legge vera e propria (lex da legere). Presso di noì
moderni la differenza tra consuetudini e leggi s'è andata sempre più
accentuando per il fatto che le prime sono andate perdendo di valore a misura
che si è lasciato maggior campo alla esplicazione della libertà ed iniziativa
individuale e che in riguardo ad esse è venuto meno ogni mezzo di costrizione.
Per contrario è divenuto molto più sensibile il carattere obbligatorio delle
norme giuridiche basato appunto sui mezzi di costrizione esterna. Come si vede,
nel concetto originario di legge non era incluso per niente il significato che
oggi si dà alle leggi naturali, quali rapporti costanti esistenti tra dati
termini, ma bensi, quello di norme o regole dirigenti l’attività umana. In
questo senso Empedocle considera il divieto di uccidere gli esseri viventi
quale legge applicabile fin dove si estende la luce del sole e lo spazio
infinito e Sofocle fa dire ad Antigone che i comandi divini non scritti, ma
imprescindibili, hanno valore non da ieri o da oggi, ma ab aeferno e nessuno sa
da quando sono stati rivelati. In Eraclito troviamo solo un accenno a concepire
la legge divina quasi come una legge naturale, quando dice, che tutte le leggi
umane tendono ad avvicinarsi a quella divina, in quanto questa è onnipotente e
forte abbastanza per dominare tutte le altre leggi ; qui la legge divina non
solo è considerata come una norma dello svolgimento dell’attività umana, ma
come fattore essenziale dell’ armonia universale chiamata anche da Eraclito col
nome di Dike. Decorse però molto altro tempo prima che la nozione di legge
fosse libera dagli elementi ad essa inerenti nel suo significato originario:
basta pensare che i sofisti riguardavano il Nomos ela Fise, la legge e la
natura delle cose come antitesi inconciliabili, per convincersi che in quel
tempo il concetto di legge (intesa questa quale forma dell'ordinamento
naturale) non poteva in alcun modo prendere consistenza ed acquistar valore ed
anzi va notato che gli autori di quel tempo ponevano ogni cura a differenziare
la legge dalla natura, osservando che la legge era stata data dagli nomini,
mentre la natura di tutte le cose era stata ordinata dagli Dei. E quei filosofi
che riconoscevano le leggi naturali nel senso moderno si guardavano bene dal
chiamarle con tal nome: Democrito, per esempio, chiaramente espresse il
concetto che niente di casuale avviene nel mondo, ma tutto ha la sua ragione
necessaria; se non che egli non parlò mai di leggi naturali, bensi d ella
necessità di ogni evento, anzi fu egli che pose la legge di rincontro alla
natura delle cose. Del pari Platone ed Aristotele parlarono della necessità a
cui sottostanno tutti i fatti della natura, comunque la subordinassero poi all’
attività finale di questa, ma non ci fu caso che essi considerassero tale necessità
quale legge della natura. Questo nome fu da essi conservato esclusivamente per
designare le norme dell’operare umano, distinguendo le leggi particolari dei
singoli stati, suddivise poi alla lor volta in leggi scritte e non scritte,
dalla legge morale universale per cui gli uomini son tratti istintivamente a
giudicare (uivtevovta:) del giusto e dell’ingiusto. Teofrasto più precisamente
disse che per tale via tutti gli uomini, in forza dell'unità della loro natura,
sono spinti a considerarsi come affini o aventi una medesima origine. Tale
legge, diciamo così, naturale però sta a significare soltanto un'esigenza
pratica della natura umana, non una necessità incorabente al modo di agire
delle forze naturali: e se Aristotele una volta si avvicina ad un tale
concetto, non tralascia di osservare che è solamente in senso improprio che si
può parlare di legge naturale (1). Bisogna arrivare a Zenone per trovare
adoperata la (1) V.a tal proposito, Zeller: Philosophie, der Griechen, Vol. I,
pag. 1005 e segg., Vol. II pag.865 e segg.; V. inoltre Zeller: Vortrige u.
Abhandlungen. Dritte Sammlung. Leipzig prima volta la nozione di legge ad
esprimere l' ordinamento della natura, il che parrà logico a chiunque conosce
la struttara del sistema stoico. Dagli stoici infatti fu affermata la necessità
di ogni evento, l'inviolabilità dell’ordine naturale tanto più decisamente in
quanto Epicuro aveva ammesso l’arbitraria declinazione negli atomi e il libero
arbitrio nell'uomo. Se Democrito ed Epicuro rifuggirono dal designare il corso
necessario degli eventi naturali col nome di legge, perchè ciò poteva far
considerare l'ordinamento della natura quale opera di un volere superiore e di
un'intelligenza plasmatrice dell’universo, gli stoici avendo ricondotte tutte
le cose ad una sola causa riguardata non soltanto come sostanza materiale, ma
come Forza creatrice o Ragione, furono spinti a considerare il concatenamento
delle cause naturali e il necessario svolgimento dei fatti come mezzi per cni
la Ragione universale potesse attuare i suol fini. Da tai punto di vista tutto
l’ordinamento dell'universo sì presentò come un prodotto del volere di detta
ragione, in altre parole come la legge che essa aveva dato ; ed anzi essa
stessa fu chiamata legge naturale, e se qualche volta la natura piuttosto che
la ragione figurò come legislatrice, | se sì parlò di leggi della natura a cui
tutto doveva sottostare, compreso l’uomo, ciò avvenne perchè la natura nella
sua intima essenza era fatta coincidere colla ragione universale (divinità)
(1). In tal guisa è giustificato il detto di Zenone che la legge naturale è una
legge divina. Quid enim aliud est natura quam Dcus et divina ratio toti mundo
ct partibus cius inserta ? Seneca, De Benef. La legge universale fu riposta
nella Ragione somma, la quale penetra da per tutto, onde Cleanto nel suo inno,
dopo aver detto che Giove tutto regola in conformità di una legge, chiama le
esigenze morali egualmente leggi. Qui non troviamo differenza notevole tra la
legge naturale e la legge morale. Del resto tutta la dottrina morale stoica è
fondata appunto sul principio di dover vivere in conformità della natura,
principio, il quale non dice altro. che la legge morale è legge naturale
dell'’operare umano. La nozione di legye naturale qui nor appare delimitata in
modo netto da non poter essere confusa per l’origine e per la forma colla
legislazione positiva e per il contenuto colla legge morale, essendo guidato il
volere divino dal fine di procacciare il maggior bene agli esseri ragionevoli.
Sembra adunque che fosse dalla scuola stoica che l'espressione di legge
naturale passasse nell'ordinario linguaggio, tanto più che l’indeterminatezza
del suo significato rimase immutata per il resto dell'evo antico e medio. Le
leggi governanti la natura al pari di quelle obbligatoriamente regolanti le
azioni umane figurarono come comandi divini : e senza badare se tutti gli enti
avessero la capacità propria dell'uomo di dare ascolto ai detti comandi, le
leggi naturali furono presentate quali ordini positivi provenienti necessariamente
da una Volontà superiore. A questo punto giova notare che il sentimento mitico
della natura per cui i fenomeni di questa furono riguardati espressioni di
impulsì e di tendenze interne, trovò il suo appoggio nell’analogia esistente
tra il corso invariabile dei fatti naturali e l’indirizzo, regolato da norme
fisse, degli atti della vita umana; indirizzo alla sua volta fondamentato
almeno in parte sul succedersi ritmico dei bisogni fisici. Alla costrizione
esterna si sostitni l'esigenza interiore emotiva per cui si fu tratti a
conformare il proprio modo di operare all’operare della natura. Il divino
dall’uomo posto nella natura si riverberò sull'uomo stesso quando gli atti
divini (fatti naturali) furono posti come modelli della condotta umana; cosi
l'ordine della natura divenne esemplare dell'ordinato svolgersi delle
consuetudini umane e la nozione di legge che ricevette la sua prima
determinazione nella società umana e che fu trasportata allo studio della
natura in seguito ad una tardiva riflessione, appare derivata nei suoi
fondamenti primitivi ed originarii dalla natura stessa (natura fisica
dell’uomo). Del resto il nesso esistente tra l’ordine naturale e quello delle
consvetudini si rende manifesto nelle intuizioni religiose degl'indiani. Negli
atti simbolici religiosi di questi è espresso il sentimento di regolarità fissa
e immutabile dominante dapertutto nell'universo. In alcuni sacrifici sono
‘simboleggiati i fenomeni celesti svolgentisi con regolarità costante. I
sacrifici fatti ad Agni corrispondono ai fenomeni naturali (dappriina adorati
essi stessi come divinità) in cui per così dire, quel Dio s’incorpora. E i
detti fenomeni son reputati atti religiosi compiuti dalla divinità. Di qui il
rispetto pauroso per la natura che raggiunge il massimo grado presso i Greci,
come provano i miti di Prometeo, di Icaro, di Fetonte, e il riguardo usato agli
animali, i quali rappresentano un elemento dell'ordine e del sistema della
natura. | In tal guisa, dallo stadio mitico primitivo in cui sono confusamente
rappresentati l'ordinamento naturale e morale dell'universo si passa allo
stadio estetico in cuì l’ordinamento esterno delle cose è presentato come
simbolo o manifestazione dell'ordinamento morale interiore, stadio che coincide
colla trasformazione degli dei della natura in potenze morali. La natura è
sempre riguardata come qualche cosa di divino, ma i singoli obbietti naturali
cessano di essere considerati come dèi, simili agli uomini (V. il Timeo di
Platone). Col suddetto stadio coincide l’inizio della conoscenza delle leggi
fisiche dell'universo, in quanto la contemplazione estetica non considera più i
fatti naturali come prodotti puri e semplici del capriccio e dell’arbitrio di
esseri divini simili in tutto all'uomo, ma bensi come segni, accenni a qualcosa
d'elevato, di razionale, di assoluto, di necessario e quindi di permanente che
è degno di essere conosciuto ed indagato, per quanto si celi all’occhio
volgare. Di qui l’inizio e l'avviamento alla comprensione razionale
dell’universo, la quale giunta al suo completo svolgimento menò allo
sconoscimento di ogni valore etico obbiettivo nella natura, sia perchè questa
non fu più contemplata nel suo insieme, data l'esigenza della divisione del
lavoro, sia perchè gli effetti emotivi suscitati dalla detta contemplazione essendosi
rivelati variabili e incostanti, furono riguardati un prodotto del soggetto, da
questo trasportati nella natura. Bisugna arrivare ai secoli XVI e XVII per
trovare delimitato nell’ultimo modo anzidetto il contenuto della nozione di
legge naturale, per la quale s’intese appunto il rapporto costante di dati
termini, la relazione fatalmente necessaria esistente tra condizionato e
condizione. Talchè la nota caratteristica della legge naturale fu allora
riposta nel suo valore assoluto, universale, privo d’eccezioni. E la conoscenza
di essa si rivelò tanto più perfetta quanto più chiara appariva la conoscenza
degli eventi e delle loro condizioni determinanti, raggiungendo il massimo
grado di perfezione colla possibilità di esprimere matematicamente il rapporto
implicato nella legge in modo da poter senza fallo prevedere un dato evento,
una volta note le rispettive condizioni. Che si riuscisse per la via induttiva
o per quella deduttiva a fissare e ad enunciare determinate leggi, ciò che
sopratutto si ebbe di mira fu che la legge avesse ‘n valore assoluto e
incondizionato ; il che poteva avvenire solo - nel caso che tra le circostanze
accompagnanti un dato evento e quest'ultimo fosse riconosciuto un nesso
causale, comunque la conoscenza di una legge naturale potesse essere
indipendente da quella delle cause determinanti il nesso espresso nella legge
stessa. Molte leggi empiriche furono infatti fondate su ipotesi scientifiche.
Il modo di comprendere la causalità in genere esercitò però sempre una grande
azione sulla maniera d'intendere l’assolutezza delle leggi naturali. Fu notato
poi che per poter ammettere la possibilità di strappi alle sudette leggi, per
poter ammettere in alcun modo delle deviazioni dal corso naturale delle cose,
per poter accettare in altri termini i miracoli, occorreva implicitamente od
esplicitamente tornare a considerare le leggi naturali quali leggi positive
derivanti dall'arbitrio di una forza saperiore. Una volta infatti affermato che
intanto si può parlare del corso regolare degli eventi naturali, in quanto
sotto date condizioni sempre si presentano fatti identici non è più possibile
risguardare come naturali eventi, i quali si sottraggono ad ogni spiegazione
naturale. Le leggi naturali interpretate secondo i concetti dominanti nella scienza
in stato di progresso e di svolgimento, appaiono assolutamente inconciliabili e
irriducibili a quelle precettive o normative, in quanto le prime hanno il
carattere precipuo di essere necessarie in sè stesse e prive di eccezioni,
mentre le altre esprimono delle regole, dei precetti a cui si può sempre
derogare. ]ua necessità nell’ultimo caso è sempre relativa ad un dato scopo da
conseguire. Dicemmo di sopra che lo svolgimento della nozione di legge e la sna
formale enunciazione e introduzione nel dominio della scienza andavano
differenziate dal fatto reale ed obbiettivo formulato ed espresso in un periodo
tardivo nella legge stessa. Invero fin da quando fu riconosciuto un rapporto
‘costante e necessario tra due fatti (Matematica e Astronomia), fin da quando
sì cominciò ad enunciare un giudizio universale ed a ricavare da date premesse
date illazioni ordinando il tutto in modo chiaro e preciso, fin da quando fu
riposta la ragione dei vari eventi in un processo matematico-meccanico
svolgentesi in modo incondizionatamente necessario, fin da quando il mondo in
tutte le sue manifestazioni anche le più esigue, fu considerato come wn
organismo governato da un concatenamento di cause, fin da quando pose radici Ia
convinzione che conoscere equivale a determinare e che pertanto conoscere un
oggetto equivale a ricercare in che modo questo nella sua essenza ed esistenza
dipende da un altro, fin da quando adunque la scienza intesa in senso lato ebbe
la sua prima origine, il contenuto .reale della nozione di legge s'imponeva
alla considerazione dello spirito. Dal momento che lo spirito senti il bisogno
di distinguere il permanente e l'essenziale dal contingente e dall’accidentale,
attribuendo al primo maggior valore e significato, dal momento che andò in
traccia dell'unità al disotto della varietà, pose perciò stesso la necessità
della ricerca della legge. Questa ha radice in una necessità del concepire
umano, in quanto nel fondo del nostrointelletto, è insita la tendenza ad andare
in cerca di qualcosa di assoluto, d'immutabile e d'identico : ond'è che dagli
antichi filosofi Ionici, o meglio dagli antichi matematici ed astronomi
dell’oriente fino a noi fu un continuo affaticarsi del pensiero umano per
fissare gli elementi invariabili di tutte le cose e per sostituire alla
concezione mitica, e antropomorfica quella della connessione necessaria e
incondizionalmente regolare dei vari eventi. Ed è cosa degna di nota che
parallelamente all’interpretazione teleologica della natura si conservi con un
numero maggiore o minore di variazioni e di ondeggiamenti la tendenza a
ricercare i puri rapporti causali tra le cose e gli eventi. Chi segue lo
svolgimento storico della scienza in genere constata subito che la corrente che
potremmo dire materialistica decorre parallela a quella idealistica, attraverso
tutto il mondo antico e tutto l’evo medio fino a che nel rinascimento s’iniziò
quel movimento che ebbe per esito l'abbandono di qualsiasi veduta teleologica
nel dominio della scienza vera e propria. Se non che qui si presenta la questione:
Se il fatto reale espresso mediante la legge è antico quanto la scienza, perchè
la nozione di legge vera e propria sorse così tardi ? Al concetto di necessità
naturale che cosa si deve aggiungere perchè si abbia il concetto di legge ?
Finchè la conoscenza umana sì portò, per così dire, in modo diretto ed
immediato verso il suo obbietto che d'ordinario era la natura, senza curarsi di
determinare l'essenza generale, il concetto dei fenomeni, senza ferinare
l’attenzione sulle relazioni stabilite mediante l’intelletto umano, era
impossibile che sorgesse la nozione di legge, la quale è resa possibile
piuttostochè dalla considerazione delle cose per sè stesse, da una veduta
esatta in ordine alla natura della nostra conoscenza. Finchè i principii delle
cose furono riposti nelle cose e non nei concetti, ognun vede che di leggi non
era possibile parlare. Ma tostochè per opera segnatamente della filosofia
stoica, la ragione fu reputata immanente al mondo e fine a sè stessa, e il
mondo nel suo progressivo svolgimento fu reputato la manifestazione di una
logica che sta nella sua stessa essenza, anzi fu reputato la ragione stessa che
si determina, per ciò stesso fu posta la base del principio fondamentale delle
leggi della natura. Queste, infatti, esistono, sono necessarie e sono
intangibili, perchè sono la natura stessa; non possono esser tolte alla natura,
perchè non furono poste alla natura. Se fossero tolte, sarebbe tolta la natura,
il mondo. L'esistenza è la giustificazione di quello che esiste; esiste perchè
non può non esistere. Ora è questa idea la garanzia della scienza, la quale non
può reggersi quando si ammetta la possibilità dell’arbitrio: l’azione di una
volontà esterna al mondo. Senza il concetto o palesamente affermato o
inscientemente ammesso di una logica immanente, il pensiero brancola nel vago e
nel buio e la nozione di legge, che implica ordine, regolarità, e fissità, non
può prendere origine. In conclusione perchè si arrivi a concepire la legge,
all'idea della necessità naturale si deve aggiungere quella della logica
immanente: la nozione della necessità interiore o logica, ecco il presupposto
dell'insorgenza della nozione di legge. Una volta entrata nella mente degli
scienziati la persuasione che pensare è fissare in forme costanti la cangiante
materia delle rappresentazioni, è cercare, come il saggio di Schiller, den
ruhenden Pol in de Erscheinungen Flucht, una volta ammesso che, giusta
l’espressione dell’Helmholtz, das erste Product des denkenden Begreifens ist
das Gesetsliche, è chiaro che i filosofi dovettero essere spinti a penetrare
per vie differenti la natura intima della legge la quale appariva come il
risultato ultimo delle varie forme d'indagine scientifica, come l’espressione
pi esatta e completa del lavoriointellettuale intorno ad un dato contenuto. Noi
crediamo chetutte le idee emesse dai filosofi su tale argomento possano essere
raggruppate in tre principali categorie, contrassegnate coi seguenti tre nomi:
concezione intellettualistica, concezione animistica e concezione dualistica
delle leggi in genere. Se non che qui si potrebbe obbiettare: stando a tale
divisione, parrebbe che le leggi, le quali in sostanza non sono che il
risultato ultimo della conoscenza umana e quindi un prodotto dell’intelligenza,
possano essere inter pretate anche non ricorrendo all’attività intellettuale; a
fianco alla concezione intellettualistica, infatti, si pone quella animistica ;
ora, non racchiude tale affermazione una contradizione? A ciò si risponde che
senz’alcun dubbio la semplice determinazione ed enunciazione di una legge è già
un fatto intellettuale; il quale però può essere valutato e interpretato
diversamente a seconda che esso vien rapportato alle funzioni semplicemente
intellettive e quindi ricondotto sotto il dominio esclusivo dei principii
supremi del pensiero puro (principio d'identità, ecc.), ov| vero viene
considerato come implicante un elemento che non ha a che fare coll’intelligenza
pura e semplice. A. tal proposito giova far distinzione tra la natura propria
delle leggi (il loro significato reale ed obbiettivo) e la conoscenza di esse.
Riguardo a quest’ ultimo punto tutte le leggi a qualunque categoria
appartengano figurano, si, comes trascrizioni in termini intellettuali (in
giudizi universali) di rapporti reali, figurano cioè come il risultato
dell’applicazione dei processi intellettivi agli obbietti reali; ma a seconda
che i detti giudizi universali enuncianti le leggi sono ridotti tutti a giudizi
d'identità o analitici, ovvero (almeno in gran parte) a giudizi di dipendenza o
sintetici, irriducibili ai primi, si avranno due forme fondamentali
d’'interpretazione delle leggi. Riguardo al primo punio a seconda che l'essenza
delle leggi è riposta tutta in un processo di equazione obbiettiva tra ì due
termini della coppia legge, ovvero in una determinazione dell’attività propria
delle cose e nell'azione reciproca delle stesse, si avranno del pari due forme
principali di concezione della legge. Va notato qui che d'ordinario le dette
quattro forme si corrispondono in modo che l’interpretazione, diciamo così,
analitica coincide con quello dell'equazione obbiettiva e la sintetica con
quella dell'attività. Sicchè noi ci siamo creduti autorizzati a partire per
prima in due grandi categorie le concezioni circa la natura delle leggi in
genere, dando loro i nomi di concesione intellettualistica, e di concezione
animistica, nomi che filologicamente considerati non hanno alcun valore e sono
delle semplici denominazioni atte a contrassegnare due forme di concepire le
leggi. Siccome poi si hanno delle concezioni miste in cui le leggi sono
interpetrate, per una parte intellettualisticamente e per un'altra parte
animisticamente, così noi abbiamo creduto di ammettere una terza forma di
concezione detta dualistica. Aggiungiamo infine che in questa terza categoria
vanno compresi quei casi in cui tra le leggi esplicative e quelle normative
viene ammessa, una differenza essenziale e fondamentale. A seconda che è
ammesso adunque il concorso di uno piuttosto che di un altro elemento per la
genesi della nozione di legge, a seconda che il valore di questa si fa o no
dipendere esclusivamente da un fatto di conoscenza e a seconda che la causalità
è riposta semplicente nell'essere, ovvero nell’identità dell'essere e
dell'agire, si avrà un vario modo di concepire l’essenza delle leggi. E la
concezione meriterà il nome di intellettualistica ogni qualvolta le leggi o
sono considerate come legami per così dire estrinseci alle cose (veduta
meccanica), ovvero come enunciazioni di rapporti d’identità. Meriterà invece il
nome di animistica ogni qualvolta le leggi vengono considerate come
determinazioni primitive e originarie dell’attività delle cose, o come
espressioni di ciò che vi ha d’interno in queste ultime. Meriterà infine il
nome di dualistica ogni qualvolta la natura delle leggi viene interpretata per
una parte intellettualisticamente e per un'altra parte animisticamente. Sui
particolari concernenti queste tre concezioni c'intratterremo in seguito,
quando tratteremo partitamente di ciascuna di esse. Secondo la concezione
intellettualistica, o meglio secondo la forma predominante di essa, chi dice
legge dice rapporto, dice, cioè, legame esistente tra due caraiteri generali, i
quali non sono mai staccati l'uno dall'altro in natura e si richiamano, o
tendono a richiamarsi a vicenda; ed anzi si può dire che i due caratteri, dei
quali ora il primo richiama il secondo, ora il secondo richiama il primo,
formano una coppia, che è poi una legge. Pensare, formulare una legge equivale
a legare insieme due idee generali; e formare un giudizio generale, è enunciare
mentalmente una proposizione generale. Ogni pezzo di ferro esposto all'umidità
si arrugginisce : tutti i corpi immersi in un liquido perdono una parte del
loro peso eguale al peso del liquido spostato ; ecco delle leggi, ciascuna
delle quali consiste in una coppia di caratteri generali ed astratti collegati
tra loro: da una parte la proprietà del ferro d’essere esposto all'umidità,
dall’ altra l'origine del composto chimico detto ruggine, da una parte la
quantità del peso perduta dal corpo immerso e dall'altra la quantità eguale del
peso di liquido spostato. Niente di più utile allo spirito umano di questa
struttura delle cose, giacchè una volta scoverta la legge, il primo carattere
appare l’indice del secondo. Prima però di considerare le leggi in sè stesse e
nelle loro applicazioni, giova ricercare la natura di detti caratteri generali
o astratti, sempre secondo i detti intellettualisti. Lungi dall’essere
creazioni della nostra mente, semplici mezzi di classificazione o strumenti di
mnemotecnica, quelli esistono di fatto al difuori dì noi, al di là della
portata dei nostri sensi e delle nostre congetture; sono efficaci, anzi sono
gli agenti più importanti della natura, in quanto ciascuno di essi trae seco
uno o più altri, sono la porzione fissa ed uniforme dell’esistenza per sè
frammentariamente dispersa e successiva, giacchè allo stesso modo che vi sono
dei caratteri comuni la cuì presenza continua collega tra loro i diversi
momenti dell’esistenza individuale, così vi sono dei caratteri comuni la cui
presenza moltiplicata e ripetuta collega tra loro i vari individui della
classe. Senza i caratteri comuni e le idee generali ed astratte che loro
corrispondono nell’intelligenza umana non solo non sarebbe a parlare di scienza
(cosa già notata da Aristotile), ma non esisterebbero nemmeno individui, i
quali in sostanza sono come obbietti particolari che durano, che serbano nel
tempo e nello spazio qualcosa di comune e di permanente, una data forma, cioè a
dire un gruppo di caratteri fissi aventi importanza capitale e costituenti la
parte essenziale. Abbiamo detto che ai caratteri comuni obb'ettivamente
esistenti fanno riscontro nell’intelligenza le idee o i concetti, 1 quali lungi
dal confondersi colle rappresentazioni sensoriali o cogli schemi fantastici o
rappresentazioni generali che sono un fatto semplicemente concomitante, vanno
riguardati come nomi di classe, nomi significativi ed atti ad essere compresi,
in modo che essendu questi uditi, svegliano la rappresentazione sensibile più o
meno chiara e circoscritta d'un individuo della classe e esistendo invece la
rappresentazione sensibile di un individuo della classe, appare subito
sull’orizzonte psichico l'imagine del suono del nome di questa e la tendenza a
pronunziarlo. Talchè i caratteri astratti delle cose sono pensati per mezz di
nomi astratti (idee astratte) che sono specie di sostitutivi dell'esperienza
sensibile che noi non abbiamo, nè possiamo avere del carattere astratto
presente in tutti gli individui simili. Essi lo sostituiscono, adempiendo al
medesimo ufficio. L'origine di tali nomi astratti e generali va ricercata in
una forma particolare di associazione tra un dato suono e la rappresentazione o
l’immagine non solo di individui assolutamente simili, ma anche di individui a
volte differenti in tutto, trannechè in un carattere. Il potere di trovare
analogie tra le cose più o meno disparate, il potere di cogliere dei rapporti è
appunto la caratteristica dell’intelligenza umana e insieme ciò che rende
possibile la formazione di nomi astratti e generali. L'idea nasce col segno, ma
perchè sia adattata in modo completo all'oggetto, perchè risponda al carattere
comune, è necessario che sia rettificata a gradi, giacchè nel linguaggio
ordinario e nella esperienza volgare è incompleta e vaga: è soltanto per mezzo
dell'osservazione attenta, dell'esperienza variata ed estesa e della
comparazione ripetuta, che noi riusciamo, tralasciando tutti i caratteri
inutili e accidentali, a conservare quelli essenziali e permanenti. Non tutte
le idee generali vengono formate con detto processo: vi sono, infatti, quelle
che agiscono come modelli, perchè hanno per obbietto non il reale, ma il
possibile, ed esse piuttostochè adattate all'oggetto, vengono costruitte, E il
carattere comune di tutte le idee che noi costruiamo è che esse si riducono a
schemi, a cornici in cui può venire inquadrata la realtà, comunque esse siano
formate senza tener presenti determinati oggetti reali. La conformità delle
costruzioni mentali colla realtà può e non può aver luogo: in ogni caso essa
non è lo scopo a cui si mira. Lo adattamento non è sempre esatto e vi sono dei
casi in cui è soltanto approssimativo; e ciò perchè il fatto reale è molto
complicato, mentre la costruzione mentale relativamente semplice: sbarazzato
dei suoi suoi elementi accessori e ridotto a quelli principali il primo si
presenta come una copia della seconda e tanto più entrambi coincidono quanto
più o mediante l’astrazione praticata sulla realtà tutto ciò che è accessorio
vien tralasciato, rimanendo conservato ciò che è primitivo ed essenziale,
ovvero mediante il processo contrario, la determinazione, tutto ciò che manca
agli schemi mentali vien loro attribuito dall'immaginazione. Tre condizioni
sono richieste perchè le costruzioni mentali abbiano un certo valore obbiettivo
: 1° bisogna che gl’elementi mentali di esse siano calcati esattamente su
quelli delle cose reali: 2° che gli stessi elementi siano generali e
possibilmente universali: 3° che le combinazioni mentali siano le più semplici
possibili. Tale processo costruttivo si può applicare alle varie classi di
obbietti, giacchè in tutti noi possiamo riscontrare e isolare i caratteri
generali atti ad essere combinati tra loro. Tra i tipi mentali per tale via
costruiti ve ne sono di quelli che c’interessano in modo particolare e aì quali
noi vivamente desideriamo che le cose si conformino, tanto che il bisogno e
l'esigenza di tale conformità diviene stimolo all’azione. Noi costruiamo
l'utile, il bello e il bene e operiamo in modo da far coincidere, per quanto è possibile,
le cose colle nostre costruzioni. Avendo noi scorto ora in uno, ora in un altro
degli individui che vivono in società con noi e con cui noi siamo in continuo
rapporto dei segni esterni che sono l'espressione di qualità interiori atte a
svegliare la nostra attenzione, perchè benefiche all'individuo o alla specie,
quali l'agilità, il vigore, la alute, l’energia ecc., siamo tratti a mettere
insieme i detti segni, affine di potere contemplare un corpo umano in cui siano
appunto manifestati i caratteri da noi giudicati i più importanti e pregevoli:
ond'è che se un artista giunge ad avere la visione interiore, la immagine viva
e intensa dell’insieme di queste note, egli prende un blocco di marino e
v'imprime la forma ideale che la natura non era riuscita a mostrarci per
l’innanzi. Del pari essendo dati i vari motivi del volere umano, noi
constatiamo che l’individuo opera più di frequente in vista del suo bene
personale e quindi per interesse, molte volte per il bene di un individuo da
lui amato e quindi per simpatia e rarissimamente in vista del bene generale
senza altra intenzione che di essere utile alla società presente o futura di
tutti gli esseri forniti di sensibilità e d'intelligenza. Noi isoliamo
quest'ultimo motivo e desideriamo vederlo preponderante in ogni deliberazione
umana, lo lodiamo tanto da raccomandarlo a tutti gli altri e da fare ogni
sforzo per dargli il predominio in noi medesimi. Formatosi così l’ideale del
carattere morale, noi cerchiamo ogni mezzo per adattare a tale modello il nostro
carattere effettivo. Di guisa che le opere d’industria, d’arte e di virtù
sorgono allo scopo di colmare o discemare l'intervallo che separa le cose dalle
nostre concezioni. Vediamo ora in che consistono, sempre stando alla concezione
intellettualistica, i rapporti o i legami esistenti tra due caratteri comuni
(leggi). Notiamo subito che essi sono di varie specie: a volte i due caratteri
collegati insieme sono simultanei e allora due casi si possono presentare o il
primo carattere trae seco il secondo senza che l’ultimo tragga seco il primo:
così ogni animale fornito di mammelle ha vertebre, ma non ogni vertebrato è
fornito di mammelle (legame unilaterale o semplice): ovvero la presenza del
primo carattere trae s eco quella del secondo e alla sua volta la presenza del
secondo trae seco la presenza del primo; in ogni mammifero i denti incisivi
accompagnano sempre un tubo digestivo breve e lo svolgimento di istinti
carnivori e reciprocamente (legame bilaterale e doppio). Altre volte dei due
caratteri collegati, l'uno, chiamato antecedente, precede e l’altro detto
conseguente segue; al primo si dà il nome di causa ed all’altro quello di
effetto. E anche qui due casi si possono presentare o il primo carattere
provoca colla sua presenza l'insorgenza del secondo e alla sua volta il secondo
per prodursi, esige la presenza del primo : ogni mobile al quale s'applicano
due forze divergenti di cui l’una è continna, descriverà una curva; ed ogni
mobile per descrivere una curva richiede l'applicazione di due forze divergenti
di cui l'una è continua (legame bilaterale o doppio): ovvero il primo provoca
colla sua presenza il secon:lo senza che il secondo per prodursi esiga la
presenza del primo le vibrazioni di una certa celerità trasmesse al nervo
acustico provocano la sensazione di suono, ma quest’ultima può prodursì in noi
spontaneamente nei centri sensitivi (legame umilaterale o semplice, nesso di
causa ed effetto) (1) Ma in che consiste il legame esistente tra due caratteri
? Vi è qualche virtù o ragione segreta che risiedendo in uno di essi, trae,
provoca l'altro? Su questo punto i filosofi fautori della concezione
intellettualistica non sono d'accordo, come si dirà in seguito; per ora basterà
notare che per la più parte dei filosofi e scienziati moderni intellettualisti
le parole provocazione, legame, produzione, esigenza non sono che metafore
abbreviative. La sola nozione dice Stuart Mill sulla traccia di Hume, di cui a
tal proposito noi abbiamo bisogno può esserci fornita dall'esperienza, la quale
c’insegna che nella natura regna un ordine di successione invariabile, e che
ogni fatto vi è sempre preceduto da un altro fatto. Noi chiamiamo causa
l’antecedente invariabile, effetto il conseguente invariabile. La causa reale è
la serie delle condizioni, l’inTAINE -- De VPIntelligence. sieme degli
antecedenti, senza i quali l'effetto non può aver luogo. Sicchè la causa è la
somma delle condizioni positive e negative prese insieme, la totalità delle
circostanze e contingenze di ogni specie che una volta date, sono invariabilmente
seguite dal conseguente. E la volontà produce i nostri atti corporei come il
freddo produce il ghiaccio o come una scintilla produce un'esplosione di
polvere da cannone; vi è li del pari un antecedente, la risoluzione, che è un
carattere momentaneo del nostro spirito, e un conseguente, la contrazione
muscolare che è un carattere momentaneo di uno o più dei nostri organi;
l’esperienza collega insieme i due fatti in modo da render possibile la
previsione che la contrazione terrà dietro alla risoluzione, non altrimenti che
l'esplosione della polvere segue il contatto della scintilla - In modo più
preciso si può dire che qualunque siano i due caratteri, simultanei o
successivi, momentanei o permanenti, la forza colla quale il primo trae,
provoca o suppone il secondo come contemporaneo, conseguente o antecedente, si
riduce ad una particolarità del primo considerato solo e separatamente.
S'intende dire con ciò che esso ha per sè la proprietà di essere accompagnato,
seguito o preceduto dall'altro. Del resto niente di meraviglioso in tale
costituzione delle cose, se si riflette che non è più strano trovare delle
concomitanze, dei precedenti e dei conseguenti rispetto ed un carattere
generale di quello che sia il trovarne rispetto ad un individuo particolare o
ad un fatto attuale. Non alrimenti che gl’individui e i fatti particolari, i
caratteri generali sono forme dell’esistenza non ditferenti dai primi, se non
perchè sono più stabili e più diffusi. La difficolta è tutta nel poter
osservare separatamente un tale carattere che si riscontra sempre frammisto a
molti altri c-ratteri. Due metodi ci conducono allo scopo, a seconda che si
tratta di caratteri generali reali o possibili. 1 primi essendo formati per
estrazione vera e propria vengono stabiliti con processo graduale: e i rapporti
intercedenti tra loro sono scoverti per via induttiva e formano l’obbietto
delle scienze sperimentali. I secondi essendo costruiti per combinazione, sono
come a dire delle forme, degli schemi in cui possono essere inquadrate le cose
reali. I rapporti esistenti tra loro sono rintracciati mediante il processo
deduttivo e formano l'oggetto delle cosidette scienze costruttive. Il metodo
induttivo nelle sue varie forme è un processo molto lungo, perchè suppone la
raccolta, la scelta e la comparazione di più casi. Va notato poi che più una
legge è generale e più richiede del tempo per essere scoverta, presupponendo
essa l'acquisto di diverse leggi parziali : come anche che al di fuori della
cerchia ristretta dell’esperienza compiuta, una data legge ha soltanto un
valore di probabi lità. Le proposizioni delle scienze costruttive, o deduttive
invece sono contrassegnate da caratteri di natura opposta. In ciascuna di
queste scienze, infatti, vi sono certe idee primitive che una volta presenti
allo spirito si collegano istantaneamente tra loro e con un vincolo necessario
ed universale. Tali giudizii primitivi, fondamentali, irreducibili si dicono
assiomi,la cui validità può essere dimostrata mediante un processo lento,
approssimativo, sperimentale (induttivo), ma d’ordinario la è mediante un
processo breve, esatto ed analitico (deduttivo). Qnesta seconda specie di prova
è resa possibile per questo, che i cosidetti assiomi sono in fondo delle
proposizioni ANALITICHE – cf. Grice, Method in philosophical psychology --, in
cui il soggetto contiene l'attributo o in modo molto appariscente, il che rende
l’analisi inutile (1), o in modo molto implicito, il che rende l’analisi
pressochè impraticabile. In ogni istante noi sentiamo l’efficacia di dette
proposizioni analitiche (idee latenti regolatrici): cosi affermiamo che una
data persona non ha potuto agire così, ovvero che tale condotta non mena allo
scopo, che tale atto è lodevole o biasimevole, senza che il più delle volte noi
possiamo assegnare la ragione di tuttociò, comunque questa giaccia nascosta nel
fondo del nostro animo. Tali sono per taluni (Mill, Taine ecc.) i principii
d’identità e di contradizione “ Le premier, dice il Taine (De l’Intelligence,
Vol. 2°, Lib. 1V, pag. 336), peut s’exprimer ainsi: si dans un objet telle
donnée est présente, elle y est présente. Le second peut recevoir cette
formule; si dans un objet telle donnée est pr':sente, elle n’en est point
absente: si dans un objet telle donneé est absente, elle n°’y est point
présente. Comme les mots présent et non absent, absent et non présent sont synonymes,
il est clair que dans l’axiome de contradiction aussi bien que dans l’axiome
d’identité, le second membre de la phrase repète une portion du premier; c'est
une redite; on a piétiné en place. De là un troisibme axiome metaphysique,
celui d’alternative moins vide que les précedents, car il faut une courte
analyse pour le prouver; on peut l’enoncer en ces termes: dans tout objet telle
donnée est présente on absente. En effet supposons le contraire, c'est à dire
que dans l’objet la donnèe ne soit ni absente, ni présente. Non absente cela
signifie qu’elle est présente, non présente cela signifie qu'elle est absente:
les deux ensembles signifient donc que dans l’ohjet la donnée est à la fois
présente et absente, ce qui est contraire aux deux branches de l’axiome de
contradiction, l’une par laquelle il est dit que si dans un objet telle donnée
est présente elle n’en est pas absente et l’autre par laquelle il est dit que
si dans un objet telle donne est absente elle n’y est pas présente. Maintenant,
reprenons l’axiome d’alternative et observons l’attitude de l’esprit qui le
rencontre pour la première fois. Il est sousentendu dans une fonle de
propositions; c'est parce qu'on l’admet implicitement qu’on l’admet
explicitement. Par cxemple
quelqu’un vous dit: Tout triangle est équilateral ou non; tout vertebré est
quadrupede ou non, Sars examiner aucun triangle ni aucun vertebré vous
réconsono tali che il primo racchiude il secondo, e questo è come parte di
quello, noi stabiliamo per ciò stesso la necessità della loro connessione.
EÉ=si non sono che una cosa sola considerata sotto due aspetti, onde l’
universalità assoluta del loro legame. Le proposizioni che esprimono
quest'ultimo, comunque in fondo ipotetiche in quanto aftermano soltanto che
data l'esistenza della prima idea ne consegue l’esistenza dell'altra, non sono
passibili di dubbi, di limiti, o di restrizioni. E qual'è l’ essenza delle
leggi scientifiche che formano l'oggetto delle scienze sperimentali? qual'è la
ragione dei rapporti esistenti tra le cose e tra le corrispondenti idee del
nostro spirito ? La ragione di ogni legge è riposta in quel qualcosa che
essendo comune ad entrambi i dati (intermediario esplicativo di Taine), forma
il loro legame vero ed essenziale. Tale intermediario o mezzo termine esplicativo
in qualunque modo si presenti, semplice o multiplo composto alla sua volta
d’intermezzi successivi o simultanei, di mezzi termini differenti o d-llo
stesso mezzo termine ripetuto con elementi dissimili, sì mostra sempre come
carattere o insieme di caratteri più generali (e considerati separatamente)
racchiusi nel primo elemento della coppia detta legge. S'intende che i detti
caratteri sono separabili coi nostri processi ordinari di isolamento e d'
estrazione Allo stesso modo che nelle scienze costruttive, ogni teorema
enunciante una legge è una proposizione analitica; e dei due dati collegati
insieme, il secondo è in rapporto col primo in modo oscuro o chiaro, diretto o
indiretto per mezzo di un terzo dato detto ragione, o mezzo termine esplicativo
che contenuto nel primo elemento, contiene esso stesso una serie d’intermediari
racchiusi gli uni negli altri; per modo che se si cerca la ragione ultima della
legge, il perchè ultimo dopo di che la dimostrazione è completa, si trova che
esso si riduce ad un carattere compreso nella determinazione dei fattori o
elementi primitivi, il cuì insieme forma il primo dato della legge, così in
ogni legge sperimentale il primo dato è, come a dire, un contenente più grande
che attraverso una serie di contenenti sempre più piccoli racchiude come
contenuto ultimo il secondo dato. Va notato però che nella legge sperimentale
non basta, come nel teorema matematico, metter la mano ogni volta sul
contenente per trovar ciò che si cerca (intermezzo esplicativo), ma è necessario
uscir fuori dal proprio spirito e andare a ricercare il detto intermedio nella
natura e trarnelo fuori a furia di reiterati esperimenti ed induzioni. Anche le
scienze sperimentali a forza di generalizzare arrivano a formulare delle leggi
fondamentali che fanno riscontro agli assiomi delle scienze deduttive, ma vi è
questa ditferenza che nelle ultime gli assiomi essendo ottenuti per
costruzione, possono, mediante l’ analisi, sempre essere ridotti a qualcosa di
più semplice e di più generale fino ad arrivare al principio d'identità che è
la loro sorgente comune, mentrechè nelle prime, essendo le luggi fondamentali
ottenute per mezzo dell'induzione, non si può risalire più in alto che col
seguire un metodo analogo, fino ad arrivare anche per questa via ad un assioma
ultimo o principio supremo; cosa che potrà verificarsi solo in un avvenire più
o meno lontano. Tanto nelle scienze di esperienza quanto in quelle di
costruzione l' intermediario esplicativo e dimostrativo è un carattere o un
insieme di caratteri differenti o simili inerenti agli elementi del fatto
complesso. Qualunque siano le proprietà di questo, è sempre sulle particolarità
dei suoi fattori.che devono vertere le nostre osservazioni e congetture. È
chiaro pertanto che ogni nostro sforzo deve tendere a trovare gli elementi
generatori di ogni fatto, per poterne considerare i loro caratteri e dedurre da
questi le proprietà di ciò che ne risulta. Ed anche per risolvere le questioni
di origine occorre andare in traccia del mezzo termine esplicativo e dimostrativo,
in quanto la maniera di riunirsi degli elementi ha anche la sua ragione di
essere. Quella non è che un risultato e trattandosi di un fatto storico,
racchiude un elemento dippiù, cioè l'influenza del momento storico, ovvero
delle circostanze e dello stato antecedente.. Si domanda: Vi è una legge
universale e d'ordine superiore che, per così dire, regola ogni altra legge?
Dopo tutto quello che precede, la risposta non può esser dubbia: essa esiste ed
è il principio d'identità che non è un semplice prodotto della struttura del
nostro spirito, ma è valido in sè, avendo il suo fondamento nelle cose:
proseguita l'analisi fino all'estremo limite, si trova che il composto
(effetto) non è che l'insieme dei suoi elementi ultimi disposti in un dato
modo, onde è evidente che ogni efficacia ed attività appartiene ai detti
elementi o alla loro disposizione. Il detto principio può ricevere i nomi di
principio di ragione esplicativa (ragione sufficiente) e di causalità a seconda
che si considera come principio e regolatore supremo della conoscenza ovvero
della realtà. Ammesso (e non si può non ammetterlo, perchè equivarrebbe a
negare il principio d'identità) che la presenza delle condizioni genetiche di
un dato fatto trae seco il fatto stesso, è chiaro che ogni alterazione, nel
fatto presuppone un mutamento nelle condizioni: di qui il principio che ogni
evento ha una causa, la quale è alla sua volta un altro evento. Tale è il modo
di concepire la natura delle leggi in genere da parte di quei filosofi che non
essendo disposti ad accordare alcun potere originario, alcuna spontaneità
all’intelligenza umana, fanno coincidere la realtà coll’intelligenza, l'essere
col pensiero, in modo che il principio d’ identità figura come il principio
supremo della conoscenza e dell'’esistenza. Ora, si domanda: Tale veduta
intellettualistica è atta a soddisfarci in modo completo? Nel caso negativo,
dove è manchevole e per che via si può rimediare al suo difetto?
(l’intellettualisti considerando Je leggi come nessi di caratteri o proprietà comuni
ad oggetti molteplici, ai quali nessi corrispondono poi nello spirito coppie di
idee generali, mostrano di attribuire maggior valore alle astrazioni che alla
realtà concreta : e infatti essì a più riprese ripetono che i caratteri comuni,
e quindi astratti, costituiscono ciò che vi ha di più stabile e di più solido
nelle cose: ciò mostra che essi confondono l’universale coll’ astratto.
L'universale è per sna natura obbiettivo in quanto la validità obbiettiva di un
determinato contenuto della coscienza è data dal fatto che esso si rivela
identico a qualsivoglia coscienza simile; ed è per mezzo dell’evidenza della
percezione o del pensiero che l’universale si stabilisce. L'universale riguarda
la forma, non il contenuto delle idee e dei giudizi, il quale riducendosi ad un
complesso di proprietà, esistenti solo nella mente del soggetto per mezzo delle
nozioni corrispondenti, figura effettivamente come qualcosa d’astratto. Dal che
consegue che trovare il carattere ola proprietà comune ad una serie di oggetti
non equivale ad acquistare cognizione perfetta della natura stesa degli
oggetti, come classificare le cose non equivale a determinare le leggi che le
regolano. Se noi in seguito alla comparazione di molti caratteri e di molte
nozioni riusciamo a significare con un'espressione astratta ciò che essi
presentano di comune, non possiano dire di aver formato con ciò un nuovo
concetto nello stretto. senso della parola. Per mezzo della comparazione delle
leggi naturali fra loro e dell’astrazione logica di ciò che esse offrono di
comune, noi non scovriamo nessuna legge naturale nuova, ma abbiamo
semplicemente un nuovo nome generico, un segno mnemonico riassuntivo delle
leggi che noi già per altra via conoscevamo. Pertanto va distinta la
interpretazione induttiva dei fenomeni dalla generalizzazione della
interpretazione stessa; e la definizione data dal Mill e dai suoi seguaci
dell'induzione, che questa si riduca ad un processo per cui sì conchiude da ciò
he è vero di alcuni individui di una classe ciò che è vero di tutta intera la
classe, o da ciò che avviene in un dato tempo ciò che avviene sotto circostanze
eguali in tutti i tempi, non può non rivelarsi assolutamente insufficiente. Il
metodo induttivo nelle sue varie forme si fonda da una parte sul principio di
ragione sufficiente che sarebbe vero ancorchè nella natura non sì presentassero
neanche due casi eguali, e dall’altra sul principio dell’eguaglianza della
causalità o dell’uniformità della natura che, come il primo, da una parte
esprime un'esigenza del nostro pensiero e dall’altra nn dato di fatto fornito
dall'esperienza; dato di fatto che non sarebbe mai stato constatato se la
natura propria del nostro pensiero non avesse per tale via indirizzato il
processo sperimentale. I caratteri comuni e le idee generali corrispondenti non
possono dunque costituire la struttura della realtà, giusta l’atfermazione
‘egli intellettualisti. Già i caratteri o proprietà comuni e le idee generali
vanno profondamente differenziate tra loro; i primi riguardano il contenuto
delle nostre rappresentazioni e sono null'altro che astrazioni del nostro
spirito: le altre non sono che dei giudizi potenziali e quindi implicano in sè
le leggi, anzi sono le leggi espresse e riassunte in un segno o simbolo che è
la parola. Il nome significativo pertanto lungi dall’essere un semplice
prodotto l'associazione tra date rappresentazioni e moti corrispondenti
(associazione che non si saprebbe dire come e perchè nata) è un prodotto della
collettività, i cui membri sono legati tra loro dai vincoli della simpatia e
dell'attività comune. Le prime parole espressero atti compiuti în società, e 1
primi nomi i prodotti di detti atti quali furono percepitt e rappresentati dai
vari individui. Onde consegue che le parole non sono da considerare quali
semplici SEGNI O SEMBOLI d’associazioni di rappresentazioni, ma bensi come
SEGNI O SIMBOLI del modo di prodursi di una data cosa, delle maniere di operare
di una data forma di attività; è chiaro quindi il nesso esistente tra concetto,
legge e parola: il primo è una legge o giudizio potenziale in quanto è il
centro delle relazioni che congiungono una data cosa colle altre che agiscono
su di essa, la seconda è il concetto esplicato in forma di giudizio e la parola
il simbolo esterno del concetto e insieme della legge. E qui giova notare che
al di fuori della mente che concepisce e ragiona non è lecito parlare nè di
proprietà, nè di loro legami: è nel soggetto che hanno la loro radice questi
fatti. Nell’unità della nostra coscienza noi abbiamo il tipo e il presupposto di
ogni unità empirica, sia questa dell'universo nella sua totalità, sia di una
cosa singola. Ogni forma particolare di esperienza, ogni legge dei fenomeni
porta in sè l'impronta della natura sintetica del nostro pensiero. A parlare
propriamente le leggi della natura esistono soltanto per la ragione che pensa
la natura stessa. É la ragione che per prima riduce la stabilità e l'uniformità
dei fenomeni a premesse generali e quindi a leggi da cui conseguono ì tatti
singoli. Parlare di leggi naturali al di fuori. dell’intalletto equivale a
cadere in un antropomorfismo logico che non è meno irrazionale di quello
teleologico. Certamente il concetto dell’universalità delle leggi naturali é
occasionato e rafforzato dall'esperienza in quanto senza il corso regolare dei fatti
constatabile empiricamente non sarebbe stato mai possibile applicare la nozione
di legge alla natura e la ragione sarebbe rimasta una potenza vuota, ignota a
sè stessa; ma d'altra parte la medesima nozione di legge non sarebbe mai potuta
provenire dalla semplice osservazione esterna, giacchè la natura accanto aì
fatti succedentisi regolarmente ne presenta di quelli che in apparenza non
seguono nel loro accadere alcuna regola. La nozione di legge è un portato del
riflettersi del nostro stesso pensiero, applicato di poi alla natura. Gli
antichi infatti chiamavano /ogos della natura ciò che noi diciamo legge. E per
convincersi come la struttura della realtà quale viene presentata dalla
scienza, sia una elaborazione del nostro spirito, basta pensare che a seconda
del predominio che in un'età viene assegnato ad una facoltà psichica piuttosto
che ad un'altra, si ha un concetto diverso del corso naturele dei fatti e della
costituzione intima della realtà. A ciò si aggiunga che noi in fondo in fondo
scovriamo nella natura quelle leggi che in certa guisa vi abbiamo poste: nelle
interpretazioni scientifiche le leggi da principio assumono la forma di
anticipazioni che vengono soltanto appoggiate dai fatti piuttosto che esserne
addirittura derivate o, come si dice, estratte. La percezione non ci mostra mai
casi perfettamente eguali e noi passiamo dall'esperienza sensibile a quella
intellettuale, riducendo eguali i casì col pensiero e coll’esperimento allo
scopo di trovare una conferma ai postulati logici riflettenti l'universalità
delle leggi regolanti il corso dei fatti, e l'uniformità della natura. Un altro
errore della concezione intellettualistica è quello ‘diaver fatt o delle leggi
tante ipostasi. Gl’intellettualisti, infatti, presentano le leggi come premesse
a cui, a guisa di conclusione, sono subordinati i fatti particolari, dando a
quelle più o meno celatamente una sussistenza, ed una priorità rispetto ai
fenomeni che assolutamente non hanno. Quando si dice che il rapporto di
causalità si riduce alla proprietà che ha un carattere di essere preceduto,
accom pagnato o seguito da un altro, in fondo si atterma appunto che una legge
esistente per sè possa dominare e regolare le cose. L’ espressione differente
non deve porre ostacolo alla giusta valutazione delle cose, giacchè dire che un
carattere è fornito della proprietà di essere in un dato rapporto con un altro
carattere equivale a dire che la legge determina il corso dei fatti.
Soggiungiamo che per quel che concerne i rapporti delle cose, l’azione
reciproca che e=se esercitano tra loro (dati di fatto innegabili), o noi ci
contentiamo di constatarli semplicemente, di descriverli e allora non è lecito
parlare d’ interpretazione dei fatti, giacchè in tal caso l’esigenza propria
del pensiero d’indagare il perchè delle cose rimane insoddisfatta, ovvero si
procede alla ricerca delle cause ed allora la semplice constatazione del modo
di operare delle cose si rivela insufficiente ed occorre trovare un nuovo
termine in cui sia riposta la ragione del detto modo d’agire. E chiaro poi che
la concezione intellettualistica presentandoci la realtà come un mosaico di
caratteri e proprietà comuni cuì l'intelligenza sì deve contentare di
riprodurre e di descrivere, è nell'assoluta impossibilità di spiegare il
cangiamento, il divenire, il moto delle cose e l’azione che queste
reciprocamente esercitano fra loro : è vero che parecchi di talì filosofi
negano l'esistenza di questi fatti o li dichiarano prodotti illusori della
mente, errori di prospettiva mentale ; ma chi vorrà appagarsi di simili
affermazioni sfornite come sono di qualsiasi fondamento ? Inoltre tali filosofi
che, come si è visto, dànno un'importanza ed un valore speciale ai caratteri
astratti, non dicono donde verrebbe a questi la proprietà di presentarsi
moltiplicati e ripetuti nei fatti particolari. Se si vuol negare loro qualsiasì
attività, se non si vogliono essi considerare come energie, e ciò facendo, si
ritornerebbe a qualcosa di simile alle idee platoniche, non è giocoforza
confessare che una simile struttura della realtà, non ci spiega la realtà
stessa? Le interpretazioni scientifiche, affinchè siano esatte, devono essere
contrassegnate dalle note dell’universalità e della necessità; ora
l’universale, non l’'astratto, in tanto ci può dar ragione del particolare in
quanto contiene le condizioni genetiche dei reali (es.: l'attività rispetto
agli atti singolì); l’astratto invece può essere un indizio, una manifestazione
dell’universale, ma non mai la stessa cosa di questo. I filosofi
intellettualisti per dar ragione dei rapporti delle cose espressi nelle leggi
non hanno saputo far di meglio che ridurre queste a giudizi analitici o
d'identità più o meno manifesti; in tanto il secondo termine della coppia
legge, essi hanno detto, è connesso col primo, in quanto più o meno direttamente,
più o meno implicitamente vi è contenuto. Allo stesso modo che la realtà non fa
che ripetersi continuamente esplicando in una data forma ciò che era implicito
in una forma antecedente, così le leggi non fanno per cosi dire, che distendere
ciò che era involuto in uno dei caratteri del primo termine della legge. È ciò
ammissibile ? Noi sappiamo che i rapporti fondamentali che possono intercedere
tra i concetti sono due, quello di identità e quello di dipendenza (spaziale,
temporale, condizionale): ora essi sono irriducibili l’uno all’altro e se a
taluni logici è sembrato facile riguardare la dipendenza come un'espressione
diversa dell’identità, ciò è avvenuto perchè in virtù di una interpretazione
speciale data alle formole matematiche e logiche si sono considerati come
equivalenti i rapporti d'identità e di dipendenza: ma è chiaro che il mutamento
di una espressione simbolica quale A F (funzione) B in A f B non può avere la
virtù di rendere identici i concetti di A e B. Nella seconda formola il simbolo
della funzione cela il rapporto di dipendenza. Non è lecito considerare il
rapporto di dipendenza intercedente tra A e B come equivalente all'affermazione
di una identità parziale di A e B, giacchè il simbolo dell’eguaglianza in tal
caso piuttosto che voler significare che una parte di A coincide con B vuol
dire che una parte dei casi in cui A si presenta è uguale all'insieme dei casi
in cui si presenta B. Ciò che noi effettivamente poniamo come parzialmente
eguali non sono A e B, ma i casì del loro apparire. Ed ogni eguaglianza
matematica che pone come identiche due relazioni funzionali è valida soltanto
sotto la condizione di un analoga interpretazione logica. È solamente
l’attività sintetica del nostro pensiero che può generare in noi le convizione
della verità della tesi che gli angoli di un triangolo equilatero sono eguali e
che due grandezze eguali ad una terza sono eguali tra loro: in tutti questi
rapporti noi abbiamo a che fare con dati irriducibili ad identità, sia questa
parziale che totale: l'eguaglianza degli angoli di un triangolo è la condizione
dell’eguaglianza dei lati, ma si può dire che i due fatti siano identici? Il
giudizio condizionale o ipotetico Se À è B è , può indicare una dipendenza
unilaterale, onde può venire espresso in termini di sussunzione – cf. Grice,
reductive/reducctionist -- e d'identità parziale; tutti i casì in cui À si
presenta sono eguali ad alcuni dei casi in cui B sì presenta : come può
indicare nna dipendenza reciproca ed in tal caso il suddetto. giudizio condizionale
può essere trasformato in un giudizio d'identità totale del seguente tenore:
tutti i casì in cui A si presenta sono eguali a tutti i casi in cui si presenta
B : dal che si desume che tutt’ e due le volte non si tratta dell’ identità
propriamente di A e B, ma bensi dell'identità dei casi del loro presentarsi.
Appenachè A e B sitoccano nello spazio, nel tempo o nel nostro intendimento è
lecito affermare che il loro apparire coincide, con che sì esprime soltanto la
dipendenza nella sua forma locale, temporale o condizionale. La dipendenza
lungi dall’essere distrutta, ha assunto un’atra forma. D'altra parte il
giudizio d'identità parziale A è una parte di B si può trasformare nel giudizio
ipotetico Se A è questo è B come quello d’ identità totale Ax-B nell’ipotetico
Se A è, questo è Be se Bè questo è A: in entrambi i casì l'identità espressa
già nel collegamento dei due membri del giudizio di identità, è passata nel
conseguente del giudizio ipotetico, nel quale il soggetto è sostitituito dal
pronome dimostrativo. L'identità parziale diviene così una semplice sussunzione
e quella totale una sussunzione doppia, che è poi equivalente nel fatto. In
ciascuna comparazione di A e di B l'esistenza di questi è già presupposta e
mediante la trasformazione del giudizio d’idenità in giudizio condizionale ciò
che era sottinteso viene messo in evidenza: invero a fianco ad ogni identità è
da ammettere il pensiero implicito di una condizione come a fianco ad ogni
condizionalità un'identità totale o parziale. Nell’un caso è l’esistenza o la
posizione dei concetti sottintesa come condizione del loro rapporto, mentre
nell'altro ad ogni rapporto di condizionalità -corrisponde la frequenza della
coesistenza dei dati condizionantisì, frequenza che può essere significata
soltanto con un giudizio d'identità totale o parziale Una delle caratteristiche
principali della concezione intellettualistica è data dalla maniera con cui
essa dà ragione delle leggi normative e quindi delle costruzioni ideali che ne
sono l’espressione. Noi conosciamo perfettamente per che via siè giunti a
all’enunciazione delle principali leggi normative logiche, estetiche e morali e
in base a ciò possiamo affermare con tutta sicurezza che come esce non ebbero
la loro radice nell'adattamento dell’intelligenza,del senso estetico e della
volontà a determinati rapporti esteriori, cosi non furono prodotte dalla
semplice combinazione e costruzione di elementi ricavati dal di fuori; tanto è
cio vero che i fatti esterni sono giudicati alla stregua delle dette norme, le
quali quindi devono essere considerate come aventi un’ esistenza propria
indipendente. D'altra parte i principii della Logica, dell’ Estetica e
dell’Etica non sono innati, ma vengono appresi, e richiedono uno sforzo per
esser seguiti e ciò perchè essi non sono l’espressione di leggi naturali dello
spirito, come sarà più am. piamente svolto in seguito, ma di leggi normative. E
lo stesso va detto delle nozioni fondamentali della matematica, la quale ha
questo di comune colle scienze normative, che non ha per oggetto ciò che è, ma
ciò che ha da essere, che quindi può o deve essere: così il concetto della
retta è un prodotto puro dell’attività del nostro pensiero che invece di esser
derivato da molteplici rappresentazioni particolari, serve come norma per
valutare le intuizioni sensibili. Gl'ideali di qualunque genere siano, a
qualsivoglia dominio appartengano, non vanno considerati quali estratti dalla
realtà, giacchè servono all'opposto per misurare, regolare, apprezzare questa.
Per formarsi un chiaro concetto della natura delle leggi normative o
precettive, giova tener presenti i caratteri che contradistinguono le regole
estetiche, in cui salta dippiù agli occhi da una parte la differenza esistente
tra le leggi naturali e le precettive in genere, e dall'altra quella esistente
tra le precettive ricavate da un complesso di fatti (regole dietetiche,
igieniche, ecc.), e le leggi che hanno la loro origine in una determinazione
primitiva della volontà e dell’emotività dell'anima umana. Una regola estetica
ancorchè ricavata, mediante l’astrazione, da tutte le opere artistiche
esistenti non è valida in modo incondizionato : un’opera sola che si mostri
felicemente superiore ai dettami della detta regola può limitare il valore di
questa: non è il numero di date produzioni artistiche, non è la frequenza con
cui esse si presentano che le rende belle : ogni opera artistica porta con sè
la regola, la stregua con cuì deve essere giudicata. Sicchè ogni valutazione
estetica presuppone qualcos'altro che non siano le regole astratte, e questo
qualcosa è il gusto estetico (che corrisponde al senso morale nella valutazione
morale). Se non che non bisogna credere che l'opera d’arte vada giudicata alla
stregua pura e semplice del gusto individuale, il quale per contrario
dev'essere basato sulle norme richieste dalla natura propria di una data
produzione artistica, natura propria che non è in rapporto coll’attività
spirituale di questo o quell'individuo, ma dell’uomo in genere. Il gusto
estetico non è la fonte, ma l'indice della bellezza, la quale emerge dalla
concordanza dell’opera d’arte coll’ideale estetico, che, come tutti gl'ideali,
è un prodotto della collettività e varia al variare delle circostanze. . Der
wahre Kunstrichter , diceva Lessing, folgert keine Regeln aus seinem Geschmack,
sondern hat seinen Geschmack nach den Regeln gebildet, welche die Natur der
Sache fordert . Ogni creazione artistica, come ogni prodotto spirituale è un
fatto originale che va considerato per sè e che in opposizione all’uniformità
del corso della natura ha motivi e fini propri. Ond'è che essa non può essere
valutata in modo giusto che rapportandosi ai detti motivi e fini. Sicché il
giudizio estetico come quello morale non può limitarsi a considerare
semplicemente il prodotto spirituale opera d'arte o azione morale , ma deve
tenere il dovuto conto della natura propria dello spirito umano, delle sue
tendenze ed esigenze. La valutazione estetica e morale non può essere fondata
soltanto sugli effetti degli atti spirituali, ma segnatamente sulle
determinazioni primitive della volontà e dell'emotività che diedero loro
origine. E qui occorre fare un'altra osservazione della più alta importanza. Se
i risultati delle costruzioni compiute dalle scienze che hanno per obbietto il
possibile, possono essere presentate in forma di giudizi, nel cui soggetto è
già implicito il predicato, si può sempre domandare, a quali esigenze risponda
(e con quali norme e criteri) la formazione originaria di tali costruzioni
ideali, quali appaiono nel soggetto dei sumentovati giudizi. Se il principio
d'identità può essere valido a farci scomporre sussecutivamente e
secondariamente ciò che è già composto, non può mai valere a darci la chiave
per intendere la costruzione degl'ideali, per spiegare i processi sintetici
primitivi. Per convincersi della differenza esistente tra i prodotti della
conoscenza e le costruzioni ideali basta riflettere che mentre ì primi sono
veri o falsi, reali o non reali, le altre sono rispondenti o pur no ad un dato
scopo, onde includono un apprezzamento, possibile soltanto col riferirsi ad un
ideale che funge da pietra di paragone. Si dicono vere o false bensi anche le
costruzioni matematiche, come d'altra parte le costruzioni logiche, ma la
verità o falsità in tal caso non sta a significare la rispondenza di un dato processo
mentale a qualche cosa di già esistente come accade nella conoscenza della
realtà, ma esprime la rispondenza di una data costruzione alle norme generali
del pensiero. La caratteristica della concezione animistica è riposta nella
tendenza a penetrare nel cuore delle cose: mentre la concezione
intellettualistica nella sua forma più diftusa si arrestava alla
classificazione degli obbietti, andando in traccia del carattere generale,
astratto e comune a più individui, mentre essa quindi cercava di presentare
delle ‘ormule, degli schemi in cui potessero essere compresi molteplici fatti
concreti, mentre faceva giungere la sua analisi tanto in alto da arrivare al
principio d'identità, senza curarsi della genesi dei fatti diversificati e
particolari, mentre essa poneva all'origine delle cose l’ universale senza
darsi pensiero del principio del movimento, mentre insomma essa si contentava
di catalogare la realtà, la concezione animistica ha l'intento di esaminare i
vari presupposti delle nozioni tanto adoperate nella scienza, di legge, di
rapporto, di necessità, ecc. ha di mira di non fermarsi alla considerazione
della superficie delle cose, ma dì spingere lo sguardo nella loro interiorità
per arrivare alla conchiusione che le leggi sono niente altro che determinazioni
di questa. Nel linguaggio ordinario, quando si vuol dar ragione di una cosa se
ne formula la legge, mostrando di considerare questa come una potenza, una
forza, la quale posta al di fuori o tra le cose costringa queste ultime a
presentarsi in un dato modo; ora nulla di più falso; come possono le leggi,
come può qualsiasi forma di necessità atta a regolare il corso delle cose,
esistere per sè ? Niente è concepibile al di fuori o tra gli esseri, non una
forza costruttrice, non una potenza ordinatrice antecedente o staccata dalle
cose da ordinare. Si crede di poter dar ragione delle azioni che le cose
esercitano tra loro, considerandole coie effetti di determinate proprietà
esprimenti la loro natura, colla cooperazione di determinate circostanze: ma,
se ben si riflette, vi è ragione a convincersi che vuoi il rapporto reciproco
delle cose, vuoi gli effetti particolari che in ogni singolo caso sì notano in
seguito alla coincidenza di varie cause rimangono misteri inesplicabili senza
la presnpposizione di un potere sostanzialmente unico, il quale in luogo di una
legge o formula (che, si noti, non può non essere inattiva data l’impossibilità
di spiegare la maniera in cui agisce sui fatti ad essa sottoposti e da essa
regolati), colleghi le varie cose in modo che la modificazione di una possa
riflettersi sulle altre. L'attività unica del principio supremo, fondo dell’
universo, svolgentesi in maniere e con tendenze determinate, dà ragione della
corrispondenza e delle molteplici relazioni esistenti tra le cose. L'unità
della vita del Tutto spiega il nesso delle sue varie parti costitutive. I fatti
reali e le leggi che non sono separabili tra loro, essendo la medesima cosa
considerata sotto due punti di vista, non sono chè determinazioni interiori,
momenti dalla vita universale. Non è più a parlare quindi di necessità
estrinseca alle cose, ma bensi di spontaneità interiore, non di leggi
costrittive, o di rapporti o di legami congiungenti le cose, esistenti per sè,
ma bensi di modi di operare o di processi aventi origine nell’interiorità del
Tutto. Non si tratta più di moti o di urti trasmessi dall'esterno, ma
d’impulsi, di tendenze interne, di forme dell’attività interiore. Per formarsi
un chiaro concetto della veduta animistica, giova tener presente che essa non
fa distinzione tra leggi fisichè è leggi precettive o normative, riguardando le
prime come riducibili alle ultime. Allo stesso modo chele leggi regolanti i
rapporti sociali, dicono gli animisti, non vanno considerate come esistenti in
modo indipendente, al di fuori o tra gli uomini, come potenze atte a
costringere e a guidare questi in date maniere, ma cone esistenti solo nella
coscienza degl’ individui, come aventi valore e forza solo per mezzo degli atti
degli esseri umani, così le leggi naturali vanno risguardate quali particolari
direzioni della vita interiore dell’universo. In entrambi i casì le leggi sì
riducono all’ indirizzo assunto in modo concorde dall'attività dei vari esseri,
indirizzo che all'osservazione esterna e posteriore appare come effetto di un
potere superiore regolante estrinsecamente i fatti singoli. A convincersi della
necessità di riguardare le leggi in genere quali determinazioni o forme dell’
attività interiore degli esseri, è bene (sempre secondo i fautori della
concezione auimistica) tenere a mente che ogni specie di rapporto in tanto
realmente esiste in quanto ha radice nell'unità della coscienza che l’apprende,
o meglio, che lo stabilisce, formu landolo, la quale coscienza passando appunto
da un termine all’altro li abbraccia insieme entrambi, e li congiunge
intimamente colla sua attività sintetizzatrice : onde consegue che ogni
ordinamento, ogni disposizione, ogni legge che noi poniamo nelle cose
indipendentemente dalla nostra conoscenza, non ha la sua origine e base che
nell’ Unità del Reale, che tutte cose comprende, e che per tale via si presenta
come il vero mezzo termine esplicativo di tutte lc leggi, di tutti i rapporti e
legami esistenti nell'universo. Come nell'anima individuale la relazione
reciproca dei vari stati interni dipende dalla base comune in cui tutti hanno
la loro radice, cosi l’' azione reciproca delle cose è fondata sulla loro
comune natura : ciò che fa e produce ogni singolo elemento non lo fa e produce
in quanto è questo e non altro, in quanto é formato così è non diversamente, in
quanto è fornito di queste note e proprietà e non di altre, ma in quanto è
parvenza, simbolo, espressione dell’ Uno-Tutto. Ogni forza e attitudine ad
agire emerge non da determinate proprietà delle cose che non si sa donde
provengano e su che poggino, ma dal fondo interno che per loro mezzo si
manifesta, 1’ intima verità, ragionevolezza e salda struttura del Reale, si
esprime nella concatenazione, nella coerenza e costanza dei fenomeni richiesta
dal significato che la serie fenomenica ha appunto come momento della vita
interiore universale. E molti di quegli assiomi, di quei giudizi universali
reputati per sè evidenti, lungi dall’ essere delle necessità del pensiero,
lungi dall'essere fondati sull'intima organizzazione dello spirito, sono un
prodotto dell’ esperienza, la quale col presentare in modo costante dati
rapporti finisce coll’ ingenerare nella mente la convinzione che si tratti di
rapporti logici: così il principio dell’indistruttibilità della materia sì
crede a torto fondato sulla categoria mentale della permanenza della sostanza.
I dati dell'esperienza però stanno ad indicare le particolari direzioni in
cuil’attività dell’Uno-Tutto tende a svolgersi per rispondere alle esigenze
inerenti alla sua natura. E chi crede di poter stabilire le leggi regolanti il
corso dei fatti naturali, basandosi esclusivamente sull a imperfetta cognizione
del finito, senza considerare questo quale espressione della Realtà universale,
somiglia a colui che volesse formare una teoria dei movimenti delle ombre,
facendo astrazione dal moto dei torpi, da cui quelle son proiettate. Se gli
animisti. pongono l’esseuza della legge in genere nel diverso modo di
determinarsi dell’attività interiore del Tutto nei suoi vari momenti, non è a
oredere che essi intendano di affermare che le leggi singole quali vengono
formulate ed enunciate dalle scienze particolari vadano senz'altro considerate
come espressioni complete, esclusive ed immediate dell’interiorità dell’
Uno-Tutto. È da tenere a mente che le le leggi generali, le classificazioni,
gli schemi della scienza se servono come mezzi di riproduzione e di richiamo
delle cose concrete, non valgono ad esaurire la natura del reale, tanto è ciò
vero che a seconda del vario punto di vista degli scienziati, un medesimo gruppo
di fenomeni può dar origine a leggi ed a classificazioni di ordine diverso.
Nessuna delle forme e delle leggi presentate dalla scienza può essere
considerata come perfettamente corrispondente al reale ordinamento delle cose,
le quali si rivelano come una totalità atta ad essere rappresentata nei modi
più diversi a seconda del punto di vista da cui la si considera. Spetta alla
filosofia di riguardare l'insieme valendosi delle vedute parziali offerte dalle
scienze particolari. (1) Secondo una delle forme della concezione animistica,
le leggi in genere vanno considerate come funzioni dei principii reali ed
insieme come norme, come tipi, come modelli a cui i fenomeni tendono a
conformarsi; beninteso che tali norme non sono al di- fuori, ma immanenti nei
reali stessi. In altri termini ogni cosa deve avere un dato ufficio, deve
rispondere ad una data esigenza nel sistema universale, deve essere in un dato
rapporto col Tutto : ora CITAZIONE IN TEDESCO DA SARLO: DER WANDERER, der einen
Berg umgeht,, nota molto 2a propoSito il Lotze (Microcosmus, dritt. b. 217), “
sieht, wenn er wiederholt vor-und zuciick, auf-und abwirts gcht, eine Anzahl
verschiedener Profile des Berges in voraussagbarer Ordnung wiederkehren. Keines
von ihnen ist die wahre Gestalt des Berges, aber alle sind giltige Projectionen
derselben. Die wahre Gestalt selbst aber wilrde eben so wie alle jene
scheinbaren, in irgend einer Lagerung aller seiner Punkte zu einander bestehen.
Diese eigene Gestalt, der wirkliche innere Zusammenhang der Dinge lisst sich
vielleicht auch finden, und gewiss wirrde man dieses wahre objective Gesetz der
Wirklichkeit allen abgeleiteten und nur giltigen Ausdriicken desselben
vorziehen. .in questo legame dell’elemento singolo del Tutto consiste appunto
la legge, la quale considerata per sè assume la forma di una regola astratta e
quindi di qualcosa di universale, di eterno, d'immutabile, capace d'avere
un'attuazione ed una concretizzazione più o meno complete (1). Di leggi o di
forme se ne possono poi distinguere tre diversi gruppi: 1° quelle che hanno la
loro piena ed Teichmiiller, Philosophie u. Daricinismus, Dopart. Qu sorge
spontaneo un quesito della più alta importanza : le leggi o norme considerate
nella loro universalità hanno la prima origine nell’ intelligenza umana, ovvero
presuprongono un’altra intelligenza d’ordine superiore ? Se le leggi sono un
prodotto dell’ intelligenza umana, non si vede come possano essere considerate
quali norme, tipi, modelli a cui i fatti particolari e concreti tendano a
conformarsi. D'altronde se la legge vien considerata obbiettivamente come una
funzione del reale, non può essere più riguardata come norma o tipo, a meno che
non si vogliano identificare tutti i reali collo spirito umano quale si
presenta in un grado avanzato di svolgimento, quando cioè ha acquistato
l’attitudine ad operare secondo principii o rappresentazioni di leggi. Non si
vede poi come le leggi normative concepite quali funzioni, quali disposizioni
specifiche, possano essere considerate modelli o tipi dei fatti reali. Un fatto
può essere modello rispetto ad un altro fatto, ma non lo può mai una funzione o
un’esigenza che in tanto è reale in quanto è in azione, in quanto riceve la sua
completa esplicazione dal concorso di svariati fattori. Eppoi come si fa a
conciliare l’assolutezza, l’eternità, l’ immobilità delle leggi normative col
fatto che esse vengono riguardate quali modelli atti ad avere un’attuazione più
o meno completa? La concretizzazione di un tipo, la realizzazione di un ideale
racchiude necessariamente un processo reale nel tempo, tanto più se si
considera la norma, il tipo come un’esigenza immanente nella realtà concreta;
diversamente bisognerà ammettere la disgiunzione dell’ idea dal fatto: concetto
codesto che implica una quantità di problemi insolubili: p. es. l’idea come,
dove e perchè esiste disgiunta dall’esistenza concreta ? Il fatto è che le
leggi nel loro significato reale sono funzioni dei reali e come tali non avendo
alcuna esistenza separata da questi, non sono modelli o norme determinanti i
fenomeni: è solamente il pensiero umano che riesce a separarli dall’esistenza e
a riguardarli per sè come elementi intelligibili e quindi nenessari,
universali, eterni (su) specie aeternitatis) della realtà, assoluta attuazione
nei fenomeni (leggi fisiche e chimiche), perchè non sono che funzioni semplici
dei reali; 2° quelle che si presentano solo come regole che non hanno
un'applicazione necessaria (leggi biologiche, etiche, ecc.), in quanto
presuppongono la co-operazione di molteplici reali determinantisi vicendevolmente
in svariate funzioni rispondenti ad uno scopo in rapporto alla loro dipendenza
da un principio unico, centro della sintesi; 3° quelle forme della realtà che
d'ordinario si chiamano accidentali risultanti dalla cooperazione. di
molteplici fattori non sottoposti però ad alcuna regola o norma. Onde sì hanno
forme necessarie, normative ed accidentali. Da tuttociò consegue che la legge
presupponendo l’azione reciproca dei reali, presuppone per ciò stesso il loro
nesso, la loro unità reale che è concepibile soltanto come sistema, e quindi
come coordinazione di elementi diversi in vista del conseguimento di un fine
unico. Accennavamo già disopra al modo di considerare il rapporto esistente tra
leggi naturali e normative da parte degli animisti: giova ora insistere su ciò,
notando che il modo di concepire l'essenza della legge in genere ha spesso il
suo riflesso nella maniera di valutare la differenza esistente tra ì vari
ordini di leggi. La concezione animistica pone su una stesssa linea le leggi
fisiche e quelle morali o precettive dando ad entrambe uno stesso valore. Il
rapporto di causalità (sempre secondo tali filosofi) è il fondamento delle
regole pratiche nella Morale, nel Dritto, come lo è delle leggi sperimentali:
rapporto di causalità che nelle sue modalità sta ad esprimere la natura propria
delle cose. Le leggi non devi rubare; non devi mentire (leggi morali): ovvero:
chi ruba, chi mentisce è punito (leggi giuridiche) poggiano sul seguente
rapporto causale che non differisce in nulla da qualsiasi legge naturale : il
rubare, IL MENTIRE, ecc. RENDONO IMPOSSIBILE LA CONVIVENZA SOCIALE E CIVILE
[argomentazione trascendentale debole]. Si dice d’ordinario che le leggi
precettive o normative a differenza di quelle naturali esprimono il DOVER
[Grice on the dullness of the IS versus the rationalist interestin of OUGHT] e
non l'essere e possono soffrire eccezioni – CAETERIS PARIBUS -- GRICE. Se non
che, rispondono i fautori della concezione animistica, approfondendo l'analisi
delle leggi pratiche o precettive – o MASSIME O DESIDERATA – GRICE -- ,
seguendone Jo svolgimento storico, è agevole persuadersi che il dovere, il
precetto è in ultimo fondato sulla cognizione anteriore di dati rapporti tra le
cose, sugli insegnamenti forniti dall'esperienza in antecedenza compiuta.
Infatti, nota Paulsen, si pensi a ciò che accade nelle regole grammaticali –
cf. Austin/Grice, rule, SYMBOLO -- , il cui carattere normativo attuale si
presenta come l’espressione dell'evoluzione storica del pensiero e della
lingua. Il grammatico considera le forme grammaticali antiquate (le quali un
tempo erano anche normative), non in modo diverso da quello in cui il
paleontologo studia le forme fossili. Quanto alle eccezioni, queste si
presentano nelle leggi precettive con una frequenza maggiore che non nelle
fisiche, perchè le prime esprimendo rapporti senza confronto più complessi,
lasciano adito all'intervento di numerose condizioni pertarbatrici; il che si
può constatare anche nelle leggi biologiche, rispetto a quelle fisiche o
chimiche. Non va dimenticato che, anche queste soffrono degli strappi dovuti a
condizioni atte a neutralizzare l’azione di date cause; si pensi al modo di
comportarsi dei corpi più leggieri dell'aria rispetto alla gravità. La ragione
ultima per cui la concezione auimistica non ammette differenza di sorta tra le
leggi esplicative e quelle precettive va ricercata in ciò che per essa tanto i
fatti naturali quanto gli atti umani non rappresentano che forme dell’attività
o spontaneità interiore, e mentre il fondamento prossimo di entrambe le specie
di leggi va riposto nell' esperienza, quello ultimo risiede nel significato che
hanno per lo Spirito universale date forme di attività. L’imperativo delle
leggi precettive è dovuto al fatto che esse si rapportano in modo immediato e
diretto all'attività pratica umana e solo in quella forma apportano vantaggio
allo sviluppo umano, mentre le leggi dichiarative esprimono dei rapporti
estrinseci a noi ed hanno l’obbiettivo di constatare semplicemente dati di
fatto. Le prime insomma considerano gli eventi dal punto di vista del valore
pratico, lasciando nell'ombra le basi di questo; le altre si fermano sulle
premesse, trascurando ciò che ne consegue; le prime mirano a porre sott'occhio
i mezzi senza curarsi dello scopo ultimo, le altre invece fondate segnatamente
sulla conoscenza, esaminano la ragione e la base di quei mezzi. Trattando della
concezione animistica merita una particolare menzione l'opinione sostenuta dal
Trendlenburg Citeremo tra i fautori della concezione animistica, Lotze, Fechner,
Teichmiller Paulsen. La discussione critica di essa sarà fatta in seguito,
trattando della concezione dualistica che è la più completa e comprensiva,
comunque non risponda a tutte le esigenze, come vedremo. È qui notiamo che non
bisogna aspettarsi di trovare in ciascun autore l’interpretazione della natura
dei vari ordini di legge nel modo tipico e quindi schematico da noi
tratteggiato, giacchè è facile comprendere come ciascun filosofo abbia un modo
proprio di considerare e di risolvere i problemi. Si tratta solo di cogliere il
concetto dominante e il principio direttivo. Trendlenburg, Logische Studien.
Leipzig che sia soltanto per via della nozione di movimento che s’intendono le
varie forme di rapporto esistente tra le cose, l’azione reciproca che queste
esercitano tra loro e sopratutto il nesso dicausalità in cui propriamente è
riposta l'essenza della legge. Il movimento per il filosofo tedesco è per sè
stesso attività creatrice, tanto è ciò vero che da esso provengono lo spazio,
il tempo, la figura e il numero : ora nel rapporto dell'attività produttrice
colla grandezza prodotta consiste appunto il nesso di causalità ; il movimento
genera delle forme e in tale azione si rivela primitivamente causalità. E la
necessità del rapporto causale trae la sua prima origine dalla coscienza dell’
identità e continuità della nostra attività produttrice. Il nesso causale
estendendosi poi fin dove arriva il movimento, e un certo movimento trovandosi
in ogni forma di pensiero, non è a meravigliarsi che la causalità appaia una
legge del pensiero a cui fa riscontro il moto di generazione e di attività che
si lascia constatare nella realtà esterna. Del resto la Fisica riduce l'essenza
della causalità a movimento, il quale colle sue molteplici trasformazioni può
dar ragione delle più svariate potenze della natura: ed è mediante il movimento
che noi intendiamo la formazione di qualcosa a sè che è considerata come
effetto: questo invero è concepito quale moto arrestato, quale prodotto
esistente per sè e a parte dal flusso dei fenomeni da cui ésso proviene e che
d’altro canto ad esso fa seguito. Riassumendo, per il Trendelenburg l'essenza
della legge va ricercata nel moto del farsi o di prodursi di una cosa, quasi
diremmo nel cammino che percorre l’attività generatrice del reale e per lui la
conoscenza delle leggi in tanto è possibile in quanto l'intelligenza rifà
mediante i giudizi il medesimo movimento, dando origine ad un prodotto
intellettuale esprimente l'essenza o ciò che val lo stesso la legge della cosa:
tale prodotto logico è il concetto vero e proprio o universale concreto. Nulla
vi ha di dato nel mondo, ma tutto si fa, tutto si costruisce in vista di un
fine: ond’'è che tale movimento di costruzione nel cui fondo giace sempre un
pensiero, è la legge obbiettivamente considerata, mentre che il medesimo moto o
attività costruttrice formulata in un giudizio ci dà la legge quale viene
enunciata dal soggetto pensante. E il concetto è un sistema di giudizi mediante
i quali lo spirito pensa fuse e compenetrate tra di loro tutte quelle
condizioni che rendono necessaria l’attuazione del processo. Se una di quelle
condizioni si pensa in sè e come capace ad unirsi con condizioni diverse di
gruppi diversi, cioè capace d'intrecciarsi in altri processi egualmente
necessari, si ha, secondo il Trendelenburg, l'universale della reale
condizione. Ciò che non va dimenticato è che lo spirito non giunge alla vera
conoscenza scientifica, al regno della necessità, prima di esser pervenuto al
concetto (legge); stantechè in esso non solamente egli informa l'essere della
sua universalità, ma scorge il processo necessario per cui questa universalità
si pone, si attua e sì svolge. Ond’è che non basta avere la rappreseniazione,
la percezione o anche la nozione astratta di una cosa qualsiasi per dire che se
ne ha una notizia scientifica, ma occorre averne il concetto, vale a dire
occorre conoscerne la legge o l’essenza. Così io dopo aver percepito la rugiada
posso averne la nozione, pensando la rugiada quale è da sè a prescindere dalle
determinazioni accidentali di spazio o di tempo: in tal caso nel puro pensiero
non ci sarà quella data rugiada, ma la rugiada in generale di cui posso dare
una definizione nominale, buona per tutte le specie di rugiada: ma me ne manca
ancora la notizia scientifica, il concetto: per il che devo ridurre quel
fenomeno particolare alla categoria dei fenomeni affini e che provengono da un
disquilibrio di temperatura, conoscere il limite della quantità di vapore
acqueo che può contenersi nell'atmosfera, e come esso limite vada
restringendosi a misura che la temperatura vada abbassandosi; come dallo
intrecciarsi di queste condizioni con l’altra della gravità per la quale i
corpi non sostenuti cadono, riceva il fenomeno della rugiada compiuta
spiegazione. Ciò che vi ha di vero, secondo noi, nell'opinione del
Trendelenburg è che se si vuo] dar ragione del divenire delle cose, del loro
modo di farsi e di generarsi non è possibile astrarre dal fattore
dell'attività, la quale si può estrinsecare in vari modi e tra gli altri per mezzo
del movimento. Questo anzi si può considerare come l’estrinsecazione per
eccellenza, la forina intuitiva dell’attività stessa. Noi però non possiamo per
nessuna via considerare col Trendelenburg il movimento come qual cosa di
primitivo e di originario, giacchè esso non è che una rappresentazione
complessa derivata dai rapporti di spazio e di tempo delle nostre sensazioni,
onde non è lecito invertire i termini at‘tribuendo a ciò che è sussecutivo e
derivato l’ufficio di principio atto a dar ragione di ciò che almeno
relativamente è originario. Per poter considerare il movimento in sè © per sè,
bisognerebbe poterlo osservare o sperimentare, senza ricorrere all’azione dei
sensi, il che è assurdo: ed anzi vi ha dippiù: a seconda delle varie formé di
sensibilità si ha di esso una notizia diversa: p. es. al senso tattile esso si
rivela con proprietà diverse da quelle con cui si rivela al senso della vista.
E ciò che noi percepiamo mediante l’azione di uno, o di un altro senso non è il
modo con cui un oggetto in moto inizia e prosegue il passaggio da un sito
all’altro dello spazio, ma bensi il fatto che l'oggetto stesso è già passato in
un altro posto: percezione codesta che ci vien fornita dalla constatazione dei
nuovi rapporti in cui l'oggetto si trova. In tanto è possibile considerare il
moto come qualcosa di primitivo e di originario in quanto ad esso vengono meta
foricamente e simbolicamente attribuiti i caratteri propri della nostra
attività interiore. I caratteri che contradistinguono la concezione dualistica
sono due: 1° stando ad essa le leggi sono una elaborazione anzi sì potrebbe
dire addirittura una produzione dello spirito sulla base dei dati provenienti
dall'esperienza, dati che son sempre qualcosa di profondamente diverso
dall'attività intellettuale capace di apprenderli, trasformandoli ed
enunciandoli in forma di leggi. E qui va notato che a seconda che si ammette o
pur no affinità o identità tra le forme del pensiero e quelle della realtà si
avranno, come si vedrà più tardi, delle suddivisioni nel seno stesso della
concezione dualistica. Ciò che in ogni caso forma il tratto caratteristico di
detta concezione è che secondo essa il contenuto dell’esperienza, la
costituzione intima del reale essendo inaccessibile all'intelletto, non può per
ciò stesso essere espresso ed intrinsecato nelle leggi, le quali ci danno così
nelle loro enunciazioni la forma del reale, ma non mai la sostanza. Così mentre
per la concezione intellettualistica e per quella animistica le leggi figurano
come dei semplici riflessi di fatti e nessi reali nell’intelligenza umana,
perla concezione dualistica le stesse si presentano come vere costruzioni e
creazioni dello spirito. 2° Stando alla medesima concezione, vi sono due
categorie fondamentali di leggi irriducibili l’una all'altra, le leggi
esplicative (leggi naturali) e le leggi normative (leggi pratiche): le prime
esprimono l'essere, le altre il dovere, e mentre quelle sono delle formule,
degli schemi che ci aiutano a richiamare in mente i casì concreti e a
catalogare la realtà, il cui contenuto è impenetrabile, le ultime indicano le
direzioni, o meglio, le esigenze della nostra attività. É naturale che se il
contenuto obbiettivo delle leggi esplicative rappresenta un'incognita per lo
spirito, non sì può dir lo stesso del contenuto delle leggi normative, le quali
riferendosi alla nostra attività figurano come l’espressione di ciò che è
intimo a noi ed ha la maggiore realtà. Il primo sostenitore della veduta
dualistica, la quale, come si è veduto, implica in fondo il distacco del dominio
dell'intelletto da quello dell'attività e il riconoscimento della spontaneità
interiore che appropriandosi dei dati dell'esperienza, li elabora e li
trasforma in determinate guise, fu E..Kant. Ogni cosa, disse Kant, è regolata
dalle leggi che nell'apprenderla e nel conoscerla vi ha impresse l'intelletto
umano, ma solainente un essere ragionevole opera secondo rappresentazioni di
leggi, ossia secondo principii ed ha quindi un volere. Ora il volere può essere
deterininato d_lla ragione in modo assoluto e imprescindibile, ovvero no: nel
primo caso le azioni riconosciute come obbiettivamente necessarie, diventano
pur tali subbiettivamente, perchè allora il volere sta nella sola facoltà di
eleggere ciò che la ragione riconosce come buono, nel secondo caso, il quale ha
luogo quando il volere può esser mosso da impulsi soggettivi e quindi non è
interamente conforme a ragione, le azioni sono obbiettivamente necessarie e
subbiettivamente contingenti; cioè la legge obbliga e rivolgendosi al volere di
un Essere ragionevole gli prescrive una determinazione conforme a ragione, ma
senza costringervelo. Però i precetti che la ragione porge al volere e quindi
le formole che li esprimono e che vengono da Kant chiamati Imperativi, possono
essere di due maniere. La ragione cioè può prescrivere un'azione come buona per
se s‘essa, e quindi come obbiettivamente necessaria senza aver riguardo ad
alcun fine e allora l'imperativo che formola questo precetto è un imperativo
categorico; oppure la ragione può prescrivere un'azione come praticamente
necessaria ad ottenere un fine reale o possibile e allora gl'imperativi che ne
formulano i precetti si dicono Iporetici; (potetici problematici, se il fine è
possibile, cioè può soltanto avvenire che l’uomo se lo proponga, ipotetici
assertori, se il fine è senz'altro e sempre voluto. È facile il vedere come,
secondo il pensiero di Kant, sebbene non sempre chiaramente espresso, al solo
Imperativo categorico debba propriamente attribuirsi la facoltà di obbligare,
di prescrivere un dovere, mentre gli altri non ci dànno propriamente che delle
regole e dei consigli. Gl’imperativi ipotetici assertori prescrivono i mezzi ai
fini svariatissimi (moralmente buoni o cattivi) che un Essere ragionevole può
proporsi: questi imperativi non sono propriamente che regole e potrebbero
chiamarsi gli imperativi dell’abilità (Geschicklichkeit). Se non che tale
veduta kantiana fu fatta segno ad obbiezioni di varie sorta. I)a una parte
Schleiermacher, Paulsen e in genere i fautori della concezione animistica,
opposero che tra legge naturale e legge normativa non esistono differenze
apprezzabili, ma a ciò fu risposto che l’affermare una tal cosa equivaleva a
confessare di non aver un’idea chiara di ciò che sia nè una legge naturale, nè
una legge precettiva. Una legge naturale infatti esprime solamentu ciò che
sotto date condizioni accade sempre senza che sia possibile il presentarsi di
una eccezione : è naturale che le condizioni divengano complesse a misura che
dalle leggi naturali di ordine generale si scende a' quelle speciali: ma non vi
è caso che un dato fenomeno enunciato in una legge naturale si presenti
immutato o costante se le condizioni corrispondenti o non si presentano del
tutto, ovvero sl presentano in modo variato o imperfetto. Ora è lecito porre
sopra una medesima linea le deviazioni degli obbietti singoli dal loro tipo
generico (ammesso pure che le dette deviazioni possano essere identificate
colle deviazioni dalle leggi naturali, il che non è) e gli strappi fatti dalla
volontà individuale ad una legge precettiva ? O nella nozione generica
s’introduce una forma di valutazione, intendendo per quella l'ideale verso cui
gl'individui di una data specie tendono, date le condizioni favorevoli, e
reputando o gni allontanamento dall’ideale come qualcosa che non doveva essere,
come una imperfezione, e in tal caso si avrà il perfetto riscontro colle
deviazioni della volontà individuale dalla legge normativa, ma ci si troverà
agli antipodi della legge naturale: ovvero si considera il tipo generico come
l’insieme di quelle proprietà che in una pluralità d’individui, data
l’uniformità e la relativa immutabilità delle loro condizioni d’origine e
d'esistenza, sì presentano in modo costante, ed in tal caso le variazioni del
tipo generico prodotte dall'azione di date cause hanno un certo riscontro colle
apparenti modificazioni delle leggi naturali, ma sono agli antipodi delle
deviazioni della volontà della legge precettiva. Per considerare le leggi
naturali come identiche in fondo a quelle morali, bisogna ridurre queste ultime
a pure descrizioni del modo come gli uomini si conducono sotto date condizioni,
ma con ciò il concetto vero del dovere viene ad essere tolto via, giacchè le
azioni umane in tal caso come i fatti naturali vengono ad essere sottratte al
giudizio valutativo vero e proprio. Il difetto della concezione animistica sta
tutto qui: nell’aver creduto di poter cancellare qualsiasi differenza tra le
leggi esplicative e quelle norinative che invece sono controdistinte da
caratteri diversissimi: le prime esprimono le condizioni sotto cui la realtà
diviene pensabile e intelligibile, stanno a significare le peculiari maniere in
cui la ragione umana reagisce di fronte all’apprensione del reale, nulla
dicendo della natura intima e del significato del reale, mentre le altre sono
esigenze proprie dello spirito rivelantisi immediatamente alla coscienza ed
esprimenti la natura propria di quello ; le prime pur accennando
necessariamente a qualcosa d'interno, non l’estrinsecano in alcun modo,
arrestandosi alla considerazione della parte formale della realtà, le altre
invece esprimono le direzioni dell’attività umana: le prime infine possono far
pensare ad una forma di attività che è il riflesso di quella interiore, mentre
le altre sono le determinazioni immediate di tale attività. Confondere le leggi
dichiarative colle precettive è come confondere la causalità esterna
(trasmissione di movimento) con quella interiore (motivazione dell’attività).
