RANZOLI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ranzoli: “going through
the dictionary” – “Non il Little Oxford Dictionary, come volleva Austin, ma il
Ranzoli! -- la scuola di Roma -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “I think I
prefer Stefanoni!” -- DIZIONARIO DI FILOSOFIA MANUALI HOEPLI, DIZIONARIO di
FILOSOFIA, LIBRAIO DELLA REAL CASA MILANO Pat. RS Tipografia L’Arlo della
Stampa, Successori Landi Firenze. Via Santa Caterina. Il dizionario di
filosofia di R. è stato accolto dal pubblico in modo estremamente lusinghiero.
Di ciò attribuisco una minima parte ai pregi dell’opera di R. Il resto, il più,
all'essere UNICA del genere IN ITALIA e al promettente risveglio filosofico.
Ma, appunto per questo, R. sente più vivo il dovere di ri-esaminarla con la più
scrupolosa attenzione, per eliminarne quei difetti e apportarvi quei
miglioramenti, che la rendessero meglio adatta al suo scopo. R. supprime tutti
gl’argomenti che non riguardano davvicino la filosofia o le sue parti. R. Mette
accanto ad ogni vocabolo il corrispondente gallico – o ‘francese’, tedesco, ed
inglese, talvolta anche LATINO e greco. R. pone in fine alla maggior parte delle
voci le opportune indicazioni bibliografiche. R. Aggiunge gran numero di
termini, sia nuovi sia previamente dimenticati, e da più ampio svolgimento a
quelli che lui pare richiederlo. Che in tal modo essa raggiunge il suo assetto
definitivo, sono ben lungi dal pensarlo. Un dizionario come questo di R., specie
se lavoro di uno solo, ha il poco invidiabile privilegio di non essere mai
compiute. Mende, sproporzioni, ripetizioni, lacune sone inevitabili. Bisogna
accontentarsi di ridurle via via al minor numero possibile, Il dizionaro di R.
s’ispira ai varii criteri. Tenersi al di sopra e al di fuori d’ogni pre-concetto
di scuola, presentando obbiettivamente le questioni e le idee che ai vocaboli
sono legate e i vari atteggiamenti da esse assunti nella storia della
filosofia. Sapere riuscire chiaro ed accessibile ad ogni media cultura, senza
falsare per questo i problemi e ridurre al semplice ciò che di natura e di
origine è complesso. Enumerare i diversi significati attribuiti ad ogni
termine, senza pretendere di imporne uno per conto proprio. Tracciare, fin dove
è possibile, la storia della parola e indicare, quando è opportuno, quale dei
suoi significati è il più legittimo, o il più accettato, o il più accettabile.
Ricordare, tra le espressioni proprie soltanto di un sistema o di un periodo
filosofico, quelle che, pur conservando un valore storico e fisso, ricorrono
con qualche frequenza nei saggi filosofici. Fare un’abile scelta, nelle
terminologie delle scienze più affini, delle voci la cui conoscenza può essere
utile e necessaria per lo studio della filosofia. Accogliere, senza pregiudizi
puristici, tutti quei termini nuovi che hanno acquistato un certo diritto di
cittadinanza, da qualunque parte essi vengano e qualunque sia la loro
composizione, perchè è specialmente delle voci nuove – come l’ ‘implicatura’ di
H. P. Grice -che si viene a chieder notizia al dizionario ed è alle voci nuove
che la registrazione nel dizionario può riuscir utile per fissarne în modo
definitivo il significato, pertanto stravagante. Ispirarsi infine ad un certo
criterio che direi della convenienza, per il quale, svincolandosi dalle
strettoie d’una geometrica proporzionalità, si sappia a volta a volta e secondo
l’importanza delle questioni trascorrer rapido o essere diffuso, limitarsi a
una frase concisa ο esaurire sufficientemente una discussione. L’a designa
nella logica la proposizione universale affermativa, secondo i versi mnemonici
classici, asserit a, negat e, verum GENERALITER ambo asserit i, negat o, sed PARTICULARITER
ambo, È anche adoperata nei trattati di logica per esprimere simbolicamente il
soggetto della proposizione. Hamilton se ne vale per indicare la proposizione
toto-parziale affermativa. Con la formola a = a si suol esprimere il principio
d’identità, e con la formula a = non-a il principio di contraddizione. Colla
prima formula s’afferma l’identico dell’identico; con la seconda si significa
che un giudizio che afferma quello stesso che nega è uguale a zero, cioe falso
e nullo. Prantl,
Geschichte d. Logik; Hamilton, Lectures on logic, -- quantificasione del
predicato. Grice uses ‘a’ in ‘Vacuous Names’ – SYSTEM Q. Formation rules. Un’ABBITUDINE -- habitus, consuetudo; gowoknheit;
habitude, habit -- è una manifestazione d’una legge generale, che la forza
tende a dirigersi secondo la linea della minor resistenza, e si può definire
come l'attitudine a conservare e riprodurre più facilmente le modificazioni
anteriormente acquisite. Intesa in questo senso, l'ABITUDINE comprende sia i
fenomeni d’ adattamento fisico e biologico, sia la facoltà, acquistata
coscientemente coll’esercizio, di sopportare o di fare cid che non si poteva
sopportare o fare da principio, o anche di far meglio ciò che si faceva male e
con difficoltà. Stewart la definisce in facilità che la coscienza acquista,
mediante la pratica, in tutte sue esercitazioni, sia animali che intellettuali.
Si formano così le abitudini psichiche, le abitudini mentali e le abitudini
moral. Il vizio e la virtà, in ultima analisi, non sono altro che abitudini
morali; e il modo particolare che ogni individuo ha di considerare le cose,
dipende spesso dall’ordine di associazioni mentali in lui prevalenti,
Trattandosi di sensazioni cho accompagnano un atto, l'abitudine, diminuendo
l’attività necessaria alla loro produzione, le rende a poco a poco inavvertite;
nello stesso tempo però diventano più precise e distinte, se non più intense,
quelle che costituiscono il fine dell’atto. Si suol distinguere, da Biran in
poi, l’abitudini passive dall’abitudini attire. Le prime sono quelle delle
sensazioni, caratterizzate da diminuzione della coscienza, adattamento,
sviluppo del bisoguo corrispondente. Le seconde sono le abitudini dell’operazioni,
caratterizzato dalla facilità, dalla perfezione, dalla tendenza alla
riproduzione involontaria. Egger distingue l’abitudini particolari ο speciali,
che non concernono che un atto interamente determinato, sempre il medesimo, e l’abitudini
generali, in cui l’atto è variato, ma sempre di un medesimo genere. Questa
distinzione corrisponde alla distinzione fatta da Hòffding e Bergson tra le due
specie di memoria, la memoria libera e la memoria automatica. Ad es.,
l'abitudine di risolvere dei problemi, e l’abitudine di calcolare. Si suol
distinguere anche l’abitudine dall’abilità, che è l'abitudine diretta alla
produzione d'un lavoro e implica la variazione e il perfezionamento, e dall’attitudine, che è la semplice
possibilità di prestarsi a fare. Non si dà abilità senza abitudine, nè
abitudine senza attitudine. L’abitudine ha molta affinità coll’istinto, che si
può considerare come un’ abitudine ereditaria protettiva pell’individuo o per
la speci tuttavia alcuni filosofi moderni, ad es. Murphy, intendono per
abitudine la legge per la quale l’azioni ed i caratteri degl’esseri viventi
tendono o ripetersi non solo nell’individno ma anche ne’suoi discendenti. Nella
lingua scolastica habitudo significa attitudine, relazione, riguardo, capacità
a qualche cosa. Da qui l’espressioni quo ad habitudinem e quo ad entitatem.
Quando in una cosa si considera l’essenza, la quiddità, questa allora si
considera quo ad entitatem. Quando invece si considera la potenza o capacità di
fare che è nella cosa, si considera quo ad habitudinem. Così fra il divino e
l’uomo non ο) ὃ proporzione d’entità ma d’abitudine, perchè la distanza
dall’uno all’altro è infinita e non hanno fra loro proporzione d’entità, ma
l'uomo può giungere al divino mediante la conoscenza, e può aver relazione con
lui, e quindi si dice che ha con lui proportionem habitudinis. Biran, Influence de l’hab.
sur la faculté de penser; Stewart, Works, ed. Hamilton; Egger, La parole
intérieure; Dumont, De l’habitude, Revue phil.; Bourdon, L’habitude, Année
paychol. -- memoria organica, inclinazione, automatismo, csusalità. Nella lingua scolastica ‘ABSOLUTE’ equivale
talvolta a simpliciter, e si adopera quando una cosa è denominata assolutamente
come tale, senza aggiunte o limitazioni. cesi anche che una cosa è absolute
tale, quando ha natura e secidenti che richiedono quella e non altra denominazione.
Ad es.: la neve è bianca. Dicesi invece che è respective tale, quando è tale
non per natura sua e in sò, ma in confronto a un’altra. Ad es., un macigno
dicesi respective piccolo se lo si confronta con una montagna. CORNOLDI
(vedasi), Thesaurus philos. L’ABULIA -- ABouAla; abulie, willenslosigkeit ; I
His: aboulie -- è il sindrome di molte malattie mentali che consiste in un
indebolimento del volere e sembra dovuta all’atrofia dei centri motori.
L’ammalate vorrebbe, ma sente di non poter eseguire la propria volontà; senza
presentare alcuna impossibilità organica di movimento, ogli è incapace di
decidersi a compiere qualsiasi atto, come mangiare, vestirsi, camminare, ecc.
sebbene lo creda opportuno, desiderabile, persino necessario. Si parla di molte
forme d’abulia, non ancora ben definite, come 1’abulia motrice, che è quella di
cui ora abbiamo parlato, l’abulia intellettuale, che si manifesta con l’
indebolimento dell’attenzione, l’abulia sistematizzata, che riguarda solo uns
categoria di atti, ecc. Janet chiamato abulia delirante una speciale
ossessione, riguardante gl’atti stessi del soggetto, la quale, rispetto al suo
contenuto, si distingue in cinque classi: ossessione del sacrilegio, del
delitto, della vergogna di se stessi, della vergogna del proprio corpo, della
malattia. Dicesi infine abulia morale quella debolezza della volontà morale,
per cui 1’individuo, pur conoscendo il bene e desiderando seguirlo, non sa
resistere agl’appotiti e alle tendenze malsane; appartiene alla categoria delle
pazzie morali, e tingue dalla cecità morale in cui manca affatto la coscienza
morale, e dall’anestesia morale in cui il sentimento morale è torpido ο perciò
incapace d’influire sulla condotta. Quanto alla interpretazione psicologica
dell’abulie in genere, secondo Ribot esse sono dovute a un indebolimento della
sensibilità, legato alla depressione delle funzioni vitali; se gli ammalati
sono incapaci di volere ciò succede perchè tutti i proponimenti che essi fanno
non risvegliano in loro che impulsi deboli, insufficienti per spingerli ad
agire. Secondo Janet l’abulia è dovuta piuttosto ad una debolezza
intellettuale. Perchè la mente voglia un atto e lo eseguisca decisa, deve avere
l’idea chiara e completa dell’azioni richieste dal compimento dell’atto stesso.
Ora, tale capacità sarebbe diminuita negl’individui affetti da abulia, donde la
difficoltà di compiere certi atti, benchè l'intelligenza ne abbia una nozione
generale. Ribot,
Les maladies de la volonté; Janet, Névroses dica fires; Étude sur un cas d’aboulie,
Aca-Acc Revue philos.; Rivière, Contribution à l’étude des aboulies, Those de
Paris -- acedia, aprosechia, aprassia, agorafobia. L’acatalessia – axataXntia -- è l’incomprensibilità del
vero. È una delle tre parole che contengono le risposte ai problemi che si
propone lo scetticismo pirronisno. Possiamo noi comprendere che cosa siano le
cose? Noi, risponde Pirrone, non possiamo comprenderlo nè per mezzo dei sensi,
md per mezzo della ragione, perchè i sensi ce le mostrano come appaiono a noi,
non come sono, e la ragione #’ acquieta in ciò che le par conveniente. Nel
medesimo senso Bacone contrappone ln catalessia o dubbio scettico, alla eu-catalessia,
o dubbio metodico. Nos vero non acatalepsiam, sed eu-catalepsis meditamur.
Richter, Der Skeptisirmus în d. Philos.; Brochard, Les sceptiques grecs;
Bacone, Nov. Org. -- epoca, atarransia. Platone insegna negl’orti d’Academo, o
accademia, i quali rimasero poi la sede della sua scuola, detta perciò. Essa si
divide in tre periodi : la vecchia accademia, ingolfatasi, con Speusippo,
Xenocrate, Crantore, nella metafisica pitagoreggiante e in un astruso
dommatismo; la media, enduta nello scetticismo con Carneade e Arcesilao; la
nuova, tornata al primitivo dommatismo con Filone ed Antioco. Credaro, Lo scetticismo
degl’accademici. Usato sostantivamente, l’accadere -- Ereignen, Geschehen; happen
--, contrapposto all’essere, indi l’insieme dei fenomeni, dei caugiamenti che
si verificano nella realtà. Nella storia del pensiero filosofico il problema
dell’essere e il problema dell’accadere si svolgono parallelamente; ma il primo
ad imporsi è quello dell’accadere, giacchè la meraviglia suscitata dal mutare
incessanto delle cose fa il primo stimolo all’indagine filosofica. Cir.
Aristotele, Metaph. Nella logica, ACCESSORIO -- Nebonstohliok; accessory;
Acosswire – s’oppone a essensiale, fondamentale, neceesario e designa ciò che,
pur avendo una qualsisai relazione col soggetto di cui si tratta, non è nè
essenziale alla maniera attuale di considerare il soggetto stesso, nö
necessario alla intelligenza di ciò che se ne dice, cosicchè si può anche
lasciar da parte senza che per questo ne rimanga alterata l’idea ο diminuita la
chiarezza del discorso che deve spiegarlo. Per ciò nella discussione o nella
esposizione di nn argomento si deve far in modo che 1’accessorio non nasconda o
faccia dimenticare 1’essenziale. Accidente -- Acoidenz; Accident; Accident – è
un vocabolo usato nella filosofia aristotelica e scolastica. Si oppone a
essenza e a sostanza, e desìgna una qualità o modificazione che non appartiene
all’essenza della cosa, che non è l’espressione de’suoi attributi fondamentali.
Aristotele lo definì come ciò che aderisce ad un soggetto, ma non sempre nd
necessriamento; Goolenio, traducendo la definizione di Porfirio, in uso poi
presso tutti gli scolastioi peripatetici dell’eta di mezzo, determina l’accidente
come quod adent οἱ abest prate# subieoti corruptionem. In altre parole, l’accidente
è ciò che arriva alla cosa, quod accidit, ciò che in essa si riscontra, ouu$eBrxéç,
senza essere necessariamente legato alla sua idea. Così, si può concepire una
roccia senza concepirla arrotondata: essere arrotondata, uguzza, ecc. è,
rispetto alla roccia, un accidente. Alcuni filosofi distinguono due sorta di
legami tra la sostanza ο l accidente: l'uno, detto prioologico, è quello che interoedo
tra l'idea d’accidente e quella di sostanza, 1’altro, detto ontologico, è la
connessione che intercede tra In sostanza stessa ο l’accidente, cioè a parte
sui. Nella lingua scolastica si sogliono anche distinguere : l’aocidens
physicum, che ha entità distinta d’ogni sostanza, e può essere absolutum, cho
si riduco alla quantità ο allo qualità, e modale, che non può mai trovarsi
fuori di un soggetto; l’a. sepa-Ἱ -Acc rabile, che si può facilmente separare
dal soggetto, come il calore dal ferro, ο l’a. inseparabile, che non si può
separare, o almeno difficilmente, come il verde dalla foglia; l'a. artrineecum
che denomina un soggetto solo estrinsecamente, come l’azione, e l’a. intrinsecum,
che è inerente alla cosa di cui si chiama ncoidente, come il freddo della neve;
Pa. logieum o predicabile, che è una qualità inerente al soggetto in modo
contingente e non necessario, 6 l’a. metaphysicum ο pradicamentale, che è
quello che deve inerire al soggetto per esistere, ma nel concetto fa astrazione
dal modo di inerenza, se cioè sia necessario o contingente. Aristotele,
Metapk.; Porfirio, Isagoge; Goclenio, Lexicon philos. -- caso, essenza,
sostanza. Dicesi sofisma d’accidente quello che trae la sus origine da una
proposizione difettosa nel nesso tra il predicato e îl soggetto, il primo dei
quali non si congiunge a tutto il secondo nella sua unità, ma soltanto ad una
parte non costituente la sua unità, cioè ad un accidente d’esso soggetto. Es.:
L’arte oratoria ha spesso servito a trarre in inganno i popoli ο i giudici;
dunque, l’eloquenza è riprovevole. Dicesi comversione per accidente quella
operazione logica colla quale un giudizio universale affermativo, il cui
soggetto è meno steso dél predicato, si converte in un giudizio particolare
affermativo. Es.: ogni uomo è mortale; conv. per e., alcuni mortali sono
uomini. Port-Royal, Logique; Masci, Logica, . Si chiama accomodamento -- Accomodation;
Accomodation: Accomodation – o accomodazione l'atto fisiologico mediante il
quale i muscoletti ciliari dell'occhio dànno alla faccia posteriore del
cristallino la curvatura neeeesaria affinchè l’immagini degli oggetti, posti a
maggiore ο minore distanza, si proiettino sulla retina e siano così dormalmente
percepite. Quando la convessità del eristallino aumenta, l’occhio à accomodato
alla visione degli oggetti vicini, e viceversa quando scema, Un tempo si
credeva che l’accomodazione dell’ occhio avvenisso per uno spostamento della
retina in avanti e indietro, conforme alle diverse distanzo degl’oggetti;
Cartesio è il primo ad emettere il concetto che la nostra capacità di vedere
distintamente gl’oggetti collocati a distanza dipenda dall’attitudine insita
nell’occhio di poter modificare la lente cristallina. La dimostrazione di
questa veduta teorica si ha due secoli dopo con Langenbeck, Cramer e Helmholtz.
Si dice dottrina dell’ accomodamento quella di molti teologi protestanti, i
quali, basandosi sulla constatazione che il cristianesimo dove, giunto in
contatto coi vari popoli, modificarsi in parte secondo le loro tradizioni,
costumi, credenze, rigettano tutto ciò che nei documenti evangelici non
concordi colle loro vedute. Helmholtz, Handbuch d. phyeiol. Optik; Wundt,
Grundzüge d. physiol, Psychol., Techernig, Optique physiol. -- miopia, ipermetropia, punto prossimo, ecc.. Acedia
-- animi remissio, mentis enervatio -- così designavasi, nella teologia
medievale, quella specio di depressione malinconica, di torpore dello spirito,
che impedisce l’azione volitiva e coglie specialmente chi conduce vita
solitaria e di meditazione. Tale disposizione d’animo è afinovorata tra i
peccati cardinali, per opposizione alla SPERANZA posta tra le VIRTÙ CARDINALI.
Nella psicologia moderna è considerata come una semplice anomalia della
volontà. Höffding, Psychologie -- abulia. ACERVVS, mucchio, si dice così un
antico sofisma, che Aristotele fa risalire a Zenone di VELIA, e che consiste in
questa argomentazione. Un mucchio di frumento, cadendo, non può produrre nessun
rumore, perchè in tal caso si dovrebbe sentire il rumore d’ogni grano, e delle
particelle d'ogni grano, il che non accade. Ma il mucchio non è che la somma
dei singoli grani, che cadono senza produr rumore. Dunque, il mucchio di grano
cadendo non produce in realtà alcun rumore, il quale è soltanto una parvenza
sensibile. Codesto sofisma ha poi assunto varie forme, delle quali la più
comune è la seguente. Se a un mucchio di grano si leva un grano, resta ancora
un mucchio. Se se ne levano due, ugualmente, fino a conchiudere che CON UN SOLO
GRANO si ha un mucchio di grano. Se si osserva che un grano non basta a far un
mucchio, si risponde che neppur due, tre, quattro, fino a conchiudere che
cento, mille, ecc. grani. non fanno un mucchio di grano. Aristotele, Physica.
Il sofisma d’Achille è uno degli argomenti di Zenone di VELIA contro la realtà
del movimento. Aristotele lo espone così. Un mobile più lento non può essere
raggiunto da uno più rapido; giacchè quello che segue deve arrivare al punto
che occupava quello che è seguito ο dove questo non è più (quando il secondo
arriva); in tal modo il primo conserva sempre un vantaggio sul secondo. Zenone
assume come esempio il piè veloce Achille inseguente una tartaruga; da ciò il
nome dato all’ argomento. Esso è poi formulato matematicamente nel seguente
modo. Siano i punti A ο B distanti tra loro d’ una lunghezza 1, ο
mocontemporaneamente nella stessa direzione con velocità disugaali, il oni
rapporto sia 9. Supponiamo che il punto
B, più vicino alla meta, sia il meno veloce; dico che la distanza che li separa
docrescerà sempre, ma non diventerà mai
0. Infatti mentre il punto A in un primo movimento percorre la lunghezza
1, il punto B, che è 9 volte meno veloce, percorrerà una lunghezza =; ; così
puro mentre il punto A in un secondo movimento percorre la lun1 ghezza il punto
B ne percorre la ga parte, cioè è Dopo un numero qualunque di movimenti, la
distanza fra i due Aco 10 mobili non sarà mai = 0, ma sarà sempre
espresss dalla frazione En Questo argomento, insieme agli altri coi quali
Zenone nega la pluralità e il movimento, ba appassionato vivamente i filosofi,
da Aristotele a Horbat. Bergson lo confuta, dimostrando come esso abbia origine
dalla confusione tra il movimento e lo spazio percorso dal mobile, poichè 1’intervallo
che separa due punti è divisibile infiuitamente, e s’il movimento fosse
composto di parti come quelle dell’ intervallo stesso, esso non sarebbe mai
sorpassato. Ma la verità è che ciascuno dei passi d’Achille è un atto semplice,
indivisibile, ο che dopo un numero dato di codesti atti, Achille sorpassa la
tartaruga. Aristotele,
Phys.; Bergeon, Essai sur les données imm. de la conscience. A contrario, nella logica si designa così un
ragionamento nel quale, in luogo di conchiudere per analogia semplice, a pars,
si conchiude da contrario a contrario. Per es.: se lo stesse cause, nelle
stesse condizioni producono gli stessi effetti, è naturale aspettarsi che cause
contrarie produrranno effetti contrari. L’acosmismo. T. Akoemiemus; I.
Aoosmism; F. Aoosmiame è il trmine applicato da Hegel al sistema di Spinoza, in
opposizione ad a-teismo, perchè il sistema spinoziano non nega l’esistenza del
divino ma piuttosto fa ri-entrare il mondo in essa. Il termine è rimasto
nell’uso per indicare il pan-teismo, e, in generale, quei sistemi filosofici,
come ad es. quelli di Malebranche, Berkeley, Fichte ecc., che negano
l’esistenza del mondo come realtà indipendente. Secondo Windelband anche la
filosofia di VELIA è un a-cosmismo, in quanto essi nega la realtà delle cose,
che l’esperienza offro in co-esistenza e successione, per non affermare che la
realtà dell’essere uno ed unitario; AMORE per i fisio-psicologi moderni ogni manifestazione
più squisita del sentimento d’amore non è altro che la manifestazione complessa
d’un fatto semplicissimo 1’attrazione di due elementi vitali, di due cellule,
che tendono 8 completarsi e ringiovanirsi vicendevolmente. Spencer analizza
molto scutamente l’amore sessuale, cercandone gl’elementi costitutivi. Egli
dimostra come l’amore è il più irresistibilo dei nostri sentimenti perchè è il
più complesso, essendo un aggregato immenso di quasi tutte le eccitazioni di
cui siamo capaci. Infatti, oltre alle sensazioni © ni sentimenti strettamente egoistici,
entrano a costituirlo le impressioni complesse prodotte dulla bellezza, la
stima di sè, il piacere del possesso, l’amore dell’ approvazione, la simpatia,
l’ammirazione, la venerazione, l’affezione, il rispetto, il sentimento della
libertà d’azione. Già fin do ORAZIO Flacco si sono distinti cinque gradi o fasi
psicologiche dell’amore sessuale: rise, auditus, taotus, osculum, concubitue, I
due primi gradi sono i più degni dell’uomo, i più adeguati alla raffinatezza
del suo senso estetico; i tre ultimi, nei quali In voluttà raggiunge
successivamente le forme più intense, gl’uomini hanno iu comune coi bruti. Nel
primo grado l’uomo subisce per vin degli occhi il fascino delle forme e delle
movenze femminili; come esprime il nostro poeta nei due noti versi: E vien dagl’occhi
una dolcezza al core che intender non la può chi non la prova. TI senso uditivo
opera nella seconda fase, e con tanto maggiore intensità quanto più l’uomo à
civile e artisticamente colto. E par che dalle sue labbia οἱ mova uno spirto
gentile pien d'amore che va dicendo all'anima: sospira. La fisiologia considera
queste fari anecessive come prodotte dal progres Amo sivo diffondersi
dell’eccitamento afrodisiaco nelle diverse sfere sensoriali; dai lobi
posteriori del cervello, centri visivo e nditivo, esso s’avanza ai lobi
anteriori, centri sensitivo-motori, si sprofonda nei lobi inferiori, centri
olfattivi, e si diffonde infine a tutto l’asse encofulo-spinale durante la
consumazione dell'atto riproduttivo. In senso teologico l'amore è il godimento
che il credente prova nell’intuizione di Dio; già per Platone l’amore, ἔρος, è
l'entusiasmo puro, libero da ogni sensibilità, verso la conoscenza dell’idee, e
particolarmente per la più alta di tutte, il bene divino. Per Plotino, l’amore
pel divino è la felicità massima dell’uomo. Agostino definisce lo stato dei
beati come la più sublime delle virtù, 1’amore, charitas. Nella beatitudine
eterna, in cui non ο) ὃ da superare la resistenza del mondo e della volontà
peccatrice, e in cui l’amore non ha più bisogno di acquietarsi, quest’amore è
una contemplazione ebra di Dio, Per AQUINO la mèta suprema d'ogni sforzo umano
è la visio divine essentie, da cui segue eo ipso l’amore del divino; concetto
che trova il suo poeta in ALIGHIERI, che lo porta a somma espressione di
bellezza. Per il Cusano invece l’anima, se vuol conoscer il divino, deve
cessare d’essere sè stessa, deve rinunciare a sè stessa; tale à lo stato del
conoscere sopra-razionale, dell’ immedesimarsi dell’uomo nel divino, stato di
eni il Cusano dice: esso è l’amore eterno, charitas, che vien conosciuto per
mezzo dell’ amore, amor, ed amato per mezzo della conoscenza. Per Spinoza
l’amor dei intellectualis è il risultato della conoscenza delle cose sub specie
wernitatis; poichè da codesta specie di conoscenza nasce una gioia accompagnata
dall’idea del divino come causa, cioè l'amore del divino, non nella misura
nella quale ci imaginiamo il divino come presente, ma nella misura nella quale
comprendiamo ch’il divino è eterno: è ciò che io chiamo: amore intellettuale del
divino. Codesto amore è eterno, poichè tale è la natura della conoscenza da cui
nasce, 9 quantunque non abbia avuto cominciamento ha tutte le perfezioni
dell’amore. Esso è infino una parte dell’amore infinito con cui il divino ama
sè stesso. Il divino ama sè stesso d’un amore intellettuale infinito. L’ amore
intellettuale dell’ anima riguardo al divino è l’amore del divino stesso, amore
di cui ama sè stesso, non in quanto è infinito, ma in quanto può essere
spiegato dalla essenza dell’anima umana considerata dal punto di vista
dell’eternità: ossia 1’amore intellettuale dell’anima riguardo al divino è una
parte dell’amore infinito di cui il divino ama sò stesso. Per Malebranche ogni
conoscenza umana è una partecipazione alla ragione infinita, tutte l’idee delle
cose finite non sono che determinazioni dell’ idea del divino, tutti i desideri
rivolti all’ individuale non sono che partecipazioni all’amore, inerente
necessariamente nello spirito finito, del divino come principio del suo essere
e della sua vita. Amore ο odio sono la personificazione delle due forze
cosmiche con cui Empedocle di GIRGENTI spiega la formazione e In dissoluzione
del mondo: l’amore è la causa per oni i quattro elementi originari, terra,
aria, acqua ο fuoco, si mescolnno insieme ο dànno luogo alle cose particolari,
l’odio la causa per cui gli elementi si separano ο le cose spariscono. Platone,
Simp.; Rep.; Agostino, De trin.; Spinoza, Ethica; Leibnitz, Nour. Eee,; LUCIANI
(vedasi) Fisiologia dell’uomo; SFUMENI (vedasi), Arch. di fisiologia, Firenze;
Höffding, Psychologie; Volkmann, Lehrbuch d. Peychol. Amorfo -- T. morph; I.
Amorphous; F. Amorphe – è ciò che non ha forma sistematica, ordinata. I biologi
dicono amorfa una sostanza organica ma non organizzata in cellule. I sociologi,
per analogia, chiamano amorfe lo società costituite da un insieme di individui
senza organizzazione nè differenziazione, o gli etologi amori quegli individui
che mancano di nn temperamento determinato (sensitivo, volitivo o apatico) per
mancanza di nnità nelle tendenze, negl’istinti, nei desideri. L’smusin. T.
Amusio; I. Amusia; F. .imusie – è una forma assai rara di amnesia parziale, che
si verifica nei musicisti, e consiste o nella impossibilità di leggere la
musica (a. vieira) pur rimanendo ln capacità di leggere i caratteri
tipografici; o nella impossibilità di cantare, ο di sonare il proprio stromento
(a. motrice); o nella impossibilità di comprendere con l'orecchio le nrie
musienli (a. uditira). Brissaud, Malattie
dell'encefalo. Nella religione greca anagogia designa la festa per la partenza
e il ritorno di un divino. Nella lingua teologica indica quei processi che
hanno per scopo di δυvreccitare il sentimento dei fedeli, intensificandone le
mistiche aspirazioni. Tali sarebbero i metodi per raggiungere lo stato d’estasi
religiosa. Leibnitz adopera il vocabolo anagoge come sinonimo di induzione, ἀναγωγή.
Dicesi anagogico quello tra i quattro sensi della scrittura che è considerato
come il più profondo e che consiste in un simbolo di cose costituenti il mondo
divino. L’analgesia -- analgesic, Analgie; I. -tnalgesia, Analgia; F. Analgésie
– è un sintomo frequente nelle malattie del sistema nervoso; è sinonimo di
algoanestesia, e consiste nella completa ο incompleta insensibilità al dolore,
co-esistente colla conservazione d’altre sensazioni o di parte di ease. Essa
può essere procurata anche per ipnotismo, in seguito a comando dell’operatore.
Non va confusa coll’anestesia. La sua importanza, dal punto di vista
psico-fisiologico, sta in ciò ch’essa può verificarsi anche quando rimangano
integri gli altri sensi cutanei (di contatto, di pressione, di caldo, di
freddo), comprovando con ciò la tesi di Brown-Sequard, Funke, Mtinsterberg, che
cioò esistano nella cute terminazioni nerveo speciali e nel sistema nerveo
centrale apparati sensitivi distinti per le sensazioni del dolore, contro la
tesi opposta, sostenuta da Latye, Wundt, Richet, ecc., che gl’organi periferici
ο centrali pelle sensazioni dolorifiche siano gli stessi che funzionano per le
sensazioni tattili e termiche. GRICE VERSUS PITCHER: Would I be happy to accept a pain sense in the way
in which sight or smell is a sense? I think not. For to do so would involve
regarding the fact that we do not externalize our pains as a mere linguistic
accident. Kiesow, Aroh. it. de
Biol., Zeitsohr. für Peychol.; Alrutz, Atti del Congr. di Psicologia, Roma -- dolore,
modalità, tono. Il significato della parola “Analisi. Τ. .inalyse; I. Analysis;
F. Analyse -- è molto vago molto vario. Ad ogni modo, ricorrendo alla sua etimologia,
analisi significa scomposizione di un tutto ne’suoi clementi, ἀνα-λύειν -~
decomporre, sintesi composizione di un tutto per mezzo de’suoi elementi, 3uy-tidy1t
= comporre insieme. Trasportate nel pensiero, si dice analitica ogui funzione
che distingue in un tutto una o più parti, sintetica quella che combina parti
diverse e ricostruisce un tutto risoluto, ο di unità preesistenti forma un
tutto nuovo. Nella logica il procedimento 0 metodo analitico consiste nel
partire dai fatti particolari per nasorgere ad una legge, prima ignorata, che
tutti li abbracci e li spieghi; il procedimento sintetico consiste nel partire
da nn principio generale noto per trarne le conseguenze. Il primo procedimento,
in cui si va dal meno al più, costituisce ’ indusione ; il secondo, in cui si
va dal più al meno, la deduzione. Pure nella logica, dicesi analitica’ la prova
che va dagli effetti alle cause, sintetica © progressiva quella che va dallo
cause agli effetti; analitico il concetto le cui note sono sciolte dal loro
logamo logico, sintetico se sono pensate secondo quel legame. Nelle matematiche
la parola Analisi fu un tempo sinonimo di Algebra, la quale, in quanto metodo,
consiste infatti nel supporre il problema risolto per dedurre Je condizioni
della soluzione, cioè risalire dalla conseguenza cercata alle sue premesse;
oggi l’Analisi designa specialmente il calcolo infinitesimale, per opposizione
alla teoria delle funzioni. Wundt, Logik; Masci, Logica, Grice/Strawson, In defense of a dogma, in
Studies in the way of words. Per Aristotele l’analitica è l’arte dello
scomporre il pensioro nelle se porti; perciò dal si dice Analitica quella parto
dell'Organo di Aristotele che tratta dell’arte di ridurre il sillogismo nelle
sue diverse figuro (Prime analitiche) e dà le regole della dimostrazione in
generale (Ultime analitiche). Per Kant l’analiticn è la scienza delle forme
dell’intendimento ; essa decompone tutta l'opera formale dell’ intendimento e
della ragione nei suoi elementi e li presenta come i priueipt di ogni
apprezzamento logico della conoscenza, ed è quindi, almeno negativamente, la
pietra di paragone della verità, poichi bisogna secondo lo regole di essa
controllare e gindicare la forma di ogni conoscenza. L’analitica trascendentale
è una delle due parti in cui è divisa la logica del Kant. Essa ha per oggetto di
scomporre la nostra facoltà totale di conoscere a priori nei concetti
elementari della scienza pura »; si distingue in Analitica dei concetti dell’
intendimento puro e Analitica dei principî dell’ intendimento puro: questa è la
dottrina del giudizio, quella l’analisi delle facoltà dell’ intendimento, che
ha per scopo di spiegnre In possibilità di concetti a priori, ricercandoli
unicamente nell’ intendimento stesso come in loro fonte vera e naturale.
Aristotele, Rhetor.; Kant, Krit. d. reinen Fera., ed. Kehrbach. Analitici,
sintetici, giudizi, Kant, seguendo l’antica distinzione, chiama analitici quei
giudizi il cui predicato è necessariamente contenuto nel pensiero del soggetto
– That child is not an audlt – Grice/Strawson --, e che quindi si rica con una
semplice analisi del soggetto medesimo; sintetici quelli il cui predicato è
preso fuori del soggetto – That child understands Russell’s theory of types.
Es. g. sint. Il triangolo ha tre lati; g. an. Napoleone morì a S. Elena. I
giudizi sintetici possono, secondo Kant, essere a priori o a posteriori. Sono
sintetici a posterioni quei giudizi nei quali il fondamento del rapporto tra
predicato e soggetto è l'atto stesso della percezione; invec nei sintetici a
priori, cioè nei principi universali che danno la spiegazione dell’ esperienza,
il fondamento è qualcos’ altro, che dev’ essere cercato. Ma per Kant
l’apriorità è questo un punto essenzialissimo della sua dottrina non significa
qualche cosa che precede nel tempo I’esperienza, bensì l’universalità di valore
dei principi razioni universalità che trascende ogni esperienza e non si può in
alcun modo fondare sul’ esperienza. Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach; Proleg.;
Ewald, Kante methodologie, Grice: Nothing can be green and red all over no
stripes allowed. Nel suo
significato commune, l’Analogie. T. Analogie; I. Analogy; F. Analogie -- è la
somiglianza più ο meno lontana esistente tra due o più cose o fatti ; nel senso
primitivo è ugnaglianza di rapporti o proporzione matematica; nella logica
l’analogia ο ragionamento analogico è un razioeinio col quale, date due coso
aventi un certo numero di caratteri comuni, un nuovo carattere che si riconosca
appartenere all’una di esse, viene attribuito ancho all’ altra. In altre
parole, l’analogia, a differenza dell’ induzione, conclude da particolare n
particolare, inferendo da alcune somiglianze note altre che non sono note. Il
tipo dell’analogia è il seguente: A (che è πι, n, 4) ὃ P Sèm,n,4 sıP. La
conelusiono dell’ analogia è dunquo soltanto probabile; giacchè, per esser
certa, bisognerebbe che il termine maggiore fosso convertibile semplicemente
(ciò che è m, n, q è A) Il suo grado di probabilità cresce col diminnire dei
punti di differeriza e del numero delle proprietà sconosciute. L’analogia può
essere di identità o di coordinarione. La prima ha luogo quando fra due coppie
di concetti esiste identità di rapporto ο di sostanza; ad es. l'estensione della
legge della gravità terrestre a legge della gravitazione universale. La seconda
quando fra i due concetti esiste solo una identità di rapporto; ad cs. le
analogie tra lo spazio visivo e il tattile, tra la propagazione del calore e
quella del suono. E celebre 1’analogia d’ identità con la quale Franklin,
movendo da alcune somiglianze fra il fulmine e l'elettricità, argomentd che
anche quello, come questa, doveva essere attirato dalle punte metalliche.
Analogie dell'esperienza chiama Kant le regole secondo le quali dalle
percezioni deve uscire l’unità della esperienza. Esse si appoggiano su questo
principio generale. L’esperienza non è possibile che per la rappresentazione di
un logame necessario delle percezioni. Tre sono i modi secondo i quali i
fenomeni esistono nel tempo, e ciod durata, successione, e simaltaneità ; tre
sono quindi le analogie dell’ esperienza. Prima anslogis : principio della
permanenza della sostanza: la sostanza persiste nel cambiamento di tutti i
fenomeni ela sus quantità non aumenta nè diminuisce nella natura. Seconda:
principio della causalità: Tutti i cangiamenti avvengono secondo In connessione
degli effetti e delle cause. Terza: principio di simultaneità secondo la legge
d’azione reciproca: tutte lo sostanze in tanto cho possono esser percepite come
simultanee nello spazio, sono in una azione reciproca generale. Nella lingua scolastica analoga sono quelle
cose delle quali il nome è identico, mentre la ragione significata dal nome è
in parte identica in parte no, come il divino e la creatura rispetto all’ arte.
Analoga attributionia sono quelle cose a cui conviene un nome comuno nel senso
medesimo, ma per titolo diverso; analoga proportionalitatis quelle cose a cui
conviene un nome comune con significato simile e con proporzione, come al mare,
al cielo e all’animo dell’uomo la serenità. Aristotele, Anal. prior.; Kant,
Krit. d. reinen Vern., ed. Kohrbach; Wundt, Logik, PAGUINI (vedasi), Le
analogie, Cult. filosofica; CHIDE, La logique de l’analogie, Rev. phil., Sageret,
L’analogie scientifique. Grice, analogia come parte dell’escatologia. Analogismo
-- T. Analogiemus, Analogiererfahren; I. Analogiem; F. Analogieme – è, in
generale, ogni indirizzo che si vale del ragionamento analogico per giungere
alla conoscenza di qualsiasi categorin di fenomeni. E quindi analogismo
quell’ndirizzo sociologico, che concepisce la società come un organismo
vivente, in cui gli individui rappresentano le cellule, e ricava lo leggi
dell'organismo sociale dallo studio delle leggi dell’organiamo biologico. In
senso più ristretto analogismo equivale a idealismo realistico, monismo
spiritualistico, antropomorfismo, ecc.; ossia quell’indirizzo filosofico cho
concepisce ln realtà esterna per analogia con la realtà interna, cioè con la
coscienza umana. Nella sua forma riflessa esso comincia con Leibnitz. per il
quale appunto la natura delle monadi ci è resa intelligibile per via dell’
analogia con i nostri stati interni; la legge dell’analogia ci impone di
professare ovunque il principio tout comme oi (simile ul tout comme chez nous
di Holberg). Leibnitz, Nour. Essaie, Erdmann; Hiffding, Hist. de la phil. moderne. Nella dottrina platonica, l’anamnesi. – Ανάμνησις
-- è la reminiscenza, ossia quel movimento per il quale lo spirito
dall’opinione si innalza alla scienza. Esso infatti si produce spontaneamente
alla vista dei vestigi della verità, della bellezza, dell'uguaglianza,
dell’unità dell'essere, che si riscontrano negli oggetti dell'opinione; sembra
quindi che codesti attributi ci siano conosciuti primitivamente e che noi non
facciamo che riconoscerli. Da ciò viene che per Platone la filosofia non è che
una reminiscenza. Con 1’esempio del teorema di Pitagora, egli mostra che la
conoscenza matematica non proviene dalla percezione sensibile, ma che questa
fornisce soltanto l'uccisione per cui l’anima richiama alla memoria la
conoscenza preesistente in essa, cioò avente un valore puramente razionale.
Ora, se le idee preesistono nell’ anima alla percezione, l’ anima deve averle
ricevute prima; e infatti le anime, prima della vita terrena, hanno, secondo
Platone, veduto nel mondo incorporeo le puro forme della realtà, © la
percezione di cose corporee simili richiama (secondo le leggi generali dell’
associazione e della riproduzione) il ricordo di quelle imagini, dimenticate
durante la vita corporea terrena; da ciò nasce l’ impulso filosofico, l’amore
per le idee (dpwg), con cni l’anima #'innalza di nuovo alla conoscenza di
quella vera realtà. Cfr. Platone, Men., 80 segg.; Fedro, 246 segg.; Fedone, 72
segg. Anarchia. T. Anarchismus; I. Anarchy; F. Anarchie. Secondo l'etimologia
greca (& priv. ἀρχή --comando) significa assenza di ogni autorità, di ogni
legge, di ogni capo. Nella sociologia ai distingue 1’ anarchiemo politico, che
ebbe per maestro Proudhon, e propugna l’ assoluta eguaglianza fra gli uomini,
l'abolizione di ogni proprietà e autorità, meno la familiare, e la spartizione
dei prodotti, ealcolati secondo le ore di lavoro; il comunismo anarchico,
fondato da A. Herzen, M. Bakunin, ecc., che vuol tutto abbattere, famiglia,
proprietà, stato, religione, per raggiungere V’ amorfismo politico; il
collettiriemo anarchico, che ammette un potere pubblico per la ripartizione dei
prodotti derivanti dallo sfruttamento delle terre e delle macchine, per opera
di associazioni di operai e d’agricoltori. Pietro Kropotkin tentò per ultimo di
unificare le varie dottrine anarchiche ; il suo armonismo sociologico, sia che
cerchi di fissare una presunta posizione scientifica dell’anarchia, o tenti una
valutazione critica dell’ ordinamento rociale e politico presente, 0 si
avventuri in previsioni sulla società avvenire, ha qualche parentela
formalistica ed estrinseca col sistema evoluzionistico dello Spencer, l’unico
filosofo che abbia posizione nel corso normale della acienza da cui gli
anarchici mntuino qualche detrito frammentario ANA-ANE li 46 di
pensiero. Tuttavia l’armonismo sociologico del Kropotkin ha, dimostra lo
Zoccoli, un carattere di troppo palese provvisorietà empirica per poter
assorbire ed acquietare le tendense di autonomia dottrinale, che si manifestano
anche tra gli anarobici; nn esempio tipico lo offre la dottrina dell'americano
Tucker, che giunge bensì allo stesso conseguenze estreme del comunismo del
Kropotkin, ma attraverso premesse aspramente individualistiche in politica, in
economia e in morale. Cfr. E. Zoccoli, L’anarekia: gli agitatori, le idee, i
fatti, 1907. Anatomia e fisiologia comparate. Scienze fondate dal Cuvier, ma
già intravvedute con precisione da Aristotele. Esse, fondandosi sullo studio comparativo
delle vario forme organiche, cercano stabilire le leggi generali di parentela
fra i diversi gruppi © i modi probabili di evoluziono dei vari apparecchi dell’
organismo animale. Sebbene la natura delle due scienze sia molto nffine,
cosicchè spesso si confondono, tuttavia scopo specifico della seconda è lo
studio dello analogie esistenti tra i vari organi degli animali, della prima è
invece lo studio delle omologie. Si dicono analoghi quegli organi che, sebbene
djversi anatomicamonte fra loro, sono nei vari animali impiegati agli stessi
usi, ul es., le branchie dei pesci, le trachee degli insetti, i polmoni dei
mammiferi; si dicono omologhi quegli organi che, quantunque morfologicamente
uguali, compiono nei diversi animali funzioni diverse, ad es. le autonne degli
insetti, gli aculei dell’ istriee, le penne dogli uccelli. Cfr. R. Besta,
Anatomia ο fisiologia comparata, 23 cd., Hoepli. Anatreptica (évatpénw =
abbutto). L’ arte di rovesciare le proposizioni di un avversario. Fa parte
dell’agoniatica, che è quella parte della dialettica che consiste in veri e
propri certami o dispute (v. dialettica, erintica, maieutiva, ece.). Anestesia.
l. Anisthesie; I. Anaesthesia; F. Anesthésie. Insensibilità a qualsiasi
eccitazione, che pnd essere deter 47 ANF
minata da una lesione degli organi periferici (pelle) o dei centri nervosi
(enogfalo, midollo spinale). Nel primo caso si ha l’a. periferica, nel secondo
caso Va, centrale; è speciale se limitata ad una sola regione del corpo. Si
dicono poi sistematiche quelle anestesie in cni il soggetto, pure avendo tutti
i suoi sensi intatti, non percepisco che le sensazioni cho riguardano un dato
oggetto, oppure è incapace di percepiro quelle cho si riferiscono a un dato
oggetto. Anestesimetro è lo strumento con cui si misura il grado della
anestesia. In senso figurato dicesi
anestesia del senso morale (ethische Farbenheit dei tedeschi) la mancanza di
senso morale, che si riscontra in alcuni individui i quali pure non ignorano le
leggi della moralità, ma sono impotenti a seguirle appunto perchè la loro
coscienza morale non è sorretta e guidata da alcuna di quelle tendenze emotive,
che spingono 1 uomo verso il bene; essi appartengono alla entegoria dei folli
morali, © si distinguono dai ciechi morali (ethische Blindheit dei tedeschi),
che mancano affatto di coscienza morale, © dagli abnliei morali, nei quali le
tendonze emotive verso il bono esistono, ma sono troppo. deboli per lottare
contro quelle che spingono I’ individuo al soddisfacimento dei suoi appetiti e
delle suc passioni. Cfr. Kraft-Ebing, Die Lehre ton mor. Wahnsinn, 1871;
Dagonet, Folie morale, 1878; Bonvecchiato, Il senso morale e la pazzia morale,
1883 (v. analgesia), Anfibolia. T. {mphibolie; I. Amphibolia; F. Amphibolie.
Vocabolo greco, col quale si designa, nella logica, l'eq voco di senso
risultante dalla costruzione di una frase, © dall’ nso di termini di doppio
significato. Kant chiamava anfbolia dei concetti della ragion pura la
possibilità di nostitnire all’uso empirico dei principi dell’ intelligenza che non
hanno valore se non per rapporto agli oggetti dell’esperienza un uso
trascendentale illegittimo; percio egli la chiama amfbolia trascendentale o fa
una critica della monadologia leibnitziana, che considera come riposante au
ANF-ANI 48 tale anfibolia. Cfr. Aristotele, Le soph.
elench.; Kant, Krit. d. reinen Pern., ed. Kehrbach, p. 245. Anfibologia. T.
Amphibologie; I. Amphibology ; F. Amphibologie. E una forma di sofisma molto
simile all’ anfibolis, ma si usa specialmente per indicare l’ ambiguità
risultante dall’ uso di certe forme sintattiche. Es. la frase latina dico lupum
mordere canem » è un’ anfibologia, perchè può significare tanto io dico che il
lupo morde il cane » quanto io dico che il cane morde il lupo ». Anima. T.
Seele; I. Soul; F. Ame, Prima che comineinsse la speculazione filosofica,
l’uomo s'era già volto ad esaminare quale fosse il substratum dei fenomeni
dell’esperienza interna, e per prima cosa separò questo dal corpo, spintovi
forse dai sogni, poi l’identificò col soffio dolla respirazione; tale infatti è
il significato etimologico del latino animus, del sanscrito dtman, dal greco
φυχή. Sorta la filosofia, il concetto di anima assunse via via vari ed opposti
significati, che si possono tuttavia ridurre a quattro fondamentali: 1° L’ anima
è concepita come sostanza spi rituale, semplice, inestesa, immortale,
indipendente e distinta dal corpo; ciò costituisce lo spiritualismo, detto
anche dualismo perchè pone la dualità fondamentale del corpo e dell’ anima,
della materia ο dello spirito. 2° L'anima è considerata non come esistente per
sè, ma come una semplice funzione dell'organismo; ciò costituisce il
materialiemo, che è monistico quando ammette la sola sostanza materiale e fa
dello spirito una attività di ossa, dualistico quando considera 1’ anima come
una sostanza materiale simile alla corporea. 3° L’ anima è considerata come I’
unica realtà, mentre tutte le altre cose non sono che una parvenza o una
derivazione di essa; tale è la dottrina sostenuta dall’ idealismo o moniemo
spiritualistico. 4° Infine l’ anima è identificata col corpo, i fenomeni
psichici coi fisici, considerandosi però gli uni e gli altri come
manifestazione di un principio auperiore che li contiene e li domina, di un
prinei 49 ANT pio che è la sola roaltà;
questa è I' ipotesi fondamentale di due sistemi, che, del resto, differiscono
molto nel fondo: il panteirmo e il moniemo. A queste quattro vedute
fondamentali si può aggiungere lu dottrina fenomenistica moderna, che trae le
origini dallo scetticismo di Hume e dal criticismo di Kant. Essa abbandona alla
metafisica ogni specalazione astratta sull'anima, limitandosi a studiarne
scientificamente le manifestazioni. Non afferma che l’anima esista o non
esista, ma soltanto che essu è un qualche cosa di sconosciuto, di inconoscibilo
forse; e che, in ogni caso, il problems non potrà essere risolto con le ipotesi
ο le congetture, ma con le ricerche minute, pazienti, positive dei Senomeni
peichici. Affine al fenomenismo è l’attualiemo, ılottrina contemporanea che
nega nella coscienza qualunque sostrato permanente, affermando che i fatti
psichici sono reali solo quando e in quanto sono attuali, e che questi essendo
in continua successione, la realtà della concienza si risolve nella attualità
dei suoi stati. Ad ogni modo la parola anima implica, sia dal punto di vista
empirico o fenomenico che dal metafisico, una opposizione con I’ idea di corpo,
e si distingue tanto dallo spirito quanto dal me: da quello in quanto contiene
P idea d’ una sostanza individnale ed ha una estensione maggiore, applicandosi
la parola spirito specialmente alle operazioni intellettuali ; dal me in quanto
questo non è di essa che una parte. Aristotele chiama anima regetatica quella
che produce la nutri zione, l'accrescimento, la riproduzione degli esseri
viventi ; a. pensante quella che è il principio del pensiero, sin puro che
discorsivo: a. sensitiea quella che è il principio della sensibilità, anche
negli esseri irragionevoli. Bacone chiama a. sensibile uno sostanza puramente
materiale, costituita dagli epiriti animali e propria tanto dell’uomo che dei
bruti. Cfr. Platone, Filebo, cap. 30; Fedone, cap. 2: stotele, Je an., I, 2;
Cicerone, De nat. deorum, III, 14, 3 Plotino, Enneades, V, 5; Bacone, De augm.,
IV, 3; Carte» 4 Raxcout, Dirion. di
scienze flosofiche. ANI 50 Principia philos., IV, 196; Holbach, System
de la nature, 1770, vol. I, p. 118; Kant, Arit. dor reinen Tern., ed. Kirchm.,
p. 324-337; Lotze, Microkoemus, 1879, vol. I, p. 101170; Vogt, Physiol. Briefe,
1845; Lange, Gesohichte d. Materialismus, 1874; Wundt, Grundsüge d. pysiol.
Psychologie, 1880, vol. I, p. 8 segg.; II, p. 453-463; Ferri, La psychol. d.
l'association, 1883, p. 286-293; Mausdley, La physiol. de Veaprit, 1878, p. 75
segg.; Höffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 8-23; Hamilton, Lectures on metaph., 1882,
vol. I, p. 138 segg.; Spencer, Princ. of. peyohol., 1874, P. 11, $ 58, 59, 63;
F. Bonatelli, Disoussioni gnoseologiche e note critiche, 1885; G. Sergi,
L'origine dei fenomeni psichici, 1885; Ardigò, Opere ΠΙ., I, p. 189 segg.; VII,
17 segg.; G. Villa, La psiool. contemporanea, 2* ed. 1911 (v. parallelismo,
idealismo, priohe, io, immortalità, semplicità, unità, identità). Anima del
mondo. Gr. Ἡ τοῦ παντὸς φυχή; Lat. Anima mundi; T. Weltseele, Wellgeiat; I.
Soul of the world; F. Ame du monde. Dottrina propria specialmente di Platone e
degli stoici. Secondo Platone, il mondo è opera della ragione; ina la ragione
non può stare senz'anima; di qui l’anima del mondo che fu creata da Dio per
prima, ο serve da mediatrice fra I’ indivisibile o il divisibile, fra le ideo ο
le cose sensibili. Per gli stoici, invece, il mondo è un immenso corpo
organizzato, fornito di un’ anima come gli organismi individuali: quest’ anima,
costituita da un fuoco etereo purissimo, è, nello stesso tempo, la ragion
seminale del mondo, il principio di universale attività, la provvidenza che sn
tutto vigila, in una parola Dio stesso. Cfr. Platone, Timeo, 34 b segg.;
Aristotele, De anima, 407 a; Cicorone, De nat. deorum, II, 8 (v. demiurgo).
Animali (spiriti). Lat. Spiritus animales; T. Tiergeister, Nercengeister ; F.
Esprits animaur. Secondo un’ antica dottrina, durata lunghi secoli ma da tempo
abbandonata, I’ attività sensoriale e motrice dell’ anima sarebbe determinata
dagli spiriti animali, sostanza gassosn prodotta dal sangue 51 ANI
e scorrente attraverso i nervi al cervello. Erasitrato, nipote di Aristotele,
considerava gli spiriti snimali come provenienti dal cervello, gli spiriti vitali
dal cuore; secondo Galeno gli spiriti animali derivano da una mescolanza dell’aria
aspirata dalle narici con gli spiriti vitali condotti dal cuore ai ventricoli
laterali del cervello mediante le arterie, ed erano trasmessi dal cervello ai
nervi per determinare il movimento e la sensazione. Tale dottrina, più o meno
modificata, fu accolta da S. Agostino, 8. Tommaso, Telesio, Bacone e Descartes,
per il quale gli spiriti animali sono secreti dal cervello attraverso dei pori
cho s’aprono nei ventricoli, e, sccumulandosi in queste cavità, eccitano I
anima situata nella glaudola pineale; la volontà, a sus volta, muove gli
spiriti animali dei ventricoli per mezzo della glandola pineale, e li
distribuisce per la via dei nervi a tutte le parti del corpo: Notum eat, omnen
hos motus musculorum, ut omnes sensus, pendere a nervis, qui sun! instar
tenuium filamentorum aut instar parvorum tuborum, qui er corebro oriuntur; et
continent, ut et iprum cerebrum, certum quendam aërem aut ventum subiilissimum,
qui apirituum animalium nomine ezprimitur. Lunghe discussioni seguirono poi tra
gli scienziati intorno alla natura, all’ origine, alla sede degli spiriti
animali; ma solo verso la fine dell’ ottocento si cominciò a sostituirli con I’
ipotesi della vis nervosa, o corrente meurilica, che propagandosi lungo il
cilindrasse delle fibro trasporta le eccitazioni sensorie dalla periferia all’
encefalo ο le motorie dall’ encefalo alla periferia. Cfr. Telesio, De rer. nat., V. 5;
Bacone, Nov. Org., Il, 7; Hobbes, De Corp., C. 25; Descartes, Pass. an., 1, 7;
Vulpian, Leçons sur la physiol. du syst. nerreuz, 1868: Bastian, Le cerveau
org. de la penade, trad. franc. 1888, II, Ρ. 111 segg. Animismo. T.
Animiemus; I. Animiem; F. Animisme. Nella
storia delle religioni, dicesi animismo la credenza nell'esistenza degli
spiriti, da cui ogni cosa è animata: à ANN una delle forme della religiosità
primitiva. Si distingue dal fetieismo, che consiste nell’ adorazione degli
oggetti materiali in oui si crede dimori uno spirito. Una forma affine di
animismo consiste nella credenza che tutta la natura sia animata, senza che ciò
implichi l’esistenza di agenti distinti dai corpi. Nella filosofia, designa
quella dottrina che spiega tutti i fenomeni della vita ponendo a causa
originaria di essi l’anima, principio ad un tempo della vita e del pensiero. L’
animismo filosofico 6’ oppone all’organicismo, al meccaniciemo ο al vitaliemo,
obbiettando al primo che la forza direttrice e creatrice, ch’ esso pure ammette
negli organi, se distinta dalla materia vivonte è una pura concezione
metafisica, se identificata colla materia stessa, è, in fondo, l’anima; al
secondo, che in ogni essero vivente esiste un’ idea direttrice e creatrice
inesplicabilo colla semplice trasformazione del movimento ; al terzo, cho I’
esistenza di due anime, la vitale e la ponsante, Puna accanto all’ altra ©
ignorantisi a vicenda, è incomprens bile e, ad ogni modo, più difficile a
spiegare che non l’esistenza di un’ anima sola. Si distinguono due specie di
animismo filosofico: 1’ nna considera il corpo come prodotto © organizzato
dall’anima, l’altra, più consona αἱ risultati della scienza moderna, e
contraddistinta col nome di ani. miamo polizoista, considera ogni elemento
anatomico vi vente (cellule), come un piccolo animale, cosicchè il corpo
sarebbe prodotto dal consonso di tutte queste anime elementari. Cfr. Tylor, La
première civilisation, 1875; H. Spencer, Principî di sociologia, trad. it.
Bibliotoca dell’ economista, p. 145 sogg.; Hans Driesch, Il vitaliemo, atoria e
dottrina, trad. it. 1911; Haeckel, I problemi dell'universo, trad. it. 1904, p.
264 segg. (v. cellulare pricologia, vita, duodinamismo). Annientamento. T.
Vernichtung; I. Annihilation; F. Annihilation. Si distingue dal semplice
cangiamento © designa il passaggio dall’ Essere al non-Essere; è quindi il
contrario di oreazione, che è il passaggio dal non-Essere 53
ANO-ANT all’ Essere. Non sempre però il vocabolo è preso in senso
assoluto (v. ecpirosi). Anoetico e dianoetico. Aristotele distingue le virtù in
dianoetiche ed etiche, cioè virtù dell’ intelletto ο virtà del sentimento
(4806): il loro carattere comune sta nel diventare qualità stabili della
persona, ma mentre le prime provengono dall’ esperienza e dalla educazione, le
seconde devono nascere dall’abitudine pratica dell’azione, che loro
corrisponde. Due sole sono, in fondo, le virtù dianoetiche, cioè prodotte
specialmente dall’intelletto: la sapienza (σοφία) © la prudenza (φρόνησις),
secondo che l’operare normale dipende più dall intelligenza filosofica o da
esperienza ο pratica. Il Rosmini, risuseitando con diverso significato i
vocaboli già usati da Platone e da Aristotele, chiama modo anoetico il modo di
pensar I’ essere prescindendo da ogni sua relazione con la mente, ed essere
anoetico l’ essere così pensato; chiama invece essere dianoetioo ο modo
dianoetico quando 1’ essere è pensato colla sua relazione essenziale alla
mente, per mezzo della riflessione colla quale l’uomo s’accorge che I’ essere è
essenzialmente intelligibile. Cfr. Aristotele, Eth. Nio., I, 18, 1103 a, 5; II,
1, 1103 a, 15 segg.; Rosmini, Nuovo saggio, 1890. Anomalia. T. Abnormität,
Anomalie; I. Anomaly; F. Anomalie. Vocabolo ormai fuori d’ uso, preferendosi ad
esso V altro di anormalità. Esso significa eccezione alla legge (a priv. ο
vipog= legge); ma le leggi naturali non soffrono eccezioni, e quelle che si
dicono tali nou sono, in fondo, che leggi particolari esse medesime,
avverantesi sia pure in un numero ristrettissimo di casi, ma sempre logate al
determinismo causale. In generale per anomalia si intende ogni fenomeno che si
allontana dal tipo ordinario; in an senso particolare designa le deviazioni
gravi d’un organo o di una funzione. Antagonismo. T. Antagoniemus ; I.
Antagonism ; lagonieme. Si dicono antagonistiche due rappresentazioni che, nel
momento della deliberazione volontaria, si manifestano alla coscienza con forza
l’ una impulsiva l’altra inibitoria. Si dicono antagonistici due muscoli che,
contraendosi, danno luogo a movimenti inversi. Sono antagonistiche due forze
quando il momento della risultante è uguale alla differenza dei momenti dei
loro componenti; sono invece sinergiohe quando il momento della risultante è
uguale alla somma dei momenti dei loro componenti. Antecedente. T.
Vorhergehend, Antecedens ; I. Antecedent; F. 4ntéoédent. In un rapporto
qualsiasi, logico o metafisico, dicesi antecedente il primo termine,
conseguente il secondo. Così lo 8. Mill ha definito la causa come l’antecedente
invariabile e incondizionale di un fenomeno »; l’effetto in tal caso è il
conseguente. Nel giudizio ipotetico dicesi antecedente lu prima parte, che
enuncia la condizione, conseguente la seconda che enuncia il condizionato; nel
giudizio se S è vero, P ὁ vero, 8 è l’antecedente, P il conseguente. Nella
psicologia e nella teoria della conoscenza cesi antecedente d’un fatto ο d’uno
stato di coscienza, ogni fenomeno che li precede nel tempo. Nella medicina
diconsi antecedenti gli avvenimenti individuali o ereditari che possono
spiegare certe anomalie attuali in un dato soggetto. Antecritico. Si suol
designare così quel periodo della vita del Kant, che è anteriore alla pubblicazione
della dissertaziono latina sul mondo sensibile e intelligibile, e alla libri
pubblicati dal grande filosofo nel periodo antecritico, è manifesta l’iutluenza
della filosolia wolfiana ο inglese. Ante rem. Che preesiste alla cosa. Alcuni
scolastici realisti, che ammettevano cioè la realtà degli nniversali, dicevano,
conformandosi alla dottrina platonica, che codesti universali sono ante rem,
preesistono alle cose individuali idealismo, realismo, terminismo). Anteriore.
T. Früher; I. Anterior, prior; F. ‘intérieur. In generale ciò che precede, che
vien prima. Tuttavia occorre distinguere I’ anteriore aronologico, con cui si
designa ciò che precede nell’ ordine del tempo, dall’anteriore logico, che
indica il termine da eni un altro dipende. Es. nella formazione geologica il
periodo eolitico è cronolo; camente anteriore al paleolitico; nel ragionamento
sillogi stico la maggiore è logicamente anteriore alla conclusione.
Antesubietto. In generale, ciò che precede cronologicamente o logicamente il
soggetto. Il Rosmini chiama così l'essere, che è il soggetto dei soggetti, e
distingue un antesubietto dialettico e un antesubietto ontologico. Il primo è
quello che la mente prepone, nell’ atto del concepirle, a entità che sono
supposte tali mentre non sono, come al nulla e all’ assurdo; ο, in altre
parole, quell’antesubietto di cui la mente abbisogna per concepire le cose. Il
secondo è invece quello che la mente prepone ai veri atti successivi o ai
termini dell’ essere. La mente concepisce poi le cose per I’ atto dell’ essere,
e questo le appariace come assolutamente essente ©, ad un tempo, come per sò
intelligibile; dunque esso costituisce un antesoggetto ad un tempo ontologico ο
dialettico. Cfr. A. Rosmini, Nuovo saggio, 1830. Anticipasione. T.
Anticipation; I. Anticipation; F. Anticipation. È il greco πρὀληψις, che Seneos
tradusse con presumptiones. Secondo gli stoici, non esistono in resltà che i
singoli, mentre gli universali non sono che concetti soggettivi, formati per
astrazione. Alcuni di questi concetti, nati dalla percezione, sono comuni a
tutti e perciò essi li chiamavano anticipazioni, non perchè li credessero
innati come a torto si interpreta da molti ma per contrap porli a quelli la cui
formazione richiede le norme della dialettica. Gli epicurei, che adottarono
pure questa dottrina, la intesero in modo alquanto diverso: secondo essi la
conoscenza si fonda semplicemente sulle percezioni sensibili © sulla
rappresentazione di più percezioni simili che rimangono nella memoria; le prime
chiamavano sensazioni, le secondo anticipazioni. Il Gassendi ha ugualmente
definita l’anticipazione oomprehensionem animi, opinionemve quandam congruam,
sive mavis intelligentiam menti defizam,existentemque quasi memoriam
monumentumve cius rei, qua extroreum sapius apparuerit. Anticipazioni dell'esperienza si soglion dire
quelle congetture provvisorie, concepite a priori, che dovranno più tardi
essere confermate o distrutte dai fatti e che servono intanto come idea
direttiva, come punto di partenza delle esperienze. L'ipotesi sarebbe appunto
un’ anticipazione sull’ esperienza. Kant
chiamava anticipazione della percezione îl secondo dei principi delintelletto
puro », che si formula coeì : ogni fenomeno ha una quantità intensiva, vale a
dire una gradazione. Nella fisica codesta quantità intensiva costituisce lu
forza; dunque tale proposizione è il principio a priori della dinamica. Cfr. Diogene
Laer., VII, 154; Cicerone, De nat. deorum, I, 16; Kant, Krit. d. reinen Vern.,
ed. Kehrbach, p. 162, 169 (v. ipotesi, senso comune). Antiegoismo v. Altruismo.
Antilogia. Gr. “Avtoyia; T. Antilogie; I. Antilology ; F. Antilogie. Artificio
del linguaggio, mediante cui si riuniscono due parole di opposto significato, o
due giudizi che si escludono. L’ antilogia è uno dei tropi degli antichi
filosoti scettici: tra le due proposizioni contradditorie e di ugual valore,
che si possono sempre profferire d’ogni cosa, essi non affermavano nè l'una nd
l’altra. Tale dottrina era riassunta nella seguente formola: Παντὶ λόγῳ λόγος
ἀντιχεῖται. Alcuni psicologici moderni
designano con 1’ espressione antilogia della volontà il fatto per cui, anche
negli individui normali, la volontà cosciente e razionale è spesso turbata da
impulsi oscuri, da tendenze inesplicabili, che, quantunque ordinariamente
represse, spingono talvolta ad azioni irragionevoli e di cui non si aa dare
spiegazione. Il fatto è spiegato mediante I’ azione che l’ incosciente esercita
sulla deliberazione volontaria. Cfr. Spitta,
57 ANT Die Willenbestimmungen und
ihr Verhältnisse su dom impulsicen Handlungen, 1881; Höffding, Peychologie,
trad. frane. 1900, p. 447 (v. inooscionte). Antinomi. Setta di eretici
cristiani, non molto diversa dal quietismo francese del secolo XVIII, la quale
sosteneva che per salvarsi non è necessaria l’ osservanza della legge, ma basta
la fede. Cfr.
Dorner, Syst. of. christ. doctrine, 1. IV, p. 24 segg. Antinomia. Gr. Αντινομία; T. Antinomie; I. Antinomy; F.
Antinomie. Vocabolo usuto originariamente nella teologin e nelle scienze
giuridiche, per indicare In contraddizione tra due leggi ο principi nella loro
applicazione pratica a un caso particolare. Goclenio la dice adoperata pro
pugnantia seu contrarietate quarumlibet sententiarum sew propositionum. Kant
adoperò per primo questo vocabolo, per designare le opposizioni contradditorie
in cui incorre necessariamente la ragione quando si esercita sopra certi
concetti (&vri contro, vépog regola). L’ antinomia è composta di due
proposizioni (tesi ο antitesi), le quali, sebbene siano contradditorie, possono
essere giustificato da argomenti d'ugual forza. Quattro sono le antinomie della
ragion pura, nelle quali cioè nrta V idea cosmologica, l’iden del mondo
considerato come ultima condizione dei singoli fenomeni; le prime due sono
dette dal Kant antinomie matematiche, le altre antinomie dinamiche: 13 tesi, il
mondo ha un cominciamento nel tempo e un limite nello spazio antitesi, il mondo è infinito nel tempo e
nello spazio; 2° t., In materia è composta di parti semplici a., nessuna sostanza è assolntamente
semplice; 3° {., si dà la libertà, cioè un’attività che non suppone alcuna
causa anteriore, ο che determina tutta la serio degli effetti che κ’
intrecciano nel mondo a., non vi è
libertà nel mondo, ma tutto avviene secondo le leggi naturali; 4* t., vi è nel
mondo un essere assolutamente necessario, sia como parto sin come causa di
esso a., nulla esiste di assolutamente
necesANT 58 sario, nd nel mondo na fuori di esso come sus
causa. Oltre queste quattro, vi è un’ antinomia della ragion pratica, che
consiste in cid: noi consideriamo come necessario l’ a0cordo tra il bene e la
felicità, ma questo accordo è irrealizzabile nelle condizioni della vita
presente. Questa antinomia si risolve facilmente con la credenza in un mondo
futuro, ove 1’ accordo potrà realizzarsi, mentre le antinomie della ragion pura
sono insolvibili dalla ragione o dalla esperienza, essendo proprie di quel
mondo metafisico dei noumeni, in cni c'è vietato entrare. Cfr. Eucken,
Geschichte d. philos. Terminologie, 1878; Kant, Krit. d. reinen Vern.,
Dialettica trascend., parte 2°; Krit. d. Urthetlekraft, $ 54 segg.; F. Evelin,
La raison puro et les antinomies, 1906 (v. antitesi, critiolemo, dialettica).
Antipatia. T. bneigung, Antipathio; I. Antipathy; F. Antipathie. Opposto a
simpatia; come dice la derivazione etimologica (ἀντί-οοπίτο, πάθος-οπιοσἰοπο)
significa una repulsione istintiva e cieca che allontana certi individui da
certi altri individui o cose. Secondo Spinoza essa è un prodotto dell’
associazione delle idee, come la simpatia; egli spiega il loro carattere irrazionale,
ammettendo che quando l’anima è eccitata da uno stimolo doloroso o piacevole
dopo averne provato uno indifferente, il ripresentarsi di questo è seguito da
dolore o piacere per pura contiguità nel tempo: Da ciò comprendiamo come può
accadere che noi amiamo 0 odiamo certe cose, senza alcuna cagione » noi nota,
ma semplicemente, come si suol dire, per sil patin ο per antipatia ». Cfr.
Spinoza, Ethica, teur. IX, seolio. | Antitesi. T. Antitheso; I. Antithesie; F.
Antithèec. Nella retorica si dice così quella figura che consiste nella
opposizione non solo di due parole, ma anche di due pensieri; è un’ antitesi il
detto di Socrate: tutti gli uomini vivono per mangiare, io mangio per vivere.
Quindi, più che un ornamento retorico, I’ antitesi è un vero © proprio stro
59 ANT mento di prova, di cni molto si
valsero i filosofi. Così, le antinomie kantiane constano ciascuna di una tesi e
di un’ antitesi, la prima che afferma un dato principio, la seconda che, con
argomenti d’ ugual forza, lo nega. Nella filosofia di Fichte, l’antitesi è il
non-Io, che si contrappone all’ Io fenomenico, tesi, e che |’ Io assoluto, vale
a dire la sintesi, identifica con I’ Io fenomenico. Nel sistema Hegel }’
antitesi è il secondo momento del divenire. La sintesi, come si vede, è la
proposizione che concilia la tesi e l’antitesi. Cfr. Aristotele, Phys., V, 1,
225 a, 11: Kant, Erit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 349; Hegel, Enoykl., $
48; Fichte, Grund. d. gesamiem Wissonachaftslehre, 1802, pag. 35. Antitipia. T.
Antitypia; I. Antitypia; F. Antitypie. Indica la proprietà della materia di
essere impenetrabile e resistente. La parola, ricavata dal greco, fu dapprima
usata dal Gassendi, per provare, contro Cartesio, che l'essenza dei corpi non è
soltanto l'estensione, ma anche l’impenetrabilità. Anche il Leibnitz adopera,
in senso più largo, questo vocabolo, che per lui significa quell’ attributo
della materia per il quale essa esiste nello spazio, rimane immobile senza un
intervento esterno, © oppone una resistenza passiva. Codesta antitipia
costituisce la forza passiva della monade; in ciò il Leibnits fa consistere la
materia prima: materia est quod consistit in antitypia, sen quod penetrandi
resistit ». Cfr. Leibnitz, Op. fil., ed. Erdmnann, 1840, p. 466, 691.
Antropismo. T. Anthropismus; I. Anthropism; F. Anthropieme. Con questo nome l’
Haeckel designa quel complesso di idee erronee, con cui l’uomo si contrappone 4
tutto il resto della natura e considera sò stesso come il fine voluto della
creazione organica e cume un essere perfettamente diverso da quella e simile a
Dio. L’antropismo comprende l’antropocentrismo, la credenza cioè che I’ umanità
sia il centro e la causa finale dell'universo; l’antroANT pomorfismo, © la
credenza in un Dio creatore del mondo, perfettamente uguale, nel pensiero e
nell’ opera, all’ uomo ; © Vantropolatria, o |’ adorazione divina dell’
organismo umano. Cfr. E. Haeckel, I problemi dell’ universo, trad. it. 1902, p.
17 segg. Antropocentrico. Τ. Anthropocentrisoh; I. Anthropocentrio; F.
Anthropocentrique. È quasi sinonimo di teleologico, e si applica a tutti quei
sistemi che fanno dell’ uomo il centro dell’ universo, vale a dire il fine per
il quale ogni cosa è stata creata e al quale ogni cosa è subordinata, Quindi,
secondo l’antropocentrismo, gli occhi sarebbero stati dati alV uomo per vedere,
il sole la luna © le stelle per illuminarlo di giorno e di notte, i minerali e
i vegetali per nutrirlo, ece. In un senso più filosofico e più moderno è
antropocentrico il pragmatismo o umanismo, il quale, subordinando la verità
delle conoscenze al loro valore pratico, alla loro utilità, fa della natura
umana e dei suoi bisogni fondsmentali il centro dell'universo; il Troiano lo
definisce infatti come un sistema antropocentrico del sapere filosofico, sul
fondamento d’una teoria delle attività, delle reazioni e dei prodotti dello
spirito, studiato nella sua realtà di fatto, immediata ο storica ». Cfr. F. Ο.
8. Schiller, Humanism, 1903; P. R. Troiano, Le basi dell’ umanismo, 1906 (v.
fine, geocentrismo, teleologia). Antropoidi. T. Menschenaffen, menschenähnliche
Affen : I. Anthropoid; F. Anthropoides. Nel suo senso più generale indica
l'ordine dei primati, che comprende l’uomo; in un senso più stretto, soltanto
la famiglia delle scimmie somiglianti all’ uomo. È il vocabolo dato dal Broca
alla famiglia delle scimmie più vicine all’ nomo, preferito all’ altro di
antropomorfe. Secondo le classificazioni dei naturalisti moderni, questa
famiglia appartiene alla classe dei mammiferi e all’ ordine dei primati, a capo
della quale sta l’uomo. Il Cuvier invece fa dell’ nomo un ordine a parte, ©
così pure il Canestrini, il quale colloca l’ nomo nell’ordine dei bimani. Alla
famiglia degli antropoidi appartengono i generi: Gorilla, Chimpanzé, Orango e
Gibbon. Cfr. Broca, Sur Pordre des primates, 1869; P. Topinard, Anthropologie,
1884, p. 24, 43 © sogg.; Canestrini, Antropologia, 1898, Ρ. 112 segg.;
Morselli, Antropologia generale, 1888-1900. Antropolatria. T. Anthropolatrie;
I. Anthropolatry: F. inthropolatrie. Fenomeno religioso assai raro, che con
siste nell'attribuire onori e potenza divina a nomini viventi. Un esempio ci è
dato dalle antiche tribù dell’ Asin, che veneravano pubblicamente i
microcefali, collocandoli sugli altari e facendoveli rimanere lungamente
immobili. Il voenbolo si usa anche per designare |’ adorazione cieca delle
folle per certi uomini politici, agitatori, conquistatori, 900. (v.
antropismo). Antropologia. T. Anthropologie; I. Anthropology; F. Anthropologie.
Per antropologia s'intende oggi la storia naturale dell’ uomo, ossia una
monografia zoologica del genere umano. Essa appartiene dunque allo scienze
naturali. 1! Topinard dice: La parola antropologia è di vecchin data ed ha
sempre significato lo studio dell’ uomo; all'origine dell’ uomo morale, più
tardi dell’ uomo fisico. Oggi essa li comprende entrambi ». Il Broca la
definisce: la scienza che ha per oggetto lo studio del gruppo umano,
considerato nel suo insieme, nei suoi dettagli e nei suoi rapporti col resto
della natura ». Il De Quatrefages: In storia naturale dell’ nomo fatta
monograficamente, come Vintenderebbe un zoologo studiante un animale ». Il
Bertillon: una scienza pura e concreta avente per fine la conoscenza completa
del gruppo umano considerato : 1° in ciascuno delle quattro divisioni tipiche,
confrontate fra loro e con gli ambienti rispettivi, 2° nel suo insieme © nei
suoi rapporti col resto della natura ». Secondo il Morselli, l’antropologia
come scienza naturale comprende quattro gruppi distinti di scienze: 1° scienze
aventi per oggetto L’umana natura (antropologia propriamente detta); 2° scienze
aventi ANT 62 per oggetto le ranze (etnologia); 3° scienze
aventi per oggetto i tipi ο gli individui nmanf (antropografia) ; 4° scienze
aventi per oggetto i popoli (stnografia). Al terso gruppo appartiene anche
l'antropologia criminale, che è la storia naturale dell’uomo delinquente, di
cui studia la costituzione organica e psichica e la vita sociale o di
relazione, confrontandolo coi caratteri offerti dall’uomo normale e dall’ uomo
alienato. Essa quindi comprende una craniometria, una sociologia e una
psicologis criminali. Nella speculazione antica e nella filosofia tedesca,
specie dopo Kant, la parola antropologia ha un significato ancora più largo e
metafisico, designando tutte le scienze che studiano una parte qualsiasi della
natura umana, l’anima o il corpo, gli individui o la specie, l'umanità presente
o la passata, Nella teologia designa quella parte della teologis dogmatica che
ha per oggetto l’uomo nelle sue attuali e ideali relazioni con Dio, o l’uomo
come soggetto del regno di Dio. Cfr. Kant, Anthropologie, 1872, Vorrede ; P.
Topinard, L'anthropologis, 1884; A. Rosmiui, Antropologia in servisio della
scienza morale, 1857; E. Morselli, Antropologia generale, 1888-1900; G.
Canestrini, Antropologia, 1898; F. Del Greco, Vecohia e nuova antr. criminale,
1908; A. G. Haddon, Lo studio dell’ uomo, trad. it. 1910 (v. Antroposooiologia,
biologia). Antropometria. T. AntAropometrie; I. Anthropometry ; F.
Anthropométrie. Fa parte dell’ antropologia e designa V insieme dei processi di
misurazione del corpo umano ο delle sue parti. Essa non si restringe però a
studiare i caratteri morfologici esteriori, ma entra anche nel campo
psicologico, misurando la forza muscolare, le asimmetrie sensorie, la capacità
respiratoria, ecc. L’ antropometria moderna, dice il Livi, studia metodicamente
le misure del corpo dell’ nomo per metterle in rapporto colle varie facoltà
umane, per ricercare le leggi del suo sviluppo e le modificazioni di questo a
seconda della razza, dell'ambiente, dello stato di sainte o di malattia, e per
trarne deduzioni seientifiche le quali, oltre a giovare alla scienza
speculativo, possano pur portare un indiretto contributo al migliora. mento
sociale, mostrando in quali condizioni lo sviluppo del corpo è meglio favorito,
ed aver poi anche qualche applicazione pratica nel campo della medicina legale
ο dell'amministrazione della ginstizia ». La denominazione è dovuto al
Quetelet. Cfr. Charles Roberts, Manual of anthropometry, 1878; R. Livi,
Antropometria, 1900. Antropometrismo. T. Anthropometrismus ; I.
Anthropometrism; F. Antropométrieme. Si adopera talvolta per indicare quella
forma estrema di soggettivismo, ο scetticismo, che consiste nel fare dell’ uomo
la misura di tutte le cose; F uomo non conosce le cose come sono, ma le conosce
come sono per lui, e solo per lui, nel momento della percezione: in questo
momento esse sono per lui quali egli se le rappresenta. L'espressione ha
origine dalla sentenza di Protagora: l’uomo è la misura (μάτρον) di tutte le
cose, sin di quelle che sono per quanto riguarda il conoscere come sono, sia di
quelle che non sono per quanto riguarda il sapero come non sono ». Però non
tutti gli storici della filosofia greca concordano nell’ attribuire a questa
sentenza un significato scettico. ‘lutte il suo valore filosofico consiste
infatti nell’estensione che si dà al concetto di uomo: se si assume come
massima, la proposizione ha un significato generico, abbracciando tutti gli
nomini in quanto tali, se si assume come minima ha significato individuale e si
riferisce a ciascun uomo per sò stesso; col primo ci troviamo innanzi ad una
dottrina relativistica che, esoludendo la possibilità della conoscenza
all'infuori delle nostre facoltà di conoscere, non nega la possibilità di
raggiungere il vero ο quindi la legittimità della scienza; col secondo il vero
è ridotto ad una mutevole apparenza individuale ed abolita effettivamente la
conoscenza ο la scienza. Questa seconds interpretazione è siata fino ad oggi
accolta quasi ANT universalmente; ma contro di essa sono sorti in questi ultimi
tempi il Peipers, il Lans, il Gomperz, ece., che fondandosi in parte sopra
l’esame dei frammenti protagorei, in parte sopra una critica del Testeto
platonico, credono invece di poter dimostrare rigorosamente la legittimità
della prima. Tutto ciò prova, in ogni modo, che I’ uso di questo vocabolo può
dar luogo ad equivoci se non accompagnato dalla dichiarazione del valore che ad
esso si attribuisce. Cfr. Lans, Idealismus und positirismus, 1879-94, vol. I, p. 188 seg.;
Grote, Aristotle, 1872, vol. II, p. 148 seg.; Gomperz, Les penseurs de la
Grece, 1904, vol. I, p. 477 segg.;
A. Levi, Contributo ad una interpretazione del pensiero di Protagora, 1906; C.
Ranzoli, Sul preteso agnosticismo dei presocratici, Rendic. del R. Ist. lomb.
di scienze e lettero », vol. XLVII, fase. 19, p. 1068 segg. Antropomorfismo. T.
Anthropomorphiemue; I. Anthropomorphism ; F. Anthropomorphisme. È, come indica
I’ etimologia (ἄνθρωπος uomo, µορφή forma) la dottrina che concepisce e
rappresenta la divinità colla forma e gli attributi umani. Esso succede al
naturalismo, e designa uno stadio già abbastanza evoluto della religiosità,
giacchè il concepire Dio sotto forma umana è qualche con di superiore al
concepirlo sotto forma di una rozza forza naturale. Dicesi antropopatia quel
modo o fase dell’antropomorfismo, che consiste nell’ attribuire alla divinità
affezioni e passioni umane, © antropopoieri l’uttribuirle azioni umane, Nel
cristianesimismo primitivo la concezione della divinità è ancora
antropomorfica; i Padri e i Dottori della Chiesa si sforzarono di purificarla
spiritualmente, con l’applicazione dell’ interpretazione allegorica alle
Scritture e del metodo negativo, o ria eminentiae, nella doterminazione degli
attributi divini. Tuttavia, non sempre la teologia cattolien ha saputo evitare
lo scoglio dell’ antropomortismo, pur facendo di Dio l’ essere invisibile,
inconoscibile, incomprensibile, ineffabile; I’ nome non può in fine rappresen
65 AST tarsi Die che con forme simili
alle proprie, od è per questo che alcuni teologi, per evitare lo scoglio dell’
agnosticismo, ammettono la legittimità di un prudente e limitato
antropomorfismo. Nella filosofa la
parola antropomortismo si adopera talvolta, con valore nettamente polemico, per
indicare tutte quelle forme di monismo spiritualistico ο idealismo realistico,
che, in quanto tali, interpretano il mondo per analogia con lo spirito umano; a
ciò si suol rispondere che, ove non si voglia rinunziare a conoscere, non si
può far di meno di concepire la realtà in termini di coscienza, e che quindi
sono antropomorfici tutti i sistemi filosofici, con l'aggravante in alcuni
(materialismo, naturalismo, ecc.) di easer tali senza saperlo. Il Rosmini chiama sofiema antropomorfita quel
falso ragionamento con en gli epieurei e i pagani in genere attribuivano agli
dei forma umana; gli dei sono beatissimi e non potrebbero essere senza aver la
virtà; nd potrebbero aver la virtù senza la ragione; ma la ragione non si trova
che in quell’ onte che ha forma umana, dunque gli dèi hanno forma umana. Il
Rosmini considera tale ragionamento un sofisma, in quanto si fonda sopra la
cognizione erronea e confusa del soggetto, traendo da esso delle conclusioni che
ne sorpassano il valore. Cfr. T. Caird, Evolution of religion, vol. I, p. 289
segg., 367 segg.: Guelpe, Apologie den anthropomorphischen u.
anthropopathischen Darstellung Gottes, 1842; R. Eucken, Geistige Strömungen der
Gegenwart, 1909, p. 347 segg.; Ronouvier, Le personalisme, 1903, p. 49 e segg.;
Rosmini, Logica, $ 714 segg... 1853; A. Aliotta, L'aocusa di antropomorfismo, Cult.
filonofica », nov. 1907 (v. analogiemo, ignoratio elenchi, infinito).
Antroposociologia. T. Antkroposooiologie; I.Anthroposociology; F.
Anthroposouiologis. Nome col qualo oggi ni indien lo studio dell’uomo, in
quanto tale studio comprende © forma il punto di partenza di tutte le scienze
morali, della psicologia, dell’ etica, dell'estetica, della sociologia,
dell'etnografis, della demografia, della storia, della politica. Si distingue
dall’ antropologia, scienza puramente zoologica, ed è affine all’ antropologia
filosofica quale era concepita nella speculazione antica. L’antroposociologia è
sorta da principio con carattere prevalentemente storico, che appare in
particolar modo nelle opere del Gobineau sull’ ineguaglianza delle razze umane;
attraversò poi una fase biologica, corrispondente ai grandi lavori di Darwin,
che pose innanzi il principio della lotta per la vita e della selezione
naturale, facendone la prima applicazione alle razze umane; in una terza fase
bio-peioologioa, inizinta dal Broca, la legge della selezione sociale » è
assunta come principio esplicativo di tutti i fenomeni che si svolgono nella
società e tra lo società umane; nella sna fuse attuale essa ha carattere
antropometrioo, è rappresentata specialmente dal Lapouge, dall’Ammon, dal
Muffang, dal Livi, e tende con le misurazioni e le statistiche a dare base
sperimentale alle leggi » dell’antroposociologia, che sono soprattutto la
selezione naturale applicata all’ uomo nella sua modalità di selezione sociale,
e la superiorità etnica intellettuale e morale delVelemento dolico-biondo. Cfr. Ammon, L’ordre social
ei ses bases naturelles, 1900; Lapouge Vaoter, L’aryen, son rôle social, 1899;
D. Folkmar, Loçons d'anthropologie philosophique, 1900; Enrico Morselli, 1,
antroposociologia, Riv. di fil. e scienze affini », ott. 1900. Apagogia. In Aristotole l’äraywyr non significa
che la riduzione di un problema ad un altro. Tuttavia comunemente designa una
forma di ragionamento, che consiste nel provare la falsità delle proposizioni
che si vogliono confutare, deducendone delle conseguenze assurde e necessarie.
Si dice anche deductio ad impossibile o ad absurdum in quanto doriva la verità
della tesi da provare dalla impossibilità della sua negazione, Il Wundt ammette
tre forme di prova npagogica, la disgiuntiva, la contraria, la contradditoria;
la seconda però non è che una specie della prima, consistendo in uua
diagiunzione che ammette due sole possibilità, le quali in quanto contrarie si
escludono, mentre la terza è quella che suol dirsi riduzione all’ assurdo. Il
Masci mette pure una prova apagogica disgiuntiva, la quale consiste nell’
esaminare tutte le possibilità diverse da quella che si vuol dimostrare, e
dagli assurdi che ne derivano conchiude alla loro falsità, e da questa alla
verità delln tesi. Cfr. Aristotele, Anal. pr., II, 25, 698, 20 © segg.; Wundt,
Logik, 1893, vol. II, p. 68; Masci, Logica, 1899, p. 345 segg. A pari v. a
fortiori. A parte ante, post rei. Termini propri della scolastica, che si
applicano all'infinito, all’ eternità. L’ eteruità non ha limiti nel passato,
ed è I’ eternità a parte ante; non ha limite nel futuro, ed è l’ eternità a
parte post. Dio contiene ambedue queste parti dell'eternità, l’anima umana
soltanto la seconda. Pure nella scolastica dicevansi a parte rei quegli
universali che vengono dalla natura della cosa © non dalla natura dello spirito
che la conosce (v. aerum, idealirmo, realismo). Apatia. (ἀπάθεια). Significa,
come dice |’ etimologia, mancanza di sentimento, d’attività mentale e morale,
indolenza. Ha qualche cosa del quistismo. Per Epicuro essa vale assenza di
dolore, ed è sinonimo di starassia da lui più frequentemente usato: si distingue
solo dall’ atarassin in quanto indica specificamente quella imperturbabilità,
che il sapiente raggiunge liberandosi dai sentimenti e dalle passioni (πάθη,
affectus), che la vita ed il mondo suscitano nell'uomo. Anche per gli stoici la
virtù coincide con l’apatia, con l’ essere scevro da affetti; se l'uomo non può
impedire che la sorte gli procuri un piacere o un dolore, può però impedire che
questi sentimenti diventino affetti, cioè passioni, negando loro il consenso
con la forza della ragione, non reputando il primo come un bene e il secondo
come nn male. Seneca determina così la differenza tra P apatia stoica e quella
megarica: Noster sapiens vinci! quidem incommodum omne, sed sentit; illorum ne
sentit quidem. Clemente Alessandrino adopera questo vocabolo per indicare la
mortificazione della carne, la rinunzia ottenuta dopo le lotte contro i sensi. Cfr. Diogene Laer., V, 1,
8; Se neca, Ep. mor., I, 9,104. Apodittioa. T. Apodiktik; I. Apodiotio; F.
Apodiotique. Quella parte della
dialettica, che insegna il modo di dimostrare la verità di un priucipio per
mezzo del semplice ragionamento, senza ricorrere a prove di fatto. Secondo il
Bouterwek l’apodittica è la scionza dei fondamenti ultimi del sapere 6 in
generale delle convinzioni assolute ». Le altre due parti della dialettica sono
l’elenctioa, che ha l’officio di confutare le affermazioni dell’ avversario, ο
l’apologetica che ha lo scopo di difendere la verità contro le negazioni dell’
avversario. Cfr. Bouterwek, Ides einer Apodiktik, 1799 (v. maioutioa, ironia,
anatreptioa, agonistica). Apodittici (gindisi). Vocabolo già usato da
Aristotele (Ἀποδεικτικός) e di nuovo introdotto nel linguaggio filo sofico da
Kant, per contraddistinguere quoi giudizi che sono al disopra d'ogni
contraddizione ed esprimono una verità di diritto, in essi pensandosi il
predicato come necessariamente pertinente al soggetto. Insieme agli assertori ©
ai problematici appartengono alla categoria della modalità, od hanno la
formola: A deve esser B. Possono anche essere negativi, nel qual caso hanno la
formola: A non può esser B, mentre i problematici negativi hanno per formola: A
può non esser B. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I, 1, 24a, 30; Kant, Krit. d.
reinen. Vern., ed. Kehrbach, pag. 54. Apologetica. T. -{pologetik ; 1. Apologetics;
F. Apologétique. Quella parte della teologia che ha per cémpito di provare la
perfezione e la verità della religione cristiana, contro le religioni e le
dottrine avversarie. Gli scrittori dei primi secoli della Chiesa essendosi per
la maggior parto ocenpati di cid, son detti appunto apologetici. Essi compaiono
già nel secondo secolo, nel qual tempo la pubblica 69
APo-APP opinione veniva eccitata contro i cristiani da ogni sorta di
calunnie, e lo Stato romano, strettamente unito alla religione pagana,
cominciava a procedere giudizialmente contro la nuova religione: gli apologeti
respingono le accuse dei pagani, mostrano l’iniquità ο l’immoralità dei miti
degli dèi, difendono il monoteismo e il dogma della resurrezione, provano la
verità della dottrina cristiana mettendone in rilievo gli alti effetti morali.
Si dice anche spologetica quella parte della dialettica che ha lo scopo di
difendere la verità, di qualunque ordine essa sia, contro le negazioni
dell’avversario. Cfr. Bardenhewer, Patrologie, 1901; Harnack, Geschichte d.
altohristlichen Literatur, 1898-1897; A. Rosmini, Apologetica, 1845. Aporema.
Gr. Απόρημα, Una delle quattro specie in cui Aristotele distinse il sillogismo,
considerando il fine logico che si propone chi lo adopera, L’ aporema è il sillogismo
dubitativo (ἀπο-ρέω = dubito), quello cio’ che mostra 1 ugual valore di due
ragionamenti contrari. Cfr, Aristotele, Top., VIII, 11, 162 a, 17. Aporetica v.
Zetetica. Appercezione. T. Apperception; I. Apperoeption; F. Apperception.
Parola di senso molto vario e molto vago. Cartesio la adoperò per indicare
l'ufficio della volontà nel rendere distinti e precisi gli stati della
coscienza: Rien qu'en regard de notre âme ce soit une aotion do vouloir quelque
chose, om pout dire, que c'est aussi en elle une passion @apperceroir co
qu'elle veut ». Ma la parola fu veramonto introdotta nel linguaggio filosofico
dal Leibnitz, ο usata poi, nel suo primitivo significato di un aocorgersi
interno, immediato, da Kant, Herbart, Maine de Biran. Por Leibnitz, infatti, le
appercezioni sono percezioni chiare, caratterizzato dalla riflessione © proprie
soltanto dell’ uomo; come tali si distinguono così dalle percezioni
propriamente dette, che noi proviamo senza riflettere ο che ci possono essere
ripresentate dalla memoria, come dalle percezioni Ave πο oscure, quali possiamo provarle nel sogno. L’
appercozione non è, per il Leibnitz, il prodotto di una facoltà speciale, bensì
la percezione stessa allo stato più perfetto, rischiarante ad un tempo I’ Io ο
gli oggetti esteriori. Per Kant invece essa è completamente distinta dalla
sensibilità, è l'atto fondamentale del pensiero e non rappresenta che sò
stessa. La validità obbiottiva del rapporto temporale ο spaziale non può
fondarsi, per Kant, che sulla sua determinazione mediante una regola dell’
intelletto; ma la coscienza individuale non sa nulla di questo concorso delle
categorie nella esperienza, o non assume cho il risultato di questa funzione
come la necessità obbiettiva della sua concezione della sintesi spaziale ο temporale
delle sensazioni. Quindi la produzione dell’ oggetto non avviene nella
coscienza individuale, ma si trova in questa como sua base; ogni oggettività
che l’ individuo sperimenta ha radico in un nesso che lo trasconde, e che,
determinato dalla forma pura dell’ intuizione e del pensiero, pone ogni
prodotte immodiato dello spirito in un complesso di relazioni determinate;
quosta attività sopraindividuale della vita rappresentativa è chiamata da Kant
nei Prolegomeni coscienza in generale » (das Bewusstsein überhaupt), © nella
Critica . Agire su qualche coss è volere che qualche cosa sia, nel senso che la
volontà se ne serve come mezzo per realizzare sò stessa, per penetrare nell’
intimità chiusa d’altri soggetti © interesearli a sè; la scienza del renlo è du
que la scienza del soggetto dell’azione. Ma agendo n AzI-BAM 128
estraiamo da noi stessi il principio della nostra azione, e questo
principio oltrepassa le esperienze nostre passate ; V operare genera la
riflessione, ma questa non rimane sterile, bensì fa dell’azione una volontà
libera: il nostro pensiero attuale non è dunque che l’effetto e il mezzo
dell’azione. Da queste premesse il Blondel ricava importanti applicazioni di
natura sia filosofica che religiosa. Cfr. Blondel, L’Aotion, 1893; Id., Annales
do la phil. chrétienne, giugno 1906; Cesca, La fil. dell’asione, ed. Sandron;
Lamanna, La fil. dell’azione, in Cultura filosofica », luglio 1913. BB. Nella
logica formale questa lettera si dà per iniziale ai nomi mnemonici dei modi
delle varie figure del sillogiamo, che devono modellarsi sul modo Barbara,
quando si vogliono ricondurre alla prima. E anche ussta nelle argomentazioni
logiche per indicare il predicato della proposizione. Bamalip o Bramalip.
Termine mnemonico di convenzione, con cui nella logica si designa un modo della
uarta figura del sillogismo, in cui la maggiore e la minore sono universali
affermative, la conclusione particolare affermativa, come indicano le tre prime
vocali. Es. le rondini sono uccelli migratori gli uccelli migratori tornano la
primavera dunque qualche rondine torna di primavera. Come si vede, la
conclusione è falsa; ma la lettera B indica che, per esser provato, questo modo
deve essere ricondotto a un Barbara della prima figura; e la lettera p che
questa operazione si dovrà fare convertendo per accidente la conclusione.
Questo modo può anche essere designato col termine Baralipton; in tal caso I’
ultima sillaba ton non ha alcun senso, essendo stata aggiunta per la misura del
verso mnemonico. Corrisponde al γράµµασιν dei greci (v. conversione). Barbara.
Termine di convensione maemenies, con eni i lo, designavano un modo della prima
figura del sillogismo, nel quale la maggiore, la minore e la conelusione sono
proposizioni universali affermative, come indicano le tre vocali. Per es. tutti
i corpi sono soggetti alla legge di gravità tutte le stelle sono corpi dunque
tutte le stelle song soggette alla leggo di gravità. Corrisponde al vpénnata
dei greci ο rappresenta il tipo perfetto del sillogismo categorico. Barbari.
Termine mnemonico di convenzione, con cui nella logica si designa un modo della
quarta figura del sil logismo. Come indicano le tre vocali, la maggiore e la
minore sono universali affermative, la conclusione particolare affermativa. È
un modo analogo a Bamalip, colla differenza che non può essere ridotto al
Barbara della prima figura. Baroco. Termine di convenzione mnemonica, che
desigua un modo della seconds figura del sillogismo, nel quale la maggiore è
universale affermativa, la minore ο In conclusione particolari negative. La
lettera B indica cho, per provare questo modo, bisogna ridurlo a un Barbara
della prima figura, la lettera ο che questa operazione si deve fare convertendo
la minore per contrapposizione; r è eufonica. Es. Tutte le esagerazioni sono
riprovevoli vi sono delle passioni che non sono riprovevoli dunqne vi sono
delle passioni che non sono esagerazioni. Corrisponde all’ ἄχολον dei greci.
Baroestesia. (βάρος = peso, αἴσθησις := sensazione). Il senso della pressione,
che è dato dagli organi del sono tattile, di cui fa parte. Su questo senso il
Weber aperimentò la legge psico-fisica, che fa poi verificate anche negli altri
sensi e che suona così: il rapporto in cui devono trovarsi due stimoli della
sensibilità tattile di pressione perchè abbia luogo la distinzione intensiva è
di 1 a 14/5. Per ottenere una sensazione di pressione sul palmo della mano
occorre almeno il peso di cinque cen9
RaszoLi, Dizion, di scienze filosofiche. tigrammi ; per poter percepire
distintamente due sensazioni suocessive di pressione, queste devono suocedersi
con un intervallo di tempo, che non sia minore di una data quantità, variabile
negli individui ο nelle località della pelle. Cfr. Fechner, Elements der
Paychophysk, 2° ed. 1889. Bastoncini. T. Stibohen; F. Bätonnet. Corpuscoli
cilindrici che rivestono la parete esterna della retina, ove sono disposti nel
senso dei raggi della efera oculare. Non sono altro che le terminazioni dei
nervi ottici, ed è solamente da essi che, secondo il Wundt, è ricevuta e
trasmessa l’ eccitazione della luce, mediante un processo chimico analogo #
quello onde rimane impressionata la lastra fotografica. Questo processo dicesi
asione fotochimica. La maggior parte dei psico-fisiologi condivide questa
dottrina, considerando il complesso dei bastoncini della retina come P
apparecchio recettore che funziona durante la visions crepuscolare, e il
complesso dei coni come 1’ apparecchio che funziona durante la visione diurna.
Cfr. Wundt, Grundsüge d. physiol. Ῥοψολοῖοθίο, vol. II, 1902; Horing, Zur Lehre
vom Liohtsian, 1878. Bentitudine. Gr. Maxapiéing; L. Beatitudo; T. Seligkeit; I. Blossednose;
F. Béatitude. Stato di godimento
continuo ed uguale, che alcuni filosofi ripongono nella contomplazione delle
verità eterne, altri nel pieno possesso di sò stessi, altri nell’esser liberi
da passioni e da dolori. Così gli stoici consideravano la beatitudine come
stato caratteristico del saggio, che racchiude tutti i boni nell'animo,
disprezza le cose che gli altri desiderano, non si turba nè si piega per mutar
di fortuna, segue la natura come maestra, conformandosi alle sue leggi, vivendo
come essa preserive ». Per Spinoza la beatitudo seu felicita» è il riposo doll’
anima, riposo che nasce dalla conoscenza intuitiva di Dio ». Por la teologia
cattolica la beatitudine à il premio che gli eletti ottongono nella vita
celeste, e consiste nella visiono intuitiva, immediata di Dio uno e trino
(risio beaBer tifica), del Padre nella sua stessa natura e sostanza: vident
divinam oesontiam visions intuitiva et etiam facials, nulla medianto oreatura
in rations obiecti visi 8ο habente, sed divina essontia immediate se, nude,
olare et aperte eis ostendente; quodque sio videntes, cadem divina essentia
perfruuntur, neonon quod ex tali visione.... sunt vere beata, ci habent vitam
et requiem cternam. Però, la determinazione dello stato futuro di beatitudine
ha subito ‘delle oscillasioni nella filosofia cattolica; così 8. Agostino,
malgrado il suo volontarismo, lo faceva consistere nella visio divina cosentie,
seguito in ciò da Alberto Magno e da 8. Tommaso, ma Ugo di 8. Vittore aveva già
definito il supremo coro degli angeli mediante l’amore; ο S. Bonaventura aveva
identificato la intuizione eterna con l’amore; Duns Scoto, procedendo oltre,
insegnò che la beatitudine è uno stato della volontà, e precisamente della
volontà tutta rivolta a Dio, cosiechè l’ultima trasfigurazione dell’ uomo non
ènella intuizione, nella contemplazione, ma nell’ amore. Si distingue da
feHoità in quanto designa uno stato di gioia spirituale ottenuto mediante uno
sforzo, e implica 1’ idea della divinità © della vita futura. Alcuni psichiatri
lo adoperano anche per indicare certi stati di intima contentezza, che si
accompagnano talora all’ estasi, alla catalessia © alla ma Cfr. Spinoza,
Ethica, I, teor. 49, scolio; IV, cap. 4; L. Billot, De Deo uno ot trino, 1845,
t. I, thesis XV, art. 11; H. Siebeok, Die Willensichre bei D. Scotus u. seinen
Naohfolgern, in Zeiteobr. f. Philos. u. philos. Krit. », vol, 112, P. 179 segg.
(v. amore, euforia). Bellezza. T. Schônkoit; I. Beauly; F. Beauté. Si suol
distinguere la bellezza fisica, che è una riunione di forme, di contorni e di
colori che piace all’ occhio, dalla bellezza morale, che è propria dell’ anima,
dei sentimenti © dello azioni; e la bellezza statica, che risulta dalle lince,
dalle forme, dalle proporzioni, dalla bellezza dinamica, che risulta dai
movimenti © dalla forza. Bri. "= 182
Bello. T. Schön : I. Beautiful; F. Beau. Si può definire, formalmente,
come ciò che suscita negli uomini quel particolare sentimento che dicesi
emozione estetica; oppure, ciò che piace universalmente. Infinite fnrono le
definizioni del bello, che forma l’ oggetto di tutta una parte delle filosofia,
l'estetica. Tuttavia queste definizioni si possono tutte ridurre sotto due
grandi categorie: lo une pongono il bello come esistente in sè, e lo
considerano come una proprietà dell’ oggetto; le altre invece lo considerano
come un semplice prodotto della nostra attività mentale, che non esiste in sì
stesso ma in noi. Per le prime il bello è dunque uni: versale, assoluto, per le
seconde è relativo e mutabile coi tempi, coi luoghi e cogli individui. In
Platone l’idea del bello 9 quella del bene sono strettamente congiunte; se ciò
che attira da principio 1’ ammirazione dell’ anima è il hello fisico, le forme,
i suoni, i colori, è perchè il bello risveglia in noi la reminiscenza d’un bene
perduto, un bene che lo nostre anime possedevano quando, mescolate al coro dei
beati, contemplavano il magnifico spettacolo delle Idee o essenze eterne, tra
le quali brilla la Bellezza: Caduti in questo mondo, noi 1) abbiamo
riconosciuta più distintamente di tutte le altre, per mezzo del più luminoso
dei nostri sensi. La vista è infatti il più sottile degli organi del corpo, e
tnttavia non percepisce la saggezsa! ». Di quale ineffabile amore la suggezza
empirebbe le anime nostre se la sua imagine si presentasse ai nostri occhi
distintamente come quella della bellezza! ma la bellezza soltanto ha ricevuto
in sorte d’ essere al tempo stesso la cosa più manifesta ο la più amabile »
(Fedro, 58, 250, a, b, ο). Aristotele non trattò del bello che incidentalmente,
mentre vece penetrò con mirabile acume nell’ essenza dell’ arte; ma dal poco
che egli lasciò seritto in proposito, sembra al Siebeck di poter dedurre che si
può già scoprire in Aristotele, come condizione essenziale del bello artistico
(ed alla fine d'ogni bello in generale) quella proprietà, che 133
BEL cored poi d’esprimere Kant con la formola finalità sonza scopo, 9
che Schiller espresse chioramente nella sua dottrina, secondo la quale il segno
distintivo e il carattere formale del bello consiste nell’ impressione della
libertà det fenomeno ». Per Plotino il bello è il tralucere dell’ essenza spirituale,
ideale, attraverso la sia apparenza sensibile, © grazie appunto a questo
irradiarsi della luco spirituale nella materia è bello tutto il mondo
sensibile, ed è bello in esso l'individuo rappresentato ‘secondo il suo
modello:, 1889. Catalettico (καταληπτικὀν). Secondo gli stoici, il eriterio
della verità è la rappresentazione che coglie con pienezza e con chiarezza
l'oggetto, ο risiede nel catalettico, cio nella forza di convinzione immediata,
ed insita ad una data rappresentazione. Cosi per Crisippo la rappresen-,
tazione vera 0 concopibile, φαντασία καταληπική, non si manifesta soltanto essa
stessa, ma manifesta anche il suo oggetto; essa non è altro, egli dice, che la
rappresentuzione prodotta da un oggetto reale ο in una maniera anuloga alla
natura di codesto oggetto. Cfr. Plutarco, De plac. phil, IV, 12; Diogene
Laerzio, VII, 46 ο 50; Zeller, Philos, der Griechen, IID, p. 85. Cataplessia
(xaté οπλἑσσω colpisco). T. Kataple. F.
Cataplerio. Scomparsa repentina e violenta della sensibilità e del movimonto in
qualche parte del corpo, in se 157 Car
"guito a qualche emozione intensa, specialmente la paura. Designs anche lo
stato di torpore prodotto negli animali con processi analoghi a quelli dell’
ipnosi, quando codesto torpore determina nello membra degli animali dei
fenomeni catalettici (v. analgesia, anostoria). Catari (x&tapo; --puro).
Setta di eretici oristiani, che si proclamavano gli unici depositari della pura
dottrina. Secondo il Tocco le dottrine del catarismo, una delle eresie più
infeste al cattolicismo, avrebbero avuto origine dall’antico manicheismo, diffuso
in gran parte d’ Europa, fornendo alla lor volta i materiali a tutte le
successive eresie dell’ evo medio. Il catarismo si fonda essenzialmente sul
dualismo religioso: il mondo è opera di due divinità, una buona e una cattiva;
il bene deriva dal primo, il male dal secondo; nell’ uomo il corpo © l’anima
sono prodotti dal primo e peroiò mortali, lo spirito dal secondo, quindi
immortale. Cristo non è che puro spirito, quindi non ha corpo umano, nè soffrì
passione © morte; egli è un arcangelo, mandato dal principio del bene a
disperdere le menzogne del vocchio Testamento, opera del dio cattivo, e ad
insegnare agli uomini la schietta verità. Cfr. F. Tocco, L'ereria nel
medio-evo, 1884 (v. manichelemo). Catarsi (κάθαρσις --pargazione). Grecismo col
quale talvolta si designa il periodo di purgazione a cui, secondo V orfiemo, il
pitagorismo e la filosofia platonica, erano sottomesse le anime dei defanti
prima di essere ammesse alle sedi dei besti, o prima di dar vita a un nuovo
corpo. Secondo Platone la cntarsi durava mille anni, perchè di quante mai
ingiurie ogni anima e a chiunque le abbi fatte, di tutte partitamente (deve)
scontare la pena; ciò fare che cisscuna pena duri cent’ anni, tale essendo la
misura della vita umana affinchè scontino decupla la pena del loro peccato ».
Virgilio ha seguito in questo, come in altri concetti, il filosofo greco,
stabilendo così In durata della vita oltremondana: Has omnes, ubi mille rotam
rolCat 158 vere per annos Lethaoum ad fluvium deus svocat agmine magno
Soilioat immemores, supera ut convera revisant
Rurews, et incipiant in corpora velle reverti. Aristotele usa la stessa
parola in un particolare significato, prendendolo dalla medicina, dove per
catarsi s’intendeva la cura di certi stati di eccitazione psichica col suono di
melodie orgiastiche, ciod di melodie che producevano un maggiore eccitamento ;
applicando questo concetto alla influenza della tragedia sull’ animo, egli dice
che l’opera tragica mira, col modo onde rappresenta i suoi soggetti, a
raggiungere con la paura © la compassione la catarsi di codesti effetti ». E
ciò deve intendersi nel senso, che l'efficacia psicologica della tragedia
consiste nel risolvere i suddetti affetti in un gradevole fluire, che ingenera
il sentimento di una depurazione progressiva dal dolore, di una liberazione
crescente di ciò che in esso è di opprimente, senza perciò eliminare |’ affetto
stesso: quindi la tragedia non suscita soltanto la paura e la compassione, ma
le purifica anche in modo ds far loro perdere il carattere di emozioni dolorose
per convertirle in piacevoli. Cfr. Platone, Fedone, 67 C, D, Rep., XIII, 615;
Aristotele, Poet., VI; Bernays, Ueb. die arist. Theorie des Drama, 1880;
Siebeok, Zur Katharsis-frage, in Unters. z. Philos. d. Griechen, 1888, p. 163
segg.; C. Ranzoli, La religione e la filosofia di Virgilio, 1900, p. 185 seg.
Catatonia. ‘I. Katatonic; I. Catatony; F. Catatonie. Nome creato dal Kahlbaum
per indicare una malattia mentale, caratterizzata specialmente da disturbi
psicomotori. Si verifica più frequentemente nelle donne che negli uomini, tra
il quindicesimo o il trentesimo anno. Più che una malattia a si i moderni
psichiatri la considerano, insieme alla cbefrenia, come una forma della demenza
precoce. Si inizi con accessi di esaltamento e di depressione, cui segnono
stadi di stupore, di catalessia, stereotipia, ecolulia, negativismo: il malato
rimane lungamente immobile 159 Cat in posizioni trane ed incomode, i suoi
muscoli sono rigidi e di un caratteristico color cereo, i suoi movimenti sono
lenti, incerti, legati, come se ad ogni istante una folla di rappresentazioni
antagonistiche si facessero equilibrio nella sua mente, così da allontanare il
periodo della determinazione. L'intelligenza può restare lucida ο sveglia, ma
di tratto in tratto vengono a intorbidarla idee deliranti, stadi di stupore,
atti impulsivi e violenti. Cfr. Kahlbaum, Die Katatonie, 1874; J. Finzi,
Compendio di psichiatria, 1899, p. 57, 121. Categoria. Lat. Predicamentum; T.
Kategorie; I. Category; F. Catégorie. Nel senso primitivo, usato da Aristotele,
le categorie sono i predicati delle proposizioni. In senso generale sono le
classi più alte in cui sono distribuite le idee o gli esseri reali, in seguito
a un certo ordine di subordinazione e a certe vedute sistematiche. I primi
filosofi che abbiano ammesse delle categorie, furono, per non parlare dei
filosofi indiani, i pitagorici, i quali ne contavano dieci, procedenti per
opposizione: il determinato e l’ indeterminato, il pari e il dispari, l’unità e
la pluralità, il diritto e il sinistro, il maschio e la femmina, la quiete e il
moto, ritto e il enrvo, la luce © le tenebre, il bene e il male, il quadrato ο
le figure dai lati disuguali. Aristotele, ponendosi dal punto di vista
grammaticale, distingue pure dieci categorie: la sostanza, la qualità, la
quantità, la relazione, il luogo, il tempo, la situnzione, In possessione,
l’azione, la passione. Gli stoici non ne ammettevano che due: la sostanza e la
qualità. Plotino cinque nel mondo sensibil la sostanza, la relazione, la
quantità, la qualità, il movimento; cinque nel mondo intelligibile: la
sostanza, la quiete, il moto, I’ identità e la differenza. Tra i filosofi
moderni, che hanno formulato delle categorie, tralasciando quelle del
Descartes, di Porto Reale, eco., ricorderemo Kant, Jo Stuart Mill ο il
Renonvier. Per il Kant le categorie sono Cat
160 dodici e rappresentano non le
classi più generali nelle quali si distribuiscono le nostre idee, ma i modi più
generali secondo i quali la ragione costituisce i suoi giudizi; esse
costitaiscono i concetti fondamentali dell’ intendimento puro, le forme a
priori della nostra conoscenza, rappresentanti tutto le funzioni essenziali del
pensiero discorsivo. Ora quattro sono lo classi generali dei giudizi, quindi
quattro le categorie principali: 13 qualità, 2* quantità, 83 relazione, 43
modalità; ognuna di queste contiene tre categorie subordinate: 1° l’unità, la
moltiplicità, la totalità; 2* la realtà, la negazione, la privazione; 83 la
sostanza, la cansalità, la reciprocità; 4° la possibilità, l’esistenza, la
necessità. Il Mill riduce tutte le cose nominabili a quattro classi, che
propone di sostituire alle categorie aristoteliche; sentimenti o stati
psichici; la mente o anima che li esperimenta; i corpi esterni con le loro
proprietà che eccitano tali sentimenti; le succession e cocsistenze, le
80miglianze e dissomiglianze tra i sentimenti stessi. Il Renouvier, che le
definisce come le leggi prime e irreducibili della conoscenza, distingue nove
categorie: relazione, numero, posizione, suocessione, qualità, divenire,
causalità, finalità, personalità. Ogni categoris esprime, secondo il Renouvier,
una relazione nella quale si può trovare una tesi, un’ antitesi e una sintesi:
ad es. nella successione In tesi è l'istante, l’antitesi il tempo, la sintesi
la durata. Secondo l’Ardigò le categorie sono idealità strumentali, di origine
empirica al pari delle altre idee, com’ è dimostrato dal fatto che esse pure
variano da individuo a individuo, © nella storia della cultura, per vari
rispetti; sembrano a priori perchè si vengono formando con processo inavvertito
nei primordi della vita psichica individuale, cosicchè al cominciare della
riflessiono, lo troviamo già costituite in noi stessi. Secondo lo Schuppe le
categorie, senza lo quali nulla può essere pensato, non sono una creazione
dell? io, non vengono applicate ai dati dell’ intuizione, como credo 161
Kant, ma sono fin da principio esistenti nella nostra coscienza come
determinazione dei dati, che non potrebbero divenire contenuti di coscienza
senza essere distinti e connessi causalmente; si può dire dunque che le
categorie sono a priori, in quanto non abbiamo bisogno di aspettare questo o
quel dato particolare per dire che deve conformarsi alle leggi universali del
nostro pensiero, ma ci sono date a posteriori, perchè non abbiamo altro modo di
ricavarle se non dalla riflessione sul contenuto della nostra coscienza.
Secondo il Cohen, il pensiero è spontanea produzione di sè stesso, perchè il
pensiero e l’essere sono identici; quindi è erroneo sostenere che la conoscenza
si produca col plasmarsi di una materia empirica nella forma delle categorie,
ma si deve riconoscere che il pensiero, non potendo aver nulla prima di sd da
cui prends le mosse, produce con la sua stessa attività il suo indivisibile
contenuto: questo è l’ unità attiva del gindizio, il cui contenuto non è la
cosa (Ding) ma l'oggetto (Gegenstand), e che produce, con le sue diverse
specie, le diverse formo di conoscenze e di oggetti. A questo tentativo di
deduzione trascendentale delle categorie, la nuova scuola del Fries sostituisce
l’analisi e l’osservazione dell’ intellotto umano, nella sua struttura comune n
tutti gli individui; con essa risale dai comuni giudizi ai principî
fondamentali che in essi sono impliciti (categorie), e la cui unità e
complessità prova il loro essere conoscenze immediate di natura non empirica.
Cfr. Aristotele, Categ., 4, 1 b, 25; Top., I, 9; Simplicio, In cat., 16;
Plotino, Fam. VI, 1, 25 segg.; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 95
segg.; J. 8. Syst. of logio., 1865, vol. I, 83; Renouvior, Kesaie de crit.
générale, Logique, I, 184; Trendelenburg, Geschichte d. Kategorienlehre, 1841;
Schuppe, Grundriss d. Erkenninistheorie, 1894, p. 36 segg.; Cohen, System d.
philosophie, 1902, p. 14 segg., 79-100: Nelson, Die kritische Methode, 1906,
vol. I; Ardigd, Op. AV, p. 7 segg. 11
Rawzout, Dizion. di scienze filosofiche. Cat 162
Categorioo. 'T. Kategorisoh ; I. Categorical ; F. Catégorique. Nella
metafisica si dice categorico un giudizio che non dipende da alcun altro
giudizio esteriore. Nella logica il gindizio categorico appartiene alla
categoria dei giudizi di relazione ed esprime il rapporto di sostanza ed
inerenza ; esso rappresenta la forma più generale di analisi e di sintesi del
pensiero. Alla categoria dei giudizi di relazione appartengono inoltre il
giudizio ipotetico e il disgiuntivo (v. imporatico). Categorumeni. Aristotele
distingueva, oltre le dieci categorie, che sono i predicati, anche cinque
categorumeni, ossia i predicabili, i predicati dei predicati. Sono: genere (Ὑένος),
specie (εἴδος), differenza (διαφορά), proprio (Ἴδιον), acoidente (συμβεβηκός).
Gli scoliasti greci li chiamavano generalmente le cingue vooi (rèvte φωνάς),
appunto per indicare che sono epiteti cho si possono dare allo dieci categorie,
le quali invece sono le cose stesse che si predicano. Ciascuna di queste cose,
se si considera iu relazione con le idee esprimenti la sua divorsa catensione,
può essere specie, differenza, genere, proprio, accidente o tutto questo
insieme; così la quantità può essere un proprio di quantità, come del corpo è
propria una quantità figurata, o un accidente, come è un accidente la quantità
determinata di materia componente il corpo di un uomo, il quale può essere più
o meno grande. Il Rosmini ammette invece sette predicabili, divisi in due
classi, di cui la prima ha per base l’ estensione, la seconda la comprensione :
alla prima classe appartengono l'onsenza universalissima, essere ideale
indeterminato, idea dell’ essere (che è non solo fuori di tutti i generi, in
quanto si predica di tutti, ma è anche a tutti superiore, 9 come per #2 esente
dà una differenza mussima da essi), l’essensa generica, idea generica, genere,
e l'essenza specifica, idea specitica, spocie; alla seconda la differenza
specifica, che è ciò che la specie comprendo più del genere, il proprio, che è
ciò che l'individuo comprendo di necessario più della specie, 163
Cau l’aocidente, che è ciò che di non necessario 1) individuo comprende
più della specie, il reale, che esce dal novero delle idee, ed è il massimo
comprensivo come 1’ essere ideale è il massimo estensivo. Cfr. Simplicio, In
Arist. Categ., 1534; Prantl, Gesohichle d. Logik, 1885, I, 395; Kant, Krit. d.
reinen Vern., ed. Reclam, p. 97; Rosmini, Logica, 1853, § 413-416. Causa. T.
Ursache; 1. Cause; F. Cause. La parola causa è adoperata comunemente per
designare ciò che produce una cosa o un fatto, le loro condizioni necessarie,
ciò, insomma, senza di cui cosu e fatto non sarebbero. Boezio la definisce:
causa est, quam de necessitate sequitur aliquid, seilicet oausatum. Guglielmo
di Occam: causa sunt quibus positis sequitur effectus. Cartesio: Jam vero
lumine naturali manifestum est tantumdem ad minimum esse debere in causa
efficiente et totali, quantum in eiusdem causa effectu. Hobbes: una causa è la
somma o l’aggregato di tutti quegli accidenti, sia nell’ agente che nel
paziente, i quali concorrono alla produzione dell’ effetto ». Malebranche: La
vera causa è quella tra la quale e il suo effetto lo spirito percepisce un
legame necessario ». ('. Wolff: oausa est principium, a quo eristentia sive
actualilas entis alterius ab ipso diversi dependet tum quatenua existit, tum
quatenue tale existit. James Mill: Una causa, o il potere di una causa, non
sono due cose, ma due nomi per la stessa cosa; I’ idea di causa come esistente
è seguìta irresistibilmente dall’ idea di effetto come esistente ». Kant: una
particolar specie di sintesi,... per cui da un 4 vien posto un Β da esso
totalmente diverso secondo una regola generale >; egli considera la nozione
di causa e di effetto come una delle forme dell’ intendimento, una delle
condizioni sotto cui dobbiamo pensare; noi siamo costretti da una legge della
nostra mente a disporre le impressioni della esperienza secondo ‘questa forma.
Ora codesta idea comune di causa è costituita da altre idee, di oni la critica
filosofica, cominciando Cav dal Hume, ha esaminato il valore, La prima idea è
quella di produzione: dicendosi che il fatto 4 è causa del fatto B, si intendo
che il fatto 4 abbin prodotto il fatto B; così nel fatto del riscaldarsi di un
pezzo di ferro (effetto) in seguito a colpi ripetuti di martello (causa), il
primo di codesti fatti sarebbe prodotto dal secondo. Ora questa iden è errones
: essa ha le sue radici nel sentimento dello sforzo volontario, mediante il
quale sentiamo in noi la capacità di produrre un fatto nuovo che altrimenti non
si produrrebbe. Codesta capacità, codesta attitudine soggettiva noi la obbiettiviamo
ponendola nelle cose. La nozione di causa, dice Maine de Biran, ha origine
dalla coscienza del potere della nostra volontà, che riconosce la volontà come
causa delle nostre azioni; e con nna specie di analogia trasportiamo questo
potere personale a tutte le operazioni della natura». Ma un'attività produttiva
nelle cose è affatto inintelligibile: i colpi del martello e il riscaldamento
del pezzo di ferro sono due fatti eterogenei, cosicchè per ammettere che il
primo abbia prodotto il secondo, bisognerebbe ammettere che questo fosse
contenuto in quello o ne facesse parte; il che è nssurdo. La seconda idea è
quella di necessità, ed essa pure è illegittima, in quanto non fucciamo che
collocare nelle cose ciò che non è che un puro prodotto logico della nostra
attività mentale. Fuori di noi non esiste necessità, ma soltanto qualche cosa
di analogo da cui quell’ idea deriva; 6 ciod la costanza nella successione dei
fatti. Dacchè due avvenimenti d’ una certa specie, dice Hume, sono stati sempre
ο in tutti i casi percepiti insieme, noi non ci facciamo più il minimo riguardo
di presagire l’uno alla vista dell’altro allora chiamando I’ uno di essi causa
e l’altro effetto, li supponiamo in uno stato di connessione: diamo al primo un
potere per eni il secondo è infallibilmente prodotto, una forza che opera con
la maggior certezza 9 con In più inevitnbile necessità ». La terza idea che
entra a costituire 165 Cau il concetto di causa è appunto l’idea di
successione. Essn è perfettamente legittima, e senza di essa non sarebbe
nemmeno concepibile la nozione di causa, che è ciò per cui un’altra cosa è: se
B precedesse 4, non potrebbe in nessun modo esser concepito come effetto. Da
ciò la definizione dello Stuart Mill, che la causa non è altro che
l’antocedonte invariabile e incondizionato di un fenomeno. Che 1’ antecedente
debba essere invariabile, è implicito nella nozione stessa di causa, perchè se
la causa è quella che pone l’effetto, non può esser causa un antecedente al
quale non sempre segue l’effetto, quando una causa negativa non intervenga; che
debba poi essero incondiziunato lo prova il fatto che due fenomeni possono
succedersi invariabilmente, come il giorno e la notte, quando siano effetti
collaterali di un altro fenomeno: nel qual caso, se v’ ha successione invariabile,
non v’ ha però causalità. Aristotele distingueva quattro sorta di cause: la
formalo o essenza, la materiale o sostrato, la efficiente o movente e la final;
lo prime due furon anche dette talora intrinseche. Queste quattro cause si
trovano attuate in ogni cosa, perchè esse costituiscono, secondo Aristotele, i
quattro prineipt fondamentali ed universali delle cose. Si abbia una statua:
essa è fatta d’una certa materia, sia marino ο bronzo; è secondo un certo
modello ο idea, giacchè lu statna non sarebbe statua senza una forma; © per
mezzo della mano, ossia di uno stromento operante, efticiente; © dietro un dato
scopo, giacchò non vi sarebbe la statua se lo scultore non si fosse proposto un
qualche scopo. In Iti casi la causa efficiente, la finale la formale si
medesimano; infatti l’idea può costituire ad un tempo lo scopo, la forma e la
causa efficiente d’ un essere. Quando la parola causa è adoperata senza
qualificativo, essa designa sempre la causa efficiente, che Aristotele chinma
la cansa nel senso primo e principale della parola. Si dice causa prima quella
che non è, alla sua volta, eftetto d’ un'altra causn antecedente; cause seconde
quelle invece che sono effetti di cause anteriori. La causa prima è Dio. La
causa si dice prossima o immediata quando fra essa e il proprio effetto non
v’ha termine o serie di termini intermedi; se questi termini vi sono la causa
si dice lontana o mediata. Causa strumentale si disse il mezzo, lo stromento di
cui si serve una causa intelligente per raggiungere il proprio fine. Causa
esemplare si disse invece il modello, il tipo che I’ artista cerca di imitare:
nell’ idealismo platonico la causa esemplare à l’Idea. Causa univoca è quella
che produce un effetto della medesima specie o natura, come il calore che riscalda;
causa eguivoca, quella che produce un effetto di natura diversa, come
l’alcoolismo che è causa di pazzia; cnusa estrinseca quella che si distingue
realmente e adeguatamente dall’ effetto, causa intrinseca le parti di cui un
composto risulta, come l’anima e il corpo rispetto all’ uomo. Cfr. Aristotele,
Meth., V, 2, 1013 a, 24 segg.; Sesto Emp., Ade, Math., IX, 228; Goclenio,
Lezioon phil., 1618, p. 355; Cartesio, Mod., III, 18; Bossuet, Traité des
causes, 1875; Chr. Wolff,
Ontologia, 1736, $ 881; James Mill, Analysis of the phen. of mind., 1829, ο. 24; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 108; Hume, Essais philos., 1790, 1,
129 segg.; J. S. Mill, Syst. of logie, 1865, 1. III, ο. V (v. composizione
delle cause, condizione, sofiemi di falsa causa, causa finale, causa
occasionale, causalità, determinismo, ecc.). Causa finale. Lut. Causa finalis;
T. Zweckursache ; I. Final cause: F. Cause finale. Lo scopo, la ragione per cui
una coms è compiuta, per cui un fatto avviene. Lo scopo è il termine iniziale;
ma siccome esso determina, come cuusa efticiente, la serie dei fatti che deve
condurre al termino finale, così il termine iniziale diviene la causa finale.
Finis ext prior in intentione sed posterior in ezocutione, dicevano gli
scolastici. Si oppone a causa meccanica o naturale, che è quella che si
realizza inconsciamente, senza la concezione del fine: nella causa finale si ha
un 167
Cav rapporto di mezzo a fine, nella naturale un rapporto di causa ad
effetto. Dicesi teleologico ο finalistico il metodo che consiste nello spiegare
le cose mediante il fine per cui furono create, e teleologia la dottrina delle
cause finali. Nella storia della filosofia le cause finali furono intese
principalmente in tre modi; da principio I’ uomo considera sò stesso come centro
dell’ universo, e crede che tutte le cose siano state create per servire di
mezzo ai suoi fini; poi consi dera la natura come creata in vista di un fine,
che non è l’uomo, che anzi trascende l'intelligenza umana, ma che si rivela
nell’ ordine ο nelle leggi dell'universo; infine la finalità à ristretta agli
organismi nei quali tanto gli organi che le funzioni tenderebbero alla
conservazione della vita. La scienza moderna respinge come dannosa la ricerca
delle cause finali, e dimostra che l'illusione teleologica trae origine
dall'azione volontaria, nella quale realmente si ha la rappresentazione di un
fine che diventa a sua volta causa, La nostra meraviglia alla vista della
perfezione infinita e della finalità delle opere della natura, dice lo
Schopenhauer, . deriva dal fatto che noi Ja consideriamo come consideriamo le
nostre proprie opere. In queste la volontà ο l'opera sono di due specie
differenti: poi, tra queste due cose, ce ne sono ancora due altre: 1°
l'intelligenza, straniera alla volontà in sò stessa, e che è un mezzo che
questa tuttavia deve attraversare prima di realizzarsi; 2° una materia
straniera alla volontà 9 che deve ricevere da essa una forma e riceverla per
forza, perchè codesta volontà lotta contro un’altra che è la natura stessa di
tale materia. Tutto diversamente accade nelle opere della natura;... qui la
materia, quando la si separa dalla forma, come nell’ opera d’arte, è una pura
astrazione, un essere di ragione del quale non v’ ha alcuna esperienza
possibile. La materia dell’opera d’arte è, al contrario, empirica. L’ identità
della materia e della forma è il carattere del prodotto naturale; la loro
diversità del prodotto dell’ arte >. E assai prima aveva seritto lo Spinoza:
Cau 168 Tutte le cause finali non sono altro che pure
finzioni imaginate dagli uomini. Il primo difetto di codesta dottrina è di
considerare come causa ciò che è effetto, e viceversa; in secondo luogo, ciò
che per sua natura possiede l’anteriorità, essa gli assegna un luogo posteriore
; infine essa abbassa all’ ultimo gradino della imperfezione cid che v’ ha di
più elevato e di più perfetto ». Cfr. Platone, Filebo, 54 0; Aristotele,
Metaph., V, 2, 1013 u, 29 segg.; Cicerone, De nat. deorum, |. 2; Spinoza,
Ethica, I, appendice; P. Janet, Final causes, trad. ingl. 1883; Sully
Pradhomme, I! problema delle cause finali, trad. it. 1903; E. Regalia, Contro
una teleologia fisiologica, Archivio per l’Antropologia », 1897, XXVII, fasc.
3; Ardigò, Op. fil., II, 254 segg.; III, 288 segg.; IV, 244 segg. (v.
antropooentriemo, geocentrismo, teleologia, finalità, fine). Causale. T.
Causal, ursächlioh; I. Causal; F. Causal. ‘Tutto ciò che si riferisce alla
causa: così ai dice legame causale, necessità causale, rapporto causale, eco.
Con 1’ espressione complessità causale si indica che molte sono le cause che
contribuiscono a determinare un fenomeno, cosicchè duto nu effetto non è data
assolutamente la sua causa; n determinare la causa vera di un fenomeno vale I’
eliminazione delle accessorio. Causalità. Lat. Causalitas ; T. Cansalitàt; I.
Causality, Causation ; F. Causalité. Esprime il rapporto della causa all’
effetto. Dicesi causalità immanente quella di uns sostanza o di un essere che
produce, per propria azione, le proprie qualità ο modi; dicesi transitiva
quella in cui l’azione enusatrice è concepita come passante da una sostanza ad
un’altra. Dicesi causalità empirica quella in cui In causa è l’insiomo delle
circostanze o dei fatti mediante i quali un fenomeno avviene sempre, e senza
dei quali non avviene mai; dicesi invece metafisica quella in cui la causa non
è già nu fenomeno, ma una sostanza attiva come Dio, un potere spontaneo come la
volontà. Il principio o legge 169 Cau di causalità è uno dei postulati
fondamentali del pensiero, ο può enunciarsi semplicemente così: ogni fenomeno
ha una causa; oppure: nulla vi ha senza causa. Lo Spinoza lo formula così: Essendo
data una determinata causa, ne risulta necessariamente un effetto; al
contrario, se non è data alcuna causa determinata, è impossibile che un effetto
si produca ». Leibnitz: Nulla accade senza uns causa 0 almeno una ragione
determinante, cioè qualche cosa che possa servire a render ragione a priori del
porchè ciò è esistente invece che inesistente © del perchè ciò è così piuttosto
che in tutt'altro modo ». Kant lo formula in due modi differenti: 1° Principio
della produzione (Erzewgung): tutto ciò che accade, o comincia ad essere,
suppone prima di lui qualche cosa da cui risulta secondo uua regola »; 2° Principio
della successione nel tempo (Zeitfolge) secondo la legge di causalità: tutti i
cangiamenti succedono secondo la legge del legame tra la causa ο l’effetto ».
Schopenhauer lo chiama principio della ragion sufficiente del divenire,
principium rationis suficientie flendi, e lo enuncis così: Quando si produce un
nuovo stato d’ uno 0 oggetti reali, è necessario che sia stato preceduto da un
altro stato, da cui risulta regolarmente, vale » dire tutto le volte che il
primo ha Inogo ». Anche per il Lippe il principio di causalità è un caso speciale
del principio di ragion sufficiente, ο si formula così: Ogni cangiamento nel
contenuto di una rappresentazione imposta, suppone un cangiamento nelle
condizioni della rappresentazione stessa ». Il Wundt fa originare il principio
di cansalità da un'azione reciproca (Weokseltoirkwng) tra il nostro pensiero e
l’esperienza, e lo considera egli pure come una spplicazione del principio di
ragion sufficiente al contenuto dell’ esperienza: La leggo di causalità non è
una legge d’ esperienza nel senso, che sin ottenuta mediante l’esperienza, ma
soltanto nel senso che vale a priori per ogni esperienza, poichè il nostro
pensiero può riunire e ordinare le esperienze solamente in quanto Cav 170 le
raccoglie secondo il principio di ragion sufficiente. Percid il principio di
causalità porta in sò il doppio carattere d’una legge e di un postulato >.
Il principio di causalità, comunque enunciato, importa dunque due fondamentali
conseguenze. Primo: negazione della possibilità di un comineiamento assoluto ;
tutto ciò che incomineia ad essere ho la propria ragion d’ essere in qualche
cosa d’ anteriore: nessun cangiamento si può produrre nel vuoto ο nel riposo
ussoluto. Secondo: gli avvenimenti non derivano gli uni dagli altri senza
regola © senza ragione, ma con universale costanza ed uniformità; la causa A
che ha prodotto un effetto 8, lo produrrà sempre, qualora, #’ intende, non
intervenga l’azione d’una causa negativa; oid per l'assioma fondamentale, che
cause simili, in circostanze simili, producono effetti simili. Il principio
della uniformità della natura, come pure quello della continuità naturale e
dell’ inerzia, non sono dunque che oorollari del principio di cuusalità, il
quale trova la sua più profonda espressione nella legge della conservazione
della forsa. Accanto alla causalità
fisica ο obbiettiva alcuni filosofi pongono la causalità psichica ο soggettiva
: Noi possiamo, dice il Wandt,. esaminare le nostre rappresentazioni, per un
canto in rapporto al significato obbiettivo che loro attribuiamo: allora le
portiamo nella connessione della causalità naturale; ma noi possiamo anche
ricercare le condizioni soggettive dei loro rapporti di simultaneità ο di
successione ; allora entriamo nella sfera della causalità psichica, che procede
sompre parallelamente alla causalità naturale ». La causalità psichica si
distinguo dalla naturale o fisica in quanto non si risolve in un rapporto
invariabilo di mutazioni, ma si rivela come nn principio di azione tendente
sempre al conseguimento di un fine, e per di più è suscettibile di
accrescimento e di sviluppo: gli atti e le funzioni psichiche appaiono come una
vera © propria creazione del soggetto ο non hanno realtà fuori della sfera
della coscienza indivi 171 Cau duale. La
causalità psichica si distingue dalla causalità psivofisica, che intercede
reciprocamente tra psiche e organismo : secondo le dottrine materialistiche
tale causalità è una vera trasformazione o continuità di nzione tra luna e
l’altro, secondo le altre dottrine è un puro rapporto di corrispondenza, o di
successione, ο di fanzione (nel senso matematico della parola) tra atti
appartenenti a due realità eterogenee, la peichica e l’organies. La causalità
psichica si distingue infine dall’ interpsiohica che è la risonanza o il
consenso tra lo varie coscienze individnali, per cni nella coscienza di
ciaseuno si riflette lo stato mentale della totalità, Cfr. Spinoza, Ethica, 1.
I, ase. 3; Leibnitz, Teodioca, $ 44; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam,
p. 108 seg.; Schopenhauer, l'eber die vierf. Wurzel d. Satzes v. e. Grund.,
cap. IV, $ 20; Hamilton, Lectures on metaph., 1859, vol. II, p. 376; J.
Petersen, Kausalität, Doterminiemus und Fataliemus, 1909; Lipps,
Grendthatsachen d. Soolenlebons, 1873-94, p. 443; Wandt, Logik, 1893, I, p.
549-565; De Sarlo, La causalità psichica, Coltura filosofica >, luglio 1909;
B. Baglioni, 1 principio di causalità e' la causa, 1909. Causa occasionale.
Lat. Causa oocasionalis; T. Gelegenheitsursache ; I. Oocasional cause; F. Cause
ocoasionelle. E la dottrina con eni la scuola cartesia spiega i rapporti tra
Dio e il mondo, e tra l’ anima, sostanza puramente pensante, e il corpo, la cui
essenza consiste nell’ estensione. Data l’opposizione assoluta esistente fra
queste entità, tali rapporti non sono spiegabili se non ammettendo che Dio,
cioè la causa prima, all’ occasione dei movimenti dell’anima eccita nel nostro
corpo i movimenti che a loro corrispondono, e all’occasione dei movimenti del
corpo fa nascere nell’ anima le idee che li rappresentano © le passioni di cui
essi sono l'oggetto. Dice Malebranche: Non v’ ha aleuff rapporto di causalità
tra un corpo ο uno spirito. Che dico! non ve n’ha alcuno da uno spirito a un
corpo. Dico ancora più, non ve n’ha alcuno da corpo a corpo, nè du Cau 172 uno
spirito ad un altro apirito.... Non v'ha dunque cho un solo vero Dio, e uns
sola vera causa, che sia veramonte causa, 6 non si deve imaginare che ciò che
precede un effetto sia la vera causa ». L'importanza di questa dottrina sta in
ciò, che essa prepara la sostituzione del concetto critico di causalità sl
concetto volgare, che cousiste nel pensare la causalità nella natura in base a
quella del volere, e credere che tanto negli effetti del nostro volere quanto
in quelli delle cause fisiche, noi cogliamo propriamente una connessione
necessaria ; 1’ occasionalismo pone invece in evidenza la mancanza di un tale
nesso, o l’incomprensibilità di esso, o meglio la pura effettività d’ ogni
relazione causale tra fenomeni; il parallelismo tra anima © corpo; la costanza
e uniférmità effettiva o sperimentale delle leggi naturali. I due maggiori
rappresentanti dell’occasionalismo furono Geulinex e Malebranche. Cfr. Land,
rn. Geulincr
und seine Philosophie, 1895; Malebranche, De la rech. de la verité, 1678, part.
II, 8; Id., Pensieri metaAsici,
trad. it. Novaro, 1911, pag. 40-48; M. Novaro, La teoria della causalità in
Malebranche, 1893. Causa sui. T. Selbetursache; I. First cause; F. Cause première. Nel linguaggio scolastico è la causa prima, la
causa che non è essa pure un effetto. Concepito 1’ universo come uns catena di
cause ed effetti, retrocedendo ο si va all'infinito, ο si deve arrestarsi ad
una causa che non è causata, la causa prima dalla quale discendo tatta lu serie
degli effetti, Dio. Ogni fenomeno deve avere unn causa, dice il Jevone, e
questa causa di nuovo uns causa, finch? noi siamo perduti nella infinità del
pussato e costretti a credere In una causa prima, da cui sia stato de_
terminato il corso della natura ». A ciò si obbietta, che in primo luogo è per
noi incomprensibile che una cosa sin causa ed effetto di sè medesima, e che secondariamente
la nostra esperienza non ci dà che fenomeni, dei quali vedinmo soltanto il
orescere, lo svilupparsi, il trasformarsi,
178 Cau-Crc non mai il nascere, e
quindi il parlare di causa o origine prima è illegittimo e illusorio. ‘Nella
dottrina del libero arbitrio anche la volontà umans è concepita come causa sui,
Cfr. Alfarabins, Fontes quastionum, cap. III; Jevons, The principles of
science, 1879, p. 221. Causazione. Vocabolo improprio, che designa l’azione per
mezzo della quale una causa produce un determinato effetto; se la causa è
mediata o lontana, si usa anche l’espressione di proceso causativo. Cecità. T.
