RENSI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rensi:
TRASEA – l’implicatura – la scuola di Villafranca di Verona -- filosofia veneta
-- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Villafranca di Verona). Filosofo italiano. Villafranca
di Verona, Verona, Veneto. Grice: “Only in Italy does a philosopher get his
obituary when still alive!” Studia
a Verona, Padova, e Roma. Insegna a Genova. Iscrittosi al partito socialista,
si reca a Milano per assumere la
direzione del giornale “La lotta delle classi sociali”, collaborando
assiduamente anche alla turatiana Critica Sociale e alla Rivista popolare. A
seguito delle misure repressive adottate dal governo, e per sfuggire alla
condanna del tribunale militare per aver preso parte ai mossi operai milanesi, stroncati
dall'esercito con la strage del generale sabaudo Beccaris, è costretto a
cercare rifugio in Svizzera. Frutto dell'esperienza ticinese e la
pubblicazione de “Gl’anciens régimes e la democrazia diretta” (Colombi, Roma)
in cui difende il principio della democrazia diretta del sistema istituzionale federalista.
Collabora con numerosi articoli ai fogli radicali Il Dovere di Bellinzona, la
Gazzetta Ticinese e L'Azione di Lugano, nonché alla rivista socialista e
pacifista Coenobium. Ri-entra in Italia per stabilirsi a Verona dedicandosi alla
filosofia del linguaggio – “o semantica.” A seguito della campagna libica, vi è
la rottura col partito socialista, poiché
si è schierato con l'interventismo di Bissolati. Pubblica “Il fondamento
filosofico del diritto” (Petremolese, Piacenza). Altri due volume seguono: “Formalismo
e a-moralismo giuridico” (Cabianca, Verona) e “La trascendenza: studio sul
problema morale” (Bocca, Torino), ove sviluppa un idealismo trascendente.
Insegna a Bologna, Ferrara, Firenze, e Messina. L'esperienza della grande guerra
manda in crisi (“alla merda”) la sue convinzione idealistica, conducendolo
verso lo scetticismo – della ‘scessi’, come la chiama --, la cui prima
formulazione sono i “Lineamenti di filosofia della scessi” (Zanichelli,
Bologna). Sostene che la guerra distrue la fede ottimistica nell'universalità
della ragione, sostituendola con lo spettacolo tragico della sua pluri-versalità,
vale a dire dell'irriducibile conflittualità dei diversi punti di vista. Espose
nella “Filosofia dell'autorità” (Sandron, Palermo) la traduzione politica di
questa concezione. Poiché tutti i punti di vista politici sono sullo stesso
piano, quello che anda al potere lo fa con un atto di forza, tacitando tutti gl’altri
punti di vista. In questo saggio si è scorta una prima GIUSTIFICAZIONE dell'autoritarismo
fascista. Tuttavia, dopo una prima simpatia per il fascismo, ne divenne un
fiero avversario quando MUSSOLINI con metodi un po ‘anti-democratici’ comincia
a perseguire un disegno dittatoriale ispirandosi a GIULIO CESARE – o duca/duce.
R., non Mussolini, sottoscrisse il Manifesto degl’intellettuali o filosofi anti-fascisti
di CROCE, pagando questa scelta con la sospensione, dalla cattedra di filosofia a Genova. Arrestato
e rinchiuso in carcere. Solo un abile stratagemma escogitato dall'amico e
collega SELLA, che pubblica sul “Corriere della Sera” il necrologio del
filosofo, diffondendo così la falsa notizia della sua morte, induce il duce a
rimetterlo prontamente in libertà. Il dittatore teme l'ondata di sdegno
sollevatasi per i metodi oppressivi del regime. Per la sua coerenza agl’ideali
di libertà, sube il definitivo allontanamento dalla cattedra, è, comandato, da
vigilato speciale, presso il centro bibliografico dell'ateneo genovese, per la
compilazione della biografia ligure. Nonostante il doloroso distacco dalla
scuola dove insegna, continua la sua attività filosofica e collabora al
quotidiano socialista genovese Il Lavoro, l'unico foglio che accoglie testi di
personalità che non hanno fatto atto di sotto-missione al fascismo. Ricoverato
al ospedale Galliera mentre infuria il
bombardamento della flotta inglese su Genova, per essere operato d'urgenza.
Tuttavia l'azione militare danneggia alcune sale dell'edificio e i medici doveno
rinviare l'intervento, una fatalità che non lascia scampo a R. Ai funerali
pochi amici ed ex allievi poterono seguire per breve tratto il carro funebre.
La polizia, che vieta questo devoto omaggio, dispersa il funerale, schedando
alcuni discepoli. R., anche morto, tura il potere. Sulla tomba nel cimitero di
Staglieno un'epigrafe riassume uno stile di vita ed esprime il suo dissenso, la
sua resistenza e indipendenza filosofica. ETSI OMNES NON EGO. La sua filosofia si
è sviluppata dopo l'approdo alla scessi in
direzione del realismo e del materialismo critico. Un realismo materialistico
quindi, che considera derivato, con una certa libertà interpretative, dal
criticismo. Arrriva ad ipotizzare che Kant puo pensare alla cosa in sé come a
una più nascosta essenza materiale della cosa stessa. La sua filosofia non
e esente da paradossi concettuali e da mutamenti continui che lo hanno portato
a cadere in alcune contraddizioni e incoerenze. Ma va anche considerato che al
di sopra d’esse a dominare è comunque un forte pessimismo, che non è solo
esistenziale, ma anche gnoseologico. Sia il mondo, sia la mente umana sono
irrazionali. Ma supponiamo che un tale fatto esteriore ai nostri orologi,
destinato al controllo di questi, non esiste, e che i nostri orologi
continuassero a discordare. Come potremmo allora, in mancanza di quel fatto
esteriore obbiettivo e nel discordare dei singoli nostri orologi, conoscere
l’ora che è? Ora questo è appunto il caso delle nostre ragioni. Non c’è
l’oggetto esterno ad esse, l’esterno modulo-ragione, su cui controllarle e che
le giudichi, ed esse discordano tra di loro. Come conoscere l’ora che è della
ragione? Per esempio egli ha sostenuto che, siccome la filosofia ha una storia
che si snoda nel tempo, ciò significa che un pensiero vero e unico non può
esistere e che perciò nel suo procedere ed evolvere essa nega continuamente sé
stessa. Contro l'idealismo di GENTILE, allora imperante, che considera la
storia una realizzazione progressiva dello spirito e della ragione, ha una
visione negativa della storia, come assurdo caso e vana ripetizione. C'è
storia dunque perché ogni presente, ossia la realtà, è sempre falsa, assurda e
cattiva, e perciò si vuol venirne fuori, passare ad altro, quel passare ad
altro in cui, unicamente, la storia consiste. C'è storia, insomma, l'umanità
corre nella storia, per la medesima ragione per cui corre un uomo che posa i
piedi su di un sentiero cosparso di spine o di carboni ardenti. La sua critica
della religione si sviluppa poi in un'aperta apologia dell'a-teismo. Sembra
quasi di poter cogliere uno dei tratti dell'a-teismo in un saggio “Sopra lo
amore di FICINO (si veda). FICINO
propone una visione dell'amore come amore eterno che ritorna come
desiderio di ogni grado ontologico di ritornare al bene e al tutto. Propone una
nuova interpretazione di questa tipica teologia dell’ACCADEMIA, vedendo
nell'amore ipotizzato da Ficino in realtà un preludio a quelle che diventeranno
due tra le più influenti correnti filosofiche: l'idealismo e il volontarismo.
L'amore come totalità dei diversi, o come volontà nelle vesti di matrice
essenziale del tutto, mette da parte il bisogno dell’amore trascendente e
sussurra l'ipotesi di un a-teismo, forse professato tra le righe dai più
celebri filosofi. Filosofo profondamente problematico e inquieto, fine però
per approdare a un forte pessimismo ontologico ed esistenziale, che lo spinse
verso derive spiritualistiche, forse latenti nelle sue riflessioni fin dalle
origini nelle “Lettere spirituali”. In quest'opera, come anche nell “La morale
come pazzia” (Guanda, Modena), delinea una sorta di mistica dei valori e
un'etica concepita come l'azzardo dell'uomo che scommette sul bene in un
universo cieco e indifferente. Nella sua “Autobiografia intellettuale” suddivide
in tre periodi la sua evoluzione. Un primo misticismo idealistico. Un secondo
relativismo scettico materialistico e ateo. Un terzo misticismo spiritualistico
come ultimo approdo della sua filosofia. Il primo è un misticismo di tipo
platonico dell’ACCADEMIA, in cui sono presenti anche elementi di San Paolo e di
Malebranche. Scrive “L’antinomie dello spirito” (Petremolese, Piacenza); “Sic
et non: meta-fisica e poesia” (Romaa, Roma); “La trascendenza: studio sul
pensiero morale”. Il secondo periodo nasce dal suo sconcerto di fronte alle
violenze della grande guerra e lo porta alla negazione di qualsiasi razionalità
della realtà. Pensa infatti che se gl’uomini ricorrono sistematicamente alla
violenza per risolvere i loro conflitti, questo significa che la ragione in sé
non esiste, e che si tratta dell'illusione dell'uomo di pensare che si puo dare
ordine al caos. L'irrazionalità della realtà si trova espressa in “Lineamenti
di filosofia della scessi”; “La filosofia dell'autorità”; “La scessi estetica”
(Zanichelli, Bologna); “Polemiche anti-dogmatiche” (Zanichelli, Bologna); “Interiora
rerum – la filosofia dell’assurdo” (Milano, Unitas); “Realismo” (Milano,
Unitas); “Apologia dell'a-teismo” (Formiggini, Roma); e “L’aporie della
religione”. Il secondo periodo è altresì caratterizzato da un avvicinamento al
positivismo materialistico e dal rifiuto dell'idealismo di CROCE e di GENTILE.
In esso va registrata anche una rivisitazione del panteismo di Spinoza, che
interpreta alla maniera dei teologi, quindi come a-teistico perché nega il divino personalizzato del mono-teismo.
Pensa anche di realizzareuna sintesi di scessi e realismo perché se solo la scessi
è il modo reale e utile di porsi di fronte al mondo, essa è anche l'unica
verità possibile. Si tratta anche del momento di punta del nichilismo, perché
si afferma che siccome l'unica cosa certa e stabile è la morte, ed essa è il
nulla, solo il nulla possede una verità. Prevale una forma di misticismo
che non sorge, però, improvvisamente, essendo già chiaramente presente nelle
opere maggiormente influenzate dalla scessi. Quest'ultima è, infatti, sempre
sollecitata da un'innata, profonda religiosità, sicché non stupisce che il
filosofo si apra alla voce del divino, poiché cerca nella negazione assoluta un
criterio positivo che consenta la negazione stessa. A questo periodo appartengono:
“Critica della morale”; "Critica dell'amore e del lavoro”; “Paradossi di
estetica e dialoghi dei morti” (Corbaccio, Milano); “Frammenti di una filosofia
del dolore e dell’errore, del male e della morte” (Guanda, Modena); “La
filosofia dell'assurdo” e “GORGIA (si veda) -- Autobiografia intellettuale – la
mia filosofia – testamento filosofico” (Corbaccio, Milano). Isolato in vita nel
mondo filosofico italiano, nel quale domina l'idealismo crociano-gentiliano, trova
la comprensione di pochi intellettuali a lui affini. È stato quest'ultimo a
creare la formula della scessi credente, che in forme diverse ha dominato i
pochi studi sulla sua filosofia. Oggi trova la collocazione nell'ambito del
nichilismo. Per alcuni, tale collocazione resta comunque riduttiva rispetto
alla vastità della sua filosofia, che andrebbe ancora approfondito. La
trascuratezza nei suoi confronti sta nel fatto che la cultura italiana è stata
dominata dall'idealismo e dall'esistenzialismo. Legato alla cultura socialista,
si caratterizza per una certa dose di eclettismo e per una forte componente
umanitaria, distante dal materialismo storico marxiano e riconducibile, più
agilmente, nel novero dei filosofi vicini al socialismo utopista. Se durante
l'attività politica in Italia aderisce all'idea della lotta delle classi sociali,
l'esperienza svizzera lo porta a ri-considerare tale concezione dei rapporti di
forza nella storia, ri-dimensionandone la portata. Infatti, l'ant-agonismo tra
proletariato e borghesia è circo-scrivibile ad alcune realtà contingenti e non
costituirebbe un'invariante delle relazioni socio-politiche. E se, da un lato,
il suo realismo politico lo porta ad apprezzare le teorie elitistiche del
conservatore MOSCA (si veda), dall'altro, la matrice umanitaria e socialista
emerge nell'esaltazione degli istituti della democrazia diretta,
caratterizzanti il sistema costituzionale svizzero, considerati come l’unico in
grado di far emergere la volontà popolare e di permettere l'emancipazione delle
classi lavoratrici. L'elogio ai regimi federalisti appena citati, e il
contingente recupero di CATTANEO sono sintomatici di un altro aspetto del suo orizzonte
culturale: la feroce critica dell'istituto monarchico -- tanto nell'accezione
assolutista, quanto in quella temperata del costituzionalismo borghese
ottocentesco -- appannaggio di una vicinanza con il programma del partito repubblicano.
Mostra un pessimismo storico verso il risorgimento, la disapprovazione
intransingente del ruolo, ritenuto ambiguo e ostile al riscatto sociale del
proletariato, della casa regnante dei Savoia e l'appartenenza alla massoneria.
