RENIER
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Renier:
la ragione conversazionale e l’implicatura – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Treviso).
Filosofo italiano. Treviso, Veneto. Essential Italian philosopher. Studia in
Camerino, Urbino, ed Ancona, a Bologna, sotto CARDUCCI, Torino, e Firenze,
sotto BARTOLI. Insegna a Torino. Fonda il “Giornale storico della litteratura e
la filosofia italiana”, «profonden dovi, negli studi particolari, nelle
rassegne, negli annunci analitici e in un ricchissimo notiziario, un vero
inesauribile tesoro di cultura, di notizie, di rilievi. Cura importanti
edizioni critiche e monografie. I suoi saggi critici spaziano attraverso tutta
la letteratura e la filosofia italiana. “Il tipo estetico della donna nel medio
evo” (Ancona, Morelli); Isabella d'Este Gonzaga” (Roma, Vercellini); “Mantova e
Urbino” (Torino, Roux); “La cultura e le relazioni letterarie d'Isabella d'Este
Gonzaga (Torino, Loescher); “Svaghi critici” (Bari, Laterza); Luzio, La coltura
e le relazioni letterarie di Isabella d'Este Gonzaga, Sylvestre Bonnard.
Vendittis, Letteratura italiana. I critici, Milano, Marzorati, Renda, Operti,
Dizionario storico della letteratura italiana (Torino, Paravia); Letteratura
italiana. Gli Autori, Torino, Einaudi. Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. SVAGHI CRITICI. CENNI SULL'OSO DELL'ANTICO
GERGO FURBESCO Tuttociò senza che vi siano se non pochissime tracce si 1 1
Flamini, Studi ili «torta letter. Hai. e straniera, Livorno, im. A c. r. Vedi
Zardo, Petrarca e i Carraresi, Milano. In quest'ultimo luogo Zardo afferma che
le terzine, da lui non riferite perché non ne inleseil senso, sono forse
scritte in lingua furbesca. Neri ha la cortesia d'inviarmene una esatta
trascrizione, che mi convince non esservi alcuna frase veramente gergale. (3i
Si consulti la lettera del rimpianto Milanesi da me edita nella prefazione alla
mia versione del Slnduy, Br. [Mini (ij Sono parole di Borgognoni nella Rassegna
settimanaie, cure di vero gergo furbesco; come una parte delle rime del
Burchiello e dei Burchielleschi. Per qupl che ho potuto veder io, tanto nel
caso di Burchiello quanto dei Burchielleschi, la cosa più difficile è decidere
quanta parte della loro poesia è veramente senza senno e rientri in quel giuoco
di spirito, che ha una storia ben lunga e (convien confessarlo) poco
edificante, per cui non si dice nulla facendo le viste di dir qualche cosa. Ma
in questa poesia alla burchia, da cui il barbiere di Calimala trasse il suo
soprannome, I critici, veramente, credettero di ravvisarvelo, e già Fujjia vi
trova ? A parer mio, la parte che vi ha il furbesco non è molta. Vedi il
sonetto invettiva contro un ignoto poeta, che dal celebre ms. Magi. trasse
Spinelli, Poeaie inedite di Galeotto del Carretto, Savona Ivi calcagni compagni
e truccare e cerre mani sono sincere parole furbesche, ed altre forse se ne
ravviserebbero, se il testo non fosse guasto. L'invettiva acerba richiama l'uso
del gergo, come può persino scorgersi nei sonetti scambiati fra Dante e Forese,
sebbene di furbesco deciso là non sia il caso di parlare. Bossi, che ha il
merito d'illustrare quel notevolissimo documento storico e letterario, mise
insieme anche un elenco delle parole di gergo usate dallo Strazzòla. Vedilo nel
Oiorn. stor. Quello £ gergo veneto della più bell'acqua. Uno spoglio della
nostra poesia giocosa e delle commedie antiche darebbe, a questo proposito,
frutti eccellenti. Il Lii-hi nel Malmantile, II, 5 fa che un suo personaggio
fin 12 censi sull'uso dell'antico gergo furbesco continuato del gergo, vale a
dire dai componimenti gergali da capo a fondo. E di questi (quando se ne
eccettui Pulci, la cui produzione furbesca rimane pressoché ignota), fu forse
il primo Brocardo a dare esempio, conseguendovi una certa celebrità attestata
dalle parole di Villani. Per questa parte Brocardo terrebbe fra noi il posto
che occupa rispetto all'uso letterario del gergo francese Villon. tosi baro
vada chiedendo un po1 di bene per Sant'Alto Sani'Allo è designazione notissima
di Dio nel parlare furbesco. Lastri nel luogo sopra menzionato dell'
Osservatore fiorentino cita un passo delle Storie fiorentinede] Varchi ove è
detto: « Appariscono più lettere, non in cifra, ma in gergo, ad uso di lingua
furfantina, molto strano. Gitakixi termina con una battuta furbesca la se. X
dell'Atto III della sua Idropica. Vi occorrono note parole di gergo come
contrapunto, cordovano, sbasire, lenza, fratengo, cosco, monello, canzonare,
grimo. Vedi l' ediz. veronese. Il cui giudizio fu, senza citarne l'autore,
ripetuto dal Crescimbeni e poi dal Del Furia, in Alti Accad. Crusca, ove
scrisse che Brocardo fu l'inventore della lingua gerga o furbesca . Su questo
ingegnosissimo scapigliato criminnlp del sec. XV è ora da vedere il bel
libretto di G. Paris, Francois Villon, Paris, 1901. Le sei ballate in gergo,
che sono veramente sue, e le cinque altre d'un ms. di Stocolma, che gli furono
attribuite, costituiscono il più antico patrimonio gergale francese.
Quell'antico materiale fu studiato senza troppo metodo, ma con informazione
larghissima da A. Vrrr nel volume notevole Le jargon du X V siècle, Paris,
1884, che ho consultato più volte con profitto. Ma di capitale importanza pel
gergo del Villjy^e per gli altri documenti scritti nel furbesco francese è il
libro di L. Schòne, Le jargon et jobelin de Francois Villon sitivi du jargon au
thèàtre, Paris, 1888. Ben altrimenti che in Italia fu studiato in Francia
Vargot, del quale si compiacquero anche i romanzieri moderni (V. Hugo, Sue, Ad
attestarci la facilità ch'egli aveva a scrivere in gergo sta una delle tre
lettere alla cortigiana Manetta Mirtilla; quella che il Brocardo le diresse da
Padova, dove studiava leggi. In essa lettera sono due periodi furbeschi, che
riferisco ed interpreto. Sono fatte le vacationi nello Studio, et io fornirò il
libro et lo vi mandaró tanto più con ordine et meglio scritto, quanto più vorrò
mostrarvi che non è fede pari alla mia, non restando però dall'esservi quel
inimico che io vi sono, dannosa rubuina, che se mi rifondo un lustro alla bolla
della lenza, ve la martinerò coi merli che non potrete più amarezar contro, di
Simon. Se contrapontizatt in amaro col cornifico, che farete coi tjaii di
vostrisef Gli dovete ammartinare et carpir la perpetua dal fusto con quelle
cerette fratenghe, le quali Versione. lingua diabolica, che se mi reco un giorno
a Venezia, ve la trafiggerò con i denti, che non potrete più ingiuriarmi. Se
voi mormorate del fratello, che farete con gli amanti vostri? Li dovete
pugnalare e strappar loro l'anima dal corpo con quelle buone manine, le quali
con le ginocchia in terra bacio di tutta anima. Rai zac, Zola), che ne
lardellarono talvolta certi loro libri. La Bildiographie raisonnée de l'argot et de la
langue verte en Frnnce du XV (in XX siede di E. Yve-Plessis, Paris, comprende
ben 865 numeri!! DeìVargot moderno
parigino, che è in continua evoluzione, si hanno parecchi dizionari. Per quel
che spetta al gergo francese più antico, é pur sempre prezioso e fondamentale
il volume di Fr. Michel, Eludei de philologie comparie sur l'argot, Paris. Cfr.
ÌIazzuchelu, Scrittori. con le seste alla calcosa morfisco di tutta perpetua.
Volea tornare al nostro parlare, ina come si dice che chi sta furfante tre eli
soli, mai più non può lasciare quella vita, coni chi comincia a scrivere cella
loro lingua, da virtù furfantesca sforzato, convien, se ben nonvolesse, finire
in quella. Vostrodeno, dunque, rifonderà breviosa per breviosa, se sbasirete
così per lo cornifico, come il carni fico per vostrise. Del quale vi potrà poi
dannezzar l'osmo rifonditor di questa. Vostrise rifonda morfa et morfa, per
nome del cornifico, a l'osino della bolla dei tuferi, cornifico et inazo mio
fratengo, et a tutti i gali di vostrodeno Rifondo stanga al burlante et ri
morfisco tutta da chietina a calchi. Di vostrise, maza sant'alta Ant. Brocardo
cornifico et falconissimo con cera comprante viole. V. S., dunque, risponderà
con una lettera a questa lettera, se morrete cosi pel fratello, come il
fratello per voi. Del quale potrà poi informarvi l'uomo latore di questa. Voi
date bocca e bocca, per nome del fratello, all'uomo di Vicenza, fratello e
signore mio ottimo, e a tutti gli amanti di V. S. Do stanga all'uscio (idest
finisco) e vi bacio tutta da capo a piedi. Di voi, divina signora, Ant.
Brocardo fratello e servitorissimo, con mano fuggevole (*). Vedi Lettere volgari
di diversi nobilinsimi homini ecc., race, da P. Alamijj^^ L. II, p. ili e anche
la Xuova scelta di lettere race, da ±S. Pino, p. 336. Cfr. pure Cian nel Oiorn.
degli eruditi e curiosi. La mia interpretazione coincide quasi interamente con
quella che diede V. Eossi a p. 30 «. del libretto del Vitaliani, che citerò tra
breve e che fu edito quando questi miei cenni erano già stesi. In questo gergo
furfantesco veneto avrebbe il Brocardo, secondo Alessandro Zanco, scritto un
Capitolo in rima, e probabilmente non quello solo, se in questo genere di
composizioni egli si guadagnò reputazione siffatta, da esser creduto
l'inventore di quel linguaggio. Nulla sinora sape vasi della produzione
letteraria furbesca del Brocardo; ma io credo di non ingannarmi supponendo ch'essa
ci sia in parte conservata da un codicetto anonimo cinquecentista, già
posseduto dal marchese 6. Campori, ed ora depositato all'Estense. Sono già
passati molti anni che il rimpianto marchese, con la liberalità eccezionale
ond'era dotato, accondiscese al mio desiderio di avere in prestito quel
codicetto ('), sicché io ebbi agio di ricopiarmelo tutto. E un zibaldoncino di
55 carte, evidentemente dovuto ad un dilettante di poesia furbesca, che
potrebbe anche essere il Brocardo medesimo. Le prime 26 carte sono occupate da
uno spoglio copioso di parole e frasi gergali, ad alcune delle quali è messa
accanto la spiegazione, il che accade pure in un altro elenco finale, che empie
fi) Xe rinvenni dapprima notizia nel Catalogo dei mss. Campori compilato da E.
Vaxdwi. Il nostro codicetto ha il n. 425 nella Appendice I, Modena. Noto la
nomenclatura dei vari dragoni, cioè « dottori e quella interessante, e solo in
parte nota, delle Mie, cioè • città ». la questa parte è pure svelato il
segreto dei nomi da intendere quello ha il compagno quando si gio« cha alle
carte », vale a dire il frasario convenzionale dei bari. 16 censi sull'oso
dell'antico gergo furbesco le carte 52-55 del ras. Nel mezzo sono scritte
parecchie poesie (vale a dire due capitoli o ternari, trenta sonetti ed una
stanza) tutte d'una stessa mano, ma alcune scritte accuratamente, altre
affrettatamente. Le cancellature e correzioni della mano medesima mostrano che
il codicetto è autografo e che almeno alcune di quelle rime sono fattura della
persona stessa che quivi le scrisse. Certamente questo ras., dal quale forse mi
avverrà di trarre in seguito altre comunicazioni, è d'interesse capitale per
chi voglia studiare il furbesco del nostro Cinquecento. La ragione per cui
inclino ad attribuirlo al Brocardo non sta solo nella coincidenza perfetta di
questo gergo con quello che il Brocardo usò nella riferita lettera, nè solo
nella fama ch'egli ebbe di maestro nel linguaggio furfantino, ma anche in un
altro fatto che mi pare significante. Tutti sanno che l'episodio capitale della
vita del Brocardo sta nella sua ribellione alla dittatura letteraria di Pietro
Bembo, ribellione che produsse un vero scandalo, che tirò addosso all'infelice
giovine le ire di molti, fra cui quelle di Pietro Aretino, e che forse contribuì
al suo spegnersi immaturo. Quivi è una lunga e interessante lista di rase iUUi
furbi, cioè dei diversi inganni dei vagabondi, nelle loro espressioni di gergo,
ed inoltre ijriomi furbeschi di molti santi. Per questo episodio vedi
Mazzuchki.i.i, II, IV, 219; Vmoiu, F. Berni, Firenze; V. Ci an, Decennio,
pagine 178-183; C. Bertaxi. Pietro Aretino e le sue opere, Sondrio. Come
accennai, erano già scritte queste mie pa Il chiasso fu tale, che in Padova si
formarono due fazioni: quella dei Brocardiani e quella degli anti-Brocardiani
('). Le ire dovettero sfogarsi particolarmente in versi, e si deplora che di
quei versi ben pochi siano giunti a noi (2). Quelli atroci con cui l'Aretino da
vasi vanto d'aver ammazzato il Brocardo, non li conosciamo: nè si conoscevan
finora le risposte con cui certo non mancò di dargli addosso il Brocardo (3).
Quale cosa più probabile che in quelle invettive il giovine poeta usasse il
gergo, che gli era famigliare e che all'invettiva particolarmente riusciva
acconcio? Il modo con cui Bernardo Tasso, in una lettera all'Aretino, cercò
scusare l'amico suo d'uno di quei sonetti non esclude davvero ch'essi fossero
scritti in una lingua incomprensibile (*). Ora, nel codicetto Campori esistono
per lo meno due sonetti diretti contro l'Aretino, nè è detto che non ve ne sia
qualche altro in cui non appaia il nome di lui e che pur lo abbiano in mira.
gine quando comparve il libretto di D. Vitaliahi su Antonio Brorardo, Lonigo,
1902, ove i fatti sono estesamente narrati ed esaminati. Cfr. Ciak. Vedi
Vitamani, Op. cit., pp. 99-100. Il sonetto del ms. della Marciana, che si dice
essere stato scritto dal Brocardo contro l'Aretino (v. Vitaliani, pp. 42-44), è
certo minima parte di quella diatriba velenosa. Dice il Tasso che quel sonetto
« fra Taltre cose, non • s'intende che si voglia dire; e par più tosto fatto
contra una puttana • (Lettere scritte a Pietro Aretino, ed. Landoni. Doveva
essere ben oscuro, se era possibile un dubbio siffatto! Ecco i sonetti, che
sono oscurissimi, volutamente oscuri: La ludovica calca vii baceone masca che
il eapuan Pietro Aretino, con il suo canzonar vago e. divino, l'altrui fama
imbrunisca da Marone. Amor per che il cavato e ver dragone d'ogni osmo di
campagnapellegrino fratengamente travaglia e il lodesino al sfoglioso di
.grandi s'il rippone. Però di salso lui canzona e frappa di maggi loi ch'hanno
già smarrita la calca d'ogni virtude et fatti goi. Acciò ch'a più fratenga et
onta vita ritracchi ognun, li loffiosi suoi errori imbianca con la mista unita
Pietro Aretin, che la tua serpentina Sant'Alto l'ha riffosa in si furore per il
qual speglia e tartisse ogni signore che contra lor non trucchi alla marina.
Fratenga sorte bella e pellegrina che mancando in amor et in ardore in alto
sbigni si ch'a grande onore di cavi liniator sei posto in cima. A vostriso si
riffonde dell'albume d'ogni fiorita cerra nella bolla che batte la gran lenza a
la marina. Ivi Simon il preggiato rosume spande al sono di fiori e poi per fola
con guaschi cavi solazzi Pedrina (!). Il sonetto è irregolare nelle rime e ha
parecchi versi che non tornano. Coi mezzi di cui dispongo se ne intendono bensì
diverse parole e frasi, ma non il senso generale. Solo l'ultima terzina parmi
sia da interpretare così: « Perchè « ognuno ritorni a vita più^dfona e bella, [l'Autore]
con l'unita « lettera scopre la nefandità degli errori di lui [Aretino] » Mi è
chiara solo la prima terzina: A voi si dà del « denaro da ogni bella mano nella
città che batte la gran ; Lii presenza di questi due sonetti, che possono
offrire un saggio del più puro furbesco vèneto, rende assai verosimile, a me
sembra, che al Brocardo appartenga, in tutto od in parte, la raccoltimi del
ìus. Campori. Nella quale raccoltina ricompaiono pure la stanza, il capitolo in
lode del contrappunto o parlar furbesco (l), ed i quattro sonetti, che sono
stampati in fondo al Modo novo da intendere la lingua serga (2): tutti
componimenti che non ri d'acqua a la marina ». Non si creda che il vocabolo
Pedrina, con cui il sonetto si chiude, accenni a Perina Riccia, una delle
amanti dell'Aretino a Venezia. Se è vero che nel 1537 essa avesse soli 14 anni
(cfr. Bertasìi), non poteva il Brocardo alludere a lei nel '31. Inoltre v'è la
frase furbesca satirizzar Pedrina, che vale « darsi buon tempo ». Essa ricorre
in un altro sonetto del codice Campori : Et se in la rasa sguazzare Pedrina ».
(1) Contrappunto dice « farsetto • nel gergo del Pulci e lingua nel gergo
veneto. Il passaggio ideologico è il medesimo per cui i Sardi chiamano il gergo
cobertanza. Due di quei sonetti passarono anche nei cit. Studii sulle lingue
furbesche del Biondelli, a pp. 169-70. Riferisco la stanza correggendone gli
errori con l'aiuto del codice; Chi tuoI far l'arte del buon calcagnante
attenda, che monel vi farà cima. Vostriso il tappo anelle e le tirante, il
basto sodo e gualdi nella lima. Se tu vuoi aste a morrizar raspante, riffbndi
il talian a qualche grìitia. Sul burchio truccarsi per la calcosa e avrai
sempre gonfiata la sfoiosa. Interpreterei cosi : « Stia attento eh*" vuol
fare l'arte del buon compagnone, che lo farò diventar perfetto. Bucati (?)
siano • il vostro mantello e le brache; la giubba sucida; pidocchi « nel! a
camicia. Se vuoi denari per mangiar capponi, dà l'e sca (?) a qualche vecchia.
-Tu n'andrai a cavallo per la terra « e avrai sempre piena la borsa salgono
all'autore di quell'antico lessico, perchè il lessico non serve ad intenderli
compiutamente, e perchè l'editore vi lasciò correre molti errori manifesti, che
nel ms. Campori sono. Quindi la raccolta del codice Campori è anteriore alla
edizione principe rarissima del Modo novo, che. è del 1549. Quel libretto, che
ci rappresenta la lingua dei hianti e dei pitocchi nell'Italia superiore (') fu
Bitinte, come ci insegna la Crusca, vale vagabondo, « che • va intorno
birboneggiando e cercando di truffare il pros« simo » . Questi pericolosi
individui, nelle loro numerose suddivisioni in mendicanti, mercenari,
cerretani, ladri, merciaioli ambulanti, avventurieri, scrocconi, ecc., che
popolarono in Francia le corti dei miracoli, si costituirono in Parigi, fin dal
Quattrocento, in una corporazione avente la sua gerarchia, i suoi statuti, la
sua lingua. Vedi pp. 3 sgg. dell'Op. cit. di A. Vitu, e l'articolo di Fh.
Micukl nel I voi. dell'opera Le mot/en-age et la renaissance, ove alle categorie
dei vagabondi francesi sono accostate quelle dei vagabondi italiani, quali
furono noverate da Raffaele Frianoro. Questo Frianoro è pseudonimo del padre
Giacinto de' Nobili, romano, che nel lò!)4 fu ascritto ai domenicani di Viterbo
e dettò varie opere di religione e riguardanti la storia del suo ordine (cfr.
QukriF-EcHAKD, Script, ord. praedicatorum, II, 408). Per trastullo egli
pubblicò nel 1621, col pseudonimo di Frianoro, un libretto dal titolo II
vagabondo, ovvero Sferza de' bianti e vagabondi, che ebbe varie edizioni
antiche ed una moderna, procurata da Alessandro Torri in Pisa pel Capurro nel
1W28, con le false indicazioni « Italia, F. Didot =• e col titolo di Trattato
dei bianti. Vedi per la bibliografia Passalo, Xovell. Hai. in prosa -, I, 392
sgg. e le aggiunte di A. Tkssieu nel Oiom. degli ermi, e curiosi, li, 555 sgg.
Sono trentaquattro le categorie di vagabondi che il Xobili registra,
esemplificandone con acconcie novellette le gesta. Quivi talora essi parlano
con qualche termine del loro misterioso linguaggio, e persino alcuni dei loro
nomi ritraggono dal gergo: p. es. morghigeri da Morgana « campana ristampato
molte volte (4) ed è finora il principale, quantunque defieentissimo, strumento
che ci sia concesso per intendere, alla peggio o alla meglio, l'antico gergo
furbesco italiano (*). Intorno a quel primo nucleo si potranno raggruppare
molti altri vocaboli da chi sappia convenienteniente trar partito dal codice
tto Cam pori e dai e ruffiti, bruciati, da ruffa « fuoco ». Interessante è ciò
che scrive di codesti furfanti T. Garzoni ne] disc. 72 della sua l'iazza
universale, ove riferisce anche parole del loro gergo, evidentemente dedotte,
insieme con la prima quartina d'un sonetto furbesco, dal Modo novo. Vedil'ediz.
citata della Piazza, Venezia, 1592, a pp. 582 e 584. (li Del Modo novo, dal
1549 in poi, si ebbero una quindicina di edizioni, tutte oggi rare. Si possono
vedere annoverate dal Biicket, Manuel, 111,1784 e dal Pitrè, Bibliografia delle
tradiz. popolari, Torino-Palermo, 1894, pp. 172-73. Il piccolo lessico, come
dice un sonetto proemiale, fu fatto con lo scopo pratico di far intendere ai
galantuomini, per loro difesa, il gergo dei birbanti. Il Modo novo fu dal Torri
accodato, con ottimo pensiero, all'ediz. pisana del Trattalo dei bianti, ed è
questa la ristampa meno difficile a trovarsi, sebbene il libretto sia stato
tirato a soli '250 esemplari. Con poche aggiunte, tutte da qualche testo
furbesco, il Modo novo ritorna, in forma più rigorosamente alfabetica, negli
Studii sulle lingue furbesche di B. Biondelli e nel menzionato volume di Elude»
sur l'argot di Fu. Michel, app. 425 sgg. L'Ascoli, Studii critici, I, 102 n.
menziona come cose diverse dal Modo novo suddetto due pubblicazioni di Pietro e
Giov. Maria Sabio, che i bibliografi registrano, il Vocalmlario della lingua
zerga, Venezia, 1556 e il Libro zergo de interpretare la lingua zerga, Venezia,
15G5. Io cercai indarno di vedere questi due libretti, che non esistono neppure
nella Marciana. Il Michel pure, che li cita a p. 424, non credo li abbia
veduti. Ilo un fiero dubbio che siano, sott'altro titolo, ristampe del Modo
novo, e in questo dubbio mi conferma anche una not3 sgg. Sul gergo dei pastori
del Bergamasco si trattenne re 28 cenni sull'uso dellUnttco gergo FURBESCO e
criminalisti ('). Prescindendo dall'enorme varietà della terminologia oscena,
che si rinnova e si arricchisce di continuo molti termini del plicate volte, in
speciali memorie, A. Tirabosciu, che tornò ad occuparsene in appendice a] suo
Vocabolario bergamasco. Un saggio di gergo torinese fu messo insieme da A.
Vihiglio nell1 opuscolo Come si parla a Torino, Torino, 1897, pp. 38 sgg. Un
elenco di vocabili furbeschi palermitani si trova nell'opera del Pitrè, Usi e
costumi siciliani, II, 319-36. Per altre piccole raccolte vedi la Bibliografia
del Pitrè. stesso ed anche K. Sachs nel Literaturblatt far gemi, und roman.
Pliilotogie, XX, 414. (1) Alcuni fra i contributi dei criminalisti, sebbene non
abbiano scopo filologico, sono preziosi. Pei gerghi della bassa mafia e della
camorra, vedasi il Pitrè, Op. ci/, e Archivio di psichiatria, 111,448-50; X.
271-76: XXI. 9b-101.Per quello toscano, Ardi, cit., XI, 220; per quello romano,
Xicufuro e Sighele, La mala vita a Roma, Torino, 1898 passim, ma specialm.
107-72; per quello piemontese, oltre il cit. Viriglio, Ardi., Vili, 125130; per
quello veneto, Ardi., I, 204-12. Il Soranzo ed il Pitrè registrano un
Vocabolario dei gerghi veneziani più oscuri di L. Pasto, Venezia, 1803. ma a me
non riuscì di averlo fra mani. Questi ed altri materiali pone a profitto, con
osservazioni non tutte inutili, C. Lombroso, nell'ultima ediz. dell' Uomo
delinquente*, I, 531 sgg. 11 libro di A. Xicefoko, // gergo nei normali, nei
degenerati e nei criminali, Torino 1897, mantiene assai meno di quel che il titolo
prometta e gli studiosi del furbesco italiano avranno ben poco da apprendervi.
(2j Nel linguaggio erotico le parole di gergo passano spesso nella lingua o
viceversa. Vedasi la ricchezza delle denominazioni date alle meretrici secondo
gli scrittori napoletani dal sec. XV al XVII in S. Di Giacomo. La prostituzione
in Napoli nei sec. XV-XV1I, Napoli, 1899, pp. £H>-97. Più d'una volta il
Lombroso ha ripetuto dal Dufodr, Histoire de la prostitution, che nella lingua
erotica francese del sec. XVI l'atto venereo aveva 300 sinonimi, le parti
sessuali 400, le prostitute 103. Nel furbesco torinese recentissimo, p. es.,
dice « prostituta » anche bicicletta, forse per analogia con pietà (bicia) che
ha il medesimo senso. gergo antico ricompaiono tali e quali nelle parlate
moderne dei truffatori e dei ladri ('), e vi sono voci gergali che riescono a
penetrare nei dialetti e a farsi accogliere persino nella lingua letteraria
("'). Chi consideri questo, vedrà age Lenza, lima, maggio, perpetua,
dragone, ecc. sono ancor vivi e comunissimi in varie parlate furbesche
d'Italia, nel si-nso stesso che avevano nel Cinquecento. Cosi pure i prouomi
mascherati, come mamma per « io » (nel gergo antico mia madre io •, tua madre *
tu », accanto a simone, monello ecc. per io »; vostriso, vostrodeno ecc.). Cfr.
Lombroso, Op. cit., I, 542-43 e 550. Lustro dice giorno » nel gergo veneto
odierno; Instic nel piemontese. Del gergo piemontese è pure calcusana per «
terra >, l'antico calcosa; magruna per morte », l'antica magra; sfóióse per «
carte >; riaro pungent per aceto », antico chiaro vino » ; viprósa per «
lingua , analogo all'ant. serpentina (Ardi, di psirhialria, Vili, 125 sgg.). E
a Firenze oggi pure è detto in furbesco ridarò il vino », Itnxa l'« acqua »,
raspanti i « polli », fangose le « scarpe »; a Torino fangóse ecc. (Arch. cit.,
XI, 220). Un giuoco di carte fatto per ingannare i gonzi è ancora detto dai
bari trucco delle sfogliose » (..IrcA. cit., XIX, 874). In Valsoana si usa
hriina per notte »; chiarir per « bere »; romene per « bastone », ant. ramengo
; rUf per fuoco » ; barar per « guardare », ant. Ixdcare, ed il bellissimo
marconar per maritarsi », che risponde agli antichi marca « donna » e quindi
meretrice » e marcane « rumano ». La mala vita di Roma conosce tuttora I ih iosa
per « prigione » ; sgrondare per « rubare », ant. grand/re, e grane-io « ladro
»; bianchetto « argento » analogo all'ant. albume; forntica soldato »; grimo «
vecchio » ecc. Invece il furbesco dei manosi e quello dei camorristi non
presentano alcuna somiglianza col gergo antico. Vedi in proposito l'arguto, ma
in qualche parte paradossale, articolo di F. Brcxktiéhk, De la deformation de
la languc par l'argot, in Heiuc de* deux mondes, voi. 47, 1881. pp. -134 sgg.
Nulla di simile s'è fatto per l'Italia e converrebbe tentarlo. Cito solo
qualche esempio. 11 veneto odierno ha sbasir per « svenire » e sbasto nei vari
significati che registra il Boerio: il che richiama lo sbasire « morire » del
volmente che lo studio del gergo può divenire qualcosa più che una semplice
ricerca di curiosità erudita. Nota aggiunta. — Comjjarso la prima volta nella
Miscellanea- di studi critici in onore di Arturo Grraf, Bergamo, Istituto
d'arti grafiche, 1908. Dopo uscito il mio studietto, comparve in Francia un
dotto volume, che sarà d'ora innanzi il vero fondamento per ogni ulteriore
ricerca sui linguaggi furbeschi d'un tempo, Lazark Saisean. L'argot ancien,
Paris, Champion, 1907. Il Sainéan, straniero, profittò del mio scritto, sebbene
lo riguardasse solo fino ad un certo punto; noi conobbe invece, o ne tacque,
Dino Provenzal, italiano, che sui gerghi cittadini fece alcune
considerazioncelle nel suo articolo 1 nuovi orizzonti del folklore, Bologna,
1906, pp. 25 sgg. gergo antico. Nel veneto occorre pure spessegar per «
camminare in fretta », e parrebbe frequentativo di spcssar « andare », che è
gergale, da cui il bello lustro sposante « oggi », quasi « giorno corrente »
(cfr. Ardi, di psichiatria, I, '210). Pel volgo dell'Italia centrale marchese
dice « mestruo », il che ci richiama al furbesco marca « donna». Su ciò cfr.
marque nel Michel, Op. cit., p. 960. Gaia di Gherardo da Camino. Rammentate la
chiesa di S. Nicolò a Treviso? Il superbo tempio dei padri predicatori, che
maestosamente domina" i piccoli edifìci circostanti, s'erge grandioso,
semplice ed elegante sugli svelti colonnati, che sopportano gli archi acuti,
mentre dalle grandi finestre ogivali penetra eternamente giovine il sole, e gli
ex voto frescati nel Trecento ridono nella gaiezza delle loro tinte dalle
colonne e dalle pareti, ed a destra un colossale ti. Cristoforo, pure dipinto a
fresco, guarda sempre ingenuo e stupito il piccolo Redentore che reca in
ispalla. L'edifìcio, tra i più belli e puri del Veneto, è in gran parte dovuto
alla munificenza di quel dotto e pio monaco, di cui in quest'anno Treviso
s'appresta a celebrare il centenario della morte, Nicolò Boccasini domenicano,
che per pochi mesi, in sugli albori del XIV secolo, portò la mitezza della sua
santa anima sulla cattedra pontificale, succedendo col nome di Benedetto XI al
fiero papa Caetani, e s'ebbe poi aureola di beato e presso i suoi concittadini
tanta estimazione, che qualcuno di essi avrebbe augurato, a ricordo di lui, il
nome di Benedetto XV all'attuale pontefice, pure trevisano. Grande venerazione
nutrirono i signori da Camino per S. Nicolò. Il vecchio Guecello dei Caminesi
di sotto, già nel 1272, quando l'attuale tempio non era ancor sorto, volle
essere sepolto apud ecclesia m sancii Nicolai, la modesta chiesa di S. Nicolò,
detta dei pescatori, che un giorno appartenne ai Domenicani; e con ogni
verosimiglianza le sue ossa furono poi trasportate nella tomba che presso la
porta maggiore del nuovo S. Nicolò ordinò fosse a sè costrutta il figliuolo di
Guecello, Tolberto (1317). Là presso riposava ormai da sei anni la sua prima
moglie, Gaia, figliuola di Gherardo da Camino, la nobilis, prndens et honesta
domina Gaia, come la chiama il notaio che rogò il suo testamento nel castello
di Portobuffolò il 14 agosto 1311, la quale aveva lasciato cinquecento lire di
piccoli prò opera et laborerio della nuova chiesa. E nel mausoleo materno,
posto a sinistra di chi usciva dal tempio (nel sec. XVIII se ne vedevano ancora
gli avanzi), mentre la tomba di Tolberto era a destra, volle esser tumulata
l'unica figlia nata da Gaia, la virtuosissima Chiara, che fu moglie al nobil
conte Rambaldo Vili di Collalto e fece testamento il 7 settembre 1348. Presso
la madre e la nonna dormi l'eterno sonno anche Ailice, una delle figliuole di
Chiara, morta nel 1381. Queste ed altre cose molte largamente espone e
documenta, in un recentissimo libro, Angelo Marchesan (l), il quale alle
attestazioni recate Gaia da C'amino nei dorumenli trevisani, in Sanie e nei
commentatori della Die. Commedia, Treviso, tip. Turazza. dall'antico storico
della Marca trevigiana, il Verci ('), altre ne aggiunge dedotte da documenti
sinora inediti, custoditi in depositi pubblici e privati. Non molto aggiungono
i documenti nuovi a quello che di Gaia già si sapeva; ma invece sono preziosi
per farci meglio conoscere le persone che furono a lei più strette di affinità,
particolarmente il marito e la figlia. Gaia nacque, secondo le probabili
congetture del Marchesan, fra il 1265 ed il 1270 dal magnanimo Gherardo e da
Chiara della Torre. Siccome questa mori solo nel 1299, passò Gaia la giovinezza
sotto l'amorosa vigilanza materna, e la madre potè condurla all'altare,
allorché verso il 1293 essa impalmò Tolberto dei Caminesi di sotto. Questi fu
uomo di non comune autorità, prode nell'armi, accorto negoziatore. Va da sè che
i documenti ufficiali non ci dicono se siano stati buoni i suoi rapporti con la
moglie; ma il fatto che egli testò di voler esser sepolto non lungi da lei,
morta nel 1311, non sembrerebbe certo indizio di malevolenza. Indubitato è poi
l'affetto figliale tenerissimo di Chiara, la quale non solo dispose d'essere
riposta nell'arca stessa di Gaia, ma in una sua figlia ne rinnovò il nome, e
forse chiamò Gaia di Del Verci, per quel che concerne i Caminesi, s'era
particolarmente giovato il Mawiiesan nell'altro utilissimo suo volume, che cosi
bene illustra la storia più gloriosa di Treviso e che contiene assai più di
quel che dica il titolo, L'università di Treviso nei secoli XIII e XIY,
Treviso, 1892. Re .1 KB Svayhi Critici. pure una sua figlioccia, ed a suffragio
dell'anima della madre destinò un legato a' poverelli nel suo testamento. Per
quanto la pratica degli atti legali antichi ci premunisca dal dare loro un peso
soverchio per quel che spetta alle condizioni intime dei personaggi a cui si
riferiscono, e per quanto nel frasario e nelle disposizioni di quelli atti
molto si debba alla convenzione inveterata, sta il fatto che il complesso dei
numerosi documenti fatti conoscere dal Marchesati è tale da farci credere Gaia
gentildonna esemplarmente intemerata, e che non si conosce pure un atto della
sua breve vita onde sia lecito trarre qualche legittimo sospetto in contrario.
O come va, dunque, che ormai nella critica dantesca predomina opposta sentenza
? Nella terza cornice del Purgatorio, quella fumosa degli iracondi, s'imbatte
l'Alighieri in Marco Lombardo, che spiegatagli la funzione del libero arbitrio
nelle operazioni umane, assorge da questa considerazione psicologica ed etica
alla teoria politica, svolgendo il principio tanto caro a Dante delle due
autorità necessarie al regolato consorzio umano, l'imperiale e la pontificia,
operanti divise ma concordi; lamenta la degenerazione di quella larga zona
della superiore Italia che francescamente chiamavasi Lombardia, e dice che tre
soli vecchi ancor vivono, « in cui rampogna l'antica età la nuova », Corrado da
Palazzo, il buon Gherardo, e Guido da Castello. Noti sono a Dante il bresciano
Corrado ed il reggiano Guido; ma chi sia il buon Gherardo ùnge d'ignorare. E
allora Marco a stupirsi di siffatta ignoranza ed a replicare: O tuo parlar
m'inganna o e' mi tenta, chè, parlandomi tosco, Par che del buon Gherardo nulla
senta. Per altro soprannome io noi conosco, s"io noi togliessi da sua
figlia Gaia ('). Dopo quest'accenno, tronca il discorso bruscamente: « Dio sia
con voi, che più non vegno vosco » . Ora, l'oscurità voluta di quest'accenno
indusse i dantologi a lunghe discussioni; ma ormai i più autorevoli inclinano a
ritenere che Marco, dopo aver così esaltato il vecchio Gherardo da Camino,
abbia voluto pungere la degenerata figliuola tristamente celebre per la libertà
de' suoi costumi. A non dilungarci in citazioni che riuscirebbero interminabili
e uggiose, basti il dire che la scostumatezza di Gaia parve certa ad un
filologo come il Rajna (*) e ad uno storico e dantista come il Del Lungo (3), e
che ormai passò in giudicato nelle più pregiate opere di consultazione e di
complesso come il Dante DicUonary del Toynbee fpp. 113 e 255) ed il Dante dello
Zingarelli (p. 635). Sarà fuor di strada la maggiore e più autorevole parte dell'esegesi
dantesca, rispetto al picei» Purgai., XVI, 136-140. iSI (fai-a da C'amino, in
Arch. star, italiano, serie o», voi. IX . 103-104. Cfr. i>. lir>. GAIA DI
GHERARDO DA CAMINO ricerca storica intorno ai fotti della sua patria ('),
avendo rinvenuto nell'archivio notai-ile di Treviso un documento in cui Gaia è
detta Goya Soprano, de Camino, suppose che a Dante non fosse ignoto quel
secondo nome dato nel rogito alla contessa, e che quindi con la circonlocuzione
di Marco il poeta venisse a chiamare Gherardo, oltreché buono, anche sovrano.
L'ipotesi potrebbe quadrare se il secondo nome di soprano, ricorresse
abitualmente nei documenti; ma la raccolta del Marchesan ci dimostra che ciò
non avviene e che l'atto notarile fatto conoscere dal Bisca ro è un'eccezione.
Di solito la contessa caminese è indicata senz'altro col nome di Gaia. Ma pur
concedendo, e volentieri lo concedo, che l'Alighieri non sapesse punto esser
quel nome (latinamente Caia) una specie d'anagramma di Atea ("), non è
forse vero che Gaia molto si presta a foggiarne un soprannome? È questo uno di
quei nomi significativi di donna che occorrono cosi di frequente presso i poeti
dello stil nuora e la cui singolare ricorrenza fece pensare al sempre rimpianto
Bartoli ch'essi avessero quasi il valore di quei senhals, con che i trovatori
di Provenza artificiosamente celavano i nomi veri delle donne da loro amate in
rima. E Dante aveva un gran gusto, da uomo medievale che era, d'arzigogolare
sui nomi, come tutti sanno, e sui nomi di Gerolamo Bisc.aro, Dante e Gaia ciò
Camino, nella Gazzetta di Treviso, fin. XV (1878), n. 282 CI) Vedi Ra.jna,
Ardi, r.it, donna in ispecie. Quindi io non vedrei proprio difficoltà alcuna ad
ammettere che abbia colpito nel vero il march. Domingo Fransoni, il quale
levatosi fra i primi a difendere l'onore di Gaia (.'/, sostenne che il secondo
soprannome appropriato dal Lombardo al vecchio Caminese fosse quello di gaio;
opinione alla quale, senza sapere di chi 10 avea preceduto, mostrò di
propendere anche 11 mio carissimo Novati (*). E si noti che la parola gaio ha
nel linguaggio nostro antico una estensione di significato ben maggiore che nel
moderno, forse per influenza di quella specie di camaleonte degli epiteti che
fu il gay di lingua d'oc. Dal più comune senso di lieto, che è dantesco nel
Farad. XV, 60 e XXVI, 102, si giunge a piacevole, a gentile, a nobilmente
giocondo. Quest'ultimo significato è forse nel luogo nostro il più acconcio. E
mestieri, infatti, tener fermo anzi tutto un principio, a parer mio, sicuro:
Dante nel XVI del Purgatorio, deplorando la decadenza del valore e della
cortesia, dicendo l'età sua divenuta selvaggia, non intende alludere
propriamente ad una degenerazione etica, come non ha punto valore
ristrettamente etico l'epiteto buono che accompagna il nome di Ghe (lj Lo
scritto del Fransoni, rimasto generalmente ignoto a chi si occupò della
questione nostra, è nel volume de' suoi Studi cari sulla Dio. Commedia,
Firenze, 1887. Io pure lo avrei ignorato se non era il rinvio del prezioso
catalogo americano del Kocli e poi il resoconto che ne diede il Marchesan, pp.
105 e sgg. Giornale storico della letteratura italiana, rardo da Camino. Buono
per Dante ha senso ben più largo che buono pei' noi; tanto è vero che egli
chiama buono, uè certo per ironia, il Barbarossa nel Pitrg., XVIII, 119 i,1).
Rispetto al costume non fu buono Gherardo, del cui libertinaggio abbiamo indizi
sicurissimi, certo non ignoti al poeto, che potè verificarli coi propri occhi a
Treviso, quando vi andò (*), e Gherardo era vecchio e Rizzardo ormai camminava
con la testa afta. Qualunque portata abbia la digressione dottrinale, di
carattere psicologico e politico, che occupa tanta parte del Purgatorio XVI
(3), è indubitabile che la bontà di Gherardo, come quella dei due vecchi suoi
compagni, è bontà cavalleresca, è curialilas. Fu già da parecchi osservato che
Dante fa qui parlare un uomo di corte, vale a dire uno di quei curiosi tipi, in
cui il poeta sentiva qualcosa di sè medesimo, costretto per tanti anni a salire
le altrui scale, uno di quei tipi che a seconda delle loro qualità personali
potevano elevarsi dal basso mestiere del buffone all'altissimo del diplomatico;
ma che tuttavia vivevano della magnanimità dei signori e dovevano quindi
tenerla in altissimo conto, non meno di quel che facessero (1; Cfr. il volume
Con Dante e per Dante, Milano, 1899, pp. 82-83. Basserjiaxn, Orme, trad. Gorra,
pp. 437 e 447; Zixgareli.i, Dante, p. 204. Sul valore di questa digressione,
vedasi l'opuscolo di M. Los aito, Xel terso rerchio ilei Purgatorio, Torino, i
poeti girovaghi di Provenza (')• La perfetta curialitas equivaleva alla
perfetta nobiltà, che secondo Egidio Romano (il cui De regimine principimi non
fu ignoto all'Alighieri) consisteva in quatti'o virtù: la magnanimità, la
magnificenza, V ingegnosa dolcezza, l'affabilità (*). Della nobiltà l'Alighieri
parla a lungo, con molte e sottili distinzioni scolastiche nel trattato IV del
Convivio, ed ivi cerca l'accordo fra la nobiltà del sangue e quella dell'animo.
Ora è cosa notevolissima che in quel trattato appunto, nel cap. 14, egli invoca
l'esempio di Gherardo, siccome quello d'uomo senza possibilità di contestazione
tiobilissimo: « Pognamo che Gherardo « da Camino fosse stato nepote del più
vile vil« lano che mai bevesse dal Sile o dal Cagnano, « e la obblivione ancora
non fosse del suo avolo « venuta, chi sarà uso di dire che Gherardo da « Camino
fosse vile uomo? e chi non parlerà « meco, dicendo quello essere stato nobile?
Certo nullo, quanto vuole sia presuntuoso, perocché « egli fu, e ha sempre la sua
memoria ». E però Vedi specialmente la felice indagine di F. Colagrusso, Gli
uomini di corte nella Dio. Commedia, ove sulla cortesia del buon Gherardo sono
osservazioni degne di nota. Studi di letteratura italiana, II, 51-55. f2)
Sull'evoluzione del concetto di nobiltà nei tempi di Dante ai leggano le belle
pagine di K. Vossler nel suo libretto or oia uscito in luce, Die
philosophiachen Grundlagen ztim • aflsSUI Heidelberg. 1904, pp. 24 e sgg. Sulla
parte che aveva l'amore in questo concetto della nobiltà cortese, vedasi Covati
nel voi. Arte, scienza e fede ai giorni di Dante, Milano. a buon diritto
Benvenuto cosi intende l'epiteto buono! « Hic fuit viitotus benignus, bumanus, « curialis,
liberalis et amicus bonorum: ideo an * tonomastice dictus est bonus ». Le qualità cavalleresche sopra indicate il
poeta riconosceva tutte nel degno signore trevisano, al cui palagio si recava
ancora per antica simpatia, sebbene a motivo della vecchiaia non andasse più
altrove, maestro Ferrarino, il gran conoscitore della poesia trobadorica ; e
Gherardo ed i figliuoli suoi (fra cui Gaia) « li fasian grand « honor e'1
vesian voluntera e molt l'aquliau * ben e li donavan voluntera » (x). Ma a
differenza dagli altri due vecchioni una prerogativa avea il Caminese che agli
altri non era propria, la gaiezza, la giocondità. E per dir questo il poeta
ricorre allo spediente ingegnoso di far rammentare la sua figliuola, la quale
Gaia appunto chiamavasi, ed incline com'era (non meno del padre) alle «
delegazioni amorose », chissà non rispondesse a ciò che un giullare del tempo
scrisse delle concittadine di lei: De le donne da Treviso: queste soii
cavalcareselie ; sempre con allegro vitto, tutte quante zentilesche: Su
Ferrarino e sul svio famoso florilegio, recpiitemente edito, cfr. G. Bertoni
nel Giorn. stor. della leti, italiana, XLII, 378 sgg. Vedi Casini, / trovatori
nella Marca Trevigiana, in Propuynalore. lei liei balli e delle tresche limino
ben ile saver fare, e poi san bea solazare con ognun gentil barone [}).
irfliezza e giocondità codeste, che erano in piena relazione con la vita
tradizionale nella Marca, tanto conforme ai gusti degli uomini di corte. Cosa
notissima è infatti che segnatamente nel sec. XIII fu Treviso ricetto di bella
e fresca coltura, teatro di feste amorose, di giostre, di tornei. Non è certo
d'uopo di rammentare ai lettori colti la festa del castello d'amore, bizzarra,
elegante, fastosa, di cui ci serba memoria il cronista Rolandino (2). Noi
troviamo Trevigi nel cammino, che di chiare fontane tutta ride, e del piacer
d'amor che quivi è fino, scrive l'autore del Ditt amondo (III, 2). Là sulle
rive del limpido Sile parve che rivivessero in una primavera italica le
tradizioni cavalleresche d'oltralpe, e insieme al canto dei trovatori
echeggiarono le leggende classiche e carolingie nella * jojose marche del
cortois trivixan >. Questo verso appartiene al poema franco-veneto della
Entrée de Spagne, al quale poema, ed all'arguto (l) Versi editi da T. Casini
nel Propugnatore del 1882 e rammentati, nel libro sull'università, dal
Marchksax e poi anche dallo Zenatti. C2\ Per questo e per altri particolari
della vita nella Marca, vedansi i capitoli 111 e IV della citata opera del
Marchesa», L'università di Treviso. lai d'Aristote, che è una specie d'apoteosi
della potenza d'amore, pare certo s'inspirasse un pittore venerando in certi
suoi freschi preziosi della fine del dugento o del principio del trecento, che,
scoperti in una casa privata di Treviso, furono nel 1902 allogati nel museo di
quella città dal dotto e benemerito cittadino che risponde al nome di Luigi
Bailo ('). Quelli affreschi, e gli altri ugualmente antichi di cui si
conservano i resti nella loggia de' cavalieri, ove i nobili si accoglievano a
sollazzo, ammirandovi ritratte le leggende di Troia, stanno a dimostrarci che
nella terra de' Caminesi tutte le arti si davano la mano per render gioconda e
raffinata la vita. * E ora ammainiamo le vele. Che Marco Lombardo, trattato
male, a quanto sembra da Rizzardo da Camino, abbia potuto riguardare come una
tentazione la dimanda di Dante rispetto al buon Gherardo, e non abbia voluto,
per non abbandonarsi all'ira, biasimare nei figli di lui la natura parca che
altrove (Farad., Vili, 82) Carlo Mai-fello lamenterà discesa in Roberto
Angioino, il re da sermone, non è improbabile. Di ben altro che d'avarizia era
Su quelli affreschi veramente notevolissimi abbiamo sinora solo una relazione
del Bailo stesso e la nota di V. GiiEStwi negli Atti dell'Istituto veneto,
tacciabile Rizzardo, ed il poeta infligge a lui In condanna in luogo più
acconcio, e per altra bocca. L'intemerato e sdegnoso uomo di corte, invece, che
deplora la degenerazione penetrata nei nobili della Marca, integra con la sua
seconda designazione la prima. Gherardo non ha soltanto in sè tutte le doti
della curialitas, per cui fu detto antonomasticamente buono; gli si può
appropriare un altro soprannome, togliendolo da sua figlia Gaia, ed allora egli
apparirà qual'è, non solamente generoso, liberale, arrendevole, affabile, ma
anche giocondo, della bella ed artistica giocondità della sua patria. Nessun
dato serio di fatto ci consente di credere che la gaiezza di Gaia (seppure ella
fu gaia non solamente nel nome) abbia oltrepassato i limiti dell'onestà: tutti
i documenti cospirano a farcela invece ritenere figliuola amorosa, moglie
esemplare, madre teneramente amata; la cruda attestazione dell'Imolese più che
con l'esagerato desiderio di contar fatterelli piccanti, di cui Benvenuto fu
ghiottissimo, più che ad una amplificazione maligna del nome della gentil donna
e della chiosa del Laneo, è forse dovuta ad un equivoco. Ma se anche qualcosa
di vero vi fosse nella imputazione di « tota amorosa » inflitta a Gaia; se
anche, nella giovinezza, i suoi costumi fossero stati alquanto leggieri, come
certamente furono quelli del padre e quelli dei fratelli, non è il caso di
credere che a ciò volesse accennare il poeta divino. Molto indulgente ei fu
sempre ai peccati d'amore, massime in donna nobile e per altri Rfmrr Svaghi
Critici i rispetti stimabile. L'altro requisito, che meglio serviva a
caratterizzare Gherardo, era la giocondità. Nessun soprannome onorevole poteva
venirgli da una figlia scostumata; ed il cognome della figlia era, in questo
caso, quello del padre, sicché chi avesse ignorato l'uno non poteva ricever
lume dall'altro. Nota aggiunta. — Nel Fmiftdla della Domenica, 24 gennaio 1904.
L'opinione qui sostenuta, che Dante non volesse punto infamare Gaia, fu, dopo
quest'articolo mio, patrocinata da L. Bailo nel Nuovo Archivio veneto, N. S.,
VII, P. II, pp. 433-38; da Luigi Colktti nello scritto Gaia e Rizzardo da
Camino, Treviso, Zoppelli, 1904; da G-. B. Picotti in un articolo su Gaia da
C'amino che si legge nel Giornale Dantesco, an. XII, quad 6°, e quindi nel
volume / Caminesi e la loro signoria in Treviso, Livorno, Giusti, 1905; da
Mario Cevolotto, Dante e la Marca trevigiana, Treviso, tip. Turazza, 1906; da
F. Torraca in enti-ambe le edizioni del suo ottimo commento al poema dantesco;
da A. Medix nella Ras», bibl. della Ietterai, italiana, XIII, '210-11. Invece
ritornò all'antica credenza che Dante nominasse Gaia a vitupero Pio Eajsa nel
Bullelt. della Società Dantesca italiana, X S., XI, 349 sgg. Egli non mi ha
persuaso: ma d'un particolare di fatto conviene tener conto: che la sgualdrina
caminese menzionata da Giovanni da Non non si chiamava Gaia (vedi le pp. 355-56
del Rajnaj. Ed un secondo particolare di fatto voglio richiamare. Secondo una
dimostrazione inoppugnabile di M. Barbi nel citato Bullett., X. 8., XV, 213
sgg., il commento del cosidetto Talice da Eicoldone, che io fui il primo a
studiare, mostrandone l'affinità con quello di Benvenuto, non è sostanzialmente
altro che l'esposizione del poema fatta a Bologna da Benvenuto medesimo. Il
Vànnozzo. Chi era costui? La domanda, da parte del pubblico anche non
mediocremente colto, è davvero più giustificata di quella che rivolgeva a sè
medesimo il più celebre dei curati a proposito d'un filosofo antico punto
oscurissimo. Di Francesco di Vaunozzo non da molti nè da molto tempo si
bisbiglia. E ben vero, che già nel 1825, Niccolò Tommaseo, con quel suo ingegno
acuto, di pensatore edi artista, ravvisava l'importanza di certe rime politiche
del Vannozzo edite per nozze dall'abate Andrea Coi e minuziosamente le
commentava ('). È ben vero che dopo d'allora, attingendo a quel preziosissimo
cimelio che è il codice n. 59 della biblioteca del Seminario di Padova, ove si
conserva per intero il patrimonio poetico del rimatore spontaneo e bizzarro
(2), parecchi eruditi fecero conoscere qualcosa di lui, massime il ghiNon pago
di quello studio giovanile, tornava il Tommaseo sul Vaunozzo nel Dizionario
d'estetica (1860), I, i'27 sgg. La tavola del codice è già nell1 Indire delle
carte dì P. Bilan edizione il907). — Tal quale nella prima edizione, del 1898.
Gescli. der ital. Liti., II (1888>, p. 80; nella traduzione. 2=> ediz.,
II, 1, 79. !p. 1G9). Sapeva di musica più che mediocremente; adattava a' suoi
versi le melodie popolari ovvero quelle dei musicisti stranieri; sonava con
maestria più d'uno strumento. Sciolte e gaie, tutte conteste d'allusioni
mordaci e talora d'espressioni gergali, gli fluivano dalle labbia le rime. Al
pati del suo più tardo confratello, il Pistoia, con cui ha vari punti di
simiglianza, di tutto ciò che gli capitava sott' occhio faceva sonetti,
canzoni, frottole. Souetti e canzoni, che dai motivi tradizionali burleschi,
dalle movenze proprie ai buffoni, dalla satira personale sguaiata, assorgevano
talora ad alti argomenti politici, s'ingentilivano in rime d'amore d'un
petrarchismo cosi vivo e sano e sentito, quale poche altre volte al Trecento
venne fatto d'udirne. Esemplari di ciò i due magnifici sonetti al giardino, uno
dei quali, d'una freschezza mirabile, malgrado qualche lombardismo nella
dizione, voglio riferire per saggio: Gaio e zentil zardino adorno e fresco,
dove per suo piacer la Dea s'asconde, inclina verso me tue fresche fronde se
per parlar un poco non t' incresco. Io sono il cor del tuo frate-I Francesco,
quel che sì crudelmente Amor confonde; da te mi parto e non so veder donde, mia
morte fuggo, in cui tanto m'adesco. Sol un rimedio trovo a la mia doglia, che,
se '1 fie mai eh' a te costei si stenda, tu faccia lagrimar ciascuna foglia e
gli arbor tutti mia rason difl'enda. Perfin ch'ella non è mossa de voglia i
fiori e l'erba sta giudea riprenda, e s'ella vi domanda: « A che piangete? »
ognun risponda: « Pietà non avete. » (') Il poeta, che sapeva trovare accenti
così aristocraticamente soavi nella poesia d'amore; il poeta che con balda
prosopopea faceva, inv ocare dalle città italiane il conte di Virtù a redentore
d'Italia e con verace inspirazione accomiatava quella manatella di sonetti
dicendo: Dunque correte insieme, o sparse rime, e gite predicando in ogni via
che Italia ride e ch'è giunto il Messia; il poeta capace di questi e d'altri
sentimenti gentili e generosi, come s'incanagliava talor nelle bettole e nei
bordelli, attratto dalla follia del dado e dal fascino dei mali compagnoni e
delle male femmine, cosi si sbizzarriva nelle frottole saltellanti e procaci,
vere orgie poetiche. Una di quelle frottole, la frottola del mariazo, è una
specie di farsa popolare in embrione, riflesso senza dubbio, come il Levi
dimostra dottamente, d'altre consimili rappresentazioni profane, che per non
esser state fissate con la scrittura il tempo c'invidiò. Strano, dunque, mutevole,
randagio, questo Vannozzo; un po' cantampanca, un po' uomo di corte, un po'
confidente di principi e gran signori; riproduzione, debitamente modificata in
conformità alla temperie italiana, Seguo la lezione data dal Levi a p. 420,
solo modificando l'interpunzione nelle terzine. Il sonetto fu molte volte
stampato. E desideratissima l' edizione critica di tutte le poesie del
Vannozzo, che il Levi ha già pronta. dell'antico giullare francese; senza
speciale coltura, ma tutto spontaneità e brio, tutto vita, tutto arte non
riflessa. In altri termini, un rappresentante sincero di quella scapigliatura,
che all'età nostra critica piace tanto, perchè vi ravvisa riflesso più
genuinamente il vario atteggiarsi dell'anima umana. Documenti rintracciati
permettono al Levi di ricostituire la biografia del personaggio bizzarro,
rispetto alla quale sinora s'era brancolato nel buio. Non veronese egli fu, nè
trevigiano di Volpago, sì bene padovano, figlio a Giovanni di Bencivenne
d'Arezzo, detto Vannozzo, fido cortigiaao di Francesco I da Carrara e da lui
regalato d'una casa in Padova. Erano codesti Vannozzi, o Vannucci che dir si
vogliano, telaroli toscani, di cui alcuni fecero quattrini, comprarono terre,
divennero prestatori e banchieri. Non cosi il nostro Francesco, cui tormentava
l'assillo della irrequietezza e fors' anche la tendenza a quell'onesta pigrizia
che le Muse tanto volentieri consigliano. Egli fu povero in canna e della
miseria sua ebbe a lamentarsi in rima più volte, piacevoleggiandovi sopra per
meglio intenerire i potenti e stuzzicarne la vanagloria munifica. Per quanto
ingegno e buona volontà ci abbia messo, non riusci al Levi di diradare del
tutto quel tenebrore che avvolge le vicende del Vannozzo; tuttavia, mercè sua,
parecchia luce è entrata là dove prima era buio pesto. Congettura
plausibilmente il novello critico che sino al 1358 messer Francesco non si
movcsse da Padova, ove era nato fra il '30 e il '40. Da Padova s'allontanò
forse la prima volta nel 1363, ma la abbandonò solo nel '73, per motivi politici,
caduto in disgrazia al Carrarese dominante. Dopo quel tempo si stabili a Verona
presso gli Scaglieri; ma caduti gli Scaglieri nel 1387 e poco appresso anche i
Carraresi, si volse a quella meta a cui sembrava che Fortuna avesse diretto la
sua ruota, la corte di Milano. Fu composto intorno al 1389 quel canto con cui
il conte di Virtù, Giangaleazzo Visconti, è invocato come messia d'Italia, e
con esso si chiude il codice del Seminario ed il Vannozzo ammutolisce. Non è
improbabile che poco appresso sia morto, chissà dove. Da Padova e da Verona
fece frequenti escursioni a Venezia, a Ferrara, a Bologna. A Bologna, tra il
1377 e il 1378, gli saltò persino il ticchio di frequentare lo Studio; ma ben
presto fu travolto dai bisogni aspri della vita e se ne ritrasse. Se lo si
chiamò maestro, fu per l'arte dei suoni, in cui davvero si formò reputazione. A
Bologna ebbe un processo, per violenze, la moglie del Vannozzo, Orsolina, una
parmigiana, di cui non ci è rimasta se non quella traccia criminale, sebbene di
criminalità non obbrobriosa, ma che pur sembra non facesse cattiva compagnia al
rimatore girovago, perchè morta giovine egli la pianse in un sonetto alquanto
rugginoso ma efficace. Stima il Levi non impossibile che il Vannozzo passasse
qualche tempo, con Marsilio da Carrara, in Avignone e che in Francia si
trattenesse, imparandovi la lingua del paese o desumendo dalla poesia e dalla
musavi francesi elementi ohe trasferì nelle proprie. Pollando su d'un accenno
ili certo sonetto di Antonio Del d'aio diretto al Vanuozzo [). "14*0,
ritenne pure il Levi che questi siasi recato in Catalogna ed in Fiandra: ma a
vero dire su tutti codesti viaggi fuori d'Italia avrei diverse, e non tutte
spregevoli, ragioni da accampare. Comunque sia, che facesse un gran girare non
è dubbio, ed il fatto ch'egli esercitò per qualche tempo la dura professione
del corriere vale a persuadercelo più d'ogni altra cosa. Mentre i suoi
famigliari, più pratici di lui. s'arricchivano col traffico, il povero poeta
snodava le membra poco impedite dalla polpa e s'inzaccherava i calzari, con la
borsetta a lato ed il bordone in mano, sotto pioggie e sotto nevi, ovvero
s'impolverava dardeggiato dal solleone, sulle poco comode strade del tempo. E
ben volentieri, talvolta, trattenevasi a conversare nelle osterie mal
frequentate, ove non poteva resistere alla tentazione del dado, fatale ad altri
poeti suoi contemporanei. E là e per le piazze, quand'era di umor lieto,
buffoneggiava. Amato, per la vena faceta, per certa accortezza nativa, pel dono
di verseggiatore e di musicista, dai signori, prestava loro servigi ora umili
ora onorevoli. Che fosse addetto ai falconi, come il Levi sospetta per un
momento, non v'è ragione plausibile che induca a crederlo: ma invece è certo
che l'occasione lo trasmutò di corriere in soldato e che fu ferito ad una
coscia. Vuole il Levi che ciò IL VAXNOZZO seguisse nel novembre del 1372.
allorché alle l'rcntelle fu combattuta tr;i Padovani e Veneziani una battaglia.
