ROVERE
Luigi Speranza -- Grice e Rovere. (Roma). Filosofo italiano. Proposta del provenzale
come lingua internazionale. Alberto Rovere.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rovere:
la ragione conversazionale, o le confessioni di un meta-fisico romano – la
scuola di Pesaro -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pesaro). Filosofo marchese. Filosofo italiano. Pesaro,
Marche. Essential Italian philosopher. The family originates in Albisola,
Savona, Liguria. Filosofo. Il giure civile del popolo italiano ha nel testo
della legge positiva e speciale autorità sufficiente da soddisfare la giustizia
ordinaria e da risolvere i dubii e acquetare le controversie intorno agl’interessi
e agl’ufficii d'ogni privato cittadino. Di quindi nasce che possono alcuni
curiali riuscire segnalati e famosi al mondo con la sola abilità del pronto
ricordare, dell’acuto distinguere e dell'interpretare acconcio e discreto. Al
giure delle genti occorre, invece, assai di frequente la discussione delle
verità astratte. Perocché esso è indipendente e superiore all'autorità della sopra-citata
legge. Si connette immediatamente al giure naturale che è al tutto razionale e speculativo.
Spesso gli è forza di riandar colla filosofia sulle fondamenta medesime dell’ordine
sociale umano, e spesso altresì non rinviene modo migliore per risolvere i
dubii e acquetare le discrepanze fuor che indagare i grandi pronunziati della
ragione perpetua del diritto, chiariti, dedotti e applicati mercé della
scienza. Poco importa se i meta-fisici si bisticciano. Ma non va senza
danno del genere umano il discordare e il traviare de' pubblicisti. E già si dice
che il fine criterio degl’uomini illuminati coglie il certo e il sodo della
scienza, ma non la crea e non l'ordina. La demenza degl’uonini fa talvolta
scandalosa la verità. Laonde ella ha a pronunziare di se medesima. Non venni a
recare la pace in mezzo di voi, sibbene la spada. Lo stato romano essere certa
congregazione di famiglie la qual provvede con leggi e con tribunali al bene
proprio e alla propria tutela -- tanto che sono competentemente adempiuti i
fini generali della socialità e i particolari di essa congregazione. Lo stato romano
non esiste per la contiguità sola delle terre e delle abitazioni, ma per certo
congiungimento e unità delle menti e degl’animi dei romani. Il che riconosciuto
e fermato, se ne ritrae ciò che pel diritto è primo principio ed assioma, non
potersi da niuno e sotto niuna ragione arrogare la facoltà di offendere e
menomare l'autonomia interna ed esterna dello stato romano insino a tanto che
questo non provoca gl’altri ad assalirlo con giusta guerra. Ed eziandio in tal
caso è lecito di occupare temporalmente il suo territorio e dominare il suo
popolo nei limiti della difesa e dell'equo rifacimento dei danni. L'uomo
individuo può nel servaggio e nelle catene serbare con isforzo la libertà dello
spirito e compiere in altro modo e sotto altre condizioni certa eroica
purgazione e certo mirabile perfezionamento della sua parte interiore e
immortale. Ma ciò è impossibile all’intero popolo romano, il quale nel
servaggio di necessità si corrompe ed abbietta, e quindi GRAVINA chiama assai
giustamente la libertà della nazione romana sacro-santa cosa e di giure divino.
L'anima non è vendibile e non è nostra, dicevano i teologanti per dimostrare da
più parti la iniquità del CONTRATTO. E neppure la libertà è vendibile. E se
l'usarla e abusarla è nostro, non è tale la facoltà e il principio infuso dal
divino con l'alito suo divino e che al dire d’Omero vale una mezza anima. Lo stato
romano possiede onninamente se stesso. Niuno fuori di lui può attribuirsene la
padronanza. Quindi il popolo romano o vivono in se od in altri. Cioè a dire, o
provedono al proprio fine con la legge e ordini propri e componendo un
individuo vero e perfetto della universa famiglia umana. Ovvero entrano a parte
d'altra maggior comunanza con ugualità di diritto e d’ufficio, come quelle
riviere che ne' più larghi e reali fiumi confondono le acque e perdono il nome.
Questa è la generale e astratta dottrina che danno la ragione e la scienza. La
patria romana, impertanto, significa quella contrada e quella congregazione d’uomini
a cui ciascuno degli abitanti e ciascuno dei congregati sentesi legato per
tutti i doveri, gl’istinti, i diritti, le speranze e gl’affetti del vivere
comune. La patria romana, considerata nella sua morale e profonda
significazione, è il compiuto sodamento di ciascuno verso di tutti e di tutti
verso ciascuno. Se la patria romana non ha debito né possibilità di nudrire del
suo ogni giorno tutti i suoi indigenti, spietata cosa sarebbe inibire a questi
di procacciarsi altrove la sussistenza. Prediletta opera delle mani del divino e
la nazione romana. La nazione romana è pura, domandano essi, e tutta omogenea.