Blindheit; I. Blindness; F. Cécité. Può ensore totale, e cioè assenza congenita
o acquisita del senso della vista. Può essere parziale, e in tal caso può
essere limitata alla metà verticale degli oggetti, emianopsia, ο riguardare
soltanto il color rosso, daltonismo, o alcuni colori, disoromatopsia, o tutti i
colori, acromatismo. Il Munk chiama cecità psichica e lo Charchot cecità
mentale lo stato degli animali in seguito alla distruzione o alla lesione grave
dei lobi cerebrali; per effetto di tale distruzione l’ animale non comprende
più il senso di ciò che intende e vede, non si spaventa se minacciato, non
ascolta quando lo si chiama, mangia anche il cadavere d’un individuo della sua
razza, ecc. Il Munk spiega tali fenomeni con la perdita delle imagini della
memoria, che permettono di riconoscere e comprendere le nuove eceitasioni.
Dicesi ocoità verbale 0 alessia. uns forma di amnesia verbale che consiste
nella perdita della memoria visiva della parola in quanto scritta, e dipende da
lesione o atrofia dei centri visivi superiori. 11 soggetto può parlare ma non
leggere, queutunque le parole siano scritte sotto i suoi occhi ed egli ne
comprenda perfettamente il significato. La cecità verbale si distingue dalla
ceoità letterale, che consiste nella pordita della memoria delle lettere
soritte, © dalla cooità peichica delle parole, che consiste in ciò che
l’ammalato può leggere le lettere e le parole, senza però capirne il
significato. In senno fignrato naasi anche l’espressione ceità morale, per CEL
designare V’assenza ο la degenerazione del senso morale, che si osserva in
individui mentalmente deboli; i ciechi morali si distinguono dagli anestetici
del senso morale che, al contrario dei primi, possiedono una coscienza morale,
ma sono incapaci di obbedirla, perchè mancano delle tendense emotivo
necessarie, e dagli abulioi morali che, pure possedendo tali tendenze, sono
troppo deboli per lottare contro quelle che li spingono invece al
soddisfacimento dei loro appetiti e delle loro passioni. Cfr. Ribot, Les maladies dela
memoire, 1909; Id., Payohol. des sentiments, p. 298, 349; E. Brissaud, Malattie
dell’ enogfalo, trad. it. 1906, p. 107 seg Celantes. Termine di convenzione mnemonica con cui si designa
nella logica formale uno dei modi indiretti della prima delle tre figure del
sillogismo, riconosciute da Aristotele. Come indicano le tro vocali, questo
modo ha In maggiore e la conclusione universali negative, la minore universale
affermativa. Questo modo è lo stesso del Calentes della quarta figura, ma è
ricondotto alla prima per la conversione della conclusione ο la trasposizione
delle premesse. Celarent. Termine mnemonico di convenzione, che desigua un modo
della prima figura del sillogismo, in cui, como indicano le tre vocali, la
maggiore ¢ la conclusione sono proposizioni universali negative, la minore
universale negativa. Es. Nessun essere mortale à infallibile -tutti gli uomini
sono esseri mortali dunque nessun nomo è infallibile. Corrisponde
all’&ypaye dei greci. Cellula. T. Zelle; 1. Cell; F. Cellule. È
Vindividualita organica elementare; fu detta anche otricolo, granulo, ece.;
Virchow la denominò focolare di rita. La parte essenziale della cellula è il
protoplasma, sostanza granulosa, semifinida, elastica, in cui si verificano la
maggior parte dei fenomeni vitali della cellula, cioè le funzioni della vita
vegetativa ο le funzioni della vita di relazione. Tali funzioni sono
considerate dalla biologia moderna come ensen 175 το ὅσν zialmente chimiche: la costituzione
chimica della collula è determinata ma variabile, poichè allo stato normale
eusa subisce delle continue diegregazioni e riparazioni; tra i molteplici
fenomeni chimici che in essa si notano, il principale è una grandissima
affinità per l'ossigeno, sia libero sia debolmente combinato. In seguito a
questa instabilità chimica, ogni cangiamento di stato della cellula determina
una eccitazione, e per conseguenza una risposta della cellula stessa alla
irritazione, di temperatura, di elettricità e di pressione, secondo le quali
possono operarsi le reazioni chimiche in cui consiste la vita della cellula.
Tale è il punto di partenza di tutte le azioni di cui gli esseri viventi sono i
produttori. La forza vi è condensata sotto la forma di energia chimica, e si
manifesta al di fuori sia per nn movimento, sia per la luce, sia per
l'elettricità, sia per il calore, sia per il pensiero. Ogni essere vivente è
costituito ο da una cellula (unicellulari) o da un aggregato di cellule
(pluricellulari); negli individui pluricellulari l’unità è data
all’aggregazione del sistema nervoso, che generalizza le irritazioni e
raccoglie in un centro le ecoitazioni sensibili e da esso tramanda le
eccitazioni motri Cfr. Henneguy, Leçons sur la morphologie et la reproduotion
de la cellule, 1896; Année peychologique, tomo II, 1896; Werworn, Fisiologia
generale, trad. it. 1897, p. 50 segg. (v. animismo, rita, vitaliemo). :
Cellulare (pricologia). I. Collular psychology; F. Paychologie cellulaire. La
psicologia delle cellule, di cui specialmente si ocenparono I’ Haeckol, il
Werworn, il Binet. Secondo questa teoria, ogni cellula, sia vegetale che
animale, sia isolata che facente parte d’un organismo pluricellulare, ha una
vita psichica, ciod la fucoltà di sentire le eccitazioni di varia natura e di
reagire a questi eccitamenti con determinati movimenti. La tesi fondamentale su
cui la psicologia colInlare si fonda è: siccome la psiche dell’ animale è la
risultante di tutto 1’ organismo in funzione del quale si Cer ~ 176
svolge e si complica, così necessariamente tutti gli elementi dell’
organismo, che concorrono a formare questo prodotto, parteciperanno della sua
proprietà generale, che è di essere cosciente, 9 le cellule di tutti i corpi
avranno perciò la coscienza dei loro atti. A questa tesi perd fu opposto che un
prodotto qualsiasi non è dato dalla semplice somma delle sue unità elementari,
e le qualità che lo accompagnano non corrispondono all’addizione delle qualità
per cui si distinguono i suoi elementi ; ogui fenomeno, dice il Lewes, è un
fatto emergente non semplicemente risultante, emerge cioè dalle unità combinate
come un nuovo fenomeno con caratteri propri e specifici e irreducibili ; perciò
è falso cavare dal fatto che la coscienza è il prodotto dell’ intero organismo,
la conseguenza che anche lo parti di questo organismo saranno coscienti. Cfr. Werworn,
Psycho-pAysiologischen Protisten, 1889; Haeckl, Essai de payohol. cellulaire,
trad. frano. 1880; Binet, La vie
peychique des micro-organiames, in Lo félioleme dans Vamour, 1891; Lewes,
Problems of Life and mind, 1879, cap. II; A. Groppali, Sociologia e psicologia,
1902, p. 103-180; G. Bilancioni, Za psicologia cellulare, 1903. Cellulari
(teorie). Le teorio con le quali si è cercato di spiegare sia l’origine delle
cellule, e quindi della vita, sin la formazione cellulare degli orgaui.
Rispetto al primo problema, i moderni biologi propendono in geueralo a ritenere
che la prima formazione cellulare non sia stata che rina semplice combinazione
chimica; ciò sarebbe comprovato dai tentativi fatti da alcuni fisiologi
(Mantegazza, Monnier, Virchow), tentativi in parte riusci nere artificialmente,
modiante combinazioni chimiche, una sostanza analoga al protoplasma e cupace di
movimento. La vita si originerebbe per tal modo dalla materia inorganica.
Quanto alla seconda questione, due sono le teorie principali: quella della
Hibera formazione cellulare e quella della moltiplicazione cellulare. Secondo
la prima, da un liqnido formativo dotto Mastema, si forma liberamente ogni 177
CEN cellula, © cioè prima il nucleolo, poi il nucleo, poi la membrana,
infine il liquido che riempie la cellula. Questa teoria è combattuta dalla
maggior parte dei moderni biologi, perchè la smentiscono vari fatti, fra cui
quello che molte cellule giovani mancano di nucleo, e che nelle formazioni
morbose molte cellule si formano per moltiplicazione di ‘altre preesistenti ; è
quindi preferita l’altra teoria, che cioè ogni cellula non può originarsi che
per moltiplicazione da un’altra cellula ad essa preesistente: omnis cellula ο
cellula (Virchow). Così questo secondo problema si riconnette al primo. Cfr.
Delage, La structure du protoplasme et les théories sur Vhérédité, 1895;
Werworn, Fisiologia generale, trad. it. 1897, p. 50 segg. (v. cellula,
duodinamiemo, meccanismo, protoplaema, vitalismo, vita). Conestesi (xoivi comune; αἴσθησις = sensazione). Lat.
Coenassthesis; T. Gemeinempfindung, Gemeingefühl; I. Com: mon sensibility ; F.
Sensations internes, Coencathéoie. Si adopera per designare tanto la
sensibilità generale, sia interna che esterna, quanto l'insieme delle
sensazioni interne ο della vita organica. Questo secondo è il significato più
in uso. La cenestesi è quindi la totalità delle sensazioni prodotte nel cervello
dagli stimoli che provengono da tutte le parti © da tutti gli organi del corpo.
Il Wundt la definisco il sentimonto complessivo nel quale ’ esprime lo stato
generale della nostra buona o cattiva disposizione sensibile ». Solitamente
infatti codeste sensazioni non sono che gli elementi di an sentimento generale
di benessere 0 di malessere, che corrisponde allo stato degli organi medesimi ο
la cui tonalità è in rapporto diretto con la composizione e la circolazione del
sangue, con la secrezione maggiore ο minore delle glandule, con la rapidità o
difficoltà della respirazione e della digestione, col rilassamento ο
contrazione dei mnscoli volontari ο involontari. Questi fattori agiscono tutti
contemporaneamente, ed è perciò che il senso generale che ne risulta ci appare
come semplice ed omogeneo, mentre 12
Raxzots, Dirion. di scienze filosoficlie. CEN 178 in
realtà è molteplico e quindi in sò medesimo vario. Le sensazioni cenestesiche
sono le più oscure ed indeterminate, anche perchè, a differenza dello
sensazioni esterne, non sono distinguibili nettamente nd allo stato normale,
perchè troppo deboli, nd allo stato anormale, perchè troppo forti.
Ordinariamente il senso generale è intonato dall’ azione predominante di questo
o quell’ organo, senza però che ciò appaia alla coscienza. Cfr. Sully, Outlines of
peychol., 1885, p109 sogg.; Wundt, Grundrise d. Peychol., 1896, p. 55, 189;
Beaunis, Les sensations internen, 1889; Ardigd, Op. All, I, 423 segg.; IV, 378 segg. Cenogenesi. La teoria
che ammette anche nell’ embrione 1’ aduttamento a nuove condizioni di vita, che
dà luogo a nuove forme mancanti nella figura originaria, trasmessa dalla
eredità, della forma stipite. Per tal modo i fenomeni dell’ ontogenesi, ο
evoluzione individuale, si dividono in due gruppi: il primo, detto palingenesi,
ci presenta dinanzi quelle antichissime condizioni di struttura che sono state
trasmesse per eredità dalle forme-stipiti primitive; il secondo, detto
conogenesi, altera l’ aspetto originario del processo evolutivo con l'introduzione
di nuovi caratteri, mancanti nelle forme stipiti, e acquistati dalle forme
embrionali per adattamento alle condizioni speciali del loro sviluppo
individuale. Tali caratteri nuovi diconsi cenogenie. Cfr. Haeckel,
Antropogenia, trad. it. 1895, p. 621. Centrale. 1. Central; I. Central; F.
Central. Si dice, per opposizione a periferico, di tutto ciò che è o avviene
nel cervello, nel cervelletto, nel midollo allungato e spinale. Così per la
visione si hanno degli organi periferici (occhio © sue parti, nervi ottici,
ecc.) e degli organi centrali (i tubercoli quadrigemini del cervello, ecc.); lo
stimolo che agisce sulla retina e determina, nel nervo ottico, una cortento
nervosa centripeta, è un fenomeno periferico; la coscienza di questo stimolo
(sensazione), che si desta nel cervello, è un fenomeno centrale. |
Centralissasione (legge di). Una delle leggi di progresso nel mondo organico:
nell'evoluzione degli organismi, accanto al differenziamento, si verifica una
subordinazione sempre maggiore delle parti e una crescente centralizzazione
delle fanzioni e degli organi. Centripeto e centrifugo. Dicesi centripeta una
forza diretta verso il centro di curvatura della traiettoria d’un punto
materiale, e che mantiene il mobile su questa traicttoria; e forza centrifuga
la reazione che un mobile assoggettato a descrivere una curva fissa, esercita
contro questa curva. Dicesi corrente nervosa centrifuga, ο, semplicemente,
fenomeno centrifugo, quello che #’inizia in un centro nervoso e si trasmette
attraverso il cilindro assile d’ una fibra fino ad on muscolo o ad una
glandola. La corrente centripeta è invece quella che s’ inizia in un qualsiasi
organo posto alla periforia del corpo e di IA si trasmette ad un ganglio ο ad
una muses di sostanza grigia. Centro. T. Centrum; I. Centre; F. Centre. Nella
psicologia fisiologica diconsi centri ideatiti, per opposizione ai motori, quei
centri della parte anteriore del cervello ove si fissano le imagini, e da cui
partono le correnti intercerebrali per i centri motori; e centri percettivi,
quelle areo della superficio corticale del cervello in cui si raggruppa un
maggior numero di cellule, e quindi di fibre nervone, legate ad un determinato
organo di senso, dal quale rice. vono le eccitazioni. L'estensione di codeste
zone è naturalmente in rapporto coll’ importanza del senso cui presiedono, ciod
maggiore per il tatto, la vista, l'udito, minore per il gusto e l'olfatto. La
loro costituziono non esclude che esistano in altre regioni del cervello altre
cellule ed altre fibre collegate col senso medesimo. Dai centri percettivi
sarebbero separati i centri motori, dai quali soltanto partono gli impulsi ai
movimenti e in cui si fissano le imagini dei movimenti stessi. Nella meccanica
razionale dicesi centro dei momenti il punto per rapporto al quale si prendono
CEN-CER 180 i momenti d’ un sistema di forze situate in
uno stesso piano, ϱ centro delle forse parallele il punto per il quale passa
costantemente la risultante di un sistema di forze parallele, quando si fa
variare la loro direzione comune senza far variare la loro intensità o
facendole variare proporzionalmente. Cfr. Bastian, Le cerveau organe de la pensée, trad.
franc. 1888; G. Sergi, La
peychologie physiologique, 1888, 1. II (v. ciraonvoluzioni, localiszazione
cerebrale). Centro di creazione, Alcuni segunci della dottrina del trasformismo
biologico, tra cui il Darwin e l’ Haeckel, ritengono che ogni specie animale e
vegetale non sia nata che una sola volta nel corso del tempo (origine omocrona)
e in un solo punto del globo, detto perciò il sno centro di creazione. A questa
legge si sottrarrebbero però, secondo V Haeckel, gli ibridi e gli individui di
struttura semplice. Cfr. De Quatrefages, La specie umana, trad. it. 1871;
Haeckel, I problomi dell’ unteereo, trad. it. 1903, p. 340 (v. monogenismo).
Cerebraxione. L’insiemo dei processi fisiologici del cervello che corrispondono
alla attività psichica, Si dicono fatti di corebrazione incosciente, quei
processi fisiologici del cervello che si svolgono senza dar luogo ni fenomeni
psichici relativi, i quali appaiono improvvisamente solo alla fine dei processi
medesimi @ come risultato di essi. Il problema della cerebrazione incosciente,
aftacciato da principio dal fisiologo Carpenter, è oggi assai discusso dai
psicologi e dai fisiologi, e può formalarsi così: dobbiamo ritenere che alcuni
stati del sistema nervoso, normali ο patologici, rappresentino vere
interruzioni dei processi mentali, oppure che i detti processi, pur subendo
grandi oscillazioni d’intensità ο di lucidezza, da un massimo ad un minimo, non
subiscano mai durante la vita alcuna interruzione assoluta? La prima dottrina è
sostenuta oggi du autorevoli psicologi come il Mtinsterberg e il Ribot; la
seconda specialmente da coloro che adottano l'ipotesi del parallelismo 181
Cen psico-fisico, estendendolo a tutti i processi specificamente vitali,
o almeno a quelli del sistema nervoso, e in special modo alla parte del sistema
impegnata nelle funzioni della vita animale o di relazione. Cfr. Max Dessoir,
Das Unbewussten, 1910; Boris Sidis, Studies in mental dissociation, 1905; B.
Hart, The conception of the subconscious, Journal of abnormal psych. », IV,
1909-910; Aljotta, Atti del V Congr. int. di peicol. a Roma, 1906. Certezza. T.
Gewissheit; I. Cortitude, Certainty ; F. Certitudo. Sia positiva che negativa,
è sempre uno stato mentale, e quindi soggettivo, che consiste nella persuasione
assoluta della verità cui l'intelligenza aderisce. 8. ‘Tommaso dice: Cortitudo
nihil aliud ost quam determinatio intellectus ad unum. Essa ha per condizioni:
la presenza di due o più mentalità dotate di un certo grado d’intensità; il
legame di una mentalità, o d’un gruppo di esse, a un’altra; la coscienza di un
legame energico, associativo, tra le due mentalità considerate. Si può avere
anche la certezza della falsità di un giudizio o di una idea: si cognoscimus,
dice Cr. Wolff, propositionem esse veram vel faleam, propositio nobis dioitur
esse certam. Si suole distinguere; sebbene impropriamente, la certezza
soggettica dalla oggettiva : quella è data dalla testimonianza della nostra
coscienza, irrecusabile per ciascuno di noi, ma che non può essere comunicata
agli altri, non essendo fondata su ragioni valide per tutte le coscienze;
questa, che è la certezza scientifica, e dicesi piuttosto eridenza, non dipende
da circostanze soggettive e può quindi essere condivisa da tutti. La
distinzione tra certezza cd evidenza è posta talvolta in modo diverso, ad es.
dul D’Alembert: L’ evidenza appartiene propriamente alle idee di oui lo spirito
percepisce immediatamente il legame; la certezza a quelle il cui legame non può
essere conosciuto che con l’aiuto d’un certo numero d’idee intermedie, o, che è
lo stesso, alle proposizioni la cui identità non può essere scoperta che con un
circolo più o meno Ces 182 lungo ». Si distinguono ancora varie specie
di certezza: 1° quella logica ο metafisica, che riguarda l’ ordino immutabile
dell’ ideale, dei supremi principi, ο si divide in intuitiva, quando 1’ idea
uppare immediatamente come evidente, e in razionale o discorsiva quando non
diviene evidente che in seguito ad altre idee, cioè mediante un raziocinio; 2°
quella fisica, che riguarda le coso sensibili, e può essa pure essere razionale
se si ricava indirettamente dalla percerione, peroettita se si ha
immediatamente; questa poi è psicologica quando la percezione si riferisce ad
un fatto interno o psichico, eetefica quando si riferisce ad un fatto esterno;
3° quella didascalica, che si fonda sopra la testimonianza ο autorità altrui, e
pnd essere dottrinale 0 storica a seconda che riguarda fatti attestati da
persone o dottrine tramandate da un maestro; 4° quella morale, che non bn un
significato preciso, cosicchè per alcuni logici antichi designa ciò che
solitamente dicesi certezza dottrinale e storica, per altri è la certezza subbiettiva
ο psicologica, per altri ancora quella che aderisce agli impulsi del sentimento
e dell’ istinto, ο, per i più, la certezza con cni si aderisce alla verità
dell'ordine morale. Cfr.
S. Tommaso, In Hb. sent., III, dist. 23, qu. 2, 2; Cr. Wolff, Philos.
rationalis, 1732, $ 564; D'Alembert, Disc. prélim. de 0 Enciolopédie, § 51;
Joh. Volket, Die Quellen der menschlichen Gewissheit, 1906; Rosmini, Logioa,
1853, $ 217-220; A. Farges, La orisi della certezza, trad. it. 1911 (v.
criterio). Cesare. ‘Termine mnemonico
di convenzione, corrispondente all’&ypape dei Greci, con eni si designa,
nella logica formale, quel modo della seconda figura del sillogismo, che lia la
premessa maggiore universale negativa, la minore uni versale affermativa, ὁ la
conclusione universale negativa. Es.: Nessun uccello è mammifero, I pipistrelli
sono mammiferi. Dunque i pipistrelli non sono uccelli. Si riconduce al Celarent
della prima figura mediante la conversione della premessa maggiore. 188 Cat Chiaro.
T. Klar, deutlioh; I. Clear, evident; F. Clair. Nella terminologia cartesiana è chiara l’idea che è
presente e manifesta allo spirito, è distinta l’idea che è precisa ο ci fa
differenziare l'oggetto a cui si riferisce da tutti gli altri di cui abbiamo
conoscenza; tutto ciò di eni si ha una idea chiara e distinta è vero. Perciò la
verità fondamentale è nel cogito ergo sum »; esso infatti ha entrambi i
caratteri della chiarezza, perchè |’ Io è immediatamente presente et sò stesso,
della distinzione perchè 1’ Io è pensante e il pensiero costituisce la nota per
la quale si distingue da tutte le altre conoscenze. Alle idee chiare si
oppongono le oscure, alle distinte le confuse. Il Leibnitz ha adottato la
stessa differenza, spostando un poco il significato delle espressioni: per
chiara egli intende la rappresentazione che, diversa dalle altre, è atta al
riconoscimento del suo oggetto; per distinta quella che è chiara fino nei suoi
eingoli elementi e fino alla conoscenza del loro rapporto. Le verità @ priori
geometriche o metafisiche sono chiare e distinte, quelle a posteriori invece,
ossia le verità di fatto, sono chisre ma non distinte: le prime sono quindi
perfettamente trasparenti, congiunte con la convinzione dell’ impossibilità del
contrario; nelle seconde si può ancora pensare il contrario. Cfr. Cartesio,
Prino. phil., I, 45; Med., III, p. 15; Leibnitz, De cogn., Erdm. p. 19; E.
Grimm, Das Lehre von den angeborenen Ideen, 1873. Chimici (consi). Si dicono
tali, per distinguerli dui meccanici, quei sensi sopra i quali gli stimoli esercitano
una asione chimica: tali sono la vista, il gusto © l'olfatto. Chirognomia. Gr.
χείρ--mano; Ύνῶμα = contrassogno, cognizione. La pretesa di predire il futuro
relativamente a una persona e indovinarne il carattere e le attitudini,
coll’esame della mano e delle linee di essa. La psichiatria © l'antropologia
hanno soltanto stabilito che Pirregolarit& dei solchi palmari, le dita in
soprannumero © in numero minore, e la torsione o l’atrofia delle dita, Cix 184
specie il mignolo, rappresentano una stigmata degenerativa, e sono
frequenti negli idioti, nei pazzi e nei criminali. L’arte della chirognomia si
crede tniziata dal filosofo Anassagora, Cinematica. (Gr. Κίνημα = movimento);
T. Kinematik ; I. Kinematios; F. Cinématique. Vocabolo introdotto nell’ uso dall’
Ampère, in luogo dell’antico di foronomia, per designare lo stadio del
movimento considerato astrattamente, prescindendo dalle cause e dalle
circostanze nelle quali si produce. Essa si occupa di tutte le considerazioni
che riguardano gli spasi percorsi nei differenti moti, i tempi impiegati a
percorrerli, la velocità, eco. Fa parte della meccanica. Cfr. Ampère, Essai sur
la philosophie des sciences, 1834. Cinestetiche (sensazioni). (Gr. Κίνησις
movimento; αἴσθησις sensazione); T.
Bewegungsempfindungen ; I. Kinaesthetio; F. Sensations kinesthésiques. Le
sensazioni provocate dai movimenti, e specialmente dalla contrazione dei
muscoli volontari. Alcuni psicologi ammettono che noi sentiamo non lo sforzo
delle contrazioni muscolari, ma il grado di innervazione che comunichiamo ai
muscoli per produrre una data contrazione. Che esista questo senso
dell’innervazione è provato dal fatto che noi comunichiumo ai muscoli
l’innervazione necessaria per produrre lo sforzo muscolare corrispondente alla
resistenza che deve essere superata. D’ altro canto la psicologia sperimentale
ha provato 1) esistenza del senso muscolare, con la scoperta di fibre muscolari
sensitive e della sensibilità dei tendini, i quali, stimolati, danno movimenti
riflessi. Cfr. Kreibig, Die fünf Sinne, 1907, p. 21 seg.; E. Mach, Grundlinien
der Lehre von den Bewegungsempfindungen, 1875; H. C. Bastian, Le cerveau organe
de la pensée, 1888, p. 279 segg.; Beaunis, Les sens. internes, 1889 (v.
articolare, muscolare). Cinici. T. Cyniker ; I. Cyniques; F. Cyniques. Una
delle scuole soeratiche minori, fondata da Antistene al Cino 185 IR sarge. I cinici esngerarono le dottrine di
Socrate, avondo per sola mira di affrancarsi dalla schiavitù esteriore ;
infatti la loro dottrina si compendia tutta in una sola massima: vivere secondo
natura, Essi sostenevano che la virtù basta per sè atesss a rendere felici, in
quanto è appunto quella norma di vita che rende l’uomo indipendente fino al
possibile dalle vicende del mondo esterno, insegnandogli a sopprimere i desideri
ο a limitare fino all’ estremo i bisogni. I cinici si possono riguardare come i
precursori degli stoici. Nel linguaggio comune le parole cinico e cintemo sono
rimaste per designare il disprezzo delle convenzioni sociali, dell’ opinione
pubblica e anche della morale, sia negli atti sin nell'espressione delle
opinioni; e ciò per il fatto che i filosofi cinici ponevano una radicale
opposizione tra la natura e la legge o convenzione, conformendosi s quella
nella condotta pratica. Cfr. Diogene L., VI, 2; K. W. Gôttling, Diogenes der
Kyniker, Ges. Abhandl. », I, 125 segg.; Zuccante, Diogene, Cultura filos. »,
gennaio 1914; Windelband, Storia della filosofia, trad. it., vol. I, p. 101
segg. (v. autarohia). Circoli tattili. T. Tasteirkel. Il Weber chiamò così quelle
superfici della pelle ove le due punto del compasso, più o meno divaricate, si
sentono come una punta sola; la distanza fra le due punte rappresenta il
diametro del circolo tattile. Quanto maggiore è il grado d’acutenza della
sensibilità tattile, tanto minore è il dismetro del circolo tattile. Il punto
più sensibile del corpo è l’ apice della lingua, il cui il circolo hu il
diametro di nn mm.; poi vengono le punte delle dita della mano che sentono le
due punte dell’ estesiometro quando sono divaricate poco più di dne millimetri;
seguono poi le labbra, la punta del naso, le guance, eoc., fino a che si arriva
alla coscia e al braccio, ove il circolo tattile ba, secondo il Wundt, un
diametro di 68 mm. Cfr. E. H. Weber, Annotationen anat. ot phys., 1834; Fechner,
Elem. d. Poychophyeik, 1860; Wundt, GrundCir
186 silgo d. phys. Psychologie,
3* ed., I, 391, II, 10 segg.; Kreibig, Die fünf Sinne, 1907, p. 32-34 (v.
esteriometro). Ciroolo solido. Lat. Ciroulus materialis. Nella logica dicesi
così quella operazione mentale, che consiste nel passare dalla cognizione
virtuale o implicita del tutto, alla cognizione e all’ essme delle parti, per
poi risalire alla cognizione attuale ed esplicita del tutto medesimo. Così lo
zoologo al al quale si presenta un animale sconosciuto, prima lo conosce in
modo implicito e indistinto, poi ne studia distintamente i caratteri, gli
organi, le funzioni, ecc., infine raccoglie i risultati di questi suoi studi,
in modo da avere dell’ animale una conoscenza più compiuta e sicura. Il circolo
solido è detto anche regresso. Cfr. Rosmini, Logioa, 1853, pag. 242 segg.
Circolo vizioso. Lat. Ciroulus vitiosus ; T. Zirkel, Zirkelbeweis; I. Cirole;
F. Cercle ricieur. È un sofisma di ragionamento, il quale consiste nel provare
una proposizione, appoggiandosi sopra una seconda, la quale non può provarsi se
non appoggiandosi sulla prima. Ad es. : alcune idee sono innate perchè
anteriori dell’ esperienza, e sono anteriori all’esperienza perchd innate. Oggi
lo si denomina più comunemente petizione di principio, appunto perchè consisto
nel postulare fin da principio quello stesso che si vuol dimostrare; nel
linguaggio scolastico il circolo vizioso dicevasi anche oiroulus logious,
Dicevasi poi ciroulus materialis © regressus demonstrationis il ragionamento
con cui si prova la causa per gli effetti, e poi si provano gli effetti stessi
mediante la causa, considerata più attentamente e meglio conosciuta, Cfr.
Aristotele, Anal. pr., II, 5, 576, 18; Masci, Logica, 1899, p. 374 seg. (v.
diallelo). Circonvoluzioni cerebrali. F. Circonvolutione cérebrales. Rilievi a
forma di pieghe che rivestono la superficie del cervello, o mantello cerebrale,
determinato da solchi corrispondenti ο solssure. Si distinguono in cire.
profonde, limitate dalle scissure primarie e secondarie, e circ. di pasCir
raggio, che risultano da ramificazioni delle prime. Sembra esistere un certo
rapporto tra lo sviluppo della intelligenza e la profondità e quantità dello
scissure e circonvoluzioni cerebrali. La loro origine fu spiegata varismente :
1° per l’azione vascolare, cioè per l’azione meccanica esercitata dui rami
arteriosi corrispondenti alle scissure; 2° per I’ ineguale accrescimento della
superficie cerebrale, crescendo la superficie nel foto più presto in direzione
sagittale, ο determinando in tal modo una maggior tensione trasversale (Wundt);
3° per la sproporzione di acorescimento filogenetico tra oranio e cervello,
poichè crescendo di più il cervello (specie nella corteccia grigia, in cui si
esplica l’attività psichica) della scatola cranica che lo contiene, il primo è
costretto a pieghettarsi dovendo rimaner compreso nella seconda. Questa ultima
è forse la spiegazione più attendibile. Cfr. L. Clarke, Notes of researches on
the intimate struoture of the Brain, Proceed of the R. Society », 1863;
Bastian, Le cerveau organo de la pensée, 1888, vol. II, p. 14 segg. Cirenaici.
T. Kyrenaiker; F. Cyrénaiques. Una delle scuole socratiche minori, fondata da
Aristippo di Cirene. Essi ponevano come bene incondizionato, come fino n sè
stesso, il piacere attuale ο presente; fra i piaceri del corpo © quelli dello
spirito preferivano i primi, come più intensi e più vivi, non trascurando però
l'educazione dei secondi. Fondatore della scuola fu Aristippo, nato à rene
intorno al 435 a. C., da famiglia ricchissima, e vissuto qualche tempo ad
Atene, dove divenne.scoluro ed amico di Socrate. Per quanto possa parer strano,
egli non fece con la sua dottrina che svolgere nn elemento già contenuto nella
filosofia del maestro. Per il quale, com’ et noto, non c’è contraddizione tra
virtà ο felicità, anzi la virtù è il più delle volte indicata come il mezzo più
sicuro per arrivare alla felicità; in un luogo dei Memorabili, Socrate
dimostra, ad esempio, che la tempeCLa
188 ranza ci fa godere molto più
della intemperanza, e che perciò quella, anche sotto il rispetto del piacere, è
da preferirsi a questa: a seguire la virtù piuttosto che il vizio si trova
sempre da ultimo, se non da principio, il tornaconto. Aristippo prese dalla
dottrina socratica questo concetto, che conveniva alla sua natura ο al suo
temperamento, ~ portandolo alle estreme conseguenze. Egli però, se riteneva che
ogni piacere, in generale, è buono per sò stesso © merita di essere cercato,
insegnava anche che certi piaceri devono essere fuggiti per i dolori che
arrecano, che non conviene violare le leggi per non incorrere nelle leggi
penali e nella disistima pubblica, e sovrattutto che l’uomo deve essere il
signore del piacere non lo schiavo: È siguor del piacere non colui che se ne
astiene e lo fugge, ma colui che ne usa senza lasciarsi trasportare, come è
signore della nave o del cavallo non già colui che rifagge dall’adoperarli ma
colui che li conduce dove vuole ». Morto Aristippo, la scuola continuò col
nipote, poi con Teodoro l’ateo, con Anniceride e finì circa due secoli dopo con
Egesia: ma l’insegnamento primitivo subì trasformazioni radicali, tantochd
Teodoro pose come scopo dell’ uomo non più il piacere ma la gioia e la serenità
dell’ anima, Egesia giudicò la felicità come irraggiungibile © descrisse con
tanta officacia i mali della vita, che molti furon tratti dal suo insegnamento
al suicidio, ond’ egli ebbe il soprannome di avvocato della morte,
Πεισιθάνατος, e le autorità di Alessandria ebbero a proibirgli per questa
ragione di tenere scuola, I cirenaici possono considerarsi i precursori dogli
epienrei. Cfr. Cicerone, Aoadem., IV, 24; A. Wendt, De philosophia Cyrenaioa,
1841; G. Zuccante, I Cirenaici, Riv. di fil. », marzo 1912 (v. edonismo,
morale). Clan. T. Sippe; I. Clan; F. Clan. Nella sociologia si dà questo nome a
tutte quello forme primitive di società, che ripossno sopra la parentela ed
hanno costituzione guerriera © proprietà comune; in senso più ristretto, che è
anche 189 Cia il primitivo, designs le tribù delle
isole britanniche, e particolarmente gli Irlandesi e gli Higlanders di Scozia,
viventi sotto il regime patriarcale. Cfr.. Durkheim, Année sociologique, I, 9 e
31; Powell, ibid., IV, 125. Classificazione. T. Classification; I.
Classification; F. Classification. È un'operazione logica, che consiste nel
distinguere più oggetti o fatti in classi o gruppi, secondo i rapporti di
somiglianza ο differenza. La classificazione dicesi sintetica quando parte da
un oggetto complesso per discendere 9 oggetti meno complessi e agli elementi
primi componenti; analitica se inverssmente; artificiale quando le completa
conoscenza degli esseri che si classificano, si fonda sopra un numero ristretto
di caratteri, scelti non secondo la loro importanza ma secondo la facilità di
conoscerli; naturale quando è fondata sopra la cognizione dei caratteri più
importanti, palesi o occulti, permanenti ο evolutivi. Il concetto di
evoluzione, divenuto fondamentale nella scienza moderna, ha dato luogo ad una
nuova forma di classificazione, detta genetica, che è la più perfetta in quanto
considera le classi come il prodotto più o meno stabile, ma non assolutamente
invariabile, delle variazioni causali delle proprietà ; perciò tutte le scienze
tendono a costruire sul tipo genetico le proprie classificazioni, che hanno
però diverso valore nelle scienze teoriche costrattive e nelle sperimentali: in
quelle la genesi delle forme è una costruzione nostra e quindi può essere varia,
in queste la genesi non è una costruzione nostra, ed è una, 9 quindi è una
anche la classificazione genetica possibile. Cfr. Wundt, Logik, 1898, II, 40.
Classificazione delle scienze. Per Aristotele, che fu il primo ad occuparsi del
problema scientifico, tutte le scienze sono subordinate alla filosofia prima
(φιλοσοτία πρώτη) detta poi metafisica, 9 queste scienze sono: la ieoretica di
cui fanno parte la matematica, la fisica, la atorin naturale; la pratica ciod
la morale; In poetica cioè 1’ enteCia tica. Per gli stoici invece tutte le
scienze si riducono a tre fondamentali: fisica, etica e logioa. La
classificazione di Aristotele rimase in vigore fino a che durò incontrastata
l'autorità della sua filosofia, vale a dire fino al Rinascimento. Bacone, primo
nell’ evo moderno, volle tentare una classificazione diversa, fondata sopra le
tre grandi facoltà in oui egli divideva lo spirito : memoria, imaginazione,
ragione. Opers della prima è la storia, della seconda la poesia, della terza la
filosofia ; quest’ ultima ha un triplice oggetto: Dio (teologia), l’uomo
considerato sia genericamente che nel corpo e nello spirito, e la natura, onde
abbraccia lo matematiche, la filosofia naturale e la meta‘ fisica. Per Cartesio
lo spirito nmano è come un albero, di cui la fisica è il tronco, la metafisica
le radici, i rami le altre scienze, che si riducono a tre più importanti, ciod
la medicina, la meccanica © la morale; la filosofia è tutto l’ albero. Notevole
poi fu il tentativo di classificazione fatto dal Diderot, nel I° vol. dell’
Enciclopedia; genialissimo e compiuto quello dell’Ampère, che qui sarebbe
troppo lungo ricordare, giucchè di suddivisiono in snddivisione egli giunge ad
enumerare 128 scienze. Augusto Comte classificò le scienze a seconda del loro
grado di complessità e la rispettiva subordinazione, stabilendo la serio
seguente: matematica, astronomia, fisica, chimica, biologia, sociologia. La
matematica vien prima, perchè Ja più generale ο più semplico e meno
subordinata; la sociologia ultima perchè più particolare, più complessa, ©
richiede la conoscenza di tutte le altre. Lo Spencer, tenendo conto delVoggetto
delle scienze, le distingue in astratte, che studiano i rapporti
indipendentemente dai fenomeni e dagli esseri, come la logica e la matematica;
conorste, che studiano gli stessi esseri naturali, come l'astronomia, la
biologia, la psicologia, la sociologia; astratte-conorete, che studiano i
fenomeni indipendentemente dagli esseri, como la mecca nica, la fisica © la
chimioa. Tra i molti tentativi dei filosofi
191 CLa-CLE contemporanei per
risolvere 1’ arduo problema, ricorderemo ancora quello del Naville, che divide
tutto il sapere in tre grandi gruppi: 1° la teorematica, che comprende tutte le
scienze delle leggi, e ciod la nomologia, le scienze matematiche, fisiche e
psicologiche, fra oui è la sociologia; 2° la storia umana; 3° la canonica, che
comprende tutte le scienze delle regie ideali d’azione, e cioè le teorie dei
mezzi ο delle arti, le scienze morali e l'etica propriamente detta. Ad ogni
modp, la olassificazione più comune e praticamente usata, benchè poco
scientifica, è la seguente: 1° sciense matematiche (aritmetica, geometria,
algebra, meccanica, astronomia); 2° soiense fisiche (fisica e chimica); 3°
acienze naturali (mineralogia, geologia, botanica, zoologia, antropologia,
anatomia, fisiologia, etnologia, patologia, nosologia); 4° scienze morali
(scienze sociali, politiche, storiche e psicologiche). Claustrofobia. T.
Alaustrophobic; 1. Claustrophoby ; F. Claustrophobie. Con questo nome,
introdotto nella terminologia scientifica dal Ball, si denomina quello stato
patologico che consiste nell’ orrore per i luoghi chiusi. Gli ammalati non
possono sopportare d’essere chiusi in una stanza, e certe volte nemmeno passare
sotto una galleria o per una via stretta: essi dicono di soffocare, di non
poter respirare, di sentirsi opprimere. La cluustrofobia è l'inverso dell’
agorafobia, ο l'una ο l’altra non sono che casi particolari della fobia dei
luoghi, o topofobia. Cfr. A. Verga, La Claustrofobia, Rend. Ist. lombardo »,
1878. Cleptomania. T. Kleptomanie, Stehltrieb; I. Cleptomany; F. Cleptomanie.
Fenomeno patologico, che consiste nell’ impulso irresistibile a impossessarri
di oggetti appartenenti ad altri, anche se di nessun valore e pur essendo nell’
ammalato la coscienza dell’ atto delittuoso che commette. In ciò sta la
differenza tra il cleptomane e il pazzo morale: questi ruba seguendo i suoi
istinti perversi, obbedendo volontieri ad nna volontà viziata per abitudine;
quegli CLi-Con 192 invece cede ad un bisogno morboso
intermittente, contro il quale cerca di lottare ο al quale non cede che a
mnalincuore, come costretto da una forza più potente della sua volontà. Cfr.
Tamburini, Riv. oliniea, 1876; E. Brissaud, Malattie del? enogfalo, trad. it.
1906, p. 108 segg. Clinanem. Con questo nome Lucrezio designa quella
deolinazione degli atomi, che è I’ ipotesi fondamentale del sistema epicureo.
Secondo Epicuro, nello spazio infinito sono diffusi in numero infinito gli
atomi, che, essendo dotati di peso, cadono verticalmente con la stessa
velocità. Ma come si spiega allora la formazione delle cose e del mondo? In
questa eterna pioggia di atomi bisogna ammettere che alcuni, in momenti © posti
non determinati, deviino spontaneamente dalla linea verticale e per quel tanto
che basti a nrtare contro altri atomi vicini; questi, alla lor volta, producono
per rimbalzo altri urti, e così via via finchè si producono degli addensamenti
atomici, che, nell’infinita varietà delle combinazioni possibili, dànno luogo
ai mondi e alle cose. Su questa infrazione della legge di causalità fisico,
Epicuro fondava il libero arbitrio del volere, che egli riteneva indispensabile
alla felicità : I’ atto volontario è in relazione coi motivi; così il primo
come i secondi si riducono a moti atomici interni; mia siccome nei moti atomici
c'è la libertà, così il passaggio dai secondi ai primi non è una trasformazione
meccanica di movimento, bensì i primi si determinano spontaneamente, come
spontanea è la declinazione atomica. Cfr. Diogene L., X, 184; Lucrezio, De rer.
nat., II, 251-293; Brieger, Urbewogung der Atome, 1884; Giussani, Studi
luoreziani, 1896, p. 124-169; Ranzoli, Il caso nel pensiero e nella rita, 1913,
p. 26-33 (v. atomo, atomismo, coniunota). Codivisione. Quando, nella divisione
logica, il concotto dividente viene diviso successivamente sotto più d’un
rispetto, l'insieme di tali divisioni costituisce una codivisione. La qualo per
tal modo non è possibile, se non quando
193 Cox-Coa ciascan termine
dividente sia atto ad essere suddiviso sotto il medesimo rispetto ο fondamento
(v. divisione). Coesione psichica. Il legame maggiore o minore che unisee gli
elementi da cui risultano le formazioni psichiche. Secondo 1’ Ardigd, la
coesione massima à la percettiva, e specialmente quella che si forma tra una
idea e la parola che l’esprime; è media la coesione che si ha nelle formazioni
ideali, come è provato dalla varia significazione che una stessa parola riceve
nell’ ideazione degli individui; minima è la coesione logica, che si avvera nel
sogno, nella riflessione, nel ragionamento. La legge fondamentale è che la
coesione sta in rapporto inverso con la complessità del lavoro mentale. Cfr.
Ardigò, Op. fil, VII, 40 e segg. Cogito, ergo sum (penso, dunque esisto). È il
principio dal quale prende le mosse la filosofia di Cartesio. Dopo aver
rigettato come dubbie tutte le verità accettate o per autorità o per
testimonianza del senso, trovò che una cosn sola era fuori d’ogni dubbio e
poteva quindi servir di base inconcusss su cui fondare tutte le altre
cognizioni: il dubbio medesimo, vale a dire il pensiero, e quindi anche In
certezza della nostra esistenza. Di tutto possiamo dubitare, egli diceva, ma
non dubitare di dubitare, nè dubitare di esistere noi che dubitiamo. Lo stesso
principio era stato altre volte affermato prima di Cartesio, ad es. da Β.
Agostino, per il quale pure la conoscenza che I’ essere pensante ha del proprio
esistere è immediata: Quando quidem, etiam si dubita, vivit, si dubitat,
cogitat. Ugualmente 8. Tommaso: Nullus potest cogitare se non esse cum assensu
in hoc enim, quod cogitat, percipit se esse. Campanella: Si nogas et divis me
falli, plane confiteria, quod ego sum; non enim possum falli, si non sum.... Ergo nos esse et posse
scire et volle est certissimum principium, deinde secundario, nos case aliquid
et non omnia. Però, mentre per S.
Agostino, 8. Tommaso e Campanella la certezza che |’ anima ha di sò à In più
sicura di tutte le esperienze, il carattere fondamentale 13 RaxzoLt, Dision. di scienze filosofiche. CoL 194
della percezione interna, per cui questa ha il sopravvento gnoseologico
sopra la percezione esterna, per Cartesio invece la proposizione oogito sum ha
il significato di prima fondamentale verità di ragione più che di esperienza;
la sua evidenza non è nemmeno quella di un sillogismo, ma quella di una
immediata certezza intuitiva: prima quaedam notio quae ex nullo eyllogismo
concluditur. La formula cartesiana fu spesso modificata in sdguito, dandole
maggiore impersonalità ed estensione: Cogito, ergo est (Schopenhauer); Cogito,
ergo sum αἱ est (Richl); Cogito, ergo res sunt (Boutroux). Cfr. 8. Agostino, De
Trin., X, 14; 8. Tommaso, Quaest. disp. de ver., 10; Campanella, Universalis
philos., 1688, I, 3, 3; Cartesio, Med., II, 10, 11; Resp. ad. Obj., Il;
Schopenhauer, Die Welt als. W. und Vorat., suppl. cap. IV; Riehl, Die philos.
Kritioiemus, 1887, II, 2, p. 147; Boutroux, Rerue des Cours, 1894-95, II, 370. Collettivismo. Kollektivismus; I. Collectiviem;
F. Coliectivieme. Termine creato al Congresso di Bâle, nel 1869, per opporre al
socialismo di Stato, rappresentato dai marxisti, il socialismo non
centralizzatoro. Oggi perd il termine ha assunto un significato più largo, e
indica la dottrina sociale e politica, che propugna l’avvento di una società
nella quale sia abolita la proprietà privata, sia seso comune lo stromento del
lavoro, ed ogni individuo abbia una ricompensa proporzionata così alla sua
capacità come all’opera sua, ma in maniera che ognuno abbia il sufficiente, in
modo degno della umanità. La propriotà è amministrata direttamente dallo Stato,
il quale ne distribuisce il frutto tra i suoi membri. Cfr. Schwflle, Bau und
Leben d. socialen ‚Körpers, 1874; Y. Guyot, Le oolleotivieme futur et le
sooialisme présent, 1906; F. E. Restivo, Il socialismo di Stato, ed. Sanron;
Ant. Labriola, Discorrendo di filosofia ο socialismo, 1898. Collettivo. T.
Gesammnt, kollektir ; I. Collective; F. Colleotif. Si oppone a distributivo e
si distingue da generale. È collettivo ciò che è comune ad un numero
determinato 195 Com di individui ed è una proprietà dell’
insieme ; è generale ciò che è comune ad un numero indeterminato di individui e
appartiene a ciasouno d’essi. Perciò nella logica dicesi collettivo il termine
che abbraccia una moltitudine d’individui senza riferirsi a ciascuno di essi
(es. il 19 reggimento), generale il termine che abbraccia una moltitudine
indefinita di individui a ciascano dei quali si riferisce (es. soldato). Quindi
il termine collettivo è individuale, perchè, sebbene poses esser detto d’una
moltitndine individuale presa insieme, non pud esserlo di ciascuno degli
individui presi n parte. Combinatoria (ars). Quella parte della matematica, che
ha per oggetto di formare per ordine tutte le combinazioni possibili di un
numero dato di oggetti, di numerarle e studiarne le proprietà ο le relazioni.
Con la stessa espressione il Leibnitz designava la medesima scienza, applicata
ad ogni categoria di conoetti, costituendo così la parte sintetica della logica
(v. probabilità). Comico. T. Komische (das); I. Comical; F. Comique. Termine
generico in cui si comprendono tutti quei sentimenti che, nella ricca varietà
delle loro sfumature, ai presentano a volta a volta come umoristico, ridicolo,
ironico, grottesco, satirico, arguto, scherzoso, ecc., ed hanno quasi sempre
per linguaggio emozionale il riso o il sorriso. Secondo In teoria di Platone,
svolta poi da Hobbes e da Lamennais, e accettata fra noi dal Troiano, il
sentimento del comico si risolve nell'orgoglio prodotto dalla percezione
improvvisa della nostra superiorità; così chi ride alla commedia si crede privo
del difetto di cui ride e si sente superiore al personaggio che ne è macchiato.
Invece per Aristotele il comico è un difetto che nd fa soffrire nà nuoce;
questa definizione fu poi modificata da Cartesio ο svolta recentemente dall’
Ueberhorst, che risolve il comico nel segno @ una caftiva qualità d’una
persona, se abbiamo In coscienza di non possedere un difetto della steran perio
e Com 196 non sono provocati in noi sentimenti
fortemente sgradevoli ». Analoga a questa è la definizione del Bergson, per il
quale le oomique est 06 oôté de la personne par lequel elle ressemble à une
chose, ost aspeot des événements humaine qu'imite, par sa raideur d'un genre
tout partioulier, lo mécanieme pur et simple, Vautomatieme, enfin le mouvement
sans la vie; esso sorge infatti quando negli atti che non sono essenziali per
Is vita manca quella vigile agilità di corpo, di spirito e di carattere che la
società richiede; ossia quando l’automatismo imita la vita. Secondo un’altra dottrina,
accennata prima ds Cicerone e da Quintiliano, svolta oggi dal Penjon, il comico
è la libertà, ciò che rompe la regolarità e l'uniformità della vita, sense
spaventarci nd danneggiare noi ο altri; » questo tipo si possono ricondurre
molte dottrine, come quella di Kant, che fa originare il comico dall’improvviso
risolversi in nulla di una grande aspettazione; quella dello Schopenhaner, che
lo riconduce ad un disaccordo subitamente avvertito tra un concetto ¢ gli
oggetti reali che esso ha suggerito; quella di Giampaolo, cho lo risolve nell’
assurdo roso sensibile perchè manifesta una contraddizione; quella dello
Spencer, che lo riconduce ad un contrasto tra oggetti grandi © piccoli; quella
del Lipps, che lo fa originare da un contrasto tra la cosa attesa © quella che
si presenta. Invece per il Sully il comico non è che il giuoco, cioè il
considerare quel che si presenta davanti al? anima nostra como un oggetto di
divertimento, un oggetto che non si deve prendere sul serio; per il Bain è
l’accrescimento di energia prodotto dalla liberazione di una gravità forzata;
per il Philbert è un errore subito rettificato, nascendo quando noi siamo ad un
tempo ingannati e disingannati, quando con un solo sguardo vediamo I’ errore,
tutte le sue cause © il vizio di queste cause >. Tra le dottrine più recenti
ricorderemo infine quella di A. Momigliano, che, dopo aver esaminato con
nentezza le forme fondamentali dol comico o lo definizioni fino ad ora
proposte, conclude 197 Com che il sentimento del comico nasce dal
compiacimento estetico col quale si rileva inaspettatamente il lato debole di
un oggetto o nn contrasto che rende manifesti un’ imperfezione © un malanno
imputabili all’ uomo o alla sorte ». Cfr. Franz Jahn, Das Problem des
Komischen, 1905; Ueberhorst, Das Komische, 1896-1900; Lipps, Payohol. d. Komik,
Philos. Monatshefte
», 1888, XXIV; Dugas, Peyohol. du rire, 1902; Sully, Essai sur le rire, 1904;
Bergson, Le rire, 1904; Bénard, La théorie du comique dans l’esthétique
allemande, Revue philos. », 1880-81, vol. X, XII; C. Hanau, Del riso e del sorriso, Riv. di fil.
scientitica », 1889, vol. VIII; F. Masci, Psicol. del comico, Atti della R.
Acc. di s. 11. e p.», 1889; A. Momigliano, L'origine del comico, Cultura
filosofica », luglio ο sett. 1909; Giulio A. Levi, Il comico, 1912 (v. ironia,
umorismo). Comparazione. T. Vergleichung ; 1. Comparison; F. Comparaison.
Alcuni psicologi, tra oui 1’ Höffding, considerano la comparazione come la
forma fondamentale dell’ atto di conoscere, il carattere che distingue il pensiero
dagli altri fatti di coscienza; pensare è comparnre, cioò trovare della
diversità o della somiglianza. È una comparazione di differenza la sensazione,
una comparazione di somiglianza 1’ atto del riconoscimento, una comparazione di
somiglianza © differenza’) associazione, ecc. Nella logica diconsi comparative
quella specie di proposizioni implicite o complesse, che costituiscono un
paragone ed equivalgono 8 due proposizioni. Ad es.: l’altruismo è il più nobile
dei sentimenti (l’altruismo è un sentimento nobile questo sentimento è più
nobile di ogni altro). Cfr. Haffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 61, 148 (v. pensiero).
Complesso. T. Zusammengesetzt, complex; I. Compler; F. Complexe. Nella logica si dice complesso un termine
quando designs due o più idee, e complesss una proposizione quando consta di
due o più membri. Un sillogismo è complesso, quando uno almeno dei termini
della concluCom 198 sione essendo complesso, le parti componenti
questo termine si trovano separate nelle premesse. Complicazione. T.
Complication ; I. Complication ; F. Complication. Il Wundt, seguendo 1’
Herbart, chiama complicazione quella forma di associazione simultanea che
avvieno fra imagini di specie differenti. Nella scolastica il termine
complicazione era adoperato nel senso di implicito; perciò dicevasi che Dio è
la complicazione del mondo e il mondo l’esplicazione di Dio. Cfr. Nicola
Cusano, Docta ign., 11, 3; Herbart, Lehrbuch s. Peychol., 1850, ο. 3, p. 22;
Wundt, Grundriss d. Psyohol., 1896, p. 275. Composizione delle cause. Principio
logico, analogo al principio fisico della composizione delle forze. Esso si
formula in questo modo: I’ effetto totale di più cause riunite insieme è
identico alla somma dei loro effetti separati. Sarebbe però arbitrario dare a
questa legge la stessa estensione della legge fisica sopra accennata, e
applicare a tutti i fatti, specie a quelli d’ordine fisiologico e psicologico,
il concetto della composizione puramente meccanica delle cause (v. p. es. legge
di Weber). Compossibile. T. Compossibel; 1. Compossible; F. Compossible. La
relazione tra due esseri possibili simultaneamente e di fatto. Due esseri
separatamente possibili non sono sempre e necessariamente compossibili, in
quanto la possibilità di fatto di ciascuno d’ essi può distruggere la loro
compossibilità logica, Il termine, giù conosciuto dagli scolastici, fu
adoperato specialmente dal Leibnitz. Cfr. Goclenius, Lexicon philos., 1613, p.
425 a; Leibnitz, Op. phil., Erdmann, p. 718 segg. Composto. Lut. Compositum ;
T. Zusammengesetst ; I. Compound; F. Composé. Ciò che risulta di più parti.
Nella logica diconsi composti quei giudizi che esprimono una relazione di
giudizi e si possono perciò risolvere in due o più giudizi semplici senza
alterarne il valore. Quindi i giudizi composti si suddividono soltanto secondo
le forme della relazione, cioè 199 Com la categories e l’ipotetica, ο secondo la
composizione di ciascuna di queste due forme con l’altra. Si avranno dunque due
classi di giudizi composti: quelli a relazione semplice © quelli a relazione
composta ; più una terza di giudizi contratti. La prima classe contiene i
gindizi : categorico-congiuntivi, categorico-copulativi, categorico-divisivi,
ipotetico-congiuntivi, ipotetico-copulativi, ipotetico-divisivi; la seconda i
giudizi: categorico-ipotetici, categorico-disgiuntivi, ipotetico-disgiuntivi ;
la terra i giudizi: entimematici © tetici. La forma disgiuntiva non dà luogo a
forme composte, se non congiungendosi alle altre due, dalle quali differisce
soltanto per la natura del predicato.
Gli scolastici dicevano compositum physioum quello che risulta da parti
reali tra loro realmente distints; compositum metaphysicum quello che risulta
di parti reali, distinte soltanto razionalmente ; substantiale compositum
naturale quello che risulta di sostanze, le quali per intenzione di natura sono
ordinate a costituire qualche cosa, ad es. P uomo, che consta di snima e di
corpo; substantiale compositum supernaturale quello che risulta di sostanze le
quali, benchè non ordinate per natura loro a costituire qualche cosa, hanno
però attitudine ad essere innalzate da Dio a questo, ad es. l’unione delle due
nature, umana e divina, in Cristo. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 186 segg.;
Goclenio, Lericon phil., 1613 (v. giudizio). Comprensione. Lat. Comprehensio;
T. Inhalt; I. Intension ; F. Comprekension. Dicesi comprensione, 0 tenore, o
contenuto di una idea l'insieme dei caratteri ο delle qualità che essa designa;
vale a dire, in altre parole, l’insieme delle determinazioni o degli elementi
da cui quelV idea risulta. Così la comprensione dell’ idea triangolo è data
dalle determinazioni di figura, estensione, tre angoli, ecc., che entrano a
costituirla. Siccome ciascuna di queste determinazioni può determinare tutte le
altre, così i logioi significarono Il rapporto che lega tra loro le parti della
Com 200
comprensione col simbolo algebrico della moltiplicazione, nella quale
ogni fattore moltiplica tutti gli altri. Quindi: comprensione di A = a x LX c,
ossia abc. L'operazione con cui si aggiunge qualche nota ad una idea,
accrescendono la comprensione, dicesi determinazione; V oporazione inversa
dicesi astrazione. Cfr. Aristotelo, Anal. post., I, 4, 738, 35; Drobisch, Neue
Darst. d. Logik, 1887, $ 25 (v. estensione). Comune, T. Gemein; I. Common ; F.
Commun. Ciò che appartiene contemporancamente a più oggetti; si appono al
proprio, che è il carattere che appartiene a un individuo e non si riscontra in
nessun altro. Si distingue il comune reale o fisico (ad es. il sole è il centro
comune del sistema solare) dall’ ideale o logico (ad es. le leggi biologiche
sono comuni a tutti gli esseri viventi). Il nome comune è quello che denota un
insieme di qualità; si oppone al nome proprio, che non indica alcuna proprietà,
ma soltanto designa. Per idea o nozione comune si intende tanto quella che può
essere attribuita ad un numero indefinito di oggetti differenti, quanto quella
che si trova in tutti gli spiriti. Gli scolastici distinguevano i sensibili
comuni dai sensibili propri: i primi sono i fenomeni che possono essere percepiti
da più sensi, come la forma, 1’ estensione, il movimento, ecc., i secondi i
fenomeni che non possono essere percepiti che da un solo senso, come il suono,
il sapore, il colore, l'odore (v. senso comune). Comunismo. T. Kommunismus; I.
Communiem ; F. Communirme. Quella dottrina politica od economica, che ripeto le
sue origini dal Morus, Campanella, Morelly e propugna un ordinamento sociale in
cui siano comuni tanto lo strumento del lavoro come la ricchezza prodotta,
cosicchè ciascun uomo lavori per quanto può © consumi secondo i suoi bisogni.
Secondo alcuni Platone sarebbe il padre del comunismo, avendone esposto il
disegno nella Repubblica; mu, in realtà, l’idosle platonico dello Stato si
fonda sul prin 201 Com cipio dell’
aristoorazia della oultura, che appare specialmente in questo: per la gran
massa del terzo stato non si pretende se non l'abilità ordinaria della vits
pratica, mentre 1) educazione che lo Stato ha il diritto e il dovere di avere
nelle suo mani per formare i cittadini socondo i suoi fini, si volge soltanto
alle altro due classi, degli insegnanti ο dei militari. Questi debbono avere
comunanza di vita e di beni, affinchè nessun interesse personale faccia
ostacolo all’ adempimento dei propri doveri a profitto della collettività. Vero
padre del comunismo può invece considerarsi il Morelly, che a sua volta ο)
ispirò alle utopie di Moro e Campanella, 8 il cui sistema può riassumersi così
: proprietà comune dei terroni, del domieilio, degli strumenti di lavoro © di
produzione; educazione accessibile a tutti; distribuziono del lavoro secondo le
forze © dei prodotti secondo i bisogni, senza tener conto alcuno della capacità
ο dell’ ingegno; riunione degli individui in numero di mille almeno, affinchè,
lavorando ciascuno socondo le proprie forze e consumando secondo i propri
bisogni, si stabilisca una media di consumo cho non sorpassi le risorse comuni,
© una risultante di lavoro che le renda sufficientemente abbondanti ;
abolizione delle ricompense pecuniarie; istituzione di un codice pubblico di
tutte le scienze, nel quale non αἱ uggiungerà nulla alla metafisica © alla
morale oltre i limiti prescritti dalle leggi; l'istruzione dei fanciulli è
fatta in comune, in un vasto ginnasio, è impartita dai padri e dalle madri,
comincia si cinque e termina ai dieci anni, dopo di che i giovani passano nelle
officine ove ricevono I’ istruzione professionale, Il comunismo si distingue in
comunismo autoritario e comunismo anarokioo. Non va confuso col collettivismo.
Cfr. Pöhlmann, Geschiohte des antiken Sozialismue und Kommunismus, 1901; A.
Sudre, Histoire du communieme, 1850; Marx © Engel, Man. dei comunisti, 1847 (v.
anarchia, rocialiemo). Comunità v. reciprocità. Con 202
bile. ‘T. Begreiflich; I. Conoerable ; F. Conoevable. Tutto ciò di cui
lo spirito può formarsi la nozione, quindi tutto ciò che non racchiude
contraddizione. Il campo del concepibile è illimitato, entrando in esso tanto
l’éntelligibile, vale a dire ciò che è oggetto soltanto del pensiero astratto,
quanto il sensibile, vale a dire ciò che è oggetto della sensazione. Nella
possibilità logica si ha la concepibilità dei contradditorii, ma soltanto
perchè manca la ragione di decidere quale dei due sia vero, non perchè siano
veri entrambi. Secondo alcuni filosofi la concepibilità è testimonio di verità,
ad es. Cartesio: Avendo notato che in questa proposizione: io penso, dunque
esisto, non vi è nulla che mi assicuri che io dica la verità, se non il vedere
chiarissimamente che per pensare bisogna essere, gindioai di poter prendere
come regola generale, che lo cose che noi concepiamo in modo chiarissimo ο
distintissimo, sono tutte vere, ma che vi è solo qualche difficoltà nel Len
discernere quali siano quelle che noi concepiamo distintamente >. Anche per
Hume è una massima stabilita nella metafisica, che tuttocid che la mente
concepisce, include l’idea dell’ esistenza possibile, ο, in altre parole, che
nulla noi imaginiamo che sia assolutamente impossibile ». Cfr. Cartesio,
/iscorao al metodo, trad. it. 1912, p. 73-74; Hamilton, Discussions ou
philosophy, 1852, p. 596 (v. inconcepibile, incomprensibile, inconosoibile).
Conospire. T. Hegreifen; I. Conceive; F. Concevoir. Alcuni logioi distinguono
I’ atto del ragionare e del giudicare dall’ atto del concepire, che sarebbe il
semplice pensare una data cosa senza nd negare nd affermare. Altri obbiettano
che nella coscienza non può essere separato 1’ atto del concepire da quello del
giudicare, perchè concepire una qualsiasi cosa è un rappresentarsela, e quindi
affermare qualche cons che le uppartieno. Il Baldwin propone di restringere il
significato del vocabolo, usandolo solo per designare la conoscenza del
generale in quanto distinto dagli oggetti
203 Cox particolari cui si applica.
Cfr. Logique
de Port-Royal, ed. Charles, p. 37; Taine, De U Intelligenoe, 1870, II, 76 (v.
concezione). Concetto. T. Begriff;
I. Conception, Concept ; F. Concept. È la tradnzione latina del σύλληψις greco
(συν = con, λαμβάνω =: prendo), con cui si volle indicare che mediante il
concetto apprendiamo il significato della cosa. Ordinariamente per concetto si intende
la sintesi ideale o tipica di una cosa ο d’un fatto, ottenuta mediante il
confronto delle rappresentazioni ο |’ astrazione delle note identiche. Secondo
altri, il concetto, essendo l’unità delle note essenziali dell'oggetto,
ottenuta mediante l’astrazione e la determinazione, presuppone il giudizio e si
definisce appunto come il sistema dei giudizi, che su quell’ oggetto si son
fatti ο si possono fare, Il principio unificatore del concetto può essere
intrinseoo, cioò l’unità fisica ο ideale della cosa stessa, od estrinseoo, cioè
una rappresentazione schematica o una parola o una espressione composta di più
parole. Gli elementi del concetto si dicono rote ο determinazioni. Bisogna però
distinguere il concetto logico dal psicologico; questo è per lo più costituito
da imagini frammentarie, da aspetti dell’ oggetto che più interessano un dato
individuo, per la sus cultura, il sno temperamento, le sue abitudini mentali,
la sua educazione, e varia perciò da individuo a dividuo ο durante la vita
dello stesso individuo; invece il concetto logico, sintesi di tutto le note
dell’ oggetto, è uguale per tutti i pensanti, ossia obbiettivo ο universale, 1]
concetto logico esprime l’essenza della cosa; secondo lo Stuart Mill quella che
noi diciamo l’ essenza della cosa è 1’ insiemo delle note del concetto; secondo
altri l’ essenza è data soltanto dalle note permanenti dell'oggetto; per altri
ancora V essenza è il complesso delle qualità primarie della cosa, che indica
quello che la cosa è nell’ ordine delle altre cose © in relazione ad esse. I
caratteri fondamentali del concetto logico sono tre: 1° di essere costituito
non tanto da conCox 204 tenuti qualificativi che stanno da sò, quanto
da indi relazione, cioè di somiglianze e differenze, di essere insomma un
sistema di rapporti; 2° di essere universale, sia soggettivamente in quanto non
si ha che un solo concetto d’una cosa, sia oggettivamente in quanto vale per
tutti gli oggetti che denota; 3° di essere neoessario soggettivamente, appunto perchè
non si può avere che un solo concotto d’una cosa, oggettivamente in quanto
esprime la legge intima della cosa. Kant distingue il conostto, che è ogni
relazione generale senza essere assoluta, dalle idee ο dati assoluti della
ragione, e dalle intwisioni, che sono le nozioni particolari dovute ai nostri
sensi. Egli li distribuisce in tre classi: ο. puri, che non tolgono nulla dalla
esperienza (es. la nozione di causa); ο. empirici, che sono formati
esclusivamente coi dati dell’ esperienza (es. la nozione generale di colore);
ο. misti, formati in parte sui dati dell’ intelletto puro, in parte su quelli
dell’ esperienza. Come le intuizioni sono impossibili senza una forma
sensibile, così le cognizioni vere e proprie sono impossibili senza una forma
intellettuale, cioè senza i concetti : perciò, egli dice, le intuizioni senza i
concetti sono cieche, i concetti senza le intuizioni sono vuoti. Nel pensiero
filosofico il concetto cominciò ad assumere grande importanza con Socrate.
Opponendosi al relativismo dei sofisti, egli cercò un sapere che dovesse valere
per norma ugualmente per tutti, un elemento costante ed unitario che ognuno
deve riconoscere, e lo trovò nel concetto (λόγος); la scienza è quindi pensare
per concetti, e il fine di ogni lavoro scientifico la determinazione dei
concetti, la definizione. Per Platone l'oggetto della scienza è l’idea, 1’
essere incorporeo che viene conosciuto mediante i concetti; poichè i concetti,
in cui Socrate aveva trovato l'essenza della scienza, non sono dati come tali nella
realtà percepibile, essi devono formare una seconda realtà, una realtà
inmateriale, e la conoscenza loro non può essere che una remi 205 Cox niscenza, onde l’ anima richiama alla
memoria conoscenze preesistenti in essa. Per Aristotele invece ogni concetto si
forma analiticamente da un concetto superiore, 0 genere prossimo, mediante
l’aggiunta di una nota speciale, © differenza specifica: questa deduzione del
concetto è la definizione; naturalmente, la definizione dei concetti inferiori
si riferisce a concetti generalissimi, che si sottraggono ad ogni deduzione e
spiegazione. Gli stoici cercarono di analizzare psicologioamente il concetto,
che per essi ha origine dalla percezione, o per sè stesso o mediante parlari
motivi psicologici, aut wen, aut coniunotione aut similitudine aut collatione;
solo i concetti più generali, κοtiones communes, sono innati. Nel sistema dell’
Herbart il concetto ha una grande importanza : egli infatti, opponendosi agli
idealisti che sostenevano esser compito della filosofia di derivare la realtà
da un principio unico, attribmì alla filosofia uno scopo essenzialmente
oritico, e cioè l'esame © l'elaborazione dei concetti su cui è fondata la
scienza rperimentale, per ripulirli da quelle contraddizioni che falsano la
giusta rappresentazione della natura; i concetti stessi sono per lui delle
idealità logiohe, che non esistono che nella nostra astrazione, non essendo che
rappresentazioni nelle quali astraiamo dal modo come psicologicamente si sono
prodotte. Per Hegel invece il concetto non è semplicemente una rappresentazione
soggettiva, ma |’ essenza storsa della cosa, il suo in sò;... le forme logiche
del concetto sono il vivente spirito della realtà »; egli lo definisce come la
libertà e la verità della sostanza », l’ assolutamente concreto >, l’universale
in cui ogni momento è il tutto, perchè esso è il per sò ed in sò determinato ».
Per Schopenhauer il concetto è la rappresentazione di una rappresentazione, in
quanto non è nessuna rappresentazione data, ma ha In sna natura nel rapporto
con le rappresentazioni ; esso costituisre classe particolare, diversa toto
genere dallo rappresentazioni sensibili ed esistente solo nello spirito nmano.
Per il Con 206 Wundt il concetto è la fusione di una singola
rappresentazione dominante con una serie di rappresentazioni omogenee, fusione
compiuta mediante 1’ appercezione attiva »; osso infatti sorge © si sviluppa
mediante il prevalere di elomenti, che sono percepiti con la maggiore
chiarezza, la scelta delle rappresentasioni da sostituire, 1’ oscuramento degli
elementi rappresentativi mescolati con gli elementi dominanti, l’oscuramento
degli elementi stessi e la loro sostituzione con segni verbali esteriori. Per
l’Avenarius anche il concetto ha un valore psicologico, non essendo che un caso
particolare del principio dell’ inerzia dominante nella vita psichica; esso
infatti rappresenta un risparmio di energia, rendendo possibile alla coscienza
di abbracciare con un minimo sforzo un gran numero di oggetti, e di condensare
economicamente concetti © leggi particolari in concetti e leggi più universali.
Per lo Schuppe è concetto tuttociò che 1’ uomo pensa come significato di una
parola, in quanto vengono pensati come unità molteplici predicati realmente
conosciuti »; esso esiste obiettivamente perchè contenuto nella percezione,
nella quale lo cogliamo come un elemento di essa; la realtà concreta è la
qualità sensoriale in un punto determinato dello spazio ο del tempo; ciascuno
di questi elementi (qualità, spazio, tempo), isolato dagli altri è un concetto
astratto. Secondo il Croce il concetto puro deve distinguersi dai
paeudoconoetti ο finzioni concettuali: queste hanno per contennto o un gruppo
di rapprosentazioni (es. gatto, casa, rosa) o nessuna rappresentazione (es.
triangolo, moto libero); di quello invece è da dire n volta a volta che ogni
imagine 6 nessuna imagine è simbolo di easo »; il carattere fondamentale del
concetto puro è la conoreterza; il concetto è universale-concreto; chè se è
trascendente rispetto alla singola rappresentazione, è, poi, immanente nella
singola, ο perciò in tutte le rappresentazioni. Cfr. Platone, Terteto, 201 D e
sogg.; Aristotele, De an., IT, 1, 412 b, 16 © segg.; Cicerone, De fin.. TIT, 381 207
Cox Acad., U, 7; Kant, Krit. d. reinen Vorn., ed. Reolam, p. 77, 88;
Herbart, Psychologie als Wissenschaft, 1887, 1; J. Stuart Mill, Examination of
Hamilton, 1867, p. 274 segg.; Hegel, Enoyol., 6105, 108, 154, 157-164;
Schopenhauer, Die Welt ala W. und V., 1. 1, 69; Wundt, Logik, 1893, 1. I, p. 46 segg.; Aven: Philosophie ale
Denken, 1903, p. 24 segg.; Schuppe, frrundriss d. Erkenntnistheorie, 1894, p.
81 segg.; B. Croce, Logica come soiensa del concetto puro, 1909, p. 15-84; A.
Marueci, Di aloune moderne teorie del concetto, Riv. di fil. », maggio 1914 (v.
idealismo, nominalismo, realismo, sermonismo). Conoettualismo. T.
Conceptualiemus ; I. Conceptualiem ; F. Conceptualisme. Dottrina della
scolastica, che sta fra il realismo e il nominalismo, e fu creata da Abelardo.
Conciliando la teoria dei nominalisti, che sostenevano essere gli universali e
le qualità astratte dei corpi un puro nome, un semplice flatus rocis, e quella
dei realisti, che consideravano gli universali come le sole e vere realtà,
Abelardo sostenne che codesti universali, sebbene non posseggano nna realtà a
sè, indipendente dal nostro spirito, hanno tuttavia, in quanto concetti o
nozioni astratte, una esistenza logica e psicologica, Ogni individuo, dice
Abelardo, è composto di forma e di materia. Socrate ha per materia l’uomo 9 per
forma la socratità. Platone è composto d’ una materia simile che è l’uomo ο
d’una forma differente che è la platonità, e così degli altri uomini. E come la
socratità, che costituisce formalmente Soorato, non è in nessuna parte fuori di
Socrate, ngualmente codesta essenza d’uomo che, in Socrate, è il sostrato della
socratità, non è in nessuna parte altrove che in Socrate, e così degli altri
individui. Per specie io dunque intendo, non codesta sola essonza d’ uomo che è
in Socrate o in qualche altro individuo, ma tutta la collezione formata da
tutti gli individui di codesta natura ». L’ universale esistente nella natura è
appunto, per Abelardo, codesta collezione, codesta molteplicità identienmente
determinata, che diventa concetto unico solo nella Cox concezione del pensiero
umano; ο poichè tale molteplicità degli individui si spiega col fatto che Dio
ha creato il mondo secondo imagini preesistenti nel suo spirito, così nel
concettualismo abelardiano gli universali esistono anzitutto in Dio come
conoeptus mentis prima delle cose, poi nelle cose stesse come identità dei
caratteri essenziali degli individui, infine nell’ intelletto umano quali suoi
concetti. Alcuni considerano anche la dottrina di Kant come un vero © proprio
concettualismo. Concettualisti nel vero senso della parola furono, oltre
Abelardo e Durand de St. Pourgain, Locke, Reid, Brown. Dice il Reid: Quella
universalità che i realisti considerano essere nelle cose stesse, e i
nominalisti nel solo nome, i concettualisti considerano essere nd nelle cose nè
nel nome soltanto, ma bensì nelle nostre concezioni >. Cfr. Abelardo, Opera, colleg.
Cousin, p. 542; Reid, Works, 1863, p. 406; Windelband, Storia della fil., trad.
it, 1913, p. 349. Concezione. T.
Konoeptior, Begriffebildung; I. Conception: F. Conception. Non ha un
significato ben definito nella paicologia. Alcune volte si adopera in
opposisione a giudizio, per indicare l’atto con cui pensiamo o ci
rappresentiamo un oggetto senza nd affermare nd negare. Altre volte è ussta in
opposizione a percezione, per significare l’atto con cui ei rappresentiamo un
dato oggetto che non è presente; in tal caso sarebbe analoga »
rappresentazione. Codesta opposizione è adottata specialmente nel realismo
razionalistico, secondo il quale noi non percepiamo che fenomeni e qualità, sia
fuori che dentro di noi, ma, eccitata da essi, la mente concepisce la sostanza;
tale concezione, del tutto irreducibile ai fatti che ce la suggeriscono, è la
condizione della nostra conoscenza delle cose, è una delle leggi necessarie del
pensiero, per cui non possiamo pensare al fenomeno Renza riferirlo all’ essere.
Altre volte ancora il termine concezione à nento per designare le idee astratte
e i concetti, per opposizione a sensazione e rappresentazione sensibile.
Diconsi 209 Cox talvolta concezioni comuni i principi del
ragionamento, in quanto tutti gli uomini li concepiscono e li seguono. Cfr. Boirac, L'idée de
phénomène, 1894, p. 294 (v. concepire). Concesionismo. T. Konceptioniemus ; I.
Conoeptioniem ; F. Conceptionisme. Designa
tutte quelle dottrine che, come le intermediariste, considerano il mondo
esteriore non come percepito immediatamente tal quale, ma come concepito dal
nostro spirito mediante processi particolari. Si adopera quindi per opposizione
al peroesionismo, dottrina sostenuta specialmente dagli scozzesi e dagli
eolettici francesi, i quali consideravano come irreducibile il sentimento di
obbiettività contenuto nella sensazione, e a codesta oredenza accordavano un
valore rappresentativo. Cfr. Mac Cosh, The intuitions of the mind, 1882. Conclusione. Lat.
Conclusio; T. Schluss, Sohlussate, Conclusion; I. Conclusion ; F. Conclusion. O illasione; à la terza proposizione di un
sillogismo, tratta dalle premesse in cui è contenuta. Perchè il raziocinio sia
giusto, la conelusione deve derivare, e necessariamente, dallo premesse, nè
deve enunciare cosa diversa da quella che nelle premesse è enunciata. Da
premesse entrambe particolari ο entrambe negative, non si pnd ricavare alcuna
conclusione, nè si può ricavare una conclusione negativa da premesse
affermative. La conclusione è negativa quando una delle premesse è negativa,
particolare quando nna delle premesse è particolare. Cfr. Wandt, Logik, 1893,
vol. I, p. 270 segg. (5. conseguenza, sillogiemo). Concomitansa. T.
Konkomitanz; I. Concomitance; F. Concomitance. Quando due circostanze si
sccompagnano "uns l’altra, e sono ο simultanee ο immediatamente
successive, diconsi concomitanti. La concomitanza può essere diretta o inversa:
p. es. |’ altezza della colonna di mercurio nel barometro è in ragione diretta
del calore; il volume dei gas è in ragione inversa della pressione. l’ud ossere
ancora accidentale, p. es. il crescere dei matrimoni ο della 14 Raxzorı, Dizion, di scienze filosofiche.
Cox 210
criminalità, e necessaria p. es. il crescere del tono del suono e il
crescere del numero delle vibrazioni nell’ unita di tempo. Cfr. C. Ranzoli, Il
caso nel pensiero e nella vita, 1913, p. 80 © segg. Concordanza (metodo di). T.
Methode der Uobereinatimmung: I. Method of agreement; F. Méthode de
concordance. Uno dei quattro metodi di ricerca induttiva proposti dallo Stuart
Mill. Esso consiste nel paragonare tra loro difforenti casi in cui il fenomeno
che si studia avviene, © si fonda su questo canone logico: se due o più casi di
un dato fenomeno hanno comune soltanto una circostanza, questa circostanza,
nella quale soltanto tutti i casi concordano, è la causa o l'effetto di quel
fenomeno. Ad es. dovendosi cercare la causa della combustione dei corpi, si
vede che alcuni bruciano neil’ aria, altri nel cloro, come il fosforo © l’arsenico,
altri nei vapori di zolfo, come il rame e il ferro, ma hanno in comune una
circostanza : la viva combinazione chimica della sostanza che brucia con quella
nella quale brucia; essa sarà dunque la causa della combustione. Questo metodo
serve specialmente nei casi in oni l'esperimento è impossibile, ma non da il
criterio decisivo della causalità, perchè la semplice concordanza di due
fenomoni non basta per autorizzarci a porre il primo come causa © il secondo
come effetto: essi potrebbero essere entrambi semplici effetti collaterali di
due altri fenomeni, oppure il secondo potrebbe essere effetto di una causa
rimasta occulta, per quanto presente in tutte le osservazioni. Cfr. J. 8. Mill,
System of Logic, 1865, 1. III, o. 8, $ 1. Concordanza nella differenza (metodo
di). I. Joint method of agreement and differenco. Detto anche dell'accordo
nella differenza, di differenza indiretta, di concordanza negatira, della
concordanza ο della differenza riunite. È un metodo complementare di ricerca
induttiva, suggerito dal Mill, consistente nella riunione del metodo di
concordanza e di quello di differenza. Esso si fonda su questo canone 311
Con logico: se due o più casi in cui il fenomeno avvione hanno soltanto
una circostanza comune, mentre due ο più casi in cui quello non avviene nulla
hanno di comune tranne |’ assenza di questa circostanza, la circostanza nelln
quale soltanto le due serie di casi differiscono è l’effetto © la causa o parte
essenziale della causa di quel fenomeno. Ad es. strofinando in un ambiente
asciutto con un panno di lana della ceralacca, della resina, dell’ ambra, del
vetro, essi attirano i perzetti di carta essendo cattivi conduttori dell’
elettricità; strofinando nelle stesse circostanze un metallo, che è buon
conduttore della elettricità, la carta non resta attirata; dunque, I’ essere
cattivi conduttori dell’elet. tricità è la cansa per cui quei corpi attraggono
i pezzetti di carta. Cfr. J. S. Mill, System of Logic, 1865, 1, III, ο. 8, ϕ 4. Concorrensa vitale. Ha lo stesso valore della
espressione lotta per l’esistenza » più frequentemente usata, Concreto. T.
Concret; I. Concrete; F. Conoret. Secondo il Trendelenburg, questa parola à
d’origine latina ο significò da principio denso, spesso. Si adopera infatti in
opposizione di astratto, per designare un soggetto che è rivestito di tutte le
sue qualità, ed ha una esistenza reale indipendente e non quella che spetta ad
un puro prodotto del pensiero quale è l’astratto. Nella terminologia scolastica
dicevasi coneretum il composto di sostanza ο forma, da cui si attribuisce al
soggetto una qualche denomina zione; concretum metaphysicum quello in cui la
forma non si distingue realmente dal soggetto; concretum physicum quello in cui
si distingue veramente, ma pure gli è inerente; conorelum logioum quello in cui
non gli è inerente. Per Schopenhauer il termine ha un significato speciali I
concetti che non si applicano alla conoscenza intuitiva in modo immediato, ma
solamente con I’ intermediario di uno ο più altri concetti, furono chiamati
astratti per eccellonza, mentre al contrario quelli che hanno il loro
fondaCox 212 mento immediato nel mondo dell’intuizione
sono stati chiamati conoreti ». Cfr. Trendelenburg, Logische Untersuchungen, 1862; Schopenhauer, Die
Welt als eoe., ed. Reclam, I, ὁ 9.
Condizionale. T. Bedingt; I. Conditional; F. Conditionnel. Una proposizione ο
giudizio è condisionale quando la posizione del predicato è condizionata ο
dipendente dalln posizione del soggetto; la sua formula è: se A à B, C à D. Un
sillogismo è condizionale ο ipotetico quando ha per premessa maggiore una
proposizione condizionale; esso è soggetto alle seguenti regole: se la minore
afferma la condizione, la conclusione afferma il condizionato, ma se la minore
nega la condizione non ne segue necessariamente che la conclusione neghi il
condizionato ; se la minore nega il condizionato, la conclusione nega la
condizione, ma se la minore afferma il condizionato, non ne segue che la
conclusione affermi la condizione. Kant chiama imperativo condizionale ο
ipotetico quello che enuncia che un atto è un mezzo relativamente a un certo
fine. Condizione. T. Bedingung; I. Condition; F. Condition. Si suol distinguere
condisione da causa: questa è la potenza attiva che produce l’effetto, mentre
la condisione è ciò senza di cui la causa non agirebbe. Es. il crescere della
temperatura è la cansa del crescere della colonna di meronrio nel termometro:
1’ essere il termometro stesso esposto alla temperatara, la condizione del
crescere del mercurio. Ma questa distinzione vale soltanto quando si consideri
la causa come un quid che produca I’ effetto; se invece, secondo il concetto
fenomenistico, la causa è riguardata come il semplice antecedente invariabile e
incondizionato di un fenomeno, la causn del fenomeno stesso non è che l'insieme
delle sue condizioni. Altri intendono la condizione negativamente, e cioò come
quella che non produce l’effetto, mn modifica o anche elimina |’ azione di una
causa: p. es. l'umidità rispetto all’ esplosività della polvere. Ma la
distinzione, in questo caso, è puramente soggettiva, dipen 218 Con dendo dal fissarsi dell’ osservazione
sopra l’azione di una piuttosto che di un’altra causa: così volendosi studiere,
invece che l’esplosività delle polveri, l’ azione della umidità sopra I’
esplosività di esse, la medesima umidità che prima appariva semplice condizione
appare come causa. In un senso più preciso dicesi condizione la circostanza
mancando la quale un fatto non può prodursi. In questo senso usaai
l’espressione conditio sine qua non, abbreviazione del1’ antica formula dello
Zabarella: conditio necessaria sine qua non Zabarelle est causa αυοταλική, sine
qua res esse non potest. In senso kantiano, spazio e tempo sono condizioni
dell'esperienza, perchè soltanto per esse noi possiamo rappresentare la varietà
delle sensazioni con unità sintetica: tempus non esi objectioum.... sed
subjectiva conditio per naturam montis humana necessaria qualibet sensibili
certa lege sibi coordinandi. Nel linguaggio matematico le condizioni di un
problema sono tuttociò che particolarizza una soluzione generale; si suppone
quindi che il problema, rimanendo il medesimo nella sua essenza, potrebbe
essere ristretto nelle sue soluzioni mediante altre proposizioni limitative. Cfr. Goolenius, Lezioon
phil., 1613, p. 435 a; Kant, De mundi sonsibilis, III, 14, § 5. Conflitto dei doveri. Widerstreit; I. Confliot;
F. Conflict. Bi verifica quando alla scelta dell’ individuo si presentano due o
più doveri fra loro inconciliabili; il confitto dei doveri è quindi un
conflitto di motivi, ossia un conflitto di rappresentazioni (v. deliberazione).
Confasione mentale. T. Hallucinatorisohe Verwirrtheit ; I. Hallucinatory
confusion; F. Confusion mentale. Sindrome di varie malattie mentali,
caratterizzata da disordini sensori, disorientamento rispetto al luogo, al
tempo, alle persone, turbamento nel decorso delle rappresentazioni, incoerenza
nel linguaggio, annebbiamento del pensiero. Secondo alcuni storici della
psichiatria, essa è ciò che Ippocrate chiamava frenite, Sauvage paraphrosyne,
Ploquet paracope. Con Si distinguono tre forme-di confusione mentale: una
allucinatoria, caratterizzata dall’insorgere di gran numero di allucinazioni
che dominano il malato; una astenioa, che ri presenta prevalentemente con l’
esaurimento; e una logorroica o maniaca, caratterizzata da fuga d’ ideo, e
quindi di parole, senza aleun ordine o nesso logico. Cfr. Dagonet, Nouv. traité des
maladies mentales, 1894, p. 328-347; Chaslin, La confusion mentale, 1895. Congenito. T. Angeboren ; I. Congenital ; F.
Congenital. Per opposizione ad aoguisiti, diconsi così quei caratteri che
l'individuo porta con sè dalla nascita, e che ha ereditato dai genitori o
acquistato accidentalmente nel corso della sua esistenza embrionaria.
Congettura. T. Vermuthung; I. Conjecture; F. Conjecture. Ha molte affinità con
l'ipotesi e consiste in una conelusione che si cava da dati incerti, ο che per
sò stessa, pur essondo certi i dati, non è nd legittima nd sicura. La
congettura ha un grado minore di probabilità dell'ipotesi, della quale è una
anticipazione. Si dicono razionali quelle congetture che dipendono da principi
logici ο outologici. Secondo il Cusano, il pensiero dell’uomo, non conoscendo
se non ciò che ha in st, non possiede per la conoscenza del mondo se non
congetture, ossia i soli modi di rappresentazione che scaturiscono dalla sus
propria natura; 8 la conoscenza di questa relatività di tutte le affermazioni
posilive, il sapere del non sapere, come primo gradino della dotta ignoranza, è
|’ unica via per arrivare, oltre la scionza razionale, alla comnnione
conoscitiva inesprimibile, immedinta, con la divinità. Cfr. Cusano, De doota
ignorantia, 1884; F. Fiorentino, ZI rinaacimento filonofico nel quattrocento,
1885, cap. IL Congiuntivi (giudizi). Diconsi tali, per opposizione a
copulatiri, quei giudizi che sono composti nel predicato, che hanno cioè più
predicati i quali possono tutti convenire, per quanto disparati, allo stesso
soggetto. Possono 215 Cox essere affermativi ο negativi, categorici
ο ipotetici; la lore formula è: A è tanto B che C e D (v. composti). Coni. T.
Kegel; I. Cone; F. Cône. Corpuscoli di forma conica che, insieme ai bastoncini,
formano lo strato superficiale della retina; sì gli uni come gli altri non
sarebbero che un prodotto di secrezione, una formazione eutioulare delle cellule
visive. Sono in numero minore dei bastoncini e servono alla sensaziene del
colore; quella della luce ha luogo nei bastonoini. Questi costituiscono 1)
apparecchio che funziona durante la risione orepuscolare, quelli 1’ apparecchio
che fanziona durante la risione diurna ed ha la capacità di destare le
sensazioni cromatiche quando è stimolata da raggi di media intensità, e di
produrre la sensazione del bianco quando è stimolata da determinate miscele di
raggi luminosi o da raggi monocromatici di eccessiva ο di debole intensità.
Cfr. Wundt, Grundzüge der physiol. Psychol., vol. II, 1902; Hering, Zur Lehre
vom Lichtsinn, 1878. Connotativo. T. Connotativ, mitbezeichnend; I.
Connotative; F. Connotatif (da notare cum, cioò notare una cosa con ο più
un’altra cosa). Lo Stuart Mill, risuscitando una vecchia © opportuna
distinzione scolastica, disse connotativi quei nomi che designano un soggetto
ed implicano un attributo, non-connotatiri quelli che significano un soggetto
solamente o un attributo solamente. Quindi non sono connotativi i nomi propri
(America, Napoleone...) perchè designano un soggetto solamente, e i termini
comuni astratti (bianchezza, virtù...) perchè designano un attributo aulamente.
Sono invece connotativi tutti i nomi conoreti generali (bianco, virtuoso...)
perchè designano una intera classe per mezzo di uns qualità comune. Così bianco
designa tutte le cose bianche e implica ο connota I’ attribute bianohesza ; il
termine bianco non è affermato dell’ attribato, bensì delle cose bianche; ma
quando noi |’ affermiamo di questi soggetti (le cose bianche) implichiamo o
connoCox 216 tiumo che l'attributo bianchezza loro
appartiene. In altro parole il nome connotativo esprime il soggetto
direttamente, gli attributi indirettamente, esso denota i soggetti © connota
gli attributi. Cfr.
Prantl, Geschichte d. Logik, 1. III, Ρ. 364; J.
8. Mill, Syetem of logic, 1865, 1. I,
3, § 5. Conoscenza. T. Erkenninise, Konninisa; I. Knowledge; F. Connaissance.
Per quanto in sd stessa indefinibile, si può dire che la conoscenza esprime un
peculiare rapporto tra la mente © qualsiasi oggetto, per eni quest’ultimo,
oltre ud esistere per sò, esiste per una coscienza. Essa è dunque una
operazione attiva dello spirito, che si' compie sotto determinate condizioni e
suppone tre termini: un soggetto che conosce, un oggetto conosciuto e una
determinate relazione tra l’uno ο l’altro. La conoscenza dicesi: a poatoriori,
se acquistata mediante l’esperienza; a priori, ο pura, o trascendentale se
consiste di cognizioni innate; intuitiva, se ottenuta direttamente ο per sè
stessa; discorsiva, o razionale, ο inferenziale se ottenuta mediante altre
conoscenze. Il problema della conoscenza, il problema cioè del rapporto tra V
essere e il pensiero, 1’ oggetto e il soggetto, la cosa conosciuta e ciò che
conosce, fa sempre oggetto delle ricerche dei filosofi, ma andò sempre più
allargandosi col progredire del pensiero ed è divenuto fondamentale nella
filosofis moderna specialmente dopo Kant. I primissimi filosofi della Grecia
non gli diedero molta importanza; essi infatti lo risolsero nel modo più ovvio,
dicendo che lo spirito riceve l’ imagine o l'impronta delle cose come uno
specchio o un pezzo di cera; per tal modo le sensazioni non sono che copie
fedeli delle cose sensibili. Mn prima ancora di Socrate, i sofisti #’avvidero
della differenza tra le nostre sensazioni © lo cose esterne, e, dirigendo la
speculazione dei filosofi sopra il soggetto che sente, spostarono il centro di
gravità del pensiero umano, facendolo convergere dalla natura, intorno alla
quale fino a quel tempo s'era affaticato, sopra di sè. L'importanza della
riforma 217 Con socratica sta nell’ aver essa determinato
I’ essenza della conoscenze in maniera chiara e decisiva. I sofisti insegnavano
che vi sono soltanto opinioni, che valgono solo per ogni individuo; Socrate
cercò un sapere che, di fronte al mutamento ed alla moltiplicità delle
rappresentazioni individuali, dovesse valere come norma ugualmente per tutti, e
lo trovò nel concetto. Anche gli antichi pensatori avevano avuto un senso vago
del fatto che il pensiero razionale, cui dovevano la loro conoscenza, fosse
qualche cosa di essenzialmente diverso dall’ ordinaria rappresentezione
sensibile del mondo e dall’ opinione tradizionale; ma non avevano potuto
elaborare questa differenza di valore nè psicologicamente nd logicamente.
Socrate intuì chiaramente che, se dev’ esservi un sapere, bisogna trovarlo
soltanto in ciò in cui coincidono tutte le rappresentazioni individuali. Da
allora comincia ad impostarai il vero ο proprio problema della conoscenza, da
allora si costituisce, se non di nome, di fatto, quel ramo importantissimo del
supere filosofico detto gnossologia 0 toria della conoscenza. La gnoseologia ha
appunto per oggetto la ricerca dell’origine, della natura, del valore e dei
limiti della nostra facoltà di conoscere; si distingue quindi dalla peicologia
propriamente detta, che si limita a descrivere i fatti psichioi nel loro
sviluppo e nel loro intreccio, senza ceroarne il valore in rapporto alla
realtà, ο dallo logica, che non fa che determinare le norme dell’applicazione
dei principi gnoseologici senza cercarne l’origine. Dalla scuola dei sofisti
venendo sino αἱ criticismo lantisno, sl fenomenismo dello Stuart Mill, al
realismo trasfigurato dello Spencer, al realismo psicologistico dell’Ardigò, al
solipsismo degli idealisti contemporanei, il problema della conoscenza ebbe
soluzioni ed orientasioni infinitamente diverse, che qui aurebbeimpossibile
risasumere. Ci limitiamo quindi ad esporre, seguendo una chiara e sintetica classificazione
del Musci, i prineipali sistemi gnoseologiei. Questi si distinguono inCon 218
nanzi tutto secondochè ripongono la verità nella sensazione © nel?’
intelligenza, © considerano lu sostauza ultima del reale come materiale o
spirituale; secondo il primo rapporto i sistemi si distinguono in sensisti o
empiristi ο in razionalisti, secondo il secondo in materialisti e idealisti. Se
l’oggetto è considerato come trascendente, il razionalismo e V idealismo
prendono la forma del teiemo, se è considerato come immanente prendono la forma
del panteismo ο del naturalismo. 1 idealismo può essere a sua volta o
particolarista 0 universalista, secondo che ammette, come Platone, idee reali ο
distinte ο archetipi, o ammette un processo logico, uno sviluppo o sistema
ideale uno e continuo; © può essere spiritualismo, se ripone la realtà ultima
in una forma di coscienza, 9 considera tutte le relazioni esteriori, e il mondo
naturale in generale, come fenomeno di realtà, che sono coscienze elementari.
All’ idealismo si oppone il realismo, che ripone l’ essonza della realtà nell’
individuale assoluto, che non può essere oggetto di nessuna percezione, nella
monade, nell’ ente semplice, nell’ atomo inetafisico. A tutti questi sistemi,
che possiam dire positivi, si possono aggiungere quelli negativi, i cui tipi
principali sono: la sofiatioa, che afferma la potenza della ragione
indifferente alla verità, lo soetticismo, che considera la ragione incapace
della verità, 6 il misticismo, che, negando alla ragione il potere di raggiungere
le verità ultime, lo attribuisce al sentimento o alla rivelazione
soprannaturale. Cfr. Nutorp, Forschungen sur Geschichte des Erkenntnieproblom
bei den Alten, 1884; Β. Muene, Die keime der Erkenninistheorie in der
vorsophistisohen Periode der griechischen Philosophie, 1880; Freitag, Die
Entrioklung der griechischen Erkenntniathoorie bir Aristoteles, 1905; De Wulf,
Histoire de la phil. médierale, 1905; H. Höffding, Histoire de la phil.
moderne, trad. franc. 1906; A. Franck, Pilosophes modernes étranger ot
francais, 1893; I. E. Merz, History of europ. thougt in the 19 century, 1904;
Masci, Logica, 1899, p. 17 219 Con negg. ; C. Guastella, Saggi sulla teoria
della conoscenza, 1905 ; B. Varisco, La conoscensa, 1904; Ardigò, Op. ΛΙ., V,
15 segg.; VII, 26 segg.; IX, 237 segg. (oltre ai vocaboli citati, v. ancora:
assoluto, agnosticiemo, eoomomioa teoria, percesioniemo, conoazionismo,
intermediariste, nativiemo, solipsiemo, critioismo, dogmatismo, pluralismo,
soggettivismo, parallelismo, pampeichismo, fonomenismo, soggetto, oggetto,
noumeno, ecc., ecc.). Conoscibile. T. Erkenndar; F. Connaissable. Tutto ciò che
realizza le condizioni necessarie per essere conosciuto, sia mediante la
ragione, sia mediante la sensazione e l’immaginazione. La sfera del conoscibile
è uguale a quella del concepibile, ma molto più vasta di quella dell’
intelligibile, che è ciò che può essere conosciuto soltanto dalla ragione,
dall’ intelletto puro. Conseontiva (imagine). T. Nachempfindung, Naokbild : I. Afterimage,
after sensation; F. Image conséoutive. Con V espressione imaginé ο sensazioni consecutive si suol designure la
persistenza allucinatoria d’una sensazione, dopo l'arresto della eccitazione
che l’ha provocata. Il fenomeno si verifica specialmente nel senso della vista,
ove si distinguono imagini consecutive positive © negatice. Le prime sono
quelle che presentano una pura e semplice continuazione della sensazione
provocata dallo stimolo luminoso; così, movendo rapidemente un tizzone ardente,
si ha la sensazione di una linea luminosa, che è dovuta al prolungamento della
sensazione che il tizzone provoca nei diversi punti della retina. Le negative
si distinguono dalle positive, perchè gli oggetti luminosi che hanno provocata
la sensazione paiono oseuri, e gli oggetti colorati paiono del colore
complementare; così se si chiudono gli occhi dopo aver gnardato una finestra,
dopo un certo tempo essa pare oscura; se si chiudono gli occhi dopo aver
fisssto un oggetto rosso, esso pare di color verde azzurro. Questi fatti si
spiegano per mezzo della stancherza della retina. Cfr. Kreibig, Die fünf Sinne
des Mensohen, 1907, p. 121 segg. Cox
220 Consecuzione. T. Consecution;
I. Consecution ; F. Consécution, Termine usato dal Leibnitz per designare’ |’
associazione delle idee, che è fornita dalla memoria e imita la ragione, dalla
quale però deve essere ben distinta. Nella consecuzione, infatti, una imagine
richiama automatica mente un’altra imagine, ma tra le due non v’ha alcun legame
logico. La memoria fornisce una specie di conseouzione alle anime, che imita la
ragione, ma che vuol esserne distinta. Noi vediamo che gli animali, avendo la
percezione di qualche cosa che li colpisce e di cui hanno avuto la percezione
simile in precedenza, s’ attendono per la rappresentazione della loro memoria
ciò che vi è stato unito in codesta precedente percezione, e sono portati a
sentimenti simili a quelli che avevano allora, Ad es.: quando si mostra il
bastone ai cani, ‘ai ricordano del dolore che ha loro causato 9 guaiscono e
fuggono ». Nel suo significato somune, la consecuzione è la successione
immediata di due fatti. Cfr. Leibnitz, Monadologie, $ 46. Conseguente. Lat. Consequens; T.
Konsequent, folgend: I. Consequent; F. Conséquent. Un atto qualsiasi dicesi conseguento quando sta in
rapporto con altri che lo precedono; un ragionamento è conseguente quando le
idee che lo costituiscono derivano logicamente l’una dall’ altra e tutte
insieme da un principio comune. Nella logica si dice conseguente il secondo termine
d’un rapporto, ο antecedente il primo. Conseguenza. Lat. Consequentia; T.
Folgerung, Consequenz; I. Inference, Consequence; F. Conséquence. Una
proposizione che risulta logicamente da un’ altra proposizione © du più
proposizioni, ed è così strettamente legata ad esse, che non si può affermare o
negare quella senza accettare o respingere questa. Una conseguenza è sempre
formalmente vera, purchè, s'intende, sia stata dedotta conforme alle norme
logiche; ma può essere materialmente falsa, se tali sono le premesse. La
conseguenza si distingue 221 Cox dalla conclusione perchè questa risulta
necessariamente, la conseguenza risulta semplicemente; tuttavia, perchè un
atto, una ides, una cosa possano dirsi la conseguenza di un antecedente, non
basta che esse lo seguano accidentalmente e casualmente, ma bisogna che
risultino da quello, e che quindi a lui siano legate ds una relazione costante,
vale a dire da una legge. Consenso. Lat. Consensus, Consensio; Τ. Übereinstimmung; I. Consent; F. Conséntement, Agrément.
Molte volte, come prova della
verità di determinate dottrine, libero arbitrio, immortalità dell’ anima,
realtà del mondo esterno, ecc., ai invoca il consenso universale, cioò il
convenire della maggior parte degli uomini in quella credenza. In omni re consensio
generis humani pro veritate habenda est, dico Cicerone. Ciò però non basta per
provare la loro verità; il consenso dei più è accordato solitamente alle idee
tradizionali e alle attestazioni immediate, spesso illusorie, del senso; tutte
le verità nuove debbono infatti combattere contro il consenso del maggior
numero. Alcune volte consenso 0
oonsensue si adopera figuratamente, e vale armonia, solidarietà delle parti
d’un tutto, degli organi d’un organismo. Cfr. Aristotele, Eth. Nioom., X, 2,
1173 a; Cicerone, Tusoulano, I, 15 (v. senso comune). Conservazione. T.
Erhaltung; I. Conservation ; F. Conservation. Con questo vocabolo si designa il
problema della conservazione del mondo dopo la oreazione, problema molto
discusso nella teologia e nella vecchia metafisica, e che si riassume tutto
nello spiegare in che cosa consists l’azione di Dio nella conservazione.
Secondo gli uni (cartesiani) In conservazione non è che una creazione
continuata, Omnia qua exiatunt, a sola vi Dei conservantur, dice Cartesio; vi
ha la sola differenza, che mentre colla creazione Dio ha prodotto la nostra
esistenza dal nulla, colla conservazione rostiene in ogni istante codesta
esistenza affinchè non rientri nel nulla. Secondo gli altri, invece, Dio ha
conferito ml Cox ogni essere, dalla creazione, la facoltà di continuare la
propria esistenza; il mondo è quindi un orologio che, una volta caricato,
continua a camminare per tutto quel tempo che Dio s'è proposto di lasciarlo
andare. La prima soluzione è conforme alla dottrina ortodossa, già sostenuta da,8.
Tommaso, per il quale,tutte le cose create sono così strettamente congiunte al
creatore, che se per poco egli si restasse dal conservarle, cesserebbero di
esistere rientrando nel nulla donde uscirono: dependent esse oujuslibet orealurae
a Deo ita quod nec ad momentum subsistere possent, sed in nihilum redigerentur,
nisi operatione divinae virtulis conservarentur in esso. Come lu trasparenza
Inminosa dell’aria scompare appena che i raggi del sole cessano d’illuminarla,
così, dice Β. Tommaso, ogni cosa creata si dileguerebbe se la potenza divina si
ristasse dall’ animarla. Cfr. S. Tommaso, Sum. theol., I, qu. CIV, srt. I; De
Potentia, qu. V, art, I; Cartesio, Prino. phil., I, ΧΙΙ (v. oreazione).
Conservazione dell'energia. T. Erhaltung der Energio: I. Conservation of
energy: F. Conservation de l'énergie. Uno dei principî fondamentali della
scienza moderna, detto anche delln persistenza della forza. Siccome però il
vocabolo forsa ha nella meccanica un significato preciso, indicando la massa
moltiplicata per 1’ accelerazione, si suol preferire la prima espressione. Fsso
afferma che in tatti i fenomeni la somma delle forze vive e delle energie
potenziali è costante >. Questo principio, che è } espressione più profonda
della legge di causalità, e la base della teoria dell'evoluzione, fu in origine
constatato dal Mayer soltanto nell'equivalenza tra il movimento meccanico e il
calore; poscia fu esteso a tntte le altre forme di energia, che costituiscono
la luce, il calore, 1’ elettricità, il magnetismo, eco. Non bisogna tuttavia
scordare, che ciò non autorizza a considerare l’ energia cinetica come il
fondamento di tutte le altre, perchè con ugual diritto si potrebbe conchiudere
che calore, Ince, 600, non sono che manifestazioni diverse della 223 Cox
stessa energia elettrica; l’equivalensa di tutte le forme di energia, nota
l’Ostwald, lungi dall’autorizzarei a ridurre una di queste forme all'altra, le
pone tutte sullo stesso piano. Di più, il principio della conservazione dell’
energia, per quanto serva a rendere concepibile la natara, in sè stesso è una
ipotesi indimostrabile, in quanto non è applicabile che ai sistemi chiusi, a
quei sistemi cioè che non ricevono alcuna azione dal di fuori, nd agiscono al
di fuori; ora la nostra esperienza non ci offre nè potrà mai offrirci delle
totalità assolutamente chiuse ed isolate. In secondo Inogo, per essere una
esplicazione generale dei fenomeni naturali, dovrebbe aver avuto una conferma
sperimentale in tutte le forze della natura, mentre noi non conosciamo nè
conosceremo mai il contenuto totale della natura. Cfr. A. E. Haas, Die
Entwickelungsgeschichte des Satz von der Erhaltung der Kraft, 1909; W. Ostwald,
L'énergie, trad. franc. 1910, p. 87 segg.; E. Naville, La physique moderne,
1890, p. 14 segg.; B. Varisco, Scienza e opinioni, 1901, p. 205 segg.
Consoggetto. Ciò che è percepito unitamente al soggetto. Secondo il Rosmini,
nella percezione che noi abbiamo del nostro corpo come consoggetto, si sente il
paziente, 08sia il paziente sente sò stesso in esso © con esso; invece uella
percezione di un ente come straniero al soggetto si sente l’agente. L'ente
estraneo al soggetto dicesi esérasoggetto; come tale, © quindi come agente, può
essere percepito da noi il nostro corpo, quando cioò determina come ogni altro
corpo esteriore un’ azione su qualcuno.dei nostri cinque sensi. Cfr. Rosmini,
Pricologia, 1846, vol.I, p.97 segg. Contatto. Lat. Contactus ; T. Berührung,
Kontact ; I. Contact; F. Contact. Posizione relativa di due corpi la cui stanza
è la più piccola possibile. Il problema se vi siano azioni a distanza, o se
tutte avvengano per contatto, fu dn principio un problema metafisico e
religioso, in quanto si connetteva con l’altro dell’azione di Dio sul mondo: se
si considera quale condizione del movimento il contatto Con 224
del motore col mosso, come può conciliarsi la pura spiritualità, che
costituisce l’ essenza dell’ essere divino, con la materializzazione dell’
azione sua, οἱοὸ col movimento della materia? Nei tempi moderni esso è divenuto
un problema essenzialmente scientifico, la cui difficoltà sta in ciò, che un
contatto geometrico rigoroso non è osservabile, perchè non potrebbe aver luogo
che tra due corpi continui senza parti distinte, mentre è noto che tutti i
corpi percettibili, senza eccezione, constano di particelle separate; mentre,
d’ altro lato, per accertare un’ azione veramente a distanza bisognerebbe
sperimentare nel vuoto assoluto, ο assicnrarsi che all’ azione il mezzo non
prenda alcuna parte essenziale, due cose del pari impossibili. Le sensazioni di coutatto appartengono al
senso tattile, come pure quelle di temperatnra e di pressione: per mezzo di
esse si apprezza la natura dello stimolo, cioè dell’ oggetto, il duro, il
molle, il gnssoso, il liquido, il levigato, l’aspro, l’appuntito. Nella terminologia scolastica si distinguono
due specie di contatto: 1) contactus suppositi ο immediatio suppositi, che si
verifica quando colui che opera è immediatamente, per l'entità sua, congiunto a
chi riceve l’azione, quale è Dio a qualsiasi cosa su cui operi; 2) contactus
virtutis ο immediatio tirtutis, quando l’ agente, mediante la sua virtà, arriva
a chi riceve |’ azione, come il sole all’ aria mediante la luce. Cfr. 8.
Tommaso, Summa theol., I. qu. 75, 1; Avenarius, Philosophie ala Denken der
Welt, 1908, 2* ed., pag. 3 segg.; Wundt, Logik, vol. II, p. 268; Windelband,
Storia della fllorofia, trad. it. 1918, I, p. 302 segg.; R. Varisco, Scienza ο
opinioni, 1901, p. 182-145. Contemperasione. È la dottrina, detta anche della
soarità vittoriosa, con la quale alcuni teologi hanno cercato di conciliare la
libertà del volere umano con la provvidenza © la prescienza divina. Le nostre
azioni sono libere; ma Dio, nella ana infinita bontà, riesco a farci compiere
certe azioni determinato ο ponendoci in circostanze tali da ren 225 Cox dere quelle azioni necessarie, ο
suseltando in noi pensieri ο sentimenti che a quelle azioni ci spingono. E
dunque una suggestione, o, meglio, uns seduzione che Dio esercita su di noi, e
dalla quale ci lasciamo docilmente condurre per la soavità © l'abilità onde è
esercitato. Cfr. C. Jourdain, La filosofia di δ. Tommaso, trad. it. 1860, p.
132 segg.; L. Friso, Filosofia morale, 1898, p. 210. Contemplazione. Lat.
Contemplatio; T. Contemplation : I. Contemplation ; F. Contemplation. Termine
proprio del misticismo, che designa quello stato nel quale } anima, libera da
ogni tarbamento dei sensi, esercitata da lunghe meditazioni, si assorbe tutta
nella visione serena e bentifica del mondo spirituale, della sorgente d’ogni
verità. Per Ugo di 8. Vittore i tro gradi dell'attività intellettuale sono
cogitatio, meditatio, contemplatio, e corrispondono ai tre occhi dati all’
uomo: il corporeo, per conoscere il mondo materiale; il razionale, per
conoscere sè stesso nella propria intimità; il contemplativo, per conoscere il
mondo spiritusle ο la divinità. Anche la contemplazione è una risio
intellectualis, un vedere spirituale, che solo comprende direttamente la verità
suprema, mentre il pensiero a tanto non arriva. La contemplazione si distingue
dall’ estasi e dalla riflessione ; dall’estasi perchè non annienta, come
questa, ogni attività dell’anima, dalla riflessione perchè, mentre questa
implica la ricerea di una verità non ancora interamente conosciuta, quella
invece à la visione della verità già posseduta ο splendente in tutto il suo
fulgore dinanzi agli occhi. Cfr. Plotino, Enn., VI, 9, 3; R. di 8. Vittore, De
cont., V, 2 ο 14. Contiguità. I. Contiguität, Berührung; I. Contiguity; F.
Contiguité, Nol linguaggio comune designa la vicinanza di due oggetti nello
spazio. Per analogia, nella logica In contignità indica la relazione tra due
concetti, compresi sotto un terzo comune e tra i quali passa la minima
difforenza possibile: ad es. tra il violetto e 1’ indaco nei sette 15 RaxzoLi, Dizion. di scienze filosofiche.
colori dello spettro solare. La relazione di contiguità (che alcuni dicono con
minor precisione di contingenza) è quindi possibile soltanto in una serie
discreta, potendosi sempre, in una serie continua, concepire tra i due termini
uno intermedio. Pure per analogia, nella psicologia la contiguità di due fatti
di coscienza è la loro simultaneità o il loro succedersi immediatamente. Quando
i due fatti sono simultanei, cioò contigui nello spazio, ciascuno dei due tende
poi a richiamare I’ altro; quando sono successivi, cioè congiunti nel tempo, il
primo tende n richiamare il secondo; ciò costituisce appunto In legge di
contiguità, che è una delle leggi dell’ associazione, già descritta da
Aristotele ο elevata poi a grande importanza da Hume e dalla scuola scozzese. Cfr. Aristotele, Je memoria,
II, 451; Hume, Essay on human understanding, sez. III; Bain, Mental and moral
science, 1884, p. 150 sogy.; Höffding, Paychologie, trad. frane. 1900, p. 205 segg. Contingenza. T. Contingenz,
Zufälligkeit: I. Contingency; F. Contingence. Si oppone a necessità; questa si
applica a tutti gli esseri o agli avvenimenti che non possono non essere,
quella agli esseri o avvenimenti che potrebbero anche non essere: quod potest
non esse. Un avvenimento futuro è contingente quando, allo stato presente delle
cose, ln sus realizzazione o non realizzazione sono ugualmente compossibili. Un
fatto si considera, per rispetto ad una legge generale, contingente, quando
consiste non nell’ applicazione di questa legge, ma in qualche circostanza
particolare a questo ο quell’ oggetto individuale a cui si applica. La
contingenza è dunque, in generale, la possibilità della esistenza. Possibile
quidem et contingens idem prorsus sonant, dice Abelardo. Si tratta però di nna
possibilità pura ο indeterminata, cio di una vera e propria indifferenza tra l’
essere e il non essere, ben distinta quindi dalla possibilità concreta, la
quale si oppone non alla necessità ma alla attualità, ο conduce, in assenza di 227
Cox fattori negativi, alla compiutezza finale dell’ essere. Tale
possibilità pura, come capacità di ricevere determinazioni contradditorie, fu
aramessa da Aristotele nella materia; come la forma priva della materia è
l'atto puro, l'essere che permane identico a sè stesso, così la materin priva
della forma è la para possibilità del? essere © del non essere, che nulla vieta
si determini in tm modo o in un altro. Quindi per Aristotelo nella materia è la
vera causa dell’ accidente, del fortuito; in essa stanno lo altime differenze che
separano individuo da individuo, poichè discendendo dai generi alle specie via
vin più particolari, scompaiono le differenze essenziali 9 nou restano infine
che ‘nelle accidentali di colore, grandezza, cor. Andando anin là, Duns Sooto
definisce P’individualitä come il contingente, ossia quello che non si deve
derivare da una ragione generale, ma solo constatare come attuale; lo forma
particolare è per lui qualche cosa di originariamente reale, di cui non si deve
chiedere il perchè. Come contingenza assolnta è concepito l’atto volontario
nella dottrina tradizionale del libero arbitrio di indifferenza ; dice ad es.
Pietro Lombardo: arbitrium quia sine coactione et necensitate valet appetere
rel eligere, quod ex ratione deorererit. E Goclenio : roluntan ut fertur sine
coactione in aliqua re; nam roluntar potent relle vel non velle. E Malebranche: la
puissance de rouloir ou de ne par vouloir, ou bien de vouloir le contraire. Secondo il Leibnitz vi sono due sorta di
verità: le verità di ragionamento, che dipendono dal principio di
contraddizione e sono necessario; lo verità di fatto, che dipendono dal
principio di ragione sufficiente e sono contingenti. Secondo il Mill questa
distinzione non si può faro perchè tutte le verità, in quanto tali, sono
necessario; se nelle verità di ragionamento il contrario sembra inconcepibile,
mentre è concepibile nelle verità sperimentali, ciò dipendo dal’ essere lo
prime effetto di una forte associazione stabilitari fra due {deo in forza dell’
abitudine, mentre per lo cora Cox 228 seconde quest’ abitudine non si è ancora
formata. Infatti le verità razionali, ad es. gli assiomi matematici, sono le
generalizzazioni più facili e più semplici, la cui esperienza non fu mai
contraddetta, e che perciò hanno in sè tutta la forza di cui la nostra credenza
istintiva è capace. Del resto, la storia del pensiero umano dimostra che ciò
che è inconcepibile in un’ epoca è concepibile in altra epoca, ©
viceversa. Dicesi dottrina della
contingenza dei futuri quella secondo la quale gli atti e gli avvenimenti, che
dipendono dal libero arbitrio dell’uomo ο dall’ intervento della Provvidenza,
non sono necessari, perchè nè sono retti da leggi naturali, nè hanno la loro
ragion d’essere in atti antecedenti. Quindi possono realizzarsi ο non
realizzarsi. Cfr. Aristotele, Meth., IX, 7, 5; VI, 2, 2; Trendelenburg,
Logische Untersuchungen, 1862, vol. II, p. 198 segg.; J. S. Mill, Examination
of Hamilton, 1867, p. 560 segg.; Ο. Ranzoli, IL caso nel pensiero e nella vita,
1913, p. 31 segg., 114 segg. (v. causalità, necessità, ragione). Contingenza
(filosofia della). F. Philosophie de la contingence. O anche contingentismo, 0
idealismo conténgentiata : quell’ indirizzo della filosofia francese
contemporanea, che nega la necessità delle leggi della natura, sostituendo la
spontaneità, la creazione libera, lu contingenza al determinismo meccanico.
Essa si riconnette per un lato con la filosofia della libertà, per l’altro con
la nuova critica della scienza: dalla prima, iniziatasi con la dottrina
kantiana del primato della ragion pratica e svolta in Francia da Paul Janet,
Secrétan, Ravaisson, accetta la concezione morale ed estetica dell’ universo;
dalla seconda, promossa in special modo dal Mach, trae gli argomenti contro la
necessità della legge. Secondo il Boutroux, il più tipico rappresentante di
questo indirizzo, i principj superiori delle cose anrehbero ancora delle leggi;
ma delle leggi morali ed ostetiche, espressioni più o meno immediato della
perfezione di Dio, preesistenti ai fenomeni e anpponenti degli agenti 229
Cox dotati di spontaneità »; codeste leggi non hanno in sò nulla di
assoluto e di eterno, non sono che abitudini provvisorio contratte dall’
essere, il quale tende a persistervi riconoscendo in esse l’impronta dell’
ideale; ma il trionfo completo del Bene ο del Bello farà scomparire queste
imagini artificiosamente fisse di un modello vivente e mobile, soatituendo alla
legge necessaria il libero sforzo della volontà verso la perfezione con la
libera gerarchia delle anime. La scienza, con la rigidità delle sue formule,
non hw valore obbiettivo; essa è soltanto lo sforzo per adattare le cose alla
legge d’identità del pensiero e per renderle docili al compimento della nostra
volontà. Codesto adattamento appare già nella logica, Il pensiero porta in sò le
leggi della logica pura, ma poichè la materia che gli è offerta non si conforma
ad esso adattamento, cerca di adattare la logic alle cose creando un insieme di
procedimenti e di simboli che rendano intelligibile la realtà. Le leggi della
logi pura, ed eme sole, sono necessarie ed obiettivamente valide; però lasciano
indeterminata la natura delle cose a cui si applicano. La sillogistics invece
non ha in sò alcuna garanzia di validità obbiettiva, ma il fatto che i nostri
ragionamenti riescono, ci prova che, nel fondo delle cose, c'è un che di
analogo all'intelligenza umana; e come in noi, accanto alla intelligenza, v’ ha
un complesso di facoltà attive, così possiamo pensare nelle cose un principio
di attività ο di spontaneità. Salendo poi dalle scienze astratte verso le più
concrete, ci allontaniamo sempre più dalla nocessità ed evidenza logica. Dalle
leggi matematiche allo leggi della meccanica ο da queste alle leggi della
fisica, della chimica, della biologia, della psicologia, della soci logia,
ecc., crescono la complicazione ο il grado di conti genza. Il che prova dunque
che la realtà viva ο conoreta non può esser racobiusa nei nostri quadri
mentali; che la necessità della legge vale solo per i principj logici, mentre
nei processi della natura dominano la libertà ὁ la spontaCox 230 à;
che In scienza, se soddisfa il nostro bisogno d'eviο d universalità logica, è
condannata a lasciar fuori che v ha di più reale nelle cose, ossia il loro
aspetto qualitativo, la loro trasformazione incessante, U atto di creazione che
è nella loro essenza come nel fondo dell’ anima umano. Tra gli altri maggiori
rappresentanti del contingentismo, il Poincaré ha cercato in special modo di
mostraro il carattere puramente convenzionale, economico, delle leggi e dei
concetti scientifici; il Milband di porre in luce il valore soggettivo della
certezza logica, che non può estendersi al dominio della realtà perchè, senza
il contributo dell’esperionza, i principj logici non possono darci
deduttivamente il contenuto di nessuna conoscenza; il Bergson, portando all’
estreme conseguenze lu reazione contro l’intellettualismo, risolve la realtà in
un flusso cessante di forme nuove senza direzione determinata, flusso che la
nostra intelligenza ba, per i suoi bisogni pratici, immobilizzato, e che noi
non potromo quindi conoscere se non spogliandoci il più possibile d’ ogni forma
intellettuale, ritirandoci nella nostra aninia profonda per innuedesimarci con
la stessa attività creatrice. Cfr. P. Janet, Lex causes finales, 1874;
Ravuisson, La fil. en Franco au XIX siècle, 1889; Boutroux, De la contingenoe
des lois de la nature, 1899; Id., De l’idée de loi naturelle, 1901; Milhaud,
Exsai sur les conditions et len limites de la certitude logique, 1894; Bergson,
L'érolution créatrice, 1907; F. Masci, L’idealirmo indeterminiata, Atti della
R. Acc. di s. mor. e pol. di Napoli », 1898; A. Levi, L'indeterminismo nella
fil. franc. contemporanea, 1904; Petrone, 1 limiti del determinismo
scientifico, 1900; Tarozzi, Della necesnità nel fatto naturale ed umano, 1896;
©. Rauzoli, Sulle origini del moderno idealiemo. Riv. di fil. e scienze affini
», maggio 1906; A. Aliotta, La reazione idealistica contro la scienza, 19 p.
133-196 (v. economica teoria, empirinmo, esperienza, idealinmo, intuizione,
tempo, vitaliamo). 231 Cox Continuità (principio di). T. Stetigkeit;
I. Continuity; F. Continuité. La gloria di aver primo intuito ed esposto questo
principio è universalmente atiribuita al Leibnitz (di cui è celebre il detto in
natura non datur saltus), che considerava la natura come una serie continua di
mona quali sono in numero determinato, ed h loro, e tutte insiome costituiscono
una serie continua di differenze infinitamente piccole: ogni monade tiene il
suo luogo, nessuna nasce di nuovo, nessuna perisce ; due mouadi identiche non
si possono trovare; quindi levata una inonade, tutta la cutena si rompe. Questa
bella legge della continuità, come il Leibnitz stesso la chiamò, importa dunque
che nel mutamento non vi hanno salti fra i due stati, il vecchio e il nuovo,
perehè 1’ intervallo tra l’uno e l’altro è riempito da un numero infinito di
stati intermedi; e che non esiste una dirersità senza che esista pure una
intinità di intermediari. Fra le applicazioni particolari più importanti che il
Leibnitz fece di questa legge, vi ha la scoperta del calcolo, differenziale, in
virtù di cui la disuguaglianza è come una infinitamente piccola uguaglianza, la
parabola un’ ellissi, di cui un foco sia infinitamente lontano dall'altro.
Applicata alla meccanica, la quiete nou è più I’ opposto del moto, ma non è che
un movimento infinitamente piccolo, e la forza morta non è che un ris
elementaris, una forza viva sul cominciare. Applicata alla natura, il Leibnitz
ammette non solo una connessione graduale tra le varie specie d’animali, ma anche
una gradazione intermedia tra il vegetale ο l’animale. Nella scienza contemporanea, il principio
della continuità dinamica, uni: versale, dei fatti, è il fondamento del
concetto del della natura, in cui il fatto biologico continua il fatto tisico,
ο il fatto psichico il biologico, e il fatto sociale il psichico, così nel
rispetto doll’attualità come in quello della potenzialità. Integrazioni di
questo principio sono la logge di causilità, di evoluzione, dell’unità della
materia, della persistenza, unità Con
232 trasformazione, equivalenza e
unità della forza. Cfr. Loibnitz, Nour. Ess., ed. Gerhardt, IV, 398; V, 49;
Monad., 61; Kant, Krit. d. reinen Vernunft, ed. Reclam, p. 165 segg.; Dithring, Logik und
Wissenschaftstheorie, 1878, pag. 198. Continuo. Lat. Continuum; T. Stetig; I.
Continuous; F. Continue. Si dice
continuo un oggetto le cui parti ο elementi costitutivi sono legati tra loro in
modo che non rimanga tra essi alcun vnoto. Essendo gli oggetti materiali ©
ideali, così si distingue il continuo corporale e il coftinuo ideale. Sono
continui lo spazio e il tempo, la materia e la forza; discontinui il numero e
la quantità. Nel linguaggio scolastico distingnevasi il continuum permanens dal
ο. successioni : il primo è quello le cui parti esistono insieme, come un
bastone; il secondo quello le cai parti passano senza interruzione, ed hanno la
continuità nel senso di non interrotta, successione, come il creato. Secondo 1’
Herbart, è continuo soltanto lo spazio fenomenale, quello ciod dove sono
rappresentate le nostre sensazioni e che è in noi; è invece discreto lo spazio
intelligibile, nel quale esistono i reali, e che è quindi reale. Cfr. Herbart,
Lohruch sur Peychol., 1850, p. 67 segg.; Varisco, Scienza e opinioni, 1901, p.
136 segg.; E. Borel, Le continu mathém. et lo cont. physique, Scientia », 1909,
VI. pp. 21-85 (v. quantità). Contradditorio. Lat. Contradictorius; T.
Widersprechend, oontraditorisch ; I. Contraditory; F. Contradictoire. Due
proposizioni si dicono contradditorie quando, avendo entrambe lo stesso
soggetto e lo stesso predicato, differiscono in qualità ο quantità; tutti gli A
sono B, qualche A non è B, oppure: nessun A è B, qualche À è B. Non possono
essere entrambe vere, nd entrambe false; quindi se luna è vera l’altra è falsa,
se luna à falsa l’altra è vera. ‘Trattandosi di due proposizioni singolari,
basta che difteriscano nella qualità per essere contradditorie: A è B, 4 non è
B (v. contrario). 233 Cox Contraddisione. Gr. ‘Avtipuotc; Lat.
Contradiotio; T. Widerspruch, Contradiction ; 1. Contradiotion; ¥. Contradiction. Quell’ atto dello spirito
mediante il quale si afferma ο si nega la stessa cosa; il suo schema è dunque
il seguente 4 = non A. La contraddizione può essere formale, implicita e in
adjeoto. La contraddizione è formale, ο in terminis, quando i due giudizi ο le
due nozioni contradditorie sono espresse ; implicita quando uno dei due giudizi
o nozioni, pure non comparendo, deve essere supposto come priucipio o come
conseguenza di ciò che si enuncia; in adjeoto quando attribuisce al soggetto
una qualità che ne è esclusa per la sua stessa definizione. La contraddizione
tipica è la formale; ma il pensiero non vi incorre mai, quando trovasi in
condizioni normali; può bensì incorrervi per la complessità dell'argomento, che
non gli permette di avvertire la contraddizione. L’ antinomia è una forma di
contraddizione in adjeoto, dipendente dall’ essero una proprietà, che si
attribuisce a un soggetto, inconcilinbile con esso per altra proprietà che gli
è essensiale, u che è affermata nel suo concetto. Cfr. Aristotele, De
interprot., C. 6; Herbart, Hawpipunkte der Metaphysik, 1806, p. 6-14 (v.
assurdo). Contraddizione (principio di). Aristotele, che lo considerava come il
principio più certo di tutti, lo formulò in questo modo: non è possibile che la
stessa cosa inerisca e non inerisca nella stessa cosa, simultaneamente ο sotto
il medesimo rispetto. In altre parole, questo principio esprime che due
proposizioni, di cui l’una afferma ciò che I’ altra nega, non possono essere
considerate come vere entrambe, e che quindi in tal caso il pensiero è nullo:
A= non À = sero. Il Leibnitz formulò diversamente il principio di
contraddizione in questo modo: À non è non A. Come si vede, mentre questa
formula concerne il rapporto tra soggetto e predicato contradditori d’uno
stesso gindizio, quella aristotelica concerne il rapporto tra due giu 234 contradditori d’identico contenuto; perciò la
formula leibnitziana integra 1’ aristotelica, estendendo il valore del detto
principio non al solo giudizio ma a tutto il campo della conoscenza. Secondo
alenni filosofi, ad es. gli elentici, il principio di contraddizione, come
quello di identità, non ha un solo valore formale e soggettivo, ma anche uno
realo ed oggettivo; vale a dira che esso non sarebbe un semplice canone cui il
pensiero si deve conformare, ma un principio obbiettivo con cui si può
determinare la natura del reale. Invece gli eraclitei negarono loro ogni
valore, sia logico che obbiettivo, e l’antien disputa, spontasi col prevalere
della logica aristotelica, fa rinnovata nei tempi moderni dall’ Hegel e dall’
Herbart. Per Eraclito l'unica cosa permanente nel diveniro incessante delle
cose è l'armonia degli opposti; nella sau retorica poetica il flutto delle cose
è una lotta incessante dei contrari, e questa lotta è la madre delle cose;
tutto ciò che sembra essere è il prodotto di movimenti ο di forze opposte, che
mercà In loro azione mantengono |’ equilibrio ; così I’ nniverso è ad ogni
momento un’ unità, che si suddivide e poi ritorna in xè, una lotta che trova la
sun conciliazione, un difetto che trova la sua compensazione. Nei tempi
moderni, questo concetto della coincidentia oppositorum fu ripreso da Giordano
Bruno e dalla metafisica idealisticn succeduta n Kant. Così per Fichte, se il
mondo deve esser concepito come ragione, il suo sistema deve essere sviluppato
da un problema originario, da una esigenza che ciascuno deve essere nello stato
di adempiere : questa esigenza è l’autocoscienza. ossia pensa te stesso. Questo
principio può svilupparsi solo fino al punto, in cui si mostra che fra ciò che
deve avvenire e ciò che avviene c'è ancora una contraddizione, da cui nasce un
nuovo problema, ¢ così di sèguito : il metodo dialettico è così un sistema in
cui ogni problema ne produce uno nuovo; di fronte a ciò che la ragione vuol
fornire, sta in essa stessa un ostacolo, © per superarlo essa 235
Cox sviluppa una nuova fanzione; questi tre momonti sono detti fesi,
antitesi © sintesi. Così il mondo della ragione diventa l’infinità dell’
ontogenesi, e la contraddizione tra il dovere e il fare viene spiegata come 1’
ensenza realo della ragione stessa; tale contraddizione è necéssaria ed
inevitabile, appartenendo alln natura della ragione; e poichè soltanto la
ragione è reale, la contraddizione viene cost spiegata come reale. In tal modo
il metodo dialettico, trasformazione metafisica della dialettica trascendentale
di Kant, si mette in opposizione con la logica formale; le regole dell’
intelletto, che hanno il loro fondamento nel principio di contraddizione, sono
sufficienti per l’ elaborazione ordinaria delle percezioni in concetti, gindizi
ο sillogismi, ma insufficienti per la costruzione speculativa. Il metodo
dialettico fu perfezionato da Hegel, per il quale l’ essenza dello spirito è di
sdoppiarsi in sè stesso e di ritornare da questa separazione alla sua unità
originaria; la ragione è non solo in sè come semplice realtà idenle, ma anche
per sè: essa manifesta 6 stessa come qualche cosa di altro, diventa un oggetto
diverso dal soggetto, e questo esser altro è il principio della negazione. Il
cancellare questa diversi il negare la negazione, è la sintesi di questi due
momenti: così ogni concetto si converte nel suo opposto, ὁ dalla contraddizione
di ambedue deriva il concetto più elevato, che ha poi la stessa sorte di
trovare uu’ antitesi, che richiede una sintesi ancora più alta, e così di
sèguito. Per I’ Herbart, tutto al contrario, il principio più alto di og sare
è, che ciò che è contradditorio non può essere verumente reale. Ora, poichè i
concetti con cui pensiamo l’esperienza sono in sè contradditori, ne viene che
la filosofia, la quale ha per compito di rintracciare il reale vero, assoluto,
dovrà essere una elaborazione dei concetti dell’ esperienza; ossa deve
trasformarli secondo lo rogole della logica formale (ο non v’ha altra logica
che quella formale) finchi sia conosciuta la realtà scevra di contraddizioni.
Cfr. AristoCon tele, Metaph., III, 2, 996 b, 28 ο segg.; Leibnitz, Monadologie,
31; Theod., I, § 44; Kant, Krit. d. reinen Vern., od. Reclam, p. 151 segg.;
Herbart, Hauptpunkte d. Motaph., 1806; Id., Einleitung in die Philos., 1813, p.
72-82; Hartmann, Ueber did dialektische Methode, 1868; F. Paulhan, La logique
de la contradiction, 1909; Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913,
I, p. 176, 108, 173; II, 69 segg. (v. essere, nulla, realtà). Contrapposizione.
Lat. Contrapositio; 'T. Kontraposition; I. Contraposition ; F. Contraporition.
Quell’ operazione logica per cui si converte una proposizione, aggiungendo il
segno della negazione ai due termini. La contrapposizione della proposizione
particolare negativa è poco utile © poco usata; maggiore importanza ha invece
la conversione delle universali affermative, perchè dà modo di controllare se
I’ attributo è legato necessariamente al soggetto, vale a dire se l’ universale
affermativo enuncia una verità. Così, convertendo per contrapposizione la
proposizione: tutti i pesci sono muniti di branchie, si ha tutti gli animali
non muniti di branchie sono non pesci, da cui si vede che l'essere muniti di branchie
è un carattere essenziale dei pesci. Cfr. Prantl, Geschichte d. Logik, 1855,
vol. I, p. 584; Masci, Logica, 1899, p. 225. Contrario. Gr. 'Evavriov; Lat.
Contrarius; T. Conträr: I. Contrary; F. Contraire. Si dicono contrarie due
proposizioni che, avendo uguali soggetto © attributo ed essendo entrambe
universali, differiscono nella qualità, vale a dire l'una è negativa l’altra è
affermativa; tutti gli 4 nono B, nessun A è B. Possono essere entrambe false,
non entrambe vere; dato dunque che sia falsa una, non si può iuferirne che
l’altra è vera; ma dato che sia vera una si deve inferirne che l’altra è falsa.
Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 107-109 (v. contradditorio). Contrasto. T.
Kontrast ; I. Contrast ; F. Contraste. Nella psicologia designa quel fenomeno
ottico, che il Chevreul 287 Cox ha espresso nella legge seguente: quando
I’ occhio vede contemporanesmente due colori contigui, li vede nel modo più
dissomigliante possibile quanto alla loro composizione ottica ο quanto alla
altezza del loro tono. Infatti, se si pongono vicine delle striscie di carta
coperte d’ una tinta uniforme di grigio di diverse intensità, ogni striscia
sembra più chiara dal lato ove essa tocca una striscia più scura, e più scura
dal lato ove tocca una striscia. più chiara; se si metto una riga bianca su nn
fondo nero, questo fondo pare più nero in prossimità della riga. Ciò per
l'intensità; quanto alle sfumature, se noi collochiamo una striscia di carta
verde sopra un fondo grigio, questo fondo sembra rosso, essendo il rosso il colore
complementare del verde; le nubi bianche in cielo azzurro sembrano giallognole;
le ombre degli oggetti al momento del tramouto sembrano turchine, perchè la
Ince inviata in tal momento dal sole è aranciata, Tutti questi fenomeni di
contrasto si spiegano colla teoria di Joung e Helmholtz, che cioè nella retina
si trovino tre specie di fibre, ognunn delle quali viene stimolata a preferenza
da uno dei tre colori fondamentali (rosso, verde, violetto), e che quindi tutte
le possibili sensazioni di colore risultino dalla combinazione delle tre
sensazioni fondamentali. L'associazione
per oontrasto è uno dei tre casi fondamentali d’ associazione delle idee
descritti da Aristotele. Nella psicologia moderna non la si considera che un
modo subordinato dell’ associazione per rassomiglianza ο per contiguità ;
infatti i contrasti rientrano sotto una medesima idea comune, ad es. fl nano e
il gigante sotto quella della statura media; di più, il corso della vita
implica dei contrari che si succedono, si toccano rasformano l’nno nell’ altro,
come il giorno succede alla notte, la gioia alla tristezza. Secondo I’
Hüffding, nello associazioni per contrasto avrebbe parto prevalente il
sentimento, determinato sempre dall’ importante contrasto del Pincere ο del
dolore; a una forte tensione succede or: Cox
238 riamente un periodo di
stanchezza e tendenza a dirigere il nostro interesse in senso opposto: Così
potrebbe spiegarsi il bisogno che si prova di passare. dall’ imagine della luce
a quella della oscurità, dall’imagine del grande a quella del piccolo ». Cfr. Wundt, Grundriss d.
Psychol., 1896, p. 302 seg.; Kreibig, Die fünf Sinne des Menschen, 1907, p.
113-115; James Mill, Analysis of the phenomena of the human mind, 1869, I, p.
113 segg.; Höffding, Paychologie, trad. franc. 1900, p. 213 segg. Contratti (giudizi). Quelle forme di
giudizio in cui è taciuto il predicato o il soggetto, o in cui il soggetto è
puramente indientivo, o in cui tutto il giudizio è contratto in un nome. Bi
distinguono in entimematici © tetici (v. composti). Contratto sociale. F.
Contrat social. Espressione entrata nel linguaggio filosofico dopo la
pubblicazione dell’opora del Rousseau, Del contratto sociale, ο principio di
diritto politico (Amsterdam, 1762). Il contratto sociale è il tacito patto che
gli uomini primitivi fecero tra di loro, rinnnziando ai propri diritti, per
affidare ad un potere pnbblico e supremo la tutela degli individui ο il
mantenimento della pace sociale. Secondo il Rousseau, il problema fondamentale
che s'impone agli uomini, quando lo stato primitivo di natura non può più
sussistere, è il seguente: Trovare una forma d’associazione, che difenda ο
protegga con tutta la forza comune la persona o i beni di ogni associato, e
mediante la quale ciascuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a sè
stesso e resti libero come pri Tale è il problema fondamentale di cui il
contratto sociale dà la soluzione. Le clausole di questo contratto sono
talmente determinate dalla natura dell'atto, che la più piccola modificazione
le renderebbe vane e di nessun offetto; per guisa che, sebbene non siano forse
mai state formalmente enunciate, sono dovunque le stesse, dovnnque tacitamente
ammesse e riconosciute, finchè, essendo il patto sociale violato, ognuno
rientri nei suoi primitivi 239 Cox riprenda la propria libertà naturale ».
Questa dottrina era giù stata svolta precedentemente da Epicuro, dal (irozio,
dal? Hobbes. Il contrario del contratto è lo statuto sociale, cioè i rapporti
legali che si stabiliscono tra gli nomini per il solo fatto che essi
appartengono a una determinata classe sociale, oppure si trovano in una data
situazione alla quale la loro volontà non può nulla mutare. Cfr. Rousseau, Du contrat
social ou principes du droit politique, 1762 (v. contrattualiemo, società). Contrattualismo. ‘I. Kontraktualismue; I.
Contractualism ; F. Contraotualisme. Sotto questo nome si raccolgono tutte le
dottrine che fanno originare la società, e quindi la morale, il diritto, lo
Stato, da un generale contratto ο da primitivi accordi contrattuali. Questa idea
trovasi già esplicitamente formulata in Epicuro, per il quale la società
politica non è una formazione naturale, ma è creata a ragion veduta dagli uo!
in base ad un contratto, συνθήκη, che essi fanno per non danneggiarsi
scambievolmente; perciò le leggi sono derivate in ogni singolo caso da un
accordo rispetto alle comuni utilità; in sò non v'è niente di giusto ο
d’ingiusto, e poichè è evidente che nel contratto fa prevalere il proprio
vantaggio chi ha intelligonza maggiore, così sono in generale i vantaggi del
sapiente che si presentano come i motivi della legislazione. ‘Tale concetto fu
poi ripreso da Occam, da Marsilio, da Hobbes, che gli diede il massimo
sviluppo: egli pone l’egoimo come fondamentale nell’ uomo, e considera lo stato
naturale come il bellum omnium contra omnes, nel quale si dice bene ciò che
soddisfa il proprio egoismo, male ciò che lo contrasta; ma poichè una
condizione simile offendo lo stesso egoismo, recando morte e danno, gli nomini
s' accordano tacitamente di trasferire il proprio diritto naturale ad un terzo,
che rappresenti, la forza di tutti: questo è lo Stato, che fa la zione, non più
relativa ma nssolnta, tra bene © male, tra lecito e illecito, tra religione Cox
e superstizione: il bene à l’ azione legale, il male l’azione illegale; la
religione è l'adorazione legale di Dio, la superstizione |’ adorazione illegale
; entrambe le autorità, civile e religiosa, sono incarnate nel sovrano. Mentre
Hobbes giunge così alla giustificazione dell’ assolutismo, Rousseau ricava
dalle stesse premesse delle conseguenze democratiche e liberali: per lui l’
uomo è originariamente buono e dominato da sentimenti sociali, quindi il
principio della traslazione e della rappresentanza deve essere limitato fino al
possibile, mentre a tutto il popolo si deve riconoscere direttamente |’
esercizio della sovranità. Dopo la rivoluzione francese il contrattualismo
decadde, ma per risorgere ai giorni nostri sotto diversa forma, Oggi non si
ammette più, in generale, un contratto alle origini della società, ma alla
fine, cioè come mata da raggiungere non come punto di partenza; la storia dell’
incivilimento dimostra infatti che all’origine non sono gli individui arbitri
dei propri destini, ma certi gruppi complessi tenuti saldi dall’ autorità di un
capo, e che l’ autonomia individuale si viene mano mano attuando col
perfezionarsi della vita sociale fino a rendere I’ individuo artefice
consapevole delle proprie situazioni giuridiche e delle stesse forme vincolanti
del vivere civile. Questa nuova concezione è dovuta specialmente al Summer
Maine, che, a conelusione dello sue ricerche sulle società primitive, fa
consistere il movimento delle società progressive nel trapasso da un primiero
regime di status ad un regime di contratto; ed è svolta poi in varie forme dallo
Spencer, dal Fouillée, dal De Greef, dal Bourgeois, occ, Cfr. Diogene L., X,
150 segg.; Jellinek, Allgemeine Staatalehre, 1905; G. Del Vecchio, Su la teoria
del contratto sociale, 1906; G. Dallari, I! nuoro contrattualismo nella
filosofia sociale e politica, 1911; P. Gentile, Sulla dottrina del “contratto
sociale, 1913 (v. contratto sociale). Controprova. T. Gegenbeweis; I.
