SANCTIS
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Sanctis: la grammatica ragionata e la ragione conversazionale dello stile
filosofico – scuola napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli).
Filosofo
Italiano. Napoli, Campania. Essential philosopher. He considers philosophy as a
branch of the belles lettres and his field of expertise is when stylists stop
using an artificial Roman, and turned to ‘Italian.’ Grice: “I really do not
like de Sanctis; when an author becomes philosophical, he says that he has been
infested of the philosophical pest!” – Disambiguazione – Se stai cercando
l'omonimo architetto, vedi Francesco De Sanctis (architetto). Francesco de Sanctis Ministro della pubblica istruzione del Regno
d'Italia MonarcaVittorio Emanuele II di Savoia Capo del governoCamillo Benso di
Cavour PredecessoreTerenzio Mamiani, Regno di Sardegna Capo del governoBettino
Ricasoli SuccessorePasquale Stanislao Mancini Durata mandato24 marzo 1878 – 19
dicembre 1878 MonarcaUmberto I di Savoia Capo del governoBenedetto Cairoli
PredecessoreMichele Coppino SuccessoreMichele Coppino Capo del governo Benedetto
Cairoli PredecessoreFrancesco Paolo Perez SuccessoreGuido Baccelli Governatore
della Provincia di Avellino SuccessoreNicola De Luca Deputato del Regno
d'Italia Legislatura Gruppo parlamentare Sinistra Coalizioneconnubio, opposizione,
governo della Sinistra storica Incarichi parlamentari Ministro dell'Istruzione
del Regno d'Italia Sito istituzionale Dati generali Partito politicoDestra
storica (1861-1862) Sinistra storica (1862-1883) Titolo di studiolaurea
ProfessioneDocente universitario FirmaFirma di Francesco de Sanctis Francesco
Saverio de Sanctis (Morra Irpina, 28 marzo 1817 – Napoli, 29 dicembre 1883) è
stato un critico letterario, saggista e politico italiano, tra i maggiori
critici e storici della letteratura italiana nel XIX secolo e più volte
ministro della pubblica istruzione. Francesco Saverio de Sanctis nacque nel
1817[1] a Morra Irpina (Avellino) da una famiglia di piccoli proprietari
terrieri, figlio di Alessandro De Sanctis
e Maria Agnese Manzi (1785-1847).
Il padre era dottore in diritto e due zii paterni, Giuseppe e Carlo, uno
sacerdote e l'altro medico, vennero esiliati per aver preso parte ai moti
carbonari. Celebre è la sua frase:
"Se Morra è il mio paese, Sant'Angelo è la mia città" (Sant'Angelo
dei Lombardi, che si trova vicino a Morra e che, al tempo di S., era il punto
di riferimento per i paesi vicini). I
critici pedanti si contentano d'una semplice esposizione e si ostinano sulle
frasi, sui concetti, sulle allegorie, su questo e su quel particolare come
uccelli di rapina su un cadavere… Essi si accostano ad una poesia con idee
preconcette: chi di essi pensa ad Aristotele e chi ad Hegel. Prima di contemplare il mondo poetico lo
hanno giudicato: gl'impongono le loro leggi in luogo di studiar quelle che il
poeta gli ha date. […] Critica perfetta è quella in cui i diversi momenti (per
i quali è passata l'anima del poeta) si conciliano in una sintesi di
armonia. Il critico deve presentare il
mondo poetico rifatto ed illuminato da lui con piena coscienza, di modo che la
scienza vi presti, sì, la sua forma dottrinale, ma sia però come l'occhio che
vede gli oggetti senza però vedere se stesso. La scienza, come scienza, è,
forse, filosofia, ma non è critica.»
(Francesco De Sanctis, Saggi critici, Morano, Napoli) Formazione scolastica Nel 1826 lasciò la
provincia per recarsi a Napoli, dove frequentò il ginnasio privato di uno zio
paterno, Carlo Maria de Sanctis. Nel
1831 passò ai corsi liceali, dapprima presso la scuola dell'abate Lorenzo
Fazzini, dove compì le prime letture filosofiche, e nel 1833 presso quella
dell'abate Garzia. Completati gli studi
liceali, intraprese gli studi giuridici, presto però trascurati per seguire,
già dal 1836, la scuola del purista Basilio Puoti sul Trecento e sul
Cinquecento, lezioni che il marchese teneva gratuitamente presso il suo palazzo,
dove il De Sanctis avrà modo di conoscere il Leopardi e dove avvenne la sua
vera formazione. Insegnamento Trascorso
un breve soggiorno a Morra, ritornò a Napoli dove iniziò ad insegnare nella
scuola dello zio Carlo che si era ammalato, per interessamento dello stesso
Puoti, venne nominato professore alla scuola militare preparatoria di San
Giovanni a Carbonara (1839-1841) e in seguito al Collegio militare della
Nunziatella (1841-1848), dove ebbe come allievo tra gli altri Nicola
Marselli. Contemporaneamente egli teneva
in una sala del Vico Bisi, per gli allievi del Puoti, corsi privati di
grammatica e letteratura, avendo tra i suoi allievi alcuni di quelli che
sarebbero poi diventati tra i principali nomi della cultura italiana: i
meridionalisti Giustino Fortunato e Pasquale Villari, il filosofo Angelo
Camillo De Meis, il giurista Diomede Marvasi, il pittore Giacomo Di Chirico, il
letterato Francesco Torraca e il poeta Luigi La Vista, suo allievo prediletto,
che avrebbe trovato la morte durante l'insurrezione del 1848. Le lezioni di quella che fu chiamata la
"prima scuola napoletana" (1838/39-1848) furono raccolte ed edite
solamente nel 1926 da Benedetto Croce con il titolo Teoria e storia della
letteratura. Distanze dal purismo Alla
Nunziatella il De Sanctis iniziò a trattare problematiche di carattere
letterario, estetico, stilistico, linguistico, storico e di filosofia della
storia, prendendo le distanze dal purismo di Puoti dopo aver scoperto alcuni
testi dell'Illuminismo francese (d'Alembert, Diderot, Hélvetius, Montesquieu,
Rousseau e Voltaire) e di quello italiano (Beccaria, Cesarotti, Filangieri,
Genovesi, Pagano). De Sanctis passò così
da una prima fase intrisa di sensibilità romantica e leopardiana, di forte
polemica anti-illuministica e di convinta adesione a un programma
cattolico-liberale, giobertiano, di restaurazione civile e morale, ad una
seconda fase, nel costituire la quale ebbero grande parte la lettura di Hegel e
le esperienze drammatiche del 1848.
Partecipazione ai moti del 1848 «Napoletani, siamo fieri di questo nome
che abbiamo fatto risonare dovunque alto e rispettato. Vogliamo l'unità, ma non
l'unità arida e meccanica che esclude le differenze ed è immobile uniformità.
Diventando italiani non abbiamo cessato d'essere napoletani.[2]» ([senza fonte] Francesco De Sanctis) Nel maggio del 1848, come membro
dell'associazione "Unità Italiana[3]" diretta dal Settembrini,
partecipò con alcuni dei suoi allievi ai moti insurrezionali e, in seguito a
questa sua iniziativa, nel novembre del 1848 venne sospeso
dall'insegnamento. Prigionia Nel
novembre del 1848 egli preferì allontanarsi da Napoli, recandosi
nell'entroterra calabrese, ospite prima nella città del Guiscardo di San Marco
Argentano (CS) presso il seminario vescovile, poi nel vicino borgo di Cervicati
(CS) dove aveva accettato un incarico di precettore propostogli dal barone
Francesco Guzolini. Qui scrisse i suoi primi "Saggi critici", cioè le
prefazioni all'Epistolario leopardiano e alle "Opere drammatiche" di
Schiller, ma nel 1850 venne arrestato e recluso a Napoli nelle prigioni di
Castel dell'Ovo, dove rimase fino al 1853 quando, espulso dal Regno dalle
autorità borboniche e fatto imbarcare per l'America, riuscì a fermarsi a Malta
e quindi a rifugiarsi a Torino. Durante
il periodo di prigionia il De Sanctis si diede allo studio approfondito di
Hegel, facendo lo sforzo di apprendere il tedesco e compiere così la traduzione
del "Manuale di una storia generale della poesia e della logica" di
Hegel, oltre a cercare di approfondire i motivi mazziniani della propria
ideologia, come testimonia il carme in endecasillabi con auto-commento
intitolato "La prigione". Dal
carcere uscì indubbiamente un De Sanctis diverso, al quale la realtà aveva
distrutto le illusioni e al pessimismo e misticismo giovanile era subentrata
una moralità più eroica e alfieriana e che, grazie alla lettura di Hegel, aveva
maturato una diversa concezione del divenire della storia e della struttura
dialettica della realtà. Attività
letteraria a Torino A Torino la cultura moderata gli negò una cattedra, ma De
Sanctis riuscì comunque a svolgere un'intensa attività letteraria. Trovò un
incarico di insegnante presso una scuola privata femminile dove insegnò lingua
italiana, diede lezioni private, collaborò a vari giornali dell'epoca come
"Il Cimento", divenuto in seguito "Rivista Contemporanea",
"Lo Spettatore", "Il Piemonte", "Il Diritto" e
iniziò a tenere conferenze e lezioni, tra le quali quelle famose su Dante che,
per la loro originale impostazione e per l'analisi storica e poetica, gli
fecero ottenere, nel 1856, una cattedra di letteratura italiana presso il
Politecnico federale di Zurigo. Anni di
Zurigo Francesco De Sanctis nel periodo zurighese
(1856-1859) A Zurigo, dove insegnò dal 1856 al 1860, il De Sanctis tenne
lezioni su Dante, sui poemi cavallereschi italiani e su Petrarca. Zurigo, che
in quegli anni era sede di grande confronto intellettuale, diede a De Sanctis
l'occasione di elaborare meglio il proprio metodo critico, di approfondire le
proprie meditazioni filosofiche e di raccogliere il materiale documentario, tra
il quale assai importante risultano essere le conferenze petrarchesche del
1858-1859 che saranno la base del saggio pubblicato nel 1869 a Napoli
dall'editore Morano. Ebbe anche l’occasione di diventare membro attivo del
Circolo degli Scacchi della Città: “Ieri sono stato eletto membro della società
degli scacchi, pagando il diploma quattro franchi. È la prima società tedesca
di cui faccio parte. Qui tutto si risolve in società” [4] Ritorno in patria Intanto, con l'unione nel
1860 del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna per la costituzione del
Regno d'Italia, il De Sanctis poté tornare in patria, dove portò avanti,
contemporaneamente alla sempre fervida attività letteraria, anche l'attività
politica. Nel 1860 conobbe Giuseppe
Mazzini e, dopo aver interrotto il ciclo di lezioni sulla poesia cavalleresca,
sottoscrisse il manifesto del Partito d'Azione per caldeggiare l'unificazione e
per combattere le idee estremiste dei repubblicani. Da quel momento egli si immerse di slancio
nella nuova realtà politica italiana, ritrovando nell'azione la possibilità di
rendere concreto l'ideale appreso da Machiavelli, Hegel e Manzoni e cioè quello
dell'uomo totalmente impegnato nella realtà.
