SANZO
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sanzo:
il deutero-esperanto e la ragione conversazional tra natura ed artificio – la
filosofia lizia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo. Insegna a Brindisi, Milano, e Salento.
Fonda “Apollo Licio” o Lizio. Sube il fascino dell’esistenzialismo e il orazionalismo.
Rivolve la propria attenzione ai rapporti tra filosofia, scienza e società. Si
occupa di filosofi quali Becquerel, Boutruox, Corbino, Couturate Curie, Enriques,
Fermi, Frola, GEYMONAT, PEANO, VAILATI. Sui fondamenti della geometria” (Brescia, La Scuola, Collana "Il Pensiero");
“L’artificio della lingua, -- Grice: “I like that: it’s my Gricese, a language
I invent and which makes me the master; there’s the arbitrary and there’s the
artificial, and Sanzo, reconstructing Peano’s project, fails to distinguish
this” -- Milano, Angeli, Collana di Epistemologia, Cimino; Sava, Il nucleo
filosofico della scienza, Galatina, Congedo, Collana di Filosofia, Scritti di fisica-matematica,
Torino, POMBA, I Classici della Scienza, Poincaré e i filosofi” (Lecce, Milella);
Corbino, Scienza e società, Saggi raccolti e commentati, Manduria, Barbieri,
Collana di Filosofia Hermes/Hestia, Scritti di fisica-matematica” (Milano,
Mondadori, "I Classici del pensiero", Unione Tipografico, Torino,
Scientia, Rivista di sintesi scientifica, “Apollo Licio”, Museo Galilei,
Firenze. 1. I PRODROMI Il problema della
comprensione internazionale nel campo della scienza inizia, come è noto, con i
primi testi scientifici scritti in lingue nazionali. Il latino, che per secoli
era stato lo strumento della cultura scientifica dell'Occidente, si era estinto
nella parlata comune e si andava lentamente estinguendo anche nella sua
funzione di unica lingua comune ai dotti. Trattati scientifici in lingue
volgari appaiono già alla fine del Duecento e la matematica commerciale è
sempre più frequentemente scritta in volgare; in italiano la prima trattazione
di algebra è di Jacopo da Firenze e appare nel 1307; nel 1344 appare un vero
trattato di algebra del Maestro Dardi da Pisa . Il Seicento è comunque il
secolo di passaggio, nel quale i testi scientifici scritti originariamente in
lingue nazionali cominciano ad essere molto numerosi, benché a qualsiasi
pubblicazione scientifica in italiano, inglese o francese segua quasi
immediatamente la traduzione in latino. Le menti più attente cercano di trovare
uno strumento che possa sostituire il latino, che tuttavia vive ancora un
lunghissimo tramonto: tesi di laurea o lavori scientifici di matematica o di
filosofia saranno scritti in latino ancora nella seconda metà dell'Ottocento,
ma si tratterà ormai di casi sporadici . Per ovviare a questo rischio di
mancanza di comunicazione tra le persone colte, rischio che cominciava a
diventare molto concreto, numerosi pensatori del Seicento, tra i quali
Cartesio, Mersenne, Comenius, Leibniz, Kircher avevano dedicato tempo e sforzi
all'idea di una lingua universale ; sulla storia di questi tentativi e di tutti
quelli che li precedettero e li seguirono, la letteratura è vastissima .
Difficile dire chi fu il primo ad ideare una lingua completa ed effettivamente
usata al di là di qualche progetto e di qualche prova. Comenius presenta
ampiamente e con molta lucidità la necessità di una lingua universale nella Via
lucis . L'opera fu scritta in Inghilterra negli anni 1641-42 e circolò manoscritta
per un quarto di secolo; fu poi pubblicata ad Amsterdam nel 1668. Lo scopo del
grande pedagogista moravo è una riforma della scuola, la quale dovrà
uniformarsi ad una luce universale. I quattro requisiti della "via
universale alla luce" sono i libri universali, le scuole universali, il
collegio universale e una lingua universale . A questi quattro requisiti
Comenius dedica cinque dei ventidue capitoli della sua opera, e il più esteso è
quello dedicato alla lingua universale. In superamento di Luis Vives, del quale
egli cita la propensione all'adozione del latino come lingua universale dei
dotti, Comenius propone con coraggio una lingua del tutto nuova, e cita a
sostegno di questa idea varie ragioni: la prima è che […] con la lingua universale si provvede a
tutti nello stesso modo, mentre con la latina provvederemmo soprattutto a noi
che già la conosciamo, non ugualmente, invece, ai popoli barbari (per i quali,
in proposito, c'è una ragione in più, perché essi costituiscono la parte
maggiore della Terra), ai quali la lingua latina, come le altre, anzi, ancor di
più, è ignota e difficile. Le
complicazioni delle lingue sono opera degli uomini, e alle confusioni della
comunicazione si deve ovviare tramite una lingua nuova: Auspichiamo, quindi, una lingua assolutamente
(1) razionale, che nella sua struttura materiale e formale non abbia nulla
(nemmeno il più piccolo apice) di non significativo, analogica, che non
contenga di fatto nessuna anomalia, armonica, che non inserisca discrepanza
alcuna tra le cose e i loro concetti, così da esprimere con la stessa parola la
natura e la differenza delle cose, divenendo così quasi un imbuto della
sapienza. Alla domanda su quale sia il
modo migliore per costruire tale lingua, Comenius indica due possibilità: o
perfezionare le lingue più note, o perfezionare le cose stesse. Questa seconda
ipotesi è quella che Comenius preferisce, perché più realistica, "anche se
talvolta, per esprimerle esattamente, sarà necessario riordinare tutto".
Comenius cita le menti illuminate che già hanno pensato a questo: è noto
l'interesse di Mersenne che scrive sia a Cartesio che a Comenius stesso
sull'argomento. Comenius non costruisce una lingua universale, ma dice quali
dovrebbero essere le sue caratteristiche; egli pensa che sia possibile
costruire una lingua dove le singole parole stiano "al posto delle loro
definizioni, perché composte secondo le esigenze delle cose stesse". Nella
lettera che gli scrive Mersenne (22 dicembre 1640) viene citato un
"carattere universale" elaborato per circa venti anni da Maire, un
gentiluomo della corte di Luigi XIII. Il "carattere universale" è un
sistema di segni che ognuno può leggere nella propria lingua, e che sono posti
in corrispondenza delle cose stesse. Si tratta quindi di una specie di alfabeto
piuttosto che di lingua, e certamente non usabile oralmente. Le Maire aveva
anche inventato una nuova forma di notazione musicale. I tempi sembrano maturi
per l'effettiva costruzione di un linguaggio universale . Un altro scienziato che si dedicava in quel
tempo al problema è Leibniz. Matematico, diplomatico, storico, egli ha
armonizzato antiche idee con progetti nuovi al fine di creare una lingua
universale. Tutti gli ideatori di lingue universali del XVIII e del XIX secolo
sono stati sotto l'influsso di Leibniz, che a sua volta aveva studiato ed
ereditato idee da Bacone, Cardano, Kircher, Raimondo Lullo e, soprattutto, da
Dalgarno e Wilkins . Leibniz, slavo di
origine e tedesco-orientale di nascita, viaggiò molto; scrisse principalmente
in francese e in latino, progettò una unione di cattolici e protestanti, studiò
e incoraggiò a studiare lingue dell'Asia allora sconosciute, ebbe
corrispondenza col re di Francia e con lo zar di Russia, e progettò di fondare
una società mondiale di missionari. Scienziato universale ed enciclopedico, fu
fondatore di una filosofia dell'armonia, secondo la quale "l'universo è
regolato da un ordine perfetto" e "l'anima e il corpo si incontrano
data l'armonia che c'è in tutte le sostanze, perché tutte sono rappresentazioni
del medesimo universo". Nella matematica fu il fondatore nell'Europa
continentale del calcolo differenziale, e ancora oggi si usano le sue
notazioni; può considerarsi un precursore dell'informatica, in quanto fu
l'ideatore del sistema binario. Da idee piuttosto diverse, come crittografia,
ideografia, geroglifici, Leibniz concepì l'ispirazione di una lingua
universale, o piuttosto di un complesso universale di segni che potesse
esprimere il pensiero umano, espresso così nebulosamente con le parole. "Dio
creò la lingua" era la credenza degli indiani antichi; "Adamo creò la
lingua" credevano i saggi dell'Europa medievale. In entrambe le filosofie
la lingua si presentava come un prodotto artificiale, in principio perfetto e
unico, e in seguito degenerato, frantumato, rotto a causa dell'imperfezione e
limitatezza umana. Già da adolescente Leibniz aveva sognato una lingua
universale: la sua Ars combinatoria fu scritta quando non aveva ancora 19 anni,
ma i suoi studi più intensi sul problema si pongono attorno al 1679 . Leibniz
non scrisse un'opera specifica sulla lingua universale, ma le sue idee sono
sparse in vari suoi scritti, dei quali molti ancora inediti: nella biblioteca
di Hannover esistono ancora manoscritti non pubblicati, in francese, in latino,
in tedesco. Per quanto finora è stato pubblicato, due sono stati i suoi
progetti sull'argomento: uno è un sistema di calcolo logico sotto il nome
Characteristica universalis, che ricalca la classificazione di Wilkins e che
dovrebbe essere applicabile a tutte le idee e a tutti gli oggetti del
pensiero: Tutte le idee complesse sono
combinazioni di idee semplici, come tutti i numeri non primi sono prodotti di
numeri primi. La composizione delle idee tra loro è analoga alla moltiplicazione
aritmetica, e la decomposizione di un'idea nei suoi elementi semplici è analoga
alla decomposizione di un numero nei suoi fattori primi. Ammesso questo, è
naturale rappresentare le idee semplici con i numeri primi e le idee composte
di questi o quei numeri primi tramite il prodotto dei numeri primi
corrispondenti. Il secondo progetto è
una vera lingua internazionale pratica su base latina con una grammatica
semplice e regolare, nella quale Leibniz descrive dettagliatamente la
derivazione dei verbi dai sostantivi. In un altro manoscritto Leibniz dice che
in questa lingua universale verranno scritti poemi e inni da potersi cantare.
Altrove Leibniz sogna un "Ordo caritatis” e una ”Societas
Pacidianorum", una società di teofili che celebri le lodi di Dio e si
opponga all’ateismo . Questa società di saggi raccoglierà tutto il sapere
dell'uomo, elaborerà una lingua opportuna e organizzerà missioni tra i popoli
selvaggi per diffondere tra questi l'idea della cultura. È dunque proposta una
vera operazione culturale mondiale. E scrive ancora: Questa lingua sarà il maggiore strumento
della ragione. Oso dire che questa sarà l'ultima fatica dello spirito umano, e
quando il progetto sarà realizzato, dipenderà solo dagli uomini la loro
felicità, perché avranno uno strumento che servirà per entusiasmare la ragione
non meno di quanto il telescopio serva per rendere più acuta la vista. Sono
certo che nessuna invenzione sarà importante quanto questa, e nulla potrà
rendere del pari famoso il nome del suo ideatore. Ma ho motivi ancora più forti
per pensare ciò, perché la religione, che seguo fedelmente, mi assicura che
l'amore di Dio consiste nell'ardente desiderio di raggiungere il bene comune e
il mio intelletto mi dice che nulla contribuisce maggiormente al bene di tutti
gli uomini quanto ciò che lo perfeziona.
Leibniz pensa di usare numeri per tradurre le lettere dell'alfabeto di
qualsiasi lingua e costruisce una tavola di corrispondenze a questo scopo; egli
annota sulla sua copia della Ars signorum di Dalgarno un commento relativo a
suoi contatti con Robert Boyle ed Enrico Oldenburg riguardanti la scrittura
universale, ed annuncia una propria relazione su tali tentativi ; tuttavia di
questa relazione non si ha poi notizia.
La costruzione di un linguaggio universale si prospettava dunque
principalmente sotto due aspetti, e con due proposte di soluzione: la scelta di
una lingua basata sul latino, che pur sempre era conosciuto e studiato dalle
classi colte, ma più facile, oppure la scelta di una lingua logica, senza, o
quasi senza, connessioni con una lingua esistente; una lingua che potesse far
riferimento a figure, o a suoni, o ad altri segni ritenuti universali.
BELLAVITIS Leibniz non fu mai professore
all’Università di Padova, ma nel primo ventennio del 18° secolo ebbe una forte
influenza sulle chiamate alla cattedra padovana di matematica. Tale influenza
fu effettuata tramite lettere e colloqui e condusse alla chiamata di Jakob
Hermann e quindi di Bernoulli, entrambi ginevrini . Tra i successori di Leibniz
nell’idea di un linguaggio universale si colloca il matematico bassanese
Bellavitis. Appare un suo lungo scritto, Pensieri sopra una lingua universale e
su alcuni argomenti analoghi, nelle «Memorie dell'I. R. Istituto veneto di
scienze, lettere ed arti» . Bellavitis è, all'epoca, professore ordinario di
geometria descrittiva all'Università di Padova, cattedra assegnatagli nel 1845,
dopo due anni di insegnamento di matematica elementare e meccanica al Liceo a
Vicenza, dove era subentrato a Domenico Turazza, chiamato alla cattedra di
Geometria Descrittiva all’Università di Pavia. Figlio unico, Bellavitis non
aveva seguito corsi scolastici regolari perché la famiglia temeva che potesse
frequentare cattive compagnie; era stato istruito in casa da un maestro e
principalmente dal padre, ragioniere municipale del comune di Bassano.
Estremamente desideroso di apprendere, aveva letto fin da ragazzo moltissimi
libri, spesso presi in prestito, perché le finanze della famiglia, nobile ma
decaduta, non consentivano molti acquisti. A quindici anni già conosceva ed usava
il calcolo differenziale e integrale, aveva appreso il latino, il tedesco e il
francese, e ancora giovanissimo aveva compilato un dizionario di tedesco
organizzandolo non alfabeticamente, ma per radici fondamentali, attorno alle
quali si raggruppavano le parole derivate; scriverà poi per il figlio quattro
vocabolari di tedesco, dei quali il secondo è ordinato per consonanti, che
costituiscono gli elementi immutabili della radice, mentre le vocali possono
mutare. Successivamente si dedicherà anche ad altre lingue: inglese, spagnolo,
portoghese (di cui scriverà un dizionario nel 1878), danese, russo. Nel 1825 fu
per tre mesi a Padova, dove ascoltò alcuni corsi di matematica all'università.