Counterproof; F. Contre-éprenve. Una delle applienzioni del metodo di
differenza, A1 Cox che Bacone chiamò inrersio erperimenti.
Consiste nel ripetere inversamente una esperienza per confermarne i risultati.
Es.: per determinare la funzione dei nervi periferici, si fa agiro uno stimolo
sui nervi periferici di un animale, ed è facile accorgersi che detto stimolo ha
dato luogo alla sensazione. Controprova: ai recide la fibra stessa ο si fa
agire ancora lo stimolo; in tal caso non si ha più la sensazione. Si conchiude
che la continuità della fibra è necessaria per avere la sensazione. Cfr.
Bacone, Nuovo organo, 1810, p. 66 segg. Controversisti. I Padri del secondo
periodo della Patristica, così designati perchè non si limitano, come quelli
del primo periodo, a difender la religione cristiana dagli assalti del
paganesimo, ma attaccano anche le dottrine avversarie ο specialmente il gnosticismo.
I principali controversisti farono Ireneo e Tertulliano (v. Patristica).
Convenienza. T. Ubereinstimmung, Angemessenheit, Conrenione ; I. Propriety; F.
Convenance. Significa, in generale, accordo o armonia tra due ο più termini.
Nella morale ln convenienza è ciò che non ha un carattere di obbligatorietà
costante, ma conviene soltanto a certe circostanze în virtù d’una regola
normativa. Così gli stoici dicevano azione conceniente In giusta scelta e il
retto uso che il saggio sa fare di quelle cose che stanno fra il bene e il
male, che non possono nè giovare nè nuocere, che non meritano di essere cercate
nè fuggite, come la vita, le ricchezze, ecc. Leibnitz chiama prinotpio della
convenienza, la saggezza divina rivelantesi specialmente nelle leggi del movimento
: E meraviglioso che, con la sola considerazione delle cause efficienti o della
materia, non si potrebbe dar ragione di tali leggi del movimento. Poichè io ho
trovato che bisogna ricorrere alle oause finali e che codeste leggi non
dipendono dal principio della necessità, come le verità logiche, aritmetiche e
morali, ma dal principio della conreniensa, vale a dire dalla scelta della
saggezza ». Kant chiama principia con16
Raxzom, Dirion. di scienze filosofiche, Cox 242
venientiæ quelle proposizioni, che non trovauo la loro giustificazione
nè nell'esperienza, nè in deduzioni a priori, ma si raccomandano per la loro
opportunità, facilitando ed estendendo V uso empirico dell’ intelletto; tali
principî, da lui esposti nella Dissertazione, divengono poi nella Critica della
r. pura i principî dell’intelletto puro, come quelli della regolarità del
divenire e della permanenza della sostanza.
Il Rosmini chiama convenienza metafisioa gli argomenti, per lo più
morali, sui quali si fondano le persuasioni delle verità dell’ ordine etico ;
la convenienza metafisica non riguarda in fatti P uno ο l'altro ente, ma
l'essere universale stesso, ο Dio. Sebbene tali argomenti si fondino
sull’idealità della cosa, importano una necessità e servono di fondamento alla
fede. Cfr. Diogene L., VII, 130; Stobeo, Kel., 11, 158; Cicerone, De fin., III,
6; Leibnitz, Prino. de la nat. οἱ de la grace, 1714; Rosmini, Logica, 1853, $
1124-26; L. Nelson, Unters. üb. die Entwickelungsgeschichte d. kantischen
Erkenntniatheorie, in Aband. d. Fries'schen Schule », 1909, fuse. I.
Convergenza. T. Conrergenz. Zusammenlaufen ; I. Convergency; F. Convergence.
Una delle leggi dell’ evoluzione del mondo organico, che si contrappone alla
legge della divergenza. Mentre per questa da forme uguali si vengono svolgendo
forme differenti, come adattamento a differenti fanzioni ο condizioni
biologiche, per la logge della conrergenza du forme originariamente (lifforenti
si svolgono gradatamente forme somiglianti, in seguito all’ adattamento a
fanzioni © condizioni di vita uguali. Aleuni biologi, col vocabolo convergenza
indicano invece le rassomiglianze non ereditarie tra gli esseri organizzati,
che hanno una ragione nell’ adattamento ad analoghe condizioni di
ambiente. Nolla matematica dicesi
convergente una serie la cni somma tende verso un limite finito, quando il
numero dei suoi termini aumenta indefinitamente. Conversione. Gr. Αντιστροφή:
Lat. Conversio; T. Conversion, Umkehrung; 1. Conversion; F. Conversion.
Quell’opo 243 Cor razione logica con cui
da una proposizione 8ο ne forma una seconda, la quale ha per soggetto il
predicato della prima, e a predicato il soggetto della stessa. Es.: qualche A è
B, qualche B è A. Dicesi conversione semplico quella che ni fu conservando la
quantità stessa del soggetto, il quale ha la medesima estensione del predicato;
conversione per accidente quella in cui la quantità del nuovo soggetto muta,
avendo esso maggiore estensione del soggetto della prima propojone; conversions
per contrapposizione quella che si fa nggiungendo il segno della negazione si
due termini. Es.: 1° tutti gli organismi respirano; tuiti gli esseri che
respirano sono organismi; 33 tutti gli uomini sono mortali; alcuni mortali sono
uomini; 33 tutti i pesci hanno branchie; tutti quelli che non hanno branchie
son sono pesci. Si convertono sempre semplicemente le proposizioni universali
negative, non si convertono le particolari negative. Gli scolastici hanno
espresso le leggi della conversione nei due seguenti versi innemonici: F E I
Simpliciter conrertitur, E v A per accid.
Alto por Contrap. Sio fit converaio tota. Cfr. Kant, Logik, 1800, p184
vegg.; l'oberweg, Logik, 1874, $ 80; Masci, Logica, 1909, p. 215 segg.
Coprolalia. T. Koprolalie; 1. Coprolalia ; F. Coprolalie. Stato patologico, che
appare in varie malattie mentali, talvolta anche nella pubertà, ο si manifesta
con nn impulso continuo e irresistibile a pronunciare bestemmie ο a tener
discorsi osceni. L’impulso a diro bestemmie si suol anche denominare
teoblasfemia. Cfr. G. Pontiggia, Osservazioni pricologiohe intorno alla
coprolalia, Riv. di filorofia ο acienze affini », maggio 1901. Copula. T.
Copula; I. Copula; F. Copule. Quella parte del giudizio che unisce il predicato
al soggetto. Spesso In copula è compresa nell’ attributo, quando questo è
eapreaso da un verbo attributivo; ad es. : l'umanità progrediace l'umanità è
progrediente. Alcuni logici sostennero che non può esservi una copula negntiva,
perchè In negnzione è il Cop-Cor 244 toglimento della copula non una copula, e
perchè officio suo è di unire il predicato al soggetto non di disgiungerli. A
ciò altri logici risposero che la unità domandata dal giudizio non è un
amalgama materiale di più cose, ma la semplice relazione di due o più elementi
concettaali, che il pensiero può abbracciare in un solo atto; ora tale unità si
ha tanto con l'affermazione quanto con la negazione. La copals, espressa dal
verbo essere, è detta dai logici terzo elemento del giudizio, essendosi essa
formata dopo il predicato © il soggetto; infatti, nel periodo intuitivo delle
lingue, il concetto del predicato è verbale, esprime cioè tanto la qualità come
l’attività; in seguito i due concetti si staccarono, e l’attività astratta,
separata da ogni qualità, costituì fl terzo elemento del giudizio. Cfr. B.
Erdmann, Logik, 1892, vol. I, p. 860; Ch. Sigwart, Logik, 1873, vol. 1, P. 119
(v. grammatica, linguaggio). Copulativi (giudizi). Per opposizione ai
oongiuntivi, diconsi tali quei giudizi che sono composti nel soggetto, in cui
cioè un solo predicato è affermato ο negato di più soggetti. Il suo tipo è:
tanto 4 che B che C sono D. Il giudizio copulativo negativo è detto anche
remotivo. Oltre la forma affermativa e negativa, può assumere anche quella
categorica 6 ipotetica (v. composti). Corollario. Lat. Corollarium ; T. Corollar;
1. Corollary: F. Corollaire. Verità che risulta naturalmente da una
proposizione già dimostrata, e non ha bisogno di appoggiarsi su una
dimostrazione particolare. Si adopera anche per indicare una proposizione di
minore importanza ο di minore estensione dedotta da una proposizione
principale. Corpo. Lat. Corpus; T. Körper; I. Body: F. Corps. Per corpo si
intende un reale che ha una data forma, una data massa ed occupa un dato posto
nello spazio. Gli elementi costitutivi del corpo sono dunque: estensione, massa,
imponetrabilità. Riguardo ai suoi rapporti con noi, i metafisici oggettivisti
definiscono il corpo come In causa este 245
Cor riore alla quale attribuiamo le nostre sensazioni ; in altre parole,
nn dato corpo è da me conosciuto per il numero delle sensazioni che da esso ho
avuto, ma codeste sensazioni le considero come prodotte da qualche cosa che non
solo esiste indipendentemente affatto dalla mia volontà, ma che è anche esterno
ai miei organi e alla mia coscienza; ora, codesto qualche cosa di esteriore,
codesto qualche cosa che permane anche collo scomparire delle mie sensazioni e
che determina le leggi secondo cui le sensazioni stesse sono legate, è il
corpo. La spazialità o estensione è generalmente considerata come l'attributo
fondamentale dei corpi; così I’ Hobbes definisce il corpo: quioquid non
depondens a nostra cogitatione cum spatii parte aliqua coincidit vel
ceztenditur. Per Cartesio il concetto di corpo coincide con quello d’ una
grandezza spaziale, ogni corpo è un frammento dello spazio; per Spinoza il
corpo è un modo che esprime in‘ maniera certa © determinata 1’ essenza di Dio,
in quanto questi è considerato come la cosa estesa ». Per altri invece il corpo
non è che un gruppo di sensazioni, o pinttosto di possibilità di sensazioni,
riunite insieme secondo una legge costante; non v’ ha quindi in esso alcun
substratum che serva di sostegno agli attributi. Secondo il Berkeley il corpo è
ciò che vien percepito, ciò che si vede, si tocca, si odora; il suo ose
coincide col suo peroipi, con la somma delle sue proprietà, dietro le quali non
esiste una sostanza che in esse appaia; la realtä dei corpi consiste nol fatto
che le loro idee sono comunicate da Dio agli spiriti finiti, © la serie in cui
Dio suol far questo è da noi detta legge naturale; la differenza tra i corpi
reali e i corpi imaginarii o sognati sta in ciò, che questi ultimi vengono
rappresentati solo în uno spirito singolo, in seguito a una imaginazione, sia
meccanica sia volontaria, senza che essa gli sin comunicata da Dio. Secondo il Condillao un
corpo è uno collection de qualités que vous touchez, toyes, etc. quand l'objet
est présent: quand l'objet est Cor
246 absent, c'est le souvenir des
qualités que vous aver touchées, rues, eto. Secondo Kant i corpi sono un’ unione, una sintesi di
forme intellettuali e di sensazioni, le prime delle quali vengono dal nostro
intendimento, le seconde dalla suscettività del nostro senso. Il Rosmini
definisce il corpo una sostanza che produce in noi un’ azione, ch’ è un
sentimento di piacere o di dolore, avente nn modo costante, che chiamiamo
ostensione ». Gli Scolastici distinguevano : il corpus organioum, o corpo
istramentale, cioè il corpo che consta di parti, di cui l’anima sensitiva si
serve come di strumento; il corpus mathematioum, nns quantità che consta di tre
dimensioni, lunghezza, larghezza ο profondità; corpus naturale, nna sostanza
composta di materia prima e forma sostanziale, naturalmente esigente lo tre
dimensioni. Cfr.
Aristotele, Phys., III, 5, 204 b, 20; Goclenius, Lex. philosophicum, 1613,
p.481; Hobbes, De corp... 8, 1;
Cartesio, Princ. phil, I, 4; Spinoza, Ethica, II, def. I; Locke; Ess., III,
cap. 10, $ 15; Berkeley, Princ.. XVIII; Condillse, Extrait raisonné, 1886, p.
50; Kant, Proleg., $ 49; Rosmini, Nuoro saggio, 1830, IT, p. 366 (v. atlante,
conoscenza, essenza, 80stanza, materia, attualismo, fenomenismo, realismo,
idealismo, dinamismo, energismo, ecc.). Corporale. Si oppone generalmente a
spirituale, per dosignare tntto ciò che partecipa della natura dei corpi, che
ha una estensione, che occupa nno spazio determinato e che può esser causa di
sensazioni. Si nppone anche a morale per indicare 1’ insieme dei bisogni, dei
sentimenti, dei desideri, degli appotiti provenienti dal nostro organismo,
inerenti alla nostra natura materiale e contrastanti colla nostra natura
spirituale. Corpuscolo. T. Corpuskel, Körperlein; 1. Corpuscle; F. Corpusoule.
Termine assai vago, con cui si designavano, per il passato, le porzioni minime
del mondo corporeo. Così per Descartes i corpuscoli sono gli elementi del mondo
muteriale, ossia lo parti dello spazio non più realiter divisi 247 Con bili, ma anch'esse, matematicamente,
divisibili all'infinito; quindi non esistono atomi. Oggi si adopera per
desiguare alcuni piccoli elementi corporei, anche visibili, come: i corpuscoli
tattili, che si trovano in alenne papille della cute, contengono la
terminazione d’unn fibra nervosa, e sono considerati come organi del tatto: e i
corpuncoli del Paoini, visibili anche ad occhio nudo, cho contengono le
ramificazioni d’ una fibra nervosa sensitiva, © sono consideruti come organi di
sensibilità generale. Dicesi dottrina ο
filosofia corpuscolare la teoria cho spiega i fenomeni fisici complessi
mediante particolari aggruppamenti o posizioni di particelle invisibili per la
loro piccolezza. Correlazione delle forze. Questa espressione è analoga all’
altra di trasformazione dei movimenti, adoperata più frequentemente. Col nome
di forza si designa infatti lu causa di un movimento; ma una causa di movimento
non può essere determinata altro che per i suoi effetti, che sono movimenti, e
per la leggo della sua azione, che non è che lu legge del movimento.
Corrispondenze (ἰοογία delle). Lat. ('orrespondentia : T. Entaprochung,
Übereinstimmung; 1. Correspondence; F. Correspondance. La teoria che considera
l’ universo come composto d’un certo numero di regni analoghi, i cui clementi
rispettivi si corrispondono, e possono quindi servirsi reciprocamente di
simboli, rivelare le loro proprietà, o anche agire l’ uno sull'altro per simputia.
Cfr. Swedenborg, (lavia héerographica aroanorum per riam representationum el
correspondentiarum, 1784. Corruzione. Gr. Bsopd: Lat. Corruptio; T. Vergehen : 1.
Corruption; F. Corruption. In
seuso tisico indica comunemente l'alterazione delle sostanze, in senso morale
la degenerazione del costume. Nella filosofia si usa specialmente per indicare
la dottrina greca della distruzione opposta alla generazione (γένεσις). Secondo
Aristotele, la corruzione, che è l'avvenimento per cui una cosa cessa di
Con 248 esser tale che si possa ancora chiamarla con
lo stesso uome, avviene in tutte le cose terrestri, mentre i cieli soltanto
sono incorruttibili; infatti i corpi materiali sono tutti costituiti di due
specie di elémenti, di cui gli uni sono dotati di movimento rettilineo
all'insù, gli altri di movimento rettilineo all’ ingitt; la sostanza dei cieli
è inveco dotata del solo movimento circolare; essendo i due movimenti dei corpi
terrestri contrari, e la contrarietà implicando corruzione, i corpi terrestri
sono corrattibili, mentre i corpi celesti sono incorruttibili perchè ove à un
movimento solo non può esistere contrarietà. Però tanto Aristotele quanto gli
altri filosofi greci intendevano per corruzione non ls sparizione della
materia, ma soltanto la sus dissoluzione e disgregazione; gli elementi delle
cose non nascono nò spariscono. Cfr. Aristotele, De generatione et corruptione,
trad. franc. 1866. Corsi e ricorsi. La celebre dottrina sullo svolgimento della
storia, esposta dal Vico nella Scienza nuova, specialmente nella seconda
edizione (1735). Socondo il filosofo napoletano, il peccato originale ο la
caduta spinsero gli uomini ad un primitivo stato innaturale di abbrutimento, ©
stato ferino; ma la divina Provvidenza, valendosi di certi sensi naturali
radicati nel loro animo, come il senso religioso e il pudore, © mediante gli
stimoli dell’ utilità ο del bisogno, li guidò alla vita sociale, e quindi,
gradatamento, all’ incivilimento. Tre sono i gradi e le età uttraverso cui
passa ogni popolo per giungere alla civiltà; lu prima è l'età degli dei ο
patriarcale, in cui, non essendovi un potere sociale, i deboli sono
perseguitati dai forti empi © si rifugiano sotto la protezione dei forti pii, i
quali riuniscono tra loro, dando così luogo ai primi stati; la seconda è l'età
degli eroi, ed è caratterizzata da lotte continuo tra i nobili discendenti dei
forti, e i plebei, discendenti dei deboli; la terza è degli womini, ed è
iniziata dalla vittoria dei plebei, che ottengono I’ eguaglianza ciCorvile e
politica, è retta a governo popolare o monarchia civile e governato da leggi
dinanzi alle quali tutti i cittadini sono uguali. Ora, non solo ogni popolo è
passato attraverso questi tre periodi, ma siccome la loro civiltà va soggetta a
dissolvimento, così ogni popolo deve ripercorrere gli stessi stadi. La storia
non è dunque che un avvicendarsi di queste tre età, con un ciclo fatale di οογ
e ricorsi. Va notato però che questa periodicità di ripetizioni non ha nulla,
nel pensiero del Vico, di quella rigidezza matematica che venne ad essi
obbiettata, ο che si trova invece in sociologi modernissimi, ad es. nel
Gumplowicz : Identità in sostanza d’ intendere, dice il Vico a tal riguardo,
diversità nei modi di spiegarsi ». Cfr. Vico, Prinoipî di rienza nuova, 1735,
1. I; R. Flint, G. B. Vico, trad. it. 1888; B. Croce, La filosofia di G. B.
Vico, 1911; Gumplowiez,= La lutte des races, 1893 (v. palingenesi). Corteccia ο
strato: grigio, 0 sostanza corticale ο grigia, è una sostanza di colore
grigiastro, costituita specialmente di cellule, la quale riveste la superficie
del mantello cerebrale e nell’ interno ne forma i gangli. Il suo spessore varia
tra i 22 © i 28 mm.; il massimo si ha in quel tratto che è attorno alla
scissura di Rolando (ivi sarebbero i centri peico-motori), il minimo nel lobo
occipitale; ha più spessore nel maschio che nella femmina e diminuisce con
l'avvicinarsi della veochiaia. E costituita di vari strati sovrapposti, diverai
per I’ aspetto delle cellule ο per la disposizione delle fibre nervose che fra
quello si intromottono: lo strato più superficiale dicesi molecolare, quello
sottoposto dicesi delle piccole cellule piramidal delle grandi cellule
piramidali, l’ultimo delle cellule simorfe. Cfr. Bastian, Le oerveau organe de
la pensée, 1888, vol. II, Ρ. 4 segg. Corticale. Dicesi di tutto ciò che avviene
nella corteccia grigia del cervello, nella quale sembrano localizzarsi le
funzioni psichiche superiori. Cosa. T. Ding; I. Thing; F. Chose. Questo termine
ha un significato latissimo, indicando tutto cid che può essere penssto,
supposto, affermato o negato. Nella dottrina della conoscenza si adopera tanto
in apposizione a fatto per designare una realtà statica, costituita da un
sistema supposto fisso di qualità e di proprietà coesistenti, quanto in
opposizione a pensiero per designare il reale esteriore in genere, sia statico
sia dinamico, coesistente ο successivo. Può significare tanto il reale esterno
quale apparisce alla nostra esperienza sensibile, quanto ciò che riesce
inaccessibile al nostro ponsiero ed è quindi fuori d’ogni esporienza. In questo
secondo caso si usa, specialmente dal Kant in poi, I’ espressione di cosa in #2
0 noumeno. La cosa in sè si oppone alla cosa per noî, alla cosa in quanto ci
appare, cioë al fenomeno: esen à quindi il sostrato assolutamente fisso delle
qualità, il soggetto che permane sotto il mutare dei fenomeni, il reale,
insomma, di cui noi non cogliamo che le apparenze. Perciò metafisicamente la
cosa in sè è sinonimo di sostanza; ne differisce solo in quanto questa può
essere applicata anche allo spirito (sostanza spirituale), quella invece
importa sempre una certa idox di obiettività. Il concetto della cosa in sè è
molto antico nella storia della filosofia; così già Pitagora parla di ciò che
esiste per sè stesso, καθ΄ αὐτὸ; Democrito ascrive agli atomi una esistenza per
sè stessi, ἑτεῖ ; Aristotelo distingue l'essenza concettnale della cosa da ciò
che è in sò stestia; uguale opposizione è posta poi dagli scolastici tra ese in
ro è in intelleotu; Gregorio di Nissa nega che noi possiamo conoscere 1 essero
in sè stesso delle cose esteriori: guardando le cose cho ci appaiono, non
dnbitiamo che esistano per ciò che vediamo, ina siamo tanto lontani dal
comprendere 1’ essenza di ciascuna di esse, quanto se non conoscessimo col
senso il principio che ci appare ». Cartesio afferma che le impressioni
sensibili non si riferiscono alle coso come sono in è stesse: Satis erit, ai
advertamus, sen 251 Cos euum
percoptiones non referri, nisi ad istam corporis humani cum mento
coniunctionem, et nobis quidem ordinarie exhibere, quid ad illam externa
corpora prodesso possint, aut nooere; non autem, nisi interdum et ex accidenti,
nos docere, qualia in seipeis existant. Condillac afferma ugualmente che noi
non vediamo lo cose in sè stesse. Forse esse sono estese e provviste di sapore,
suono, colore, odore, forse anche non hanno nulla di tuttocid. Io non affermo
nè I’ una cosa nè l’altra, e attendo la prova che siano come ci appaiono © che
siano invece totalmente diverse ». Ma la differenza tra cosa in sè © cosa per noi
o fenomeno diviene fondamentale nella filosofia di Kant; dato cho l’ unico
oggetto della conoscenza umana è l’esperienza, il fonomeno, data cio la natura
delle forme dell’ intaizione © del pensiero, ne segue che nulla in generale di
ciò che è intuito nello spazio è una cosa in sè, e che nemmeno lo spazio è una
forma della cosn,... bensì che gli oggetti non sono da noi conosciuti in sè
stessi e che ciò che noi conosciamo non sono che pure rappresentazioni (Forstellungen)
della nostra sensibilità, la cui forma è quella dello spazio e il cui vero
correlato, ossia la stessa cosa in sè, non è perciò da noi nè conosciuta nè
conoscibile ». Tuttavia, dice Kant, non ο) è contraddizione a pensare la cosa
in sì; se si pensi una intuizione di specie non ricettiva, una intuizione
produttiva non solo delle forme ma anche del contenuto, i suoi oggetti
dovrebbero essere non più fenomeni ma cose in sè; la possibilità di questa
facoltà non si può negare più di quel che se ne possa affermare la realtà, Le
cose in si sono dunque pensabili in senso negativo © quali oggetti di una
intuizione non sensibile, come concetto-limite dell’euperienza. Ma la dottrina
kantiana della cosa in sè, intorno alla quale si sviluppa poi tutta la
filosofia tedesca, fu variamente intesa, daalcuni accolta, da inolti
combattuta. Cfr. Aristotele, Metaph., I, 5; V, 18, 1022 a, 26; Gregorio Niss.,
Contra Eun., XII, 740; Cartesio, Prino. phil., Il, 3; Cos 252
Condillac, Traité des sensations, 1866, IV, 5, § 1; Kant, Krit. d.
reinen Vern., ed. Reolam,
p. 57 segg.; A. Tumarkin, Kante Lehre vom Ding an sich, Archiv fur Gesch. d.
Phil. », aprile 1909; Th. Loewy, Die Vorsellung des Dinges auf Grund der
Erfahrung, 1887; O. Liebmann, Kant und die Epigonen, 1865; Ardigd, Z’
inoomosoibile di H. Spencer ο il noumeno di E. Kant, 1901
(v. agnostioismo, conoscenza, corpo, limite, orilicismo, neo-oriticismo,
realismo). Coscienza. T.
Bewusstsein, Gewissen; I. Consciousness, Conscience; F. Conscience. È questo
uno dei vocaboli di signifloato più vario e incerto nella terminologia
filosotica, Etimologicamente (consoientia da consoire = conoscere insieme) non
designa altro che un accordo tra diversi individui nel conoscere le stesse cose
o fatti; poi, per analogia, V’ accordo, l’unità che si rivela in uno stesso individuo
tra i suoi stati attuali e quelli che non lo sono più, tra il presente e il
passato. Noi possiamo distinguere tre significati fondamentali che si
attribuiscono alla parola coscienza: quello volgare, quello morale © quello
peicologico. Va notato, però, che la coscienza non è propriamente definibile,
essendo la radice di ogni conoscenza, il dato fondamentale del pensiero,
irreducibile in elementi più semplici. Volgarmente, si usano le espressioni avere
coscienza dei propri atti, del proprio valore », coscienza di scienziuto >, coscienza
nazionale, popolare, umana, storica», ece., per indicare ln consapevolezza
piena che un individuo o un gruppo di individui può avere di qualche cosa,
Ancora più comune è l’uso della parola coscienza nel significato morale,
espresso nei modi di dire lo speochio della propria coscienza » il testimonio
della coscienza » la voce della coscienza » mancanza di coscienza », ecc. Ora,
la coscienza morale, che i tedeschi distinguono col nome di Gewissen, si rivela
principalmente nell’ individuo col compiacimento per le buone azioni compiute,
col rimorso per lo cattive, e col giudizio interno sopra un conflitto di 253
Cos motivi. Essa dunque accompagna le azioni morali, e non ci dà
soltanto il criterio per giudicare gli atti nostri, ma è pure la base del
nostro giudizio intorno alle azioni sltrai, in quanto sono buone o cattive;
questo giudizio, riferendosi sempre all’antore dell’ ato, dicesi imputasione.
La coscienza morale è quindi concepita come il tribunale davanti a oni sono giudicati
affetti, pensieri ed azioni: non bisogna però credere che essa sia qualche cosa
di stabile, esistente in sò e indipendente dai sentimenti e dai giudizi pei
quali si avverte il carattere morale degli affetti, ecc. ; al contrario, essa
ei identifica cogli stessi fatti psichioi nei quali si manifesta e con essi è
varia © mutahile. La coscienza psicologica, che i tedeschi chiamano
Bewusstsein, non è altro che la nota caratteristica dei fenomeni interni o
psichici, per cui essi si distinguono da quelli esterni o fisici : ad un grado
assolutamente inferiore, essa consiste nel pnro fatto di avvertire una data
modificarione avvenuta in sò stesso; ad nn grado superiore implica la
distinzione dell’ oggetto modificante; nel suo massimo aviluppo è la contrapposizione
dell’ oggetto sentito al soggetto senziente. Quest’ ultimo grado di coscienza
non esiste nell’ animale ed è proprio soltanto dell’ uomo adulto normale: esso
dicesi anche autocoscienza, 0 suicosciena, 0 coscionsa personale, 0 coscienza
dell’ Io. Riguardo alla sua natura, le ipotesi principali possono ridursi a
tre: quella apiritualiatioa, secondo cui la coscienza è la sostanza stessa
dello spirito, che è tale in quanto ha coscienza di sè; oppure una facoltà
originari dello spirito, un’ entità metafisica spirituale, unica, semplice,
identica, esistente in sè © per sè; quella materialistios, secondo cui la
coscienza non è che un fenomeno secondario (epifenomeno) nel meccaniamo della
vita psichica, la quale invece è costituita essenzialmente dall’ attività
nervosa, dal fenomeno fisiologico ; quella positfvistica, che, opponendosi sia
allo spiritualismo che al materialismo, la considera come un fatto nuovo e
Cos 254
distinto di cui si devono studiare i rapporti, senza confonderlo coi
fatti materiali, che l’ esperienza ci rivela come opposti agli spiritnali, ο
senza trascendere l’esperienza, che non ci può far conoscere nd la sostanza
dello spirito nè una facoltà originaria di esso. Quanto alla genesi della
coscienza, secondo l'ilosoiemo primitivo tutto il mondo è animato, e tutto
quanto è fornito di movimento è pure fornito di coscienza. A questa dottrina
dei primi filosofi greci, si accosta il pampsichiemo moderno di Ernesto
Hiickel, secondo il quale ogni atomo materiale, ‘come centro di forza, è dotato
di un’ anima costante, di movimento ο di sensibilità, cosicchè la coscienza o
anima dell’uomo non è che la somma delle anime elementari delle sue cellule,
composte appunto di protoplasmi molecolari ο queste di atomi. All’opposto il
cartesianismo o automatismo attribuisce In coscienza soltanto all'uomo,
negandola anche agli animali, che debbono essere considerati come macchino ο
automi. Per altri invece, la coscienza non è una proprietà esclusiva dell’uomo,
ma si estende a tutti gli animali e persino alle piante. Secondo altri ancora,
la materia inanimata possiede nna vita psichica latente, potenziale, che
diviene attuale per effetto dell’ organizzazione biologica. Infine nell’
evoluzionismo dello Spencer, la coscienza sorge da una differenziazione dell’ energia
universale, fondamentalmente unica, e fa la sua prima apparizione nell’ atto
riflesso, considerato como il crepuscolo della vita psichica. Quanto poi alle
dottrine psicofisiologiche sulla sode della coscienza, possiamo ridurle a due:
quella che la pone soltanto nel cervello, e quella che la considera come
proprietà di tutto il sistema nervoso, e cioò anche del midollo spinale ο dei
centri inferiori. Cfr. Malebranche, De la rech. de la verité, 1712, III, 2, 7;
James Mill, Analysis of human mind, 1869, I, p. 224: Kant, Κε. d. reinen Vern.,
ed. Reclam, p. 76 segg., 127 segg.; Fechner, Über die Seelenfrage, 1861, p. 199
segg.; Hneckel, Der Monismus, 1898, p. 23 segg.; 255
Cos Wundt, Grundrim d. Psychol., 1896, p. 238 segg.; Joël, Lehrbuch d.
Peychol., 1896, p. 111 segg.; Sergi, La peyool. physiologique, trad. franc.
1881, p. 223 segg.; Bonatelli, La coscienza e il mocoanesimo interiore, 1870;
Ardigo, L'unità della coscienza, 1898; Id., Op. fil., III, p. 68 segg.; IV, p.
373 segg. (v. cellulare psicologia, anima, autocoscienza, psiche, spirito, io,
dualismo, monismo, parallelismo, ecc.). Cosmogonia. T. Kosmogonie; I. Cormogony
; F. Cormogonie. Dottrina scientifica, filosofica o religiosa che spiega
l'origine e la formazione del mondo. Tatte le religioni antiche, specie le
orientali, hanno fatto larga parte alla cosmogonia. La scienza moderna ha
sostituito alle poetiche immaginazioni primitive 1’ ipotesi di Kant, Herschel e
Lapiace, la quale, sebbene non possa ritenersi definitiva, esclude ogni
intervento sovrannaturale © spiega la formazione del mondo con le leggi
puramente meccaniche. Secondo questa ipotesi, lo spazio nel quale si muove il
sistem solare era occupato da una materia cosmica gassosa, ugualmente tesa ©
indifferenziata, la quale, irraggiando continuamente calore, si condensò a poco
a poco intorno a un punto centrale destinato a diventare il sole. Per virtù
della condensazione le molecole dei gas erano attratto con velocità sempre
maggiore in un immenso giro Întorno all'asse del sistema; ma, nello stesso
tempo, lu forza centripeta eresceva in proporzione, cosicchè bilanciandosi le
due forze, si venne a costitnire intorno al nucleo centrale un primo anello
rotante, poi un secondo, poi un terzo... i quali erano destinati a divonire i
futuri pianeti del sistema solare. In virtù di qualche perturbazione
astronomica, alcuno dei segmenti di codesti corpi anulari diventava più denso
degli altri, esercitando una forza di attrazione sempre crescente, finchè
rompeva a suo profitto la zona d materia gassosa © la condensava intorno 4 sd
sotto forma di atmosfera concentrica. Nel nuovo pianeta, per la forza
d’impalsione primitiva delle sue molecole, il moto era diCos 256
venuto doppio: il pianeta continuava a girare intorno al sole e
incominciava nello stesso tempo a rotare intorno al proprio asse. Così l’intero
sistema planetario avrebbe in tempi remotissimi fatto parte del sole. Alla
dottrina 00smogonica del Laplace furono rivolte molte obiezioni, che
giustificano i numerosi tentativi sia di perfezionarla sia di sostituirle
ipotesi più soddisfacenti. Così secondo il Faye V universo si riduceva in
origine a un caos generale, estremamente rado, formato da tutti gli elementi
della chimica terrestre; questi materiali, sottomessi alle loro mutue
attrazioni, erano da principio animati da movimenti diversi, che hanno
determinato la sua separazione in brandelli o nuvoloni, i quali hanno
conservato uns traslazione rapida © rotazioni intestine più o meno lente: da
tali miriadi di brandelli caotici sarebbero nati per progressiva condensazione
i diversi mondi dell’universo. Secondo il Du Ligondòs, al principio esiste un
vero e proprio caos costituito da un gran numero di masse moventesi a caso e
che per caso vengono ad urtarsi tra di loro; essendo tali urti inevitabili, ne
risulta una concentrazione della nebulosa con la tendenza alla formazione di un
nucleo centrale, e un appiattimento dello sferoide, che è la nebulosa caotica
iniziale: dal nucleo centrale avrà origine il sole, e i materiali esterni
formeranno intorno ad esso una specie di disco lenticolare equatoriale che,
appiattendosi sempre più, diverrà anch’ esso instabile e potrà finalmente
trasformarsi in anelli donde nasceranno poi i pianeti. Invece secondo il See i
pianeti non sono stati formati da frammenti della nebulosa solare, ma sono di
origine esterna, ossia corpi estranei che, venendo a passare vicino al sole,
sono stati da esso catturati per effetto della resistenza della vasta atmosfera
di cui un tempo era circondato ; allo stesso modo la Inna non proverrebbe da un
frammento della nebulosa terrestre, ma ad una certa epoca sarebbe stata
catturata dalla terra. Secondo PArrhenius gli astri si scambiano Ince, 257
Cor elettricità, materia e persino germi viventi; la pressione di
radiazione che emana dai corpi luminosi ο che ha la proprietà di respingere i
corpi leggeri, caccerebbe dal sole piccolissime particelle, spingendole fino
alla terra, ai pi neti e alle più lontane nebulose ; queste particelle
finirebbero per agglomerarsi formando le meteoriti, le quali, penetrando nella
massa delle nebulose, diverrebbero centri di condensazione intorno ai quali la
materia comincerebbe a concentrarsi: donde I’ evoluzione stellare, che va dn
una prima fase di oscurità quasi completa attraverso un periodo di splendore a
una fase di decadenza, che si chinde con an inorostamento finale. Cfr. Kant,
Allgemeine Natur gesohiohte u. Theorie des Himmels, 1755; Laplace, Exposition
du système du mondo, in Œuvres, 1884, t. VI, p. 498 segg.; H. Faye, Sur
l'origine du monde, 1896; Du Ligondèe, Formation mécanique du système du monde,
1897; Seo, Rescarohes on the erolution of the stellar system, 1910; Arrheniua,
L'évolution den monde, 1910: Ardigd, La form. nat. nel fatto del sint. solare,
1876; A. Aliotta, Le nuove teorie v0amogoniche, Cultura filosofica >, maggio
1912. Cosmologia. T. Kosmologie; I. Cosmology ; F. Comologie. Termine entrato
nel linguaggio filosofico e scientifico specialmente dopo Kant; significa
dottrina del mondo considerato come un tutto armonico. Nel Wolff designa lo
studio delle leggi generali dell’ universo e della sua costitazione
complessiva, sia dal punto di vista metafisico che da quello scientifico:
cosmologia generalia eat soientia mundi neu universi in gonere, qualenus
soilicet ona idquo comporitum atquo modificabile est. Per Kant la cosmologia
razionale » è la scienza dell'oggetto, vale a dire il Invoro della ragione per
cogliere nella sna unità ’ insieme di tutti i fenomeni; invece In psicologia
razionale » è ln scienza del soggetto pensante. La cosmologia ha per oggetto
l’iden razionale del mondo, come la psicologia l’idea del Me. Nella lingua
filosofien classicn 1’ espressione cosmologia razionale designa 17 Ἠλκκοια, Dision. di scienze filosofiche.
Cosla parte della metafisica che tratta della natura fondamentale ©
dell’origine delle cose sensibili. Cfr. Wolff Chr., Coamologia generalis, 1737, $ 1;
Kant, Metapk. Anfangagrunde d. Nat., 1876, Vor. Cosmologico (argomento). È uno degli argomenti a
posteriori dell’ esistenza di Dio, che dalla caducità e contingenzu del mondo
conclude alla esistenza di un Essere assoluto come creatore 0 primo motore
dell’ universo. Si può anche formulare nel modo seguente: il mondo è un sistema
di mezzi e di fini, come dimostrano |’ ordine ο l'armonia che vi regnano; ogni
sistema di mezzi e di fini è l’effetto di una causa, e d’una causa intelligente
che sappia disporre i mezzi a quei fini, e che sappia concopire il fine quando
non esiste ancora in realtà; dunque il mondo è l’effetto d’una Causa
intelligente, Dio. Esso fn formulato la prima volta da Aristotele, il quale
afferma la necessità di un primo motore immobile, πρῶτος κινοῦν ἀκίνητος, che
muova il mondo, non per una specie di impulso meccanico che ad esso comunichi
-nel qual caso sarebbe insieme movente © mosso ma per l’ irresistibile
attrattiva della sua bellezza, per l’inestinguibile desiderio che suscita di sè
nelle cose. Da allora I’ argomento fu formulato in modi diversi, e il suo
valore spesso combattuto. Kant lo respinge perchè trova in esso questi due
principali errori: 1° Ἡ principio trascendentalo che conchiude dal contingente
a una causa, principio che non ha valore che nel mondo sensibile, ¢ che non ha
più nemmeno significato Suori di questo mondo. Infatti, il concetto puramente
intellettuale di contingenza non può produrre alcuna proposizione sintetica
come quella di causalità, il principio della quale non ha valore oi neo che nel
mondo sensibile; vece bisognerebbe che sorvisse appunto a uscire da questo
mondo. 2° Il ragionamento che consiste nel conchiudere dal’ impossibilita d’
una serie infinita di cause date le une sopra le altre nel mondo sensibile, ad
uns cansa prima; i principi d’ uso razionale non οἱ antorizzauo a conchiudere
così, nemmeno nell’ esperienza, là ove codesta catena non può essere prolungata
». Cfr. Aristotele, Metaph., XII, 6 6 segg. ; Cartesio, Prino. phil., I, 14,
20, 21; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 476 seg. (v. oause finali,
storico, fisico, ideologico, ontologico). Cosmopolitismo. T. Kormopolitismus ;
1. Cormopolitiem ; F. Conmopolitieme. La dottriua della fratellanza universale,
che respinge ogni distinzione di nazioni e di razze, considerando tutti gli
uomini come cittadini d'una sola città, come appartenenti ad una sola
patria,.il mondo. Il casmopolitismo, prima che dal oristianesimo, fu bandito
nella società pagana dalla scuola stoica, che di fronte allo smembramento
politico dell’ umanità, insegnò che lo Stato ideale non conosce limiti di
nazionalità o di Stato storico, ma è ina comunità razionale della vita di tutti
gli uomini, alla quale appartiene ogni uomo, purchè saggio, sin esso barbaro,
ro, ο schiavo, perchè tutti gli uomini sono fratelli. Cfr. Sencen, Ep., 95, 52; Ogereau,
Le ayntème phil. den Stoioiens, 1885, cap. VIII. Cosmos (κόσμος == nniverso). L'univers
considerato come un tutto armonico e ben ordinato. L'espressione, che in
origine significava ordine, fu attribuita per la prima volta al mondo dai
pitngoriei, per i quali U’ armonia, simholeggiats dall’ ottava musicale,
risultava dall'unificazione del molteplice e dall’accordo dei dissenzienti. Cfr. Plutarco, Plas., II,
1; Renouvier, Manuel de phil. ano., 1, 200. Cosmotetico (ideulismo). I. Cosmothetic idealism. Termine creato dall’
Hamilton, per designare la dottrina che si rifiuta di ammettere una coscienza
immediata di qualche cosa fuori dello spirito, civ’ In conoscenza del non-io.
Gili idealisti cosmotetici si distinguono, alla lor volta, in due classi:
quelli che ammettono una entità rappresentativa presente allo spirito, ma non
nua semplice modificazione mentale, come Democrito, gli scolastici,
Malebranche, Newton; © quelli che non riconoscono altro oggetto immediato della
percezione che uno stato dello spirito, come Leibnitz, Condillac, Kant. Cfr. Hamilton, Lectures on
metaph., 1859, I, p. 295 (v. idegliemo). Costume. T. Sitte, Sittlichkeit ; I.
Custom; F. Coutume. Una
ripetizione regolare di atti, comune ad una intera collettività ed alla quale
nessuno degli appartenenti alla collottività stessa può sottrarsi, senza
incorrere nel biasimo degli altri o nella punizione inflitta dal Potere. L’
importanza del costume appare dal fatto che du esso deriva, per graduale
evoluzione, la moralità e che ad esso si conforma V ideale etico. Il costume si
distinguo dall’ abitudine, in quanto questa è puramente individuale, © dall’
uso, che, ‘pur essendo comune a tutta una società, manca tuttavia di quel
carattere di imperatività che è proprio del costume. Cfr. Kunt, Krit. d. pr.
Vern., ed. Reclam, p. 37; Wundt, Grundries d. Peyohol., 1896, p. 359 segg.
Creazione, T. Schöpfung, Schafen; I. Creation; F. Création. Termine teologico e
metafisico, col quale si designa Vatto per cui la Divinità ha prodotto il mondo
e gli esseri che in esso si trovano, senza l’aiuto di alcuna materin
preesistente. Quanto al modo di questa creazione, secondo il racconto mosaico
essa fu successiva, avendo richiesto sei giorni; secondo altri invece fu
istantanea, non compor‘tando la potenza di Dio il bisogno del tempo: quindi
tutto avrebbe ricevuto in un medesimo momento la vita e 1’ esistenza, ο i sei
giorni non dovrebbero intendersi che come lo sei mutazioni attraverso le quali
passò la materia, per formare l’ universo quale oggi lo vediamo. Ad ogni modo,
nella filosofia cristiana la derivazione del mondo da Dio è posta non come
necessità fisica 0 logica dello sviluppo dell'essere, ma come un atto di libera
volontà, e quindi la ereazione del mondo non è per essa un processo eterno, ma
un fatto isolato, temporaneo. Il concotto di libertà del volere aveva
significato da prima, con Aristotela, In capa 261 Cre cità di una decisione fra diverse
possibilità date, indipendentemente da ogni costrizione esteriore; con Epicuro
aveva pot assnnto il significato metafisico di una attività acausale
dell'individuo; applicato all’assolnto ο considerato come proprietà di Dio, divieno
nella filosofia cristiana il concetto della orcasione dal nulla, trasformato
nella dottrina di una generazione acausale del mondo dalla volontà di Dio.
Mentre per la maggior parte dei filosofi anteriori al cristianesimo, In materia
preesiate alla Divinità, la quale non fa che ordinarla e plasmarla come un
artista (Demiurgo); per i tilosofi cristiani creare vuol dire trarre qualche
cosa dal nalla, non in maniera da fare che il nulla sia la materia la causa
dell’ essere, ma facendo che l’essere succeda al nulla, fit post nikilum, come
il giorno succede all’ aurora, viout post mane fit meridice. Alls massima,
comune nel mondo pagano, che er nihilo nihil fit, essi oppongono che la onnes
prima, universale ed infinita, si distingue appunto dalle cause seconde per
codesta potenza, che esclusivamonte le appartiene, di trarre le cose dal nulla.
Tra le molte prove dirette a dimostrare la potenza creatrice della divinità,
basti ricordare questo due: 13 gli esseri finiti non esistono per forza propria
e spontenes; essi dunque ricevono I cnistenza da un essere infinito, che la
possiede per eccellenza ; ora, essendo Dio il solo essere esistente per sò,
tutti altri esseri hanno ricevuto da lui l’esistenza ; 2° gli effetti sono
proporzionati alle loro cause; il primo di tutti gli effetti à l'essere, sia
perchè è il più generale sin perel procede tutti gli altri; dunque, como gli
effetti particolari dipendono da cause seconde, la partecipazione dell'essere
rimonta fino alla causa prima, e come un re, signore supremo nei suoi Stati,
sovrasta a tutti i depositari della sua autorità, così Dio vince tutte le cause
inferiori, ο mentre questi danno origine ad accidenti fugaci, In sua potenza
giunge fino u dare esistenza al nulla. La scienza moderna considera la dottrina
della creazione come assurda e contradditoria e lo oppone V evolusione, che
implica lo sviluppo dell'essere per cause © leggi proprio. Tuttavia alcuni
teologi cercano conciliare il dogma della creazione con la dottrina dell’
evoluzione, distinguendo una oreatio prima, detta anche creazione vera, cioè la
creazione diretta della sola materia informe, la quale, essendo dotata di certe
ragioni causali, diede luogo alla oreatio secunda, detta anche creazione
derivatica, cioè allo sviluppo delle innumerevoli forme esistenti, per cui le
creature multiformi farono create indirettamente e mediatamente per opera di
cause occasionali. Con I’ espressione
oreatio continua gli scoluatici e i cartesiani designavano l’azione con cui Dio
conserva il mondo nell’ esistenza, azione che è ugualo a quella con cui
primitivamente 1’ ha prodotto dal nulla: Dal fatto che nel momento precedente
esistevo, dico Cartesio, non segue in nessun modo che io debba esistero anche
nel momento attualo, cosicchè una qualche causa deve avermi creato di nuovo
pure per questo secondo momento, cioè deve avermi conservato ». Ugualmente
Spinoza: Da ciò segue che Dio non è soltanto la causa per cui le cose
cominciano ad esistere, ma anche quella per oni perseverano nell’ esistenza,
ossia, per servirmi del termine scolastico, Dio è la causa essendi delle cose
». Dicesi teoria delle creazioni
periodiche la dottrina con cui l'Agussiz spiega l'origine e la diversità delle
specie: ogni specie è stata crenta da Dio e ne rappresenta un particolare
concetto; ma poichè sulla superficie terrestre vi sono rapporti di continua
convivenza fra specie ο specie, fra piante ed animali, fra i viventi e le
condizioni di vita, il suo intervento si effettua ad intervalli di tempo e in
deminati punti della terra, cosicchè si hanno creazioni pejodiche in differenti
centri di creazione, Cfr. Alberto Maguo, Sum. de creat., I; S., settembre 1910
(v. agnosticimo, cononcenza, corpo, 0088, noumeno, neo-oriticirmo, dommatismo).
Cromatiche (sensazioni). Si dicono tali le sensazioni visive date dai sette
colori dello spettro solare : rosso, arancisto, giallo, verde, turchino,
indaco, violetto. Al rosso, corrisponderebbero cirea 450 bilioni di vibrazioni
al m”, della lunghezza di 688 milionesimi di mm. ciascnna; al violetto 790
bilioni della lunghezza di 393 milionesimi di mm. Da Aristotele fino ai giorni
nostri sono state formulate molte ipotesi per spiegare la percezione dei colori
; lo più accreditate sono quella di ‘I. Joung, perfezionata da Helmboltz,
quella del Wundt e quella di Hering. Secondo la teoria Joung-Helmholts,
esistono nella retina tre distinte fibre nervose recettrici, © nei centri
differenti elementi percettori, quelli pel rosso, pel verde e pel violetto ;
ciascun colore fondamentale sarebbe capace di eccitare i tre elementi recettori,
ma in grado differente secondo la diversa * lunghezza d'onda. 11 Wundt ammette
invece che ogni qual volta la retina è eccitata da uno stimolo esterno, ai può
eccitare sia un processo cromatico, in funzione specialmente della lunghezza
d'onda, sin un processo acromatico, in fimCro-DaB 272
zione specialmente dell’ ampiezza delle vibrazioni} l’eccitamento
cromatico sarebbe un multiforme fenomeno fotochimico, gradualmente varinbile
colla lunghezza d’ onda delle vibrazioni e provocato da stimolazioni di media
intensità. Secondo Hering esistono negli elementi sensibili della retina tre
diverse sostanze fotochimiche visive, sede di due opposti processi
contemporanei, uno assimilativo, l’altro dissimilativo: quando prevale quello
si hanno le sensazioni del nero, del verde, dell’aszurro, quando prevale questo
le sensazioni del bianco, del rosso, del giallo; quando i due opposti processi
si fanno equilibrio, si ha In sensazione del grigio ο del bianco, Cfr. Wundt,
Grundeüge dor phys. Paychologio, 1903, vol. II; Hering, Zur Lehre vom
Lichtsinn, 1878; Schenck, Pflügers Arch., 1907, vol. 118 (v. aoromatiche,
acromatopsia, bastoncini, coni). Cronotopo (xpévor --tempo τόπος spazio). Questo termine si adopera qualche
volta per indicate I’ unità dello spazio e del tempo ideali. Cruciale v.
erperimentum orucia. D Dabitis. ‘Termine mnemonico di convenzione, col quale
nella logica formale si indica quel modo indiretto della prima figura del
sillogismo, in cui, come indicano le vocali, ls maggiore è universale
affermativa, In minore © In conclusione particolari affermative. A questo modo
pnd ossere ricondotto il Dibatis della quarta figura, mediante la conversione
della conclusione e la trasposizione delle premesse. Es. Dabitis : i
delinquenti nati sono individui anormali qualche uomo d’ingegno è delinquento
nato dunque qualcho nomo d’ingegno è individuo anormale. Es. Dibati: qualche
uomo d’ingegno è delinquente nato tutti i delinquonti nati sono individui
anormali dunquo qualche individuo anormale è uomo d’ ingegno. Il daltonismo e una
delle forme più comuni della discromatopsia. Consiste nella cecità per il color
rosso, o nella difficoltà di distinguerlo dal verde. È così chiamata dal
chimico inglese Dalton, che ne fu affetto © per primo la desorisso o la definì.
L’ Helmholtz lo chiamò aneritropsia. In
senso figurato dicesi daltonirmo morale (ethische Farbenblindheit dei tedeschi)
quella forma di pazzia morale, in ui I’ individuo non ignora ciò che la probità
impone e la moralità proibisce, ma è incapace di tradurre le sue conoscenze
teoriche nella condotta pratica, perchè non sorretto da quelle tendenze emotive
che spingono l’uomo verso il bene. In
senso pure figurato e polemico usasi talvolta 1’ espressione daltonismo
intellettuale per indicare l'incapacità di comprendere certe idee, di valutare
la gravità e I’ catensione di problemi, che altri giudica invece importanti.
Cfr. J. Dalton, Res. della soo. fil. di Manchester, t. I, ottobre 1794;
Dagonet, Folie morale, 1878; Mendel, Die moralische Wahnsinn, 1876. Darapti
Termine mnemonico di convenzione, col quale si designa quel modo della terza
figura del sillogismo in cui la maggiore e la minore sono proposizioni
universali affermative, la conelusione particolare affermativa, Fs, Tutti i
pesci sono vertebrati. Tutti i pesci sono animali acquatici. Dunque alcuni
animali acquatici sono vertebrati. Si riconduce al Darii della prima figura
mediante la conversione parziale della premessa minore; corrisponde
all’&rast dei logici greci. Darii. Termine mnemonico di convenzione, col
quale si designa quel modo della prima figura del sillogismo, in cui la
maggiore è una proposizione universale affermati la minore e la conclusione
particolari affermativo. Es. Tutte le azioni automatiche sono incoscienti.
Qualcheazione umana è automatica. Dunque qualche azione umana è incosciente, A
questo modo vengono ricondotti tutti { modi delle altre 18 Ranzots, Dizion. di scienze filosofiche.
Dar 274
tre figure comincianti per In lettera D; corrisponde al γραφίδι dei
logici greci. Darwinismo. Τ. Darwiniemus; I. Dariciniom; F. Darwinieme. Non
dovrebbe mai usarsi in luogo di trasformismo cd evolusionismo ; esso infatti
indica la teoria del trasformismo biologico come fu inteso ed esposto da Carlo
Darwin, il quale spiegò l’origine comuno di tutte le specio di animali o piante
da semplici forme stipiti primitive, mediante il principio della selezione
nuturalo 0 sopravvivenza del più adatto, necessaria conseguenza della rapida
riproduzione degli organismi ο della concorrenza per la vita: tra gli organismi
sopravvivono soltanto quelli che, nella lotta che devono sostenere per la
sproporzione completa tra il loro accrescimento e la misura del mezzo di
nutrizione disponibile, possono variare in modo ad essi favorevole, cioè
conformo allo scopo. Il presupposto della teoria è quindi, accanto al principio
della eredità, quello della variabilità : a ciò κ) aggiunge la concezione, che
oggi è modificata dalla dottrina delle variazioni improrvise del De Vries, di
grandissimi spazi di tempo per l’accumularsi delle variazioni infinitamente
piccole. Il Lamarck invece, esponendo prima del Darwin la teoria della
discendenza, poneva come fattore principale lo condizioni esterne di vita e 1’
uso e nonuso degli organi. L'importanza filosofica del darwinismo consiste
nell’ aver dato una spiegaziono puramente meceanien dello finalità, che formano
il problema della vita organica; così il concetto della soleziono fu applicato
poi alla sociologia, alla psicologia, alla storia ο da molti è con#iderato come
il solo metodo scientifico. La dottrina darwiniana ha molti precursori fino
dall’antichità. Anassimandro ammetteva la trasformazione degli organismi per
adattamento alle mutate condizioni di vita; Empedocle insegnava che gli animali
hanno avuto origine qua ο là senza regola, in formo strane ο grottesche, ¢ che
poi sopravvissero solo gli adatti alla vita; Aristotele riconosceva il
principio della 275 Dar lotta dell’esistenza, scrivendo che gli
animali sono in guerra tra loro, quando abitano gli stessi luoghi ο si cibano
dello stesso nutrimento, ο se il nutrimento non è sufficiente, essi si battono,
anche tra quelli della stessa specie »; Lucrezio ebbe chiaro il concetto della
variabilità della specie e descrisse con grande esattezza lo sviluppo
intellettuale progressivo dell’ uomo; Francesco Bacone intui la possibilità di
trasformazione delle specie vegetali, ο propose anzi 1’ esperienza di variare
le specie per vodere come esse si siano moltiplicate ο diversificate; Cesaro
Vanini riconobbe la variabilità delle piante domestiche, suppose perciò che
anche gli animali possono tramutarsi, intuì il parallelismo tra embriologia ed
evoluzione e dichiarò esplicitamente che 1’ uomo deriva dalla scimmin per la
graduale trasformazione dell’ atteggiamento quadrupede di questa nella stazione
bipede di quello; Giordano Bruno lasciò scritto l’ aforisma che compendia tutta
In dottrina, una epecio alterins est principium, © affermò persino il
parallelismo tra lo sviluppo della specie ο quello dell’ indi duo. Tra i
precursori più immediati basti ricordare il Buffon, che segnalò nettamento In
verosimiglianza delle variazioni lente e progressive per gradi sfumati, spesso
imperce bili > e fu un trasformista convinto; Diderot, Goethe, Erasmo
Darwin, che sostenne prima del nipote Carlo il princi pio del trasformismo,
accennando all’origine di tutte le specie da forme-stipiti primitive,
estremamente semplici € analoghe al filamento embrionale », cio all’ovolo e
allo spermatozoo. Ἡ massimo rappresentante del darwinismo classico è, oggi,
Ernesto Haeckel. Cfr. Darwin, Origin of speciea by means of natural selection,
1859; Id., The deacent of man, 1883: G. Novicow, Critica del darwinismo
rociale, trad. it. 1910: C. Fenizia, Storia ο bibliografia evoluzioniatica,
ediz. Hoepli (v. neo-daricintemo, neo-lamarckismo, traaformirmo, ecc.). Datisi.
Termine mnemonico di convenzione, con cui nella logica formale si designa quel
modo della terza figura DAT-Drc 276 del sillogismo, in cui la maggiore è una
proposizione universale affermativa, la minore e la conclusione proposizioni
particolari affermative. Es.: ogni azione umana è determinata dallo stato
psico-organico dell’ agente qualche azione umana sfugge all’imputabilità dunque
qualche cosa che sfugge all’ imputabilità è determinato dallo stato
psico-organico dell’ agente. Questo modo corrisponde al} ἁσπίδι dei logici
greci, e può essere ricondotto al Darii della prima figura mediante la
conversione semplice della premessa minore. Dato. T. Gegeben; I. Given: F.
Donné. Indica in generale ciò che è immediatamente presente alla coscienza,
prima che lo spirito lo elabori; nella scienza i dati sono i fatti ο i principi
indiseutibili che servono come punto di partenza. Dicesi dato della sensazione
il contenuto della sonanzione stessa, prodotto dal funzionamento dei centri”
nervosi in seguito all’azione di uno stimolo centripeto, interno o esterno. I
daf della conoscenza sono, alla lor volta, i dati delle sensazioni stesse, cioò
i materiali sui quali opera l’attività sintotica dello spirito. In un problema
diconsi dati gli elementi cogniti, mediante i quali si debbono determinare gli
elementi incogniti. Decisione. T. Entscheidung; I. Decision; F. Ireision. Quel
momento della volizione, ossia dell'atto singolo di volere, che segue alla
deliberazione © risolve il conflitto dei motivi mediante il definitivo
prevalere di una idea-fine. Solo determinate rappresentazioni hanno in un dato
individuo potenza impulsiva all'atto, e nello stesso individuo l’impulsività di
tali rappresentazioni può variare colla disposizione sua del momento. In generale
la massima impulsività è propria delle idee fisse, la minima delle idee
astratte; ma per essere normalmente impulsiva, un’ idea dove essere organizzata
nolla psiche dell’ individuo. La deeisione, detta anche scelta ο risoluzione. è
preceduta dalla deliberazione 0 seguita dalla esecuzione. 277 -Dec-bkb Deolinazione. La deviazione
degli atomi dalla loro linca verticale, secondo la dottrina di Epicuro. Bacone
chiama tarola di declinazione, oppure tarola d’ assenza, quel metodo che
consiste nel confrontare i casi in cui il fenomeno nvviene, con altri, simili
nel rimanente, in cui quello non avviene. Corrisponde al metodo della
differenza di Stuart Mill (v. caso, olinamen, differenza). Deduzione. T.
Deduction, Ableitung; I. Deduotion; F. Deduction. Forma di ragionamento, che
consiste nel partire da un principio generale noto per trarne delle conseguenze
particolari; si oppone all’ inducione, che consiste invece nel partire dai
fatti particolari per ascendere a un principio, prima ignorato. La deduzione
rappresenta dunque il procedimento sintetico, Ι’ induzione V’ analitico. Si
κυgliono tuttavia distinguere due forme di deduzione, la sintetica © V’
analitica; la prima procedo da principi semplici e trae dalle loro combinazioni
conseguenze complesse, la seconda consiste nella risoluzione di un concetto
complesso nei suoi elementi, o nella trasformazione di un concetto mediante una
diversa disposizione o combinazione dei suoi elementi (nd es. la risoluzione
delle equazioni), ο nella soatituzione di un elemento del concetto complesso
dal quale dipende la verità che si vnol dimostrare. La deduzione analitica à
usata specialmente nelle matematiche, gin essa si applica a quelle verità cho
possono essere dimostrato con semplici operazioni logiche sopra altre verità in
cui sono contenute. La forma della deduzione, sia ossa analitica o sintetica, è
il sillogismo. La deduzione, come metodo di ricerca, occupa un posto centrale
nella logien aristotelica, posto cho essa ha conservato finchè durò, να]
pensiero filosofico e scientifico, il dominio di Aristotele. Accogliendo la
dottrina socratico-platonica delle idee, Aristotele ammette che il vero essere
è I’ elemento universale, ϱ la sua conoscenza è il concetto; mn laddove Platone
aveva fatto dell’ universale, che il concetto conosce, a del Der 278
particolare, che viene percepito, due mondi totalmente diversi, senza
rapporto tm di loro, Aristotele pone invece come ufficio fondamentale della
scienza di cercare quel rapporto di derivazione del particolare dall’
universale, che renda capace la conoscenza concettuale di comprendere o
apiegare l'oggetto della percezione e al tempo stesso di dimostrarlo o
provarlo. Lo spiegare e il provare sono, per Aristotelo, la stessa cosa e si
esprimono con la stessa parola deduzione », ossia «derivazione: infatti 1’
universale che, in quanto vero ente, è la causa dell’ accadere, quello da cui
il particolare, oggetto della percezione, deve essere spiogato, è nel pensiero
la ragione da cui il particolare deve essere provato; per tal modo la deduzione
dol dato della percezione dal suo principio universale costituiaco tanto la
spiegazione scientifica dei fenomeni del mondo reale quanto il processo logico
della loro dimostrazione. Du cid si comprende l'importanza data da Aristotele
al sillogismo, che è la deduzione di un giudizio da due altri; ο come egli non
#bbia rivolto la sua attenzione se non a quella forma di sillogismo, che
esprime la subordinazione del particolare all’ universale, e come infine abbin
considerata più valida di tutte ed originaria la prima figura del sillogismo,
nella quale il principio della subordinazione è espresso puramente ©
chiaramente. Kant chiama deduzione
trascendentale la giustiticazione del fatto, che dei concetti a priori sono
applicati agli oggetti della esperienza; tale one dicesi trascendentale per
opposizione alla empirica, che consisterebbe nello scoprire tali concetti
mediante riflessione fatta sull’ esperienza stessa. Ufr. Aristotele, anal. pr.,
II, 25, 69 a, 20; Wundt, Logik, 1893, II, p. 29 segg.; Kant, ΑΗ. d. reinen
Fern., ed. Reclam, p. 103-104; H. Majer, De Syllogistik des Aristoteles, 1900;
Rosmini, Logica, 1853, p. 170 seg., 270; Masci, Logica, 1899, p. 423 segg.
Definito. Come contrario di indefinito, è ciò a cui possono essere © sono dati
dei limiti, essendo indetinito ciò
279 Der che non ha dei limiti
assegnabili. Si distingue dal finito, che è ciò che ha dei limiti assegnati.
Nella definizione dicesi definito ο definiendo il concetto da definire, cho
funge da soggetto nel giudizio con cui è formulate la definizione. Definizione.
T. Definition, Begriffabestimmung; I. Definition; F. Définition. E l’ analisi o
la determinazione del contenuto di un concetto, espressa in un giudizio il cui
soggetto è il concetto da definire (definito ο definiendo), ο il predicato
(definiente) quel gruppo di note mediante le quali il primo vien definito. ‘Tra
queste note basta scegliere quelle che sono sufficienti a distinguere il
concetto sia dai concetti congeneri sia da quelli che fanno parte di altri
generi; a tal uopo servono il genere prossimo, cioè quel genere che più
s'avvicina, come tale, alla comprensione del definiendo, e la differenza
specifica, cioè l’ insieme delle qualità che lo distinguono dai concetti
coordinati. Codesta determinazione risale ad Aristotele, per il quale la
definizione è la formula che esprime l’ essenza della cosa, essenza che si
compone appunto di genere e di differenza. Il metodo della definizione può
essere positivo ο negativo ; il primo consiste nel riunire nella definizione
l’intero gruppo di note che il definiendo abbraccia, il secondo nel determinare
i caratteri che devono da esso escludersi. I logici chiamano nominale la
definizione che spiega il significato di una parola, che determina soltanto ciò
che si deve intendere con una data espressione; reale quella che si riferisco
invece al valore intrinseco del definiondo ; analitica ο determinativa quella
che espone gli elementi costitutivi del detiniendo in quanto sono per sò stessi
determinativi ; genetica quella che espone il processo con cui la cosa definita
si forma, © può essere genetica indicativa ao la formazione della coss è da noi
indipendente, genetica costruttiva se noi stessi possiamo formarla, Però il
significato di questi termini è ben lungi dall’ essere fisso; così per Leibnitz
le definizioni nominali sono quelle che permettono solamente di distinguere
Der 380
un oggetto dagli altri, le reali o causali quelle che mostrano la
possibilità del definito, cioè la sua assenza da contraddizione. Kant distingue
ancora le definizioni analitiche, che anaizzano un concetto anteriormente
formato, e le definizioni sintetiche che servono Α formare primitivamente un
concetto ; egli chiama poi reali le definizioni che non solo rendono chisro un
concetto, ma anche nello stesso tempo la sua obbiottiva realità ». Nella logica
algoritinica si distinguono due specie di definizioni indirette; l’ una per
astrazione, che cousiste nell’ indicare a quali condizioni si ha l’uguaglianza
d’una funzione logica, come quando si defigisce la massa ο la temperatura
indicando le condizioni d’ uguaglianza di tali grandezze ; l’altra per
postulati, che consiste nel definire un insieme di nozioni enunciando, come
assiomi ο postulati, le relazioni fondamentali che questi termini verificano ©
che costituiscono i fondamenti necessari e sufficienti della loro teoria. Il
Liard distingue due gruppi di detinizioni : le une geometriche, o formali, ο
sintetiche, vervono a costituire la materia d’una scienza ὁ ne rappresentano
quindi il punto di partenza; le altre empiriche, o materiali, o analitiche,
servono u riassumere le conoscenze ottenute induttivamente e costituiscono
perciò un punto d’urrivo. Gli errori più comuni della definizione sono
l’angustia, che consiste in ciò, che il definiente contiene qualche nota che non
appartiene a tutta I’ estensione del definito ; V ampiezza nell’ inverso ; la
sovrabbondanza, nell’ aggiungere note superflue rispetto al fine di distinguere
il concetto dato da tutti gli altri. Cfr. Aristotele, Top., VII, 5; Anal. post,
11, 3, 7, 10; Leibnitz, Nour. Eusais, 1. III, cap. 3, $ 19; Kant, Krit. d.
reinen Vern., ed. Roclam, p. 225, 55%; G. Burali-Forti, Congrès de philos.,
1900, III, 289; L. Liard, Des défin. géometriques οἱ dea déf. empiriques, 1903;
G. Vailati, La teoria aristotelioa della definizione, Riv. di fil. ο scienze
aftini », novembre 1903 (v. tautologia, diallelo, indefinibile). Degenerasione.
T. Entartung; 1. Degeneration; F. IXgénérescence. Indica in generale
l'alterazione d’un organo © d’un orggnismo, per oni esso è condotto ad uns
forma giudicata inferiore. In modo più preciso si può definire: un’ alterazione
organica e funzionale, che degrada dal tipo normale ed è trasmissibile per
eredità; o anche: l’indebolimento dei caratteri iniziali della specie a cui un
essere appartiene. Il merito di aver introdotto nella psicologia il concetto
della degenerazione è dello psichiatra francese B. Morel, che ne trattò in un
libro rimasto celebre. Tuttavia il significato della parola non è ancora molto
preciso, dandole alenni, come il Max Nordon, una grande estensione, ed usandola
altri per indicare così il processo come gli effetti della deviazione di uns
specie o di un organo dal suo tipo normale. Secondo il Sergi, la degenerazione
consiste nel fatto di individui e di loro discendenti, i quali, nella lotta per
1’ esistenza non cssendo periti, sopravvivono in condizioni inferiori e sono
poco atti a tutti i fenomeni della lotta susseguente. La degenerazione è un
fatto essenzialmente ereditario ; l’ ereditarietà morbosa indebolisce a lungo
andare il potere di una famiglia, cosicchd il decadimento fisico ο mentale si
trasmette nei discendenti finchè la famiglia scompare. Ma è anche un fenomeno
acqui potendo derivare dall’ambiente, da uno stato patologico costituzionale,
dall’ arresto o deviazione di sviluppo, dalV alterazione di un viscere più o
meno importante alla vitalità dell'individuo; è merito del Morel di aver
dimostrato appunto come vi siano delle cause deyencratrici della specie © della
famiglia, quali le intossicazioni con a capo I’ alcolica, U ambiente sociale,
lu miseria, certe professioni industriali insalubri, certi climi, con a capo il
palustre, ecc. La degenerazione si imprime con stimmate somatiche, fisiologiche
e psicologiche. Tra le prime sono più appariscenti la microcefalia, le deformazioni
del cranio, 1’ asimmetria facciale, le orecchie ad ansa, la dentatura
irregolare, il Deo 282 progenoismo, il prognatismo; tra lo seconde
In balbuzie, lo strabismo, il mancinismo, l’analgesia, il ritardo di sviluppo
nelle varie funzioni, |’ esagerazione dei riflessi, speciali idiosinerasie del
gusto e dell’ odorato, la gracilità, V idrocefulo, i sogni spaventosi, il
sonnambulismo. Tra le note psichiche, 1’ onicofagia, l’onanismo, la mancanza
d’armonia tra le tendenze, il difetto di attenzione, la mancanza di volontà, la
tendenza alla menzogna, I’ egotismo, la criminalità, la scarsezza di senso
morale, l'avidità del meraviglioso. Il Sergi distinguo una piccola e una grande
degenerazione del carattere : nella prima 1’ individuo si mostra indeciso nelle
sue azioni, cade spesso nel turpe e tutto urrischia per coprire lo sconvenienze
della propria condotta ; nellu seconda rimane annullata la personalità morale e
l’individuo si trascina nel più completo servilismo. Dal punto di vista dello
sviluppo intellettuale i degenerati si sogliono distinguere in due categorie: i
degenerati inferiori (idioti, imbecilli, futui) e degenerati superiori
(squilibrati, mutidi). I degenerati superiori non presentano, a differenza dei
primi, insufficienza di sviluppo mentale, chè anzi non à raro rilevare in ossi
una notevole attitudine alle arti, ad es. alla letteratura, alla pocaia, più
eccezionalmente alla scienza; ciò che li caratterizza è invece lo sviluppo
ineguale delle diverse facoltà, per cui, a lato di alcune eminenti, altre sono
rimaste allo stato embrionale, cosicchè nella loro mente si originano con somma
facilità dello idee morboso di grandezza, alimentato dal vivo sentimento di
vanità che è in tutti i deboli. Cfr. B. J. Morel, Traité des dégénérencenes de V'expèce
humaine, 1857; Moreau de Tours, La psychologie morbide dane ses rapports aveo
la philos. de Vhistoire, 1860; E. Reich, Veber Entartung des Menschen, 1868;
Dallemagne, Dégénéré et déséquilibrés, 1895; Maguan et Debove, Les dégénérés,
1895; G. Sergi, Le degenerazioni umane, 1888; F. Mugri, La degenerazione
oonsiderata nella sua ouusa, 1891; Max Norduu, Degenerazione, trad. it. 1894
(v. atariemo, reversion’). 283
Dei-Det Deismo. T. Deirmun; I. Deiem; F. Deine. 1 vocaboli deismo è
teismo, derivanti il primo dal latino, il secondo dal greco, hauno
etimologicamente lo stesso significato. ‘Tuttavia, benchè entrambi indichino la
credenza nell’ esistenza di una Divinità personale, intelligente, distinta dal
mondo, col primo, usato la prima volta dal Toland, si suol più propriamente
designare una credenza filosofica che non poggia sulla rivelazione e non
riconosce vincoli di dogmi. In modo diverso lo intendeva il Kant; egli infatti
chiama teismo la credenza in una Divinità libera, creatrice dol mondo sul quale
esercita la sun Provvidenza, e deismo la semplice credenza in una forza
infinita e cieca, inerente alla mutoria © causa di tutti i fonomeni che in essa
avvengono, Il Clarke stabilisce invece quattro spocie di doisti: quelli cho
ammettono puramente I’ esistonza di una Divinità, negandole ogni azione sul
mondo e sull’uomo; quelli che ammettono anche la Provvidenza divina, ma pongono
l'indipendenza della moralità dalla religione; quelli che ammettono l’idea del
duvere © della Provvidenza divina, ma nogano ogui sanzione oltremondana; quelli
che ammettono tutte le verità della religione naturale, rigettando il principio
di autorità e lu rivelazione. Quest’ ultimo è forse il significato oggi più in
uso. Cfr.
Clarke, Traité de Vertstence et des attribute de Dieu. 1828, 6. II, p. 21
segg.; Kant, Arit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 494-495; Eucken, Geschiote
d. philos. Terminologie, 1879, p. 94; Ueberwog, Die Neue Zeit., 1896, I, p.
153. Deliberazione. I.
Ueberlegung; 1. Deliberation : F. I liberation. Il primo dei momenti dell’ atto
volontario. oppone in generale a impulsione. Esso è costituito dal pe riodo di
esitazione tra la rappresentazione dell’ atto pensato come fine, o tra l'eccitazione,
e il suo compimento. Le rappresentazioni che in questo periodo di tempo entrano
fra loro in conflitto diconsi motiri: i sentimenti, le tendenze, gli istinti
che a quelle si uniscono, prendendo parte al conflitto medesimo, diconsi
mobili. 11 prevalere di Den 284 uno ο di un gruppo di motivi ο mobili dà poi
Inogo alla decixione, cui consegue 1’ esecuzione. Cfr. Jodl, Lehrbuch d.
Paychologie, 1896, p. 742. Delirio. T. Delirium; 1. Delirium; F. Délire. Sotto
il me di stati deliranti si comprendono quei disturbi psichici, che si
manifestano nello malattie infettivo, negli avvelonamenti acuti, negli stati di
profondo esanrimento, e i cui sintomi principali sono : ottuudimento della
coscienza, vovitazione motoria, confusione mentale, allucinazioni, spevie
visive e uditive. Possono durare poche ore come alcune settimane. Quando questi
sintomi hauno' intensità maggiore e sono accompagnati da febbre più ο meno
alta, insonnia nssoluta, contrazioni fibrillari, rifinto di cibo, oce si ha il
così detto delirio acuto. Quando poi lo ideo deliranti non sono fugaci ©
sconnesse, ma formano un tutto organizzato in serio logica, si hanno i delirii
sistematizzati, i cui tipi principali sono: delirio di negazione, delirio di
persecuzione, delirio ipocondrinco, delirio di grandezza, delirio di
antorimprovero, ece. Si distingne infine un delirio di gelosia, che apparisce
nella paranoia alcolica. Cfr. Kraepelin, Peyohiatrie, 4* ed. 1893, p. 254
segg.; Ziehen, Paychiatrie, 1894, p. 352 segg. Delitto. T. Verbrechen; I.
Crime; F. Crime. Designa in generale ogni infrazione alla legge penale, ed
implica u utto che tendo in qualsiasi modo a nuocere alla vita sociale. I
criminalisti però sono ben langi dall’intendersi circa la dofinizione del
dolitto, la sun natura ei suoi ratteri costanti. Così per il Franck è dolitto
qualunque uttucco alla sienrezza ο alla libertà sia della società sia degli
individui; per il Carrara il delitto si definisce la infrazione della leggo
dello Stato promulgata per proteggere la sicurezza dei cittadini, risultante da
un atto esterno dell’uomo, positivo o negativo, moralmente imputabile ; per il
Garofalo è delitto ogni offesa ai sentimenti della pietà e della probità; per
Ferri il delitto è un attacco alle condizioni naturali d’esistenza dell’
individuo e della società; per il Colajanni e il Berenini sono delitti le
azioni determinate da motivi individuali e antisociali, che turbano le
condizioni @ esistenza e offendono la moralità media d’un popolo a un momento
determinato ; per il Tarde I’ idea del delitto implica essenzialmente,
naturalmente, quella d’un diritto ο d’un dovere violato; il Durokheim definisce
il delitto ogni atto che, et un grado qualunque, determina contro il suo autore
quella reazione caratteristica che chiamasi pena, ecc. Tutte queste definizioni
si bassno su caratteri variabili, come i sentimenti, i diritti, i doveri, le
leggi penali, le forme sociali, mentre, per servire di base sicura alla scienza
penale, dovrebbero dare della nozione in discorso 1) elemento fisso ο valido in
qualunque luogo e a qualsiasi epoca. Sembra percid preferibile a tutte la
definizione dell’ Hamon : ogni atto cosciente che lede la libertà d’agire d’ un
individuo della stessa specie dell’ autore dell’ atto è un delitto. Cfr. F.
Carrara, Programma del corso di diritto criminale, 1871; A. Marucci, La nuova
filosofia del diritto criminale, 1904; E. Ferri, I nuovi orizzonti del diritto
ο della procedura penale, 1884; R. Garofalo, Il delitto come fenomeno sociale,
nel vol. Per lo onoranze a F. Carrara, 1899, p. 321 segg.; Colajanni,
Sociologia oriminale, 1889; A. Hamon, Déterminiame et responsabilità, 1898.
Demagogia (δῆμος -= popolo &ywyé =
che conduce). T. Demagogie; I. Demagogy; F. Démagogie. Etimologienmente designa
quella forma di governo in cui il potere è in mano della moltitudine; ma si
adopera quasi sempre in senso cattivo per indicare la tirannia esercitata dalla
Plebe, giunta al potere, sopra le altre classi sociali. Demenza. T. Psychische
Schicdchezustinde, Blödsinn, Schwachsinn; 1. Mental weakness, dementia; F.
I)tmence. Termine molto generale, con cui si indies l’indebolimento ©
Vottundimento acquisito e irrimediabile delle facoltà intellettnali. Si
presento come sindrome di diverse malattie Dem
286 mentali, e può essere
generale e parziale, permanente e progressiva. Va notato però che l’
indebolimento caratteristico della demenza colpisce quasi sempre
contemporaneamente le tre grandi funzioni psichiche, l'intelligenza, il
sentimento, la volontà. I disturbi della intelligenza si manifestano col
diagregarsi del legame associativo delle idee, con P incoerenza del lingnaggio
ο della scrittura, con In perdita della capacità di fissare e rievocare i
ricordi; i disturbi dell’ affettività con 1’ indebolimento di tutti i
sentimenti ideali o rappresentativi, e col distraggersi progressivo degli
affetti familiari ο del senso morale; i disturbi della volontà con } apatia ο
l’indifferentismo che caratterizza gli stati dissociativi della personalità. Le
forme principali di essa sono: la d. precoce, cho si presenta nella gioventà e
si può esplicare con stadi di esaltamento di depressione ο di delirio; la d.
senile, caratteristica della tarda otà e che si accompagna naturalmente agli
altri fenomeni d’ involuzione fisiologica della vecchiaia; In d. paralitica,
che è la più ricca e la più varia di fenonieni psicologici. Infine la demenza
si può presentare come stato terminale dell’ alcoolismo, dell’ epilessia, dell’
antenza, © della frenosi circolare. Cfr. Ziehen, Paychiatrie, 1894, p. 335
segg. Demiurgo. Nel sistema di Plutone, il demiurgo (3nwovpy4¢ = operaio) è
Dio, la ragione divina, che guardando alla idea del Bene dà forma al mondo,
ordina la materia che già prima esisteva, gli impone il movimento cireolare,
gli infonde l’anima e, per renderlo rompre più simile all’esemplare suo eterno,
lo dota infine del tempo: «Quella cosa di cui il demiurgo effettua la forma e
la funzione, guardando sempre, per servirsene come di modello, a ciò che è allo
stesso modo, è necessario che riesen per questo sempre bella. Se dnnque questo
mondo è bello © il demiurgo è buono, è evidente che questi ha gnaraato
l'esemplare eterno.... Ma questi era per sna natura eterno, 287
Dex e ciò non poteva adattarsi in alcun modo a chi aveva avuto
nascimento. Egli escogita quindi di fare una imagine mobile dell’ eternità, e
mentre ordina il cielo, fa dell’ eternità, che resta sempre nell’ uno, una
imagine dell’ eternità (αἰώνιον εἰκόνα), che si muove secondo il numero, quello
che noi abbiamo chiamato il tempo ». Anche gli gnostici adottarono la dottrina
del demiurgo, il quale anche per essi è il mediatore tra lo spirito © la
materia, che trovansi in originario contrasto. Tale ufficio è a lui attribuito
in quanto è l’ultimo degli eoni, quello cioè che è più vicino alla materia e
perciò in immediato contatto con ébsa. Cfr. Platone, Timeo, 37 d, 41 A;
Senofonte, Mem., IV, 11, 13; Fraccaroli, I! Timeo. 1906, p. 220, n. 3 (v. Dio,
esemplare. creazione). Democrazia. T. /emocratie: I. Democracy; F. Démoeratie.
Per Aristotele è quella forma di governo in oui i liberi e i non ricchi
costituiscono la maggioranza e occupano il potere supremo; l’oligarchia è,
all'opposto, quella forma di costituzione politica in cui il potere è nelle
mani dei pochi © dei ricchi. Oggi designa lo stato politico, nel quale la
sovranità appartieno alla totalità dei cittadini, senza distinzione di nascita,
di fortuna o di capacità. Aristotele è favorevole al governo popolare,
specialmente per la ragione che esso utilizza In maggior somma di attitudini
individuali; anche in ciò egli si pone contro a Platone, che considerava lo
Stato democratico come peggiore d’ogni altro, la libertà ο 1’ uguaglianza como
origine perenne di turbamenti, d’ingiustizia, di corruzione, persino nel seno
delle famiglie: Io voglio dire che il padre #’abitus n trattare il figlio come
uguale, e persino a temerlo; che questi s’ nguaglia al padre e non ha rispotto
nd paura per gli autori dei suoi giorni, perchè altrimenti la sua libertà ne
soffrirebbe; che i cittadini e i semplici abitanti o gli stessi stranieri
aspirano agli stessi diritti. Sotto un tale governo il maestro tome e tratta
con riguardo i suoi diDem 288 scepoli: questi si ridono doi loro maestri ο
dei loro sorveglianti. In generale, i giovani voglion essere pari ai vecchi e
lottare con essi in propositi e in azioni. Ma I’ ultimo eccesso della libertà
in uno Stato popolare è quando gli schiavi dell’ uno e dell’ altro sesso non
sono meno liberi di quelli che li hanno comperati ». Nei tempi moderni
Montesquieu, ponetrando il vero spirito del governo popolare, dice che nella
democrazia il popolo è, sotto un certo riguardo, il monarca, sotto certi altri
il suddito; esso non può essere monarca che per i suoi suffragi, che sono le
sue volontà; la volontà del sovrano à il sovrano stesso »; perciò mentre non
occorre molta probità nel governo monarchico e nel dispotico, perchè la forza
delle leggi nell'uno, il braccio del principe nell’ altro, reggono tutto, nella
democrazia è necessaria la virtù. Cfr. Platone, Rep., Ve VI; Aristotele, Polit., 1. III, c.
5, 6; Montesquieu, Esprit des lois, 1748, 1. II, 11 © 111 (v. aristocrazia). Demone, demoniaco. Nel
linguaggio filosotico la parola demone è usata talvolta per indicare il genio
familiare da cui Socrate dicevasi ispirato e che egli stesso chiamava, con
parola da lui creata, δαιμόνιον. Sulla sua precisa natura molto si è disputato
e si disputa ancora; secondo alcuni essa ha in Senofonte, il più diretto
discepolo di Socrate, lo stesso significato di Θεός, come la parola Baluov in
Omero, laddove in Esiodo i δαιµόνες sono geni intermediari tra l’uomo e la
divinità; altri invece, fondandosi sopra i dialoghi platonici, sostengono
doversi ammettere cho Socrate credesse davvero all'esistenza di geni familiari;
altri ritiene che Socrate usasse questo neologismo per significare 1’ analogia
esistente tra i suoi presentimenti interni, ispiratigli dalla divinità, e i
demoni della mitologin greca; altri, specialmente psichiatri e fisiologi,
upinano che Socrate softrisse di allucinazioni visive ο uditive ϱ #’imaginarso
di parlare con uno spirito; altri infine, fondandosi sui della psicologia,
risolvo le 385 Dew ispirazioni demoniache avvertite da
Socrate nelle suggestioni del subcosciente, che in tutti i mistiei assumono una
speciale vivacità e si presentano all’ introspesione nella forma di un
fantasma, di una individualità estrinseca, di cui essi sentono continuamente la
presenza negli strati profondi della loro anima. In un senso analogo a quello . sonofonteo,
Goethe chiama demonisco (das Zimonische) la rivelazione del divino nel mondo,
I’ inaccessibile che ci circonda e del quale’ sentiamo dovunque l’affiato
misterioso; esso si manifesta nei modi più diversi in tutta la natura visibile
e invisibile, nella pittura, nella poesia e più ancora nella musica perchè essa
sta così in alto cho nessuna intelligenza le si può avvicinare, e gli effetti
che produce dominano ciascuno senza che nessuno sin in grado di rendersene
ragione ». Cfr. Senofonte, Mem., I, 1v; Platone, 4pol., 31 D; Cicerone, De
dirin., I, 54, 122; Fouillée, Hist. de la phil., 1884, p. 74; Luciani,
Fisiologia dell'uomo, 1913, vol. IV, p. 499; Eckermann, Gesprioke mit Goethe,
ed. Reclam, 1, 207 segg.; II, 166; C. Ranzoli, 1 agnosticiemo nella fil.
religiosa, 1913, p. 48 segg. Demoniaci. Setta di erotici cristiani, i quali
ritenevano che alla fine del mondo sarebbero stati salvi ancho i demoni, cioè
gli angeli ribelli a Dio. Demonismo. M. Dimonismus; I. Demoniem ; F. Démonisme.
Con questo nome si designa quello stadio della ev luzione religiosa, in cui i
fenomeni naturali sono spiegati come effetto della lotta continua di spiriti,
alcuni buoni ed altri cattivi, di cui è popolato il mondo. Il domonismo è
anteriore al politeismo; in esso gli spiriti non hanno nome, non hanno forma
umana, non hanno storia personale, sono adorati negli alberi, nel vento, nelle
nubi. Quando, sotto In spinta del bisogno religioso, egsi acquistano un nome,
forma umana e storia personale, il demonismo si trasforma in politeismo e in
mitologia. Cfr.
Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse, 1912; F. B. Jevons,
L'idea di Dio nelle religion’ primi dualiemo). Demonstratio quo, dem. quid. Termini della scolastica,
con cui si desigus quell’ argomentazione nella quale si va dall’ effetto
conosciuto ancora imperfettamente alin causa, © si trova l’ esistenza della
causa ma non la ana natura (demonstratio quo, cioè quod est). La natara della
causa si scopre per mezzo delle considerazioni della mente, che la confronta
con tutte le parti e condizioni dell’ effetto. Dalla causa di cui così si
conosce In natura, si argomenta poi all'effetto (demonstratio quid o propter
quid) cosicchè tanto nell’ una quanto nell’ altra argomentazione si va dal più
al meno noto. Cfr. Goclenius, Le. phil., 1618, p. 504; Rosmini, Logica, 1853, $
708. Denotazione. I. Denotation; F. Dénotation. Lo Stuart Mill, facendo
rivivere una abbandonata distinzione scolastica, chiama connotativi quei nomi
che servono a denotare un soggetto o una classe di soggetti, e nello stesso
tompo implicano, οοπποίαπο un attributo. Sono connotativi tutti i nomi comuni
astratti ο i nomi propri. Cfr. Stuart Mill, System of logic, 1865, vol. I, cap. II, § 5 (v.
connotatiri). Deontologia (τὸ δέον
--ciò che si deve fare). T. Ixontologie, Pflichtenlehre; 1. Deontology; F.
Déontologie. O trattato dei doveri, è il titolo dell’opera postama del Bentham,
nella quale è esposto il suo sistema di morale. Exsondo fine della vita il
piacere, cho chiamasi utilità in quanto diventa regola delle nostre azioni, la
misura del valore morale di una azione si dove basare sul valore effettivo che
essa ha di promuovero il piacere ο la folicità. Un piacere © un dolore, dice il
Bontham, possono essere produttivi o sterili. Un piscere può essero produttivo
di piaceri o di dolori, o di entrambi: per contro, un dolore può esser
proluttive di piaceri, di dolori, ο di entrambi. Il compito de contologin
consiste nel pesarli ο nel tracciare, in, 1914, p. 19 segg. (v. religione. 291
Drr-Drs base al resultato, la linea di condotta che bisogna tenere ». In
tal modo la scienza morale si riduce tutta al calcolo deontologioo. Oggi la
parola deontologia è adoperata per designare la teoria dei doveri, e di quelli
specialmente relativi ad una data situazione sociale. Cfr. Bentham, /eontology or the
mience of morality, 1834 (v. intoresne). Depersonalissasione. F. /)épersonalisation. Fenomeno di sdoppiamento
della personalità, che si presenta in vario malattie mentali © in cui il
soggetto ha l'illusione di divenire un altro, pure sentendosi rimanere lo
stesso divenendo due. Il vocabolo è anche usato per designare quella speciale
ossessione, in cui V individuo sente come sparire la propria personalità,
perdersi il proprio io. Cfr. Dugas, Un cas de depersonalisation, Revue philos. », maggio 1898;
Bernard-Leroy, Sur Pillusion dite dépersonalisation, Tbid., agosto 1898. Descrittivi (giudizi). Alcuni logici chiaman
tali quei giudizi in cui il predicato è una proprietà del soggetto ο snole
essere espresso grammaticalmente da un aggettivo. Descrizione. T. Beschreibung;
I. Description: F. Description. Nella logica designa quella operazione per cui
si definisce una cosa dai segni apparenti che sono propri di essa. La
descrizione non è una vera e propria definizione, ma una indicazione
definiente, ο si uen appunto per quelle nozioni che, o in sè stesse o perchè
imperfettamente conosciute, non si possono definiro. Minus acourata definitio,
descriptio dicta, ea est, secondo i logici di Porto Reale, quae rem facit notam
per aocidentia, propria, atque ita determinat, ut nobis possimua illius ideam
formare, quae illam ab omni alia re distinguat. Le definizioni della storia
naturale sono per la maggior parte indicazioni definienti per carattori
estrinseci. Cfr.
Logique du Port-Royal, ed. Charles, II, 12; Hamilton, Lectures on logic, 1860,
lez. XXIV, pp. 12, 20 (v.
definizione, locazione, distinzione, indefinibile, cavatteristica). Des 292
Desiderio. T. Begehren, Begehrung ; I. Desire; F. Désir. La
rappresentazione effettiva di un atto sperimentato direttamente o
indirettamente come piacevole, il quale tende per conseguenza a rinnovarsi. Il
desiderio è quindi qualche cosa di meno generale e di più specifico della
tendenza; il desiderio, dice I’ Höffding, non è che una tendenza comandata da
rappresentazioni chiare. Del resto esso fu variamente inteso dai filosofi; per
Leibnitz è la tendenza a’ una rappresentazione all’ altra, per Condillac una
attività dell’ anima rivolta alla soddisfazione di un bisogno, per Cr. Wolff
una inclinazione dello spirito verso un oggetto percepito come un bene. Secondo
Kant, la facoltà di desiderare sarebbe la facoltà di esser causa, mediante le
proprie rappresentazioni, della realtà delle rappresentazioni stesse ». Per
Hobbes è un movimento che si compie nella sostanza cerebrale, «tale movimento
si chiama appetito ο desiderio quando l’ oggetto è gradevole, avversione quando
è naturalmento spiacevole, timore rispetto al dolore che se ne attende »; per
Locke il desiderio è il disagio che si prova per l’assenza di qualche cosa il
cui presente possesso reca con sè l'idea di un piacere »; per Bain è uno stato
mentale costituito da un motivo di agire, sia esso un piacere o nn dolore,
attuale o ideale, senza averne la capacità; esso è quindi uno stato di
intervallo ο sospensione tra motivo ed esecuzione »; per lo Spencer è un sentimento
ideale, che si manifesta quando il sentimento reale, a cui corrisponde, non è
stato per lungo tempo sperimentato ». Il desiderio si distingue dall’ appetito,
il quale non è che la tendenza fondamentale a cercare il piacere © fuggire il
dolore; e dalla volontà, perchè mentre questa implica l'attuazione del fine,
quello è semplicemente la tendenza all’ atto e non ne implica I’ effettuazione.
In altre parole, mentre il desiderio è passivo la volontà è attiva; perciò il
primo è per il Kant una eteronomia, la seconda una autonomia. Cfr, Leibnitz,
Op. phil., Erdmann, p. 714 a; 293 Des-beT Condillac, Traité des sens., 1886, I,
3, 1; Wolff, Pryohol. empirica, 1738, 6579; Kant, Krit. d. prakt. Vern., ed. Reclam, p. 67;
Hobbes, Human nature, 1650, cap. XI, $3; Locke, Human understanding, 1877, II,
xx, 6; Bain, Mental and mor. science, 1884, p. 368; Spencer, Princ. of
peychol., 1881, 1,$51; Höffding, Psyohologie, trad. frano. 1900, p. 312, 422. Desitive (proposisioni). Si
oppongono alle incettire, ed esprimono che una cosa ha finito di essere, o di
possedere una dats proprietä,.ad un dato momento. Contengono perciò due
proposizioni, che possono essere contestate sepsratamente, e di cui una
riguarda lo stato anteriore, I’ altra lo stato posteriore. Determinativo. T.
Bestimmend; 1. Determinative; F. Déterminatif. Diconsi determinative quelle
proposizioni incidentali © composte, implicite o esplicite, le quali contengono
un inciso che ne determina il significato e cho non si può togliere: ad es.
l’uomo, che ha commesso delle colpe, merita punizione. Se l’inciso non fa che
spiegaro il significato, e può esser tolto, lu proposizione dicesi esornativa.
Pure nella logica, dicesi determinative 1’ addizione che sumenta la
comprensione di un termine semplice, e, quindi, ne restringe l'estensione. Cfr. Logique du PortRoyal,
ed. Charles, II, cap. vi. Determinazione. T. Bestimmung; I. Determination: F.
Détermination. Indica in generale
la specificazione dei caratteri che distinguono un concetto da altri concetti
del medesimo genere. Si oppone ad astrazione rerticale, © designa 1’ operazione
logica con cui si aumenta la comprensione di an concetto, dimiauendone I’
estensione. Consiste nell’ aggiungere una nota al concetto; ma questa aggiunta
non è affatto arbitraria, dovendo tale nota essere compatibile colla sostanza
logica del concetto. Ad es. al concetto governo si potrà aggiungere la nota
costituzionale o assoluto, ma non la nota verde ο salato. Dicesi ancora determinazione o decisione quel
momento dell’ atto volontario, Der
294 in cui si risolve il
conflitto dei motivi per il definitivo provalere d’ una ides fine.
Determinismo. T. Determiniemue; I. Determiniom; F. Déterminieme. Termine di uso
recente nel linguaggio filosofico, nel quale fa introdotto primitivamente dalla
filosofia tedesca. Si oppone 4 indeterminiemo ο libertiemo, e designa la
dottrina secondo la quale ogni fenomeno, compreso quello della volontà, è
determinato dalle circostanze nelle quali si produce, è l’effetto necessario di
una causa, per modo che, dati quegli antecedenti, ne risultano necessariamente
quei conseguenti. 11 determinismo non è dunque altra cosa che il principio di
causalità : le stesse cause nelle stesso circostanze producono gli stessi
effetti. Si suol distinguere il determinismo cosmico o fisico, dal determinismo
psicologico o volontario; il primo riguarda i fenomeni fisici © del mondo
esterno, il secondo i fenomeni psichici ο del mondo interno. I] primo è il
postulato di tutte le scienze della natura: esse infatti non hanno altro oggetto
che In ricerca delle leggi; ora la legge, cioè il rapporto invariabile tra due
fenomeni, può essere ricercata solo a condi zione che si creda che ogni
fenomeno è invariabilmente preceduto, © invariabilmente seguito, da altri
fenomeni; ο tale appunto è la formula del determinismo. Nella sua espressione
più rigorosa, esso porta a considerare il passato ο l'avvenire come valutabili
in funzione del presente, cosicchè, per usare l’ esempio dell’ Huxley, una
intelligenza sufticionto conoscendo le proprietà delle molecole di cui ora
composta la nebulosa primitiva, avrebbe potuto predire lo stato della fauna
dell’ Inghilterra nel 1868, con pari certezza di quando si predice ciò che
accadrà al vaporo della respirazione durante una fredda giornata d’ inverno »;
ο, secondo l’esempio non meno celebre del Du Bois-Reymond, si potrebbe dallo
stato attuale del mondo conchiudere sia in qual momento I’ Inghilterra brucerà
il sno ultimo pezzo di carbone », sin chi ora la maschera di ferro », sia
tutt'e 295 Der duo le cose. Il determinismo volontario
non è che nn caso 0 una specie del determinismo universale: esso onuncia che
tutte le azioni dell’ numo sono determinate dai suoi stati anteriori, senza che
la sus volontà possa cambiare nulla à questa determinazione; l’uomo dunque non
ha li bitrio, e, se egli crede di possederlo, non ne possiede che V apparenza.
Gli atti volontari sono determinati dal potere impulsivo e inibitorio dalle
rappresentazioni : la scelta dipende dalla rappresentazione che ha impulsività
maggiore. Se si potessero conoscero, disse Kant, tutti gli impulsi che muovono
la volontà di un uomo, anche i più leggeri, ο prevedere tutte le occasioni
esterne che agiranno su lui, si potrebbe calcolare la condotta faturn di questo
uomo con quella stessa esattezza con cui si calcola un eclissi di sole o di
luna. Si distinguono varie forme di determinismo volontario : il d. teologico,
per cui i nostri atti sono un prodotto dell’azione divina, della
predestinazione, della grazia, della provvidenza; il d. intellettualistico,
detto anche peicologico, che ripone l’asione determinativa nell’ intelligenza,
facendo di ogni atto la pura conseguenza di un giudizio, cosicchè l'atto è
buono o cattivo a seconda che il giudizio è logicamente retto o errato; il d.
sensistico 0 sensualistico. che fa delle sensazioni |’ unica causa necessaria
degli atti; il d. idealistico, nel quale |’ idea in sè, nssoluta, agisce
liberamente e determina gli atti umani senza vincolo alcuno con la resltà
materiale. Molte volte si è confuso e si confonde il determinismo col fataliemo
: ma mentre in questo gli avvenimenti sono predeterminati ab eterno in mod
nocessario da un agente esteriore, in quello il potere è collocato nell’ agente
medesimo; in altre parole meutre nel fatalismo la nutura è sottomessa ad una
necessità trascendente, nel doterminismo la necessità è immanente e si confonde
con la natura stessa. Oltre al determinismo per il quale il conseguente è
determinato dai suvi antecedenti ο } insieme dalle sue parti, che è il
determinismo meoeamico, το ar-Der-Dia
296 Claudio Bernard ha mostrato
che per spiegare gli organiemi viventi bisogna faro appello a un’ altra specie
di determinismo, ove l’ insieme determina le suo parti e il conseguente i suoi
antecedenti; questo determinismo nuovo, che il Bernard chiama un determinismo
superiore, si può anche chiamare un determinismo finalista. Cfr. Kant, rit. d. reinen
Vern., ed. Rechun, p. 481 segg.; Laplace, Introd. à la théorie dea
probabilités, 1886 ; CI. Bernard, Introduotion à Pt. de la physiol., 1865; Fouillée,
La liberté οἱ le déterminisme, 1873; A. Hamon,
Déterminieme et responsabilité, 1898; A. Lalaudo, Note sur Vindétermination, Revue
de métaph. », 1900, p. 94; Petrone, I limiti del determiniamo scientifico,
1900; Ardigò, La morale dei positiviati, 1892, p. 118 segg. (v. autonomia, contingenza, equazione,
indeterminismo, predeterminismo, libero arbitrio). Determinismo economico v.
materialismo storico. Dialettica (διά
attraverso, λέγω raccolgo). T.
Dialektik; I. Dialectic; F. Dialeotique. Per gli antichi era |’ arto di
raggiungere © cogliere il vero mediante la discussione delle opinioni. Infatti
Platone, nel Cratilo, dice: colui che sa interrogare e rispondere, come lo
chiameremo, se non dialettico » E Aristotele, nella metafisica: la dialettica
tasta, dovo la filosofi conosce ». Non va dunque confasa con la Logica
(quantunque nel medio evo designasse appunto la logica formale per opposizione
alla retorica) che è una scienza vera e propria, la scienza del ragionare. La
dialettica non è che un’ arte polemics, con la quale si apre la via alla
scienza; essa muovo dalle opinioni comuni intorno ad un dato oggetto, le prova
sl martello della critica, ne mostra lo lacnne, le difficoltà, gli errori, in
modo da apparecchiare il terreno alla indagine scientifica. Nell’ emanatismo di Proclo il principio
dialettico è quello in base al quale si altera In derivazione logien del
particolare dall’ nniversale, della pluralità dall'unità; tale derivazione
implica da un Into la somiglianza
297 Dia del particolare all’ universale
e quindi la permanenza dell'effetto nella causa, dall’ altro la
contrapposizione di questo prodotto come qualche cosa di nuovo e indipendente,
€ infine, per questo rapporto antitetico, la tendenza del particolare alla sua
origine; i tre mumenti del processo dialettico sono dnnque il persistere, il
derivare, il ritornare, ossia unità, differenza © unità del differente. Nel razionalismo di Abelardo la dialettica ha
per compito di distinguere il vero dal falso; quindi, mentre per Anselmo la
dialettica si limita a rendere comprensibile all’ intelletto il contenuto della
fede, per Abelardo essa ha anche il diritto critico di decidere, nei casi
dubbi, secondo le sue regole: così nel suo seritto Sic et mon egli oppone luna
l’altra le opinioni dei Padri, per distraggerle a forza di dialettica e per
trovare infine ciò che è «degno di fede in ciò che è dimostrabile. Per Pietro Ramo la vera dinlettica ha
anzitutto per compito di scoprire ciò che può la natura 6 come essa procede
nell’ impiego della ragione, poscia di insegnare ad esporre con ordine, metodo
ed eloganza il proprio pensiero: In tal modo la dinlettica, dopo esser stata
allieva della natura, ne diventerà per così dire la maestra; poichè non v’ha
natura così energica © forte, che non lo diventi ancora più medianto In
conoscenza di sè ο la descrizione delle proprio forze; ο non v’ha natura così
debole e Innguente che non possa, col soccorso dell’ arte, acquistare maggior
forza ed ardore ». Kant, nella terza
parte della Critica della ragion pura, che egli chiama Dialettica
trascendentale, esamina l'illusione naturale che ci spinge alla metafisica,
cioè a cercare l’Assoluto e penetrare nel regno dei noumoni; la fncoltà che ci
spinge a ciò è la Ragione, la quale può mantenersi entro i limiti dell’ esperienza,
ridncendo alla maggiore unità possibile In molteplicità delle cognizioni, ma
può anche pretendere di trarre da concetti puri delle cognizioni sintetiche,
indipendentemente du ogni intuiDia zione; è in questo modo che sorge la
dialettica, cioè la metafisica dogmatica, ed è in questo modo che la ragione
diventa trascendente. Quindi per Kant la parola dialettica significa non solo
|’ illusiono della ragione, ma anche lo studio e la critica di codesta
illusione. Per Schleiermacher la
dialettica è la dottrina del sapere in quanto diviene, la filosofia. Ogni
sapere è volto a rilevare l’identità del pensiero e dell’essere; ma nella
coscienza umana essi procedono separati come fattore ideale ο fattore reale di
essa, come concetto ¢ come intuizione, come funzione organica e funzione
intellettuale; solo il loro piono accordo darebbe la conoscenza, perciò tale
accordo, non mai pienamente raggiunto, rappresenta lo scopo assoluto,
incondizionato, remotissimo, del pensiero, il cui sapere vuol diventare, ma non
mai diventa, completo. La dialettica, come dottrina del sapere che diviene,
suppone però In realtà di tale scopo irraggiungibile dal nostro pensiero :
questa realtà, identificazione del pensiero con l'essere, Dio. Per 1’ Hegel la dialettica è I’ applicazione scientifica
della logica inerente alla natura umans »; siccome poi le forme del pensiero
sono le forme del reale, così la dialettica è la vera e propria natura delle
determinazioni dell’intelletto, delle cose e, in modo generale, di tutto il
finito »; 0488 consiste essenzialmente nel riconoscere |’ inseparabilità dei
contradditori e nello scoprire il principio di codesta unione in una categoria
superiore. Egli chiama momento dialettico sia la contraddizione stessa, sia il
passaggio da un termine all’altro di codesta contraddizione. ll Balnsen chiama dialetticg reale la
contraddizione posta nella stessa essenza delle volontà individuali (nelle
quali la realtà si risolve) per cui uns è sdoppiata in sè stessa, essendo con
ciò irrazionale e infelice; tale contraddizione è inaccessibile al pensiero
logico, il quale per tal guisa è incapace di abbracciare un moudo che consiste
nella volontà contradditoria di sè; ciò rende impossibile anche la liberazione
parziale 299 Dia ammessa da Schopenhauer, e quindi la volontà
in indistruttibile dovrà soffrire indefinitamente in esistenze sempre nuove il
tormento di questa autolacerazione. Il
Gourd chiama dialettica la serie delle fasi successive percorse dallo spirito
che, allontananilosi per gradi dalla coscienza primitiva, costruisce
progressivamente il mondo della scienza, quello della morale e quello della
religione. Il Rosmini distingne il dianoetioo dal dialettico: quello è ciò che
la mente suppono nelle sue operazioni, e che non è tale in sè stesso, cioè
prescindendo dall’ operazione della mente; questo è ciò che Ia mente produce
nolle cose in sé essenti, per modo che la mente stessa concorre colle sue
operazioni a fare che la cosa sia tale in sè stessa com'è. Quindi, mentre il
dialettico è il prodotto di una mera finzione mentale, il dianoetico è il
prodotto vero di una causazione. Cfr. Senofonte, Memor., IV, 5, 12; Platone,
Sof., 258, C, D; Republ., 598 E, 534 B; Aristotele, Anal., I, ıv, 468; I, v, 77
a; Metaph., Il, 1, 995b; H. Kirchner, / Prooli metaphysica, 1846; Abelardo,
Dialeotica, ed. Cousin: P. Ramus, Institutionen dialeoticae, 1549;
Sobleiermacher, Dialektik, 1908; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 88
segg.; Hegel, Enoycl., $ 10, 81; Hartmann, Ueber die dialektische Methodo,
1868; Jal. Bahnsen, Der Widerpruch im Wisson und Wesen der Welt, 1881; J.
Gourd, Les trois dialeotiques, Revue de metaph. », 1897, p. 1-9; Rosmini,
Idcologia, 1858, t. IV, pag. 313 segg.; F. De Sarlo, Un ritorno alla
dialettica, Cultura fil. », febbraio 1907 (v. contraddizione, divenire,
oriatica, ironia, maieutica). Diallelo (ἀλλήλων ’uno per l’altro, mutunmente).
Ha due significati un poco diversi; nel linguaggio degli scettici antichi esso
è uno dei tropi ο motivi di dubbio, ο consiste in ciò che non è possibile la
dimostrazione di alcun prin: cipio, di alcuna verità, perchè In dimostrazione
deve foudarsi sopra un criterio, e il criterio ha esso pure bisogno di essere
dimostrato. Più tardi il significato della parola Dis-Dic 300 8’
à venuto generalizzando, cosicchè con essa si intende ora qualsiasi circolo
vizioso, qualsiasi definizione d’ una cosa per sò stessa. Cfr. Prantl,
Geschichte der Logik, 1855, I, 494. Dibatis. Termine mnemonico di convenzione,
con cui nella logica formale si designa uno dei modi della quarta figura del
sillogismo, che ba la maggiore e la conclusione particolari affermative, la
minore universale affermativa. Esso si riconduce al Dabitis della prima figura.
Dicotomia. T. Dichotomie: I. Dicotomy; F. Dichotomie. E l'argomento attribuito
a Zenone di Elea, e col quale egli voleva dimostrare che se |’ essere è
multiplo, deve cesere infinitamente grande e composto di un numero infinito di
parti. Infatti ciascuna delle parti dell’ essere deve avere una grandezza ed
essere separata dalle altre; ora, siccome lo spazio è il luogo dei corpi, e il
vuoto non può quindi esistere, è necessario che tra codeste parti separate
altre ne esistano per separarle; e tra queste altre ancora, ο così via via all’
infinito. Egli perciò concludeva che la pluralità è impossibile e che non
esiste che I’ unità. Nella logica dicesi
dicotomia la divisione che consta di due soli membri dividenti. Ogni divisione
può essere ridotta a una dicotomia per opposizione logica, ponendo come primo
membro il genere con l’ aggiunta di una differenza specifica e contrapponendo a
questo il genere stesso più la negazione di quella; ad es., gli animali sono
vertebrati o non vertebrati. La dicotomia si può fare ancora per distinzione,
quando il fondamento della divisione non consente che due modalità: ad es. gli
orgunismi sono piante o animali. Cfr. Aristotele, Physica, V, 9; Plutone,
Polit., 262 A; Masci, Logica, 1899, p. 304 seg. Dictum de omni aut de nullo. E
la formola con cui gli scolastici esprimevano il principio fondamentale del
sillogismo, traducendo l’ espressione aristotelica: κατὰ πάντος À μηδενὸς
κατηγοραῖσθαι. Esso significa che: ciò che si afferma di un tutto molteplice,
si afferma pure dei Dip-Drr singoli, e ciò che di un tutto molteplice si nega,
si nega anche dei singoli. Cristiano Wolff lo formula più esplicitamente così:
Quicquid de genere vel specie omni afirmari potest, illud etiam afirmatur de
quovis sub illo genere rel illa specie contento: quioguid de genere vel specie
omni negatur, illud etiam de quovis sub illo genere vel illa specie contento
negari debet. A questo principio altri preferiscono quollo proposto dal Kant:
nota note est nota rei ipsins; questo principio però è la stessa cosa di quello
aristotelico, che cioè: ciò che si afferma si nega del predicato si affermerà o
negherà pure del soggetto. Gli stessi
scolastici, con l’espressione: a dicto simpliciter ad dictum secundum quid, e
viceversa, designavano quella specie di sofisma di ragionamento, che consiste
nel passare dul senso assoluto di un termine al relativo, e dal relativo all’
assoluto; ad es. una piccola dose di stricnina può essere salutare (a dioto
secundum quid) ina non ne deriva che la stricnina, in qualunque dose, sia una
sostanza benefica (ad dictum simp! citer). Cfr. Aristotelo, Topie., I, 3;
Reth., I, 2, 3, II, 1, 22; Cr. Wolff, Philos, rationalis sive logica, 1732, $
346 segg.; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 253; Rosmini, Logica,
1853, p. 166 segg. (v. rillogismo). Didattica. 1. Didaktik ; I. Didaotios; F.
Didactique. 1 signa propriamente la scienza dell’ insegnamento; stingue dunque
dalla pedagogia, che è vocabolo assai più recente e il cui significato odierno
fu espresso in passato con In parola diduttica. La didattica si divide in due
parti: una generale, che tratta della scuola, dei suoi fini, del suo
ordinamento, dei suoi metodi ; l’altra particolare, che riguarda le singole
materie d'insegnamento (v. pedagogia, pedologia). Differente. T. Perschieden;
I. Different; F. Different. Si dice di un'entità che possiede qualche cona di
comune con un’altra, ma che ha pure qualche cos di proprio, per cui si
distingue dall’ altra: questo proprio è la difere Dir 302 Il
differente si distingue dal diverso, che si adopera per distinguere due entità
senza però indicare che differiscono in qualche cosa ο in tutto tra esse. A
designare poi la più generale varietà che possa notarsi tra lo entità, fu
adoperato nella terminologia scolastica il termine altro, che signified il
fatto di entità che non variano punto di essere, ma variano di semplice
relazione. Cfr.
Aristotele, Met., V, 10, 1018 b, 1 segg.; Hume, Treatiee on human nature, 1874,
I, seg. 5, p. 27 (v. alterità). Differenza.
Gr. Διαφορά; T. Unterschied, Liferenc ; I. Difference ; F. Différence. Tutto
ciò che serve a distinguere una cosa da un'altra, un concetto da un altro. Si
suol distinguere in formale e materiale: quella è il più che risulta dal
paragone di un concetto meno astratto con un altro più astratto, questa il più
che risulta dal paragone di due quantità. Gili scolastici distinguovano ancora
la difietonza in: oostitutica, che è quella onde un dato genero si costituisco;
dibisiva, quella per la quale un genere si divide; communis, la semplice
differenza di luogo ο di tempo, per cui una cosa differisce da sò ο dalle
altre; propria, 1’ ncoidente inseparabile dal soggetto, per il quale differisce
dal resto; propriissima o maxime propria, quella per la quale un essore è
essenzialmente distinto dagli altri. 11
metodo della differenza è uno dei quattro metodi di riceren induttiva sugxeriti
dal Mill. Esso consiste nel paragonaro i casi in cui un fenomeno avviene con
altri, simili nel resto, in cui quello non avviene, e si fonda su questo canone
logico: se un caso nel quale il fenomeno da osaminarsi s' avvera e un caso in
coi il medesimo non si verifica, hanno comuni tutte le circostanze ad eccezione
d’una sola € questa s’ incontra soltanto nel primo caso, questa circostanza per
In quale soltanto i due casi differiscono è l'effetto o la causa ο una parte
nocessaria della cansa del fenomeno. Eeso riposa sul principio, che tutto che
non può essere eliminato è collegato al fenomeno 1 rapporto di enusalità, ed è
molto utile quando con l'esperimento si può riprodurre, modificondola, una
serie di fenonieni. Così, nelle esperienze fisiologiche, il taglio della fibra
essendo seguito dall’ assenza della sensazione nonostante In presenza dello
stimolo, prova che la continuità della fibra è parte essenziale della causa
della scnsazione. Ma quando la produzione e la soppressione della causa non è
in nostro potere, o quando la soppressione della cansa trae con sò
necessariamente il subentrare d’una causa nuova, al metodo di differenza si
deve sostituire quello di concordanza, o quello di concordanza e differenza
riunite. Dicesi differenza specifica
quell’ insieme di qualità per cui una specie ai distingue da un’ altra,
appartenente allo stesso genere. Essa perciò riguarda la connotazione delle
idee: ciò che alla connotazione del genere si deve aggiungere per avere la
specie, costituisce la differenza specifica. Nell’ idea di uomo, che è
connotata dall’ idea di animale (genere), la differenza specifica à data dalle
qualità di ragionevole, a posizione eretta, ecc. Cfr. Stuart Mill, System of
logic, 1865, III, cap. 8; Masci, Logica, 1899, p. 284 segg. Differenza
personale v. equazione personale. Differensiamento. T. Diferenzierung; I.
Differentiation; F. Différenciation. Una delle leggi che reggono I evoluzione
stories del mondo organico. Essa esprime tanto la tendenza comune a tutti gli
esseri del mondo organico di avolgersi differentemente in grado sempre più
elevato, e di ullontanarsi perciò dal tipo comune primitivo, quanto il
risultato di tale operazione. Il differenziamento è tanto fisiologico, ossia
divisione di lavoro, quanto morfologico, ossia divisione di forma. Secondo il
Darwin tale tendenza ha la sua causa nella lotta per In vita. Cfr. Spencer,
Firat principlos, 1884, cap. XV. Dilemma (31ç due volte, λήµµαproposizione). T.
Dilemma; I. Dilemma ; F. Dilemme. Forma di argomentazione, che consiste nel
porre l'avversario tra due alternative dalle quali si cava una conelnaiono
medesima e contraria all'avDim 304 versario stesso, che per ciò non ha più via
d’ uscita. Dicesi anche argomento cornuto, e le due proposizioni corna del
dilemma; se invece di duo le proposizioni sono tre si ha il trilemma, se
quattro il quadrilemma, ecc. Ha due forme fondamentali: nella prima, detta modo
ponente ο dilemma di costruzione, la premessa maggiore ipotetico-congiuntiva
stabilisce una conseguenza unica per tutti i casi possibili dell’ ipotesi, la
minore mostra che non sono possibili altri casi fuori di quelli considerati, la
illazione afferma la necessità della conseguenza ; nella seconda, detta modo
tollente ο dilemma di distruzione, la maggiore è ipotetico-diegiuntiva ο
determina tutte le conseguenze possiLili dell ipotesi, la minore è remotiva e
mostro che nessuna di esse è possibile, la conclusione nega quindi la validità
dell’ ipotesi. Schema della prima: tanto se è «4, quanto se è Bo C.... à M; ma
à 4 0 Bo C; dunque à M. Schema della seconda: se M è, d0 4 0 BoC; ma non è A,
nè B, nè C; dunque non è M. Perchè il dilemma sia valido occorre che la
disgiunzione sia completa e siano considerati tutti i casi possibili; ο che il
rapporto di condizione a condizionato sia vero © necessario, cosicchè la
conclusione non si possa ritorcere. Cfr. Prantl, Geschichte d. Logik, 1885, I,
110: Masci, Logica, 1899, p. 266 segg. Dimaris o Dimatis. Termine di
convenzione mnemonica, con cni nella logica formale si designa quel modo della
quarta figura del sillogismo, nel quale la maggiore © la conclusione sono
proposizioni particolari affermative, la minore universale affermativa. Es.
Qualche azione virtuosa resta senza premio.
Tutte le azioni virtuose sono lodevoli.
Dunque qualche cosa che è lodovole rimane senza premio. Si riconduce al
modo Dari della prima figura mediante la trasposizione delle premesse e la
conversione semplice della conclusione. Dimensione. T. Dimension: I. Dimension;
F. Dimension. Nella geometria designa nna grandezza renlo che, si 305 i
Dim-Dix sola sia con altre, determina la grandezza d’una figura misurabile.
Nell’ aritmetiea generale designa un numero reale, che è uno degli elementi
costitutivi d'un numero complesso. Dimostrazione. ‘I. Demonstration, Boweis ;
I. Demonatration: F. Démonstration. 11 ragionamento mediante il quale si
verifica quali conseguenze dipendono da certe premesse, © da premesse vere si
deduce la verità di una conclusione : le premesse diconsi argomenti, la verità
da dimostrarsi tesi 0 teorema. A seconda del modo di derivazione può essere
diretta ο indiretta : nel primo caso la derivasione è dai principi e dalle
cause reali, nel secondo dalla impossibilità del contradditorio. La diretta pnd
essere deduttiva, induttiva, entimematica, analogica ; la indiretta può avere
la forms contradditoria e la disgiuntiva. La indiretta dicesi anche apagogioa ©
riduzione all’ assurdo. Si dice dimostrazione ad hominem quell’ artifizio della
discussione per cui si parte da un principio, non in quanto sia vero in sè, ma
in quanto è ritenuto vero dall’ avversario, cosicchè questo è costretto ad
accettaro la tesi se non vnol cadere in contraddizione con sè stesso. Cfr.
Lotze, Logik, 33 od. 1881, p. 271; Rosmini, Logica, 1853, $ 539 segg. (v.
demonatratio, entimema, analogia, apagogia, prora). Dinamica. T. Dynamik; I.
Dynamics; F. Dynamique. Quella parte della meccanica razionale che studia la
composisione dei moti a cui danno luogo le forze motri l’altra parte è la
sfatioa, che stadia invece la composizione delle forze (indipendentemente dai
moti che sono capaci di produrre) considerate come grandezze e riferite ad una
unità di misura della medesima specie. La dinamica si distingue alla sua volta
in cinetica, che studia la composizione dei moti relativamente alla
traiettoria, che essi determinano nello spazio, ed in energetica, che studia la
composizione dei moti delle masse, che nel loro cammino sono capaci di produrre
lavoro. Metaforicamente 1’ }ler20
RanzoLI, Dirion. di scienze filosofiche. Dix . 306
bart chiama dinamica degli stati di coscienza il loro rapporto allo
stato di trasformazione © di movimento, © il Comte dinamica sociale il
progresso delle società umsne. Dinamismo. T. Dynamismus; I. Dynamism; F.
Dynamisme. Ogni sistema filosofico che pone come sola realtà le la forza, riducendo
la materia a un semplice centro inesteso di forza, © spiegando la diversità ο
l’ armonia del mondo mediante le leggi della forza. Si oppone al meccanismo,
che pone come distinti l'essere e In forza,, considerando il primo come passivo
rispetto alla seconda, la quale agisce su di esso dal di fuori; il meccanismo
riduco quindi tutti i fenomeni naturali al movimento della materia ponderabile
ed eterea. È nn dinamismo il sistema del Leibnitz, che considera |’ estensione
come una pura astrazione ο riduce la materia alla monade, forza semplice,
originaria, differenziata in sò stessa, considerando pure l’anima come una
monade o una forza. Una moderna forma del dinamismo è 1’ energismo (Ostwald)
che considera l’energin come una vora e propria sostanza, come |’ unica resltà,
© si distingue dal dinamismo perchè al concetto antropologico di forza
sostituisce quello scientifico di energia, e dal meccanismo perchè nega la
realtà della materia e la riduce all'energia. Cfr. W. Ostwald, Chemische
energie, 1893 ; Die Überwindung d. wissenschaft. Materialiemue, 1895 (v.
attiviemo, attualismo, mobilismo, meccanismo). Dinamogenesi. T. Dynamogenetisch
; I. Dynamogenetio ; Dynamogène. Generazione della forza. Deve intendersi senso
relativo, cioò il passaggio dell’ energia dallo stato potenziale allo stato
attuale; unn generazione di forza dal nulla contrasterebbe col principio della
conservazione delVonergia. Nella
psicologia dicesi logge della dinamogenesi, quella per cui ogni stato di
coscienza tende a continuarsi in un movimento. Questa legge costituisce il
fondamento dello moderno dottrine fisio-psicologiche sulla volontà, la quale si
considera come il risultato di due forze antagoDix-Dro nistiche; un movimento è
eccitato ο inibito per l'azione dinamogenetica del piacere ο inibitoria dol
dolore, secondo comporta l’esperienza per la quale l’individuo distinguo il
danno dall’ntile. Cfr. Ardigd, Opere fil., V, p. 503 segg.; VI, 213 sogg. (v.
ideeforze). Dinamometro. Strumento destinato a misurare le forze, 6 quindi il
lavoro che producono. Si conoscono varie specie di dinamometri, che si fondano
però tutti sullo stesso principio. La parte essenziale di essi è costituita da
una molla di cui si può notare la flessione; ogni forza che, applicata allo
strumento,. produce la stessa flessiono di un peso di n chilogrammi è detta una
forza di » chilogrammi. Applicando all’ apparecchio stesso un grafografo, si ha
il dinamografo, il quale traccia schematicamente il gra di forza © di tonicità
muscolare e indica il grado di perfezione del senso muscolare. Cfr. Année psyohologique,
1899, p. 337 segg. Dio. T. Gott; I. God; F. Dieu. La natura di Dio, la sua esistenza, i suoi rapporti col
mondo, i suoi attributi, farono e sono concepiti in modi infinitamente diversi
nelle varie religioni e nei sistemi filosofici. Quasi tutti, è vero, lo
considerano come 1’ Ente supremo, del quale è impossibile pensare il maggiore ;
ma quest’ Ente pnd essere concepito come creatore del mondo (creazioniemo,
emanatismo) © come un semplice ordinatore della materia, osistente ab eterno
come lui, © per il cui ordinamento si vale d’un intermediario (demiurgo); può
essere concepito come immanente al mondo, con la cui sostanza è identificato
(panteiemo), e come trascendente il mondo, du cui è sostanzialmente distinto; si
può negargli ogni azione sul mondo e sull’ uomo (deismo, epioureismo), 9 si può
farne un'entità personale, intelligente, che interviene incessantemente negli
avvenimenti naturali ed umani (teismo, proveidenca) ; si può credero in una
divinità unica e soln (monoteismo), o in vu’ unien divinità in tre persone
(triploteismo, mistero della trinità), o in dno divinità di cui una rappresenta
il prinDio 308 cipia del bene, l’altra quello del male
(dualismo, manioheiemo) ο in più divinità fornite di diversi attributi ο
gerarchicamente disposte (politeiemo); si può oredere che la sua esistenza non
abbia alcun bisogno di essere in alcun modo provata, in quanto I’ intuizione di
Dio è conereata alla nature intelligente, così da essere il fondamento e
Pinisio di ogni altra cognizione (ontologismo), ο si può soatenere I’
incapacità della ragione umana a dimostrare tale verità, che essa deve ricevere
dalla rivelazione ὁ dalla tradizione che la trasmette (rivelacioniemo,
tradisionalismo), ο si può invece dimostrarne l’esistenza sia con argomenti a
priori (ontologico, ideologico, morale) sia con argomenti a posteriori
(metafisico, teleologico ο cosmologico). Quanto al modo come Dio fu concepito
dai principali filosofi, per Socrate esso è uno, immenso, eterno, presente nel
mondo come l’ anima è presente nel corpo: esso vede nello stesso tempo tutte le
cose, comprende tutto, è presente ovunque e voglia sopra ogni cosa ». Per
Platone è l’idea del Bene, l’iden più elevata a cui tutte le altre αἱ
subordinano come mezzo © quindi la causa finale di ogni accadere. Per Aristotele
è il primo motore immobile, la forma più alta © il fine più alto, che muove
ogni cosa non per impulso meccanico ma per 1’ irresistibile attrattiva della
sua bellezza; esso è una attività che risiede puramente in sò stessa, ossia il
pensiero puro, che non richiede niente altro come oggetto ma che ha sè stesso
per contenuto sempre uguale, dunque il pensiero del pensiero; con ciò
Aristotele pone lo basi del monoteismo spiritualistico, giacchè Dio è posto
come Essore antocosciente distinto dal mondo e come I’ elemento immateriale.
Per gli stoici è la forza originaria universale, in cui sono contenute
parimente la causalità e la finalità di tutte lo cose e di tutto I’ accadere;
come forza proAuttrice © formatrice Dio è la ragione seminale, il principio
della vita cho si svolge nella molteplicità dei fenomeni, e in questa funzione
organica Dio è anche In ragione cho
309 Div crea e guida secondo uno
scopo e quindi, rispetto a tutti i processi particolari, è la provvidenza
sovrana. Nel neoplatonismo è 1’ essere primitivo assolutamente trascendente,
l’unità perfetta snperiore anche allo spirito, intinito, incomprensibile,
inesprimibile. Per S. Agostino è 1’ unità assoluta, la verità che tutto
abbraccia, 1’ Essere supremo, la suprema bellezza, il supremo bene: Prendete
questo ο quel bene particolare, 9 vedete lo stesso Bene se potete; così voi
vedrete Dio, che non è buono per un altro bene, ma che è il Bene di tutto cid
che è buono ». Per Scoto Erigena è l'essenza sostanziale di tutte le cose, i
quanto possiede in sò stesso le vere condizioni dell’ essere: Nulla di ciò che
è, è veramente in sò stesso; Dio solo, che solo è veramento in sè stesso,
dividendosi in tutte le cose, comunica ad esse tutto ciò che in esse risponde alla
vera nozione dell’ essere ». Per Nicolò Cusano è I unità di tutti gli opposti,
la coincidentia oppositorum, 1’ aseoluta realtà in cui le possibilità sono
realiszate come tali, mentro ognuno dei molti finiti è solamente possibile in
sè, ο reale solamente per lui; in ognuna delle sue manifestazioni il Deus
implicitus unico è insieme il Deus explicitus diffuso nella molteplicità, il
finito ο l’infinito, il massimo e il minimo. Per Boehme è il primo principio e
la causa del mondo, il quale non è che l’essenzialità di Dio stesso fatta
creatura; ugualmente per Giordano Bruno, Dio è la causa formale, efficiente ο
finale dell’ universo, l'artista che agisce senza interazione e trasforma il
suo interno in vita rigogliosa. Per Cartesio è 1’ ens perfeotisnimum, 1’ essere
i finito che lo spirito umuno comprende con certezza intu tiva nel suo proprio
essere imperfetto ο finito. Por Spinoza è l'essenza universale delle cose
finite, 1’ ens realissimum che consta di infiniti attributi, ma che non esiste
se non nelle cose, come loro essenza generale, e nel quale tutte le cose
esistono, come modi della sua realtà. Per Malebranche Dio è il ἔκορο degli
spiriti, come lo spazio è il Inogo Dir
310 dei corpi ; ogni conoscenza
umana à una partecipazione alla ragione infinita, tutte le idee delle cose
finite non sono che determinazioni dell’ iden di Dio, tutti i desideri rivolti
all’individusle non sono che partecipazioni all’ amore di Dio come principio
dell’ essere e della vita. Per Leibnitz è lu monade centrale, la monde suprema
nella serie ininterrotta che va dalle più semplici fino agli spiriti, e che
pere rappresenta 1’ universo in tutta la chiarezza e la distinzione. Per Fichte
è I’ Io universale assolutamente libero, l'ordinamento morale del mondo; per
Scheiermacher è l'identità del pensiero con Vessere, che, in quanto tale, non
può ossere oggetto nè della ragione teoretica nd della ragione pratica, ma che
tuttavia costituisce lo scopo ussoluto del pensiero ; per Schelling è la
ragione assoluta 0 l'indifferenza di natura e di spirito, di oggetto e
soggetto, perchè il principio più alto non può essere determinato nè realmente
nd idealmente e in esso debbono cessare tutti i contrasti; per Hegel è lo
spirito ussoluto, 1’ Idea, delle oui determinazioni il mondo è uno svolgimento.
Cfr. 8. Reinach, Der Ursprung des Gottesidee, 1912; Allen, Grant, Theevolution
of the idea of God, 1897; F. B. Jevons, L'idea di Dio nelle religioni
primitive, trad. it. 1914; Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913,
passim (v. assoluto, ateismo, agnosticismo, creazione, essere, fede, fideismo,
panteismo, teismo, ecc.). Diplopia. T. Doppelsehen ; I. Diplopia; F. Diplopie.
Anomalia della visione, che consiste nel vedero gli oggetti doppi. Ciò deriva
dal mancato parallelismo degli assi visuali, per cui l’iminagine dei due
oggetti, che si produce sul centro della macchia gialla, non è quella di uno
stesso punto dell'oggetto. Dicesi unche ἀΠίοροία. Dicesi diplopia monoculare la
visione doppia degli oggetti con un solo occhio in determinate condizioni ;
secondo G. Miiller essa dipende dai diversi campi di fibre di cui si compone
ciascuno strato del cristallino; secondo Brücke dalla aberrazione di 311
Dir sfericità dello superfici dell’ apparecchio diottrico ; secondo
Verhöff dalla aberrazione stessa associata a un certo grado di astigmatismo,
Cfr. Helmholtz, Handbuch d. physiol. Optik, 2° ed. 1886-96 ; Techering, Optique
physiologique, 1898. Diritto. T. Recht; I. Right; F. Droit. In generale è tutto
ciò che è permesso, sis moralmente, sia dalle leggi scritte ο dai regolamenti
riguardanti gli atti considerati, virtà di una espressa dichiarazione o anche
del principio che ciò che non è proibito è permesso. Già l’Alighieri lo definì
come realie ot personalis hominis ad hominem proportio, quae servata hominum
sorvat socictatem, et corrupta corrumpit. Positivamente αἱ può definire come
quelY insieme di norme irrefragabilmente obbligatorie, le quali, munite di
sanzione e fatte valere dall’ autorità dello Stato, regolano le azioni degli
individui e dei gruppi sociali, allo scopo di assicurare il rispetto, la
retribuzione, il soccorso reciproco e la subordinazione delle persone nei
rapporti più importanti della vita sociale; più brevemente, il diritto è una
facoltà o pretesa cut la legge ο la consuetudine assicurano un carattere
ooattivo, per il caso che venga disconosciuta. Il diritto presuppone il dovere
e viceversa: ad ogni dovere in una persona corrisponde un diritto, il diritto
necessario per il compimento di questo dovere. Carattere essenziale di entrambi
è che implichino la responsabilità. Dicesi diritto naturale quello
assolutamente intrinseco alla natura umana, e che quindi non può esser tolto in
nessun modo; diritto positivo quello che risulta da una convenzione e non
esiste se non in forza di questa. Per diritto naturale s'intende anche il
diritto virtuale, e por diritto positivo quello riconosciuto fissato e
garantito. Il problema del diritto naturale sorge con la sofistica greca,
quando 1’ esperienza della vita pubblica e la conoscenza delle differenti
legislazioni dei diversi popoli, spinse u ricercare se esiste qualche cosa di
valido sempre ὁ dovunque; © poichè i filosofi anteriori avevano chiamato
natura, Dir 312 φὺσις, l'essenza delle cose eternamente
uguale sotto tutti i cangiamenti, così si argu) che da questa. natara sia
determinata anche una legge superiore ad ogni cangiamento © differenza, ben
distinta dai precetti fondati per convenzione umana © validi solo temporaneamente
© in un ambito ristretto. Nel diritto romano questa legge naturale è poi
definita quod natura omnia animalia doouit, e il diritto delle genti quod
naturalie ratio inter omnes homines constiinit. Per 8. Tommaso il principio
fondamentale del diritto naturale è il bisogno della socialità, essendo l’uomo
maturaliter animal sociale; lo stesso principio vale, più tardi, anche per il
Grozio, che fa consistere il jus mafurale in ciò che la ragione conosce come in
un armonia con la natura socievole dell’uomo e che quindi è deducibile da essa.
Per Hobbes il diritto naturale è la libertà che cisseuno possiede di adoperare
ad arbitrio la propria potenza per la conservazione della propria natura, e
quindi di faro tutto quelle cose, che sembrano condurre a tale scopo : Nello
stato di natura è permesso di fare a ciascuno ciò che @ lui piace; nulla di ciò
che l’uomo può fare è in sè stesso ingiusto ; 4ο una persona danneggia
un’altra, non esistendo tra esse alcun patto, si potrà dire che quella fa torto
a questa, ma non che le faccia un’ ingiustizia ». Analogamente, per Spinoza il
diritto naturale è In stessa potenza della natura: Ezistit unuaguisque summo
naturae jure, et consequenter summo naturae iure unuaquisque oa agit, quae ex
suae naturae necessitate sequuniur; atque adeo summo naturae iure unusquisque
iudicat, quid bonum, quid malum sit, suacque utilitate ex suo ingenio consulit,
seseque vindioat, et id, quod amat conservare, et id, quod odio habet,
destruero conatur. Per Locke il diritto è una potenza morale; il diritto
naturale ha tre gradazioni : ins strictum, che si esprime col comando neminem
ledere; probitas ο equità, col comando suum ouiquo tribuere; pistas col comando
honeste vitere. Per Kant e per Fichte il principio del diritto naturale è 313
Dir la reciproca limitazione delle sfero di libertà nella vita esteriore
degli individui, cosicchè, per usare lo parole di Fichte io debbo riconoscere
in ogni caso fuori di me l'essere libero come tale, debbo cioè limitare la
libertà mia mediante il concetto della possibilità della libertà sua ».
L’Herbart fonda il diritto sopra l’iden pratica della disapprovazione che
consegue alla perturbazione dei rapporti armonici tra la propria volontà e
l’altrai; il diritto è perciò l’ unanimità di più voleri, pensato come regola
che evita i conflitti ». Per il Wundt il diritto, al pari del linguaggio, del
mito e del costume, coi quali da principio è strettamente connesso, non è il
risultato di un accordo arbitrario, ma un prodotto naturale della coscienza,
che lia la sus fonte perenne nei sentimenti © nelle tendenze suscitato dalla
convivenza degli uomini »; esso si sviluppa in tro stadi auccessivi, dei quali
il primo è quello delle intuizioni giuridiche naturali, il secondo della codificazione,
il terzo della sistematizzazione dei diritti. Secondo l’Ardigò il diritto
naturale è la stessa giustizia potenziale astratta, da cui deriva la giustizia
legale, è lo stesso ideale del diritto, solo imperfettamente realizzato nelle
singole formazioni storiche della società; il diritto naturale corrisponde
quindi alle idealità sociali universe, ossia tanto avverate già nella coscienza
umana, quanto a quello che potranno avverarsi in sèguito. Da ciò deriva: 1° che
il diritto positivo è determinato ο giustificato dal natnrale ; 2° che il
diritto naturale è imperscrivibile ed ba un valore truscendente assoluto,
corrispondendo al ralore trascendente axsoluto della natura di cui è il
prodotto; 3° che il diritto naturale è universale al pari della natura umano,
con In quale si svolge parallelamente ; 4° che il diritto naturalo è infinito,
essendo una potenzialità inesauribile nella serie e nelle forme dei suoi
svolgimenti. Esistono varie specie di
diritti: quello pubblico, che è il diritto garantito dalla minsecia d’ una pena
ο ogni sna infrazione è colpita di314 rettamente dal Potere; quello privato,
per il quale il Potere non ha azione diretta, ma che è interesse stesso dei
cittadini osservare e fare osservare; quello costituzionale, che determina la forma
politica dello Stato e i rapporti giuridici tra i governanti ο i governati per
l'esercizio della sovranità; quello ecclesiastico, che regola materie
riguardanti la Chiesa; quello internazionale 0 diritto delle genti, che può
essere pubblico o privato, a seconda che regola i rapporti tra i vari Stati, o
tra i cittadini di uno Stato estero © lo Stato nel quale essi dimorano. Cfr.
Puffendorf, De jure nature et gentium, 1672; Lasson, Syst. d.
Rechtsphilosophie, 1882; B. Brugi, Introd. enciclopedica alle scienze giuridi.
che, 1907, p. 66-194; Ardigò, Opere fil., vol. III, p. 181-257 ; vol. IV, 173
segg.; G. Delveochio, I! concetto del diritto, 2° ed. 1912. Disamis. Termine di
convenzione mnemonica, con cui nella logica formale si designa quel modo della
terza figura del sillogismo, nel quale la maggiore e la conelusione sono
proposizioni particolari affermative, la minore universale affermativa. Es.
Qualche fibra nervosa trasmette delle onde centrifughe. Tutte le fibre nervose
provengono dalle cellule. Dunque qualche cosa che deriva dalle cellule
trasmotto delle onde centrifughe. Corrisponde all’ioéxig dei logici greci, e
può essere ricondotto al Dari della prima figura mediante la trasposizione
delle premesse e la conversione semplice della maggiore e della conclusione.
Disattensione. T. Unachtsamkeit ; I. Inattention; F. Inattention. È un
complemento necessario dell’uttenzione alla quale non possono pervenire tutti
gli stimoli. Si suole distinguere la disattenzione primitira, che è la semplice
assenza d'attenzione, e la secondaria. che è determinata dall’ essere
l’attenzione concentrata sn un oggetto, ed à tanto più forte quanto più intensa
è la concentrazione dell’attenzione. Quando la disattenzione diviene
persistente © si presenta come effetto di esaurimento nervoso assume 315
Dis carattere patologico e dicesi aprovessi 0 aprosechia; in essa I’
attonzione non può mantenersi anche per poco, e, se forzata volontariamente,
determina nel soggetto capogiri, cefaleo, vomiti, ecc. Nei casi di demenza,
come nell’idiotismo, imbecillità, ebefrenia, ece., l’attenzione è totalmente
soppressa. Cfr.
Ziehen, Leitfaden der physiol. Paychologie, 2% ed. 1893, p. 166 seg.; Ribot,
Prychologie de l'attention, 1889. Discorsivo.
T. Discursir; I. Disoursive; F. Disoursif. Si oppone a fntuitivo, per designare
In conoscenza o il ragionamento mediato, mentre la conoscenza intuitiva è
quella che avviene per un atto immediato, subitaneo, di cui il processo sfugge.
Nel ragionamento discorsivo, il pensiero passa dal principio alla conseguenza,
dalle premesse alla conolusione; nel ragionamento intuitivo, invece, il
pensiero non formula alcuna dimostrazione, © la conclusione appare
immediatamente nella sua evidenza. Gli scolastici avevano già distinto queste
due forme di procedimento mentale; essi chiamavano cognitio disoursira,
paragonandola ad un movimento, quella che trascorre da idee note a idee meno
note; cognitio intuilira sia quella fatta per la specie propria, ossia per
l’imagine propria dell'oggetto stesso, sia quella riferenteni all’ oggetto
realmente presente; così è intuitica la cognizione del sole mentre lo vediamo,
e quella che i beati banno di Dio. Cfr. Cr. Wolf, Philosofia rationalis, 1732,
§ 51; Wundt, Logik, 1898, vol. I, pag. 139. Discreto. T. Diskret; I. Discrete;
F. Discret. Latinismo che significa diviso, separato, e αἱ applica tanto allo
spazio come alla quantità dei numeri; in questo caso ha il valore di
discontinuo. Dal punto di vista filosofico, una grandezza è discontinua se è
composta di elementi dati, mediante i quali essa è costruita nel pensiero.
Nella logien diconsi discretire quelle proposizioni composte ed esplicite,
appartenenti al tipo delle congiuntire, che esprimono una Dis 316 distinzione
avversativa; ad es. non è nuvolo ma sereno. Diconsi anche avversative. Cfr.
Logique de Port-Royal, ed. Charles, II, 9 (v. continuo, numero, quantità).
Discriminazione. T. Unterscheidung; I. Disorimination; F.' Discrimination.
Termine d’origine inglese, che indica V atto con cni si distinguono l’uno dall’
altro due oggetti del pensiero concreto. Si adopera specialmente nella
psicologia per significare il differente grado di intennità avvertito in due
momenti di una medesima sensazione. Per mezzo di opportuni esperimenti, la
psicologia fisiologica cerca appunto di determinare quali sieno le più piccole
differenze percepibili di sapore, di temperatura, di peso, d’ intensità
luminosa, di altezza o intensità di suono. Secondo il Bain, la discriminazione
è una proprietà delle sensuzioni muscolari, per mezzo della quale ha origine la
coscienza. Essendo la coscienza unità e differenza insieme, noi mancheremmo
delle sue condizioni se avessimo una sensazione sola o due sensazioni con un
intervallo in mezzo. Cir. Bain, The senses and the intellect, 1890; Wundt, Grundzüge d.
physiol. Psychologie, 1893, I, p. 348. Discromatopsia. T. Dyschromatopsie; I.
Dyschromatopsia; F. Dyschromatopsis. Acromatopsia parziale, 0 cecità per alcuni colori (specie il rosso, il
verde ο il violetto) mentre gli altri sono normalmente percepiti. La forma più
comune della diseromatopsia è il daltonismo, o cecità per il color rosso (v.
cromatiche). Disgiunzione. T. Disjunction ; I. Disjunction ; F. Disjonction.