Questo e il puro principio della nazionalità romana. Lo stato romano, dipendente
come si sia da un altro non è, a propriamente parlare, autonomo. E e perciò, a
rigore di definizione, neppure la denominazione di stato romano gli si compete.
I prìncipi non sono, del certo, scelti dal divino immediatamente, ma sono dal
divino immediatamente investiti della sovranità romana. Il popolo romano indica
l'uomo a cui vuole obbedire e in quell'uomo è subito la pienezza della
sovranità romana che dal divino gli proviene. Perocché come dal divino è
istituito IL FINE della socievole comunanza, così è istituito IL MEZZO nella
autorità del comando. È sicuro che nella lunghezza dei secoli le volontà e i
giudizi umani si accostano all'assoluto del bene sociale, quanto che la via che
viene trascorsa non procede diritta e spedita ma declina e torce continuo fra
molti errori e molte misere concussioni. La libertà della nazione romana, essendo
naturale ed essenziale agl’uomini e necessaria concomitanza d'ogni bontà, è
doveroso per tutti il serbarla integra nella sostanza. E perciò, né il privato
individuo si può vendere ad altro privato, né tutto il corpo de' cittadini
assoggettarsi pienamente e perpetuamente al dominio d’altro stato. Poco o
nessun valore ha il dissentimento dei piccioli e deboli, quando anche piglino
ardire di esprimerlo; e CHI INVESTIGA LA STORIA DELL’ANTICA ROMA RI-TROVA che DELLE
PROTESTE loro giacciono GRANDI FASCI dimenticati negl’archivi delle
Cancellerie. Dacché siete i più forti, correte poco rischio di vivere ex lege
alla maniera dei ciclopi. Ma confessare il diritto e contro il diritto
procedere, non è conceduto a nessuno. E parlavano meglio quegl’ateniesi che
alle querele dei milesi rispondevano senza sturbarsi. Il diritto è cosa pei
deboli e non già pei forti e pei valorosi. Il popolo romano è autonomo. Con
altri vocaboli, lo stato romano, vero è libero ed inviolabile. E la patria romana,
nel significato morale e politico, è *sinonimo* di STATO romano -- in quanto
questo compone uno stretto e nativo consorzio in cui ciascun cittadino ha
debito e desiderio insieme di effettuare il grado massimo di unimento sociale e
civile. S’incominci dall'avvisare chi
sono costoro che si querelano della libertà dello stato romano e ne temono
danni così spaventevoli. Costoro sono i medesimi da cui si alzano lagni e
rimproveri cotidiani per qualunque libertà, eccetto la propria loro. Vogliono
limitare la stampa, limitare la libera concorrenza, limitare IL PARLAMENTO e in
fine ogni cosa col pretesto volgare ed ovvio che il parlamento, il commercio,
la stampa abusano di loro facoltà e trasvanno più d'una volta e in più cose. La
volontà umana, dite, è corrotta e inchinevole al male. Può darsi. Ma privata di
libertà so che depravasi molto di più e i padroni non meno che i servi. Non è
lecito agl’uomini di esercitare nessun diritto qualora difettino pienamente
delle facoltà e dei mezzi correlativi. Perciò il fanciullo, il mentecatto,
l'idiota cade naturalmente sotto l'altrui tutela, e per ciò medesimo la parte
meno educata del volgo ed offesa di troppa ignoranza, o posta in condizione
troppo servile, non ha nel generale facoltà e mezzi proporziod esercitare
diritti politici. Esaminato il fine del viver comune, fatta rassegna d'alcuni
principii direttivi, più bisognevoli al nostro intento e poco o nulla NOTI
AGL’NTICHI ROMANI, segue senza più che noi trapassiamo a contemplare l'ottimo
ordinamento civile. Cosi noi delineeremo qnalche fattezza dell'incivilimento
umano, contemplandolo nella natura primitiva ed universale del popolo romano,
ed avvisandoci di non iscambiare l'alterato e il mutabile col permanente ed
inalterato; e per converso, di non dar nome d'errore emendabile e di accidente
transitorio a ciò che appartiene alle condizioni salde e durevoli della