Nel 1826 tentò un inizio di carriera universitaria nell'ateneo patavino, ma la
mancanza di titoli di studio gliela precluse. Quindi fu impiegato del comune
del suo paese natale, Bassano, come "alunno" senza ricevere uno
stipendio per buoni dieci anni, fin quando non fu nominato
"cancellista", carica pagata che tenne per altri dieci anni fino al
1843. Veniva a Padova spesso, con viaggi a piedi che duravano una decina di
ore. Di matematica è semplicemente un autodidatta, copia testi e impartisce
lezioni private; costruisce la sua teoria delle equipollenze dal 1832 a casa
dell'amica carissima Maria Tavelli, che sposerà appena avrà uno stipendio
stabile, e dalla quale avrà l'unico figlio, Ernesto. Pubblica articoli di
matematica, fisica e chimica e la sua fama comincia a diffondersi; nel 1832
viene nominato membro dell'Istituto Veneto; escono due suoi importanti lavori
sulle equipollenze, che preludono allo sviluppo del calcolo vettoriale ; nel
1840 l'Istituto Veneto lo nomina membro pensionario, posizione alla quale è
annesso un emolumento. Bellavitis partecipa ad un concorso per una cattedra
all'Università di Corfù, per la quale viene invece scelto il fisico Mossotti;
tre anni dopo è proposto come professore all'Università di Malta, ma rifiuta.
Data la mancanza di laurea e di diplomi, all'assegnazione della cattedra
all'Università di Padova una “sovrana risoluzione” dell'imperatore d'Austria
del 4 luglio 1846 lo promuove “dottore in matematica” senza domanda e con
dispensa dagli esami . All'Istituto Veneto dedica una non piccola parte della
sua vastissima attività: negli «Atti» escono, in quarantadue dispense, delle
rassegne commentate di giornali scientifici nazionali ed esteri dal 1859 al
1880. In tali commenti egli risolve ben 857 questioni matematiche: 228 proposte
da 94 matematici italiani e 629 di 247 scienziati stranieri. Le pubblicazioni
al termine della sua vita sono 223, e altre 24 sono ancora manoscritte. Nei
suoi scritti usa abbreviazioni varie, mostrando una grande tendenza alla
sintesi e all'organizzazione gerarchica di concetti e parole. All'idea di una lingua universale Bellavitis
aveva pensato fin da giovane. Già il 18 ottobre 1818, cioè a nemmeno quindici
anni, egli scriveva in un libriccino legato in pergamena alcuni appunti
sull’argomento sotto il titolo Principi di una lingua universale . Il libretto
raccoglie suoi pensieri fino al 1826, e nelle prime quattro pagine vi è un
compendio di grammatica. A pagina 6 sono esposti dei "principi di
grammatica universale per tutti i filosofi", principi ispirati alla
geniale nomenclatura degli elementi chimici dovuta al Lavoisier. Bellavitis è
attratto da questi principi generali, nei quali vede una grande possibilità di
semplificazione della conoscenza e della sua divulgazione. Alla teoria sono
uniti due esempi completi. Vengono trattate lettere dell'alfabeto, sillabe,
nomi, generi (viene introdotto il neutro), aggettivi, verbi; ma solo quando è
già scienziato largamente affermato Bellavitis esce con una proposta, invero
del tutto teorica. All'inizio della citata comunicazione del 1862 egli allude
con rammarico alla decadenza della lingua latina: È antico desiderio quello di una lingua
universale, che almeno servisse pei dotti: si tentò di rendere tale la lingua
latina; ma sia insufficienza di una lingua condannata a rimanere stazionaria in
tanto progresso di idee, sia uso di trasposizioni poco conformi alla schietta
esposizione di cose scientifiche, sia desiderio degli scrittori di rendere a
tutti accessibili i loro pensieri, l'uso della lingua latina, anche nelle opere
puramente scientifiche, fu quasi del tutto dismesso. I matematici s'intendono
facilmente tra loro, e ben di rado hanno opinioni differenti; per lo contrario
i filosofi difficilmente s'intendono, ed ancor più difficilmente si accordano
nei loro sistemi; forse è precipua ragione il linguaggio preciso e chiaro di
cui si servono i primi, mentre i secondi sono costretti a servirsi di una
lingua che creata dal popolo è tutta basata sugli oggetti fisici, e soltanto
mediante traslati giunge ad esprimere imperfettissimamente quelle idee
astratte, quegli enti d'immaginazione, che formano l'oggetto della filosofia.
[…] Mi pare non infondata supposizione che l'uso di una lingua filosofica
spargerebbe una luce affatto inattesa sulla filosofia e sulle scienze che hanno
con essa qualche affinità; sicché quella lingua sarebbe di grande vantaggio,
anche indipendentemente dall'universalità che essa potrebbe acquistare fra i
dotti, e quindi del legame che stabilirebbe tra tutte le nazioni. Il Bellavitis sembra non conoscere né gli
scritti di Comenio né quelli di Leibniz e questo era certamente comprensibile
all'epoca dei suoi primi appunti di ragazzo. La grande opera del Comenio - i
sette libri della De rerum humanarum emendatione consultatio catholica (spesso
abbreviata nelle citazioni in Consultatio) - non fu scoperta che nel 1935 ad
Halle da Dimitri Cicevskij, però il Bellavitis maturo avrebbe dovuto conoscere
l'articolo, di una certa ampiezza, sulla lingua universale apparso sulla
Encyclopédie di D'Alembert e anche la citata lettera di Mersenne a Cartesio
sullo stesso argomento. Invece egli menziona soltanto opere precedenti con
parole vaghe e permeate di un certo scetticismo: Parmi che alcuni lavori pubblicati al
principio del presente secolo intorno ad una lingua filosofica tendessero piuttosto
a complicare che a semplificare il meccanismo del linguaggio, il che sarebbe,
io credo, tutt'altro che opportuno. I suggerimenti che il Bellavitis dà per la
costruzione di una lingua filosofica sono divisi in paragrafi riguardanti
sezioni diverse: etimologia, grammatica, pronuncia, scrittura. Nella sezione
dedicata all'etimologia egli propone che un letterato faccia la scelta delle
idee fondamentali e vi attribuisca un termine derivato dalle lingue più
conosciute: egli vede nel sanscrito la madre "delle lingue di popoli, a
cui noi riserbiamo il nome di civilizzati; così i materiali sono tutti pronti
per la grande opera". È attento all'eufonia, prevedendo un alternarsi di
vocali e consonanti, ma con un'indeterminazione delle vocali per poter poi
utilizzarne una possibile modifica per esprimere parole derivate. La scelta dei
concetti fondamentali sarà necessariamente una scelta di concetti materiali, ma
dovranno anche considerarsi "i principali esseri od azioni morali",
dato che la lingua è concepita come una "lingua filosofica". Attorno
ad un concetto base si raccoglierebbero altre parole derivate che hanno
somiglianza di significato, e queste verrebbero create con delle preposizioni
(probabilmente si tratta di quanto attualmente si dice "affisso");
una tale idea era già presente nei suoi primi appunti, e ricalca, senza una
esplicita citazione, le idee base di Wilkins. Una proposta interessante è che
venga costituito subito un vocabolario con la corrispondenza delle principali
lingue europee, "notando per ciascuna parola di più significati qual è
quello in cui essa s'intende presa." Bellavitis suggerisce quindi
un'uscita della lingua già come universale, mentre le altre lingue che
concretamente verranno proposte dopo qualche decennio, come il Volapük o
l'Esperanto, usciranno con dizionari, peraltro estremamente limitati, in una
lingua europea per volta. Bellavitis è ben conscio della grandiosità
dell'impresa, ma ha fiducia che anche solo una realizzazione parziale, come la
traduzione in una sola lingua e la classificazione metodica di tanti concetti,
possa essere utile indipendentemente dalla realizzazione dell'intero progetto.
Egli suggerisce anche una riduzione del vocabolario, ritenendo tante parole
ormai cadute in disuso. Una certa sua diffidenza si nota quando parla del
lessico attinente alla filosofia: ritiene infatti che con l'obbligo di definire
con precisione i concetti filosofici apparirà palese che i "pensamenti di
alcuni filosofi sieno non solamente non dimostrati, ma eziandio senza un
preciso significato." La terminologia matematica invece sarebbe facile ad
idearsi data la sua limitatezza, in quanto si tratterebbe soltanto di quelle
poche parole che accompagnano le formule.
Un interessante suggerimento è quello di derivare aggettivi da
sostantivi o viceversa, o verbi da sostantivi o viceversa, e di costruire
quindi parole riferentisi ad alcuni concetti centrali, attorno ai quali altre
parole si aggregherebbero, distinte soltanto per una vocale o per una
consonante di suono affine. Le "voci radicali", che dovrebbero essere
costruite come somiglianti a quelle delle lingue viventi, sarebbero abbastanza
poche, data l'ampia capacità di formare derivati tramite particelle prepositive
(oggi si chiamerebbero preposizioni o affissi) e di comporre parole composte
come in tedesco. L'Esperanto, il cui primo embrione è del 1878 e la cui uscita
in pubblico si ha a Varsavia, seguirà molto da vicino questi principi, per
quanto sia da escludersi che il suo iniziatore, il polacco Zamenhof, legge il
lavoro di Bellavitis . A sua volta il Volapük da Schleyer, sembra una
trasposizione concreta dei principi di Bellavitis, anche per quanto riguarda le
parole composte e la presenza dell'aspirazione in principio di parola; ma anche
in questo caso è da escludersi una conoscenza del lavoro del Bellavitis da
parte di Schleyer. Il Bellavitis propone poi un singolare vocabolario in un
ordine alfabetico che consideri soltanto le consonanti, dato che le vocali
avrebbero valore diverso a seconda della loro posizione all'interno del
vocabolo. Ogni parola che cominciasse per vocale sarebbe preceduta da
un'aspirazione. Bellavitis si ispira al tedesco, dove l'apofonia vocalica
interconsonantica indica funzioni diverse (ad esempio nel verbo, dove in voci
come sprechen, sprichst, sprach, gesprochen il cambiamento di vocale indica un
cambiamento di funzione della voce verbale). Egli dice di aver trovato molto
comodo un dizionario tedesco basato solo sulle consonanti, dove la vocale della
radice era sostituita da un punto, nonché un dizionario inverso limitato alle
desinenze. La grammatica proposta dal Bellavitis è piuttosto astrusa e non
basata su nessuna lingua esistente, e certamente di fruibilità concreta
difficile, se non impossibile. Egli propone varie possibilità opzionali che
renderebbero la lingua non rigida e sostiene che una lingua basata sui
precetti, come la sua lingua a priori, piuttosto che sugli esempi, come sono le
lingue etniche, avrebbe una maggior semplicità. È prevista una declinazione con
quattro casi, ma anche le desinenze di questi non sarebbero fisse, ma variabili
a seconda che la parola si legasse come significato al termine seguente o a
quello precedente. Sugli articoli (nei quali il Bellavitis comprende anche gli
aggettivi e pronomi dimostrativi) vi sarebbe un'ampia variabilità. Questa così
vasta libertà, che davvero sembra sconfinare nell'anarchia, appare non tener
conto della difficoltà di imparare una tale lingua: il rendere non obbligatorie
certe forme o certe desinenze, o certe congiunzioni, non semplifica la lingua,
in quanto la scelta tra tante forme non aiuta chi scrive, che si troverebbe
senza un criterio di scelta, e ancor meno chi legge, che dovrebbe tenere a
mente tutte le possibili varietà di espressione. Le opzioni che il Bellavitis
dà per le successive evoluzioni della lingua sono tutte di possibili
estensioni, che sembrano essere così vaste che ognuno sembra poter costruire la
lingua a suo piacimento. Anche per i pronomi egli prevede una lista assai più
ricca di quelli attuali: essi si diversificherebbero anche a seconda del caso
del nome a cui si riferirebbero, e a seconda del fatto che si riferiscano ad un
oggetto collocato vicino o lontano non già dal parlante, ma nella proposizione
(un po’ come nell’italiano l’uso di “questo” e “quello”). Un suggerimento
interessante riguarda i tempi dei verbi, che si potrebbero fissare una sola
volta per ogni paragrafo: quando un racconto fosse al passato, basterebbe
mettere il segno del passato all'inizio tramite un avverbio, e tutte le voci
verbali assumerebbero nel seguito un significato passato. Come esistono i pronomi, così esisterebbero i
"proverbi", termine che va inteso come "parola al posto del
verbo" per evitare una ripetizione di questo, così come il pronome evita
la ripetizione del nome. In questo il Bellavitis dice di aver preso ispirazione
dall'inglese, e infatti l'inglese a volte usa le voci del verbo to do al posto
del verbo precedentemente espresso. Interessante è la proposta dei suffissi,
per indicare il diminutivo o il peggiorativo, unitamente alla possibilità di
usarli entrambi in successione, come se in italiano si potesse dire
cavallinaccio; tale possibilità sarà codificata poi sia nel Volapük che
nell'Esperanto. Si noti tuttavia che il succedersi di più suffissi, ancorché
lecito in queste due lingue, rimane poi, nella pratica, estremamente limitato
proprio perché non comune nelle lingue etniche, che sono comunque una buona
immagine del pensiero umano, dove la sintesi che porta all'uso dei suffissi e
alla loro combinazione è temperata dalla impossibilità di tenere a mente una
serie troppo lunga di particelle. Bellavitis auspica nella lingua universale la
possibilità di indicare con suffissi all'interno della stessa parola le varie
età o le varie qualità della persona, riprendendo alcune possibilità della
lingua araba. Sui verbi matura l'idea che numeri e persone non abbiano bisogno
di distinguersi tramite una desinenza diversa, principio applicato poi
nell’Esperanto, e tuttavia egli caldeggia un ulteriore pronome personale, oltre
ai sei usuali, per indicare l'unione dell'io con il tu, e un altro per indicare
l'unione del tu con una terza persona. Un atteggiamento singolare il Bellavitis
lo ha nei confronti dei tempi verbali, che gli sembrano di poco vantaggio:
nelle scienze e in moltissime altre circostanze ciò che si asserisce fu, è,
sarà sempre vero, e la distinzione del tempo od è un imbarazzo o si adopera in
significato alcun poco differente, come quando si pone in futuro la conseguenza
delle asserzioni esposte in tempo presente. La distinzione dei tre tempi
passato, presente e futuro è quasi sempre insufficiente, occorrono degli
avverbi per indicare qual sia il tempo passato o futuro, e quanto ristretto sia
il presente: ora dal momento che si pongono tali avverbi riesce affatto inutile
modificare il verbo; così per esempio il dire: ieri lessi, oggi riposo, domani
scriverò non è niente più chiaro di: ieri io leggere, oggi (il nominativo si
sottintende) riposare, domani scrivere.