Dall'altra parte fu obbiettato a Kant: se la necessità obbiettiva si
differenzia da quella puramente subbiettiva per questo che la prima fondata
com'è sulla natura delle cose, é valida egualmente per tutti gli esseri, mentre
l’altra fondata su particolarità individuali e subbiettive è valida soltanto
per i soggetti che son forniti di queste, come mai può avvenire che tutto ciò
che è necessario per gli esseri forniti di ragione, non è poi più necessario
per una parte di essi? Ciò accade, risponde Kant, perchè l’uomo risulta di varî
elementi per modo che ciò che è necessario per l’uno di questi, può benissimo
essere accidentale per l'altro. È necessario così l'adempimento della legge
morale per l’uomo considerato come essere ragionevole, il quale colla ragione
appunto conosce la necessità della legge stessa ; ma all'opposto non è
necessario per l’uomo considerato solo come essere fornito di volere, perchè
come tale non è spinto all’azione solo dalla ragione, ma anche da altri
impulsi. E la legge morale è appunto una legge della volontà, in quanto pone
come necessario che l’uomo segua col suo volere una determinata direzione.
Riconoscere questa necessità e insieme affermare che la volontà umana non
concorda necessariamente con la legge morale non include nient'affatto
contradizione, se sì pensa che nel primo caso si tratta di una necessità
diversa da quella del secondo caso: donde la distinzione della necessità
obbiettiva della esigenza morale da quella subbiettiva basata sul rapporto
della volontà con la detta esigenza. Se non che tale distinzione, si è notato
dagli oppositori, non regge in quanto la neeessità obbiettiva si riferisce
appunto alla voloutà e quindi abbraccia la necessità subbiettiva. In seguito a
ciò, pure ammettendo che il concetto li legge sia suscettibile di due
interpretazioni diverse a seconda che si tratti di leggi esplicative o precettive,
si è cercato altrove il fondamento della detta distinzione. Si è cominciato col
notare come non soltanto nel campo della morale, rua in tutti i dominii
dell'attività umana, nessuno escluso, accada che gl’individui in casi
numerosissimi non seguono leggi, che pure si presentano col carattere più
accentuato dell’universalità. Così per quanto incondizionatamente valide si
presentino le leggi logiche e matematiche, ciò non impedisce che conclusioni
false ed errori di cali colo abbiano luogo : e lo stesso si può dire delle
leggestetiche, grammaticali, ecc. V'ha dippiù : ciò che si rileva in
opposizione alle leggi normative generali, non solo è possibile e reale, ma è
in un certo senso necessario : come al fisiologo sembra naturale la sanità allo
stesso grado che la malattia, così al psicologo l’errore e il male sembrano
naturali come il vero e il bene. Del resto le leggi precettive non esprimono
tutto ciò che è possibile, ma bensi ciò che è giusto o rispondente ad un dato
scopo. È evidente che la parola neccesità non ha un valore eguale trattando di
leggi esplicative o di leggi normative: nel primo caso la necessità implica che
un dato fenomeno risulta necessariamente dal complesso delle sue cendizioni,
nel secondo caso invece indica ciò che si deve fare perchè l'obbiettivo di una
data forma d'attività, la conoscenza del vero, la produzione del bello o la
pratica del bene, sia raggiunto. Dall’un canto la necessità serve a
contrassegnare il nesso del conseguente colle sue condizioni quale sì presenta
partendo da queste ultime come da ciò che è dato; dall'altro canto la necessità
serve a contrassegnare lo stesso nesso quale si presenta dal punto di vista del
conseguente, partendo cioè come da ciò che è dato dalla rappresentazione
dell’intento da conseguire, per mostrare sotto quali condizioni, con quali
mezzi ciò è reso possibile. Ora mentre colle cause son dati sempre e
necessariamente anche gli effetti, non si può dire che col fine o meglio colla
rappresentazione del fine sia dato sempre e necessariamente l’impiego di dati
mezzi e le modalità dell’impiego stesso, onde consegue che le leggi naturali
hanno un valore universale, mentre quelle pratiche dicono, sì, che
incondizionatamente certi scopi possono essere raggianti solo con un dato
ordine di mezzi, e in tale rapporto, se esse sono giuste, non temono smentita
dai fatti; ma dell'applicazione effettiva dei detti mezzi nulla ci dicono, per
modo che non è esclusa la possibilità che i mezzi non siano applicati e che per
conseguenza lo scopo non sia neanche lontanamente raggiunto. Le leggi
dichiarative dicono: date queste condizioni deve necessariamente conseguire
questo effetto: quelle pratiche invece: se un dato scopo deve essere raggiunto,
bisogna operare in tale maniera e non diver samente. Se poi nei casi particolari
si procederà effettivamente così e se quindi l’obbiettivo corrispondente sarà
aggiunto non è certo appunto perchè ciò dipende dal modo in cui sì determina
l’attività individuale ed è tale incertezza che trasforma la legge in una forma
di esigenza umanae. la necessità che l’esprime in dovere. Qui si presenta une
questione: É giusto mettere tutte in un fascio le leggi normative o precettive?
Noi crediamo di no, in quanto alcune di esse si presentano come regole dedotte
da determinati rapporti offerti dall’esperienza, mentre altre figurano come
l’espressione della natura propria del soggetto e quindi vanno considerate come
funziori di esso : così le leggi precettive igieniche, dietetiche ecc. in tanto
sono valide in quanto sono fondate su determinati nessi causali constatabili
per mezzo dell'esperienza e quindi contingenti, per contrario le norme logiche
e morali sono anteriori a qualsiasi esperienza, s0no esigenze dell’attività
umana e stanno a significare ciò che vi ha di proprio nella natura del soggetto
pensante sia dal punto di vista teoretico che pratico. Ma di ciò sarà trattato
più diffusamente in seguito. Dicemmo di sopra che Emmanuele Kant va considerato
come il vero fondatore della concezione dualistira, avendo egli ammesso, dopo
aver profondamente differenziato le leggi normative da quelle esplicative, che
ì giudizi necessari ed universali intorno alla realtà occasionati
dall’esperienza, in tanto sono possibili, in quanto lo spirito umano è fornito
della capacità di apprendere i fatti concreti per mezzo di forme a priori o
appercettive, le quali servono ad universalizzarli e ad obbiettivarli. Sono
queste nozioni appercettive, o predicati universalissimi o categorie, o forme a
priori, o funzioni dell’intendimento umano che unite, mediante giudizi di
ordine speciale (giudizi sintetici a priori) coi dati percettivi concreti,
rendono possibile .la scienza, cioè a dire la trasformazione del fatto
subbiettivo del sentire in qualche cosa di obbiettivo esistente in modo
ordinato nello spazio e nel tempo e insieme l'enunciazione in formule
universali delle varie sorta di azioni e di relazioni esistenti tra le cose.
Non è nostro intendimento ora fare la storia e la critica delle vedute kantiane
intorno alla possibilità dei giudizi sintetici a priori, in quanto ciò ha
formato oggettò di svariatissime e importantissime ricerche il cui risultato è
stato la trasformazione del primitivo kantismo. I mutamenti che ha subito il
pensiero kantiano, passando attraverso ia mente dei vari Logici moderni sono
stati molteplici e non sempre si fu d'accordo intorno al modo d’interpretare,
di completare e di svolgere il pensiero del maestro: tuttavia non è impossibile
collegare insieme le varie opinioni emesse, considerandole da un punto di vista
superiore. Per quanto numerose e rilevanti siano le discrepanze tra i filosofi
criticisti intorno alla estensione ed al significato dall’a priori kantiano, vi
sono dei dati ammessi da tutti e su cui non cade alcun dubbio o disparere. Così
tutti concordano nell’ammettere il corrispettivo obbiettivo dell'elemento
formale di ogni conoscenza, vale a dire la cooperazione della realtà nella
genesi delle forime appercettive, in modo che questo lungi dall’esser
considerate come semplici funzioni o obbiettiva trai zioni dello spirito umano,
sono ritenute il risultato della cooperazione di due fattori, del fattore
subbiettivo e di quello obbiettivo. D'altra parte si è d'accordo nel riguardare
le forme appercettive (le nozioni di uguaglianza e di differenza, di tutto e
parti, di grandezza, di rapporto causale tra i fatti successivi e di
connessione reciproca tra fatti coesistenti e di fine) come acquisti dello
spirito umano avvenuti sotto la guida di alcuni principî supremi comuni al
pensiero ed all'essere, quali il principio d'identità, quello di contradizione
e quello di ragione, ecc. E qui va notato che non tutti i filosofi son disposti
ad attribuire un egual valore ai suddetti principii, giacchè per taluno, come
per il Riehl, il principio regolatore supremo è quello d'identità, mentre per
altri è quello di contradizione colla cooperazione però più o meno valida degli
altri principii : questione codesta che a noi non compete di esaminare.
Conchiudendo, possiamo dire che il neo-kantismo non considera più le varie
leggi scientifiche quali giudizii sintetici aventi il loro fondamento ultimo
nei giudizii sintetitici a priori, costituenti poi i veri principii delle
scienze, ma come il risultato della trasformazione dei nessi e rapporti
puramente sperimentali in nessi e rapporti logici. Non è dunque riposta l’essenza
della legge nell’applicazione di determinate categorie ai fatti concreti, ma
nella trascrizione dei fatti o processi sperimentali in fatti e processi aventi
organismo e struttura logica. Tra i filosofi criticisti quegli che più e meglio
di tutti ha trattato la quistione della natura e delle forme della conoscenza
scientifica è certamente il Riehl], il quale nella sua pregevole opera //
Criticismo filosofico, ha emesso delle vedute degne di essere conosciute. Egli
comincia coll'’ammettere una profonda differenza tra le leggi normative e
quelle esplicative in quanto le prime esprimono il dovere in rapporto al
conseguimento di un dato scopo, mentre le altre esprimono l’essere; in base
alle prime giudichiamo del valore, dell'importanza di una data cosa, mentre in
base alie altre della realtà o della verità : le prime denotano tendenze e
s’indirizzano all’avvenire, le altre dati di fatto e vertono su ciò che è ed
accade: le prime infine sono una determinazione del gusto, del sentimento e
della volontà umana, mentre le altre sono emanazione della ragione e
dell’attività coroscitiva. Dal che consegue che la scienza, la quale si può
considerare come l'ordinamento razionale delle leggi esplicative, presenta
l’uomo quale un prodotto della natura, quale risultato delle leggi generali di
essa, mentrechè la filosofia pratica riferendosi al possibile e all’ideale,
risguarda l’uomo nella natura come causa, come un essere cioè che in base alla
conoscenza delle leggi natarali può proporsi dei fini e mettere in opera tutta
la sua attività per raggiungerli. Ma se la filosofia pratica può avere il suo
punto di partenza nella conoscenza della natura umana fornita dalla scienza
(Antropologia, Pisicologia, Storia ecc.), rapportandosi poi a ciò che deve
essere, esplica la sua azione, ponendo sempre nuove esigenze al sentimento, al
volere ed alla coscienza umana. Nell’approfondire la natura della conoscenza
scientifica il Riehl nota che la legge esplicativa che è sinonimo di rapporto
necessario, esprime l’azione esercitata sulla ragione dalla stabilità ed
uniformità del corso dei fenomeni. La relazione esistente tra la realtà e il
pensiero costituisce l'esperienza propriamente detta: e le leggi scientifiche
sono il prodotto da una parte della regolarità con cui sotto condizioni eguali
si presentano fenomeni identici, o della stabilità delle proprietà fondamentali
delle cose, e dall’ altra dell’ attività concscitiva del soggetto. Onde la
legge è per l'intelligenza ciò che è il fine per il volere e il bello per il
senso estetico : in tutti e tre i casi i due termini s'implicano a vicenda;
tanto é ciò vero che le cosidette leggi naturali lungi dall'essere in rapporto,
come a dire, accidentale colle leggi del pensiero, sono il risultato, quanto
alla loro forma, di queste ultime. Pertanto l’affermazione che in natura tutto
av. venga in modo meccanico è falsa, se s'intende dire che per tale via si
riesce a comprendere la natura propria, e le qualità intime del processo
naturale; il meccanismo delle cose lungi dal manifestare l'essenza di un
qualsiasi fatto naturale, rappresenta la forma di questo; e la meccanica
ricercando l'equivalente dei cangiamenti svolgentisi nella natura, non svela
nient’affatto la natura propria delle cause dei detti cangiamenti. É per questo
che le leggi esp imenti i rapporti delle cose devono presentare i termini
connessi in modo continuo e immediato nel tempo e in maniera intelligibile per
l'intendimento, vale a dire congiunti secondo il rapporto dell'uguaglianza
quantitativa, riducibile al principio d'identità. E a che ai riducono le leggi
del pensiero, le categorie logiche, che applicate alla realtà, rendono
possibile la formazione delle leggi scientifiche ? Le condizioni logiche
dell'esperienza, dice il Riehl (1), le categorie della Rienc, Der
philosophiscrie Kriticismus. Zw. B. Leipzig. sostanza, della causalità e
dell’unità sistematica della natura, non sono, come insegnò Kant, forme
primitive diverse e irriducibili del nostro intelletto, ma derivano da un unico
principio saperiore, da quello dell'unità e conservazione della coscienza in
genere, il quale dà loro origine quando viene applicato ai rapporti generali
presentati dall'intuizione. L'Io è cosciente della suna unità e della sua
identità con sè stesso, condizione prima di ogni altra conoscenzà, sia che
scompone una molteplicità simultanea di impressioni (la cui forma intuitiva è
lo spazio), sia che connette una serie successiva di impressioni, sia
finalmente che scompone e congiunge insieme, vale a dire che unisce i due atti
precedenti, affinchè emerga il concetto dell’unità sistematica del tutto. Noi
possiamo quindi distinguere tre diverse funzioni pertinenti alla coscienza (una
ed identica con sè stessa), una funzione analitica (che ci dà la categoria di
sostanza), una sintetica (che ci dà la categoria di causalità) ed una sintetica
ed analitica insieme (che ci dà la categoria dell'unità sistematica); mediante
la prima è differenziato il permanente dal mutevole, mediante la seconda è
collegato il cangiamento colla sua causa, mediante la terza finalmente tutto il
reale, cose e processi, viene considerato come un sistema organico composto di
varie parti. È questa l’espressione più completa e più perfetta della
concezione dualistica; e non si può non convenire che essa segna un notevole
progresso rispetto agli altri modi d’interpretare la natura delle leggi; ma
possiamo noi dichiararci soddisfatti appieno ? Notiamo subito che il difetto di
tale veduta sta tutto nel ritenere che la natura propria della legge si riduca
all’affermazione di un rapporto di natura quantitativa; ora la legge oltreché
l’espressione di una equivalenza, è l’espressione dell'attività di una cosa
sull'altra. L'ideale verso cui tende la scienza nel fomulare le sue leggi non è
l'affermazione esclusiva dei rapporti quantitativi, ma l'indagine delle
condizioni determinanti dati fenomeni, condizioni che diventano spesso visibii
all'intendimento e vengono fissate per mezzo dei rapporti quantitativi non
altrimenti che in un quadro è pel colore che diventano visibili le linee, i
punti e fino la mancanza perfetta di linee, il nero, la tenebra. É evidente
però che l'essenza della legge non può essere riposta in un momento subordinato
ed ausiliario, per quanto necessario. Con le sole leggi della meccanica, con le
sole ridistribuzioni della materia e del movimento non s’in'ende come si
possano produrre forme così diver:e della realtà. La concezione meccanica, come
quella che è solamente quantitiva, non soddisfa al bisogno che la conoscenza ha
del sistema, non rende ragione della Zinitazione e direzione delle forze. Con
la materia e col movimento soltanto noi abbiamo una possibilità affatto
indeterminata, la possibilità di mondi innumerevoli diversi: che cosa determina
la genesi del mondo della nostra esperienza ? Ciò posto, come mai si può
affermare che la scienza abbia per compito essenziale d' indagare la
costituzione meccanica del Reale? La scienza tende invece a conoscere la natura
propria delle cose quale sì manifesta per mezzo delle loro azioni o funzioni e
per mezzo del numero maggiore o minore di attinenze (delle quali le
quantitative sono una sorta soltanto) che esse hanno col rimanente della
realtà. L'essenziale della conoscenza scientifica non sta nel delineare
semplicemente le variazioni spaziali e temporali di una cosa, ma nel cercare di
studiare le proprietà, le qualità e le relazioni di essa, tanto è ciò vero che
la scienza seria ed esatta lungi dall’abbandonarsi a ricercare la spiegazione e
la ragione di tutti i fatti nei semplici spostamenti spaziali e temporali,
studia ciascuna categoria di fenomeni separatamente senza lasciarsi fuorviare
dalle analogie o somiglianze astratte e va in traccia sempre delle condizioni
peculiari concorrenti a determinare una data classe di fenomeni. E tutte le
ipotesi scientifiche non hanno la loro ragione di essere nella esigenza
imperiosa della scienza di approfondire la natura propria delle cose,
prescindendo dalla esclusiva considerazione della grandezza e della quantità ?
L'errore del Riehl è di aver identificato ogni forma di cansalità con quella
esterna o meccanica (1), chiudendosi cosi la via di interpretare i fatti di
cristallizzazione, di coesione, ecc. ecc,, buona parte dei fatti chimici e
biologici e tutti i fatti spirituali, ove vige in modo evidentissimo ‘0
principio dell’ aumento dell’ energia ; ora si (1) La causalità fisica è
profondamente diversa da quella psichica, in quanto ciò che è causa nella prima
e quindi fa essere una cosa diviene motivo nella seconda, cioè, giustifica la
cosa, ciò che in quella è azione meccanica proveniente dall’esterno (causa ed
effetto son considerati come l’una fuori dell’altro) ed è quindi accessibile
alla osservazione esterna e alla comparazione quantitativa, nell’altra è azione
interiore proveniente, anzi da ciò che vi ha di più profondo nell'essere ed è
accessibile soltanto all'osservazione interiore. La causa agisce per ciò che è
in sè, mentre il motive per il valore che gli vien dato dall'insieme della vita
spirituale, valore che può variare moltissimo, donde la varietà delle
determinazioni volontarie nei varii individui e le reazioni subbiettive diverse
ad un medesimo fatto, Da tutto ciò consegue che è una conpuò affermare che in
tutti questi casi non è a parlare di leggi, vale a dire di maniere costanti
ritmiche di operare, di rapporti necessari e universali, di funzioni
determinate, quindi di scienza? Aggiungiamo che se il principio di identità
fosse l'esclusivo principio supremo della intelligenza e se quello di ragione
non fosse inerente alla natura propria dell'intelletto, non si vede come e
perchè la cosidetta identità sintetica potrebbe entrare in azione. Secondo il
Riehl, infatti, noi siamo tratti a identificare sempre ciò che è straordinario
o inusitato con ciò che già sappiamo: ora in questo caso l’identificazione non
rappresenta che il messo di poter rispondere all’esigenza di ricercare la
ragione di ciò che ci sì rivela come nuovo e irriducibile al resto. Il fatto
prinitivo è sempre il principio di ragione e l'identificazione non è che un
mezzo, nè necessario, nè universale. Noi potremmo riferire numerosissimi esempi
per provare come la essenza della legge non vada riposta nell’enunciazione di
un rapporto quantitativo. Citeremo qualche fatto soltanto tolto dalla Biologia,
Così è noto che il ricambio materiale se può ra ppresentare una delle
condizioni indispensabili al funzionamento degli organi, non ne è la causa
determinante ed essenziale, la quale deve essere ricercata nell’
organizzazione, tradizione parlare di leggi naturali della volontà in quanto
questa opera, trasformando le cause in motivi, rendendole cioè un fatto
interno. L’operare in seguito a motivi non rende possibile l’operare secendo
leggi, m a l’operare secondo norme e regole, dal seguire le quali è agevole
sottrarsi una volta ammesso che la forza dei motivi dipende dal valore che vien
loro dato dal complesso della vita psichica, la quale essendo diversa per
ciascuno individuo, produrrà diversità anche nel modo di operare dei motivi e
quindi nella maniera di attenersi alle dette norme, nella morfologia dei
tessuti: quand’anche conoscessimo e sapessimo determinare quantitativamente
tutte le innumerevoli reazioni chimiche che si svolgono nel nostro organismo,
ci resterebbe a conoscere come l’ energia che esse sviluppano si trasformi in
funzione, come nei complicati ingranaggi dei nostri tessuti la stessa possa
estrinsecarsi sotto forma di calore, di elettricità, di moto, di secrezione, di
attività nervosa, ecc. Nell’atto chimico si deve riconoscere la causa
dell’energia disponibile, ma la funzione si determina trasformando
quell’energia, plasmandola in mille modi, presentandola sotto diversissime
manifestazioni. E qui giova notare che non selo i risultati delle reazioni
chimiche che avvengono in un organismo, ma anche le condizioni che le
determinano hanno qualche cosa di speciale e di e clusivo agli esseri viventi,
all’organizzazione, cioè ed ai suoi prodotti. Noi possiamo infatti riprodurre
alcuni di quei processi chimici che si svolgono nella trama dei nostri tessuti,
ma per ottenere gli stessi risultati dobbiamo impiegare delle altissime temperature,
delle enormi pressioni, delle correnti elettriche assai potenti o l’azione di
reattivi di tale violenza da distruggere qualunque organismo, Negli esseri
organizzati invece si hanno gli stessi effetti ad una temperatura egnale o di
poco superiore a quella del''ambiente, alla pressione atmosferica ordinaria,
sotto l'influenza di correnti appena dimostrabili ed approfittando di
debolissime affinità. Ora forse dal fatto che la vita non può ridursi al
ricambio materiale puro e semplice, determinabile quantitativamente, deriva
l'impossibilità di pailare di leggi fisiologiche o biologiche ? Tali leggi
saranno indeterminate dal punto di vista quantitativo, ma sono determinatissime
dal punto di vista qualitativo. L'essenziale non è la fissazione quantitativa,
ma quella qualitativa delle condizioni genetiche di un fenomeno. L'opinione di
Kant che si possa parlare di scienza soltanto nei casi in cuì sia applicabile
il calcolo ha ormai fatto il suo tempo, perchè anche i rapporti qualitativi
formando obbietto d'indagine, possono essere formulati in leggi. Le leggi
intese in largo senso non rappresentano soltanto il prodotto della fusione del
fattore subbiettivo dell’ unità ed identità della coscienza (e categorie
logiche che ne derivano) con quello obbiettivo dell’ uniformità e rego larità
dei fatti esterni, ma figurano anche come il rifiesso o meglio l'applicazione
delle varie forme di attività psichica (tra le quali merita particolare
attenzione l'esigenza della ragione e del fondamento delle cose e la tendenza a
rintracciare la loro reciproca dipendenza) all’azione reciproca che presentano
le cose. La scienza naturale, è vero, s'arresta alla valutazione dei rapporti
quantitativi, che sono quelli accessibili alla misura, perchè i suoi obbietti
quali determinazioni spaziali e temporali e quali limitazioni di qualche cosa
d’identico e di continuo sono paragonabili quantitativamente, ma ciò non toglie
che una forma di conoscenza superiore e più completa debba tener conto delle
varie forme di azione esercitate dalle cose tra loro. Ed anche nelle scienze
che hanno per obbietto la natura, le leggi puramente descrittive e basate
esclusivamente su rapporti quantitativi tendono a divenire genetiche e
condizionali, segno che l'esigenza della scienza non è quella di trovare semplicemente
dei rapporti di equivavalenza, ma di mostrare come le cose sussistenti solo in
quanto sono attive, operino nelle varie contingenze. Ciò che ha il maggior
interesse per l’intelletto umano non è la pura fissazione di rapporti
quantita‘ivi, ma la determinazione dei rapporti di condizionalità e di
causalità, rapporti che se sono resi visibili per mezzo delle variazioni
concomitanti quantitative, non implicano nient'affatto l'equivalenza dei
termini dei detti rapporti. D'altra parte le varie funzioni di analisi, di
sintesi, e di analisi e sintesi insieme non s'intende come possano esser
ascritte all'unità della coscienza che è sempre un concetto puramente formale e
quindi vuoto : è necessario la sostituzione di qual cosa che dia ragione della
possibilità di differenziare e diidentificare i vari fatti psichici e insieme
della possibilità di scomporre e successivamente comporre i singoli fatti per
poter fondere in ultimo i due processi in uno. Ora il concetto che risponde a
tali requisiti per noi è quello dell’altività, la quale può divenire sorgente
di atti molteplici; atti che mentre da una parte si differenziano tra loro,
sono però congiunti per questo chehanno un'origine comune. Di guisa che la
funzione analitica della (1) RieuL: Op. cit. Fr. B. Schluss Qui è bene riferire
un passo del medesimo Riehl: “ Es kinnte in der Natur nichts auch nur relativ
Selbstindiges geben wenn es in ihr nicht wahre, sondern immer nur ùbertragene,
mithin scheinbare Thàitigkcit gàbe. Nicht bloss im Moralischen, auch im Physischen
wurzelt die Selbststindigkeit in der Selbsthiitigkeit Obgleich wir uns die
Elemente nicht auf psychische Art wirkend zu denken haben, also nicht als
Monaden vorstellen, so weist doch, “ie FErscheinung der physischen Thiitigkeit
auf eine wahre von den Elemznten ausgehende, nicht blos denselben 4usserlich
eingeprigte Action zuriick. Nur was fàhig ist zu wirken ist und heisst wirklich. In d r Empfindung, die nicht blosse
Receptivitàt ist. sondern Reaction gegen den empfangenen Reiz haben wir den
Typus der Wechselwirkung auck in der nicht empfindenden Natur vor uns,
coscienza è resa possibile dall'avvertimento dei molteplici atti emergenti
dall'attività psichica, quella sintetica dall'’avvertimento della loro identità
d'origine e quella sintetico-analitica dalla fusione dei due processi o dal
congiungimento dei due momenti del medesimo fatto. Da tal punto di vista
l'essenza della legge in genere è riposta nel tentativo d’interpretare l'azione
reciproca delle cose presentateci dall'esperienza, basandosi sul modo d'operare
della nostra attività interiore. Del resto ciascun individuo nell'’enunciare
una legge, per quanto non l’esprima, sottintende tale concetto fondamentale
dell'attività. Ed è questo il sulo mode di poter comprendere l’unità delle
cose. Il detto fattore dell’attività non trova espressione adequata, perchè ciò
che è qualitativo e interno non può essere obbiettivato e insieme
universalizzato come i rapporti quantitativi, spaziali e temporali che
rappresentano il contenuto della coscienza intesa in senso universale e non di
quella individuale soltanto. Al di fuori del Criticismo, la concezione
dualistica della legge assunse una forma particolare nel Wundt, la quale merita
di essere mentovata (1). Il filosofo di Lipsia dopo aver messo in sodo che il concetto
di legge in genere originariamente derivò da quello di norma, riconobbe che
esso sì andò sempre più allontanando da questo a misura che i fatti costituenti
l'oggetto delle scienze esplicative non furono più considerati quali
estrinsecazioni d’ impulsi interiori, a misura cioè che furono presi in
considerazione dalla scienza le relazioni formali delle cose e non Wundt.
Etk:k, Stuttgart, Id. Logik. il loro contenuto e significato obbiettivo.
Pertanto la nozione di legge-norma divenne estranea da un pezzo alle scienze
naturali, contrariamente a ciò che accadde nelle scienze psicologiche e
storiche. Il processo delle scienze esplicative, nota il Wundt, s’intreccia
spesso con quello delle scienze normative, per modo che in queste si hanno
delle leggi dichiarative a fianco alle normative e viceversa: ciò che non va
dimenticato è che spesso il punto di vista esplicativo è anteriore e quindi
presupposto da quello normativo, il quale ha soltanto in esso la sua base. In
ogni caso le scienze normative si differenziano profondamente da quelle
dichiarative e descrittive per questo che nelle prime predominando le
leggi-norme, alcuni fatti sono differenziati da altri per mezzo del momento
valutativo, in base al quale i dati sono riguardati come conformi o contrari alla
norma. La contrapposizione del normale all’anormale mena alla differenziazione
del dovere dall'essere. Ora il punto di vista esplicativo conosce semplicemente
l'essere, onde le scienze che hanno per obbietto la natura considerano ciò che
è già dato e se esse accolgono anche la nozione di norma e di dovere, l'essere
in tal caso coincide col dovere per modo che non vi può essere contradizione
tra i due: il so/len diviene mdassen. Col toglier via adunque ogni forma di
valutazione viene ad essere tolta ogni possibilità di differenziare i fatti in
regolari e irregolari, in normali e anormali. Ma la valutazione in tanto è
possibile in quanto gli atti singoli che sono obbietto della valutazione, sono
considerati come un prodotto del volere umano, ond'è che essi vengono distinti
in atti conformi o non conformi alle esigenze (norme), alle direzioni
fondamentali del volere stesso. Ed è su ciò che è fondata anche la distinzione
del dovere dall’ essere. D'altra parte la norma di fronte alla volontà può
assumere la forma di comando, di regola riferentesi non soltanto alla
valutazione di atti già compiuti, ma alla produzione di fatti avvenire. Però
ogni uorma è originariameate una forma d’attività, una determinazione, una
regola del volere, e come tale, una prescrizione; è solo secondariamente che
può divenire una specie di stregua, di misura indispensabile all’apprezzamento
di a'ti già compiuti. Qui va notato che il carattere normativo non sì rivela
identico e costante in tutte le così dette scienze normative : così di tutte le
norme o regole grammaticali, una sola conserva il suo carattere obbligatorio ed
è che le forme grammaticali delle varie lingue devono esser conformi alle leggi
logiche del pensiero. Tutte le altre regole grammaticali figurano coine il
risultato di svariate condizioni psicologiche e fisiologiche. In modo analogo,
mentre la più parte delle norme giuridiche hanno la loro origine nelle mutevoli
e particolari condizioni storiche della società, alcune soltanto
indipendentemente da queste cause posseggono forza obbligatoria dovuta alla
natura morale dell'uomo. Anche nelle norme estetiche va distinto l'elemento
transitorio prodotto dalle influenze storiche della moda e delle consuetudini
da quello permanente, a cui noì siamo disposti ad attribuire il massimo valore.
Dalle molteplici radici del sentimento estetico emergono le norme estetiche che
prendono due direzioni diverse : da una parte quella riferentesi ai principii
della regolarità, della simmetria, dell'armonia, dell'ordine che sono un
prodotto del pensiero logico: e dall'altra quella relativa alle bela Li et e i
e "e _m..{i-_ b-°’’ _ieccosieliani esigenze ed emozioni etiche, per il cui
mezzo il bello parla al. cuore, assumendo le forme più elevate. Logica ed
Etica, ecco le due scienze normative vere e proprie: formando la prima la base
normativa delle scienze teoretiche, la seconda quella delle pratiche (1). Le
norme della Logica possono estendersi a tutto ciò che ci è dato dalla
intuizione e dalle nozioni da questa derivate ; ma nella loro applicazione non
involgono un giudizio valutativo intorno agli oggetti del pensiero logico ; può
solo tanto il soggetto considerato in rapporto alla sua attività cogitativa
costituire la base di un apprezzamento valutativo; le norme dell'Etica si
riferiscono immediatamente agli atti volitivi dei soggetti pensanti ed agli
oggetti solo inquanto questi debbono la loro origine agli stessi atti volitivi:
come si vede, in tal caso è il soggetto agente che nello stesso tempo forma
oggetto della nostra valutazione. Onde è chiaro che il subbietto del pensiero
logico in tanto può essere in qualche modo apprezzato in quanto è insieme
obbietto etico : il pensiero logico infatti come libero atto volontario può
essere subordinato all'attività morale. E la Logica avendo fra gli agli altri
compiti anche quello di trattare e di esaminare i criterî del pensiero vero e
il valore dello stesso, può benissimo essere chiamata Etica del pensiero. Di
guisa che il concetto del dovere non ha un significato eguale nella Logica e
nell’ Etica, giacchè per questa il dovere emerge dall'obbietto stesso della sua
considera (1) Teoretica è la ricerca scientifica vertente sul nesso reale dei
dati di fatto; pratica quella che ha per obbietto le produzioni della volontà
umana e le creazioni dello spirito. zione, mentre che nella Logica il dovere
nasce soltanto quando il processo logico è sottoposto ad un giudizio
valutativo, vale a dire quando è annoverato tra le azioni etiche. In tal guisa
per il Wundt la sorgente ultima della nozione di norma è nella moralità, e la
scienza normativa per eccellenza è l'Etica. Dipoi l’idea di norma prende due
direzioni, da una parte è applicata a quei dominii scientifici che per le loro
condizioni d'origine subbiettiva (atti volontarii) sono più affini ai fatti
morali, dall’ altra parte è applicata a tutti gli oggetti dell’esperienza
esterna ed interna, i quali sono apparsi sottoposti ad una costante regolarità
riguardo al loro modo di presentarsi, di svolgersìi ecc. Si comprende
agevolmente che la prima trasformazione ed applicazione dell'idea di norma ha
preparata la seconda, giacchè il pensiero logico, è stato tratto con molta
facilità a trasportare il suo proprio carattere normativo agli obbietti ad esso
sottoposti. D'altra parte il carattere normativo del pensiero logico non
avrebbe mai potuto svolgersi completamente senza la corrispondente costanza e
regolarità degli obbietti, la quale però, giova tenerlo a mente, non sarebbe
mai stata appresa senza il concorso dell'attività del pensiero sottoposta a
date norme: sicchè possiamo ben dire che i due indirizzi presi dall'idea di
norma, intrecciandosi, sì sono aiutati a vicenda nel loro svolgimento, l’azione
preponderante pur essendo esercitata dal carattere normativo del pensiero
logico. E qui si potrebbe osservare che considerando la norna quale regola
della volontà, quale determinazione primitiva di questa, non si spiega come
essa possa assumere la forma di comando, senza implicare costrizione, necessità
subbiettiva. Se la norma rappresenta una determinazione della volontà, perchè
si può e uon si può seguirla? Donde la scissione, lo sdoppiamento del dovere
dall'essere, dell'ideale dal reale ? Ogni difficoltà sul riguardo viene a
sparire, se si tien conto del fattore sociale nella genesi della norma. Questa
è, sì, una determinazione della volontà, una forma d'attività, ma una
determinazione della volontà sociale, una forma dell'attività collettiva,
rispetto alla quale la volonta individuale si può benissimo trovare in antitesi
per svariatissime ragioni. Il carattere normativo ha la sua sorgente
nell’intima relazione esistente tra i varii individui (soggetti pensanti e
volenti) componenti una società, i quali sono come parti organiche di un Tutto
d’ordire superiore. È il volere e la coscienza sociale che si può imporre al
volere dei singoli individui (1). Tutte le norme e regole che hanno un valore
obbligatorio sono da considerare quale prodotto della coscienza e della volontà
sociale. Invero le varie forme di società (1) Recentissimamente taluno ha
affermato che i prodotti della collettività sono inferiori alle opere compiute
dagli individui isolati: riunite insieme, si è detto, i più grandi ingegni, in
modo che tutti cooperino alla produzione di un’opera collettiva, e vedrete che
ne verrà fuori qualcosa d’ imperfetto. Se ciò sia vero o no, non importa
discutere qui: ciò che voglia no mettere in evidenza è che le produzioni
collettive naturali non vanno identificate colle produzioni artificiali,
arbitrarie di una qualsiasi riunione d'’ individui, giacchè in quest’ultimo
caso la collettività lungi dal presentare i caratteri dell'organismo assume
l’aspetto di qualcosa di meccanico. È per questo che le note antagonistiche
presentato dai vari individui invece di essere armonizzate in un’unità
superiore, si elidono a vicenda. umana, costituiscono delle vere e proprie
.unità organiche, le quali hanno delle funzioni determinate, superiori a quelle
degl'individui, adempiono ad uffici più elevati e rispondono ad esigenze, per
cui sarebbe inefficace l’attività individuale. La connessione degli spiriti,
l’azione reciproca, la solidarietà vera, perché fondata su rapporti spirituali,
dei varìl membri delle società è un fatto che ci dà la chiave per spiegare
taluni prodotti psichici complessi, che altrimenti rimarrebbero un mistero.
Così il lavorio intellettuale dei diversi individui componenti la società umana
ha avuto per effetto di fissare lo scopo ultimo, l'ideale della conoscenza,
togliendo dalle direzioni particolari dell’ attività spirituale tutto ciò che
vi era dì accidentale, di subbiettivo, d’incoerente, d’inefficace e
determinando una direzione unica e consistente, atta cioè a connettere insieme
i varii momenti del processo cogitativo e a stabilire il rapporto del pensiero
individuale con quello universale. La volontà e la coscienza sociale hanno
universalizzato il pensiero, fissando l'ideale e quindi le norme a cui si deve
conformare il prodotto psicologico individuale, affinchè possa adempiere al suo
vero ufficio. Tutto ciò che non può essere messo in rapporto col sistema di
relazioni stabilite dalla vita storica e sociale dell'umanità non ha
consistenza, e quindi non è reale nello stretto senso della parola, nè vero: e
le norme o le leggi del pensiero non rappresentano che il modo, la via da
tenere per poter connettere il fatto singolare col sistema universale; sistema
che d'altra parte alla conoscenza riflessa si rivela come generato appunto da
quei postulati della conoscenza. Ciò non toglie che si possa presentare un
fatto psichico il quale, pure essendo un prodotto naturale e quindi fornito di
una certa realtà, non possa però essere messo in connessione col sistema di
relazioni fissato dallo spirito sociale, cnde proviene che esso è rigettato
come erroneo, come falso, come non rispondente all' ideale della realtà e
verità. Con questo, intendiamoci, non sì vuole escludere la parte che la
costituzione psichica individuale ha nel determinar: le norme logiche ; così
l’unità e l'identità della coscienza rispetto alla molteplicità e diversità dei
suoi atti e del suo contenuto, la cos‘anza della sua attività rispetto alle
varie direzioni di essa concorrono a far considerare come norma e legge
dell’attività psichica un determinato modo di operare che sembra sottratto a
variazioni arbitrarie e accidentali. Onde consegue che ammesso il caso che l’unità
e l'identità della coscienza non sia conservata o che il sistema di relazioni
tra i varii fatti psichici, costituente la continuità di tutta la vita mentale
non siasi peranco formato (bambini, stati particolari dello spirito, sogni,
ecc.), sì potrà avere un prodotto psichico naturale si, ma non logico, e quindi
una violazione delle leggi che furono dette costituire l'ossatura del nostro
essere spirituale. Ma la nozione completa di norma coi caratteri che la
controdistinguono, tra i quali primeggia l'obbligatorietà, non si sarebbe
potuta avere senza la cooperazione del fattore sociale. Da qualunque punto di
vista si voglia considerare la natura dello spirito umano, lo si faccia pure
identico nella sua origine all’assoluto e al divino, il certo è che a questo
spirito il sapere costa sforzo e fatica e che sulle cose a noi bisogna pensarci
e ripensarci su, prima di intenderle, La cosa fuori di noi, se reale, diversa
essenzialmente da noi, se ideale sta da una bande, il pensiero nostro sta
dall'altra. Questa opposizione, almeno immediatamente nella esperienza
ordinaria, è innegabile, quando pure si accordi che la speculazione possa
perimerla ed annientarla. Ora in un tal distacco della cosa dal pensiero, a
questo non riesce d'’acquistare tutta la cognizione della cosa per un atto
d'intuito o per una deduzione continua da un intuito primigenio o da una
qualunque astrazione ultima. Il pensiero tenta e ritenta, cerca e ritorna a
cercare, prova e riprova. La cosa sta lì come a dire immobile; il pensiero,
come nota un arguto filosofo contemporaneo, le si agita intorno per ghermirla e
farla sua: il che vuol dire per pensarla tutta e rendersela intima. Il prodotto
di questo moto del pensiero intorno all'oggetto è la scienza. Un fatto si
complesso non è a meravigliarsi che dia origine a problemi diversi. Infatti, si
può ricercare : Quali sono i presupposti psicologici e logici di tale movimento
del pensiero ; Che cosa nell'oggetto occasiona il detto moto del pensiero ; 3°
Come il pensiero riesce a rendersi suo l'oggetto e a pensarlo qual'è; 4° Che
cosa è il pensato: che cosa, cioè a dire, è in sè il prodotto mentale di questo
moto del pensiero intorno all'oggetto. E dalla soluzione di questi problemi che
dipende la de terminazione dell'essenza della legge, Cominciamo dalla discussione
del primo. È evidente che il primo presupposto psicologico della scienza è
l’esistenza dell'intelletto o facoltà di pensare esplicantesi nel riunire o
separare mentalmente i fenomeni secondo certi rapporti (potere di sintesi o di
analisi). Come il senso ci presenta il risultato di operazioni aritmetiche e
geometriche inconsapevoli sui movimenti esterni, così il pensiero, il quale fu
detto la facoltà di confrontare le cose e di vederne i rapporti, con un secondo
lavoro ordina ed elabora le sensazioni; la qual cosa fu espressa
metaforicamente dicendo che il senso fornisce la trama con cni l'intelletto
tesse la stoffa del pensiero. I rapporti stabiliti dall’intelletto sono stati
distinti in semplici e composti: come l’analisi chimica ha mostrato che il
numero infinito dei corpi naturali si riduce a combinazioni di una sessantina
di corpi semplici, i quali potranno forse ancora ridursi ad un numero minore,
così l’ analisi psicologica ha trovato che le nostre idee possono ridursi a
poche idee elementari. Talchè se i rapporti composti sono in numero infinito,
quelli semplici sono pochi: si riducono ai seguenti: rapporto di spazio e tempo
(forme dell’intuizione), rapporti di numero (unità e pluralità), di qualità
(identità e differenza, di sostanza e di causalità. Come si vede, i detti
rapporti si riducono in parte alle categorie. A noi ora non compete di passare
a rassegna ì tentativi fatti dai vari filosofi per ridurre il numero di essi e
per dare a ciascuno un valore determinato in rapporto alla sua genesi; a noi
basta di aver messo in sodo che il pensiero non potrebbe intendere la realtà,
se non avesse l’attitudine a stabilire dei rapporti fonda:nentali tra gli
oggetti e ad ordinare e classificare questi in date maniere. Un secondo
presupposto psicologico della conoscenza scientifica è l’esistenza della
ragione propriamente detta, dell’attitudine cioè del pensiero a riflettere, a
ripiegarsi su sè stesso, è l'esistenza della coscienza di secondo grado per cuì
il fatto psichico concreto viene idealizzato. Mentre gli animali non riescono a
distingnere il caldo dalla sensazione del caldo, l’uo.no distingue la parola
dal pensiero e il pensiero dalla cosa pensata. Ora ognuno comprende che
l’astrazione e la generalizzazione che sono i due principali istrumenti di cui
lo spirito umano si serve per fissare l’essenziale e il permanente in mezzo
agli accidenti, in tanto sono possibili in quanto esiste la coscienza di
$econdo grado. Cosi facciamo un’astrazione quando separiamo mental nente le
cose dalle loro qualità : p. es. pensiamo al tringolo facendo astrazione dal
corpo triangolare e pensiamo al corpo (cioè ed una estensione tangibile),
facendo astrazione dalla sua figura e dalla materia di cui è composto : e
facciano una generalizzazione quando riuniano mentalmente in un'idea sola delle
cose che hanno delle somiglianze, ossia delle qualità comuni: coll'idea di
corpo ci rappresentiamo in qualche modo tutti i corpi nello stesso tempo. Ora è
evidente che queste operazioni non si possono fare sulle cose sensibili, ma bensi
sulle idee delle cose, sui pensieri; per compiere queste operazioni dunque
bisogna sapere che pensiamo. Si aggiunga che è mediante l’astrazione e la
generalizzazione che noi possiamo pensare le cose per via di concetti veri e
propri, i quali sono come a dire delle presentazioni di cose non imaginabili;
infatti sì può immaginare un dato color rosso, ma ciò che pensiamo colla parola
colore non è imaginabile, perchè non è nè bianco, nè nero, nè di alcuno dei
colori dello spettro. Un terzo presupposto di pertinenza della psicologia e
insieme della logica è quello riflettente il criterio dell'evidenza e della
verità obbiettiva. Se lo spirito umano non avesse la capacità di far
distinzione tra il pensare obbiettivamente necessario e quello non necessario
mediante la coscienza immediata dell’evidenza, se esso non potesse
differenziare in modo sicuro un giudizio necessariamente ed universalmente
valido da uno subbiettivo ed individuale, se insomma il pensiero umano non
potesse elevarsìi al disopra dell'esperienza e in base alla permanenza, alla
unità e identità della coscienza e in base alle norme che da queste derivano
andare in traccia del concatenamento logico delle varie leggi regolanti lo
svolgersi dei fenomeni dell’universo, la scienza non avrebbe mai potuto esistere.
Ora un tale criterio si trova in ultima analisi nel peculiare sentimento di
evidenza che accompagna un dato modo di pensare, nella necessità
subbiettivamente sperimentata, nella coscienza che noi abbiamo di non poter
pensare diversamente in date circostanze. La fede nella giustezza e nella
validità di una determinata maniera di pensare è la base di ogni certezza, onde
chi non ha una tal fede non può ammettere veruna scienza, ma solamente un
npinare. Sicchè l'universalità del nostro pensiero poggia in ultimo sulla
coscienza della necessità, e non viceversa. È evidente quindi che solo il
pensiero possiede da una parte la capacità di conoscere e dall'altra la regola
per valutare la realtà di ciò che non è prodotto dal soggetto, ma figura come
esistenza extramentale. La validità obbiettiva del contenuto del nostro
pensiero scientifico è l'effetto della concordanza criticamente stabilita tra
le forme del pensiero e quelle della realtà, la quale non è prodotta dall’
attività dello spirito (realtà esterna): da tal punto di vista la verità non
figura come concordanza iniziale, primigenia del pensiero coll'essere,
sopratutto non figura come armonia tra un atto del soggetto ed una qualità
dell’ oggetto, ma bensi come concordanza criticamente giustificata del contenuto
del nostro pensiero, reso subbiettivamente certo, con una realtà che almeno in
parfe oltrepassa l'attività puramente subbiettiva. Non dalla molteplicità
accidentale, dice il Sigwart, del contenuto su cui si affatica il nostro
pensiero, ma dall’attività del pensiero stesso deve emergere il criterio della
verità . Dall'esame critico che il pensiero fa di sè stesso emerge la
convinzione della verità di ciò che è posto necessariamente come reale dal
pensiero, la fede nella verità obbiettiva, e invero quale fatto psichico
particolare potrebbe condurci al concetto della realtà se non il pensiero che
pone sè stesso? L'identità e l’immutabilità delle determinazioni logiche
foudamentali rispondono all'unità della coscienza, la quale unità sparirebbe,
se le funzioni nelle quali sì esplica non si compissero sempre nello stesso
modo. Dopo aver parlato dei presupposti psicologici passiamo a quelli
prettamente logici. Questi son dati da quei postulati, da quei principii
indimostrabili che se possono essere violati di fatto non lo sono mai di dritto
nella coscienza e nella riflessione umana, da quei principii riconosciuti anche
dalla logica veri per una forza intima, per un sentimento. Se rifiutiamo
infatti i detti principii noi rinneghiamo il nostro stesso pensiero, struggiamo
noi stessi come esseri pensanti. Essi fanno la loro comparsa nel pensiero,
allorchè questo di fronte al prodotto delle leggi psicologiche (meccanismo
interiore) s'accorge che l’ultimo è manchevole, incompleto, non quale dovrebbe
essere in rapporto sempre all’ideale dell'attività cogitativa. Ond'è che essi
si mostrano dapprima sotto forma negativa e relativa, ossia come esigenze di
ciò che manca al prodotto psicologico, di ciò che è ne. cessario per renderlo
accettabile. Il processo psicologico, poniaino, ha addotto nel nostro pensiero
una contraddizione ? Noi non possiamo accettarla e in questo rifiuto di
riconoscerla apparisce la legge logica dell'identità. Tra i detti postulati
merita anzitutto menzione quello dell'unità razionale del tutto. Noi nello
svolgere le nostre cognizioni procediamo come se tutti gli oggetti si potessero
e si dovessero ridurre ad una sistematica unità, comunque non sia lecito
asserire dogmaticamente che tutte le cose stiano realmente sotto principii
comuni ed abbiano una ragionevole unità. Questa non è richiesta dagli oggetti
come condizione assolutamente necessaria e determinata, ma vi è solo
presupposta da noi. Però se con un principio trascendentale, come Kant lo
chiama, noi non presupponessimo questa unità sistematica come esistente negli
oggetti stessi, allora questa non sarebbe nemmeno più possibile, o almeno
perderebbe ogni valore anche come principio logico. Nè tale principio
trascendentale si può derivare dall'esperienza, poichè la ricerca di
quell’unità è per la ragione una legge necessaria: e senza di questa non vi
sarebbe più ragione, senza ragione nessuna attività connessiva dell'intelletto,
e senza quest'unità niun criterio sufficiente della stessa verità empirica. Per
il che noi dobbiamo rispetto a questa considerare quell’unità sistematica come
obbiettamente valida e come necessaria. Questa presupposizione dell'unità della
natura si trova, notò già Kant, nascosta in molti principii dei filosofi senza
che essi talora se ne siano accorti. Cosi il principio logico che ci fa ridurre
la varietà degli oggetti a generi determinati, si fonda naturalmente sopra un
principio trascendentale, in forza del quale noi presupponiamo sempre una certa
uniformità nei variì oggetti dell’esperienza, perchè senza di quell’uniformità
non sarebbe possibile nessun concetto e quindi nessuna esperienza. E qui è
necessario accennare al postulato dell’ uniformità della natura, il quale si
può formulare cosi: in circostanze uguali gli stessi antecedenti sono seguiti
dagli stessi conseguenti e reciprocamente. In fondo esso afferma che tutta la
natura è soggetta a leggi. Passiamo ora a dire degli altri principali postulati
della conoscenza, quali quello d'identità, di contradizione, del mezzo escluso
e di ragione sufficiente. La legge d'identità significa in ultima analisi che è
possibile fare dei giudizi, i quali abbiano un significato e siano veri : essa
quindi, nonostante le differenze riscontrabili nel contenuto di un giudizio,
enuncia l’identità o l’unità reale di questo : stabilisce, in altre parole, che
l'affermazione sintesi delle differenze riferita alla realtà, è vera. La legge
d' identità esprime l’ unità della realtà, in quanto ogni affermazione esclude
la discontinuità nel mondo reale, per modo che un giudizio non può essere vero
da un lato e falso dall'altro, ciò che è una volta vero è sempre vero senza
riserva; la quale può però sempre rapportarsi al contenuto del giudizio.
L'affermazione come tale è incondizi onata, cioè non è limitata da condizioni
differenti dalla determinazione del proprio contenuto (in relazione al tempo,
p. es.), il quale se è vero, è vero senza riserva. Non vi è una realtà di cui
una data affermazione sia vera, ed un'’altra di cuì sia falsa. La legge di
contradizione è il complemento di quella d'identità, giacchè essa pone la
realtà come unità consistente, vale a dire come unità che poggia su sè stessa e
le cui parti od elementi si mantengono a vicenda. Ciò che è vero non solo
rimane sempre vero applicato alla realtà, ma ha una sfera d'azione estesa, giacchè
produce effetti attì a limitare cose che sono prima facie al di fuori della
verità enunciata. Inferire dall’affermazione A è B che A non è nox B equivale a
dire che A è determinato da B rispetto a C e D. . La legge del terzo escluso è
il principio essenziale della disgiunzione, la quale implica l'alternativa
assoluta tra due O più membri positivi e significativi. Un dato giudizio e la
sua negazione non solo non possono esserè entrambi veri, ma o l’uno o l’altro
dev'essere vero e quindi significativo; dunque la negazione implica conseguenze
affermative. In tal guisa il principio del medio escluso afferma che la realtà
non solo è unità consistente, ma è un sistema le cui parti si determinano
reciprocamente. Dicendo che una negazione può menare ad una conseguenza
determinata ed esplicitamente positiva, e non soltanto, come afferma la legge
di contradizione, che una verità può trar seco conseguenze definite negative,
la legge del medio escluso presenta la realtà come un tutto avente la sua
ragione in sè stesso. La legge di ragione sufficiente emerge, per così dire,
dal punto di vista da cui è stata considerata la realtà mediante le sudette
leggi negative del pensiero. Essendo, infatti, la realtà un sistema di parti
determinantisi reciprocamente, è chiaro che ogni elemento può essere
considerato come conseguenza, effetto, prodotto di uno o di più altri elementi
e in ultimo del tutto preso nel suo complesso. Ogni fatto, dice la legge di
ragione sufficiente, ha un fondamento o ragione da cuì necessariamente deriva.
La necessità però non significa altro che una volta dato l’antecedente, la
causa, la ragione è perciò stesso dato il conseguente o l’effetto. Qui è bene
notare che l’assoluta necessità è una contradizione în adjecto, perchè ogni
necessità è condizionata ex hypothesi all'esistenza del fatto. La necessità di
cui si vuol parlare qui è quella reale, che ha il suo fondamento ultimo nel
dato di fatto elaborato. dal pensiero, elaborazione che si riduce a porre in
relazione un fatto particolare col tutto. Che cosa nell'oggetto occasiona quel
moto del pensiero che costituisce la scienza? ecco il problema che ci tocca ora
di esaminare dopo aver rapidamente passato a rassegna le varie condizioni
subbiettive. É necessario che noì qui facciamo una distinzione tra le scienze
che hanno per obbietto il reale, e quelle che hanno per obbietto ciò che può
essere o che deve essere, le prime costituendo le scienze esatte o
sperimentali, le altre le scienze normative o costruttive, quali la Logica e la
Matematica, l' Etica e l'Estetica;e ciò perché il suddetto moto del pensiero è
occasionato in modo differente nei due casi : nel primo è in funzione la
variazione successiva in qual cosa di unico, il modo costante e regolare di
operare di determinate cause, il ritorno ritmico di dati fenomeni sotto date
circostanze, nel secondo la constatazione di fatti interiori presentantisi con
una forma di necessità che manca ai dati sperimentali. Come si vede, il fatto
obbiettivo che agisce, quasi diremmo da stimolo del processo scientifico è diverso
a seconda che si tratta di scienze puramente esplicative, ovvero di scienze
normative; nè può essere diversamente se si pensa al profondo divario esistente
tra i due ordinidi sapere. Il primo ha la sua base nella costanza e regolarità
dei fenomeni ed esprime il rapporto di causalità quale si offre
all'osservazione e alla sperimentazione esterna, rapporto giustificabile
unicamente coi fatti e non significante altro che il modo costante con cui i
medesimi fatti avvengono: ed a tal proposito notiamo che anche le cosidette
scienze pratiche in quanto prescrivono i mezzi necessari, perchè un dato scopo
sia raggiunto, hanno la loro base obbiettiva nella costanza e regolarità dei
fatti, giacchè esse in fin dei conti enunciano le regole con cui certi fatti si
debbono compiere, regole fondate sopra un ordine particolare di fatti; tale è
il caso dei precetti dell’ Igiene, della Dietetica, ecc. L'altro ordine di
sapere, che lungi dal rappresentare la semplice generalizzazione. ricavata da
un complesso di fatti empirici, esprime l'ideale verso cui tende la conoscenza
e l’attività umana, deve necessariamente avere il suo punto di partenza
obbiettivo da una parte nelle tendenze, nelle aspirazioni, nelle esigenze
primitive dell'anima umana e dall'altra nell’ esperienza scientifica,
artistica, storica e sociale dell’ uman genere tutto quanto. Cosi, ad esempio,
il carattere proprio dell'obbligazione morale non può esser derivato dalla pura
esperienza, dal fatto p. es., che taluni uomini e siano anche molti, si son
prefissi questo o quello scopo, ma da una necessità interna indipendente da
qualsiasi esperienza e risiedente nella natura propria del soggetto volente, 1n
altri termini va derivato da leggi o funzioni a priori dell'essere umano, la
interpretazione delle quali può essere ricercata dalla psicologia, ma il cui
valore ne dipende così poco come quello delle leggi matematiche o logiche. È
vero che recentemente si è cercato di derivare tutte le determinazioni etiche e
giuridiche dai cosidetti rapporti bio-etici, dai bisogni sociali e quindi
dall'esperienza e non dalla nozione formale della volontà; e non v'ha dubbio
che in realtà ogni determinazione giuridica concreta risponde ad uno scopo
particolare e che ogni forma di dritto piuttesto che esser sorta
originariamente da riflessione filosofica, è sorta dalla necessità di regolare
le azioni di una parte grande o piccola della società umana: ma la
trasformazione di tale necessità in fatto di dritto, il riconoscere come cosa
conforme al dritto e come necessariamente giusto ciò che l’esperienza mostrò
rispondente ad uno scopo, e ciò che l’abitudine, mediante le consuetudini,
fissò, è cosa che può essere compresa soltanto, tenendo presente la natura
morale dell'uomo in genere e non dell'individuo singolo. Il contenuto delle
leggi giuridiche e morali, lo scopo a cui esse servono è determinato dai
bisogni dell'individuo e della società, ma la loro forza obbligatoria può
essere fondata solo sopra una necessità interiore ed universale risiedente
nella costituzione propria dalla ragione umana:ragione umana che non si può
ridurre ad una funzione dell’individuo, ma va considerata come l'espressione
dello spirito umano inteso nella sua universalità, come il riflesso della
connessione intima delle anime umane. Le esigenze morali sono una emanazione di
quell’elemento della nostra natara che c’innalza al disopra della sfera
individuale o subbiettiva. Tale elemento è appunto ciò che chiamiamo spirito,
in quanto con questo nome vogliamo ntendere ciò che ci rende atti a riflettere
sulle cause e natura delle cose, a godere del bello per sè, e a porci davanti
dei fini diversi da quelli riguardanti il nostro benessere individuale. E il
sentimento di obbligatorietà, non può sorgere insino a tanto che il ben operare
non è stimato qualcosa di necessario all'uomo come uomo, qualche cosa di
richiesto dalla sua propria natura e d’implicito in essa, qualcosa che,
trascurato, mette in contraddizione l’uomo con sè stesso, insino a tanto cioè
che non prende origine in qualsivoglia forma la coscienza della necessità
morale. Quello che abbiamo detto delle leggi normative morali può esser
ripetuto, mufatis mutandis di tutte le altre leggi normative (logiche,
estetiche, matematiche, ecc.) : ond' é che crediamo più opportuno passare al
fattore obbiettivo delle leggi esplicative. Queste in quanto causali hanno
principalmente il loro fondamento obbiettivo nell’ azione che una cosa esercita
sull'altra; azione che in principio è ammessa soltanto quando si osserva
continuità spaziale e femporale di movimenti o di altri cangiamenti. La
semplice successione di due fatti non esaurisce il significato del concetto di
azione, il quale implica il passaggio dell'atto, dell'agire da una cosa in
un'altra, producendo in quest'ultima un cangiamento che senza di ciò non si
sarebbe mai prodotto. L’idea primitiva vaga e indeterminata che vi possa essere
qualche cosa come causa, atta cioè a produrre qualcos'altro ha il suo
fondamento in tale concetto dell'agire. Se noi esaminiamo con attenzione le
particolarità dei fatti fra i quali intercede in modo chiaro una reciproca
azione, noi troviamo che la continuità spaziale e temporale dei cangiamenti
svolgentisi nelle cose porge la prima occasione a considerare queste come parti
di un unico fatto o processo. Se la vanga penetrando nella terra rimuove le
parti ad essa vicine, se la scure divide un pezzo di legno, se la mano,
premendo, spinge un corpo innanzi, nol non possiamo rappresentarci l'uno dei
movimenti senza l'altro, giacchè per l'assioma che dice che in uno stesso luogo
non possono trovarsi simultaneamente due cose, ogni movimento di un corpo
richiede lo spostamento dell'altro: e poichè l'impulso e lo spostamento si
presentano in intima connessione, è chiaro che l’imagine complessiva del
processo è ciò che primitivamente si rende evidente Di esso poi vengono
separatamente considerati, in rapporto alla duplicità delle cosein movimento,
due fatti, il moto del corpo che spinge e quello del corpo spostato. Emerge
chiara così l'idea che l’atto del primo corpo va considerato come continuantesi
nel cangiamento del secondo attraverso lo spazio e il tempo insino a che tutto
il continuo dei cangiamenti sì arresti. Nell'’azione va ricercato adunque il
fondamento reale delle connessioni che la nostra coscienza continua nel tempo e
comprensiva nello spazio stabilisce tra due fatti che si congiungono
spazialmente e temporalmemente. E allo stesso modo che rispetto ai cangiamenti
delle cose singole, noi troviamo che la continuità del cangiamento non permette
di considerare cessata d'un tratto l'esistenza di una cosa e iniziatane
un'altra, l’avvicendarsi continuo delle sensazioni presupponendo anzi un fondo
unico, così la continuazione ininterrotta delcangiamento di una cosa in quella
di un'altra è indizio sufficiente che l'atto della prima passa nella seconda, e
che quindi in quella risiede il punto di partenza dell’azione. Oltre l’azione
reciproca delle cose, in seguito alla continuità spaziale e temporale, fanno
parte del fondamento reale ed obbiettivo della legge naturale esplicativa il
corso mutevole delle cose, il presentarsi ritmico di un fenomeno, specialmente
se questo, non potendo essere riferito all'attività interna della cosa che sì
muta e si muove in modo ritmico, deve essere riguardato come prodotto da
qualcosa d'esterno ; il cangiamento insomma nelle sue varie forme e colle sue
molteplici caratteristiche da una parte e la regolarità e costanza dall'altra.
Si aggiunga infine la necessità esistente nella concatenazione dei mutamenti,
la quale nell’ inizio si presenta sotto la forma di costringimento esterno
subito dall'obbietto dell’azione e poi come necessità interiore proveniente
dalla natura propria delle cose. 3° Il terzo problema verte sulla maniera in
cui il pensiero riesce a rendersi suo l’ oggetto e a pensarlo qual’ è.. Se
l’uomo fosse fornito di una coscienza di infimo ordine i cui atti non avessero
continuità psichica nel tempo, ma fossero come chiusi nell'istante nel quale
accadono, è chiaro che il pensiero vero e propriò sarebbe impossibile.
L'intelletto in tanto può impadronirsi dell'oggetto che gli sta davanti in
quanto, distaccato il fatto psichico dalla sua matrice reale, che è poi l’atto
del sentire e del percepire, lo trasporta nel campo dell’idealità, vale a dire
lo pensa nella” sua essenza o possibilità o quiddità: ora come può avvenire
ciò? Quale è il processo per cui un fatto psichico concreto diviene pensabile ?
Se l’oggetto è semplice, irriducibile, esso viene afferrato con un atto
elementare, e tutto è finito ; non si potrà tutt' al più che ripetere un numero
di volte quella medesima percezione; ma se l'oggetto sopra un fondo identico
presenta una molteplicità di aspetti, se le variazioni successive di qualcosa
di unico si presentano in modo ritmico o in guisa da descrivere un ciclo
ripetentesi necessaria- ‘ mente, occorrerà che anche la coscienza né percorra a
cosi dire il contorno e lo segua nei suoi scompartimenti e mutamenti. Questa
operazione che il Trendelenburg, come si vide a suo luogo, figura come un
movimento del pensiero il quale riproduce il movimento generatore dell’ oggetto,
rappresenta appunto il processo con cui il pensiero fa suo l'obbietto :
processo che da una parte suppone l’azione delle leggi fondamentali del
pensiero che sono le forme primitive della coscienza, e dall'altra l'esame dei
vari caratteri costituenti il contenuto dell'obbietto stesso. Sicchè il pensare
un oggetto equivale a fissarne e a connetterne i caratteri per mezzo delle
leggi del pensiero, dal che risulta la determinazione della forma o della legge
dell'oggetto stesso, giacchè la legge non è che la forma considerata come mezzo
di riproduzione della cosa che ha quella data forma. In altri termini, noi per
pensare una cosa, di cui abbiamo avuto una percezione, dobbiamo obbiettivarla,
universalizzarla, tra. sformarla in idea, il che può avvenire soltanto, se noi
la facciamo divenire centro di un sistema di relazioni fisse e determinate,
cioè a dire di relazioni logiche e non puramente empiriche e psicologiche. È
per questo che è stato detto che la conoscenza è data dall’appercepire un dato
contenuto per mezzo di date forme, dette categorie. La conoscenza in tanto è
possibile in quanto una data rappresentazione è messa in rapporto (e di qui la
necessità dell'unità della coscienza) con qualcos’ altro, che vale come misura,
regola, stregua. Così noi volendo pensare un oggetto, cominceremo dello
studiarne i vari caratteri e proprietà, azioni e relazioni, per vedere se
attraverso la varietà delle circostanze, la molteplicità dei mntamenti, ci vien
fatto di cogliere qualcosa di identico, di stabile e di permanente che valga
appunto come misura delle apparenze fenomeniche e che in tal guisa renda
possibile la pensabilità dell'oggetto stesso, giacchè non va dimenticato che
obbietto dell'intelletto è appunto il fissare l'unoe il permanente attraverso
il molteplice e l’ accidentale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme,
se il modo di aggrupparsi di dati caratteri non fosse costante, se la maniera
di succedersi di dati eventi giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le
relazioni di ciascuna cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da contingenze
empiriche e casuae il permanente attraverso il molteplice e l’ accidentale. Se
le cose non presentassero nulla di uniforme, se il modo di aggrupparsi di dati
caratteri non fosse costante, se la maniera di succedersi di dati eventi
giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna cosa sì
mostrassero dipendenti soltanto da contingenze empiriche e casua li, non
sarebbe a parlare nè di pensiero nè di scienza. Noi dunque possiamo rappresentarci
il processo con cui il pensiero s' appropria l’ oggetto come un moto tendente a
determinare ciò che vi ha di fisso in un complesso di fenomeni; per il che i
mezzi che devono esser posti in opera saranno quelli di scomporre o analizzare
il complesso fenomenico per differenziare l'essenziale dall’ accidentale,
unendo insieme l’identico e il simile e sceverando il diverso. È chiaro poi che
ciò che agisce come nozione appercettrice (che è sempre una funzione della
coscienza variamente eccitata da dati empirici) può divenire in una ricerca
posteriore essa stessa obbietto d'indagine, per cuì avrà bisogno di una forma
appercettiva di ordine superiore, fino ad arrivare alle forme logiche supreme,
oltre le quali il pensiero non può andare. Anche queste però possono formare
oggetto di riflessione, tanto è ciò vero che sono considerate quali regole o
norme logiche e ciò per il ripiegarsi perpetuo che il pensiero fa sopra di sè
medesimo, sicchè al sopravvenise di ogni nuova riflessione pare che quello che
ne forma l’oggetio entri allora per la prima volta nel dominio della coscienza.
È naturalè che a seconda dell’obbietto verso cui l’intelletto si volge varierà
il processo con cui vien conseguito lo scopo che è l’intellezione delle cose.
Cusi mentre nelle cosidette scienze normative lo spirito tenderà ad isolare,
mettendoli in forma di giudizi, gli elementi intelligibili che sono a così dire
incorporati nelle tendenze primitive dell'attività logica, etica ed estetica,
nelle scienze esplicative si cercherà di mettere in evidenza sotto forma di
giudizi universali i rapporti costanti e regolari in cui si trovano gli
oggetti. Nel primo caso si avrà di mira di obbiettivare, di universalizzare, di
idealizzare le direzioni fondamentali dell'attività umana, il che può avvenire
staccando mediante la riflessione dal fatto concreto la rappresentazione o la
forma dell'attività stessa, mentre nel secondo caso si tenderà ad idealizzare,
ad obbiettivare ciò che le cose presentano d’identico e di permanente (le loro
azioni e relazioni), considerando questo come la causa generatrice dei vari
fenomèni appartenenti ad una data categoria. Cone si vede, nel primo caso si
universalizza effettivamente il modo di farsi delle cose, mentre nel secondo
caso solamente il modo di presentarsi a noi delle cose stesse. Vi è stato chi
ha sostenuto che il processo per cui il pensiero può effettivamente far suoi
gli oggetti, segnatamente nelle scienze naturali, sia da ridurre al processo
con cui vengono stabiliti dei rapporti di eguaglianza, per modo che, stando a
tale opinione, allora soltanto si può dire di comprendere una cosa quando può
essere stabilito un rapporto di equazione tra quella cosa e qualcos'altro di
già noto. A noi sembra che non soltanto per mezzo del rapporto d'identità, ma
anche, e sopratutto per mezzo del rapporto di dipendenza si riesca a
riconoscere le forme e ì caratteri che valgono a fissare le leggi di dati
fenomenf, Riassumendo, noi diremo che il processo con cui il pensiero riesce a
far suo un obbietto è quello di andare in traccia delle condizioni genetiche
dell'oggetto stesso, mediante la determinazione delle relazioni essenziali
(logiche) che esso ha cogli altri obbietti. Pensare un oggetto equivale a
considerarne la sua possibilità, la quale è data dalla rappresentazione od
obbiettivazione non didati caratteri o di date funzioni, ma
dall’obbiettivazione del modo costante di presentarsi dei medesimi caratteri,
dall’obbiettivazione della forma regolare permanente che essi presentano. Dal
che consegue che effettivamente ogni conoscenza è puramente formale : solamente
va tenuto presente che la forma della conoscenza non può ridursi a quella
esclusiva dell'equazione. La conoscenza di un obbietto, giova ripeterlo, è data
dalla conservazione ed obbiettivazione, mediante la riflessione di tutti i
rapporti logici fondamentali considerati a sè, a preferenza dei fatti
particolari tra cui intercedono, giusta la determinazione fattane
dall'intelletto. Lo spirito umano iu tanto può compenetrare e far sua la realtà
in quanto fissa gli elementi costanti e regolari (vale a dire ripetentisi in
modo ritmico) in essa contenuti come quelli che valgono a misurare e a valutare
gli elementi variabili e accidentali. Quanto più di costanza e di regolarità si
riscontra in una cosa tanto più vi ha di essenziale e di razionale, onde si è
tratti a considerare l’elemento fisso ed immutabile come ciò che rende
possibile, condiziona, genera la realtà concreta e varia nelle sue
manifestazioni ed estrinsecazioni. Se non che va notato che se l'intelletto
nmano si arrestasse qui non potrebbe dire d’essersi veramente impadronito
dell'oggetto, giacchè mancherebbe ancora la prova della necessità dell'elemento
costante quale generatore della realtà, prova che si può ottenere soltanto
ricorrendo all'esperimento come mezzo appropriato a mettere in evidenza le
condizioni essenziali della produzione di un dato fenomeno. Co:ne sì vede, la
mente umana per conoscere una cosa deve determinare la natura propria di questa
mediante le relazioni d'identità e di condizionalità ; deve dunque cercare
nelle cose il corrispettivo delle relazioni logiche, il che può avvenire
soltanto determinando e fissando le azioni reciproche delle cose in funzione di
quei dati obbiettivi che presentano delle proprietà logiche evidenti, quali lo
spazio, il tempo, la quaatità, ond'è che la scienza enuncia le relazioni delle
cose da essa rintracciate in funzione di spazio, di tempo, di numero che
contengono insieme i due momenti della identità e della differenziazione,
dell’attività continua e degli atti per sè esistenti. S'intende che il suddetto
processo è proprio delle scienze esplicative, giacchè quelle normative non
fanno che estrinsecare, anzi trascrivere in forma di giudizi (massime) le
determinazioni dell’attività ed emotività umana, obbiettivando mediante la
riflessione e la parola ciò che dapprima è soltanto sentito. È naturale che si
possano ricercare i fondamenti e le ragioni delle determinazioni primitive
della volontà ed attività umana e in tale indagine le scienze normative non si
allontanano dalle altre scienze esatte, in quanto non fanno che dedurre
conseguenze da dati di fatto o da principii. Il risultato del moto del pensiero
intorno all’obbietto costituisce la scienza propriamente detta, la quale è un
sistema logico di leggi, ossia di verità generali. La legge, ecco il prodotto
del pensiero riflesso, ecco il mezzo con cui l’uomo pensa e ragiona.Che cosa è
la legge? La legge può essere definita nna forma logica, atta a fare
appercepire nna data categoria di oggetti non da questo o da quell’individuo,
ma dalla coscienza in genere. La legge rappresenta ciò che vi ha
d'intelligibile nell'universo, in quanto si considera la possibilità per sè e
nonl'esistenza, il was e non il dass. Il rapporto del fatto concreto colla sua
legge può essere schematizzato mediante un giudizio il cui soggetto è il fatto
concreto e il cui predicato esprime il sistema di relazioni o di condizioni
genetiche atte a spiegare e a dare ragione del fatto concreto stesso. Una
ragione nota poi è nello stesso tempo una spiegazione ed una premessa, o
piuttosto prima una spiegazione e poi una premessa; trovar per induzione la
spiegazione di un fatto è trovare quella premessa dalla quale si poteva dedurre
il fatto, se non l’avessimo saputo prima. Così la causa del movimento d'un
pianeta è nella sua posizione rispetto al sole; la legge del suo movimento è il
modo costante con cui si muove; la ragione del suo movimento è una legge
generale scoperta da Keplero, mediante la quale (come premessa maggiore) si può
argomentare dalla posizione del pianeta rispetto al sole (come da premessa
minore) in che modo esso si muove, anche se non lo sappiamo dal telescopio. Le
leggi formulano i rapporti esistenti tra le cose, espri mendo le modalità
dell'azione di queste e la maniera di connettersi tra loro. Esse però in tanto
hannc valore (contrariamente a ciò che gli scienziati specialisti e i
dilettanti credono) in quanto simboleggiano, accennano alla natura propria,
all'essenza delle cose. Le leggi insomma hanno bisogno di un fondamento reale
che le giustifichi e le renda valide, e quanto più esse riescono a manifestare
in qualche modo e a far intravedere tale base, che è riposta in fin dei conti
nell’interiorità delle cose, tanto più rispondono alle esigenze dello spirito
umano, che tende a comprendere e a compenetrare la realtà. Le leggi adunque
sono nient'altro che mezzi di espressione dell’intimità dell'essere, ed hanno
l’ufficio da una parte di farci orientare in mezzo al continuo divenire ed alla
instabilità delle cose facendoci classificare, ordinare e prevedere gli eventi,
e dall’altra hanno l’ufficio di rendere possibile la comunicazione e
l’intendersi reciproco degli uomini nella ricerca del vero. E quanto più le
leggi figurano come segni delle determinazioni primitive dell'attività
interiore delle cose come nel caso delle norme logiche, etiche ed estetiche,
tanto più esse perdono il carattere di puri schemi per divenire mezzi acconci a
farci penetrare nel fondo della realtà. Le leggi naturali, infatti, che
d'ordinario s'arrestano a formulare i rapporti esistenti tra le cose senza
curarsi dei presupposti di tali rapporti e senza quindi curarsi di penetrare
nell’interiorità di quelle, sì presentano come qualcosa di estraneo allo
spirito, come qualcosa di manchevole e di provvisorio che esige un completamento.
Pertanto le leggi normative appagano il nostro spirito, perchè fondate in modo
diretto sull’intimità dell'essere, mentre che quelle esplicative non avendo -un
legame evidente coll’ interiorità delle cose, ci lasciano insoddisfatti. Non
intendiamo con ciò di scemare il valore o l’importanza delle leggi naturali,
giacchè queste hanno sempre l’afficio di schematizzare il corso degli eventi,
ma vogliamo soltanto affermare che esse per sè sono insufficienti, onde
presuppongono qualcosaltro, un certo concetto intorno alla natura propria del
reale. Affermare che accumular fatti e formular leggi debbano costituire gli
obbiettivi esclusivi dell'attività dello spirito umano equivale a confessare di
non avere un'idea chiara nè della realtà, nè dello spirito e insieme di non
aver mai riflettuto sulla natura della legge in genere. I giudizi leggi,
costituendo i soli punti fissi in mezzo al fluttuare continuo ed ai cangiamenti
molteplici e svariati delle cese, sono i veri legami per cui è resa possibile
la solidarietà intellettuale umana, e sono in intima relazione non soltanto
colla condotta dell’individuo, ma eziandio colla vita sociale dell'umanità. Per
darsi ragione del fascino che le leggi in genere esercitano sulla mente
dell’uomo, ‘nonostante la loro manchevolezza nell’esaurire e nel manifestare il
contenuto del reale, è bene tenere a mente la profonda analogia e l'intimo
legame che esiste tra legge e linguaggio, in quanto questo serve ad esprimere
gli elementi della realtà, mentre quella i rapporti tra i detti elementi. Le
legge è come a dire una formazione (naturale collettiva, possiamo dire)
simbolica, schematica della realtà di second’ordine che completa il linguaggio,
formazione di prim'ordine. A tale uopo giova ricordare l'ufficio della
denominazione e della parola che trovano il più perfetto riscontro nella
determinazione e fissazione delle leggi. La denominazione invero è il mezzo più
acconcio affinchè lo spirito passi dalla sfera del particolare a quella
dell’universale, stantechè quando la cosa è determinata pel suo nome, essa si
colloca per lo spirito nel luogo assegnatole nel gerarchico conserto degli
esseri, cioè si subordina alla categoria in cui è inchiusa e si rivela per le
attinenze che la collegano agli altri esseri, in una parola apparisce nella sua
universalità. Riproduciamo sul proposito le seguenti parole del Lotze: Anche
dopo avere osservato un oggetto e le sua proprietà sotto tutti gli aspetti,
dopo essercene formata dentro di noi una imagine completa non ci pare ancora di
conoscerlo perfettamente, finchè non ne sappiamo il nome. Il suono di questo,
(come il semplice formulare una legge a proposito di un fatto, soggiungiamo
noi) sembra dissipare tutto a un tratto quell’oscurità E donde mai questa
meravigliosa virtù della parola? Non ci basta che la cosa sia obbietto della
nostra percezione, essa esiste a buon diritto solo quando fa parte di un
ordinato sistema di cose, il quale ha un proprio valore e significato
indipendentemente affatto dall’averne noi contezza o no. Se noi non siamo in
grado di determinare effettivamente il posto che un avvenimento occupa nel
tutt’insieme della natura, il nome (come la legge) ci accheta. Esso è almeno un
indizio che l’attenzione di molti altri nomini si è fermata su quell'oggetto
che ora viene a colpire i nostri sguardi. Esso ci assicura almeno che la
intelligenza universale si è occupata di assegnare anche a questo oggetto il
suo luogo determinato in un tutto maggiore. Perciò un nome imposto da noi a
capriccio non è un nome: non basta che la cosa sia stata denominata da noi
comechessia, bisogna che essa sì chiami proprio così. Lotze, Mikrokosmus. Il
linguaggio supplisce in parte all’inevitabile limite dell'’umana attività,
stantechè ci agevola a maneggiare e ad adoperare come fossero compiuti e
perfetti certi prodotti del pensiero ancora incompiuti ed imperfetti e che non
possono giammai uscire da tale incompiutezza e imperfezione. Avvegnachè gli è
certo, nota il Bonatelli, da un canto che noi si pensa e si ragiona assai volte
con perfetta dirittura e sicurezza per mezzo dei vocaboli senza che ci occorra
di svolgere nei loro elementi, ossia di pensare esplicitamente i concetti che a
quelli corrispondono e dall'altro è pure un fatto innegabile che il più delle
volte non son quei con| cetti, per così dire, se non abbozzati in noi. Il che
se è un vantaggio inestimabile per l’uorao, rendendogli agevole e breve
un'operazione che altrimenti tornerebbe lentissima e penosa, non è men vero che
può essere eziandio fonte di superficialità, di sofismi, di errori e sopratutto
di quella vacuità di pensare che è vizio funesto non meno dei filosotanti che
dei saccenti volgari che si atteggiano a dottori dei popoli. E qui è il luogo
di domandare : Che cosa corrisponde nella realtà alle leggi? In altre parole,
le leggi in genere sono un prodotto esclusivo dello spirito umano, ovvero il
riflesso di qualcosa di obbiettivo? L'universo è realmente razionale, come lo
mostra la scienza, ovvero quest’ultima è da considerare come una fantasmagoria
del cervello umano ? È evidente che se le leggi fossero interamente soggettive,
mancherebbe ogni criterio della loro applicazione all’esperienza e ogni
delimitazione del loro dominio ; non resta dunque che ammettere le leggi quali
segni, trascrizioni di: qualcosa d’obbiettivo. E questo non può consistere che
nel nesso essenziale esistente tra le varie parti costituenti la realtà, la
quale va concepita come qualcosa di organico nel senso che gli elementi
costitutivi sono mezzi e fine nello stesso tempo. Dal che consegue che l’intima
ragionevolezza che anima il tutto non soltanto tiene connesse le varie parti,
ma le fa agire in modo determinato, costante e regolare. Le leggi
obbiettivamente considerate si presentano come funzioni di vari ordini di reali
aventi un’ estensione maggiore o minore. Non altrimenti che accanto allo
spirito individuale si ammette lo spirito collettivo, il quale ultimo senza
alcun dubbio determina l'altro, così si devono ammettere nella realtà tutta
quanta diversi ordini di unità collettive le cui funzioni costituiscono poi il
corrispettivo obbiettivo delle varie leggi, a cominciare da quelle particolari
ad andare a quelle universalissime che contengono in sè tutte le altre come
loro casi concreti o momenti di differenziazione. Le leggi infatti sì mostrano
tra loro in ordine logico, per modo che quando fossero trovate tutte, si
potrebbero disporre in tale maniera che partendo dalle più generali si
dimostrerebbero deduttivamente tutte le altre. É naturale poi che le varie
forme di relazione in tanto sono possibili in quanto in ultimo sono per così
dire assorbite in una unità suprema armonica e insieme comprensiva. A misura
che le dette unità collettive crescono in complessità e che la vita psichica
mediante la coscienza e la riflessione diviene predominante, le dette funzioni
perdono i loro caratteri di necessità e d'immutabilità per acquistare quella
spontaneità e quello sdoppiamento dell’essere e del dovere che caratterizza le
forme dell’attività umana. Sicchè possiamo conchiudere che la legge-essenza ha
il corrispettivo obbiettivo nella funzione; ma si potrebbe domandare : nella
funzione di chi ? giacchè la funzione, come l'atto, l’azione e la qualità
suppongono qualcosa a cui ineriscono o di cui sono una produzione : ebbene, noi
rispondiamo che le essenze delle cose vanno appunto considerate come funzioni,
atti di un reale d'ordine diverso (d’ ordine più elevato) e questo va alla sua
volta considerato come funzione di un reale di ordine ancora più elevato fino a
giungere al Reale che tutto in sè contiene e di cui l'universo è funzione.
Obbiettivamente l' elemento intelligibile è una cosa sola coll’ elemento
esistenziale, il was è inseparabile dal dass, l'ideale è nel reale, sicchè
legge e funzione, pensiero ed azioue (se possiamo cosi dire) coincidono; ma
mediante l'intelletto umano avviene la disgiunzione, onde è resa possibile la
formazione delle leggi esistenti per sè nella mente umana. Dopo aver esaminato
i fattori che concorrono alla formazione della nozione di legge, ci sembra
opportuno porre sott'occhio un tentativo di classificazione delle varie sorta
di legge che nello svolgimento del sapere umano ci si presentano. Noi già per
lo innanzi accennammo alla divisione fondamentale delle cosi dette leggi
esplicative o dichiarative da quelle normative; ora scenderemo a maggiori particolari,
ricercando le principali forme che le suddette categorie alla lor volta possono
assumere. E per prima è necessario chiarire il significato logico delle parole
osservazione ed induzione, giacchè pare che quando sì dice osservazione si dica
esperienza, che tutto quello che è obbietto dell'una sia anche obbietto
dell'altra, dal che deriverebbe l'esistenza di una sola specie di leggi
qualunque fosse l’obbietto della conoscenza umana. Ora ciò non è nient’affatto
esatto, in quanto vi sono delle osservazioni alle quali non è possibile
attribuire la qualità di essere empiriche nel senso in cui questa qualità si
considera come opposta all'essere 4 priori. Empiriche sono senza dubbio tutte
le osservazioni che ci rivelano le proprietà e leggi delle cose esteriori,
empiriche quelle che ci mostrano il nascere lo sviluppo e l'intreccio dei
fenomeni psichici, empiriche quelle dalle quali apprendiamo la realtà dei fatti
storici: epperò la scienza della natura esteriore, la psicologia e la storia
sono scienze a posteriori o empiriche, comunque i metodi di dette scienze
variino in rapporto alle particolarità presentate dagli obbietti e in rapporto
alle difficoltà di esaminare questi ultimi. Ma non sarebbe giusto qualificare
come empiriche quelle scienze delle quali sono oggetto o il pensiero, o
l'intuizione, o la volontà o l’emotività, diremmo così, in azione, La
dimostrazione e l'induzione scientifica in casi siffatti è l'esplicazione della
stessa attività di queste funzioni e le conoscenze particolari coincidono coi
prodotti particolari di queste funzioni. In tali scienze ha certamente luogo
l'osservazione, ma nou si esercita sopra un obbietto estraneo, il quale sia
bell'e fatto indipendentemente dall’ attività del soggetto: ogni osservazione
in esse non è passiva, ma attiva; è una nuova produzione del fatto osservato
che non è diversa dalla dimostrazione e dalla spiegazione scientifica. Ciò
accade in quelle scienze che hanno il pensiero come oggetto, cioè nella logica
e nel calcolo, in quelle che studiano le funzioni dell'intuizione costruttiva,
cioè in quelle che hanno il tempo, le spazio, il movimento come oggetto e in
quelle infine che hanno per oggetto le funzioni etica ed estetica dell'anima
umana, in quanto ogni fatto etico ed estetico può essere studiato in modo esatto
soltanto salendo alla categoria dall'effetto, mediante cioè l’analisi del
fenomeno psicologico in cui quell’ effetto consiste. I fatti estetici ed etici
non sono, come i fenomeni della natura esterna, indipendenti dal soggetto, ma
accadono in esso, sono imaginì obbiettive si, ma passate attraverso il mezzo
della coscienza, della fantasia e del sentimento umano. L' induzione etica ed
estetica deve analizzare prima di tutto il fenomeno psicologico, perchè esso è
il solo criterio sicuro, la sola base positiva per determinare e definire il
concetto, In secondo luogo è bene intendersi sul significato della parola
induzione. L'induzione scientifica è una sola : quella che da n casi
sperimentati conchiude a tutti i casi omogenei possibili, in virtù del postulato
della uniformità delle leggi naturali e del principio di causa. L' induzione
scientifica non può dunque aver luogo se non per leggi causali, epperò è
affatto estranea alla logica, alla atematicam, all’ etica, all’estetica ecc.,
le cui leggi non sono punto causali. Resterebbero l'induzione per semplice
enumerazione e l’induzione descrittiva, ma la prima non ha valore al di là dei
casi osservati e quindi è perfettamente inutile nelle summentovate scienze
(matematica, etica, estetica ecc.),0 se è adoperabile, vale soltanto ad
apparecchiare la materia delle costruzioni scientifiche, può talvolta indicare
la via, ma è destituita di qualunque valore di prova. Per ciò che riguarda
l’induzione descrittiva, essa è adoperata nella geometria elementare, allorchè
la somiglianza di due figure si dimostra dalla loro congruenza; ma in geometria
ha un valore diverso da quello della prova empirica; perchè la dimostrazione
dell’ uguaglianza suppone la invariabilità e la congruenza dello spazio con sè
stesso (come del resto i casi d' applicazione dell’ induzione descrittiva in
etica, estetica ecc., suppongono una determinata natura dell'animo umano e la
sua identità con sè stesso) che non potrebbero essere dimostrate empiricamente
A ciò si aggiunga che le verità matematiche, logiche, etiche, estetiche non
sono leggi della natura in quanto sarebbero vere anche se una natura hon
esistesse e la loro certezza è indipendente dal numero delle esperienze, onde
tutti si terrebbero autorizzati a correggere l’esperienza, se questa paresse in
qualche mado loro contraddire. Infine va ricordato che l'induzione non è
ritenuta mai prova sufficiente nelle scienze normative: così un teorema che si
trovi vero praticamente per una serie di numeri non si ritiene per ciò solo
dimostrato e non si estende al di là dei casi osservati. Non si può, come vuole
il Mill, il Taine ecc. spiegare la certezza assoluta che hanno le verità del
calcolo, col carattere ipotetico di questa scienza; perchè la perfetta
eguaglianza delle unità elementi dei numeri non è un'ipotesi, ma una proprietà
della natura puramente logica del numero, la quale rende possibile di riferirlo
ad uua unità di misura che non è quella di nessuna grandezza reale avente
questa o quella qualità, ma l'unità in senso puramente logico. Sicchè noi in
base a ciò che precede siamo autorizzati a partire per prima le leggi in due
grandi classi: Leggi funzionali (Leggi logiche, matematiche, etiche,
estetiche). Leggi causali (Leggi naturali, psicologiche, storiche ecc.). Per
formarsi un concetto chiaro delle differenze che controdistinguono le sudette
due classi di leggi basta comparare le leggi logiche e matematiche con quelle
naturali. L'oggetto della conoscenza, dagli elementi sensitivi in fuori, è una
costruzione della quale le idee di sostanza, di causa, di numero sono gli
artefici e il principio di contraddizione è la regola e la garenzia di verità:
i sudetti principii costituiscono appunto le leggi logiche fondamentali o le
categorie dell’intelletto umano. Diconsi infatti categorie quei concetti che
sono determinazioni dell'essere perchè sono determinazioni del pensiero, e
vieevecsa, che sono impliciti nel pensiero di qualunque ente reale perchè reale
e non perchè è questo o quell’ente, cioè perchè sono le maniere necessarie di
concepire la realtà. Tali forme del pensiero o categorie sono concetti, da
differenziare però da quelli che vengono studiati dalla logica ordinaria e che
hanno il loro corrispettivo nelle leggi empiriche o causali. Invero gli altimi
sono essenzialmente concetti rappresentativi, mentrechè quelli sono
giudicativi; e i concetti rappresentativi sono formati mediante la comparazione
o l’analisi dei dati oggettivi delle percezioni e mediante l’astrazione, i
giudicativi per contrario sono l'elemento soggettivo della percezione e delle
forme così statiche che dinamiche del pensare. I primi sono concetti di
oggetti, di classi di oggetti e di rapporti indifferentemente, i secondi sono
concetti di rapporti intelligibili ; gli uni hanno un'estensione determinata,
gli altri un'estensione indeterminata. L’universalità e necessità dei concetti
rappresentativi è condizionata e limitata all’esistenza dei loro oggetti:
quella delle categorie si estende quanto si estende l'essere e il pensare;
quelli funzionano da soggetti e da predicati dei giudizi : questi possono
funzionare soltanto da predicati. L'originalità poi delle leggi o funzioni
logiche sì appoggia a ragioni logiche, non psicologiche. Noi conosciamo
mediante i concetti, i giudizi e i raziocinii : la materia è data; ma il
concepire, il giudicare, il ragionare sono funzioni. E queste funzioni debbono
pure avere una forma, perchè una funzione senza una forma determinata è
impossibile. Ora quali sono le forme di queste funzioni, cioè quali sono queste
funzioni in loro stesse, prescindendo dalla forma logica che rivestono ?