Attività letteraria e attività politica Si dedicò pertanto
ininterrottamente, ora all'attività di politico e ministro, ora a quella di
giornalista, ora a quella di critico e storico della letteratura e infine a quella
di professore. Cariche politiche In
seguito alla conquista di Garibaldi, il De Sanctis venne nominato governatore
della provincia di Avellino e per un brevissimo periodo fu ministro nel governo
Pallavicino, collaborando per il rinnovamento del corpo accademico napoletano. Nel 1861 venne eletto deputato al parlamento
nazionale, aderendo alla prospettiva di una collaborazione liberal-democratica,
e accettò il ministero della pubblica istruzione nei gabinetti Cavour e
Ricasoli per cercare di attuare la difficile opera di fusione tra le
amministrazioni scolastiche degli antichi stati. Nel 1862 passò però all'opposizione e, in
collaborazione con il Settembrini, promosse una "Associazione unitaria
costituzionale" di sinistra moderata, che ebbe come voce il quotidiano
"Italia", diretto dallo stesso De Sanctis dal 1863 al 1865. In questo
ambito espose la sua visione politica nello scritto Un viaggio elettorale. Intenso impegno di studi «Come critico e
storico della letteratura, [De Sanctis] non ha pari.» (Benedetto Croce, Estetica come scienza
dell'espressione e linguistica generale, II, 15[6]) Il fallimento nelle elezioni del 1865
coincise con il ritorno del De Sanctis a un grande impegno di studi concentrato
sulla struttura di una storiografia letteraria che fosse di respiro nazionale,
questione che affronterà nei saggi sulle Storie letterarie del Cantù in
Rendiconti della R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli del 1865,
e sul Settembrini, Settembrini e i suoi critici, in Nuova Antologia (marzo
1869). Nel frattempo De Sanctis stava
già lavorando a una Storia della letteratura italiana che, nata come testo
scolastico, si sviluppò assai presto in un'opera di ampia e complessa
portata. Dal 1872 De Sanctis insegnò
letteratura comparata presso l'Università di Napoli e quell'anno accademico
iniziò con il discorso su "La scienza e la vita". I corsi da lui
tenuti in quegli anni si intitolano a Manzoni (1872), la scuola
cattolico-liberale (1872-'74), la scuola democratica (1873-'74), Leopardi
(1875-1876). Questi scritti, che svolgono tutti quei temi di letteratura
contemporanea che nella storia della letteratura non ebbero spazio per esigenze
editoriali, furono raccolti da Francesco Torraca e solo in parte rivisti dal De
Sanctis. Ultima fase della vita Nel
1876, prevalendo la Sinistra, De Sanctis si dimise da professore e accettò da
Benedetto Cairoli un nuovo incarico ministeriale (1878-1880), mentre il suo
interesse critico si rivolgeva al naturalismo francese, come testimonia lo
Studio sopra Emilio Zola che apparve a puntate sul "Roma" nel 1878 e
lo scritto "Zola e l'assommoir" pubblicato nel 1879 a Milano. Intervenne in Parlamento dopo il tentativo di
attentato al re Umberto I da parte dell'anarchico Giovanni Passannante,
manifestando la sua contrarietà di sincero democratico ad ogni tipo di
repressione: «Io, signori, non credo
alla reazione; ma badiamo che le reazioni non si presentano con la loro faccia;
e quando la prima volta la reazione ci viene a far visita, non dice: io sono la
reazione. Consultatemi un poco le storie; tutte le reazioni sono venute con
questo linguaggio: che è necessaria la vera libertà, che bisogna ricostituir
l'ordine morale, che bisogna difendere la monarchia dalle minoranze. Sono
questi i luoghi comuni, ormai la storia la sappiamo tutti, sono questi i luoghi
comuni, coi quali si affaccia la reazione.
Ritornato a Napoli, si dedicò alla rielaborazione del materiale
leopardiano, che fu pubblicato postumo nel 1885 con il titolo Studio su G.
Leopardi, e alla dettatura di ricordi autobiografici che arrivano fino al 1844,
pubblicati da Villari con il titolo La giovinezza: frammento
autobiografico. Colpito da una grave
malattia agli occhi, De Sanctis morì a Napoli nel 1883. In suo onore la città
natale, Morra Irpina, è stata ribattezzata Morra De Sanctis. De Sanctis fu membro della
Massoneria[8][9]. Post mortem Nel 2007,
in suo nome, viene istituita la Fondazione De Sanctis, ente che dal 2009
organizza annualmente il Premio De Sanctis per la saggistica ed altri eventi di
carattere culturale. Opere S. enunciò i suoi principi critici in diversi
scritti di carattere non esclusivamente teorico e il suo pensiero non è esposto
in opere autonome e organiche di poetica e di estetica. Il problema dell'arte
non divenne mai per De Sanctis oggetto di un discorso rigorosamente filosofico,
tuttavia le sue sparse meditazioni su di esso contengono i principi
fondamentali dell'estetica moderna e rivelano quanto fossero solide le
fondamenta del suo pensiero critico.
Storia della letteratura italiana
Storia della letteratura italiana, volume I, riedizione del 1912 (testo
completo) Lo stesso argomento in
dettaglio: Storia della letteratura italiana (Francesco De Sanctis). La Storia
della letteratura italiana deve considerarsi il capolavoro critico del De
Sanctis. In essa l'autore ricostruisce in modo mirabile lo sfondo storico
critico-civile dal quale nacquero i capolavori della letteratura italiana. In
quest'opera compare la frase "il fine giustifica i mezzi" che De
Sanctis usa come esempio errato di come riassumere il pensiero di Niccolò
Machiavelli, e che è stata successivamente attribuita erroneamente proprio al
pensatore fiorentino. Altre opere Tra
gli studi del de Sanctis spicca il Saggio critico sul Petrarca mentre tra i
lavori inclusi nei Saggi critici e nei Nuovi Saggi critici meritano di essere
menzionati quelli su episodi della Divina Commedia, su L'uomo del Guicciardini,
su Schopenhauer e Leopardi oltre Il darwinismo nell'arte e quelli su Emilio
Zola. Da ricordare ancora è il discorso
La scienza e la vita del 1872 nel quale egli, sostenendo la necessità di non
separare la scienza dalla vita, prese posizione nei riguardi dell'allora
dilagante positivismo. Scrittore vivace
e singolare in una "prosa parlata che ha la spontaneità del discorso vivo",
il De Sanctis si rivela un piacevole narratore nel frammento autobiografico La
giovinezza e nelle quindici lettere che
costituiscono il resoconto di Un viaggio elettorale scritto nel 1876. Pensiero In un periodo in cui l'entusiasmo
per lo storicismo idealistico era scomparso e la critica, sia europea che
italiana si era spenta e si orientava verso la ricerca filologico-erudita, si
trovano ancora nel pensiero di De Sanctis i motivi più significativi e vitali
della cultura romantica. De Sanctis
stabilì nella sua Storia della letteratura italiana il legame tra il contenuto
e la forma con lo scopo di ricostruire quel mondo culturale e morale dal quale
sarebbero nate in seguito le grandi opere.
Egli considera l'arte come il "vivente", cioè la
"forma", ritenendo che tra forma e contenuto non esista dissociazione
perché esse sono l'una nell'altra. Nelle
pagine di De Sanctis vi è una felice vena di scrittore. Egli infatti scrive con
una prosa antiletteraria, fervida e mirabile per l'immediatezza del pensiero. Il pensiero del De Sanctis venne contrastato
dal positivismo della scuola storica. Sarà solamente con Croce che avrà inizio
la rivalutazione del pensiero desanctisiano che troverà, attraverso Gramsci,
importanti sviluppi nella critica di ispirazione marxista. Galasso ha scritto,
citando tra gli altri Delio Cantimori, che De Sanctis, esprimendo un giudizio
negativo sul Cinquecento in relazione al Rinascimento, vede un rapporto di
continuità tra il Quattrocento e il Cinquecento. Nel Quattrocento è compiuta la
separazione tra borghesia e popolo rispetto al «blocco compatto
dell’intuizione, delle concezioni, della fede, della moralità proprie del
Medioevo», ma, mentre il Quattrocento è un secolo vivo, creativo, aperto, dove
c’è «ancora un magistero reale rispetto all’Europa», nel Cinquecento non si può
che constatare, parole di De Sanctis, «la separazione da tutti i grandi
interessi morali, politici e sociali che allora commuovevano e ringiovanivano
molta parte dell’Europa».[11] Metodo Il
metodo della critica desanctisiana nasce, oltre che da una geniale elaborazione
intellettuale, da una forte esigenza di intraprendere una battaglia
culturale. La critica di De Sanctis fu
quindi una critica militante, il tentativo di superare per sempre il distacco
tra l'artista e l'uomo, tra la cultura e la vita nazionale, tra la scienza e la
vita. Lo scrittore non è mai per De
Sanctis un uomo isolato e chiuso in sé stesso, ma inquadrato nel contesto che
lo circonda, cioè la sua civiltà e la sua cultura. Estetica Discepolo del Puoti, De Sanctis
inizia fin dalla sua prima scuola la
critica del formalismo puristico e retorico e si pone sia contro la poetica del
Cinquecento sia contro quella del Settecento, accademica e neoclassica. In quegli anni a Napoli iniziò a penetrare la
filosofia di Hegel e il De Sanctis agli inizi studiò e aderì all'estetica del
grande filosofo tedesco anche se era in lui già latente la ribellione che
divenne esplicita in occasione della pubblicazione del suo "Saggio sul
Petrarca". Hegel sosteneva infatti
che l'arte fosse "l'apparenza sensibile dell'Idea" e quindi che
l'opera d'arte fosse simbolo del concetto filosofico e quasi una forma
provvisoria di esso. Una simile dottrina conferiva carattere teoretico
all'arte, ma ne comprometteva l'autonomia, tant'è vero che Hegel prevedeva alla
fine dell'epoca romantica la morte dell'arte. S. contrappose all'estetica
hegeliana, l'estetica della forma intesa come un'attività originaria e autonoma
dello spirito, per mezzo della quale la materia sentimentale si realizza in
figurazione artistica. In questo modo essa non è un'elaborazione di un contenuto
astratto, ma unità di contenuto e forma.