Altre semplificazioni il Bellavitis propone nei modi verbali, ricalcando
un po' una lingua nella quale il verbo è sempre all'infinito e la forma
morfologica diversa verrebbe sostituita da avverbi: se oggi tu venire, domani
io partirebbe. E tuttavia ad una semplificazione dei modi indicativo,
congiuntivo e condizionale si aggiungerebbe invece un arricchimento con i modi
potenziale e dubitativo, mentre non si darebbe luogo all'ottativo. Del pari
verrebbe abolito il passivo, dato che ogni frase passiva può essere volta
all'attivo, e, se si vuole dare risalto a chi riceve l'azione ponendolo al
primo posto nella frase, esso viene contrassegnato dall'accusativo che indica
l'oggetto. La costruzione diventa così più libera e si presta ad una maggiore
espressività rispetto alle lingue che non hanno declinazioni e che quindi sono
costrette nella massima parte dei casi ad utilizzare la struttura
soggetto-verbo-oggetto. Una sistematica
critica Bellavitis la rivolge ai grammatici, che vogliono studiare una lingua
secondo i principi di un'altra, e quindi nell'italiano riconoscono forme e
differenze che invece in italiano non esistono e sono proprie del latino. Sulla
poesia il Bellavitis esprime posizioni contraddittorie. Da una parte egli sente
che nessuna lingua può esistere senza poesia, e che la ricchezza di immagini si
potrà trovare anche nella lingua filosofica; dall'altra egli dichiara: Debbo però confessare che non so scorgere
qual sia la vera cagione del diletto che recano nella poesia il metro e la
rima: quelle artificiose canzoni, in cui si succedono a lungo periodo le stesse
misure di versi e lo stesso concatenarsi di rime; quei sonetti architettati in
alcune speciali maniere; quelle terzine che si seguono in modo sempre uniforme
e terminano con un primo verso;… sono desse belle soltanto perché difficili? La critica che egli successivamente muove
alla rima, che ritiene stucchevole, menziona il fatto che la rima non è sempre
stata una componente essenziale nella poesia, dato che la letteratura latina
non la conosceva neppure e che lo spagnolo preferisce le assonanze. Nella
pronuncia Bellavitis segnala la necessità di una grande attenzione, ma non cura
l'importanza delle vocali, essendo state quelle le prime a trasformarsi con il
passare dei secoli nella lingua greca stessa, che pure è rimasta fino ai giorni
nostri abbastanza uguale come grafia a quella classica. Sulla scrittura egli
propone come unica soluzione plausibile una scrittura fonetica, cosa che sia
l'Esperanto che il Volapük applicheranno come ovvia base; le vocali sarebbero
sette, cioè quelle italiane compresa la "o" aperta e la "e"
aperta. Ma egli rifiuta i vari caratteri corsivo, tondo, o il tutto maiuscolo,
nonché l'uso delle maiuscole per l'iniziale dei nomi propri, ritenendo che
questi si possano rendere riconoscibili in altro modo. D'altra parte caldeggia
un sistema che consenta di leggere con senso a prima vista, con dei segni
particolari al principio del periodo, come il punto interrogativo rovesciato
dello spagnolo, o dei segni che consentano di indicare il modo di recitazione,
dove alzare e dove abbassare la voce, e pensa che anche le lingue etniche potrebbero
introdurre questi segni, una volta che fossero stati studiati e decisi nella
lingua universale. La parte didascalica di un colloquio orale è magnificata
rispetto alla lettura di un testo scritto, perché appunto il tono della voce
può far risaltare la parte fondamentale del discorso rispetto ad altri elementi
inessenziali. La scrittura potrebbe anche effettuarsi tramite un sistema di
segni corrispondenti a numeri e parole, così come avviene nell'alfabeto Morse.
I segni fondamentali sarebbero tre: il punto, la lineetta e la linea (più
lunga). Ogni lettera verrebbe espressa da tre di questi segni, che darebbero 27
combinazioni, e le cifre da 1 a 9 verrebbero indicate con due di questi segni.
Si potrebbe inoltre costruire un dizionarietto di frasi già fatte e numerate,
per cui sei segnali consecutivi potrebbero indicare il numero d'ordine di
ciascuna di queste frasi, e si potrebbero riunire sotto lo stesso numero anche
frasi diverse che avessero significato simile. Bellavitis propone quindi, pur
senza menzionarlo esplicitamente, un frasario utilizzabile durante i viaggi,
con frasi di prima necessità. A questi tre segni fondamentali si potrebbero
sostituire tre gesti, la mano chiusa a pugno oppure stesa orizzontalmente o
verticalmente: si potrebbe così comunicare, oltre che con le lettere, con le
mani, e anche le mani potrebbero essere usate per indicare i numeri
corrispondenti alle frasi del dizionarietto. Una significativa attenzione il
Bellavitis la dedica alla possibilità di evoluzione della lingua filosofica
proposta. In più punti egli indica come il lessico non debba restare ingessato,
ma debba consentire un adeguamento che segua l'evolversi della scienza. Per la
numerazione egli suggerisce di fissare un termine ogni due potenze di dieci,
per cui dopo il cento come 102 verrebbe il miria come 104 e il milione come
106, e la potenza corrispondente al mille diventerebbe dieci centi. La
giustificazione di questo modo di contare egli la vede nel fatto che spesso
nella lingua parlata i numeri molto lunghi vengono letti a coppie di cifre:
30472308,02157 verrebbe letto trenta milioni quarantasette miria ventitré centi
otto e due centesimi quindici miriesimi e sette decimi di miriesimo. Già CARDANO
(vedasi), nel suo trattato De numeris, aveva proposto una nuova scansione della
numerazione utilizzando le miriadi; singolarmente il Bellavitis propone
"centi" come forma plurale di "cento", e rifiuta il
"mille" che non si adatta alla scansione ogni due potenze di 10. La
nota termina con la proposta di un alfabeto per le segnalazioni in mare, di
fatto una semplificazione del semaforico, come pure di un alfabeto per ciechi,
anch'esso basato su triadi di segni. Alla lingua universale il Bellavitis
applica anche una stenografia. Giunti al termine della lunga nota del
Bellavitis ci si chiede se una lingua così a priori, alla quale peraltro manca
ancora tutto il lavoro riguardante il lessico, possa essere appresa facilmente.
La risposta è fatalmente negativa. Altri progetti di lingue a priori proposti
nello stesso periodo, come il solrésol del Sudre, non uscirono mai dalla fase
di proposta. Il solrésol era un progetto di lingua universale basata sui
"sette segni" della musica, cioè sulle sette sillabe che
costituiscono i nomi delle note. Maturato da una prima idea del 1817, tale progetto
fu presentato all'Accademia francese delle Scienze nel 1827; un testo completo
vide però la luce soltanto nel 1866, dopo la morte dell'ideatore. I segni
musicali, veramente universali, almeno nella musica del mondo occidentale
dell'epoca, offrono varie possibilità di espressione: la lettura vocale dei
segni stessi, la loro cantabilità, la scrittura su un pentagramma, la
trascrizione in cifre arabe, la presentazione tattile toccandosi con l'indice
della mano destra le falangi della sinistra. Il contrario di un'idea si
indicava invertendo i segni: mi-sol = il bene, sol-mi = il male; do-mi-sol =
Dio, sol-mi-do = Satana. I gradi di un aggettivo erano indicati con un aumento
del sonoro, il femminile con la ripetizione (e quindi, foneticamente, con
l'allungamento) della vocale finale. Il progetto incontrò anche consensi tra
persone importanti, come Napoleone III, Victor Hugo, Humboldt, Lamartine.
Probabilmente il Bellavitis aveva avuto notizia del solrésol, in particolare
poteva aver apprezzato l'idea di una utilizzabilità e di una possibilità di
forme di espressione così ampie, per quanto, come abbiamo visto, egli fosse
piuttosto critico nei confronti di progetti precedenti. Ma la logica non è
l'unica caratteristica della nostra mente, e un linguaggio puramente logico che
non avesse agganci a lingue esistenti non ha mai avuto un benché minimo numero
di parlanti. Il Bellavitis non propone nulla di concreto, non la scelta di una
radice, non un esempio di applicazione. I suoi discorsi si mantengono teorici e
non trattano minimamente della fatica necessaria per imparare una serie di
corrispondenze tra le parole delle lingue etniche, a cui l'uomo è già abituato,
e le parole, o le successioni di segni, della nuova lingua ancora del tutto
sconosciute. La conclusione è un lungo elenco di cose che i costruttori di tale
lingua filosofica dovrebbero fare, senza nessun suggerimento pratico. Il
Vailati vede in queste semplificazioni
proposte dal Bellavitis un concetto di linguaggio "suscettibile di venir
compreso indipendentemente dalla conoscenza di qualsiasi regola
grammaticale" . In realtà è arduo aderire a questo giudizio: la mancanza
di regole grammaticali fornisce una lingua estremamente povera dal punto di
vista espressivo, il che fa dubitare della sua possibilità di funzionamento. La
totale mancanza di scelte lessicali, che costituiscono pur sempre la parte più
impegnativa di un qualsivoglia apprendimento di una lingua, rende non
verificabile qualsiasi possibilità di applicazione pratica. Il Bellavitis
spesso esprime i suoi concetti con una certa foga. Le recensioni che egli fa
dei lavori che sistematicamente appaiono nelle riviste sono talvolta laudative,
talvolta fortemente critiche; è abituato a dire il suo pensiero senza remore.
Critica i cultori di geometrie non euclidee, considerandole "false".
Uomo anche politico, Senatore del Regno dall'anno in cui il Veneto fu annesso
al Regno d'Italia, nelle Utopie egli
disquisisce di politica e di rapporti sociali: propone una anagrafe elettorale
con una tessera (cosa che in Italia ha trovato realizzazione solo da pochissimi
anni), e dice, a proposito di elezioni indirette: "Io credo che le donne
che sanno scrivere possano scegliere gli elettori più opportuni tanto bene
quanto gli uomini" (in Italia il voto alle donne si è avuto ottant'anni
dopo quello scritto). In tema di successione ereditaria propone considerazioni
su figli legittimi e naturali che hanno trovato applicazione soltanto nel
diritto di famiglia di oltre cento anni dopo. Nelle Reminiscenze della mia
vita ricorda le conquiste tecnologiche e
sociali di cui è stato spettatore: la litografia, la distribuzione
dell'elettricità, la decomposizione dello spettro luminoso, il magnetismo, la
posta, il telegrafo; e non manca il patriottismo nel pieno senso risorgimentale
nelle parole con le quali conclude le Reminiscenze: "Quando vidi entrare
in Padova Vittorio Emanuele II liberatore, e quando in Roma udii proclamare
dall'augusto labbro che l'unità Nazionale è compiuta potei dire: ho vissuto
abbastanza." Bellavitis si colloca
quindi in una posizione con lo sguardo rivolto al futuro, ma con una corretta
percezione del passato e dell'evoluzione della tecnica. Riguardo alla lingua
universale aveva colto nel segno al tempo giusto: il problema da lui indicato
stava esplodendo, e in varie altre parti del mondo si proponevano soluzioni.
Nei primissimi anni del Novecento si andò costituendo un forte movimento di
accademici, filosofi e matematici favorevole all'adozione di una lingua
internazionale per la scienza. 3. GLI
SVILUPPI SUCCESSIVI E LA PARTECIPAZIONE DEI PADOVANI La recente uscita del carteggio tra i due
logici Giuseppe Peano e Louis Couturat
offre un interessante spaccato sul problema della lingua internazionale
come fu visto non solo dai due protagonisti, ma dalla comunità scientifica del
primo Novecento. Purtroppo nel carteggio, che è di 101 lettere, abbiamo quasi
soltanto le lettere di Couturat a Peano, ben novantasette, conservate nell'Archivio
Giuseppe Peano di Cuneo; delle risposte sono conservate invece soltanto quattro
minute del matematico torinese, ma non gli originali, di sicuro molto più
numerosi, che, giunti a Couturat, sono poi andati perduti. Il volume termina
con un'interessantissima Appendice che contiene altri 15 pezzi: lettere
scambiate da Peano e Couturat con altri matematici e il necrologio di Couturat
scritto da Peano. L'apparato critico, consistente di un'ampia introduzione, di
una completa bibliografia di entrambi gli autori e di un vastissimo corpus di
note colloca il volume tra le migliori pubblicazioni sull'argomento. Il
carteggio fornisce tutta una serie di elementi finora poco noti sul pensiero e
soprattutto sulle attività organizzative dei due scienziati. L'epistolario
edito inizia già a scena aperta, in quanto la prima lettera registrata è del 30
ottobre 1896, e in essa Couturat ringrazia Peano dell'invio del suo Formulaire,
che Couturat apprezza come raccolta sommaria di proposizioni e come repertorio
bibliografico, riservandosi ancora un commento sull'utilità della logica
matematica e del linguaggio simbolico di Peano.