Evidentemente se pensare è porre una relazione, le funzioni saranno i pensieri
di quelle relazioni, di.natura intelligibile, nelle quali e mediante le quali
il pensiero sa e si muove, cioè le categorie. Ora sono questi da repntare
daccapo concetti empirici? Se sono, qual'è la funzione mediante la quale sono
formati? In breve, se il pensare suppone una materia e una forma, come si può
intendere che la forma sia presa da fuori, cioè sia materia essa stessa? Non
saremmo da cupo nella necessità di supporre una forma per la funzione di
concepirla e così in infinito? Passando alle leggi matematiche, noteremo
anzitutto che l’ idea di numero non sorge, come i concetti generali per un
procedimento conscio e riflesso del pensiero, ma per un procedimento spontaneo
ed inconscio. I teoremi sui numeri ed anche un sistema di numerazione sono, è
vero, prodotti, riflessi, ma l'idea di numero pur nascendo all’occasione delle
sensazioni e percezioni d'ogni maniera e non perdendo mai il suo significato
oggettivo, non esprime mai, neppure per la coscienza più comune, una classe di
oggetti reali, un genere sommo, ovvero una proprietà delle cose dello stesso
genere di quelle che diciamo qualità. Ed è per questo suo isolarsi dalle cose
in virtù di un procedimento non artificiale, bensì spontaneo, pur conservando
un valore oggettivo, che si rende possibile alla riflessione scientifica di
studiare il numero come un' entità a sè non solo separabile dalle cose, ma
completamente indipendente da queste, come un' entità di tal natura che le sue
proprietà e leggi si possono trovare e verificare indipendentemente da ogni
constatazione che non sia quella stessa di pensarle e di produrre, pensando,
tutte quelle analisi e sintesi in cui consistono lo studio che ne facciamo e la
scienza che per essa veniamo ad avere. E qui va notato che il fondamento del
calcolo aritmetico, che è il sistema di numerazione, ha la sua radice nella
funzione sintetica del pensiero formale, senza contenuto qualitativo. Il primo
modo di formazione da esso espresso è una sintesi successiva indefinita ; il
secondo è una sintesi con una certa norma, per gruppi uguali di unità; ma la
norma è puramente arbitraria, perchè non c’è nell'esperienza niente che
determini la composizione di un gruppo, per esempio la serie binaria o la
decimale. Stabilita nel sistema di numerazione la maniera uniforme di
formazione dei numeri, si possono deduttivamente trovare tutti gli altri. I
modi composti sono innumerevoli, ma poichè essi sono combinazioni di più modi
semplici, suse Pra A o ripetizioni dello stesso modo semplice, l'importante è
di determinare questi ultimi. I quali rispetto ad un numero qualunque x sono
riducibili alle forme segnenti : a zta,x- a, cr X_ a, x:x,2, Vi, 108.2 (alla
base a). Difatti un numero è o somma o ditferenza di un altro numero, quindi le
maniere semplici di formazione sono tante quante sono le maniere del sommare e
del differenziare. Tutte le maniere di sommare si riducono a tre: addizionare
numeri diversi (addizione), lo stesso numero un numero qualunque di volte
(moltiplicazione), lo stesso numero un numero qualunque di volte, ma sempre ad
esso uguale (elevazione a potenza). Similmente tre sono le possibili forme del
differenziere: togliere da un numero un altro numero qualunque (sottrarre),
togliere da un numero quel numero di volte che è possibile lo stesso numero
dividere (divisione), togliere da un numero uno stesso numero un numero di
volte a questo uguale e che lo misuri esattamente (estrazione di radice). Però
l'elevazione a potenza e l'estrazione di radice non sono i soli modi possibili
del calcolo delle potenze. Il primo risolve il problema di trovare la potenza,
data la base e l'esponente; il secondo di trovare la base dato l'esponente e la
potenza; resta un terzo problema; date la base e la potenza, trovare
l'esponente (logaritmo), cioè dato il prodotto di un numero indeterminato di
fattori uguali, e dato il loro valore, determinare il numero dei fattori. È
evidente che ognuna di queste operazioni è una funzione e non un'esperienza. Ai
sostenitori della teoria empirica si potrebhe chiedere con ragione d’indicare
la testimonianza o base sensibile delle idee di radice e di logaritmo. Ma senza
dubbio una prova anche più concludente della teoria del numero-funzione ci è
data dalle estensioni dell'idea di numero, alle quali conducono le operazioni
inverse. Giacchè taluni dei problemi che queste ci propongono si mostrano
insolubili col concetto primitivo di numero reale. Cosi, allorchè il numero
delle unità sottratte è eguale al numero delle unità dalle quali si sottrae, si
ha lo zero, e se è maggiore, il numer negativo. Similmente, nella divisione, il
quoziente può essere non un numero intero, ma corrispondere al concetto di un
numero posto tra due numeri contigui. E poichè questo può non corrispondere nè
a un numero intero, nè a un numero frazionario, nè a un intero unito ad un
fratto, cosi rende necessaria un'altra estensione del concetto di numero, il
numero irrazionale, il quale non esprime propriamente un numeco, ma il rapporto
di due operazioni; la radice di 2 non corrisponde a un numero, ma indica un
rapporto di due specie di calcolo, quello di formazione del numero 2, e quello
di estrazione della radice. E questa può condurre in casì speciali ad una terza
estensione del concetto di numero, perchè se il numero di cui si cerca la
radice è negativo, sorge la nozione di numero imaginario, cioè di un numero che
diventa reale mediante l'elevazione a potenza. Ora come potrebbero i numeri
negativi, irrazionali, imaginari derivare da rappresentazioni empiriche? É
chiaro che essi sono funzioni, o più propriamente rapporti di funzioni e che il
loro concetto implica che la funzione è materia a sè stessa. Sicchè nel:
calcolo il pensiero lavora su dati che sono suoi, come nella logica formale: per
modo che il calcolo si potrebbe ben dire, la logica formale della quantità. Il
còmpito del calcolo è di concepire la quantità, come abbiamo già visto, ma
appunto perchè è rivolto soltanto alla quantità, il calcolo è un pensare
estrinseco e meccanico. Hobbes ebbe dunque torto di ridurre il pensare a nume.
rare; ed èillogico attribuire alle matematiche una illimitata potenza
educatrice della mente. Esse servono soltanto per una parte alla educazione e
disciplina della mente, perchè la quantità è la realtà nella sua parvenza
esteriore, non nella sua essenza. Ora se noi consideriamo le leggi matematiche
in rapporto a quelle propriamente naturali noi troviamo che i due ordini di
leggi si presentano intimamente connessi tra loro; e ciò per parecchie ragioni:
1° perchè essendo la quantità una proprietà essenziale della realtà e il numero
l'espressione logica della quantità, è naturale che quello che l'intelletto
matematico determina col semplice discorso si trovi vero nella realtà; 2° le
leggi indagate dalle scienze che hanno per obbietto la realtà essendo leggi
causali e le stesse operando secondo leggi matematiche, è chiaro che il calcolo
debba essere, astrattamente parlando, applicabile a tutta la scienza del reale.
La proporzionalità dell'effetto alla causa, un corollario dell'assioma di
causalità, importa che l’effetto è sempre una funzione della quantità della
causa e per la realtà spaziale, anche della sua posizione, ond'è che se
possiamo determinare con precisione gli elementi numerici dei fenomeni, il calcolo
vale come mezzo potentissimo per discendere dalle cause agli effetti o per
risalire da questi a quelle. Esso non solo formula Je leggi naturali, ma le
connette altresi e non solo sintetizza le altre parti della matematica, ma
anche le scienze della natura e non appena si può adoperarlo completamente
cangia il carattere di queste, trasformandole di induttive in deduttive. Se non
che qui va notato che in tale funzione sintetica si trovano due limiti, uno
nella possibilità molto limitata finora di determinare gli elementi numerici
dei fenomenìi; un altro nella piccola potenza sua rispetto alla crescente
complessità dei medesimi. Non basta. Le leggi matematiche non possono essere
identificate con quelle naturali anche per altre ragioni. Le leggi numeriche,
essendo puramente formali, sono le più remote che si possano imaginare da ciò
che diciamo natura ed essenza Per es. le leggi: la forza viva è uguale al
prodotto della massa per la velocità; il momento statico della leva è uguale al
prodotto del peso per la lunghezza del braccio di leva; la grandezza del moto
uniforme è uguale al quoziente dello spazio per il tempo; nel moto accelerato
gli spazi sono come i quadrati dei tempi, ecc., sono leggi di rapporto
geometrico le prime, di rapporto di potenze l’ultima: ma in nessuna di esse la
legge aritmetica vale a dare ragione del fatto, ma soltanto a formularlo nel
modo più esatto. Non basta che il calcolo formuli e connetta le leggi della
natura per dimostrare che la natura ha essenza numerica; la dipendenza che il
calcolo dimostra trala egge di Coulomb sull’attrazione e repulsione
dell'elettricità positiva e negativa, e la legge elettrostatica, secondo cui l’
elettricità nei corpi conduttori come i metalli si raccoglie tutta alla
superficie : la splendida applicazione della teoria delle funzioni ellittiche
nella meccanica e tutta la fisica matematica provano bensi che la natura
obbedisce a leggi numeriche, e che conosciute queste, la scienza della natura
si può cangiare da induttiva in deduttiva, ma non provano punto che le leggi
della natura sono conseguenza delle leggi dei numeri. Se anche fosse realizzato
quell’ideale di conoscenza scientifica che il Du Bois Reymond chiama
astronomica, se cioè tutto quello che è e accade nell’universo fosse
completamente rappresentato da uno sterminato sistema di equazioni
differenziali simultanee, questo sistema sarebbe uno dei sistemi possibili e
non avrebbe altra realtà che la realtà di fatto; sarebbe impossibile dedurlo
dalla essenza numerica della realtà, epperò non ne darebbe la prova. La
metafisica numerica non potrebbe trovare la sua prova sufficiente nella
funzione sintetica che il calcolo esercita o può esercitare in ogni dominio di
scienza se non quando il sistema delle idee numeriche e il sistema della realtà
fossero affatto coincidenti, ovvero quest'eltimo fosse parte di quello e
trovasse nel tutto considerato come sistema di entità numeriche, la ragione del
suo essere non solo cume parte della scienza del calcolo, ma come realtà e
natura. Ora è vero perfettamente il contrario : il calcolo spazia e può
spaziare molto più largamente della natura; questa, ad esempio, non conosce né
il sistema di numerazione dell’ aritmetica elementare, nè gli spazi ad ”
dimensioni della geometria superiore. Verifica bensi sempre delle leggi
numeriche, ma la ragione di verificarle non è nelle stesse leggi dei numeri, ma
nelle proprietà e nell'intreccio delle cause del reale. Neppure una Raqione
matematica assoluta alla quale tutte le proprietà e le leggi dei numeri, tutt
il sistema compiuto delle verità numeriche fosse presente, potrebbe dedurre da
questo assoluto sapere non diciamo il sistema della realtà, ma una sola legge
reale. A. ciò si aggiunga che leipotesi ultime nelle scienze naturali hanno in
sè sempre dell'arbitrario, del non ispiegato e che il carattere scientifico
nella spiegazione dei fenomeni della natura consiste appunto nella riduzione e
limitazione dell’arbitrario e del non ispiegato. Così l'inerzia e l’attrazione,
le due propietà fondamentali della materia nella fisica moderna, sono esse
stesse inesplicabili. Per ispiegarle e in generale per fondare una teoria
fisica su principii che non solo non siano ipotetici, ma reali e necessari,
bisognerebbe ricorrere ai principii e teoremi della logica e matematica ; se
non che dedurre da principii puramente formali, come son questi, una dottrina
fisica sarebbe come se un architetto intendesse innalzare un edificio con le
sue cognizioni di meccanica pratica, senza il materiale occorrente. Di contro
alle leggi logiche e matematiche sono quelle naturali o causali. Queste sono
generalizzazioni esatte, non approssimative. appuntoin quanto hanno il loro
fondamento in un rapporto causale. Fu detto che bisogna distinguere tra la
necessità di una legge causale empirica e la necessità della legge causale in
genere, la prima non essendo mai assoluta come la seconda: ora è vero bensi che
di una legge empirica di casualità si può pensare che avrebbe potuto anche non
essere o essere altra, ma solo in un altro ordinamento della natura. Poichè
questa è intessuta e dominata nel tutto e nelle singole parti della legge di
causa, tutto è in essa dipendente e determinato; onde per pensare che qualche
cosa possa accadere diversamente, bisogna pensare che tutto l'ordine di natura
muti. Se non si pensa questo e nondimeno si pensa come possibile un fatto
contrario ad una legge, non è negata soltanto una legge empirica, ma la stessa
legge causale logica che può essere appunto enunciata anche cosi: che cause
simili producono in condizioni identiche effetti simili. Del resto l’éssenza
della legge naturale viene abbastanza bene lumeggiata dal concetto del caso, il
quale implica la negazione della legge vera e propria e non della causa. Il
concetto della caso, infatti, non è in realtà così opposto al concetto di
causa, come pare a prima vista. Nel pensiero comune pare che sia, perchè
diciamo casuale quello che non possiamo ridurre ad una legge e ad una causa;
nascendo dall’ ignoranza della causa, il caso sembra tutta un’ altra cosa da
essu. Ma se si riflette, si vede che invece di essere una negazione, è una
conferma della funzione necessaria dell’ idea di causa nella conoscenza: il
principio ignoto sì sostituisce al principio noto che manca. In logica poi il
casnale è definito come un fatto di coincidenza di fenomeni, che non si può
elevare a legge. Taluno esce di casa e incontra un amico o gli casca una tegola
sul capo, sono queste coincidenze casuali, perchè non si può dire che cosi
avverrà anche pel futuro La teoria del caso come incidenza delle serie risale
ad À ristotile che primo lo defini a quel modo. È infatti se una sola serie
causale esistesse, il casuale non sarebbe possi bile; ma perchè le serie
causali sono innumerevoli e sì svolgono contemporaneamente, è possibile che ue
coincidano due o più. Così definito, il caso non è in contraddizione con la
causa, perchè non soltanto ciascuna delle serie in: cidenti è determinata in
ogni sua parte, ma è determinata anche la loro coincidenza. Difatti, perchè
coincidano, le loro direzioni debbono formare un angolo, e perchè coincidano
piuttosto in questo che in quel punto debbono formare determinati angoli.
Dunque il casuale é effetto di un doppio rapporto causale, di quello che
determina i fenomeni coincidenti ciascuno nella sua serie e di quello che
determina la loro coincidenza. Questa seconda determinazione causale non è per
lo più una costante e nonè mai una legge, non dipende cioè dalla natura e
qualità delle serie, ma dal loro essere insieme. Adunque il casuale può
definirsi: una coincidenza che non autorizza l’inferenza d'una uniformità che
sia una legge causale . La definizione è dello Stuart Mill, il quale la spiega
e chiarisce cosi. La coincidenza si dice casuale quando i fenomeni che
coincidono non sono effetti l’uno dell'altro, nè effetti della stessa causa, nè
effetti di cause collegate da una legge di coesistenza, (cosi le leggi di
Keplero non sono casuali, perchè dipendono dall’azione combinata della forza
contripeta e della tangenziale necessariamente coesistenti nel sistema solare);
nè effetti di una determinata proporzione delle cause che i logici inglesi
dicono collocazione (p. es. non è casuale la varia velocità dei pianeti per
ciascun punto delle loro orbite, perchè dipende dalla varia collocazione o
rapporto delle forze contripeta e tangenziale). È necessario aggiungere poi che
vi possono essere delle coincidenze uniformi e prevedibili, le quali nondimeno
sono casuali appunto perchè l’uniformità in tal caso non è l’espressione di una
legge causale: es. i fatti umani coincidono l1 4 16 12 12 ©” 10 19 13 7 838 7
141 10 19 5 In ordine alle cause che determinarono la loro chiusura in Casa di
custodia vanno distribuiti nel modo seguente: Per assassinio 1. Per incendio
(10 volte) 1 individuo di 141 anni. Per ferimento 2 (uno involontario), Per
atti contro il buon costume 1. Per furto 30, dei quali uno dell'età di 11 anni,
recidivo per .7 volte. Per ozio e vagabondaggio 16. Per discolaggine 38. Gli 89
giovinetti ricoverati nell’Istituto di Beneficienza vanno distribuiti per età
nel modo che segue: Di anni 10 11 bambini Di ann i15 10 bambini lil 8 16 13 12
14 17 7 13-- 7 18 5 2a 14-12 19 2 Di essi, 34 andavano a scuola e 55 passavano
le ore del giorno in diversi opifici della città per apprendere ciascuno il
mestiere che gli garbava. Per ciò che riguarda i caratteri fisici od
antropologici diremo che quelli raccolti non ci autorizzano a trarre alcuna
conclusione definitiva. C'è stato chi un pò affrettatamente ha negato ogni
valore all'esistenza dei caratteri esteriori; e certamente il limitarsi
all'esame di soli tali caratteri è un difetto, giacchè essi non sono che
l’espressione, l'estrinsecazione delle anomalie interiori. La loro esistenza
rappresenta un éulizio più 0 meno sicuro e non altro, di un disturbo
nell’euritmia morfologica e fisiologica dell’organismo preso nel suo insieme e
la loro mancanza certamente non autorizza ad affermare sane le condizioni
morali e mentali dell'individuo; onde non è lecito destituire d'ogni valore la
ricerca di detti caratteri esterni. Nei 178 giovanetti esaminati non riscontrai
in alcun modo caratteri degenerativi speciali per numero, qualità o grado; non
posso dire, in altr? parole, di aver trovato che la curva dei caratteri
anormali morali e psichici in genere coincidesse perfettamente con quella dei
caratteri fisici anormali, ma posso però asseverare con convinzione che
l’esistenza di questi ultimi caratteri deponeva, accennava quasi sempre a
particolari condizioni ereditarie, siano queste morbose semplicemente (pazzia,
alcoolismo, turbecolosi, ecc.), o anormali dal punto di vista sociale (tendenze
antisociali dei genitori p. es.) e per conseguenza ad una predisposizione
generica allo sviluppo di uno stato psichico anormale. Passando all'esposizione
dei risultati forniti dall'esame psichico diremo che la più parte di tali
giovanetti pur essendo andati per parecchi anni a scuola, a mala pena sapevano
leggere e scrivere. Pochi giungevano a fare una moltiplicazione. L'attività
dell'attenzione era debole in quasi tutti. La debolezza della memoria del tempo
era quella che sì constatava più frequentemente ; pochi, cioè, sapevano
ripetere l'ordine di successione di avvenimenti loro occorsi da poco tempo. Il
pudore difettava nella più parte di essi. Rarissimamente si trovava quel senso
di soggezione che molti bambini bene educati mostrano al truvarsi per la prima
volta dinanzi a persone di età maggiore. La più parte mancavano di volontà
ferma e persistente. Una tendenza molto diffusa era quella di negare ogni cosa:
il no era il monosillabo che più prontamente e più frequentemente veniva da loro
pronunziato. Molti s'emozionavano facilmente, ma passavano con pari facilità
dal pianto al riso come da qualunque emozione alla sua contraria. Il contegno
appariva ordinariamente scomposto, prendevano le pose più strane e nei
movimenti erano per lo più goffi e sgarbati. Erano in genere noncuranti della
persona e della pulizia. Parlavano soventi in modo laido: spesso si lanciavano
a vicenda delle amare invettive e si davano dei sopranomi. C'era una certa
gerarchia fra di loro; ci erano i capi, i potenti e i seguaci, i deboli.
Predominava lo spirito di ribellione a qualunque obbedienza. Il carattere però
che spiccava sopra gli altri era indubbiamente l'egoismo inteso nel senso più
stretto. Pur di fare il loro comodo, pur di fare paghe le loro brame erano pronti
a tutto osare. Per loro l'io era il centro dell’universo: al di fuori del
proprio io nulla poteva destare il loro interesse. Non solo non mostravano di
sentire affetti oltre l'inclinazione al soddisfacimento delle loro basse
voglie, ma rimanevano sordi a qualsiasi lamento, freddi a qualunque
soffererenza degli altri. Avevano quindi ciò che d'ordinario si dice istinto
della malevolenza, godendu dei dolori degli aitri, e mostrando di provare un
intenso piacere a far dispetti ai compagni ed a martirizzare i più innocui.
Appar.va, è vero, in loro, un certo spirito d’associazione, in quanto parecchi
tandevano ad unirsi per forinare combriccole : ma il cemento di tali unioni non
era l’ aftetto reciproco, disinteressato, non lo scambio di idee e di emozioni,
non il sentimento dell'unità di natura su cuì soltanto può essere fondata
qualsiasi forma di vera solidarietà, bensi la tendenza ad appagare le proprie
voglie, il bisogno di dominare, la smania di usare prepotenze. Erano, infatti,
i grandi, i forti che cercavano di circondarsi dei piccoli per poterli fare
loro istrumenti e per potersene servire a loro agio. I piccoli e i deboli
d’altra parte li subivano, perchè non avevano l'energia di reagire e di
ribellarsi e perchè trovavano il loro tornaconto ad essere protetti, ed a
rimanere sotto l'egida dei capi. E tale asserzione vien comprovata dal fatto
significantismo che non fu mai possibile osservare un segno di generosità o di
abnegazione. Erano capacissimi di accusarsi a vicenda presso il Direttore,
sempre però di nascosto e in segreto, il che depone della loro vigliaccheria. E
se si presentava il caso che per un fatto qualunque fosse minacciata di
punizione una classe intera, dato che non si riescisse a conoscere il
colpevole, non accadeva mai che questi si svelasse confessandosi reo, non fosse
altro per non far soffrire i suoi compagni. Era sempre una massima quella che
dominava : ciascuno per sè. Per ciò che riguarda i sentimenti estetici sì può
dire, per quanto le condizioni miserrime in cui tali ragazzi sono ordinariamente
mantenuti autorizzano a dirlo, che questi mentre presentavano poca attitudine
per il disegne, con una certa frequenza mostravano invece attrattiva per la
musica. Giova osservare che lo svegliarsi in essi delle tendenze estetiche,
fossero pure elementarissime, coincideva col miglioramento del loro carattere
morale. Dove si potè avere propriaraente il riflesso della loro anima fu nelle
corrispondenze reciproche, avendo essi una straordinaria tendenza a scrivere
delle lettere, dei biglietti che per mezzi svariati giungono a destinazione.
Circa le caratteristiche della loro scrittura non fu possibile pronunziarsi in
modo positivo, giacchè le ripetizioni, i tremori, ecc. provenivano da
ignoranza. Qualche rara volta poì si notò la somiglianza della loro scrittura
con quella dei vecchi. Si osservaruno molte cancellature, molti errori
dipendenti da disattenzione. Erano rare le asteggiature dritte e decise,
abbondavano le curvature e le paraffe; sopra uno stesso pezzo di carta spesso
si notava la tendenza a scrivere la medesima cosa in diverse guise, prima in
lungo, poi di traverso, prima con una specie di caratteri e poi con un'altra; e
di frequente le parole, specie i nomi propri, erano circondati da ghirigori e
nella scrittura erano imitate le lettere a stampa. Si notò pronunziata la
tendenza a servirsi di simboli più o meno strani per non essere intesi, come
anche di altabeti convenzionali. Qual’era il contenuto di quelle lettere?
L’amore. Si è già di sopra fatto cenno della loro tendenza all’o. scenità, ma i
casi di una degenerazione sessuale vera e propria sono in genere rari. Si
direbbe a prima giunta che l'inversione sessuale formi uno dei caratteri che
contradistingue i corrigendi, ma, per giudicare rettamente, bisogna tener
presenti le condizioni strane, stranissime in cui sì trovano agglomerati tali
giovinetti, proprio negli albori della loro vita sessuale. Se per un momento
pensiamo a ciò che accade non raramente in taluni dei nostri collegi, ci
convinceremo che non si può parlare nel maggior numero dei casi di una
degenerazione sessuale congenita, ma di un vizio acquisito, transitorio,
dipendente dalle condizioni di antigiene sociale in cui quei ragazzi sono
allevati. I grandi vivono coi piccoli, i buoni coi cattivi: che cosa c'è da
aspettarsi? La dilatazione della macchia del vizio. Del resto a questo
proposito è bene notare che sulla natura e caratteri dei così detti vizii od
appetiti congeniti bisogna intendersi bene, giacchè non sì deve credere
(toltine i casi di malattia mentale e di degenerazione vera e propria) che
l'individuo nasca con un determinato vizio : ciò che in realtà si eredita è la
predisposizione, vale a dire il bisogno vago ed indeterminato di procurarsi un
dato ordine di piaceri: ora tutto ciò non implica nulla di fatale e di necessario
: fornite Je condizioni opportune, vale a dire un’educazione morale intesa a
spingere l’individuo coll’esempio, coll’abitudine, colle suggestioni
appropriate, a cercare l’appagamento di quel tale bisogno in modo lecito e voi
avrete trasformato una tendenza al vizio in una tendenza alla virtù o almeno
avrete arrestato lo svolgimento di quel germe che o dall’eredità o da altra
influenza malefica era stato deposto nella psiche di un giovinetto. Citerò un
esempio concreto per essere più chiaro. Un fanciullo, poniamo, perchè
discendente da individui affetti da quel vizio funesto che è l'inversione
sessuale, viene al mondo con una certa tendenza vaga ed indeterminata a
compiacersi (nient'altro che compiacersi) della compagnia di dati individui del
suo sesso: se verrà educato in modo che da una parte i suoi bisogni sessuali
trovino la loro soddisfazione in maniera normale e che dall'altra l’azione del
volere sociale su lui abbia per risultato di farlo rifuggire dal solo pensiero
di ciò che è meno che conveniente in rapporto alla condotta verso i suoi
compagni, come fatto oltremodo abbominevole, cosa accadrà? Che la primitiva
attrattiva verso gl’individui del proprio sesso piuttosto che dar luogo al
vizio, si trasformerà in un sentimento nobile ed elevato qual: quello
dell'’abnegazione, dell'amicizia vera e profonda, della generosità e via di
seguito. Lo stesso dicasi di tutti i vizi, di tutte le abitudini malsane: esse
non vengono ereditate bell'e sviluppate, fisse e rigidamente conformate, ma
quali predisposizioni, quali esigenze, quali tendenze che possono essere
dirette al bene come al male. Come si vede, tutto ciò è da tenere a mente per
formarsi un concetto esatto non solo della genesi dell’immoralità, ma anche
della portata dell'educazione morale nei bambini. Notiamo fin da ora, comunque
avremo agio diritornarvi sopra più tardi, che l'insorgenza e la fissazione
delle tendenze immorali in tantosono possibili in quanto il volere sociale o
non agisce o agisce in modo non appropriato sul volere individuale : il segreto
dell'educazione morale sta tutto qui, nello stabilire la necessaria comunione
dello spirito individuale con quello della società. E naturale poi che i
caratteri psichici antisociuli in genere sì trovino riuniti nei cosi detti
cattivi soggetti (pochi per fortuna, una diecina su 150), nei quali i germi
dell’immoralità sono abbastanza sviluppati. Questi hanno tutti i vizi, son
bugiardi, ipocriti, testardi, prepotenti, irruenti, maneschi, svogliati e
formano la disperazione dei superiori. Uno di questi p. es. ha solamente 10
anni, ma già fin dall’età di 8 anni ne faceva di tutti i colori; non è buono a
imparar nulla; va a scuola da 2 anni ed a mala pena sa leggere; non ha nozione
dell'anno e del mese in cui siamo; passa da un'officina all'altra senza
riescire a trovare un mestiere che gli garbi. Nè è a pensare che sia sfornito
d'intelligenza, chè anzi si rivela abbastanza svegliato. Le punizioni e gli
avvertimenti in qualunque maniera fatti non hanno presa sul suo animo. Un altro
a 10 anni diede mentito nome alle guardie. Un terzo che presenta un aspetto di
una dolcezza serafica ha percosso varie volte la madre. E mì fermo, perchè non
vedo l'utilità di fare l’'enumerazione di tutte le deficienze morali che si
possono riscontrare. Aggiungerò solo che tali tipi cattivi sì fanno conoscere
fin dalla prima età. *# # * Esporrò ora i risultati ottenuti dall'esame
psicologico praticato sugli 89 giovinetti chiusi nell'Istituto di Benificenza.
Non mi fermerò molto sulle somiglianze che l'esame rivelò tra i caratteri
psicologici dei corrigendi e quelli propri degli orfani per fissare
l’attenzione massimamente sui caratteri differenti. Per ciò che riguarda le
somiglianze dirò che negli 89 orfani riscontrai nelle medesime proporzioni e,
direi anche, nel medesimo grado, se a ciò mi autorizzasse la circospezione di
cui bisogna circondarsi ne'l'emettere giudizi circa l’intensità dei fenomeni
morali, i caratteri della fisonomia, la tendenza al riso smodato e senza causa
proporzionata, le tendenze all’oscenità, agli abusi del vino e del fumo, la
frequenza nei disordini del l'attenzione e della memoria, l'indifferenza per la
famiglia e la diminuzione dell’intelligenza. Con frequenza press'a poco eguale
riscontrai la rapidità del passaggio da uno stato emotivo al suo contrario, la
mancanza di pudore, la furberia, l'irascibilità, l'arroganza, la tendenza
all’ipocrisia, ed a mostrare di comprendere più di quello che realmente
comprendessero coll'apparire noncuranti della religione, degl'insegnamenti che
venivano forniti dai preti, ecc. Accanto a questi caratteri simili sì possono
porre dei caratteri differenziali, quali 1 seguenti: 1° il numero maggiore di
quelli che coll’ età sogliono migliorare; molti che fino all’età di 15, 16, 17
anni erano giudicati cattivi, raggiunta tale età, divennero buoni: 2° la poca
frequenza con cui sì nota il contegno scomposto e la trascuratezza nella
pulizia della propria persona: 3° la mancanza di ogni tendenza alla ribellione,
a fare delle combriccole, ecc.: 4° l’assenza di quell’egoismo ributtante che si
notò nei corrigendi : tanto è ciò vero che non c'è caso di poter strappare una
confidenza, una confessione ad uno di loro, sia pure il più semplice, a danno
degli altri: 5° la tendenza meno pronunziata a cambiar mestiere, a mostrarsi
svogliati ed a rimanere nell’ozio. Ora di questi caratteri dovendo ricercare
l'origine, diremo che alcunì di essi evidentemente dipendono
dall’organizzazione diversa del Ricovero di mendicità, rispetto alla Casa di
custodia che pare costituita a posta per sviluppare le tendenze antisociali
meno accentuate, ma altri dipendono dall’ indole propria dei corrigendi.
Esistono adunque, sì può qui domandare, dei caratteri psicologici originari,
primitivi, i quali controdistinguono il candidato all’immoralità ed alla
delinquenza, facendone un tipo a parte, per modo che chi ha la sventura di
sortire da natura caratteri psichici cosiffatti inesorabilmente, fatalmente è
destinato alla delinquenza ? Per rispondere a tale domanda fa d’uopo tener
presente l’enumerazione dei carat. teri psicologici già fatta, per vedere quali
sono i più costanti, i.più universali ed anche i più importanti dal punto di
vista cell’interesse della società. Ed in tale disamina fa d’uopo scegliere i
caratteri anormali prettamente originari come quelli che sono del più alto
significato : così gli atti di malevolenza per sè, senza tener conto dei motivi
e della loro genesi psicologica non ci autorizzano a fare un tipo a parte
dell’individuo che li compie. *% *% % Se noi ben riflettiamo sulla psicologia
dei candidati, diciamo cosi, al vizio ed alla delinquenza e sulle cause che
determinarono la loro chiusura in Casa di correzione, ci accorgiamo subito che
le note psicologiche veramente caratteristiche si riducono alle seguenti : 1.
Tendenze anormali (tendenza a rubare, a incendiare ecc. ). Deficienza
dell’intelligenza. 2. Tendenza all’ozio. 3. Tendenza alla menzogna. 4.
Deficienza della simpatia quale fondamento dello spisito sociale. | b. Assenza
di spirito sociale. 6. Insubordinazione. Mancanza di disciplina e di rispetto e
quindi impossibilità di apprendere. 7. Assenza di poteri inibitori e quindi
debolezza della volontà. La discussione intorno all'origine di tali caratteri
mostrerà fino a che punto possono essere considerati come congeniti o come
acquisiti sotto condizioni determinate. Prima però di cominciare ad occuparci
partitamente di cia scuno di essi notiamo che nei casi concreti lungi dal
presentarsi isolati appaiono variamente intrecciati e fusì insieme; Non
potendosi ridurre la psiche ad un fascio di facoltà e di attività giustaposte,
non dobbiamo aspettarci di trovare l'alterazione isolata, poniamo, degli
istinti o delle tendenze o dell’emotività e non dell’intendimento : gli stati e
le modificazioni delle varie attitudini intimamente compenetrate tra loro si
devono necessariamente influenzare reciprocamente, producendo soltanto un
risultato complessivo differente a seconda della potenza psichica alterata in
modo più accentuato. È indabitato che parecchi, molto precocemente e molto
insistentemente, nonostante le punizioni loro inflitte, mostrano tendenze
speciali al furto, all'incendio, al suicidio, all’assassinio : non altrimenti
che molti altri mostrano una deficienza notevole nelle facoltà intellettuali.
Individui di tal fatta sono certamente dei psicopatici e la ricerca accurata
dell’ anamnesi individuale ed ereditaria, qui soprattuto necessaria ed
indispensabile, ci darà dei lumi in proposito. Un individuo che all’età di 14
anni è già stato incendiario 10 volte, che interrogato sugli atti da lui commessi,
risponde che ve lo spinse il diavolo, che si mostra impulsivo, dedito a tutti i
vizii, svogliato, è giudicato molto presto uno psicopatico. Se non che
individui siffatti, i quali si potrebbero dire candidati al manicomio, si
presentano di raro: e le tendenze veramente morbose (cleptomania, piromania
ecc.) non sì osservano con molta facilità nei bambini, ond'è che bisogna andare
molto cauti nel pronunziare giudizi di tal fatta, tanto più se si pensa che i
reati che più spesso vengono commessi dai bambini e per cui gran parte son
chiusi in Casa di custodia, sono i furti. Ora, se la cleptomamia è
indubbiamente morbosa e rientra nell’orbita della psichiatria, la tendenza ai
furti ordinari (tra le due vi è un abisso, se si pensa ai caratteri
differenziali esistenti, e basta accennare solo di passaggio all'assenza di
qualsiasi veduta d'interesse nel caso della cleptomania) è in rapporto colla
cattiva educazione e col cattivo esempio avuto nella propria casa e fuori o
colla mancanza di qualsiasi forma di educazione, è in rapporto colla miseria e
cogl’incitamenti a rubare che i bambini ricevono molte volte dai proprii
genitori, dai compagni, ecc. Avendo io ricercato con molta cura le cause dei
furti commessi dai minorenni corrigendi, mi son dovuto convincere che la più
parte di quelli non sono imputabili ai minorenni stessi, ma alle loro famiglie
ed alla società in cui sono nati ed educati. È indubitato che molte
caratteristiche dei corrigendi trovano la loro origine e sono fondate sulla
tendenza all’ozio e al vagabondaggio. Qual'è la base di questa ? Essa è una
delle espressioni, uno dei segni di quella debolezza, di quella incoordinazione
e di quel sussecutivo disgregamento dell’unità della vita psichica che
costituisce il fondo su cui germogliano le varie tendenze immorali. Noi
sappiamo che tutti gli organi normalmente costituiti sì trovano di solito, ma
in modo senza confronto più accentuato prima della funzione, in uno stato di
tensione che figura come l'esponente della forza ir essi accumulata; è chiaro
che quanto maggiore e la energia in essi contenuta, tanto maggiore sarà la
tensione in cui essi si troveranno, tensione che subbiettivamente si rivela
come bisogno di mettere in opera le proprie risorse, come bisogno di lavorare.
E tuttociò appare evidente non solo nel tono dei muscoli, ma eziandio in tutti
gli apparecchi fisiologici e quindi anche nel sistema nervoso. Dato che questo
si trovi in uno stato di debolezza dipendente da cause svariate, p. es. dalla
insufficiente nutrizione, dal poco o inadatto esercizio ecc. : per modo che in
esso sia di molto difficoltato l’accumulo delle forze da una parte e la
possibilità dall'altra di dirigerle e di farle convergere tutte ad un dato
scopo, si comprende agevolmente che in tali condizioni debba manifestarsi la
tendenza all'ozio. La debolezza dell'organismo in gen ere e del sistema nervoso
in ispecie si renderà palese massimamente call’impossibilità a persistere in un
dato lavoro, coll’incapacità a fissare e a mantenere l’attenzione sopra nn dato
obbietto. Gli oziosi sono distratti, svagati, disordinati, incostanti, perchè
presto sì esauriscono. Volgarmente si ritiene che alcuni individui divengono
presto stanchi perchè sono oziosi, ma è vero proprio l'opposto. La tendenza
all’ozio adunque va riferita ad uno stato anormale dei centri nervosi per cai
la loro capacità nutritiva non è tale da permettere l’accumulo di forza di
tensione indispensabile al lavoro persistente e vantaggioso. Si può rimediare
in qualche modo ad un tale stato di debolezza? Certo rafforzando l'organismo e
segnatamente il sistema nervoso, e più di tutto, mettendo in opera i mezzi atti
ad operare come potenti stimoli alla funzionalità intensa e insieme regolata
dei centri nervosi stessi, si potranno ottenere dei vantaggi. Qui l'educazione
bene intesa, l'esercizio, l'esempio, la rimunerazione equa, la messa in gioco
dell’ amor proprio e il rendere le condizioni della vita tali che rendano
possibile la nutrizione e lo sviluppo degli organi, produrranno senza dubbio il
loro frutto. Se non che non bisogna troppo illudersi sui risultati che si
possono ottenere, nè esagerare l’uso e la portata dei mezzi che si mettono in
opera. Agire sui singoli individui puramente e semplicemente non basta: fa
duopo ricorrere a mezzi di natura sociale, atti cioè a modificare l’ambiente
sociale in genere e i rapporti sociali in ispecie, atti quindi ad esercitare
l'influenza su tutti gl’individui componenti la società. Occorre cancellare
dalla mente del comune degli uomini l’idea falsissima che il lavoro sia in sè
un’infelicità o una maledizione e che quindi il minimo di lavoro coincida col
massimo di felicità. Fa duopo per contrario ingenerare nell’anitno la
convinzione che il lavoro è un elemento indispensabile e integrante del
godimento umano e che senza alcun dubbio una vita tutta piaceri ed ozio
renderebbe infelice l’esistenza che la parte più preziosa della vita umana è
data dal lavoro stesso, il quale rende possibile lo svolgimento delle migliori
facoltà umane in quanto ci è di sprone a sormontare gli ostacoli ed a sacrificarci,
iniziandoci così alla vera moralità. Questa invero consiste appunto nel
lavorare coroggiosamente per il bene di tutti, rinunziando, se ciò è
necessario, volentieri e con piacere al proprio benessere e alla propria parte
di felicità. Ma per che via si può ciò ottenere? Prima di tutto contribuendo
coi precetti e coll’esempio a riformare i cattivi costumi esistenti nella
società attuale e cercando soprattuto di colmare l’abisso artificiale che si è
scavata tra le varie classi, donde la necessità di modificare i metodi
educativi; si potrebbero citare una quantità di fatti validi a dimostrare che
la tendenza all’ozio e l’abborrimento per il lavoro nella più parte dei casi
riconoscono la loro origine nel dispregio che la gente altolocata in genere
mostra per tutti i mestieri ed occupazioni ritenute d’ordine inferiore,
circondandosi così di molte persone che potrebbero essere adibite alla
produzione di lavoro più proficuo. Poi, facendo partecipare le classi
lavoratrici alla vita intellettuale delle classi colte, il quale desiderato
forse non rimarrà per sempre lettera morta, come ce ne fornisce l’esempio
l'Inghilterra, dove si è iniziato un movimento tendente a colmare tale lacuna.
Alludiamo al movimento di espansione delle università, allo sforzo compiuto da queste
ultime per mettersi a contatto delle masse operaie, comunicar loro una parte
del proprio patrimonio intellettuale, educarle moralmente e intellettualmente e
spingerle ad acquistare il sentimento della dignità umana. A tal uopo anzi sono
stati messi in opera due mezzi: da una parte vanno ad abitare dei giovani
usciti dall'università nei quartieri operai delle grandi città manifatturiere,
passando una parte del loro tempo in mezzo ai lavoratori e interessandosi
dell’amministrazione e del miglioramento delle condizioni igieniche dei detti
quartieri; dall’altra parte gli stessi professori d’università consacrano dei
corsi speciali o delle lezioni agli operai, iniziandoli alla comprensione delle
que=tioni che possono loro interessare. Infine ed è forse il mezzo più efficace
e più importante mettendo in opera tutti i mezzi atti a dare all'operaio una
cultura tecnica per modo che egli riesca a comprendere le condizioni generali
della vita industriale e si renda conto della comunità sostanziale d'interessi
esistente tra operai e padroni. A tale esigenza rispondono le associazioui sul
tipo delle 7’rades - Unions, nelle quali il sentimento di solidarietà esistente
nei membri dell’associazione, contribuisce a frenare l'egoismo e a tener desto
il sentimento del dovere, dell'onore e della dignità. Le nostre conchiusioni sì
possono ridurre alle seguenti. La tendenza all’ozio deriva massimamente, non
esclusivamente dal poco valore attribuito al lavoro per sè, onde è necessario
che gli sforzi della società siano intesi ad ovviare a tale inconveniente. A
tal uopo sì richiede un sistema sociale d’educazione destinato a trasformare
non soltanto ì padroni, ma anche gli operai, preparandoli ad una vita novella.
Se è necessario combattere nei primi l’egoismo e lo spirito di dominazione,
negli altri occorre fare scomparire la diffidenza, l'invidia, la cupidigia. A.
proposito della menzogna è bene notare che molti dei caratteri psicologici
riscontrati nei corrigendi, riconosciuti nocivi alla società, non sono loro
patrimonio esclusivo. E già su questo fatto è stata richiamata l'attenzione da
altri, specie da Lombroso. La tendenza alla menzogna p. es. è carattere che si
trova con molta frequenze nei bambini; se non che nei corrigendì non solo
raggiunge un grado massimo, ma può produrre gli effetti più disastrosi,
trovandosi in connessione con condizioni che lungi dall’opporsi, ne favoriscano
lo sviluppo, rivolgendola sempre a produrre del male. La tendenza alla
menzogna, che certamente è favorita da un’educazione difettosa e non rispondente
allo scopo e che per sè sola non costituisce un carattere distintivo del
candidato al vizio, va tenuta in conto quale espressione di un'organizzazione
mentale non perfetta. Donde proviene la tendenza alla menzogna, quale ne è il
meccanismo di produzione? Che cosa sta essa a significare? Un giorno nel fare
l’esame psichico di uno dei minorenni chiusi nella casa di custodia,
intelligente abbastanza, invitai costui a leggere attentamente un periodo
facilissimo ad intendersi, affinchè dopo potesse espormi a memoria ciò che ne
aveva compreso. Ed egli pronto a leggere e dopo svelto a dirmene il senso.
Nemmeno un’acca di ciò che effettivamente dice il libro: il suo discorso era
del tutto differente. A domande improvvise riflettenti il contenuto vero del passo
letto, a domande cioè intese a ricercare se effettivamente aveva compreso nella
maniera in cui si esprimeva, rispose in modo da generàre in me la convinzione
che in sostanza aveva interpetrato a dovere il senso generale, comunque
l'esposizione dapprima fatta fosse totalmente diversa. Questo aneddoto mi pare
significantissimo per l’interpretazione del meccanismo della menzogna, le cui
essenza sta appunto nell'antagonismo, se così posso esprimermi, esistente tra
ciò che è percepito e ciò che s'estrinseca : antagonismo che dipende
originariamente dal perchè le vie e i modi di esprimersi non sono agevoli, data
la mancanza di esperienza, ovvero dal perchè gli elementi mentali non sono
ancora disciplinati per una regolare e coordinata funzione e questo è il caso
dei bambini : e dipoi, da questo che la volontà individuale a ragion veduta,
per un dato scopo cioè, fa da forza inibitrice, realizzando così le condizioni
dell'impedita estrinsecazione di ciò che sé ha dentro. È la mancanza di
corrispondenza tra il di dentro eil di fuori, è la difficoltà di esprimersi ciò
che impedisce al bambino di dire quello che pensa, spingendolo a girare intorno
alla verità. Una volta fatto il primo passo, una volta insorta quella tendenza,
l’educazione e i motivi in genere che spingono a MENTIRE – Grice: “MENTARE,
MENTIRE” --, come sarebbe quello di fuggire le punizioni e le minacce, fanno il
resto. È indubitato però che, data un’organizzazione (sia fisica che psichica)
debole, imperfetta a tal segno che le risorse, per quel che concerne
l’estrinsecazione siano scarse, la tendenza alla menzogna dev'essere
accentuata. È per questo che i degenerati, e i bambini in tesi generale sono
oltremodo bugiardì; ed È TALMENTE FISSATA IN LORO L’ABITUDINE A MENTIRE – ‘cry
wolf’ -- che molte volte è soltanto dopo che hanno detto la menzogna che ne
acquistano la coscienza chiara. La tendenza alla menzogna a volte diviene un
automatismo che funziona indipendentemente ed anche malgrado la volontà. In
conclusione io credo che della tendenza alla menzogna oltremodo pronunciata nei
giovanetti vada tenuto conto come d’un sintoma di debolezza dell'organizzazione
mentale, in quanto in tal caso i fatti [Stando alle recenti indagini
sull’origine del linguaggio, la parola e la rappresentazione, il SEGNO e l’imagine
dell’oggetto si svolgono parallelamente, seguendo leggi proprie. Ia prima è un
prodotto in via di formazione e di svolgimento, mutevole quindi, variabile in
rapporto allo stato dell'animo individuale e sottoposto alla volcnià indivi.
vali (‘n potestate nostra), mentre l'altra apparisce come qualcosa di già
costituito e quindi di stabile e di rigido, È naturale che le due serie, quella
delle parole e quella delle rappresentazioni non coincidano, essendo differenti
la loro origine e le condizioni di loro svolgimento. Si aggiunga che la parola
quale SEGNO è una semplice estrinsecazione dell’attività iteriore,
estrinsecazione che si riferisce ad una sola forma di sensibilità (udito). La
percezione sensibile invece rappresenta il prodotto di svariate forme di sensibilità,
donde la sua maggiore stabilita e permanenza di fronte al flusso dei sunni
vocali. V. a tal proposito l'opera di Noiré Log908 Ursprung und Wesen da
Begriffe, Leipzi ig. interni non riescono a trovar la via per estrinsecarsi in
modo giusto e deviano da una parte o dall’altra, provocando l'attività
d’elementi che per condizioni particolari sono più disposti
all’estrinsecazione. La tendenza alla menzogna intanto ha importanza in quanto
accenna ad una coordinazione irregolare, o meglio ad una forma
d’IN-co-ordinazione alla incompleta unità, identità e continuità di tutta la
vita psichica, e quindi ad una forma d'incapacità a governare sè stesso. Non
v'ha dubbio che l'educazione, l'esempio, specie se intesì a rimuovere qualsiasi
forma di duplicità nella vita e i bambini hanno ben di sovente occasione di
osservare due diverse maniere di condursi da parte dei GENITORI – cf. H. P.
Grice, “The Genitorial Programme” -- e degli altri educatori a seconda che
questi sono in famiglia, nel circolo degli amici, ecc., ovvero al di fuori
della vita intima, nella società possono mettere un argine all’invadente
tendenza alla menzogna. Vanno però sempre tenute d'occhio da una parte le
condizioni che favoriscono lo svolgimento dell’energia individuale e del
carattere e dall'altra i motivi che d’'ordinario spingono a mentire. Si è già
detto che uno dei caratteri psichici dei corrigendi è il freddo egoismo, per
cui essi non hanno altro di mira che il proprio utile. Non hanno amici nel vero
senso della parola, nè sentono affetto pei pareuti. Ordinariamente sì dice che
individui di tal fatta hanno il prepotente bisogno di far male agli altri e
provano un intenso piacere a vederli soffrire. Ora per dar ragione di tali
fenomeni, alcuni si sono arrestati all'affermazione che codesti individui sono
sforniti del senso morale, quasichè questo fosse qualche cosa di semplice e
d’irriducibile (press'a poco come qualsiasi senso percettivo, vista, udito,
ecc.): ma, prima di tutto nei bambini in genere non si può parlare di esistenza
di senso morale vero e propriu, ma di teudenze morali, presupponendo quello lo
svolgimento completo della vita psichica sia dal lato della conoscenza che
dell'attività, e poi esso è cosa tanto complessa che, per giustificarne e
interpretarne la presenza o la mancanza, vanno prima considerati gli elementi
di cui si compone. A me pare che le caratteristiche antisociali suesposte
riconoscano almeno in parte la loro origine nella diminuzione della simpatia,
intendendo per quest'ultima la proprietà che ha l’animo di un individuo di
riflettere i sentimenti che sì rivelano nell'espressione del volto delle
persone che lo circondano. Per essa, intesa in senso largo, la vista di un
movimento. come l’assistere ad una sofferenza desta fenomeni analoghi nella
psiche dell’ osservatore (1). Questa impressionabilità individuale che ha un
fondo organico e corrispettivo fisiologico consistente nell’attitudine di
taluni centri nervosi ad entrare in funzione anche se agisce da stimolo la
percezione di date espressioni emotive (2), questa simpatia istintiva che (1)
Maudsley ed altri notarono a tal proposito che l’uomo comincia il suo sviluppo
colla sinergia (contagio dei movimenti, imitazione), poi arriva alla simpatia
(contagio dei sentimenti) e infine raggiunge la sintess (comunione delle idee)
Si è stabilita tale connessione intima tra determinate espressioni emotive e le
emozioni che basta la semplice percezione delle prime come i1 altri casi la
insorgenza delle stesse per richiamare le seconde, onde il proce-so nervoso
espressivo che dapprima figura come conseguente o concomitante del processo
nervoso costituente il corrispettivo fisiologico delle emozioni, diviene l’
antecedente. negli esseri forniti della medesima organizzazione provoca il
simile col simile, fondata psicologicamente sull’associazione già stabilitasi
in noi tra le manifestazioni espressive e il corrispondente sentimento altre
volte provato per cui la percezione di quei segni provoca il fantasma del
sentimento, fantasma che contiene già un iniziamento dsl processo reale di cui
è l'immagine, questa disposizione che fa concentrare l'attenzione dei bambini
sull’espressione del volto e perfeziona, come dice il Perez, il dono innato di
leggere nelle fisonomie, è quanto vi ha di congenito, di originario e, diremo
anche, di organico nelle tendenze sociali o antisociali che l'uomo presenta nel
corso della sua vita. Noi possiamo simpatizzare con qualunque essere, il quale
presenti qualche analogia con noi e tanto più quanto maggiore è lu
rassomiglianza; quindi più facilmente e più fortemente cogli altri uomini e tra
questi sopratutto coi parenti, coì connazionali, con quelli della medesima
razza e cosi di seguito: poi via via in grado sempre decrescente cogli animali
più simili all'uomo, scendendo fino a quelli in cui la differenza
dell’organizzazione è tale che le loro manifestazioni ci riescono quasi affatto
inintelligibili e cilasciano indifferenti. - Ora che i bambini in genere
abbiano attitudine a simpatizzare non è a dubitare, come dimostrano i numerosi
esempi riferiti dagli autori che si sono occupati della psicològia infantile e
specialmente dal Galton, il quale ha soggiunto che i bambini sono più disposti
a sentire la simpatia per gli animali che non gli adulti .(1). (1) Riferirò a
tal proposito un esempio riportato dalla signora Mana. ceine, la quale racconta
che mentre nel giardino zoologico di Pietroburgo una folla numerosa stava ad
ammirare la destrezza e i giuochi eseguiti da un elefante e tra le altre cose
una scena nella quale il guardiano si Vediamo qual'è l'origine di questa
proprietà psichica congenita che abbiamo detto simpatia. Molti hanno messo in
rapporto la simpatia collo sviluppo della riflessione individuale, ecc. :
quasichè la simpatia nascesse nell'individuo dal semplice ricordo dei dolori
provati e fosse quindi come il risultato di un calcolo egoistico o di un
ragionamento. La vista di una data sofferenza in tanto desterebbe dolore in
quanto provocherebbe il ricordo di una sofferenza analoga già provata
dall’individuo o susciterebbe la paura di provarla. La simpatia sarebbe cosi un
egoismo mascherato e poggerebbe tutta sulle emozioni già provate o imaginate o
in qualche modo comprese. Ed è così che accade d'imbattersi non di raro in
espressioni come queste: Noi non siamo veramente pietosi se non per le miserie
che possiamo chiaramente comprendere. Le altre non cì ispirano che ribrezzo e
dispregio. Per questo i fanciulli sono generalmente crudeli . Ora tutto ciò non
è esatto; la più parte dei bambini nascono col dono della simpatia e non è
necessario che comprendano in modo chiaro e cosciente i dolori, perchè in essi
si desti la simpatia, e se con uua certa frequenza appaiono crudeli, è in
grazia di un'educazione falsa loro impartita ed anche in grazia delle
condizioni di debolezza in cui si trovano, per cui sono costretti a ricorrere
necessariamente alla crudeltà per difendersi e vincere. Co ciò non s'intende
negare l’azione che lo svolgimento dell'intelligenza e della coricava per terra
e l’clefante si metteva a camminarvi per disopra, una bambina di due anni,
seduta sulle braccia della balia cominciò a piangere tanto forte ed a
protestare coi suoi gesti e col suo irregolare linguaggio infantile contro
quella vista per lei ributtante, che non fu pos+Sibile renderla tranquiila
pruma che il guardiano si levasse in piedi. riflessione può esercitare sulla
simpatia, rendendola più fine, più squisita e più differenziata, ma si vuole
affermare che la simpatia non è a considerare quale prodotto della ragione e
dell'esperienza individuale. Finchè in psicologia dominò la veduta
individualistica, finchè si credette di poter dare ragione di tutti i fatti
spirituali per mezzo delle attitudini della psiche individuale e finchè questa
fu considerata come qualcosa d’indipendente, di completo, di esistente per sè e
di chiuso in sè stesso, non sì potè non considerare la simpatia come un
prodotto sussecutivo e secondario. Da tal punto di vista il centro di ogni vita
psichica essendo l'io individuale, questo non poteva figurare come momento e
parte di una vita psichica superiore, nè la simpatia poteva esser riguardata
come una attitudine originaria, In tale ordine di idee rimasero i psicologi
darwiniani quando cercarono di determinare il tempo in cui la simpatia fa la
sua coinparsa nell'anima umana (età di 5 mesi) e nella serie animale
(/menotteri). Se non che qui è bene notare che gli scienziati su tale argomento
non son punto d’accordo : così Sir John Lubbock ritiene le formiche da lui
osservate sfornite di affezione e di simpatia almeno relativamente allo
svolgimento delle emozioni di natura opposta, mentre altri naturalisti come
Maggridge, Belt asseriscono di aver potuto constatare in talune specie di
formiche un' attitudine particolare alla simpatia. Gli stessi dispareri
s'incontrano a proposito delle api e di altri insetti (1). (1) Cfr. Romane8s,
L'’intelligence des animaux, trad. fr., Paris, Alcan, 1887, Tom. I, pag. 41 e segg. e pag. 145. Cfr. anche
Romanes, L’evolution mentale ches les animaux, trad. fr., Paris, Reinwald,
1884, pag. 352. Il s Il disaccordo esistente tra gli scienziati sta a provare
la mancanza di consistenza del loro punto di partenza, avendo essi prese le
mosse dal presupposto che la simpatia sia qualche cosa di secondario, di
derivato e di accidentale che possa e non possa esistere, e che quindi possa
sorgere in un dato momento piuttosto che in un altro; ora, nulla di più
infondato. L'’attitudine alla simpatia è universale, primitiva, originaria in
tutto il regno animale e sono soltanto le sue Romanes pone la benevolenza tra i
sentimenti posseduti dagli animali, p. es. dal gatto, riferendo i seguenti
esempi: “ Au sujet d’un chat domestique,, dice quest’autore, “ voici ce
qu’écrit M. Oswald Fitch. Il dit que l’on vit ce chat “ prendre des arétes de
poisson et les emporter de la maison an jardin: on le suivit et on le vit les
déposer devant un chat étranger mistrablement maigre et évidemment affamé, qui
les dévora; non satisfait encore, notre chat revint, prit une nouvelle
provision et recommenca son offre charitable qui sembla étre acceptée avec
autant de gratitude. Cet acte de bienveillance accompli, notre chat revint à
l’endroit où il prenait d’habitude ses repas, près de l’évier où se lavent les
assiettes, et mangea le reste des débris de poisson, (Nature, 19 avril 1883,
pag. 580). Un cas presque identique m’a été communqué par le docteur Allen
Thomson, membre de la Société royale de Londre. La seule différence est que le
chat du docteur Thomson attira l’attention de la cuisinière sur un chat
étranger affamé, en la tirant par la robe et en la menant à l’endroit cù se
trouvait le chat. Quand la cuisinière donna è celui-ci quel jue nourriture
l’autre se promena tout autur, tandis que le premier faisait son repas, en
faisant gros dos e ronronnant bruyamment. Un autre exemple de bienveillance
chez le chat suffira. H. A. Macpherson m'écrit qu’en 1876 il avait un vieux
matou et un jeune chat de quelques mois. Le vieux chat qui avait longtemps été
un favori, était jaloux du petit et lui témoignait une aversion notable. Un
jour, on enleva en partie le plancher d’une chambre du sous-s0l pour réparer
quelques tuyaux. Le jour qui suivit celui où le planches avaient été remises en
place, le vieux “ entra dans la cuisine (il vivait presque entièrement è
l’étage au dessus) se frotta contre la cuisinière et miaula sans tréve ni cesse
jusqu’à qu'il eft attiré son attention. Alors courant de ci, de là il la
conduisit dans la chambre où le travail avait été fait. La domestique fut très-intriguée jusqu'’ à ce qu'elle
estrinsecazioni, le sue manifestazioni che variano a seconda delle circostanze
e massimamente a seconda del maggiore o minore grado d’intensità dei sentimenti
di natura opposta, dei sentimenti che potremo dire egoistici, i quali sono del
pari originari e universali. È naturale che lo svolgimento diverso dei
sentimenti dipende dalle differenti condizioni di vita: così s'intende da sè
che negli animali in cuì l'ordine sociale è bene entendît un faible miaulement
venant de sous ses pieds. On enleva une planche et le jeune chat sortit sain et
sauf, mais è moitié mort de faim. Le vieux chat surveilla toute l’opération
avec beaucoup d’interét jusju’à ce que le jeune fàt remis en liberté : mais
s’étant assuré que celu-ci était sauf, il quitta la chambre aussitòt sans
manifester la moindre satisfaction de le revoir. Ultérieurement, non plus, il ne devint nullement amical
pour lui., Se il Rumanes e gli altri vogliono chiamare gli atti surriferiti
atti di benevolenza, padronissimi, a patto però che tale banevolenza sia
considerata come nient’altro che espressione di un sentimento di simpatia. Tra
la benevolenza mostrata dai gatti e quella umana corre un abisso, giacchè la
prima non include la coscienza dell’obbligatorietà del compimento degli atti di
benevolenza, nè presuppone alcun principio o massima fondamentale come l’altra:
gli atti provengono immediatamente, saremmo tentati di dire automaticamente da
una tendenza, da un’esigenza, da un bisogno dell'organismo fisico-psichico e
qui finisce tutto. Perchè gli atti compiuti dai gatti divengano identificabili
coi corrispondenti compiuti dall'uomo, occorre che la coscienza dia loro le
note di necessità e di universalità, occorre che l’individuo compiendoli sappia
di compiere un'azione che deve essere compiuta, onde vi concorre con tutta la
propria energia individuale. I gatti son tratti ad operare in tale o tale altro
modo, mentre l’uomo opera così, perchè crede che così ss deve operare.
L'’essersi i gatti adoperati a soccorrere i loro simili prima di appagare i
loro appetiti lungi dal poter essere citato come una prova del loro rpirito di
sacrificio s’interpreta benissimo al lume di quella nota legge psicologica,
secondo cui i sentimenti e gli appetiti che si presentano fuori del consueto
assumono un’insolita intensità e vivacità in confronto di quelli usuali,
ordinari ed insorgenti ad intervalli fissi e determinati. Si aggiunga poi che
dalla psicologia moderna gli animali non son più considerati come incapaci di
qualsiasi iniziativa e sforpiti di qualsiasi forma di aitività individuale,
organizzato, poggiando sul principio della cooperazione, i sentimenti di
tenerezza e di affezione reciproca devono giungere ad un grado notevole di
sviluppo, come quelli che stanno a significare l'accordo esistente tra
l'interesse dell'individuo e quello della comunità. Del resto lo stretto e
rigoroso individualismo non è più ammesso nemmeno in biologia, in quanto si è
andata sempre più accentuando una reazione benefica alle vedute prettamente
darwiniane colle ricerche compiute sulle varie forme di associazione presso gli
animali. Basta ricordare qui le accurate indagini dell'Espinas, del Cattaneo e
del Perrier, le quali tutte hanno mirato a porre in sodo che l'associazione,
l'assistenza reciproca, la divisione del lavoro (la cui influenza fu dapprima
in modo cosi evidente posta in luce da H. Milne Edwards) e la solidarietà che
ne risulta hanno esercitato un'azione preponderante sulla formazione, sullo
svolgimento e perfezionamento degli organismi. Se l'esistenza della simpatia
nel regno animale quale fatto primitivo ed universale può formare oggetto di discussione
trai naturalisti psicologi, ogni dibattito cessa di essere g'ustificato per
quel che riguarda l'uomo. Noi conoscia:no questo soltanto come essere sociale e
quindi come determinato nelle sue azioni ad uno stesso tempo dal suo proprio
volere e dal volere della collettività a cui l’individuo appartiene: la
relativa indipendenza e separazione del volere individuale appare solo come il
risultato di uno svolgimento tardivo. Si pensi che il bambino diviene solo
gradatamente cosciente della forza della propria volontà, mentre da principio a
mala pena si distingue dall'ambiente da cui è come a dire trascinato. Del pari
nello stato naturale I n= “© Redi a ee ; e e e i . @1’oo@-@ a e e il predominio
e la preponderanza appartiene al sentire, volere e pensare collettivo. L’ uomo,
per così dire, s' individualizza a poco per volta emergendo da uno stato
d'indifferenza sociale, senza separarsi però mai completamente dalla sua
comunità. Il dire che noi abbiamo bisogno della riflessione e del calcolo e
dell'esperienza per poter agire a favore degli altri è tanto assurdo come voler
dar ragione delle azioni egoistiche, ricorrendo agli stessi mezzi del calcolo,
della riflessione, ecc. : in entrambi i casì la volontà agisce in modo
immediato; ed anzi possiamo aggiungere che ogni complicazione avrebbe per
effetto di paralizzare o di rendere meno pronto l'operare. Ogni forma di
riflessione e di calcolo piuttosto che precedere segue gli atti. D'altra parte
l'affermare che la simpatia nasce dal riflettersi dei sentimenti altrui nell'anima
nostra in rapporto alla loro intensità, e in qualche maniera alla loro qualità,
non . implica nient'affatto l'identità del sentimento originario e di quello
riflesso. Tra la sofferenza o il dolore originario e la pietà, o la compassione
vi è una profonda differenza dal punto di vista qualitativo : è lecito forse
identificare rispettivamente l'angoscia di colui che sta per annegarsi o la
sofferenza dell'operaio disoccupato che teme la fame coi sentimenti che
producono in modo riflesso in chi osserva la coraggiosa risoluzione di salvare
il primo e l 'atto di carità tendente ad alleviare la miseria del secondo ? Se
così stesse la cosa, nota molto a proposito il Wundt (1), il sentimento
riflesso perderebbe appunto quelle (1) Wundt Ethik, Stuttgart. proprietà che lo
rendono un motivo di soccorso attivo. Insomma l’anima umana è cosiffatta che
non rimane indifferente di fronte all'apprensione dei fatti psichici dei suoi
simili, ma in certa guisa se li appropria, rendendoli parte del contenuto
rappresentativo ed emotivo della sua propria psiche : i fatti psichici altrui
però penetrando nella. nostra coscienza conservano qualcosa di proprio, come a
dire un segno della loro provenienza estrinseca, per cui assumono uno speciale
valore emotivo per il nostro spirito. Di guisa che da una parte i sentimenti
altruistici sono originari allo stesso titolo degli egoistici e dall’altra
ciascuna delle due categorie di sentimenti presenta delle qualità specifiche
irriducibili per cui non può non fallire ogni tentativo di derivare gli uni
dagli altri. Allo stesso modo che non v'è caso altro che nel sogno e in talune
forme d'alienazione mentale che noi scambiamo la nostra propria personalità con
quella di un altro, così non è possibile un'identità originaria dei sentimenti
riferentisi a noi stessi e di quelli relativi ad altri soggetti. Da ciò
consegue non solo che il conflitto degl’inpulsi egoistici con quelli
altruistici è una delle forme più frequenti di contrasto tra i motivi della
volontà, ma anche che in tale lotta vincono ora quelli di una specie, ed ora
quelli di un' altra. Del resto se le tendenze sociali fossero qualcosa di
secondario e di derivato non si vede come e perchè non sarebbero sempre vinte e
superate dai sentimenti originari. Nessuna riflessione e calcolo avrebbe la
virtù di produrre un tale effetto. Di maniera che l’ individualismo psicologico
mena dritto all’ egoismo morale. Fortuna che la forza dei fatti è maggiore di
quella delle teorie ! (Wundt). Il fondo dell’individualismo è una concezione
meccanica del mondo morale ; esso isola l’uomo nel bene come nel male, facendo
poggiar tutto sull’individuo e non vede in ogni associazione umana che un
aggruppamento artificiale ed essenzialmente transitorio. La veduta
collettivistica concepisce il mondo come un vero organismo, alla cui vitalità
collabora l'individuo come membro e parte. La società in quanto produce e
consuma non è più considerata come un aggregato d'atoii isolati, ma come un
sistema organico nel quale la produzione e la distribuzione delle ricchezze rispondono
alle funzioni di assimilazione e di circolazione proprie di ogni essere
vivente. Onde la conservazione dell'organismo apparisce alla coscienza
dell'individuo come il dovere più alto e imperioso, o alineno quest’ultimo
dovere prende posto accanto al dovere di conservazione personale. È evidente
che tale concezione dello spirito sociale racchiude l'idea più alta della
moralità, la quale è una produzione della società di cui segue i progressi e le
vicende. Del resto anche nell'individuo isolato la moralità non consiste
soltanto nel verdetto interiore della coscienza (tanto è ciò vero che le buone
intenzioni non bastano a sostituire una buona azione), bensi nella
collaborazione reale all’organizzazione della natura secondo la ragione, o
nella contribuzione al bene generale a cui l'individuo ha il dovere di
sacrificare senza esitazione i suoi interessi ed anche la sua persona. La
disfatta dell’individualismo e dell’egoismo per mezzo del principio morale,
ecco adunque l’ideale: se non che vincere non equivale a distruggere
completamente : l’io è l'io, e rimane tale necessariamente : e si trova da per
tutto, anche, come sì è veduto, nei sentimenti di simpatia e di pietà che si
provano per gli altri. Onde se si vuole che un individuo cooperi al benessere degli
altri bisogna fargli occupare nella società il posto che gli compete; così egli
potrà svolgersi interamente e spiegare liberamente, ma sempre legittimamente la
propria attività. n'e Dopo aver determinato la natura e i caratteri della
simpatia che va considerata come il fondamento organico dello spirito sociale e
quindi della moralità, s'affacciano alla nostra mente parecchi quesiti: 1° E
ammissibile l'assenza completa della simpatia o anche una deficienza
notevolissima di essa, e nel caso affermativo, si possono porre in opera dei
mezzi per accrescerla, o per produrla addirittura? Che significato ha la
deficienza della simpatia e quali sono le cause determinanti di un tal fatto?
In che rapporto si trova la simpatia colla morale vera e propria ? 4° La tendenza
alla malevolenza è spiegabile solamente con l'assenza pura e semplice della
simpatia, ovvero bisogna ammettere auche l'antipatia come determinazione
originaria primitiva e positiva ? 1° Che l’attitudine a simpatizzare possa
mancare del tutto non è ammissibile, almeno fino a tanto che non si esce dai
confini del normale; è soltanto in stati morbosi o semplicemente anormali che
si può riscontrare la preponderanza, e nemmeno allora assoluta, dell’egoismo.
In casi determinati però sì può osservare una notevole diminuzione di detta
attitudine, ed è impossibile negare che l'animo dei bambini alle volte non
appare, giusta le parole di Heine, come lo specchio fedele dei sentimenti che
si producono intorno a lui. Se non che qui occorre osservare che il contagio
dei sentimenti può avvenire tanto nel s:nso buono quanto nel senso cattivo,
onde da tal punto di vista tra i giovani chiusi in una Casa di custodia bisogna
distinguere quelli che avendo attitudine alla simpatia e all’imitazione e che
trovandosi a contatto dei tipi sfornitine completamente son divenuti malvagi
anche loro, rotti al vizio e sordi alla voce di qualunque sentimento sociale,
da coloro che effettivamente nacquero deficienti in fatto di simpatia e di
attitudine ‘all’imitazione. Son questi ultimi i tipi che si potrebbero dire gli
originali dal punto di vista antisociale. Essi non intendono conformarsi a
nessun modello e a nessuna regola, il che non esclude che possano avere del
talento. Sorge spontanea la domanda: Ci son dei caratteri differenziali tra chi
è divenuto antisocievole in seguito all'esempio ed alla suggestione e chi è
nato tale per deficienza di attitudine alla simpatia ? I dati anamnestici
accuratamente raccolti possono fornire dei lumi a tal proposito, ma è l’esame
psicologico fatto ripetute volte e l'osservazione diligente del soggetto fatto
a sua insaputa che potranno fornire il bandolo della matassa. Un bambino che
non ha nessuna tendenza ad imitare ciò che vede fare dinanzi a lui, un bambino
che tende a starsene isolato in un canto e che non sente il bisogno di ripetere
i giuochi e di trastullarsi, un bambino che rimane estraneo a tutti i
sentimenti degli altri e che risponde alle osservazioni fattegli col silenzio o
con frasi prive di senso, con repliche amare e con scuse false, un tale bambino
deve destare sospetto, giacchè le note suesposte depongono per un carattere, il
quale per natura ha poca attitudine alla simpatia. Bambini di questo genere,
specie se in età precoce, nelle ore di allegrezza si gettano su di voi e magari
vi stringono con furore, vi tirano le braccia con tutta la loro forza e vi
tormentano in mille modi e sembrano d’ignorarlo ; se li avvertite si
meravigliano . e se insistete perchè vi lascino in pace, continuano a
molestarvi e nel caso che prolighiate loro delle carezze non sentono il bisogno
di ricambiarvele. Del resto si può dire che il carattere persistentemente
egoistico si riconosce da una quantità di nonnulla, dei quali ognuno preso per
sè val poco, ma messi insieme difficilmente ingannano il pedagogo ed il
psicologo sagace. Aggiungiamo che colui che è fornito del dono della simpatia
naturale si mostra più passibile di miglioramento e di educazione. L'individuo,
infatti, il quale in forza del contagio morale è divenuto cattivo, ma che ha
l’attitudine alla simpatia e che perciò presenta un carattere modificabile può
d'un tratto, date le condizioni opportune, presentare mutata la sua fisonomia
morale, può divenir buono appunto perchè la sua psiche è organizzata in modo da
sentire l’azione della suggestione e dell'esempio, mentrechè l'individuo in cuì
predomina l'egoismo rimane sordo a qualsiasi stimolo, epperò si rivela incapace
di notevole miglioramento, s'intende nelle ordinarie Case di correzione (1),
giacchè la cosa muta sott A lui si possono rivolgere le parole di Mefistofele
(GOtbc, Faust): Du b'st am Enda was du bist Setz dir Perruecken auf von
Millionen Locken Setz deinen auf ellenhohe Locken Du bleibst doch immer, vas du
hist . condizioni diverse, come vedremo in seguito, parlando del rapporto della
simpatia colla moralità. S'intende da sè che di tipi siffatti fortunatamente se
ne riscontrano pochissimi: ed è chiaro del pari che l’uducazione, l'esempio
come tutti i mezzi atti a spiegare la loro azione sull'individuo si dimostrano
inefficaci a produrre o ad accrescere quella disposizione psichica che, come
abbiamo veduto disopra, ha una base organica e fisiologica molto manifesta ;
non altrimenti che chi sorte da natura una qualsiasi deficienza organica, per
quanti storzi faccia, non arriverà mai ad acquistare ciò di cui manca, così chi
è nato manchevole in riguardo, diremmo quasi, del senso so.ciale, deve
rassegnarsi a rimanere tale, senza sperare che in lui avvenga un radicale
mutamento, s'intende sempre dal punto di vista della sensibilità sociale. Vediamo
che significato vada attribuito alla deficienza della simpatia e quali ne siano
le cause. Già Maudsle;- dichiarava che la posterità degli uomini le cui azioni
durante la vita si ispirarono ad uno stretto egoismo manifesta maggior
predisposizione alle malattie mentali che non la discendenza di uomini, i quali
durante la loro vita ebbero degli ideali morali e sociali elevati. Stando allo
psichiatra inglese, l'amore esclusivo del guadagno e per conseguenza una vita
dedicata al conseguimento del proprio vantaggio esclusivo ha per effetto
dapprima che le attidudini nobili ed elevate divengono rare e dipoi che i
fenomeni della degenerazione cominciano a predominare. Ed il medesimo autore
aggiunge che il cammino della degenerazione in certe famiglie attraversa le
seguenti tappe: 1° sviluppo notevole, sotto l'influenza dell'ambiente sociale,
delle passioni egoistiche ; 2° apparizione di qualche forma leggera di disturbo
psichico che però può raggiungere anche il grado di una vera psicosi; 3°
ulteriori passi della degenerazione che per lo più sono rapidi e funesti. Senza
stare ora a ricercare la parte di verità contenuta in tale asserzione del
Maudsley, noi ci crediamo autorizzati ad affermare che la deficienza della
simpatia è indizio di un disordine abbastanza profondo dell'attività psichica e
quindi anche del sistema nervoso o di tutto l'organismo addirittura. Essa
rivela un'anomalia ancora più profonda che non le tendenze all’ozio ed alla
menzogna, tanto più se si pensa che l'attitudine alla simpatia ed all'imitazione
è un dono che noi abbiamo comune cogli animali superiori. Si comprende
agevolmente che le cause, le quali hanno prodotto un tale effetto hanno dovuto
essere persistenti ed oltremodo importanti. Per noi sono determinate condizioni
d'esistenza sociale, le quali hanno imposto all’uomo civile di mettere in opera
tutti i mezzi egoistici a sua disposizione per poter vincere nella lotta per la
vita che accompagna l’individualismo. La scuola del successo non insegna altro
che ad appuntare ed affilare le armi dell’egoismo. Non è in una forma
determinata di degenerazione patologica del cervello, ma nelle condizioni
d'’esistenza sociale, specie delle grandi città, che il delinquente può trovare
la più forte, quantunque sempre incompleta, scusa. E le pene applicate nelle
prigioni e nelle case di correzione sono, com'è noto, completa nente inefficaci
a migliorare i colpevoli. E appunto perchè la miseria è la grande sorgente
dell'immoralità e del vizio, la produttrice dei falli e dei delitti di ogni
sorta, s'impone il dovere di combatterla e di farla scemare quanto più è
possibile. La ricchezza, è vero, rende il cuore duro, si accompagna con
l’'avarizia, la cupidigia, la lussuria, l’accidia e la superbia come d'altra
parte la povertà ha le sue virtù proprie e la sua grandezza morale particolare,
ma chi oserebbe negare che l'estrema povertà e la squallida miseria sono
oltremodo favorevoli al rigoglio della delinquenza e che insieme costituiscono
le più potenti cause per cui l'uomo si dà all'ubbriachezza, Ja donna alla prostituzione,
onde il bambino, rimanendo privo d'educazione, d'istruzione, di assistenza, di
buoni esempi, diviene precocemente ipocrita, mendico ed anche ladro? E chi
oserà inoltre porre in dubbio che la cattiva azione compiuta nella prima
generazione sotto l'impero della necessità e del bisogno passa con molta
facilità sotto forma di tendenza nel sangue della seconda generazione, presso
la quale si esplica anche spontaneamente e naturalmente ? E chi negherà infine
che sopratutto nelle grandi città, date le orrende condizioni di abitazione, la
perversità e il vizio entrano come elemento necessario e inevitabile della
esistenza ? Da tutto ciò consegue che una ripartizione più equa della
ricchezza, il miglioramento generale della vita di famiglia e dell’educazione
infantile, l'aumento delle ore di libertà concesse all’ operaio e l'aumento del
suo salario contribuiranno necessariamente a far decrescere il numero dei
criminali e dei predisposti alla delinquenza ed al vizio. 3° Ma, si può qui
domandare, chi non ha attitudine alla simpatia, è perciò stesso condannato alla
immoralità, al vizio, è un candidato alla delinquenza ? A tal uopo prima di
tutto bisogna ricordare quello che noi abbiamo detto di sopra, vale a dire che
l’assoluta mancanza della simpatia è inammissibile, onde deriva che una delle
basi naturali della moralità non viene mai a mancare del tutto e che la sua
deficienza può essere compensata da una cooperazione maggiore degli altri
fattori : poi è necessario intendersi snl significato esatto da dare alla
parola simpatia: se questa è presa in senso lato, vale a dire come l'attitudine
a ricevere qualsiasi influenza proveniente dal di fuori, di qualsivoglia natura
questa sia, se essa è scelta a designare un rapporto qualsiasi, anzi la
possibilità di ogni rapporto intercedente tra l'attività dell’individuo e
quella della collettività in cui egli vive, opera e si muove, allora non vi è
dubbio che il dominio della simpatia coincide perfettamente con quello della
moralità, in quanto spirito sociale (simpatia) e spirito morale sono
espressioni che si equivalgono. Ma la simpatia intesa così non può mai mancare:
l’uomo sfornito di spirito sociale è un'astrazione bell'e buona, giacchè la
caratteristica dell’uomo sta appunto nel suo essere intimamente collegato per natura
coi suoi simili, come la caratteristica vera del folle è nell’essersi liberato
dai vincoli che legano l'individuo alla società. Ed ancorchè lo spirito sociale
si mostri alquanto affievolito, non mancano i mezzi per ratforzarlo, come si
vedrà in seguito. Se invece la simpatia è presa in senzo stretto, vale a dire
come l’attitudine dell'individuo a provare sentimenti analoghi a quelli dei
suoi simili in seguito alla percezione dei segni o rlelle espressioni dei detti
sentimenti, allora la debolezza della simpatia non trae seco l’immoralità : ed
è la simpatia intesa così che se si sorte debole da natura, non può per nessuna
via essere rafforzata con mezzi artificiali di qualunque genere questi siano.
Insomma l’attività od il volere individuale può essere indirizzato al bene o
perchè spintovi dalla percezione delle estrinsecazioni dei sentimenti esistenti
negli altri, i quali per tale via si riflettono nell'anima dell'individuo,
ovvero in virtù dell’azione esercitata sulla vita psichica individuale dal volere
sociale. L'uomo più o meno consciamente, più o meno riflessivamente come più o
meno intensamente si lascia influenzare dall'ideale umano, che rappresenta il
prodotto della società presa nel suo insieme attraverso il corso della storia,
anche quando l'attitudine a simpatizzare è deficiente nell'individuo. Nè può
essere diversamente, se si pensa che ciascun individuo è legato all'umanità
tutta quanta da comunità di natura, di vita, di bisogni, di tendenze, di
principii. L'esistenza dell'individuo è così strettamente congiunta con quella
della società che tuttociò che è favorevole ad essa torna a vantaggio
dell’individuo, mentre soffrendo essa, una parte delle sue sofferenze ricade
necessariamente su quest'ultimo. Interesse generale, maggior felicità per il
più gran numero, bene supremo son tre espressioni diverse d'uno stesso
principio. Ciascuno sente in modo più o meno vivo, più o meno chiaro che il
bene supremo non ha la sua sede nell’individuo, ma al di fuori di lui nelle
grandi opere collettive, nei grandi risultati sociali ai quali l'individuo deve
collaborare, e su cui ha anche il dritto di prelevare la sua parte di benefici.
Se non che il bene supremo non è per il genere umano una proprietà stabile,
fissa e definitiva, un bene acquisito una volta per sempre, ma un ideale non
mai totalmente attuato, che ciascun individuo, anche il più umile deve
sforzarsi di far trionfare. Di qui la grande contradizione, l'eterna antinomia
che, come dice lo Ziegler (1) nessun Dio, nessun miracolo faranno scomparire :
l’antinomia dell'individuo e della collettività, della felicità individuale e
della moralità. Da una parte l'individuo per sua propria natura tende alla
felicità. dritto assoluto per lui e dall’altra il dovere sociale gli prescrive
di sacrificare questa felicità al bene dei suoi simili. Ora ciò che va tenuto
in considerazione è che il volere sociale ha efficacia sugli individui non solo
in quanto havvi tra loro comunità di sentimenti per via della percezione
reciproca delle manifestazioni di questi, ma anche e sopratutto perchè
gl’individui son atti a sentire l’azione dell’ideale sociale per qualsiasi
mezzo ciò intervenga. Da una parte adattare la propria vita individuale alle
esigenze dell'esistenza sociale, compiere il proprio dovere equivale a
salvaguardare nel miglior modo i proprii interessi e dall'altra separarsi dai
suoi simili, voler brutalmente far trionfare la propria personalità a
detrimento di quella degli altri (il che propriamente costituisce l'egoismo e
la malvagità) equivale a non possedere nemmeno la felicità individuale, in
quanto la vita di colui che si sente solo è necessariamente vuota e triste.
Tale è l'ordine delle cose, quale risulta non da una legge esterna e
trascendente, ma dail’essenza (1) Ziegler. La question sociale est une question
morale trad. fr., Paris, stessa dell'uomo e della società umana. Tale è il
fondamento sul quale poggia la fede ottimista nel trionfo del bene; trionfo che
pur non essendo mai definitivo e completo, riceve sempre una conferma dalle
lotte che si sostengono e dagli sforzi che si compiono in suo nome. È qui il
luogo di accennare ai mezzi che devono essere messi in opera affinchè lo
spirito sociale si svolga anche là dove il dono naturale della simpatia si
presenta a mala pena accennato : e ognuno intende che il primo posto a tal
riguardo tocca all’educazione, la quale deve essere tutta intesa a rafforzare i
rapporti tra l'individuo e la società, per modo che questa agisca
incessantemente e in modo preponderante su quello, deve essere intesa, cioè, a
generare nell'animo individuale l’intima convinzione che al disopra del proprio
volere havvi una volontà ed un potere d’ordine superiore a cui è impossibile
sottrarsi, deve dunque mirare ad abituare l’individuo a sentire il proprio
volere modificato e determinato da un altro volere superiore. À. tal uopo va
ricordato che nella prima età è su tante piccole cose, su tante minuzie che si
edifica spesso il carattere morale dell’individuo. Gli atti che si eseguono, le
parole che si pronunciano in presenza dei bambini, tutto ha una importanza
grandissima in un'età, nella quale propriamente avviene l’organizzazione della
vita psichica e lo spirito acquista l'impronta propria (1). Magni interest,
diceva Cicerone, quos quisque audiat quotidie domi, quibuscum loquatur a puero quemadmodum
Bonfigli. Dei /attori sociali della pazzia in rapporto con l'educazione
infantile. Roma 1894. Cicerone, De claris oratoribus. Id. De lege agraria od
popul. VIN patres, paedagogi, matres etiam loquantur. Senza che l’intelligenza
difetti, senza che vi sia la cosidetta anestesia morale, l'individuo, in virtù
dell’ educazione si può rendere per abitudine moralmente insensibile, perchè
nell'infanzia le di lui relazioni coi parenti e con la società non si son
volute accompagnare con sentimenti piacevoli corrispondenti, nè sono state
dirette a svegliare in lui interessamento per tutto ciò che varca il proprio
io. Nei casi di mancanza di affetti, d’anestesia morale spesso l'organizzazione
non ha coloa, ma si deve tutto a circostanze esteriori, delle quali tocca
all’educatore tener conto. Von tngenerantur hominibus, diceva anche Cicerone,
mores tam a stirpe generis et seminis, quam er its rebus, quae ab ipsa natura
loci et a vitae consuetudine suppeditantur. La volontà, come tutte le funzioni
psichiche, può essere coltivata e condotta a maggiore sviluppo mediante
l’esercizio: onde nei bambini hanno un'importanza speciale gli esercizii di
detta facoltà. Il Perez ha scritto pagine importantissime su tale argomento,
insegnando al pedagogista come anche nelle più piccole circostanze questi possa
trovare il modo di esercitare nel bambino questa nobile attività dello spirito.
Noi non terremo dietro al citato autore nell’ indicare i varii mezzi con cui la
volontà può essere ratforzata: diremo solo che egli molto opportunamente not a
che le decisioni e ie convinzioni del bambino sono /ragilissime, non tanto per
la sua inesperienza quanto per la sua impulsività (data la poca coordinazione,
la diversità e il numero relativamente piccolo dei motivi che spingono all'azione)
e per aL ansi rr iz _la debolezza relativa del cervello e dei muscoli, ond’è
bene che gli esercizii della volontà siano fatti quando essa non è stanca e
quando il bambino è fresco e vivace. Ciò sopra tutto riguarda gli esercizi
della cosi detta volontà repressiva, in cuì si concentra la forza d'inibizione.
Il fatto d'inibizione incosciente per cui i gridi di dolore di un bambino
vengono arrestati da un rumore improvviso, c’insegna come si debba da noi
esercitare nel miglior modo questa specie di volontà repressiva. Così potremo
arrestare ì movimenti di collera in un bambino, producendo in lui un nuovo
stato di coscienza, mercè una sgridata; e fra quei due stati si stabilisce
un'associazione che rende più facile l'arresto nell’ avvenire. Nello stesso
modo si può esercitare la volontà repressiva, facendo si che il bambino moderìi
l’ istinto della fame e della sete col prestare attenzione ai preparativi che
si stanno facendo pel desinare e così via dicendo. È cosi dice il Perez che la
‘ volontà comincia a poco a poco e dolcemente, a trionfare degli istinti più
potenti ed a sopportare le punizioni più penose . Oltrechè con i mezzi che si
possono dire derivatici e in certo modo preliminari, applicabili specialmente
ai bambini di minore età, la volontà viene e rafforzata favorendo certi dati
sentimenti, quali l’ amor proprio, l'amor dei parenti, l'orgoglio di far bene,
ecc. e lo svolgimento di determinate facoltà quali l’attenzione e la
riflessione. Il vivere nella famiglia, il conversare coi parenti e coi compagni,
la società intera, le leggi civili ecc., debbono concorrere coll’esempio,
coll’approvazione e disapprovazione, coi comandi, coi divieti, coi premi, coi
castighi a produrre nel giovine la convinzione che la sua propria volontà è
sotto l’azione di un'altra volontà d’ordine superiore. Importantissimo sotto
questo rispetto è l’influsso della religione: perocchè il rappresentarsi certe
azioni come approvate o disapprovate, prescritte o vietate, premiate o punite
dal più alto e perfetto degli esseri, dal potere e dalla santità suprema, non
può a meno d'imprimere nei sentimenti relativi una forza, una profondità, un
carattere sacro ed inviolabile che senza questa credenza difficilmente a
vrebbero. Se poi sì considera come la prima relazione morale che si presenta
tra i genitori e il fanciullo è quella dell'autorità da un lato, della
dipendenza, soggezione dall'altro, s'intende facilmente che il primo passo
nella via di questo svolgimento è dato dall’obbedienza da parte dei bambini.
Per ottenere tale virtù varî sono stati i metodi posti in opera dai filosofi. e
pedagogisti. Così Locke aveva fiducia nell'amore e nella’ paura, Fénélon nell’
autorità, Rousseau nell’efficacia degli” ordini e delle proibizioni, fondati
entrambi questi sulla necessità delle cose e sull’effetto morale prodotto dalla
conseguenza naturale degli atti, Spencer parimenti nella teoria disciplinare
delle conseguenze, Bain nella paura temperata dall’ affetto, nell’ autorità che
s'impone persuadendo, e talora anche nella correzione e Perez ed altri nell'azione
del piacere e del dolore adoperati insieme da chi presso il bambino gode di
simpatica autorità. Noi crediamo che nessuno di questi mezzi sia sufficiente se
adoperato in modo esclusivo; tutti devono esser messi in opera nei casì in cui
la simpatia naturale si presenta debole; ma certamente la preferenza tocca a
quello dell’autorità, purchè questa sappia mostrarsi fornita di pregio e di
valore agli occhi del bambino. Il segreto sta tutto qui: nel sapersi imporre al
bambino non con la semplice forza, ma con questa circondata da tutte le doti
atte a suscitare l'ammirazione e l'interesse, ed anche la curiosità di lui.
Sicchè nei casi suaccennati l’educazione morale ha bisogno del soccorso delle
rudimentali tendenze estetiche ed intellettuali del bambino. È naturale che un
individuo sfornito anche di queste non entra più nel dominio normale, ma in
quello prettamente patologico. Chi pone una barriera insormontabile tra un
individuo e l'altro dal punto di vista dello spirito e considera oghi forma di attività
spirituale come esclusivamente legata al corpo dell'individuo ed anzi ad un
punto dello stesso corpo si chiude la via per poter intendere la realtà dello
spirito sopraindividuale che non riconosce la sua base negl'individui come
tali, ma nelle associazioni di questi e insieme si chiude la via per intendere
l’azione che può esercitare lo spirito collettivo nelle sue varie forme su
quello individuale, Eppure è un fatto che dalla vita puramente organica si è
svolta una vita sopra-organica, il cui primo grado è rappresentato dalla
famiglia, composta di individui o membri che sono parti dello scopo a cui tende
quella forma collettiva e insieme mezzi appropriati a raggiungere lo stesso. E
questa associazione spirituale degli uomini non sì presenta come un‘ aggregato,
nel quale l'individuo rimanga immutato nelle sue proprietà, ma come un sistema
per cuì egli acquista caratteri che diversamente non avrebbe mai ottenuto. Le
potenze superiori dello spirito della vecchia psicologia descrittiva (ragione,
volere, ecc.) sono da riguardare appunto è quali facoltà psichiche acquisite
solo per mezzo della vita sociale, a differenza di quelle inerenti propriamente
all’individuo che sono di ordine inferiore (intendimento, appetito, ecc.).
L'uomo pensa il suo istesso pensiero e lo sottopone a norme universali, come
valuta il suo volere rapportandolo alle leggi morali; e ciò perchè egli ha, per
così dire, una doppia vita interiore, una individuale ed una comune cogli altri
uomini, la quale ultima è sopra-ordinata all'altra. Riassumendo, quando la
simpatia (intesa in senso stretto) è debole, l'educazione morale può essere
sempre compiuta a patto che il bambino venga abituato a sentire la sua propria
volontà influenzata da una volontà d’ordine superiore. A ciò conseguire è necessario
che sia lbene fissato un peculiare rapporto implicante autorità da una parte e
soggezione dall'altra : rapporto che alla sua volta non può divenire stabile e
regolare se non sotto la condizione essenziale che l’autorità, l'energia si
circondi di una certa aureola atta a rispondere alle rudimentali esigenze este
tiche ed intellettuali del bambino. È evidente però che l'educazione non
potrebbe mai produrre simili etfetti, se non esistesse in ogni uomo (a
prescindere dall’attitnnine alla simpatia affettiva) il germe della moralità,
vale a dire l'attitudine ad avere ed a sentire la propria volontà in dipendenza
di un'altra volontà : attitudine che, come si è visto, costituisce l'essenza
propria dell’uomo qual’essere ragionevole e socievole. L'educazione non può
creare la moralità allo stesso modo che l'educazione artistica non potrebbe
creare il senso del bello e l'educazione del palato il senso del gusto in chi
da natura ne fosse sprovvisto. Quello che noi abbiamo T Tr_r*0- T Da quando sì
cominciò a riflettere sui vari poteri dell'anima umana, si notò che almeno due
grandi categorie di attitudini passive o recettive le une, attive o appetitive
le altre bisognava assolutamente distinguere. Nè poteva esser diversamente dato
il fatto che ogni processo psichico realmente presenta due aspetti, quello
recettivo da cui germogliano tutte le funzioni conoscitive e quello attivo da
cui germogliano le varie fore dell’attività pratica. Lo spirito umano d'altra
parte, spinto dalla tendenza a tutto unificare ed armonizzare, a misura che
progredi nella riflessione e nella speculazione, cercò di isolare i caratteri e
le proprietà comuni ad un complesso di fenomeni nella credenza che in questi
prodotti della sua facoltà astrattiva potesse trovare i principii veri delle
cose: nè si curò di vedere se i detti elementi comuni esprimessero altro che
caratteri puramente formali. Onde avvenne che fin nella filosofia greca noì
troviamo itentativi più audaci per porre il principio di tutti i principii in
qualcosa di puramente formale : cosi per Aristotele il fondo dell’universo è il
movimento, mentre per Platone, segnatamente nel Fedone, è il mondo delle idee
concepite come forze, e in tutto il corso della storia della filosofia noi
troviamo sempre ripe (1) Questo Saggio che ora rivede qui la luce con molte
modificazioni ed aggiunte, fu pubblicato la prima volta col titolo “ Il fattore
della motilità nelle dottrine gnoseologiche moderne, nei Rendiconti dell’
Accademia dei Lincei. tute queste due intuizioni in modo più o meno chiaro ed evidente.
