RINALDI
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rinaldi: la ragione conversazionale – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Bergamo).
Filosofo italiano. Inizia la propria attività scientifica quando, a Milano,
espone e discute il problema dell’origine della dialettica oxononiense – H. P.
Grice, “Oxonian dialectic” -- e delle categorie logiche nella filosofia di
Hegel – H. P. Grice, “Da Kantotle a Heglato – and back” --, Spaventa e Gentile
in un saggio pubblicato da Franchini negli Annali della Facoltà di Lettere e
filosofia di Napoli -- cfr., in questo sito, il link “Elenco delle pubblicazioni.”
Dedica la propria attività all’analisi, interpretazione e critica della fenomenologia
trascendentale di Husserl e dei suoi maggiori seguaci, i cui risultati
storiografici e critico-teoretici vennero esposti nella sua tesi di laurea,
nel suo primo libro ed in un successivo articolo in inglese apparso su The
Monist. Vince una borsa di studio presso l’Istituto Italiano di Studi Storici,
fondato a Napoli da Croce, e in tale contesto si dedica a studi sui fondamenti
epistemologici ed ontologici della concezione marxiana – cf. H. P. Grice, “Ontological
marxism” -- dell’economia, della società e della storia e sulla tradizione
filosofica dell’idealismo italiano, che hanno trovato espressione nel volume
Dalla dialettica della materia alla dialettica dell’Idea. Critica del materialismo
storico, in numerosi saggi sul pensiero di Croce e di Gentile, e nel volume
L’idealismo attuale tra filosofia speculativa e concezione del mondo. Enuncia
in forma programmatica i fondamenti della propria prospettiva filosofica nel
saggio “L’atto logico-etico come principio della filosofia.” Le sue successive
ricerche in ambito logico, epistemologico, etico e storiografico non hanno
mancato di conformarsi strettamente ad essi, sviluppandone in maniera sistematica
le implicazioni essenziali. Il risultato più cospicuo, a livello puramente
teoretico, di tale elaborazione è da vedersi nelle sue dottrine della percezione
sensibile, della LINGUA, del principio gnoseologico, dell’idea della Logica
speculativa, della prassi -- diritto astratto, moralità, eticità, storia
universale --, dell’arte e della religione, esposte, rispettivamente, in ampi
saggi destinati a Studi urbinati: “Essenza e dialettica della percezione
sensibile”, “Fondamenti di filosofia del linguaggio” (1996: cfr. n. 40),
“Prolegomeni ad una teoria generale della conoscenza” (1999: cfr. n. 42) e
“Idea e realtà della Logica” (2002: Parte I, cfr. n. 47; Parte II, cfr. n. 50),
e nelle opere sistematiche Teoria etica (cfr. n. 7), Ragione e Verità.
Filosofia della religione e metafisica dell’essere (cfr. n. 8), L’etica
dell’Idealismo moderno (cfr. n. 10) e The Philosophy of Art (cfr. n. 12). § 5.
Tra il 1983 e il 1986 ampliava i propri interessi storiografici e critici
nell’ambito della storia del pensiero italiano del Novecento alla “metafisica
dell’essere” (spiritualismo e neoscolastica). I risultati di tali sue ricerche
hanno trovato espressione nel manoscritto Ragione e realtà. Profilo di una
critica della metafisica dell’essere (1986), che, in versione aggiornata ed
ampliata, costituisce ora la Parte III del volume Ragione e Verità. Filosofia
della religione e metafisica dell’essere (cfr. n. 8). § 6. Dal 1985 è membro
internazionale della “Hegel Society of America”, e dal 2006 della
“Internationale Gesellschaft ‘System der Philosophie’” (Università di Vienna).
Dal 1988 al 2013 è stato anche membro dello “Arbeitskreis zu Hegels
Naturphilosophie”. Ad una globale interpretazione e valutazione critica del
neohegelismo anglosassone ha dedicato più d’uno scritto (cfr. nn. 29 e 30). Ha
presentato agli studiosi italiani il pensiero e l’opera di uno dei maggiori
filosofi hegeliani anglosassoni odierni, Errol E. Harris (cfr. n. 3). Ne ha
tradotto, per la rivista Criterio, alcuni estratti sulla fenomenologia
husserliana e sulla Logica hegeliana (cfr. n. 25) e, in collaborazione con la
cattedra di Storia della filosofia dell’Università di Milano, il volume sulla
filosofia di Spinoza (cfr. n. 17). Ha rivendicato la cruciale rilevanza, per la
storia dell’epistemologia contemporanea, dell’interpretazione “olistica” e
“dialettica” harrisiana delle scienze della natura del XX secolo. Nel 1992 la
casa editrice accademica statunitense The Edwin Mellen Press ha pubblicato il
saggio, da lui personalmente redatto in inglese, A History and Interpretation
of the Logic of Hegel (cfr. n. 4). Nel novembre 2003 ha ricevuto dal Prof. J.R.
Shook (Oklahoma State University) l’incarico di scrivere per il Dictionary of
Modern American Philosophers la voce “Errol Harris” (cfr. n. 52), che è
apparsa, in versione aggiornata, anche nella Biographical Encyclopedia of
British Idealism. § 7. Dal 1991 al 2001, in qualità di ricercatore di ruolo
presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino “Carlo Bo” e di
coordinatore del “Centro di Epistemologia delle Scienze Umane” della medesima
Università, ha dedicato la propria attività scientifica all’elaborazione di una
teoria critica e sistematica dei fondamenti epistemologici delle scienze umane
contemporanee, nel contesto più ampio e fondamentale della sua prospettiva
teoretica (cfr. supra, § 4). Le tematiche in tale ambito privilegiate sono
state: la “teoria dei sistemi” di von Bertalanffy e Luhmann (cfr. n. 32), la
“teoria critica della società” (dialettica negativa, sociologia dell’arte,
teoria sociale) di Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas (cfr. n. 5), l’etica
materiale del valore di Husserl, Scheler e N. Hartmann (cfr. n. 10, §§ 57–62),
la teoria “antifondazionalistica” e “sistematica” della giustizia di R.D.
Winfield (cfr. n. 48), lo strutturalismo linguistico di Saussure e Jakobson
(cfr. n. 40) ed infine il decostruzionismo di Derrida (cfr. n. 41). Una
traduzione in lingua georgiana di questo saggio da parte del Dr. N.
Kopaleishvili è attualmente in corso di pubblicazione. § 8. Dall’anno 2000 è
membro del Comitato scientifico-editoriale della rivista «Magazzino di
filosofia», dal 2014 dello “Internationaler Beirat” dello Jahrbuch für
Hegelforschung (Nomos/Academia Verlag), e dal 2018 del Comitato scientifico
della rivista «Il pensiero storico». § 9. Dal 2001 al 2020 è stato professore
associato di Filosofia morale presso la Facoltà di Sociologia dell’Università
di Urbino; dal 2002 al 2020 ha ottenuto l’affidamento dell’insegnamento di
Filosofia teoretica presso il Corso di laurea specialistica in Sociologia
nell’ambito della medesima Facoltà; il 22 marzo 2018 ha conseguito
l’abilitazione nazionale a professore ordinario di Filosofia teoretica, che con
decreto ministeriale N. 17728 è stata prorogata fino al 22 marzo 2029. Il 10 ottobre 2019 è stato
nominato “Honorary Senior Research Fellow of the Archive of Caucasian
Philosophy and Theology of the New Georgian University”. § 10. Presso l’Università di Urbino ha organizzato
tra il 1993 e il 2008 le seguenti conferenze: a) “Between Finitude and
Infinity: Hegelian Reason and the Pascalian Heart”, di William Desmond
(Università di Lovanio); b) “Hegel o Heidegger?”, di Claus-Artur Scheier
(Technische Universität di Braunschweig); c) “Globalizzazione ed egemonia
americana”, di Vittorio Hösle (Notre Dame University di South Bend, Indiana,
U.S.A.); d) “L’inizio della filosofia: il superamento hegeliano del pirronismo”
e “Il ‘lato libero di ogni filosofia’: scepsi e libertà” di Klaus Vieweg
(Fridrich–Schiller–Universität di Jena); e) “Keplero contra Newton. I
fondamenti della Filosofia della natura di Hegel” di Thomas Posch (Università
di Vienna). Esse hanno avuto luogo, rispettivamente, l’8 maggio 1993, il 27
marzo 1995, il 24 marzo 2004, il 18 e 19 aprile 2005, il 6 ottobre 2008. Egli
ne ha curato personalmente l’introduzione e la traduzione, ed ha condotto il
successivo dibattito. Il testo della seconda è stato pubblicato nella rivista
Paradigmi, 1996, n. 42, pp. 499–513. § 11. Il 22 febbraio 1999 ha organizzato il
Simposio: “Estetica ed epistemologia. Riflessioni sulla «Critica del giudizio»
di Kant”, in cui ha presentato la relazione “Filosofia critica e pensiero
speculativo nella Critica del giudizio di Kant”, e cui sono altresì intervenuti
Emilio Garroni (Università di Roma “La Sapienza”), Renato Pettoello (Università
degli Studi di Milano), Luigi Alfieri e Alessandro Di Caro (Università di
Urbino). Il 29 marzo 2007 è intervenuto al Simposio “Heinrich Rickert e
l’epistemologia neokantiana”, da lui organizzato presso la Facoltà di
Sociologia dell’Università di Urbino il 29–30 marzo 2007, con la relazione
“Idealismo critico e Weltanschauung nella filosofia di Rickert”. Hanno
presentato altre relazioni sulla filosofia di Rickert e/o hanno partecipato al
successivo dibattito Renato Pettoello (Direttore del Dipartimento di Filosofia
dell’Università di Milano), Luca Oliva (Università di Milano) e i docenti
urbinati Guido Maggioni, Vincenzo Fano, Giovanni Bonacina, Alessandro Di Caro e
Luigi Alfieri. § 12. Tra il 1991 e il 2009 egli ha tenuto le seguenti
conferenze: a) Presentazione del volume Salvezza dalla disperazione.
Rivalutazione della filosofia di Spinoza di E.E. Harris (cfr. n. 17), nell’Aula
magna della Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino il 10 dicembre
1991; b) Commemorazione del Prof. Darrel E. Christensen, fondatore e primo
presidente della “Hegel Society of America”, presso la Penn State University il
3 ottobre 1992; c) Presentazione del volume di L. Rossi, Negazioni (Urbino,
Quattroventi 1994), presso l’Istituto di Sociologia dell’Università di Parma il
19 novembre 1992; d) “Die Aktualität von Hegels Logik”, presso il
“Philosophisches Seminar” della Technische Universität di Braunschweig il 24
giugno 1994; e) “Metaphysics as a Cultural Presence”, presso il Loyola College
(Baltimora), in occasione del 46° Congresso della “Metaphysical Society of
America”, il 10 marzo 1995; f) “Italian Idealism and Its Critics”, presso il
Dipartimento di filosofia del Loyola College il 13 marzo 1995; g) “Understanding
the Phenomenology Today”, presso l’Istituto di filosofia dell’Università di
Lovanio il 20 novembre 1996; h) “A Hegelian Critique of Deconstruction”, presso
l’Istituto di filosofia dell’Università di Lovanio il 21 novembre 1996, nella
serie delle “Thursday Lectures”; i) “Zur gegenwärtigen Bedeutung von Hegels
Naturphilosophie”, presso il “Philosophisches Seminar” della Technische
Universität di Braunschweig il 3 maggio 1999; l) “Warum, und inwiefern, ist
Hegels »absoluter Idealismus« heute noch aktuell?”, presso la
Friedrich–Schiller–Universität di Jena, in occasione del 24° Congresso della
“Internationale Hegel-Gesellschaft” il 30 agosto 2002; m) “Method and
Speculation in the Philosophy of the Later Fichte”, presso la
Ludwig–Maximilians–Universität di Monaco, in occasione del 5° Congresso della
“Internationale Johann–Gottlieb–Fichte–Gesellschaft”, il 17 ottobre 2003; n)
“Innere und Äußere Teleologie bei Kant und Hegel”, nell’ambito del workshop
“Zur Kritik des mechanischen Weltbildes: Kant, Hegel, Marx und die Folgen”,
organizzato dalla Prof. Renate Wahsner presso il Max-Planck-Institut für
Wissenschaftsgeschichte di Berlino, il 16 agosto 2004; o) “Über das Verhältnis
der dialektischen Methode zu den Naturwissenschaften in Hegels absolutem
Idealismus”, in occasione del convegno annuale dello “Arbeitskreis zu Hegels
Naturphilosophie” presso la Technische Universität di Kaiserslautern, il 19
marzo 2005; p) “Freiheit als Autonomie des Willens”, in occasione del convegno
annuale dello “Arbeitskreis zu Hegels Naturphilosophie” presso l’Università di
Lubecca il 24 giugno 2006; q) “Über das Verhältnis der Ethik zur Metaphysik”,
in occasione del Simposio “Ethik als prima philosophia?”, organizzato dalla
“Internationale Gesellschaft ‘System der Philosophie’”, il 9 novembre 2007
presso l’Istituto di filosofia dell’Università di Vienna; r) “Selbstbewusstsein
und Substantialitätsverhältnis in Bruno Bauers Religionsphilosophie”, in
occasione del Congresso “Bruno Bauer: ein ‘Partisan des Weltgeistes’?” presso
la Friedrich–Schiller–Universität di Jena il 4 settembre 2009. § 13.
Nell’ambito del Programma Socrates/Erasmus 1999–2000 dell’Università di Urbino
ha tenuto dall’8 al 12 maggio 2000 presso l’Istituto superiore di filosofia
dell’Università di Lovanio il seminario dottorale “Dialectic and Speculation in
the Philosophy of German Idealism”, articolato in dieci ore di lezione e/o
discussione e dedicato all’analisi e all’interpretazione della Critica del
giudizio di Kant, della filosofia del “secondo” Fichte e della relazione tra
Logica e Fenomenologia nella filosofia di Hegel. Nell’ambito del Programma
Socrates/Erasmus 2003–2004 dell’Università di Urbino egli ha tenuto presso la
Friedrich–Schiller–Universität di Jena le seguenti lezioni: a) “Zur
gegenwärtigen Bedeutung von Hegels Naturphilosophie” (Ernst-Haeckel-Haus, 7
giugno 2004); b) “Die Aktualität von Hegels Logik” (Institut für Philosophie, 8
giugno 2004) ; c) “Die Idee der Philosophie und Hegels spekulativer Idealismus”
(Institut für Philosophie, 11 giugno 2004). Nell’ambito del Programma
Socrates/Erasmus 2006–2007 dell’Università di Urbino egli ha tenuto presso
l’Istituto di Filosofia della Friedrich–Schiller–Universität di Jena le
seguenti lezioni: a) “Über das Verhältnis der dialektischen Methode zu den
Naturwissenschaften bei Hegel” (11 giugno 2007); b) “Freiheit als Autonomie des
Willens” (12 giugno 2007). Ad esse ha fatto seguito un’articolata discussione
circa entrambe le tematiche trattate. § 14. Con decreto del 14 novembre 2003 ha
ottenuto dalla Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino la nomina del
Dr. phil. Helmut Schneider, direttore accademico dello Hegel–Archiv della
Ruhr–Universität di Bochum, a professore a contratto integrativo presso la
Cattedra di Filosofia morale. Questi ha tenuto il 6, il 7 e l’8 marzo,
rispettivamente, le seguenti lezioni: a) “La forma d’arte romantica di Hegel
come teoria della Modernità e del Postmoderno estetico ed artistico. Il futuro
dell’arte dopo Hegel”; b) “La teoria hegeliana della comicità e la dissoluzione
dell’arte bella”; c) “I fondamenti antropologici della filosofia del diritto di
Hegel”. Egli ne ha curato la traduzione e la presentazione, ed il testo della
prima conferenza è stato pubblicato nel Magazzino di filosofia, n. 16/2005, pp.
128–143. § 15. Il 14 aprile 2005 il Prof. Giuseppe Cantillo (Università
“Federico II” di Napoli) ha presentato il volume Teoria etica di Giacomo
Rinaldi presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino. Hanno
partecipato al successivo dibattito, oltre all’Autore, il Dr. Andrea Aguti, il
Prof. Guido Maggioni ed il Prof. Piergiorgio Grassi. § 16. Nei due anni
accademici successivi la sua intera attività scientifica è stata dedicata alla
composizione di una sistematica Filosofia della religione, che è stata
pubblicata nel volume Ragione e Verità. Filosofia della religione e metafisica
dell’essere (cfr. n. 8). § 17. In collaborazione col Dipartimento di studi su
Società, Politica e Istituzioni (DiSSPI) dell’Università di Urbino, egli ha
organizzato e diretto il Congresso internazionale “Il pensiero di Hegel
nell’Età della globalizzazione”, che ha avuto luogo il 3–5 giugno 2010
presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino. Il Congresso,
cui hanno dato la loro adesione alcuni tra i più eminenti studiosi viventi
della filosofia hegeliana, si è articolato in 21 relazioni seguite da tre
sessioni di discussione plenaria. Il programma del Congresso può essere
consultato nella sezione “Events” di questo sito. Gli Atti del Congresso
sono stati pubblicati nel volume Il pensiero di Hegel nell’Età della
globalizzazione, a cura di G. Rinaldi e Th. Rossi Leidi, Roma, Aracne
Editrice 2012 (cfr. n. 18). § 18. Il 19 novembre 2010 egli ha tenuto presso la
Technische Universität di Kaiserslautern lo “Eröffnungsvortrag” del
Convegno annuale dello “Arbeitskreis zu Hegels Naturphilosophie” sul tema
“Systemtheorie(n) im Spiegel der Hegelschen Philosophie”. Il titolo di questa
conferenza è “Hegels spekulativer Systembegriff und die zeitgenössischen
Wissenschaften”, ed il testo è stato pubblicato nel volume Systemtheorie,
Selbstorganisation und Dialektik. Zur Methodik von Hegels Naturphilosophie
(cfr. n. 67). § 19. Il 30 novembre–1 dicembre 2010 egli ha organizzato, in
collaborazione col DiSSPI, il Simposio “La filosofia hegeliana della religione
oggi”, dedicato alla presentazione del suo volume Ragione e Verità. Filosofia
della religione e metafisica dell’essere (cfr. n. 8) e del saggio della Dr.
Stefania Achella Rappresentazione e concetto. Religione e filosofia nel sistema
hegeliano (Napoli, Città del Sole 2010). Sono intervenuti, oltre agli Autori,
il Prof. Giuseppe Cantillo (Università di Napoli), il Prof. Piergiorgio Grassi
(Università di Urbino), il Dr. Cristian Cristofoletti, il Dr. Davide
D’Alessandro (Università di Salerno), il Dr. Marco de Angelis e il Dr. Andrea
Aguti (Università di Urbino). § 20. Il 27 aprile 2011 egli ha tenuto presso lo
“Institute of Advanced Study” della Notre Dame University (South Bend, IN), su
invito del Prof. Vittorio Hösle e del Prof. Donald Stelluto, la conferenza “Why
Gentile’s Actualism Remains a Legitimate Philosophical Position”. L’incisione
su CD di questa conferenza e della successiva discussione, effettuata dal
medesimo Istituto, è disponibile nella sezione “Events” di questo sito. Il 29
aprile, su invito di Richard D. Winfield, Distinguished Research Professor
presso la University of Georgia (Athens, GA), egli ha ivi tenuto la conferenza
“Autonomous and Heteronomous Reason in Contemporary Systematic Philosophy”, ed
ha partecipato al successivo dibattito. § 21. Il 3 luglio 2011 egli ha tenuto
presso l’Istituto di filosofia dell’Università di Vienna la relazione “Die
Selbstaufhebung der materialistischen Reduktion des ‘Bewusstseins’ auf das
‘gesellschaftliche Sein’ bei Marx” nell’ambito del Simposio “Reduktionismen –
und die Antworten der Philosophie”, organizzato dalla “Internationale
Gesellschaft ‘System der Philosophie’”. Essa è stata pubblicata negli Atti del
Convegno (cfr. n. 68). § 22. Nell’ambito del Programma Socrates/Erasmus
dell’Università di Urbino egli ha tenuto dal 10 al 17 giugno 2012 presso il
Dipartimento di Filosofia dell’Università di Kaiserslautern, su invito del suo
Direttore, il Prof. Wolfgang Neuser, un “Vortragszyklus” articolato in 5
lezioni sulla filosofia di Hegel e i suoi ulteriori sviluppi ed interpretazioni
nel pensiero contemporaneo: a) “Wahrheit und Aktualität des absoluten
Idealismus” (11 giugno); b) “Diskussion” (12 giugno); c) “Kritik der
pragmatistischen Hegel–Deutung” (13 giugno); d) “Diskussion” (14 giugno); e)
“Die Aktualität von Hegels Logik” (15 giugno). A quest’ultima lezione ha fatto
seguito un’ampia discussione conclusiva. § 23. Su invito della “Sächsische
Akademie der Wissenschaften zu Leipzig”, egli ha tenuto il 19 luglio 2012
presso l’Università di Lipsia la relazione “Hegel und das philosophische
Verständnis der Person” nell’ambito del Convegno “Normativität und
Institution”. Essa è stata pubblicata negli Atti del Convegno (cfr. n. 70). §
24. In collaborazione col Dipartimento di Studi su Economia, Società,
Politica (DESP) dell’Università di Urbino, cui afferisce dal 2010, egli
ha ivi organizzato il Congresso Internazionale “Idealismo assoluto e
filosofia contemporanea”, che ha avuto luogo dal 15 al 17 novembre 2012,
e cui egli è intervenuto con la relazione “Attualità dell’Idealismo
attuale. Hegel e Gentile”. Sono state lette e discusse complessivamente 12
relazioni sul pensiero di Hegel e i suoi rapporti con la filosofia
contemporanea, e sono stati presentati due volumi recentemente
pubblicati: Absoluter Idealismus und zeitgenössische Philosophie.