Influenze "Atomi e vuoto e il divino in me", queste parole di Rensi
hanno ispirato Lobaccaro nella composizione della canzone Rosa di Turi dei
Radiodervish. Altri saggi: “Una Repubblica italiana: il Canton Ticino, "Critica
sociale", Milano), “L'immoralismo di Nietzsche” (Carlini, Genova); “Il
genio etico ed altri saggi” (Laterza, Bari); “Sulla risarcibilità del danno morale”
(Cooperativa,Verona); “L’istinto morale” (Riuniti, Bologna); “L'orma di Protagora”
(Treves, Milano); “Principi di politica im-popolare” (Zanichelli, Bologna); “Introduzione
alla scessi etica” (Perrella, Napoli); “Teoria e pratica della re-azione
politica” (Stampa, Milano); “L'amore e il lavoro nella concezione della scessi”
(Unitas, Milano); “Dove va il mondo?, Inchiesta fra gli scrittori italiani» (Libreria
Politica Moderna, Roma); “L'irrazionale, il lavoro, l'amore” (Unitas, Milano); "Terapia
dell'a-teismo" (Castelvecchi, Roma); “Apologia della scessi” (Formiggini, Roma); “Autorità
e libertà: le colpe della filosofia” (Politica, Roma); “Il materialismo critico”
(Sociale, Milano); “Spinoza” (Formiggini, Roma); “Scheggie: pagine di un diario
intimo” (Bibl. Ed., Rieti); “Cicute: dal diario di un filosofo” (Atanòr, Todi);
“Impronte: pagine di un diario” (Italia, Genova); “Raffigurazioni: schizzi di
filosofi e di dottrine” (Guanda, Modena); “L’a-porie della religione” (Etna,
Catania); “Sguardi: pagine di un diario” (Laziale, Roma); “Passato, presente, future”
(Cogliati, Milano); “Motivi spirituali dell’ACCADEMIA” (Gilardi, Milano); “Scolii:
pagine di un diario” (Montes, Torino); “Vite parallele di filosofi: l’accademia
e CICERONE” (Guida, Napoli); “Critica della morale” (Etna, Catania); “Figure di
filosofi: ARDIGÒ e GORGIA” (Guida, Napoli); “Poemetti in prosa e in verso” (Ist.,
Milano); "La morale come stato d'eccezione?" (Castelvecchi, Roma); “TRASEA
(si veda) contro la tirannia” (Oglio, Milano) – FASCISMO E STORIA ROMANA – la
critica -- ; “Lettere spirituali” (Bocca, Milano); “Sale della vita -- saggi
filosofici” (Oglio, Milano); “La religione -- spirito religioso, misticismo e a-teismo”
(Sentieri Meridiani, Foggia); “Contro il lavoro -- saggio su L’ATTIVITA PIU
ODIATA DALL’UOMO” (Gwynplaine, Camerano); “Le ragioni dell'irrazionalismo” (Orthotes, Napoli);
“Su LEOPARDI” (Bruni, Torino). – “Il filosofo dissidente, Pastorino, Uomini e
idee della Massoneria. La Massoneria nella storia d'Italia, Roma, Atanor sub
voce (in ordine cronologico), R. Istituto di Studi filosofici, Roma); Untersteiner,
Interprete del pensiero antico (Bocca, Milano); La scessi estetica (Zanichelli,
Bologna); Cuneo, Conti e C., Cuneo); Un moralista, Italia, Resta (SIAG,
Genova); Poggi (Azzoguidi, Bologna); “Il problema generale della giustizia e
della giustizia penale” (Vallardi, Milano); Rossi, “L’deale di Giustizia” (Bocca,
Milano); Buonaiuti, “La scessi credente” (Partenia, Roma); Mignone, “Leopardi e
Pascal” (Corbaccio, Milano); Nonis, La scessi etica, Studium, Roma, Morra; R.,
Scessi e mistica in R. (Ciranna, Siracusa); Tecchiati, Alla mostra del libro
filosofico", La Voce di Calabria, Palmi, Bassanesi, La coscienza tragica” (Filosofia,
Torino); Alpino, La collaborazione di Rensi alla rivista "Pietre" (Marzorati,
Milano); Liguori, “La scessi giuridica” (Giuffrè, Milano); Noce, "Tra
Leopardi e Pascal, ovvero l'auto-critica dell'a-teismo negativo", in Una
giornata rensiana, Marzorati, Milano, Sciacca, “Una giornata rensiana” (Marzorati,
Milano); Perano, Il problema della verità nella scessi di Rensi” (Lateranense,
Roma); Mas, Tra democrazia e anti-democrazia” (Bulzoni, Roma); Santucci, Un irregolare:
Tendenze della filosofia italiana nell'età del fascismo, Pompeo, Faracovi, Belforte,
Livorno; Rognini, “Dal positivismo al realismo” (Benucci, Perugia); L'inquieto
esistere” (EffeEmmeEnne, Genova); Boriani, La questione morale nel positivismo”
(Melusina, Roma); Silva, “La ribellione filosofica” (Genova, Liguori); Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo.
La coerenza critica, Il sentiero dei perplessi. Scetticismo, nichilismo e
critica della religione in Italia da Nietzsche a PIRANDELLO (si veda), La Città
del Sole, Napoli, Gianinazzi, Intellettuali in bilico, Milano, Ed. Unicopli, Emery,
Lo sguardo di Sisifo: R. e la via italiana alla filosofia della crisi: con una
nuova rensiana, Marzorati, Settimo
Milanese, Mancuso, Tra democrazia e
fascismo, Aracne, Roma, Serra, Tra dissoluzione del socialismo e formazione
dell'alternativa nazionalista” (Angeli, Milano); Meroi (Olschki, Firenze); “L’eloquenza
del nichilismo, SEAM, Formello); Pezzino, Scacco alla ragione” (C.U.E.M.C.,
Catania); Castelli, Un modello di
Repubblica; la politica e la Svizzera (Mondadori, Milano); Greco, politica,
autorità, storia, Viaggi di carta, Palermo); P. Serra, “La rivolta contro il
reale, Città Aperta, Enna); A. Montano, “Ethica ed etiche” (Napoli); G. Barbuto,
Nichilismo e stato totalitario: libertà e autorità” (Guida, Napoli); Greco, la
filosofia morale, Viaggidicarta, Palermo, Mancuso; Montano, Irrazionalismo e
impoliticità Rubbettino, Mannelli, Meroi, filosofia e religione (Storia e
letteratura, Roma). Lobagueira, Documenti,
Trento; Mascolo, Il corso infernale della storia. L'influenza di Schopenhauer
nella filosofa, in Ciracì, Fazio, Schopenhauer in Italia, Lecce, Pensa Multi Media,
Bruni, “Il leopardismo filosofico” (Firenze, Le Lettere); “Filosofo della storia,
Firenze, Le Lettere, Bignami E. Buonaiuti, Croce, Ghisleri, Manifesto degli intellettuali
antifascisti Ad. Tilgher, Treccani Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Il contributo italiano alla storia del
Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. R. il filosofo
dimenticato. scomodo nichilista di Volpi l'"irregolare" di
Martinetti. Di qui, con evidenza, un elemento evolutivo nel “Trasea, contro la
tirannia” (Corbaccio dall’oglio, Milano) -- dove R. introduce elementi di
giudizio nei confronti dei regimi statali che pregiano maggiormente le
questioni materiali e spirituali rispetto all'effcienza dell'amministrazione --
quasi a dire che non è possibile accettare l'affermazione tirannica del potere,
anche se questo risulta poi operativo ed efficiente, perché essa coarta
eccessivamente lo spazio della personalità individuale. Di qui il limite della
stessa filosofia dell'autorità, la cui estensione trova nel rispetto della
moralità e interiorità un limite; e che tale limite sia valicato si intuisce
dalla crescita dell'im-moralità pubblica -- delazione, adulazione etc. ne sono
i fenomeni rivelatori. Questa vicenda è descritta con riferimento all'impero
d’OTTAVIANO a Nerone inclusi, e, alla data di stesura, intuitivamente e
obliquamente allusiva al fascismo. Cf.
Il CICERONE di Rensi. Spero enim homines mtellecturos quanto sit omnibus
odio crudelitas et quanto amori probitas et clementia. C.
Cassio in Cic., Ad farri. Cicerone era vicino ai sessantanni, quando lo
Stato legale romano, che già precedentemente aveva subito terribili scosse, ma
che mediante una saggia riforma avrebbe potuto rinvigorirsi sul
suo stesso tronco senza frattura o soluzione di continuità, riceveva da GIULIO
(si veda) Cesare il colpo di grazia. Non è più necessario rivendicare la
grandezza di CICERONE contro le denigrazioni di Mommsen e di altri
due o tre storici tedeschi. Egli non e una ràbula e un politico
superficiale. Bensì un uomo di stato dallo sguardo ampio e sicuro,
nel cui animo si radica e vive di vita vigorosissima tutta la grande tradizione
politica romana, [Una bella e vivace confutazione di Mommsen si può
leggere nel saggio di Horncffer, Cicero und die Gegenwarl, contenuto nel
volume Das Klassische Idealm Lipsia, Klinkhardt. Horneffer però rivendica
solo il valore di Cicerone come epistolografo e oratore, non come FILOSOFO.]
e pur senza che l’animo servilmente vi soggiacesse, ma, anzi, insieme,
con la chiara coscienza della nuova direzione che quella tradizione dove
prendere, e della misura e forma in cui dove prenderla, per svilupparsi
fecondamente e superarsi vivificandosi. Accanto a ciò, mente che s’e
impadronita di tutta la più alta cultura dell'epoca: Demostene e Platone
insieme pel suo paese, come riconosce Moellendorf . Accanto a ciò,
una squisitissima sensibilità artistica e una passione vivacissima per le
cose d’arte. Basta vedere quanto “vehementer” com’egli stesso dice,
attende che Attico gli mandasse sculture ed oggetti artistici greci: “genus hoc
est voluptatis rneae” (Ad Att.); e basta aver letto attentamente le sue
orazioni e aver scorto il perfetto senso d’arte con cui
sono costruite e che vi circola. Accanto a ciò, infine, una
sensibilità in generale per le cose, le persone, gl’eventi, gl’affetti,
così moderna, che in lui, nella sua pronta e multiforme impressionabilità,
ritroviamo interamente noi stessi: e il suo dolore erompente e
pieno di accenti passionali per la morte della figlia Tullia, è il
palpito d’un cuore dei nostri tempi. Uomo, in una parola; assolutamente
completo. Un pensatore di così sottile e sicuro buon gusto e di cosi
grande penetrazione storica (e particolarmente [Il rimprovero che gli si
fa di debolezze e incertezze è uno dei soliti rimproveri che gl’eroi di
poltrona hanno quasi sempre occasione di rivolgere al grande che si è trovato a
dover davvero vivere avvolto da un gigantesco turbine d’avvenimenti, e che
nemmeno se fosse stato mille volte più grande poteva abbracciarne tutte le
fila, come è invece agevole a quelli che non fanno se
non pacificamente rileggerli nel loro tranquillo gabinetto venti
secoli dopo. Egli non e debole ed incerto nè nella repressione della
congiura di CATILINA (si veda), nè nella lotta per la salvezza della
costituzione contro il cesarismo rinvelenito da MARC’ANTONIO (si veda), lotta
che chiuse cosi gloriosamente la sua carriera mortale. Le sue incertezze
d’altri momenti sono unicamente frutto della sua profonda moralità.
Perché l’uomo fondamentalmente morale e intelligente, in mezzo a
cataclismi enormi che travolgono gl’individui come fuscelli, quali quelli
in cui CICERONE si trova, mentre non può operare contro coscienza, e
per questa, che pure sarebbe l’unica via possibile, salvarsi o tornare a
grandeggiare, però avverte anche i pencoli micidiali a cui espone sè ed 1
suoi operando secondo coscienza: e la condotta risultante è necessariamente
quella che tracciano le fluttuazioni di tale angoscioso conflitto
interno.] circa la storia romana) come Montesquieu ne dà questongiudizio. Ciceron, selon moi, est un
des plus grands espnts qui aient jamais été -- Pensées diverses -- Ab
illis est periculum si peccare, ab hoc si recte fecero, nec ullum in his
malis consilium periculo vacuimi inveniri potest (Ad Att.). Quando i frangenti in cui un uomo si
trova realmente a vivere sono davvero quelli così delineati, si può
domandarsi se sia umanamente possibile la rettilineità che esigono da lui
coloro che poi spulciano comodamente gl’eventi della sua vita. Sicuro
e diritto, in tali circostanze, è l'uomo amorale che non sente
scrupoli: il cinico ed elegante arrivista CELIO RUFO, che a CICERONE dava
questo consiglio (Ad. Di'.). Suppongo che non ti sfugga come nelle
discordie politiche interne gl’uomini debbano seguire, finché si lotta
senz’armi, la parie più onesta, ma la più forte quando vengono in gioco
guerre ed eserciti, e stabilire che è migliore ciò che è più sicuro.
CELIO RUFO, del resto ottimo filosofo, tanto che per molti umanisti ed
altri dotti è ancor oggi il miglior modello di stile. Ma CICERONE e un
uomo di coscienza. Questa soltanto, non la sua incapacità mentale,
la causa della sua rovina. Egli e andato con POMPEO (si veda), non già
sedotto dalla speranza della vittoria, ma quando la causa di costui
era ormai pressoché perduta e con la piena nozione di tale condizione di
cose, e mentre GIULIO Cesare, MARC’Antonio, Celio, per cercar di
trattenerlo almeno neutrale, gli fanno offerte larghissime:
secuti non spem, sed officium (Ad Div.). Vi era andato essendo
consapevole, non solo dell’inettitudine e impreparazione di Pompeo e di
quelli che sono con lui, ma altresi del fatto che poco o nulla c’e da
sperare da essi circa la restaurazione della legalità, animati come
costoro sono da propositi di persecuzione sillana (Ad Att.), e
chiaro ormai essendo che dai pompeiani non meno che dai cesariani
non si pensa che a far man bassa dello Stato -- regnandi contendo est -- Ad Att. -- dominatio
quaesita ab utroque est, non id actum beata et honesta civitas ut esset. Vi
era andato straziato dall’ idea d una guerra civile e unicamente in
obbedienza a considerazioni d ordine morale. E’ la coscienza che ci
costringe, scrive ad Attico, a staccarci da Cesare più ancora se vincitore che
se vinto, per non essere solidali con ciò che segue alla sua
vittoria, stragi, estorsioni, violenze -- et turpissimorum honores, et
regnum non modo Romano homini, sed ne Persae quidem cuiquam tolerabile. E
andato da Pompeo, senza illusioni e speranze, unicamente per senso del
dovere. Sed valuit -- scrive a Cecina -- apud me plus pudor meus
quam timor -- veritus sum deesse Pompeii saluti, cum ille aliquando non
defuisset meae. ltaque vel officio, vel fama bonorum, vel pudore
victus, ut in fabulis Amphiaraus, sic ego prudens ac sciens, ad pestem
ante oculos positam sum profectus -- Ad Div. Egli sa cioè di andare
alla rovina e vi anda in obbedienza a yu principio d'onore (pudor) e di
gratitudine, per quel poco che Pompeo aveva fatto onde richiamarlo
dall’esilio. Pudori tamen malui famaeque
cedere quam salutis meae rationem ducere riconferma a M. Mario. E
ritornando più tardi in una lettera a Torquato, che aveva anch’egli
seguito la parte pompeiana, su quell’episodio a entrambi comune, sente di poter
ricordare in cospetto al correligionario politico -- nec nos victoriae
praemiis ductos patriam olim et liberos et fortunas reliquisse, sed quoddam
nobis officium iustum et pium et debitum reipublicae nostraeque
dìgnitati videbamur sequi, nec cum id faciebamur tam eramus amentes ut explorata
nobis esset victoria. Ne è questa un’opportunistica configurazione
postuma della sua condotta di quel tempo. Basta percorrere la sua
corrispondenza con il cosidetto “ATTICO” -- suo amico intimo e suo
editore, uomo consumato nell’ impresa di tener il piede in più staffe e
nella difficile arte di conservarsi amici i vincitori senza inimicarsi i vinti
-- per constatare che tale veramente, cioè il senso del dovere, e il
nobile sentimento da cui fu mosso. Officu me deliberalo cruciat,
cruciavitque adhuc. Cautior certe est mansio. Honestior existimatur
traiectio (Ad Att). E quando Pompeo è pressoché spacciato e stretto da
tutte le parti, e Cicerone è ritornato in Italia, egli si cruccia
proprio di questo suo atto da cui gli sarebbe derivato vantaggio e che poteva
quindi essere reputato abile, e si rammarica di non essere stato con
Pompeo sino alla fine -- numquam enim illus victoriae socius esse volui.