comunanza civile. Chè nel primo difetto cadono i troppo retrivi ed i
pusillanimi; nel secondo, i novatori audaci e leggeri. GL’ANTICHI ROMANI con
molto senno incominciano dall'insegnar quello che spetta al buono stato della
famiglia, perché della comunanza umana l'individuo compiuto non è lo scapolo,
ma l'ammogliato con prole o vogliam dire la famiglia, rimossa la quale non
rimane intermezzo alcuno che tempri l'amor proprio e la fiera e violenta natura
nostra. L'organizzazione tanto è più
eccellente quanto meno cede alle esterne azioni ed impressioni ed anzi modifica
con maggior efficacia ed appropria a sé quelle azioni. È da confessare che un
gran trovato fece lo spirito umano e giovevole soprammodo alla prosperità del
viver sociale, quando mise in atto quello che fu domandato GOVERNO
RAPPRESENTATIVO o parlamentare. Se dirai: carattere della nazione romana è la
continuità e circoscrizione del suolo d’Italia. E la nazione e nella lingua
romana, la letteratura e le arti. Se le origini e la schiatta; le colonie sono
tal membro e così vivace del corpo della patria onde uscirono, da non potersene
mai dispiccare, e la guerra americana è dalla banda dei sollevati iniqua e
parricida. Gran questione poi insorge sulle genti di confine, le quali
compongonsi il più delle volte di schiatte anfibie, a cosi chiamarle. Quindi
noi vogliamo, per via d'esempio, i nizzardi essere italiani – ROMANI -- e i francesi
li fanno dei loro. La compagnia civile comincia là solamente dove gl’animi si
accostano, e sorge desiderio di regolato e comune operare. La giustizia apre e
chiude i congressi degli dei, non quelli degl’uomini. La voce “nazione romana”
nel suo peculiare e pieno significato vuol dire unimento e società d'uomini che
la natura stessa con le sue mani à fatta e costituita mediante il sangue e la
singolarità delle condizioni interiori ed estrinseche. Per talché quella
società distinguesi da tutte l’altre per tutti gl’essenziali caratteri che
possono diversificare le genti in fra loro, come la schiatta, la lingua,
l'indole, il territorio, le tradizioni, le arti, i costumi. “Nazione romana”
vuol significare certo novero di genti per COMUNANZA DI SANGUE, conformità di
genio, medesimezza di linguaggio atte e pre-ordinate alla massima unione
sociale. Lo stipite umano è ordinato esso pure a spandere discosto da sé le
propagini e i semi. E ogni germe nuovo dee nudrirsi del terreno ove cade, non
del tronco da cui si origina. Sieno rese grazie publicamente da tutta l'Italia
a voi, o Valdesi, che l'antica madre mai non avete voluto e potuto odiare e
sconoscere insino al giorno glorioso che è dal divino coronata la vostra
costanza, e un patto comune di libertà vi riconciliava con gl’emendati
persecutori. S'io credessi quelle armi
che assiepano IL FORO, DICE CICERONE, starsene qui a minacciare e non a
proteggere, cederei al tempo e mi terrei silenzioso. Ma il fatto è che quelle
armi NEL FORO induceno per se sole una fiera minaccia, tanto che CICERONE parla
poco e male, e la paura ammazza l'eloquenza. Dal riscontro, per tanto, di tutte
le storie, senza timore mai d'eccezione, e più ancora dalla ripugnanza intima
di certi termini, quali sono felicità a servitù, spontaneità e costrizione,
ricavasi questa assoluta sentenza che in una nazione civile come ROMA, nessun
governo straniero – come Cartagine -- non può vantarsi mai né della legittimità
interiore, né della esteriore che emana dall'assentimento espresso o tacito della
popolazione romana. Non può aver luogo prescrizione, dove i diritti innati o
fondamentali dell'uomo ricevono sostanziale ingiuria ed offesa; e di si fatti è
per appunto la indipendenza o dimezzata o distrutta. Ogni cosa nell'uomo è
principiata dalla natura e poi dalla ragione e dall'arte è compiuta.Voi stesso
l'avete udito? Poerio: E come nò, se rinchiuso è con lui in una prigione medesima?