Bedeutung und Aktualität von Hegels Denken (cfr. n. 9) di Giacomo Rinaldi, e
Il pensiero di Hegel nell’Età della globalizza zione, a cura di Giacomo
Rinaldi e di Thamar Rossi Leidi (cfr. n. 18). Il primo raccoglie, oltre ad
una “Introduzione” inedita, 11 saggi sul pensiero di Hegel, in inglese o in
tedesco, già apparsi in Germania e negli Stati Uniti di America, che da punti
di vista diversi perseguono il comune obiettivo filosofico di articolare e
fondare una consistente interpretazione dell’Idealismo assoluto come
“filosofia dell’autocoscienza infinita”. Il secondo raccoglie, oltre ad
una “Introduzione” da lui curata in collaborazione col Dr. Thamar Rossi
Leidi, i testi delle relazioni tenute nell’ambito dell’omonimo Congresso
hegeliano urbinate del 2010. § 25 Nell’ambito del XXX Congresso
dell’“Internationaler Arbeitskreis zu Hegels Naturphilosophie”, il 2 novembre
2013 egli ha tenuto presso la Technische Universität di Kaiserslautern la
conferenza “Die naturphilosophischen Voraussetzungen von Hegels Philosophie
der Kunst”, il cui testo è stato pubblicato nel 2016 nello Jahrbuch für
Hegelforschung (cfr. n. 81). § 26 Nell’ambito del XXIII Congresso della “Hegel
Society of America” (Northwestern University, 31 ottobre–2 novembre 2014) egli
ha tenuto il 31 ottobre la relazione inaugurale, “The Metaphysical Presuppositions
of Hegel’s Philosophy of Self-Conscious ness”. Essa è stata pubblicata nel
2016 nel volume Hegel and Metaphysics, contenente gli Atti di questo Congresso
(cfr. n. 78). § 27. Su invito del Dipartimento di Filosofia dell’Università
degli Studi di Pescara-Chieti “Gabriele d’Annunzio” egli ha ivi tenuto il 15
aprile 2015 la conferenza “Dialettica negativa e pensiero speculativo tra
Hegel e Adorno”, dedicata allo svolgimento di una critica radicale della
polemica di Adorno contro il pensiero speculativo di Hegel. § 28. Nel corso
dell’anno accademico 2014–15 egli ha organizzato, in collaborazione col
Dipartimento DESP, il Congresso Internazionale “Etica e metafisica” (12–13
dicembre 2014). Il suo programma può essere consultato in questo sito mediante
il link “Events”. La registrazione dell’intero Congresso è disponibile in
Internet all’indirizzo www.filosofia-urbino.org. § 29. Nel corso dell’anno
accademico 2015–16 egli ha organizzato, sempre in collaborazione col Diparti
mento DESP, il Congresso Internazionale “La Filosofia dello spirito oggi”
(26–28 novembre 2015) e il Simposio Internazionale “Il superamento dello
scetticismo e del nichilismo in Platone e in Hegel” (26–27 maggio 2016). I
programmi di entrambi i convegni possono essere consultati in questo sito
mediante il link “Events”, e la registrazione di tutte le relazioni e
discussioni, che hanno avuto in essi luogo, è reperibile in Internet agli
indirizzi www.filosofia-urbino.org e www.robert-wallace-in-italy.it . § 30. Nel
2016 egli ha dato alle stampe un’altra opera sistematica di maggiori
proporzioni nell’ambito disciplinare della Filosofia morale: L’etica
dell’Idealismo moderno (cfr. n. 10). § 31. Nel corso dell’anno accademico
2016–17 egli ha organizzato, in collaborazione col Dipartimento DESP e coi
Dottorati di ricerca di tale Dipartimento, il Congresso Internazionale “Il
pensiero filosofico e la sua storia” (30 novembre – 2 dicembre 2016), nel quale
ha presentato la relazione “Storicismo e metafisica nella filosofia contemporanea”,
il cui testo è stato pubblicato nel Vol. 29 del Magazzino di filosofia (cfr. n.
80). Come già nel caso dei precedenti congressi e simposi organizzati a partire
dal 2014, la registrazione dell’intero Congresso è disponibile in Internet
all’indirizzo www.filosofia-urbino.org/. § 32. Nell’anno accademico 2017–18 la
sua attività scientifica si è venuta orientando in tre principali direzioni:
(1) l’analisi della storia delle interpretazioni dell’Etica di Spinoza, con
particolare attenzione a quelle sviluppate nell’ambito della filosofia
dell’Idealismo britannico e dell’Esistenzialismo contemporaneo; (2)
l’elaborazione di una sistematica Filosofia dell’arte nella prospettiva
teoretica della filosofia dell’Idealismo assoluto; e (3) la discussione e la
valutazione critica delle più recenti interpretazioni e sviluppi della
Filosofia hegeliana della religione. I risultati di queste ricerche sono stati
esposti, rispettivamente, in un volume pubblicato da Aracne Editrice (cfr. n.
11); in un saggio apparso nello «Jahrbuch für Hegelforschung» (cfr. n. 81); e
nel testo della conferenza “The Contemporary Relevance of Hegel’s Philosophy”,
da lui tenuta nell’ambito del Congresso Internazionale “Philosophy &
Christianity: Hegel’s Philosophy of Religion”, che ha avuto luogo il 22–23
settembre 2017 presso la New Georgian University di Poti (Georgia). Questo
testo è stato pubblicato sia in lingua italiana (cfr. n. 82) che in lingua
georgiana (cfr. n. 88). § 33. Nel corso del medesimo anno accademico egli ha
presentato i risultati delle ricerche da lui svolte nell’ambito dell’Estetica,
della Logica e dell’Etica dell’idealismo contemporaneo in tre relazioni. La
prima relazione, dal titolo “La filosofia hegeliana dell’arte e l’estetica del
neoidealismo italiano” (cfr. n. 89), è stata tenuta il 22 novembre 2017
nell’ambito del Congresso Internazionale “Arte e Logica nella filosofia di
Hegel”, da lui organizzato in collaborazione col Dipartimento DESP presso
l’Università di Urbino, il cui programma può essere visualizzato nella sezione “Events”
di questo Website. La seconda relazione, “The Development of Giovanni Gentile’s
Political Thought” (cfr. n. 85, e, in lingua italiana, n. 87) è stata
presentata il 14 febbraio 2018 presso il “Centre for the Study of British
Idealism” dell’Università di Hull. La terza relazione, “Truth and Logic in
Harold H. Joachim’s Philosophy” (cfr. n. 84), è stata tenuta nella medesima
sede il 15 febbraio 2018. § 34. Nell’anno accademico 2018–19 egli ha
organizzato, in collaborazione col Dipartimento DESP dell’Università di Urbino,
il Congresso Internazionale “Etica, Politica, Storia Universale”, che ha avuto
ivi luogo dal 24 al 27 ottobre 2018, e in cui egli ha presentato la relazione
“Ivan Aleksandrovich Il’in e la critica neokantiana dell’epistemologia di Hegel”
(cfr. n. 92). La pubblicazione degli Atti di questo Congresso ha avuto luogo
nel settembre del 2020 presso la Casa editrice Aracne (Roma: cfr n. 19). Il 18
dicembre 2018 egli ha tenuto presso l’Università di Hull (UK), nell’ambito del
Congresso annuale del “Centre for the Study of British Idealism”, la relazione
“A Few Critical Remarks on Collingwood’s Philosophy of Art” (cfr. n. 96). § 35.
Nell’anno accademico 2019–20, in qualità di Visiting Professor presso la New
Georgian University, egli ha ivi tenuto, dal 3 al 20 ottobre 2019, lezioni,
conferenze e seminari sui principi della Logica di Hegel, il suo influsso sulla
filosofia europea contemporanea, l’idea della Filosofia e la storia della
filosofia italiana nel XX secolo. Nel gennaio del 2021 è stato pubblicato a
Tbilisi il suo volume Twentieth-Century Italian Philosophy: A Brief Outline and
Evaluation, contenente la traduzione in lingua georgiana della Prolusione da
lui tenuta il 10 ottobre 2019 in occasione del conferimento della qualifica
accademica di “Honorary Senior Research Fellow of the Archive of Caucasian
Philosophy and Theology of the New Georgian University” (cfr. n. 13). § 36.
Nell’anno accademico 2020–21 egli ha partecipato al Convegno Internazionale “La
presenza di Hegel nei pensatori contemporanei”, organizzato per via telematica
presso l’Università di Messina dal Prof. Giuseppe Gembillo, con la relazione
“La filosofia hegeliana dello spirito oggettivo nell’interpretazione di Ivan
Aleksandrovich Il’in”, da lui tenuta il 3 febbraio 2021. Il testo della
medesima è attualmente in corso di pubblicazione negli Atti del Convegno (cfr.
n. 98). Su invito del Prof. Iremadze (New Georgian University) egli ha anche
scritto un articolo sui risultati di questo Convegno, che è attualmente
reperibile, nella traduzione in lingua georgiana del Dr. Giorgi Kapanadze, in
Internet all’indirizzo https://www.petritsiportal.ge/ka/article/121, mentre il
testo originale (in inglese) è stato pubblicato nello Jahrbuch für
Hegelforschung, Bd. 22, 2023, pp. 213–228 (cfr. n. 126). § 37. In
collaborazione col Dipartimento DESP dell’Università di Urbino egli ha
organizzato il Congresso Internazionale “Attualità dell’Estetica hegeliana”,
che ha avuto luogo dal 3 al 5 maggio 2022 nell’Aula Parnaso di Palazzo
Veterani, e in cui ha presentato la relazione “Il significato della Filosofia
dell’arte nel pensiero contemporaneo”. Il programma del Congresso è reperibile
nella locandina pubblicata nella sezione “Events” del presente sito. Gli Atti
di questo Congresso sono stati pubblicati nel 2023 nel volume Attualità
dell’Estetica Hegeliana (cfr. n. 20). § 38. Su invito del Prof. Tom Kleffmann,
Direttore dell’Istituto di Teologia evangelica dell’Università di Kassel, ed
anche col contributo del Programma Socrates-Erasmus 2021–2022 dell’Università
di Urbino, egli ha ivi presentato i risultati delle sue ricerche sulla
Filosofia dell’arte nella conferenza „Die Bedeutung der Kunstphilosophie im
zeitgenössischen Denken“, che ha avuto luogo il 23 giugno 2022, e nelle quattro
seguenti lezioni sul tema: “Begründung, System und Entwicklungen von Hegels
Ästhetik”: “Begriff und Formen der Kunst nach Hegels Ästhetik” (17 giugno
2022); “Das System der einzelnen Künste in Hegels Ästhetik” (18 giugno 2022);
“Richard Wagners Auffassung des Gesamtkunstwerks als mögliche Lösung der
Antinomien der Hegelschen Lehre von der romantischen Kunstform” (1 luglio
2022); “Kritische Bemerkungen über den Einfluss von Hegels Kunstphilosophie auf
die Ästhetik des italienischen und des britischen Idealismus” (2 luglio 2022).
I testi della conferenza e delle lezioni, ampliati e preceduti da una
Introduzione dal titolo “Der gegenwärtige Zustand der Philosophie und das Erbe
des Deutschen Idealismus”, sono stati pubblicati nel 2023 nel volume Kasseler
Vorlesungen über Hegels Kunstphilosophie (cfr. n. 15). § 39. Nell’ambito del
Convegno Internazionale “Benedetto Croce 70 anni dopo” (Università di Messina,
22–24 novembre 2022), il 22 novembre egli ha tenuto la relazione “Idealismo e
storicismo nell’etica di Croce”, che è stata poi pubblicata in «Magazzino di
filosofia», n. 45/2023, pp. 41–52. § 40. Dal 2022 al 2024 egli ha diretto il
Progetto di ricerca “Significato e attualità della concezione umanistica del
mondo”, finanziato dal Dipartimento DESP dell’Università di Urbino. I risultati
delle ricerche filosofiche svolte in tale ambito sono stati pubblicati nel
volume omonimo (cfr. n. 21), che raccoglie, oltre a una sua “Introduzione”, i
seguenti saggi: Giacomo Rinaldi, “Umanesimo e Idealismo” (pp. 25–170); Mattia
Cardenas, “Pensare la coscienza. Tracce per una concezione umanistica” (pp.
171–205); Giacomo Cerretani, “Arte e Umanesimo. Sulla loro relazione” (pp.
207–254) e Antonio Messina, “Visioni del potere: Un confronto tra il pensiero
politico di Giovanni Gentile e l’umanesimo africano” (pp. 255–300). § 41.
Nell’ambito del Programma Socrates-Erasmus 2023/2024 dell’Università di Urbino
egli ha tenuto presso l’Institut für Evangelische Theologie dell’Università di
Kassel la lezione “Die neuplatonische Grundlage des Prologs des Johannes-Evangeliums”
(3 luglio 2024) e la conferenza “Hegels Auffassung des Christentums” (4 luglio
2024). Entrambi i testi, rivisti e ampliati, sono in corso di pubblicazione
nello Jahrbuch für Hegelforschung, Bd. 23. Il manifesto della conferenza, che ha
avuto luogo nel contesto del “Philosophisch-Theologisches Kolloquium”
organizzato dall’Institut für Evangeliche Theologie, è reperibile nella sezione
“Events” di questo website. § 42. In qualità di visiting professor presso la
New Georgian University, egli ha tenuto ai dottorandi di tale Università le
lezioni “Spinoza and Neo-Platonism” (30–31 luglio 2024), “A Hegelian Critique
of Derrida’s Deconstructionism” (1 agosto 2024) e, nell’ambito di un Simposio
sul pensiero politico organizzato dal Prof. Tengiz Iremadze, la relazione “Some
Reflections on Italian Political Thought in the 20th Century” (2 agosto 2024).
Il testo di questa relazione è attualmente in corso di pubblicazione, insieme a
quelli degli altri due relatori, il Prof. M. Gogatishvili e la Prof. L.
Zakaradze, negli Atti di questo Simposio. § 43. In collaborazione col
Dipartimento DESP dell’Università di Urbino, egli ha organizzato e diretto ivi
il Congresso Internazionale “Filosofia e religione nella storia e nel
presente”, che ha avuto luogo dal 2 al 4 ottobre 2024, e nel cui ambito egli ha
tenuto mercoledì 2 ottobre la relazione “Lineamenti fondamentali della
Filosofia della religione”. Il programma di questo Congresso, cui hanno
partecipato, in presenza o in videoconferenza, eminenti studiosi provenienti da
diversi paesi e continenti, può essere consultato nella sezione “Events” di
questo website. § 44. In data 20 gennaio 2025 il Rettore della New Georgian
University, Metropolita Dr. Grigoli, ha firmato la nomina di Giacomo Rinaldi a
Professore di Filosofia presso lo “Archive of Caucasian Philosophy and
Theology” di questa Università. La sua attività scientifica ed editoriale in
questo nuovo contesto accademico è iniziata con la preparazione degli Atti del
Congresso Internazionale “Filosofia e religione nella storia e nel presente”
(Urbino, 2–4 ottobre 2024), la cui pubblicazione è prevista in una delle
collane di Aracne Editrice (Roma). Il testo della nomina può essere
visualizzato nella sezione “Events” di questo sito. STUDI URBINATI/B4 ECONOMIA
SOCIOLOGIA Fondamenti di filosofia del linguaggio di Giacomo Rinaldi Dedico
questo scritto alla memoria di mia Madre, recentemente scomparsa. I: Il
linguaggio come forma ed atto dello spirito 1. L'interesse del pensiero filosofico
per il problema dell'ori gine e dell'essenza del linguaggio è non meno antico
del primo tentativo storicamente noto di elaborare una teoria sistema tic a del
suo oggetto, principio e metodo peculiari. In effetti, nel Cratilo (che è
interamente dedicato alla questione del lin guaggio), e quindi nel Fedro, nel
Teeteto, nel Sofista e nell'Epi stola VII1, Platone delinea i fondamenti della
sua filosofia del linguaggio nel contesto delle medesime discussioni in cui
egli enuncia le sue tesi epistemologiche ed ontologiche più decisive. Ma in
verità l'intima affinità tra l'essenza del linguaggio e quella del pensiero era
già stata chiaramente avvertita, prima ancora che dall'esplicita riflessione
filosofica, dal 'genio' inconscio della lingua greca, che infatti designa con
la medesima parola - Myoç - così il concetto di 'discorso' che quello di
'ragione'. Nella fase culminante della storia della filosofia moderna, quella
dell'idealismo tedesco, l'oggettività ideale del logos greco viene più
originariamente e profondamente risultato dell'attività creatrice compresa come
un dello 'spirito' (Geist). Mentre in fatti l'Idea platonica (o, per quel che
qui importa, lo stesso Atto puro aristotelico o l'Uno di Plotino), in ragione
della sua pura * Presentato dall'Istituto Metodologico Economico Statistico. 1
Cfr. Platone, Phaedrus, 266b-279c; Theaetetus, 189e-l 90a; Sophistes, 264e;
Epistola VII, 342b-344d. 485 immediatezza, non può dar ragione, sul piano
ontologico, della negatività del finito, né, su quello epistemologico, delle
media zioni 'discorsive' in virtù delle quali la sua necessità viene pro vata,
il concetto dello spirito, sviluppato specialmente dalla filo sofia di Fichte e
di Hegel, è piuttosto quello di una soggettività di un 'Io= Io' - che non 'è'
già ma che 'si fa', che 'media' sé con sé, che si realizza soltanto in virtù
della negazione della pro pria immediata astrattezza ed unilateralità, e dunque
finitezza. Nella totalità concreta dello 'spirito' il principio platonico del
1' oggettività ideale è certamente conservato, ma solo in quanto
intrinsecamente mediato tare, dell'interiorità con quello opposto, ma complemen
soggettiva dell'autocoscienza umana. Anche in questo ulteriore contesto
storico, l'intimo nesso che avvince l'essenza del pensiero a quella del linguaggio
non manca di riproporsi con inconfondibile evidenza. Esattamente allo stesso
modo in cui Kant, Fichte, Schelling e Hegel concepiscono l'essenza del pensiero
e dell'Idea in termini di autocoscienza e di spirito, Wilhelm von Humboldt pone
a fondamento delle sue va stissime ricerche scientifiche e filosofiche sulla
morfologia, la struttura e la storia delle lingue umane una concezione della
loro essenza che scorge in es~e il 'prodotto' (Erzeugtes) mai com piuto
dell'attività creatrice, del 'lavoro dello spirito' (Arbeit des Geistes). Come
egli dichiara in una celebre pagina del suo capo lavoro, la lingua ist kein
Werk (Ergon), sondern eine Thatigkeit (Energeia). Ihre wahre Definition kann
daher nur eine genetische sein. Sie ist namlich die sich ewig wiederholende
Arbeit zum Ausdruck des Gedanken des Geistes, den articulirten Laut fahig zu
machen [ ... ] Die Sprachen als eine Arbeit des Geistes zu bezeichnen, ist
schon darum ein vollkommen richtiger und adaquater Ausdruck, weil sich das
Dasein des Geistes iiberhaupt nur in Thatigkeit und als solche denken lasst2.
La coerenza, e consistenza, dell'orizzonte concettuale all'in 2 W. von
Humboldt, Uber die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues und ihren
Einfluss auf die geistige Entwickelung des Menschengeschlechts (1836), Berlin
1935, § 8, pp. 41-42. 486 terno del quale la storia della filosofia occidentale
ha tradizio nalmente impostato e risolto il problema dell'essenza del lin
guaggio, sembrerebbe dunque predeterminare quivocabile il in maniera ine senso,
e la stessa possibilità, di ogni tentativo odierno di delineare i fondamenti di
una adeguata teoria del lin guaggio. Quest'ultimo sembrerebbe non poter essere
altrimenti concepito che come una determinata manifestazione dell'attività
dello spirito, la cui peculiarità consisterebbe nel fatto che in essa
l'interiorità soggettiva del pensiero tende ad oggettivarsi nella forma
sensibile del suono articolato. Tra le forme essenziali in cui l'attività dello
spirito di necessità si dirime vi sarebbe dunque pure quella del linguaggio.