A Padova era nata la geometria a più dimensioni di Veronese, con il
quale Peano ha una feroce polemica. Infatti il Veronese nei suoi Fondamenti di
Geometria lamenta che Peano, nella
«Rivista di Matematica» di cui è direttore, critichi gli iperspazi intesi nel
senso di Veronese. La risposta di quest'ultimo è contenuta in una nota a p. 613
dell'opera citata: Il sig. Peano ha
torto nella forma e nella sostanza, ma per quanto non sia difficile rispondere
alle sue affermazioni, siccome egli accusa di mancanza di buon senso quei
geometri che non possono pensare come lui […] è resa così impossibile ogni
amichevole e dignitosa discussione. Io sono convinto che le questioni sui
principi della matematica e specialmente della geometria siano già di per sé
abbastanza difficili senza che vi sia bisogno di aggiungervi nuove difficoltà
di altra natura con polemiche appassionate e intolleranti, come sono altresì
convinto che certe critiche pel modo con cui son fatte portano chiaramente in sé
la loro condanna. Il Peano continuerà
la polemica nella sua recensione dei Fondamenti di Geometria del Veronese, che
appare nella «Rivista di Matematica». La stroncatura è netta e addirittura
Peano scende dalla confutazione scientifica all'ironia. Vengono menzionate
"sgrammaticature, abituali all'autore", e viene fortemente
evidenziata la poca chiarezza logica: successioni di insiemi che diventano
sempre più grossi, tautologie evidenti presentate come postulati. Peano si
lascia andare a frasi come: "Le conseguenze di questo principio assurdo
sono evidenti", e conclude: "E si potrebbe lungamente continuare
l'enumerazione degli assurdi che l'A. ha accatastato. Ma, questi errori, la
mancanza di precisione e rigore in tutto il libro tolgono ad esso ogni
valore." In realtà i concetti del
Veronese, in particolare quelli sugli infiniti e infinitesimi, avevano ricevuto
critiche da più parti, e Veronese scriverà a difesa parecchi articoli,
confutando le critiche, ma non quelle di Peano, con cui non ebbe più rapporti.
Tuttavia nel carteggio tra Peano e Couturat, che riguarda un periodo
posteriore, compare il nome di Veronese. Vediamo in quale contesto. Nel 1900
Léopold Leau, un matematico francese, compagno di studi di Couturat all'École
Normale Supérieure, pubblica un opuscolo sulla necessità di una lingua
internazionale a scopi puramente pratici, invitando gli uomini di scienza e di
cultura ad aderire all'idea . Egli lancia anche la costituzione di un comitato
che sensibilizzi al problema l'opinione pubblica; Couturat dal canto suo pone
la questione al primo Congresso di Filosofia che si tiene a Parigi nella prima
settimana di agosto del 1900. A questo congresso partecipano vari matematici
italiani, in particolare i logici collaboratori di Peano: tra questi Alessandro
Padoa, un veneziano che aveva studiato ingegneria a Padova e che venne poi
attratto da argomenti più teorici, laureandosi infine in matematica a Torino.
Padoa è un logico matematico: tiene molte conferenze in varie università, tra
cui Padova, partecipa con relazioni a congressi, ma non ha un cattedra
universitaria. Insegna nella scuola media, dapprima a Pinerolo, poi a Roma e a
Cagliari, e infine in un Istituto Tecnico di Genova. Nel 1934 vincerà il premio
dell'Accademia dei Lincei. È conosciuto tra i matematici e tra i filosofi: al
congresso di Filosofia di Parigi tiene una conferenza sulla teoria algebrica
dei numeri, preceduta da un'introduzione logica a una qualsiasi teoria
deduttiva. Il congresso di Filosofia approva
l'idea di Couturat e all'unanimità lo nomina suo delegato al Comitato lanciato
da Leau e in fase di costituzione. Il secondo congresso dei Matematici si tiene
a Parigi immediatamente dopo quello di filosofia, e vi è quindi una parziale
continuità di presenze. Ancora ci sono i collaboratori di Peano, e ancora
figura Alessandro Padoa. Al congresso dei Matematici viene di nuovo proposta la
questione della lingua internazionale, ma, a differenza di quanto era successo
tra i filosofi, si fronteggiano due linee di azione: quella caldeggiata da Leau,
che insiste per la formazione concreta del Comitato al quale partecipino i
matematici con cinque delegati, e invece una mozione proposta da Vasilev, che
demanda alle accademie il compito di esaminare il problema del proliferare
delle lingue ed eventualmente di restringere soltanto ad alcune lingue la
produzione scientifica. Padoa si dichiara esplicitamente a favore della mozione
di Leau, ma la maggioranza si colloca sulle posizioni di Vasilev. I matematici
quindi respingono l'idea di una lingua unica e in particolare una lingua
artificiale, mentre Couturat e Leau sono fautori di una lingua unica, che non
può essere altro che pianificata, ritenendo che nessuna lingua nazionale abbia
la possibilità di essere imposta a scapito di altre: quale scienziato si
sottoporrebbe a una simile diminutio? Peano dal canto suo sta elaborando una
lingua internazionale artificiale basata sul latino, che verrà presentata nel
1903 nella «Revue de Mathématiques» sotto il nome di latino sine flexione. In
realtà i matematici scelgono di non scegliere: il demandare la decisione ad un
altro organismo è una tattica chiaramente dilatoria. L'Associazione
Internazionale delle Accademie, che raccoglieva diciotto accademie tra cui
quella italiana dei Lincei, si era creata nel 1900 e tenne la prima assemblea
generale il 9 aprile 1901. Couturat e Leau ritengono la strada indicata dai
matematici non percorribile e nel frattempo iniziano ad agire, raccogliendo, da
diverse associazioni e congressi, un gruppo di delegati. Questi escono in pubblico
con una dichiarazione sugli scopi e i metodi del loro lavoro: una lingua
internazionale unica è necessaria; essa dovrà essere di facile apprendimento
anche per persone di cultura elementare, non dovrà essere nessuna lingua
nazionale, e dovrà essere usata in tutti i campi, dal commercio ai rapporti
culturali. Nasce così La Délégation pour l'Adoption d'une Langue Auxiliaire
Internationale, di cui Couturat è il tesoriere e Leau il segretario generale.
La Delegazione dovrà pertanto scegliere la lingua artificiale più adatta e
quindi sottoporla alle Accademie europee per un riconoscimento. Qualora
l'Associazione delle Accademie dovesse ricusare tale compito, la DALAI avrebbe
dovuto a sua volta costituire un apposito Comitato elettivo composto di
personalità internazionali che perseguisse tale fine. Nell'aprile 1901 si riunì dunque per la prima
volta l'assemblea dell'Associazione delle Accademie, e qui Hippolyte
Sebert presentò una petizione per
inserire la questione della lingua internazionale nella successiva assemblea
dell'Associazione, che sarebbe stata nel 1904. I tempi iniziarono quindi ad
allungarsi, anche perché l'elaborazione e l'approvazione dello statuto della
DALAI non fu semplice: esso comunque prevedeva che la Delegazione si prodigasse
affinché le singole accademie proponessero ai propri governi il riconoscimento
della lingua e il suo insegnamento nelle scuole. Il tempo per queste azioni era
definito in tre anni, in previsione del secondo congresso di filosofia. Il
tempo tuttavia non è sufficiente perché si concludano i lavori e pertanto
l'azione della DALAI si sgancia dal collegamento con il congresso di filosofia.
Couturat nel frattempo pubblica un ponderoso saggio sulla logica di Leibniz, in
cui riconosce una sostanziale unitarietà tra i progetti di Leibniz sulla lingua
universale e la scienza universale. L'opera suscita l'approvazione
incondizionata di Russell e, con qualche riserva, della scuola di PEANO
(vedasi). La scuola francese invece espone alcune critiche di fondo. Ancora,
nella sua intensa opera di studioso, Couturat, insieme a Leau, pubblica nel
1903 la già citata Histoire, che diventa l'opera fondamentale dell'epoca sulla
questione. Tuttavia non conosce la nota del Bellavitis, e ne apprende
l'esistenza soltanto da Peano: a lui domanda se si tratta dell'ideatore della
teoria delle equipollenze . Couturat ha conosciuto e provato vari progetti di
lingue universali, come il Volapük, creato dall'abate tedesco Schleyer, ma ne è
rimasto deluso per l'estrema complicazione nella formazione delle parole, la
cui riconoscibilità era fortemente ridotta. Couturat diventa quindi un
appassionato fautore dell'Esperanto, che egli per il momento considera la
migliore delle lingue artificiali, soprattutto per il numero già non piccolo di
parlanti, che costituisce un'ottima dimostrazione della sua capacità di
adempiere al compito di una lingua internazionale. Non vuole tuttavia che i
giochi sembrino già fatti, e la Délégation si ripromette di prendere in
considerazione anche altri progetti. I progetti di lingua internazionale hanno
sempre oscillato tra il tentativo di una massima regolarità di formazione delle
parole derivate da una radice, come proposto anche da Bellavitis, e il polo
opposto, cioè la comprensibilità quasi immediata da parte degli europei colti:
per ottenere questo secondo scopo una lingua internazionale avrebbe dovuto
presentare parole formate con quelle irregolarità di derivazione che si trovano
nelle lingue nazionali. Come emerge dal carteggio tra Peano e Couturat, il
matematico torinese, pur fortemente interessato alla soluzione del problema
tramite una lingua artificiale, non si fa coinvolgere dagli entusiasmi del
filosofo francese: ritiene che l'apprendimento di una lingua a livello tale da
poter essere parlata da tutti sia impresa ardua, e cita il fatto che anche
dell'italiano stesso larghi strati della popolazione non sono sicuri padroni,
nonostante che la lingua standard sia insegnata in tutte le scuole del Regno.
Peano conosce l'Esperanto e Couturat lo incoraggia a partecipare ai congressi:
lui stesso vi ha partecipato ed è rimasto sorpreso di come la lingua funzioni
bene e metta in comunicazione senza nessuna difficoltà persone di provenienze e
lingue molto diverse. Sulla stessa lunghezza d'onda è il matematico Charles
Méray, dell'università di Digione. Tra Méray e Peano erano intercorse due
lettere nel luglio del 1900: il giorno 14 Méray scrive una lunga lettera che
magnifica le qualità e la semplicità dell'Esperanto, e Peano gli risponde il
giorno 27 con un tono piuttosto scettico e facendo una critica puntuale
all'Esperanto, pur riconoscendo che questo est plus scientifique que toutes les
autres langues artificielles. Il nome di Peano figura tra i partecipanti al
secondo congresso mondiale di Esperanto nel 1906 a Ginevra, ma non vi sono
altre notizie sulla sua partecipazione.
La DALAI spinge perché il problema dell'adozione di una lingua
internazionale venga posto all'ordine del giorno della terza assemblea generale
dell'Associazione delle Accademie, da tenersi a Vienna nel maggio 1907, e cerca
di acquisire consensi di accademie e associazioni scientifiche; pertanto
Couturat chiede l'intervento di Peano per ottenere appoggi di scienziati
italiani ad una petizione in tal senso. In particolare egli segnala come
desiderabile il consenso della Association Géodésique Internationale e ne
elenca i membri italiani: tra questi vi è Lorenzoni, astronomo e ingegnere,
direttore dell'Osservatorio di Padova. Giuseppe Lorenzoni era entrato come
assistente all'osservatorio astronomico nel 1863 ancora prima di laurearsi (si
laureò in ingegneria nel 1864) e dieci anni dopo era professore. Nominato
direttore dell'Osservatorio, contribuì a fare di Padova un centro di
insegnamento dell'astronomia; si occupò di gravimetria, di spettroscopia, di
stelle cadenti, di ottica. Autore di oltre un centinaio di pubblicazioni di
astronomia e geodesia, fu membro dell'Accademia dei Lincei e dell'Istituto
Veneto. Il suo appoggio era quindi da considerarsi di estremo prestigio.
L'attività frenetica del Couturat raggiunge qualche risultato concreto:
l'Accademia di Vienna proporrà una mozione a favore della lingua internazionale
e l'Accademia di Copenaghen voterà a favore. Per tale mozione vengono raccolte
firme di associazioni e di singoli, e il conteggio finale dà 307 associazioni e
1251 scienziati, tra i quali vari italiani. Nel dicembre 1906 Couturat e Leau
inviano una circolare per definire l'azione dell'Associazione in vista
dell'assemblea e la circolare riporta una decisone della DALAI che esclude
dalla DALAI stessa gli inventori in prima persona di lingue artificiali.
Couturat non si illude che le accademie si incaricheranno di risolvere la
questione e comincia un'azione per costituire il Comitato elettivo di
personalità scientifiche previsto dallo statuto della DALAI; infatti il 29
maggio 1907 l'Associazione delle Accademie respinge la mozione. Couturat
ritiene quindi che non siano più differibili i tempi per la costituzione del
Comitato, nel quale devono essere rappresentati tutti i paesi culturalmente
avanzati, ciascuno con un singolo membro, e si adopera per invitare scienziati
autorevoli ad entrare nel Comitato. La sua ricerca parte da quelli che avevano
già firmato la mozione che chiedeva che l'Associazione delle Accademie si
occupasse del problema della lingua internazionale. Peano è escluso a priori
dalla DALAI e quindi dal Comitato, perché Peano è l'ideatore del latino sine
flexione, ma in una lettera del 30 marzo 1907, scritta da Parigi, Couturat
chiede a Peano di adoperarsi perché un italiano di prestigio entri a far parte
del Comitato. Peano è membro dell'Accademia dei Lincei, e può parlare con altri
membri. Couturat elenca alcuni nomi che gli appaiono adatti, tra i quali anche
Giuseppe Veronese, professore di grande fama, deputato, senatore del Regno
d'Italia dal 1904 per meriti scientifici, schierato tra i radicali. Veronese
era succeduto a Bellavitis sulla cattedra padovana di geometria descrittiva.