Su questi fondamenti si basa la critica del De Sanctis che fu una vera
rivoluzione nella tradizione letteraria italiana. Specchietto cronologico - Nasce a Morra Irpina. Frequenta la scuola
privata dello zio Carlo. Passa nel liceo dell'abate Fazzini, poi nello
"Studio" del Garzini. - Nella
scuola superiore di Basilio Puoti. 1839 - Fonda la scuola privata superiore al vico
Bisi, mentre sostituisce lo zio Carlo nella sua. Viene nominato insegnante nel
Collegio militare della Nunziatella. Combatte alle barricate. Viene sospeso dal
Collegio della Nunziatella. Si ritira in Calabria, a Cosenza. È arrestato e
incarcerato in Castel dell'Ovo. Viene liberato ma deve andare in esilio: in
Piemonte, a Torino. È a Zurigo, insegnante di letteratura italiana al politecnico.
Ritorna a Napoli. Eletto Governatore della provincia di Avellino. Nel settembre
è nominato da Garibaldi Direttore dell'Istruzione pubblica. Provvedimenti per
rinnovare l'Università. Deputato del Regno d'Italia e ministro dell'Istruzione.
Torna agli studi: è il periodo della sua più intensa attività letteraria. - Ministro dell'Istruzione. - Di nuovo Ministro dell'Istruzione - Muore a Napoli. L'atto di nascita è
disponibile sul Portale Antenati Da
notare che all'epoca con "napoletani" (o "napolitani")
sovente non si intendevano solo gli abitanti della città di Napoli e dintorni,
ma più ampiamente gli abitanti dell'intero Regno di Napoli, consistente
nell'attuale Sud Italia continentale. ^ Unita italiana, in Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. . ^ Francesco Saverio De
Sanctis, lettera inviata all’amico Camillo De Meis, Zurigo .Barra, Aspettando
De Sanctis: le origini del Viaggio elettorale e il collegio di Lacedonia nel
1874-75, in "Le Carte e la Storia, Rivista di storia delle
istituzioni" Croce, Estetica come scienza dell'espressione e linguistica
generale, a cura di Audisio, Napoli, Bibliopolis E, come critico e storico
della letteratura, egli non ha pari» ^ Francesco De Sanctis, Scritti politici -
raccolta di discorsi e scritti, su books.google.it. ^ Scrittori, poeti e
letterati massoni in Internet Archive.
sul sito della Gran Loggia d'Italia degli Alam. ^ Paolo Mariani - Massoneria e
letteratura italiana (PDF), su centroculturaleilfaro.it. ^ Premio De Sanctis
per la saggistica, su beniculturali.it. ^ Giuseppe Galasso, De Sanctis e i
problemi della storia d'Italia, sta in Archivio di storia della cultura, a. II
- , Morano Editore, Napoli 1989. Bibliografia Opere Saggi critici, Rondinella,
Napoli . La prigione, Benedetto, Torino 1851. Saggi critici, Morano, Napoli, .
Storia della letteratura italiana, Morano, . Nuovi saggi critici, Morano,
Napoli, . Un viaggio elettorale, Morano, Napoli. Studio sopra Zola, Roma. Zola
e l'assommoir, Treves, Milano . Saggio critico sul Petrarca, Morano, Napoli .
Studio su Giacomo Leopardi, a c. di R. Bonari, Morano, Napoli 1885. La
giovinezza: frammento autobiografico, a cura di Pasquale Villari, Morano,
Napoli 1889. Purismo illuminismo storicismo, scritti giovanili e frammenti di
scuola, lezioni, a cura di A. Marinari, 3 voll., Einaudi, Torino La crisi del
romanticismo, scritti dal carcere e primi saggi critici, a cura di M. T. Lanza,
introd. di G. Nicastro, Einaudi, Torino . Lezioni e saggi su Dante, corsi
torinesi, zurighesi e saggi critici, a cura di S. Romagnoli, Einaudi, Torino
1955, 1967. Saggio critico sul Petrarca, a cura di N. Gallo, introduzione di N.
Sapegno, Einaudi, Torino. Verso il realismo, prolusioni e lezioni zurighesi
sulla poesia cavalleresca, frammenti di estetica e saggi di metodo critico, a
cura di N. Borsellino, Einaudi, Torino . Storia della letteratura italiana, a
cura di N. Gallo, introd. di N. Sapegno, Einaudi, Torino 1958. Manzoni, a c. di
C. Muscetta e D. Puccini, Einaudi, Torino 1955. La scuola cattolica-liberale e
il romanticismo a Napoli, a cura di C. Muscetta e G. Candeloro, Einaudi, Torino
1953. Mazzini e la scuola democratica, a cura degli stessi, Einaudi, Torino .
Leopardi, a cura di C. Muscetta e A. Perna, Einaudi, Torino 1961. L'arte, la
scienza e la vita, nuovi saggi critici, conferenze e scritti vari, a c. di M.
T. Lanza, Einaudi, Torino 1972. Il Mezzogiorno e lo Stato unitario, scritti e
discorsi politici, a c. di F. Ferri, Einaudi, Torino 1960. I partiti e
l'educazione della nuova Italia, a c. di N. Cortese, Einaudi, Torino . Un
viaggio elettorale, seguito da discorsi biografici, dal taccuino elettorale e
da scritti politici vari, a cura di N. Cortese, Einaudi, Torino . Un viaggio
elettorale, Edizione critica a cura di Toni Iermano, Cava de' Tirreni,
Avagliano, Epistolario, a c. di G. Ferretti, M. Mazzocchi Alemanni e G. Talamo.
Lettere a Pasquale Villari, a c. di Felice Battaglia, Einaudi, Torino. Lettere
politiche, a c. di A. Croce e G. B. Gifuni, Ricciardi, Milano-Napoli Lettere a
Teresa, a cura di A. Croce, Ricciardi, Milano-Napoli 1954. Lettere a Virginia,
a cura di Benedetto Croce, Laterza, Bari Mazzini, a cura di Vincenzo Gueglio,
Genova, Fratelli Frilli, . Scritti e discorsi sull'educazione, La Nuova Italia,
Firenze 1967. Edizioni in linea Saggio critico sul Petrarca, Napoli, Morano, .
Saggi critici, Napoli, Morano, Storia della letteratura italiana, Scrittori
d'Italia 31, vol. 1, Bari, Laterza, 1912. Storia della letteratura italiana,
Scrittori d'Italia 32, vol. 2, Bari, Laterza. Saggi critici, Scrittori d'Italia
203, vol. 1, Bari, Laterza. Saggi critici, Scrittori d'Italia , vol. 2, Bari,
Laterza, 1952. Saggi critici, Scrittori d'Italia 205, vol. 3, Bari, Laterza,
1952. Letteratura italiana del secolo XIX, Scrittori d'Italia Bari, Laterza, 1953. Letteratura italiana del
secolo XIX, Scrittori d'Italia 210, vol. 2, Bari, Laterza, 1953. Letteratura
italiana del secolo XIX, Scrittori d'Italia Bari, Laterza, 1961. Poesia cavalleresca,
Scrittori d'Italia 212, Bari, Laterza,. Lezioni sulla Divina Commedia,
Scrittori d'Italia 214, Bari, Laterza, 1955. Memorie, lezioni e scritti
giovanili, Scrittori d'Italia 223, Bari, Laterza, s.d.. Saggi critici su
Francesco De Sanctis Emiliano Alessandroni, L'anima e il mondo. S. tra
filosofia, critica letteraria e teoria della letteratura, introduzione di
Marcello Mustè e postfazione di Romano Luperini, Quodlibet, Macerata 2017.
Ettore Bonora, L'interpretazione del Petrarca e la poetica del realismo in De
Sanctis. Modelli di critica stilistica in Francesco De Sanctis e Per e contro
De Sanctis, in Manzoni e la via italiana al realismo, Napoli, Liguori.
Carrannante, S. educatore e ministro, in «Rassegna Storica del Risorgimento Carrannante,
Note sull'uso di 'galantuomo' nell'Ottocento, in «Otto/Novecento»,
maggio/agosto 2010, pp. 33–80, e particolarmente pp. 59–60. Gaetano Compagnino,
Forme e Storie, («Quaderni del Siculorum Gymnasium»), Facoltà di Lettere e
filosofia dell'Università di Catania, Catania, Contini, Varianti e altra
linguistica. Una raccolta di saggi, Torino, Einaudi (il saggio era già uscito
come introduzione a Francesco De Sanctis, Scritti critici, Torino, Utet).
Croce, Gli scritti di Francesco De Sanctis e la loro varia fortuna, Bari,
Laterza, Carlo Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana,
Torino, Einaudi, . Fubini, S. e la critica letteraria, in Romanticismo
italiano. Saggi di storia della critica e della letteratura, Bari, Laterza
(pubblicato per la prima volta in francese nei Cahiers d'Histoire Mondiale).
Toni Iermano, Introduzione a F. De Sanctis, Lettere a Teresa, Atripalda,
Mephite, 2002. Toni Iermano, Introduzione a F. De Sanctis, Un viaggio
elettorale, Cava de' Tirreni, Avagliano, Iermano, La prudenza e l'audacia.
Letteratura e impegno politico in S., Napoli, L'Ancora del Mediterraneo, 2012.