Carattere d’ una alternativa i cui termini si eseludono reciprocamente. Il
giudizio disgiuntivo è una forma dei giudizi di reciproca dipendenza; la sun
formola è: 4 è Bo Co D; oppure, nella forma negativa: 4 non è nv B, nè €, nd D,
Per essere valido, è necessario che non vi siano altro possibilità oltre quelle
espresse nella disgiunzione, ο, in altre parole, che l'enumerazione disgiuntiva
sia completa; e che le parti disgiunte si escludano, cioè siano 817
Dis coordinate e non subordinate. I sillogismi disgiuntivi sono quelli
nei quali la maggiore è una proposizione disgiuntiva ; se è
categorico-dingiuntiva (A è ο Bo Co D) il sillogismo ‘esi
oategorico-diagiuntivo; ne In maggiore è ipotetico diegiuntiva (se A è ΗΒ, oC è
D, 0 E è F) dicesi ipoteticodisgivntivo. Regola comune a tutte le forme dei
sillogiemi disgiuntivi è che se la minore nega tutti i membri disgiunti della
maggiore, la conclusione nega l’antecedente della maggiore. Il dilemma non è
che un sillogismo disgiuntivo, in cui la minore negando tutti i dne membri
disgiunti della maggiore, la conelusione nega il soggetto della maggiore. Cfr.
Wandt, Logik, 1898, vol. I, p. 154 segg.; Rosmini, Logioa, 1858, $ 445 (v.
remotiro). Disgrafia. T. Dyegraphie; I. Dyographia; F. Dyagraphte. Una delle
forme dell’ amnesia verbale, che si vorifien nella demenza, nell’ alcolismo,
nella paralisi. 1’ ammalate non è più capace di tracciare che una serie di
lineo incerte ed inintelligibili, oppure la sua scrittura vien nasumendo una
forma elementare, inzaccherata da continui agorbi, come nei bambini. Dicesi
disgrafia emozionale quella che non dipende da alterazioni centrali, ma da
sentimenti, come timore, soggezione, ecc., ed è transitoria al pari di questi. Cfr. Séglas, Les troubles
du langage, 1892; Lombroso, Grafologia, 1895, p. 111 segg. (v. agrafia). Dismnesia. T. Dysmnesie: I.
Dysmnesia ; F. Dyemnesic. Anomalia dolla memoria che consisto nell’ abolizione
di particolari categorie di ricordi, come i nomi propri, i segni, i numeri, le
figure e così via via. Nella paralisi progressiva essa si verifica sempre,
attuandosi secondo le leggi psicologiche illustrate dal Ribot: 1° i ricordi più
recenti scompaiono prima degli antichi; 2° i ricordi più complicati si
disgregano prima dei più semplici, e quindi gli astratti prima dei concreti; 3°
le ideo scompaiono prima dei sentimenti; 4° i ricordi che più resistono sono
quolli organizzati fin dalle primo fasi dello aviluppo mentale. Dis Cfr. Sollior, Les
troubles de la memoire, 1894; Ribot, Les maladies de la memoire, 9* ed. 1904. Disparato. Lat. Disparatus; T. Disparat; F.
Disparate. Nella logica diconsi disparati due tormini, fra i quali non esiste
alcuna relazione. Però la disparatezza non si'può mai dire assoluta, potendosi
sempre trovare un qualche rispetto, sotto il quale i due concetti cessano di
essere tra loro disparati. Per Boezio i termini disparati sono quelli diversi
ma non contrari. Per Leibnitz due concetti sono disparati quando nessuno dei
due contiene 1’ altro, quando cioè non sono nella relazione di genero a specio.
Cfr. Prantl, Gesohichte à. Logik, 1855, t. 1, 686; Leibnitz, Inédita, ed.
Conturat, p. 53 ο 62. Dissociazione. T. Dissoziation ; I. Dissociation; F.
Dissociation. Alcuni psicologi distinguono dissociazione da astrazione; la
prima consiste nell’ analizzare o separare gli elementi che compongono la
percezione o la rappresentazione senza alterarne il valore; la seconda invece
nel ricavare dagli elementi stessi una nozione generale, che non può più essere
un oggetto di percezione o di rappresentazione. Si suole anche opporla alla
associazione per designare l’operazione negativa e preparatoria della
immaginazione creatrice, mentre l’ associazione è l'operazione positiva e
costruttiva. La dissociazione trovasi già in germe nella sensazione 6 nella
percezione, come prova il fatto, dimostrato dell’ Helmholtz, che nell’ atto
della visione molti particolari non vengono perccpiti, essendo indifferenti ai
bisogni della vita; ma nell’immagine tale lavoro si intensifica, ed è soltanto
dopo un’ opera incessante stinzioni, soppressioni e corrosioni, che gli
elementi dissociati di un tutto possono entrare in molte combinazioni a alla
dissociazione succede l'associazione. 11 Renda distingue tre forme principali
di dissociazione: la d. conoscitira, cho, smussando le imagini, decomponendo
l’integralità dello serio rappresentative, permette che la reviviscenza 319
Dis degli stati passati sia, in parte, una nuova creazione, e che
sintesi novelle rinnovino incessantemente il contenuto dello spirito,
elevandolo dall’angusta percezione dell’individuo alle idee astratte; la d.
effettiva, che, rompendo ‘ l'equilibrio dei sentimenti, pone alla nostra
attività nuovi valori ed imprime ad essa nuove direzioni; la d. conatira, che,
agendo sulle coordinazioni motorie, dovute ad annociazioni anatomo-fisiologiche
tra centri del sistema neuromotorio e centri del sistema neurosensorio,
permette nuovi adattamenti e nuovo serie sinergiche. Nella psicologia
patologica dicesi dissociazione il disgregarsi degli elementi della personalità
unitaria, per cui la coscienza si soinde in due coscienze separate, che
coesistono o si succedono alternativamente. L’ espressione è usata specialmente
da quei psicologi e psichiatri che considerano la nostra attività psichica
complessiva come risultante dalla continua collaborazione coordinata del
cosciente col subcosciente, dell’ io supraliminale con l'io subliminale; in tal
caso gli edoppiamenti della personalità risulterebbero dalla dissociazione
ubnorme dei processi psico-fisici coscienti dai subcoscienti, ο
dall’esaltamento funzionale di questi ultimi, in modo da costituire un nuovo
centro psichico cosciente, vale a dire una nuova personalità distinta. Altri
psicologi, fondandosi sopra la dottrina segmentale, considerano la
dissociazione della personalità come primitiva e propria di tutti gli nomini
anche in condizioni normali; essa si rivelerebbe nel dissenso che talvolta si
produce in noi tra l’io cosciente che ragiona e il subcosciente che si esprime
in forma di vaghi sentimenti, nelle ineguaglianze di carattere e di condotta
proprie specialmente dei giovani, nel fatto, illustrato da W.James, del senso
di presenza che continuamente avvertono le persone dotate di sentimento mistico
religioso. Cfr. Boris Sidis, Studies in mental dissociation, 1902 ; Myere, The
human personality, 1902; Morton Princo, The dissociation of a personality,
1906; J. Sully, Les illusione der senses Dis
320 et de l'esprit, 1889; W. James, Prinoipî di psicologia, trad. it.
1901; A. Renda, La dissociazione peicologioa, 1905. Distanza (percezione o
giudizio di). T. Abatand: I. Distance; F. Distance. Secondo la dottrina
nativista, le nostre sensazioni ci fanno apparire fin dal principio l'oggetto ©
della percezione sensibile come situato ad una certa distanza. Secondo la
dottrina genetica ο empirica, primitivamente enunciata dal Berkeley, la
percezione della distanza deriva da un'associazione che si stabilisce tra le
sensazioni e le rappresentazioni della vista, del tatto e del senso
cinestetico, associazione cho diviene poi abituale e indissolubile. Ciò è
provato dal fatto che 1’ apprezzamento della distanza rimane imperfetto nel
bambino fino al secondo o terzo anno, e che i ciechi nati, sppena operati, non
sono assolutamente capaci di apprezzarla. In codesta valutazione la base è nel
senso tattile e nelle sensazioni muscolari che vi si accompagnano: la distanza
è data per noi dalla serio più o meno grande di sensazioni cinestetiohe che noi
proviamo quando moviamo le nostre mani ο il nostro corpo intero verso un
oggetto. À queste poi si associano le sensazioni del movimento che gli occhi
devono fare per accomodarsi agli oggetti più ο meno lontani. Cfr. Bérkeley, Theory of
vision, 1709; W. James, Perception of space, Mind », 1887; Höffling,
Peyohologie, trad. franc, 1900, p. 254 segg. Disteleologia. T. Dysteleologie. Significa in generale
mancanza di finalità. L’ Haeckel chiama così la dottrina darwiniana degli
organi rudimentali, perchè essa, dimoatrando I’ esistenza di organi che si sono
atrofizzati perchè non compiono più alcuna funzione, prova che gli organi
stessi ‚non esistono per un fine predeterminato, ma sono creati dall’ esercizio
ο che quindi la dottrina delle cause finali (feleologia) è insussistente. Cfr.
Haeckel, I problemi dell'universo, trad. it. 1902, p. 359 segg. Distinto. T.
Verschioden, Deutlich; I. Distinot; F. Diatinot. Intrinseenmente è distinto ciò
di eni lo spirito vedo 321 Dis nettamente tutti gli elementi
costitutivi, e in senso proprio si dico della visione ὁ delle imagini visuali.
Nella terminologia cartesiana è chiara una conoscenza che è presente e
manifesta a chi la considera con attenzione; è distinta invece la conoscenza che
non contiene nulla più di ciò che è chiaro, che è quindi precisa e differente
da tutte le altre. Peroid a chiaro si oppone osewro, a distinto confuso; unn
idea è confusa quando può essere scambiata con altre, come avviene delle idee
complesso; ma l'essere confusa non esclude che possa essere chiara, mentre non
può mai essere distinta senza essere chiara. Cfr. Descartes, Princ. phil., I,
43. Distinzione. T. l’atersohoidung, Verschiedenheit; I. Distinction; F.
Distinotion. Questo termine ha, nella logica, vari significati. Innanzi tutto
designa quella forma di definiziono approssimativa esplicativa, che si adopera
per quei concetti che sono, per qualsivoglia ragione, propriamente
indefinibili, e dei quali, quindi, non si può far altro che distinguerli dai
concetti affini. Il modo migliore della dizione è l'opposizione coi simili,
purchè il concetto negativo ο il positivo abbiano lo stesso genere prossimo ο
Puno sia determinato dalla negazione della diferensa dell'altro, Es.: le
parallele sono rette, che giacciono sullo stesso piano e prolungate
indefinitamente dai due lati, non # incontrano mai. In senso analogo
intendevano In distinzione gli scolastici, per i quali però essa aveva un uso
essenzialmente dialettico: essi infatti chiamavano distii zione l’ operazione
per cui, prima di rispondere ad un dato argomento nel quale si era adoperata
una parola in doppio senso, si distinguono questi due sensi e si definiscono
esattamente, e poi si mostra come la conclusione, vera per un senso, non
conviene per l’altro, o come è falaa per entrambi i sensi e non sembrava vera
che a motivo della confusione. Per ricordare questo genere di risposta, gli
scolastici avevano fatto questo verso: Diride, defini, con21 Ranzoti, Dizion, di scienze filosofiche.
Dis 322
cede, negato, probato. Descartes,
e prima di lui gli scolastiei, ennmeravano due forme di distinzione: la distinzione
di ragione, cioè quell’ operazione mentale per cui si considerano separatamente
cose che nella realtà sono unite ed inseparabili; la distinzione reale, che è
quella che si fa negando uns cosa di un’altra, ed esiste nelle cose stesso,
indipendentemente cioè da ogni operazione mentale; questa seconda distinzione
aveva tre specie; da oosa a coda, come da Dio all’ uomo, da modo a modo, come
da bianco à nero, da modo a cosa come da corpo a movimento. Nel sistema filosofico dell’ Ardigò la legge
della distinzione è la legge suprema di ogni formazione naturale. Tanto nella
psiche come nel cosmo, l'evoluzione formativa consiste in un passaggio
incessante da un indistinto a un distinto, che in quello era contenuto; quindi
ogni momento della fase evolutiva è un «distinto verso la precedente e un
indistinto verso la susseguente; e risalendo indietro per le diverse fasi che
si sono succedute, si trova sempre che l’ ultimo è una distinzione sul
precedente, all’ infinito. Così tutte le formazioni distinte dell’attuale
sistema solare sono ottenute mediante la distinzione da un unico indistinto
primitivo (nebulosa) donde a poco a poco emersero e nel cui seno giacevano; e
tutta la ricchezza del contenuto psichico della coscienza individuale è un
distinto operatosi a poco a poco coll’ esperienza del primitivo indistinto, con
cui s’ inizia la vita psichica di ogni individuo. Ma questi indistinti
primitivi non sono tali che relativamente; infatti la stessa nebulosa solare
apparisce formatasi da un tutto immensamente più grande, }’ universo, ed è un
distinto rispetto ad un indistinto che le sta sopra, dal quale procode: 1’
indistinto supremo dato dall’ assoluta uniformità fondamentale della materia e
della forza, che è quindi medesimezza e continuità; 1’ indistinto, in un altro
senso, della continuità dello spazio e del tempo, in quanto la mutazione della
materia implica la continnità dello spazio, e lo sviluppo della forza
rappresenta Ja con 323 Dis-Div tinuità
del tempo. Da ciò consegue che ogni cosa ο fatto, compresa la rappresentazione
psicologica, è contenuta nel continuo dello spazio e del tempo, ed è
rappresentata dal punto d’intersecazione di due linee infinite, la linea dello
spazio e la linea del tempo. Cfr. Descartes, Princ. phil.,I, 60; Goolenio,
Lezicon phil., 1613, p. 595; Ardigò, Opere fil., IT, 81 segg.; III, 437 segg.;
IV, 43 segg.; VI, 190 segg.; Espinas, La phil. expérimentale en Italie, 1880,
p. 81 segg. ; Hòffding, Philosophes contemp., trad. franc. 1908, p. 37 segg.
Distributivo. Lat. Distributéous; T. Distributin; I. Distributico; F.
Distributif. Si oppone a collettivo ed indica ciò che è comune ad una pluralità
di individui ed appartiene a ciascuno di essi, mentre collettivo indica ciò che
è comune ad un insieme determinato di individui ed è una proprietà del gruppo.
Dicesi perciò giustizia distributiva quella che riguarda i rapporti fra i
singoli cittadini di uno Stato e la distribuzione dei beni comuni da
condividere, che si debbono distribuire proporzionatamente ai meriti. Diteismo.
Sistema religioso che consiste nell’ ammettere l’esistenza di due divinità,
rappresentante I’ una il principio del bene, l'altra il principio del male,
ugnalmente primitivi ed eterni. La lotta continua tra queste due divinità, e il
prevalere dell’ una o dell’ altra, spiega I’ esistenza del bene e del male nel
mondo: Secondo l’Ardigò, il diteismo rappresenterebbe il secondo periodo dell’
evoluzione religiosa. Cfr. Ardigò, La morale dei positivisti, 1892, p. 73 (v.
catari, dualiemo). . Divenire. Lat. Fieri; T. Werden; I. Becoming: F. Devenir.
Si contrappone ad Essere inteso come ciò che permane immutato, e designa lu
mutazione, il cangiamento, la serie dei passaggi da uno stato all’altro. Il
problema se la realtà consista nel rimanere o nel mutarsi, nell’ Essere o nel
Divenire, fu già posto dai primi filosofi greci. Secondo Parmenide ο In senola
elentica, soltanto I’ Eanore Div 824 _ è
reale, quindi il non-Essere non è possibile, come non è possibile il diventare;
I’ Essero è unico, eterno, infinito, semplice, immutabile, indivisibile; esso è
il sostrato del cangismento, la sostanza che rimane mentre le qualità mutano.
Secondo Eraclito, invece, il reale consiste nel mutarsi, nel trasformarsi
continuamente, nel Divenire ; la permanenza dell’ Essere non è che pura
illusione; la realtà è come un fiume che sempre scorre. L’ antica disputa tra
eleati e eraclitei fu rinnovata nei tempi moderni dall’ Hegel © dall’ Herbart:
questi negò il Divenire in quanto credette implicasse la realtà del nulla;
quello negò l’ Essere, ponendo l’ equazione: Essere affatto indeterminato ==
non-Essero. Si prenda il divenire, dice Hegel, ciascuno può rappresentarselo.
Si accorderà che, quando lo si analizza, vi si trova la determinazione
dell'essere, come anche del suo contrario, il nulla; si accorderà infine che
queste due determinazioni si trovano riunite in una sola e medesima
rappresentazione. Il divenire è, quindi, l’unità dell’essere e del nulla». Il divenire
sarebbe soppresso se si ammettesse la verità del principio che nulla può renire
dal nulla; ma Hegel considera tale proposizione come fondata sull'identità
astratta dell'intelletto: Non sarebbe difficile provare che l’unità dell’
essere © del nulla si trova in tutti gli avvenimenti, in tutti gli ogguiti 9 in
tutti i pensieri. Bi deve dire, dell'essere e del nulla.... che non v’ha
nessuna cosa nel cielo e sulla terra che non li contenga entrambi. Quando si
parla d’una cosa reale, queste due determinazioni, essere ο nulla, vi si
tradncono mediante l'elemento positivo ο l'elemento negatiro ». Cfr. Platone,
Cratyl., 1402 A; Aristotele, Metaph., IV, 5, 1010 a, 12 segg.; Hegel, Encicl.,
§ 88 segg.; Logik, $ 88, 89 (v. cangiamento, mobilismo, essere, nulla, ente).
Divergenza (legge della). 'T. Divergenz; 1. Divergence; F. Divergence. Una
delle leggi che ai verificano nell’ evoluzione del mondo organico, per In quale
In molteplicità Div e la varietà delle
forme viventi s’ à venuta costantemento aumentando dai tempi più remoti sino al
presente. Dicesi divergenza personale quella che intercede tra gli organismi ©
conduce alla formazione di nuove apecie ; essa ha origine dalla divergensa dei
tessuti, per cui da cellnle primitivamente uguali si sviluppano tessuti disuguali;
e la divergenza dei tessuti si basa a sua volta sulla divergenza cellulare, che
ha origine dal fatto fisiologico della divisione di lavoro delle cellule stesso
(v. convergenza). Diverso. Gr. “Etepoc; Lat. /τεγονο; T. Versohioden ; I.
Divers; F. Divers. Nel senno aristotelico il diverso è tutto ciò che, essendo
reale, non è identico. Gli scolastici dicevano primo-dirersa quelle cose che
non convengono in nessun genere, tranne in quello universalissimo dell’ essere;
diversa © differentia solo numero le cose che hanno entità diverso in una
specie medesima, come gallo e gallinn; diversa ο differentia εροοίο le cose che
hanno diverse definizioni essenziali nello stesso genere, come, nel genere
animale, l’uomo e il bruto; diversa o differentia genere quelle che si
classificano in predicamenti diversi, come il coraggio e la pietra.
Distinguevano poi la diversitas physica, che nei termini delle proposizioni
negative, in quanto dire con verità che l’una cosa non è l’altra, dalla
diversitas logica, che si ha in quei termini delle proposizioni affermative i
quali, sebbene non differiscano da parte della cosa indicata, pure vengono
intesi sotto nn concetto differente.
Alcuni distinguono il diverso dal differente, ii quanto, pure implicando
una differenza intrinseca ο qualitativa fra due oggetti, non determina lu
specie o il grado della differenza stessa. Cfr. Aristotele, Mefaph., V, 10,
1010 b, 1 seg.; Crist. Wolff, Ontologia, 1736, $ 188 (v. alterità, altro,
differente, indiscernibili). Divinità. T. Gottàeit; I. Dirinity; F. livinitd.
Si adopera quasi sempre come sinonimo di Dio; tuttavia alcuni distinsero il
significato dei due vocaboli, intendendo col Divprimo 1) essenza divina e col
secondo Dio in quanto essere personale. Tale distinzione trovasi ad es. in Eckhart,
per il quale la Divinità, causa prima di tutte le cose, trascende V esistenza ο
la conosgenza, manca di ogni determinazione, è il niente; essa si rivela nel
Dio unitrino, e il Dio esistente e conoscente crea dal nulla le creature, le
cni idee egli conosce in sè, perchè questo conoscere è il suo creare. Questo
processo di autorivelazione appartiene all’ essenza della Divinità, la quale,
come essenza creatrice, non è reale se non in quanto conosce sè stessa in Dio e
il mondo come realtà creata. Cfr. Stöokl, Geschichte d. Phil. des Mittelalters,
1864-66, vol. II, p. 1098; Leibnitz, Monadologie, 47. Divisibilità. T.
Theilbarkeit; I. Dirinibility; F. Divi sibilité. La proprietà di un essere di
poter venire scomposto in un certo numero di parti. Si suol distinguere la
divisibilità fisica dalla matemation: questa, essendo una pura operazione
mentale, non ha limiti assegnabili ed è quindi indefinita; quella invece è
definita, ciod può avere dei limiti, arrivando un punto in cui non è più
praticabile. Secondo l’atomismo la divisibilità dei corpi è concretamente
limitata, in quanto essi consistono di parti ultime indivisibili, atomi. Per
Cartesio, dalla incapacità del nostro intelletto a rappresentarsi una
divisibilità i finito, non segue che essa non debba realmente darsi. Secondo
Spinoza la sostanza infinita è indivisibile, e non si può concepire con verità
nessun attributo della sostanza, dul quale risulti che la sostanza possa essere
divisa »; infatti, la sostanza così concepita sarebbe divisa in parti, che ©
conserveranno la natura della sostanza, 0 non la conserveranno: nel primo caso
ogni parte dovrebbe essere infinita, e causa di ad, ο costituita da un
attributo speciale, cosicchè da una sola sostanza si potrebbero costituirne
molte, il che è assurdo, e di più le parti così ottenute non avrebbero nulla di
comune col tutto da cui provengono, e il tutto potrebbe esistere secondo lo suo
parti; nel 827 Div socondo caso ne risulterebbe che,
dividendo tutta In sostanza in parti uguali o disuguali, essa perderebbe la
natnra della sostanza ο cesserebbe di esistere. Secondo Hobbes lo spazio e il
tempo non sono divisi all’ infinito, ma si dà soltanto un minimum divisibile.
Secondo Leibnitz il continuo è divisibile all’ infinito, cosioch® non esistono
atomi ma monadi spirituali inestese. Berkeley combatte l’idea della
divisibilità infinita, perchè è una palese contraddizione dire che una
estensione o una grandezza finita constino di infinite parti »; quando noi
diciamo che una lines è divisibile all'infinito, intendiamo solo una linea di
lunghezza infinita. Kant rappresenta il dibattito sotto forma di antinomis, la
seconda delle antinomie della ragione: tesi: ogni sostanza composta consta di
parti semplici, ο non esiste nel mondo che il semplice 0 ciò che di esso si compone;
antitesi: non esiste alcuna cosa semplice nel mondo. Kant risolve questa, al
pari della precedente antinomia, affermando che spazio, tempo, semplicità,
complessità sono soltanto determinazioni che hanno valore per la cosa in quanto
fenomeno, cosicchè il principio del terzo escluso perde il suo valore quando si
faccia oggetto della conoscenza qualche cosa che non può mai diventar tale,
come 1’ universo. Cfr. Aristotele, Phye., III, 7, 207 b; Spinoza, Ethios, 1. I,
teor. ΧΙΙ, x11; Hobbes, De corp., ο. 7, 13; Berkeley, Prinoipl., ΟΧΧΙΝ segg.;
Kant, Krit. d. reinne Fern., ed. Reolam. Divisione. Gr. Ataigesig; Lat.
Divisio; T. Hinteilung : 1. Division; F. Division. L'operazione logica per
mezzo della quale si determina l’ estensione di un concetto, enumerando gli
oggetti a cui si riferisce. Essa consiste in una proposizione in cui il
soggetto (dividendo) è il genere, e il predicato 1’ enumerazione delle specie
contenute sotto quel genere. Perchè l'operazione sia perfetta, occorre che i
membri dividenti esauriscano tutta l'estensione del diviso e che il concetto da
dividersi possegga una nota, detta funDiv-Doc
328 damentum divisionis, la quale
sia suscettibile di varietà. So questo fondamento è preso tra le note
essenziali del concotto, la divisione dicesi naturale, so è preso tra le
accidentali artificiale. Dicesi
divisione del lavoro 1’ organizzazione economica in cui il lavoro totale da compiere
è ripartito tra i cooperatori, in modo che ciascuno compin sempre uno stesso
genere di lavoro, per il quale acquista così una abilità particolare. Il Rosmini chiama sofisma dell’ assurda
divisione quello in cni cadde Zenone quando sostenne che, se un moggio di
miglio cadendo in terra manda rumore, dove mandarlo anche ogni granello di
miglio; ed il Leibnitz. quando pretese che, se peroepiamo il fragore del mare,
dobbiamo percepire anche quello d’ ogni goccia d’acqua che lo compone. Cfr.
Hamilton, Lectures on logic, 1860, 11, 32 segg.; Wundt, Logik, 1898, II, p. 40;
Rosmini, Logica, 1853, pe 384 κ. (v. sorito, nota, dicotomia, tricotomia,
suddivisione, codivisione). Divisivi (giudizi). Forma di giudizio composto, che
esprime la risoluzione completa del concetto del soggetto nelle sue parti; ad
es. i lingnaggi sono parte monosillabici, parte agglutinanti, parte a flessione.
Possono essere divisivi anche i giudizi ipotetici, e tanto nell’ ipotesi come
nella tesi, indicando nel primo modo in quanti casi la tesi è vera, nel secondo
a quale condizione è sottoposto nn certo numero di cose o di eventi: es. 1° se
un uomo sente rimorso per il male e compiacimento per il bene fatto, è
responsabile delle proprie azioni; 2° se un animale è vertebrato, possiede uno
scheletro interno cartilaginco od osseo, una colonna vertebralo, un tubo
intestinale complesso, sangue rosso che circola entro vasi e simmetria
bilaterale evidente. Docta ignorantia. Espressione resa celebre da Nicola
Cusano, per il quale l’uomo, di fronte alla vera essenza delle cose non
possiede che congetture, cioè solo i modi di rappresentazione che scaturiscono
dalla sua propria natura; 329 Dor la conoscenza di questa relatività di
tutte le affermazioni positive, il sapere del non sapere, come primo gradino
della dotta ignoransa, è l’unica via per arrivare alla comunione conoscitiva
inesprimibile, indesignabile, immediata con I’ Essere vero, cioè con la
divinità. Dio infatti, mancando di attributi positivi, non può essere
conoscinto che in questo modo: 44 hoc ductus sum, ut inoomprohensibilia
incomprehensibiliter amplooterer in doota ignorantia.... Supra igitur nostram
apprehensionem in quadam ignorantia nos doctos case convenit. Perciò la doota
ignorantia è la perfoota soientia. L'espressione era già stata adoperata da 8.
Agostino, 8. Bonaventura e in genere da tutti i teologi che, nella
determinazione dell'essenza divina, adottavano la teologia negativa. Cfr. N.
Cusano, De doota ignorantia, ed. P. Rotta, 1913, 1, 26; II pref.; III, peror.;
P. Rotta, Il pensiero di Niccolò da Cusa nei suoi rapporti storici, 1911 (v.
agmostiolemo, Dio, teologia). Dolore. T. Schmerz; I. Pain; F. Douleur, Uno dei
due poli opposti del sentimento, il quale si manifesta sempre sotto forma di
piscere o di dolore e nel numero infinito degli stati intermedi che li
ricongiungono. 11 dolore’ e il piacere, essendo dati immediati della coscienza,
sono per sè stessi indefinibili; soltanto se ne possono stabilire le cause 6 le
condizioni. In generale, il dolore dipende dalla intensità degli stimoli;
quando l’ eccitazione è troppo intensa, cosicchè essa passa il limite di
adattamento dell’ dividno, si ha uno stato di dolore determinato dall’
alterazione dei tessuti. Oltre che da eccesso di funzione, il dolore può essere
anche determinato da innzione di un organo, cioò da mancanza di funzione ; lo
Spencer ha chiumato questo dolore negativo, il primo dolore positivo. Va notato
però che, mentre per alcuni psico-fisiologi, Lotze, Wundt, Richet, ecc., gli
stessi nervi ed organi di senso che servono per le sensazioni cutanee sono
capaci di destare sensazioni di dolore, per ultri, come Milnsterberg, Frey, KieDor. 330
sow, esistono invece nella cute terminazioni nervee speciali, © nel
sistema nervoso centrale apparati sensitivi distinti per le sensazioni di
dolore. Gli studi più recenti tendono à far prevalere quest’ ultima dottrina,
che si bass specialmente su queste constatazioni : a) nell’ uomo può scomparire
per cause anormali la sensibilità dolorifica, restando integre le altro
modalità specifiche del senso cutaneo ; d) alcune regioni della cute mancano
del tutto di punti dolorifici, tantochè non reagiscono con sensazioni di dolore
neanche con l'applicazione di stimoli meccanici od elettrici assai intensi; ο)
la soglia della sensibilità per gli stimoli dolorifici è diversa, ossia più
alta o più bassa, di quella per gli stimoli meccanici. La sede anatomica del
dolore sarebbe, secondo alcuni, il midollo allungato, secondo altri il midollo
spinale: ad ogni modo, per avere una sensazione di dolore è necessario che l’
eccitazione sia trasmessa nd un centro nervoso da una fibra afforente; ove
queste fibre mancano (cervello, polmoni, ecc.) si può avere qualsiasi
alterazione senza che ossa sia avvertita come dolore. In gonerale, i tessuti
organici interni posseggono una sentà al dolore minore degli esterni. Il dolore
suscitato du uno stimolo lungo il decorso di una fibra, viene riferito alla
periferia, e non solamente allo parti malate ma anche alle vicine; questa
proprietà di érradiarei del dolore, ne rende difficile la localizzazione.
Diconsi appunto dolori riflessi quelli erroneamente proiettati alla superficie
corporea dagli organi interni malati; questo fatto, già osservato dal Lange, fu
ampinmente studiato dallo Head, che formulò la legge seguente: Quando uno
stimolo doloritieu viene applicato ad un punto poco sensibile, il quale sia in
intima connessione centrale con un altro punto più sensibile, il dolore che si
desta è sentito più intensamente nella sede di maggiore sensibilità, invece che
là ove la sensibilità è minore © in cui lo stimolo fu effettivamente applicato
». Le principali modificazioni fisiologiche accompa 331 Dom guanti il dolore sono: diminuzione delle
fanzioni vitali, rallentamento dei battiti del cuore, turbamento delle funzioni
digestive, brevità delle inspirazioni, arresto dei movimenti v agitazione
motoria. Però la sensibilità dolorifien non è uguale in tutti gli animali;
alcuni negano che essa esista negli infimi, mentre è certo che aumenta
proporzionalmente all’ elevarsi della loro struttnra fino a raggiungere il suo
massimo nell’ uomo; perciò il dolore è considerato come una funzione della intelligenza,
una sovrapposizione psichica ai riflessi protettivi subcoscienti. La
distinzione comune tra dolore fisico e dolore morale si considera illegittima,
essendo entrambi da un lato fatti fisici e organici (in quauto anche il dolore
morale implica un processo fisiologico corrispondente) e dall’ altro fatti
psichici, in quanto non sono conosciuti che come stati di coscienza. La sola
differenza è nella complessità: il primo infatti è semplice ο risulta da
sensazioni immediate (ad es. il dolore dei denti), il secondo è inveoe
indiretto e accompagnato da un certo numero di rappresentazioni e di ricordi
(sd es. il rimorso). Cfr. Wundt, Grundries d. Psyohol., 1896, p. 55; Killpe,
Grundriss d. Peyohol., 1893, p. 93; Kiesow e Penzo, trchi für Payohologie, vol.
XVI, 1910; Höffäing, Peyohologie, trad. franc. 1900, p. 294 segg.; Penzo, Atti
della R. Aco, delle Scienze di Torino, vol. LXV, 1911; I. Ioteyko,
Peycho-physiologie de la douleur, 1908 (v. piacere, male, sentimento). Domma
(da δόγμα, che significava da principio semplicemente opinione plausibile e
poscia le decisioni politiche dei re o delle assemblee popolari). T. Dogma; I.
Dogma; F. Dogme. Nel suo significato comune questa parola designe una opinione
imposta da un'autorità collocata al di fuori © al di sopra d’ogni critica e
d'ogni esame. Nella religione cristiana il domma è una verità rivelata ds Dio ©
come tale direttamente proposta dalla Chiesa alla nostra credenza. La
rivelazione, sorgente del domma, è sia quella Dom 332
completamente esplicita, manifestante la verità divina nel suo proprio
concetto, sie quella parzialmente esplicita ο implicita, che contiene οἱοὺ le
verità stesse come parti costitutive ina non le fa conoscere formalmente.
Perchè una verità rivelata sin un domma, deve essere proposta direttamente da
una definizione solenne della Chiesa o dall’insegnamento del sno magistero
ordinario 6 universale; suo carattere fondamentale è l’immufabilità, per cui
deve ri. manere fino alla fine dei tempi senza subire nel suo contenuto alcuna
modificazione sostanziale. Essendo comunicato al? uomo da Dio stesso. il domma
fornisce una conoscenza obbiettiva delle verità divine. Contro questo carattere
di obbiettività, lo Schleiermacher prima, poi il Ritschl, il Sabatier, ece.,
sostennero che la rivelazione divina è in ogni uomo un fatto di esperienza
intima, e il domma un’ imagine ο un simbolo che traduce approssimativamente i
sentimenti dell’ individuo ο esprime, In via media, le impressioni degli
individui formanti una comunità, ed è quindi essenzialmente mutabile. Tra i
cattolici, il Loisy considera i dormi como una semplice interpretazione dei
fatti religiosi e la riveluzione come la coscienza acquisita dall’ uomo dei
suoi rapporti con Dio; il Laberthonnière ammette l’esperienza religiosa come
sorgente prima di tutte le verità religiose e considera la rivelazione come una
conoscenza di Dio nella nostra stessa realtà vivente; il Le Roy attribuisce al
domma un puro senso negativo, in quanto esso esclude © condanna certi errori
piuttosto che non determini certe verità, e un valore essenzialmente pratico,
in «quanto enunoia delle prescrizioni di condotta. Cfr. G. Goyan, L'Allemagne
religieuse, 1898, p. 96 segg.; Loisy, Autour Wun petit livre, 1903, p. 195
segg. ; Id., Quelques lettres den questione actuelle, 1908, p. 162;
Laberthonnière, Essai de phil, religieuse, 1908, p. 120; Le Roy, Dogme et
critique, 1907, p. 6-15; Ch. Guignebert,
L’érolution dee dogmes, 1910 (v. fideimno, immanentiemo, modernismo,
ecc.). 338 Dom Dommatica oristiana. È 1’ insieme dei dommi
su cui poggia la religione cristiana, e che vennero preparati, definiti ο
sviluppati dai Padri della Chiesa, dai Concili o dai Papi. Essi si possono
ridurre a tre fondamentali: Gesù è uomo e Dio; Dio è uno e trino; l’uomo,
caduto per effetto del peccato, è redento per mezzo della grazia. Gli altri
dommi non hanno che una importanza secondaria ο sono semplici corollari di
questi tre. Dommatismo. T. Dogmatismus; I. Dogmatiem ; F. Dogmatisme. Nel
linguaggio comune indica la tendensa a considerare come assolutamente vere le
proprie opinioni, a non accettare su di esse alcuna discussione, rigettando a
priori come false tutte le opinioni opposte.
Inteso come metodo, il dommatismo consiste nel partire da principii
aprioristiei, sui quali non si ammette dubbio nd discussione, e ricavarne delle
conseguenze senza curarsi se sono 0 no d’accordo coi fatti e con l’esperienza.
Questo metodo fu in onore specialmente nella filosofia scolastica. Nella dottrina della conoscenza si adopera il
termine dommatiemo in opposizione a sosttioismo © misticismo ; il primo, cioè
il dommatismo, ammette la possibilità della scienza, vale a dire la possibilità
di conoscere la realtà qualo essa è; il secondo la pone in dubbio e crede
quindi che l’ uomo debba astenersi da qualsiasi affermazione; il terzo afferma
che la verità è bensì conseguibile dall’ uomo, ma purchè egli, abbandonato I’
uso della ragione, sappia assorbirsi tutto nella contemplazione della divinità
(cioè della verità suprema) perdendo il sentimento della propria esistenza. Il
oriticismo, sorto con Emanuele Kant, ruppresenta un’ attitudine intermedia tra
il dogmatismo ο lo scetticismo : la critica, dice Kant, non è opposta al
procedimento dogmatico della ragione nella conoscenza pura in quanto
scienza.... ma al dogmatismo, cioè alla pretesa di avanzarsi in una conoscenza
pura ricavata da semplici conoetti (la conoscenza filosofica) appoggiandosi su
principî che In ragione impiega Dor
334 da lungo tempo, senza
ricercare in qual modo e con quale diritto essa è arrivata ad affermarli
». Alonni distinguono il dogmatismo
propriamente detto, positivo, dal dogmatismo negativo, ο scetticismo; la
filosofia antica è sempre dogmatica, in un senso © nell’ altro, © in ciò si
distinguo dalla filosofia moderna.
Dicesi dogmatismo morale quella forma di prammatismo sentimentalistico,
la quale afferma che: tutte le nostre conoscenze spontanee sono l’ espressione
dei nostri desideri, delle nostre azioni ; tali conoscenze servono a proporre
alla nostra attività morale dei problemi che, secondo la solazione
volontariamente scelta, determinano dei nuovi stati, una nuova attitudine
intellettuale; il valore metafisico o realistico della nostra conoscenza è
dunque legato alla maniera morale con cui noi ci comportiamo riguardo ad
esseri, che non subordiniamo al nostro egoismo, ma trattiamo come fini in sò
atessi. Cfr. Ch. Wolff, Philos. rationalis, 1732, § 40; Kant, Arit. d. reinen
Vern., ed, Reclam, p. 46 segg. ; Laberthonnière, Le dogmatieme moral, in Essais
de phil. religieuse », 1908, p. 76 (v. oriticismo, neooritioiemo, realismo,
idealismo, solipeiemo, conoscenza, ecc.). Dottrina. T. Lehre; I. Dootrino; F.
Doctrine. Nel suo significato più generale designa il complesso degli
insegnamenti d’ uno scienziato, d’ un filosofo ο d’ una scuola acientifica o
filosofica, Si distingue perd da sistema, che è un organismo ideale in cui le
parti sono logicamente coordinato fra loro 9 subordinate ad un principio
generale, e da teoria, che ha valore propriamente speculativo mentre la
dottrina può averne anche uno pratico.
Kant distingue In dottrina dalla critica: questa ha per oggetto di
determinare il valore e la portata delle nostre conoscenze a priori, ossia
puramente razionali; quella le raccoglie in un sol tutto e le coordina in un
sistema. La dottrina si distingue alla sua volta in metafisica della natura,
che considera i principi della ragione nella loro applicazione al mondo
esteriore, © metafisica dei costumi, cho li considera mella loro applicazione
alle nostre azioni. Nella dialettica trascendentale Kant dimostra che nè la
psicologia razionale, nd la teologia razionale, nè la cosmologia razionale sono
possi bili come dottrine ma soltanto come discipline, poichè sin V idea
psicologica, che la teologica e la cosmologica sono principi regolativi, non
mai costitutivi. Nella teologia per
dottrina s'intende: a) oltre l’ insieme delle verità dogmatiche, anche 1’
insegnamento non rivelato, oggetto non di un atto di fede ma di assentimento
fermo, che la Chiesa definisce come necessario per la difesa ο 1’ esplicazione
delle verità rivelate; 5) ciò che la Chiesa non definisce esprersamente, ma
solo loda o raccomanda come utile per la proposizione dell’ insegnamento
rivelato. Cfr.
Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 18 segg. Dovere (τὸ dioy= l’obbligatorio). T. Pflioht ; I. Duty; F.
Devoir. Non è altra cosa che
l'obbligazione morale, ο, come tale, è implicito nell’ idea di giustizia, in
quanto questa ha una efficacia diretta sul soggetto. In senso concreto un
dovere è una regola determinata d'azione, una obbligazione definita. Nella
storia della filosofia il concetto del «dovere comincia ad essere determinato
con gli stoici; esso si presentò loro necessariamente, in quanto riconducevano
l’attività particolare alla legge generale della natura e quindi l’attività
appariva prescritta dalla legge. Essi distinguevano due specie di doveri,
assoluti © medi, corrispondenti alle due specie di beni: quantunque solo il
bene sia comandato incondizionatamente, tuttavia può essere moralmente’
consigliabile anche ciò che è desiderabile. Dico Cicerone: Porfeotum ofleium
rectum, opinor, vocemus, quoniam Grasci κατόρθωμα, hoc autem commune officium
vocant. Atque ea sic definiunt, ut rectum quod sit, id officium perfeotum esse
definiunt; medium autem officium id ease dicunt, quod cur faotum sit, ratio
probabilis reddi posit. La più comune ed antica classificazione dei doveri è
quella fatta a seconda dei loro oggetti: verso noi stessi, verso i nostri
simili, verso Dio. Fra i primi sono quelli verso la nostra integrità fisica ο psichica,
verso la nostra costituzione organica, intellettuale, morale; fra i secondi,
quelli verso la famiglia, verso la società, verso lo Stato, o di fratellanza
morale verso le altre nazioni, cioè doveri internazionali. Altra
classificazione importante è quella in doveri atretti ο perfetti, © doveri
larghi ο imperfetti; i primi sono quelli che non lasciano alcuna libertà nella
applicazione, i secondi quelli la cui applicazione è lasciata invece all’
apprezzamento dell’ individuo. Si distinguono anche i doveri positivi, che
consistono in azioni che si devono compiere, dai negativi, azioni da cui si
deve astenersi. Ricordiamo infine la distinzione fondamentale fra doveri
giuridici, che sono imposti dalle leggi, si appoggiano sulla forza, ed hanno
una sanzione definita nelle leggi punitive, e doveri morali, che hanno una
sanzione indefinita nella pubblica opinione © nella coscienza dell’ individuo.
Dicesi materia 0 contenuto del dovere l’atto che si deve compiere, e forma il
carattere di necessità pratica che tale atto riveste nella nostra coscienza.
Per Kant la materia del dovere si deduce dalla sua forma; il dovere è infatti
la necessità di faro un'azione per rispetto alla legge, ο dn qui sgorga la
suprema legge morale, ossia 1’ imperativo categorico, cho si formula così:
agisci in modo che la massima della tua azione possa diventare una norma
universale di condotta. Ma perchè siavi una legge che comandi senza eccezione,
occorre che siavi in natura qualche cosa di valore assoluto, che cioè si
imponga sempre come fino; tale è l’uomo, unico essere ragionevole della natura;
perciò l'imperativo categorico si modifica così: agisci in maniera da trattar
sempre I’ umanità come fine, sis nella tua che nell’ altrui persona, © dn non
servirtene mai come mezzo, Occorre ancora che la volontà dia la legge a sò, sia
autonoma, perchè solo a tal patto accetterà la legge senza alcun altro
interesso; da ciò la terza formola doll’ imperativo categorico : opera in
modo 337
Dua che la tua volontà possa considerare sè stessa come dettante, con le
sue massime, leggi universali. Per Fichte V’Io è la volontà morale e il mondo è
il materiale sensibile del dovere, ossia tale che in esso noi possiamo essere
attivi; quindi non l'essere è la causa dell’ agire, ma per l'agire 1’ essere è
sorto, ο tatto ciò che è non pnd concepirsi se non per ciò che dere essere: L'unico
sicuro e definitivo fondamento di tutte le mie conoscenze è il mio dovere.
Questo è l'in #è intelligibile, che, mediante la legge della rappresentazione
sensibile, si converte nel mondo dei sensi ». L’urto (Anstoss) che ci obbliga a
porre il mondo esterno, non è altro che il nostro dovere, o il mondo stesso il
materiale per l’attività della ragione pratica. Per l'Ardigò l’imperativit del
dovere ha la sun ine naturale nella impulsività delle idealità sociali,
mediante un processo formativo di cui non s’accorge l’individuo, il quale solo
avverte la formazione già compiuta ed è perciò indotto a credere nella
primitivita del sno rentimento del dovere; in breve, l'obbligatorietà del dovere
non è che la ricordanza assommata e indistinta, ma inevitabile, del dolore
incontrato eseguendo atti che riescono di danno ai consoci; il dovere morale
nasce quindi dal dovere giuridico, fino a diventare una forma contitutiva della
psiche dell’ individuo, avverandosi così il fatto, che sembra paradossale, del
convertirsi dell'attività volontaria da fondamentalmente egoistica, qual'è da
principio, in virtà disinteressata. Cfr. Diogene L., VI, 1, 107-109; Cicerone,
De ofleis, I, 3, $ 8; Kant, Arit. d. prakt. Vern., ed. Reolam, p. 103 segg.;
Fichte, Syst. d. Sittenlehre, 1798, p. 224; G. Marchesini, La dottrina positiva
delle idealità, 1913, p. 93 segg.; Ardigò, Op. /l., III, p. 132 segg. (v.
autocoscienza, autonomia, dialettica, etico, idealismo, moralismo, realtà).
Dualismo. T. Dualiemus; I. Dualism; F. Dualisme. Si oppone a monimo, e designa
qualsiasi dottrina, sia filo22 RaxzoLi,
Dision. di scienze filosofiche. Dua 338 sofica che religiosa, che spiega o un dato
ordino di cose © di fatti, o tutto l'insieme delle cose © dei fatti, I’
universo, come la risultante di due principi, di due tendenze, di due canse
distinte ed opposte, ο perciò irredueibili 1’ una all’ altra. Un dualismo
religioso è la religione di Zoroastro, che attribuisce tutti gli avvenimenti
del mondo alla lotta di dne potenze contrarie, primitive, eterne, indipendenti
l'una dall'altra, di cui l’una, Ormurd, è l’autore del bene, l’altra, Abrimane,
del male. Il dualismo filosofico, qnale fu inteso dai filosofi greci, da
Pitagora a Platone, da Aristotelo agli stoici, consiste nel considerare
l’origine ο la natura dell’ universo mediante due principi ο sostanze affatto
opposte: la materia, assolutamente amorfa e passiva, © lo epirito, potenza
attiva ed animatrice. Dicesi dualismo spiritualistico la dottrina, posta sotto
forma precisa da Cartesio, che considera l’anima ο il corpo come due sostanze
etorogenee, agenti reciprocamente l’ una sull’ altra, Questa dottrina, detta
anche dell’ influsso fisico, si oppone alle vario forme di monismo, sia spiritualislico
: il corpo non è che uns forma ο un prodotto d’ uno ο più esseri psichici ; sia
malerialietico : l’anima non è che una forma ο un prodotto del corpo; sia
pricofisico : l’ anima © il corpo non sono che due aspetti differenti di un
solo e medesimo essere. Nella teoria della conoscenza dicesi dualismo ogni
dottrina che faccia originare le nostre conoscenzo da due fonti; ad es. quella
del Locke, che dalla sensazione fa derivare la conoscenza del mondo corporeo,
dalla riflessione In conoscenza dolle attività dello spirito. Spesso il términe
dualismo è adoperato in opposizione a naturaliemo © a panteismo, per indicare
la dottrina che pone due ordini distinti di realtà : una spirituale,
trascendente, eterna, senza causa, l'altra, che della prima è un riflesso,
materiale, temporanea, creata. Cfr. Th. Hyde, Historia rel. ret. Pers, 1700, ο.
9; Cartesio, Princ, phil., I, 60; L. Stein, Dualiemus oder Moniamua, 1909 (v.
anima, coscienza, manicheiemo, parallelirmo).
339 Dus Dubbio. T. Zweifel; I.
Doubt; F. Douts. Lo stato di perplessità in cui trovasi l'intelligenza quando
rimane sospesa senza negare nè affermare. Il dubbio presuppone l’esistenza di
due gindisi contradditori, considerati entrambi come possibili, tali cioè che
nessuno dei due porsegga ragioni sufficienti per essere aocettato ο respinto.
Il dubbio si oppone alla certessa, che è una persnasione ferma conforme alla
verità, © ni distingue dalla probabilità, che è una specie di avviamento alla
certezza. Si distinguono due sorta di dubbio: quello assoluto ο definitivo, che
è il vero e proprio dubbio scettico, e non ammette possibilità di conoscenza e
di soienza; quello provvisorio, o metodtoo, © filosofico, che, da Cartesio in
poi, è divenuto il ‘principio fondamentale del metodo scientifico, e consiste
nel respingere qualsiasi opinione anteriormente accettata, 80spendendo ogni
giudizio fino che la verità non siasi imposta allo spirito con evidenza
assolata. I! dubbio metodico trovasi già in Socrate: opponendosi al dubbio
scettico dei sofisti, che riguardava la possibilità della scienza e la realtà
delle cose, egli proolama la necessità di sottoporro a revisione ogni opinione,
per antica ed antorevole che sia, per eliminarne le contraddizioni,
correggerla, completarla: così il dubbio, che nella sofistica era stromento di
distruzione dell’ antica filosofia, diventa con Socrate il punto di partenza
della filosofia nnova. Più tardi, anche 8. Agostino cerca la via della certezza
attraverso il dubbio, e le stesse teorie scettiche gliene aprono la via; dubitando,
egli dice, io dubitante so di esistere, di ricordare, di conoscere, di volere,
perchè il dubbio contiene gid in sè la preziosa verità della realtà doll’
essere cosciente, e le ragioni del dubbio si fondano sulle nostre
rappresentazioni anteriori, ο nella valutazione dei motivi del dubbio si
sviluppa il nostro sapere, il nostro pensare, il nostro giudicare, Analogamente
per Cartesio, la ricerca è figlia del dubbio © generatrice della conoscenza e
delle convinzioni salde © coDus 340 scienti. Nel Discorso sul metodo ogli dice
come dal dubbio gli sia derivato il primo impulso alle sue meditazioni : tot
enim mo dubiis totque erroribus implicatum coso animadverti, ut omnes diacendi
conatus nihil aliud miki profuisse judicarem, quam quod ignorantiam meam magis
magisque detezisse. L'unica via di liberazione dal pregiudizio ο dall’ errore,
che ingenerano il dubbio, è questa: non aliter videmus posse liberari, quam si
semel in vita, de ite omnibus studeamus dubitare, in quibus vol minimam
inoortitudinia euspicionem reporiomus. Il dubbio deve in primo luogo attaccare
le cose sensibili © la loro esistenza, invadere le dimostrazioni matematiche e
i loro principî, non risparmiare alcuna delle nostre conoscenze, finchè non
incontri un limite insuperabile in sè stesso, il dubbio, dellaycui esistenza
non è possibile dubitare; e da questo punto fermo cominois in Cartesio, col
cogito ergo sum, tutta la fase ricostrattiva delle conoscenze chiare ο distinte
non più attaccabili dal dubbio. Si suol
distinguere anche il dubbio normale dal patologico, il quale a sua volta è
distinto dal Ribot in dubbio drammatico ο Sollia del dubbio. Il dubbio
drammatico è quello che precede le grandi conversioni (S. Paolo, Renan, ecc.)
ed è costituito da un lavono intellettuale lungo e da principio latente, che
scoppia alla fine col crollo delle credenze antiche © il costituirsi delle
nuove. Cfr. ΒΑ. Agostino, De vita beata, 7; Solil., II, 1 segg.; De rer. rel.,
72 segg.; Cartesio, Specimen philos. seu dissertatio de methodo, 1764, p. 3;
Princ. philos., IV-V; P. Sollier, Le doute, 1909; G. Zuccante, Intorno al
principio informatore e al metodo della filosofia in Soorate, Riv. di fil. »,
febbr. 1904 ; Alemanni, Intorno a una psicologia del dubbio, Ibid., maggio
1908; R. Mondolfo, Il dubbio metodico e la storia della filosofia, 1905 (v.
acatalesnia, autocoscienza, ironia, epooa, testimonianza, achepsi, dommatiamo,
diallelo, dicotomia, tropi). Dubbio (follia del). T. Zweifelsuoht, Grübelsucht
; I. Doubting mania; F. Folie du doute. Stato morboso di perplessità
Duocontinua, che ha tro gradazioni diverse; nel primo il malato si sente
continuamente irresoluto, non sa giungere ad alcun risultato definitivo, è
sempre tormentato dal bisogno di corcare il perchè di tutto, di rivolgersi
domande senza fine (mania del perchè); questa ruminazione psicologica, come la
chiamò il Legrand du Saulle, si traduce poi negli atti, cosicchè il malato non
osa far nulla senza timori, ansie © precanzioni infinite; da ultimo questi
fenomeni possono assumere carattere ipocondriaco, che si rivela con il dubbio
eterno di non poter far nulla, di essere affetti da una malattia cronica, di
aver mancato al proprio dovere, di essere male edncati, importuni, indisoreti.
A seconda poi del contenuto dei problemi, che l’ammalato si propone, si hanno
casi: di dubbio metafisico, quando riguardano l’ essenza delle cose, l’origine
ο il perchè della creazione, οσο. di dubbio realista, quando le questioni
mentali più comuni si riferiscono alla ragion d’ essere di certi organi, perchè
l’acqua bagni, perchè la terra non sia assorbita dal more, ecc.; di sorupolo,
in cui 1 dividuo è nella continna preoceupazione di non aver adempiuto bene ai
propri doveri, o di non aver fatto bene ciò che ha fatto, ο d’ essere
responsabile di qualche sciagura tocestn alla propria fantiglia, Cfr. Legrand
du Saulle, La Jolie du doute, 1875; Ribot, Les maladies de la volonté, 1883, γ.
60 segg. Duodinamismo. Quel sistema vitalistico, che spiega il fenomeno della
vita come il prodotto di an principio o anima distinta dagli organi corporei
non solo, ma anche dal!’ anima pensante. Esso si trova per la prima volta in
Platone. Le dottrine sue furono poi riprodotte da Galeno, e, più tardi, da
Bacone, Gassendi, Buffon. Tra i filosofi moderni il duodinamiemo, variamente
modificato, fu wguito specialmente da Maine de Biran, Jouffroy, Ahrena (v.
animismo, archeismo, meccanismo, elettrovilaliemo, vita, protoplasma,
vitaliemo). Der 342 Durata. T. Dauer; I. Duration; F. Durée. Di
solito indica il tempo in cui avviene un fenomeno senza interruzione, ossia una
lunghezza determinata, costituita dai mutamenti continui della successione; |’
interruzione della durata di un fenomeno dicesi intervallo. Invece gli
scolaatici, ispirandosi al concetto comune, secondo il quale una coss che dura
non cambia e non ha quindi, in quanto dura, nè prima nè poi, intendevano la
durata come un permanere in ezistentia. Essi distinguevano la duratio
intrinseca, che è In permanenza della coss nell’ esistenza sua, ossia
l’esistenza perseverante, dalla duratio extrinseoa, che à il movimento del
primo mobile, da cui sono regolate le durate intrinseche. Per Spinoza è la
continuazione indefinita dell’esistenza » ; per Locke è l’ intervallo tra l’
apparire di due rapprosentazioni nella coscienza ». Per Cartesio la durata si
distingue dal tempo, in quanto questo non sarebbe altro che la misura della
durata di un fonomeno, o la parte della duruta, durante la quale un fenomeno avviene:
quindi il tempo sarebbe una cosa soggettiva, la durata avrebbe uno realtà
oggettiva, in quanto le cose realmento durano. Leibnitz oppono il tempo alla
durata come lo spazio alla estensione: la durata è l’ordine di successione tra
percezioni reali, come la massa estesa è ens per aggregationem, sed ex
unitatibue infinitis; il tempo è invece un continuum quoddam, sed ideale, in
cui possono essere prese frazioni pro arbitrio. La genesi delle due nozioni è
inversa: in aotualibus nimplicia aunt anteriora aggregatis, in idealibue totum
est prius parle. Per Clarke il tempo è una durata senza principio ο senza fine
nella quale si succedono i fenomeni »; da cui seguo che la anecesione è il
rapporto delle durate finite comprese nella durata infinita del tempo, e che il
tempo è metatisicumente anteriore alle durate successive che lo riempiono. Per
Cristiano Wolff è la eristentia. qua rebus pluribus nuocemivis quid cœnietit,
veu eristontia rimultanea cum rebus pluribus xuccesiris ». Per Berkeley la
durata di uno spirito 343 Dur finito deve essere valutata secondo il
numero delle idee 0 delle attività che in esso si succedono |’ una all’ altra
». Anche per Hume la rappresentazione della durata discende sempre dalla
successione di oggetti matabili e non può mai essere introdotta ‘nello spirito
da qualche cosa di uniforme © di immutabile >. Per Kant il permanente (das
Beharrliche) è il sostrato della rappresentazione empirica dello spazio; mediante
il permanente soltanto 1’ essere ricevo quella grandezza costituite dalle
diverse parti della serie temporale, che si chiama durata ». Per il Boirno la
durata in abetraoto è la concezione della possibilità di successioni nelle
cose, perchè, senza un rapporto con la successione, la durata non sarebbe
misurabile e xi confonderebbe con l’esistenza; la durata concreta involge, di
più, un rapporto di simultaneità col successivo, ossia il permanere identico
della cosa, mentre le altre cose mutano. Per il Bergson la durata si oppone al
tempo in quanto la prima è il carattere stesso della successione, quale è
immediatamente appresa dalla coscienza, mentre il secondo è l’idea matematica
che noi ce ne facciamo per ragionare e comunicare coi nostri simili,
traducendola in imagini spaziali ; quindi In durata è per lui il tempo
concreto, il tempo reale, costituito da una pura successione di cangiamenti
qualitativi senza alcuna tendenza ad esteriorizzarsi gli uni rispetto agli
altri, senza alcuna parentela col numero, l'hétérogeneité pure sane aucune
parenté aveo le nombre. Cir. Suarez, Metaph. disputationes, 1751, 50, 1,1;
Spinoza, Cog. metaph., I, 4; Ethica, 1. II, def. 5; Locke, Ese., II, cap. 14, $
3; Cartesio, Princ. philos., I, 57; Leibnitz, Nouv. Een, II, cap. 14; Letiren de
Leibnitz οἱ de Clarke, ed. Janet, t. II, p.
647; Ch. Wolf. Philosophia prima, 1736, $ 578; Berkeley, Prino., XCVIIL; Hume,
Treat., Il, ser. 3; Kant, Krit. d. reinen Vern., p. 176: Boirac, L'idée du
phénomène, 1894, p. 128 segg.; Bergson, Essai sur lee données imm. de la
conscience, 1904, p. 74-78 (v. aevum, cangiamento, istante, mobiliemo. tempo). Ebk-Ecc
344 E. Nollu logica formale si
adopera per designare la proposizione universale negativa (nessun 4 è B), e,
nelle proposizioni complesse e modali, 1’ affermazione del modo e la negazione
della proposizione. Nella dottrina dell’ Hamilton sulla quantificazione del
predicato, designa la proposizione toto-totale negativa (nosrun 1 è nessun B). Cfr. Hnmilton, Lectures on
logic, 1860, app. II, p. 288. Ebefrenia. T. Hebephrenie; I. Hébéphrénie. Una dello forme sotto cui si manifesta la
demenza precoce. Compare soltanto nell’ età giovanilo e più frequentemente
nell’ nomo che nella donna. Ha gradazioni che vanno da disturbi insignificanti
dell’ intelligenza ο dell’ affettività alle alterazioni più profonde della
psiche, manifestantesi con allucinazioni e idee deliranti malinconicho,
esaltamenti improvvisi, movimenti senza scopo e sonza ordine, logorrea. Il
curattere più tipico dell’ ebofrenia è 1’ indifferenza assoluta per l’ambiente,
verso il quale il malato uon reagisce che debolmente e lentamente. Cfr.
Daraszkiewiez, Ueber Hobephrenic, 1892 (v. demenza, oretinismo, idiotiamo,
imbecillità). Bcoeità. T. Diesheit; I. This-nes; F. Eoceité. Giovanni Dune
Scoto opponendosi a 8. Tommaso, che poneva la forma intellettiva come base
della individualità, sostenne che la sorgento vera della individuazione non
consiste in determinazioni accidentali ed esteriori, ma nel profondo stesso
della ossenza, in una ultima realitas, che nella persona umana è la volontà.
Questa ultima e profonda nota differenziule, che si può solo constatare come
attuale ma non derivare da una ragione universale, che trascende la conoscenza
οἱ è peroiò indefinibile, fu detta dagli scolari dello Scoto haccoeitas, o
anche ecocitas : exsu è la traduzione del τὸ τοδέ τι di Aristotele, e, per
quanto sia intraducibile, come indefinibile è la realtà, si potrebbe tradurre
come: 345 Ecc questa cosa qui, il qui. L’ecceità degli
Scotisti si contrappone alla quidditä dei Tomisti, che è perfettamente
traducibile. Cfr. Prantl, Gesohiohte d. Logik, 1855-70, III, 219, 280;
Goclenius, Lex. philos., 1613, pag. 626. Bocettuative (proposizioni). T.
Auenchmend; I. Ezceptive; F. Ezoeptice, Quelle proposizioni implicite 9
composte, che di un soggetto generale affermano universalmente un predicato, ad
eccezione d’ nna ο più specie d’ individui. La sua formula è: tutti gli 4,
fuorchè a, sono B. Eccitazione, T. Reis, Erregung; I. Ezoitation ; F.
Ezcitation. In generale significa risvegliare, mettere in azione una forza, ma
si usa specialmente per designare quello stato caratteristico delle cellule
nervose, che consiste in particolari modificazioni di natura ancora ignota,
determinate dall’ azione di speciali agenti che si dicono stimoli. La
modificazione costituisce lo stato di eccitazione; I’ attitudine a subirla
costituisce 1) eccitabilita. L’ estremità delle fibre eccitate dicesi estremità
di eccitazione, l’altra estremità cui l'eccitazione viene trasmessa dicesi
estremità d'azione. Il limite minimo di intensità dello stimolo, che è
necessario varcare per ottenere I’ eccitazione, dicesi soglia della ecoiaumento
minimo dello stimolo al di sopra della soglia, capace di produrre un aumento
della eccitazione, dicesi soglia della differenza. L’ eccitazione nervosa,
entro certi limiti, cresce col crescere dell’ intensità degli stimoli L’
occitazione di una celluls ο di una fibra nervosa non si può arguire che dai
fenomeni da essa provoesti nei centri nervosi © negli organi periferici
(sensazione, contrazione muscolare, secrezione delle glandole, ecc.) non
essendo note le condizioni fisiche e chimiche che costituiscono lo stato di
eccitazione. Il grado di eccitabilità si desume dal grado della eccitazione
prodotta da uno stimolo di intensità inferiore a quella necessaria per produrre
una eccitazione di grado massimo: il grado di eccitazione xi desume dagli
μοι, 946
effetti della medesima. L’ eccitazione si trasmette lungo le fibre,
purchè in esse non sis avvenuta alcuna discontinuità anatomica; tale
trasmissione si fa tanto in via centripeta che in via centrifuga. L’
eccitazione delle cellule nervose può essere di tre forme: riflessa, prodotta
dalla eccitazione d’una fibra centripeta ; automatica, prodotta dall'azione dei
liquidi che bagnano i centri nervosi; prichica, emozione, volontà, ecc. Cfr.
Wundt, Grundriss d. Peychol., 1896, p. 299; Höffding, Peyohologie, trad. frane.
1900, p. 140 segg.; Richet, Reckerches sur la sensibilità, p. 42 segg., 168
segg. (v. irritabilità, quantità, atimolo). Eolettiamo. T. Eklekticismus; 1.
Eolecticism ; F. Eoleotime. Sistema che risulta da un insieme di dottrine
sparse nei differenti sistemi e coordinate armonicamente tra loro; quando la
coordinazione manca non si ha più I’ eclettismo ma il sinoretismo. Nella storia
della filosofia 1’ eclettismo comincia a manifestarsi verso la fine del II
secolo d. C.; col diffondersi delle scuole nei grandi rapporti della vita dell’
impero romano, svanì lo spirito scolastico, venne meno la polemica e sottentrò
invece il bisogno dell’ adattamento © della fusione: platonismo, aristoteliamo
e stoicismo presero a base comune la concezione teleologica del mondo per
combattere l’epicureismo. Minore importanza filosotica, ma maggiore importanza
storica ebbe 1’ eclettismo a Roma: accogliendo la filosotia greca i Romani, con
criterio essenrialmente pratico, dedussero 1’ una dopo I’ altra dai sistemi
delle vario scuole le dottrine da loro accettato: così avvenue in Cicerone, in
Varrone ο in parte nel gruppo dei Sestii. Nel pensiero moderno l’eclettismo
risorge, oltrechè nei seguaci del Leibnitz, nella scuola psicologica francese
restaurata da Vittorio Cousin (1791-1867) col nome di eclettica, consolidata
dai seguaci di lui col nome di spiritualiatica: essa ha avuto un dominio quasi
incontrastato in Francia per gran parte del secolo XIX, costituendo la
filosofia ufficiale delle accademie ed avendo a rappresentanti 347
Eco uomini illustri come Jul. Simon, E. Vacherot, C. Secrétan, Ad.
Franck, E. Caro, ecc. Il suo punto di partenza è il seguente: ogni uomo
possiede un senso del vero, che si suol chiamaro senso comune, ragione,
coscienza, spirito umano, ecc. ; esso è competente ο infallibile rispetto alle
verità eterne, che giacciono inconscie ‘e latenti in ciascuno di noi; i sistemi
filosofici non sono che frammenti di codesta verità, portati alla piena
coscienza dalla riflessione; dato il grande numero e la grande varietà dei
sistemi filosofici fino ad ora succedntiei, si può conchiudere che, frammento
per frammento, essi hinno portato alla luce tutta la verità filosofica, la
quale dunque esiste oggi sia inconscia nel nostro senso comune, sia chiara ma
dispersa nella storia della filosofia; per scoprirla non può esserci che un
metodo: la storia, unn volta giudicata dal senso comune, lascerà un residuo che
sarà lo stesso senso comune, la verità allo stato di coscienza piena e chiara.
Eclettica quanto alla sua formazione, per le fonti svariate cui ha attinto, ms
esclusiva ο dommatica pel sno fine, di rinnovare col metodo psicologico la
tradizione spirituali stica interrotta dsl predominio del sensualismo, la
scuola eclettica francese ha potuto, in grazia al suo metodo, frazionarsi in
tanti centri minori, senza perdere una costante intonazione spiritualistica e
senza ricorrero ad altra rivelazione che a quella psicologica. Cfr. Windelband,
Geschichte d. Philos., trad. it, 1913, vol. I, p. 203 seg.; Saphary, L'école
colootique et V éoole française, 1844; A. Fresnean, L'éclootisme, 1847;
Jouffroy, De l’éolectisme on morale, 1825; P. Junet, Victor Cousin et son
œuvre, 1885, cap. XVII; De
Ruggero, L'eoletiismo francese, Riv. di filosotia », aprile 1910. Boolalis. T.
Echolalie, Echonprache; I. Echolalia, Echophasia; F. Hoholalie. Fenomeno
psicologico che si verifica in alcune malattie mentali, specialmente nella
catatonia, nel? afasio, disfasia, ecc. Consiste in ciò che 1’ ammalato neynists
una tale suggestibilità, du ripetero fedelmente ogni parola che in sua presenza
è pronunciata, ο, in luogo di rispondere alle domande rivoltegli, ripete le
domande stesse. Aleune volte, poi, si dà il caso curiosissimo che Vammalato,
sentendo pronunziare dei numeri in somma, moltiplicazione, oce., non ripeta i
numeri stessi, ma il risultato della operazione. Cfr. Séglus, Les troubles du
langage, 1893; Morselli, Manuale di semejotica. Nel suo significato più generale, si può definire l’ECONOMIA
come la disposizione delle parti di un tutto necessaria n far sì che, con i
minimi mezzi, il tutto medesimo raggiunga una determinata finalità. In questo
senso si può quindi parlare tanto di economia della famiglia, dello Stato,
della società, quanto di economia doll’ universo, del corpo umano, di un
sistema filosofico, di un’opera scientifica ο letteraria. Per coonomia politica
intendesi la scienza dei fenomeni e la determinazione delle leggi che
concernono la distribuzione delle riochezze, nonchò la loro circolazione e
consumazione in quanto questi fenomeni sono lognti a quello della
distribuzione; ο, più brevemente, la scienza dell’ ordine sociale della
ricchezza. Nelle grandi controversie,
sorte prima e dopo la tissazione del dogma cristiano della Trinità, si
designava con questo vocabolo l'uguaglianza delle tre persone in una sola
natura divina. Economica (concezione della scienza). Con 1’ espressione
concezione economica ο biologioa della scienza o della conoscenza, si indicano
tutte quelle dottrine contemporanee, sostenute specialmente da scienziati come
Maxwell, Hertz, Mach, Avenarins, Dubem, Poincaré, eco., che muovono dal
concotto che l’origine e quindi anche l’essenza dell’attività conoscitiva, come
di qualsiasi altra attività e funzione organica, ha il suo fondamento nel grado
d’utilita per l’ organismo, nella rispondenza ad un bisogno vitale; cosicchè le
idee, i principi, lo ipotesi, ecc. non sono se non convenzioni, stro-* menti il
cui valore sta soltanto nel loro grado di utilità 349
Eco © di comodità, non nella loro correlazione con una realtà per sè
stante. E le varie forme di conoscenza, mentre sono in relazione con i nostri
bisogni, rappresentano le vie per agire in modo più efficace e proficno; noi
arriviamo a costrnire i vari oggetti dell’ universo e ne determiniamo le
qualità, le proprietà, le attitudini, riferendoci sempre alle maniere în cui
riescono a farci operare in un modo piuttostooh® in un altro, considerandoli
come occasioni ο motivi della nostra condotta. L’Avenarius, ad esempio, riduce
tutto lo sviluppo della conoscenza al principio delP inerzia ο del minimo
consumo d'energia: l’anima non impiega in una percesione più forza di quella
che necessaria e, quando si trova innanzi a una pluralità di appercezioni, dà
la preferenza a quella che con uno sforzo minore produce lo stesso effetto o
con uno aforeo uguale prodnce un effetto maggiore. Il Mach assegna alla scienza
un solo ufficio biologico, quello ciod di daro all’uomo un orientamento
completo in mezzo al complicato intreccio dei fatti naturali; così i concetti
non sono che schemi suggestivi di azioni adatte, il valore delle ipotesi delle
definizioni ο degli assiomi scientifici sta tntto nel modo semplice ed
economico di ordinare le leggi ricnvato dall’esperienza, il principio di
causalità non è che un inolamento arbitrario delle circostanze che più ci interessano
per i nostri fini pratici, il tempo scientifico o astratto è una semplice
parola con cni ci risparmiamo la fatica d’una serie complessa di relazioni. Per
il Duhem la scienza fisica non altro si propone che di darci un sistema di
proposi zioni matematiche, dedotto da un piccolo numero di principi, che hanno
per fine di rappresentare più semplicemente, più completamente e più
esattamente che sia possibile 1’ insieme delle leggi sperimentali. Il principio
comune da ‘ni muovono i sostenitori di questa dottrina, è che la conoscenza
emerga da quel fondo di esperienza diretta, in cni propriamente consiste la
realtà e in cui, non essendoci dintinEoo-Ecr
350 zione tra jo e non-io, non è
nemmeno da parlare di conoscenza © di realtà: quest’ultima è appresa nell’ atto
stesso che è vissuta. La conoscenza vers ο propria, in quanto si pone di faccia
alla realtà, all’ esperienza genuina, non è che una sovrastruttura, che diviene
più artificiale a misura che ¢’ allontana dal dato immediato (sensazione), e
quindi anche più convenzionale, più simbolica, più astratta, Cfr. Mach,
Erkenninis und Irrthum, 1905, p. 162 segg.; Id., Dio Mechanick in ihrer
Entwickolung, 1901, p. 6 segg., 80 segg.; Avenarius, Philosophie als Denken der
Welt, 1903, p. 3 segg.; Duhem, L'évolution de la mécanique, 1908 1 A. Aliotta,
La reazione idealistioa contro ia scienza, 1912, p. 68-110; H. Höffding,
Philosophes contemporaine, trad. franc. 1908, p. 93 segg.; F. De Sarlo, I
problemi gnoseologici nella fil. contemp., Cultura filosofica », nov. 1910;
Masci, Scienza e conoscenza, 1911. Economismo storico v. materialismo storico.
Eopirosi (ἐκ-πυρόω abbrucio). È la dottrina dell’ imbraciamento universale, che
gli stoici tolsero da Eraclito, facendone unn purte essenziale del loro
sistema. Secondo gli stoici, Dio è ad un tempo fuoco, anima del mondo, e
ragione seminale: all’ origine delle cose, la materia universale assorbita nel
fuoco divino, è uniformemente tesa © occupa un immenso spazio nel vuoto
infinito; ma poi, per via di graduale raffreddamento e condensazione, da
codesto fuoco vengono formandosi i diversi elementi, la terra ο gli astri, gli
uomini © le coso; costituito così il mondo, esso attraversa tutte le età e
tutti gli avvenimenti possibili, dopo di che ritorna di nuovo nel seno del
fuoco divino, che tutto invade e tutto penetra. Dio allora regna solo ο si
concentra nella contemplazione di sò stesso; ma Len presto egli si accinge alla
formazione di un nuovo mondo, che si risolverà esso pure nel fuoco, e poi ad un
altro, ο così via via all'infinito: ο ogni nuovo mondo corrisponde esattamente
a quelli che l'hanno preceduto e a quelli che lo seguiranno, perchè l’esenza
divina è sempre la medesima. Cfr. F. Ogereau, Le syst. philosophique des Stoiciens,
1885, cap. III (v. πιοπίηπιο, cosmogonia, palingenesi,
panteismo, stoioimho). Edonismo.
T. Hedoniemus; I. Hedoniem ; ¥. Hédonisme. Dottrina morale che identifica la
virtù col piacere (ἡδονή) © sostiene non esistere altro bene che il piacere e
ultro male che il dolore. Nella storia della filosotis 1’ edonismo è
rappresentato specialmente dalla dottrina di Aristippo di Cirene, secondo il
quale unico bene per I’ uomo è il piacere attuale ο presente, il piacere più
vivo e immediato; è indifferente quale sia l’oggetto del piacere, tntto dipende
solo dal grado del piacere, dalla forza del sentimento di soddisfazione, che si
trova per lo più nel godimento sensuale dell’ immediato presente; la speranza
d’ an bene futuro è sempre unita all’ ingnietudine dovuta all’ incertezza del destino,
© perciò non è un vero bene. L’ edonismo non va confuso nd con I’ atilitariemo,
nè con l’ eudemoniemo, poichè il primo al piacere immediato sostituisce
l'interesse ο P utile, il secondo pone come fine ultimo la felicità, che
consiste in un piacere il cui valore deve essere giudicato dalla ragione (v.
Cirenaioi). Educazione. T. Ersichung; I. Education; F. Education. Fu variamente
intesa e definita. Secondo Kant, è lo s luppo nell’ uomo di tutta la perfeziono
che comporta la sua natura; per lo Spencer è la preparazione alla vita
completa; per lo Stein è I’ evoluzione armonica ed uguale dello facoltà umane;
per il Joly è la totalità degli sforzi che hanno per scopo di dare all’ uomo il
possesso compiuto ed il buon uso delle sue facoltà, ecc. Come è facile vedere,
si confonde bene spesso il fatto della educazione con In scienza della
educazione ; questa è la serie delle operazioni con le quali si educa, quella
il risultato di tali operazioni. In questo secondo senso, che è il solo
legittimo, si può dire che l'educazione non è altro che un’ abitudine buona
EFR-EFF e perfezionatrice, sia negativa che positiva: negativa in quanto
contrasta con le tendenze riprovevoli, positiva in quanto crea delle speciali
attitudini ed abilità fisiche, intollettuali e morali già possedute dalla
società in genere. Si distingue perciò un'educazione fisica ο del corpo, una
educaziono éntellettuale ο dell’intelligenza, e una educazione morale ο del
carattere. All’ efficacia dell’ educazione possono contrastare I’ eredità ο V ambiente;
tuttavia so codesti fattori spesso si rivelano con forza irresistibile (specie
nelle nature estreme, idioti, geni, degenerati), più spesso ancora l'educazione
riesce a modificarli radicalmente.
Dicostruite mediante le sensazioni si trasformano, si precisano, si
completano e ϐ) organizzano con gli altri fenomeni psichici ; con la stessa
espressione si indicano anche i mezzi con cui s' insegna a correggere gli
errori (illusioni) che derivano dalla costituzione stessa degli organi sensori,
a distinguere lu diversa qualità e intensità delle sensazioni, a conoscere le
sensazioni simili, ad apprezzare le distanze, ecc. Nol linguaggio teologico dicesi eduoazione
dirina quella che l’uomo riceve da Dio, per effetto della rivelazione; essa
coincide con l’origine del mondo, à data e continuata parte con parole parte
con fatti; ha quattro fasi, Poriginaria, la patriarcale, la mossica e la
cristiana; quantunquo queste fasi si debbano riguardare come un solo tutto
strettamente connesso, poichè attraverso esse si svolge il piano divino
dell'educazione, tuttavia le prime tre si considerano come fasi preparatorie
dell'ultima, la più perfetta di tutte, perchè manifestazione diretta di Dio (v.
pedologia, didattica, pedagogia). Efettici (épextixot). Con questo nome furono
designati qualche volta gli scettici (v. zetética). Effetto. T. Wirkung,
Effekt; I. Effect; F. Effet. Ciò che è prodotto da una causa. Un avvonimento
qualainai ai co cepisce come effetto quando lo si considera come cominciante ad
esistere, ossia quando si pensa la sus nuova esistenza come una mutazione o
come una operazione: L'effetto i distingue dall’ accidente perchè, mentre
questo si considera come una cosa sola colla sostanza e ls determina, l’effetto
si concepisce invece come separato dalla causa cd appartenente ad altro essere.
Gli scolastici chiamavano effectus primarius o intrinsecue il composto concreto
0 In denominazione, che risulta dalla forma unita ad un soggetto capace: ad es.
l’effetto primario del calore, per cui l’acqua si riscalda, è l’acqua calda
stessa; effectua secondarius © extrinscous qualsiasi effetto positivo ο
negativo, che risulta dall’ unione della forma nel soggetto, in modo da essere
adeguatamente distinto dalla forma o da restarle estrinseco, ad es.
l'allontanamento del freddo dall’ acqua. Efficace. T. Firksam; I. Efficace; F.
Efficace. Usato come sostantivo, designa il potere che ha la causa’ di produrre
l'effetto; non è dunque che I’ obbiettivazione dello sforzo che proviamo nell’
agire, la virtualità dell’ effetto nella causa, costituita dall’ aspettazione
di B che abbiamo visto segnire costantemente ad A. Si suol opporre l’ efficace
alla condizione, che è ciò senza di cui la causa non agirebbe, e alla
occasione, che è il semplice concorso delle circostanze in presenza delle quali
la causa agisce (v. causa). Efficiente. T. Bewirkende; I. Efficient; F.
Eficiente. Du Aristotele in poi dicesi causa efficiente, per opposizione alla
finale © alla oocasionale, il fenomeno che ne produce un altro, o l’ essere che
produce un’ azione. Alcuni distinguono la causa efficiente dalla efficace:
questa produce I’ effetto senza nulla perdere o cedere della propria natura, o
della propria efficacia d’agire ulteriormente, quella produce I’ effetto
trasformandosi in esso parziahnente ο totalmente. Gli scolastici dicevano concorrere eficienter
ο effeclire ad alcunchè, l’operare immediatamente I’ azione; concorrere
directive, dare le norme dell’azione; concorrere finaliter dare la ragione
finale dell’azione. 2A RarzoLi, Dizion,
di scienze filosofiche Eco 354 Egoismo. T. Egoiemus, Selbatliebe,
Selbateucht ; I. Egoiem, Selfishness} F. Égoïsme. Nel suo senso più proprio
designa V amore di sb stessi, che è naturale ed inevitabile, che nocompagna
l'individuo dalla culla alla tomba e che, se può dar luogo a sentimenti bassi e
volgari, è anche 1’ unico fondamento delle azioni 6 dei sentimenti più
generosi. Nel suo significato più comune, per egoismo si intendo invece l'umore
assoluto ed esclusivo di sè, onde I’ individuo non cura che sd stesso anche a
prezzo del danno altrui. All’ egoismo si oppone l’alfruismo o antiogoismo, che
consiste nel} esercizio dell'attività propria al benessere altrui, ed è pure,
come l’egoismo inteso in senso proprio, fondamentale, primordiale ed essenziale
nella condotta umana, avendo la sua origine nell'organismo stesso, in quanto
comincia con la propagazione della specie. Secondo Hobbes l'egoismo è l'impulso
fondamentale dell’uomo, ognuno tendendo a conservare sè stesso o ad estendere
In propria forza fin dove può; nello stato di natura esso domina sfrenato, e
cià che lo soddisfa si chiama hene, ciò che lo contrasta si chiama male; ma
poichè da ciò ne deriva la lotta di ciasenno contro tutti, che offende lo
stesso egoismo indivi duale, è stato fondato lo Stato come contratto per la
mutua garanzia dell’ anto-conservazione. Lo Spinoza accettò questa teoria, ma
introducendola nella sua metafisica le diede una importanza più ideale: anche
per Ini P essonza «ogni volere è il suum esse conservare, ma poichè ogni modo
finito appartiene ugualmente ai due attributi, spirito e corpo, così il suo
istinto di conservazione αἱ rivolge tanto alla sua attività cosciente, ossia al
sto sapere, come alla sus affermazione nel mondo corporeo, ossia al sno potere:
per tal modo Pimpulso fondamentale di ogni vita volitiva individuale vien
riferito all'identità baconiana di sapere e potere. Nella filosofia sociale
dell'illuminismo 1? egoismo è assunto pure come fondamentale; per il
Mandeville, ad es., la vitalità del sistema sociale si fonda tutta sopra In lotta
dl interessi degli 355 Eco individui, e la forza impulsiva nella
civilizzazione è solo l'egoismo; non è quindi da meravigliare se la cultura si
manifesta non mediante nn elevamento delle qualità morali, ma solo con un
raffinamento dell’ egoismo; la felieità dell'individuo non »' accresce per
effetto della civiltà, perchè se ciò accadesse, l'egoismo ne rimarrebbe
indebolito, mentre su questo punto si fonda il suo progresso. La morale
evoluzionistica dello Spencer è basata tutta sopra il gioco di questi tre
sentimenti: Pegoismo, cheha per oggetto l’ interesse individuale; 0 allrujemo,
che ha invece per oggetto il benessere degli altri e della società:
l'ego-altruiemo, che rappresenta una via di merzo tra il primo e il secondo ο
mediante il quale si produce 1 armonia tra l’ individuo e il suo ambiente. Ora
la evoluzione morale non tende a sacrificare l’egoiamo all’altruismo, bensì a
contemperare le due forme tra loro: e cioè I’ individuo si modifica per
adattarsi sempre meglio all’ ambiente rociale, e questo si modifica a sua volta
per soddisfare sempre meglio alle necessità dell’ individno. E tanto immorale
l’assoluto altruismo come I’ egoismo esclusivo: l'individuo non deve vivere
soltanto per sè, ma neppure soltanto per gli altri, poichè neppure agli altri
può essere debitamente ntile se non cerca nella cura di sè stesso le condizioni
adatte a tal fine. Dall’ egoismo pratico o morale, del quale abbiamo ora
parlato, si distingue l'egoismo teoretico 0 aolipsiamo, dottrinn gnoseologica
secondo la quale ogni singolo apirito non è certo che della sun propria
esistenza, non può atfermare che sè stesso; lu realtà di tutto il resto è
problematica, nè pnd essere affermata: Un egoista, dice Ch. Wolft, è nello
stesso tempo un idealista, e non considera il mondo colloeato in altro spazio
che nel proprio pensiero ». Però questo significato della puroln egoismo,
comune nel secolo 18°, oggi non à più in nao, ndoperandosi invece le
espressioni solipsismo, idealismo soggettivo, nihiliamo, eve. Cfr. Ch. Wolff, Fernünflige Gedanken,
1725; Sidywi EGo-ELa 366 Methods of elhios, 1877, p. 88, 116, 194;
Bain, Mental and moral soience, 1884, p. 598 seg.; Spencer, The data of ethice,
1879; Höffding, Peychologie, trad. franc. 1900, p. 323 segg.; Ardigò, Opere fil., vol. III, p.
11-14, 204 segg. (v. odoniemo, egotismo, idealismo, illuminiemo, unioismo,
utilitarismo, intorease). Egotismo. I. Egotism; F. Égotisme. Gli inglesi
chinmano così il grado più profondo dell’ egoismo in cui, per una specie di
ipertrofia dell’ io, ogni sentimento nobile, ogni tendenga altruistica è
distrutta, I’ affettività è quasi annientata e predominano soltanto le passioni
più basse. I’ egotiamo è una delle stimmate psicologiche della degenerazione,
anzi la fondamentale secondomolti psichiatri, i quali riconducono ad essa tutti
i caratteri propri della condotta dei degenerati, come lo sviluppo eccessivo
della sensibilità morale, la smania di richiamare su sò stessi l’attonzione
altrui, la misantropia e la diffidenza che ri‘sultano dal non trovare nei rapporti
sociali le desiderate soddisfazioni dell’ amor proprio. In un altro senso, più letterario che
filosofico, per egotismo s’ intende l’analisi particolareggiata fatta da uno
scrittore della propria individualità fisica e mentale. Quest’ uso risale allo
Stendhal: «Se questo libro non annoia... si vedrà che I’ egotismo è un modo di
dipingere questo cuore umano, nella conoscenza del quale abbiamo fatto dei
passi da gigante dal 1721 in poi, ecc. ». Cf. Stendhal, Souvenirs d’ égotieme,
p. 81; Morselli, Manuale di semejotica, II, p. 480 segg. ; Lombroso, Pazzi ο
anomali, 2° ed. 1889. . Eguaglianza v. uguaglianza. Elaborazione. T.
Ferarbeitung ; I. Elaboration; F. Elahoration. Le attività ο facoltà di
elaborazione della conoscenza si distinguono da quelle di acquisizione: queste
sono costituite dall’ esperienza, sia interna che esterna, mediante cui si
acquistano i materiali della conoscenza, quelle dall'astrazione,
dall’immaginazione costruttiva ο ELE riproduttiva, dall’ associazione, ecc.,
che trasformano e organizzano i materiali stessi. Bleatismo. T. Eleatirmua; I.
Hleatiom: F. Eloatiome. Senola filosofica greca, iniziata da Senofane (569 a.
Cr.) © proseguita da Parmenide, Zenone e Melisso. 11 problema che essa cerca
risolvere è quollo del cangiamento. Opponendosi ad Eraclito, per il quale la
realtà è lo stesso cangiamento, il moto, il puro diventare, gli eleati
sostengopo che il vero Resle è uno ed immutabile e che lo cose molteplici ο
variabili non sono se non illusioni del nostro senso. Per Senofane codesto Uno immutabile,
eterno, perfottissimo è Dio, 1’ nnico Dio e l’ unico reale ad un tempo; per
Parmenide invece è 1’ Essere assolutamente intelligibile, che riempie lo
spazio: Bisogna ammettere in maniera axsoluta, egli dice, o l'essere o il
non-essere; la decisione su questo soggetto è tutt’ intera in queste parole: è
0 non è. Ora, non si può conoscere il non-essere, poichè è imporsibile, nd
euprimerlo con parole; non resta dunque che una cons: porre l’ essere © dire
esso è, ἔστι. In questa via, molti sogni si presentano per mostrare che I?
essere è senza nuscita © senza distrazione; che è un tutto d’ una sola specie,
senziî limiti, immobile, che non era nd sarà, poichè frattanto è tutto intero
ad un tempo, e che è nno, senza discontinnità ». Melisso e Zenone, discepoli di
Parmenide, ne svolsero lo dottrine, il primo in modo diretto e positivo, con
rigoroso ordine scientifico, il secondo in modo indiretto, corcando di
dimostrare gli assardi nei quali si cade inevitabilmente se si ammette la
pluralità del reale e la possibilità dol moto. Cfr. Ritter, Geschichte d.
jonischen Philosophie, 1821: G. Fraccaroli, I lirici greci, 1910, p. 139 segg.;
Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1918, vol. I, p. 42 segg.
‘Elemento. T. Element; I. Element; F. Élément. Deriva, secondo il
Trendelenburg, dalla corrnzione del latino olomentum, che il Vossio fa venire
da una antica voce cleo per oleo= cresco; secondo altri deriverehbe invece dal
EL 358
greco Όλημα (Όλη = materia) ο da ἄλημα
pulviscolo di farina. Nel suo significato proprio designa le parti
ultime, costitutive della materia, che non sono passibili di ulteriore
decomposizione, e in questo senso è adoperato dai fisici. Nel suo significato
astratto si adopera per designare le parti più semplici ed essenziali di qualunque
scienza ο dottrina. I filosofi antichi chiamavano elementi le sostanze
ogiginarie da cui ogni cosa deriva e in cui ogni cosa si corrompe ; per
Empedocle tali sostanzo erano quattro: aria, acqua, terra © fuoco, ὁ questa
dottrina fu seguita fino al Lavoisier. Con la parola elemento alcuni intendono,
nella psicologia, una faccia o una particolaro qualità di un fenomeno © di uno
stato di coscienza; i sonsisti e gli empiristi intendono invece la sensazione
pura e semplice ; altri infine, come l’Ardigò, intendono per elemento psichico
la sensazione minima (protoestema). Ad ogni modo, è chiaro che anche nella
psicologia, come nella nostra conoscenza presa nel sno insieme, la nozione di
elemento è aftatto relativa, perchè il limite dinanzi al quale ci arrestiamo
non è un limite se non per noi, che può essere sorpassato dugli altri
osservatori e nelle epoche successive. Cfr. Goclenius, Lexicon philosophicum,
1613, p. 145; Trendelemburg, Élementa logioes aristoteleæ, 1878; H6fding,
Psychologie, trad. franc. 1900, p. 24, 112; Wundt, Grundriss d. Paychol., 1896,
p. 3336; V. Alemanni, L'elemento peichico, 1903; Ardigò, Op. fil. vol. VII, p.
34 segg. (v. protoestema). Elenoo (ἔλεγχος
confutazione). È l’esume contradditorio col quale Socrate confuta gli
errori © distrugge la falsa sapienza. La parola è rimasta appunto per indicare
il ragionamento refutativo ; dicesi anche redarguizione. Por ignoratio elenchi
intendesi quella specie di sofisma, che consiste nel dimostrare ο refutaro una
cosa diversa da quella che è in questione. Cfr. Aristotele, Anal, pr., II,
20, 66 L, 11; Logique du Port-Royal, parte III, cap. XIX (v. elenotica, ironia). 359
Elenctica. Una delle tre arti speciali della dialettica, intendendo per
dialettica l’arte del ragionamento. Essu ha l'ufficio di confatare le
proposizioni false, ed ha per antecedente opposto l’ affermazione dell’
avversario, che si deve abbattere. Si distingue dall’ apodittica, altra parte
della dialettios, in quanto suppone un avversario, fauso di sillogismi
puramente formali in cui le premesse, o una di esse, sono tolte all'avversario,
e può risalire ai pri principi. Essa si vale dell’ spioherema e dell’ elenco:
il primo obbliga l'avversario a cadere nella contraddizione, il secondo lo
convince d’ esservi caduto. Cfr. Rosmini, Logioa, 1853, $ 841 (v. maieutica,
ironia, anatreptica, agonistica, apologetica). ‘Eliminazione. T. Elimination;
I. Elimination; F. Élimination. L'operazione logica che si compie nella ricerca
scientifica, per fissare i rapporti di causalità tra i fenoineni, sceverando le
circostanze essenziali dalle non essenziali alla produzione del fenomeno
stesso. Consiste nel moltiplicare il più che sia possibile le ‘osservazioni ©
gli esperimenti, in modo da ottenere la separazione degli elumenti causali da
quelli che non lo sono, cioè dalle circostanze accessorie e dai concomitanti
casuali. L’ eliminazione ha il suo fondamento logico sopra questi tre assiomi
della causalità: ogni antecedente, che non può essere eliminato senza che
l’effetto scompaia, è causa ο fa parte di essa; ogni antecedente, che può
essere eliminato senza che l’effetto scompaia, non è causa nd fa parte di essa;
un antecedente e un conseguente, che variano correlativamente in qualità e
quantità, sono in rapporto causale tra di loro. I quattro metodi induttivi
dello Stuart Mill, si basano cssenzialmente sopra l'eliminazione: il metodo di
concordanza ha il suo fondamento sopra il secondo nssioma della causalità; il
metodo di differenza sul primo; il metodo delle variazioni concomitanti sul
terzo; il metodo dei residui è il risultato della applicazione di tutti tre. Cfr. Hncone, NoELi-Ema 360 vum organum, II, 18; Stuart Mill, System
of logic, 1865, III, 8, $ 3 (v. causa). Eliocentrico. (#Atoç = sole). È detto così il sistema astronomico di
Copernico e Galileo, che pone nel centro del nostro sistema planetario il sole,
e della terra fa un pianeta che gira intorno a sò stesso © al sole. Geocentrico
era invece il sistema astronomico degli antichi, che poneva la terra come
centro dell’ universo. Elioteismo. T. Eliotheismus; I. Eliotheism; F. Eliova di
monoteismo naturalistico, che riconosce nel sole l’incarnazione di Dio; forma
analoga, ma meno importante, è il selenoteismo ο culto della luna. La scienza
moderna riconosce, secondo alcuni, il fondamento dell’elioteismo, in quanto la
vita umana, come ogni altra forma di vita organica, si deve ricondurre in
ultima analisi al sole raggiante: 1’ astrogenia dimostra che ogni corpo
celeste, compresa la terra, è una parte staccata dal sole; e la fisiologia
insegna che l’origine della vita organica sulla terra è la formazione del
plasma, e che questa sintesi da semplici combinazioni inorganiche avviene
soltanto sotto l’azione della luce solare. Cfr. Haeckel, I problemi dell’
universo, trad. it. 1902, p. 885 seg. (v. vita). Emanatismo o emanazionismo v.
emanazione. Emanazione. T. Emanation; I. Hmanation; F. Emanation. Dottrina
filosofica e religiosa dell’ Oriente, secondo la quale da Dio sortirono e
sortono tutti gli esseri che costituiscono l’ universo, senza che per questo la
sostanza divina diminuises o si esaurisca mai. L’ emanatiswo si trova nella
religione di Zoroastro, nella Cabbala e nella mitologia ebraica. Esso assume
formu veramente filosofica nel neoplatonismo di Plotino, secondo il quale il
Tutto nasce per l'irraggiamento intorno a sò (nepidapdtc) delP Uno immobile,
cioè dell’ Unità suprema incomprensibile e ineffabile. L’immediata produzione
dell’ Uno è il Noo (9οῦς), cioè I’ intelligonza, che emana da quella come
la 361
Ens-Enı luce dal sole; dal Noo emana l’anima del mondo, ο da questa
emanano le anime individuali. Qui si ferma il graduale irraggiamento dell’ Uno
; perchè se è vero che l’ anima produce il corpo, la materia, che ne è il
sostrato, non è più Ince ma ombra. Distingnendo emanazione dell’ essenza ed
emanazione della forza, la filosofia di Plotino è definita come un emanatiemo
dinamico. Cfr. Plotino, Enn., II, 4,10 segg.; V, 1, 3 segg. (v. oreasionismo,
cabbala, logos, x00, demiurgo). Embriologia. I. Embryologie; I. Embryology; F.
Embryologie. Quella parte della biologia che studio il modo di generazione e
sviluppo degli esseri. Con questo termine si designa aucora lu formaziono
embrionale © lo sviluppo dell’ essere medesimo, che consisterebbe nella
ripetizione compendiata delle vicende storiche attraversate dalla specie, dal
genere, dalla famiglia, dall’ ordine o dalla clusse rispettiva, durante la sus
evoluzione diflerenziativa: in altre parole l’ embriologia, ossia la
morfogenesi individuale, non sarebbe che il risssunto della genealogia, ossia
della morfogenesl atavica. Cfr. Bergh, Vorles. üb. allgemoine Embryologie,
1895; (i. Cattaneo, Embriologia e morfologia generale. od. Hoepli (v.
filogenesi). Emianopsia o emiopia. T. Hémianoprie, Cecità parziale, in cui il
soggetto non vede che In metà destra ο In meta sinistro degli oggetti che
guarda; resta abolita per tal modo metà del campo visuale. Dipende da una
lesione delle fibre del nervo ottico, nel tratto che va dal chiasma alla
corteccia cerebrale. La lesione determina |’ aboliziono della visione nella
parte corrispondente del campo vinivo, ο cioè destra se la lesione è a destra,
sinistra se è n sinistra. Cfr. Techernig, Optique physiol.. 1498 (v.
aocomodamento, binooulare, diplopia). Eminente. T. i/berragend, Hervorragend:
I. Eminent; F. Éminent. Nella teologia dicesi ria eminentiæ, per opposizione
alla via remotionis o negationix, la determinazione Emo 362
della natura © degli attributi divini mediante 1’ aflermazione in grado
sommo di tutto I’ essere e di tutte le perfezioni che esistono nelle creature.
Nella Scolastica unn causa è detta contenere eminenter I’ effetto quando è
molto più perfetta di esso, non contenendone i difetti e le imperfezioni; lo
contiene invece formaliter quando ha la stessa natura dell’ effotto. Nel
linguaggio di Cartesio, 1’ esistenza ominente è l’esistonza in tutta la sun
realtà; I’ esistenza ‚formale è V esistenza in sè; l’esistenza obbiettira è
l’esistenza per il pensiero e nel pensiero, cioè come oggetto doll’ iden.
L'esistenza eminente possiede quindi tutta In renltà o perfezione che è nell’
esistenza formale, e oltre. Siccome tutto ciò che vi ha di resle nel mondo
vieno da Dio, così il mondo esiste eminentemente in Dio. Il Berkeloy, dopo aver
negata I’ esistenza dei corpi, pone, ispirandosi a Cartesio, una causa eminente
delle idee che loro corrispondono; questa cansa è Dio, cosicchè le idee del
mondo esterno non sono che il linguaggio col quale Dio parla agli spiriti
finiti, per regolarli nella loro vita pratica. Cr. Heinrich, Dogm. theol., 1879, t. III, $ 166;
Goclenius, Lexioon phil.. 1613, p. 146; Descartes, Troirième meditation, $ 17 ©
18; Berkeley, Treat. on the prino., 5 segg.; Ch. Wolf, Philos. prima site ontologia. Emozionale
(lingua). T. Ansdruoksbewegungen; 1. Expression of emotion; F. Expression de
l'émotion. Quell’ insieme di modificazioni organiche e di movimenti istiutivi,
cho costituiscono l’aspetto fisico delle emozioni, ο, in quanto appaiono
esteriormente, servono a indicare le corrispondenti emozioni, per l'esperienza
che ne abbinmo. ‘Tali modificazioni e movimenti, appunto perchè possono
richiamare per wwociuzione negli altri individui lo stato psicologico
corrispondente, diconsi segni emozionali, o patognomici, v eapressiri. Il
Darwin ha spiegato I’ espressione delle emozioni con questi tre principi: 1°
associazione delle abitudini utili: le azioni che sono utili a soddisfare certi
desideri ο Emo bisogui, si associano cou questi in modo che, riprodu dosi
questi anche in circostanze diverse, quelle pure si riproducono; 2° azione
diretta del sistema nerroso: quando un centro nervoso è fortemente cccitato, la
sua energia o ribocca in certe determinate direzioni v è apparentemente
sonpesa; 3° l’antitesi: quando si hanno stati opposti ni precedenti, tendono a
prodursi movimenti opposti ni precedenti, benchè inutili. Questi princip non
sono da tutti accettati, ed il Wundt ha ad essi sostituito i tre seguenti:
dell’ associazione delle sensazioni analoghe, dell’ innervazione diretta e del
rapporto del movimento colle rappresentazioni sensoriali. Ad ogni modo, le
espressioni organiche delle emozioni hanno una ragione protettiva, anzitutto
perchè servono di deviazione alla forte eccitazione nervosa, secondariamente
perchè, specio nelle popolazioni primitive, esse avevano lo scopo della difesa,
orano l’inizio della lotta. Questo fatto si riferisco alla legge seguente: un
sentimento represso e quindi non troppo intenso, dà luogo al principio di
quell’ atto u cui darebbe luogo il sentimento stesso qualora raggiungesse un
certo limite d’ intensità, e non forse frenuto. Cfr. Darwin, The expression of the emotions,
1865, cap. 1; Spencer, Principles of psychology, 1881, vol. II, p. 545 segg.;
Wundt, Grundzüge der physiol. Peyohol., 1893, vol. II, Pp. 504 segg.; Hiffding,
Psychologie, trad. frane. 1900, Ρ.
126 segg. Emosione (e che vien da, motio movimento). T. Affekt,
Gemiithabewegung ; I. Emotion; F. Emotion. Dosigna, nella psicologia moderna,
uno stato della medesima natura del sentimento, ma molto più forte di esso in
quanto sorge d'improvviso e durante un certo periodo di tempo κ’ impone allo
spirito, arrestando l'associazione libera e naturale delle rappresentazioni. La
passione non à che una emozione divenuta irresistibile 6 persistente. Secondo
alcuni psicologi moderni (Lange, James, Ribot, Mosso) l'origine dell’ emozione
si ricondurrebbe a movimenti organici; l’cleEmo
364 mento affettivo, che fa parte
di esse, non sarebbe così attribuito al pensiero, ma si ridurrebbe alla
sensazione, alla cenestesi, in altre parole al riecheggiare nella coscienza di
più o meno profonde alterazioni somatiche. Per tal nudo l'emozione risulterebbe
di questi tre momenti : rappresentazione della cansa; movimenti puramente
riflessi del corpo, modificazioni vasomotrici, contrazioni muscolari; coscienza
dei movimenti organici. Ad appoggio di questa teoria si osserva che, se di
un'emozione qualsiasi, ad es. la gioia, si tolgono le sensazioni organiche, 1’
emozione svanisce e non rimane che un'idea pura; ο che, d’altro canto, se si
producono artificialmente i concomitanti fisiologici dell’emozione stessa, non
solo si vedrà apparire l'emozione medesima, ma essa cercherà e troverà una
causa immaginaria, come avviene negli ubriachi ο nei malinconici. Tra questa
teoria somatica della ernozione e la teoria tradizionale ο intellettualieta
(secondo la quale lo stato mentale sarebbe la oansa delle modificazioni
organiche) sta la dottrina intermedia, secondo la quale l’emozione sarebbe la
sintesi complessiva di un particolare stato organico e di un particolare stato
psichico, agenti reciproca mente l’uno su l’altro. Le emozioni farono
classificate in depressive e diesaltamento, che sono le due forme principali
sotto cui si manifesta il loro carattere fisiologico ; Kant chiamò le prime
steniohe, lo seconde asteniche. Si dicono emozii potiori quei piaceri ο dolori
intellettuali, che si godono per la sola superiorità della intelligenza: tali
sono Ve. logica, che è esaltativa quando è costituita dal piacere della ricerca
e della scoperta del vero, depressiva quando risulta dalle pene dol dubbio e
dall’ avversione dell’errore: Pe. entetica, che risulta dalla contemplazione
del bello naturale ed artistico (esalt.) e del sublime (depres.); Pe. morale,
che sorge dalle azioni conformi (esalt.) o non conformi (depres.) all’ ideale
del bene; l’e. religiosa, che ha origine dal sentimento del legame che unisce
il nostro allo spirito misterioso, di cui riconosciamo la dominazione sul mondo
¢ sn noi stessi. Cfr. Kant, Krit. d. Urteilekraft, 1878, p. 130; Anthropologie,
1872, § 71, 72, 74; Wundt, Grundzüge d. physiol. Payohol., 1893, II, p. 405 segg. ; Grundriss d.
Paychol., 1896, p. 199 ; Jodl, Lehrbuch d. Payohol., 1896, p. 692; Bain, The
emotions and the will, 1865; Spencer, Prino. of peyohol., 1881, II, p. 514
seg.; Sully, Outlines of peychol., 1885, p. 454; W. James, La théorie des
émotions, 1908; Lange, Les émotions, trad. franc. 1895; Th. Ribot, La Φεγολοὶ. des sentiments, 6* ed. 1906; Sergi, Lee émotions,
trad. franc. 1901; Mosso, La peur,
trad. franc. 1886; Ardigd, Op. fil., V, p. 506 segg.; F. B. Jevons, L'idea di
Dio nelle rel. primitive, 1914, p. 24-27 (v. emosionale, sentimento, passione).
Empirioo. Gr. Ἐμπειρικός: T. Empivisch; I. Empi cal; F. Empirique. Vocabolo
usato nei primi secoli dell'era nostra per indicare nna scuola di medici, che
si dicevano ἐμπειρικοί per opposizione ad altri detti λογικοί. Entrò poscia nel
linguaggio filosofico, per designare ciò che nppartiene all'esperienza, sia
esterna che interna; si oppone quindi a innato, rasionale, a priori. Talvolta
si oppone anche @ sistematico per indicare ciò che è un risultato immediato
dell'esperienza e non si deduce da alonna altra legge ο proprietà conosciuta,
Nell’ uso kantiano empirico si contrappone a puro, © indica ciò che
nell'esperienza totale non deriva dalle forme o dalle leggi dello spirito stesso,
ma allo spirito è imposto dal di fuori. Cfr. Sesto Empirico, Aypot. pyrr., I,
cap. 34; Ade. Logiooa, II, $ 191, 327; Kant, Krit. d. reinen Vern., od. Reclam,
p. 49. Empiriooritieismo. T. Empiriokritioiemus; I. Empirioeritieism ; F.
Empiriocriticieme. Il sistema filosofico dell’Avenarius, detto anche filosofia
dell'esperienza pura, in quanto si propone di ristabilire l’esperienza pura con
un processo di eliminazione di tuttocid che è un'aggiunta arbitraria del
pensiero, di spiegare psicologienmonte e fisiologicamente la genesi dell’
illusione metafisica. Secondo Emp esso, tutto lo sviluppo della filosofia ©
della conoscenza si riduce al principio dell’ inerzia, del minimo consnmo di
forza, che in rapporto alla vita psichica si esprime corì: il contenuto delle
nostre rappresentazioni dopo una nuova appercezione, ha la massima somiglianza
possibile col contenuto anteriore. In quanto poi l’aninia è soggetta alle
condizioni dell’esistenza organica e ai bisogni dell’adattam questo principio
diviene una legge di sviluppo: Pani non impiega in una percezione più forza di
quella che sin necessaria, e, quando si trova innanzi a una pluralità di
apporcezioni, dà la preferenza a quella che con nuo sforzo minoro produce lo
stesso effetto, o con uno sforzo uguale produce nn effetto maggiore. Questa
tendenza dell'anima al risparmio di forza, spiega la legge di assimilazione,
per cni il nuovo è ricondotto all’antico, il noto all’ignoto; e spiega la
creazione dei concetti, che con un unico sforro di coscienza ci rendono possibile
di abbracciare nn grande numero di oggetti. In tutte le scienze agisce questo
principio, facendo sì che i concetti e lo leggi particolari siano condensati in
concetti e leggi più universali; la filosofia, che vuol darei un concetto
universale del mondo, è In meta ultima a cui conduce il bisogno di risparmiare
l'energia della coscienza. Man mano che si procede innanzi, si minano le
aggiunte inutili all'esperienza, aggiunte che sono di tre specie: le
mitologiche, che pongono nel dato reale In forma di tutto il nostro essere; le
antropopatiche, che attribuiscono agli oggetti i nostri sentimenti; le
intellettnali o formali, che aggiungono all'esperienza certe forme proprie
dell’ intelletto umano (causa, sostanza, ece.), La pnrificazione delle due
prime è oggi quasi completa per effetto dell’evoluzione scientifica; purificare
l’esperienza anche dalle terze, ecco il cémpito della critica dell’esperienza
pura, la quale «i contrappone quindi alla critica della ragion pura di Kant,
che ha affermato invece la nedi tali forme por la spiegazione dei fenomeni, Que
867 Emp sti tre momenti della
conoscenza, al pari d’ogni altra forma di attività psichica, anche rudimentale,
si riducono a tre fasi successivo della serie vitale, cui corrispondono tre
fasi della serie psichica. Le tre fasi vitali sono : 1° turbamento
dell'equilibrio organico normale ; 2° processi intermedi per ristabilirlo ; 3°
ristabilimento di esso e delle condizioni favorevoli alla conservazione
dell'organismo. Le tre fasi paichiche corrispondenti sono: 1° momento di
insoddisfazione, per il presentarsi di valori psichici, che, in contrapposto n
ciò che tinora si è caratterizzato reale, vero, abituale, ecc., hanno il
carattore dell’ inaspettato, del nuovo, del problematico, ecc.; 2° ricerca di
ciò che è reale, evidente, noto, sicuro; 3° chiusura della ricerca col
raggiungimento del vero. Cfr, Avenarius, Kritik d. reinen Erfahrung, 1888-90;
Der menschliche Weltbegrif, 1891; Philosophie ale Denken der Welt gemass dem
Princip des Kleinston Krafimasses, 1908 ; Petzold, Einführungn in die Philos.
d, reinen Erfahrung, 1904; Hôtiding, Philosophes contemporains, 1908, p.
119-122; Aliotta, Riccardo Avenarius, Cultura filosofica », maggio 1908; Id.,
La reazione idealistira contro la sciensa, 1912, p. 68-110 (v. economica
concezione). Empirismo. T. Empirimus; 1. Empiriciem; F. Empirisme. Dottrina
psicologica, che fa derivare tutte le nostre conoscenze dall'esperienza sia
esterna che interna (riflessione). Bi dice quindi empirismo, o anche
sperimentalirmo «_positiviemo, quell’ indirizzo scientifico e filorofico che
considera come solo oggetto di conoscenza il fenomeno, ο come solo metodo di
ricerca l'osservazione, l'esperimento © induzione. L’empirismo psicologico si
oppone all'innatiemo e nl razionalismo, che considerano alenne idee
fondamentali ο i principi supremi della ragione, como anteriori all'esperienza
e ad essa irreducibili. Si distinguo anche dal sensiemo, che pone la sensazione
esteriore come la fonte unica di tutte le nostre conoscanze, mentre l'empirismo
propriamente detto lo fa derivare dn due sorgenti: END 368
l’esperienza esterna, ciod le sensasioni, © l’esperienza interna, cioè
la riflessione. Il massimo rappresentante dell’empirismo fu Giovanni Locke, del
seusismo il Condillac. Dicesi empirismo radicale la dottrina che, considerando
i principi, le leggi, ο le forme della conoscenza come convenzionali, o come
aventi un puro valore economico di comodità, d’uso, vuol liberarne la
conoscenza stessa per risalire all’esperienza pura, al fatto bruto che solo La valore
reale, ossia alla sensazione; per essu infatti l'universo è ito di clementi
sensoriali, i quali, secondo che si uns ο in altra maniera, ci danno le
determinazioni più diverse della realtà, quali l’io, da una parte, © il non-io
dall'altra, nelle sue varie forme ο specificazioni (v. economica,
empiriocriticiemo, innatismo, prammatismo, sensazionalismo). Endictioa. Quella
parte della dialettica che ha per scopo di stabilire le proposizioni
(ἐνδαικτική) ; appartiene all’agonistica, cioè l’arte dei certami dialettici.
Oggi è vocabolo poco usato. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 841. Endofasia. T.
Endophasie; I. Endophasy; F. Endophasie. E la successione delle immagini
verbali, con le quali si suole esprimere una successione di pensieri, ma che
rimangono allo stato psicologico, senza dar luogo si movimenti vocali, quando
tali movimenti importerebbero nna perdita di tempo e di forza. Dicesi anche
linguaggio interiore ed ha nei vari individui tipi fissi, a seconda che caso è
costruito su imagini acustiche, visive, motorie, ece. In alcune malattio
mentali codesto linguaggio interno si intensifica a poco n poco, finchè,
estendendosi I’ eccitazione all’ elemento psico-motore, l’individno, pensando,
dovo articolsre intensamente nel suo interno le parole; se l’irritaziono cresce
ancora, si ha la formazione di un impulso prico-motore che va agli organi
esterni della favelia, a l'infermo ha delle vere allucinazioni verbali
paico-motrici: da ultimo la stimolazione si scarica per le vie mo 369 END-Exr trici, © si ha l’articolazione
completa © la pronunzia distinta delle parole. Cfr. Ballet, Le langage intérieur
et lee formes do l'aphasie, 1886; Saint-Paul, Finde sur le langage intérieur,
1892; Morselli, Manuale di semejotica, II, p. 438 segg. Endogamia. T. Endogamie; I. Endogamy: F. Endogamie.
Forma di costituzione famigliare, in cui più nomini ai uniscono con la stessa
donna scelta nel seno della tribù. Secondo Mac Lennan l’endogamia rappresenta
una delle primissime fasi dell’ evolnzione della famiglia: essa narebbe infatti
snoceduta immediatamente alla promiscuità, perchè, praticandosi nelle tribù 1’
infanticidio ed essendo più frequente il sacrificio delle femmine, più deboli,
ne segni che, per rimediare a questa deficienza di donne, si dovette ricorrere
ο al matrimonio poliandrico nell’ interno della stessa tribù, o al rapimento di
donne a tribit nemiche. Cfr. Mac Lennan, Studies in ancient history, 1878 ;
Starke, La famille primitive, 1891 (v. emgamia, elerimo, lerirato, matriarcato,
poliandria, famiglia). Endolinfa. T. Endolymphe; I. Endolymph; F. Endolymphe.
Liquido trasparente, che riempie le cavità del labirinto membranoso dell’
orecchio interno. È più denso della perilinfa, contenuta nel labirinto osseo,
in cni stanno lo terminazioni nervose del nervo acustico. Secondo molti
psicofisiologi, Cyon, Mach, Ewald, essa avrebbe una grande importanza nel
produrre le sensazioni di equilibrio e della orientazione nello spazio. Cfr.
Cyon, Recherches our ler fonctions des canaux nemi-circulatres, 1878; Mach,
Grundlinien der Lehre von den Bewegunsenpfindungen, 1874; R. Ewald, Pflügers
Arch, vol. LV, 1895. Energia. T. Energie: I. Energy: F. Énergie. Por Aristotele
la materia è la potenza (ὀύναμις) © ad essa si contrappone l’onergia, che è
l’atto, l’effetto realizzato nell'opera (νέργεια): questa si distingne alla sus
volta dalla entelechia (ἐντελέχεια), che accenna propriamente allo tato di
perfezione in cai la sostanza si trova nituata, mentre 24 RanzoLI, Dizion. di acienze filosofiche. Ένα 370
Penergia accenna alla reale attività che essa esercita. Nella scienza moderna dicesi energia la forza
capace di lavoro; ed è attuale o cinetica quando il punto materiale cui è
applicata trovasi in moto effettivo; potenziale 8e il punto materiale non è in
moto, ma può effettivamente imprenderlo ; Venergia totale di un sistema
materiale ad un momento dato è la somma delle sue energie potenziali.
Energetica dicesi perciò quella parte della dinamica, che studia la
composiziono dei moti delle masse, che nel loro cammino sono capaci di produrre
lavoro. Cfr. Aristotele, Metaph., IX, 6; Phys., VIII, 5; De an., II, 5; Georg
Helm, Dio Energetik nach ihrer geschichtlichen Entwickelung, 1898 (v.
energiemo, forsa, morimento, laroro). Energie specifiche (legge delle). T.
Specifische Sinnesenergie; I. Specific energy; F. Énergie xpeeifique des sens.
Sotto la denominazione di legge delle energie specifiche degli organi di senso
» si intende la dottrina svolta primitivamente da Giovanni Müller nel 1840,
secondo la quale le diverse modalità delle sensazioni non dipendono dalla
differenza degli stimoli esterni che le eccitano, bensì dalla natura specifica
degli orguni. Essa è sinteticamente riassanta nello seguenti proposizioni : a)
Per effetto di canse esterne noi non possiamo avere alcuna specie di sensazione,
che non possiamo ugualmente avere senza dette canse per la sensazione degli
stati dei nostri nervi (ad es. nella allucinazione, nel sogno, nelle sensazioni
soggettive); 5) La medesima causa interna, 0 la medesima causa esterna, produce
sensazioni differenti nei diversi sensi in ragione della loro propria natura o
delln sensibilità specifica di essi (nd es. l’iperemia produce fosfeni agli
occhi, tintinnio agli orecchi, ece.); 0) Le sensazioni proprie a ciascun nervo
sensoriale possono essere provocate da molteplici influenze sin interne sia
esterne; la sensazione è la trasmissione alla coscienza non di ana qualità o di
uno stato dei corpi esterni, ma di una qualità, di uno stato del nervo
sensoriale, determinato da una causa esterna, o queste qualità sono differenti
nei differenti nervi sensoriali (la sensazione del suono, ad esempio, è
Venergia o qualità del nervo acustico, e non ha nalla di comparabile con le
vibrazioni dell’aria); d) È ignoto se le cause delle energio diverse dei nervi
sensoriali abbiano sede in loro stessi ο nelle parti del cervello o del midollo
spinale in cui terminano; ma è indubitato che le parti centrali dei nervi di
senso nel cervello sono capaci di provocare le sensazioni proprie di ciascun
senso, indipendentemente dai cordoni nervosi. Questa dottrina, svoltasi sotto
1’ influenza della teoria kantiana delle forme a priori della sensazione, ha
suscitato molte discussioni ο ancor oggi è assai dibattuta sin dai psicologi
che dai fisiologi. Cfr. J. Müller, Manuel de phyeiologie, trad. franc. Jourdan
et Littré, I, 711; Goldscheider, Die Lehre ron den spezifischen Energien, 1881:
Weismann, Die Lehre v. d. per, Sinnesenergien, 1895; Jodl, Lehruch d. Payohol.,
1896, p. 182 segg. Energismo. Ί. Energismus; F. Energieme. Nella filosofia morale
si oppone a edoniemo, e designa quella dottrin che pone come fine della volontà
l’attività della vita; tale dottrina è specialmente sostenuta dal Paulsen. Nella metafisica o filosofia generale,
designa quella dottrina che tutta la realtà ridnco all’ energia, considerata
come una vera e propria sostanza (intendendo por sostanza ciò che v'ha di
permanente nel mondo esterno). Si contrappone tanto al mecoaniemo, in quanto
nega la realtà della materia, che si riduce alla energia, quanto al dinamismo,
in quanto al concetto soggettivo di forza sostituisce quello obbiettivo e
scientifico di energia. Tale dottrina è sostenuta oggi specialmente
dall’Ostwald, che la fonds su queste considerazioni: la sola cosa conosciuta e
conoscibile è l'energia, nella quale si esaurisce lo stesso concetto di
materia; infatti ogni nostra conoscenza del mondo esterno non è dovuta che
all’azione sui nostri sensi delle energie; poichè non solo noi ENE 372 abbiamo
dell’energia una esperienza diretta nello sensazioni dello sforzo muscolare, ma
ciò che noi vediamo non è che un lavoro chimio, prodotto dall'energia luminosa,
ciò che noi udiamo è il lavoro che le oscillazioni dell’aria compiono
nell’orecchio interno, se tocchiamo un corpo fermo sentiamo il lavoro meccanico
che è impiegato nella compressione della punta del nostro dito ο dell'oggetto;
mentre gli altri concetti fisici, massa, quantità di moto, ece., la cui
grandezza sottostà alla legge della conservazione, si applicano solo a un
determinato campo di fenomeni naturali, tutto ciò che noi ssppiamo del mondo
esterno lo possiamo esprimere in termini d’energia, la quale ci apparisce
dunque come il concetto più generale che la scienza abbia finora formato ;
esistono delle energie specificamente diverse, oltre le quali non è necessario andare
per cercare il sostrato della materia nella forza o nella cosa in sè, essendo
tali energie la realtà ultima e unica. Queste energie specifiche sono di forma,
di volume, di distansa, di movimento: nd es. si può diminuire il volume di un
corpo con una compressione fatta in modo da consorvarne la forma, spendendo
dell’ energia, che sarà restituita dal corpo, quando esso riprenderà il volume
di prima, e che possiamo chiamare energia di volume. Ma il concetto di energia
offre ancora il mezzo di sistemare sia i fenomeni biologici, che si riducono à
trasformazioni di energie le quali, a differenza di ciò che accade nel mondo
organico, hanno la proprietà di conservare il sistema; sia i fenomeni psichici,
i quali non devono già considerarsi come concomitanti dei processi energetici
del cervello, socondo la teoria del parallelismo psico-fisico, ma
comeun’energia dovnta alla trasformazione dell’ energia chimica del corvello, e
che sottostà alle stesse leggi delle altre forme. Il fatto che tutti i processi
Bsici si possono rappresentare come trasformazioni d'energia, si spiega appunto
ammettendo che In coscienza è esan stessa energia la forma
373 ENO-ENT più alta e più rara
che ci sia nota e comunica questa sua proprietà all'esperienza esterna. Cfr. F. Paulsen, Ein leitung in
die Philos., 2° ed. p. 482; W. Ostwald, Chemische Energie, 1893; Die
Uberwindung d. wissenschaftl. Materialismus,
1895; Aliotta, La reasione idealiation contro la scienza, 1913, p. 468 sogg.;
R. Nasini, La chimica fisica, 1907, p. 31 (v. attivismo, materia, meccanismo,
dinamismo). Enoteismo. T. Henotoinnue. Max Müller .chiama così quello stadio
primitivo della religione, in cui si adorano oggetti diversi presi a volta a
volta isolatamente come rappresentazioni di un Dio (alç-évéç). Si distingue
quindi tanto dal monoteiemo, che è la credenza in un Dio unico © solo (μόνος),
quanto dal politeiemo che è ls credenza in più divinità gerarchicamente
disposte a seconda della loro potenza e dei loro attributi. Cfr. Max Müller,
Forlesunyen κ. d. Entw. d. Rel., p. 158 sogg., 291 segg. Ente. Lat. Æns; T. Sein; Dasein;
Woson; I. Boing; F. Être. Tutto
ciò che è. Ha quindi lo stesso significato di essere, col quale è sempre usato
promiscuamente, sebbene alcuni filosofi, tra cui il Rosmini, credano debbano
distinguersi. Gli scolastici chiamavano ene per se quello che ha una essenza
sola, ad es. l’uomo; one por acoidens quello che consta di più enti in atto, o
di enti di diversi predicamenti, ο di un predicamento solo ma ordinati fra loro
naturalmente, ad es. un bosco di alberi; ene rationis logioum quello che si
finge col pensiero pur avendo qualche fondamento nelle cose; ene rationis pure
obiectum una chimera impossibile a realizzarsi.
Lente crea I’ esistente è la formula fondamentale dell’ ontologismo
giobertiano, necondo il quale oggetto dell’ intuito intellettuale è lo stesso
Ente (Dio), che crea le cose particolari. Infatti Dio solo 3, perch’ egli solo
ha in sè stesso la ragione del suo essere; il mondo non è, ma esiste, perchè la
ragione del sno essere non l’ha in sò, ma fuori di sè, cio in Dio, che produce
il mondo per creazione. Per tal modo l’origine della conoENT 814
scenza si connette all’ origine delle cose, e l'atto creativo, quale ci
vien fornito dall’ intuito, è ad un tempo la radice da cui germogliano tutte le
conoscenze ¢ tutte le esistenze. Mentre
il soggetto della formula giobortiana è l'Ente reale, il soggetto di quella del
Rosmini è l'Ente possibile indeterminatissimo, vale à dire l'essere spogliato
di qualsi determinazione. L’ idea di quest’ Ente risplendo di coni nuo nella
nostra mente, e per mezzo dei giudizi primitivi (giudizi percettivi) noi la
riconosciamo attnata negli oggetti particolari; per tal modo 1’ Ente cessa di
essere puramente possibile o ideale e diventa reale ed attuale. L’ idea
dell'Ente non è dunque soggettiva, ma oggettiva, in quanto il suo oggetto si
identifica da ultimo col Reale assoluto. Cfr. Gioberti, Introd. allo studio
della filonofia, 1840; Protologia, 1857; B. Spaventa, La filosofia di Gioberti,
1863; B. Labanca, La mente di Ῥ. Gioberti, 1871; Rosmini, Nuoro saggio
sull'origine delle idee, 1855; A. Paoli, Esposizione r gionata della filosofia
di A. Rosmini, 1789; Th. Davidson, The philosophical xyatem of 4. Rosmini, 1882. Entelechia. Lat.
Entelechia: T. Enteleohie; 1. Entelechy:
F. Entéléchie. Aristotele distingue. nel riguardo delVoperare, la materia, che
chinma potenza (δύναμις), forma che chiama entelechin (ἐντελέχεια). e l'energin
(2vépyeta). L’entelechia si distingue dall'energia, in quanto quella ncconna
propriamente allo stato di perfezione in cui la sostanza si trova attuata,
questa alla reale attività che exsa esercita. Però Aristotele adopera la parola
entelechia in due significati: 1° come atto compiuto in opposizione ad atto che
sta per compiersi, ὁ come perfezione che risulto da codesto compimento; 2° come
forma o ragione che determina l'attualità d’una potenza. Perciò chiama l’anima
ora la forma, ora l'entelechia di ogni corpo naturale organizzato, avente in sè
la vita in potenza. Il Leibnitz diede il
nome di entelechie alle monadi, perchè esse non agiscono una sull'altra, mu
bastano a sè stesse, 375 ENT avendo in sò la sorgente delle loro
azioni interne. Si potrebbe dare il nome di Entelechie a tutte le sostauzo
semplici ο monadi create, perchè esse hanno in sò una certa perfezione (ἔκουσι
τὸ ἐντελές); c'è una sufficienza (αὑτάρχεια) che le rende sorgenti delle loro
azioni interne, © per così dire degli automi incorporei ». Come si vede,
Leibnitz usa la parola entelechia nel significato di potenza prossima. Cfr.
Aristotele, Metaph., II, 4, 415 b; IX, &, 1058 a; Leibnitz, Theodicea, I, $
89; Monadologie, $ 18. Entimema (ἐνθυμέομαι
ripensare). T. Enthymem ; I. Enthymeme; F. Enthymème. Aristotele chiamò
così una brevissima argomentazione sillogistica in cui, da un verosimile ο da
un segno, si ricava una conclusione non ussoIntamente certa. Siccome in queste
forma di argomentazione era tacinta une premessa, supposta come nota, così i
logici posteriori, cominciando, paro, da Quintiliano, che enumerò i vari significati
della parola, chiamarono e chinmano entimema quella qualunque forma di
sillogismo euntratto in cui sia sottintesa una delle due premesse. Quando In
premessa taciuta è la maggiore, l’entimema dicesi di primo grado, quando è la
minore di secondo grado. Es. 1° grado: Anche gli animali sono di carne e
d’ossa dunque soffrono se maltrattati;
qui è taciuta la maggiore: tutti gli esseri di carne e d’ossa soffrono se
maltrattati. Es. 2° grado: Tutti i fenomeni naturali sono soggetti alla
emusalità dunque anche la volontà; qui è
taciuta la minore: la rolontà è un fenomeno naturale. Aristotele chi poi
sentenza entimematica quella in cui le due proposizioni dell’entimema sono contratte
in una, e reca fra gli altri questo esempio: mortale, non serbare odio immortale.
Diconsi infine giudizi entimematici quei giudizi categorici contratti, che
mancano di soggetto o che hanno un soggetto puramente indicativo (questo,
quello); altre volte tutto il giudizio è concentrato nel verbo, il cui soggetto
è indeterminato nella mente (piove, lampeggia). Cfr. AriExr 376
stotele, Anal. pr., II, 27, 70 a, 10; Quintiliano, Inst, or., cup. X, $
1; Masci, Logica, 1899, p. 258 seg. Entimematica (prora). Aristotele chiama
così la prova dal probabile e dai segni: per probabile intende una proposizione
ritenuta vera dall’opinione comune, ma non vera assolutamente, per segno
intende una proposizione o necessaria o probabile, che ha la proprietà di
dimostrarne un’ altra. E necessario il segno che à effetto necessario o causa
unica della cosa significata, in modo che solo posto il segno sia la cosa, e
posta la cosa sia il segno; in tal caso la prova è certa: ad es. lo psichiatra,
dalla presenza in un individuo di deliri organizzati, che durano lungamente e
non terminano in demenza, trae la prova che l’individuo è un paranoico. È
probabile il segno quando non indica necessariamente una cosa sola, sia perchè
è un particolare cui si dà un valore generale, sia perchè è un generale che si
assume per provare l’esistenza di un individuale: la prova basata su questi
segni può quindi condurre in errore, come, ud es. se dall'essere stato il
Cellini grande artista e rompicollo si conchiudesse che tutti i grandi artisti
sono rompicolli, ο se dall’uver scoperto un'arma indosso a un imputato si conchiudesse
senz'altro che è colpevole. Ad ogni modo, la prova dai segni ha uso larghissimo
nella scienza ed è assai utile: tutta una parte della medicina, la semiotica,
prende nome da essi. Cfr. Aristotele, Top., I, 1, 100 a, 27; Anal. pont., II,
24, 85 b, 23 segg.; Masci, Logica. Entità. Lat. Entitas; T. Wesenheit, Entität; I. Entity:
F. Entité. Vocabolo proprio della
filosofia scolastica, ricavato dal participio del verbo esse (il τὸ ὃν dei
greci). Vale essenza o forma. Gli scolastici lo usavano infatti per designare
il genere, il modello supremo immutabile di cui gli individui non sono che le
copie imperfette ο pusseggere, la natura indeterminata che rivesto tutto le
forme senza esaurirsi mai. Così l'umanità era l'entità dell’uomo. 377
ENT-ENU D vocabolo è usato oggi in un senso ben diverso: ussu designa un
essere sostanzialmente distinto e indipendente, per opposizione alla qualità,
alla proprietà, all’ attributo, all’aceidente, che non possono esistere che in
un essere 0 per un essere. Entoptiche (imagini) v. imagine. Entusiasmo. T.
Enthusiarmus, Begeisterung ; I. Enthusiam; F. Enthowsiasme. In Platone e
Aristotele significa ispirazione o esaltazione divina dell’ anima. Per
Shaftesbury l'entusiasmo per tutto ciò che è vero buono e bello, l'elevazione
dell’anima ai valori più universali, la rinunzia alla vita egoistica
dell'individuo, costituisce la sorgente prima della religione naturale; la
quale è così una vita superiore della personalità, un sapersi una cosa sola coi
grandi nessi della realtà. Locke oppone l’entusiasmo, ossia l’impeto dell
imaginazione, alla ragione, che è la rivelazione di quella parte di verità che
Dio ha messo alla portata delle facoltà naturali dell’ nomo: voler scoprire il
vero con l’entusiamo, vorrebbe dire perciò distruggere la ragione ο la
rivelazione, sostituendo ad esse le vane ombre della fantasia umana. Barthelemy
Saint Hilaire distingue l'entusiasmo dalla spontaneità: questa è la potenza
interiore a cui l’anima s’abbandona ciecamente, ed è un fatto generale che
appartiene a tutti gli uomini: quello ne è uns particolarità ed avviene solo in
alcuni uomini. Cfr. Kant, W. W., V, 280; Windelband, Storia della filosofia,
trad. it. 1913, II, 179. Enumerazione. T. 4ufedhlung ; I. Enumeration; F.
Enumération. L'induzione non è che un sillogismo in cui in luogo del termine
medio è data l’enumerazione incompleto ο completa delle sue specie. Quando
l’enumerazione dei concetti specifici del genere non ne esaurisce l’estensione,
l’ induzione è imperfetta e la conclusione è soltanto probabile. La probabilità
aumenta quando l’ enumerazione nou è dei concetti specifici, ma degli esemplari
di un'unica Eon-Epı specie. Secondo alcuni, le prime nostro induzioni, non
potendo fondarsi sopra un principio che non è ancor dato, si sostengono
semplicemente sul numero dei casi, che presentano la proprietà che si
attribuisce al genere; porciò tali induzioni furono dette per enumerationem
simplicem. Cfr. Bacone, Noe. org., I, $ 105; De Dignitato, V, cap. II; J. 8.
Mill, Syst. of logio, 1865, 1. III, cap. 3, § 2; Rosmini, Logica, 1853, $ 726
(v. induzione). Boni (aiöveg -le eternità). Lat. derum; T. don. Gli gnostici
chiamavano così, a causa della loro eternità, le emanazioni ο proiezioni che,
secondo la loro dottrina, colmavano l'intervallo tra la materia e lo spirito,
mettendo in contatto questi due principi, da essi concepiti come opposti ϱ
irredueibili. Gli eoni si combinavano in sisigie ο in pleromi. Cfr. Eusebio,
Praep. ev., XI, 18; Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913, I, p.
313 weg., 330 seg. Epagoge, epagogico. 'T. Epagogik ; I. Fpagogio; F.
Épagogique. Con questo termine, ancora in uso, Aristotele designava il
procedimento induttivo; la parola induzione (induotio), fa, secondo
Quintiliano, introdotta nel linguaggio filosofico da Cicerone, come
corrispondente alla greca ἐπαγωγή (da ἐπί = verso, ἄγω = conduco). Tuttavia, il
significato primitivo del termine non è sicuro; secondo alcuni designava quel
modo di ragionare nel quale si sostiene una tesi con più ragioni ed esempi;
secondo altri (Buddeo, ‘Trendelenburg) fu tolto dalla lingua militare, nella
quale indicava il procedere d'una schiera di soldati in fila serrata. Ad ogni
modo, oggi essa indica I’ induzione formale o aristotelica, che va dalle leggi
particolari alle generali, e si distingue dall’induzione baconiana che va dui
fatti alle leggi. Cfr. Aristotele, Top., I, 12, 105 a; Anal. pr., Il, 25;
Cicerone, De intent., I; Trendelenburg, Elementa logicer aristoteleae, 8"
cd. 1878. Epicherema. Gr. Ἐπιχείρημα: T. Epicherem; I. Epicheirema: F. Épiohéràme.
Come dice la radice etimologica,
379 Epi è un sillogismo nel quale
è aggiunta la prova di una ο di entrambe le promesse. Es. I pesci sono
vertebrati (perchè hanno una colonna spinale). La triglia è un pesce. Dunque la
triglia è un vertebrato. È detto anche dai logici sillogismo catafratto ;
Aristotele, che lo considerava come una forma di ragionamento sul verosimile,
lo disse sillogismo dialettico. Il Rosmini distingue due specie di epicherema,
il probabile ο il dimostrativo, il primo ooncludente a probabilità, il secondo
a necessità; entrambi sono usati dall’ arte di confutare ο elenotica, ed hanno
per scopo di obbligare l'avversario a cadere nella contraddizione. Cfr.
Aristotele, Top., VIII, 11, 162 a, 15; Rosmini, Logica, 1853, p. 314 segg. Epicureismo.
T. Epikureismus; I. Epiowreanism ; F. Epicureisme. Scuola filosofica fondata da
Epicuro in Atene tre secoli a. C., e durata fino sl quarto secolo dell’ era
nostra. 1 suoi seguaci più noti sono Metrodoro, Ermarco, Polistrato,
Apollodoro, Diogene di Tarso. Fedro; in Roma Amafinio, Pomponio Attico e T.
Lucrezio Caro, che ne espone le dottrine del suo insuperabile poema De rerum
natura. L’epicureismo, come quello che fu 1’ unica filosofia irreligiosa
dell’antichità, fu oggetto d’ogni sorta di acense © d’una guerra accanita prima
da parte delle altre scuole filosofiche, poi della Chiesa cristiana, cosicchè
ancor oggi epicureo è sinomino di eretico, crapulone, gaudente. Lu critica ha
dimostrato non solo infondato codeste accuse, ina ha fatto risaltare come
nell’epicureismo aleggi lo spirito scientifico proprio dei tempi moderni. Esso
infatti oselude ogni intervento divino e ogni finalità nella natura, nella
quale non imperano che cause naturali; pone il criterio del vero nella certezza
data dalla sensaziono, e il fine supremo della condotta fa consistere non già
nel piacere grossolano e immediato dei sensi, ma nella felicità, che è data,
per ciò che riguarda il corpo, dall’ assenza del dolore (ἀπονία), per ciò che
concerne l’ animo Epi 880 dalla tranquillità (&tapafia). Per questi
suoi caratteri, quando l’ascetismo cristiano comincia a declinare coll’aprirsi
dell’ età moderna, la dottrina d’ Epicuro risorge : essa fa capolino prima in
Montaigne, poi apertamente è diffusa in Francia dal Gassendi ; ricostratte in
Inghilterra dall’ Hobbes, rinasce più tardi in Helvetius, D’ Holbach,
Saint-Lambert e ispira infine gli utilitaristi inglesi da Bentham a Stuart
Mill. Delle varie dottrine epicuree è fatta esposizione in questo vocabolario
alle parole anticipazioni, alarassia, canonica, caso, coniunola, eventa,
olinamen, oacumina, Dio, eudemonismo, intermundia, inane, idoli, atomi amo,
ecc. La parola epicureismo è anche adoperata per designare, in opposizione et stoicismo,
tutti quei sistemi di morale che pongono come norma suprema dell’operare il
piacere o l'interesse. Cfr. Gizycki, Ueber das Leben und die Moralphilosophis
des Epikur, 1879; W. Wallace Epiouroanimm, 1880; Guyau, La morale d’Epioure,
1878; Giussani, Studi luoreziani, 1896. Epifenomeno. T. Begleiterserscheinung;
1. Epipkenomenon: F. Epiphénoméne. Dato un insieme di fenomeni, costituenti una
specialità fenomenica distinta, se a questi s’aggiungo un fenomeno nuovo, che
può anche mancare © che, colla sua presenza ο colla sua assenza, non muta il
carattere precedente dell’ insieme, codesto fenomeno dicesi più propriamente
epifenomeno ossia fenomeno sovreggiunto. Quindi nella medicina si dà questo
nome ad un sintomo, che si manifesta in una malattia già riconosciuta © si
aggiunge agli altri sintomi presentatisi prima. Nella psicologia si chiama
epifenomeno il fatto di coscienza, la coscienza, quando si crede che essa non
sia costitutiva della attività psichica, ma semplicemente un fenomeno
addizionale, aggiunto al fisiologico, e che può anche non comparire senza che
per questo ln funzione psicologica sia distrutta. I segusci del materialismo
psico-fisico, considerando il fatto psicologico e il fatto fisiologico cioè lu
funzione del si 381 Err stema nervoso
centrale come due diversi aspetti, il primo interno e il secondo esterno di una
medesima attività, considerano i fatti di coscienza come semplici epifenomeni.
Per i seguaci della dottrina somatica dell’emozione, questa, risolvendosi
essenzialmente in una alterazione organica, in una reazione vasomotoria, lo stato
di coscienza emotiva è un semplice epifenomeno. Cfr. Ribot, Les maladies de la
personalité, 163 ed., 1899, Introd.; Les maladies de la mémoire, 313 ed., 1909,
cap. I, 1; W. James, La théorie de l'émotion, trad. franc. Dumas, 1903, Introd.
Epigenesi. T. Epigencse; I.
Fpigenesis; F. Épigénène. Dottrina che sostiene essere ogni nuovo individuo
l’effetto di un progressivo e regolare sviluppo del corpo organico, che fu
formato dalla fecondazione nel seno dell'organismo generatore; in contrasto
colla dottrina detta della preformazione dei germi, secondo la quale il germe
sarebbe un individuo estremamente piccolo, ma già completamento formato,
esistente attualmente nel generatore, e contenente alla sua volta una serie
indefinita di altri germi sempre più piccoli, gli uni involti negli altri, di
modo che ogni individuo conterrebbe in sè stesso tutte le generazioni cho da
lui possono sortire. Per la dottrina dell’epigenesi, dovata a G. F. Wolff, lo
aviluppo embrionale non consiste in uno svolgersi di organi preformati, ma in
una catena di neoformazioni, in cui ciascuna parte si forma dopo l’altra e
tntte compaiono in una forma semplice, che è affatto diversa da quella
ulteriormente evoluta. Cfr. (i. F. Wolff, Theoria generationis, 1759; E.
Haeckel, Anthropogenie, 4° ed. 1891, p. 28 segg. Episillogismo. T.
Epieyllogiemus; I. Episyllogiem; F. Episyllogisme. Sillogismo aggiunto, che ha
per premessa maggiore o minore Ia conclusione d’un sillogismo (v.
poLisillogismo). Epistematico (ἐπιστήμη --scienza). Qualche volta si adopera
per designare il procedimento deduttivo, che dai Eri-Ero 382
principi generali ricava delle conseguenze particolari; in opposizione
ad epagogico, che è il procedimento inverso, © induttivo, per cui dai fatti o
dalle leggi particolari si sale ai principi © alle leggi generali. Quindi
dicesi epistematica quella scienza che procede per deduzioni e per sillogismi,
in opposizione 8 scienza sperimentalo ο induttiva. Epistemologia. T.
Wissemschaftslehre ; I. Epistemology; F. Épistémologie. La filosofia delle
scienze. Essa stabilisco gli oggetti d’ogni scienza, determinandone i caratteri
differenziali, ne fissa i rapporti e i principt comuni, le leggi di sviluppo e
il metodo particolare. Si distingue dalla teoria della conoscenza ο
gnoseologia, in quanto questa studia la conoscenza nell’ unità dello spirito,
nelle forme universali © nel meccanismo interiore, mentre I’ epistemologin
unalizza le conoscenze a posteriori, nella diversità dello scienze © degli
oggetti. La distinzione però non è sempre osservata, specie dai filosofi
inglesi. Cfr. R. Flint, Agnoaticiem, 1903, p. 10, 13. Epoca (da ἐπόχειν sospendere, tacere). Gr. Ἐποχή: T. Epoche. La
famosa dottrina dello scetticismo pirroniano; significa sospensione ο astensione
dall’affermare ο dal negare intorno all'essenza di qualsiasi cosa, In altro
parole l’epoca è il dubbio scettico. Constatato le antinomie della ragione e la
disparità delle opinioni umane, Pirroneconsiglia l’uomo a sospendere il suo
assenso circa la natura delle cose in sè stesse, le leggi e i rapporti
invisibili degli esseri; egli deve aooontentarsi di considerare le cose
semplicemente secondo la diversa impressione che gli arrecano. L'epoca ha una
portata teorica © pratica; teorica perchè preserva l'intelligenza dalle
contraddizioni; pratica perchè l'assenza della contraddizione significa la pace
© la serenità dello spirito. Cfr. Sesto Empirico, Pyrrà. Hypot., I, 188 segg.;
Galluppi, Lezioni di logioa e met., 1854, II, p. 250-55 (v. aoatalesia, afasia,
diallelo, dicotomia, dommatiemo, tropi).