L'attività, ecco la formola atta ad esprimere la sostanza dell'universo. Ognuno
vede che l’attività, la forza, il movimento essendo concetti puramente formali
potettero essere applicati agli usi più disparati in rapporto al vario
contenuto ad essi attribuibile. Da tal punto di vista gli assiomi logici furono
considerati impulsi atti a muovere la mente in date direzioni, impulsi che se
ostacolati producono un senso di disagio, il quale alla sua volta cessa
coll'appagamento di quelli. Il pensiero adunque fu ridotto al tentativo di
soddisfare ad un impulso speciale incitante ad una forma di movimento
spirituale diretta a produrre appunto l'appagamento e quindi la quiete. È
evidente che in tal caso le parole tendenza, movimento, impulso, ecc., hanno un
significato differente da quello in cui sono ordinariamente adoperate per
indicare mutamenti nelle relazioni spaziali, ovvero mutamenti nei rapporti
della vita pratica. Ciò che va notato è che noi abbiamo degli impulsi, delle
tendenze di natura differentissima, i quali vengono poi aggruppati in una sola
categoria soltanto per mezzo di un carattere espresso dal nome, il che, è
evidente, non basta per dichiarare identico e neanco affine il contenuto delle
cose che si vogliono significare. Certamente voi potete esprimere il processo
intellettuale per mezzo di una tendenza al movimento, ma in tal caso dovete
ricordare che si tratta di un movimento di ordine speciale ; infatti
l'imperativo logico può assumere la forma di opera così ma l’ opera così
equivale in tal caso a pensa così e il pensa così significa è così >;
l'imperativo pratico opera così invece non mira all'affermazione della realtà,
ma solamente al raggiungimento dello seopo speciale prefissosi a cui è inerente
l'appagamento. Se io non sono soddisfatto dal punto di vista teoretico, se io
cioè non ho operato in conformità delle leggi logiche la cosa non sta in realtà
come mi appare, ma se io non sono soddisfatto dal punto di vista pratico la
stessa conchiusione è evidente che non è ammissibile ; in altri termini
l'insoddisfacimento pratico non implica alcun giudizio sulla realtà, ma
soltanto sul valore di essa. Quando adunque in filosofia si parla di attività,
di forza, di energia, di movimento come di concetti atti a darci la chiave per
risolvere i più ardui problemi, in sostanza non si dice nulla di concreto e di
determinato; vi è sempre luogo a domandare in ogni singolo caso in cui una di
tale parola è adoperata, di che sorta di attività, di che sorta di forza
s'intenda parlare. E forse il fascino che spesso tali espressioni esercitano
sui metafisici dipende appunto dal vago e dal nebuloso che esse contengono,
onde ognuno vi può sottintendere ciò che vuole. In ogni modo l’analisi di dette
nozioni, per quanto vaghe ed indeterminate, meritava di esser fatta; e in
questi ultimi tempi la psicologia esatta, e la teoria della conoscenza hanno
cercato di rispondere tale esigenza, col ricercare la loro origine e gli
elementi concorrenti alla loro formazione. Il concetto che più degli altri ha
attirato l'attenzione dei filosofi è stato quello di forza o di attività, la
cui base psicologica è stata riposta nel cosidetto senso muscolare. Pertanto
questo ha formato oggetto di studi accuratissimi da parte dei psicologi e dei
fisiologi in modo che senza tema di esagerare si può affermare che tale ordine
d’indagini forma una parte interessantissima della psico-fisiologia moderna.
Noi ci proponiamo appunto di ricercare che valore abbia effettivamente il senso
muscolare per sè considerato e in rapporto ai vari uffici che gli si vogliono
attribuire per lo svolgimento della vita psichica in genere. Cominciamo
dall’indagare la natura delle sensazioni muscolari. Le sensazioni muscolari.
Esistono le sensazioni muscolari? Parrà strano, ma pur troppo è così; dopo
tanto discutere sull'ufficio delle sensazioni muscolari nello sviluppo della
psiche umana, ancora c' è bisogno di porre il problema circa l’esistenza di
esse. È già da molto tempo che la questione delle sensazioni muscolari è
dibattuta, sia in fisiologia che in psicologia ; e anche coloro che concordano
nell’ammettere tali sensazioni sì scindono per quel che concerne la natura e la
sede di esse: si ha così la teoria dell'innervazione centrale (Bain, Wundt,
Ludwig ecc.) e quella dell’ innervazione periferica ovvero la teoria efferente
o centrifuga e quella afferente o centripeta : secondo la prima, all'esecuzione
del movimento precederebbe la coscienza dell'impulso dato e dello sforzo fatto
per compiere il movimento stesso: e sostrato di tale coscienza sarebbero i
centri e i nervi motori, la cui funzione precedente all’ esecuzione del
movimento non potrebbe non rivelarsi alla coscienza. In favore di tale opinione
parlerebbe massimamente la coscienza che si ha dello sforzo per muovere vn arto
paralitico. Stando alla seconda opinione, il senso della forza sarebbe dato dai
nervi sensitivi che dai muscoli e dalle placche esistenti tra i nervi e i
muscoli trasmettono ai centri notizia delle varie condizioni in cui i muscoli
si possono trovare prima e dopo la contrazione e dopo una fatica maggione o
minore. In favore di tale opinione starebbero poi le osservazioni (Gley e
Marillier) cliniche e sperimentali, le quali provano che con un arto paralitico
non è possibile valutare nè il peso nè la direzione dei movimenti, nè la
posizione degli arti, semprechè, bene inteso, gli occhi siano bendati. Qui
dobbiamo notare che l'opinione del Wundt si è andata modificando ed ormai egli
non ammette più la coscienza pura e semplice della innervazione centrale, ma
per conciliare in certa maniera le due vedute, egli è d’avviso che il senso
dello sforzo da principio fu di origine prevalentemente periferica, e come tale
trasmesso e registrato nei centri cerebrali; ma poichè si trova connesso
coll’immagine del movimento compiuto, è naturale che riproducendosi
quest’ultima, si debba presentare anche l’imagine mnemonica delle sensazioni
muscolari che l'hanno per l’innanzi accompagnata. In tal guisa sarebbe
spiegabile come il senso dello sforzo e la misura della forza necessaria
precedano l'esecuzione di un dato movimento. Del resto la questione non è
definita in modo decisivo, ed anche oggi si pubblicano dei lavori in appoggio
dell’ una e dell’ altra tesi. Parrebbe, ad esempio, dalle ricerche di Mosso e
di Waller, che il senso della fatica non sia solamente di origine periferica,
tanto più che volendo ridurre quella ad una forma di avvelenamento, è naturale
che quel medesimo veleno, il quale agisce sulle terminazioni periferiche
nervose, possa agire anche sui centri da cui deve partire l'impulso. Il Waller
applica i risultati ottenuti dagli esperimenti fatti sul senso della fatica
allo studio del senso dello sforzo, comunque questo sia una sensazione che
accompagna l’ azione muscolare, mentre la fatica una sensazione chè segue l'
azione muscolare : esse hanno però una causa ed una sede comune. La fatica,
stando ai risultati offerti dal Mosso, si manifesta con segni tanto centrali
che periferici : se l'attività volontaria di un muscolo è protratta fino al suo
limite estremo, l'eccitazione diretta del muscolo può farlo agire ancora, il
che prova che l’esaurimento centrale interviene prima dell’ incapacità ad agire
da parte del muscolo : donde si è dedotto che se la fatica è dovuta ad ogni
esaurimento tanto centrale che periferico, il senso dello sforzo del pari accompagnerà
tanto l'attività centrale quanto quella periferica. Vi sarà un senso centrale
d'innervazione motrice che aiuta e regola i movimenti muscolari. Al Waller però
si è obbiettato che egli ammette come provati tre fatti, i quali effettivamente
non lo sono: 1° i segni obbiettivi dell’esaurimento in un data parte non
depongono sempre per il consumo di energia nella medesima parte: gli
esperimenti del Mosso, infatti, provano che il lavoro intellettuale ol’
attività di alcuni muscoli fa scemare la forza dei muscoli in riposo ; 2° il
senso subbiettivo della fatica non indica un previo sforzo nella stessa parte,
come vien provato dal fatto che il senso di fatica e di peso nelle palpebre non
è niente affatto proporzionato al lavoro che quest'organo ha compiuto, specie
molte volte il mattino, dopo il completo riposo di quei muscoli; 3° i segni
obbiettivi dell’ esaurimento non corrispondono per il sito della loro origine
al senso subbiettivo della fatica, e lo stesso va detto dei segni obbiettivi
dello sforzo rispetto al senso subbiettivo dello sforzo stesso. Il senso di
fatica non accompagna necessariamente l'esaurimento obbiettivo, nè esso è
localizzato dove questo ha luogo : lo stesso va detto del senso dello sforzo,
il quale, sia mentale o fisico, non è localizzato negli organi centrali, ma in
vari muscoli della testa e del corpo. Gli oppositori recisi alla teoria dell’
innervazione centrale vogliono che le sensazioni muscolari non siano per niente
differenti dalle altre sensazioni speciali; il senso muscolare per loro è un
sesto senso specifico proveniente dai muscoli che dà il sentimento dell’
attività, come l'’or| gano della vista dà il senso della luce e del colore. Non
è ammissibile quindi che i centri e nervi motori entrino in simile meccanismo,
come quelli che hanno una funzione diversa, ben definita da compiere. Il senso
della forza e dello sforzo come precedente al movimento da eseguire,
considerato come centrale, è un'illusione : è dai muscoli che quando già sta
per incominciare il movimento, partono quelle eccitazioni, le quali danno il
senso dello sforzo (1). Se non che molte obbiezioni sono state rivolte a coloro
che hanno ammesso sen’altro le sensazioni muscolari periferiche. L'argomento
che doveva presentarsi per il primo alla mente degli oppositori doveva essere
quello dell’assen?a di ogni rivelazione della loro esistenza all’introspezione.
Al che i sostenitori dell’esistenza delle dette sensazioni hanno risposto che
essi ammettono solo la cooperazione, il concorso (1) V.atal proposito Bastian,
“ L’Attention et la colonté,, Recue philosophique. di elementi muscolari nello
svolgimento dei fatti mentali, in quanto i muscoli in contrazione (contrazione
che accompagna i diversi stati psichici) agiscono come stimoli delle
terminazioni nervose periferiche : la loro esistenza viene perciò mascherata
dai molteplici fatti concomitanti. Allo stesso modo che, secondo James, la
sensazione di rosso non si combina con quella di violetto per produrre il
purpureo, ma i due stimoli agiscono nello stesso tempo in modo da dar luogo ad
un processo cerebrale di una terza specie, il cui fatto concomitante è la
sensazione purpurea, così noi possiamo benissimo avere una gran quantità di
stati mentali, nei cuì processi organici concomitanti entrino degli elementi
muscolari, mentre non possiamo dire di avere stati mentali che contengano
sensazioni muscolari come parte della loro composizione. I processi nervosi
derivati dagli stimoli della contrazione muscolare si uniscono coi processi
nervosi provenienti da altra sorgente per produrre degli stati coscienti che
sono irreducibili, come avviene della sensazione purpurea quando è considerata
per sè. Gli atomi delle sensazioni, sempre secondo James, non possono
combinarsi per produrre delle sensazioni più complesse, non altrimenti che gli
atomi della materia non compogono i corpi fisici: è vero che quando essi sono
aggruppati' in una certa maniera, n0: li chiamiamo questa o quella cosa, ma la
cosa nominata non ha esistenza fuori della nostra mente . Qui si potrebbe
obbiettare che noi possiamo otte. nere sensazioni separate del rosso e del
violetto, e possiamo scovrire anche la somiglianza del purpureo con entrambi ì
suol costituenti : ora come avviene che noi non percepiamo gli elementi
muscolari come sensazioni separate ? Ma a ciò si risponde che uno stato mentale
si può solamente analizzare e scomporre in quegli elementi che sotto condizioni
diverse possono essere sperimentati come fenomeni separati; vi sono molte
ragioni, perchè le sensazioni muscolari non possano essere sperimentate o solo
con grande difficoltà. L' esplorazione colla vista e col tatto, che in altri
casi aiuta e rende necessario il processo di localizzazione, qui appare
impossibile. Noi impariamo, dice 1’ Hellemholtz, a dirigere l’' attenzione
sopra quelle sensazioni separate, le quali servono come mezzi per stringere i
rapporti col mondo esterno. Ora ognuno vede che non presenta alcun interesse
pratico la distinzione delle sensazioni muscolari come tali, mentre è di grande
importanza che le eccitazioni sensoriali provenienti dagli organi interni si
combinino con quelle dei sensi specifici per formare quei processi nervosi
complessi i cui concomitanti coscienti sono i sensi dello sforzo, della
grandezza spaziale, ecc. D’ altra parte in casì speciali le sensazioni
muscolari si rivelano all’introspezione : i crampi, la tensione muscolare
giunta all'estremo, la fatica ecc. sono sensazioni localizzate nei muscoli.
Infine Goldscheider ha mostrato che se lasciando passare per un muscolo
anestesico una corrente elettrica, lo facciamo contrarre, abbiamo una certa
sensazione somigliante a quella ottenuta colla pressione del muscolo, e
localizzata non in tutto l’arto che si muove, ma solo nelle parti più profonde.
Un secondo argomento degli oppositori è questo, che pur ammesso che nervi
sensitivi esistano nei muscoli, questi serviranno solamente a darci notizia del
grado di stanchezza dei muscoli stessi. Ma qui è facile rispondere che il senso
di tensione è molto differente da quello di fatica e che taluni esperimenti
fisiologici mostrano che l'attività muscolare diviene presso che impossibile
senza la regolarizzazione apportata dalle sensazioni muscolari. Un'obbiezione
fatta per prima da A. W. Volkmann dice che il senso muscolare può al più darci
notizia dell’esistenza del movimento, ma difficilmente un’informazione diretta
sulla estensione e direzione di questo. Noi non possiamo sapere se la
contrazione del supinafor longus ha un'estensione maggiore di quella del
supinator brevis ecc. Qui occorre ricordare che gli elementi muscolari essendo
fusi con altre eccitazioni, non possono essere riconosciuti come tali e non
possono essere localizzati nei muscoli, da cui traggono origine, ed è
perfettamente vero che in molti casì è impossibile aver nozione dell'estensione
e direzione del movimento muscolare; associati però con altri elementi
sensoriali rappresentativi, possono essere di aiuto nella determinazione delle
differenze esistenti tra i movimenti di varie parti del corpo. Miller e
Schumann richiamarono l'attenzione sul fatto che ad un certo grado d'intensità
dell’ eccitazione nervosa muscolare non sempre corrisponde una stessa posizione
delle membra. Una stessa pressione sui nervi sensitivi dei muscoli può esistere
nel caso di un grado notevole di contrazione, e di un grado leggero di tensione,
come nel caso di un grado leggero di contrazione con: giunto con un grado
notevole di tensione . A ciò si risponde che noi abbiamo imparato colla propria
esperienza a distinguere esattamente tra una pura tensione muscolare non
accompagnata da movimento ed un’ eccitazione capace di produrre il medesimo : e
ciò perchè in ogni movimento le sensazioni sia mmnscolari, che tattili, visuali
ecc. differiscono a seconda della resistenza incontrata da parte degli oggetti
esterni o dei muscoli antagonisti; e tutte le combinazioni possibili di
estensione, resistenza e rapidità sono associate con complessi di sensazioni
differenti. Nel caso della semplice tensione la resistenza incontrata è minima,
mentre è massima nel caso del movimento attuale: nei due casi le sensazioni
concomitanti a quelle muscoluri devono per necessità essere differenti; e pur
non considerando le sorgenti dei vari elementi sensoriali, l'impressione totale
prodotta dalle loro differenti combinazioni è avvertita e differenziata Se moi
avessimo solamente le sensazioni provenienti dai muscoli in contrazione
l’obbiezione anzidetta reggerebbe, ma il nostro giudizio è sempre aiutato da
elementi provenienti dai muscoli antagonisti e dalle parti connesse : pelle,
tendini, ecc. Si è obbiettato che noi comparando i pesi paragoniamo in generale
solamente la rapidità dei movimenti che ne risultano, e pensiamo che il peso
leggero sia quello che più agevolmente sia stato alzato, come vien provato dal
fatto che se un individuo è stato abituato per qualche tempo a sollevare
alternativamente dei pesi di 600 e di 1200 grammi, solleverà con grande
rapidità il peso di 800 grammi | sostituito a sua insaputa a quello di 1200
grammi, giudicandolo anzi più leggero di quello di 600 grammi. Tale fatto
contraddice, a sentire. taluni, non solo alla teoria dell'innervazione
centrale, ma anche a quella secondo cui le sensazioni muscolari
c’informerebbero della resistenza, giacchè se così fosse, i pesi sollevati con
impulso più energico dovrebbero essere maggiori. Se non che, come si è detto, é
l’insieme delle sensazioni concomitanti che rende possibile la distinzione tra
movimentoe resistenza: è la fissità di quelle associazioni che produce talune
illusioni, quando le condizioni di esperimento non sono le abituali. Nel
riferito esperimento il maggior adattamento all’ impulso può essere rivelato
allo spettatore solamente per via della maggior rapidità che ne risulta, ma per
la persona sottoposta all'esperimento la cosa essenziale non è la maggiore
rapidità, nè l'impulso preparato, ma l’accomodamento maggiore dei muscoli nel
momento di sollevare il peso minore. Si è notato ancora che la sensibilità
muscolare non differisce nel caso che i movimenti siano prodotti attivamente da
quando sono passivi. Bernhardt dapprima e poi Ferrier e Goldscheider
stabilirono degli esperimenti facendo sollevare dei pesi per .mezzo della
stimolazione elettrica dei nervi, e trovarono che la valutazione dei pesi è
esatta ed accurata ogni volta che il movimento è prodotto da stimolazione
elettrica o riflessa. Inoltre fu sperimentalmente provato che nel caso di
movimenti passivi il minimum dell'escursione percettibile difficilmente
differisce da quello dei movimenti attivi. Ma ciò non prova nulla contro la
importanza delle impressioni muscolari nella percezione dei movimenti: pure
ammesso che i movimenti attivi differiscano dai passivi non solo perchè
l’immagine di essi precede e produce direttamente i movimenti, ma anche per
molti fatti concomitanti periferici, in quanto nei movimenti attivi agiscono
gruppi più estesi di muscoli, e vi è un maggior grado di tensione nei muscoli
antagonistici e nei tendini, rimane sempre vero che nei movimenti passivi gli
elementi essenziali per giudicare del grado e della direzione di quelli non
mancano, ond’è che la ditferenza nei due casi non può essere grande. Si è
cercato di spogliare quasi completamente di sensibilità i muscoli,
attribuendola alle parti annesse, pelle, tendini, ecc., e Goldscheider sì è
creduto autorizzato ad emettere formalmente una tale ipotesi, dopo aver
constatato che nei casì di diminuita sensibilità delle parti an nesse la
valutazione tanto dei movimenti attivi quanto di quulli passivi apparisce
minore. Certamente la sensibilità delle parti annesse-è un fattore importante
dell’accurata percezioné del movimento, ma non è il solo; e l’introspezione in
dati casi ci rivela così l’esistenza di sensazioni localizzate puramente nelle
parti annesse come delle sensazioni puramente muscolari. L'intervento delle
impressioni provenienti dalle parti annesse può, secondo Delabarre, esser
necessario per distinguere una pura tensione muscolare da un movimento attuale;
ma taluni fatti provano che le medesime impressioni hanno poco o nulla a che
tare con la valutazione dell’estensione del movimento: di due movimenti p. es. di
eguale estensione è stimato più breve quello nel cui inizio i muscoli sono più
attivamente contratti : ora le impressioni provenienti dalle parti annesse non
possono spiegare questa illusione, giacchè esse non differiscono nei due casi,
che il braccio sia più o meno contratto al principio del movimento. Miller e
Schumann, essendo discesi ai particolari, hanno negato che le sensazioni
muscolari provenienti dall'occhio possano spiegare le localizzazioni delicate
ed. accurate che noi facciamo nel campo della vista. Noi certo non abbiamo
coscienza dei movimenti oculari come tali, ma ciò era da aspettarsi
riflettendo, che una tale notizia essendo di poco interesse per l'individuo non
vale a svegliarne ed a fissarne l’attenzione. Le impressioni muscolari formano
un insieme colle sensazioni della luce ; il che rende debole nella coscienza
non solo la nozione dell'eccitamento di una data parte della retina, e la
nozione della posizione o dei movimento del globo oculare, ma la nozione di una
posizione particolare del punto di fissazione nello spazio a tre dimensioni.
Altri autori finalmente per provare come le sensazioni muscolari non hanno
niente a che fare colla nostra facoltà localizzatrice, riferirono il caso di un
uomo, il quale era stato completamente cieco per sette anni: se a costui si
volgeva la parola dalla parte destra, i suoi occhi si muovevano verso questa
parte senza divergenza, ma se gli si parlava da sinistra, si notavano bensi
degli accenni a movimenti associati in entrambi gli occhi, ma questi finivano
poi col restar fissi nel mezzo delle orbite ; tuttavia il soggetto aveva l’idea
che i suoi movimenti fossero della massima estensione verso sinistra. Ma i
fautori delle sensazioni mascolari hanno interpretato tale fatto, dicendo che
il citato individuo attribuiva il senso di tensione proveniente da altri
muscoli a quelli oculari; cosa che può avvenire con molta facilità. Dopo aver
mostrato per mezzo dell'esposizione e discussione delle principali obbiezioni
fatte all'esistenza delle sensazioni muscolari, la possibilità teorica di
ammetterle, è giusto ricercare se l’Istologia e la Fisiologia sul terreno dei
fatti e degli esperimenti siano nel caso di dare una risposta decisiva, Nel
tessuto connettivo superficiale che involge i muscoli furono scoverte delle
fibre nervose sensitive, le quali terminano nei corpuscoli di Pacini; ma nella
sostanza muscolare contrattile non sono state osservate finora fibre sensitive;
ed ora nessuno crede più alla scoverta del Sachs. Golgi scovri un organo
muscolo-tendineo situato nella zona di passaggio dul muscolo al tendine,
connesso colle fibrille dell’uno e col tessuto dell’altro e fornito di nervi
sensitivi. Il Cattaneo crede che questo sia l'organo della sensibilità
muscolare. Anche le ricerche fisiologiche starebbero a provare l’esistenza di
nervi sensitivi nei muscoli. Sachs afferma che molti dei nervi intramuscolari
possono essere stimolati senza produrre contrazione, e che dopo la sezione dei
tronchi motori solamente una parte dei nervi muscolari degenera. Francesco Franck
avendo ripetuto i medesimi esperimenti, arrivò alla conchiusione che i muscoli
contengono fibre centripete. Altri esperimenti mostrano che sì può aver
paralisi tanto tagliando i nervi sensitivi che finiscono nella regione
muscolare, quanto tagliando i nervi motori stessi ; il che prova che la
sensibilità è indispensabile per regolare i movimenti. Bell, Magendie, ed
ultimamente Exner arrivarono al medesimo risultato. Allo Chauveau però va
attribuito il merito di aver provato in modo luminoso che le impressioni
sensitive necessarie alla motilità provengono dal muscolo stesso ; egli infattì
trovò nel cavallo due muscoli forniti di due branche nervose distinte, l'una
sensitiva e l’altra motrice: A) un muscolo volontario striato, lo sterno
mastoideo ; e B) un muscolo involontario striato, quello dell'esofago: ora la
sezione della branca motrice produce paralisi in entrambe ; la sezione della
branca sensoriale di A) non sospende la reazione agli stimoli volontari,
essendo associata nella sua funzione motrice con altri muscoli forniti dei loro
nervi sensoriali; la sezione delle fibre sensitive di B) produce disturbo delle
funzioni motrici. La stimolazione elettrica delle fibre sensitive di A) e di B)
produce tetanizzazione o contrazione. Da tutto ciò il Chauveau dedusse che i
muscoli sono forniti di nervi motori e sensitivi, e che i filamenti terminali
dei nervi sensitivi probabilmente non hanno relazione diretta cogli elementi
muscolari, ma contribuiscono a formare le anastomosi preterminali o reti dei
nervi motori, dove essi sono direttamente eccitati dalla corrente motrice: si
verrebbe così a formare un completo circuito sensitivo motore necessario
all'azione dei muscoli. Volendo riassumere, diremo che le questioni relative
alle sensazioni muscolari si riducono principalmente a due, se esistano delle
sensazioni muscolari e se esse vadano localizzate nella periferia o nei centri
motori. Ora che esistano delle sensazioni muscolari capaci di farci valutare il
peso, la pressione, la tensione, l'estensione e la direzione dei movimenti,
ormai è fuori dubbio: una quantità di esperimenti lo provano, e d'altra parte è
naturale supporre che la funzione muscolare si riveli in qualche maniera alla
coscienza, come tutte le funzioni degli altri organi corporei in un modo più o
meno vago e indeterminato. Certamente quando si parla di sensazioni muscolari
non bisogna credere che esse provengano esclusivamente dai muscoli ; è più
ragionevole pensare che secondo i casi, con esse si denoti un complesso di
sensazioni provenienti da parti differenti. Già il Lewes notava che la
sensibilità cutanea ha una parte importante nella coordinazione dei movimenti
tanto che un'anestesia provocata nella pianta dei piedi può dar luogo (cosa
notata anche dall'Heydt) a fenomeni d'incoordinazione muscolare. Ma anche senza
seguire il Lewes, il quale ammetteva le sensazioni muscolari come provenienti:
1° dagli impulsi motori; 2° dalle intuizioni motrici; 3° dalle contrazioni
muscolari vere e proprie; 4° dagli effetti di queste contrazioni sulla pelle;
5° dalle coordinazioni muscolari, cioè dalle sensazioni che suggeriscono o
accompagnano i movimeuti ideali non eseguiti e quelli reali, è indubitato che
quando si parla di sensazioni muscolari dobbiamo sempre intendere un insieme di
sensazioni di origine diversa. D'altra parte è possibile ammettere senza alcuna
riserva l'opinione di coloro che vogliono fare del senso della forza, come del
senso della fatica un senso specifico proprio dei nervi centripeti muscolari? È
ciò che vedremo orora passando ad esaminare i vari uffici attribuiti al senso
muscolare. Per mezzo di questo infatti si è voluto dar ragione del senso
peculare di energia interiore, della valutazione dell’intensità, della genesi
psicologica delle rappresentazioni di movimento, di tempo, di spazio, e della
percezione della realtà esterna. Si è tentato adunque per prima di derivare
dalle sensazioni muscolari il senso di energia o la percezione dell'attività
inferiore sotto qualunque forma si presenti. Si è detto: ad ogni sensazione e
percezione segue in modo reflesso un movimento, ossia una contrazione
muscolare, la quale di rimando trasmette al centro le notizie circa le modalità
della sua contrazione, trasmette cioè le sensazioni muscolari afferenti o
ceutripete: queste poi si associano intimamente colle sensazioni provocatrici
dei movimenti conservandosi e registrandosi in appositi centri cerebrali. Da
ciò consegue che al presentarsi di una sensazione o percezione identica o
simile alla primitiva, per associazione si ridestano le immagini dei movimenti
compiuti, immagini che, guidando i movimenti da ripetere, costituiscono
l’essenza dello sforzo. Va notato qui che un tale schema ha subito molte
variazioni da parte dei fisiologi e dei psicologi (1): recentemente, p. es., si
è negato financo che nella corteccia cerebrale esistano dei centri
psico-motori, la zona rolandica a cui era stato per lo innanzi attribuito tale
ufficio, conterrebbe solamente i centri delle sensazioni muscolari. I centri
motori, alla cui funzione è stato negato in modo assoluto (contro l'opinione
segnatamente del Bain) la possibilità di divenire cosciente, sono posti nella
base del cervello e Per una chiara e precisa esposizione dello stato attuale
della questione v. Bastian, L’Attention et la Volonté, Revue philosophique. nel
bulbo. C'è però chi (Ferrier), pur escludendo la coscienza (come tali
scienziati dicono) dai centri motori, ammette nella corteccia l'esistenza di
centri motori puri a fianco a quelli cinestesici. Questi ultimi poi per tutti
non si troverebbero solamente in una determinata regione corticale del cervello
ma frammisti ai vari centri sensoriali (1). Sicchè tali psicofisiologi credono
di poter ridurre le funzioni psichiche fondamentali ai movimenti reflessi,
senza punto dar importanza a taluni fatti che evidentemente contradicono alla
loro opinione, come per es. l'insorgenza di taluni movimenti spontanei, che non
si possono in alcun modo rapportare a stimoli esterni, e l'impossibilità di
spiegare per via del puro meccanismo i movimenti reflessi rispondenti ad uno
scopo, in mezzo ad una molteplicità di stimoli esteriori. A ciò sì aggiunga che
voler dare ragione dell'attività psichica vera e propria, fondandosi sulla
fisiologia, è impresa presso che disperata, giacchè senza l’osservazione
interiore, quella sola del sistema nervoso non ci potrà mostrare che dei
mutamenti molecolari, non mai psichici. Ma anche lasciando da parte tali
considerazioni, il senso muscolare può dar ragione di quella forma di attività
interiore che si esercita sul corso delle nostre idee ? Molti :1) L'origine
della forza adoperata a produrre le contrazioni muscolari appropriate dovrebbe
essere cercata, secondo tale teoria, nell’attività molecolare dei centri
sensitivi e cinestesici. Ed in appoggio si riferisce il caso di persone, che
volevano, ma non potevano eseguire con successo certi movimenti d’elocuzione in
seguito alle impressioni visuali appropriate e tuttavia conservavano la facoltà
di produrre questi movimenti in risposta ad eccitazioni uditive corrispondenti.
D'altra parte si racconta di persone incapaci di effettuare i movimenti della
scrittura quando lo stimolo era uditivo, mentre erano capaci di compiere
immediatamente gli stessi movimenti in risposta alle impressioni visuali. tra i
quali il Ribot, il Richet ed altri, non esitarono a rispondere in modo
affermativo, ma altri più circospetti dovettero concedere che il senso
muscolare non è un fattore costante dell’attività interiore, soggiungendo però
che quest'ultima in tanto si rivela come tale alla coscienza, in quanto
mediante la riflessione e la memoria è messa in rapporto con sensazioni
muscolari in antecedenza provate. Ognuno' però vede l'errore che è in fondo a
questa affermazione: la riflessione e la memoria non possono mutare
qualitativamente nessun fatto psichico. Inoltre le sensazioni muscolari possono
solamente essere un indice dell'intensità della volontà, allo stesso modo che
in un atto di scelta la forza dei motivi in contrasto guida il nostro giudizio
sull’intensità della volontà chiamata et scegliere : ma esse non possono mai
dar ragione del caso semplicissimo in cui una rappresentazione per la prima
volta ecciti l’attenzione. Coloro che hanno riposto l'essenza della volontà
come di ogni attività psichica nelle sensazioni muscolari, non si sono mai
domandati, perchè noi consideriamo (il che è un fatto) un'azione, un movimento,
o una contrazione muscolare come voluta, ma non come parte essenziale della
volontà, dal che sì deduce che le sensazioni che accompagnano la contrazione
muscolare non possono essere comprese quali elementi della volontà : è ciò che
precede ad esse che forma il nocciolo dell’attività. Non basta : Perchè alle
rappresentazioni dei movimenti, si può domandare, non sempre tengono dietro i
movimenti effettivi corrispondenti? È vero che Miinsterberg risponde che in
tali casi un impulso più forte impedisce a quelle di effettuarsì : ma donde e
in che consiste questo impulso più forte? E qui l'opinione del Miinsterberg si
confonde con quella dello Spencer e dello Steinthal, i quali alla lor volta non
possono dar ragione del disaccordo che si nota spesse volte tra la
rappresentazione di un movimento e la sua esecuzione, del perchè anche
nell’assenza delle condizioni di arresto, non sempre una rappresentazione di
movimento produce un movimento reale, e del perchè fra molteplici
rappresentazioni di movimento anche non contradicentisi fra loro, una sola
riesca a produrre di preferenza un movimento effettivo. Senza dire poi che
rimane sempre da spiegare in che propriamente consista l'arresto. Il senso di
energia non rivela una qualità particolare del mondo esteriore come, poniamo,
il suono, la luce, ecc., ma è essc stesso una qualità generale, applicabile a
tutto il contenuto della vita psichica. E in ciò proprio, secondo noi, sta la
ragione principale per cui il senso di forza non può avere un organo speciale,
nè può appartenere alla proprietà della nostra mente che si chiama
rappresentativa. Nessuno penserà mai di applicare una sensazione tattile o
luminosa ad una sensazione sonora, ma tutti crederanno di poter applicare la
nozione di forza ai vari elementi psichici: dal che si deduce che una tale
nozione ha la sua base in una proprietà generale di tutta la psiche, la quale
proprietà come la vita, si rivela immediatamente alla coscienza. Coloro che
hanno creduto di poter ricondurre il senso di forza alle sensazioni muscolari,
non hanno in alcun modo provato come queste possano ottenere il privilegio di
divenire regola e misura di tutte le sensazioni. Se esse sono sensazioni come
le altre, se esse hanno i medesimi caratteri, non potranno dare che effetti
affini, vale a dire. una notizia più o meno precisa delle impressioni che si
producono nelle parti periferiche, in cui vanno a finire le terminazioni
nervose. Da ciò al poter salire al grado che occupa nella nostra coscienza e
nel nostro sviluppo psichico il sentimento di energia molto ci corre: non basta
che talune sensazioni variino in una certa maniera ed in minor grado rispetto
ad altre con cui sono in stretta relazione, perchè le une diventino misura
delle altre. Quelli che hanno attribuito alle sensazioni muscolari l'ufficio di
divenire forma di tutto il contenuto psichico non hanno riflettuto che perciò
stesso venivano implicitamente ad ammettere un'attività o spontaneità
interiore, capace di ordinare e disporre in una certa guisa taluni fatti
psichici rispetto agli altri. L'attività interiore non diviene cosciente
solamente in seguito alle sensazioni muscolari, ma anche in seguito a tutti gli
altri fatti psichici, dai più semplici ai più complessi, nei quali la contrazione
muscolare non ha niente a che fare. La vivacità con cui irrompono nella
fantasia di un artista le imagini di cui egli compone l’opera d'arte e le varie
forme d'intensità con cui reagisce lo spirito agli stimoli esterni sono
altrettante modalità con cui si rivela alla coscienza l’attività interiore.
I’altronde la tendenza ormai accentuata a spiegare il senso dell'attività per
mezzo delle sensazioni muscolari ha un fondamento solido, positivo,
sperimentale, o non è piuttosto un'ipotesi comoda per velare la nostra
ignoranza ? Oramai è notorio che taluni psicologi attribuiscono alle sensazioni
muscolari tutto ciò che non è spiegabile per mezzo delle altre sensazioni
periferiche e in ciò sono seguiti dagl'inesperti, i quali non si domandano se
le sensazioni provenienti da organi come i muscoli possano dare tanti effetti
strordinari. L'argumentum crucis di tali scienziati in fin dei conti è che se
un individuo è reso privo della sensibilità nei muscoli di un arto, non’ può
valutare nè il peso, nè l'estensione, nè la direzione dei suoi movimenti e
nemmeno la forza necessaria per compiere questi ultimi. Ma, domandiamo noi, è
lecito da un tal fatto dedurre che il senso della furza e dell'attività è dato
dai muscoli senz'altro ? Un tal ragionamento non somiglia forse a quello per
cui si considera il pensiero una funzione del cervello, sol perchè pensiero e
cervello mostrano di essere in connessione fra loro ? Se ciò fosse esatto, si
dovrebbe dire che l’idea è una funzione o un effetto della parola, sol perchè
l’idea e la parola che l’esprime sono intimamente connesse fra loro. A noi
sembra più positivo affermare che l’attività dello spirito, come la vita, lungi
dall'essere riposte in una parie sola dell'organismo, compenetrano tutto
quest’ultimo ed hanno bisogno di esso per attuarsi, deterininarsi e
concretarsi, come l’idea dell’artista ha bisogno della materia (marmo, colore,
ecc.) per tramutarsi in qualcosa di reale. Noi certo non possiamo dire, come
credette Maine de Biran ed altri, di aver coscienza immediata dell’energia in
quanto motrice, ma semplicemente in quanto mentale, cioè in quanto sforzo di
volontà per produrre un mutamento di stato : sforzo mentale che si accompagna
1° con una scarica cerebrale di cui si ha un sentimento particolare (senso di
sforzo cerebrale); con una corrente centrifuga attraverso l'organismo, della
quale non abbiamo coscienza; 3° con movimenti muscolari che ci sono noti per
via di sensazioni afferenti. E ciò che esiste nella coscienza non è il
movimento come mutamento di relazione nello spazio, ma il principio reale del
movimento, il suo fondo interno, cioè un'azione od una reazione che ha per
conseguenza dei cambiamenti interiori e dei cambiamenti locali. Il movimento
effettuato è una rappresentazione della memoria, la quale ha bisogno di essere
interpetrata. Coloro che credono di poter fare a meno di ammettere una forma di
attività originaria dello spirito, credono di poter spiegare l’azione che ha la
volontà sul corso delle idee mediante le ordinarie leggi dell’associazione.
Essi dicono p. es. : se noi intendiamo di modificare. o di mantenere o di
sviluppare una serie di pensieri determinati, noi non dobbiamo far altro che
richiamare per via di associazione quelle impressioni che ci sembrano utili al
nostro scopo : impressioni di natura differente, se si tratta di cacciar via o
d'interrompere un seguito di ricordi, della stessa natura quando noi
desideriamo di fortificare e di sviluppare le associazioni, alle quali ci siamo
fino allora applicati. Jl sentimento di sforzo per costoro è connesso col
conflitto delle idee e dei motivi, il quale deve produrre la preponderanza di
uno di essì. Tale sentimento di sforzo nou può che essere l’appannaggio
dell'attività dei centri sensoriali e dei loro annessi concorrenti
all'esercizio dei nostri processi intellettuali. Ognuno vede qual'è l'errore di
‘ coloro che ragionano nel modo sudetto ; essi elidono la difficoltà che è
riposta appunto nel dover dar ragione della nostra capacità di richiamare in
soccorso quelle impressioni che ci fanno comodo (1): essi ammettono come
provato quello che era appunto da provare, la possibilità di dire io voglio , e
quindi di interrompere un dato corso di idee e di cominciarne un altro o di
sviluppare quello già esistente. Nel passaggio dallo stato di- distrazione a quello
di attenzione vi è aumento di lavoro, vi è dunque trasformazione di forza di
tensione in forza viva, di energia potenziale in energia attuale : ora è questo
un momento iniziale molto differente dallo sforzo sentito che è un effetto. Il
rapporto del desiderio colla sensazione piacevole o dolorosa costituisce la
reazione della volontà ed in quanto noi riteniamo ciò che è piacere e
respingiamo ciò che è dolore abbiamo un senso di sforzo volontario, di sforzo
mentale che è ben altra cosa dello sforzo ordinariamente sentito. Tale momento
iniziale è precisamente la volizione, la tensione del desiderio dominante, la
vera attenzione : è qui la coscienza dell'attività; mentre il preteso sforso
sentito non è che la sensazione della resistenza degli sforzi contrari al
nostro e differenti da esso. La coscienza della passività o della resistenza
subita risponde alle sensazioni venute dai muscoli. Cosi anche l’attenzione
muscolare non è che quella, la quale, avendo incontrato una resistenza, è
obbligata a riflettersi su sè stessa, divenendo più chiara, più distinta, come
nota il Fouillée (2). Non ogni forma In tanto lo spirito, dice Emanuele Hermann
Fi.:hte, può prenlere un dato in'lirizzo, in quanto può volgere il sorso dell:
sue idse nel senso che maggiormente lo interessa ; ora l'interesse non è che
una tendenza, una direzione dell'attività volitiva che se si trova in rapporto
soltanto col g‘ado di chiarezza cosciente può essere chiamata attenzione
volontaria dipendente dall’intenstà di dati fatti psichiri. Revue phlosoqhique.
d'attività però si può ricondurre alla ripercussione dell'ostacolo. Non va
dimenticato che l’attività di cui abbiamo coscienza in modo permanente in mezzo
a’ tutti i mutamenti può essere rappresentata da noi solo dopo che è stata
apapplicata a produrre determinati effetti, nel qual caso diviene tale o tal
altro sforzo ; e di ciò si comprende la ra | gione: l’azione, rappresentando il
fattore subbiettivo che concorre alla produzione di un fenomeno, è cosa
soggettiva per sua natura e deve quiudi sfuggire alla rappresentazione
propriamente detta. Volersi rappresentare obbiettivamente l'azione subbiettiva
è come voler rappresentarsi l’attività sotto la forma della passività. Ferrier
e Ward dissero già che non è esatto nemmeno affermare che noi ignoriamo i
caratteri dell'attività, giacchè non vi può essere ignoranza se non di ciò di
cui si può acquistare scienza: questo noi possiam dire, che abbiamo coscienza
immediata del subbiettivo, dell’attività. Del resto valenti filosofi
affermarono le mille volte che la critica della conoscenza riconosce due
limiti, ciò che è troppo lontano da noi (Assoluto) e ciò che è troppo vicino a
noi, troppo noi stessi per esser posto dinanzi a noi. Il soggetto è presente a
sè stesso, ma non è rappresentato a sè stesso: noi siamo certi di esistere e di
vivere, ma non possiamo rappresentarci in modo astratto e generale che cosa è
esistere e molto meno che cosa è vivere. È Münsterberg, se non andiamo errati –
Grice: “In fact, the first was Cicero!” -- , il primo ad emettere l'opinione
che l’unico fondamento psichico delle nostre misure d’intensità è la sensazione
mus colare, in quanto ogni misura riflettendo o la estensione, o la durata o la
massa, la stessa non è possibile che sulla base della sensazione muscolare.
Misurare è constatare l’esistenza in maggior quantità nel tutto, in minor
quantità nelle parti di un elemento identico; ora in ogni percezione la
sensazione muscolare è il solo elemento che quando si divide in parti l'oggetto
della percezione stessa, sì ritrova in ciascuna parte, ma in minor quantità che
nel tutto. Ciascun pezzo di carta rossa, p. es., dice il citato autore, resta
tanto rosso quanto tutt’intera la carta, e però il rosso del tutto non può
essere misurato per mezzo del rosso di un pezzo preso come unità. D'altra parte
ogni sensazione provocando una reazione centrifuga muscolare, al solito
s'associa con una sensazione determinata di tensione muscolare che vale a
conferirle un dato grado d’intensità e nello stesso tempo a renderla
misurabile. Solo la sensazione muscolare offre il carattere della sensazione
debole contenuta nella forte, giacchè l’una e l'altra non sono qualitativamente
differenti, ma differiscono solo per la durata ed estensione. C'è stato chi a
tale teoria esclusiva e si può dire anche Minsterberg, Beitrige zur
experimentellen Psychologie H. III.Freiburg. eccessiva del Miinsterberg ha
rivolto delle obbiezioni, notando come anche per altre sensazioni si possa dire
che la debole è contenuta nella forte (es. : gusto, odorato, senso terinico
ecc.), tanto è vero che quando uno tocca l'acqua d'un bagno caldo con la mano
prova una sensazione di calore molto meno forte che quando visi immerge tutto
intero dentro. Inoltre, ed è questa l’obbiezione più seria, se veramente solo
le sensazioni muscolari potessero essere misurate, ne conseguirebbe che le
altre non lo potrebbero in alcun modo, il che non è; è innegabile, infatti, che
vi è l’equivalente di una misura diretta del calore per mezzo del calore, come
si verifiva quando noi paragoniamo diversi gradi di calore a cul ci troviamo
sottoposti. Ora supponendo che nella pratica solamente le sensazioni muscolari
associate alle altre potessero essere misurate, il principio che a ciù ci
autorizzerebbe sarebbe il postulato che le variazioni delle sensazioni specifiche
sono sottomesse alle medesime leggi delle variazioni muscolari a loro
corrispondenti. In tal guisa si presuppone che gli aumenti di calore
progrediscano secondo una legge identica a quella della progressione della
dilatazione: si presuppone non solo la misura diretta delle dilatazioni, ma
anche la misura diretta o la comparazione delle temperature fra loro. E poi, se
i gradi d'intensità sono delle qualità, se le intensità delle sensanzioni
muscolari si riducono a variazioni nella durata, se non vi è posto per le
intensità delle sensazioni particolari, perchè anche nel linguaggio comune sono
distinte nettamente le intensità, le qualità e le durate? Donde viene la
nozione d’intensità e con qual diritto si può più parlare della intensità dello
stimolo ? Si aggiunga che il Munsterberg non distingue sufficientemente
l'intensità della sensanzione muscolare dalla percezione dell’ampiezza del
movimento effettuato. Or tali divergenze non devono essere considerate come
senplici opinioni contradittorie, atte a provare soltanto la difficoltà delle
indagini psicologiche e la impossibilità di giungere a risultati positivi :
esse per contrario di:nostrano come attualmente s’imponga alla mente del
filosofo l'’esigenza di considerare e di valutare i rapporti esistenti tra i
fatti psichici e l'a‘tività originaria dello spirito. Il Miinsterberg ha
ragione fino a tanto che ricerca nella estrinsecazione della spontaneità dello
spirito la misura comune di tutti i fenomeni psichici, i quali effettivamente
in gran parte, com'è stato luminosamente provato dal Berg. son, presentano
delle differenze di qualità più che d'intensità o di quantità. E se noi ci
limitiamo a considerare la mente come una coordinazione di vari elementi
psichici, di varie sensazioni rispondenti agli stimoli esterni, non ve. diamo
realmente la possibilità di arrivare alla nozione del l'intensità di varie
sensazioni appartenenti ad un medesima senso specifico e molto meno vediamo la
possibilità di paragonare le intensità di sensazioni specifiche differenti. Ond'è
che per noi il merito del Miinsterberg è di avere intraveduto due verità : 1°
che la valutazione e la misura dei varî gradi d’intensità di una sensazione è
possibile solamente ammettendo nel fondo un’unità coordinatrice che renda
possibile il riferimento tra cose differenti; 2° che questa unità si rivela
mediante la percezione immediata della propria attività. Ma il suo errore
comineia quando crede di poter ridurre tutta l'attività psichica al movimento
(senso muscolare), il quale non ne è che uno dei fenomeni concomitanti, ovvero
consecutivi. Ciò non esclude però che qualche volta in via indiretta possa il
senso muscolare esserci di valido aiuto nella comparazione dell'intensità di
sensazioni provenienti da sensi diversi. Infatti, delle sensazioni di luce, di
suono, di peso di un dato grado d'intensità sono state paragonate da una parte
coi moviinenti del braccio e dall'altra coi movimenti degli occhi; e sì è
ottenuto il risultato che l'aumento dei movimenti coincide con quello dell'
intensità degli stimoli: vi è rapporto adunque tra l’accrescimento
dell'intensità propriamente detta e quello della reazione muscolare
concomitante. In ogni caso però non si può limitarsi a considerare le
sensazioni muscolari come misura dell'intensità delle altre sensazioni, se non
ponendo ‘ il postulato che ciò che è vero di esse sotto certi rapporti lo è
anche delle altre sensazioni. La valutazione dell'intensità presuppone
un'attività originaria differenziatrice e insieme assimilatrice la quale da una
parte distingue qualitativamente gli effetti prodotti da varî stimoli sugli
organi dei sensi e tutti i fatti psichici aventi come concomitanti fenomeni
organici diversi, e dall'altra stabilisce, intuendoli, quei rapporti dati
dall’identità o somiglianza della forma ed estensione della reazione psichica
agli stimoli esteriori. Noi non potremmo valutare come gradi differenti
d’intensità le sensazioni appartenenti ad un medesimo senso, nè potremmo
stabilire dei rapporti tra le intensità di sensi differenti, se non fossimo in
grado di avere una percezione immediata dell'attività psichica che pur essendo
unica e identica nel fondo, spiega in guise differenti la sua azione a seconda
delle numerose e variabili circostanze. Per la rappresentazione il movimento è
fin da princinio un continuo cangiamento di luogo; quindi l'origine sur deve
ricercarsi nelle sensazioni geometriche, visive e tattili, e specialmente in
quelle che conferiscono ad esse la continuità, l’uniformità e la misura, cioè
nelle sensazionmuscolari. Queste si dicono e sono sensazioni di movi mento; ma
da ciò non si potrebbe conchiudere che il movimento sia una sensazione. Se esso
è un'intuizione coordinata con quelle del tempo e dello spazio, che non sono
sensazioni, se la sensazione muscolare per se stessa è una pura successione
interna, il movimento non può essere il suo con tenuto immediato più di quello
che possa essere il contenuto immediato delle sensazioni uditive, Le sensazioni
muscolari diventano dunque sensazioni di movimento, come diventano sensazioni
di spazio; e poiché esse sono anche il fattore psicologicn più importante delle
percezioni di spazio, si vede come la coordinazione delle intuizioni dello
spazio e del movimento risulti anche dalla loro origine psicologica. La quale,
a volerla studiare più a fondo, si mostra dipendente da varie condizioni.
Anzitutto, perchè ci sia percezione di movimento, occorre che il mobile e lo
spazio (visivo o tattile) restino identici, almeno quanto è necessario, perchè
sia conservato un punto di riferimento, dal quale si possa apprezzare il
cangiamento di luogo. Se tutto mutasse nella stessa direzione, lo spazio e il
mobile, non ci sarebbe percezione di movimento. Inoltre bisogna che il
cangiamento di luogo sia insieme continuo e percettibile. Continuo, perchè se
vedessimo una cosa ora in un luogo, ora in un altro, senza vedere il passaggio,
non potremmo avere percezione di movimento, ma solo argomentarlo qualora
avessimo già idea di quello che è il movimento. Percettibile, perchè se non ci
riuscisse di vedere cangiar luogo, ma solo di vederlo cangiato, non ci potremmo
formare la prima volta l'idea del movimento. Continuo e percettibile insieme,
perchè la continuità senza la percettibilità sarebbe immobilità apparente, e la
percettibilità senza la continuità sarebbe cangiamento di luogo senza
transizione. E non basta, perchè nasca l’idea del movimento, il continuo e
percettibile cangiamento di luogo d'un oggetto su un fondo invariabile; bisogna
ancora che la coscienza ponga unità tra i luoghi, e tra essi e il mobile.
Siccome il movimento è il rapporto di due o più collocazioni che si succedono
con continuità, accade per esso quello che accade pel tempo, che la sua
rappresentazione suppone la funzione unificatrice della coscienza o del
sentimento dell'organismo. Queste sono le condizioni generali dell'origine
della rappresentazione del movimento, ma ce n'è un'altra, costante anch'essa,
ma che può subire piccolissime variazioni da individuo a individuo, ed anche
nello stesso individuo per effetto dell’esercizio, e che possiamo designare col
nome di limite della percettibilità. Cotesto limite dipende dalla misura
individuale del movimento come rapporto del tempo e dello spazio, la quale è
nna grandezza finita, che non può misurare qualunque movimento oggettivo, ma
lascia senza misura, e quindi senza percezione corrispondente, tanto i
movimenti estremamente lenti quanto gli eccessivamente rapidi. Non vediamo
crescere il filo d'erba, nè volare il proiettile; e non avremmo nessuna
percezione di movimento tanto se la nostra misura individuale fosse troppo
grande quanto se fosse troppo piccola ; nel primo caso i tempi geologici ci
parrebbero un istante, nel secondo qualunque successione ci parrebbe infinita.
E poichè per apprezzare una successione, e quindi anche un movimento, è
necessaria una certa continuità nella coscienza, così la nostra misura
soggettiva deve avere una certa grandezza, che non corrisponde a nessuna misura
che sia oggettivamente asso luta, ma che è rispettivamente somma o parte delle
grandezze oggettive minori o maggiori. È facile intendere che quella che è
un'unità di misura indivisibile per la sensibilità, non è tale oggettivamente o
per l'intelligenza. In questa unità l'elettricità p. es., percorre uno spazio
grandissimo, e l'accrescimento di una pianta secolare percorre uno spazio
piccolissimo. Quindi noi giudichiamo che si è svolta nel primo caso una serie
di unità obbiettive che sono parti dell'unità soggettiva, e che nel secondo
caso questa è una frazione di quella. Di qui si vede che il movimento non solo
non è una sensazione, ma non è neppure una conoscenza, una rappresentazione, la
cui origine si possa riportare interamente all'esperienza. Certo la misura
psicologica dipende dall'organismo, ed è impossibile che sia la stessa pel
pachiderma 19ole e rmen = _r___ror _ rr m1r.rr E ::]5h5I:5D anch'esse il
risultato di un processo in cui l'intelligenza e la cultura figurano come
fattori determinanti. É notorio d'altra parte che le rivoluzioni compiute nel
campo della scienza a lungo andare. finiscono per mutare anche il punto di
vista morale e religioso. Il fatto è che in ogni religione va distinto
l'elemento invariabile ed inalterabile da quello caduco e variabile, ma ì detti
due elementi nello svolgimento della vita religiosa sono inseparabili e
s'influenzano a vicenda: è soltanto la nostra facoltà di astrarre che viene a
separarli ed a considerarli isolatamente. Così l'evangelo stesso, è vero, non
involge alcun sistema cusmologico ; ma involge bene un giudizio intorno al
valore della vita e dello spirito umano. L’ amore per il prossimo, lo spirito
di sacrificio non son fondati forse sull’idea dell’eguaglianza degli uomini e
sul concetto che l'io è nulla di fronte al Tutto ? Ora i concetti
dell’eguaglianza degli uomini e della piccolezza dell'io non rappresentano per
una parte un portato della Ragione e non poggiano sopra una base speculativa?
Del pari chi vorrà più sostenere che la filosofia socratica non ha un
fondamento metafisico, quando Socrate stesso ci parla della sua preparazione
speculativa? Sicchè possiamo dire che è bensi vero che la religione ha la sua
radice nel cuore uinano, ma ciò non implica che essa sia un prodotto esclusivo
del sentimento: perchè il cuore abbia e riconosca in sè tracciate le vie da
seguire, occorre bene l’azione dell'intelletto, in quanto quello non fornisce
una specie di rivelazione immediata e prodigiosa, ma anch'esso si forma ed alla
sua determinazione concorrono parecchi fattori, tra i quali l'intelligenza.
Anche nel modo di concepire la finalità il Paulsen appare dominato dal
preconcetto del sistema. Egli, infatti, afferma che la veduta teleologica è un
prodotto del sentimento e della volontà e non dell’intelligenza : ora se egli
intende dire con ciò che la concezione teleologica non è conoscenza nello
stretto senso, ma contemplazione, ha ragione ; ma in tal caso, è necessario
osservare che il bisogno del sistema della razionalità del reale, al quale
risponde appunto la considerazione teleologica, è un bisogno eminentemente
intellettuale, e non un bisugno puramente subbiettivo ed arbitrario. La veduta
teleologica è la sola forma possibile di rappresentarsi il tutto e di superare
l’infinità mostruosa del naturalismo meccanico che nega ogni natura ideale
della realtà. Se l’esperienza ci presenta realmente un ordine di fenomeni che è
un ordine di valori pel pen| siero, non c'è ragione di ritenere che
quest'ordine non sia una cognizione, solo perchè non sappiamo determinatamente
come l’ordine causale, effettuandolo, si subordini ad esso e gli serva.
Possiamo noi forse pensare un'altra maniera di esistenza oltre quella che è
soltanto, e quella che è e _ 8a di essere e vuole, e crea dal suo sapere e
volere un mondo superiore a quello della semplice natura? Edè egli possibile di
non scorgere un progresso dall'una all'altra forma d'esistenza, un progres;o
che pone in ordine di valori razionali una serie di fatti e di forine naturali
? Questo valore dell'esistenza dipende forse dal modo di sentire di un
individuo ? Non è piuttosto anch'esso un fatto, la cui constatazione (giacchè
non è possibile la determinazione del modo d’operare della finalità) figura già
per sè come una forma di cognizione ? Veramente qui le idee del Paulsen non
sono chiare ed anzi in un certo senso sembrano contradittorie. Da una parte
egli dice che la cone cezione teleologica è un prodotto delsentimento e del
volere individuale (del volere e del sentimento del soggetto umano che si trova
di fronte Dopo tutto quello ‘che precede non abbiamo bisogno di. spendere molte
parole per discutere del rapporto posto dal Paulsen tra la filosofia e la
religione, e tra la filosofia e le scienze particolari. Una volta che lo
spirito umano è uno e che le sue funzioni non sono compiute maiisolatamente,
quando si vuole determinare il compito della filosofia rispetto a quello della
religione non basta affermare che quest'ultiina risponde alle esigenze
dell’emotività, mentre la prima a quelle dell'intellisenza. Nella filosofia vi
è il momento dell’emotività e del volere come nella religione vi è
necessariamente il momento della conoscenza. Si tratta appunto di determinare
fino a che punto ed in che senso il momento della conoscenza interviene nella
religione e quello del sentimento nella filosofia. Ora noì di passaggio notiamo
che mentre per la filosofia il fine ultimo è la conoscenza, ond’essa mira appunto
a trascrivere in termini di conoscenza le esigenze emotive e le aspirazioni del
volere, formando un tutto armonico intelligibile, per la religione lo scopo è
di trovare un appagamento ai bisogni dell'animo per il che si serve della
conoscenza come di mezzo appropriato a raggiungere il suo intento. Ciò che.
all'universo) e dali’ltra crede di poter dare una certa idea del modo di
operare del principio teleologi:0, riferendosi a ciò che ci presenta
l’esperienza interna in quei casi in cui la nostra attività raggiunge un dato
< risultato (fine), senza che esista alcuna rappresentazione dello scopo a
cui inconsciamente essa tende (Zielstrebigkeit). Egli si riferisce ad una tale
esperienza in forza del parallelismo psicofisico e dell’animazione universale da
lui ammessa, Noi osserviamo che una volta ammesso che l’attività opera in modo
cieco, non è possibile parlare di cognizione te leologica vera e propria, ma di
contemplazione nel senso di Kant e di Lotze. in un caso vale come mezzo e come
un momento subordi. nato, nell’altro diviene fine 0 momento essenziale. Quanto
al rapporto poi della filosofia colle scienze particolari osserviamo che è
impossibile confondere il compito della filosofia con quello delle scienze per
due ragioni: 1° Non è vero che le singole scienze si possano e sì debbano
occupare dei presupposti da cui le loro indagini prendono le mosse, che, p.
es., la fisica si debba occupare della natura dello spazio e della materia. La
filosofia bensi ha bisogno di fondarsi sulle leggi e propretà scoverte dalle
scienze, ma elabora i detti risultati a suo modo, ed elaborandoli, li
trasforma. Quel che è certo è, che si può essere . scienziati senza esser
filosofi, ma non si può essere filosofi senza avere una base scientitica. 2° Il
cultore di una scienza particolare non varca quasi mai i limiti della propria
specialità e, se li varca, rimane sempre entro i limiti delle scienze vicine ;
non mira mai a ricercare il nesso, il rapporto che esiste tra i vari ordini di
sapere, sia di quelli che sono affini tra loro che di quelli che sono lontani;
ora ciò fa appunto il filosoio. Ciò che vi ha di esatto nell'opinione del
Paulsen è che il vero in ogni parte del nostro sapere sta in un processo di
approssimazione indefinità ad un ultimo senso, ad un significato delle cose
impossibile a conseguirsi da noi, e che i sistemi metafisici non sono, come
direbbe il Barzellotti, che le cèntine immense su cui i grandi . architetti del
pensiero voltano uno dopo l' altro l’ edificio ideale compiuto dal sapere del
loro tempo. Notiamo infine che una volta ammessa quale parte della filosofia la
metafisica, come si può dire che la biologia, la fisica e la chimica sono anche
parti di quella? Ciò che LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 453 vi ha di filosofico in
dette scienze è preso dalla metafisica. Il compito della filosofia è sciogliere
il problema nella sua totalità. La filosofia pertanto ha un obbietto proprio e
non è più lecito affermare che essa sia una semplice sintesi riassuntiva del
lavoro compiuto dalle altre scienze. Dall'impossibilità di derivare il fenomeno
fisico dal fatto psichico e questo da quello il Paulsen fu tratto ad ammettere
il parallelismo psico-fisico e quindi l’ animazione universale, con cui egli
volle esprimere evidentemente l’unità fondamentale della natura e dello spirito.
Ora si domanda: Vi è una vita psichica superiore, più elevata, più comprensiva,
come ve ne è una di grado inferiore a quella d'ordinario ammessa ? Il Paulsen
risponde di sì ed è questo, a noi pare, uno dei punti importanti, o almeno
caratteristici, della sua metafisica. Per risolvere una tale questione occorre
tener presenti i criteri che noi abbiamo per giudicare della realtà psichica.
Noi sappiamo che tanto più di realtà una cosa ha quanto più di valore possiede
e quanto più di forza, di efficaciaè atta a spiegare: così noi siamo disposti
ad ammettere un volere ed una coscienza collettiva, perchè noi siamo in grado
di constatare gli effetti che essi producono sulla vita degl'individui e sullo
svolgimento della società: per contrario le unità psichiche d'ordine superiore,
quali vengono ammesse dal Paulsen, che effetti psichici producono ? Per quanto
sappiamo noi, nessuno. I fenomeni esterni che noi osserviamo nella vita degli
astri in genere, avranno anch'essi il corrispettivo interiore, ma questo sarà di
natura semplice ed elementare, come sono i fenomeni esterni (movimenti più o
meno complicati) da essi presentati. Quale ragione noi abbiamo per ammettere
una vita psichica differenziata, complicata ed insieme armonica negli astri? Se
per lo svolgimento dello spirito è richiesto un sostegno esterno così
complesso, se in tutta la distesa dell'esperienza la natura è giunta a maturare
in sè il frutto dell’esistenza spirituale quale a noi attualmente e nel
processo storico si presenta, se la vita spirituale ha bisogno di svariati
istrumenti complessi (tra 1 quali basta citare il linguaggio che rappresenta
una delle condizioni di essenziali ogni forma di esistenza psichica d'ordine
elevato), con che dritto attribuiamo noi una vita psichica superiore agli astri,
iquali si presentano cosi monotoni e indifferenziati nel loro modo di operare ?
Notiamo in ultimo che l'argomentazione a cui è ricorso il Paulsena tal
proposito è quella per analogia; ma ognuno sa che questa in tanto ha valore in
quanto i caratteri riscontrati simili in due serie di fatti sono essenziali;
ora tra i fenomeni presentati dai pianeti e quelli presentati dagli esseri
spirituali veri e propri non si può in alcun modo dire che vi sia
corrispondenza essenziale. Passiamo alla teoria della conoscenza. Si è veduto
che la parte essenziale della (inoseologia del Paulsen è che in un punto solo
conoscenza e realtà coincidono, vale. a dire nella coscienza, giacchè i fatti
interni noh possono essere fenomeni, ma sono la sola e vera realtà. I fatti
psichici, infatti, in tanto esistono in quanto sì rivelano alla coscienza; la
loro natura sta tutta appunto nell' apparire nella coscienza la natura del
pensiero è tutt’ una collo sperimentare e coll’avvertire il pensare, come la
natura del sentire è tutt'una collo sperimentare e coll’ avvertire il sentire.
È impossibile, in altri termini, separare la vita psichica dall’avvertimento
della stessa, come è impossibile separarla da ogni forma d’'interiorità :
togliete questa ed avrete per ciò stesso annullato la vita psichica vera e
propria. D'ultra parte per poter affermare chei fatti psichici suno fenomeni
bisogna ben sapere in rapporto a chi possono essere essi feno meéni; e per tal
via non sì viene ad ammettere come a3sodato ciòche è un problema, vale a dire
l’esistenza dell'anima come sostanza semplice ? Ma da ciò consegue forse che di
reale nella vita psichica non vi siano che i singoli fatti psichici, quali le
rappresentazioni, i sentimenti, come mostra di credere il Paulsen? A noì non
pare: invero, ciascun fatto psichico, esso sia una rappresentazione o un
sentimento o qualsiasi altro elemento, lungi dal rivelarsi qualcosa di
semplice, d’ irriducibile, di primitivo e d'indipeudente, si manifesta come
qualcosa di derivato dalla cooperazione di parecchi fattori, tra i quali
primeggia il soggetto, intendendo per questo ciò che costituisce il punto di
appoggio, il punto di riferimento, e quindi il fondamento e il sostegno di ogni
singolo fatto psichico. L'esistenza del soggetto figura ‘come la condizione
essenziale del prodursi di un fatto psi. chico. Ciò è stato riconosciuto anche
da coloro che negano la realtà del soggetto; ma essi hanno cercato di eludere
la difficoltà, dicendo che il punto di riferimento del nuovo fatto psichico è
dato dall’insieme della vita psichica svoltasi per lo innanzi: se non che va
osservato che si vada indietro quanto si vuole, bisognerà bene arrivare al
punto in cui il primo fatto psichico si presenta: ed in questo caso è evidente
che è presupposta del pari l'esistenza del soggetto, l'esisteuza di qualcosa
d'interno che non può più consistere nell’ insieme dei fatti psichici
antecedentemente svoltisi. Da tuttociò emerge chiaro che non è possibile
considerare i singoli fatti psichici come i soli elementi reali, giacchè
presuppongono necessariamente qualcosaltro che concorra alla loro produzione;
in caso contrario si rimane chiusi in un circolo; per dar ragione dei singoli
fatti psichici si ricorre ail'esistenza di un soggetto, all’ esistenza di un
punto di riferimento, e dall'altra parte per dar ragione di quest'ultimo si
ricorre ai sentimenti, alle rappresentazioni. Aminessa come innegabile la
realtà del soggetto, si può domandare quale concetto dobbiamo noi formarcene :
ora noi crediamo che tale questione non si possa risolvere altrimenti che
ricorrendo a similitudini, ad analogie atte a farci intendere che la realtà del
soggetto non deve essere ri posta in una sostanza semplice, in una
sostanzaatomo, in un'ipostasi insomma, ma in quel qualcosa che rende possibile
l’esistenza delle parti che costituiscono la vita psichica. Noi per denotare
questo qualcosa siamo costretti a ricorrere ad espressioni vaghe ed
indeterminate, come la parola sostanza, le quali sono soltanto valide a celare
la nostra ignoranza. Allo stesso modo che la lingua non è reale come semplice
aggruppamento di suoni e di parole, le quali, anzi, in tanto esistono in quanto
vi è la funzione del linguaggio, ailo stesso modo che un organismo non figura
come il puro risultato dell’ aggruppamento delle sue parti, le quali anzi presuppongono
l’attività del germe da cui si svilappano, così l’anima lungi dal risultare
dall'insieme dei fatti psichici va considerata come ciò che rende possibile
l’esistenza di questi. La realtà vera e piena non appartiene agli elementi
ultimi acuisi perviene mediante l'analisi, ma al tutto, o meglio,
all'universale concreto e individuale, il quale può essere considerato come
funzione di un universale concreto più elevato e questo di un ultro universale
più elevato an‘cora fino a giungere alla Totalità che tutto in sè comprende.
L'anima, si dice, è null'altro che la sintesi delle forze o potenze psichiche,
vale a dire dei fatti psichici possibili; d'accordo: ma chi dice sintesi dice
perciò stesso attività sintetizzatrice, perchè altrimenticome avverrebbe tale sintesi?
E forse da sè stessi, ez /eye che gli elementi dei tatti psichici si
riunirebbervo 2? Non basta : si dice inoltre: L'unità dei fatti psichici
riferentisi l'uno all’ altro, richiamautisi, implicautisi a vicenda, ecco che
cosa è l’anima: ma tuttociò non trae seco la conseguenza che l’anima è più che
un semplice aggruppamnento di tatti psichici ? Perchè un fatto psichico possa
richiamarne un altro, bisogna che vi sia qualcosa che colleghi entrainbi,
bisogna che un'identità tondamentale sia il sostrato di entrambi: e per
convincersi di ciò basta pensare che anche i collegamenti spaziali e temporali
in tanto sono possibili in quanto vi è un soggetto capace di ordinare le
rappresentazioni appunto secondo l’ordine spaziale o temporale. Dall'inerire di
a, 6, c, ad A, domanda il Paulsen, conse gue forse la coscienza delle loro
unità ? Certamente, rispondiamo noi, posto che A abbia la coscienza, comunque
il’ rapporto intercedente tra i fatti psichici e il soggetto non sia nient'
affatto un rapporto d'inerenza. Dire che cosa. è la coscienza è impossibile,
essendo essa un fatto nltimo e irriducibile: dire che è attività, forza,
sintesi, riferimento e distinzione ecc. equivale a metterne in evidenza delle
note, ma non a significare che cosa in realtà sia. Osserviamo infine che il
Paulsen sembra quasi che riconosca il suo errore, quando a proposito dell'anima
esce. in affermazioni come questa: Il tutto precede le parti, l’Anima non è un
Compositum ecc. Ora in tal guisa evidentemente abbiamo due’ concezioni
dell'anima chenon possono per nessuna via concordare insieme : se essa. non è
un aggregato, un compositum , non è lecito affermare che la realtà competa
soltanto ai singoli fatti psichici, quali le rappresentazioni, iî sentimenti,
ecc. Se il tutto precede le parti, come si può negare la realtà del soggetto,
come si può asserire che l’Anima è un' ipostasi a seconda potenza? Per ciò che
concerne l'Etica del Paulsen, cominciamo dall’osservare che il principio
fondamentale di essa si trova. in contraddizione con l'essenza della moralità
quale è in-. tesa dall'Autore, Se, infatti, la morale è una produzione del
volere e del sentimento e non della intelligenza umana, come mai si può
affermare che la valutazione degli atti” si riferisce sempre agli effetti da
questi prodotti ? In tal caso l'essenza della morale è intellettualistica in
quanto la considerazione degli effetti delle azioni è un processo
essenzialmente intellettuale. Nè vale il dire che occorre far distinzione tra
vita morale e scienza della vita morale, giac-chè prima di tutto la base della
valutazione degli atti è un elemento della vita morale nella coscienza umana,
in cui la riflessione, non si disse, agisce sulla volontà ; poi una delle due,
o la considerazione del fondamento obbiettivo dell'imperativo morale, vale a
dire la considerazione del tine ultimo verso cui tende lo sviluppo della
moralità obbiettivamenie considerata, è da riguardare sempre ed in ogni caso
motivo pressochè esclusivo dell'operare morale (nel qual caso è giusto fondare
il giudizio valutativo sui risultati etfettivamente raggiunti mediante le
azioni morali), ed allora non è più lecito parlare dell’ esistenza della vita
morale indipendente dalla conoscenza, chè anzi in tal caso la moralità è
fondata sulla conoscenza e sulla riflessione ; ‘ovvero la vita morale si è in
certa guisa svolta indipendentemente dalla considerazione degli effetti delle
azioni, ‘considerazione, la quale si è rivelata soltanto a chi si è posto a
riflettere sull'insieme della vita morale, ovvero cioè gl’ individui hanno cominciato
coll'operare in un dato modo per seguire gl’ impulsi del loro animo, senza aver
di mira ‘alcun risultato obbiettivo che è divenuto evidente solo
posicziornente, e allora ia veduta teleologica non ha nell'Etica un ufficio
differente da quello che ha nella scienza in genere. In questo caso non è
ragionevole fondare la valutazione degli atti morali sugli effetti obbiettivi.
Ed anche qui la considerazione teleologica non è una conoscenza nello stretto
senso della parola, ma è una forma di ‘contemplazione. L'Etica del Paulsen
rimane impigliata nel suddetto dilemma. Il Paulsen ha ragione di respingere il
puro formalismo kantiano, in quanto l'analisi dello spirito umano. mostra che
la volontà non può entrare in azione se non avendo in vista un fine determinato
e concreto, ma ha torto di affermare che la valutazione morale debba essere
fondata soltanto sulla considerazione degli effetti consecutivi all’azione,
senza tener conto della natura propria del volere (ovvero tenendone conto in
modo secondario e subordinato). La volontà non è qualcosa di accessorio alla
moralità, nè questa è fuori della volontà, allo stesso modo che il bello non è
al di fuori dell'anima che lo sente e lo gusta. E mentre il prodotto artistico
va giudicato alla stregua dell’ emotività estetica umana (sensoestetico), il
fatto morale senza cessare di essere tale, non può essere considerato a parte
dalla determinazione del volere che gli diede origine: e ciò perchè l'essenza
del fatto estetico è nell’emozione estetica, mentrechè l'essenza di quello
morale è nel volere. Un fatto staccato dal volere che l’ha determinato non può
mai essere obbietto di un giudizio morale, come un bello che non è sentito non
può essere oggetto di un giudizio estetico. In tanto è lecito parlare di
moralità in quanto è in causa il volere che è quanto di più intimo abbia
l'uomo, in quanto è in causa l’uomo stesso: e la considerazione degli effetti
di un'azione in tanto può entrare nel giudizio valutativo degli atti umani in
quanto gli effetti spesso, ma non sempre, sono: l’espressione del volere, sono
il volere umano obbiettivato. L’Etica non si può limitare ad esaminare
semplicemente la forma del volere e dell’ operare umano, ma deve anche prendere
in considerazione il contenuto di questa, vale a dire il fine da raggiungere
mediante il volere e l’azione. Ora lo scopo dell'attività umana non può essere
determinato che con la guida della necessità morale e non può essere valutato
che in base alle norme morali stesse. Per il che occorre che all'attività umana
venga proposto non un fine qualsiasi, ma uno che sia in armonia colla naiura
propria dell’uomo. Onde è che l’esperienza, il fatto cioè che questo o
quell’individuo in questa o quella circostanza sì è proposto un dato fine e
l’ha raggiunto, non ci autorizza niente atfatto a considerare senz’ altro lo
stesso fine come morale e come degno di essere ricercato; è necessario per
contrario che il detto scopo sia fondato necessariamente sulla natura dello
spirito umano e derivato dalle leggi priori dello stesso. La psicuiogia potrà
fornirci un'interpretazione adeguata della natura di queste leggi, ma nulla
potrà dirci del loro valore e della loro importanza. In sostanza noi possiamo
dire che ogni precetto morale O giuridico contiene ad uno stesso tempo elementi
empirici ed a priori. Il contenuto particolare e determinato non può esser
fornito alle norme etiche che dai bisogni e dalle contingenze in cui l’uomo si
può trovare, mentre i caratteri dell’universalità, della necessità e della
obbligatorietà non possono ad esse venire se non da questo che le varie forme
dell'attività umana vengono considerate come processi e stati aventi la loro
origine e il loro svolgimento in esseri ragionevoli e liberi. Non altrimenti
che noi consideriamo come logicamente necessario solu ciò che, seguendo le
regole del pensiero logico, deriva da dati presupposti, così diciamo moralmente
necessarie quelle maniere di operare che per necessità logica derivano dai
seguenti presupposti: che l’uomo è un essere ragionevole e che la parte
spirituale della sua natura paragonata con quella animale, non solo ha un
valore maggiore, ma ne ha uno incondizionato. Quanto più l'individuo riconosce
tale necessità, tanto più squisito è il suo senso morale e quanto più la
condotta di una persona si lascia guidare dal sentimento della medesima
necessità, tanto più moralmente puro sarà il suo operare. L'adempimento del
proprio dovere produce la pace dell’anima appunto perchè in tal caso la
condotta è in accordo con ciò che all'agente sembra necessario alla
conservazione: cd elevazione del proprio vaiore personale, di guisa che le
leggi morali non esprimono chele condizioni nelle quali la nostra volontà è
veramente funzione dello spirito ed è degna dell’appellativo di volontà
ragionevole. È evidente che a misura che si va svolgendo la nostra vita
spirituale e il suo valore ci si rende manifesto, acquistiamo coscienza delle
esigenze che in rapporto a ciò ci si impongono e quindi acquistiamo chiara
cognizione delle leggi morali. Fintanto che in noi non mette radici la
persuasione che il comportarsi in un dato modo è da considerare come esigenza
universale della natura umana, non è lecito parlare di moralità: onde consegne
che l'uomo trae la nozione di ciò che deve fare non dalla esperienza, ma dalla
considerazione di ciò che trova di più nobile ed elevato nel suo animo e dalle
esigenze che una tale considerazione trae seco. Non si vede poi su che base si
potrebbe costituire una norma fis:a ed universale per giudicare del valore
morale di un’ azione, una volta che la determinazione del volere fosse
considerata come unelemento accessorio e subordinato, tanto più se si pensa che
la valutazione degli effetti è pressochè impossibile ad effettuarsi in modo
esatto, tenuto conto delle svariatissime circostanze che possono concorrere a far
variare l’importonza di essi; vero è che si dice che il giudizio morale ha come
punto di riferimento gli effetti .che normalmente derivano da determinate
maniere di operare, ma non si vede che in tal caso sono le maniere di operare,
vale -a dire ledeterminazioni della volontà, che costituiscono la base vera dei
nostri giudizi, mentrechè gli effetti figurano come una semplice conseguenza,
unaspecie di estrinsecazione di quelle? Si obbietta che il giudizio morale
fondato sull’intenzione dell'agente, è pressochè impossibile, tenuto conto
delle insuperabili difficoltà che si oppongono ad un esatto esame psicologico,
ma in tale asserzione vi è molto dell'esagerato. In ogni caso, una volta che si
fa dipendere il giudizio morale esclusivamente dagli effetti consecutivi alle
azioni, bisogna poi dire secondo quale norma noi valutiamo i detti effetti. Le
idee del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto non si sarebbero mai
potute formare, se nella natura propria dell'uomo e segnatamente nella sua
ragione, non avesse radice il bisogno e la capacità di paragonarsi cogli altri
uomini, di valutare i loro stati analogamente ai propri, e di estrarre dalla
esperienza propria e da quella degli altri leggi generali aventi l'ufficio di
regolarlo nei vari suoi atti; se insomma l'attitudine morale non avesse il suo
fondamento ultimo nella ragionevolezza umana. Senza di questa condizione
sarebbe stato impossibile trarre regole universali dai vantaggi o danni
derivati da determinate azioni: ciascuno avrebbe evitato ciò che gli recava
nocumento ed apprezzato ciò che gli giovava. Ancorchè sì voglia ammettereche
l'esperienza delle conseguenze di dati atti abbia dato il primo impulso alla
formazione delle idee morali, riman sempre da spiegare il loro completo
svolgimento, giacchè ogni progresso morale ha come base la ragionevolezza
umana. Da ciò deriva che i precetti morali, se traggono il loro contenuto
dall'esperienza, devono la loro forza di obbligatorietà a leggi universali
dello spirito umano indipendenti da qualsiasi esperienza. Ond’è che la scienza
morale o l’etica non può avere altro obbietto che quello di rintracciare gli
elementi della natura unana, dai quali deriva la tendenza ad anteporre a tutto
gl'interessi spirituali e il benessere della società, nel che propriamente consiste
la moralità. Come si vede, ciò che reude assolutamente difettosa la concezione
morale del Paulsen è l'asserzione che basti l'esperienza per determinare i
precetti morali. Infatti, si può domandare: Perchè ciò che è utile alla società
deve essere praticato ? Perchè lo svolgimento delle varie attività e funzioni
dell'individuo e dei suoi simili costituisce il fine umano? Si risponde: Perchè
la coscienza sociale, perchè lo spirito collettivo così comanda; ma, si può
domandare ancora: E perchè lo spirito collettivo dà di tali comandi ? Perchè
esso è fatto cosi? E che dritto ha esso di dare dei comandi ? E che prove
abbiamo della esistenza e della superiorità ci un tale spirito? E le domande
non sono finite ancora: Perchè esistono quei tali istinti sociali che sono la
radice di taluni costumi e consuetudini ? Da qualunque. lato sì consideri la
questione, emerge chiaro che non è possibile trarre esclusicamente
dall'esperienza il contenuto della moralità senza tener conto delle direzioni
primitive ed originarie del volere umano illuminato e conpenetrato dalla
ragione. È curioso che il Paulsen ammette che il problema della determinazione
del fine ultimo della vita non possa esser risoluto dall’intelletto e quindi
dall'esperienza, mentre quello riguardante i mezzi per raggiungerlo (virtù e
doveri) sì. Ora se le virtù e i doveri sono insieme parti del fine ultimo della
vita e mezzi per raggiungerlo, come mai possono essere determinati con metodo
diverso da quello con cui è determinato lo scopo finale della vita ? L'esperienza
non ci può presentare che fatti concreti collegati insieme, ma non potrà :nai
darci la necessità per cui i dati fatti si collegano, nè il perchè così si
collegano, come non’ può darci mai alcuna norma o regola, che abbia valor
necessario ed universale. È innegabile che per quanto sì osservino fatti e si
notomizzino, non sì caverà mai da essi una norina assoluta ed universale di
operare. Convien dunque riconoscere in noi una facoltà o una disposizione
primitiva per la quale, sotto l'impulso di alcuni fatti, sì. sveglia in noi
l’idea del dovere, l'idea di un qualche cosa che si deve assolutamente fare.
Questa coscienza del dovere considerata nella sua generalità quale coscienza
d’un fine obbligatorio, superiore al nostro benessere individuale è, come abbiamo
veduto, il fondamento comune e generale della natura morale degli uomini: ma a
questo fondamento meramente formale si aggiunge necessariamente, nella
coscienza di tutti, una determinazione materiale, varia secondo i popoli, i
tempi e gli individui. Per ciò che riguarda la superiorità attribuita allo
spirito collettivo nelle sue varie forme rispetto allo spirito individuale,
giova notare che non ogni forma di collettività. è superiore all'individuo,
come non in ogni caso l’indivi duo deve seguire i più. È da questo punto di
vista che le idee emesse dal Paulsen sulla natura del dovere meritano d’essere
completate. Le unità collettive che hanno un valore più elevato sono quelle che
condizionano l’individuo, quali la famiglia e la società presa in senso lato. È
evidente che senza la famiglia e la società non vi sarebbe nè individuo, nè
cittadino, il quale dapprima è per cosi dire una cosa con esse, e se ne
distacca soltanto in un tempo posteriore, quando il volere individuale ha
acquistato tanta forza da poter vivere e svolgersi in modo autonomo. Le dette
unità collettive condizionando la vita individuale, sono universali, nel senso
che non vi è uomo, il quale non appartenga ad una famiglia, o ad una società. È
chiaro che le stesse collettività lungi dall'essere un prodotto .
dell'astrazione, sono quanto vi può essere di concreto, e vivono ed operano
negli individui ; è evidente del pari che iascun individuo sì sente intimamente
legato ad esse, ri flette nel suo animo le loro tendenze ed aspirazioni, e le ri
. conosce come qualcosa di superiore. Una volta che l'individuo ha nella
collettività il suo punto d'origine, il suo fondamento, @ il suo sostegno, non
può non attribuire ad essa un po tere ed una forza stragrande. Non basta.
ciascun individuo come elemento isolato, sente prepo:ente il bisogiio di com.
pletarsi, congiungendosi col Tutto, onde il suo volere quanto. più è
compenetrato dalla ragione tanto più è tratto a compiere quelle azioni che lo
fanno sentire uno col Tutto, e che, togliendo ogni restrizione, contribuiscono
ad allargare l'Io. Le forme particolari ed artificiali di collettività non
sempre hanno un valore superiore e più elevato, in quanto non contengono ciò
che vi ha di essenziale negl'individui. Le unità collettive naturali lungi
dall’eliminare le differenze individuali, le armonizzano e le elevano ad una .
potenza maggiore. Gl'individui possono (ed è bene che avvenga) fare a meno dal
seguire i dettami della collettività quando questi non si riferiscono a ciò che
vi ha di universale nella natura umana È soltanto a questa condizione che
l'individuo, seguendo la collettività, si sente’ più che sè stesso, si sente
parte di ciò che vi ha di meglio nel mondo, in modo da trovare un appagamento
calmo e completo alle più profonde aspirazioni del suo cuore, e. alle intime
esigenze di tutto il suo essere. Prima di finire noterò che chi si fa a
considerare l'insieme delle dottrine morali del Paulsen, s'accorge subito che
in esse si ha come il riflesso della psicologia quale venne trattata dal nostro
Autore. Vedemmo, infatti, che per lui il fatto psichico primitivo ed originario
è dato dall’attività, dall’energia, mentre tutte le altre potenze non
rappresentano . che dei mezzi adatti a far raggiungere all’attività il maggior
dispiegamento. Da tal punto di vista ciò che è pura-mente subbiettivo, quale il
sentimento, figura come il semlice riflesso o come l’intertoriszazione del
fatto obbiettivo dell’operare, che è l'essenziale. Una tale dottrina
psicologica fondamentale trasportata nel campo morale che cosa. doveva darci?
La trasposizione della base della valutazione, diremo così, dall'interno
all'esterno. Infatti, una volta che l'essenziale è l’ attività, e che questa
nonsi può misurare che dal lavoro che compie, dagli effetti che produce, è
naturale che il giudizio valutativo debba . riferirsi agli effetti consecutivi
alle azioni, invece che alle- determinazioni subbiettive del volere e
dell’emotività, i - quali rappresentano qualcosa di accessorio, di sussecutivo
. © di incidentalmente concomitante. L'importante per il nostro Autore non è la
genesi subbiettiva dell’atto, ma . l'attività, per così dire, obbiettivata. Ma
non è questa, domandiamo noi, una maniera di snaturare la moralità ? Non è
l'essenza di questa riposta nel processo per cui l'ideale si attua, per cui ciò
che non è ancora tende a tramutarsi in fatto? Non ha essa la sua nota
caratteri. stica nel procedimento per cuiil mondo veramente uinano siva
formando ? Togliete l’ideale dal dominio morale ed avrete annullato la moraità
: ora, non si viene a destituire d'ogni valore l'ideale, una volta che si pone
come obbietto della ‘ valutazione morale l’effetto che consegue all’azione,
cioè a dire quella parte dell'ideale che è stata già tramutata in fatto?
Bisogna ben tenere a mente che l’ideale è un pro. dotto del soggetto, prodotto
che ha valore ed efticacia per sè, a prescindere dalla sua attuazione, la quale
può essere arrestata o di molto diminuita per cause svariatissime. E la scienza
morale si differenzia da tutte le altre scienze appunto per questo, che essa
non sì riferisce a fatti, ma ad ‘idee ed a sentimenti che tendono a tramutarsi
in fatti : in caso contrario la scienza morale quasi quasi non ha ragione di
esistere. La classificazione, l'ordinamento ed anche la valutazione degli
effetti di date azioni sono di spettanza di altre scienze. Aggiungiamo in
ultimo che, ammesso il teleologismo alla maniera di Paulsen, si viene a
destituire d’ogni valore la volontà, la quale è quasi considerata come una
forza, le cui determinazioni per sè possono essere trascurate, tanto è ciò vero
che il giudizio morale principale si riferisce .agli etfetti consecutivi
all’azione, iquali possono essere maggiori o minori in rapporto a numerose
circostanze che non hanno niente a che fare colla volontà vera ‘@ propria; per
contrario le determinazioni primitive di questa e i loro motivi vengono
lasciati da parte come qualcosa di superflno e quindi d'insignificante. Non si
ha cosi una nuova forma di fatalismo, una volta che più o meno manifestamente
viene ad essere ammesso che la volontà presa per sè non è degna di
considerazione ? È degno di nota il fatto che i sistemi filosofici, ì quali
pongono il volere come fondo e sostanza dell’ universo, sono costretti dalla
forza delle cose a negare ogni efficacia al volere vero e proprio: diciamo al
volere vero e proprio, giacchè il volere aminesso dai filosofi pantelisti è
qualcosa di così chimerico e di così inconsistente che non può esistere, se non
nella fantasia di quelli che ne hau fatto il doro Dio. Chi si fa a considerare tutto
il movimento della filosofia contemporanea non può a meno di notare che le
varie direzioni di questa hanno i loro nuclei di origine nella filosotia
kantiana. I germi delle varie forme che ha assunto l’attività del pensiero
filosofico nel secolo nostro si trovano tutti nel Kantismo, tanto è ciò vero
che ciascun filosofo prende come punto di partenza qualche veduta kantiana, e
non fa che trarre da essa tutte le conseguenze possibili, svolgendola nelle
varie sue parti. Nè ciò deve far meraviglia, se si pensa che Kant piuttosto che
darci un sistema filosofico vero e proprio, ci diede una critica della
conoscenza e della metafisica anteriore, ond'egli, qua e là potette emettere
delle vedute forse non perfettamente atte ad esser coordinate in un tutto
armonico non atte cioè a divenire elementi di un sistema unico, ma atte a
divenire punti di riferimento di concezioni posteriori. Non è nostro
intendimento ora di passare a rassegna i vari sistemi filosofici che presero le
. mosse da Kant: notiamo soltanto che tra le varie direzioni del pensiero
speculativo contemporaneo due si possono segnalare in modo spiccato come
germinazioni dirette del Kantismo: alludiamo alla filosofia critica
propriamente detta o al cri. ticismo e alla filosofia dell'attività o
pantelismo nelle sue varie forme. Le dette due direzioni presentano dei
caratteri netti e delle note speciali, per cui non sì può non: considerarle
separatamente: il criticismo, infatti, ha, per cosi dire, il suo centro di
gravità nella teoria della conoscenza. che costituisce per esso l’obbietto
speciale dell'indagine filosofica ; il pantelismo invece è concezione
essenzialmente metatìisica e lungi dal limitare le sue ricerche alle
discussioni gnoseologiche, ha di mira di penetrare la natura intima della
realtà sia fisica che psichica. Entrambe queste direzioni del pensiero
filosofico, dicevamo, si rapportano a Kant; ma mentre il criticismo cerca di
dare il più ampio svolgimento alle vedute d'ordine teoretico, il pantelismo ha
l'intento di accentuare e di esagerare il pensiero fondamentale della filosofia
pratica del grande filosofo di Kénigsberg. É noto che mentre nella critica
della ragion pura Kant, dopo l'esame e l’analisi del potere della conoscenza
umana,. affermò l'impossibilità di oltrepassare il fenomeno, nella critica
della ragione pratica ammise una sola via di penetrare nel regno del Reale e
questa per lui era il volere umano. È del pari noto che si volle trovare
un’antitesi tra il pensiero e il metodo della ragione teoretica e il pensiero e
il metodo della ragione pratica, onde avvenne che alcuni seguirono Kant nella
teoria della conoscenza, mentre altri nella metafisica che poteva esser dedotta
dai presupposti della sua Etica. Avendo il grande filosofo tedesco proclamato
il primato della ragion pratica ed avendo ammesso nel volere umano una specie
di accenno all’Assoluto, era da aspettarsi che i filosofi, i quali non si
appagavano delle semplici discussioni gnoseologiche, dovessero cercare di
costruire una metafisica, dando svolgimento e trasformando pressochè completamente
i postulati della ragion pratica. Tale fu il caso dello Schopenhauer. Non
abbiamo bisogno di esporre la metafisica di questo filosofo per mostrare come
essa abbia una delle sue radici nel pensiero kantiano. È necessario piuttosto
domandarsi a questo punto se il pantelismo abbia in realtà interpretato e
svolto il pensiero . kantiano: fa d'uopo, cioè, ricercare se in fondo i
presupposti della filosofia morale e religiosa di Kant siano proprio quelli che
formano il caposaldo della metafisica pantelistica. Ora a tale questione non si
può che rispondore negativamente : chi ben considera, infatti, l'insieme della
filosofia kantiana nota subito come l’antitesi tra la filosofia teoretica e
pratica in realtà non sussista; giacchè in entrambe domina quella che si
potrebbe dire veduta formaliatica, nel senso che tanto nella conoscenza quanto
nell'attività pratica si distingue l'elemento a priori o formale, che dà le
note essenziali della necessità e dell'universalità dall’ elemento materiale,
il quale è empirico e quindi contingente, vario e relativo. Se non che Kant,
intendendo di costruire un sistema di morale pura ed elevata, volendo dare alla
morale un fondamento assoluto, comprese che bisognava ridurre al minimum
l'azione dell'elemento empirico per riporre ìil carattere normativo della legge
morale in qualcosa di fermo e di stabile; solo cosi il dovere era fine a sè
stesso. In tal guisa fu indotto a porre l'essenza dell’imperativo categorico in
una determinazione primitiva del volere umano, la quale non poteva non esser
formale. Sicchè mentre egli aveva considerato l’ elemento formale della
conoscenza (forme dell’intuizione e categorie), una volta separato
dall'elemento materiale, come vuoto, nella morale, per timore di contaminare in
qualche modo la purissima concezione etica, attribui un valore assoluto
all'elemento formale considerato per sè separatamente da ogni determinazione
derivante dall'esperienza. Da tal punto di vista è innegabile il divario
esistente tra la filosofia teoretica e quella pratica di Kant, ma chi ben
riflette sul principio dell'Etica kantiana s'accorge che il detto principio
formale implica in fondo un contenuto materiale, giacchè l'universalità della
regola nun può contenere per sè forza obbligativa, ma solo perle conseguenze buone
che ne derivano, cioè per l’accordo generale degli animi e per lo svolgimento
dei sentimenti disinteressati. In ogni caso il detto divario autorizza forse a
considerare giusta l'opinione di chi sostiene che il pantelismo è niente altro
che la continuazione e lo svolgimento di ciò che vi ha di essenziale nella
filosofia di Kant? Per risolvere una tale questione fa d’'uopo ricercare quale
sia l'essenza del pantelismo, affinchè dopo si possa vedere se le vedute
kantiane realmente coincidano con essa. Ora il pantelismo .&fferma che
fondo e sostanza dell'universo è il volere, ma, si noti, non il volere umano,
il volere cioè intimamente <compenetrato dall’intelligenza, bensi il
volere-forza, l’azione, l'operare per l’operare: ed afferma inoltre l’assoluta
supre.mazia della attività di fronte all'intelletto. La fanzione ‘conoscitiva,
infatti, nelle sue varie forme e gradi non è per esso che qualcosa di
sussecutivo e di secondario, una specie di istrumento creato dall'attività. É
evidente che questa seconda affermazione è una conseguenza della prima, nella
quale propriamente sta il principio fondamentale del pantelismo. Ciò posto, chi
conosce lo spirito della filosofia kantiana non può far a meno di constatare la
profonda differenza esistente tra essa e il pantelismo, in quanto Kant ammette,
si, il primato del volere, ma del volere che è tutt'uno colla ragione, tanto è
ciò vero che egli parla di ragione pratica, onde non è lecito considerare come
propria della filusofia kantiana l’ affermazione della separazione assoluta del
volere e del sentimento dall'attività conoscitiva. Per quanti sforzi si
facciano non si riuscirà mai a togliere all'etica kantiana la caratteristica
sua propria che è quella di essere un'etica trascendente; ora chi dice ‘etica
trascendente dice etica che ha un fondamento speculativo ; il che alla sua
volta include l'affermazione dell’indissolubilità della morale dalla
metafisica. Non è giusto adunque riferirsi a Kant quando si afferma
l'indipendenza assoluta dellu morale e della religione dalla metafisica; in
fondo il pensiero kantiano è questo, che la conoscenza e la ragione per sè
isolatamente considerate non bastano a darci il fondamento assoluto dell’etica
e della religione, per il che si richiede la cooperazione di altre funzioni
dello spirito o di altri momenti della vita psichica (sentimento e volontà).