Toni Iermano, Francesco De Sanctis. Scienza del vivente e politica della prassi
in Francesco De Sanctis, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2017. Sergio
Landucci, Cultura e ideologia in Francesco De Sanctis, Milano, Fsstrinelli,
1963. Paola, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, Luciani, L'«estetica applicata»
di Francesco De Sanctis. Quaderni napoletani e lezioni torinesi, Firenze,
Olschki, . AA.VV., S. nella storia della cultura, a cura di Carlo Muscetta,
Bari, Laterza, 1984. Attilio Marinari (a cura di), Francesco De Sanctis un
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Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012. "Studi Desanctisiani".
Rivista internazionale di Letteratura, Politica, Società, Fondata e diretta da
Toni Iermano, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, Resio, Chiara Tavella, Bibliografia
desanctisiana, prefazione di Gerardo Bianco, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore,
2020. Voci correlate Storia della letteratura italiana (Francesco De Sanctis)
Schopenhauer e Leopardi, dialogo composto da De Sanctis Francesco Muscogiuri,
letterato minore che fu allievo di De Sanctis Giovanni Lanzalone, letterato
minore che fu allievo di De Sanctis Antonio Fogazzaro Attilio Marinari
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Sanctis, Francesco, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero:
Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012. URL consultato il
14 novembre 2018. Critica:De Sanctis, su spazioinwind.libero.it. Concordanze
della Storia della letteratura italiana, su valeriodistefano.com. URL
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IIIIdealismo italianoMassoniProfessori dell'Università degli Studi di Napoli
Federico II Professori del Politecnico federale
di Zurigo[altre] La crisi della GRAMMATICA RAGIONATA IN ITALIA non puo mancare
: ed è veramente risolutiva. Di GRAMMATICA RAGIONATA si finisce, dopo una
colluvie d’aride o elementari produzioni di epigoni ritardatari, col non
parlarne più, e d’essa non restano tracce che nell’esercitazioni scolastiche di
analisi logiche e grammaticali ancora in uso nelle nostre scuole e sulle quali
talvolta rispunta come fungo qualche compendio di grammatica logica rivestito
di pompa scientifica. La crisi è determinata da un duplice ordine di fatti, tra
i quali non so se veramente corra un'intima relazione. L’uno che riguarda
direttamente il corpo, dirò così, della GRAMMATICA RAGIONATA, ed è il non difficile
né tardivo avvertire in esso un vuoto sostanziale e perciò tutta la sua
infecondità sotto ogni rispetto, scientifico e didattico. L’altro che si
riferisce allo stato in che venne a trovarsi la lingua italiana sotto la bufera
dell'enciclopedismo, ed è la naturale quanto però anti-filosofica reazione al
gallicismo, che doveva richia- [Borsa, nella Dissertazione del decadimento
della lingua in Italia, Mantova, l'anno in cui è pubbl. il Saggio di Cesarotti)
già incolpa appunto di quel decadimento il neologismo gallico e il FILOSOFISMO
enciclopedico.] mare, come facile conseguenza di una premessa sbagliata, alla
religiosa osservanza, alla maniaca adorazione degl’antichi i puristi inorriditi
al novissimo strazio d'Italia. Le vicende di questa crisi si possono molto
chiaramente osservare, da una parte, in quel che accadde a SANCTIS (si veda)
scolaro e co-operatore di Puoti, e che egli narra non senza il lume d'una
critica sempre nuova e originale e acuta, anche se, come in questo caso, non
definitivamente superatrice. Dall'altra, nella critica e nella pratica di
Manzoni, che con stringenti argomenti colpi a morte LA GRAMMATICA RAGIONATA,
sebbene non muove da un punto di vista estetico. SANCTIS (si veda), quando
accorse alla scuola di Puoti, ha già compiuto gli studi di grammatica,
rettorica e FILOSOFIA, che oggi corrispondono al ginnasio e al liceo, i primi
(ginnasio) sotto suo zio Carlo, i secondi (liceo) sotto Fazzini, non avendolo
voluto ricevere i Gesuiti per la sua impreparazione. Un grand 'esercizio di memoria
era in quella scuola dello zio, dovendo ficcarci in mente i versetti del
Portoreale che s'impara in certi suoi manoscritti, come le antichità e la
cronologia, la grammatica di Soave, la rettorica di Falconieri, le storie di
Goldsmith, la Gerusalemme di Tasso, le ariette di Metastasio. Alla fine del
corso scrive l'italiano con uno stile pomposo e rettorico, un italiano
corrente, mezzo gallico, a modo di Beccaria e di Cesarotti, ch'erano i suoi
favoriti. La scuola di Fazzini è quello che oggi si dice un liceo. Vi s'
insegna FILOSOFIA, fisica e matematica. Il corso si puo fare in due anni.
Quell'è l'età dell'oro del libero insegnamento. Un uomo di qualche dottrina
comincia la sua carriera aprendo una scuola. La scuola di Puoti, su cui è stata
scritta recentemente una degna monografia da un discepolo di Salvadori
(Caraffa, Puoti e la sua scuola, Girgenti), si svolge in tre periodi, l’ultimo
dopo due anni d'interruzione causata dalla pestilenza scoppiata a Napoli.
SANCTIS (si veda) - Frammento autobio- grafico pubblicato «fo Villari ; Napoli.
I seminari sono scuole di LATINO e di FILOSOFIA, le scuole del governo erano
affidate a frati, la forma dell' insegnamento era ancora scolastica. Rettorica
e FILOSOFIA sono scritte in quel LATINO convenzionale ch’è proprio degli
scolastici. Le scienze vi erano trascurate, e anche LA LINGUA NAZIONALE.
Nondimeno un po’di secolo decimottavo è pur penetrato fra quelle tenebre
teologiche, e con curioso innesto, vedevi andare a braccetto il sensismo e lo
scolasticismo. Nelle scuole della capitale v'è maggior progresso negli studi.
IL LATINO PASSA DI MODA. Si scrive di cose scolastiche in un italiano
scorretto, ma chiaro e facile. Gl’autori erano quasi tutti abati, come l'abate
GENOVESI (si veda), il padre SOAVE (si veda), l'abate TROISE (si veda). Allora
è in molta voga l'abate FAZZINI (si veda). Questo prete elegante, che ha smesso
sottana e collare, veste in abito e cravatta nera, è un sensista; ma pretende
conciliare quelle dottrine coi principii religiosi. Accanto alla scuola, per
chi ha voglia d' imparare, c’è naturalmente la biblioteca. Corsi alla
biblioteca e mi ci seppellii. Passano dinanzi a me come una fantasmagoria
Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, La Mettrie... Mi ricordo ancora
quella STATUA di Bonnet, che a poco a poco, per mezzo dei sensi acquista tutte
le conoscenze. Il professore dice che il sensismo è una cosa buona sino a
Condillac, ma non bisogna andare sino a La Mettrie e ad Elvezio. Ragione per
cui ci anda SANCTIS (si veda) con l'amara voluttà della cosa proibita. Compiuti
così gli studi filosofici, avvezzo a una vita interiore, avevo pochissimo gusto
per i fatti materiali, e badavo più alle relazioni tra le cose, che alla
conoscenza delle cose. La scuola ci ha non piccola parte, perchè è scuola di
forme e non di cose, e si attende più ad imparare le parole e le
argomentazioni, che le cose a cui si riferivano. Ma si avvicina il [Ha già
conosciuti altri filosofi, naturalmente. «Il professore fa una brillante
lezione sull'armonia prestabilita di Leibnizio. E questo Leibnizio divenne il
mio filosofo E come l'una cosa tira l'altra, Leibnizio mi fu occasione a
leggere Cartesio, Spinoza, Malebranche, Pascal, libri divorati tutti e poco
digeriti. Questo è il mio corredo d’erudizione filosofica verso la fine dell'anno
scolastico, quando zio ci dice. Ora bisogna cercarvi un maestro di legge. Si
batte già alle porte dell'Università.] tempo in cui il sensismo, male accordato
col movimento religioso, doveva cedere il passo a nuova filosofia. Si
annunziava al mio spirito un nuovo orizzonte filosofico; mi bollivano in capo
nuovi libri e nuovi studi. Si apparecchiavano i tempi di Galluppi e dall'abate
Colecchi, de' quali l'uno volgarizzava Hume e Smith, e l'altro, ch'era per
giunta un gran matematico, volgarizza Kant. Fazzini è caduto di moda. Per
questi insegnamenti e in queste condizioni intellettuali il De Sanctis, invano
iniziati gli studi di legge, passava alla scuola del marchese. È proprio di
questi tempi che la grammatica del sensismo condillachiano, che vedemmo trionfare
concentrata in estratti per gli stomachi degli scolaretti italiani, si vienne a
trovare a fronte di due ben forti e agguerriti avversari, il kantismo e il
purismo. Questo, dalla restaurazione linguistica di Cesari, iniziata con la
famosa dissertazione coronata dall'Accademia livornese, era venuto sempre più
guadagnando terreno nelle forme in cui l'aveva circoscritto Cesari, nonostante
gli attacchi della Proposta monti-perticariana e dell’anti-purismo tortiano, e
nonostante l'esempio pratico del romanzo manzoniano in cui fin dalla prima sua
edizione s' era voluta incarnare tut- t'un'altra dottrina linguistica. La
reazione al gallicismo è tanto più vasta e tenace della tesi temperata del
classicista Monti e del modernismo del romantico Manzoni, quanto più
compromessa sembrava la gloria d'Italia nella dilagante corruzione dell'aurea
favella un dì sì onorata. Ne furono rocche meno facilmente espugnabili la
Romagna e Napoli e organi di gran voce alcuni giornali, come la Biblioteca di
Milano, il Giornale Arcadico di Roma e la Rivista enciclopedica di Napoli. Ma
tra i puristi, non per sola virtù di dottrina, sì bene anche per le qualità
della persona e i modi dell'insegnamento, il più autorevole, quegli che
veramente esercitò una più vasta e duratura efficacia sulle menti, sulle
scuole, sui metodi, sui (') Op. cit., pp. 51-2. ("} V. Tkahai.za, Della
vita e delle opere di /•'. Torti cit., p. 79 sgg. L'ha dimostrato Morandi ne'
suoi noti saggi sull'unità della liaeua.] libri, è il marchese Puoti, maestro, autore
di grammatiche e di arti del dire, annotatore di testi di lingua, pedagogista.