Siamo ormai nel 1907, le polemiche tra Peano e Veronese sono di un quindicennio
prima, ma forse non del tutto sopite . Non ci sono testimonianze del
coinvolgimento di Veronese nel costituendo Comitato, ma si può ragionevolmente
supporre che Peano non gli abbia fatto nessuna proposta. Un rappresentante
italiano che aderisse al Comitato non fu trovato: per acquisirne uno fu violato
lo statuto, in quanto fu cooptato proprio il Peano, ancorché autore di un suo
progetto di lingua internazionale. L'azione del Comitato fu certamente seria e
minuziosa, ma la probabilità che ne conseguisse la scelta di una lingua con
reale possibilità di essere accettata da accademie e governi andò rapidamente
scemando. Nel frattempo i sostenitori
dell'Esperanto erano cresciuti di numero e nel 1905 avevano avuto il loro primo
congresso internazionale a Boulogne-sur-Mer, dove avevano dichiarato immutabile
la struttura della lingua, codificata nell'opera Fundamento, consistente nella
Grammatica, in un Eserciziario e nel Vocabolario in cinque lingue. L'Esperanto
dunque veniva sottratto alla tentazione di continue modifiche e miglioramenti:
i suoi utenti ritenevano che la lingua andasse abbastanza bene così, e che
qualsiasi tentativo di miglioramento avrebbe soltanto portato ad una
destabilizzazione. Gli esperantisti avevano già rifiutato delle proposte di
miglioramento nel 1894, e ormai, a venti anni dall'uscita della prima
grammatica della lingua, erano diventati fortemente conservatori. Il Comitato
scelse formalmente l'Esperanto, ma con una notevole quantità di proposte di
cambiamento nell'alfabeto, nella fonetica, nella morfologia, nelle preposizioni:
alcuni si illusero che questi miglioramenti sarebbero stati gli ultimi e
definitivi, e quindi aderirono a questa nuova forma dell'Esperanto, che prese
il nome di Ido (che in Esperanto significa "discendente"); ma la gran
parte degli adepti restò fedele all'Esperanto già consolidato. La nuova lingua
fu oggetto di successive modifiche e alcuni membri del Comitato produssero a
loro volta altri progetti, nella supposizione che la mancata diffusione di una
lingua internazionale dipendesse dalle qualità della lingua in sé, piuttosto
che da motivi di sociopolitica, come le vicende successive dimostreranno
ampiamente. Couturat aderì pienamente all'Ido, convinto che la scelta del
Comitato fosse la migliore, e ne fu un propagandista entusiasta come prima lo
era stato dell'Esperanto; Peano, che pure aveva partecipato ai lavori del
Comitato, ma non all'ultima votazione perché era impegnato in esami a Torino,
non rispettò le conclusioni del Comitato e continuò a usare e propagandare il
latino sine flexione. Ciò causò un rapido raffreddamento dei rapporti con
Couturat, che lo accusava di tradimento; seguì tosto un'interruzione
definitiva: l'ultima lettera di Couturat. Il filosofo francese morirà in un
incidente stradale: la sua automobile verrà investita da un camion militare che
porta alle truppe francesi la notizia che la Germania aveva dichiarato guerra
alla Francia. È il secondo giorno del primo conflitto mondiale. PEANO ne
scriverà un commosso necrologio in latino sine flexione, pur ricordando anche i
dissensi . La lingua caldeggiata da Peano assume nel 1909 il nome di
Interlingua ; il matematico torinese fonda anche una Academia pro Interlingua,
che rileva una precedente accademia volapükista, la Kadem Volapüka . Negli anni
Peano scrive vari vocabolari di Interlingua e altre lingue; i suoi adepti si
raccolgono intorno alla rivista «Schola et Vita», una rivista fondata e diretta
a Milano da Nicola Mastropaolo; vi scrive anche, in Interlingua, un illustre
docente dell'ateneo patavino, Tullio Levi-Civita . Peano viene contattato per
redigere alcune voci dell'Enciclopedia Italiana, ed egli accetta di scrivere
voci sulla logica matematica e sulla lingua internazionale; la voce “Esperanto”
sarà invece scritte da Stefano La Colla sotto la direzione di Bruno Migliorini,
entrambi partecipi per molti anni del movimento esperantista. Peano muore nel
1932 e la rivista cessa le pubblicazioni nel 1936. Sia l’Ido che l’Interlingua avranno i loro
adepti e le loro pubblicazioni ; tuttavia l’idea, originariamente unitaria, di
una lingua pianificata si divide in rivoli che appoggiano l’una o l’altra delle
varie soluzioni, spesso con polemiche molto accese. Il movimento esperantista,
più forte per numero e per tradizione consolidata, subisce la scissione degli
idisti, scissione sensibile più a livello di dirigenti che a livello di singoli
fruitori; tuttavia l’Esperanto resta, ancora e certamente più oggi, la lingua
pianificata con il maggior numero di adepti e di realizzazioni in tutti i campi
. Ciò è dovuto anche allo spirito diverso con cui certe soluzioni al problema
linguistico erano nate: il latino sine flexione, poi Interlingua, era iniziato
come mezzo per gli scambi scientifici e per persone colte del mondo
occidentale, e tale sempre rimase. L'Esperanto invece era stato pensato per una
dimensione assai più vasta, si era già diffuso in ambienti di lavoratori, ed
erano in piena vita parecchie associazioni di vario genere, da quelle
cattoliche a quelle socialiste. All’Esperanto fu rimproverato dagli idisti e
dagli adepti dell’Interlingua di avere gravi pecche dal punto di vista
linguistico e di essere stato prodotto da un singolo dilettante, e a questi
fatti veniva imputata la sua scarsa diffusione; ma l’Ido incorse nel difetto
opposto. Esso nacque dal lavoro di un comitato di linguisti, che, andando alla
ricerca della perfezione teorica, persero di vista un fatto fondamentale:
l’affermarsi di una lingua ha bisogno di tempi lunghi, e per tali tempi è
necessaria la stabilità. Stabilità che non significa immobilismo o
fossilizzazione, bensì possibilità di evoluzione alla stessa stregua e con gli
stessi tempi con i quali si evolvono le lingue etniche. A Padova fu un convinto
assertore della necessità di una lingua internazionale il cristallografo
Ruggero Panebianco, professore di mineralogia all'Università. La sua attività
presso il nostro Ateneo durò oltre quarant'anni e segnò alcuni momenti
importanti: nel 1883 si ebbe con lui la costituzione del Museo di Mineralogia
come entità a sé stante, con la divisione amministrativa dei Gabinetti di Mineralogia
e Geologia. Il Museo di Mineralogia andò poi rapidamente ingrandendosi
dall'originaria collezione del Vallisneri che ne aveva costituito la base,
acquisendo doni e lasciti di importanti collezionisti e studiosi del tempo. Nel
1923 Panebianco ne lascerà la direzione ad Angelo Bianchi. Ruggero Panebianco
usa l'Esperanto in pratica e partecipa anche attivamente al movimento per la
sua diffusione. Lo troviamo attivo dirigente nel Circolo Esperantista di
Padova. Sulla «Rivista di Mineralogia e Cristallografia Italiana», che egli
fondò e diresse troviamo alcuni articoli scientifici in Esperanto, ripubblicati
poi come opuscoli a sé stanti dalla Società Cooperativa Tipografica di Padova.
Il primo di questi è un opuscolo di 50 pagine e tratta di un problema al quale
Panebianco dedicherà sempre grande attenzione: la validità dell’approssimazione
numerica dei risultati quando si opera su dati aventi approssimazioni diverse.
Il libretto, edito dapprima in Germania, ha un’interessante introduzione che
termina con queste parole: L’apparenza
copre la scienza con un mistero, e il mistero scientifico è, come il mistero
comune, una superstizione; ma la superstizione scientifica è forse peggiore
della superstizione comune. Un altro lavoro è anch’esso piuttosto corposo e
tratta di leggi della cristallografia verificate con i raggi X ; ad esso
seguono alcune pagine sul problema che darà luogo ad una lunga polemica: se
certi indici dei cristalli siano oppure no numeri razionali. Il Panebianco
sostiene giustamente che tutti i numeri con cui si tratta praticamente sono
razionali, anzi, decimali finiti, e sostiene che la legge fondamentale della
cristallografia debba a ragione denominarsi "legge di Haüy", e non,
come altri dicono, "legge degli indici razionali", come se altri
indici non fossero razionali. Interessante per quanto riguarda la lingua è la
prefazione a questo lavoro (scritta in Esperanto, inglese, francese, tedesco e
italiano): in essa Panebianco cita Leone Tolstoj e il suo giudizio sull'Esperanto,
sulla sua facilità e sull'opportunità di fare, almeno, lo sforzo di provare ad
impararlo. Quindi menziona le basi essenziali dell'Esperanto, citando come
particolare vantaggio l'esistenza dell'accusativo, in quanto consente libertà
nella costruzione della frase; in nota, egli critica l'abolizione
dell'accusativo, operata da altri linguisti che hanno voluto riformare
l'Esperanto, e cita specificamente l'Ido, che, come abbiamo visto, era il
risultato di una modifica dell'Esperanto effettuata dalla DALAI. La parte scientifica
di questo lavoro è molto interessante perché Panebianco diventa anche un
creatore in Esperanto della terminologia specialistica della cristallografia.
Sulla precisione della determinazione di certi indici Panebianco obbietterà
ancora una volta che non ha senso spingere il calcolo fino ad una certa cifra
decimale quando i dati sono approssimati con un ordine di precisione minore, e
ripeterà questa sua tesi in un lavoro, sempre in Esperanto, dell'anno
successivo . Altri lavori sono rifacimenti di lavori in italiano. Panebianco fu
un militante socialista fin dai suoi anni giovanili. Del 1893 è la sua
traduzione dall’inglese in italiano di un capitolo di un'opera di William
Morris, Un paese che non esiste; il capitolo appare sotto il titolo La futura
rivoluzione sociale, ed è edito a Milano dall'Ufficio della Lotta di Classe,
Tipografia degli operai . Si tratta della descrizione di un paese senza capi e
senza leggi. Nella prefazione il traduttore critica gli anarchici, dicendo che
la loro rivoluzione è quella stessa dei borghesi, e termina con queste
parole: Soltanto le generazioni dello
Stato socialista - Stato che, occupandosi solamente della produzione e dello
scambio dei beni, è la negazione di quello attuale - potranno forse realizzare
quella negazione assoluta di organizzazioni, anche socialiste, che per ora è un
sogno, un bellissimo sogno: quello descritto dal Morris. E come socialista Panebianco interviene in
maniera molto discreta in una polemica sulla lingua internazionale apparsa
sull'«Avanti!» agli inizi del 1918. L'edizione del 24 gennaio riporta una
lettera di Vezio Cassinelli che si inserisce in uno scambio di opinioni
riguardante la fondazione di un Istituto di Cultura Socialista. Cassinelli si
qualifica "umile operaio" e sostiene l'opportunità di tale istituto.
Nei rami della sua futura attività Cassinelli propone di inserire anche
l'insegnamento dell'Esperanto, come strumento funzionale a risolvere il
problema dell'incomprensione tra i lavoratori che parlano lingue diverse. A
commento redazionale di tale lettera appare, senza firma, un parere
drasticamente contrario: "La lingua internazionale è uno sproposito,
scientificamente. " Il commento continua con argomentazioni che oggi
farebbero sorridere, ma che allora sembravano ancora avere qualche credito in
alcune scuole di pensiero: le lingue sono fenomeni naturali e non possono
essere create artificialmente, e "le nazioni si sono formate per le
necessità economiche e politiche di una classe: la lingua è stata solo uno dei
documenti visibili e atti alla propaganda di cui gli scrittori borghesi si sono
giovati per suscitare consensi anche fra i sentimentali e gli ideologi."
Due giorni dopo, il 26 gennaio, compare un trafiletto, anche questo senza
firma, ma probabilmente del direttore Serrati, che comunica come il commento
dell'anonimo redattore alla lettera di Cassinelli abbia sollecitato una
quantità di proteste. Nel trafiletto si dice che l'Esperanto è utile anche se
non è artistico, e che una guerra contro gli esperantisti da parte del partito
socialista è proprio fuori luogo. Il giorno successivo esce una lettera di
Ruggero Panebianco che approva la posizione equilibrata del direttore, ma
garbatamente contesta che tale lingua non sia "artistica": quando non
si conosce qualcosa non si ha diritto di giudicarla. Panebianco riporta un
fatto accadutogli realmente e racconta di come un suo collega, che credeva a
priori che l'Esperanto non fosse artistico, si fosse ricreduto quando gli fu
fatta leggere, lentamente e spiegandogliela, una bella poesia tradotta in
Esperanto. Sull'«Avanti!» seguì poi una replica ancora più insistita a firma
del "Redattore torinese anti-esperantista", una nuova risposta del
Direttore, e quindi la polemica si chiuse con un intervento di Angelo
Filippetti, un medico che sarebbe diventato di lì a poco sindaco di Milano. Il
Filippetti esponeva quanto la linguistica stava chiaramente elaborando allora,
e cioè che "anche le attuali lingue ufficiali sono più o meno artificiali,
imposte dalle convenienze consolidate dall'uso." E concludeva: Noi sentiamo che lavoriamo, sia pure in un
campo secondario e modesto, per l'attuazione dell'unione internazionale dei
lavoratori; noi vogliamo rovesciare una barriera, e non delle minori, che
dividono l'unica classe lavoratrice mondiale. Noi lavoriamo per il
Socialismo. La polemica sull'«Avanti!»
terminò, ma il "redattore anti-esperantista" riprese le sue tesi in
un lungo articolo sul settimanale socialista «Il grido del popolo», questa
volta firmandosi con le iniziali: A. G.; si trattava di Antonio Gramsci .