L'etica e la religione però non possono esistere senza che sia ammesso, sia
pure in forma di postulato, un qualche fatto d’ordine speculativo. Ciò che Kant
ha affermato quindi non è la supremazia o anche l'indipendenza assoluta del
volere cieco di fronte alla ragione, ma l'insufficienza della ragione
isolatamente presa a farci penetrare nel regno dell'assoluto e quindi la
necessità della cooperazione del volere. Dire adunque che il pantelismo è una
conseguenza necessaria e legittima della filosofia kantiana e dire che la
concezione etica e religiosa propria del pantelismo è nel fondo quella kantiana
equivale ad affermare cose non perfettamente conformi al vero. Noi ci siamo
alquanto dilungati nell'esporre il rapporto esistente tra il pantelismo ela
filosofia kantiana in quanto le idee del Paulsen, le quali, come ha potuto
vedere chi ci ha seguito nella esposizione analitica fattane, si riducono ad
una forma di pantelismo, non possono essere considerate come una vera e propria
germinazione della filosofia kantiana, ma vanno riguardate piuttosto come il
prodotto della fusione di svariati elementi, ai quali brevemente accenneremo.
Per sintetizzare in brevi termini il nostro pensiero intorno alla genesi
storica delle vedute del Paulsen diremo che i germi deposti nella sua mente
dallo studio delle opere di Kant e di Schopenhauer maturarono e si svolsero in
modo particolare per la cooperazione di molteplici altri fattori, quali i
lavori compiuti dai neocritici, i progressi delle scienze particolari,
specialmente di quelle biologiche, e l'allargamento della cultura in genere
avvenuto negli ultimi anni. Secondo noi, il Paulsen, spirito fornito di una
grande potenza assimilatrice, ha preso da Kant la purezza dell'intuizione
morale, e la profondità del sentiment) religioso, dallo Schopenhauer il
concetto del primato dell’ attività di fronte alla conoscenza e dalla cultura
contemporanea la tendenza a considerare la filosofia come la sintesi delle
scienze particolari. Qui, si può domandare : Ha il Paulsen fuso questi vari
elementi in modo armonico da formare un'opera sotto qualche rispetto originale
? È riuscito il Paulsen a presentarci una sintesi vera dei vari tentativi fatti
dallo spirito umano per dare una spiegazione dell’enigma dell’universo ? A noi
pare .che l'opera del Paulsen, notevole per larghezza di vedute € per chiarezza
e perspicuità nell'espressione, sia più che una semplice introduzione o guida
al filosofare, ma sia d'altra parte meno che una concezione filosofica
originale e. meno che una sintesi nuova e prcfonda di sistemi anteriori. Sul
modo di filosofare del Paulsen oltrecchè gli elementi accennati disopra
esercitarono una grande azione le speculazioni di Teodoro Fechner. Questo
filosofo (1), il quale è massimamente noto per aver fondato in compagnia di
Weber la Psicofisica, ebbe un modo proprio di considerare e di Fechner,
professore deli0’Università di Lipsia. risolvere i problemi filosofici che
merita di essere conosciuto.. Ed è notevole anzitutto che la Psicofisica lungi
dall'essere qualche cosa di estraneo, come a prima vista si potrebbe supporre,
alle sue idee speculative, non è che una parte integrante di queste: il che
apparirà chiaro dopo che avremo esposto ì punti principali del sistema
fechneriano. Secondoil detto filosofo adunque dal lato interno e psichico,. la
realtà piena e vera si trova nell’Unità suprema della coscienza divina, mentre
dal lato esterno o fisico vanno considerati gli atomi quali elementi ultimi
reali. L'Unita suprema della coscienza che tutte le altre unità di ordine
inferiore contiene in sè, si deve pensare analoga a quella umana; ed allo
stesso modo che vi sono delle unità di coscienza inferiori alla umana, come
quelle degli animali, delle piante, dei cristalli, ecc., così ve ne sono di
ordine superiore, intermedie quindi tra l’umana e la divina. Tali sono quelle
delle stelle, dei pianeti e degli astriin genere. L'Uno-Tutto abbraccia colla
sua coscienza tutte le unità di ordine inferiore, mentre queste non sanno di essere
comprese nell'unità superiore. La nostra vita terminata quaggiù, entra a far
parte di uua vita superiore e più elevata; non altrimenti che nella nostra
psiche una intuizione, quando sparisce come tale, sì conserva, o meglio rinasce
come ricordo in una sfera superiore dell'anima, così tutto il nostro spirito
perdura in un'esistenza spirituale superiore. Nel mondo di là gli spiriti non
sono più collegati mediante determinazioni spaziali, ma sono in un rapporto
reciproco più elevato, più intimo e insieme più libero. D'altra parte l’atomo
vero e proprio non può essere percepito, ma soltanto dedotto od astratto dal
complesso dei fenomeni corporei, e figura come il punto di riferimento di tutti
i nostri calcoli nelle scienze esatte. La prova della realtà degli atomi
risiede nella necessità di farne uso; e noi intanto arriviamo a concepirli, in
quanto l’analisi dei fenomeni corporei, spinta agli ultimi limiti, pone davanti
alla nostra mente questi elementi assolutamente semplici, i quali appaiono
condizioni essenziali dell’ interpretazione e del calcolo dei vari fenomeni
svolgentisi nell'universo. Il Fechner chiamala sua concezione idealistica in
quanto per essa è ammessa l’esistenza di una coscienza universale o totale, la
quale è come la condizione im:nanente dell’esistenza della materia ; la chiama
matertalistica in quanto con essa viene ad essere riconosciuto che non vi è
attività dello spirito, sia umano che divino, che non sia accompagnata da un
fenomeno materiale o di movimento ; la chiama dualistica in quanto per essa
anima e corpo appaiono irriducibili l’una all’altro; la chiama finalmente
concezione dell'identità in quanto per essa spirito e natura sono due modi
differenti d'apparire di uno stesso processo fondamentale. Ciò che vale a
controdistinguere la veduta del Fechner di fronte alle concezioni di altri
filosofi del nostro tempo, quali l'Herbart, il Lotze, è che egli non ammette in
alcun modo l’esistenza di sostanze finite, di reali indipendenti, ovvero anche
in connessione reciproca tra loro, ma aventi valore per sè. Per lui la realtà è
nel processo, nella vita, nell'attività universale ; le sostanze finite, o le
monadi non sono che fatti o processi di un ordine inferiore, i quali devono la
loro esistenza ad un processo simile, ma di ordine superiore. Una volta poi
ammessa così dal Fechner la dottrina dell'animazione universale e quella della
continnità e accrescimento graduale e ininterrotto della vita psichica e una
volta riposta l’essenza di quest'ultima non nella qualità semplice di un reale
o nella reazione di una sostanza inpenetrabile, bensi nello svolgimento del
processo universale attraverso a una quantità di momenti di vario ordine, è
chiaro che s’' imponeva l'esigenza non solo di mostrare la possibilità della
esistenza di una vita psichica latente, ma anche di rappresentarla, diremmo,
graficamente, andando in traccia delle condizioni, per cuì si rendono possibili
quei centri concreti di attività psichica che nella loro ordinaria funzione
ricevono il nome di anime. In altri termini, in base ai suoi concetti
speculativi, il Fechner fu spinto a ricercare una legge, poggiata possibilmente
sul calcolo e sull'esperienza, atta a dar ragione della discontinuità
rivelantesi nella ordinaria vita psichica. A tale esigenza risponde appunto la
legge psicofisica, colla quale viene enunciato il fatto che la sensazione non
comincia con uno stimolo infinitamente piccolo, ma solo con il valore limite
dello stimolo e che l'accrescimento della stessa cessa del tutto quando lo
stimolo ha raggiunto il limite clell’altezza che è il suo limite massimo. E qui
va notato che se si fa crescere l’ intensità dello stimolo, rimanendo fra il
limite minimo e quello massimo, non ad ogni accrescimento di stimolo tien
dietro un accrescimento di sensazione; lo stimolo deve crescere di un certo
grado, cioè del limite della differenza, perchè noi lo avvertiamo. Codesto
limite di differenza però non è una grandezza costante, ma dipende dal grado
d'intensità già raggiunto dallo stimolo e relativamente dalla sensazione, per
il che si può dire che il limite di differenza dello stimolo è proporzionale
all'intensità dello stimolo stesso. L' accrescimento della sensazione rimane
indietro all’ accrescimento dello stimolo, in maniera che l’intensità della
sensazione cresce solamente nel rapporto aritmetico (come 1, 2, 3, 4, ....);
laddove l'intensità dello stimolo cresce nel rapporto geometrico (come 1, 2, 4,
8, 16.....). | È chiaro che l’esistenza del limite inferiore ci guarentisce una
certa insensibilità, e perciò anche una certa indipendenza dai piccoli ed
innumerevoli stimoli, i quali, per così dire, senza posa ci vanno ronzando
attorno e che altrimenti ci sarebbero cagione di continue molestie. Dall’altra
parte il limite di differenza assicura alle sensazioni che entrano nella nostra
coscienza una certa durata, in quanto le preserva dalle variazioni degli
stimoli. L'impressione piacevole che si prova all'udire un pezza di musica si
fonda essenzialmente su questo fatto, che noi non percepiamo le leggiere
deviazioni dei suoni dalla consonanza e dalla partitura, giacchè esse sono al
di sotto del limite di differenza. I valori dei limiti inferiori sono
l’espressione della sensibilità per gli stimoli e per la loro distinzione, e
come tali, mutano non solamente da persona a persona, ma anche da tempo a
tempo, secondo il grado di stanchezza, di esercizio, di eccitamento o di
paralisi. La concezione fechneriana ha un'importanza superiore a quella che
d'ordinario le viene attribuita in quanto rappresenta uno dei più audaci
tentativi fatti in questi ultimi tempi per coordinare i risultati delle scienze
particolari con una costruzione quasi totalmente fantastica della Realtà. Il
Fechner in sostanza dice: il meccanismo da qualunque punto viene considerato,
figura come qualcosa di relativo; tutto ciò che é esterno in tanto ha valore in
quanto appare a qualcos'altro: pertanto l'essenziale va ricercato appunto in
questo qualcos'altro, l’esteriorità essendo semplicemente come un elemento
fenomenico concomitante. Ammesso: il principio che a tutto ciò che è tisico
corrisponde un lato psichico, è agevole pensare che a tutte le varie formazioni
fisiche (astri, pianeti, ecc.) debbano correre parallele delle corrispondenti
formazioni psichiche fino a giungere alla Coscienza universale che tutto in sè
contiene e comprende. Ora si domanda: Il fatto di dover ammettere un lato
interno, corrispondente a tutto ciò che appare meccanico o esterno autorizza a
porre senz'altro l’esistenza di determinate unità di coscienza intermedie tra
l’uomo e Dio? Che dritto abbiamo noi di credere che la coscienza universale
diffusa sì sia, acosì dire, differenziata in tali unità di coscienza
particolari, quando pur sappiamo che la formazione della nostra coscienza
richiede condizioni e processi speciali e di ordine complicato? Noi crediamo che
si possa é si debba accettare uno stato di psichicità o di interiorità diffusa,
0scura, ma non crediamo che ciò tragga seco la necessità di ammettere dei
centri di coscienza distinti, intermedi tra l'uomo e Dio, giacchè i fenomeni
presentati dai vari sistemi di astri non possono essere risguardati quali
manifestazioni di coscienze determinate. Anzitutto notiamo che qualunque
speculazione a tal riguardo appare priva di valore, sia perchè essa siriduce a
un modo soggettivo e arbitrario di rappresentarsi ciò di cui noi non possiamo
avere che conoscenza astratta e incompleta, e sia perchè la conoscenza
dell’interiorità in tanto può aver significato in quanto giova al conseguimento
di fini pratici, agevolando il rapporto e il nesso reciproco degli esseri e il
perfezionamento che ne consegue. Quando per contrario l’interiorità figura come
qualcosa d’indifferente, come qualcosa di sfornito d'importanza, quando insomma
per poter utilmente agire sulle cose basta la conoscenza esterna fenomenica che
di esse abbiamo, la ricerca dell’interno va posta a livello di qualsiasi altro
gioco della fantasia. Noì in tanto ricerchiamo ed apprezziamo la conoscenza
dell'interno degli altri uomini in quanto da tale conoscenza ci ripromettiamo
dei vantaggi d'ordine teoretico (cognizione della natura dello spirito umano e
delle sue leggi) e d'ordine pratico. È per mezzo di essa che noi possiamo
utilmente agire sui nostri simili e su noi stessi, indirizzandoci a vicenda
verso il fine a cui crediamo che il genere umano tenda. Il Fechner poi crede
che ogni sistema di forze, che ogni determinato aggruppamento di elementi possa
essere considerato espressione di una distinta unità di coscienza; ora ciò
evidentemente non è ammissibile, giacchè occorre far distinzione fra quelle
coordinazioni di elementi che sono indizi o estrinsecazioni di unità di
coscienza realmente esistenti (unità di coscienza tn sé) e quelle coordinazioni
di elementi che hanno il loro fondamento nella coscienza del soggetto che
contempla i detti elementi. Così i vari sistemi in cui la mente umana ha
ordinato l'immensa molteplicità dei fenomeni, non depongono per l’esistenza di
unità di coscienza corrispondenti, ma hanno per presupposto l’esistenza di una
coscienza, diremo cosi, estrinseca, la -quale li ha formati, contemplando i
fenomeni: invece le coordinazioni presentate dagli organismi in genere sono
forme di estrinsecazione di unità di coscienza distinte. Il Fechner, avendo
identificato le due sudette maniere di coordinazione, si è creduto autorizzato
ad ammettere un'’unità di coscienza in ogni sistema. Ma si può qui domandare:
Vi è un criterio per distinguere quei sistemi che hanno per fondamento una
unità di coscienza estrinseca da quelli che ne hanno una intrinseca? Ognuno
vede la grave difficoltà di un tale problema; noi però crediamo di poterlo
risolvere, ponendo il carattere distintivo nella pro| prietà che ha l’unità di
coscienza veramente distinta (obbiettiva e di ordine elevato) di poter non solo
produrre | ed avere vari stati, ma di poter agire su questi. Noi solo allora
siamo autorizzati ad ammettere come espressione di un’ unità di coscienza
distinta un sistema di elementi, . quando abbiamo degli indizi sicuri non solo
che in tale sistema domina un'unità armonica e coordinatrice, ma che questa .
produce e modifica i vari stati in cui il detto sistema sì può ‘trovare. In
ogni altro caso si può parlare di coscienza universale diffusa, ma non di
coscienza distinta e molto meno . di coscienza di ordine superiore. Ciò posto,
se noi esaminiamo i fatti presentati dagli . astri, dai pianeti e da tutti
quegli oggetti che, stando a Fechner, sono manifestazioni di unità di coscienza
intermedie tra l’umana e la divina, noi troviamo che essi non presentano alcun
indizio dell'esistenza di qualcosa di superiore e di elevato capace di agire
sui propri stati; onde non è lecito estendere la coscienza distinta al disopra
dell'uomo che presenta in modo evidentissimo la caratteristica suaccennata. |
Concludiamo coll’osse rvare che la metafisica del Fechner, come quella del
Paulsen, non sfugge al rimprovero che si fa atutte quelle metafisiche che
sforzano la realtà, preten.dendo che l’ordine ideale di questa si realizzi per
una via diversa da quella che l’esatta ricerca scientifica dimostra vera. Tutte
queste metafisiche hanno in comune di esser modi di rappresentazione
dell’incondizionato, onde il meglio è di considerarle come mere ipotesi che nei
loro concetti e nelle loro linee più generali è bene tener presenti senza
lasciarsene dominare, affidandosi al progresso lento, ma sicuro dell’esatta
ricerca scientifica, la quale mentre da una parte insieme con tutta la cultura,
influisce sulla loro formazione, è dall’altra atta a decidere, con la
cooperazione. di altri elementi, del loro valore. La Vecchia e la Nuova
Frenologia La Nozione di “ Legge, L'origine delle tendenze immorali . Il senso
muscolare . L’obbietto della Psicologia fisiologica . La Filosofia
dell’attività F. Paulsen SAGGI FILOSOFIA SAGGI DI FILOSOFIA. LA MORFOLOGIA
DELLA CONOSCENZA IL PROBLEMA ESTETICO. IL PROBLEMA FILOSOFICO SECONDO BRADLEY
TORINO CLAUSEN Chl 4225:2,3) HARVARD COLLEGE LIBRARY OC JACKSON FUND (1,49 2 /
ro Li te nn a A SI, io ae i Pa e - & &__cse-@hctemurrr nd TARA sr AIA
CI I TTI AT E I O A I I ZI I O i = 1° r_r_ it (i 7 E | vB8 AA ANI TE RE IE lr LA
NOZIONE DI LEGGE. La Classificazione delle Leggi o la Morfologia della
conoscenza 0. Si è concordi nell’ammettere distinzione tra la cono‘ scenza in
generale e la scienza, in quanto la prima implica semplice qualificazione della
Realtà, mentre la seconda include qualcosaltro ancora, include cioè la
connessione necessaria degli attributi caratterizzanti il Reale. Se la
conoscenza in generale verte sul particolare e sul concreto, la scienza si
muove nell’ universale, nel necessario, nel. Per ragioni che qui non è necessario
esporre, fui costretto ad anticipare di molti mesi la pubblicazione del 1°
volume di questi Saggi, nel quale è contenuta la Nozione di Legge La
trattazione di questo importante e difficile argomento rimase come strozzata;
difatti l’ultima parte, da pag. 123 a 139, dove si parla di una classificazione
delle Leggi, non è bene coordinata col rimanente e, più che una discussione
ampia sul detto argomento, è l'eco di una serie di note prese per la più parte
dalle Lezioni di Filosofia fatte dal Masci all’ Università di Napoli negli anni
accademici 1890-91-92. Riprendo ora l'argomento interrotto, coll’ intento di
dargli quello svolgimento che a me pare che meriti. permanente, avendo per
obbietto non il dato puro e semplice, ma i concetti elaborati sul dato.
Parrebbe adunque che la conoscenza esprimesse un rapporto o un contatto più
immediato colla realtà, essendo come l’ apprensione diretta di questa,
mentrechè la scienza fosse come una forma di appercezione mediata, compiuta,
cioè, attraverso i concetti della nostra mente; parrebbe di conseguenza che tra
conoscenza e scienza vi fosse una differenza sostanziale in modo da essere
pressochè impossibile rintracciare, diremmo, la morfologia, o la figliazione
dei vari ordini di caratterizzazione della realtà. Ora per veder chiaro in tale
questione a noi pare opportuno determinar bene anzitutto in che propriamente
consista la conoscenza. Questa in tutte le sue forme, a cominciare dalla
semplice percezione a venire al concetto più astratto, lungi dal presentarsi come
un contatto, diremmo, mistico, di due sostanze - il reale e la mente - poste
l'una di fronte all'altra, figura come un processo di appercezione, mediante il
quale ogni elemento nuovo viene come assimilato dagli elementi affini già
esistenti nella psiche, di guisa che la legge della relatività è la legge
psichica fondamentale. Ciò posto, noi vediamo che tra conoscenza pura e
semplice e conoscenza scientifica non vi è differenza sostanziale, essendo due
stadii di un processo fondamentale identico: conoscere equivale appercepire,
assimilare, riferire l’ elemento nuovo ai già preesistenti ; se questi ultimi,
distaccati dal processo psicologico e sottoposti ad un' elaborazione speciale,
vengono considerati come simboli, come segni per riconoscere ogni elemento affine
che sopraggiunge, sì avrà la scienza, in quanto i detti simboli sono appunto i
concetti, gli universali che rendono possibile l’ appercezione del singolo e
del particolare: se per contrario la forma appercettiva è incorporata nel
processo psicologico si avrà la semplice conoscenza. Onde consegue che
qualsiasi forma di conoscenza implica la cooperazione di un elemento universale
(forma appercettiva), di un elemento intelligibile, di qualcosa che trascende
il fatto concreto particolare attualmente in rapporto immediato col soggetto e
insieme che non vi è e non vi può essere una esclusiva conoscenza di fatti
singoli e isolati: questi son sempre appresi attraverso qualcosaltro che in
certo modo li rischiara e li illumina, che, in altre parole, li rende intelligibili.
E che cosa è questo universale attraverso cui noi appercepiamo qualsiasi fatto
singolo? Se la sua funzione è quella di rischiarare, di rendere intelligibile
il dato, idealizzandolo e in certa guisa universalizzandolo, esso si confonde
con ciò che propriamente si chiama legge. Questa infatti, come fu ampiamente
discusso altrove, è ciò che rende intelligibili i fatti singoli e concreti, o,
ciò che torna lo stesso, rappresenta ciò che vi ha d'’intelligibile negli
ultimi, è la loro stessa intelligibilità. Eccoci condotti adunque al risultato
finale che il dominio della legge si estende fin dove si estende quello della
conoscenza e che pertanto una classificazione razionale ed esauriente delle
varie forme di legge in tanto è possibile in quanto le varie specie di
conoscenza sono intimamente connesse tra loro da formare un tutto organico. Nè
sembrerà inutile estendere in tal modo la nozione di legge , se si pensa che in
tal guisa soltanto s' intende la natura vera del processo conoscitivo ed è resa
possibile una vera e propria morfologia della conoscenza. E poichè lo spirito
umano non ha soltanto la funzione conoscitiva, ma ha anche quella emotiva e
volitiva, non è priva d'interesse la ricerca dei rapporti esistenti tra queste
ultime e la funzione conoscitiva, per vedere fin dove estende il suo dominio il
fatto conoscitivo e per ciò stesso la legge. Ora vi sono dei prodotti dello
spirito umano, quali l'Arte, la Morale, la Religione, i quali sono da parecchi
considerati come estranei assolutamente alla conoscenza: l'Arte, la Morale, la
Religione, si dice, sono un prodotto del sentimento e della volontà e non già
dell’intelligenza umana; rella vita estetica, morale e religiosa proviamo delle
emozioni ed operiamo, ma non conosciamo. È vera l’affermazione di caloro che
pressochè escludono il momerto conoscitivo dai succitati prodotti dell'anima
umana? Noi crediamo che pur non essendo riducibili a meri sillogismi i fatti
estetici, morali e religiosi, non cessano però di contenere come lero momento
essenziale quello conoscitivo. Ed invero l'Arte e la Religione, esprimendo e
simboleggiando, ciascuna alla sua maniera, il Reale, che cos’altro fanno se non
qualificare lo stesso Reale? E la vita morale che sì esplica, mirando
all'attuazione di un certo Ideale di perfezione, che cos'altro fa se non
caratterizzare come progressiva e perfettibile la realtà stessa? L'Arte, la
Morale, la Religione non sono certo un prodotto esclusivo del ragionamento
reflesso, come credevano ì razionalisti, ma non sono nemmeno un prodotto esclusivo
del sentimento e della volontà, come vogliono gli avversari della conoscenza,
giacchè per poter significare e simboleggiare il Reale n i i it .$. + nm
©" - _ >= .,.>-bisogna aver una certa idea del Reale stesso,
altrimenti l'espressione manca di ogni punto di riferimento e quindi di ogni
significato. Ammesso anche che l’idea artistica, l’idea morale e l’idea
religiosa sia come il portato di date tendenze ed esigenze dell'anima umana,
ciò non esclude che qualsiasi determinazione estetica, religiosa, ecc. sia come
una maniera di conoscere e di sperimentare il Reale, giacchè le dette tendenze
ed esigenze (sentimenti e volizioni) involgono sempre un elemento intellettivo
o appercettivo. L'Arte, la Religione, ecc. sono poi come vari punti di vista,
come varie posizioni di prospettiva per poter ap-. percepire la realtà, per
modo che attraverso le differenti forme che esse assumono noi possiamo
comprendere i singoli fatti riferentisi alle rispettive sfere estetica,
religiosa, morale. D'ordinario si crede che un fatto estetico o religioso sia
qualcosa d’ individuale, di concreto, di singolare, qualcosa di chiuso in sè
stesso; ora ciò mal si concilia colla funzione universalizzatrice,
tipificatrice e idealizzatrice attribuita alla funzione estetica, religiosa e
morale. Lo spirito umano quando crea il bello e foggia il simbolo religioso o
pone l'ideale morale, attua i mezzi attraverso cui può intendere la
molteplicità dei fatti concreti e particolari riferentisi alla sfera dell’arte,
della religione e della morale. Nei casi suddetti adunque la mente umana da una
parte conosce, ha un certo concetto (comunque formatosi) del reale, e
dall'altra porge i mezzi attraverso cuì possono essere appercepiti una quantità
di fatti singoli e concreti che si presentano nella vita ordinaria. Allo stesso
modo che, perchè sia scoverta una legge scientifica occorre il Genio
scientifico, perchè sia scoverto un punto di vista: nuovo da cui appercepire la
realtà in ordine alla morale, alla religione e all'arte - punto di vista che fissa
l'orientamento in ciascuna di queste orbite sì richiede l'influenza del Genio.
In entrambi i casi il processo è sempre quello di appercepire e di fare
appercepire in un dato modo la realtà, di ordinare la molteplicità caotica dei
fatti singoli, il che equivale a dire che lo scopo è sempre quello di
caratterizzare e qualificare la realtà. In fondo ad ogni opera estetica, morale
e religiosa si trova poi un giudizio in cui vengono enunciate le diverse
manifestazioni o differenze di un’ identità fondamentale, un giudizio in cui
vengono esposte le maniere di articolarsi tra loro delle parti componenti un
tutto e in cui infine vengono enunciate le determinazioni possibili o ideali e
non attualmente reali. Si dice che mentre l'ipotesi scientifica è formata per
spiegare i fatti reali che da essa conseguono, le costruzioni ideali dell'Arte,
della Religione e della Morale sono prodotti arbitrari dello spirito, i quali
hanno la loro ragione in sè stessi; ora ciò è vero entro certi limiti per il
fatto che scopo dell’Arte, della Morale e della Religione non è quello di
spiegare il dato, bensì quello di presentare sotto nuova luce il Reale, di
mostrare cioè le varie direzioni entro cui lo stesso è concepibile. Sarebbe
erroneo però supporre che le costruzioni ideali summentovate siano destituite
di qualsiasi fondamento reale: esse poggiano invece sulla natura propria dell’
anima umana; e se non sono costruite in vista degli effetti che da esse
conseguono, stanno però sempre ad indicare le maniere in cui i dati della realtà
possono essere armonizzati tra loro. Anche l'Arte più spontanea e immediata ha
l’ufficio di sistematizzare, di portare un certo ordine nel caos della realtà
empirica. L'Arte produce un godimento più o meno intenso per il fatto stesso
che è espressione armonica di ciò che la vita contiene. La realtà passata
attraverso l’anima dell’artista assume una certa forma , per cui vengono ad
esser tolte le asperità dei dati reali e vengono ad essere come smussati gli
angoli presentati dal decorso delle cose. Non temiamo di metter fuori un
paradosso dicendo che le contradizioni più stridenti dell'universo espresse
dall’artista si trasformano in qualcosa d'armonico e di sistematico. Sta in ciò
il vero incanto dell'Arte, la quale per esprimere le dette contradizioni, deve
per forza renderle in qualche modo intelligibili, trasfigurandole e facendone
intravedere l’unità armonica, Si dice inoltre che la scienza prova e dimostra,
mentre l'Arte, la Morale e la Religione semplicemente costruiscono : ciò è vero
ed ha la sua ragione nel fatto che la scienza vive e si muove nel mondo delle
astrazioni e delle formule, mentrechè le altre produzioni dello spirito umano
si muovono nel mondo dei tipi concreti, delle individualità. Ciò che è astratto
e formale è immutabile e necessario, mentrechè ciò che è concreto, ciò che
vive, sfugge sempre per una parte alla misura ed all'analisi quantitativa. A
tal proposito giova ricordare che ogni forma di prova e di dimostrazione in
fondo è riducibile ad un rapporto di identificazione. Provare, dimostrare
equivale a valutare quantitativamente, equivale a ridurre e ad identificare tra
loro gli elementi formali (le forme) di due cose o eventi. Può essere
identificato solo ciò che presenta una medesima qualità variabile
quantitativamente, non già ciò che presenta qualità differenti e irriducibili.
Riassumendo, noi diciamo che in fondo ad ogni fatto estetico, morale e
religioso, non altrimenti che in fondo ad ogni fatto scientifico, si riscontra
un’idea, un concetto, il quale per essere accompagnato nel primo caso da
sentimento (interesse) non permane quale concetto, ma col calore del sentimento
si tramuta in fantasma, in rappresentazione concreta, e ciò perchè il
sentimento tende al concreto, al rappresentabile e rifugge dall’astratto. Onde
è chiaro che la diversità tra l’appercezione del reale fornita dalla conoscenza
scientifica e quella che ha luogo nel processo estetico, religioso, etico sta
in questo, che la scienza sia che muova dai fatti singoli, o da concetti
(ipotesi) o da principii generali, mira a spingere o a far rientrare il
particolare nel generale, mentre l'Arte, la Morale e la Religione tendono
sempre ad obbiettivare in forma di tipi o di sistemi concreti, i concetti o i
principii generali: tipi e sistemi che operano come ideali, a cui si deve
rapportare la realtà empirica ordinaria. Va notato qui che la vita morale,
estetica e religiosa da una parte e la scienza dall'altra, pur seguendo una via
diversa nel loro modo di procedere, concordano in questo che in fondo tutte
idealizzano l’esperienza o il dato e per tal via simboleggiano il Reale;
l'idealizza la Scienza riducendo i fatti a concetti e l’idealizza l'Arte, la
Religione e la Morale col presentare i concetti non incorporati in una data
rappresentazione singola, ma in una rappresentazione generale, in una
rappresentazione tipo atta a raccogliere ed a sintetizzare in sè molteplici
dati particolari. Giacchè a tal proposito non bisogna dimenticare che l’Arte,
la Religione o la Morale, se da una parte non volgono su concetti, dall'altra
non volgono su dati di fatto (come fa la storia e in generale le cosidette
scienze descrittive come la geografia, la cosmografia, la geologia), ma su
tipi, su ideali, su fatti dunque concreti universalizzati, considerati sub
specie ceternitatis. Per noi insomma la scienza elabora concetti (universali
astratti), le scienze narrative o descrittive riproducono fatti concreti
determinati col maggior numero di particolari possibili in modo da richieder
però sempre un ulteriore complemento, l’Arte, la Religione e la Morale. hanno a
che fare con tipi (universali concreti), con individualità. Possiamo
conchiudere col dire adunque che non vi ha funzione dello spirito umano che non
implichi il momento della conoscenza e che quindi tutte le produzioni dello
spirito- umano ci forniscono qualche maniera di appercepire la realtà nelle sue
svariate e molteplici determinazioni singolari. Alle varie forme di
appercezione corrispondono le varie specie di leggi. Dal fatto che il processo
della conoscenza è fondamentalmente uno e che esso si estende per tutto il
dominio dell’attività dello spirito non consegue che esso non presenti delle
notevoli differenze in modo da giustificare l'esistenza di varie categorie di
leggi. E invero, vi sono delle forme appercettive, le quali agiscono come leggi
nel senso che rendono possibile la comprensione e l'intelligibilità dei dati
singoli concreti, ma non possono essere distaccate dal processo psicologico in
seno a cui operano e quindi non possono assumere la forma di giudizi, come le
leggi vere e proprie, per modo che esse mentre agiscono inconsciamente ed
organicamente nella mente degli individui, non si rendono appariscenti che ad
uno stadio tardivo della riflessione. Di tal fatta sono le forme appercettive
inerenti agli stadii iniziali della vita psichica ed ai prodotti elevati dello
spirito quali l'Arte, la Morale e la Religione. Volendo però presentare una
prima (1) classificazione completa delle forme appercettive o leggi, le
divideremo in quattro grandi categorie, in forme o leggi di riferimento o
assimilative, in forme o leggi rudimentali, in forme o leggi relazionali e in
forme o leggi sistematiche. Queste non possono essere formulate per via di
giudizi, perchè sono anteriori alla formazione delle idee quali segni del
reale, anteriori al linguaggio significativo, anteriori al distacco cosciente e
voluto del significato dal fatto. Parrebbe a prima vista che questa classe di
leggi non avesse ragione di esistere una volta che esse non possono essere
enunciate, ed una volta che l'essenza della legge è stata riposta appunto nel
was, nel significato, nell’ elemento intelligibile distaccato dalla realtà; ma,
se ben si Diciamo prima classificazione, perchè, come vedremo in seguito, sì
può fare una seconda classificazione delle forme appercettive, tenendo conto
delle varie maniere in cui la conoscenza è acquistata. + s- n ®* re i fi n e ca
riflette, nel caso delle leggi assimilative il processo d’idealizzazione esiste
sempre, il was, pur non avendo ancora trovato un'espressione decisa, e pur non
essendo stato staccato dalla matrice psichica, è attivo, è sempre in funzione,
tanto è ciò vero che la conoscenza di nuovi fatti è resa possibile appunto da
tale modo di operare dell’attività psichica. Se per legge si deve intendere ciò
che rende possibile l’appercezione di un nuovo elemento, perchè non dovrebbe
meritare il nome di legge ciò che rende | possibile qualsiasi forma rudimentale
di conoscenza ? Siffatte leggi concrete operano in tanti modi diversi in quanti
si può esplicare l’attività tipificatrice e assimilatrice della psiche. Lo
studio di queste forme è di esclusiva spettanza della Psicologia, la quale dà
ragione del nesso o delle relazioni esistenti tra i vari elementi psichici e
della ricognizione, fondandosi sulla funzione identificatrice della mente. Per
esprimere nel modo più chiaro il nostro concetto in ordine alle dette leggi,
diciamo che esse non sono propriamente leggi, ma funzionano come le leggi. 2.
Leggi rudimentali. Se il dominio della conoscenza coincide con quello della
legge, se cioè ogni forma di conoscenza implica una certa universalizzazione
del dato, è evidente che anche i giudizi enuncianti fatti singoli vadano
considerati come leggi rudidimentali o iniziali universalizzazioni dei fatti
percettivi. Ed invero, per convincersi come qualsiasi giudizio racchiuda come a
dire, in modo rudimentale una verità universale, giova tener presente in che
propriamente consista il giudizio. Molto si è discusso a tal proposito e non
intendiamo far qui la storia critica delle varie teorie emesse : a noi basta
richiamare l’attenzione su questo, che il giudicare non può ridursi
all'affermazione o al riconoscimento di una relazione tra due idee, come non
può ridursi senz’ altro all'affermazione di un dato nesso tra due cose. In
entrambi ì casi viene ad essere sformata la natura vera del giudizio, in
quanto, se ben si riflette, in tali casi le nozioni di verità e di falsità
inerenti alla funzione giudicatrice non ricevono alcuna spiegazione. Il
giudizio nasce dal riferimento di un contenuto ideale alla realtà, contenuto
ideale che può essere o non essere appropriato ad un dato fatto (verità o
falsità di giudizio), per il che il giudizio da una parte si eleva al di sopra
dell’esperienza attuale e dall’altra non è tutto nella sfera delle idee, avendo
un punto di contatto colla realtà. Il giudizio consiste nell’idealizzazione del
dato. Rendere intelligibile il reale, ecco l'ufficio del giudizio. Ora la legge
che altro ufficio ha se non quello di rendere intelligibile l’esperienza,
estendendola e rendendola continua nelle sue varie fasi o stadi? Se non che si
potrebbero fare due osservazioni: 1° non è chiaro come il giudizio che è
costituito di termini ideali, possa riferirsi al reale, al fatto obbiettivo che
è sempre qualcosa posto al di fuori della mente che giudica: 2° se si riesce
perfettamente a capire l’identificazione dello leggi coi giudizii universali e
ipotetici i quali poi sono ì più lontani dalla realtà concreta, in quanto si
riducono a connessioni di attributi o di qualità, d'idee e quindi di astratti ,
non si riesce nient’affatto a capire come i cosidetti giudizii categorici
(giudizii singolari, impersonali, dimostrativi, ecc.) possano essere
considerati come leggi rudimentali, come fatti, diremo così universalizzati,
considerati sud specie aeternitatis. | Esaminiamo le due suesposte obbiezioni.
1° Come mai ogni giudizio, sia percettivo o universale, può essere
schematizzato nel modo'seguente. Il reale è tale che... 0, Il mondo reale è
così qualificato che... +, come mai il giudizio si può ridurre ad un riferimento
al reale, al reale indeterminato in un caso e designato per mezzo di idee
nell’altro? Certamente, se noi consideriamo lo spirito umano come un’ entità a
sè posta al di fuori della realtà che gli sta di rincontro, se noi imaginiamo
la psiche e l'universo come due mondi staccati, estranei l’ uno all’ altro, non
arriviamo a concepire come possa stabilirsi il contatto dell’io col reale: ed
oltrechè appare incomprensibile la conoscenza quale peculiare relazione tra due
mondi separati, perchè si introduce il concetto di spazialità e di estensione e
di uno fuori dell'altro, dove non vi è ragione d'introdurlo, si è costretti poi
a considerare i fatti spirituali, i processi psicologici come una
reduplicazione del reale. Da tal punto dì vista il mondo ideale della psiche,
pur essendo in corrispondenza col mondo reale, è come qualcosa d’autonomo, di
chiuso e completo in sè, per modo che l'atto giudicativo p. es., lungi dal
rappresentare la qualificazione del reale, il prodotto del contatto del reale
col subbietto, è un processo del tutto ideale, avente soltanto il suo
corrispettivo nel reale. Ora tale veduta è del tutto erronea: lo spirito non è
posto al di fuori del reale, ma è, vive ed opera in esso: allo stesso modo che
il fiore non è fuori dell'albero, e questo non è fuori dal terreno e
dall'ambiente esterno, da cui anzi riceve nutrimento e tutto ciò che gli è
necessario per la vita, così la psiche non è fuori, anzi è intimamente
collegata col reale, dal quale essa trae la vita vera. Occorre aggiungere però
che la mente, avendo per sua natura l'ufficio di dare un significato, di
obbiettivare il reale, il quale vive nel soggetto, da una parte è contenuta nel
reale e dall'altra lo contiene, in quanto ciascuno costruisce il suo mondo coi
materiali forniti dall'esperienza, diremo così, psicologica, subbiettiva. Da
tutto ciò consegue che il contatto del reale col soggetto non è qualche cosa di
accidentale, e di temporaneo, ma rappresenta la condizione essenziale della
vita di quest’ ultimo. L'individuo sente continuamente tale contatto e per
quanto mostri di allontanarsene col qualificarlo, col determinarlo e
specificarlo in varie guise mediante segni, ipotesi, ecc., che sono sempre in
ultima analisi astrazioni, .con tali processi non ha altro obbiettivo che di trovare
un’cspressione intelligibile e schematica della realtà che vive, agisce ed
opera in lui. Se noi seguiamo il processo graduale con cui si passa dal
soggetto (reale), quale è espresso in modo indeterminato nei giudizi
rudimentali (giudizi impersonali), al soggetto espressu mediante indicazioni,
ma sempre privo di qualificazioni e di specificazioni (giudizi dimostrativi),
per venire al soggetto designato da un'idea (giudizi universali ipotetici), noi
troviamo che lo scopo ultimo a cui sì mira è di illuminare la realtà a cui noi
ci sentiamo legati mediante la nostra stessa vita. Con ciò non si vuol dire che
la realtà consiste esclusivamente nel contatto che noi abbiano con essa nella
percezio..e sensoriale: la realtà si estende in modo continuo oltre tale. punto;
ma vogliamo affermare che il reale così sentito è come il punto di ritrovo per
formare la base di operazione ideale che ha per risultato la concezione
generale o la costruzione dell’universo. Noi possiamo conchiudere che la
realtà, essendo primitivamente la realtà quale è pusseduta da ciascun di noi,
in ogni giudizio è rappresentata da una data percezione o idea atta a designare
il fondo reale, che così viene ad essere in qualche modo determinato. Se ciò
non avvenisse, il reale rimarrebbe qualcosa d'inesprimibile e d’innominabile.
Quando ciascuno di noi formula un qualsiasi giudizio, certamente non ha
coscienza di fare delle distinzioni nel reale per riconoscere la loro identità
fondamentale: quando io dico la neve è bianca , certamente non penso che il
processo logico vero è questo : quella cosa, quel reale che è neve è bianco ,
oppure -la realtà è qualificata anche dall’idea complessiva neve-bianca ; ma
ciò avviene, perchè noi fondiamo il reale con quella parte di esso, che noi in
un dato momento riesciamo a distaccare dal fondo totale in virtù dell’
interesse che la detta parte suscita in noì. Se il nostro potere appercettivo
non fosse limitato, e se il processo mentale non si riducesse in fondo ad una
simultanea sintesi ed analisi, noi non formuleremmo i giudizii nel modo in cui
facciamo. Noi, in sostanza, da un complesso percettivo per ragioni di varia
natura, separiamo una parte e questa qualifichiamo col riferirle un dato
contenuto ideale: ma la parte anzidetta non è un semplice aggettivo, un'idea
qualsiasi, un universale ‘astratto, ma è come il sostitutivo abbreviato della
realtà, è come la realtà contratta in punto, perchè ciò agevola la nostra
operazione. In qualsiasi giudizio adunque ciò che forma il nerbo
dell'operazione logica è l’idea, onde sorge la necessità di determinare in che
consiste l’idea o contenuto ideale, che mediante la funzione giudicatrice vien
riferito alla realtà. La vita psichica fin dall'inizio è controdistinta dalla
tendenza a tipificare. Dal momento che il contenuto della psiche dapprima
indistinto e indeterminato, comincia ad essere differenziato, analizzato e
riconosciuto suscettibile di determinazioni di vario genere, degli elementi
vengono, per così dire, staccati dall'insieme: e son questi elementi astratti
ed universali che rendono possibile l’ apprendimento di nuovi fatti particolari
e concreti, in rapporto all'eguaglianza od all’ identità che taluni elementi di
questi ultimi presentano coi primi. Come si vede, fin dall’inizio l'attività
psichica si esplica universalizzando, fissando, cioè, l'elemento essenziale, e
comune ad una serie di rappresentazioni concrete diverse, ripetentisi un certo
numero di volte, per servirsi di esso come mezzo di intelligibilità di altri
fatti particolari. Non è a credere però che tale elemento universale e identico
sia da considerare come qualcosa di sostanziale, come un fatto avente sede in
un sito della psiche: una tale concezione mitica deve essere assolutamente
bandita: siffatto elemento universale si riduce ad una funzione della mente, ad
una forma di attività più facilmente esercitata, ad una specie di abitudine, ad
una facoltà, ad una potenza viemaggiormente disposta ad ‘entrare in azione in
seguito a dati stimoli ed a particolarizzarsi variamente secondo le condizioni.
Ma finchè l universale contenuto nella mente non si fissa e sì determina in un
segno (nome), e fin che questo colla imagine psichica (rappresentazione
particolare) concomitante, non è risguardato qual simbolo avente un significato
relativo a qualcosa di permanente, per sè esistente al di fuori della mente,
non è a parlare di idea nè di funzione giudicatrice. Per modo che noi possiamo
affermare che, affinchè si abbia l’idea e il giudizio (i quali sono
inseparabili fra loro, giacchè l’idea in tanto è idea in quanto, mediante il
giudizio, viene considerata come segno, come | qualità, come attributo
riferibile al reale, in quanto, cioè, mediante la funzione giudicatrice
l'elemento ideale viene consciamente riconosciuto separabile dal fatto), è
necessario che l' universale, che dapprima operava inconsciamente nella mente,
essendo per così dire incorporato nel fatto o processo psichico concreto, venga
ad essere riflessivamente distaccato da questo e considerato per sè, venga ad
essere riconosciuto mezzo appropriato a rendere intelligibili i fatti concreti.
Tale universale è particolarizzato e concretizzato in un'imagine psichica (nome
e rappresentazione particolare), la quale è riguardata come sostituibile da
qualsiasi altra omogenea e quindi fornita di valore vicariante. Riassumendo,
noi possiamo dire che l'idea si riduce a quell’elemento universale, astratto ed
addiettivo (qualità o relazione) che, particolarizzato in un segno (nome o
imagine psichica sostituibile per mezzo di una qualsiasi altra), vien
considerato come simbolo avente un significato obbiettivo. È evidente che le
idee come idee non possono esistere al di fuori della mente del soggetto: se
esse sono degli astratti universali (aggettivi), non è possibile che esse
abbiano un'esistenza indipendente. Lo spirito umano, non potendo penetrare nel
cuore della Realtà, non potendo ‘vivere la vita del Tutto, sì contenta di
analizzare e di determinare il contenuto di essa mediante qualità e relazioni,
le quali se si riferiscono, se accennano, se simbo leggiano il Reale, non vanno
identificate con questo. Sicché le idee da una parte non sono semplici fatti
psichici e dall'altra non sono realtà, ma sono segni del Reale. Il fatto
psichico concreto diviene idea logica non appena esso è fissato e riferito, il
che può avvenire soltanto mediante la denominazione, denominazione che indica
obbiettivazione, e che è da considerare piuttosto un segno dell'atto
intellettuale (giudizio) che l’atto stesso. Vien data così la forma esplicita
del giudizio a ciò che prima era soltanto un fatto psichico concreto, una
rappresentazione forse persistente, perchè identica in sè stessa attraverso i
mutamenti e le differenze, ma sfornita di qualunque riferimento cosciente a
qualche cosa di obbiettivo. Da tal punto di vista idea e giudizio sono coevi e
proce dono di pari passo, giacchè il secondo lungi dall’essere una combinazione
meccanica di parti esistenti l'una fuori dell'altra (impressioni, idee,
concetti), è l’espressione, forse la sola vera espressione, come dice il
Bosanquet, dell'unità della coscienza ed è il generatore di ogni idea o
concetto. Il giudizio può contenere idee complesse, ma in quanto giudizio,
presenta il contenuto di una sola idea, la quale esiste solo nell’atto del
giudicare. É l’astrazione che separa i due elementi intimamente compenetrati
tra loro. E qui cade in acconcio notare che quando noi abbiamo dei dubbi circa
l’esistenza di un giudizio vero e proprio (negli animali p. es.), il miglior
modo d'assicurarsi è di ricercare se in ciò che sì suppone attività
giudicatrice vi sia qualche cosa che possa essere in modo intelligibile negata
(di cui sia possibile la negazione e la falsità); invero ciò che rende
possibile .il giudizio è il distacco dell'ideale dal reale, del vas dal dass,
si è la formazione dell'idea quale esiste nella nostra mente, idea che è vera
soltanto se effettivamente compete alla realtà. Fino a tanto che noi non
abbiamo ragioni per credere che nell’ intelligenza degli animali esistano delle
imagini aventi un dato significato obbiettivo, dei fatti psichici atti ad
essere riferiti a qualche cosa che trascende l'attualità psichica, noi non
possiamo parlare di attività giudicatrice: niente, infatti, in tali casi. può
essere intelligibilmente negato, non l’esistenza dello idee adoperate nel
giudizio, non l'affermazione del loro significato. | 2° Passiamo ora alla
seconda obbiezione. Come è possibile considerare i giudizi categorici quali
leggi rudimentali? L’obbiezione a prima vista presenta delle difficoltà
insormontabili: da una parte abbiamo i giudizi universali ipotetici, i quali
effettivamente enunciano dei principii, delle verità d’ordine generale e
possono essere considerate delle vere e proprie leggi, e sono quanto di più
lontano si possa immaginare dalla realtà determinata e concreta , dall'altra
abbiamo i giudizi categorici, i quali sono realmente qualificazioni del reale,
ma esprimono verità contingenti, particolari. Per convincersi se e fino a che
punto i giudizi che asseriscono semplici fatti (giudizi categorici) siano da
considerare come leggi rudimentali, è bene anzitutto enumerarli rapidamente,
affinchè possano essere resi evidenti i caratteri che li contraddistinguono.
Qui, prima di andare innanzi cominciamo col notare che non esistono giudizi
enuncianti la semplice esistenza del dato, ma sempre giudizi enuncianti qualche
maniera di presentarsi di esso, enuncianti quindi qualche qualificazione,
qualche attributo o relazione: anche i cosidetti giudizi storici non esprimono
puramente l’esistenza dei fatti, ma, se non altro la relazione dei fatti in
ordine al tempo ed allo spazio, per modo che questi figurano come forme
appercettive atte ad ordinare ed a caratterizzare in qualche modo l'insieme dei
fatti accaduti. Questi ultimi vengono riprodotti in maniera particolare in
rapporto allo spazio ed al tempo, i quali così vengono a dare una rudimentale
universalizzazione ai dati concreti. Occorre notare chie il sapere di una cosa
di fatto è vero nel momento in cui si formula il giudizio: in un altro momento
potrebbe cessare di esser vero, ma in tal caso il sapere che se ze aveva prima
non sarebbe divenuto falso, pevchè esso si riferiva allo stato di cose che
aveva luogo nel primo di quei momenti e rispetto a tale stato di cose il sapere
che se ne aveva e che se ne ha è sempre vero, esprime un nesso, rudimentalmente
quanto si vuole, ma sempre necessario ed universale tra il soggetto e
l’attributo in quel dato punto del tempo e dello spazio. Dicevamo adunque che
non esistono g.udizi puramente esistenziali e ciò si comprende agevolmente se
sì pensa che l’idea della realtà o dell'esistenza, come l’idea del dato, del
questo, non è un'idea come le altre, non è riducibile ad un ordinario contenuto
simbolico, il quale, distaccato da una determinazione attuale del reale, possa
essere adoperato senza tener conto più di questa, ed essere riferito, diremo
così, a qualcosaltro. Le idee d'’ordinario sono per così dire estratte da un
dato fatto o da una serie di fatti e poi possono essere riferite ad un nuovo
fatto (simile, analogo o identico) che sopraggiunga: ora ciò per l’idea del dato
non può avvenire, appunto perchè in tal caso l'idea è inconcepibile per sè
presa: l’idea del dato non può riferirsi che a ciò che è dato: ma, si domanda,
a quale dato? al dato con cui il soggetto si trova attualmente in contatto? ma
questo è un processo ozioso, inutile e insignificante, perchè non vi è alcun
bisogno di asserire che la realtà è reale quando io mì trovo a contatto della
realtà: si può sentir bisogno di qualificare in qualche molo la realtà presente
nella percezione, ma non di affermare che è reale. E, se ben si riflette, tutto
le volte che si ricorre all’ enunciazione grammaticale di un giudizio
esistenziale è sempre per asserire in modo più o meno celato e inconscio
qualche attributo o qualche relazione del dato. È inutile aggiungere che l’idea
del dato non può essere riferita a ciò che non è dato, perchè in tal caso si
cadrebbe in contradizione. Da ciò emerge chiaro che l’idea di esistenza non è
mai un vero predicato. I In altre parole, l’esistenza non è una nota, una
qualità, una determinazione che si possa aggiungere idealmente ad una cosa. La
realtà, il dato, l’esistenza è sostantivo e non aggettivo, vale a dire, non è
elemento astratto ed universale atto ad inerire,. a caratterizzara
qualcosaltro. La nostra niente può - formare anche l’idea della realtà, ma
questa è infeconda, non può estendere nè ampliare il nostro sapere: essa non ha
consistenza come elemento isolato e per sè preso, essendo inseparabile dal
fatto da cui la nostra mente l’ha per un istante disgiunta. Vi sono delle note,
delle determinazioni, degli universali astratti, delle idee che noi possiamo o
non possiamo attribuire ad una cosa, e ve ne sono anche di quelle che non
possono essere negate senza sformare la cosa, ma non ve ne sono di quelle che
qualificano la cosa come cosa, come reale. L'essere cosa (l’esser reule) non è
una nota come un’altra: tolta essa non rimane più nulla, non già che rimanga
qualcosaltro che non sia quella cosa. Essa può essere per un istante
considerata come nota, ma come nota d’un ordiae speciale, come nota sostanza
che trae seco per forza il dato. Reale non può essere che l'aggettivo della
realtà: l'essere una cosa non può essere predicato che di una cosa; mentrechè
una qualsiasi altra idea può essere predicato di questa o di quella cosa. Nell’enumerazione
dei giudizii somme ai semplicì fatti seguiremo lo schema di BOSANQUET – citato
da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and
opinions of H. P. Grice” -Giudizio qualitativo propriamente detto, enunciante
una qualità sensoriale: es. ‘COME’È CALDO’ -- sott’intendi l’acqua, la stanza,
ecc.; giudizio interiettivo esprimente un'emozione, o meglio, l’idea di
un’emozione, nei quali, dal fatto psichico emotivo è distaccata l’idea come
SEGNO di esso: es. ‘Cattivo!,’ ‘Che dolore!’. Al giudizio propriamente
interiettivo fa d’uopo aggiungere il giudizio o meglio, la proposizione
imperativa, precativa, ammirativa, interrogativa, ottativa, ecc., con le quali
espritiamo un comando, una pres -- Giudizio impersonale. Es. ‘Piove.’ Giudizio
percettivo, enunciante un fatto presente che viene esteso per mezzo di idee,
rappresentazioni, imaginì, ricordi riferentisi a ciò che non è attuale. Es.
quando noi riconosciamo un individuo e lo chiamiamo per nome, not vediamo chi
egli è , abbiamo la percezione di lui, Giudizio dimostrativo, il quale ha per
soggetto questo ora qui . Es. ‘Questo è freddo’, ‘Ora piove’, ‘Quì è buio,’
Tutti questi giudizi presentano a prima vista la caratteristica comune di
riferirsi direttamente al reale, qualificandolo variamente. Il loro soggetto
esprime, in modo indeterminato, senza alcuna specificazione, cioè, per mezzo di
idee, il contatto del reale col soggetto; dal che si sarebbe tratti a
conchiudere che siffatto giudizo è agli antipodi di ciò che ordinariamente si
chiama legge. Questa, infatti, è universale e astratta in quanto esprime la
sintesi di attributi, di due aggettivi e viene formulata per mezzo di un
giudizio ipotetico : il giudizio categorico della specie summentovata è invece
individuale, concreto in quanto caratterizza, qualifica direttamente il dato e
viene ad esser riferito a ciò che esiste per sè. Il giudiziolegge, come
ordinariamente è inteso, non esprime che la ghiera, un sentimento di meraviglia
e così via. Questi giudizi non vanno confusi con le espressioni emotive
corrispondenti, giacchè essi sono resi possibili dal distacco dell'idea dal
fatto psichico concreto. Il fatto psichico è individuale, soggettivo e affatto
incomunicabile (è sentito), mentrechè l’idea formata mediante il giudizio,
mediante il riferimento di una qualità od attributo comune ad un fatto psichico
concreto sentito, è comubicabile, universale, obbiettiva (è intesa).
conseguenza di una data supposizione senza dir nulla circa. la realtà dei suoi
termini; che esista o no nella realtà un triangolo, che esista o no nel fatto
in un dato momento e agisca o no nell'organismo un dato veleno, la legge
matematica riferentesi al triangolo e la legge biologica relativa all’ azione
di un veleno sull'organismo è sempre vera. Lo stesso non si può dire del
giudizio categorico, il quale enuncia, qualificandolo, un fatto quale è
attualmente, non nella sua possibilità, tanto è ciò vero che in esso il
soggetto non può essere negato in modo intelligibile, vogliamo dire che il
soggetto non essendo specificato e determinato in alcuna maniera, non può
subire alcuna alterazione senza cessare di esistere del tutto, e non soltanto
come tale e tale altro. A prima vista adunque si direbbe che tra i giudizi
categorici summentovati e quelli ipotetici o leggi vi sia assolutamente un
abisso: il che poi menerebbe alla conseguenza che mentre i giudizi, diremo
così, rudimentali, esprimerebbero effettivamente delle qualificazioni del
Reale, i giudizi ipotetici universali enuncierebbero soltanto delle relazioni
tra idee. Ora è ciò vero? Prima di tutto richiamiamo alla mente qual’è
l’essenza e l’ufficio della funzione giudicatrice. L'essenza e l’ufficio del
giudizio è, per così dire, di simboleggiare il fatto, di trasformare il solido
fatto (mi si passi la similitudine) nella volatile idea, di sostituire a ciò
che non può essere oggetto di scambio un qualcosa che ha valore in quanto
segno, e che è facilmente comunicabile : ora ognun vede che, affinchè ciò
avvenga, è necessario che il fatto sia universalizzato : e che cos’ altro è mai
la legge se non l’ universalizzazione e il processo ideale (astrazione)
praticato sul fatto? Ciò non basta: noi abbiamo detto che il giudizio si riduce
al riferimento di un contenuto ideale alla realtà, il che vuol dire che il
giudizio non è la semplice espressione di una modificazione soggettiva
sopravvenuta in seguito al contatto della realtà col soggetto, come sarebbe il
grido erompente dalla bocca di chi sì trova in un stato emozionale, ma è un
processo per cuì la modificazione del soggetto a contatto del Reale viene
appercepita per mezzo di qualcosa di universale che mediante l’atto giudicativo
stesso assume una certa configurazione per mezzo della parola, passando dallo
stato di potenza o di funzione virtuale in atto funzionale. Ora l'importante è
questo, che quando l'atto giudicativo più rudimentale si compie, non è a
credere che il fatto rimanga, dopo che ad esso è stata riferita l’idea, sempre
fatto inalterato: un tale modo meccanico di concepire il giudizio non è
ammissibile, perchè non esiste il fatto da una parte e l’idea dall'altra :
l’idea esiste in quanto si riferisce al fatto e questo messo in rapporto con
l’idea, non è più un semplice fatto qualsiasi, ma è come a dire idealizzato, è
alterato in rapporto al contenuto dell’ idea. Alcuni dei molteplici,
innumerevoli elementi costituenti il dato vengono lasciati da parte ed altri
vengono ad emergere, perchè armonici coll’idea. Insomma quando un qualsiasi
giudizio si formula, il contenuto reale reagisce sul dato, trasformandolo in
qualcosa di universale e di astratto, per modo che in ultima analisi si ha
sempre una sintesi ideale di addiettivi. E del resto, se ben si riflette, si
vede subito che, tolto al giudizio il carattere di universalità, esso non ha
più ragiono di esistere, in quanto diviene un atto del tutto soggettivo,
individuale e quindi qualcosa d'inesprimibile, d'incomunicabile e
d’inintelligibile. Quando formulo un giudizio sensoriale qualitativo o
interiettivo, quando io dico, ad esempio, ho dolore al dito , io in sostanza af-_
fermo un qualcosa d’universale, nè può esser diversamente, giacchè in caso
contrario primamente non sarei inteso da nessuno e poi tale giudizio
difficilmente potrebbe essere ripetuto, mentrechè è innegabile che esso viene
enunciato innumerevoli volte nelle condizioni più diverse. Il mio dolore al
dito non è quello di un altro: se ne differenzia per rapporti di tempo, di
spazio e per una molteplicità di circostanze, per modo che io dall’ insieme
della realtà quale mi è presente in un dato punto, astraggo un elemento per
metterlo in rapporto con un'idea (segno). Tale elemento astratto è
indeterminato; non è specificato o qualificato in alcun modo e quindi non è
un’idea, ma d'altra parte non si può dire che sia senz'altro il fatto, il reale
nella sua grande complessità di elementi; è piuttosto la configurazione della
realtà quale è in me in un dato momento. Da ciò consegue che i cosidetti
giudizi rudimentali in quanto sono manier e di rendere intelligibili i fatti
concreti mediante idealizzazione ed astrazione, sono delle vere e proprie
leggi. Con ciò non si vuol dire che il giudizio è fuori la realtà, giacchè esso
anzi è impiantato in questa, ma, poichè al suo compimento è necessaria la
determinazione e la configurazione del reale, esso, pur avendo le sue radici in
questo, cresce, si ramifica, si svolge nell’ atmosfera dell’ ideale. In breve,
noi crediamo che i giudizi categorici rudimentali siano delle leggi iniziali,
perchè i loro soggetti pur indicando, per così dire, i punti in cui la realtà è
presente all’individuo, non esprimono questi nella loro complessità e
compiutezza, tanto è ciò vero che io adopero siftatti soggetti, anzi formulo
gli stessi giudizi in condizioni diversissime: e non basta ; li adopero e li
enuncio io come li adoperano e li enunciano gli altri uomini in circostanze
disparatissime: il mio questo , il mio qui , il mio ora , non è quello di un
altro, pur venendo denotati in modo identico. Ma da ciò si deve forse trarre la
conseguenza che i giudizi categorici rudimentali e gli ipotetici universali
siano perfettamente identici tra loro e che pertanto qualsiasi forma di
giudizio sia una vera e propria legge scientifica? No certo: noì dicemmo che i
giudizi concreti categorici sono da considerare come leggi rucimentali, val
quanto dire come germi di leggi e non come leggi addirittura: ed infatti quando
noi in tali giudizi poniamo in relazione un'idea con un soggetto indeterminato,
siamo nell’impossibilità di indicare la natura, le condizioni e i limiti della
sintesi del predicato col soggetto. E il compito della scienza è appunto quello
di analizzare, di determinare e quindi di idealizzare il soggetto
indeterminato, di andare in traccia e porre in evidenza quegli elementi di esso
che formano un tutto indissolubile col contenuto ideale espresso nel predicato.
Con tale processo è evidente che ci veniamo allontanando dal fatto concreto
complesso, giacchè l’analisi, come la dissezione dell’organismo, mentre ci
allontana dalla vita vera e propria, ci fa conoscere gli elementi dalla cui
cooperazione la vita stessa risulta. Noi coi giudizi categorici di cui ci
occupiamo, esprimiamo, si, una sintesi ideale fino ad un certo punto tra due
universali, ma detta sintesi non è necessaria, non è permanente, non è
generale, nè assoluta appunto perchè, essendo indeterminato il soggetto, questo
può presentarsi sotto le forme e le condizioni più svariate, per modo che un
medesimo contenuto ideale, una volta si trova connesso con un dato soggetto, ed
un'alira volta con un soggetto molto differente. Un dato contenuto ideale una
volta sì trova connesso con un questo , con un qui , con un ora >, ed
un’altra volta con un questo , con un qui e con un ora , il cui contenuto è
differente da quello del primo. Conchiusione: i giudizi qualitativi‘ in
generale non sono leggi vere e proprie, non sono cioè giudizi universali
astratti ed ipotetici, ma leggi rudimentali, giudizi implicitamente universali
ipotetici, in quanto non volgono sulla realtà nel suo insieme, ma su alcuni
elementi di essa che non hanno un'esistenza propria per sè considerati. La
legge, come il giudizio, serve a qualificare ed a rendere intelligibile il
reale: ora le leggi ed i giudizi di cui . ci siamo occupati finora hanno per
compito di riferire, di attribuire una qualità al Reale: le leggi e i giudizi
di cui c’ intratterremo al presente hanno l’ufficio di predicare del Reale una
relazione. Una volta che il giudizio è tale un’ operazione logica che ha
necessariamente per risultato l’azione reciproca del soggetto sul predicato e
di questo su quello, è evidente che se i giudizi-leggi categorici sono
intimamente connessi con i giudizi o leggi ipotetiche in quanto entrambe
rendono intelligibile il dato, dall’altra si presentano con note distinte in
quanto i primi attribuiscono al reale una qualità e gli altri una relazione di
qualunque genere quest’ultima sia, sia, cioè, una relazione di quantità, di
ragione o di causa. È in questa seconda categoria che vanno comprese tutte le
leggi scientifiche propriamente dette, quelle connessioni necessarie ed
universali che sono come la struttura di tutte le scienze speciali. | Prima di
discorrere partitamente delle varie sottospecie delle leggi relazionali (leggi
causali, leggi razionali e leggi puramente quantitative), analizziamole in ciò
che hanno di comune, ponendole in rapporto con le leggi che potremmo dire ora
qualitative, In queste ultime si attribuisce una semplice qualità al reale, per
il che questo viene ad essere come limitato in un punto, viene ad assumere la
configurazione del campo attuale della coscienza, del campo su cui è fissata
l’attenzione in un dato momento: finchè noi non abbiamo che qualità da
attribuire al reale non sentiamo il bisogno di fare distinzioni entro il
contenuto della coscienza, e di stabilire in modo cosciente dei rapporti tra i
termini distinti. Esso nella complessità ed indeterminatezza in cui appare al
soggetto, è senz’ altro qualificato; e poichè nessuna distinzione, o
determinazione sì è praticata, l'affermazione non può varcare ì limiti di tempo
e di spazio in cui è fatta ed ha carattere prettamente categorico. Essa si
rapporta in modo più diretto all'esistenza, perchè non compie alcun atto di
astrazione su ciò che immediatamente si presenta al soggetto; il fatto, essendo
semplicemente qualificato, non è per così dire allontanato dalla sua matrice
reale, come avviene nel caso che molteplici operazioni logiche hanno
contribuito ad idealizzare il dato, distaccandolo più o meno completamente dai
rapporti di tempo, di spazio e dalle condizioni svariate che contribuiscono
alla concretizzazione. Nelle leggi relazionali, al reale non è più riferita una
qualità, qualcosa di semplice, un termine isolato, ma una relazione, val quanto
dire un nesso di due termini, il che suppone che il dato sia stato obbietto di
determinazioni e di distinzioni e quindi obbietto di un processo di astrazione
; per il che si è entrati nel dominio dell’universale, nel dominio di ciò che
non si riferisce ad un punto determinato dello spazio e del tempo, ma ha valore
sempre e dappertutto. E poichè l'attenzione è segnatamente fissata su ciò che
ha il maggior interesse attualmente, vale a dire sulla relazione, sul nesso
esistente tra i due termini in cui è stato distinto il contenuto ideale del
dato, è chiaro che la detta relazione deve essere significata in modo da
informare tutto l'atto giudicativo. Il centro di gravità della funzione
giudicatrice si sposta, in quanto è una data forma di caratterizzazione, è la
connessione che viene ad essere obbietto del giudizio : il dato, avendo perduto
la sua concretezza, entra come nell’ ombra della coscienza, mentrechè il nesso,
la relazione viene ad occupare il primo posto nella visione mentale. Il dato è
come presupposto e la forza del giudizio si esplica nell’ affermazione del
nesso, Se la legge dell’ economia non avesse vigore nelle funzioni spirituali e
nelle espressioni del linguaggio, avremmo nel giudizio l’esplicazione chiara di
tutto il processo nelle varie sue parti; si preferisce invece di tacere, di
sottintendere ciò che non è assolutamente indispensabile di esprimere (il dato)
e di significare in maniera completa il nesso in cui sta propriamente il nerbo
del giudizio. Ma donde e come sorge tale relazione che vien riferita al reale?
Perchè il contenuto ideale viéne analizzato e distinto in termini, tra cui è
riscontrata una determinata relazione ? Il motivo per cui il contenuto ideale
viene al essere analizzato nei suoi elementi o in termini tra cui poi intercede
un rapporto fisso, è la percezione di un mutamento concomitante e coordinato
nelle varie parti componenti il tutto qualitativo o il contenuto ideale. Finchè
questo non presenta alcuna variabilità nei suoi fattori e finchè questi ultimi
non variano in modo coordinato, in modo che la determinazione dell’ uno tragga
seco quella dell’ altro, non ha luogo alcun processo di analisi, di distinzione
di termini, nessuna relazione è riconosciuta e fissata, e quindi nessuna
relazione può essere riferita al reale. In seguito a ciò sì comprende
perfettamente come le leggi relazionali siano dei veri e propri giudizi
ipotetici universali, coi quali si viene ad affermare la connessione del
conseguente con l’ antecedente fondata sopra una qualità riconosciuta inerente
al reale. E qui sorgono parecchie questioni degne di essere attentamente
esaminate. Prima di tutto si nota: Siffatti giudizi ipotetici avendo per
termini degli universali, sono lontani dalla realtà, sono come sospesi în aria
e non asseriscono alcun fatio concreto: da tal punto di vista si sarebbe quasi
tratti a dare il posto d’ onore ai giudizi categorici anche rudimentali, i quali
esprimono il nostro immediato contatto con la realtà. Che i giudizi ipotetici
non enuncino fatti è innegabile, ma da ciò forse consegue che siano più lontani
dalla realtà di quei giudizi che vertono semplicemente su fatti? La realtà non
è costituita da semplici fatti per quanto questi siano complessi e complicati,
come non è costituita da termini isolati, per così dire, da elementi atomi o da
qualità semplici, ma da qualità e da relazioni variamente intrecciate tra loro.
Ogni qualità è riducibile a relazioni, come ogni relazione è fondata su
qualità: dal che consegue che quando noì enunciamo delle relazioni lungi dal
trovarci lontani, ci troviamo più vicini alla realtà in quantochè ciò che
perdiamo in complessità, in concretezza, lo guadagniamo in estensione, in
precisione. Con la determinazione delle relazioni necessarie ed universali
vengono rimossi i particolari privi d'importanza e di significato. Noi siamo a
contatto della realtà tanto se predichiamo di essa qualità, quanto se ne
predichiamo relazioni, col vantaggio in quest'ultimo caso che le relazioni
purgate di tutti gli elementi inutili, hanno un valore assolutò, perchè
esprimono la struttura del reale quale può essere trascritta e delineata dalla
mente umuna. Poi si osserva: i giudizi ipotetici esprimono delle semplici
possibilità, non mai dei fatti reali. Con essi in sostanza si dice: supposto
che una tale con:lizione si verifichi, l’ effetto ne conseguirà
necessariamente, e di qui il carattere della relatività inerente a siffatti
giudizi, ma nulla si dice intorno alla realtà della supposizione. Sono pertanto
delle enunciazioni che non escono dal relativo e dall'arbitrario. Qui occorre
fare due osservazioni. 1° La realtà della supposizione è presa, nor data nel
giudizio ipotetico per questo che il processo di analisi ha sformato il dato,
togliendone tutti gli elementi insignificanti. Con tale operazione la
connessione affermata non viene ad esser più vera in un dato punto dello spazio
e del tempo o in un dato complesso di condizioni, ma viene ad esser vera
dovunque e dappertutto, per modo che la supposizione lungi dall’essera un
prodotto arbitrario della mente, un qualcosa che viene ammesso senza nulla
sapere se esso corrisponda alla realtà, figura quale elemento (si badi, diciamo
elemento e non già fatto) eminentemente reale. Essa non si trova nella realtà
come ‘elemento isolato e quindi non si trova in un dato punto dello spazio e
del tempo, ma si trova commista con svariati altri elementi, si trova nei
contesti più disparati a seconda delle circostanze. La supposizione non è una
mera possibilità, ma è, per così dire, una possibilità reale, un elemento che è
stato e che può divenire attuale ogni volta che noi ci mettiamo nelle
condizioni di prospettiva necessarie alla percezione del detto elemento particolarizzato.
Ognun vede del resto che il giudizio ipotetico se non avesse una base reale, se
non esprimesse sub specie aeternitatit un nesso constatato e constatabile nell’
esperienza ogni volta che si vuole, verrebbe ad essere destituito di ogni valore.
Una supposizione puramente arbitraria non val nulla: rappresenta un prodotto
accidentale dello spirito individuale e null'altro. Il giudizio ipotetico lungi
dall’ esprimere la possibilità come contrapposta alla realtà sta a significare
la capacità, la facoltà che noi abbiamo di constatare il nesso, la rela zione
esistente tra due termini semprechè lo vogliamo in condizioni determinate. Esso
pertanto piuttostochè esprimere un qualchè di meno, esprime un qualchè di più
del ‘reale attuale, un qualchè che è reale non ora e qui, ma ovunque e sempre.
Allo stesso modo che l'idea che simboleggia il fatto, qualificandolo, non è un
prodotto arbitrario e subbiettivo della mente, ma ha valore reale in quanto si
riferisce al dato di cui esprime l’essenza e il significato, così il giudizio
ipotetico è da riguardare come segno di un modo di essere del dato. L'idea e il
nesso ipotetico non hanno valore per sè, ma in quanto si riferiscono al reale
del quale sono simboli nella nostra mente. Il giudizio universale ipotetico pur
non esprimendo alcun fatto particolare nella sua complessità concreta, è però
sempre sostituibile da una molteplicità di fatti. Possiamo, è vero, fare delle
supposizioni illegittime, come possiamo enunciare dei nessi necessari, ma non
reali in quanto il supposto da cui muovono non è reale, ma i casi in cui ciò si
verifica sono relativamente rari e son ben determinati. | L'antecedente dei
giudizi ipotetici poi in tesi generali si rapporta più o meno direttamente ad
un fatto: così una legge fisiologica o biologica che non enuncia nessun fatto
reale esistente, ma semplicemente possibile, esprime però sempre un nesso
constatato e constatabile nell’ esperienza. E mentre 11 giudizio ipotetico pone
in vista le condizioni genetiche del fatto, il giudizio categorico enuncia
semplicemente il fatto. L'enunciazione delle condizioni genetiche suppone già
il fatto, anzi una seme di fatti dalla cui comparazione ed analisi esse sono
state estratte. Riassumendo, diciamo che il nesso enunciato in una legge
relazionale non soltanto esprime un nesso che è stato constatato
nell’esperienza (leggi causali), ma esprime la coscienza della possibilità di
constatarlo ogni qualvolta si vuole; dal che emerge che essa penetra nel cuore
della realtà molto dippiù che la semplice enunciazione di un fatto isolato, 2®
La connessione e relazione affermata per mezzo dei giudizi ipotetici non è, nè
può essere una connessione arbitraria ed accidentale; il che vuol dire che essa
deve avere una ragione, un fondamento: ora la coscienza di questa ragione e
fondamento è necessariamente implicita nell’enunciazione di una legge
razionale? È questo un problema della più alta importanza, ed è stato risoluto
variamente dai filosofi: per non citare che i più recenti, mentre il Bradley
ammette che la qualità del reale che rende possibile una legge di relazione può
rimanere ignota, il Bosanquet è di parere che ogni giudizio ipotetico ha radici
in un sistema, in un fatto, in qualcosa di categorico. Ora, tenendo conto della
maniera in cui le leggi scientifiche sono state scoverte attraverso lo
svolgimento del sapere umano ed insieme del modo come tuttora vengono
rintracciate le condizioni genetiche dei fatti naturali, noi siamo autorizzati
ad affermare | che effettivamente non solo un nesso, una relazione del genere
di quelli enunciati nel giudizio ipotetico devono avere una base, devono cioè
essere due elementi appartenenti ad un unico sistema, devono essere correlativi
nel senso che emergano da un unità fondamentale (e altrimenti perchè sarebbero
in rapporto di dipendenza reciproca? perchè l'uno varierebbe nella misura che
varia l’altro, e perchè infine l'uno agirebbe sull’altro ?), ma tale base deve
essere conosciuta o almeno in qualche modo intraveduta. Se ciò non avviene,le
così dette leggi naturali lungi dall’ enunciare dei rapporti necessari ed
universali, enunciano delle connessioni di fatto che hanno un valore empirico,
provvisorio. Finchè non si arrivi a conoscere il perchè di una legge, finchè
cioè una data relazione non sia considerata come prodotta da una qualità
inerente al reale, per modo che la stessa entri in un dato sistema, essa non
avrà niun valore assoluto. Ogni scienziato quando si pone a sperimentare e va
in traccia di una legge muove sempre da un dato sistema, da un dato ordine
d’idee che avrà un colore diverso a seconda dell’ obbietto di una data scienza
- vi è un mondo chimico, come ve ne è uno fisiologico ecc.; e quando una nuova
connessione constatata non si collega in modo chiaro col detto sistema, si
possono presentare due casi: o il sistema fondato su basi solide e razionali,
resiste e in tal caso la legge non è considerata come un principio universale e
necessario, ma come l’ enunciazione di un fatto empirico che richiede ulteriore
esame, ovvero il sistema cede e d allora è sostituito da un altro sistema
consono alla nuova connessione osservata. Insomma noì crediamo che il punto di
partenza sia sempre qualcosa di categorico, un sistema, un fatto, un dato
ordine d'idee e che le connessioni che si vengono man mano mettendo in chiaro
non siano che ulteriori determinazioni del detto sistema; e nel caso che ciò
non avvenga è giocoforza costruire un nuovo sistema entro cui possano entrare
le nuove connessioni. Dal sistema non possono e non devono essere dedotte a
priori (dialetticamente) le leggi, giacchè esso è come un principio regolativo,
nel senso che non vi può essere una vera e propria legge, la quale non faccia
parte di un sistema. L'ufficio del giudizio ipotetico e della legge relazionale
è appunto quello di mettere in evidenza alcune parti o differenze o
determinazioni del sistema, lasciando da parte la considerazione dell'insieme,
il che non toglie che l'insieme vi sia e operi attivamente attraverso le
differenze; anzi si può aggiungere che se il sistema non esistesse non verrebbe
nemmeno in mente di andare in traccia delle leggi. i ‘Ciò che sopratutto
occorre ricordare è che non vi sono sistemi fissi ed immutabili, bensì
progressivi nella misura in cui progredisce l’insieme delle nostre conoscenze,
e che se da una parte la scoverta e il significato delle leggi di‘pende da
vedute sistematiche, dall’ altra parte le leggi reagiscono sui sistemi,
contribuendo alla formazione di questi e dando anche ad essi un'impronta ed un
colore speciale. Concludendo, diremo che nell’opinione ordinaria le leggi
vengono considerate come maniere di operare di date cause, maniere di operare
che dipendono dalla natura delle stesse cause: ora, che altro è la natura di
una causa, se non la sua posizione in un sistema? Pertanto nui possiamo
affermare che ogni necessità e relatività è fondata in ultima analisi su
qualche cosa di categorico, su qualche dato, sopra un fatto irriducibile.
Aggiungiamo in ultimo che le leggi riguardanti un dato fatto esprimono sempre
il ritmo della variabilità di una data cosa, il ciclo entro cui il fatto, la
cosa, il dato si muove, esprimono, cioè, le parti o le articolazioni di un
sistema. Le leggi appaiono in tal guisa comele funzioni di varie © forme
d’individualità del reale: le leggi di gravità, le leggi di una data sostanza
chimica vanno riguardate come le funzioni, le maniere di operare di quella data
forma d'individualizzazione del reale che è il mondo della gravità, ecc. E le
dette leggi esauriscono, per così dire, la natura, la essenza di una data cosa.
Noi dicemmo che le leggi relazionali hanno l’ ufficio di qualificare il reale
per mezzo di una relazione: ora si può domandare : Di che natura è questa
relazione ? Per risolvere una tale questione è bene passare prima rapidamente a
rassegna le varie forme di relazione che possono caratterizzare la realtà, per
vedere quali sono le note differenziali di ciascuna di esse. La prima forma di
relazione che viene attribuita al reale è quella che risulta dalla comparazione
quantitativa, è quella intercedente tra le differenze, o gradi di una stessa
qualità : noi formulando giudizi come questi: ora è meno chiaro d'allora , qui
è più freddo di lì , questo è più rosso di quello , ovvero questo è più rosso
ora che non fu antecedentemente , questo è più caldo in questa parte che in
quella , questo è più chiaro qui che lì (nei quali ultimi giudizi, come nota il
Bosanquet, i dimostrativi di altra specie assumono l'aspetto di condizioni),
veniamo a qualificare il reale per mezzo del rapporto quantitativo (più o meno)
esistente tra due termini, i quali pertanto si devono implicare a vicenda: dal
momento che una data qualità è distinta nelle sue variazioni, nelle sue
differenze S'intende agevolmente che un dato sistema può essere alla sua volta
analizzato e scomposto in relazioni in modo da rientrare come parte in un
sistema più vasto e comprensivo e così via. Ciò che in un caso figura come
sostantivo può divenire aggettivo di un sostantivo d’ordine più elevato. o
gradi, ciascuno di questi in tanto ha un significato in quanto è connesso con
un altro, Come si vede, il giudizio comparativo qualifica il reale per mezzo
della relazione esistente tra la parte e il tutto, il quale ultimo differisce
dalla parte per mezzo di altre parti omogenee. Notiamo qui che secondo che
l'attenzione è richiamata precipuamente sulla qualità variabile
quantitativamente messa in rapporto coi vari punti dello spazio e del tempo
variabili in modo continuo, ovvero è richiamata sulle variazioni quantitative
delle qualità sensoriali (es. sensazioni muscolari) che determinano le costruzioni
dello spazio è del tempo, il giudizio comparativo coopererà alla formazione
della cosa e di una specie qualsiasi d’individualità, ovvero alla costituzione
delle forme intuitive (spazio e tempo). La comparazione quantitativa precisata,
resa esatta si trasforma in misura, la quale consiste nel considerare un
oggetto come un tutto contenente un certo numero di unità : unità che viene
fissata, riscontrandola identica nei vari aggregati in cui entra come parte. In
tal modo dalle relazioni quantitative concrete si passa a quelle astratte e
perciò stesso aventi significato generale e quando la misura degli oggetti è
praticata, riferendosi ad unità di misura estrinseche ed è espressa per mezzo
di giudizi generali, diviene una vera e propria proporzione in quanto essa è
applicabile a casì in cui i terminì corrispondenti sono grandezze differenti.
La proporzione, infatti, si riduce all'’eguaglianza di due rapporti. La
semplice proporzione diviene poi una vera e propria legge proporzionale non
appena viene introdotta nel soggetto una specificazione, un attributo
(condizione), la cui esistenza sì mostra intimamente connessa con quella del
predicato: es. questo pezzo di un metallo e questo pezzo di un altro metallo,
che hanno lo stesso volume, stanno in rapporto al peso come 5 : 9 . Con la
misura noi siamo entrati nel dominio della quan tità astratta; vediamo ora da
tal punto di vista per via di quali relazioni il Reale è qualificato. In primo
luogo vanno annoverate le relazioni numeriche. Il tutto riguardato dal punto di
vista puramente quantitativo, è caratterizzato da ciò, che può essere costruito
mediante la ripetizione ideale di unità o parti fisse. Tale ripetizione ideale
costituisce l'enumerazione. Nella misura si muove dal tutto caratterizzato per
mezzo delle sue differenze, mentre che nell’enumerazione si parte da un’ unità
distinta, per arrivare a costruire una somma totale, o un aggregato.
Nell’enumerazione il tutto, che è predicato, si presenta come una forma, diremo
così, molto attenuata di quell’ individualità sistematica che nella misura fu
da soggetto. Il tutto dell’ enumerazione poi è un vero aggregato; e la parte è
ridotta al posto che, come unità, può occupare nella somma. È per questo che in
un sistema numerico, la somma delle unità rimane la stessa, qualunque sia
l’ordine in cui queste sono contate; due parti possono mutar di posto senza che
consegua alcuna modificazione da parte del tutto. Va notato però che in ogni
giudizio enumerativo sono impliciti i due elementi dell'unità e della comune
natura o identità che fa da sostrato delle differenze rappresentate dalle parti
enumerate. L'unità deve fornire la regola e insieme il limite
dell'enumerazione, la quale si ridurrebbe ad un processo sfornito di
significato, se fosse senza limite e sarebbe impossibile addirittura, se fosse
senza regola. L'identità fondamentale d'altra parte è indispensabile in quanto,
mancando essa, non si avrebbe uno degli elementi essenziali del giudizio;
l'unità numerica, infatti, è nient'altro che la differenza o part: presa come distinta
dall’identità fondamentale solo mediante un atto del giudizio. Ciò che noi
contiamo nell’ enumerazione sono gli atti del giudizio, come atti di
distinzione e di riferimento in una qualità continua, identica. Se il processo
di enumerazione suppone necessariamente l’esistenza di una natura propria ben
definita e jualitativamonte determinata nell’obbietto del detto processo, è
innegabile d'altra parte che l'atto del contare tende ad assumere indipendenza,
quasi che potesse avere un significato proprio a parte dalla qualità continua e
identica delle unità componenti il tutto. É in forza di tale processo di
astrazione che avviene ogni progresso nel calcolo. Lo svolgimento di questo,
infatti, si compie col costruire totalità numeriche, mediante la sostituzione
di relazioni di unità ideali a unità positivamente concrete; relazioni che
formano un totale numericamente identico, ma generalizzato e ideale. L’unità
quantitativa per sò, o piuttosto l’astrazione unilaterale dell’unità
quantitativa, il solo posto numerico che non è collegato per mezzo di una
qualità identica e continua (unità organica. o sistematica delle parti) cogli
altri posti della serie, non può avere in sè alcun principio od esigenza di
totalità, cioè a dire, non può avere alcuna ragione per finire in un punto più
che in un altro. Vogliamo dire che l’'enumerazione delle unità come tali può
esser continuata a piacere ed un tale processo ci conduce al concetto
dell'infinito numerico. L'infinito numerico, trascurando il fattore della
natura delle unità, omette l'elemento che può arrestare il computo ad un punto
piuttosto che ad un altro. Chi può dunque trattenersi dal considerare
l'infinito numerico come un prodotto soggettivo, a cui nulla di realmente
obbiettivo corrisponde? Le relazioni numeriche e quantitative in genere sono
controdistinte dalle seguenti note: 1° esse sono universali, necessarie o
relative in quanto l'un termine in tanto ha valore in quanto è connesso con
l’altro, per modo che rientrano nella formula del giudizio ipotetico. Se A è B
allora è C ; 2° talì relazioni non sono unilaterali, ma reciproche, il Se A è B
allora è C può divenire Sc 4 è C allora è B ; 3° la ragione di tali connessioni
non si trova nell'esperienza, nel dato, comunque l’esperienza possa presentare
delle applicazioni di tali connessioni: il valore di queste ultime però non
.dipende dalla maggiore o minoreapplicabilità nell'esperienza. Ora tutte queste
noto che cos'altro stanno a significare se non che la relazione attribuita in
tal guisa alla realtà è un nesso o una relazione puramente razionale? Se il
fondamento del nesso non fosse nella ragione, potrebbe il detto rapporto essere
necessario, reciproco e valido indipendentemente dall’esperienza? Se non che
dire che la relazione è puramente razionale, che il fondamento del nesso si
trova nella ragione non è risolvere in modo completo il problema: rimane sempre
da spiegare in che consista un nesso razionale e in che modo la razione possa
essere fondamento di un nesso, Quando noi vediamo che tra due termini esiste un
legame necessario, per modo che uno implica o trae seco l’altro, che cosa
dobbiamo pensare? Qual'è il concetto che noi in tal caso ci dobbiamo formare
della dipendenza o del nesso ecc.? Per rispondere a tali quesiti occorre tener
presente che il nesso necessario, reciproco e indipendente dall'esperienza tra
due elementi, non può esser dato che alternativamente da due condizioni
principali: o dal fatto che i due termini sono perfettamente sostituibili in
quanto | sono equipollenti, in quanto cioè sono espressioni diverse di una
stessa cosa: in tal caso i due termini s' implicano a vicenda perchè sono
termini di un’eguaglianza e di una identità: ovvero dal fatto che i due termini
della connessione sono parti di un tutto organico o di un sistema: in tal caso gli
elementi tra cui ha luogo il nesso non sono identici, ma si completano a
vicenda quali fattori di una identità sistematica. Ora si domanda: il giudizio
ipotetico tipico è espressione della prima specie di nesso, ovvero della
seconda? Finchè non si esce dalla pura identità, da quella che si potrebbe
chiamare identità formale, non è a parlare propriamente di giudizio ipotetico
come non è a parlare propriamente di nesso, il quale involge sempre transizione
da un contenuto ad un altro, rapporto di due. parti integrantisi a vicenda e
non semplice tautologia: anche quando noi affermiamo 50 X 3 = 25 X 6, la
ragione di tale connessione non va ricercata nella identità dei termini, ma
nella costituzione propria del sistema numerico: è il sistema di numerazione
che rende possibile la identificazione di 50 X 3 con 25 X 6: In fondo adunque
ogni nesso razionale implica l'esistenza di un’ identità sistematica, di una
totalità, le cui parti sono organicamente congiunte, perchè ciascuna di esse
figura come differenziazione, come determinazione o come manifestazione
dell’unità fondamentale. Qui però sorge il problema: Come è mai possibile la
esistenza di una totalità le cui parti s’implicano a vicenda? Come è mai
possibile l’esistenza di un sistema organico i cui elementi poi s’ implicano a
vicenda? È evidente che ciò è possibile solo nel caso che il sistema figuri
come un’individualità, come un fatto categorico fornito di un certo grado di
assolutezza, avente quindi la sua ragione in sè stesso. Ora siffatte condizioni
si riscontrano: 1° in quei prodotti dell'attività umana, i quali rispondono ad
un fine cosciente. È in vista di questo che i vari elementi sono armonicamente
coordinati tra loro. L'idea fine agisce come unità regolatrice ed
organizzatrice dei vari elementi componenti il tutto; in tal caso le varie
parti sono intimamente connesse tra loro, perchè si completano a vicenda e
perchè sono funzioni determinantisi reciprocamente; 2° quindi anche in quelle
costruzioni numeriche e geometriche che presentano uno spiccato carattere
d’individualità in ragione della proporzionalità che si riscontra nelle loro
relazioni interiori e in ragione della scelta arbitraria delle condizioni
primitive e fondamentali determinanti poi l'andamento generale delle
costruzioni stesse (1); e 3° in quei casi in cui dopo che è stata scomposta una
totalità aggregato considerata quindi dal semplice punto di vista quantitativo
nei suoi componenti, Vedi a tal proposito quello che noi, sulle tracce del
Masci, scrivemmo intorno alle varie operazioni numeriche: Za mozione di Legge ,
vol. I di questi Saggi. ciascuno di questi si mostra dipendente dagli altri. Da
tuttociò consegue che il nesso razionale qual'è espresso dal giudizio ipotetico
tipico che non trae seco alcun rapporto di tempo, ha la sua base nel fatto che
i due elementi tra cui intercede la relazione di dipendenza reciproca
necessaria sono parti di un unico tutto, che questo sia considerato dal
semplice punto di vista quantitativo, ovvero dal punto di vista sistematico o
organico implicante un processo di differenziazione qualitativa. Ora chi uon
vede che la totalità, il sistema, l’individualità vera, implicante una
relazione necessaria tra le parti, non può essere che un effetto dell’attività
costruttrice umana, giacchè è solamente ciò che è fatto, costruito dal soggetto
umano che può da una parte essere completo in sè stesso e dall'altra avere una
struttura prettamente razionale e quindi avere quel grado di assolutezza e di
apriorità che guarentisce la necessità del nesso intercedente tra gli elementi
contenuti nel sistema? Ma possiamo d’altronde affermare che tutti i caratteri
suaccennati di un nesso razionale e necessario sì riscontrino nei prodotti
umani? Come si vede, il punto essenziale da dilucidare sta qui: se il nesso
razionale implica sistema, totalità e se questa non può aversi che da ciò che
proviene dal soggetto umano, è necessario precisare se tutti e nel caso
negativo quali i prodotti umani racchiudano una relazione necessaria tra i loro
elementi o fattori. A ciò si risponde che una totalità, un sistema implica una
relazione necessaria tra gli elementi solo in quei casi in cui questi elementi
figurano come determinazioni essenziali del sistema o della totalità. I vari
fattori o componenti di un tutto non hanno un valore eguale, in quanto alcuni
di essi sono essenziali, indispensabili quasi si direbbe che in essi sotto
varie forme è la natura stessa del sistema , mentrechè altri sono fino ad un
certo punto indifferenti al sistema stesso: è evidente che tra i primi vi è una
relazione necessaria entro il sistema dato, non già tra gli altri. Non basta.
Non tutti i prodotti o le costruzioni sistematiche del soggetto umano hanno un
valore ed un significato eguale: ve ne sono di quelle che si riferiscono ad una
funzione primitiva, universale e costitutiva dell'anima umana in genere, e ve
ne sono di quelle che si riferiscono a funzioni variabili ed arbitrarie della
coscienza: ora è chiaro che i legami necessari si riscontrano in quei sistemi
prodotti dall’esercizio delle funzioni inerenti propriamente alla natura umana.