Così gli fu presto tronca la rarriera d'anniderò, che, forse, al suo inesaurihile
talento d'avventure non ispiaeeva. E siccinui' nell'eccitabile fantasia di lui
tutto prendeva vita e parola, ne vennero i piacevoli sonetti a dialo.no tra lui
e la rem'lfu. cioè il giavellotto che l'avea colpito. Le peregri nazioni del
Vannozzo, come misero alla prova l'infaticabile e non ordinaria abilità ili
ricercatore del Levi, così gli concessero eli tracciare, con un bel gruzzolo di
dati nuovi di t'alio, la storia politica e letteraria delle città in cui dimorò
e delle quali son vestigia nell'opera sua. Questo praticò con estrema
larghezza, che non è prolissità di parole, ma è, se cosi fosse dato esprimersi,
prolissità di fatti. Peccato giovanile perdonabilissimo, di cui egli, con la
seconda parte del titolo dato al libro, cercò di produrre anticipata
giustificazione. Meniamogliela buona, giacché in vero questo studioso ci sa
dire di gran cose anche recondite. La prima città in cui il Levi si trattiene
è, naturalmente, Padova, ove il Vannozzo ebbe a goderò le poche gioie ed i non
pochi travagli (iella giovinezza spensierata e pur melanconica. La città,
suntuosa e sucida, i signori che vi dominavano in quel tempo, il palazzo
carrarese, lo stato della coltura, la bella schiera di umanisti e di uomini di
lettere che vi trassero, richiamati dalla presenza del Petrarca, gli uomini di
corte e i giullari che vi bazzicavano, principe fra essi quel messer Dolcibene
celebrato dal Sacchetti, tutto è qui rammentato, descritto, documentato. Balza
fuori specialmente una figura pressoché nuova, quel Niccolò Beccari da Ferrara,
fratello del poeta Antonio ('), che in gioventù era sceso nel purgatorio di San
Patrizio, e poi fu precettore di Francesco Novello da Carrara, amico del
Petrarca e famigliare di Carlo IV imperatore. A Ferrara il Vannozzo non si
fermò a lungo: non gli piaceva la città allora meschina, senza nessuna, se ne
togli la vetusta cattedrale, di quelle attrattive edilizie onde la ornarono i
principi del Kinascimento ed in ispecie Ercole I: non gli piaceva l'aria bassa
ed insalubre; non gli piacevan gli uomini, millantator pomposi e gran busardi,
nei fatti vili e nel parlar gaiardi. La vita di corte allora v'era
parsimoniosa: i signori, anzichenò grossi, più si dilettavano di giuochi d'armi
e di buffoni che non di artisti e di letterati. Lo Studio solo nel 1891 divenne
genefi) Su l'uno e su l'altro Beccari s'aggirerà una monografia del Levi che
ormai si viene stampando. Questo lavoro sarà di grande interesse per le
relazioni della coltura italiana con Carlo IV e i Boemi. ì ale. Tuttavia a
Ferrara erano stati il Petrarca, Donato degli Albanzani, Benvenuto da Imola; e
dei letterati che il Vannozzo potè conoscervi, o sicuramente vi conobbe, tiene
il Levi lungo ragionamento. A Verona il Vannozzo era stato più volte ed aveva
carteggiato in rima con l'oscuro rimatore Pier della Rocca, allorché lo chiamò
a quella corte, a nome del Signore, l'umanista Antonio Del Gaio da Legnago.
Colà fissò radici nel 1382, presso Antonio della Scala, bastardo fratricida,
che ai piedi della bionda Samaritana da Polenta, di cui era pazzamente
innamorato, profondeva ricchezze, circondando d'ogni maniera di sfarzo e d'ogni
raffinatezza d'arte la donna godereccia e perversa. Colà vide, e segui rimando,
il tramonto e la rovina della superba dominazione scaligera. Colà visse intensa
vita d'intelletto coi dotti che vi soggiornavano, Gaspare Broaspini, Leonardo
da Quinto, Taddeo del Branca, Guglielmo da Pastrengo e altri non pochi. Tra gli
ufficiali della cancelleria scaligera ebbe amico Niccolò degli Scacchi; ma gli
furono avversi quattro altri tra i quali i più noti sono Alberico da Marcellise
e maestro Marzagaglia. Curiose novità ci sa dire il Levi di quelle battaglie a
punta di penna, e non meno curioso è l'osservare come in Verona lo spontaneo
bohémien padovano s'acconciasse alla moda favorita dal trattatista e rimatore
Gidino da Sommacampagna e dietro il suo esempio si lambiccasse il cervello con
gli acrostici, le poesie trilingui ed altri giocherelli eli sapor medievale,
finché un bel giorno, infastidito, mandò al diavolo tutta quella zavorra. Assai
interessante è quanto il Levi ci sa dire del Vannozzo a Venezia. Qui non la
corte di un mecenate, ma la opulenta regina delle lagune, prodiga d'ogni
maniera di sollazzi. I venturieri vi trovarono sempre il fatto loro, e non meno
dei venturieri i poeti. Neil incantevole città il nostro rimatore immergevasi
nei bagordi e nei giochi, frequentava gente gaia e senza scrupoli, ma al tempo
stesso s'inebbriava di quella vita fulgida e satura d'arte, e osservava. Le sue
frottole veneziane sono scritte durante la guerra di Chioggia; qualcuna, come
quella lunghissima « Perdonime ciascun s'io parlo troppo >, che fu edita, e
infelicemente, dal solo Grion, ha intento politico e si sviluppa talora con
solennità epica dal saltellio usuale frottolesco; quella del mai-iaso invece è
un quadro magnifico di costume. Il Levi è meraviglioso nella illustrazione di
quei difficili componimenti e delle altre rime vaunozziane, che burlescamente o
satiricamente rappresentano tipi veneziani allora noti quanto oggi oscurissimi.
Il soggiorno del Vannozzo presso il conquistatore di Verona e di Padova,
Giangaleazzo Visconti, al quale i poeti del tempo inneggiavano come a
rivendicatore d'Italia (dovevano pure i poeti, due secoli dopo, ubbidire ad un
miraggio non dissimile intorno a Carlo Emanuele I di Savoia), il soggiorno,
ripeto, presso Giangaleazzo, offre occasione al Levi di rappresentare in un
quadro ampio e finito la vita materiale ed intvllettuale sfoggiata, che in
Milano si conduceva, non solo a' tempi del conte di Virtù, ma anche a quelli
de' suoi antecessori immediati, Bernabò e Galeazzo. Con felice industria
raccoglie e conserta il nuovo critico le molte notizie già note specialmente
per le fruttuose ricerche del Nbvati e del Medin, e molto aggiunge di suo, e
figure e figurine di gran signori, di umanisti, di letterati d'ogni genere fa
spiccare su quello sfondo. Sfoggio grande d'erudizione senza dubbio intorno
agli otto sonetti patriottici bene immaginati ed alla tediosa canzone morale,
gli uni e l'altra al conte di Virtù, che il Vannozzo compose; ma sfoggio non
vano. Segue nel libro lo studio interno, anzi intimo del verseggiatore.
Osservatisi in esso elementi francesi, ma non tali, a parer mio, da esigere che
il poeta li attingesse in Francia. La gran valle padana era tutta irrigata di
costumanze e d'arte francesi; e non era mestieri varcare le Alpi per esserne
imbevuti (';. Maggior peso hanno forse i riscontri musicali. Che, in teoria ed
in pratica, abbiano '1.» Con la massima cautela voglionsi interpretare certi
accenni a viaggi remoti, che occorrono nelle rime del VannoEzo. Questo dei
viaggi, per lo più imaginari, è accenno tipico dei vanti giullareschi e se ne
ha esempio celebre anche nel contrasto di Cielo d'Alcamo. per questa parte
influito sul padovano il Machault ed il Deschamps, sembrami ben dimostrato; ma
dubito se anche per la musica, in cui fu maestro, il Vannozzo dovesse proprio
recarsi all'estero. Le nostre raccolte di liriche musicali hanno testi e
melodie francesi in quantità, testi e melodie che durarono per secoli, e di
cui, a traverso alle intavolature del Petrucci e d'Andrea Antico, s' hanno
vestigi fin nel seicento. Ciò nondimeno le indagini che il Levi pratica intorno
alle cognizioni musicali del Vannozzo sono una delle parti più belle e nuove
del poderoso volume. Credo ch'egli colpisca nel segno allorché viene a
concludere che il nome alquanto misterioso di ciciliana, dato a certi
componimenti musicali, riguardasse la melodia più che la forma poetica. Le
canzoni, le ballate, i rondelli che il Vannozzo avea (e pei' far ciò di recarsi
in Francia con la persona non aveva proprio bisogno), egli le eseguiva su vari
strumenti musicali, massime sul liuto e sull'arpa. Se veramente azzecca giusto
il Levi in un suo ragionamento sottile quanto ardimentoso, il padovano nostro
avrebbe anche inventato uno strumento da fiato, la calandra. Non meno
fruttifero è l'insieme degli elementi popolari che il Vannozzo fece suoi con
inesauribile franchezza di assimilazione. La tendenza giullaresca, che si sfoga
in lui nel cinguettìo e scintillio della frottola, e nel tempo medesimo l'abito
democratico conseguito per nascita e l'invigorito per elezione, lo indussero a
trar molto della sua vitalità artistica dal popolo, ch'egli osservava ed amava,
nonché dalla borghesia, ch'era popolo grasso. Echeggiano nelle sue rime varie
leggende; fan capolino tipi comici che forse erano appartenuti ad un teatro
popolare perduto per noi C1); variamente risuonano e talora riddano
fragorosamente termini dialettali senza numero, specialmente veneziani e
pavani, che mettono a dura prova le nostre cognizioni glottologiche; si fan
sentire di tanto in tanto le note aspre e chioccie del gergo usato nelle
taverne fra giuocatori arrabbiati, fra compagnoni alticci, fra scozzoni di
scuderia, fra femmine allegre e sciolte; s'allarga e si scompone la cerimonia
di rito nel gustosissimo mariazo. Accanto a tutto questo vive la tradizione
letteraria, vive e frutta. Non è la tradizione classica, ma quella dei due
maggiori toscani, saputi e ammirati anche nel nord dell'Italia, Dante e
Petrarca. Quanto di Dante e quanto del Petrarca risuoni anche nelle poesie del
Vannozzo è dal Levi benissimo dimostrato. Col Petrarca aveva il padovano comune
l'origine aretina; erano contemporanei; s'amarono e poi per ragioni non chiare
ruppero la loro amicizia. Avea famigliarità col Petrarca il padre del Vannozzo,
e Xon ne] Vannozzo, ma in un imitatore di lui. posteriore di poco, Giovanni de
Bonis, il Levi ha scovato un accenno a pulcinella, d'importanza straordinaria,
perchè sconvolge tutte le ipotesi recenti sul]' origine di quella maschera.
Vedi p. 381 nota. Bemer Svaghi Critici 5 6 del Camposanto pisano, le
riproduzioni presenti rifuggono costantemente dalla banalità, che suol essere
la malattia consueta degli illustratori da strapazzo. Più che all'arte si bada
al carattere; e pel carattere sono notevoli le storie raffigurate in certi
antichi cassoni nuziali e le figure desunte dal Tacuinum Sanitatis del
Hofmuseum di Vienna e da quello non meno rilevante della Casanatense. Se in questa
larga maniera di concepire e d'integrare la critica il maggior merito è del
giovine e perspicace autore, conviene pure assegnarne qualche parte alle scuole
onde è uscito, l'Università di Pavia, ove compì il corso normale, e l'Istituto
superiore di Firenze, ove completò ed affinò la sua educazione scientifica.
Era, in origine, questo volume, un capitoletto alquanto smilzo d'uno studio
destinato a considerare i poeti borghesi del sec. XIV, tema caro al Levi, su
cui egli si propone di ritornare quanto prima. Il capitolo prese consistenza ed
estensione d'opera a sè, dopoché all'autore balenò l'idea di fare del Vannozzo
quasi il centro ed il rappresentante della letteratura lombarda. Veneto,
veramente il Vannozzo era, e nel Veneto trascorse la maggiore e miglior parte
della vita sua, e veneti furono i vernacoli a lui più famigliari; ma il Levi
ch'i alla regione lombarda quella larghezza che le era propria nella
nomenclatura medievale e trecentesca. Lombardia chiamavasi in quel tempo il
vasto territorio dominato dalle più splendide signorie, disposte attorno al
corso medio ed inferiore del Po, quelle di Milano, Verona e Padova al nord, di
Ferrara, Bologna, Ravenna e d'altre terre di Romagna al sud. Nella vita
spirituale del Trecento quest'ampia regione ebbe un'importanza che sinora non
le fu riconosciuta e di cui la storia delle lettere perdette ogni chiara
visione, dopoché l'aveva intuita l'intelletto penetrante del Tiraboschi.
Rivendicare il Trecento lombardo (p. 425) divenne l'intento del libro, il quale
intento ne spiega, anzi in parte ne giustifica, la larghezza. Raccogliendone i
risultati nella conclusione, il giovine filologo, che è sempre garbato e spesso
vivace espositore, scrive pagine calde di vera eloquenza. L;i gran luce
raggiata dalle tre corone indusse il generale convincimento che il Trecento
letterario fosse toscano. Il Levi, invece, ritiene che debba essere distinta la
prima dalla seconda metà del secolo: predominò la Toscana nell'una, prevalse la
Lombardia nell'altra. Di fronte al fiorire delle signorie altitaliane, il
primato fiorentino decadde. Altre correnti culturali entrarono nella vita
italiana e l' animarono variamente; altri ideali furono proseguiti, e la lirica
attinse alle sempre fresche sorgenti popolari, si rinsan (j-iiò al contatto della
poesia musicale francese. Tra queste nuove tendenze ed il tradizionalismo
conservatore del centro toscano sarebbe accaduta una vera e rude scissura se
non l'avesse impedita una energia latente, ma formidabile, * il eulto e l'amore
per i due grandi randagi « del Trecento, Dante e il Petrarca » (p. 385). Questo
culto impedì lo sdoppiarsi della letteratura italiana; e quando, nel territorio
lombardo, sbocciò il più bel fiore della poesia ribattezzata nel classicismo, i
Libri degli amori del conte di Scandiano, tutta la freschezza degli elementi
lirici lombardi vi ravvivò l'imitazione petrarchesca. Non altrimenti la
pittura, spentosi il grido che intorno a Giotto sonò cosi alto, rinvenne nelle
botteghe degli artisti padovani, ferraresi e veronesi quelli instauratori
robusti e vitali la cui arte naturalista dovea metter capo al grande Ma u
taglia. Che la dimostrazione d'una tesi tanto importante e nuova sia piena ed
incontrastabile nel libro del Levi, non dirò certo. Ma il contributo di fatti
che egli recò a sostenerla è dei più ragguardevoli, e l'elaborazione e
l'interpretazione di essi delle più oculate e sapienti. Nota aggiunta. — In
Fanfnila della Domenica, 21 febbraio 1909. Nulla ho da aggiungere sul Vannozzo,
ma bensì qualcosa ho da dire sa pulcinella. La canzone di Giovanni de Bonis in
cui si trova l'accenno, è a c. 279 a del codice Trivulziano 861 (cfr. E.
Cabraka, Giovanni L. de Bonis d'Arezzo e le sue opere inedite, Milano, 1898, p.
80), e reca la didascalia ' Cantilena moralis de laudibns .lacopi da Appiano et
gene' logia |*ic] aquile Johannis L. de Bonis de Aretio ». Io he copia
dell'intero componimento, brutto e scorretto, per la gentilezza di Ezio.Levi.
Il principio della quinta scrofe suona così : Quest'alta ucella nobile e decora
che fu da questi divi si orata per tucto era scacciata co' nibio perseguendo i
pulcinelli per che voltan mantelli e mutansi di senno in ora in ora. Il passo é
oscuro, massimamente per la parola cornino, che non può essere letta
diversamente. Quindi, io non mi arrischierei più a vedervi una sicura allusione
a pulcinella, trovando gravi le riflessioni fatte in proposito da B. Croce,
nella sua Critica, VII (1909), 142, che interpretò pulcinelli con piccoli
pulcini. Quel loro voltar mantelli resta tuttavia misterioso, tanto più che una
erudita comunicazione di Vittorio Fainei.i.i nel Giornale storico, LI X, 59
sgg. ha posto in chiaro di qual nominanza godesse un Pulcinella dalle Carceri,
illustre voltafaccia politico del sec. XIII. Secondo il Fainelli, la fama di
quel personaggio popolare sarebbe passata dall'Italia superiore in Toscana e
quindi nel Napoletano, sino a fissarsi sul teatro quando Silvio Fiorillo ne
fece una maschera. La psicopatia di Benvenuto Cellini. Il credito di cui godono
le indagini intorno alla psicopatia degli uomini di genio panni abbia fortuna
non diversa da quella della cosidetta teoria mitologica, invocata a spiegare le
origini delle novelle tradizionali e dell'epope a. Fuvvi un periodo di gran
voga dell'interpretazione mitologica. Intorno alla metà del secolo passato e
nei due decenni che seguirono molto se ne discorse e se ne discusse: da alcuni
si giunse ad arditezze ed esagerazioni siffatte, da legittimare la parodia di
chi negò l'esistenza di Napoleone, facendo toccare con mano che egli fu un mito
solare. Ne venne una acerba reazione, per cui oggi filologi e storici e
filosofi hanno a fastidio ogni interpretazione che pur di lontano accenni a
rapporti col mito. Del pari, or e un decennio era in auge presso di molti
l'idea prima formulata in Francia dal Moreau de Tours e divulgata in seguito
ovunque, ma più specialmente nella penisola nostra, da Cesare Lombroso, che il
genio sia squilibrio, degenerazione, follia, epilessia. Ribellavasi, bensì, a
siffatta conclusione frettolosa e paradossale, per cui « il tempio delle glorie
italiane > vedeasi trasformato « in un nosocomio e parzialiuciito in un
manicomio » (' ., qualche spillilo elei lo di conservatore attaccato agli
antichi sistemi; ma i giovani si sentivano trascinati verso le nuovi' teorie e
inolia confusione f'acevasi nei loro cervelli. Se non clic, intorno al in
ispecie per le intemperanze clic seguirono alla celebrazioni' ilei centenario
Ieopanliano, pai've ai sensati che ormai li psichiatri varcassero i contini
della ragionevolezza e mettessero a nudo una deplorevole leggerezza nei loro
procedimenti critici. E anche questa volta venne la parodia, col libro di Paolo
Bellezza sul Xanzoni, od alla parodia sentii la disistima e la conseguente
reazione. Da allora in poi, si voglia o non si voglia, la equazione ormai
celebre del genio con la follia, che all'anima esuberante di fede del Lombroso
era sembrata un « vero monumento granitico elio le molli unghie « dei pedanti e
dei teologizzanti non possono toccare » r*i, andò perdendo terreno ogni giorno
più, sicché oggi, con la vertiginosa rapidità di sviluppo ideale della società
moderna, .sembra quasi passata alla storia. Contro quella equazione non
insorgono solamente i conservatori e gli spiritualisti di ogni genere e specie
leggi navichiamo in pieno spiritualismo, con in poppa un soave venticello di
idealismo che ne sospin gi La frase è eli A. D'Ancona, in uu discorso sul
Leopardi che contiene una vera carica a t'ondo contro gli studi psichiatrici
applicati al senio. — L'ir. liaimp.ijim hihhmjraliia ilrlla I rilevai il ra
italiana, VI, 1S2 sjjg. i'2t Ari'htcio ili pxirhtal rio, XIX, IJTiO, ],\
l'SlL'Ill'ATI.V 1)1 HKXVKXrTII CKLUNI --a opera d'arre fu prodotta e ipiindi
anche Ielle speciali nonnaliià od anomalie della psiche lei suo creatore.
L'estetismo può ancia1 ti vere, dal suo punto i visra. ragione: ma non mi
sembra abbia raj ii me chi è seguace del metodo storico quando dell'estetismo
sottoscrive in questo 'caso la rinuncia. Non son passate molte settimane dacché
un maestro solenne di metodo storico, che tutti veneriamo, togliendo occasione
da certa polemica, abitatasi nel d-inntnle d'Haliti del settem190U e altrove
intorno alle ricerche del fisiologo Patrizi sul Leopardi, ha scritto che quelle
indagini, anche avessero la sicurezza che s'arrogano, non giovano ad avvalorare
la ricerca letteraria « ed a formare il l'etto apprezzamento estelieo
dell'opera d'arte » e quindi sono « allo scopo dei nostri studi assolutamente
estranee » ''). A me pare che questo non si possa dire. I seguaci del metodo
storico, come si erodono in olililigo, per spiegai'si l'opera d'arte o di
scienza, di studiare accuratamente la temperie in che l'artista o il pensatore
è cresciuto, la sua educazione, la sua indole, la sua biografia, giacché li
JiiiM*. lìihlfdiir. ilclla Ietterai lira italiana, XI V, Il g'm• Wy.'tt* ìion
i' firmato, ina attrilnu'ndolo al D'Ancona eri-ilo «li non inanimarmi. da
particolari siffatti può ricevere luce la sua produzione, cosi non debbono
essere indifferenti alle qualità fisiche dell'individuo che studiano, alle sue
anomalie morali ed intellettuali, ai suoi vizi ed alle sue debolezze di uomo.
Si potranno approvare in parte ed in parte disapprovare, a mo' d'esempio, i
parecchi studi recenti sulla malattia nervosa e mentale di Torquato Tasso; ma
non si avrà davvero il diritto di asserire, movendo dai principi su cui la
critica storica si fonda, che al retto apprezzamento dell'opera letteraria del
povero recluso di Sant'Anna è inutile di sapere se per buona parte della vita
sua egli sia stato savio o mentecatto. Per parte mia confesso che rispetto alla
portata degli studi psichiatrici nei rispetti della storia letteraria non ho
mutato parere e potrei scrivere oggi quello che sci'issi anni sono, quando
ancora le ricerche di questo genere non erano cadute in discredito Sinceramente
deploro il preconcetto con cui taluni biologi hanno condotto innanzi le loro
ricerche, la incredibile fatuità con cui credettero di poter concludere in
materia tanto delicata, la grossolanità dei loro procedimenti fondati Rimando a
ciò che mi avvenne (li scrivere nel Giornale storico della letteratura
italiana, XXVII. 442, a proposito del saggio psico -antropologico sul Leopardi
del Patrizi, e più specialmente a quello che dissi nel Giornale stesso,.,
prendendo posizione nell'arduo dibattito intorno al fatto della genialità. Si
vedano pure le asserzioni e le riserve di V. Rossi nella Haas, bihlìogr. della
letteratura italiana. spesse volte, anziché su esplorazioni dirette ed oculate,
su articoli di enciclopedia e persino su riferimenti pettegoli di cronaca
cittadina; ma lutto questo non deve indurci al dispregio assoluto dell'indagine
in sè, che fatta prudentemente e con le cognizioni volute, può offrire alla
storia delle lettere, delle arti e delle scienze, elementi considerevoli per completare,
o attenuare, o anche modificare sostanzialmente il suo giudizio. * Se v'è tipo
d'uomo che presenti caratteri di singolarità grande, il cui esame è essenziale
nel raffigurarcelo, gli è Benvenuto Cellini. Oso dire, anzi, che ii
coefficiente primo della sua fama non sta punto nelle opere di plastica e di
cesello, poveramente rappresentate all'età nostra da pochi campioni sicuri, ma
sta nel carattere. Lo intuì il Goethe; lo riconobbe il Baretti. Il Goethe, che
su di una cattiva stampa e con imperfetta cognizione della lingua nostra
ridusse, in tedesco l'autobiografia celliniana, pubblicandola intera a Tubinga
nel 1803, s'innamorò del Cellini perchè in lui riconosceva uno di quei «
geistige Flùgelmanner » che meglio rappresentano nei suoi tratti tipici la
natura umana ('). Fra i vari scritti intorno al Goethe traduttore del Cellini,
è specialmente raccomandabile quello di K. Vossi.er, Goethe'» Cellini - 1.
berseteung, nella Beilaye zur Ali yemeinen Zeilunt). Il Ba retti scrisse del
grande orafo autobiografo: « Si dipinse... còme si sentiva d'essere: cioè
animoso come un granatiere francese, vendicativo come una vipera, superstizioso
in sommo grado, e pieno di bizzarrie e di capricci, galante in un crocchio di
amici, ma poco suscettibile di tenera amicizia, un poco traditore, senza
credersi tale, un poco invidioso e maligno, millantatore e vano senza
sospettarsi tale, senza cerimonie e senza affettazione, con una dose di matto
non mediocre, accompagnata da ferma fiducia d'esser nTolto savio, circospetto e
prudente. Di questo bel carattere l'impetuoso Benvenuto si dipinge nella sua
vita, senza pensarvi su più che tanto, persuasissimo sempre di dipingere un
eroe » (M. Non per nulla il più benemerito studioso del Cellini che abbia avuto
la nuova Italia, Orazio Bacei, riconoscendo nella Vita « un prezioso documento
psicologico », uscì a dire: credette di dare Giovanni Bovio: « Quel grado
supremo della sintesi, onde il pensiero, originalmente ed in un rapporto
lontano, scopre il vero . Vedi Bovio, Il genio, Milano, 1899, p. 32. In questo
concetto vi è certo molto di vero, e con esso si viene a limitare alquanto il
numero dei geni, che dando retta ai sintomi di nevrosi diventano legione.
Schierare fra gli uomini di genio il Cellini sarebbe un vero assurdo.la
impressionabilità estrema del fratello e della sorella. L'orafo, generato da
genitori ormai quarantenni, ebbe in sè esagerate le tendenze paterne,
l'emotività, la instabilità, l'impulsività e ad acuire siffatte tendenze
cooperarono le malattie onde fu affetto nel corso della sua vita travagliata..
Una delle stimmate degenerative più ragguardevoli che il Courbon riconosce nel
Cellini è la incostanza nelle occupazioni. Vi si gettava dentro con gran foga,
ma poi non meno subitamente se ne scostava; il che accadeva pure nelle
amicizie, dalle quali, per cordiali che fossero, si ritraeva alla minima ombra,
e quasi sempre passava dall'affetto ardente all'odio, dall'adorazione alla
denigrazione. Alla ombrosità malata di quella natura passionale contribuiva una
forma di mania di persecuzione. Ben è vero che di invidie e di gelosie gliene
pullularono intorno moltissime e che, ad esempio, il Bandinelli era emulo
subdolo e velenoso; ma è altrettanto indubitato che nelle accuse del Cellini
contro altri personaggi (sia nominato Pier Luigi Farnese), egli oltrepassava le
frontiere del reale e vedeva persecuzioni e pericoli ed agguati dove non erano.
Benvenuto è tratto dall'indole sua a vedere dovunque malevoli, invidiosi,
maneggioni, calunniatori vilissimi. A ciò contribuiva anche in sommo grado
l'alto sentimento che aveva di sè, anzi quella specie di megalomania
degenerante talora in volgare jattanza, che colpisce, ogni lettore della Vita
ed assume spesso tali proporzioni da riuscire esilarante. Per ragioni che assai
poco mi persuadono, nvde il Courbon di poter ravvisare nel Cellini anche la
eosidetta dromomania, cioè lo spasmodico desiderio di mutar soggiorno. Tutti
sanno (pianta importanza assegnino gli psichiatri al sintomo del nomadismo; ma
nel Cellini a me non sembra vi siano gli estremi per riconoscerlo. Tutt'al più
si può notare che la stessa impulsività del suo carattere dava spesso alle sue
partenze una repentinità così violenta da farle somigliare a vere fughe.
Maggior gravità hanno i deliri e le allucinazioni, a cui il nostro artista
aveva una innegabile predisposizione neuropatica. Non si tratta solo di deliri
in istato febbrile, provocato dalla malaria devastatrice, poiché in questo caso
ci troviamo di fronte ad una condizione patologica dell'organismo; ma si tratta
di visioni che egli dice di aver avute nella dura prigionia di Roma e d'una
vera e propria allucinazione durante l'intenso lavoro del Perseo. Fu in
conseguenza d'una, la più grave, di quelle allucinazioni che il Cellini pretese
che una lingua di fuoco, visibile a tutti, permanesse sulla sua fronte, a
ricordo della visita fattagli da Dio ('). L'esame Vedi Vita, I, 128. Per
maggior comodità dei lettori, uso della l'ila la buona edizione. di Brunoue
Bianchi, uscita in luce la prima volta nel 185*2 e poi tante volte ristampata
dalla Casa Le Mounier. Delle edizioni integre è la più comune, ed ha il
vantaggio su quella scientifica del Bacci di avere la divisione in libri e
paragrafi, i primi dei quali indico con cifra romana, i secondi con cifra
araba. Tale e quale 80 la psicopatia m benvenuto cellini di questi fenomeni è
la parte migliore dell'opuscolo (del resto un po' tirato viti) del dottore
francese; solo sarebbe stato desiderabile che a rincalzo delle idee da lui
espresse intorno alle tendenze mistiche del Cellini avesse invocato anche, il
sussidio delle rime di lui, molte delle quali hanno contenuto religioso. I
fatti delle visioni e delle all ucinazioni, ai quali non abbiamo ragione di
negar fede, accusano certamente perturbamenti nervosi non ordinari. Anche
quella specie di aureola sul capo, che all'orafo cinquecentista sembrava cosa «
meravigliosa » e tale da fargli credere ad un prodigio divino, non è poi, al
lume delle odierne scienze biologiche, la inverosimile cosa che taluno la
reputò, giacché può essere stata una di quelle irradiazioni luminose che furono
costatate più volte in certi neuropatici e particolarmente negli affetti
d'isterismo. Il connotato psichico più caratteristico del Cellini è peraltro
quella impulsività, che così spesso lo conduceva alle querele, alle liti, alle
risse, ai ferimenti, agli omicidi. Questa impulsività costituzionale, venutagli
per via ereditaria e cresciuta in lui per le agitazioni dell'esistenza che
condusse, è la fonte a cui si lasciano ricondurre moltissimi fra gli atti del
nostro soggetto. In que' momenti di furore nessuna potenza inricompare codesta
partizione nella comunissima edizione stereotipa Sonzogno curata dal Camerini,
in quella del Biagi (1883,1 e con lievi variazioni in quella di Gaetano Guasti.
tima d'inibizione volitiva era in grado di vincere l'impulso manesco e
sanguinario. La sincerità con che Benvenuto confessa e documenta quei casi è
davvero preziosa per lo psichiatra, ed il Courbon sa trarne conveniente
partito. Un caso, fra tutti, a me fa gagliarda impressione, e mi sembra tale da
provare anche da solo lo stato di malattia del Cellini: l'uccisione a
tradimento di quel tal « archibusiere » che, per difendere la propria vita, gli
area morto il fratello Cecchino ('). Quella « cosi bassa impresa e non molto
lodevole », come lo stesso violento autore la chiama, non è dovuta ad un impeto
di collera; ma è premeditata in condizioni eccezionali. Dopo hi morte di
Cecchino, Benvenuto vive in uno stato di vera ossessione: egli ha giurato al
fratello spirante di vendicarlo; egli sa che il soldato, tirandogli quel tal
colpo d'archibugio che l'ha ferito sopra il ginocchio, agiva per difendersi: ma
ciò non pertanto non può liberarsi da quell'imagine, da quell'idea, da quel
proposito, che gli son sopra notte e giorno come incubi; egli prende a
vagheggiare queir « archibusiere » come la sua innamorata, e solo quando l'ha
freddato si sente tornare la tranquillità dello spirito. Tuttociò ha i
caratteri dell'ossessione impulsiva studiata dai criminalisti, che implica il
ritorno della imagine della vittima e dell idea di doverla punire, la coscienza
piena e netta della condizione delle cose e del proprio Vita. torto, la
inutilità della resistenza nella lotta intima, il sollievo dopo compiuto il
delitto. La più mirabile analisi d'uno stato psicopatologico come questo si
trova nel fosco romanzo di Feodor Dostoiewski II delitto e il castigo. Rispetto
agli stimoli sessuali, è indubitato ohe il Celimi li sentiva violentemente,
come tutto era violento in quella tempra duomo; è anche vero che la donna fu
per lui un semplice strumento di piacere; ma il Courbon va più in là e vorrebbe
ammettere pervertimenti del senso che pur troppo nel Cinquecento erano tanto
più frequenti quanto più minacciati da gravi punizioni. In questo apprezzamento
non credo prudente il seguirlo per ragioni che dirò tra breve. Tuttavia, in
conclusione, reputo io pure che i sintomi constatati, sebbene, presi
isolatamente, abbiano poco valore, siano tali nel complesso da far considerare
il Cellini « cornine réalisant le type menta! du dégénéré ». Ciò premesso, e
data al Courbon la lode che gli spetta per aver compiuto uno studio sinora non
tentato e per averlo anche condotto innanzi senza preconcetti e senza
leggerezze, mi si conceda di accodargli per mio conto qualche obiezione. Una
pregiudiziale deve andare innanzi ad ogni altro ragionamento, ed il Courbon,
nonché risolverla, non ha neppure pensato a proporsela. Fondandosi
esclusivamente sui dati di fatto porti dalla Vita celliniana, siamo certi di
lavorare sul solido? In altri termini, è la Vita sicuramente ed in tutto
veridica? L'obiezione speciale si perde in una più generale. Qua l'è il valore
storico delle autobiografie, sulle quali i signori psicologi ed i signori
psichiatri hanno la abitudine di giurare? Nessuna cosa più difficile che essere
veritieri parlando di se stessi: anche quando si abbiano i migliori propositi
di sincerità, troppo spesso l'amor proprio ne induce a tacere certi fatti ed a
colorirne altri nel modo che ci torna più comodo. Se l'autobiografo è un artista,
accade anche di peggio. L'artista possiede in alto grado qualità di fantasia,
che lo tentano, per non dire 10 costringono, ad atteggiarsi, e codesti
atteggiamenti sono più o meno adulterazioni del vero. 11 Bertana lo ha
dimostrato egregiamente per l'Alfieri, alla cui pienissima sincerità si è
creduto per tanto tempo. L'artista crea di sè un tipo, e scrivendo la propria
vita elabora quel tipo. Ciò è umano, nè giova la volontà di fare diversamente.
Non dice male una recente studiosa delle autobiografie, parlando appunto del
Cellini: « Egli si rappresentò con grande ingenuità, tal « quale si credeva di
essere, se non sempre qual « fu veramente, onde più che ingannare il let« tore,
ingannava sovente se stesso » ('). Il Plon, fi) Jonk Pomi-ki, L'autohion rafia
nella letteratura italiana, Macerata, 1!J0G, p. 61. Vedo lodato, ma non potei
conoscerlo direttamente, lo studio di Emilia Lwokati, Benvenuto Cellini e la
sua autobiografia, Fireuze, 1!XX). nella nota e sontuosa sua opera sull'orafo
nostro, ha bensì cercato di controllare i fatti della Vita e in molta parte gli
è accaduto di confermarli; ma restano pur sempre infiniti particolari non
controllabili e restano incongruenze patenti con ciò che il Cellini narra di sè
nei Trattati. Si deve inoltre riflettere che l'opera fu di sua mano presa a
scrivere (in un manoscritto ora mediceo-palatino della Laurenziana di Firenze,
e poi dettata ad un garzonettoj, quando aveva già compiuto 58 anni; quindi gli
errori mnemonici, che nelle Memorie goldoniane si riscontrano cosi frequenti,
non possono mancare, neppure qui. Per tutte queste ragioni non mi sembra abbia
torto il Symonds nell'applicare alla Vita celli ninna la designazione celebre
del Goethe Dichtung uncl Wahrheit ('), ed il Courbon non fece bene procedendo
sempre sicuro nella sua analisi senza pur l'ombra d'un dubbio sulla assoluto
veridicità dei fatti che egli prendeva in esame. Ho già notato che il Courbon
è, del resto, abbastanza spregiudicato e non si lascia sedurre, come tanti suoi
compagni di studi, dalla fìsima di trovar dovunque sintomi di degenerazione.
Tuttavia avrei le mie riserve da fare intorno al valore ch'egli attribuisce
alle infermità del Cellini, la cui diagnosi può essere fatta a puntino da un
medico, per i gran particolari che il pa ci) La citazione è del Baci-i,
nell'introduzione al suo citato testo critico, p. LSLXVIII, ove sono dette cose
sensate intorno alla veridicità della Vita. ziente stesso ne fornisce. Ninna di
quelle malattie ha particolare valore diretto per le condizioni mentali del nostro
soggetto, ed il dire che la gotta, sofferta a 65 anni, siccome manifestazione
dell'artr itismo « s'associe au terapérament nerveux », panni un fuor d'opera,
perchè può anche non associarvisi. Cosi pure non riveste punto il carattere di
morbosità l'incostanza del Celimi nelle occupazioni. Se da orefice divenne
scultore (fatto allora non straordinario, perchè il passaggio dalle arti minori
alle arti maggiori era frequente per non dir quasi abituale) e pei* necessità
anche un po' meccanico ed ingegnere, e più che un po' bombardiere c musicista,
per certa tendenza che anche nolente aveva ereditata dal padre, e letterato, e
nel 1558 per una bizzarria ricevette persili gli ordini ecclesiastici minori;
ciò non vuol dire che veramente cangiasse di occupazione. Bisogna richiamare
alla* memoria quali erano quelli spiriti del Rinascimento italiano,
multilaterali per eccellenza, aborrenti dalle morse dello specialista odierno;
e bisogna tener presente il tatto che il più delle volte fu la necessità del
momento che indusse Benvenuto ad occuparsi in modi diversi. In realtà,
peraltro, chi legge la Vita ha l'impressione d'una costanza unica del suo
pi'otagonista nel proseguire certi ideali di arte e nel perfezionarsi
continuamente nell'esecuzione artistica; costanza, che culmina nel fatto eroico
della fusione del Perseo. La megalomania, invece, è innegabile e si manifesta
sin dalle prime l'itili' della Vitti, ove Ben vomito vir-onoscinuli uomini *
che hanno tallo H U'iSA già rosiaim. clii' priniii si poteva percorrere con
niella iiiciTU'Xiiii, sorretti e guidali da congetture più (i niciio ingegnose.
.Ma ciò clic più inolila, ipirlLc lettore gli fornirono l'Achille degli
argomenti per statare ima delle più notevoli ed accredilate legende hiogra
lidie relative al Uosa: die t'irli, cioè, nel H>47. prendesse parte in
Napoli alla rivolta di Masaniello e. con altri pittori napoletani, formasse la
eosidetta Compagnia della morte, armata contro irli Spaglinoli e vendicatrice
dei loro obbrobrii. Bella certamente era questa leggenda, che, creata dapprima
dal malfido Bernardo de' Dominici, trovò sviluppo sotto la penna della
fantastica lady Morgan ed eccitò l'alto senso civile del Carducci, clic ne
trasse occasione per dettare le pagine più calde ed eloquenti della sua
biografia del Rosa. Ma al cimento dei fatti e d una critica circospetta non
regge quella leggenda, ignota ai primi biografi, contraddetta anziché
confortata da un passo frequentemente allegato delle satire. Nelle lettere ai
Maffei. che precedettero e seguirono la rivolta di Masaniello, non v'ha pur un
accenno, nò che il Uosa partecipasse a quei casi cruenti, nò che in quel tempo
si recasse a Napoli: cosa che, s'egli realmente vi fosse stato, sarebbe
inesplicabile, sovratutto con un'indole della sua tempra, non certo schiva
dalla millanteria. 11 Cesareo batte in breccia, a parer mio definitivamente,
quell'episodio della vita del Rosa e mostra eziandio come, con ogni
probabilità, sia una favola la stessa Compagnia della morte, quale divenne
sinora tradizionale nella srori;i del seicento napoletano ' . Questo è il più
rilevante tra i riunirmi storici del libro. Se di ciò i non tepidi amici del
vero debbono rallegrarsi, gli è pur «l'uopo eoli venire die la figura del Uosa
viene a perderne il suo più bell'ornamento. Quel tipo cosi idealizzato nei
romanzi, nelle commedie, nei libretti d'opera (lady Morgan ebbe in queir
idealizzazione una parto cospicua, perche essa fu la prima a rappresentare,
eome.il Cesareo ben nota, « un Salvator Rosa byronianamente romantico » l.
«pici tipo di. avventuriere elefante, artista nell'anima, pronto a tutte le più
nobili iniziative, aperto ai manieri ideali, he lascia le tele adorate per
cospirare e combattere a prò della patria oppressa, che altel-na le occupazioni
della .scena con quelle ili dia tavolozza, i versi con la musica, gli amori con
la politica: quid tipo bizzarramente eroico vien pure ridotto a proporzioni
pici-ole, piccole assai! Ter valutarlo ancora, per quello che è, e non _ua per
quello che ne hanno fatto, è mestieri considerarlo, non già isolato, ma allato
agli uomini dei tempi suoi. In questo modo egli guadagna assai, perchè al
paragone di quelli uomini, >e non è adirittura un gigante, non i' neppure
ili statura comune. In mezzo alla cortigianeria qiagnolesca. che tutto invadeva,
ed allo infiaechimeulo generale delle tempre, egli sa serbarsi indipendente,
altero, anzi nero, immune da qual ! ' V,.,li voi. I, pl>. 17-.">li.
RfcviEu Sunijhi frittosi 1 ROSA siasi bassezza. E un gran pregio senza dubbio,
anche se, in ultima analisi, esso germoglia da un cumulo di difetti. A guardar
bene, infatti, mi sembra che molta parte di quella fierezza derivi dal concetto
altissimo che il Eosa aveva di sè, e che andava congiunto ad una grande vanità
e ad una prosopopea ciarlatanesca da matamoros, d'onde procedeva una
prodigalità senza limiti ed una maldicenza cosi ostinata e linguacciuta, come
solo i gran vanitosi soglio»» averla. Di tutto ciò la sua vita e gli aneddoti
copiosi che ne raccontano il Passeri ed il Baldinucci sono sicura testimonianza.
Prontezza e versatilità d' ingegno, spirito arguto e caustico, bizzarria, talor
naturale, tal 'altra voluta, velano, non nascondono, queste qualità morali non
buone, alle quali ne va congiunta una peggiore di tutte, che il Cesareo stesso
non dissimula, la poca o nessuna delicatezza del sentimento. Se il Eosa ebbe
pochi ed oscuri discepoli, la ragione è forse da richiamarne a ciò; perchè a
far dei discepoli non basta l'ingegno e la maestria, occorre anche il cuore. E
di cuore il Eosa ne aveva pochino. Le lettere ai Maffei sono piene d'eff,usione
e talvolta fin di tenerezza: ma un osservatore non mancherà di notarvi dei
tratti grossolani, che indispongono. Con Giulio Maffei il Rosa è spesse volte
sgarbato: un animo gentile non sarebbe mai sceso ad insolenze come queste: « In
fatti voi siete « pontuale: promettesti mandare il terzo delle « cose e così
felicemente è sortito. Si desidera sapere se le forchette mandate da voi habino
da .servire per vangare la terra o la minestra, « chè per la minestra non sono
il caso, atteso « che, per quest'uso, doveva V. S. mandarle « alla Ruota prima
d'inviarle a noi. Ha perchè « la nostra prudenza sa trovar ripiego a tutte « le
cose (toltone però l'accomodare il vostro « cervello) procureremo di servircene
per la « prima caccia che si farà dei porci o altra « bestia grossa più di voi
» (*). E la volgarità di modi che predomina sempre nelle sue lettere e che si
palesa in genere nello sboccato turpiloquio di tutti i suoi scritti. All'altro
grande amico suo, Giambattista Ricciardi, il professore pisano, poeta burlesco,
osceno ma spiritoso, quanto lirico serio indigeribile (s), mostrò bensì il Rosa
benevolenza sincera, ma appena al malcapitato avvenne di stuzzicarlo, gli
piombò addosso una lettera di quelle che non si dimenticano (3). Tuttavia il
Rosa, come amico, non può dirsi cattivo, ed a Lorenzo Lippi, l'autore del
Malmantile, sembra fosse abbastanza largo di favori. (li Voi. II, p. 46 i'2)
Cfr. il voi. di Rime burìenche ili G. B. Mù Ciardi, edito ila E. Toci. Livorno,
1881, nella cui garbata prefazione si troveranno copiose notizie del Ricciardi
ed anche della sua famigliarità col Eosa. A p. XXXI il Toci parla di molte
lettere inedite del professore pisano esistenti in casa Maft'ei ed altrove.
Chissà che, scovandole, non vi si trovino nuove notizie anche del Uosa. (3i
Voi. II. pp. 122-23. Al Ricciardi sono dirette tutte le lettere del Rosa che
mise in luce il Bottari. Una fastidiosa canzone del Ricciardi al Rosa pubblica
il Cesareo nel volume II, p. 138. sALVA'l'oH Peg-gioro tu invoce nei rapporti
famigliari. S'inveitili in Firenze d una fanciulla di nome Lucrezia l'aolini.
secondo il Cesareo, che irli aveva servilo da modello, ne beneficò i congiunti
e se la tenne in casa, allora e poi sempre, come moglie. Xei tivnt'niini elle
visse con lei. non sembra avesse mai a lamentarsene: eppure non la sposò se non
agli estremi della vi costrettovi quasi dal l'ani ieo Baldovini. alle cui
istanze, narra il Pascoli, cli'ei rispondesse con giuoco inopportuno di
spirito: « Se andare non si può in paradiso senza essere cornuto, converrà
tarlo ». E agevole immaginare quali drammi si agitassero nel petto della povera
donna, allorché Salvafere, ogni qualvolta ella gli partoriva un figliuolo, ne
taceva un mostruoso presente» alla ruota degli esposti! a lui bastava ili
allevare presso di sé il primogenito. Rosai vo; degli altri si sbrigava in
quella maniera molto spicciativa. Solo quando Rosalvo venia» a morirgli di
contagio, si decise a tenere presso di sé un altri) figliuolo. Augusto. Ma più
d'uno non mai. checché avvenisse! Le gravidanze di Lucrezia ci le chiamava
impicci. « La signora Lucrezia i partecipava nel « ltiòl a (tÌuIìo iiaft'ei '
oggi son otto giorni ohe « mandò alla luce un figliuolo maschio, copia «
spiccicata di Salvatore Rosa a Imre f) ili notte, « con più facilità di quello
ch'ha sinora fatto por « la Dio grazia. Il parto il giorno dopo, con La figura
di quest'uomo stravagante Intlaìiilc, latin s/ji/'i/n. full') fuoco, com'egli
medesimo i lilie a dire di sé in una lettera al Ricciardi, simpatica non riesce
davvero. 1 biografi stessi, i rendercela tale, dovettero lavorare di fantasia
ed appiopparle per loro conto delle doti che non aveva. Del resto, la simpatia
importa ben poco allo storico, il quale nel Rosa è pur costretto ad ani mirare l'ingegno
ed a riconoscere in lui 1 1 . v..i. n, |>. ss. iJ ì Ve.]. II. y. uno dei più
caratteristici tipi di quello squilibrato e tipico seicento, ch'egli vituperò
tónto a parole. ^ Nelle sue linee fondamentali, la vita del Rosa resta, dopo la
pubblicazione del Cesareo, tal quale la si conosceva per gli studi antecedenti,
onde basterà richiamarla con pochi cenni, rettificandone col nuovo libro la
cronologia. Nato — all'Arenella presso Napoli, nel 1615, di famiglia poco
agiata, in cui l'amore per la pittura era ereditario, SAlvatoriello palesò ben
presto inclinazione al disegno ed alla musica. In Napoli ebbe la fortuna di
riscuotere l'ammirazione di Giovanni Lanfranco e di potersi giovare degli
anmaestramenti del Ribora e del Falcone, ai quali peraltro non professò mai
gratitudine. Recatosi a Roma nel 1635, v'ammalò, onde dovette tornarsene a
Napoli. Ma presso questa nazìoìi di gran fumo e poco arrosto (a detta del
Rosai, non potè resistere a lungo: ivi le tre chiesuole artistiche del Ribera,
del Caracciolo, del Corenzio, « accanite tra loro in ogni altra cosa, « scrive
il Carducci, in questa si trovavano d'ac« cordo, allontanare i forestieri,
calcare gl'iu* gegni crescenti ». Però Salvatore prese di nuovo la via di Roma
in sul principio del 1637. Da Roma si recò col cardinale Brancaccio a Viterbo,
e di là novamente, ma per poco, a Napoli. Partitosene col proposito di non più
ritornarvi, si stabili a Roma nella primavera del 1638, in mezzo a quella
fioritura artistica che v'avea procurato papa Urbano Vili. Il Rosa ebbe campo
ROSA d'acquistarsi fama come pittore, d'esercitarsi nel toccare il liuto e nel
l'improvvisa re poesie, nel far bella mostra di sè recitando farse e commedie a
braccia, ed anche di procurarsi non pochi nemici con la sua lingua tagliente.
Nel 1640 si riduceva in Firenze, terra promessa per lui. ove si congiunse alla
signora Lucrezia, strinse amicizie gioviali e simpatiche, continuò ad
istruirsi, a dipingere, a recitar commedie, fondò con altri capiscarichi
l'Accademia dei Percossi. Il suo amico Lippi [Malmantile, IV, 1-1) dice di lui:
pittar, passa chiunque tele imbiacca: tratta d'ogni scienza, ut ex professo: e.
in palco fa sì ben Coviel Patacca, che sempre ch'ei si mova o eh'ei favella fa
proprio sgangherarti la inascella. Stretta relazione coi signori Maffei di
Volterra, si recava spesso nelle loro tenute. Sembra anzi i^he in casa loro si
sgravasse Lucrezia del bambino Rosalvo, nel 1641. Nel 1649 il Rosa si ridusse
di bel nuovo a Roma, ove si trattenne il resto della sua vita, allontanandosene
solo per qualche tempo, nel 1661, per recarsi a Strozzavolpe, villa del
Ricciardi, e quindi a Firenze, in caso Paolo Mi micci, il commentatore del
Malmantile. La sua attività di pittore diede in quegli anni i frutti migliori:
alle esposizioni di S. Giovanni decollato e della Rotonda aveva sempre qualche
nuova tela da mettere in mostra, e l'ammirazione dei contemporanei giungeva al
colmo. Gli acciacchi della vecchiaia lo assalsero precocemente; nel 1666, a 50
anni, già se ne doleva. Continuò tuttavia a lavorare di pittura e di poesia,
finché non infermò di un' idrope, che Io spense nella primavera del 1673. In
Salvator Rosa l'artista fu senza dubbio superiore all'uomo: ed è appunto
dell'artista che mi propongo ora di discorrere. II L'artista. Il 16 settembre 1662,
Salvator Rosa scriveva all'amico Ricciardi: « Lessi subito la vita d'Ap«
pollonio, composta da Filostrato, con mia par« ticolar sodisfazione per quel
che s'appartiene « alla curiosità; ma non ci ho trovato quello, « ch'ella mi
significò che ci avria trovato, di « singolare e stravagante per la pittura,
essendo « fatti, che quasi tutti darebbono in una cosa * medesima, onde vi
prego a propormi qualche « altra cosa, acciò vi potessi trovar cose più « fuori
dell'ordinario, avendovi però notato al« cuni fatti per servirmene » (').
Grammatica a parte, queste linee, o m'inganno, sono abbastanza significative
nello esprimere il concetto che il Rosa si era fatto della pittura. Egli andava
alla ricerca del singolare, dello sh'avagante: non per nulla viveva in quel
secolo in cui il cav. Marino avea apertamente dichiarato: k del poeta il fui la
meraviglia. Aveva molte letture e di esse amava far sfoggio nelle sue tele, il
cui soggetto, di per se stesso, era atto a colpire. La storia vi dava la mano
all'allegoria filosofica. Cadmo e gli uomini che sorgono armati dai denti
dell'atterrato serpente; Socrate che beve la cicuta: Democrito in
contemplazione tra le tombe e gli scheletri; Pitagora che parla ai discepoli
stupiti dell'Eliso, e altrove, circondato dalla sua scuola, offre denaro ai
pescatori perchè lascili liberi i pesci; Catilina; l'ombra di Samuele innanzi a
Saulle, ecc. ecc.; e poi personificazioni allegoriche in gran copia, con largo
sviluppo del concetto simbolico, la Fragilità, la Fortuna, lo Spavento, la Giustizia,
la Pace, ed altre ed altre: ecco i soggetti che prediligeva. Quando era di
vena, e lo era quasi sèmpre, lavorava con meravigliosa sollecitudine. In poco
più d'un mese consegnò finita una grande battaglia, che doveva essere regalata
al re di Francia e che oggi si vede tuttora al Louvre. Le battaglie si
prestavano alla sua fantasia sbrigliata, e però gli piacevano. Fu infatti il
Rosa, anzitutto, un pittore fantastico: gran parte della sua potenza consiste
nel modo imaginoso e bizzarro in cui vi si vede il soggetto, quasi sempre ben
scelto. Per questa parte pochi pittori più ricchi di lui vanta la storia
gloriosa delle nostre arti del disegno. Nella satira La pittura, ch'è una
specie di prò', gramma teorico d'arte, ove Salvatore monta sui I trampoli, fa
la lezione e trincia giudizi e dà la stui'ii ;i invettive, egli deplora
l'ignoranza ilei pittori, tallio più biasimevole in clic tal vii Itti inliliti
lilttrt>fan;iti i palazzi di principi cristiani. .Sul di t'emminc igiiude i
re. fregiati hanno i lor jrabinetti, e quindi nasce che divengano anch'essi
effeminati. Ve li figurate quelli innocentini di principi secentisti, che
macchiano la purità delle loro animucee di tortora al cospetto delle Veneri
Tizianesche? È il falso, che giunge al grottesco: il falso di tutto quel secolo
ipocrita e vile, in cui moraleggiala col pennello, fino a non osare di far
comparir Frine ignuda innanzi a Senocrate, e più con la penna, chi viveva gran
parte della vita in concubinato e mandava i figliuoli a' trovatelli! Quantunque
il Rosa avesse a sdegno d'esser chiamato paesista, la sua vera gloria è la
pittura di paesaggio. Chi farà un giorno la storia di questa pittura dovrà
assegnargli un luogo eminente. Egli aveva il sentimento vivo, ardente della
natura. Basta osservare, per accorgersene, il desiderio immenso che gli
lasciava sempre la campagna, la vera sete di ritornare a Barbaiano e a
Monterufoli, che si palesa nelle sue lettere ai Mafifei. Basta por mente a
quella lettera significatissima al Ricciardi, in cui gli dà conto d'un suo
viaggio da Roma nelle Marche, attraverso l'Appennino c E un misto, diceva egli,
« così stravagante d'orrido e di domestico, di « piano e di scosceso, che non
si può desiderare * di vantaggio per lo compiacimento dell'occhio ». E ammirava
le tinte delle montagne, i cupi orridi « da far spiritare ogni incontentabile
cervello », i romitori solitàrissimi di quei luoghi « di stra« ordinario
diletto per la pittura ». Maniera questa tutta moderna di considerare le cose
esteriori, che si trova riflessa nella modernità dei paesaggi Rosiani, sapienti
nelle tonalità elei colori, pregevoli per l'aria e gli sfondi, felici nelle
prospettive, pieni di rilievo, di vita, di robustezza nel tocco. Senza punto
atteggiarsi a critico d'arte, il Carducci disse in proposito egregiamente: «
Nel, appartiene alla vecchiaia del Rosa ('), ed ha della vecchiaia tutti i
difetti: querimoniosità ancor cresciuta, cicaleccio sempre più prolisso,
pessimismo arcigno, inclinazione al bigottismo. Qualche terzina robusta,
qualche strale ben diretto non valgono, a parer mio, a salvare questo
componimento. Eppure è proprio qui che il poeta esclama: Bastami solo in
quest'età corrotta, senza adulnzion, nè falsi orpelli, in Pindo aver la verità
condotta, dato a le tosche satire i modelli, a Parnaso il suo Elia e il suo
Tirteo (s). No, no; è troppo, è troppo! Le tosche satire avevano ben altri
modelli: fu ben altro poeta satirico l'Ariosto, e seppe esserlo quando volle,
ben altrimenti plastico e rovente, anche Dante. La satira del Rosa, tutta invettiva
e sarcasmo, dettata dall'ira, anzi dal furore, come tante volte egli dice, non
era di quelle che possano produrre buoni frutti. Le lungaggini, la pesantezza
dei continui richiami classici, addotti a pompa, infiniti, per cui, come il
Carducci notò, « a questo La cronologia delle satire fu dal Cesareo fissata con
molta cura ed ingegnositì di osservazioni.autore ò necessaria l'illustrazione
più forse « che a qua lehc poeta latino », lo stile disuguale e spesso sciatto,
l'espressione troppo di frequente plebea, non sono qualità che si addicano a
componimenti esemplari. Il cardinale Pallavicino, che senti quei componimenti
dalla bocca del loro autore, disse che gli sembravano bellissimi solo in alcuni
squarci: e disse bene. K il Giusti, rammentato già dal Carducci, ancora meglio:
« sorridono d'una certa scioltezza gaia e « ciarleria: vi sentì il brio pronto
e loquace del « Napoletano: il fare dell'uomo avvezzo in palco « a spassare la
brigata; ma io lo scorgo povero « in mezzo a quel lusso erudito: declamatore, «
pieno di lungaggini, si lascia e si ripiglia per « tornare a lasciarsi e
ripigliarsi cento volte: « vanga e rivanga uno stesso pensiero, e te lo «
rivolta da tutti i lati, come se faccettasse un « brillante; si sente insomma
che lo scrivere non « era l'arte sua naturale, ma un di più del suo « ingegno »
('). E nobile talvolta la sua ira, ma non sa conservarsi nella misura e dà
botte da orbo a diritta e a mancina. La ragione forse per cui la satira sulla
poesia è riuscita migliore delle altre è appunto questa, a parer mio, che in
essa il Rosa ha voluto e saputo determinar meglio il suo concetto, additar
meglio i bersagli contro cui scoccava le sue freccio. Onde (piando lo ve (li
Discorso premesso al l'armi, eiliz. Le Mounier. ISiiO, li. 1 1 i ; 1 1 1 1 >
> porro in canzone, ad esempio, le accademie ed il v liuto della poesia
roboante di quello versaiuolo. e quando, attediandosi a fiero .iiiiiiiiai
inista, lo troviamo ridere di quelle ima- i ni sbalorditole e di «incile
ridicoli' ampollosità ilei suo seicento, non possiamo a mimo di battergli le
mani, e di ammirarlo immune, quanl inique non solo ad esserlo, da quella
lebbra, cozzante coni ro il mal gusto clic dilagava. * Bello scrittore il Rosa
non fu. Xella prosa ancor meno che nei versi. Nelle lettere, che il Cesareo
seppe raccogliere abbastanza copiose, stile e liniaia sono incerti, ortografia
incertissima. L'editore avrebbe usato cortesia al povero Salvatore non
riproducendole con sì scrupolosa fedeli;!, come se si t'osse trattato
d'autografi del fingente. Regolare quella selva selvaggia di maiuscole fuor ili
luogo, raddrizzare qua e là la grafi;i. collocare un po' meglio la
punteggiatura, non rispettare persino i trascorsi di penna, sarebbe stato
torse1 pietà. Almeno quella prosa, bella non mai. sarebbe riuscita più
leggibile, come più leggibili sono le lettere al Ricciardi le migliori per
contenuto che si abbiano del Rosa) edite dal Bottali. Ciò peraltro che
l'editore- non avrebbe in nessun caso potuto mutare è la volgarità
dell'espressione, la libertà sboccata degli scherzi indecenti. .Strana, invero,
tanta trivialità in un pittore qualche volta così elegante, in un uomo d'animo,
se non altissimo, certo non del lutto ignobile, che protese coi Tevere i vizi
de' suoi simili nel costume e nelle arti! Nota aggiunta. — E'Iitn nella
Gazzetta letlrrmiti ilei ."J . L invilenti! mniinirralin su] lìnsn pi 1 1
>, ]ier Olii si veila riò rhe ne scrissi nel II ioni, storiro, LUI. l'il.
Sulle satire è semine cmisiileraliile il ijiuiliy.io de] Bki.i."XI. //
Srirrutn, Milano lsìtìl. '2iU Si ai i i 4.'» anni) il conte liiulio Perticali.
Si spegneva dopo una malattia Pinna ed oscura, accompagnata da n'eri abbati
imcnti inorali, da preoccupazioni angosciose e misteriose. Si spegneva fuori di
casa sua, a San t'usiaiizo di Pesaro, presso il cugino Francesco i'a»i. Aveva
intorno parenti, amici, la moglie, accorsa tardi al suo capezzale perchè
trattenuta altrove da gravi cure, ma desiderala. Quella donna aveva pianto
amaramente, s'era data in preda alla disperazione (piando vide esanime il
marito, ma nello sfogare l'ambascia aveva pur a -l'usato se medesima, quasiché
non avesse avuto pi'l suo (iiulio l'affetto e la premura ch'egli meritava.
Poscia s'era allontanata, senza pur recarsi a visitare in Pesaro la buona
suocera, quasi si vergognasse di comparirle d innanzi. Kd ecco una voce farsi
strada in mezzo all'universale rimpianto per la perdita dell'insigne letterato:
una voce dapprima bisbigliata da qualche parente, poi propagata dai fratelli
dell'i .-liuto, finalmente accreditata da molti amici presso il pubblico. La
contessa Pertieari era stata una cattiva moglie; il conte Giulio era morto di
crepacuore per i mali portamenti di lei; lo aveva pur detto ella stessa che si
sentiva lacerata dai rimorsi, s'era pur vergognata ella stessa di presentarsi
alla suocera, da cui con materna tenerezza era amata. Le accuse furono
concretate in un libello, che « alcuni amici del vero » scrissero in risposta a
certa necrologia del Perticari uscita nel Giornale delle dame. Il libello
anonimo, che fu largamente diffuso a penna e letto avidamente dai dilettanti di
scaudali, tacciava la contessa Perticari di colpe gravi e la additava come
responsabile della morte di Giulio. Nessuna cosa più facile che il far
penetrare nel pubblico simili sospetti, massime quando si tratti di persone
illustri e perciò osservate ed invidiate. Le accuse ottennero fede anche presso
coloro che avrebbero potuto e dovuto procedere con maggiore cautela nel
crederle. Il Giordani, in un paio di lettere, deplorava la mala azione e se la
pigliava (mancomale!) con l'utero e con la perfida razza umana. Il Niccolini,
scettico e sboccato come al solito, vi ghignava sopra scrivendo: « Io non lo
posso credere, « perchè il Perticari era uomo dottissimo e di «•molta perizia
nella lingua; ma non fatto da « natura a sentire fortemente ed affliggersi per
« le corna, necessità antica ed eterna di tutti ' i mariti ». Persino il
Mustoxidi, che dapprima aveva inorridito alle accuse lanciate contro la vedova
Perticari da lui un giorno idolatrata, qualche mese appresso, scrivendo ad
Antonio Papadopoli, trattava di lei con sprezzante malevolenza e la chiamava «
una donna » di cui si vantano, false o vere che siano, « mille galanterie ». Ma
la voce sparsa dal libello, accortamente esagerata, doveva ben presto figliarne
un'altra, mostruosa. Non solo la Perticar! aveva trafitto l'animo del marito
co' suoi disordini morali, ma lo aveva anche materialmente ucciso. La morte
misteriosa era dovuta a veneficio; e a riprova si adducevano certe macchie che
i medici rinvennero nelle membrane del ventricolo di Giulio allorché ne
sezionarono il cadavere. In pieno secolo decimonono, Costanza .Monti Perticali,
la bella, la dotta, la inspirata figliuola di Vincenzo Monti, aveva avvelenato
il marito e (si aggiunse persino) con la complicità del padre celebratissimo,
geloso della fama crescente del genero! * • * Tanta enormità chiedeva solenne
smentita. E la smentita venne dal celebre clinico Giacomo Tommasini, che aveva
assistito (troppo tardi chiamato da Bologna) alla fase estrema della malattia
di Giulio. Il Tommasini, in un suo opuscolo stampato a Bologna nel 1823 col
titolo Storia della malattia per la quale mori il conte Giulio Perticati,
attestò solennemente che si trattava di morte naturale dovuta ad una « lenta infiammazione
di fegato ». Da parte 120 LA FIGLIUOLA DEL MONTI sua, Vincenzo Monti,
fieramente irritato contro i denigratori della figliuola dilettissima, li
pungeva in un'ode stampata nel 1823, e quindi in un'apostrofe eloquente della
Feroniade lamentava la loro freddezza per Giulio, accostandola al dolore
profondo della « derelitta sua misera sposa ». Spettava alla critica moderna il
vagliare coteste voci e testimonianze contraddittorie. Ernesto Masi (l), mentre
produceva una lettera di Costanza Perticari diretta a Paolo Costa nel novembre
del 1822, difendeva la misera vedova, facendo intravvedere quanto calunniose
fossero le dicerie sparse a suo carico; e un paio d'anni dopo la difesa era
avvalorata da altre preziose lettere di Costanza scovate in Fano da G. S.