383 Epo-Equ Epoptico. Si adopera
talvolta in significato di esoterico. Infatti nella scuola di Pitagora gli
epopti erano quelli fra gli allievi che, avendo sostenuto le prove stabilite ο
possedendo in modo completo la dottrina del maestro, fucevano parte della
società stessa; gli altri erano considerati come esterni alla scuola, come
semplici aspiranti ad : entrarvi. Così dicesi epoptioa quella parte del sistema
filosofico di Platone e anche di Aristotele, che era destinata soltanto agli
scolari più fedeli e più intelligenti (v. aoroamatioo, esoterico, ezoterico).
Equabilità. Con questo vocabolo, riferito al tempo, il Rosmini designa ls
medesima quantità d’ azione ottenuta con un grado costante di intensità.
Infatti la durata successiva è da noi concepita come lu possibilità, che
mediante un grado dato di intensità, si ottenga una data quantità di azione; in
altre parole, dentro una durata qualsiasi, la quantità di azione sarà
proporzionata alla intensità dell’azione. Questo rapporto costante può essere
espresso Zi cui 1° desigi @ la quantità d’azione, 8 la durata successiva. Cfr.
Rosmini, Nuovo raggio sull'origine delle idee, sez. V, par. V, ο. VI; Id.,
Peioologia, 1848, vol. II, parte II, p. 189-205 (v. durata, momento).
Equazione. T. Gleichung ; I. Equation; F. Equation. Nella matematica si chiama
uguaglianza l’espressione algoritmica composta di due membri, in cui il valore
dell’uno è il risultato delle operazioni eseguite nell’altro. Si chiama poi
equazione quella uguaglianza, specialmente letterale, nella quale in uno dei
due membri si ha una lettera il oui valore non è conosciuto (incognita) e lo si
vuol determinare a mezzo della espressa uguaglianza. Equazione del mondo. T.
Weligleichung; F. Equation du monde. La formula del determinismo rigoroso, che
concepisce l’accadere così definito in ogni ana fase, da consinella seguento
formola: T= il tempo, Equ 384 derare il passato e l’avvenire come
esattamente valutabili in fanzione del presente. Il Laplace la esprime così : Una
intelligenza che, in un istante dato, conoscesse tutte le forze da cui
la-natura è animata e la situazione rispettiva degli esseri che la compongono,
se fosse abbastanza vasta per sottoporre codesti dati all’analisi,
abbraccerebbe nella stessa formula i movimenti dei più grandi corpi dell’
universo ο quelli dell'atomo più leggero; nulla sarebbe incerto per essa, ©
l'avvenire, come il passato, sarebbe presente a’ snoi occhi ». E l’Huxley, in
modo ancora più concreto: Se la proposizione fondamentale dell’ evoluzione è
vera, che cioè il mondo intero, animato ο inanimato, è il risultato della mutua
interazione, secondo leggi definite, delle forze possedute dalle molecole di
cui era composta la nebulosa primitiva dell’ univereo, allora non è men certo
che il mondo attuale riposava potenzialmente nel vapore cosmico, e che una
intelligenza sufficiente avrobbe potuto, conoscendo le proprietà delle molecole
di codesto vapore, predire ad esempio lo stato della fauna dell Inghilterra nel
1868, con pari certezza di quando si predice ciò che accadrà al vapore della
respirazione durante una fredda giornata d'inverno ». Il determinismo viene
così a convertirsi in un predeterminiamo, che si distingne dal teologico solo
perchè la necessità è posta come immanente alla natura. Molti però intendono il
determi nismo causale non come una monotona ripetizione dell’identico, ma come
una mutazione incessante nella durata, come uno svilnppo continuo di forme
nnove; e non lo fanno cominciare arbitrariamente dalla nebulosa primitiva, ma
lo estendono all’ infinito nel tempo e nello spazio. Così inteso il
determinismo è la negazione perfetta al predeterminismo e la sua espressione il
contrario preciso di quella del Laplace: ogni fenomeno naturale, emergendo dal
seno dell’ infinito e rappresentando il realizzarsi di nna serio infinita di
possibilità, è l'equazione dell'infinito, ossin i 0 385 5
Equ l’imprevedibile, l’indeterminabile; cosicchè l’ipotesi di uno spirito
infinito, che in base alla conoscenza attuale della natura ne ricostruisca a
priori la storia passata, e lo svolgimento futuro, è, oltrechè inutile e
indimostrabile, anche assurda. Cfr. Laplace, Introd. à la théorie analytique des
probabilités, 1886, p. VI; Renouvier, Hist. et solution des problèmes
metaphysiques, p. 168 segg. ; Bergson, L'érolution créatrice, 103 ed. p. 41
segg.; Stanley Jewons, The principles of science, 1877, vol. II, cap. XII, $ 9; C. Ranzoli, Il caso nel
pensiero e nella vita, 1913, p. 130 segg. Equazione personale. T.
Personalgleiohung ; I. Personal equation; F. Equation personelle. È la
differenza di tempo con cui uno stesso stimolo è'sentifo da diverse persone. La
constatazione di questo fatto, che diede il primo impulso alle ricerche della
psico-fisica sulla durata dei fenomeni psichici, fa fatta la prima volta all’
Osservatorio di Greenwich. Si osservò che un assistente incaricato di segnare
il momento del passaggio delle stelle sul filo, teso sopra Voculare del
canocchiale e coincidente col meridiano del luogo, notava costantemente il
passaggio delle stelle un minuto secondo più tardi dell’Osservatorio stesso.
Fatte le opportune indagini, si potd constatare che codesta differenza si
verifica sempre quando osservazioni simili vengono fatte do diverse persone, e
si inventarono apparecchi appositi per misurare 1’ equazione personale, diversa
nei diversi individui, ma pressochè costante nello stesso individuo; la
misurazione di essa serve a correggere i dati «lolle osservazioni individnali.
Cfr. Fechner, Elemente der Payohopysik, 1860 (v. tempo di reazione). .
Equilibrio. T. (lechgewicht, Aequilibrium; I. Fquilibrium ; F. Équilibre. È la
relazione esistente fra due corpi contigui, i quali, pur possedendo uno stato
determinato di tendenza al movimento, rimangono tuttavia in riposo. In un senso
più generale, e non puramente meccanico, si ‘lice che esisto equilibrio fra dne
cause di canginmento, 25 RANZOLI,
Dizion, di acienze filosofiche. Eu
388 qualunque siano queste cause
e quel cangiamento, quando un sistema semplice o complesso, sottomesso a queste
cause, non ne subisce alcun canginmento. Non bisogna tuttavia confondere
l'equilibrio col riposo: un sistema è in riposo quando non è sottomesso ad
alcuna causa nè interna nd esterna di canginmento. L'equilibrio si distingue
ancho dall’ inerzia, perchè, mentro il concetto di equilibrio è una pura
costruzione dello spirito, possibile solo in quanto esiste il concetto negativo
di assenza di equilibrio, il concetto negativo di energia è d'ordine puramente
ideale, non esistendo materia sprovvista d’ inerzin. Nel dinamismo volontario 1’ equilibrio
corrisponde alla perplessità in cui ci troviamo, quando la nostra volontà è
sollecitata in senso opposto da motivi e mobili uguali ; la possibilità, in
simile caso, della scelta, costituisco una prova di quella che dicesi libertà
d’equilibrio. Alouni psicologi chiamano
senso dell'equilibrio quel sentimento particolare, che avrebbe sede nel
cervelletto o nella base dei canali semi-circolari, per cui è possibile
conservare al proprio corpo la giusta posizione © orientazione nello spazio;
questo senso scompare in alonne malattie, © può essere sperimentalmente abolito
negli animali mediante la distruzione di determinate parti del sistema nervoso
centrale, Cfr. Mach, Grundlinion d. Lehre von den Bewegungsempfindungen, 1878;
Grasset, Los maladies de l'orientation et de l'équilibre, 1901; Paulhan, Esprit
logiques οἱ caprite Sanz, parte II, cap. I, $1; L. Amoroso, Sulle analogie tra
l'e. meccanico e l'e. sconomico, Riv. di filosofia », aprile 1910.
Equipollensa. T. (‘leichgeltung: I. Equipollence; F. Équipollence. È la
relazione che intercede tra due concetti che si contengono a vicenda, che hanno
cio la stessa entensione. Per alenni logici, due concetti equipollenti non sono
che il medesimo concetto espresso con parole diverse; per altri, invece, sono
equipollenti due concetti che hanno In stessa estensione ma divers
comprensione, che cioè con 387 Equ-Ere
notano diversamente lo stesso oggetto che denotano. Cfr. Rosmini, Logios, 1853,
$ 389-391 (v. oonnotatiri). Equivalenza. T. Aequiralenz ; I. Equivalenoy ; F.
Equivalence. Si dicono equivalenti due cose, ad es. due figure geometriche,
quando non differiscono in nulla relativa mente all'ordine di ideo o al fine
pratico che si considera. Equivalente meccanico del calore dicesi il numero dei
kilogrammetri necessari in un corpo o in un sistema termicamente isolato, per
accrescere d’una caloria la sus quantità di calore. Siccome la legge della
conservazione della forza fu scoperta ο formnlata primitivamente nell’
equivalenza tra il lavoro meccanico e il calore, così la logge stessa dicesì
anche legge di equivalenza. Equivoco. T. Aequivok ; I. Equivocation; F.
Équivoque. E equivoca una parola quando ha più significati diversi, univoca
quando non no ha che uno. Sopra il significato equivoco d’una parola si possono
fondare molti sofiemi verbali, come l’anfibologia, la fallacia divisioni,
l'accento, eco. Cfr. Aristotele, Categ., I; Metaph., IV, 4 (v. omonima).
Eredità. T. Vererbung; I. Heredity; F. Hérédité, 11 fatto del trasmettersi
delle proprietà degli organismi nei loro discendenti per mezzo della
riproduzione. La aus formula ideale è: il simile produce il simile; oppure,
como propone l’ Haeckel: l'analogo produce l'analogo. Vi sono d specie
principali di eredità: la immediata, ciod la trasmissione diretta dei caratteri
fisici ο psichici dei genitori ai figli; la atavioa, ciod la riapparisione di
caratteri scomparsi da tempo più o ineno lontano. Vi sono pure due forme
principali: la similare cioè la trasmissione inaltorata degli stessi caratteri,
e la dissimilare, cioè la metamorfosi dei caratteri da una generazione
all'altra. L'eredità può trasmettere tanto i caratteri normali che gli
anormali; questa, che è detta eredità patologica, può avere due forme: l'una,
detta eredità di germe, è la trasmissione diretta della malattia : l’altra,
dotta eredità di terreno, è la tramminione ERE
388 di una predisposizione
speciale a determinate malattie; alcuni biologi esclndono però l’esistenza
della eredità di germe, non ammettendo che la seconda forma. Fra le leggi più
generali dell'eredità sono: quella della eredità adattata ο aoguisita, per cui
l'organismo può tranmettere ai discendenti delle proprietà che egli stesso ha
acquistato durante la ana vita, © quella dell'eredità costituita ο iasata, per
cui tanto più sicuramente si trasmettono le proprietà acquisite quanto più a
lungo durano le cause che le determinarono. Dicesi eredità omoorona, quella che
si manifesta alla stessa età; e. omotopa, quella in cni i caratteri si
riproducono in siti corrispondenti del corpo ; ο. anfigona, quella per la quale
tanto il padre che la madre riproducono nei figli i loro caratteri personali ;
ο, sessuale, In logge per cni eiasonn sesso trasmette soltanto »’ suoi
discendenti del medesimo sesso i suoi caratteri sessunli socondari ; e.
abbreviata, per cui si saltano nell’ontogenesi alcune fasi o forme della
filogenesi. Varie sono le ipotesi escogitate per spiegare i fenomeni ereditari,
ma si può dire che nessuna ha raggiunto la certezza di una vera © propria
dottrina scientifica. Sembra però indubbio che la trasmissione ereditaria
avvenga per un passaggio diretto, dagli ascendenti ai discendenti, di una
sostanza materialo apportatrice, se non dei singoli caratteri, almeno di una
disposizione primigenia, onde quei caratteri vengono poi detorminati nel successivo
differenziamento della cellulafiglia (quando l'organismo è monocellnlare),
nella moltiplicazione e nell’ ulteriore differenziamento dei blastomeri © delle
cellule elementari dei tessuti ed organi (quando l'organismo è pluricellulare).
Questa sostanza materiale è il plasma germinatito, che la maggioranza dei
biologi pone nel nucleo delle cellule sessuali, nucleo che perciò è stuto
denominato l'organo della eredità. Quindi In trasmissione caratteri sarebbe
dovuta alle minime particelle della sostanza vivente, siano esse le gemmule di
Carlo Darwin. 389 Ekk-Eki le plastidule di Haeckel, i biofori
di Weissmann, i granuli di Altmann, i eitoblasti di Schlater, ecc. Cfr. A.
Weissmann, Das Keimplasma, eine neue Theorie d. Vererbung, 1894; P. Lucas,
Traité de V'hérédité naturelle, 1847-50; Yves Délage, La structure du
protoplasme et les théories de V'hérédité, 1895; ‘Th. Ribot, L’hérédité
payohologique, 1884; G. Portigliotti, L'erodità comsanguinca, 1901 (v.
pangonesi, perigenesi, idioplasma, germiplasma, epigencsi, embriologia,
filogenesi, ecc.). Ereditarietà. La potenzialità ο la virtualità degli
orgnnismi a trasmettere i loro caratteri ai discendenti per mezzo della
riproduzione. Si distingue dall’eredità, che è il fatto reale ed attuale della
tramissione dei caratteri dai genitori ai figli. In altre parole,
l’ereditarietà indica una facoltà di cui l'eredità è l'esercizio. Eristica. Gr.
Ἐριστική: T. Eristik; I. Erietio; F. Eristique, L’arte di disputare per
disputare, di contraddire l’avversario ad ogni affermazione, senza l'intenzione
positiva di provare qualche cosa. Sarebbe la degenernzione della dialettica.
L’eristica trasse l’origine, secondo il Winokelinann, dagli enigmi e dai
logogrifi che i savii della Grecia usnvano proporsi, ancora prima che sorgesse
la filosofia ; fiorì specialmente nella scuola di Megara, fondata da Euclide; i
filosofi che appartennero a codesta scuola furono detti eristici, appunto
perchè disputatori sottili e spesso sofistici. Tattavis non bisogna confondere
l’eristica colla sotistica, giacchè quella è una derivazione di questa. Tra gli
argumenti dell’ oristica rimasero celebri specislmente due, il «mucchio » e la testa
calva », la cui idea si fa risaliro n Zenone, adattandosi alle argomentazioni
per cui si dimostra che è impossibilo la formazione delle grandezze mediante
parti piccolissime. Uno dei più inosanribili nel trovare simili bisticei fa il
megarico Diodoro Crono, del quale è rimasta la dimostrazione contro il concetto
di possibilità: possibile è solo il reale, perchè un possibile, che non diventa
reale, si dimostra appunto per ciò impossibile. Un Erm-Ekk 390
esempio di ciò che fu l’eristica ci è rimasto nell'Eutidemo di Plutone 6
nel nono dei Topici d’Aristotele. Malgrado il significato cattivo del vocabolo,
il Rosmini usa Ta parola cristioa per indicare quolla parte della logica, che
insegna l’arte di contendero con ragioni ed argomenti. Cfr. Diogene L., II,
107; Sesto Empirico, Adv. math., X, 85 segg.; Cicerone, De fato, 7, 13; A. G.
Winckelmann, Platonie Buthydem., 1833, Prolegom. ο. Il; Rosmini, Logica, 1853,
p. 310-315 (v. agonistica). Ermetismo. T. Hermelismus; I. Hermotiem ; F.
Hörmétisme. L'insieme delle dottrine religione, scientifiche ο filosofiche
contenuto nei libri attribuiti dagli Egiziani a Hermes Trismegisto o Mercurio.
Questi libri, in cui è riussunta l’antica sapienza egiziana, furono riuniti la
prima volta © tradotti in lingua latina da Marsilio Ficino ; però la loro
antenticità è nessi dubbia. Cir. Marsilio Ficino, Morcurii Triemogisti liber de
potestate et sapientia Dei, 1471. Errore. T. Irrtum; 1. Error; F. Erreur. E un
ragionamento falso ο un'opinione erronea, cho si distingue dal sofiema, in
quanto, mentre quello può essere involontario © nou dissimulato, in questo
invece l’errore è più o meno abilmente rivestito delle apparenze del vero, ¢
come vero si cerca di farlo accettare agli altri. Da ciò seguo che l’errore non
è mai affermato come tale; per una mente che erra, tutto quello che è affermato
sembra vero e l'errore non esiste. Esso comincia ad esistere solo quando è
stato scoperto. Nessun giudizio, quindi, può essore un errore per sè, ma tale
divonta solamente dopo che è stato corretto. Per Cartesio il problema
dell'errore sorge dal princi pio della reraoitas Dei, non potendosi comprendere
come la divinità perfetta abbia potuto formare la natura umana tale che possa
errare; egli ammette che solo le idee chiare © distinte esercitano una forza
così preponderante sullo spi rito, che questo non può non riconoscerle, mentre
di fronte alle rappresontazioni oscure © confuse esso conserva illi 391 Ekk mitata l’attività del suo libero
arbitrio: così nasce Perrore, quando l'affermazione © la negazione si snccedono
arbitrariamente, dato un inateriale di giudizio indistinto e oscuro. Per
Spinoza Perrore è una mancanza di cognizione, cosicchè l’anima, in sè stessa
considerata, non commette mai alcun errore: Cus) quando guardiamo il sole,
imngininmo che si trovi a una distanza di circa cento piedi da noi, e tale
errore non consiste in codesta imaginazione sola, ma in ciò che noi, mentre
imaginiamo così il sole, ignoriamo la causa di tale imaginazione, così come la
vera lontananza del sole ». Per Leibnitz l’errore è una privatio: «Io vedo una
torre, che di lontano mi pare rotonda montre è quadrata. Il pensiero che la
torre sis quale mi uppare, discende in modo naturale da ciò che vedo, ο quando
rimango fermo in tale ponsiero, tale affermazione è un falso giudizio ». Per
Hume invece l'errore consiste in uno soambio di rappresentazioni tra loro
somiglianti; per Kant in un inavvertito influsso della sensibilità sopra 1’
intelletto, che fa sì che noi ritenismo per oggettivo il fondamento puramente
soggettivo dei nostri giudizi © scambiamo quindi la pura apparenza della verità
con la verità stessa ». Per il Rosmini l'errore consiste nell’assenso dato in
senso contrario alla ragione; può quindi essere tanto un assenso gratuito,
quando si dà ad un giudizio che pu esser falso, quanto uns conseguenza
dell’assenso gratuito, quando è concesso sopra una ragione falsa; quando l’uomo
dà l'assenso mosso da una ragione falsa e mediante un atto di libero arbitrio
che dichiarò falso il vero, e vero il falso questo libero arbitrio, che invece
di soguire la ragione data dall’intelligenza ne crea una (falsa) da vt,
collocandosi nel luogo dell’intelligenza, è la facoltà dell’errore. La forza di
questa facoltà dell’ errore è tale che non si può assegnarle limiti
determinati, e però In storia della umanità dimostra che, verificandosi certe
condizioni, ella si estende a dare l’assenso alle cose più strane e in 392 credibili, ο a negarlo alle più credibili e
certe ». Por il Bradley tutto è upparenza nel mondo del pensiero umano, quindi
tutto vi è errore, ma in ogni errore c’è una parto di verità, come in ogni
verità c'è una parte di errore; onde si possono distinguere vari gradi, secondo
che è nocossario sottoporre l'apparenza ad una nuova sistemazione per
trasformarla in esperienza assoluta. Nel panteismo del Royce l’errore consiste
nella inadeguatezza dello stadio attuale del processo volitivo ad esprimere il
suo vero fine; poichè il fine non è sempre chiaramente presente alla coscienza,
ma si passa da uno stato vago e indeterminato di inquietudine ad uno definito
di volontà e di risoluzione, uttraverso il quale sono possibili gli errori
riguardo all'intelligenza del nostro fine; in breve, l’errore è un contrasto
tra la mia volontà parziale e il proposito finale che ho liberamente
scelto. Con l’espressione errore dei
sensi, si designavano una volta quelle che oggi si dicono illusioni naturali
dei sensi, come quella del sole che a noi sembra veder girare intorno alla
terra, di un bastone per metà immerso nell'acqua che appare piegato, ecc. Nella
psicologia sperimentale dicesi metodo degli errori un metodo che serve per
stabilire i rapporti che passano in una scala di sensazioni tra ognuna di
queste © gli stimoli corrispondenti. Esso può avere due procedimenti : uno,
detto degli errori medi, è fondato sul principio che, quanto più piccola è la
difforenza dell’eccitamento percettibile nella sensazione, tanto piccola sarà
anche quella differenza di eccitamento, che non è percettibile; il secondo è
fondato sul futto, che quando si fanno agire su un dato organo di senso due
stimoli poco diversi I’ uno dall'altro, per le oscillazio della sensibilità di
difforenza, o per altro, ora appare più forte il primo del secondo, ora
all’inverso. Cfr. Descartes, Med., IV; Prine. phil., I, 31 segg.; Spinoza,
Ethica, II, teor. XVII, XXXIII, XXXV, scol.; Leibnitz, Theod., I, B, 432; Hume,
Treat., Il, sez. 5; Kant, Log., p. 77; Rosini, Logica, 1853, p. 25, 53 sogg.;
Royce The world and tho individual, 1901, vol. I, p. 327, 384, 389; F. C. 8.
Schiller, L'errore, Riv. di filosofia », aprile 1911; A. Marchesini, L'arte
dell'orrore, 1906; E. Mach, Conoscenza ed errore, trail. it., Sandron. Esatto.
T. Ezakt; I. Exact; F. Exact. Dicesi esatta una enunciazione, quando è adeguata
a ciò che essa deve enunciare; in questo seriso esatto αἱ oppone quindi ad
ambiguo. Nelle enuneiazioni che si riferiscono alla misura, l’esattezza
consiste nell'essere la misura nd inferiore nd auperiore alla grandezza
misurata. Diconsi esatte così le scienze matematiche, perchè, secondo la
profonda intuizione del Vico, della materia di queste scienze, cioè le forme e
i numeri, noi stessi siamo gli autori, noi stessi creandole per mezzo del
ragionamento puro: esse quindi sono assolutamente vere 9 certe, mentre ciò non
può dirsi delle scienze sperimentali, le cui conoscenze non sono che
approssimative, essendo subordinate al grado di acutezza dei nostri sensi o
alla perfezione dei nostri strumenti. Escatologia. T. Eschatologie; I.
Eschatology; ¥. Esohatologie. Nella teologia dogmatica si designa così la
dottrina delle ultime cose, le quali, secondo alcuni teologi, sono tre:
risurrezione, giudizio, caugiamento della terra. In generale dicesi escatologia
ogni dottrina che riguardi il destino finale dell’uomo e dell'universo, ο in
questo senso il vocabolo è adoperato, oltrechè nella teologia, anche nella
scienza e nella filosofia. Esclusive (proposizioni). Quelle proposizioni
complesse © implicite, le quali esprimono che un dato predicato conviene a quel
solo soggetto: ad es. Dio è uno solo. Possono essere rese esplicite,
equivalendo a dne proposizioni: ad es. Dio è uno, e non più di uno. In
generale, tutte le proposizioni affermative sono implicitamente esclusive,
perchè negano tutto ciò che ripugna alla coesistenza col predicato attribuito
al soggetto; questa negazione impliEst
394 cita è di due maniere: 1°
Rispetto ad alcune cose, il predicato che si afferma del soggetto ha
semplicemente la relazione di esclusività, onde quelle cose rimangono escluse
semplicemente; ad es. dicendosi questo è un circolo », si esolude l’altra prop.
contraria questo è un quadrato ». 2° Rispetto ad altre cose, ciò che si afferma
nella proposizione non ha semplicemente la relazione di esclusività, ma anche
quella di correlatività, in quanto ciò che viene affermato, nello stesso tempo
che esclude quelle cose, implicitamente le afferma esistenti come correlativo;
ad es. l'affermazione dell’effetto inchiude implicitamente l’affermazione della
causa. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, p. 152. Esecuzione, T. Ausführung,
Ezeoution; I. Ezeoution ; F. Erdoution. Nel processo d'ogni singolo atto
volontario (rolisione) dicesi esecuzione il momento terminale del processo
medesimo, ossia l’atto che consegue al prevalere definitivo d'una idea-fine nel
conflitto dei motivi. L'esecuzione rappresenta nol processo volitivo il lato
meceanico o materiale; la parte psicologica ed essenziale di esso è costituita invece
dalla deliberazione ο dalla scelta (v. deliberazione, volontà). Esemplare. T.
Exemplar; I. Exemplary; F. Exemplaire. Nei processi di finalità intelligente,
in cui l’attività dell'ossere è diretta con mezzi noti ad un fine noto, dicesi
causa esemplare il fino alla cui realizzazione l’essero tondo, © causa
efficiente l’attività stessa che tale fine realizza. Si suol distinguere anche
la causa esemplare dal fino: quella si ha quando l’attività dell’agento è essa
stossa lo scopo, questo quando invece l’attività non è che un mezzo di cui lo
scopo prefisso sarà l’offetto. Nella filosofia platonica lc idee sono modelli,
paradigmi, cause esemplari delle cos, © quindi esistono per sò; ma esse non
hanno causalità officiento e perciò questa deve trovarsi accanto a loro e
concorrere con loro alla formazione del mondo; tale causa efficiente, che
Platone toglie dulla credenza religiosa, è il Demiurgo (v. causa finale,
finalità, fine, teologia). 395 Est Esistenza. T. Existenz, Dasein; I.
Existence; F. Kzistence. Lo stato di una cosa in quanto esiste. Ha una maggiore
ostensiono dei concetti di realtà ed attualità; si oppone al concetto di nulla,
ed anche a quello di essenza in quanto questa è soltanto l'insieme degli
attributi senza i quali la cosa non si potrebbe concepire, ma che non bastano n
far sì che in realtà sia; in altre parole, l'essenza della cosa, una volta
concepita, basta per dimostrarne lu realtà intrinseca, ma non la sussistenza.
Dicosi esistenza per sè 0 in sè il fatto d’essere indipendentemente dalla conoscenza,
sia dalla conoscenza attuale, sia da ogni conoscenza possibile; esistenza
contingente, quella che non è contenuta nell’ossenza, esistenza necossaria
quella che è contenuta. In questo senso il realismo dell'età di mezzo insegna
che tra l'essenza e l’esistenza osiste un rapporto diretto, cosicchè quanto
maggiore è l'universalità tanto maggiore è il grado della realtà, e Dio, che è
l’essere più universale, è anche l’essere assolutamente realo, ene realissimum
; su ciò Ansolmo di Canterbury fonda, nel suo Monologium, la prova ontologica
dell’esistenza di Dio, che si può riassumere così: mentre ogni singolo ente può
anche essere pensato come non esistente, e perciò deve la realtà del suo essere
ad un essere assoluto, questo, in quanto tale, devo essere pensato come
esistento unicamente per sun propria essenza (ascitae), dove osistero ciuè per
necessità della sua propria natura. In questo senso ancora, dice Spinoza: Alla
natura della sostanza appartiene l'esistenza. Infatti una sostauza non può
essere prodotta da alcuna altra cosa; essa sarà dunque causa di sò, ossia la
sun essenza involgo necessariamente |’ esistenza, cioò alla sua natura
appartiene d’osistore. L'esistenza di
Dio © lu sua ossonza sono una sola e medesima cosa. L'essenza delle coso prodotte da Dio non
involge l’esistenza ». Per Spinoza quindi, come per gli scolastici, l’esistenza
è un predicato della coën ; per Kant invece essa non può essere un predicato,
gineEsı-Esp chè il soggetto deve essere presupposto come esistente da tutti i
predicati: L'esistenza è l'assoluta posizione di una cosa e si distingue da
qualunque predicato, che come tale può essere posto sempre ad un’altra cosa in
modo puramente relativo... Quindi l’esistenza non è manifestamente un predicato
reale, cioè il concetto di un quid che possa essere mentalmente aggiunto al
concetto di una cosa. Essa è la pura posizione d'una cosa o di certe
determinazioni in sò stesse.... Cento talleri reali non contengono la minima
cosa di più che cento talleri possibili ». Psicologicamente, il concetto di
esistenza ha le sue radici nel sentimento del proprio io, che rimane
continuamente presente fra il comparire e scomparire delle altre cose ;
sentimento che viene poi trasportato per astrazione alle sensazioni stesse,
riguardate come oggetti fuori di noi, e csteso infine a tutti quegli oggetti i
cui effetti ci indicano un rapporto qualunque di distanza o d'attività con noi
stessi. Cfr. Prantl, Geschichte d. Logik, 1855-70, t. III, p. 217 segg.;
Spinoza, Hthioa, 1. I,
theor. VII, XX, XXIV; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 472 segg. ; H. Spencer, Princ. of
psychology, 1881, $ 59, 467 (v. es sere, ento, divenire, realtà, nulla,
sussistonca). Esistenziali (giudizi) v. tetici. Esogamia. Quella forma
primitiva di matrimonio poliandrico, in cui le donne vengono rapite alle tribù
nemiche. Il matrimonio per cattura pare fosse determinato dalla scarsezza delle
donne, poichè, praticandosi presso quelle tribù l’infanticidio, le più spesso
sacrificato erano lo femmine. L’esogamia segna un passo nell’ evoluzione della
famiglia, in quanto porta una limitazione alla poliandris. Cfr. Starke, La
famille primitive, 1891 (v. endogamia, Ἰοτίγαίο, eterismo, matriaroato,
famiglia). Esoterico
v. esoterico. Esperienza. T. Erfahrung; I. Experience; F. Experience. Nella logica designa il metodo sperimentale, ο
comprende 397 Esp quindi tanto l'esperimento propriamente
detto quanto l’osservazione. Nella psicologia per esperienza s'intende In
nostra facoltà di conoscere i fenomeni e si distingue in esperienza esterna
cioè la sensazione, ed esperienza interna, ossia la coscienza; in un senso
ancora più generale, ma sempre psicologico, per esperienza #’intende il fatto
di provare qualche cosa, in quanto ciò non è nn fenomeno transitorio ma qualche
cosa che arricchisce il nostro pensiero, ad es. esperiensa sociale, esperienza
religiosa, ecc. Nelle scienze biologiche il termine ha un significato assai più
vasto, intendendosi con esso l'insieme dei caratteri che l'individuo viene
acquistando, nel sno adattamento all’ambiente © alle condizioni d’ osistenza;
siccome tali caratteri possono trasmettersi per eredità nei discendenti,
rimanendo acquisiti alla specie, così ai distinguo nna esperienza individuale ©
una esperiensa specifica. Nell’empiriocriticismo © nelle dottrine economiche
della conoscenza, dicesi arperienza pura la conoscenza liberata da tutte le
sovrastrutture e le aggiunte inutili, dalle forme artificiali proprie soltanto
dell'intelletto umano (cansa, sostanza, tempo, ecc.), e ridotta in tal modo al
puro dato immediatamente vissuto (sonsazione), a quel fondo di esperienza
genuina e diretta in cui propriamente consiste la realtà. Cfr. Hodgson, The meta-physio
of experionoe, 1898; Avenarius, Kritik d. reinen ErSahrung, 1904; Ardigò, Opere
fil., vol. III, p. 266 segg. ; VI,
196 segg. Esperimento. T. Experiment; I. Experiment; F. Erpérience,
Ezpérimentation. Coll’osservazione noi non facciamo che assistere allo
svolgimento dei fenomeni, quali si producono in natura; l'esperimento consiste
nell’intervonire nei fenomeni stessi, riproducendoli nelle condizioni più
favorevoli per essero studiati. L'esperimento è dunque nina osservazione
artificiale, e costituisoo un mezzo di ricerca superiore all'osservazione;
infatti con esso possiamo produrre ripetutamente un fonomeno, isolurlo dalle
cause Esp 398 perturbatrici, variare indefinitamente le
circostanze della sun produzione, studiarlo partitamente sotto tutti i suoi
aspetti. Il merito di aver introdotto l’esperimento nella ricerca scientifica,
più che a Bacone e a Cartesio, vuol essere attribuito ai grandi genii del
nostro Rinascimento, specio a Galileo; a lui si deve se la scienza, abbandonato
il metodo aprioristico, adottò quell’ indirizzo sperimentale che doveva
squarciare tanta parte del mistero ond’ era avvolta la natura; con lui 1’
esperimento non è solo una accorta domanda alla natura, ma à una operazione
consapevole del suo scopo, onde le forme semplici dell’ sccadere vengono
isolate, per essere sottoposte alla misurazione. Va notato però che non sempre
l'esperimento è possibile, perchè in moltissimi casi In causa non è in nostro
potere o non possiamo adoprarla in modo che la ricerca sia fruttifora. Cfr. J.
Stuart Mill, Syst. of logie, 1865, 1. III, cap. VII; A. Valdarnini, It metodo
aperimentale da Aristotele a Galileo, 1909. Esplicativo. T. Erklärend,
erplioativ; I. Erplicatire : F. Ezplicatif. Che serve ad esplicare, vale a dire
a descrivere ciò che era sconosciuto o a mostrare che un dato di conoscenza era
implicito in una o più verità già ammesse. Per distinguerle dalle normative
(logica, etica, estetica, ecc.), si dicono esplicative tutte le scienze
naturali, le quali non hanno per compito di stabilire una norma suprema, ma
invece di cercaro la causa per cui certi fenomeni naturali ei producono e per
cui essi si spiegano. Alcuni logici chismano esplicativi quei gindizi in cui il
predicato comprende nella propria estensione il soggetto, sta a sè, e suole
grammaticalmente essere espresso da un sostantivo. Esplicito. T. Explicit,
ausdrücklich ; I. Explicit; F. Explicite. Una nozione o un giudizio si dicono
espliciti quando sono formalmente espressi nella proposizione. Le proposizioni
esplicite appartengono alle proposizioni composto e possono essere congiuntive,
disgiunlire, causali, condizionali e incidentali, Diconsi exponihili quelle
proposizioni impli 399 Ess cite ©
complesse, che si possono rendere esplicite. Si distinguono in esclusire,
ecoettuative, comparative, reduplicatire, determinatice, esornative. Essenza.
T. Wesen; I. Essence: F. Essence. Come la parola sostanza (substantia) è la
traduzione del greco broxslpsvoy, così l'essenza (essentia da cars = essere) è
la tradazione esatta, data da Cicerone, del greco οὐσία (da εἷva: ossere). Ma
nella filosofia greca essa non ebbe mai un significato preciso; usata per designare
ciò che è sotto l'apparire dei fonomeni, ciò che persiste identico sotto la
varietà ο la molteplicità di quelli, ciò che esce dal dominio della
osservazione sensibile per entrare in quello della conoscenza razionale,
l'essenza fu per tal modo identificata colla sostanza. Qualche volta soltanto
fn adoperata per indicare ciò che αἱ aggiunge alla sostanza per darle
determinazione e concretezza, e senza di cui la sortanza rimano una vuota
astrazione, una semplice possibilità. Kant ne precisò meglio il valore,
riducendola tuttavia ad una pura nozione logica; egli infatti distinse In
essenza una cosa dalla sua natura; quosta designa ciò che v'ha di reale nella
cosa che ci rappresentiamo, e non può essere constatata che per mezzo
dell'esperienza ; quella invoce è determinata dalla semplice nozione che noi
abbiamo della cosa, 9 può essere pienamente illusoria : L'essenza, egli dice, è
il primo principio interno di tutto ciò, che appartione alla possibilità di una
con... L'essenza è il contenuto di tutte le parti essenziali di una cosa, o In
sufficienza (Hinlängliohkeit) del loro carattere di coordina zione e di
subordinazione... Pereid αἱ riduce al primo concetto fondamentale di tutti i
caratteri necessari di una cosa ». Ugualmente il Fries: L'insieme dei
caratteri, che stabiliscono il contenuto di un concetto, ai chiama ancho
l'essenza logica di questo concetto ». Codesto carattere logico e puramente
astratto dell’ amenza tant verso da
quello attribuitole dalla filosofia green
ai trova Ess 400 per la prima volta negli scolastici. I quali
considerarono la sostanza, sprovvista di ogni forma, come una realtà attuale,
una esistenza positiva, ο l’essenza come l’ insieme delle qualità espresso
dalla definizione, o dalle idee che rappresontano il genere e la specie, Così
per G. Seoto l’essenza è quod perfootionem nature, quam definit, complet ac
perficit. Per Duna Scoto, substantia duplex cet esse, sc. cose ementice et
existentiæ. Individuum.... per se et primo ezietit, ossentia nonnisi per
aocidene. Anche Cartesio conservò In distinzione fra i due vocaboli; ma,
opponendosi agli scoInstici, considerò l'essenza non come una semplice
astrazione, ma come il sostrato vero e reale di tutte le qualità ed i modi
sotto i quali noi percepiamo un essere particolare, riserbando l’idea di
sostanza, che è il grado più alto della realtà © dell'essere, a Dio. Ora,
sottraendo dai corpi cid che non è essenziale, ciod i modi e le qualità
sensibili, noi giungiamo u coglierne la vera essenza, ed è l'estensione ; come
sottraendo ciò che non è essenziale dalla coscienza, si giunge a coglierne
l’essenza, cioè il pensiero. Per Spinoza l'essenza d’ una cosa comporta ciò
che, essendo dato, fa necessariamente che In cosa esista, © che, essendo tolto,
fa necessarinmente che la cosa non esista, vale a dire ciò senza di cui la cosa
non pnd nd esistere nd essere concepita, e reciprocamente, ciò che senza la
cosa non può nd esistere nd essere concepito; quindi all'essenza dell’uomo non
appartiene I’ essere della sostanza perchè l’essere della sostanza comporta
l’esistenza necessarin, cosicchè se appartenesse all'essenza dell’ uomo, data
la sostanza anche l’uomo sarebbe dato necessariamente, cosicchè l’uomo
esisterebbe necessariamente, il che è assurdo. Da ciò risulta che l'essenza
dell’uomo à costituita da certe modificazioni degli attributi di Dio ». Per
Malebranche l'essenza di una cosa è ciò che si conce pisce di primitivo in
codesta cosa, da cui dipendono tutte lo modificazioni che in ossa si notano ».
Locke, riforen 401 Ess dosi alla noziono
scolastica della essenza, dice: La parola essenza ha quasi perduto il suo
primitivo significato, e in luogo della reale costituzione delle cose è stata
quasi interamente applicata alla costituzione artificiale di genere © specie »;
rifacendosi perciò al significato proprio ο primitivo, che si riferisco allo
stesso esse della cosa, per essenza egli intende ciò per cui una cosa è quello
che è, la reale costituzione interna, per lo più sconosciuta, della cosa, da
cui dipendono le sue qualità conosciute ». Per Leibnitz è «la possibilità di
ciò che si pensa »; per.J. Stuart Mill «la totalità degli attributi designati
mediante la parola >; per Rosmini ciò che si comprende nell’ iden di una
qualche cosa »; per Ardigò un gruppo più o meno stabilmente connesso di dati
fenomenici, ossia l’aggruppamento di quegli atti coscienti, che accade si
trovino costanti nella rappresentazione dell'oggetto ». Cfr. Prantl, Geschichte
der Logik, 1855-70, III, 116 segg.; Aristotele, Met., VII, 4, 1030 a, 18 segg.;
Cartesio, Princ, phil., I, 51 segg.; Spinoza, Ethica, II, def. II, teor. X,
corol.; Malebranche, De la rech. de la verité, 1712, 11, 1; Locke, Essay, 11,
cap. 3, $ 15; Leibnitz, Mouv. Kes., III, 3, $ 19; Rosmini, Nuoro saggio
sull'origine del idee, 1830, II, p. 217; Ardigò, Op. fil, I, p. 63 segg.; 128
segg. (v. aocidente, sostanza, materia, forma, concetto, modo, attributo,
ecc.). Essore. T. Sein, Soiendes, Wesen; I. Being; F. Être. L'idea di essero è
considerata come la più universale ο quindi come la più semplice; perciò è in ad
stessa indefinibile. Si è contrapposto all’essere: il nulla, considerato come
principio ugualmente necessario ο primitivo dell’exsere, ma che non è, come
idea, concepibile dalla nostra intelligenza se non in un senso puramente
relativo; il direnire, ciod il cangiamento, mentre l’essere è la stabilità:
Vesistere, ossia 1’ essere renle distinto dall'essere inmagi into Vexsera in
sò, insomma ehe non nario ο semplicemente possibilo. Si è d vale a dire In
sostanza, il soggetto, 28 Raxzon,
Dizion. di scienze filosofiche, ha bisogno per essere di essere in un’altra
coss, dall’essere per #2, che è ciò che, oltre essere in ad, non deriva la
propria esistenza da un altro essere. Dicesi essere puro quello che è
considerato indipendentemente dai suoi modi © dalle sue determinazioni; essere
supremo, Iddio, concepito come assoluto, realissimo, infinito, necessario,
immutabile ed uno, riassumente in sò sia la forma ideale che la reale e la
morale; essere intelligibile ο logico, l'essenza © l’idea della cosa, cui si attribuisce
una unteriorità logica rispetto all’essere conoreto nel quale si manifesta. Il
concetto dell'essere comincia ad elaborarsi con la scuola elentica, e
specialmente con Parmenide, per il quale l’essere è l'unico reale, l’unico
nesoluto intelligibile, principio, condizione, legge e oggetto essenziale del
pensiero, eterno, infinito, semplice, immutabile, indivisibile, perfettissimo,
identico con la sua iden. Per Democrito l’ossere si fraziona negli atomi, per
Platone #' identifica con le idee ; Aristotele definisce l’esistente como
l’essere che ei sviluppa nei fenomeni stessi, cosicchè l’essere delle cose,
conosciuto nel concetto, non possiede nessun’ altra realtà oltre l’insieme dei
fenomeni in cui esso si realizza. Per Stratone © per gli stoici 1’ essere è
determinato come la più alta delle categorie; per 8. Agostino l'essere reale è
soltanto quello che permane immutabile, quindi la divinità; per 8. Tommaso il
nostro intelletto conosce naturalmente l’essore, sul quale si basa la
conoscenza dei principi primi: per Leibnitz noi possediamo l’idea dell’essere,
perchè noi stessi siamo degli esseri e quindi troviamo l'essere in noi; per
Kant essere non è il concetto di qualche determinazione che possa aggiungersi
all’ idea di una cosa, ma è solo il fatto di porre una cosa o certe
determinazioni in # «tosse. Per Hegel l'essere puro è l’astrasione pura, V’
essere assolutamente indeterminato ; ma l’ essere nasoIntamento indeterminato è
1’ essere che non è nulla, 1’ essere ὁ altra corn che l’essore, l’essoro e ciò
cho non è 403 Est l'essere, in una parola 1’ essere e la
sua negazione, il nonessere ». Secondo il Rosmini l’idea d’essere è innata e
tutte le idee acquisite procedono da essa; egli distingue l’ensere necessario
in sè, in tre forme; essere ideale, in quanto comparisce come oggetto e
illumina le menti: es sere morale, in quanto determina il soggetto a sentire ed
operare, secondo la norma dell’essero ideale; essere reale, in quauto
comparisce come soggetto attivo che sente passioni ed azioni. Cfr. Kant, Krit.
d. reinen Vern., cd. Roclam, p. 237, 472; Hegel, Logik, $ 86 segg.; Dauriac,
Farai sur la cat. d’être, Aunée philos. », 1901; Rosmini, Nuoro saggio null’
origine dell’ idee, 1830, II, p. 15 segg. (v. ento, ontologia, divenire, nulla,
esistenza, essenza, sussistenza, acvidente, sostanza, vuoto, ecc.). Estasi. T.
Ekstase; I. Kontaxy; F. Eztase. 1 teologi la definiscono come un rapimento
dello spirito, nel qualo l’anima umana, chiusa ad ogni voce terrena, comunica
direttamente con Dio. Si chiama estasi, dice il Bontronx, uno stato nel quale
ogni comnnicazione col mondo esterno è rotta e l’anima ha il sentimento di
comunicare con un oggetto interno che è l'essere perfetto, l'essere infinito,
Dio.... L’estasi è la riunione dell’anima e del suo oggetto. Neasun
intermediario più tra essi : l’anima lo vede, lo tocca, lo possiede, è in lui
come l'oggetto è in Ini. Non à più In fede che crede senza vedere, à più della
scienza stessa, la quale non coglie I’ essere che nella sua idea: è una unione
perfetta, nella quale l’anima si sente esistere pionamente, per ciò atesso che
si dona e si rinuncia, poichè quello a cni si dons è l’essere ο In vita stessa
». La scienza In considera come un semplice stato di monoideismo, di
annientamento della volontà e della personalità, in cui l’individno è fuori di
ad, (ἀξίστημι = uscir di sè stesso). Un’unica rappresentazione,
straordinariamente intensa, domina l’individuo assorbendone tntta l’attività e
staccandolo dal mondo sonsibile. Questo stato pnd casera raggiunto ο naEst 404
turalmente o con processi artificiali, di cui abbonda la letteratura
filosofica © religiosa dell'Oriente. Gli estatioi si distinguono in santi e
demoniaci, a seconda del genio che li invade.
Plotino e Filone ebreo ponevano il supremo grado della virtù speenlativa
nell’estasi, cioè noll’assorbimento del nostro essere individuale e del nostro
pensiero stesso, in Dio o nell’Uno: L'anima non vede Dio, dice Plotino, che
confondendo, facendo svanire l'intelligenza che in essa risiede.... Nessun
intervallo più, nessuna dualità, tutt'e due non.fanno che uno; impossibile
distinguere l’anima da Dio, finchè essa gioisce della sua presenza; l'intimità
di questa unione è imitata quaggiù da coloro che, amando ed essendo amati,
cercano di fondersi in un solo essere ». Cfr. Plotino, En». III, 11; A. Merx,
Idee und Grundlinien einen Allgemeiner Geschichte d. Myatik, 1893; P. Janet,
Une extatique, Bull. Inst. psychol. », 1901; Boutroux, Le myeticisme, Ibid.
>, 1902 (v. monoideismo, ipnotismo, misticismo, suggestione). Si distingue
alcune volte l'ESTENSIONE dallo spazio; quella ci è data dalle sensazioni
tattili © cinestetiche, muscolari e visive, che noi abbiamo sia della forma e
dimensione degli oggetti, sia del rapporto esterno tra di loro, in quanto
coesistono, ossia della distanza; questo non è altro che l’oggettivazione del
rapporto dei coesistenti, in quanto implicano la distanza e l'estensione.
Oppure, lo spazio è il luogo reale, o ideale di tutti i corpi, la cui
estensione non è che una porzione limitata di spazio; questo è illimitato, e le
sue parti sono capaci di qualsiasi forma, senza averne, per sò stesso, alcuna.
Secondo Hume l'estensione è idea di punti visibili o tangibili distribuiti
nello spazio »; secondo Kant essa non appartiene alle coso in sò, ma è nna
forma » priori dell’ intuizione; secondo Hartmann e Lotze l’estonsione non
appartiene alle sensazioni primitive, ma è il prodotto di una funzione del
405 Est l’anima, che colloca
spazialmente gli oggetti esteriori; secondo il Bain l’estensione risulta dal
movimento delle nostre membra, a cui s’associano i movimenti d’accomodazione
degli occhi. Il Rosmini distingue 1’ estensione dall’ esteso : con la prima
intende lo stesso spazio considerato indipendentemente dai corpi, col secondo
il corpo che occupa una parte dello spazio, vale a dire della estensione; la
prima è infinita, immobile, indivisibile, ossia continus ed immodificabile, il
secondo è invece misurabile, mobile, divisibile, modificabile. Quanto al
concetto di estensione, inteso in senso generale, come comprendente ciod anche
l’esteso, esso risulta secondo il Rosmini da due relazioni essenziali:
considerata in sò stessa, l'estensione risulta da un rapporto di esterioritä di
parti, per cui le une sono fuori delle altre ο tra un punto e l’altro è un dato
continuo maggiore ο minore, per cui i punti non si possono toocar mai;
considerata in rapporto col principio senziente, essa è n Ini condizionata e a
lui inesistente, perchè il principio senziente apprende l’esteso in un modo
inesteso. Dicesi estensione, ο afora, ©
ambito di un concetto, l'insieme di tutti i concetti di oui il concetto dato è
una determin: zione; ο, in altre parole, l’insieme di tutti i concetti nei
quali il concetto dato è compreso e dei quali può essere affermato come
attributo. Ad es. l'estensione del concetto uomo è data dai concetti europeo,
asiatico, africano, francese, ecc. I logici esprimono il rapporto delle parti
dell'estensione tra di loro mediante il simbolo dell’ addizione; ciò perchè,
come gli addendi, le parti dell’ estensione xi escludono tra loro, e sommate
insieme costituiscono il tutto. Cfr. Bain, The »ensen and the intellect, 1870, p. 371 sogg.; Ueberweg,
System der Logik, 1874, $ 53; Rosmini, Psicologia, 1848, vol. II, p. 177 segg. (v. comprensione, distanza,
spasio). Estensivo. ‘I. Ertonsir; I. Extensive; F. Ertensif. Tutto ciò che
occupa uno spazio; si oppone quindi ad intensiro. Est 406 I
fatti di coscienza sono per loro natura inten: surazioni psicometriche non
rappresentano quindi che una rappresentazione estensiva dell’intensivo. Secondo
Kant una grandezza è estensiva quando la rappresentazione delle parti rende
possibile la rappresentazione del tutto, e quindi la precede necessariamente; e
intensiva quando non è appresa che come unità, e la quantità non vi può essere
rappresentata che avvicinandosi più ο meno alla neguzione. Soglia estensiva del
tatto, dicesi il diamotro dei oircoli tuttili, rappresentato dalla superficie
del derma in cui le due punte del compasso di Weber, o estesiometro, sono
sentite come una punta sola. Cfr. Kant, Arit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p.
164 seg.; Fechner, Elemente d. Paychophyeik, 1860. Esteriore. T. scussor,
Aussen; I. External; F. Estirieur. In generale, ciò che sta al di fuori di un’
altra cosu. Dicesi mondo esteriore o non-io il mondo sensibile, vale a dire
l'insieme degli oggetti distinti da noi ο che sono la cause delle nostro
sensazioni; il mondo interiore o Vio ci è conosciuto invece per mezzo della
coscienza. Secondo il realismo ingenuo, che s'accompagne invincibilmente all'esercizio
della nostra attività conoscitiva e pratica, il mondo esterno, le sue leggi e
proprietà hanno una esistenza altra dal nostro pensiero o indipendente dallo
percezioni che ne sbbiamo, le quali percezioni appsiono come la copia più ο
meno osatta del mondo reale. Ma fin dal priucipio i filosofi groci cercarono di
doterminare, sotto le mutevoli apparenze dol mondo esteriore, il fondo unico e
permanente, il vero reale da cui tutte le mutazioni provengono e in cui tutte
di nuovo si risolvono; stabilirono così un'antitesi tra ciò che @ © ciò che
appare, tra esperienza ο riflessione, tra verità e opinione. Da allora, due
problemi si imposero con forza sempre maggiore al pensiero filosofico: dato che
noi sinmo chiusi nella nostra coscienza, dato che nella coscienza non ci sono
che stati di 407 Est coscienza, come possiamo affermare
l’esistenza di un mondo esteriore alla mostra coscienza? Dimostrata l’esistenza
di questo mondo, qual'è la sua natura, quali le sue proprietà © in qual modo
sono da noi conosciute? Naturalmente, le risposte furono diversissime: per
alcuni filosof noi non possiamo affermare con certezza che gli stati della
nostra coscienza, cosicchè l’esistenza di un mondo esterno è per lo meno
ipotetica; per altri la sua esistenza è in dubbio, ma quale sia in sò stesso
noi non potremo mai conoscere; per altri il mondo esterno, essendo pure di
natura ‘spirituale, è conoscibile per analogia col nostro spirito, ece. (v.
conoscenza, soggetto, oggetto, realirmo, idealismo, semelipsismo,
percesionismo, ecc.). Esteriorità (giudizio di). Con questa espressione, usata
specialmente nella filosofia francese, si desigua quell’ atto con cui
proiettiamo fuori di noi le modificazioni produtte in noi dai sensi,
attribuendole ad esseri distinti da noi ο di cui le nostre sensazioni sarebbero
le qualità. È dunque la credenza nella esistenza del mondo esteriore, che si
unisce alla sensazione e ci dà la percezione esteriore. Si contrappone al
giudizio d’ interiorità, che è l’atto con cui gli stati psichici vengono riferiti
al soggetto, cioè come propri di Ini (v. percesione). Esteriorissasione. T.
Veriusserlichung ; I. Externalieation; F. Extériorisation. Con 1’ espressione
estertorizzazione della sensibilità si designano alcuni fenomeni, non bene
chiariti, nei quali la sensibilità di un individuo, durante il sonno ipnotico,
si trasferirebbe fuori di lui, così da sentire, ad es. il dolore d’una puntura
in una data regione del corpo, quando la punta non sia giunta aueoru a contatto
con essa © sia tenuta alla distanza di qualche centimetro dalla regione stessa.
Col termine esteriorizzazione si suol anche designare la proiezione della
modificuzione determinata dal senso, cioè dal dato della sensazione, fuori di
noi, all'oggetto che di essa è In causa oggettiva; Esr 408 è
con tale esteriorizzazione, che avviene specialmente per le sensazioni visive e
uditive, che noi acquistiamo la conoscenza del mondo esterno. Cfr. Ardigò, It
fatto psicologico della percezione, in Op. fil, IV, p. 343 segg. (v.
percezione, soggetto, oggetto, realismo, idealismo). Estesiometro. Strumento
assai semplice, che servo a misurare ln sensibilità tattilo, ed è derivato dal
compasso di Weber. Esso si compone di dne punte di metallo, fissate a perno
sopra un’asticella divisa in millimetri : le due punte, messe più o meno
divaricate a contatto col derma, sono sentite come una o come due, a seconda
della maggiore o minore sensibilità della parte toccata. Cfr. Fechner, Elemente
d. Peychophysik, 1860 (v. circoli tattili). Estetica (αἴσδησις = sensazione).
T. Aesthetik; I. doathetios; F. Esthétique. La scionza del hello, o filosofia
dell’arte, Il nome e la dignità di scienza le vennero dal Baumgarten, discepolo
di Cristiano Wolff; tuttavia, fuori che per coloro i quali, come il filosofo
tedesco, considerano il bello come una sensazione o un sentimento, il nome non
sembra molto appropriato, data la sua etimologia; infatti fu pdoperato dal Kant
nella Critica della ragion pura per designare lo studio della sensibilità ο
delle forme pure del senso. Nell'antichità le questioni relative al bello, non
si distinguono da quelle anl bene ο sul vero; perciò lo studio di esso fa parte
della morale, della logica e della politica. Il solo Plotino ci ba lasciato un
trattato veramente importante intorno al hello, che egli considera come il
trionfo dello spirito sulla materia: degli altri Platone non se ne oconpa che
saltuariamente, Aristotele lo studia soltanto in rapporto alla tragedia, 8.
Agostino nella musica, Longino nella rettorica, Orazio nella poesia,
Quintiliano nell’arte oratoria. Nei tempi moderni lo studio più poderoso
intorno all'estetica fu fatto da Emanuelo Kant, che si giovò delle ricerche
compiute precedentemente dai sensisti inglesi, dal Winckelmann e dal Les
409 Est sing. L'estetica di Kant, che
entra nella Critica del giudizio, si distingue in due parti, di cui l’una si
occupa del Bello l’altra del Sublime; tanto l’uno che l’altro sono oggetto dei
giudizi estetici, che hanno per carattere comune di essere disinteressati, di non
dare conoscenza, di riguardare l'oggetto solo in quanto è rappresentato, e di
pretendere al consenso universale sebbene non siano logi: Kant distingue
accuratamente il bello dal sublime, dal vero, dal buono e dall’aggradevole;
quanto al criterio del bello, egli lo fonda sopra uns particolare sensazione,
rendendolo così affatto soggettivo.
L'estetica, intesa in senso largo, comprende tre parti: una generale,
che determina i caratteri dell’ idea del bello, la natura e il fine dell’arte
in generale; una spooiale, che fissa la natura, i limiti, la posizione e le
norme delle arti particolari; una storica, che studia l'evoluzione dell’arte
nelle diverse epoche dell'umanità, Cfr. Baumgarten, Aesthetica, 1759; Kant,
Krit. d. Urteilakraft, 1878, p. 39 segg., 56 segg.; Lipps, Grundlegung d.
Aesthetik, 1903; Id., Die aesthetisohe Betraohtung, 1906; Dessoir, Aesthetik
und allgemeine Kunaticissenschaft, 1906; M. Neumann, Einführung in die
Acsthetik d. Gegenwart, 1908; Ch. Lalo, Introd. à l'esthétique, 1912; Id.,
L'esthétique experimentelle contemporaine, 1908; 8. Witasek, Prinoipi di
estetica generale, trad. it. Sandron; Manfredi Porena, Che cos'è il bello,
1905; G. Fanciulli, La cosoienza estetica, 1906; A. Rolla, Storia delle idee
estetiche in Italia, 1904; B. Croce, L'estetica come scienza dell’ capressione,
1909; A. Tari, Saggi di estetica ο di metafisica, a cura di B. Croce, 1910 (v.
dello, comico, sublime). Estetismo. T. Acethetismus; I. Acstheticiem; F.
Esthefirme. Nell’ estetica dicesi estetismo o estetioismo, per opposizione a
storicismo, quell’ indirizzo che attua la critica d’arte con criteri
esclusivamente estetici; per esso l’arte è opera d’ intuizione e quindi dev’
essere oggetto d’ intuizione da parte del critico, mentre i dati storici sono
un iugombro e un ostacolo alla impressione immediata, In filosofia dicesi così,
in senso dispregiativo, quel modo di ragionare, di speculare, di discutere il
quale consiste in un semplice giuoco di parole ὁ di idee, in un formalismo
vuoto ed astratto che, per quanto possa sembrare talora clegante, non fa procedere
d’un passo la ricerca del vero. Esso è dunque più che altro una tendenza, che
ha lo sue origini nella coltura e nello attitudini mentali dell’ individuo.
Kant la chiamava filodozia. Infine, la parola estetiamo usasi talora in senso
non dispregiativo, per denominare quei sistemi filosofici che pongono nell’
universo una finalità morale ed estetica, che considerano come vera realtà non
la necessità dol fenomeno ma il mondo illuminato dalla luce dell’idea di
libertà © di bellezza, e fanno quindi dell’ ispirazione artistica il vero
stromento della filosofia; in tal senso è estetismo la filosofia del Ravaisson,
per il quale la bellezza, e specialmente la più divina e la più perfetta,
contiene il segreto del mondo », e il processo cosmico, anzichè un meccanismo
di moti necessari ed eterni, è la perenne creazione di un’opera d’arte
meravigliosa; ed è un estetismo il sistema del Boutroux, per il quale le leggi
naturali non hanno nulla di assoluto e di eterno, risolvendosi în «leggi morali
ed estetiche, espressioni più o meno immediate della perfezione di Dio,
preesistenti ai fenomeni e supponenti degli agenti dotati di spontaneità >. Cfr. Kant, Krit. d. r.
Vern,, prof. alla 33 ed., § 16; Ravuisson, La phil. on France, 1889, p. 322;
Boutroux, Science et phil., Revue do metaph. >, nov. 1899; A. De Rinaldis, La coscienza
del‘Parte, 1909; G. Natali, Storicismo ed estetioismo, Riv. di filosofia »,
ottobre 1909 (v. verbaliemo). SERBATI designa estra-soggetto l'insieme delle
cose estranee al soggetto intelligente, e che come tali vengono da lui
percepite al di fuori; però, appunto per questo atto percettivo,
l’estrasoggettivo diviene in qualche modo soggettivo. Il nostro stesso corpo
può venir percepito da noi sia soggettivamente, mediante il sentimento
fondamentale per cui sentismo la vita essere in noi, sia estrusoggettivamente
mediante i cinque sensi per cui esso è percepito come qualunque altro corpo ©
non come partecipe egli stesso di sensibilità. Cfr. Rosmini, Pricologia, 1846,
vol. I, p. 97 segg., 157 seg. (v. oenestesi, ente). Estrinseco. T. Auesserlich;
I. Extrinsio, extrinscval ; F. Extrinedque. In generale, ciò che non è compreso
nel. l'essenza dell'essere © nella definizione dell’ides di cui si tratta.
Nella logica diconsi estrinseche o esterne le denom nazioni, che consistono in
rapporti della sostanza con qualche altra cosa che non è essa stessa. Bi dice
che una cosa © un'azione hanno un ralore estrinseco, quando non sone per sè
stesse un fine, ma valgono soltanto come mezzo ad un’altra cosa. Cfr. Logique de Port-Royal,
parte 1, cap. 2. Eterismo. T. Heterismus ; I. Heteriem; F. Hélérieme. Il Bachofen designs con questo nome, entrato
ormai nella terminologia sociologica, lo stato iniziale di vita promiscua in
cui si trovò l’umanità. In tale stato, descritto gid u colori tanto vivi da
Luerezio, non esisteva alcuna forma di istituzione sociale o familiare, e gli
uomini vivevano in lotte continue tra di loro, fomentate sopratutto dal
possesso delle donne. All’ eterismo sarebbe succeduto il primo embrione di
famiglia, a base materna. Cfr. Bachofen, Jas Mutterecht, 1861 (v. matriaroato,
esogamia, endogamia, lerirato, famiglia). Eternità. T. Ewigkeit ; I. Eternity;
F. Éternité. In senso filosofico, l'eternità è l’immutabilità, ciò che è
superiore ud ogni variazione. Perciò il tempo, anche se concepito senza
principio e senza fine, è infinito ma non eterno, perchè esso perpetuamente
trascorre è diviene. L’eternita è l'essere, quale fu già concepito dai filosofi
greci, 1’ essere perfetto, uno, immutabile, senza successione, e quindi senza
tempo. In questo senso Boezio distingue |’ eterno dal perpetuo : Eternità è
l’intero e simultaneo possesso Ere
419 di una vita interminabile;
ciò meglio si paless dal confronto di essa con le cose temporali. Tutte le cose
che vivono nel tempo presente procedono dal passato ‘e’ vanno al futuro, ©
ninna è collocata nel tempo in modo da poter abbracciare tutto lo spazio della
propria vita, poichè non possiede ancora il domani, ha già perduto I’ jeri, e
nella vita d’oggi vive un incerto e transitorio momento. Se adunque si misura
la vita di chi è soggetto al tempo... alla stregua della eternità, non giungo a
tal punto ds doversi stimare eterna; e quantunque comprenda uno spazio
infinito, pure non tutto lo abbraccia, mancandogli il passato © il futuro....
Se pertanto vogliamo dar nomi giusti alle cose, chiameremo Dio eterno e il
mondo perpetno ». Una distinzione analoga è fatta da 8. Agostino: Si recto
discornuntur acternitas ot tempus, quod tempus sine aliqua mobili mutations non
est, in aeternitate autem nulla mutatio cal, quis non videat, quod tempora non
fuissent, nisi oreatura fierot, quae aliquid aliqua mutatione mutaret? » In un
senso più comune, l’eternità è invece il tempo senza limiti nd nel passato, nd
nel futuro. Nella scolastica l'eternità era appunto concepita in questo modo, ©
perciò era distinta in aeternitas a parte ante, ossia il tempo infinito già
trascorso, © aeternitas a parte post, ossia il tempo infinito che deve
trascorrere; all'anima umana non era attribuita che questa seconda eternità, a
Dio entrambe. Per Giordano Bruno il mondo è eterno e soltanto lo sue forme sono
mutabili; per Spinoza l'eternità è propria della divinità e dei suoi attributi,
che perciò sono immutabili; Kant sopprime la contraddizione tra an tempo
infinito e l’origine del teınpo, considerando il tempo come una forma
oggettiva, valida soltanto nel dominio dei fenomeni: perciò le due
proposizioni: il mondo ha prineipio nel tempo », il mondo non hs alcun
principio » sono ugualmente false. Cfr. Aristotele, Phys, IV, 12, 221 b; Boezio, De consol.
phil, V, 6; 8. Agostino, De cir. Dei,
XI, 4, 6; Bruno, 413 Ers-Erı De la causa, disl. V; Spinoza,
Ethica, I, def. vin, teor. 7, 19, 20, ece.; Kant, Krit. d. reinen Fern., ed. Reolam, Ρ. 354 ségg. (v. aevum, durata, tempo). Eterogeneo. I. Heterogen, ungleiohartig ; I.
Hoterogencous ; F. Hétérogene. Ciò che è composto di parti che diversificano
tra loro in qualità; 1’ omogeneo è invece ciò di cui tutte le parti sono della
stessa natura. Secondo lo Spencer, l’evoluzione consiste in un passaggio dall’
omogeneo all’ eterogeneo, dall’ indifferenziato al differenziato. Cfr. Spencer,
First principles, 1884, cap. XIV-XVIII (v. indistinto, evolusionismo).
Eterogenesia. T. Heterogenesie; 1. Heterogenesy ; F. Hétérogènesie. Nella biologia
si designa con questo termine una qualsiasi deviazione organica, consistente in
una anomalia nel numero degli organi ο nella loro posizione. Por contrapposizione ad omogenesia, che è la
proprietà per cui due organi di sesso opposto tendono a fecondarsi
reciprocamente, il Broca chiama eterogenesia 1’ impossibilità di fecondazione
tra due germi di sesso opposto, pur avendosi I’ nccoppiamento. Col termine eterogenia si designa invece la
generazione animale senza genitori, cioè la generazione spontanea (v.
omogenesia, teratologioo, ibridismo). Eteronomia (ftep0¢ = diverso, νόμος =
legge). T. Heteronomie; I. Heteronomy; F. Hétéronomie. Può essere adoperata in
due modi diversi: nell’ uno vale anomalia, deviazione delle leggi ordinarie,
nell’ altro si contrappone ad autonomia e designa il fatto di un essere che non
ha in sò stesso la ragione e la possibilità di operare, ma è sottoposto
passivamente all’azione di cause esterne, che gli si impongono ο lo dominano
(v. libero arbitrio, delerminiamo, autonomia). Etica, Gr. Ἠθική; Lat. Ethioa;
T. Kthic; I. Ethica; F. Ethique. E sinonimo di Morale; questa infatti vieno dal
latino mos, quella dal greco 790g, che significano entrambi costume, abitudine.
Aleuni vorrebbero forse riservata a deErn
414 signore la scienza morale,
serbando la parola Morale a designare il fatto della morale, la moralità; altri
chiamano etica ogni dottrina naturalistica senza principj speculativi nd
obbligazione mistica, morale ogni dottrina che pretende fondare sopra principj
teorici una teleologia ideale e nna obbligazione; altri ancora propongono di
chiamare etica la scienza cho ha per oggetto immediato i giudizi di valutazione
sugli atti detti buoni o cattivi, etologia o etografia la scienza che ha per
oggetto la condotta degli uomini, indipendentemente dal giudizio che gli nomini
fanno di codesta condotta, e morale l’ insieme delle prescrizioni ammesse ad
un’ epoca e in ‘una società determinata, lo sforro per conformarsi a codeste
prescrizioni, l'esortazione a seguirle. I filosofi kantiani distinguono
generalmente l'etica dalla morale, ponendo la prima al di sopra della seconds: La
morale in generale, dice Schelling, pone un comando che non si rivolge che
all'individuo, e non esige che l’assoInta personalità dell’imdividuo; l’etien
pone un comando che snppone una società d’ esseri morali e assicura la
personalità di tutti gli individui per ciò che essa esige da ciascuno d’ essi
». Per Hegel l'etica designa specialmente il regno della moralità, la morale il
dominio dell’ intenzione soggettiva. Cfr. Schelling, Sämélioho Werke, I, 25
Bulletin de la soo. frang. di philosophie, Anno V, n. 7 (v. bene, morale).
Etnografia. T. Etnographie; 1. Ethnography: F. Ethnographie. Questo vocabolo si
cominciò sd usare etl principio del secolo scorso, specie dal Campe, come
sinonimo di descrizione dei popoli e delle razze umane. Il Wiseman la definì
come la classificazione delle rarze per mezzo dello studio comparato dei
linguaggi. L’etnografia appartiene allo scienze antropologiche, e nella parte
generale tratta le questioni relativo alle origini, alle migrazioni, ni
caratteri fisici © psichici dei popoli; nella parte speciale studia i rapporti
dei vari popoli coi tipi fondamentali, la storin, le manifestazioni
sociologiche e religiose, i fenomeni biologici. Cfr. Topinard, Anthropologie,
1884, p. 7, 433 (v. antropologia). Etnologia. T. Ethnologie; I. Ethnology; F.
Ethnologie. Questo vocabolo sorse
più tardi di etnografia ο designa, secondo il Broca, quel ramo delle scienze
antropologiche che s’occnpa della descrizione particolare ο determinazione
delle razze, lo studio delle loro somiglianze ο differenze, così sotto il
rapporto della loro costituzione fisica come sotto quello dello stato
intellettuale e sociale, la ricerea delle loro affinità attuali, della loro
ripartizione nel presente e nel passato, del loro compito storico, della loro
parentela ‘più ο meno probabile ο della loro posizione rispettiva nella serie
umana ». Non bisogna dunque confonderla con l'etnografia, che è la parte
descrittiva ο generale della scienza dei popoli. Cfr. Topinard, Anthropologie,
ethnologie et ethnographie, Bull. soc. d'anthropologie », 1876; Id.,
Anthropologie, 1884, p. 8 seg.; F. Griibner, Methode der Ethnologie, 1911. T. Ethologie; I. Ethology: F. Ethologie. Nome
dato dallo Stuart Mill alla scienza dei caratteri individuali, che altri
designa col nome di caratterologia. Si fonda Λοpra la psicologia, ma se ne
distingue in quanto questa hn per oggetto la conoscenza delle leggi semplici
dello spirito in generale, ed è peroid una scienza d'osservazione e d’
esperimento, l’etologia invece è una scienza interamente induttiva, cercando di
seguire le operazioni dello apirito nelle combinazioni complesse determinate
dalle circostanze. Lo scopo fondamentale della etologia è la classificazione
dei tipi dei caratteri. La classificazione più antica ο comune è quella
ippocratico-galenica che, basandosi sulla credenza che 1’ indole degli
individui dipendesse dal prevalere nell’ organismo degli umori (sangue, flemma,
bile gialla ο bile ner) riconosce quattro caratteri fondamentali: sanguigno,
bilioro, melanoonico, flemmatico. Molti filosofi moderni accettano,
Eup-Eur HR consistere la felicità nella calma, nella tranquillità,
nella liberazione dalle passioni e dai desideri, ο nell’ estasi, che è una
immedesimazione con Dio (stoicismo, neoplatoniamo); infine l’eudemonismo
pessimistioo ο negativo, per il quale la vita è intrinsocamente infelicità e
non merita quindi di essere vissuta. Per Kant la morale eudemonisticn è il tipo
della morale falsa, perchè è eieronoma, ossia perchè rende la ragione pratica
dipendente da qualche cosa data esteriormente ad essa; la morale vera non può
dipendere da nessuna volontà esistente empiricamente, non dove essere un mezzo
in servizio di altri scopi, è, in altre parole, un precetto puro, un imperativo
categorico ; lo sforzo verso Ja felicità non è un bisogno della ragione, esisto
empiricamente, cosicchè ogni morale eudemonistica mena alVesplicito imperativo
ipotetico, risolvendo le leggi morali precotti della prudenza ; se, dico Kant,
la natura avesse voInto destinarci alla felicità, avrebbe fatto meglio a
fornirei di istinti infallibili, invece che della ragion pratica della
coscienza, che è incessantemento in conflitto con i nostri impulsi. Cfr. Aristotele, Ethica, 1. 1 ο 10; Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten,
1882, IV, 395; Paulsen, System der /hik, 1888, t. I, 1. 11, cap. 1; M. Heinze,
Der Eudämoniemus der Griechischen Philosophie, 1383; Bain, Mental and moral
science, 1884; A. Marrot, Life and happines, 1889; Wundt, Eihik, 1892, p. 508
segg. (v. attivismo, energiemo.
interesse, piacere). Eudemonologia. T. Kudämonologie; I. Eudaemonoloyy; F.
Eudemonologie. Dottrina che tratta della felicità che consegue al bene morale,
e del modo di svolgerla, Coscienza endemonologica, si dice il giudizio che gli
esseri intelligenti fanno del proprio stato di piacere; 6 bene endemonologico
la stessa felicità che κ’ accompagna al bene morale. Enforia. Termine usato
especialmente nella psichintri per designare quello stato di intima serenità ο
di contentozza, che è proprio di alenne malattie mentali, specie della mania e
della forma espansiva della demenza paraica, ma che può anche ensere l’effetto
iniziale di corte sostanze, come l’oppio, la morfina e la cocaina. Lo stato di
euforia varia da un soggetto all’altro, secondo I’ eccitabilità individuale del
sistema nervoso contrale, l’educnzione, la cultura, ece.; in generale, caso
consiste nella soppressione di ogni percezione dolorosa, eccitamento delle
funzioni intellettuali, dimenticanza di ogni noia ο dolore morale, senso di
dolce calore al capo e di leggerezza delle membra. Cfr. Quincey, Confensions of a
english opiumeater, 1890; Chambord, I morfinomani, trad. it. 1894. Evemerismo. T. Euhemerismus; I. Euhemeriem ; F.
Erhémérisme. Dottrina religiosa, che ebbe molti partigiani cos fra gli antichi
come fra i moderni. Ni denomina così dal nome del suo fondatore Evemero,
filosofo della scnola cirenaica, che visse nella seconda metà del secolo IV n.
C. Egli sosteneva che tutte le leggende intorno agli dei erano stato
avvenimenti reali, ma terrestri e umani; 6 cho gli dei stessi altro non erano
se non uomini vissuti in tempi remoti, i quali, avendo colpita l’imaginazione
degli uomini o per la loro virtà, ο per il loro coraggio, 0 per ln loro forza,
erano stati dopo morte divinizzati. Così Giove sarebbe stato un antico ro di
Creta, come proverebbe l’esistenza in codesta isola della sua culla. Ma la
moderna scienza mitolo; ha dimostrato falso codesto modo di spiegare l'origine
dei miti. Cfr. Cicerone, De nat. deorum, 1, 42. Eventa. Lucrezio, traducendo i
συμπτώματα di Epieuro, chiama così, distingnendolo dai coniunota, lo proprietà
o qualità eventuali delle cose, che sono estranee alla corporeità di esse, che
cioè possono anche mancare sonza cho perciò una cosa cessi di exsero quello che
è ». Tali sarebbero, per l’nomo, lo schinvità, In povertà, In ricchezza, la
libertà, ecc. Siccome poi tali erenta noi li pensiamo in relazione al tempo,
così il tempo e V erento Evi-Evo
420 degli eventi; vale a dire che
il tempo si concepisce non in relazione coi corpi, ma coi caratteri eventuali
dei corpi, ο che mentre questi si conoscono per mezzo dei sensi, il tempo non
si conosce che per una inferenza dai sensi. Cfr. Lucrezio, De rer. natura, 1.
I, v. 449-463; Diogeno Laerzio, X, 38, 51 (v. accidente, attributo, adiafora).
Evidenza. T. Evidenz; I. Evidence; F. Evidenoe. Bi può definire come una verità
così chiara e manifesta per sè stessa, che lo spirito non può rifiutarvisi.
L’evidenza dicesi razionale quando risulta da un ragionamento, sensibile ©
sperimentale quando risulta dalla constatazione di un fatto. Si distingue dalla
certezza, che è nno stato puramente mentale, © cioò lo stato del pensiero che
si crede in possesso della verità; ma questo può esser dato anche dall’errore,
mentre soltanto la verità può essere evidente. Epicuro pone come criterio del
vero il sentimento della necessità con cui la percezione entra nella coscienza,
ossia quell’ esser manifesto, quell’ evidenza (ἐνάργεια) con cui l'ammissione
del mondo esterno è legata nella funzione dei sensi; ogni percezione come tale
è vera ed incontestabile, sussisto per sò stessa indipendentemente da qualsiasi
motivo. Cartesio pone l’evidenza come criterio della verità ; nulla è vero se
non ciò che è evidente, e tutto ciò cho. è evidente è vero; a sua volta è
evidente tutto ciò che è chiaro e distinto come la coscienza di sò, quod lumine
naturali clare et distinote percipitur; ora, essendo solo giudice dell’
evidenza delle cose lu ragione, essa dove infine decidere tanto di ciò che è la
verità come di ciò che è l'errore. Questo principio della certezza egli lo
contrappone al principio d’antorità, che aveva dominato durante tutta P etd di
mezzo. Cfr. Diogene L., X, 32, 52; Descartes, Princ. phil, I, 45; Wundt, Logik,
1893, I, 74-78 (v. cogito ergo sum). Evoluzione. T. Evolution, Entiriokelung:
1. Evolution; F. Frolution. Termine dal significato molto vago, che può
in421 Evo dicare tanto lo sviluppo lento
e graduale per opposizione a rivoluzione, quanto la trasformazione da forme
basse © semplici a forme più alte e perfette, quanto lo svolgimento di un
principio interno, originariamente latente e che a poco a poco si manifesta
all’esterno. Nel linguaggio filosofico il vocabolo è usato più spesso ad indicare
un processo di trasformazione, diretto in un senso costanto © percorrente una
serie di fasi, delle quali si può assegnare in precedenza la successione;
questo processo può attuarsi tanto nella roaltà materiale (mondi, organismi)
quanto nella realtà spirituale (diritto, moralità, linguaggio, arte, religio
ne), ma implica sempre una variazione così in senso qualitativo come in senso
quantitativo; e poichè ogni sistema che si svolge è unità ‘nella molteplicità,
1’ accrescimento si riferisce così all’unità come alla molteplicità
(intograzione e differenziazione). Cfr. Richard Gaston, L'idée d’érolution,
1902; Romanes, L'evoluzione mentale dell’ uomo, trad. it. 1907; De Sarlo, Il
significato filosofico dell’ eroluzione, Cultura filosofica », Inglio 1913 (v.
eroluzionismo, darwinismo, neo-lamarkismo, progresso, trasformismo, ccc.).
Evolusionismo, T. Ecolutioniemus, Entwiokelungatheorie; I. Evolutioniem; F.
Frolutionisme. Dottrina filosofica, da non confondersi col trasformismo, e che
pone l'evoluzione per spiegare tutti i fenomeni naturali cogli organici. Lo
Spencer, che si considera come il capo dell’evoluzionismo definisco
l'evoluzione così: un'integrazione di materia accompagnata da una dispersione
di movimento, durante la quale la materia passo da una omogeneità indefinita ©
incoerente ad una eterogeneità definita ο coerente, ο durante la quale anche il
movimento, che è conservato, subisco una trasformazione analoga ». Mediante
tale processo dalla nebulosa primitiva, che rappresenta il mussimo dell’ indeterminatezza
ο della omogeneità, si è formato il sistema solare; poi sul piccolo globo della
terra si sono venite distendendo masso viventi le quali, sottoEy EXO 422
poste a diverse influenze, si sono differenziate, dando luogo alle
specie multiple delle piante ο degli animali; in questo mondo animale, per una
differenziazione sempre crescente, s'è venuta svolgendo la vita dello spirito:
linguaggio, religioni, istituzioni politiche, arti, scienze, ecc. Si hanno così
tre forme principali di evoluzione: inorganica, organica, e superorganica. Ma
va notato che lo Spencer considera l'evoluzione come l'ipotesi più accettabile,
non come una legge avento valore ussoluto; e che per di più ossa non ci svela,
secondo lo stesso filosofo, la natura intima e la genesi delle cose in sè, ma
soltanto la loro genesi in quanto si manifestano allo spirito umano. Cfr.
Spencer, First principles, cap. XVII; Baldwin, Derelopement and erolution,
1902; Richard Gaston, L'idée d'évolution dane la nature et dans l'histoire,
1902; Delage et Goldsmit, Les théories de l'évolution, 1910; E. Clodd, I
pionieri dell'evoluzione, trad. it. 1909; V. Ducceschi, Evoluzione morfologica
ed er. chimica, 1904; C. Fenizia, L'evoluzione biologica e le sue prove di
fatto, 1906 (v. cosmogonia). Ex concessis. Termine della scolastica, con cui si
designa quella forma di argomentazione sillogistica nella quale la premessa
maggiore, quantunque falsa, è accordata per vora. Tale argomento non dimostra
quindi per sè ma relativamente, 0, come dice Clemente Alessandrino, concludere
ex concessia est raliooinare, conoludere autem ex veris est demonatrare. Cfr.
Clemente A., Strom.. VIII, 771. Exoterico. Gr. Ἐξωτερικός; T. Ezoterisch ; I.
Eroteric; F. Exoterique. Da principio il vocabolo, che signitica esterno, fu
adoperato per indicare i libri aristotelici d’ argomento non strettamente
scientifico, per opposizione ai libri enoterici. In generale dieosi esoterica
una dottrina che vien insegnata soltanto agli iniziati, mentre ai profani ne è
resa impossibile la conoscenza per ln voluta oscurità sotto cui è velata. Più
specialmente dicesi esoterico I’ insegnamento filosofico che Aristotele
impartiva la mattina ai propri di 423
Exr-ExT scepuli, i quali venivano ammessi nell'interno della scuola dopo
aver assistito all'insegnamento più elementare: questo, detto per
contrapposizione ezoterico, era impartito invece la sera, e trattava questioni
più facili ο d'interesse più generale, assistendovi un pubblico più largo.
Codesta distinzione sembra fosse esistita anche nell’ insognamento di Platone e
nella scuola di Pitagora. In questa infatti erano detti esoterici gli alliovi
cho avevano penetrata pionamente la dottrina del maestro, eroterioi i novizi.
Cfr. Bonitz, Index aristotelious, 104 a, 44-105 L, 49 (v. epoplico). Experimentum
crucis. Quando lo scienziato cuncepisce un dubbio sul valore reale d’una causa
presunta, o trovasi incerto tra due ipotesi ugualmente possibili, dove produrre
dei fatti che si possono spiegare soltanto con l'intervento di quella causa, o
che lo costringono a respingere una delle due ipotesi, e ad accettare l’altra,
‘Tale è l’esperienza che Bacone disse oruciale pigliando la similitudine, come
dice egli stesso, da quelle croci alzato nei bivj, le quali segnano le
separazioni delle strade ». Cfr. Nov. organon, 1, II, cap. XXXVI (v.
instantiae, crucis). Extrasensibile, I. Eztrasensible; F. Extrasensible. Non
bisogna confonderlo col sorrasensibile. La sensibilità ci rivela soltanto uns
piccola porzione del mondo, esterno, puichò vi sono nella nostra conoscenza di
esso degli elementi non presenti ai sensi; questa parte dell'ordine esterno cle
nou ci è data direttamente dalla sensazione, e che noi crediamo esistere,
costituisce un’ esistenza extrasensibilo, lu quale ci è rivelata, secondo il
Lewes, da varie induzioni, | È infatti tra le infinito impressioni che
colpiscono i nostri sensi, soltanto alcune di esse corrispondono agli stati di
coscienza, sicchè la sfera sensibile è troppo limitata per abbracciare sia la
totalità obbiettiva sia quella piccola parte di essa che si trova in contatto
con l'organismo : ne consegue che la sfera della conoscenza non è limitata solo
alle impressioni sensibili, ma si estende anche alle Exr-Fac 424
inforenze, che sono ricombinazioni e riproduzioni di tali impressioni;
quindi la conoscenza sensibile è estesa all’extrasensibile. Oltre poi questo
mondo sensibile ο extrasensibile, i metafisici ammettono una terza regione
sovrasensibile, che è preclusa affatto all'esperienza dei'sensi ed sporta
soltanto alla fede ο alla intuizione intellettuale. Cfr. Lewes, Probleme of life
and mind, 1875, vol. I, pr. I,
cap. III, p. 253 sogg. F. Nellu logion formale è adoperata nei tro ultimi dei
quattro versi mnemonioi che designano lo figuro del sillogismo, per indicare
cho ogni modo espresso in una parola cominciante per codesta iniziale, può
ossore ricondotto, con processi logici speciali, a qual modo della prima
figura, cho è espresso in una parola cominciante per l’ iniziale medesima
(Ferio); tali sono: Festino, Felapton, Fesapo, Fresison. Facoltà. T. Vermögen,
Seelenvermögen; I. Faculty; F. Faculté. Per facoltà dell'anima s'intendono
quelle forze speciali cho esistono nell’ anima, per cui essa è atta a fare
qualche cosa, quelle potenze misteriose © spontaneo di cui i fatti psichici
sono l'effetto. Si sogliono distinguere in pamire, come la sensibilità, ο
attire, come In volontà. Le facoltà passive sono dette più comunemente
capacità, risorbando il vocabolo proprietà alla semplice predisposizione della
materia inorganien a divenire soggetto di un dato fonomeno, o ancho alla
capacità della materia organica di dar luogo a fenomeni fisici e chimici. Dice
? Hamilton: Facoltà, facultas, è derivato dal latino arcaico facul, la forma
più antica di facilée, du cui è formato facilitas. Fssa è limitata in senso
proprio al potere attivo, e quindi è applicata abusivamente alle più passive
affezioni dello spirito, alle quali capacità è più propriamente limitato ». An
425 Fac che per il Murphy le facoltà
sono essenzialmente attive: . Boirae, L'idée de phénomène, 1894 (v. altualivmo,
fenomenismo, mobilismo, sostanzialivmo). Perio ο ferioque. Termine mnemonico di
convenzione, con cui nella logica formale si designa quel modo della prima
figura del sillogismo, nol quale la maggiore è universale negativa, la minore particolare
affermativa, la conelusione particolare negativa. Es.: I pazzi non sono esseri
normali. Qualche uomo di genio è
pazzo. Punquo qualche uomo di genio non
è essere normale. Corrisponde 439 FER-Fis al τεχνικός dei logici greci ο ad
esso vengono ricondotti tutti i modi delle altre figure che cominciano con la
stessa lettera (v. sillogismo, figura, termine). Ferison. Termine mnemonico di
convenzione, con cui si designa nella logica formale quel modo della terza
figura del sillogismo, che ha la maggiore universale negativa, la minore
particolare affermativa, la conclusione particolare negativa. Es.: Nessun
delinquente è virtuoso. Qualche
delinquente è uomo colto. Dunque qualche
uomo colto non è virtuoso. Corrisponde al φέριστος dei logici greci, ο si può
ricondurre al ‘Ferio della prima figura mediante la conversione semplice della
minore. Fesapo. Termine mnemonico di convenzione, con cui si designa nella
logica formale quel modo della quarta figura del sillogismo, in cui la maggiore
è universale negativa, la minore universale affermativa, la conclusione
particolare negativa. Es.: Nessuna azione volontaria è priva di fine. Ogni fenomeno privo di fine è meccanico. Dunque qualche cosa che è meccanico non è
azione volontaria. Si può ridurre al Ferio della prima figura mediante la
conversione semplice dello due premesse e la conversione per accidente della
conclusione. Fespamo. Termine mnemonico di couvenzione, con cui nella logica
formale si designa quel modo dalla quarta figura del sillogismo, che ba, como
indicano le vocali, la premessa maggiore universale negativa, lu minore unive
sale affermativa, la conclusione particolare negativa (v. fosupo, fapesmo).
Festino. ‘Termine muemonico di convenzione, con cui nella logica formale si
designa quel modo della seconda figura del sillogismo, nel quale la maggiore è
universale” negativa, la minore particolare affermativa, la conclusione
particolare negativa. Es.: Nessun uccello è mammifero. Qualche animale che vola è mammifero. Dunque qualche animale che vola non è
uccello. Corrisponde nl pétptov dei logici groci ο si può ricondurre al Ferio
della prima figura mediante la conversione semplice della promessa maggiore,
Feticismo (faotitiue = fattizio). T. Fetischglauhe, Fetischimus; I. Feticiam ;
F. Fétichieme. La forma più grossulana dell’animismo, quale si riscontra nelle
religioni dei popoli primitivi e selvaggi. Esso consiste nell’adoraziono di un
oggetto inanimato (feticcio) che si crede dimora di uno spirito. Soltantochè,
mentre nell’animismo gli spiriti degli esseri naturali possono staccarsi dal
loro involuero visibile e spaziure liberamente por l’aria, nel feticismo invece
lo spirito del feticcio © la sua forma sensibile costituiscono una sola ο
medesima cosa. E poi errore designare col nome di feticismo la semplice
ailorazione degli oggetti naturali, come il sole, i fiumi, gli alberi, gli
animali, poichè il feticcio ha per carattero essenziale di appartenere
materialmente all’ uomo, di essere da lui scelto e lavorato ο d'essere
trusportabile a volontà. Il Comte attribuisce al feticismo una estensione
particolure. Egli lo considera como la faso inizialo ¢ più importante dello
stadio teologico, il fondamento di ogni sistema religioso, ο riguarda lo stesso
panteismo germanico dei suoi tempi come un feticismo più generalizzato ©
sistematizzato. Nella sua religione posi tiva, egli colloca la Terra col
sistema solare nella trinità positiva chiamandola il maggiore dei Feticci,
mentre lo spazio è il Gran Mezzo e I’ Umanità il Grand’ Essere, Cfr. F.
Schultze, Der Fetisohismue, 1871; A. Comte, Catéchieme ponitiviete, 1851;
Système de politique positive, 1854, vol. IV (v. animismo, elioteismo,
pantelismo, religione). Fideismo. T. Glaubensphilosophie ; I. Faith-philosophy
; © F. Fidéieme. Con questa parola si indicò, sul principio del secolo scorso,
il tradizionalismo religioso promosso dalP Huet, dal Bautain ο dal Lamennais,
cho faceva dell’ intelligenza una facoltà snprema e speciale, contrapponendola
alla ragione: questa ci fa conoscere soltanto le apparenze dl Fip senza nulla dirci intorno alla vera
natura dello cuse, quella invece, prendendo per baso la parola rivelata, della
quale permette di cogliere il senso esoterico, dà all'uomo Ii tuizione diretta
della realtà spirituale, dell’assoluta verità. Più precisamente furon detti
fideisti quei seguaci del Lamennais, che attribuivano alla fede, all’autorità
della rivelazione divina, un officio esclusivo nell'acquisto d’ una vera
certezza dei principj della ragione. Per estensione, oggi la parola fideismo
viene applicata a tutte le dottrine che ammettono delle verità di fede accanto
o sopra le verità di ragione; quindi è spesso identificato con 1’ imma-ı
nentismo, col prammatismo, con |’ anti-intollettualiemo, ο si riconduce, sotto
tutte le sue forme, alla dottrina della fede | fiduoiale propria del
luteranismo primitivo. La fede fiduciale ο giustificante, che Calvino chiama
agnitio erperimen| talis, è un'esperienza interiore, che si distingue come tale
dalla fede nei dogmi, e sussiste anteriormente ad ogni atto intellettaale ; è
insomma una certezza immediata, non legittimata da un motivo, che possa
formularsi con un giudizio che la preceda. Qui si rivela il senso delle
espressioni comuni al fideismo contemporaneo: Dio è il riassunto delle nostre
esperienze religiose; la religione è una vita; lo formule religiose non
forniscono che l’espressione esteriore © formale dell’impressione interiore,
ecc. Poichè la fede tiduciale è di sua natura soggettiva, in quanto l'oggetto
di essa si risolve nel contenuto degli stati rappresentativi dell’esperienza
interiore. Il fideismo, già condannato più volte nel passato, subì ugnal sorte
ai giorni nostri sotto il pontificato di Pio X, che nell’enciclica Pascendi
dominici gregis così lo definiva: Dinanzi a questo inconosoibile, 0 sia esso fuori
dell’uomo oltre ogni cosa visibile, 0 si celi entro l’uomo nelle latebre della
suboosciensa, il bisogno del divino, senza alcun atto previo della mente,
secondo che vuole il fideismo, fa scattare nell'animo già inchinato a religione
un certo particolare sentimento; il Fie
442 qualo, sia come oggetto, sia
come causa interna, ha imPlicata in sò la realtà del divino e congiunge in
certa guisa l’uomo con Dio. A questo sentimento appunto si dà dai modernisti il
nome di fede, e lo ritengono quale inizio della religione ». Per queste
ripetute condanne, che dànno alla parola un carattere peggiorativo, molti fra
gli stessi fideisti vorrebbero fosse abbandonata. Cfr. Calvino, Institution
chrétionno, 1562, 1. III, cap. II, p. 385; Lamennais, Ewai wur Vindifférence on
matière de religion, 1820, t. II, p. 37, 70, 80 sogg.; A. Richard, Zamennais ot
son école, 1881, p. 139 segg.; C. Ranzoli, Il fideiemo, in Linguaggio dei
filosofi, 1912, p. 213-227 (v. oredenza, fede, modernismo, ragione). Figura. T.
Schlussfigur: I. Figure; F. Figure. Nella logica dicesi figura (σχῆμα) d’un
sillogismo, la disposizione cho essa presenta riguardo alla posizione del
termine medio nollo premesse. Essendo quattro le posizioni possibili, quattro
sono le figure. Nella prima il termine medio è soggetto nella promessa maggiore
© predicato nella minore: nella seconda è predicato in entrambe le premesse;
nella terza soggetto in entrambe ; nella quarta predicato nella maggiore e
soggetto nella minore. Per ricordare facilmente la definizione delle quattro
figure, fu costruito il seguente verso mnemonico, nel quale eub è abbreviazione
di audiectum © prae di praedicatum : sub prae: tum prac prac; tum sub sub;
denique prae sub. Le prime tre figure si debbono ad Aristotele; l’ultima venne
attribuita da Averroò a Galeno, ma essa si considera concordemente come inutile
et artificiale. Il sillogismo di prima figura è il vero tipo del ragionamento
deduttivo, perchè va dalle condizioni al condizionato, dalla causa all’
effetto, dalla leggo al fenomeno: per esser valido deve aver sempre la maggiore
universale © lu minore affermativa. Quelli di seconda figura debbono aver
sempre la maggioro universale ο una delle due premosse negativa. Quelli di
terza figura debbono avere la 443 Fin maggiore uffermativa © la conclusiono
particolare. 1 sillogismi di seconda e terza figura possono essere ridotti alla
prima, secondo le regole già fissate da Aristotele. Cfr. Aristotele, Anal. pr.,
I, 4, 5, 6; Kant, Logik, 1880, $ 67-69; Masci, Logica, 1899, p. 244 segg. (ν.
sillogivmo, modo, termini, premessa, conclusione, forma). . Filodoxia. T.
Philodozio; 1. Philodozy; F. Philodorio. Kant chiama così quella specie di
dilettantismo filosofico, che oggi dicesi estetiemo filosofico, il quale
consiste nel ridurre la filosofia ad un vacuo simbolismo, in cui più che la
verità d’una dottrina se ne riceroa l'eleganza e alla ricerca del vero si
sostituiscono le discussioni sottili ed oziose: Quelli che rigettano il suo
metodo (del Wolf) ο tuttavia non ammettono nemmeno il procedimento della
critica della ragion pura, non possono avere altra intenzione che quella di
sbarazzarsi completamente dei legami della scienza, di cangiare il lavoro in
gioco, la certezza in opinione, e la filosofia in filodossia ». Anche Platone
aveva adoperato il vocabolo filodossi, contrapponendolo u filosofi, ma non nel
medesimo senso di Kant. Per filodossi (Φιλόδοξοι) egli intendeva coloro che si
compiacciono ο s’accontentano dell’apparenza delle cose, della moltitudine dei
fatti particolari e relativi, mentre i filosofi risalgono all’ossenza © all’
idea. Cfr. Platone, Repubblica, 1. V, 480; Kant, Krit, d. reinen Vern., prof.
alla 33 vd., § 16 (v. estotirmo, verbalismo). Filogenesi (yivasıs τῶν φυλῶν).
T. Philogencse; 1. Phylogeny; F. Phylogénèse. Indica l'evoluzione ο lo sviluppo
della apecio, in opposizione ud omtogenesi, che indica lo sviluppo dell’
individuo. Socondo Haeckel ο i darwinisti moderni, l'evoluzione ontogenetica è
il riassunto della ovoluzione filogenetica, l’embriologia uns ricapitolazione
molto rapida e breve della geneologia ; vale a dire che un individuo di una
data specie, prima di raggiungere il suo completo sviluppo, deve trascorrere in
breve tutte lo fusi Fin MM di ovoluzione organica e psichica attraverso cui
passò precodentemente la specie alla quale appartiene. Questa è detta
dall’Haeckel legge biogenetica fondamentale. Cfr. Vialleton, Un problème de
l’évolution, 1908; Haeckel, I problemi dell'universo, trad. it. 1902, p. 100
segg. (v. embriologia, ontogonesi, darwiniemo, trasformismo, eredità, ecc.).
Filoneismo (φίλος = amico, viog = nuovo). L'amore per il nuovo, che si
contrappone al misoneismo, che è l'odio per tutto ciò che è nuovo. Quando il
filoneismo diviene esagerato, dicesi più propriamente neomania, a cui si
contrappone la neofobia. Filosofema. Gr. Φιλοσόφημα; T. Philosuphem ; I.
Philosophema; F. Philosophème. Una delle quattro specie nelle quali Aristotele
distinse il sillogismo, per rispetto al fine che si propone chi lo adopera.
Esso è il sillogismo dimostrativo, che si propone la dimostrazione della
verità, Nell’uso comune indica dottrina o teoria filosofica; ma per lo più è
adoperato in senso dispregiativo, e vale sottigliezza da filosofo dialettico.
Cfr. Aristotele, Top., VIII, 11, 162 a, 15. Filosofia. Gr. Φιλοσοφία; I.
Philosophie; I. Philosophy; F. Philosophie. Stando ad una antica leggenda,
raccolta da Diogene Laerzio e da Cicerone, il primo a chiamare la filosofia con
questo nome fu Pitagora, secondo il quale Dio soltanto poteva essere sofo, ciod
sapiente, e 1 uomo semplicomente filosofo, cioè amante della sapienza,
desideroso d’imparare; per spiegare questo termine nuovo, avendo paragonata la
vita alle grandi fiere a cui la gente aecurreva da ogni parte della Grecia, gli
uni per concorrere nei giochi, gli altri per vendere e per comperare, gli altri
infine per il solo piacere di vederne lo spettacolo, aggiungova: qui ceteris
omnibus pro nihilo habitis, rerum natura studiose intuerentur, hos se appellare
sapientiae studiosos ; id est enim philosophos. Di tale racconto dubitano i
critici moderni; ma è certo, ad ogni modo, che quelli che poi si 445
Fin dissero filosofi furono chiamati soff e sofisti fino a che tale
vocabolo non cadde in discredito; cho le parole filosofia e filosofare si
trovano usate, nel significato che poi ebbero sempre, soltanto nelle scuole
socratiche, delle quali è proprio anche fl concetto della incompiuterza del
sapere umano; © che, infine, l’uso delle parole medesime, ancora fluttnante in
Platone ο in Aristotele, non si fissò definitivamente che cogli stoici. Da quel
tempo in poi, della * filosofia fu dato un numero grandissimo di definizioni, e
in modi diversissimi furono intesi il suo compito, il suo oggetto, le sue
parti, i suoi metodi, i suoi rapporti con le altre branche dello scibile;
tuttavia, attraverso la diversità degli indirizzi ο dei sistemi, ha conservato
uu carattere fondamentale ο costante, cho la differenzid sempre da ogni altra
forma di sapere. Dalle scuole indiane agli ionici primitivi e da questi ai
positivisti e ai neo-criticisti moderni, In filosofia rappresentò sempre 1’
unificazione snprema delle conoscenze, la sintesi totale dei risultati
particolari d’ogni altra soienza, la matrice perenne dei problemi scientifici,
lo studio delle verità più alto o più complesse, che riguardano l'essere e il
conoscere, il mondo © Pesistenza, il reale ο l’ideale, lo spirito e la materia.
Secondo il vecchio paragone, l'universo è per le scienze uno spocchio in
frantumi; la filosofia, raccostando i frantumi, cerca di intravedere l’imagine
comune. Il compito della filosofin è dunque quello dell'unità; essa è
l’organizzazione dei pronunciati ultimi d’ ogni altra scienza, e dei concotti
problematici che ne sorgono, in un sistema esplicativo ottenuto mediante la
subordinazione loro ad un dato unico, che ne dà ragione. Ciò, come ha
dimostrato l’Ardigò, attraverso tutta la storia della filosofia, dagli inizi ai
nostri giorni. Agli inizi della filosofia le cognizioni furono sistemate nel
concetto generico del mondo, che si cercò spiegare prima col principio dell’animazione,
poi con quello del numero, indi con quello dell'ente; In sintesi o il problema
filosofico fn perFr 446 ciò da prima fisico, poi matematico, indi
metafisico. Formatisi poi dall’indistinto primitivo del mondo i concetti
distinti della materia, del pensiero e della moralità (da cui la fisica, 14
logica e l'etica) sorse il problema del loro accordo, che la filosofia ceroò
spiegare unificando i tre concetti nel principio del trascendente, concepito
ora como intelligenza ordinatrice, ora come forza creatrice, ora come sostanza
dei fenomeni. Nella filosofia moderna i dati offerti dalle scienze sperimentali
vennero unificati nel concetto della natura, spiegata ora come attività logica,
ora come pura materia dotata delle sue proprietà fisiche. Nella filosofia
attuale, infine, l’esplicazione della natura è fatta mediante il principio
dell’evolusione, in cui la natura appare come un'entità primitiva
trasformantesi nelle sue forme definite ascendenti. Da tutto ciò si possono
ricavare aleuue eonelusioni, che pongono in maggior luce il carattero
fondamentale e perenne della filosofia: 1° la filosofin è soltanto la
concezione del problema da essa riguardato © il tentativo non ancor riuscito
della sua soluzione; in altre parole l'unificazione filosofica non ha che un
valore problematico, relativo, provvisorio mentre la soluzione dei problemi
stessi costituisce le scienze particolari ; 2° la filosofia precede quindi le
scienze, offrendo loro i problemi da risolvere, succede alle scienze, come
complesso dei problemi superiori generali ai cui presupposti le scienze si
riferiscono, durerà finchè dureranno le scienze, raccogliendo il problematico
insorgente perennemente allato della scoperta positiva; 3° la filosofia non
consiste dunque în un semplice inventario generale dei dati ultimi delle
scienze particolari; 4° non consiste, come altri credono, nel semplice insieme
delle scienze non fisiche, quali l’etica, l’esteca, la psicologia, eco.; 5° non
consiste nemmeno in un insieme di principi aprioristici, imponentisi per la
loro intrinseca evidenza metafisica, anteriori alla scienza positiva essa
inattacenbili; 6° 0 neppure si risolvo, come molti 447
Fin credono, in tante filosofie speciali quante sono lo scienze
particolari. Per ricordare ora alcune delle principali definizioni della
filosofia, nella Grecia sei erano specialmente celebri, secondo Hamilton : la
filosofia è la conoscenza delle cone esistenti, in quanto esistenti ; è la
conoscenza delle cose divino ed umane; à una meditazione della morte; una
somiglianza della divinità in quanto è competente all’ nomo; l’arte delle arti
e la scienza delle scienze; l’amore della sapienza. Per Cicerone la filosofia è
la conoscenza divinarum humanarumgue rerum, tum initiorum causarumque cuiuaque
rei. Por S. Tommaso la filosofia abbraccia tutte le verità accossibili mered il
solo lume naturale, ed è l’opera della ragione applicata alla ricerca della
verità: de quibus philosophicae diaciplinae tractant, secundum quod sunt
oognoscibilia lumine naturalis rationis. Per Bacono, come già per Aristotele,
essa è sapere razionale, scienza nol significato più generale della parola:
Philosophia individua dimittit; neque Impressionen primas individuorum, sed
notiones ab illis abstractas compleotitur... atque hoc proreua ofleium atque
opificium rationin. Anche per Cartesio la filosofia è sapienza, sia pratica ain
scientifica: Philosophiae voce sapientiae studium denotamus, et per sapientiam
non solum prudentiam in rebue agendis intelligimus, verumetiam perfeolam omnium
eorum rerum, quan homo potest novisne, sciontiam, quae et vitae ipsine regula
rit, et valetudini comservandae, artibusque omnibus inveniendin inserviat. Per
il Shaftesbury è lo studio della felicità »; per il Berkeley lo sforzo verso la
sapienza e la verità»; per Cristiano Wolff la scienza dei possibili in quanto
porsono essere ». Per Kant è la conoscenza razionale da concetti puri, la
scienza degli scopi ultimi della ragione umana », una solenza dello più alte
massime aull’ uso della nostra ragione ». Per Hogel la filosofia è, formalmente,
la considerazione dell’oggetto mediante il pensiero >, dal punto di vista
del contenuto In scienza dell'assolnto l’iden cho pensa sò stessa, In verità
connaFi 448 pevole ». Per Galluppi è la scienza del
pensiero umano »; per Rosmini la disciplina che tratta de’ primi principî », ed
è ideologia se si considera l'ordine che ha col pensiero umano, teologia
razionale se si considera 1’ ordine assoluto degli oggetti cogniti; per Comte l’esplicazione
dei fenomoni dell’ universo »; per Spencer «il sapere completamente unificato
»; per Lewes la sistemazione delle concezioni fornito dalla scienza »; per
Renan lo studio della natura e dell'umanità »; per Paulsen il contenuto di
tutte le conoscenze scientifiche »; per Wundt è lo sforzo di raggiungere una
intaizione universale del mondo e della vita, che soddisfi le osigenze della
nostra ragione e i bisogni del nostro sentimento >. Dicesi filosofia naturale l’ interpretazione
sintetica dei fatti fisici o del mondo esterno; filosofia prima o generale la
filosofia propriamente detta, cioè l’interpretnzione totale dell'universo,
della sua origine, della sua nntura, del sno fine; filosofia della storia
quella che studia In società nel sto movimento e cerca interpretaro i fatti
storici riconducendoli ad un principio unitario ; filosofia del diritto quella
che ha per oggetto la ricerca dell origine del diritto, delle sue forme, della
sua evoluzione; filowofia delle scienze quella che stabilisce gli oggetti
d’ogni scienza, determinandone i caratteri differenziali, fissandone i rapporti
e i principi comuni, le leggi di sviluppo e il metodo particolare; filosofia
scfentifica quella che, basandosi sopra la relatività della conoscenza, rigetta
ogni dato aprioristicn, esclade ogni dottrina dogmatica intorno al reale assolnto,
e corca costruiro la sintesi filosofica appoggiandosi sui riaultati dello
scienze particolari: in senso analogo si usano le espressioni filosofia
dell'esperienza © filosofia epertmentale. Con le espressioni filosofia
zoolagica, filorofia biologica, filosofia della chimica, ecc. si sogliono
designaro quelle parti di ciascuna scienza che, per la loro astrattozza e
genernlità, perdono il loro carattere strettamente scientifico ο sperimentale,
per nequistare un valore speculative e filo 449
Fix sofico. Alcune volte si usano le espressioni filosofia morale in
luogo di etica e filosofia dell'arte in luogo di estetica. Altre volte il
termine filosofico è adoperato in luogo di sistema o indirizzo filosofico, come
quando si dice filosofia dell'azione, filosofia della contingenza, filosofia
dell''immanensa, 909. Con le espressioni filosofia verbale 0 filosofia
letteraria si suol designare ciò che Kant chiamava filodozia, ο che altrimenti
dicesi rerbaliamo o catetiemo filosofico, vale a dire quella filosofia che si
compiace delle vacne esereitazioni rettoriche, che ricerca più 1’ eleganza
della forma che In solidità della sostanza, che si esaurisce, insomma, nello
studio delle parole trascurando quello delle cose. Cfr. Hamtiton, Lectures on
metaphysica, 1859, vol. 1, p. 51 segg.; Ucherweg-Heinze, Grundries d.
Geschiohte d. Philosophie, I, $ 1; F. Paulsen, Einleitung in die Philosophie,
1896, p. 19 seggi; Waundt, Einl. in die Philos., 1901, p. 1-10; Windelband,
Storia della filosofia, trad. it., Sandron, I, p. 1-28; Id., PräIndien, 3% ed.
1907, p. 1 segg.; Galluppi, Lezioni di logica e met.,1854, vol. I, p. 7-61;
Rosmini, Ideologia e logica, 1853, vol. IV, p. 308 seg.; Ardigò, Op. fil., II,
p. 442 seggi; IV, 285 segg. (v. metafisica, sociologia, psicologia, logica, morale,
estetioa, pedagogia, didattica, dommatismo, ontologia, teleologia, teonofia,
epistemologia, assoluto, conoscenza, anima, criticiemo, positivismo, ccc.,
ecc.). Finale. T. Letst, endlich; I. Last, final; F. Final, Lo scopo per cui
una cosa è compiuta, per cni un avvenimento è determinato; si oppone a causa
mecoanica 0 naturale, che è quella che si reulizza incoscientemente, senza la
concezione del fine. Talvolta finale si oppone a iniziale, per indicare ciù che
riguarda la cessazione d’un fenomeno nel tempo. Scopo finale dicesi quello che
non è mezzo per rapporto ad aleun altro fine ulteriore (v. oguae finali,
finalità, fine, teleolog Finalismo v. teleologia, cause finali, fine, finalità.
Finalità. T. Zeokmässigkeit, Finalität: I. Finality: F. Finalité, Una serie di
cause od effetti, che fa capo nd um 20
Ranzo14, Dizion, di scienze filosofiche FIN 450
determinato scopo con l’azione di determinati mezzi. Dicesi finalità
immanente quella che #’ identifica con l’attività dell'essere che, con
determinati mezzi, realizza determiti fini; finalità trascendente quella che si
realizza in un essere per una attività diversa da lui; finalità organica quella
che si realizza negli esseri organizzati senza 1’ intervento di alcun fattore
psichico, in virtù soltanto della loro struttura organica; finalità effettiva
quella che si realizza nell’animale in seguito all’appetito fondamentale, che
lo spinge a cercare il piacere e fuggire il doloro; finalità intelligente
quelin degli animali superiori e dell’uomo, che sî rivolge con mezzi noti ad un
fine noto. Il principio di finalità, col
quale alcuni filosofi vogliono integrato quello di causalità, si enuncia così:
ogni fatto ha il proprio fine. Esso trovasi già in Aristotele, che lo esprimeva
dicendo: ἡ φὺσιξ οὐδὲν µάτον ποιεῖ = In natura non fa nulla in«arno. Occorre
notare però che Aristotele non dava alla pafola φύσις il senso universale che
oggi si dà alla parola natura, e che molti filosofi escludono che l’esistenza
della finalità possa dar Inogo ad un principio, vale a dire ad una proposizione
universale e necessaria. L'esistenza della finalità, in quanto distinta dalla
causalità efficiente, sembra casere una verità d'esperienza, specialmente
interna; perciò Kant ne fa un'ipotesi direttiva, un concetto normativo: Il
concetto di una cosa considerata come un fine in sè della natura, non è un
concetto costitutivo dell’intendimento o della ragione; ma può servire di
concetto regolutore per il giudizio riflesso e, secondo una analogia lontana
con la nostra propria causalità, nella sua tendenza generale verso i fini,
servire di guida alla riceroa d’oggetti di questa speci ». Altri invece, come
il Lachelier, considera che l’esistenza di cause finali nel mondo è un
principio razionale, che, senza avere il carattere assoluto del principio di
causalità, ο però sin un elemento indispenanbile del principio dell’ induziono,
sin una logge che B 451 risulta, como quella delle cause efficienti,
dal rapporto dei fenomeni col nostro spirito. Cfr. Aristotele, De an., III, 12,
434 a, 31; Kant, Krit. d. Urteilskraft, 1878, I, § 65; J. Lachelier, Du
fondement de induction, cap. VI; Goblot, Fonotion et finalité, Revue phil. »,
1899, II, p. 505 (v. cause finali, fine, pantelinmo, teleologia). Fine. Gr.
TéAoç; Lat. Finis; ‘Il’. Zweck,
Endzweck; 1. End; F. Fin. Lo scopo per cui una cosa è compiutn; trovasi al
principio non alla fine della serie causative. In ogni processo di finalità si
distinguono, infatti, tre momenti successivi: un termino iniziole, un termine
finale, e uno o più termini intermedi, che diconsi messi. Siccome il termine
iniziale determina come causa efficiente la serio dei fatti che debbono
condurre al termine finale, così il termine iniziale stesso dicesi fine. Il
concetto di fine, dico l’Hartmann, si forma primamente dall’esperienza che
ognuno fa sulla propria attività spirituale cosciente. Un fine è per mme un
processo futuro da me concepito e voluto, il qualo io non sono in grado di
attuare direttamente, ma sì solo per vin d’intermedii causali (mezzi). Se
questo processo futuro io non lo penso, per me ora non esiste ; se non lo
toglio, io non me lo propongo n fine, anzi m'è ο indifferente o repugnante; se
io posso attuarlo direttamente, scompare il termine causale intermedio, il
mezzo, e con ciò sfuma anche il concetto di fine, che consiste unicamente nella
relazione verso il mezzo, poichi: in tal caso l’azione consegue immediatamente
dal volero ». Ma per quanto riguarda la natura intrinseca del fine, per nlcuni
esso non può essere che un pensiero, un'idea, cioò l’idea del termine finale;
secondo altri può anche essero chiamato fine un fatto incosciente, come
l'istinto, il bisogno, la prieazione. Nella morale dicesi fino ogni bene
soggettivo ο oggettivo In eni acquisizione determina la volontà all’atto ;
dicesi fine primario quello senza del quale l'atto non avverrebbe; fine
secondario quello che alletta soltanto ad agire; fine dell'opera (finin operis)
quello cho è inerente all'essenza stessa dell’atto che si compie; fine
dell’operante (finis operantis) quello che è il vero © proprio fine ed è
estrinseco all’azione, essendo liberamente voluto dall’agonte; finis cujus
quello per raggiungere il’ quale l'agente si muove; finis qui il bene che si
vuol conseguire ; finis cui la persona 0 il soggetto a cui si procura il finis
qui. Dicesi regno dei fini, per
opposizione a regno della matura, l’insiome degli esseri ragionevoli come fini
in sò stessi, © i fini obbiettivi che questi esseri debbono proporsi, ciod i
loro doveri. L'espressione risale a Kant, il quale per regno (Reich) intende il
legame sistematico degli esseri ragionevoli mediante leggi obbiettive comuui
>; ora, gli esseri ragionevoli sono, per la loro ragione, degli esseri
enpnei di porsi dei fini, e, per il carattere incondizionato di talo ragione,
dei fini in sè stessi; può dirsi quindi regno dei fini il sistema che comprende
sotto una medesima legislazione i fini degli esseri ragionevoli, che sono essi
stesai dei fini in 62, e anche i fini che questi esseri possono proporsi sotto
la condizione di rispettare in sò medesimi e negli esseri loro simili la
dignità di essere dei fini in sè. Noll’azione volontaria Kant distingueva i
fini materiali, ο oggetti particolari del desiderio, e che sono tutti relativi
alla natura particolare della facoltà di desiderare, dai fini formali ο obbiettivi,
che sono presentati dalla ragione come ‘oggetti assoluti del dovere. I primi
dànno luogo agli imipotetici, i secondi all’imperativo categorico. Diconsi fini
secondari o relativi quelli che non sono che merzi al raggiungimento di altri
fini; fine ultimo ο assoluto quello nel quale #’nrresta definitivamente
l’attività, non essendo un mezzo per rapporto nd un fine ulteriore. Va notato
però che molti respingono codeste espressioni come intrinsecamente
contradditorie ; infatti il fine, se è veramente tale, non può non essere
sempre ultimo per rispetto alla volontà che se lo propone, @ se si ummotte che
possa esservi un fine che non sia ultimo, esso non è più nn fine ma un
mezzo, 453 Così puro, se per fine assoluto » s'intende sciolto
da ogni legame o rapporto », non si capisce come possa ponsarsi un fine
assoluto dal momento che il fine è, per definizione, pensabile soltanto in
rapporto con la volontà; quindi fine assoluto non può significare altro che
fine in sè, fine senza rapporto con la volontà, oggetto non più del volero mu
del pensiero, che in tal caso deve ammettersi come identico col volere stesso.
Cfr. Goclenius, Lezicon philosophicum, 1613, p. 583; Kant, Grundlegung zur Met.
der Sitten, 1882, § 97-111; E. Hartmann, Philosophie des Unbewussten, 3° ed.
1869, Introd.; Wundt, Logik, 1893-95, 1, 577 segg.; Sigwart, Logik, 1889, vol.
II, p. 251 segg.: Riehl, Der philosophische Kriticismus, 1887, vol. II, t. 2,
p337; Vidari, I concetti di fine e di norma in etica, Riv. di filosofia »,
aprile 1911 (v. cause finali, toleologia). Pinito. T. Endlich; I. Finite; F.
Mini. Come opposto ad infinito, dicesi di ciò che ha limiti assegnati. Si
distinguo dal definito, che è ciò cui possono essere dati o sono dati dei
limiti (v. infinito). Fisica. T. Physik; I. Physics, Natural philosophy; F.
Physique. Per i lunghi secoli nei quali dominò la classificazione aristotelica
del sapero, questa parola fu usuta in contrapposizione a metafisica, per
designare tutto l'insieme di cognizioni riguardanti i fenomoni esterni, l’
universo sensibile. Il termine fisico si adopera ancor oggi in opposizione a
priohioo, spirituale, morale, per indicare l’insiome doi fenomeni che
appartengono al corpo, alla materia, ο sono oggetto dell’osservarione
esteriore. Con Paccrencersi delle cognizioni, mediante l'applicazione del
metodo sperimentale, l'antica fisica si venne dividendo in due gruppi distinti:
la storia naturale, che si limita alla semplice deserizione della natura, © la
filosofia naturale, che stadia le cause ο le leggi dei fenomeni di natura. La
fisica, intesa nel sno significato moderno, appartiene a questo secondo gruppo,
in quanto è la scienza che ha per oggetto le proFis 454
prietà generali dei corpi nei loro stati diversi e le modificazioni che
ossi subiscono per lo varie azioni cui possono cavere assoggettati. La
distinzione della fisica dalla chimica © dalla meccanica va sempre più
attenuandosi, ed esse surebbero destinate, secondo alcuni scienziati, a
divenire tanti capitoli d’ una scienza più generale, la meccanica
molecolare. Alcuni teologi chiamano
argomento fisico quella fra le prove a posteriori dell'esistenza di Dio, che
dalla constatazione delle cause seconde, conclude alla necessità d'una Cavea
prima. Questo argomento si può formulare sillogisticamente cos): so si ha una
serie o una concatenazione di fenomeni, che sono ad un tempo causa ed effetto,
è necessario ammettere una Causa che non sia cansata, cioè che non sia un
effetto, che sin insomma una Causa prima; ora nel mondo si osserva appunto
questa serie di euuso; dunque è necessario ammettere una Causi prima esistente
in virtù propria, cioè Dio. Cfr. Bacone, Notum Org., II, 9; L. Poincaré, La physique
moderne, ed. Flummarion (v.
filosofia, materia, causa sui, Dio, assoluto, © gli argomenti ontologico,
ideologico, morale, metafisico, storico). Fisiognomica. ‘I. Physiognomik ; I.
Physioynomonics ; F. Physiognomonie. O fisiognomonia. In Aristotele
φυσιογνωμονεῖν significa giudicare dei caratteri in base ai segni esteriori.
Per G. E. Schulze è l’arte di conoscero dai caratteri esteriori del corpo le
abilità, le inclinazioni, naturali ed acquisite, le buone o le cattive qualità
di un individuo ». In generale, la fisiognomonia è la scienza dei rapporti tra
il carattere e l’aspetto fisico dell'individuo, e in particolar modo tra il
carattere e i tratti del viso. Cfr. Schulze, Paychische Anthropologie, 1819, p.
74; A. Borse, L’Aysiognomische Studien, 1899. Fisiologia. T. Physiologie: 1.
Physiology; F. Physiologie. Anticamente era lo studio della natura sia animata
che inanimata; nei tempi moderni è divenuta la scienza che descrive, localizza
e interpreta i fenomeni della vita, se 455
Fis condo la legge della causalità nataralo. Essa è il fondamento di
tutte le soienze biologiche, e nella parte generale studia i problemi della
vita in genere, nella parte speciale esamina le funzioni dei diversi spparati
in una determinata specie organica. Come scienza fisico-chimiea dei viventi, la
fisivlogia comprende lo studio comparato dei fenomeni vitali dei regetali,
degli animali, dell’ uomo ; vi sono infatti dei fenomeni vitali comani a tutti
i viventi, fenomeni che hanno per sostrato materiale le cellule, valo a dire le
unità morfologiche più semplici. La fisiologia cellulare rappresento quindi il
fondamento di tutta la fisiologia, perchè le funzioni dei tessuti, degli organi
e degli apparati, si riducono in ultima analisi all'attività vitale degli
svariati elementi cellulari da cui risultano; tanto la fisiologia vegetale, che
la fisiologia animale ed umana, attingono dalla fisiologia cellulare le
conoscenze relative alle funzioni elementari, e se ne valgono come basi per lo
studio delle funzioni complesse e speciali dei diversi tessuti, organi ed
apparati. Cfr. Luciani, Fisiologia dell’uomo, 3" ed. 1908, vol. I, Introd.
(v. animiemo, cellula, cellulari teorie, meocanismo, protoplaema, vita,
vitaliemo). Pissazione. T. Zwang-Vorstellungen ; I. Imperative ideas : F.
Obsessions, Stato mentale caratterizzato obbiettivamento dall’ indeoisione
dello spirito, dalla tendenza al dubbio, agli sorapoli esagerati e senza
fondamento, da una specie di debolezza della volontà, che rende l’indi viduo
incapace di resistore à certi impulsi, oppure di decidersi e di compiere certi
atti fra i più comuni e semplici. Psicologicamente pare dovuto ad una
diminuzione della facoltà di sintetizzare le impressioni e i ricordi, per
compiere quegli atti coordinati e voluti che costituiscono la regolare
manifestazione della nostra uttività mentale. Caratteristica di tutte le
fissazioni è d’ essere ncoompagnate da consnpevolezza di sè stesse ο quindi du
angoscia più ο meno viva; l’ammalato ha perfetta conoscenza del proprio stato,
riconosce la natura patologica dei fenomeni cui va soggetto, ma è impotente a
liberarsene. Fos 456 G. Folret, partendo dal concetto psicologico,
ammette tro categorie di fiesasioni: le intellettuali, le emotive, le
istintire, u seconda che si tratta di una idea fissa, di una paura, o di un
impulso irresistibile. Il Morselli, accettando in parte quosta olassificazione,
le distingue in quattro grappi: 1° follin del dubbio, ο paranoia indagatoria ©
interrogatorin; 2° fobie ο paure morbose ; 3° impulsi, che determinano ud atti
per il predominio morboso di una tendenza: 4° abulie, ο impotense generali o
parziali nel funzionamento della volontà. Cfr. Folret, Congr. int. di
psichiatria di Parigi, 1889, p. 33 segg.; Morselli, Manuale di semejotica,
1885, vol. I;
Pierre Janet, Hist. d’une idée fire, Revue philos. », febbraio 1894. Fobia. T. Phobie, neurasthonische Angesustinde;
I. Phobia; F. Phobie. Nel linguaggio comune equivale a pauni osagorata o
ingiustifienta; nel linguaggio scientifico è una forma di psicosi degenerativa,
consistente in un timore istintivo irragionevole cho assale l’ammalato in certo
circostanze, in presenza di dati oggetti, al pensiero di corti possibili
avvenimenti, ed è sempre accompagnato da un sonso di ansia più o meno vivo. La
natura delle fobie vuria infinitamente o ogni giorno so ne descrivono nuove
varietà; tutte però rivelano lo stato mentale che loro serve di substrato, cioè
l’emotività eccessiva, tantochè alcuni psichiatri la designano col nome di
paranoia rudimentaria. Possono raggrupparsi in sei classi: 1° paura dei
contatti, caratterizzata dalla oppressione che l’ummalato prova nel toccare determinati
oggetti, monete, pomi delle porte (metallofobia), spilli (belonefobia), oggetti
a punta (aoutofobia), pezzi di vetro o perle (oristallofobia), ecc. ; 2* paura
morbosa degli spazi o topofobia, si tratti di spazi larghi e aperti
(agorafobia), o di spazi chiusi e oscuri (claustrofobia), di precipini
(cremnofobia), di alture (aorofobia); 3% paura morbosa di esseri viventi o
biofobie, si tratti di certi animali come ragni, topi, rospi (zoofobia), ο
della presenza di una 457 Fon donna (ginefobia), ο di un uomo
(pirifobia); 43 paura morbosa concernente l’ambiente fisico esterno da cui si
temono danni, como lu vista dell’acqua, dei flumi e ruscelli (idrofobia), del
fuoco dei fiammiferi (pirofobia), dei lampi ο dei tuoni (astrofobia); 5* timori
istintivi riferibili ad atti Asiologici od a possibili impotenze, come la puura
di non poter stare in piedi (stasofodia), di non poter cammivare (basoSobia),
di non poter muoversi dal letto (atremia), ecc.; 6* infine il gruppo numeroso
delle patofoble © delle nosofobie, fra cui la paura di essere avvelenati con
gli alimenti, con tossici imaginari contenuti negli abiti o negli oggetti
esterni (tossicofobia), di essere deformi (diemorfobia), di esser sepolti vivi
(tafefobia), ecc. Secondo la moderna psichiatrin, le fobie costituiscono quasi
sempre delle stigmate psichiche della degenerazione, ma possono anche essere
conseguenza di un semplico stato neurastenico, sia ereditario sia prodotto du
stati di esuurimento leggero, e rimediabile, del cervello. Cfr. Friedmann, Ueber
den Wahn, 1894; Gélineau, Les peur morbides, 1894; Lombroso, Alcune nuore forme
di malattio mentali, Arch. di peichistria », 1881; Morselli, Kir. di
freniatria, 1887. Pondamento.T. Grund, Begründung, Grundlage; I. Foundation; F.
Fondement. In generale, significa ciò su cui riposa un certo ofdine di
conoscenze; più specialmente, indica sia ciò che giustifica un'opinione, che
determina l’assentimento dello spirito ad una serie di affermazioni, sin In.
proposizione più generale ο più semplice, da oui si può dedurre un insieme di
conoscenze ο di precetti. Fondamonto dolla morale dicesi il principio da cui si
deducono le verità morali particolari in un dato sistema otico; ο, più in
generale, ciò che legittima per la ragione il nostro riconoscimento d’una
verità morale. Il fondamento della divisione logica (fundamentum divisionis) è
quella nota del concetto dividendo, che è suscettibile di varietà. Il
fondumento del1’ induzione è quel principio generale, che rende possibile ©
For 158
legittiuo l’attribuire a tutta l’estensione del genere che s'è
riconosciuto soltanto in alcune sue specie. Tale principio sarebbe, secondo gli
empiristi, quello della costanza e uniformità delle leggi naturali; anche eso
però si forma per induzione, quindi è uecessario ammettere che le prime nostre
induzioni si facciano per enumerationem aimplicem, si appoggino ciod soltanto
sopra il numero dei casi, Per gli aprioristi invece anche le verità
sperimentali si fonduno sopra le verità originarie, i principi supremi di
ragione, nei quali è contenuta la giustificazione dei processi induttivi (v.
enumerasione). Forma. T. Form, (iestalt;
I. Form; F. Forme. Aristotele dlistinse per primo in ogni cosa la materia (Όλη)
dalla forma (1806), considerando la prima come l’ente in potenza, τὸ Zuväneı
ὄν, 9 la seconda come l’ente in atto, τὸ évepyeta ὃν. Egli distinse anche la
forma dalla figura (µορφή) cho è la più semplice determinazione della materia,
ciò che v ha di più elementare nella forma; e la materia dalla sostanza, che è
ciò che esiste in sè © non in altro. Ora le sostanze sensibili sono prodotte
dall’ unione della materia colla forma; perciò la materia è una sostanza
potenziale, © per divenire attuale occorre che sia limitata e determinata, e
tale carattere le è dato dalla forma. Dunque lu forma è la sostanza in
attualità, la materia à la sostanza in virtualità. Il dualismo posto da
Aristotele fra queste due entità oggettive, materia e forma, non fu superato nè
ila lui nò dai filosofi successivi. Nella filosofia scolastica il termine forma
ha un uso larghissimo, servendo a tradurre εἴδος, µορφή, obsia, παράδειγµα. Per
determinarlo, gli scolustici aggiungevano al termine stesso un gran numero di
epiteti, come: f. metaphysica, l’ essenza sostanziale d’ ogni cosa; f.
corporeitatia, l’organizzazione delle parti del corpo degli esseri viventi,
onde questi sono atti a ricevere l’anima, organizzazione considerata quale
sostanza distinta dal corpo e perciò detta organizationem substantialem ; f.
accidentalie. quella che sopraggiunge ad un soggetto completo nel suo essere di
sostanza; f. eubstantialis, una realtà sostanziale distinta dalla materia,
ordinata per sò in modo da costituire colla materia prima la sostanza corpo
naturale, cui «dà il suo essere ο la sua operazione specifica; f. materialis,
quella che è inseparabile assolutamente dalla materia, che dipende da essa
nella sua esistenza e nella sua operazione; J. spiritualia U anima
intellettiva, che oltrepassa la materia, © se dipende da essa per alcune
operazioni inferiori, ne è indipendente quanto alla esistenza e nelle
operazioni più elevate; f. assistons quella che non è porzione della cous, mu
presiede soltanto al moto di essa; f. informane quella che è ricevuta dalla
materia e costituisce una cosa sola con essa, Giordano Bruno accetta l’ iden aristotelico-scolnatica
di forma; soltanto le forme esterne mutano, egli insegna, tuentre le forme
interne o forze permangono immntabili; si devono distinguere la forma prima,
che dà la figuro, si estende parzialmente ed è dipendente dalla materia (ad os.
la forma materiale del fuoco), dalla forma inestess (anima) © indipendente
dalla materia (intelletto), come parti di un medesimo principio; dove è la
forma, ivi in un certo senso è tutto; dove è l’anima, lo spirito, la vita, è il
tutto, Bacone spogliò il termine del suo significato antico, cercando di dargli
un senso nuovo, che servisse di base ad una teoria della natura: Nos enim, quum
de formis loquimur, nil aliud intelligimus, quam leges illas et determinationes
aotus puri, quae naturam aliquam rimplicem ordinant et constituunt… Qui formas
novit, is nalurae nnitatem in materiis dissimillimis complectitur. Nella
filosofia moderna, specio dal Kant in poi, i due vocaboli, materia © forma,
farono trasportati dall’ essere al conoscere, e perciò il loro significato mutò
radicaliente: infatti per materia della conoscenza intendesi oggi tutto il
contenuto obbiettivo di essa, © per forma della conoscenza intendesi, nel senso
logico, nou altro che il modo dell’ attività del pensiero che si fissa come
proFor 460 dotto logico, e, in senso gnoseologico, la
funzione formatrice della sensibilità ο del pensiero. Così nel giudizio dicesi
forma lu relozione di convenienza o discrepanza tra suggetto © predicato; nella
proposizione la forma è il verbo che esprime la relazione dei due termini,
soggetto ο predicato; nel sillogismo dicesi forma il nesso intrinseco e la
mutua dipendenza che hanno fra loro le tre proposizioni; nella legge morale In
forma è il modo con cui essa impone i suoi principi, che si manifesta in un
comando (imperativo positivo) o in un divioto (imperativo negativo). Cfr. Aristotele, Metaph.,
IX, 6; De an., II, 1; De ooolo, IV, 3, 4; Goclenius, Lexicon phil., 1613, p.
588-593; 8. Tommaso, Sum. theol., ΠΠ, 18, 1.0.; Bacone, N.
Org., II, 3, 17; Bruno, De la causa, dinl. II, IV; Kant, Krit. d. reinen Vern.,
ed. Reclum, p. 49 (v. formalismo).
Formale. T. Förmlich, formal; I. Formal; F. Formel. Ciò che è indipendente
dalla materia, © riguarda soltanto la forma, Dicesi verità formale 1’ armonia
del pensiero con sò stesso, © verità materiale la conformità del pensiero con
la cosa a cui si riferisce. Dicesi logica formale quella che considera soltanto
la forma del pensiero, cioè il modo come gli olementi di questo sono tra loro
combinati, e logica materiale quolla che considera anche il contenuto del
pensiero, e cioò i rapporti delle idee in relazione con le cose. Cartesio disse
esistenza formale quella in sè, fuori d’ ogni idea, per opposizione
all'esistenza obbiettiva, che è l’ esiatenza per il pensiero © nel pensiero, Kant
distinse i fini delle azioni in materiali o soggettivi © formali ο obbiettivi:
quelli sono gli oggetti particolari del desiderio, questi sono presentati dalla
ragione ad ogni essere razionale come gli oggetti assoluti del dovere; i primi
dànno luogo agli imperativi ipotetici, i secondi all’imperativo categorico.
Formalismo. T. Formalismus; I. Formalism: F. Formalisme. Nella filosofia si
adopera per designare quei sistemi o quelle dottrine che si fondano sopra un
principio puramente formale, e che scambiano le parole con le cose. Ad es.
dicesi formaliemo matematico, la dottrina di Pitagora, che facendo dell’ unita
il principio formale e della molteplicità il principio materiale d’ogni
esistenza, cambin tutte le differenze di essonza in semplici determinazioni di
grandesza. Dicesi pure formaliemo la filosofia naturale di F. Bacone, per il
quale ogni conoscenza della natura ha lo scopo di comprendere le canse delle
cose, le prime delle quali sono le cause formali, perchè 1’ necadere ha radice
nelle forme, nelle nature delle cose; così, quando |’ induzione baconians
ricerca la forma dei fenomeni, ad es. la forma del calore, per forma e’ intende
l’essenza permanente dei fenomeni. Il vocabolo formalismo fu usato
originarinmente per indicare la particolare soluzione del problema degli
universali sostenuta da Duns Scoto; per codosto filosofo, tra l’individualità
della cosa ο la sua essenza univerrale non esiste che ana distinotio formalie;
l'individuo è V ultima forma di ogni realtà, mediante il quale soltanto esisto
la materia universale © che quindi non si può derivare da una forms generale ma
solo constatare come nttuale. Cfr. Duns Scoto, In lib. sent., 2, dist. 3, qn. 6, 15; Bacone, Novum
organum, 1. II; Sigwart, Logik, 2° od., vol. II, 6 93, 3 Formaliter. Termine usato specialmente
nella filosofia scolnatica, e con significati assai differenti. Talvolta ha
idontico significato (li ensentialiter, ο per correlativi aooidentaliter ©
materialiter : si dice infatti che un predicato appartiene ad nn soggetto
formaliter, quando non potrebbe sussistere nè osser concepito senza di esso, ad
es. la ragionevolozzn all'uomo; si dice che gli appartiene aooidentaliter
quando } easenza è raffrontata con predicati accidentali, materialiter quando è
raffrontata con attributi o parti della com, che sono come materia del soggetto
indifferente a cost tnire quella cosa o quell’ altra. Talora ha il significato
mentalmente, vale n dire accondo le formalità che distinFor 462
guiamo soltanto col pensiero, e in tal caso ha per correlativo realiter.
Altre volte formaliter si dice della cosa considerata in sè, e allora ha tanti
correlativi quanti sono quelli coi quali una cosa pnd confrontarsi : se si
confronta con l'oggetto, obiective; se con l'esemplare secondo cui una corn è
fatta, eremplariter; se col fine correlativo, finaliter, ece. Altre volte
ancora val quanto tere e proprie, ed allora ba per correlativi apparenter,
metaphorice. Si adopera infine, assieme con virtualiter ed eminenter, per
riferirlo alle cause in quanto contengono la perfezione dell’ effetto: quando
nella causa si trova la natura dell’ effetto, come nel fnoco il calore,
l’effetto dicesi contenuto formaliter nella cansa; quando non si trova, come la
statua nella mente dello scultore, l’effetto dicesi contenuto rirtualiter nella
causa; quando la causa è molto più perfetta, cioè scbvra del tutto dalle
imperfezioni che si trovano nell’effetto, come Dio rispetto alla creatura,
allora dicesi eminenter. Cfr. Goclenio, Lextoon philos., 1613, p. 593 seg.;
Prantl, Geschichte der Logik im Abendlande, 1855-70, vol. III, 216. Fortiori
(a). La dimostrazione a fortiori è quella che prova al di là della tesi o
verità da dimostrarsi. Però se il provar troppo, quando è esatto, è utile, bene
spesso costituisce un vero e proprio sofisma (v. argomento, quod nimis probat).
Forza. T. Kraft, Gewalt; I. Force; F. Force. Intesa nel senso psicologico, essa
non è altro, secondo molti filosofi moderni, che la sensazione di resistenza, ο
ciò che è supposto casere la causa della sensazione di resistenza; ed anche
volgarmente è sinonimo di aforzo. Esiste in noi, dice il Condillac, un
principio delle azioni nostre, che sentiamo ma non possiamo definire: è
chiamato forza. Noi siamo attivi del pari in relazione a tuttooid che codesta
forza produce in noi ο al di fuori. Lo siamo, ad esempio, quando riflettiamo e
quando facciamo muovere un corpo. Per nnalogia noi supponiamo in tutti gli
oggetti che producono 463 For qualche cangiamento, una forza che
conosciamo ancor meno, e siamo passivi in relazione alle impressioni che essi
fanno su di noi ». Il Maine di Biran riconduce il concetto di forza alla
coscionza della propria capacità attiva, alla appercezione interna immediata o
coscienza d’ una forza, che è il mio mo e che serve di tipo esemplare tutte le
nozioni genorali e universali delle cause, delle forze ». Il Bain, analokamente
al Mill e allo Spencer, la definisce. il sentimento che noi proviamo quando
spieghiamo la nostra energia muscolare, sia resistendo, sia producendo noi
stessi il movimento ». Nel senso meccanico la forza è una grandozza
suscettibile di misurazione, il che sarebbe impossibile se si riducesse ad un
puro conoctto psicologico. Ma, anche nel senso meccanico, essa fu intesa e
definita in modi diversi. Per Cartesio è ciò che dicesi oggi più propriamente
impulsione o quantità di movimento; per il Leibnitz nel concetto di forza era
compreso anche quello di lavoro e di energia: La forza attiva, che sta di mezzo
tra la facoltà di agire e l’azione stessa, suppone uno sforzo, © con questo
entra in operazione da sò stessa, senza aver bisogno @ altro ausiliare che la
soppressione dell’ ostacolo. Il che si può rendere comprensibile con 1’ esempio
d’un corpo grave teudente la corda che lo sostiene ». Nella meccanica modern la
forza è definita comunemente come la causa che modifien o tende a modificare lo
stato di movimento o di riposo di un punto materiale; quando il punto materiale
non è sottomesso nd alcuna forza, ο è in riposo, ο, se si muove, il suo
movimento è rettilineo ed uniforme, e ciò perchè egli non pnd modificare da sè
stesso la propria velocità nò in grandezza nè in direzione. Tuttavia, anche il
definire la forza come la causa del movimento non sembra esatto, innanzi tutto
perchè la causa non è misurabile, in secondo Inogo perchi la forza esercitata
da un sistema su un mobile non dipende solamente dallo stato intrinseco del
sistema, ma anche dullo stato dol mobile ο dalle ano relazioni col sistema
esteriore. Fre 464 Due forze si dicono uguali quando, applicate
ad uno stesso corpo nelle stesse circostanze, producono il medesimo effetto ;
forze mutue le forze uguali e contrarie che due punti esercitano V uno sull’
altro; forza omtrifuga la reazione che un mobile, assoggettato a descrivere una
curva fissa, osercita contro questa curva; forza contripeta In forra diretta
verso il centro di curvatura della traiettoria di un punto materiale, © che
mantiene il mobile su questa traiettoria; forza d'inerzia una forza uguale ο
opposta a quella che produce l’accolerazione di un mobile. Cfr. Condillac, Traité den
sensations, 1886, I, cap. 2, $ 11; Leibnitz, Op. phil., Erdm., p. 121; Maine de
Biran, Oeuvres phil., 1841, vol. ΠΠ,
5; Spencer, First princ., 1870, $ 31; Ardigò, Op. fil., I, p. 104 segg.; IL, p.
49 segg. (v. materia, energia, potenza, lavoro, dinamismo, ecc.). Freison o
fresinon. Termine mnemonico di convenzione, con cui si designa nella logica
formale quel modo della quarta figura del sillogismo, che ha In premessa
maggiore universale negativa, la minore particolare afformativa, la conolusione
particolare negativa. Es.: Nonsun savio è superbo. Qualche superbo è dotto. Dunque qualche dotto non è savio. Prenastenia
(φρήν -mente, ἀσθένεια =debolezza). T. Phrenaathenie ; I. Phrenasthonia; F.
Phronasthenie. Mancanza ο deficienza di vita mentale, determinata da arresto di
sviluppo. Comprende due forme o gradazioni fondamentali: V imbecillit& ©
l’idiotismo, più tutte quelle forme di debolezza di mente, congenita 0 acquisita,
che attira volgarmente in chi la possiede il titolo di scemo, zuccone, testa
dura, eco. Cfr. A. Verga, Frenastenici ed imbecilli, 1877 (v. ehefrenia,
catatonia, idiotiemo, demenza, eco. Frenologia. T. Phrenologie; I. Phrenology;
F. Phrénologie. Questo nomo, che non dovrebbe mai usarsi in luogo di
psichiatria, designa In dottrina di Gall e Spursheim, che ebbe gran favore
nella prima metà del secolo scorso ed
465 Fre-Fox è ora quasi
completamente abbandouata. La fronologia è V arte di scoprire il carattere ο
l'intelligenza dell’ individuo mediante l'esame della forma del suo cranio, e si
fonda sopra la supposizione che lo spirito sia costituito di tante facoltà
innate, emozioni © tendenze affatto distinte tra di loro; che ciascuna di esse
abbia la propria sede, pure indipendente ο distinta, in una regione o organo
della corteccia corebrale; che quanto più sviluppata è una di questo facoltà,
tanto più voluminoso sia il centro cerebrale corrispondente ; che, infine, il
maggiore o minor volume dei singoli centri si riveli ulla superficie dol
cranio, mediante corrispondenti rilievi, bozze, depressioni, prominenze, ecc.
Le facoltà ammesse dal Gall, e i corrispondenti organi, sono ventinove, delle
quali una si trova nel cervelletto (senso sessuale), cinque nel cervello
posteriore, sette nel medio, sedici o diciassette nell’ anteriore. Quantunque
In frenologia si fondasse su presupposti assurdi giustifica bili con
l'ignoranza in cni trovavansi allora la fisiologia © l'anatomia del sistema
nervoso essa ha contribuito tuttavia n perfezionare la moderna dottrina delle
localizzazioni cerebrali. Cfr. Bastian, Le cerveau org. de la pensée, trad. franc. 1888, vol. 11; Ch. Blondel, La
peycho-physiologio de Gall, 1914. Fresison. Termine mnemonico di convenzione,
con cui nella logica formale si designa uno dei modi della quarta figura del
sillogismo. È lo stesso che freison. Frisesomorum. Termine mnemonico di
convenzione, con cui nella logica formale si designa in modo indiretto della
prima figura del sillogismo. Come indicano le vocali delle tre prime sillabe,
la premessa maggiore è una proposizione particolare affermativa, la minore
nniveranle nogativa, la conclusione particolare negativa. Lo due ultime sillabe
sono semplicemente eufoniche. Funzione. T. Funktion; 1. Function; I. Fonction.