Calamitatis mallem fuisse (Ad Att.). Il principio, insomma, che in
un’altra posteriore circostanza, piena di pericoli mortali, nella sua
lotta contro Antonio, egli enuncia a Planco così. Mihi maximae curae est, non
de mea quidem vita, cui satisfeci vel aetate vel factis vel gloria, sed me
patria sollicitat -- ( Ad Dio.), questo è il principio che domina costantemente
nell’animo di Cicerone, insieme con l’insormontabile ripugnanza, o meglio
con 1’impossibilità, di venir meno al rispetto verso se stesso. Allorché,
essendo Cesare incontrastato padrone, l’accomodante Attico gli dà
il consiglio di obbedire ai vincitori. Non mihi quidem, egli risponde, cui
sunt multa potiora (Ad Att.). Certo, un uomo mosso prevalentemente da
sentimenti di tale natura, nelle tragiche vicende pubbliche da cui si trova
avvolto Cicerone, va al fondo. Resta a vedere se ciò sia un indice
di inferiorità o se non lo sia piuttosto quel successo che è
raggiunto -- e la cosa è facile -- in
grazia dell’assenza di tali sentimenti, della mancanza d’ogni freno etico,
dell insensibilità ad ogni scrupolo di coscienza, della nessuna riluttanza
a violare cinicamente ogni principio di diritto e di morale. Nè r uomo che
comincia la sua carriera attaccando coraggiosamente nell’orazione prò
Roselo un favorito potentissimo di SILLA, e un pavido. Dimostra
ancora di non esserlo nel suo consolato. L’apparenza di timidità da lui
talvolta offerta, deriva da ciò che egli, come dice di sè, si preoccupa
grandemente dei pericoli nella rappresentazione e raffigurazione mentale
anticipata di essi, non già che titubasse poi ad affrontarli nella
realtà. Quintiliano narra. Parum fortis videtur quisbusdam. Quibus
optime respondit ipse, non se timidum in suscipiendis, sed in providendis
periculis. E’ press’a poco ciò che egli scrive a Toranio. Mi accusano di essere
timido -- eram piane, timebam enim, ne evenirent, quae acciderunt. Mi
diceno timido -- quia dicebamus ea futura, quae facta sunt (Ad Dio.). Nè
è giusto accusarlo di non aver saputo intuire con chiarezza le
situazioni e di essersi per questa deficienza di sguardo gettato a corpo
perduto a combattere per soluzioni che la realtà escludeva. È questa la
solita iniqua condanna che ì posteri, aggiungendosi ai contemporanei
nell’incensare i vincitori e nel dare il calcio dell’asino ai vinti,
pronunciano contro colui che difende la causa rimasta storicamente
soccombente. Quasiché il fatto che una causa sia rimasta storicamente sconfitta
dimostri anche che e giusto e logico che essa lo fosse. Quasiché il mero
fatto, il fatto del successo, sia anche verdetto di giustizia e logicità,
quasiché assai spesso la causa storicamente prostrata non sia quella che
avrebbe dovuto vincere. Che la cosa stia così nel caso di Cicerone,
lo dimostra il fatto che la causa da lui combattuta e che vinse costituì LA
ROVINA DELLA VITA DI ROMA. Basta per accertarsene constatare che NELLA
STESSA NOSTRA MEMORIA DI POSTERI LA VITA DI ROMA RESTA CHIARAMENTE PRESENTE E
ATTIRA LA NOSTRA APPASIONATA ATTENZIONE APPUNTO SINO AD OTTAVIANO. Ci rimangono
ancora come appendice già torbida i primi imperatori. Poi tutto ci si
confonde dinanzi in un lungo stato comatoso chiazzato di continui
sussulti sanguigni, in cui -- se non siamo storici di professione -- non
distinguiamo piu ne nomi, nè persone, nè eventi, di cui non ricordiamo, NE
C’IMPORTA RICORDARE, più nulla. Si rammenti come, per es., scorge Roma Massimo
d’Azeglio. Fra tutti gli stati dell’antichità è Roma quello che ho in
maggior stima, FINO ALL’EPOCA DEI GRACCHI, intendiamoci ! lo ammiro que’ tempi
durante i quali domina la legge -- durante i quali le più bollenti
passioni agitate dai più vitali interessi, non cercano altr armi nè
altre vittorie che un voto ne’ Comizi. E poco prima. Se è giusto e
vero il principio fondamentale delle società moderne, essere la legalità
di un governo dipendente dalla volontà del popolo che vi è governato, vorrei
sapere se l’umanità consultata avrebbe ne’ tempi dei Romani
votato Nemmeno i mezzi che egli aveva messo in opera per sostenere la
causa che soccombette, erano inadeguati. Tutto, invece, egli aveva provvisto;
tutto quanto era necessario perchè essa vincesse: aveva cercato di
assicurare ad essa l’appoggio e la fedeltà dei maggiori personaggi
militari e politici; aveva costituito e messo in campo eserciti poderosi;
con la sua parola tenne altissimo il tono morale del popolo all’ interno.
Se la causa non vinse, lo si deve, non a un fato storico, a
condizioni incoercibili insite nella realtà e sfuggite allo sguardo di
Cicerone, o al logos immanente nella storia. Ma unicamente a due o tre
puri casi, che potevano accadere diversamente e in tal modo
rovesciare la situazione. Dice in qualche luogo SERBATI che uno de’ mezzi,
co’ quali l’uomo può sciogliere la propria mente da molti pregiudizi e
da’ legami delle consuetudini sensibili, si è l’esercitarsi a considerare
le cose non solo come sono, ma come potrebbero essere. Se vogliamo
applicare questo precetto al periodo di storia in discorso -- come
Renouvier in Uchwnie l’ha applicato in modo grandemente interessante
a tutta la storia occidentale dagli Antonini in poi -- scorgeremo
agevolmente che due o tre futili casi, per l'impero (Miei Ricordi,
Barbera, Antologia Pedagogica cur. di Pusinieri, Rovereto, Mario] i quali
fossero avvenuti diversamente, sarebbero bastati a cambiare del tutto la
faccia delle cose; se, p. e., LEPIDO non avesse tradito, o se un
giavellotto l’avesse ucciso quando egli si mosse per portar soccorso a
MARC’ANTONIO ormai disfatto, se PLANCO non avesse fatto il doppio giuoco,
ciò sarebbe bastato per far di Cicerone il capo dello Stato romano, e perchè
egli occupasse nella politica di Roma d’allora, e nella storia, il posto d’OTTAVIANO. E
quanto lo stato romano e la posterità sarebbero stati più fortunati se il
potere fosse venuto in mano ad un uomo di rettitudine profonda e di
vivo senso del diritto e del dovere, come Cicerone, anziché ad un uomo la cui
bassezza d’animo è provata luminosamente dal fatto che, avendo cominciato
ancora puer o adolescens, come sempre Cicerone lo chiama -- sed est piane
puer n \Ad Att.-- ad essere qualcosa solo per l’appoggio datogli appunto
da Cicerone e con lo strisciarsi umilmente ai suoi piedi -- a me postulat
primum ut clam conloquatur mecum Capuae vel non longe a Capua... ducem se
profitetur nec nos sibi putat deesse oportere -- binae uno die mihi
litterae ab Octaviano -- deinde ab Octaviano cotidie litterae, ut negotium
susciperem, Capuani venirem, iterum rem publicam servarem » ; mihi
totus deditus. Nobiscum hinc perhonorifice et amice Octavius — Ad Att.,
non si trattenne dal sacrificare ad una propria maggiore ascesa la vita
di colui che l’aveva sorretto nei suoi primi passi. Uomo egli, si,
veramente, pusillanime, che vinse le guerre solo per mezzo dei suoi
generali e specialmente di Agrippa, e non aveva il coraggio di
presentarsi nel campo se non dopo che Agrippa gli annunzia la vittoria
(Svet. Aug.). Fondamentalmente istrione e poseur come risulta dal fatto,
narrato da Svetonio (Aug.), che non comunica mai nemmeno con sua moglie senza
scrivere prima e leggere ciò che voleva dire, nonché dall’altro, sempre
narrato da Svetonio, che egli ama stilizzare a particolare espressività e
luminosità i suoi occhi -- quibus etiam existimari volebat inesse quiddam
divini vigoris, gaudebatque. Octave lui, a Sesto Pompeo, fit deux guerres
laborieuses ; et après bien de mauvais succès il le vainquit por i’habilité
d’Agrippa. Je crois qu’Octave est le seul de tous les capitaines romains
qui ait gagné l’affection des soldals en leuv donnant sans cesse des
marques d’une làcheté naturelle
(Montesquieu, Grandeur et Dócadence des Romains. Tanto GIULIO Cesare quanto OTTAVIANO hanno
l’abitudine di citare dei versi delle Fenicie di Euripide. E la citazione
che l’uno e l’altro aveva scelto è rivelatrice del loro rispettivo carattere.
Cesare ama citare i versi -- “se c' è un caso in cui sia bello VIOLARE
IL DIRITTO, è quando lo si VIOLA – cf. H. P. GRICE – FLOUT, VIOLATE -- per conseguire la tirannide -- citazione
signifìcatiice dello spirito violento e illegale. OTTAVIANO ama citare il
versoL è meglio per un generale procedere al sicuro (àacpaÀr/c) che
essere ardito (ihf aouc) -- citazione significatrice della vigliaccheria -- cfr.
Cicer. De Off. e Svetonio Aug.] si qui sibi acrius contuenti quasi ad
fulgorem solis vultum summiteret e infine in modo palmare dalle
parole -- ecquid iis videretur mimum vitae commode transigisse -- e dalla
citazione greca richiedente l’applauso per la commedia ben riuscita, con
cu; egli chiuse la sua esistenza. Uomo che desta particolare antipatia
precisamente in grazia del suo proposito di moralizzare la vita
romana; perchè niente è più ripugnante del dissoluto che si da il compito di
costringere gli altri alla virtù e posa a restauratore della morale
pubblica; e OTTAVIANO cambia tre mogli prendendo l’ultima al manto sotto ì suoi
stessi occhi, conducendola con sé in un altra stanza donde e
ritornata spettinata e con gli orecchi rossi, e poi introducendola in
casa propria INCINTA D’UN ALTRO; aveva commesso le oscenità che narra
Svetonio, irripetibili, tranne forse una -- adultena quidem exercuisse ne amici
quidem negant -- e dopo ciò faceva udire le parole ammonitrici di vita
austera e imprende a ricondurre i costumi alla prisca severità. La scandalosa condotta di sua
figlia e di sua nipote, che condusse -- A cool head, an unfeeling heart,
and a cowardly disposition, promtcd finn al thè age of nmeieen, to
assume thè maske of hypocrisy, which he never afterwards laid
aside. With thè saine hand, and proba’bly with thè same temper, he signed
thè proscription of CICERONE and thè pardon of Cinna. His virtues, and even his vices, are
artifìcial -- Gibbon, Decime and Fall] all’esilio di entrambe, e di OVIDIO (si
veda) complice o pronubo, dimostra che nella sua famiglia stessa si ha il
senso netto del come si puo prendere sul serio una riforma morale che
pretendeva attuare un individuo di siffatta ìndole e di siffatti
precedenti. Non ostante che all’epoca del trionfo di Cesare si avvicinasse
alla sessantina, Cicerone non era uomo che non sa comprendere i tempi.
Li comprende benissimo, più profondamente e sapientemente di Cesare e di
Ottavio. La sua mente e in pieno vigore. Subito dopo quell epoca
egli poteva scrivere quei suoi saggi di FILOSOFIA che suscitano
l’ammirazione dei contemporanei e sono letti con entusiasmo o rispetto da
tutte [Coglie veramente nel segno Aurelio Vittore: Cum esset luxuriae
serviens erat eiusdem vitii severissimus ultor, more hominum, qui in
ulciscendis vitiis, quibus ipsi veliementer indulgent, acres sunt. E s. può dire d. lui
quel che Boissier dice di Domiziano: 1 ar malheur, ce prince si sevère
pour les defauts des autres, etait lui-mème très vicieux. 11 avait fait des
lois rigoureuses contre l’adultere et il vivait publiquement avec sa
mèce, la bile de Titus, qu’il avait enlevée à son mari et dont il
causa la mort en essayant de la taire avorter. Ce contraste etait
choquant, et il n’ ignorait pas qu’on en etait indigne (Tacite).] le
generazioni successive. Poco più
oltre egli svolgeva anzi la sua azione politica più abile,
più decisa, piu energica e più importante, e, insieme, con le
filippiche raggiungeva un’altezza da lui ancora non tocca nella forma
d’arte che gli era propria -- “divina chiama giustamente un
giudice certo non facile, Giovenale, la seconda di esse. La sua idea
di portare alla luce del mondo politico, sotto la sua direzione, il
pronipote e figlio adottivo di Cesare, ancora ragazzo -- ha appena diciannove anni --, accordandogli anche
onori che a molti pareno eccessivi, e di riuscire così giovandosi del
nome di Ottavio a far rientrare il ribollente partito cesariano
nell’ordine costituzionale e a dominare in tal modo una situazione
difficilissima, e una idea geniale, abilissima, da politico grandemente
avveduto, l’unica [Sull immensa influenza esercitata da Cicerone sui
a t“ di tutti ' tempi ' veg § asi ‘'furiente r “, Z r fe,v C f er,
0 o ™ Wandel dcr Jahrhunderte I d-' P r a ' ed ;. lj^ 9 )
Strachan-Davidson nella sua Vita di Cicerone, Heroes of thè Nations
Series, dice giustamente che se si dovesse decidere quale degli filosofi romani
maggiormente influì sul mondo moderno, la decisione sarebbe in favore di
Cicerone — hrasmo, scrivendo ad un amico, dice che, se da giovane
aonr enVa rf matUra anda sempre più apprezzando Cicerone. Ld è
proprio giusto il noto giud. Z .o di Quintiliano. Ille se profecisse sciat, (e
s. può aggiungere: tanto gusto letterario, quanto in retti Jne
etico-politica) cui Cicero valde placebit. G. Sensi . y ita paratiti di due fila.ofi] idea che in quel terribile
cataclisma poteva dar buoni frutti. Non è sua colpa se 1 idea non
riuscì, e proprio sopratulto per la perfidia senza scrupoli del
futuro Augusto. Per quanto avveduto e grandemente intelligente, un uomo di
Stato fondamentalmente onesto come Cicerone, non fa entrare nel suo
giuoco la supposizione di una perfidia enorme, di gran lunga travalicante
la media nequizia umana, come fu quella di Augusto; nè si può accusarlo
di incapacità se non ve la fa entrare, e se essa gli si rizza
impensatamente dinanzi mandando a picco i suoi piani più accortamente e
sapientemente elaborati. Cicerone assume risolutamente, nel momento più
pieno di vicissitudini e pericoli, la parte di leader del Senato e del
popolo romano, come egli stesso scrive a Cornificio -- me principem
Senatui populoque romano professus sum (Ad Dio.). Spiega un’attività
prodigiosa, tanto verso gl’eserciti quanto rispetto alla situazione
interna, per dirigere [Giustamente Platone osserva (Rep.) che
le persone oneste sono facili ad essere ingannate dai malvagi perchè non
hanno in sé il modulo dei sentimenti di costoro (fire oòv. s'/ovre? èv
éaotoT; 7 iapaos'y|J.axa óp. 0 i 07 ia{H) tot; nove^oi?) ; mentre però il
malvagio, abilissimo nel suo comportamento coi malvagi, resta ingannato quando
tratta coi buoni, perchè, giudicando da se, e ignorando le indoli onesti,
vede dappertutto inganni (àruaT&v Tiapà xaipòv xaì àYVOtòv uytè;
fjU'o;)] la lotta contro Antonio; getta di nuovo, attesta scrivendo
ancora a Cornificio, 1 fondamenti dello Stato con la prima Filippica:
fundamenta ieci reipublicae (Ad D/v.); e al giocondo Peto conferma quanto
abbia fatto, quanto faccia e come ritenga che se dovesse in tale
sua azione perdere la vita l’avrebbe spesa bene ; “ sic tibi, mi
Peto, persuade, me dies et noctes mini aliud agere, nihil curare, nisi ut
mei cives salvi liberique sint : nullum locum praetermitto monendi,
agendi, providendi : hoc demque animo sum, ut si in hac cura atque
admistratione vita mihi ponenda sit, praeclare actum mecum putem -- Ad Div.