Scipioni tra le carte di Filippo Luigi Polidori e da lui, con giuste
considerazioni, fatte conoscere (!). Tanto il Masi quanto lo Scipioni, ma
specialmente quest'ultimo, riuscirono a ricostruire la tristissima guerra di
cui la contessa Perticari fu vittima, indicandone, come principali attori i
fratelli di Giulio e più specialmente due corteggiatori delusi della bella
figliuola del Monti, letterati entrambi, il pesarese conte Francesco Cassi,
noto traduttore della Farsaglia, ed il fanese conte Cristoforo Ferri. Oggi una
signorina buona, intelligente e colta toglie ogni velo a (X) Parrucche e
sanculotti, Milano, 188G, pp. 239 sgg.Giornale storico della letteratura
italiana quella specie di congiura e chiarisce in ogni punto la biografia di
Costanza con un libretto vivace e simpatico ('), che si basa su di un numero
ragguardevole di documenti amorosamente ricercati in vari depositi, ma in
ispecie nella Oliveriana di Pesaro, e sulle lettere tutte, in grandissima parte
inedite sino ad ora, della Per ticari (!), che costituiscono un volume
istruttivo e valgono meglio d'ogni altro discorso a farci leggere nel cuore e
nella mente della donna infelice. La signorina Maria Romano, con una franchezza
che le fa onore, non dissimula che il suo libro ha una tesi. « Desiderava,
scrive, di « scoprire la verità intorno alla vita di que * sta donna, ero però
decisa a non pubblicare j7 sgg. Zaiotti, perchè quelle pagine ebbero successo e
diffusione veramente grandi rlett. 197, 198). Lo Zaiotti, a. sua volta, la cui
figura letteraria attende d'essere degnamente tratteggiata (')serbò costante la
stima e l'affetto per la sventurata figliola del grande amico suo, e quand'ella
fu liberata dalle pene dell'esistenza fece incidere sulla sua tomba ferrarese
una bella iscrizione, che si chiude qualificandola « sempre buona | ora anche
felice ». E davvero la bontà di Costanza rifulge nel suo epistolario e nella
biografia che seppe scriverne la Romano con delicatezza squisitamente e
caldamente amorosa. È una bontà robusta, senza sdilinquimenti, oserei quasi
dire classica; ma è una bontà che vale a scusare qualsiasi debolezza, perchè
proviene veramente da un cuore ben fatto e retto. Quando il cugino Luigi Cassi
languiva in terra straniera dopo aver partecipato alla disastrosa spedizione di
Russia, fu lei, Costanza, che cercò in tutti i modi di averne novelle, mentre
la famiglia si baloccava nella più vergognosa apatia. E dopo la morte del il)
Nocque grandemente allo Zaiotti la sua qualità di fervido austriacante e la
parte avuta nei processi contro i cospiratori italiani, nonché quel libretto
della Semplice rarità, che fece fremere tanti onesti patrioti, sebbene di cose
vere ne dica parecchie. Non certo il politicante d'idee strette e malsane, ma
il letterato meriterebbe qualche studio, non foss" altro per le molte ed
alte relazioni che ebbe. Speriamo che possa un giorno farcelo conoscere appieno
il Luzio, il quale si valse sinora del suo carteggio col Salvotti, massime nel
recente volume sul Processo Peìliro-MaroncelH. marito, la nobiltà d'animo di
Costanza si mostrò superiore ad ogni elogio. Solo preoccupata di rendere onore
al defunto pubblicando i suoi scritti, perdonò ai propri calunniatori, serbò
sempre affetto alla suocera, prese cura di Andrea, rampollo illegittimo di
Giulio (lett. 132). Allorché nel febbraio del 1824 mori l'archeologo bolognese
Giuseppe Tambroni, al quale Costanza era singolarmente affezionata, la vediamo
piangere e desolarsi (lett. 158), sebbene avesse tante ragioni di cruccio per
le faccende sue personali. « Sul mio cuore l'amicizia stampa « caratteri
indelebili » (lett. 71) scrisse un giorno, ed era vero. Da questa maniera di
sentimento non la distrassero i molti e gravi disinganni, nè valsero i dolori
suoi a renderla indifferente ai dolori altrui. Allorché le mori la seconda
persona ch'ella amava di più sulla terra, il padre, provò più cupo il dolore,
solo lenito dalla fede religiosa (lett. 192). Come avea fatto per Giulio, cosi
anche del padre curò la fama procurando la stampa delle sue opere inedite, e fu
afflitta al vedere che la madre voleva immischiarsene lei e cercava il lucro
nell'impresa pietosa (lett. 197 e 199). Sebbene anche alla madre chiudesse gli
occhi con figliale pietà (lett. 210) e per la sua dipartita rimanesse
sinceramente addolorata (lett. 211), non vi fu mai vero affiatamento tra
Costanza e Teresa Pichler (*). Cosi va scritto il casato della moglie del
Monti, sebbene ossa firmasse, secondo la falsa pronunzia italiana, Pilcler,
Erano troppo diverse. La Pichler era vana, superficiale, ma in fondo calcolatrice
ed egoista; la generosità, lo slancio ed il disinteresse Costanza li aveva
ereditati dal padre. * * • Se v'ha una deficienza nella biografia di Costanza
dettata dalla Romano, questa si riferisce alle occupazioni intellettuali della
figliuola del Monti. In estremo grado assorbita dal quesito inorale propostosi,
la Romano non consacrò a questa parte molta attenzione. Sarebbe utile che un
giorno altri vi si indugiasse; ma a farlo convenientemente sarà necessario che
prima si abbia quello studio definitivo, che ancora manca, sugli scritti e sul
valore di Giulio Perticari. Tutta l'educazione e l'attività di Costanza
dipendono direttamente dall'indirizzo che le diede il padre e dalla
consuetudine col marito, che nel campo intellettuale fu più fervida e simpatica
che in quello affettivo. In una lettera del 1818 la contessa gli scrive: « te
lontano, io non posso più * nulla. Una prova te ne sia che i miei studi «
languiscono, ho mille dubbi che nessuno mi « solve, perchè nessuno ha la
pazienza tua e « d'altronde in nessun altro potrei porre la fidu crane pure si
legge sulla sua fede battesimale (cfr. Vici hi, Primo *aygio su V. Monti, p.
5), e in altri documenti. Però nella fede di battesimo (9 giugno ITtfii di
Costanza è detta Pichler (Viccui, op. cit., p. 52; e tale dovette essere la
forma del cognoDe, comunissimo nelle province tedesche dell'Austria.eia, perchè
so die nessuno così mi anici come « tu fai Per ora non ti dico di più, se non
che « i miei libri son chiusi e non li riaprirò se non « all'apparire del mio
Apollo. » (lett. 58). Musa leggiadra e vivace nel gruppo letterario pesarese,
che aveva in casa Pertica ri il suo centro, Costanza non riuscì solamente
artista squisita ne' versi, tra' quali eccelle quel poemetto su L'origine della
rosa, che alla fluidità ariostesca dell'ottava rima accoppia l'urbanità molle e
gentile del sentimento virgiliano ('); ma diede anche opera, sovvenendo il
marito, a severi studi filologici nel modo che a quel tempo s'intendevano. Alla
retta lettura e all'interpretazione dei testi classici essa mostrò una passione
che in donna non è comune, occupandosi con predilezione della Commedia, tanto
cara al suo genitore. Come appare dall'epistolario, ella era sempre in traccia
di codici del poema dantesco e dei migliori testi a penna studiava le varianti
con buon discernimento critico, sebbene con un criterio soggettivo che non
sarebbe più approvato a' di nostri. Una parte delle sue fatiche fu fatta
conoscere nel (!) Achille Monti, pronipote di Vincenzo, accostò alcune odi
proprie ai versi di Costanza, ed il volumetto usci nel 18H0 in Firenze, per
cura di L. F. Polidori. Altri versi di Costanza pubblicò lo Scipioni ne]
menzionato volume XI del (riornale storv;o. Ma abbiamo ragione di credere che
buon numero di sue produzioni letterarie siansi perdute per malevolenza dei
parenti, che gliele ritolsero in modo indegno, come appare da una sua lettera a
Laudadio della Ripa (lett. 149). l'edizione De Komanis del commento del
Lombardi. Sovvenne anche il marito nella revisione del Convivio e nella
restituzione critica del DitI a mondo, opera che al Pertieari stava molto a
cuore, e che dopo la morte di lui fu dalla vedova curata (lett. 131) e servi
alla nota edizione ventisettana del Silvestri ('). In queste fatiche, come
nell'attendere alla fama letteraria di Giulio, pose Costanza quell'impegno e
quell'ardore che erano propri del suo carattere. Degna tigli noia del Monti,
essa era innamorata dei classici ed oltre a Dante aveva studiato a fondo e
chiosato il Petrarca, l'Ariosto, il Poliziano, il Tasso. Non meno del padre,
che chiamava epizoozia il romanticismo, anzi la ro mantice ria (f), detestava
Costanza i romantici e col solito fuoco flava sfogo a tale suo odio scrivendo a
Urbano Lara predi: « queste tue lodi che non merito mi « saranno stimoli perchè
io studi a meritarle « quando che sia. E di questa sola ed alta spe« ranza mi
vo pascendo. Questa mi tiene di (li II Perticali in una lettera del 16 marzo
1818 a G. Antonio Roverella dice che la « buona Costanza... gli si è fatta ■ un
grande aiuto nei suoi penosi studi Vedi la mia edizione delle Liriche di Fazio
degli l'berti, p. CCLXXVII. Rispetto agli studi del Perticali su] Diltamondo
sono da vedere le recenti comunicazioni dei dottori Pelaez e Nicolussi; cfr.
(riorn. star, lìella leti, italiana, XXX, 333 e XXXI, 4li2. Intorno
all'edizione milanese del Conririo ed alla parte che v'ebbero le correzioni del
Pertieari, è da consultare uno speciale articolo di R. Murari nel (Giornale
dantfuro, V, 11. 2i Ciò è detto in una lettera inedita del Botta a G. Grassi,
per cui si veda la memoria di Emilia Rkois, Studio intorno alla cita di Carlo
Bolla, Torino continuo fra i diletti miei libri e specialmente « fra quelli de'
latini divinissimi peni ri nostri, spregiati solo da quella vigliacca pk'be di
ro« marnici, che squarciano la bocca a bestemmiare ciò che non intendono, anzi
elle non « sono né pur degni d'intendere. Kd è caso « veramente non tollerabile
che idi uomini del « settentrione cerchino ora di farsi barbari culla « penna,
come già negli anelali secoli il fecero « colle spade. E che v'abbiano de'
nostri così vili, cosi dimentichi di loro stessi che s'in« chinino a tanta
servitù! 0 mio Lamprcdi, il mio cuore è ponilo d'ira: toccando di queste *
cose, tu mi fai bollir l'animo. Qui è ueces« sai'ia una interra seenni : tu
puoi, tu devi os« seme gran campione: e fare che almanco in « Napoli e in Roma
non penetri questa pesti« lenza di che già in Lombardia ammalano « molti e
molti: e sarà grave il danno ove non « si metta pronto il rimedio » lett. 47..
Tale misoneismo intemperante, ma spiegabilissimo, in fatto a letteratura, non
impediva in altre pertinenze idee più larghe improntate a sentimenti moderni.
Così rispetto all'educazione delle donne, reputava Costanza essere « bestiale
pregiudizio » quello che le allontana da ogni coltura dello spirito, giacché,
aggiungeva, « Pini« imaginazione essendo generalmente più viva « nelle donne,
fa d'uopo maggiormente di fer« mare questa nostra troppa fervidezza in cose «
di severa applicazione, perchè i lavori ma« nuali non bastano a tenere occupato
lo spiri ro » (lett. -JOx . Cosi pure nel vagheggiare un'Italia libera ed una,
essa si accostava agli odiati romantici e partecipa va alle aspirazioni del
marito '). Xello lettei'e scritte da Roma e manifesto il disgusto che le ispira
la città papale, in cui \i sono tante cose che la « arrabbiano » ilett.
&2). Essa si trova colà quando vi giunge, t'esteiigiatissiino. Francesco I
d'Austria, e ([nelle gazzarre, lungi dal rallegrarla, le danno dispettosa
melanconia, come scrive al fido Alitatili: « troppo alti sentimenti mi bollono
nel« l'anima per poter essere spettatrice fredda «. della vergogna italiana. E
quindi inutile che ti dica non aver ancora veduta neppure una festa pel cos'i
detto imperatore: anzi al suo inuresso in Rom a, quando tutta la città era
spopolata tranne il corso e la via di Ponte Molle, la tua Costanza passeggiava
mestamente per Campo Vaccino, maledicendo il Cielo e la nostra iniqua fortuna.
Io sola fra quelle rovine piangeva mestamente la nostra perduta patria; e forse
troppo alto orgoglio era il mio, ma in quid giorno io mi sentiva, quantunque
isolata, assai più grande dei grandi che ci rovinano » dott. 79). Benedetta
colei che in te t'iiiciiise.' verrebbe voglia di sciamare. Eppure essi era
fervidamente religiosa, e in moltissime lettere dice e ripete che senza quella
religiosità limi avrebbe esitato un istante a troncare la I Vi'dasi il discorso
di Gr. S. ìS i li di due settimane se ne smalti un'edizione copiosa, e mentre
scrivo si lavora febbrilmente per farne uscire presto una seconda. Non malsana
curiosità del pubblico spiega questo successo d'un volume che si direbbe a
prillisi giunta vivanda da eruditi: anzi, l'avere il pubblico italiano, cosi
poco facile a prendere fuoco pei libri clic non sieno d'occasione, ili scandalo
o di lettura anienissima, inteso subito l'importanza di questo, gli torna per
lo meno a tanto onore quanto ridonda a disdoro di pochi letteristi scontrosi
l'averne .n'indicata inopportuna la pubblicazione. E ciò non solo perchè, come
disse un buon s'indico i 1 1, cotesti Bruii/ « contendono gemmo di rara
bellezza », ma specialmente perchè, fu aggiunto a buon dritto dalla medesima
persona, « nel confronto che possiamo « fare è un elemento di studio, per
scrutare e « indovinare la paziente opera del genio». Confronto di svaria
tissima natura: studio d'importanza tale che da molti anni, oso dire, la
critica non ebbe occasione di farne uno più significante nò più proficuo. È
noto con quanta pena e con quale industria sottile l'arte incontentabile del
Manzoni raggiungesse nell'edizione del 1840 la perfezione formale che difettava
in quella del 18*27. Le due edizioni furono stampato a fronte e furono studiate
comparativamente da parecchi, con speciale acume i ti A. FouAzzAim nel
(liofiia/c ti 'Italia 'IH. e fortuna segnatamente dal D'Ovidio. Anche da questo
punto di veduta i Brani, stesi tra la primavera del 1 Si? 1 e l'autunno del
ltòS, offrono a rgoniento ad osservazioni preziose, giacché ci fan vedere
quanto miserella. disuguale, taloi'a persino sciatta e mal contesta t'ossela
primissima veste die il pensiero manzoniano si mise addosso. Ma non di ciò io
mi propongo di qui discorrere: ■4 bene del contenuto, richiamando l'attenzione
dei lettori sulla fisionomia che il romanziere milanese diede dapprima a eerti
suoi personaggi e sullo sviluppo primitivo di certe scene. Ammetto senz'altro
che ognuno abbia presente nelle sue particolarità quel libro meravigliosamente
fresco, che doveva dapprincipio intitolarsi Vcrmo e Laviti, più tarili (Hi
Sposi Promessi e finalmente si chiamò / Promessi Sposi. Quindi, ■icnz altri
preamboli, vengo al buono, e considero anzitutto Gertrude. In altro articolo
esaminerò l'Innominato ed in un terzo rivolgerò la mia attenzione a figure e ad
episodi minori. Cenni fugaci saranno questi miei, ma mi terrò pago se per essi
nascerà in altri la voglia di uno scandaglio più profondo e se questi altri
troveranno nella lettura e nel lavoro il diletto spirituale *q insito che a me
venne dal confronto dei Brani con le (luti redazioni del romanzo. ■.^ Senza pur
conoscerne il nome, attinse il Manzoni la tragica storia di suor Virginia
Maria, al "croio Marianna de Lev va. dal Ripamonti. Ripamonti aveva
conosciuto di persona la Signora di Monza ne' suoi ultimi anni. In quella
vecchierella curva per la grave età, macilenta e torrefatta dai patimenti e
dalla espiazione, veneranda per santità di pensieri e di opere ('), inai si
riusciva, dice egli, a figurarsi quale doveva essere stata un tempo, bella,
altera, procace. In tutto il racconto latino, elegante e pomposo, i personaggi
sono anonimi, ail'infuori del seduttore, Giampaolo Osio; ma ciò gli concilia
certa vaga solennità, suggestiva in sommo grado pei1 un artista. Sebbene
nell'annalista milanese si scerna manifesto il proposito di togliere anche da
quella storia esempio edificante e di farvi risplendere la parte di sant'uomo
che anche in essa ebbe il cardinal Federigo, v'ha senza dubbio materia più che
sufficiente per tesserne un romanzo saturo di forte drammaticità. E il Manzoni
lo fece: ma in entrambe le redazioni del romanzo la sua attenzione fu volta in
particola!1 guisa alla psicologia della fanciulla, spinta contro ili Dopo la
condanna, suor Virginia stetto 13 anni murata in una cella oscura, poi passò
alle convertite di Santa Valeria, ove fu soccorsa dalla carità del cardinale
Federigo Borromeo. Xata nel 1575, mori nel IliòO. A noi è consentito di leggere
nella sua anima pervertita col sussidio degli atti processuali, che conosciamo
mutili, come ce li diede in due edizioni il855 e D-W4) Tullio Dandolo. Lo
Sforza mi dice che per buona ventura il processo integro fu rintracciato a
Milano. Del periodo espiatorio conosciamo sue lettere pd altri documenti, per
via del nutrito lavoro di Lrioi Zkriii, La f)'iipiora ili Monza nella aloria,
ili Ardì. star, lomliartlo, an. XVII, 1HH0, fase. voglia nel chiostro
(argomento pel quale non mancavano a lui reminiscenze personali e letterarie
W), ed alla psicologia della monaca forzata (s), e tirò via sulla seduzione e
sulle conseguenze atroci della seduzione. Privatamente informato, tra la prima
e la seconda edizione, dell'esistenza del processo, e avutane fors'anche
cognizione diretta, egli non modificò affatto nella sostanza il lungo episodio,
e del nuovo elemento onde si precisava in lui la nozione del soggetto ci lasciò
una spia quasi impercettibile in un solo particolare aggiunto nella stampa del
'40. Quivi è detto che dopo la sparizione della conversa uccisa nel monastero
di Santa Margherita perchè non riferisse gli amoreggiamenti della Signora, « si
fecero gran ricerche in Monza e nei con« torni e principalmente a Meda, di
dov'era * quella conversa» (3). Il nome dell'oscuro villaggio in quel di Monza
non sarebbe certo passato per la niente dell'autore, se egli non avesse il) Per
le reminiscenze personali e famigliari leggasi Cu. Faiihis, Memorie manzoniane,
Milano, 1SK)1, pp. 57-58. Quanto ai ricordi letterari, essi possono esser
diversi, oltre al libretto Jel Diderot, perchè, nelle molte letture del Manzoni
di libri del sec. XVII e del VXIII, di violenze fatte a fanciulle nobili perchè
prendessero il velo non v'era penuria. Vedasi in proposito una calzante
comunicazione di E. Beiitana, nel (ìiorn. slor. ■Iella leti, ila!., voi. XXXV,
p. 172. Il migliore esame psicologico della Signora lo dobbiamo sinora ad un
filosofo, Giovanni Viuaki, Suor Oertriule, l' Innominato e Fra Cristoforo,
Firenze, 18!I5. C&) Vedi p. 239 (cap. X) nell' ed. col commento del
Petrocchi, Firenze, 1S)8, alla quale sempre mi attengo per questi articoli. 142
ì promessi sitisi ix formazione: appreso che la conversa violentemente
soppressa ehiamavasi Caterina Cassini dn Mrrftr, come risulta dai constiluti
processuali. Oli non' rammenta la tragica e misteriosa terrihiiilii con cui
quel primo delitto è accennato nel roman/.oV La conversa più non si trova: una
buca praticata nel muro dell'orto la fa supporre fuggita; si fan congetture: la
Signora di quella storia non ama sentir discorrere: ma vi pensa di e notte e
rimugino di quella donna le compare nella fantasia come uno spettro. Nella prima
minuta il fatto è narrato invece per disteso, con evidenza mirabile pp.
li'0-127'. Come si può imporre silenzio alla conversa, che in un momento d'ira
avea minaccialo la delazione? Eiridio '(die così si chiama anche qui l'Osio) si
stringe a consulta con le tre sciagurate da lui sedotte, la Signora e le due
suore a lei addette e sue complici, qui innominate ('). « Il modo fu « pensato
e proposto da lui con indifferenza e « acconsentito dalle altre con difficoltà,
con resi di 111 realtà chiamava usi Ottavia Ricci e Benedetta Ornati. Esse
fufrjiirono poi amliedue dal trai vento con 1" Osio, clic cercò
sbrigarsene, gettando 1' una nel fiume Larabro, e V altra in un pozzo. All'
uccisione della conversa Caterina, per mano dell' Osio. realmente assistevano,
oltreché Virginia. Ottavia e Benedetta, anche due altre monache. Silvia Casati
ed una Candida, ch'era la druda del laido prete Paolo Arrisone, mezzano dell'
Osio. dopo aver invano tentato la de Ij^vva. In quel convento delle Umiliate la
disciplina era a tali termini, da farlo poco dissimile da un lupanare. 11
Ripamonti tacque di molti abusi; il Manzoni, a sua volta, in questa parte
idealizzò. i promessi sposi ix formazione 143 sieuza, ma alla line acconsentito
». Geltrude ■ •he nel romanzo, con maggiore conformità al.'I imo fermali ico, è
invece Gertrude' l'esiste più .[rlle altre, ma alfine cedi1 essa pure e
pattuisce ehe non si sarebbe impacciata di nulla, od avrebbe lasciato fare ».
Presa da parte la con•ersa, le dui1 suore le propongono di farla assilere a
qualche scena che ronda più sicura la -uà delazione. A tale scopo la nascondono
nella im o cella, e di notte, al dubbio chiarore che veniva dalla stanza
vicina, una di osse la finisco dandole un colpo di sgabello sul capo, impacio i
'tccijì"t scnìt/'Uo, come scrive il Ripamonti. I -nccessivi portamenti
dell'Osio e di Gcltnule, ;. sottrazione del cadavere celato in una cantina, u
-.bigotti monto pauroso delle tre monache rimasto solo, tutto magnifico, tutto
degno del stanzoni ne' suoi migliori momenti. «Le duo serventi partirono;
Geltrude le segui fino alla porta, aspettando che tornassero col lume. I.o
deposero sur una tavola, lo spensero, e sedettero di nuovo attorno a quello che
ardeva da prima. Slavano così tacite guardandosi furtivamente « ili tratto in
tratto; quando gli sguardi s'incontravano, ognuna abbassava gli occhi, come se
« temesse un giudice, e avesse ribrezzo d'un colpevole. Ma l'omicida, più
agitata, o agitata in modo diverso dalle altre, cercava ad ogni mo"iciiio
di cominciare un discorso, voleva par« lare del fatto e del da. farsi come di
cosa co« mime, parlava sempre in plurale conio per tenero afferrate le compagno
nella colpa, per es* seve nulla più che una loro pari». 141 I PROMESSI SPOSI IN
FORMAZIONE Anche Egidio, il fosco, facinoroso, volgare Giampaolo della realtà
storica ('), è un'ombra nel romanzo ed è una figura concreta nell'abbozzo. Quel
« giovine, scellerato di professione », la cui caratterizzazione sommaria mi ha
fatto pensare tante volte all' « uomini poi, a mal più eh' a bene tisi » di
Piccarda, è qui rappresentato, se non con finezza di particolari, almeno con
sicurezza di tratto; e l'episodio degli amori, condensato nella redazione
definitiva in quel solenne «la sventurata rispose», che per la sua pregnante
concisione fece andare in visibilio più di un critico, è narrato per disteso
(pp. 107 segg.). Della scelleratezza d'Egidio s'indagano le origini, trovandole
nelle condizioni e nelle idee dei tempi, non che in certe tradizioni
famigliari, che al Manzoni offrono il destro a considerazioni svariate; i primi
rapporti con la Signora, succeduti a quelli non colpevoli con una educanda da
lei sorvegliata ('), sono descritti con cura, ed è con la consueta vivezza
intuitiva che il gran romanziere sorprende i primi commovimenti dell'anima di
Gelt-rude, le prime esitazioni, la prima dedizione. Pagine davvero osservabili,
nelle quali unica Per la storia dell' Osio, oltre la citata memoria dello
Zkiiiii sulla monaca, vedasi di lui l'opuscolo L'Eyìdio dei Promessi Sposi
nella famiglia e nella storia. Como, 1895. Se pure quello Zerbi scrivesse un
po' da cristiano! Quind' innanzi la cognizione integrale del processo potrà
forse gettare nuova luce anche sul maggiore colpevole. A questi amoreggiameli
con un' educanda accenna anche il Ripamonti. Dalle carte processuali
apprendiamo che essa chiamavasi Isabella degli Ortensi, di Monza. note, forse
un poco stonata, è l'aver dato, anziché al sangue giovanile ed alla passione
incalzante, una parte ragguardevole a certo pervertimento teoretico « Ella fu
dunque una docile e cieca di« scepola, e conobbe e ricevè tutte quelle idee ge«
nerali di perversità a cui l'ignoranza e la irri* flessione di quei tempi
permetteva di arrivare » ip. 119). Se il Manzoni avesse conosciuto in tempo il
constituto di Virginia de Leyva, egli ne avrebbe per avventura tratto partito
per far predominare invece un elemento assai meno razionale: il fascino
irresistibile; ciò che la povera Virginia, caduta nell'abisso, chiamava malia,
stregoneria ed altro di simile, quasiché attratta nell'orbita del peccato, a
lei non fosse più dato di pensare con la testa propria e forzatamente
precipitasse al delitto. Per quanto certe teorie moderne fossero assai remote
dai principi e dal modo di concepire la vita e l'anima umana da cui il Manzoni
non usava mai dipartirsi, credo chela confessione della povera suora d'innanzi
ai suoi giudici lo avrebbe indotto a renderle ancora più debole la volontà di
contro alla passione e meno attivo l'intelletto. Altro particolare, che nel
romanzo difetta, è una motivazione adeguata del tranello in cui la Signora fa
cadere Lucia ('). Dire che « la sven ti) È un vecchio appunto del Tommaseo,
ripreso dal Borgognoni e dal Luzio, ed è un appunto eh' io trovo giusto,
malgrado la difesa del Finzi, Lezioni di storia della lett. italiana, IV, I,
407 segg. e quella di Giov. Negri, Commenti sui Promessi Spori, Milano, 1903,
I. 184 n. Anche il Vidari (Op. ci?., p. 34) sentì cotesta lacuna. turata tentò
tutte le strade per esimersi dal« l'orribile comando »; sentenziare che « il
de« litto è un padrone rigido e inflessibile, contro « cui non divien forte se
non chi se ne ribella « interamente.» (cap. XX), son cose giuste e ben dette;
ma non vediamo in esse raffigurata la maniera come una delinquente per passione
può trasformarsi in una traditrice cosciente. Nella prima minuta Geltrude vive
sotto l'ossessione di quella morta deposta in cantina sotto un mucchio di
sassi, la povera conversa di Meda. Egidio, di ritorno da un colloquio avuto col
Conte del Sagrato (che sarà poi l'Innominato), le promette che, se ella
consente ad ingannare Lucia, caverà il cadavere da quel luogo e lo porterà
lontano. La Signora, che non ama Lucia, perchè quel candore le è quasi un
perpetuo rimprovero, repugna e resiste. Ma il giovinastro la circuisce con arte
infernale, si tinge adirato e pronto ad abbandonarla, le fa balenare l'idea di
quella trucidata che rimarrà là sotto se ella non cede, chiama in soccorso le
due complici, più volgarmente perverse di Geltrude, ed ottiene ciò che vuole,
anzi ottiene più di quel che vuole. « Gertrude, avvezza « ad essere
strascinata, e a far sempre qualche « cosa di più di ciò che sul principio
aveva ri« casato di fare, rispose tosto che pigliava essa « l'impegno, che ne
aveva i mezzi più di chic« chessia » (p. 185). Persuasa al tradimento, la sua
natura superba vuol esserne, non solo compiacente intermediaria, ma artefice
diretta. In questa parte l'abbozzo completa magistralmente l'azione del
romanzo. Non così si può dire dello altre parti do" Urani ove ricompare la
Signora. Oziose le cautele di lei colle compagne e col Guardiano dei cnppuceini
il'amico di padre Cristoforo) dopo il ratto ili Lucia (pp. 208-10); poco
opportuna la dimanda che a Lucia medesima, liberata, muove intorno alla Signora
il cardinale Federigo (p. ;i'22ì. 11 rimanente della lugubre storia, fino al
pentimento dell'infelice monaca, anzi sino alla morte di Egidio, non è
nell'abbozzo (e l'autore lo confessa) che un compendio della narrazione del
Ripamonti (pp. 192-95) talora quasi tradotto alla lettera; nè mette conto di
occuparsene. Val meglio il fugace accenno inesso in boccanel
romanzo(cap.XXXVII) alla mercantessa vedova, che Lucia conobbe nel lazzaretto.
Quei fatti posteriori non avevano che vedere con l'azione principale del
romanzo. Che in origine gli ultimi casi della suora fossero « intrecciati agli
ultimi dei due promessi », e che in nne del romanzo, in luogo del signor
marchese, ricomparisse Geltrude pentita a chiedere perdono a Lucia, sono
stranezze che poterono essere asserite con sbalorditola sicurezza ('), ma che
pel cervello di don Alessandro non passarono, la Dio mercè, mai. * * La penna
del romanziere corse troppo nel riferire gli strani discorsi che la Signora
usava fare il) Da F. P. Cesta un, La storia nei Proni. Sposi, uel volume Studi
storici e letterari, Torino-Eonia, 1804, pp. 288 e 810-11. con Lucia. Ve a
questo proposito un dialogo singola rissimo nei Umili p|). ji)2-o9, ove la
Signora s'abbassa al pili ributtante cinismo prendendo a difendere Don Rodrigo
e dicendo alla semplice conUidinella affidata a lei : « convien dire che voi
non abbiate mai avuio chi vi volesse male, fiacche sentite tanto orrore per chi
vi ha voluto bene ». Par di sentire il Pisistrafo dantesco rispondere alla
moglie, che si lagnava di chi aveva abbracciato in pubblico la loro figliuola:
Clic t'areni noi a chi nini ne (lenirà Se ; ma, conclude con sopraffina
malizia, « si « parla soltanto di questo fatto, perchè può dar « luogo ad una
osservazione piccante: ohe vi ha « talvolta delle leggi che non sono eseguite »
(pagina 80). Spiace pure alquanto che il Manzoni abbia dato di frego al
discorsetto con cui la badessa di Monza rispose alla domanda della giovinetta
Geltrude d' essere ammessa nel chiostro: discorsetto breve, ma forbito, che le
era stato dato in iscritto « da un bell'ingegno di Monza » e che fece sorridere
di compiacenza le suore, perchè « la gloria del capo si diffonde sugli
inferiori », e lasciò il popolo minuto, che pure fu messo alla porta poco dopo
senza cerimonie, pieno d'ammirazione (p. 18). In quanto a psicologia, il
Manzoni, ammonito più di una volta dall'amico Ermes Visconti, le cui postille
all'abbozzo danno spesso nel seguo ed ebbero, di regola, esaudimento, ha quasi
seni pi e e con mano sicura migliorato nella redazione stampata. Il padre di
Geltrude è nell'abbozzo un marchese Matteo, più bonaccione, più ignorante, più
asservito ai pregiudizi che il principe del romanzo. Il principe ha ben altra
austerità imperiosa ed esercita pei1 mezzo di essa ben diversa efficacia sulla
figliuola e sui lettori. Maggior risalto che nel romanzo hanno invece nei Brani
(pp. 02-63 e 72-73) la marchesa ed il marchesino; i quali poi, divenuti la
principessa ed il principino, perdettero di significato pei' lo meno quanto
avevano guadagnato di grado. Nè fu gran male: cosi campeggiano meglio le due
figure capitali, il principe e la figlia. Del resto, quella marchesa era tale
pupattola, da non sentirne punto la mancanza : figuratevi che nel ritorno da
Monza, dove Geltrude era stata con tanta pompa presentata al convento, essa
riuscì a dormire placidamente « malgrado i trabalzi che una carrozza di quei c
tempi dava in una strada di quei tempi». Di materno non le era rimasto
assolutamente nulla. Il prete esaminatore e nei Brani (pp. 92-93) troppo buon
uomo, e forse in virtù d'una giusta osservazione del Visconti divenne l'uomo
dabbene del romanzo, che è più a suo posto. Geltrude è, nè più nè meno, ciò che
sarà Gertrude nel romanzo: lo scrittore la concepì di getto sull'arido
fondamento di poche frasi latine del Ripamonti. Solo nell'abbozzo è più
spiegata la vanità di Geltrude, e là dove il romanzo condensa tutto in una
frase dicendo « idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza », qui invece è
detto come la idolatrasse e come la piangesse (pp. 101-103). Fu osservato che il
Manzoni, cosi sobrio e riguardoso nel descrivere donne giovani, solo della
monaca scrisse che avea la persona ben formata La tormeutatissima descrizione
dell'abbozzo (pp. 21-24) dice poco di più, ma si trattiene sul muoversi e sul
gestire di quella infelice, che alla fantasia del Manzoni richiama certe
parodie di monache sulla scena, in paesi non cattolici. Un vizio, invece, che
la Signora ha nell'abbozzo, e che le fu tolto con ragione, è di alludere
continuamente a sè, ai propri casi, alla propria vocazione forzata. Sin dal
primo momento in cui parla ad Agnese e a Lucia, completamente estranee, esce in
una sfuriata con amarissimi accenni al destino proprio (pp. 29-30), e poi
seguita su questo tono spessissimo, il che è fuori del verisimile. In luogo più
acconcio che nei Brani è posta nel romanzo la guerricciuola pettegola fra
educande, nella quale le compagne di Geltrude si vendicano della sua
superiorità, vantando il proprio avvenire nel secolo e spargendo il ridicolo
sul suo futuro impero di badessa ; ma qui è andata perduta una perla
d'osservazione psicologica, racchiusa in questi termini: « Geltrudina non
poteva rivol« gere le stesse armi contro le avversarie, perchè « le ricchezze e
la voluttà non sono di quelle « cose delle quali si ride in questo mondo. Si «
ride bensì di chi le desidera senza poterle ot ti) F. Romani, Ombre e carpi,
Città di Castello, tpnere, e di chi ne usa sgraziatamente; e questo ridere
mostra l'alta estimazione, in cui sono « tenute le cose stesse. Quei pochi che
non le c stimano, non esprimono il loro giudizio con la derisione » (p. 39). *
• In conclusione, adunque, nella prima stesura dell'episodio della Signora sono
sviluppate due scene, quella dell' uccisione della conversa di Meda e quella
del dialogo con Egidio, che giovano alla motivazione intima del tranello teso u
Lucia e potevano rimanere, sia pure modificate, nel romanzo. Il resto si può
dire quasi tutto ridotto in meglio nella redazione definitiva, e i tagli della
storia ulteriore di Gertrude, compendiosamente esposta nell'abbozzo, sono
pienamente giustificati. Certamente i casi di Virginia de Leyva, quali
risultano dal processo, sono d'una drammaticità prepotente (*). Quella specie
di tristissima suggestione che esercita l'Osio su di lei; l'agonia di
quell'anima, che vorrebbe ribellarsi e non può; il peso di complicità
abominevoli e di delitti orrendi; la tabella votiva inviata, dopo il primo
aborto, da Virginia alla Madonna di Loreto perchè la liberasse dalla colpa
ruinosa; le ripetute ansie della maternità; quella bambina, legittimata po (1)
Sintesi efficace ne dà il Luzio, Manzoni e Diderot. scia dall' Osio con un
sotterfugio giuridico nel ItiOO, che veniva al convento ed era colmata di
carezze dalla Signora, presenti e non ignare le monache; sono tutti particolari
di altissimo valore psicologico, da tentare un artista. Il Manzoni dapprima li
ignorò: in seguito, saputili, non se ne valse. L'episodio, di cui s'era
invaghito, aveva già troppo il carattere di un romanzo nel romanzo; e perciò
l'amico Fauriel consigliava di sopprimerlo. A questo partito radicale l'autore
non seppe decidersi, ma ne eliminò una parte, ne eliminò anche troppa parte.
Perchè? Possibile che il romanziere non siasi avveduto essere quelle due scene
rappresentate con plasticità geniale, più utili all'azione principale che
quella lunga preparazione remota, per cui Geltrude divenne monaca contro voglia
e spergiura e complice d'omicidio? Se si doveva adoperare il ferro chirurgico
sulla carne viva del magnifico episodio, perchè rispettare tanto ciò che era
più lontano dalla storia dei due sposi, il lento ed inevitabile pervertimento,
mentre spietatamente si recidevano le circostanze essenziali del primo delitto
e gli stimoli irresistibili al secondo ? Bisogna pur pensare che gli scrupoli
religiosi di mons. Tosi avessero qualche presa sull'animo del Manzoni. E vero
che nella prima stesura aveva messo le mani innanzi dicendo : « il Ri« pamonti
racconta di questa infelice cose più «forti di quelle che siano nella nostra
storia; « e noi ci serviamo anzi delle notizie che egli ci ha lasciate per
render più compiuta la storia « particolare della Signora. Queste cose però, *
quantunque rese più che probabili da una tale « testimonianza, e quantunque
essenziali al filo « del nostro racconto, noi le avremmo taciute; « avremmo
anche soppresso tutto il racconto, se « non avessimo potuto anche raccontare in
proli presso un tale mutamento d'animo nella Si« guora, che non solo tempera e
raddolcisce l'im« pressione sinistra che deggiono fare i primi fatti « della
Signora, ma deve creare una impres« sione d'opposto genere e consolante » (p.
33). Questa giustificazione etica, ricercata nella esemplarità finale di
quell'intermezzo storico, indusse forse la coscienza del Manzoni a non
sopprimere di sana pianta quei due capitoli che tanto gli piacevano; ma
rimaneva pur sempre il pericolo di eccitare soverchiamente, con
rappresentazioni vivaci, il raccapriccio dei lettori per scene pur troppo
seguite in un luogo sacro, tra quelle che avrebbero dovuto essere le spose del
Signore. Chi sappia ciò che il Manzoni pensava a questo proposito troverà per
avventura in questo timore la ragione sufficiente della mutilazione. I
successivi portamenti della Signora non avevano relazione diretta con la favola
principale del romanzo, e furono eliminati; le due scene di cui non si poteva
far senza furono ridotte con tanta arte, che la fantasia dei lettori potesse
colmare la loro misteriosa indeterminatezza. Così si tacitavano gli scrupoli e
si ubbidiva anche un poco alle esigenze dell'economia del libro, alle quali per
altro don Alessandro non era disposto a sacrificare troppo lesile personali
inclinazioni e i suoi gusti. Si tenga presente che, malgrado tutti i consigli
ed i consiglieri, il vero od assoluto arbitro nell'opera propria rimase pur
sempre lui. II. L'Innominato. Francesco Bernardino Visconti di Brignano fu
senza dubbio una gran canaglia; ma una canaglia che avea certa signorile
alterezza, per cui non tollerava uguali ma voleva soggetti, anche fra i suoi
alleati di scelleraggini, presso i quali, come presso i veri sudditi,
esercitava il prestigio di un coraggio a tutta prova e di quella specie di
magnanimità che non mancò talora ai più feroci briganti. Tale il Ripamonti,
senza nominarlo, lo descrive; e dice di aver conosciuto lui, come la Signora,
già vecchio e volto a nuovi pensieri per l'eloquenza, narravasi, del card.
Federigo, che avea trovat o la via del suo cuore, pervertito, non guasto. Anche
in quella sua verde vecchiezza, fa capire l'annalista, serbava i vestigi
dell'antica imperiosità; ma questa sembrava piegata a forza, da un'altra
volontà intima, a mansuetudine. Nelle frasi incisive del Ripamonti,
l'Innominato v'è già tutto; e si delinea persino quella specie di sdoppiamento
spirituale che il Manzoni sviluppò in un cosi splendido saggio di analisi. I
PKOMKSSI SPOSI IN F0K.MAZ1ONK lf>7 Ma non subito trovò la sua via, e, caso
singolare, dapprima si scostò dalle linee severe tracciate dal Ripamonti, poi
vi tornò grado a grado. (Questa tigura fu una delle più tormentate del libro:
don Alessandro la rifece tre volte, perdendosi nella seconda a contare di molte
prodezze delittuose dell'Innominato e a sciorinare considerazioni storielle
generali su quella specie di tiranni, che la dominazione spagnuola in Lombardia
era costretta a tollerare ('). Nel primo abbozzo, l'Innominato ha un nome, o,
meglio detto, ha un nomignolo, datogli per certa sua ribalderia brigantesca
riinasta celebre, l'aver freddato di pieno giorno, di piena festa anzi, sul
sagrato d'unii chiesa, mentre ne uscivii con altri, Vedasi lo squarcio della
seconda minuta opportunamente riferito in appendice dallo Sforza, Brani, 591
segg. Anche là il Manzoni era costretto a scusarsi per le digressioni
generiche, e nella scusa fa capolino il suo solito esagerato scrupolo di
storico, che se in tanti casi giovò alla grandezza del suo libro, in altri, è
forza ammetterlo, gravemente gli nocque: « Vorrei poter risparmiare al lettore
tutte queste notizie e riflessioni generali su le opinioni, gli usi, le
istituzioni di que' tempi, e condurlo speditamente di fatto in fatto fino al
termine della storia; ma i fatti che mi tocca di raccontare sono talvolta cosi
dissimili dall' andare comune dei nostri giorni, così estranei alla nostra
esperienza, « che, a dar loro un certo grado di chiarezza, mi par pure
indispensabile di spiegare alquanto lo stato di cose nel quale e pel quale
potevano essere. Altrimenti, a quelli che non hanno fatto studi particolari
sopra quell'epoca, sarebbe come presentare un osso di questi animaloni di razze
perdute, senza dare un. po' di descrizione dello scheletro, o di quel tanto che
si è potuto trovare e mettere insieme, per la quale si vegga come quell'osso
giaceva • (p. GCM). 11)8 untale elio aveva usato resistere alla sua prepotenza.
Quel delitto, compiuto con truce sangue freddo (pp. 144-149), gli guadagnò la
designazione di Conte del Sagrato. Il Conte del Sagrato differisce assai
dall'Innominato: di gran lunga più turbolento, egli manca quasi interamente di
generosità; è un delinquente triviale, una specie d i Egidio elevato alla terza
potenza. Quando il timido cappellano crocifero chiama nel romanzo l'Innominato
« appaltatore di delitti» (*), c'è da giurare che tale designazione colorita
spettava al Conte del Sagrato, meglio che quella d' « intraprendi tore di
scelleratezze », che è nei Brani (p. 150). II Conte vende la sua potente
mediazione delittuosa a suon di doppie, e guai a chi non paga con scrupolosa
puntualità! Egli non ammette dilazioni; presso un abile mercante della sua
risma, quelle son cambiali che vanno in protesto, e l'avviso del protesto
potrebbe anche essere un'archibugiata nella schiena. Pel ratto di Lucia,
impresa piena di pericoli, chiede dugento doppie; e don Rodrigo, se anche a
malincuore, deve striderci. L'idea del mercato fa capolino ogni momento e volgarizza
tutto. Volgari, sebbene efficaci sono i colloqui del Conte con don Rodrigo e
con Egidio, ridotto il primo ad un breve cenno, l'altro soppresso nel romanzo
nel pensiero e nell'espresEdiz. Petrocchi, p. 552, cap. XXIII. In fondo al
colloquio con Egidio trovi un tratto umoristico, che va rilevato. Dice il
Manzoni che « uno dei molti « vantaggi dei lettori di storie » è « il sapere
certe cose igno sione il Conte è un vero soldataccio, e tale resta anche al
cospetto del card. Borromeo, sebbene vada a lui (cosa estremamente
inverosimile) con mezza voglia di convertirsi (p. 235). Figuratevi clic appena
introdotto al suo cospetto, prende a dir ira di Dio dei preti e poco manca non
gli esca dalla strozza un moccolo! (pp. 258 59). Anche dopo la conversione,
nella celebre cavalcata con don Abbondio, il Conte appare alquanto rozzo, e non
ancora del tutto spoglio dall'abito consueto della violenza. Bellissima, pur
nel primo getto, la scena del Conte che notifica il suo mutamento ai bravi e ai
domestici; ma ben lontana dalla solennità sublime che la medesima scena assume
nel romanzo, ove la superiorità tutta morale dell'Innominato su quella
ciurmaglia risplende luminosa. Poco mi garba veder nei Brani quel povero Conte
che si sottopone a una specie di vili crucis, e non contento del colloquio, che
è qui duplicato, col cardinale, non pago alle refezioni che prende secolui, lo
segue in ogni sua tappa, sicché nel più bello lo troviamo (indovinate?! nella
cucina di Perpetua! Decisamente quel povero Conte non sa essere signore, nè
prima della conversione nè dopo. In luogo del semplice e toccante
«perdonatemi», pronunciato quasi timidamente da quel potente, nella stesura
defi ■ rate dai personaggi più importanti di esse ; il veder chiaro dove i più
accorti ed oculati personaggi camminano all'oscuro : vantaggio che dovrebbe
ispirare ad ogni lettore ben nato molta riconoscenza a coloro che glielo
procurano, che alla fin line sono gli scrittori di quelle storie • fp.
1&>). ItiO nitiva, quando va a liberare Lucia; nella prima minuta il
Conte va in piena forma a chiedere perdono a Lucia nella sua casetta natale, e
in persona regala alle donne dugento scudi d'oro, mentre nel romanzo ne manda
cento con una lettera. Meno liberale del suo, ma più dignitoso. Altra
umiliazione, che nel romanzo fu tolta a buon diritto, perchè non ha punto punto
del signorile, è che quando, per fuggire l'invasione dei lanzi, tre dei
personaggi del romanzo, che tutti sanno quali siano, si ricoverano nel castello
del Conte, questi è costretto, per mancanza di posto, a cedere il proprio letto
ad Agnese e ad andare lui a dormir sulla paglia (p. 456). Inoltre, quel Conte
convertito dà talora un po' troppo nel semplice. Con don Abbondio egli aveva
bazzicato assai più di quel che facesse l'Innominato, eppure, sembra, non s'era
per nulla accorto con che razza di pulcin bagnato egli avesse a che f are.
Infatti, quando il povero prete viene pien di sospetti al suo castello per
ricoverarvisi con le due donne, egli non esita, il Conte, a pregarlo di «
animare questa buona gente alla difesa della * vita di tanti deboli, della
pudicizia di tante « donne », e di * assistere quelli fra noi che la« sciassero
la vita in questa impresa di miseri« cordia» (p. 4oò). Che dica per burla, non
consta, e non sarebbe in carattere; se dice da senno, deve avere avuto chiusi
gli occhi e gli orecchi, tutto assorto nella sua santità nova, quell'uomo
ch'era pur avvezzo a praticare con tanti e a legger loro nell'anima. Allorché
don Abbondio, nel suo segreto, gli risponde « un corno » ; non sappiamo se sia
più comica la situazione di chi risponde a questo modo o quella di chi avea
fatto proprio a lui la strana proposta. Nè si creda che questa diversità
d'indole, di modi e di educazione del Conte del Sagrato sia solo limitata a
fatti secondari. Essa viene ad intaccare la compagine stessa di quel carattere,
in quella crisi massima della sua esistenza, che è la conversione. Nella prima
minuta il Conte ha 50 anni, mentre nel romanzo l'Innominato ne ha 60. Dieci
anni sono molti quando il mezzo del cammino è oltrepassato da un pezzo. Infatti
nei Brani non hai quella specie di malaise nel delinquere, che proviene
dall'età e dal conseguente appressarsi della morte ('), e non hai neppure
quello sdoppiamento dell'io, meravigliosamente dipinto nel romanzo, che prepara
la conversione, e su cui il Graf scrisse parole d'oro (*). « Quel nuovo lui,
che cresciuto terribilmente a « un tratto, sorgeva come a giudicare l'antico »
(3), è il vero autore della conversione; la presenza di Lucia, il discorso
eloquente del mite Federigo, (T) Ciò avrebbe garbato al Finzi, Lezioni, IV, I,
40i, a cui sembra inn attirale nel rispetto dell'arte» quell'Innominato che già
sin dalla presentazione è « prossimo a battere la via di Damasco • . Non si può
negare che qualche ragione possa averla anche il Pinzi; ma della psicologia
della conversione, rispetto alla quale il Manzoni aveva principi suoi ed era
maestro, quell'egregio critico non si è curato. c2) Foscolo, Manzoni e
Leopardi, Torino, 1898, pagine 118, l'20, 130. Cól Ediz. Petrocchi, p. 515,
cap. XXI. Ee.iier Svaghi Critici 11 liC' non sodo causo, ma occasioni. Sono
occasioni volute dalla Provvidenza, la quale opera il miracolo in quell'ordine
appunto che è consono alla icona della (inizia, online chiaramente
rappresentalo nella Scrittura ('>. Che l'operazione della (ìrazia
corrisponda appieno alle esigenze della psicologia, non è meraviglia: ma pel
i-redente la conversione non può esser altro che un miracolo: ed il Manzoni più
d'ogni altro se lo sapeva, egli che d un miracolo siffatto credeva d'aver
ricevuto la ( ìrazia. Ora la lettura di quelle importantissime pagine della
minuta, che ritraggono i pensieri e le operazioni del Conte del Sagrato, ci
svelano un particolare degnissimo di nota. Questo. Che il Manzoni, nella
trattazione alquanto grossolana del personaggio che gli usci dalla mente e
dalla penna nella prima stesura, non pensò a motivare secondo gli studi
scritturali il gran mutamento del Conte. Solo in seguito, col continuo pensarci
su, egli s'avvide della minor logica della trasformazione, e ci diede quella
conseguente e vivissima rappresentazione di una coscienza morale che si
ridesta, per cui la storia dell'Innominato è tra le più profonde concezioni dei
PromessiSpasi. ili Alquanto prolissi e talora sin troppo sottili, ma
sostanziosi e d'innegabilivalore sono in proposito i due saggi recenti di Gimv.
Xkivki, La cOìtrerxioHe iìe/PJtiuominnto e il ronfilo ilclln Uraz'w e Se la
eonfc salone il eli' Iiinomhia'o fu prr il Manzoni mi miwofo, nei citCommenti,
voi. II. Panni cIih il Negri abbia ben risolto il quesito, intornu a cui erano
discordi il Graf e il D'Ovidio. I l'Ko.MtlsSI smisi IN I che quella lolla
benediva acciò se ne andasse ed era troppo -.alito per mandarla, invece, a
tarsi benedire) fu costretto a rompere il digiuno in pubblico con mi lezzo di
pane ed un bicchiere d'acqua. Per un principe della Chiesa non c'era male! Il
Manzoni non fece forse benissimo trascurando, per isiudio di brevità,
quest'aneddoto: mentre operò -augii-unente troncando l'indagine dei motivi per
cui Federigo, pur avendo scritto tante opere, non .i.iiM'gui celebrità
letteraria. Chi voglia, può leggere quei motivi nei Brani pp. 241 e segg.ì, ma
non vi apprenderà nulla di peregrino. Lucia è in questa parte della prima
minuta meno soavemente mansueta che nel romanzo, anzi a volte ò un po'
imperiosa e stizzosetta. specialmente con la vecchia a cui il Conte l'ha ci
Dimessa in custodia. Curioso è il notare che in quel forzato sodalizio di Lucia
con la vecchia, il Manzoni si era del tutto scordato di far portare un po' di
cena, di che lo avverti il Visconti (p. 224 il), ed egli ne fece poi quella
squisita minia turi uà eh' è nel romanzo. La vecchia, del resto, è qui più
sordida che nel romanzo, più volgare essa pure, come il suo padrone; il Manzoni
ha tratti di crudo realismo quando più tardi la fa pacchiare e trincare (pp.
285-87), ma c'è da averne rivoltato lo stomaco. Una persona che si può dir
nuova è il curato di Chiuso, giacché il paese ove segui la conversione del
Conte (paese che nel romanzo non ha nome) è veramente Chiuso, come suppose il
bravo Bindoni (l). Nella redazione definitiva quel curato è un prete dabbene,
zelante, ma molto comune, al punto che lo scrittore lo chiama una volta
scherzosamente « guastamestieri » perchè non ò atto ad intendere la sublime
umiltà del cardinale (2). Nella prima minuta era addirittura un mezzo santo,
tantoché la sua riputazione era diffusa ed esaltata nei villaggi circonvicini.
Appena Lucia, liberata dalla prigionia del Conte del Sagrato, sente dire che si
va a Chiuso : «Chiuso, esclama, dov'è quel buon curato ! andiamo, andiamo » (p.
295). Difatti il Manzoni, con insolita solennità, ci dice che si chiamava don
Serafino Morazzone (p. 267) (3), « uomo che fi) La topografia dei Promessi
Sposi, voi. I, Milano, ltìOo, pp. 145 segg. Ediz. Petrocchi, p. 62fi, cap.
XXIV. Altrove Merazzoni. « La Tigna di quel liuou prete Me■ razzoni era tanto
ben coltivata, che aveva poco bisogno 7 protezione f1). A un certo punto del
dialogo il Conte perde la pazienza e scatta: « Al diavolo « anche V amparo... .
tenga queste parolacce per « adoperarle in Milano con quegli spadaccini im«
balsamati di zibetto, e con quei parrucconi impostori, che non sapendo essere
padroni in « casa loro, si protestano servitori d'uno spa • gnuolo infingardo
Intendiamoci fra noi da «buoni patriotti, senza spagli uolerie » . Il (ìraf,
rammentando questo passo (2), osserva: « Chi • ha orecchie intende; e la
censura austriaca, « se non aveva molto cervello, aveva ottime « orecchie ».
Vero; ma non questo certo fu il motivo per cui il Manzoni soppresse il
colloquio. Sentimenti patriottici erano assai mal collocati in bocca a uomini
come il Conte del Sagrato e sarebbero stati altrettanto male in bocca all'
Innominato. La censura austriaca ne avrebbe riso maliziosamente, come d'una
mossa poco accorta, e l'avrebbe reputata, per gl' italianamente pensanti, un
tirar sassi in colombaia. Il Manzoni vide a tempo la poco opportunità di
quell'atteggiamento, e lo tolse. L' exjMiinoì de Manzoni, in Bulletin i/alien,
voi. I, 1901, pp. 20G sggVedi anche Eugenio Memì, Spegnitoio, Spagnolismo e
Spagna nei « Promessi Sposi*, in Fan filila della domenica, l'i e 19 luglio
1908. Cll La voce amparo è rimasta anche nell'arguta introduzione al romanzo
«sotto l' amparo del Re Cattolico nostro Signore ». i'2i In un articoletto del
giornale La Stampa di Torino Così pure soppresse la morte del Conte di peste, «
contratta uelì'assistere i primi appestati » (pagina 558). Sarebbe stato un
doppione della morte d' un altro convertito, padre Cristoforo, e ciò che stava
bene al cappuccino disdiceva alqua nto ad un laico gran signore, per quanto
inoltrato sulla strada del paradiso. * Angelo De Gubernatis scrisse anni sono
che l'episodio dell'Innominato « poco mancò non diventasse il pernio di tutta l'opera
», e affermò più oltre, rincarando la dose, che quella figura doveva essere, in
origine « il centro di tutto il poema o romanzo » (')■ Questa ipotesi assunse
maggiori proporzioni nel noto scritto del Cestaro, ove si legge: « Il voto è la
catastrofe religiosa « dei Promessi Sposi. Forse n'era veramente la «
catastrofe, insieme con la conversione dell' In« nominato, che, nel primo
abbozzo del romanzo, « ne doveva essere il protagonista. E forse allora « i
casi dei promessi non formavano che l'azione « secondaria; il ratto di Lucia
doveva se rvire « alla grande opera della conversione; e, l'In« nominato un
santo, Lucia votata alla madonna, «Renzo, chi sa? converso nel convento di tra
« Cristoforo, tutto finiva con grande consolazione « del vescovo Tosi, ad
majorem dei gloriarti » (*). C'è da trasecolare! (lj Alessandro Manzoni,
Firenze, 1879, pp. 221 e 228.Nei cit. Sludi storici e letterari Dicesi che le
bugie, in genere, hanno le gambe corte; ina per opposito, in letteratura pare
le abbiano, anzichenò, lunghe. Cotesta, infatti, dell'Innominato primo
protagonista dei Promessi Sposi, sebbene di per sè inverosimilissima e non
confortato da veruna prova di fatto, si fece strada e fu ripetuta da diversi,
persino in libri scolastici. Sembra che ad arrestarne la voga non servissero
neppure attestazioni in contrario venute da persone che col Manzoni convissero
o conversarono, e dalle sue labbra udirono qual fu e come gli venne la prima
idea del romanzo. La grida del ló ottobre 1627, firmata da don Gonzalo Fernandez
de Cordova, governatore di Milano, quella stessa che il dottor Azzeccagarbugli
mette «otto gli occhi al buon Renzo e in cui si parla, tra l'altro, di pene
comminate a chi impedisca matrimoni e al « prete non faccia quello che è
obbligato per l' ufficio suo », gli fece balenare alla mente l'idea d'un
racconto storico, avente per soggetto un matrimonio contrastato « e per finale
grandioso la peste che aggiusta ogni cosa» ('). Il caso dell'Innominato, come
quello della Signora, gli si fece innanzi più tardi, studiando il Ripamonti, e
sin da principio l' uno e l' altro dovevano entrare nella storia come
narrazioni episodiche. Oggi il fatto, attestato da testimoni de audita, è
luminosamente confermato dalla conoscenza che abbiamo fatta con la prima
stesura del libro. E questo fia suggel, con ciò che segue. (li S. Stampa.
Alessandro Manzoni, I, (iO, II, 87 e 141; Faiihis, Memorie manzoniane, p. 102.
1. Nella minuta vi giunge « a notte già fitta », e la sgridata se la busca. IL
(iuardiano, sebbene fosse « con« tento in fondo del cuore che il padre Cristo«
foro avesse commesso un mancamento », gli fece il viso serio e gli indisse una
penitenza. « Un lettore di otto anni (aggiunge argutamente « il Manzoni^
potrebbe qui domandare: perchè « faceva il volto serio, se era contento? e gli
si « risponderebbe, che appunto era contento perchè « il padre Cristoforo gli
aveva dato il diritto di EJiz. Petrocchi, j>. 128. cap. VII. I PROMISI SPOSI
IN" FORMAZIONE 171 « fa rirli il volto serio ». Tutta la scenetta (pagine
.")li5-ii9i è deliziosa, e non si può pensare i-ho Io scrittore l'abbia
elimina fa se non per un corto scru polo religioso. Che non rutti i religiosi
t'(isscr«i della tempra ili patire Cristoforo, eirli lo taceva capire
abbastanza con altre figure fratesche assai meno elevate della sua: spinger
rocchio di linee nelle invidiuzze pettegole che allignavano alla sordina tra le
cocolle ed a cui non si sottraevano i superiori, gli sembrò forse libertà
soverchia. Bastava la scena indimenticabile del cull0(]uiu tra il conte zio ed
il padre provinciale u-ap. XIX i, colloquio ch'ebbe per effetto di far andare
fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini « che è una bella pas-i ggiata
»: ma in origine troppo era maggiore, perché il monaco venia sbalestrato a
Palermo i, per mostrale la pieghevolezza ossequiosa dei frati posti più in alto
verso la mondanità potente. Padre Cristoforo guadagna sempre più in diluirà ed
in fervore nelle successive elaborazioni ■ Iella materia. La grandiosità santa
della sua tiirura silicea particolarmente là nel lazzaretto, presso don Rodrigo
agonizzante. Scena molto diversa india prima minuta, ove quel prepotente non è
lasciato nel suo giaciglio di dolore, mentre il cappuccino e gli sposi promessi
pregali por lui: ma invece appare in un momento d'insensato furore, seminudo e
coi capelli rabbuffati, e si slancia su d'un cavallaccio dei monatti, e fugge
fugge pazzamente, tinche precipita morto. Fosca scena, satura di terribilità
tragica, che attrasse l'attenzione dei manzonisti sino da quando poterono conoscerla
nel primo volume degli Scritti postumi. Se il Manzoni si decise a mutarla di
sana pianta, lasciandone appena una traccia in altro luogo ('), dovette certo
avere i suoi buoni motivi. Più d'uno cercò* d'indovinarli. A me pare che anche
qui prevalessero una ragione estetica ed una religiosa : la ragione estetica è
che quella molte, sebbene poeticamente trovata, avea troppo del colpo di scena,
e don Alessandro aborriva dagli effetti, da ciò che chiamava « battere la gran
cassa » la ragione religiosa è che quella morte da disperato non lasciava adito
alla speranza di pentimento negli ultimi istanti, pent imento che poteva essere
impetrato da Dio per mezzo di coloro appunto a cui quel prepotente vigliacco
aveva fatto più male (3). Chi sin del primo getto fu quell'impagabile tomo che
tutti conoscono, ò don Abbondio. Egli Allorché Renzo entra nel lazzaretto, vede
un cavallo fuggente spinto da un cavaliere frenetico. Come nota lo Sforza
(Sfrìtti pontumi di A. Manzoni, I, 124 1, quella scena si ficcò nella mente di
Emilio Zola, cosi incline al terribile e al raccapricciante, e non ne usci più.