Alla scuola del Puoti, dice SANCTIS (si veda), « lasciai studi di FILOSOFIA e
di legge, e letture di commedie, di tragedie e di romanzi e di poesie, e mi
gittai perdutamente tra gli scrittori dell' aureo Trecento»^). M'era venuta la
frenesia degli studi grammaticali. Avevo spesso tra mano Corticelli,
Buonmattei, Cinonio, Salviati, Bartoli, Salvini, Sanzio, e non so quanti altri
dei più ignorati. M'ero gittato anche sui Cinquecentisti, sempre avendo
l'occhio alla lingua. Si trova in quel tempo a dover sostener sulle proprie
spalle il peso della scuola dello zio. La sera anda sempre alla scuola di
Puoti. Ma tutta la giornata è spesa a spiegar grammatiche e rettoriche e autori
latini, a dettar temi, a correggere errori. Ma quei cari studi mi riuscivano
acerbi, non solo per la fatica, ma perche non sono più d'accordo con la mia
coscienza. Quel Soave, quel Falconieri li fanno pietà. Nelle classi superiori
puo elevarsi un po' più. Cominciai a fare osservazioni sopra i sensi delle
parole, sul nesso logico delle idee, sulla espressione del sentimento, sulle
INTENZIONI e sulle malizie dello scrittore. Momenti più deliziosi passa alla
scuola del marchese, dove egli ben presto si distinse specie nelle cose della
grammatica, tanto da meritarsi l'appellativo di grammatico, ed è sollevato
all'onore di coadiuvare il maestro nell'insegnamento, quando, dopo
l'interruzione cagionata dal colera, Puoti, cominciatosi a stancare dei novizi,
ne lascia tutta la cura a SANCTIS (si veda). Il marchese che lavora a una
grammatica, attende pure alla pubblicazione di alcuni testi di lingua più a lui
cari, come i Fatti d' Enea, i Fioretti di S. Fra?icesco, le Vite dei Santi
Padri. Questi studi [Sulla scuola del De Sanctis, v. le belle pagine del Cenno
biografico di Nicola Gaetani-Tamburini in De-Sanctis, Scritti vari, li, ed.
Croce, già cit. nell' Introduz. Di quella che è stata chiamata la seconda
scuola di SANCTIS (si veda) si sono occupati degnamente, come è noto, Torraca e
Mandalari.] di lingua si sono già divulgati nelle scuole, e si sente il bisogno
di grammatica e di libri di lettura pei giovanetti. Anche in questi lavori
l'allievo aiuta il maestro. Di questo tempo fa intima amicizia con Amante, che
è un infatuato di VICO (si veda). In una visita onde Leopardi onora la scuola
del Puoti, — che cita spesso con lodi l'abate Greco, autore di una grammatica,
il marchese di Montrone, Gargallo, Cesari e sopra tutti essi Giordani, si sentì
dire dal Poeta che aveva molta disposizione alla critica. In quell'occasione
Leopardi, cui non poteva sfuggire la rigidezza di Puoti, dice che nelle cose
della lingua si vuole andare molto a rilento, e cita in prova Torto e Diritto
di Bartoli. Leopardi dice anche che l'onde coli' infinito non gli pareva un
peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi. Il Marchese era
affermativo, imperatorio, non pativa contraddizioni. Se alcuno di noi si è
arrischiato a dir cosa simile, anda in tempesta; ma il conte parla così dolce e
modesto, ch'egli non dice verbo. Gli è anche che ormai quel rigido, implacabile
purismo comincia a dover piegare o almeno ad ammollirsi . Alla ripresa della
scuola dopo il colera il marchese se n'era venuto d’Arienzo, con certi grossi
quaderni scritti di suo pugno. È una specie di nuova rettorica immaginata da
lui, e che egli battezza Arte dello scrivere. C'è una divisione dei generi
dello scrivere, accompagnata da regole e da precetti. Aristotile, CICERONE (si
veda), Quintiliano, Seneca sono la decorazione. O mi metteranno alla berlina, o
questo è assolutamente un capolavoro, così dice, narrando per quali vie era
giunto alla grande scoperta. A quel tempo sono in gran voga gli STUDI
FILOSOFICI, e il marchese, seguendo la moda, vuole filosofare anche lui, e da alle
sue ricerche un aspetto e un rigore di logica, ch'è veste e non sostanza. E non
gli è mancata la berlina. Ma lo salva un certo suo naturai buon senso. Ma chi
dai bassi fondi [deep berths – Grice] della grammatica prende il volo
filosofico, è SANCTIS (si veda), specie quando, trovandosi al sicuro dallo
sguardo del marchese nella scuola preparatoria, puo lasciarsi trascinar dal suo
genio a quell'onda di ribellione, che fa naufragare il senno del Maestro. Ed è
nella scuola preparatoria, che nelle lezioni private o nell'insegnamento del
Collegio militare, al quale è assunto per la stima che godeva presso Puoti, che
n'è ispettore, il Maestro intede soprattutto a rinnovare l'insegnamento
grammaticale. Ne uscirono, con la liquidazione della GRAMMATICA RAGIONATA, un
abbozzo di GRAMMATICA FILOSOFICA e storica e un saggio di una storia dei
grammatici. Quelle maledette regole grammaticali io le ridussi in poche,
moltiplicando le applicazioni e gl’esempi, e sempre lì sulla lavagna. Mi
persuasi che quello resta chiaro e saldo nella memoria, che è ordinato sotto
categorie e schemi, logicamente. Così nasceno i suoi quadri grammaticali. Si
sbriga della grammatica, e capii che lo studio della grammatica così come si
suol fare, per regole, per eccezioni e per casi singoli, è una bestialità piena
di fastidio Posi da banda le analisi grammaticali e l'analisi logica,
noiosissime, e fa l'analisi delle cose, a loro gustosissime. Questo al
Collegio. Nella scola al Vico Bisi, il lunedì e il venerdì, quand'è solo,
l'insegnamento grammaticale si eleva ancora di più. Parecchi anni è a
leggicchiar grammatiche, lavorando intorno a quella di Puoti. Così si mette in
corpo i Dialoghi della volgar lingua di BEMPO (si veda)... m'inghiottii VARCHI
(si veda), FORTUNIO (si veda) e i sottili avvertimenti di SALVIATI (si veda) e
la prosa dottorale di CASTELVETRO (si veda) e BARTOLI (si veda) e CINONIO (si
veda) ed AMENTA (si veda) e SANZIO (si veda) e non so quanti altri autori, con
approvazione del marchese Puoti, il quale mi vanta sopra tutti gli altri
Corticelli e Buonmattei. Seccatosi presto della parte riguardante le origini
della lingua e delle forme grammaticali, perchè non ha, fondamento sodo,
infastidito di quel pullular perpetuo di regole e d’eccezioni, stordito da
tutte quelle DISSERTAZIONE SOTTILI E CAVILLOSE SULLE PARTI DEL DISCORSO e sulle
forme grammaticali, ritorna ai suoi antichi studi di FILOSOFIA. Quei Salviati e
quei Castelvetri le pareno addirittura pigmei dirimpetto a quei grandi, mia
delizia un giorno e mio amore. Perciò si getta con avidità sopra i retori e i
grammatici con un segreto che li cresce l'appetito, vedendosi sempre addosso
gli occhi del marchese. Lessi tutto il corso che Condillac compila a uso di non
sa qual principe ereditario. Studia molto Tracy e Du Marsais. Il Marchese,
sapido dei miei studi MI perdona, a patto che non valica i confini della
grammatica, e m'indica un tale, che SANCTIS (si veda) non ricorda, come un buon
scrittore di grammatica generale. Il buon Marchese fa anche di più: rivide le
prolusioni del professore mettendoci quello stampo tutto suo di classicità
ideale. Le prime lezioni sono una storia della grammatica. In quei discorsi
prende 1’aria di un novatore, e trova che tutto va male, che tutto è a rifare.
Ecco qui un ritratto, come mi venne in quei giorni sotto la penna. Niuna
pratica dell'arte dello scrivere; niuna cognizione de' nobili scrittori;
malvagio gusto; pensieri non italiani; un predicar continuo purità, correzione;
esempli contrari di barbarismi ed errori. Così la grammatica moderna ricca di
stranieri trovati splendidi in astratto, ma nella pratica o falsi o di poco
profitto, per difetto della parte storica molto è discapitata di quella
perfezione in che è al cinquecento. In malvagio stato trovasi LA SINTASSI:
squallida e incerta è l'ortografia; le regole del ben pronunziare dubbiose e
mal ferme. Niente di certo. Niente di determinato intorno alla dipendenza
de’tempi, al reggimento delle congiunzioni. Principii opposti. Opinioni
contrarie. Nelle lezioni vuole fare una storia delle forme grammaticali – cf.
Grice, ‘or’, ‘other, ‘not, ‘ne aught’. Ma al pensiero gigantesco mal risponde
la cultura, attesa la sua scarsa grecità e l'ignoranza delle cose orientali.