In questi primi mesi del 43, Cicerone fu veramente il princeps, ch’egli idealizza
nel De republica: consigliere, esortatore, ispiratore del Senato, dei
consoli, dei governatori delle provincie. Non è questa la condotta
d un uomo le cui facoltà spirituali siano illanguidite. Ma,
sopratutto, a prova della sua esatta comprensione dei tempi, basta ricordare
come la riforma che occorreva allo Stato romano, pessimamente attuata, secondo
attestò la susseguente vita Amateli, Cicerone, (Bari, Laterza). Jamais Ciceron n a joue.
un plus grande róle politique qu à ce moment; jamais il n’a mieux mérité
ce nom d’hom- me d Etat que ces ennemis lui refusent (Boissier, Cicéron
et ses amis -- dell’Impero, da Cesare e da Augusto, fosse stata
prospettata per primo da Cicerone nel De Repubblica. L’introduzione, cioè, d’un nuovo e più fermo
principio d’autorità sotto forma di un rector rerumpublicarum d’un moderator
reipublicae d’un princeps civitatis (De Ti,ep.). Senonchè Cicerone,
con molto maggior senso della necessaria continuità di sviluppo dello
Stato romano e con molta maggior disinteressata cura di esso, non
intendeva che questa riforma dovesse rivolgersi a distruzione della
costituzione esistente, bensì che dovesse ingranarsi in essa e formarne
un naturale complemento e uno svolgimento spontaneo e logico ; “ homines
non tarai commutandarum quam evertandarum rerum cupidos, egli
giudica i cesariani -- De Off., mentre per lui la costituzione
romana, come esattamente nota lo Zielinski, era “ capace di ogni
progresso in quanto questo conducesse all’accettazione e allo
sviluppo di idee feconde (fordeTnder), non di idee distruttive. La
differenza tra il modo con cui egli concepiva la riforma e il modo con
cui la attuarono Cesare ed Augusto è si può dire scolpito dalle seguenti
sue due proposizioni : “ me nun- quam voluisse plus quemquam posse quam
universam rempublicam (jdd Div.); ego sum, qui nullius vim plus valere
volui, quam honestum otium. Ovvero: la differenza tra la concezione ciceroniana
del princeps e la pratica applicazione fattane da Cesare è resa nel
bell’ emistichio con cui Lucano descrive il modo di operare di quest’ultimo -- gaudens
viam fecisse ruina. Basta riflettere a tutto ciò per scorgere tosto che
non solo la mente di CICERONE era nel suo pieno vigore, ma altresì la sua
comprensione dei tempi (se per questa s’intende, non già furbesca
valutazione personalmente opportunistica delle circostanze, ma avvertimento
delle necessità profonde che ad un dato momento si presentano nella
vita sociale e politica d’un paese) era perfetta. Il sovversivismo di Cesare è provato dal
dolore che per la sua morte manifestarono sopratutto gl’Ebrei (qui
etiam noctibus continuis bustum frequentabant -- Svet, Caes., cioè precisamente
coloro che nel seno nello stato romano, da essi violentemente odiato,
costituivano la catapulta diretta a farlo saltare, e che, sotto la veste
del Cristianesimo, a farlo saltare effettivamente riuscirono. Si può anzi con
sicurezza dire che l’impero romano si deve agl’ebrei, perchè sono i loro
lunghi tetri lamenti intorno al cadavere di GIULIO Cesare che suscitarono
nella plebaglia quella sommossa per e attorno al rogo del dittatore, la quale fa
prender nuova forza al cesarismo. É noto come per la commozione popolare
che lo straziante rito ebreo provoca colle sue lugubri lamentazioni
orientali, se ne ingenerò quel tumulto che dove mutare la faccia
de! mondo, mandando in fumo i diplomatici accordi con Bruto e Cassio, che
dovettero fuggire in Illirio : sicché ne vennero le lunghe guerre civili
e l’Imperio di Augusto (Ottolenghi, Voci
JOriente, Lugano, Mente possente, senso politico sicuro, comprensione dei tempi
piena. Non si può dunque attribuire a deficienze intellettuali il modo con
cui Cicerone valutò Cesare e il movimento da costui capeggiato. Egli
non vide certamente Cesare come la sua figura si è plasmata nella storia,
che corona con eternità d’ apoteosi tutto ciò che ha trovato in
ogni presente la consacrazione del bruto successo di (atto. Lo vide come glielo
presentava la realtà immediata. Lo vide come lo vide Catullo: Pulcre
convenit improbis cinaedis, Mainurrae pathicoque Caesarique. E
questo Caesar era proprio Caio Giulio Cesare e quel Mamurra (da Catullo
soprannominato Mentula) il suo generale del genio. A permettere al quale
di mangiare (il verbo si usava anche
in latino con questo preciso significato) milioni su milioni, il
commovimento politico aveva principalmente servito. Doveva essere una cosa nota
a tutti, se Catullo la mette correntemente in versi: Cinaede Romule,
haec videbis et feres? Es inipudicus et vorax et aleo. Eone
nomine, imperator unice, Fuisti in ultima occidentis insula. Ut ista
vostra diffutata Mentula Ducenties comesset aut trecenties? Cinaede
Romule Romolo debosciato, impudico, vorace e giuocatore. Cosi Catullo vede
Cesare. E press’a poco così lo vede Cicerone. Egli non scorge Cesare,
quale il fanatismo interessato dei seguaci e poi gli storici l’hanno costruito:
gli storici, i quali (in generale) non fanno mai altro se non aggiungere,
per supino servilismo postumo, la loro adulatrice consacrazione al
successo di fatto e di solito non osano mai, per la paura di passar per
singolari sviscerare il clamoroso successo di fatto ottenuto da un grande
nella età in cui visse, mettendone coraggiosamente in luce le vere molle,
spessissimo casuali, o basse, o vili, ma sempre invece per essi è grande
colui che nella sua epoca le circostanze, o la perfidia, o i misfatti
hanno portato in alto. Si vous avez une vue nouvelle, une idée origi nale, si vous présentez !es
hommes et les choses sous un aspect inattendu, vous surprenez le lecteur.
Et le lecteur n’aime pas à ótre surpris. Il ne cherche jamais dans une
histoire que les sottises qu’ il sait dejà. Si vous essayez de
l’instruire, vous ne ferez que l’humilier et le fàcher. Ne tentez pas de
l’éclairer, il criera que vous insultez à ses croyances... Un historien
originai est 1 objet de la défiance, du mépris et du dégoùt
universels. Questo è
l’abituale comportarsi degli storici, secondo la satira, aggiustatissima,
che ne schizza A. France, L’ile des Pingouins. Ci sarebbe solo da
aggiungere che spesso il servilismo degli storici verso i pesonaggi della
storia che scrivono serve al loro servilismo verso i personaggi della
storia che vivono. Cicerone vede Cesare muoversi davanti ai suoi
occhi, nella vita vera, non nella luce abbagliante del mito. Esso
gli appare screditato, corrotto, senza senso di morale nè privata nè
pubblica, uomo la cui vita, i cui costumi danno la certezza che si
condurrà male : e sopratutto la danno la gente che lo circonda. O Dii,
qui comitatus ! in qua erat area scelerum! scrive ad Attico, dopo
uno dei suoi abboccamenti con lui. Egli sa che Cesare aveva cominciato a
costruirsi la sua potenza accaparrandosi e tenendo alle proprie
dipendenze i manigoldi audaci e bisognosi. Egli scorge. Nell'
interessantissima antologia di pagine storiche di Chateaubriand, testé
pubblicata dall’editore Tallandier sotto il titolo Scénes et portrails
historiques, si legge. Tout personnage qui doit vivre ne va point aux générations futures
tei qu’ il était en réalité: a quelque distance de lui, son epopèe
commence : on idéalise ce personnage, on le transfigure ; on lui attribue
une puissance, des vices et des vertus qu’ il n’eut jamais ; on arrange
les hasards de sa vie, on les violente, on les coordonne à un
système, Les biographes répètent ces mensonges ; les peintres fixent sur
la toile ces inventions et la posterité adopte le fantóme. Bien fou qui
croit à l’histoire. L’histoire est une pure tromperie. E Montesquieu, dal
canto suo aveva già osservato: “ Les places que la posterité donne sont
sujettes, corame les autres, aux caprices de la fortune. Grandeur et décadence des Romains. Habebat
hoc omnino Caesar : quem piane per- ditum aere alieno egentemque, si
eumdem nequam hominem audacemque cognorat, hunc in familiaritatem libentissime
recipiebat (Fi/.radunata attorno a Cesare tutta la gente equivoca e
sospetta, violenta e disperata, tutte le anime dannate, vexu (<x (Ad Att.),
omnes damnatos, omnes ignominia affectos, omnes damnatione ignominiaque
dignos, omnem fere inventutem, omnem illam urbanam et perditam plebem (Ad
Att.), tutti i giovani circa i quali pensava che maximas republicas ab
adolescentibus labefactas,, (De Seti.), tutti coloro ch’egli chiamava
perdita iuventus (Ad Att.) e poc’anzi barbatuli iuvenes, grex Catilinae),
feccia di Romolo, i precursori di quella che poi Giovenale
denominerà turba Remi. Cosicché, egli scrive ad Attico, intorno a Cesare
è raggruppato tutto il canagliume della penisola, cave autem putes
quemquam hominem in Italia turpem esse, qui hinc absit; osservazione
identica a quella che è costretto a fare il cesariano Sallustio:
occupandae reipublicae in spem adducti homines, quibus omnia probo ac
luxuria polluta erant, concorrere in castra tua (De Rep. Ord.). Come
Catullo, Cicerone vede con disgusto i cesariani ormai dominatori darsi al
lusso ed al fasto, giuochi, cene, delizie, mentre Balbo (altro
comandante del genio di Cesare e sua longa manus in Roma) si costruisce
dei palazzi, “quae coenae? quae deliciae?... at Balbus aedificat
(Ad Att), e Antonio scorrazza l’Italia confi) Val la pena di riportare
tutto il passo perchè esso ducendosi dietro in una lettiga aperta la sua
amante in un’altra sua moglie, “ septem praeterea coniun- ctae
lecticae amicarum sunt an amicorum? l^/JJ Att.). Tutto ciò desta in
Cicerone una nausea invincibile: “ nosti enim non modo stomachi mei, sed
etiam oculorum, in hominum insocontiene un’osservazione di indole psicologica e
morale eternamente vera e colta da Cicerone dalla vita stessa che
lo circonda. At Balbus aedificat ; tl yàp ÒTfij péÀst; Verum si quaeris,
homini non recta sed vuluptaria quaerenti nonne [kfifwTai ? Cioè: “ Balbo pensa a costruirsi
palazzi. Che importa a lui di tutto ciò ? E in verità, se a un uomo non
sta a cuore la dignità e la coscienza, ma solo il suo interesse, fa bene a far
così : può dire ho vissuto La ributtante figura d’Antonio
risalta scolpita non solo nelle lettere di Cicerone, ma, più ancora nelle
Filippiche (v. specialmente FU. He.). Pagine che stanno a dimostrare una
volta di più come, in una situazione politica tirannica ed eslege, anche
persone notoriamente turpi possano salire ai più alti gradi, perchè il
controllo dell opinione pubblica e la possibilità di censure sono
soppresse dalla forza e la gente costretta al silenzio. Non ostante, in
un primo tempo Cicerone, usando l’avveduta prudenza dell’uomo politico,
aveva cercato di persuadere quasi amichevolmente Antonio a rimanere
nell'orbita della legge. Ciò con la Fil. I, di cui è il caso di citare le
seguenti righe. Sin consuetudinem meam, quam in republicam semper habui,
tenuero, id est, si libere, quae sentiam, de republica dixero; primum deprecor
ne irascatur, deinde, si haec non impetro, peto ut sic irascatur, ut civi
lentium indignitate, fastidium (Ad Div.). Quanto a Cesare, egli è per Cicerone
hominem amentem et miserum che non ha mai conosciuta neppur l’ombra
dell'onestà, che considera la tirannide come il maggior dono degli Dei, (Ad
Alt.), capace di ogni scelleraggine,
omnia taeterrime facturum, uomo del quale vita, mores, ante facta,
ratio suscepti negotii, sodi fanno ritenere che non potrà comportarsi se
non perdite. La sua condotta sarà anche resa peggiore di quel che
per l’indole di lui sarebbe, dal fatto che il vincitore nella
guerra civile deve pur contro sua volontà operare ad arbitrio di coloro
che l’hanno aiutato a vincere. Omnia, scrive a Marcello, sunt misera in
bellis civilibus ; sed miserius nihil, quam ipsa victoria : quae
etiamsi ad meliores venit, tamen eos fero- [La stessa ripulsione, e per la
stessa ragione, Filippo destava in Demostene. È circondato (egli dice) da
ladri, da adulatori, da gente che si abbandona a immoralità che non oso neanche
ripetere. E Demostene si illudeva che anche perciò Filippo sarebbe caduto.