Il Previati (p. 555 della edizione maggiore hoepliana) cercò ridarla; ma Ti
riusci poveramente. Parole del Manzoni riferite dallo Stampa, I, 57. Bene
sviluppò questo concetto A. Eòndani, in un articolo ove parla di più altre cose
: Una variante del Manzoni circa la morte di don Bodrigo, in Natura ed arte
ebbe intorno molto meno concieri di ogni altro, sebbene all'artista sommo che
lo creò sia avvenuto dapprima di caricarlo un po' troppo. La più parte dei
tratti tolti via hanno essi pure gran sapore di comicità, perchè quella figura
il Manzoni non riusciva a toccarla senza farne sprizzare le più amene trovate
che imaginar si potessero. Ameno è don Abbondio alla mensa del Conte del
Sagrato, allorché il territorio circostante è tutto invaso dai lanzichenecchi,
ed il povero curato, con quel po' po' di tremerella addosso, è costretto a fare
il disinvolto, a mangiare ed a ridere (p. 458j. Più ameno è don Abbondio
predicatore, con tutte le sue cautele di dire e non dire, e con l'abile
conciliazione degli interessi dell'anima e dei parocchiani con quelli del corpo
e della sua particolare tranquillità d'uomo timido p. 464). La conversazione di
Renzo rimpatriato, dopo vinta la peste, e don Abbondio, che pur n'è scampato, è
nel cap. XXXIII del romanzo un gioiello; ma non lo era punto meno nell'abbozzo,
anzi arricchiva don Abbondio di qualche tratto d'egoismo e di comicità poi
scomparso (pp. 49Ó-99). Qui Fermo (che sarà poi Renzo) non incontra il suo
curato per via « portando il bastone come chi n'è portato a vicenda »; ma lo
vede ad una finestra della canonica. Nel vano egli scorge « un so che di bianco
giallastro in « campo nero, una figura immobile, appoggiata * ad un lato della
finestra. Era don Abbondio « in persona, e "ad una certa distanza poteva «
pa i-ere un vecchio riti-atto di qualche togato, scialbo per natura, per l'arte
del pittore e per « l'opera del tempo, appeso di traverso fuori al « muro,
perla buona intenzione di ornare qualche « solennità ». Il dialogo segue tra il
prete che è alla finestra e Fermo che è sulla via. Questa scena inette capo ad
un'altra variante segnalabile. Nel romanzo Renzo non trova Agnese nel villaggio
natio, perchè essa si è recata presso certi suoi congiunti, a Pasturo nella
Valsassina, sicché il bravo giovinotto la rivede solo dopo che ha trovato Lucia
e può recarle la buona novella (cap. XXXVII). Nella minuta invece Agnese non
s'è mossa, ed avendo fino allora evitato il contagio, vive con grandissime
precauzioni. Fermo la rivede ed ha secolei un colloquio i pp. 499-505;, di cui
nel testo definito dovea sparire ogni traccia. Qualche diversità nel carattere
di Lucia ho già notato. Il i-atto di lei è rappresentato con perfezione di gran
lunga minore nei Brani. Con singolare inverosimiglianza, i falsi forestieri
invitano Lucia ad accompagnarli in carrozza per meglio indicare loro la strada
di Monza (p. 201), e quel che più importa, lo strillo acuto della fanciulla
rapita è udito da contadini che lavorano nei campi circostanti, e se ne fa poco
appresso un gran cicalare pei' Monza, e le fantasie riscaldate ne inventano di
carine. Anche in questo sviluppo del fatto, che al Manzoni sembrò meno
opportuno in seguito, sicché lo tolse, v'è quel senso vivo e sperimentale della
realtà, che in lui siam soliti ad ammirare. Le esagerazioni e le .storture
della voce pubblica furono delle più buffe (J); sinché un cagnotto di Egidio
non ebbe rimesso le cose a posto, facendo credere in piazza che la giovine
fosse d'accordo e che l'avesse portata via il suo innamorato. Si tini col «
ragionare profondamente sulle astuzie delle « donne che fanno la semplice,
sulla dabbenaggine della Signora che aveva raccolto quella « mozzina » (p.
208). La diversa ubicazione del castello dell'Innominato, costringe l'autore a
far comparire prima la vecchia. Il contegno di Lucia coi manigoldi non
differisce molto da quello del romanzo; solo in principio essa è più fiera ed i
bravi più cinici e sguaiati. Maggiori sono le varianti nella breve dimora di
Lucia a Chiuso. Tommaso Dalceppo (p. 316) è un personaggio tanto
insignificante, quanto diventerà gustoso in seguito, quando si trasformerà
nell'anonimo sarto, che sa di lettere. Il Manzoni qui teorizza, alquanto fuor
di luogo, sui sentimenti di chi ha scampato un pericolo e sul valore del voto.
Inoltre non è il cardinale che visita la casa del sarto, dando luogo alla
scenetta indimenticabile del cap. XXIV; m» son le tre donne che si recano dal
prelato, per invito di lui. Tanto il curato di Chiuso (quel sant'uomo), quanto
Federigo, sono con le donne il) Probabilmente l'autore si ricordò in tempo che
di simili mascheramenti della verità nel pettegolezzo popolare egli si era
burlato altrove, dove parla d'un altro ratto, fallito, quello di cui ebbero incarico
il Griso e gli altri bravi di don Rodrigo. Vedi cap. XI, a p. 253 dell' ediz.
Petrocchi. stranamente impacciati (pp. 321-22; cfr. p. 341). 11 Borromeo « in
quella canizie conservava la purità ombrosa di una fanciulla » . In un uomo
dell'indole sua, ciò dava nel ridicolo; e infatti il Manzoni se ne avvide e
soppresse del tutto quel tratto di carattere, sebbene nel romanzo egli abbia
ringiovanito di parecchio il nobile personaggio, sempre rappresentato nei Brani
come un vegliardo. Non mi tratterrò qui ad osservare che nella prima minuta il
Manzoni aveva ceduto ancor più che nel romanzo alla tentazione di divagare
nella storia, sicché le digressioni sulla carestia del 1628 e sulla peste
successiva erano ancor più lunghe di quelle che si conoscono (*). Dirò, invece,
che la tìne del romanzo era, nell'abbozzo, schematica, fredda, lontana dalla
bella e bonaria efficacia del cap. XXXVIII. Anche là. in origine, la mente di
don Alessandro si palesava più ragionatrice che rappresentatrice. Inoltre, nel
banchetto dato agli sposi nel palazzotto già appartenuto a don Rodrigo, il «
parente lontano » che ne è l'erede, non mangia con loro « alle« gando che il
pranzare a quell'ora non si eoli« faceva al suo stomaco » . « Ma (osserva il
Mali ci) In queste pagine soppresse, non posso trattenermi dal cogliere
un'osservazione umoristica tutta manzoniana: Il « tempo è una gran bella cosa:
gli uomini lo accusano, è vero, di due difetti: d'esser troppo corto e di esser
troppo lungo: di passare troppo tardamente, e d' essere passato troppo in «
fretta; ma la cagione primaria di questi inconvenienti è « negli uomini stessi,
e non nel tempo, il quale per sè è una « gran bella cosa ; ed è proprio un
peccato che nessuno finora • abbia saputo dire precisamente che cosa egli sia
zoni) la vera cagione fu... che quel brav'uomo c non aveva saputo risolversi a
sedere a mensa « con due artigiani: egli, che si sarebbe recato * ad onore di
prestar loro i più bassi servigi, « in una malattia. Tanto anche a chi è
esercitato « a vincere le più forti passioni, è difficilé il vin« cere una
piccola abitudine di pregiudizio, « quando un dovere inflessibile e chiaro non
« comandi la vittoria » (p. 557). Invece, nel romanzo, il marchese aiuta a
servire li sposi invitati; ma li tiene a tavola separata. Ed il malizioso
romanziere, commenta: c A nessuno verrà, « spero, in testa di dire che sarebbe
stata cosa « più semplice fare addirittura una tavola sola. « Ve l'ho dato per
un brav'uomo, ma non per « un originale, come si direbbe ora; v'ho detto «
ch'era umile, non già che fosse un portento « d'umiltà. N'aveva quanta ne
bisognava per « mettersi al disotto di quella buona geute, ma * non per istare
loro in pari ». Parole che per l'estrema finezza dell'ironia riuscirono
equivoche, tanto che a qualcuno parve che la sostenutezza del marchese fosse
lodata, ad altri che fosse biasimata, perchè non conforme alla schietta umiltà
evangelica. Questi ultimi aveano ragione ed il passo è chiarito nella forma,
meno arguta ma più esplicita, che la chiosa manzoniana ha nell'abbozzo (').
Vien così ad essere dichiarata s e nz altro vera l'interpretazione del passo
che con la sua ingegnosità consueta propose nel 1900 G-iov. Negri. Quelle sue
considerazioni uscirono a Pavia in foglio volante, e il Petrocchi fece
benissimo riferendole integralmente nel suo commento Or ecco avanzarsi la «
coppia d'alio affare », don Ferrante e donna Prassede. Nei Brani non è per
impulso spontaneo di quella faccendona delle buone opere di donna Prassede che
Lucia entra in quella casa; ma perchè ve la manda in custodia il cardinale. E
ci va a fare la cameriera, perchè quella « coppia » non è soltanto una « coppia
», ma ha seco una figliuola e la sorella del capo di casa, rimasta vedova. Una
famiglia, dunque, in tutte le regole, che poi nel romanzo sarà ridotta ai soli
due coniugi rispettabilissimi. La figliuola, unica, di quei due (') chiamavasi
Ersilja, famigliarmente Silietta, » personaggio « non troppo facile da
descriversi, nò da detì« nirsi. Le sue fattezze erano senza difetti e « senza
espressione; i suoi due grandi occhi * grigi non si movevano che quando si
moveva « tutta la testa; teneva la bocca sempre semi« aperta, come se ad ogni
momento sentisse « una leggera meraviglia: rideva spesso e sorri« deva di rado;
parlava lentamente e placida« mente, ma volentieri e a lungo tutte le volte «
che alcuno dei suoi parenti non fosse presente Xel romanzo (cap. XXVII) le
figliuole erano state cinque, ma son tutte fuori di casa, tre monache e due
maritate, sicché donna Prassede ha « tre monasteri e due case a cui
sopraintendere. il darle su la voce » (p. 417). Si potrebbe dipinger meglio
quella pacifica scimunitella, destinata al monastero, ove entrò poi senza
slancio e senza repugnanza ? Perchè il Manzoni più non la volesse, non è
chiaro: forse gli diede ombra l'idea che ne venisse nuovo sminuimcnto di stima
ai monasteri femminili, quasi che fossero additati come ordinario ricetto di
simili pupattole; forse quella figurina gl'impacciava l'azione. Pei"
quest'ultimo motivo deve, senz'altro, aver abolito donna Beatrice, la sorella
di don Ferrante (p. 363), severamente e sentitamente pia, quanto donna Prassede
era pinzocchera ed inframmettente; e il procacciante maggiordomo Prospero «
faceto e rispettoso, disinvolto e composto, dotto « a tutto fare e a tutto
soffrire » ; e la donna di governo Ghitina, che il servitorame chiamava * la
signora Chitarra » perchè « il suo collo « lungo, la sua testa in fuori, le sue
spalle sehiac« ciate, la vita serrata dal busto e le anche alc largate » la
facevano « somigliare alla forma di quello strumento », il cui suono, ricavato
da mano inesperta, somigliava alla voce di lei, « cicuta, scordata e
saltellante » (pp. 418-19). Questi personaggi, che promettevano bene davvero e
che pur di primo acchito ci balzano innanzi vivi e parlanti, scomparvero. Ma,
anche i due onesti coniugi erano nel primo getto alquanto diversi da ciò che
furono nel libro definitivo. Più maligna donna Prassede, tiranneggiava, per le
sue fisime, Lucia e la faceva spiare da Ghita: essa avrebbe voluto che la mite
Imi contadina prendesse il velo con la sua Krsilia. Don Fori-ante, anche qui,
dotto d'una cloUrina senza luion senso, che degenera nella pedanteria: ma
oltracciò sudicio nella persona e nel vestire, e. non meno che pretensiosi),
pitocco. Viveva di prestiti: e chi armeggiava sapientemente con gli usurai per
trovare i quattrini indispensabili al tasto della casa spiantata, ora quel
mellifluo e pieghevoli» Prospero. Del resto, già nell'abbozzo era ideata quella
libreria di don Ferrante, che nel romanzo fu condotta a perfezione, ed è uno
dei tratti più finamente umoristici del libro (''). In questo luogo abbiamo
anzi una curiosità da notare. Nella redazione definitiva il Manzoni, avendo di
molto arricchita la descrizione della libreria nelle parti che a lui parevano
secentescamente sostanziali e, per dar la misura dell'uomo e dei gusti del
tempo, essenziali, omise la sezione delle « lettere amene » i2). I n critico
morto giovine, in certa sua conferenza, volle colmare codesta lacuna e imaginò
che vi figurassero « fra i più graditi, i nomi del Tasso, « del Marini, del
Tassoni, del Bracciolini, del Cfr. D'i. Non vi sarà forse fra i ilici lettori
chi non rammenti che appunto da 1111,1 lettera dell'Achillini è tolto quasi di
peso i kirocco ragionamento con cui nel romanzo i Ferrante viene a dimostrare
che il contagio della peste è una chimera (cap. XXXVII) I. Stui'I'.mii. La
hiblioteia ili ilun Ferrante, Milano, 1SM7.,•. I.-.. Ji li. Haiti, in Sanai
letterari. Firenze. 1KH p. 109. i La telaxiime de] passo manzoniano con la
lettera dell' tu indicata nel 1S7!I da O. (irKBtiixi. nella liax&ei/ìia
'nuli III. Vii. La distanza fra i due passi none punto un lini rahite. come
sostieue con poca critica il Petrocchi anzi es:-i sono molto simili; il (die
non vuol dire Manzoni alibia commesso un plagio. Questa è una Già nella minuta
si leggevano quelli sgangherati dilemmi (pp. 469-70); ma essi facevano parte
d'un dialogo, di cui sopravvisse appena lo spunto, tra don Ferrante e un don
Lucio, figurina ben trovata di « professore d'ignoranza e dilettante
d'enciclopedia », che non aveva mai studiato, anzi si vantava di aver tutti i
libri in gran dispillo perchè « fanno perdere il buon senso e « tuttavia
pretendeva decidere d'ogni cosa ». Che gioia! Di codesti sensatissimi faciloni
v'ò chi dice che se ne trovano anche fuori del seicento; ma io non lo credo. *
I Brani (pp. 3 sgg.) ci fanno conoscere intero un intermezzo di cui era nota
solo una parte, per via del discorso pronunciato dal Bonghi in Milano nel 1885,
quando s'inaugurò nella Braidense la sala manzoniana. Finge il Manzoni in
quell'intermezzo di discutere e di ribattere le obiezioni di un personaggio
ideale, che gli fa carico di presentarci nel romanzo due fidanzati senza
descrivere « i principi, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto ». Egli
si professa « del parere di coloro i quali dicono che non « si deve scrivere
d'amore in modo da far con appropriazione lecita ed opportuna, e mi par più
probabile ch'ei sia ricorso all'Achillini, anziché ad un opuscolo di
Massimiliano Viani di Pallanza, stampato nel 1630, ov'è fatto il medesimo
ragionamento (Stoppato, pp. 48-49). Due sonetti politici dell' Achillini cita
il Manzoni. sentire l'animo eli chi legge a questa passione », perchè d'amore
al moudo ve n'ha quanto basta, nè v'è bisogno che altri s'industri a coltivarlo
ed a fomentarlo con gli scritti, d'amore « ve n'ha, « facendo un calcolo
moderato, seicento volte « più di quello che sia necessario alla conser«
vazione della nostra riverita specie». Strana teoria senza dubbio, che provocò
ben presto una rispettosa, ma energica confutazione del Fogazzaro. Questi non
può ammettere un concetto cosi materialistico dell'amore, e convenendo che gli
amori di puro senso non vanno descritti, ritiene vi sia nell'amore un elemento
idealistico elevatissimo, atto a sublimare le anime e a completarle, sicché
l'indurre i mortali a quell'amore, che ha qualcosa d' immortale, è opera
meritoria^). Nella quale interpretazione dell'amore fa capolino il poeta
idealista, non alieno dallo spiritismo, che fece giuocare cosi bene in un suo
rooianzo la sempre risorgente imaginazione dell'amore dopo la morte (2),
rappresentata dall'adagio antico « Hyeme et sestate, et prope et procul, usque
dum vi vara et ultra » (3). Sta bene: ma il Manzoni voleva dire altra cosa.
L'ha dimostrato con molta diffusione, ma insieme anche con molto ingegno,
Giovanni Ne (li Un'opinione di A. Manzoni, in Fouazzaho, Discorsi, Milano,
1898. Il discorso fu letto a Firenze nel marzo de] 1887. C2) I numerosissimi
indizi concreti di questa credenza o imaginazione furono raccolti da A. Giìaf
in un recente articolo della X. Antologia, 16 novembre 1904. i'ò) Daniele
Cortis, Torino gri (')■ L'autore dei Promessi Sposi fu ben lungi dal
disconoscere l'amore ideale e puro, anzi quest'amore egli fa sentire di
continuo nel suo libro, non evitandone neppure qualche tratto passionale. Ma
egli sapeva che in ogni amore, anche il più puro, vi sono, in quanto è umano,
elementi di impurità, e a questa impurità non avrebbe voluto che la letteratura
provocasse il consenso, cioè l'adesione del cuore per mezzo dell'eccitamento
dei sensi. A chiarire siffatto consenso aggiunge una esemplificazione, che il
Bonghi non fece conoscere e che non potrebbe essere più calzante: « Ponete « il
caso che questa storia venisse alle mani, per « esempio, d'una vergine non più
acerba, più « saggia che avvenente (non mi direte che non « se n'abbia), e di
angusta fortuna, la quale, per« duto già ogni pensiero di nozze, se ne va cam«
puechiando quietamente, e cerca di tenere oc« cupato il cuor suo coll'idea dei
suoi doveri, « colle consolazioni della innocenza e della pace, « e colle
speranze che il mondo non può dare « nè torre, ditemi un po' che bell'acconcio
po« trebbe fare a questa creatura una storia che « le venisse a rimescolare in
cuore quei senti« menti che molto saggiamente ella vi ha sopiti. « Ponete il
caso, che un giovane prete, il quale * coi gravi uffici del suo ministero,
colle fatiche « della carità, con la preghiera, con lo studio, « attende a
sdrucciolare sugli anni pericolosi che L'opinione del Manzoni e quella del
Fogazzaro intorno all'amore, nel I volume dei cit. Commenti. gli rimangono da
trascorrere, ponendo ogni « cura di non cadere, e non guardando troppo « a
diritta uè a sinistra, per non dar qualche * stramazzone in un momento di
distrazione, « ponete il caso che questo giovane prete si « ponga a leggere
questa storia (giacché non « vorreste che si pubblicasse un libro che un t
prete non abbia da leggere), e ditemi un po' « che vantaggio gli farebbe una
descrizione di « quei sentimenti ch'egli debba soffocar ben bene « nel suo
cuore, se non vuol mancare ad un « impegno sacro ed assunto volontariamente, se
« non vuol porre nella sua vita una contraddi« zione che tutta la alteri ».
Fuvvi chi si meravigliò che tenesse questo concetto dell'amore nei romanzi chi
avea provato replicatamente e potentemente quella passione, sino ad averne «
spossata l'anima d'ogni forza », come scrisse un giorno al Fauriel ('). Nessuna
meraviglia meno giustificata. Gli è appunto perchè la natura del Manzoni era
una natura sommamente, e non platonicamente, amatoria, che la sua rigorosa
morale cristiana gli imponeva di evitare ad altri quegli stimoli, di cui gli
eran ben noti i pericoli e contro cui aveva dovuto lottare egli stesso. Tanto è
vero ch'egli fin da principio si guardò da quegli scogli, e nella prima minuta
non occorre nessuna di quelle descrizioni che nell'intermezzo sull'amore volle
(li Stampa far credere d'aver messe in carta l'i. Ora. che • ■levando a teoria
generalo l'idea del Manzoni si venga a sacrificare l'arte alla morale, e che
silfatio sacrificio, per motivi estranei alle ragioni intime dell'opera
letteraria, sia ingiusto, non sarò certo io a negarlo: ma movendo dai principi
etici che il gran romanziere poneva a baso di ogni pensiero e ili ogni
operazione, l'opinion sua era perfettamente logica. Che volete farci? Createvi
un Manzoni di vostro gusto, se vi garba: quello • •he tu al mondo e vestì panni
era fatto cosi. Lo studio della prima minuta ci convince, adunque, che nel
lavorio di perfezionamento dell'oliera sua il Manzoni si studiò in ispecie di
ridurre a giusta misura la materia, di resecare da essa // froppn f il l'ano.
Menfe dialettica ebbe il Manzoni quant'altri mai ed all'opera d'arte si
preparava con lunghissimo studio di storia, perche nell'uomo gli piaceva di
osservare non solo le attitudini e i moti spirituali del presente, ma anche
quelli del passato. Quindi il so ili Ad un imaginario interlocutore, che gli rimprovera
di aver trascurato nel libro i particolari dell'amore. Unge dori Alessandro di
rispondere: Trabocca, invece (il liìiroi di queste cose, e deagio confessare
che sono anzi la parte più • elaborata dell'opera; ma nel trascrivere, e nel
rifare, io . Ciò non risponde al vero, se pure non si tratti di abbozzi
parziali, anteriori alla prima minuta, dei quali ignoro l'esistenza, ovvero
della storia secentesca che finge di avere scoperta. verchio od il meno utile
elio gli uscì dalla pernia nella prima foga ilei comporre consistono in abuso
ili ragiona mento ed in abuso di storia. Per quel i-Inspetta alla sostanza del
libro, la sua maggior preoccupazione fu di proporzionare all'insieme questi due
elementi, e nel tempo stesso di ottenere maggior tinozza d'osservazione
psicologica maggiore efficacia rappresentativa. A togliere ilei tutto l'abuso
della storia non riuscì: e questo restò il difetto massimo del romanzo,
rilevato da molti, a principiare dal (ioethe e a finir col De Sanctis (' .
Riuscì invece a temperare l'inclinazione dello spirito raziocinante, intensificò
l'osservazione e la rappresentazione, aguzzò l'umorismo bonariamente ironico.
Ma già nella prima minuta, se non è tutta l'arte, è tutta l'anima sua. Se per
lo innanzi, mediante il raffronto delle due edizioni, potevamo farci un'idea
del lavoro immenso che costò al Manzoni quella sua forma sempre limpida e
sempre acconcia; ora possiamo in oidio valutare, per mezzo dei Brani, l'opera
sua di artefice squisito nel trattare la sostanza del libro. Ed è mirabile la
cura da lui posta nelle minuzie. Vedete, ad esempio, quanto è incontentabile
fin nei nomi dei suoi personaggi. Ai nomi egli annetteva importanza grande, e
non senza rati Lp parole ilei fioptlie all' Eekermarm. riferite anche stiirza
nella prefazione ai Brani, p. XLIV. sera notissimi'; quelle ilei De Sanetis si
possono leggere, ne' suoi Hrrilli ivi e»'/, ed. Croce. Xapoli. gione: si
direbbe gli echeggiasse sempre nella memoria la vecchia sentenza, che Dante pur
fece sua, nomina sunl consequentia rerum. Nel fissare quello di Lucia, più che
la martire siracusana del IV secolo, può darsi gli risonasse dentro il dantesco
« Lucia nimica di ciascun crudele ». Il suo fidanzato aveva in alto grado la
virtù della costanza, rara nei giovinotti: quindiFermo. Ma questo poi gli
sembrò nome troppo aulico, troppo poco comune, e sostituì il popolare Renzo,
che dà pure indizio di fermezza, perchè rammenta un santo, il cui « volere
intero » resistette al supplizio della « grada ». Il casato di Lucia era in
origine Zarella; ma non gli piacque: sostituì Mondello,, ove l'aggettivo mondo
non entra a . caso ('). Fermo era di cognome Spolino; poi divenne Renzo
Tramaglino, vocaboli che richiamano l'uno l'arte tessile e l'altro la pesca.
Potrà fare qualche meraviglia che il padre Cristoforo fosse in origine Galdino,
nome che desta il riso pel ricordo di quel semplice e golfo cercatore delle
noci; ma una vecchia cronaca rappresentava eroicamente un frate Galdino della
Brusada, ed a costui pensò dapprima il Manzoni (s). Don Ferrante e donna
Prassede, Che v'abbia anche parte quella Lucia Mantella, che il Ripamonti
nomina (cfr. Nkgri, Commenti, I, 27, n. 2), non è escluso. Xe avrà conforto il
dabben Luigi Lucchini, che nel suo Commentario dei Promessi Sposi, ovvero la
rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Bozzolo, 1902, male era riuscito a
conciliare rimanine di quel monaco austero con quella dell'umile laico. prima
d'avere questi due nomi altosonanti, spagnolescamente e lombardescamente eletti
e nobiliari, rispondevano a quelli di don Valeriano e di donna Margherita, il
primo assai probabilmente suggerito da quel Valeriano Castiglione, il cui
Statista regnante sarà fra i libri politici quello che meglio tornerà accetto
al pedantesco personaggio. L'avvocato imbroglione, prima d'immortalarsi col
nomignolo di Azzeccagarbugli, era detto il Duplica, ma di primo getto il
Pèttola, vocabolo che in milanese vale viluppo, intrigo. La governante del
prete, prima di ricevere quel battesimo di Perpetua, giusto premio alla sua
fedeltà, dal padrone cosi mal compensata, si chiamò per breve tempo Vittoria,
certo perchè col padron suo, tranne quando la paura lo rendeva ostinatamente
ribelle, essa la vinceva sempre. « So quello che posso fare, la padrona * sono
io qui >, dice nei Brani al Conte del Sagrato: e quel qui vuol essere la
cucina, ma tutti v'intendono sotto l'intera casa. Gli otto nomi di bravi che
nel romanzo occorrono, son tutti trovati con finissimo accorgimento; qualcuno
suggerito dal Grossi, qualcuno peravventura scovato nei gridart del tempo (').
Nella prima minuta ve n'erano altri, foggiati con sistema non diverso, come il
Nato in casa e lo Spettinato (p. 288). ili Vedansi le comunicazioni del
Tamassia e del Bellezza nel (ìiorn. storico, XXX, 352 e 516, ed anche il
commento del Petrocchi a p. 469. ino La cura grandissima dei particolari
minimi, l'assiduo infaticabile lavoro della lima, si unirono nello scrittore
lombardo (ne abbiamo qui una riprova) alla pronta percezione del reale, alla
facoltà di ridarlo con una evidenza mirabile, all'intelletto sollecito nel
giudicare rettamente di tutto e di tutti. Non errerebbe davvero chi dicesse che
il genio del Manzoni fu metà intuito e metà pazienza, pensarci su. Nota
aggiunta. — Questi tre articoli furono i primi di qualche estensione che
vedessero la luce, nel Fanfulla della Domenica, 15, 22, 29 gennaio 1905, appena
diffusa la prima edizione dei Brani inediti. Nel medesimo anno 1905 venne fuori
la 2a ediz. dei Brani suddetti : in che cosa essa differisca dalla prima
indicai nel Giorn. storico, XLVII, 159-ltìl. Fra gli altri articoli dettati quando
comparvero i Brani son segnalabili in particolar guisa quello di Fedet.k
Bojiani, La prima minuta dei Promessi Sposi, nel Marzocco, XI, 5 ed anche a
parte in un elegante estrattino, e quello di Vittorio Osimo, La prima stesura
dei Promessi Imposi, nell'Acanti della Domenica, 27 agosto 1905, ristampato nel
volumetto Studi e profili, Milano-Palermo, Sandron, 1905, pp. 54 sgg. La .più
estesa, peraltro, e rilevante di tutte le analisi dei Brani inediti, resta
quella che F. D Ovidio inserì nel volume dei Xuori studi manzoniani, villano,
Hoepli, 1908. — Tra le molte particolari considerazioni suggerite da quel
libro, vogliono essere ricordate ed apprezzate quelle di Attilio Momigliano,
Perchè Don Bodrigo muore sul suo giaciglio?, negli Atti della B. Accademia
delle scienze di Torino, XL (1905 j e La rivelazione del roto di Lucia, nel
Giornale storico, L, 116 sgg. e l'altra di Luigi Fassò, Padre Cristoforo
balordo, nel Giorn. storico, LI, 257 sgg. — Le obiezioni che mi furono mosse
non hanno menomamente alterato i miei convincimenti rispetto alle ragioni,
alquanto complesse, per cui il Manzoni abbreviò l'episodio della Signora. Vedi
Achille Pellizzaki, 77 delitto della Signora, Città di Castello, 1907 e
Antonietta Cajafa, La Signora di Monza nella storia e nell'arte, Eoma, 1907, e
ciò che io ne scrissi nel Giornale, storico, L, 223-24. Si confronti pure
l'esame che fa del quesito G. Bito IDI liNnuu'j nella Bass. crit. della letter.
italiana, XII, 202 sgg. — Per Don Ferrante è da vedere Giuseppe d'Ansa, L'umorismo
di Don Ferrante ìlei « Brani inediti ■, in Fan filila della Domenica. XXIX
(1907), n. 31, nonché AKTtrno Pompeati, A proposito rli Don Ferrante, nella
Rirista abruzzese, XXII 11907), 52J) sgg. Dell' opuscolo di Evabisto Marsili,
Don Ferrante nei Promessi Sposi, Città di Castello, Lapi, 1907 conosco solo il
titolo. — Per lo studio dei nomi dati dal Manzoni a' suoi personaggi,
eccellente lo studio di Felice Scolari, Xomi, cot/nomi e soprannomi nei
Promessi Sposi, Milano. De Mohr, 1908. La vecchia " Antologia ... Anche
alla storia del giornalismo italiano si cominciano a porre seriamente le basi.
Di questa che a' tempi nostri diventò una forza cosi poderosa, i veri
precursori son noti ; spiriti bizzarri e scapigliati del cinquecento, Pietro
Aretino, il Giovio, il Doni. Ma fu nei due secoli successivi, principiando dal
romano Giornate dei letterati, apparso nel 1668, che il giornalismo ubbidì alle
tendenze positive scientifiche ed erudite, passate dallo sperimentalismo
galileiano nelle indagini di storia e di critica. Vi rifulsero uomini del
valore di L. A. Muratori, dei due Zeno, di Scipione Maffei, dello Zaccaria, del
Tiraboschi. La storia esterna di quel giornalismo erudito accademico fu già
tracciata ('). Ma quella non era ancora rivelazione di spinti nuovi, a
provocare la quale giovarono particolarmente nuove visioni del progresso e
nuovi Da Luigi Piccioni nel I volume dell'opera 7/ giornalismo letterario in
Italia, Torino, Loescher, 1804, su cui son da vedere A. D'Ancona nella sua
Rassegna bibliografica, II, 27H e V. Gian nel (riorn. storico della leti,
italiana, XXV, 98. 11 II volume dell'opera non venne mai, perchè il Piccioni,
datosi, a motivo di esso, a studiare il Baretti, s'invaghì di quel soggetto e
scrisse un grosso e utile libro di Studi e ricerche su ti. Baretti, Livorno,
Giusti LA VECCHIA ANTOLOGIA indirizzi della critica, maturatisi segnatamente in
Francia ed in Inghilterra. Nella seconda metà del diciottesimo secolo ecco
abbiamo l'Osservatore di Gaspare Gozzi, atteggiato su modello inglese ad arguta
moralità e civiltà di costumi ('); la Frusta letteraria del Baretti, tutta
fremiti di rivolta ai vecchiumi arcadici, alle erudizioni insulse, alle vanità
ciarliere degli accademici, tutta presentimenti, pur di mezzo a qualche solenne
cantonata, d'innovazione salutare del pensiero letterario; il Caffè milanese
dei Verri, che, pur non scostandosi fondamentalmente dal tipo inglese dello
Spectator, dava particolare risalto alla filosofìa pratica ed all'economia,
intonandosi a parecchie fra le idee che in Francia avrebbero maturata la grande
rivoluzione (*). Per tal guisa la rivista letteraria si veniva sempre meglio
preparando ad essere agone di lotte intellettuali ed a rispecchiare le
aspirazioni politiche e sociali dei tempi nuovi. Nei primi decennii del secolo
decimonono, ogni cosa in Italia diventava politica, perchè alla politica
s'appuntavano le aspirazioni di tutti gli ingegni più eletti, di tutti i cuori
più fervidi. La lotta tra il foglio azzurro dei romantici, il Conciliatore, I
rapporti dell' Osservatore col suo modello britannico, lo Spectator di G.
Addison, furono dapprima studiati da Giacomo Zanella, poi da Pia Treves (ora
signora Sartori;, finalmente da Carlo Segrè. (2.) Egregiamente vagliò le idee
di quel giornale Luigi Ferrari, nella dissertazione Dei ■ Caffè', periodico
milanese dei sec. XVIII, Pisa, bistri, ltf&t. vissuto nel 1818-19, e La
biblioteca italiana, cominciata a venir fuori nel 1816 e diretta da Giuseppe
Acerbi, è lotta eminentemente politica; ma sarebbe tempo ormai di riconoscere che,
come organismo di giornale ed all'infuori della santa causa da esso
patrocinata, il Conciliatore non valeva gran che ('), mentre la Bililioteca
italiana, quando si faccia astrazione dall'indirizzo politico asservito
all'Austria, fu una rivista notevolissima ed egregiamente redatta (*.). Con ben
altro intuito giornalistico, con ben altra abilità e profondità che il
Conciliatore, fu diretta e scritta la nuova rivista che un ginevrino di larga
coltura fondò a Firenze nel 1821 e intitolò Antologia. La tenacia singolare, lo
spinto di abnegazione, la prudenza e CI) Nonostante l'innegabile arruffio di
idee e di cose, resta però sempre, per ciò che spetta ai fatti, una fonte
ragguardevole il volume di Cesare Cauti ;, II Conciliatore e i carbonari,
Milano, Treves, 1878. Senza aggiungere novità quanto ai fatti, analizzò gli
spiriti del foglio azzurro Edmondo Clehicì nella sua memoria 11 Conciliatore
periodico milanese, Pisa. 3s it-tri, 1903, memoria condotta con diligenza, ma
che sa ancora troppo di lavoro scolastico. Una vera storia della Biblioteca
ancor si desidera, e la naturale antipatia che inspira la sua tendenza fece
velo anche ull'apprezzamento di studiosi bene informati e autorevoli. I
migliori e più obbiettivi contributi a codesta storia sono quelli dati da A.
Luzio nel 1806, con l'inserire nella S. Antologia e nella cessata Biviata
storica (lei Risorgimento italiano articoli e documenti che illustrano in
ispecie l'attività dell'Acerbi e ce la mostrano sotto una luce diversa da
quella che sinora prevalse. Vedi anche Eugenia Montanari, Per la atoria della ■
Biblioteca italiana », nella Miscellanea di studi critici pubblicati in onore
di Guido Mazzoni, Firenze, 1907, II, 361 sgg. l'oculatezza (li quello straniero
che divmnc per elezione italiano, fecero vivere, in mezzo ad ostacoli di 012,11
i genere. Y Aiìtolngin per dodici anni. Le vicende di quella rivista, sorta
come per incanto in una regione di antica civiltà, ma frolla e pettegola, in
mezzo alla sciopera tagline miserevole di quei Stigcjiafori. di quei Jiarcac/lHnri,
di quei Yufitintorì. o come altro .si chiamassero; le vicende, dico, di quella
rivista sbozzò già col suo fare nervoso e concettoso uno dei massimi suoi
cooperatori. Niccolò Tommaseo, commemorando Gian Pietro Vieusseux; ma nessuno
finora ne aveva discorso paratamente e con la debita cura f>. Questo ha
fatto testé, in un volume sommamente encomiabile per il metodo, per il giudizio
e per l'economia. Paolo Prunas 2, autore, anni .sono, di una meli matura opera
sul Tommaseo i3), hi (piale certo gli inspirò l'ottimo proposito di tessere una
buona volta e definitivamente la storia della rivista fiorentina i . Dico 1 1 1
Giova rammentare che uh capitoletto, il nono, ile Ilo scritto citato elei
Clerici sul logia considerata come continuarne»? delle idee che il foglio
lombardo propugnava. i'2t L'Antologia ili Gian Pietro \'ieits*nt.r,
Roma-Milano. Società editrice Dante Alighieri, liKUi. Il volitine appartiene
alla Hihlio/rra s/ori'-a dei rinorgimento italiano, e come tutta quella
collezione benemerita lascia non poco a desiderare nella correzione
tipografica. i3) /.fi rrìtira. l'arte e i'ith.a sociale, ili Xirrotò Tontmaseo,
Firenze. Seeher. I!l01. i li 11 primo capitolo di questa storia, in forma
alquanto diversa da quella che ha oggi, comparve già nella Jiaxsegna nazionale
del 1" luglio 1SJ03, col proposito di trattare le origini dell' Antologia.
■fìititir(tiitente con la maggiore soddisfazione i-oii piena sicurezza, fiacche
se anche avliga (e sani facile) clic altri aggiunga qualche ■miiento nuovo i ')
o chiarisca con nuove in— idilli qualche particolare mcn noto, il liei li-, i
del Prunai resterà sempre la prima e l' ulula storia complessiva dv\Y Antologia
di Firenze, indotta non solo sullo spoglio coscienzioso ed ! ■■Iligente dei 4S
volumi del periodico, ma sulle le del Yieusseiix. sui suoi appunti, sui
donneati numerosissimi dell'Archivio di Stato fiondilo, su esplorazioni di più
archivi privati, -ii trentamila lettere di amici (scusate se son n-hine!
indirizzate all'infaticabile ginevrino che I .ini" e diresse il grande
periodico. E quel che urna a massima lode del Prunas, in tanta con. i ic ili
materia prima, pericolo più che beneficili a lauti a u torelli inesperti o mal
dotati o male avviati, egli volle e seppe orientarsi in umili i del tutto
plausibile, volle e seppe dar ri> ho ai tatti essenziali, giovandosi dei
secondari a lumeggiarli: in una parola, fece un libri organico come pochi san
fare, esauriente senza essere stucchevole, minuto senza essere prolisso. I IJ
l'ima ili licenziare r ili'l liuim profitto che già trasse, per completare la
stoini ilt-H' litluìiìt/iti. l'amico mio Vittorio C'iau dal carteggio del in
col |it-iinlista e letterato di Pisa Giovanni Carini ■ruuili. si : imbuiti lo
scritto La prima rifiuta italiana, nella \ittuu Antuìoijiti. J-1 agosto lilOb.
L'idea di dotare l'Italia di una rivista di coltura emulante i celebri modelli
inglesi, particolarmente la gloriosa Edimburgh Heview, fu dapprima concepita a
Londra nel 1819 da Gino Capponi, il quale ne aveva anche steso il progetto che,
come dimostra il Pruaas, equivaleva nelle linee essenziali a quell'abbozzo di
programma di giornale letterario che fino dal 1815 aveva redatto Ugo Foscolo.
Ma nel Capponi, idealista irresoluto, difettava una gran dote per fondare e
continuare una rivista, l'intelletto pratico deciso e tenace; sicché fu una
fortuna che egli non giungesse a colorire il suo disegno, ma anzi con nobile
disinteresse si acconciasse ad appoggiare quello del Vieusseux, che appunto nel
1819 aveva fondato in Firenze il celebre gabinetto di lettura nel vecchio
palazzo dei Buondelmonti sulla piazzetta di Santa Trinità, ed amava di farsi
editore di una rivista, che raggruppasse intorno a sè le forze intellettuali
d'Italia, le mettesse in comunicazione fra loro, e, facendo conoscere il buono
ed il meglio di ciò che si pensava presso i popoli europei più evoluti, desse
efficace incremento alla coltura della penisola, preparando idealmente quella
unificazione a cui miravano politicamente gli intelletti più elevati. Spirito
equilibrato e colto, anima innamorata d'ogni cosa buona, liberale e mite, il
Vieusseux fece il miracolo di smercanteggiarsi diventando editore, forse perchè
dell'origine mer fantesca possedeva le qualità pratiche, ma non la
caratteristica sete del guadagno. L' Antologia, il cui programma ebbe
divulgazione nel settembre del 1820, differiva dal modulo ideato dal Capponi.
Il tipo di essa non era inglese, ma piuttosto francese, come voleva l'origine e
l'educazione del Vieusseux. L'esemplare più imitato era la Reme encyclopèdique
fondata di fresco a Parigi da Marcantonio Jullien, con la differenza che
dapprima il periodico italiano si proponeva di trattenere il pubblico sulle
questioni più ardenti per via di versioni e di riassunti d'articoli e di libri
stranieri. Tenuta entro questi limiti modesti, anzi umili, {'Antologia non
avrebbe certo potuto rappresentare quello che. dipoi rappresentò nel pensiero
italiano; ma ben presto, fin dal terzo quaderno, cominciarono gli articoli
originali, che in sul principio s'aggirarono sulla questione della lingua, alla
quale gli italiani presero sempre interesse, e poi si estesero ad altre,
svariatissime materie: arti, scienze, geografia, storia, questioni sociali,
agricole, economiche, letteratura, istruzione, educazione. Il periodico guadagnò
sempre più una personalità propria distinta od originale, tantoché nel 1830 il
direttore ne escluse le traduzioni. Uomini di opinioni svariatissime erano
chiamati a scrivervi, e l'abilità somma del Vieusseux consisteva nel fare in
modo che di mezzo a quel vario pensare e scrivere un principio unico
prevalesse, quello della italianità. Tale intento nazionale del periodico fu la
sua vera gloria. Esso ■200 LA VECCHIA ANTOLOGIA rappresentava veramente
tendenze più elette, i bisogni, la vita letteraria e scientifica della nazione,
abbracciava in un solo affetto i vicini e i lontani, era strumento di
conciliazione assai più di quello che il Conciliatore, nella sua vita breve ed
effimera, avesse, potuto neppur sognare di essere. Timidi parevano all'anima agitatrice
di Giuseppe Mazzini gli scrittori dell'Antologia, nè si può dire che, in fondo,
avesse torto. Ma in questa medesima timidità era un punto di programma nella
mente accorta del fondatore e direttore, il quale ben vedeva che una maggiore
arditezza avrebbe sollevato subito sospetti e sarebbe stata motivo di una
disastrosa catastrofe. Non evitò morte violenta neppure a quel modo, ma pur
potè l'esistere dodici anni. Inoltre, quel medesimo intento di provvida
conciliazione lo costringeva a schivare ogni scritto troppo ardito e violento,
che avrebbe potuto alienare cooperatori disposti, nelle loro idee, a
temperanza, e quella gran pai-te di pubblico a cui non son date le ali per
seguire i voli troppo eccelsi e che si ricantuccia imbronciata, seppure indispettita
non indietreggi, a tuttociò che le sappia di paradosso. Modernità amava il
Vieusseux, e nell'organo da lui diretto se ne scorgevano specialmente i
principii in quel che riguarda la storia, l'economia pubblica, l'incremento
dato al danteggiare, siccome ritorno ad un grande scrittore degnamente
raffigurante la patria; ma la modernità non voleva sconfinasse nè antivenisse
le esigenze dei tempi: basta, a questo proposito, l'osservare in quali limiti
si mantenesse rispetto al romanticismo, che era ammesso si e riconosciuto, ma
in quel modo temperato, con quasi tutte quelle restrizioni che poneva nello
accoglierlo il Manzoni. Voleva il mite ginevrino che l'Italia s'avviasse al suo
risorgimento con l'estendersi della coltura moderna, col comunicarsi degli spiriti,
con l'affratellarsi delle regioni lontane e politicamente divise, non coi mezzi
violenti uè delle sette nè delle rivolte. Bello è poi l'osservare come alla
vitalità sempre crescente di quell'organo di divulgazione intellettuale
cooperassero i convegni del palazzo Buondelmonti. Nelle sale di quel gabinetto
di lettura, che il Prunas ci riapre d'innanzi con la scorta dei numerosi
carteggi e delle Memorie inedite del Pieri, si raccoglieva non solo quanto avea
di più eletto Firenze, ma convenivano i molti italiani e stranieri, che in
quella città erano di passaggio, attrattivi dalla fama 'del luogo e dal tatto
squisito e dalla cortesia non mai smentita del fondatore. Molte volte le
radunanze del circolo (alcune delle quali, come quella del settembre 1827 in
cui fu festeggiato il Manzoni, riuscirono solenni) erano il primo incentivo a
scrivere articoli, ovvero erano palestra in cui nobili ingegni discutevano ciò
che nel 1'. 4 litologia si stampava; dimodoché al sodalizio delle anime
contribuivano in ugual misura i convegni e la rivista. Raro accadde che un
periodico avesse l'onore d'esercitare una così alta e benefica influenza
d'affiivtellamento e di scambio intellettuale. 202 LA VECCHIA ANTOLOGIA TI
Prunas passa in rassegna tutti gli scrittori dell 'A n tolng irì e di tutti sa
darci informazioni preciso, e nou di rado nuove e curiose ('). Ci passano d
innanzi i più bei nomi che in quelli anni onorassero gli studi fra noi; a
trattenerci più specialmente sui letterati, Gino Capponi, Enrico Mayer, Urbano
Lampredi, 6. B. Niecolini (che scrisse poco, perchè nell'immenso suo orgoglio
gli parve di non essere abbastanza apprezzato dal Vieusseux, al quale usò, come
a tanti altri, degli sgarbij, Ugo Foscolo, Giuseppe Montani (colonna e cireneo
dell'Antologia dal '2'2 in poii, Cesare Lucchesini, Sebastiano Ciampi, Pietro
Giordani (alla cui pigrizia i pungoli del direttore non bastavano), Pietro
Colletta, Andrea Mustoxidi, Carlo Botta, Giovanni Carmignani, Silvestro
Centofanti, Raffaele Lambrusehini, Terenzio Mamiani. Luigi Fornaciai!, Giuseppe
Grassi, Giacomo Leopardi, Niccolò Tommaseo, Giuseppe Mazzini. Quest'ultimo
onorò l'Antologia con quel suo mirabile scritto Di una letteratura europea,
troppo alto per essere inteso dalle menti comuni dei letterati d'allora
(fossero anche della stregua di quella del Giordani), ma che in sè chiudeva il
presagio d'un'intelligenza divinatoria. II Leopardi diede all' Antologia tre
dialoghi delle sue Operette morali, di cui i buoni intenditori riconobbero il
profondo significato filosofico, celato sotto l'ironia apparentemente leg Cl)
In un utile elenco, che è a p. 435 del volume, egli spiega anche le sigle, le
iniziali e gli pseudonimi con cui sono contrassegnati molti articoli. gera. Il
Tommaseo, chiamato a Firenze dal Vieusseux e divenuto suo cooperatore assiduo,
si valse d'ordinario nella rivista della sigla K. X. Y., e vi scrisse molte
cose significanti, esercitandovi quella sua critica penetrante e caustica, anzi
acida, che talvolta dava in fallo, ma più spesso, anche esorbitando e pungendo,
sapea dire con esemplare schiettezza tante verità. Con lui il Vieusseux era
spesso rudemente franco, come richiedeva l'indole dell'uomo; ma lo stimava
assai e non si formalizzava punto se altri collaboratori, irritati dai suoi
giudizi recisi, lo chiamavano bestia o bue, o, con maggiore novità spiritosa di
epiteto, onagro. Gran pazienza, del resto, quella del Vieusseux, a procurare
che non si sbranassero a vicenda, a maggior gloria dell'Italia unita futura,
tutti quelli illustri campioni dell'irritabile génus! Solo chi abbia diretto
una rivista letteraria, e più specialmente critica, può formarsi idea giusta
delle pene a cui andava incontro, tanto maggiori quanto più egli voleva, in un
certo senso, serbare al suo giornale un certo carattere eclettico. Quando una
rivista ha un programma ben definito e non decampa da certi principii e da
certi metodi, vi collaborano coloro che a quei" principii e a quei metodi
aderiscono, e gli altri stan fuori, e poco importa se applaudano o fischino. Ma
allorché una rivista, come era il caso dell'Antologia, intende riunire sotto
una mededesima bandiera e far cospirare allo stesso intento forze e tempre del
tutto diverse, e non vuole (come oggi fanno le più tra le riviste divulgative)
rimpannucciarsi nella veste comoda di Arlecchino, offrendo lo spettacolo dei
magazzini inglesi, aperti ad ogni merce purché sia di moda, ad ogni nome purché
accresca i proventi con lo stuzzichino deWattuatità; quando non si voglia
abbassare, in una parola, una rivista al livello volgare d'un'intrapresa
industriale, ma serbarne sempre alto il carattere di propagatrice della buona
coltura, di vindice di idee temperatamente moderne, d'organo sincero e
imparziale di censura e d'encomio, oh allora c'è da trovarsi fra i triboli
d'una lotta incessante, ora a mazzate, ora a colpi di spillo. Da buon
schermitore il Vieusseux sapeva parare le une e opporre ai secondi
un'epidermide di rinoceronte. Contro la sua longanimità fenomenale le mille
bizze», i mille risentimenti degli scrittorelli e degli scrittoroui finivano
con lo spuntarsi, fossero pure, nonché le ridicole contumelie di una
pretensionosa nullità come il Rosini, o d'una ciana sghangherata e maligna come
il Pieri, anche i veleni dell'irritabile e arcigno Niccolini. Ma a quel
martirio il pover'uomo pur non era corazzato al punto da non sentirne talvolta
fiera, nel più segreto dell'animo, la ferita sanguinante. L'aver saputo sempre
resistere e tirare innanzi, senza far motto, col sorriso sul volto argutamente
bonario, senza piegare, con l'occhio fisso al grande ideale della patria da
ricostituire, questo, questo è un merito che pone il Vieusseux al livello dei
più insigni fattori dell'unità italiana. E avesse solo avuto a combattere con
la suscettività esagerata e con le bizze irragionevoli degli scrittori! Ben
filtri e non minori ostacoli gli opponevano l'apatia egoista del pubblico mal
preparato, la sospettosità dei governi, le difficoltà delle comunicazioni, e,
segnatamente negli ultimi anni, la censura. Di queste delizie i giornalisti
d'oggi, per loro fortuna, non hanno ad assaporarne. Senza grandi mezzi, egli si
mise all'opera costosa con un coraggio ammirevole. Complimenti gliene vennero
molti, sin dai primi quaderni dell' Antologia, dai letterati d'Italia; ma
quattrini pochi. Per quanto la mano d'opera tipografica non costasse allora
gran che fnè la veste dell'.-ljitologia era certo suntuosa), con meno di cento
associati non si giungeva a fronteggiare le spese. L' Antologia, nei primi
tempi, non ne contava di più. E si noti che le spedizioni ed i dazi importavano
aggravi di cui noi oggi non abbiamo neppure l'idea: s'imagiui che ogni quaderno
spedito nel Belgio costava più di cinque lire, ed il dazio per gl'invìi nel
Regno di Napoli era cosi grave che l'editore avea dovuto ricorrere allo
spediente di non mandarvi la rivista se non a volume finito. Neppure nei giorni
più doridi della sua esistenza V Antologia non oltrepassò i 530 associati,
sicché il Vieusseux, con tutta la fatica che vi spendeva intorno, anziché
ricavarne utile, ci rimetteva quasi del suo. Nel Napoletano an davano cinque
copie; nel Lombardo-Veneto quaranta. Di questo strano disinteresse la colpa
principale l'aveva la censura. Ogni momento gli associati non ricevevano l'uno
o l'altro quaderno, perchè le censure diverse lo intercettavano. In Piemonte si
giunse addirittura a proibire V Antologia, e solo lunghe insistenze fecero
togliere la proibizione. Frattanto la rivista era sequestrata a Palermo.
Insomma, vessazioni tali e così continue in ogni parte, che il giornale non
poteva espandersi liberamente. In Toscana dapprima la censura fu mite, ma dopo
il '30 rincrudì e poco appresso infieri, per le pratiche caritatevoli
proseguite da governi vicini, meno remissivi di quello di Leopoldo IL Un
miserabile spione posto dalla polizia ai fianchi del Vieusseux, Pietro
Brighenti, riuscì a conquistarsi la sua fiducia come si era cattivato
l'amicizia del Leopardi. Quel malvagio ascoltava e rifischiava. Egli era giunto
a formarsi l'idea, e ad esprimerla, che il Vieusseux fosse « centro del
liberalismo di tutta Firenze ». Non avea torto davvero il mariuolo; ma questa
voce, giunta agli orecchi di chi stava vigilando pauroso di tutto, doveva
acuire sempre maggiormente gli sguardi dei censori toscani. Allora si cominciò
a scorgere quali sentimenti e quali ideo covassero in articoli apparentemente
innocui. « Non v'ha quasi pagina in cui non si parli dell'amor di patria, della
libertà, ecc. », scriveva inorridendo un corrispondente milanese del Parenti.
Si cominciarono pertanto a sopprimere dalla censura mezzi articoli e talora
articoli interi, con quanto dispendio del povero editore ognuno può imaginare.
Alcuni fogli reazionarii modenesi, segnatamente la famigerata Voce della
verità, considerarono come una loro nobile missione il venir smascherando ogni
allusione liberalesca che nell'Antologia si celasse, il che provocò richiami
polizieschi e diplomatici da parte dell'Austria. Finalmente gli ambasciatori
d'Austria e di Russia chiesero solennemente la punizione di due scrittori
anonimi dell' Antologia, che avevano ardito accennare, sotto molti veli, alle
condizioni deplorevoli del Lombardo- Veneto e della Polonia. Furono fatte
pratiche presso il Vieusseux perchè svelasse i nomi di quelli scrittori. Il
Vieusseux non volle dirli, e nel marzo del 1833 V Antologia era soppressa. Per
quante pratiche si facessero, per quante intei'posizioni si usassero, la
soppressione fu mantenuta; il debole governo toscano aveva troppa paura degli
artigli dell'aquila bicipite. A che non risorgesse la nobile rivista
fiorentina, malgrado gli sforzi d'ogni genere fatti dal povero Vieusseux,
contribuirono poi ancora con velenose insinuazioni i giornali legittimisti di
Modena, la cui azione fu davvero delle più svergognate in questa feroce quanto
insidiosa demolizione Il Vieus (1) Purtroppo in quelle brutte mene ebbe parte
anche un valentuomo, di cui è molto rispetftibile la dottrina, Marcantonio
Parenti. Leggasi in proposito l'articolo di Eumosiio Ci.kkici, Le polemù-Jie
intorno all'' Antologìa », nel Giornale storico della letteratura italiana seux
dovette rimaner pago a proseguire il suo gabinetto ed a tenere in vita il
Giornate agrario. Miracolo che i governi, divenuti ormai infantilmente
sospettosi, non scoprissero la serpe del liberalismo anche in mezzo a'
cavolfiore ed alle carote! La narrazione documentata del Prunas è feconda di
utili ammaestramenti e ricostruisce una bella pagina di quella storia del
Risorgimento nostro politico, che si viene a grado a grado svelando sempre più
manifesta ed intera agli occhi nostri. Non è una pagina di eroismo sfolgorante
sul campo di battaglia, non è una. pagina di trame pericolose, non è una pagina
di sommosse cruenti; ma ormai tutti gli esperti e i sennati sono convinti che a
combattere nel modo come ha combattuto il Vieusseux, in una battaglia di intraprendenza,
di tenacia, di accortezza, di sacrifìcio, col proposito di fare gli italiani
prima che fosse fatta l'Italia, ci vuole un eroismo più calmo, ma non meno vivo
e fecondo, di quello che spinse tanti generosi a congiurare, a battersi con
forze disuguali col nemico, a cimentarsi sulle barricate. Nota aggiunta. — Nel
Fanfulla della domenica, 19 agosto 1D06. A rappresentare la temperie
intellettuale e morale in che nacque e visse V Antologia valgono le conferenze,
di valore diverso, raccolte nel volume La Toscana alla fine del Granducato,
Firenze. Barbèra. 15KX). Gegia Marchionni. « Due occhi cilestri, una bocca
ridente, un « naso epigrammatico, una fronte serena, una « bionda chioma ed una
bianchissima carnagione « da far invidia a madonna Laura; tutto questo «
animato da una favella toscana la più pura, « da un discorso ridondante di
vezzi poetici, che t in lei erano naturai dono, da un'amabile schiet« tezza che
talvolta si vestiva di frizzante im« pazienza, da una rara bontà di cuore che
in « ogni suo atto si rivelava. » Cosi descrive il Brofferio la Teresa
Bartolozzi, la quale amava chiamarsi e farsi chiamare Gegia Marchionni per
l'affetto che portava alla sua cugina materna, la celebre Carlotta Marchionni.
Le notizie più diffuse che sinora si abbiano, anzi, a dir propriamente, le
uniche notizie riguardanti questa bizzarra figura della Gegia, sono quelle che
si leggono neh' ottavo volume dei Miei tempi, da cui il Masi trasse profìtto in
un articolo del Fan fui la della domenica ('). Il Brofferio, curioso di
conoscere qualche particolare intorno alla Gegia ed al Pellico, amico di
famiglia, s'era riAn. V, 1883, n. 1. Kkmsh Svaghi Critici II UEKIA MARC rlIONNI
volto a Carlotta. che In compiaceva subito inviandogli alcuni preziosi
documenti, vale a dire duo lettore innamoratissime del Pellico alla Gegia, 1
una del 22 inumilo, l'altra del 20 luglio ]X20, e ([uatfro lettore piene di
ammirazione e di affetto alla Carlotta medesima. Di, si lamenta poi osservando
che Gigliola, in qualche parte, oscilla, ondeggia, è dubitosa. Ciò non mi par
ragionevole; anzi, per me, Gigliola è fin troppo greca, specialmente nell'atto
del suicidio espiatorio, che a noi moderni pare un controsenso. Non per niente
i secoli trascorsero e l'età di re Borbone Ferdinando I non è nè quella di
Edipo nè quella degli Atridi. Sulla Orestiade passò Amleto, nè poteva un poeta
d'oggi, sforzandosi di risentire tragicamente un fatto antico e di
rappresentare tragicamente una figura antica, spogliarsi interamente della sua
qualità di uomo moderno. La volontà ferma e diritta di Antigone, che contro
l'empio decreto di Creonte dà sepoltura alla misera spoglia del fratello
Polinice, è passata sin troppo in Gigliola, quando oltre al resto si pensi che
Antigone esercita l'inflessibilità del suo volere nel compiere un'opera
pietosa, mentre Gigliola nel commettere un'uccisione. Articolo della .V.
Antologia, lfi aprile 1905. LA FIACCOLA 249 E sia pure l'uccisione di ima mala
bestia, d'una bestia selvaggia senza nome, che tutto insozza e corrompe,
Angizia Fura, la femmina di Luco. Trascinata dal suo perverso istinto
ambizioso, essa ha suscitato nelle carni flaccide del padrone Tibaldo de Sangro
la libidine ardente di possederla, s'è disfatta della padrona, Monica,
facendole cadere sul collo, tagliuola orrenda, il coperchio massiccio d'un
cassone nuziale e cosi soffocandola in quell'ordegno di morte ('); e ora
delinque col cognato sanguigno e brutale, e ora mina con le misture venefiche
la tenue esistenza dell'adolescente Simonetto. In una parola; un mostro. Non
giusto ini sembra l'appunto del Corradini che trova in queir Angizia una specie
di « dilettantissimo criminale » e non sa spiegarsi perchè essa voglia la morte
(inutile, egli dice) del giovinetto. Data la natura mostruosa di quella bestia,
tutta la sua delittuosità procede a fi 1 di logica. Essa vuole spiantare la
famiglia intera dei Sangro, e comincia con l'erede, che è legato d'un sol filo
alla terra; poi si può giurare che attenterà a Gigliola ed al marito, perchè
vuole arricchire sè Codesta morte è d'un genere che potrebbe piacere ai
romanzieri ed ai drammaturghi russi. Dicesi, del resto, che non sia sconosciuta
nelle leggende abruzzesi. II D'Annunzio medesimo ne avea già fatto una
crudissima rappresentazione in certo suo vecchio bozzetto, La madia, Cfr. oggi
Le nocelle ilella Peni-ara, Milano, 1902, p. 381. [Un riscontro antico, di
Masuecio, additò il mio caro discepolo M. A. Garrone, nella Rivìnta d'Italia
del 1908]. e far ricco e potente il suo drudo, Bertrando Acclozamóra. Se non
che questa figura non ha di greco nulla; essa ci richiama ad altre fonti, ci
richiama, anzi, ad una fonte che non so se sia stata avvertita altrove, ma che
a me, sin dalla prima audizione, apparve manifesta. Alludo ad uno dei
capolavori del dramma borghese nordico, Fuhrmann Henschel di Gherardo
Hauptmann. Si giudichi. In casa del vetturino Henschel, la saggia e mite moglie
di lui si ammala, langue per alcun tempo e poi muore, lasciando una iìgliuola,
Gustla. Il marito, che alla domestica sana, florida, energica, Hanne, avea già
fatto l'occhiolino dolce, tantoché Frau Henschel se n'era impensierita; il
marito, reso vedovo, un paio di mesi dopo che la moglie era sotterra sposa la
serva. Questa trionfa nell'amor proprio appagato, nella sete di dominio
soddisfatta, e ben presto si palesa fredda, egoista, poco deferente verso il
marito. La piccola Gustla, non molto appresso, viene a spirare. Il povero
vetturale affranto, ridotto a mal partito, materialmente e moralmente, vuol
prendere in casa una bimba che Hanne ha avuto illegittimamente prima di
congiungersi a lui, Berthla. Ma Hanne non vuol saperne d'impicci, impietrata
com'è nella sua nequizia. Un brutto giorno, in una bettola, lo Henschel si
sente dire in faccia dal proprio cognato, con cui viene a parole, che sua
moglie ha una tresca e che probabilmente a lei si deve la morte della sua prima
compagna e LA FIACCOLA quella dì Gustki. Ciò conduce alla catastrofe: il
vetturale tornato a casa si appende per la gola. Questa lugubre storia non ha
veri antecedenti drammatici, salvo in una novella del medesimo Hauptmann,
Bahnwàrter Thiel: le affinità che si vollero vedere con drammi scandinavi e
russi sono troppo vaghe ('). In quella parte della produzione dello Hauptmann
che è sinceramente e rudemente realistica, Fuhrmann Renschel è l'opera più
poderosa, non solo per logicità serrata di condotta, ma anche per originalità.
Nulla di più agevole ad intendersi che sul temperamento recettivo del
D'Annunzio essa abbia lasciato gagliarda impressione e ch'egli, nella sua
facoltà assimilativa non ordinaria, abbia innestato quella favola germanica sul
vecchio tronco greco delle nitrici fatali. Angizia è una variante di Hanne;
serva che si fa padrona, seducendo il padron suo ed ammazzandone la moglie;
vipera che attossica l'aria nella casa diventata sua, e senza scrupoli,
insidiosamente, tende a sbarazzarsi d'ogni ostacolo; bestia che procura la
rovina di quanto la circonda, con l'intento di sedersi poi essa sui ruderi,
trionfando e gavazzando immonda. Per tal guisa, all'impostatura greca della
tragedia s'allaccia il dramma moderno, saturo di Per siffatte affinità e per l'
analisi più particolareggiata del dramma, è da vedere il garbato libretto di C.
De Lolms, Geranio Haiiptmann e l'opera sua letteraria, Firenze, 1899, pp. 170
sgg., ed anche nn suo articolo, L'ultimo dramma di (1. Hauptmann, nella A.
Antologia patologia. Esso influisce anche su altri personaggi, sulla stessa
Gigliola, che ha l'ossessione d'una monomaniaca, come certe donne dell'Ibsen,
come certe ligure del maggiore fra i seguaci scandinavi dell' Ibsen, lo
Strindberg. A questo gli antichi non pensavano; erano troppo sani. Ed è pure
ricorrendo a quest'ordine di fatti che si spiega Tibaldo de Sangro, un
cardiopatico floscio, che trova la violenza del nativo Abruzzo e la cattiveria
acre degli istinti primitivi pervertiti nella sola scena terribile, pur tanto
evidente nella sua fierezza, dell'alterco col fratello Bertrando. Nel resto,
Tibaldo è un indeciso, è, come fu detto assai felicemente dal Corradini, « la
materia frolla che sta fra le due eroine, tra la volontà del delitto e quella
della vendetta » . Ma io che non parto, come il Corradini, dal preconcetto per
cui nel teatro tragico dovrebbe esservi solamente « scultura che si muove », io
non posso scandalizzarmi al cospetto di quel disgraziato adiposo, senza sangue
e senza muscoli, che si vede crollar tutto d'intorno, tutto, tutto,
irrimediabilmente. Non so come qualcuno abbia potuto sospettare ch'egli sia
complice nel delitto per cui Monica lasciò la vita nella tagliuola. Quest'è una
sopraffina e premeditata calunnia, che gli lancia in volto Angizia, sicura del
potere che ha su di lui. * Sono coperta dal tuo padre; due siamo, due fummo »,
esclama ella al cospetto di Gigliola esterrefatta, e così pensa, la scellerata,
di LA FIACCOLA 253 farsi scudo della complicità altrui nel delitto. E da quel
momento la pace di Tibaldo è interamente perduta; egli si vede sospettato e
reietto, dalla figlia, dalla madre; la sua meschina anima n'è martoriata, n'è
trascinata alla disperazione. La disperazione sola può fare il miracolo di
armargli la destra e d' indurlo a prevenire sulla selvaggia bestia, cagione di
tutti i mali, la vendetta che dovea compiersi per le mani pure di Gigliola. Il
vetturale Henschel ammazza sè: Tibaldo uccide altri; ma nella inderisione, come
nell'infelicità, hanno molti punti di somiglianza, per quanto può essere simile
un barone abruzzese ad un popolano tedesco. I parenti più prossimi di Tibaldo
non sono certo da ricercarsi in Italia e molto meno in Grecia; ma tra le brume
del nord, nel teatro ibseniano. Un terzo elemento, complesso e non
trascurabile, cooperò alla formazione della Fiaccola, la tradizione, la
topografia, gli usi paesani. Anche qui il D'Annunzio ha saputo profittare, con
senso d'arte insuperato, dei tesori offertigli dal suo Abruzzo, e ciò
contribuisce a formale lo sfondo del suo quadro e a dar vita a un personaggio
che anche i più scontenti dovettero ammirare. Lo sfondo, che talor si anima e
incombe col gravame solenne dei secoli, è il palazzo dei Sangro; il personaggio
è Edio Fura di Forco, il serparo, padre sconfessato e maledicente d'Angizia.