L'obiettivo fondamentale della filosofia del linguaggio verrebbe così ad esser
quello di comprender la sua essenza, la sua morfologia e la sua storia come
forma ed atto dello spirito. La necessità di questa conclusione sembra tuttavia
essere in firmata non solo dall'orientamento prevalente nella scienza odierna
del linguaggio, quello della linguistica strutturalistica, ma anche dalle
cosiddette tendenze 'antimetafisiche' dell'onto logia contemporanea, e
segnatamente dal 'pensiero dell'essere' dell'ultimo Heidegger. In entrambi i
casi, si sostiene infatti che la considerazione del linguaggio come espressione
fonetica del 1' essenza logica dell'Idea, o dell'attività creatrice dello
spirito, non solo non ne esaurisce la concreta genesi, struttura e fun zione,
ma rischierebbe addirittura di 'occultarne' l'originaria au toidentità. Prima
di procedere ad enucleare i fondamenti della filosofia del linguaggio, appare
perciò opportuno discutere, sia pur solo per sommi capi, le concezioni alternative
suggerite da tali tendenze odierne. 2. Se il linguaggio è la manifestazione
dell'interiorità dello spirito nella forma sensibile del suono articolato,
allora l'unità della sua essenza si dirimerà in due momenti mutuamente com
plementari, ma anche nettamente distinguibili: il segno sensi bile, o meglio il
fonema, da un lato (signans, signifiant, Zeichen, ecc.), ed il suo significato
logico o ideale (signatum, signifié, Bedeutung, ecc.), dall'altro. Inoltre, la
totalità espressi da una lingua, ossia, giusta l'appropriata dei significati
espressione di 487 Hmnboldt, la sua «forma interna» (innere Sprachform)3, in ra
gione del suo caratter-e logico o ideale, non potrà che coincidere (in maniera
diretta o indiretta) con la stessa struttura formale generale dell'attività
dello spirito. In virtù del suo significato (e, a fortiori, del referente
oggettivo di quest'ultimo: cfr. infra, § 16), dunque, la sfera del linguaggio
tr ascende di nec es si tà sé stessa, accenna ad una totalità logica di
concetti, essenze, od oggetti id e a li, o di funzioni dello spirito, che
precede e fonda la sua articolazione ed evoluzione immanente. In polemica con
questa concezione 'tradizionale' dell'essenza del linguaggio, la linguistica
strutturalistica nega recisamente il carattere qualitativo ed essenziale della
differenza tra segno e si gnificato, e di conseguenza la possibilità e
necessità di fondare la scienza del linguaggio su una teoria filosofica
generale dell' es senza dello spirito, o per lo meno dei significati logici in
cui essa si oggettiva. Secondo Saussure, la differenza tra signifiant e
signifié costituisce innegabilmente una struttura fondamentale del fatto
linguistico, ma ciò nondimeno sarebbe meramente rela tiva; ed inoltre il
rapporto di azione reciproca che tra essi si istituisce in ogni espressione
linguistica particolare non esclude rebbe la determinazione, in ultima istanza
decisiva, dell'idealità del significato da parte della corporeità sensibile del
segno. Nel caso di
qualsiasi processo evolutivo del linguaggio, afferma Saussure, [t]out s'est
passé hors de l'esprit, dans la sphère des mutations des sons, qui bientòt
imposent un j o u g ab so 1 u à la pensée et la forcent à entrer dans la voie
spéciale qui lui est ouverte par l' état matériel des • 4 s1gnes . Prima e indipendentemente dalla sua espressione nel
segno linguistico, il pensiero non sarebbe altro che una 'massa' inde
terminata, 'amorfa'; il sistema delle differenze logiche, ideali dei
significati 3 sarebbe originato esclusivamente dal suo 'contatto' Cfr. ibid., §
11, pp. 91-101. 4 F. de Saussure,
Cours de linguistique générale (1916), Paris 19493, pp. 311-12 (spazieggiatura
nostra). 488 con l'opposta, ma non meno
indeterminata, massa della 'catena fonetica' 5• In maniera ancor più radicale
di Saussure, J akobson nega addirittura qua 1 si asi sorta di differenza tra
segno e signifi cato. Il significato di un segno non sarebbe in realtà che un
altro segno, e così l'intera essenza del linguaggio si risolve rebbe in un mero
aggregato di segni, che non rimandano più ad alcun significato ideale o
referente oggettivo, comunque concepito, da essi distinguibile: l'une des
thèses les plus éclairantes de Peirce pose que le sens d'un signe est un autre
signe par lequel il peut etre traduit. [ ... ] Peirce donne une définition
incisive du principal mécanisme struc tural du language quand il montre que
tout signe peut etre traduit par un autre signe dans lequel il est plus
complètement développé 6 • La concezione strutturalistica alla perentoria del
linguaggio perviene perciò conclusione che la linguistica, in quanto scienza di
meri segni, non sarebbe altro che una branca della semio logia 7 , e dunque una
disciplina scientifico-positiva del tutto auto noma, radicalmente indipendente
fica o teoria generale dello spirito. L'intima inconsistenza di da qualsivoglia
logica filoso queste tesi strutturalistiche può esser facilmente mostrata anche
solo mediante un'analisi pura mente immanente della struttura del linguaggio.
Se il significato di un segno non fosse che un a 1 tr o segno da cui il primo
po trebbe essere 'spiegato', allora il secondo segno dovrebbe esser contro ogni
evidenza - per principio privo di un proprio signi ficato, perché, in tal caso,
sarebbe evidentemente necessario un terzo segno per dar ragione del suo
significato, e così la tentata dissoluzione semiologica palesemente
dell'idealità del significato finirebbe con l'avvolgersi nella tipica assurdità
di ogni re gressus in infinitum. Ma v'è di più. Il significato della circonlo 5
6 p. 41. 7 Cfr. ibid., pp. 155-58. R. Jakobson, Essais de linguistique générale, tr. par N.
Ruwet, Paris 1963, Cfr. Cours de linguistique générale, cit., pp. 32-35, e
Essais de linguistique générale, cit., pp. 27-28. 489 cuzione che dovrebbe spiegare (e, spiegando,
eliminare) quello del primo segno, non può che coincidere con esso (o meglio:
col suo referente oggettivo, che comunque è esso stesso una unità ideale: cfr.
infra, § 16). In effetti, se i referenti delle due espres sioni fossero
differenti, allora la seconda non potrebbe in alcun modo fornirci un'affidabile
'spiegazione' del significato della prima. In virtù del ricorso a tale
circonlocuzione, dunque, il medesimo referente segni di f ferenti. verrebbe palesemente
ad inerire a due Di conseguenza, contrariamente a quanto af ferma J akobson, la
differenza tra la forma sensi bi 1 e del segno e l'unità 1 o g i c a del
significato appare radicale ed inelimina bile8. Sostenere, inoltre, che
l'infinita ricchezza delle distinzioni ideali del pensiero non è che il
risultato di un (misterioso) 'con tatto' tra la sua indeterminata meno
originariamente 'massa' originaria e quella non indeterminata dentemente che
l'indeterminatezza del segno, presuppone evi dell'indeterminato (o meglio: la
relazione esterna tra due indeterminati) possa costituire la ra gion
sufficiente della sua differenziazione, e della determinazione: controsenso 9 •
quindi l'origine il che è palesemente un puro e semplice L'idealità del
significato, dunque, non solo è irriducibile all' e steriorità sensibile del
segno, ma il suo ultimo fondamento 1 o g i c o, in quanto tale, trascende di
necessità l'intera sfera del lin guaggio. Di conseguenza, è senz'altro falso
sostenere che la lin guistica può legittimamente 8 costituirsi come una
disciplina Tale differenza viene altresì testimoniata con evidenza dai fenomeni
lin guistici dell'omonimia, della polisemia, dell'equivocità e della catacresi,
da un lato, e da quello della sinonimia, dall'altro: nel caso dei primi,
infatti, un medesimo opposti; medesimo 9 segno porta ad espressione due o più
significati div e r si o persino nel caso della seconda, invece, due o più
segni div e r si esprimono il significato. L'esempio addotto in proposito-da
Saussure, e cioè che il 'contatto' tra la massa indeterminata (anzi,
'caotica'!) del pensiero e quella non meno amorfa del suono darebbe origine
alle sue differenze pressappoco come quello tra la massa dell'aria e l'acqua
del mare dà luogo alle onde, è senz'altro inappro priato, se non altro per il
fatto che nel secondo caso esiste un determinato principio attivo di
differenziazione - il vento - che nel primo è invece comple tamente assente!
Cfr. Cours de linguistique générale, cit., p. 156. 490 scientifica autonoma, ed
ancor più che essa sia una mera branca della semiologia. In effetti, il
linguaggio (umano) differisce non solo quantitativamente o empiricamente, ma
piuttosto essenzial mente, da ogni altro genere di segno (indizio, indicazione,
raf figurazione, gesto, mimica, ecc.), giacché esso soltanto è in grado di
portare ad espressione l'unità ideale di un significato. Nel caso degli altri
segni, al contrario, un mero fatto sensibile present e si limita ad accennare,
in virtù della sua somiglianza o contiguità spazio-temporale, ad altri fatti
sensibili assenti. Se una qualche continuità essenziale tra linguistica e
semiologia dev' esser comunque ammessa, allora sarà piuttosto la prima a
sussumere sotto di sé la seconda, in quanto essa tematizza in forma esplicita
ed attuale quell'unità di segno sensibile e di si gnificato ideale che nella
sfera del mero segno è invece presente, nel migliore dei casi, in maniera solo
virtuale. Ma nella misura in cui in tale unità la distinzione tra l'esteriorità
del segno e l'i dealità del significato rimane comunque essenziale, allora la
stessa teoria del linguaggio non potrà che desumere la sua ul tima ragion
d'essere, e condizione di possibilità, dalla 1 o g i ca fi 1 oso fica, in
quanto l'oggetto essenziale di quest'ultima non è appunto che l'idealità
dell"ideale' in quanto ideale, e la sua genesi immanente nell'attività
dello spirito. 3. In un certo senso, l'essenza dello spirito non è che l'im
pulso, lo 'sforzo' verso una sempre più compiuta unificazione, o 'sintesi a
priori', della molteplicità data. Tale unificazione, stematica negazione,
empirica immediatamente ora, è possibile solo in virtù di una si o meglio
'idealizzazione', di ogni diffe renza radicalmente esteriore, di ogni
eterogeneità meramente ir relata. E ciò vale, ovviamente, non solo nel caso
della relazione 'fenomenologica' tra la coscienza e la natura, bensì pure in
quello del rapporto, più propriamente 'spirituale', l'alter Ego, l'individuo
tra l'Ego e e la società (nazione, istituzioni, Stato, ecc.). L'opposizione tra
la coscienza umana finita e l'oggettività della natura può esser pienamente
compresa e spiegata solo come risultato della differenziazione immanente di
un'unità più originaria: quella di una aut oc o sci e n z a infinita, di una
'Ragione' che è l'unità assoluta dell"essere' e del 'sé'. In maniera
analoga, l'opposizione (empirica e storica) tra le autocoscienze 491 finite
dell'Ego e dell'alter. Ego, o tra !"individualità spirituale' 10 e la
totalità storica del processo dello spirito, può e deve essere egualmente trascesa
ed inverata in una superiore forma di auto coscienza: quella di un 'Io' che è
nel contempo un 'Noi', e di un 'Noi' che è nel contempo un 'Io', 11 ossia di
un'assoluta totalità spirituale in cui lo spirito individuale è in grado di
identificare la 'forma' del proprio sé con l'oggettiva 'sostanzialità' dell'
«unità della natura umana», e quest'ultima, correlativamente, perciò di
presentarsi, cessa e di agire, come una «potenza estranea» nei confronti della
sua soggettività (cfr. infra, § 9, n. 59). La considerazione del linguaggio
come prodotto dell'attività dello spirito, dunque, esige anzitutto il
superamento di qua lunque contrapposizione rappresentazione) tra la coscienza
(più precisamente: la della sua forma fonetica e l'esistenza esteriore del
suono come fatto fisico localizzato empiricamente nello spazio e nel tempo del
mondo. Tale esistenza si risolve esau stivamente nella sua rappresentazione, si
identifica assoluta mente con essa. Il cosiddetto 'linguaggio interiore' - il
«dialogo dell'anima con sé stessa» di platonica memoria 12 - è una forma di
espressione linguistica tanto concreta ed attuale quanto quella che invece si
esteriorizza nello spazio in virtù della fonazione operata dall'apparato
vocale. Contrariamente Jakobson 13 , la struttura a quanto sostiene della
seconda non aggiunge nulla di es senziale a quella della prima. 10 Cfr. Uber
die Verschiedenheit..., cit., § 4, pp. 14 sgg., e § 6, pp. 29 sgg. 11 Cfr.
G.W.F. Hegel, Phèinomenologie des Geistes, Frankfurt a. M. 1970, B. SelbstbewufJtsein,
IV, p. 145: «Ich, das Wir, und Wir, das Ich ist». 12 Cfr. Platone, Theaetetus,
189e-190a. 13 Cfr. Essais de
linguistique générale, cit., p. 32: «Quant au discours non extériorisé, non
prononcé, ce qu' on appelle le language intérieur, ce n' est qu'un substitut
elliptique et allusif du discours explicite et extériorisé». L'unica ragione che sembra poter conferire una
qualche plausibilità a questa tesi di Jakobson è che solo il 'discorso
esteriorizzato' può fungere da mezzo di comunicazione tra due ( o più)
individui empiricamente diversi. Ma in verità lo scambio di 'informazioni' è
una funzione meramente tecnico strumentale del linguaggio, che esso svolge, per
così dire, solo per accidens, ma che è senz'altro estranea alla sua essenza,
dal momento che quest'ultima consiste piuttosto (cfr. infra, § 6)
nell'originaria presentificazione dello spirito' nell'elemento dell'intuizione
della 'verità sensibile in virtù dell'unità ideale del significato. 492 D'altra
parte, il discorso attualmente pronunciato dall'indi viduo risulta
originariamente identico nità cui egli appartiene. alla lingua della comu In
ciascuna parte o frase del suo di scorso, infatti, è virtualmente immanente la
stessa tot a lit à del linguaggio (ovviamente, non già in senso
empirico-sensibile, bensì come consapevolezza, più o meno chiara, del sistema
delle regole grammaticali che consentono la formazione e l'e spressione delle
parole e delle frasi possibili nella sua lingua). Viceversa, l'unità organica
della lingua di un popolo si con centra e realizza solo nel concreto atto
espressivo dell"indivi dualità spirituale', e quest'ultima, ove sia
pienamente sviluppata ( come nel caso dei grandi poeti o pensatori), non manca
di eser citare un potente effetto retroattivo sulla lingua passivamente
tramandata o 'data'. Ma la prospettiva dell"autocoscienza infinita' viene drastica
mente rifiutata dalla linguistica strutturalistica. La celebre di stinzione
saussuriana tra il linguaggio come langue e come pa role 14 ( o quella, più
recente e radicale, di J akobson e degli odierni teorici della comunicazione
tra fonda su una concezione diametralmente code e message) 15, si opposta del
rapporto tra individuo e società. Quest'ultimi costituirebbero i termini di
un'opposizione esclusiva. Dal punto di vista del soggetto par lante, il
linguaggio coinciderebbe con la singola 'parola' (o frase) isolata, fornita di
una peculiare esistenza fisica prodotta dagli organi della fonazione. Essa
sarebbe il risultato di un apprendi mento fondamentalmente passivo della lingua
della comunità cui egli appartiene, e sarebbe radicalmente condizionata dalla
'forza cieca' (farce aveugle) della 'convenzione' sociale che conferisce ai
singoli fonemi il loro specifico valore semantico, ed inoltre stabilisce le
regole 'meccaniche' della loro 'associazione'. La di mensione sociale della
langue, al contrario, non avrebbe altra at tualità che quella meramente
'differenziale', ossia convenzionale, del suo v oc ab o 1 ari o (in altre
parole, consisterebbe in una sorta di media pronunciate statistica delle
singole 'parole' realmente dagli individui parlanti); e sarebbe espressione
delle tendenze evolutive 'fortuite' ed imprevedibili del 'corpo sociale', 14
Cfr. Cours de linguistique générale, cit., pp. 25-39. 15 Cfr. Essais de
linguistique générale, cit., pp. 31-32 e 90. 493 della 'massa parlante' di
un'intera 'etnia'. Quest'ultima, certa mente, non sarebbe nulla più che un mero
«aggregato di indi vidui» (ensemble d'individus)16, ma si distinguerebbe ed
oppor rebbe ad essi per una decisiva ragione: essa soltanto costitui rebbe
quanto di 'essenziale' (essentiel) v'è nella lingua di un po polo. La singola
parola (o frase) pronunciata dall'individuo attualmente parlante, al contrario,
non sarebbe altro che una sua 'accidentale' appendice. L'inconsistenza di
questo fondamentale d u a 1 i s mo della lin guistica strutturalistica diviene
subito palese non appena si ri fletta sul fatto che la semplice possibilità di
una parola pura mente 'interiore' (in più di un'occasione esplicitamente ricono
sciuta dallo stesso Saussure) 17 impedisce senz'altro di conside rare l'esistenza
fisica esteriore come un carattere peculiare della parole a differenza della
langue. D'altra parte, l'atto individuale della parola, nella misura in cui è
inscindibile dalla totalità orga nica della lingua in esso virtualmente
immanente, è esso stesso determinato dalla necessità a priori della sua forma
logico-gram maticale (cfr. infra, § 6), e perciò è, in definitiva, tanto poco
'ac cidentale' quanto lo sarebbe la struttura 'sincronica' della langue:
Infine, se la 'massa parlante' non è nulla più di un mero aggregato di·
individui inessenziali, es s a s te s s a non potrà risultare meno inessenziale
cetto dell'aggregato è anali di questi. In effetti, il con tic amen te identico
alla cate goria della totalità come 'somma estrinseca' di parti originaria mente
differenti e indipendenti dalla loro successiva unificazione nel tutto 18 • La
forma logica dell'aggregato non può dunque per 16 Cours de linguistique
générale, cit., p. 29. 17 Cfr. ibid., p. 98. 18 Alcune isolate ed incidentali
osservazioni di Saussure sul fatto che il lin guaggio costituirebbe un 'tout
global' che è 'più' della mera 'somma' delle sue parti (cfr. Cours de
linguistique générale, cit., pp. 38-39), appaiono incoerenti e fuorvianti da un
triplice punto di vista: anzitutto, perché sembrano alludere a qualcosa come
una concezione vagamente 'organicistica' della sua essenza, che è invece in
toto inconciliabile col fondamentale orientamento associazionistico e
contingentistico della linguistica strutturalistica; in secondo luogo, perché
il concetto di tale presunta eccedenza rimane del tutto oscuro e indeterminato;
infine, perché il 'tutto' del linguaggio potrebbe avere un carattere
genuinamente organico solo nella misura in cui esso implicasse qualcosa come la
nega z i on e d e 11 ' e steri o r i t à de 11 e s u e p art i, ponendosi così
come la loro 494 princ1p10 aggiunger nulla di nuovo e di essenziale alla
costitu zione ontologica originaria dei suoi componenti: può soltanto
reiterarne indefinitamente l'originaria inessenzia li tà. In quanto mero
prodotto delle 'convenzioni sociali' di un'i nessenziale 'massa parlante', la
stessa langue, proprio come la parole, non può quindi dar in alcun modo ragione
dell'e s s e n z a del linguaggio. I due 'poli', distinti ma complementari, in
cui la sua unità originaria di necessità si dirime, vengono indebita mente
'tradotti' dalla linguistica astrazioni, strutturalistica in due fa 1 se
separate l'una dall'altra e caratterizzate da predi cati mutuamente esclusivi.
Ma la loro falsità non può rimaner celata all'acume del pensiero dialettico,
che mostra piut tosto come tali presunti opposti esclusivi in realtà trapassino
l'uno nell'altro, dissolvendo così l'essenzialità della loro differen za, e nel
contempo accennino ad un'unità piuttosto l'originaria che ne costituisce
verità. Tale unità, ovviamente, è quella, pre cedentemente accennata,
dell'essenza dello spirito come autoco scienza infinita. La necessità di
concepir l'essenza del linguaggio come forma ed atto dello spirito, dunque, non
solo non viene inficiata, ma piuttosto ribadita dalle insuperabili antinomie in
cui si avvolgono i fondamentali assunti della linguistica struttu ralistica. 4.