Geloso e ambizioso com' è (egli dice) allontana gl’uomini di valore, che gli
danno ombra ; gli uomini assennati e morigerati, che sono rivoltati dalle sue
immoralità (àxpaafav xoO pioti -/.al xal xopSaxia|jioOs) sono
da lui cacciati e ridotti a nulla, TrapEwaHa'. xal sv Ò'jSevò; s!va'.
|ispei. Ma pur troppo i fatti hanno sempre provato che è vana speranza
contare che queste ragioni facciano cadere un uomo dal potere. L’esigenza
morale non trova sanzione nella storia e nella politica. ciores
impotentioresque (più sfrenati) reddit; ut etiamsi natura tales non sint,
necessitate esse cogantur ; multa enim victori eorum arbitrio per quos
vicit, etiam invito, facienda sunt (Ad Div.). E su questo stesso pensiero
insiste anche con Cor- nificio (Ad Div. ). Bellorum enim civilium hi
semper exitus sunt, ut non ea soium fiant, quae velit victor, sed etiam,
ut iis mos gerendus sit, quibus adiutoribus sit parta victoria La
situazione scaturita dalla vittoria di Cesare appare a Cicerone un
mostruoso sfacelo dell’eticità pubblica. Tutto allora in Roma precipita
a rovina, religione, costumi, esercito, cittadinanza, popolo, senato,
magistrati, privati; e in quel rovescio d’ogni cosa umana e divina,
poneva i fondamenti sanguinari la tirannia degli imperatori Cicerone vede
come non appena Cesare, annientati i suoi avversari, e rimasto solo sulla
scena politica, ha messo violentemente le mani sullo Stato, e in Il
modo genuinamente italiano di considerare Cesare è quello che un
veramente grande italiano, Carducci, ci presenta nei due sonetti II
Cesarismo, che cominciano con le parole, estremamente significanti e
pregnanti, Giove ha Cesare in cura. Ei dal delitto Svolge il
diritto, e dal misfatto il fatto. Entrambi i sonetti mentano di
essere attentemente letti, con la nota al v. 14 del secondo, che li
accompagna. Barzellotti, Delle Dottrine Filosofiche di CICERONE.
seguito a ciò “ omnia delata ad unum sunt (jdd Div.) al punto che Cesare
redige in casa sua, a suo libito, quelli che devono apparire come
senatusconsulta (Ad Div.), si formi un’atmosfera di falsità, di servilismo, di
adulazione universale, tanto da parte di privati quanto di enti pubblici,
cosicché non si distingue più il sentimento sincero dalla simulazione, “
signa perturbantur, quibus voluntas a simulatione distingui posset
(Ad Att.); quell’adulazione e quel servilismo, che, diventati poi a poco
a poco oramai di rito, Lucano, più tardi sotto NERONE, stigmatizza con
magnifici versi, facendone risalire 1' inizio appunto al dominio di
Cesare. Cette
abjection de la patrie releva I’ àme de Cicéron par l’indignation et par
la honte. La victoire de Cesar, au lieu de l’en rapprocher, l’en éloigna.
Le succès, qui est la raison du vulgaire, est le scandale des
grandes àmes (Lamartine, Cicéron, Calmati-Levy). E’ un saggio, poco conosciuto, in cui Lamartine,
in forma simpaticamente piana e scevra da ogni erudizione, presenta,
nella sua nobile luce, e con accenti assai elevati, la figura di
Cicerone. Ne vogliamo, a conferma di precedenti osservazioni, estrarre ancora
due passi. Les
ambitieux, les factieux, les séditieux, les corrupteurs et les corrompus, la
jeunesse, la populace et la soldatesque, les barbares mèmes enrólés dans
les Gaules, étaient avec Cesar. Coriolan n’avait rien fait de plus
monstrueux et cependant l’histoire a flétri Coriolan et a déifié Cesar.
Voilà la justice des hommes irréfléchis, qui prennent le succès pour juge
de la moralité des événements. Namque omnes voces, per quas iam tempore
tanto Mentimur dominis, haec primum repperit aetas. Qua, sibi ne
ferri ius ullum, Caesar, abesset, Ausonias voluit gladiis miscere
secures, Addidit et fasces aquilis et nomen inane Imperii rapiens
signavit tempore digna Maestà nota. Cicerone vede come, appena risultò che Cesare era
saldamente stabilito al potere, non solo i sovversivi ma anche gl’ottimati le
vecchie figure Si avverte che la parola
imperium qui non significa il nostro impero ma officio pubblico legale
Lucano vuol dire che Cesare copri l’usurpazione, assumendo falsamente il
semplice nome d’un officio pubblico legale. Come è noto, è sopratutto col
nome di potestà tribunicia che ( usurpazione si effettuò. Nel libro,
ricco di dottrina e di acume, di G. Niccolint, Il Tribunato della Plebe
(Hoepli) si mostra che 1’ impero si costitui deformando e nell’ istesso
tempo assorbendo la potestà tribunicia.
L'impero non era, in ultima analisi, che il trionfo della
democrazia [più esatto sarebbe dire: demagogia], e se chi aveva fondato
il suo potere sul partito democratico, non poteva abolire la pericolosa
magistratura, non gli restava che appropiarsela nella sua sostanza,
se non nella forma esteriore... Cosi la temuta magistratura, nata
per difendere la libertà del popolo, che conteneva perciò elementi di
sovranità atti a svilupparsi in tirannide costituiva ora l’essenza del potere
civile del monarca. 11 contegno adulatorio e vilmente opportunistico comincia
con gli uomini il cui prototipo è Attico. C’est assurément ce qui nous
répugne le plus dans sa vie ; il a mis un empressement fàcheux à
s’accomoder au regime nouveau (Boissier, Cicéron et ses
amis). politiche, abili
a restar sempre a galla,huic se dent, se daturi sint sia pure perchè
terrorizzati, sebbene essi ora dicano che lo erano quando ossequiavano
Pompeo (Ad Alt); come essi se venditant a lui, mentre i'municipi fanno
di lm vero Deum, e il grosso del pubblico sta inerte, passivo,
indifferente, non pensa che alla propria tranquillità (otium), non
rifiuta, come non ha mai rifiutato, nemmeno la tirannide dummodo
otiosi essent, non si occupa che dei campi, delle ville, dei
quattrini, nihil prorsus aliud curant nisi agros, nisi villulas,
msi nummolos suos; atonia che si aggravo ancora più tardi quando diventa
po tenie Antonio : “ mihi stomachi et molestiae est populum romanum
manus suas non in defendenda YA/I own, plaudendo consumere (Ad
Att. AV| . lU- Ma questa prosternazione e adula- [Anche qui si riscontra
un parallelo nella potente e \ ibrante invettiva di Demostene per
l’inerzia dei Greci del suo tempo. Non e senza ragione (egli dice) che
i Greci una volta avevano a cuore la libertà e ora invece hanno a
cuore la servitù. Gli è che allora (prosegue) vi iTera^ C ° Sa
'vi Persian ° e fece la Grecia
def rarH mVlnC |! bl 6 “ T* ® “ mare : ed era la fermezza (Filla 36
C 37ìT 81 asciavano corrompere e comprare uiterr di bene ** Gr
“ j .' 1 era un tempo non avere fil ventre el’“7 qUa 'Ì la misura
della felicità e il ventre e 1 inguine (xig yaatpl jisxpoOvtsc xaì
iole V ' l0X ° tS Tr ' v £tJ °aqtovtav) l a libertà fu bevuta
alla zione universale, questo continuo panegirismo ormai diventato
di prammatica, non è, per Cicerone, se non un’universale falsificazione
di coscienza, quella stessa per cui più tardi egli osservava che i
cittadini gementi sotto l’oppressione avevano dato a Cesare colpevole
dell’ orrendo parricidio della patria il titolo di parens patriae: potest
cuiquam esse utile faedissimum et taeterrimum parricidium patriae,
quamvis ìs, qui se eo abstnnxerit, ab oppressi civibus parens nominaretur?,,
{De Ojf.) Questa situazione che fa fremere d’orrore Cicerone, nella quale egli
trova che non c e salute di Filippo e di Alessandro. E, data questa
vostra viltà e servilità, (dice altrove) è mutile che speriate
nella malattia o nella morte di Filippo : anche se muore, vi
creerete tosto voi stessi un altro Filippo, "ay^Éu; upet; gxepov
OIXiotvov Tìsir/ae-re (Fil.). In questo stesso luogo, volendo Cicerone
dimostrare che l'utile e il giusto non possono distinguersi, scrive
fra l'altro : Hanc cupiditatem
[quella di Cesare di voler dominare tirannicamente la patria] si honestam
quis esse dicit, amens est ; probat enim legum et libertatem
mteritum, earumque oppressionem taetram et detestabilem glonosam
putat ». Come, aggiunge, può essere ciò utile all usurpatore? Anche i re
legittimi hanno avversari. Quanto plures ei regi putas, qui exercitu
popuh romani populum ipsum romanum oppressisset? Ricco com’era d’un
pathos etico affine a quello di Kant, si intuisce chiaramente dalle sue
lettere e dai suoi scritti che egli sentiva profondamente, come il
filosofo tedesco, che il “ dovere relativo alla dignità dell umanità
in noi, e che è per conseguenza un dovere verso noi piu posto“ non modo
pudori, probitati, virtuti, rec- tis studiis, bonis artibus, sed omnino
Iibertati ac Dh ), gli appare sopraia!, basata sulla menzogna
e sul falso, perchè sotto l’adesione, l’adulazione, l’apoteosi che
l’atmosfera ufficiale orma, impone, circola larghissimamente quel
malcontento e quell’esecrazione generale verso ì distruttori dello Stato
legale, che egli constatava già precedentemente quando essi avevano
iniziata tale loro opera di demolizione (“ sumiTITJm odium omnium
hominum in eos qui tenent omnia ; mutationis tamen spes nulla Ad Alt.). Questa
esecrazione generale, sotto le parvenze dell’ossequio più profondo, s’è ora
concentrata in Cesare, il quale, dopo poco tempo di dominio, ormai
in realta persino “ egenti ac perditae multiludini in odium
acerbissimum venerit. Invero, Cesare stesso sapeva d’essere odiato e di
dover esserlo, sopratutto per la posizione di superiorità e
distanza, così urtante al senso cittadinesco romano, che egli aveva finito per
prendere : dopo la sua uccisione, Mazio racconta a Cicerone che
stess., può esprimersi in modo più o meno chiaro nei seguent,
precetti: non siate schiavi degli uomini: non permettete che, vostri
diritti siano impunemente calpestati
(Dottr. della Virtù). Che è, del resto, il precetto evangelico :
\ii) r £veafre SotW.c- àv&pdmwv (1, SU V1 ’ 2 ' 3 1 t V Xeu ^ e
P t( É Xptaxòs UylCWXw!])
4Xlv tu r» G. Reati . Vita parallele di due filosofi
avendo dovuto una volta Cesare far fare anticamera a quest ultimo, aveva
detto : se un uomo come Cicerone deve attendere per essere
introdotto da me e non può a piacer suo parlarmi, “ ego dubitem
quin summo in odio sim ? (Ad Att.
XIV, 1 e 2) A proposito dell’uccisione di Cesare. Vi sono molti i quali
pensano che perchè Bruto era stato perdonato da Cesare e poi anzi
beneficato, egli dirigendo il
tradimento e l’uccisione del suo benefattore, abbia dato perfido esempio
di cuore ingrato e irreverente (Corradi). Questa opinione è la tipica prova
della completa mancanza d’ogni senso di ciò che è diritto. Proprio il
fatto che Cesare gli aveva perdonato », doveva essere per Bruto una
giusta ed onesta ragione di più per abbonirlo. Bruto aveva preso le armi
contro Cesare in difesa dello Stato legale : dunque conforme al diritto.
Decidere sul suo caso, condannarlo od assolverlo, spettava alle autorità
legali (Senato), non a un individuo. Il solo fatto che non già le
leggi o le autorità legalmente costituite, ma l’individuo Cesare, potesse
a suo beneplacito interrompere o far proseguire i processi, ordinare
condanne o assoluzione, assolvere Bruto, perdonare a Bruto (quasiché
condannare od assolvere, e, peggio,
perdonare, supposto si trattasse di delitto, fosse di competenza
d’un individuo, e quasiché questo stesso fatto non comprova lo
sfasciamento dello stato legale compiuto da Cesare) era una ragione di
più per avversare e condannare legittimamente l’uomo e il sistema,
e per ricorrere ad ogni mezzo onde liberarsene. Che, per citare un altro
fatto, onde far ritornane Marcello dall esilio ì senatori abbiano dovuto
pregare un individuo, gettarsi ai piedi d’un individuo, dell' individuo
Cesare, è un fatto che doveva legittimamente suonar condanna per
Era, insomma, la situazione che un filologo italiano contemporaneo
descriveva di recente crn tutta esattezza così: La crescente potenza
di Cesare, il quale, dopo la funesta giornata di Farsalo, erigendosi a
signore assoluto, e sopprimendo la libertà della vita politica di Roma, ha,
per primo, inaugurato la lunga e mostruosa serie degli questo
individuo, che si sovrapponeva in tal guisa alle leggi : condanna, anche
quando perdonava, perchè
precisamente così dimostrava che dipendeva, non più dalle leggi assolvere
o condannare, ma da lui perdonare o no. Piena ragione ha Seneca quando in
un capitoletto pieno di considerazioni interessanti circa l’atto di
Bruto, dice che egli non aveva ragione di gratitudine verso Cesare,
perchè questi non aveva acquistato il diritto di fare il bene se
non violando il diritto e perchè chi non uccide non arreca un beneficio,
ma si astiene da un maleficio: in ius dandi beneficii iniuria venerai;
non enim servavit is, qui non interficit, nec, beneficiun dedit, sed
missionem. De Benef.. Del pari piena ragione ha Cicerone, il quale, ad
Antonio, che gli rinfacciava come un benefizio usatogli di non averlo
ucciso al suo sbarco a Brindisi, rispondeva : questo è lo stesso
beneficio di cui potrebbe vantarsi un assassino per non aver ucciso
taluno. Quod est aliud beneficium latronum, nisi ut commemorare possint
iis se dedisse vitam, quibus non ademerint? (Fil.). E si noti ancora che Seneca e
Lucano, vivendo entrambi alla corte di Nerone, il quale, pure, era della
casa Giulia, poterono il primo dare a Bruto la massima delle lodi
facendo dire da Marcello a sè stesso: “ tu vive Bruto miratore contentus
(Ad Helviam), il secondo dipingere nel suo poema con smaglianti colori di
grandezza morale “ magnanimi pectora Bruti mperatori romani ; la viltà degli
adulatori, che disertavano il partito dei vinti per quello più
vantaggioso dei vincitori ; le mene degli ambiziosi, che, r er trar
partito dalle circostanze ad accumular potenza e ricchezze, pullulavano su su
dal fondo di quella corrotta società, come marcida fungaia dal
fondo d’un’ acqua stagnante; le crudeltà dei prepotenti, che volevano, anche a
mezzo di violenze e di sangue, aprirsi un varco nella folla dei
concorrenti a quella specie d’albero della cuccagna ch’erano le
usurpazioni dei poteri dello Stato con le loro mille seduzioni e promesse
di dominio e di saccheggio dei beni pubblici e privati ; il vivo
cordoglio e l’abbandono sconsolato in cui vivevano, nell’esilio
volontario o non volontario, le anime dei virtuosi e degli onesti, fautori
del partito repubblicano. Tutto insomma contribuiva a mostrare l’immagine
dell’irreparabile catastrofe. Anziché assopirsi, cresce a dismisura nelle
classi non mai dome nel loro caratteristico orgoglio, il
malcontento per il nuovo regime... La miseria intanto cresce spaventosamente in
Roma e nella provincia ; lo spettro della fame s’aggira
nelle campagne desolate e incolte dell’ Italia; le classi medie e il
popolino sono ridotti alla miseria ed alla disperazione. Torme di
miserabili si vedono per ogni dove languire d’ozio e di fame U. Moricca,
Introd. a Cicer. De Finibus, Torino, Chiantore Ora, tanto appare a
Cicerone falsa e menzognera la situazione che egli è certo che non può
durare. La maschera di clemenza di Cesare e le sue bugie circa la
restaurazione finanziaria (divitiarum in aerario) sono cadute; è
impossibile che egli e i suoi, non d’altro capaci che di scialacquare,
riescano ad amministrare soddisfacentemente le provincie e lo stato; cadranno
da sè, per gli errori propri, per se, etiam languentibus nobis aut
per adversarios aut ipse per se, qui quidem sibi est adversarius unus
acerrimus. Questa tirannide non può reggere sei mesi, iam intelliges id
regnimi vix semenstre esse posse Probabilmente, ciò di cui Cicerone avrebbe
sopratutto incolpati i cesariani è che essi cadevano in quell’errore che il
Romagnosi descrive così. La temerità e l’intolleranza sono i vizi che
sogliono guastare questo procedimento [inventivo dell’ incivilimento). Si pecca
di temerità allorché si tentano innovazioni o rifiutate dalla natura o
non preparate sia nei fondamenti, sia dal tempo. Si pecca d’intolleranza
allorché si vuole seminare e raccogliere ad un sol tratto, e però si passa ad
infierire contro attriti che da se stessi vanno cessando in forza della
riforma fondamentale già praticata. Siate severi nel mantenere la giustizia, e
nel rimanente lasciate operare il tempo sul fondo ben disposto. 1 vostri
stimoli artificiali, le vostre correzioni minute, invece di giovare
nuociono, invece di affrettare ritardano; e se per caso avrete un
frutto precoce, ne avrete mille falliti (Dell’ Indole e dei Fattori dell’
Incivilimento, Avvertimento finale). Auree parole d’uno dei nostri massimi
pensatori politici, che andrebbero anche oggi meditate e tenute presenti.