Oli quella casa baronale dei Sandro, dominante il paesello di Anversa, nella
regione degli antichi Peligni, a mezzodì, oggi, nella provincia dell'Aquila! Le
casupole di Anversa, appollaiate sulla rupe, sembrali pulcini intorno alla
chioccia, paurose di precipitare nel burrone li presso, ove scroscia rabbioso e
spumeggiante il Sagittario; in lontananza si profila la Maiella nevosa (').
Gran predilezione ebbe sempre il D'Annunzio per le case signorili vetuste,
deserte, cadenti. Rammenterete, nel Trionfo della morte, la casa degli Aurispa,
a Guardiagrele, pure al cospetto della Maiella, meno grandiosa certo e meno
consunta di quella dei Sangro, ma ricettacolo essa pure di brutture, di
violenze, di malattie, d'insidie, ove pure scoppia un alterco fra due fratelli,
Giorgio e Diego, che si detestano. Rammenterete, nelle Vergini delle rocce, la
gran villa trasformata di rocca feudale che prima era, conservante « tuttavia
l'enormità formidabile delle « sue mura e delle sue volte su cui le epoche «
successive avevano lasciate impronte varie di « arte e di lusso, talora in
contrasto e talora j?8, duna bambina, quella Jeanne d'Albret, che. doveva
essere un giorno madre di Enrico IV. Margherita. « donna di talento e di
saldezza rara », com'obbe a qualificarla l'ambasciatore veneto* !iustiniani.
s'adoperò in tutte guise perchè la pace domestica non tosse turbata, ed
all'amore verso il fratello sacrificò, insieme, il suo stesso affetto materno e
consenti che quell'unica figliuola (un fanciullo, nato di poi. non visse che
due mesi) le fosse strappata ancor tenera, e clic, educata lontana di lei.
servisse ai disegni politici del re di Francia. Lungi dal serbargli rancore per
quell'alto crudele, la donna sublime continuò ad essere il buon genio del re
Francesco, lo sovvenne nella fondazione del Collegio di Francia, lo indirizzò
nella scelta dei professori, si studiò d'inspirargli, come sempre, quella
tolleranza religiosa che era in cima ai suoi pensieri e da cui i credenti
s'allontanavano allora, come ora, cosi di frequenti*. Quando era lasciata
libera dalle occupazioni presso la Corte grande, si rifugiava volentieri nella
sua pacifica Corte minuscola del Bea mese, nei castelli di Nenie e di Pan, ove
si abbandonava all'antico amore per la produzione poetica, e conversava d'arte,
di lettere e di filosofia con illustri personaggi, ovvero esercitava le agili
dita nei più squisiti ricami istoriati. La morte del fratello Francesco fu un
colpo di fulmine che distrusse quella pace. Dopo l'infausto avvenimento,
Margherita non stette più bene di LA MARGHERITA DELLE l'HINCII'ESNE salute: una
gran stanchezza la opprimeva, contro la quale tentava ormai indarno ili reagire
la sua volontà eccezionalmente energica. Il colpo d'apoplessia, clic la colse
il 21 dicembre lf>4^, fu per lei una liberazione; per quanti, amandola, la
circondarono, una irreparabile sventura. Con Mitezza di penetrazione
psicologica femminile, la (iarosci ha rinarrato in tutti i più minuti particolari
questa vita, di cui qui son tracciate solo le linee capitali. E una vita
d'operosità, d'abnegazione, di pensiero, di sentimento, che non ha pari nel
periodo della Rinascita. Invano il pettegolezzo cortigiano, di cui fu uno dei
principali interpreti il Hrantòme, cercò di spruzzare del fango su quella
candida ed eletta figura. Essa resta, alla luce dei documenti, immacolata: e
tale, nel suo misticismo soave, nell'amore disinteressato per ogni cosa bella,
della natura e dell'arte, nella sete perpetua di verità e di poesia, nella
pratica indulgente e sagace della vita, è rappresentata nel libro della signora
G-a rosei. En po' di grafomania potrebbe non ingiustamente essere rimproverata
a Margherita d'Angoulóme. Ila scritto troppo, e non sempre bene. La Garosci
passa in rivista tutta intera la sua produzione e sa distinguervi ciò che vale
e ciò che significa da quel molto clic è vanità, lungaggine, cicaleccio. La
regina di Navarra non è una grande scrittrice, ma una scrittrice rapprese
illativa. Già Alfredo de Musset nota che in Margherita ci sarebbe stata la
stoffa di una romanziera; ma invece Elle aima mieux mettre en lumiere Une
larine qui lui fut ehère, Un bon mot dot elle avait ri. Codeste sue
osservazioni, ora gaie, ora malinconiche, affidò, quando ormai l'età le
consentiva ogni libertà di linguaggio, ad un libro di novelle, imitante il
Decaìneron, che per la sua educazione mezzo italiana potè conoscere nel testo
prima che, per sua iniziativa, fosse tradotto, nel 1543, in francese. Il libro,
rimasto interrotto per la morte di Francesco I 1.1547), fu in gran parte
composto in lettiga, nei frequenti viaggi di Margherita. Le novelle non
raggiunsero il numero di cento, come avrebber dovuto; se n'ebbe un Heplamèron.
Se l'inspirazione prima è nel Boccaccio, si può ben dire che molto vi si sente
il Cortegiano del Castiglione, libro che alla regina piaceva in sommo grado. A
differenza dal Boccaccio, la nostra gentildonna vi narra quasi sempre fatti
accaduti; a differenza dal Boccaccio, la satira che v'è frequente e pungente
contro il clero corrotto, non si estende mai dalle persone alle istituzioni,
per le quali Margherita nutriva sommo rispetto; a differenza dal Boccaccio, pur
mostrandosi l'autrice del tutto spregiudicata nel narrare fatterelli scabrosi,
non ha punto quella compiacenza del lubrico che caratterizza l'oscenità della
coscienza. Scagionandone Margherita, la Garosci ha fatto in proposito
distinzioni giustissime: « Questa raccolta di disgrazie coniu« gali (conclude),
di tragedie galanti e di stra« nezze antiraonastiche è immorale solo secondo «
le convenienze del nostro secolo; e le conve« nienze sono, si sa, cosa
estremamente varia* bile ». La pudibonda schizzinosità femminile dell'età
nostra, che non è punto indizio di vera e sentita verecondia, non era nelle
consuetudini nò del medioevo, nè del rinascimento (*). L' Heptamèron, chi lo
consideri a fondo, è libro di indiscutibile moralità, pensato e scritto da chi
aveva nobilissimo il sentimento dell'amore come quello della religiosità.
L'aver apprezzato giustamente, nel suo valore biografico, psicologico e
dottrinale, questo libro « parlato e vissuto » ; l'avervi per la prima volta in
Italia, additato la « profonda e sottile e compiuta conoscenza della psicologia
femminile »; l'averne giudicato rettamente il valore artistico, rilevandovi la
mancanza della lima, la soverchia prolissità dei ragionamenti filosofici e
teologici, « di una teologia ch'è « troppo femminina per non essere più diffusa
« che profonda », la deficienza d'ogni sentimento della forma, che pur non
toglie efficacia all'opera, giacché Margherita « non ha affatto bisogno di «
essere una scrittrice per scrivere eccellente« inente »; tutte queste cose ed
altre fanno del (li Su questo argomento sono da vedere i fatti e le chiose di
F. Novati, nello scritto I detti d'amore d'ima contessa pisana, in Attraverso
il medioevo, Bari, capitolo dedicato all' Heplaméron la parte forse più
interamente riuscita e più vivacemente spigliata del libro della Garosci. I
molti scritti in poesia, liriche, poemi, poemetti, drammi, si dispongono in due
grandi raccolte: quella delle Marguerites, edita la prima volta nel 1547, e
riprodotta in quattro volumi, coi migliori sussidi della critica, da Félix
Frank nel 1873; e quella delle Demières poésies, fatta conoscere nel 1896 da
Abel Lefranc. Se a tali due raccolte si aggiungono le due commediole satiriche:
Le malade e L' inquhiteur, pubblicate dal Le Roux de Lincy e dal Jlontaiglon in
appendice all' Heplaméron, si avrà tutta intera la produzione della regina di
Navarra ('). II valore delle Marguerites è più specialmente sentimentale e
religioso. Se nel poemetto La coche è presentata una sottile disputa d'amore,
nella quale è chiamata a pronunciare verdetto Renata di Fi-ancia; se nella
Complainte, tutta costellata di concetti biblici, è difeso Clemente Marot,
profugo per ragion di fede; se le epistole poetiche spirano tutto l'affetto che
la nostra verseggia trice aveva sempre desto nell'anima per il fratello
monarca: le chansons spirituelles esprimono con lirismo entusiasta il fervor
religioso della grande credente ed i lunghi componimenti che I non molti
componimenti poetici che restano ancora inediti nel ms. Bouhier, e dei quali
diede qualche conto il Paris nel menzionato articolo del Journal des savanti,
hanno importanza minima. s'intitolano Miroir de l'dme pecheresse e Triomphe de
VAgneau implicano discussioni dottrinali di fede e tripudio di un'anima
mistica. Malgrado la vivezza del sentimento, in tutti codesti versi vi è di
rado poesia: Margherita ragiona troppo e troppo sottilmente: lo slancio del suo
cuore entusiasta avviva spesso i suoi ragionamenti, ma a renderli poesia questo
non basta. Lo dice non male anche la signora Garosci: « Tutta questa * poesia
delle Marguerite?, non può dirsi, salvo « l'are eccezioni, della grande poesia:
elevatis« sima per il contenuto e scritta in lingua lim« pida e sana, manca
troppo spesso di ciò che ' distingue la poesia: il rilievo, il canto, il ritmo,
« lo slancio, che solleva non solo, ma sostiene il « pensiero ». Nelle Demières
poésies predomina la filosofia. Frammezzo alle epistole, alle liriche ed a
qualche componimento dialogato, spiccano qui due poemi: il poemetto in terzine
Le Navire, in cui Margherita piange per l'ultima volta la morte del fratello, e
la cosa più rilevante che la principessa abbia scritto in versi, l'esteso poema
allegorico Les Prisons. Nel Navire è imitata la terzina di Dante; nelle Prisons
è fusa in una visione di sapore dantesco quella filosofia platonica, che fu
l'ultimo rifugio dello spirito combattuto, esulcerato e passionale di
Margherita. Ivi assistiamo al progressivo liberarsi dell'anima umana, condotta
da guide simboliche, dalle prigioni dell'amore, della mondanità, della scienza:
la liberazione viene dal lume divino, partecipato per via della fede, ed è esso
la verità a cui l'anima anela ed in cui finalmente s'acqueta. Dante e Platone
furono l'ultimo conforto di Margherita, eda lei pervennero entrambi
dall'Italia. 11 platonismo della dama d'Angoulème era passato a traverso il
Ficino ed il Landino, era il platonismo del nostro Quattrocento ('). La
Commedia di Dante fu uno dei libri che potè avere tra mano fin da giovinetta, e
non è impossibile che la madre, la quale insegnò a lei ed al fratello
l'italiano, e lo spagnuolo, gliene facesse sin d'alloragustare qualche
episodio. L'alta società francese di quel tempo era tutta satura d'italianismo:
è noto quanto le arti e le lettere italiane campeggiassero alla Corte del re
cavaliere (!), dal desiderio di compiacere il quale sembra che il nostro
Castiglione abbia avuto la prima mossa a scrivere il Corlegiano. Margherita,
che non solo intendeva, ma anche parlava e forse scriveva persino in versi la
lingua nostra (3), informò, come vedemmo, a quell'impareggiabile libro di
cortigiania le sue novelle, per cui aveva dal Boccaccio solo attinto l'idea e
l'ordinamento, e di altri scrittori nostri, come ad esempio del Sannazaro, si
mostrò buona cofi) Vedi Lkfranc, Marguerite de Xararre et le platonisme de la
Renaissance, nella Bib1iotli*que de l'école dea chaHes del 1897 e del 1898.
Tutti ormai hanno letto il buon saggio di F. Flamlni, Le lettere italiane
allacorte di Francesco I di Francia, nel suo volume di Studi di storia
letteraria italiana e straniera, Livorno, 1895. Vedi I'» ot, I^es Francois
ilalianhant* aie XVI siede, I, Paris noscitrice. All'ostico ma salutare
nutrimento della poesia dantesca sembra tornasse nell'ultima fase del suo
pensiero; ma le traccie che ne rimasero nell'opera sua sono delle più
significanti, ond'è che questo soggetto, prima che ne trattasse nel suo volume
la signora Garosci, aveva già attirato l'attenzione di critici come l'Hau vette
(') ed il Farinelli (*). * Tre periodi riconosce la Garosci nella vita e nel
pensiero di Margherita: « un periodo di mi« sticismo giovanile, un periodo di
più decisa (li Margherita delle Dernières poesìe» è l'argomento principale di
cui tratta I'Hauvette nella sua conferenza su Dante nella poesia francese del
Rinascimento, trad. it., Firenze, 1901. È noto che il Farinelli attende ad una
grande opera in due volumi su Dante in Francia, di cui vedemmo, per cortesia
dell'autore, molti fogli di stampa, e che si spera esca in luce entro l'anno
1906, editor* lo Hoepli. Tra i saggi di quest'opera egregia, che sono già
comparsi, uno riguarda Dante nell'opere di Christine de Pisan (Halle, 1905, nel
volume giubiliare dedicato ad Enrico llorf i ed un altro Dante e Maryherita di
Xacarra, nella lìii-ista d'Italia del febbraio 1902. Se Cristina, specialmente
nel poema Le chemin de long elude (1402), fu la prima imitatrice francese dell'Alighieri,
Margherita fu la seconda; il culto di essa per Dante va collegato col suo
desiderio sempre vivo di scrutare i problemi religiosi e con l'elevazione
costante dell'anima sua nel proseguire la verità. Si noti che la prima versione
francese AelVInferno Dantesco, fatta sugli inizi del sec. XVI, è giudicata
opera d'un abitante del Berri : e siccome Margherita era nel 1517 creata dal
fratello duchessa di Berri, si suppose che il traduttore fosse uno dei suoi
cortigiani. La supposizione, ardita ma non iuverosimile, è di G. Camus, nel
Giornale storico della letteratura italiana « partecipazione alle dottrine e
agli ideali della « Riforma, un ritorno al misticismo giovanile con« fortato di
elementi platonici: tutto ciò su un « fondo stabile di catolicismo non mai
aperta« mente sconfessato nelle linee dogmatiche, as« sidua mente praticato
nelle cerimonie del culto « e nelle relazioni eccellenti con la Santa Sede >
(p. 342). Questo convincimento intorno alla posizione della regina di Na varrà
rispetto al moto riformista rampolla da tutto il libro di cui ci occupiamo, e
ne è il risultato più notevole. Il Lefranc, e, dietro a lui, il Rasraussen,
considerarono Margherita come decisamente protestante; opinione, del resto, già
antica per la costante simpatia da essa dimostrata ai riformisti, per la
protezione accorda taad alcuni diloro, per Je opinioni espresse con tanta
insistenza nella parte maggiore dell'opera sua. Sin dalla giovinezza la nostra
gentildonna aveva stretto relazione con quel Guglielmo Brigonnet, vescovo di
Meaux, spirito nobilissimo, mistico, aspirante al rinnovamento del clero, che
accolse poi nella sua diocesi i principali fautori della riforma religiosa in
Francia, Guglielmo Farei, Gherardo Roussel, Michele d 'A rande, e il Lefòvre
d'Etaples (';. Al centro intellettuale di Meaux aderì con tutta l'anima la
giovine duchessa dalla vicina Alencon. Si badi, I rapporti di Margherita col
Brigonnet sono oggi meglio noti mercè la pubblicazione fatta nel 1900 da Ph. A.
Becker. peraltro, le dottrine di elevatezza e larghezza religiosa, professate
dal Lefèvre d'Etaples erano anteriori a Lutero e a Calvino. Quando la Sorbona
ed il governo di Francia presero e reagire violentemente contro ogni idea di
riforma ecclesiastica e religiosa, Margherita fu presso il fratello titubante
ed opportunista la maggiore alleata del Bri5per chi scende dal Cenisio (XIX,
;V), e quell'Ancona mezzo orientale, abitata per un buon terzo da Greci, come
non fu mai (I, 4), e via dicendo. Ma in fondo, anche per la Stael, l'Italia è
la terra dei morti ; solo essa ha uno strano presentimento che possa risorgere
come nazione moderna, e di questo presentimento si fa interprete Corinna, che
sente l'italianità con vero fervore. Tutti sanno che Cornine è per tre quarti
una specie di Baedeker anticipato: le città visitate dall'autrice, Roma
specialmente, poi Napoli, Milano, Venezia, Bologna, Firenze e altre minori, ci
sfilano d' innanzi coi loro monumenti, sui quali molto, anzi troppo si ragiona.
Ma son ragiona ri) Leggasi il libro di U. Mknoix, ÌJ Italie dei romantìtjites,
Paris, 1902, ov' é pure un capitolo sulla Stael. 294 CORINNA nienti -che quasi
sempre rivelano più dottrina e pensiero che gusto. Osservazioni come quella calzante
fatta sul Correggio, « le Corrège est peut-ètre le seul peintre qui sache
donnei' aux yeux baissés une expression aussi pénétrante que s'ilsétaient levés
vers le ciel » (XIX, 6), sono rare. Sente
la Stael il fascino delle rovine a cui l'aveva iniziata Guglielmo Schlegel, suo
compagno di viaggio, che sapeva a memoria i principi del Winckelmann e del
Lessing e le osservazioni del Goethe sente anche la suggestione dei luoghi
deserti e delle catacombe, che parlano all'anima; ma vivo senso della natura
non ha (*). Alle cose inanimate preferisce pur sempre gli uomini; ma gli uomini
e le donne d'Italia conosce troppo imperfettamente, sicché i suoi tipi
d'italiani sono astrazioni. La preferenza che Osvaldo dà a Lucilla Edgermond in
confronto a Corinna, sia pure sospintovi dal culto per la memoria paterna (un
tratto anche questo che il lord scozzese ha comune con la Stael), è un
disconoscere le qualità di spirito italiane. Osvaldo, in ultima analisi, al
pari della scrittrice di Corintie, al pari del volubile conte d'Erfeuil, ama,
si e no, l'Italia accademica, ma non ama l'Italia degli italiani, perchè non la
conosce. Piaceva alla Staèl segnatamente la poesia italiana: cita (talora
storpiandoli) versi di Dante, (1; Cfr. Blesnerhasset, Op. cit., Ili, 168 sgg.
Vedi pure di lei l'articolo Frati voti Stael in Italien, nella Deutsche Iiunrfschau
del 1888, voi. 56, pp. '267 sg#. (2,1 Vedi ciò che osserva il Saixte-Bei:ve,
Op. cit., p. 127 «. CORINNA 21)5 del Tasso, del Metastasio; loda specialmente
il Monti e l'Altieri; ma s'ingannerebbe a partito chi reputasse profonda la sua
cultura nelle cose letterarie nostre. Prima di scendere nella penisola, la
Staci sapeva assai poco di letteratura italiana. Nei mesi che vi trascorse nel
1804 e nel 1805 sfogliò molti libri italiani, si entusiasmò più volte, perchè
la sua indole era facile all' entusiasmo; ma non ebbe il tempo necessario per
approfondire i suoi studi. Chi le fece gustare la nostra poesia fu Vincenzo
Monti. Oggi, meglio che un tempo, conosciamo le relazioni della Staèl col Monti
('). E risulta sfatata da questa miglior conoscenza la leggenda, accreditata
specialmente dal Cantù ('), che la gentildonna francese fosse intensamente
innamorata del Monti, e che questi non le corrispondesse. Nulla di simile alla
relazione, veramente amorosa, che avvinse per quasi tutta la vita mad. de Stael
a Benjamin Constant, il quale ne subiva il giogo. È ben vero che la scrittrice
nostra dirigeva lettere molto espansive al Monti, Alle 36 lettere della
scrittrice francese al poeta italiano note sin dal 1876 per un volumetto ormai
divenuto assai raro, la sig. Ilda Morosini volle aggiunte le altre, che si
trovavano inedite a Ferrara, e su tutte compose un garbato articolo del Qiorn.
stor. Mia leti, italiana, voi. XLVI (1905). Poco appresso Julien Lxichaire
ottenne di poter estrarre dall'archivio di Coppet le lettere del Monti alla
Staèl e le inserì nel Bulletin italien, voi. VI (1906,). Così si può studiare
intero quel carteggio, e le nostre idee ne guadagnan chiarezza. Monti e l'età
che fu sua, pp. 99-101. 296 CORINNA e che questi, non sempre, ma spesso, la ricambiava
con uguale espansione ; è anche vero che tra le cose ammirate in Italia la
Stael soleva porre il Monti in prima linea, accanto al mare, a S. Pietro, al
Vesuvio; ma conoscendo i due personaggi, entrambi sensitivi e pieni di fuoco, è
agevole capacitarsi che tutto ciò si potea conciliare con una semplice,
affettuosa amicizia. Di ricorrere all'ipotesi dell'amore, dall'una o dall'altra
parte, non v'è necessità alcuna anzi se ne ha smentita. La Staèl desiderava che
il poeta italiano la riguardasse come una sorella e il Monti voleva esserle
fratello ('). Queste designazioni commentano i loro rapporti vicendevoli e ci
spiegano l'affettuoso interessamento reciproco, anche se in qualche lettera la
frase colorisca il sentimento. Giacché, come accennai, la fonte principale
della grande amicizia della Staèl pel Monti era letteraria. Ammirasi in
Corintie il Monti come un impareggiabile dicitore di versi: il sentirlo
recitare squarci come l'Ugolino, la Francesca, la morte di Clorinda è « un des
plus grands plai* sirs dramatiques * . Infatti il Monti, a Milano, lesse alla
dama, che poco sapeva di lettere italiane e se n'era foggiata idea storta (!),
molti fi) Bulletin ilalien cit., pp. 164 e 354. Vedasi specialmente la sua
opera La littérature ronsidèrèe dans spu rapporta avec leu inatitutions
socìales e ciò che ne dice il Dejob. Op. cit., pp. 25-41. V CORINNA brani di
classici nostri, segnatamente di Dante ('); lesse come sapeva legger lui,
sicché la Stael ne fu commossa sino alle lagrime. A Luigi Hossi, che gliela aveva
presentata, scrisse il Monti il 9 gennaio 1805, d'essere soddisfatto d'averle
inspirata « una migliore idea dell'italiana lettera« tura, facendola piangere
largamente alla recita « di qualche bel pezzo de' nostri classici, e for«
zandola a confessare di a ver errato nei suoi « giudizi, de' quali mi ha
promesso la ritratta« zione » (*). E il Monti continuò sempre ad essere per la
Stael il miglior consigliere in fatto a poesia italiana, sebbene essa
conoscesse altri letterati ben più disposti di lui ad incensarla, specialmente
il Cesarotti. Quell'amicizia era cementata di letteratura e, malgrado le
espansioni, continuò sempre ad essere letteraria, mentre verso la cara
figliuola di Germana. Albertina, il Monti sentiva tenerezza paterna e ne era
tìglialmente corrisposto. Intercedeva (nè fu abbastanza considerato) tra gli
spiriti del Monti e della Stael diversità non piccola, specialmente nel modo
d'intendere la Per Fuso che là Stael fece di Dante cfr. Counson, Dante en
Franr.e, Erlangen, 1906, pp. 111-115. E notissimo il passo d' vi ria lettera al Monti del
23 giugno 1905 : « J' étudie le Dante • avec ardeur, pour qu'à votre arrivée à
Còppet vous me trouviez plus avancée encore dans Titalieu . Nell'autunno di quel medesimo anno il Monti fu
nel castello di Coppet, ospite desideratissimo della Stael. Cfr. Il libro e la
stampa, I. 53-54. G. BiADEGn, Vincenzo Manti e la baronessa di Stael, Verona
CORINNA letteratura. Il Monti piegò al romanticismo solo in qualche occasione,
per quella sua duttilità singolare, ma in fondo rimase sempre classicista
fervente; la Staél era, per indole e per cultura, una romantica. Assai prima
d'affermare col famoso libro De VAllemagne (1810) le sue simpatie per la
Germania dei filosofi e dei letterati, la cui conoscenza fu per quell'opera
particolarmente diffusa oltre il Reno, la Stael, svizzera d'origine e
cosmopolita per educazione, avea mostrato decisa tendenza al rinnovamento delle
lettere. Essa partì dal Rousseau, il cui influsso è patente nel romanzo
epistolare Delphine (1802), e con la meditazione dei pensatori tedeschi, e con
lo studio della propria anima passionale affinò l'arte propria in Corintie, che
è scrittura, malgrado incertezze e contraddizioni, eminentemente romantica (').
In Italia Corintie fu bene accolta dai novatori, e quando, per curar la salute
del secondo marito Alberto de Rocca, sposato clandestinamente nel 1811, la
scrittrice francese scese fra noi una seconda volta, negli ultimi mesi del
1815, si trovò in un ambiente tutto romantico. Conobbe il Con ci) Il Leapardi
trovò più volte nel libro un'implicita condanna di massime professate dal
romanticismo. Con l' usata precisione è qualificato il romanticismo della Stael
in Laxsiix, Liti, francatile, pp. 865-9". Ivi su C'orinne l'eccellente p.
860. CORINNA 299 falonieri, il Pellico ('), il Nìccoliin,«-+! ab. di Breme ed
altri molti. Fu anzi il di Breme che prese caldamente le difese della Stael,
autrice di un articolo sulle traduzioni inserito nella Biblioteca italiana, a
llorché divamparono le polemiche su quel soggetto scottante (*). Il di Breme,
come fu recentemente dimostrato, venne ad essere con quella sua difesa della
Staci il primo aperto avvocato italiano del romanticismo, perocché il suo
articolo precede di qualche mese la notissima Lettera semiseria di Grisoslomo,
per la quale il Berchet è solitamente considerato come il nostro più antico
annunciatore del nuovo verbo letterario (3). Il quale verbo letterario era tale
da adattarsi all'indole dei vari paesi e quindi era logico che la fisionomia da
esso assunta in Italia diversificasse parecchio da quella di altri luoghi.
Temerario l'asserire per ciò non solo che fra noi romanticismo non esistette
(4): può darsi, E strano che il Dejoh. il quale diffusamente nana la seconda
dimora italiana della Stael, affermi che il Pellico non la conobbe (pag. 124).
Il Pellico medesimo nel cap. 50 delle Prigioni, dice di averla incontrata in
casa Porro. Di quelle polemiche riassunse bene le vicende Eugenia Montanari,
Per la storia della « Biblioteca Italiana », in Miscellanea in onore di G.
Mazzoni, II, 3(i3 sgg. Se ne veda la dimostrazione in (ìuuxrinne con rispettosa
riconoscenza. Nota aggiunta. — Già nel Fanfulla della Domenica del 14 marzo
190i). sunse in Germania ed in Francia. Se il Trezza allargò oltre ogni misura
il valore del romanticismo, panni che questa signorina, tutt1 altro che poco
intelligente del resto, lo restringa ingiustificatamente. Il soggetto,
delicatissimo, non vuol essere trattato a sciaholate. Dovréhbe servire di
monito e di modello la cautela con che procedette il Graf nello studiare il
romanticismo del Manzoni. il) AH" ipotesi del romanticismo considerato
come pianta indigena italiana accenna G. Perai.k, a p. 87 del suo libretto su
L'opera di (Gabriele Rossetti, Città di Castello, 190ti. L'idea fu sostenuta
dal Flamini in un corso universitario. Scorrendo il carteggio dello Stendhal.
Per Enrico Beyle, lo confesso subito e sinceramente, io non ho alcuna
particolare ammirazione. Poco simpatico lo scrittore; meno simpatico l'uomo. Ho
assistito con stupore, e non senza qualche disgusto, al gran da fare che si
diedero gli stendhaliani di Francia per pubblicare e pubblicare e pubblicare
tutti gli abbozzi e frammenti di suoi lavori rimasti inediti a Grenoble, per
raccogliere tutte le briciole cadute dalla sua mensa, per chiarire le
innumerevoli sue bizzarrie e svelare il mistero dei molti pseudonimi con che
designò sè medesimo e gli amici suoi. S'è costituito un club stendhaliano; vi
sono più raccoglitori specialisti di autografi stendhaliani e di memorie di lui
: tutte cose ottime quando si avesse a fare veramente con una individualità
eccelsa; ma trattandosi invece d'un uomo, vivace innegabilmente d'ingegno, ma
sregolato, paradossale, sconclusionato e più che un poco mattoide, sembrano
tanto esagerate, da confinare col grottesco. Il fenomeno, per altro, di questa
contagiosa montatura entusiastica, che ha prodotto ormai mezza biblioteca, non
cessa, per questo, d'esser cleono di noto, anzi lo è tanto più, quanto meno
sembrerebbe, a persone equilibrate, degno d'incenso e d'adorazione quell'idolo.
Non fu, quindi, senza interesse che appena uscita in buon assetto, ordinata,
annotata la Corrispondance dello Stendhal, mi diedi a scorrerla con gran
curiosità, per vedere se i miei preconcetti, leggendo nell'anima dello scrittore
come prima non s'era potuto fare, si dileguassero. La Correspondance infatti,
che ora ha veduta la luce in tre grossi volumi ('), consta di ben 700 lettere,
mentre i primi due volumetti della Correspondance inedite, editi nel 1855, con
una prefazione di Prospero Mérimée, ne contenevano solo '212. Quel libro,
inoltre, divenuto ormai quasi irreperibile, recava le lettere in gran parte
mutile e deformate. La nuova edizione le dà intere, perchè rivedute quasi tutte
sugli autografi. Essa aggiunge e pone al loro luogo, secondo cronologia, le
lettere già edite nel 1892 col titolo di Lettves inlimese nel 1893 in seguito
ai Sourenirs d'égotisme, quelle officiali od officiose rintracciate negli
archivi dei Ministeri di Francia, ed un centinaio circa di lettere inedite e
sconosciute. Giovarono massimamente alla nuova raccolta gli autografi
stendhaliani posseduti dal Cheramy, sicché oggi si ha un epistolario nutrito e
ben curato. Di esso ho profittato per rivivere col fi) Corresponrìanne de
Stendhal (lXfx)-1842), pubi, par Ad. Paupe et P. A. Cheramy, Paris, Oh. Bosse,
1908; tre volumi in-8 gr. DELLO STENDHAL 303 Beyle; ed ho richiamato alla
memoria quel molto di autobiografico, che v'è negli scritti editi da lui, sia
viaggi, sia romanzi; e mi son servito, con la debita circospezione, delle tre
opere postume più ragguardevoli, fatte conoscere da quel gran beylista che è
Casimiro Striyenski ed aventi carattere autobiografico: il Journal, che va dal
1801 al 1814 la Vie de Henri Brulard, che narra i fatti dal 1878 al 1800 (2), i
Souvenirs d'ègotisme, che dal 1821 giungono al 1830 (3> Della ormai grande
letteratura critica sull'autore delfinatese potei consultare i prodotti più
notevoli, facendo tesoro in ispecie del laborioso e sensatissimo volume di
Arturo Chuquet (*), che è e resterà l'opera capitale scritta sul Beyle (5).
Fatto ciò, la mia coscienza non mi rimorde di aver trascurato nulla per
addentrarmi nella cognizione d'uno scrittore, di cui troppi ragionano e
scrivono senza conoscerlo. Le spigolature critiche, che qui seguono, non sono
frutto di una escursione superficiale e molto meno di ricerche indirette e
frettolose. Se da esse lo Stendhal non uscirà in paludamento eroico nè con
l'aureola dovuta ai sovrani intelletti, la colpa non sarà mia. (I) Paris,
Charpentier. 1888., non hanno prodotto che un grand'uorao ed un pazzo: « le
grand nomine est Shakespeare, le fou Milton » (I, 93). Sdegnava il Pope e
credeva che il Lutrin del Boileau valesse cento di quei ricci perduti (I, 245).
Quando si recò, nel 1826, in Inghilterra, quella vita gli piacque pochissimo e
trovò da biasimare, con poco giudizio, precisamente ciò che altri lodano, le
istituzioni giudiziarie e la condizione della donna (II, 436). Per lo Scott
provò dapprima entusiasmo (II, 195, 227, 272, 302; ; ma poi gli venne in uggia
e ne disse corna t1). Nell'autunno del '16 conobbe a Milano il Byron nel
palchetto di Ludovico di Breme (II, 501) (*), e desinò poi con lui (II, 13) e
si compiacque di scriverne ad una dama inglese nel '24 (II, 341-43); ma da
quella lettera importante e dallo schizzo Lord Byron en Italie che è nel volume
lìacine et Shakespeare, risulta che gli piaceva più la sua bella ed espressiva
fisionomia delle sue opere e che quella inamidatura di lord gli dava ai nervi.
Tuttavia, meglio gli inglesi che i tedeschi. Sebbene più d una biondina formosa
gli piacesse in Germania, non ebbe mai buon sangue nè con Hod, p. 80; Chuqitet,
p. 30f>. Quivi la data 1812 è un errore di stampa, o di gTafia, o di
memoria. Vedi II, 342. quella gente, nè con quella lingua, nè con quella
letteratura. I maschi gli sembravano sgraziati, le femmine * agréables » prima
del matrimonio; ma dopo il matrimonio « faiseuses d'enfants, « en perpétuelle
adoration clevant le faiseur » (*). La lingua e la letteratura tedesca faceva le
viste di conoscerle, ma ne sapeva poco e male (*), come in genere sapeva
imperfettamente ogni lingua all' infuori della sua. A Vienna solo se la godette
davvero, sebbene vi fossero sin troppe belle donne (I, 343). Vienna era
notoriamente la città tedesca che più talentava ai francesi. Oltre al resto,
v'era per lui anche l'attrattiva della musica. Descrive un Tedeum sentito nella
cattedrale di Santo Stefano nel novembre del 1809, alla presenza
dell'imperatore Francesco, che fa pensare a tante cose (I, 350 e sgg.).
Annoiato di Civitavecchia, nel 1835 chiese qualche consolato in Spagna, ma non
l'ottenne (III, 147). Di quel paese poco seppe: non andò mai più in là di
Barcellona; la Spagna rimase per lui sempre un paese fantastico, che vedeva
traverso ai libri (I, 128). Non dimentichiamo che nel 1840 carteggiava con la
bellissima signorina Eugenia Guzman y Palafox, poi contessa di Montijo, a cui
la sorte riserbava la corona di imperatrice di Francia, corona di spine (III,
253). (lj Chequi-, pp. 94-95. Questo giudizio che mi formai sulla
Correiipondance, godo di vederlo condiviso dallo Chuqi-et, p. 299, buon
conoscitore di cose tedesche. SCORRENDO IL CARTEGGIO Resterebbe, a provare il
famoso cosmopolitismo del Beyle, la nostra Italia. E qui non certo io negherò
che egli l'abbia amata, anzi amata molto, amate come pochi stranieri. Dalla
prima volta che vi mise piede fino ai suoi di estremi, egli ebbe per l'Italia e
per gli Italiani una grande simpatia, e le prove, come da tutte le altre opere,
cosi pure dall'epistolario, potranno esserne agevolmente raccolte a centinaia.
Ma che l'abbia capita molto e bene questa patria nostra, che si sia veramente
reso ragione de' suoi bisogni, de' suoi pregi e delle sue miserie materiali e
morali, dubitavo dopo aver letto Home, Naples et Florence (l) e gli altri
viaggi, e ancor più dubito oggi dopo percorso il carteggio. Incanto
impareggiabile hanno per lui, in Italia, le bellezze naturali; ma solo in
qualche lettera vi s'mdugia; mentre gli pare più conveniente occuparsi in
pubblico delle arti, cosi solennemente rappresentate nel nostro paese. I due
volumi usciti nel 1817 col titolo troppo pretensioso di Hifttoirie de la
peinture en Italie sono certo curiosi, ma affogano le osservazioni personali in
un mare di discussioni teoretiche, e per quel fi) Questo libro usci la prima
volta nel 1817; nel 1818 se n'ebbe a Londra una traduzione inglese; la seconda
edizione francese fu del 1826; la terza, postuma, del 1854, sulla quale furono
condotte le successive ristampe stereotipe. L'esemplare del 182(7 che è nella
Vittorio Emanuele di Roma ha postille autografe, di non grande momento. Le
comunicò il dott. Paolo Costa nella Xuova Antologia del lfXDC. che è dei
particolari di fatto, rappresentano un vero saccheggio di nozioni date da
altri. Se si volessero distinguere, nelle innumerevoli osservazioni d'arte di
cui lo Stendhal ha seminato i suoi scritti, quelle che hanno vero valore
d'originalità, se ne ricaverebbe un libretto di pochi fogli. Di artisti
contemporanei, egli ammirò con fanatismo il Canova; ma non si rileva troppo
perchè veramente lo amasse tanto, egli che pure a certe idealità canoviane
sembrava così estraneo. Non diversamente dal Montaigne, tanto più arido di lui
('), gli piace studiare in Italia specialmente gli uomini, che gli si presentano
con quella spontanea schiettezza e con quella fiera e primitiva energia, onde è
innamorato. Ma anche qui cade nel suo solito difetto, il plagio; giacché fu
assai giustamente osservato che senza la Corinne della Stael, di quella povera
Stael su cui esercitò tanto la sua maldicenza (cfr. Ili, 81-87), egli sarebbe
difficilmente riuscito a valutare l'anima italiana e a leggervi dentro (s). Il
più delle volte, peraltro, egli ci appare un gran cronista, curioso, anzi
ficcanaso, parecchio pettegolo, ma superficiale. Sia nei viaggi, sia nelle
lettere, rileva in gran copia gli aneddoti, se ne compiace, li accarezza, li
gonfia: raro è che assorga a vedute originali e larghe; raro è 9 Mi sia
concesso di richiamare in proposito il mio vecchio articolo Montaigne in Italia,
nella Gazzetta Letteraria del 25 maggio 1889. Chuqckt, che s'immedesimi nella
vita italiana, come seppe fare, nei rapporti artistici, il Goethe, che dal
viaggio in Italia tornò rinnovato. Massone sin dal 1806 e ribelle per indole,
frequentatore a Milano dei palazzi e dei salotti, ove fermentavano le idee
liberali, cadde in sospetto (ci voleva tanto poco!) alla polizia austriaca, che
lo sfrattò dalla Lombardia (';; e quando, più tardi, fu nominato console a
Trieste, ove si annoiava a morte, il principe di Mettermeli non ce lo volle.
Eppure, pochi uomini politicamente meno pericolosi di lui. Non capi affatto la
poi-tata politica del Conciliatore, nè seppe vedere che cosa in Italia
importasse il romanticismo. Un suo scritto italiano sul romanticismo fu, con
ogni probabilità, solo annunciato e non mai eseguito (!); e, del resto, non
concepisco come ei potesse scrivere in italiano un'opera da dare alle stampe,
mentre fu sempre così imperfetto conoscitore della lingua nostra (3). Si hanno
di lui alcune il) Vedi i documenti prodotti dal D'Ancona in quella parte delle
sue Spigolature nell'archìvio della polizia austriaca di Milano i yuova
Antologia. 10 gennaio 1899), che concerne il Beyle. Il dilingentissimo Chuquet
non lo conosce; il D'Ancona ne fece indarno ricerca. Io stesso, che pure ebbi
la fortuna di disporre, per lo Stendhal, d'un ricco materiale, quale è quello
che venne alla Biblioteca Nazionale di Torino pel munifico dono della raccolta,
in gran parte napoleonica, del barone Alberto Lumbroso, non potei vederlo.
Tuttavia anche recentemente H. P. Thiemk. nella sua Guide bibliografiiiue de la
littérature franqahe de 181MJ à 19, Paris, 1907, pagina 394, registra dello
Stendhal come stampata a Firenze nel 1819, un'operetta Del Romantismo nelli
arti! Cos.!! (8) La sua mostruosa lettera italiana alla sorella Paolina,
pairine francesi, Qu'est-ce que le vomantìhmeì, nel volume Racine et
Shakespeare; ma attestano solo una gran confusione d'idee. Il romanticismo, per
lui, era solo naturalezza e verità contrapposte all'accademicismo
convenzionale; quindi in una lettera, dice arciromantici Dante e l'Ariosto (II,
124) e altrove professa che tutti i grandi scrittori furono romantici al tempo
loro ('). iSiamo, evidentemente, fuori di strada. Se pei' il Pellico, di cui stimava
oltre il merito la Francesca, si adoperò con sincera amicizia presso il Bvron
ili, :$03-4 e 338-40), gli è solo perchè quella soave e quasi femminea natura
di iioino^ lo aveva stranamente soggiogato. Quali siano stati i giudizi del
Beyle su lette dei 23 dicembre 1800 (I. 17-18;, è cosa giovanile; ma anche in
seguito i suoi progressi non furono grandi. Si può esser sicuri che ogni
qualvolta gli accade di citare una frase italiana la infarcisce di spropositi.
Cfr. I, 153, 294. 381, ecc. In una importante lettera alle sorelle, del 1827.
in cui dà loro utili consigli pratici per \m prossimo viaggio in Italia e le
raccomanda al Vieusseux, « libraire et homme d'esprit qui rassemble à un
épervier », commette il comico errore di scrivere spezzate invece di spesate
(II, 471). Aveva
proprio ragione il Beyle quando diceva: « Je crois qu'il y a peu d'hommes qui
aient aussi peu de disposition que moi pour ■ appvendre les langues » CI, 55.).
I nuovi editori dell'epistolario
gareggiano col loro autore nello spropositare l'italiano. Sono essi, ritengo, e
non l'autore, che convertono l'ufficio del bollo in ufficio del botto
(Ill.»153-154) e costantemente mascherano Sinigaylia in Sivigaglia. A p. 57 del
voi. Ili il B. si chiede: « permettra-t-on la force de Sivigaylìa? * E ovvio
che si doveva leggere « la foire de Sinigaylia >, la fiera celebratissima a
quel tempo. Siamo nel 1831.Rod, rati italiani indicarono parecchi
espressamente, specie il D'Ancona e lo Chuquet. Con l'epistolario non vi è
molto di nuovo da aggiungere, ma parecchio da completare. Per quanto i suoi
apprezzamenti di critica letteraria siano molte volte di discutibil valore,
s'ha almeno il vantaggio di trovarsi qui d'innanzi impressioni immediate e
genuine, non già rifacimento di pareri altrui, come avviene altrove, ove parla
del Metastasio e dell'Alfieri ('). Di scrittori nostri antichi, i più graditi
gli sono sempre l'Ariosto ed il Tasso. Anche il Bandello gli piace e lo
rammenta nell'avvertenza proemiale alla Chartreuse de Parme, libro in cui
l'influsso bandelliano mi sembra innegabile. La lettura del Goldoni lo
rasserena a Berlino nel 1807 e gli ricorda giocondamente l'amata e remota
Italia (I, 299). Legge pure Carlo Gozzi, ma non lo stima (I, 319). Il Monti è
una « girouette », ma nel medesimo tempo « le Racine de l'Italie » (II, 65).
Nel Jacopo Ortis non sa vedere che « une copie du Werther » (IL 286). Curioso è
il paragone che istituisce fra i Sepolcri ed il carme in morte dell'Imbonati,
dando la preferenza a quest'ultimo (II, 408). Il suo fanatismo irreligioso gli
fa considerare come antisociali e venefici gli inni sacri del Manzoni; ha certa
deferenza per le sue tragedie, ma le giudica più letterarie CI) Dei plagi nella
critica letteraria dello Stendhal s'occupò a varie riprese A. Lumbroso. Vedi
indicazioni nella Rivista d'Italia che teatrali (II, 165, 168, 295-96Ì. Va in
solluchero pel Cinque maggio; ma non sembra che i Promessi Sposi lo abbiano
colpito eccessivamente (II, 515; III, 91). Si scompiscia dalle risa al leggere
la satira del Giraud intitolato Cetra spermaceutica e chiama il conte « petit
Mirabeati de Rome » (II, 171). La poesia dialettale italiana lo esalta:
tuttavia ci fa cader le braccia il notare che mentre ignora il Belli e appena
cura il Porta, i versi vernacolari del Gross^ e del Buratti dice che saranno
vivi quando più non si rammenteranno i Sepolcri ili, 416). La Prineide del
Grossi, di cui dà un riassunto, gli pare . 244 sgg. Per questa dolorosa istoria
è da consultare Chco.uet, pp. 233 a 214. 10 coglieva la morte (M. Con una
profezia che lusingava il suo amor proprio, egli aveva detto che solo verso il
1880 i suoi libri avrebbero avuto fortuna: i critici della seconda metà del
secolo XIX colsero a volo questa curiosa profezia e cercarono di dargli
ragione. L'elogio sperticato che della Chartreuse de Parme fece il Balzac,
conciliò al Beyle le simpatie dei veristi, ultimo dei quali scese in campo ad
esaltarlo, ma con più criterio e più moderazione del Balzac, lo Zola. Il
caustico SainteBeuve vide in lui un eccitatore suggestivo; Ippolito Taine un
gran psicologo, sicché più tardi al Bourget parve doveroso riconoscerlo
precursore del romanzo psicologico. Non senza ragione fu osservato da altri che
il creatore di Julien Sorel e di Fabrizio del Dongo, i due volitivi che pongono
il proprio piacere al di sopra di tutto e « la ragion sommettono al talento »,
personazione di quella energia che affascinava 11 Beyle, potrebbe anche essere
rivendicato a precui-sore del moderno nitschianismo penetrato nell'arte, degli
ammiratori del superuomo e dell'uomo che vive al di fuori della morale.
Presentimenti di modernità, germi d'avvenire sono certamente nei tre romanzi
del Beyle: Armance, Le rouge et le noir, La Chartreuse de Parme (!). Il
migliore dei tre è Le rouge et le Vedi l'ultima lettera dell'epistolario, III,
285. c2) Pei due romanzi abbozzati e pubblicati postumi uon mi curo. SI noir,
che ha pagine bellissime, piene di osservazioni psicologiche fini e felici. Ma,
nell'insieme, né quello nè gli altri sono libri tali da resistere al tempo e da
riuscire da capo a fondo soddisfacenti. V'è prolissità, pesantezza,
inesperienza. Non ebbe del tutto torto chi definì lo Stendhal « moins un
romancier qu'un collectionneur d'observations psicologiques » ('). Il soggetto
dell'Armance, in mano ad un grande analizzatore d'anime, poteva riuscire un
capolavoro: un giovine visconte, bello, ricco e bizzarro, che ha il difetto
dell'impotenza fisiologica e che si innamora perdutamente di una fanciulla
russa, povera e gentile, da cui è passionatamente corrisposto. Tema tragico,
cui sovrasta il pericolo di scivolare nel comico, che il Beyle trattò in
maniera assai maldestra, sebbene egli avesse sempre un debole per quel suo
libro. La Chartreuse de Parme dovrebbe interessare maggiormente a noi, perchè
la scena è in Italia, e italiani ne sono i personaggi. Ma, ahimè! Quale Italia
e quali italiani! L'autore non ha saputo fare di meglio che camuffare gli
italiani del secolo XIX incipiente, che aveva conosciuti, con i costumi
dell'età dei Borgia e dei Farnesi, sicché ne è venuto fuori il più miserando
cibreo che immaginar si possa. Tocchi realistici eccellenti non mancano qua e
là, ed eran quelli che facevano andare in visibilio il Balzac; ma nel Georges
Pellissier nell'tìwtoire del Petit de JuUeville suo complesso il libro è illeggibile.
Non posso dire mi appaghi neppure quella battaglia di Waterloo vista in
iéeorcio, perchè essa si riduce ad una serie di scenette tragicomiche. Può
darsi che una battaglia napoleonica vista da vicino (ed il Beyle ne sapeva
qualcosa) fosse cosi; ma noi stiamo piuttosto con la grande visione epica del
fatto quale seppe rievocarla Victor Hugo. Nel romanzo, più che negli altri
scritti suoi, il Beyle ha il merito della sincerità, merito riconosciutogli
anche da Emilio Faguet, che fu forse il più penetrante e sicuro e imparziale
tra quanti critici letterari di lui parlarono sinora (*). Sincero nel
l'osservare, nel ritrarre, nel comporre; sincero e personale. I suoi
protagonisti finiscono col riuscire tutti poco simpatici, perchè ritengono del
suo beylismo, nella ricerca sfrenata del piacere, nell'egotismo straripante. Ma
sono anche, come lui, mobili, intraprendenti, curiosi, disuguali; sono uomini
che vivono. Aver fatto vivere nell'arte delle creature umane è già una fortuna
che non tocca a tutti. Nata aggiunta. Già nel Fanfuìla della Domenica del 14
giugno 1908. La letteratura stendhaliana si viene di continuo-aumentando, ma
poco v'è che direttamente riguardi lo scopo dell" articolo mio. Lo scritto
più importante che ho da segnalare, occasionato dalla C'orrespondance, è di H.
Mosix, Stendhal educateti); nel Mercure de France, voi. 78", p. 392 sgg.
(1» aprile 1909). Ivi sono studiati i rapporti di Enrico Beyle fi) Articolo su
Stendhal nella Berne dea deux monde», Serie IJI. an. H2" con la sorella Paolina, e
vi pi dice giustamente che « Henri « Beyle a voulu fture de .sa seur préférée,
à l'insu et à « l'encontre du pére, la fille de son esprit, de son coeur •
4>. SiT). Conchiude il Monin
ohe l'influsso di lui sulla sorella fu influsso di pervertimento. Chi voglia
approfondire quella relazione fraterna, nonché certi rapporti del Beyle con
l'Italia, non deve trascurare la seconda serie dello Soirée» du .Stendhal Club.
Paris. 1908, tutta gremita di documenti inediti. Ne sono editori Casimiro
Striyenski e Paul Arbalet. Dello Striyenski, che è notoriamente imo dei più
passionati e benemeriti beylisti, vedasi una severa critica della
Correnponiìanre nella Revue. critiqne ristoro nella campagna, che amava tornare
ai tranquilli ritiri della sua Normandia, che passeggiava volentieri con gli
amici, che s'abbandonava alle salutari fatiche del canottaggio sulla Senna, o
ai salutari riposi della navigazione sul mare, sempre da lui adorato; ma troppo
spesso que' medesimi riposi e sollazzi implicavano consumo di forze. Siccome
egli era un vero « gourmand de la vie », facendo a fidanza sulla propria
robustezza, s'immerse sin da giovine nei piaceri, sicché già nel 1878 gli si
fecero palesi quei disturbi nervosi, per cui lo ammoniva il suo Flaubert. Non
diede retta, anzi fece peggio. Inebbriato del successo, produsse in un decennio
una formidabile quantità di novelle e di romanzi, sino a procurarsi
l'agiatezza, anzi la ricchezza. Nè smise per questo le male pratiche, giacché
ebbe la suprema sventura di non innamorarsi mai sul serio d'una donna. Sarà
verissimo ciò che disse di lui la madre: « il fut sou« vent un séducteur,
jamais un dépravateur » ('); ma è cei'to, nel tempo stesso, che nella donna
egli vedeva solo uno strumento di piacere e che ne abusava (*), perchè la
coscienza sua non aveva nessuna forte base di moralità su cui poggiare.
Lasciamo qui nell'ombra un'altra considerazione, che avrebbe pure importanza
capitale nella diagnosi del suo male; se, cioè, quella vita sessuale (l.i
Lumiiroso, pp. 321-25. (2| AI AYNIAT. sregolata gli lasciasse qualche ricordo
rovinoso (.'): sta però sempre incrollabile il fatto che uno strapazzo tisico
unito ad uno strapazzo intellettuale continuo non poteva che trascinarlo alle
più sinistre conseguenze. Infatti, ben presto gli s'indebolì la visto,
l'olfatto pati d'una iperestesia malata, l'umore divenne tetro, le notti
tormentosamente insonni; fu preso da un desider io di solitudine assoluta, che
acuiva il suo male; non tardarono le allucinazioni, a cui successero i tenori
della mania persecutiva, la megalomania, il lento ma progressivo ottenebrarsi
delle facoltà intellettive, fino al tentato suicidio del gennaio 1892 ed alla
morte, nel 1893, nella casa di salute del dott. Bianche a Passy, dopo 18 mesi
di follìa. Avea cercato distrazione nei viaggi; forse troppo tardi, certamente
non in .guisa da conferir vigore ài suo sistema nervoso tanto scosso. Sin da
giovinetto Guy mostrò inclinazione a far versi, e forse, se fosse vissuto il
suo zio materno Alfred Le Poittevin, che mancò giovanissimo nel .1848, e se non
avesse avuta corta vita anche lo squisito rimatore Louis Bouilhet, che fu il
suo primo maestro quando studiava a Rouen, chissà ch'egli non si fosse dato
esclusivamente alla poesia. Non sarebbe stato un vantaggio, giacili II medico
Louis Thomas. nell'opuscolo ì4a malattie c/la mori ile Manjmftìtrrnt i Bruges,
190fì), cerca dimostrare la parte ch'elibe la sifilide nella precoce rovina di
quell'esistenza. Nel primo saggio d'analisi, uscito nel fascicolo 1« giugno
1905 del Mentire de France, egli non dava alla sifilide tanta importanza. chè i
saggi poetici che abbiamo eli lui son molto lontani dal valore delle prose. La
madre e lo zio erano stati compagni d'infanzia di Gustavo Flaubert: avviamento
alle lettere Guy l'ebbe in famiglia, uno dei primi autori che la madre gli
lesse fu Shakespeare. Il giovinetto era insofferente d'ogni disciplina, amante
della vita semplice e libera, della campagna, del mare, degli abitatori della
campagna e dei frequentatori del mare. Malgrado avesse l'aspetto vigoroso d'un
torello, era un sensitivo non meno che un volitivo. Passato a Parigi per
guadagnarsi da vivere nei ministeii, s'ebbe dal Flaubert, amico di famiglia, il
gusto e l'indirizzo della prosa narrativa. La prima novella il Maupassant la
pubblicò nel 1875, a 25 anni, con lo pseudonimo di Joseph Prunier. Il Flaubert
non ne fu contento. La disciplina del Flaubert era delle più austere: « Un «
artista, egli diceva, deve avere un solo pro« posito : sacrificare tutto
all'arte » ('). Con questa specie d'ascetismo artistico venne su il Maupassant
osservatore e rappresentatore. Il Flaubert volle anche insegnargli praticamente
i processi della sua arte e in certa guisa lo chiamò a cooperare a quel Bouvnrd
et Pècuchet, di cui Guy doveva, morto il maestro, sorvegliare la stampa
postuma. Introdotto nei circoli letterari più in voga, l'impiegato ai ministeri
venne sempre meglio sviluppando le sue eccezionali qualità di scrittore. Si
provò nella drammatica, ma senza Correspondance de Flaubert buon esito; abbozzò
più di un racconto, che il Flaubert gli cincischiò spietatamente; alfine riusci
ad ottenere un grande successo presso il maestro e presso il pubblico con
Bou.lt de saif, novella introdotta nella raccolta miscellanea delle Soù-àes
deMedan. S'era intorno al 1880: l'8 maggio di quell'anno il Flaubert passò di
vita ('). Botile de suif dà allo scrittore normanno la coscienza della sua
forza. Lascia l'impiego per consacrarsi tutto alle lettere, e in un decennio
pubblica sedici volumi di novelle, sei romanzi, tre volumi d'impressioni di
viaggio: in qualche anno, come nel 1885, riesce a pubblicare da quattro a
cinque volumi nuovi, oltreché accudire alle ristampe e seminare d'articoli non
so quanti giornali. Guadagnava con la penna non meno di ventotto mila franchi
l'anno. Non si lasciò prendere quasi mai dal desiderio di scrivere pel solo
guadagno; si mantenne coscienzioso, anzi fin scrupoloso; ma, amante della vita
e dei godimenti, apprezzava il denaro, era oculatissimo affinchè i suoi editori
non profittassero Nella Correspomlance, IV, 351, il Flaubert dice del
Maupassant: « C'est mon disciple et je l'aime comme un fila ». A sua volta, il
Maupassant dedicò al Flaubert il volume Des eers, che coutiene una scelta delle
sue poesie, e fu per la prima volta pubblicato nel 1880. Lo chiama € l'illustre et paternel
ami, que j'aime de toute ma tendresse » e 46. Egli, del resto, come tutti i naturalisti francesi, è
povero critico. L'articolo su L'évolution da roman au XIX siede, che inseri
nella Sevue de l'exposUion universdle del novembre 1889, è miserrima cosa. (4)
Un erudito, che modestamente firma con le sole iniziali (Lumbroso, pp. 586-90),
ma in cui riconosco l'amico L. Or. Pélissier di Montpellier, colpisce nel segno
dicendo del Maupassant: « Moins copieux que Balzar, il est plus précis de «
contour; moins profond que Flaubert, il est plus spon« tanè; moins puissant que
Zola, il est plus humain Le l'Oman, che va innanzi al suo Pierre et Jean, e si
vedrà che nei principi dell'aite egli fondamentalmente non si scosta dalle
teorie del Flaubert, con la differenza che a lui, natura più benigna, aveva
concesso una felicità rappresentativa e sintetica, che il maestro non ebbe, una
felicità nell' imbroccare a prima giunta l'espressioni' e l'epiteto, che il
maestro era ben lungi dal possedere ('). Nel primo e più fortunato periodo
della sua operosità, lo scrittore normanno non si allontanò mai dal proposito
di far vedere la psicologia in azione, di considerare la psiche come « la
carcasse de l'oeuvre », la quale deve rimanere invisibile « cornine l'ossature
invisible est la carcasse du corps humain » (2). Potrà quindi sembrare ardita,
ma non è punto falsa, anzi è ingegnosamente indovinata l'espressione di ehi lo
designava « un grand paysagiste d 'àmes » (3). Non diversamente dal Flaubert,
egli ammetteva nell'artista il procedimento di scelta e quello di composizione,
perchè « faire vrai consiste... « à donneil'illusion complète du A rai, suivant
« la logique ordinaire des faits, et non à les Specialmente dalla
Corresporulance rilevò le teorie artistiche del solitario di Croisset. con
diligenza e perspicacia, Antonio Fusco, nell'eccellente libretto La filosofia
dell'arie in Gustavo Flaubert (Messina. 1907 1, che è uno dei pochissimi saggi
pregevoli usciti in Italia sulla letteratura francese modernissima. Le roman. in Pierre et
Jean, 44a ediz., Paris, Ollendorff, 1891, p. XXI. (3j Henri Fouquier. Vedi
Lcmbroso, p. -20ij MADPASSANT « transcrire servilment dans le pèle-mèle de leur
« succession » ('). Ora è appunto
in questa scelta che appare la sua indole d'uomo sensuale e scettieamente
burlone. Aveva un gran gusto a « mystifier le bourgeois », come dimostrò in
varie occasioni (% dividendo anche in questo certa tendenza del suo maestro,
che odiava le menzogne convenzionali della società per bene, non meno di quanto
Ai-rigo Heine odiasse le abitudini dei philister tedeschi (3). Quando poteva
sollevare scandalo, andava a nozze; e a ciò si deve gran parte della crudezza
di certe sue novelle. Ma si deve anche, lo ripeto, alla natura disposta ai
piaceri del senso. Il sensualismo fu tutta la filosofia e tutta la morale del
Maupassant (*). Vi ritorna di continuo, in tutti i modi, e talora ne fa, con
ironia atroce, la caricatura, o meglio ne promuove la caricatura per effetto
spontaneo di casi. Singolare indulgenza ha per le mogli infedeli e specialmente
per le femmine da conio. Il romanticismo sentimentale avea creato in Francia il
tipo fortunatissimo di Marguerite Gautier, la cortigiana redenta dall'amore,
uccisa dall'amore. In alcune novelle celebri come Binde rie suif, come La
maison Tetliev, Guy si diverte a presentarci la cortigiana boa enfant, che ha
le sue fierezze, le sue abnegazioni, i suoi Le roman, p. XVII. Mav.mai., pp.
J7-Ì8 e (il. Prcfaz. cit. alle Lettre* de li. Flaubert à fi, .Santi, pagine
LXXIV sgg. (4) Petit de Jii.i.kvillk, Liti, francaine, tenerumi. Messa in scena, ha fatto trionfalmente il giro
dei teatri, tolta da una sua novella, quella soave grisette, che è tutta un
alito di poesia, cui fu dato il nome di Musotte ('). Sino ad un certo punto è
vero ch'egli ha « la grande sensuali té », ch'egli ama, a differenza d'altri
suoi connazionali letterati, più cinici o più corrotti, « le geste animai cìans
toute sa beau té » (s); ma è pur anche verissimo che la sua predilezione per la
turpitudine, la sua impassibilità nel rappreseli tare la turpitudine, sono
qualità non belle, inerenti al suo organismo e al suo spirito. Carnalità,
peraltro, convien riconoscerlo, non mai volgare, che trova sovente nella sua
anima di artista una forma di idealizzazione. Significativi sono, per questa
parte, i suoi viaggi. Vedansi quelli in Italia descritti nel volume La vie
errante. Lasciata Parigi e la Francia perchè la torre Eiffel avea finito con
l'annoiarlo orrendamente, egli costeggia l'Italia percorrendo col suo yacht il
Mediterraneo, e si ferma in vari luoghi delle due Riviere e poi va in Sicilia.
Del paesaggio ha senso squisito: sente anche l'architettura, ma a modo suo. Per
apprezzare il paese nostro gli manca un grande elemento, la coltura. È agevole
l'accorgersi che quando parla di monumenti che non sieno archi tetto ilici, non
ha l'attitudine ad" intenderli. Due sole opere di Rappresentata la prima
volta il I marzo novella è nella raccolta t'Iair tle lune. Mavxiai., p. 290. M
Lombroso l plastica suscitano la sua ammirazione, gli fanno sentire ardente il
desiderio di rivederle: il capro di bronzo del Museo di Palermo e la Venere di
Siracusa ('). Perchè quel capro e perchè quella Venere? Il capro per la sua
potente espressione animalesca; la Venere per la sua balda carnalità bella. « Ce n'est point la fera
me poetisée, « la femme idéalisée, la fera me divine ou maje« stuense corame la
Vénus de Milo, c'est la femme « telle quelle est, telle qu'on I'airne, telle
qu'on « la désire, telle qu'on la veut étreindre ». Su quella statua senza testa, e che gli piace di più
perchè manca di quell'accessorio troppo spirituale; su quella statua piena di
pudore e d'impudicizia e che, velando e svelando, attirando e sottraendosi, «
semble definir toute l'attitude de la femme sur la terre »: su quella statua
che è « le symbole de la chair », il Maupassant ha scritto pagine calde ed
eloquenti, in singolar modo significative. L'artista è là. Ma a Palermo volle
visitare puranco la necropoli dei cappuccini e non si lasciò distogliere dalla
macabra fissazione. Anche questo spettacolo di morte ei descrive e si sente
fremere nella sua descrizione il terrore Ecco il Maupassant del secondo
periodo, il fantasticante, il visionario, l'atterrito, l'allucinato, cui la
paralisi preme, incubo orrendo. La vie errante, Paris, OUendorff, 1890, pp.