I norale, l'esercizio di nos determinato forma di atti 30 Rawzout, Dizion, di scienze filosofiche. Fus
più particolurmente, l’attività propria e caratteristica esercitata da un
organo in un insieme le cui parti sono in rapporto di mutna dipendenza. Nella
fisiologia dicesi funzione ogni fenomeno che si comple nell’organiamo e
concorre a realizzare un determinato risultato, necessario alla conservazione
dell’ individuo e della specie. Si distinguono fanzioni di tessuti, di organi,
di apparecohi. Le fanzioni generali della vita sono: la nutrisione per cui gli
individui, nei limiti assegnati alla loro specie, crescono e si mantengono in
vita; la riproduzione per cui la serie degli individui si perpetua
moltiplicandosi nel tempo e nello spazio; le fanzioni di relasione, per cui gli
individui sentono e si muovono, ponendosi così in relazione col mondo ambiente.
Per analogia il termine stesso fu poi estero agli elementi e agli organi
sociali; perciò si parla dolla funzione sociale nel genio, della funzione
‘dello Stato, ecc. Nella matematica due quantità variabili sono dette funzioni
l’una dell’altra, quando |’ nna è legata all’ altra per modo, che variando
l’una varia anche l’altra in modo perfettamente determinato, ma diverso a
secondn dei casi. Così, considerando z, variabile indipendente, come tale che
possa assumere tutti i valori possibili sd ognuno di questi valori dovrà
corrispondere un valore determinato di y. Tale proprietà, dal Lagrange in pol,
si indica con In formula y == f(x). Cfr. Goblot, Fonotion et finalità, Revue philos. », 1899,
II, 695; Lebergue, Legona sur 7’ intégration, 1904. Fusione delle sensazioni. F. Fusion des sensations. Tl
carattere qualitativo unitario che risulta da due senanzioni in determinati
rapporti quantitativi. Così è possibile ottenere nna sensazione olfattiva
qualitativamente nuova dalla fusione psichica di due o più odori applicati
contemporaneamente nella mucosa nasale. Ma è specialmente nel campo dell’ adito
che essa ha importanza, e lo Stumpf se ne serve per spiegare, contro 1’
Helmholtz, la consonanza 467 Fer ο la dissonanza degli intervalli
musicali. Sarebbero dissonanti quegli intervalli che non sono capaci di
fondersi in una percezione sonora unitaria, di guisa che anche un orecchio non
musicale è capace di distinguere due suoni simultanei; consonanti quelli capaci
di raggiungere una fusione perfette. Però non tutti i psico-fisiologi accettano
questa spiegazione, e molti, pur accettando il concetto che dotti fenomeni
stiano in rapporto con la maggiore o minore fusione delle sensazioni
elementari, fanno dipendere la furiono stessa non da processi psichici
centrali, ma da un fatto periferico, consistente in un nuovo fenomeno
periodico, riaultante dalla composizione delle vibrazioni di duo suoni. Cfr.
Stumpf, Tompeyokologie, 1890, 1. II, p. 64, 128; Helmholtz, Die Lehre von den
Tonempfindungen, 5° ed. 1896; Höffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 133;
C. Zambiasi, Un capitolo di acustica musicale, Nuovo Cimento », serie V. vol.
IX, 1905. Futuro. T. Zukunft; 1. Future; F. Futur. La noziono di tempo risulta
di tro elementi, che rispondono ad atteggiamenti diversi del nostro pensiero:
il passato, cioì la memoria, il presmte cioè il fatto attuale, il futuro ossin
il fatto atteso. Il passato è già il non-essere, il presente è l'essere, il
futuro è il possibile concepito relativamente alla nostra esperienza. Diconei futuri contingenti, per opposizione a
futuri necessari, quegli avvenimenti che, essendo opera della Provvidenza
divina o del libero arbitrio, non hanno un legame necessario coi fatti
precedenti : «1 filosofi convengono oggi, dice il Leibnitz, che la verità dei
faturi contingenti è determinata, eiod che i futuri contingenti sono futuri,
oppure che essi accadranno, che esai si verificheranno: poichè è ugualmento
sicure che il futuro sarà, come è sicuro che il passato è stato ». Cfr. Platone,
Timeo, 37 e, 88 a; Aristotele, Paye, IV. ο, 1x e segg.; Leibnitz, Teodioen, I,
36 (v. durata, intante, tempo). Generale. T. Allgemein; I. General; F. Général.
T'ermino generale è quello che abbraccia un numero indefinito di individui, »
ciascuno dei quali ai riferisce: ad es, scolaro. Si distingue dal termine
collettivo, che abbraccia un numero determinato di individui senza riferirsi a
nessuno di essi, ad es., scolaresca. Si distingue anche da wnirersale, che si
può attribuire soltanto ai giudizi, i quali diconsi universali quando V
attribute è affermato ο negnto di tatta 1) estensione del soggetto : perciò è
universale ogni gindizio che abbia per soggetto un termine singolare ο
individuale (che sono l’ opposto di generale) in quanto l’individno, che
possiede l' estensione minima, non può esser preso in parte dell’ estensione. Cfr. J. S. Mill, System of
logio, 1865, 1. I, $3; Wundt, Logik, 1898, vol. I, 96. Generalizsasione. T. Verallgemeinerung; 1.
Generalization; F. Généralisation. Quell’ operaziono mentale con oni si estende
un dato astratto a più oggetti indefinitamente. La generalizzazione implica
dunque 1’ astrazione; isolato, con l’analisi mentale, dagli elementi che
compongono un tutto, un dato elemento, questo che è un astratto; diventa un generale
quando, appartenendo a più altri oggetti, ne estondiamo la nozione anche ad
essi, cioò lo pensiamo come ad ossi proprio. Cfr. H. Ebbinghaus, Psychologie,
trad. franc. 1912, p. 176 segg.; Arohiv. f. (esante Psychologie, vol. 8, 9, 12
(v. idea, astrazione). Generazione. T. Erzeugung, Generation ; I. Generation :
F. Génération. L’atto del generare, sia in senso biologico sia in senso logico
ed epistemologico; nel suo senso più largo è il cambiamento da un termine
negativo a uno positivo, o dal non essere all’ essere. Definizione per
generazione 0 genetica à quella che costruisce una figura con nn movimento
determinato di un’altra figura già conosciuta; ad“es.: il cerchio è una fignra
piana generata dalla rivoInzione d’una retta rigida intorno nd una delle proprie
estremità. Generatio æquirooa 0 generazione spontanca è una espressione che ha
due significati ben diversi: per il passato desiguava il nascere spontaneo di
esseri viventi, specie insetti, senza bisogno di ova o di germi preesistenti; e
questa cosa fu dimostrata falsa dalle esperienze del Redi e dello Spallanzani.
Oggi per generazione spontanea ο abiogencsi si intende l’origine sulla terra
della sostanza viva dalla sostanza inanimata; tale origine spontanea, che è un
presupposto della concezione monistico-meccanica ο materialistica della vita, è
intesa in due modi: ο gli esseri viventi nascono direttamente dalla materia
inorganica per una improvvisa aggregazione di composti chimici evoluti a buso
di carbonio, i quali si oristallizzano attorno ad un contro di forza, così de
assumere subito i caratteri di forme riproducibili ; oppure, e questa è l’
ipotesi più accettata, alla compares di esseri monocellulari organizzati
precede un periodo di combinazioni chimiche fra gli stessi elementi, per le
quali si formano gradualmente quelle sostanze che si dicono proteiche ο la cui
molecola complessa si costituisce attorno ad un atomo di carbonio. Quantunque
lu dottrina dolls generazione spontanen si presti a molte obbiezioni, è
tuttavia ammessa ds molti scienziati perchè preferibile a quella della
oreasione dell’ essere vivente dal nulla, per opera d’un potere esterno al
mondo, o a quella dell’ilozoismo, cioè In esistenza eterna ὁ continua della
vita. Nella terminologiascolasticadistinguevansi varie spocie di generazione:
generatio conversiva, quella per la quate un soggetto viene trasportato da una
forma ad un’altra, ad es. il calore in movimento meccanico; g. mufativa, per la
quale la materia presupposta nella generazione passa dalla negazione di qualche
forma alla sua realizzazione, ad es. l’acqua che da torbida diventa limpida; g.
pura, simpler, pracoiea, per la quale viene prodotto un corpo dalla muGun 470
torfa allora creata, in cui cioè non precedette forma ο privazione di
sorta, nd es. le generazioni avvenute nel primo istante della creazione del
mondo. Cfr. Richerand, Nuori elem. di fisiologia, trad. it. Dall’Aqua, pref., $
v; Rosmini, Pricologia, 1846, vol. I, p. 246 segg.; G. Pfitiger, Ueber die
physiologische Verbrennung, Archiv für gesammte Physiol. », 1875, vol. X; Id.,
Élém. de physiol. générale, trad. franc. 1884; Haeckel, I problemi dell’
univereo, traduzione jana 1903, p. 353 segg. (v. monera, organiciemo, vita).
Genere. Lat. Genus; T. Gattung, Genus; I. Genus; F. Genre, In sonso generale il
genere, come lo definisce lo Stuart Mill, è € una classe che si distingne dalle
altre, non solo per qualche proprietà definita, ma per una serie sconosciuta di
proprietà in numero indefinito, di cui le prime sono V indice ». In senso
logico il genere è quello che si predica di molte specie differenti in qualche
cosa, 0, come brevemente lo definisce Cr. Wolff, eimilitudo specierum: in una
serie di idee, in cui l'estensione va decrescendo ed aumenta quindi la
comprensione, l'idea più ostesa ὁ meno comprensiva è nn genere rispetto alle
meno estese e più comprensive, 6 l’idea meno estesa è una specie rispetto alle
più estese di cui comprende tutte le proprietà. Ad es. nella serie: materia,
organiemo, animale, vertebrate, uomo, curopeo, V iden di organismo rappresenta
il genere rispetto ail animale, che è In specie e che dell’ organismo comprendo
tutti gli attributi. Nella stessa serio diccni genere promimo quel genere cho
più #i avvicina, come tale, ad uns data idea; ad es., animale rispetto a
vertebrato, muteria’ rispetto ad organismo. Ciò che sotto un rispetto è genere,
sotto un altro rispetto è specie; ad es, uomo è gonere rispetto ad europeo, ed
è specie rispetto a vertebrato. Ora, i metafisioi dicono genere sommo (τὸ
γενικώτατον γένος summum genus) quello
che contiene tutti gli altri generi © non è contenuto in nessuno, ossia l’idea
assolutamente estensiva; tale sarebbe, socondo alcuni, I’ essere, secondo
«τι GEN altri la sostanza, ο l’ unità, ο
il bene, eco. L’ idea assolìelmente specifica, ossia assolutamente comprensiva,
è I’ dividuo. Nella biologia il genere à
pure 1’ insieme di pi specie presentanti qualche punto di contatto; l'insieme
di più generi è la famiglia; tra il genere e la famiglia si ainmettono talvolta
dei sottogeneri. Nella nomenolatura binomia © denominazione duplice stabilita
da Linneo, ogni specie di animale o di pianta è designata con due nomi, di cui
il primo esprime il genere, il secondo la specie e serve n stinguerla dalle
oongeneri. Cfr.
Aristotele, Metaph., V, 28, 1024 a, 29 segg.; Crist. Wolff, Philos. rationalis
sive logica, 1732, $ 234; Kant, Logik, 1800, p. 150; J. 8. Mill, System of
logie, 1. IV, cap. 6, $ 4. Genesi.
Gr. Γένεσις; T. Genese; I. Genesis; F. Genèse. Significa generazione, origine,
formazione, principio. Iu greco indicava più specialmente divenire, produzione;
in tal senso si distingue da origine, in quauto ogni genesi suppone una realtà
preesistente e un punto di partenza, che ne è l’origine. Genetico. T. Genetisch
; I. Genotio; F. Génétique. Che riguarda la genesi di un essere, di un
concetto, di una istituzione. Il metodo genetico consiste nel ricercare le
orig; © la formazione di un dato fenomeno, di una data dottri o scienza. La
definicione genetica è quella che definisce un concetto nel modo stesso onde
esso si costruisce; dicesi gonetica indicatita, se il costituirsi degli
elementi non dipende da noi ma è opera della natura, genetica ricostruttiva se
possiamo congiungere noi stessi gli elementi costitutivi dell'oggetto, come
quando si definisce il ciliudro: una figura generata da un rettangolo, che
compio una rivoluzione completa girando intorno ad uno dei suoi lati. La
olassificasione genetica è quella che dispone i gruppi secondo una
diversificazione progressiva, e considera le classi come prodotto più o meno
stabile, ma non del tatto invariabile, delle variazioni causali delle
proprietà. GEN Μο | itrine evolutive ha reso genetiche tanto } © naturali
quanto le sociologiche e moÈ. Philos. rationalis, 1732, $ 195; Maso 8 segg. |
om 2. vende; L Genius; F. Genio, Esistono molte definizioni del genio, cho
riflettono i modi diversi di intenderne e spiegarne la natura: tutti però
convengono nel considerare il genio come la forma più alta di sviluppo che
l'intelligenza, l’imaginazione, il sentimento o il volere possono raggiungero
in un individuo umano, come la più compiuta espressione della psiche umana. Si
distingue dal’ ingegno, che è più comune e, so comprende e crea, non è nelle
sue crensioni così spontaneo e originale come il genio, nd suscita intorno a
sè, tra i contemporanei ο presso i posteri, quel consenso ο quell’ammirazione,
che rendono immortale il genio. Si distingue anche dal falento, che è in un
uomò quella inclinazione complessiva, che gli è propizia a causa delle speciali
diresioni delle sue doti di fantasia e d’intelletto. Le ricerche teoretiche sul
genio non cominciano che con la psicologia moderna; nei tempi antichi esso è
studiato piuttosto biograficamente, come în Plutarco, e in Platone, che nei
suoi dialoghi fa rivivere la figura del maestro immortale. Secondo la nota
definizione, attribuita dal Littré al Buffon, il genio non è altra cosa che una
grande attitudine alla pazienza ». Secondo d’ Holbach è la facilità di cogliere
l'insieme e i rapporti negli oggetti vasti, utili, difficili a conoscere ». Per
Cristiano Wolff è soltanto la-fcilità di osservare la somiglianza delle cose ».
Per Kant il genio artistico è una intelligenza cho opera come la natura »; il
segreto ο la caratteristica delle creazioni geniali sta in ciò, che lo spirito
che crea con uno scopo, lavora tuttavia come la natura che crea senza uno scopo
e senza un interesse; nel campo dell'attività razionale umana, il genio è la
sintesi della livertà e della natura, della finalità » della necessità,
della 473 GKN funzione pratica e della funzione
teoretica. Anche per Schelling il genio, come la più alta sintesi di tutte le
attività della ragione, consiste nella finalità senza scopo del creare; in
altre parole, l'essenza della ragione si realinza pienamente soltanto mediante
1’ attività cosofente-incosciente del genio arlistico, in quanto esso supera
quei contrasti tra attività cosciente © incosciente, che fanno sì che Pio
teoretico e l’io pratico, tra essi racchinso, non raggiunga mai, normalmente,
il suo scopo. Per Schopenhauer il genio è la capacità di penetrare con la pura
intuisione nella realtà obbiettiva delle cose, di sepnrarsi per un certo tempo
dalla propria personalità per essere puro soggetto conoscente. Per il Cousin il
genio, specie quello artistico, è caratterizzato da due cose: anzitutto dalla
vivacità del bisogno di creare, poi dalla potenza creatrice ; il vero genio non
riesce a dominare la forza che ha in sè, soffre nel contenere cid che prova,
cosicchè se è stato detto che non v ha uomo superiore senza un grano di follia,
tale follia, como quella della croco, è la parte divina della ragione ». Per
Lombroso il genio è, con la delinquenza e la pazzia, uns sottospecie di una
specie psicologica abnorme, unu nevrosi degenerativa di natura epilettoide;
questa teoria ha suscitato un vivace dibattito, non ancora chiuso, 0sservandosi
da alcuni che la genialità non è certamente In coratteristica dei folli, da
altri che il dispendio mentale da cui sorge l’opera del genio espone facilmente
a forme nervose degenerative, le quali dunque non sarebbero causa ma effetto
della genialità, da altri ancora che alle condizioni di assoluta squisitezza ὁ
delicatezza del sistema nervoso si debbono sia le attitudini geniali sia le
degenera zioni nervose, ma che le une e le altro, se sorgono su un terreno comune,
non si debbono perciò considerare come vincolate tra loro da un rapporto di
causalità. Cfr.
Holbach, Syst. de la nature, 1770, vol. I, p. 127; Cr. Wolff, Paychologia emp. 1198, $
476; Kant, Krit. d. Urteilekraft, 1878, Geo
AU p187; Schopenhauer, Die Welt
als, oce., suppl., 1. IIT, cap. XXXI; V. Cousin, Du vrai, du beau οἱ du bien, part. III, cup. V; Moreau de Tours, Payool. morbide, 1859; Lombroso, L'uomo di
genio, 1888; Id., Genio e degenerazione, 1908; Id., Origine e natura dei genii,
1902; Padovani, Che cox’ è il genio, 1907; Id., Le origini del genio, 1909.
Geocentrico. 1. Geocentrisoh; F. Géocentrique. L’antico sistema tolemaico, che
poneva la terra come il punto centrale fisso dell'universo, intorno a cui si
muovono il sole, la luna e le stelle. Il geocentrismo si ricollega strettamente
all’altro errore antico dell’antropocentrismo, per cui l’uomo considera sò
stesso come scopo finale prestabilito della creazione, e crede che tutta la
natura sia stata creata per servire et lui (v. oause finali, finalità,
oliooentriemo) Geografia. T. Erdkunde, Geographie; I. Geography; F. Géographie.
Scienza che ha per oggetto la descrizionc della superficio della terra, la
determinazione della sua veru forma, la distribuzione delle piante e degli
animali, delle zone occupate dai diversi popoli, linguaggi, religioni, ecc. Si
distingue perciò la geografia fisica, matematica, biologica (zoologica,
botanica, etnologica), sociologica (econo-, politica, linguistica, ece.).
Geologia. Ί. Erdbildungskunde, Geologie ; I. Geology; F. Géologie. La, scienza
che studia la struttura interna della terra, i suoi periodi di formazione,
desumendoli dall’ esame della crosta terrestre e dalle leggi fisiche e
chimiche. Eas sorse quando cominciò seuoterai la fede nelle leggendo n saiche
sulla creazione, verso la fino del secolo diciottesimo, οἱ è giunta oggi u
stabilire i periodi principali nella storia della terra, a spiegure la
formazione dei fossili, a escludere l’ intervento dei miracoli e delle cause
sovrannaturali nella formazione del nostro pianeta. Cfr. K. A. Zittel,
Geschichte d. Geol. und Paläontologie, 1899 (v. cosmogonia). Geometria. T.
Geometrie; I. Geometry; F. Géométrie. Quella parte delle scienze matematiche
che ha per oggetto 475 Gro lo studio delle forme ο delle -figure che
si possono tricciare nello spazio. Secondo il Comte l'oggetto della geometria è
la misura indiretta delle grandezze; infatti nelle «quantità non direttamente
misurabili, conosciuti alcuni dei rapporti tra gli elementi di cui una figura è
composta, essendo tali elementi necessari, mediante essi αἱ determimano tutti
gli altri. La geometria distinguesi in pura e analitica: quella, senza valersi
delle formule algebriche, studia direttamente le figure mediante spostamenti,
sovrapposizioni ed uguaglianze; questa allo studio diretto delle figure
sostituisce delle semplici formule algebriche, fondandosi sulla scoperta di
Cartesio, che cioè ad ogni figura corrisponde una equazione e ad ogni equazione
una figura. Alla geometria pura si connette la descrittiva, cioè 1’ arte di
rappresentare delle figure solide mediante le loro proiozioni sopra due piani
perpendicolari. Fino ol principio del secolo XIX la geometria enclidea era
considerata il modello porfetto d’ogni certezza scientifica; il razionalismo
cartesiano, ispirandosi al detto di Keplero, ubi natura ibi yeometria, l'aveva
posto # fondamento d’ogni sapere intorno alle cose idealizzate nella pura
estensione ed aveva persino preteso con Spinoza di costruire una morale more
goometrico demonstrata. Ma con l'Helmbolte, il Lobatchewsky, il Riemann, il
Bolyai, ecc. cominciò ad affermarsi la ponsibilità di altri spazi oltre quello
euclideo, e quindi di geomotrie diverse da quella di Euclide. Ciò diede origine
à vivact discussioni filosofiche, non ancora sopite, tra empiristi e
neo-kantiani, intorno alla natura dello spazio, nlY origine degli assiomi, alla
possibilità 0 meno di rappresentarsi intuitivamente lo spazio non euclideo.
Altre vedute non meno importanti si annunziarono in questi ultimi tempi circa
la natura e il metodo della geometria. Così secondo il Pieri la geometria deve
affermarsi sempre più come lo studio d'un certo ordine di relazioni logiche,
liberandosi dai legami che ancora la legano all’ intuizione e divenendo con
Gen 476
ciò scienza puramente deduttiva ed astratta. A questa nuova elaborazione
logica della geometria, contribuì specialmente, tra noi, il Peano; secondo il
quale il calcolo geometrico consiste in un sistema di operazioni da eseguirsi
su enti geometrici, analoghe a quelle che l’algebra fa sopra i numeri ©
permette di esprimere con formule i risultati di costruzioni geometriche, di
rappresentare con equazioni proposizioni di geometria e di sostituire una
trasformazione di equazioni a un ragionamento ; come si vede, questo calcolo ha
analogie con la geometria analitica, dalla quale però differisce in quanto i
calcoli non si fanno, come in quella, sui numeri che determinano gli enti
geometrici, ma sngli enti stessi. Cfr. Klein, Porlesungon über nicht-suolidischen
Geometrie, 1893; Halstead, Bibliografy of hyperspace and non-ewolidean
geometry, American journ. of. math. », vol. I, p. 261 segg.; Veronese, Fondamenti di geometria a
più dimensioni, 1891, p. 565 segg.; Vonola, La geometria non-cuolidea, 1905;
Peano, I prinoipii di geometria logicamente esposti, 1889, p. 3 segg.; Aliotta,
La reazione idealistios, 1912, p. 389 segg. (v. euclideo, matematica,
metageometria, spazio, superficie). Gerarchia. T. Hierarchie; I. Hierarchy; F.
Hiérarchie. Una serie di esseri ο di fatti, sia reali cho ideali, disposti in
modo che ciaseuno dipende dai precedenti e comanda ai susseguenti o li
determina, li spiega. In tal senso parlusi di gerarchia delle scienze,
gerarchia delle funzioni xin fisiologiche che sociali, gerarchia delle specie
biologi che, ece. (v. olagnifoazione delle wienze, seriazione dei fen.
sociali). Germiplasma (teoria del). E la teoria con la qualo il Weissmann
spiega l'eredità. L’ essere organizzato è costituito di soma 0 plasma somatico,
da cui si sviluppano tutti i tessuti del corpo, ο di germiplasma, o plasma
germinale, di cui una parte viene impiegata nella riproduzione οἳοditaria,
dando luogo ai nuovi individui. Ora, non essendovi aleuno scambio, nessuna
comunicazione tra queste due 417 Go specie di plasma, e le qualità acquisite
interessando esclusivamente il primo, ne viene come necessaria conseguenza la
negazione dell’ ereditarietà dei caratteri acquisiti. Ed è appunto per questa
conseguenza, che la teoria del Weissmann ha suscitato infinito discussioni e
critiche nel mondo scientifico. Cfr. A. Weissmann, Des Koimplaema, cino neue
Theorie d. Vererbung, 1894 (v. eredità, panmizia, neolamarkismo). Gionchiti o
gioachimiti. Setta di eretici medioevali, fondata dall'abate Gioacchino e
originata, secondo il Tocco, dalle dottrine della Chiesa greca 9 ancor più da
quelle del catarismo. Il gioachismo divide In storia dell’ umanità in tre
grandi periodi, nel primo dei quali regnò il Padre, nel secondo il Figlio, nel
terzo sarà per regnare lo Spirito; questo terzo periodo sarà contrassegnato
della luce piena della grazia, della libertà ο della carità, impererà un
vangelo più perfetto e la verità sarà colta attraverso le molteplici allegorie
della Bibbia, abbandonandone | interpretazione letterale. Cfr. Tocco, L'eresia
nel medio oro, 1884 (v. alimariolans). Gioia. T. Freude; I. Ioy; F. Joie. È un
sentimento di piacere, che non è localizzato in nessuna regione determinate
dell’ organiamo, e al quale s’unisce, secondo l'Hôffding, una tendenza
involontaria a mantenere e conservare l'oggetto del piacere. Fa intesa e
definita variamento dai filosofi. Per Spinoza è la passione per la quale
l’anima passa a una perfezione maggiore », mentre la tristezsa è la passione
per cui discende sd una minore. Por Cartesio à una gradevole passione
dell'anima, nella quale consiste il godimento che essa ha del bene, che le
impressioni del cervello le presentano come suo »; esiste anche una gioia
puramente intellettuale, che viene nell’ anima per la sola azione dell’ anima e
che si può dire essere nnn gradevole emozione eccitata in lei stessa, nella
quale consiste il pincere cho essa ha del bone, cho il suo intendiGiu mento le
presenta come proprio ». Per Locke la gioia è un piacere che l’anima prova
quando considera il possesso di un bene presente o futuro come assicurato ; e
noi siamo in possesso di nn bene quando esso è talmente in nostro potere, che
possiamo goderne quando vogliamo ». Per il Galluppi la gioia è una passione,
che nasce quando |’ oggetto nmato si riguarda come presente; quando si riguarda
invece come vicino, e certo ad ottenersi, si ha l’allegrezza alla gioia si
oppone la tristezza, all’ allogrezza lx mestizin. Per il Godwin è uno stato di
piacere mentale, detorminato specialmente da sensazioni piacevoli e dai loro
oggetti, dalle conoscenze di ogni specie, da ogni sorta d'esercizio. Il Bergson
insiste sul carattere di pienezza o totalità della gioin, per oui essa si
estende a tutto il contenuto della coscienza La gioia interiore non è, più che
la passione, un fatto psicologico isolato, che occuperebbe da principio un
angolo dell’ anima e a poco a poco gundagnerebbe terreno. Nel suo grado più
basso, essa somiglia molto ud una orientazione dei nostri stati di coscienza
verso l'avvenire. Poi, como se codesta attrazione diminuisse la loro
pesanterza, le nostre idee © sensazioni si succedono con maggiore rapidità; i
nostri movimenti non costano più lo stesso sforzo. Intino, nella gioin estrema,
le nostre percezioni ei nostri ricordi acquistano una qualità indefinibile,
paragonabile a un calore 0 a una luce, e così nuovi che a certi momenti,
ritornando su noi stessi, proviamo come uno stupore di ensero ». Cfr. Cartesio, Les
passions de l'âme, II, 91; Spinora, Ethica, lib. IIT, teor. XI, scolio; Locke,
Essay, II, cap. 20, $ 7; Galluppi, Lesioni di logioa e metafisica; Godwin,
Active principles, 1885, p. 9, 18; Bergson, Essai sur les données imm. de la
conscience, 1904, p. 8; G. Dumas, La tristesse é la joie, 1908. (Giudizio. T. Urteil; 1. Judgement; F.
Jugement. Essendo un atto primitivo della mente, ο quindi nasolntamante mi
generis, non è propriamento detinibile. La dofinizione più 479
Gru comune, già usata da Aristotele, quell’atto per cui ni afferma ο si
nega » è essa pure una tautologis, perchè I’ affermare ο il negare costituisce
appunto il giudizio. Nè più felici sembrano le altre definizioni, che citiamo a
caso e senz’ ordine cronologico rigoroso; Malebranche : la percezione del
rapporto che si trova tra due 0 più cose; Baylo: l’atto col quale affermiamo o
neghiamo qualche cosa di un’nltra; Locke: l’atto con cui si uniscono ο ri
separano due idee; Kant: è l’idea dell’ unità di coscienza di difterenti idee,
ο l’idea del loro rapporto in quanto compongono una nozione; Hobbes: è
l’espressione del rapporto tra il significato di due nomi; Wuridt: è la
decomposizione d’ una rappresentazione nei suoi elementi; Hamilton : giudicare
è riconoscere la relazione di congruenza o di incongruenza in cui stanno tra di
loro due concetti, due cose individuali, ο un concetto e un individuo; Munsel:
un atto di comparazione tra due dati concetti riguardo la loro relazione ad un
oggetto comune ; J. 8. Mill: la pertinenza di un attributo o di un grappo di
attributi, ad un altro attributo o gruppo di attributi; Galluppi: un pensiero,
col quale noi pensiamo che un oggetto è o non è di tale o tal maniera; Rosmini
P affermazione (possibile o reale) d’ un atto in sò, che si fa, sia poi un atto
essenziale, ο sostanziale, ο accidentalo, positivo ο negativo, occ.; Masci: un
rapporto predicativo tra concetti; Hòfiding : un legame di nozioni fatte con
coscienza © limpidezza; Volkelt: un semplice atto di relazione; Bergmann: la
decisione sul valore di una rappresentazione. Nel giudizio si distinguono tre
elementi costitutivi: il soggetto che è il concetto da determinarsi ; il
predicato che è il concetto che serve a determinare il soggetto; la copula che
è la relazione tra il predicato e il soggetto. Secondo alcuni logici, quest’
ultimo non è elemento essenziale del giudizio © può anche mancare. Varie furono
le classificazioni proposto dei gindisi, perchò vario fu il modo onde il
giudizio stato considerato; ma la classificazione più universalm Gv 480 accettata
è quella che, abbozzata primitivamente da Aristotele, completata dai logici
posteriori, fa poi raccolta in una tavola dal Kant. Essa divide i giudizi in
quattro classi, secondo la qualità, la quantità, la relazione, la modalità.
Sotto il primo rispetto i giudizi sono: affermativi, negativi. infiniti; sotto
il secondo universali, particolari, individuali : sotto il terzo calegorici,
ipotetici, disgiuntivi; sotto il quarto problematici, assertori, apodittici. La
qualità © quantità doi giudizi vengono designate per brevità colle lettero a,
ο, secondo i versi mnemonici: Asserit a negat €, verum generaliter ambo.
Assorit i negat ο, sed partioulariter ambo. Il Kant distingue anche i giudizi
in analitici ο sintetici. Alla classificazione kantiana alcuni vogliono
aggiungere questa: giudizi narrativi, esplicativi, descrittivi. La classificazione
kantiana dei giudizi vale porò soltanto per i giudizi semplici; i giudizi
composti furono da altri divisi in tre classi: a relazione omogenea, a
relazione etorogonea, giudizi contratti (v. le rispettive definizioni). Cfr.
Kant, Krit. d. reinen Fern., ed. Reclam, p. 33 segg.; Logik, $ 17; Hamilton,
Lectures on metaph., 1859, I, p. 204 segg., II, 271 segg.; Mansel, Metaphysios,
1866, p. 220 segg.; Hôffding, Peyohologie, trad. franc. 1900, p. 285; Id., La
base peyohologique des jug. logiques, Revue philos. », 1901, t. II; Ueberweg,
System der Logik, 1874, § 67; Volkelt, Erfahrung und Denken, 1886, p. 157
segg.; Wundt, Logik, 1893, vol. I, p. 136 segg.; Gulluppi, Lezioni di logica e
motaf., 1854, vol. I; p. 65; Roamini, Logica, 1853, p. 87; Masci, Logica, 1899,
p. 158 segg.; Calò, Conoezione fetica ο conoesione vintetioa del giudizio, Cultura
filosofica », agosto 1908; S. Tedeschi, Sulla funzione conoscitiva del
giudizio, Ibid. », gennaio 1910. Giustizia. T. Gerechtigkeit; I. Justice; F.
Justice, È la più grande delle virtà sociali, l’espressione più alta del
sentimento di simpatia, Essa trae origine dal concetto di uguaglianza ο di
reciprocità, e si compendia nel precotto evangelico: non fare agli altri cid
che non vorresti fosse 481 Gru fatto a to stesso. Infatti già i
pitagorici, cioè i primi filosofi che studiarono il concetto della giustizia,
ls fecero consistere nel contraccambio, nella proporzione, 6, in conformita al
loro simbolismo matematico, 1’ assimilarono al numero quadrato, ἡ δικαιοσύνη
ἀριθμὸς ἰσάχις ἴσος. Con ciò è dato, quantunque in modo generalissimo, il
concetto della giustizia come di una combinazione fra termini uguali ©
contrapposti; essi facevano consistere la giustizia nel1’ uguale moltiplicato
per 1’ uguale, ο nel numero quadrato, perchè essa rende lo stesso per lo
stesso. Anche Aristotelo affermava che il giusto è il legittimo ο 1’ uguale, 1’
ingiusto l’illegittimo ο l’inuguale; e i Romani, col termine ginstizia,
designavano ciò che è esatto, imparziale, proporzionale. La giustizia
scaturisce dal seno stesso della 80cietà, assumendo forme sempre più pure e
perfetto, ο si personifica nel Potere, che ha l'ufficio di tutelarne il
rispetto e l’applicazione anche con la coazione materiale. Si distingue quindi
la giustisia sociale, che risiede nel Potere, dalla giustizia potenziale (ο
equità), corrispondente alla idealità che nasce da prima nell’ individuo ο si
riflette nella società. La giustizia si distingue ancora dalla carità ο
beneficonza, che si compendia nel precetto: fa agli altri ciò che vorresti
fatto a te stesso. Fra le classificazioni delle varie forme di giustizia, la
migliore sembra ancora quella aristotelica, che distingue: 1. la ginstisis
distributiva (τὸ δίκαιον daveperix6v) che riguarda i rapporti fra i cittadini d'uno
stato ei beni comuni da condividero, che si devono distribuiro secondo il
merito; 2. la ginstisia correttiva (τὸ δίκαιον διορθωτικὀν) che riguarda
specialmente l’applicazione delle leggi e veglia non alla loro formazione ma al
loro adempimento; 3. la giustisia retributiva (τὸ δίκαιον αντιπαπονθός) che può
essere o penale o civile o comniutativa in quanto è l’ uguaglianza pura e
semplice, ο l’equivalenza dei beni scambiati, dei mutui servigi. Cfr.
Aristotole, Motaph., I, 5, 985 b, 29; EtMoa, V, 1, 1129 a, 6 segg.; 31 ;
Gra-Gno 482 Zeller, Phil6s. d. Griechen, I, p. 391-426;
Diels, Die Fragm. der Vorsokratiker, 1906, vol. I, p. 239 segg.; Romagnosi,
L'antica morale filosofica, 1838, p. 195 segg.; Troiano, Dottrine morali di
Pitagora ο di Aristotele, 1897, p. 58 segg.; Ardigò, Opere fil., IV, p. 54
segg.; Z. Zini, Giustizia, 1906; B. Donati, Dotirina pitagorica e aristotelica
della giustizia, Riv. di fil. », novembre 1911. Glandola pienale. T.
Zirbeldrüse; F. Glande pinéale. Organo atrofizzato ο rudimentario, di forma
conico-ovolare, di colore rossastro, che si alsa davanti ai lobi ottici, tra
l'encefalo anteriore e quello posteriore. Cartesio od altri filosofi ne fecero
la sede dell'anima: Kem acourate eraminando, dice Cartesio, mihi videor
ovidonter cognovisse, partem cam corporis, in qua anima ezerosi immediate suas
functiones, nullatonus osso oor, neque etiam totum cerebrum, sod solummodo
mazime intimam partium eius, qua est certa quaedam glandula admodum parva, sita
in medio subatantiae ipeius, et ita suspensa supra oanalem, por quem spiritus
oavitatum cerebri anteriorum communicationem habent cum spiritibue pouterioris,
ut minimi motus, qui in illa sunt, multum possint ad mutandum oursum horum
spirituum, σὲ reciproce minimac mutationes, quae accidunt cursui spirituum
multum inserviant mutandie motibus huiue glandulae. Invece per i moderni
naturalisti essa non è che il rudimento di un occhio impari, mediano, chiamato
occhio parietale per la sua posizione rispetto alle ossa omonime, In parecchi
vertebrati inferiori, ad os. nei rottili, esso è più che rudimentale,
potondovisi discornere le varie parti degli occhi ordinari. Cfr. Cartesio,
Pans, an., I, 31 seg. (v. animali spiriti). Gnomica (filosofia). Nel suo
significato generale designa quella forma di sapienza che non è sistematizzata
in un tutto logicamente coordinato, ma s' esprime in proverbi, sentenze,
aforismi, con forma popolare sia in prosa che in poesin. In un significato più
ristretto, designa la primitiva morale dei Greci, quale trovani già esposta nei
versi di 483 Gxo Omero, nel poema di Esiodo, nella poesia
gnomica propriamente detta di Solone, di Focide, di Teognide e nelle sentenze
de’ sette Savi, conservate dalla tradizione. Cfr. Diogene Laerzio, I, 1, 40
segg.; Aristotele, EtMoa Nie., V, 3. Gnoseologia. T. Gnoseologie,
Erkerntnistheoris ; I. Gnos0logy ; F. Gnostologie, Guosiologie. Nome dato dal
Banmgarten a quella parte della filosofia che tratta della dottrina della
conoscenza, vale a dire dell’ origine, della natnra, del valore e dei limiti
della nostra facoltà di conoscere. La parola è caduta quasi in disuso nella
terminologia tedesca, che preferisce la parola Erkenniwistheorie teoria della conoscenza; è invece d’ uso
comune negli altri linguaggi filosofici, sebbene con qualche oscillazione di
significato. La gnoseologia non va confusa nd con la peicologia nd con la
logica: sebbene abbiano per oggetto comune lo studio del pensiero, tuttavia la
psicologia considera il pensiero stesso come un'attività dello spirito; la
logica lo riguarda come mezzo delle conoscenze mediate, il quale condnoe alla
verità ο all'errore a seconda che è usato bene o male; la gnoseologia lo studia
in rapporto all’ oggetto, per vedere se © in che limiti ce ne può dare In
conoscenza. La gnoseologia si distingue anche dalla epistemologia, che è lo
stadio critico dei principi, delle leggi, dei postulati e delle ipotesi
scientifiche. Circa la sua importanza, è indubbio che da Kant in poi casa
occupa una posizione centrale nella filosofia, tantochè per alcuni essa è tutta
quanta la filosofin ; nessun filosofo oggi può accingersi a discutere di
questioni metafisiche senza aver prima chiarita la sua posizione riguardo ai
problemi gnoseologici. I quali, trascurati ο sottomessi a presupposti
metafisici nella filosofia antica ο medievale, cominciano ad assumere unu
posizione autonoma ο fondamentale con l’ empirismo inglese, specialmente con
Locke: La mia intenzione, egli dice, è di ricercare 1’ origine, la certezza ο
1’ estensione del sapere umano, come pure i fondamenti e lo fasi gradunli della
credenza, della Gyo 484 opinione e dell’ assenso ». Mentre Cartesio,
Malebranche, Spinoza, eoc., si erano affaticati intorno al problema del
rapporto tra anima e corpo, tra spirito e materia, Locke, giudicando tale
problema come insolubile, si propone invoce di determinare con quali mezzi
giungiamo a conoacere tanto lo spirito che il corpo, e, con la distinzione tra
le qualità primarie e le secondarie, con l’analisi distruttiva dell'idea di
sostanza, getta le prime basi di tutte le discussioni gnoseologiche, le quali
terranno occupata Ja mente dei filosofi nei due secoli seguenti. Occorre però
aggiungere che non tutti i filosofi moderni convengono sulla necessità, anzi
sulla legittimità della gnoseologia. Hegel aveva già osservato: L’esame della
conoscenza non può farsi altrimenti che conoscendo ; questo cosidetto stromento
richiede di essere esaminato non altrimenti che conoscendolo. Ma voler
conoscere, prima di conoscere, è cosa tanto assurda quanto il sapiente
proposito di quello scolastico, di imparare a nuotaro prima di arrischiarsi
nell’acqua ». Oltre la scuola dell’ Hegel (la quale però non è tutta concorde
nel seguire in questo il maestro) anche quella del Fries nega la legittimità
della gnoseologia, considerando In possibilità della conoscenza non come un
problema, ma come un fatto, in quanto il criterio della verità dei giudizi ata
nella conoscenza immediata, quale ci è data dalla percezione che è
originariamente assertoria: se la possibilità della conoscenza fosse un
problema, per risolverlo dovremmo avero un criterio, mediante l'applicazione
del quale si potesso decidere se una conoscenza è vera o no; questo criterio
sarebbe una conoscenza 0 no; nel primo caso richiederebbe a sun volta un altro
criterio per poter decidere della sus validità, nel secondo caso, se cioò non
fosse conosciuto, come potremano conoscere che è un criterio della verità? Cfr. Locke, Essay, I, cap. I, $
2; Hegel, Enoyol., $ 10; A. Phalen, Das Ærkenninisproblem in Hegels
Philosophie, 1912; Riehl, Die philosophiache Kriticismus, 1879, vol. II, 1. I,
p. 11; Eigler, 485 Gxo-Goc Einführung in die Erkenntnistheorie,
1906; È. Cassirer, Das Erkenntnisproblen in d. Philos. u. Wissenschaft,
1906-1907 ; .ibhandlungen der Friewechen Schule, 1909-1912, vol. III, fase. IV; Ardigò, Op. jil., vol. I, pref.:
V, 15 segg.; Do Sarlo, I problemi gnoseologici nella. fil. contemp., Cultura
filosofica », settembre 1910. Gmosi. T. Guosis; I. Gnosis; F. Gnose. Indica
quella scuola teologica e filosofica, sorta nei primordi del oristinnesimo, la
quale voleva giungere dalla pura fede nel fatto (πίστις), alla vera conoscenza
(γνῶσις) di Dio, della natara e dol destino degli esseri, mediaute lo studio
dello diverse religioni ο il confronto della religione cristiana colle
precedenti. Varie sono le forme di gnosticismo, che si distinguono a seconda
della religione a cui ciascuna dà la preferenza: quindi si ha una gnosi
cristianizzante, cui appartennero Saturnino e Marcione; una paganizzante, cui
appartennero Carpoerate e Manete; una giudaizzante, cui appartonnero Valentino
e Basilide. Combattuta dalla Chiesa cristiana, da cui la separavano profonde
divergenze, essa si spenso dopo un breve periodo di apparente fecondità. Perd,
secondo aleuni scrittori cattolici, la gnosi ha gettato nelP atmosfera
intellettuale una quantità di idee teologiche © di idealità morali, che hanno
contribuito potentemente alla diffusione del cristianesimo dopo averne
minacciato l’esistenza ». Le origini della gnosi fnrono attribuito dui SS.
Padri a Simon Mago; i caratteri fondamentali di talo scuola sono: il dualismo
tra spirito e materia, e la dottrina del Demiurgo. Cfr. Harnach, Lehrbuoh der
Dogmengeschiohte, 1894, I, p. 220 segg.; F. Bonaiuti, Lo gnosticismo, 1907 (v.
eoni, Noo, Logo, Demiurgo, pleroma, nisigia). Gnosticismo v. gnosi. Goclenico
(eorite). Il tipo progressivo del sorite, In cui formola si deve a Rodolfo
(ioclenio; è 1’ inverso del tipo regressivo, formolato da Aristotele. La sua
formola è: C= D, B C, 4 == B, dunque A= D. Ad es.: l’ovoGra 486
luzione è perfezionamento ; la civiltà è evoluzione; la moralità è
civiltà; dunque la moralità è perfezionamento. Cfr. Goclenius, Isagoge
inorganon Aristotelis, 1598, p. 2, ο. 4; Lotze, Grundzüge d. Logik, 1891, p. 46
(v. sorite). Graduasioni medie (metodo delle). Uno dei metodi adoperati per
verificare lu leggo di Weber sul rapporto tra la sonsaziono ο lo stimolo.
Siccome 1’ intensità della sensazione cresce in proporzione aritmetica, quando
l’intensità degli stimoli cresce in proporzione geometrica, così, trovando una
sensazione media tra due sensazioni a’ intensità differente, l'intensità
aritmeticamente modia tra le duo sensazioni dovrà corrispondero ad una
intensità geometricamente media tra i due stimoli. In ciò consiste il metodo
dello gradazioni medie, proposto dal Wundt. Cfr. Wundt, Grundzüge d.
Psyoologie, 1893, p. 356 segg.; Id., Grundriss d. Payohol., 1896, p. 299. Grafico (metodo). T.
Graphische Methode; I. Graphio mothod; F. Méthode graphique. Consiste nel rappresentare mediante traccinti o
grafiche i fatti che si stanno studiando. Il metodo grafico ha ricevuto e
riceve sempre nuovo applicazioni, estendendosi esso sia ai fatti puramente
fisiologici che ai psicofisiologici, nei quali i movimenti corrispondono a
particolari stati psichici. A seconda dei fenomeni di cui si vogliono
raccogliere le indicazioni grafiche, variano naturalmente gli strumenti, fra
cui ricordiamo gli psicografi, gli ergografi, i grafografi, i miografi, gli
sfimografi, i pletismografi, i pressiografi, ecc. In tutti, ad ogni modo, le grafiche
sono fissate in bianco sul fondo nero di una carta annerita per mezzo d’una
fiamma fuliginosa, ο rese indolebili mediante un bagno di vernice. Grafologia.
‘I. Graphologie; I. Graphology ; F. Graphologie. Quantunque } etimologia della
parola sembri indicaro come oggetto di questa scienza lo studio della scrittura
sotto tutti i suoi aspetti, tuttavia, nel concetto dei suoi più noti cultori,
essa si restringe a cercare i rapporti che
487 Gra esistono tra il carattere
di un individuo e la sua scrittura, per cavarne norme generali onde poter
inferire in ogni caso dalla scrittura -che è la traduzione immediata dal
pensiero la conosconza del carattere dello scrivente. Tre sono le ricerche che
la grafologia compio in ogni seritto: 1. i sogni generali, dati dall’ insieme
dello scritto; 2. i segni particolari, dati dalla punteggiatara, dalle paraffe,
dai filetti, dalle lettere; 3. le risultanti, vale a dire lo conclusioni
generali derivanti dal confronto dei vari se grafologici. La grafologia studia,
oltre agli soritti degli individui normali, anche quelli dei delinquenti, dei
geni e dei pazzi. Cfr. Erlenmayer, Die Schrift, 1879; Goldscheider, Dio
Physiologie und Pathologie ste Handschrift, 1891; Cropieux-Jamin, L'écriture οἱ
le caraotère, 1879; Lombroso, Grafologia, 1895. Grafo-motore (centro). Il
centro grafo-motore è situato sotto il piede della seconda circonvoluzione
frontale del1’ emisfero cerebrale sinistro ; la sua distruzione determina la
agrafia, ossia la perdita della memoria dei movimenti necessari alla scrittura.
La scoperta di questo centro è dovuta ul Broca, allo Charcot e alla sua scuola:
alcuni fisiologi, però, non ammettono I’ esistenza di un centro psichico
distinto per l’impulsione e la coordinazione dei movimenti della scrittura,
altri lo ripongono nel midollo all’ altezza del rigonfiamento anulare. Cfr. Ch. Bastian, Le
cerregu organe de la pensée, trad. franc. 1888, vol. HI, p. 64 #ogg. Grammatica. 1. (irammatik,
Sprachlekre ; 1. Grammar; F. Grammaire. E la forma del linguaggio, mentro il
vocabolario no è la materia. Le forme grammaticali esprimono lu funzione
essenziale del pensare, la quale consiste nel porre in relazione; quindi esse
sono in continuo reciproco rapporto con lo sviluppo del pensiero stesso. Da
principio non esistono che parole, cioò segni per rappresentare gli ogget: © le
relazioni logiche sono significate sia con la disposizione delle parole sis
adoperando certe parole ad esprimere, Gra
488 oltrechè oggetti, anche
rapporti. In seguito le disposizioni di parole diventano costanti e le parole
adoperate ad esprimero rapporti perdono il loro significato indipendente fino
ad aggiungersi come affissi alle parole dinotanti oggetti. Intine I’ orguuismo
grammaticale, sotto l’azione incessante del pensiero, si fa completo: mediante
il solo cambiamento del suono (/lessione) ogni parola è un’ unità modificata
secondo le suo relazioni grammaticali, ed una parto del discorso determinata,
avente un’ unità sia lessicale che gramiuaticale. Lu grammatica, come scienza
delle regole che le necessità logiche, l’uso e la vita sociale hanno imposto
agli individui nol?’ impiego del linguaggio, comincia con i sofisti,
specialmente con Prudico, Ippia ο Protagora; quali maestri d’ eloquenza
politica essi dovevano insegnare, in prima istanza, come si parla bene e
trasformando la retorieu da arte tradizionale in soienza, si dedicarono a
ricerche intorno alle parti del discorso, all’ uso dello parole, alla sinonimia
e all’ etimologia, e furono così i creatori della grammatica. Cfr, Marty, Ueber
eubjeotlose Sätze und das Verkäliniss der Grammatik zu Logik und Paychologie, Wiert.
fur Wiss. Philosophie
>, VIII, Jahrg. 1884, 1° art. p. 73; A. Marty, Rech. sur lee bases de la
grammaire οἱ de la phil. du langage, 1908;
Binet et Salmon, Langage οἱ pensée, 1909 (v. linguaggio,
giudizio, emozionale, eco.). Grazia.
T. Gnade, Anmutk; I. Grace; F. Grice. Questo vocabolo ha due significazioni ben
distinte, una teologica ο l’altra estetica, Nella teologica la grazia divina è
uno dei dogmi della religione cristiana, definito dai teologi come il dono
sovrannaturale e gratuito concesso da Dio agli uomini, per condurli alla eterna
salvezza. Esso si ricollega strottamente col dogma della caduta dell’uomo ο del
peooato originale; questi due dogmi sono dovuti entrambi a 8. Agostino, che li
difese dagli assalti © dalle false interpretazioni delle sette ereticali.
Grande estensione diede poi al dogma della grazia S. Tommaso, che la considera
necessaria al 489 Gra PP uomo per
compiere quella parte sovrannaturale del suo destino, che consiste nella
visione divina; © tale necessità, inerente alla sua condizione di creatura, si
è ostesa, per il peocato originale, anche a quelle azioni che non oltrepassano
la natura delle sue forze: Nello stato di natura innocente l’uomo non aveva
bisogno che una virtà di grazia si aggiongesse a quella di natura, se non per
fare © per volere il bene sovrannaturale; ina nello stato di natura corrotto,
ne ha bisogno per due riguardi: primo per rimanere terso dalla macchia della
colpa, secondo por cor piere un beno di ans virtb sovrannaturale che sia mei
torio ». Così l’aiuto della grazia è nocessario per osserva i precetti della
leggo divina, per amare Dio, per non peccaro, per uscire dai lucci del peccato,
per perdurare nel bene © infine per rendersi degni di ricoverla allorchè non si
possiede. A che wi riduco allora il compito dell’uomo e la libertà del suo
volere? Per conciliare questo dogma con la dottrina del libero arbitrio, i
teologi distinsero varie specie di grasin: la grazia interiore, che ispira all’
nomo buoni pensieri, pie risoluzioni, © lo porta a fare il bene; la grazia
abituale, cho risiede nella nostra anima, rendendolu cara a Dio © meritevole
dell’ eterna felicità; la grazia attuale, che è una operazione per la quale Dio
illumina la mente e muove la volontà nostra a fare un’opera buo: superare una
tentazione, adempiere un precetto; la grazi afficace, che opera infallibilmento
sulla volontà e alla quale l'uomo non resiste mai, malgrado la libertà che ba
di resistere; la grazia sufficiente che dona alla volontà abbastanza forza per
fare il bene, ma alla quale l’uomo può resistere, rendendola così
inefficace. Nell’ estetica la grazia è
qualche cose di distinto ο talora indipendento dalla bellezza, tantochè, come
osservò già il Winkelmann, ossa si trova anche in quelle forme che non sono
belle ed è un mezzo di supplire alla mancanza del bello. Generalmente, la
grazia è considerata come la bellezza di ciò che è piccolo, fragile, Gus 490
gentile; oppure come la bellazsa del morimento, comprendendo in questa
espressione anche le forme fisse, nelle quali la suggestione del movimento sia
non solo assai viva, ma anche principale. Per lo Schelling la grazia nell’ arte
à P espressione dell anima: Dopo che l’arte ha dato alle cose il carattere che
loro imprime l’ aspetto dell’individualità, fa un passo ancora; dà loro la
grazia che le rende amabili, facendo che esse sembrino amare. Oltre questo
secondo grado, non ve n’ha che uno, che il secondo annuncia ο prepara; è di
dare alle cose un’ anima, con cui esse non sembrano più soltanto amare, ma
amano. La grazia nelParte è l’espressione dell’ anima ». Per lo Spencer invece
la grazia è la bellezza del movimento, che non riveli uno sforzo ο che sia
vario di direzione, di volocità ο di composizione: questa varietà spiega
l’etorna freschezza della grazia. Il Guyau, accostandosi allo Schelling, fa
consistere la grazia in uno stato della volontà, della volontà soddisfatta o
che è portata a soddisfare altrui: ovvero nell espressiono del?’ amore, perchè
par che amie perciò è amata. Secondo il Masci, il sentimento del grazioso è un
sentimento gaio, che rifugge dalla serietà ο dalla gravità, © suppone un
contrasto oggettivamente e felicemente superato, di forma non di sostanza, di
sò stesso inconsapevole; esso ha per fattore psichico essenziale la porcezione
dell’ingenuità che non confini con la dabbenaggine, che non offra motivo di
disistima ο di sprezzo. Cfr. 8. Tommaso, 1*, 33, qu. CIX, art. 2,3 e segg.;
Jourdain, La fil. di S. Tommaso, trad. it. 1860, p. 203 segg.; Schelling,
System d. transcend. Idealiomus, 1801; ‘Taine, Philosophie de Vart, 1880; Guyan, L'art au point
de vue sociologique, 1884; Masci, Psicologia, 1904, p. 392 segg. (v. bello, comico, estetica, provvidenza,
premozione, scienza media). Gusto. T. Gesohmach ; I. Taste: F. Goût. Senso
chimico col quale si percepiscono i sapori. Di questi si distinguono quattro
fondamentali: l'amaro, il dolce, l'acido, il salato, ai quali alcuni aggiungono
il metallico © V alcalino. Le sen 491
Gus sazioni gustative sono molto complesso; quelle che ordinariamente si
riguardano come sensazioni di gusto, sono un misto di sensazioni di gusto, di
tatto, di olfatto © di temperatura. Infatti la mucosa boccale possiede papillo
gustative solo in alcune parti, come la punta e i margini luterali della
lingua, ls parto superioro 6 la superficie auteriore dol palato; nelle altre
parti non vi sono che corpuscoli tattili. I nervi del gusto sono il linguale,
che servo per il gusto della parte anteriore della lingua, e il glossofaringeo
per le altre parti della lingua ο della bocca.
In, per gusto ο buon gusto ο) intende la coltà di gindicare
intuitivamente ο sicuramente i valori estetici, specialmente in ciò che essi
hanno di corretto © delicato. Per il Shaftesbury ο l’ Hutcheson il gusto è lu facoltà
fondamentale non solo estetica ma anche eticn; l’uomo possiede, secondo essi,
un sentimento naturale ο profondo tanto per il buono quanto per il bello, che
non sono quindi oggetto di conoscenza razionale, ma di un intimo consenso
insito nella stessa natura dell'individuo. Per il Reid anche il gusto è
sottomesso a leggi: Quelli che sostengono che non v’ ha nulla d’assoluto in
materia di gusto, e che il proverbio che dei gusti non si devo disputare è di
applicazione illimitata, sostengono un’opinione insostenibile ; con le medesime
ragioni si potrebbe sostenere che non c'è nulla di assoluto in materia di
verità ». Kant inveco distingue il buono dal bello, in quanto il primo è ciò
che coincide con la nonna finale rappresentata nella legge morale, il bello
invece à ciò che piace senza concetto, come godimento affatto disinteressato ;
quindi è impossibile una dottrina estetica, v'è soltanto una critica del gusto,
ciod nua ricerca intorno alla possibilità del valore aprioristico dei giudizi
estetici; il gusto è infatti per Kant la facoltà di giudicare di un oggetto o
di una rappresentazione mediante un piacere o uno stato sgradevole, senza
‘alcun interesse ;... una capacità puramente regola 492 tiva di giudicare la forma nell’ unione dol molteplice
nella fantasia »; pord, la sentenza che dei gusti non si può disputare, vale
solo nel senso che in questioni di gusto con la prova concettuale non si
ottiene nulla, il che non esclude che sia possibile in ciò nn appollo a
sentimenti di valore universal. Per l'Herbart i giudisi del gusto hanno un
valore necessario ο universale, d’ indimostrabile evidenza, © «si riferiscono
sempre ai rapporti dell'esistente; quindi In morale è per lui un ramo dell’
ostetica, in quanto questa si risolvo nella dottrina doi giudizi estetici
intorno ai rapporti della volontà umana. Cfe. Hutcheson, Philosophiae mordlis
institutio oompendiaria, 1754; Reid, Works, 1817, V, 215 seg.; Kant, Krit. d.
Urteilskraft, 1878, 1, $5; Blencko, Kants Unterecheidung den Sohönen rom
Angenchm, 1889; Wundt, Vòlkerpsychologie, 1900, vol. 1; Kiesow, Atti del IV
Congr. int. di pricologia, 1906; Windelband, Storia della fil., trad. it
Sandron, 1, 328; Höflding, Prychol., trad. frane. 1900, p. 130 ο segg. 1. Nella
logica formale designa le proposizioni particolari affermative (qualche À è 3).
Nella teoria della quantificazione del predicato indies lo proposizioni
parti-parziali afformative (qualche οἱ è qualche 1), mentre la lotters greca ı
designa le proposizioni parti-totali afformative (qualche .1 è tutto B). Ibridismo.
F. Hybridisme: I. Hybridiem. 1, accoppinmento fecondo di due individui più o
meno diversi tra di loro. Diconsi ibridi i prodotti stabili ο instabili delle
specio tra loro, e meticci i prodotti delle varietà o delle razze. Nel
linguaggio comune, però, ai riserba il nome di meticci prodotti della
fecondazione fra le diverse razze umane. Sembra eselusa la possibilità di
fecondazione tra individui appartenenti a ordini differenti ; è invece
accertata fra indiviIpe dui di differenti generi, i cui prodotti sono
indefinitamente fecondi, © di differenti speoie, i oui prodotti possono essero
infecondi, come i mali ei bardotti, 0 fecondi, come i piocoli della lepre ο del
coniglio, del cane e del lupo, del cano e della volpo. Si ha 1’ ibridiemo
unilaterale quando il maschio d'una specie dà Inogo et meticci fecondi con la
femmina @ un’altra specie, mentrechd una femmina della prima con un maschio
della seconda è sterile; 1 ibridiemo collaterale quando i meticci di primo
sangue sono sterili, mentro quelli di secondo sangue sono indefinitamente
fertili, così da dar luogo mediante i collaterali a una nuova razza; P
ibridiemo diretto quando i meticci di due ordini sono indefinitamente fecondi.
I fenomeni di ibridismo, non ancora pienamente spiegati, vi intrecciano ad
altri importanti problemi della filosofia zoologica, riguardanti la fissità,
l’unità, l’origine della specie, il concetto delle olassifionzioni zoologiche,
l'eredità, 1’ affinità sessuale, eco. Cfr. A. Suchotet, L'hydridité dana la
nature, 1888 (v. omogenesia, monogenismo, poligeniemo, varietà, specie, ecc.).
Idea. T. Idee, Vorstellung; I. Idea; F. Idee. Comunemente per idea si intende
ciò che non è reale se non in quanto è pensato, ciò che esisto soltanto nel
pensiero © per il pensiero; e si suol anche opporla alla sensazione, alla
percezione, alla imagine, in quanto designa i prodotti generali ed astratti
dell’ attivita dello spirito. Ma nella storia della filosofia l’ides assume
significati assai diversi ed implica varie ed importanti questioni riguardanti
la sun origine, la sua natura, i suoi rapporti col reale, eco. Quanto alla
varietà dei significati, da principio Ἴδέα equivale nella lingua greca a forma
visibile, aspetto; da ciò anche il significato di forma distintiva, di specie
nel significato cho questa parola ebbe presso gli scolastici : perciò Democrito
chiama gli atomi anche ἰδέαι, e Dionigi Massimo definisce le idee species vel
formas aelernas et incommutabiles rationes, secundum quas et in quibus
visibilio mundus formatur et regitur. IDE
494 Affine a questo è il
significato che Platone dà alla stessa parola, come vedremo più avanti; il
passaggio si può cogliore in questa definizione di Goclenio : Idea signifioat
speciem seu formam, sou rationem rei eziernam ; generatim idea est forma seu
exemplar rei, ad quod respiciens opifez affoit id quod animo destinarat. Per
Kant invece ha un valore differente: Per idea io intendo un concetto necessario
della ragione, al quale nessun oggetto adeguato pnd esser dato nei sensi »;
tali idee sono, per Kant, quelle d’unità assoluta del soggetto, di
sistematizzazione completa dei fenomeni (comprondente le quattro idee
cosmologiche ») e di ridusione all’ anità di tutte le esistenze, ideo alle
quali corrispondono rispettivamente l’anima, il mondo e Dio. In senso
psicologico l’idea equivale al concetto, considerato come fenomeno mentale in
una determinata coscienza; alcuni psicologi la distinguono dal concetto solo
perchè, mentre l’idea astratta può essere d’una qualità o d’ una proprietà, il
concetto è l’idea d’ una cosa ο d’un fatto, e in quanto tale raccoglio in sè,
come in una sintesi ideale, quegli elementi che devono costantemente associarsi
per costituire la conn 0 il fatto. Già con la tarda scolastica, ma più
specialmonte a partire dal sec. XVII, la parola idea si adopera anche per
indicare ogni oggetto del pensiero in quanto pensiero, în opposizione sia al
sentimento, all’ istinto, alla volontà, ciod ai fenomeni psichici non
intellettuali, sia alla cosa, all'oggetto esistente per sè, indipendentemente
dalla conoscenza che ne abbiamo. Infine, tanto nel linguaggio comune che in
quello filosofico, ides è adoperata ad indicare progetto, disegno, invenzione,
opinione, teoria, come appare dallo espressioni aver ’ idea di compiere qualche
com », idea della filosofia trascendentale », le idee filosofiche dominanti », le
ideo politicho di un uomo >, ece. Per questa varietà di significati, 1’
Hamilton dichiarava giustamente che è impossibile serbare a questa parola un
uso tecnico, e che non si può usarla se non nel senso vago 495
Ipr nel quale racchiude le presentazioni dei sensi, le rappresentazioni
dell’ imaginazione e i concetti ο nozioni dell’ intendimento: Le idee, parola e
cosa, sono state la orur philosophorum, dacchè Aristotele lo mandò nd imballare
fino ai giorni nostri >. Quanto alla natura 6 all’origine delle idee, per
Platone esse sono i veri reali, che non esistono come semplici enti del
pensiero, ma sono sostanziate in sè, immutabili ed universali; esse
costituiscono i tipi, i modelli esemplari ed eterni delle cose, le quali non
sono che imitazioni delle idee, e partecipano del reale solo in quanto
partecipano delle idee ; esse non possono venir apprese che dalla ragione, e
costituiscono una gerarchia al sommo della quale sta l’idea del bene, cioè il
bene stesso, dal quale le altre idee ricevono realtà e intelligibilitä. Per
Aristotele invece le idee non hanno una realtà separato dalle coso individuali
© sd esse anteriore, ma son poste in esse medesime; soltanto gli individui sono
i veri sussistenti sò, vere sostanze; l’universale esiste, ma nell’ individuo;
V idea non è un semplice vocabolo, ma associata ad un vocabolo viene a fissare
ciò che hanno fra loro di comune più individui della medesima specie. Da allora
in poi le due teorie rimasero sempre di fronte, ο si combntterono specialmente
nella scolastica sotto il nome di realismo la prima, conosttualismo o
nominalismo la seconda. Più tardi sorsero le varie dottrine circa l’origine
delle idee: secondo l’ innatiemo esse sono contenute nello spirito
anteriormente ad ogni esperienza; secondo il seneemo sono invece il prodotto
della nostra esperienza sensibilo; secondo 1’ empirismo derivano pure dall’
esperienza, ma non soltanto da quella esterna o sensibile, ma anche da quella
interna ossia dalla coscienza; secondo la dottrina pricogenetioa dello Spencer,
derivano non solo dall’csperionza dell’individuo mn ancho da quella della
specie, accumulata, organizzata ο traamessa sotto forma di virtunlitä
psicologica. La dottrina generale della ovoluzione, dico lo Spencer, concilia
1’ ipoIne 496 tesi sperimentale e quella intuisionistica,
ciascuna delle quali è parzialmente vera, ma insostenibile per sò stossa. Nel
sistema nervoso certe relazioni prestabilite esistono attraverso la
trasmissione, rispondendo a relazioni dell’ ambiente assolutamente costanti,
assolutamente universali. In questo senso esistono ‘‘ forme dell’ intuizione ”,
ciod elementi di pensiero infinitamente ripotati finchè sono divenuti
automatici e impossibili ad abbandonarsi. Queste reInzioni sono potenzialmente
presenti avanti la nascita nella forma di determinate connessioni nervose,
antecedenti e indipendenti dalle esperienze individuali, ma non indipendenti da
ogni esperienza, essendo state determinate dall'esperienza di precedenti
organismi ». Secondo il Condillac, sensista, non esiste una demarcazione netta
tra sensazioni ed idee; queste non sono iu fondo che sentimenti esistenti nella
memoria che li riproduce; così, parlando dell’ idea di spazio, ogli dice: La
sensazione sia attuale che passata di solidità è sola per sè stessa sontimento
ed idea ad un tempo. È sentimento per la relazione che ha con l’anima, che essa
modifica; è idea per la relazione che ha con qualche cosa @ esteriore.... Tutte
le nostre sensazioni ci appaiono come lo qualità degli oggetti che ci
circondano; esse dunque le rappresentano, e perciò sono dello idee ». Secondo
il Locke, empirista, le idee si dividono, quanto alla loro origine, in semplici
9 composte : le primo nascono dalla sensazione sola, ο dalla riflessione sola,
ο dall'una e dall'altra unite; le seconde invece derivano dalle primo; colle
idee semplici noi ci rappresentiamo le qualità dei corpi, sis primarie che
secondarie, le composte si distingnono in modi, sostanze ο relazioni, Però alla
parola idea Locke dà un significato assai vasto: Tuttocid che lo spirito
percepisce in ad stesso, o è l'oggetto immediato della percezione, del
pensiero, o dell’intendimento, io chiamo idea. La parola serve per qualunque
oggetto dell’ intelletto, quando l’uomo pensa, qualunque sin ciò che ocenpa lo
spirito nel suo pensare ». 497 Ir Lo stesso significato dà alla parola il
Berkeley, per il quale non esistono che gli spiriti e le loro funzioni, cioò
idee e volizioni; ma idee astratte, in quanto tali, non esistono nello spirito,
non sono che finzioni scolastiche, la loro apparenza deriva dalla espressione
verbale; in realtà non esistono che rappresentazioni singole, e alcune di
queste, grazie alla somiglianza ο all’ uguaglianza della denominazione, possono
rappresentare anche altro, simili a loro. David Hume si appropriò questa
dottrina, e distinse le impressioni originarie dalle loro copie : le idee non
sono che copie di impressioni, imagini sbiadite (faint images) ο non c’è idea
che si sia prodotta altrimenti che come copia di una impressione, 0 che abbia
altro contenuto fuori da quello che ha tolto dall’impressione. Secondo Kant,
esistono nello spirito leggi e forme invariabili, che sono ls condizione
necessaria del pensiero: di queste forme le une, le categorie, si applicano al
mondo fenomenico e sensibile, le altre, le idee, hanno un oggetto trascendente
e puramente intelli gibile: ora, siccome le idee sorpassano i limiti dell’
esperienza, non sono che forme logiche che regolano l’intelligenza, ο tutt'al
più non esprimono che uns possibilità. L’ Hegel invece, accostandosi a Platone,
non considera P idea come una mera entità logica, bensì come la più alta
realtà, per mezzo della quale tutto si spiega, 1’ essero 9 la conoscenza, la
natura e il pensiero, e nella quale tntto ha la propria ragione e il proprio
fondamento; da idea in sò, potenza non ancora evoluta, diventa idea per sà,
ossia natura, che si evolve per gradazioni infinitesime e continue, finchè
torna in sè, si fa spirito cosciente, dando luogo alla filosofia dello spirito,
alla famiglia, alla società, alla moralità e al diritto. Per il Rosmini I’ idea
è I’ essere possibile presente allo spirito; la sua presenza è appunto l’esser
noto: non ha altro effetto che far conoscere che cosa è essere »; l’idea e il
sentimento sono i duo primi clementi di tutto le cognizioni, che sono alla lor
volta anticip: 22 Ranzotı, Dizion. di
acienze filosofiche. IE 498 @ ogni deduzione e d’ogni argomentazione;
ogni applicazione dell’ idea dell’ essere nd uns data notizia è una
riflessione, Per il Gallappi l’idea è un elemento del giudizio »; egli
distingne le idee in accidentali od emensiali: sia le une che le altre sono, in
quanto idee, un prodotto della meditazione sui sentimenti, ma mentre per le
prime non tutti gli uomini hanno i sentimenti necessari alla loro formazione,
nessun nomo manca dei sentimenti necessari per la formazione delle seconde;
sono ideo essenziali quella dol proprio io, quella del proprio corpo e quella
di un corpo esterno, nonchè tutte quelle idee che l’azione feconda della
meditazione può sviluppare da queste e che si trovano in tutti gli nomini i
quali hanno 1’ uso della ragione. Per l'Ardigò l’idea è una reduplicazione
della sensazione »; la sua disformità dalla sensazione dipende unicamente dalla
ripetuta elaborazione specificatrice onde è uscita, ma i caratteri di
universalità ο di infinità, che all’ idea si attribuiscono con significazione
metafisica, sono propri anche della sensazione, che è riproducibile senza
terntine ο riferibile ad un numero illimitato di oggetti; gli uffici principali
dell’ idea sono tre: 1° è il campo mentale dei particolari, che in essa si
inquadrano como în una rappresentazione unica comnne, per il rapporto
fondamentale dolla loro somiglianza ; 2°è una rirtualità infinita di
rappresentazioni ulteriori; 3° è un segno di operazioni già eseguite o di
formazioni già ottenute. Quanto alla
classificazione delle idee, essa è impossibile nei riguardi dei loro oggetti,
che variano all’infinito ; per rispetto alla qualità ο forma si distinguono in
vere e false, chiare ο oscure, distinte e confuse, semplici e composte,
astratte ο concrete, individuali e collettive, particolari e generali ;
riguardo ai loro caratteri, si sogliono distinguere in contingenti, che hanno
per oggetto cose che possono essere e non essere, © necessarie, che hanno per
oggetto cose che non possono non essere : le prime sono determinate,
particolari, individnali, le secondo sono invece universali; nn’ idea con
499 IDE tingente e particolare dicesi
idea relativa, una necessaria ο universale dicesi idea ansoluta. Cfr. Platono,
Tim., 51 D; Rep., VI, 507 B; Fedr., 247 C; Aristotele, Met.;I, 9, 991 n, 11
segg.; Bacone, Nor. Org., I, 23; Cartesio, Med., III, 4 5; Locke, Essay, I,
cap. 1, $ 8; Berkeley, Prino., I; Hume, Treat., I, sog. 1; Kant, Arit. d.
reinen Fern., p. 274 segg.; Hamilton, Discussions on phylosophy. 1852, p. 69;
Spencer, Prino. of psychology, 1881, I, p. 467 negg.; Romini, Peioologia, 1848,
t. II, p. 264 segg.; Id., Logica, 1858, Ρ. 85 segg.; Galluppi, Elem. di
filosofia, 1820-27, t. II, p. 9; Id., Lezioni di logica e metafisica, 1854, t.
III, p. 999 segg.; Ardigò, Op. fl.. I, 219 segg.; II, 461 segg. (v.
associazione, archetipo, entelechia, idealimmo, ecc.). Ideale. T. Ideel, Ideal;
I. Ideal, Standard; F. Ideel. Quando si oppone a reale, designa ciò che non ha
una esistenza obbiettiva, ma esiste soltanto come idea, cioè in quanto pensato.
In questo senso Goclenio lo definisce esse alicniun in mente secundum epeciem,
in qua, ut obiectiro prineipio, res cognoscitur. Per i platonici l'ideale
costituisce una specie di mondo perfetto ed eterno, anteriore e auperiore al
mondo visibile, ove quello talora si riflette fugacemente ϱ sempre in forma
molto lontana dalla perfezione. Per ideale si intende ancora il modello
astratto, il tipo generale ο perfetto della cosa; © nell’ agire morale cd
artistico, il tipo di perfezione che lo apirito costrpisco come fine da
raggiungere, l’idea che si vuole rappresentare nella materia. Nell’ arte I’
ideale risponde, secondo Hegel, al bisogno di uscire dal finito, di volgere lo
sguardo ad una sfera superiore più pura ¢ più vera, dove spariscono tutte le
opposizioni ο le contraddizioni del finito, dove la libertà, svolgendosi sonza
ostacoli e senza limiti, raggiungo il ano scopo supremo. Questa è Ia ragione
dell’arto ο la sua realtà è l'ideale: La necessità del bello nell’ arte ο nella
poesia risulta perciò dalla imperfezione del reale. La missione dell'arto è di
rappresentare, sotto forme sensibili, lo ariluppo Ie 500
libero della vita © sovra tutto dello spirito. Allora soltanto il vero è
liberato dalle circostanze accidentali e passeggere, sciolto dalla legge che lo
condanna a percorrere la serio delle coso finite; allora giunge ad una
manifestazione esteriore, che non lascia scorgere i bisogni del mondo prossico
della natura, ad una rappresentazione degna di lui, che ci offre lo spettacolo
d’ una forza libera, non dipendente che da sò stessa, avente in sò stessa la
propria destinazione © non ricevente le proprie determinazioni dal di fuori ».
Nella moralità I’ ideale è più propriamente un modello proposto al nostro agire
sociale; ma ciò cho lo sorregge è, anche qui, il senso dei limiti opposti dalla
realt& che ci circonda al nostro volere, e il bisogno di snperarli. Il
sentimento di questa limitazione, dice il Wandt, risveglia, riguardo alla
attività creativa del volere, la rappresentazione che il nostro volere è I’
organo di un volere infinitamente perfetto, per la cui attività sol. tanto
diventa intelligibile l’ illimitata capacità di sviluppo del pensiero ο della
attività umana. Così si convertono le norme volitive nell’ ideale, che, non mai
raggiungibile, deve esser sempro oggetto di aspirazione ». 1,’ ideale si sposta
infatti da ogni istante; la realtà di oggi è l’incarnazione dell’ ideale di
ieri, come l'ideale di oggi sarà In realtà di domani. In questo senso l’ ideale
è In concezione del possibile © dell’ infinitamente possibile; quantunque non
esista che nell’ idea, è vero in quanto sia fondato sulla conoscenza positiva
di quanto I’ essere ha di essenziale. Cfr. Goclenius, Lex. philosophioum, 1618,
p. 209; Hogel, Poétique, trad. frano., p. 45 segg.; Wundt, Logik, 1893, II, p.
514; Colozza, 1) imaginasione nella acienra, 1900, p. 104 segg.; Gaultier,
L’ideal moderne, 1908. Idealismo. T. Idealismus; I. Idealiem ; F. Idéalieme.
Termine di significato molto generale e vario, con cui si designano quei
sistemi filorofici che considerano la sostanza ultima del roale come
spirituale; oppure cho considerano
501 Ip 1 idea sia come principio
della conoscenza, sia come principio tanto della conoscenza quanto della
realtà. L’idealismo si oppone quindi al materialismo, che considera la sostanza
ultima del reale come materiale, © al realismo, cho sostiene la validità della
percezione immedista del mondo esteriore come tale, l’esistenza dell oggetto
sia quale noi lo percepiamo, sia come causa delle nostre sensazioni. L’
idealiemo si divide anzitutto in due specie; luna, detta idealismo
gnoseologico, psicologico, soggettivo, spiega il mondo per l’attività immanente
dello spirito sulle proprie rappresentazioni; l’altra, detta idealismo
obbiettivo, metafisico, realistico, ammette, al contrario del primo, un mondo
realo indipendente dalla conoscenza che ne abbiamo, ma lo considora di natura
spirituale, cioò come una forma di coscienza: perciò è detto anche spirifualiemo,
ο monismo spiritualislico, iu quanto per esso non v'ha altra realtà che quella
spirituale. Le forme dell’ idealismo metafisico sono varie: se il principio
spiritunle è da esso concepito come trascendente, l’idealismo dicesi teistioo,
se immanente panteistico © aucho naturalistico; ο particolarista se ammette con
Plutono idee reali distinte ο archetipi, unirersalista so ammette con Hegel uno
sviluppo o sistema uno e continuo, deterministico in quanto per esso l’idea in
sò, assoluta, lo spirito, determina gli atti umani senza vincolo alcuno con la
realtà materiale (natura). A quest’ ultimo si oppone l’idealismo
contingentistico o indeterministico, che estendendo ni fatti del mondo fisico
la libertà colta direttamente noi fatti della coscienza, considera il
determinismo scientifico v la necessità naturale come illusioni della nostra
mento, e riduce gli stessi principi logici ad nn semplice stromento soggettivo,
col quale cerchiamo di rendere intelligibile la realtà ponendo in essa un
ordine che corrisponda alle nostre esigenze conoscitive ; fiorisce attualmento
in Francia, è sorto da lontane origini kantiane e da un più diretto influsso
sia dell’ idealiamo pluralistico del Lotze sia delIpE 502 1°
idoalisiuo finalistico, ο teleologion, 0 estetico del Ravaisson, del Lachelier
e di Paul Janet. A seconda poi della forma di coscienza posta a fondamento
della realtà, l’idealiemo può essere sensistion 0 empirico, volontaristico,
razionalistion 0 panlogistico; il primo risolve la materia in una possibilità permanente
di sensazioni e lo spirito nella possibilità permanento degli stati interni (J.
8. Mill); il secondo concepisce la volontà non solo come il principio della
vita dello spirito ma anche como il fondamento reale ed assoluto di tutte lo
cose (Schopenhauer); nell’ ultimo il mondo esteriore risulta dallo sviluppo sia
di esseri pensanti, di ragioni individuali sia di una ragione cosciente
universale, sia infino di un sistema di idee indipendenti dalle coscienze,
incosciente almeno per lo coscienze umane, © che si pone come un oggetto per
rapporto ad esse: è il movimento dialettico dello spirito obbiettivo (Fichte,
Schelling, Hegel). Ma nelle scuolo filosotiche che succedettero a Kant, © per
designaro lo scuole medesime, si è fatto ο si fa un vero abuso del termine
idealismo. La stossa dottrina kantiana che il suo autore chiamò idealismo
trascendentale dei fenomeni, porchd considera tutti i fenomeni come
rappresentazioni ¢ non come cose in sè, 6 ritiene il tempo © lo spazio come
condizioni nostre è denominata ora idealismo critico, perchò risulta da
un'analisi ca dei poteri umani di conoscenza; ora idealismo razionalistico,
perchè risolve la sostanza in un rapporto, che il pensiero impone a priori ai
fenomeni; ora idealismo agnostico, in quanto ammette l’esistenza in sè dello
cose ma nega all’uomo la possibilità di conoscerlo. Le dottrine di Fichte,
Schelling, Hegel ο Schopenhauer sono complessivamente denominato ora idealismo
metafisico, ora idenlismo trascendentale, in quanto negano con Kant che spazio,
tompo, materia, ece. siano determinazioni del realo o coudizioni delle cose in
sè; ora idealismo assoluto, in quanto per essi le cose sono interamente
prodotte dall'attività del pensiero individuale ο universale ; ora idealismo
noumenico 503 lo (noumenal idealiem), in quanto
interpretano il mondo noumenico come un conoscibile mondo mentale. Ciascuna di
tqueste dottrine ricevo poi delle denominazioni non meno oscillanti ; la più
comune è quella che caratterizza la dottrina di Fichte come idealismo
soggettivo, o etico, in quanto colloca V’ ideale, principio d’ ogni esistenza,
nel soggetto morale considerato come assoluto; quella di Schelling como
oggettiro, © esletico, in quanto fa della natura ο dello spirito due
manifestazioni di un essere originario, superiore all'oggetto © al soggetto e a
tutti i contrari che in esso coincidono; quella di Hegel come assoluto, o
logico, in «quanto, mediante la tesi della convertibilit del reale nol
razionale © del razionale nel reale, rappresenta la formulazione ultima v compiuta
dell’idealismo metatisioo. Oggi però si dà un significato un po’ diverso alle
espressioni idvalismo critico e idealismo etico, che designano due importanti
indirizzi della filovofia contemporanea; entrambi muovono dal concetto
kantiano, che non la realtà dotermina l'atto conoscitivo, ma questo mira a
costruir quella, o, come diceva Kunt, che non la natura detta le suo leggi al
ponsiero, ma questo et quella: ma mentre I’ idealismo eritico non si propono la
giustificazione del processo crentivo della realtà, limitandosi a spiegare
l’illusorietà dei concetti di realtà, di obiettività, di sostanza, ecc., I’
idealismo etico crede di poter indicare il motivo fondamentule dell’
esplicuziono dell'attività dello spirito nelle sue vario forme, motivo che
sarebbe appunto l'esigenza morale; per l’idenlismo etico non è I’ essere la
categoria fondamentale atta a servirci di guida nella costruzione del mondo, ma
il dorer essere, come risulta sia dall’ esame della funzione conoscitiva
(essendo ogni giudizio una decisione volontaria che richiede un apprezzamento),
sia dalla riflessione critica au) concetto di realtà (la quale realtà,
indipendentemente dall'atto mentale che la pone e l’afferma. non è cho nna
possibilità, e si riduce quindi a ciò che Ipk
504 roclamu l’atto mentale).
Idenlismo ontologico, o anche idealivmo teologico, fa detto il sistema del
Rosmini e del Gioberti, secondo cui l’idea dell’ Essere, che s’ identifica in
ultimo col reale assoluto, splende di continuo alla nostra mente, è oggetto
d’un atto ο visione immanente del nostro spirito, in quanto la applichiamo in
ogni nostro atto intellettivo. L’ idealismo guoseologico, portato alle sue
estreme conseguenze, dicesi più propriamente soliprismo 0 semetipsismo: esso
sostieno la realtà non dei soggetti, ma del solo soggetto pensante; dato
infatti che il mondo osteriore non esiste, non è che la nostra
rappresentazione, anche gli altri soggetti non avranno altra realtà che il mio
pensiero, di modo che io non posso affermare che una cosa: la mia usistenza
porsonale. Affine all’ idealismo solipsistico è quello che oggi dicesi
idealiemo personalistico 0 anche pluralistico ; accanto alla mia coscienza
personale esso riconosce I’ esistenza di altre coscienzo, risolvendo così la
realtà in tanti centri spirituali o persone, in rapporto di coesistenza e di
interazione. Esso ha molti punti di contatto con la dottrina del Berkeley, che
comunomente si denomina idealismo s09gettito © metafisico ο ancora
spiritualiemo assoluto, montre Kant lo chiamò idealismo dogmatico, contrapponendolo
all’idealismo problematico di Cartesio. Finiamo avvertendo ancora che, per
tutte queste espressioni, In terminologia filosofica è estremamente vaga,
arbitraria e fluttuante. Cfr. Laas, Idealismus und Positiviemus, 1884; R. B.
Perry, Prosent philosophical tendencies, 1912; A. Fouilléo, Le mouvement
idealiste οἱ la reaction contre la soience positite, 1906 ; L. Branschwiog,
L'idéalieme contemporain, 1905; Masci, 1) idealismo indeterminista, Atti della
R. Aco. di Napoli », vol. XXX, p. 96 segg.; Villa, Z’idealismo moderno, 1905 ;
A. Chiappolli, Dalla oritica al nuovo idealismo, 1910; A. Aliotta, La reazione
idealistica contro la scienza, 1912; C. Ranzoli, Le forme storiche dell’
idealismo ο del realiemo, in Linguaggio dei filosofi, 1918, pp. 59-104. 505 Ipk
Ideasione. T. Ideation; I. Ideation; F. Idéation. Si ulopera talvolta per
designare genericamento il lavoro cogitativo, il processo psicologico e logico
per cui si vengono formando e svolgendo lo idee; oppure il processo per cui una
sensazione diventa idea. Altre volte ha significato più ristretto ancora,
designando lo sviluppo di una determinata serio di atti mentali. Il Rosmini, in
base al suo idealismo antologico, definisce l’ ideazione quella funzione della
mento ner mezzo della quale nella specie piena di nn ente indi vile, ο
considerato como tale, ossa trova altre spocie picne, aon perchè si comprendano
in casa belle © formate, ma Derchè sono in essa contenuti i loro rudimenti, dei
quali la mente si servo por formarle. Cfr. Rosmini, Pricologia, .848, vol. II,
p. 272 segg.; Sergi, La psychologie physiol., irad. franc. 1888, p. 143 (v.
ente, essere, specie). Idee-forze. F. Idées-foroes. Il Fouillée chiama
filorofia lello idee-forze la propria dottrina, che attribuisce alle idee in
quanto tali una azione sugli altri fenomeni, per opporiziono a tutto le altre
dottrine evoluzionistiche (Spencer, 3oin, Maudsley, Huxley) che nell’
evoluzione non introdusono alcun fattore di ordine mentale, e considerano i
fatti pichici come semplici risultati collaterali senza influonza propria, como
fenomeni sovragginnti ο epifenomeni supericiali, incapaci di contribuire in
nulla al corso delle cose. V espressione di idee-forze egli 1’ usa per
racchiudervi tutti i modi d’influenza possibile che l’idea può avere, per opjosizione
alle ideo inattive che non entrano per nulla nel isultato finale e non sono che
simboli. La parola idea poi, 10n è presa nel senso stretto di stato di
coscienza rappreæntativo d’un oggetto, ma nel senso largo di stato oscienza
intellettualo, affettivo e appetitivo. La forza di questo idce non consiste nel
creare dei movimenti nuovi € direzioni nuove di movimenti ; essa non è cho
l’attività osciente, la legge psichica cho collega la volizione col pensero ©
col sentimento; questa forza psichica è infatti la Ink 506
sola propriamento detta, perch’ le forze meccanicho uon sono che
movimenti. Cfr.
A. Fouillée, Morale des ideesforces, 1908 ; Id., La psychologie des
idées-forces, 1893; 1d., L'évolutionnisme des idées-forces, 1890. Idee rappresentative. F. Idées représentatives.
Dicesi teoria delle idee rappresentative la teoria secondo la quale tra la
coscienza ο l'oggetto esteriore conosciuto da essa, non c'è relazione
immediata, ma soltanto relazione indiretta per mezzo d’un fertium quid, l’idea,
che è ad un tempo lo stato ο l'atto della coscienza, da una parte, ο la
rappresentazione dell’ oggetto conosciuto dall'altra. Quosta tworia fu
sostenuta da Cartesio, Locke, Reid; ma 1’ ospressione con cui si indica sembra
aver avuto origino dalla polemica di Arnauld contro Malebranche. Cfr. Arnauld, Dee vraies
ot des fausses idées, od. J. Simon, p. 38-39. Identità. Gr. Tastöryg; Lat. Identitas; T. Identität;
1. Identity; F. Identité. Il porsistere dell’ nuità della cosa, attraverso il
variaro degli attributi, degli accidenti o dei modi. L'identità di due cose è
la luro medesimezza, la mancanza di qualsiasi differenza tra loro; tale
identità assoluta è giudicata impossibile da molti filosofi, in quauto, perchò
duo coso siano realmente due, occorre che almeno siano fuori l'una dall’ altra,
cioè difteriscano almeno nella situazione; due cose assolutamente identicho non
potrebbero duuque essere che la stessa cosa. L'identità nel primo senso, cioè
la persistenza dell’ unità della cosa, è considerata como il carattere essenziale
della sostanza, ciò che distingue la sostanza dai fenomeni. Si suol distinguere
l'identità della materia inorganica, da quella dell’ organica © del? anima
umana; la prima non è che la persistenza delle molecole di cui la materia si
compone, la seconda risiede nella organizzazione e nella vita stessa. Quanto
al. l'identità dell’ anima, ο identità personale, essa è, seconde molti
filosofi, la sorgente medesima della nostra idea d’identità: L'identità
personalo, dice il Reid, è l'identità per 507
Ins fotta; essa non ammetto gradi diversi; essa è il tipo ο la misura
naturale di tutte lo altre identità, che sono imperfette. La nozione generale
d’identità deriva dalla credenza nella nostra identità personale. Dove
percepiamo una grande somiglianza, siamo indotti a collocare codesta identità
reale con cui siamo tanto familiari. La credenza nell’ identità delle altre
persone non è che una congettura; la credenza nella nostra propria identità è
nna certezza invincibile. L'identità degli oggetti del senso non è mai
perfetta, poichè tutti i corpi sono divisibili e in porpetuo cangiamento; ma,
quando il cangiamento è graduale, noi lasciamo all'oggetto il suo nome di prima
e diciamo che è il medesimo oggetto ». Secondo gli spiritualisti, U identità
dell’ anima è uns conseguenza della sua natura spirituale, semplice, inestesa,
che non può dar luogo nd ad aggiunte ο sostituzioni nd a cambiamenti successivi
; © ci è anche confermata, sin dalla percezione dell’ Io, sia dalla memoria,
sia dalla previsione del futuro, per il quale lnvoriamo in rapporto alla nostra
coscienza del passato, sia dalla possibilità dell’imputabilità morale delle
uzioni compiute in ogni tempo © condizione della vita. L' dell’ anima è nogata
dai materialisti ο dai fenomenisti, per i quali V anita dell’ lo non è che la
tà della coscienza, il connettersi dei fatti psichici successivi; quin PP Io,
se è uno, è nello stesso tempo molteplice, in quanto è la sintesi effettiva per
cui ogni singolo fatto psichico è riforito 0 alla somma dei precedenti © alla
sorio cui appartione: in tale costante riferimento risiede il sentimento
dell'identità del proprio Io: Lo spirito, dice Hume, è una specio di teatro ove
ogni percezione fa la propria comparsa, passa e ripassa, in un continuo
cangiamonto.... E questa metafora del teatro non deve ingannarci; à In
successione delle nostre percezioni che costituisce il nostro spirito, ο noi
non abbiamo alcuna idea, nemmeno lontana e confusa, del teatro in cui codeste
scene sono rappresentate. Il fondaIps
508 mento della nostra credenza
nell’identità personale è in codesto legame e in codesto passaggio facile delle
nostre idee, prodotto dai principi di associazione, di causalità, di
contiguità, di somiglianza >. Gli
scolastici distinguevano due spocie d'identità: P identitae realis, che compete
alle cose indipendentemento dalla operazione dell'intelletto, come quella che
compete agli attributi divini; 1’ identitas rationalie, cho deriva da un atto
della ragione o in esso consiste, come quando concepiamo medesima la natura di
due uomini, sebbene l'abbiano realmente distinta. Dicosi filosofa dell'identità
(IdentitätsPhilosophie) ogni dottrina, in generalo, che ammetto l'identità
originaria ο sostanziale dello spirito e della matoria, del pensiero e dell’
essere, del soggotto ο dell’ oggotto in un terzo quid, oppure li considera come
due aspetti di un solo e medesimo essere. Più particolarmente, dicesi filosofia
dell’ identità 1’ idealismo assoluto dello Schelling, che pone come fondamento
del reule un Assoluto, suporiore a tutti i contrari che în esso coincidono :
esgo è quindi P identificazione perfetta e l’unità del soggetto © doll’oggetto,
del reale e doll’ ideale, dello spirito ο della natura, che si attun poi
nell'universo, passando per tutto le ditteronziazioni possibili: La untura,
egli dico, deve ossoro Jo spirito visibile, lo spirito la natura invisibile.
Qui adunque, nell’assoluta identità dello spirito in noi e della natura fuori
di noi, deve risolversi il problema, del come una natura fuori di noi sia
possibile ». Il primo passo alla filosofia ο la condizione senza la quale non
si può entrare addentro in essa nemmeno una volta, è questa veduta: che I’
assoluto Ideale sia anche l’ assoluto Renle ». L’idontità ansolata fu ammessa
anche da altri filosofi, che la concepirono sia, come il Bruno, qualo immanenza
dell’ uno nel molteplice, sia, come lo Spinoza e l’ Hegel, ‘qual immanenza del
molteplice nell’ uno. L’ordine © la concatenasione delle idee, dico Spinoza, è
identico all’ ordine e alla concatenazione delle cose... Da ciò risulta che la
potenza del pen 509 IDE siero di Dio è
identica alla sua potensa attuale d'azione, ossia che tuttocid che risulta
formalmente dalla natura infinita di Dio, risulta obiettivamente, in Dio, dall’
idea di Dio nell’ identico ordine e nell’ identica concatenazione. ... La
sostanza pensante © la sostanza estesa non sono che una sola e medesima
sostanza, compresa ora sotto un attributo ora sotto 1’ altro. Così un modo
dell’ esteso e l’idea di codesto esteso non è che una sola e medesima cosa, ma
espressa in due maniere differenti ». L’ essere, dice Hegel, è nella sun
essenza intima pensiero, © il pensiero nelle sue prodazioni è una cosa sola con
} essere: questa unità del concetto e dell’ essere è ciò che stabilisce il
concetto di Ρίο». 11 primo filosofo che affermò I’ identità assoluta del
pensiero con l'essere fu Parmenide, per il quale non ο) ὃ pensiero il cui
contenuto non corrisponda all’ essere, pensare ed essere sono lo stesso, τὸ γὰρ
αὐτὸ vosty ἐστίν τε xal εἶναι. --Nella matematica diceei identità una
uguaglianza, sis quando i termini sono interamente espressi, sia quando
l'eguaglianza sussiste qualunque sia il valore attribuito alle lettere. Cfr. Aristotele, Phye., 25r,
116 D; Met., V, 29, 1024 b, 32 segg.; Spinoza, Ethica, 1. II, teor. VII,
corol., scolio; Humo, Treatiso on human nature, 1739, V, 6; Roid, Works, 1827,
vol. III, cap. IV; Schelling, Naturph., 1803, p. 64 segg.; Hogel, Enoyol., $
51; Rosmini, Psicologia, 1846, t. I, p. 90 segg.; Ardigò, L'unità della
coscienza, 1898; A. Rey, Identité et réalité, Rev. de metaphysique », luglio
1909 (v. anima, spirito, indiscernibili, emanatiemo, panteiemo, s0atanzialità,
ecc.). Identità (principio di). Il
principio razionale che afferma l’identico dell’ identico: ciò che è, è, ciò
che non è, non è; oppure: il medesimo è il medesimo, l’altro è l’altro. Si
anole esprimere con In formula: A -= 4. Tuttavia questa formula, che esprime
una identità nssoluta, non sembra propria, in quanto è applicabile solamente ai
giudizi noi quali il secondo termine è la ripetizione del IDE 510
primo; ora tali giudizi sono semplici tautologie, non esprimono la
formula generale del pensare ma ne sono la negazione. Perchè l'identità riesca
feconda nel lavoro conosoitivo deve essere intesa relativamente, ciod secondo
certi limiti del contenuto e dell’ estensione dei concetti. In altre parole non
il riferimento dello stesso allo stesso, bensi il riforimento di nozioni o
cose, che in parte e sotto un rispetto coincidono, mentre nel resto e sotto
altri rispetti diversificano. In questo caso soltanto, infatti, non è soltanto
logica ma legittima ed utile la sostituzione dell’ identico, Il principio
d'identità fu formulato in diversi modi dai filosofi; G. Buridano : quodlibet
eat vel non est; Cartesio: impossibile est idem simul esse ot non ease ; Locke:
lo steso è lo stesso; Leibnitz: ogni cosa è ciò che essa è; Cr. Wolff: idem ene
est illud ipsum ens, quod ene, seu omne A est A; Schelling: la proposizione A =
A è possibile soltanto mediante l’atto espresso nella proposizione Io = Io;
Lotze: ogni contenuto pensabile è uguale a sè stesso ο diverso da ogni altro.
Por l Hamilton la sua importanza logica sta in ciò, che esso è il principio di
ogni affermazione ο di ogni definizione logica: Esso esprime la relazione di
totale medesimezza (eameness) in cni un concetto sta con tutti i suoi caratteri
costitutivi, e la relazione di parziale medesimezza in cni sta con ciascuno di
essi. In altre parole, esso dichiara l’ impossibilità di pensare il concetto e
i suoi caratteri come reciprocamente diversi ». Nell’ ontologismo del Rosmini
il principio d'identità acquista un valore particolare: esso infatti esprime I’
ordine dell’ essere e deriva dal principio di cognizione (I essere è oggetto
dell'intelligenza), perchè si conosce l'ordine dell’ essero in quanto la mente
conosce V’ essere, si conosce che 1’ essere è essenzialmente uguale a sò stesso
in quanta si conosce l’essenza dell’ orsere. Cfr. Schelling, Syet. d. trans,
Idealismus, 1801, p. 55 segg.; Lotze, Grandziige d. Logik, 1891, Hamilton,
Lecturer on logic, 1860, p. 79 segg.; Ra 611
Ipe smini, Nuoto saggio, 1830, II, p. 15 sogg.; Id., Logioa, 1853, $
337-349. Ideologia. T. Ideologie, Denkgebilde; I. Ideology; F. Ideologie. Con
questo nome il Destutt de Tracy ed altri con Ini designano la soienza del
pensiero, in quanto non implica, come la psicologia, lo studio dell’ anima, che
è una delle cause su cui specula la metafisica, nè, come la metafisica stessa,
riguarda la natura degli esseri, le cause prime piuttosto che le loro manifestazioni
fenomeniche, ma comprende soltanto lo studio degli effetti, l’analisi dei
fonomeni, l'inventario metodico del contenuto della coscienza. Secondo il
Galluppi, l'ideologia è la scienza delle idee essenziali all’ umano
intendimento >, quali sarebbero I iden del proprio me, quella del proprio
corpo, quelle di possi bilità, durata, sostanza, attributo, eco.; egli dichiara
di preferire questo vocabolo a quello più antico di ontologia, © scienza dell’
essere in generale, perchè l'ontologis suppone che le nostre idee corrispondano
esattamente agli oggetti in sò stessi: questa supposizione non è niente
filosofiea: sarebbe stato necessario premettere una questione preliminare sul
valore di queste nozioni di cui tratta 1’ ontologia. Bisognava cercare come lo
spirito umano può permettersi di passare dalla regione del suo pensiero ο delle
aue idee a quella dell’ esistenza. L'ideologia stessa, spiegando l’origine di
queste nozioni essenziali allo spirito nmano, avrebbe somministrato i dati per
la soluzione del proposto problema... L'ideologia dunque non è che ¥ ontologia
ragionata e filosofica. E un’ ontologia poggiata sopra una base solida ».
Secondo il Rosmini è la scienza del lume intellettivo, col quale l’uomo rendo
intelligibili a sè stesso i sensibili, da cni trae l’universo sapero >; essa
è scienza formale, ha per principale fondamento 1’ osservazione interna ©
tratta dell’ essere oggetto della mente, vale n dire dell'unione dello apirito
umano coll’ essere intelligibilo sotto forma d’ iden e di concetto. Secondo il
Franck l'ideologin Ipe-Inı 512 à la scienza delle idee considerate in sè
stesse, cioè come semplici fenomeni dello spirito umano ». Secondo il
Windelband, non è improbabile che il Destutt de Tracy abbia tolto il nome di
ideologia dalla Wiseonschaftelehre del Fichte. Alcane volte però alla parola
ideologia si dà un significato diverso, angi opposto, in quanto designa una
scienza di pura astrazione, un insieme di ragionamenti aprioristici, di idee
pure. Cfe. Destutt de Tracy, Éléments d'idéologie, 1801, I, p. 5; Galluppi,
Elementi di filosofia, 1820-27, U, p, 2; Id., Lezioni di logica e metafisica,
1854, t. III, p. 982 segg.; Rosmini, Ideologia e logioa, 1853, t. IV, p. 458
segg.; Id., Pricologia, 1846, t. I, p. 23 segg.; Windelband, Storia della filosofia,
trad. it. Sandron, II, p. 142 4, 369 segg. Ideologioo. Ί. Ideologisch; I.
Ideologioal ; F. Idéologique. Tutto cid che riguarda le idee, il pensiero in
generale; così dicosi evolnzione ideologica, fattore ideologico, ecc. Dicesi
argomento ideologico una delle prove a priori dell’esistenza di Dio, ricavata
dalla eternità delle idee. Esistono delle verità, che sono indipendenti dal
mondo in cui si realizzano © dalla coscienza nostra che le contempla; deve
dunque essorvi una mente eterna di cui sono oggetto essenziale, ο in cui
risiedono ab aeterno, altrimenti la loro nocessità ed oternità non avrebbe
fondamento (v. Dio, ontologico, morale, fisico, cosmologico, storico).
Ideorrea. Stato di disgregazione mentale, costituito da fuga di
rappresontazioni e da ideazione confusa, esuberanto, senza legame logico, Si
manifesta in alcune malattio mentali e costituisce il lato interno della
logorres. Cfr. Dagonet, Nour. traité des maladier mentales, 1894, p. 828 segg.
Idiosinorasia (ἴδιος: == proprio, civ = con, xp&atg temperamento). T.
Idiosynorasie; I. Idiosynorasy, Idiocrasy; F. Idiosynerasie. In sonso proprio
designa le disposizioni individuali n sentire in modo particolare l’azione
degli agonti esteriori, apecio dei medicamenti; ma si adopera anche per designare
l'insieme dolle varietà individuali cho
58 , Ini-Ipo si incontrano negli individui di una medesima specie, e
costituiscono il temperamento. Non va confusa con I’ idiosincrisi, con cui si
designano un insieme di fenomeni diversi che si manifestano spontaneamente in
uno stesso individuo. Idiotismo. T. Blödeinnigkeit; I. Idiotiem ; F. Idiotisme.
Uno doi gradi infimi di debolezza mentale; appartiene al gruppo delle
frenastenie ο arresti di sviluppo. L' idiota fu definito come un essere
estrasociale ; esso infatti presenta una inettitadine assoluta al lavoro
ordinato, non prova alcun interesse per l’ambiente che lo circonda, è incapace
di concepire rapporti sociali elevati ο di provare sentimenti nltruistiei, non
ha altra preoconpazione che di soddisfare i propri bisogni fisici; i suoi sensi
sono straordinariamente ottusi, specie il tattile e il dolorifico ; 1’
affettività rudimentaria ο irregolare; i movimenti lenti ed impacciati.
L’idiota si distingue psicologicamente dall’ imbecille, perchè, pur essendo l’uno
e l’altro dei deboli di spirito, il secondo ha imaginazione disordinata,
associasioni rapide e incoerenti, attenzione desta ma instabile, grande
concetto di sè stesso unito ad insofferenza per ogni lavoro ordinato. Per
idiotiamo morale si suol intendere la cecità morale, ossia l’assenza totale ©
Patrofia degli impulsi altruistici, sociali, estetici ; si distingue dalla
follia morale, che consiste invece in impulsi anormali. Cfr. Sollier, Psychologie de
l’idiot et de T'imbéoile, 1891 (v. obefrenia). Idolatria. T. Abgötterei; I. Idolatry; F. Idoldirio.
Consiste nell’ adorazione delle imagini come se fossero le stesso persone
divine, ed è propria delle religioni primitive o dei popoli selvaggi. Essa ha
origine dal simbolismo religioso. Da principio imagine divina, appena
fabbricata, non è compresa che como un semplice simbolo; poi a poco a poco,
continuando ad essere adorata, perde la sua natura di emblema ο di semplico
analogia, per identifienri con l'oggetto reale del culto. Cfr. F. B. Jevona, L'
idea di Dio 23 Raxzorı, Di . di scienze
filosofiche. Ino 514 nelle vel. primitive, trad. it. 1914, p. 4,
14 (v. feticiamo, religione, simbolismo). Idoli. Lat. Idola; Gr. Et2oXa. Bacone
chiama così, nella prima parte del suo Organo, quelle anticipazioni ed errori
che la mente umana aggiunge alla esporienza, falsando in tal modo il concetto
della natura. Gli idoli e le nozioni false, che invasero l’intelletto umano e
vi gettarono radici profonde, non solo ingombrano le menti degli uomini in modo
che la verità a mala pena vi può trovare accesso; ma anche se lo trovasse,
ricompariranno di nuovo nella riforma delle scienze e saranno moleste, qualora
gli nomini, preavvisati, non si muniscano al possibile contro di esso ». Egli
enumera quattro classi di idoli da cui bisogna guardarsi: 1. idola tribus, che
sono inerenti alla stessa natura umana in generale, perchè l’anima dell’ uomo è
come uno specchio male aggiustato, che, mescolando la propria natura a quella
degli oggetti, li altera e li deforma; 2. idola spocus, che derivano dall’
individualità propria di ciascuno, perchè ciascuno di noi è prigioniero nello
speco profondo dei suoi pregiudizi; 3. idola fori, che sono dovuti al
lingnaggio e si assorbono col commercio degli altri nomini ; 4. idola theatri,
che s’imparano nelle varie scuole filosofiche, le quali sono appunto come tante
finzioni teatrali, che l'autore ha cercato di rendere verosimili senza
riuscirvi. Purificata l’esperienza da tutte queste illusioni, cossa il cömpito
della parte negativa della logica (pars destruens) e comincia quello della
parte positiva, che consiste nel riordinare i materiali ottenuti con l’
esperienza. Cfr. Bacone, Novum Organum, I, ΧΧΧΝΙΙΙ segg.; Do Dignitate, 1. V,
cap. ıv, $ 8-10. Idolologia. T. Eidolologie. Una delle quattro parti cni
dividesi, secondo l’ Herbart, la metafisica. Essa move dall’ Io, di cui cerca
levare In contraddizione, ο contiene quindi le fondamenta essenziali della
psicologia. La parola idolologin si adopera anche con significato
dispregiativo, per indicare una scienza di fantasmi, nna scienza costituita di
astrazioni e di imagini vnote. Cfr. Herbart, Allgemeine Metaphysik, 1828, 1, p.
71. : Ignava ratio (ἀργὸς λόγος). Gli antichi logici chinmavano così quel
sofisma, che si fonda sopra una cognizione confusa ed erronea del soggetto.
Cicerone ne reca questo esempio: se il fato ha predestinato che tu guarisca,
guarirai, se ha predestinato che tn muoia, morrai, adoperi o no il medico; ma è
certo che si compirà P ana o l’altra di queste due predestinazioni del fato, dunque
à inutile che tn adoperi il medico. Il Rosmini chiama tale sofiama il pigro e
lo pone nella categoria dei sofismi che derivano dall’ infinito non compreso:
con esso infatti si parte dalla presupposizione di conoscore la maniera di
operare dellente infinito, non volendo confessare d’ignorarla, ο αἱ attribnisce
quindi alla causa prima la maniera d’operaro delle canse seconde, che sole si
conoscono. Cfr. Cicerone, De fato, 12, 28; Rosmini, Logica. Ignorabimus e la
celebre formula con cui il fisiologo Reymond esprime l’insolubilità assolta dei
problemi metafisici, opponendola all’ ignoramus provvisorio della scienza
intorno ai problemi d'ordine materiale. Codosti problemi insolubili ο enigmi
dell’ unirersn sono sette: l'essenza della materia ο della forza; l’origine del
movimento; l’origine delle sensazioni elomentari ; la libertà del volere;
l’origine della vita; la finalità della natura; l’origine del pensiero ο del
linguaggio umano. La parola ignorabimua è divenuta poi il simbolo usuale dell’
agnosticismo scientifico. Va notato, infine, che il punto di partenza
dell’agnosticismo sia di Reymond sin di molti altri scienziati, è il
presupposto che la sola vera scionza rin In meocaniea e cho conoscero
significhi soltanto formulare meccanienmento: ogni voluta teleologien, estetica
o valutativa è nna concezione antropomortica, dalla quale bisogna liherarsi per
non considerare il mondo che sotto l'aspetto Ton 516
quantitativo del movimento delle masse materiali. Cfr. Dubois-Reymond,
Über die Grenson des Naturerkennens, 1872; 1d., Die sieben Welträtsel, 1882; De
Sarlo, Studi sulla fil. contemporanea, 1901, p. 2 segg.; C. Ranzoli, L’
agnosticiemo, i suoî significati e le sue forme, in Linguaggio dei filosofi,
1913, p. 105-154. Ignoranza. Lat. Ignorantia; T. Unwissenheit; I. Ignoranco; F.
Ignorance. Assenza di conoscenza intorno a qualche cosa. Gli scolastici ne
distinguevano tre specie: ignorantia negativa ο simplicis negationis, la
semplice mancanza di una conoscenza che non si è obbligati a possedere, ad es.
In filosofia per una donna; i. privativa ο privationis, la maneanza della
conoscenza in chi è atto o obbligato ad averla, ad es. la storia della
filosofia per un filosofo; i. pravae diapositionis, U’ errore contrario alla
conoscenza che uno devo avore, ossia l’ ignoranza colpevole. Con I’ espressione dotta ignoranza (doota
ignorantia), già usata da 8. Agostino, S. Bonaventura e resa celebre da Niccolò
da Cusa, s'intende quel sapere di non sapere, che, nelle cose inacceı alla
mente umana, come la natura di Dio, costituisce I unica forma di conoscenza ©
il segno della vera sapienza. Cfr. S. Agostino, Epist. ad Probam, Migne, ep.
130, C. 15, $ 28; Uchinger, Der Beyrif docta ignorantia in seiner geschichil.
Entwicklung, Arch. f. Gesch. d. Phil. », vol. VIII, 1895;. P. Rotta, Il
pensiero di Niccolò da Cusa, 1911. Ignoratio elenchi (ἄγνοια ἐλέγχου). Termine
della scolastica, con cui si designa quel sofisma, detto anche della questione
sbagliata, che trao origine dal credere falsamento che l'opinione dell’
avversario sia contradditoria alla propria, mentre non è. Con lo stesso nome si
sogliono designare anche quei sofismi che si fondano sopra I’ ignoranza delle
regole della contraddizione e della confutazione: come, nd esempio, se uno
ignorasse che fra 1’ esser doppio dell’ uno © non esser doppio del tre non v’
ha contraddizione, perchè non è esser doppio e non doppio sotto lo stesso
rispetto : ILL 517 1 por tal modo la
confutazione cho uno vi fondasse su non sarebbe che apparente. Cfr. Aristotele, Anal.
pr., II, 20, 66 b, 11; De soph. elench., 6, 168 a, 18; Logique de PortRoyal,
III, 19. Ignotum per ignotum.
Espressione della scolastica, con cui si designa quella fallacia di
ragionamento che consiste nel pretendere di dimostrare nna cosa ignota per
mezzo di un’altra ugualmente ignota, Questa pretensione di far conoscere una
cosa nota per un'altra ignota, osserva SERBATI (vedasi), è frequente ne’
semidotti, che nl ragionamento sostituiscono un gergo, che sorprende gli
inesperti, una delle tanto arti della vanità umana ». Cfr. Rosmini, Logica,
1853, p. 278. Illasione v. conclusione. Illuminismo. T. Aufklärung. Si denomina
così quel largo e complesso movimento degli spiriti, verificatosi nel sec.
XVIII ed estesosi a tutti i popoli di cultura europea, che ha questi principali
caratteri: disdegno per le sottigliezzo dialettiche, conceziono pratica della
filosofia come sapienza della vita, studio apparsionato dei problemi
riguardanti l'essenza dell’uomo 6 la sua posizione nel mondo; ricerca della
possibilità e dei limiti della conoscenza scientitica; penetrazione della
filosofia nella cerchia della cultura generale e sua fusione col movimento
letterario. L’ illumimo 8'inizia in Inghilterra, ove, dopo il periodo
rivoluzionario, la lotteratura e la filosofia avevano raggiunto un grande
sviluppo; di qui passa in Francia, acquistandovi un carattere più vivace e una
tendenza decisamente ribello contro l'ordinamento contemporaneo dello Stato ο
della Chiesa; dalla Francia si diffonde poi in Germania, già intollettualmento
preparata a riceverlo e dove esso raggiungo la sun più nobile espressione nella
poesia tedesca. Corifeo dell’ illuminismo inglese è Giovanni Locke, perchè
seppe trovare una forma piana e popolare di esposizione empiricopsicologica per
le linee generali della concezione cartesiana. ILL 518
Del’ illuminismo francese è pioniere Pietro Bayle, il cui Dizionario
promuove la tendenza della cultura verso lo scetticismo religioso; Voltaire è
il grande scrittore che a questa tendenza diede la più eloquente espressione.
La Germania era già conquistata al movimento dell’ illuminismo mediante la
filosofia del Leibnitz ο il gran successo cattedratico ottenuto da Cristiano
Wolf ; qui, per mancanza d’un pubblico interesse unitario, lo idee
dell'illuminismo assunsero nel campo psicologico, politico e religioso una
grande varietà, ma senza un nuovo spirito creatore, finchè non furono portate a
maggiore altezza dal movimento poetico ο dalla grande personalità di un Lessing
e di un Herder. «Cfr.
E. Zeller, Geschichte d. deutschen Philosophie seit Leibnilz, 1873; Leslie
Stephen, History of english thought in the 184 contury, 1876; Ph. Damiron, Mémoires pour
servir à l'histoire de la philosophie au 18me sidole, 1858-64; Windelband,
Storia della flosofia, trad. it. 1913, vol. I, p. 85 segg.; II, p. 115 segg. Illusione. T. JUusion,
Täuschung; I. Ilusion; F. Illusion. Fenomeno psicologico, che dipende, como
l'allucinazione, da una sovreceitazione dei centri corebrali ο periferici; ma
mentre l’allucinazione consiste nel porre come realo ciò che è puramonte
mentale, 1’ illusione consiste invece nol percepire l'oggetto diverso da quello
che realmonto è, assuciando alla sensazione di esso imagini latenti nei centri
sensitivi. L'illusione si può dunque definire quel fenomeno per cui s’intograno
i dati sensibili attuali con dati mentali preformati, non conformi alla reale
natura dell'oggetto. «Ρος illusione s’ intonde, dice lo Zichen, quella
sensazione per la quale esiste realmente uno stimolo esteriore, ma cho non
corrisponde qualitativamente a codesto stimolo ». Secondo I’ Ebbinghaus, il
processo psicologico dell'illusione può svolgersi in due modi diversi; nell’
uno vi è contraddizione tra la realtà obbiettiva, quale noi la prevediamo in
base alle leggi della vita psichica, ed uno dei
519 IuL suoi stati occezionali
dovuto alle loggi della natura >; nell’altro le impressioni prodotte sono
modificate e deviate nel senso delle rappresentazioni esistenti, cosicchè le
stesse eccitazioni obbiettive sono percepite in modo diverso a seconds doi
pensieri © delle conoscenze relativo a quelle che già si posseggono ». La
distinzione fra illusione e allucinazione non è sempre praticamente possibile,
perchè non sempre si può dire se si tratti di nn oggetto esterno falsamente
percepito, o di una rappresentazione formatasi noi centri cerebrali
indipendentemente dal mondo esterno. D'altro cuuto, spesso le illusioni si
convertono gradatamente in alIncinazioni: Il grado dell’ illusione, dice il
Sully, cresco proporzionalmento al orescere della forza dell’ elemento
imagiuntivo rispetto alle impressioni attuali, finchè nelle illusioni sregolste
del pazzo la quantità delle impressioni attuali diventa evanescente. Quando
questo punto è raggiunto, l’atto della imaginazione si mostra come un processo
puramente creativo, ossis come una allucinazione ». L’ illusione apparisce in
parecchie malattio mentali, specie nella paranoia tipica ο nella mania. In
quest’ ultima gran parte della sintomatologia è costituita appunto dalle illu V
ammalato vede gli oggetti rovesciati, impiccioliti o smisuratamente ingranditi,
scambia 1) infermiore con un amico, un parente, una persona illustre; un
mobile, un bicchiere, assume ai suoi occhi delle proporzioni fantastiche ©
spaventose; i minimi rumori che giungono al suo orecchio diventano schiamaszi
sssordunti o musica piacevolissima ; le bevande hanno talvolta il gusto di
nettaro delizioso, tal’ altra di un liquido avvelenato. Ms l'illusione può
avvenire anche negli animali e nell’ uomo solo per offetto di distrazione o di
suggestione. Si dicono iMusion gli amputati quelle per cui, per un tempo più o
meno lungo dopo l’amputezione di uu arto, l'individuo sente |’ arto stesso al
sno posto abituale e prova acuti dolori, specio alla ana estremità. Questo
fatto, secondo alcuni, è di naIL
520 tura puramente intellettuale;
secondo altri dipenderebbo dalla irritazione delle fibre nervose contenute
nella cicatrice del moncone. Diconsi illusioni della memoria, per distinguerle
dalle sensoriali, quelle per cui i ricordi non sono più giustamente associati
fra loro nella loro successione nel tempo, ο ai ricordi esatti si mescolano
prodotti della fantasia; e quelle per cni si riconosce falsamente ciò che in
realtà è percepito o conosciuto per la prima volta. Dicosì #llusione di
Aristotele quella per cui, quando #’ incrocin il dito indice col medio ο
s’interpone tra i polpastrelli delle due dita una pallina posta sul tavolo,
sembra di tovcare due distinte pallino; illusione paradossale quella che si
verifica talvolta nella misura della sensibilità tattile per mozzo del compasso
di Werber e che consiste nella falsa percezione di duo punte, quando in realtà
vi è lo stimolo d’una sola punta; illusione del Rivers quella nella quale,
toccando con due baochettino i due bordi dello ditu che nell’incrociamento
guardano lateralmente, si ha l’impressione di una bacchetta nelle dita;
ilusioni ottiohe-geometriche, tutti quegli errori di giudizio che commettiamo
sorvendoci dell’ occhio come misura della grandezza, errori il cui studio entrò
nella scienza spocialmente con l’Oppel ο P Helmholtz, od è oggi oggetto
importante di ricerca in tutti i Inboratori di psicologia sperimentale ; osso
sono spiegato como prodotte sia dai movimenti degli occhi (Wundt, Binet), sia
dall’ irradiaziono (Lehman), sia da cause psicologiohe (Lippe, Benussi).
Infine, estendendo illegittimamente il significato della parola, si parla
talora di illusioni logiche, metafisiche, estetiche e morali : le prime
sarebbero i sofismi, le seconde gli scambi dei fenomeni con le cose stesse, le
terze gli scambi dello rappresentazioni artistiche degli oggetti con gli
oggotti stessi, dolle apparenze gradevoli con la verità, lo ultime quelle con
cui circondiamo la vita di speranze, desideri, aspirazioni, ecc. Cfr. Mach,
Sitsungaber. d, Wiener Akad., 1861; Lipps, Raumäntelik u. geom. opt.
Täuschungen, 1897 ; 521 ILL-ILo Th. Zichen, Leitfaden d. physiol.
Psyoologie, 1893, p. 182; Wandt, Grundries d. Peychol., 1896, p. 274 segg.;
Sully, Outlines of Paychol., 1885; Id., Illusions, 1881, p. 120; Ebbinghaus,
Préois de psychologie, trad. franc. 1912, p. 168171; M. Foucault, 1 illusion
paradozale, 1910; Ardigò, Op. fil., IV, 381 segg.; Botti, R. Aco. delle scienze
di Τοrino, 1908-1908; A. Pegrassi, Le illusioni otticho nelle figure
planimetriche, 1904 (v. riconoscimento, poramneria). Illusionismo. T.
Iusioninmus; I. Illusioniem ; F. Ilusionisme, Con questo termine, che ha sempre
significato peggiorativo, #’ indicano talvolta le dottrine che risolvono la
conoscenza nel fenomeno, o non ammettono altra certezza che quella che
l'individuo ha dei propri stati di coscienza, considerando quindi il mondo
esterno como nn puro fantasma mentale. S’applica anche alla dottrina di
Cartesio, Malebranche, Fénelon, che pono il mondo esterno como problematico.
Dico il Fénelon: Tous ces 6ires, dis-je, peurent avoir rien de réel et n'être
qu'une puro illusion qui κο passo toute entière on dedans de moi seul, Talvolta
è dotta illusionismo anche la dottrina dello Schopenhauer, in quanto considera
la natura estoriure, così come ci appare estesa nollo spazio o perdurante nel
tempo, come un fantasma, un fonomeno cerebrale. Cfr. Fénelon, De Vezistenoe et des
attr. de Dieu, 1861, p. 120. Ilosoismo (Όλη =
materia, {Gov animale). T. Hylozotemus;
I. Hylozotem; F. Hylozoisme. Dottrina
filosofica la quale considera come inseparabili la materia ο il principio della
vita e pono quindi la materia come vivente, sin in sò stessa sia in quanto
partecipa all’azione di un’ anima del mondo. Il vocabolo fu usato la prima
volta dal Cudworth, la cui dottrina delle nature plastiche è ilozoistica. L’
ilozoismo si distingue dal materialismo ο dallo spiritualismo in quanto nè fa
risultare la vita da una combinazione meccanica di parti preesistenti, nd la fa
derivare da un principio superiore o separato, Dio, Idea, Spirito, cho formi ©
vivifichi la maIma teria, ma considera la materia come attiva 0 vivente, dotata
cioè di spontancità ο di sensibilità. L’ ilozoismo è dottrina propria della
scuola ionica, e più tardi della stoica. ‘Tra quella e questa sta l’ilozoismo
di Stratone di Lumpsco, che concepisce la forza divina come immanente nella
natura stessa, In quale contiene in sò le cause della generazione e della
dissoluzione : Strato, qui omnem vim dirinam in natura sitam esse censet, dice
Cicerone, quae oausas gignendi, augendi, minuendi habeat, sed careat omni sensu
et figura, Esso ricompare poi, con caratteri diversi, nei filosofi naturalisti
del Rinuscimento, e in F. Glisson, H. More, Diderot, Buffon, Robinet. Nei tempi
moderni I’ ilozoismo ha assunto, specialmente con Czolbo, Noiré ο con 1’
Haeckel, la forma più scientifica del pampsichismo. Cfr. Aristotelo, De An., I,
1,3; Cicerone, De nat. deorum, I, 13; A. G. Pari, Ricerche analitico-razionali
sopra la fisica, l'analisi ο la vita della molecola chimica, 1834; Hacckol,
Natürliche Schopfungageschiohle, 1889, p. 20 segg. (v. genorazione, mediatore
plastico). Imaginazione. T. Einbildungskraft, Phantasie; 1. Imaginalion; F.
Imagination. Nol suo senso più largo è l'attitudino a riprodurre delle
sensazioni passate; in senso stretto è la facoltà di croare delle nuove
rappresentazioni concrete. Il primo significato è il più antico; così Hobbes
dico che imaginatio nihil aliud est re vera quam propter obieoti remotionem
languoscena vel debilitata sensio ; Cr. Wolf: faoultas producendi perceptiones
rerum sensibilium absentium faoultates imaginandi seu imaginatio appellatur;
Galluppi: l'imaginazione è In potenza dello spirito di avere nell’assenza di un
oggetto sensibilo la sua idea ». Il Reid restringeva ancor più il significato
del vocabolo, ritenendo che soltanto le sensazioni visive potessero servire di
materia alla imaginazione. Per 1’ Hamilton l' imaginazione, nel suo più largo
significato, è la facoltà rappresentativa dei fenomeni sia del mondo esterno
sia dell’ interno »; egli nota giustumente cho imaginazione è parola ambigua,
in quanto esprime sia 1’ alto dell’ imaginare, sia il prodotto dell’ atto
medesimo, ciod 1’ imagine imaginata ». La stessa osservazione fa James Mill: L'imaginazione
ha due significati. Essa designa sia una certa attività, sia la potenzialità di
una attività. Sono due significati che è assai necessario non confondere ». Per
materia 0 contenuto dell’ imaginazione si intende l’insieme delle sensazioni
che entrano a costituirla; por forma dell’ imaginazione si intendono invece lo
operazioni di accrescimento, diminuziono, sostituzione, dissociazione e
associazione con cui lo spirito trasforma le imagini. Quasi tutti i psicologi
moderni sono concordi nel distinguere due forme fondamentali di imaginazione :
l'una, detta riproduttita ο rappresentativa, è quella che consisto nella
semplice riproduzione delle imagini passate; l’altra, detta oreatrice,
novatrice, incentiva, produttiva, costruttica è quella che si vale del
materiale offerto dall’ esperienza per oreare imagini nuove, medianto le
operazioni psicologiche dell’ astrazione, della determina zione e della
combinazione. Tra questo due forme princi pali, alcuni pongono una forma
intermedia, detta com! natrice, che consiste nel decomporre e ricomporre, più o
meno coscientemente, le rappresentazioni, in modo da 80stituire al reale il
fantastico. Le ricerche della moderna psicologia dimostrano che I’ imnginaziono
non crea nessun nuovo contenuto; così il cieco nato non può avere imagini
visivo; anzi il Jastrow ha provato che se la vista si perdo fra il quinto e il
settimo anno, i centri visivi subiscono un regresso funzionale, per cui la
facoltà della imaginazione visiva si perde gradatamente. Molti psicologi
unificano l’imaginazione riproduttiva alla memoria, riserbando alla creatrice
il nome di imaginazione: altri invece la voglion distinta dalla memoria in
quanto montre in quella è assente ogni idea del passato, e la rappresentazione
dell’oggotto è talmente viva e distinta da sembraro cosa presente, nella
memoria è essenziale ο caratteristico il riforimento al Ima 524
passato. Il Wundt distingue invece 1) imaginaziono in attira © passiva:
l’attiva è quella in cui la volontà opera una scelta fra le varie rappresontazioni
che si offrono alla oocasione di una uguale dissociazione, e per tal modo
compara, conforme a un piano, il particolare per convertirlo in un tutto; è
passiva quando noi ci abbandoniamo al gioco delle rappresentazioni eccitate nel
nostro spirito da una rappresentazione generale qualunque. Analoga a questa, è
la distinzione dell’ imaginazione in rolontaria ο anlomatica, oppure quella in
sensitiva ο intelletlica ο riflessa. Altra divisione comunissima è quella dell’
imaginaziono in viviva, uditica ο motrice: essa si fonda sul fatto che lo
imagini dotate di maggior chiarezza o precisione sono quelle provenienti dalla
vista, dall’ udito e dal senso muscolare, o che individuo prevale quella di
queste tre forme di imaginazione, che corrisponde alla maggiore finezza d’ uno
dei suoi sensi. Ricordiamo infine che, rispetto all’ oggetto cui si applica,
l’imaginazione inventiva à stata distinta nello tro varietà di artistica,
scientifica ο pratica, ciascuna delle quali comprende tante speoie quanti sono
i gruppi di arti, di scienze ο di attività in cui si estrinseen In vita dello
spirito. Cfr. Hobbes, De corp., ο. 25 ; Crist. Wolf, Payohol. empirica, 1738,
692; Galluppi, El. di filosofia, 1820, vol. I, p. 181; Hamilton, Reid's Works,
1863, p. 291, 809; J. Mill, «Anal. of the hum. mind, 1871, II, 239; Wundt,
Grundzüge à. phys. paychol., 1893, vol. II, p. 1 segg.; Ribot, Kesai eur
l'imagination creatrice, 1900; L. Dugas, L'imagination, 1903; A. Schöppa,
L’imagination, sa nature et son importance pour la vie mentale, 1909; G. A.
Colozza, 1 imaginazione nella scienza, 1900; A. Murchesini, 1? imaginazione
creatrice nella filosofia, cd. Paravia (v. imagine, fantasia, dissociazione).
Imagine. T. Bild, Vorstellung; I. Image; F. Image. In senso ristretto è il
contenuto d’una presentazione ο rappresentazione, specialmente visiva. In senso
generale è sinonimo di rappresentazione e di percezione mediata, © indica
il 525
Ins fatto del riprodursi di sensazioni passate senza lo stimolo diretto
dell’ oggetto sensibile. Il sorgere delle imagini è determinato non da uno
stimolo esterno o interno, ma da ımo stimolo intorcerebrale, e condizionato al
persistere dello impressioni sensibili. Le sensazioni che più facilmento si
riproducono sono quelle della vista e dell’ udito; ma si hanno anche imagini
tattili, olfattive, termiche, muscolari, occ. Dicosi imagine retinica quella
proiettata dagli oggetti culla retina; imaginé postume quelle prodotte da un
oggetto in movimento, la oni velocità è tale che, prima che sia esanrita
l'eccitazione prodotta da una località dell'oggetto medesimo, sorge I’
eccitazione della località vicina; imagini ipnagogicke quella serie di imagini
allucinatorie ο illusorio che costituiscono il sogno; imagini entoptiche le
sensazioni visive prodotte da una eccitazione della retina, detorminata «a un
qualunque stimolo che non siano le vibrazioni Inminose, come l'alterazione dei
tessuti, l’ applicazione di sostanze chimiche, la pressione, ecc.; fmagini
conecoutire quelle che persistono nell’ occhio quando è cessato lo stimolo
diretto dell’ oggetto esterno. Lo imagini consecutiv dovuto forse ni processi
chimici della retina, per i quali si ha la visione, sono dapprima negatire ο
complementari, per divenire poi positire ο di ugnal colore; vale a diro cho da
prima gli oggetti chiari appaiono neri, i nori chiari, i colorati del colore
contrario o complementare ; poi le im gini sia eromatiche che acromatiche
tornano a comparire colle stosso proprietà di colore e di chiarezza degli
oggetti reali. Cfr. J. Philippe, L'image mentale, 1903 ; E. Peillanbe, Les
images, 1911 (v. contrasto, stroboncopio, stimolo, imaginazione). Imbecillità.
T. Schwachsinn; I. Imbecillity, Mental weachness; F. Imbécillité, Appartione al
gruppo delle frenastenie o arresti di sviluppo psichico, ¢ presenta una grande
varietà sin di formo cho di gradi. Vi è l’imbecillità morale, in cni, rimanendo
intatta o quasi l'intelligenza, è profondamente Im 526
turbata l’affettività, scarso e quasi nullo il senso morale, debole V
inibizione; l’imbecillità geniale, in cui, fra mezzo al turbamento di alenne
attività psichiche, altre presentano un grado anormale di sviluppo, come la
memoria, specie musicale, e ’ attitudine a determinati lavori manuali; 1’
imbecillità parziale, che colpisce solo una sfera della vita psichica;
l’imbecillità totale che la colpisce tntta. Si può dire che tante sono le forme
d’imbecillità quanti i caratteri umani ο che gli elementi comuni a quasi tutte
sono I’ instabilità dell’ attenzione, la debolezza delle capacità logiche, la
mancanza d'iniziativa ragionata e l'irregolarità della condotta. Cfr. Sollier, Payohologie
de l’idiot et de Vimbécile, 1891 (v. ebafrenia, idiotiemo). Imitazione. T. Nachahmung; I. Imitation; F.
Imitation. Psicologieamente indica ogni fenomeno psichico, cosciente © no, che
ha per carattere di riprodurre un fenomeno psichico anteriore. Nell’ estetica,
1’ imitazione della natura fu considerata per lungo tempo, cominciando da
Platone e da ‘Aristotele per venire fino al Batteux, come l'essenza delParte.
Così per Aristotele la radice psicologica dell’ arto sta nel piacero che si
prova nell’ imitazione, piacere che, in ultima analisi, non è che un effetto
dell'impulso a conoscore, in quanto noi riconosciamo nell’ imagine 1’ oggetto
rappresentato ; 1’ imaginazione artistica ai elova al di sopra dell’imitazione
comune in quanto Jo sue imagini non ritraggono gid le cose e le azioni, offerte
dalla realtà, come pure copie o riproduzioni, ma come rappresentazioni della
vera essenza di esse, non come sono, ma come potrebbero ο dovrebbero essere,
ola ἄν γένοιτο; in tal modo l'imitazione estetica ottiene che i sentimenti,
suscitati dall'opera d’arte secondo la sua particolare natura, abbiano nello
spettatore un’ eco di purità e di pienezza. La teoria dell’arte como imitazione
è ancora accettata da molti, a malgrado delle gravi obiezioni rivolto contro di
essa in ogni tempo; si è detto infatti che l'imitazione della natura è non solo
una inntile 527 Im ripetizione di ciò che la natura stessa
offre spontaneamente, ma è anche umiliante per l’uomo, che di fronte ad essa
sento tutta la propria inferiorità; 1) imitazione è tanto più fredda quanto più
vicina all’ originale, e, come ha fatto notare Kant, il canto dell’usignuolo,
imitato dall’uomo, ci dispiace non appena ci accorgiamo che è opera di un uomo;
limitazione può forse giustificarsi nella pittara ο nella scultura, ma come
sarebbe possibile nell’architettura, nella musica, nella poesia? Si è osservato
ancora che nella natura 0’ anche del brutto, e che, come scrisse lo Schelling gli
imitutori hanno l'abitudine di appropriarsi i difetti dei loro modelli piuttosto
e più facilmente delle loro bellezze, perchd i primi sono più facili a
cogliersi, più evidenti, più afferrabili; perciò noi vediamo che, in tal senso,
gli imitatori della natura imitano più spesso il brutto che il bello ed hanno
persino una notevole predilezione verso il primo ». Hegel ha osservato che il
vero piacere dell’uomo è nel creare non nell’imitare, e che l’arte risponde
anzi al bisogno di sorpassare la realtà, idealizzandola: Il principio dell’
imitazione, essendo puramente esteriore e superficiale, è distrutto «quando si
spieghi dandogli per fine l'imitazione del dello quale esiste negli oggetti.
Limitazione deve essere fedele e nulla più. Parlare d’ una differenza tra gli
oggetti come belli o brutti, è introdurre nel principio una distinzione che non
contiene... La missione dell’ arte è di rappresentare, sotto forme sensibili,
lo sviluppo libero della vita, e specialmento dello spirito. La verità nell’
arte non può dunque essere In semplioe fedeltà, a cui si limita quella che
dicesi l’ imitazione della natura ». Tra le argomentazioni dei moderni segnaci
dolls teoria della imitazione, rtporteremo soltanto questa d'un psicologo
contemporaneo, l’Höffding: La forma più semplice dell’ imaginazione artistica,
è l’imifazione della natura, e, in un certo senso, non la sorpassa mai. Ben
cogliere ο ben rendere il roale in tutta la sua ricchezza ο la sua
individualità è un compito che non si può assolvero IMM 528 se
non a condizione che l’intuizione e |’ imaginazione abbinno raggiunto il loro
più alto sviluppo. È questa la parte di realismo contenuta in ogni arte e che
si manifesta ora come studio del dato, freddo ed imparziale, ora come una
cenriosità simpatica e desiderosa di ben comprenderlo. Senza questa parte di
realismo, l’arte vaga nel vuoto ». Nella
sociologia l’ imaginazione ha assunto una grande importanza col Tarde, per il
qualo la legge dell’ imitarione à il principio fondamentale su oui la vita
sociale si regge: come il fotto meccanico elementare è la comunicazione e la
modificazione di un movimento determinato dall’azione di una molecola ο di una
massa sopra un’ altra, così il fatto sociale elementare è la comunicazione e la
modificazione di uno stato di coscienza per l’azione di un essere cosciente
esercitata sopra un altro ». I} Baldwin, che in parte concorda con le idee del
Tarde, distinguo queste forme di imitazione: imitazione cosciente, in cui quello
che imita sa che imita; suggestione imitativa, in cui chi imita non ha
coscienza d’ imitare; imitazione plastica, ossia la conforinità subcosciente a
tipi di pensiero e di azione, come avviene nelle folle; autoimitazione, o
imitazione di sò stesso con sò stesso; imitazione semplice e i. persistente, la
prima delle quali si compie rapidamente, mentre la seconda richiede una serie
di sforzi per riusciro; imitazione istintiva ο i. volontaria, determinate da un
atto di volontà o da un istinto. Cfr. Siebock, Arietotele. trad. it. Sandron,
p. 140 segg.; Hegel, Système des beauzarts, trad. franc. Bénard, t. I;
Höffding, Psychologie, trad. frane. 1900, p. 240 segg.; Battenux, Les beauz-arte réduits à un
même principe, 1747; Tarde, Les lois de l'imitation, 1890-95; Id., La logique
sociale, 1895; Baldwin, Mental derelopment in the child and the race, 1895;
Id., Social and ethical interpr. in mental development, 1897; G. Pistolesi,
L’imitazione, 1909. Immanente. T.
Immanent; I. Immanent: F. Immanont. Si oppone n trascendente ο n transitiro,
qualche volta anche a esterno, e designa in generale ciò che risiede nell’
essere, 529 Imm l’azione per cui essere produce degli
effetti in ed stosso. In un significato metafisico si applica a Dio,
considerato como la causa sostanziale ed immanente di tutte le cose
(panteismo); quindi tra Dio e il mondo non v’ ha alcuna distinzione. In senso
psicologico si applica alle azioni umane, ο precisamente a quelle che non
escono dai limiti della coscienza, che non si manifestano con effetti esteriori
: così è immanente il pensiero, transitiva la volontà, almeno quando muove il
corpo. L’ilozoismo consiste nel considerare In vita come una proprietà della
materia ο quindi immanente alle cose; il dinamismo considera invece la forza
come immanente all’essere. Gli scolastici contrapponevano l’aotio immanens
all’actio transiens ; le azioni immanenti sono quelle, dice Goclenio, per quas
passim, id est, subiectum non trasmutatur. Spinoza dice che Dio è la causa
immanente e non transitiva di tutte lo cose. Tutte le cose che eslstono,
esistono in Dio e devono essere concepite da Dio. Dunque Dio è la causa delle
cose che esistono in lui;... inoltre fuori di Dio non esiste alcuna sostanza,
alcuna cosa che esista in sè;... dunque Dio è la causa immanente di tutte le
cose e non la loro causa transitiva ». Per Kant sono immanenti i principî la
cui applicazione è strettamente racchiusa nei limiti dell'esperienza possibile;
e l’uso di questi principi nel mondo dell'esperienza si chiama uso 4mmanente.
Cfr. Goelenio, Lezicon phil., 1613, p. 1125 ; Spinoza, Ethica, 1. I, teor. 18;
Kant, Proleg., § 40 (v. immanentismo, immanenza). Immanentismo. T. Immanentimus;
I. Immanentiem : F. Immanentisme. Quell’ indirizzo della filosofa religiosa
contemporanea, che considera la religione come nn risultato spontaneo di
esigenze inestinguibili dello spirito umano, esigenze che trovano la loro
soddisfazione nell'esperienza tima e affettiva della presenza del divino in noi
; esso perciò rigetta come convenzionale la rappresentazione astratta ©
frazionaria del reale, e non ammette le prove concettuali e discorsive dell’
esistenza di Dio. Esso si proclama in per34
RanzoLi, Dizion. di si ‚nze filosofiche. Imm 530
fetto accordo con la tradizione, sia patristica, sia acolnstien: la
prima infatti, considerando Varistotelismo como esizialo alla professione
dell’ortodossia cristiana, ritenne la fede suftìciente a sd stessa; la seconda,
pur caratterizzata dal sopravvento preso dal realismo logico sull’intuizionismo
mistico, non dimenticò mai l'argomento morale quando volle provare le realtà
dello spirito, i loro valori e i loro destini. Tuttavia V immanentismo fu
condannato dall’ enciclica Pascendi dominioi gregis, che ne fissa così i due
errori caratteristici : a) l'opinione che il sentimento religioso sorge per
immanonza ritale dalle profondità della subcoscienza, e cho in tale immanenza
sta il germe di ogni religione; b) l'opinione cho Dio è immanente nell’uomo, il
che implica logicamente cho l’azione di Dio si confonde con quella della natura
ο che non csiste sovrannaturale. Contro queste acense gli immanentisti
obbiottano che esse falsano In loro dottrina, la qualo non è quel grosso errore
che 1’ enciclica sembra credere, ma anzi è la via seguita per giungere al
divino da tutta la migliore tradiziono cristiana. Cfr. E. Thamiry, Les deux
aspeots de Vimmanence et le problème religieux, 1908; Laberthonnière, Saggi di
filosofia religiosa, trad. it. 1907; It programma dei modernisti, 1908, p.
97-112 (v. agnosticiamo, credenza, fode, fideiemo, immanensa, modernismo).