Perciò quella ideata storia delle forme grammaticali, dopo vani tentativi appresso
a VICO (si veda) e Schlegel, si riduce nei modesti confini di una storia dei
grammatici da se letti. Parla dei grammatici che TUTTO DERIVANO DAL LATINO. Poi
venni a quelli che sono studiosi della [Alcuni brani di essi furono pubblicati
ne' Nuovi saggi critici, col titolo Frammenti discuoia, dell'ed. di Napoli. Il
periodo tra parentesi quadre, che qui è sostituito dai puntini, l'ho tratto da
un brano integro de' Nuovi saggi critici.] lingua, copiosi di regole e
d’esempli, che moltiplicano in infinito. Molto s’intrattenni su Corticelli,
Buonmattei, Salviati e Bartoli. Censura quel moltiplicare infinito di casi --
cf. Grice, the search for principle of generality -- e di regole che si
riduceno in pochi principii. Quella tanta varietà di forme e di significati
(massime nel Cinonio), che era facile ricondurre ad unità. Facevo ridere,
pigliando ad esempio Va, il per-, il da, irti di sensi e che pur non avevano
che un senso solo. La mia attenzione andava dalle forme al contenuto, dalle
parole alle idee; sicché, sotto a quelle apparenze grammaticali, variabili e
contraddittorie, io vedeva una logica animata, e tutto metteva a posto, in
tutto discerneva il regolare e il ragionevole, non ammettendo eccezioni e non
ripieni e non casi arbitrari. Con questa tendenza filosofica, corroborata da
studi vecchi e nuovi, io conciavo pel di delle feste i Cinquecentisti, e facevo
lucere innanzi alla gioventù uno schema di grammatica filosofica e metodica,
quale appariva negli scrittori francesi. Dicevo che costoro erano eccellenti nell'analisi
delle forme grammaticali, risalendo alle forme semplici e primitive : così amo
vuol dire io sono amante. La ellissi era posta da loro come base di tutte le
forme di una grammatica generale. Questo non mi contentava che a mezzo. Io
sosteneva che quella decomposizione di amo in sono amante m'incadaveriva la
parola, le sottraeva tutto quel moto che veniva dalla volontà in atto. I
giovani sentivano quei giudizi acuti con raccoglimento, e mi credevano in tutta
buona fede quell'uno che doveva oscurare i francesi e irradiare l' Italia di
una scienza nuova. E in verità io sosteneva che la grammatica non era solo
un'arte, ma ch'era principalmente una scienza: era e doveva essere. Questa
scienza della grammatica, malgrado le tante grammatiche ragionate e
filosofiche, era per me ancora un di là da venire. Quel ragionato appiccicato
alle grammatiche era una protesta contro la pedanteria passata, e voleva dire
che non bastava dare le regole ma che di ciascuna regola bisognava dare i
motivi e le ragioni. Paragonavo i grammatici o accozzatori di regole agli
articolisti, che credevano di sapere il Codice, perchè si ficcavano in capo gli
articoli, parola per parola, e numero per numero. Ma quel ragionare la
grammatica non era ancora la scienza. Così il De Sanctis, erudito primamente
sul Soave in un'atmosfera filosofica, passato poi per il purismo del Puoti,
ritornato con maggior maturità alla scienza, veniva a una generale liquidazione
di tutti i grajnmatici antichi e moderni, cioè della grammatica ragionata in ispecie,
e della grammatica precettiva in genere, ma non della grammatica come scienza.
Che nella sua critica negativa superasse la grammatica ragionata e creasse
veramente la scienza non si può dire: interamente, come s'è visto, non si
appagò dei migliori grammatici filosofici di Francia, come il Du Marsais ; ma
egli, almeno nel periodo del suo primo insegnamento, secondo quanto narra lui
stesso, rimase sempre sotto la loro influenza. Anche nella parte pratica, nel
metodo, egli arieggia molto davvicino il Du Marsais ('), superandolo nella
abilità di trasformar la grammatica in critica concreta dell'opera d'arte. La
sua concezione della grammatica, o meglio del linguaggio, pur avendo egli
concepito una grammatica scientifica o estetica, è la medesima. Va però subito
detto a lode del De Sanctis, che egli stesso ebbe coscienza, negli anni maturi,
della manchevolezza del sistema. Racconta infatti : « così trovavo nella logica
il fondamento scientifico della grammatica ; e finché mi tenevo nei termini
generalissimi di una grammatica unica, come la concepiva Leibnitz, il mio
favorito, la mia corsa andava bene. Ma mi cascava l'asino, quando veniva alle
differenze tra le grammatiche, spesso in urto con la logica, e originate da una
storia naturale o sociale, piena di varietà e poco riducibile a principi fissi.
Per trovare in quella storia la scienza, si richiedeva altra cultura e altra
preparazione. Nella mia ricerca dell'assoluto, avrei voluto ridurre tutto a fil
di logica, e concordare insieme derivazioni, scrittori e popolo; ma, non
potendo sopprimere le differenze e guastare la storia, ponevo 1'ingegno a
dimostrare la conformità del fatto grammaticale colla logica, della storia
colla scienza. Quell'avvertita irrudicibilità delle differenze tra le varie
grammatiche e principi fissi dimostra chiaramente che SANCTIS (si veda) intuiva
dov'era la soluzione del problema : e a lui non filosofo di professione ciò non
è scarso titolo d'onore; il dissidio egli lo compose, e in grado eccellente,
insuperato, nella critica, nella quale la parola viva, la grammatica parlata
dall'arte, fu da lui illustrata in tutta la sua forza espressiva :
scientificamente toccò, in quegli stessi anni, il risolverlo a Guglielmo di
Humboldt, col quale e col suo seguace e correttore Steinthal si può veramente
affermare che la grammatica sia esclusa dall'orbita della filosofìa, sebbene
non avvenisse ancora l' identificazione della linguistica generale con
l'estetica, che è stata fatta solo recentemente. Nelle difficoltà in cui si
dibattè il De Sanctis di conciliare la grammatica generale con le grammatiche
particolari, si trovarono impigliati quanti, anche per impulso della Critica
della ragioyi ptira del Kant, intesero « alla ricerca delle relazioni fra
pensiero e parola, fra V unicità logica e la molteplicità dei linguaggi » (l)j
ricerca che, per altro, non era nuova, ma che aveva già dato origine in Francia
alla grammatica generale. Il primo tentativo « di applicare le categorie
kantiane, dell' intuizione (spazio e tempo) e dell'intelletto» al linguaggio
(") (riassumo, non potendolo qui integralmente riferire, dal paragrafo XII
della parte storica de\V Estetica di Croce), fu compiuto dal Roth, mentre sullo
stesso argomento, verso il primo decennio del secolo, avevano speculato il
Vater, il Bernhardi, il Reinbeck, il Koch : pensiero dominante de' quali era la
differenza « tra lingua e lingue, tra la lingua universale, corrispondente alla
logica, e le lingue storiche ed effettive, che son turbate dal sentimento,
dalla fantasia, o come altro si chiami l'elemento psicologico della
differenziazione ». Si distingueva una linguistica generale da una linguistica
comparata (Vater) ; la lingua, allegoria dell'intelletto, •si considerava
organo della poesia o organo della scienza (Bernhardi) ; si ammetteva una. grammatica
estetica e una grammatica logica (Reinbeck) ; si proclamò persino che l' indole
della lingua si deve desumere dalla psicologia, non dalla logica (Koch).
Residui intellettualistici s'avvertono ancora nell'Humboldt pel quale logica e
linguaggio sembrerebbero identificarsi sostanzialmente e diversificare solo
storicamente, e il linguaggio stesso (') Croce, Estetica. Recentemente G.
Piazza ha tentato dimostrare che La teoria kantiana del giudizio era stata già
intuita e fissata nella sintassi de' Greci (Roma. 1907); ma è stato confutato
da CROCE (vedasi), in La Critica. parrebbe un qualcosa fuori dell'uomo che
l'uomo fa rivivere con l'uso. Ma il grande filosofo trovò il vero concetto del
linguaggio. La lingua — egli pensò — nella sua realtà è un prodursi e un
divenire, non un prodotto ; è un'attività (èvegyeia), non un'opera (ègyov). «
La lingua propria consiste nell'atto stesso del produrla nel discorso legato:
questo soltanto bisogna pensare come primo e vero nelle ricerche che vogliono
penetrare l'essenza vivente della lingua. Lo spezzettamento in parole e regole
è il morto artificio dell'analisi scientifica»^). Il linguaggio nasce spontaneo
da un bisogno interno. Esiste perciò — ed ecco la vera scoperta dell'Humboldt
di fronte ai grammatici logici universali, una forma interna del linguaggio
(innere Sprachform), che non è il concetto logico, né il suono fisico, ma la
veduta soggettiva che l'ìiomo si fa delle cose. Questa forma interna « è il
principio di diversità proprio del linguaggio, oltre il suono fisico: è l'opera
della fantasia e del sentimento, è l'individualizzazione del concetto.
Congiunger la forma interna del linguaggio col suono fisico, è l'opera di una
sintesi interna : e qui, più che in altro, la lingua ricorda, nelle più
profonde ed inesplicabili parti del suo procedere, l'arte. Anche lo scultore e
il pittore sposano l'idea alla materia, e anche la loro opera si giudica
secondo che quest'unione, quest' intima compenetrazione sia opera del genio
vero, o che l' idea separata sia stata penosamente e stentamente trascritta
nella materia con lo scalpello e col pennello. Ma linguaggio ed arte
nell'Humboldt non s' identificano : e questo è il difetto della sua dottrina,
che tirò seco non tenui contraddizioni, come quella circa il carattere differenziale
della poesia e della prosa. L'Humboldt non vide esattamente « che il linguaggio
è sempre poesia, e che la prosa (scienza) non è distinzione di forma estetica,
ma di contenuto, sebbene intorno a questi due concetti, compresi in senso
filosofico, abbia manifestato profonde vedute. La teoria linguistica
dell'Humboldt fu integrata dal suo maggior seguace, lo Steinthal il quale,
nella polemica sostenuta (M Ueb. d. Verschiendenheit d. menschl. Sprachbaucs,
opera postuma (2M ed. a cura di A. F. Pott, Berlino), in Croce. Croce. Croce.
coll'hegeliano Becker, «autore degli Organismi del linguaggio, uno degli ultimi
logici della grammatica », dimostrò, pur tra affermazioni talvolta eccessive, «
che concetto e parola, giudizio logico e proposizione sono incomparabili. La
proposizione non è il giudizio; ma è la rappresentazione ( Darstellung) di un
giudizio: e non tutte le proposizioni rappresentano giudizi logici. Parecchi
giudizi possono esprimersi in una proposizione unica. Le divisioni logiche dei
giudizi (i rapporti dai concetti 1 non hanno corrispondenza nella divisione
grammaticale delle proposizioni. " Parlar di una forma logica della
proposizione è una contraddizione non minore che se si parlasse àttW angolo di
un cerchio o della periferìa di un tria?igolo ". Chi parla, in quanto
parla, non ha pensieri, ma lingua. Senza entrar ora nel merito degli altri
problemi trattati dallo Steinthal, come quello circa l'identità deWorigine e
della natura del linguaggio che esattamente risolvette, e l'altro delle
relazioni tra poetica, rettorica e linguistica, cioè tra linguaggio e arte che
interessa propriamente l'estetica, e che purtroppo Steinthal lascia insoluto,
perchè non arriva mai ad affermare che parlare è parlar bene e bellamente, o
non è punto parlare, a noi basta l'osservar, qui, conchiudendo, il nostro
discorso che con Humboldt e Steinthal, in quanto l'uno integra l'altro e lo
rende coerente nella parte linguistica, si ha un primo notevole superamento
della grammatica, non essendo questa soluzione pregiudicata dalla mancata
identificazione di arte e linguaggio: la liberazione del linguaggio dalla
logica, la riconosciuta completa autonomia del linguaggio da categorie di
qualsiasi altra specie che non siano la sua forma interna essenziale,
rappresentano la prima vera vittoria della critica negativa della grammatica.