117-123. La vie errante Nel secondo periodo scema la nitidezza incisiva, che ò
pregio massimo delle prime novelle, ma scema pure la brutalità; si ha un
Maupassant più morbido, più amabile e che perciò piace di più al signor
Brunetière. Eppure, quella maggior morbidezza è decadenza; quella maggiore
amabilità implica l' intrusione dell'autore nell'opera d'arte e quindi una
divergenza dalla formula iniziale del rigido naturalismo. Ripensiamo le parole che un altro
insigne scrittore francese, J. M. de Heredia, disse di lui nel 1900, quando fu
inaugurato il suo busto a Rouen: « La dernière fois que je le vis, il me dit
lon« guement sa mélancolie, l'ennui de la vie, la « maladie grandissante, les
défaillance» de sa * vision et de sa mémoire, ses yeux cessant « tout à coup de
voir, la nuit totale, l'aveugle« ment persistant un quart d'heure, une demi«
heure, une heure... Puis, la vision revenue, « dans la hàte, la fièvre du
tvavail repris, un * arrét subit de la mémoire et (quel supplice « pour un tei
écrivain!) l'impuissance à trou« ver le mot juste, sa recerche acharnée, la «
rage, le désespoir. Il ne prenait plus plaisir « à rien, raèrae à taire le
bien. Il medisait en« core l'angoisse où le tenait le dédoublement « maladif de
sa personalité » (*). Ldibroso La
tragedia intima di quella povera anima si dipinge nell'opera, ove entra sempre
più la personalità dello scrittore, col suo pessimismo e i suoi terrori. Notre
cceur, lo sappiamo ormai con sicurezza, è quasi un romanzo autobiografico (').
Frammezzo ai facili amori di Bel ami s'insinua terrifico lo spettro della
morte: si rileggano le amare considerazioni di Norbert de Varenne e tutto ciò
che circonda la fine di Forestier ('). Questo spettro non abbandona più il
Maupassant: ed egli ce lo farà ricomparire in altri suoi racconti. Perchè, ed è
questa una strana bizzarria della nevrosi, quanto più quella visione gli
riusciva paurosa, tanto più si sentiva fascinato da essa e voleva ritrarla. Con
l'amore della solitudine cresce in lui e si fortifica una specie di amore e
quasi di culto per la paura (3). Ancor più tormentose sono le allucinazioni
vere e proprie, di cui la massima ed insistente consiste nello sdoppiamento
della personalità ritratto nelle novelle che s'intitolano Lui?, Le Eorla, Qui
sait? (4). Queste condizioni patologiche di spirito e di corpo danno all'arte
di Guy una singolare propensione alla tenerezza e talvolta una finezza
d'osservazione psicologica meravigliosa. Abbiamo in proposito indicazioni
precise della madre. Vedi Lcmbroso, p. 331. Nell'edizione illustrata Ollendortf
di Bei-ami vedi le pp. 159-G4, -204, 215. Belle sono su questo soggetto alcune
pagine del Maini al; pp. 239-44; cfr. pp. 257-58. (4) Mavhiai-, Gli balena a
volte anche l' idea del divino, ma lo spirito suo irreligioso ed educato fuori
della religione non riesce a trovarvi i conforti impareggiabili che altri vi
rinvenne. Cosi prosegue senza bussola, nella vita e nell'arte, ed egli ricco,
egli glorioso è un grande infelice. « La folie de Mau« pausa ut, scrive il suo biografo, ne
fut constatée « par son entourage et rendile presque publique « qu'à la fin de
1891, dans les mois qui précé« dèrent sa tentati ve de suicide. Mais on peut «
relever les prémiers indices de troubles nerveux « dès l'année 1884, dans les
pages de da ir de « lune, d'Au soleil, des Soeurs Rondoli...; le mal «
s'accentue en 1887-1888, et nous avons pu en « suivre revolution dans Le Hnrla
et dans Sur « l'eait; en 1890, certaines nouvelles de l'Inutile « beauté,
certains chapitres de La vie errante lais« sent deviner le dètraquement
irrémédiable» ('). Sulla tomba
dell'amico perduto, Emilio Zola, pronunciando un discorso memorabile, deplorava
la sparizione di quella « bornie tòte limpide et solide » e aggiungeva che
quanti di persona non lo conobbero a v l'ebbero amato nelle sue opere «
l'éteruel chant d'amour qu'il a chanté à la vie » (2). E. de Goncourt, costantemente a
lui malevolo, lasciava scritto nel Journal: « Maupassant est un tròs
remarquable novelliere, « un très charmant conteui' de nouvelles, mais « un
styliste, un grand écrivain, non, non! » (=>). Mav.mai., p. 256. Lusibroso p. 103. (3; Cfr. Mavnial, p. 208.
maupassanV S'inganna. Nelle novelle del primo periodo il Maupassant raggiunse
spontaneamente una cosi mirabile evidenza, riuscì a toccare tale perfezione
espressiva, che può a buon diritto essere chiamato stilista e scrittore grande.
Tra i romanzi il migliore, a parer mio, resta il primo in ordine di tempo (usci
nel 1883 dopo lunga preparazione), Une vie, che è, in fin dei conti, un'estesa
novella, o meglio un gruppo di novelle concatenate. Nessun altro romanzo suo
può gareggiare in perfezione con le novelle. Ho inteso da più d'uno dar la
preferenza a Bei-ami; ma io non posso piegarmi a questo giudizio. Su Bel ami ò
passato il Daudet; su qualche altro romanzo è passato il Bourget. Confesso che
nella produzione del secondo periodo, ove ormai predomina quel romanesque senza
cui la Santi non credeva potesse esistere romanzo, le mie simpatie sono tutte
per Fort corame la mori, il più profondo, forse, tra i libri del Man passa nt,
certo quello che lascia nell'animo dei lettori solco più duraturo. Del resto,
il difficile argomento delle parentele letterarie e degli influssi è, rispetto
al nostro autore, ancor vergine, e chi si metterà a trattarlo dovrà procedere
con delicatezza e ponderazione. Sarà bello anche il vedere quanto debba al
Maupassant la moderna novella italiana. Ne risenti il soffio potente Giovanni
Verga; lo assimilò talora, insieme con tante altre cose, il D'Annunzio nelle
Novelle della Pescara ('). E Nel volume del Lombroso (pp. 519 sgg.) v'ha uno
speciale capitolo su Maupassant et les plagiata de G. D'Annunzio. le imitazioni
portate in altra terra e cementate con l'osservazione diretta d'altri costumi,
furono opere d'arte anch'esse ragguardevoli. Il buon seme, caduto in terreno
fecondo, produce buoni frutti. Nota aggiunta. — Nel Fanfulla della domenica, 1»
marzo 1903. Un1 grosso libro venne fuori in Germania dopo la comparsa del mio
articolo, Pai l Mann, (rui/ de Maupassant, sein Leben nnarone di Milnchliausen,
Ancona, Morelli bizzarre avventure, fu il compito che il Poe si propose.
(Jiovossi il Venie di parecchi argomenti suoi, ma li rìcostrusse su base
scientifica e li rese verisimili: giovossi pure di certi procedimenti, ma ne
mitigò l'inclinazione americana all' intemperante, allo sconfinato, al
paradossale, sparse poi dovunque la gentilezza dell'indole sua latina
equilibrata, mentre nel Poe, randagio infelice, troppo traspira l'acidità della
vita scontento. Il Poe. talora può sembrarci più polente; il Venie è sempre più
amabile, e sovratutto più sano ('). Il romanzo scientifico ha nel Venie il suo
creatore: non v'è quesito arduo d'applicazione scientifica ch'egli non abbia
affrontato. Cominciò con l'aereo nautica. Il suo primo romanzo è del 1803, Cinq
semaines en ballon: l'Africa tenebrosa traversata nella sua maggiore ampiezza,
da est ad ovest, dal dottor Samuele" Fergusson e da due suoi compagni
montati sul pallone Victoria. L'aereonautica anche fra noi era ormai da tre
quarti di secolo argomento di viva discussione; sin dal chiudersi del
Settecento se n'era impadronita la poesia: parecchi poeti, tra i quali vola
come aquila Vincenzo Monti, se n'erano dimostrati entusiasti, con lui il Betel)
Sensatamente dimostrò questo il Tcrikli.o nelle citate Kttules de critit/tte
lettéraire. Anche in un articolo del Tempn, che il Cernire riferisce (cfr. p.
100), è fatta ben rilevare la differenza tra il Terne ed il Poe. Ma le migliori
considerazioni stigli antecedenti tutti del nostro romanziere son quelle che fa
il Popi tinelli, il R,ozzbjii(5o, la Grisraondi: perplèsso era rimasto il
Parini, incredulo e schernitore il Pienotti ('). Una ipotesi effettuata rende
possibile il viaggio del dottor Fergusson: l'ipotesi che si possa conseguire la
dirigibili tà alzando od abbassando il pallone con uno speciale spediente,
sicché esso trovi sempre la corrente d'aria che gli conviene. Ma in realtà il
Verne, nel 1863, considerava come impossibile il diligere i palloni; venti anni
dopo, quando pubblicò, nel 1886, Robur le conquJrant egli aveva seguito i
progressi della navigazione aerea, ed era venuto alla conclusione che si
dovesse sostituire il principio più pesante dell'aria all'altro, fino allora
predominante, più leggero dell'aria. h'Albalros di Robur è una macchina volante
complicata ma ingegnosa. Siamo già agli inizi dell'aviazione per aerooplano, di
cui si tien parola nel romanzo Deux ans de vacances del 1888 (*). Da ciò si
rileva che il Verne non campa ipotesi del tutto in aria; ma procede, anche nel
suo lavoro fantastico, con certa scientifica ponderatezza, si da predire quanto
un giorno potrà essere verità dimostrata. Più arditi, ma estremamente
ingegnosi, i due romanzi lunari (1865, De la Terre à la Lune; 1870, Autour de
la Lune), basati sui progressi Si consulti in proposito un buon articolo del
Buriana nel Giom. stor. della leti, italiana, XXX 1 1897), pp. J14 sgg. e a
complemento Ciro Trabalza nel voi. di Sludi e profili, Torino-Roma, 1903, pp.
86 sgg. Vedi Popp RICORDANDO GIULIO VKRNE dell'astronomia e della balistica.
Nel primo di ossi, Barbicane, il presidente del Orni Club, fa la storia dei
viaggi anteriori alla volta del nostro satellite, col quale tanti, non escluso
Lodovico Ariosto, han fatto all'amore in varia guisa. .San tutti viaggi
fantastici, mentre quello del Venie ha un fondamento di possibilità reale, ed
il francese che lo provoca, Ardali, è l'anagramma d'un personaggio veramente
esistito, amico dell'autore, Nadar, pseudonimo dell'ardito navigatore aereo
Felice Tournachon Non solo. Con singolare ideazione, il romanziere francese fa
che i suoi tre ardimentosi viaggiatori non raggiungano la luna, perchè il gran
proiettile che li ospita non sfugge abbastanza alla forza dell'attrazione
terrestre da subire quella lunare; quindi essi possono osservare la luna da
vicino, e quel che ne dicono non è prodotto di fantasia, ma è conforme ai
risultamenti scientifici dei tempi moderni in cui fu reso possibile il
tracciare cai-te descrittive della superficie lunare. Persino in quell'ardimentoso
romanzo che è Hector Servadac (1877), più conosciuto fra noi sotto il titolo di
Attraverso il mondo solare, il Venie, traendo profìtto dalle cognizioni
astronomiche dei tempi in cui scriveva, si guarda bene dall'abbandonarsi alle
orgie fantastiche del Poe. E in quel mirabile libro, ch'è uno dei suoi primi,
il Voyage au centre de la terre, uscito nel 18U4, egli mette a base della
straordinaria spedizione Lumi re, p. lOli; Popp. del professor Livenbrok e di
suo nipote i progressi della geologia in quel periodo ed in ispecie la teoria
del chimico Davy. Chi non rammenta quello stupefacente sottomarino e.h'è il
Nautilus e quella specie di mago misterioso che ne è l'ideatore ed il signore,
il capitano Nemo? Ebbene, quelle Vingt mille lienes sous les mers (1870;
costituiscono una delle prove migliori, non solo della facoltà inventiva, ma
delle cognizioni di chimica, d'elettrotecnica e d'ingegneria navale del Venie.
Con vero occhio profetico egli intravvide gli immensi vantaggi che l'umanità
poteva trarre dalle applicazioni della forza elettrica: non poche sue profezie
si sono avverate, altre troveranno nel secolo in cui viviamo non difficile
attuazione. Le meraviglie della meccanica sono rappresentate in Lea cinqcents
milions de la Iiègum, romanzo scritto nel 1879, quando ancora la Francia
sanguinava per la catastrofe di nove anni prima. Là il Venie, che non cessò mai
d'essere intimamente francese, francese sino alla punta dei capelli,
nell'antagonismo fra il potente ma brutale professor Schultze ed il geniale ed
umanitario dottor Sarrazin, rappresentò idealmente il conflitto tra la Germania
e la Francia, tra la scienza che distrugge e la scienza che con serra ed
allieta ('). Tra le molte altre concezioni in cui ha Il Verne, quanto dimostrò
la sua simpatia per gli Inglesi e gli Americani del Nord, altrettanto non
dissimulò V antipatia per i Tedeschi, nemici della sua patria. Su questo parte
la chimica segnaliamo quella sulla tanto ricercata produzione artificiale del
diamante, per cui è da vedere la sua Etoile du Sud del 1884. Ogni progresso
scientifico, ogni problema scientifico infiammava quella fantasia che ne traeva
argomento a libri attraentissimi; peccato non abbia potuto giovarsi delle più
recenti scoperte sulle proprietà del radio e intorno alla telegrafia senza
fili. Chissà quante belle cose egli avrebbe dette e profetate. Scienze
predilette del Venie furono la geografìa e l'etnografia: ad esse tornava
continuamente e gli offri van sempre nuova materia ai suoi libri. Egli ha anche
opere strettamente geografiche, quali la sua geografia della Francia e la
storia delle scoperte geografiche; ma la più gran parte de' suoi romanzi ha per
soggetto viaggi in lontane regioni. Percorre quasi intero il nostro pianeta nei
viaggi della sua fantasia, dall' un polo all'altro, con predilezione spiccata
per l'Africa e per l'America. Delle bellezze naturali e delle costumanze dei
popoli è descrittore tasto batte di frequente. Egli ha una istintiva avversione
per ogni maniera di tirannia e di sopruso. L'tle myatérieuse si riattacca alla
guerra americana per l'abolizione della schiavitù e termina con la morte del
capitano Kemo (il costruttore del Xautilus), che è un grande indiano ribelle.
La guerra americana del 1861-65 è rappresentata in Xord contre Sud (1887);
nella Famille sans nom (1889) rivivono le inquietudini del Canada; nell'
Archipel en feti (1884) troviamo la guerra per l'indipendenza greca; nello
sfondo della Maison à capeur (1880), preannunciante l' automobilismo odierno,
s' agitano le lotte degli Indiani contro gli Inglesi. Cfr. Popp brevi' ma
vivaci.': in particolari di zoologia e di botanica non s'indugia, come sogliono
tare i Rubinsonisti. Ad accrescere la T-ultura ii,t'. Per quella ferita il
romanziere ebbe a soffrire assai tìsicamente, e più moralmente. Si narra che
durante le lunghe notti insonni di febbricitante egli si distraesse componendo
indovinelli, logogrifi, ed altri giuochi di spirito complicatissimi: ne mise
insieme da tre a quattro mila, si che se ne potrebbe comporre un volume. Ciò
non è inutile ad essere avvertito; si vede quanto in lui potesse l'attività
fantastica. D allora in poi egli si abbandonò tutto al ragionamento ed alla
fantasia. La sua operosità fu spesa tutta nei libri, nelle soavi cure della
famiglinola diletta, nell'amministrazione di Amiens, ove fu consigliere
comunale assiduo ed ascoltato, nelle tornate dell'Accademia di Amiens, ove
diede saggio del suo inalterabile buonumore. Viaggi non più. Vendette il suo
secondo yacht, il San Michele che ora è posseduto dal principe di Montenegro.
Con esso, e prima con un altro yacht, di ugual nome, ma più piccino e
primitivo, aveva di frequente costeggiato la Francia e anche la Spagna, s'era
spinto fino alle coste africane, aveva visitato la (li Lkmiiìt-:. 55-àrt: Porr,
\ C). Nell'azione e nella tipificazione è facile scorgere una certa fìcelle. Ei
ritorna sovente e volentieri allo schema delle Cinq semaines e delle Arentures
du cajntaine Hatteras. Un esploratore di gran risolutezza, coraggio e sapere,
di solito più d'un tantino eccentrico, di solito inglese o americano, è l'eroe
principale dell'impresa. Esso ha un servo fedele, intelliLettera riferita dal
Lemihe gente, servizievole, gaio, animosissimo. Lo accompagnano un amico o più
amici, di attitudini e di gusti diversi dal protagonista. S'aggiunge o
interviene talvolta un traditore o un malevolo, che attraversa la via all'eroe,
suscita difficoltà, minaccia di mandare tutto a male, ma alla fine ha la
peggio. Esempio tipico il detective Fix nel Le tour du monde. Ma quest'azione
semplice e fin povera s'arricchisce per una miriade di episodi svariatissimi e
vivi, s'ingarbuglia in modo che sembra inestricabile, si direbbe dovesse finire
con una catastrofe, quando, alla fine, tutto si scioglie per il meglio. Non
irragionevolmente fu accostata questa tecnica a quella usata nei suoi drammi
dal Sardou ('). In mezzo ai rigidi inglesi ed americani spunta qualche
francese, e vi fa sempre la parte più nobile e bella. Francese è quel
godibilissimo tipo di Passepartout (felicemente tradotto in italiano con Gambalesta),
che è una delle più riuscite macchiette di servo che il Verne abbia tracciato,
da mettere in compagnia col semplice ed ardito Joe, servo del dottor Fergusson,
e con Ben-Zuf, l'ordinanza fida del capitano Servadac. Questi ed altri servi
del nostro scrittore rimontano originariamente al tipo di Venerdì nel più
antico Robinson. La donna ha nei libri del Verne parte accessoria ed è
delineata con certa superficialità. Non già che non vi siano tipi teneri o
eroici di donne, come Ilulda, come Nadia, Popp, RICORDANDO GIULIO VKKNK come
Hadjine, come AliceWatkins, come mistress Branieau ; ma di consueto le donne
occupano nel quadro il secondo piano, servono a lumeggiare l'uomo, offrono
esempi di pietà, di tenerezza, di abnegazione a vantaggio dell'uomo. La loro
psicologia, come in genere tutta la psicologia del Venie, è delle più semplici.
La passione non le agita: il Venie era, in fatto a donne, un gran semplicista.
Egli voleva che i suoi libri potessero esser letti senza turbamento dai
giovinetti e dalle giovinette, e inoltre, confessò un giorno egli stesso, «
l'amour est une passion « absorbante qui ne laisse que fort peu de place « pour
autre chose dans le coeur de l'homme; « mes héros ont besoin de toutes leurs
facul« tés » ('). Se manca l'amore passionato, abbonda l'umorismo, nei
caratteri e talora anche nell'azione. Sui tratti umoristici del Verne ci
sarebbe da scrivere un articolo speciale; tutta umoristica è quella gustosa
novella del Docteur Ox (1874), la cui singolare trovata mi ha fatto sempre pensare
all'antica faida del poeta provenzale Peire Cardenal (!), alla quale vanno
accostate lestrane avventure d' un veggente nell7so/a dei ciechi del
Fraccaroli. Se non che qui tutto è satira, mentre nel Venie v'è solo umoristica
e bonaria caricatura. Parole del Verne inserite nella Recite ile Brelaijne del
190(5, che il Lemiue riferisce a p. 111. Vedasi in proposito un articolo di V.
Cian nel Fanfulla della Domenica Fu detto ohe Philens Fogg è una specie di
D'Artagnan in costume di viaggiatore moderno (1). È un avvicinamento che ha
solo l'apparenza del vero. L'eroe del vecchio Dumas è una creazione fantastica,
materiata bensì di certi elementi reali, ma che è fuori della vita; mentre
Phileas Fogg è tanto nella vita che il viaggio di lui, profetato dal Venie,
potè essere compiuto realmente, non solo in quelli ottanta giorni, ma in molto
minor tèmpo (*). Soavi alcuni racconti del nostro autore, specialmente quelli
di tipo robinsoniano, che s'aggirano nell'impossibile; ma i più, quelli che
hanno maggiore consistenza e vitalità, si contengono nell'orbita del verisimile
e con la poesia volgarizzano il sapere. Si potranno far valere contro di essi
le sottili ragioni che il Manzoni ricamò contro "il romanzo storico; ma
come il romanzo storico iiqh è morto per quei ragionamenti, così non muore
ormai, nò morrà, il romanzo scientifico. Il Popp nel suo libro pregevole
raccolse una gran quantità di indicazioni sugli imitatori del Verne, sorti in *
ogni parte d'Europa e d'America. Le scoperte fatte in Marte dall'astronomo nostro
Schiaparelli hanno già prodotto una vera fioritura di romanzi intorno a Marte,
ed a' suoi abitatori, ed a' suoi rapporti con la nostra Terra. E cosi accadrà
Popp, p. 41. i'2i Xel 1!K)1 certo Stiegler compi il giro de] mondo in (i5
giorni e nel 1907 certo Canipell, giovandosi della ferrovia transiberiana, in
il giorni. Cfr. Porr, d'ogni altra scoperta scientifica atta a stuzzicare e ad
esaltare l' imaginazione. Ma purtroppo i seguaci non hanno, di consueto,
l'equilibrio, la sensatezza, la ponderatezza del maestro. Troppo spesso a loro
accade, come all'italiano Salgali, di subordinare ogni esigenza scientifica
filla fantasia più sbrigliata e, mirando solo a far colpo, di sottomettere le
esigenze della scienza e dell'arte e le limitazioni del buon senso al gusto
d'interessare e d'impinguare la borsa interessando. In questo caso, il romanzo,
divenuto pseudo-scientifico, non serve se non a provocare una iperestesia
fantastica, dannosa a tutti e segnatamente ai fanciulli. Di siffatta
degenerazione non diede certo Giulio Venie l'esempio. Nota aggiunta. — Pochi
giorni dopo pubblicato questo articolo (nel Fanfulla della domenica del "2
maggio 1909) fu scoperto ad Amiens il monumento di Oiulio Verne, dovuto a quel
medesimo scultore Alberto Roze, che già effigiò, a spese della famiglia, la
robusta statua della tomba del Venie nel cimitero dello Maddalena ad Amieus. Il
nuovo monumento consiste in un bel busto poggiante su di una stela elegante
a" piedi della quale un giovane viaggiatore sdraiato, in attitudine di
riposo, consulta una carta geografica, mentre dall'altro lato un giovinetto
legge con gran attenzione un volume del Verne e la giovane madre gli sta a
fianco assistendo alla lettura. L'inaugurazione segui il 9 maggio 1909 e le
feste ed i discorsi di quell'occasione possono leggersi nel Mémorial d' Amiens
di quel giorno e del successivo. * Patriottismo e socialismo di Arrigo Heine.
Dacché nou rivedevo il Walhalla, fatto edificare tra il 1830 ed il 1842 dal re
Ludovico I di Baviera, molt'anni erano trascorsi. Volli visitarlo in una
giornata precocemente autunnale e ne ritornai con un senso di profonda
tristezza. Quel gelido simulacro del Partenone impicciolito biancheggia su
d'una collina boscosa non lungi da Ratisbona: a' suoi piedi si svolge a larghe
spire il Danubio. Ira fantasia regale di Ludovico rievocante, nel
neoclassicismo dell'arte germanica di quel periodo, i più solenni monumenti di
Grecia e d'Italia, intese fare di quel tempio una specie di famedio sacro alla
memoria dei più celebri personaggi tedeschi, i cui busti sono allineati lungo
le pareti della sala jonica interna. Il busto di Arrigo Heine non ve lo trovai;
non già per una specie di vendetta postuma contro il gran flagellatore, che
canzonò così neramente il re Ludovico I nei Zeitgedichte e parodiò lo « stile
bavarico » delle sue iscrizioni del Walhalla ('). rna per una deplorevole
noncuranza d'ogni grandezza spirituale, per cui nessun busto nuovo fu collocato
là dentro da circa mezzo secolo, ali 'infuori di quello di Guglielmo I
imperatore, « der Siegreiche » come lo chiamano i Tedeschi. C'è da scommettere,
peraltro, che se anche la Baviera d'oggi fosse meno volta di quel che è agli
interessi materiali, il poeta di Dusseldorf non troverebbe la sua nicchia tra
gli ospiti del Walhalla. Troppo è tenace l'avversione contro di lui d'una gran
parte dei suoi connazionali, quell'avversione, in cui non riesco neppure ad
ammirare la rigida disciplinatezza ch'altri vi ravvisò non a torto r), perchè
mi appare meschina ed iniqua. Com'è risaputo, gli si rifiutò finora un palmo di
terra germanica, ove i suoi ammiratori potessero erigergli una statua: l'umile
sepolcro di lui, nel cimitero di Montmartre, fu abbellito da una donna
fantasiosa ed infelicissima, Elisabetta d'Austria, che già gli aveva costruito
un tempietto presso il suo Achilleion di Corfù (3); il monumento che un gruppo
di Rc 2. Elisabetta, sul cui bellissimo capo il triste fato degli Absburgo non
pesò meno dall'ereditaria psicosi dei Wittel DI ARRIGO HEINK nani voleva
erigergli, dovette migrare oltre l'Atlantico. Di Arrigo Heine la Francia ha le
ossa; Corfù e New York he serbano le sembianze effigiate; la Germania nulla. A
noi individualisti di razza latina codesto » ostracismo inflitto al genio dà
senso di pena e d'irritazione. E più ancora ci irrita l'asprezza con che lo
Heine Viene giudicato, non solo dal volgo partigiano ed incosciente, ma da
critici e storici rispettabili e rispettati, in opere serie e diffuse. Non
esitano costoro a riconoscere in lui un poeta lirico eminente ed a porlo a
fianco del Goethe per lo sviluppo tutto personale che diede al lieti germanico;
ma non sanno perdonargli la nascita israelitica, la simpatia per la Francia, la
leggerezza nel giudicare, e specialmente nel mettere in caricatura, tanta,
parte dello spirito tedesco, la scorrettezza della vita libertina, la mancanza
di carattere fermo, la perpetua ironia, degenerante talora in cinismo volgare.
I Tedeschi si sentono offesi dallo Heine in ciò che hanno di più caro e di più
sacro; i sentimenti della famiglia, della religione, della patria, della razza.
Compresi della loro attuale grandezza, vedono in lui un profeta fallito, che
dei germi di quella grandezza non intese nulla e all'entusiasmo e alla rude
tendenza tradizio snach. amava nello Heine specialmente la profonda tristezza
pessimistica, se dice vero il libro saturo di sentimentalismo del suo
confidente greco. Cfr. C. Christomakos, Iìeyhia di dolore, Firenze, 1901, pp.
240 41. naie della nazione contrappose il dileggio beffardo demolitore.
All'ebreo rinnegato per farsi eristiano, al cristiano rinnegato per divenire
ateo, al tedesco rinnegato per infranciosarsi, oppongono un dispregio acre e
pungente; non mitigato neppure dalle melodie dello Schubert e degli altri
interpreti musicisti dell'anima lirica heiniana. In molte parti questo loro
giudizio sembra ragionevole; eppure sostanzialmente essi hanno torto e riescono
ingenerosi. Abituato a leggere con simpatia e diletto le opere heiniane, da
molti anni io lo penso; ma non ero mai riuscito ad averne convinzione chiara e fondata,
come ne ho oggi, dopo aver letto il volume recentissimo d'uno squisito
scrutatore d'anime, Henri Heine penseur di Enrico Lichtenberger ('). Dello
Heine fu scritto non poco, in Germania e fuori, senza che con ciò siasi
ottenuta piena chiarezza sul soggetto. Ciò che meglio di lui si conosce ò
l'arte. Sui particolari della sua vita, breve ed infelice, si accumularono
notizie contraddittorie, radendo non di rado nell'indiscrezione pettegola,
lasciando nella storia delle sue relazioni non poche dubbiezze. Il suo pensiero
fu, di solito, trascurato, ovvero trattato in modo sbrigativo movendo dal
preconcetto che, in ultima analisi, di pensiero ne albergasse pochino in quel
cervello, e quel poco senza radici e a dir così fluttuante. In ciò vi ha, per
lo meno, molta esageParis, Alcan, lflOn. razione, e. non s'è tenuto conto,
com'era giusto e necessario, di elementi che in un giudizio siffatto dovevano
avere parte precipua, le condizioni somatiche dell'individuo c la sua
essenziale qualità dit poeta. Arrigo Heine fu un sensitivo ed un sensuale: la
sua poesia rampolla dafla sensività e dalla sensualità: ma è in parte fecondata
da un certo numero di idee politiche, religiose e sociali, che non è lecito
trascurare. Quando, nel 1830, poco più che trentenne, egli varcò l'amato Reno,
che lambisce la sua città natale, por esiliarsi volontariamente a Parigi, era
un uomo fallito, materialmente e moralmente. Avvocato senza vocazione,
negoziante inetto, con la testa piena di grilli e la tasca vuòta, senza
educazione morale solida, con inolto ingegno ed una sensitività morbosa, egli
andava incontro all'ignoto, in una gran" metropoli, sedotto da un fantasma
di libertà. Ci andava pur essendo ancora cosi giovine, con una gran dose di
pessimismo nell'anima, dovuta, oltreché a condizioni fìsiche, a delusioni
amorose. Tempra eminentemente erotica, egli s'era invaghito due volte in
Amburgo, nella casa dello zio milionario, Salomone Heine, prima della cugina
Amalia, creatura fredda e speculatrice, più tardi della sorella minore di lei.
Teresa, che i parenti calcolatori destinarono ad altre nozze. La massima parte
delle liriche del Bach der Lieder fu I'ATKIuTTIsMii K Si n. 1 A Usili i
inspirata da questi din» amori e da queste due crisi amorosi», allo quali
successero ben presto passionacci» libertine, i-hi» lasciavano il poeta
stremato di forze e melanconico. Quantunque non volesse ron venirne e sebbene
alla prima apparenza non sembri, la sua sensitività, a traverso le stesse orgie
sensuali, menava all'idealismo. Più tardi a Parigi, dopo disordini d'ogni
genere, di mezzo al bizzarro e degradante connubio, legittimato dal matrimonio
per compassione, con quella magnifica statua di carne da lui comperata, (die fu
Matilde Mirnt i';, spunta l'amore fragrante por la signora Krinitz. la poetica
Monche, cosi variamente giudicata dagli. studiosi delLo Heine ' ). Lo spirito
di lui ora soggetto ai più stridenti contrasti: ora angelo, ora demonio, e pur
troppo i molto malevoli videro il demonio e non vollero vedere l'angolo. Il
peggio è (die da se medesimo fece di tutto per calunniarsi o por mostrarsi
diverso da quello (die in realtà era. Il suo pessimismo lo portava all'ironia,
e l'ironia sapeva armare di tutte le punte della 117/ 'sigia' il germanica.
Accortosi delti j Le l>'" curiose notizie su Ini flirtino date -lo un
tv(jUPIitatore ili casa Heine. Alessandro AVeill. Voli I'iiiaiiim. Stilili e
ritratti letterari, Livorno, liXXI, [in. 17:2 sir;r. \'Ai E sia [une stata
un'avventuriera colei che in Francia amò chiamarsi Camilla tSelilen e con questo
nome [mlihlici'i un libro siurli ultimi giorni dello Heine: non è meli vero
ch'ella riuscì a penetrare come ragjllo ili luce nella tornila di materassi i
Àtatrazen^rut't i in cui il poeta languì ]>er otto anni i lK4H-|S:Vli e che
i]uiuili non pote essere un avventuriera vulvare. Il] AKKtlìI l HKIXK l'effetto
die faceva quel suo spirito indici volato, ne abusò lino al inailirrismo. ne
divenne la vittima .'). Disse male dei romantici ed in fondo civi un romani ico
egli pure; sparlò dei Tedeschi, e la >u»-i anima restò tedesca
fondamen1,'ilnienie sempre: mise in burletta il rraseendentalismo della
lilosotia germanica, e le sue teorie politiche e sociali germinavano dallo
hegelismo. Kcco perche, pur essendo assai migliore di quel che parve, egli
riuscì a farsi sprezzare e odiare da tanti. Tali enunciati avrebbero mestieri
d'una lunga (limosi razione, che non è qui il caso di sciol inare. IO già mollo
se riuscirò a far vedere clic lo Heine fu. anelli' contro voglia, tedesco, e
clic in politica egli si spinse di molto oltre al liberalismo comune e giunse
al più schietto socialismo, pur rimali 'lido aristocraticamente poeta. La
Germania filistea gli riusciva detestabile, è vero: ma (pianta dolcezza, quanta
alterezza gli ispiravano la terra tedesca, la lingua tedesca, i cosi unii
tedeschi! Chi non le sente codeste tenerezze di tìglio leggendo «pici suo
insuperabile f)eit/sf]ifiiin1 V Dopo tredici anni di esilio volontario, nel 1
9| col contrabbando delle idee più ardite rincantucciato nel cranio. Eccolo al
confine : il cuore gli batte più torte, gli occhi gli si inumidiscono, si sente
riconfortato; le stelle sul patrio suolo brillano d'una luce più viva. Poco
appresso si commuove a rivedere il vecchio Reno (mein Vater Rhein) al quale
pensò ognora con sentimento nostalgico. Nello scherzoso saluto a quelle quercie
sentimentali che sono gli abitanti dell'antica Westfalia. v'è un mal celato
compiacimento; nella splendida allocuzione ai lupi germanici egli si proclama
ancor sempre lupo: « Ich bin einWolf geblieben, mein Herz | Und meine Zanne
sind wolfisch ». La tipica cucina tedesca, a ventricoli latini cosi poco
confacente, gli è gradita come il saluto della madre; nei letti tedeschi di
piuma più dolce gli sembra il riposo f1). Altrove, nelle liriche, confessa che
talvolta il pensiero della patria lontana lo muove alle lacrime, e quando la
notte si desta l'imagine di essa non gli consente più il sonno. « Io credo,
dice egli « stesso, che questa ardente e pazza bramosia « si chiami amor di
patria » (s). E così era veramente. Il flagellatore di tante idee tedesche, di
tanti sentimenti tedeschi, non riuscì a Per tutto ciò si vedono i capit. I, V,
VII. Vili, IX, X, XII del Deutschlaml. Deutsrhlaud, caput XXIV. Fra i molti che
svelarono, con più numerose attestazioni, questo sentimento dello Heine, cfr.
CniARiNi, op. cit., pp. 329-32; Legbas. op. cil., pp. 283-**) e Ed. Esoel nella
sua prefazione alle Memorie postume di Enrico Meine, Firenze stedescarsi
giammai; la Francia, per cui nutriva tanta simpatia e a cui lo legava
gratitudine per ospitalità e benefìci di ogni genere che ne aveva ricevuti, fu
sempre per lui un paese straniero. D'altro lato ragioni ideali lo sospingevano
verso Parigi e dalla Germania lo staccavano. Sotto il vento de' cantici
immortali Piegavano crosciatiti Le selve delle vecchie cattedrali Con le lor
guglie e i santi. Rintoccava, dai culmini ondeggiando, A morto ogni campana, E
Carlo Magno s'avvolgea tremando Nel lenzuol d'Aquisgrana ('). Disse un poeta
nostro della poesia giacobina del biondo Arrigo, e non disse falso, perchè
realmente nei poemetti e nei Zeitgedichte, fra lo scoppiettare dei frizzi e le
bollature roventi del sarcasmo, freme e geme l' idea politica e sociale di un
ribelle. Qui talora l' inspirazione heiniana trova note inusate di solennità
formidabile, come in quella gran lirica dei tessitori che instancabili e
maledicenti tessono il lenzuolo funebre della Germania (2). Quella poesia, come
parecchie altre, come la più parte degli articoli che lo Heine mandò all'
AUgemeine Zeitung di Augusta, riflette l'idea" capitale politica che
alliCaupitcci, A un heniano d'Italia, nei friambi ed, epodi. (2; Abbiamo di
questa lirica una versione del Carducci nelle Rime nuove. gnò per tanto tempo
nel suo cervello e per cui erti così poco tedesco e tanto francese, l'idea
rivoluzionaria. Noi oggi, dopo tanti studi storici e politici, ci siamo formati
un concetto più sicuro di quel gran fatto che fu la rivoluzione francese; ma
nei primi decenni del XIX secolo non v'era via di mezzo nel considerarla, o
l'obbrobrio o l'ammirazione. Arrigo Heine fu della rivoluzione francese vero
ammiratore. Sin dalla sua giovinezza, quando diede il primo bacio alla rossa
Peppina, la nipote del carnefice tedesco, che si schermiva con la mannaia onde
erano stati decapitati cento poveri furfanti, sin d'allora, dice egli, T
sliauesimo la dottrina principale, l'amore del prossimo, ma se ne togliesse
l'autaii'onismo tìa la vila terrena e quella dello spirito, fra la terra e il
ciclo, quell'antagonismo con «-ni i prcli. predicando acqua in pubblico e
bevendo vino in seirrcto, hanno cantate la ninna nanna al tripiante popolo, al
grosso minchione. Noi vogliamo l'ominiqui sulla temi Il ri'amc (ti Dio.
Quniiji'iù i|iiaj;'{iiù voiiliaino essere l'elii-i. Non \oj;li;uii più
stentare; Ciò che il braccio iniadafnia, il pi^-ro ventre Non si' lo dee
pappare. Cresce pani' iiua^ii'i clic basta a noi Ed a' nostri fratelli; Ed il
piacere e la bellezza; r tose, E mirti anelie e piselli, Si, piselli per tutti
escono fuori Dai usci appena rotti. Lasciamo il cielo azzurro ai vagabondi
Angeli e ai passerotti'1' Idea semplice, senza dubbio: ma nella sua semplicità
sta la sua forza. Sono unicamente le idee semplici, che conquistano il mondo.
Legittimismo, bonapartismo, assolutismo, democrazia, repubblica erano tutte
cose per cui lo l'I) Trad. Chiarini (Iella iirrmnnìa. Di Ilrìnr p Ir
Salril-Srmonisme tratta egregiamente il Lichtenberger uel cap. UT dell'opera
sua. Heine si sfaldava solo fugacemente, prò o contro. Ossili contingenza ed
ogni lolla politica iì"1 i sembrava secondaria di fronte alla importanza
massima (lolla (picstione sociale, l'irai (li questo concetto >oil piene le
carte, e i tribuni delle nielli vi pnppagalloggiano .sopra i loro roboanti
discorsi: ma il pensarlo intorno al 1S40 non era di lutti uè era senza pericolo
allora il bandirlo « a' quattro venti. Il poeta divenuto giornalista di
straordinaria efficacia, osò tarlo, e prosegui por anni, su quella via,
incurante di stringere alleanze opportunisti' e poco sincere, incurante di
lauti guadagni, egli che puro aveva sempre tanto bisogno di quattrini. Tale
atteggiamento della sua attività non è abbastanza conosciuto nò a sufficienza
apprezzato. Lo apprezzarono solo alcuni fondatori di sistemi socialistici, come
Carlo Marx, che strinse con lo Heine amicizia, e fu suo compagno nella
redazione del ]~ot'i. 1# 8-1X5 e o99-408. e H. BAituiEitA, La prinHpps^a
Belgioioso^ stilano. eminentemente parata e conservatrice, tre uomini, tutti
tre di origine giudaica tutti tre spuntati, per logica propaggine, dallo
hegelismo, disciplinavano nel cervello dal mondo le idee rivoluzionarie
francesi dello spirato secolo XVIII, dando loro sviluppo di cai-attere sociale
e dignità di scienza. Non passera molto e ne verrà fuori, nel 18(57, l'opera
economica più importante del socialismo europeo nel suo primo periodo, Das
KapitaL Ma allora il povero Heine riposerà orinai da undici anni nella tomba
modesta del camposanto di Montmartre. A lui che pur vide così addentro nei
destini dell'umanità futura e che combattè con ardire e pertinacia una
battaglia pericolosa, senza spirito di setta, senza speranza d'alcun guadagno
uè prossimo" uè remoto, uè materiale nò morale: a lui banditore di
uguaglianza, il mescolarsi tra la folla spiaceva e non arrossiva di
confessarlo. Amico sincero del popolo, rivoluzionario più che democratico,
schivava i contatti coi molti e coi rozzi. E un altro dei tanti contrasti già
osservati nella sua natura. Pochi furono al pari di lui aristocraticamente
schivi della folla, forse perchè egli era, a differenza de' suoi compagni nelle
idee, un poeta. Al poeta ripugnano molte cose che al freddo ragionatore fi)
Bispetto alla grande parte che gli israeliti ebbero nella prima propagazione
del socialismo, molte e curiose osservazioni si potrebbero fare. Vedi notato e
commentato il caso anche dal Laveleve, he socìcUimiie contemporain, !t» ediz.,
Paris sembrano logiche e naturali. Nell'animo suo egli aveva dedicato un tempio
alla bellezza, e la futura tragedia sociale, a cui gli sembrava che l'Europa
andasse incontro, sarebbe stata sacrilega verso le manifestazioni più alte e
più disinteressate del bello. Dal fondo del suo pessimismo, avea pur sempre
levato gli occhi azzurri e penetranti verso il sole dell'ideale ed i beni
mondani avea apprezzati solo in quanto gli riuscivano necessari. Invece la
potenza uguaglia trìce del socialismo portava a collocare il benessere
materiale al primo luogo e ad aspirarvi come al maggiore diritto, cacciando in
disparte le aspirazioni dello spirito alla cultura ed alla scienza. Ciò
riconosceva fatale; ma siffatta fatalità della rivoluzione lo riempiva di
angoscia secreta. La sua forte individualità di artista non s'adattava ad
essere pecora in una greggia ('). Se la crudele malattia che lo consunse non lo
avesse inchiodato a letto per tanti anni, logorandogli l'energia di ogni lavoro
che non fosse poetico, chissà come si sarebbe risolto il dramma della sua
anima, chissà se in lui avrebbe prevalso la sincera tendenza socialista o
l'individualismo prepotente del genio solitario. Forse quella tempra tedesca di
sognatore, balsamo e martello alle sue piaghe, non avrebbe vinto in un
organismo sanò, come vinse, per quel che riguarda le idee religiose, nel lento
sfasciarsi della gracile persona. Il panteista ir ci) Lichtknhekgeh
PATRIOTTISMO E SOCIALISMO riverente e sarcastico, tra i patimenti inenarrabili
e la disperazione cupa d'una infermità senza ristoro, ridivenne credente nello
spiritualismo nazzareno, riprese in mano la Bibbia e vi si compiacque. Ma non
si infeudò a nessuna chiesa positiva. Il poeta (gli sembrava) è già di per sè
in istato di grazia: a lui si aprono spontaneamente le porte del cielo, senza
bisogno uè delle chiavi di san Pietro nè di quelle di ver un altro portinaio
delle Chiese costituite. In questo poeta ed in questo martire noi uomini moderni
troviamo tutti qualche parte di noi medesimi. I contrasti della sua anima sono
quelli delle nostre anime; non altrimenti che nei contrasti dello spirito
altissimo di Francesco Petrarca gli uomini dell'incipiente rinascita sentirono
l'età nuova lottante col medioevo. Senza essere come il Petrarca un genio
universale, Arrigo Heine fu non meno di lui uu genio rappresentativo. Vizi e
difetti ebbe senza dubbio; ma amò assai e assai sofferse, ed a chi amò e
sofferse va perdonato molto. Oltre la fresca e limpida vena del poetare, oltre
la generosità del pensiero umanitario, oltre il coraggio nel combattere per le
sue idee, egli ebbe un pregio che (1; LtCUTBNBEBGEB. nessuno può contestargli e
di cui va tenuto gran conto, la sincerità. Oggi, nella superba capitale della
Germania unita, movendo dalla colossale colonna su cui si libra dorata al sole
la Vittoria glorificante la gran conquista tedesca del 1870, s'apre fra la
verzura e le piante annose del Tiergazten la cosidetta Siegesallée. Disposte
simmetricamente ai due lati del viale, ergonsi trentadue statue di
grand'elettori, di principi, di monarchi, dall'alto medioevo all'età
modernissima; dietro a ciascuna statua marmorea stanno a corteggio due erme,
coi busti di due personaggi ragguardevoli che fiorirono nell'età di ognuno di
quelli eroi e ne sovvennero, col consiglio o col braccio, la potenza. Idea
grandiosa certamente, ma non tale da suscitare entusiasmo, giacché pur troppo
più d'uno di quei vindici superbamente atteggiati vale meglio nel marmo di quel
che valesse in carne ed ossa, ed il visitatore anche coltissimo deve non senza
stento ripescarne le notizie grame nei recessi più oscuri della memoria.
Sfarzo, dunque, di compiacenza dinastica, monumento d'imperialismo, che non ha
eco nel mondo. Un'altra Siegesallée piacerai prevedere che la Germania
contrapporrà un giorno a quella berlinese, ove siano effigiati altri
trionfatori, ben altrimenti noti e civili e benefici; i trionfatori del
pensiero e dell'arte, tutti raccolti insieme, senza esclusioni partigiane,
senza predilezioni regionali, senza male prevenzioni politiche o religiose.
Questi sono i vittoriosi di tutti i tempi, i cittadini di tutti i luoghi, ai
quali il mondo s'inchina. E tra costoro, ben meglio onorati die nel Walhalla di
Ratisbona, penso che sorriderà la fiiccia arguta e splenderà l'alta fronte
geniale di Arrigo Heine, redento dalla potenza ultrice del tempo, riconciliate
col suo popolo, ch'egli amò sempre, tra la ironia scettica della sua
travagliata esistenza, di cosi fido e tenero affetto. Nota aggiuiTìa — Xe] Fan
f itila della domenica, 26 novembre l!)0ò. L'imperatore di Germania, che
acquistò l'Achilleiou di Corfù, ne tolse il simulacro di Arrigo Heine, che fu
venduto al banchiere Cainpe. Costui, fino ad oggi, non ha trovato modo di farlo
accettare da nessun sodalizio tedesco. Su queste storia poco edificante vedi
ciò che scrive G. A. Boiuìesk nel volume La nuova Germania, Torino, 1909, pp.
164 sgg. Adalberto Stifter novellatore. Nell'autunno del 190.T i paesi di
lingua tedesca echeggiarono in ogni parte delle lodi d'uno scrittore austriaco,
di cui in Italia neppure si bisbiglia. A questo scrittore furono consacrati
articoli, opuscoli, volumi: le edizioni popolari delle sue opere, dopoché nel
1898 fu terminato il trentennio di proprietà esclusiva, che dalla Casa editrice
Ileckenastdi Pesterà passato alla Casa Amelang di Lipsia, si moltiplicarono
rapidamente: all'obelisco eretto sin dal 1877 in suo onore sul Blockenstein
dell'amato Bohinerwald fu aggiunto nel maggio del 1902 un monumento a Linz, nel
quale lo si rappresentò adagiato presso ad una rupe in atto d'intenta e
tranquilla osservazione delle bellezze naturali; un altro monumento gli si
eresse pel centenario nella sua patria, Oberplan di Boemia, ed un terzo ne
vedrà presto sorgere l'antica e grande capitale dell'impero d'Austria, mentre
già a Vienna stessa, e a Budweis, e a Linz alcune vie sono chiamate col suo
nome; il sodalizio costituitosi per l'incremento della cultura tedesca in
Boemia fondò in Praga uno Stifter-Archiv, destinato a raccogliere i manoscritti
delle sue opere, i suoi carteggi, i documenti tutti che in qualche modo si
riferiscono alla sua vita, alla sua attività, alla sua reputazione; quel
medesimo sodalizio ha dato opera alla stampa d'una edizione critica definitiva
di tutti gli scritti, editi ed inediti, dello Stifter, che, assunta
dall'editore Calve sotto l'alta direzione di Augusto Sauer di Praga, consterà
di ventun volumi. E cosa singolare davvero che di questo scrittore, di cui
suona ormai cosi alto il nome in Germania e sembra che col volger degli anni la
fama acquisti sempre nuovo vigore, l'Italia non siasi mai occupata con qualche
cura, sicché tra i maggiori scrittori tedeschi dell'Austria egli è certamente
il meno noto. Per studi e per traduzioni sono conosciuti abbastanza nel paese
nostro Niccolò Lenau, Francesco Grillparzer e Roberto Ilamerling; nò si può
dire che alla cognizione diretta dello Stifter s'oppongano difficoltà
idiomatiche o difetto di famigliarità con gli usi locali, come accade per
l'umorista fantasiosamente insuperabile, che risponde al nome di Ferdinando
Raimund. Ad intendere le produzioni sceniche del Raimund, che fanno ancor
sempre la fortuna del Volks-Theater di Vienna, occorre esser addentro nello
spirito del popolo e del vernacolo viennese; mentre a leggere e a gustare 10
Stifter è unicamente mestieri di conoscer bene 11 tedesco, cognizione che ormai
non deve difettare a nessuna persona colta non mediocremente. Alieno dalle
esagerazioni, io mi guarderò bene dall' innalzare lo Stifter su d'un piedistallo
più elevato di quello che gli competa, e mi terrò lontano dall' infatuamento a
cui si abbandonarono certi suoi ammiratori; ma non è esagerazione ne è frutto
di infatuamento l'asserire ch'egli è il maggior prosatore tedesco dell'Austria.
Vale quindi la pena che in breve se ne discorra la vita e se ne tratteggi
l'indole, ponendone in evidenza l'opera letteraria ('). Questo articolo risulta
non solo dalla lettura attenta delle principali opere narrative dello Stifter,
ma anche dallo studio della parte più notabile di quella assai larga
letteratura storico-critica che in Germania fu a lui consacrata. A Praga uscì
nel 1904 intorno a lui un volume di Litigi Raimondo Hkh (Adalbert Stifter, seiu
Lehen und seine lleite), che quasi tocca le 700 pagine in-8» grande. È un'opera
bio-bibliografica di estrema minuziosità, corredata di un ragguardevole numero
di documenti, condotta su molti carteggi inediti e col sussidio dei riferimenti
di quanti amici dello Stifter poterono essere consultati. Accrescono pregio al
volume, farraginoso invero assai, ma pure preziosissimo, la riproduzione di
tutti i ritratti noti dello scrittore, nonché di una parte dei suoi quadri e
schizzi, le vedute dei paesaggi che gli furono più famigliari e di cui scrisse,
i disegni delle case da lui abitate e fin dei suoi mobili prediletti. Più di
cosi non si potrebbe fare! Fra gli scritti critici intorno allo Stifter trovo
segnalabile sempre un libro ormai vecchio: Enti. Kuh, ZweiDichter
Oesterreiclis, Franz Grillparzer und Adalbert Stifter CPest, Heckenast, 1872;.
Buono nella letteratura recentissima il volumetto di W. Koscn, Adalbert Stifter
eine Stadie (Leipzig, Amelang, 1905), che fa seguito ad un'indagine letteraria
del Kosch medesimo, uscita a Praga, Adalbert Stifter und die Bomantik. Nella alluvione
di articoli ed opuscoli che portò seco il centenario, merita il primo posto il
numero speciale (an. IV, n. 12, settembre 1905 1 che allo Stifter consacrò la
rivista mensile Deutsche Arbeit di Praga, perchè vi sono parecchi articoli con
nuovi documenti, massime intorno alle amicizie dello scrittore di Oberplan. L
Siete mai passati dalla Boemia in Baviera? 11 confine occidentale della terra
boema è naturalmente segnato da un succedersi di monti boscosi, che ha il nome
di Bòhmerwald. Nella parte più meridionale di quella regione montagnosa scorre
limpida nella sua giovanilità presaga di grandezza la Moldava, e dove la valle
prima angusta di quel fiume czeco si allarga, giace in pittoresca posizione,
adagiato sulle pendici erbose, il villaggio di Oberplan, e i boschi gli fanno
corona. In una di quelle tranquille casette dal solo pianterreno, che tanto
piacciono alle popolazioni rusticane dei piccoli Slavi, in una casetta che dai
restauri in fuori, imperiosamente imposti dal tempo roditore, si conserva oggi
ancora tal quale, vide la luce in Oberplan il 23 ottobre 1805 Adalberto
Stifter, da un agricoltore che avea dapprima esercitato l'industria della
tessitura e dalla figlia d'un macellaio. Non la madre, creatura soave, « lago
senza fondo d'amore », ritrasse egli nella sua lunga opera descrittiva di
uomini e di cose, ma l'ambiente domestico e specialmente la nonna, Frau Ursula
Kary, nel racconto Ileidedorf, da lui già abbozzato in ginnasio. Come il Felice
di quel racconto è in gran parte l'autore medesimo, cosi ritrae la figura
idealizzata dell'ava veneranda quella vecchia nonna di Felice, che nella sua
vita laboriosa ha letto un libro solo, la Bibbia, e per 70 anni lo ha elaborato
nella vivace fantasia, sicché le voci della sua anima austera e mite trovano
spesse volte nel suo umile discorso di popolana la'solennità sacra
dell'espressione scritturale. Nell'infanzia dello Stifter le narrazioni
fantastiche di quella vecchia, non dissimili da quelle della nonna di
Katsensitber, influirono assai ad atteggiargli all'arte rappresentativa l'anima
tenera e pronta, come sul giovinetto Goethe potè non poco la gioconda madre
Elisabetta, inesauribile narratrice di fiabe e di leggende. Se non che sul capo
del povero Adalberto, che faceva ormai progressi sotto la guida intelligente
del maestro del villaggio, Giuseppe Jeune, s'addensava un nembo procelloso. Nel
1817, a 12 anni, un tragico infortunio lo orbò del genitore; l'infelice madre
di lui rimase vedova, senza mezzi, con cinque figliuoletti. Energicamente venne
in soccorso il nonno materno, la cui onesta figura è ritratta in Granii-, e
malgrado i presagi di qualche corvo di malo augurio e difficoltà materiali
d'ogni genere, egli volle che il fanciullo proseguisse gli studi e lo allogò a
percorrere il ginnasio nella non troppo remota abbazia benedettina di
Kremsmunster nell'Alta Austria, asilo di cultura molte volte secolare, ricca di
libri, di quadri, di raccolte antiquarie e naturalistiche. Quivi il giovinetto,
sebbene strappato così precocemente alla famiglia, vinse ben presto il troppo
naturale sentimento nostalgico e si trovò, negli studi, come un pesce nella sua
acqua. A Kremsmunster compi con onore l'intero corso classico medio, e per quel
ch'è della letteratura influì colà massimamente sull'animo suo il padre Placido
Hall, che si dice sia ritratto nel candore dell'anima, nella vita parsimoniosa
e segnatamente nell'amore intenso ai fanciulli, in quel parroco singolare che è
protagonista del bel racconta Kalkstein. Sin d'allora lo Stifter si senti
prepotentemente attratto all'arte, e gli studi di scienze naturali, condotti
innanzi con fervore nelle raccolte dell'abbazia, non intiepidirono punto in lui
l'ammirazione per la natura bella e grande, che gV ispirava versi e lo induceva
a dipingere i suoi primi acquarelli. Cosi tra le brune tonache benedettine,
nell'austerità d'un glande monastero, si venivano maturando nello Stifter
quelle tendenze ideali, che dovevano costituire la gioia ed il tormento della
sua esistenza. Passato nel 1826 all'Università di Vienna, fu indotto dalle
esigenze pratiche della vita a seguire il corso giuridico; ma nel tempo stesso
frequentava lezioni di scienze naturali, di fìsica, di matematiche, e per
impinguare un po' il borsellino, ch'era sempre magramente fornito, dava lezioni
private in case signorili. Ciò gli permetteva di procurarsi il godimento di
frequentare concerti e teatri, che costituivano per lui, insieme con le
raccolte di pittura, la massima attrattiva. Fra gli autori drammatici era
specialmente lo Shakespeare che gli incatenava l'attenzione e gli commoveva
gagliardamente l'animo sensitivo; nel suo romanzo Nachsommer è descritta coi
colori dell'esperienza propria la recita del King Lear e l'effetto che può fare
sui giovani. La Vienna di que' tempi non era la suntuosa metropoli de' giorni
nostri: la vita vi si svolgeva àncora semplice, bonaria, gioconda, d'una
giocondità e d' una bonarietà che avevan bensì qualcosa di borghesemente
ristretto, ina tuttavia erano tipicamente caratteristiche. Le impressioni di
que' giovani anni, tutti dati alla spensieratezza e all'arte, sono descritte
nel racconto Leben unti Hanshalt*dreier Wiener Studenten, ove lo Stifter narra
di sè e de' suoi due fidi compagni, Anton Mugerauer e Franz Schift'er. La
Vienna di que' giorni fu ritratta con mirabile efficacia negli scritti Aus dem
alien Wien, editi dalPAprent nel voi. II delle Vermiscìite Schriflen; più
generalmente nota è, tra le Erzàhlungen, quella intitolata Ehi Gang durcìi die
Kalakomben, che descrive una visita nei sotterranei del tempio viennese di Santo
Stefano, destinati a cimitero, la cui solitudine tetra di sepolcreti stride con
la vita multiforme e assordante che si agita di sopra, nella piazza e nel
vicino Graben, che erano allora, e sono in parte anche ora, il cuore della
metropoli austriaca. Sulla cattedrale di Santo Stefano meditava un libro
intero. In parecchi altri scritti lo Stifter ritrae con la sua impareggiabile
perizia descrittiva qualche recesso della vita o della topografia viennese; ma
in nessun luogo forse più felicemente che nella seconda parte del Tur mal in,
ov'è quell'aristocratico, ma remoto, triste, deserto, cadente « Perronsche
Haus», che nell'evidenza de' suoi tratti ha la precisione d'una miniatura. Cade
nel periodo di quel soggiorna viennese dello Stifter il suo primo, fervidissimo,
non mai estinto amore per la giovinetta Fanny Greipl, nata essa pure nel
Bóhmenvald e precisamente nell'amena borgata di Friedberg. Quando quel legame
si strinse, Adalberto aveva 23 anni e Fanny 20. S'amavano passionata mente, con
tutto lo slancio, con tutta la devozione d'un primo amore in anime nobilmente
disposte, ma all'eccesso infiammabili. Se non che la fanciulla era abbastanza
agiata e lo Stifter era povero e senza prospettiva d'una carriera
soddisfacente. La madre di Fanny gli fece intendere che non era prudente
continuare ima relazione di cui pel momento non si vedeva esito alcuno, ed il
giovine addoloratissimo si ritrasse, pur sempre sperando di potersi un giorno
presentare con un impiego decoroso. Nel Nachsommer l'amore infelice del barone
di Risach e di Matilde rispecchia questa condizione psicologica; come in
Heidedorf è rappresentato lo strazio della rottura. Giacché la rottura
definitiva venne in una lugubre giornata del 1833: Fanny pregava Adalberto di
non scriverle più perchè s'era fidanzata ad un serio ed onesto impiegato, che
avea la compostezza e la borghesia grassa fin nel nome, Josef Fleischanderl. Si
sposarono il 18 ottobre 1836 e la bella Fanny moriva di parto il 12 settembre
1839. Allora lo Stifter era già coniugato, perchè il 15 novembre 1837 aveva
condotto all'altare una vezzosissima morava, Amalia Mohaupt, poverissima, che a
Vienna faceva la sartina c la modista, ed il cui padre, ufficiale a riposo,
viveva lontano, in Ungheria, La bellezza femminile, che potè sempre tanto sui
sensi e sullo spirito del nostro scrittore, lo indusse a stringere rapporti con
la signorina Mohaupt, la quale non si lasciò sfuggire l'occasione d' un
matrimonio civile. Sinché visse Fanny il cuore dello Stifter continuò ad essere
con lei: dopo si volse maggiormente ad Amalia ed egli in molte lettere disse la
sua unione felice, e manifestò per la moglie vivissimo affetto. Nò si può dire
che questa non lo ricambiasse, anzi è generalmente riconosciuto che negli anni
infermi della vecchiaia lo assistette con esemplare premura. Ma ad essa
mancarono le doti d'intelletto e di cultura necessarie per intendere un uomo di
spirito non ordinario, un artista nato; e l'essere rimasto quel matrimonio
senza figliuoli non permise la comunità d'interessi e d'affetti, che molte
volte cementa unioni matrimoniali non bene assortite. Vissero insieme più di
trent'anni senza urti e senza scosse; l'abitudine rese tollerabile e financo
gradito un vincolo che s'era stretto, da una parte per attrattiva fisica,
dall'altra per interesse. La descrizione della visita fatta dal maggior
biografo dello Stifter, lo Hein, alla vedova di lui, sopravvissutagli sino al
1888, non ce la mostra certo sotto la luce migliore. V'ha poi in quella donna
qualche tratto, che si direbbe tradire grossolanità di sentimento: ad esempio,
la vendita, per 800 fiorini, all'editore Heckenast delle lettere a lei dirette
dal marito. Le speranze d'un impiego nell'insegnamento pubblico, che lo Stifter
aveva vagheggiato nei primi anni del suo matrimonio, andarono deluse. Egli
viveva meschinamente dando lezioni in case sovratutto patrizie. Quella del
principe di Mettermeli, di cui istruì i figliuoli, gli si doveva aprire più
tardi, nel 1844. Allora era già noto come scrittore, poiché il suo primo
l'acconto, il Kondor, uscì nella Wiener Zeitschriff del 1840, e nel medesimo
anno comparve lo studio Feldblumen nella rivista Iris di Pest. Cosi si avviava
la preziosa amicizia dello Stifter con l'editore intelligentissimo Gustavo
Heckenast, senza del quale forse il novellatore boemo si sarebbe dato alla
pittura anziché all'arte dello scrivere. Lo Heckenast di Pest, che non valeva
meno come suscitatore d'ingegni e giudice di produzione letteraria di quel che
valesse come abile amministratore ed accorto mercatante, diresse e consigliò lo
Stifter, sovvenne ai suoi bisogni materiali, che spesso lo angustiavano,
rinfrancò il suo coraggio, aiutò a diffondere la sua reputazione di scrittore.