Alle Tale previsione di Cicerone andò incontro ad nna smentita
colossale. Quella divinatio dell’andamento degli eventi che egli, ricavatala
dallo studio e dalla pratica, aveva la coscienza di possedere, qui gli
fallì del tutto. E' vero che Cesare quali vanno accostate, sempre ad
illustrazione del sentimento politico, che, in quelle perturbate circostanze, si
sprigionava vivo in Cicerone, le seguenti: “ guai a quel popolo, nel
quale, spento il punto d’onore, non prevalgono che poteri individuali! (/,/. di Ciò. FU Giurispr. T e °
r \. P \ 1,1 C - 1V ): nonché la sua affermazione dei diritti dell uomo,
da lui chiamati originaria padronanza naturale di ogni individuo. Quelli che
vennero appellati diritti dell'uomo formano appunto il complesso di
questa originaria padronanza. L’indipendenza, la libertà 1 eguale
inviolabilità e il diritto di difesa e di farsi render ragione, sono
tutte condizioni di questa originaria padronanza (Lett. a G. Valeri, Cu, quidem divinationi
hoc plus confidimus, quod ea nos mhil in his tam obscuris rebus tamque
perturbatis umquam omnmo fefellit. Dicerem, quae ante futura
dixissem, ni vererer ne ex eventis fìngere viderer (Ad Dio. VI, o). Exitus, quem
ego tam video animo, quam ea quae ocuiis cemimus (Ad Dio.). Tamquam ex aliqua specula prospexi
tempestatem futuram. Questa sicura previsione degli eventi, questo sicuro
presentimento, Cicerone lo possedeva in effetto. Anche nella
circostanza suaccennata egli prevedeva giusto, preveveva cioè
quello che tutto faceva ritenere dover accadere. Se i fatti si
svolsero in senso del tutto opposto alla sua previsione, si può, in
un certo senso, dire che ebbero torto i fatti, non Cicerone; cioè che la
realtà è irrazionale e casuale, e che mai vi tu un periodo di storia che
sia stato come quello irrazionale e casuale. fu ucciso poco dopo e probabilmente lo fu
quando e perchè divenne chiara a tutti I’ impossibilità in cui egli
era di dominare la situazione, di riordinare cioè seriamente lo Stato e di
soddisfare insieme le brame dei suoi seguaci, cosicché Mazio uno dei pochi cesariani onesti, che,
come risulta da una sua nobilissima lettera (Ad T)iv., non aveva
sfruttato Cesare vivo, e che gli rimase fedele anche morto, e anche
durante quel momento in cui, subito dopo l’uccisione del dittatore,
il cesarismo sembrava crollato e i cesariani in pericolo — dice, deplorandone
la morte: che catastrofe ! non c’è più rimedio ; se lui, con l’ingegno
che aveva, non trovava la via d’uscita, (exitum non reperiebat), chi la
troverà ora? (Ad Att.). Ma dopo la morte di Cesare, come appunto
prevedeva Mazio le cose finirono per peggiorare rapidamente. Anche
Cicerone è costretto a constatarlo. Il tiranno perì, egli dice, ma vive
la tirannia (Ad Att.) Va però tenuta presente anche la profondissima
osservazione di Montesquieu. Il étoit bien difficile que GIULIO CESARE pùt
défendre sa vie; la plupart des conjurés étoient de son parti ou avaient
été par lui comblés de bienfaits : et la raison en est bien naturelle.
Ils avoient trouvé de grands avantages dans sa victoire : mais plus leur
fortune devenoit meilleure, plus ils commen 9 oient à avoir part au
malheur commun : car, à un homme qui n’ a rien, il importe peu à certains
égards en quel gouvernement il vive -- Grandeur et décadence d siamo
liberali dal re dai regno (yìj Di,. /aj' fi marzo non consolano più
come pnma (Ad Att.): stolta L iZZ Martmrum consolano, animis usi
sumus virilibus cooubs puenbbus ; excisa est arbor, non avulsa
^ i, fi ; e st . a ‘° Iasc,al ° vi vo in Antonio l’erede del regno;
si poteva con piu libertà parlare contra illas nefarias
partes xiv r vivo che non uccitó lnfine crebbe meglio che
Cesare vivesse ancora “ nonnumquam Caesar desideran- dus, Infatti,
la situazione era diventata quale la descrive ad Attico così. Sed vides magistrati ; si quidem illi
magistratus'; vides tyranni satellites m impems; vides eiusdem exercniis;
vides in latere veteranos In conseguenza il sistema di governo che
Cicerone prevedeva non poter durare un semestre, durò invece,
continuamente aggravandosi o peggiorando per quattordici secoli, cioè per
quanto visse l’impero bizantino. Ma la fallacia di questa
previste la torio all. mente di Cicerone. E' la fallacia
propria delle menti profondamente razionali, che hanno una fede inconcussa
nella ragione; e la mente di Cicerone era appunto secondo la felice
dennizione che ne dà Io Zielinski, un
Aufkà- rungsvers tand. A codeste menti è impossibile O. c.
.ammettere che la mostruosità, l’irrazionalità, l’assurdo vengano a tradursi
permanentemente nel fatto, si facciano solida e stabile realtà. Ciò è
assurdo, quindi è impossibile; questo è per siffatte menti un
canone assolutamente insopprimibile, sradicando il quale essa
sentirebbero di strappar le proprie medesime radici. A cagione della
stessa forza della loro compagine razionale, è ad esse impossibile
riconoscere che il fatto che una cosa sia assurda non impedisce
menomamente che essa divenga realtà e che anzi quasi sempre nella storia
umana avviene che ciò che all’ inizio la mente scorgeva come cosa
assurda, pazzesca, implacabilmente ciò non ostante si realizza. Come buon
platonico Cicerone non poteva a meno di essere fermamente convinto che
oòx eattv Sit àv xij |a£r;ov xoótotj xaxòv TTaìfoi y) Xóyou? (juar^aag
(Fed..). Nel logos egli aveva indefettibile fede. Egli scorgeva
dietro a sè, fin dove 1 occhio della memoria poteva giungere, soltanto
governo di popolo. Questo era per lui una conquista permanente» della
civiltà, la civiltà stessa, la civiltà che non può perire. Con tale forma
di governo il suo spirito si era immedesimato ; essa faceva parte essenziale
della sua coscienza d uomo, forma il cardine su cui poggiava tutta la sua
vita spirituale Pensare che tale Che tale stato d'animo fosse non
solo ciceroniano ma romano, emerge anche da ciò che l’indignazione per la
caduta di quella forma di governo si formi potesse crollare e
permanentemente scomparire, era come pensare che potesse precipitare
tutto ciò che si è sempre visto stabile, la terra, il sistema solare, ciò
che è l’incarnazione di un’eterna legge della natura. Sempre gli uomini
quan- o si sono trovati in una fase di cangiamento analoga a quella
in cui si trova Cicerone_e tanto più quanto più la loro mente era
fortemente razionale hanno emesso la medesima errata previsione di lui ;
ciò è assurdo, quindi impossibile, quindi non può durare. prolunga sino
in S. Ambrogio, in cui, da signore romano d antica razza quale era, la
romanità viveva ancora, Hic erat pulchemmus rerum status, nec
insolescebat quisquam perpetua potestate, nec diuturno servitio
frangebatur. Nemo audebat alium servitio premere, cuius sibi successuri
in honorem mutua forent subeunda fastidia; nemini labor gravis quem
dignitas ecutura relevaret. Sed postquam do- mmandi libido vindicare
coepit indebitas et ineptas nolle deponere potestates... continua et
diuturna potentia gignit msolentiam. Quem invenias Hominem qui sponte
deponat impenum et ducatus sui cedat insigne, fiatqe volens numero
postremus ex primo? {Hexameron). osa et nota : lo stesso errore, la
stessa illusione— nobilissimo errore ! troviamo, come già si
e rilevato, in Demostene, il dramma della cui vita fa esattamente
riscontro a quello di Cicerone. Anche Demo- j. en e . p - e - ne,,a seconda Olintiaca prevedeva
che la potenza di rilippo era alla fine ; npÒQ a ùvfjv tfy.ec ~riv
teXsut^v t payiiax aòttji (§ 5). E questa previsione era per lui
principalmente fondata appunto sul fatto che una potenza costrutta sulla
malvagità non può durare. Oò yàp gcmv, Il dramma, terribile dramma, della
vita di Cicerone, è appunto questo. II dramma dell’uomo oìjy.
laxiv, u> àvopEg ’Avrjvatoi, àSixoùvta -/.al èruop- xoOvxa xa:
^£'joÓ|ìsvov Sóvajuv j3ej3aiav XTiqaaad’at... xwv jrpà^ewv xàg àp%à<;
xxl xàg ÒTtofliaeig àX^S-sT; xa’. òtxaiag Etvai /tpcaTjxei. E nemmeno
dieci anni dopo Filippo trionfava definitivamente a Cheronea. Ad
ogni momento troviamo questi pensieri nelle orazioni di Demostene, che
perciò sono cosi istruttive circa le illusioni in cui il razionalismo » induce gli uomini. Ma
neppure la battaglia di Cheronea guarì Demostene dal1 illusione. Plutarco narra
che quando Filippo fu assassinato, Demostene comparve nell’assemblea,
raggiante, tpatSpòg, splendidamente vestito, incoronato: con la morte
dell’uomo, secondo lui, la costruzione improvvisata ed effimera
doveva certo crollare. E quando Alessandro si fece avanti a sorreggerla
Demostene rideva di quel ragazzo imbecille, ndsioa xai |ia T txT)V
(Plot., Dem.). Ma la costruzione fondata sulla perfidia, e che perciò,
secondo Demostene, non poteva reggersi, sboccò invece nel trionfo
addirittura fantastico ottenuto appunto da Alessandro. Gli uomini
non possono rassegnarsi a credere che una politica malvaga possa
ottenere un successo duraturo, che il male trionfi permanentemente. Pur
troppo, invece, è questa una pia illusione; e le cose vanno precisamente
cosi. E gli astrattisti, 1 razionalisti, gli spiritualisti, non
sanno ricavare dal male che sotto ì loro occhi permanente trionfa,
neppure quell unico bene che vi si potrebbe ricavare: quello cioè
di essere definitivamente istrutti dell andamento assolutamente arazionale,
alogo, ateo, del mondo e della vita. Chiusi nel loro mondo dei meri
concetti, è a quelli e alle deduzioni da quelli che continuano a credere,
anziché aprire gli occhi ai fatti. < Sapiunt alieno ex ore
petuntque res ex auditis potius quam sensibus ipsis » (Lucr.). che
con disperazione vede rovinare intorno a sè senza possibilità di salvezza
il mondo civile di cui la sua più intima vita stessa era intessuta,
il mondo razionale e trionfare ineluttabilmente, in causa impia,
victoria etiam foedior ( De Off.),
l’ingiustizia ed il male, una forma di mondo umano “ impensabile assurda,
il dramma della coscienza eticamente desta che vede con orrore ciò che
essa giudica aberrazione morale e iniquità acquistare ufficialmente il
carattere di nobiltà, grandezza, elevazione, e avviarsi a restare
definitivamente sotto questo aspetto nella storia. Quando si fa a poco a
poco chiaro nella mente di Cicerone 1 ineluttabilità dell’evento,
quando egli è ormai costretto a vedere che non c’è più speranza, a
domandarsi: quae potest spes esse in ea republica, in qua hominis
impotentissimi (violento) atque intemperantissimi armis oppressa
sunt omnia? (Ad Div.); quando deve
constatare che tot tantìsque rebus urgemur, nullam ut allevationem
quisquam non stultissimus sperare debeat
(Ad Div.), il suo strazio non ha confini- Ciò che già
precedentemente, quando tale condizione di cose si delineava, egli
cominciava a sentire, civem mehercule non puto esse qui temporibus
his ridere possit (Ad. Div.),
diventa ora il suo stato d’animo permanente. La vita non ha più sorriso :
“ hilaritas illa nostra erepla mihi omnis est. Il suo grido è quello
del coro degli Spiriti nel Fausi. Du hast zerstòrt Die schòne
Welt Mit màchtiger Faust; Sie stiirzt, sie zerfàllt! Ein Halbgott hat sie
zerschlagen! Wir tragen Die Triimmern ins Nichts
hinuber Und kiagen Uber die verlorne Schòne. Questo dramma strappa a Cicerone
espressioni di dolore profondamente dilacerante. E la sua
corrispondenza è forse la lettura più viva che l’antichità e probabilmente la
letteratura d’ogni tempo ci offra, appunto perchè, come in nessun altro
scritto, vi si scorge con l’immediata evidenza della vita vissuta e quasi
vedessimo la cosa svolgersi giorno per giorno sotto i nostri occhi, come
sotto quel dramma sanguini il cuore d’un uomo. Certo anche la
terribilità della sua rovina personale affligge gravemente Cicerone. Natus enim
ad agendum semper aliquid dignum viro, nunc non modo agendi
rationem nullam habeo, sed ne cogitandi quidem (Ad Div.) ; ed egli ha
ragione di deplorare di essere stato travolto proprio nel
momento in cui avrebbe potuto e dovuto, cogliendo il frutto dell’opera
della sua vita, toccare l’apice della sua carriera. Omnis me et
industriae meae fructus et fortunae perdidisse Casu nescio quo in ea
tempora aetas nostra incidit, ut cum maxime florere nos oporteret, tum
vivere edam puderet. Certo anche la rovina che incombe sulla sua famiglia
e specialmente sulla sua figlia lo tortura.Quibus in miseriis una
est prò omnibus quod istam miseram patre, patrimonio, fortuna omni
spoliatam relinquam (Ad Att.). Ma ciò che forma il crepacuore di
Cicerone non è la sua situazione personale, bensì il baratro in cui è
precipitato lo Stato. Sed tamen ipsa republica nihil mihi est carius (Ad Dio.). “ Ego enim
is sum, qui nihil umquam mea potius, quam meorum ci- vium causa
fecerim. Ma ora ? Ego vero, qui, si loquor de re publica, quod
oportet, insanus, si, quod opus est, servus existimor, si taceo,
oppressus et captus, quo dolore esse debeo ? (Ad Att.). Due sono sopratutto le note in cui
erompe l’espressione di questo suo strazio. In primo luogo,
andarsene, andarsene dovunque, pur di non veder più simili cose: “
evolare cupio et aliquo pervenire ubi nec ‘Pelopidarum nomea nec facta
audiam egli ripete con un tragico antico Ad Att.; “ ac mihi
quidem iam pridem venit in mentem bellum esso aliquo exire, ut ea
quae agebantur hic, quaeque dicebantur, nec viderem nec audirem (Ad ‘Dio.); “
longius etiam cogitabam ab urbe discedere, cuius iam etiam nomen invitus
audio. Tu mi sembravi pazzo (scrive a Curio) quando abbandonasti Roma per
la Grecia, ora veggo che sei “ non solum sapiens, qui hinc absis, sed
etiam beatus : quamquam quis, qui aliquid sapiat, nunc esse beatus
potest ? (Ad Db.). E’ il desiderio che si fa strada persino nei suoi
trattati, p. e. nelle Tusculane, dove parlando di Damarato. Io giustifica cosi
: “ num stulte anteposuit exilii libertatem domesticae servituti? O, se
andarsene non si può, almeno ritirarsi in solitudine. Nunc fugientes conspectum
scelerato- rum, quibus omnia redundant, abdimus nos, quamum licet, et
saepe soli sumus (De Off.). In
secondo luogo, morire. Perire satius
est, quam hos videre (Jd Db.) Mortem] quam etiam beati contemnere
debebamus, propterea quod nullum sensum esset habitura, nunc [Che cosa
pensi intimamente Cicerone della vita futura, risulta, non già dal quadro,
avente scopi puramente estrinseci, che traccia nel Somnium Scipionis. ma
dalla sua corrispondenza Oltre il passo sopra ricordato, e due
altri, (Ad Dw.) ricordati più innanzi, basterà citare: Fraesertim cum
impendeat, in quo non modo or,*. v erum finis etiam doloris futurus sit. E
anche in altre opere di Cicerone questo suo vero pensiero si manifesta.