Pignatelli: E è la vigilia della sua morte? Poerio: Appunto è la vigilia. Sapete che valica la mezzanotte,
una voce improvvisa e sepolcrale veramente rompevane il sonno chiamando forte
per nome alcuno di noi; e quella chiamata voleva dire: vieni, ti aspetta il
carnefice. La notte pertanto che seguitò quel mirabil discorso di Pagano gli
sgherri gridarono il nome suo, e fu menato al patibolo. Pignatelli: Sta per
mezzo a voi quell'omerica figura del conte di Ruvo? Poerio: Nò, ma in Castello
dell'Uovo insieme con altri uffiziali e con l'intrepido Mantone. Nel Castel
Nuovo e in quella carcere proprio dove è Pagano, sta il fratel vostro maggiore,
principe di Strangoli, sto io, il Conforti, Cirillo, Granali, Palmieri, Russo e
due giovinetti amorevoli e cari, cioè l'ultimo figliuolo dello Spanò ed un
marchese di Genzano, bello come l'appollino e di cui sente Pagano particolare
compassione. V'à una cagione suprema di tutte le cose, cagione assoluta e
però insofferente di limiti e incapace d'aumento e di defficienza. Ma se niun
difetto può stare in lei, ella è il bene infinito e comprende infinitamente
ogni specie di bene. Ciò posto, la cagione suprema è altresì infinita bontà che
raggia il bene fuor di sé stessa e ne riempie la creazione ed ogni ente se ne
satura, a dir così, per quanto è fatto capace. Tale contenenza di bene è poi
sempre difettiva perché sempre è finita. Di quindi si origina il male. Non si
chieda dunque perché il divino è permettitore del male, ma chiedasi in quella
vece perché piacque al divino, oltre all'infinito, che sussistesse pure il
finito. Se il vivere nostro presente è condito di molto diletto e noi incapaci
di conoscere e desiderare con ismania istintiva l'eternità, forse potrebbesi
giudicare senza paradosso aver noi sortito quella porzioncella sola e frammento
di beatitudine, brevissima ma sincera e inconsapevole della propria caducità.
Col presupposto della immortalità, bene avverte BRUNO, alcun desiderio naturale
non è indarno e alcuna lacrima non cade senza conforto. Con la immortalità non
è affetto generoso perduto, non ferita dell'animo a cui non si apparecchi
altrove copioso balsamo. Per entro il corso interminato e magnifico de'nostri
destini, ogni male vien riparato, ogni speranza risorge, ogni bellezza
rifiorisce, ogni felicità si rinnova e giganteggia ne'secoli. Poerio: Quando è
possibile strappare dal cuor dell'uomo il concetto e la speranza della
immortalità, il consorzio civile medesimo pericolerebbe di sciogliersi e i
piaceri e le utilità stesse della vita presente verrebbero gran parte impedite
o affatto levate di mezzo. I dotti e i legisti barbareggiavano sempre peggio, e
pareva in loro una sorta di necessità tramutata in diritto, e niun discepolo
mai se ne querela; e le lettere cadevano in tale grettezza, che nelle prose di Giordani
si appuntavano parecchie mende di stile, ma nessuno accusava la tenuità dei
concetti e la critica angusta e slombata. Colletta è stimato dai più uno
storico sovrano e poco meno che un Tacito redivivo, ed altri istituivano
paragone tra il Guicciardini e il Botta, tra Goldoni e Nota. Tale il gusto e il
criterio comune. Pochi grandi filosofi non mancavano neppure a quei giorni.
Basti ricordare Bartolini nella scultura; Leopardi e Niccolini nella poetica;
Rossini, Bellini, Donizetti nella musica. In Italia scemando il sapere e la
potenza meditativa, crebbe l'amore spasimato ed irragionevole della bellezza
dell'abito esterno, lasciando a digiuno la mente e poco nudriti e mal governati
gli affetti. Letteratura e filosofia vasta, soda e ben definita, e parimente
larghe scuole e ben tratteggiate e scolpite mancano alla patria nostra da quasi
tre secoli e piuttosto ne abbiamo avuto cenni e frammenti, e ogni cosa a pezzi,
a sbalzi e a modo d'assaggio. Miei degni signori, il cibo che v'apparecchio è
scarso, scondito e di povera mensa, ma è letteratura e non meta-fisica. Non
appena l'esilio mi astrinse a lasciare l'Italia e fui spettatore d'altro ordine
di civiltà e uditore d'altri maestri, subito mi si aprì dentro l'animo l'occhio
doloroso della coscienza, ed ebbi della mia ignoranza una paura ed una vergogna
da non credere. Per giudicare alla prima prima che tutto è vecchio e trito in
un libro convien sapere dell'autore se nel generale à l'abito di pensar di suo
capo. Ed egli evoca nuovi spiriti di più sublime natura, i quali entrano a uno
a uno dentro la torre. Spirito del mare. Che vuoi? Barone. Sapere l'essenza del
bene e la fonte della felicità. Spirito del mare. Perché lo chiedi al mare?