Immanenza. T. Immanens ; I. Immanence; F. Immanence. Carattere di ogni attività
che risiede nell’ essere, e trova nell’ essere stesso il suo principio e il sno
fine. Si può considerare sotto due aspetti : quello dell’ immanenza assoluta,
che esolude la possibilità di qualsiasi influenza esteriore snl soggetto
dell'attività immanente, il quale sarebbe come un sistema chiuso in sè,
indipendente, sufficiente a sò stesso; quello dell’immanenza relativa, per cni
l’attività immanente nel soggetto ha bisogno, per esplicarsi, di arriochirsi di
dati esteriori ο implica per ciò stesso l’ esistenza di un trascendente. Dicesi filosofia dell’ immanenza
(Immanensphilosophie), l'indirizzo rnppresentnto da W. Schuppe, Rehmke, 581
Imm Leclair, Schubert-Soldern, eeo., sorto nella seconda metà del secolo
scorso in Germania, secondo il quale l’ universo è immanente nella coscienza
dell'individuo, non essendovi altro realtà che la percezione immediata della
coscienza personale. Per esso non è quindi vera scienza se non quella del
fatto, cioè della sensazione pura; l'oggetto non è conosciuto che come
contenuto della coscienza e il soggetto non è che il centro delle relazioni
degli oggetti; i concetti sono di origine sensibile e la loro obiettività non è
altro che la permanente possibilità di certi gruppi di sensazioni, di fronte al
variare di tutto il resto: Per la teoria della conoscenza, dice lo
Schubert-Soldern, il mondo non è altro che ciò che è dato immediatamente nel
complesso della coscienza (Betrusstecinezusammentang).... È vuota pretesa
quella di poter andare oltre.... La coscienza è rilevabile soltanto per il suo
contenuto; nulla è per sì, nd come cosa nd come proprietà... ciod come la cosa
atta ad avere corcienza di altre cose, als die Fähigkeit dieses Dinges sich
anderer Dinge bewusst zu sein oder zu werden ». Questa dottrina ha stretta
affinità col fenomenismo e con l'empirismo radicale ο empiriocriticismo : tutte
queste dottrine tendono infatti a ridurre tutta la realtà a quella
sperimentale, identificando poi l’esperienza col complesso dei fatti e stati di
coscienza, ed escludendo sia la trascendenza dell'oggetto rispetto alla coscienza
individuale, sia la trascendenza di esseri ο cause sottostanti all’ insieme dei
fenomeni costituenti l’universo. Dicesi
principio d’immanenza la proposizione che sta a base dell’immanentismo; essa è
espressa in modi differenti dal Le Roy e dal Blondel. Secondo il primo, essa
esprime che la realtà non è fatta di porzioni distinte, sovrapposte; tutto è
interiore a tutto ; nei minimi dettagli della natura o della scienza, l’analisi
ritrova tntta la natura e tutta la scienza; ciascuno dei nostri stati e dei
nostri atti involge la nostra anima intera e la totalità dello sue potenzo; in
una parola, il pensiero s'implica totalmento in ciasenno Imm 532
dei suoi momenti ο gradi »; quindi per noi non esistono mai dei dati
puramente esterni, ο l’esperienza, anzichè un’acquisizione di cose a noi
straniere, è invece un passaggio dall’implicito all’ esplicito, un movimento in
profondità che rivela ricchezze latenti nel sistema dol sapere. Per il Blondel
il principio d’immanenzs consiste in questa affermazione, cho N. Tommaso
enuncia senza alcuna restrizione, gisechd lu formula persino a proposito dell’
ordine sovrannaturale : Nihil potest ordinari in finem aliquem, nisi
pracezistat in ipso quaedam proportio ad finem. Io non ho fatto altro, dice il
Blondel, che tradurre codesta verità essenziale ed universale, ricordando che
nulla infatti può entrare nell’ uomo se non corrisponde in qualche modo αἱ suo
bisogno d’ espa sione, qualunque sia del resto l’origine e la natura di desto
appetito ». Cfr. Le Roy, Dogme et oritique, p. 9-10; Blondel, Lettre eur
l’apologetique, p. 28; Bulletin de la Société française de phil., agosto 1908,
p. 325 segg.; Schubert-Soldern, Grundl. d. Erkenntnistkeorie, 1884, p. 64-67;
Schuppe, Erkenntnistheoretische Logik, 1878, p. 63-69; Lans, Idealiemus und
Positiviemus, 1879, vol. I, p. 183; A. Polazza, Guglielmo Schuppe e la
filosofia dell’ immanenza. 1914. Immaterialismo.T. Immaterialiemus; I.
Immaterialiem ; F. Immaterialisme. Termine erento da Berkeley per opposizione a
materialismo. Si dice di tutte quelle dottrine gnoscologiche e metafisiche, che
considerano 1’ osistenza della inatoria come una semplice parvenza, una
illusione dei nostri sensi; l’esistonza dei corpi si riduce al loro esser
porcopiti: esse est percipi. È immatorialiamo la dottrina di Platone, per il
quale la realtà superiore dell’ essere, la ver essenza (οὐσία) conosciuta dal
pensiero, è il mondo immnterinle delle idee; montre il mondo materiale
costitaisee uns sfera inferiore, la sfera del divenire (Ὑάνεσις), oggetto della
percezione @ della opinione. Anche l’idealismo metnfisico del Berkeley è un
vero o proprio immaterialismo. Cr. Berkeley, Dialogues betwen Hylas and
Philonous, 1713, 533 IMM d. 111; B. Croce, L’immaterialismo del
Berkeley, La Critica», 1909, p. 77-81. Immediato. 1. Unmittelbar ; I.
Immediate; F. Immédiat. Ciò che si realizza senza bisogno di intermediari.
Perciò dicesi inferenza immediata l'operazione logica con cui da un giu termedi
; conoscenza immediata o intui alla discorsiva, dicesi quella che lo atto unico
© non con una successione di atti; successione immediata quella in cui il
finire del primo fenomeno è l’istauto stesso in cui il secondo comincia ;
contatto immediato quello che osiste fra due corpi sovrapposti che coincidono
gevmotricamente per una superficie, una linea o un punto. Immediazione. Lat.
Immediatio. Nel realismo ontolugico si designa con questo termine la conoscenza
immeiliata, cioè l'identità del soggetto e dell’ oggetto. Immediatio virtatin,
nel linguaggio scolastico, si ha quando V’ agente si congiuuge al paziente
nell’operare per virtù ed energie propria, senza intervento di altra virtù
intermediaria, Immensitä. T. ('nermesslichkeit ; I. Immensity; F. Immensité.
Uno degli attributi di Dio, che consiste nol trovarsi egli presente in ogni
luogo per la sua potenza, senza tuttavia essere esteso nello spazio, e nell’
agiro sopra tutti i punti dello spazio, senza trovarsi sostanzialmente in
alcenno. Secondo altri tilosofi 1’ immensità divina non sarebbe che lo spazio
infinito, che è puro un attributo di Dio (v. elernità). Immoralismo. T.
Immoralismus; I. Immoraliem ; F. Immoralismo. Termine creato dal Nietzsche, che
con esso vuleva intitolare la terza parte del suo libro sopra La rolontà di
potenza. Ora si applica sia alla dottrina dol Nietzsche stesso, sia ad ogni
dottrina che sostenga che la moralità, nel significato comune della parola,
debba essere sostituita da una scala di valori affatto diversa, e anche opposta
nella maggior parte dei punti, In questo senso il termine jo se ne ricava un altro
senza il sussidio di giudizi ina, per opposizione Imm 534
immoralismo non sembra usato adeguatamente, giacchè tali dottrine,
anzichò sopprimere la moralità, vogliono sostituirla con una nuova, Il Fouillée
distingue l’ immoralismo dalV amoraliemo ; questo non ammette che giudizi di
fatto, negundo i giudizi di valoro, e în tal modo nega esplicitamente la
morale; quello, invece, non solo noga l’esistenza della morale, ma pretende che
la condotta debba essere regolata da valori che sono én opposizione con la
morale, che sono antimorali. È chiaro, ad ogni modo, che il significato del
termine amoralismo à relativo al senso attribuito alla purola moralità. Cfr. A.
W. Benn, The morale of a immoraliat, «Int. jurnal of Ethics », gennaio 1909; A.
Fouillée, Nietzsche et Pimmoralisme, 2° ed. 1902. Immortalità. T.
Unsterblichkeit; I. Immortality ; F. Immortalité. Crodenza antichissima, che si
congiungo a quella dell'esistenza di Dio, ο che fu esposta per la prima volta
in tutta la sua purezza da Platone. Essa osprime la proprietà essenziale dell’
anima umana di non vivero una vita legata alle leggi del tempo, di non avere
ciod nd principio nè fine. Si riconnotte alle altre proprietà essenziali
dell’anima, che sono l’unicità, l'identità, 1’ inestensione, V immaterialità.
Le prove principali per dimostrarla sono tre: 1. prova ontologica o metafisica:
l’anima principio inesteso della vita intellettiva distinto del corpo, non
potrebbe esser fatta perire nd da Dio, come dimostra la teodicea, ne da un’
intima corruzione, perchè semplice, ud dagli agenti naturali, perchd l’atto,
con cui essa è unita al corpo, è immodiato © nulla potrobbe frapporvisi ; 2.
prova pricologica : essondo la natura di un ossere appropriata al suo destino,
© la brevità o gli ostacoli della vita non permettondo di raggiungere quello
sviluppo per il quale ogni funzione psichiea sembra csser fatta, bisogna
ammettere una nuova vita sovrasensibile ο infinita în oui s’attui codesto
ideale di perfezione; 3. prova morale: la logge morale ci obbliga a praticare
la virtù: prima delle virtù è la giustizia, che
535 Imm dev’ essero osservata non
solo nei rapporti recipruci degli nomini, ma ancho dallo stesso autore della
legge morale verso tutti; ora, siccome in questa vita non sempre la virtà è
premiata © il vizio è punito, è forza ammettere l'esistenza di un’ altra vita
in cui si attui l'ideale di giustizia. Quanto al modo come 1’ immortalità è
stata intesa dai principali filosofi, Socrate si comportò da scettico di fronte
alla fede nell’immortalità personale, come appure doll’ Apologia platonica. La
dottrina filosofica dell’ immortalità personale è prosentata per la prima volta
da Platone, per il quale.l’ anima, se appartiene al mondo inferiore del
divenire come principio della vita e del movimento, mediante la vera conoscenza
partecipa anche delle idee della realtà superiore, dell'essere permanente: essa
ha quindi uns posizione intermedia, ο cioè non l'essenza infinitamente immutata
delle idee, ma una vitalità che sopravvive al cangiamento, vale a dire l'immortalità,
le cui prove più efficaci Platone deduce appunto, nel Fedone, dallo parentela
dell’ anima con I’ eterno per la conoscenza che essa ha delle idee. Per
Aristotele è immortale solo una parte » dell'anima, cioè l'intelletto attivo,
che rappresenta l’unità pura, comune » tutti gli nomini, della ragione, e, in
quanto non divenuto, è imperituro; invece l'intelletto passivo, in quanto è il
modo fenomenico individuale dato nella disposizione naturale dell'individuo ©
determinato dalle circostanze della aus esperienza personale, passa con gli
individni stessi. Por gli stoici l’anima individuale, non ossendo che una parte
dell’ anima generale del mondo, ha una autonomia limitata nel tempo e la sua
ultima sorte è di essero riassorbita, nell’ eepirosi finale, nello spirito
divino univoreale ; quanto alla durata dell'immortalità individuale, alcuni
stoici Pattribuirono a tutte le anime fino alla conflagrazione finale del
mondo, altri la riserbarono solo ai sapienti. Per gli apologeti cristiani 1’
immortalità dell’ anima è una grazia divina, per 8. Agostino è una conseguenza
della sua partecipazione Inn 536 alle verità eterno, per Alberto Magno deriva
dall’ casero Vanima ex se ipsa causa, indipendente dal corpo, per 8. Tommaso
dall'essere l’anima una forma separata, cioè una intelligenza pura,
immateriale. Per Spinoza l’anima umana è oterna perchò v’ ha necessariamente,
in Dio, un concetto o un’ idea cho esprime l'essenza del corpo umano, e codesta
idea è perciò nocessariamente qualcho cosa che si riferisce all'essenza
dell'anima; poichè ciò che è concepito dall’essenza di Dio con una necessità
eterna è qualche cosa, questo qualche cosa che si riferisce all'essenza
dell’anima, è neccssariamonte oterno ». Per Leibnitz non v’ha mai genorazior
intra nd morte porfetta, consistente cioè nella separazi dell’ anima, 0 cid che
noi diciamo generazioni sono sviluppi © acerescimenti, cid che diciamo morti
sono involuzioni ο diminuzioni; perciò si può dire che non solo l’anima,
specchio d’ un universo indistruttibile, è indistruttibile, ma tale è anche
l’animale, sebbene la sua macchina perisca sovente in parte ο lasci o prenda
delle spoglio organiche ». Por Kant è un postulato della ragion pura pratica,
della possibilità ciod, per un essere finito, di realizzare la perfezione moralo,
sotto la forma di un progresso indefinito vorso la santità: La conformità della
volontà alla legge moralo, ossia la santità, è una perfezione di cui nessun
ossere ragionevole è capace nel mondo sensibile, in nessun momento della sua
esistenza. E poichò casa è tuttavia una osigenza praticamente necessaria,
bisogna dunque cercarla in un progresso indefinitamente continuo verso codosta
perfotta conformità; 0, secondo i principi della ragion pura pratica, è
necessario ammettere codesto progresso pratico come l'oggetto reale della
nostra volontà. Ora, codesto progresso indefinito non è possibile che
supponendo una esistenza 9 una personalità dell'essere ragionevole persistenti
indefinitamente, ossia ciò che si chiama immortalità dell’anima, Il sommo bene
non è dunque praticamente possibile che con la supposizione dell'immortalità
dell'anima, 537 | Ina la qualo, essendo quindi
inseparabilmente legata alla leggo morale, è una possibilità della ragion pura
pratica ». Per lo Schopenhauer solo l'individuo muore, mentre la specie è
immortale; l’ individuo è 1’ espressione nel tempo della specie, che è fuori
del tempo: La specie rappresenta uno degli aspetti della volontà come cosa in
sd; essa rappresenta, a tal riguardo, cid che v’ ha d’ indistruttibile nell’
individuo, vivente;... essa contiene tutto ciò che è, tutto ciò che fu, tatto
cid che sarà ». Per Lotze |’ immortalità non può essere teoreticamente
dimostrata; solo si può ritenere come universalmente valido il principio, che
tutto ciò che una volta è nato, devo durare eternamente, finchè ha uu
immatabile valore per rapporto all’ universo. L’ immortalita dell’ anima è
naturalmente negata da tutti quei sistemi che funno dell’ anima una funzione
del corpo; è ammessa, ma nel senso di una sopravvivenza impersonale, dal
panteismo; non è negnta nd affermata dal fenomenismo, dal parallelismo
psico-fisico © da tutti quei sistemi di psicologia scientifica, che dell’ anima
studiano soltanto le manifestazioni, abbandonando alla metafisica il problema
della sua origino, della sua essenza ed immortalità. Vi sono però due fatti
positivi, ammessi dai segusci della psicologia empirica (Spencer, Ribot, Wundt,
ecc.) che possono corrispondere al concetto religioso e metafisico
dell'immortalità dell’ anima: uno è l’oredità psicologica per cui l'individuo,
insiemo al sistema nervoso, erodita anche l'attitudine a riprodurre certi stati
di coscienza acquisiti dalla specie. L'altro, ben più importanto, è che ogni
coscienza individuale, passando sulla terra, lascia di sò una traccia sia pur
lieve, la quale si concatenn con tutta la serie dei processi psicologici della
storia; si ha così una trama psicologica, cho, passando da una generazione
all’altre, abbraccia tutta la storia dell'umanità, costituendo una vera ed
eterna continuità morale. Cfr. Platone, Fed., 84 C-95, 78-80, 62 segg.; Mon., 80
sogg.; Aristotele, De an.. IH, 5, 430 a, 22 segg.; Ogereau, Le syat. phil. des
stoiciens, Inv 538 1885, cap. IV; Haruach, Dogmengesohiohte,
1894, I, 493 vegg.; Kant, Krit, d. prakt. Vern., dialect., 2* parte, IV; Lotze,
Grundsüge d. Peychol., 1894, p. 74; W. James, Human immortality, 1898; J.
Frazer, The belief in immortality and the worship of the dead, 1913; O. Lodge,
La survivance humaine, 1912; F. H. Myers, La personalità umana ο la sua sopravvivenza, trad. it. 1908; Fournier d’Albe,
L'immortalità escondo la scienza moderna, trad. 18. 1909; Chambers-Janni, La nostra vita dopo la morte,
1910; A. Crespi, Il concetto dell’ immortalità ; stato attuale del problema, Il
Rinnovamento », IV, p. 229 sogg.; F. De Sarlo, Il problema dell’ immortalità, Cult.
filosofica », marzo 1910 (v. anima, coscienza, materialismo, spiritualiamo,
ecc.). . Impenetrabilitä. T. Undurohdringlichkeit; I. Impenetrability; F.
Impendirabilité. Una delle proprietà fondamentali ed essenziali della materia,
per cui due corpi non possono occupare nello stesso tempo un medesimo spazio.
Si distingue dalla resistenza, che è una nozione d’origine sperimentale,
derivando, secondo le analisi del Condillac, Bonnot, Maine de Biran, dall’
esercizio del nostro potere motore. Alcuni filosofi, in Inogo della nozione di
impenetrabilità, adottano quella della resistenza nello spazio per
l’espressione dell'essonza della materia, in quanto essa non pregiudica la
soluzione di un altro grande problema riguardante la materia: se cioò gli
elementi della materia hanno una grandezzu fissa o se la loro estensione è
puramente virtuale. Una moderna dottrina considera infatti gli elementi della
materia como semplici centri di forza, comprossibili fino ad essere ridotti ad
un punto materiale, vale a dire ad unu sfera il oui raggio è zero: però
l’annientumento del volume non toglierebbe ad essi il loro potero d'espansione,
cosicchè, diminuita la compressione, la loro forma, rimasta virtuale, potrebbe
attuarsi. Cfr. Uphues, Paychol. der Erkennens, 1893, I, p. 84; Condillac,
Traité des sensations, 1886, p. 15, 45 (v. dinamismo, energismo, meccanismo,
materia). 539 Imr Imperativo. T. Imperatir ; I. Imperative;
F. Impératif. Una proposizione che esprime una determinazione della volontà sia
mediante una formula (tu deri), sia per mezzo dol modo imperativo di un verbo,
I comandi-o imperativi sono per Kant di due specie: ipotetici, quando consigliano
un'azione come mezzo per ottenere un dato fine: categorici, quando enunciano
un’ azione buona per sè stessa, che ha cioè un valore intrinseco e deve quindi
compiersi indipendentemonto da qualsiasi altra considerazione. Gli imperativi
ipotetici possono poi alla lor volta essore problematici © axsertori: i primi
sono delle regole, che esprimono nn fino che può essere proposto, ma non
necessariamente, i s0condi non sono che consigli, ed enunciano un fine che non
è necessario ma che tutti si propongono. L’imperativo categorico, in cui la
leggo morale si esprime, non è nè una regola nò un consiglio ma un ordine,
quindi è apodittico, vale a dire incondizionato 0 assoluto; esso nou nasce
dall'esperienza, ma è un fatto della ragiono, è I’ elemento a priori della
moralità, la forma che tutte le nostre azioni debbono rivestire perchè abbiano
il nome di morali; la sua formola è: opera in modo che la massima della tua
azione possa diventare una norma universalo di condotta. Ma l'esistenza d’ una
legge assoluta implica nella natura l'esistenza di un qualche cosa di valore
pure assoluto, che cioè 8’ imponga sempre come fine; ora questo qualche cosa à
appunto l’uomo, come l’unico essere ragionevole della natura, o quindi la forma
dell’ imperativo categorico si può modificaro così: agisci in maniera da
trattar sempre l'umanità como fine, e di non servirtene mai como mezzo 0
strumento. Ma perchè la volontà non accetti la legge spintavi da alcun altro
interesse, occorre che tale leggo essa stessa la dia a sè, che sia cioè
autonoma; da ciò la terza forma dell’ imperativo categorico : agiaci in maniera
che la tua volontà possa considerarsi da νὸ come dettatrice di leggi naturali.
Por Fichte l'essenza dell’ Lo è l'atto Imp
540 rivolto in sò stesso ο
determinato da sò stesso empirica con tutti i suoi oggetti nou è che il
materiale per l’attività della ragion pratica, è l'Io che esplica la sua
tendenza n crearsi un limite, che esso supera, per obbiettivarsi; quindi
l'essenza dell’ Io è l autonomia della ragione pratieu ο culmina
noll’imperativo categorico, in quanto tntto ciò che esiste non può concepirsi che
per ciò cho deve essere, è il materiale sensibilo del dovere: Non appena Io è
posto, tutta la realtà è posta; tutto devo osser posto nell’ Io; l'Io deve
ossero assolutamento indipendente, ma ogni cosa deve da lui dipendero. E dunque
richiesto l’accordo degli oggetti con l'Io; o l’assoluto Io, appunto per il suo
assoluto casero, è cid che esso richiede, l'imperativo categorico di Kant ».
Quindi Fichte accetta l'imperativo catogorico kantiano nolls formula opera
secondo la tua coscienza », come punto di partenza per una dottrina morale, cho
deduco i doveri dal contrasto dell’ impulso naturale e di quello morale, che si
presenta in ogni lo. Cfr. Kant, rit. d. prakt. Vern., 1898, p. 22; Fichte, Grundlage d. ges.
Wissonackafislehre,.1802, p. 240; Cresson, La morale de Kant, 1897, p. 1-50. Impersonale. I. Unpersönlich; I. Impersonal; F.
Impersonel, Obbiettivo, imparziale, non individuale. Dicosi teoria della
ragione impersomale, quella cho ammetto che la ragione d’ ogni individuo non è
che il riffesso di una Ragiono univorsale alla quale esso partecipa; questa
Ragione può essero intesa como trascendente, ο in tal caso è la stessa Di nella
quale lo verità eterno sono sempro sussistonti, o como immanente in quanto è In
stossa in tutti e non è propria di ciascuno, ossia è in ciascuno,
ossenzialmente, In concezione dell’ infinito, dell’ universale, dell’
immutabile. Impersonalismo. 'T. Impersonaliemus; I. Impersonaliom; F.
Impersonalisme. Dottrina che nega ο distrugge la personalità. Alcuni filosofi,
fra cui il Renouvier, danno 541 Imp questo epiteto alla filosofia
evoluzionistica, la quale nega la personalità ponendola come transitiva (v.
personaliamo). Implicito. T. Mitinbegrifen; I. Implicit; F. Implicite. Si
oppone a eeplicito © a formale, e designo una noziono © un giudizio che sono
contenuti in un’altra nozione e giudizio, senza essere formalmente espressi. I
giudizi impliciti ο complessi, detti anche esponibili perchè si possono rendere
espliciti, possono assumero varie forme: esclusivi, ecoottuativi, comparativi,
redaplicativi, determinativi e esornativi. Dicesi contraddizione implicita
quella che si riconosce deducendo dalle proposizioni formulate una
contraddizione nei termini. Nella terminologia scolastica impliite © explicite
valgono quanto confuse © distincte: così le note essenziali dell’uomo si
conoscono implicite nel definito homo, ed explicite nella detinizione animale
ragionerole; negli atti della volontà le due stesse parole equivalgono a
directe e indirecte: chi vuole bere troppo vuole 1’ ubriachezza implicite, chi
vnol bere per ubriacarsi vuole l’ubriachezza stessa explicit Impossibilita v.
possibile. Impressione, T. Eindruck, Reiz; I. Impression, Feeling: F.
Impression. Si snol distinguero 1’ impressione dalla sensazione: quella è il
semplice fatto fisiologico della eccitazione di un organo di senso in seguito all’azione
dello atimolo, «esta è Il fatto di coscienza che aogne all’ eccitazione
modesima. Talvolta si usa invece di cocitazione: tal’ altra, specie nel
linguaggio comune, si usa per opposizione a riflessione ο a giudizio, per
indicare uno stato complessivo di coscienza, presentante un tono affettivo
caratteristico, che risponde a una azione esteriore: n questo uso si
ricollegano i termini imprersioniemo © impressionista. In un senso analogo, per
impressione #’ intende qualche volta I’ impronta fatta dagli oggetti esteriori
sulla coscienza: Corpus Aumanum, dice in tal senso Spinoza, multa pati potent
mutationes, et nihilo minus relinere obiectorum Impressionen veu Imp 542
vestigia el consequenter casdem rerum imagines, Hume oppone
l’impressione, considerata como presentazione, alla idea, considerata come
rappresentazione: la prima d il fatto di coscienza che si presenta per la prima
volta, la seconda è il riprodursi dol fatto medesimo: Sono improssioni, egli
dice, tutte lo nostre sensazioni, passioni ed emozioni, quando fanno la loro
prima comparsa nello spirito ». Tutte le rappresentazioni derivano dalle
impressioni, dalle quali ei distinguono soltanto per un minor grado di
vivacità; perd le impressioni possono essere di due specie, ciod originali ο
riftessive, a seconda che sono impressioni di sensazioni o impressioni di
passioni : Le impressioni originali ο impressioni di sensazioni sorgono nello
spirito senza nessuna percezione autecodente, dalla costituzione del corpo,
dagli spiriti animali ο dalla applicazione degli oggetti agli organi esterni.
Lo impressioni secondario ο riffessite derivano da alcune di codeste
impressioni originali o immediatamente per l’interposizione della loro idea ». Cfr. Spinoza, Ethica, 1. III,
post. II; Hume, Treatise on human nature, 1874, I, sez. I. Impulso. T. Trib, Impuls; I. Impulse; F. Impulsion, In
un senso generale, il Destutt de Tracy lo definisco como «la proprietà per cui
i corpi, quando sono in movimento, comunicano il proprio movimento ogli altri
corpi che incontrano ». In senso psicologico, per impulso s' intendo
comunemento una spinta irriflessa ο irrefrenabile ad agire: in questo senso si
parla di atti impulsivi, caratteri impuleiri, ecc. In un senso più ristretto,
l’impulso è l’inizio d’ ogni atto volontario positivo, il comando volontario
onde l’idea si traduce in movimento. Se esso è in eccesso ο in difetto si
hanno, secondo il Ribot, due forme anomale del volere: nel primo caso le forme
d’ impulsività irresistibile, cosciente © incosciente, nelle quali l'individuo
è como trascinato da un volero diverso dal suo, e al qualo, in taluni casi,
vorrebbe, ma non può resistere; nel secondo caso le varie forme doll’ abulia,
dell’ agorafobin, della follin del dubbio,
543 Txp-Inc in cui l'individuo è
incapace di mnovere la propria volontà. Cfr. Ribot, Les maladies de la volonté, 1901, p. 35
segg., 71 segg. Imputabilità. T.
Zurechendarkeit; I. Imputability; F. Imputabilité, Si confondono spesso la
colpabilità © la responcon In imputabilità. Questa pnd essero intesa in due
modi: 1° ciò che permette di stabilire il conto d’un agente; la responsabilità
si riferisce, in questo senso, al carattere dell’agente, l’imputabilità implica
in più la considerazione dell’atto © quella dell’ intenzione; 2° ciò che
costituisce pro-priamento il rapporto dell’ atto all’ agente, astrazion fatta,
un lato, del valore morale di questo, e, per l’altro, della sanzione che può
seguirno. Cfr.
J. Hoffe, Die Zurechnung., 1877; Landry, La responsabilité pénale, p. 118 ogg. (v. delitto, pena, responsabilità). In adjeoto.
Termine della scolastica, con oui nella logica ai designa quella forma di
contraddiziono, cho esiste fra il sostantivo e la qualità che gli viene
attribuita. Corì, secondo alcuni filosofi, la dottrina che sostiene l’
esistenza dei fatti psichici incoscienti è una contraddizione in adjeoto,
poichè ogni fenomeno psichico, in quanto tale, à necessariamento avvertito dal
soggetto, ossia è cosciente. Cfr. (ioelenio, Lezicon phil., 1613, p. 983.
Inane. In Lucrezio significa vuoto, ed è, come in Epieuro, sinonimo di spazio e
di luogo. Infatti secondo gli atomisti lo spazio à, come la materia, un reale:
à il puro luogo o l'estensione pura dove i corpi materiali, che sono estesi,
possono trovar posto, ciod possono estendersi. Vuoto © materia sono due realtà
fondamentali opposte : I’ essonzu del primo consiste nella penetrabilità, nella
intangibilità, l’essenza della seconda nella impenetrabilità e nella
tangibilità (v. epieuroismo, vuoto). Incertessa. T. Ungewissheit; I.
Unoertainty; F. Incertitude. Non bisogna confonderla col dubbio © colla
probabilità. L'incertezza è quello stato mentale in eni trovasi Inc 54 la
mente quando ragioni contrarie si disputano l’ assenso, © quando l’assenso
stesso non è che provvisorio ο accompagnato da timore di sbagliare. Se fra
queste ragioı contrarie esiste perfetto equilibrio, allora si ha il dubbio; se
una ha qualche preponderanza sulle altre, si ha la probabilità (v. oertessa).
Incettive (proposizioni). F. Propositions inoeptives. Quelle proposizioni
composte, implicite o esplicite, le quali affermano che un dato predicato
appartiene ad un dato sug‘getto, © che esso ha cominciato ad appartenergli ad
un termina o spiega il significato, ο si può ο non si può tosi può togliere l’
inciso diconsi determinatire; quelle che gliere diconsi esornatice. . T.
Neigung; I. Inclination; F. Inclina. Si può definire come la tendenza spontanea
ο costante la definisce: determinatio generalis appetitus ab aliquie zioni: le
egoistiche, o personali ο individuali, che mirano soltanto all’appagamento dei
propri desideri; lo altruiatiche, rivolte al bene altrui; le superiori, cho
hanno per oggetto dei fini impersonali, © possono essero estetiche,
scientifiche, morali, religiose. Malebranche no distinguo tre specio, cho αἱ
trovano più o meno in ogni uomo: 1° I clinazione per il bene in generale, che
costituisce il principio di tutto lo nostre inclinazioni naturali, di tutte
nostre passioni ο persino di tutti gli amori liberi della nostra anima, perchè
da questa inclinazione per il bene in generale ricaviamo In forza per
sospendere il nostro consenso riguardo a beni particolari »; 2° 1’ inclinazione
per 545
Inc la conservazione del nostro essere; 3° l’inclinazione per le altre
creature, che sono utili a noi stessi o a quelli che amiumo. Kant distingue
l'inclinazione «dalla propensione (Hang): questa è la possibilità soggettiva
del sorgere di un dato desiderio, che precede la rappresentazione del suo
oggetto; quella è il desiderio che abitualmente occupa un individuo; in altre
parole, la propensione è la predisposizione a desiderare un piacere, che,
dopochà è stato sperimentato dal soggetto, produce 1’ inclinazione. Analoga
distinzione si fa tra inclinazione e istinto : questo consiste nella immediata
suggestione di atti o di sentimenti determinati, anche senza la coscienza del
fine a oni mirano; quella pone un fine, in modo più o meno determinato, senza
che vi sia necessariamente la rappresenta zione dei mezzi da impiegare per
raggiungerlo. Si distingue infine l'inclinazione dalla passione, in quanto
questa è una delle forme intense di quella, ed è caratterizzata dalla rottara
dell'equilibrio che esiste normalmente nell’ insieme delle inclinazioni umane.
Cfr. Wolff, Phil. practica, 1739, vol. II, $ 985; Malebranche, Rech. de la
rerité, IMI, 11; Kant, Anthropologie, 1800, v. 78 (v. attitudine, tendenza).
Incommensurabile. T. /ncommensurabel ; 1. Incommensurable; F. Incommensurable.
Due grandezze diconsi incommensurabili quando non hanno una misura comune,
quando non possono essere espresse in funzione della stessa unità, quando non
esiste alcun numero, nè intero nè frazionario, il quale, essendo contenuto un
numero intero di volte nelluna, sia contenuto un numero intero di volte anche
nell'altra. Siccome quanto più l’unità presa a misura è piccola tanto
maggiormente essi s'accosta alle quantità incommensurabili, così si può dire
che due quantità incommensurabili hanno per comune misura una quantità
infinitamente piccola (v. infinitesimale, integrale). Inconcepibile. T.
Unbegreifbar: I. Inconceivable; Inconcerable. Termine usato specialmente dal
Reid, da 35 RavzoLI, Dizion. scienze
filosofiche. Ixc 546 l Hamilton e dallo Stuart Mill; indica in
generale ciò che la mente non può rappresentarsi. Si distingue
dall’inintelligibile, che è ciò che non soddisfa la ragione, quantunque sia
perfettamente concepibile, e dall’ inconoscibile, che è ciò che, per sna
natura, trovasi fuori della sfera d’ ogni conoscenza possibile. Alcuni filosofi
intendono per incomprensibile ο inconcepibile cid che è ultimo, quindi
irreduoibile ; così i concetti supremi della scienza, essendo ultimi,
resistendo cioè ad ogni ulteriore analisi, riduzione ο ragionamento, sarebbero
per sè inconcepibili, quantunque mediante essi ogni cosa si renda concepibile.
Quanto alla distinzione dell’ irreducibile ο inconcepibile dall’ inconoseibile,
essa non è adottata da tutti i filosofi; mentre per V Hegel, ad es. l'essere è
l'assoluto incomprensibile in quanto è presuppostò da tutti i concetti (da
tutte le determinazioni logiche) ma non presuppone nessun altro concetto, è poi
= lo stesso essere -l’ assolutamente oonoscibile come risultato dell’ assoluto
processo logico, analitico e sintetico: per lo Spencer, invece, i concetti
ultimi delle scienze (spazio, tempo, materia, forza, coscienza) sono inconoscibili
perchè inconcepibili, e non costituiscono che dei simboli o segni di un quid,
che non si sa che cosa sia. Cfr. J. 8. Mill, Exam. of Hamilton, 1867, cap. VI; Spencer, Prine. of
paychol., 1881, vol. II, p. 406
seg. (v. assoluto, agnosticixmo, inconoscibile, noumeno). Incondizionato. T.
Unbedingt: I. Unconditional, Unconditioned; F. Inconditionné. Ciò che non è
soggetto ad alcuna condizione, e che quindi ha in sè stesso le ragioni di
essere, © di essere ciò che è, Tuttavia il termine che fu introdotto nel
linguaggio filosofico dell’ Hamilton, come comprendente i significati di
infinito e d’ assoluto è anche usato in senso relativo, per designare il
rapporto di condizione a condizionato esistente fra due fenomeni, che non sono
poi condizionati da un altro fenomeno, di cui siano effetti collaterali. Per I’
Hamilton invece I incondizionato
547 Inc oppone ul condizionato, ο
condizionalmente limitato, il cui contradditorio, cioè l’incondizionalmente
limitato, inchinde evidentemente due casi : 1’ incondizionalmente limitato
ossia l'assoluto, e l’ incondizionalmente illimitato ossia V infinito: Quattro
opinioni, dice l’ Hamilton, si possono enumerare riguardo all’ incondizionato
come oggetto immediato di conoscenza e di pensiero: 1° L'incondizionato è
inconoscibile ed inconcepibile, essendo la sna nozione puramente negativa del
condizionato, il quale soltanto può essere in modo positivo concepito ο
conosciuto. 2° Esso non è oggetto di conoscenza, ma la sua nozione, come un
principio regolativo della mente stessa, è più di una mera negazione del
condizionato. 3.° Esso è conoscibile ma non concepibile; può essere conosciuto
mediante uno sprofondarsi nell’identitä dell’ assoluto, ma è incomprensibile
per la coscienza e per la riflessione, che sono soltanto del relativo ο del
differente. 4° Esso è conoscibile e concepibile dalla coscienza e dalla
riflessione, sotto la relazione, la di ferenza ο In pluralità ». L’ Hamilton
afferma la prima di queste quattro opinioni, considerando l'infinito e l’
assoluto, cioè Dio, come impensabili e oggetto solo della certezza morale, che
dà la credenza; pensare è infatti condizionare, il pensiero non può trascendere
la coscienza, la è possibile soltanto sotto le antitesi di un soggetto e di un
oggetto del pensiero, conosciuti solo in correlazione e limitantisi a vicenda;
poichè tutto ciò che noi conosciamo del soggetto e dell’ oggetto è solo, in
ciascuno la conoscenza del differente, del modificato, del fenomenale ». Perciò
la filosofia non può essere che una filorofia del condizionato. la quale nega
all’ uomo la conoscenza sia dell’ assoluto sia dell’ infinito, © sostiene che
tutto ciò che noi immediatamente conosciamo, ο possiamo conoscere. è soltanto
il condizionato e il relativo, il fenomenico, il . La dottrina del condizionato
è una filosofia che professa la relntività della conoscenza, ma confessa I’
assoluta Inc 548 ignoranza ». Questo agnosticismo dell’
Hamilton fu messo poi a servizio della teoria della rivelazione dal Mansel, che
considerò i dogmi come affatto inconcepibili per la mente umana; ed esercitò In
sua efficacia anche in altri indirizzi filosofici dell’ Inghilterra, per
esempio sulla dottrina dello Spencer e sui rappresentanti del positivismo. Cfr. Hamilton, Discussions
on philosophy, 1852, p. 12-14; Stuart Mill, La philosophie de Hamilton, trad.
franc. 1869, p. 4
sogg.; Monk, Sir W. Hamilton, 1881, p. 83 segg.; Mansel, The limite of
religious thought, 1858 (v. condizione). Inconoscibile. T. Unerkennbar ; I. Unknowable; F. Inconnaissable. Ciò
che per sun natura non può essere oggetto di conoscenza. Si distingue dall’
ignoto, che è lo sconosciuto © può sempre divenire oggetto di conoscenza; dall’
inintelligibile, che è ciò che non soddisfa In ragione ; dall’ inconcepibile,
che è ciò che non si può nemmeno pensare. L’ inconoscibile è invece ciò che,
pur essendo reale, sfuggirebbe per ipotesi a tutti i modi della conoscenza, sia
intuitiva, sia discorsiva, sia immediata, sia mediata, sia fondata sulla
coscienza e sull'esperienza, sia fondata sul ragionamento. Per alcuni
l’affermazione della realtà dell’ inconoscibile è assurda, tale affermazione
racchiudendo già una qualche conoscenza di ciò che è dichiarato inconoseibile;
altri ne ammettono la legittimità, osservando che, allorchè si afdi non veder
nulla nella notte completa o nella luce accecante, si sa pure che la notte e lu
luce esistono ; altri, come l’Ardigò, lo respingono sia perchè ricavato da una
errata concezione della relatività della conoscenza (ogni stato di coscionza
essendo per sd stesso una cognizione, che non diventa relativa se non a
posteriori, ciod dopo che l'esperienza associatrico ha costituito i due
concetti opposti del me e del non-me) sia perchè il preteso inconoscibile si
risolve nell’ iguoto, ossia nel generico mentale dato dalla owervazione e ricorrente
per associazione colla rappresentazione della realtà; altri infine, come il
Berg 549 Isc son, sostengono che essendo
l’ universo della stessa natura dell’Io, è possibile conoscerlo mediante uno
sprofondamento sempre più completo in sò stessi, cioè con una conoscenza che
coglie il suo oggetto dal di dentro, che l’appercepisce tal quale ϱ)
appercepirebbe esso stesso ne c la sua esistenza non facessero che una sola ο
medesima cosa, © che è quindi una conoscenza nssoluta, una conoscenza
d’assoluto ». Lo Spencer pone a base del suo sistema l’inconoscibile, che egli
considera come una realtà, ricavandolo dai quattro modi della relatività del
pensiero: 1° la cognizione di un dato consiste nel suo riferimento ad un genere
superiore; ora, perchè possiamo conoscere il dato del genere massimo al qualo
arriviamo, è necessario cho tale genere non sia riferibile ad uno superiore,
sia cioè inconoscibile; 2° la cognizione di un dato implica che se ne pensi la
relazione, la difterenza e la somiglianza con altri dati; ora, siccome In causa,
l'infinito e 1’ assoluto non possono essere comparati ad altro perchè unici,
così sono inoonoscibili ; 3° la cognizione di un dato implica il riferimento di
un soggetto ad un oggetto, quindi, se la manifestazione soggettiva appare relativa
alla oggettiva, © questa a una condizione sua non conoscibile, ne segue che I’
inconoscibile è la condizione della conoscenza; 4° le sensazioni non sono che
un semplice relativo ad un diverso che ne è causa; ne viene la conseguenza che
tale diverso, del quale non possiamo conoscere che 1’ effetto in noi, è un
inconoscibile. Cfr.
Spencer, First principles, 1900, cap. IV; Id., Princ. of poychology, 1881, cap.
XIX; W.
James, À world of pure experience, Journal of philosophy », sett.-ott. 1904;
Bergson, Introd. à la métaphysique, Revue de métaph. >, gennaio 1903 ; J. Laminne, La philos. de
Vinconnatssable, 1908 : 8. De Dominiois, La dottrina dell'evoluzione, 1881, p.
56 segg.; Mor-, I conostti ultimi della rel. e della fil. secondo E. Spencer, Riv.
di fil. scientifica », genn. 1884 ; G. Carini, II problema Inc 550
dell inconosoibile nella fil. scientifica, Id. », dic. 1891; Ardigò,
L'inconoscibilo di H. Spencer, in Op. fil., II, p. 239 segg.; Id., La dottrina
spenceriana doll’ inconoscibile, Ibid., VIII, p. 18 segg.; Id., It noumeno di
Kant ο U inoomoscibile di H. Spencer, Ibid., p. 117 segg.; C. Ranzoli, La
fortuna H. Spencer in Italia, 1904, p. 41-60 (v. agnostioiemo, inconcepibile,
incondizionato). Incosciente. T. Unberwsst; I. Unconscious; F. Inooseient.
Parola di valore molto vario, tantochd Willy Hellpach ne enumera otto
significati. Nel suo senso più generale si dice d’ogni essere che non possiede
alcuna coscienza, ad es: gli stomi materiali, i vegetali, ecc. In senso morale
si dice d’un uomo incapace di riflettere, di ripiegarsi su sè stesso, di
rendersi conto di ciò che fa © delle conseguenze dei propri atti. In senso
scientifico si dice di quei fatti psicologici che, come i sociali, i giuridici,
gli estetici, eec., possono essere studiati al di fuori della coscienza, come
cose, perchè s’ impongono alla coscienza di ciascuno e sono soggetti ad un
determinismo. In senso psicologico s’applica a quei fenomeni ο processi
psichici, non sono avvertiti dall’ individuo in cui si svolgono; questi processi
molti psicologi contemporanei attribuiscono una grande importanza, spiegando
con essi la telepatia, il medianismo, l’sutomatismo, i sogni, le dissociazioni
della personalità, ecc. Si confonde spesso l incosciente col suboosciente,
generando non pochi equivoci : il subeoseiente è propriamente ciò che è oggetto
di coscienza debole e perciò sfugge, oppure ciò che attualmente non è avvertito
dal soggetto, ma che il soggetto stesso può affermare come tale che fu
cosciente nel passato, sia perchè diviene chiaramente cosciente in séguito, sia
perchè riconosciuto come la condizione di fatti successivi chiaramente
coscienti ; Vincosciente è invece ciò che sfugge interamente alla coscienza,
che è radicalmente inconscio, anche quando il soggetto cerca di coglierlo © vi
applica la propria attenzione. 551 Inc Così inteso, possiamo distinguere con il
Dwelshauvers sei grappi di fatti psichici ai quali si applica l'appellativo di
incoscienti: 1° L’inconsciente nell’ atto del pensiero (ad es. l’attività
sintetica che trasforma le sensazioni in rappresentazioni, e queste in
concetti); 2° L’ incosciente della memoria nella percezione ; 3° L’ incosciente
della memoria per impressioni e sentimenti latenti (ad ex. il motivo che fa
apparire un dato ricordo e non un altro, rimane incosciente); 4° L’ incosciente
dell’ abitudine ; 5° L’ incosciente della vocazione (disposizione a un’arte, a
un mestiere, manifestantesi imperiosamente nell’ infanzia); 6° L’ incosciente
nella vita affettiva. Ma altri psicologi, sia fenomenisti sia spiritualisti,
ammettono che ogni fatto psichico, anche della natura più elevata, può
sussistere allo stato incosciente; i primi però, dal Carpenter in poi, cercano
di ricondurli al fatto fisiologico, al chimismo nervoso, alla cerebrazione
incosciente. I fenomenisti si fondano, in generale, su questi fatti: 1° alcune
volte ci sentiamo o tristi o lieti senza avvertirne il motivo; riflettendo,
scopriamo poi codesto motivo, che esisteva dunqne anche prima di essero
avvertito allo stato incosciente; 2° la soluzione d’ nn problema o @’ una
questione è apparsa alcune volte improvvisamente al pensiero degli scienziati;
ciò vuol dire che tale soluzione è scaturita da un lavoro mentale incosciente;
3° alcune volte, discorrendo o pensando, si giange a conclusioni di cui non si
avvertono le premesse; ciò significa che codeste premesse esistono, ma allo
stato incosciente; 4° nn’ idea, presente, al sopraggiungere di altre idee
scompare per poi ricomparire nuovamente: non avrebbe potato se in tutto questo
tempo non avesse continuato ad esistere allo stato incosciente. A ciò si suole
rispondere genericamente che la coscienza non è gid un epifenomeno, un qualche
cosa che s’agginnge al fatto psichico ο pnd anche mancare, ma è il carattere
essenziale dei fatti psichici, cosicchè fatto psichico vuol dire fatto
cosciente: porInc 552 ciò l’espressione fatti psichici incoscienti
» è assurda come quella di vita morta, movimento fermo, ecc. Questa opinione è
ammessa anche dagli spiritualisti, i quali però negano che la coscienza sia il
carattere distintivo di tutto ciò che è psichico; infatti l’ anima, secondo
essi, esiste al di fuori dei fenomeni, come principio non solo dei fatti
psichici ma anche di tutta la vita animale, cosicchè le operazioni profonde
dell’ anima, essendo pur sempre di natura psichica, dovranno sfuggire alla
coscienza, Il Leibnitz, con la sua teorin delle petites perceptions
incoscientes fu il primo a impostare nella tilosotia il problema dell’
incosciente. Bisogna considerare, egli dice, che noi pensiamo, tutto in un tempo,
ad una grande quantità di cose, ma non porgiamo attenzione sc non ui pensieri
più distinti; nè potrebbe essere altrimenti, chè se tenessimo conto di tutto,
dovremmo pensare attentamente ad una infinità di cose nello stesso tempo, che
seutiauo ugualmente e fanno impressione sui nostri sensi. E non basta: qualcosa
rimane di tutti i nostri pensieri passati, e nessuno di essi potrebbe mai
venire cancellato completamente. Ora, quando dormiamo senza aver sogni, o
quando siamo storditi da qualche colpo, da una caduta o da qualche altro
accidente, si forma in noi una quantità di piccole percezioni confuse; e la
morte stessa non potrebbe avere effotto diverso sulle anime degli ani-, le
quali debbono senza dubbio prima o poi ripigliare percezione distiuta ». Tutte
le impressioni hanno il loro effetto, ma non tutti gli effetti son sempre
osservabili ; così, quando mi volto da un lato piuttosto che da un altro, è
xpesso a cagione di un complesso di piccole impressioni, di cui nou ho
coscienza, le quali rendono un movimento un po' più malagevole di un altro.
Tutte le nostre azioni indeliberate resultano da un concorso di piccole
percezioni, dalle quali anche procedono le nostre abitudini e passioni, che
hanno tanta influenza sulle nostre deliberazioni; queste disposizioni
percettibili si formano a poco a poco, e senza
558 Inc le piccole percezioni
inafferrabili non le avremmo in nessun siero privo d’ogni coscienza: è così
assolutamente inintelligibile dire che un corpo è esteso senza parti, come dire
che qualche cosa pensa senza averne coscienza ». Anche per Kant avere delle
rappresentazioni e non averne coscienza, sembra una contraddizione, perchè come
sappiamo di averle senza esserne coscienti ? » Però egli ammette che possiamo
avere una coscienza indiretta di certe rappresentazioni; egli le chiama
rappresentazioni osoure. Per 1 Herbart esistono delle rappresentazioni
assolutamente in-, sprofondate sotto la soglia della coscienza. Per V Hartmann
1’ Incosciente è una vera realtà, anzi 1 essenza della realtà, il principio
unico comune, attivo ed intelli gente insieme, che si manifesta nella materia e
di cui gli non sono che l'apparenza; per rapporto a noi esso è incosciente, in
sè è supracosciente. Del resto, con V espressione Incosciente » l’ Hartmann
intende anzitutto l’attività psichica in genere, in quanto resta fuori della
sfera della, coscienza, ο più propriamente 1) unità del rappresentare © del
volere (alle quali due attività si riducono secondo lui le funzioni psichiche)
in quanto sono inconsapevoli, e perciò anche I’ unico soggetto degli atti psi
chici inconsapevoli; ma questo soggetto, essendo uno solo non pure per ciascun
individuo, rua anche per tutti gli individui, ne viene che I’ Inconscio » da
ultimo risulta essere non tanto I’ astratto di tutti i soggetti psichici
inconsapevoli e il nome collettivo di questi, quanto piuttosto l’unico
principio sostanziale di cui i singoli non sono se non manifestazioni
fenomeniche. Secondo il Paulsen V essenza delle rappresentazioni incoscienti
sta nella possibilità di divenire coscienti. Sono potenzialmente percezioni
interne, proprio come i momenti fisici che sono peresterne potenziali >.
Secondo l’Ardigò, fatto psichico essendo sinonimo di fatto cosciente, poichè il
fatto psichico è l’avvertimento di una modifienzione, dire fatto psichico
incosciente val quanto dire vita morta 0 movimento fermo. Anche W. James si
schiera contro i sostenitori dell’ incosciente, combattendo i dieci presunti
argomenti o gruppi di argomenti che sono stati addotti in sostegno di esso.
Cfr. Leibnitz, Nuovi saggi, trad. it. 1909, I, p. 77, 80; Locke, Essay, 1. II, cap. I, sez. 19; Kant,
introp., I, $ 5; Hartmann, rit. Grundlegung d. transo. Realismus, 1886, p. 70;
Id., Philosophie de l'incoscient, trad. franc. 1877, vol. II, p. 287 segg.; A.
Faggi, Filosofia dell’ incosciente, 1900; F. Bonatelli, La filosofia dell’
inconscio di E. von Hartmann, 1876; Paulsen, Einleitung in die Philos., 1896, Ρ. 127 segg.; Willy Hellpach, Unberousstes oder
Wechaelioirkung, Zeitzchr. für Paychol. », XLVIII, p. 238; Patini, Coscienza,
nubooscienza, incoscienza, Riv. di psicol. applicata », VI, 1910, p. 24; W.
James, Prine. of Payohol., I, cap. VI;
Dwelshanvers, La ayntése mentale, 1908, p. 78-1145 Ardigò, Op. fil., V, p. 56
segg. (v. automatismo, dissociazione, subcosoienza, subminimale). Indefinibile.
T. Unerklärlich, unbestimmbar ; I. Undefinable; F. Indéfinissable. Un’ idea,
una nozione, un oggetto possono essere indefinibili in senso assoluto e in
senso relativo. Sono assolutamente indefinibili i dati della sensibilità,
perchd del tutto soggettivi e incomunicabili ; le idee più generali ed
astratte, che si possono spiegare soltanto per mezzo delle idee opposte ο degli
esempi; i concetti astratti semplici, che non includono nè genere nè
differenza. Sono indefinibili in senso relativo quegli oggetti delle scienze
sperimentali, che, allo stato attuale del sapere, non sono ancora conosciuti in
modo sicuro e preciso, © quelle nozioni che posseggono un numero grandissimo di
note di uguale importanza, cosicchè riesce impossibile enunciarle nel
definiente in modo da individuare il definiendo (v. definizione). Indefinito.
T. Unbegrenzt, unendlich; I. Indefinite; F. Indifini. Si oppone a finito e si
distingue da infinito. In 555 Inp fatti
da Cartesio in poi per indefinito si intende ciò che non ha limiti assegnabili,
sia relativamente a noi, sia nella natura delle cose stesse; ciò che col
pensiero si può moltiplicare o dividere, estendere o restringere, senza trovar
mai alcun ostacolo cho possa arrestare tali operazioni; quindi il definito è
ciò di cui il limite © la forma sono ο possono essere fissati. Per infinito si
intende invece ciò che manca affatto di termine, di fine, ciò di cui non solo
non si possono assegnare i limiti, ma che ha appunto per carattere ο natura di
non soffrire limitazioni. Distinguo inter indofinitum οἱ infinitum, dico
Cartesio, iludque tantum proprie infinitum appello, in quo nulla ex parte
limites inveniuntur, quo sensus solus Deus est infinitun; illa autem, in quibus
sub aliqua tantum rationem finem non agnosco, ut ertensio epatit imaginarii,
multitudo numerorum, divieibilitas partium, quantitatia ct similia, indefinita
quidem appello, non autem finita. quia non omni ex parte fine carent. L'
indetinito di Cartesio è dunque un infinito parziale e relativo, che si
contrappone alla infinità totale ed assoluta di Dio. Una distinzione in parte
analoga si trova in Spinoza, che tra l’assoluta infinità di Dio e il finito
pone come termini intermedi, che li colleghino, i modi infiniti, che
partecipano dell’ infinito e del finito ad un tempo; questi modi, ad es. lo
spazio, sono infiniti solo sotto un certo aspetto, mentre Dio è infinito sotto
tutti gli aspetti, in tutti i suoi attriDuti, ene absolute infinitum, hoo est eubetantia
constane infinitie attributie, quorum unnmquodque aelernam et infinitam
cesentiam exprimit. Secondo il Renouvier, 1’ indefinito è V infinito in potenza
e in quanto tale s’ oppone all’ infinito in atto: Per opposizione all'infinito
attuale, 7’ infinite dei possibili è ciò che si chiama indefinito ». Lo spazio,
sccondo alcuni, è infinito, perchè non si potrebbe concepirlo come limitato; la
serio dei numeri è invece indefinita, perchè l'operazione mediante la quale
formiamo un nuovo numero, cioè l’aggianta di una unità, è sempre identica
Inp 556
a sò stessa; e pure indefinita è la divisibilità matematica, giacchè non
sono concepibili le parti d’ una grandezza senza grandezza, nè che sia
indivisibile ciò che ha una grandezza. Cfr. Cartesio, Resp. ad I obi., $ 10;
Id., Prinoipia phil., I, 26, 27; Spinoza, Æthioa, def. VI; Pillon, Année
philos., 1890, p. 112; Ardigò, Infinito ο indefinito, Riv. di filosofia »,
genn., marzo 1909; R. Menasci, Infinito ο indefinito in Cartesio, Ibid. »,
maggio 1911 (v. infinito, indeterminato, numero). Indeterminato. T. Unbetimmt;
I. Indeterminate: F. Indéterminé. Ciò che può assumere un numero indefinito di
determinazioni differenti. Non va confuso con I’ indefinito, che si dice in
special modo della quantità, mentre P indeterminato si riferisce alla qualità.
Un problema è indeterminato quando le soluzioni soddisfacenti alle condizioni
sue sono in numero indefinito. Un numero è indeterminato quando si sa che è un
numero, senza sapere quale numero. Il Rosmini chiama sofiemi dell indeterminato
quelle fallacie che derivano dalla indeterminazione del soggetto. Tali sono, ad
esempio i sofismi che si formano sulla divisibilità dello spazio, del quale si
conclude che è composto di punti semplici perchè è divisibile all’ infinito;
ora, è erroneo supporre che la divisione indefinita dello spazio debba essere
di necessità finita ο infinita, come è erronea la supposizione che esso sia
veramente divisibile, poichè le parti gliele dà l’uomo con 1’ imaginazione, e
con I’ imaginazione può presentarsi un numero indeterminato di queste parti,
cioè un numero finito ma sempre aumentabile, perohè dopo ogni atto
d’imaginazione se ne può fare un altro. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 71T (v.
indefinito). Indeterminismo. T. Indeterminiemus; I. Indeterminism ; F.
Indéterminisme. La dottrina che considera l’atto volontario come assolutamente
spontaneo, come un fenomeno senza causa. Si oppone al determinismo, che è In
dottrina che considera ogni fatto, compresa la volontà, come legato ai suoi
antecedenti da una legge necessaria e costante. Si distingue, secondo alcuni,
dal libertismo, che è la dottrina che non considera l’atto volontario come un
fenomeno senza causa, ma sostiene essere la volontà stessa una causa prima.
Dicesi indeterminiemo idealistico 1’ indirizzo, rappresentato in Francis dal
Bontroux e dal Bergson, che estende la libertà e la spontaneità anche si
fenomeni del mondo fisico, considerando la necessità naturale e il determinismo
scientifico come illusioni della mente, © riducendo gli stessi principi logioi
ad un semplice stromento soggettivo, col quale cerchiamo di rendere
intelligibile la realtà, ponendo in essa un ordine che corrisponde alle nostre
esigenze conoscitive: se si ammettesse l'impero della causa sn tutto il reale,
non si potrebbero spiegare la varietà, la novità, i processi ascendenti dell’
evoluzione, tutto si ridurrebbe a combinazioni meccaniche di elementi identici
preesistenti; nella realtà si verificano dunque sintesi creative, produzioni
originali, la vita sussiste per sè, per sò sussiste lo spirito ο l'uno e
l’altro principio si attuano spontaneamente, per un dinamismo che è a loro
intrinseco. Cfr. Boutroux, La contingence des lois de la nature, 1899; Bergson,
1) érolution créatrice, 1907; A. Levi, L’indeterminismo nella filosofia
JSranoese contemporanea, 1904 ; F. Masci, L’ideatinno indeterminista, 1898;
Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1918, I, p. 423 sogg. (v.
autonomia, contingenza, determiniamo, libero arbitrio, nocessitiemo).
Indifferensa. T. Gleichgültigkeit : I. Indifference ; F. Indifférence. Questo
vocabolo ba valori differenti nella psicologia, nella morale e nella
metafisica. Nella psicologia diconsi stati indifferenti quegli stati psichici
che non contengono nè piacere, nd dolore, nd una mescolanza dell’uno e
dell’altro. 19 esistenza di simili stati è ancora discussa tra i psicologi.
Secondo il Reid oltre le sensazioni che sono gradevoli o sgradevoli, esistono
ancora un gran numero di sensazioni indifferenti. A queste noi prestiamo sì
scaraa attenzione, che Inn 558 non hanno nome e sono immediatamente
dimenticate, come se esse non fossero mai avvenute; occorre molta attenzione ai
propri stati mentali per essere convinti della loro esistenza». Anche il Bain
ne ammette l’esistenza, considerando come tipico in proposito il sentimento di
sorpresa: Uno stato affettivo può avere una considerevole intensità, senza
essere nè piacevole nè doloroso; tali stati sono nentri ο indifferenti. La
sorpresa è un esempio familiare. Ci sono sorprese che ci rallegrano, altre che
οἱ addolorano; molte sorprese non producono nè l’una cosa nè l’altra ». Quasi
tutte le sensazioni ed emozioni passano, secondo il Bain, traverso un momento
d’indifferenza; fra le emozioni sgradevoli, l’amore e la gioia del potere hanno
delle fasi di puro eccitamento ; l’amore della madre per il suo bambino è per
lungo tempo un puro stimolante, che assorbe l’attenzione di lei senza arrivare
al piacere. L’Hamilton e il Sully pongono in dubbio l esistenza di tali stati;
il Ribot, dopo aver analizzata la questione, conclude io inelino verso In tesi
degli stati d’indifferenza »; PHöffding invece, dopo aver confutata la tesi,
conclude: La supposizione di stati neutri proviene non solo dal negligere gli
stati più deboli di piacere 9 dolore, ma anche dal confondere uno stato
generale di spirito con l’ effetto prodotto da alcune rappresentazioni ed
esperienze particolari. Molte impressioni e rappresentazioni vanno 9 vengono
senza suscitare sentimenti valutabili © senza avere una influenza ben netta sul
nostro stato affettivo generale, ma questo stato generale è ugualmente
determinato in ogni istante dal predominio sia del piacere, sia del dolore
». Secondo i moralisti antichi esiste
una categoria di cose, che stanno fra le buone e le cattive, lo quali si possono
fare o non fare con uguale sicurezza di coscienza: tali cose indifferenti gli
stoici chiamavano adiafora, 9 designavano col nome di adiaforia lo stato di
indifferenza dell’ anima del saggio, che non prova nè desiderio nd avversione.
Lo stesso stato era anche designato col
559 Ixp nome di apatia e di
ataraseia. Con |’ espressione libertà di
indifferenza si sono intese, nella storia della filosofia, cose ben diverse:
che la volontà è libera di determinarsi senza alcun motivo o ragione; che la
volontà, avendo presenti due beni commensurabili tra loro, può rimanere
indifferente al maggiore o minor valore di essi ed operare senza tenerne conto:
che la volontà ha la libertà di scegliere tra due beni fra loro uguali, ossia
non differenti; che, infine, la volontà posta tra i due ordini
incommensurabili, s’ appiglia all’ uno pur potendo operare differentemente da
quello che fa. Col vocabolo indifferentismo ο dottrina doll’ indifferente (nel
senso di non differente) 8’ intende quella forma attenuata di realismo scolastico,
rappresentata specialmente da Abelardo di Barth, il quale ammetteva come
veramente esistente soltanto il singolo, ma, al tempo stesso, sosteneva che
ogni singolo porta in sè, come determinazioni della sua propria natura, certe
proprietà o gruppi di proprietà, che ha comuni con altri; questa somiglianza
reale, consimilitudo, è 1’ indifferente in tutti questi individui; ο così pure
il geuere si trova indiferenter nella sua specie, e la specie indifferenter nei
suoi esemplari. Nella filosofia dell’ identità
dello Schelling, 1’ indifferenza è il pri cipio comune per la natura 9 per lo
spirito, per l’ oggetto e per il soggetto, vale a dire per la ragione
obbiettiva e per la ragione soggettiva; esso è perciò la ragione assoluta, che,
essendo il principio più alto, non può essere determinata nò realmente nò
idealmente, e in essa devono cessare tutti quei contrasti, che nel mondo dei
fenomeni hunno origine dal preponderare nei singoli individui del fattore reale
o di quello ideale: Il primo passo alla filosofia, dice Jo Schelling, e la
condizione, senza la quale non si può penetrare in essa nemmeno una volta, è la
veduta, che I’ assoluto Ideale è anche l’assoluto Reale». Cfr. Diogene L., VI,
104; Seneca, Ep., 13, 10; S. Agostino, De 140. arb., 1; Alberto Magno, Sum.
theol., II, qu. 58; Leibnitz, Theodiode, Inp I, $46; Reid, Intel. powers, 1863,
p. 311; Schelling, Säm. Werke, vol. V, p. 353 segg.; Prantl, Geschichte d.
Logik, 1855-70, vol. II, p. 188 segg.; Bain, The emotions and the will, 1865, p. 13: Sully Peyoology,
1885, p. 449; Ribot, Peychol. des sentiments, 63 ed. 1906, I parte, cap. V; Héfiding, Psychologie, trad. franc. 1900, p.
380 segg. (v. libertà, libero arbitrio, indeterminiemo, determinismo).
Indiscernibile. T. Ununterscheidbar; I. Indisoernible : F. Indiscernable. Sono
indiscernibili due oggetti del pensiero quando non si distinguono I’ uno dall’
altro per nessun carattere intrinseco. Secondo il Leibnitz due esseri reali
differiscono sempre per qualità intrinseche, non possono mai essere totalmente
simili, perchè la qualità d’un essere non essendo altra cosa che la sua
essenza, questa perfetta somiglianza non sarebbe altra cosa, che l'identità; in
altre parole, due cose indiscernibili non sono che una: due cose, per esser
due, debbono avere qualche differenza di qualità: Bisogna sempre che, oltre la
differenza di tempo e di luogo, v'abbia un principio interno di distinzione, ο,
sebbene v’ abbiano parecchie cose della medesima specie, è pur sempre vero che
non se ne danno mai perfettamente simili; perciò, nonostante il tempo e il
luogo (cioè a dire la relazione esterna) ci servano a distinguer le cose che
non distinguiamo sufficientemente per sò medesime, esse non sono meno
distinguibili in sò ». In ciò consiste il principio identitatis indincernibilium,
al quale Kant obbietta che due cose, anche perfettamente simili, non possono
confondersi quando non esistano nè nel medesimo Inogo nd nello stesso istante;
la differenza numerica, cioè la ditferenza temporale e spaziale, basta alla
distinzione degli esseri, e senza di essa tutte le altre non contano nulla.
Cfr. Leibnitz, Nuovi saggi, trad. it. 1909, p. 208 segg.; /d., Monadologia, 9;
Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclami, p. 253 segg. (v. identità).
Individuale. T. Individuelle; I. Individual; F. Individuel. Cid che appartiene
all’individuo. Dicesi individuale
561 Inn il termine che non si può
predicare che d’un solo soggetto; si oppone al termine collettiro, che designa
un tatto composto d’un numero determinato di individui, considerato come indiviso.
Dicesi individuale fl gindizio, in cui il concetto del soggetto è preso nel
senso di unità indivisibile: questo À è B. Può essere tanto singolare che
σοῖlettiro: questo afferma che il prodicato conviene al soggetto solo in quanto
è una totalità numericamente indeterminata © determinata di parti ad es. tutti
gli scolari sono la scolaresca quello che il predicato conviene al soggetto
come unità indivisibile, che non può esser posto nella forma quantitativa
discreta, ad es.: Garibaldi fn il più grande condottiero italiano (v. generale,
universale). Individualismo. T. Individualiomus; I. Individualiem ; F.
Individualisme. Indica in generale ogni dottrina e ogni tendenza che afferma il
valore irreducibile dell’ individualità, sin fisica sia morale, In sua
autonomia intrinseca, sin di fronte ai gruppi sociali sia nell’ordine naturale
sia in quello esplicativo. Come tendenza pratica 1’ individualismo può essero
sin manifestazione del carattere personale (ad es. le grandi personalità
dell’arte, della scienza, della politica, eoc.), sia impronta di tutto un
popolo (ad es. i popoli latini) ο di un’ opoca storica (ad es. il
Rinascimento). Come dottrina l’individualismo può essere metafisico,
metodologico, sociologico ed etico. Il primo consiste nello spiegare la realtà
come un insieme di elementi eterogenei, ausaistenti per sè; è sinonimo di
pluralismo. Il secondo è la dottrina che spiega i fonomoni sociali e storici
con le leggi della psicologia individuale, con gli effetti risultanti dalla
attività cosciente degli individui; tale ad es. la dottrina del Tarde, che
considera come fatto sociale elementare limitazione, ossia la comunicazione di
uno stato di coscienza per l’azione di un individuo cosciento sopra un altro.
L’ individualismo sociologico è la dottrina per la quale In società non è fine
a ad stossa, nd atromento d’un fine 36
RANZOLI. Dirion. di scienze Alosofiche. Inn 562
superiore agli individui che la compongono, ma ha per oggetto il bene di
questi, la loro felicità ο il loro perfezionamento: non dunque gli individui
per la società, ma la società per gli individui. L’individualismo etico ο
politico si oppone al comunismo, al socialismo, al collettiviemo, e designa
ogni dottrina sociale e politica che propugnn una maggioro libertà dell’
individuo, una limitazione all’azione dello Stato nella tntela ο nella
protezione dell’ individuo. Condotto alle sue estreme conseguenze, acquista la
forma dell’ individualismo anarchico. Cfr. E. Fournier, Essai sur Vindividwalieme, 1901;
A. Schatz, L’individualismo économique et social, 1908; G. Palante, Combat pour
Pindividu, 1904; G. Calò, 1? individualiemo etico nel oc. XIX, 1906; G. Vidari, 1? individuatiemo nelle dottrine
morali del seo. XIX, 1909. Individuazione (principio di). Lat. Prinoipium
indiciduationis. Il fattore doterminante dell’ individualita, il carattere
intrinseco che costituisce 1’ esistenza individuale. La determinazione del
principio d’ individuazione fa uno dei problemi più discussi, specialmente
nelle scuole realistiche del tredicesimo secolo. Aristotele, per il quale le
cose tutte constano di materia © di forma, fa consistere anche l individuo
nell'unità dell’ una ο dell’ altra, nel ei nolo, com’ egli diceva, dei duo
universali. Però il problema non era in tal modo risolto, e risorgova sotto
altra forma : se l'individuo risulta dall’ intreocio della materia e della
forma, quale dei due fattori è il determinante © quale il determinato, quale,
insomma, il prinoipium individuationie? Per Alberto Magno prima, e per S.
Tommaso poi il principio individuante è la materia, che è incomnnicabile e deve
csistere in un dato tempo e Inogo, mentre la forma è comunicabilo a più
individui; ma non la materia indefinita, bens quella determinata in un luogo ο
in un istante (hic et nunc). Inveco per Duna Scoto ο gli scotisti
l’individunlità non pnd consistere nella materia, come quella che ο 563
Inp è indefinita, o non può distinguere un individuo da un altro, o è
definita per la quantità che ha, e in tal caso V individuazione è fondata sopra
una dimensione accidentale ο mutabile; le vere sorgenti dell’individuazione
stanno nel profondo stesso della essenza, in un’ ultima realitas, che è
indefinibile © che per ciò con parola intraducibile dissero hacocoitas ο
ecceitas. Questa fu contrapposta alla quiddità dei tomisti, che si può inveco
definire. Quanto alla persona umana, mentre il fondamento della sua
individualità è, per i tomisti, nell’intelletto, per gli scotisti invece è
nella volontà, concepita come affatto indipendente sin da motivi esterni, sia
da quelli dell’ intelletto, sia dalla stessa azione divina. Per Npinoza il
principio dell’ individuazione è una limitazione dell’ infinito: omnis
determinatio est negatio. Per Leibnitz consiste nell’ esistenza stessa, che
fissa ciascun essere a un tempo particolare, in un luogo incomunicabile a due
esseri della medesima specie: Il principio d’indiriduasione si riduco negli
individui al principio di distinzione... Se due individui fossero perfettamente
simili ed ugnali, e, in una parola, indistinguibili per sò medesim non ai avrebbe
principio di individuazione; ed oso pur dire che non si avrebbe differenza
individuale o distinzione a’ individui, posta quella distinzione ». Per
Schopenhauer i principt d’ individuazione sono il tempo e lo spazio grazie ni
quali ciò che è simile ed identico nolla sua essenza e nel suo concetto appare
tuttavia come diverso, come multiplo, l'uno accanto all’ altro © l’uno dopo
l’altro: easi sono dunque il principio d’ individuazione ». Cfr. Aristotele,
Metaph., XII, 8, 1074 ο, 33; S. Tommaso, Summa theol., I, + qu. 86, 1; Id., De
principio indiriduationie, opp., Romac, 1750, t. XVII; Duns Scoto, In Hb.
sent., 2, dist. 8,
qu. 6, 11; Leibnitz, Nuovi saggi, trad. it. 1909, I, p. 209; Schopenhaner, Die
Welt, 1, § 23. Individuo. Gr. "Atopoy; Lat. Individuum Eingelding, Etnsehoesen ; I. Individual; F.
In Indiridunm, du, Nel xuo Inp 564 senso più generalo è individuo ogni essere
distinto da un altro e persistente il medesimo. Quaedam separari a quibuadam
non possunt, cohaerent, individua sunt, dice Senoca. Che esistano individualità
assolute, cioè esseri aventi ognuno in sè la ragiono del proprio sussistere e
persistenti lo medesime eternamente, è ammesso da alcune dottrine, ad es.
l’atomismo, il pluralismo, οσο.’ ed è negato invece dal monismo, per il quale
ogni individnalità è una coordinazione più ο meno unitaria e sempre transitoria
di parti, il cui sussistero ο il cui operare è un riflesso dell’ ossere e dell’
agire universale. In senso strotto per individuo #’ intende ciò che vive per sè
stesso, ed ha un tale accentramento e coordinamento di fanzioni, che non può
essere diviso in parti senza perdere il suo nome e lo sue qualità distintivo.
Si sogliono distinguere lo condizioni generali dell’ individualità, ossia i
limiti oltre i quali nessuna esistenza individuale è possibile, da ciò che
costituisce il principio stesso della individuazione detto dagli scolastici
principio d’ individuazione © haccceitas 0 quidditas ciò insomma che distingue
l’individuo d’ una specie da tutti gli altri individui della medesima specie.
Tale principio d’individuazione varia col variare delle categorie degli esseri.
Infatti, se negli esseri intelligenti esso consiste nella coscienza della
propria persona distinta da qualunque altra, negli esseri incoscienti è
costituito essenzialmente dal punto che essi occupano nello spazio ©
dall’istante in cui hanno cominciato nel tempo. Alle differenze di spazio e di
tempo, dette anche difforonze numeriche, si aggiungono poi le diversità di
forma € di natura, onde le condizion generali della vita ο dell'organismo si
realizzano negli individui di una med specio. Nella biologia la nozione di
individuo, che si riconnette ad altri importanti problemi della biologia
gonerale, fu distinta dall'Ilaeckel in tre spocie: 1. individuo morfologico 0
formale, dato da ogni manifestaziono unitaria di forma che costituisce un
tutto, i eni clementi costituonti Inp
565 non possono separarsi, nè dividersi in parti, senza sopprimerne il
carattere essenziale; 2. individuo fisiologico o funzionale, detto anche bion,
consistento in quella manifestazione unitaria di forma, che può, per un tempo
più o meno lungo, avere in modo perfettamente indipendente nna esistenza
propria, esternata in ogni caso colla più generale di tutte le funzioni, la
conservazione di sè stesso; 3. individuo genealogico, che non è più, come
questi dne, una unità di-spazio ma di tempo, ed è costituito dalle serie chiusa
delle sue variazioni spaziali. Cfr. Ardigd, Opere fil., IT, 233 segg.; VI, 139
segg.; F. Puglia, L’indiriduo in nociologia, Riv. di filosofia», sett. 1902; G.
Brunelli, ZI concetto di individuo in biologia, Ibid. », nov. 1904; Do Sarlo,
La nozione d'individuo. Cultura filosofica », genn. 1908 (v. individuazione,
indiscernibili, personalità). Indivisibile. T. Untheildar; I. Indivisible; F.
Indivisible, Nella filosofia aristotelica sono chiamati indérisibili gli
oggetti della cognizione diretta ο sintetica, i quali si presentano come un
tutto senza divisione d’una parte dall’altra; l'intelligenza è appunto la
facoltà di conoscere gli indivisibili. S. Tommaso, seguendo le traccie di
Aristotele, distinguo due scienze: la prima degli indivisibili, che è poi la
cognizione diretta delle essenze © nella quale non ο) è mai errore, poichè non
può esistere il falso nella conoscenza di ciò che è semplice; la seconda delle
cose divise ο composto dall’ intendimento, ed è la scienza riflessa, poicl V
intelligenza riflettendo sulle prime sue percezioni ο ideo, le analizza 9
compone, ¢ in tali operazioni cade in orrore. Gli scolastici chiamavano indirisibile
quantitatie quello che manea di corpo; i. secundum quid quello che manca di
corpo quanto ad una o ad un’altra dimensione, come la linen © la superficie; i.
simpliciter quello che manca di corpo sin in sè, sia quanto ad ogni division;
i. negatire quello che non ha parti nd può averle, e é. priratire quello che
non ha parti ma può o deve averle.
566 Indusione. Gr. Ἐπαγωγή: Lat.
Induotio; T. Induction ; 1. Induotion; F. Induction. Nel suo significato più
ampio è quel procedimento di riduzione dalle conseguenze al principio © dagli
effetti alla causa, il quale mira a scoprire e formulare le premesse dallo
quali le conseguenze e i casi singoli si possono dedurre ; è dunque
l’operagione inversa della deduzione. Ma nella storia della filosofia
l’induzione fu intesa in modi diversi. Per Socrate è il processo con cui,
mediante il confronto delle idee particolari e delle rappresentazioni sensibili
individuali, si ginnge ad una determinazione generale astratta, che si possa
applicare al problema speciale proposto. Per Aristotele è il ragionamento che
procedo dal particolare all’ universale, che afferma d’ un genere ciò che si a
appartenere a ciascuna delle specie di questo genere ; ossa sta in rapporto
inverso alla deduzione, perchè per Aristotele cid che secondo la natura della
cosa è l'originario, quindi il generale, appare per la conoscenza umana come P
elemento posteriore, da acquisire, mentre il particolare, l'elemento che è più
vicino a noi, è, secondo la vera ossenza, l’elemento derivato, I’ elemento posteriore.
Bacone criticò questa dottrina, mostrando come codesta induzione per
onumerationem simplicem non sia scientifica e non possa mai escludere
completamente la possibilità d’un caso particolare che la distrugga. Egli
concepisce invece l’ induzione come il procedimento che va dal fatto alla
legge, da ciò che fu osservato in un tempo e in un luogo a ciò che è vero
sempre od ovunque: Poichè quella induzione che segue ad ima semplice
enumerazione è alquanto puerile; conchiudo così come può da quei pochi particolari,
che lo vion fatto di avere alle mani, sempre in pericolo che un caso contrario
la distrugge. Ma quella induzione, che farà a dimostrare lo acienzo e le arti,
deve disgregare le qualità collo necessarie eccezioni ed esclusioni, e, fatta
la conveniente separazione delle negative, giudicare a tenore delle affermative
». L’induzione baconiana è anche dotta soien 567 Inv tifica, quella aristotelica formale. Più
tardi Hume la ridusse ad un semplice procedimento psicologico, fondato sulla
tendenza della nostra mente a credere, anche sulla testimonianza di un caso
solo, che i casi futuri saranno simili a quelli sperimentati ; tendenza
giustificata, a sua volta, dalla nostra esperienza del passato: Esiste nua
specie di armonia prestabilita tra il corso della natura ο la successione delle
nostre idee; e quantanque le potenze e le forze onde la prima è governata ci
siano del tutto sconosciute, i nostri pensieri e le nostre concezioni non
cessano, alla fine, d’aver sempre seguìto lo stesso cammino delle altre opere
della natura. L’ abitudine è il principio con cui tale corrispondonza è stata
effettuata ». Infine lo Stuart Mill, persuaso che l’induzione completa non ha
altro valore che quello dell’ induzione per semplice enumerazione, diede la
teoria logicu dell’ induzione, mostrando come il suo fondamento sul quale si
accese una discussione non ancor chiusa sis il postulato dell’ uniformità delle
leggi di natura, fondato a sua volta su quella formula del principio di
causalità, la quale esprime che cause simili in condizioni simili producono
effetti simili. Egli distingue quattro forme che sembrano di induzione ma non
sono tali: l’ induzione descrittiva, che è la semplice ricostruzione di nna
imagine complessiva da iniagini parziali ; I’ induzione per enumerationem
simplicem, che è una semplice raccolta di osservazioni; 1’ induzione completa,
che constata una pura uniformità di fatto; infine l’induzione dal modo attuale
d’azione di una causa sl suo modo d’nzione in altro tempo, che è piuttosto
l’applicane deduttiva di unu legge nota a un caso particolare. Esclusi tutti
questi procedimenti, rimane |) induzione incompleta, quella cioè che non scopre
il fatto soltanto, ma che da un certo numero di fatti osservati trae una logge,
la quale ui estende a tutti i casi omogenei possibili. Cfr. Senofonte, Mem., IV, 6, 13
segg.; Aristotele, Anal. pr., II, 23, 25; Bacone, Novum org., 104 sogg.; Hume,
Essais, Ink 568 1790, t. II, 89, 69; J. 8. Mill, Syst. of
logic, 1865, 1. III, cap. 2;
Galluppi, Lesioni di logica ο metaf., 1854, I, pagg. 190-205; F. Enriquez,
Problemi della scienza, p. 201 (v. enumerazione, epagoge, metodi indullivi).
Ineffabile. Gr. "Abbnoc; Lat. Ineffabilio. Nell’ emana zionismo filosofico
proprio dello gnosticismo e della scnola d’ Alessandria, è ordinarismente
designata in questo modo perchè non può essere definita, non possedendo alcun
attributo determinato la sostanza unica dalla quale sortono l’essere e il non
essere, lo spirito © la materia, il principio di inerzia e quello della vita.
Lo stesso vocabolo passò poi nella Patristica e nella teologia cattolica por
esprimere l’innominabilità divina. Così per Β. Clemente, Dio è indimostrabile e
incomprensibile perchè ineffabile, où è ineffabile perchè non è nd genere, nè
differenza, nd specie, nd individuo, nè accidente, nd ciò in cui qualche cosa
accada; ora, poichè per nominare una cosa qualsiasi è necessario che essa
appartenga a uno di questi predicati, così Dio non può essere nominato, Cfr. 8.
Clemente, Strom., 1, cop. XXIX. Inerensa. T. Lukdrenz; I. Inherence; F.
Inhérence. Lu relazione che passa tra il fenomeno e la sostanza, fra la qualità
e il soggetto. Inhaerero est existere in aliquo, dice Goclenio, ut in subjeoto,
a quo habet actualem dependentiam inhaositam ; aocidens ease in subieoto per
intimam prassentiam. Perciò l’ inerenza del fonomeno ο accidente si oppone alla
sussistenza della sostanza. Kant: Quando si attribuisce un'esistenza separata a
codeste determinazioni reali della sostanza (agli accidenti), per esempio al
movimento in quanto accidente della materin, si chiaina questa esistenza
inerensa, per opposizione all’ esistenza della sostanza, che si chiama
sussistenza. Ma da ciò nascono molti malintesi e si parla con maggiore
esattezza se non si designa I’ accidente che come il modo onde l’esistenza
d’una sostanza è determinata positivamente ». Si dicono quindi giudii 569
Inn @ inerenza tutti quelli che affermano 1’ appartenenza di una qualità
ad un soggetto, ad es.: Tizio è buono. Cfr. Goclenio, Lezioon philos., 1613, p.
244 segg.; Kant, Krit. d. reinen Vorn., ed. Reclam, p. 178 (v. giudizio).
Inerzia. T. Trigheit, Beharrungecermigen ; 1. Inertia; F. Inertio. La legge
dell’ inerzia della materia, che à il centro di tutte le concezioni della
fisica moderna. L’ espressione risale a Keplero, il quale pose il principio che
un corpo non può passare da sè stesso dall’ immobilita al movimento. Galileo lo
complet, aggiungendo che un corpo non può modificare da sò stesso il proprio
movimento nd passare dal movimento alla immobilità. Un movimento, dice Galileo
nei Discorsi, non può crescere che se gli si comunica ana forza novella, nd può
diminuire che se gli si oppone un ostacolo, in entrambi i casi, quindi, sotto
l’azione di cause esterne; se queste cause sono tolte (dum externas causas
tollantur), il movimento continuerà con la velocità acquisita. E ciò si
riconduce, per Galileo, ad un principio più generale, il principio delle
semplicità, per il quale «la natura non opera con molte cose quello che può
operar con poche ». La legge dell’ inerzia fu formulata dal Newton nel modo
seguente: ogni corpo persevera nello stato di riposo o di movimento uniforme in
linea retta nel quale si trova, a meno che qualche forza non agisca eu lui e lo
costringa a cambiare stato. Tuttavia, non esistendo nella natura il riposo
assoluto, essa può essere più brevemente esposta così: nessun corpo ha il
potere di modificaro il proprio movimento. Per inertiam materiae ft, dico
Newton, ut corpus omne de statu suo vel quiescendi vel movendi difloulter
deturbetur; unde etiam vie incita nomino significantisrimo vis inortiae dici
possit. Perd, anche formulate in questo modo, è sempre una ipotesi
indimostrabilo, gincchè l’ esperienza non può offrirci il movimento senza fine
d’un corpo sottratto all’azione d’ ogni causa straniera. Ma essa ha grande
importanza filosofica, giaochè esclude nella Ink 570
materia l’esistenza di alcun elomento psichico, di alcuna possibilità di
produrre dei fonomeni psichici, ο d’alenua spontaneità. D'altro canto essa
costringe a ridurre la concezione dei corpi a degli clementi meccanici, e
quindi è lu base dell’unità della materia, della trasformazione e conservazione
della forza © dell’ esplicazione matematica dei fenomeni. Non tutti gli
scienziati accettano questa leggo, che rende impossibile la spiegazione
meccanica della vita © della coscienza; così per il Moleschott uno dei
caratteri più generali della materia è di potere, in circostanze propizie,
mettersi in movimento da sd stessa ». Nella filosofia contemporanea il
principio dell’ inerzia è stato trasportato dai fenomeni naturali ai procossi
mentali, ο considerato come uns vera 9 propria legge generale della coscienza.
Così por il Mach la storia del processo scientifico è uno svolgimento razionale
e continuo di un processo permanente di semplificazione © di abbreviazione, che
permette in ultimo di condensare tutto il sapere riguardante il mondo naturale
nelle poche formule della meccanica, la quale scienza segnerebbe il massimo
della semplicità e dell’ armonis meutale. Per l’Avenarius tutto lo sviluppo della
filosofia e della conoscenza si riduce al principio dell’ inersia, cioè alla
tendenza dell’ anima al risparmio di forza: l’anima non impiega in una
percezione più forza di quella che sin necessaria, e, quando si trova di fronte
ad una molteplicità di appercezioni, dà la preferenza a quella che con uno
sforzo minore produce lo stesso effetto, 0 con uno sforzo uguale produce un
effetto maggiore. Per l'Ardigò la legge d'inerzia ο del laroro abbreriato, che
rendo possibile lu scienza, si attua nel mondo delle idee, in quanto ogni idea
“« à un segno di operazioni già eseguite ο di formazioni giù ottenute, © quindi
è il mezzo del lavoro mentale abbrevinto; onde gli abiti mentali in genere ο la
scienza propriamente detta ». L'idea può infatti richiamarsi come un semplice
niews, come un semplice sentimento vago di un
57 In ritmo rappresentativo,
senza la coscienza distinta dei moltissimi dati in esso e con esbo associati e
dei quali contiene quindi la virtualità; tale sentimento può dunque
considerarsi, dice l’Ardigò, come la formula mentale cho indica in modo
abbreviatissimo il lavoro ripetuto, lungo e faticoso, onde si ottenne, e che
per essa può rifarsi in modo agevole e pronto ogni volta che si voglia. Cfr.
Galileo, Opere, ed. Firenze 1842, XIII, p. 200 segg.; Nowton, Nat. phil,
principia math., 1687, Introd., def. III; Moleschott, La ciroulation de la rie,
1870, lett. 17; E. Naville, La phyrique moderne, 1890, p. 199 segg.; Wohlwill,
Die Entdookung dos Beharrungagesetzee, Zeitschr. f. Vülkerpaychologio », XIV-XV;
Avenarius, Philosophie ala Denken der Welt gemase dem Princip des kleisten
Kraftmaavees, 1876; Höffding, Philosophes contemporains, 190%, p. 93-122;
Ardigi, Opere filosofiche, vol. V, pag. 327-361 (v. empirioeritioiemo).
Infantilismo. Termine generico, con cui si desiguano quegli stati di deficienza
ο insufficienza intellettuale ο affettiva, che dipendono da arresto ο
involuzione di sviluppo psichico, e si manifestano nelle forme © nei modi di
sentire, di pensare e di agiro propri dell'infanzia. Quindi l'incapacità di
raccogliere ed elaborare le esperienze della vita, la mancanza di continuità
nelle rappresentazioni mentali ο΄ di legame logico nelle idee, il difetto di
inibizione © di impulsi sociali, che può esistere accanto ad una perfetta
conoscenza delle leggi della morale, Ad un grado più pronunciato si hanno le
vere e proprio frenasteuie, che possono assumere le forme dell’ imbecillità ο
dell’ idiotismo (v. ebefrenia). Inferensa. Lat. Illatio; T. Inferiren: 1.
Inference, Illation; F. Inférence, O raziocinio, è 1’ operazione mentale per
cui si passa da uno ο più giudizi dati ad un nuovo giudizio che ne risulta. La
maggior parte dello proposizioni, dice lo Stuart Mill, nelle quali noi
crediamo, siano Inv 572 esse afformative o negative, universali,
particolari ο singolari, non sono eredute per la loro propria evidenza, ma sul
fondamento di altre allo quali abbiamo già dato l’ussonso e dalle quali si dice
che esse sono inferite. Inferire una proposizione da una ο più proposizioni
precedenti; prestare ad essa credenza o esigerla come conclusione da qualche
altra; è ragionare nel senso più generale del termino ». ; più precisamente I’
intendimento è la facoltà posseduta dallo spirito di conoscere gli oggetti
esterni senza formarne imagini corporee nel cervollo per rappresentarseli ».
Per Locke si chiama intondimento In capacità di pensare ». Per Leibnitz l’intendimento
corrispondo a quello che presso i latini è dotto inteleotus, e l'esercizio di
questa facoltà si china intellezione; consistento in una percezione distinta,
congiunta n quella facoltà di riflettere cho manca alle bestie ». Per il
Robinet «à la facoltà d’ appercepire un oggetto, di averne P idea, mediante la
vibraziono d’ una fibra intellettuale ». Por il Reid I’ intendimento comprende
i nostri poteri contemplativi, per cui percepiamo gli oggetti, li concepiamo o
ricordiamo, li analizziamo ο li associamo, giudichiamo e ragioniamo intorno ad
essi ». Dopo di Kant il significato del vocabolo torna di nuovo ad oscillare.
Per Fichte è una enpacità station, in quanto è la fissazione dei prodotti della
imaginazione; per Schopenhaner è la facoltà di legare tra loro le
rappresentazioni intuitivo conformemente al principio di ragion sufficiente,
montre la ragione è la facoltà di formare dei concetti astratti ο di combinarli
in giudizi e ragionamenti; per Herbart è la capacità dell’ nomo, di 601
Int collegare il suo pensiero con la proprietà del ponsato ». Per il
Rosmini P intendimento è la sola facoltà che ha per termine un oggetto; intendendo
per oggetto un termine veduto o intuito per modo, che non abbia alenna
relazione con l’intuente in modo assoluto. Per questa sua proprietà
l’intondimento si distingue specialmente dalla sensibilità, che involge una
relazione immediata del sentito col senziente, di maniera che non si può
concepire che quello stia senza questo. Cfr. Malebranche, Rech. de la vérité, 1712, 1. III,
cap. I, ὁ 3; Locke, Ess., II, cap. VI, § 2;
Leibnitz, Nuovi saggi, trad. it. 1909, p. 145; Robinet, De la nat., 1766, I, p.
288; Reid, Works, 1863, p. 242; Kant, Ærit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 76
eegg., 129 segg. ; Fichte, Grundlage d. ges. Wiss., 1802, p. 201 segg.;
Schopenhauer, Die Welt, 1,$ 4 ο 8; Herbart, Peyohologic
ale Wiss., IT, $ 117; Rosmini, Nuoto saggio, 1830, II, p. 73; Id., Logica,
1853, p. 78 segg. (v. intelletto,
intelligenza, intuizione). Intensità. T. Intensitàt; I. Intonsity ; F.
Intensité. Ogni quantità che non è la durata, nd l’ estensione, nd la qu tità
discreta, ο che quindi non può essere nd misurata, mediante unità omogenee, nd
numerata, Nella psicologia dicosì quantità della sensazione la sua maggiore o
minore intensità: ma tale quantità non è traducibile o misurabile essendo, come
la sensazione, affatto soggettiva. Essn nta in rapporto con l'intensità degli
stimoli, e varia da un grado minimo, dotto soglia della coscienza, a un grado
massimo, detto vertice ο cima della coscienza. I,’ intensità della sensazione
sta in rapporto inverso con l’intonsità del sentimento: più è forte l’ elemento
affettivo e più svanisce l’elemento di percezione sensibile o di conoscenza.
L'intensità della volontà, cioè il suo grado di energia, sta in rapporto
inverso dell'estensione dei motivi, ciod del loro numero. Secondo alcuni
psicologici, non si pnd parlaro di intensità degli stati di coscienza, e quelle
che sembrano differenze di intensità non sono che differenze di Int 602 qualità; così il Brentano, F. A. Müller,
Bons, ecc. s0stengono che l'apparente intensità delle sensazioni non è che una certa
loro qualità, mediante la quale apprezziamo le quantità degli stimoli, e che il
carattere quantitativo delle sensazioni è una ripercussione del loro uso sulla
loro natura. Con maggior vigore quosta tesi è sostenuta dal Bergson, per il
quale i fatti psichici sono delle pure qualità, che mancano quindi di
granderza; se a noi sombra di percepirne la varia intensità è perchè le
riferiamo ad una quantità esteriore, cioò ad una estensione, quasi di uno
spazio compresso che si dilati ; così la luce di due candele è una sensazione
qualitativamente diversa dn quella di una, ma noi, ponendo la causa nell’
offetto, diamo a questa differenza, che è solo qualitativa, un carattere
quantitativo; lo stesso si verifica anche nolle afere più alte della vita
psichica, nelle emozioni estetiche e morali, che la nostra coscienza, rivolta
all’esterno, traduce erroneamente in termini di spazio. Altri psicologi, come
il Fouillée, sostengono per contro che ogni atto o stato di coscienza è dotato
essenzialmente d’un grado d’intensità irreducibile sia all’ estensione, sia
alla qualità, benchè sia sempro accompagnalo da variazioni estensive e
qualitative. Cfr. Wundt, Grundriss d. Paychol., 1896, p. 36 segg. ; Fouilléo,
Psychol. des iddes-foroes, 1893 t. I, cap. I, $ 2; Bergson, Essai sur les
donneds imm. de la conscience, 1904, p. 1-55; Masci, Quantità e misura nei
fenomeni psichici, Atti della R. Aoc. di Napoli », 1915 (v. estensivo,
intenaivo). Intensivo. T. Intensiv; I. Intensive; F. Intensif. Si oppone a
estensivo © designa ciò che non ha estensione ma soltanto una intensità, e che
quindi non può essere numerato, uè misurato con quantità omogenee.
Intenzionale. T. Absichtlich ; I. Intentional; F. Intentionnel. Si oppone a
involontario, casuale, ecc., 9 designa l'azione determinata da una intenzione,
vale a dire preconcepita e voluta, Nel linguaggio scolastico
intentionaliter 608 Int significa il modo con cui la cosa
conosciuta trovasi nel conoscente; l'i. primo si ha quando la cosa conosciuta
si considera direttamente come è in natura, ad es. il cavallo è animale; l’i. seoundo
quando la cosa si considera non secondo il modo di essere in natura, ma secondo
qualche rapporto attribuitogli dall’ intelletto, ad es. il cavallo è specie.
Intenzione, T. Intention, .ibsicht; I. Intention; F. Intention. L'insieme dei
motivi psichici determinanti 1’ individuo ad un atto, Consiste nell’ associare
all’ idea dell'atto, concepito come fine, le idee che vi si riferiscono che
riguardano non solo i mezzi necessari per compierlo, ma anche i motivi per cui
si compie, i quali sono spesso una sola cosa con le conseguenze dell'atto.
Nell’ apprezzamento morale di un'azione non basta quindi la considerazione
della sus natura esteriore, ma è essenziale la valutazione dei motivi psichici
che l’hanno determinata nel quali è il primo fondamento della responsabilità.
Un solo pensiero che baleni nel concerto mentale disponente ad un atto, può
alterare il grado della responsabilità pro ο contro il soggetto operante.
Alcuni filosofi, ad es. il Bentham, distinguono tra intenzione e motivi :
quella comprende tutta la preparazione psicologica dell’ atto, le ragioni pro e
contro, questi soltanto le prime, ossia le cause che ci inducono all’ atto. Il
problema dell’ intenzione consiste nel sapere se, per giudicare il valore
morale di un atto, si deve fondarsi esclusivamente sopra l'intenzione che l’ha
promosso, oppure se si deve tener conto ugualmente delle conseguenze che l’atto
ha avuto © del suo carattere specifico; la dottrina che sostiene la prima
soluzione dicesi intenzionalismo. Nel
linguaggio della scolastica intenzione, intentio, valo quanto cognizione ;
intenzione formale si diceva l’ applicazione dello spirito ad un oggetto di
conoscenza, intenzione obbiettiva il contenuto stesso del pensiero al quale lo
spirito si applica; intenInt 604 zione roluntatis l'atto della volontà che
presuppone |’ ordino della ragione ordinante alcunchè ad un fine; intenzione
intellootus il concetto con cui l’ intelletto conosce una cosa; prime
intenzioni quelle qualità concepite nelle cose, per le quali le coso stesse si
distinguono, e che consistono © in relazioni della sostanza con qualche cosa di
diverso © sono concepite in una sostanza sola; lo studio delle prime intenzioni
appartiene alla metafisica, Si dicevano invece seconde intenzioni le qualità o
denominazioni esteriori, ricavato non dai rapporti tra le cose, ma da qualche
maniera di concepirle ; il loro studio appartiene alla logica. Cir. Martineau, Types of
ethioal theory, 1866, vol. Il, p. 252 sogg.; Prantl, Geschichte d. Logik, 1870,
III, p. 149, 293 segg. (v.
responsabilità). Interesse. T. Interesse; I. Interest; F. Intérét. La sua
formula più comune è: procurarsi la più grande somma di piacere possibile per
il tempo maggiore possibile. Secondo alcuni filosofi, esso è il fine supremo di
tutto le azioni umane, il criterio col quale si misurano il bene ο il male, il
giusto © l’ingiusto, il vizio e la virth : Se l’ universo fisico è soggetto
alle leggi del movimento, dice 1’ Helvetius, l'universo morale è soggetto del
pari allo leggi dell’intoresse. L’ interesse è sulla terra il potente
incantatore, che trasforma davanti agli occhi d’ ogni crentura la forma di
tutti gli oggetti ». Non bisogna confondere però l'interesse col piacere, ϱ la
morale dell’ interesse ο utilitarismo con la morale del piacere o edonismo.
Questo, rappresentato specialmente da Aristippo o dalla scuola cirenaica, pone
come unico bene per l'uomo, e quindi come principio supremo della morale, il
piacere attuale e presento, il piacere più vivo © immediato. Quello,
rappresentato da Epicuro, Bentham, Stuart Mill, ecc., pure non separando il
bene dal re, insegna che talora bi sogna sapersi privare d’un piacero immediato
e sottomettero ad un dolore attuale, in vista d’ un piacere più grande 605
Int © d’un dolore minore; e che nei piaceri bisogna saper distinguere
non solo la quantità ma anche la qualità, preferendo ai pinceri del senso
quelli dello spirito e del cuore, più nobili e duraturi quantunque meno
intensi. Per raggiungere l'interesse è quindi necessario saper frenare le
proprie inclinazioni naturali, apprezzare le conseguenze dei propri atti e fore
un calcolo razionale dei fini; per rnggiungere il piacere basta abbandonarsi
all'impulso dei propri istinti animali. La formula completa dell’ interesse è
dunque questa: cercare il pincere seguito dal minor dolore, ο il dolore seguito
dal maggior piacere; fuggire il pincere seguito da un maggior dolore o il
dolore seguito da un minor piacere. Cfr. Diogene L., X, 129, 141: Helvetins, De
V Esprit, 1758, 11; Bentham, Deontology, 1834; J. S. Mill, Utilitarianism, 1863
(v. aritmetica, egoismo, eudemonimo, utilitarismo, ecc.). Intermediariste. Si
designano così tutte quelle dottrine realistiche, proprie della filosofia
antica e medioovale, che fanno della percezione l'intermediario fra due realtà
distinte: le cose da un lato ο lo spirito dall’ altro. Tali sono la teoria
degli idoli, sostenuta da Democrito ο dagli epicurei, © la dottrina delle apeci
sensibili, assai diffusa nelVevo medio. Le dottrine intermediariste si dicono
anche della percezione mediata, per opposizione alle dottrine percezionistiche,
o della percezione immediata (v. conoscenza, concesionismo). Intermondi. Gr.
Metaxéopta ; Lat. Intermundia; T. Intermundien. Così chiamavano gli epicurei
latini gli spazi noti, o spazi intercosmici, che separano gli infiniti’ mondi
tra di loro. Questi mondi erano abitati dagli dei, in numero pure infinito, ο
formati di atomi finissimi, ma imimutabili, scevri di bisogni, di cure ο di
pericoli, così du porgere al saggio 1’ ideale della felicità compiutamente attuato.
Cfr. Diogone L., X, 89; Luorezio, De rer. nat., V, 146 segg. INT 606
Intimo. T. Innern, Innig; I. Internal, Inmost; F. Intime. Essendo il superlativo del comparativo
interior, indien sempre ciò che v’ha di più intimo in una data cosa © fatto.
Per senso infimo il Maine do Biran e ia maggior parte degli eclettici francesi
intendevano la coscienza, ossia la conoscenza immediata che ciasenno ha dei
propri fatti psichici. Secondo il Maine de Biran, noi non apprendiamo mai negli
oggotti esterni direttamente 1’ essere, ma soltanto le parvenze di questo;
mentre di noi stessi apprendiamo in qualche modo 1’ essere in quanto ci
sentiamo atti lonti, in quanto abbiamo il sentimento immediato di fare uno
sforzo per vincere non solo la resistenza dei corpi esterni, ma del nostro
corpo stesso: Questo fatto è primitivo, perchè non possiamo ammetterne nessun
altro prima di esso nell’ ordine della conoscenza, ο i nostri stessi sensi
esterni, per divenire gli stromenti delle nostre prime conoscenze, devono osser
messi in azione dalla atessa forza che crea lo sforzo. Questo sforzo priniitivo
à di più nn fatto di senso intimo; poichd si constata interiormento dn sè
stesso senza uscire dal termine della sua applicazione immediata © senza
ammettere alcun elemento estraneo all’ inerzia stessa dei nostri organi ».
Anche per il Galluppi, senso intimo equivale a senso interno, e consiste tanto
nel sentimento involontario dell’ io, quanto nella riflessione volontaria sul’
io; esso ci dà la verità primitiva io penso, cioè io sono esistente allo stato
di pensiero, principio d’ evidenza immodiata e perciò indimostrabile. Cfr.
Maine de Biran, Fondements de la peyohol., 1859, p. 49; Galluppi, Lezioni di
logioa ο metaf., 1854, I, p. 84 segg. Intrinseco. Ί. Innerlich, eigen; I.
Intrinsical; F. Intrinsèque. Si dice che una cosa ha un valore intrinseco
quando por sè stessa è un fine, non un mezzo per altra cosa; si dico
dimostrazione dall’ intrinseco quella che dimostra la convenienza dei termini
estremi della tesi, e analizzandola col mettere a fronte lo parti, no fa
sortire la verità dal 607 Int suo stesso contenuto, mentre la
dimostrazione dall’ estrinseco dimostra che la proposizione è vera con
argomenti estranei al suo contenuto, come ad esempio l'autorità altrui; si
dicono denominazioni intrinseche o interne quelle qualità della cosa che le
sono essenziali e cho vengono concepite in una sostanza soln, ed estrinseohe
quelle che, pur essendo essenziali, consistono in relazioni della sostanza con
alcunchè di diverso. Introspezione. T. Selbstbeobachtung ; I. Introspection ;
E. Introspection. Nella psicologia designa 1’ osservazione di sè stessi
mediante la riflessione. Il metodo introspettito, ο soggettivo, ο diretto
consiste appunto nel valersi della ossorvazione interna per lo studio dei
fenomeni psichici. Fu specialmente il Wolf, la cui scuola dominò in Germania
per tutto il secolo diciottesimo, che avviò In psicologia per la strada del
metodo introspettivo; egli infatti eredeva che solo osservando sè atesso
l'individuo può arrivare a cogliere la natura intima dei fatti della propria
coscienza, e tale principio derivava direttamente dalla distinzione tra senso
interno od esterno, per cui solo al primo spettava la conoscenza dei fatti
dello spirito, mentre il secondo apriva all’ uomo la conoscenza della natura
esterna. Poi furono elevate molte obiezioni contro la legittimità del motodo
introspettivo: 1° Ogni osservazione richiede una dunlità di osservante e di
osservato, mentre nell’ introspezione la coscienza dovrebbe essere ad un tempo
ossorvanto ed osservata; il Comte insiste sulla profonde abrurdité, que
présente la roule suppowition ni évidemment contradictoire de l’homme se
regardant penser. 2° L'osservazione introspettiva è limitata agli stati di
media intensità, giacchè quelli troppo deboli le sfuggono, quelli troppo
intensi assorbono tutta la nostra energia psichica, 3° I fatti psichici non
esistendo che nel tempo, cioè come pura successione, non possono mai essore
osservati che come riproduzione, come ricordo: Non è in poter nostro, dice lo
Stnart Mill, di neINT 608 certaro, con qualsiasi diretto processo, ciò
che la coscionza ci dice quando le sue rivelazioni sono nella loro pristina
purezza, Essa si offre alla nostra ispezione soltanto come esiste ora, quando
codeste rivelazioni originali sono soverchiate © sepolte sotto una montagna di
nozioni acquisite © di percezioni ». 4° L'osservazione introspettiva, essendo
racchiusa nel soggetto, non può avere valore scientifico, cioè universale: A
cagione delle differenze individuali degli osservatori, dice 1’ Höffding, nulla
ci garantisce che essi veggano realmente una sola e medesima cosa; poichè, qui,
l'oggetto non è situato fuori di loro nè dentro di loro, ma ciascuno lo porta
in sè stesso ». 5° La coscienza è soggetta ad nn gran numero di illusioni di
lacune, che la rendono uno stromento assai imperfetto : La coscionza, nostro
principale stromento, dico il Taine, non è sufficiente, nel suo stato ordinario
; non è più sufficiente nelle ricerche psicologiche di quello che sia I’ occhio
nudo nelle ricerche ottiche. Poichè la sus sfera non è grande; le sue illusioni
sono molte e invincibili ; è necessario provare e correggere continuamente la
sua evidenza, assisterla sempre da vicino, presentarle gli oggetti in una luce
vivida, ingrandirli, e costruire per suo uso una specie di microscopio e di
telescopio ». A malgrado di ciò, la maggior parte dei psicologi ammette il
valore dell’ introspezione, che sola ci dà il fatto psichico in sè stesso,
riconoscendo però che essa dove essere completata e integrata dalla
osservazione esterna. Cfr. Ch. Wolff, Philos. rationalie, 1872, § 31; Id., Peyohologia empirica,
1738; A. Comte, Cours de phil. pos., 1830, III, p. 766 segg.; J. 8. Mill, Ezam. of Hamilton, 1867,
p. 171; Taine, On intelligence, trad. ingl. 1871, p. X; Höffding, Prychologie, trad. frane. 1900,
p. 20 © sogg.; A. Padoa, Legittimità e importanza del metodo introspettivo, Riv.
di filosofia », aprile 1913 (v. osservazione, riflessione, ppicologia).
Intuitivo. T. Jntuitir, anschaulich ; I. Intuitive; F. Intuitif. Kant chiama
intuitiva ogni cognizione cho si basa
609 INT sopra la intuizione, che
ciod è ottenuta immodiatamente ; discorsiva quella che è formata dal passaggio
da un’ idea ad un’altra, o che risulta dalla comparazione di più nozioni ο
termini. La prima è simultanea, la seconda snccossiva; con questa conosciamo i
rapporti degli oggetti tra di loro, con quella cogliamo gli oggetti stessi.
Dicosi ragionamento intuitivo quello in cui la conolusione è ottenuta
immediatamente, senza bisogno di ricavarla dalle premesse; si ammette da alcuni
che in tal caso la conclusione sia preparata da nn lavoro cerebrale
incosciente, che, dal lato fisiologico, corrisponde a ciò che sarebbero le
premesse dal lato psicologico. Gli assiomi matematici non sono ragionamenti
intuitivi; se in essi manca la dimostrazione, non è perchè questa non sia
necessaria, ma perch’ non è possibile (v. incosciente, intuisione). Intuizione.
Lat. Fntuitus, Intuitio; T. Anschauung; I. Intuition; F. Intuition. Una delle
parole dal significato più vago e fluttuante, sebbene essa esprima sempre ed
essenzialmente un atto psicologico immediato, una manifesta zione subitanea e
indubitabile di cui il processo sfugge. Intuizione è adoperata, dice l’
Hamilton, a denotare l’apprensione che noi abbiamo delle verità evidenti per sè
stosse, l'immediata coscienza di un oggetto, una conoscenza intima ». Noi
possiamo distinguere quattro accezioni diverse di questo vocabolo, volgare o
pratica, artistica, teologica e filosofica. Nel senso rolgare l’ intuizione è
una disposiziono naturale a cogliere subito e bene il lato pratico © vero di
nna cosa, a comprendere ciò che è da farsi © da evitarsi. Nol senso ardstioo
non è se non cid che dicesi anche creazione geniale, estro, © che tradotto
nell'opera d’arte la rende tanto più suggestiva quanto meglio riesce ad essere
dagli altri evocata. Nel senso feologico, che è l'originario, esprime una
conoscenza immodiata di Dio ottenuta non mediante I’ intelligenza ma por virtù
dolla grazia divina, prima ο dopo la morte. Nel senso ‚flo39 Ranzoti, Dizion. di scienze filosofiche.
Int 610
sofico, infine, pur esprimendo sempre un atto immediato di conoscenza,
ha assunto aspetti cd importanza diversa nei vari sistemi. Per Cartesio è
intuizione ogni atto per mezzo del quale lo spirito considera un’ idea,
comprendendola non successivamento ma in un medesimo momento e tutta intera;
quindi l'opposto dell’ intuizione è la deduzione, nella quale lo spirito
inferisce successivamente un dato da un altro. Hz quibus omnibus colligitur....
nullas vian hominibus patere ad cognitionem certam veritatis preter eridentem
intuitum et necessariam deductionem : item etiam, quid sint nature illa
simplices de quibus in octava propositione. Atque perspiouum cat intuitum
mentis tum ad illas omnes ertendi, tum ad necessaria illarum inter se
conneriones cognoscendas, tum denique ad reliqua omnia qua intellectun pracine,
vel in ne ipro, rel in phantasia esse experitu. Locke © Leibnitz danno
all’intuizione il significato cartesiano : Talvolta, dico il Locke, lo spirito
coglie la somiglianza o l’incongruenza di due idee immediatamente e per sd
stesse, senza l'intervento di null’ altro; e ciò io penso che possiamo chiamare
conoscenza intuitiva. Perchè in essa lo spirito non fatica a provare o a esaminare,
ma percepisco la verità come gli occhi percepiscono un punto Inminoso soltanto
con I’ essere diretti verso esso. Così Ja mente percepisce che il bianco non è
nero, che un circolo non è un triangolo, che tre ὃ più di dne ed uguale ad uno
più due. Da queste intuizioni dipendo ogni certezza ed evidenza di tutta la
nostra conoscenza ». Por In scuola scozzese, 9 così puro per l’eclettismo
francese, è una credenza che si prosenta in modo spontaneo al nostro spirito,
anteriormente a qualsiasi riflessione ο ragionamento, che anzi la
presnppongono; sono conoscenze intuitive la nostra credenza incrollabile nella
renltà degli oggetti ostoriori e della nostra cristonza, o la nostra spontanen
partecipazione allo verità supreme, che dominano regolano I’ esperienza. L'anima
doll’ umanità, dice il Cousin, è un’ anima poctica che scopre 611
Int in sè stessa i segreti degli esseri, e li esprime con canti
profetici che echeggiano d’ età in età. Allato dell’ umanità è la filosofia,
che ascolta con attenzione, raccoglie le sue parole e, per così dire, le nota;
e quando il momento delV ispirazione è passato, le presenta con rispetto al
mirabile artista, che non aveva la coscienza del proprio genio © che spesso non
riconosce la propria opera ». Per Kant à intniziono ogni conoscenza che si
riporta immediatamente a degli oggetti, quindi è sempre uno stato passivo della
coscienza, intuitus nompe mentin nostre semper est passirun. Egli distingue due
specie di intuizioni: lo empiriche, che si riportano agli oggetti per mezzo
delle sensazioni, sia interne che esterne, e quelle pure che sono la forma
delle empiriche, e rispondono alle nozioni dello spazio e del tempo. Kant nega
l’esistenza di ana intuizione intcllettuale vale a diro di una intuizione di
natura tale, da daro l’esistenza stessa dell’ oggetto, ο che, per quanto noi
possiamo comprenderlo, non può appartenere se' non all’ Essere supremo ». Le
intuizioni sensibili non dànno vera cognizione; anzi lo forme dello spazio ο
del tempo, in esse contenute, non hanno valore necessario ed universale se non
quando diventano materia di una sintesi superioro tellettualo, facendo in
queste la parte modesima che in esse fanno le sensazioni. Fichte e Schelling
ammettono invoce delle intuizioni intellettuali; ma per Fichte tali intuizioni non
sono quelle negate da Kant, ciod intuizioni doll’ essere, delle cose in ad,
bens) intuizioni degli atti: To non posso fare un passo, nd nn movimento della
mano ο del piedo, senza l'intuizione intellettuale della coscienza di me stesso
in queste azioni. Non è che mediauto V’ intuizione che io so di agiro; mediante
essa soltanto distinguo la mia azione ο, in questa, mi distinguo dall’ oggotto
proposto alla mia aziono ». Talo intuizione è il fondamento della vita
cosciente, in quanto ci fa comprendere che questa, in ad modosima, non è cho
atto puro. Schelling atInt 612 tribuisce, al contrario di Kant, la massima
importanza nel proprio sistema alla intuizione intellettuale. La quale egli
considera come un atto indefinibile, trascendente, mediante il quale
l'intelletto coglie, nella sua identità, l'assoluto, nella cui natura
assolutamente semplice ed ina ‘riunisce tutti i contrari, como spirito e
materia, reale ed idealo, libertà e necessità: Una intuizion è una produzione
libera e nella quale sono identici ciò che produce e ciò che è prodotto. Una
tale intuizione sarà detta intuizione intellettuale, in opposizione con l’
intuizione sensibile, che non appare come producente il suo oggetto e nella
quale perciò il fatto d’ applicare l'intuizione è differente da ciò sn cui
codesta intuizione porta. All’ intuizione intellettuale corrisponde l’io,
poichd non è se non mediante la conoscenza dell’ io per sè stesso che l’ io
medesimo come oggetto è posto.... L’ intuizione intellettuale è l’ organo di
ogni pensiero trascendentale. Poichè il pensiero trascendentale consiste nel *
darsi liberamente un oggetto che, altrimenti, non è oggetto ». Anche per
Schopenhauer ο) è una intuizione intellettuale; anzi ogni intuizione è
intellettuale, valo a dire ci mette in presenza della realtà, facendocela
cogliere di colpo © senza concetti : L’ intendimento solo conosce
intuitivamente, il modo immediato e perfetto, la maniera d’ agire di una leva,
di una carrucola, ecc. ». La forma più perfetta delV intuizione è la
contemplazione estetica, nella quale colni che contempla lascia momentaneamente
tuttociò che fa la sua individualità, e non agisce più che come nn puro
soggetto conoscente, nello stesso tempo che coglie la natura metafisica dell’
oggetto contemplato, vale a dire la sua Idea. Per Rosmini e Gioberti |’ intuito
intellettuale è un atto © visione immanente del nostro spirito, e oggetto suo è
per il primo 1’ Ente possibile, da cui traggono realtà tutti gli oggetti, per
il secondo lo stesso Ente che crea gli oggetti particolari, cioè Dio. L’atto
della intelligenza è duplice, dice il Rosmini, cioè |’ atto primo che ha per
sno 613
termine I’ essere indeterminato e gli atti secondi. Coll’atto primo, col
quale è costituita l’ intelligenza, il soggetto non fa che ricevere
irredistibilmente, cioò aver presente l’essere... In tutti gli atti secondi,
opera il soggetto già costitnito intelligente. Se dunque per cognizione si
intendono quelle notizie che gli vengono dalle sue proprie operazioni mentali,
non si può dare il nome di cognizione alla notizia dell’ essere indeterminato,
quale sta presente nell’ intuito. Pare che anche il comune degli nomini riserbi
a questo solo (atto implicante il giudizio) il nome di cognizione: chè certo il
comune degli uomini non pensa alla prima intuizione e però del tutto non ne
parla. Comeochessia importa distinguere bene la prima intuizione dalle
intellezioni che vengono approsso, nelle quali solo si ravvisa movimento
intellettuale ». Por il Bradley V’ intuiziono à un’ esporienzs spirituale dell’
assoluto, un’ esperienza immediata © conoreta nella quale tntti gli elementi
dell’ univorso sensazione, emozione, pensiero, volere sono fusi in un
sentimento comprensivo; però di questa intuizione noi non possiamo avero che
un'idea astratta, perchè è impossibile ad esseri finiti vivere pienamente la
vita dell'assoluto; a noi è dato soltanto formarcene una certu idea, risalendo
a quel sentimento primitivo ο diffuso, in cui non è ancora sopravvenuta nessuna
distinzione di soggetto e oggetto e nessuna differenziazione di elementi.
Infine il Bergson dà all’ intuizione un valore analogo all’ istinto ο al senso
artistico, in quanto ci rivela ciò che gli esseri sono in sò stessi, per
opposizione all'analisi ο alla conoscenza scorsiva che ce li rivela dal di
fuori: Si chiama intuizione quella specie di simpatia intellettuale per cui οἱ
si trasporta all’ interno di un oggetto, per coincidere con ciò cho bn di unico
9 per conseguenza d’inesprimibile. Al contrario. P analisi è l’operazione che
riporta l'oggetto a elementi già noti, cioè comuni a questo oggetto ο ad altri.
Anulizzare consiste dunque nell’ esprimere una cosa in funInt 614
ziono di cid cho essa non è ». La funzione abituale della scienza positiva
è V analisi, mentre la metafisica deve fondarsi sull’ intuiziono; ora c'è una
realtà che noi after riamo tutti dal di dentro, per intuizione e non per
semplice analisi: è la nostra propria persona nel suo scorrere attraverso il
tempo è il nostro io che dura. Noi possiamo non simpatizzare intellettualmente
con nessuna altra cosa, ma simpatizziamo di certo con noi stessi ». Cfr. Descartes, Regule,
XII; Locke, Kes., IV, 11, 1; Leibnitz, Nowe. Ees., IV, cap. 2, $ 2; V. Cousin,
Frag. de phil. contemp., p. 34; Kant, De mund. sens, son. I, $ 10; Krit. d. reinen Vern.,
od. Reclam, p. 76, 88; Fichte, Thatsachen und Bewusstseins, in 8. IP., 1845,
vol. IL, p. 541 segg. ; Schelling, Säm. Werke, 1856, I, p. 316 seg.; III, 369;
Hamilton, Lect. on logic, 1860, I, p. 127; II, p. 73; Rosmini, Psicologia, II,
pag. 275 s0gg.; Teosofia, IV, p. 388-391; Sistema filos., $ 16, 17; Bradley,
Appearance and reality, 1883, p. 159 segg.; Bergson, La fil. dell’ intuizione,
trad. it. 1909, p. 17-19; Me Cosh, The intuitions of the mind, 1882; C. Pint,
Insufficence des philos. de l'intuition, 1908; M. Winter, Note sur Pint. en
mathématique, Rev. de metaph. », nov. 1908; E. Lugaro, La base anatomica dell’
intuizione, Riv. filosofica », 1908, p. 465 sogg.; P. Carabellese, Intuito e
sinteri primitiva in 4. Rosmini, Riv.
di fil. », genn. 1911, genn. 1912. Intuisionismo. T. Intuitionismus; I.
Intuitionalieme ; F. Intuitionisme. Ogni dottrina che si fonda sopra l’
intuizione, nei vari significati che questa parola può assumere © nelle diverse
sue applicazioni sia alla teoria della conoscenza, sia all'etica, all’ estetica,
alla religione. Si oppone à razionalismo, intellettualinmo, empirismo.
Storicamente si applica all'indirizzo rappresentato dalla scuola scozzese e
dall’ eclettismo francese, indirizzo detto anche filosofia delP intuizione, in
quanto fonda la conoscenza sopra I’ intuinmediata delle verità razionali e
superiori all’esperienza, e considera V’ esistenza della realtà materiale come
zione 615 Inv direttamente conosciuta, non inferita o
costruita. Oggi l’intuizionismo è rappresentato, nella religione, da alcuni
indirizzi del modernismo cattolico e protestante, nella filosofia dalla maggior
parte delle dottrine neo-idealistiche. Cfr. E. H. Schmitt, Kritik d. Philon. rom Standpunkt
der intuitiven Erkenntnis, 1908; J. 8. Mill, Exam. of Hamilton, 1867, cap. XIV,
$ 1; F.C. 3. Schiller, Humanism and intuitioninn,. Riguardo all’origine e alla natura dell’ Io, per gli
spiritualisti in genere esso è un principio sostanziale, assolutamente nnico e
identico, è l’anima in quanto percepisce sò medesima percipiente come identica
a νὰ percepita. Dice Cartesio: Eraminantes enim, quinam simus nos, qui omnia,
quae a nobis diversa sunt, supponimus falsa esse, perspisque videmus, nullam
eriensionem, neo figuram, nec motum looalem, nec quid simile, quod corpori
tribuendum, ad naturam noatram pertinere, sed cogitationem solam. Per gli
empiristi invece non è un primum ma un poi, che risulta dal connettersi dei
fatti psichici successivi, ed è quindi nello stesso tempo uno © molteplice.
Così, secondo il Condillac l'Io non è che la collezione delle sensazioni; per
il Taine la proprietà, comune a tutti i fatti di coscienza, di appurirei come
interni, astratta da questi fatti o trasformata dsl lingnaggio in sostanza; per
il Ribot è il sentimento complesso e confuso del nostro organismo individuale.
Nel sistema di Fichte e di Hegel, l'Io ha un significato particolare. Con esso
il Fichte non intende l'Io individuale, ma lo stesso essere assoluto, che non è
originato da altra cosa ma pone originariamente sò stesso, ο quindi per
determinarsi pone il non-Io; determinatosi così, ne resta Io 618
determinato anche il non-Io, cosicchè l'Io e il non-Io si determinano
reciprocamente; per tal modo dal seno dell’ Io ο del pensiero hanno origine lo
spirito ο la materia, l’anima ο il corpo, l'umanità e la natura, L’Io al pari
del non-Io sono prodotti entrambi dall’ attività originaria dell'Io... L' lo
come intelligenza in generale dipende da un non-Io indeterminato, ὁ solo
mediante e in virtù di tale non-Io è intelligenza... L’Io, considerato come
abbracciante lu sfora totale, assolutamente «determinata, delle relazioni, è
sostanza ». Per I’ Hegel l’Io è quella estrinsecazione dell’assoluto per cui
esso, raccogliendosi nella umanità depo @ essersi sparso nella natura, si
rivela a sè medesimo: Il pensiero come soggotto rappresentato è pensante, e
l’esprossione semplice del soggetto esistente come pensante è I’ Io. Ma } Io
astratto come tale è il puro rapporto con sì stesso, in cui si fa astrazione
dal rappresentare, dal sentire, da ogni situazione, come da ogni particolarità
della natura, del talonto, dell'esperienza, vce. ». Schopenhauer distingue l'Io
teoretico dall’ Io rolitivo ο pratico : il primo consiste nel punto unitario
della coscienza e non è che la funzione conoscitiva del secondo: «Il volere
rappresenta la radice, l'intelletto la corona dei rami, mentre la ceppaia,
punto di indifferenza di entrambe, sarebbe 1’ 1ο, che, come punto finale
comune, appartiene così al volere come alla intelligonza. Questo Io è il
soggetto identico pro tempore del conoscere e del volere... Esso è il punto
temporale d’inizio e di collegamento della totalità dei fenomeni, vale u dire
della obbiettivazione del volere ». Secondo il Galluppi Posistenza dell'Io è
una verità primitiva di fatto, che no: si può dedurre o dimostrare per razi i
Plo, cioè il mio essere, il soggetto di ciò che sento in mo, fa parte dello
stesso atto semplice per il quale ho coscienza delle mic modificazioni ; solo
in séguito V analisi separa il soggetto dalle modific la sintesi riconduce
questo a quello, e le diverse verità primitive doll’ intellettuale ο del 619 lo
morale dell’ uomo si mostrano ». Secondo il Rosmini, gli atti mentali con cui
l’anima giunge ad esprimersi nell’ Io, sono anzitutto una percezione
intellettiva che il soggotto ha della sua propria anima, in secondo luogo, le
varie operazioni di cui l’anima è principio; infine, la coscienza che ha
l’anima della propria identità fra sè percipiento ο sè operante ο atteggiata a
operare. Per I’ Ardigd I’ lo e il non-Io sono un punto d'arrivo non uu punto di
partenza, sono cioè una distinzione operatasi per 1’ esporienza nel medesimo
indistinto primitivo, la sensazione: il primo risulta dal raccogliersi e
riprodursi in un ritmo comune delle sensazioni costanti prodotte dall'attività
organica, il secondo dal raccogliersi delle sensazioni accidentali o
discontinuo prodotte dagli stimoli esterni. Ancho per i seguaci della dottrina
economica o biologica dolla conoscenza la distinzione tra Io © non-lo è uno
sdoppin mento che la coscienza, per i suoi fini pratici, opera sugli elementi
sonsibili, che per sè non sono nö oggettivi nè soggettivi: Non I’ Io è
primario, dice il Mach, bens) gli elementi (sensazioni). Gli elementi formano
l'Io. Io sperimento sensibilmente del verde, significa che l’elemonto verde si
manifesta in un certo complesso di altri elemonti (sensazioni, ricordi) ». 11
Bergson distinguo 1’ lo superficiale © simbolico dull’ Io profondo : questo è
durata reale, libera creazione di qualità sempre nuove, quello una
soprastruttura artificiale imposta dallo esigenze della vita pratica: «ΛΙ
disotto della durata omogones, simbolo ostensivo della durata vera, una
psicologia attenta scopre una durata i cui elomenti si componetrano; al disotto
della molteplicità numorica degli stati coscienti, una molteplicità qualitativa
; al disotto doll’ Io a stati ben definiti, un Io in cui successione implica
fusione ο organizzazione. Ma noi ci contentiamo il più spesso del primo, cioè
dell'ombra dell’ Io proiettata nello spazio omogeneo ». Molti psicologi
contemporanei chiamano Io subliminale l'insieme delle sensazioni interne
Ive 620
oscure ο dei motivi subeoseienti, che costuiscono in noi una personalità
sotterranea la quale influisce continuamente sopra 1’ Jo eupraliminale,
costituito dall'insieme dei pensieri, delle sensazioni ο dei motivi coscienti;
socondo il Myors ο i suoi soguaci, P Io subliminale è il nucleo fondamentale ο
il motore della personalità umana, tantochè da esso deriverebbero in massima
parte le tendenze abituali ο istintive, gli impulsi delle nostre azioni, i
prodotti spontanei del genio, © con esso si spiegherebbero i fenomeni di
disintegrazione della personalità, di sdoppiamento della coscienza, di
suggestione ipnotica, di telepatia. In senso analogo si distingue nella
psicologia patologica l'Io primario, normale © costituito di stati di coscienza
lucid dall' Jo secondario, anormale ϱ subcosciente; questi duo Io covsistono
nell’ individuo ignorandosi totalmente, come si verifica nella così detta
scrittura automatica e nei casi di personalità alternante. Cfr. Cartesio,
Prino. phil., I, 7; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 294, 302; Fichte,
Syst. d. Sittenlehre, 1798, p. 110 segg.; Grund. d. ges. Wissenschaftslehre,
1802, p. 9-11; Hegel, Enoyol., $ 20; Schopenhauer, Die Welt, vol. II, ο. 19, 20; Galluppi, Lezioni di logica e metafisica,
1854, II, p. 617 segg.; Rosmini, Psicologia, 1846, I, p. 52 segg.; Bergson,
Essai eur le données, 1904, p. 96 segg. ; Ardigò, Op. fil, I. 144-50; V, 161
segg.; Mach, Beit. z. Anal, d. Empfindungen, 1886, p. 17; Myors, The human
personality, 1902; G. Geley, L’étro suboosciente, 1905; M. Princo, The
dissoolation of a personality, 1906; P. Janet, L'automatiome peychologiguo,
1910; A. Aliotta, Atti del V Congr. intern. di pric. a Roma, 1906 (v. essere.
soggetto, oggetto, dualismo, coscienza, spirito, spiritualismo, monismo,
parallelismo, ecc.). Iperalgesia.
T. Hyperalgesie: I. Hyperalgesia; F. Hyperalgosio. Sovreccitazione della
sensibilità dolorifica. Secondo aleuni psico-fisiologi esistono nella
superficie della cute delle zone o arco iperalgesiohe, le quali non corrispon
621 Ire dono ai territori di
distribuzione periferica dei nervi cutanei, © la cui sensibilità si desta
quando gli stimoli dolorifici ragiscono in aree, ad esse congiunte
centralmente, di minore sensibilità; ciò dimostrerebbe I’ esistenza di nervi ed
organi specifici del dolore, cosicchè la sensibilità dolorifien sarebbe un
quarto senso, che insieme a quelli del caldo, del freddo e del contatto,
costituisce la sensibilità cutanoa generale. Cfr. Kiesow, Arok. it, de Biol.,
vol. XXXVI, 1901; Alrutz, Atti del V Congr. int. di peiool. a Roma, 1906.
Iperestesia. T. Hyporüsthesie ; I. Hyporacstesia; F. Hyperesthésie.
Sovreceitazione anormale della sensibilità di un organo o di una regione; essa
prende dei nomi diversi a seconda degli organi sensori nei quali appare: così
dicesi iperormia l’iperestesia del senso olfattivo, iperacusia quella del senso
acustico, ipergeusia quella del senso gustativo, iperafia quella del senso
tattile. Si manifesta 80litamente con una grande intensità delle sensazioni,
che le rende moleste al soggetto. Il Myers chiama iperesteria della visione
cerebrale l’esasperata attività delle sfere visive corticali, promossa da
stimoli interni di ignota natura, che agiscono durante il sonno incompleto
risvegliando dei #ogni costituiti da visioni subbiettive vivaci, nette,
colorate. Cr. Myers, The human personality, 1902 (v. anestesia, sogno).
Ipermetafisica. T. Hypermotaphysik. Il Kant oppone alla vera metafisica, che
conosce i limiti della ragione umana, l’ipermetafisica che tali limiti vuol
sorpassare vagando nel campo delle imaginazioni senza fondamento. Un senso
analogo ha la parola metempirica, oggi più usata, proposta dal Lewes. Cfr. Kant, W. W., t. VIII, p.
576 seg. Lewes, Probl, of life and mind, 1875, t. II, pag. 17. Ipermetropia. T. Übereightigkeit. Difetto della
visione, che consiste in cid che i raggi paralleli dell’ asse ottico non fanno
foco sulla retina, come nell’ occhio normale, ma al di quo di essa. Quindi il
punto di lontananza, che per l'occhio normale si trova all'infinito, per I’
ipermetropico si trova al Ing 622 di là dell'infinito, cioè non esiste, perchè
solamente i raggi convergenti possono fare foco sulla lente senza sforzo di
accomodazione. L’ipermotropis è prodotta da poca enrvatura dello superfici di
rifrazione e da eccessiva cortezza dell’ asso ottico. Cfr. G. Abelsdorff, Das
Auge des Menschen, 1907, p. 59 segg. (v. aocomodamento, emmetropia,
presbitiemo, punto). i Ipermnesia. T. Hypermnesie; I. Hypermnesia; F.
Hypermuésie. È il contrario di amnesia, e designa uno stato di sovreccitazione
anormale della memoria. Può essere gonerale o parziale: quella consiste nel
subitanco e passeggero ritorno di un gran numero di ricordi, dipendente dalla
maggior rapidità della circolazione cerebrale; si verifica frequentemente noi
casi di febbre acuta, nell’ eccitazione maniaca, nell’ estasi, nell’ipnotismo e
talvolta anche nelV isterismo e nel periodo d’incubazione di certe malattie
mentali. Lo ipermnesie parziali consistono nel ritorno di alcune categorie di
ricordi, ad es. di un fatto, di una lingua dimenticata, © risultano quasi
sompre da cause morbose. Cfr. Ch. Bastian, Le oeroeveau, trad. franc. 1888, vol.
IT, Pp. 220 segg.; Ribot, Les maladies de la memoire, 313 ed. 1909 (v.
amnesia). Iperorganico. I.
Hyperorganical; F. Hyperorganique. Alcuni sociologi della scuola
analogico-organica, fra i quali lo Spencer, chiamano la società iperorganismo o
auperorganismo, in quanto travano in essa un legame di analogia con l'organismo
individuale e in quanto essa continua l'evoluzione organien. Generalmente
iperorganismo desigua ciò che è superioro all'organismo; così nel dualismo
spiritualistico, l’anima, lo spirito, è un principio iperorganico, in quanto
domina il corpo (v. analogico-organico). Iperpiano v. iperspazio. Iperspazio.
I. Hyperspace; F. Hyperespace. Spazio ipotetico, superioro a quello
tridimensionalo che i aqusi rivolano, e che ha proprietà diverse dello spazio
ancliden. 623 Ipr-Ipn Date » variabili, ogni gruppo di
valori particolari di queste varinbili è nn elemento (punto) in uno spazio a n
dimensioni (6 κ). Invece di considerare » variabili, se ne possono considerare
n + I, © i rapporti di n di esse all’ ultima; il punto di 6 n resta determinato
dai valori di tali rapporti © i valori corrispondenti della n + 1 variabili
possono chiamarsi coordinate omogenee del punto: ora, una equa zione lineare omogenen
fra queste coordinate dicesi iperpiano ed 8 n iperspazio. Cir. Klein, Vorlesungen über
nichteuclidischen geometrie, 1893; Russel, An essay on the foundation of
geometry, 1897; Halstead, Bibliografy of hyperspace, Amorican journ. of math.
», vol. I, p. 261 segg.; II, p. 65
segg.; Veronese, Fondamenti» di geometria a più dimensioni, 1891; Vonola, La
geometria non-suclidea, 1905; M. Boucher, Essai sur Vhyperespace, 1903 (v.
metageometria, non-euclideo). Ipertrofia. T. Uobernährung; I. Hypertrophy; F. Hypertrophie.
L'aumento della nutrizione, ο quindi della dimensione degli organi, in seguito
all’ attivo esercizio di ossi. Ipertrofia dimensionale: la legge stabilita dal
Roux, secondo oni l’anmentata attività di un organo determina nm ingrandimento
di esso in quella ο quelle direzioni, nelle quali avviene l'aumento di lavoro;
ad es, nelle ossa lunghe la sostanza ossea si concentra alla periferia che deve
sostenere lo sforzo maggiore, ritirandosi dal centro dove } eceitamento
fanzionale è minimo, per cui l'osso diventa tubolare. Nel senso contrario
agisce la leggo dell’ atrofia dimensionale (v. biomeccanica). Ipnotismo.T.
Hypnotiemus; I. Hypnotism; X. Hypnotisme. Vocabolo creato dal Braid, che fra i
primi lo studiò, vorso la seconda metà dol secolo scorso. Designa l’ insieme di
quoi fenomeni che si riattaocano al sonno artificiale 0 provocato nei
nevropatici. Il merito di aver sottomesso codesti fonomeni ad una accurata
analisi sperimentale spetta allo Charcot ο alla ana scnola. Egli distinguo nel
sonno ipnotico due stati, il grande ο il piccolo ipuotismo. Ἡ grande Ipo 626
Ipostasi (ὑπό = sotto, στάσις = dimora). T. Hypostase; I. Hypostasis; F.
Hypostase. Nella filosofia, specie in quella alessandrina, e nella teologia, si
usa per designare la sostanza che sta sotto i fenomeni, ciò di cui i fenomeni
non sono che la manifestazione esteriore. Infatti la parola latina sub-stantia
è la traduzione letterale della parola greca ipostasi, Così secondo i teologi,
nella SS. Trinità vi sono tre ipostasi distinte, mentre la divinità di Gesù
Cristo è l’unità ipostasica, sotto la dualità delle nature divina ed
umana, Nel linguaggio filosofico
corrente, fare un’ ipostasi o ipostatizsare, significa dare concretezza ο
realtà esteriore ad un dato, che è proprio soltanto del pensiero, che è una
pura astrazione. Cfr. Alberto Magno, Summa theol., I, qu. 43, 2; S. Tommaso,
Summa theol., I, 29, 1 ο. (v. κοatanza, essenza, astrazione). Ipotesi. Gr.
Ynößeoıs; Lat. Hypothesie; T. Hypothese ; I. Hypothesis; F. Hypothèse. Secondo
Platone l’ ipotesi è la supposizione di un principio universale, che si mette a
fondamento di un altro. Per Aristotele è un ragionamento che riposa sopra
l'assunto che, se 4 è vero, B deve essere ammesso in conseguenza; se dunque À è
vero, B à ricavato per ipotesi. Secondo Cartesio l'ipotesi è una proposizione
accolta senza constatarne la verità o la falsità, come principio da cui
ricavare un insieme di proposizioni : Affinchè ciascuno sia libero di pensare
ciò che gli piacerà, desidero che quello che scriverò sia preso solo come
ipotesi, molto lontana forse dalla verità; ma anche se ciò fosse, crederei aver
fatto molto se tutte le cose che ne sono dedotte sono interamente conformi alle
esperienze ». E contro questo metodo che Newton protesta, rifiutando di usare
di simili ipotesi: Rationem vero harum gravitatis proprietatum ex phanomenis
nondum potui deduoere, et hypotheses non fingo. Quicquid enim ex phanomenis non
deducitur, hypothesis vocanda est; et hypotheses seu metaphysioæ, seu physica,
scu qualitatum occultarum, seu mechanicæ in philosophia 627
Ipo N experimentali locum non habent. Secondo il Turgot invece, lo
ipotesi sono una condizione del progresso intellettuale; se ve ne sono di false
e di arbitrarie, si distruggono da sè medesimo: Tutte le volte che si tratta di
trovare la causa di un effetto, non è se non per via d’ipotesi che si può
giungervi, quando l’effetto solo è conosciuto. Si risale, come si può, dall’
effetto alla causa per cercare di conchiudere a ciò che è fuori di noi. Ora,
per divinare la cansa di un effetto, quando le nostre idee non ce la
prosentano, bisogna imaginarne una; bisogna verificare più ipotesi ο provarle
». Secondo A. Comte le ipotesi veramente filosofiche devono presentare
costantemente il carattere di semplici anticipazioni su ciò che l’esperienza e
il ragionamento avrebbero potuto svelare immediatamente se le circostanze del
problema fossero state più favorevoli ». Secondo il Lotze l'ipotesi è una
congettura con cui cerchiamo di indovinare un dato di fatto non contenuto nella
percezione, ma che erediamo debba esistere in realtà perchè la perceziono co lo
presenta come possibile. Secondo la definizione del Mill, l'ipotesi è una
supposizione imaginata senza prove o con prove insufficienti, în vista di
«dedurre delle conclusioni che siano d’ accordo coi fatti reali. Constatato
questo accordo I’ ipotesi è verificata. Si sogliono distinguere lo ipotesi
«peoiali ο ideo direttrici, dallo grandi ipotesi ο ipotesi esplicative: quello
stanno al principio dello scienze, in quanto servono come idea direttiva delle
investigazioni, queste stanno al culmine della scienza e sono una
interpretazione generalo delle esperienze. Infatti le conclusioni ultime di
molte scienze, come I’ unità delle forze fisiche, I’ unità della materia, la
formazione del sistema solare ο del nostro pianeta, |’ atomiamo, l’ evoluzione,
ecc. non sono che grandi ipotesi, più o meno probabili ed alcune affatto
inverificabili. Molti scienziati si mostrano contrari all’ uso dell'ipotesi, in
quanto introducono nello sperimentalismo scientifico un elemento arbiIo. 628
trario ed a priori; va però notato che, mentre l’a priori della pura
ragione è, ο pretende di essere, immutabile © assoluto, quello dell’ ipotesi è
di sus natura mutabile, provvisorio, relativo, e non ha valore se non in quanto
può essere direttamente o indirettamente comprovato dall’esperienza. Quindi non
ogni ipotesi è legittima, e la sua introduzione è sottomessa a leggi rigorose,
che costituiscono lo condizioni d' ammissibilità dell’ ipotesi. Le principali
di queste condizioni sono: che l'ipotesi non inchiuda contraddizione nè in sè
stessa, nd con altri principt noti ¢ certi, nd coi fatti che deve spiegare; che
sia semplice, scelta tra quelle che hanno più diretta attinenza coi fatti: che
riguardi possibilmente una causa reale, non agenti imaginari, o non abbia una
forma troppo affermativa. Quanto alla sua verificazione, essa varia, secondo il
Naville, a seconda che l'ipotesi è razionale, sperimentale ο esplicativa : nel
primo caso si deve far concordare logicamente il principio razionale supposto
coi principi già stabiliti; nel secondo non si deve che constatare la realtà
del fatto prima imaginato ; nel terzo si devo dedurre le conseguenze ©
conıparare queste coi fatti. Secondo il Poincaré vi sono ipotesi verificabili
con l'indagine matematica e sperimentale, ipotesi valide solo come mezzi per
fissare le nostre conoscenze, ο ipotesi che non sono vere ipotesi, ma
definizioni o convenzioni mascherate. È da queste ultime che le acionze
traggono il loro massimo vigore; noi non concepiamo il numero, la grandezza, lo
spazio, la materia, se non traverso ipotesi le quali sembrano avere dell’
arbitrario e che sono accettate, non già come la rappresentaziono della realtà,
bensì come un mezzo comodo, naturale, logico (per la logica umana) di
rappresentarei la realtà; non è la realtà che ci dà quei concetti, senza dei
quali nulla sapremmo, siamo noi che ce li creiamo © li usiamo per convenzione.
In generale, l’oggettività della conoscenza è in ragione inversa della sua
universalità; il fatto bruto è il più og 629
Ipo gettivo, ma da questo in là l’oggettività diminuisce gradatamente a
misura che cresce la generalizzazione; il fatto stientifico è già meno
oggettivo e più ipotetico del primo, e dal fatto scientifico alla legge, ο da
questa ai principt è un procedimento continuo verso il soggettivismo © verso il
convenzionalisno. Questi concetti del Poincaré sono condivisi ed anche
accentnati dai rappresentanti dell’ empirismo radicale, dell’ empiriocriticiemo
ο dell’ energismo. Così per l’Ostwald non si può ragginngere il fondo vero
delle cose se non attenendosi alla pura constatazione dei fatti offerti
dall'esperienza, e costruendo una scienza libera da ipotesi, eine
Aypothesenfreio Wissenschaft; le ipotesi sono, infatti, delle semplici imagini
con cui arbitrariamente si aggiungono ni fenomeni dei caratteri che non ci sono
dati dall’ esperienza ο non potranno mai dimostrarsi oggettivamente, imagini
scelte in guisa da rappresentare con le loro proprietà le proprietà analoghe
dei fenomeni; ora, il solo modo adeguato di rappresentare completamente un
fenomeno à il fenomeno stesso ; ogni rappresentazione per mezzo di altri
fenomeni, più o meno analoghi, contiene necessariamente elementi estranei. Cfr.
Platone, Fed., 100 A segg.; Kep., VI, 510 B; Aristotele, Anal. post., I, 2;
Anal. prior., I, 10, 30 b, 32; Cartesio, Prino. phil., 11, 44, 45; IV, 204206;
Newton, Philos. mat. prino. math., 1687, ad finem; Comte, Cours de phil. pos.,
I, lez. 28; Lotzo, (irundsiige d. Logik, 1891, p. 84; Stuart Mill, Syst. of
logic, 1865, II, 17; È. Naville, La logique de l'hypothèse, 1895; Ostwald,
Porlesungen über Naturphilosophie, 1902; Id., Die Uberwindung des
wissenehohaft. Materialismus, 1895 ; Poincaré, La valeur de la science, 1908;
Id., La science et l'hypothèse, 1909; C. Ranzoli, Leggo, principio, ipotesi, in
Linguaggio dei filosofi », 1913, p. 228-244. Ipotetico. T. Hypothetisch; I.