Abituati a vedere troppo spesso negli editori non altro che sfruttatori del
lavoro intellettuale altrui, impresari materiali e gretti dell'opera
dell'ingegno, una specie di Medebac sempre solleciti a mortificare ogni slancio
che non torni d'immediata utilità alla cassetta, ci impone ammirazione e quasi
tenerezza questa amicizia di due uomini così variamente dotati. Lo He ADALBERTO
STIFTER NOVELLATORE J1Ó ckenast si procurò molte simpatie presso parecchi
scrittori tedeschi; tutti i biograti dello Stifter ne parlano con sincero
encomio, e di recente A. Schlosser, col sussidio di carteggi inediti, ha illustrato
quella nobile esistenza. Lo straordinario successo che ebbero i primi racconti
dello Stifter disseminati per le riviste, incoraggiò nel 1844 l'edizione dei
primi due volumi degli Studien. Cosi la t'ama dello scrittore restò fissata
definitivamente e si sarebbe'anche estesa con maggiore rapidità, se non
venivano a trasformarla i gravi avvenimenti del 1848. Lo Stifter non era un
rivoluzionario; anzi l'insurrezione viennese di marzo lo costernò
profondamente. 11 suo spirito mite rifuggiva dalla violenza; le sue convinzioni
religiose informate al cattolicesimo gli imponevano ossequio all'autorità
costituita. Tuttavia esagerano il Kosch ed altri quando lo dipingono coinè un
reazionario. Sebbene bazzicasse, per necessità di pane, nelle famiglie più
aristocratiche di Vienna, egli fu sempre considerato da esse come un parvenu:
in quella classe sociale trovò una sola amica veramente fida, la baronessa
Luisa di Eichendorff, sulle cui lettere al nostro autore il Kosch ha di recente
dettato un'interessante memoria. Nel suo petto egli sentiva battere un cuore di
popolano, e sangue di popolo era quello che gli scorreva nelle vene ; sicché se
della rivoluzione, deplorava le violenze e gli eccessi, non era cieco ad alcuni
suoi giusti moventi. L'uomo che, a quanto ci attesta Emilio Kuh, aveva fatto
oggetto di Ilf. speciali stadi Ja rivoluzione francese e area in animo di
scrivere un romanzo su Massimiliano Robespierre, non poteva schierarsi
inflessibile fra i nemici della libertà e chiudere a questa il suo gran cuore
di artista e di educatore. Fondamentalmente il suo indirizzo era di
conservatore, ma conservatore illuminato, non arcigno, nè intollerante,
conservatore amante del progresso ed in ispecie della soda educazione popolare.
Tanto è vero che nel decennio di reazione, prodotto dai moti del '48 in
Austria, una sua antologia scolastica, ch'egli aveva messa insieme con l'amico
Aprent, fu dal Ministero dell'istruzione austriaco vietata in tutte le scuole
austriache perchè troppo poco ortodossa. I trambusti politici mal si
convenivano al diffondersi dei suoi racconti, sicché d'allora in poi, tratto
dall'imperiosità degli avvenimenti non meno che dall'indole propria, si diede
con fervore all'educazione e all'istruzione del popolo. Per questa via pervenne
finalmente ad ottenere un posto, che gli assicurò una posizione finanziaria, se
non lucrosa, almeno decente. Il ministro dell'istruzione pubblica, Leo Thun, lo
nominò ispettore per le scuole popolari dell'Alta Austria, con residenza a
Linz. Nel giugno del 1850 quell'ispettorato gli fu conferito provvisoriamente,
quasi a modo di prova : con decreto del 5 febbraio 18òò l'ufficio si trasmutò
in stabile, e nello stesso tempo Linz, la piccola ma ridente città sul Danubio,
divenne la sua seconda patria, d'onde il nostro Adalberto non s'allontanò, se
non temporaneamente, e dove lasciò le sue ossa. Nei tredici anni ch'egli visse
colà, la sua vita fu divisa tra l'ufficio e l'arte. L'ufficio lo occupava
immensamente: egli pose ogni suo zelo nel fare il bene e, come sempre accade,
si trovò impigliato in brighe molestissime e fu amareggiato da gravi
dispiaceri. L'anima impressionabile di lui si sentiva sopraffatta della marea
montante delle piccole animosità, delle meschine codardie, degli interessucci
personali molteplici, che d'ogni parte gli facevano ressa e gli impedivano
l'operosità benefica nel campo dell'istruzione. L'ufficio in cui aveva portato
tanto entusiasmo e tanti nobili propositi, gli divenne poco per volta catena
quasi insopportabile, che rodeva il suo fisico e deprimeva il suo morale.
Parecchie sue lettere ci sono conservate, in cui dà sfogo all'interna amarezza.
Unico conforto, nei giorni desolati, l'arte. Non lasciò in pace mai nè la
matita, nè il pennello, nè la penna. Disegnò, dipinse, scrisse, con crescente
fervore. Accrebbe il numero dei suoi Studien, compose in un volume i Bunte
Steine, donò a riviste qualcuna delle sue Erzahlungen, diede opera ad iin
romanzo singolare, Nachsommer. L'ala della sventura colpì di nuovo, e ben
sinistramente, la sua povera casa. Dolorosa, sebbene attesa, riusci allo
Stifter la morte della madre adorata, £he segui il 27 febbraio 1858; ma ben più
amara dovette parergli la sparizione tragica della sua figliuola adottiva
Giuliana nel marzo del 1859. A 18 anni quella giovinetta bizzarra abbandonò la
casa che Be.vier Svaghi Critici 27 US U> AI .Hi: li Tu sTIK'l Kl!
XoVEI.I.ATOUK In aveva ospitata, lasciandovi un biglie! to tor1*1 1 »1 1 1 n i
m i ti» ., p. 3. Bald., II, pp. 24849. Bald.. glie di lui, ohe diverrà un
giorno la protagonisti della novella Frau Regel Amrain (*). Fra quella buona
gente egli si consolò alquanto della mortificazione sofferta; ma non si che non
cominciasse fin d'allora quell'amarezza nel suo spirito, che doveva
accompagnarlo per gran parte della sua vita e che si suole ravvisare quasi
sempre negli autodidatti. Là si decise pure a voler divenire paesista ed ebbe
la sventura d'imbattersi in un maestro convenzionale e senza criterio, Pietro
Steiger che è lo Habersaat del Heinrich f\ Lo jcor resse poscia di molte
viziature Rodolfo Meyer, che è il Roemer del romanzo; ma Goffredo non potè
profittarne quanto avrebbe voluto perchè quel poveretto nel 1838 impazzì (3).
Così egli rimase novamente abbandonato a se medesimo e ai suoi ideali, non
ancora ventenne. Fu allora, dopo avere accompagnato al cimitero un'esile e
gentile amica d'infanzia, Enrichetta Keller, suo primo amore, che è la piccola
Anna del romanzo (*); fu allora che decise di recarsi nella metropoli artistica
della Germania, Monaco, per trovare avviamento e fortuna. Vi trovò invece
qualche ebbrezza momentanea, la compagnia diversa di artisti scapigliati, ma
nessun profitto serio, anzi la convinzione di essere un pittore Bald., p. 27.
Bald., p. 30. Bald., pp. 38-39. (4) Bald., pp. 40-41. Anche, la Giuditta de]
romanzo ha un fondo di vero, ma che si lascia meno precisare. Cfr. Bald., p.
42. ALC'UNC'HK VI KELLKK J40 mancato l'i. Questo fa il dramma della sua
giovinezza, descritto con tcaftrheit unti diclitung nelle pagine deìVJùirico,
rappresentato nella più inde schiettezza dalle lettere alla "madre, che il
Baechtold ha fatto conoscere. Quella povera madre si legava il pan di bocca per
soccorrere il figliuolo, che continuamente le chiedeva danaro e danaro, ed era
ingolfato sino agli occhi nei debiti. Finalmente, nel 1842, battè melanconicamente
la via del ritorno, senza trovare sulla sua via nessun cónte benefico e
romanzescamente mecenate, ma, in compenso, trovando ancor viva ed arzilla la
genitrice con la sorella. Dal 1842 al 1848 stette a Zurigo, in famiglia. Viveva
fra gli stenti, ma almeno non pativa la fame. E a poco a poco si venne allora
svegliando . in lui lo scrittore; anzitutto il lirico, al contatto dei
commovimenti politici del tempo, poi il narratore e descrittore. Non potè gran
fatto su di lui un secondo amore, pure sfortunato, per Luisa Rieter di
Winfcerthi.tr, la amabilissima Figura Leu del Landvogt von Greifensee^): ormai
egli aveva Ben lo dice Max Koi'H (ffeseh. der deutxchen Lite-rat» r, Stuttgart,
1895) « gleich Scheffel, ein verungl iickter Maler » (p 255). Questa è pure
l'opinione di C. Brcn, . Cominciò anche a pensare al romanzo del pittore
mancato, al Grune Heinrich, che condusse a termine in mezzo ad incertezze, a
pentimenti, ad interruzioni, e poi rifece durante una lunga serie d'anni (3).
Intendeva, peraltro, il Keller che a divenire scrittore gli era mestieri di
allargare e consolidare la propria cultura. Ottenne, pei1 buona sorte, un
sussidio dalle autorità cantonali e con esso potè recarsi e vivere prima a
Heidelberg, poi a Berlino. A Heidelberg giocondamente, freBald., I, p. 193.
Bald., I, p. 89. Non era dir poco, perchè al K. la birra ed il vino piacevano
assai. Cfr. B., II, pp. 320-21 e III, p. 124. L'abitudine teutonica del kneipen
non la smise mai. Cfr. Bald., pp. 219, 227, 316-17. In B., Il, pp. 33 sgg. è
narrata e documentata la storia del Grane Heinrich. quentando l'università e
stringendo relazione col filosofo Feuerbach, che influì massimamente sul
concetto religioso del nostro scrittore ('); a Berlino, ove dimorò dal 1850 al
1855, con grandi privazioni, messo di nuovo per una strada che non era la sua,
quella della drammatica (*)• Per buona ventura se n'accorse in tempo e non vi
si incaponì, come nella pittura. Egli aveva ormai la coscienza della propria
potenzialità artistica e sorretto da essa tornò di nuovo a Zurigo, dopo sette
anni non infruttuosi di dimora in Germania. Aveva cominciato a scrivere
novelle, e tra novelle e liriche prosegui per il resto della sua vita. Dal 1856
al 1861 visse tranquillo nella sua città svizzera, che non era ancora il
fiorente centro industriale d'oggigiorno, conoscendo molti spiriti eletti, tra
cui Riccardo Wagner, ch'egli ammirava (3). Nel 1861 un colpo di buona fortuna
gli procurò l'agiatezza con la nomina di primo cancelliere del cantone di
Zurigo, impiego che egli tenne con zelo ed intelligenza pei1 quindici anni.
Quell'occupazione, che non era puramente materiale (*), valse a disciVedi B.,
I, pp. 832-38. 3ti3, J07-8. La religiosità del K., conforme al suo ideale
repubblicano, scostavasi da] cristianesimo come da qualsiasi altra religione
positiva. Cfr. O. Fikjmmei.. (iottfr. Ketlers relitjitìse Entirickluni), iu
Deutsehe liunclschau. voi. Ili (1802i, pp. 367 sgg. In appendice al II voi. de]
B. souo pubblicati gli abbozzi drammatici delK. Teresa è l'unico condotto
abbastanza innanzi. Cfr. anche Bali»., pp. 104-7. B., II, pp. 307 sgg. i li
lUus, p. 211. plinare il suo spirito, che fino allora non ora stato costretto
da veruna disciplina ('). La madre vecchierella, chiudendo gli occhi nel 1864,
aveva la consolazione di lasciare il figliuolo, che le aveva costato tanti
sacrifizi, in buona condizione materiale e generalmente onorato. Nel 1869
l'università di Zurigo lo creava doclor honoris causa. Per poter attendere con
maggior lena a' suoi scritti, si dimetteva nel 1876 da cancelliere, e con la
sorella, che gli fece da massaia, visse per dodici anni vita semplice e quieta.
Regala gli mori nel 1888 ed egli ne fu afflittissimo, sebbene il carattere di
lei (e specialmente la sua levatura) molto differisse da quella del
novellatore. Nel 1889, quando la Svizzera e la Germania commemorarono il suo
settantesimo natalizio, gli fu presentata una medaglia disegnata dall'amico dei
suoi vecchi anni, il celebre pittore Bocklin ('). Egli l'ammirò senza dir
parola, ma le lacrime gli spuntarono sul ciglio e concluse: « Signori, « è la
fine della canzone, das Elide rom Lied! « Sento che non ne avrò più per lungo
tempo » (3). Un anno dopo, il 15 luglio 1890, egli non era più di questo mondo.
(li B., II, pp. 817-1». L'effigie della medaglia è riprodotta uell' Eniporium,
li (1*4*5.1, p. lt>4, ed ivi a p. loft é pure la bella incisione dello
Staiiffer che rappresenta il K. seduto, in età già avanzata. Per l'amicizia col
Bocklin vedi B., Ili, p. 315. Bami., p. 368. L'ultimo anno della vita del K. è
descritto de L'ita da Adolfo Frey nella Deutsche Rundschau Vigorosa, se non
molto simpatica, natura d'uomo; diritta, rude, sincera, con gli altri e, quel
eh' è più raro, con sè. Uomo talora, nella sua irascibilità, alquanto
grossolano: diffidente e acido negli ultimi anni, ma non mai vano uè fatuo.
Semplice, solido, ordinato come un perfetto borghese, senz'averne né la
pedanteria uè il filisteismo. Patriota, liberale, larghissimo nelle idee.
Innamorato della sua arte: multiforme nell'umorismo: svizzero. * Sopratutto
svizzero. L'elvetismo di Goffredo Keller è la sua gran forza: si percorra la
storia letteraria della Svizzera tedesca (') e si vedrà ch'egli ne raccoglie
l'eredità intellettuale e molale. Egli è perfetto rappresentatole, paesista
della penna, ora idillico ora umorista, ora pensatore oia fanciullo. Ha degli
svizzeri tedeschi l'ingenuità primitiva e giuliva, ed a tempo e luogo la
causticità e la riflessività melanconica. E uno scrittore tipico della sua
razza e come tale vuol essere studiato ed amato. S'è detto e 'ripetuto ch'egli
subì gl'influssi del Richter (Jean Paul) e dei romantici tedeschi. Tieck,
Brentano, Amadeo Hoffmann; fu accostato remotamente allo Sterne, prossimamente
a quel suo connazionale pastore d'anime ch'ebbe in letteScrìsse egregiamente
questa storia J. Baechtolh, (lescltichte der ileulnchen Litentlur in rìer
Hrhiceiz, Frauenfeld, 1892. ratura il nome di Geremia Gotthelf e che, con
intento di moralità, osservò e rudemente ritrasgg tanta parte della vita
popolare svizzera ('). Non dirò che codesti avvicinamenti siano fuori di luogo;
ma in realtà il Keller ha una personalità artistica tutta propria, che si
stacca da ogni modello. Romantico nel fondo, come ogni buon tedesco, ha talora
crudezze di realismo che lo avvicinano allo Zola, ha talora ironie e stridori
di contrapposti che fan pensare allo Heine (*). Ingegno lirico il Keller non
fu, sebbene scrivesse gran numero di poesie, alcune tra le quali felici, ma le
più mediocri (3). Manifesta anche nella lirica un senso vivo della natura; ma è
troppo ragionatore, troppo epico, se cosi fosse lecito esprimersi. Questa
medesima tendenza epica gli fu d'intoppo a riuscire nel dramma. Ne gli valse
abbastanza pel romanzo: notai già i gravissimi difetti di composizione dett'
E)i>-ico il Verde: difetti non dissimili si possono ravvisare Quest'ultimo
confronto è di J. BnritnKAC in un articolerò, npl resto superficiale e poco
sensato, intorno al IC, che si legge npl volume Po°le.i et humorisleit tip V
Alleniityne, Paris, Hachette, 1H0(>. Sui rapporti del K. con lo Heine vedi
B., 11, pp. 32.~> sgg. Non é troppo giusto ciò clip osserva in proposito il
Tìai-d. a p. 361. Ampio e pazientissimo lavoro è quello di P.vrr. Bui xsek.
Slmììen unrì BeilrOge zìi Gotlfr. Krìlers Li/rik. Zurich. lHOli. Col confronto
dei mss. vi è studiata la tecnica della lirica kelleriana; con l'aggiunta di
poesie oramai divenute rare e d'un poemetto inedito. Sulla lirica del Keller
leggasi un articolo del Sri-GER GrEBi.so nella Beilage. rìer Milm-hener
Xeueslen Ximhrifihle.ii, nel Martin Salander, romanzo della vecchiaia, composto
fra il 1881 ed il 18815 con intento sociale e con quella fosca concezione
pessimistica del presente, che trionfava in quel tempo nel romanzo russo e nel
dramma ibseniano. Dell'opera amara, in cui prevale la proverbiosità querula
d'un laudato»' temporis adi, l'autore stesso fu malcontento (,'). Prescindendo
dalla tendenza che vi è palese, lontana troppo dalla serenità dell'arte e
dall'ottimismo proprio allo spirito del Keller, due difetti suoi vi riescono
quasi insopportabili, la prolissità e la ineguaglianza. L'ineguaglianza che il
Keller aveva nel carattere è anche nella sua arte: questo il motivo principale
per cui la sua innegabile inclinazione all'epica non potè svilupparsi bene nel
largo quadro del romanzo. La novella, invece, era il componimento che meglio
gli si confaceva. Paolo Heyse lo proclamò un giorno « lo Shakespeare della
novella* >, e questa designazione fu ripetuta da più di uno. Non esageriamo
e non tiriamo in ballo certi santi, che è meglio lasciare nel loro paradiso.
Goffredo Keller era troppo tozzo per poter raggiungere in alcun modo la statura
gigantesca di Guglielmo Shakespeare. Tuttavia giova riconoscere che come
novellatore egli è davvero ragguardevolissimo, uno dei più ragguardevoli e
significativi e rappresentativi, forse, che abbia avuto l'Europa nel secolo
XIX. Bald., ALCUNCHÉ DI KELLER Lo tre raccolte di novelle del Keller tendono
tutte a raggrupparsi intorno ad un concetto unico, che funge in vario modo da
cornice. È l'antica consuetudine delle raccolte novellistiche indiane, di cui i
più insigni documenti occidentali sono il Decameron ed i Canterbury tales; ma
come fu osservato, per l'intento didattico della cornice il Keller s'accosta
all'India più che al Boccaccio, a' suoi seguitatori italiani e allo Chaucer
('). Nella Gente di Selcila (Die Leale ron Seldicyla), raccolta di dieci
novelle, le prime composte tra il 1853 e il '55, le altre uscite solo nel 1870,
Selvila è una città immaginaria, collocata leggiadramente a solatio « irgendwo
in der Schweiz », in qualche parte della Svizzera, sicché le novelle che
s'inquadrano nei pressi di quella cittaduzza, cinta di vecchie- mura
epacificamente assaporante la carezza del sole, che fa maturare le sue uve e fa
sorridere le sue case, rappresentano vari aspetti del carattere elvetico, o
meglio dei campagnoli e dei borghesi della Svizzera tedesca (*). Le Nocelle
zurighesi (Zùricher Norellen), cinque di numero, uscite in redazione definitiva
solo nel 1876, hanno bensì tutte uno scopo storico, quello di presentare lo
spirito svizzero in varie età, dall'evo medio al sec. XVIII, il periodo fedi
Cfr. W. Scheheh, nella Deutsche lìuntìm-h^, voi. 17, p. 824. Non devesi
tuttavia dimenticare che anche i novellieri nostri avevano V intenzione di
ammaestrare. (•2) Scrivendo quelle novelle pensava il K. che ne venisse • ein
artiger kleiner Dekanieron come è detto in una sua lettera del 16 aprile 185U.
Vedi B., tó7 lice del Bodmer e del Gessner; ma almeno le tre prime
s'incorniciano nell'ammonimento che un saggio padrino vuol impartire al
giovinetto Giacomo, il quale ha il ticchio di voler riuscire ad ogni costo
originale. È, in altri termini, una lezione esemplificata di ciò che vale e
vuol dire la vera, la buona originalità. Anche Vepigrauiìna (I)a$ Sinngedicht),
se non una vera e propria cornice, ha un leitmotiv, il matrimonio ed i diversi
e gravi problemi matrimoniali, che trattennero sempre il Keller, pur tanto
ammiratore del bel sesso ed amico di più d'una donna, dal decidersi ad
ammogliarsi. Se mi si chiedesse quale di queste raccolte di novelle io stirai
la migliore, sarei alquanto imbarazzato nella scelta, giacché in tutte soavi
racconti notevolissimi e di sommo significato. Tuttavia a noi italiani le
Nocelle zurighesi, sature d'una storicità che è lontana dalla nostra, riescono
alquanto pesanti, e lo stesso Landvogt con Gveinfensee, che presenta tipi di
donne e tii amori con un umorismo sempre fresco e vivo, è tale da apparirci in
qualche parte alquanto puerile e grossolanuccio. Il Sinngedicht è troppo
teoretico, mentre vere gemme rifulgono nella Gente di Selcila. Non già che
anche nella raccolta selvilana non s'intravveda spesse volte il desiderio di
dimostrare e di ammonire; nel Panhras è l'idealista rinsavito nella lotta rude
per l'esistenza; in Fvau Hegel Amrain è una vera tesi pedagogica in azione, una
madre retta e saggia, che riesce il condurre al bene un figliuolo fantastico ed
un marito stravagante; in Das verlorene Lachen s'impone la questione religiosa
fra coniugi ed è propugnata la religiosità indipendente da qualsiasi setta. Ma
per me non sono le tesi morali che maggiormente m'appassionino; anzi di esse
farei volentieri a meno. La tesi è sempre un pericolo per l'artista. Ma in
queste novelle il Keller seppe svincolarsi da ogni preconcetto estraneo
all'arte; e nel plasmare caratteri, e nel descrivere paesaggi ed ambienti, e
nel far muovere le anime e le persone, riuscì quasi sempre magistrale, spesso
persino ammirevole. Ed ammirevole è pure la varietà somma di queste novelle,
dal gustoso apologo del Gatto Spiegel, graziosissimo scherzo dei tempi in cui
le bestie parlavano, ove lo Spiegel è un onesto campione di quella categoria di
gatti filosofi a cui appartiene il Murr dello Hoffmanu e lo Hiddigeigei dello
Scheffel; a quella Storia di tre giusti (Die (Irei gerechten Kammacher), che
piaceva tanto a colui che scrisse i Maestri cantori, perchè è una
impareggiabile pittura, grigio su grigio, di caratteri borghesi senza slancio e
senza poesia; a quella poetica e passionale storia di Giulietta e Romeo
villerecci (Romeo und lìdia aufriem Dorfe), che fra le novelle del Keller è
forse la più meritamente celebre. Questa storia di amore e morte fu paragonata,
non bene, ad altri rammodernamenti di temi shakespeariani, come ad esempio, V
André Cornelis di Paolo Bourget ('). (lj Bai.d, Non bene, mi sembra perchè lo'
Shakespeare c'entra ben poco, nel titolo e nello spunto iniziale dei due
giovani, innamorati, tìgli di genitori nemici. Il fatto è ispirato ad un
lugubre stellone di cronaca giornalistica: un giovine di 19 anni ed una
fanciulla di 17, figli di povera gente, repugnante alla loro unione, che, il 12
agosto 1847, dopo essersi divertiti in un albergo e dopo aver danzato buona
parte della notte si suicidarono insieme ('). A questo fatterello cupo c
purtroppo non del tutto straordinario nel nevrotismo dei giorni nostri, il
Keller seppe dare elasticità e grandiosità epiche. T due contadini Manz e
Marti, che arano i loro campi vicini, e poi per una di quelle lotte di
proprietà che i coltivatori della terra sogliono proseguire con tanta
cocciutaggine, diventano nemici, consumano in querele giudiziarie tutto il
loro, s'immiseriscono e s'incanagliano; sono figure che potrebbero palpitare
nella rude Terre dello Zola. Di contro a tanto realismo, con un contrasto
strano, spiccano le due creature, ingenue fino all'idillio, di Sali (0
Salomone), figlio di Manz, e di V re lichen o Vreeli, figliuola di Marti, che
cresciute por alcunJ*nnni insieme, si rivedono nell'età critica, e si amano con
uno di quelli slanci fulminei verso l'amore, che è sete di felicità in chi si
trova, sul fiore degli anni, immerso nella miseria materiale e morale. A quella
felicità hanno contro tutto, uomini e cose; ma essi vogliono B., II, pure
saggiarne e poi morire; passano una giornata da signori, ballano a perdifiato,
e poi s'adagiano su d'una barca carica di fieno, che mentre lenta va alla
deriva pel fiume è il loro talamo, e da cui scivolano abbracciati, in sul primo
imbiancarsi del cielo, nell'acqua gelida. Non molte volte la prosa tedesca è
riuscita ad assumere, come in questa splendida novella, la grandiosità calma e
solenne dell'epopea. Ma v'è un'altra operetta del Keller a cui io do una grande
importanza, e che mi sembra in tutto degna dell'autore della raccolta
selvilana: Sieben Legenden. Queste leggende erano già scritto nel 1 862 ; ma
solo dieci anni dopo videro la luce (' ). Da telluì-ista impenitente, il Keller
vi ha rinarrate, dando loro significato e sapore terreno, certe leggende pie da
lui lette nella raccolta di Ludovico Teobulo Kosegarten (*>. Non sono
veramente novelle; ma alle novelle s'accostano; tresche, semplici,
adorabilmente scritte. Lo stile del Keller non raggiunse altrove trasparenza
siffatta. In alcune, come nelle tre leggende mariane e nel San Vitale, il sarcasmo
del protestante e la canzonatura del razionalista stridono talora un po' troppo
sul fondo armonioso; ma altre, rome k'ngenia e specialmente La danzatrice (Das
Tanslegendchen), sono mirabilmente svolte, con una poesia candida ed olezzante,
non turbata, ma resa piccante, da qualche inciso lievemente ironico. La
interpretazione terrena di poetiche tradizioni cristiane, se anche nasconda il
sorriso di uno scettico, non è qui profanazione, perchè l'arte vera e delicata
non è profanatrice mai. Fuori dei paesi di lingua tedesca il Keller è
pochissimo noto. Parecchie sue novelle furono tradotte, alla spicciolata, in
francese (.'); nella lingua nostra si hanno traduzioni d'un apologo, di due
novelle del Sekhcyla e di due canzoni. Con poca lode registra queste traduzioni
il prof. Carlo Fasola, che non senza certa amorosa diligenza scrisse del Keller
in un articolo della sua Rivista mensile di letteratura tedesca (*). Ma egli
trascura l'infelice versione e riduzione italiana del Grime Heinrich, ch'è
l'unico libro per mezzo del quale chi non legga il tedesco può formarsi tra noi
una pallida ed incompiuta idea del novellatore svizzero (3). Il Fasola nel 1907
asseriva che da noi « questo scrittore veramente grande pare ancora un Cameade
» ; nel 1876 lui vivo, la signora Emilia Ferretti nata Viola, (1; Vedine
l'elenco in Bald., p. 505. l'2l Voi. I 11902), pp. 292 sgg. Con piccole
varianti, è il medesimo articolo ch'era comparso neWEmporium. voi. II (1895),
pp, 163 sgg. In quest'ultimo luogo v'è in più l'illustrazione grafica,
pregevole, alla quale già rimandai. La traduzione poco decente usci anonima
nella Bibìioteca della Rivista Minerva col titolo Enrico il Verde, romanzo
biografico, Roma, Società edit. Laziale lo diceva « nome quasi ignoto
all'Italia », e con la buona intenzione di farlo conoscere scriveva su di lui
alcune pagine assai superficiali ed in parte false, riassumendo la novella di
Giulietta e Romeo Sta il fatto, peraltro, che il nostro novelliere non è tra
quelli scrittori che possano godere di molta fortuna all'estero. Le qualità sue
medesime di elvetismo e di umorismo lo rendono estremamente difficile per chi
non abbia famigliarità col suo paese e con la sua lingua. Intenderlo e gustarlo
nelle traduzioni non si potrà, se anche le traduzioni saranno buòne, ciò che
avviene rosi di rado in Italia, quando si tratta di prosatori tedeschi.
Conosceva il Keller l'italiano, come provano le letture ch'egli faceva nel
XWiSò per un dramma, disegnato e non mai eseguito, sul Savonarola ('). Ma di
influssi della letteratura nostra su di lui non v'ha traccia, anzi appare da
qualche lettera ch'egli non aveva per gli italiani soverchia simpatia (*). A
Ludmilla Assing, che viveva a Firenze ed era amica del Mazzini e di parecchi
altri « italiauissimi », parla talora di cose italiane ('i; ma senza il minimo
interessamento : anzi, quando quella povera Assing è travagliata da sventure
Vedi l'articolo firmato Emma nella Xuoea Antologia, Serie II, Voi. 31 (aprile
1876>, pp. 711 sgg. 11 Jv. s'indignò per quell'articolo, come appare da una
sua lettera ad Adolfo Exner. Cfr. B., Ili, p. 230. B., II, p. 26. Vedi B., Ili,
p. 207 e anche II, p. 355. coniugali, ne scrive ad altri con grossolano
disprezzo, uè per la sua morte, avvenuta nel 1880 in Firenze, dopo accessi di
pazzia, trova parola alcuna di rimpianto ('). Ebbe bensì l'idea di venire in
Italia: ma non ne fece nulla. Gli mancava la grande curiosità del viaggiare. Si
recò solo in qualche parte della Germania e dell'Austria; non percorse neppure
compiutamente la sua Svizzera; non fu mai nè nell'Engadina nè nell'alto
Bernese, santuari del solenne alpinismo: solo a sessantanni, nel settembre del
1878, si decise a salire sul Rigi! (*) Spirito chiuso ed alquanto arido, non
aveva le grandi espansioni ed i grandi bisogni comunicativi degli intelletti
d'arte superiori. E sarà sempre straniero a coloro che furono stranieri per
lui. Nota aggiunta. — Inserito ue.1 Faiifnlla della domenica del •20 giugno
1909. B.. III. pp. 151, 15tt, J5SI. (-2) Bald., p. 2X1. Arlecchino. Verso la
fine di febbraio del 1899 corse voce per Bergamo alta, e ben presto si diffuse
nelle vie anguste fiancheggiate da foschi palagi e tra i rari viandanti dei
magnifici viali, che si svolgono sulle antiche mure attestanti veneta
munificenza, onde l'occhio domina panorama cosi variato e grandioso; corse voce
che nella civica biblioteca scartabellava libri da più giorni un tedesco, con
l'intento di mostrare che Arlecchino non era bergamasco d'origine. Dove mai si
ficca codesta nasutissima e dottissima teutonica oltracotanza? O che ne sarebbe
dunque di quel vecchio Alberto Ganassa, rinomatissimo zanni di Bergamo, che
secondo incontestabili documenti, avrebbe ideato il variopinto folletto, poco
dopo il lóTO, rendendolo famoso in Francia ed in Spagna? (l) E che avverrebbe
d'una tradizione costante, durata per secoli, nella commedia del (1) Il
Baschet, nel suo noto volume sui comici italiani in Francia, dà di Ini molte
notizie. Vedi anche D'Ascosa, Origini del teatro italiano, seconda edizione,
II, segg., e ora le Voticias biografica! de Alberto Ganana, comico famoso del
siglo XVI di E. Cotaeei.o y Mori, in Recista de archimi, bibiotecas y museos.
serie III, an. XII, n. 7-8. l'arte e nel pubblico, nelle scene goldoniane e
nell'umile baracca del burattinaio? Tanta petulanza non si potea tollerare. E
nelle stanze del bel broletto gotico ov'ba sede la biblioteca, là su quel
piazzaletto delizioso che è al culmine di Bergamo alta, e su cui guardano le
venerande min a della chiesa di S. Maria Maggiore, ed occhieggia il
rinascimento con la elegante cappella Colleoni, sfilarono popolani bene
informati, che misero in opera tutta la loro pittoresca eloquenza dialettale,
per distogliere lo studioso tedesco dall'idea pazza di dare ad Arlecchino una
patria che Bergamo non fosse. Fra le parecchie curiosità che gli fecero vedere
una ve ne fu specialmente gustosa: lo condussero nella bottega d'un droghiere,
ove gli additarono dietro il banco, tutto occupato a servire i suoi avventori,
l'Arlecchino carnevalesco della Bergamo d'oggi, Giuseppe Tironi. Interrogato,
egli espose con grande semplicità, senza interrompere le sue faccende, la
propria storia arlecchinesca: come, cioè, dal 1874 egli abbia vestito la
maschera e la incarni, in fin di carnevale, non solo a Bergamo, ma anche a
Lecco enei carnevalone a Milano; come quelle rappresentazioni gli costino
grande fatica e richiedano agilità straordinaria, che non consegue se non chi
abitui le membra dalla giovinezza a siffatta ginnastica; come purtroppo il
pubblico cittadino s'interessi sempre meno alle arlecchinate (a quelle almeno
popolaresche, di cui il Tironi è ingenuo e rispettabile rappresentante!),
sicché si può avere il malinconico pre ARLECCHINO sentimento che tra qualche
anno passerà in Bergamo il carnevale senza che Arlecchino riviva. Lei signora
Tironi, non senza qualche compiacenza, mostrò allo straniero il costume del
marito, ed egli ebbe la degnazione di dar qualche saggio dei suoi lazzi
prendendo in mano la spatola, acconciandosi sulla testa il cappelluceio moscio
con la coda di lepre, e assestandosi sul volto la maschera nera, orribile a
vedersi, scimmiesca, col naso l'incagliato, gli occhi tondi e infossati, la
barba ispida e scura. Tale l'Arlecchino Tironi. E chi dubiterà, dopo averlo
veduto, che Bergamo sia la vera ed unica patria della maschera gaia,
mobilissima, spiritosa talvolta nella sua infinita sciocchezza? La
investigazione scientifica non si tien paga a codeste prove, in cui entra per
tre quarti il sentimento, e dubita e scruta ormai da lunghi anni. A quelle
curiosissime apparizioni che sono le maschere della nostra commedia improvvisa,
onde andarono famose in tanta parte d'Europa le compagnie comiche italiaue, si
volse ben presto l'attenzione degli eruditi. Vi fu un tempo in cui prevalse
l'idea che quelle maschere avessero origini assai remote, e per analogie
esterne furono richiamate a certe figure dei mimi e delle atellane, che i
Romani avevano in gran parte ereditate dai primitivi popoli italici. Allora
negli zanni si vollero vedere gli antichi sanniones, nel dottore il vecchio
dossenno, nel pantalone il pappus, nel capitano il rnues gloriosus, nel
pulcinella il inaccus atellanico, nell' 'arlecchino il centunculus dei mimi,
dal vestito rappezzato ('). Ma ad una più attenta considerazione non potè
sfuggire che ben tenui sono i rapporti tra le maschere tradizionali e quelle
antichissime figure comiche di cui si sa tanto poco; ed inoltre si obiettò
giustamente che la continuità di quei tipi non si può in modo alcuno provare,
sicché sombrerebbe che d'un tratto rispuntassero nella seconda metà del sec.
XVI, mentre per secoli e secoli non se ne ha veruna memoria. È ben vero che
delle farse e commedie popolari dell'età di mezzo a noi son giunti scarsissimi
vestigi e che forse, bene indagando, certe caratteristiche di personaggi comici
persistono, variamente atteggiate nello spirito medioevale ('); ma è
altrettanto vero che gli argomenti sinora fatti valere non bastano a darci
fondata convinzione d'una continuità di tipi durata per un periodo cosi lungo.
Specie per quel che riguarda Pulcinella, rimasero senza confutazione gli
argomenti che tra noi addusse lo Scherillo in favore della modernità di quella
iliaci) In Italia fu rappresentante principale di questa tendenza il prof.
Vincenzo De Amicis, di cui sono conosciute due pregevoli dissertazioni sulla nostra
antica commedia, edite nel 1871 e nel 1882, la prima anzi ristampata nel 1897
con qualche modificazione ed aggiunta. Vedasi specialmente quel che osserva
intorno alla continuità del miles gloriosus il Xovati, nel Giornale xtorir.o
della letteratura italiana, V, 27il segg. Cfr. pure Gii, Skniciaglia, Capitan
Spavento, Firenze schera (*); anzi essi furono rincalzati da Benedetto Croce
(2), allorché il Dietrich cereo di ravvisare gli antenati di Pulcinella nei
freschi pompeiani Se anche, peraltro, si voglia ammettere, come 10 inclinerei,
che certe innegabili analogie tra le nostre maschere ed i tipi comici antichi
si spieghino con quella uniformità fondamentale nelle manifestazioni dello
spirito umano, che ha la sua più eloquente dimostrazione nella monotonia
essenziale dei canti e dei temi novellistici, sicché tipi e spedienti comici
analoghi, se non identici, si ripresentano sulle piazze e sulle scene per un
ricorso spontaneo necessario, non implicante in renimi guisa imitazione; resta
pur sempre curioso l'investigare in qual guisa ed in qual luogo la comicità
tipica delle maschere siasi venuta fissando. Ora lo studioso tedesco, a cui
accennavo nel principio di quest'artìcolo, 11 dottor Otto Driesen, è già da
parecchi anni occupato dall'arduo problema della primitiva formazione di
Arlecchino, e finalmente ci ha dato in proposito un libro pieno di molta ed in
gran parte originale dottrina i4), che emi ri) La ronimeilia dell'arte in
Italia, Torino, IP&l. (2j In un articolo pieno di osservazioni acute ed originali,
che comparve nel volume XXIII AeW Archivio storico per te Provincie napoletane.
(iJj Non credo che di molto si possa modificare la convinzione degli eruditi
per la dotta e recentissima opera di HkhiiAxs Kkich. Der Mimits, di cui usci il
primo volume a Berlino nel 1903. i4i Der T'rsprung des Harlekin, Berlin.
Duncker ferma i risultamene a cai erano giunti, quasi divinando, altri
studiosi, come il Littré nel suo celebre Dictionnaire ed il demopsicologo russo
Alessandro Wesselofsky ('). La dimostrazione del Driesen tende a farci vedere
che il sollazzevole servitore balordo, i cui lazzi inducevano un tempo al riso
anche bocche aristocratiche e poi lungamente formarono la delizia dei volghi;
colui che divenne famoso con Tristano Martinelli in Francia ed in Spagna, e
poscia, in pieno seicento, ingentilito da Giuseppe Domenico Biancolelli, ebbe
l'onore di godere la intrinsichezza di re Luigi XIV, e nel secolo successivo in
sè riuniva, per mezzo di Giov. Antonio Sacchi, gli elogi di due grandi rivali,
Carlo Gozzi e Carlo Goldoni (*), per finire straviziando, nel sec XIX, con
Antonio Papadopoli (s); colui che ebbe una storia non lunga, ma brillantissima,
ed accanto all'astuto suo compaesano Brighella, contribuì tanto alla fortuna
del nostro teatro a soggetto, per essere ora ridotto al lumicino, come dicono
le malanconiche confessioni del bergamasco Tironi, che forse è l'ultimo ad
impersonarlo in fi) Di lui sono specialmente notevolissime in proposito 1p pp.
8144-86' del Giornale storico della letteratura italiana, volume XI, 1888.
Chivoglia specificate notizie di tutti questi attori legga la benemerita opera
di Lumi Rasi, 1 comìrì italiani. I, 48(1 sgg.. II, 95 sgg. e 490 sgg. Circa il
Papadopoli arlecchino vedi G. Petkai, Lo spirito delle maschere, Torino-Roma,
1001, pp. 10 sggIl Rasi. Op. cit., II, 215, non accenna punto ch'egli abbia
sostenuto questa parte. carne ed ossa, mentre continua a vivere, umilissima
testa di legno, nelle povere baracche dei burattini (!); non è nato in Italia,
ma in Francia, ed è la trasformazione di un diavolo. * * Diabolico invero è il
suo ceffo quale lo conserva il Tironi, a cui dobbiamo esser grati pel prezioso
arcaismo della sua maschera, resa invece tanto più leggiera e fin leggiadra
dagli Arlecchini meno popolari di lui. Il Driesen rinvenne nell'archivio del
teatro dell'OjBcVrt in Parigi due altre antiche maschere di Arlecchino, che
hanno aspetto ancor più orrendamente selvaggio e satanico, e le riproduzioni
fotografiche ch'egli ce ne offre sono davvero significantissime. Rimontando
indietro nei secoli, troviamo narrata dal cronista normanno Orderico Vitale una
visione occorsa nel 1091 al prete Gaucheliu, il quale vide una notte « gentem
Ulani fantasticam quae vulgodieitur/rt»uV/Z/« Re-t'lequini » . È questa una
Aera processione di dannati, che passano tumultuariamente correndo, in vario
modo tormentati a seconda delle loro colpe, trasformazione d'un'antica saga.
germanica che imaginava schiere d'anime volanti per l'aria, guidate da un (li
Dal 1880 circa Arlecchino è sbandito dai teatri francesi di marionette ; ma
intorno al 18(30 viveva ancora ne) teatro dei Vaudevilles. rappresentato
dall'ultimo arlecchino celebre francese, il Laporte dio. Presso le genti
cristiane, la fiera caccia diventò strumento di dannazione, ed il dio guidatore
si trasformò in demonio. Anche in Italia vive questa tradizione delle anime
perverse trascinate per l'aria da demoni; specialmente vive ili qualche vallata
alpina, ove i fantastici e talor lugubri rumori che fa il vento sibilando tra
le gole de' monti e rompendosi alle rupi ed alle macchie, potè ravvivare nelle
menti ingenue imaginazioni tetre e paurose ('). Visse e vive nella Francia,
particolarmente nordica, ove la masnada assunse ben presto il nome di rnesnie
Hellequin, che sa di germanico o, come al Diez parve, di fiammingo. Le vicende
francesi di questa strana masnada segue con cura speciale il Driesen (*), e
mostra i vari sensi che assunse, secondo l'aspetto da cui la si considerava.
Chrestien de Troyes, nel 1162, discorrendo delle abilità di Filomela nel
ricamo, afferma: Xei's la maisnie Hellftquin Seiist eie en un drap portraire.
Il che si riferisce all'apparenza multicolore della masnada, nel qua! senso
ancor oggi si chiamano Un riflesso della caccia selvaggia si può asservare,
nelle tradizioni medievali, nel castigo inflitto ai crudeli in amore, di cui è
cospicuo rappresentante la novella boccaccesca di Nastagio degli Onesti. Cfr. W. A. Neilson, The
purgatori! of cruel beatities, in Romania, XXLX, pp. 85 sgg. Ci) Del soggetto s'era già occupato con
vantaggio (ì. Eavnai'u in un articolo inserito nelle Elude* romana dédù'ti «
Gonion Paria, Paris avleqnim i fuochi fatui nella Champagne. Circa il I23f>
II non de Meiy, nel TournoiemeiU Antecrisi, si rammenta della mesnie Hellequin,
allorché vede sopravvenire monna Civetteria, accompagnata dal suono dei
campanelli, segno che alla masnada non era poi sempre e solo attribuito un
aspetto spaventevole. Non tarderà molto a comparire il primo diavolo
buffonesco. Eccolo infatti nel bizzarrismo Jeu de la feuilìée di Adam de la
Halle, rappresentato ad Arras verso il 1262, curioso ed arditissimo dramma,
unico nella letteratura medievale, che a ragione fu paragonato alle produzioni
aristofanesche da un grande conoscitore della materia ('). Quivi non solo la
masnada si distingue pel suono de' suoi campanelli, quando precede la venuta
delle fate, ma balza in scena un hevlequin (è già avvenuta la dissimilazione
fonetica da heNequin), che ha il nome di .croquesots (maciullapazzi), e porta
alla fata Morgana il messaggio del suo signore, il re degli herlequitis, che ne
è invaghito. Croquesots non è fatto nè di nebbia nè di fuoco; esso è umano, è
giullaresco, è mordace. E tali perdurano gli herìequins ed il re degli
herleqm'ns, malgrado il loro terribile aspetto, nel teatro religioso dell'età
media (*); tale ci si presenta il G. Pahis, La liUérat. franraist au moi/en
age, Paris, 1890, p. 391. Nella scena dei misteri francesi l'imboccatura
dell'inferno era chiusa da un telone, su cui era dipinta la 3, libro cbe,
malgrado deficienze ed errori, era buona promessa, felicemente ottenuta, di
cose migliori. ivi accorrevano a frotte, tratti all'esca dei tacili guadagni.
In quella sua gustosa ed inesauribile Piazza universale di tutte le professioni
del mondo, il Garzoni, contemporaneo, ci descrive codesti montanari seesi dalle
vallate particolarmente bergamasche nella dominante, grossi al di fuori, ma
talora sottili al di dentro, tenaci, anzi cocciuti, non di rado maneschi,
volentieri burlati dal popolino che in quei laboriosi e robusti giovinotti
vedeva, con mal celata invidia, concorrenti molesti e si rifaceva
berteggiandoli per la loro grossolanità, palese anche nella parlata dialettale
rude ed esotica. Quella pailata, aggiunge il Garzoni medesimo, « i zani se e
l'hanno usurpata in comedia per dar trastullo e « diletto a tutta la brigata,
essendo ella di l'azza « di merlotti nella pronunzia e in tutto il rima« «ente
». Xe derivò quella lingua rustica bergamasca e facchinesca, che gli zanni
parlarono nella commedia popolare improvvisa e quindi anche nella scritta f1).
Nè ciò solamente. In quell'antica cariatide della piazzetta delle erbe oltre
Rialto, che comunemente si chiamò il gobbo di Rialto, ed alla quale i
Veneziani, per avere essi pure un Pasquino, affiggevano satire e caricature, si
volle non a torto vedere il tipo pieSu questo e su altri particolari della
formazione e dello sviluppo degli zanni vedasi un libretto coscienzioso di un
mio caro discepolo, il dottor D. Merlisi, Saggio di ricerche sulla satira
contro il villano, Torino, 1894, pp. 118 sgg., di cui il Driesen avrebbe potuto
giovarsi. trincato del facchino bergamasco, in altri termini la figura dello
sanni (*}. Lo zanni astuto e lo sanni balordo, tipi comici germogliati dalla
satira contro i villani e divenuti bergamaschi a Venezia, ottennero nella
commedia improvvisa una fortuna stragrande, e si moltiplicarono in quella
innumerevole serie di figure A-ariamente grottesche, che ci è rappresentata dal
Callot. Che uno di questi zanni, singolarmente elastico e perciò atto alle più
meravigliose giravolte e capriole, sia stato colpito dal gran fracasso e dagli
eccentrici ghiribizzi ginnici, non che dalla grottesca figura degli herlequins
francesi ed abbia votuto imitarli sulla scena, non deve far meraviglia: e ancor
meno deve far meraviglia che quella novità piacesse agli spettatori e li
facesse smascellare dalle risa. Gli spettatori francesi, che conoscevano quel
vestito, quella maschera diabolica e quei salti ancor più diabolici, avranno
detto : « ecco harlequin ; andiamo a vedere harlequin » ; ed il nome, strano e
ghiribizzoso ad orecchio italiano, avrà garbato anche allo zanni inventore, che
d'allora in poi, a consacrazione della sua trovata, e senza sospettare che il
diavolo ci avesse messo ancor più della coda, si sarà battezzato da sè medesimo
harlequin, italianamente Arlecchino. Chi sarà stato quello zanni1? Alberto
tìanassa od altri? Qui sta il mistero, che forse non si chiarirà mai. Cfr. A.
ÌIoschetti, lì gobbo di Rialto e le sue relazioni con Pasquino, nella terza
annata del Nuovo Archivio Veneto. Reniek Svaghi Critici 3J A «LECCHINO Resta
però il fatto, a parer mio, che se anche Arlecchino, coinè tale, ha origine
francese, molti de' suoi caratteri distintivi sono italiani, anzi bergamaschi,
e come tali si svolgono parallelamente a quello dello zanni astuto, del servo
procacciante, più direttamente collegato alle ligure servili dell'antichità,
Brighella. In Francia Arlecchino prese il ceffo, il vestito, il nome e certe
abitudini sbrigliate di saltimbanco, ma fondamentalmente egli era e restò
sempre uno sanni-, anzi se quello zanni primitivo non fosse stato, c'è da
scommettere che la fortunata figura comica non avrebbe mai calcato le scene, e
sarebbe sopravvissuta solo nelle leggende popolari, nel gergo teatrale, nel
tenace echeggiare di qualche proverbio francese, nelle consuetudini, dalla
civiltà illanguidite e fatte sempre più rare, di qualche charivari pazzaiuolo.
Il vanto d'aver tolto quella figura dal trivio spetta all'arte comica italiana,
la quale assimilandosene vari requisiti esotici, ebbe pur sempre il merito di
nou snaturare il tipo paesano, anzi di ribadirlo. Sicché lo zanniarlecchino, se
senza saperlo fu tinto dalla pece del diavolo, visse sempre onestamente uomo ed
onestamente gonzo, com'era stato in origine, prima di assumere veste e maschera
arlecchinesche; e se diavolo lo si potè chiamare perle sue mosse svelte, per le
sue snodature d'acrobata, per la insensibilità alle percosse, per l'inconscia e
beffarda impertinenza, pel ceffo orrendo prima della riforma del Biancolelli,
tutti debbono convenire che in fondo era un buon diavolo, degno di godere,
anziché il ghigno procace delle streghe e delle male femmine, il sorriso
malizioso delle sveglie Coralline. Nota aggiunta. — Xel Fanfulla della
domenica, '20 marzo 1£K)J. La mia argomentazione sulla.italianità della
maschera, da me ribadita nel Giornale storico, XL1V, 25tì, fu appoggiata da B.
Cuoce in La crìtica, II, 388. Dopo di che spiace il vedere che Ebmksto Caffi,
in un articolo su La questione d'Arlecchino, che si legge nella Rassegna
nazionale del lfi sett. 1908. nulla sappia di ciò, e ripeta l'ipotesi del
Driesen rispetto all'origine prettamente francese di Arlecchino. Per quel che
concerne Pulcinella vedasi una curiosa comunicazione di V. F^iselli nel
Giornale storico, LIV (1009;, 59 sgg. La leggenda dell' Ebreo errante nelle sue
propaggini letterarie. I Buttadeo. V'ha nel lungo e travaglioso cammino che il
genere umano percorre una serie di figure, mitiche o leggendarie, che sembrano
destinate ad una singolare specie d'immortalità spirituale, perchè ogni età vi
ritrova una parte di sè medesima, si che le ravviva nella sua fantasia e le
chiama a rappresentare, travestendole variamente, tendenze, bisogni, dolori,
che in fondo costituiscono quanto nella natura umana v'è di immutabile o di
ineluttabile. Di codeste figure la più eccelsa è certamente Prometeo, il mitico
Prometeo da tanti secoli rinnovantesi nella rappresentazione dello « spirito
umano che faticosamente si emancipa dalle esterne e dalle interne servitù »
('). Si dispongono presso a lui figure mitologiche, bibliche e leggendarie
diverse, tra Son parole di Auturo Graf, che scrisse già un buon libretto su
Prometeo nella poeitia, Torino-Roma, 1880. 48 (4). Ma la più eloquente storia
italiana di Buttadeo è nello squisito documento che Alessandro Gherardi
rinvenne tra le carte strozziate dell'Archivio di Stato fiorentino ed il 11)
D'Ascosa, in Romania, X, 213-15. Paris, Légendes, pp. 191-92. Masskra, 1
sonetti di Cecco Angiolieri, Bologna, 1906, p. 51. Cfr. p. 139. (4) Lega, Il
Canzoniere Vaticano Barlierino lai. 3953, p. 234. Cft. p. XXXVII. Joan Butladio
è pure chiamato l'ebreo errante in un sonetto burlesco pubblicato anonimo per
nozze nel 1894. Vedi Giorn. stor., XXIV, 481. Ora si sa che quel sonetto è del Vannozzo.
Cfr. Ezio Levi, Francesco di Yannozzo e la lirica nelle corti lombarde, Firenze
Morpurgo egregiamente pubblicò ed illustrò. Quel riferimento, dovuto ad un
Antonio di Francesco d'Andrea, riguarda le strabilianti operazioni di Giovanni
Buttadeo, in parecchie sue comparse in Toscana nel secolo XV e prima. Quel
Giovanni sa il futuro, conosce i segreti della gente, fa prodigi, è pratico in
tutte le lingue ed in tutte le scienze, si rende invisibile quando gli talenta
e chi più ne ha più ne metta. A decine cita l'autore i testimoni delle sue
abilità, nè sono esseri inventati o del tutto oscuri: il medesimo illustratore
ne appurò quasi sempre lo stato civile; e fra gli ammiratori di quel fenomeno
d'uomo v'è anche il dotto e celebre Lionardo Bruni d'Arezzo. Interrogato da
Antonio se egli si chiamasse Giovanili ButatMo, rispose: «Vuoisi dire «
Giovanni Batté-Iddio, cioè Giovanni percosse« Iddio. Quando saliva el monte
dove fu messo « in croce, e Ila Madre chon altre donne chon « gran pietà e
lamenti e pianti andaveno drieto, « allora si volse per volerle dire, e fermò
al« quanto e piedi, onde questo Giovanni el per« chosse di dreto nelle reni, e
disse: Va su tosto; «e Gesù si volse a Ilui: E tu andrai tanto to« sto che tu
m'aspetterai!». Parrebbe che non si dovesse ormai esitare nella spiegazione del
nome: l'ha data l'ebreo stesso! Ma i dubbi invece sorgono per l'appunto
maggiori a motivo della narrazione fiorentina, ove di solito Giovanni è
chiamato Votaddio, Botaddio, e in un luogo «Votaddio, altrimenti Giovanni servo
di Dio » . Ciò ha fatto pensare che l'antica interprelazione, a cui già vedemmo
consentire e il Bonatti ed il Tizio («impulerat Deum»), ed a cui s'uniforma il
villico siciliano ( « pirchi arributtau a Gesù Cristu»), non sia che una falsa
etimologia popolare, e che invece abbia ragione la egregia fra le cultrici
odierne di studi romanzi, Carolina Michaelis de Vasconcellos, la quale notando
che il nome consueto dato all'errante in Ispagna è Juan espera en Dios (una
volta anche Juan devoto a Dios) e in Portogallo Joào espera em Deus, pensò per
prima che il nome significasse devoto a Dio, votato a Dio ('). Congetturache
diede assai da pensare al Paris, il quale la discusse (*), arrecandovi una
nuova attestazione preziosa, quella d'un Liber terre sancte Jericsalem del sec.
XIV, ove colui che « impulit Chrij c stum Dominum.... corrupto nomine dicitur
Jo * hannos Buttadeus, sano vocubulo appellami' * Joannes devotus Deo ».
Preziossima indicazione senza dubbio, che ci richiama novamente alla Terra
Santa e di bel nuovo ci mostra bizzarramente commista nella memoria dei volghi
la profezia di lougevità premiante il discepolo eletto e la punizione
dell'offensore brutale, del Buttadeo, che non per nulla s'ebbe in sè rinnovato
il nome appunto di Giovanni. Ma del resto l'attraente, ma arduo e forse
insolubile, problema delle origini non deve distrarci Si- consulti il succoso
articoletto della Michaelis. 0 judeu errante em Portugal, nella Revista
Lusitana, an. I (1887), pp. ai sgg. Leijeiidfs NELLE SUE PROPAGGINI LETTERARIE
dallo scopo nostro. Buttadeo, Giovanni Buttadeo, è il pellegrino che l'Italia
conosce già nel dugento. Il suo peccato è d'aver crudelmente negato un po' di
riposo al figliuolo di Dio, che sotto il carico immane della croce batteva ]a
via dolorosa del Calvario. Variano le versioni nelle modalità: chi (ed è forse
ricordo di Malco e Cartafilo) pretende che l'inumano colpisse la sacra persona
del Redentore per spingerlo innanzi, chi crede lo stimolasse semplicemente con
la voce a procedere, chi ritiene gli contendesse di appoggiarsi alquanto alla
sua casa o di adagiare un istante su d'una panca (mnchiteddu, dice un testo
siciliano) le povere membra affrante. La punizione profferita dal Salvatore
suona non dissimile da quella presagita a Malco: solo Malco deve, attendere in
un luogo determinato, Buttadeo deve attendere camminando sempre, come volle che
l'Uomo-Dio camminasse. Vario è pure quel peregrinare, da provincia a provincia,
eia città a città, da paese a paese, con sosta o senza sosta prestabilita. Anche
qui è l'Italia che ci dà la prima determinata indicazione, conforme alle
narrazioni che verranno poi. Nel racconto di Antonio Francesco d'Andrea,
Giovanni Buttadeo «non può stare più che tre di per provincia », cammina
scalzo, non ha tasca, mangia e beve dove gli capita « e mai non vedi donde e'
si vengha e denari, e mai non gniene avanza » . SI preparano i famosi cinque
soldi, nè uno più nè uno meno, perpetuamente rinnovantisi, che per i suoi
bisogni ha sempre a mano Asvero. Asvero è la terza incarnazione di Buttadeo,
che prima era stato Maleo-Oartafilo. Asvero è l'errante su cui si schiuse,
nelle sue cento forme, la fantasia trasformati- ice degli artisti. Le paure del
finimondo, riprodueentisi ad ogni spirare di secolo, provocarono la comparsa di
un libretto tedesco, che uscì per la prima volta, con la falsa data di Leida,
nel 1602. Ivi si narrava che nel 1542 Paulo di Eitzen, venuto da Vittemberga,
ove studiava, ad Amburgo, vide colà in una chiesa, intento alla predica, un
uomo di c i nq uà n fauni circa, il cui sembiante ed i cui atti erano strani.
Alto della persona, i capelli spioventi sugli omeri, vestiva poveramente, con
un lungo mantello, che gli scendeva sino a' piedi, e questi avea nudi, malgrado
i rigori del verno, Ascoltava compunto il sermone, ed ogni volta che Cristo
venia nominato, si picchiava il petto e sospirava. Interrogato, rispose con
semplicità e modestia ch'egli era ebreo di nascita e calzolaio di mestiere, e
che essendo vissuto in Gerusalemme quando Cristo vi sofferse passione, era
stato testimonio oculare di quei grandi fatti. A nuove domande soggiunse che
reputando egli Gesù un seduttore del popolo lo trattò duramente allorché egli
passò, gravato dalla croce, innanzi alla sua dimora. Per riposarsi alquanto,
s'era il Redentore appoggiato alla casa dell'ebreo, ma questi, pieno di
maltalento e bramoso di farsi un merito presso i suoi correligionàri, gli
imposo di camminare innanzi. A tale intimazione Gesù replicò, guardandolo fisso
in viso: «Io mi «fermerò e mi riposerò, ma tu camminerai fino «al giudizio
universale». Da allora in poi tu sempre in moto. Assistè sul Golgota alla
tragica crocifissione, ma non gli fu concesso di tornare in Gerusalemme, se non
per vederla distrutta. Gira continuamente sulla superficie del globo, tranquillo,
severo, anzi melanconico, di scarse parole. Invitato a desinare, si nutre
sobriamente; se gli si offre del denaro, lo accetta per distribuirlo ai
poverelli. Per sè non ha bisogno di nulla, perchè Dio provvede ai suoi bisogni.
In tutti i paesi ove arriva, parla correntemente il linguaggio del luogo.
Tollera pazientemente la punizione inflittagli, perchè è pentito del suo
peccato e spera il perdono. — Chi sia l'autore dello strano libretto s'ignora,
perchè la prima edizione è anonima. In una successiva, ove l'incontro di Paolo
col giudeo è posto nel 1547, se ne dà per autore un Crisostomo Duduleo di
Vestfalia, pseudonimo di cui sinora non s'è potuto scoprire il segreto. Il
libretto ebbe in Germania straordinaria fortuna: nelle -elaborazioni successive
la durezza dell'ebreo verso il Messia è variamente rappresentata e giunge
persino all'efferatezza di farlo percuotere con una formadi scarpa. La
punizione è sempre la stessa: il nome è sempre Asvero, e solo nella menzionata
opera di Andrea Liba vio fa capolino il più antico Buttadeo ('). (li Rarissime
sono le edizioni antiche, sicché solamente in tempi recenti si è venuti a
chiarezza rispetto alla loro LA LEGGUNDA DELL'EBREO ERRANTE È generalmente
ammesso che nel libretto originario tedesco, insignificante come opera
letteraria, ma notevolissimo come prima narrazione seguita (se si faccia
eccezione per la relazione fiorentina rimasta inedita e perciò inefficace)
delle condizioni e vicende dell'ebreo, si ha a vedere con tutta probabilità la
mano di un prete protestante. Lo stesso nome di Asvero, che ebbe tanta fortuna,
ne è indizio. Asvero è il nome che hanno varii re persiani dell'antico
Testamento; specialmente noto è il personaggio che cosi si chiama nel Libro
cVEsler ('). Nei paesi protestanti l'apparizione dell'ebreo, ripetutasi più
volte nel secolo XVII, divenne oggetto di dispute teologiche, mentre nei paesi
cattolici se ne impossessò in mille guise la fantasia. Non è ragionevole il
credere che il misterioso personaggio veduto nel secolo XVI e nel XVII a Madrid,
a Danziea, a Vienna, a Lubecca, a Mosca, a Cracovia, a Bruxelles, a Lipsia, in
Inghilterra; che ancora nel secolo XIX meravigliò di sè i tranquilli abitatori
della Sassonia e di altre terre tedesche; che a Berna lasciò il bastone e le
scarpe, le scarpe massicce e rattoppate del grande cam bil)]iografia. Aucora il
Paris, nel suo primo articolo, aveva in proposito molte incertezze (cfr.