Barone. Perché tu sai o puoi sapere ogni cosa; tu nei silenzj della notte tieni
misteriosi colloquj con la luna e con le stelle che in te si riflettono; e tu
pur ricevi nell ' ampio tuo seno i fiumi tutti del mondo, i quali ti raccontano
le geste antiche dei popoli e le più antiche vicende dei continenti per mezzo a
cui essi fluiscono senza posa. Spirito del mare. lo non so nulla (sparisce).
Barone. Che tu venga malmenato in eterno dallo spirito delle procelle, e che i
tuoi membri immortali sieno rotti e squarciati mai sempre dalle taglienti
creste degli ardui scogli. La coda del cavallo bianco dell' Apocalisse.
Che vuoi? Barone. Sapere in che consiste il bene, e dove è la fonte della
felicità. La coda. Perché lo chiedi a me? Barone. Tu sai la fine ultima delle
cose, e tu comparirai poco innanzi della consumazione del secolo. La coda.
Quando io comparirò, io ondeggerò nelle sfere, simile alla caduta del Niagara e
più tremenda della coda delle comete. Ogni mio crine rinserra un destino; e
ogni mio moto è un cenno di oracolo; ò trascorsi tutti i cieli di Tolomeo e i
cieli di Galilei e i cieli di Herschel; ò lambita con la mia criniera la faccia
delle stelle, e l'ò distesa sulle penne de' turbini; molte cose ò conosciute,
ma non quel che tu cerchi: io non so nulla (sparisce). Dagli Arabi si travasò
il mal gusto ne' Catalani e ne' Provenzali, e una vena non troppo scarsa ne fu
derivata ne' primi nostri verseggiatori. ALIGHIERI egli pure non se ne astenne
affatto; e noi peniamo a credere che a quel genio sovrano venisse scritta la
canzone lambiccatissima della Pietra. Sa ognuno che nel seicento, con lo
scadere dell' arte, ricomparvero quelle freddure e mattie, e ogni cosa fu piena
di acrostici, d'anagrammi, d'allitterazioni e altrettali sciempiezze. Ma per
buona ventura cotesta sorta vanissima di pedanteria non sembra ai moderni
pericolosa; e dico ai romani, perché appresso gli stranieri non ne mancano
esempj; e molti anno letto in un vivente poeta francese di gran nomea certi
capricci di metri e di rime i quali dimostrano come in lui siensi venuti
rinnovando tutti gli umori e le vertigini dei seicentisti. E nemmanco ci pare
immune dalle stranezze di cui parliamo quel concepimento del Goethe di ordire
la tragedia del Fausto con questa singolar legge che ogni scena fosse dettata
in metro diverso ed una altresì in nuda prosa, onde potesse affermarsi che
niuna maniera del verseggiare ed anzi dello scrivere umano (per quanto ne è
capace il tedesco idioma) mancasse a quel dramma; nuova maniera e poco assai
naturale e graziosa di porgere idea e figura del panteismo. Non può né deve il
poeta scompagnarsi mai troppo dalle opinioni e dai sentimenti comuni dell'età
sua; chè da questi principalmente è suscitato l'estro di lui, con questi
accende e innamora le moltitudini. D'ogni altro pensiero ed affetto, ove li
possieda e li senta egli solo, avrà pochi intenditori, pochissimi lodatori; e
la favella delle Muse langue e muor sulle labbra se non suona ad orecchie
benevole e a cuori profondamente commossi. In Inghilterra il Milton fierissimo
repubblicano e segretario eloquente del gran Cromvello, à quasi sempre poetato
di cose mistiche e teologiche e nulla v'à di politico, nulla d'inglese e di
patrio, né nel Paradiso perduto, né in altri suoi canti. Riuscirà sempre a
gloria grande e invidiata d'Italia che la Gerusalemme del Tasso compaja tanto
più bella e mirabile quanto più in lei si contempla e considera intentivamente
la perfezione del tutto. Certo, il Valvasone è meno forbito ed armonioso del
Tansillo, meno fluido del Tasso seniore, meno corretto, proprio e limato de'
più corretti e limati rimatori toscani; ma non per ciò si capisce come questa
minor perfezione di forma, abbia potuto oscurare nel giudicio de' raccoglitori
e de' critici il gran merito dell'invenzione. Che il Milton siasi giovato dell'
Angeleide non so, quantunque fra i due poemi si vengan trovando molti e
singolari riscontri che non è facile a credere casuali; ma questo io so bene
che a rispetto della guerra degli angeli episodicamente introdotta nel Paradiso
perduto, il Valvasone non perde nulla ad esser letto dopo l'Inglese e con
quello essere paragonato; il che non avviene del sicuro né per l' Adamo
dell'Andreini né per la Strage degl'Innocenti del cavaliere Marino, due
componimenti che dicesi aver suggerito a Milton parecchi pensieri e l'ideal grandezza
del suo Lucifero. L'ingegno poetico, in versificare ciascuno di quei subbietti,