Qualche anno dopo troviamo che Panebianco non usa più l'Esperanto, bensì
l'Interlingua di Peano, ma la sua passione politica è sempre il socialismo
pacifista. Nel suo opuscolo, pubblicato nel 1921, Adoptione de lingua
internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello, egli
esprime la convinzione che l’adozione di una lingua internazionale possa
eliminare i conflitti di classe e la guerra. Panebianco usa l’Interlingua anche
per alcuni suoi lavori scientifici, e il suo primo lavoro in tale lingua è del
1921, su un minerale della Valsesia . Nell'introduzione egli scrive:
"Nostro Interlingua es etiam plus facile de sympathico lingua Esperanto
que es plus facile de lingua de Schleyer, et, que, pro suo diffusione,
substitue isto, jam mortuo." Dell'Interlingua è magnificata la facile
comprensibilità "quasi de primo visu" per ogni persona dotta che
conosca una lingua europea. Un altro suo lavoro scientifico tratta la legge di
Haüy, mentre altri articoli trattano temi più generali . La funzione della
lingua internazionale fu sempre intesa sotto due aspetti: da una parte, la
comprensione a scopi esclusivamente pratici, senza nessuna componente ideale;
dall'altra, la supposizione che una maggiore conoscenza reciproca avrebbe
favorito la pace e la fratellanza tra i popoli. Un giudizio positivo, specie
sulla possibilità di favorire questo secondo scopo, fu espresso nel 1914 da
Roberto Ardigò, professore di filosofia nel nostro ateneo dal 1881 al 1920, che
rispose ad una richiesta di parere rivoltagli dal Circolo Esperantista di
Padova con il seguente messaggio: Il
sottoscritto ringrazia di gran cuore del dono prezioso delle pubblicazioni
esperantiste fattegli tenere, onde ha occasione della riflessione, che
soggiunge. I progressi, in modo mirabile sempre maggiori, nella facilitazione e
nell'aumento delle comunicazioni, ognora più agevoli, più rapide, meno costose,
per terra, per mare, per l'aria stessa, quanto hanno già giovato e in seguito
viepiù gioveranno all'affratellamento delle genti più varie, più discoste, più
riottose! Ma l'affratellamento verrebbe poi fino a formare dell'umanità intera
proprio una sola famiglia quando si riuscisse (e giova sperarlo) a farvi
diffondere e generalizzare, almeno pei commerci e la cultura scientifica, un semplice,
facile, razionale linguaggio comune, come certamente è da ritenere l'Esperanto.
Nobilissimo dunque e lodevolissimo è l'intento del Circolo Esperantista di
Padova, al quale per ciò è da augurare, e auguro fiducioso, vita e seguito
sempre maggiori. Dev.mo Prof. Roberto Ardigò
Negli anni immediatamente precedenti la prima guerra e nel periodo tra i
due conflitti l'Esperanto fu insegnato in Padova e provincia in numerosissimi
corsi presso istituti scolastici pubblici e privati (ad esempio l'Istituto
Magistrale "Fuà Fusinato" e il Liceo "Tito Livio"), con
centinaia di allievi; il provveditore agli studi di Venezia, RENDA (vedasi) diramò
circolari in favore dell'istituzione di corsi nelle aule scolastiche, corsi che
furono tenuti al liceo "Marco Polo", al liceo "Marco
Foscarini", al Liceo Scientifico, all'Istituto Magistrale; si formarono
gruppi esperantisti a Rovigo, Cittadella, Este, Venezia, Legnago, Piazzola.
Alcuni corsi dovettero essere sdoppiati per il grande numero di allievi, altri
dovettero essere rimandati essendo l'insegnante già troppo impegnato in altri
corsi. Negli "anni del consenso" per il regime fascista l'Esperanto
fu visto dalle autorità principalmente come strumento di italianità, in quanto
simile all'italiano (ma non tanto quanto si voleva far credere) e in quanto
mezzo per arginare la prepotenza delle cosiddette "grandi lingue".
Una lingua internazionale che propagandasse all'estero le bellezze d'Italia per
attirare il turismo e che facesse conoscere gli scopi e le realizzazioni del
regime fu vista a lungo con occhio molto benevolo da parte delle istituzioni
statali. In una situazione di apprezzamento reciproco, anche nel movimento
esperantista, come in vari altri di ispirazione e aspirazione internazionale,
divenne vincente la linea che proponeva di "esportare il fascismo".
L'Esperanto fu quindi largamente utilizzato per pubblicazioni turistiche e di propaganda
politica, come pure nelle trasmissioni radio a onda corta . I vari podestà
figuravano come presidenti dei congressi nazionali di Esperanto, che si
svolgevano ogni anno in una città diversa. Nel 1931 il congresso si svolse a
Padova, alla Sala della Gran Guardia, e come presidente del Comitato
Organizzatore figurava istituzionalmente il Podestà, dapprima il conte
Francesco Giusti del Giardino e poi il suo successore, nob. Ing. Lorenzo
Lonigo; tuttavia l'anima dell'organizzazione effettiva fu Giovanni Saggiori .
Il congresso, tenutosi dal 26 al 28 luglio, ebbe una vasta risonanza sulla
stampa e vi furono numerosi saluti e telegrammi di apprezzamento anche di alte
autorità: il Re, il Principe di Piemonte, il Ministro per l'Educazione
Nazionale, vari podestà, il Touring Club, la Croce Rossa Italiana, l'Università
per stranieri di Perugia, l'Università di Trieste e numerose altre autorevoli
istituzioni. È tuttavia da segnalare che, stranamente, l'Università di Padova
non partecipò affatto, neanche con un semplice messaggio di saluto. L’Esperanto
è presente alla Fiera di Padova. L’assise mondiale esperantista si svolge a
Roma, "con l'alto assenso del Duce". Corsi di Esperanto vengono
tenuti alla Scuola Superiore di Commercio a Venezia, dove insegna Gino Lupi,
assistente di romeno e poi insegnante di lingue a Padova. Tuttavia presso
l'Università di Padova non risultano essersi tenuti corsi. Con il montare del
nazionalismo e l'allineamento alla politica nazista, che liquida le
organizzazioni esperantiste – e deutero-esperantista -- in Germania, cominciano
le difficoltà anche in Italia – Grice: “Mamma mia!”. Il congresso a Roma è l'ultimo evento in cui
il movimento esperantista e il regime fascista sono in sintonia. Il congresso
nazionale si svolge a Vicenza ed ha come tema ‘L'Esperanto come strumento di
propaganda turistica.’ Ma la stampa esperantista viene messa a tacere per
risparmiare carta. Il fatto che l'iniziatore dell'esperanto – ma non del
deutero-esperanto -- è un ebreo divenne un marchio di infamia, le aspirazioni
internazionaliste divenneno un atto d'accusa. Alla via Zamenhof di Milano viene
cambiato il nome. Il movimento esperantista, come tutte le attività
internazionali, subisce un arresto. Di lì a poco lo scoppio del conflitto mette
in secondo piano ogni idealismo e costringe ad urgenze e priorità diverse. Dopo
la seconda guerra il fortissimo aumento delle relazioni internazionali rende
sempre più acuto il problema linguistico. Si sviluppano i primi consistenti
studi sulla traduzione automatica, in particolare quelli legati al progetto
Eurotra, che coinvolge decine di ricercatori di quindici università di tutta
Europa e produce parecchie pubblicazioni . C'è anche un interessantissimo
studio portato avanti nel Distributed Language Translation (DLT), un progetto
di traduzione automatica in rete in varie lingue, sostenuto dalla ditta
olandese BSO e dallo stato olandese: il sistema è "a linguaggio
intermedio", cioè la traduzione da una lingua all'altra si basa su una
lingua ponte. Il DLT ha scelto come lingua ponte l'Esperanto. Tale progetto
dura dieci anni, dal 1980 al 1990 e produce un prototipo di sistema di
traduzione di ottime potenzialità, che viene illustrato all'Università di
Padova il 31.8.1990 da Dan Maxwell, uno dei principali collaboratori.
L'attività dei gruppi esperantisti è nuovamente vivace. Nel 1954 si svolge a
Verona il congresso mondiale dei ferrovieri esperantisti, con oltre 500
partecipanti. A Padova il Gruppo è sempre sotto la guida di Giovanni Saggiori,
e negli anni Sessanta il luogo istituzionale dove imparare la lingua diventa
l'Università Popolare. Il nostro Ateneo
partecipa all'attività riguardante la lingua internazionale con i primi anni
Settanta nella sua sede di Verona. Lì, in via dell'Artigliere, viene ospitata
per oltre dieci anni la segreteria dell'Istituto Italiano di Esperanto,
organizzazione che presiede ai corsi di insegnamento della lingua. Ancora
presso la sede di Verona il nostro Ateneo ospita il congresso nazionale, con la
partecipazione in prima persona del prof. Gino Barbieri, rappresentante a
Verona del Rettore di Padova. Il prof. Barbieri è un vecchio esperantista,
attratto alla lingua da MIGLIORINI (vedasi). FORMIZZI (vedasi), professore di
pedagogia presso la sede di Verona, poi resasi ateneo autonomo, si avvicina
all'Esperanto e lo insegna all'interno del suo corso di Storia della Pedagogia
. Del pari un cultore di Esperanto è BERGAMASCHI (vedasi), professore di
Pedagogia anch'egli nella sede veronese dell'Università di Padova e poi presso
l'università autonoma di Verona. Questi due professori, insieme a chi scrive,
sono stati oratori ufficiali della celebrazione del centenario dell'Esperanto
nel 1987 da parte della Federazione Esperantista Italiana, celebrazione
tenutasi alla Fondazione Cini a Venezia.
Nel 1983 nasce a San Marino, per volontà del Congresso di Stato e con
decisione del Consiglio dei XII, l'Accademia Internazionale delle Scienze (AIS)
San Marino, un'istituzione universitaria di insegnamento e di ricerca. Le
lingue di insegnamento sono l'italiano, l'Esperanto, l'inglese, il francese, il
tedesco, a cui si aggiungeranno successivamente altre lingue, data l'espansione
dell'attività specialmente nei paesi dell'Europa orientale. L'Esperanto resterà
comunque fino ad oggi, per statuto, la lingua privilegiata, in cui devono
essere scritte, e difese oralmente, le tesi dei vari livelli, corrispondenti ai
titoli italiani odierni di laurea, laurea magistrale, dottorato di ricerca,
oltre a un titolo superiore corrispondente al "doctor habilitatus"
tedesco. I primi sostenitori di questa iniziativa sono professori universitari
tedeschi e italiani, e troviamo qui ancora dei docenti veneti: Fabrizio
Pennacchietti, un orientalista torinese che ha insegnato a Ca' Foscari, Mario
Grego, abitante a Padova e docente di inglese anch'egli a Ca' Foscari, il già
citato Giordano Formizzi e due professori dell'università di Padova: Marino
Nicolini, farmacologo di cittadinanza sammarinese, e, successivamente, l'autore
di queste righe, matematico. In particolare il primo e l'ultimo dei docenti
citati, oltre che tenere corsi in Esperanto, hanno ricoperto e ancora ricoprono
incarichi organizzativi di alto livello. I professori dell'AIS vengono da molte
università di tutto il mondo, creando un contesto internazionale estremamente
proficuo per gli studenti; tra essi ci sono il premio Nobel per l'economia
Reinhard Selten e membri di varie accademie nazionali . Tra le prime opere
scientifiche edite sotto gli auspici dell’Accademia Internazionale delle
Scienze San Marino vi è un interessante lavoro di biologia. Fino ai primi anni
’80 non esisteva un testo completo per il riconoscimento dei licheni europei,
pur esistendo testi e cataloghi in varie lingue europee, italiano e latino
compresi. I francesi G. Clauzade e C. Roux pubblicarono allora un testo illustrato
in Esperanto per la determinazione dei licheni dell’Europa occidentale . Il
testo fu dapprima considerato una stranezza, dato che il mondo scientifico non
era portato a vedere testi in lingua diversa dall’inglese; tuttavia per il suo
valore divenne indispensabile in ogni laboratorio che si occupasse di
riconoscimento dei licheni. Il testo, che era corredato da un piccolo glossario
esperanto-francese, fu utilizzato anche all’università di Padova dal prof.
Giovanni Caniglia; con la collaborazione degli studenti interni il glossario
originario fu elaborato ed arricchito fino a diventare un piccolo dizionario di
esperanto, che fu in seguito diffuso presso i soci della Società Lichenologica
Italiana . Il testo è attualmente un po’ superato, dato il progredire della
scienza negli ultimi decenni, però fu un evento significativo nell’intento di
trasmettere la scienza anche in una lingua internazionale non etnica. Nel 1990 il nostro Ateneo è fortemente
impegnato in alcuni eventi connessi alla lingua internazionale. Il Dipartimento
di Matematica Pura ed Applicata pubblica, come suo rapporto interno, una
ricerca sui contatti culturali tra l'Italia e l'Ucraina, originariamente
redatta in Esperanto . Quindi alla fine di agosto viene ospitato al Liviano il
61° Congresso italiano di Esperanto. Si tratta della manifestazione più
significativa della comunità esperantista mai svoltasi a Padova:
precedentemente c'era stato, come già visto, il 16° congresso nazionale e quind
si era svolta, alla Sala della Gran Guardia, una giornata esperantista che
metteva insieme la celebrazione del centenario della nascita della lingua e
quella dei 75 anni di vita del gruppo.
Il Congresso si giova del patrocinio della Regione Veneto, della Provincia
di Padova, dell'Assessorato alla Cultura e ai Beni Culturali del Comune di
Padova, dell'Azienda di Promozione Turistica della Provincia e della Sezione
Ricerca e Istruzione del Consiglio d'Europa. Il Comitato d'Onore è imponente,
come assai raramente succede per iniziative al di fuori degli organi
istituzionali: vi figurano il Presidente della Repubblica Cossiga, il
Presidente del Consiglio Andreotti, il Presidente del Senato Spadolini, il
Presidente della Provincia Toscani, il Questore di Padova Romano, i Presidenti
delle Regioni Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige, i sindaci di Padova,
Firenze, Bologna e Reggio Emilia, i Rettori delle Università di Padova, Bologna
e Ferrara, il Rettore dell'AIS San Marino, oltre a vari parlamentari e autorità
locali. I congressisti sono oltre 300, dei quali un centinaio provenienti
dall'estero. All'inaugurazione alla Sala dei Giganti, il 25 agosto,
intervengono il sindaco Paolo Giaretta e il prof. Ezio Riondato in
rappresentanza del Rettore Mario Bonsembiante. Il tema del congresso riguarda i
problemi linguistici degli immigrati in Europa e il discorso inaugurale, tenuto
dallo storico tedesco Ulrich Lins, ha titolo: Verso un'Europa multiculturale.