In questi ultimi casi il sistema a cuisi devono riferire i nessi necessari è
sempre posto dallo spirito, mentrechè negli altri casi il sistema può e non può
esser posto, può esser posto in un modoe può esser posto in un altro. La base
dei giudizi ipotetici in quest’ultimo caso non viene ad esser fissa, ma
mutevole in rapporto ad una quantità di circostanze. Concludendo, noi possiamo
dire che ogni nesso razionale o necessario è fondato sopra l’esistenza di una
totalità o di un sistema, per modo che i termini del nesso figurano come le
parti o le differenze della totalità e del sistema. Due cose in tanto si
possono implicare a vicenda in quanto sono parti di un tutto. Ora un tutto, una
totalità non è mai data, giacchè tutto ciò che è dato è sempre relativo: il
fatto stesso di esser dato fa sì che agli occhi del soggetto non possa apparire
che come qualcosa che si riferisce a qualcos'altro, e ciò che è dato in tanto
assume a volte l'aspetto di qualcosa d'individuale e di totale, in quanto noi
proiettiamo, o riflettiamo in esso la nostra stessa attività, lo informiamo
della nostra stessa vita. Solo ciò che è fatto, ciò che è costruito da nuvi è
un tutto completo, è un vero sistema, ha la sua ragione in sè stesso. Sicchè il
nesso razionale non si può trovare che tra gli elementi di un tutto, di un
sistema costruito dal soggetto: il giudizio ipotetico tipico in tal guisa non
soltanto ha una base categcrica, ma questa sua base è nell'attività del
soggetto umano. Se non che va notato che non tutti i sistemi e le totalità
prodotte dall'attività umana servono di fondamento a nessi universalmente
necessari e quindi a giudizi ipotetici reciproci, ma soltanto quei sistemi
derivati dallo esercizio delle sue funzioni costitutive. Tali sono i sistemi della
quantità o della grandezza, dei numeri, dello spazio (1) che forniscono la base
dei nessi razionali e dei giudizi ipotetici (leggi) di tutte le cosidette
scienze esatte o formali. La realtà non è soltanto qualificata per mezzo di
nessi razionali, ma è anche qualificata per mezzo dei rapporti causali. Quali
sono i termini tra cui inteircedono siffatti rapporti? Sono qualità od
attributi che vengono astratti dalle complicate relaziouii del reale, perchè
sono invariabilmente ed universalmente congiunti tra loro in qualsiasi contesto
o sistema essi si trovino. Prima di ricercare la natura del nesso causale e le
note che lo controlistinguono dovremmo passare rapidamente in rassegna le varie
forme in cui esso si presenta nei principali, rami del sapere: ma l’enumerare
le leggi, sia Le relazioni del tempo e del movimento sono espresse sempre per
mezzo di grandezze, di relazioni spaziali e numeriche, anche fondamentali di
tutte le scienze sperimentali leggi fisiche, chimiche, biologiche,
psicologiche, storiche, sociologiche e filologiche non ci sembra di alcun
vantaggio, in quanto tutte presentano un’eguale struttura logica. Tutte si
riducono a rapporti di attributi e quindi a legami astratti, a generalizzazioni
ricavate da sistemi di fatti concreti: gli attributi connessi mediante
l’indagine fisica sono incommensurabilmente differenti dagli attributi connessi
mediante l’indagine chimica, e gli attributi connessi mediante l’indagine di
siffatti due processi scientifici sono, lo ripetiamo, incommensurabilmente differenti
dagli attributi connessi mediante le indagini biologiche in genere. Se gli
attributi non fossero in ciascuna serie di scienze qualcosa a sè, qualcosa
d’irriducibile, noi non saremmo propriamente autorizzati a parlare di scienze
differenti, ma di una sola scienza, la quale, per comodo didattico o per
l’esigenza della divisione del lavoro, potrebbe essere divisa, ma in sostanza
le varie scienze non sarebbero che capitoli diversi di una sola scienza. Ora
ciò non è, e chi ha qualche dimestichezza con le scienze speciali lo sa; del
resto è per questo che i metodi delle varie scienze sperimentali, pur avendo
dei caratteri comuni, variano profondamente tra loro. Gli attributi o qualità
adunque connesse nei vari ordini di scienze sono irriducibili le une alle altre,
ma esse per sè prese sono indeterminate e il sapere scientifico va in cerca di
qualcosa di fisso, di stabile, di coerente e di necessario. Gli attributi son
fatti, son dati, ecco tutto: onde è che essi sono materia di elaborazione
scientifica, non sono scienza. Perchè ciò avvenga è necessario che gli
attributi o le qualità ricevano delle determinazioni quantititive (numeriche),
I nessi o le relazioni intercedenti tra le qualità possono essere fissati e
posti in evidenza soltanto per mezzo delle determinazioni spaziali e temporali,
le quali alla lor voita hanno bisogno di essere specificate per mezzo del
numero. Nessi e qualità devono adunque esser prese in funzione, devono essere
schematizzate per mezzo della quantità, e per mezzo dello spazio e del tempo
quantitativamente presi. Come il colore è necessario a delimitare l'estensione,
così il numero, lo spazio e il tempo sono necessari a delimitare le qualità e
le relazioni. È per questo che l'esattezza e la precisione scientifica
dipendono dal grado in cui è applicabile la matematica. Questa trasforma le
scienze empiriche da induttive in deduttive, e quindi in razionali appunto
perchè fa considerare le qualità sotto l'aspetto della quantità. © Da tutto ciò
consegue che tutte le leggi delle scienze sperimentali si riducono a relazioni
di qualità espresse nelle loro variazioni quantitative e spaziali e temporali
le quali due ultime vengono espresse alla lor volta per mezzo della quantità.
Vediamo ora in modo più particolareggiato quali sono i caratteri che controdistinguono
i nessi sperimentali... Anzitutto si nota che essi sono necessari ed universali
e poì che lungi dall'essere forniti dalla ragione indipendentemente
dall'esperienza, sono tratti da quest'ultima, nei cui limiti sono validi. Ora
che i nessì costituenti, diciamo così, la struttura delle scienze sperimentali
debbano essere necessari ed universali, ognuno lo comprende, pensando
all'obbietto proprio del sapere scientifico che è appunto quello di trasformare
le semplici congiunzioni di fatto, per sè sfornite di qualsiasi valore, in
connessioni di dritto, in coerenze fisse, stabili, aventi cioè un fondamento
che le giustifichi: non è egualmente chiaro fino a che punto i nessi in
questione siano un portato dell'esperienza : è oltremodo importante, infatti,
mettere in chiaro entro quali limiti vada ristretta l'azione della ragione di
fronte all’esperienza, se si riflette che la coerenza ela necessità non possono
venire che dalla ragione. Qual'è la differenza essenziale tra i nessi puramente
razionali e quelli sperimentali ? La differenza sta in questo, che i primi sono
fondati sull’ esistenza di sistemi costruiti dall'arbitrio dell'uomo, e quando
diciamo dall’arbitrio dell’uomo non vogliamo dire dall’arbitrio assoluto, vale
a dire sfornito di qualsiasi riferimento a qualche proprietà o qualità inerente
al reale, ma vogliamo dire che l’attività costruttiva dell’uomo è estremamente
preponderante, come avviene nei sistemi numerici, nelle determinazioni spaziali
ecc.; gli altri invece sono fondati su sistemi che hanno il loro principale
punto di appoggio su qualche fatto o dato. Se si passano a rassegna ì vari
ordini di leggi e di sistemi corrispondenti, si vede che essi vanno a metter
capo in ciascuna serie in qualche dato, o fatto ultimo inesplicato e inesplicabile,
il quale non è posto dall’arbitrio dell'uomo, ma è propriamente subito. Se
anche questo sparisce, viene ad esser rotto ogni legame colla realtà e ci
troviamo nel regno della pura forma, dell'astratto e del razionale. I nessi
razionali presentano in tal guisa un grado di assolutezza, di compiutezza che
invano si cerca nei nessi sperimentali, in cui domina sempre il riferimento a
qualcos'altro. Il fondamento dei nessi sperimentali adunque si trova, sì,
nell'esistenza di sistemi che contengono i termini in connessione, ma i Abbiamo
detto che ogni opera d’arte figura come l’ espressione di due sorta di leggi
sistematiche, di una riferentesi alle determinazioni del mondo estetico in
genere (è quella di cui si è parlato), dell'altra riferentesi ad un dato fatto
estetico, ad un dato prodotto artistico compiuto in un momento determinato.
Ogni opera d’arte, infatti, incarna un'idea, sì presenta come un'individualità,
come un sistema fornito di date parti o differenze: ora prima che essa sia
eseguita, nella mente dell'artista esiste il concetto dell’ opera
caratterizzata da date qualità suscettibili di determinazioni disgiunte o
escludentisi a vicenda. Il processo della elaborazione artistica insomma si
compie sempre particolarizzando, determinando, specificando un contenuto ideale
di cui si hanno nettamente i limiti e il contorno; se ciò non avvenisse l’opera
d' arte non avrebbe unità, nè armonia organica, nè individualità, perchè non
avrebbe la sua ragione in sè stessa. Ciò che abbiamo detto della vita estetica
si applica prefettamente alla vita morale. Ogni azione morale suppone la
cooperazione di due leggi o giudizi sistematici, col primo dei quali il
contenuto della vita psichica viene considerato dal punto di vista della
moralità, viene cioè ordinato in guisa da costituire un tutto organico, un
sistema armonico a cui si dà l’ appellativo di morale: sistema che ha questo di
proprio, che per esso tutti gli clementi e fatti psichici acquistano valore e
significato dal modo in cui contribuiscono al raggiungimento dell’ ideale
morale, che è quello della comunione spirituale di tutti gli uomini. Il Genio
morale, il Santo appercepisce il reale come sistema morale in genere di cui
coglie tutte le differenze o determinazioni e le loro relazioni dì reciproca
esclusione. D'altra parte ogni singola azione morale rappresenta l’espressione
di un concetto etico, di un'idea morale determinata: difatti un'azione morale
si presenta sempre come qualcosa di armonico, di organicamente uno, di
individualizzato, avente la sua ragione in sò stessa : il che suppone
nell'animo dell'agente l’esistenza di un concetto sistematico analizzato nelle
sue determinazioni essenziali in ordine ad una data condotta. Ogni fatto morale
presenta coerenza ed unità d'indirizzo, il che vuol dire che esso emerge dall’
analisi di una concezione sistematica determinata, proprio in quella maniera in
cui le proprietà, i rapporti e le specie dei triangoli derivano dalla natura di
quella particolare limitazione dello spazio che dicesi triangolo, limitazione dello
spazio che è resa possibile dalla natura dello spazio in genere. Vogliamo dire
insomma che come il mondo estetico così il mondo morale hanno come loro
precipuo fattore una costruzione sistematica della realtà, caratterizzata e
delimitata in guisa da presentare determinazioni esclusive e disgiunte. Varia
il principio informatore, l'universaie concreto, la funzione, la forma
appercettiva, ma permane il processo di sistemazione e di determinazione. È per
questo che tanto il mondo estetico quanto quello morale presentano uno spiccato
carattere categorico; le esigenze estetiche ed etiche piuttostochè essere
ricavate dalla realtà, dai fatti, anticipano, regolano quella e questi. Anche
la vita della conoscenza in generale si esplica per mezzo di leggi sistematiche.
Ogni processo conoscitivo è fondato sull’esigenza di fissare, di qualificare e
di determinare il reale per mezzo di simboli o segni variamente connessi tra
loro (idee, giudizi, inferenze), in maniera da risultarne una forma di coerenza
totale o di sistema. Sicchè appare chiaro che la conoscenza adempie a due
uffici, a quello di rendere chiaro per mezzo di simboli la realtà (di
costituire delle formole o degli schemi in relazione reciproca tra loro), e di
connettere tali simboli in modo da formare un sistema. Ora ciò in tanto è
possibile in quanto la mente agisce come potenza universalizzatrice, come
potenza tipificatrice : essa infatti, opera idealizzando il fatto e
l’esperienza (staccando cioè gli attributi e le relazioni dall’esistenza),
andando in traccia del principio informatore di un dato ordine di reali per
mettere poi in evidenza le determinazioni essenziali di questo. Ed ogni
progresso nella conoscenza è contrassegnato dalla maggiore prevalenza della
tendenza alla sistematizzazione : quanto più la mente riesce, cioè, a
individualizzare il reale tanto meglio adempie al suo còmpito. Come si vede, la
forma generale di ogni conoscenza è la forma sistematica e le varie categorie
non sono che momenti, manifestazioni diverse di tale funzione o categoria
fondamentale; la sostanza, infatti, implica l’individualità, la causalità
implica la finalità o l’ ordine, il numero implica la totalità e l’unità: la
finalità e la totalita non sono che espressioni diverse del sistema. D'altra
parte è agevole intendere che in qualsiasi forma speciale di conoscenza è in
azione l’idea sistematica con le sue varie determinazioni; se pensare è porre
in relazione, e se la relazione non è possibile che tra termini, ì quali
abbiano qualcosa di comune, tra parti di un medesimo tutto, tra differenze di
un'identità sistematica fondamentale, è evidente che qualsiasi conoscenza
implica determinazione di un sistema, val quanto dire riduzione dell'ignoto al
noto, riferimento del non spiegato a ciò che è spiegato. Le leggi o giudizi sistematici
formando come l'ossatura della vita estetica, morale e conoscitiva, operano
quasi diremmo celatamente nelle produzioni artistiche e scientifiche, e nelle
azioni morali; le scienze invece che hanno per obbietto appunto di tradurre in
termini puramente intellettivi, di trasformare in concetti, ordinandoli in modo
‘ sistematico, di rendere insomma intelligibili i fatti estetici, morali e
conoscitivi, mirano a presentare isolate, separate da tutti gli elementi con
cui si trovano miste, le dette leggi o giudizi sistematici. L’Estetica, l’Etica
e la Logica coincidono in questo che tutte e tre tendono a costruire il mondo
estetico, etico e conoscitivo per mezzo di giudizi disgiuntivi completi. Invero
qual'è l'obbietto dell’ Estetica ? È quello di stabilire, in base allo
svolgimento storico dell’arte e della coscienza estetica e in base
all'osservazione psicologica della funzione estetica sia produttiva che
recettiva o contemplativa (genio e gusto), il retto concetto ‘dell’ ideale
estetico. Fissando il concetto si viene per ciò stesso a determinarne le
manifestazioni in maniera completa ed adequata. Le leggio norme estetiche sono
le direzioni o le maniere secondo cui l’attività o funzione estetica dell’
anima umana, in genere, cerca di raggiungere l'ideale estetico. Ond'è che le
norme o leggi estetiche avent i una base categorica nelle proprietà dello
spirito umano (atte quindi ad anticipare ed a regolare l’ esperienza), non
vanno confuse con quelle forme di leggi finali empiriche (aventi cioè il loro
fondamento nei dati forniti dall’esperienza) che rispondono a problemi pratici
del tenore seguente: Come ottenere un dato effetto estetico in una data
circostanza ? Come condursi moralmente in una data situazione della vita? Qual
è l’obbietto dell’Etica? È quello di stabilire in base alla osservazione
psicologica della funzione etica, in base allo svolgimento della cultura e
della civiltà, allo svolgimento storico della coscienza morale e della vita
morale il retto concetto della moralità. Ed una volta fissato e delimitato tale
concetto, è chiaro che vengono determinate le manifestazioni e le
estrinsecazioni essenziali del principio informatore della vita etica; basta a
tal uopo rapportarsi alle qualità fondamentali che contradistinguono il
suddetto concetto o principio. In ultimo qual’è l’obbietto della Logica? È
quello di stabilire in base all'osservazione psicologica della funzione
conoscitiva, in base allo svolgimento storico della scienza e della dottrina
della conoscenza il retto concetto della conoscenza stessa. Trovato il
principio informatore di questa e caratterizzato per mezzo di date qualità, è
facile precisarne le determinazioni, le manifestazioni ed i limiti di
variazione. Le norme etiche, logiche ed estetiche stanno ad indicare le diverse
maniere in cui è possibile rispondere alle esigenze etiche, logiche ed
estetiche dello spirito umano; norme che hanno la loro ragione ed origine
nell'ideale rispettivo, il quale alla sua volta non è tratto dall'esperienza,
non figura come un dato, ma è posto da ciò che vi ha di più intimo nell'essere
nostro. Sta in ciò appunto il carattere distintivo delle leggi normative
suaccennate. Da tuttociò consegue che l’ Estetica, la Logica e l’Etica (1) sono
fondate su giudizi sistematici o disgiuntivi tratti dalla vita estetica, logica
ed etica dell'anima umana. Esse mirando a mettere in evidenza la struttura
logica o intelligibile del mondo estetico, conoscitivo ed etico, ci pongono
dinanzi agli occhi le diverse maniere in cui il principio informatore,
l’universale concreto e individuale si presenta in ciascuna delle tre sfere più
elevate dello spirito umano. Nessuno confonderà poi le norme con i giudizi
disgiuntivi o sistematici, giacchè quelle non indicano le parti del sistema
articolate tra loro, ma bensì le vie per cui l’attività umana attua il sistema
ideale espresso nelle sue articolazioni per mezzo della legge sistematica. Le
norme si riferiscono all’attuazione, al modo di procedere nella realizzazione
dell'ideale e quindi sono leggi della volontà umana; le leggi sistematiche
invece esplicano nelle loro determinazioni i sistemi ideali, per il che non
escono dal mondo ideale. Stando ad alcuni (Bradley, Bosanquet), l’ultima e più
perfetta fase della conoscenza è rappresentata dal giudizio disgiuntivo in
generale, in quanto per mezzo di questo il principio informatore di un dato
ordine di realtà viene ad essere proseguito nelle sue determinazioni essenziali
o nelle sue manifestazioni, le quali poi si escludono a vicenda. Nè potrebbe
essere diversamente; una volta che il princi (1) Quello che abbiamo detto dell’
Etica, dell’ Estetica e della Logica sì potrebbe dire della Matematica. pio
informatore, attuandosi, assume una data forma, viene ad essere esclusa ogni
altra forma in cui esso può anche presentarsi; e poichè tali forme sono
definite ed enumerate invirtù della conoscenza che sì ha di tutto l'ambito del
concetto, è chiaro che dal trovarsi attuata una data forma si deduce la non
attuazione delle altre, e dalla non attuazione delle altre si deduce
l’attuazione di quella sola che rimane. Col giudizio disgiuntivo si vengono ad
enumerare tutte le possibilità, ond’esso è l’espressione di una certa
onniscienza da parte dell’uomo, onniscienza fondata però sempre sulla
cognizione di una data qualità o attributo, il quale per natura sua ngn può
ammettere che un numero determinato di variazioni, oltrepassate le quali, esso
stesso viene ad essere annientato. Possono variare le occasioni immediatamente
determinanti la formazione dei giudizi disgiuntivi, ma le loro caratteristiche
non variano. Un giudizio schiettamente disgiuntivo riflette sempre un contenuto
o sistema completo in sè stesso, onde proviene che esso, come ogni giudizio
generico, è quasi categorico. Il giudizio assume la realtà del soggetto ed
enuncia nel predicato le varie forme sotto cui quello in condizioni diverse si
può presentare; forme che esaurendo la natura del tutto posto come reale, si
presentano articolate tra loro mediante giudizi ipotetici o negativi. Ciò che
sopratutto è necessario e indispensabile si è che il contenuto-soggetto,
l’individualità o l’ universale, entri come tutto in ciascuna delle, forme
enumerate, per modo che ogni differenza figurando come determinazione
essenziale dell’ universale viene ad escludere tutte le altre differenze; è
soltanto sotto questa condizione che ogni congiunzione si trasforma in
disgiunzione, La disgiunzione, sempre secondo tali filosofi, è la sola forma
giudicativa che può stare da sè, giacchè ogni connessione è entro un sistema e
si può dire completo solo quel giudizio che enuncia insieme un sistema e le
relazioni o determinazioni contenutevi. Certamente non ogni disgiunzione è
completa, indipendente ed assoluta nello stretto senso della parola, ma
ciascuna presenta sempre un certo grado di assolutezza rispetto al numero dei giudizi
ipotetici che in essa trovano il loro fondamento. Così la disgiunzione che
enuncia la natura e le specie dei triangoli contiene la base di tutti i giudizi
ipotetici esprimenti le proprietà di tale figura. Ciascuno di detti giudizi, se
completato e fatto esplicito, metterebbe capo nella detta disgiuzione, la quale
alla sua volta è compresa nel giudizio fondamentale che espone la natura e i
caratteri dello spazio. | | Ora, possiamo noi ammettere che la forma
disgiuntiva sia la forma giudicativa più completa e quella meritevole veramente
del nome di sistematica per eccellenza? Noi crediamo che vada fatta una
profonda distinzione tra il giudizio effettivamente sistematico, il quale
qualifica il Reale per mezzo di una identità sistematica organicamente articolata
nelle sue varie parti e il giudizio disgiuntivo vero e proprio, il quale lungi
dal presentare un sistema attuato, presenta le forme o le manifestazioni
possibili di un principio. Il giudizio sistematico ci mette sotto gli occhi un
tutto organicamente costituito e reale, mentrechè il giudizio disgiuntivo ci
mette sotto gli occhi le maniere in cui il tutto si può attuare. Ora da ciò
consegue che dal punto di vista ideale, dal punto di vista dell’elaborazione
mentale il giudizio disgiuntivo appare più perfetto, perchè da una parte ci
dice che un dato sistema, se attuato, deve essere determinato in una data guisa
e dall’altra ci fa sapere tutte le maniere in cui può essere attuato e
determinato; dal punto di vista invece della conoscenza come qualificazione di
ciò che è reale è il giudizio sistematico vero e proprio quello che appare più
perfetto e completo; l’ultimo invero ci mette davanti l'attuazione di un tutto
organico contenente in sè delle differenze non escludentisi, ma implicantisi a
vicenda. È desso che costituisce la base di una parte importante di giudizi
ipotetici, i quali enunciano la connessione delle differenze contenute entro un
sistema e il rapporto necessario degli attributi o parti di un tutto. Lo schema
del giudizio sistematico è : S è cosîffatto che a implica b; quello invece del
giudizio disgiuntivo è: S è cosiffatto che si può attuare 0 determinare in a o
in b o in c. È vidente che il giudizio sistematico e quello disgiuntivo non
vanno identificati tra loro; sono due processi conoscitivi collaterali, i quali
adempiono ad uffici differenti ; il giudizio disgiuntivo allarga e completa
idealmente la conoscenza, in quanto esaurisce le possibilità della
realizzazione; quello sistematico invece pone in evidenza la struttura organica
e i rapporti interni di un sistema reale. Con'ciò non si vuol. negare che vi
possano essere e vi siano anche molteplici interferenze tra i detti due
processi e che il giudizio sistematico possa essere fondato o esser riferito a
una disgiunzione resa possibile dalle variazioni di una qualità essenziale, ma
quello che non va dimenticato si è che la disgiunzione non rappresenta qualcosa
di reale, come la struttura sistematica, che essa è un processo perfettamente
ideale e che il tutto o il sistema che fa da soggetto nei giudizi disgiuntivi è
un prodotto dell’astrazione. Esso non esistendo per sè, non avendo la sua
ragione in sè stesso, non essendo qualcosa di sussistente e di completo, non
esce dal dominio del necessario e del relativo; esso si riferisce necessariamente
ad una delle determinazioni enunciate nel predicato. Il contrario si verifica
nei giudizi prettamente sistematici nei quali il soggetto è qualcosa di
categorico, di completo e d’indipendente. | La verità di ciò che si è detto
intorno al giudizio disgiuntivo viene provata anche da questo, che esso è
attivo in tutti quei processi dello spirito relativi all'attuazione di ideali
concepiti dalla mente umana ; prima questa, per ragioni su cui qui non importa
insistere, forma un concetto e poi dello stesso vengono rintracciate le
determinazioni principali, basandosi sopra una sua nota essenziale; il giudizio
disgiuntivo in tal guisa è attivo soltanto ogni volta che si ha a che fare con
costruzioni ideali, con costruzioni di possibilità fatte da noi (di cui conosciamo
le qualità essenziali e le loro variazioni), mentrechè quello sistematico mette
in luce la struttura organica di un sistema reale per via della vicendevole
dipendenza delle parti di esso. Tuttociò che è organicamente costituito,
tuttociò che, attuato, o risponde effettivamente perchè opera dell’intelligenza
e dell’attività umana o sembra corrispondere (funziona come corrispondente) ad
un fine, può formare oggetto di un giudizio sistematico vero e proprio, o
finale o generico che si voglia dire. Il giudizio disgiuntivo lungi dal rendere
più perfetta la nostra conoscenza della realtà della quale noi conosciamo
soltanto dei frammenti non fa che rendere esplicito ciò che era implicito
perchè nostra fattura , non fa che metterci sott'occhio sotto altra forma ciò
che già sapevamo. Avendo noi costruito il concetto soggetto non possiamo non
trovarvi dentro quello che noi stessi vi abbiamo posto. É soverchio aggiungere
che il giudizio disgiuntivo non può avere alcuna applicazione seria nella
conoscenza del reale, del dato, giacchè noi dei vari ordini di questo non
conosciamo il principio informatore (la natura propria) in modo da poterne
indicare tutte le manifestazioni possibili. Noi finora abbiamo classificato le
leggi, tenendo conto della forma e della natura dei giudizi con cui esse
vengono enunciate; è evidente che possono ancora essere classificate, tenendo
conto della loro varia origine, della maniera cioè con cui vengono
rintracciate. Esse invero assumono caratteri diversi secondo che variano i
processi logici messi in opera per scovrirle. Da tal punto di vista le leggi
possono essere classificate in leggi costrattive, leggi analogiche, leggi
induttive è leggi deduttive. Cominciamo dal ricercare per quale via vengono
messe in luce le leggi matematiche, vediamo cioè qual'è il processo logico che
le rende possibili e che quindi le contradistingue. L'inferenza (1) di cui si
fa uso in matematica, è una vera e propria inferenza sussuntiva? | Ogni calcolo
aritmetico, e quindi ogni specie di calcolo, può essere ridotto ad enumerazione
o ad enumerazione di enumerazioni. Tutto il processo poggia sulla concezione
del tutto quale somma delle sue parti, dell’ universale come risultante da
determinazioni e differenze eguali ed omogenee quantunque distinte e separabili
tra loro. È evidente che in tali casi l’universale non si presenta come un
sistema concreto, per modo che le inferenze da esso emergenti non sì sa se
siano da considerare come correlative dei giudizi, Qui è bene intenderci sul
concetto che ci dobbiamo formare dell’inferenza dipendentemente dal modo come
venne interpretata la natura del giudizio, L'inferenza, come il giudizio, mira
a qualificare la realtà, con questo di proprio che la detta qualificazione non
è immediata, ma mediata nel senso che il contenuto ideale viene riferito alla
realtà in modo indiretto, coll’intermezzo di un altro contenuto immediatamente
qualificativo. Ora com'è mai possibile un tale processo ? Come è mai possibile
il passaggio da un contenuto ideale ad un altro? È possibile, perchè entrambi
questi sono differenzia zioni di un fondo identico, momenti diversi di un unico
universale. E qui va notato che quando sì parla di universale non bisogna
correre con la mente all'universale astratto, alla nota od alla proprietà
comune e ripetentesi in un certo numero di casi, la quale non significa nulla,
ma all’universale concreto, al carattere significativo che, implicando il modo
con cui è connesso con altri caratteri o momenti sì presenta come fattore
generatore della realtà concreta Un esempio dell’universale concepito in modo
siffatto ci vien fornito da talune proprietà delle figure geometriche; dato,
per es. un arco di cerchio, noi abbiamo il raggio, onde possiamo descrivere
tutta la circonferenza; e perchè ciò? Perchè l’arco dato non è semplicemente
ripetuto, ma è continuato secondo la natura propria (universale concreto) della
ovvero come delle inferenze esplicite. Così l'equazione, poichè risulta da una
comparazione di relazioni numeriche astrattamente considerate, pare che
corrisponda al giudizio universale e più specialmente a quello ipotetico : il
che è già sufficiente a porre in evidenza il carattere sintetico o inferenz ale
di essa. Se non che l'equazione non presuppone, non implica nulla, ma distende,
per così dire, in modo completo gli elementi su cui verte l’attività
giudicatrice. Mentre l’ordinario giudizio ipotetico omette o presuppone
l'esistenza di tutte quelle condizioni che o sono ovvie addirittura, o
implicite o completamente inattive, l'equazione, il cui contenuto è omogeneo
appare ipotetica sulla base di detta figura piana, natura propria che regola le
parti e che, quantun que implicata gia nell'arco dato, è nondimeno distinta da
questo. La cosa riuscirà forse più chiara ancora se invece di un cerchio noi
consideriamo un’ellissi, in cui il frammento della curva dato non può essere
soltanto ripetuto senza mutamento nel rimanente della costruzione: vuol dire
che nella curva data vi è qualcosa che può dettare la modalità della
continuazione e completamento di essa. Sicchè noi possiamo definire il giudizio
mediato, o inferenza, come il riferimento alla realtà (entro la sfera di un
dato universale) di determinazioni per l’intermezzo di altre determinazioni
direttamente riferite alla Realtà, ed esprimenti la natura propria dell’universale;
ovvero, come il riferimento di alcune parti alla realtà per mezzo. di altre
parti esprimenti la natura propria di una totalità determinata. Perchè si abbia
l’inferenza è necessario adunque che l’universale si presenti come un sistema
le cui parti siano in necessaria connessione tra loro e che la semplice unità
delle differenze, quale si manifesta nel giudizio, sia sostituita da una
maggiore o minore complessità di determinazioni e da una congiunzione più o
meno articolata di attributi e di relazioni (nelle quali vanno comprese le
relazioni di spazio e di tempo). Cfr. BosanQuET [citato da H. P. Grice,
“Prejudices and prediletions, which become, the life and opinions of H. P.
Grice” --, Logic. un processo intellettuale, o di una sintesi di differenze
esplicite. Noi nel giudizio ipotetico affermiamo la connessione necessaria
esistente tra due termini senza mettere in chiaro la maniera in cui tale
connessione si stabilisca e si generi, senza cioè rondero esplicito nel
processo logico il fondamento o la ragione della connessione: nella equazione
invece o nella combinazione delle equazioni i rapporti tra i varii termini, le
loro proprietà e la loro derivazione vengono tutte messe sott'occhio per modo
che appare evidente il fondamento del loro legame. È per questo che l'equazione
presenta una connessione di ordine inferenziale in modo molto più chiaro che
non l’ordinario giudizio ipotetico. | La combinazione delle equazioni messa in
rapporto con una singola. equazione si presenta poi come la combinazione dei
giudizi messa in rapporto con un singolo giudizio: in entrambi i casì è
pressochè impossibile tirare una linea netta tra l’atto singolo e la
combinazione degli atti. Il ragionamento matematico, stando al Bosanquet, può
assumere varie forme, delle quali le principali sono: quella seriale (per cui è
possibile l’apprensione delle connessioni spaziali e temporali), quella
sostitutiva, quella costitutiva (equazioni costitutive) e quella proporzionale.
Tutte le dette forme hanno questo di comune che non implicano un processo di
vera e propria sussunzione, vale a dire che la conclusione, emergendo da una
relazione quantitativa esistente tra le premesse, ovvero dalle modalità della
funzione costruttrice espressa nelle stesse, non può essere considerata come un
caso particolare compreso nella premessa maggiore, o come un elemento di un’
individualità concreta, ovvero come una determinazione della natura generica
espressa nella detta premessa maggiore. Così nella cosidetta inferenza per
sostituzione Premessa maggiore M = a + br tcr8. Premessa minore S =sMon
Conelusione S =8 at be + cer8 noi abbiamo due connessioni equazionali riferite
ad un identico tutto e quindi atte a dar origine ad un'ulteriore connessione.
Ma M non è, nel caso sucitato, generico, nè S è specifico, nè infine Ja
connessione di S con s (a +bx ecc.) è nota in grazia della connessione o della
subordinazione dello stesso S all’ individualità concreta M. M, non v’ha
dubbio, figura come il centro delle relazioni, come una forma dell’universale
quantitativo che, per così dire, pervade tutta ‘l'equazione, ma da ciò non
consegue punto che .S sia un caso di M piuttosto che M di $S. Insomma la
sostituzione è una conseguenza derivante dall’ identità del tutto con sè stesso
nelle sue varie forme (essendo obbietto del calcolo appunto il ritrovamento di
detta identità), e non un principio di relazione inferenziale. Da tal punto di
vista l’inferenza sostitutiva che merita propriamente il nome di inferenza per
identificazione equazionale, costituisce il fondamento del computo aritmetico e
algebrico. D'altra parte le inferenze esprimenti le connessioni spaziali e
temporali: A è a dritta di B, Bè a drittadi C.-. A è a dritta di C: o A è
anteriore a B nel tempo, B è anteriore a C.*. Aè anteriorea C, sono agli
antipodi della vera sussunzione in quanto esse piuttostochè attribuire ad un
fatto, al reale un contenuto ideale per mezzo della connessione di quest’ultimo
con un altro contenuto ideale direttamente attribuito al reale, esprimono la
maniera in cui si stabiliscono le relazioni spaziali e temporali, esprimono il
modo di procedere della funzione costrpttrice. È se si vuol per forza fare in
tal caso un’inferenza, si deve commettere l’errore di prendere il principio
attivo, l’elemento generatore, o ciò che rende possibili tali inferenze, vale a
dire la funzione mentale che ci dà l’ ordinamento costruttivo spaziale e
temporale e considerarlo come parte del contenuto da cui è tratta la
conclusione, nel qual caso sarebbe da porre come premessa maggiore delle
argomentazioni costruttive un principio suî generis, un principio generale di
costruzione che può essere espresso nel modo seguente: Ciò che è a dritta di
una cosa qualsiasi B è a dritta di ciò, di cui alla sua volta la stessa cosa B
è a dritta, e porre poi come premessa minore tutto il contenuto nell’inferenza
suddetta; giacchè lo costruzioni e le connessioni astratte si riducono a
relazioni sistematicamente necessarie, nelle quali si prescinde pressochè
totalmente dalle qualità caratteristiche dei punti di riferimento assunti come
perfettamente noti e indifferenti (se A è a dritta, ecc. vuol dire che A è un
punto o un corpo nello spazio, altrimenti l’inferenza non avrebbe senso). Le
stesse costruzioni tramutate in inferenze non possono presentare premesse
fornite di prerogative speciali. | Come si vede, in tali casi non vi ha
processo d’inferenza, perchè quella che dovrebbe essere premessa minore è la
pura ripetizione, senza alcuna variazione, di quella che è posta come premessa
maggiore; a ciò si aggiunga che la stessa premessa minore racchiude tutto, per
modo che manca la conclusione. In siffatta inferenza le modificazioni
reciproche delle relazioni sono costruite -nell’atto che si argomenta e non
vengono presupposte nella natura del soggetto reale, a cui si riferisce
l’inferenza. In altri termini l’argomentare non ha per scopo già di rendere
esplicito, di distendere ciò che è già involuto nel soggetto esistente per sè,
ma nell'atto stesso che l’argomentare ha luogo, si costruisce o si forma il
soggetto dell’inferenza. I processi costruttivi spaziali e temporali adunque
non sono dei processi d'argomentazione sussuntiva, ma esprimono in forma ideale
il riferimento reciproco dei vari punti dello spazio e del tempo, riferimento
che è basato sulla identità e continuità dello spazio e del tempo. I processi
delle equazioni costitutive, delle equazioni, cioè, enuncianti i rapporti
numerici esistenti tra le parti componenti determinate totalità presentano due
aspetti. Da una parte figurano come sémplici calcoli o combinazioni di rapporti
simili alle equazioni mediate, o sistemi di equazioni numeriche, le quali non
hanno alcun significato all'infuori di un dato sistema numerico: infatti quando
si stabilisce una proporzione tra due quantità variabili, dando a queste un
valore determinato (coefficiente) per vedere quali modificazioni ne risultino,
è evidente che non vi è premessa maggiore, ma bensì descrizione generalizzata
di un identico tutto in due casi, i quali devono essere attuati rispettivamente
con determinati fattori e l’inferenza consiste nel presentare la costruzione di
un tale tutto appunto rispettivamente sulla base di tali fattori; dall’altra
parte il calcolo, le combinazioni delle equazioni in taluni casi sono ° fatte
in base a certi presupposti, e con regole determinate, onde esse figurano come
mezzi per raggiungere uno scopo definito, il quale poi sì può ridurre alla
determinazione delle proprietà di una data figura nello spazio: così p. es. la
forma spaziale del tipo curvilineo (la curva poi può essere aperto o chiusa,
simmetrica o asimmetrica ecc.) è come il contenuto quasi generico, secondo il
linguaggio del Bosanquet, ovvero l’idea-in base a cui la costruzione di una
particolare figura curva avente proporzioni numeriche, assume proprietà
caratteristiche. L'unità organica o sistematica presentata dalle figure
geometriche, per la quale esistono rapporti definiti tra i vari elementi che le
compongono, è data appunto dal fatto che le dette figure non risultano da un
semplice aggregato di parti, ma dalla coordinazione numericamente proporzionale
di queste. E nell’atto stesso della costruzione di date forme spaziali si
possono venir scovrendo le loro proprietà, ond’esse non figurano come qualcosa
di dato, come un fatto, ma come qualcosa che si vien facendo. In ogni case il
passaggio da una combinazione equazionale numerica alla costruzione
(proporzionalmente corrispondente nelle sue parti) di una data figura fornita
di date proprietà può esser fatto solo in base ad un principio racchiuso nella
natura caratteristica della detta figura quale emerge dalle qualità
fondamentali dello spazio . È chiaro che col fare entrare in campo l'elemento
del tempo e quindi col rappresentare il movimento come una lunghezza e col
riguardare le nozioni astratte di forza e di massa come elementi determinanti
in modo correlativo il movimento, noi abbiamo tutti gli organi del puro
meccanismo e della scienza costruttiva astratta. Fu detto dal Lotze che
l’inferenza proporzionale costituisce l’ultimo limite della conoscenza e che
presenta un carattere perfettamente sussuntivo: ora ciò non è esatto fin tanto
che essa non esce dal campo del calcolo puro e semplice (2:4::3:%.0.x=6),
poggiando in tale caso sopra un rapporto inerente ad un dato sistema numerico.
Nè vale a provar. niente al di fuori di questo. Quando per contrario si applica
alla determinazione di un contenuto concreto, di una individualità definita,
allora essa non ha valore e significato per sè, ma l’acquista dal fine a cui
serve o dall’obbietto a cui si riferisce, o infine dai presupposti su cui si
eleva. La proporzione non definisce, ma mette in maggior evidenza, determina,
fissandoli quantitativamente, misurandoli, i caratteri dell’individualità, le
qualità del sistema o della totalità concreta dopo che ne è nota per altra via
la loro natura, ovvero accenna ad esse perchè la conoscenza ne sia completata
con mezzi più appropriati. Noi possiamo dire che la proporzione acquista tutto
il suo valore dall’eterogeneità dei suoi termini, in quanto questa implica
sempre l’esistenza di un sistema speciale di relazioni e di connessioni. La
detta eterogeneità dei terminidella proporzione può essere di varie sorta,
secondochè i due obbietti comparati sono o no misurabili con un’identica unità,
ovvero uno dei due è misurabile e l’altro no, ovvero infine nessuno dei due è
misurabile; nel quale ultimo caso non è più a parlare di proporzione, ma di
analogia o di sussunzione, mentrechè nei casi antecedenti si hanno varie forme
e combinazioni. di giudizi ipotetici, i quali rappresentano i veri punti di
passaggio dalle forme astratte d’infevenza a quelle concrete (4). Le leggi
costruttive hanno adunque questo di proprio che sono leggi funzionali in quanto
esse non vengono estratte da ciò che esiste, da ciò che è dato, ma indicano le
maniere in cui la mente opera in date circostanze. L'universale concreto in
base a cui avvengono i nessi tra gli attributi espressi nelle leggi è attivo
nella mente e viene attuato mentre si enunciano le dette leggi: non è qualcosa
che esiste per sè di rincontro alla mente. Pertanto in esse vanno comprese
tutte le leggi riguardanti il pensiero, la emotività e la volontà umana in
azione. Le leggi logiche fondamentali, le leggi etiche, estetiche ecc. non
esprimono il modo di comportarsi di cose esistenti al di fuori del soggetto,
non sono ricavate da fatti, ma esprimono le maniere in cui i fatti vengono
disposti, ordinati, appercepiti dal punto di vista logico, estetico ed etico.
Siffatte leggi non possono essere ricavate da principii generali in cui siano
come contenute, perchè questi principii non potrebbero essere che le funzioni
dello spirito umano, le quali, messe in azione, determinano appunto le leggi
logiche, estetiche ed etiche. Le dette funzioni dell'anima umana espresse o
tradotte in termini intellettivi, separate dal fatto e idealizzate (guardate
nella loro intelligibilità o possibilità, nel loro was) costituiscono appunto
le leggi logiche, estetiche ed etiche. Onde consegue che questa prima classe di
leggi leggi funzionali o costruttive da una parte non sono induttive, in quanto
(1) Cfr. BosanQuET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which
become the life and opinions of H. P. Grice” -- non vengono ricavate da fatti e
dall’esperienza, e dall'altra non sono deduttive i in quanto non vengono
ricavate da principii generali o da individualità, sistemi o totalità date. Ciò
sarà più evidente in seguito quando avremo parlato delle varie forme di
sussunzione. Qui notiamo che va fatta distinzione tra le leggi emergenti da un
dato fatto estetico o da un dato sistema scientifico o da un complesso di fatti
psicologici occupanti un determinato punto deilo spazio e del tempo le quali
possono essere deduttive o induttive secondo che sono state ottenute prendendo
le mosse dall’universale, ovvero dalle determinazioni particolari di questo e
le leggi che indicano per così dire la via tenuta dalla | psiche nelle sue
principali funzioni. Queste leggi sono stabilite ed enunciate nell’ atto stesso
che vengono formati i principii da cui dovrebbero essere ricavate, principii
che sono come l’espressione intellettuale delle PHAGIPLI funzioni dello spirito
umano.Le leggi analogiche che si potrebbero anche chiamare leggi morfologiche o
leggi classificative, sono quelle per mezzo di cui unoggetto o un caso
particolare è reso intelligibile, facendolo rientrare in una data classe e
quindi descrivendolo, caratterizzandolo. Descrivere e classificare sono atti
che. s’'implicano e si completano a vicenda: io in tanto classifico in quanto
descrivo e viceversa in tanto descrivo in quanto classifico, in quanto faccio
rientrare il particolare nell’ universale, in quanto guardo il nuovo, l’ ignoto
attraverso il noto. È vero che d’ordinario si fa distinzione tra i giudizi
propriamente descrittivi (i quali, si dice, hanno per predicato un aggettivo
esprimente una proprietà, un attributo del soggetto) e quelli esplicativi (i
quali, si dice, hanno per predicato un sostantivo più generale, nella cui
estensione è comprese il soggetto), ma in sostanza tale distinzione è soltanto
grammaticale, giacchè nel secondo caso il predicato-sostantivo è adoperato in
un certo senso aggettivamente come nel primo il predicato aggettivo è adoperato
in un certo senso sostantivamente : in entrambi i casi, infatti, il predicato
ha l'ufficio di far appercepire, di rendere intelligibile il soggetto, in
entrambi i casi cioè il predicato è un contenuto ideale atto a qualificare il
reale quale si presenta nel soggetto grammaticale. Del resto fu già notato da
altri che tale processo classificativo del pensiero può presentare parecchi
aspetti, pur conservandosi uno nel fondo: così esso può avere una doppia
direzione, cioè o va dalla nuova (attuale e singolare) alla vecchia
rappresentazione (generica, o schematica o classe) e in tal caso la seconda è
riconosciuta e affermata come un carattere della prima (giudizio analitico);
oppure va dalla vecchia alla nuova, e questa apparirà come una particolarità
novella della prima (giudizio sintetico). Che il giudizio classificativo
(assuma la forma propriamente classificativa o quella descrittiva o quella
storica), sia sempre uno nel fondo viene provato anche da questo che le scienze
così dette classificative sono descrittive e storiche insieme: così la così
detta Storia naturale comprende la Zoologia, la Botanica, la Mineralogia, le
quali sono eminentemente classificative e descrittive: non vogliamo con ciò
affermare che tali scienze non siano anche esplicative, su che ebbe già a
richiamare l’attenzione il Wundt, ma esse sono esplicative, perchè sono insieme
genetiche e morfologiche, perchè, cioè, classificano e descrivono gli obbietti
naturali, ricercandone la evoluzione. Le leggi analogiche adunque sono della
più grande importanza in quanto rendono possibile l’apprensione ordinata delle
cose, in quanto rendono intelligibili gli obbietti, facendoli rientrare in date
classi e in quanto, ciò facendo, mettono in evidenza l'affinità, lo svolgimento
e la genesi dei vari ordini di realtà. Vanno considerate come una categoria a
parte di leggi in quanto uno è il processo di loro formazione processo logico
detto dell’analogia e della verosimiglianza, il quale consiste nel conchiudere
dacchè parecchi oggetti e fatti si somigliano in alcuni punti, che si
somigliano probabilmente anche in altri punti, L’analogia ha questo di proprio’
che la sua conclusione non è fondata sul numero dei casi in cui i suoi termini
(il soggetto e il predicato) si presentano connessi, ma è fondata sull'esame,
sull’analisi e quindi sulla valutazione dei caratteri riscontrati connessi in
un gran numero di casi; analisi e valutazione che è fatta col ricercare ciò che
i detti oggetti e fatti presentano di comune, col ricercare le proprietà e gli
attributi, i quali, qualificando entrambi, valgono a mettere in evidenza la
loro vera natura. Ora se tutti i giudizi potessero essere considerati come
reciproci l'analogia diverrebbe ipso facto un’ inferenza da condizione a
condizionato, come è inferenza da condizionato a condizione: due antecelenti
che hanno ùn medesimo conseguente devono essere intimamente connessi tra loro
ecc. è la formola esprimente l'analogia qual'è realmente, mentrechè la formola
due antecedenti che hanno un merlesimo conseguente devono essere conseguenti di
un medesimo antecedente, per il che devono coincidere , rappresenta l'ideale a
cui tende l’argomentazione, ma che essa per sè è impotente a raggiungere. Se il
fatto di riscontrarsi i medesimi caratteri in A e B non basta a provare che A
sia specie e B genere o viceversa, indica però sempre che tra loro vi deve
essere una correlazione e una corrispondenza ; sicchè se non potremo attribuire
a B il carattere M potremo attribuirgliene un analogo M'; si ha così la
proporzione: A: B= B:M Il carattere M' figura come il prodotto di ciò per cui A
coincide con B (appartenendo ad un medesimo genere) e di ciò per cui ne
differisce. Ha ragione pertanto il Drobisch di considerare l’analogia come il
mezzo con cui vengono messe in evidenza le corrispondenze, le umologie e le
analogie esistenti tra specie congeneri, coordinate quindi tra loro e
subordinate ad un genere superiore comune, come îl mezzo con cui viene posto in
luce il differenziarsi di un'identità fondamentale sistematica, l’unità
morfologica di un dato sistema e l'ordinamento esistente nei vari ordini di
reali, i cui ritmi di attività mentre si corrispondono tra loro, sono d’altra
parte contenuti in un ritmo superiore generale. Così un naturalista che ha
scoperto in una specie animale o vegetale un dato carattere, p. es. un certo
organo, non attribuisce ad un'altra specie congenere alla prima l’identico
carattere, ma piuttosto uno analogo 0, come si dice, omologo, cioè tale che
raccolga in sè la natura del genere e risponda insieme alla particolare natura
della specie. Il valore del ragionamento per analogia dipende da due
condizioni: 1° che tra i caratteri simili e il carattere che si tratta di
attribuire ad una delle due cose comparate esista un rapporto naturale e non
una semplice coincidenza fortuita : 2° che le due cose comparate non
differiscano per caratteri tali che ogni analogia riguardante il carattere che
si tratta di attribuire ad una di esse sia allontanata dal bel principio. Come
si vede, la validità dell’analogia poggia tutta sull’importanza attribuita ai
vari caratteri e sul rapporto esistente tra le note comuni e quelle differenti,
sempre in ordine ad importanza: pertanto il nodo della questione sta tutto qui,
sul fondamento e sui limiti di applicabilità del nostro giudizio apprezzativo
circa l’importanza dei caratteri di dati oggetti. Vi fu chi affermò che il
rapporto tra i caratteri simili e quelli differenti (base della validità dell’analogia)
fosse rapporto puramente numerico : in tal caso l'analogia sarebbe stata più o
meno valida secondochè fosse preponderante la somma dei caratteri comuni,
ovvero quella dei caratteri differenti, tenuto conto della conoscenza totale
che noi abbiamo delle proprietà degli oggetti in questione. Ma ognuno vede che
la validità dell’ analogia non può dipendere dal numero, bensì dalla qualità
dei punti di somiglianza, i quali derivano il loro significato dalla loro
relazione col sistema totale di cui fanno parte. Ed il sistema non può essere
ridotto ad un aggregato di parti indifferenti, giacchè queste, per l'opposto,
hanno un valore differentissimo dipendentemente dai reciproci rapporti in cui
si trovano. Chi è pratico dei processi analogici, i quali rendono possibile la
classificazione morfologica degli obbietti naturali, sa benissimo che essi
poggiano non sulla enumerazione, ma sulla valutazione dei caratteri: già non si
avrebbe un’unità di misura per enumerare i caratteri, e poi che cosa vorrebbe
dire un punto di identità o di somiglianza ? come si farebbe a circoscrivere i
limiti dell'identità e della somiglianza ? | L'analogia non è fondata proprio
sulla identità, ma sulla corrispondenza dei caratteri, e sulla importanza ad
essi attribuita, corrispondenza ed importanza che possono essere scoverte,
basandosi sopra un insieme di considerazioni di ordine diverso, le quali però
mirano sempre a ricercare la connessione in cui si trovano i caratteri in
questione con tutto il sistema degli organi che rendono possibile la vita
dell'individuo, mirano cioè a ricercare l’ ufficio a cui gli stessi caratteri
adempiono e a tracciarne la genesi e lo svolgimento. Chi dice analogia dice
comparazione dei caratteri in owdine alla loro importanza ; e chi dice
comparazione in tal senso dice ricerca del significato che i detti caratteri
hanno per la vita dell'individuo. Dall'altra parte chi dice determinazione
della corrispondenza csistente tra i caratteri di due specie, dice esame del
molo di funzionare e di operare, esame dell’ ufficio degli stessi caratteri e
insieme indagine della loro genesi e sviluppo. spaziale possono essere ridotti
a sillogismi, il cui termine medio (il fine da raggiungere) determina il
rapporto degli estremi. In ordine alle costruzioni meccaniche è stato notato
che esse non acquistano la loro consistenza dall'ufficio a cui servono, giacchè
questo è qualcosa di aggiunto, col che si vuol dire in sostanza che una
costruzione meccanica è qualcosa d' indipendente dalla sua funzione, tanto è
ciò vero che essa può e non può compiere la detta funzione, la può compiere più
o meno bene, e può anche essere incapace di compierla affatto: tuttavia la
macchina è sempre un prodotto necessario delle forze o leggi meccaniche che la
rendono possibile ed esiste come tale in ogni caso. Da ciò conseguirebbe poi
che i rapporti dei vari elementi componenti la macchina sarebbero qualcosa di
necessario e di fatale ed andrebbero formulati per mezzo di leggi costruttive,
piuttostochè sussuntive. Ora noi osserviamo che l'ufficio, la funzione della
costruzione meccanica è tale elemento essenziale alla sua struttura che non può
in alcun modo esser considerato come un epifenomeno : l’individualità, vale a
dire la ragione d'essere della macchina non è riposta tutta nello scopo che
essa deve raggiungere? Le forze o leggi meccaniche per sò prese sono
un’astrazione, sono un prodotto dell'analisi scientifica; nella realtà sono
sempre combinate dall’intelligenza “umana in vista di un fine, il quale non
solo contribuisce ad accrescere la consistenza del fatto meccanico puro e
semplice, ma gli dà realmente valore e significato. Del resto ognuno comprende
che tra una macchina, la quale risponde ad uno scopo che questo poi sia o no
raggiunto in modo completo, poco importa ed una composizione qualsiasi di forze
meccaniche corre un divario essenziale in quanto quella forma un tutto, un
sistema che ha la sua ragione determinante nella funzione, mentrechè la
semplice composizione di forze nei suoi rapporti necessari si rivela
completamente inorganica. Possiamo d'altra parte affermare che tutte le leggi
teleologiche vadano confuse insieme, possiamo cioè dire che il procedimento per
cui vengono enumerati i rapporti esistenti tra i termini di un sistema sia
sempre uguale? Noi crediamo che a tal proposito vada fatta distinzione tra gli
scopi e le maniere di raggiungerli dettati dall’ esperienza e dall’osservazione
che col Masci si potrebbe chiamare passiva, e gli scopi e le maniere di
raggiungerli dettati dalla osservazione attiva. Le prime si potrebbero chiamere
leggi finali empiriche o a posteriori, perchè fondate su rapporti empirici; le
altre si potrebbero chiamare leggi finali a priori, perchè fondate su
determinazioni primitive della nostra attività spirituale. Quelle non implicano
nessun grado di assolutezza nel senso che ì relativi sistemi sono fatti forniti
solo dall'esperienza e quindi aventi un valore contingente: le altre invece
sono assolute, perchè si riferiscono a sistemi inerenti alla natura umana. Le
leggi finali empiriche sì riferiscono a sistemi che vengono costruiti da noi
con materiali forniti dell’ esperienza e in virtù di scopi suggeriti del pari
dalla pratica della vita: le leggi finali a priori si riferiscono per contrario
a sistemi ideali formati da noi per rispondere ad esigenze interiori e profonde
del nostro essere, indipendentemente dalla convalidazione dell'esperienza
esterna. Tali leggi finali, anzi, lungi dall’ essere ricavate dall’ esperienza,
servono a regolarla. I rapporti morali, logici, estetici e matematici sono
inerenti a sistemi aventi il loro fondamento e la loro radice nella
costituzione, nella natura propria dello spirito umano e non nell’ esperienza
esterna, ond’è che il fine logico, morale, estetico e matematico non può esser
raggiunto che nella maniera suggerita dalla stessa natura dello spirito, al di
fuori della quale maniera non è più a parlare di funzione conoscitiva, morale
ecc. Le suddette leggi teleologiche mostrano pertanto la loro base categorica a
preferenza di tutte le altre. E a tale proposito giova notare che le
costruzioni meccaniche in tanto appaiono in modo evidente sistematiche in
quanto sono come a dire incorporazioni di leggi matematiche. Le leggi finali
empiriche possono essere ridotte alla formula seguente : Dato un sistema
cosiffatto, vi deve essere questo rapporto determinato tra i suoi elementi: ora
in tal caso il sistema presentato è un dato dell’ esperienza, che potrebbe
anche non esseré o essere differente, perchè non risponde a nessuna necessità
intrinseca ; per contrario la formula delle leggi finali a priori è: L'anima
umana è cosiffatta che non può non produrre il tale sistema (logico, etico,
estetico e così via) con questi rapporti ecc.: è evidente che in questo caso
non si ha a che fare con qualcosa che può e non può essere dato, e che può essere
dato indifferentemente in un modo piuttosto che in un altro, ma si ha a che
fare con ciò che è inerente all’anima umana in generale, tolta la quale non
rimane più nulla. Conclusione: le leggi finali empiriche sono contingenti,
perchè fondate su dati empirici, mentrechè le leggi finali a priori sono
assolute, perchè fondate su funzioni del soggetto. Noi dicemmo che le leggi
deduttive o sussuntive sono quelle derivate dall'analisi di un sistema. Ora è
evidente che il cosìdetto sillogismo disgiuntivo non può non figurare come uno
dei processi atti a darci le suddette leggi, secondo la formula: A è o B o C, A
non è B, .-. A è C, ovvero A è B.'. A non è C. Recentemente però Bradley e
Bosanquet hanno osservato che mentre la disgiunzione è l'espressione più completa
e perfetta del grado di chiarezza e di determinatezza a cui può giungere la
conoscenza umana, in quanto essa esaurisce il contenuto di un sistema, di una
totalità, mostrandone le varie parti e il modo in cui queste si articolano tra
loro (e a tal proposito va notato appunto che ogni congiunzione si può ridurre
a disgiunzione, giacchè una volta che vengono assegnate con esattezza e
precisione la condizioni sotto cui ciascuna determinazione è attribuibile al
soggetto reale, rimane esclusa ogni altra determinazione che non possa essere
compresa nella prima per la contradizione che nol consente), dall'altra parte
la disgiunzione stessa è tutta racchiusa nella premessa maggiore del sillogismo
disgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale: quando, infatti, la
detta premessa disgiuntiva è bene determinata nelle sue varie parti, e nelle
relazioni intercedenti tra gli elementi, essa contiene tutto quello che
verrebbe detto nella premessa minore e nella conclusione, le quali così sono
ripetizioni superflue e quindi inutili. Il sillogismo disgiuntivo della logica
formale è valido soltanto nelle disgiunzioni per ignorantiam o in quelle
relative ad un punto del tempo, nei quali casi la premessa minore vale a
risolvere un dubbio relativo ad un membro di un’alternativa o ad affermare
l’esistenza di questo in un dato momento: ma dette disgiunzioni lungi dal
significare l'organizzazione vera di un sistema, hanno la loro origine in una
condizione accidentale riguardante l’attività conoscitiva di chi parla e ragiona
in un dato . periodo di tempo. In sostanza il concetto del Bosanquet è questo :
la conoscenza umana, specie la conoscenza scieatifica, non verte sui fatti, ma
sui concetti dei fatti: ora che cosa vuol dire ciò? Che l'ideale della
conoscenza è quello di apprendere le possibilità di fatti, val quanto dire le
condizioni in cui gli eventi reali possono aver luogo, tanto è ciò vero che la
legge, la quale enuncia il modo di agireti una data sostanza non afferma in
alcun modo l’azione attuale della detta sostanza sopra un organismo ; e che
cos'altro fa la disgiunzione se non porre, sott'occhio tutte le possibilità,
tutte le determinazioni (con le loro condizioni) che può presentare un
universale concreto? In vista di ciò appunto la disgiunzione rappresenta la
forma più perfetta e completa della conoscenza. Ci sia lecito fare alcune
osservazioni : Anzitutto non vediamo perchè si debba destituire di ogni valore
il sillogismo disgiuntivo, secondo l’intende la logica tradizionale, il quale
adempie ad uffici importanti nella conoscenza umana. La cognizione perfetta, la
cognizione strettamente disgiuntiva rappresenta un ideale a cui l'intelletto
tende ad avvicinarsi senza poterlo mai raggiungere, specie nelle conoscenze
riflettenti la realtà esterna, il dato dell’esperienza; e la vita della
conoscenza reale ed effettiva è riposta appunto in tale processo di
approssimazione indefinita, giacchè ammesso pure che possa l’uomo giungere a
racchiudere tutto in una disgiunzione completa, con ciò verrebbe a scomparire
l’attività conoscitiva. Ma su ciò torneremo or ora: diciamo piuttosto che il
sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale esprime un
momento interessante del processo conoscitivo, giacchè oltre la conoscenza per
concetti vi è quella di fatti (conoscenza storica), in cui la determinazione
del tempo ha un'importanza speciale. Ma il sillogismo disgiuntivo oltrechè
esser valido a definire la realizzazione di un contenuto ideale nel tempo, vale
anche a determinare quale di parecchie anticipazioni fantastiche, di parecchie
possibilità ipoteticamente enunciate trovi il suo riscontro nella realtà. Che
il dominio del possibile sia più vasto del reale nessuno vorrà negare: onde la
necessità di limitare quello per mezzo di quest’ultimo. Nè vale il dire che la
disgiunzione per ignorantiam rappresenta un fatto accidentale, ‘ transitorio,
perchè d'origine subbiettiva, giacchè, non esistendo l’onniscienza, la suddetta
disgiunzione per ignorantiam figura come un processo inerente essenzialmente ed
organicamente alla funzione conoscitiva. Poi, il sillogismo disgiuntivo quale
viene ammesso dai citati filosofi inglesi è ammissibile? Per rispondere a tale
quesito occorre vedere quali siano ì presupposti su cui esso sì fonda; esso
nientemeno presuppone che sia conosciuto il principio informatore con tutte le
sue possibili determinazioni di un dato ordine di reali, presuppone la
conoscenza completa di tutte le differenziazioni possibili di una qualità, il
cui contenuto deve essere completamente esaurito. Ognuno vede che un tal genere
di onniscienza che è la conditio sine qua non della disgiunzione se è
conseguibile nelle conoscenze formali, nei processi razionali (logica, calcolo
ecc.) e in tutti quei fatti che hanno la loro radice nella natura propria del
nostro spirito, in quei fatti che sono prodotti da noi, appare un sogno nelle
conoscenze riferentisi alla realtà empirica. Inoltre le differenziazioni del
dato appaiono come fatti, i quali non possono essere derivati razionalmente
l'uno dall’altro in forza di uno stesso principio, non possono cioè essere
riguardati come variazioni necessarie di una stessa qualità: noi, infatti,
possiamo ben dire che di triangoli non ve ne possono essere che di tre specie,
equilateri, isosceli, e scaleni, ma non possiamo dire che di colori non ve ne
possono essere necessariamente che sette, o cinque o tre. Il fatto è che la
disgiunzione in tanto è applicabile alla conoscenza della realtà, in quanto è
applicabile la matematica. E come questa è valida a formulare i fatti nel modo
più esatto, senza dar la ragione di ciò che avviene, così la disgiunzione
enuncia, illustra i fatti, ma non li spiega: e quand anche nel sillogismo
disgiuntivo vengano espresse tutte le condizioni determinanti i vari termini
dell’alternativa, le stesse condizioni non emergono mai dalla disgiunzione, non
emergono cioè mai dalla necessità inerente al sistema di determinarsi
assolutamente in una di quelle maniere esclusive tra loro. Perchè ciò
avvenisse, bisognerebbe che noi fossimo al caso di dedurre in maniera razionalmente
necessaria da una data qualità empirica le sue varie determinazioni,
bisognerebbe non soltanto che l'universo fosse qualcosa di eminentemente
razionale, ma che noi fossimo come a dire nel centro dell’universo da essere a
parte del suo ritmo e processo evolutivo. Pertanto la disgiunzione più completa
non può servire che a formnlare e ad illustrare in modo preciso ciò che noi per
altra via già conosciamo. E che il processo disgiuntivo per sè sia
insufficiente a darci una definizione reale o radicale, vien provato da questo
che quando esso è praticato mena a definizioni imaginarie (non riferentisi a
obbietti reali). Le divisioni stesse in tal caso o hanno il loro fondamento in
preconcetti che già esistono nella mente di chi fa la divisione, ovvero appaiono
puramente arbitrarie. Riassumendo, in ordine al sillogismo disgiuutivo pos-.
siamo dire che esso quale viene inteso dal Bradley e dal Bosanquet, vale a dire
come contenuto tutto nella premessa maggiore del sillogismo disgiuntivo della
logica tradizionale, trova un'applicazione giustificata solo in quei casì in
cui è il nostro spirito che dà origine a prodotti razionali compiuti, a
costruzioni ideali, delle quali poniamo noi i principii informatori e noi
stessi razionalmente (indipendentemente dall'esperienza) deduciamo le
variazioni di cui i detti principii sono suscettibili. Bisogna tener fisso in
mente che il giudizio-sillogismo disgiuntivo può essere adoperato solo quando è
completamente nota la natura propria di un essere, di una qualità, per modo che
si sa entro quali limiti la qualità, l'ente deve necessariamente variare,
varcati i quali limiti, non si ha più quell’ ente, quella qualità. E non basta;
occorre che ciascuna determinazione sia tale che, spe ha luogo, non lasci posto
alle altre. Come si vede, siffatte condizioni si possono verificare solo in ciò
che è opera nostra, in ciò che facciamo noi e di cui conosciamo, per così dire,
l'intimo meccanismo. Il mondo della conoscenza in genere, ed un dato sistema di
conoscenze circoscritto nello spazio e nel tempo, il mondo etico e una data
condotta morale, il mondo estetico ed una data opera d’arte, il mondo religioso
ed una data religione, l'ordine politico sociale in genere e un dato
ordinamento politico-sociale, ecco i campi in cui può avere un uso fecondo il
sillogismo-giudizio disgiuntivo: e perchè? Perchè in base alla conoscenza che
abbiamo delle diverse funzioni della coscienza umana possiamo determinare le
diverse maniere in cui ciascuna di esse si può, anzi sì deve estrinsecare e
possiamo anche precisare i modi in cui ciascuna estrinsecazione può alla sua
volta variare. Ma possiamo far ciò anche in modo completo? Il
sillogismo-giudizio disgiuntivo può avere un uso illimitato nel campo dello
spirito? A tale domanda dobbiamo subito rispondere negativamente, giacchè noi
crediamo che la causalità psichica non implicando equivalenza dei termini causa
ed effetto, sia regolata dalla legge generale detta dell’aumento
progressivamente indefinito dall'energia spirituale: onde consegue che è
assolutamente impossibile racchiudere nella formula disgiuntiva tutte le
possibili manifestazioni dell'attività spirituale e tutte le possibili
ulteriori determinazioni di ciascuna di dette manifestazioni. Perchè la
coscienza umana potesse costruire intellettualmente il mondo per mezzo di una
disgiunzione, bisognerebbe che essa fosse, come diceva Lotze, nel cuore della
realtà, bisognerebbe che il dato non fosse dato, vale a dire che non fosse, o
che fosse riducibile a pura forma, ma questo è un sogno: già per poter applicare
la formula disgiuntiva occorre bene che vi sia qualcosa, che vi sia il reale a
cui applicarla: e questo reale, questo qualcosa questo dato non potendo essere
ottenuto mediante la disgiunzione da un sistema d’ ordine superiore, sfugge
alla disgiunzione, per modo che quest’ultima viene a figurare in ultima analisi
come qualcosa di formale che per sè altro non può fare che illustrare,
enunciare ciò che già esiste: ma perchè ciò che esiste possa essere in tal
guisa illustrato occorre che sia contenuto nella sua totalità (anche
virtualmente) nella mente di chi pensa: ora la realtà, per la mente umana
almeno, non è riposta in qualcosa di idealmente finito, di compiuto, ma in un
processo in cui si notino solo dei punti di arresto o di concentramento, dei
nodi di svolgimento che sono via via sempre sorpassati. Che la struttura logica
dell’ universo non metta capo in ultima analisi in un giudizio-sillogismo
disgiuntivo vien provato anche da questo, che non ogni concetto generale consta
degli stessi elementi dei concetti specifici più vicini ai reali concreti e
particolari (di attributi schematicamente rappresentati entro i limiti di loro
variabilità); per contrario le astrazioni più generali si mostrano a volte
sfornite completamente di note che esistono nelle specie subordinate, nel qual
caso le dette astrazioni generali figurano piuttosto come un gruppo di leggi o
di condizioni riferentisi ai fatti concreti, che come note inerenti ai sistemi
od individualità d'ordine più esteso ed elevato. Ciò che sopratutto non va
dimenticato è che va fatta distinzione tra la possibilità o l’idealità estratta
dall’esperienza e la possibilità che si potrebbe chiamare capacità funzionale :
la prima presuppone sempre l’esperienza e non è mai completa in modo da poter
essere racchiusa in una formula disgiuntiva, mentre l’altra che esprime il
nostro potere, la nostra facoltà, è indipendente dall'esperienza, è completa
potenzialmente nelle sue parti e può all'occorrenza essere espressa per mezzo
di una disgiunzione. La prima possibilità è rappresentativa o passiva, l’altra
è facoltativa o attiva: la prima mentre è fondata sull'esperienza non è
realmente attuale; è puramente ideale, proviene dal di stacco del was dal dass
ed esiste nella intelligenza e per opera della stessa; l’altra che ha le sue
radici nella nostra vita interiore e che implica l’ unione del was col dass, è
sentita come capacità, come forza interna che può tramutarsi in atto
dipendentemente dal nostro volere. Che concetto dobbiamo avere della conoscenza
in genere considerata nel suo insieme? ecco il problema fondamentale a cuì sì
cercò di preparare una soluzione per” mezzo dello studio evolutivo nelle varie
forme di conoscenza. Il primitivo problema ne ha fatto subito sorgere degli
altri e prima di tutto questo: È possibile una morfologia della conoscenza, è
possibile cioè determinare l'affinità e lo sviluppo organico delle varie forme
di conoscenza per modo che queste figurino come parti essenziali di un unico
tutto, come vari rami svolgentisi da un unico tronco? L'espressione vita del
pensiero ha soltanto un valore metaforico, o ne ha uno reale? E poi l’altro: In
che si differenzia la morfologia della conoscenza o la unificazione organica
delle sue varie forme dalla genesi psicologica di queste ultime? Ora a
quest’ultima domanda si può rispondere subito coll’osservare che la genesi
psicologica ha il suo fondamento nel corso dei fatti interni quale è
determinato da contingenze subbiettive ed accidentali e quindi variabili da
soggetto a soggetto, mentrechè la morfologia della conoscenza ha la sua base
nelle tappe che attraversa e nel ciclo che descrive il pensiero in genere a
contatto dei vari ordini di realtà, o, diremo meglio, ha la sua radice nelle
diverse maniere in cui la realtà viene determinata non da questo o quel soggetto,
ma da tutti i soggetti ben pensanti, onde è resa possibile la comunicazione
reciproca tra gli uomini e la loro solidarietà intellettuale. La genesi
psicologica rappresenta il mezzo, l’istrumento, la via che tiene l’anima per
arrivare allo scopo finale, che è appunto la qualificazione del reale nelle sue
varie modalità, quali vengono appuntodescritte dalla logica evolutiva o
morfologia della conoscenza. Circa la questione se sia possibile la morfologia
della conoscenza osserviamo che se, tenendo presenti i vari ordini di
conoscenza, noi riusciamo a descrivere il passaggio evolutivo dall'uno
all’altro, senza che alcuna discontinuità appaia, e se nello stesso tempo noi
riusciamo a rintracciare un unico principio evolutivo fondamentale che figuri
come il filo conduttore, o come il leitmotiv atto a guidarci attraverso le
molteplici variazioni, considerate in tal caso quali emergenze di un fondo
identico e permanente, allora non vi ha dubbio che noi siamo autorizzati ad
ammettere una vera e pr opria scienza logica evolutiva. Ora l'escursione,
comunque rapidamente fatta di sopra, attraverso i varii dominii della
conoscenza ci ha messo da una parte nella condizione di osservare che le forme
logiche sono intimamente connesse tra loro, in guisa che a volte riesce sommamente
difficile delimitare in modo netto e preciso ciascuna di esse, e dall'altra ci
autorizza a riconoscere ed a formulare il principio fondamentale che regola lo
sviluppo della conoscenza. Questo invero può essere enunciato come la tendenza
ad obbiettivare, ad esprimere in forme definite e insieme significative (atte,
cioè, ad agire in modo identico ed a suscitare quindi una medesima reazione in
tutti i soggetti), ciò che dapprima è percepito in modo vago ed indistinto,
come il bisogno e l’esigenza adunque di qualificare, di caratterizzare, di
definire ciò che a bella prima si rivela come qualcosa d’ indeterminato. La
conoscenza adunque non è un epifenomeno, non è qualcosa di sopraggiunto o di
secondario, ma un elemento essenziale ed integrale della realtà. Già non si
arriva quasi nemmeno a immaginare che cosa mai diverrebbe la realtà sfornita
della conoscenza e quindi del potere obbiettivante e determinante proprio del
pensiero: il contenuto della vita non venendo in alcun modo fissato in forma
stabile sarebbe come non esistente, perchè svanirebbe continuamente coll’attimo
fuggente. Pertanto la conoscenza quale mezzo di fissazione del reale implica
sempre universalizzazione e insieme determinazione, implica sempre il
ritrovamento dell’essenza, ovvero della legge in genere, giacchè questa fu
appunto da noi altrove definita come La nozione di legge nel 1° volume di
questi Saggi. l'espressione di ciò che vi ha d' intelligibile nell’universo.
Dal che sì deduce che il giudizio vero e proprio equivale alla legge presa in
senso generale e che l’evoluzione della conoscenza deve coincidere con
l’evoluzione della legge . Ed invero qualsiasi giudizio, in quanto giudizio, è
necessario ed universale: ogni giudizio ha l'ufficio di comprendere il
particolare nell’universale e di interpretare quello con questo. Una volta
formulato un giudizio, esso è quello che è, e permane identico attraverso tutti
i mutamenti del contenuto obbiettivo, del tempo ecc. È per mezzo della funzione
giudicatrice che le cose vengono considerate sub specie ceternitatis. Il
giudizio, è bene tenerlo a mente, non rappresenta una copia e forse nemmeno una
semplice trascrizione ‘della realtà in termini ideali, ma un modo di fissare la
realtà o il modo di avere una particolare visione di essa. Come si vede, la
legge in genere non presenta caratteristiche fondamentalmente differenti da
quelle del giudizio; e le note differenziali d’ ordinario ammesse (come
l’immutabilità delle connessioni espresse dalla legge e quindi la prevedibilità
del corso degli eventi) non valgono a caratterizzare la legge in genere, ma una
specie di leggi, quelle che sono state dette leggi naturali, riducibili per la
più parte a giudizi ipotetici. Ora è evidente che non vi è alcuna ragione di
limitare la denominazione di legge alla sola legge naturale; nè d'altronde è
possibile considerare, come si vide a suo luogo, la legge espressa dal giudizio
ipotetico come qualcosa di completo in sè stesso e di per sè stante, giacchè
essa trae sempre seco necessariamente la significazione o almeno l’accenno al
sistema rispetto a cui i termini del giudizio ipotetico figurano come parti di
un unico tutto e quindi in necessaria dipendenza ira loro. Non è lecito adunque
staccare una forma della conoscenza dalle rimanenti, considerarla per sè, prescindendo
dalle intime connessioni che presenta colle altre e dare ad essa anche un
valore ed un significato caratteristicu o sui generis. In ogni caso se una
differenza si vuol mantenere tra legge e giudizio occorre dire che la prima è
il giudizio divenuto complicato nel senso che l'ordine o la sfera di realtà,
avendo perduto la primitiva semplicità e indeterminatezza, può esser
qualificata soltanto con molteplici riserve, per modo che il tutto primitivo è
scomposto e analizzato nelle sue parti di cui vengono messi in evidenza i
necessari rapporti. Non abbiamo bisogno di spendere’ molte parole per
dimostrare ora che l’evoluzione dei giudizi coincide con quella della legge. Le
varie classi di leggi da noi studiate possono essere aggruppate in tre
categorie, leggi quantitative, leggi causali, leggi normative o funzionali; ora
a tali tre categorie corrispondono appunto le forme di giudizii e d’inferenze
dette rispettivamente enumerativa, ipotetica, concreta sistematica o
disgiuntiva. Tutte le leggi in quanto sono la trascrizione in termini
intellettuali del corso degli eventi o della natura e proprietà delle cose e
delle nostre tendenze, presentano una forma comune che è quella di un giudizio
universale ipotetico; per quanto diverso si presenti l’aspetto esteriore e la
connessione verbale nelle varie leggi, queste dal più al meno son tutte
riducibili a giudizi ipotetici. universali; tanto è ciò vero che non è mancato
chi ha respinto qualsiasi differenza tra le così dette leggi esplicative o
dichiarative e quelle normative o precettive. Ora se tuttociò è realmente
giustificato dal fatto che la funzione intellettuale procede in modo uniforme
nel suo esercizio e che non esiste un abisso tra le cosidetta necessità reale e
quella finale (applicata al mondo umano, beninteso), in quanto quest’ultima non
si presenta che come il risultato della fusione di due forme di necessità, di
quella logica intercelente tra il pensiero del fine c quello dei mezzi (chi
vuole il fine deve volere anche i mezzi, il volere un dato scopo rende
necessario il volere i mezzi appropriati) e di quella causale intercedente tra
i mezzi (causa) e il fin: (effetto), tuttociò non può essere sufficiente a
rendere valida l'opinione di chi vorrebbe identificare tra loro le varie specie
di leggi. Queste, infatti, pure emergendo da un tronco comune, figurano come le
principali direzioni in cui la mente umana si può muovere per costruire il
mondo dal punto di vista dell’intelligibilità. E le tre formo fondamentali di
leggi sono determinate dai tre principii che ci servono essenzialmente di guida
e di regola nell’ordinamento e nell’obbiettivazione dei nostri stati psichici,
il principio d'identità, quello di condizionalità nelle due sue forme di
ragione e di causalità e quello di finalità o di organizzazione o di sistematizzazione.
Finchè noi qualifichiamo la realtà esclusivamente dal punto di vista della
quantità e quindi finchè abbiamo di mira di stabilire dei rapporti di
eguaglianza, di equazione o anche di propor. zione, non avremo che delle leggi
quantitative, o numeriche, o di calcolo, o proporzionali; quando invece
tendiamo a rintracciare i rapporti di condizionalità, di connessione reciproca
tra gli elementi della realtà senza occuparci gran fatto della comparazione
quantitativa o coll’occuparcene solo nei termini in cui essa ci può essere
d'aiuto a fissare la natura propria delle cose ed a porre in evidenza il loro
ritmo di attività, avremo le leggi causali, o esplicative o dichiarative che si
vogliano dire; quando infine abbiano di mira di esaurire in modo completo la
determinazione di un dato ordine di realtà, quando noi vogliamo porre in chiaro
il sistema entro cui sono contenuti i rapporti sia di ordine quantitativo che
causale, quando insomma noi oltrechè di descrivere, di spiegare intendiamo di
specificare il valore ed il significato dei fatti, noi avremo le cosidette
leggi normative o categoriche, o, forse meglio, categorico-disgiuntive. Il
fatto che alcune di queste si riferiscono alla volontà individuale (onde il
nome di normative) è secondario rispetto a quello che esse presentano un grado
abbastanza pronunziato di assolutezza, di compiutezza e d’indipendenza in
rapporto alla loro natura sistematica. Di tal fatta sono le leggi logiche,
talune di quelle matematiche, quelle estetiche e quelle morali, le quali poi
tutte sono controdistinte da forme di necessità affini tra loro. L’ordine
morale p. es. come si presenta in un uomo morale che occupa debitamente il suo
posto nella società, la necessità razionale che connette insieme le premesse e
la conclusione di un raziocinio per cui l’ultima esiste per le prime come
queste per essa, la coerenza e razionalità del prodotto estetico, il quale
quantunque non analizzato dal punto di vista discorsivo (giacchè in quanto
esteticamente attivo si rapporta direttamente ad una forma di sentimento
spiritualizzato e non è costruito per via di combinazione di relazioni
astratte, come non è apprezzato per mezzo di una costruzione intellettuale),
implica sempre da entrambi i lati, dal lato dell’obbietto artistico e dal lato di
chi contempla un processo fondamentale razionale e finalmente la costruzione
sistematica di un tutto geometrico per cui l’universale colla sua pervadente
natura determina le parti, hanno tutte la loro base nel particolare rapporto
esistente tra gli elementi e la totalità, rapporto che trae seco le note
dell’unità armonizzatrice, dell’individualità e quindi della correlazione
reciproca delle parti fornite di funzioni ed uffici determinati per il
raggiungimento di un risultato unico. La conoscenza poi, come qualunque fatto
che presenti i caratteri dell'organismo o le note della vita e del sistema, può
formare oggetto di studio da due punti di vista: 1° da un punto di vista
puramente analitico nel caso che, essendo mediante l’ astrazione separatamente
considerati i singoli fattori della totalità, gli stessi vengano distinti come
elementi concorrenti all'unità del complesso, o al raggiungimento del risultato
finale; 2° da un punto di vista genetico, fisiologico o, meglio, morfologico
nel caso che vengano distiptamente considerati gli elementi soltanto per
ravvisarvi la necessità obbiettiva della concorrenza loro al risultato e
insieme per studiare le modalità della loro cooperazione al conseguimento dello
scopo ultimo. Ora se lo studio della conoscenza da noi fatto altrove (1), fu
compiuto dal primo punto di vista, la ricerca in ordine alla morfologia della
conoscenza ne è stato come il complemento eseguito dal secondo punto di vista,
col rintracciare lo sviluppo organico della legge nel suo insieme e nelle sue varie
determinazioni. V. vol. 1° di questi Saggi: La nozione di legge. Noi siamo
tratti ad enunciare la conclusione finale che l'essenza della conoscenza
piuttostochè nell’applicazione di una data forma ad un corrispondente contenuto
va riposta nell’obbiettivazione ed universilazzione dei fatti psichici;
obbiettivazione che implica la fissazione in date forme e questa alla sua volta
la connessione e la coerenza col sistema o colla totalità delle qualificazioni
e caratterizzazioni della realtà. Tale sistema o totalità costituisce il mondo
com’ è da noi conosciuto, vale a dire, il mondo qual'è nella sua reàltà
intelligibile per noi (41). E per formarsi poi un chiaro concetto dell'origine,
della natura e del significato del distacco della mente dal mondo per cui questi
vengono d’ordinario consideratà come due mondi separati, posti l’ uno di contro
all’ altro (onde poi la considerazione meccanica del processo della conoscenza)
è bene richiamare l’attenzione sul fatto che bisogna arrivare alla filosofia
stoica e epicurea per trovare le prime parole che accennino a tale distacco. La
più tipica di tali parole è xoitrptov: furono gli stoici che per prima furono
intenti a fissare il criterio della verità (1), segno che cominciava a mettere
radice la veduta formalistica nella conoscenza. A misura che si andò innanzi
crebbe la terminologia concettualistica quale espressione della scissione della
mente dal mondo, e per mezzo degli scrittori latini essa passò nella nostra
scienza mentale. Si tratta di termini indicanti per lo più l'atto di prendere,
di afferrare l'oggetto e di penetrare in esso (mpodnt:s, ratdiniis, Evvota,
Evvonua, pavtarua, dravora. DioG. LAER.). E mentre in antededenza si era
adoperata la parola forma 0 genere (:dia, std0:, Yivos) quale designazione dei
fatti intesi nel loro ordine sistematico e nella loro essenza (nella loro
legge), in tale giro di tempo cominciò la fioritura dei vocaboli esprimenti
sempre più il La detta parola s'incontra anche in Platone (Repubd.), ma non per
denotare la pietra di paragone della verità, bensì per indicare la facoltà o le
facoltà con cui la verità è appresa. contrasto tra pensiero e cosa: es.
impressione mentale , la comparazione della mente alla tabula rasa , ecc.;
tutte espressioni atte a presentare la conoscenza come una relazione meccanica.
I termini latinizzati, impulso proveniente dal di fuori, assentire,
comprensibile, comprensione, nozioni impresse nella mente, dichiarazione, o
giudizio dichiarativo, declaratio, gr. tvacyeta), che sono divenuti comuni
nella scienza odierna, si trovano riuniti la prima volta in quel passo di
CICERONE, Acad. Post., in cui spiega la teoria stoica della percezione
sensoriale. Ora, se noi ci rappresentiamo le condizioni storiche in cui la
scuola stoica e quella epicurea fiorirono, non possiamo far a meno di notare
che la contrapposizione della mente al mondo coincide colla contrapposizione
dell’ individuo alla società. Quando la solidarietà civica fu rotta, quando le
nuove condizioni politiche e sociali distrussero l’antica centralizzazione
ateniese e quando in conseguenza sparve ogni corrispondenza tra la ragione
interiore e quella esteriore, come tra l’organizzazione sociale e il volere
sociale, l'individuo fu tratto a ripiegarsi su sè stesso e a farsi da una parte
centro dell’ universo e a cercare dall’altra, in una sfera molto più vasta,
nell'umanità, l’appagamento de’ suoi bisogni morali e sociali. Da ciò che cosa
conseguì ? Che l'individuo cominciò a sentir vacillare la sua antica fede nella
ragione e quindi nel bene, e, mentre dapprima il problema morale aveva avuto
questa forma: Quale è il fine da raggiungere in un mondo che risponde alle
esigenze del volere ragionevole? nel tempo in cui si si parla assunse l’altra
forma: In che maniera può l’ individuo vivere in modo conveniente o felice in
un mondo indifferente o anche ostile al volere individuale ? E del pari mentre
il problema della conoscenza dapprima volse sulle forme di conoscenza (più
perfetta o meno perfetta, più completa o meno completa, ecc.), dipoi mirò a
rintracciare il valore e il significato della conoscenza individuale presa
nella sua totalità di fronte alla realtà. Fu adunque il distacco dell'individuo
dalla collettività che rese possibile il distacco della mente individuale dal
mondo e l'accentuazione sempre maggiore dell’antitesi trail mondo quale viene
rappre sentato nell'anima individuale e il mondo in sè; dal che poi provenne la
riceca degli elementi o dei fattori subbiettivi e di quelli obbiettivi, della
forma e della materia di ogni conoscenza: ricerca che mentre rappresenta una
necessità per la trattazione analitica, richiede il complemento di una
trattazione morfologica in quanto matoria e forma, fattori subbiettivi ed
obbiettivi sono du? lati di uno stesso processo. È la nostra facoltà d'astrarre
che li separa allo scopo di studiar ed ordinare meglio i dati; ma essi non
esistono gli uni fuori degli altri. Il vederli isolati è effotto di
prospettiva. Allo stesso modo che l' indagine esplicativa isolata va completata
colla ricerca sistematica, così la considerazione dell'elemento formale trae
seco quella dell’elemento materiale della conoscenza BosanQquET – citato da H.
P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and opinions of
H. P. Grice” -- , History of .Esthetie, London, Swan Sonnenschein. La Filosofia
che ha per obbietto precipuo di trascrivere in termini intellettuali l'insieme
dei fatti della realtà e della coscienza umana, non può trascurare l'indagine
dei fatti estetici, i quali costituiscono appunto dei tratti essenziali
dell'anima umana. Il Bello accanto al Bene ed al Vero coi sentimenti e le idee
che ad essi corrispondono, figurano come i fari che illuminano la vita umana
mentre si trova immersa nella realtà sensibile. Ed allo stesso modo che la
Logica e l’ Etica non vanno considerate come scienze pratiche, come guide al
ben conoscere ed al ben fare, ma bensì come le scienze dei concetti a cui mette
capo l’analisi dei fatti di conoscenza e di quelli dell’attività umana, così
l’Estetica non ha per compito di fornire i precetti da seguire perchè il
sentimento estetico e la produzione artistica divengano migliori, ma risponde
al bisogno di conoscere la natura dei fatti estetici. Essa come le altre due
non è scienza pratica, ma essenzialmente teoretica e speculativa: è una branca
della Filosofia atta a far intendere il processo estetico e ad illuminare dal
punto di vista intellettuale il mondo dell’ Arte. Da ciò consegue che il
filosofo, pur non essendo artista, può benissimo essere atto ad assegnare un
posto ai fatti estetici nel sistema delle sue concezioni e conoscenze,
semprechè, s' intende, non sia assolutamente sfornito di qualsiasi forma di
gusto estetico, nel qual caso egli non avrà poi nemmeno’ alcun interesse
intellettuale per la comprensione del bello. Non avviene lo stesso per chi si
occupa di Logica e di Etica? E*forse necessario che il primo sia uno scienziato
specialista, uno sperimentatore, un conoscitore profondo di ogni ramo del
sapere, e il secondo un santo, un martire del dovere ecc. ? Le scienze
teoretiche non fanno che illuminare mediante la riflessione i fatti dello
spirito umano; e basta la sola presenza di questi perchè l’ interesse
speculativo sia svegliato, ancorchè s' ignori il processo genetico ed evolutivo
dei fatti stessi, o meglio, ancorchè i fatti stessi non siano completamente
vissuti: altro è vivere, altro è trascrivere in termini intellettuali, in
formule, in schemi il vivere stesso, che può essere anche contemplato negli
altri. Ad ogni scienza teoretica corrisponde poi una scienza d’ordine pratico
che si potrebbe chiamare scienza pedagogica o metodologica in quanto ha per
obbietto di rintracciare la via per cui possa essere ottenuto un
perfezionamento in tutte le produzioni ed attributi dell'anima umana. E
siffatte scienze pedagogiche hanno la loro base da una parte nelle conoscenze
in ordine allo spirito umano (psicologia) e dall'altra nella conoscenza di
tutte quelle condizioni che favoriscono la genesi e lo svolgimento dei fatti,
poniamo, etici, estetici e logici: conoscenza che allora soltanto può essere
completa quando i fatti in discorso non sono stati solamente contemplati e
considerati ab extra, ma sono stati per così dire almeno parzialmente vissuti,
e quando si sia rettamente stabilito il concetto dell’ ideale estetico, etico,
logico ecc., e si abbia cognizione perfetta delle condizioni di fatto esistenti
in un dato giro di tempo. È chiaro d'altra parte che l’ Estetica non va confusa
colla Critica, giacchè questa per avere valore e significato deve essere
anzitutto una ricreazione, una riproduzione riflessa e cosciente del fatto
estetico dapprima compiutosi inconsciamente e quasi diremmo, istintivamente, e
poscia deve assegnare al prodotto artistico il posto che gli compete nella
coscienza estetica di un dato periodo di cultura. Talchè la Critica lungi dall'avere
per obbietto l'applicazione delle regole o leggi estetiche ai casi concreti, ha
per compito di ricercare sino a che punto e in che grado un-dato prodotto
estetico è espressione della coscienza estetica di un dato periodo storico :
l’Estetica per contrario determina il posto che la coscienza estetica in genere
occupa nella coscienza umana e il fatto estetico nel sistema totale delle
nostre concezioni e conoscenze. Le due indagini sono assolutamente
indipendenti, in quanto la Critica poggia sopra una triplice base, cultura
artistica, cultura psicologica e cultura storica, mentrechè l’Estetica poggia
sopra una duplice base: da una parte sopra una data concezione filnsofica, una
data intuizione dell'universo e dall'altra sopra l'elaborazione dei dati forniti
dalla critica intesa nel modo anzidetto, dati che vengono messi in rapporto con
la veduta generale intorno al mondo, vengono messi, cioè, in connessione con un
determinato sistema filosofico, L’ Estetica adunque è una branca della
Filosofia allo stesso titolo dell’Etica e della Logica: ma vi ha dippiù: essa
merita di occupare un posto centrale tra le varie discipline filosofiche: e se
finora la più parte dei filosofi non hanno veduto ciò, è stato perchè essi non
hanno esaminato a fondo la natura specifica del problema estetico. Questo,
infatti, ha la sua origine nel bisogno di spiegare come ciò che alla ragione,
all'analisi compiuta mediante i processi logici si rivela fornito di dati
caratteri (unità nella varietà, armonia, simmetria, individualità, rapporti
numerici costanti, proporzione ecc.) all’emotività umana, all’apprensione
immediata e diretta si rivela come rappresentazione concreta sensibile,
accompagnata da un sentimento piacevole disinteressato, da ciò che si dice
emozione estetica. Il problema estetico emerge da questo, che da una parte non
vi ha bellezza al di fuori della percezione e dell’imaginazione, per modo che
anche quando si distingue il bello della natura da quello dell’arte si viene ad
implicare sempre l'esistenza di chi contempla, percepisce e valuta il bello
stesso, la natura e l’arte in tal caso essendo entrambe nella percezione ed
imaginazione umana e differendo tra loro solamente per grado le cose non sono
fornite della proprietà della bellezza indipendentemente dalla percezione
umana, come son fornite della proprietà della gravità, della solidità,e in
generale delle forze, per cui agiscono reciprocamente tra loro ; e dall’altra
parte l'essenziale nel fatto estetico non è il processo percettivo per sè
considerato, ma ciò che la percezione o l’ imaginazione serve a richiamare alla
mente e per cui essa sta, di cui essa è simbolo. Il bello insomma in tanto è
percepito come tale in quanto significa, esprime qualcosa, in quanto è la
manifestazione di tuttociò che la vita contiene: on:l’è che esso può essere
definito come ciò che ha un significato caratteristico per la percezione o
imaginazione umana, dopochè il contenuto ideale da significare ha assunto
quella forma che può solamente essere espressiva attraverso la percezione o
imaginazione. È evidente adunque che il problema estetico consiste nel
ricercare come sia possibile che ciò che si presenta direttamente alla
percezione ed all’ imaginazione sotto condizioni determinate, sia da
considerare come espressione o manifestazione di ciò che si rivela in altro
modo per altra via. Ma non basta: il problema estetico verte non solo sulla
possibilità che un dato contenuto percettivo sorpassi per così dire l’attività
percettiva el accenni a qualcos’ altro che non si manifesta per mezzo della percezione,
ma volge ancora sulla possibilità e sulle condizioni che un dato contenuto
espresso per mezzo della percezione dia luogo ad un sentimento speciale di
godimento, dipendente, secondo alcuni, dal valore espressivo e significativo
del contenuto della percezione. Finalmente il problema estetico può volgere
sulle condizioni e sulla natura della produzione artistica per sè considerata
allo scopo di mettere poi in evidenza i rapporti che essa ha colle varie
formazioni di ordine naturale, siano o no queste capaci di suscitare l’emozione
estetica,Ora il problema estetico sotto qualsiasi forma si presenti, si
connette intimamente coi problemi fondamentali della Filosofia generale:
invero, se esso sorge come ricerca intorno alla possibilità che ciò che
all'analisi intellettiva si rivela con dati caratteri appaia alla percezione
come bello, il problema estetico assume l’aspetto di un problema gnoseologico.