tende a spiegare una novità, un' altezza e una leggiadria suprema di concetto,
di sentimento, di fantasia e di stile. Dove mancasse l'una di tali eccellenze,
l'arte sarebbe difettosa e quindi increscevole. Ci venne osservato (cosa che
per addietro non ben sapevamo) la critica letteraria incominciata in Italia con
ALIGHIERI essere morta col Tasso e gli amici suoi; e come cadde con quel
mirabile intelletto la nostra primazia nel ministero delle Muse, così venne
meno la filosofia estetica; e il nuovo dell' arte non fu capito, l'antico fu
dalla pedanteria svisato e agghiadato. L'arte critica antica ebbe ultimi
promulgatori due grandi ingegni, il Muratori e il Gravina. Della critica nata
dipoi con le nuove speculazioni e con le nuove forme di poesia, non conosciamo
in Italia alcun degno scrittore e rappresentatore. Dopo Omero nessun poeta, per
mio giudicio, può alzarsi a competere con l'Alighieri, salvo Guglielmo
Shakspeare, gloria massima dell'Inghilterra. E per fermo, ne' drammi di lui
l'animo e la vita umana vengon ritratti così al vero e scandagliati e disaminati
così nel profondo, che mai nol saranno di più. Ma le condizioni peculiari della
drammatica e l'indole propria degl' ingegni settentrionali impedirono a
Shakspeare di raggiungere quella perfetta unione sì delle diverse materie
poetiche e sì di tutte l'eccellenze e prerogative onde facciamo discorso. E
veramente nelle composizioni sue la religione si mostra sol di lontano e molto
di rado; e tra le specie differenti e delicatissime d'amore ivi entro
significate, manca quella eccelsa e spiritualissima di cui si scaldò l'amante
di Beatrice. Il poeta è dall'ispirazione allacciato e padroneggiato sì forte,
da non saper bene sottomettersi all'arte ed alla meditazione. Il troppo
incivilirsi dei popoli aumentando di soverchio l'osservazione e la critica e
affinandovisi l'arte ogni giorno di più per effetto medesimo dell' esercizio e
dell' esperienza e per desiderio di novità, mena il poeta a scordar forse
troppo l'aurea semplicità degli antichi, il sincero aspetto della natura e i
veri e spontanei moti dell'animo. Il compiuto e l'ottimo della poesia consiste
in racchiudere dentro ai poemi con vaga e proporzionata unità di composizione
tutto quanto il visibile ed il pensabile umano per ciò che in ambedue è più
bello e più commovente. Consiste inoltre nel figurare e ritrarre cotesto
subbietto amplissimo e universale con la maggior novità e la maggiore sublimità
e leggiadria di concepimento, di fantasia, d'affetto e d'elocuzione che sia
fattibile di conseguire. Laonde poi il concepimento, così nel complesso come
nelle sentenze particolari, dee riuscir succoso, vario ed inaspettato e pieno
di recondita dottrina e saggezza; l'affetto dee correre, quanto è possibile,
per tutti i gradi e le differenze, e toccare il sommo della tenerezza e
commiserazione e il sommo della terribilità. Tasso, anima pia e generosa, ma in
cui (non so dir come) nulla v'era di popolare. Quindi egli s'infervorò della
maestà teocratica dei pontefici e aderì alla nuova cavalleria cortigiana e
feudale; quindi pure accettò con zelo e con osservanza scrupolosa l' ortodossia
cattolica, e nella vita intellettuale quanto nella civile, fu dall' autorità
dei metodi e degli esempj signoreggiato. Da ciò prese nudrimento e moto il
divino estro suo e uscirono le maraviglie della Gerusalemme. Nel Tasso poi sono
tutti i pregi e tutta quanta la luce e magnificenza della poesia classica, e
spiccano altresì in lui alcuni attributi speciali del genio italiano in ordine
al bello. In perpetuo si ammirerà nella Liberata ciò che l'arte, i precetti,
l'erudizione e la scienza possono fare, ajutati e avvivati da una stupenda
natura poetica. L'ARIOSTO significa la commedia umana quale la veggiamo
rappresentarsi nel mondo, laddove ALIGHIERI fece primo subbietto suo il
soprammondano, e in esso figurò e simboleggiò le cose terrene. E come il gran
Fiorentino nelle fogge variatissime de' tormenti e delle espiazioni dipinse i
variatissimi aspetti delle indoli e delle passioni, il simile adempiva
l'Ariosto sotto il velo dei portenti magici e delle strane avventure. Ma certo
qual narrazione di fatti umani riuscirà più vasta, più immaginosa e più
moltiforme di quella dell' Orlando furioso? Quivi sono guerre tra più nazioni,
nascimenti e ruine di molti regni, conflitto sanguinoso di religione e di
culto, infinita diversità e singolarità di costumi, e tutto il Ponente e il
Levante offrono larga scena e strepitoso teatro a cotali imprese e catastrofi.