La considerazione filosofica dell'essenza del linguaggio come forma ed atto
dello spirito viene criticata e respinta, per 'idealità' o 'unità semplice': ma
quest'ultima è una determinazione ontologica di cui il mero aggregato è per
principio sprovvisto. In An Essay on Man (1944) e in un articolo apparso
postumo, Structura lism in Modem Linguistics (1946), Ernst Cassirer mostra di
fraintender radical mente l'intima tendenza epistemologica dello strutturalismo
linguistico nella misura in cui egli propende a scorgere in esso una sorta di
reazione 'organici stica' (se non addirittura id e ali s tic a!) all'atomismo
positivistico dominante nelle scienze e nell'epistemologia della seconda metà
del XIX secolo. (Cfr. E. Cassirer, Saggio sull'uomo. Introduzione a una
filosofia della cultura, tr. it. di C. D'Altavilla, Roma 1968, pp. 221 sgg., e
Id., Lo strutturalismo nella linguistica moderna, tr. it. di G.R. Cardona, in
Saggio sull'uomo, cit., pp. 397 e 404). La radicale antitesi tra una concezione
genuinamente organicistica e 'generativa' (generative) del linguaggio quale
quella di Humboldt e la prospettiva meramente 'tassonomica' sviluppata dallo
strutturalismo linguistico non è invece sfuggita all'acume di Noam Chomsky
(cfr. N. Chomsky, Current Issues in Linguistic Theory, London-The Hague-Paris
1964, pp. 11-16). 495 ragioni diametralmente strutturàlistica, opposte a quelle
allegate dalla linguistica anche dal cosiddetto 'pensiero dell'essere' di
Heidegger. Esso tende a configurarsi come una sorta di onto logia poetica del
linguaggio, i cui fondamentali assunti vengono esplicitamente contrapposti a
quelle 'metafisiche' sia alle concezioni 'scientifiche' che tradizionali.
sisterebbe una fondamentale Allo stesso modo in cui sus 'differenza ontologica'
tra l'Essere e gli enti, così anche l'essenza del linguaggio sarebbe senz'altro
irriducibile ad un aggregato «cosale» (dinglich) 19 di morti voca boli, e
dunque ad un mero 'fatto umano' o 'fatto sociale' (come vorrebbe invece
Saussure). L"essenza del linguaggio', piuttosto, si identificherebbe con
un «Dire originario» (Sage)20 , che è lo stesso 'linguaggio dell'essenza',
ossia la rivelazione essenziale ed originaria dell'Essere (Sein), la cui
'comprensione', come tale, costituirebbe l'intima essenza dell'uomo, ma che non
per questo potrebbe esser ridotto ad un risultato - o meglio: ad una «posi
zione» (Setzen)21 - dell'attività ideale dello spirito. L"esperienza'
dell'essenza del linguaggio si imporrebbe piuttosto all'uomo con la forza di
una fatalità ineluttabile, in rapporto alla quale egli rimarrebbe meramente
concezione 'metafisica' identificazione passivo. L'errore fondamentale della del
linguaggio, culminante nella citata humboldtiana spirito', della sua essenza
col 'lavoro dello sarebbe dunque, secondo Heidegger, quello di tematiz zarlo
non già quanto alla sua originaria identità-con-sé, bensì solo in relazione
alla soggettività dello spirito: ossia, po tremmo dire noi, solo come esso è
'per un altro', e non già come è 'in sé e per sé'. L'essenza del linguaggio
sarebbe infatti 'altra' e più originaria di quella dello spirito, se non altro
perché essa non si esaurisce nella dimensione 'logico-razionale' del signifi
cato 22 • La corporeità sensibile, l'eufonia ed il ritmo della parola,
rilevanti specialmente nel caso del linguaggio poetico, non co stituirebbero
infatti un momento meramente particolare e subor dinato, distinto e giustapposto
a quello del significato, ma coin ciderebbero piuttosto con la sua stessa
verità originaria. L' es 19 Cfr. M.
Heidegger, Unterwegs zur Sprache, Pfullingen 1959, 'Das Wesen der Sprache', pp.
191-93. 2 ° Cfr. ibid., pp. 200-206. 22 21 Cfr. ibid., 'Die Sprache', p. 15.
Cfr. ibid., 'Der Weg zur Sprache', p. 248. 496 senza del linguaggio precede, limita e determina,
in definitiva, quella dello spirito, perché l'Essere che in esso si rivela non
è già l'astratta soggettività 'quadratura' della 'ragione autocosciente', bensì
la (Vierung) del 'quadrato' (Geviert) del mondo: ossia la medesimezza, la
'compenetrazione organica' ( Gegen-einander uber) di «terra e cielo, mortali e
divini» 23 • Dobbiamo, dunque, ritenere che le meditazioni heideggeriane
sull'essenza del linguaggio siano veramente riuscite ad elevare il pensiero
umano ad un punto di vista superiore, più originario ed 'autentico' di quello
della 'metafisica' tradizionale? Più d'un dubbio appare a questo proposito
legittimo. Anzitutto, ci sembra innegabile che il suo pensiero 'antimetafisico'
ricada malgré lui nei limiti della più angusta ed unilaterale 'metafisica
dell'intel letto finito', nel momento stesso in cui egli contrappone l'espli
cazione dell'identità-con-sé del linguaggio a quella della sua re lazione con
lo spirito in quanto essere-per-altro. Anche am messo, infatti, che l'essenza
dello spirito sia realmente 'altra' ri spetto all'identità-con-sé del
linguaggio, relazione-ad-altro non risulterebbe l'esplicazione di tale eo ipso
inessenziale, o co munque irrilevante, in rapporto al problema del chiarimento
della sua essenza, per la semplice ragione che un adeguato sviluppo di a 1 etti
c o delle categorie dell'Essere-in-sé e dell'Es sere-per-altro mostra con
evidenza che esse non possono esser pensate isolatamente l'una dall'altra, ma
solo come momenti in scindibili di un'unica totalità logica 24 • Ostinarsi, per
contro, a te matizzare l'identità-con-sé qualsiasi riferimento del linguaggio
prescindendo alle sue relazioni-ad-altro, da non può aver in definitiva altra
conseguenza che la riduzione del discorso filo sofico ad una sterile sequela di
vuote tautologie, come è per l'appunto testimoniato ad oculos dalla
proposizione in cui cul mina la conferenza 'Die Sprache': Die Sprache spricht
25 • Ma, m realtà, la stessa plausibilità della tesi heideggeriana 23 24 Cfr.
ibid., 'Die Sprache', p. 22. Cfr. G.W.F. Hegel, Wissenschaft der Logik,
Frankfurt a. M. 1969, vol. 1, Erstes Buch, Erster Abs., Zweites Kap., B. 'Die
Endlichkeit', pp. 125 sgg. 25 Unte,wegs zur Sprache, cit., 'Die Sprache', p.
32. 497 che l'essenza del linguaggio sia radicalmente 'altra' rispetto a quella
dello spirito, appare quantomeno problematica. L'Essere, il Sacro, il Dire
originario possono essere infatti concepiti come irriducibili all'essenza, o
meglio allo sviluppo immanente, dello spirito, solo nella misura in cui questo
venga tacitamente identi ficato con la soggettività unilaterale del «pensiero
rappresenta tivo» (vorstellendes Denken) 26 , e venga così eo ipso degradato ad
una mera determinazione 'antica', più appropriata spirito, tuttavia,
considerazione mostra ossia particolare 'speculativa' e finita. La dell'essenza
dello come esso possa esser pienamente compreso solo come unità di soggetto
dunque come una tot a 1 i t à concreta ed oggetto, e che 'toglie' o ingloba in
sé stessa ogni possibile «dualità intenzionale» 27 , e quindi anche la
'differenza ontologica' heideggeriana tra l'Essere e l'ente, il Dire originario
e la parola antica o casale. Da questo punto di vista ( da Heidegger
pregiudizialmente respinto senza esser mai stato reso oggetto di qualsiasi
seria 'critica immanente') 28 , la stessa identità-con-sé dell'essenza sultare
assolutamente del linguaggio non può che ri immanente vità dello spirito; e la
considerazione a quella della soggetti filosofica del linguaggio come forma ed
atto dello spirito coincide perciò senz'altro con l'esplicazione 'ontologica'
della sua 'originaria' autoidentità. Infine, l'appello heideggeriano alla forma
fonetica del lin guaggio quale elemento palesemente irriducibile alla sua
'spiega zione' in termini logico-razionali, si presta a due fondamentali 26
Cfr. ad es. M. Heidegger, Holzwege, Frankfurt a. M. 1950, 'Hegels Begriff der
Erfahrung', pp. 124 sgg. 27 Sulla 'dualità intenzionale' tra Essere ed ente,
soggetto ed oggetto, fun zione ed argomento, ecc., quale carattere 'sintattico'
fondamentale del cosid detto 'pensiero antimetafisico' contemporaneo, si vedano
le illuminanti osserva zioni di C.-A. Scheier in Die Grenze der Metaphysilc und
die Herlcunft des gegen wiirtigen Denlcens, «Abhandlungen der
Braunschweigischen Wissenschaftlichen Gesellschaft» 46, 1995, pp. 189-96; e in
Hegel o Heidegger?, «Paradigmi» 14. 42, sett.-dic. 1996, pp. 499-513 (si tratta
del testo di una conferenza tenuta da Scheier all'Università di Urbino il 27
marzo 1995). 28 Tale, infatti, non si può senz'altro considerare
l'Auseinandersetzung (per altri versi indubbiamente pregnante e 'simpatetica')
di Heidegger con l'Einlei tung alla Fenomenologia hegeliana in 'Hegels Begriff
der Erfahrung' (cfr. supra, n. 26) e con le fondamentali categorie hegeliane
dell'identità e della differenza in I dentitiit und Differenz, Pfullingen 19
51. 498 obiezioni. Anzitutto, esso chiaramente presuppone che la sua co
stituzione essenziale sia come tale irriducibile all'attività crea trice dello spirito,
laddove, come vedremo tra breve (cfr. infra, § 7), il suono art i c o 1 a t o
mostra piuttosto le tracce indelebili dell'immanenza in esso di tale attività.
In secondo luogo, la fon damentale distinzione heideggeriana tra l'essenza del
Dire originario e quella 'casale' dell"inautentico' 'non-casale'
linguaggio comune, non dovrebbe senz'altro consentire la determinazione del
primo in virtù di mere rappresentazioni sensibili o, per me glio dire,
'antiche'. Nel contesto dell'esplicazione heideggeriana dell'Essere nei termini
del 'quadrato' del mondo, tuttavia, la di mensione della sua corporeità, e
dunque il fondamento della sua presunta alterità originaria rispetto
all'essenza dello spirito, viene senz'altro identificata con una
rappresentazione inequivo cabilmente 'antica' quale quella della 'terra'
(Erde). D'altra parte, l'unica ragionevole via d'uscita da questa palese
difficoltà, e cioè quella di considerare il termine 'terra' come un'espressione
me ramente metaforica (bildliche Redeweise), viene decisamente re spinta da
Heidegger 29 : il linguaggio del suo 'pensiero poetante' non consta di mere
metafore, non lascia perciò adito alla pos sibile ulteriore esplicazione di un
più profondo 'significato spiri tuale', bensì coincide con lo stesso 'linguaggio
dell'essenza'. L'Essere è «la terra e il cielo, i mortali e i divini»; il
linguaggio è «il fiore della bocca» (die Blume des Mundes), ecc. Come evitar
dunque di scorgere in questi esiti palesemente assurdi della con cezione
'antimetafisica' del linguaggio il medesimo infinito' ( ovverosia controsenso)
'giudizio che Hegel aveva saputo acu tamente scorgere nelle conclusioni di una
celebre pseudoscienza del suo tempo, la 'frenologia' 30 : e cioè l'indebita
confusione tra l'innegabile 'realtà' attuale dello spirito e la sua 'esistenza'
mera mente esteriore ed immediata nel cranio Né la concezione strutturalistica
dell'uomo? della langue come morto ag gregato di segni arbitrari, né il
tentativo heideggeriano (certa mente assai più profondo) di comprender l'essenza
della parola (poetica) alla luce dell'alterità radicale del Dire originario, ap
paiono quindi realmente in grado di fornirci delle alternative 29 3 Cfr.
Unte,wegs zur Sprache, cit., 'Das Wesen der Sprache', p. 187. ° Cfr. Phiinomenologie des
Geistes, cit., C. (AA) Vernunft, V, A pp. 244-62. 499 teoreticamente suole oggi liquidare come
l'impostazione valide a quella che troppo frettolosamente 'metafisica'
tradiziona le del problema del linguaggio. Nelle ricerche che seguono, dunque,
quest'ultimo potrà senz'altro esser legittimamente consi derato come nulla più
(e nulla meno) che una specifica e neces saria forma ed attività dello spirito.
Siccome, ora, l'essenza dello spirito, come tale, può esser adeguatamente si
esplicata solo da una considerazione genuinamente f i 1 oso fica della sua es
senza, il me t o do cui a tale proposito si dovrà far ricorso sarà ovviamente
quello stesso che risulta appropriato nel caso di qualsivoglia tematica
filosofica: e cioè l'esplicazione 'fenomeno logica' e 'dialettica' della sua
origine, essenza e processo 31 • II: Essenza del linguaggio 5. In quanto
oggettivazione essenziale dell'attività dello spirito, il linguaggio si
costituisce anzitutto come una tot a lit à organi c a: non è un mero aggregato
di singoli vocaboli, e nep pure di frasi elementari isolate, bensì la
continuità articolata e discreta di un unico discorso. In effetti, l'unità
dell'orga nismo non esclude, anzi di necessità implica, la sua intrinseca
differenziazione: come non vi sono parti senza totalità, così non v'è totalità
senza parti. Le differenze che l'analisi linguistica di scerne nel continuum
del discorso, dunque (contrariamente a quanto ritiene Saussure) 32 , non sono
meramente 'differenziali', ossia convenzionali e relative, ma si radicano in
una sua discre zione originaria, le cui 'unità concrete' o elementi minimi coin
cidono con le par o 1 e. L'ulteriore possibile scomposizione della parola in
radici o sillabe non distingue più unità linguistiche at tuali, bensì mere
astrazioni ( o possibilità). La sillaba, infatti, è sì un'unità fonetica, ma è
(come tale) priva di significato; la radice, al contrario, esprime sì l'unità
di una pluralità di significati af fini, ma è (come tale) priva di esistenza
fonetica. 31 Cfr. a questo proposito G. Rinaldi, Essenza e dialettica della
percezione sensibile, «Studi Urbinati B» 66, 1993/94, 'Introduzione: questioni
di metodo', pp. 813-20. 32 500 Cfr. Cours de linguistique générale, cit., pp.
123-27. Solo nell'unità della parola, dunque, pervengono a compiuta e
discernibile esistenza entrambi i momenti in cui l'essenza del linguaggio
originariamente si dirime: ossia la forma sensibile del segno e l'unità ideale
del suo significato. Quest'ultimo è una rappresentazione universale attivamente
prodotta dall'interiorità dello spirito; il primo, al contrario, è il 'dato'
immediato, relati vamente passivo di un' eterogenea intuizione sensibile 33 •
Il segno linguistico si distingue perciò essenzialmente dal si m bolo 34 •
Quest'ultimo, infatti, connette un dato 'concreto' dell'in tuizione ed una
rappresentazione generale 'astratta' in virtù di un tertium, ossia di una
'proprietà' comune ad entrambi, che co stituisce così il loro fundamentum
relationis (il leone, ad es., es sendo il più 'forte' degli animali, è stato
tradizionalmente elevato a simbolo della 'forza', del vigore fisico o morale).
Un siffatto fondamento è invece per principio assente nel caso del segno
linguistico. Abbiamo in precedenza osservato che l'idealità del significato
espresso dalla parola distingue radicalmente il linguaggio da ogni altra specie
di segno contemplata dall'analisi semiologica (cfr. supra, § 2). Ora è altresì
risultato che non meno essenziale è la sua differenza dal simbolo. La teoria
filosofica del lin guaggio, di conseguenza, può e deve senz'altro 'mettere tra
pa rentesi' qualsiasi elemento o presupposto teorico derivato dalla semiologia,
e limitarsi piuttosto all'esplicazione tre momenti costitutivi fondamentali
sistematica dei della parola: a) il signifi cato; b) la sua forma fonetica; e)
la loro relazione. 6. Il significato (in tedesco: Be-deut-ung) è 'ciò che una
pa 33 Cfr. G.W.F. Hegel, Enzyklopiidie der philosophischen Wissenschaften im
Grundrisse, Frankfurt a. M. 1970, voi. 3, § 458. Per una sommaria esposizione,
discussione e rivalutazione della celebre e geniale teoria hegeliana del lin
guaggio, cfr. il nostro saggio Sul significato metodologico della teoria
hegeliana della 'rappresentazione' per le scienze umane contemporanee, in
AA.W., Livelli di rappresentazione, a cura di F. Braga Illa, Urbino 1997, pp.
47-72. 34 Cfr. ibid., § 458. Il concetto del simbolo svolge un ruolo di
primaria rile vanza nella filosofia hegeliana dell'arte. Una mirabile
esposizione del suo con tenuto essenziale è reperibile nell"Introduzione'
al Cap. sulla 'Forma simbolica dell'arte' (Cfr. G.W.F. Hegel, Vorlesungen uber
die Asthetik, Frankfurt a. M. 1970, voi. 1, pp. 393-407). 501 rola vuol dire'
(deut-et), ciò che 'si intende' con essa quando la si pronuncia o la si
ascolta. Ma che cosa precisamente si intende, ad es., con la parola 'rosso'?
Senz'altro, nessun ente o qualità che abbia una qualsiasi somiglianza o
analogia coi cinque fo nemi (r, o, s, s, o) da cui la sua forma fonetica è
composta. Ma neppure - e ciò è senz'altro assai meno ovvio, e filosoficamente
più rilevante - nessun o degli oggetti singolari della percezione empirica,
nessuna di quelle 'cose' sensibili con cui il realismo ingenuo del senso comune
è acriticamente proclive ad identifi care l'intera 'realtà'. Il significato
della parola 'rosso' non è né questo né quell'oggetto rosso, bensì l'idea
stessa per dirla con Hegel, una 'rappresentazione del rosso: generale', o, come
dice non meno bene Platone, un yÉvoç o una ova(a 35 • 'Questa penna rossa qui'
e 'quella sfera rossa là' non sono altro che sue individuazioni particolari,
contingenti, transitorie: il significato originario della parola 'rosso' non è
appunto altro che 'il' rosso 35 Cfr. Platone, Cratylus, 394e e 422e-423a. C.
Licciardi mostra di frain tender radicalmente il fondamentale concetto
platonico del yÉvoç quando so stiene che «[i]l rapporto tra il nome e la cosa
in sé si realizza [secondo Platone] per il tramite della classe» (cfr. C.