La dissoluzione della quale viene così a coincidere perfettamente con l'avvento
della scienza. La ribellione e la reazione alla GRAMMATICA RAGIONATA quale si è
venuta sistemando in Italia, se non assunsero dovunque quel grado e quel tono
che ebbero in S., seguirono, [Croce] però, su per giù, il medesimo sviluppo e i
medesimi motivi: da una parte riusce difficile specie a letterati di più largo
ingegno, come vedremo accadere, p. es., a Giordani (Puoti stesso abbiamo visto
concedere a Sanctis uno studio discreto di quella grammatica), il chiuder
gl’occhi a quelle ELEVATE E SCINTILLANTI (alla Grice) INVESTIGAZIONI logiche
che sulle lingue avevan condotto i galli, incomparabilmente più geniali e
profondi dei loro epigoni italiani. L’aria è impregnata di logicismo, tutto
suona FILOSOFIA, il secolo era chiamato dei lumi: chi può sottrarsi alla forza
delle cose e del tempo? dall'altra, la vacuità di quel nuovo formalismo, pel
fine pedagogico che ora s'impone, non richiede tanto un troppo ELEVATO SPIRITO
FILOSOFICO per essere avvertita, quanto il fatto stesso dell'esperienza dello
studio linguistico. Si puo credere, ancora, nella grammatica generale,
raccomandarne l'utilità (e come si potesse fare anco per ispirito d' imitazione
e per servilismo verso la moda corrente, non occorre dire); ma, già, anche a
tacer d'altro, con la grammatica generale eravamo già fuori del campo
de’bisogni pratici. La grammatica generale è come un'estetica logica della
lingua, quindi FILOSOFIA, e noi sappiamo che la scienza non è espediente
didattico, mentre il motivo principale dell'interesse linguistico è ora in
Italia più pratico che teorico. L'assoluta inefficacia inoltre della GRAMMATICA
logica a dirigere l'apprendimento della lingua e l'esercizio dello scrivere
dove essere tanto più fortemente sentita, quanto più dilaga il gallicismo nella
lingua e nello stile: il ritorno alla vecchia pratica grammaticale e all'
osservazione dei lodati scrittori, dove apparire come una urgente necessità; e
vi si ritorna infatti con fede rinnovellata e sotto la bandiera del più
rigoroso purismo inalberata dal Bembo dell'Ottocento, Cesari, coronato alfiere
dall'Accademia livornese, qual s'è mostrato degno d'essere con la nota
Dissertazione sopra lo stato della lingua}; e, in ogni modo, con o contro
Cesari per gli scrittori o pel popolo, la pratica dove prevalere sulla teoria
astratta; perfin nella grammatica em- [In Opuscoli linguistici e letterari di
Cesari, raccolti, ordinati e illustra/i ora la prima rolla da Guidetti, Reggio
d'Emilia, Collezione storico-letteraria presso il compilatore.] pirica,
normativa, tradizionale, presso non gli scapigliati ma i pedanti, la vecchia
fede se non scossa, certo fu illanguidita. La tradizione puristica, peraltro,
non era stata interrotta nella seconda metà del Settecento, neppur quando più
imperversò la bufera del filosofismo francese. Già prima che il rappresentante
più autorevole di esso in Italia, il Cesarotti, fosse stato, appunto in nome
della vecchia grammatica, contraddetto — ricordammo già, tra gli altri, l'ab.
Velo — « con uno stile forbito e piccante », come dicono i suoi editori, si
sforza Rosasco « di rivendicare ai Fiorentini il tanto contrastato primato
intorno all'origine ed al governo della favella », introducendo nei suoi
Dialoghi sette della Lingua toscana a pontificare il Corticelli su lesecolari
questioni, sull'autorità dei grammatici, sulla necessità imprescindibile dello
studio della grammatica, di contrastare al nuovo sistema de' letterati
propugnanti l'uso d'un'altra lingua diversa dalla fiorentina, con tutto il
bagaglio de' vecchi argomenti grammaticali e rettorici in favore della purità,
della armonia e dolcezza della pronunzia fiorentina, dell'elegante stile, e con
le vecchissime distinzioni di discorso impensato e di discorso pensato. « Eh
via, la legge che ne obbliga a studiare la grammatica, è giustissima, e
chiunque brama riportar gloria dal materiale della scrittura, dovrà o bere o
affogare, siesi chi egli si vuole ». E cita in sostegno il Salviati,
Quintiliano e altri. Va notato peraltro che il Rosasco non solo propugna la
necessità di uniformarsi anche all'uso moderno, ma giudica ancora, sebbene coi
soliti argomenti estrinseci, che « non dobbiamo per conto alcuno desiderare la
perfezione delle grammatiche, si perchè non si può questo desiderio avere,
senza desiderare insieme la estinzione della lingua ; sì perchè quando siamo
obbligati a scriver solo secondo le regole e' precetti dell'arte prescritti,
non è mai possibile rendere le nostre scritture eccellenti »(') : residui, come
ognun vede, delle dottrine estetiche prevalenti nel senso che volevano
conciliare il rigore grammaticale col criterio della libertà individuale :
temperato purismo, che, mentre per un lato moveva dall'antica tra Ed. della
Bibl. scelta, Milano, Silvestri] dizione grammaticale del classicismo, per
l'altro era reso possibile dal non essersi ancora la lingua italiana inoltrata
pel declivio della cosiddetta corruzione francesistica. Quando questa si
accentuò maggiormente, era naturale che l'iniziativa del riparo partisse dalla
Crusca custode gelosa del patrimonio linguistico: e già il ricordato Borsa nel
1785 prote- stava contro il decadimento della lingua, e nel 1798 da Losanna un
suo Accademico, Federico Haupt, scriveva la Lettera dun tedesco stili'
infranciosamento dello stile, com'è naturale che la rifioritura linguistica
fosse più di vocabolario che di gramma- tica ; lo stesso lavorìo grammaticale,
il più notevole dei primordi del secolo XIX, s'aggirò, come vedemmo, intorno a
quella parte della grammatica che è più intimamente connessa col vo- cabolario,
i verbi, di cui sorsero parecchi prospetti e teoriche. E a studi di lingua,
ossia di vocabolario, si era volto nel 1806 l'Istituto lombardo, fondato dal
Bonaparte e convocato a Bologna, di cui era segretario quel Muzzi che già
incontrammo quale autore del curioso libro sulle Permutazioni dell' italiana
orazione, e che, dopo essersi divertito e gingillato intorno a problemi
filosofici secondo la moda d'allora pe' quali non era affatto portato, si
immerse talmente negli studi gram- maticali e lessicali e con si vero spirito
di devozione alla Crusca, che il Monti doveva titolarlo più tardi « il più
fatuo pedantuzzo che mai facesse imbratti d'inchiostro » (l). Partecipò nel 1809
al concorso dell'Accademia livornese con un lavoro Dello siato e del bisogno di
nostra lingua, ma il manoscritto, per ragioni regolamentari, non fu accettato.
Come sappiamo, di quel concorso il trionfatore fu Antonio Cesari, odiatore
quanto il Giordani, delle dottrine del Cesarotti, che, se avevano ancora
seguaci dal Romani al Nardo, andavano però perdendo terreno sempre più : quegli
stessi che le propu- gnavano — si avverta inoltre — erano assai più temperati
del maestro e si guardarono meglio di lui dall'esser accusati di gal- lofilia :
verso l' italianità era un desiderio e un moto generale, cui favoriva la
ridesta coscienza nazionale: cesariani e pertica- riani o mondani, neopuristi
della prima maniera (cioè anteriore) e della seconda, tutti concordavano non
solamente nel- In Mazzoni, L'Otl.] l'avversare i criteri troppo licenziosi de'
cesarottiani, ma ne! volere — auspice la Crusca per la quinta volta rimessosi
nel 1813 alla ricompilazione del Vocabolario — che alle sottili fantasti-
cherie sulle ragioni delle lingue si sostituisse il lavoro concreto e modesto
del raccogliere e del vagliare voci e locuzioni del buon uso e a riprendere
l'osservazione grammaticale secondo le migliori tradizioni del Cinquecento.
Balbo scrive al Vidua una lettera sulla lingua italiana per muover lamenti
intorno le tante esagerazioni e confusioni pratiche e teoriche del filosofismo
che non giovavano punto alla causa della lingua: e Vidua raccomandava a un
compatriotta che, an- dando a Firenze come avevan fatto già l'Alfieri e il
Goldoni, e avrebbe fatto il Manzoni e avrebbero consigliato al Cavour, non
trascurasse di recarsi la mattina in Mercato Vecchio ad ascoltar il
pizzicagnolo e le contadine. E alla Crusca stendeva la mano l'Istituto lombardo
per proseguire concordi all'opera d'amplia- mento del Vocabolario: né le
ripulse dell'Accademia orgogliosa e gelosa delle sue secolari tradizioni né i
risentimenti e le irri- tazioni, causa di tante guerre anche personali, che
esse provo- carono nel Monti, poterono mai dividere gli animi concordi nella
comune avversione al logicismo, alle metafisicherie di provenienza
franco-cesarottiana, nonostante che, per quanto riguarda i criteri particolari
dell'uso linguistico italiano (pratica, dunque, non scienza), facilmente
potessero incontrarsi col Cesarotti in un vivo desiderio di libertà, e spesso
inconsciamente (come sarà av- venuto al Leopardi) (' ), non soltanto gli
antipuristi come il ce- sarottiano Torti di Bevagna, ma letterati meno bollenti
nella se- colare battaglia. N'è prova l'atteggiamento assunto dal capo
riconosciuto de' classicisti, il Giordani, nelle contese tra il Cesari, Monti e
Perticari : « richiesto del vero valore di alcune voci tolte dal greco, rispose
[al Monti] e colse quell'occasione per lodare l'opera e il suocero e il genero,
ma anche per addimostrare al- cune sviste di essi due correttori degli altri, e
per augurare che gli avversari si riconoscessero invece compagni, come quelli
che insomma avevan un fine medesimo e uno stesso desiderio. Cfr. F. Colagrosso,
La teoria leopardiana della lingua, Na- poli, 1905 (Estr. d. Rend. Accad. Arch.