Quivi sono dipinte la vita privata e la pubblica, le corti e le capanne, i
castelli ed i romitaggi; quivi s'intrecciano gradevolmente la cronica, la
novella e la storia, e ciò che il dramma à di patetico, l'epopeia di maestoso, il
romanzo di fantastico. Non credo che in veruna straniera letteratura possa come
nella nostra volgare annoverarsi una sequela così sterminata di poemi eroici e
di romanzeschi, parecchj de' quali brillerebbero di gran luce, ove fossero soli
e non li soverchiasse la troppa chiarezza di Dante, dell'Ariosto e del Tasso.
Né reputo presontuoso il dire che, per esempio, la Croce racquistata del
Bracciolini o il Conquisto di Granata di Girolamo Graziane sostengono bene
assai il paragone o con l'Araucana dell' Ercilla o coi medesimi Lusiadi di Luís
Vaz de Camões ai quali ànno accresciuta non poca fama le sventure e le virtù
del poeta; e per simile, io giudico che l' Amadigi del Tasso il vecchio o
l'Orlando innamorato del Berni, non temono di gareggiare con la Regina Fata di
Spenser e con quanto di meglio in tal genere ànno prodotto l'altre nazioni. Ma
non è da tacere che in quasi tutti questi nostri poemi riconoscesi agevolmente
l'uno o l'altro dei tipi che nel Furioso e nella Gerusalemme ricevettero
perfezione, ed a cui poca giunta di novità e poche profonde mutazioni si fecero
dagl'ingegni posteriori; e ne' poemi eroici singolarmente a niuno è riuscito di
ben cantare i difetti del Tasso, molti in quel cambio li esagerarono. Scusabile
mi si fa Marino e scusabili gl'Italiani, quand'io considero lo stato di lor
nazione sotto il crudele dominio degli Spagnuoli, e fieramente mi sdegno con
questi medesimi che nella patria loro ancor sì potente e sì fortunata,
plaudivano a que' delirj e incensavano il Gongora, meno ingegnoso assai del
Marino e di lui più strano e affettato. In fine, gioverà il ricordare che
all'Italia serva, scaduta e dilapidata, rimaneva pur tanto ancora di prevalenza
intellettuale appresso l'altre nazioni che de' trionfi più insigni e delle lodi
più sperticate del cavalier Marino furono autori i Francesi; e per lungo tempo
assai nessuno de' lor poeti seppe al tutto purgarsi della letteraria corruzione
venuta d'oltre Alpe; testimonio lo stesso Cornelio, alto e robustissimo
ingegno, ma nel cui stile nondimeno avria dovuto il Boileau ritrovare assai
spesso di quel medesimo talco del quale parevangli luccicare i versi del Tasso.
Dal Marino incominciò a propagarsi nel mondo una poesia fantastica e meramente
coloritrice, la quale cerca l'arte solo per l'arte, fassi specchio indifferente
al falso ed al vero, alle cose buone ed alle malvage, alle vane e giocose come
alle grandi e instruttive; sente tutti gli affetti e nessuno con profondità, e
nell'essere suo naturale od abituale, canta di Adone, come di Erode e così
delle favole greche come delle bibliche narrazioni] Fiorirono in tale
intervallo tre ingegni eminenti che forse mantennero alla lirica nostra una
spiccata maggioranza su quella d'altre nazioni. Ognuno, io penso, à nominato ad
una con me il Chiabrera, il Filicaja ed il Guidi. Dal solo Chiabrera fu
l'Italia regalata di tre nuove corone poetiche; mercechè veramente nelle sue
mani nacque e grandeggiò prima la canzone pindarica, poi la canzone
anacreontica e infine il sermone oraziano; né mal s' apporrebbe colui che
attribuisse al Chiabrera eziandio la rinnovazione del Ditirambo. Il Filicaja
venne a tempi ancora più disavventurati, e quando più non era possibile
discoprire ne' suoi Fiorentini un segno e un vestigio pure dell'antica fierezza
repubblicana. Ma il senso del bene morale e la pietà religiosa fervevano così
profondi nell'animo suo che bastarono a farlo poeta. Mai né in questa nostra
patria, né fuori sonosi udite canzoni così ben temperate di splendore pindarico
e di maestà scritturale come quelle del Filicaja. Nel Guidi allato a concetti
ed a sentimenti spesso comuni e rettorici, splende una forma non superabile di
novità, di bellezza e magnificenza. Certo, se a Guidi fosse toccato di vivere