Licciardi, Introduzione a Platone, Cratilo, Mi lano 19942 , p. 39). L'idea
platonica, infatti, non solo è palesemente irriducibile a qualsivoglia concetto
di 'classe', ma, in quanto 'unità semplice', costituisce nulla meno che l' esse
n zia 1 e negazione della sua immediata esteriorità! Da questo punto di vista,
la teoria platonica del linguaggio è senz'altro su periore alla concezione
aristotelica dei 'nomi' (,:à Èv 'tfi cpwvfl), che nel De Interpretazione (16a)
vengono infatti identificati con una sorta di 'simboli' (mJµ ~oÀa) o 'segni'
(miµifa) degli stati psichici (:rm{h)µa,:a) dell'anima, i quali a loro volta
non sarebbero che mere rappresentazioni, o meglio 'copie' (òµou-.o µa,:a) delle
cose reali (:rcgayµa,:a). Questa teoria aristotelica sembra chiaramente
precorrere quelli che saranno senz'altro gli errori più perniciosi di tutte le
fu ture teorie scientifiche e filosofiche del linguaggio: ovverosia lo psico 1
o gismo ed il realismo empirico. Con Platone e Hegel, e contro Aristotele,
dunque, è opportuno tener ben presente che: a) esiste una differenza essenziale
tra il rapporto del segno e quello del simbolo, che debbono perciò esser tenuti
accuratamente distinti: solo il primo è rilevante in rapporto al problema
filoso fico dell'essenza del linguaggio; b) il significato del nome non è mai
un fatto psichico contingente, ma piuttosto un'unità ideale a priori (cfr.
supra, § 6); c) lo stesso referente oggettivo del significato non è un mero
fatto, bensì un'essenza ideale, un'idea oggettiva (per quanto non
necessariamente coincidente con l'unità ideale del significato in virtù del
quale esso viene espresso in un determi nato contesto linguistico: cfr. infra,
§ 16). 502 - il rosso 'in sé', l'identità (tò aùt6) ongmaria, invariabile, 'ri
flessa-in-sé stessa' della sua essenza. La peculiare rilevanza fi 1 oso fica
dell'intero problema del 1' essenza del linguaggio ha qui modo di emergere in
piena luce. L''Idea', niti, 'et philosophia in effetti, è l'elemento originario
della verità filosofica: come dice profondamente Hegel, «Idea est synthesis
infiniti et fi omnis est in ideis» 36 • Nella sfera dell' espe rienza e della
coscienza soggettiva, essa si presenta originaria mente ed immediatamente
proprio e solo in e mediante il si g n i fica t o di una parola. Da questo
punto di vista, il linguaggio non è nulla meno che la stessa esistenza
immediata della verità filosofica, e dunque dell'interiorità del pensiero e
dello spirito. Hegel comprende con impareggiabile acume l'essenza del lin
guaggio quando scorge in esso «die hochste Macht unter den Menschen» 37 : ma
esso è tale potenza, ovviamente, solo in quanto nell'idealità spirito'. del suo
significato si oggettiva la stessa 'verità dello È infatti solo in virtù e in
nome di tale verità che, nel celebre Cap. 1 della Fenomenologia dello spirito,
esso è ritenuto in grado di 'confutare', con la sua mera presenza, la presunta
'verità' priva di spirito della 'certezza sensibile' 38 • Il significato
originario di una parola, dunque, è l'identità ideale di un'essenza. Esso,
perciò, non può per principio coinci dere con un peculiare 'stato' o 'fatto
psichico' reperibile nella 'corrente di coscienza' del soggetto parlante, dei
suoi (eventuali) ascoltatori o della comunità linguistica cui essi
appartengono. L'errore esiziale delle teorie psicologiche del linguaggio, e in
specie della linguistica strutturalistica (che, in rapporto a questa tematica,
sembra senz'altro riproporre 36 le più viete concezioni Cfr. G.W.F. Hegel,
Jenaer Schriften, Frankfurt a. M. 1970, 'Habilitations thesen' (1801), nr. 6,
p. 533. 37 Cfr. G.W.F. Hegel, Nilmberger und Heidelberger Schriften
(1808-1817), Frankfurt a. M. 1970, 'Philosophische Enzyldopa.die filr die
Oberldasse', § 159, p. 52. 38 Cfr. G.W.F. Hegel, Pha.nomenologie des Geistes,
cit., A. Bewuf3tsein, I: 'Die sinnliche Gewi/Jheit oder das Diese und das
Meinen ', pp. 82 sgg. ma spec. p. 92. Il linguaggio, osserva qui profondamente
Hegel, «die gottliche Natur hat, die Meinung unmittelbar zu verkehren, zu etwas
anderem zu machen und so sie gar nicht zum Wort kommen zu lassen». 503 psico 1
o g i s tic h e dell'idealità confonder l' ( assoluta) interiorità del
significato) 39 , è quello di del significato con quella (meramente relativa)
del fatto psichico. È certamente vero che qualsiasi 'dato' del 'senso interno'
- ossia qualsiasi evento con tingente .e fuggevole reperibile nella mia
autocoscienza sensibile - è in certo qual modo necessariamente 'ideale': se non
altro perché è privo di oggettività ed individuazione spaziale, che è per
l'appunto l'opposto immediato dell' 'ideale' in quanto tale. Ma l'analogia tra
il fatto psichico e l'identità ideale del signifi cato si ferma qui. Le differenze
ontologiche tra essi sono ben più rilevanti. Anzitutto, il fatto psichico è
originariamente indivi duato nel tempo interno della coscienza sensibile: è
qualcosa che sorge e si dissolve in esso. Ciò che una parola 'vuol dire' - ad
es., il fatto che 'rosso' significhi una determinata specie di colore - è
invece del tutto indipendente dal contesto temporale in cui il locutore, o
l'ascoltatore, percepiscono (o percepirono) una parti colare sensazione di
rosso. A rigore, l'identità ideale del signifi cato (e, a fortiori, quella del
suo referente ideale oggettivo: cfr. infra, § 16) è indifferente persino
all'esistenza storica della lingua cui la sua espressione fonetica appartiene.
Se è infatti in negabile che nell'età dell'Impero Romano la parola 'rosso' non esisteva
ancora, il contenuto di senso da essa espresso conserva intatta la sua
(possibile) validità oggettiva anche in relazione a tale età: ciò che 'il
rosso' è in sé e per sé, non è senz'altro il risultato del processo di
formazione della lingua Mentre, dunque, il fatto psichico è una mera esistenza
rale, l'idealità del significato è piuttosto un'essenza italiana! tempo
'eterna'. D'altra parte, le 1 e g g i che, secondo la psicologia empirica,
connettono il dato psichico contingente alla totalità della cor 39 Saussure in
effetti dichiara esplicitamente che i significati dei segni lin guistici
«considérés en eux-memes, appartiennent à la psychologie» (Cours de
linguistique générale, cit., p. 144). Ma l'orientamento radicalmente stico'
della linguistica strutturalistica 'psicologi diviene ancor più palese ove si
rifletta sul fatto che i cosiddetti 'rapporti sintagmatici' ed 'associativi',
che secondo lui co stituiscono le leggi fondamentali del 'meccanismo' della
langue (cfr. ibid., pp. 170-75 e 177-80), si risolvono senza residuo nelle
celebri leggi humiane dell' a s sociazione delle idee: i primi in quella della
'contiguità' temporale, i se condi in quella della 'somiglianza' (cfr. D. Hume,
A Treatise of Human Nature, Oxford 1951, pp. 10-13). 504 rente di coscienza
sono radicalmente diverse da quelle che si fondano sull'essenza ideale del
significato. Le prime si risol vono, in sostanza, nelle celebri leggi humiane
dell'associazione delle idee, ed hanno perciò carattere empirico-quantitativo;
le seconde, al contrario, si fondano sulla necessità a priori della sua
identità logica, son dunque di ordine qualitativo-essenziale, e si risolvono,
in definitiva (sia pur tramite complesse media zioni cui è qui impossibile
accennare in dettaglio), nel processo di differenziazione immanente della
totalità sistematica dell'Idea logica, che costituisce l'oggetto peculiare
della logica filosofica 40 • L'unità ideale del significato, dunque, non è un
fatto psichico né una sua parte, comunque configurata: piuttosto, essa tra scende
essenzialmente - come sostiene Husserl 41 e, prima di lui (in termini alquanto
differenti), Platone 42 - la singolarità contin gente dell"anima' umana.
Ciò significa, forse, come entrambi hanno finito per concludere, che essa
coincide con una sorta di o g getti vi t à 1 o g i ca radicalmente diversa ed
indifferente a qualsivoglia funzione o processo del pensiero autocosciente? Se
le cose stessero effettivamente così, allora anche il nostro fonda mentale
proposito di concepir l'essenza del linguaggio come forma ed atto dello spirito
sarebbe non meno fuorviato in par tenza dell'approccio psicologistico si può
sensatamente da noi ora criticato. In realtà, negare che l'oggettività ideale
del signifi cato sia, in qualsiasi senso, il prodotto dell'attività intelligente
di 40 Sarà qui sufficiente addurre il seguente esempio: le categorie (e rela
zioni) logico-grammaticali, e dunque linguistiche, del sostantivo, dell'ag
gettivo, del pronome, del soggetto, del predicato verbale, del predicato nomi
nale, del complemento oggetto, del complemento di termine, di mezzo, ecc., non
sono che l'individuazione, nella forma specifica del linguaggio, rispettiva
mente, delle fondamentali categorie (e relazioni) logico-metafisiche della
sostanza, dell'attributo, del soggetto, dell'atto, dell'essere, dell'oggetto,
della te leologia, ecc. Quanto all'essenziale differenza tra la forma
logico-grammati cale e quella logico-filosofica delle categorie del
significato, cfr. infra, § 14. 41 Cfr. E. Husserl, Logische Untersuchungen, Halle
19223, voi. 2, 'Erste Un tersuchung', §§ 29 sgg., pp. 91 sgg. 42 Sarà qui
sufficiente ricordare che proprio nel luogo dell'Epistola VII in cui Platone
espone la versione più matura della sua teoria del linguaggio, e ri conosce in
definitiva il carattere meramente 'convenzionale' del rapporto tra segno e
significato, egli altresì ribadisce in maniera inequivocabile la differenza tra
la 'conoscenza' primato come atto dell'anima umana e l"oggetto
conoscibile', ed il ontologico di questo rispetto a quella (cfr. Epistola VII,
342c-d). 505 un soggetto autocosciente se e solo se l'essenza di quest'ultimo
si risolve esaustivamente in un mero aggregato di fatti psichici contingenti:
ossia se, come Husserl sostiene esplicitamente nella Prima ricerca logica 43 ,
la parola 'io' non esprime l'identità ideale di alcun significato, ma è
un'espressione meramente 'occasio nale'. Ma questo, in verità, non è altro che
un esiziale errore fi losofico che il radicale logicismo del primo Husserl
stranamente condivide col suo avversario storico. Affinché io possa a buon
diritto asserire che l"io' non è che un aggregato temporale di meri dati
psichici, debbo poter essere c o sci ente di tale aggre gato, che è come tale
una totalità empirica. Ora, ciò è possibile soltanto se, come osserva
genialmente Kant nella 'Deduzione trascendentale delle categorie' 44 , io sono
in grado di 'unificare' in un un i c o atto di coscienza l'intera molteplicità
della sua suc cessione temporale. Ma una siffatta 'sintesi a priori' è chiara
mente impossibile se io non rimango assolutamente iden tico a me stesso nel
corso dell'intero processo di pensiero. Qua lora l'essenza dell"io' si
risolvesse veramente in una semplice successione temporale di dati psichici -
nella mera 'rapsodia' delle percezioni di un 'io variopinto' - sarebbe dunque
impos sibile comprendere e spiegare come noi possiamo divenir con sapevo 1 i di
tale essenza. Esiste di conseguenza un'accezione logicamente valida della
parola 'io' - in termini kantiani, quella dell'Io come 'unità sintetica
originaria dell'appercezione' - per cui ciò che essa significa è un'unità non
meno identica-a-sé di quella dei significati logici 'oggettivi', ad es. quello
espresso dalla parola 'rosso'. D'altra parte, lo stesso atto in cui noi
diveniamo consapevoli dell'unità logica di un significato, non diversamente da
quello in cui 'apprendiamo' un molteplice empirico, non si limita a riflet tere
passivamente un contenuto oggettivo, ma lo 'pone' attiva mente come risultato
della 'nostra' originaria 'spontaneità'. Di conseguenza, dobbiamo prender le
distanze anche da Platone e da Husserl, e concludere che l'identità ideale del
significato non 43 Cfr. Logische Untersuchungen, cit., voi. 2, 'Erste
Untersuchung', §§ 24 sgg., pp. 77 sgg., ma spec. § 26, p. 88. 44 Cfr. I. Kant,
Critica della ragion pura, tr. it. di G. Gentile, Bari 19659 , 'Logica
trascendentale', § 16, pp. 137-39. 506 è semplicemente un oggetto trascendente,
indifferente all'interio rità soggettiva del nostro spirito, bensì è un
essenziale risultato della sua attività sintetica - del suo «sforzo interiore»
(inneres Streben), come mirabilmente si esprime Humboldt 45 • La verità logica
che i significati delle parole originariamente presentifi cano non è, dunque,
uno statico x6aµoç vorp;6ç di meri oggetti ideali, bensì l'infinito processo
(auto-)creativo della soggettività dello spirito. La fondamentale di f f ere n
z a tra una siffatta considerazione della totalità dei significati espressi dal
linguaggio ed ogni pos sibile teoria psicologica delle 'idee,' si fonda e si
risolve ovvia mente in quella, non meno essenziale, tra la necessità a priori
dell"Io puro' e la singolarità contingente dell"io empirico'. 7. Il
linguaggio è la sintesi estrinseca di un segno fonetico e di un significato
logico. Come abbiamo or ora visto, nell'identità ideale di quest'ultimo si
fondano leggi essenziali necessarie a priori. La tesi strutturalistica, secondo
cui, in ragione del carat tere 'immotivato' della relazione linguistica
fondamentale, 'tutto' nel linguaggio sarebbe meramente 'differenziale', ossia
contin gente ed arbitrario, è perciò da reputarsi senz'altro falsa. Ma in
verità la forma della necessità a priori caratterizza non solo il lato del
significato, bensì pure, sebbene in grado assai diverso, quello stesso del segno.
Quest'ultimo è il contenuto di un'intui zione sensibile, e come tale è dunque
contingente. Assai prima di Heidegger, Humboldt 46 ha perciò potuto acutamente
scorgere nelle peculiarità fonetiche di una lingua, nell'eufonia e nel ritmo
dei suoni in cui essa si articola, la sua individua 1 i t à più originaria e
radicale, e quindi la tipica espressione della sua identità nazi on a 1 e. Ma è
altresì vero che - a diffe renza del loro contenuto - le forme dell'intuizione
sensibile, lo spazio ed il tempo, sono anch'esse necessarie a priori. Lo spazio
è la posizione immediata dell'esteriorità del molteplice. Il tempo è la non
meno immediata negazione di tale esteriorità. La sua essenza è perciò forma 1
mente identica a quella dell' atti 45 46 Cfr. Uber die Verschiedenheit ... ,
cit., § 10, p. 87. Cfr. ibid., § 9, p. 57. 507 vità ideale dello spirito, che
non è infatti altro che la negazione 'riflessa' o 'assoluta' del dato esteriore
dell'intuizione sensibile. Nella misura in cui, come abbiamo ora visto (cfr. §
6), l'unità ideale del significato non è che il prodotto dello 'sforzo
interiore' dello spirito, la sua oggettivazione originaria potrà dunque aver
luogo so 1 o in un contenuto dell'intuizione le cui differenze non si limitano
a giustapporsi staticamente nello spazio, bensì si sus seguono, sorgono e
periscono nel tempo. E tale è palesemente il caso del segno fonetico, o
'fonema'. La forma fonetica che lato talità ideale dei significati espressi da
una lingua assume imme diatamente in essa, non è dunque meramente accidentale,
né è determinata da qualsivoglia arbitraria empirica necessità
psico-fisiologica, 'convenzione' sociale, o bensì si fonda sulla stessa essenza
ideale del linguaggio. Ciò non significa, ovviamente, che le innumerevoli
differenze fonetiche particolari in cui ogni lingua storica si articola, pre
sentino del pari una analoga necessità essenziale. Al contrario, si può e si
deve ritenere che in tale sfera domina per lo più la ca su a lit à più
irrazionale ed imprevedibile. Ma si deve senz'altro riconoscere a Humboldt 47 ,
di nuovo, il merito di aver saputo in dividuare nello stesso contenuto
sensibile della forma fonetica del linguaggio alcune differenze che non solo
non sono mera mente empiriche, ma che si radicano immediatamente nella stessa
essenza in te 11 et tu a 1 e dell'attività dello spirito, la quale è dunque
presente ed immanente - per quanto in forma ancor meramente inconscia,
'incoata' o 'virtuale' - non solo nel contenuto logico-semantico e
logico-grammaticale del lin guaggio, bensì pure nella sua stessa forma
sensibile-fonetica. Anzitutto, a differenza dei suoni percepiti nella natura
inor ganica o emessi dagli animali, quelli di cui consta la forma fone tica
della parola non sono mai informi, bensì, sempre e di ne cessità, art i c o 1 a
ti. Il suono informe diviene articolato nel mo mento in cui le sue differenze
cessano di esser meramente con fuse, vaghe, imprecise e casuali, ed assumono
piuttosto una identità stabile e determinata, facilmente riconoscibile, che con
sente perciò di distinguerle chiaramente l'una dall'altra. Ma la 47 508 Cfr.
ibid., § 10, pp. 65 sgg. parola non solo non è una massa acustica informe, ma
neppure un aggregato di unità fonetiche atomiche, reciprocamente indif ferenti
ed esclusive. Essa, piuttosto, è la fusione, la compenetra zione dei fonemi
elementari di cui consta, in una unità organica secondo leggi determinate, che,
in definitiva, sono quelle stesse che regolano l'enfasi ed il ritmo del
discorso. Il suono articolato si distingue dunque da quello informe perché esso
si configura come l'unificazione, la 'sintesi' di una pluralità di differenze
de terminate in una totalità fonetica coerente. Ora, l'attività ideale dello
spirito, in certo senso, non consiste in nient'altro che la produzione di un
sistema ordinato di forme di unità 'sintetica a priori' nelle differenze del
molteplice empirico. L'articola zione della forma fonetica del linguaggio in
una successione 'li neare', ossia temporale, di suoni, dunque, non solo non è
mera mente accidentale, ma la sua palese necessità a priori si fonda sulla
stessa 'e~senza intellettuale' dello spirito 48 • Inoltre, come già nel caso
del discorso (cfr. supra, § 5) il ca rattere organico della sua totalità
consente di individuare in esso delle 'unità concrete' o elementi minimi - le
parole - che non hanno carattere meramente 'differenziale' o arbitrario; così
la natura non meno organica dei suoni articolati di cui consta la forma
fonetica delle parole, rende possibile individuare anche in questa una sorta di
unità minima. Essa è la si 11 ab a; e la sua 48 La quale, dunque, determina
intimamente non solo l'elemento 'logico' del linguaggio, ovverosia l'unità
ideale del significato, bensì pure la forma tem porale dell'articolazione
fonetica del suo stesso elemento 'intuitivo'. La teoria crociana del
linguaggio, secondo cui esso non sarebbe certamente riducibile ad un mero
aggregato di suoni fisici, essendo piuttosto un prodotto essenziale
dell'attività dello spirito, ma quest'ultima si oggettiverebbe nella parola
solo in quanto attività puramente intuitiva, sensibile, fantastica, e dunque
radical mente a 1 o g i ca, appare perciò senz'altro insostenibile. In effetti,
non solo è in linea di principio impossibile concepire in maniera coerente una
qua 1 si asi attività 'spirituale' di carattere puramente di essa della sfera
particolare intuitivo, ma la sussunzione sotto del linguaggio appare altresì
inconciliabile con l'intera analisi sinora svolta della sua specifica essenza
immanente. Cfr. B. Croce, Estetica come scienza dell'espressione e linguistica
generale (1902), Bari 196511 , Cap. XVIII, pp. 153-66; e, per un breve profilo
critico della 'filosofia dello spirito', o meglio dello 'storicismo assoluto'
di Croce, G. Rinaldi, A Few Criticai Remarks on Croce's Historicism,
«Idealistic Studies» 17, 1987, pp. 53 69. 509 unità viene genialmente concepita
da Humboldt 49 come intrinse camente differenziata in due momenti opposti ma
complemen tari, nettamente distinguibili inseparabili: la vocale estrema
differenziazione apparentemente ma ciò nondimeno essenzialmente e la
consonante. Anche questa della forma fonetica del linguaggio così estrinseca e
casuale - si fonda dunque (per quanto ovviamente in maniera senz'altro
difficilmente discerni bile) su un rapporto necessario a priori, che, qui come
altrove, è sempre indizio inequivocabile dell'immanenza in esso dell'atti vità
ideale dello spirito 50 • 8. La dimostrazione ora svolta del carattere
intrinsecamente fonetico del segno linguistico consente di avviare agevolmente
a soluzione il problema, lasciato in eredità da Platone alla filosofia 49 Cfr.
Vber die Verschiedenheit ... , cit., § 10, pp. 68-70. Onde comprender
pienamente il senso di questa argomentazione humboldtiana, si tenga presente
che in greco e in tedesco il suono vocalico è sempre preceduto da una conso
nante, anche se questa può ridursi, rispettivamente, alla debole aspirazione di
uno 'spirito dolce' o ad un mero 'AnstofJ'. 50 Uno dei limiti epistemologici
più seri della linguistica strutturalistica è senz'altro quello di procedere, in
tutte le tematiche linguistiche prese in esame, ad un radicale 1 iv e 11 amento
delle differenze qualitative, essenziali o 'interne', che vengono infatti
generalmente risolte in mere differenze 'esterne' di ordine quantitativo.
L'elementare distinzione fonetica tra vocale e consonante è per l'appunto la
prima a soccombere a tale procedura (cfr. Cours de linguistique générale, cit.,
pp. 76 e 88-90). Ad essa faranno quindi seguito quella tra le forme (o 'parti')
grammaticali del discorso (cfr. ibid., pp. 184-88), tra le diverse lingue
umane, ed infine addirittura tra lingua e dialetto (cfr. ibid., p. 264). In
questo contesto sarà sufficiente osservare che il detto livellamento non solo
equivale ad una distorsione radicale dell'essenza stessa del pensiero raziona 1
e in quanto totalità organica di differenze interne o essenziali, ma può esser
sistematica mente perpetrato solo violando palesemente i dati intuitivi di
quella stessa 'os servazione' sensibile alla cui 'testimonianza' la linguistica
strutturalistica di Saussure non esita a far in definitiva appello (cfr. ibid.,
p. 270). La dissoluzione quantitativa delle stesse differenze fonetiche
elementari, ad es., viene resa plau sibile solo mediante l'escogitazione di una
serie di suoni puramente fittizi, che, per sua esplicita ammissione, non
possono essere in alcun modo attestati dall' e sperienza dei soggetti parlanti
(cfr. ibid., p. 153: «Pour échapper aux illusions, il faut d'abord se
convaincre que les entités concrètes de la langue ne se présen tent pas d'elles-memes
à notre observation»); nel caso di quella tra la vocale e la consonante
mediante la teoria dell"implosione' e dell"esplosione', chiede nulla
meno che il raddoppi amento poi, si ri degli alfabeti di tutte le lingue (cfr.
ibid., pp. 79-83). La lettera 'a' (come tutte le rimanenti) non sarebbe infatti
510 occidentale, scrittura. della differenza e della relazione tra la parola e
la La prima è un contenuto dell'intuizione sensibile che sorge e svanisce nel
tempo. La seconda si estende invece nella statica esteriorità principi o
costituire l'originar dello spazi o, e perciò non può per i a oggettivazione
dell'attività ideale dello spirito, e dunque della stessa unità logica del
signifi cato. Il celebre argomento svolto da Platone nel Fedro 51 per ri
vendicare il primato del discorso orale su quello scritto, e cioè che solo il
primo rimane in possesso dell'anima umana, e quindi può sempre «difendere se
stesso»; e quello, di carattere più em pirico, addotto a tal proposito da
linguisti 'fonocentristi' come Jakobson e Halle 52 , e cioè che sia gli
individui che i popoli prima imparano a parlare e poi a scrivere - rendono
senz'altro entrambi palese il carattere secondario, derivato, in definitiva
meramente subordinato della funzione della scrittura, ma non ne colgono il
limite essenziale, che consiste esclusivamente nel fatto che l'oggettivazione
dell'attività può aver originariamente dello spirito nel linguaggio luogo solo
nel tempo, e non già nello spazio. La scrittura non è, dunque, altro che una mera
'imma gine', raffigurazione o riproduzione e finalità è di ordine puramente
della parola; la sua essenza tecnic o-strumentale, e come tale non pone perciò
alla riflessione filosofica alcun pro blema veramente rilevante. Questa
conclusione sembrerebbe essere stata recentemente infirmata (o, per lo meno,
resa assai più problematica di quanto possa prima facie apparire) dalla
polemica avviata da una dif altro che una mera denominazione convenzionale di
due suoni realmente di versi: uno 'implosivo' ed uno 'esplosivo'! L'un i ca
differenza essenziale cui la sua linguistica sembra in definitiva tener fermo è
quella tra parola e scrittura: la prima sarebbe la forma 'naturale', originaria
del segno linguistico, la seconda solo una sua riproduzione artifi ciale, che
tenderebbe fatalmente a risolversi in una mera distorsione (cfr. ibid., pp.