Se invece sorge come indagine intorno ai caratteri propri dell’emozione
estetica che è elemento essenziale del fatto estetico, il problema estetico
figura come problema essenzialmente psicologico. E se infine esso sorge come
ricerca intorno al processo genetico, intorno ai caratteri e alle proprietà e
intorno al valore e significato dell’obbietto estetico per sè considerato,
astrazione fatta dal soggetto che lo contempla, il problema estetico si
presenta come problema essenzialmente metatisico ed ontologico. È evidente
adunque che il problema estetico può essere considerato come il problema
centrale della filosofia e che la soluzione di esso può riflettersi sui vari
campi della filosofia stessa. E qui occorre notare che i rapporti esistenti tra
problema estetico e problemi filosofici sono di un genere particolare, in
quanto la storia dell’Estetica mostra che l’interpretazione del fatto estetico
non è sempre in dipendenza semplice e diretta di una data concezione
filosofica, ma viceversa la soluzione del problema estetico ottenuta | con la
cooperazione di svariati fattori (fenomeni storici, scoverte archeologiche, filologiche,
progressi nella critica ecc.), se non deter- | mina addirittura, contribuisce
alla formazione di un dato sistema filosofico, o almeno vale a dare a questo un
colore ed un tono speciale. Un tal caso si verificò in Schiller, in Schelling e
quindi in Hegel. La storia dell'estetica poi ci mostra chiaramente che il
problema estetico nelle varie età assunse differenti forme a seconda che fu
considerato come problema essenzialmente e prevalentemente, se non
esclusivamente, metafisico, come avvenne presso i Greci, i quali videro
nell'Arte un’imitazione della natura e nel bello riconobbero il solo carattere
formale dell'unità nella varietà, ovvero fu considerato un problema
essenzialmente gnoseologico, come avvenne nella filosofia kantiana e
postkantiana, nella quale si nota molto accentuata la tendenza a presentare il
mondo estetico come espressione della Realtà coordinata alle altre
manifestazioni dell'ordine razionale, di quello morale, ecc. ; ovvero infine fu
considerato un problema essenzialmente psicologico, come è avvenuto presso gli
estetici odierni da Herbart a Stumpf, da Zimmermann a Fechner, da Grant Allen a
Sully, le cui ricerche ebbero per iscopo di risalire dagli effetti psicologici
dei fatti estetici, e quindi dalla natura propria e dalle condizioni
fisiologiche e psichiche del piacere estetico alle proprietà di tutto intero il
processo estetico. E il difetto delle varie teorie estetiche che si sono
succedute attraverso i secoli è appunto quello di non aver tenuto esatto conto
della complessità del problema generale. Ciascuna delle forme sotto cui esso si
può presentare non esaurisce tutto il suo contenuto. La considerazione di una
sua forma non esclude la considerazione delle altre: e solo allora si può dire
di avere approfondita la natura del problema estetico quando ciascuno dei suoi
aspetti viene riguardato in relazione cogli altri, vale a dire quando il
problema estetico viene ad essere trattato come un caso particolare del
problema fondamentale di tutta la filosofia. Consideriamo. ora in molo
particolareggiato le varie forme sotto cui sì può presentare il problema
estetico per vedere sino a che punto sia vera la nostra asserzione che quelle
corrispondono esattamente ai principali problemi della Filosofia generale,
problema gnoseologico, problema psicogico e problema metafisico. E cominciamo
dal vedere come il problema gnoseologico sia implicato in uno degli aspetti del
problema estetico. Per la scienza estetica greca l'essenza del bello è riposta
nell’armonia e nella regolarità: nè ciò deve recare meraviglia se si pensa che
la scienza, la riflessione comincia sempre con ciò che in modo più facile ed
ovvio si presenta all'osservazione. Quantunque l’ arte greca (decorazione
scultura, poesia), contenesse ben altri elementi che non la semplice unità
nella varietà, in modo da poter trovare in essa applicazione e convalidazione
anche la più complicata teoria moderna estetica, tuttavia l’attenzione dei
filosofi greci si fermò sulle qualità espressive più generali ed astratte.
Quando però nel mondo moderno ebbe origine il senso della bellezza romantica,
quando cioè in tutta la natura si videro riflessi i sentimenti più vivi e
profondi dell'animo umano e insieme si sentì il bisogno dell'espressione libera
delle più forti passioni, non fu più possibile consìderare il bello come una
semplice espressione regolare ed armonica o come una semplice espressione
dell'unità nella varietà. A ciò si aggiunga che tanto il sublime quanto il
brutto ed il deforme cominciarono ad essere analizzati e messi in rapporti cogli
altri elementi della coscienza estetica. Per il che il bello fu definito cume
ciò che è individualmente caratteristico, come ciò che costituisce qualcosa
d’indipendente fornito di dati caratteri, attributi o qualità significative,
capaci di essere apprese per mezzo della percezione Ora è evidente che
l'indagine estetica giunta a questo punto doveva dare origine al problema: Come
è possibile che ciò che ha un significato e valore ideale può essere appreso
per mezzo della percezione e del sentimento ? Come la sensibilità può
apprendere cio che è razionale e ideale? E chi non vede che un tale problema
risponde esattissimamente a quello gnosenlogico: Come ciò che è intelligibile o
razionale può essere appreso per mezzo del senso, può rivelarsi alla coscienza
come fatto di sensibilità? Come si possono conciliare tra loro il mondo sentito
e sensibile e quello ideale? Come ciò che è razionale può agire sul senso e
come è possibile la conoscenza, la quale risulta appunto dalla cooperazione
-dei due elementi della intelligibilità e della sensibilità ? | La soluzione
del problema presentata dall’ Estetica fu questa, che l'ideale in tanto si può
estrinsecare per mezzo del sensibile in quanto ideale e reale non sono due
mondi staccati, ma elementi di uno stesso processo. Elemento intelligibile ed
elemento sensibile sono intimamente compenetrati tra loro, per modo che l’uno
non esiste senza dell'altro : è solamente mediante l’astrazione che vengono
considerati separatamente. L'obbietto estetico essendo nient'altro che l'attuazione,
la concretizzazione, la particolarizzazione di un'idea, non può non svegliare
un’altra idea nel soggetto che lo percepisce. Se l’ideale esistesse da una
parte e il reale dall'altra, s la ragione e il senso fossero due facoltà
staccate, non si arriverebbe a capire da una parte come l’idea potesse arrivare
a divenire qualcosa di sensibile e dall'altra come la percezione potesse
divenire significativa : ma il fatto è che il Reale è uno, sostantivo e insieme
uggettivo, vita e insieme idealità, fatto e insieme idea, onde non è a
meravigliarsi se l’ileale possa essere significato per mezzo del sensibile.
L'unione intima del reale coll'ideale fu facilmente constatata nel processo
estetico, giacchè quivi si coglie il tramutarsi dell’idea in fatto e quindi si
coglie l'elemento intelligibile od universale contenuto nel fatto stesso. Nel
caso del processo estetico si assiste per così dire alla genesi del fatto da
una parte in chi produce e all'idealizzazione del dato concreto in chi
percepisce. Il punto di partenza della creazione artistica è un'idea, vale a
dire un universale che esiste soltanto nella mente dell'artista : poi
quest’'universale si va concretizzando col diventare centro di numerosissime
relazioni e col fissarsi e determinarsi completamente, prendendo posto in un
dato contesto. L'elemento universale (idea artistica) divenuto qualcosa di
concreto e di particolarizzato, si estrinseca in modo da generare nel soggetto
che contempla un fatto di ordine speciale detto percezione estetica e non può non
essere operativo nella mente dello stesso soggetto che percepisce l’obbietto
estetico. Ed è appunto per l’attività di tale universale che la percezione e il
sentimento divengno espressivi e significativi. Se la percezione e il
sentimento non contenessero il lievito dell’universale non potrebbero mai avere
alcun valore e significato. Comeil germe rende possibile l’individualità della
pianta, così l’universale (ciò che determina la natura propria di una cosa, ciò
che determina la formazione di una totalità) rende possibile la costituzione
del prodotto estetico come qualcosa di compiuto, come un sistema le cui parti
sono reciprocaniente coerenti e si svolgono in ordine necessario in guisa da
formare una totalità. Se non che qui si potrebbero fare due domande: In che
propriamente si differenziano le percezioni estetiche da quelle non estetiche?
Quali sono le particolarità dell'espressione estetica ? In ordine alla prima
domanda diremo che le percezioni estetiche (uditive e visive) si differenziano
dalle altre per questo che presentano qualità nettamente determinate, che non
sono attaccate al fatto subbiettivo del sentire attuale. Di tutte le sensazioni
sono esse che possono essere conservate nella memoria e che insieme presentano
delle determinazioni qualitative molteplici e nettamente distinte. D'altra
parte gli elementi delle percezioni visive ed uditive possono essere ordinati e
aggrup‘ pati variamente dall’ uomo, in modo che il potere intellettivo che
questi può esercitare su di essi è senza confronto superiore a quello che può
esercitare sugli elementi olfattivi e gustativi. Nella più parte dei casi i
godimenti del gusto, dell’odorato e del tatto non escono fuori di sè stessi e
quando sì accompagnano con idee e sentimenti, ciò accade per mezzo del ricordo
di impressioni antecedenti di altra natura. Per contrario le sensazioni della
vista e dell'udito si collegano direttamente e sponzaneamente con sentimenti e
idee. Il carattere particolare degli organi dell'udito e della vista ha fatto
di essi per mezzo della parola e della scrittura gli ausiliari indispensabili
dello svolgimenlo umano e i depositari dei suoi successivi acquisti. Oltre a
ciò vi è un certo numero di sentimenti e d'idee che appartengono esclusivamente
ai così detti sensi estetici e che perciò si potrebbero chiamare idee e
sentimenti estetici. Le nozioni di ordine, di armonia, di proporzione, di
varietà, di unità, sono occasionate da sensazioni visive ed uditive : e se più
tardi queste nozioni più o meno incoscienti si trasformano in idee capaci di regolare
la produzione artistica, ciò è dovuto al. lavoro d'analisi che trova e
distingue mediante l’astrazione ì detti elementi dalla impressione primitiva
complessa. Se tutte le percezioni poi hanno un significato in quanto implicano
qualcos'altro oltre il fatto psichico attuale della loro esistenza fatti
esterni e contenuto della coscienza con cui esse vengono sempre messe in
rapporto , quelle estetiche si riferiscono a ciò che ha maggior interesse per
l’anima umana e traducono rapporti esternì di natura speciale. Si aggiunga che
mentre noi abbiamo fino ad un certo segno coscienza della natura simbolica,
significativa delle percezioni d'ordine estetico, non sappiamo nulla
naturalmente del simbolismo delle ordinarie percezioni. È solamente dalla
riflessione naturale e scientifica che impariamo a considerarle come segni,
accenni a qualcos'altro. Va notato infine che le percezioni estetiche, oltre ad
essere simboliche consciamente e liberamente, sono espressioni, per così dire,
a seconda potenza, implicando già esse il simbolismo incosciente delle
percezioni sensoriali VeRON, Esthetique, Paris. pure e semplici ed allo stesso
sovrapponendo il sinbolismo estetico. In ordine alla seconda domanda diremo che
la percezione di natura estetica ha di proprio che essa non è un semplice fatto
o evento psichico esistente in un dato momento, ma contiene qualche qualità od
attributo atto a universalizzarla, facendola assurgere al grado di segno o di
simbolo del Reale, ed è per tale qualità od attributo (che viene distaccato dall’esistenza
psichica attuale e che viene portata in un altro contesto) che la percezione
estetica diviene suggestiva, espressiva ed atta a svegliare molteplici
associazioni. | Conchiusione : l’opera d’arte si presenta come una speciale
fusione del reale e dell’ ideale: ora tale fusione in tanto può avere luogo in
quanto reale ed ideale sono elementi costitutivi di qualsiasi fatto. Ed il
fatto estetico poi consiste in ciò che un dato elemento intelligibile diviene
qualificazione di un'esistenza psichica (percezione sensoriale) che non
corrisponde esattamente ad essa, donde il carattere di trascendenza inerente
alla percezione estetica. Se contenuto ideale ed esistenza attuale fossero una
stessa cosa, 0 se ciascun was non fosse mai disgiungibile dal proprio dass, il
fatto estetico non avrebbe luogo. Ciò che è razionale e ideale può divenire
oggetto di percezione e di sentimento estetico solamente perchè la mente umana
è cosiffatta che può operare la separazione di un dato. contenuto intelligibile
dalla sua propria esistenza e poscia operare la congiunzione del medesimo
contenuto con una altra esistenza. L’ ideale, il razionale, l' intelligibile
non può agire come tale direttamente sulla sensibilità umana: perchè ciò
avvenga è necessario che l’ intelligibile, l'ideale divenga contenuto di
qualcosa di sensibile. Prima d’andare innanzi però è bene discutere i seguenti
quesiti. Come è possibile la disgiunzione del contenuto ideale dal dato reale?
E che cosa è propriamente il primo distaccato dal secondo? Come è possibile
d'altra parte l’incorporazione di un elemento ideale in una data esistenza
particolare? Ed infine come è possibile il sentimento e la valutazione estetica
? Cominciamo dal primo. La disgiunzione del was dal dass in tanto è possibile
in quanto vi è l'intelligenza, la quale ha appunto l'ufficio di qualificare, di
caratterizzare la realtà simboleggiandola, traducendola, per così dire, in
termini ideali. È evidente che una tale traduzione in tanto sì può fare in
quanto la mente umana attraverso le differenze delle manifestazioni
estrinseche, attraverso le differenze dei fatti coglie l'identità del
contenuto. Per intendere bene il processo si richiami alla mente ciò che
avviene quando noi traduciamo da una lingua in un’altra: noi allora tendiamo a
stabilire l’ identità di significato tra espressioni differentissime. E come
non è possibile tradurre da una lingua in un’altra se queste non sono entrambe
note, così non sarebbe possibile qualificare la realtà in termini pschici, se
mondo e psiche non avessero radici in un’ unità fondamentale. La mente umana
riesce a simboleggiare il reale, perchè essa è capace di presentare sotto forma
subbiettiva ciò che vi ha di indiscernibilmente identico tra la realtà ed il
soggetto. Sicché noi possiamo conchiudere che la disgiunzione del contenuto
ideale dal fatto avviene perchè vi è la mente, la quale, per così dire, coglie
nel reale ciò che è identico a sé stessa e, sottopostolo ad una specie di
elaborazione psicologica, lo presenta sotto forma di fatto psichico 6 quindi di
fatto subbiettivo riferentesi però sempro a qualcosa di obbiettivo. Ma che cosa
è tale contenuto ideale o significato per sè preso? Rispondere a questa domanda
non è facile, giacchè l’idea separata dal fatto è un’astrazione, è un.
aggettivo, come direbbe il Bradley, non un sostantivo, è un universale astratto
e non un individuale concreto : ond’ è che essa, non potendo stare da sé, è
costretta sempre ad appoggiarsi a qualcos' altro e questo qualcos’ altro per lo
più è un'imagine o rappresentazione psichica particolare. Noi possiamo dire
però che il carattere precipuo per cui il contenuto ideale, il significato,
l'elemento puramente intelligibile si distingue da tutto il rimanente della
vita dell'anima, è che esso ha la proprietà di essere ricordabile. Tuttociò che
è ricordabile è intelligibile e per converso ciò che è intelligibile è
ricordabile. È stato detto che gli attributi o le relazioni in cui la realtà
concreta è analizzabile sono appunto elementi intelligibili: ora gli attributi
e le relazioni non sono che la ricordabilità stessa guardata da un altro punto
di vista, guardata cioè dal punto di vista logico, 0 gnoseologico, o obbiettivo
(riferentesi alla” Realtà), mentrechè la ricordabilità si può considerare come
l’ insieme degli attributi e delle relazioni guardate dal punto di vista
psicologico o subbiettivo. Che cosa è ricordabile? Gli attributi e le relazioni
: e che cosa sono gli attributi e le relazioni? Ciò che è ricordabile; non vi è
attributo o relazione che non sia ricordabile: come non vi è elemento
ricordabile che non sia un attributo, ‘una proprietà o una relazione. Ma onde
siamo tratti a scomporre la realtà in attributi e relazioni ? Dal bisogno di
fissare, di determinare la realtà. Noi viviamo ed operiamo nel reale, ma chi
dice vita, attività, dice flusso continuo di fatti, dice continuo passare per
il presente, senza che nessun punto stabile si possa precisare e senza che
nessuna costruzione. ideale (riferentesi al passato o al futuro) si possa
formare. La vita, l’azione per sè prese sono qualcosa d’ incomunicabile e
quindi d'inesprimibile, sono un fatto, ecco tutto. Appenachè la vita della
realtà raggiunge un grado notevole di forza e di complessità, il sentimento
stesso della vita e dell’esistenza si fa più complesso ed eterogeneo, per modo
che sorge il bisogno di specificare, di determinare, di fissare, di dare una
forma alla realtà quale è sentita e rappresentata: bisogno che può essere
soddisfatto solamente astraendo dalla realtà ciò che in essa vi ha l'ideale, e
d’intelligibile, scomponendo quindi Ja realtà stessa in attributi e relazioni.
Onde consegue che gli attributi e le relazioni non esistono come tali nella
realtà (nella quale esistono delle individualità e delle funzioni), ma sono
costruite da noi per simboleggiare, universalizzandola (considerandola dal
punto di vista della coscienza universale o della coscienza in generale), la
realtà quale viene percepita e rappresentata. Noi di sopra per dare un concetto
della disgiunzione del ras dal dass siamo ricorsi al paragone della traduzione
da una lingua in un’altra : ora è giunto il momento di osservare che quella non
è e non può essere più che una semplice metafora, in quanto tra i due fatti
corre un profondo divario. La traduzione da una lingua in un'altra implica la
cognizione refiessa, cosciente dell'identità di significato esistente tra le
espressioni appartenenti alle due lingue e in tal caso la cosa non può stare
diversamente, tenuto conto che è già avvenuto il distacco del :cas dal duss per
opera dell'attività intellettuale di molto progredita , mentrechè la
disgiunzione dell’elemento intelligibile dal fatto attuale e la consecutiva
idealizzazione o significazione della realtà implicano bensì l'identità di
natura e di elementi tra il mondo e lo spirito, ‘ma non la chiara appercezione
della stessa identità, e insieme implicano l’esistenza dell'identità attraverso
le differenze, non l’identità delle differenze. Così gli attributi e le
relazioni non esistono come tali nella realtà, ma sono una differenza di quella
stessa identità che nella realtà - avrà una differenza corrispondente. Il
contenuto ideale oltre ad avere la caratteristica della ricordabilità, ha
quella di essere comunicabile, obbiettivo (riferentesi alla Realtà) ed
esprimibile per mezzo del linguaggio. Ora che vuol dir ciò? Vuol'dire che ciò
che è intelligi- Giova notare che quando si dice che solamente l’intelligibile
è esprimibile per mezzo del linguaggio si vuole intendere csprimibile per mezzo
di segni, i quali sono riconosciuti tali, riferentisi, cioè, ad una realtà
obbiettiva. Anche i fatti di volonta e di sentimento sono esprimibili per mezzo
del linguaggio, ma in tanto sono tali in quanto vengono intellettualizzati; non
sono propriamente i sentimenti, e gli atti volitivi, sono le idee, le
rappresentazioni di essi che vengono significato per mezzo del linguaggio. Le
espressioni emotive (interiezioni, espressioni mimiche e fisiognomiche), i
gesti e in generale i moti esterni sono qualcosa d' istintivo, che se vengono
intesi e interpretati è perchè sono anch'essi intellettualizzati. Chi contempla
i segni espressivi li interpreta in virtù dell'esperienza propria e dei legami
associativi. bile non è patrimonio di questo o di quel soggetto, ma è
patrimonio di tutti gli esseri pensanti, vuol dire che la mente è universale,
non individuale. L’uomo, pensando, si universalizza, si accomuna con tutti gli
altri uomini. E la solidarietà intellettuale umana è possibile, perchè in
ordine al pensieru tutti gli uomini sono identici, sono, cioè, una cosa sola,
sono come a dire, un solo essere. Ogni distinzione, ogni differenza è
cancellata : è l'identità degl’ indiscernibili. La comunione delle anime, anzi
l’unità, l’identità delle anime lungi dall'essere qualcosa di incomprensibile
appare chiara : ciò che è oscuro piuttosto è l’anima individuale in ordine al
pensiero. Tuttociò che è ideale e intelligibile adunque è identico in tutti gli
uomini: o, a dirla altrimenti, tutti gli uomini sono una cosa sola in un certo
punto, mentre si differenziano più o meno profondamente in tutto il rimanente.
Il razionale, l’intelligibile, la forma permane identica sia che assuma
differenti determinazioni (o che presenti manifestazioni o estrinsecazioni
diverse), sia che appaia alle mente di singoli individui. È insomma l’unità del
Reale, che rende possibile l'identità di ciò che è intelligibile e quindi la
sua comunicabilità. Se tutta la realtà non formasse un tutto, un sistema,
un'identità variamente differenziantesi, da una parte la mente non sarebbe
universale e dall’altra l'intelligibilità delle cose sarebbe impossibile. Che
cosa è invero l’ intelligibilità se non la forma distaccata dalla materia, la
coerenza, il nesso, la relazione per sè presa? Ora la forma, la coerenza, il
rapporto implicano unità e identità nel fondo. Noi quasi diremmo che ciascuna
mente non si appropria che ciò che riconosce come inerente alla mente in
generale. Il dato, come dato, il fatto le è estraneo ; esso è reale, e basta.
Ciò che è intelligibile è uno, identico e quindi comunicabile, e in quanto
comunicabile obbiettivo. Ciò che è subbiettivo (sentimento, azione) non è
comunicabile (se non a patto di essere intellettualizzato), e per ciò stesso
non è intelligibile. i D'altra parte il carattere della comunicabilità inerente
a ciò che è intelligibile ha il suo fondamento ultimo nel fatto che la realtà
non s’identifica e confonde con la vita subbiettiva. Il reale non è il
soggettivo, ma è distinto da esso. Se l'essere o la realtà s’identificasse
colla vita subbiettiva e individuale la cognizione si ridurrebbe al sentire,
nel qual caso il vero starebbe tutto nella relazione col soggetto che sente:
reale, non reale, vero, falso sa.rebbe quello che a ciascun di noi parrebbe
tale; misura, giudice sarebbe ciascun di noi. Nulla fuori di noi sarebbe, o
almeno nulla sarebbe senza di noì. Se non che la cognizione lungi dall'essere
riducibile a sensazione sta agli an tipodi di questa in quanto, riferendosi a
ciò che è obbiettivo, implica giudizio, apprendimento di ciò che non siamo noi,
di ciò che non è la vita nostra, implica affermazione, mediante la
qualificazione, di ciò che è. Dal che consegue poi anche che mentre ciò che è
subbiettivo, ciò che vive, fluisce sempre, muta sempre, si muove sempre, si
altera sempre, è fenomene mero, vario, continuo ; per contrario, ciò che è
intelligibile e comunicabile, è immutabile, inalterabile, fisso e determinato
(elemento astratto). L'ideale o l’intelligibile è universale, astratto,
addiettivo; come può divenire fatto, vale a dire, come può divenire qualcosa di
concreto e di sostanziale? Particolarizzandosi, individualizzandosi, vale a
dire identificandosi con una dello sue differenze, o determinazioni, o
manifestazioni. Allo stesso modo che il tipo si concretizza nel fatto singolo e
che il significato si esprime per mezzo di un simbolo particolare, così
l'attributo o la relazione ideale divengono fatto, incorporandosi in un’
imagine sensibile. La congiunzione di un was con un dass diverso dal proprio è
resa possibile dacchè tanto il contenuto ideale e significativo quanto
l'elemento della presenza attuale tostochè sono separati tra loro cercano di
ricongiungersi n di trovare ciascuno il suo complemento in qualcosa di
corrispondente. L’imagine psichica attuale, il fatto psichico isolatamente
preso è un prodotto dell’astrazione : ciascun elemento psichico acquista valore
dai nessi in cui si trova e dall'azione che su di esso esercita l’esperienza
psichica antecedente. Non è stato le mille volte ripetuto dai psìcologi moderni
che il fatto psichico riceve tutto il suo valore e la sua efficacia dal contesto
in cui si trova, che la vita psichica non è posta nell’elemento singolo, ma nel
corso, nel nesso, nella serie dei detti elementi ? Noi not abbiamo bisogno di
richiamare l’attenzione sui processi di fusione, di identificazione delle
rappresentazioni, i quali rendono possibile qualsiasi forma elementare di
cognizione e di ricognizione (1), perchè si tratta di fatti ormai comunemente
noti. Risulta evidente che la connessione di un was con con un dass diverso dal
proprio è un processo che si verifica attraverso tutta la distesa della nostra
esperienza conoscitiva : dietro ogni fatto psichico si trova il signi (1) V.
Wunpr, Vorlesunyen ib2r Menschen n. Thierscele. Leipzig. ficato proveniente dal
dispiegamento che l’attività psichica ha antecedentemente avuto: nel fatto
estetico il processo non è essenzialmente differente, comunque appaia senza
confronto più complicato. Il was in tal caso è rappresentato dal concetto
artistico che figura come un tutto ideale coerente e il duss è dato dalla
rappresentazione sensibile o simbolica del detto contenuto ideale.
L'espressione rappresentativa o per via d'imagini (per opera della fantasia) di
un contenuto idcale, ecco la migliore definizione dell’opera d'arte. Una
costruzione razionale incorporata in imagini ed una ricostruzione del pari
razionale rifatta in seguito alle suggestioni ricevute dalla percezione delle
immagini, costruzione ce ricostruzione accompagnate da una forma peculiare di
emotività, ecco il meccanismo di produzione e di contemplazione estetica.
L'opera d’arte in tanto è espressiva e suggestiva in quanto ha la sua radice
nella congiunzione di un ws più o meno esteso, più o meno complesso con un duss
estraneo, ma corrispondente, e relativamente semplice tenuto conto della
capacità percettiva dell’an'ma umana , in quanto ha la sua radice, possiamo
anche dire, nell’ estrinsecazione di un sistema ideale per mezzo di dati
sensibili. La proprietà che controdlistingue siffatta congiunzione od
espressione è questa, che oltre al essere volontaria, libera e selettiva, è eminentemente
suggestiva, il che dipende dalla concentrazione coerente degli elementi ideali
avvenuta dictro l'espressione sensibile simbolica. © Possiamo conchiwlere
questa parte col dire che l’uomo è capace di congiungere un was con un dess
estraneo allo stesso modo che è CAPACE di parlare, vale a dire DI SIGNIFICARE E
SIMBOLEGGIARE LA REALTÀ. La lingua d’ITALIA è una opera d'arte compiuta dalla
COSCIENZA COLLETTIVA, mentrechè i capolavori estetici sono espressione dei
genii individuali. Non è senza ragione che in origine lingua ed arte si trovano
confuse tra loro. Passiamo ora a rispondere brevemente all'ultimo quesito. La
valutazione e il sentimento estetico dipendono dalla funzione espressiva
dell’arte. Quanto più in un’opera si trova espresso ciò che per noi come
uomini, ha il maggiore interesse, quanto più in essa troviamo l'eco di ciò che
ha radici più profonde nell'anima nostra, di ciò che ci attrae come di ciò che
cì ripugna, di ciò che ci appassiona come di ciò che cì turba, quanto più vi
troviamo. l'eco di ciò che è veramente umano, tanto più la valutazione estetica
avrà luogo in senso positivo. L'arte espressiva che è l’arte veramente moderna,
è fondata in grandissima parte sulla simpatia, manifestando in forma artistica
l'interesse particolare che l’uomo prende per l’uomo. Il fine a cui si tende è
l'uomo, quale microcosmo, è lo studio dei suoi sentimenti accidentali e
permanenti, delle sue virtù o dei suoi vizi. É questo che distingue il teatro e
il romanzo moderno, riannodando questi due generi alla più alta branca
dell’arte. L’opera d'arte perchè sia debitamente apprezzata ed eserciti
efficacia sugli animi nostri, deve esser valida a portare il nostro sguardo
lontano, deve apparire come punto di concentramento di molteplici raggi
suggestivi, deve essere come il riflesso di ciò che vi ha di più profondo nella
realtà e nella coscienza. L'opera d’arte veramente grande deve raggiungere i
più grandi effetti coi minimi mezzi possibili, facendoci intravedere ciò cho
diversamente non vedlremmo. E l’intuito dell'artista sì rivela appunto
nell’attitudine a scegliere ed a porre in evidenza quei tratti significativi
che hanno la potenza di generare tutto un sistema d'imagini. Saper mostrare
l’universale concreto, la legge, la natura propria, il ritmo d'attività di un
ordine di reali per via di tratti, o li segni, o di imagini che mentre per sè
non possono esaurire il contenuto dell’universale concreto, son tali da
suggerirne con facilità il complemento, ecco in che consiste il magistero della
creazione artistica. Ed ora è tempo di considerare il problema gnoscologico che
risponde alla forma del problema estetico esaminata e discussa fin qui. Il
problema gnoscologico fondamentale è ricercare come ciò che è pressochè
esclusivamente intelligibile possa diventare oggetto delle varie forme di
sensibilità : o tale problema, posto così, appare effettivamente insolubile: ma
esso è fondato sopra il falso presupposto che l'elemento intelligibile preso
per sè possa esistere come un fatto attuale. II processo per cuì si è giunti a
tale concetto è il seguente : una volta bipartita la vita psichica primitiva,
la coscienza complessa e indefinita iniziale nelle due serie rappresentative
dell’io e del non io, è stato notato che le rappresentazioni, prese come
qualcosa d’obbiettivo e d’in.lipendente dal soggetto, non solo non formavano un
tutto coerente e completo in sè stesso, ma si rivelavano così piene di
contradizioni da richiedere necessariamente un complemento, l’esistenza di
qualcosaltro che desse ragione di ciò che al soggetto appariva come sensazione
o come fatto psichico in genere. Di quì la necessità di andare in traccia dell’
universale, del necessario e del permanente che costituisse il punto di
riferimeuto delle nostre rappresentazioni subbiettive proiettate all’ esterno e
che insieme fusse il mezzo di stabilire la solidarietà intellettuale e la
comunità spirituale degli uomini, Si andò in traccia così dell’essenza o dell’
elemento intelligibile delle nostre rappresentazioni, elemento che fu fatto
consistere in qualità e rapporti inerenti ad elementi ult.mi sottratti al
dominio diretto dell'esperienza sensibile, elementi ultimi che alla loro volta
dovevano risultare di qualità e relazioni, procedendo così all’ infinito. Qui
accadde che per evitarne una sula si ricadde in molteplici altre contradizioni,
giacchè di questi elementi ultimi (atomi) bisognava pur dar ragione,
determinandone la natura, bi‘ sognava, cioè, renderli intelligibili. Ora, ciò
facendo, era necessario 0 dire che essi andavano ammessi come un fatto, come un
dato ultimo il che era impossibile, perchè gli atomi sono concepiti dalla
scienza come qualcosa di non percepibile, di non sperimentabile (e del resto se
essi devono dar ragione delle rappresentazioni s :nsibili in genere, non
possono essere appresi mediante la percezione) , nè è a parlare di centri di
forza, perchè la forza per sè presa è un bel nulla, è anch'essa un uggettiro ;
ovvero bisognava ridurre essi stessi a qualità e relazioni: ma le qualità e le
relazioni (elementi intelligibili e quindi anch'essi aggettivi) hanno bisogno
di qualcosa a cui inerire, onde la necessità di porre come postulato
l'esistenza di reali ultimi, sostanze spirituali, le quali poi impiicano le
medesime contradizioni degli atomi materiali. Atomi materiali ed atomi spirituali
sono prodotti della nostra fantasia, ipostasi di concezioni mentali astratte.
Gli atomi erano stati creati per spiegare i rapporti intelligibili determinanti
i fenomeni subbiettivi, i fenomeni sensoriali : ora essi, non potendo essere
considerati come fatti (e ancorchè potessero essere considerati come tali, si
sarebbe daccapo, per chè sarebbero anch'essi fatti percettivi, fatti cioè
dell’istessa . categoria di quelli, per spiegare i quali erano stati
imaginati), è giuocoforza analizzarli in elementi d’ordine intelligibile
(qualità e rapporti), in elementi cioè, per fondamentare i quali essi stessi
sono stati proposti. È naturale che giunti a questo punto doveva sorgere il
problema riguardante la trasformazione dell’ elemento intelligibile in elemento
sensibile, riguardante la possibilità che l’ ideale diventasse obbietto della
sensibilità. Ora è vero che l'elemento intelligibile esiste per sè ? No, perchè
esso, preso a parte dal fatto, dall’ esistenza attuale, è un prodotto
dell’astrazione. L'universale, l’idea non esiste al di fuori della mente.
Sicchè noì vediamo qui che il problema gnoseologico è nato per un processo
analogo a quello che diede origine al problema estetico, per un processo cioè
di disgiunzione dell'elemento intelligibile dall’ elemento fattuale
dell’esistenza. La realtà vera, la vita vera del reale è data dalla
congiunzione ‘dell’ elemento ideale col reale, dall’incorporazione dell'ideale
nel reale: ond’è che attribuire l’esistenza di fatto agli elementi
intelligibili è un processo del tutto falso ed arbitrario. L’intelligibile o
l'universale è un puro aggettivo che ha bisogno del suo sostantivo. E come
sostantivo dovrebbe fungere l'immediatezza della percezione sensoriale, l’
immediatezza del fatto psichico quale si svolge nel soggetto umano, ma i due
elementi, l’ universale e il fatto psichico individuale non sì corrispondono,
non fanno una cosa sola, non sono, diciamo così, l’uno per l’altro. Il fatto
psichico non è qualcosa di obbiettivo, d'ilentico e di comunicabile, ma varia
da soggetto a soggetto; esso non può esser tutta la realtà. È stato a causa
delle molteplici contradizioni, delle insufficienze e manchevolezze rivelantisi
nella vita psichica e subbiettiva che si è ‘dovuto costruire ipoteticamente un
mondo obbiettivo intelligibile di contro a quello subbiettivo. E poichè un tal
ripiego, come si è veduto, non approda a nulla, sorge la necessità di trovare
il complemento esistenziale dell'intelligibile in qualcosa che trascende il
contenuto della coscienza individuale. Tale complemento non può esser trovato
che nella vita del Tutto (Io epistomologico e ontologico o Bewusstseyn
tiberhaupt di Kant) nella Coscienza universale in cui non vi è separazione di
intelligibile e di sensibile (la quale separazione è compiuta dallo spirito individuale
finito), d’ideale e di reale, di contenuto e di fatto, ma vi è fusione perfetta
di entrambi. La questione sta tutta qui: la percezione appare dato concreto
immediato e quindi reale, ma è dato subbiettivo e quindi pieno di
contradizioni: l'intelligibile è obbiettivo nel senso che è inteso in un modo
identico da tutti gli uomini, ma è ipotetico, astratto, non dato, ma posto
dall’intelligenza umana : ciò posto, siffatti due termini si possono
conciliare, si possono unire e formare una cosa sola completa, la realtà viva e
vera ? Ciò non è possibile insino a tanto che non sì esce dalla coscienza
individuale, perchè il reale subbiettivo che non è completo in sè stesso, che è
solo un frammento della totalità, non può avere per contenuto adeguato
l’universale, non può avere per essenza il tutto. Come nel processo estetico
avevamo: 1° disgiunzione dell’intelligibile dal fatto, e poi, 2°,
ricongiunzione dell’elemento intelligibile con un fatto che non gli
corrisponde, e di qui la trascendenza, il significato, l'espressività della
percezione o imaginazione estetica, cosi nel processo gnoseologico abbiamo la
disgiunzione del was dal dass del fatto percettivo e l’ipostasi del was, la
considerazione di questo come un fatto, come un dato. E poichè ciò si rivela
impossibile e contradittorio, si tende a congiungere di nuovo l'elemento
intelligibile universale (il quale per sè preso non è reale nel senso che non è
concreto, non esistente per sè, non immediatamente appreso, bensì effetto di
un’elaborazione psicologica e logica, una semplice concezione dello spirito,
un'ipotesi formata in vista delle conseguenze che da essa, dato che esista,
necessariamente derivano) col dato percettivo della coscienza individuale, il
quale è reale, ma ha una realtà subbiettiva, non obbiettiva, non comune a tutti
gli uomini. Se non che la detta coscienza non è capace di contenere di fatto l’
universale, ma solo virtualmente, cioè come esigenza, come aspirazione, come
idea. Onde la necessità di trascendere incessantemente il fatto psichico subbiettivo
e l'esigenza di una Realtà obbiettiva individuale e insieme universale, cioè
sistematica. Vi ha però una differenza tra processo estetico e processo
gnoseologico ed è, che la disgiunzione e la ricongiunzione dell'elemento
intelligibile col fatto nel primo sono atti arbitrari, sono atti sottoposti al
volere individuale, mentrechè nel secondo sono una conseguenza, diremo,
necessaria delle contradizioni e delle insufficienze che si rivelano nella
percezione sensoriale dei vari individui e nei fenomeni della vita subbiettiva.
Le ricerche dell’Ottica e dell’Acustica fisiologica, della Psicologia
fisiologica furono promosse dall'impossibilità di considerare le percezioni
sensoriali come fatti per sè esistenti all’esterno. Uno degli aspetti sotto cui
il problema estetico si può presentare è il seguente: Qual'è la natura e le
condizioni dell’ emozione estetica? La soluzione di tale quesito ha formato e
forma oggetto di tutta l’Estetica esatta coltivata ai giorni nostri in Germania
ed in Inghilterra. Da tal punto di vista è evidente che il problema estetico
assume un aspetto prevalentemente psicologico: esso, infatti, vale la domanda:
Come e perchè talune percezioni sensoriali producono sentimenti di natura
speciale (emozione estetica)? Il che alla sua volta vale domandare: In che
rapporto stanno le varie forme dell'attività psichica? Ovvero: Tra le varie
manifestazioni della vita psichica vi è una correlazione intima in modo da
poter esse venire considerate come vari lati di uno stesso processo
fondamentale, ovvero sono delle funzioni giustaposte che possono solo in date
circostanze agire l’una sull'altra? Vediamo ora quali sono i risultati ultimi a
cui l'indagine estetica esatta è pervenuta. E qui, prima d'andare innanzi, ci
sembra opportuno notare che il problema estetico psico logicamente considerato
è della più alta importanza in quanto dipende dalla sua soluzione il
determinare per che via il significato può essere congiunto col dato attuale ,
(rappresentazione sensibile) con cui non è connaturato, per che via ciò che è
universale ed astratto (l'elemento intelligibile) può concretizzarsi în modo da
divenire obbietto piacevole. I risultati delle ricerche summenzionate furono di
due sorta. Da una parte il sentimento estetico fu intellettualizzato nel senso
che fu fatto dipendere dall’apprensione di determinati rapporti astratti: e
invero, comunque lo spirito, diciamo così, dell'estetica psicologica e del
formalismo vada riposto nella tendenza ad andare in traccia della causa attuale
del piacere estetico, della causa inerente alla percezione sensoriale, tuttavia
nel fatto essa indaga la ragione nella causa: una volta che siamo spinti ad
oltrepassare la percezione sensoriale, noi troviamo l'elemento intelligibile,
la ragione. Del resto se la percezione della bellezza presuppone l’esistenza di
dati rapporti, questi da una parte non figurano che come ragioni , e dall'altra
possono essere, se non sostituti, messi in connessioni con proprietà meno
astratte, più vicine alla realtà che viviamo, e quindi più atte a suscitare il
nostro interesse e la nostra simpatia. La maniera di operare delle relazioni è
invero di natura così generale e così poco caratteristica, che non si vede come
l’effetto estetico possa essere ottenuto, se un altro elemento non vi concorre
(il significato cioè di tali relazioni astratte). Vogliamo dire che i suddetti
rapporti formali non hanno per sè nulla di caratteristico che possa spiegare il
fatto estetico, tanto è ciò vero che si presentano anche dove nessun effetto
estetico si riscontra. D'altra parte l'origine del sentimento estetico fu posta
in una specie di affinità latente (che non ha niente a che fare colla pura
stimolazione sensoriale) esistente tra la semplice forma estetica e l’anima del
soggetto percipiente (conformazione dello spirito individuale). Ed il famoso
principio fechneriano dell’economia della forza quale fonte di piacere (il
quale principio poi fu considerato in rapporto al contenuto delle nostre
rappresentazioni come in rapporto al corso delle stesse) non è che
l’espressione astratta di ciò che implica la detta armonia latente. L'economica
distribuzione della forza considerata dal punto di vista dell’obbietto trae
seco il principio dell’ unità organica e l'assenza di qualsiasi elemento
superfluo: assenza di superfluità che equivale ad esigenza di significato e di
valore, in quanto solo ciò che è insignificante è veramente superfluo.
L'applicazione del principio dell'economia fatta all'attività del soggetto
percipiente implica concentramento non faticoso dell'attenzione, in modo da riuscire
agevole e quindi piacevole il fatto psichico stesso dell’apprensione. Avviene
così che l’appercezione di un contenuto piacevole, perchè organicamente
costituito, diviene essa stessa fonte di piacere. Se si considera che la
rispondenza quanto più è possibile esatta ed adeguata dell’attività
appercettiva al contenuto appercepito non è una accidentalità, ma costituisce
un elemento essenziale della emozione estetica, tanto è vero che tutto ciò che
richiede uno sforzo mentale è antiestetico, non sì può non trovare naturale la
connessione esistente tra le modalità della nostra attenzione e le proprietà
dell'oggetto estetico. Quando uno sforzo speciale è richiesto per
l'appercezione di un contenuto estetico, vuol dire che l’espressione, la
rappresentazione (forma) e l'obbietto significato, l’idea (materia) non sono in
armonia, nel qual caso appunto non è più a parlare di bellezza. È stato notato
poi che il principio dell'economia non è in contradizione con quello dell’
esuberanza, del lussureggiamento ecc., che sono inerenti ad ogni obbietto
estetico e che contribuiscono a imprimergli la nota del disinteresse presa'in
senso largo, giacchè ciò che è superfluo considerato da un certo punto di vista
e in rapporto a dati scopi, a scopi di utilità pratica p. es., non lo è più,
una volta che è riferito ad un dato sistema armonico o ad una data unità
organica che ha valore per sè come esprimente il contenuto della vita nella sua
complessità e la Realtà nelle sue molteplici e svariate determinazioni.
L'origine e il fondamento dell'emozione estetica se non vanno posti adunque
nell'apprensione di rapporti formali ed astratti (ma nel contenuto che gli
stessi contribuiscono ad esprimere, nel loro significato), non vanno posti
neanche nel principio formale e quindi vago ed indeterminato dell'economia
della forza sia questa considerata obbiettivamente che subbiettivamente, il
quale riceve gran parte del suo valore dal fatto che esso depone per
l'esistenza di un'unità organica nell’obbietto estetico: ciò che è con parsimonia
costituito e con facilità appercepito ha evidentemente i caratteri del sistema,
della totalità, dell’individualità organica. Da qualunque punto si voglia
considerare la cosa è chiavo pertanto che l'emozione estetica deriva la sua
caratteristica propria dal contenuto (significato) espresso ed appercepito dal
soggetto. Quando lo spirito appercepisce espresso in modo adeguato ciò che ha
radici più profonde nell'intimo suo essere, quando lo spirito arriva a trovarsì
a contatto con qualche cosa di completo, di individuale e di sistematico e
quando arriva a riconoscere sé stesso, le sue aspirazioni, le sue esigenze, i
suoi sentimenti, nella natura o nell’arte, quando vede raccolti per opera dei
Genti in un punto solo e quindi intensificati tutti i raggi della sua attività,
quando insomma vede rispecchiato in un’opera tutto il fondo della sua anima e
quando si sente una cosa sola colla Realtà universale, non può non provare una
intensa emozione, che è appunto l'emozione estetica. Dopo aver accennato alla
soluzione del problema estetico nella sua forma psicologica, passiamo a
trattare del problema psicologico fondamentale quale si presenta nella
filosofia generale. L’ indagine intorno alle proprietà ed al rapporto esistente
tra le varie funzioni psichiche (funzione rappre sentativa, funzione emotiva,
funzione volitiva) è della più grande importanza e del più alto significato, in
quanto da essa dipende il concetto che ci dobbiamo formare della vita psichica
in genere e della costituzione dell’anima. La funzione emotiva in che rapporto
sta con quella rappresentativa? il sentimento in che rapporto sta con la
rappresentazione? Che cosa è il piacere o il dolore che accompagna qualsiasi
elemento della coscienza ? Ecco il problema generale, a cui gencricamente si
può riferire il problema speciale dell'origine e delle condizioni dell’emozione
estetica, salvo poi a determinare le caratteristiche proprie del piacere
estetico, tenuto conto che non tutti i piaceri sono di natura estetica. Ora noi
vediamo che la Psicologia moderna tende a risolvere il problema circa la natura
del sentimento in conformità della soluzione data dall’Estetica al problema
corrispondente. Nessun psicologo crede più all'esistenza delle cosidette
facoltà dell'anima: tutti concepiscono i fatti psichici come manifestazioni
diverse della vita ad attività psichica prosa nel suo insieme. Ora questa
attività spirituale si esplica in due forme principali irriducibili tra loro,
in quella di modificarsi in modo indistinto in totalità e in quella di
apprendere, di appercepire delle qualità distinte, degli attributi determinati
e delle relazioni. Nella sua prima forma essa si rivela essenzialmente una,
identica (senza che mostri alcuna differenziazione in sè stessa) ed intimamente
connessa con tutto il reale, che essa per così dire, avverte indistintamente
nella sua totalità: nella seconda forma invece essa appare variamente
determinata in sè stessa e nelle maniere di apprendere la realtà : nella pritma
forma è vita emotiva o sentimentale, nell’altra forma è vita wappresentativa o
intellettiva. È un errore pertanto voler intellettualizzare il sentimento col
farlo derivare da un qualsiasi rapporto : noi possiamo, sì, scomporre il
sentimento e tradurlo in rapporti, ma in tal caso noi avremo trasformato il
sentimento vero e proprio in un fatto. intellettuale. Il sentimento è un modo
di essere dell’attività psichica che si origina ogni qualvolta il contenuto
della coscienza è cosiffatto che, non potendo essere scomposto in qualità c
relazioni determinate, figura come qualcosa d'’ indistinto. E qui giova notare
che anche quando il sentimento stossos viene differenziato nelle sue principali
determinazioni di piacere e dolore nel caso che queste vengano nettamente
distinte ed appercepite cessa di essere puro sentimento per divenire un fatto
d’oriline intellettivo. Un sentimento qualificato, caratterizzato e
discriminato da tutto il complesso della vita psichica è la chiara appercezione
di una qualità psichica, non un sentimento. L'appercezione di un piacere, di un
dolore suppone l'atto della mente con cui una qualità viene separata, distinta
dal rimanente, suppone quindi una funzione intellettiva sia anche d’ ordine
rudimentale e l'atto o la funzione discriminatrice si confonde col suo prodotto
per molo che ciò che prima non era un fatto intellettivo riesce ad essere, per
così dire, trascritto in termini intellettivi, e quindi viene ad essere
snaturato. Piacere e dolore sono due qualità sensoriali come il bianco e il
nero, come il liscio e lo scabro, come il grave e l'acuto, come il caldo e il
freddo. Che essi siano determinati dalla forma dello stimolo piuttosto che da
proprietà inerenti (contenuto) allo stimolo come tale, che essi siano
determinati dal modo come lo stesso agisce, o dal modo in cui la sua
trasmissione avviene, o dalle condizioni in cuì l'organismo fisico e psichico
si trova mentre ha luogo tale azione, poco o nulla importa : dal punto di vista
psicologico il piacere e il dolore sono qualità, e come tali, appartengono alla
funzione rappresentativa dell'anima umana. Sosgiungiamo che il piacere e il
dolore, come il suono alto e quello basso e come il caldo e il freddo sono
sensazioni relative e variabili linearmente in quanto presentano. duo sole
determinazioni opposte. In altre parole : il sentimento per sua natura è indistinto,
è stuto psichico totale : non sì tosto in esso vengono delimitate differenze,
non sì tosto esso viene circoscritto e qualificato, non è più a parlare di
sentimento vero e proprio : ma di funzione intellettiva e rappresentativa. Il
sentimento in tal caso viene come ad essere intellettualizzato, viene ad essere
compenetvato dall'attività discriminativa che è inerente all’ intellezione.
Quando il sentimento stato psichico totale vien ad essere analizzato e
scomposto in qualità diverse e quando queste vengono appercepite, il sentimento
non esiste più, ma esistono le qualità sensoriali. La vita psichica non si
presenta più come sentimento, ma come apprensione di qualità, l’attributi e di
relazioni. Ma si può dire che il piacere e il dolore siano qualità del
sentimento, come si dice p. es. che il suono alto e basso sono qualità del
suono ? Noi crediamo di no, perchè parlare di qualità del sentimento è un
parlare contradittorio; è come se si dicesse qualità di ciò che non può avere
qualità, ovvero determinazioni di ciò che è per sua natura indeterminato. Il
piacere e il dolore sono qualità che possono essere pro:lotte in parte dalla
totalità della vita psichica, dallo stato in cui la stessa totalità si può
trovare, ma non sono qualità della totalità La totalità è reale, ma non ha
qualità, caratteri distintivi, differenze, le quali implicando sempre
relatività, riferimento, possono essere differenziate entro la totalità. Uno
stato di piacere o di dolore totale non significa nulla: un piacere o dulore
suppone la distinzione, la differenziazione. Il sentimento o stato psichico
totale può contribuire a generare uno stato di piacere o di dolore, ma non può
presentarsi come piacere o come dolore: già un piacere o un dolore totale,
assolutamente totale, non sarebbe nemmeno avvertito, perchè non potrebbe cs-ere
distinto: distinto da che, invero? E il piacere e il dolore sono considerati
d’ordinario come qualità del sentimento appunto perchè esse sono determinate in
parte dalla totalità della vita psichica, Sorge la questione: Perchè una tinta
di piacere o di dolore accompagna qualsiasi fatto psichico? Perchè ogni singolo
fatto psichico è messo in rapporto si noti, è “messo in rapporto è appercepito
quasi attraverso lo stato complessivo in cui l'organismo fisico e psichico si
trova in un dato momento: è da questa appercezione che è un fatto d'ordine
intellettivo è dal suddetto rapporto del fatto singolo coll’insieme che vengono
fuori le due qualità di piacere e di dolore, le quali vengono a sovrapporsi 0,
meglio, a fondersi cogli attributi propri dei singoli fatti psichici. Ed è
avvertita la qualità di piacere ovvero quella di dolore, secondochè si ha
l’appercezione di un rialzamento o di un abbassamento dell'energia psichica e
delle condizioni da cui essa dipende. Come si vede, il sentimento non va
ilentificato con le determinazioni qualitative del piacere e del dolore : il
primo è uno stato totale dell’anima, le altre sono prodotte dal. l’appercezione
(fatto intellettivo) delle differenze (qualità) osistenti nella detta totalità.
E noto che l’apprensione di un dato contenuto psichico richiede il
dispiegamento di una certa quantità di energia mentale (attenzione), la quale
pui non è illimitata, ond’è che quando ha luogo un consumo di energia psichica
superiore a quello di cui sì può disporre sarà avvertita una sensazione
sgradevole, mentrechè quando lo stesso consumo è proporzionato alle risorse si
avrà una sensazione piacevole. È il rapporto, la proporzione che deve esistere
tra attenzione e area della coscienza che ci può dar la chiave per rendercì
conto in gran parte delle determinazioni qualitative del piacere e del dolore.
si Abbiamo detto che il sentimento è la vita psichica presa nella sua totalità
: è evidente che a seconda che la detta totalità è più o meno ricca di contenuto,
a seconda che è di ordine superiore o inferiore, che è complessa, ovvero
semplice e rudimentale, si avrà o no un sentimento nobile ed elevato. Ma, si
può qui domandare, se il sentimento è la stessa vita psichica presa nella sua
totalità, come mai potrà essere avvertito? L° avvertire implica distinzione e
questa riferimento e quindi esistenza di qualità diverse entro la totalità. A
ciò si risponde che il sentimento non è avvertito come qualità ; il suo ufficio
è quello di rendere reale, attuale, presente, immediato qualsiasi fatto
psichico: esso rappresenta il coefficiente dell’ esistenza psichica. Il
problema estetico nella sua forma psicologica e il problema psicologico
fondamentale si: corrispondono, in quanto là soluzione data ad entrambi è questa,
che il sentimento ha la sua origine nella vita psichica indistinta, nella quale
non soltanto vengono ad essere fusi insieme i vari elementi costitutivi
di.essa, ma viene ad essere tolta ogni contrapposizione del soggetto all’
oggetto. E qui sorge la necessità di andare in traccia del carattere
differenziale per cui il sentimento estetico sì distingue da qualsiasi altro
sentimento. Tale carattere si trova agevolmente, se si riflette agli attributi
dell’obbietto estetico, il quale non solo è un sistema di parti (unità nella
varietà) oltremodo complesso, ma ha un significato deri vante dal riflettersi
in esso di tutte le aspirazioni ed esigenze più profonde dell'animo umano, per
modo che nella contemplazione estctica il soggetto si trova come in rapporto
con la parte migliore di sè stesso. Si aggiunga che l’unione del soggetto con
l'oggetto è molto più intima nel caso dell'emozione estetica che nel caso di
qualsiasi altro sentimento. L'attività del Reale, la Realtà come vita
differenziantesi, spezzantesi e rivelantesi in modo immediato nelle coscienze
individuali, ecco la radice comune delle varie sorta di sentimenti. Come vi
sono varie forme od apparenze di totalità, come vi sono varii ordini
d’incentramenti individuali così vi sono vari ordini di sentimenti più o meno
definiti (ogni definizione proviene dall'elemento rappresentativo e relativo
concomitante), più o meno complessi, più o meno interessati, perchè più o meno
direttamente riferentisi all'attività pratica. Il carattere d'individualità che
controdistingue il sentimento proviene dal fatto che la totalità è, per così
dire, incentrata nella vita del soggetto, in ciò che differenzia l’io quale
determinazione speciale del Reale, avente un posto proprio nello spazio, nel
tempo e nella serie causale. Non ci sembra inopportuno, poichè servirà
a-dilucidare le idee suesposte, richiamare qui, prima di finire, l’attenzione
sul rapporto esistente tra sentimento e volontà, o meglio, tra sentimento e
attività; rapporto che è diverso da quello che ordinariamente è ammesso. Il
sentimento non produce l’azione allo stesso modo che non è prodotto da essa e
che non ne è il riflesso subbiettivo. Un tale rapporto e A ii cir iii cdi ee n
può esistere tra l’attività e le qualità sensoriali del piacere e del dolore,
non gia tra l'attività e il sentimento, Questo come stato psichico totale è
tutta la vita psichica senza alcuna determinazione speciale, ond’è che mentre
da una parte esso contiene, trasformati e fusi insieme tutti gli elementi
psichici, non è in rapporto particolare con nessuno di essi. Tutti però quando
divengono reali, quando appaiono distinti sull'orizzonte psichico, emergono
come dal fondo della vita psichica, che dal punto di vista soggettivo è appunto
il sentimento stesso. Questo pertanto appare come il sostegno, ceme ciò che dà
attività, consistenza ai vari fatti psichici. Al di fuori del presente, del
momento attuale non vi ha sentimento, ma bensì rappresentazione : e vi ha una
rappresentazione riferentesi al passato, come ve ne ha una riferentesi al
futuro : ed è chiaro che è possibile avere una rappresentazione del sentimento,
quando questo, distaccato dalla matrice reale, viene idealmente costruito e
proiettato nel passato per mezzo della memoria e nel futuro per mezzo della
immaginazione. Il sentimento però in tal caso viene snaturato, trasformandosi
in un fatto d'ordine conoscitivo: un sentimento rappresentato è una
rappresentazione e non un sentimento, o meglio, ò una nostra costruzione ideale
che non si riferisce a nulla di reale e di attuale. La forma, diremo così,
metafisica del problema estetico è: Qual'è la natura della proluzione artistica
? L'arte in che rapporto sta con la natura ? Si deve ritenere con gli antichi
Greci che l'Arte è una imitazione pura e semplice della natura in modo da dover
essere essa collocata al disotto di quest'ultima? Come si vede, un tale quesito
non poteva ricevere un'adeguata risposta se non dopo che la coscienza estetica
del genere umano cbbe raggiunto un grado notevole di svolgimento, dopo, cioè,
che il gusto estetico si fu di molto raffinato c che la valutazione estetica fu
molto progredita. La riflessione filosofica dovette giungere al punto da
sentire il profondo divario esistente tra il mondo empirico e quello ideale,
tra le esigenze del] intendimento e quelle della Ragione presa in senso
stretto, vale a dire presa come la facoltà del Categorico, dell'Unità e della
Totalità. E infatti il problema estetico nella sua forma metafisica non fu
risoluto in maniera adequata prima che Emanuele Kant ponesse in evidenza
l’antitesi esistente tra la relatività inevitabile della ragione teoretica e la
assolutezza dell'imperativo morale implicante l’esistenza della liberta. Il
problema circa la natura della produzione artistica non s'impose fino a tanto
che gl’immensi progressi della Filologia classica, dell’Archeologia, della
Critica non ebbero per effetto di produrre il rinnovamento di tutta la
coscienza estetica e quindi di tutte le vedute anteriormente dominanti inordine
alla valutazione estetica. Fu allora che non fu più possibile considerare il
prodotto estetico come una semplice imitazione della natura. Vediamo ora come
il problema estetico fu risoluto sotto tale forma metafisica per ricercare
poscia le caratteristiche del corrispondente problema attinente alla filosofia
generale, il quale può essere così enunciato : Che concetto dobbiamo formarci
dell’ incessante produttività della natura? ovvero: Che cosa stanno a
rappresentare le infinite * forme in cui l’attività della natura si esplica? La
produzione artistica fu considerata come l’effetto del libero, ordinato ed
armonico esercizio delle facoltà umane: ma si può qui domandare: di tutte le
facoltà umane? No, bensì di quelle facoltà soltanto che possono dare origine a
prodotti che hanno una data forma, intenlendo per quest’ ultima l'insieme delle
proprietà per cui una data cosa è valutata, non per il suo uso, non per lo
scopo determinato a cuì l’ oggetto avente quella data forma risponde, ma per
ciò che la forma sta a rappresentare, in quanto in essa si riflette
l’intendimento, il sentimento e la capacità in genere di chi l'ha concepita ed
eseguita. La forma implica adunque l’esistenza dell’ elemento razionale: ed è
lecito parlare di forma ogni volta che nell'oggetto o nel fatto vien messo in
evidenza appunto l'elemento intelligibile. Ogni qualvolta nuvi ci troviamo di
fronte ad un obbietto .che mentre figura come un prodotto dell’intelligenza
dell'attività umana, dall'altra parte non pare serva ad uno scopo pratico, o a
un uso determinato, pur non essendo scevro di significato noi siamo spinti a
giudicare come estetico il detto obbietto. Sicchè l'essenza della produzione
artistica fu posta in ciò, che l’anima umana è così fatta che sente il bisogno
di estrinsecarsi, di esprimersi in fatti, i quali mentre portano l'impronta
delle facoltà che loro diedero origine, non hanno l’ufficio nè di appagare un
desiderio, nè di far raggiungere un fine estrinseco, nè di procurare un
gudimento egoistico e interessato. La creazione artistica ha in sè stessa il
suo scopo, che è quello di completare la realtà sensibile, dando l’esistenza ad
un mondo di forme atte ad appagare le aspirazioni e le esigenze più profonde e
più elevate dell'anima umana. Il bisogno del completo, del perfetto, dell’
individualità armonica, della totalità sistematica può solo esser soddisfatto
per mezzo dell'Arte, la quale rende possibile la sovrapposizione di tutto un
mondo supra il mondo della esperienza ordinaria. Il vero artista è quegli che
crea per creare, è quegli che spinto dal bisogno di porre in opera il soprappiù
delle sue esuberanti energie, produce spontaneamente e quasi istintivamente,
senza aver dinanzi alla mente uno scopo estrinseco od interessato da
conseguire. Egli crea per dar forma definita a ciò che gli si agita nel fonito
dell'anima. L’opera d'arte è bella quando porta nettamente l'impronta della
personalità dell'artista e quando esprime l'impressione in lui prodotta dalla
vista dell'oggetto o del fatto che egli traduce. La Natura è bella quando noi
in essa riconosciamo nol stessi con ciò clie abbiamo di veramente umano, come
esseri felici e miseri ad un tempo. Ognun vede che il bello non può essere in
alcun modo confuso nè col piacevole, nè col bene ; il piacevole infatti,
risponde ad una esigenza subbiettiva ed interessata, implicando l’appagamento
di un bisogno egoistico, e il bene involge il concetto di attuazione di un fine
chiaro e cosciente, sia questo estrinseco all’obbietto come nel caso
dell'utilità o immanente all’ oggetto stesso come nel caso della perfezione.
L'espressione libera e spontanea in forme concrete, di un contenuto.ideale e la
realizzazione irreflessa di ciò che vi ha di razionale nella nostra natura,
ecco che cosa è invece la produzione artistica ; un’espressione necessaria el
obbiettiva della vita umana nella sua complessità e dell'unità della natura,
ecco che cosa è invece l’arte. Onde consegue poi che non vi è ragione di
limitare la cerchia delle sue manifestazioni, le quali hanno tutte egual
diritto alla nostra consilerazione, a patto che mettano in evidenza in modo
completo un lato della vita umana con tutte le proprietà, siano pregi o difetti
ad essa inerenti. E " x Il problema che in filosofia generale corrisponde
a quello estetico or ora esaminato è il problema teleologico. Che significato
ha l’inesauribile produttività della natura ? Che valore va attribuito alle
svariatissime forme naturali? Ora la risposta lata dai filosofi almeno da
taluni filosofi coincide con quella data dagli estetici in quanto viene ammessa
l’intima razionalità della natura, a cui accennano già le leggi naturali. Tale
razionalità può da una parte non esaurire il contenuto della natura, giacchè
questa oltre ad essere compenetrata dalla ragione 'è qualcosaltro ancora, e
dall’ altro non è tale da far considerare i fatti e gli obbietti naturali come
prodotti da un’Intelligenza cosciente identica all’umana. In altri termini, la
natura è, sì, espressione di qualcosa di razionale, ma non può essere
considerata come il prodotto di un'attività intelligente che si esplichi come
quella dell’ uomo. La natura esclude il dominio del caso e insieme una veduta
antropomorfica qualsiasi. E poichè del rimanente la produttività della natura
presenta i caratteri propri della produzione artistica (libertà, spontaneità,
molteplicità di forme definite, unità organica delle parti costitutive di
ciascuna forma, esuberanza di energia, apparente assenza di utilità, ecc.), è
ragionevole pensare che il mondo ideale dell’arte e quello reale della natura
siano prodotti da un'attività fondamentalmente identica: la quale però nel
secondo caso si esplica in modo chiaramente incosciente e nel primo in modo,
diremmo semicosciente o cosciente addirittura. In entrambi i casi la ragione è
in azione, ma (ci sia lecito esprimerci così) senza averne Vl aria: in entrambi
i casì l’idea di fine non è costitutiva dei fenomeni, ma puramente regolativa,
giacchè come il fatto estetico non è prodotto, nè sentito in vista del
raggiuugimento di un dato fine, in vista di. un vantaggio da ottenere, o di un
risultato pratico da conseguire, così il fatto naturale non può essere
interpretato o spiegato mediante il concetto di fine. Il fatto estetico e
quello naturale però implicano, ciascuno alla sua mauiera, l’esistenza
dell'elemento intelligibile e razionale atto a dar ragione della loro forma
determinata: tanto l’ uno quanto l’altro pongono l’esigenza dell’unità
sistematica atta a dar ragione delle relazioni esistenti tra le varie parti od
elementi componenti il tutto, unità sistematica che include il concetto di fine
intrinseco ed organizzatore, comunque incosciente. É evidente poi che tra
natura ed arte, tra bello natu: rale e bello artistico non può esistere
antitesi di sorta, ma soltanto differenza di grado, in quanto l’arte non fa che
presentare come raccolti in un punto quei raggi che nella natura vanno dispersi
qua e la, in quanto cioè l’arte concentra e rende continuo ciò che nella natura
si presenta discontinuo, sconnesso e quindi pressochè sfornito di alto
significato. Allo stesso modo che la scienza coordina, correggendo, modificando
(sceverando l’ essenziale e il necessario dall’accidentale), i fatti
dell’osservazione percettiva ordinaria e li presenta sotto nuova luce, così
l’arte ha per intento di mettere in evidenza i tratti caratteristici della
natura e della vita, ordinandoli, fissandoli e organizzandoli in modo che salti
agli occhi di tutti quel sigrificeto che diversamente o non sarebbe avvertito
addirittura, ovvero in modo incompleto e confuso. L'opera del genio si esplica
appunto nell’idealizzare la natura, vale a dire nel rendere appariscente ciò che
senza di Lui all'occhio volgare sarebbe per sempre rimasto nascosto. L’opera
d'arte quale espressione di un contenuto ideale, di un universale concreto
(natura propria di ciò che si vuol rappresentare) ha la sua ragione in sè
stessa: e il suo valore sta tutto nell’ essere essa parvenza perfettamente
distinta dalla realtà. Essa invero è apprezzata per sè; è un sistema,
un'individualità, qualcosa di organico esprimente la Realtà sotto un punto di
vista determinato. Qualsiasi altra cunsilerazione non riferentesi alla
contemplazione di una rappresentazione concreta, compiuta di quella medesima
Realtà, che alla Ragione appare come Vero ed al Volere come Bene, le è
estranea. Onde con
BOSANQUET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the
life and opinions of H. P. Grice” --, Zistory of Esthetic. London. It is plain
that nature in this relation differs from art principally in degree, both being
in the medium of human perception or imagination, but the one consisting in the
transient and ordinary presentation or idea of average ind, the other in the
fixed and heigtened intuitions of the genius which can record and interpret .
segue che l'appercezione estetica si riferisce al modo come è rappresentato,
come è espresso, non come è costituito, nè come agisce il Reale per sè. E evidente che una medesima cosa è giudicata
bella o brutta a seconda che è considerata o pure no espressione completa di un
dato ordine di realtà: espressione che figurerà come completa o come incompleta
secondo che un oggetto è guardato nella sua possibilità e in generale dall’uno
o dall'altro punto di vista. Un esemplare di una specie di animali nota uno
scrittore recente, sarà brutto p. es. se considerato come espressione dell’
animale in generale, perchè in quel dato esemplare (forma) la vita animale
(contenuto) non si rispecchia nella sua pienezza: potrà esser bello se
considerato come espressione tipica di una data specie di animale,. giacchè in
tal caso esso è considerato come espressione o forma di un altro contenuto ,
dass di un altro was. Insomma un oggetto è bello o brutto secondo la categoria
con la quale lo appercopiamo. Nell'arte tutta la realtà naturale ed umana che è
bella o brutta secondo i punti di vista relativi diventa bella, perchè è
appercepita come realtà in generale che si vuol vedere espressa completamente.
Tutti i personaggi, tutte le azioni, tutti gli oggetti, entrando nel mondo
dell’arte perdono (artisticamente parlando) le qualificazioni che sogliono
avere per ragioni. diverse nella vita reale, e son giudicati sclo in quanto
l’arte li ritrae più o meno perfettamente. Taluni dei Cesari sono giudicati
mostri guardati nella vita reale, ma non sono mostri come figure d’arte. PERGEA
PSR i ie ina Pr fa L'uomo nella vita ordinaria accetta il dato come immediatamente
gli si presenta senza che faccia alcun tentativo per armonizzare tra loro gli
elementi discordanti. Possiamo aggiungere che la discordanza non è neanco
avvertita. In tale stadio l’uomo non conosce per conoscere, ma conosce per
operare, per soddisfare cioè nel modo più appropriato i suoj/ istinti o le sue
tendenze; onde avviene che le cognizioni, le quali meglio rispondono alle
esigenze pratiche, appaiono complete, perfette. Se non che un tale stato non è
duraturo; ben presto con lo svolgersi della cultura e della civiltà la funzione
conoscitiva acquista un certo grado d'indipendenza, emancipanilosi dai bisogni
pratici ed acquistando valore e significato per sè. È in tale stadio che
cominciano ad essere avvertite le contradizioni esistenti tra i vari elementi
dell’esperienza ordinaria, dapprima considerati come essenzialmente costitutivi
della vera ed ultima Realtà. È in tale stadio che si formano le scienze, le
quali per dar ragione dei vari fatti sperimentali e per eliminare le
contradizioni dagli stessi presentate ricorrono a concetti d'ordine
particolare. In tal guisa questi sono come il sostrato della realtà, mentrechè
i fenomeni empiricì stanno ad indicare le varie maniere in cui il detto
sostrato si può presentare al soggetto, stanno ad indicare le varie forme che
esso può assumere. Ma siffatti concetti fondamentali delle scienze particolari
sono in realtà qual-. cosa di ultimo e d’irriducibile e (ciò che sopratutto
importa) sono privi assolutamente di elementi contradittori, sono cioè perfettamente
intelligibili? Questo problema che sorpassa evidentemente i limiti di ciascuna
scienza speciale, forma il punto di partenza del filosofare. Ora BRADLEY, il
filosofo oxoniense, nel suo saggio di metafisica intitolato “Appearance and
Reality” – Appearance and reality: a metaphysical essay. London, Swan
Sonneschein. Tale opera di Bradley è accolta con molto favore nel mondo
filosofico inglese. Mackenzie non si perita di affermare nella Rivista Mind che
il saggio di metafisica di Bradley è una delle migliori opere filosofiche.
Bradley del resto è autore di parecchie altre opere pregevolissime, quali i
“Principles of Logic” (London), “Ethical Studies” e svariatissimi articoli per
la più parte d’argomento psicologico pubblicati nella “Mind.” -- muove appunto
dal quesito: La realtà quale ci viene presentata dalle scienze singole è
consistente, ovvero è contradittoria e quindi non realtà vera, ma apparenza? Le
scienze per costruire un mondo intelligibile sono ricorse a vari espe-. dienti
o mezzi; che valore hanno questi? Sottoposti alla critica, esaminati alla luce
del principio di contradizione appaiono consistenti? Ognuno vede che per
risolvere tale problema occorre anzitutto passare a rassegna i materiali che
compongono l’edifizio della scienza per potere di poi ricercare fino a che
punto ciascuno di essi sia coerente con sè stesso e coi rimanenti. Si fa presto
ad enumerare gli organi che renduno possibile alla scienza la costruzione della
mechanica rerum; essi sono: divisione delle qualità sensoriali in primarie e
secondarie, i concetti dì sostrato o sostantivo, di qualità, di relazione, di
spazio, tempo, movimento, cangiamento, causalità, forza, attività. Tutto il
mondo per la scienza è composto di cose , di qualità , di relazioni e, se si
vuole, anche di forze . Le qualità possono essere divise poi in primarie
(estensione, resistenza) e secondarie (colori, suoni ecc.). Dalle varie
combinazioni di qualità e di relazioni di differente ordine risultano lo
spazio, il tempo, il movimento, il cangiamento, la causazione. Possiamo dire
che i concetti propriamente primitivi sì riducono a quelli di sostanza, di
qualità, di relazione e di azione, mentrechè tutti gli altri concetti di cui si
fa largo uso nella scienza, non sono che derivazioni e combinazioni diverse di
quelli primitivi. Si domanda adunque: La Realtà è effettivamente costituita di
sostanze, di qualità, di relazioni? Il Bradley risponde subito di no, perchè
tutti questi elementi, implicando contradizioni, sono apparenza e non realtà.
La sostanza , la cosa non è che l'insieme, l’unità di tutte le qualità che
caratterizzano, 0 como altrimenti si dice, ineriscono ad essa: ma che cosa è
mai questo rapporto d'inerenza? Da una parte la cosa non s'identifica con
nessuna delle qualità per sè prese (così lo zucchero non è identico alla
qualità del bianco, o a quella del dolce per sè presa), e dall'altra parte se
si dice che la cosa rappresenta l’uni ficazione, l'aggruppamento delle varie
qualità non s'intende in che cosa possa consistere questa unificazione od ordinamento
che sia. Chi tiene unite le qualità? Perchè, come, dove queste si uniscono
insieme? Qui sì tira in ballo il concetto di relazione e si dice che la
sostanza, la cosa, è data da particolari rapporti esistenti tra le varie
qualità, ma ciò non serve affatto a chiarire la questione, perchè che cosa mai
vuol dire che una cosa è uguale al rapporto di una qualità: con un’altra
qualità? Così se si dice lo zucchero è eguale ad un dato rapporto del bianco
col dolce non si dice nulla di serio e di significante, non si sa che cosa
voglia dire una qualità in rapporto con un'altra: la prima qualità non è
identica alla seconda, e non è nemmeno identica alla relazione con la seconda .
Come si vede, al problema concernente la sostanza, la cosa, sì connette
intimamente quello riguardante la natura della qualità e della relazione,
problema che esaminato a fondo, dice il Bradley, dà luogo ad un cumulo di
contradizioni. Ed invero qualità e relazione anzitutto si presuppongono a
vicenda in quanto con ogni qualità si connette intimamente un processo di
distinzione, di differenziazione e quindi un rapporto (ogni qualità in tanto
esiste in quanto emerge, distaccandosene, da un dato fondo), processo e
rapporto che sono parti essenziali della qualità come tale e non qualcosa di sopraggiunto:
chi dice qualità dice molteplicità e chi dice molteplicità dice con ciò stesso
rapporto; e in quanto ogni rapportu d'altra parte implica la esistenza di
termini e quindi di qualità tra cui esso intercede ; poi non c'è verso di poter
intendere come qualità e relazione agiscano o si comportino reciprocamente.
Noi, ricordiamolo bene, siamo a questo: la relazione è nulla senza la qualità e
viceversa la qualità è nulla senza la relazione: da un canto sembra che la
qualità consti di relazioni, e dall'altro che queste non siano che forme di
qualità. Si direbbe che in ciascuna qualità siano da distinguere due elementi,
uno che rende possibile una qualsiasi relazione e l’altro che risulta dalla
relazione stessa, elementi che appartenendo ad una stessa cosa (qualità),
bisogna che siano in relazione tra loro per modo che a’ proposito di ciascuno
di essi si renda necessario il medesimo processo di distinzione dell'elemento
che rende possibile la relazione da quello che ne risulta. Il che, come è
chiaro, I mena ad un processo ad infinitum. Il fatto è che il Bradley non vede
come la relazione salti fuori dalla qualità, nè come la qualità possa saltar
fuori dalla relazione lasciata così sospesa per aria. Da una parte la relazione
pare che non si distingua dalla qualità, e dall’altra la presuppone: e
viceversa da una parte la qualità pare che s'identifichi con la relazione, e
dall'altra ne derivi. | Come mai si può affermare adunque che la realtà è fatta
di sostanze, di qualità e di relazioni, se tali tre elementi implicano
contradizioni e sono affatto incomprensibili? Presi separatamente o in unione
essi appaiono sempre impenetrabili all’intelligenza. La relazione non può
essere considerata un addiettivo, una proprietà della qualità, giacchè
viceversa questa appare qualcosa di inerente alla relazione. Oltrechè il
rapporto di inerenza è quanto di più oscuro si possa immaginare, la relazione e
la qualità non possono essere sostantivi ed addiettivi nello stesso tempo. Se
non s'intende come le qualità possano unirsi per dare la cosa , non s'intende
del pari come i rapporti siano proprietà, siano come a dire inerenti alle
qualità. Si ode dire che la tale cosa ha la proprietà di essere in rapporto con
la tale altra cosa, ma una tale espressione implica una quantità di controsensi.
Che cosa è il rapporto per sè preso? Non sì può identificare con la cosa e
d’altra parte per sè è nulla. Il nodo della questione è tutto qui: la relazione
non essendo una cosa nè una qualità, non sì arriva a comprendere che cosa mai
possa essere, giacchè essa infatti nell’ uso ordinario e scientifico è
adoperata ora come sostantivo a cui ineriscono le qualità vere o proprie ed ora
come addiettivo, come un derivato delle qualità stesse. Se non c'è modo di
intendere l’unità delle qualità e degli attributi costituenti la cosa non c’è
modo neanche d'intendere l’unione delle relazioni con le qualità. Da un canto
il rapporto deve essere qualcosa per sè, qualcosa di distinto dalla qualità e
dall’altra fuori la qualità esso appare nulla. Una volta dichiarati
iniutelligibili perchè contradittori i concetti di sostanza, di qualità, di
relazione, non potevano non apparire del pari incomprensibili lo spazio, il
tempo, il movimento, l’attività, il cangiamento, la causazione, ecc. Tutti
questi concetti invero non risultano che di qualità e di relazioni variamente
combinate tra loro. In ciascuno di questi casi riappare l'impossibilità di
considerare la relazione come qualcosa di esistente per sè in quanto essa
presuppone delle qualità e insieme l’impossibilità di considerare le qualità
come cause produttrici delle relazioni, perché le qualità si risolvono alla
loro volta in relazioni. Da un canto le qualità sembrano constare di relazioni
e queste di quelle e dall'altro non s'intende come in ogni caso le une possano
emergere dalle altre. Ognuno vede quale sia la conclusione a cui perviene la
critica del Bradley : i concetti fondamentali delle scienze particolari non
sono che mere apparenze. Ora è giusta una tale affermazione, in base,
s'intende, all'analisi da lui fatta delle qualità e relazioni in genere e poi
del mutamento dello spazio, del tempo, della causazione, del cangiamento, ecc.
? In sostanza Bradley ragiona così: Poichè la sostanza o la cosa da una parte
non può essere identica a ciascuna o anche a tutte le qualità per sè prese e
dall'altra non può essere considerata come il sito d’unificazione, come l’
unità di tutti gli attributi, poichè in altre parole è incomprensibile il
rapporto d'inerenza o il nesso del sostantivo con l'aggettivo bisogna dire che
questi ultimi concetti non costituiscono la realtà. Poichè è inconcepibile la
natura della qualità e della relazione come della loro unione, bisogna
affermare che anche siffatti concetti non sono che apparenze, errori di
prospettiva mentale, i quali vengono ad essere eliminati in un’ esperienza più
elevata. Il filosofo inglese, come si vede, prende i concetti di sostanza, di
qualità e di relazione come se fossero qualcosa di esistente per sè, come se
fossero degli elementi indipendenti, delle vere e proprie entità: ora ciò è un
errore. Non è lecito considerare la sostanza, la qualità e la relazione
separatamente dal fattore della coscienza in generale (Bewusstsein iiberhaupt,
direbbe Kant) che ne è il vero sostegno e fondamento. La sostanza, la qualità e
la relazione in tanto appaiono concetti contradittori in quanto sono stati
distaccati dalla loro matrice, da ciò per cui sono e a cui devono per
conseguenza esser riferiti, la coscienza, il soggetto in genere. Considerati
come obbietti non reggono alla critica sicuramente, ma considerati come fatti
esistenti per un soggetto in generale e non per questo o quel soggetto
particolare divengono comprensibilissimi. Ed invero l’ unificazione delle
qualità costituenti la cosa non è un atto compiuto in un sito al di fuori del soggetto,
ma ha la sua radice nell'unità della coscienza. Non esistono delle qualità per
sè prese che poi in un bel momento si uniscano tra loro per formare la cosa ,
ma esistono degli elementi astratti (che dal punto di vista obbiettivo sono
funzioni), i quali si concretizzano, completandosi a vicenda, per opera della
soggettività in genere. La cosa, la sostanza insomma è ciò che è per la
coscienza in genere. La cosa la sostanza adunque è una funzione del soggetto.
Ricordiamo che una funzione è sempre una ancorchè gli atti di cui essa si
compone siano molteplici. La cosa o la sostanza non è la semplice unità delle
sue qualità, ma è questa unità più il soggetto : nè è a dire che la sostanza
sia identica ad una sola qualità (come parrebbe quando si dice, ad esempio, che
lo zucchero è dolce o al rapporto esistente tra le varie qualità : queste in
tanto appaiono costitutive della cosa, in tanto possono essere attribuite
separatamente o complessivamente alla cosa stessa in quanto sono presenti ad
una coscienza. Il rapporto d'inerenza in tal guisa cessa di essere qualcosa
d’impenetrabile e di misterioso, riducendosi ad una funzione della coscienza o
della soggettività in genere per cui le varie modificazioni vengono ad essere
riguardate come elementi di un unico processo. Parimenti la qualità e la
relazione, come la sostanza, non sono delle entità, ma vivono, agiscono e si
muovono nella e per la coscienza in generale: tolta la quale, non s'intende
sicuramente nè la qualità, nè la relazione, nè la loro unione. La qualità non
esiste che come determinazione, differenziazione della coscienza o soggettività
in genere, e questa stessa mentre è attiva dà luogo a relazioni di vario
ordine. Qualità e relazione adunque non sono due fatti distaccati, o meglio,
l'uno di essi non è qualcosa di aggiunto all’altro: la relazione presa per sè,
come la qualità presa per sè non esistono, ma vengono per così dire, generate
ad uno stesso tempo dalla coscienza, la quale nell'atto che dà luogo alla
qualità dà luogo anche alla relazione, per modo che qualità e relazione da una
parte si appoggiano a vicenda e dall'altra hanno entrambe il loro fondamento
ultimo nell'unità e attività della soggettività; tanto è vero che ciò che da un
punto di vista figura come qualità, può presentarsi da un altro punto di vista
come relazione e viceversa Se si fissa l’attenzione sull'atto o processo con
cui la coscienza genera e costìtuisce la qualità si ha la relazione: se invece
l'attenzione è fissata sulla modificazione generata nella coscienza dall'atto si
ha la qualità. La relazione pertanto non è un addiettivo della qualità come
questa non è un prodotto della relazione, ma sono due lati di uno stesso
processo fondamentale compiuto dalla soggettività in generale. E si comprende
‘agevolmente come la relazione distaccata dalla -sua matrice che è la coscienza
in generale presa quindi per sè, presupponga i termini o le qualità e viceversa
queste considerate per sè traggano seco l’altro lato del processo, implichino
cioè la relazione: esprimendo la qualità e la relazione due punti di vista
differenti di uno stesso fatto, l'uno implica l’altro: ciascuno è
vicendevolmente risultato e condizione, secondochè si muove per primo dall'atto
della coscienza (relazione) con cui si produce una modificazione di essa
qualità, ovvero da questa modificazione. I concetti di sostanza, di qualità e
di relazione adunque in tanto implicano un cumulo di contradizioni in quanto
vengono considerati separatamente dal fattore della coscienza, della
soggettività in generale in cui hanno la loro radice e ragione di essere. Una
qualità che non si riferisce ad un soggetto è nulla come una relazione che non
esprime un’ azione di un soggetto è parimenti nulla. La scienza fa uso dei
concetti di sostanza, di qualità, di relazione senza andare in traccia di ciò
che siffatti concetti implicano: la filosofia per contrario trova che essi si
riferiscono alla coscienza in generale con le sue note di unità, di attività e
di modificabilità. La sostanza, la qualità, la relazione sono elementi
costitutivi della realtà non nel senso che esistano per sè, ma nel senso che
sono una produzione, anzi, meglio diremo, sono elementi costitutivi della
coscienza o della soggettività in generale che è quanto di più reale possa
esistere. E la sostanza, la qualità e la relazione in tanto s’implicano a
vicenda in quanto come funzioni integrantisi a vicenda formano la struttura
organica della coscienza. La sostanza non è identica ad un complesso di qualità
o di rapporti tra qualità come la relazione non è un prodotto della qualità,
come la qualità non risulta dalla relazione, e come infine la relazione non è
un attributo della qualità e viceversa, ma sono tre differenti funzioni della
coscienza, tre vie che la coscienza tiene nell'adempimento del suo ufficio che
è quello di costruire l’esperienza intesa in senso largo. Per Bradley giudicare
equivale semplicemente ad identificare stabilire un'identità formale ed
astratta tra i termini del giudizio, facendo astrazione dal fattore della
coscienza necessariamente supposto dall'atto giudicativo. Ora il giudizio non è
la pura identità di due teriini, ma è l'identità più l’azione del soggetto che
rende possibile e in cui si compie il riferimento espresso nel giudizio.
Sicuramente l’un termine del giudizio non è identico sic et simpliciter
all'altro, ma è identico a questo più il fattore del soggetto. Si è veduto come
la difficoltà d’intenlere la natura propria delle qualità e delle relazioni
derivi dal considerarle come dati invece che come funzioni della coscienza o
del soggetto in genere, ond’ è che esse non figurano come attributi della
realtà, ma bensì come atti della coscienza : qualità e relazioni avendo la loro
ragione di essere nella e per la coscienza è chiaro che non sì tosto esse
vengono distaccate da tale fonlo appaiono concetti contradittori. Del resto lu
realtà presa nel suo insieme non è veramente tale che per una coscienza : tolta
questa, la realtà stessa scompare. Una realtà posta al di fuori di qualsiasi
forma di coscienza per noì è inconcepibile n almeno è come se non esistesse, è
nulla. Ora la realtà riferita ad una coscienza è costituita di vari ordini di
qualità e di relazioni, che rappresentano per così dire i materiali .con cui il
soggetto fa o costituisce la realtà. Lungi dal poter essere le stesse
considerate come apparenze costituiscono la realtà vera. Ciò posto, ognuno vede
che le contradizioni riscontrate dal Bradley nello spazio, nel tempo, nel
movimento, nel cangiamento, nell'attività, nella causazione che in fin dei
conti rappresentano delle differenti combinazioni di qualità e di relazioni,
scompaiono appenachè esse non vengono più considerate come dati, ma funzioni
della coscienza in generale. Le contradizioni esposte dal Bradley poggiano per
la più parte sulla difficoltà o impossibilità di intendere il continuo, il
quale sotto differenti forme si presenta nello. spazio, nel tempo, nel
movimento, nel cangiamento, nella causazione ecc. Ora il con/înuo
effettivamente non è concepibile che armettendo una coscienza o soggettività
che in certo qual modo sia come la forma permanente della Realtà, rispetto alla
quale cioè la realtà venga costituita e uni‘ficata. Il continuo dello spazio,
del tempo, del movimento, del cangiamento, è come a dire, il riflesso della
continuità, della permanenza, e della identità dell'attività della coscienza,
e, si badi, della continuità della coscienza in generale e non di quella
individuale. A tal proposito giova ricordare che la conoscenza, la costruzione
della realtà e l’esperienza in genere in tanto sono possibili in quanto la
funzione o l’attività della coscienza individuale s' identifica con la funzione
della coscienza in genere. Ma si può domandare: Che concetto dobbiamo e
possiamo formarci di tale coscienza in generale ? 0 meglio,. che esperienza ne
abbiamo noi? Siffatta coscienza in generale è quell'elemento subbiettivo che
viene sottinteso in ogni esperienza e quindi in ogni realtà. L'esperienza
divenga obbiettiva finchè si. vuole, si attenui fin che si A proposito del
movimento rimandiamo il lettore a ciò che ne dicemmo sulle tracce del Masci nel
I° volume di questi Saggi. vuole il fattore subbiettivo, non si riuscirà mai ad
annullare, come già si fece notare disopra, il riferimento ad una coscienza
qualsiasi: tolto il quale riferimento è annullata per ciò stesso l’esperienza e
la realtà. Noi in tanto possiamo parlare di fatti obbiettivi in quanto ad una
determinata coscienza individuale sostituiamo una forma differente di coscienza
senza riuscire mai a far senza di una qualsiasi: così si parla dei fatti di
movimento come di fatti essenzialmente obbiettivi: ora i detti fatti di
movimento non sono fenomeni riferentisi ad una coscienza? L'uomo come essere
pensante è cosiffatto che non può in nessuna maniera, semprechè non voglia
annullare sè stesso, fare astrazione da una qualsiasi forma di coscienza. Ed è
in ciò posta appunto la realtà dell’ io non già nel vario contenuto della
coscienza individuale, il quale è qualcosa di mutevole e di accidentale. Il
Bradley per mostrare come anche l'io sia apparenza e non realtà passò in
rassegna i vari significati in cui l’ io può essere preso per dedurne che
nessuno di tali significati è scevro di contradizioni; nessuno ci dà la realtà:
ma egli non accenna al significato dell’ io quale condizione prima di ogni
esperienza e quindi di ogni realtà : ora è appunto in tal senso che l'io è ciò
che vi ha di veramente reale. Non è l'io empirico, l’io individuale per sè
preso che ci dà il reale, ma è quell’elemento dell’ io individuale per cui
questo identificandosi coll’io, e la coscienza in genere si presenta come
elemento costitutivo e quindi come condizione di ogni realtà ed esperienza.
Aggiungiamo infine che una volta che lo spazio, il tempo, il movimento, il
cangiamento ecc. non vengono presentati come dati, ma come funzioni della
coscienza in generale è chiaro che nelle loro parti costitutive appaiono come
qualità o come relazioni a seconda che varia il punto di vista da cui vengono
considerate: appaiono relazioni guardate dal punto di vista dell'atto
costruttivo, mentrechè appalono qualità dal punto di vista delle modificazioni
nell'atto stesso prodottesi sempre nella coscienza in generale. L'analisi del
Bradley mena adunque a questo risultato, che i concetti fondamentali delle
scienze particolari, involgendo contradizioni, non possono essere elementi costitutivi
della realtà, ond’è che essi vanno considerati quali mere apparenze. Come si
vede, il criterio per distinguere la realtà dall’apparenza è il principio di
contradizione. Regola generale: ciò che si contradice non è reale, o, ciò che
val lo stesso, la realtà ultima non può essere contradittoria. Tale criterio è
assoluto e supremo, perchè tutti gli altri ne dipendono e perchè anche
negandolo o dubitandone, se ne ammette tacitamente la validità. Il principio di
contradizione però non va considerato come un criterio puramente formale in
quanto chi pone l’ inconsistenza tra gl’ indizii della non realtà viene ad
affermare la consistenza quale segno del reale : se ciò che Stimiamo opportuno
riprodu-re, italianizzandole, le parole inglesi consistency e inconsistency per
donotare l’ identità e la contradizione, in quanto esse esprimono bene i
concetti della presenza 0 della mancanza dell’appoggio reciproco delle varie
parti di un tutto, si rivela inconsistente e contraditturio non è reale, la
Realtà dev'essere per forza consistente. Ma, si può qui domandare, se i
concetti fondamentali di cui si fa uso nell’esperienza racchiudono
contradizioni e se ciò che è contradittorio non è reale, tuttociò che ci
circonda e noi stessi siamo come a dire al di fuori di ogni realtà, siamo non
enti? No, risponde il Bradley, noì e tutto il resto siamo, e come tali siamo
apparenze, vale a dire che abbiamo un certo grado di realtà. Il carattere
fondamentale del reale è dato da ciò, che esso possiede ogni specie di
apparenza, ma in forma armonica. Sicchè la Realtà è una nel senso che esclude
qualsiasi contradizione e comprende tutte le svariate apparenze fino a tanto
che non si contradicono. Per conseguenza il Reale non può essere che
individuale e tale da abbracciare tutte le differenze in un’ armonia secondo
che questo è o no reale. La consistency significa in modo chiaro il fatto che
ciascun elemento esige la presenza degli altri per modo che è reale quel
termine che si connette, che è in relazione con tutto il resto. Qui si può
porre la questione: Ma i principii d'identità e di contradizione per sè
considerati implicano la connessione reciproca delle varie parti di un tutto?
Dal fatto che due termini non sono in contradizione è possibile dedurre che
sono in relazione reciproca e che sì appoggiano a vicenda? L'assenza di
contradizione può essere indizio di una connessione, di una relazione, ma
perchè questa sia ammessa effettivamente, si richiede qualcos’ altro ; sì
richiede una determinazicne positiva, la quale non ci può essere fornita che
dalla esperienza. Ritorneremo su questo punto quando parleremo del rapporto
esistente tra realtà e possibilità, tra l’esistenza e l’intelligibilità. Quì
vogliamo solo notare che non va confusa la funzione dei principii supremi della
ragione (identità ecc.) quali criteri per giudicare della realta e della verita
col loro ufficio quali postulati, esigenze, norme della conoscenza. comprensiva
d'ordine superiore. È a questo Uno-Tutto, a questo Sistema, a questa Unità che
supera le differenze, che vien dato il nome di Assoluto. Prima di determinare
la natura e i caratteri positivi e le manifestazioni dell’Assoluto è bene
soffermarci un momento per indagare da quali ragioni sia stato indotto il
Bradley ad ammetterne l’esistenza : ricerca della più alta importanza codesta
in quanto per tale via noi penetreremo nel cuore della filosofia del nostro
autore. Tuttociò che in qualche maniera racchiude contradizione non è reale, è
apparenza che può divenire reale solo allontanando da sè l'elemento
contradittorio, vale a dire cessando di essere determinatu in un dato modo e
trasformandosi in qualcos'altro : onde consegue che la realtà dev'essere
caratterizzata dall'assenza di contradizioni, dalla consistenza con sè stessa,
il che può avvenire solo nel caso che essa sia unità individua e sistematica.
Tuttociò però non implica che la Realtà effettivamente esista, ma soltanto che,
se esiste, non può esistere che in tale maniera, sotto questa condizione, che
sia una e consistente: condizione che determina la possibilità, non
l'attualità. Ciò che è possibile è forse reale? Una possibilità asserita,
risponde, ha sempre un significato e finchè non sia contradetta o non appaia
contradittoria, qualifica il Reale, presentandosi sempre accompagnata con
qualche idea attuale: quando voi non avete che un'idea e di essa non potete
razionalmente dubitare, siete nell’obbligo di affermarla, giacchè, è bene
tenerlo a mente, qualsiasi cosa serve a qualificare il Reale e finchè una idea
non appare inconsistente seco stessa isolatamente considerata, o presa colle
altre cose, è da riguardare vera e reale. A ciò sì aggiunga che la possibilità
è sempre relativa e implica sempre un inizio di attualità, giacchè la
possibilità assoluta o incondizionale equivale all’inconcepibilità o impossibilità.