Cosi nelle Tusculane. Mors. aeternum nihil sentienti receptaculum. Cosi
in Pro Marcello Quod (la fine) cum venit, omnis voluptas preterita
prò mhilo est, quia postea nulla est futura» Cosi in Pro Cluentio: quid
ei tamdem almd mors eripuit, praeter sensum doloris ? sic affecti, non modo
contemnere debeamus, sed etiam optare. La filosofia sembra <
exprobrare quod in ea vita maneam, in qua nihil insit, nisi propagatio
miserrimi temporis ; non si sa <si aut hoc lucrum est aut haec vita,
superstitem reipublicae vivere ; nam
mori millies praestitit quam haec pati (Ad. AH.) ; eis conficior curis, ut ipsum quod
maneam in vita, peccare me existimem (Ad
Div.); mortem cur con- sciscerem
causa non visa est, cur optarem, multae causae. In uno spirito, così
profondamente romano, cioè volto all’attività pratica e civica, la
desolazione dello Stato faceva spuntare questo pensiero: Ipsi enim quid sumus ? aut cum diu haec
curaturi sumus? (jdd Att.); quid
vanitatis in vita non dubito quin cogites (Ad Div.). Cosi, pur nell'atto
che prevede la prossima caduta del cesarismo, dice. Allo stesso modo
la pensava Cesare, il quale nel discorso, riferito da Sallustio, da lui
tenuto in Senato circa la pena da darsi ai complici di Catilina, si
oppose alla pena di morte appunto perchè con questa cessa la coscienza e
quindi ogni male. Eam cuncta mortalia dissolvere; ultra neque curae neque
gaudio locum esse (Cat.). Va però notato che Cicerone dà un’altra
interpretazione a questo punto del discorso di Cesare. Cesare cioè
era contrario alla pena di morte. Egli intelligit, mortem a diis
immortalibus non esse supplici causa constitutam, sed aut necessitatem
naturae, aut laborum ac miseriarum quietem esse. -- In S. Catilinam. id
spero vivis nobis fore ; quamquam tempus est nos de illa perpetua iam,
non de hac exigua vita cogitare » (Ad. Att.). E il pensiero della
morte come unico scampo e rifugio viene a grandeggiargli dinanzi in modo, che
bene spesso lo vediamo insinuarsi anche nei suoi scritti
teorici: così, p. e., nel De Oratore. Sed 11 tamen rei publicae
casus secuti sunt, ut mihi non erepta L. Crasso a dis immor-
talibus vita, sed donata mors esse videatur; e così nelle Tusculane :
multa mihi ipsi ad mortem tempestiva fuerunt, quam utinam potuissem obire
! nihil enim iam acquirebatur, cumulata erant officia vitae, cum fortuna bella
restabant. Morte per sè, morte per coloro che amiamo ; questo soltanto è
ciò che lo status ipse nostrae civitatis ci costringe a
desiderare: cum beatissimi sint qui liberi non susceperunt, minus
autem miseri qui his temporibus amiserunt, quam si eosdem, bona, aut
denique ahqua republica, perdidissent non, mehercule, quemquam
audivi hoc gravissimo, pestilentissimo anno adolescentulum aut
puerum mortuum, qui mihi non a Diis immorta- libus ereptus ex his
miseriis atque ex iniquissima conditione vitae videretur (Ad
Div.). Ne solo nell animo di Cicerone il trovarsi in tantis tenebris et quasi parietinis
rei publicae induceva il desiderio di sfuggire a questo sfacelo con la
morte ; ma tale sentimento era certo diffuso. Nella bellissima lettera
con cui Servio Sulpicio cerca di consolare Cicerone per la morte
della figlia, 1 argomento principale che egli fa valere e, nelle
circostanze presenti, non pessime cum iis esse actum, quibus sine
dolore licitum est mortem cum vita commutare e che Tullia visse
finché visse lo stato, una cum republica fuisse (Ad Dio.); al che
Cicerone dolorosamente risponde che l’attività pubblica lo consola
dei dolori domestici, l’affettuosa intimità con la famiglia delle
traversie pubbliche, ma ora “ nec eum dolorem quem a re publica capio
domus iam consolari potest, nec domesticum res publica . Ed anche in Catullo,
il disgusto invincibile suscitatogli dai “ turpissimorum honores ,
disgusto che faceva gemere dal suo canto Cicerone, cosi; o tempora ! fore
cum dubitet Curtius consulatum petere? „ (Ad Att., e circa Vatinio) suscita l’aspirazione
alla morte. Quid est, Catulle? quid moraris emori? Sella in curulei struma
Nomus sedet, per consulatum peierat Vatinius; Quid est,
Catulle ? Quid moraris emori ? Donde attinge Cicerone qualche conforto
in questa immensa iattura ? Non dal foro che egli (interessante
confessione) dichiara di non aver mai amato e nel quale del resto oggi
non c’è più nulla da tare: quod me in forum vocas, eo vocas, unde,
etiam bonis meis rebus, fugiebam: quid enim mihi cum foro, sine iudiciis,
sine curia? (Jld Jltt.). Era il momento in cui i vincitori della
violenta lotta politica, giravano per Roma baldanzosi ed allegri, e i
sostenitori dello Stato legale, battuti, erano melanconici. Mane salutarne domi et
bonos viros multos sed tristes, et hos laetos victores, qui me quidem
perofficiose et peramenter observant {Ad Div.). Due di essi, anzi, Irzio e Dolabella, si erano
messi a prender lezioni d’eloquenza da lui, o forse, con questo
pretesto, lo sorvegliavano per conto di Cesare. Anche queste lezioni recano a
Cicerone qualche sollievo {yld Di\>.). In maggior misura, egli ne ricava dal
far udire, quando e come era possibile, qualche parola di ammonimento.
Così, pur avendo risoluto di non più parlare in Senato, allorché
sulla universale istanza di questo, Cesare amnistia Marcello (che non
aveva fatto nessun passo per essere richiamato e sembrava non desiderarlo
— e che fu, del resto, assassinato da un suo impiegato nel momento in cui
stava per partire alla volta di Roma), Cicerone prende la pa- [La voce dei
gaudenti sfruttatori di situazioni immorali rinfaccia sempre a coloro che le
condannano, come un torto, di essere afflitti o melanconici. Cosi quella
voce si fa udire, secondo Seneca : c Istos tristes et superciliosos
alienae vitae censores, suae hostes, publicos paedagogos assis ne feceris
» (Ep.) rola per ringraziare il dittatore ; ma sa anche attraverso i
ringraziamenti esporgli il parere più libero e coraggioso che forse mai
Cesare abbia sentito. Quodsi rerum tuarum immortalium (egli ha 1
ardue di significargli) hic exitus futurus fuit, ut devictis adversariis
rem publicam in eo statù relinqueres, in quo nane est, vide quaeso, ne
tua divina virtus admirationis plus sit habitura quam glonae (Pro
Marc.). Tu devi, egli incalza, preoccuparti della vera gloria, del
giudizio che daranno i posteri sulle tue azioni, saper considerare ciò
che tu fai, non cogli occhi abbacinati dei contemporanei, ma con quelli di
coloro che giudicheranno le cose a distanza, nell’avvenire. Se tu non avrai
ristabilito la vera legalità nello Stato, tu sarai certo sempre ricordato, ma
non con giudizio concorde: “ erit inter eos etiam, qui nascentur,
sicut mter nos fuit, magna dissensio, cum alii lau- dibus ad caelum res
tuas gestas efferent, alii for- tasse ahquid requirent, idque vel
maximum, nisi belli cmlis incendium salute patriae restinxeris, ut
illud fati fuisse videatur, hoc consilii. E questo un nobilissimo linguaggio da
cittadino onesto e d’animo forte ; linguaggio che, bisogna
riconoscerlo, Cesare sa ascoltare, come altri e ben più vivaci attacchi
contro di lui, con tolleranza ed equanimità, civili animo. Svet,, Caes.. Anche
Cicerone nella sua corrispondenza talvolta constata che Cesare andava
orientandosi a mitezza. P. e.: L intolleranza, l’oppressione, l’uso del
potere per far tacere censure al detentore di esso, e persino per
impedire di rispondere agli attacchi, comincia con Augusto ; ed è ciò che
fa uscire Asinio Pollione (lo stesso, alla nascita del cui figlio il
servile Virgilio, pronto a vendersi a tutti i potenti e a
prostituire poi il suo genio a colui che tra questi occupa nella storia
per bassezza e nequizia uno degli nam et ipse, qui plurimum potest,
quotidie mihi delabi ad acquitatem et ad rerum naturam videtur „ Ad
Dio. VI, 10!, Che cosi fosse (ed è la stessa cosa che accadde con
OTTAVIANO) è naturale, perchè, se un uomo non è straordinariamente perverso, il
suo grande successo e trionfo personale lo rende incline alla benevolenza
verso gli altri, a diffondere anche intorno il sentimento di felicità che
il successo gli dà. Solo un uomo dal cuore fondamentalmente malvagio nel
suo più pieno e grandioso trionfo, quando ogni cosa gli va a seconda,
diventa sempre più duro e crudele, e non è pago se non condisce quel
trionfo col darsi la sensazione di poter a suo beneplacito tormentare,
perseguitare, far soffrire altri uomini. Tale era Siila, secondo le
parole che Sallustio mette in bocca ad Emilio Lepido. Cuncta saevus iste
Romulus, quasi ab externis rapta, tenet, non tot exercituum clade neque
con- suhs et aliorum principum, quos fortuna belli consumpse- rat,
satiatus : sed tum crudelior, curri plerosque secundae res in
miserationem ex ira vertunt. -- Hist. Fragni. Raramente, si, ma però talvolta
avviene che un uomo, favorito dalia più straordinaria fortuna, diventi sempre
più bramoso di far del male agli altri. “ Felicitas in tali ingenio
avaritiam, superbiam ceteraque occulta mala pate- fecit. -- Tac., Hist.. “Itimi
posti, Ottavio, dedicò la sconciamente cortigiana e piagg.atr.ee Egloga
IV) nell’elegante epigramma, riportato da Macrobio (Satura II 4)
che non si può più scrivere dove in risposti si può proscrivere :
temporibus triumviralibus PoIIio cuna fescenmnos,n eum Augustus
scripsisset, ait: g taceo ; non est emm facile in eum
scribere qui potest proscribere (2) Più ampio conforto ricavò
Cicerone dagli studi, bbene una volta fuggevolmente accenni che
forse senza la sua cultura sarebbe più atto a resistale! exculto
emm animo nihil agreste, nihil inhuma- (I) Si vegga nel libro diV.