44-54). Derrida ha perciò senz'altro ragione ad insistere sull'intima incoe
renza tra il generale orientamento convenzionalistico strutturalistico di
Saussure e la sua rivendicazione e 'livellatore' del metodo 'fonocentrista' del
primato naturale della parola sulla scrittura (cfr. J. Derrida, Positions. Entretiens avec Henri Ronse,
Julia Kristeva, Jean-Louis Houdeline, Guy Scarpetta, Paris 1972, pp. 28-34). 51 Cfr. Platone, Phaedrus, 274c-277a. 52 Cfr. J.
Derrida, De la grammatologie, Paris 1967, p. 79. 511 fusa tendenza filosofica
odierna, il Decostruzionismo Derrida, contro il 'fonocentrismo' di J acques
della filosofia e della stessa linguistica tradizionale. naria' La scrittura
sarebbe in realtà più 'origi della parola: o meglio, in quanto 'scrittura
trascenden tale', costituirebbe la 'scena', la fondamentale
sibilità-impossibilità condizione di pos sia della 'voce' che della scrittura
nel senso corrente del termine. La ragione del rovesciamento della concezione
tradizionale derridiano del rapporto tra parola e scrittura è esattamente
identica a quella che noi, sulla scorta di Hegel, abbiamo ora accennato al fine
di dimostrare invece il carattere intrinsecamente fonetico del segno
linguistico. Quest'ultimo, in quanto essenzialmente temporale, oggettivazione
dell'interiorità è l'immediata dello spirito, e ed originaria non costituisce
perciò un 'altro' radicale rispetto alla sua essenza, che invece, secondo Derrida,
potrebbe e dovrebbe essere pensata - dopo la 'distruzione critica' della
metafisica occidentale operata da Hei degger - solo in rapporto ad una rad i ca
1 e a 1 te ri t à. Nella misura in cui la scrittura si estende nell'esteriorità
dello spazio, essa costituisce senz'altro parola all'interiorità un'esistenza
assai più estranea della dello spirito e all'unità ideale del signifi cato. Di
conseguenza, rapporto la scrittura, semiologico originario e solo essa,
incarnerebbe e fondamentale, coinciderebbe il col segno (o meglio: con la
'traccia') xat' È;ox;tiv53 • Ma è veramente possibile pensare ed esprimere
sensatamente qualcosa come un 'altro radicale' della soggettività dello
spirito? Noi abbiamo altrove 54 tentato di mostrare come l'essenza stessa della
categoria logico-ontologica dell"altro' l'interno sia pensabile solo al di
un più originario sistema di relazioni tità, di iden in cui esso finisce in
definitiva col risolversi, e dunque solo come 'altro relativo', e non già
'assoluto' o radicale; e, inoltre, 53 Cfr. J. Derrida, La voix et le phénomène.
Introduction au
problème du signe dans la phénoménologie de Husserl, Paris 1967, pp. 25 sgg.;
Id., L'écriture et la différence, Paris 1967, Ch. IV: 'Violence et
métaphysique. Essai sur la pensée d'Emmanuel Lévinas', pp. 149-52. Per la
critica derridiana della filosofia hegeliana del linguaggio, cfr. Marges de la
philosophie, Paris 1972, 'Le puits et la pyramide. Introduction à la sémiologie
de Hegel', pp. 79-164. 54 Cfr. G. Rinaldi, A Hegelian Critique of
Deconstruction (in preparazione), § 3, 'Metaphysics and Othemess'. In questo scritto viene delineata una sistema tica
analisi e critica del Decostruzionismo 512 di Derrida. come le 'operazioni
testuali' svolte da Derrida nei confronti della storia della metafisica e del
'logocentrismo' occidentali riescano in verità soltanto ad impigliarsi nei più
stravaganti e paradossali controsensi. Proprio perché un 'altro' radicale
dell'attività dello spirito è in sé e per sé impossibile, impensabile ed
inesprimibile, la forma sensibile originaria del linguaggio deve di necessità coincidere
con l'interiorità l'esteriorità temporale della parola, e non già con spaziale
della scrittura. 9. L'unità ideale del significato e la forma fonetica in cui
essa si esprime non esauriscono, come tali, l'essenza della pa rola, e dunque
del linguaggio, che infatti consiste piuttosto sol tanto nella loro relazione.
Non diversamente da ogni altra sintesi, anche la parola è un prodotto
dell'attività 'analitico-sinte tica' dello spirito, e quindi ha carattere
intrinsecamente mico. Contrariamente dina a quanto Husserl mostra di ritenere
55 , il significato non è una statica oggettività ideale che inerisce im
mediatamente ad un determinato suono articolato: così l'interio rità della sua
identità ideale che la stessa esteriorità del fonema sono piuttosto il risultato
di un unico e medesimo pro ce s s o creativo, in cui tuttavia svolgono funzioni
ed assumono valori opposti. In ragione del suo carattere originariamente
sensibile, la forma fonetica è sì immanente nello spirito, ma solo come un dato
ineliminabilmente p a s si v o, cui perciò lo spirito può con ferire un
'senso', e dunque una funzione ed una finalità logico ideale, solo negando, o
meglio 'idealizzando', tezza. Come Humboldt profondamente la sua immedia
osserva, nel processo di a 1 etti c o dello spirito la forma fonetica
costituisce qualcosa come l'ostacolo, l'opposto immanente, che esso deve
superare, 'padroneggiare', subordinare quanto più è possibile all'ordine ideale
del significato, al fine di conferire a questo un'oggettività (per lo meno tendenzialmente)
adeguata: Man muss die Sprachbildung iiberhaupt als eine Erzeugung an sehen, in
welcher die innere Idee, um sich zu manifestiren, eine 55 Cfr., ad es.,
Logische Untersuchungen, cit., voi. 2, 'Erste Untersuchung', § 10, pp. 42 sgg.
513 S eh w ieri g k e i t zu iiberwinden hat. Diese Schwierigkeit der La u t,
und die -Oberwindung gelingt nicht immer in gleichem Grade 56 • ist In maggiore
o minor misura, dunque, l'immediatezza del suono articolato viene costantemente
foggiata e rifoggiata dallo spirito, sì da adempier sempre più efficacemente
alle esigenze e alle finalità espressive del linguaggio. Ciò significa, forse,
che esso diviene idoneo ad esprimere un significato perché lo spirito lo
elabora in maniera tale da trasformarlo in una sorta di imma gine,
raffigurazione o rappresentazione del suo significato? Questa, come è noto, è
la celebre tesi sostenuta da Cratilo nel 1' omonimo dialogo platonico 57 : i
'nomi' ( òv6µm:a) sono imita zio n i dell'essenza delle cose da essi designate;
esiste perciò qualcosa come una 'giustezza' ( ògfr6tl'}ç) natura 1 e dei nomi;
quest'ultima potrebbe essere esplicata dalla loro analisi etimolo gica; la
ricostruzione dell'origine e della storia del nome po trebbe così contribuire
in maniera significativa alla conoscenza dell'essenza e della genesi della cosa
da esso denominata. L' ana lisi etimo 1 o g i ca delle parole equivarrebbe ad
una sorta di analisi on t o 1 o g i ca delle cose, o per lo meno ne
costituirebbe un'utile propedeutica. Nel pensiero contemporaneo, come è noto,
questa tesi è stata ripresa, in forma ancor più radicale, da Heidegger 58 •
Mentre l' o riginaria formulazione di Cratilo, quale si può desumere dal dia
logo platonico, non sembra infatti escludere che la conoscenza dell'essenza
delle cose possa esser conseguita anche per altra 56 57 Uber die
Verschiedenheit ... , cit., § 10, p. 86. Cfr. Platone, Cratylus, 383a sgg. 58
In assenza, per quanto ci è noto, di una esplicita teoria heideggeriana in
proposito, cfr. ad es. Untenvegs zur Sprache, cit., 'Das Wesen der Sprache',
pp. 197-98, dove in rapporto al concetto di 'metodo' (Methode) egli offre un
esempio concreto di spiegazione, interpretazione e critica etimo 1 o g i ca dei
fondamentali concetti filosofici. Nella storia del pensiero moderno, lo sviluppo
più significativo della teoria del linguaggio esposta da Platone nel Cratilo
(che non coincide senz'altro con quella da lui stesso avallata, che nella sua
versione più matura è piuttosto repe ribile nell'Epistola VII [342b-344d], in
cui viene per contro riconosciuto il ca rattere radicalmente esterno della
relazione tra segno e significato) è probabil mente quello delineato da Vico
nella Scienza nuova (cfr. G.B. Vico, Scienza nuova [1744], Milano 1977, Libro
II: 'Della sapienza poetica', § 4, pp. 296 sgg.). 514 via, ossia mediante
l'esplicazione 'idee', il 'superamento' heideggeriano razionale dei loro
concetti o della e dunque della forma del pensiero razionale, da un lato, e la
sua immediata identificazione 'metafisica', dell'Essere col Dire originario,
dal 1' altro, non gli consentono ormai altra alternativa che quella di
interpretarne l'essenza mediante la sola analisi etimologica (spesso del tutto
arbitraria) delle parole in cui esso più 'autenti camente' si rivelerebbe. Ma
tutto ciò è in qualche. misura legittimato dall'essenza della relazione tra la
forma fonetica della parola ed il suo signi ficato? In realtà, come già abbiamo
potuto osservare (cfr. supra, § 6), essa è incurabilmente esterna, e dunque
piuttosto 'con venzionale' che 'naturale'. Ed una volta di più, la ragione di
ciò non è meramente accidentale o empirica, bensì si fonda sulla stessa natura
essenziale di entrambi. La prima è un contenuto empirico dell'intuizione
sensibile; sentazione generale del pensiero. il secondo è una rappre Essi sono
dunque il pro dotto di due funzioni del processo del conoscere immediata mente
e radicalmente eterogenee, che si dispongono, per così dire, agli estremi
opposti dello spettro del suo svolgimento im manente. Il rapporto che tra essi
originariamente si istituisce è quello della mera esclusione reciproca, che è
per l'appunto la relazione esterna xm' È~ox~v. In un certo senso, si potrebbe
addirittura sostenere che il ca rattere radicalmente esterno della relazione
tra segno e signifi cato diviene tanto più esplicito e palese quanto più il
contenuto del secondo si determina in maniera conforme alla sua essenza. In
ogni concetto empirico, quale ad es. quello di 'albero', l'u nità ideale del
significato si Jimita alla forma dell'universalità sotto cui un eterogeneo
contenuto empirico-sensibile viene sus sunto. Ma nel caso di un concetto puro
quale quello dell"es sere' o della 'realtà', non solo la forma universale
del significato, bensì pure il suo contenuto attuale, determinato ha carattere
pu ramente logico o 'intellettuale'. Ora, se il contenuto di un con cetto
empirico denota un oggetto sonoro, una relazione di carat tere onomatopeico,
ossia di imitazione del suo effetto acu stico mediante una determinata
configurazione della forma fone tica della parola, può senz'altro istituirsi
tra segno e significato; ed essa non è certo meramente immotivata, giacché si
basa su 515 una specifica s o mi g 1 i a n z a sensibile tra la forma fonetica
ed il suo contenuto semantico. L'imitazione onomatopeica, tuttavia, non può che
risultare per principio i m perfetta pria, ed i m pro se non altro perché il
fonema è un suono articolato, il quale, come si è visto (cfr. § 7), non è mai
un mero suono fisico, bensì un prodotto dell'attività sintetica dello spirito.
Ma è chia ramente affatto impossibile concepire un suono articolato che
presenti una 'astratta', qualsiasi assolutamente o della 'realtà'. somiglianza
indeterminata, sensibile con un'idea quale quella dell"essere' Siccome la
tendenza fondamentale del lin guaggio, in quanto prodotto dell'attività dello
spirito, è verso una progressiva id e a 1 i z z azione del contenuto dei
significati da esso espressi - e dunque verso la formazione di concetti il cui
contenuto corrisponda effettivamente alla loro forma ideale (come è appunto il
caso dei concetti puri) -, la rilevanza lingui stica del rapporto onomatopeico
(e con esso la possibile 'giu stezza naturale' dei nomi) non può quindi che
decrescere corri spettivamente, fino ed estinguersi radicalmente 'esterno'
completamente. Il carattere della relazione tra segno e significato, inerente
come tale all'essenza del segno linguistico, consegue al lora piena attualità
oggettiva. Nessuna affinità 'naturale', ossia intrinseca e sostanziale, sus
siste quindi tra il significato di una parola e la sua forma fone tica. Di
conseguenza, contrariamente a quanto mostra di rite nere Heidegger, l'analisi e
la ricostruzione etimologica delle 'pa role' in cui la metafisica occidentale
ha espresso i propri con cetti fondamentali non può fungere da surrogato della
loro pura esplicazione logico-immanente. Dobbiamo dunque concludere, con
Saussure, che il linguaggio non è altro che un aggregato 'caotico' di segni
arbitrari; che nulla in esso è veramente essen ziale, intrinsecamente
'.motivato', e che esso perciò non è che il prodotto 'fortuito' della farce
aveugle di una 'convenzione' so ciale che si impone ab extra all'individuo
attualmente parlante, costringendolo ad uniformarsi ad essa pena
l'impossibilità di es sere compreso? In verità, la concezione strutturalistica
dell'es senza del linguaggio è non meno astratta ed unilaterale, e di
conseguenza falsa, di quella opposta della 'giustezza naturale' dei nomi. La
relazione or i gin ari a tra segno e significato è senz'altro meramente
esterna: ma tale non è certamente l'unità 516 ideale del significato. Inoltre,
nella misura in cui la forma tem porale del segno linguistico è necessaria a
priori (cfr. supra, § 7), essa stessa si fonda su una relazione interna.
Infine, il carattere originariamente immotivato del segno linguistico non
esclude che, in una lingua sufficientemente sviluppata, qualcosa come una
relazione di a n a 1 o g i a possa stabilirsi tra il sistema delle molteplici
funzioni 1 o g i c o -g ram ma tic a 1 i che una medesima radice può svolgere (ad
es. quelle del sostantivo, dell'aggettivo, del verbo e dell'avverbio; i loro
diversi casi, persone, numeri, modi e tempi, ecc.), ed un corrispettivo sistema
di suoni artico lati: facil-e facil-it-à facil-e facil facil-it-are { { facil-i
{ facil-issim-o facil-issim -a { facil-issim-i facil-issim-e facil-it-o
facil-it-i facil-it-av-o, ecc. ecc. facil-mente Questa serie di parole non
costituisce, con ogni evidenza, un aggregato meramente casuale ed arbitrario di
fonemi isolati. Solo nel caso della radice, infatti, la relazione tra segno e
signifi cato è puramente esterna; in tutte le altre, essa è invece moti va ta
dal loro significato, come· pure dalla specifica funzione grammaticale che esse
svolgono nel contesto organico della frase e del discorso: si tratta, dunque,
senz'altro di una relazione (per lo meno relativamente) in terna. In ogni
espressione linguistica, dunque, si fondono in un'u nica totalità concreta non
solo l'interiorità ideale di un signifi cato e l'esteriorità sensibile di un
segno, ma piuttosto un intero sistema esterne; di re 1 a z i o n i i n te r n e
ed uno di re 1 a z i o n i e questa ulteriore sintesi non è, ancora una volta,
me ramente arbitraria o casuale, bensì necessaria a priori, giacché essa si
fonda sulla stessa dualità essenziale del linguaggio in 517 quanto unità di
segno e di significato: il primo, infatti, è come tale una relazione esterna,
il secondo una relazione interna 59 • A questo punto, diviene finalmente
possibile rispondere all'in terrogativo che ci eravamo in precedenza posto, e
cioè in che cosa precisamente consista il 'superamento' della 'difficoltà' che
l'esteriorità fonetica del segno pone, secondo Humboldt, alla 'forma interna'
della lingua, e dunque alla stessa attività crea trice dello spirito. Esso non
coincide senz'altro con la trasforma zione del fonema in una sorta di immagine
o raffigurazione sensi bi 1 e del suo significato. In tal caso, infatti,
l'elemento del 1' esteriorità fonetica non solo non verrebbe trasceso, bensì si
porrebbe come un 1 imi te originario ed insuperabile, e dunque come una
negazione dell'attività ideale dello spirito. Nelle lingue in cui prevale il
criterio della formazione analogica delle parole, al contrario, il carattere
originariamente esterno della re lazione tra segno e significato viene
certamente (per lo meno in qualche misura) negato, ma il fondamento della sua
motivazione non consiste più nella peculiare configurazione sensibile del
segno, bensì nella specifica forma e funzione 1 o g i ca del suo si gnificato.
Non già l'immediata ricchezza sensibile dei suoni e delle parole di cui consta
una lingua, ma piuttosto la sistema tic a 1 imitazione dell'arbitrarietà e
della ridondanza della sua forma fonetica mediante le regole della formazione
analogica delle parole, costituisce dunque l'indizio inequivocabile dell' ef
fettiva potenza creatrice della sua 'forma interna' - dello 'spirito' in essa
immanente. 10. L'essenza del linguaggio si configura dunque come l'e 59 La
necessità a priori che caratterizza come tale ogni relazione interna esclude
per principio che essa possa esser ridotta al prodotto, come dice Hum boldt,
della «potenza estranea» (fremde Macht) di una mera convenzione so ciale. Essa
si fonda piuttosto sull'unità 'trascendentale' in finita, o, per usare un'altra
felice espressione di Humboldt, sull'«unità della na dell'autocoscienza tura
umana» (Einheit der menschlichen Natur: cfr. Uber die Verschiedenheit ... ,
nell"individualità cit., § 9, p. 63), la quale, come già abbiamo osservato
(cfr. supra, § 3), è affatto la stessa spirituale' e nello 'spirito oggettivo'
della comunità linguistica. Da questo punto di vista, appare semplicemente
privo di senso so stenere, alla maniera di Saussure, che la langue si impone ab
extra al locutore come la farce aveugle di un'arbitraria e coattiva convenzione
sociale sancita dalla 'massa parlante'. 518 instabile, quilibrio segno
sensibile e l'interiorità temporale di un dinamico tra l'esteriorità ideale di
un significato, come l'in faticabile 'sforzo' dello spirito verso una sempre più
compiuta ed adeguata oggettivazione della sua 'essenza intellettuale' in una
successione di suoni articolati, mediante la progressiva subordi nazione della
loro contingente immediatezza al sistema di leggi logiche (a priori), in cui la
sua unità ideale di necessità si dirime. Il tradizionale problema dell'origine
della di versi tà delle lingue umane può e deve essere affrontato, ed
auspicabilmente avviato a soluzione, sulla base dell'accennata definizione
dell' es senza del linguaggio, e di quella, svolta dalla logica speculativa,
della struttura formale-generale dell'attività dello spirito. L'unità dello
spirito non è un mero 'concetto di genere', ossia una forma estrinseca che si
limita a sussumere 'sotto di sé' una pluralità di differenze, fenomeni, o individui
ad essa eterogenei. Essa, al contrario, è un universale concreto 60 , ossia un
concetto che contiene 'in sé', o meglio che pone attivamente, il sistema delle
sue differenze specifiche, nella cui particolarità, perciò, la sua unità o
'semplicità' rimane immanente, si man tiene identica a sé stessa. Di
conseguenza, tali differenze non si escludono né si giustappongono
estrinsecamente, ma piuttosto si 'sovrappongono', costituendo così le fasi
successive, gradi progressivi di sviluppo del processo in cui l'identità
dell'univer sale perviene ad una realizzazione sempre più compiuta, ed in fine
alla sua individuazione i concreta. In quanto univer sale concreto, dunque, lo
spirito è un processo teleologico che si muove tra due estremi: il suo
cominciamento, essenza si contrappone immediatamente suo compimento, in cui la
sua alla sua esistenza, ed il in cui essa consegue invece piena attualità, 60
Le più compiute e profonde esplicazioni sistematiche dell'idea dell"uni
versale concreto' a noi note sono quelle svolte da Hegel, Collingwood e Errol
Harris. Cfr. Wissenschaft
der Logik, cit., voi. 2, 'Die Lehre vom Begriff', Erster Abs., Erstes Kap.,
'Der Begriff, pp. 273-301; R. G. Collingwood, An Essay on Philosophical Method,
Oxford 1933, Il: 'The Overlap of Classes', pp. 26-52, e III: 'The Scale of
Forms', pp. 54-91; e Errol E. Harris, Formal, Transcendental and Dialectical
Thinking: Logie & Reality, Albany, NY, 1987, passim, ma spec. P. III, Ch.