Essa è data appunto da ciò che contradice alla conoscenza positiva piuttosto
che da ciò che appare insufficientemente connesso con la Realtà. Come si vede,
occorre determinare bene il rapporto esistente tra pensiero e realtà, e insieme
fissar bene il concetto che bisogna formarsi della realtà e verità in genere.
Ora al Bradley sembra assolutamente inconcepibile un pensiero, per così dire,
sospeso in aria, che non sia connesso con una qualsiasi forma del Reale, con
uno de suoi aspetti o con una delle sue sfere. Per quanto ciò possa sembrare un
paradosso, è inammissibile che la realtà sia circoscritta a ciò che esiste
nello spazio e nel tempo: questa non è che una delle tante forme, delle tante
manifestazioni od apparenze della realtà; tanto è vero che ciò che è reale da
un dato punto di vista, non lo è da un punto di vista differente. Vi sono tanti
mondi, tante realtà quante possono essere le prospettive da cui può essere
guardato il tutto, 0 meglio, ciascuno dei suoi frammenti. Così vi è il mondo
dell’arte, come vi è il mondo della religione, della moralità e via di seguito,
e tutti questi mondi sono differenti tra loro per modo che ciò che è vero e
reale in uno di essi non lo è del pari in un altro ed ogni idea appartenente a
questi singoli mondi qualifica in qualche modo il Reale preso nel suo insieme.
Il fatto immaginario qualifica la Realtà alla propria maniera. Ciascun elemento
occupa un posto nel sistema totale. L'importante è determinare il vero posto
che gli compete, L'oggetto del nostro desiderio certo non esiste attualmente,
ma è sempre però riferito alla realtà ed è anzi tale riferimento che rende
l’impedimento al soddisfacimento del desiderio incresciosissimo: ciò che io
desidero non esiste per me attualmente, ma io sento vagamente che è in qualche
parte, in una regione, per dir così, lontana, per il che il suo non attuarsi in
un dato momento produge una tensione oltremodo spiacevole. Va notato però che
se quilsiasi idea può essere riferita alla realtà, d'altra parte perchè ciò
avvenga, è necessario che la stessa idea sia più o meno alterata (1), della
necessità, del grado delle quali operazioni noi siamo d’ ordinario
completamente all’ oscuro. In conseguenza di ciò il Bradley fu tratto a
discutere della validità della celebre prova ontologica. Se s’identifica la
realtà coll’esistenza spaziale e temporale è evidente che dal fatto che una
cosa si presenta, per così dire, solo nella nostra testa non consegue che essa
esista realmente; ma lo stesso non si può dire quando si ammette che qualsiasi
idea qualifica in qualche modo la realtà; in questo EVERY IDEA CAN BE MADE THE
TRUE ADJECTIVE OF REALITY, BUT ON THE OTHER HAND, AS WE HAVE SEEN, EVERY IDEA
MUST BE ALTERED. MORE
OR LESS THEY ALL REQUIRE A SUPPLEMENTATION AND RE-ARRANGEMENT. BUT OF THIS
NECESSITY AND OF THE AMOUNT OF IT WE MAY BE TOTALLY UNAWARE. WE COMMONLY USE
IDEAS WITH NO CLEAR NOTION AS TO HOW FAR THEY ARE CONDITIONAL, AND ARE
INCAPABLE OF BEING PREDICATED DOWN RIGHT OF REALITY. TO THE SUPPOSITION IMPLIED
IN OUR STATEMENTS WE USUALLY ARE BLIND, OR THE PRECISE EXTENT OF THEM IS, AT
ALL EVENTS, NOT DISTINCTLY REALISED. TO THINK IS ALWAYS IN EFFECT TO JUDGE, AND
ALL JUDGEMENTS WE HAVE FOUND TO BE MORE OR LESS TRUE, AND IN DIFFERENT DEGREES
TO DEPART FROM, AND TO REALISE, THE STANDARD HARMONIOUSNESS SELF-CONSISTENTY,
INCLUSIVENESS AND HARMONY. caso anche ciò che si presenta soltanto nella mia
testa deve avere qualche punto di contatto col Reale. Giova ricordare a tal proposito che una pura idea
separata da tutto il mondo reale è un’ astrazione, anzi vi ha dippiù: un'idea
non riferita in qualche modo alla Realtà è una contradizione. Si tratta di
vedere adunque in che maniera l’idea dell’assoluto possa esser riferita alla
realtà. Perchè un’idea qualsiasi figuri come qualificazione della realtà occorre
che essa sia armonica, completa, organicamente connessa col sistema totale, per
il che deve essere priva di qualsiasi elemento contradittorio. Ora l’idea
dell’assoluto che è l’idea dell’unità, della totalità, della coerenza del
sistema, da una parte è inerente alla natura propria del pensiero, tanto che si
può dire che ne costituisca l’essenza e dall’ altra è contradittoria solo nel
caso che essa si consideri come non avente niente a che fare con la realtà ;
invero aver l’idea dell’ unità, del sistema assoluto e non riferirla alla
Realtà quando si è detto che il grado di realtà si misura dal grado di armonia,
di comprensività ecc. è assolutamente contradittorio. Se chi dice pensiero dice
sistematizzazione, e se d'altro canto il pensiero quale elemento integrante la
realtà, è tanto più vero e reale quanto più è sistematico, armonico, completo,
non si può non affermare che il pensiero o l’idea del sistema totale (Assoluto)
è il più reale di tutti. In questo caso l’idea è cosiffatta che essa è spinta,
per così dire, a completarsi nella esistenza : in caso contrario si rivela
contradittoria. L'idea dell’ assoluto, dell’ unità ecc. non è un prodotto
accidentale, arbitrario dello spirito subbiettivo, ma è qual. cosa di
essenziale allo spirito come spirito, per il che sempre che non si voglia
annullare il pensiero (e quindi in ultima analisi la realtà stessa), non si può
non renderla consistente. In sostanza negare l’esistenza all'idea dello
assoluto equivale a dire che il criterio per giudicare del grafo di verità e
realtà che è quello appunto dell'armonia e della coerenza non è reale; o, in
altre parole, negare la realtà dell’ assoluto equivale a dire che il pensiero
non è reale, che esso brancola nel vuoto addirittura, non riferendosi e non
completandosi nella realtà. Pensiero e realtà essendo parti di un tutto, si
completano a vicenda per modo che partendo da un lata si è costretti a muoversi
per forza verso il lato complementare, Da tal punta di vista la prova
ontologica va considerata come l'inverso di quella cosmologica. Una volta che
il Reale è per natura qualificato dal pensiero esso deve per qualche via
possedere ciò che implica l'essenza propria del pensiero. Il principio della
prova ontologica allora si rivela erroneo quando si crede di poter con esso dimostrare
che a qualsiasi idea formantesi nello spirito individuale debba corrispondere
senz’ altro un contenuto reale obbiettivo; nulla di più falso e inesatto;
qualsiasi idea caratterizza la realtà a patto che essa venga profondamente mo
lificata cou particolari processi (addition, qualification, rearrangement,
supplementation ecc.). L'idea dell’Assoluto che isolatamente considerata è
inconsistente, è tratta a completarsi per mezzo dell’ esistenza L'esistenza non
è la realtà, conchiude il Bradley, comunque la realtà deve esistere ;
l’esistenza è una delle forme di apparenza del reale. Raccogliendo le fila, noi
possiamo dire che per il Bradley l'Assoluto in tanto è ammissibile in quanto è
riconosciuto come possibile (giacchè la possibilità implica inizio di attualità)
e insieme come pensabile. Ciò che è conforme alla natura propria del pensiero
(armonia, comprensività) è sempre in qualche modo reale. Sicchè il criterio
della realtà è in ultima analisi posto nel pensiero. Nulla è assolutamente
erroneo o falso, ma si distinguono numerosi gradi di realtà e verità in
rapporto alla maggiore o minore armonia e comprensività del contenuto
ubbiettivo. Come si vede, la questione ora si riduce alla ricerca del rapporto
esistente tra pensiero e realtà. Ogni pensiero, anzi ogni fatto psichico
(imaginazione, desiderio ecc.) caratterizza in qualche modo la realtà vera e
propria? Stando al Bradley stesso, il pensiero ha la sua radice nella
disgiunzione del what o contenuto intel ligibile (predicato) dal that o
esistenza, reale immediatezza sensoriale (soggetto), epperò nasce da un
disperdimento dell’unità reale concreta, per raggiungere la quale il pensiero
deve annullare sè stesso; dal che consegue che ogni predicato o contenu‘o
intelligibile, ogni idealità, ogni what implica sempre una realtà, un that da
cui è stato distaccato; e l'errore, la falsità sta solo in questo, nel
congiungere un what ed un that che non si corrispondono. Nel Tutto,
nell'Assoluto ogni what trovando il suo that cessa ogni possibilità di errare e
tutto appare giustificato perfettamente. Non vi è caso duuque che un pensiero
per quanto strano si riveli considerato da un dato punto di vista o in rapporto
ad una data regione del Reale, non abbia un punto di contatto colla realtà una
volta che, dopo opportune modificazioni e trasformazioni, è introdotto nel
regno dell’ Assoluto. Solo ciò che è contradittorio è falso, tutto il resto è
in qualche modo e in qualche grado reale. I cardini della concezione bradleyana
in ordine alla natura della realtà sono: 1° qualsiasi idea qualifica il reale;
2° l’idea dell’assoluto quale sistema armonico, quale indivi dualità è
cosiffatta che deve completarsi nell'esistenza. Ora tali affermazioni sono
state rese inoppugnabili dall'autore? Qualsiasi idea e quindi qualsiasi
giudizio noi facciamo, nota l’autore, deve avere un punto di riferimento nella
realtà: e ciò perchè un pensiero che non serva a caratterizzare in qualche modo
il reale è una contradizione; il pensiero in tanto è pensiero in quanto si
rapporta alla realtà: dal che però non bisogna trarre la conseguenza che ogni
singola idea si riferisca ad un corrispondente obbietto; l'idea bisogna che sia
prima sottoposta a processi d'ordine speciale atti a trasformarla in modo da
essere essa armonica col sistema totale. Si può dire pertanto che ogni idea
contenga una parte di verità e di realtà, parte di verità e di realtà che sarà
tanto maggiore quanto minore sarà la trasformazione a cui dovrà essere
sottoposta | perchè armonizzi coll’insieme. Sorge spontanea pertanto qui la
domanda: Quali sono e in che propriamente consistono ì processi atti a dare un
contenuto obbiettivo a qualsiasi pensiero? Bradley si contenta di enumerarli,
denominandoli; sono processi di rearrangement, di addition, di supplementation
ecc.: il che certamente non equivale a risolvere la questione concernente
l’obbiettività del pensiero. Ammesso che l’obbiettività non si possa ridurre
all'esperienza ordinaria e immediata sorge la necessità di determinare entro
quali limiti e fino a che punto possa essere ascritta l’obbiettività ad un
qualsiasi contenuto psichico o ideale e tale necessità non è davvero tolta via
dalla formola del Bradley. Kant In tal guisa si idealizza l’esperienza in modo
da congiungere in una sola realtà il presente e il passato e da assegnare, per
così esprimerci, alla detta esperienza un posto nell'ordine temporale fisso.
Una volta che l’anima non è oggetto di esperienza, nè un dato (essendo
costruita e consistendo nella trascendenza di ciò che è attuale e presente), ed
una volta che il suo contenuto non è uno col suo essere, è evidente che non può
venire considerata come qualcosa di reale, ma come una specie di astrazione e
quindi come una forma dì apparenza. In altri termini la posizione del Bradley
rispetto all'anima è la seguente. Egli muove dal principio che la Realtà vera e
quindi l'Assoluto è controdistinto da questo che in esso e solo in esso
l'ideale coincide coll’esistente, l’intelligibile col dato. Il mondo invece si
presenta come il risultato della formazione di centri finiti di sentimento, per
mezzo dei quali è resa possibile la scissione e la contrapposizione dell’
elemento intelligibile alla corrispondente esistenza, nel che propriamente
consiste ogni apparenza. Idea e fatto non possono formare una cosa sola finchè
non scompare ogni finitezza ; chi dice finitezza infatti, dice dipendenza e chi
dice dipendenza dice possibilità che una data coscienza venga turbata da
qualcosa d'estraneo, vale a dire possibilità che ad una esistenza si congiunga
un contenuto diverso da essa. Finchè si rimane quindi nel dominio del relativo
e del finito il processo di idealizzazione non può che crescere e svolgersi.
Esso però si completa con delle costruzioni, le quali lungi dall’essere qual
cosa di reale, figurano come le maniere di disporre o di aggruppare i fatti
psichici o gli elementi ideali in cui propriamente consiste la vita psichica.
Non esiste adunque l'anima o lo spirito, ma bensì fatti, anzi, meglio, fenomeni
psichici i quali hanno la loro radice nel processo di idealizzazione, di
distacco dell’idea dal fatto, al che si riduce tutto l'accadere nel tempo. I
detti fatti psichici non sono la realtà, ma la sua apparenza. Agli occhi del
Bradley non è a parlare di una vita dell'anima, e ciò che ordinariamente si
battezza per tale è la legge di distinzione e di aggruppamento, sotto il cui
dominio stanno gli elementi ideali. La vita del tutto si svolge attraverso le
apparenze, vale a dire attraverso la disgiunzione dell'idea dal fatto operata
da quei centri finiti di esperienza psichica, i quali appunto in forza della
loro finitezza sono spinti a trascendere la loro esistenza attuale,
appropriandosi un contenuto estraneo. Ora tale operazione non può durare
indefinitamente, giacchè in tal caso sarebbe sfornita di ogni valore e
mancherebbe di un punto di appoggio per la serie intera: pertanto cosa succede?
che lo svolgimento della serie dei contenuti intelligibili viene arrestato ad
un certo punto e con essi viene costruito un qualcosa che è designato come la
causa da cui proviene tutta la serie. È evidente che tale costruzione è
puramente ileale, tanto è ciò vero che le proprietà di continuità ed identità
ad essa assegnate non soi0 che puramente prodotti del pensiero riflesso, idee
quindi e non fatti. Delle due l'una; o l’anima va considerata come un fatto ed
allora deve avere un posto nella serie del tempo, deve essere un obbietto tra
gli altri obbietti e poichè, sempre secondo Bradley, il tempo e le cose in esso
svolgentisì non sono che apparenze, anche l’anima è un fenomeno; ovvero l’anima
è posta fuori della serie temporale ed allora si rivela sfornita di qualsiasi
contenuto e quindi si riduce al nulla, Per formarsi poi un concetto per quanto
è possibile chiaro della detta costruzione ideale forse è bene rappresentare la
cosa con un esempio: si pensi un po’ a ciò che avviene nei sogni: il punto di
partenza, poniamo, è un sentimento con tono piacevole o dispiacevole
preponderante (a cui fa riscontro nella questione presente il sentimento
fondamentale): è intorno a questo nucleo primìtivo che la fantasia dispone una
quantità di rappresentazioni che finiscono col costituire una cosa o un evento
atto a dar ragione appunto del sentimento primitivo. Il processo con cui viene
costruito il corpo non differisce sostanzialmente da quello che ci dà l’anima:
la differenza sta tutta qui, che nel primo caso la costruzione ideale è fatta
con elementi più astratti, nei quali si prescinde da qualsiasi interiorità e
che sono posti l’uno fuori dell'altro. Non bisogna dimenticare che la
connessione, la sintesi dei fatti psichici in tanto è possibile in quanto è
riconosciuta la loro identità interiore: essi cioè possono essere collegati in
modo da formare un insieme, perchè sono identici, mentre la congiunzione di ciò
che è corporeo e materiale è resa possibile dall'intervento di un universale
estrinseco che sono le leggi naturali, le quali però sì applicano ai casi
identici e simili. Anche qui adunque interviene il principio di identità, pur
avendo un valore subordinato a quello delle leggi. E di qui l'impossibilità di
penetrare l'essenza della natura. Anima e corpo sono entrambi fenomeni,
entrambi modì di apparire della Realtà, colla differenza che la prima presenta
un grado maggiore di verità che non l’altro. Entrambi sono (ci si passi
l’espressione) eiezioni del foco centrale del Reale; ma la prima è più
significativa, perchè più vicina al Reale stesso. Al Bradley non poteva
sfuggire l’obbiezione che si può fare al suo modo di concepire l’anima e il
corpo: la prima, infatti, è considerata come il risultato di una costruzione
ideale; ma questa non presuppone alla sua volta l’anima? Allo stesso modo il
corpo è considerato come un prodotto della natura, ma questa viceversa non può
avere consistenza senza la cooperazione del corpo. Ora il nostro filosofo
risponde che siffatti circoli viziosi che si presentano ad ogni pie’ sospinto
alla mente del pensatore, sono appunto la miglior prova che siamo nel dominio
delle apparenze e non della realtà. Dicemmo disopra che la vita del Reale si
svolge attraverso le apparenze, le quali hanno in fondo la loro radice
nell'esistenza di molteplici centri finiti di esperienza psichica: ora nulla di
più legittimo che domandare il come e il perchè dell'apparenza in genere. A
tali quesiti il Bradley confessa di non saper rispondere. E allora si possono
fare altre domande: 41° se la Realtà è un sistema individuale comprendente
tutto in sè, che concetto dobbiamo - formarci del questo (this) e del mio
(mine)? 2° Da che cosa siamo autorizzati a trascendere il proprio io, il
proprio centro di sentimento e ammettere quindi una realtà universale in cui il
mio sia contenuto? | 1° Il questo qui e il mio esprimono il carattere immediato
del sentimento che sî sente e non di quello che si può studiare idealizzandolo,
separandolo, cioè, dalla sua esistenza attuale, e insieme esprimono il modo di
presentarsi della immediatezza in un centro finito. Ammesso che nella realtà
significato ed esistenza coincidono, il questo, possedendo lo stesso carattere,
va considerato come un centro di realtà immediata. Senonchè qui va notato che l'immediatezza
della Realtà totale non va identificata con quella del questo, giacchè nel
primo caso l'immediatezza comprende in sè ed è superiore alla mediazione, in
quanto sviluppa ed unifica le distinzioni e le relazioni già formate, mentrechè
nel questo l'immediatezza nasce dacchè le distinzioni non sì sono ancora
prodotte. Nel sentimento fondamentale i vari elementi sono congiunti, e non
connessi, onde il suo contenuto si presenta instabile e tendente essenzialmente
alla scomposizione (disruption), tendente quindi per propria natura a
trascendere l’esistenza attuale. Ogni singolo centro però mostra una parte
impenetrabile, un fondo individuale incomunicabile e indecomponibile per cui
passando dal mondo ideale a quello del senso, si prova un non so che di vivo e
di fresco. Il che prova ancora una volta che la Realtà non è un puro sistema
intellettuale, un organismo di idee, ma bensì una individualità concreta Non è
a credere che l’opposizione delle varie individualità, dei vari this e mine sia
insuperabile, giacchè niente vieta che vari sentimenti possano fondersi in una
cosa sola nell’Assoluto. E se la Realtà ultima non può consistere solo in un
aggregato di qualità (predicato), d'altra parte è innegabile che Essa non
presenta alcun aspetto che non possa essere in qualche modo distinto dal resto
e qualificato o idealizzato. 2° Accanto al carattere di immediatezza si
riscontra in ogni singolo centro di sentimento la tendenza a trascendere 216 IL
PROBLEMA FILOSOFICO la propria esistenza, e ciò perchè, essendo cesso finitu e
trovandosi in relazione con qualcosa di esterno, possiede contenuti che non
sono consistenti col dato e che pertanto si riferiscono, accennauo ad altro. È
la natura interiore del this che lo spinge a sorpassare sè stesso, estendendosi
verso ‘una totalità più elevata e comprensiva. Il suo carattere di esclusività
poi implica il riferimento a qualcosa di estrinseco ed è una prova del
necessario assorbimento nell’Assoluto. E appenachè cominciano a delinearsi
delle distinzioni nel sentimento è evidente che la sua assolutezza e
immediatezza scompare. La caratteristica vera delle vedute del Bradley si
riscontra indubbiamente nel valove da lui attribuito al Vero, al Bello, al
Buono. La Realtà suprema è l'Assoluto, il quale vive, opera e si muove nelle
apparenze; queste che costituiscono l'Universo vero e proprio, hanno la loro
origine nella separazione dell'idea dal fatto: separazione che si può seguire
attraverso le varic sfere e province del Reale. Ed è a seconda che l'unione
dell’elemento intelligibile col dato, a seconda che l'assunzione dell'apparenza
al dominio della Realtà richiede una trasformazione maggiore o minore, perchè
possa dar luogo ad un sistema armonico e CITAZIONE DA S. DI BRADLEY IN INGLESE:
I DENY THAT THE FELT REALITY IS SHUT UP AND CONFINED WITHIN MY FEELING. FOR THE LATTER MAY, BY
ADDITION, BE EXTENDED BEYOND ITS OWN PROPER LIMITS. IT MAY REMAIN POSITIVELY
ITSELF AND YET BE ABSORBED IN WHAT IS LARGER. THE MINE – Harrsison, I, me, mine -- DOES NOT EXCLUDE
INCLUSION IN A FULLER TOTALITY. comprensivo insieme, che si è autorizzati a
parlare di un grado maggiore o minore di realtà contenuta nelle apparenze. Son
questi i canoni fondamentali della concezione bradleyana: è da aspettarsi che
alla stregua di essi siano valutati il Vero, il Bello e il Buono. Che cosa è la
verità? La verità è pura apparenza, risponde il nostro Autor:: essa implicando
la conoscenza, e questa la funzione giudicatrice, e l’ultima alla sua volta
necessariamente la disgiunzione del what (predicato) dal that (soggetto), è
chiaro che non può non essere apparenza: tanto è ciò vero che raggiunta (col
riunire l'elemento intelligibile coll’esistenza) la vera e propria realtà,
raggiunta, per così dire, la vita del Reale, è più lecito parlare di verità, ha
più senso tale espressione? L'inconsistenza essenziale della verità può essere
stabilita così: fin tanto che vi è differenza tra il dato e il significato o
contenuto ideale, la verità non è realizzata in medo chiaro e completo: e
tostochè la detta differenza scompare, la verità ha per ciò stesso cessato di
esistere. Ma qui si può osservare: Si è riletto innanzi a proposito della
realtà dell’Assoluto che a tale affermazione si è per intima necessità condotti
dalla idea che noi abbiamo dell’Assoluto stesso, dalla conoscenza assoluta che
in certo modo condiziona e rende possi. bile ogni altra forma di conoscenza e
di verità finita quest'ultima sempre ipotetica e condiziona‘a rispetto a
qualcosa di relativamente ignoto , ora, come è possìbile accordare insieme
l'affermazione dell’esistenza della conoscenza assoluta con l’altra che la
verità e. quindi la conoscenza è apparenza, perchè essenzialmente inconsistente
e contradittoria? Il Bradley risponde che quando si parla di conoscenza
assoluta non bisogna correre col pensiero ad una forma di conoscenza in cui si
abbia la perfetta e completa compenetrazione del reale, l’ identificazione
della verità colla realtà, ma bensì ad una forma di conoscenza vaga,
indeterminata, potenziale o virtuale intorno al Tutto, che vale come incitamento
alla conoscenza particolareggiata. Nella conoscenza del Reale preso nel suo
insieme permane la differenza tra il predicato (verità o conoscenza) e il
soggetto (Realtà), per modo che quello figura sempre come condizionato da quel
qualcosa di più, che è nel soggetto e non nel predicato, Il tipo e l'essenza in
altri termini non possono giammai raggiungere ed esaurire la realtà, giacchè
l'essenza realizzata è troppo per essere semplice verità o conoscenza e
l'essenza non realizzata o astratta è troppo poco per essere reale. Sicchò
anche l’assoluta verità in fin dei conti da un certo punto di vista può essere
considerata come erronea. Va notato però qui che la verità assoluta intesa nel
modo anzidetto non è intellettualmente correggibile, giacchè essa può esser
corretta e svolta soltanto trascendendo l’intelletto, nessuna alterazione di
questo potendoci dare la realtà ultima. Può essere modificata solo tenendo
conto di tutti gli altri aspetti dell'esperienza, con che la natura propria
della verità viene a scomparire. La verità finita per contrario è sempre
modificabile intellettualmente, potendo sempre essere estesa, armonizzata e
completata mediante l’attività del pensiero; la verità finita insomma si può
presentare come condizionata da un'altra verità d'ordine superiore. Anche il
Bello va considerato a senso del Bradley come apparenza, in quanto esso
racchiude del pari contradizione e quindi separazione od opposizione
addirittura tra l’idea e l’esistenza, tra il what e il that . Considerando il
bello per sè indipendentemente dalla relazione che esso necessariamente implica
con un soggetto che lo contempla” noi troviamo che esso racchiude contradizione
per questo, che mentre da una parte esige la piena concordanza e l'unificazione
del contenuto col dato, dall’altra parte ciò riesce impossibile, trattandosi di
un oggetto finito in cui i due aspetti del criterio della realtà l’armonia e
l’estensione o la comprensività sempre divergono almeno parzialmente. Invero
nel bello o l’espressione è imperfetta e inadequata, ovvero il contenuto
espresso è troppo ristretto, troppo meschino; in entrambi i casi vi è
differenza di armonizzazione o di comprensività, vi è discrepanza interiore e
quindi un grado minore di realtà. Il contenuto del bello che già in quanto
determinato da ciò che è al di fuori, non ha la sua ragione di essere in sè da
un canto tende a trascendere la sua estrinsicazione attuale e dall’altro in
questa stessa nel maggior numero dei casi non può non rivelarsi di molto
inferiore alla Realtà. Ma il bello non può essere considerato indipendentemente
dal soggetto che lo contempla, onde si può dire che è determinato da una
qualità subbiettiva e quindi estrinseca ad esso. Dovendo essere rappresentata e
dovendo insieme produrre un sentimento nel subbietto, la bellezza viene al
essere caratterizzata internamente da ciò che è posto al di fuori. Ciò posto,
come non parlare di apparenza quando la vita del bello implica una relazione
estrinseca ? Vero è che la relazione può sparire col parziale o totale
assorbimento dell’io senziente e percipiente, ma per codesta via la bellezza
come tale viene a svanire. Passiamo al Buono È anche questo un'apparenza? Il
Bradley non esita a rispondere di sì; anch'esso, infatti, come la verità,
implica disgiunzione e quindi sforzo per unificare l’esistenza con l’idea ; con
questa differenza che nella verità noi partiamo dall’esistenza per completarla
idealmente, rendendola intelligibite, mentrechè nel buono noi cominciamo
dall'avere un'idea di ciò che è bene e dipoi ci sforziamo di attuarla o di
trovarle attuata nell'esistenza. Pertanto il buono come il vero implicano
separazione del what dal that e un processo nel tempo. Le contradizioni
presentate dal buono in genere e dalla moralità in ispecie sono numerose. Tra
le altre meritano di essere ricordate le seguenti: 1° l'essenza del buono è
riposta nella disgiunzione dell'idea dal fatto, disgiunzione che nel corso del
tempo non scompare che per riapparire di nuovo; ed anzi giova notare che
scomparendo essa definitivamente, non si avrebbe più il buono nel vero senso
della parola. 2° Da una parte il buono appare atto a qualificare ciò che non è
sè stesso, in quanto la bellezza, la verità, il piacere, le sensazioni possono
tutte essere considerate come cose buone, ma dall'altra parte il buono non è tale
da esaurire la natura della totalità delle cose, ciascuna delle. quali contiene
qualcosa di proprio ; onde consegue che il buono non è nel Tutto e che il Tutto
come tale non è buono. 3° Inteso il buono come la realizzazione della
perfezione, e riposta quest’ultima nell’attuazione dell'armonia e insieme della
comprensività di un sistema, sì presenta la questione se tra perfezionamento
dell’individuo o affermazione dell'io e perfezionamento della Collettività o
sacrificio dell'individuo che rappresenta solo una parte del Tutto non vi sia
mai contradizione, nel qual caso è necessario determinare se il buono sia
riposto nell’affermazione dell'individuo o nel suo sacrificio. 4° Tanto i fini
puramente egoistici quanto quelli altruistici suno inconseguibili ; giacchè
l'individuo per sè non può divenire centro di un sistema armonico e
l’attuazione dell'ideale sociale non può avvenire in modo completo fin tanto
che persiste l'affermazione del proprio io; e nel caso che l'individuo venga
assorbito nel Tutto, non è lecito più parlare di Buono. | La moralità stessa
considerata come l’identificazione del volere individuale coll’idea formatasi
dall’individuo della propria pertezione implica contradizione; il volere
individuale infatti è sempre determinato da qualcosa di estrinseco, è spesso
relativo a contingenze naturali e dipendenti da fatti che non sono sotto il
dominio dell'attività conoscitiva individuale; dal che cousegue che la moralità
stessa è spinta a trascendere sè stessa in qualcos'altro che non è più moralità;
questo qualcos'altro è la religione, per la quale tutto è espressione di una
volontà suprema e per la quale quindi tutte le cose sono buone. Se non che dal
punto di vista religioso l’io finito deve perfezionarsi, deve cioè conformare
il volere individuale al Bene supremo; in caso contrario il male permane ed è
qui riposta la contradizione della religione, ord’essa si rivela anche
apparenza e non realtà. Il punto centrale della religione infatti, è la fede
non meramente teoretica, ma pratica; per il che essa da una parte implica il
credere puro e semplice e dall'altra l’operare come se non si credesse. La sua
massima è: Esser certi della vittoria finale del Bene e nondimeno operare come
se tale certezza non esistesse. Tale discrepanza interiore pervade tutto il
campo della religione. Giacchè la religione è anche apparenza si può sperare
salvezza nella Filosofia ? Se la religione fosse nient’ altro che una forma di
conoscenza, la risposta non potrebbe ese sere che affermativa e per quel tanto
che la religione contiene di conoscenza essa passa e in certo modo si'completa,
consumandosi, nella filosofia, ma l'essenza delta religione non è riposta nella
conoscenza come d’altra parte non è riposta nel puro sentimento, ma piuttosto
nel tentativo di esprimere la realtà del Bene per mezzo deile varie forme del
nostro essere. Da tal punto di vista I religione è qualcosa di diverso e di più
elevato della filosofia. Del resto la filosofia avendo per obbietto le verità
ultime, e la verità in qualsiasi forma essendo apparenza, essa non può non
essere risguardata anche come apparenza, La sua debolezza è posta in ciò, che
essendo un prodotto dell’attività intellettuale, non può non presentarsi quale
manifestazione unilaterale e quindi inconsistente dell’Assoluto. La Realtà deve
necessariamente soddisfare tutto il nostro essere; le nostre esigenze
fondamentali in ordine alla conoscenza ed alla vita, in ordine al bello ed al
buono devono in essa trovare il loro completo appagamento. Il che non può
accadere che per via di una esperienza immediata e concreta nella quale tutti
gli elementi dell'universo, sensazione, tono emozionale, pensiero e volere
siano fusi in un sentimento comprensivo. E qui va notato che per gli esseri
finiti è certamente impossibile sperimentare l'Assoluto : in altri termini è
impossibile costruire la vita dell'’Assoluto nei suoi particolari, avere
un'esperienza specifica della sua costituzione: ciò non esclude però che si
possa avere una certa idea astratta e incompleta della sua natura. E le
sorgenti di tale conoscenza sono: 1° Il sentimento in cui noi sperimentiamo un
tutto complessivo che da una parte accenna a differenziamenti, mentrechè
dall’altra non presenta relazioni e qualità nettamente distinte. É questa
esperienza primitiva che per quanto imperfetta, è sempre valida a suggerirci
l'idea generale di un'esperienza. totale e complessiva in cui pensiero, volere
e sentimento siano fusi insieme da formare una cosa sola. 2. Le
differenziazioni e le relazioni di qualunque specie siano, una volta sorte
nella coscienza, mostrano la loro tendenza accentuata ad essere assorbite
nell’Unità, nel Sistema. 3. Le idee del buoro, del bello ecc., menano per vie
differenti al medesimo risultato, in quanto più o meno chiaramente implicano
l’esperienza di un Tutto che trascenda le relazioni e le differenziazìioni. Con
questi mezzi noi possiamo formarci l’idea cenerale di una intuizione assoluta
în cui, eliminate le distinzioni fenomenali, il tutto si presenta in molo
immediato e cenerale. In conclusione, Ja conoscenza reale e positiva
dell’Assoluto è fondata tutta sull'esperienza psichica, una volta che questa
venga estesa, armonizzata e completata. CITAZIONE DA SARLO IN INGLESE: “MY WAY OF CONTACT WITH
REALITY IS THROUGH A LIMITED APERTURE, FOR I CANNOT GET AT IT DIRECTLY EXCEPT
THROUGH THE FELT THIS, AND OUR IMMEDIATE INTERCHANGE AND TRANFLUENCE TAKES
PLACE THROUGH ONE SMALL OPENING. EVERYTHING BEYOND, THOUGH NOT LESS REAL, IS AN
EXPANSION OF THE COMMON ESSENCE WHICH WE FEEL BURNINGLY IN THIS ONE FOCUS. AND
SO, IN THE END, TO KNOW THE UNIVERSE, WE MUST FALL BACK UPON OUR PERSONA
EXPERIENCE AND SENSATION. – GRICE, -- BRADLEY, citato da Grice – Studies in the
way of words --. Tali sono le ilee
fondamentali emesse dal Bradley circa la Realtà e l'Assoluto, idee che sono ben
lontane dal formare un vero sistema. Nel sottoporle ad un rapido esame critico
nvi non scenderemo ad. analisi minuto e partico-, lareggiate, ma mireremo a
determinare il valore e il significato dei punti salienti della dottrina,
volgendo uno sguardo sintetico all'insieme, Cominciamo dal fissare quale è il
punto di vista e quale il procedimento del filosofare del Bradley. Il filosofo
inglese non ha preso le mosse nè dall'esperienza volgare, nè da quella
propriamente scientifica, non è partito, cioè, da alcun ordine di fatti, ma sì
è, per così dire, chiuso nel suo pensiero ed alla stregua delle leggi di questo
ha giudicato delle idee fondamentali, ordinariamente ammesse dagli scienziati e
dai filosofi. Egli non fa che passare a rassegna e sottoporre ad esame i punti
di arrivo e di fermata dei suoi predecessori e dovunque riscontra
contradizione, pronuncia la sentenza : Tuttociò è apparenza, non realtà.
Parrebbe che egli prima di tutto dovesse approfondire la nozione di apparenza e
quella di realtà, una volta che egli pone come base del suo filosofare la
distinzione appunto dell'apparenza dalla realtà. Che cosa è l'apparenza? Qual'è
la sua origine? Quali i suoi presupposti ? sono questioni che non possono
essere trascurate da chi voglia filosofare sul serio. Dire semplicemente :
tuttociò che non ‘è consistente o non si mantiene identico con sè stesso,
tuttociò che si rivela contradittorio è apparenza, è dire pressochè nulla. Che
tuttociò che racchiude contradizione non sia reale, non v'è chi possa metterlo
in dubbio: ma da dir ciò ad affermare che il contradittorio implichi apparenza
molto vi corre. Egli, è vero, ha affermato che l'apparenza è controdistinta da
questo carattere, che la contradizione in essa esistente può essere risoluta in
un ordine superiore e più elevato di esperienza, ma ognuno comprende che finchè
non sì aggiunge altro, non vi è ragione di dichiararsi soddisfatti. Si può ad
esempio domandare: È lecito parlare di apparenza quando non si ammette un
soggetto a cui la Realtà appare e quando l’unica via per cui la Realtà stessa
appare centro di sentimento, esperienza psichica ecc. è pur essa apparenza ? Il
movimento, il cangiamento, lo spazio, il tempo, l'attività, l'io, la cosa ecc.,
si dice sono apparenze: ma qual'è la loro origine? Perchè ci appaiono con tali
e tali altre proprietà ? Ognuno intende che finchè non si sarà dato ragione di
ciò, nulla di positivo e di determinato è lecito affermare. E qui è bene notare
che la più parte delle contradizioni riscontrate dal Bradley hanno la loro
origine nel fatto che egli sostantiva i processi e le attività, nel fatto che
reputa una cosa fissa rigida, ciò che, essendo continuo, incessante scorre. Ora
ciò che è continuo non può essere misurato completamente che mediante il
calcolo infinitesimale, e l' infinitesimo non essendo una quantità finita, non
è possibile cogliere l'istante in cui le condizioni del presentarsi della
contradizione veramente si verifichino, in cui cioè la dimostrazione per
contradictionem sia sul serio applicabile. Così il movimento tra due punti
dello spazio infinitamente prossimi avviene sempre nell’intervallo tra due
momenti infinitamente prossimi, cioè mai il mobile è in due luoghi nello stesso
tempo, mai in due tempi nello stesso Bradley presenta la Realtà come un sistema
o inoltre pone come criterio per decidere del grado di realtà l’armonia, la
comprensività, la consistenza reciproca delle parti componenti un tutto. È
evidente che chi dice sistema, armonia, consistenza ecc. dice organismo e chi
dice organismo dice relazione, interdipendenza degli elementi; ora l'Autore
avendo affermato che la relazione è qualcosa d'inintelligibile, come mai può
porre la stessa relazione quale criterio della realtà e intelligibilità e
insieme presentare la realtà stessa come costituita da un insieme di relazioni?
Le relazioni certamente implicano l’esistenza di un sistema: ma da ciò non si
può dedurre che esse in genere siano qualcosa d’inintelligibilie. Il fatto è
che il Bradley considerando a parte ed isolatamente ciascun concetto
fondamentale (qualità, relazione ecc.), fa presto a riscontrarvi degli elementi
contradittori. Tale procedimento è erroneo; i vari concetti vanno messi in
connessione tra loro in modo da integrarsi a vicenda. Che cosa è la Realtà ? È
l’esperienza, risponde il filosofo inglese. Di qui la necessità di domandare: E
che cosa é luogo, ma sempre la serie dei punti e dei momenti si svolge con
perfetta corrisponlenza nella continuità del movimento, Masci, Un metafisica
anti-evoluzionista. Napoli. Lo stesso ragionamento può esser valido a dimostrare
la falsità dell’affermazione che la causazione non esiste per questo che non è
ammissibile nè un azione causale continua nè una discontinua, data la
divisibilità infinita del tempo. E la difficoltà che l'Autore prova ad
ammettere il continuo dipende dacchè non pone come punto di riferimento la
coscienza in generale, Di ciò fu discusso disopra. l'esperienza ? Dall’insieme
dell’opera del Bradley pare si possa ricavare che per lui l’esperienza è data
dal complesso, dalla totalità della nostra vita psichica, prima che in questa
sia sopravvenuta alcuna distinzione e differenziazione. Noi sentiamo di
esistere, sentiamo di vivere; è in questo sentimento primitivo che è riposta
l’esperienza immediata, la quale poi è l’unica via per cui noi possiamo penetrare
nel Reale. Prima di ricercare quale concetto dobbiamo formarci di tale
sentimento notiamo una contradizione in cui è caduto l’autore; mentre egli
afferma recisamente che la Realtà si riduce all’esperienza psichica, alla
sentience , non meno recisamente e ripetutamente afferma che tutti i fatti
psichici non sono che apparenze, perchè tutti involgono separazione del what
dal that, tutti tendono a trascendere sè stessi. Non dice egli che la Realtà si
riduce all’unificazione e fusione dei vari fatti psichici, unità e fusione che
noi non conosciamo e non possiamo neanche imaginare, data la trasformazione che
subiscono i vari elementi mediante l'unificazione? Ora, come si può ad un tempo
dire che la Realtà è l’esperienza ? (1) Se l’io empirico che è poi Ja medesima
cosa dell'esperienza psichica presa nel suo insieme non è reale, come mai si
può affermare che la Realtà è l’esperienza psichica ? Inoltre come sì può
mettere d’accordo l’asserzione che il contenuto della Realtà è la sentient
experience (sentimento) con l’altra che la Realtà risulti dalle attinenze,
dalle relazioni che una cosa ha con le altre in modo che quanto maggiori son
queste tanto maggiore è il grado di realtà attribuibile alla cosa stessa, chè
in sostanza il criterio della realtà posto nell'armonia e nella comprensività
(inclusivness, harmony), non dice altro? Il sentimento poi inteso come
l’insieme della vita psichica in cuì nessuna distinzione sia comparsa di io ©
non io, di soggetto ed oggetto si presenta come qualcosa di così vago ed indeterminato
di subbiettivo e di individuale , che non si riesce a comprendere come possa
valere a fornirci una certa idea di ciò che sia la Realtà ultima, la Realtà,
diremmo, ontologica. Esso già implica sempre il rapporto del soggetto con
qualcosaltro, rapporto che è condizione essenziale della sua origine, comunque
siffatto rapporto non sia avvertito come tale e insieme implica l’ esistenza di
rappresentazioni, di imagini poste di rincontro o almeno distinte dal soggetto.
Inteso quale cenestesi, vale a dire qualche risultato finale di una quantità di
sensazioni organiche provenienti dai vari organi, ovvero infine come il grado
infimo di psichicità, come sensazione e impulso iniziale ed elementare, non può
mai essere presentato quale oggetto di esperienza atta ad esprimere la Realtà.
A volte si direbbe che il Bradley prenda il sentimento come quel qualcosa che
rende attuale un determinato contenuto psichico, ma, come tale, essendo
qualcosa di eminentemente Notiamo qui come per il nostro Rosmini il sentimento
proviene dal rapporto del principio senziente (che può essere considerato dal
punto di vista del Bradley una sostanzializzazione del that ), col termine
esteso che alla sua volta può essere considerato una sostanzializzazione del
what . Per il Rosmini, si noti bene, il principio senziente e il termine esteso
per sè considerati, separati l'uno dall'altro, erano astrazioni non altrimenti
che il what e Îl that. Vedi. DE SaRLO : Le basi della Piscoloyia secondo
Rosmini, Roma. subbiettivo ed individuale (individuum ineffabile) e avendo un
contenuto particolare non può essere considerato quale simbolo di quella unità
totale in cui il what coincide col that e in cui consiste la Realtà ultima ed
obbiettiva. Da tal punto di vista il sentimento presenta tutte le contradizioni
dell’esperienza sensibile. Non vi è via d'uscita: se si vuol considerare la
Realtà come null'altro che la sentience, occorre considerare come reale l'io
empirico quale si rivela per via del sentimento; occorre però sempre
determinare e precisare la natura del sentimento. Notiamo qui che
l’indeterminatezza del significato, la variabilità e contradittorietà del
valore attribuito all’ io dipese sempre da ciò che si confuse l'io empirico
fenomenico con la coscienza in generale (Io nonmenico, se così piace), e dacchè
si credette di poter riporre la natura dell'io nell’ una o nell'altra funzione
psichica, considerando le altre come secondarie e derivate; ora nulla di più
erroneo e falso. Passiamo ora a discutere della natura della conoscenza a senso
del Bradley. La conoscenza per lui non ha altro obbietto che quello di
qualificare la Realtà (soggetto), il che si può soltanto conseguire,
idealizzando la Realtà stessa, disgiungendo il what (predicato) dal that .
L'ideale verso cui tende la conoscenza è di far coincidere l' idea col fatto:
tale ideale però non viene mai attuato in modo completo : e se ciò avvenisse,
non vi sarebbe più ragione di parlare nè di conoscenza nè di verità: avvenuta
l’unificazione del what col that si avrebbe la vita vera e reale dell’Assoluto.
La verità e la conoscenza in conseguenza di ciò non può essere che apparenza
come tutto quello che involge separazione dell’ idea dall’ esistenza. E tutto
lo svolgimento della conoscenza e della vita psichica sì compie partendo
dall'unità imperfetta e incompleta del sentimento, procedendo per via delle
distinzioni e differenziazioni del contenuto psichico che implicano una
quantità di relazioni e tendendo infine alla scomparsa e trasformazione di
queste ultime in un sistema organico ed armonico che tutto comprende in sè,
tendendo ad una forma di intuizione e di vita universale di cui noi a mala pena
possiamo formarci un'idea generale’ ed astratta. Da tal punto di vista
gl’individui sono forme della vita universale che in essi si divide e insieme si
concentra ner modo che non solamente possono apprendere a conoscere sè stessi,
ma anche l’Universale e il Tutto che in essi vive, opera è si muove. E la
funzione conoscitiva e cogitativa consiste nel qualificare, nel caratterizzare,
nell’ analizzare il detto universale che si presenta nei centri del sentimento
individuale. Ora, anzitutto non si riesce a comprendere in che cosa possa
consistere lo stadio finale della conoscenza detto intuitivo, lo stadio in cui
la conoscenza vera e propria sì annulla in qualcosa di superiore e di più
elevato ; in ogni caso se ciò si verificasse, si avrebbe un regresso e non un
progresso: il pensare discorsivo (il giudicare) lungi dal rappresentare
un’imperfezione rappresenta la via, l’unica via per cui la Realtà acquista valore,
consistenza e significato. L'unione del what col that non è che un prodotto
della fantasia individuale. Oltre la conoscenza vera e propria non è possibile
quindi ammettere uno stato superiore e più clevato. Si dovrà forse ammettere
una doppia vita nel reale, la vita quale sì esplica nei centri di sentimento
(vita del pensiero) ed un’altra vita d'ordine superiore? Ed una tale opinione
come si concilia con l’altra che il Reale non è nulla al di fuori delle
apparenze ? Poi, è assolutamente contrario al vero affermare che il progresso e
lo svolgimento della conoscenza sia in rapporto diretto colla trasformazione
del processo discorsivo e successivo in processo intuitivo ed -
estratemporaneo. L'intuizione stessa infatti allora solo acquista l’ evidenza
necessaria quando interviene l’attività del pensiero, per così dire, a scorrere
dall'uno all’altro elemento della rappresentazione totale per compararli,
misurandoli. L'essenza del pensiero e della conoscenza è riposta nella
proprietà di stabilire rapporti tra le cose: tolti i rapporti non si avrà
conoscenza, c nemmeno vita psichica, giacchè la psiculogia moderna ha messo in
sodo che la legge della relatività è legge psichica fondamentale. E
l'intuizione è soltanto la causa occasionale dell’ evidenza immediata, mentreché
il vero fondamento di questa si trova nella natura collegatrice e comparativa
del pensiero. Si direbbe che per il Bradley la conoscenza cominci coll’
analisi, collo scumporre il dato che vive in ciascun centro di esperienza
individuale, ma è ammissibile ciò ? L'esistenza di questo dato non deve essere
considerata già come un primo stadio di conoscenza ? Se si vuol rimanere sul
terreno dei fatti che ci vengono suggeriti dalle accurate analisi psicologiche
e gnoseologiche non vi ha dubbio alcuno che la conoscenza debba essere
considerata come una specie di successiva sostituzione di una forma di
coscienza ad un’altra forma di coscienza, di un contenuto psichico ad un altro
contenuto psichico, di una forma di relazione tra soggetto ed oggetto ad un’altra
forma: sostituzione che ha lo scopo di porre in luogo del subbiettivo,
dell’individuale e del contradittorio, l’obbiettivo, l’universale, il coerente.
La conoscenza in tanto è possibile in quanto il Reale assume una particolare
esistenza nel soggetto individuale e da tal punto di vista è veramente lecito
affermare che ogni conoscenza implica la separazione di un dato contenuto dalla
propria esistenza: la sensazione, l’imagine, la rappresentazione ed anche
l’idea o il concetto sono fatti psichici che non vanno identificati col fatto.
D'altronle tutta la conoscenza non va forse riguardata come una costruzione
fatta coi detti materiali o elementi psichici (sensazione, rappresentazione,
concetto) ? La realtà in quanto conosciuta è successivamente e sempre più perfettamente
sensazione, percezione, imagine, concetto, o per dirla altrimenti, qualità
sensibile, cosa, essenza. L'elemento della conoscenza scientifica è il concetto
: sapere scientificamente vale sapere per concetti: ma il concetto obbiettivo,
il concetto reale e concreto è la verità della sensazione e percezione, e non
vi è senza di queste. E ciò che dal nostro punto dì vista importa massimamente
di ricordare è che la funzione relativista o di riferimento che compone i
singoli elementi della serie non è diversa da quella che li connette poi nelle
formazioni e processi logici e finalmente nei sistemi più vasti che sono le
scienze: per modo che la conoscenza risulta omogenea nelle parti e nel tutto.
Chiamare la conoscenza un'apparenza è per lo meno assurdo : se tale espressione
può avere un senso, questo è che la conoscenza falsifichi in qualche modo la
realtà; ma per poter affermare ciò prima di tutto bisognerebbe aver potuto
apprendere per altra via la natura vera della realtà e di tale apprensione immediata
non parlò mai Bradley, e poi conoscere l'apparenza come apparenza equivale a
conoscere la verità; un'apparenza conosciuta come tale non è più apparenza. E
una conoscenza che apprende la realtà può essere più chiamata ragionevolmente
apparenza ? E come mai è concepibile una realtà sfornita di quella relazione
essenzialissima che è la conoscenza, che è poi il riferimento ad una coscienza
o ad un soggetto in genere ? Anzi come maisi può affermare una tale realtà?
Separare assolutamente il vivere dal sapere di vivere è impossibile. La vita,
la realtà implica una forma qualsiasi di interiorità e questa alla sua volta
una forma di unificazione del molteplice che è la caratteristica ultima della
conoscenza (processo di analisi e sintesi insieme). E che altro è questo se non
il primo germe dell’ indissolubile legame che tien uniti la realtà, l’attività,
l’interiorità e la conoscenza? In conclusione diremo che affermare che la
conoscenza è semplice apparenza e che come tutte le apparenze, è manchevole,
imperfetta, insufficiente, equivale a scindere Cfr. a tale proposito Masci,
Lezioni di Filosofia teoretica fatte nella R. Università di Napoli.
arbitrariamente la realtà in due parti ed a rendere incerta la conoscenza
stessa dell’apparenza. Tutte le apparenze che formano come a dire la struttura
dell’ universo, sono spiegate dal Bradley per mezzo del processo di
disgiunzione dell'idea dal fatto, del what dal that corrispondente. Una volta
che l'Assoluto si è scisso in una quantità di centri finiti di sentimento, il processo
di disgiunzione si è andato sempre più estendendo e complicando fino a dare le
forme di apparenze più svariate e notevoli, quali il Buono, il Vero, e il Bello
Prima di vedere se il modo di concepire questi ultimi sia giusto, vediamo se il
processo di disgiunzione del contenuto intelligibile dall’esistenza possa
essere ammesso quale processo diremmo quasi, cosmico, giacchè la scissione
stessa dello Assoluto nei detti centri di sentimento deve essere considerata
come espressione dell’ inconsistenza iniziatasi in seno al Tutto. Il processo
di distinzione e di differenziazione implica sempre questo, che il dato non
coincide coll’idea. Se ciò non fosse, perchè la vita universale dovrebbe
spezzarsi in forme individuali ? Il Bradley veramente non dà alcuna
dilucidazione in ordine a tale questione, che pure è importantissima dal suo
punto di vista. Il processo di idealizzazione o di disgiunzione del what dal
that in tanto è concepibile in quanto sì compie in un centro finito di
sentimento; come mai può dunque esso venir riguardato quale processo universale
ed obbiettivo? È vero che l'Autore ammette un Pensiero, una Volontà, un
Sentimento obbiet - tivo, elementi della Realtà ultima da differenziare
profondamente dalle corrispondenti funzioni spirituali subbiettive quali
appaiono nel tempo e nella serie dei fatti psichici, ma noi non possiamo
formarci alcun concetto positivo di una Ragione vbbiettiva assoluta per sè
presa è posta di. rincontro a noi; l’idea dello spirito obbiettivo e del suo
svolgimento storico è giusta, ma ha valore scientifico solo rel caso che è
intesa nel senso di esistenza e di processo storico, di processo civè che si
compia nel tempo e nello spazio per mezzo dello spirito subbiettivo e
individuale. Una delle contradizioni di Bradley è questa, che egli mentre
considera la conoscenza come pura apparenza e toglie ogni realtà al soggetto,
risguarda i fatti più importanti dell’esperienza psichica, quali è senso di
spontaneità nelle sue varie forme, come qualcosa di derivato, come un prodotto della
nostra riflessione. La nozione di attività, secondo Bradley, implica l’idea
dell’ Io che riesce a produrre un cingiamento, previa la rappresentazione del
detto mutamento ; il che poi non è possibile se non coll’ interpretare in modo
largo molteplici esperienze passate. Sicchè non si può attribuire al senso
d’energia maggior realtà che al senso del nutrimento nel caso in cui si provi
sollievo, mediante l'opportuno cibo, dai dolori della fame (1). L’ori (1)
Notiamo qui che la realtà non compete al senso di nutrimento, ma al senso della
fame, come la realta primitiva o l'immediatezza non compete a ciò che consegue
all’espansività, che è poi in fondo nient'altro che un’espressione
dell’attività, ma al senso di espansività. In ogni caso il senso di sollievo prodotto
dal nutrimento figura come indice dell’appagamento di un bisogno, di una
tendenza, di una forma di attività che è quindi qualcosa di primitivo e di
fondamentale. gine, infatti, del senso dell'attività è posta dall’Autore nel
senso di espansione, di allargamento, per così dire, dell’ Io, il quale formato
com'è di un gruppo di elementi intimamente connessi tra loro, tende ad
estendere i suoi legami ad altri elementi. Non bisogna però credere che
l’espansione sia identica alla coscienza dell’attività, giacchè è solamente
dopo che l’anima ha raggiunto un grado notevole di sviluppo che si può avere
tale coscienza, mentre l'espansione è primitiva. Quando dopo ripetute
esperienze | siamo venuti a cognizione che a taluni modi del nostro Io
conseguono dei mutamenti, noi allora cominciamo ad acquistare Ja nozione
dell'attività o del volere. Insomma noi diciamo di essere attivi ogni qual
volta il Non-Io (consistente in sensazioni esterne o interne, in percezioni o
idee) subisce dei mutamenti in seguito all'idea ed al desiderio formato
dall’Io. Tale espansione della nostra area, come dice il Bradley, comincia dal
darci un certo senso interpretato come qualcosa che dall’ Io passi al NonIo; è
ih questo qualcosa che propriamente consiste l’energia, la forza, la volontà,
ecc. Il Bradley prosegue ancora l’analisi dicendo che quando il gruppo dell’ Io
è come a dire contratto dal Non-Io, mentre dall’altra parte un’ idea piacevole
di espansione è suggerita, si prova un senso di oppressione ; e quando ì limiti
di resistenza ordinaria son mossi e l'espansione ideale, progredendo sempre, è
attuata solo in parte con varie oscillazioni si prova quel senso speciale detto
di tensione e di sforzo. È naturale che da tal punto di vista l’attenzione
nelle varie sue forme non possa essere più considerata né come una facoltà
speciale, nè come funzione particolare della mente avente sede in un dato
organo cerebrale ; l’attenzione al pari della memoria e dell'intensità viene ad
essere riguardata come una qualità generale appartenente in vario grado a tutti
gli elementi psichici: anzi si può dire che l’attenzione e l'intensità vengano
pressochè a formare una cosa sola. Date certe condizioni che facilitino il
predominio di un fatto psichico nella coscienza (in ciò sta il carattere
essenziale dell'attenzione), deve avvenire che taluni elementi sensorali o
ideali divengano prominenti ed emergenti rispetto al resto, e per ciò stesso
appaia indebolita l’ intensità degli altri. Il Bradley poi non attribuisce un
valore essenziale al fattore muscolare, prima perchè in molti casi in cui ha
luogo l’attenzione quello è escluso, poi perchè anche quando è chiamata in
esercizio l’attività muscolare o direttamente sopra un organo percipiente,
ovvero indirettamente col movimento di tutto il corpo, la prima causa
dell’azione muscolare va cercata in un’ idea o in un sentimento precedente. È
l’idea, e più di tutto l'idea dell’ interesse che si può avere per un dato
fatto psichico, che ci dà la chiave per intendere il meccanismo dell'attenzione
dalla forma più semplice alla più complicata. E la coscienza dell’energia
interiore è perfettamente riducibile al predominio nella coscienza dell'idea
dell’ Io che attendè ad una data cosa. Che giudizio si può portare su tale
veduta del Bradley? Certamente essa ha grande valore in quanto prova a
sufficienza che l’attività psichica non va intesa come correlativo, per così
dire, necessario dell’ attività motrice. Il Bain, il Miinsterberg ed altri
avevano asserito che senza le sensazioni muscolari o almeno senza le sensazioni
d’innervazione motrice lo spirito è incapace di sentirsi in alcun modo attivo ;
per loro quindi la forza, l'energia psichica, base dell'individualità, non
poteva avere che una sola origine, il movimento; il fatto interiore
dell’attività era considerato come un semplice reflesso di un fenomeno esterno,
quale è la mozione. Ora da tal punto di vista l’analisi psicologica del Bradley
è stata utile, perchè ha mostrato che tutti i processi intellettuali sono per
sè attivi, e, date certe condizioni, tutti indistintamente sono in grado di
svolgere energia sotto le forme più differenti. Non soltanto nella forma in cui
si rivela attivo alla coscienza, ma in molteplici altre forme lo spirito è
causa agente. Cade così l’ ipotesi di un organo speciale dell’attenzione, o dell'attività
psichica in genere: allo stesso modo che non vi è un organo particolare della
vita, così non vi può essere un organo particolare dell'attività nelle varie
sue modalità (sforzo, attenzione, volontà ecc.). L'attività psichica a dati
stimoli e in determinate condizioni reagisce in vari modi e secondo che la
percezione immediata di talo reazione si fonde con uno o coll’altro degli
effetti che vengono prodotti nell'organismo (sensazione muscolare, p. cs.),
assumerà un colore particolare. L'errore degli analizzatori superficiali fu
quello di credere che i fatti organici, i quali servono in certo modo a
fissare, a determinare e a dare un nome alle formé dell’attività psichica,
costituissero il fatto essenziale ed ultimo. Il Bradley infatti mostrò che l’attenzione
può assumere varie forme, da quella in cui si ha coscienza di un dispiegamento
notevole di attività a quella in cui non se. ne ha alcuna coscienza; eppure
l’attività psichica esiste sempre, ed è imprescindibile in tutte le funzioni
mentali. Se non che due sono, secondo noi, i difetti dell’analisi del Bradley.
Da una parte egli parla di idee e di rappresentazioni che possono avere il
predominio nella coscienza, parla dell'interesse che si può avere per un dato
obbietto o per una data operazione, parla della tendenza espansiva, ecc., senza
porsi mai il problema se e fino a che punto tutto ciò sia compatibile col non
ammettere la realtà del soggetto : egli infatti parla dell’ Io come di un
composto, di un aggregato di elementi psichici; ora un tale concetto contradice
necessariamente al concetto dell’ espansività come fondamento del sentimento :
giacchè in forza di che ed a quale scopo quel gruppo di elementi psichici
formanti l'Io tende ad espandersi ? E l’attività delle idee e delle
rappresentazioni per cui esse emergono nella coscienza donde vien loro? E senza
l’unità del soggetto come è spiegabile l'interesse che pure forma il caposaldo
della teoria del Bradley? E qual'è il fondamento del legame esistente tra i
vari fatti psichici? Non suppone forse agni nesso ed ogni rapporto un'unità ed
identità fondamentale? Non basta ancora: egli ammette che si possa avere l’idea
di un'idea in quanto l’idea pura e semplice di una cosa riguarda il suo
contenuto logico, mentre l’idea d'una idea consiste in uno stato psichico che
include un'altra esìstenza psichica attuale. Ora come mai sarebbe possibile un
tal fenemeno senza la realtà ed attività od efficacia del soggetto capace di
riflettere sul!e stesse sue operazioni e capace di rimanere identico a sè
stesso attraverso: } cangiamenti Dall'altra parte il Bradley cade in errore
quando tenta di ridurre l’origine del senso di attività ad un fatto meramente
derivativo prodotto per mezzo dell’ interpretazione di esperienze passate,
presentando così il senso di energia come un’appercezione del tutto illusoria.
Niente di più falso. La percezione interna per cui noi giungiamo a cognizione
di ciò che accade dentro di noi può avere un doppio senso, a seconda che noi
vogliamo intendere con essa l’esperienza immediata, ovvero la riflessione su
ciò che è offerto da quella. Dobbiamo distinguere per così dire il vivere dal
sapere di vivere. L'esperienza immediata è la vera sorgente di tutti i dati di
fatto, mentre la riflessione rappresenta il mezzo di generalizzare,
riconoscendole, le no stre esperienze; e supponendo che nel corso dello
sviluppo mentale siano state formate nozioni e parole per i singoli stati
interni, la percezione interna intesa nel secondo modo, cioè come riflessione,
consisterà nella sussunzione di un determinato fatto psichico sotto la nozione
ad esso spettante; sussunzione che può esplicarsi in un giudizio vero e
proprio, ma per lo più si riduce ad una semplice denominazione. La riflessione
in ogni caso non può mutare il dato di fatto dell’esistenza di un fenomeno.
Donde consegue che quando noi, mediante la riflessione, diamo un nome od anche
giudichiamo un fatto immediato della coscienza, il quale offre dei caratteri
distintivi da non poter essere confuso con altre sensazioni o sentimenti, noi
non possiamo aggiungere nulla di nuovo. Il riflettere insomma non può creare
nulla e quindi non può darci un sentimento quale fatto immediato della
coscienza, ma solo può dare un nome e mettere in forma di proposizione ciò che
già esisteva. nel co Ed in ciò sta la differenza tra l’esperienza immediata d e
l’analisi, giacchè la prima ci mette in contatto con la realtà, mentre la
seconda verte sulla scomposizione del fatto reale nei suoi vari elementi. Alla
genesi del senso di i attività, concorrono, è vero, parecchi elementi, ma
questi sE producono un qualcosa che si rivela alla coscienza in modo I
semplice, immediato ed irreducibile; e, ciò che più imi porta, non è la
ricognizione dei detti elementi quella che Ì ci fa provare il senso di
attività: la riflessione o ricogni a zione è posteriore all’ insorgenza del
fatto immediato della coscienza. Del resto si comprende agevolmente che tutte
le interpretazioni, tutti i ragionamenti e tutte le riflessioni fatte sopra i
dati psichici non potrebbero mai dare origine a nuovi dati. Pensare sopra le
modalità dell’attività presuppone già la percezione immediata dell’attività
stessa. Del resto il Bradley stesso, pur servendosi di altri nomi, non solo
parla della coscienza e dell’io come di un'’attività, ma anche di un'attività
che si propone dei fini e sceglie i mezzi per giungervi, di un'attività che può
trovarsi in lotta con altre forze psichiche e resistervi e farle anzi
concorrere al proprio intento. Nè poteva essere diversamente: la recettività e
la reattività nella psiche non sono due fatti distinti, i quali possano venire
studiati l'uno in disparte dall’altro, giacchè essi concorrono ad una sola
operazione, per modo che l'uno rende valido l'altro, il quale da sè sarebbe
nullo. Non si può concepire una forma qualsiasi di Attività, e sia anche
l’espansività bradleyana, che non implichi un grado di coscienza: è parimenti
la coscienza riesce impensabile separata dall'attività. Va notato infine che la
percezione immediata si distingue dalla pura rappresentazione, da quella che
potrebbe esser chiamata percezione mediata, derivata, reflessa per questo che
la prima è più che semplice rappresentazione, è sopratutto sentimento derivante
dalla cooperazione di tutto l'essere fisico e psichico: ora chi può negare che
la percezione dell'attività lungi dal presentarsi coi caratteri di una semplice
ilea o rappresentazione, di un contenuto distaccato dalla matrice reale, è
invece in modo precipuo sentimento ? Dicemmo già disopra che il Vero, il Buono
ed il Bello per il Bradley non sono che apparenze, le quali se accennano alla
Realtà, non sono la Realtà. A noi sembra che tutto il ragionamento dell'autore
poggi su presupposti falsi. Così egli muove dal principio che l'ideale verso
cui tende la conoscenza è l’identificazione e l’uniticazione del pensiero con
l'essere, ideale che, se raggiunto, mena dritto all'annientamento della
conoscenza e quindi della verità stessa, giacchè in tal caso si avrà la Vita,
il Reale, non più la scienza della Vita e del Reale, in altri termini sì vivrà
il Reale e null'altro. In tal guisa la conoscenza è essenzialmente
contradittoria : da una parte essa non è possibile che sotto la condizione che
vi sia distinzione e differenziazione nella realtà (pensiero ed' essere) e
dall’altra parte il suo svolgimento e la sua perfezione è riposta tutta nel
togliere via qualsiasi distinzione e differenziazione, è riposta, cioè, nel suo
annientamento. Ora è evidente che l’errore del Bradley è nell’aver creduto che
la conoscenza miri all’ identificazione ed all’ unificazione completa del pensiero
con l’ essere, mentre essa ha per intento di trasformare il contenuto
subbiettivo e individuale della coscienza in contenuto obbiettivo ed
universale; intento che può essere ottenuto non già annullando il fat-. tore
della coscienza come dovrebbe avvenire se, giusta le idee del Bradley, l’ideale
ultimo della conoscenza fosse l'identificazione e l'unificazione completa del
pensiero con: l'essere, ma sostituendo, anzi aggiungendo al semplice ed
esclusivo punto di vista della coscienza individuale il punto di vista della
coscienza in genere. In tal guisa il fattore della coscienza persiste sempre,
tanto è ciò vero che a misura che la conoscenza progredisce l’ individuo
acquista coscienza della propria cooperazione all'edificio della verità.
L'ideale verso cui tende la conoscenza adunque non è l'assorbimento di uno dei
termini nell'altro, ma, diremo così, la maggior visione dell'uno per mezzo del
predominio dell'altro. Il fatto è che io acquisto più coscienza di me stesso
come essere finito, subbiettivo, individuale, quanto più mi pongo a considerare
le cose dal punto di vista obbiettivo ed universale. La coscienza individuale
quando guarda con l’occhio della coscienza universale non cessa di essere
individuale, non si annulla nella coscienza universale. D'altronde la stessa
coscienza universale non è fuori la coscienza individuale, ma concresce con
questa non altrimenti che la vita generale di un qualsiasi essere organico
cresce col crescere delle singole funzioni del medesimo essere. Il processo
della conoscenza, a noi sembra, si compie proprio in senso inverso a quello
indicato DAL FILOSOFO INGLESE – Grice: ‘inglese? I’d say, “dal filosofo
oxoniense!” --: il punto di partenza infatti è il contenuto rappresentativo o
percettivo primitivo in cui l’imagine psichica è identificata con l'oggetto,
anzi è presa per la sola realtà, in cui insomma non vi ha distinzione fra
oggetto e rappresentazione subbiettiva e si procede ponendo sempre più la
realtà universale ed obbiettiva di fronte alla vita psichica subbiettiva ed individuale:
ed a misura che l’edificio della realtà vien completato diviene più viva la
coscienza dell'attività individuale. Ed invero chi, se non l’intelligenza dei
singoli soggetti rende possibile la detta costruzione? È sempre l’individuo che
opera anche universalizzandosi. E la mente umana lungi dal tendere a confondere
insieme i due processi, il subbiettivo l’obbiettivo, l' indi. viduale e
l’universale, tiene a tenerli distinti e distaccati: La conoscenza certamente
implica una parziale identità del pensiero e dell'essere (del subbietto e
dell’obbietto), ma insieme una parziale distinzione; nò ciò è in alcun modo
contradittorio, giacchè l’ identità e la differenza sono condizioni della
possibilità della conoscenza; non già condizioni contradittorie una della
possibilità, l’altra dell'impossibilità. Se si bada che la conoscenza non
s'intende per nulla se si prende come una mera rivelazione estrinseca, come una
relazione meccanica (ed è questo l’errore principale, a noi pare, della
filosofia del Lotze, il quale subordinò la relazione della conoscenza al
rapporto causale) sì acquista la convinzione che la rivelazione della realtà
alla coscienza, per essere soggettiva ed interna, non è meno oggettiva e vera.
Dal fatto che la conoscenza implica due termini non deriva nient’affatto
adunque che essa sia apparenza: tutt'altro: piuttosto la Realtà una, identica,
immutabile che, secondo l’autore, dovrebbe assorbire tutte le apparenze,
trasformandole, si presenta quale creazione della fantasia senza alcuna consistenza.
Lo svolgimento e il progresso della conoscenza nun è nient'affatto in rapporto
diretto della riduzione di uno dei fattori della conoscenza all’altro, essendo
entrambi indispensabili, irriducibili o aventi uffici differenti. Nè si può
imaginare o concepire cosa mai risulterebbe dall’ unificazione e identità
totale dei due termini della conoscenza: il Bradley crede che ne risulterebbe
la Realtà ultima: potrà essere: ma in tal caso bisogna dire che questa non solo
è assolutamente inconoscibile, ma inconcepibile. Con che diritto adunque parla
egli dell’Assoluto? La Realtà ultima si presenta come un grado inferiore di
realtà, come qualchecosa sfornita per sè di valore e significato che le può
venire solo da ciò che viceversa viene considerato come apparenza. Passiamo al
Buono: anche questo, stando al Bradley, è apparenza e per ragioni affini a
quelle per cui sono tali la verità e la conoscenza. Il Buono da una parte è
condizionato dal distacco dell’ilea (che in tal caso riceve il nome d' ideale)
dal reale, dal fatto, da ciò che esiste, e dall’altra ha l'obbiettivo di
attuare l'ideale, di tramutare l’idea in fatto, vale a dire di annientare sè
stesso. Ma oltre di questa il Buono implica una quantità di altre contradizioni
dipendenti dalle sue varie determinazioni: così per quanti sforzi si facciano,
il perfezionamento individuale non può sempre coincidere col bene della
collettività, come d'altra parte il maggior perfezionamento dell'ordinamento
sociale trarrà sempre seco degli svantaggi per l'individuo: la divisione del
lavoro, per citarne uno, produce lo svolgimento parziale ed unilaterale delle
facoltà umane: e via di seguito. Qui faremo due osservazioni: Bradley è spinto
a considerare il buono come apparenza dal presupposto che la realtà sia solo da
riporre nell'attuazione completa dell'ideale, attuazione che figura come
l'annullamento del buono: ora ciò è falso, giacchè la realtà consiste iuvece
nel processo continuo che tende all'attuazione di un ideale, senza che questo
sia mai attuato completamente per la ragione che esso non essendo qualcosa di
fisso, di s'abile e di permanente, assume sempre nuove forme, si eleva e si
complica sempre dippiù. A misura che l’uomo s'avvicina ad un dato ideale,
questo, trasformandosi e perfezionandosi, s' allontana ancora. E la realtà
lungi dall'essere posta nell’attuazione completa dell'ideale che è
irraggiungibile, risiede in tutto il processo : in caso contrario bisognerebbe
confessare che la realtà è come se non esistesse. La vita è nel movimento, nel
processo e non nell’equilibrio stabile che invece è la morte. La religione e
anche l’arte cercano di dare una forma e di personificare l’illeale, ma
tuttociò non entra nella considerazione del Buono dal punto di vista
metafisico. Bradley considera il buuno preso per sè, astraendo dal fattore
della coscienza in cui e per cui esiste. E certamente il Buono risguardato come
una cosa invece che come un processo inerente all'anima umana cume tale, non
può non apparire contradittorio. Non è il buono che tende all'annullemento li
sè stesso, ma è lo spirito umano che ha tra le altre funzioni quella (che
sostantivata costituisce il Buono) di proporsi incessantemente dei fini alla
cui attuazione esso si adopera, è lo spirito umano che ha delle tendenze ed
esigenze al cui soddisfacimento si affatica. E nessuno vorrà sostenere che
nell’operare in tal guisa l’anima umana si contradica, ovvero tenda ad
annullare sè stessa. È naturale invece che essa aspiri ad annullare, mediante
l’appagamento, i suoi bisogni, che sono indizio di imperfezione e di
manchevolezza. Se i detti bisogni rinascono sempresotto novelle forme, ciò
avviene perchè la realtà vera non è in qualcosa di dato, ma nel farsi. Per quel
che concerne l’ apparente contradizione e l'impossibilità apparente di derivare
il bene individuale dal bene sociale e questo da quello, noteremo che tra le
specie di cause c'è anche la causa reciproca, la quale è ammissibile purchè sia
ben definita. La detta causa (che si riscontra in tuttociò che è organicamente
costituito) non consiste in due cause di cui una produce l’altra ad ogni
istante, ma di cui ciascuna ad ogni istante produce un effetto della specie
della prima e così via. Così un perfezionamento nel sistema circolatorio può
produrne uno in quello della respirazione e viceversa. Tra società e individuo
esiste appunto un rapporto causale reciproco in quanto il perfezionamento
individuale è condizionato da quello sociale e viceversa: i due si limitano, sì
determinano a vicenda senza che a nessuno di essi possa essere attribuito un
valore non diciamo assoluto, ma neanche preponderante. E lo sbaglio del Bradley
è quello di aver pensato che potesse considerare un elemento facendo astrazione
dall’ altro, dal che conseguì che egli trovò contradizioni dappertutto. La
moralità poi presenta una natura contradittoria precipuamente per questo che
essa è condizionata da qualcosa che non può csistere: tale è appunto la
determinazione interna della volontà. Questa separata da qualunque elemento
estrinseco è una pura astrazione : di qui la necessità nella moralità di
trascendere sè stessa, passando in qualcos'altro che non è più moralità: questo
qualcos'altro è per il Bradley la Religione, ove domina la fede che tutto sia
ed accada come deve essere ed accadere. Ci asteniamo dal discutere se questi
passaggi da una sfera di apparenze in un'altra siano comprensibili e se abbiano
alcun significato, essendo passaggi verbali anzichè reali. Il nostro filosofo
vede un complemento della moralità vera e propria nientemeno che nella
rassegnazione fatalistica, la quale implica la separazione del volere dalla
natura e l'affermazione che il volere stesso non può esercitare alcuna azione e
produrre alcun effetto. Ognuno vede che in tal guisa il volere umano viene ad
essere completamente snaturato, perchè viene ad esser distaccato
dall'ordinamento sistematico delle cose. Ora non abbiamo bisogno di spendere
molte parole per provare l'assurdità di una tale opinione e per mostrare le
tristissime conseguenze che ne derivano: non solo non è lecito parlare in tal
caso di progresso, di sviluppo e di perfezionamento, ma la storia stessa
diviene un non senso. Tutta l’esperienza contradice ad una tale veduta. Dal
fatto che il liberum arbitrium indifferentie è inammissibile non consegue
l'annullamento dell’attività umana e di quell’energia personale che è un
potente fattore di vita e di movimento nel mondo umano. La contradizione che
Bradley trova nell'intima natura della religione si può eliminare con molta
facilità ‘se si pensa che l'aver fede nel trionfo del bene non trae seco come
logica conseguenza la paralisi della propria volontà, di ogni iniziativa
individuale, l’annientamento di quella spontaneità che è la radice della
personalità. Il trionfo finale del bene non è una quantità definita, fissa che,
una volta ammessa, non è suscettibile di aumento, ma è invece una variabile che
può sempre comportare l’azione di un nuovo fattore. Il trionfo del bene può
essere assicurato per mezzo della cooperazione degli altri uomini; ma ciò forse
trae seco l’inutilità della mia cooperazione? La coscienza della mia dignità
non mi spingerà a concorrere al risultato finale? Perchè l'individuo dovrebbe
forzare la volontà all’inazione e quindi all’annientamento? Anche qui il
difetto appare nell’aver distaccato il volere dalla natura e nell’averlo
riconosciuto incapace di produrre effetti. Quanto al Bello va notato che
l'oggetto estetico considerato per sè indubbiamente è un'apparenza in quanto la
sua essenza è riposta nella rappresentazione concreta e determinata di un’idea,
ma un’apparenza che è avvertita, I, per ciò stesso l’apprensione della realtà?
Considerato però l'oggetto bello sentita e riconosciuta come tale non inclu ed
il soggetto senziente come parti di un tutto, come elementi di un unico
processo, il fatto estetico non è più un’ apparenza, ma qualcosa di reale e di
altamente reale. La realtà dell’arte e della bellezza così considerata va
riposta appunto nel processo suggestivo o significativo che si voglia dire, per
cui una data percezione o rappresentazione è il punto di partenza dello
svolgimento di un corso di fatti psichici atti a riempire ed a rapire l'animo
di chi contempla. La sproporzione tra l’' espressione e il suo contenuto lungi
dall’essere un difetto da cui il Bello aspiri a liberarsi, forma la sua
sostanza. Il Bello ha raggiunto il grado completo e perfetto di realtà quando
una data espressione (parvenza), suggerendo un certo contenuto ideale, agisce
in modo particolare sull’animo umano: onde consegue che non vi può essere
tendenza a fare sparire o a trasformare in maniera più o meno completa quei
rapporti e quei termini che costituiscono l’essenza del bello considerato come
un tutto 0 come un processo sottoposto a parecchie condizioni variabili entro
certi limiti di grado, ma non di natura o di qualità. Come non esiste un Vero e
un Bene obbiettivo, così non è a parlare di un Bello obbiettivo: ed anzi
possiamo aggiungere che tali espressioni non hanno nemmeno senso, L'errore del
Bra:lley sta tutto nell’aver creduto di poter considerare per sè,
sostantivandoli, il vero, il buono e il bello separatamente dal soggetto: quale
meraviglia quindi se dopo aver ridotto le astrazioni ad ipostasi, s'è accorto
che queste contengono numerose contradizioni? Sicuro; il Vero, il Buono, il
Bello come sono costruiti dal filosofo inglese sono null'altro che apparenze,
perchè sono astrazioni. Ed egli in fin dei conti non sa trarsi d’impaccio se
non dicendo che le dette apparenze tendono a trascendere sè stesse,
trasformandosi, completandosi, perfezionandosi e passando in qualcosaltro che è
la Realtà ultima. Se non che questa non soltanto è un prodotto della fantasia,
è una chimera, ma è essenzialmente contradittoria : infatti una. Realtà da cui
viene esclusa la conoscenza, la tendenza a. porsi sempre dinanzi un ideale da
raggiungere e la proprietà di sentirsi riempita l’anima da una rappresentazione
concreta, atta a suggerire un processo ideale, una Realtà da cui è escluso ogni
moto ed ogni vita, ogni esigenza di qualcosaltro, una Realtà che è pura
immobilità e invariabilità, lungi dall’apparite allo spirito umano come la più
alta e quindi come la Realtà ultima, si presenta come un grado infimo di
realtà, se per giudicare di questa occorre fondarsi sul valore e sull’azione
che è atta ad esercitare. Quello che ha valore è l’esistenza spirituale e il
mondo che essa crea. Un mondo senza coscienza è come se non vi fosse (Lotze).
La Realtà caratterizzata da ciò che dal comune degli uomini è riguardato come
meno reale : ecco l’ultima espressione della filosofia del Bradley, il cui
obbiettivo doveva esser quello di rimuovere le contradizioni di cui formicola
il mondo delle apparenze. La Filosofia bradleyana in sostanza ha comune col
naturalismo l’errore di considerare la vita dello spirito subbiettivo quale si
presenta nella storia e nell’ esperienza umana, come un fenomeno secondario e
passeggero. Così noi vediamo che la filosofia del Bradley, il quale finisce la
sua opera con le seguenti parole: Outside of spirit there îs not, and there
cannot be, any reality, and, the more that anything îs spiritual, so much the
more is veritably real, portata alle sue ultime conseguenze e interpretata in
modo completo mena alla negazione del soggetto e quindi dello spirito, dello
spirito umano almeno che è quello chie noi conosciamo e che possiamo
apprezzare. E la Realtà che doveva essere one experience, selfperviding and
superior to mere relations, si mostra come trascendente ogni esperienza e
quindi come una costruzione arbitraria e puramente fantastica. Una Metafisica
che come questa del Bradley presenta molteplici elementi fusi insieme pone
necessariamente l'e». sigenza della ricerca delle fonti. Notiamo anzitutto che
le idee del filosofo inglese non si connettono con quelle della filosofia
inglese tradizionale, la quale nelle sue indagini psicologiche e gnoseologiche
segue un metodo prevalentemente empirico. La filosofia di Bradley è una
emanazione diretta della speculazione tedesca svoltasi segnatamente nella prima
metà di questo secolo. Se noi volessimo fare un'analisi minuta e.
particolareggiata delle vedute bradleyane in rapporto alla loro origine
potremmo agevolmente mostrare come lo studio di ciascun filosofo tedesco abbia
lasciato delle tracce nella mente del nostro autore: così il suo concetto di
riporre il fondamento e la caratteristica delle apparenze nella disgiunzione
del what dal that ricorda evidentemente il corrispondente concetto
dell’Hartmann per cui il distacco dell'idea dalla volontà segna l’ origine
della fenomenologia dell’ Incosciente e insieme la condizione dello svolgimento
della Coscienza ; il modo di considerare la realtà della natura ricorda
evidentemente la concezione del Lotze per cui la conoscenza o la
rappresentazione dell'universo non è un'aggiunta accessoria all'esistenza
indipendente di esso, onde la luce e il suono lungi dall'essere copie delle
ondulazioni e delle vibrazioni da cui derivano o dall’ essere pure parvenze o
inganni o qualcosa di secondario e di sopraggiunto sono il fine che la natura
si è proposta di conseguire coi movimenti e che non può conseguire da sola, ma
mediante l’azione sua sopra esseri sensibili. Da tal punto di vista la
magnificenza e la bellezza dei colori e dei suoni, la molteplicità e
l’intensità delle emozioni suscitate dalla natura nell’ anima di chi la
contempla sono il fine della sensibilità nel mondo. Racimolando qua e là potrei
moltiplicare gli esempi atti a provare che lo spirito del Bradley si è, per
così dire, modellato tutto sui grandi maestri della Metafisica alemanna: ma il
mio compito è quello di ricercare piuttosto quali siano le fonti primarie e
dirette del sistema, se così vogliamo chiamarlo, del nostro autore. Ora queste
a me pare si riducano alle due correnti della filosofia dell’identità e della
filosofia herbartiana : ho detto della filosofia dell’ identità e non
dell'hegelismo, come a prima vista si potrebbe esser tratti a credere, giacchè
egli pur avendo tratto molto del suo nutrimento vitale dal sistema
dell’Assoluto hegeliano, ha cercato di porre insieme, se non di combinare e
fondere in un tutto armonico, le vedute di Fichte, di Schelling e di Hegel, in
quanto la Realtà per lui non è solamente pensiero, ma l’ unità del pensiero e
dell’ altro (the Olher) l'identità del soggetto e dell'oggetto, del sapere e
del volere (Fichte), della coscienza e dell’ inconscio, dello spirito e della
natura (Schelling). Noi ci crediamo quindi autcrizzati ad affermare che le idee
del Bradley sono state attinte dalla filosofia dell’identità in ordine ai
seguenti punti: il passaggio o la trascendenza di un'idea in un'altra, di un
grado di realtà in un grado più elevato fino a giungere alla Realtà assoluta,
la cui vita armonica e comprensiva è considerata come una specie di esperienza
intuitiva, di cui a mala pena possiamo formarci un'idea astratta e
indeterminata; 2° la credenza nella più perfetta razionalità delle cose e
quindi nell’ottimismo più completo per cui tutte le contradizioni che si
presentano nel mondo delle apparenze quali 1’ esistenza del male, del brutto,
dell'errore, dell’accidente vengono considerati come momenti transitori della
Realtà, anzi, diremo meglio, come illusioni, le quali in un grado più elevato
di esperienza scompaiono, perchè vengono radicalmente armonizzate col sistema
totale ; il concetto che tutto, anche ciò che sembra più falso ed erroneo,
possa avere un certo grado di realtà, che insomma tuttociò che è' possibile sia
fino ad un certo punto reale; la concezione dello svolgimento della vita
psichica come di una successiva posizione di limiti da parte dell'io, di una
successiva e inin. terrotta trasformazione dell'io in non-io ; 5° il
disperdimento della vita universale in una quantità di centri di esperienza |
psichica limitati spazialmente e temporalmente per cui è resa possibile
l’esistenza psichica subbiettiva o cosciente. Ma abbiamo detto che la filosofia
del Bradley non è una derivazione pura e semplice della filosofia dell’
identità, ma bensì della fusione di questa colla filosofia herbartiana. Infatti
se si pensa che il motivo del filosofare per l’Herbart è l'eliminazione delle
contradizioni presentate dal pensare comune e che per lui il compito della
filosofia sta nel passare dall’apparire all'essere e nell’intendere le ragioni
‘così della differenza come della relazione che passa tra l'uno e l’altro, nel
ritrovar l'essere nello apparire e nel vedere perchè apparisca in quel modo; se
si pensa che a senso del medesimo filosofo tedesco, la guida, la base e la
norma essenziale per poter filosofare con vantaggio è fornita dal principio di
contradizione, e che le apparenze contradittorie, le quali più richiamarono
l’attenzione dell’ Herbart furono appunto lo spazio e il tempo, l'inerenza o la
cosa e le sue proprietà, la causalità e il cangiamento, l'io e la relazione; se
si pensa che per lo stesso filosofo il reale va risoluto in relazioni fisse,
riducendosi l’accadere apparente ad effetto di prospettiva, non sì può non
convenire che il sistema herbartiano non meno della filosofia dell'identità
hanno determinato le concezioni metafisiche del filosofo inglese da noi
studiato. Questi prese da Herbart il criterio per giudicare della realtà
(principio di contradizione) e il concetto dell’immutabilità e inalterabilità
dell’essere, mentre dall’'idealismo. assoluto prese il concetto dell'unità
armonica e comprensiva, il concetto del sistema totale delle cose. Herbart,
infatti, mirava a intendere ed a spiegare il singolare, l’in- dividuo e di qui
il suo pluralismo delle sostanze, mentre l’'idealismo assoluto aveva per
intento sopratutto d' intendere l’unità, il sistema, la finalità. Ora si
domanda: La fusione compiuta dal Bradley in che modo propriamente avvenne? Perchè
avvenne così e non diversamente ? É una fusione razionale ? Egli, appropriatosi
il metodo dell’Herbart, non potè non giungere alla conclusione che l’ essere
doveva essere inalterabile ed immutabile, ma d’ altra parte i concetti della
zufallige Ansicht, il metodo delle relazioni, la ‘ perturbazione e la
conservazione degli enti, il loro essere insieme, le loro mutevoli relazioni,
il loro luogo nello spazio intelligibile rivelandoglisi idee oscure,
inintelligibili e spesso contradittorie, lo spinsero verso l’Universale. Una
delle analisi più accurate del Bradley fu infatti quella concer-. nente la
qualità e la relazione per mostrare che esse si implicano a vicenda, ciascuna
intendendosi soltanta per . mezzo dell’ altra. Respinti così come mere
apparenze il pluralismo delle sostanze, le qualità semplici, il metodo delle
relazioni, ecc., pose la realtà in un sistema individuale, in una specie di
unità che tutte le apparenze comprende, ar- monizzandole e coordinandole tra
loro. Una volta che le relazioni non sono delle essenze intermedie, nò vedute
accidentali, riferimenti ausiliari che non importino punto alla natura della
cosa, bisogna pensarle come stati delle cose stesse ed ogni cangiamento di
relazioni come cangiamento di stati interni, ma perchè ciò sia possibile
occorre che le cose siano concepite come modi o parti di un’unica essenza, di
una sostanza ‘infinita; giacchè così ogni causalità non è causalità in altro,
ma in sè stesso (Lotze). Il pensiero del Bradley determinatosi per così dire in
contrapposizione al concetto dell'evoluzione ed alla ten- denza propria della
scienza contemporanea a voler tutto ridurre a divenire senza fermare in alcun
modo l’atten- zione su ciò che diviene e perchè diviene, e modellatosi d'altra
parte sulle obbiezioni volte dalla critica herbartiana al concetto del
mutamento e all’ assoluto predominio della categoria della causalità, non potè
non considerare l'essere quale immutabile e inalterabile ed escludente quindi
qualsiasi forma di divenire. Ma d’altra parte le obbiezioni rivolte da quegli
stessi che originariamente appartennero alla scuola herbartiana (dal Lotze, p.
es.) ai concetti fon- damentali del maestro, le analisi critiche fatte dai
filosofi contemporanei in genere e segnatamente dai criticisti, delle nozioni
di sostanza, di rapporto, di qualità, non pote- rono non influire sul nostro
filosofo in modo da fargli respin- gere la pluralità delle sostanze e quel
carattere disgregativo ed atomistico del realismo herbartiano per cui questo
non riesce a dar ragione dell’unità e del sistema. E la difficoltà sta tutta
nella 'possibilità di porre insieme, non diciamo di fondere, la concezione
dell’immu- tabilità dell’ essere con quella dell’ unità armonica del sistema
totale che tutto comprende in sè, del sistema orga- nico che sì fa e non può
non farsi, giacchè il sistema, l’ unità armonica non è un dato. Il germe non si
può dire che sia la pianta come non si può dire che sia la pianta questa stessa
presa in uno stadio determinato. La realtà della pianta è posta nell’uniîtà e continuità
del processo che la rende possibile. Ora come si fa a conciliare l’unità e la
continuità del processo con l’immutabilità, l’immobilità e l’ inalterabilità
dell’ essere? È evidente che questi sono concetti della nostra mente. Perchè le
apparenze che come tali contengono già in sè un certo grado di realtà, possano
assurgere al grado di realtà ultima, bisogna che trascendendo sè stesse, si
trasformino in qualcosaltro: ora tuttociò non implica processo, non implica una
forma di divenire? Nè vale il dire che detta trasformazione, detto processo è
pura apparenza, è processo per quel centro finito di esperienza psichica che si
trova in una data serie, ma non per l'insieme che è permanente, immutabile,
inalterabile. Se l'Assoluto, come ripetutamente afferma il Bradley, non è fuori
le apparenze, ma è le apparenze, se l'Assoluto è l'esperienza psichica interna,
come mai può essere detto immutabile, inalterabile? In seguito a ciò è lecito
affermare che nell’Assoluto non si compie alcun processo? Anzi pare che occorra
dire che se ne compiono molteplici, infiniti for- s'anche. Che l’immutabilità
riguardi le parti e non il tutto è un’altra questione; si varii, si muti pure
una particella sola, ciò basta perchè vi sia processo e divenire vero, reale e
non semplicemente apparente o effetto di prospettiva. É soltanto a chi
contempla dal di fuori, a chi consi- dera, a chi medita sul Tutto, che questo
preso nel suo insieme e quindi coi compensi reciproci che possono venire tra le
varie parti, può apparire come qualcosa di immu- tabile: ma la realtà che vive,
opera e si muove non può dichiararsi estranea al processo. L’immutabilità, la
per- manenza sono concetti astratti, formati dalla mente, non fatti reali.
L'uno e l'essere immutabile in tanto possono stare insieme in quanto sono
considerati quali concetti logici astratti (a mo’ della scuola eleatica), ma
nel fatto concreto l’ Unità sistematica comprendendo le differenze, non può non
involgere processo, cangiamento e in conse- guenza moto e vita nelle parti.
Delle due l'una; osi ferma l’' attenzione sull’ individuale e si avrà
l’immutabi- lità, ma non si darà ragione del sistema e dell'unità totale,
ovvero si ferma l’attenzione sull’ universale ed allora per poter dar ragione
della differenziazione, dalla specificazione bisogna ricorrere al mutamento, al
divenire, al processo. Aggiugiamo qui poi anche che posta la divisione della
vita universale in particolari centri di sentimento o di esperienza, non è
possibile non ammettere un modo qual- siasi in cui i letti centri siano
ordinati e disposti: e non potrebbe consistere in questo appunto il
corrispettivo reale ed obbiettivo della forma spaziale? Non s'impone così la
esigenza dello spazio intelligibile? S Prima di finire, qualche osservazione
ancora intorno all'azione esercitata sul pensiero del Bradley dai recenti .
progressi della psicologia esatta, intesa questa come descri- zione ed analisi
dei fatti interni. Il lettore che ha seguito con attenzione la nostra
esposizione critica si sarà accorto che nei punti in cui si è allontanato dalla
speculazione tedesca, presentando delle vedute originali, sì è mostrato appunto
psicologo sagace e sopra tutto scevro di pregiu- dizi. Nelle pagine in cuì egli
discute la questione se si possa ridurre la Realtà ultima e la sostanza dell’universo
all'una od all'altra delle funzioni psichiche quali l’ intel- letto, la volontà
ecc., egli dimostra a meraviglia che dai metafisici le dette funzioni psichiche
vengono snaturate. Ed è in questa parte che si trova la sua originalità. Ora
tutto ciò che è verissimo — al nostro autore è stato senza dubbio suggerito
dalle analisi psicologiche accura- tamente fatte, ma possiamo noi dire che tali
concetti concordano coll’ insieme delle dottrine da lui professate? Possiamo
noi dire che la Realtà quale viene intesa da lui (Unità del pensiero, del
volere, del sentimento estetico ecc., obbiettivamente considerati) concordi coi
risultati della psicologia esatta? E la teoria della conoscenza fondata sui
dati della stessa Psicologia può andar congiunta con la Metafisica bradleyana?
(4) Forse non è inutile richiamare qui l’attenzione sopra una forma di
Metafisica contemporanea che nacque anche come questa del Bradley in
contrapposizione al movimento scientifico contemporaneo, inten- diamo parlare
della Metafisica del Teichmiille», la quale se ha qualche punto di contatto con
quella del Bradley, se ne differenzia essenzial- mente per il fatto che essa
poggia sulla realtà del soggetto individuale Io sostanza. Non dobbiamo
intrattenerci sulle ragioni di tale differenza : diremo soltanto che tra queste
possono essere al diversa cultura psicologica dei due autori e l’azione che
l'ambiente speculativo del proprio paese ha esercitato su ciascuno dei due
metafisici. De Sarlo. Keywords: implicatura, Bradley, citato da Sarlo e Grice.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarlo”.
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