in seno di una nazione forte e gloriosa, non ostante la poca fecondità e
vastità di pensieri, io non so bene a qual grado di eccellenza non sarebbe
salita la lirica sua; perché costui propriamente sortì da natura Yos magna
sonaturum, e ce ne porge sicura caparra la sua canzone alla Fortuna. A me
sonerà sempre caro ed insigne il nome di Varano, perché da lui segnatamente, a
quello che io giudico, s'iniziò il corso della poesia moderna italiana; e forse
la patria non gli si mostra ricordevole e grata quanto dovrebbe. Chi trovasse
non poca similitudine tra la mente del Varano e quella del Young, credo che
male non si apporrebbe. Anime pie e stoiche ambidue, e dischiuse non pertanto
agli affetti gentili, diffondono ne' lor versi un religioso terrore e un'
ascetica melanconia che nell'Inglese riescono cupi, inconsolati e monotoni, e
nell'Italiano s'allegrano spesso alla vista del nostro bel sole, e dai pensieri
del sepolcro volano con gran fede alla pace e serenità della gloria immortale. Varano
poi insieme col Gozzi restituì alla Divina Commedia il debito culto; Gozzi con
li scritti polemici, egli con la virtù dell' esempio; ed ebbe arbitrio di dire
a Dante ciò che questi a VIRGILIO: Tu séi lo mio maestro e il mio autore. Se
non che il cantore delle Visioni chiuse e conchiuse l'intero universo nel
sentimento della pietà e nei misteri del dogma, e non ben seppe imitare del suo
modello la nervosa brevità e parsimonia, la varietà inesauribile e la peregrina
eleganza. Se taluno dei suoi piuttosto scarsi scolari volle talora celebrare in
R.. l'ultimo anello della catena che da GALLUPPI si continua in SERBATI e
GIOBERTI, unanime e il consenso dei suoi maggiori contemporanei e dei posteri
nell'affermare il valore pressoché nullo della sua vasta produzione filosofica.
SERBATI e più scolastico, R. più civile. Quello quasi sterile in politica,
questo R. molto feconda, risolvendo i problemi più ardui e interessanti della
vita sociale. Quello è timido, questo R. Coraggiosa. Quello arriva a rifiutare
sul terreno pratico le conseguenze de' suoi principii per un pregiudizioso
rispetto di casta non evitando il disonore di una ritirata e la deformità del
sofisma; R., per lo contrario tutta intrepido si sostenne colla gloria di una
vittoria, colla dignità di una rigorosa coerenza, e colla bellezza di una vera
argomentazione. SERBATI in un bel momento di sua ragione scrive stupende pagine
sulla riforma del clero; poi ha la debolezza di ritirarle, impaurito dalle
minaccia dell'indice. R. è oggi quel che era ne' primi giorni della sua vita
pubblica, e non sa temere altro autorevole indice che quello del buon senso.
Nel suo saggio, intitolalo “Del diritto” (Scolastica, Torino) i ammira il
coraggio della coscienza di un filosofo, e la prudenza d'un uomo di stato.
Riguardo poi ai pregi della forma, SERBATI è semplicemente filosofo, R. è un
filosofo-oratore. Nel primo spicca la pura meditazione, nel R. si unisce il
genio che feconda il deserto delle speculazioni metafisiche, delle avanzate
astrazioni. In SERBATI vi ha una ricchezza povera, cioè una stiracchiatura di
poche idee in molte parole, quasi diffidi della memoria, e dell'abilità del
lettore. In R. vi ha una povertà ricca, cioè molte idee in poche parole; il che
appaga l'amor proprio del lettore, e ne fa liete tutte le potenze della
ritentiva e della ragione. Altri saggi: ““Dell'ottima congregazione umana e del
principio di nazionalità romana e italiana” (Subalpina, Torino); “Pagano,
ovvero, della immortalità”; “Dai Torchi della Signora De Lacombe”; “Prose
letterarie” (Barbera, Firenze). Terenzio Mamiani della Rovere. Rovere. Keywords:
confessioni di un metafisico, il rinnovamento della filosofia antica italiana, Vico,
Cuoco, Cicerone, Roma antica, gl’antichi romani, il foro, il caso di Nizza, la
communita di sangue. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Rovere” "Grice e della Rovere," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Rovere
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