Lett. e B. A. in Napoli. Mazzoni. Pure, il Giordani è appunto uno di quei
puristi che racco- mandavano ai giovanetti il Du Marsais e il Beauzée. « I
volumi della Enciclopedia Metodica ne' quali è trattata la grammatica e l'
eloquenza ti possono essere utili. Gli articoli rettorici di Marmontel non mi
paiono più che mediocri ; quelli di Jancourt assai meno che mediocri. Ma
bellissimi i grammatici di Du Marsais, e di La-Beauzée. E il conoscere e
adoperare filosofi- camente la lingua è gran virtù di eccellente scrittore. E
pron- tamente si applica alla nostra quel che è notato della francese. Ma che
cosa significa adoperare filosoficamente mia lingua ? specie quando la si
consideri, come fa il Giordani, cosa diversa dallo stile? Interrompi,
consiglia, con la lettura di quegli arti- coli, « lo studio che devi far della
lingua, e preparati a quello che poi farai dello stile. Perchè io giudico che
quello della lingua debba precedere. Non si dee prima sapere qual sia la
materia de' colori ; poi imparare ad impastarli e mescolarli ; poi esercitarsi
a collocarli, e accordarli ? » (io). Tutto lo scrivere sta nella lingua e nello
stile; due cose diversissime egualmente necessarie.... I vocaboli e le frasi
sono i colori di questa pittura; lo stile è il colorito. — Ora persuaditi, caro
Eugenio, che l'ac- quisto de' colori sia fatica della memoria : l'uso del
colorito sia esercizio d'ingegno, disciplina di buoni esempi, di pochi pre-
cetti, di moltissima osservazione, di molta pratica. Ho letto molti antichi e
moderni che vollero esser maestri : ho perduto tempo e acquistato noia, senza
profitto. Veri maestri ho trovato gli esempi de' grandi scrittori. Tra i mo-
derni consiglia, tuttavia « il breve trattato del Condillac, Art d'écrire. Di
tutto quel libro abbastanza buono, m' è rimasto in mente questo solo principio,
molto raccomandato da lui = de la plus grande liaison des idées .... Vero è che
quel legame delle idee non deve esser sempre logico ; ma secondo la materia che
si tratta, dev'esser pittorico o affettuoso; di che i moderni intendon
pochissimo : gli antichi vi furono meravigliosi » (pa- gine 153-4). In questo
guazzabuglio di vedute, d'idee e di prin- cipi, c'è tutto, meno lo spirito
filosofico : dal che si vede quanto (') A un giovane italiano - Istruzione per
l'arte di scrivere, in Scritti di Giordani, ed. Chiarini, in Firenze.] poco
fosse compresa e con quanto poca convinzione raccoman- data la grammatica
generale del Du Marsais e del Beauzée. Il nume che agitava interiormente il
Giordani e i degni suoi com- pagni d'arme non era la filosofia, ma lo spirito
italiano che si rinnovava, rinnovamento che alla coscienza di molti si presen-
tava come un problema di lingua : donde il calore con cui si davano a questi
studi. Il Giordani, mosso dall'invito dell' Acca- demia italiana, « non per
rispondere » ad essa, per ciò che « questa materia non sia d'ozio letterario
.... ma importi non poco all'onore d'Italia », si dà ad abbozzare una Storia
dello spirito pubblico d' Italia per 600 considerato nelle vicende della lingua
e alcuni anni più tardi, discorrendo in una lunga lettera al Capponi di una
raccolta in trenta volumi che intendeva fare delle migliori e men note prose
della nostra letteratura, allargando e colorendo le linee di quel primitivo ab-
bozzo, esprimeva l'opinione che l'ordine escogitato lo menerebbe « quasi per
una storia della nazione e della lingua, e che dalla somma dei particolari
discorsi introduttivi ne sarebbe de- rivato « quasi un ritratto filosofico
delle menti italiane per quat- tro secoli ». « Perciocché io considerando la
lingua come uno specchio, nel quale cadano tutti i concetti da tutti i pensanti
della nazione, e dal quale nella mente di ciascuno si riflettano i pensieri di
tutti ; volli con diligenza di storico e sagacità di filosofo esaminare il
vario corso del pensare italiano per le ve- stigia che di mano in mano lasciò
impresse nel variare delle lingua; della quale i vocaboli e le frasi, o
nuovamente intro- dotte, o dall'antico mutate, fanno certissimo testimonio (a
chi '1 sa interrogare) d'ogni mutamento nella vita intellettiva del po- polo.
Così il Giordani si riallaccia al Napione. Tra il Napione e il Giordani spicca
anche per questo ri- guardo il Foscolo, che nella celebre orazione, recitata a
Pavia Opere, t. IX: « Scritti editi e postumi pubbl. da Antonio Gus- salli »,
Milano. f;) Scritti, ed. Chiarini. Per l'eccellente posizione che occupa il
Foscolo nella storia della critica, oltre che le note pagine del De Sanctis, vedi
Croce, Per la storia della critica ecc., già cit., p. 9 e 27, Trabalza, Studi
sul Boccaccio, e Borgese, Storia della critica romantica, libro — è superfluo
avvertirlo — per l'inaugurazione degli studi, Dell' origine e dell'uf- ficio
della letteratura e nelle Lezioni di eloquenza che le tennero dietro, e
particolarmente in quella del 3 febbraio 1809 su la Lingua italiana considerata
storicamente e letterariamente, e ne' sei Discorsi sulla lingua italiana
parlava della nostra lingua coi medesimi spiriti e intendimenti d'italianità,
in modo vera- mente vivace. « Nella sua Prolusione », ripeteremo col De San-
ctis, « tenta una storia della parola sulle orme del Vico, censu- rata da
parecchi in questo o quel particolare, ma da' più am- mirata, come nuova e profonda
speculazione. Il suo valore, anzi che nelle sue idee, è nel suo spirito, perchè
non è infine che una calda requisitoria contro quella letteratura arcadica e
acca- demica, combattuta da tutte le parti e resistente ancora, contro quella
prosa vuota e parolaia, e contro quella poesia che suona e che non crea.
Nessuno ha considerato, » scriveva il Fo- scolo, « filosoficamente le origini,
le epoche e la formazione di essa [lingua italiana], affine di conoscere per
via d'analogia i principi, i progressi oscurissimi delle formazioni e
trasformazioni di tante altre lingue. La storia d'una lingua, ecco il suo
preciso punto di vista, non può tracciarsi se non nella storia letteraria della
nazione ; né la storia può somministrare fatti certi e fondamentali a trovare
in materie intricatissime il vero, se non per mezzo di epoche distinte, in
guisa che le cause non diventino effetti, e gli effetti non sieno pigliati per
cause »('). che dev'esser tenuto sempre presente per tutto questo periodo,
perchè, se le idee sulla lingua de' vari critici che vi sono criticati poca
luce diffondono sulle loro teorie poetiche, utilissimo è invece conoscere la
portata critica di esse per chi fa la storia della lingua. In Opere edite e
postume di Ugo Foscolo, Firenze, Le Monnier. In T.. È evidente l'affinità tra
il metodo del Foscolo e quello del Napione; ma com'è più profonda la visione
del Fo- scolo, così essa in certo senso precorre ancor meglio il principio
moderno onde si vorrebbe indagata la storia della cultura nella lingua, special-
mente in quanto si serve del metodo monografico per periodi di af- finità
spirituali. Notevolissima sotto questo rispetto è una pagina della Lez. II di
Eoa. (è la 82 del voi. II) dove illustra il principio: La let- teratura è
annessa alla lingua. Capitolo quindicesimo 485 Nel fatto, il Foscolo intravvede
così in confuso l'identità di lingua e pensiero, e nell'evoluzione linguistica
uno svolgimento spirituale, mostra cioè una vaga coscienza del problema lingui-
stico, e il suo sforzo di risolverlo, anche se non felice, è già un progresso.
Particolarmente notevoli, anche per la ragione pedagogica, in cui però, come
sappiamo, ben si riflette la scienza teorica, son le pagine che scrive sulla
dottrina dantesca del Volgare illustre. Ne riferiamo volentieri un brano che ci
tocca davvicino. « Su ciò che Dante previde con occhio sicuro egli fondava
pochi principi generali intorno alla legislazione gram- maticale. Erano
inerenti alla condizione e alla natura della lingua, onde operarono sempre e
quando vennero applicati da parecchi scrittori, e quando vennero trascurati da
altri, o negati ostinatamente da molti ; ed operarono fin anche negli scritti
di chi li negava ed oggimai l'esperienza ha convinto la più gran parte
degl'Italiani, che la loro lingua letteraria non può pro- sperare senza
l'applicazione dei principj di Dante»: principi metafisici, dice Foscolo,
annunziati in tempi ne' quali la filosofia, l'arte dialettica, e la teologia
erano tutt' uno, e tali da intricarsi a vicenda, e perciò un po' oscuri forse
allo stesso ALIGHIERI (si veda). Al qual punto il pensiero di Foscolo corre a
Locke che facilita lo studio delle analisi delle idee, e quindi della natura
delle lingue – Grice: way of things, way of ideas, way of words -- e a
Condillac che illustrò questa difficilissima parte della metafisica. Francesco
Saverio de Sanctis. De Sanctis. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e de
Sanctis," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia. Sanctis. Keywords: storia della filosofia, il saggio
filosofico, il poema filosofico, il tema filosofico. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Sanctis” – The Swimming-Pool Library.
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