8, 'The Logie of System', pp. 131-56. Su questa intera tematica cfr. G.
Rinaldi, A History and Interpretation of the Logie of Hegel, Lewiston-New York
London 1992, §§ 30, 58 e 61. Per
un profilo della filosofia neohegeliana di Errol Harris, cfr. G. Rinaldi,
Saggio sulla metafisica di Harris, Bologna 1984. 519 in cui essenza ed
esistenza, dunque, si identificano senza re sidui. La considerazione
dell'essenza del linguaggio come forma ed atto dello spirito implica perciò che
l'unità della sua essenza si dirima in una serie graduale di differenze
specifiche, che co stituiscono il terminus medius tra gli opposti estremi del
suo co minciamento e del suo compimento. Contrariamente a quanto sostiene la
linguistica strutturalistica 61 , dunque, il problema del 1' origine della
pluralità delle lingue non è senz'altro uno pseudo problema; né la loro
diversità un mero fatto contingente, con statabile solo empiricamente, e
prodotto da nient'altro che una serie 'diacronica' di 'eventi fonetici' isolati
e 'fortuiti'. Al con trario, tale diversità è tanto necessaria quanto lo è
l'unità dell'es senza del linguaggio; essa perciò ha carattere organico e si
stematico; e le differenze che l'analisi comparata delle lingue storiche pone
in luce non possono e non debbono quindi esser ridotte a mere differenze
quantitative (cfr. supra, § 7, n. SO), bensì esplicano (ovviamente in maniera
più o meno perfetta ed intelligibile) la stessa articolazione qualitativo-essenziale
del pro cesso te I e o I o g i c o del linguaggio in quanto atto dello spirito.
Ciò significa, in ultima analisi, che il giudizi o di va I or e - o, come dice
Humboldt 62 , !"apprezzamento' (Wurdigung) - pronun ciato a proposito
della maggiore o minore 'perfezione' o 'com piutezza' di una lingua particolare
non è già il mero risultato della proiezione arbitraria ed 'antiscientifica'
dei privati pregiu dizi di un individuo contingente ( o di quelli
'etnocentrici' della comunità cui egli appartiene), bensì l'esplicazione della
più in tima ed oggettiva essenza e verità di tale lingua. L'origine della
diversità (temporale e geografica) delle lingue umane diviene certamente un
problema insolubile, se non pro prio uno pseudoproblema, nella misura in cui
essa venga identi ficata con un evento particolare nel tempo storico dell'uma
nità. In tal caso, infatti, la riflessione non può evitare di avvol gersi
nell'insolubile a n tino mi a che già Kant, come è noto, aveva mostrato inerire
essenzialmente al problema, logicamente 61 62 520 Cfr. Cours de linguistique
générale, cit., p. 105. Cfr. Uber die Verschiedenheit ... , cit., § 1, p. 1.
del tutto analogo, del cominciamento del mondo nel tempo 63 • Non esiste,
dunque, a rigore, qualcosa come un'origine empi r i ca della diversità delle
lingue umane, bensì solo un'origine id e a 1 e; e la sua essenza e fondamento
non può esser riposto in altro che nella struttura formale-generale spirito, di
cui è essenziale manifestazione. dell'attività dello In quanto attività sin
tetica, l'essenza dello spirito non può esser concepita né come pura unità né
come pura molteplicità, ma piuttosto come un processo chE; differenzia
originariamente la propria unità e che identifica progressivamente il risultato
di tale differenziazione. In quanto atto e forma dello spirito, dunque,
l'essenza del lin guaggio è senz'altro impensabile ed impossibile se la sua
unità non si differenzia in una successione progressiva ed evolutiva di lingue
particolari. Tale è l'origine esse n zia 1 e della diversità delle lingue
umane. In altri termini, l'infinita attività creatrice dello spirito può
manifestarsi compiutamente organica non già in un sistema linguistico astratto,
o in uno particolare ed isolato, bensì solo in una tot a lità ed evolutiva di
lingue concretamente esi stenti. Ciascuna di esse, o meglio la sua fisionomia
peculiare, de v' esser perciò concepita come l'oggettivazione di una determi
nata forma o grado ideale in cui il processo dello spirito di necessità si
dirime. Nella misura in cui le differenze nazionali degli 'spiriti dei popoli'
possono esser legittimamente conside rate come la sua fondamentale espressione
storico-oggettiva, la 'forma interna' di una lingua potrà senz'altro esser
concepita, con Humboldt, come l'inconscia 'emanazione' del 'genio lingui stico'
del popolo che la parla. Da questo punto di vista, un'interessante analogia è
stata so vente rilevata tra la lingua e l'opera d'arte 64 • Essendo entrambe 63
64 Cfr. Critica della ragion pura, cit., 'Dialettica trascendentale', pp.
362-69. Secondo Croce, nella misura in cui l'essenza del linguaggio si
esaurisce nell'attività intuitiva dello spirito, e quest'ultima coincide con la
creazione arti stica, l'intera tematica della linguistica finisce addirittura
col non distinguersi più da quella della filosofia dell'arte (cfr. Estetica ...
, cit., pp. 155 sgg.). Si deve senz'altro riconoscere a Gentile il merito di
aver acutamente avver tito i limiti di questa teoria crociana, pur senza negare
quanto di vero v'è nella rivendicazione del carattere originariamente
'estetico' della parola: Dal mo mento che l'essenza dell'arte si identifica col
'sentimento puro', e quest'ultimo 521 delle· totalità organiche, esse sarebbero
perciò entrambe indi vid uali tà concrete, indipendenti, 'autonome', che
trovano la loro ragione ultima solo nel genio creativo del loro autore: la
personalità cosciente e riflessa conda; lo spirito inconsapevole dell'artista,
nel caso della se di un intero popolo, in quello della prima. Questa analogia,
tuttavia, risulta in definitiva fuor viante qualora, sulla traccia ad es. della
filosofia schellinghiana o crociana dell'arte, ciascuna lingua storica, non
diversamente dall'opera d'arte, venga considerata come una sorta di monade
spirituale chiusa in sé stessa, e perciò priva di essenziali connes sioni
storiche e sistematiche con la totalità del processo del lin guaggio, e dunque
come non valutabile in base a criteri un i versa li di perfezione e di valore,
che come tali, infatti, trascen dono di necessità la sua singolarità esclusiva,
e si fondano piut tosto sulla stessa unità ideale dello spirito. Al qual
proposito sarà qui sufficiente rammentare _ che l'elemento essenziale del lin
guaggio è l'unità ideale del significato; e che questa, come tale, trascende
ogni immediatezza intuitiva, ivi compresa la sua parti colarità nazionale (che
infatti, come si è visto, trova piuttosto espressione nella sua forma fonetica:
cfr. supra, § 7), e si fonda per contro sulla natura u n i v e r s a 1 e della
ragione, dell"auto coscienza infinita' (cfr. supra, § 3). In virtù
dell'essenza logica del significato, dunque, appare senz'altro legittimo
considerare (e non già il mero dato dell'intuizione costituisce l'originaria
sensibile, come sostiene invece Hegel) matrice estetica del linguaggio, la
manifestazione pecu liare della sua essenza coincide senz'altro con la 'parola
lirica', ossia con la pa rola come creazione artistica. Ma, a differenza di
Croce, egli nega perentoria mente l"attualità' del sentimento puro, e
dunque, in definitiva, della stessa arte: la sua immediata soggettività può
divenir attuale solo nella misura in cui si esprime o si oggettiva: il che è
possibile solo in virtù dell'attività 1 o g i ca dello spirito. Affinché la
parola lirica possa esser concretamente articolata e pronun ciata, dunque, la
sua immediata forma estetica dev' esser compenetrata ed unifi cata
dall'interiorità del pensiero losofia dell'arte, Firenza autocosciente. Cfr. G.
Gentile, La fi 1975 3 , p. 197: «Non c'è linguaggio senza autoco scienza. Se si
pensa che nella storia della natura questa autocoscienza comincia con l'uomo,
ecco, l'uomo è il solo animale che parli. E progredire nella co scienza di sé
con un'analisi sempre più profonda di se stesso (e cioè di tutto), progredire
nel pensiero e nel sapere, è progredire nella capacità di esprimere esattamente
il proprio interno». 522 l'individualità tiva particolare spirituale e
transeunte di ciascuna lingua come una fase evolu del processo totale dello
spirito; e dunque sostenere che essa costituisce un'oggettivazione più o meno
'riuscita', un grado più o meno elevato di realizzazione dell'essenza ideale
del linguaggio. La distinzione tra lingue più o meno perfette, più o meno
sviluppate, più o meno 'nobili', su cui Humboldt insiste con tanto vigore 65 ,
ha dunque un innegabile fundamentum in re. Il problema epistemologico reale che
a questo proposito si pone, perciò, non è già quello della soggetti vità od
oggettività di tali distinzioni, bensì quello dell'effettiva validità a priori
del criteri o di va 1 or e in base al quale esse vengono stabilite. Tale
criterio, ovviamente, non può che coincidere con la stessa finalità essenziale
del linguaggio, col peculiare 'compi mento' che ogni suo sforzo creativo ha
infallibilmente di mira. Quest'ultimo, come abbiamo osservato, consiste nella
compiuta subordinazione dell'elemento senza intellettuale. fonetico del
linguaggio alla sua es Il criterio ultimo di perfezione di una lingua, dunque,
consisterà zione, precisione, essenzialmente nella chiarezza, c o ere n z a e compiutezza
distin con cui la sua 'forma interna' riesce ad oggettivarsi nella materia
sensibile del suono articolato. Dal punto di vista semantico, ciò significa
anzitutto che una lingua è tanto più perfetta quanto più è ricca di vocaboli il
cui significato trascende la sfera dei meri concetti empirici, ed è perciò in
grado di esprimere delle idee 'razionali' in maniera appropriata. Una lingua
quale l'altaico, il bantu o l'ewe, ad es., in cui non esiste alcun termine
specifico in grado di esprimere il concetto dell' 'essere', e la sua funzione
copulativa viene supplita da una mera pausa, o dalla ripetizione del pro nome
personale dopo l'aggettivo 66 , sarà dunque, con ogni evi denza, una lingua
sommamente imperfetta. Inoltre, la forma zione dei concetti in una lingua è
tanto più perfetta quanto più l'accezione determinata che giunge ad effettiva
espressione lin guistica è conforme all'intrinseca essenza del concetto in que
65 Cfr. Uber die Verschiedenheit ... , cit., § 10, p. 87; § 11, pp. 92-100,
ecc. 66 Cfr. J. Derrida, Marges de la philosophie, cit., 'Le supplément de
copule. La philosophie devant la linguistique', pp. 232-46. 523 stione. Dal
punto di vista grammaticale, poi, la distinzione fon damentale è ovviamente
quella tra le cosiddette lingue 'isolanti' (ad es. il cinese), in cui il
sistema delle connessioni logico-gram maticali del discorso (declinazione del
sostantivo e dell'agget tivo, coniugazione del verbo, formazione 'analogica' di
parole af fini mediante l'impiego di prefissi e suffissi, ecc.) non perviene a
distinta e precisa espressione; le lingue 'agglutinanti' (ad es. il messicano),
in cui esso consegue sì un'esistenza fonetica speci fica, ma meramente
particolare ed esteriore; ed infine le lingue 'flessive', in cui esso si fonde
invece con la forma fonetica della radice nell'unità della parola, e così
determina in maniera im manente l'intera articolazione del discorso 67 • Di
conseguenza, il sanscrito, il greco, il latino ed il tedesco, che possiedono un
si stema flessivo compiutamente sviluppato, realizzano senz'altro l'ideale
compiutezza della lingua in maniera superiore non solo a quelle, come il
cinese, in cui esso è del tutto assente, ma anche a quelle, come l'inglese ed
il francese, in cui è solo parzialmente sviluppato. Inoltre, l'essenza del
linguaggio in quanto totalità or ganica trova senz'altro espressione più
adeguata in una lingua in cui prevale la costruzione ipotattica piuttosto che
quella paratat tica. Da questo punto di vista, come osserva Humboldt 68 , il
greco è superiore persino al sanscrito. Quanto alla forma fone tica, infine,
essa è tanto più perfetta quanto più organica è l'articolazione dei suoni di
cui consta (il che trova precipua espressione nell'eufonia e nel ritmo delle
parole, delle frasi o dei versi) e quanto meno ridondante essa risulta in
rapporto alla sua finalità essenziale, che, come sappiamo (cfr. supra, § 9),
non è altro che l'espressione dell'essenza ideale del significato. 67 Questa
fondamentale articolazione 'triadica' dell'evoluzione delle lingue umane, già
genialmente presagita da Humboldt (cfr. Uber die Verschiedenheit ... , cit., §
14, pp. 130 sgg.), pochi anni dopo fu posta da A. Schleicher - un lin guista
influenzato in un primo tempo da Hegel e quindi da Darwin - alla base delle sue
celebri Sprachvergleichende Untersuchungen (1848: cfr. E. Cassirer, Fi losofia
delle forme simboliche, tr. it. di E. Arnaud, voi. 1, Il linguaggio, Firenze
19672 , pp. 127-32), e meriterebbe senz'altro ancor oggi di essere attentamente
meditata e - nei limiti del possibile - ulteriormente sviluppata. 68 524 Cfr.
Uber die Verschiedenheit ... , cit., § 11, pp. 99-100. III: Dialettica del
linguaggio 11. L'essenza del linguaggio è l'oggettivazione dell'attività ideale
dello spirito nella forma sensibile del segno fonetico. Essa non è un'unità
immediata, bensì un processo teleologico, le cui fasi determinate di sviluppo
coincidono (in linea di principio) con la diversità delle lingue storiche
reali. La totalità concreta dello spirito si manifesta dunque nel linguaggio, è
immanente in es~o, e perciò, in certo senso, si identifica con esso. Tale
identità, ora, è puramente immediata o indiscriminata, o piut tosto contiene in
sé stessa anche un momento di essenziale diffe renza? In altre parole,
l'essenza dello spirito è asso 1 u tam ente immanente nel linguaggio, o v'è
pure un senso in cui risulta legittimo asserire che essa lo trascende altresì
essenzial mente? E, in tal caso, quale significato si deve attribuire alla tra
scendenza dello spirito? Lo spirito trascende il linguaggio forse nel senso che
la sua unità originaria si differenzia in un sistema di attività ideali
distinte, o meglio coordinate, una delle quali è appunto il linguaggio? O si
deve piuttosto ritenere che lo spirito trascenda il linguaggio nel senso che la
sua essenza logica si ri vela in esso in maniera solo imperfetta, inadeguata, e
che la sua piena attuazione è perciò differita ad altra sede, ad es. alla sfera
pratica della volontà etica, alle 'rappresentazioni' e al culto della
religione, o all"assoluta immanenza' del pensiero speculativo?
Quest'ultima possibilità viene pressoché unanimemente re spinta sia dagli
scienziati che dai filqsofi del linguaggio. Per il linguista strutturalista,
come sappiamo, è già difficile concepire come la mera unità ideale del significato
possa in qualche modo trascendere l'esteriorità sensibile del significante. Ma
anche un filosofo del linguaggio della statura di Humboldt, che così vivo ha il
senso del primato della sua 'forma interna' o 'essenza intel lettuale', sembra
incline a ritenere che linguaggio e pensiero siano piuttosto due manifestazioni
parallele, egualmente attuali dell'attività la loro unità indeterminata,
'indifferente' dello spirito, che in sé non sarebbe perciò altro che come per
Schelling l'Assoluto non è che l' Indifferenzpunkt di natura e di spirito), e
dunque in definitiva incomprensibile (proprio 69 • · 69 Cfr. ibid., § 2, pp. 3,
5, ecc. 525 Noi riteniamo invece che le analisi precedentemente svolte abbiano
messo da più punti di vista in luce non solo l'identità, bensì pure la
differenza tra l'essenza dello spirito (o del pen siero: cfr. infra, § 16) e
quella del linguaggio. In certo senso, si potrebbe dire che l'attività ideale
dello spirito si manifesta sì ne cessariamente nel linguaggio, ma che in questo
essa incontra, al trettanto necessariamente, un limite insuperabile, che la
nega, la costringe a 'riflettersi-in-sé-stessa', ed infine a trascender
l'intera sfera del suo processo e della sua storia. Appare quindi legittimo
affermare nel contempo che lo spirito è tanto immanente quanto trascendente
all'essenza del linguaggio. Da questo punto di vista, essa non è una semplice
identità affermativa, bensì appare come essenzialmente scissa in sé stessa,
come intimamente autocon traddittoria. Esiste, dunque, qualcosa come una
dialettica de 1 1 in g u aggi o ( quantunque essa in genere sfugga in toto alla
mentalità angustamente specialistica del linguista), che noi ten teremo di
delinear qui per sommi capi. 12. Abbiamo in precedenza osservato (cfr. supra, §
9) che la fondamentale relazione linguistica tra segno e significato è origi
nariamente immotivata. La sua peculiare esteriorità, e dunque irrazionalità,
vien certamente limitata dall'attività creatrice dello spirito, che in virtù
del criterio dell'analogia procede infatti alla costituzione della forma
fonetica delle parole in maniera conforme alla struttura logico-grammaticale
dei loro significati, trasformando così l'immediata molteplicità 'caotica' dei
fonemi delle radici in un sistema relativamente razionale ed ordinato di
derivazioni. Ma è anche vero che l'originaria arbitrarietà della forma fonetica
delle radici, lungi dall'esser compiutamente 'tolta' dal processo di
costruzione analogica dei significati, si ri propone piuttosto ad infinitum in
ciascuno dei nuovi termini co niati. L'essenza dello spirito, in quanto Idea
logica, è invece una totalità organica di pure re 1 azioni interne: senz'altro
'esterno' contraddetta dal carattere essa viene perciò insuperabilmente della
sintesi tra il segno fonetico ed il suo significato. La prima a n tino mi a
inerente all'essenza del linguaggio è dunque che esso è l'unità contraddittoria
di un sistema di rela zioni interne e di un aggregato di relazioni esterne. 13.
L'unità ideale del significato, abbiamo altresì visto, si di 526 stingue dal
segno perché, a differenza di questo, essa non è un contenuto dell'intuizione
empirica, bensì una 'rappresentazione generale'. Ma questa differenza vien
subito cancellata da ogni concreto esempio di concetto empirico: sì una
rappresentazione il 'rosso', ad es., è generale, ma solo in virtù della forma
dell'universalità nuto determinato, ad esso essenzialmente particolare,
inerente: il suo conte rimane palesemente di ordine sensibile e contingente.
Nella misura in cui in una lingua l'ele mento dell'universalità non va più in
là della sfera immediata dei meri concetti empirici, l'essenza del linguaggio
si avvolge di necessità in una seconda rappresentazioni a n tino mi a: esso
esprime delle generali che sono tali solo per la loro forma, e non già anche
per il loro contenuto. 14. Anche a questo proposito si potrebbe osservare che
la tendenza essenziale delle cosiddette lingue 'nobili' (o meglio: più
filosoficamente dotate, ad es. il greco o il tedesco) è certamente quella di
limitare l'originaria prevalenza dei concetti empirici mediante la coniazione
di termini in grado di oggettivare in ma niera precisa e chiaramente
distinguibile i concetti puri e le rela zioni logiche fondamentali in cui si
articola il processo ideale dello spirito. Ma qui è necessario tracciare una
netta distinzione, le cui conseguenze epistemologiche appaiono di rilevanza
pres soché incalcolabile, tra costituiscono i l ' ordine concetti puri
determinato nella sfera in cui del si lin guaggio e quello che invece di
necessità inerisce a 11 a 1 o r o p i ù ve r a e p r o fo n d a e s s e n z a.