Durante l'inaugurazione si celebra il gemellaggio dei gruppi esperantisti di
Padova e Friburgo e la mattinata si conclude con un saluto di Marco Pannella;
l'intero congresso viene messo in onda in diretta da Radio Radicale. Le conferenze e i programmi musicali del
congresso si svolgono nella Sala dei Giganti, gli spettacoli sono
all'Antonianum; i corsi di Esperanto attivati per l'occasione si svolgono nelle
aule della Facoltà di Lettere, poste cortesemente a disposizione dal preside
Vincenzo Milanesi. All'inaugurazione e nelle serate si esibisce, insieme alla
cantante Giusy Irienti, il pianista Aldo Fiorentin, allora giovane già
affermato, oggi professore al Conservatorio di Adria, vincitore di vari premi
nazionali e internazionali; i due solisti si alternano con una rappresentazione
di pupi del Teatro di Stato di Budapest ed un recital del chitarrista polacco
Jerzy Handzlik. La Sezione teatrale del Club Studentesco Esperantista
dell'Università di Zagabria, porta in scena la versione in Esperanto della
commedia ruzantiana Il Parlamento, e il testo ha la prefazione di Marisa
Milani, anch'ella docente del nostro ateneo . In altra serata viene presentata
un'antologia in Esperanto di poeti del Novecento (per i contatti con i poeti collaborarono i
professori padovani Armando Balduino e Silvio Ramat). Il congresso ha ampia
risonanza sui giornali, dato che vari eventi del programma sono aperti al
pubblico: la tavola rotonda sul tema "L'Europa e gli immigrati: il ruolo
dell'Esperanto" viene effettuata all'aperto di fronte al Bo', mentre lungo
il porticato di via Oberdan un maestro internazionale di scacchi, il
cecoslovacco L. Fiala, effettua dieci partite in simultanea con appassionati
locali. La serata "Musica in piazza" si svolge in Piazza dei Signori
sotto la direzione artistica di Franco Serena e vi partecipano due complessi
padovani ("The Beat Shop" e "Serena") e il complesso vocale
"Eterna Muziko" di Leningrado.
In coda al congresso si ha, sempre ospitata al Liviano, una giornata di
studio dell'Accademia Internazionale delle Scienze San Marino sulla
modellizzazione matematica del linguaggio; gli atti, redatti in italiano, esperanto,
deutero-esperanto, e inglese, escono come Rapporto Interno del Dipartimento di
Matematica Pura ed Applicata . In concomitanza con il congresso e nello stesso
periodo la galleria della Sala dei Giganti accoglie l'esposizione "Vita e
cultura in lingua Esperanto", sponsorizzata dalla Cassa di Risparmio di
Padova e Rovigo e curata da Giorgio Silfer, del Centro Italiano di
Interlinguistica. La mostra è organizzata in varie parti: espositiva,
recitativa, teatrale, musicale e vuole far conoscere come la comunità che parla
la lingua internazionale abbia una forte autocoscienza e sia molto ricca
culturalmente, pur partecipando ognuno anche alla cultura del proprio paese.
Nel 1996 esce un dizionario italiano-Esperanto, presentato al pubblico padovano
da Alberto Mioni, ordinario di glottologia, in una giornata alla Sala della
Gran Guardia; a tale giornata partecipa anche, con un messaggio di saluto,
Antonio Lepschy, ordinario di controlli automatici. Ha trascorso periodi di
studio presso l'Università di Padova (come ricercatore e anche come correlatore
di tesi di laurea in Psicologia) il chimico Luigi Garlaschelli dell'università
di Pavia, tra i fondatori del gruppo esperantista di Pavia, il quale si occupa
anche di indagini sui presunti fenomeni paranormali. In varie università italiane vengono fatti
studi sulla lingua internazionale; in particolare, all'Università di Torino
opera un validissimo gruppo di storici della matematica che si occupa di Peano.
Tesi di laurea su questi argomenti sono state discusse molto recentemente a
Torino, Roma, Genova, Venezia; nell'ateneo torinese vi è un corso istituzionale
di "Interlinguistica ed Esperantologia"; all'Università Statale di
Milano una parte del corso di Storia della filosofia contemporanea è stata dedicata
ai linguaggi artificiali ; la biblioteca della Libera Università di Lingue e
Comunicazione IULM a Milano ha una consistente sezione dedicata all'Esperanto.
All'Università di Padova l'interesse per la lingua internazionale non riveste
semplicemente un ruolo collaterale: presso il Dipartimento di Matematica Pura
ed Applicata, come ricerca istituzionale nell'ambito del finanziamento
ministeriale ex-60%, è stato elaborato un analizzatore morfologico
dell'Esperanto ; nello stesso ambito sono stati pubblicati uno studio di
statistica linguistica su un corpus in Esperanto, una traduzione dal latino in
Esperanto di un brano del De numeris di Cardano
e, in collaborazione con l’Università Industriale Statale di Mosca, un
testo in Esperanto di storia della scienza e della tecnica . In particolare
Carlo Minnaja, professore a Padova dal 1965 e professore onorario
all’Università statale “Lucian Blaga” di Sibiu (RO) dal 2002, ha svolto
un'intensa attività nelle organizzazioni esperantiste ed è membro
dell'Accademia di Esperanto; per la diffusione della cultura italiana tramite
traduzioni gli è stato assegnato il Premio della Cultura della Presidenza del
Consiglio dei Ministri . Non solo professori, ma anche studenti del nostro
Ateneo usano nei loro studi lingue pianificate. È stata discussa una tesi di
laurea in matematica sulle serie di Chebyshev, tesi tradotta poi in Interlingua
. Opera di studenti o ex-studenti del nostro Ateneo è la traduzione in
Esperanto dei Malavoglia, presentata al congresso mondiale a Firenze : dei tre traduttori, Paola Tosato e
Giancarlo Rinaldo sono stati studenti-lavoratori, mentre Anselmo Ruffatti si è
laureato a Padova in medicina. Del pari allievo dell'Università di Padova per
il conseguimento del titolo di Direttore Didattico è stato Filippo Franceschi,
che, sotto lo pseudonimo di Sen Rodin, è un apprezzato autore di novelle in
Esperanto. La nostra università quindi continua nella sua opera di produzione e
diffusione della cultura anche attraverso la lingua internazionale.Un
validissimo lavoro in italiano su lingue "universali" e poi
"internazionali" proposte da matematici è: ROERO, I matematici e la
lingua internazionale, «Bollettino Unione Matematica Italiana. Esso tuttavia,
per quanto riguarda l'Italia, si focalizza quasi soltanto su Giuseppe Peano e
la sua scuola, con particolare riguardo agli eventi del primo decennio del
secolo scorso; si arresta quindi con l'estinguersi, nel 1936, della rivista
ispirata dal Peano «Schola et Vita». Qualche informazione sulla matematica in
Esperanto si trova in un sito dell'università svedese di Uppsala,
math.uu.se/~kiselman/mathesp.html; numerosi articoli di matematica in Esperanto
si trovano in «Scienca Revuo», rivista che esce ininterrottamente dal 1949; gli
indici delle annate sono disponibili al sito ais-sanmarino.org/publik/sr/index.html.
Sull'algebra medioevale, vd. FRANCI, Una traduzione in volgare dell'Al-Jabr di
al-Kwarizmi, in FRANCI, PAGLI, SIMI (a cura di), Il sogno di Galois, Siena,
Centro Studi della Matematica Medioevale - Università di Siena. In Francia
ancora alla fine dell'Ottocento le tesi in filosofia erano obbligatoriamente in
latino. In Italia l'obbligo di far lezione in italiano nelle università (con
eccezione per Teologia ed Eloquenza latina) si ha con il Regio Decreto per il
Regno di Sardegna, esteso poi con l'unificazione a tutto il Regno d'Italia; vd.
ROERO, I matematici. Nome latinizzato
del pedagogista e riformatore moravo Jan Amos Komenský (1592-1670). Sui
progetti di lingua internazionale di Comenius vd. FORMIZZI, La lingua pansofica
di Comenio, L'Esperanto. Formizzi, professore di pedagogia all'Università di
Padova e poi all'Università di Verona e all'Accademia Internazionale delle
Scienze San Marino, ha tradotto in italiano altre opere di Comenius: la
Panglottia, La via della luce e l'Angelus pacis, edite dalla Libreria Editrice
di Verona, nonché la Panorthosia, edita a Verona da Gabrielli. In quest'ultima
opera Comenius propone un progetto di riforma del mondo che include la proposta
di una lingua universale. La raccolta
più completa di lingue immaginarie, inventate o pianificate, corredata di ampio
commento, è: ALBANI, BUONARROTI, Aga Magéra Difura, Bologna, Zanichelli. Più
recente è un'edizione francese: PAOLO ALBANI, ALIGHIERO BUONARROTI,
Dictionnaire des langues imaginaires. Paris, Belles lettres. Di spirito
diverso, quasi ludico, che si può leggere come un romanzo è: ALESSANDRO
BAUSANI, Le lingue inventate, Roma, Ubaldini.
Con valore storico, ma di notevole completezza per l'epoca, è un'opera
in Esperanto: PETER E. STOJAN, Bibliografio de internacia lingvo, Genève,
Bibliografia Servo de Universala Esperanto-Asocio. Sulla storia delle lingue
inventate, o pianificate in maggiore o minore misura, citiamo, a puro titolo di
esempio, in italiano: UMBERTO ECO, La ricerca della lingua perfetta nella
cultura europea, Roma-Bari, Laterza; il testo più recente è in Esperanto:
ALEKSANDR DULIČENKO, En la serĉado de la mondolingvo, aŭ interlingvistiko por
ĉiuj (Alla ricerca di una lingua mondiale, o interlinguistica per tutti),
Kaliningrado, Sezonoj, traduzione dall'originale russo che ancora non è apparso
a stampa. Di
valore storico è COUTURAT, LEAU, Histoire de la langue universelle, Paris,
Librairie Hachette, con il suo aggiornamento: COUTURAT, LEAU, Les nouvelles
langues internationales, Paris, Hachette. Una edizione è uscita presso Olms,
Hildesheim-New York. Il titolo intero è
Via lucis, Vestigata et Vestiganda, h. e. Rationabilis disquisitio, quibus
modis intellectualis animorum LUX, SAPIENTIA, per omnes omnium hominum mentes
et gentes iam tandem sub mundi vesperam feliciter spargi possit. Nempe ad intelligenda melius illa Oraculi verba
Zachariae 14, v. 7: Et erit, ut vespere fiat lux. Il termine ‘universale’
attribuito ad un linguaggio per esprimere qualsiasi concetto in maniera
comprensibile a popoli di lingue diverse muta poi in ‘inter-nazionale,’ quando
sarà riferito soltanto ad espressioni linguistiche. Vives, filosofo e umanista,
sostiene la necessità di una lingua unica e universale nella sua opera De
tradendis disciplinis. Ne esiste una traduzione italiana commentata di
GALLINARI (vedasi), uscita a Cassino, Ed. Sangermano. KOMENSKY, La via. Di
Comenius non esiste ancora un'edizione completa delle opere; un progetto,
affidato a Praga, la prevede in una trentina di volumi, ma l’edizione si è
arrestata ben prima del completamento. L’ultimo volume edito è uscito in
occasione del centenario della nascita di Comenius (comunicazione all'A. di
FORMIZZI (vedasi). Dalgarno, pedagogista, è tra i primi ad occuparsi
dell'istruzione dei sordo-muti, elaborando un sistema di segni, che espose
nell'opera “Ars signorum: vulgo character universalis et lingua philosophica” e
nel “Didascalocophus.” Wilkins, vescovo di Chester, tra i fondatori della
"Royal Society" londinese, cognato di Cromwell. Pubblica l'opera An Essay
Towards a Real Character and a Philosophical Language. In essa tutte le idee di natura più semplice sono
classificate in un sistema gerarchico e collocate in una tabella. C'è un elenco
primario di quaranta generi, ciascuno suddiviso in sei "differenze",
e ciascuna differenza è poi suddivisa in specie. Vengono così raccolti e
classificati 2030 concetti. Ad ogni genere corrisponde una coppia di lettere
iniziali, ad ogni differenza una consonante maiuscola, ad ogni specie una
vocale o gruppo di vocali minuscole. Vengono così ad essere costituite le
radici, alle quali poi si aggiungono le derivazioni e la flessione pertinente
alla morfologia. Le parole sono quindi costituite da successioni di lettere che
corrispondono al posto del termine nella tabella. Questa lingua viene
presentata da Wilkins alla Royal Society, che ne demanda lo studio ad una
commissione di esperti, tra i quali gli scienziati Boyle, che diventerà famoso
per una legge sui gas perfetti, e il suo assistente Hooke, che pure resterà
famoso per una legge sull'elasticità dei corpi. Non si è trovata tuttavia una
relazione sulla questione. Così in
COUTURAT, LEAU, Histoire; va detto tuttavia che al tempo dell'uscita di tale
opera molti degli scritti di Leibniz erano ancora sconosciuti. Così presentato in COUTURAT, LEAU, Histoire,
p. 23 (trad. dal francese dell'A.). Il
nome è derivato da Pacidius, pseudonimo sotto il quale Leibniz voleva
pubblicare la sua Encyclopedia; vd. LOUIS COUTURAT, Opuscules et fragments inédits de
Leibniz, Paris, Felix Alcan. Cfr. STOJAN (trad. dall'Esperanto dell'A.).
LEIBNIZ, Scritti di logica, Roma-Bari, Laterza, Vd. ROBINET, L’empire
leibnizien, Trieste, LINT, Per una biografia estesa vd. LEGNAZZI,
Commemorazione di Bellavitis, Padova, Prosperini. Per una biografia più
succinta vd. NICOLA VIRGOPIA, Bellavitis, Giusto, in Dizionario Biografico degli
Italiani, 7, Roma, Ist. Enc. It., BELLAVITIS, Pensieri sopra una lingua
universale, «Memorie dell'I. R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti;
un'edizione a parte è apparsa presso la Segreteria del detto Istituto.