Alfieri D»/ p •, » I J1
'> e la dimostrazione che questa viltà ha in Virg.ho guastato
l’arte. “Quella parte divTna e ha per base il vero robusto pensare e
sentire tm-,1 niente manca in Virgilio (L. II C VI) “ V -esse avuto
nell’animo quella P napesco, assai maggiore sarebbe stato egli
stesso e quindi assai maggiore il suo saggio (L. II C VI • vegga
anche il C. Vili) E il Canti 1 . Ci j ;•,
C S ‘ uh. ed. I. 582 n 94.V- r ÌU '. Sorla de S^ Italiani,
V l D < ’ VIRGILIO si lascia traricchire anche Boissier, L’opposition
sous tes Césars p. I3Ì” RnU 1 j- qUe f°, . t epigramma ’ senza
citare la fonte il Les e Rom P - r0ba . b,,mente a memor ia, la
seguente versione: Les Komains disaient avec raison qu’ il est rare mi’
™ num est „. (Ad Alt.) ; e sopratutto dallo studio della filosofìa,
la passione per la eguale '’quo- tidie ita ingravescit, credo et aetatis
maturitate ad prudentiam et his temporum vitiis, ut nulla res alia
levare animum molestiis possit. „ (Ad Dio. IV, 4). Le sue lettere di
questo periodo sono piene delle sue attestazioni che non vive se non
negli studi filosofici e non trae conforto che da essi. Ad
aumentare questo conforto, ad aiutarlo a stornare il pensiero dalle
calamita dello Stato, s aggiunge la sua attività di scrittore. Sono questi gli
anni della sua intensa e feconda produzione filosofica. Nisi mihi
hoc venisset in mente, scribere ita nescio quae, quo verterem me non
haberem (Jld Alt.) Equidem credibile non est, quantum scribam die, quin
etiam noctibus, nihil enim sommi. Nullo enim alio modo a miseria quasi
aberrare possum. Vero è che le afflizioni e le ìnquietitudmi, I incertezza
dell’avvenire, derivanti dal pessimo andamento degli affari pubblici, non
permettono piena pace nemmeno nello studio : Utinam quietis temporibus,
atque aliquo, si non bono, at saltem certo statu civitatis, haec
inter nos studia exercere possemus ! „ Però, appunto in tali circostanze, “
sine his cur vivere velimus? -- d Dio. Così nascono i saggi di FILOSOFIA di
Cicerone, circa i quali si cita sempre per aiutare a deprezzarli la
fuggevole frase “sono copie” cascatagli dalla penna scrivendo al suo amico
e certo come convenzionale espressioni t Xlì Vf fr ° nte j
1Iammiraz ' on e di lui (Ad X ’ I 52 ’ ma 51 dimentica di affrontare
tale fra e con le sue numerose e consuete esternaziom dalle quali
risulta che ben altra era la stima ch’egli off" 3 de ‘ pr0pr
;. scrltti ' “ Res difficiles „ (ib. XII 38) egli dice di star scrivendo
; quanto alle Jìc- G Q rto -5 C ° nVInt,° “ U ‘, Ìn f3lÌ 8 enere ne
aVud, cos quidem simile quidquam „ (ib. XIII 1 3)- le chiama “
argutolos libros „ ^ XIli.Y 8,00^ XIII 19? ac n ra ? posset supra ”
r/4. XIII, 9); 1 libri del De Oratore gli sono “ vehementer probati
(ib.) e così il De Finibus ib ?AJ ÀI XvT i, soddisfa Attico
bl v ’ im7 e M) e l0ra,OT L'P'a (M AA- ( ’ 8 ^ eSpnme anehe,a
sua Propria soddisfazione per queste due opere; mihi vakle
pbcent, maHem tibi dice dei libri, perduti d! Giona (Ad Ali). In
particolare, i| e sua opere filosofiche LE TUSCULANE, che
facilmente si prendono per un mero esercizio letterario, sono invece
un saggio profondamente vissuto, rampollato da a tragica realtà di vita i
cui Cicerone si dibatte e che come tale, come idoneo cioè a fornir conforto e
forza in quelle circostanze dove essere
generalmente sentito, e certo da Attico se Cicerone gl, scrive -- quod
prima disputatio Tuscu ana te confirmat, sane gaudeo. Neque enim ndhim
est perfugium aut melius aut paratius. Bel saggio, che in ogni epoca,
nelle medesime circostanze da cui esso è nato, è servito allo scopo per
cui era stato scritto – DIE EROICA DER ROMISCHEN PHILOSOPHIE, come con
calzante espressione lo definisce Zielinski. Ma il supremo conforto di Cicerone
è un altro. Esso consiste non tanto nell’ immergersi nella FILOSOFIA
come un’occupazione mentale opportuna a distornare il pensiero da quello
che poi Lucano, il grande poeta anti-cesariano, define“ ius sceleri
datum, quanto nel rivivere in sè I CONCETTI DELLA FILOSOFIA come atti a fornire
forza d'animo per affrontare e sopportare le sciagure derivanti da una
situazione politica e sociale particolarmente triste. FILOSOFIA cioè non come
“ostentationem scientiae, sed legem vitae (Tusc.). Anche in lui, per usare
l’espressione di cui poi si servì Marco Aurelio zi 5 óypaia.
Giustissimamente il Moricca. Saremmo forse anche noi tentati di ritenere
l’operetta tulliana un’amplificazione rettorica, se non pensassimo
che quelle parole sono scritte per una generazione d’uomini nelle cui
orecchie esse andavano diritte al cuore. Un saggio di morale dell’epoca di
Cicerone è da considerarsi non come una fredda e vuota argomentazione
rettorica bensi come un’eco squillante delle voci del passato, che sale dalle
tombe e vince i secoli. Secondo il testo di Trannoy (Les Belles Lettres).
bisogno di vivere tali precetti A' i,• . ventar succo e sangue e il f T l
d ‘ faHl dl gere a ciò, Cicerone Lnl f" 0 S ° rZ ° per 8 iun
'maniera singola,sima, scnVoSo^v"' 0 i'I “ na consolazione a se
stesso “ D • Un ^ ro dl profecto anfe me TeZ. ^Z 'T consolarer ; que m
librum jf . me per i‘ tera s serint librari; affirmo tibi^nuLm” 3 " 1
S ‘,^'P' esso talem ; totos die® U c °nsolationem quid, sed t
n^sper 1 C ;,b ° 5 T“ qU ° proflci ™ XII 14) p t,sper im P e dior,
relaxor „ (Ad 4tt 'a ll'Tlzr ™ di r'* d„e meditazioni
morali!^ e8mam0 le Mslre '4fr-r v lLStó et,r°d servire 4
IL PORTICO, di cui poi in,CaZI ° ne Pra ' ÌCa de,, ° e d
oppressivi, uomm Lme° Tm "p" ^ tehi vid.o Prisco
fornirono ° Peto ed EI ’ e che successivamente si anc ° Ta p ‘ù
insigni, .1 hiosofo :z :L: r, ai cristiano, il sacerdnie • ’ p ° SCIa>
n el mondo c„i i,Tat'„ e ' „x:; a ” d f molti tenevano
costantemente in d m ° nre ’ anZI rettoredi coscienza e confortatore,
iHoro ZofoOX . Plauto, fatto morire da Neron» • mi istanti assistito
e confortato dai “ / V ‘ ene " ei 3U0 ' u,tl Cerano e Musonio (Tac.,
Ann. XwTv)), Trlse’ O Socrates et
socratici viri! -- esclama Cicerone, qui, veramente riguardo a traversie di
carattere privato). Numquam vobis gratiam referam Un immortales quam m
ihi ista prò nihilo (Ad Alt. ). Attico (egli scrive al suo liberto e
segretario Tirone) mi vide agitato, crede che sia sempre lo stesso, “nec videt
quibus presidii philosophiae septus sim -- Ad Div. La disperata e
rovinosa condizione dello Stato -- quidem ego non ferrem nisi me in
philosophiae portum con- tulissem. “ Equidem et haec et omnia quae
homini accidere possunt sic fero ut PHILOSOPHIAE magnam habeam gratiam,
quae me non modo ab sollecitudine abducit, sed etiam contra omnes
fortunae impetus armat, tibique idem censeo faciendum, nec, a quo culpa
absit, quid- quam m malis numerandum -- Ad Div. E noi vediamo
veramente questo pensiero centrale del PORTICO, cioè lo sforzo di
distornare il proprio interesse da ogni cosa esteriore per concentrarlo
unicamente nel nostro comportamento, e m ciò trovare appagamento e pace
(questo, come si può chiamare, ottimismo della disperazione, che e
il solo che resta nei momenti di maggiormente infelici condizioni
esterne, perchè vuole appunto, riconoscendo tale inguaribile infelicità,
trovare an- Demetrio: e Seneca dice di Cano. dato al supplizio da
Caligola -- prosequebatur illuni Losophus suus -- (De Tranq.
An.). man- phi- i cora una tavola di salvezza),
vediamo questo pensiero centrale dello stoicismo svelarsi sempre più
chiaro agli occhi di Cicerone e proprio come postogli innanzi delle circostanze
di fatto. Sic enim sentio, id demum, aut potius id solum esse miserum
quod turpe est (Ad Att.). Video philosophis placuisse iis qui mihi soli
videntur vim virtutis tenere, nihil esse sapientis praestare nisi culpam --
(Jld Dio.. Cogliamo il procedere di questa appassionante tragedia, per
cui un uomo di indole ilare e disposto a gioire delle cose, degli
spettacoli naturali, delI arte, della letteratura, delle relazioni sociali, dell’attività
pubblica e anche della ricchezza, è, a poco a poco, dal rovinio politico,
risospinto entro se stesso e costretto a vedere e cercare la felicita
soltanto nel proprio retto comportarsi. Le meditazioni filosofiche
(scrive a VARRONE) ci recano ora maggior frutto “sive quia nulla nunc in
re alia acquiescimus, sive quod gravitas morbi tacit, ut medicmae egeamus
eaque nunc appareat, cuius vim non sentiebamus cum valebamus -- Ad
r i0 ’. Naturalmente con questo alto sentimento a cui Cicerone è ora pervenuto,
il pensiero della morte, qui fonte anchesso di consolazione e forza, viene a
intrecciarsi. Nunc vero, eversis omnibus rebus, una ratio videtur,
quicquid e veni t ferre moderate praeserlim cum omnium rerum mors
sit extremum magna enim consolatio est cum recordere etiamsi secus
acciderit te tamen recta vereque sensisse --Ad Div. Nec enim dum ero
angar alia re, cum omni vacem culpa ; et si non ero, sensu omnino carebo.
Il crollo dello Stato è cosa gravissima -- tamen ita viximus et id
aetatis iam sumus, ut omnia quae non nostra culpa nobis accident,
fortiter ferre debeamus (Jld Div.). E tali pensieri, tali alti ed austeri
conforti ed incoraggiamenti, i grandi spiriti di quel periodo si
scambiavano tra di loro, prova, sia di quanto il dolore per la catastrofe
dello Stato era largamente sentito, sia della estensione che a lenimento
di questo dolore siffatto ordine di pensieri allora aveva preso.
Era la genuina visuale del PORTICO a cui i nefasti avvenimenti politici
aveva tutti guidati -- non aliundo pendere, nec extrinsecus aut bene aut male
vivendi suspensas habere rationes -- Ad Div. Se Cicerone ad ogni momento ripete
di sè quidquid acciderit, a quo mea culpa absit, animo forti feram (Ad
Div.), nec esse ullum magnum malum praeter culpam; sed tamen vacare culpa
magnum est solatium; se per sè pensa fortunato, quam existimo levem et
imbecillam, animo firmo et gravi, tamquam fluctum a saxo frangi
oportere; se l’esperienza di quella dolorosissima fase lo fa approdare
alla definitiva conclusione che in omni vita sua quemque a
recta conscientia transversum unguem non oportet discedere (Ad Att.) —
queste sono amici, a Lucccio7 1
f'umanas contemnentem et opule C on^t r 7 "* c„ g „„ vi „ {Ad0
7 casu, et deiicto h Z,n non aP r l “ 1U,piludi ”' non veri „
(ih V |7) ’ M a i ° rum ln,una commo- Pme.;/ cu,pl'ai picca,tT'°
" “ÌJ* digni et Ss TstrrdublteTo; ea maxime conducant ! P °
SSimus V. 19 ) : e a Torquato ‘ ‘ f T Tectl8s '™" (A. praesertim
quae absit a ancora a Torauato •
P, V1 ’ 2 )> e delio Stato) vereor ne I ^ n 3 ' (,a
rovina teperiri, praete, i|| am q “ a TtaMa"e“ “ P °7
“r: e®, atque noTZIt,» questi sentimenti ogni IralToìtTd' !“l
“ 7 ° a anch’egli aveva bisogno ’’No|!\e oh - ' 7 ? scrive Sulpicio in morte di
Tullia) Cicerone et eum aui a Ine ' '-',cer
°nem esse 9 ' 3l,,S COnsuer,s Praecpere et dare consilium... quae alns
praecipere soles, ea tute tibi subirne, atque apud animum propone;
vidimus ali- quotiens secundam pulcherrime te ferre fortunam fac
ahquando intelligamus adversam quoque té aeque ferre posse. Dalle lettere
di Cicerone si potrebbe così ricavare un antologia di massime di vita del
PORTICO da servire efficacemente in ogni tempo al ripresenarsi di
analoghe circostanze (e tale è forse sopratutto la ragione per cui queste
lettere suscitarono in ogni tempo I ammirazione, anzi il culto di nobili
animi), pm efficacemente ancora che non i suoi trattati, come le TUSCULANE
e il DE OFFICIIS, ove egli da sistemazione teorica alle medesime
idee 1 qual, però appunto perchè non contengono se' non quelle .dee
morali che, suscitate in Cicerone dalle vicende di ogni giorno, riempiono
la sua corrispondenza, ci si ridimostrano, non mere esercitazioni letterarie,
ma anzi saggi cresciuti su dalla vita vera e scritti col sangue che le
ferite inferte da questa fanno stillare dal suo cuore. Herzenphilosophen
chiama giustamente Cicerone Plutarco racconta che un giorno OTTAVIANO essendosi
accorto che un suo nipote scorgendolo nasconde impaurito un saggio sotto
la (1)0. dt., 112 toga, glielo prende, e visto che e di
Cicerone ne legge un tratto, poi lo reshtui al ragazzo, dicendo uomo
dotto e amante della patria, Xó r,o : *vl' ?. «rat, io T,o £ *«l Tardo
(come al so’ hto) riconoscimento del meriti di colui che egli ha
raggirato, tradito, abbandonato al carnefice Ma Cicerone e qualcosa di
più. Spirito altissimo e st'anzetn m n “'T'? 1 "”'’ da »! le
circo- ero \ „ j " 6 r 1 ' **' vivere, espres. sero, m
ragione di tale sua sensibilità, una soma d dolore enorme, egli
seppe da questa esperienza d, dolore trarre un-espenenza morale di
elevazione e di purificazione del dolore stesso nel fuoco
della filosofia intesa come via, di cui molti,„ e b dTrendl'
' aPaC '' QUeS '° * P a,ll “ la "”ente ciò che rende
appassionatamente attraente la sua grande figura alla quale
veramenle-secondo un penTero che trova eco sino m Giovenale e
Roma' ltf !a u la 8erva arl
“lazione lo dava Sr p a,t a, a, ' ebl> ' a,hibl,Ì, ° N di ' P ad
- Sed Roma parentem, Roma patrem patriae Ciceronem libera
dixit. Altri saggi: Pesco Piente
Fu, un [Mi|an0i CogliariJ. f? Ap ° r ' e Jella R'Hgiont [Catania, - Etna
1 Motwl Spirituali Platonici [Milano, Gilardi e Noto] nSTT, d
' W Jr aZl0nalim0 |N«poli. Guida], Materialismo C„„ c0 [R om ., CaS a
Pagine di Diario: Scheggio [Rieti, Biblioteca Editr.J, Cicute
[Todi, Atanórj. Impronte [Genova, Libt. Ed. Italia] Sguardi [Roma.
La Laziale], Scolli [Torino, Montes, ], Imminenti:
Critica deir Amore e del Lavoro [Catania. Critica della Morale
[Catania, “ Etna Etna J. Giuseppe Rensi. Rensi. Keywords: filosofia
dell’autorita, autorita e liberta, Gorgia, Gorgia ed Ardigo, Santucci, Tendenze
della filosofia italiana nell’eta del fascismo, Gentile, necrologio, Ardigo,
Platone, Cicerone, Ficino, Bradley, Bosanquet, diritto e forza, filosofia della
storia, Gogia, Elea, Velia, Elea ed Efeso, Gorgia. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Rensi” – The Swimming-Pool Library. Rensi.
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