Lcgendes, pp. 162 sgrg). Fu il Neubaur, negli scritti da me indicati, che ne
diede la notizia più sicura ed esatta. Ad esso rimando siccome a fonte
eccellente. Aliasceros è denominato nella Bibbia di Lutero. Vedi Eira, IV, li;
Daniele, IX, 1; Ester, I, 1 e passim. Di là la forma del nome, che nella
vulgata suona Assiierii*. minatore ('); che nel 1868 si lasciò vedere persino
in America (!); che in Italia, a memoria di uomo vivo, incutè paurosa
venerazione ai buoni contadini del Veneto, della Sicilia, del Canavese; che
tornato dopo mille anni sul posto alpestre ove aveva già veduto fiorire una
città, vi trovò invece giganteggiare immane ii Cervino, sicché dalle lagrime
che quella trasformazione gli spremette dal ciglio riarso si formò il Lago Nero
(3): non è ragionevole, ripeto, il credere che alle molteplici apparizioni e
trasformazioni di questo personaggio non abbiano contribuito abili ciurmadori e
nevropatici vagabondi. Difficile il precisarlo oggi, in tanto succedersi di
fenomeni in cui le forze della psiche si palesano oscuramente, ove termini in
siffatti trucchi la malattia e dove cominci la frode; diffìcile lo sceverare la
verità dalla menzogna, giacché ormai siamo tutti d'accordo nel riconoscere che
non tutto l'inverosimile è bugiardo. Ma comunque sia di ciò, i casi come quelli
di Giovanni Bottaddio, di cui riferisce Antonio di Francesco d'Andrea nel
secolo XV, non posDi solito l'ebreo cammina scalzo, come quando apparve nella
chiesa d'Amburgo, e in questo caso narra la leggenda che pel lungo peregrinare
gli si sono incallite le piante dei piedi in modo da sembrare ferrate. Vedi
Nblhaur, Die Sage cit., p. 45. La bellissima tradizione è riferita da Mahia
Savi-Loi-kz nelle Leggente delle Alpi, Torino 1889, pp. 165-7. Un garbato
libretto che si legge con piacere per la vivace rappresentazione
dell'instancabile israelita nelle sue varie fasi, è quello di Cohbado Rieri,
L'ebreo errante, Roma, Voghera, sono essere invenzione pura: riè mera
invenzione saranno stati la più parte dogli ebrei eirauii, di cui narratori
degni di fede seppero riferire in diversi paesi. La tradizione popolare si
meseolò alla realtà; cervelli esaltati visi compiacquero truccandosi da Asvero,
abili impostori sfruttarono la credenza volgare per loro intenti loschi. Ma,
sostanzialmente, su questa gran diffusione popolare della leggenda influì in
ispeeie il libriccino tedesco tradotto, ridotto, rifatto, versificato in tutti
modi, cincischiato e trasformato nelle varie parti di Europa. La prima
diffusione del libretto tedesco fu in Francia e nei Paesi Bassi. Il Discvurs
véri tabi e d'un juif erratili, edito nel 1009, ne è tradii zione letterale; se
ne scosta invece, sebbene Paolo d'Eitzen vi sia nominato, la Hislnire ad mi
rubi» da juif errami, uscita essa pure nella metà del secolo XVII e
larghissimamente diffusa. Accanto a questi due testi, si hanno, in Francia, nel
Belgio ed in Olanda, numerose varianti d'indole popolareggiante, che qui
sarebbe inopportuno l'enumerare paratamente f1). In Inghilterra la figura
dell'errante viene usata a scopo satirico nel libro The iccmdering jew telìing
fortune* to Englishmeu, uscito nel 1640. In Danimarca il l'acconto tedesco fu
tradotto nel 1621 e s'ebbe fortuna; non diversamente accadde in Svezia nel (1,1
Rimando per esse e per tuttociò che concerne la iortuna dell'ebreo nella
letteratura popolare d'Europa alla pi fi volte menzionata e fondamentale
operetta del Xeubaur. N'EIjLE SDK PROPAGGINI LETTERARIE Non molto si conosce
circa la diffusione della storia nei paesi slavi i/j; in quelli di razza
latina, ove già prima serpeggiavano nel popolo le tradizioni su Malco e su
Buttadeo, fu conosciuto Asvero per mediazione francese. Si parlò anche,
dovunque, agli occhi del popolo; e nelle rozze silografie fu rappresentato
l'ebreo dalla barba prolissa, in abito di pellegrino, camminante perpetuamente
col suo grosso bastone e avente spesso alla cintola la piccola tasca coi famosi
cinque soldi che si rinnovano (*). Il soggetto, per altro, non inspirò, nelle
arti grafiche, capolavori: i disegni del fantasioso artista francese Gustavo
Dorè, comparsi nel 18ó6, si perdono negli accessorii di sfondo tratteggiati con
singolare bravura, e dimenticano quasi il miserello protagonista; nel grande
dipinto di quel simbolista scenografo che fu il Kaulbach, rappresentante la
distruzione di Gerusalemme, l'ebreo non ha che una parte secondaria, diremo
cosi, episodica; egli fugge dall'incendio struggitore della città maledetta
scacciato dalle Furie. Vedremo ora quale sia stato il destino della leggenda
asveriana nei regni multiformi della poesia. Un lavoro russo del \Vesselofsky.
uscito nel 1880 in occasione della prima memoria del Paris, non fui in grado di
leggere. Xella Romania, X, 212 il Paris medesimo prometteva di dar conto di ciò
che gli era stato riferito intorno alla fortuna dell'ebreo in Russia, ma non ne
fece poi nulla. Nel citato libro del Ciiami'flel'RY, Histoire de l'imagerie
populaire, sono riprodotti parecchi di quei grossolani disegni, tanto accetti
al popolino. li Asvero. Col nome biblico di Asvero, reso famigliare dai
libretti popolareggianti del secolo XVII, l'ebreo errante entrò nella
letteratura ed ottenne singoiar fortuna segnatamente in Germania. Pochi autori
lo chiamarono diversamente: Alessandro Dumas padre, nei due volumi (1853) del
suo Isaac Laquedam, dà all'ebreo questo nome, appoggiandosi alla aompkiinte
francese, scritta nel Belgio da persona che aveva qualche tintura di ebraico (');
l'opericciuola satirica inglese del 1640 gli foggia un nome semitico a cui non
è estranea la beffa; il barone tedesco di Malti tz lo chiama Gelasio; il
reverendo ministro inglese Giorgio Croly Salatine!; Adolfo Wilbrandt lo
trasforma in Apelle nella filosofica concezione del suo Mei ale r voti Pnlmyra,
e non occorre fermarci sullo strano poema di Roberto Buchanan, The -wandering
jew (1893), in cui l'ebreo è Cristo stesso, che fa la figura d'una specie di
salvatore fallito. In genere, però, è Asvero che ci ricompare d'innanzi, nei
più svariati, e spesso bizzarri, camuffamenti. Dei quali non è davvero Vedi
Paris, Légeniies dn moi/en-ót/e, p. 177, e Xeubaith, Die Sage coni ewigen
Jtiden, pp. 39 e 123. Nella leggenda poetica italiana stampata ad uso del popolo
da chi segui passo passo la complainte, l'ebreo è detto Ixacco Liquerleinme.
D'Ancona, in Nuova Antologia, LUI, 42t>. nelle biblioteche italiane, cosi
povere tutte di libri d'arte stranieri, che si possano aver notizie dirette e
compiute: ma per buona sorte abbiamo studi recentissimi, che ci aiutano almeno
a conoscerli in via indiretta. Alla ormai vecchia, ma pur benemerita, memoria
di Federico Helbig si sono venuti ad aggiungere in questi ultimi anni i
coscienziosi volumi di Giovanni Prost (*), di Alberto Soergel (3), di Teodoro
Kappstein (*), sui quali si può senza imprudenza appoggiarsi. Di essi feci
tesoro nei moltissimi casi in cui non mi fu dato d'aver fra mano i testi. Allo
scopo mio di rapido riassunto delle principali tendenze di pensiero, prevalenti
nelle elaborazioni asveriane, anche la notizia indiretta riusciva sufficiente.
Tenni d'occhio in particola!guisa la Germania, ove la straordinaria fioritura
di composizioni d'arte e di filosofia su questo argomento è spiegata non solo
dallo spirito di quel paese, tratto di natura sua alla speculazione ed al
simbolismo, ma dall'esservi stato larghissimamente diffuso il libretto
popolare, come vedemmo, tedesco d'origine, intonato alla tedesca, fruttificante
nel suolo tedesco. Tanto il Goethe, quanto il Mosen ebbero la prima spinta a
poetare d'Asvero da ciò che in gioventù udirono a riferire di lui nei luoDie
Sage vom eiciyeH Juden, ihre poetische W'andlung nnd Forlhildung, Berlin, 1874.
Die Sage vom
cwiyen Juden in der venerai deutsrhen Litteratur, Leipzig, 1905. \3) Ahasverdirhtuntjen seti Ooet/ie, Leipzig,
1(105. (4; Ahascer in der Wellpoene. Berlin gin natii Nella sola Germania il
Prost conta 69 elaborazioni artistiche della leggenda dell'ebreo ed il novero è
molto accresciuto dal Soergel, la cui bibliografia, la più ricca che sinora si
abbia conta (non trascurando i libretti popolari) 210 numeri. * * * Presso le
persone illuminate la fede nella realtà dell'ebreo errante, inconcussa nell'evo
medio, andò illanguidendo dal sec. XV in poi, e tutti sanno che dalla
miscredenza al ridicolo il passo è breve. Già nella prima metà del Seicento,
quando era in piena voga il racconto tedesco, compariva il disgraziato ebreo in
un balletto cortigiano francese del 16:58 a cantarvi certa sua incomprensibile
filastrocca, farcita di termini esotici, in parte pseudo-ebraici. Nel 1669 egli
fa una figura tra seria e faceta nella commedia spagnuola di Antonio de Huerta,
Las ciuco btaneux de Juan de Esperà en Dios. Nel sec. XVIII. in cui maturò il
razionalismo, tutta la gente colta stimava favola la credenza nel longevo
peregrinante, sic (1) Ctr. Nkpbaib, pp. 28 e 116. Aggiunte bibliografiche, di
non granile entità, fece Max KocHj in una sua recensione degli Sludien zht
ceri/leicfi. Literoturi/fir/iirìile, VI (lfKXi), p. 389. Il lavoro del Soergel
è il più ricco e meglio organato : quello del Prost, tuttavia, riesce più
agevole e chiaro per la disposizione cronologica della materia. Il Kappstein,
che non vuole « katalogisiereu ma « anregen », si trattiene solamente sulle
opere che a lui sembrano più significative. NELLE SCE PROPAGGINI LETTERARIE 507
clìè si facea strada la satira, destinata ad infiltrarsi fin nei concepimenti
del Goethe e dello Schubart, o dilagava la beffa in componimenti burleschi come
la mascherata inglese del 1797 di Andrew Franklin. Fu per altro solo il sec.
XIX che atteggiò la figura dell'ebreo a seconda della multiforme energia che si
addensava nell'anima propria, a seconda degli indirizzi vari di pensiero che
turbinavano nella sua mente di secolo rinnovatore. In codeste svariate
configurazioni ebbe parte preponderante il romanticismo. Sotto l'impero eli
quella nuova tendenza lugubre e sentimentale, la figura leggendaria si
umanizzò: narrazioni episodiche o componimenti lirici espressero il suo dolore
di non poter morire. In seguito personificò il popolo ebreo reietto e profugo,
quindi la personificazione s'allargò, e da un popolo solo venne a significare
l'intero genere umano, nel travaglio e nella lotto del suo continuo divenire.
Lo spirito filosofico se ne impadronì, e per alcuni l'ebreo rappresentò le idee
politiche liberali, le idee religiose più larghe e tolleranti, finalmente la
ribellione a tutte le confessioni positive; per altri, ortodossi, fu un
valletto dell'anticristo, una figum diabolica. In conclusione, a quella larva
indeterminata d'uomo eccezionale, che lasciava libero il campo alla fantasia,
ognuno foggiò quella individualità che più gli garbava, introducendovi parte di
sè e delle idee od aspirazioni proprie. Ritrarre sotto brevità i principali aspetti
di siffatte incarnazioni diverse, è lo scopo della disamina che segue. I primi
tentativi d'una figurazione letteraria di Asvero si debbono al Goethe (1 774= i
ed allo Scbubart (1783). Nelle memorie (Dichtung und Wahrheit) il Goethe espose
il piano dell'opera, che poi modificò durante il viaggio in Italia; ma i
frammenti, che ci pervennero postumi, del suo componimento, mal si accordano
col primo disegno e danno la persuasione che quel tema poco gli convenisse e si
prestasse solo a qualcuno di quei tentativi di poema drammatico simbolico che
dovevano aprirgli la via al Faust. Sul canevaccio del vecchio israelita voleva
il Goethe ricamare le sue convinzioni politico-religiose; per lui Asvero era
l'uomo comune, senza idealità, dato alla vita materiale, nemico d'ogni
innovazione; lo spettatore ironico, come fu detto, delle miserie umane.
Pensandoci su, in appresso, gli pareva scorgervi l'occhio aperto della storia
universale; ma il concetto non si determino altrimenti. E neppure il pensiero
dello Schubart, natura focosa ed indisciplinata quanto altra mai, venne a
maturanza. La rapsodia rimastaci di lui, umile frammento di maggior lavoro, ci
presenta l'ebreo nell'umana disperazione di non poter morire. Tutto egli
esperimento per procurarsi la morte. Si fece calpestare dagli elefanti, sfidò
gli artigli della tigre e le fauci del leone, provò i morsi velenosi del
serpente, si cacciò nelle città incendiate e rumanti, si gettò nel cratere
dell'Etna, ma nulla valse a togliergli il peso della vita. Dopo circa duemila
anni di peregrinazioni angosciose lo vediamo sul Carmelo, che getta via da sè
con terribile cinismo i crani ammonticchiati dei suoi congiunti e discendenti
('). Senza questa particolarità macabra, troviamo qualche altra volta
raffigurata anche di poi in Asvero la gran miseria del non poter morire; ma più
spesso da questo concetto dell'individuo non mortale si assurge alla
personificazione del genere umano perpetuamente affaticato ed errante, al «
vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo », che Con gravissimo fascio
sulle spalli-, Por montagna e por valle, Por sassi acuti, ed alta rena, e
fratte, Al vento, alla tempesta, e quando avvampa L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge, e più e più
s'affretta Senza posa o ristoro, Lacero, sanguinoso, infin ch'arriva Colà dove
la via E dove il tanto affaticar fu volto; Abisso orrido, immenso, Ov'ei,
precipitando, il tutto oblia. Questa allegoria della vita umana, che
all'infuori da ogui rapporto con l'ebreo errante tro (1) Il CiiasipfleCkv,
Hìsltiire de Vimagerie populaire, p. 42, riproduce facsimilata nna ÌDcisione
tedesca moderna, che rappresenta per l'appunto Asvero in quell'atteggiamento
disperato. villino accennata dal nostro Leopardi (M, costituisce l'intima
essenza della maggior parte delle creazioni poetiche as vedane, sia che esse
iniaginino l'ebreo pentito e volto al bene mediante la gran luce del
cristianesimo piovuta su di lui, sia che lo rappresentino pertinace
nell'empietà e disperato insidiatore d'ogni felicità dei mortali. Così in Halle
und Jertisalem dell' Amim 1 18091, l'ebreo si dà ad ogni specie di opere buone,
e, fatto cristiano, spira placidamente presso il santo sepolcro; cosi nella
novella di Franz Ilorn che inspirò le due prime tragedie sul soggetto, quelle
di A. Klingeman e di W. Iknrrienl, l'ebreo diventa maestro della vera vita, che
è quella dell'anima, di contro alle a trattative della falsa vita, che è
queliti del corpo: cosi nella maggiori1 elaborazione russa ilei soggetto, il poema
del .lonkoffsky rl852.', assistiamo al travaglio psicologico di un uomo che
lentamente, in mezzo alle tempeste della vita, muta animo e si converte; cosi
nell'altro poema, in un certo senso parallelo, di Edoardo (Irenici-, La inori
du juif erranl (1854), il peccatore si converte per una visione e muore
confortato da Cristo; cosi nel grandioso concepimento del danese Paludati
Moller , ove è ritratto Asvero quale simbolo della umanità pessimista,
nell'estremo conflitto della fine del mondo; così nell'ultima produzione
asveriana di alto stile, il dramma di il) Il felice avvicinamento del Pastore
errante leopardiano si deve al D'Ascosa, nel cit. articolo della Xuova
Antologia. Giovanna e Gustavo Wolff ii, ove Asvero prosegue in certo modo il
destino di Fausto, e in compagnia di una certa Asvera, che si chiama Atta, di
fronte all'ideale cristiano che addita il cielo, mostra il progressivo
perfezionamento umano in questa vita col mezzo della comunione dei due sessi. E
questo unii specie di inno alla vita terrena, in cui la lirica predomina. Ma la
lirica, di solito, fa assumere ad Asvero altra tendenza; è il Weltschmei'c che
tutto lo compenetra: i melanconici figliuoli del secolo scettico e sconfortato
con la maschera del perpetuamente errante davano sfogo al loro prepotente
desiderio di pace. Il Song for the wamlei-ing jew del Wordsworth i I8OO1
inspirò probabilmente la romanza di Guglielmo Mailer, che è tutta affanno per
il gran peso dell'esistenza. Lo sforzo del Seidl di combattere coi suoi due
Asveri posti di fronte la malattia romantica del secolo non valse. Imitando in
qualche parte la diffusa poesia su Le juif errant del Béranger (1831),
l'elegante Chamisso, in parecchie sue liriche, rappresentò in Asvero il proprio
amore non corrisposto ed i tormenti1 della propria nostalgia. E tutto il suo
tetro pessimismo prestò ad Asvero il Lenau in quello dei suoi Heidebilder
(1833) in cui il vecchio indistruttibile abbraccia il cadavere del giovinetto
pastore ed esce in un inno alla morte liberatrice, che finisce con la strana
efficacia di questi versi sublimi: Las.s dich limarmeli, Tod, in dieser Laiche.
Balsamiseh rieselt ihre frische Kiihle Durch mein Gebein, durch meines Hirnes
Schwiihle. Assai meno potente hi poesia Der eiKuge Jn.de del 1839, ma 'nell'ini
Luogo e nell'altro l'ebreo non è che un prestanome di Niccolò Lenau. * Sinora
abbiamo veduto specialmente l'efficacia che ebbe sugli spiriti dei poeti uno
degli elementi della nostra figura leggendaria, la perpetuità errante. Ma
allato a questo v'è pur un altro elemento non meno osservabile, quello che è
dato dalla realtà oggettiva che codesto errante tante volte secolare dovè
conoscere de visi'. Asvero entra nella storia, come spettatore glaciale, come
genio filosoficamente benefico, come personificazione d'idee o tendenze, come
simbolo di ribellione. Il primo a dare esempio di questa maniera di far
funzionare l'errante fu, già nel 1791, W. F. Heller, coi suoi Briefe rie»
eirigen Judeii, che sono una scorsa sintetica alle vicende del mondo
obiettivamente osservate dall'ebreo longevo. Nel 1832, J. v. Zedlitz imagina
Asvero sempre vigile nella tomba e come in sogno gli fa passare dinanzi i
maggiori avvenimenti storici, con lo scopo specioso di flagellare Napoleone,
rappresentato come un nuovo Attila. Due episodi storici sono pur quelli che ci
mette innanzi lo Schenk in due frammenti epico-lirici sull'ebreo, che videro la
luce nel 1834 e nel 1836: due anni appresso F. F. Franke con lo pseudonimo di
Ferd. Hauthal imaginò una Asceviade, che dovea percorrere la storia universale
rilevandovi le principali lotte religiose. Ne abbiamo solo il principio,
farraginoso e pesante. Assai più sembrerebbe che si dovesse aspettarsi dal
grande novellatore danese Cristiano Andersen, il quale nel suo Ahasverus (1844
e 1847.) imaginò il fantastico pellegrino come lo spirito del dubbio e della
negazione, a convincere il quale della grandezza di Dio è necessario ch'egli
assiste allo svolgersi della storia umana. Questa impostatura non era davvero
cattiva; ma l'opera poetica riusci poco chiara e poco grandiosa, perchè cosi
voleva il temperamento dell'artiste, chiamato ad altro. Tuttavia quel
concepimento trovò in Germania imitazione neìì'Ahasrer di Seligmann Heller
(1866), esteso poema filosofico in terzine, poco noto anche fra i tedeschi. Qui
Asvero non è altro che un'idea: una personificazione astratta dell"uman
genere. Gli si svolge dinanzi la storia, dal giudaesimo all'umanitarismo,
attraverso il cristianesimo. Uomo, invece, in tutta l'estensione del termine,
che vive nelle amarezze e nei dolori de' suoi sciagurati nepoti e assaggia cosi
tre capitali periodi storici, è 1 "Asvero di M. Haushofer '1886), intorno
a cui il suo ajwtore consumò la vite e che qualche critico paragonò alla
Commedia dantesca. Unità non vi è; sono tre drammi accostati, ma la loro
potenza poetica è grande. Ben misere cose sono, al confronto, le peregrinazioni
a traverso alla storia del personaggio imaginario, largamente concepite e solo
in parte eseguite nell'opera prosaica dal primo Dumas. Categoria a parte di
componimenti è quella in cui Asvero ha spirito deciso di ribellione, anche se
non arrivò ad assumere aspetto diabolico come nel romanzo di Levili SchQcking,
Der liaaevnfùrst (1851). La simpatia per la ribellione è frutto rivoluzionario
del romanticismo ed ebbe interpreti in tutti i paesi d'Europa, segnatamente,
nel nord, il Byron e lo Shelley, nel sud il Carducci ed il Rapisardi. Giulio
Mosen, nel suo poema epico Ahmrer (1838), imaginò l'ebreo uomo, in vari periodi
della storia, lottante, nella sua disperazione di padre orbato più volte dei
figli, contro l'inesorabile e crudele Iddio. È questa la pugna quotidiana,
tenace, inevitabile, feroce dell'umano contro il divino, rappresentata talora
con tocchi di grande efficacia, ma in complesso oscura ('). Più perspicuo, ma più
povero, è l'errante della lirica di J. (>. Fischer (,1854), nella quale
assume i caratteri di Prometeo e rappresenta la verità di contro alla tirannia
oscurantista divina. La regina Elisabetta di Rumenia (Carmen Sylva) nel suo
poemetto Jeliova ( 1882) fa pure di Asvero una specie di Prometeo, per non dire
di Capaneo, che sfida il Creatore, ma trova finalmente nell'idealismo
filosofico tedesco la possibilità d'una fede, e in essa muore. Anche nell'altro
poema simbolico del Mosen, Hitter Wahn, v"ha non poca nebulosità di
concetto. Fra le parecchie composizioni, di che por brevità qui si tace, ove
l'ebreo entra in un'episodica narrazione storica, va annoverata quella che rese
il nome di Asvero più noto plesso il pubblico d'Italia, VAhasrer in Itom di Roberto
Hamerling iltflió). E poema di vivissimo colorito, nella rappresentazione
fulgida dei contrasti dell'età neroniana. Il Grillparzer già disse che dovrebbe
a maggior diritto intitolarsi Nerone, e cosi osò fare, traducendolo, il nostro
Vittorio Betteloni. Intorno alle straordinarie risorse che può avere il
carattere di Nerone molto s'è scritto, anche in Italia, in questi ultimi anni,
massime dopo la immensa fortuna del troppo celebrato romanzo dello Sienkiewicz
('j. Il maggior difetto del personaggio di Nerone nello Hamerling è di avere
esso pure, fondamentalmente, funzione simbolica (:). Tutto simbolo è Asvero,
nuova incarnazione di Caino, portata ad operare in mezzo a persone storiche:
una astrazione sotto forma umana; l'umanità eterna, ma nel suo lato mefistofelico.
Come concezione asveriana il poema dello Hamerling non vale molto (3i. Notabili
sono specialmente gli scritti di Gaetano Negri e di Carlo Pascal. Vedansi gli
articoli sereni (giacché non sempre prevalse la serenità in questa disamina
storica) di Achille Cokn nel periodico Atene e Homo, anno III, 1!KX). Leggansi
le osservazioni di Ko3iUAi.no Giani, // Xerone di Arrigo Boito, Torino, 1901.
p. 52. Xel volumetto del Giani si ha una coscienziosa rassegna dell'uso che
fece la poesia, specialmente quella drammatica, della figura di Xerone. (3>
Troppo severo, tuttavia, gli è il Soergel : il l'rost scrive su questo tema le
migliori pagine del suo li Da questi concetti simbolici sorti nel seno della
storia è breve il passo al simbolismo di tendenze religiose, politiche,
sociali. E i primi esempi di questo sono remoti. Già nel 1714, quando non
tacevano ancora le discussioni sulla realtà dell'ebreo, Gianjacopo Schud, nelle
sue Judische Merkw'ùrdigkeiten, lo interpretava come un simbolo del popolo
israelita vagante sulla superfìcie del globo, per la maledizione del sangue
sparso di Cristo, piovuta sopra il suo capo, e l'opinione, poggiante su alcuni
celebri versi di Prudenzio, trovò seguitatori (*). Nel secolo XIX le condizioni
religiose e politiche mutare fecero assumere a quest'idea diversa colorazione:
la posizione economica conquistata dalla razza semitica nella società europea
produsse lo strano fatto che Asvero divenne per molti bandiera di lotta
antisemitica, mentre altri, in nome suo, corsero alla difesa. Prima del Goethe,
uno scrittore israelita compose certo Spiel voti Ahasvei; che doveva essere
cosa ben cruda se l'autorità municipale di Francoforte, bro (pp. Hl-lMi). Le
considerazioni di L. A. Michki.anueli, Sopra V Ahascero in Roma poema di lì.
Hamtrliny, Bologna. 187H, sono d'una prolissità spaventosa, ma spesso colgono
nel segno. Cfr. specialmente le pp. 13D-40. 142 e ló(>57. ri) Vedi Xeuhaur.
Die Sage cit.. pp. '22, 118. 15S8. Istruttivo è nel libro del Soergel il
capitoletto Ahaseer ah Vertreter des jttdinclien Voìkes, pp. 57 sgg. r»i7 nel
1708, non sólo ne fece proibire la reciti), ma ordinò che se ne ardessero tutti
gli esemplari a stampa, sicché noi ora, purtroppo, non lo conosciamo più. Molto
tempo appresso un celebre novelliere tedesco, israelita di nascita e di
religione, Bertoldo Auerbach, non tanto in una sua novella del 1827, quanto
nell'importantissimo Spinoza (188ó), rappresentò con Asvero il perseguitato
giudaismo, riconciliato finalmente con l'umanità dal grande pensatore olandese
('). Con siffatto intento di compassione e di ammirazione verso gli ebrei fu
interpretato Asvero anche da altri; ma più di frequente egli servi a sfogare
passioni antisemitiche. HrW Altascerus di Bernardo Giseke (1868) è il cieco
giudaismo che odia il cristianesimo; nel mistero di Giovanni Lepsius (1894)
raffigura il tragico conato del popolo giudeo per trovare il nuovo Messia; il
poema di Giuseppe Seeber (1894), salutato in Germania con entusiasmo, porta la
tragedia messianica di Asvero ad una conclusione, che è conforme alle teorie
chiliastiche: quel tipo vagabondo dell'ebraismo antico giunge a riposo solo
quando tutto Israello è redento, cioè convertito. Più ristretto concepimento,
ma sempre intonato alla questione semitica, è ne\Y Ahasver del prete austriaco
Enrico von Levitschnigg (1842), che con molta vivezza porta innanzi l'ebreo
moderno da rigattiere fatto banchiere, che stende la mano unghiata È noto che
lo S]>inozn nacque da genitori ebrei di culto spagnuolo. sul mondo intero;
nel romanzo di Fr. Mauthnef De)neue Ahamer nel dramma asveriano dell'olandese
Ermanno Heijermanns, che mette in scena un episodio della persecuzione degli
ebrei in Russia. Come alla questione semitica nei paesi in cui specialmente si
agitò e si agita, cosi Asvoro fu ben lontano dal serbarsi indifferente agli
altri problemi che s'imposero al consorzio umano nel gran rinnovamento liberale
de] secolo XIX. D'un Asvero fautore di libertà, nemico del medio evo, del
misticismo, della scolastica, è ovvio l'intendere come e perchè desse il primo
esempio hi Francia con le satiriche Tableltes da jaif crrant di Edgard Quinet
(\82'2) . le cui tracce sono seguite in Germania nel iìelasius del Maltitz
(1820) e nel New; Aliaaver di Lodovico Kohler. Tendenza anticlericale e
rivoluzionaria ebbe il voluminoso, fortunatissimo romanzo in dieci volumi di
Eugenio Sue., Le jaif erranf (1844). In esso Asvero è il lavoratore diseredato,
che si oppone al clero sfruttatore, con allato Erodiade, la malvagia omicida
del Battista. Con slancio di carità non mai smentita, Asvero passa dal nord al
sud, dall'est all'ovest, per recare soccorso ove se n'ha bisogno. Tanto egli
quanto Erodiade finiscono perdonati ed Disposizione di spirito in tutto diversa
manifesta il Quinet dopo un decennio nel mistero Ahasvérus del 183B. Questo é
frutto d'una sentimentalità morbosa e d"una fantasia sbrigliata, e troppe
volte dà nell'oscuro e nell'incongruo. A ragione il Lanson chiama il Quinet «
faiseur d'apoealvpses. Asvero presagisce la distruzione del chiericato egoista
e tiranno, e l'avvento trionfale della democrazia, in cui il lavoro sarà,
rispettato, amato, valutato, compensato. Il successo di questo romanzo a tesi,
in cui è scarso il valor letterario, superò ogni aspettativa: la Germania ne
smalti in quattro anni più di quindici edizioni, delle quali una sola contava
undicimila esemplari. Trovò anche colà imitatori, tra cui emerge il romanzo
storico Ahasver di Chr. Kuffner (184(1), il cui ideale asveriano di amore
sociale non fu estraneo alla creazione dello Hamerling e forsanco neppure a
quello dello Sienkiewicz. Particolarmente dal 1880 in poi, i progressi fatti
dal socialismo provocarono la nascita di parecchi Asveri più o meno
dottrinariamente socialisteggianti, l'ultimo, e forse più notevole, dei quali è
nel poema Ahasver di Gustavo Rentier (1902), energica figurazione del
proletariato che insorge contro ogni specie di oppressione sociale e contro
ogni bassezza morale. Se questa è l'ultima forma di Asvero nell'ordine
politico-sociale, ve nha un'altra, non meno moderna, nell'ordine filosofico.
Tutti sanno quale influsso esercitarono le idee del Nietzsche sul pensiero
europeo. A quell'influsso non si sottrae neppure l'antico errante e l e
teoriche individualiste trovarono un portavoce anche in lui('). Per contro
altre produzioni, come il poema di M. E. von Stf.kn, Die Insel Aluiauer til31
terminato: tener desta la fede, esaltare le anime nel servigio di Dio,
diffondere la moralità cristiana ; e però quelle vecchie vite di santi tenevano
dtjlla biografìa, del panegirico e della le zione moraleggiante. Ingrandire i
fatti perchè all'elogio meglio servissero, ritorcerli a maggior gloria del
Signore e ad esempio di moralità e di fede, non erano punto azioni che si
giudicassero sconvenienti. Con questo concetto così preciso del lavorio leggendario
e retorico, vuoi popolare, vuoi individuale, è facile imaginare come sia restio
il Delehaye nel concedere ai testi agiografici il valore di documenti storici.
Importante e fecondo sembra a lui pure lo studio comparato delle religioni; ma
contro le troppo facili identificazioni del culto cristiano col pagano, contro
l'idea che la devozione ai santi sia una concessione fatta dalla Chiesa alle
abitudini inveterate del politeismo, contro il presupposto della dipendenza
diretta e immediata degli onori tributati ai santi da quelli con cui i pagani
esaltavano i loro eroi, scrive pagine di ragionamento serrato, nutrite di
meditata dottrina. Ammette bensì che la tradizione del culto degli eroi abbia
conservato negli animi una migliore disposizione ad accogliere quello dei
santi; riconosce certi adattamenti di templi pagani a uso cristiano e
l'analogia non intenzionale di certi santi con certi eroi; trova non solo
verisimile, ma storicamente necessario che nella nuova religione si scoprano
vestigi di gentilesimo: ma sostiene che il culto dei santi ha un fondamento
essenziale diverso da quello degli" eroi, derivando esso dall'onore reso
ai martiri, incili nato dal Cristo medesimo i*). La mitologia comparata, pur
raggiungere certe identificazioni, ha costrutto talora a sua volta delle vere
leggende erudite, come fece lo Harris per ravvisare nel cristianesimo il culto
dei Dioscuri e altri per identificare san Luciano con Dionysos e santa Pelagia
con Venere Afrodite. In siffatte identificazioni analogiche bisogna procedere
coi piedi di piombo, giacché il lasciarsi trascinare dalla ingegnosità
soverchia o dal preconcetto impellente è cosa facilissima. Non minori cautele
son praticabili nel giudicare sospetti alcuni santi solo perchè hanno nomi di
divinità greche ovvero significanti la personificazione di un attributo. La
buona critica può riconoscere bensì in questa condizione di cose qualche motivo
di titubanza; ma è pur d'uopo tener presente che in ispecie i Romani usarono
talora imporre ai loro schiavi e liberti nomi bizzarrissimi, di divinità o di
esseri astraiti, sicché il solo significato del nome non dev'essere indizio di
falsità. Siccome è assurdo l'ammettere una brusca discontinuità nella storia,
va da sé Siffatto raginnaniento, condotto con finezza e con cau tela, è ben
altrimenti convincente che le consuete riflessioni proposte dall'ortodossia
cattolica nel mettere a confronto il santo e l'eroe. Quanta grossolanità vi
fosse nn tempo in siffatti confronti può vedersi in una chiacchierata su
L'ayiografia antica e moderna della Civiltà Cattolica, Serie 3», voi. \ li
(anno che nella religione nuova molti elementi pagani si continuarono e
rivissero in forma l'innovellata. Il Delehaye ritiene anzi che un sempre più
accurato e profondo studio comparativo moltiplicherà il numero dei fatti che
riattaccheranno al paganesimo le leggende di molti santi; ma non per questo si
sarà licenziati a dire, per esempio, col Ilartland che in san Giorgio la Chiesa
ha « convertito e battezzato l'eroe pagano Perseo ». L'infiltrazione di elementi
letterari pagani nelle leggende agiografiche cristiane è un fatto talora
innegabile, tal'altra assai verosimile; ma ciò non dà ancora facoltà di
distruggere la personalità reale del santo e di concludere ch'egli sia un dio
pagano o un eroe pagano cristianeggiato. Massimo errore è, in materia
agiografica, il non separare la personalità del santo dalla sua leggenda:
questa può essere assurda, il santo legittimo. L'atteggiamento, peraltro,
dell'indagatore moderno di fronte ai fatti biografici recati dalla tradizione o
attestati dagli agiografi deve essere, non pur prudente, ma razionalmente
scettico: per le ragioni esposte, tanto la tradizione popolare quanto il
racconto degli agiografi sono il più delle volte mendaci; poco valore hanno le
tradizioni della chiesa ove il santo è venerato, ed è un'illusione il credere
d'aver ricostrutto la verità storica allorché si siano eliminati da una
biografia i tratti inverosimili e si sia trovata corrispondente a puntino al
vero la topografia. Anche nei romanzi del Bourget, osserva spiritosamente il
nostro Bollandista, la. to pografia è talora esattissima. Che si direbbe di chi
ne concludesse che quei romanzi narrano fatti realmente accaduti? Una cosa ve
eli al Irniente e solennemente reale nel complesso delle leggende agiografiche,
e questa nessuno potrà negarla: l'ideale concretato nella santità. Le parole
con cui il Delehaye chiude il suo libro sono nobilmente significative. La vita dei santi, egli
dice, è « la réalisation concrète de l'esprit évan« gélique, et par le fait qu
elle rend sensible « cet idéal sublime, la legende, cornine toute « poésie,
peut prétendre à un degré de vérité « plus elevé que l'iiistoire ». « * Difficilmente, nel seno dell'ortodossia
cattolica, si potrà portare a maggiore elevatezza spirituale il concetto della
santità e circoscrivere di maggiori cautele l'accertamento del vero. In fondo,
non batte diversa strada neppure uno studioso nostro del diritto, che
recentemente sciasse un libro dotto e arditissimo sul santo di Assisi (ri. La
parte più solida, se vedo bene, in quel libro, in cui la temerità dell'ipotesi
non ha limiti e non scarseggiano neppure gli errori di fatto, sta nell'avere
intuito in san Francesco Tamassia, San Francesco d'Assisi e la sua leggenda,
Padova e Verona, Drucker un tipo, che già nella prima biografia del CeIanense è
compiutamente costituito e si contrappone, materiato con gli elementi della
tradizione evangelica e con tratti desunti in massima parto dalle opere di
Gregorio Magno, al clero degenerato ed avido di beni mondani. E improbabile che
i cultori di studi francescani si pei'suadano col^Tamassia della parte di
eretico, rientrato per via della leggenda nell'ortodossia, che vuol far
giuocare a san Francesco; nè gli meneranno buono il sistema di escludere il
fondamento reale di certi fatti, solo perchè essi hanno riscontri negli
avvenimenti o nelle leggende o nelle dottrine anteriori, quasiché la
tradizione, specialmente religiosa, non abbia la tendenza a ripercuotersi nella
realtà non meno che nella fantasia; nè potranno convincersi della genesi
unicamente letteraria che è assegnata al fatto delle stimmate, e se anche nella
seconda biografia di Tommaso da Celano vorranno riconoscere gli elementi
dottrinari che valgono a farne un « manuale di perfezione monastica », non per
questo vi ravviseranno addirittura « il capolavoro dell'impostura monastica del
secolo decimoterzo ma ciò non per tanto tutti dovranno ammettere che
l'indagine, se anche abbia trascinato l'autore a conclusioni eccessive, ha
indiscutibile utilità e non rimarrà senza buoni effetti nell'agiografia.
Lasciata da parte la fede (positiva o negativa), che non è strumento di
ricerca, si avrà fatto un gran guadagno accordandosi tutti nel giudicare la
santità coi criteri AGIOGRAFIA SCIENTIFICA psicologici moderni (') e nel l'in
daga re le vicende dei santi eoi metodi severamente scientifici che già da
molto tempo si applicano con profitto alla storia profana e alle leggende
profane. Lo spirito del genere umano è uno ed opera . 011 leggi costanti: è
puerile il ritenere che in materia religiosa esso deroghi a quelle leggi.
Purtroppo una voragine intercede ancora fra lo studioso credente e lo studioso
non credente: la possibilità della sospensione delle leggi naturali nel
miracolo, che il credente ammette e l'incredulo nega. Ma chi tien dietro
spassionatamente ai progressi grandissimi che gli studi religiosi vengon
facendo, trova che insensibilmente codesta voragine perde di profondità e di
ampiezza. La parte più colta del clero si piega orinai alla discussione del
miracolo e talora lo pone apertamente in dubbio (*). È vero che la maggior
parte dei miracoli non costituisce articolo di fede: ma è vero altresì che la
tendenza scettica cosi lucidamente tracciata dal Delehaye rispetto
all'agiografia non ha da fare che un passo e può essere applicata ai Vangeli
(3). E La psicologia del santo non fu perauco indagata in conformità alla
scienza. Il troppo fortunato libro sul soggetto di Enrico Joly, che ebbe anche
una traduzione italiana Roma, Desclée e Lefebvre, 190-1,1, non ha base
scientifica. Per citare un esempio tra mille, gravi dubbi ormai si sollevano
nel clero stesso su quello che fu considerato come uno dei più angusti fra i
santuari cattolici, la casa di Loreto. Vedasi nel presente volume l'articolo
speciale da me consacrato alla questione lauretana. Lo ha detto apertamente, a
proposito del libro del Deallora? Non si spaventino gl’ortodossi per questo.
L'esegesi biblica, a cui teneva tanto l'illuminato pontefice Leone XIII, può
essere praticata presso i cattolici con una indipendenza di criteri scientifici
non diversa da quella che giù da tempo adottarono certi esegeti protestanti,
per non dire gli scienziati aconfessionali. Lo ha provato col fatto l'abate
Alfredo Loisy, studiando al lume della critica storica il quarto Vangelo (*) e
contrapponendo all'opera teologica del protestante Harnack, Das Wesen des
Chrisfenlums (!), il tanto discusso libretto L'émngile et l'èglise. A quel
tentativo di esegesi storica dei Vangeli i vescovi di Francia contrapposero
aspre, roboanti parole e divieti: ma la loro piccineria, anche di fronte alla
pura credenza ortodossa, ha qualcosa di desolante. La frase di condanna trovata
dall'arcivescovo di Cambi ai: «au lieu d'élever l'hom« me à la hautaur
mystérieuse des Livres saints, « certains auteurs f'ond descendre ces livres au
« niveau de la raison et de la nature humaine >, è la decapitazione, in
seguito a giudizio statario, della scienza e della ragione umana is). Uno leha ve, Maiicki.
Hkiikbt, nella He vite de l'unicersité de Bruxelles, voi. XI, 190T), p. 14li. L'Héhert è autore d'un libro ili
non grande levatura, ma non destituito d'interesse, L'évululìo» de la foi
rittholitjue, Paris, Alcan, 11)05. Le t/ualrième évangile, Paris, Picard, 1908.
Leipzig, 1900. Versione italiana, L'essenza del Cristianesimo, Torino, Bocca. .
Tutte le condanne e le loro motivazioni si possono leggere, raccolte dal Loisy
medesimo, in fondo ni suo volumetto polemico Aulour d'un peli! licre, Paris,
Picard, 1H03. storico di grande riputazione, Gabriel Monod, ebbe a notare che
dopo il concilio di Trento e segnatamente dopo il concilio Vaticano, la Chiesa
ha smarrito il senso della storia ed l al 17(55 sei volumi di dissertazioni uni
culto di Maria, sbarazzava la tradizione lauretaua da quell'ani masso di favole
ond'era aduggiata e per primo faceva vedere l'inutilità dei pretesi documenti
antichi, rutti falsi. Ad una negazione decisa del fatto egli per altro non
giunse, come non vi giunse quel dotto e candido sacerdote alsaziano lìiiis.
Antonio Vogcl, che rifugiatosi nella Marca pel turbinare della rivoluzione
francese, compulsò quanti documenti d'archivio gli venne fatto trovare e
scrisse un commentario latino De ecclesia Recana tenni Lanretana, pubblicato
postumo, che non oppugna decisamente la tradizione per rispetti ovvii, se non
del tutto giustificabili. Monaldo Leopardi, tuttavia, ci assiema esser il Vogel
venuto nella persuasione « qualmente la santa cappella Lauretana poteva
venerarsi per molti titoli, ma non « era la Santa Casa di Nazareth •. Solo in
tempi a noi vicini un barnabita, Leopoldo De Feis, aveva il coraggio di dire
chiaramente ed esplicitamente ciò die molti altri pensarono prima di lui: i
suoi due solidi articoli su La S. Casa di Nazareth ed il Santuario di Loreto
.('), destinati a sfatare la tradizione laure tana, suscitarono plausi e
contumelie, ma ebbero nello stesso clero difensori illuminati, specialmente in
Francia l'abate Boudinhon, che nella Reme da clvrgè franrais sostenne una vera
battaglia contro gii oppositori. Finalmente venne in luce il voluminoso ed
eruditissimo libro del canonico Ulisse Chevalier, Nolre-Dame de Lorette, ètwle
hi sto rique sur l'aatìienticifè de la Santa Cum ('), che resterà il vero punto
di partenza per ogni ricerca futura. Per quel che concerne la portata
dialettica, il nerbo dell'argomentazione contro la veridicità della leggenda,
l'opera dello Chevalier, condotta più da bibliografo che da storico, non supera
in valore l'opuscolo del De Feis, perchè l'immensità del materiale erudito,
sebbene ordinatamente disposto e bene riassunto, turba il I due articoli
uscirono nei volumi 141 e UH della /?«.«seyha nazionale di Firenze; ma in quel
medesimo anno 1H0-") comparvero anche, con aggiunte, in un opuscolo a
parte. Paris, Picard, 190b\ Lo Chevalier è notissimo in ispecie per la grande
benemerenza acquistatasi col suo Hi'pertoire rfes sources [ustorique.s du
moi/en-àge. Altre opere sue principali riguardano la poesia liturgica dell'evo
medio. Ejrli suscitò pure rumore fra noi impugnando l'autenticità della Sindone
di Torino. procedimento ragionativo e svia l'attenzione del lettore; ma in
compenso si ha qui raccolto tuttociò ehe in ogni senso può interessare gli
studiosi della grande leggenda. Prima di venire ad esporre di volo la sua
argomentazione, mi sia concesso avvertire ch'egli ebbe un consentimento
particolarmente autorevole e non sospetto. Cario De Smedt, uno di quelli
esperti e spregiudicati lìollandisti del Belgio, che altra volta ebbi già a
lodare, dopo aver con mirabile chiarezza riassunto le conclusioni dello
Chevalier, considera il suo libro « cornine une oeuvre définitivc. dont «
anemie déeou verte de doruments encore in« comi us ne pouria ébranler les
solides a.sp. rito, la qual è facta de quadreli o ina toni et « è coperta de
copi (tegole); et in quel paese « non se trovano tali cosse. La casaadumque
vera « de la b. Verzene è cavata nel monte, lo qual « è de tupho, et è soto
terra, grande per quadro « sedpce braza, cum due stantiolete, l'ima an« canto
l'altra; in una de le quale dimoiava « Joseph et in l'altra la b. Verzene. E
quella « casa medesima che era in quel tempo, quando « la fo annunciata, è al
presente. Nè non se « poterla apportar uè levare salvo chi non pov« tasse el
monte » . Candida quanto energica protesta ; ina a farla il dabben francescano
dovette essere indotto da ciò che in Italia a' tempi suoi si narrava. E infatti
nel 1472 Pietro di Giorgio Tolomei, detto dalla città nativa il Teramano, avea
pei" la prima volta riferito il miracolo della traslazione, asserendo di
saperlo da due vecchioni di Recanati, che a lor volta lo tenevano dai loro avi.
Più che il silenzio di ogni fonte trecentesca, compresi cronisti come Giovanni
Villani, potè questa pretesa diceria di vecchi, passata di bocca in bocca. Le
parole del Teramano furono riprodotte, affisse nella cappella lauretana,
tradotte; il carmelita mantovano Battista Spagnuoli contribuì a diffonderle
elaborandole in una operetta latina, ch'ebbe voga. Papa Giulio II non tardò a
confermare la leggenda con una bolla, che è tuttavia assai circospetta
nell'affermare la traslazione, usando la forinola « ut pie credi tur et fama
est. Bili qui siamo ancora nella buona fede; più tardi principia la
intenzionale mistificazione, che consiste nell'in venta re circostanze di
fatto, nel precisare tutto, nel'" tenticare coi falsi la tradizione
corrente ('i. 1 documenti allora addotti, siccome rimontanti al XIII e al XIV
secolo, furono già dimostrati falsi dal Trombelli, dal Vogel e dal Leopardi, e
nessuno ha potuto salvarli da quella condanna, che lo Chevalier ribadisce. Le bugie
si ammonticchiarono nel racconto che, togliendo a base il Teramano, credette di
redigere nel ìò'òì Girolamo Angelita, segretario del Comune di Recanati, e
quindi in quello di Raffaele Riera, e finalmente nell'opera divenuta celebre di
Orazio Torsellini, di cui s 'hanno traduzioni in tutte le lingue. Con
testimonianze false, inventate di sana pianta, si cercò dimostrare il passaggio
della Santa Casa per la Dalmazia, di cui nessun documento di qualche valore fa
motto; e quindi si pose ogni industria nel determinare i suoi piccoli giri in
Italia, nel territorio di Recanati. I pellegrini del seicento videro in
Palestina ciò che sin 'allora nessuno aveva veduto: le fondamenta della
casetta, le cui mura soprastanti eran volate a Loreto. Finalmente, nell'opera
sua rara stampata ad Anversa, Franti) I valenti sacerdoti che s'occuparono del
soggetto questo non dissero; ma appare evidente dai fatti ampiamente allegati
dallo Chevalier. Nel Cinquecento e nel Seicento s'è mentito sapendo di mentire,
nè giova dissimularlo. Divido interamente su questo punto l'opinione del
Delabohde, L'évolution d'une legende pieuse, in Journal des novanta cesco
Quaresmio, motivava la fuga della Santa Casa con le strano racconto, del tutto
favoloso, d'un vescovo che per paura de' Maomettani avrebbe apostatato la fede
cristiana, sostituendo il turbante alla mitra. Scandalizzata per questo
contegno, la vergine avrebbe intimato il trasloco della sua abitazione, non
altrimenti da ciò che avvenne poscia nella Marca, ove cangia di posto prima
perchè i briganti infestano la località prescelta e quindi perchè sono sorte
discordie tra i due fratelli Alitici, nel cui podere è venuta a posarsi.
Essendo cosi suscettibile alla buona moralità delle genti che l;i circondano,
non ò del tutto insussistente l'odierna speranza dei Mariaviti polacchi, i
quali attendono che d’un giorno all'altro la santa casa prenda il volo di nuovo
e venga a collocarsi in mezzo ad essi. Un Muratori, credenzone, anzi haggeo, di
tutte le fandonie spacciate sino a quel tempo sulla santa casa è Pietro Valerio
Martore-Ili nei tre grandi volumi in folio intitolati Teatro /storico della
Santa Cam Nazarena della lì. Vergine Maria, editi in Roma. Questo che lo
Chevalier chiama le mare magmi m de notre legende ha il merito di accogliere il
più gran numero di tradizioni leggendarie ed ha il torto di accettarle tutte
come verità sacrosanta, senz'ombra di critica. Per tale curiosissima
aspettazione vedasi Ciiev.m.ikh. 1>. 11 gran battagliale che si fece contro
il De Feis e lo Chevalier in giornali, in riviste, in opuscoli, in libri, non
si può dire abbia alcun valore scientifico. Trattasi del solito cicaleccio
inconcludente di persone in cui la coltura e l'abito della critica sono di gran
lunga inferiori al fervore religioso. Ameno è, in questo genere di letteratura,
l'opuscolo scervellato d'un guidatore di pellegrinaggi francesi a Loreto,
l'untuoso abate J. Faurax (*). Questo confuso ed idiota affastellamento di
frasi, condito di velenose insinuazioni, rappresenta purtroppo l'indirizzo
pietistico di una buona parte del clero cattolico, di che non c'è da
consolarsi. Meno insensato, ma non meno inconcludente, è un libretto italiano
diretto contro il De Feis da R. Della Casa, col titolo pretensioso di Studio
storico documentato sulla S. Casa di Maria venerata a Loreto; ma s'ingannerebbe
a partito chi, illuso dal frontispizio, credesse di apprendervi qualche novità
di rilievo. Del resto lo Chevalier, sempre coscienziosissimo, non mancò di
prendere in esame qualsiasi dato di fatto nuovo che nell'ardente polemica gli
venisse presentato: cosi Tedi le indicazioni bibliografiche date in proposito
dall' Ai.i.mano, nel cit. Histor. Jahrbnch, Tjt Halnte Maison rie Sotre Mère à
Loretle. Lyon-Paris Siena, Tip. S.
Bernardino mostrò che è «cura e gotta falsificazione del seicento certa bolla
pontificia che volevasi emanata nel 1310 da Clemente V con accenno alla Vergine
di Loreto; e cosi, avendo udito di una reliquia farfense del sec. XII avente la
scritta « de domo lauretana Virginis ilariae », non fu pago se non quando,
appurato bene le cose, si persuase che la scritta appartieni! al sec. XVI
Sarebbe solenne ingiustizia il confondere con le altre cianfrusaglie polemiche
pregiudicate e melense il bello e ricco volumetto di ìnons. Michele Faloci
Pulignani, La Sanici Casa di Loreto secondo un a/fresco di Gvìiltio, Roma,
HiOT. Sebbene, a parer mio, non t'aggiunga il suo scopo rispetto alla
dimostrazione del miracolo, questo libro è e resterà sempre un eccellente
contributo alla storia della fortuna che ebbe la Santa Casa nelle arti del
disegno. Le illustrazioni onde lo scritto è corredato sono curiose »\1 alcune
non ovvie; ma non giovano a mostrare, come il valente autore vorrebbe, che nel
rovinatissimo affresco dipinto nell'antico chiostro di S. Francesco in Gubbio
sia rappresentata la traslazione della Santa Casa. Pare anche a me, contro le
obiezioni di altri, che quel dipinto, per ragioni stilistiche, non possa
ascriversi se non alla seconda metà del sec. XIV; quindi mostrerebbe la
leggenda formata un buon secolo prima di quanto sinora ci (1) I due articoli
dello Clievalier sui menzionati soggetti leggonsi nei Mélanges d'archeologie et
d'histoire editi dalla Scuola francese di Roma, ,V>7 risulti, ila la
difficoltà sta pur sempre nel provare che quella cappellaccia portata da
angeli, che la Madonna, chiusa in un'aureola a mandorla e da angeli circondata,
addita dall'alto, sia veramente la Santa Casa. Il Faloci ha posto nella
dimostrazione, col fuoco consueto della sua indole, molto acume e molla
dottrina, non v'ha dubbio. Tuttavia che l'affresco d'un chiostro francescano,
primo nella sua ubicazione e quindi tale da aprire una serie di
rappresentazioni francescane, raffigurasse proprio un fatto che con S.
Francesco e con l'ordine suo non ha nulla, o quasi nulla, da vedere, è cosa
ostica a credersi. Inoltre quella che gli angeli portano non ò una casa, ma una
chiesa: e il paesaggio e i pochi altri particolari di fatto che la gran rovina
del dipinto ci permettono di scorgere, non corrispondono, checché ne dica
l'erudito monsignore, a nessuna particolarità della leggenda lauretana; e la
Vergine non è rappresentata con in braccio il Bambino, come costantemente
pratica l'iconografia della Santa Casa. L'affresco eugubino dovrà ancora essere
sottoposto a studi; ma sinora, a parer mio, non è la tradizione lauretana che
possa rallegrarsene, perchè con ogni probabilità si tratta di un soggetto
simbolico francescano, che esso ci pone sott'occhio. Se anche non tutto sia
chiaro, ha molto maggiore verosimiglianza l'ipotesi prima sostenuta dal defunto
dottor Lapponi, medico di Leone Rassegna Gregoriana e ora più ampiamente dal
canonico Vittorio Pa. gliari ('). che quel dipinto ingenuamente ci dica come,
per volontà di Maria, la chiosimi della Porziuncula fosse dagli angeli portata
in terra e deposta presso Assisi. Quel simbolo racchiude quanto v'ò di
misticamente più significativo nell'opera di S. Francesco; e però appare molto
probabile che aprisse, come in altri conventi francescani avveniva, la serie
delle pitture. Le quali, anche per tradizione di chi potè vederle ancora ben
conservate, rappresentavano fatti di 8. Francesco e non altro, « varia et plura
gesta « S. Francisci da Assisto, singula inter se di« visa et depicta rudi et
antiquo modo », come scrisse nel suo rogito del 16.V5 il notaio eugubino Anton
Maria Valentin! Giunti a questo punto, legittima e la domanda : come germogliò
la leggenda, che trovò hi prima consacrazione scritta sul cadere del secolo XV,
e fu tanto amplificata, e non sempre onesta mente elaborata e diffusa nei successivi?
Chi ha qualche pratica in siffatto ordine di indagini sa che c assai più
agevole segnalarci caratteri specifici di una leggenda e indicarne la
evoluzione, di quello che sia scoprirne con si Rivista storico-critica delle
scienze teoloyiche, 5èB 9gg. Faloci-Pcligxaxi, Op. cil., p. S. cu rezza
l'origine. Tuttavia parecchie congetture si possono fare e furono fatte (').
Una di esse è, sopra tutte, la più calzante e verosimile. Eccola. Esisteva in
quel di Recanati un'antica chiesetta, che pare fosse gentilizia (*), intitolata
alla Natività di Maria, ove si venerava una Madonna che divenne celebre per
miracoli, cosicché nel XIV e nel XV secolo vi traevano in gran numero i
pellegrini. Come accadde tanto sposso nei santuari medioevali, crebbero intorno
ad essa piccole case, ad uso d'ospizio, d'ospedale e di amministrazione, che si
chiamarono al plurale dotuus Marine. Di quella chiesetta e di quei
pellegrinaggi e dei doni cospicui accumulati colà parlano molti documenti,
amministrativi, ecclesiastici e pontifici, senza far mai motto della
traslazione. Mentre ancora nel 1438 si parla delle case di Maria (domokum
gloriosae Virgiuis Marine de Laureto), si ha il primo accenno scritto alla casa
di Maria (domum sacratissimae Sanctae Mariae de Laureto), e la confusione non ò
difficile a spiegarsi quando si consideri che domus, appartenendo alla quarta
declinazione, ha l'uscita uguale nel nominativo singolare e nel nominativo
plurale. In questa (1) Chevamek Vedi anche la lucida esposizione del Journal
ile» garanti c Lo si deduce da documenti vaticani della prima metà del sec.
XIV, rimasti sconosciuti allo Chevalier, per cui vedi Burniscile
Quarlalschrift, an. (3; Cubvaliek, pp. 226-2SJ, confusione e nel fatto
attestato da unii bolla di Paolo II del 12 febbraio 1470, clic la miracolosa,
imagine della Vergine, venerata uella piccola chiesa, era stata colà portata
dagli angeli (angelico Gomitante celti mira Dei clementia collocata est) si ha
con tutta probabilità da riconoscere il germe della tradizione leggendaria
ltturetaua. che nell'attestazione del Teramano ha già portato i suoi frutti.
Quando il Sai-ehetti, che conobbe de risa la Marca ed in ben diciassette
novelle parla di soggetti marchigiani, pone in bocca a Mauro pescatore di
Oivitatiova il giuramento » per Santa Maria de Loreto » '*), egli senza dubbio
allude alla Madonna miracolosa, che come tante altre dice vasi colà trasportata
dagli angeli. Tutti intendono quanto facilmente dalla Madonna si potesse
passare alh: casa della Madonna nell'idea di si {fatto trasporto', dal momento
che in un darò tempo casa di Maria fu detta la primitiva chiesuccia laurctana,
non diversamente fora* dalia « casti di Notlra Donna in sul lito Adriano » che
nomina San Pier Damiano nel cielo di Saturno (3). (1) Chevamkr, p. 2CHì. Credo
io pure felice la correzione proposta dal Bottari. giacché il testo ha « Santa
Maria dell'Oreiio I dubbi dello Chevalier, non mi sembrano fondati. Vedi anche
D. Spadoni, // santuario di Loreto e un novelliere toscano d"l sec. XIV.
in Rivisto marchigiana illustrata Anche il ternario inedito fatto conoscere da
M. Vattasso nel Giornale Arcadico del gennaio 1907 invoca unicamente la Madonna
di Loreto, senza verun accenno nè alla Santa Casa n'' alla sua traslazione.
Paradiso. Ma Dante con quella casa designa una chiesa o un monastero? Vedi
perle controversie I luoghi di grandi e frequenti pellegrinaggi sono
singolarmente disposti a veder nascere e vigoreggiare le leggende. Quel
pubblico di devoti, e talor di fanatici, è sempre in sommo grado
suggestionab|le, nè giova tacere che v'è talvolta chi tei il massimo interesse
di trar profitto dalla sua propensione ad essere suggestionato. Le leggende di
questa specie hanno quasi sempre un periodo spontaneo ed un altro artificiale;
come vedemmo esser seguito a Loreto. La cosa non deve far certo meraviglia
quando si pensi che uno studioso serissimo, dotto ed acuto, Giuseppe Bédier,
vien consacrando da anni le sue fatiche a mostrare che tutte o quasi tutte le
leggende epiche carolingie hanno la loro sorgente nei santuari medievali e gli
organi principali della loro trasmissione nei pellegrinaggi ('). a cut dà luogo
quel passo, oltreché i commenti dello Scartazzini, dej Casini, ilei Torraca,
anche C. fiicci, L'ultimo rifu/fio di Dante Alighieri, Milano, e Suììelt. »Soc.
Dantesca, X. S., VI, 75-77 e XI, 318. Monaldo Leopardi, come mostra nella XIII
e nella XXII delle sue Discusmoìii lanretane e ribadisce negli Annali, si
faceva forte specialmente del passo dantesco per sostenere la sua tesi che la
traslazione della Santa Casa è anteriore. Del resto, l'identificazione, del
tutto falsa, della caaa nominata da Dante con quella di Loreto pare risalga al
Maglia bechi. Cfr. Chevamer, p. 158. il) Il I$>dier ha già pubblicato in
proposito una bella serie di articoli, tra i quali sono per noi importantissimi
quelli su I^e* rhannonx de geste et les routes d'Italie, inseriti nei volumi
della Romania. Dell'opera d'insieme che ne risulterà, Leu légendes épiqitea,
recherches sur la formation de* channona de geste, è già uscito il primo
volume, sul sottociclo di Guglielmo d'Orange (Paris, Champion, 1908). Kknikr
Scatj/ti Critici Oramai la parte più illuminata ck'l cloro cattolico, quella
parte che non rinuncia a pensare col proprio cervello e che non ripugna ai
procedimenti scientifici, non può più prestar fede a certi tradizioni
destituite d'ogni solida base storica, come quella della traslazione della
Santa Casa. E tuttavia i vescovi marchigiani, in una lor pastorale dell'aprile
1906, asseverano che le conclusioni negative dei dotti su quest'argomento suscitano
« l'indignazione dell'innamorato stuolo « dei devoti della Vergine (') », e
l'attuale pontefice fa scrivere a mons. Faloci che « approva al« tamente i suoi
studii per la difesa d'una tra« dizione venerata da tanti secoli, cosi cara
alla « Chiesa ed alla pietà dei fedeli» . E quel eh 'è peggio, un uomo
d'altissimo sapere, esperto in ogni accorgimento dalla critica, autore d
insigni studi sul papato nel medioevo, il padre (irisar, discorrendo nel 1900
in Monaco agli scienziati cattolici riuniti a congresso, sostiene che sarebbe
sconveniente (ungesiemend) l'annunciare dal pergamo al popolo che la Santa Casa
non fu portata dagli angeli e non è quella di Nazareth, perchè maxima debetur
puero reverentia, e conviene che la verità s'infiltri a poco a poco dalla
cerchia ristretta degli scienziati nel pubblico La Ranaerpia Xazionale. La
Civiltà Cattolica. largo E l'illustre bollandista De Smcdt, pur riconoscendo
con tutti gli altri che la Chiesa non ha punto autorità infallibile quando non
si tratti dell'interpretazione di verità rivelate, crede che sarebbe temerario
il chiedere all'autorità ecclesiastica d'affrettarsi a proclamare la falsità di
certe credenze trasmesse di generazione -in generazione Di cotali asserzioni e
professioni, venute da ecclesiastici che sono veri scienziati, potrei
aggiungerne agevolmente un'altra dozzina. Ora io trovo che codesta acquiescenza
interessata all'errore, codesta custodia conservatrice gelosa di tante falsità,
che s'ammantano col nome di pie credenze, non sono degne di chi ama proclamarsi
interprete della verità rivelata. So pormi facilmente nella condizione della
Chiesa rispetto a tendenze per essa pericolosissime come era il modernismo, e
ne intendo la condanna. Non intendo invece, in chi non muova da principi
utilitari e sia in buona fede, questo rispetto malato per tutte le mille
incrostazioni superstiziose che il cattolicesimo ha dal medioevo; non intendo
come non si veda che lo sbarazzarsene risolutamente sarebbe atto salutare alla
stessa purità e santità della fede. Maxima debettupuero reveventia, non c'è
dubbio: ma non è reverente chi permette che il popolo, l'eterno fanciullo, sia
goffamente ingannato in materia non dommatica e sulla quale è possibile veder
chiaro con la ra ili Hhttor. Jahrburhj. l'ij Anatrila Boltaiiiliana, gione.
Ammenoché il puer non sia il (frosse Lummel di Heine, il grosso babbeo,
destinato, in questa come in tante altre bisogne, a lasciarsi infinocchiare. Se
non che considerarlo a questo modo e profittarne fu ed è costume di tutti i
settari, i-ossi e neri, ma non è da cristiano. Nota aggiunta. Ne] Fanfulla
della lìouienira. Sul soggetto non usci di importante dopi' d'allora se non lo
studio dChkscenzi, Iconografia lauretana, Rivista storico-critica delle scienze
teologicJie Crescenzi riguarda come confutazione definiti va quella che
Pagliari oppose a Faloci rispetto al sifruitìcato clell'aiiresco di Gubbio, e
ordinato meglio il materiale iconografico, propone una nuova ipotesi rispetto
all'origine della leggenda. Secondo Ini, il germe di quella leggenda sarebbe
stato un affresco, forse dipiuto bu di una delle pareti esterne del santuario,
che fin da tempo antico si venera presso l'attuale Loreto. La vergine ivi
sarebbesi veduta sopra una casa portata d’angeli, e questo tipo di 8. Maria
dpgl’ angeli avrebbe prodotto nella tradizione popolare la credenza nella casa
della vergine miracolosamente trasportato, dagl’angeli. Alle obiezioni
rivoltagli dal padre Esehhaeh nell'Osservature romano Crescenzi rispose uella
medesima Hivista storico-rritica. Perl' corografia lauretana vedasi pure Tini
nella Rivista abruzzese, La produzione artistica moderna più ragguardevole
suggerita dalla nostra leggenda è il vivacissimo affresco di Tiepolo nel
soffitto della chiesa degli scalzi in Venezia. Si veda Molme.n'tx, Tiepolo.
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Renier. Keywords: italiano? No, la lingua d’Italia -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Renier” – The Swimming-Pool Library.
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