In qualsiasi espressione linguistica reale o possibile, le idee dell'Essere,
della Qualità, della Quantità, della Misura, della Relazione, ecc. si pre
sentano immediatamente alla coscienza come il contenuto se mantico peculiare
dei termini loro corrispondenti (in genere so stantivi, oppure aggettivi e
verbi sostantivati). Ma quest'ultimi possono svolgere pienamente la loro
specifica funzione significa tiva ( e cioè in maniera non meramente astratta o
lessicologica) solo nella misura in cui vengono pronunciati o compresi all'in
terno di un contesto linguistico assai più vasto ed articolato: sia esso la
totalità relativa della fra s e, o quella più comprensiva del discorso. Tale
totalità, ora, non può per principio consi stere esclusivamente di concetti
puri o relazioni a priori: i ter 527 mini ad essi corrispondenti, al contrario,
si integrano in un con testo semantico e sintattico generalmente costituito da
meri con cetti empirici, le cui connessioni (vicendevoli e coi concetti puri)
sono fondamentalmente arbitrarie 'tre', e casuali (nella frase: «il qua derno
rosso è tre volte più spesso del quaderno verde», ad es., 'è', 'più' son
termini che chiaramente esprimono dei con cetti puri o delle relazioni a
priori; 'quaderno', 'rosso', 'spesso', 'verde' designano invece meri concetti
empirici; 'volte' è un ti pico esempio di polisemia; l'ordine e la connessione
di tutti questi termini sono senz'altro privi di ogni necessità a priori).
Nella sfera del linguaggio, dunque, i concetti puri si presentano
immediatamente, in quanto si g n i fi c a ti ve i s o 1 ate: concetti puri,
solo come un i t à le relazioni che connettono i termini da cui essi sono
espressi con la totalità organica della frase o del discorso sono invece di
carattere contingente-arbitrario. Se consideriamo empirico-sensibile, oppure
invece i concetti puri dal punto di vista della loro pura essenza logica, le
cose stanno assai diversa mente. Essi non sono che le autodeterminazioni immanenti
del processo dell'Idea logica. Quest'ultima, infatti, è una totalità or ganica
solo in quanto essa dirime attivamente la sua unità as soluta in un sistema di
differenze logiche. Ma in ciascuna di tali differenze - ossia in ciascun
concetto puro determinato - la sua stessa totalità infinita rimane immanente:
all'incirca nello stesso senso in cui, secondo Spinoza, in ognuno degli a ttri
bu ti della sostanza l'infinità 'assoluta' di quest'ultima si conserva, sia pur
in una forma determinata («in suo genere»)7°. Nella misura in cui tale forma
risulta inadeguata al suo contenuto infinito, ciascuno di tali concetti puri si
nega, si trascende, si rovescia necessariamente nel suo opposto, ed insieme a
questo dà luogo ad una nuova totalità logica più coerente e comprensiva. L'iden
tità determinata del concetto puro, di conseguenza, non è in de finitiva altro
che l'indice di un sistema di a priori: in forma virtuale o potenziale, con la
stessa totalità del l'Idea relazioni logica 7 e di ogni sua possibile autodeterminazione;
in ° Cfr. B. Spinoza, Ethica ordine geometrico demonstrata, Pars I, Def. VI, et
Expl. 528 forma attuale, in quanto esso coincide con la specifica relazione
'dialettica' che lo avvince al suo essenziale opposto. Dal che segue, con ogni
evidenza, che, astratto dal contesto delle sue connessioni logiche essenziali e
considerato isolatamente (detto altrimenti: identificato col contenuto
'noematico' di un'intui zione immediata, e non già col risultato di una
'deduzione' tra scendentale o dialettica), e posto invece in una relazione imme
diata (fondata cioè sulla mera affinità sensibile o sulla contiguità temporale)
con concetti o, peggio, rappresentazioni strettamente determinate sensibili non
a priori dalla sua pura essenza logica, la sua identità essenziale viene
irreparabilmente mutilata o di storta, sino a divenire irriconoscibile, o a
dissolversi addirittura nel vuoto non-senso. Se, dunque, definiamo
'significato' la forma (e la connes sione) determinata di un concetto puro in
una lingua storica reale, e 'concetto puro' la ben diversa forma (e
connessione) che il medesimo significato assume nel contesto sistematico della
to talità logica dell'Idea, allora potremo senz'altro asserire che il
significato di un'espressione esso corrispondente linguistica ed il concetto
puro ad div erg on o in maniera essenziale e signifi cativa. Parafrasando e
rovesciando una celebre tesi spinoziana, si potrebbe allora sostenere che l'
«ordine e la connessione» (lo gica) dei concetti puri non coincidono
necessariamente con l' «ordine e la connessione» (linguistica) gere in tale
divergenza la terza dei significati; e scor fondamentale antinomi a inerente
all'essenza del linguaggio. Come abbiamo in precedenza osservato, il mancato
rilievo della differenza fondamentale tra l'ordine dei concetti puri e quello
dei significati linguistici è stato gravido di negative conse guenze
epistemologiche, di portata eccezionalmente rilevante, nella filosofia del
nostro secolo. Da un lato, esso ha indotto Hus serl a identificare immediatamente
i primi con i secondi, disgre gando così la totalità 'olistica' dell'Idea
logica in una pluralità indefinita, irrelata, atomistica di 'essenze' ideali (
categorie lo gico-grammaticali, logico-analitiche, formali,
ontologico-materiali, logico-formali, ontologico ecc.) fornite ciascuna di
un'iden tità oggettiva isolata, e come tali perciò essenziale correlato noe
matico di un atto intuitivo meramente immediato, privo cioè (per lo meno a
parole) di qualsiasi mediazione discorsiva e ne 529 gatività dialettica
(ovverosia la cosiddetta 'intuizione eidetica') 71 • Dall'altro, in assenza di
un'adeguata delle relazioni logiche distinzione tra la totalità che determinano
ab intra l'identità di ciascun concetto puro, e quella delle connessioni
esterne (dei 'rapporti sintagmatici' ed 'associativi') in cui è invece
contestual mente immerso il corrispettivo significato linguistico, l'acuta cri
tica derridiana dell' atomismo logico latente nella teoria hus serliana del
significato non ha potuto evitare di dissolvere, in maniera ancor più
illegittima e in definitiva assurda, ogni es senza o identità ideale nel
complesso delle relazioni esterne o 'differenziali' tra il segno ed il suo
immediato contesto lingui stico (per Derrida senz'altro coincidente col
'tessuto' della 'scrit tura': cfr. supra, § 8). Si tratta palesemente di due
errori opposti, ma strettamente complementari, in quanto motivati entrambi da
una medesima causa: e cioè l'indiscriminata identificazione del 1' ordine e
della connessione dei concetti puri con quelli dei cor rispettivi significati
linguistici. 15. Una quarta 'casale' e 1 antinomia inerente all'essenza del lin
guaggio può essere agevolmente individuata nella forma tempo rale del segno
fonetico. Questo trascende l'immediata esteriorità tangibile' dello spazio e
del segno grafico, e perciò, come si è visto (cfr. supra, § 7), costituisce
l'oggettivazione pecu liare ed originaria dell'identità ideale del significato.
Ma è altresì innegabile che, in quanto meramente temporale, l'esistenza che
tale segno può conferire al significato è di necessità tra n se unte e fin i t
a: in quanto segno sensibile, la parola non è nulla più che un flatus vocis,
che, nell'atto stesso in cui è profe rita, si dissolve nel nulla. Se è vero,
ora, che, come afferma HegeI72, la verità dello spirito è eterna, allora sembra
inevita bile concludere che la sua essenza si realizza nella sfera del lin
guaggio in forma meramente inadeguata. Anche da quest'ultimo punto di vista,
dunque, si può con egual fondamento tanto affer mare quanto negare che
l'attività ideale dello spirito è imma nente nell'essenza del linguaggio. 71
Per una discussione e critica del metodo husserliano dell'intuizione eide tica,
cfr. G. Rinaldi, Critica della gnoseologia fenomenologica, Napoli 1979, Cap.
III, §§ 7-8. 72 Cfr. Enzyklopéidie ... , cit., vol. 2, § 258. 530 IV: Immanenza
e trascendenza del pensiero nel linguaggio 16. La soggettività ideale dello
spirito che si oggettiva nel lin guaggio è l'origine 'trascendentale'
dell'essenza logica dei signi ficati da esso espressi. L'essenza della prima è
l'atto de 1 p e n sare; quella dei secondi è il concetto: per dirla con
Gentile, un 'pensiero pensato'. L'unità originaria del pensare e del pen sato
può esser convenientemente designata col termine di 'pen siero'. Il contenuto
della dialettica del linguaggio esposta nel § precedente, dunque, può essere
compendiosamente anche nella forma seguente: il pensiero nente (presente) 1'
essenza del quanto linguaggi trascendente o. è tanto (assente) espresso imma
nel La soluzione di tale dialettica potrà e dovrà esser perciò ricercata nel
carattere specifico della relazione tra pensiero e linguaggio. Il chiarimento
della natura di questa relazione (che costituisce senz'altro il problema cru
ciale di ogni filosofia del linguaggio), viceversa, non potrà che trarre
giovamento da un accurato sviluppo della dialettica del linguaggio. Il pensiero
è immanente nell'essenza del linguaggio perché la finalità peculiare del segno
fonetico è l'oggettivazione di un si gnificato, e quest'ultimo non è altro che
un contenuto ideale del pensiero. Inoltre, le forme grammaticali (morfologiche
e sintat tiche) che connettono la pluralità dei significati nella totalità or
ganica del discorso coincidono senz'altro con la specificazione, nella forma
del linguaggio, delle funzioni logico-categoriali in cui di necessità si dirime
l'unità trascendentale dell"Io penso' (cfr. supra, § 6). Infine, il
carattere articolato, e non già mera mente informe, della forma fonetica del
linguaggio è possibile solo in quanto anche in essa è in qualche misura
presente ed attivo il processo analitico-sintetico, 'discorsivo' del pensiero
(cfr. supra, § 7). Nella misura in cui il pensiero è immanente nel linguaggio,
il contenuto logico del primo si fonde, si compenetra, in definitiva si
identifica con la forma sensibile del secondo. Da questo punto di vista,
pensiero e linguaggio si costituiscono come momenti in scindibili di un'unica
totalità. Come non è possibile linguaggio che non porti ad espressione alcun
pensiero, così non è possibile pensiero che non si 'incarni' in qualche
espressione linguistica determinata. La loro relazione essenziale sembra così
configu 531 rarsi come una sorta di azione reciproca: da un lato, l'unità
logica del significato determina attivamente la forma sensibile del segno
linguistico (ad es., ogni qualvolta una nuova frase viene formata mediante
l'appropriata applicazione delle regole grammaticali - come tali di natura
palesemente logica e non ne cessariamente espresse - della lingua cui essa appartiene)
73 • Dal 1' altro, tuttavia, l'espressione linguistica determina lo stesso pro
cesso del pensiero, nella misura in cui essa soltanto può con ferire chiara e
distinta articolazione alle rappresentazioni e ai concetti in cui questo si
dirime. Sia Humboldt che lo stesso Hegel 74 riconoscono perciò che è da
reputarsi un mero con t rose n s o l'idea di un pensiero che sia per principio
inesprimi bile in qualsiasi lingua determinata. La concezione p 1 atonica del
linguaggio come l'involucro esterione, la veste inessenziale di un'oggettività
ideale 'in sé' sussistente prima e indipendente mente da ogni sua possibile
espressione linguistica, appare dunque, da questo punto di vista, palesemente
insostenibile. Ma, in realtà, esistono ragioni non meno cogenti onde as serire
che il pensiero trascende altresì essenzialmente l'intera sfera del linguaggio.
Anzitutto, in virtù dell'unità logica del suo significato, il segno linguistico
si riferisce ad una 'cosa', ha un referente oggettivo, che non solo, come
abbiamo visto in precedenza ( cfr. supra, § 2), non è in alcun modo riducibile
ad 73 La plausibilità di questo esempio è ovviamente condizionata dal fatto che
l'essenza della regola grammaticale venga correttamente concepita come un
universale 'sotto' il quale viene sussunto il caso particolare dell'espressione
linguistica attuale, e non già (come è invece il caso della linguistica
strutturali stica) come il mero risultato delle 'solidarietà' sintagmatiche ed
associative di segni sensibili-particolari. 74 Cfr. Enzyldopiidie ... , cit.,
vol. 3, § 462, Zusatz: «Ohne Worte denken zu wollen, wie Me s me r einmal
versucht hat, erscheint daher als eine Unvernunft, die jenen Mann, seiner
Versicherung nach, beinahe zum Wahnsinn gefiihrt hatte. Es ist aber auch
lacherlich, das Gebundensein des Gedankens an das Wort fiir einen Mangel des
ersteren und fiir ein Ungliick anzusehen; denn ob gleich man gewohnlich meint,
das Un a u s s p re c h li che sei gerade das Vor- · trefflichste, so hat diese
von der Eitelkeit gehegte Meinung doch gar keinen Grund, da das
Unaussprechliche in Wahrheit nur etwas Triibes, Garendes ist, das erst, wenn es
zu Worte zu kommen vermag, Klarheit gewinnt». In maniera sostanzialmente non
diversa da Hegel, anche Gentile nega che la parola sia «come volgarmente viene
concepita, quasi veste del sentimento e del pensiero, che sia da aggiungere
alla vita dello spirito» (La filosofia dell'arte, cit., p. 198). 532 un mero
segno, ma che, a rigore, non coincide e on l' immediata identità st'ultimo,
logica infatti, può determinare del significato. neppure Que l'essenza del suo
oggetto in maniera più o meno adeguata, appropriata, e dunque non neces
sariamente coincide con esso. Humboldt osserva che in san scrito il concetto
dell'elefante viene espresso da tre diverse frasi: 'l'animale che beve due
volte', 'l'animale con due zanne', e 'l'ani male con la mano' 75 , che
palesemente non differiscono solo per la loro forma fonetica, ma per il loro
stesso significato. Ciò non dimeno, il loro referente oggettivo è il medesimo:
è un'identità che viene determinata diversamente (e in maniera presumibil mente
più o meno adeguata) in ciascuna di esse, senza purtut tavia identificarsi es
pressione lingui con nessuna, e dunque stie a determinata. con nessun a Il
referente ogget tivo del significato, di conseguenza, trascende senz'altro
l'intera sfera del linguaggio. D'altra parte, solo il più ingenuo empirismo del
senso comune può non avvertire che tale referente non è per principio mai un
mero individuo, una cosa sensibile, ma piut tosto l'universalità di un'essenza,
di un'idea oggettiva. Ciò che le citate espressioni diversamente designano,
infatti, non è già questo o quell'elefante empiricamente esistente, bensì solo
il concetto, l'idea, l'identità essenziale dell'elefante. La trascenden za del
referente oggettivo del significato non è, dunque, in defi nitiva altro che una
forma fenomenica determinata della stessa più generale trascendenza del
guaggio. Inoltre, l'analisi della dialettica pensiero rispetto al lin del
linguaggio svolta nei §§ 11-15, ha messo in luce almeno altre quattro
fondamentali ragioni onde affermare che il pensiero trascende la sfera del lin
guaggio: in primo luogo, perché il rapporto linguistico fonda mentale tra segno
e significato è originariamente immotivato; in secondo luogo, perché il
contenuto dei significati immediati espressi dal linguaggio è di ordine
empirico-sensibile; in terzo luogo, perché i concetti puri che si oggettivano
in esso si presen tano in forme e relazioni immediate ed arbitrarie, che non coin
cidono senz'altro con quelle che costituiscono la loro pura es senza logica;
infine, perché l'esistenza che l'oggettivazione del 75 Cfr. Vber die
Verschiedenheit ... , cit., § 11, p. 96. 533 pensiero nel linguaggio può
conferire al significato è soltanto quella meramente negativa e transitoria
della parola. Da questo ulteriore punto di vista, dunque, la rivendicazione
platonica dell'essenziale differenza tra il linguaggio e le 'idee', del primato
logico ed ontologico delle seconde rispetto al primo, e quindi di quello
epistemologico della conoscenza della verità delle cose (la 'dialettica', ossia
la filosofia) rispetto all'arte della parola (la retorica) 76 , appare ancor
oggi senz'altro valida e con divisibile. · e 17. Quanto più si approfondisce
l'essenza della relazione tra pensiero linguaggio, paiono le contraddizioni
tanto più complesse e ramificate ap che ad essa essenzialmente ineriscono, e
tanto più urgente ed imprescindibile diviene altresì l'esigenza di una loro
adeguata so 1 u zio ne o 'riconciliazione'. Ma difficil mente quest'ultima
potrebbe esser effettivamente conseguita fa- . cendo ricorso ad una teoria del
pensiero logico che, alla ma niera di Platone (o di Kant), contrapponga
dualisticamente un pensiero 'umano' meramente soggettivo e finito ad un
pensiero 'divino' oggettivo (o infinito), e che quindi identifichi col primo il
pensiero che si incamà nella forma sensibile del linguaggio, e col secondo
quello che invece la trascende essenzialmente. Tale concezione dualistica,
infatti, perde di vista l'originaria un i t à esse n zia 1 e del pensiero
logico, che precede e fonda ogni sua possibile distinzione e, a fortiori,
opposizione. Noi per contro crediamo che la concezione hegeliana dell'intima
natura 'oli stica' e processuale dell'Idea logica possa assai più fruttuosa
mente e potentemente contribuire ad offrirci (almeno in linea di principio) una
appropriata soluzione guaggio. Il p~nsiero è essenzialmente della dialettica
del lin attività e processo nella misura in cui esso: a) nega la propria identità
originaria, differenziando la sua unità in una pluralità di distinzioni che
assumono di ne cessità la forma dell'opposizione; di tale differenziazione ma
b) nega altresì la negatività (negatio negationis), in virtù della 'sintesi a
priori' del molteplice e degli opposti in un'unica coerente tota lità concreta.
Nella misura in cui il pensiero differenzia la pro 76 534 Cfr. Platone,
Phaedrus, 276e-277c. pria unità originaria, esso 1 imita far ciò solo
contrapponendo limite è il (relativo) altro la sua stessa essenza, e può ad
essa un limite che la nega. Tale del pensiero - ossia l'immediata intui zione
sensibile. In quanto limitato da tale altro, il pensiero vien reso finito
(laddove la sua essenza è invece infinita): esso non è più l'unità che comprende
in sé ogni differenza, bensì una mera 'esistenza' distinta e contrapposta ad
un'altra esistenza, e che sta perciò in un rapporto con essa che è
fondamentalmente quello della determinazione re cipro c a. Si configura così
una sorta di connessione tra il pensiero (finito) ed il suo limite essen ziale,
che rende palesemente possibile e necessario il rapporto di identità (o di
immanenza) tra pensiero e linguaggio. Ha dunque un senso affermare che il
pensiero non solo è imma nente nell'espressione linguistica, ma che
quest'ultima può attiva mente contribuire a renderlo articolato e distinto,
solo nella mi sura in cui il pensiero in questione è quello meramente fin i t o
che risulta dall'originaria autodifferenziazione della sua essenza. Ma il
pensiero di necessità trascende tale differenza di sé da sé, negando o
'togliendo' in sé stesso l'opposizione tra la propria finitezza ed il suo
limite sensibile, e dunque la stessa determina zione reciproca tra pensiero e
linguaggio. Tale negazione come è il caso di ogni negazione di a 1 etti ca o
'Aufhebung' non ha tuttavia il senso di una mera soppressione della finitezza
del pensiero, e con essa della sua necessaria 'incarnazione' nella sfera del
linguaggio. Quest'ultima, al contrario, non solo non vien resa contingente dal
fatto di essere negata, ma viene altresì conservata nella totalità concreta del
pensiero infinito, ma solo come una sua condizione negativa, come un 'mo mento'
privo di verità e realtà indipendente, che si subordina completamente alle
esigenze espressive del processo logico del l'Idea. La soluzione dell'accennata
trascendenza antinomia tra l'immanenza e la del pensiero (dello spirito) nel
linguaggio potrebbe esser dunque formulata nella maniera seguente: l'attività
pen sante dello spirito è certamente immanente al linguaggio; que st'ultimo è
senz'altro una 'spontanea' creazione, o meglio 'ema nazione', dell'essenza
dello spirito nella totalità delle sue artico lazioni. Ma la forma determinata
in cui lo spirito si mani festa nella sfera del linguaggio non solo non è
l'unica possibile e pensabile, ma non è neppur quella più compiuta o
'perfetta'. 535 L'attività dello spirito consegue infatti un'attualità guata
solo in una forma ideale diversa ad esso ade a quella del linguaggio - sia essa
quella della volontà etica, delle rappre sentazioni e superiore religiose o del
pensiero speculativo - e da questo punto di vista esso perciò ne trascende
senz'altro l'essenza. Ma il pensiero che è immanente al linguaggio e quello che
lo tra scende, il pensiero finito e quello infinito, non sono due realtà o
attività spirituali eterogenee ed irriducibili, bensì piuttosto due diverse
fasi dello spirito. 536 o gradi di sviluppo dell'unica totalità infinita dello
spirito. Nome compiuto: Giacomo Rinaldi.
Commenti
Posta un commento