BELLAVITIS, Saggio di applicazioni di un nuovo metodo di geometria analitica -
calcolo delle equipollenze, «Annali delle Scienze del Regno Lombardo-Veneto»;
BELLAVITIS, Memoria sul metodo delle equipollenze, «Annali delle Scienze del
Regno Lombardo-Veneto», LEGNAZZI, Commemorazione. Il libretto citato fu esibito
al pubblico durante al commemorazione citata. Attualmente non è noto il luogo dove sia conservato. BELLAVITIS, Pensieri. Zamenhof nacque nella
cittadina polacca di Bjałystok, che per il trattato di Tilsit era allora sotto
la Russia. Dalla fine della I guerra mondiale è in Polonia. BELLAVITIS, Pensieri. BELLAVITIS, Pensieri,
p. 57-58. Sudre, musicista, professore a Sorèze, un collegio dei benedettini,
riorganizzato dai domenicani. Sudre si
dedicò anche alla telefonia, scrivendo un codice per la trasmissione a distanza
di segnali fonici che fu adottato in Francia per impieghi militari.Vailati,
laureato in ingegneria e quindi in matematica, si dedica successivamente alle
lingue e alla filosofia, in particolare alla logica; assistente di Peano,
insegnò poi in varie scuole medie e fu uno dei promotori dei primi congressi
internazionali di filosofia, nei quali, come vedremo, fu posto il problema di
una lingua internazionale per la comunicazione scientifica. A Crema, sua città
natale, esiste il “Centro Studi Giovanni Vailati”. La citazione proviene dalla recensione ad
opera di Vailati del libro di Couturat e Leau Histoire, citato precedentemente,
in Scritti di VAILATI (vedasi), Leipzig-Firenze, Johann-Ambrosius-B. Seeber,
BELLAVITIS, Utopie del socio ordinario Giusto prof. Bellavitis, Padova, G. B.
Randi. BELLAVITIS, Reminiscenze della mia vita: lettura accademica, Padova, G.
B. Randi, LUCIANO, ROERO (a cura di), PEANO (vedasi) - Couturat: Carteggio,
Firenze, Olschki. L’opera contiene una bibliografia molto estesa. Padova, Tipografia del Seminario, Rivista di
Matematica. Vd. il pregevole lavoro: GHEZZO, VERONESE (vedasi), Matematico
dell'Università di Padova, Padova, Dip. Matematica Pura ed Appl., LEAU, Une langue
universelle est-elle possible? Appel aux hommes des sciences et aux
commerçants, Paris, Gauthier-Villars. Per la storia della lingua internazionale e in particolare delle vicende
qui riportate si possono utilmente vedere: UBALDO SANZO, L'artificio della
lingua, Milano, Angeli; ROERO, I matematici. Sebert, generale di artiglieria
dell'esercito coloniale francese, fece numerosi studi di balistica; ritiratosi
dall'esercito, fu consulente industriale e si occupò di impianti di
distribuzione dell'elettricità. Le sue iniziative per rendere disponibile su
larga scala la bibliografia scientifica lo portarono, negli ultimi anni
dell'Ottocento, ad interessarsi di una lingua internazionale. Adepto
dell'Esperanto, fu poi un grande organizzatore e finanziatore dell'attività
esperantista. COUTURAT, La logique de Leibniz, Paris, Alcan; ripubblicato poi
presso Olms, Hildesheim. Nella sua opera De l'Infini mathématique Couturat
aveva utilizzato la memoria del Bellavitis sul calcolo delle equipollenze.
Schleyer, parroco cattolico in una cittadina tedesca sul lago di Costanza, fu
nominato "cameriere segreto" da Leone XIII. La lettera, già citata
come inedita in SANZO, L’artificio, è ora comparsa nel citato carteggio tra
Couturat e Peano. COUTURAT, LEAU, Conclusions du rapport sur l'état présent de la question de
la langue internationale, Coulommiers, Brodard, PEANO, Prof. Louis Couturat,
«Revista Universale. La «Revista
Universale» era un periodico sulla lingua internazionale edito a Ventimiglia;
per le collaborazioni di Peano a varie riviste vd. il cd-rom ROERO (a cura di),
Le riviste di Giuseppe Peano, Torino, Dipartimento di Matematica. Con tale nome
verranno poi indicati vari altri progetti di lingua internazionale, in
particolare quello sostenuto dalla International Auxiliary Language Association
(I.A.L.A.), fondata da Morris, la quale, entusiasmatasi dell'Esperanto per le
sue idee filantropiche di fratellanza universale, fonda una specie di seconda
Delegazione per l'adozione di una lingua ausiliaria internazionale. Dopo
tentativi infruttuosi di diffondere l'Esperanto, ostacolati da alcuni
linguisti, la I.A.L.A. propone una nuova lingua internazionale elaborata da Gode,
che si chiama anch'essa Interlingua e che godrà per un periodo limitato di un
certo successo nelle riviste scientifiche. Sulla sua diffusione attuale, vd. il
sito della Union Mundial pro Interlingua: www.interlingua.com. Couturat in una lettera a Bertrand Russell
del 30 dicembre 1912 contesta la validità scientifica di tale accademia, poiché
vi si entra con il semplice pagamento di una quota, e nega che essa sia la
prosecuzione dell'Accademia volapükista. Per la citazione esatta vd. SCHMID,
Bertrand Russell, Correspondance sur la philosophie, la logique et la politique
avec Couturat, Paris, Kimé, riportata in LUCIANO, ROERO, Peano. LEVI-CIVITA, Programma de cursu de
Mathematica superiore in Universitates italiano, «Schola et Vita. Vd. ad es., per l’Ido, LUSANA, Vocabolario
moderno Ido-Italiano ed Italiano-Ido, Biella, Tip. Magliola. L’Ido, che
continua a definirsi “Esperanto reformita”, ha tuttora adepti e
un’organizzazione che ne promuove la diffusione; vd. http://idolinguo.org.uk.
Per l’Interlingua vd. CASSINA, GLIOZZI, Interlingua, Milano, Villa, 1945. Per l’attività del movimento esperantista e
la pubblicistica in Esperanto vd. esperanto.it. Attualmente il Gruppo Esperantista Padovano,
erede del Circolo Esperantista, aderente alle Associazioni di base della
Regione Veneto, è intitolato a Giovanni Saggiori, che ne è stato animatore per
oltre sessant'anni, ed ha sede in Via Barbieri PANEBIANCO, Fizika proksimigo,
verkita de Roĝero Panebianco, Profesoro de Mineralogio en la Universitato de
Padovo (Approssimazione fisica, scritto da Ruggero Panebianco, Professore di
Mineralogia nell'Università di Padova), Berlino, R. Friedland kaj filo (e
figlio), 1914; è da notare anche l'esperantizzazione del nome in
"Roĝero". Trad.
dall’Esperanto dell’A. PANEBIANCO,
Gravokristalaj X-radileĝoj kaj L' aserto ke la kristaledrindicoj estas
racionalnombroj ne estas naturiste kaj ne difinas ilin (Importanti leggi
cristallografiche basate sui raggi X e L'asserzione che gli indici di spigolo
dei cristalli sono numeri razionali non è naturale e non li definisce),
«Rivista di Mineralogia e Cristallografia Italiana», di Aldono post linio
(Aggiunta dopo la riga). RUGGERO PANEBIANCO, Proksimigo de la refraktigindicoj
(Approssimazione degli indici di rifrazione), Padova, Società Cooperativa
Tipografica, Presso la Biblioteca Universitaria di Padova vi è una copia di
tale opuscolo con la dedica autografa del traduttore a Roberto Ardigò;
segnatura: Bibl. Ardigò, D. Ba 8/5. I
corsivi sono nell'originale. FILIPPETTI, Ancora sull’Esperanto, «Avanti!», 7
Gramsci, La lingua unica e l'Esperanto, Il grido del popolo. Gramsci riaffermò
anche successivamente le sue posizioni, vd. ad es. GRAMSCI, Quaderni dal
carcere, vol. II, Quaderni 6-11, Torino, Einaudi. Tali posizioni furono in
seguito ritenute da rivedere anche all'interno del suo partito: vd. CARANNANTE,
Gramsci e i problemi della lingua italiana, «Belfagor. Una replica riassuntiva
si trova in GIORGIO SILFER, Gramsci e l'esperanto: storia di un malinteso,
«Lombarda esperantisto». PANEBIANCO, Thulite de Varallo in Valsesia, Padova,
Soc. Coop. Tip., 1921. Si tratta del
Volapük. RUGGERO PANEBIANCO, Lege de
Haüy et lege de Symmetria, Cuneo, Un. Tip. Ed. Prov. PANEBIANCO, Hypnotismo et
Necromantia (spiritismo); nota de naturalista R. Panebianco, Torino, Acad. Pro
Interlingua, 1923; RUGGERO PANEBIANCO, Regula de Camaro de longa et sana vita,
«Schola et Vita, Revista in Interlingua; ripubblicato a Milano, Inst. Pro
Interlingua, Riportato in «L'Esperanto», Le trasmissioni radio dell'EIAR in
esperanto durarono; esse furono riprese a cura della Presidenza del Consiglio e
durano tutt'ora. Saggiori, ufficiale del genio, radiotecnico, sindaco di Fossò,
fu presidente del Gruppo padovano per oltre sessanta anni. Esperto di
toponomastica padovana, fu autore del volume Padova nella storia delle sue
strade, Padova, Piazzon. Ancora oggi il
Gruppo Esperantista è presente ogni anno alla fiera di Padova con un proprio
stand. Il progetto Eurotra si
riprometteva di ottenere una "Fully Automatic High Quality
Translation" da una all'altra delle lingue europee, che erano sette alla
fine degli anni '70 per arrivare a nove quando il progetto fu dichiarato
terminato. Per quanto fortemente finanziato dalla Commissione della Comunità
Europea, esso fallì completamente nel suo intento, effettivamente troppo
ambizioso, ma gli studi che stimolò servirono come base per un notevole numero
di sistemi di traduzione automatica aventi scopi molto più limitati.
Attualmente l'Unione Europea si giova del sistema SYSTRAN, che è disponibile
per un certo numero di coppie linguistiche. Sono disponibili oltre una decina
di moduli con l'inglese come lingua di partenza (L1) e di arrivo (L2); per
l'italiano sono disponibili soltanto i traduttori automatici con il francese e
l'inglese. Le prestazioni offerte da tale sistema sono tuttavia ancora parecchio
lontane da quanto può offrire un traduttore umano, che però spesso non è
disponibile. La comunicazione all'interno delle strutture dell'Unione Europea
resta comunque deficitaria: sui suoi costi vd. SELTEN (red.), The Costs of
European Linguistic (non) Communication, Roma, ERA.Formizzi è stato presidente
della Federazione Esperantista Italiana. Sull’attività dell’ AIS San Marino vd.
www.ais-sanmarino.org.. Successivamente nascerà anche l'Università della
Repubblica di San Marino, istituita con la legge-quadro n. 127 del 31.10.1985,
e che oggi ha come rettore Giorgio Petroni, professore di Tecnica e Gestione
dei Sistemi Industriali alla Facoltà d'Ingegneria di Padova. CLAUZADE, ROUX,
Likenoj de Okcidenta Eŭropo, «Bulletin de la Société Botanique du Centre-Ouest»,
CANIGLIA, Dizionario di esperanto, «Notiziario della Soc. Lichenologica
Italiana», MATVIJIŜYN (a cura di Minnaja), La cultura e la scienza, con
particolare riguardo alla matematica, nei rapporti tra Italia e Ucraina,
Padova, Dip. Matematica Pura ed Appl. (Rapp. Int.BEOLCO, Interparolo (tr. C.
Minnaja), Pisa, Edistudio. Milani, all'epoca professore di Letteratura delle
tradizioni popolari all'Università di Padova, fu una apprezzata studiosa del
Ruzante. MINNAJA, Enlumas min senlimo (M'illumino d'immenso), Prilly, LF-koop,
MINNAJA (a cura di), Modellizzazioni Matematiche per le Scienze del Linguaggio,
Padova, Dip. Matematica Pura ed Appl. (Rapp. Int.), MINNAJA, Vocabolario
italiano-Esperanto, Milano, Cooperativa Editoriale Esperanto, 1996. Vd.: VALORI, Materiali per lo studio dei
linguaggi artificiali – incluso il deutero-esperanto di Grice --, Milano, CUEM,
MINNAJA, L. G. PACCAGNELLA, A Part-of-Speech Tagger for Esperanto oriented to
MT, International Conference MT Machine Translation and multilingual
Applications in the new Millennium, Exeter, MINNAJA, Statistika analizo de la
paroladoj de Ivo Lapenna (Statistical Analysis about Speeches by Ivo Lapenna),
«Grundlagenstudien aus Kybernetik und Geisteswissenschaft CARDANO, Pri la noblo
kaj utilo de ĉi arto kaj pri la malklaraj notacioj (Della nobiltà e utilità di
quest'arte e delle notazioni oscure, da "De numeris", tr. C.
Minnaja), «Literatura Foiro. MINNAJA, A. ŜEJPAK, Elektitaj lekcioj pri historio
de scienco kaj tekniko - Избранные лекции по истории науки и техники (Lezioni
scelte di storia della scienza e della tecnica), Mosca, Московский
Государственный Индустриалъный Университет Tra le traduzioni si segnalano C.
GOLDONI, La gastejestrino (La locandiera), Pisa, Edistudio; MACHIAVELLI, La
princo (Il Principe), Pisa, Edistudio. Per l’attività e una bibliografia di
Carlo Minnaja, vd. math.unipd.it/~minnaja.
Il laureando era Alberto Mardegan; vd..
http://www.interlingua.fi/marathe.htm
G. VERGA, La Malemuloj (I Malavoglia, tr. Giancarlo Rinaldo, Anselmo
Ruffatti, Paola Tosato), Pisa, Edistudio. L’autore ringrazia Sassi e Caniglia
di Padova e Formizzi di Verona, nonché Montagner, bibliotecario presso la
Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, per le preziose
notizie fornite. Ubaldo Sanzo. Sanzo. Keywords: apollo licio, trovato al
ginnasio liceo di Atene, figgurante il dio in atto di riposo dopo un gran
sforzo. natura ed artificio, l’artificio della lingua, convenzionalismo,
filosofia della lingua. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Sanzo” – The Swimming-Pool Library.
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