Hypothetical; F. Hypothétique. In generale si riferisce a tutto ciò che è
supposto arbitrariamente, che ha bisogno di essere dimostrato con Ips 630
prove. I giudizi sono ipotetici
quando esprimono che la posizione del predicato è condizionata ο dipendente
dalla posizione del soggetto. La loro formula è : se 4 à, è (non è) B. in cui
la prima parte, che contiene la posizione del soggetto, dicesi ipotesi, la
seconda, che contiene quella del predicato, tesi. Il giudizio ipotetico,
insieme al categorico e al disgiuntivo, appartiene alla forma dei giudizi di
relazione. Diconsi ipotetici puri quei
sillogismi in cui In maggiore, la minore e la conclusione sono giudizi
ipotetici: essi hanno, teorioamente, tanto figure © modi quanti il gindizio
categorico, ma sono praticamente d’uso assai limitato. Diconsi
ipotetico-categorici, quei sillogismi di eni la maggiore è un giudizio ipotetico,
la minore un gindizio categorico che afferma l’antecedente o nega il
consegnente della maggiore, e la conclusione un giudizio categorico che afferma
il conseguente o nega l’antecedente della maggiore; esso ha quindi due modi
fondamentali: il ponente (ponendo ponens), che seguo il tipo della prima figura
del sillogismo categorico, © il tollente (tollendo tollens) che segue il tipo
della seconda. Nella matematica si di
cono ipotetici quei problemi la cui validità dipende dal-" l’analisi
necessaria a risolverli, ed assoluti quelli che sono indipendenti
dall’analisi. Kant chiama ipotetici
quegli imperativi che sono subordinati ad una condizione, ed enuncinno che un
atto è un mezzo relativamente ad un certo fine. Cfr. Kant, Logik, 1800, p. 163;
Wundt, Logik. 1893, I, p. 182. Ipsedicitismo. Vocabolo creato dalla espressione
ipre dizit, adoperato per designare In tendenza a jurare in verba magistri, nd
ammettere in tutta la sua estensione il principio di autorità (v.
testimonianza). Ipse dixit. Durante il medio evo, Aristotele era riguardato
como giudice inappellabilo del vero, perchè si credeva che egli nvesse
raggiunto il limite massimo della sapienza, conoscendo tutto quanto all’ nomo è
dato co 631 Iro noscere. Quindi il
criterio assoluto della verità d’ ogni dottrina era 1’ essere contenuta nelle
opere d’ Aristotele, l'essere stata detta da lui: ipse dixit, egli disse.
Questa espressione fu creata forse dal più grande commentatore arabo d’
Aristotele, Ibn Roschd conosciuto sotto il nome di Averroè, il quale faceva
precedere ai propri commenti un compendio del testo d’ Aristotele, preceduto
sempre dalla parola Κάῑ = disse. Col Risorgimento ο col decadere della
scolastica finisce codesta cieca sottomissione all’autorità del filosofo greco,
9 si comprende che la verità va cercata, come disse il Galilei, non nei libri
d’Aristotele, ma nel gran libro sempre aperto della natura. La inza moderna non
esclude del tutto il valore della testimonianza, ossia del principio di
autorità, perohè se chi coltiva una data disciplina dovesse rifare da capo
tutto ciò che prima di lui è stato fatto, sarebbe impossibile il progresso
scientifico; tuttavia essa si uniforma pur sempre alla massima di Bacono:
veritas filia temporis non auotoritatie (v. aristoteliamo). Ironia. Gr. Εϊρώνεια;
T. Ironie, Ferepottung ; I. Irony; F. Ironie. Si definisce come quella forma
del comico, nella quale inaspettatamente ci compiacciamo di trovar celato il
biasimo sotto la lode o sotto la rappresentazione oggettiva, oppure l’
incredulità sotto la credenza, ο, viceversa, la lode sotto il biasimo e la
credenza sotto la credulità. In ogni forma d’ironie (pura, satirica, benevola,
ecc.) è infatti essenziale un compiacimento più o meno esagerato, col quale si
rileva un difetto o un contrasto, ο che, nella sua esagerazione, cela un
compiacimento affatto opposto a quello rivelato dall’ironista. Nella storia della filosofia la parola ironia
è usata ad indicare il processo metodico confatativo, ο negativo, adoperato da
Socrate nelle sue dispute. Esso consisteva nel fingersi ignorante davanti a
persone che godevano fama di essere sapienti o si presumevano tali ; tale
ignoranza egli la sapeva sostenere per i tratti stessi del suo viso e Ink 632
con la semplicità delle domande, ingenue in apparenza ma così
sottilmente incalzanti nella sostanza, da far cadere infine l'interlocutore in
un viluppo di assurdità manifeste ο da costringerlo a negare quanto prima aveva
asserito. Così gli avversari vedevano rovinare la loro pretesa scienza,
smantellata sotto i colpi della dialettica socratica. E tale era l'intento che
Socrate proponevasi col suo metodo critico dell’ ironia: comunicare agli altri
quel dubbio che era anche in lui intorno alla verità delle proprie ed altrui
opinioni. Credi tu, dice Socrate a Menone, a proposito dello schiavo che aveva
preso a catechizzare, ch’ei si sarebbe messo a cercare ed imparare ciò che si
credeva di sapere pur nol sapendo, se prima non fosse caduto nel dubbio,
accorgendosi di non sapere e sentendo desiderio di saper veramente? Pon mente
adesso come egli, movendo da questo dubbio e facendo la ricerca con me, ei
ritroverà il vero, non altro che io l’interroghi, non già che gli insegni >.
Nei dialoghi socratici di Platone è l’ironin che prevale; in quelli di
Senofonte è invece il metodo positivo o maieutica, Cfr. Senofonte, Mem., I, 3,
8; Acad., II, 15; Platone, Menone, XVIII, 84 CD; Zuccante, Metodo di filosofare
di Socrate, in Saggi filosofici, 1902; Paulhan, La morale de P ironie, 1909, p.
142 segg.; G. Palante, 2’ ironie, Revue philos. », feb. 1906; A. Momigliano,
L'origine del comico, Cultura filosofica », sett. 1909 (v. agonistica,
anatreptica, endiotica, eristica, ecc.). Irraggiamento v. emanazione.
Irrazionalismo. T. Irrationalismus ; I. Irrationalism ; F. Irrationalisme.
Nella filosofia religiosa è quell’ indirizzo che considera la ragione impotente
a penetrare nelle cose divine ed estrasensibili, e può avere tante forme quanti
sono i mezzi o stromenti che esso ritiene idonei alla conoscenza religiosa,
siano essi la fede fiduciale o giustificante (fideismo), la tradizione
(tradizionalismo), il sentimento (sentimentalismo), ecc.: si oppone sia al
razionalismo as 633 Iur soluto, che
ritiene la ragione capace di costruire, con le sole sue forze, un sistema di
conoscenze che ha valore non solo di scienza © di filosofia, ma anche di
religione; sia al semi-razionaliemo, che riconosce due stromenti ο fonti della
verità, la ragione e la fede, e quindi due ordini di verità, le verità di
ragione ο le verità di fede. Nella metafisica l’irrazionalismo è dottrina per
la quale l'universo è irrazionale, ossia tale che non pud essere ridotto ngli
schemi logici della ragione ; si oppone specialmente al panlogiemo, per il
quale invece tutto ciò che è razionale è reale, © tutto ciò che è reale è
razionale. Forme di irrazionalismo sono l’ idealismo oggettivo dello Schelling,
il rolontarismo dello Schopenhaner ο il mobiliemo contemporaneo. Cfr. C.
Ranzoli, I! linguaggio dei filosofi, 1913, p. 217 segg.; Windelband, Storia
della filosofia, trad. it., vol. II, Ρ. 343-351. Irritabilità. F. Irritabilit.
Questo vocabolo fu introdotto nel linguaggio filosofico dall’ Haller, per
designare ‘quella proprietà dei muscoli che oggi dicesi contrattilità, © cio
l'attitudine dei muscoli stessi di reagire allo stimolo con uns contrazione.
Poscia passò a designare I’ attitudine del muscolo a reagire allo stimolo,
attitudine che con la contrattilità non costituisce che due forme di un’unica
proprietà: il muscolo non si contrae se non è irritabile, © non si può dire che
sia irritabile se non si contrae. Presentemente per irritabilità si intende la
proprietà fondamentale della materia organica di reagire ad eccitamenti, per
rispondere con una reazione propria agli stimoli. La reazione di ogni tessuto è
il risultato delle reazioni minime dei singoli elementi di cui il tessuto si
compone: Virritabilita è dunque la proprietà fondamentale delle cellule
viventi. Variando le reazioni minime, varia anche la reazione complessiva: così
|’ irritabilità del tessuto muscolare consiste nel contrarsi, quella del
tessuto vascolare nel necernere, quella del tessuto nervoso nel sentire. La
natura Iso-Ist 634 specifica della reazione della cellula non
dipende dalla natura dello stimolo, ma da quella della cellula stessa.
L’attività delle cellule ο dei tessuti è sempre determinata da uno stimolo.
Tuttavia gli organismi hanno la proprietà di muoversi da sd stessi, senza In
eccitazione immediata del di fuori: questa proprietà dicesi «pontaneità ed è
costituita dalla scarica della forza muscolare immagazzinata, in seguito
all’azione di modificazioni interne, che costituiscono lo stimolo. La
spontaneità è dunque relativa non assoluta ; essa differisce dall’irritabilità
non qualitativamente ma quantitativamente. Cfr. Werworn, Fisiologia generale,
trad. it. 1907, p. 50 segg. (v. protoplasma, rita, vitalismo, eccitazione).
Isostenia. Vocabolo dell’antico scetticismo, ancora usato per indicare il
bilanciarsi delle ragioni pro e contro in un dato argomento. La conclusione
ultima cui giunse tutta l’antica scuola scettica, da Pirrone d’Elide a Sesto
Empirico, fu infatti che lo ragioni pro ο contro, intorno a qualsiasi oggetto,
si equilibrano ed hanno forza uguale; ‘Timone di Flio, discepolo di Pirrone,
disse ciò isostenia delle ragioni (ἰσοσθένια τῶν λόγων), 9 tale vocabolo è
rimasto nel linguaggio filosofico. Cfr. C. Wachsmnth, De Timone phliasio, 1859.
Istante. Gr. Τὸ viv; T. Augenblick ; I. Instant; F. Instant. L'attimo attuale,
il punto determinato e indivisibile della durata, © che quindi sfugge ad ogni
misurazione: esso è il limite comuno tra due durate successive. Il presente è
un istante, che sta fra il passato, che è già un non-essere, © il futuro, che è
il possibile pensato in relnzione alla nostra esperienza. Tra tutti i filosofi,
Aristotele è senza dubbio quello che ha analizzato con maggiore acutezza il
problema dell'istante, nel quale #’ accentra il problema del tempo. Per
Aristotele l'istante è sempre diverso per la sua forma, perchè ora è in questo
punto ora in altro punto diverso del tempo, ma è sempre lo stesso per la
sua 635
Ist materia, cioè in quanto istante, perchè implica sempre un anteriore
e un posteriore, o, in altre parole, perchè è sempre ugualmente fine del passato
e principio del futuro. Così si spiega come il tempo, al pari del movimento,
sia sempre diverso e sempre lo stesso. Se l'istante non fosse il tempo non
sarebbe, come se fl tempo non fosse l'istante non sarebbe; non solo, ma è per
l'istante che il tempo è continuo ed eterno. Tempo ed istante si implicano a
vicenda come il movimento e il corpo mosso; infatti sono entrambi simultanei; ©
come il movimento e il corpo mosso sono simultanei, tali sono anche il numero
del corpo mosso € il numero del movimento; poichè il tempo è il numero del
movimento, e 1) istante, come il corpo mosso, è in certo modo l’unità del
numero, μονὰς ᾽αριθμοῦ ». L’ istante è ul tempo come il punto alla linea: come
I’ istante dete nina U’ anteriorità e lu posteriorit del movimento, e quindi
divide il prima e il dopo, così il punto divide la linea essendone il principio
e l’ estremità; come l'istante non è una porzione del tempo, quantunque
determini il tempo, così il punto non è una parte della linea, quantunque
generi la linea. Da ciò si comprende come Aristotele chiami l’istante un
semplice accidente del tempo; infatti sotto un certo rapporto esso non è
numero, ossia non è tempo, perchè mentre il numero serve a numerare le cose più
disparate, l’istante serve solo a limitare cid di eni è limite; ma sotto un
altro rapporto esso pure è numero, perchè può applicarsi indifferentemente a
tutti i movimenti e a tutti i corpi. Cfr. Aristotele, Phys. IV. 10-12; Covotti,
Le teorie dello spazio ο del tempo nella fil. greca, Annali della R. Scuola
Norm. di Pisa », 1897, vol. XII (v. fempo). Istanza. Lat. Instantia; T.
Instanz; I. Instance; F. Instance. Cartesio dava questo nome al nuovo argomento
che si aggiunge alla risposta ad una obiezione : Ho traseurato di rispondere al
grosso libro d’ istanze che 1’ autore Ist
686 delle quinte obbiezioni ha
prodotto contro le mie risposte... ». L'istanza, così intesa, può consistere
sia in una nuova obbiezione, sia in una confutazione della replica. Bacone dà a
questa parola il valore di fatto osservato ed accertato, caso particolare,
esempio. Egli divide le istanze in positive, negative e prerogative; le prime
sono quelle che danno luogo ad una induzione per enumerationem simplicem, le
seconde sono i casi o il caso particolare contrario, che la distruggono; le
ultime il fatto o i fatti di tal natura, che bastano a garantirla. L'istanza
prerogativa, che à il fondamento della legge, può offrirsi da sola alla
osservazione; ma per lo più lo scienziato deve andarla a cercare, e tale
ricerca si opera per mezzo dello esperimento. Cfr. Descartes, Lettre à
Clerselier, ed. Ad. et Tannery, IX, 202; Bacone, Nor. Org., Il, 21 segg. ; De
Augmentis, V, 2 (v. istantie, induzione, experimentum cruoie). Isterismo. T. Hysterismus; I. Hysteriem,
Hysteria; F. Hystérieme. Forma di malattia nervosa, ricca dei più svariati
fenomeni psichici, che si manifesta specialmente nella gioventù, più nelle
donne che negli uomini, e colpisce profondamente la personalità. Secondo gli
studi più recenti, esso sarebbe determinato da una specie di intorpidimento,
diffuso o localizzato, passeggero o permanente, dei centri cerebrali, che si
traduce con manifestazioni trofiche, viscerali, sensitive © sensoriali, motrici
© psichiche, a seconda dei centri colpiti; ο con crisi transitorie, con
stimmate permanenti o con accidenti parossistici, a seconda delle sue
variazioni, del sno grado e della sua durata. Si distingue il grande isterismo
dal carattere isterico; questo si rivela nella grande mobilità dell’ umore,
nella forma vacillante © instabile della volontà, nella leggerezza dei giudizi
ο degli affetti, nella incostanza dei propositi, nella facile distraibilità ed
emotività, nella tendenza alla bugia e all’inganno. Il grande isterismo è
caratterizzato da oscuramento della coscienza, idee deliranti, illusioni ed
allucinazioni, muta 637 Ist bilità
massima dell’nmore, convulsioni, nevralgie, anestesie e iperestesie locali e
generali, insonnia, vertigini, ece. In tutte le forme di isterismo si osservano
poi : le lesioni più © meno gravi della personalità, la grande attitudine a
ricevere la suggestione (che agisce nella subcoscienza) e il sonnambulismo
naturale. Tuttavia gli autori che in questi ultimi tempi hanno tentato di
definire I’ isterismo, cercarono di raccogliere tutti codesti sintomi intorno
ad un fenomeno morale; Moebius e Stritmpell considerano come isteiche le
modificazioni patologiche del corpo determinate da idee, da rappresentazioni, e
lo definiscono un insieme di malattie da idea, da rappresentazione mentale » ;
altri insistono sullo sdoppiamento della personalità, sui fenomeni di
dissociazione mentale, sull’ ufficio delle idee subcoscienti, ecc. Si può dire
con Pierre Janet che l’isterismo è una psicosi appartenente al gruppo delle
malattie mentali da insufficienza cerebrale, ed è specialmente enratterizzata
da sintomi morali, il principalo dei quali è un indebolimento della facoltà di
sintesi psicologica ». Ne viene che un certo numero di fenomeni elementari,
sonsazioni ed imagini, cessano di essere percepite e sembrano escluse dalla
percezione personale, donde una tendenza alla scissione permanente e completa
della personalità, alla formazione di parecchi gruppi indipendenti gli uni
dagli altri: questo stato favorisce la formazione di idee parassitarie, che si
sviluppano isolatamente all’ infuori della coscienza personale e si manifestano
coi disturbi più svariati d’apparenza fisica. Cfr. Ribot, Les maladies de la
volonté, 1901, pag. 115 segg.; Moebius, Ueber d. Begriff d. Hysterie, 1888 :
Pierre Janet, L'automatisme psychologique, 1889; Id., Anesthesie et
dissociation, Revue philos. », 1887 (x. autncosoienza, autosoopia,
suggestibilità). Istinto. Τ.
Instinkt; I. Instinct; F. Instinct, È un insieme di abitudini protettive,
formatesi lentamente a traverso l'evoluzione della specie e fissatesi
progressivamente negli Ist 688 individui della specie medesima. Il Reid lo
definisce un impulso naturale a certe azioni senza avere nessuna nozione del
fine, senza deliberazione e assai spesso senza nessun concetto di ciò che si fa
». Kant: la necessità interiore della facoltà di desiderare il possesso di un
oggetto prima di conoscerlo; ossia un bisogno affettivo di fare o godere
qualche cosa, di cni tuttavia non si ha alcun concetto ». Bain: il nome dato a
ciò che si fa anteriormente all'esperienza e all’educazione ». Spencer: un’
azione riflessa appropriata; esso può essere più descritto che definito, perchè
non si può tracciare una linea netta di demarcazione tra esso © la semplice
azione riflessa ». Romanes: termine generico comprendente tutte quelle facoltà
psichiche le quali conducono alla esecuzione cosciente di azioni che sono
adattative nel carattere, ma sono perseguite senza necessaria conoscenza delle
relazioni tra i mezzi impiegati 9 il fine raggiunto »; egli chiama istinti
primitivi quelli che risultano direttamente dalla struttura primitiva
dell’essere vivente, o che non sono dovuti che alla selezione, e istinti
secondari quelli che costituiscono un automatismo derivato, acquisito mediante
adattamenti intelligenti, Il Bastian invece raggruppa gli istinti in tre grandi
classi, a seconda «he dipendono da stimoli provenienti direttamente o
in«direttamente dal canale alimentare (ad es. il modo di ricercare © catturare
la preda), ο dagli organi generatori (ad es. la costruzione dei nidi, I’
incubazione, ece.), 0 da tutto intero l'organismo, sia nella parte esterna che
nell’ interna (ad es. lo svernamento e |’ emigrazione). Carattere essenziale
dell’ istinto è l'utilità, sia per l'individuo che per la specie; un istinto
nocivo non è più un vero istinto. secondo il Bergson questo carattere di
utilità (che però è uegato da alcuni biologi, che citano esempi di istinti
inutili © addirittura nocivi) consiste nell’ uso degli organi, laddove il
carattere della intelligenza sta nella capacità di fabbricare degli stromenti
artificiali: 7’ istinto compiuto è una fa 639
Ist coltà di utilizzare e anche di costruire degli atromenti
organizzati, l'intelligenza compiuta è la facoltà di fabbricare e impiegare
degli stromenti inorganici. Il carattere meccanico dell'istinto è apparso così
prevalente, che per lungo tempo è prevalso il concetto, elevato a legge, che I’
istinto fosse in ragione inversa dell’ intelligenza; oggi però la maggior parte
dei psicologi e dei naturalisti conviene col Romanes nel respingere codesta
legge, e nell’ ammettere invece che V istinto s’ accompagna a quel grado d’
intelligenza che procede per singoli casi, e che è in continua cooperazione con
la scelta naturale © col meccanismo. L’ atto istintivo si distingue dal
riflesso, perchè mentre questo è puramente fisiologico e riguarda solitamente
un solo organo, quello ha anche un fattore psichico, ciod il sentimento, e
implica l’impiego di più organi; si distingue dal volontario perchè è d’
ordinario uniforme e non snppone la netta rappresentazione del fino; si
distingue infine dall’ abitudine perchd questa è acquisita quello è innato.
Tuttavia è indubitabile che 1’ istinto, oltre che fatto ereditario, è anche
fatto d’ acquisizione, nd si potrebbe comprenderne l’origine ammettendo la sola
trasmissione ereditaria: infatti l'eredità non crea, ma soltanto conserva ciò
che già esisto; 1’ eredità soffre numerose eccezioni, mentre l’ istinto non ne
soffre alcuna; l'eredità trasmette anche le tendenze nocive, mentre l’istinto è
sempre utile. Dol resto, che l’istinto possa ossere acquisito è dimostrato,
oltrechè dalle modificazioni che esso subisce per gli adattamenti locali, anche
dall’ efficacia dell’ addomesticamento, che può deprimero o distruggere istinti
esistenti ο crearne di nuovi. Ora, i principali fattori che concorrono a
formare l’istinto sarebbero: l'imitazione, l'adattamento, l’intelligenza e
l’esperienza individuale, intesa, quest’ ultima, come qualche cosa di più
semplice dell’ esperienza riflessa e pienamente cosciente, che è propria
soltanto dei vertebrati superiori © dell’uomo. Cfr. Reid, On the intell. powers of man, 1785, MI,
2; Kant, Anthropologie, 1872, I, $ 78; Bain, Menta? Isı-Ira 640
and moral science, 1884, p. 68; Spencer, Prino. of psychology, 1881, I,
p. 482 segg.; Romanes, L’évol. ment. chez los animauz, cap. XII; Bastian, The
brain as an organ of mind, 1884, p. 227 ; Bergson, L’évol. ordatrice, 1912,
cap. IL: G. Bohn, La nouvelle
peychol. animale, 1911; T. Wasmann, Istinto e intelligenza nel regno animale,
trad. it. 1908; F. Mi sci, La formazione naturale del? intinto, Atti della R.
Acc. di Napoli », 1898. Istologia. T. Hystologie; I. Hystology; F. Hystologie.
L’anatomia microscopica, che studia gli organi del corpo umano nei loro
elementi componenti e stabilisce i rapporti dei vari tessuti (hista ο tela). L’
istologia moderna si fonda sulla teoria cellulare, per la quale sia nell’ uomo
che nell’animale, sia nell’ organismo sano che nell’ammalato, tutti i tessuti
si compongono degli stessi elementi morfologici microscopici, le cellule, le
quali nascono tutte per una divisione ripetuta spesse volte, da una cellula unica,
semplice, dalla cellula stipite o dalla cellula ovo fecondata (v. cellula,
cellulari teorie, vita, generazione). Istorismo. O storicismo. T. Historiemus;
F. Historisme. Scuola filosofica ο suciologica, che gli avvenimenti della
storia, il diritto, i costumi, le azioni umane, le diverse dottrine, vuole
siano giudicate non nel loro valore intrinseco, ma nel loro clima storico, vale
a dire in rapporto all’ ambiente sociale, di cui esse sono il prodotto. In
questo senso l’istorisno si oppone al razionalismo; ma essendo talvolta usato
anche a indicare la concezione hegeliana, per cui l’accadere è un processo
essenzialmente storico spirituale, si oppone a naturalismo. Cfr. Andler, Les origines
du socialisme d’État en Allemagne, 1. I, c. I, $ 2-4 (v. eatetiomo, storicità).
Italica (scuola). Talvolta si
chiama così la scuola pitagorica perchè fiorì nella Magna Grecia, e
specialmente a Crotone, colonia dorico-achea. 641
Lav-LecL Lavoro. T. Arbeit; I. Work; F. Travail. In senso generale è
ogni attività legata ad uno sforzo ο diretta ad uno scopo utile, oggettivo o
soggettivo; in senso meccanico il prodotto di una forza costante per il cammino
che percorre il suo punto d’applicazione nella direzione di quosta forza.
Dicesi lavoro elementare il prodotto di questa forza per il cammino che
percorre il suo punto d’applicazione e per il coseno dell’angolo che la
direzione della forza fa con la direzione del cammino. Dicesi lavoro virtuale
il lavoro elementare d’una forza in un movimento virtuale ο ipotetico; il principio
del lavoro virtuale, usato nella statica e già intravvisto da Galileo, consiste
in ciò, che quando un sistema di pnnti materiali è in equilibrio, se gli si
imprime un movimento virtuale compatibile con i legami stabiliti tra i suoi
differenti punti, la somma algobrica dei lavori virtuali di tutte le forzo al
quale è sottomesso è uguale a zero. Diconsiipotesidi lavoro o idee di lavoro
(working ideas) quelle ipotesi e quei concetti scientifici, che non
rappresentano la vera natura delle cose, non corrispondono a nulla di reale, ma
hanno il semplice valore di finzioni utili, di simboli artificialmente
costruiti per agire sulla realtà; secondo alconi indirizzi filosofici
contemporanei, tutte le leggi scientifiche e persino le categorie intellettuali
(causalità, sostanza, forza, spazio, tempo, ecc.) non sarebbero che ipotesi di
lavoro. Cfr. Bradley, Appearance and reality, 1893, p. 284 (v. economica
concezione, empirioeriticiemo, ipotesi). Legalità. T. Gesetzlichkeit,
Genetemässigkeit; I. Legality; F. Légalité. In senso generale, conformità alle
leggi positive. Per rapporto alla legge morale, Kant distingue In legalità
dalla moralità: questa è la conformità soggettiva ο volontaria dell’atto con la
legge morale, quella la con41 Rawzout,
Dirion. di scienze filosofiche, Lea
642 formità oggettiva dell’ atto
alla legge stessa, in quanto cioè l’atto compiuto è quale appunto doveva
compiersi. Può dunque aversi nello azioni la moralità senza la legalità ο
viceversa: si ha il primo caso quando in buona fede si fa ciò che essa
proibisce di fare, il secondo quando si fa ciò che la legge comanda per un
motivo diverso che l’obbedienza dovuta alla legge. Cfr. Kant, Krit. d. pr.
Vernunft, D 126 segg.; Id.,The monist, gennaio 1910. Legge. Gr. Nönog; Lat.
Lez; T. Gesetz; I. Law; F. Loi. Il
concetto di legge ha subito molte variazioni nella storia del pensiero umano,
le quali tutte permangono como gnificazioni diverse dello stesso vocabolo. Agli
albori della speculazione filosofica, la leggo era considerata come un comando
impartito ai fatti naturali da virtà divine occulte © dirpotiche; poscia
prevalse il concetto etico-giuridico, per cui si considerarono le leggi
naturali come norme impartito ai fatti da una volontà sovrannaturale, alla
stessa guisa che il legislatore impone ai cittadini, con regola immutabile, i
propri voleri. Con gli stoici, l’idea di legge è trasportata per la prima volta
dai fatti morali si naturali, con la scuola epicurea essa cominciò a
considerarsi come la manifestazione spontanen della realtà intima dei fenomeni.
Ma il concetto naturale di legge nel senso moderno non comincia che verso il
seicento; allora per loggo #' intese il rapporto costante fra termini, che sono
rispettivamente condizionati e condizionanti. Ai nostri giorni la nozione di
legge ha assunto una generalità anche maggiore, ο significa uniformità di
rapporto, o anche solo di posizione, tra più cose, fatti, proprietà. La logge
non è altro, per la acienza modorna, che la concordanza dei fatti in una
medesima condizione, vale a diro il fatto stesso portato allasuamassima
goneralitä. Così l’Ardigò definisce la logge ;
648 Lee il De Greef il rapporto
necessario esistente fra ogni fenomeno e le condizioni nelle quali esso
apparisce >; il Vignoli «l’ invariabilità nell’ evoluzione © molteplicità
dei fenomeni », eoo. Però non tutti i filosofi concordano nel dare alle leggi
naturali un valore rappresentativo della realtà; secondo alcuni indirizzi
filosofici contemporanei (contingentismo, empiriooriticiemo, prammatiemo, ecc.)
esse sarebbero delle semplici ipotesi, dello idee di lavoro, senza alcuna
correlazione con una realtà per sò stante e costruite solo per ordinare în modo
semplice ed economico le esperienze © per servire si bisogni dell’azione. Si
sogliono distinguere: leggi etico-giuridicho, naturali, matematiche e storiche.
Le prime non sono causali come le leggi naturali, ma riguardano un’ azione
possibile © sopportano la contraddizione; le leggi matematiche non sono causali
ο quindi non soffrono eccezioni; le leggi storiche sono causali come le
naturali (per chi considera la storia come scienza), ma assai più complesso e
meno precise per il maggior intreccio © la maggior dipendenza dei fatti storici
tra di loro. Secondo alcuni pensatori, le leggi sociali, che appartengono al
gruppo delle leggi storiche, non sarebbero assolute, fisse ο immutabili come le
leggi fisiche, ma soltanto empiriche, di tendenza © di gruppo ; empiriche
perchè non fondate su un numero sufficiente di fatti; di tendenza perchè
esprimono soltanto la direzione generale delle forze socinli, sonza poter
affermare se la loro direzione perdurerà ο inuterà, ο in qual modo muterà; di
gruppo perch? possono essero appliente soltanto a masse o aggregati di
individui. Cfr. Kant, Krit d. pr. Vernunft, 1. I, ch. I, § 1; Wundt, Logik, 33
ed., 1. II, p. 22; E. Boirac, L'idée de phénomène, 1894, p. 198 s0gg. ; L.
Weber, Sur diverses acoeptions du mot loi, in Revue philosophique, maggio ο
giugno 1894; A. Pagano, Vicende del termine e del concetto di legge nella
filosofia naturale, Riv. filosofica», sett. 1905 (v. diritto, determinismo,
empiriocriticiemo, ipotesi. Lem-Lis
644 Lemma. Gr. Λῆμμα =
proposizione; T. Lehnsats, Hüdfssate; I. Lemma; F. Lemme. Proposizione che si
ammette come dimostrata in quanto serve a preparare la dimostrazione di
un'altra proposizione, che bisogna provare e con la quale tuttavia non ha alcun
rapporto diretto. Quest’uso della parola sembra risalire a Euclide; mu già
Aristotele Vadoperava per indicare le premesse del sillogismo, τὰ AFppara τοῦ
συλλογισμοῦ. Oggi si usa anche ad indicare una proposizione press a prestito da
un’altra scienza o da un’altra parte dello stesso sistema, dove ha la propria
dimostrazione. Cfr. Aristotele, Top., VIII, 1, 156 b, 21; Fries, System der
Logik, 8 Auf. 1837, p. 294 (v. dilemma, dimostrazione). Letargia. Gr. Ληθαργία,
da λήθη = oblio, ἁργία inazione; T. Lethargie, Schlafeucht; I. Lethargy,
Trance; F. Léthargie. Una delle fasi del sonno ipnotico, la seconda stando alla
teoria dol grande ipnotiemo, sostenuta dallo Charcot ο dalla sun scuola. Lo
stato letargico è caratterizzato da ancatesin quasi generale, esagerazione dei
riflessi © risoInzione muscolare completa, cosicchè ogni più debole eccitazione
meccanica determina la contrazione (v. ipnotiemo, catalessia, sonnambuliemo,
suggestione, 900.). Levirato. Mac Lennan chiama così quel sistema di matrimonio
praticato dalle antiche tribù a famiglia poliandrica esogamica, secondo il
quale un uomo doveva sposare In vedova del suo fratello morto senza prole, per
assicurargli una posterità. Il levirnto segna un passo notevole nell'evoluzione
della famiglia, in quanto un gruppo di uomini prima nomici © poi
succossivamente tra loro fratelli, coabitano con uno stessa donna, stringendosi
al patto prima detto. Cfr. Mac Lennan, Studies in ancient history. 1878 (v.
esogamia, endogamia, matriarcato, famiglia, cco.). Liberalismo. T.
Liberalismus; I. Liberalism; F. Liberalisme. In senso politico-roligioso è la
dottrina compendiata nella nota formula cavonriana «libera Chiesa in libero 645
Lis Stato ». In senso strettamente politico, la dottrina secondo la
quale ai cittadini dev'essere garantita libertà di pensiero e di parola,
sicurezza da ogni arbitrio governativo; il che significa che il potere
legislativo e giudiziario debbono essere indipendenti quanto è possibile
dall’esecutivo. In senso economico, la dottrina che sostiene non dover lo Stuto
intervenire nelle relazioni economiche tra cittadini, grappi sociali, nazioni
(mediante premi, dazi protettivi, ecc.), le sue funzioni non essendo nd
industriali nd commerciali. Cfr. Royce, Psiohol. Rev., V, 1898, 188; © una
serie di art. di vari autori in Reo. de metaph. et de morale, 1892-1893. Libero arbitrio. Lat. Liberum
arbitrium indifferentia ; T. Willenafretheit; I. Freewill; F. "Libre
arbitro. La libertà del volere,
ossia la possibilità conoreta che l’uomo posscderebbe di determinarsi in modi
svariatissimi ο indifferentemente, vale a dire senza legami con la necessaria
azione delle cause determinanti. In altre parole, libero arbitrio vuol dire che
la decisiono tra duo possibilità opposte appartiene esclusivamente alla volontà
dell'individuo, senza che per nulla possano influire su tale docisione la
pressiono multiforme ο continua dell'ambiente esteriore © la lotta interna dei
diversi motivi e mobili. Arditrium, dice Pietro Lombardo, quia sino coatione et
necessitate valet appetere vel eligero, quod ex rations decreverit. È Malobrancho : la
puissanoe do vouloir ou de ne pas rouloir, ou bien de voulvir le contraire. E
Bossuet: plus je recherche en moi-mémo la raison qui me détermine, plus je sens
quo je n’en ai auoune autre que ma soule volonté; je sens par là clairement ma
liberté, qui consinte uniquement dans un tel choiz. Libero arbitrio significa adunquo spontaneità, assenza
di causalità ; ogni dottrina che ammette nell’ uomo il libero arbitrio dicesi
indeterminiemo, contingentismo, 0 libertiemo. Anche i deterministi ammettono lu
libertà del volere, ma semplicemento come una possibilità astratta: infatti
essendo In libertà la possibilità di coordinaro i mezzi al compimento del fine,
ed essendo la Lis 646 volontà non altro che la possibilità di una
simile coordinazione cosciente, è chiaro che senza libertà non ο) ὃ nemmeno
volontà non essendoci possibilità di coordinazione. Ma tale possibilità è puramente
astratta, perchè nel caso conereto una data decisiono è l’effetto necessario di
determinati motivi: astrattamente io posso ora scrivere e non sorivere, ma in
realtà perchè smetta di scrivere occorre si verifichino quelle condizioni che
non si verificano mentre scrivo. Oltre la maniera tradizionale di intendere il
libero arbitrio ciod quale assoluta spontaneità, quale
libertà@indifferenza,quale eocezione del principio di causalità ve n’ha una più
moderna che lo intende come autonomia della ragione, dalla quale la volontà
dipende. Per Kant l'autonomia è la volontà che, indipendentemento da ogni
mobile, si determina da sò stessa ad agire, cioò in virtà della sola forma
univeraalo della legge morale, fuori da ogni motivo sensibile; come la nostra
conoscenza si regge sopra condizioni @ priori, così anche la nostra condotta
morale deve dipendere dalla volontà morale © dalla sua legge morale; quindi
drückt das moralische Gesetz nicht anderes aus ala die Autonomie der reinen
praktischen Vernunft, d. i. der Freiheit, ossia la legge morale non esprime che
l'autonomia della ragion pura pratica, vale a diro In libertà; l'autonomia del
volero è quella proprictà del voloro, por cui osso è una logge a sè modesimo
(indipondento da ogni propriotà dell’ oggetto del volere) ». Il principio
dell’autonomia è dunque: scegliere in modo, che le massime della propria scelta
siano nollo stesso tempo comprese nel volere medesimo conic legge nnivorsale.
Secondo l’Ardigò ogni attività specitica è un'autonomia in quanto è la trasformazione
della forza esteriore, dovuta alla proprietà di cui ogni essere è dotato, cioè
alla costituzione naturale dell’ essere stesso: è un’ autonomia perchè la forza
esteriorehadovutotrasformarsi secondo la proprietà dell’ essere, il quale per
tal modo trova in sè 647 118 stesso la ragione e la possibilità di
operare. L’autonomia del vegetale è la vita, del bruto è la priche, dell’uomo è
l’idea, che è l’autonomia massima, perchè è la formazione naturale più
complessa, che si sovrappone, in quanto tale, alle formazioni inferiori,
dominandole, e rappresenta la maggiore specializzazione ο indeterminatezzs di
azioni. L'autonomia è dunque libero arbitrio, pur non negando la legge
universale della causalità: è arbitrio, in quanto è la forma speciale di attività,
che ha in sò stessa la ragione di essere e domina le sottoposte, è libertà
perchè non è la possibilità unica della eteronomis, ma è un numero
svariatissimo di possibilità. Per il Bergson, invece, la libertà è lo stesso
potere onde il fondo individunlo ο inesprimibile dell’ essere si manifesta © si
crea nei propri atti, potere di oui noi abbiamo coscienza come d’una realtà
immedintamente sentita, © che caratterizza un ordine di fatti in cui i concetti
doll’ intelligenza, in special modo l’idea di determinazione, pordono ogni
significato: si chiama libertà il rapporto dell’ io concreto con l'atto che
osso compie. Questo rapporto à indefinibile, precisamente perchè noi siamo
liberi: si analizza infatti una cosa, ma non un progresso; si decompone
l'estensione, ma non la durata... Per ciò ogni definizione della libertà darà
ragione al doterminismo ». Cfr. P. Lombardo, Opera omnia, 1855, t. II, d. 25, 5;
Malebranche, De la rech. de la verité, 1712, I, p. 1; Bossuet, Traité du libre
arbitre, 1872, e. II; Kant, Arit. d. prakt. Vorn., 1878, 1, $8, e Grundl. 2. Met. d. Sitt., 1882,
p. 67; Fonsegrive, Eseat sur le libro arbitre, sa théorie et son histoire,
1889; G. Biuso, Del libero arbitrio, 1900; Ardigò, La morale dei positivisti,
1892, p. 118 sogg.; Bergson, Essai sur les données imm. do la conscience, 1904,
p. 167 (v. determinismo, indelerminismo, libertà, epontaneità, fatalismo,
scionza media, motivi, causalità, ecc.). Libero esame. È una delle forme della
libertà di coscienza, e consiste nella facoltà di costruire da sè stesso
Lis 648
il sistema delle proprie credenze, o nello scogliere quelle tra le
credenze già costituite cho più talentano, senza che alcuna autorità le imponga
con violenza sia fisica che morale. Libertà. T. Freiheit; 1. Liberty, Freedom;
F. Liberté. Designs, in generale, l'assenza di ostacoli al compimento di un
fine: siccome poi all’ assenza di ostacoli corrisponde la possibilità di
coordinare i mezzi al fine, così per libertà si può anche intendere la
possibilità di coordinare i mezzi necessari al compimento di un fine. Quando
però à attribuita agli esseri incoscienti, non essendo quivi possibile la
concezione del fine, designa soltanto l'assenza d’ ostacoli al compimento d’una
azione: ad es. un corpo dicesi libero quando nessun ostacolo si oppone al suo
movimento. Kant chiama libertà intelligibile, 0 nowmenica, ο trascendentale,
quella che consiste in ciò, che l’esplicazione d’ogni fonomeno dato è duplice:
a) in quanto questo fenomeno appare nel tempo, si deve collegarlo a fenomeni
anteriori dai quali risulta, secondo leggi che lo determinano rigorosamente in
rapporto a questi; b) i fenomeni così collegati non essendo cose in sà ma
semplici rappresentazioni, hanno inoltre delle cause non temporali che non sono
fenomeni, © il loro rapporto a codeste cause costituisce la libertà. Riguardo
alla libertà umana si suol distinguere: 1° la libertà psicologica ο libertà
morale, che non è altro che la libertà del volere, ossia la possibilità di
determinarsi senza motivo o di scegliere liberamente fra motivi di egual forza;
2° la libertà fisica che non è se non la semplice possibilità dei movimenti del
corpo; ne è privo chi è colpito du paralisi, atassia locomotrice, acinesia,
eco.; 3° libertà personalo che è la stessa cosa della precedente, ma dipendo da
cause esteriori all’individuo; manca di essa chi è in carcero; 4° libertà
cirile cioò la possibilità di esercitare i diritti civili; 5° libertà politica
che consiste nella facoltà dei cittadini di governarsi con proprie leggi. Alla
libertà politica, 649 Lis-Lin intesa in senso largo, cioò quale
facoltà concessa come tto universale agli individui di esercitare la propria
uttività con la maggior sicurezza, appartengono: la libertà di coscienza 0 di
pensiefd, che è la libertà degli individui di manifestare le proprie opinioni,
di difenderle, propagarle criticando le contrarie, tenendosi lo Stato
assolutamente neutro, specie in materia religiosa; la Ubertà di stampa, che è
la forma più alta ο più moderna della libertà di coscienza; la Ubertd di
parola, la libertà d’ associazione, 900., che sono tutte forme della libertà di
pensiero. Cfr.
Spiποσα, Ethica, IV, 68, ο tutto il 1. V De liberiate; A. Comte, Catéohieme,
positiviste, 4e entretien; Déolaration dee droite de l'homme, 1879 art. 11;
Kant, Krit. d. prakt. Vernunft,
Kritische Beleuchtung, dal $ 7 alla fine; A. Fonillée, Liberté et determinisme,
5° ed. 1907; F. Masci, Coscienza, volontà, libertà, 1884. Libertismo. I.
Libertarianiom ; F. Libertieme. Si adopera talvolta invece di indeterminiemo,
per designare tutte quelle dottrine che ammettono la libertà del volere. Fn
usato dal Bergson per designare la categoria di dottrine di cni fa parte il suo
sistema. Cfr.
Revue de métaph. et de morale, vol. VIII, p. 661 (v. necessitiemo). Linguaggio. T. Sprache; I. Language; F.
Langage. Iu senso generale è linguaggio ogni espressione degli stati interni di
un essere vivente ad un altro, mediante sogni o movimenti. In senso più stretto
è un sistema di segni, adeguato a significare i pensieri che i membri d’una
società vogliono comunicarsi; codesti segni, essendo sempre uguali, servono
appunto a legare e rievocare gli elementi sempre diversi delle
rappresentazioni, da cui si formano le idee generali: Ciò cho la natura, dice l
Ebbinghaus, non offre all’uomo, cioò dei segni costantemente simili, congiunti
regolarmente alle percezioni per metà identiche e per metà variabili, egli l’ha
creato ricavandolo da sè stesso. L'uomo ha trovato così il mezzo per estendere
il Lin 650 pensiero astratto e condurlo al più alto
punto di perfezione imaginabile. Codesta creazione è il linguaggio ». Porò
secondo la dottrina religiosa il linguaggio non sarebbe già una creazione
dell’uomo, bensì ffn dono immediato fatto da Dio all'uomo; secondo un’altra
dottrina il linguaggio sarebbe una scoperta ο una invenzione fatta da principio
da un uomo di genio; invece per la moderna psicologia il linguaggio è un
prodotto psicologicamente necessario ed evolutivo della coscienza collettiva. I
linguaggi si distinguono in naturali © artificiali ο convenzionali: nei primi
l'associazione tra il segno e l’idea è spontanea, involontaria, tanto per colui
che significa, quanto per quello cui vien significato ; nei secondi invece
questa doppia associazione è arbitraria. Sono linguaggi naturali la mimics,
l’onomatopea, e, in genere, i segni emosionali o patognomici, che esprimono al
di fuori le emozioni dell’animo; sono artificiali tutti gli algoritmi e i
linguaggi articolati evoluti. Secondo 1 ipotosi di Darwin e Spencer, il
linguaggio convenzionale ha origine dal naturale: dapprima gli uomini si
servivano del gosto indicativo ο imitutivo, poi nd esso accompagnarono il suono
pure imitativo (onomatopea), infine, utilizzati più largamente i movimenti del
gesto e dell’ articolazione, sorso il linguaggio a forma fonetica, in oui
ciascun carattere è il segno d’un suono. La forma fonetica fu preceduta dulV
ideografica, in cui ogni carattere osprime direttamento un’ idea, o dalla
mimica cioò dal gesto. Si distinguono anche tro tipi fondamentali di linguo: le
monosillabiche composte di sillabe ciascuna delle quali rappresenta un’ idea
ustratta; lo agglutinanti composte di radici ciascuna delle quali esprime o una
idea generale o una accessoria; lo lingue a flesione composte di parole
ciascuna delle quali esprime un’ iden principale modificata da una accessoria.
Dicesi linguaggio emozionale quell'insieme di modificazioni organiche e di
movimenti istintivi, che costituiscono l’aspetto fisico delle emozioni, ο, in
quanto appaiono este 651 Lim riormente,
servono a indicare le corrispondenti emozioni, per l’esperienza che ne abbiamo.
Dicesi linguaggio interiore la successione dello imagini verbali, con cui si
suole esprimere una serie di pensieri, ma che rimangono allo stato psicologico,
senza dar luogo ai movimenti vocali, quando tali movimenti importerebbero una
perdita di tempo e di forza. Cfr. Marty, Uber den Ursprung der Sprache, 1896; H. Paul,
Prinzipien der Sprachgeschichte, 3* ed. 1898; Renan, L'origine du langage,
1858; Saint-Paul, Étude sur le langage intérieur, 1892; H. Bachs, Cerveau et
langage, 1905; Ebbinghaus, Psychologie, trad. franc. 1912; H. Piéron, La nuova concesione dell afasia, Rivista
di scienza », 1909, VI, 420 segg. (v. grammatica, emosionale, grafo-motore,
amnesia). Limitativi (giudizi). T. Beschränkonde Urthcile. Sotto il rispetto
della qualità il Kant distingue i giudizi in affermativi, negativi, e
limitativi ο indefiniti, la cui formula è: .4 è un non B. Questi giudizi hanno
il predicato negativo a differenza dei negativi che hanno la negazione nel
verbo; perciò il soggetto è pensato nell’ estensione di un concetto
indeterminato, che ha la sola determinazione negativa di essere al di fuori di
un concetto positivo e determinato. Quindi tali giudizi sono limitativi in
quanto limitano l’estonsione del predicato possibile di 4, essendo enso
predicuto posto al di fuori della estensionedi 8; ο sono indefiniti in quanto
non determinano a quale nozione, posta fuori dell'estensione di B, si riferisca
il soggetto .1. Ora, siccome l’includere una nozione nella sfera, sia pure
indefinita, degli esclusi dall’estensione di un’altra no: costituisce un atto
positivo del pensiero, così il giudizio limitativo non può confondersi col
negativo. l’erò questa dottrina fu molto combattuta e per molti logici il
giudizio indefinito è la stessa cosa del negativo. Cfr. Kant, Krit. d. rei.
Vernunft, ed. Reclam, Osservazioni sulla tavola delle forme del giudizio, $ 1.
Lim-Loc * 652 Limitazione. T. Beschränkung, Limitation; I.
Limitation; F. Limitation. Una delle categorie di Kant; essa si subordina,
insieme alla realtà e alla negazione, alla categoria della qualità. Limite. T.
Grenze; I. Limit; F. Limite. Originariamente il punto, la linea o la superficie
assunta a determinare la separazione tra due porzioni di spazio; esteso poi per
metafora al tempo, all’azione, alla conoscenza, 900. Terminus sive limes est
id, dice Chr. Wolff, ultra quod nihil amplius iure conoipere licet ad candom
pertinens. Nella psicologia dicesi
limite dell? eccitamento il grado minimo d’ intensità dell’ eccitazione al
quale corrisponde l'intensità minima della modificazione di coscienza, e sotto
il quale la sensazione non ha più luogo; d’uso più comune è l’espressione
soglia della coscienza, proposto dall’ Herbart.
Nella gnoseologia dicesi limite della conoscenza, la determinazione
della sfera del conoscibile. Perciò Kant chiama il noumeno, e precisamente
quello in senso negativo, un concetto limite, in quanto, sebbene si presenti
necessariamente al nostro pensiero, tuttavia è affatto indeterminato, servendo
a limitare le nostre cognizioni entro i fenomeni: Der Begriff eines Noumenon
ist bloss cin Grenzbegriff, um die Anmassung der Sinnlichkeit einzuschränken,
und also nur von negatirem Gebrauche.
Nella matematica dicesi limite una grandezza finita a cui una grandezza
variabile può avvicinarsi indefinitamente senza poterla mai superare. Cfr.
Wolf, Philosophia prima site ontologia, 1836, $ 468; Kant, Kr. d. rei.
Vernunft, p. 235; Wundt, Physiol.-Paychol., 43 ed., I, }. 334 segg. (v.
inconcepibile, inconoscibile, subminimali). Localizzazione. Ί. Localisation ;
I. Localisation ; F. Localisation. Processo psicologico con cui ci
rappresentiamo lo qualità sensibili, e quindi gli oggetti percepi occupanti nel
nostro corpo, o in rapporto ad esso, una posizione spaziale determinata. Dicesi looalizzazione nel passato il processo
psicologico mediante il quale si determina
653 Loc il tempo relativo ai
nostri ricordi. Nella logica dicesi
localizzazione o looasione quest’ operazione mentale, che consiste nel
richiamare l’idea della classe alla quale l’oggetto appartiene, o, in altre
parole, nel collocare un’ idea in una più generale in cui è compresa. È una
delle indienzioni definienti, e viene usata per quelle nozioni che in sò stesse
sono indefinibili o che non sono ancora sufficientemente conosciute per poter
essero definite. Cfr. Ribot, Maladies de la memoire, C. 1; Bain, The Senses and
the Intelleot, 8° ed., p. 415 segg. Localizzazione cerebrale. T. Corticale
Localisationen ; I. Cerebral Localisations; F. Looalisations cérébrales.
Dottrina secondo la quale le diverse attività psicologiche, sensazione,
memoria, linguaggio, ece., corrispondono al fanzionamento di centri o zone
determinste della corteocia cerebrale. Il Gall fa il primo a considerare il
cervello come un’ insieme di organi distinti, in ciascuno dei quali ha sede una
determinata facoltà; ma la sua frenologia, fondata su eriteri * cervellotici,
non è più accettata da alcuno. Tuttavia, con la scoperta fatta in seguito’ del
centro della favella nella seconda circonvoluzione frontale sinistra, e cogli
ulteriori progressi dolla fisiologia sperimentale, il concetto delle
localizzazioni cerebrali è risorto: nel senso però che, so esistono gruppi
cellulari distinti con speciali fanzioni psichiche, ciò non esclude che a un
dato fatto psichico, specio fra i più elevati, non contribuiscano più centri,
essendo il cervello un'unità, una associazione di parti sinergiche, non già nn
mosaico di piccoli cervelli. Quanto alla determinazione locale dei vari centri
psichici, essa è ancora molto incerta, ο varin a seconda degli osperimentatori.
Cfr. Broea, Sur la siège de la faculté du langage articulé, 1861; Nothnagel u.
Nauyn, Ueber die Localisation d. Gehirnkrankheit, 1887; Ferrier, The Funotions
of the Brain, 1876; Mnnk, Ueber die Functionen der Grosshirnrinde, 2* ed. 1890
(v. frenologia, grafo-motore, centro). Loe
654 Logica. Gr. λογική; T. Logik; I. Logic; F. Logique. Si può definire
come la scienza delle forme del pensiero in quanto sono ordinate alla
conoscenza; oppure come la scienza che ha per oggetto di determinare quali, tra
le operazioni mentali dirette alla conoscenza del vero, siano valido © quali
no; è dunque una scienza normativa, o precettiva, o dimostrativa. Altri la
considerano come scienza ed arte ad un tempo, o come la scienza dell’arte del
pensare; scienza in quanto fissa dei principi, arte in quanto insegna ad
applicare delle norme. Secondo alcuni la logica è scienza puramente formale,
cioè considera soltanto la forma del pensiero, il modo come gli elementi di
questo sono fra loro combinati; secondo altri è anche materiale, cioò riguarda
anche il contenuto del pensiero. Forse l’opiniono più ragionevole è quella di
coloro che nella logica riconoscono entrambi questi caratteri, inscindibili l’
uno dall'altro, e giudicano che una logion puramente formale non servirebbe
alla scienza, ο una logica puramente materiale si confonderebbe col sapere
obbiettivo, cioè con la scienza. Si suol distinguere là logica naturale, ossia
la logion spontanen che ciascun omo porta con sò, dalla logien riflessa ο
scientifica; la logica docens © la logica utens, In prima dello quali à la
scienza delle forme del ponsiero, la seconda l’arte delle forme stesse in
quanto praticata. Dicesi logica pura sia la logica formale, sin la logica
propriamento detta in quanto distinta dalla psicologia delle funzioni mentali
dirette alla conoscenza, sia, in senso kantiano, l’analisi critica dei principî
puri dell intendimento; login genetica lo studio genetico della conoscenza,
considerata come funzione psichica; logica reale il modo di ragionare in quanto
effettivamente #’asereita. Ordinarinmente la logica è distinta in duo parti: Ja
prima tratta dello forme logiche elementari, cioè del concetto, del gindizio e
del raziocinio, la seconda tratta dell’ applicazione dello forme logicho ni
fini spociali delle scienze, e costitui 655
Loe sce la metodologia. Aristotelo è considerato a buon diritto come I’
inventore della logica, la quale, tolti i metodi inventivi, è rimasta fino ai
nostri giorni quale egli la concepì ed espose nei sei libri ad essa dedicati,
che i suoi discepoli chiamarono poi Organo. Prima di lui se ne ha soltanto
qualche scarso accenno nei sofisti e nella dialettica platonica; la logica
indiana del Nyäya di Gotama, se fu anteriore ad Aristotele, non fa certo da lui
conosciuta, nè alcuna efficacia ebbe sul movimento intellettuale europeo. Dopo
di Aristotele, lo stndio della logica continuò sia nei suoi discepoli ο
continnatori, sia nelle scuolo contrario, specialmente negli stoici, che per i
primi le diedero il nome che poi ebbe sempre; nel loro sistema essa contituiva
la parto fondamentale, procedendo la fisica ο l’etica. Attraverso tutto il
mondo antico l’antorità della logica aristotelica durò immutata; e si accrebbe
ancor più durante Veta di mezzo, specialmente dopo che Alberto Magno © S.
Tommaso so no fecero commentatori, valendosi degli importanti Invori degli
Arabi. Col cadere del dispotismo aristotelico, verso la fine del sccolo XV,
anche 1’ Organo decadde. Bacone, incolpandolo di aver arrestato fino allora il
progredire della scienza, gli contrappone un Nuoro Organo, una nnova logica,
che si fonda non più sul sillogismo ma sull’induzione. Per vero, la teoria
dell’ induzione era conosciuta anche da Aristotele, che l'aveva ancora
applicata; Bacone non fece che allargarno l'applicazione e fiasarne le regole,
che più tardi furono ridotto n forma più rigorosa ο precisa dallo Stuart Mill.
Ancho la riforma del metodo propugnata da Cartesio, o seguita poscia dai suoi
fedeli discopoli di Porto Reale, non intaccava la logica aristotelien, in
quanto non facova cho aggiungervi un metodo per scopriro la verità. Ma da
allora in poi lo studio della logica decaddo: ridotta a una semplice arte, fu
confusa colla psicologia, e soltanto la chiara distinzione fatta dal Kant tra
la forma e la materia della conoscenza, valse à Loc 656
ricondurla alla primitiva purezza di scienza formale. Nel secolo XIX
molti ed importanti lavori furono pubblicati sulla logica, rimanendo pur sempre
intatto il fondo aristotelico: basterà ricordare, oltre quelli dello Stuart
Mill, del Bain, del Wundt, Ia teoria della quantificazione del predicato
dell’Hamilton, e il tentativo di applicare alla logica i metodi ο le formule
della matematica. Questo tentativo ha dato origine a un largo movimento di studi,
in virtà dei quali la logics formale, prendendo in prestito dall’algebra il
metodo e il simbolismo, si è costituita sotto la.doppia forma di calcolo delle
classi e di calcolo delle proposizioni, ritrovando tra i due rami sorprendenti
anslogie ed estendendosi in modo da divenire una logica genorale di tutte le
relazioni; e siccome i rapporti più semplici © più elementari si trovano nelle
teorie matematiche, era naturale che si applicasse ad analizzare ο verificare
il concatenamento delle proposizioni e a dimostrare gli assiomi matematici,
riducendoli a principi puramente logici. Questa parentela tra la logica 6 la
matematica, già intuita dal Leibnitz, si converte per alcuni in una vera e
propria identità originaria; tale concetto è sostenuto ad os. dal Russel, per
il quale tutte le proposizioni matematiche ai fondano su otto nozioni
indefinibili e venti principi indimostrabili, che sono anche le nozioni
primitive ο i principt della logica. Altri filosofi contemporanei vanno ancora
più in là, facendo della logica la base non solo della matematica, ma anche
dell’otica e dell'estetica, e in generale d'ogni forma di cognizione; così per
il Cohen anche nel campo della moralità ο dell’arto vi sono conoscenze pure, il
cui fondamento deve ricercarsi nel pensiero e che solo nell’ idea ritrovano la
consapevolezza di sb medesimo, die Idee dat dar Selbstbewusstsein des Begriffe.
Un nuovo indirizzo della logica, opposto, în certo senso, a quelli ora
ricordati, è rappresentato dalla logica psicologica, che allo studio astratto
del pensiero puro vuol sostitnire l’ analisi della realtà 657
Loa concreta e vivente del pensiero cho si svolge negli individui
singoli, la conoscenza della funzione conoscitiva nelle sue forme ascendenti di
sviluppo, e non solo nel momento strettamente logico o discorsivo, ma anche
nelle suo forme prelogiche. Questo concetto è sostenuto specialmente dai
prammatisti, secondo i quali la logica è stata finora una pseudoscienza di quel
processo non esistente e impossibile, che suol chiamarsi pensiero puro, in nome
del quale ci si è imposto di bandire dalla nostra mente la più piccola traccia
d'interesse, di desiderio, d’ emozione, come la più perniciosa causa d’errore;
invece non v’ ha ragionamento che non abbia origine da una interna passione
dell’animo, che non si fondi sopra una credenza più o meno sentimentale, sopra
un bisogno soggettivo. Anche per il Baldwin accanto alla logica formale ο
aristotelica, che si propone di riconoscere le leggi del ragionamento valido
partendo da alcuni presupposti psicologici, e alla logica deduttiva ©
dialettica, che cerca d’identificare il pensiero e la realtà, anzi di dedurre
uno dei due termini dal’ altro, deve sorgere una logica induttiva, psicologica,
genetica, che deve considerare il pensiero come un principio vivente, attivo
nel mondo, che compio il lavoro che è destinato a fare, © costituisce uno
sforzo nel movimento dell'universo dello cose, che la scienza © la filosofia
aspirano a conoscere >. Cfr. J, Stuart Mill, A System of Logic, 63 od. 1865;
A. Bain, Logic, Deductive and Inductive, 1870; Hamilton, Lectures on Logic,
1860; Wundt, Logik, 33 ed. 1893-1895; Prantl, Geschichte der Logik im
Abendlande, 1855-1870; Trendelenburg, Logische Untersuchungen, 1862; Rosmini,
Logica, 1853 ; Galluppi, Lezioni di logica e metafisica, 1854; Masci, Logica,
1899; Liard, Les logiciens anglais contemporains, 1878; Dewey, Logioal
conditions, 1903; Baldwin, Thought and thing, vol. I, 1906; Russel, The
principles of mathematics, vol. I, 1903; B. Croce, Logica come acienza del concetto
puro, 1909 ; P. Harmant et A. Van de Waele, Les principales théories de la
42 RanzoLı, Dizion. di scienze
filosofiche. Loa 658 Logique contemporaine, 1909 (v. oanonéoa,
geometria, logistica, dialettica). Logicismo. T. Logieismus; I. Logioism; F.
Logioieme. Dottrina che fa della logica il principio ο il fondamento @ ogni
filosofia; tale sarebbe, ad esempio, la dottrina del Cohen, per il quale la
logica è la base non solo della matematica, ma anche della morale,
dell'estetica ο di tutte la filosofia, perchè il pensiero puro è l’attività
generatrice @ ogni processo reale 6 d’ ogni suo fondamento. Però è termine
d’uso raro ed equivoco; 8’ applica talvolta, impropria» mente, al sistema
hegeliano. Non è da confondere con logiamo, vocabolo col quale ο) indica ogni
pensabile, in quanto promuove l’attività raziocinativa, deliberativa, riflessa
delV individuo: Un fenomeno psichico, dice l’Ardigò, è un eatema o un conscio
sotto un riguardo ; è un’ idea ο un tipo sotto un altro; od è un logiomo o una
cogitazione energetica sotto un altro ». Cfr. Cohen, Syst. d. Philosophie,
1902, I, p. 37 segg.; Ardigò, Estoma, idea, logismo, Riv. di filosofia »,
maggio 1911 (v. panlogiemo). Logico. T. Logisch; I. Logioal; F. Logique.
Qualcho volta si oppone a pricologico 9 a gnoseologioo, per indicare il
pensiero in quanto non lo si considera in sò stesso, come un'attività dello
spirito (psicologico) nd in rapporto all'oggetto (gnoseologico), ma come mezzo
delle conoscenze modiate, che condnco alla verità o all’ errore a seconda che è
adoperato bene o male. Si oppone anche a morale: In certenza logica è quella
che si fonda sopra dei ragionamenti dednttivi, la certerza morale invece quella
che non può essore dimostrata, fondandosi sul sentimento dell’ individno. In
generale dicesi logico tutto ciò che è conforme alle esigenre dolla ragione.
Logistica. T. Logistik; I. Logistic; F. Logistique. Nome proposto al Congresso
di filosofia di Ginevra, 1904, da Itelson, Lalande e Couturat, per indicare la
logica simbolica, Ὁ matematica, 0 algoritmica. Cfr. L. Conturat, Compte
rondu 659 Loe du deuxieme Congrès de philosophie, Revue
de métaph. et de moral », 1904, p. 1042. Logorrea (λόγος == discorso, péw = scorro). È un fenomeno che si avvera
in varie malattie mentali o consiste in una fuga di parole, determinata da
questi tre fatti: 1° incapacità del malato di tener ferma la propria attenzione
sopra le singole immagini; 2° seguirsi di idee associate tra loro soltanto da
rapporti esterni; 3° eccessiva facilità con cui queste idee si traducono nell’
espressione verbale. La logorrea non è da confondere con la logoclonia, che
indica quel disturbo del linguaggio, che si osserva nella paralisi progressiva,
e consiste nella frequente ripetisione di parole come da una serie di movimenti
clonici degli organi della favells. Cfr. E. Kraepelin, Trattato di psichiaria,
trad. it., p. 158 segg. (v. ideorrea). Logos. Gr. Λόγος; T. Logos; I. Logos; F.
Logos. Significa, in greco, parola
e discorso; ora, siccome la parola è la. rivelazione del pensiero, e il pensiero
stesso è, come dice Platone, il discorso che la mente fa con sè intorno alle
coso che considera, così lo stesso termine passò a significare l'intelligenza,
la ragione: quod graece λόγος dicitur
osserva S. Agostino -latine et rationem et rerbum significat ». Eraclito
chiama λόγος la ragione cosmica, in virtà della quale tutto accade ο alla quale
ogni cosa à sottomessa. Aristotele intende per λόγος sia il concetto sia la
ragione, e distinguo l’é£w dal ἔσω λόγος, che è nel“l’anima; l'2pSòc λόγος è
poi la retta ragione, il giusto senso morale. Platone distingue nell’ anima
umana tre parti: la ragione o Logos, che è la signoreggiante ed abita nel capo;
l’animo ο θυμός (l’animus dei latini) che ha sede nel petto; infine la parte
appetitiva, o ἀπιθυμία, che ha sede nella regione addominale. Per gli Stoici il
Logos è ad un tempo il principio attivo intrinsecato nel mondo, Dio, e il fuoco
artefice: esso raduna le ragioni individuali © le ragioni seminali, perciò è
Logos comune 9 Logos sperLor-Lum
660 matico. In Filone il concetto
del Logos non è ben definito, essendo ora una funzione di Dio, ora un’ ipostasi
; esso è Logos inarticolato in quanto racchiude le potenze di Dio, Logos
articolato in quanto manifestazione particolare del mondo delle idee. Per
Plotino, infine, il Logos è l’immediata produzione dell’ Uno, l'intelligenza
che rappresenta l’immagine o la parola di Dio, Col cristianesimo il Logos
diventa l’eterno figlio di Dio, in cui la sapienza e il potere di Dio sono
manifestati, e che s'incarna nella persona del Gesù storico. Hegel chiama Logos
il concetto, la cosa esistente in sè © per sè, la ragione di ciò cho è: diean
und für sich seiende Sache, die Vernunft dessen, was ist. Cfr. Heinze, Die
Lehre vom Logos in d. griech. Philos., 1872; Eraclito, Fram. 2; Aristotele,
Anal. post., I, 10, 76 ὃ, 24; Stein, Die Psychologie d. Stoa, 1886-1888, t. I,
49 segg.: Harnach, Dogmengeschiohte, 3° ed. 1894, I, 488, 491 segg. (v.
omanatiemo, demiurgo, noo). Lotta per la vita. Con tale espressione (struggle
for life) il Darwin designava la concorrenza per le condizioni necessarie
d’esistenza, che si verifica tanto tra gli animali come tra i vegetali, e che,
determinando la selezione naturale, è fattore essenziale dell'evoluzione tanto
in un regno che nell’ altro. Infatti in codesta lotta per l’esistenza
soccombono i meno adatti, i quali perciò muoiono senza lasciare discendenti,
mentre vincono, sopravvivono ο si riproducono i più adatti: ne sortiranno
quindi delle generazioni che recheranno, sempre più rafforzati per l’eredità,
quei caratteri per cui i loro antenati riportarono la vittoria sui loro
competitori. Darwin, On the origin of Species by means of natural Selection,
1859; De Lanesson, La lutte pour l’ezistence et l’évolution des sociétés, 1903
(v. adattamento, selezione, variabilità, darwinismo, ecc.). Lume naturale. Lat. Lumen
naturale; T. Natürliches Licht; I. Natural light; F. Lumière naturelle. Sinonimo di ragione, in quanto insieme di
verità evidenti per sò stesse ; 661 Luo si oppone al lumen gratia, che ha origine
dalla rivelazione largita da Dio agli nomini; quella è detta anche lumen
inferins, quosta lumen superius. L'espressione è di largo uso presso gli
sorittori cristiani dei primi secoli, e rimase poi sempre, sia nel linguaggio
teologico che in quello filosofico. Così Cartesio chiama lumen naturale la
capacità di aver ideo chiare ed evidenti delle verità teoretiche, anche
indipendentemente dall’osperienza. Fénelon: cette lumière ait, que les objecte sont vrais;
il ne faut point la chercher au dehors de soi: chacun la troure en soi-même.
Leibnitz: pour revenir au vérités neossaires, il cat généralement vrai, quo
nous ne le connoissone que par cette lumière naturelle, ot nullement par les
expériences des sons. Cfr. Β. Agostino, De baptismo
parv., I, 25; Cartesio, Medit., III; Fénelon, De Vexistence ot des attribute de
Dieu, 1861, p. 152 segg.; Leibnitz, Nouveau essais, 1704. Luoghi comuni. Gr. Τόποι: Lat. Loot communes; T. Gemeinplätze; I.
Commonplace topics; F. Lieux commune. Nella logioa si designano con questo nome i titoli generali sotto cui
possono essere riportati i differenti modi d’argomentazione che si usano nelle
discussioni. L’ espressione di luogo comune è propria dei latini (loci
communes) ; con essa infatti Cornificio tradusse per la prima volta, secondo V
Encken, la parola topica che Aristotele aveva adoperato per intitolare un suo
libro, nel quale sono appunto indicati i Inoghi ove si trovano gli argomenti,
che si adoperano nella ricerca non del vero, ma del verosimile. I luoghi comuni
onumerati da Aristotele, ciod la definizione, il genere, il particolare, 1’
accidente, eco., furono poi detti intrinsoci, ai quali si aggiunsero gli
estrinseci, cioè le leggi, i titoli, il giuramento, la testimonianza, eco. Cfr. Logique do
Port-Royal, parte 93, cap. XVII; R. Eucken, Gesohichte d. philosophisoen
Terminologie, 1879, p. 51. Luogo.
Gr. Τόπος! T. Ort; I. Place; F. Liew. Indica in generale In situazione, il
posto occupato dai corpi; si Luo-Mac
662 distingue quindi dallo spazio
e dall’estensione. Per gli atomisti invece, luogo è sinonimo di vuoto ο di
spazio, essendo da essi lo spazio concepito come un reale, al pari della
materia, ciod il puro luogo, l'estensione pura. Cartesio distingue il luogo
esteriore dal luogo interiore: questo è lo spazio occupato da un corpo, vale a
dire il corpo stesso in quanto ha per attributo l’estensione, quello è la
semplice situazione di tale spazio, determinata dallo relazioni che ha con gli
altri corpi. Cfr. Cartesio, Principes de la philosophie, II, 14 (v. estensione, inane). M M. Nolla notaziono usuale dei sillogismi
designa il tormine medio. Nei versi mnemonici i cui termini designano i modi
validi delle quattro figure del sillogismo, è adoperata per designare che la
ridnzione d’un modo delle tre ultime figure ad uno della prima, deve essere
fatta medinnte la metatesi delle promesso. Ad es. il modo inCalemes della
quarta figura deve in tal guisa essere ridotto al modo in Celarent della prima
(v. sillogismo, modo, premessa, termini, conversione). Macrocosmo.Gr. paxpò; =
grande, κόσμος = universo ; T. Macrocosmus; I. Maorocosm ; F. Macrocosme.
Questa parola si trova da principio nei medici greci e fu popolarizzata in
Occidente da Boezio, secondo 1’ Eucken. Si usa solitamente per designare 1’
universo, in corrispondenza al microcosmo, che è }’ essere individuale, il
quale considerato isolatamento presenta un tutto sistematico, come un colo
universo. Il concetto della corrispondenza tra V individuo ο il tutto trovasi
già in Platone, in Aristotele, negli Stoici, poi in Boezio, Cusano, G. Bruno,
Leibnitz. Così per Bruno, non solo l’uomo ma ogni monade o sostanza individuale
è una manifestazione immediata dello vita infinita: l’universo ha in ed tutto
l'essere ο tutti i modi di ca 663 Mac sere;...
ed ogni cosa dell’ universo comprende in suo modo tutta l'anima del mondo, la
quale è tutta in qualsivoglia parte di quello. Ugualmente per Leibnitz ogni
monade individuale riflette in sò come uno specchio tutto } universo, Cfr.
Stein, Die Psyohol. d. Stoa, 1886-1888, I, 207, 441; G. Bruno, De la causa,
principio e uno, in Dialoghi metafisici, 1907, p. 242, 244; Leibnitz, La
monadologia, 1714. Maggiore. T. Oberiegrif, Maior; I. Major term; F. Majeur.
Nel sillogismo dicesi maggiore il termine che ha l'estensione maggiore, ©
maggiore la premessa che contiene, come soggetto o come predicato, il termine
maggiore. Nei sillogismi ipotetici o disgiuntivi la maggiore è quella delle due
premesse cho contiene l'ipotesi o la diagiunzione. Nella conclusione il termine
maggiore fü sempro da predicato (v. termini). T. Magie; I. Magic; F. Magie.
Nollo religioni primitive è un insieme di pratiche (incanti), che conferiscono
ad un individuo o ad un gruppo di individui il potere eccezionale di operare
miracoli e prodigi, sia nell’ interesse dell’ individuo sia in quello della
comunità. Secondo una dottrina ormai caduta, la religione sarebbe derivata
dalla magia e non ne rappresenterebbe che una specio ; secondo un concetto più
scientifico, i riti magici non sono che una degenerazione dei riti roligiosi, operatasi,
in virtù di cause particolari, solo in alcuni popoli orientali. Nel
Rinascimento la magia assunse carattere di dottrina filosofica e religiosa, e
si diffuso nel mondo occidentale specie por opora di Cornelio Agrippa; essa era
un insieme di principi o di norme pratiche tendenti a sviscerare o dominare lo
forze divine che si occultano nella natura. Si distingueva in: elementare, cho
scrutava lo forze occulto degli elementi corporci ; celeste, che ricorcava l’
influsso dello stello; dirina, cho si valeva della fede e delle cerimonie
religiose. Alla prima ricerca era di sussidio l’ alchimia, alla seconda
l'astrologia, alla terza la tenrgia. Magia naturale dosignò per lungo .
MAG-Mar 664 tempo la fisica sperimentale; Bacone indicava
con tale espressione delle operazioni che dipendono dalla conoscenza della
causa formale, in opposizione a quelle che non richiedono che la conoscenza d’
una causa efficiente, mentro il meccanismo intimo del fenomeno da produrre
resta οὐculto, Cfr. M. del Rio, Disquisitionee magice, 1599, 1. I, cap. 2;
Porta, Magia naturalis, 1558; Bacone, De dignitate οἱ augmentis scientiarum,
1829, 1. III,
ο. 5; Frazer, The Golden Bough, 2*
ed. vol. I, p. 62 segg., 220 segg.; C. Fossoy, La magie assyrienne, 1902; A.
Lang, Magic and religion, 1901; Hubert et Mauss, Faquisse d’une théorie
générale de la Magie, Année sociologique, VII, 1902-1903. Magnetismo animale. T. Thierischer magnetismus; I.
Animal magnetism ; F. Magnetismo animal. Fluido che si credeva emanare dal
sistema nervoso di certe persone, e inediante il quale si cercavano spiegare i
fenomeni detti oggi di ipnotismo, di suggestiono © di telepatia. Ἡ nome ο
l’idea di questo fluido, causa pretesa dell’ azione del pensiero a distanza, fu
tolta per analogia del fluido magnetico, cui si attribuiva l’azione a distanza
dei corpi elottrizzati. Cfr. Sallis, Der thierischo Magnetismus, 1887.
Maieutica. Gr. Μαιευτική; T. Maieutik; I. Maieutios ; F. Maieutique. Nelle sue
conversazioni filosofiche, Socrate usava due metodi o procossi: quello negativo
dell’ ironia © quello positivo della maieutica, detta poi anche ostetricia.
Dopo aver distrutto, col primo, le ragioni degli avversari, o averli convinti
della loro ignoranza, egli li conduceva, per mezzo di opportune interrogazioni,
a scoprire i vori che tenevano nascosti nelle profondità dello stesso loro
spirito, li aiutava, insomma, a partorire (yatebopat) quelle idee che
esistevano latenti in loro medesimi. Perciò l’ arto di Socrate non è di
infondere in altri le idee proprie, ma di risvegliare nogli altri le loro
stesse idee; |’ arte sua 80miglia dunque a quella di sua madre, la levatrice
Fenarote, anzi è senz'altro un’ arte di lovatrice. Come le le 665 Mar vatrici aiutano a partorire le donne,
dice Platono nel Teeteto, così egli gli uomini, con questa differenza però che
egli non fa da levatrice ai loro corpi, ma alle loro anime partorienti ». E ciò
prova come Socrate non avesse dottrine filosofiche determinate, che potesse ϱ
volesse comunicare come maestro; aveva invoce vivissimo il sentimento della
necessità del sapere, e questo voleva formaro ad ogni costo, facendo per ciò
assegnamento sopra la suaabilità dialettica e sulla spoutaneità naturale, sulla
primigenia attività dello spirito umano, che appunto con quella sua abilità si
proponeva di secondare e di svolgere. Cfr. Platone, Teeteto, VI, 148 E segg.;
Senofonte, Memor., IV, 4, 5-52; G. Zuccante, Intorno al principio informatore ο
al metodo della filosofia di Socrate, Riv. di fil. ο scienzo af. », fobbraio
1902 (v. agonistica, eristioa, endeictioa, elenotica). Male. T. Uebel, Böse; I.
Evil, Wrong; F. Mal. In senso genorico è tutto ciò che è oggetto di biasimo o
di disapprovazione, tuttociò a cui la volontà ha diritto di opporsi per
reprimerlo o modificarlo. In senso astratto, o metafisico, il male non è che
una negazione, una imperfezione, una mancanza, 1’ opposto cioò del bene che è
la perfezione, l'accordo tra il fine degli esseri e il loro sviluppo. Così per
Plotino il male non è per sò stesso qualche cosa di esistente positivamente, ma
è l'assenza del bene, il non essere; il non essere a sua volta è la materia
priva di proprietà, lo spazio vuoto e oscuro. Anche per S. Agostino solo il
bene ha una esistenza reale nel mondo, e il male nelle creature è una caduta,
una mancanza, una privazione del bene; dottrina accettata poi da S. Tommaso,
che considera il malo come la perdita di quel beno che un essere dovrebbe
possedere, remotio boni privative aocepta malum dicitur, out privatio visue
cavitas dicitur. Furono distinte due specie di mali: il male fisico, cioè il
dolore, derivante sia da una alterazione del corpo, sia dai bisogni non
soddisfatti della intelligenza e dell’affettività, ο il male moMax il 666
rale, che fa inteso in vari modi, o come trasgressione volontaria della
legge prescritta dalla coscienza, o come il demerito, cioè il diritto al
castigo come conseguenza dell’azione immorale compiuta, ο come l’ abbassamento
della dignità individuale in seguito all’azione stessa, Nelle religioni
dualistiche il male è concepito come un principio necessario, eterno ed
assoluto come il principio del bene, © gli avvenimenti del mondo attribuiti
alla lotta dei due principi contrari. La teodicea è quella parte della teologia
che cerca scagionare la divinità dell’esistenza del male. Già con Platone o con
gli stoici il problema della toodicen comincia ad essere trattato: si Deus est,
unde malum? si non est, unde bonum? La soluzione più celebre di questo problema
è dovuta al Leibnitz, che, raccogliendo ο coordinando gli argomenti svolti in
precedenza dagli altri pensatori, sostiene casere il male una conditio sine qua
non del bene: Il male, egli dice, si può intendere metafisicamente, fisicamente
ο moralmente. Il male metafisico consiste nella somplice imperfezione, il male
fisico nella sofferenza, il male morale nel peccato. Ora, quantunque il male
fisico e il male morale non siano necessari, basta che in virt delle vorità
sterne siano possibili. E poichè codesta immensa regione di verità contiene
tutte le possibilità, è nocessario ci una infinità di mondi possibili, che il
male entri in molti di ossi, ο che persino il migliore di tutti ne contenga; è
ciò che ha determinato Dio n permettere il male ». Cfr. 8. Agostino, De civit.
Dei, XI, 22; 8. Tommaso, S., I, q. XLVIII, art. 3; Chr. Wolff, Verniinftige
Ged. v. Gott, 1733, I, § 1056; Leibnitz, Fesais de Théodicee, 1710, I, $ 23, 25
(v. ottimismo, pessimismo, dolore, sentimento). Mania. Gr. Mavia; T. Manie; 1.
Mania; F. Manie. Per quanto sia vario il significato di questa parola, tuttavia
la maggior parte degli alienisti la considerano ormai come una sindrome di
malattie mentali, che può anche non aocompagnarsi a disturbi di coscienza, ed è
caratterizzata da 667 Max grande varietà di umore, agitazione
motoria, facile distraibilità, logorrea, esaltamento. Può essere oronica e
transitoria; nel primo caso può durare non ostante lievi oscillazioni qualche
anno, nel secondo caso poche settimane soltanto ο anche pochi giorni. Alcuni
psico-patologi amnfettono anche una mania idiopatica, come psicosi autonoma
caratterizzata da un accesso di stato maniaco, stabile ο “permanente, e la
distinguono in due ‘gruppi: ipomania, ο eccitazione maniaca, consistente in una
semplice esaltazione delle funzioni cerebrali e soprattutto del tono
sentimentale, senza incoerenza, senza delirio, senza allucinazioni; delirio
aouto, caratterizzato da grande agitazione, obnubilazione intellettuale,
incoerenza caotica delle parole ο degli atti. Dicesi mania ragionanta
quell’anomalia mentale, che si rivela con una sovrattività delle funzioni in-tellettnali,
bisogno imperioso di agire e di muoversi, continua concezione di nuovi progetti
in gran parte assurdi © ridicoli, prodigalità senza limiti, mendacio; mania
degenerativa una psicosi degenerativa, caratterizzata specialmente da perdita
più o meno completa del senso morale, idee ambiziose, tendenze distruttive. Cfr. Mendel, Die Manie,
1881; Krafft-Ebing, Die Melancholie, 1874; Magnan, Leçons oliniques sur les
maladies mentales, 1899, p. 379 segg.; Campagne, Traité de la manie
raisonnante, 1869; J. Finzi, Compendio di psichiatria, 1899, p. 149-78. Manicheismo.T. Manichäismus; I. Manicheirm; F.
Manichéieme. Dottrina filosofica e religiosa, insegnata nel terzo secolo dell’
dra nostra da Mauicheo, sacerdote cristiano. Il fondamento di questa dottrina è
il dualismo, per cui tatti i fenomeni dell’ universo sono attribuiti alla lotta
fra due principî ugnalmente primitivi, eterni ed assoluti, il bene e il male;
perciò dicesi anche manicheismo ogni dottrina filosofica che ammette due
principi cosmici eoeterni, l'uno del bene, l’altro del male. Sembra però che
nel manicheismo genuino il principio del male non fosse altro che la
Man-Mas 668 materia, considerata come eterna, ma
concepita come la negazione (privazione) opposta all’ affermazione, conformemente
ad idee filosofiche già diffuse nel mondo antico. Cfr. 8. Agostino, Confese.,
VII, 3; F.C. Bauer, Manichälsches Religionssystom, 1881 (v. catari, dualismo,
maedeiemo). Mantica (Μαντεύομαι --profetizzo). L’ arte di prevedere il futuro,
arte che negli stadi inferiori della religiosità : è tutt'uno con la magia.
Nella filosofia stoica ha grande importanza e costituisce una parte della
fisica: secondo gli stoici, una causalità ineluttabile collega nel mondo tutte
Je cose e gli avvenimenti, © tutti li conduce ad una causa prima, che è la
causa delle cause, ciod Dio ο la necessità; dato questo legame, ogni
avvenimento è segno di quello cho gli succede, lo preindica; ora l’anima umana,
essendo una parte dell’ anima del mondo, della divinità, è capace di questa
preindicazione o predizione, nella quale può essere anche affinata dallo studio
ο dalla osservazione. Cicerone, nei libri De divinatione, ci ha lasciato molte
notizie intorno a codesta arte. Cfr. F. Ogereau, Le systéme philosophique des Stoiciens,
1885, cap. IX (v. magia, profetismo). Marginale. T. Grens; I. Marginal; F. Marginale. Ciò che trovasi ai
confini d’una regione, sia essa la coscienza, lu personalità, eco. In questo
senso usansi anche in economia le espressioni utilità marginale, margine di
coltivazione, eco. Cfr.
F. Myers, Human Personality, 1903, I, Introd. $ 14; Fawcott, Manual of
political theory, 1863, L II ο. IL. Massa. T. Masse; I. Mass; F. Masse. Nol linguaggio
comune designa la quantità di materia contenute in un corpo, © questo fu anche
il significato attribuitole dalla scienza. Però, siccome gli stati della materia
sono molteplici, codesta quantità non può essero misurata dal volume dei corpi,
che è mutabile, ma soltanto dal loro peso (p). Anche il pesa varia col variare
del luogo ovo è valutato, 669 Mas-Mar mentre la quantità di materia rimane
costante; ma siccome col variare del peso varia, e nello stesso rapporto, anche
l’ accelerazione (9) dovuta alla pesantezza, e quindi il quoziente del peso d’
un corpo dovuto all’ accelerazione è una quantità costante, così nella
meccanica razionale per massa si intendo: il quoziente che si ottiene dividendo
il peso di un corpo per l'accelerazione dovuta alla pesantezza, essendo il peso
e 1’ accelerazione misurati in un medesimo luogo: + = m. Però le nuove dottrine
sulla costituzione elettronica della materia vengono modificando sempre più la
nozione classica di massa; gli elementi degli atomi che si dissociano perdono
non solo le qualità specifiche dei corpi da cui provengono, ma anche la massa,
misurata dal peso, cosicchè ogni distinzione tra ponderabile © imponderabile
viene a scomparire. Cfr. G. Le Bon, L'evolution de la matière, 1905, p. 14-15.
Massimizzazione della volontà. È la formola suprems della morale utilitaria di
Geremia Bentham. Ogni tomo è spinto ad agire dalla ricerca del massimo
interesse proprio; ma siocome l'interesse di cisseuno è legato n quello di
tutti per ls simpatia © la sanzione, così procacciando la felicità nostra noi
sumentiamo la somma totale della felicità umana; perciò si diranno morali
quegli atti che mirano a procacciare la massima felicità del massimo numero.
Cfr. J. Bentham, Deontology. Matematica. Gr. Μαθηματική; T. Mathematio; I.
Mathematics; F. Mathématique. La scienza delle relazioni astratte. I
pitagorici, che usarono primi questo nome, designavano con esso tutto il
conoscibile, tutta la scienza da loro possednta; e ciò è naturale, poichè essi
consideravano il numero come l’ essenza stessa della cosa, e tutte le cose ed i
fenomeni riducevano si numeri, alle combinazioni ο proprietà dei numeri. Mutati
poi 1 criteri scientifici, ο sérte, con Aristotele, le scienze natnrali,
l'oggetto della mateMar 670 matica fu ridotto ai numeri, alle figure,
alle grandezze in genere, © alla determinazione dei loro rapporti. Tale è
rimasto poi sempre l’oggetto della matematica, il cui o6mpito consiste, secondo
il Comte, nella misura indiretta dei valori: tutti i calcoli matematici
consistono nella risolazione di alcuni valori sconosciuti ο ricercati in altri
conosoiuti ο dati; tra questi ultimi ο i primi deve esistere un rapporto reale
o supposto ». Essa si differenzia da ogni altra scienza non tanto perchè si
occupa soltanto della quantità, come perchè è scienza non causale, essendo lo
sue verità fuori del tempo e indipendenti dalla nozione di forza. Nelle
matematiche si distinguono: la matematica propriamente detta e la
fisico-matematica, formata di elementi di matematica pura e di fisico, come la
meccanica ο l'astronomia. La matematica propriamente detta si divido a sua
volta in due gruppi, il primo dei quali comprende 1’ aritmetica, 1’ algebra elementare,
1’ algebra superiore, e riguarda soltanto le idee di quantità, di numero e di
rapporto, senza supporle in alcun oggetto particolare © senza riferirsi alle
nozioni di forma o di grandezza concreta; il secondo è costituito dalla
geometria, che è la scienza delle proprietà dell’ estensione. Il metodo proprio
dello scienze matematiche è quello deduttivo; 1’ induzione non ha in esse che
rado applicazioni di cui 1’ esompio più importante è quello del Bernouilli,
detto della conclusione da n ad n + 1. L'importanza della matematica tra le
altro scienze va sempre più crescendo, 9 sempre più generale si va facendo l’
applicazione dei suoi metodi agli altri campi del sapere. Ciò massimamente
perchè la quantità è una proprietà essenziale della realtà, © le qualità doi
fenomeni sono quasi sempre dipendenti dalla quantità. Ciò non toglie che non
sia arbitraria 1’ applicazione universale delle matematiche da alcuni tentata,
poichè, osserva il Masci, non esistendo la quantità a sò, ma come quantità di
qnalche cosa, la spiegazione quantitativa delle qualità deve 671
Mar arrestarsi ad un punto in eui le qualità devono essere supposte
indipendentemente da ogni ragione quantitativa. Cfr. Comte, Cours de
philosophie positive, 1830-1842; Poi caré, articoli in Revue de métaph. et de
mor. », 18981901; Masci, Logica, 1899, p. 474-484; Cohen, Logik der reinen
Erkenntnis, 1903, p. 102 segg.; A. Lalande, Letturo nella filosofia delle
scienze, 1901, p. 66 segg. (v. funzione, geometria, integrale, iperspario,
numero, problema). Mateologia (µάταιος = vano; inutile). Significa scienza
vana, che non ha fondamento nella realtà, come l’ alchimia, la magia,
l'astrologia, la mantica, eco. Dicesi anche matoosofia. Materia. Gr. fry; T.
Materie, Stoff; I. Matter; F. Mafière. Questo termine hs due significati
affatto distinti, a seconda che si contrappone a forma o a spirito. La
contrapposizione di materia a forma è propria della filosofia antica,
specialmente aristotelica; in essa per materia ϱ) intende non una sostanza in
generale, ma una certa specie di sostanza, οἱοὸ la sostanza materiale, quella
che si manifesta ai nostri sensi, in contrasto con la nostra attività
cosciente: in altre parole, 1’ oggetto in quanto lo si oppone al soggetto. La
contrapposizione di materia a forma è rimasta tuttavia anche nella filosofia
moderna, ma con diverso significato : trasportate, specie dopo Kant, dall’
essere al conoscere, per materia della conoscenza si intende ora tutto il
contenuto oggettivo di essa, vale a dire lo sensazioni, le percezioni sensibili
e intellettuali, i concetti, ece.; per forma della conoscenza #’ intende poi,
nel senso logico, il modo dell’ attività del pensiero che si fissa come
prodotto logico, e nel senso gnoseologico, la funzione formatrice della
sensibilità e del pensiero. Tornando ora alla filosofia antica, la materia è
dunque per ossa 1’ essere indeterminato in generale, che la forma poi
determina, è il fondo comune delle cose, da cui tutte sortono e in cni tutte
riposano: tale fondo comune per gli ionici primitivi Mar 672 è
l’acqua, l’aria, ο il fuoco, per Anassimandro l’ infinito miscuglio primitivo,
per Democrito un composto di pieno © di vuoto, d’ atomi e di spazio. Platone fa
della materia l'opposto dell’ idea: questa è 1’ essere, quella il non-essere,
questa à il medesimo, quella 1’ altro. Aristotele la considera come I’ ente in
potenza, mentre la forma è l’ente in atto: l’attuale è dunque la materia
determinata ο configurata mediante la forma. Codesto dualismo posto da
Aristotelo tra forma © materia non fu mai superato dalle filosofie auccessive;
ma con lo schiudersi dei tempi moderni, il problema assume una orientazione
diversa, e la materia, contrapposta allo spirito, non designa più che 1’
insieme dei corpi, ciò di cui i corpi sono fatti, l'essere ο la sostanza alla quale
attribuiamo le qualità sensibili. Per Cartesio materia © spirito sono realtà
ugualmente sostanziali, ma essenzialmente distinte per natura; 1’ essenza della
prima à P estensione, della seconda il pensiero. Sorse quindi il problema se
noi possiamo conoscere realmente le qualità di codesta materia. Esso fu risolto
dai cartesiani con la distinzione delle qualità della materia in primarie o
assolute, e secondarie o relative: le prime, cioè l’ estensione, la figura, la
divisibilità, il movimento, sono inerenti si corpi stessi e quindi indipendenti
dai sensi; le seconde come i colori, i sapori, gli odori, sono variabili e
semplici modi della nostra sensibilità. Questa distinzione fu accettata anche
dal Locke ο dalla scuola scozzese: il Leibnit la completò, aggiungendo
all'estensione l’antitipia come complemento necessario dell’ essenza della
materia. Ad entrambe queste soluzioni si oppone la filosofia critica: l’
estensione non è che una forma della sensibilità; la conoscenza della materia
in sò stessa è irraggiungibile; i fenomeni materiali da noi conosciuti sono
puramente soggettivi e dipendenti dalla natura ο dalle forme della nostra
sensibilità. Kant distinse infatti la materia come fenomeno, dalla materia come
nowmeno, ossia la materia in sò: questa è nasoluta 618 Mar mente inaccessibile alla nostra
conoscenza, rimane fuori dal campo delle nostre idee; il nostro spirito non
coglie che il fenomeno relativo e variabile, e completa la conoscenza
imponendogli le forme assoluto della sensibilità. 11 neo-criticiemo ha
accettato i risultati generali del criticismo: la materia non è che una nostra
supposizione necessaria per spiegare i fenomeni cho si manifestano ai nostri
sensi, ma non ci è direttamente conosciuta nella sua realtà; noi non potremo
mai concepirla quale à in ed, ma solo in rapporto alle nostre sensazioni e alla
necessità del nostro pensiero. Ma oltre al problema gnoseologico ο metafisico,
la materia involge anche un problems fisico, riguardante la natura di codesta
materia. La scienza moderna risolve il problema in tre modi principali: con
l’atomismo, ciod la dottrina che concepisce la materia como composta di
sostanze realmente distinte, infinitamente piccole, indivisibili e tuttavia
estese, separate da intervalli vuoti, impenetrabili le une alle altre, incapaci
di movimento spontaneo e capaci soltanto di trasmetterlo, influenzandosi
reciprocamente con forze attrattive e repulsive; col mecoaniemo, che nega l’
esistenza degli stomi materiali e riduce la materia al movimento, ad un finido
cioè continuo, omogeneo, nel quale il movimento determinerebbe delle unità
apparenti, dei vortici, degli anelli turbinanti ; col dinamiemo, la dottrina
ciod che pone come ultimg elemento della materia, non l'atomo ma il centro di
forza, ossia un punto invisibile intorno a oui irraggiano in tutte le direzioni
delle linee di forza, per mezzo delle quali ogni punto è in relazione con tutti
gli altri punti dell’ universo. Cfr. Platone, Timeo, 48 E, 49 A, 50 C, D;
Aristotelo, Metaph., VII e VIII; Cartesio, Prino. phil., II, 23; Locke, An
essay conc. hum. understanding, 1877, 1. III, c. 10, $ 10 ο 15; Leibnitz, Nouv.
Essais, 1704, IV, ο. III; Kant, ΚΙ. d. r. Vernunft, od. Reclam, p. 31 segg.;
Ostwald, Ch ache energie, 1893, p. 5 segg.; Le Bon, L’evolution de la ma43 RANZOLI, Dizion. di scienze filosofiche.
Mar 674
tière, 1905; E. Naville, La matière, 1908 ; Ardigò, Opere filosofiche,
I, Ρ. 103 segg., II, p. 49 segg. (v. energismo, materialiemo, dualismo,
monismo, spiritualismo, inerzia, energia, impenetrabilità, massa, essenza,
sostanza, ecc.). Materiale. Τ. Stoflich, körperlich; I. Material; F. Matériel.
Tutto ciò che riguarda la materia, che è della natura della materia; può essere
contrapposto tanto a formale quanto a spirituale, con signiflcasioni
naturalmente diverse. Così nei sistemi filosofici dell’antichità il principio
materiale è la materia prima e originaria delle cose; ad 98. per Anassagora il
principio materiale sono le omeomerte, il principio formale il vodg ο
l'intelligenza; per Parmenide i fenomeni fisici si spiegano con due principj
materiali, la Ίμοο e le tenebre, e un principio formale che li combina in
differenti rapporti, l’amore. Si dice poi verità materiale la conformità del
pensiero con la cosa a cui si riferisce, ϱ verità formale l'armonia del
pensiero con sò stesso ; logioa materiale quella che riguarda la materia o il
contenuto del pensiero, ο logica formale quella che ne considera esclusivamente
la forma, cioò il modo come i suoi elementi sono fra loro combinati. Nella
meccanica dicesi punto materiale il corpo di cui le dimensioni sono supposte
infinitamente piccole, restando tuttavia dotato delle proprietà generali della
materia, quali l’impenetrabilità ο il peso. Materialismo. T. Moterialienas ; I.
Materialiem; F. Matérialieme. Il termine compare per la prima volta all’epoca
di Roberto Boyle. È la dottrina che nega l’esistenza di sostanze spirituali e
non ammette altra sostanza che la materia, concepita in vari modi nei vari
sistemi materislistici, ma che ha sempre per carattere fondamentale d’essere un
insiemo di oggetti individuali, rappresentabili mobili, figurati, occupanti
ciascuno un luogo dello spazio. Matertaliste dicuntur philosophi, dico il
Wolff, qui taniummodo enti a materialia sive corpora eziatero affirmant. E
Baumgarten: Qui negat erisientiam monadum cat materialista uni 675 Ματ versalis. Qui negat eziatontiam monadum
universi, e. g. huiue partium est materialista cormologione. Questa dottrina,
como mostra il Lange, si incontra tra i più antichi tentativi d’una concezione
filosofica del mondo. Si distingnono perd nel materialismo due forme o fasi: il
primitivo, che potrebbe anche dirsi dualistico, il quale, pur distinguendo il
corpo dall'anima, considerava sì l'uno che l’altra come sostanze materiali;
esso si trova nella filosofia presocratica, nello stoicismo, nell’epicureismo e
persino nei 88. Padri anteriori a S. Agostino; il moderno o monfstico, che
sopprime codesta dualità tra materia e spirito, tra corpo ed anima, riguardando
la seconda come una funzione ο un aspetto del primo. Con estensione forse
illegittima del vocabolo, molti filosofi moderni chiamano materialismo ogni
dottrina che, pur riconoscendo l’irreducibilità del fatto psichico al fatto
fisico, considera tuttavia la nature, il mondo esteriore în genere, come
sprovvisto di coscienza ο retto da leggi puramente meccaniche. Così per lo
Schopeuhauer ogni controversis sopra l ideale si riferisco all esistenza della
materia, perchè, in fondo, è la realtà ο l’idealità di questa che è disoussa: La
materia, come tale, esisto puramente nella nostra rappresentazione, ο è
indipendente da essa? In quest’ultimo caso sarebbe la materia la cosa in sò, e
chi ammette una materia esistente in sò, deve essere, per conseguenza,
materialista, ciod deve fare della materia il principio di esplicazione di
tutte le cose ». Con l’espressione materialismo peloofisico, si intendono sia
le dottrine che, basandosi sull constatazione empirica del parallelismo
esistente tra la serio dei fatti psichici e la serie dei fatti fisiologici o
fisici, considerano però i primi come semplici epifenomeni; sia le dottrine
che, pur ammettendo la perfetta originalità delle due serie, la psichica e la
fisica, © considerando quindi la prima come irreducibile alla seconda, dà però
la preferenza dal lato teorico o scientifico alla serie fisica. Il materialismo
si Mar 676 basa, in generale, su due argomenti
fondamentali: 1° sui rapporti tra corpo ed anima, ossia tra sistema nervoso ο
coscienza; ovunque si abbia sistema nervoso αἱ ha coscienza. mancando il
sistema nervoso manca la coscienza, variando il sistema nervoso varia la
coscienza; dunque il sistema nervoso è causa della coscienza; 2° sulla dottrina
della conservaziono della materia e dell’ energia; nella natura nulla si crea e
nulla si distrugge; ogni fenomeno non è che In trasformazione di un’altra forza
prima in altro modo esistente; il fenomeno psichico non sorge quindi dal nulla,
ai riconduco esso pure ad una trasformazione di materia ο di forza. Oltre a
questi argomenti positivi, ve ne hanno due negativi: 1° l'impossibilità di una
rappresentazione spaziale in un’ anima semplice ο inestesa; 2° l’
inconcepibilità di una azione reciproca fra due sostanze oterogenee. Cfr. Chr.
Wolff, Peychol. rationalis, 1738, § 33; Baumgarten, Metaphyrica, 1739, $ 395;
Büchner, Kraft und Stoff, 1883; Schopenhauer, Die Welt ale W. und Vorst., ed.
Reclam, II, p. 30 segg.; Eucken, Geschiokte, d. philon. Terminologie, 1879, p.
132, n. 3; Höffding, Peyohologie, 1900, p. 11-15, 75 segg.; Lange, Geschichte
der Materialismue, 1896; A. Faggi, I! ma_terialiemo peicofisico, 1901; F.
Masci, Il materialismo peioofisico, Atti della R. Acc. di Napoli », 1901;
Ardigd, Opere fil., I, 209 segg., IX, 306 (v. anima, coscienza, spirito,
monismo, dualismo, parallelismo, influsso fisico, ecc.). Materialismo storico. Espressione
creata dall’ Engels per designare la dottrina di Carlo Marx. Oggi si applica ad
ogni indirizzo sociologico, che considera tutti i fenomeni sociali come
produzioni scaturenti dal sottosuolo dei rapporti economici (rapporti di
produzione, di distribuzione e di circolazione della ricchezza). Per dimostrare
la cansalità dei fenomeni sociali, esso si fonda principalmente su queste tre
condizioni: il fatto economico è di sua natura esclusivamente umano; è il più
somplice di ogni altro fatto sociale; precede cronologicamente tutti gli
altri 677 Mar fenomeni della convivenza umana.
Conseguenza immediate di tale dottrina, è che l’espandersi continuo dell’
energie produttivo determina coi rapporti sociali esistenti molteplici
contrasti, i quali, divenuti a poco a poco irreconciliabili, erompono in un
conflitto che si enuncia in un cangiamento dello forme politiche, religiose,
artistiche, scientifiche, filosofiche © si compie collo spostarsi dei rapporti
economici. In tal modo procederebbe il cammino ascendènte della storia e della
civiltà. Va notato però che, oltre coloro che sostengono rigidamente codesta
causalità diretta ο immediata del fenomeno economico (Loris, Lafargue, ecc.),
vi sono altri che la concepiscono come un rapporto di interdipendenza, ammettendo
che i fenomeni giuridici, politici, religiosi, ecc. si svolgano sì in funzione
del fenomeno economico fondamentale, ma che, una volta prodotti, possano per
reazione esercitare una efficacia determinatrice sopra il fenomeno onde hanno
tratto I’ origine (Engels, Labriola). All’ espressione impropria di
materialismo storico, dovuta al fatto che esso sorse come opposizione all’
idealismo storico, alcuni vorrebbero che si sostituiasero lo altro:
determinismo sconomico, sconomiemo atorico, concezione materialistica della
storia, ecc. Il Croce, ad es., sconsiglia questa denominazione di materialismo,
che non ba ragione d’ essere nel caso presente, © che fa nascere tanti
malintesi », mentre potrebbe utilmente sostituirsi con quella di concezione
realistica della storia. Il Labriola trova invece ln denominazione opportuna,
in quanto compendia l’origine storico-psicologica della dottrina, nata nol
pensiero di Marx e di Engels quando trovarono che il matorialismo tradizionale
sino al Feuerbach non spiegava la storia; dal panto di vista della crisi
interna, che subirono il Marx e P’Engels, il nome dunque non è secondo il
Labriola indifferente, anzi rileva 1’ origine della dottrina e la sua posizione
di fronte # quelle contemporanee, che si sforzarono disuperare i limiti
delMat-Maz 678 V idealismo. Cfr. Engels, Horn Eugen
Dühring’s Umwalsung dor Wissenschaft, 83 ed., p. 12; Marx, Zur Kritik der
politi schen Oekonomie, 1859, pref.; P. Lafarguo, Le dsterminisme économique de
K. Marz, 1909; E. Rignano, Le matérialieme Mstorique, Riv. di scienza », 1908,
V, p. 114 segg.; A. Loria, La sociologia, 1901, p. 192; B. Croce, Materialismo
storico ed econ, marz., p. 34 seg.; Ant. Labriola, Soritt di filos. ο di
politica, ed. Croce, p. 242-6; A. Asturaro, 1 mat, storico ¢ la sociologia, 2°
ed. 1910; E. Fabietti, Il mat. storico, 1910; R. Mondolfo, Il mat. storico in
F. Engels, 1912, cap. X. Matriarcato. Dal Bachofen în poi fu chismata così dai
sociologi quella fase primitiva dell'evoluzione sociale, in cui la famiglia fa
centro non al padre ma alla madro, cho ha nell’organiszazione domestica
l'autorità suprema, governa essa sola la casa, adempie le funzioni religiose ed
impera nelle deliberazioni della comunità. Il matriaroato, che vive ancora tra
le tribù Irochesi dei Seneca, e le oui reminiscenze si trovano in tutti i miti,
le leggende e le letterature primitivo, sarebbe dovuto, secondo alcuni, alla
promiscuità primitiva, che rende impossibile la ricerca della paternità,
secondo altri alla struttura organica dell’economia primitiva, in cui la
produzione, che si riassume tutta nell’ agricoltura, rimane affidata
esclusivamente alle donne. Cfr. J. J. Bachofen, Das Mutterreoht, 1861; Starke,
La famille primitive, 1891; Westermark, Lo matriarkat, in Annales d. l’Inst.
int. de Sociologie, t. II, 1895; G. Mazzarella, La condizione giuridica del
marito nella famiglia matriaroale, 1899 (v. famiglia). Masdeismo. 0 religione
di Zorosstro ο dell’ Iran. E un politoismo mitologico, dominato dal principio
del duatismo, in cui il Dio che comanda le divinità buone è Ormurd, quello che
comanda le onttive è Arimane. L’obbligazione morale consiste nel dovero
dell’uomo di allearei alla divinità buona nella sua lotta continua contro la
divinità cattiva (v. dualismo, manicheismo).
679 Μκ-Μκο Meo v. D. Meccanica. T. Mechanik; I. Mechanics; F. Mecanique. La scienza che ba per oggetto lo studio dei
movimenti e delle forze che li producono. Si divide in meccanica rasionale ed
applicata: la prima non è che la teoria astratta delle leggi dei moti e delle
forze, la seconda è la teoria delle macchine. Lo studio del moto
indipendentemente dalle cause che lo producono (forze) costituisce la
cinematica. La meccanica razionale si divide poi in statica e dinamioa: la
prima studia la composizione delle forze considerate come grandezze riferite ad
una unità di misura della medesima specie, la seconda studia la composizione
dei movimenti cui dan luogo le forze motrici. La dinamica si divide a sua volta
in cinetica, che studia la composizione dei moti relativamente alla traiettoria
che essi determinano nello spazio, e in energetica, che studia la composizione
dei moti delle masse che nel loro cammino sono capaci di produrre lavoro. Cfr.
Hertz, Die Prinsipien der M. in neuem Zusammenhage dargestellt, 1894; Mach, Die
M. in ihrer Entwickelung, 1883; Dühring, Kritische Geschichte der allgemeinen
Prinsipion der M., 8" ed. 1887 (v. energiemo, massa, movimento).
Meccanico. T. Meohanisch; I. Mechanical; F. Mécanique. Opposto a telcologioo
indica ciò che si attua indipondentemente da ogni finalità, per virtù di leggi
necessarie. Opposto a dinamico © a energetico, cid che escludo dalle cose la
nozione di forza, considerata come un residuo di nozioni antropomorfiche. Si
dicono sensi meccanici, per distinguerli dai chimici, quei sensi sopra i quali
gli stimoli esercitano un’azione puramente meccanica: tali sono il tatto e
l'udito. Cfr.
A. Rey, L’énergetigue et lo mécaniene au point de vue de la connaissance, 1907.
. Meccanismo. T.
Mechanismus, Mechanistische Weltan‘echauung; I. Meoanism ; F. Méoanieme. In senso metaforico, ogni processo nel quale si
può determinare, con l’analisi, Mec
680 una serio di fasi subordinate
ο dipendenti l’una dall'altra; così dicesi meccanismo della coscienza,
meccanismo della memoria, meccanismo dell’ imaginazione. Dicesi anche
meccanismo o meccanioismo la dottrina fisica © filosofica, che escludendo ogni
potenza occulta, ogni finalità, ripone nel solo movimento la natura intima
della materia ο tutti i fenomeni dell’ universo riconduce al movimento: omnis materiao
variatio, sive omnium eins formarum diversitas pendet a motu (Cartesio). Il
meccanismo concepisce la materia 0 come un composto di atomi, o come un fluido
continuo e omogeneo; tutte le modificazioni che avvengono in essa, tutti i
cambiamenti, la diversità dei corpi e dei fenomeni, non sono dovuti che a
diversità di movimento. Si oppone, in questo senso, al dinamismo, che
identifica la materia con la forza, © spioga ogni fenomeno naturale con le
leggi della forza; si oppone anche all’energiemo, che tutto riconduce a
manifestazioni di un’ unica energia. Nella filosofia antica il meccanismo à
rappresentato nella sua forma più precisa dall’atomismo di Democrito © di
Epicuro; nei tempi moderni dalla fisica © fisiologia di Cartesio, che poteva
affermare: terram totumque huno mundum instar machinae descripsi. Dicesi mecoaniemo vitale ο iatromeocaniemo la
dottrina fisiologica che riconduce pure i fenomeni biologici al movimento,
considerandoli come il semplice risultato delle stesse leggi che governano il
mondo inorganico: questa dottrina, che forma la base della moderna fisiologia,
opponendosi all’ antico e al nuovo vitaliemo, fu intravvista già nel seicento
dal nostro Borelli, per il quale animalium operationes fiunt a causis et
instrumentia et rationibus mechanicis ». Quando poi anche i fenomeni psichici
sono considerati como semplici movimenti molecolari della sostanza nervosa,
come pura funzione organica, si ha il materialiemo. Cfr. Cartesio, Prinoipia
phil., parte II, art. 3; Lamettrie, L'homme machine, 1848; J. Ward, Naturalism
and agnosticism, 1903; A. Rey, La philosophie moderne, 1908, p. 173 segg.; 681
Mep J. Loeb, The mechanistic conception of life, 1912; C. Guastella, Filosofia
della metafisica, 1905, t. II, p. LXXXVI segg. Modiato. T. Mittelbar, vermittelt;
I. Mediated; ¥. Μέdiat. Ciò che si compie con qualche intermediario. La nostra
conoscenza del mondo esteriore è mediata, perchè si compie per mezzo della
sensazione; la coscienza è invece la conoscenza immediata dello modificazioni
che avvengono in noi. Il sillogismo dicesi inferenza mediata, perchè si compie
con |’ intermediario di una proposizione che esprime la constatazione della
natura di ciò cui il principio generale, espresso nella maggiore, si applica.
La rappresentazione dicesi anche percezione mediata, perchè, a differenza della
percezione sensibile, si rinnova nell’ assenza di uno stimolo esterno che
direttamente la provochi. Mediatore plastico o natura plastica. F. Médiateur
plastique. È il principio col quale il Cudworth, opponendosi tanto alle
dottrine meccaniste quanto a quelle che fanno intervenire la divinità in ogni
fenomeno naturale, spiega i movimenti dei corpi, la forma di cui essi sono
snscettibili, i fenomeni della generazione e della vita. Codesto principio,
intermedio tra Dio e il mondo, è di natura spirituale ma privo di libertà, di
sensibilità e d'intelligenza; esso penetra in tutte le parti della materia e
lavora senza posa sotto la guida della di a realizzaro l’ordine del mondo. Il
Le Clere lo definisco come un essere, il quale ha in sò stesso un principio di
attività, e che può agire per sò stesso egualmente sull’anima che sul corpo; un
essere, il quale avverte l’anima di ciò che accade nel proprio corpo per mezzo
delle sensazioni che esso vi produce, ο che muove il corpo agli ordini dell’
anima senza nondimeno sapere il fine dello sue azioni ». Questa dottrina, dopo
aver suscitato gran numero di discussioni, è caduta da tempo, per la sua stessa
contradditorietà; come già notava il Galluppi, codesta sostanza media, che non
è nè semplice nò Mxp-Mra 683 composta, nd spirito nd corpo, si risolve in
un assurdo; non vi è mezzo tra due proposizioni contradditorie, ο perciò il
mediatore plastico deve necessariamente essere semplice o non semplice, ma in
qualunque dei due casi la difficoltà di spiegare il commercio tra l’anima e il
corpo rinasce. Cfr. P. Janet, De plastica natura vi apud Cudworthum, 1848; Id.,
Essai sur le médiateur plastique de Cudwort, 1860 ; Le Clero, Bibliothèque
choisie, t. II, art. 2, n. XII; Galluppi, Lesioni di logica 6 metafisica, 1854,
vol. II, p. 606-609 (v. demiurgo, meccanismo, vita). Medio. T. Mittel (Begrif);
I. Middle (term); F. Moyen (terme). Nel sillogismo dicesi medio il termine che
ha la estensione media e serve come termine di confronto tra il termine
maggiore e il minore. Esso si trova tanto nella premessa maggiore che nella
minore, ed è escluso nella conclusione. Tutto il valore del sillogismo dipende
dalla scelta del termine medio (v. termini). Megacosmo v. macrocosmo.
Mogalomania. Gr. μέγας = grande, pavla = follia; T. Mogalomanie; I.
Megalomania; F. Mégalomanie. Detta anche delirio di grandezza, o delirio
ambizioso. E costituita da una specie di ipertrofia della personalità, per cui
l’ammalato, in grazia dell’ aumentata attività psichica, si ritiene di alta
nascita, di elevata posizione sociale, provvisto di grandi ricchezze, capace di
riuscire in ogni più difficile impresa. In molti casi si trova associato al
delirio di persecuzione. Cfr. Kraepelin, Trattato di psichiatria, trad. it., p.
182 segg.; T. Regis, Précis de psychiatrie, 1909, p. 434. jopsichia. Vocabolo
usato già da Aristotele per designare quel giusto sentimento di sò stessi, del
proprio valore e delle proprie attitudini, che è condizione indispensabile per
lo sviluppo delle virtualità contenute nella propria natura; è vocabolo poco in
uso, quantunque serva et designare assai moglio della parola orgoglio quel
retto apprezzamento della propria capacità, il quale suppone non 688
Mel soltanto che l’individuo si giudichi degno di grandi cose, ma che lo
sia in effetto. Col vocabolo mioropsichia lo stesso filosofo designava il
sentimento opposto, ciod la sfiducia in sò stessi, per cui l'individuo non
compie tutto il bene e le belle azioni che egli avrebbe potuto compiere,
giudicandosene incapace. La megalopsichia non è da confondere con la
megalopsia, anomalia del senso della visione, per cui gli oggetti sono
peroepiti di dimensioni più grandi del reale. Cfr. Parinaud, Ancsthéste de la
rétine, 1886; G. Marchesini, Il dominio dello epirito ο il diritto
all'orgoglio. Melanconia. T. Melancholie, Ticfrinn, Molina; I. Molanoholia; F.
Mélancolie. Psicosi che si manifesta ad accessi, talora improvvisamente in
seguito ad un grave dispiacere © ad una viva emozione, talora dopo un graduale
aumento di impressionabilità © di depressione affettiva. Essa può assumere
varie forme, ma in tutte il carattere fondamentale consiste nell’ esistenza
morbosa di una emozione spiacevole, di un senso vago più o meno cosciente di
oppressione, di ansietà, di tristezza, d’impotensa; è dunque una malattia della
sensibilità morale, iniziantesi con una alterazione dél tono sentimentale, e
che non diventa se non in via secondaria ο episodica ung malattia della
intelligenza. Gli antichi 18 chiamarono così perchè credettero che fosse
determinata da un annerimento della bile (µέλας =: nero, χολή = bile). Da
Esquirol in poi è chiamata anche lipemania (λύπη =tristezza); però molti
psicopatologi distinguono le due forme, in quanto nella melanconia i disturbi
mentali sono appunto derivati, mentre nella lipemania sono primari. La
melanconia semplice è costituita dal rallentamento dei processi psicomotori, e
quindi dalla lentezza dello azioni, dalla fatica che esse importano, per cui il
soggetto è assalito da un senso generale di impotenza che lo abbatte 6 ne rende
triste l’umore. Nella melanoonia allucinatoria a questi fenomeni si aggiangono
idee deliranti ο specialmente allucinazioni cenestetiche di vaoto, Mem 684 ©
dolls mancanza di qualche organo. Nella melanconia ausiosa ο agitata lo
allucinazioni conestetiche determinano uno stato di ansia, idee ipocondriache
di negazione, di piccolezza ο d’auto-rimprovero; l’ammalato credo d’ essere
perseguitato, rovinato nei propri interessi, tradito nei propri affetti,
colpevole dei maggiori delitti e meritevole dei più grandi castighi ο della
eterna dannazione. Infine nella melanconia stupida la difficoltà delle
espressioni motorie determina gli stati stuporosi. Cfr. Krafft-Ebing, Die
Molanoholie, eine klinische Studie, 1874; Christian, Etude sur la mélancolie,
1876; Roubinowitech et Toulouse, La mélancolic, 1897; Morselli, Manuale di
somejotios, II, 210 segg. Momoria. T. Gedächtnis, Erinnerung ; I. Memory; F.
Mémoire. Nel suo significato più elevato, che è anche il più comune, designa la
funzione o la facoltà per oui si conservano, si riproducono, si riconoscono e
si localiszano gli stati psichici passati; per generalizzazione, ogni
conservazione del passato d’un essere vivente nel suo organismo. Gli psicologi
distinguono però varie forme di memoria; la memoria organioa o muscolare, la
memoria affettiva ο la memoria propriamente detta ο intellettiva. La memoria
organica, che è più semplice, consiste nella proprietà appartenente ai tessuti
dell'organismo, specialmente al muscolare © al nervoso, di conservare e
riprodurre automaticamente dei movimenti già eseguiti; questa proprietà è
generalmente spiegata con l’ammettere nell'elemento nervoso la persistenza
della modificazione avvenuta, sia dinamica, fisica ο chimica. La memoria
affettiva consiste nel riprodursi, insieme agli stati intellettuali, degli
stati affettivi (omozioni ο sentimenti) coi quali erano primitivamente
associati; si ossorva però che è più facile l’evocaziono degli stati
intellettuali che non quella dei sentimenti associätivi, ο che, in ogni caso,
gli stati affettivi ricordati hanno sempre minore intensità degli attuali;
altra logge generale è che i sentimenti associati ai sensi della vista ©
dell'udito, alla 685 Μαν rappresentazione libera e all’attività
libera del pensiero, sono più facili a riprodurre che quelli che οἱ vengono dai
sensi inferiori © specialmente dall'esercizio delle nostre fanzioni vegetativo.
La memoria propriamente detta è un fatto assai complesso, quantunque
presupponga la stesss baso fisiologica della memoria organica, ο si risolve,
come vedemmo, nelle operazioni della conservazione, riproduzione,
riconoscimento © localissazione; condizioni generali delle due prime sono la
durata e l'intensità degli stati psichici, per cui questi tanto più facilmente
persistono e rivivono quanto maggiormente e più a lungo hanno agito; il
riconoscimento è il confronto e il rapporto d’identità stabilito tra lo stato
psichico attuale e lo stato psichico analogo cho fa attuale nel passato; la
localizzazione è il riferimento dello stato psichico ad un punto preciso del
passato, rievocandone il luogo, I’ ora, le circostanze. Nella memoria
intellettuale si distinguono anche in vari tipi: il tipo visivo, nel quale si
fissano © si riproducono più facilmente le imagini visive, quali il colore,
l’aspetto, In forma estel tipo uditivo meno frequente, in cni tutto ciò a cui
si pensa è rappresentato nella lingua dei suoni; il tipo motore, in oui la
memoria è prevalentemente costituita da imagini di movimenti. Per Aristotele la
memoria nasce dalla sensazione al pari della fantasia, © si spiega come questa
mediante il movimento che la sensazione lascia nell’anima e che dura un certo
tempo; si distingue dalla rappresentazione sensibile, in quanto è accompagnata
dal sentimento che la rappresentazione stessa è esistita già prima nel nostro
spirito, il che spiega come la memoria non esista che negli animali che
posseggono il senso del tempo. Per S. Tommaso la memoria è una facoltà
dell’anima, e serve al giudizio come la fantasia ai sensi: la fantasia
raccoglie le sensazioni ο le raggruppa man mano che si presentano, la memoria
riunisce ο conserva gli atti stabiliti dal giudizio, per riprodurli o
spontaneamente o Mau 686 per mezzo della riflessione. Per Spinoza la
memoria non è altra cosa che una certa concatenazione delle idee, che involgono
in 68 stesse la natura delle coso esistenti fuori del corpo umano,
concatenazione che si produce nell'anima secondo l’ordine e il legame delle
modificazioni del corpo umano ». Per Locke la ‘memoria è una specie di
retentiVità (refentivenese), 9 consiste in una forza particolare posseduta
dalla coscienza, di risvegliare le rappresentazioni già possedute, ma poscia
svanite ο poste in disparte; perciò le idee che sono più spesso rinfrescate da
un frequente ritorno degli oggetti ο delle azioni che le producono, si fissano
meglio nella memoria e vi rimangono più chiaramente e più lungamente ». Per
Kant la memoria può essere meccanica, consistente nella semplice ripetizione
letterale, ingegnosa, consistente nel fissare mediante l’associazione certe
rappresentazioni con altre, che non hanno con le prime alcuna parentela
intellettiva, © giudiziosa, che non è se non la tavola d’una disposizione
sistematica nel pensiero; in generale la memoria si distingue dalla semplice
imaginazione riproduttiva, in quanto, potendo riprodurre spontaneamente le
rappresentazioni passate, l’anima non è con ciò un puro gioco di esse ». Per
James Mill la memoria è un’ ides, formata mediante l'associazione di
particolari in un certo ordine: quando penso a qualsiasi caso di memoria, trovo
sempre che l’idea o la sensazione, precedente il ricordo, era una di quelle
destinate, secondo la legge dell’associazione, a richiamare l’idea involta nel
caso di memoria; ο che appunto per l’idea ϱ sensazione precedente,
l’idea-ricordo è stata realmente portata nella coscienza >. Per l’ Hamilton
la memoria è la conoscenza immediata di un pensiero presente, conoscenza che
implica una credenza sssoluta, che questo pensiero rappresenta un altro atto di
conoscenza che è stato ». Anche per J. 8. Mill l'atto della memoria implica una
simile credenza più una speciale aspettazione: la rimembranza di una
sensazione, 687 Mem anche se non riferita a nessuna data
particolare, involge la suggestione e la credenza che una sensazione, di cui
quella è una copia o rappresentazione, esistette attualmente nel passato; ©
l’aspettasione involge la credenza, più ο meno positiva, che una sensazione o
un altro sentimento, a cui direttamente si riferisce, esisterà nel futuro ».
Per il Galluppi, il riferimento al passato, o riconoscimento, ottenuto mediante
l'associazione del ricordo con un altro stato di coscienza, è l’unico carattere
per cui la memoria si distingue dall’ imaginazione: Chiamo memoria la facoltà
di riprodurre le percezioni degli oggetti, che sono stati altra volta sentiti,
e che nel momento attuale sono assenti, © di riconoscerle. La memoria non è
dunque una facoltà diversa dall’ imaginasione, ma è la stessa imaginarione, la
quale nel suo esercizio eseguisce esattamente la legge dell’ associazione delle
idee ». Per l’Ardigd la memoria è un fatto fisico-psichico, consistente nel
ridestarai delle impressioni per il rinnovarsi in una data ares cerebrale di un
ritmo fisiologico; ogni atto memorativo è una totalità di parti concorrenti, di
eccitamenti cerebrali che confiniscono, e il ridestarei di un’ idea consiste
nel riprodursi di questi moti sinergioi ; il riconoscimento, essenziale nella
memoria, nasce dal sovrapporsi di due atti psichici, ed ha esso pure la sua
base fisiologica nella persistenza delle disposizioni cerobrali. Cfr.
Aristotele, De an., I, 4, 408 b, 17; 8. Tommaso, Summa theol., I, qu. 79, 6;
Spinoza, Ethioa, Ἱ. II, teor. 18, scol.; Locke, Eas., II, ο. 10, $ 2; Kant, Antrop., I, $
32; James Mill, The hum. mind, 1871, p. 821; J. 8. Mill, Ezam. of Hamilton,
1867, p. 241; Galluppi, Lezioni, 1854, II, p. 744 segg.; Wundt, Grundriee der
Peyohologie, 1896, p. 290 segg.; Höffding, Esquisee d’ une ‚psychologie, 1900,
p. 186 segg.; Ardigò, Opere fil., V, p. 212 segg., VI, 23 segg., VII, 252
segg.; G. Dandolo, La dottrina della momoria nella psicologia inglese, 1891; H.
Bergson, Matière οἱ mémoire, 2° od.; W. F.
Colegrave, Memory, an Men 688 induotice
study, 1899; Van Biervliet, La memoire, 1902; P. Sollier, Le problème de ta
memoire, 1900 (v. amnesia, automnesia, automatismo, punti di ritroro, riconoscimento,
riproduzione delle sensazioni, eco.). Mentale. T. Seclisoh, psychisch; I. Mental; F. Mental. Termine vago, che
si contrappone ad organico, fisico, sensibile, eco., per designare tutto ciò
che concerne lo spirito, o appartiene allo spirito, mentre alcune altre volte
si riforisce all’ intelligenza, come distinta dalla attività psichica in
generale. Mentalità. T. Mentalität, Geistesriohtung; I. Mentality; F.
Méntalité. Qualsiasi fenomeno ο atto della mente. Però si adopera quasi sempre
por indicare soltanto le produzioni della intelligenza più lontane dalla
sensibilità ο più complesse, quali la rappresentazione, l’idea, il concetto. Ha
quindi un’estensione minore del termine prichicità. Spesso si usa anche ad
indicare l’insieme delle disposizioni intellettuali, delle tendenze affettive ο
delle credenze fondamentali di un individuo o di ün popolo; ad cs. la mentalità
di Mazzini, la mentalità tedesca. Mensogna. T. Lüge; I. Lie, Falsehood; F.
Mensonge. Si definisce come un fatto psicologico, di suggestione o nou (si può
mentire con gesti, lacrime, ecc.), con cui si tende più o meno intenzionalmente
a introdurre nello spirito degli altri una credenza, positiva o negativa, che
non sia in armonia con ciò che l’autore suppone essere una verità. Vi sono due
specie di menzogne: le negative, che consistono nella dissimulazione di ciò che
può fornire un indice della realtà; lo positive, che consistono nella crearione
di finzioni intercalate dall’immaginazione della realtà. La menzogna, che è
quasi fenomeno normale nella prima infanzia, pnd assumere aspetto patologico in
alcune malattie mentali, come I isterismo e la mania ragionaute : 1) ammalato
prova una vera voluttà nel dire bugie, ο questo bisogno è in lui tanto
radicato, che spesso diventa e si
689 Mer-MRT serba bugiardo anche
contro il proprio interesse. Cfr. Heinrot, Die Lüge, 1834; Max Nordau, Die
konventionellen Lügen der Gegenwart, 1893; Delbrück, Die pathologische Lüge und
die psychische abnormen Schwindler, 1891; G. Marchesini, Le finzioni
dell'anima, 1905. Merito. T. Verdienst; I. Merit; F. Mérite. E, in senso largo,
il diritto ad una ricompensa, che compete all’ agente in seguito ad un’ azione
buona compiuta. In senso teologico è ciò che sorpassa lo stretto dovere, e
costituisce una specie di eredità morale dell’ individuo. Siccome esso implica
il libero arbitrio © la responsabilità, così le dottrine deterministiche al
concetto di merito sostituiscono quello di accrescimento nella dignità, che
l’azione morale compiuta conferisce all'agente, e che, accrescendo il suo
valore sociale, allarga la sfera de’ suoi diritti e quindi della sua libertà.
Mosologia. T. Mesologie; I. Mesology; F. Mesologie. Scienza che studia i
rapporti e le reciproche influenze che uniscono gli esseri all’ ambiente
tellurico, climatico, fisico, ecc., in cui vivono. Metafisica. T. Metaphysik;
I. Metaphysics; F. Métaphysique. Questa parola fa usata primitivamente da
Andronico di Rodi, per designare quelli dei libri di Aristotele, da lui
ordinati, che vengono dopo i libri fisici: τὰ μετὰ τὰ φυσικά. Nel medio evo l’
espressione fu adoperata per indicare la σοφία o φιλοσοφία πρώτη di Aristotele,
che ha per oggetto τὸ By 7 ὄν, ο che egli stosso definisce ἡ τῶν πρῶτων ἀρχῶν
xal αἰτιῶν θεωρητική. Perciò In parola metafisica rimase ad indicare in
generale quella parte eccelsa del sapere umano, che tratta dell’ essenza ultima
delle cose, © cerca spiegare il mondo ο l’esistenza valendosi del metodo
aprioristico, partendo cioè dall’ essere in sò, dall’ ente necessario ©
perfetto, e quindi reale. Ma il suo significato è ben lungi dall’ essere fisso
: ora indica la conoscenza degli esseri che non cadono sotto i sensi, come Dio
e l’ anima; 44 RanzoLt, Dizion. di
scienze filosofiche. Mer 690 ora lo studio delle cose in sò stesse, per
opposizione alle apparenze che esse presentano; ora la conoscenza delle verità
morali, dell’ ideale, del dover essere, considerati come costituente un ordine
di realtà superiore a quello dei fatti © contenenti la loro ragion d’ essere;
spesso per metafisica β΄ intende la conoscenza sssoluta che si ottiene con I’
intuizione diretta delle cose, per opposizione al pensiero discorsivo, oppure
la conoscenza mediante la ragione, considerata come l’ unica capace di
raggiungere il fondo stesso delle cose. Alcune volte è adoperata per designare
il complesso delle questioni filosofiche più generali e più difficili, altre
volte per indicare la tendenza a sillogizzare, sd astrarre, a cavare delle
conclusioni da premesse arbitrarie. Così per 8. Tommaso la metafisica è la
scienza di tutto ciò che manifesta il sovrannaturale, ossia le cose divine:
Aliqua scientia adquisita est circa res divinas, soilicet scientia metaphysica.
Per Bayle à la soience spéoulative de l’étre. Per Platner essa ricerca non ciò
che è reale secondo U esperienza, ma soltanto ciò che è possibile e necessario
secondo la pura ragione. Per l’ Herbart è invece la dottrina dell
intelligibilita dell’ esperienza; per Galluppi la scienza delle sotenze; per
Schopenhauer ogni conoscere che si presenta come sorpassante la possibilità
dell’ esperienza, 6 quindi la natura, o V apparenza delle cose quale οἱ è data,
per apriroi uno spiraglio su ciò da cui questa è condizionata; per il
Trendelenburg à la scienza che considera ciò che v' ha di universale negli
oggetti di ogni ceperienza; per il Mo Cosh è la scienza che investiga le
intuizioni originali ο intuitive della mente, per esprimerle, generalissarle, 6
determinaro quindi che cosa sono gli oggetti rivelati da esse; per il Ribot è
una collesione di verità poste al di fuori e al di sopra di ogni dimostrazione,
perchè sono il fondamento di ogni dimostrazione ; per il Ferrier è la
sostitusione delle idee vere cioè delle verità neosssarie di ragione agli errori dal. l'opinione popolare; per il
Liard è la determinazione dell’as- soluto che sta sotto ai fenomeni, la
scoperta della ragione del- 691 Ματ V osistenza; per W. James un ostinato
tentative di pensare ohlaramente e coerentemente; per il Bergson è la scienza
ohe non si ferma al relativo, oggetto doll'intelligenza, ma raggiunge
l'assoluto mediante l'intuizione. Nella storia della filosofia mo- derna furono
molte le obbiezioni mosse alla metafisica ο vari i modi onde fu considerata:
Bacone ne fece una parte della scienza della natura, separandola dalla
filosofia prima ο ri- ducendols alla conoscenza sperimentale delle cause
astratte ; Locke e Hume ne dimostrarono la nullità, in quanto si occupa di
problemi che trascendono l'intelletto umano ; Kant la ridusse alla cognizione
filosofica dei concetti în unità sistematica, mostrando come la cosmologia, la
psi- cologia e la teologia razionale non facessero che aggirarei in continue
contraddizioni, ο come l’ ontologia fosse di- stratta dalla relatività della conoscenza:
Tutti i nostri ragionamenti che pretendono uscire dal campo dell’ espe- rienza
sono illusor! ο senza fondamento... Non solo l’idea di un Essere supremo, ma
anche i concetti di realtà, di sostanza, di causalità, quelli di necessità
nell’ esistenza, perdono ogni significato, 6 non sono più che dei vani titoli
di concetti, senza contenuto alcuno, quando ci arriechiamo 8 uscire con essi
dal campo delle cose sensibi L'in- tendimento, quindi, non può fare de’ suoi
principt a priori, © persino di tutti i*suoi concetti, che un uso empirico, ©
mai un uso trascendentale.... L’uso empirico d’un con- cetto s’applica
semplicemente ai fenomeni, cioò a degli oggetti dell’ esperienza... Tutti i
concetti, e con essi tutti i principî, per quanto a priori, si riferiscono
dunque a delle intuizioni empiriche, vale a dire si dati d’una espe- rienza
possibile ». Più tardi la metafisica fa combattute dalle scienze naturali, dal
materialismo tedesco e dal po- sitivismo, specie da Augusto Comte, il quale la
conside- rava come un semplice stadio storico, ormai sorpassato, della
conoscenza umana. Tra i positivisti posteriori manifestò tuttavia una spiccata
tendenza a ridonare alla Mer 692 metafisica il suo valore: alcuni infatti,
specialmente i po- sitivisti italiani (Angiulli, Villari, Ardigò, ecc.),
credono possibile una nuova metafisica, la quale, abbandonato il vecchio
apriorismo, stia o come critica logios della cono- scenza, 0 come
investigazione ‘degli elementi primitivi, o come coordinazione totale dello
scienze; altri, come i neo- kantiani, la considerano come un bisogno inerente
alla ragione di completare il mondo reale con un mondo ideale, © la collocano
quindi tra la religione e la poesia. Un ten- tativo di trasformare la
metafisica compì il positivista in- glese Lewes. Egli distingue nella cosidetta
metafisica due parti: la empirica, che è la sistemazione ultima dei risul- tati
delle scienze, e la metempirica, che designa ciò che sta oltre i limiti dell’
esperienza. La prima è legittima, ed ha nn valore simile alle scienze, poichè
se queste hanno per oggetto le leggi dei fenomeni, quella ha per oggetto le
leggi delle leggi; la seconda, cioò la metempirica, è ille- gittima perchè non
ha alcuna base e dev’ essere esclusa dal dominio della filosofia, lasciandole
soltanto un valore soggettivo psioologico-estetico. Perciò non è vero che i
problemi metafsici siano insolubili : essi sono solubili, pur- chè in essi si
separi la parto metempirica dalla empirica, © s’applichi a questa il metodo
scientifico o positivo. Oggi si può dire ormai scomparso il senso dispregiativo
della parola metafisica, conferitole dalle critiche di Kant e del positivismo
primitivo; essa è infatti adoperata comune- mente per indicare la filosofia
propriamente detta, la filo- sofia în quanto non si identifica nò con la
psicologia, nò con la logica, nd con l'etica, ma è una riflessione sui problemi
generali relativi ai somni principi dell’ interpre- tazione del mondo e all’
intuizione universale della realtà che su di essi si fonda. Cfr. Aristotelo,
Metaph., III, 1, 982 b, 9-10; 8. Tommaso, Contr. gent., I, 4; Bayle, Système de
philosophie, 1875, p. 149; Platner, Philosophische Aphori- amen, 1790, I, $
817; Herbart, Allgemeine Metaphysik, 1828,
693 Mer I, 215; Galluppi,
Elementi di filosofia, 1820-27, II, 5; Scho- ponhauer, Die Welt a. W. u. Vorst;
ed. Reclam,
I, suppl. cap. XVII; Liard, La soîenoo positiro et la métaphyeique, 3° p., cap.
VII; W. James, Textbook of peychology, 1906, epilogo; Bacone, Do dignilate et
augmentis soientiarum, 1829, 11, 4; Kant, Krit. d. r. Vernunft, 1% ο 2" pref. e Metodol. trascend. ; Fouilléo, L'avenir
de la métaphysique, 1889; Vol- kelt, Über die Möglichkeit der M., 1884; Ardigd,
La peico- logia come scienza positiva, 1882, p. 130; Id., Il rero, 1891, p. 10
segg.; Id., La ragione, 1894, p. 465 segg.; A. Comte, Cours de philos.
positive, 1877, I, p. 15 segg.; Angiulli, La Alosofia ο la ricerca positiva, 1869; Lowes, Problemes of life and
Mind, 1875, I, p. 5 segg.; Bergson, Introd. à la mé- taph., in Revue de métaph.
», 1903, p. 4 segg.; F. De Sarlo, I diritti della metafirica, Cultura
filosofica », lu- glio 1913 (v. assoluto, filosofia, metodologia,
ipermetafisica, poritiviemo). Metafisico.
Dicesi argomento metafisico quella prova dell’ esistenza di Dio, che consiste
nel partire dalla consta- tazione dell’esistenza di qualche cosa, del mondo ο
di noi stessi, per concludere all’ esistenza dell’ Essere necessario, cioè di
Dio. Infatti, se questo qualche cosa che esisto è contingente, dovrà la sua
esistenza ad un altro essere, ο questo ad un altro, finchè perverremo a dover
ammettere P esistenza di un Essere necessario; se questo qualche cosa è
necessario, allora è Dio stesso. Che 1’ Essere necessario, sia Dio, si prova
col fatto che essendo necessario, cioè in sd stesso e in modo assoluto, è anche
perfetto;. non pnd quindi essero il mondo, cho è imperfetto e contingente;
dunque sarà Dio. Punti metafisici chiamò il Leibnitz lo monadi, perchè, a
differenza dei punti fisici, sono inesteso. Il Comte chiama metafisico il
secondo doi tre stadi successivi attravorso i quali passa l'intelligenza umana;
in esso i fonomeni non sono attribuiti, como nel primitivo stadio teologico,
alla volontà di esseri sovrannaturali. imaginari, Mer 694
ina sono spiegati mediante entità astratte, cioò cause, forze, sostanze.
Bisogno metafisico dicesi |’ aspirazione dell’anima umana verso l'invisibile,
il sovrannaturale, il trascendente, aspirazione che, secondo alcuni pensatori,
non può essere distrutta dalla scienza o dalla ragione, perchè si muove in
un’orbita che alla ragione non è dato ponetrare: L'uomo à il solo essere, dice
lo Schopenhauer, che si meraviglia della sua propria esistenza; 1’ animale vive
nel suo riposo e non’ si meraviglia di nulla. Codesta meraviglia, che si
produce specialmente in faccia alla morte, © alla vista della distruzione e
della sparizione di tutti gli esseri, è la sorgente dei nostri bisogni
metafisici; è per essa che l’uomo è un animale metafisico ». Cfr. Leibnitz, Die philos.
Schriften, ed. Gerhardt, IV, 398; Comte, Cours de phil. positive, 1889-42, vol.
I; Schopenhauer, Die Welt, vol.
II, ο. 17 (v. gli argomenti ontologico, ideologico, morale, fisico,
cosmologico, storico). Metageometria. T. Metageometrie e Metamathematik; I.
Metageomeiry; F. Métageometrie. La geometria che, considerando falso il postulato
di Euclide delle parallele, concepisce diversi spazi possibili, che non hanno
le proprietà dello spazio euclideo. Il postulato euclideo ai enuncia così: 11
giugno 1910; Th. Flournoy, Archives de Psychologie, V, 1906, p. 298 (v. dissociazione,
incosciente). Metempirico. T. Metempirisok ; I. Metempirical; F. Métempirique.
Indica etimologicamente ciò che è al di là della natura, © quindi tatto ciò che
sorpassa i limiti d’ ogni esperienza possibile. Altro volte si oppone a
metafisica empirica, © designa quella parte della metafisica cho tratta i ciò
che sta oltre i limiti dell’ esperienza, e non ha quindi un valore scientifico,
ma soltanto estetico e psicologico. Il termine fu proposto appunto con questo
significato dal Lewes, che alla motafisica empirica ascrive lo studio degli
oggetti ο delle loro relazioni in quanto ci sono conosciuto ed esistono nel
nostro universo; alla metafisica metempirica le costruzioni ideali
dell’imaginazione. Cfr.
G. H. Lewes, Problemes of life and mind, 1875, I serio, I, p. 5, 10, 17 (v.
ipermetafisica). Motempsicosi. T.
Scelenwanderung, Metempaychose; I. Metempsyohoses; F. Métempeychose. Dottrina
secondo la quale l’anima, dopo la morte del corpo, trasmigra succossivamente a
rivestire altri corpi 6 a dar vita ad essi. Questa dottrina, che nella eua
forma rudimentaria fa propria di tutti i popoli primitivi, si trova
specialmente nelle antiche religioni filosofiche dell’ Egitto, dell’ India ©
della Grecia, in ciascuna delle quali assumo aspetti differenti. Secondo gli
Egiziani l’anima umana, dopo la morte, entra suceossivamente e per il corso di
tre millenni in tutti gli animali che vivono sia nell’ aria, sia nell’ acqua,
sia nella terra; alla fine del terzo millennio ritorna a vivificare un corpo
umano, per poi ricominciare lo suc trasmigrazioni attraverso il rogno animale,
e così via via all’ infinito. Secondo gli Indiani, inveco, l’anima umana passa
da un corpo ad un altro finchè non s'è del tutto purificata, così da poter
ritornare a componetrarsi con la divinità da cui è 697
Mer discesa; se durante queste successive esistenze essa pratica la
penitenza e segue la scienza, passa in corpi sempre più perfetti e quindi torna
più presto a Dio; se invece segue il male, al contrario. Nella Grecia la
dottrina della metempsicosi fu insegnata da Pitagora e nei misteri, od esposta
anche da Platone: l’ anima umana, dopo la morte del corpo che la racchiude, va
nei regni d’ oltretomba per ritornare poi, dopo mille anni di purgazione, a
rivestire un nuovo corpo in armonia con la vita precedentemente trascorsa;
soltanto l’anima pura del saggio non compie queste trasmigrazioni, ma vola ad
abitare con gli Dei per tutta l’ eternità. Verso la metà del secolo scorso la
dottrina della metempsicosi fu rimessa in onore da tre pensatori di idee assai
diverse: Pietro Leroux, che sostenne la rinascenza eterna delle stesse
generazioni ο quindi dellostesse anime umane in diversi individui ; Carlo
Fourier cho allargò la cerchia delle trasmigrazioni dell’ anima oltro i confini
del mondo, in una sfera sovramondana ove ogni essere avrebbe natura più sottile
e sensi più delicati; AllanKardec, il fondatore dello spiritismo metafisico,
che pone la metempsicosi a base delle sue invenzioni sul mondo degli spiriti.
Cfr. Platone, Timeo, 90 E segg.; Diogene Laerzio, VIII, 1, 31 segg.; Schlosser,
Über die Seelenwanderung, 1781; P. Leroux, De l'humanité, de son principe et de
son avenir, 1840; Fourier, Théorie de l'unité universelle, 1841; G. Athius,
Idea vera dello epiritiemo, 1895, p. 65 segg. (v. apoteosi, catarsi, nirvana,
immortalità). Metessi. Partecipazione. La usò Platone per esprimero che le cose
sono una partecipazione (µέθεξις) delle Ideo. Ai tempi nostri questa parola fu
adoperata, con lo stesso significato, dal Gioberti (v. mimesi). Metodi
induttivi. Quei metodi che conducono alla determinazione delle leggi causali
doi fatti. Allo Stuart Mill si deve la dimostrazione più precisa di codesti
metodi, che prima di lui erano gid stati intuiti da Bacone, Mer 698 ο
che altri, come ad es. l’ Herschel, avevano esposto con molto minor precisione.
Quattro sono i metodi suggeriti ed illustrati dal Mill per la ricerca della
causa dei fenomeni: metodo di concordanza, di differenza, dello variazioni
concomitanti ο dei residui, ai quali si aggiunge un quinto metodo
complementare, detto della concordanza nella difSerenza. Tutti questi metodi si
fondano sull’ eliminazione: infatti per essi è causa ciò che non può essere
eliminato senza che sia pure abolito l’effetto, non è causa ciò che può essore
eliminato senza che 1’ effetto sia abolito. Da ciò appaiono le lacune dei
metodi induttivi, poichò non sempre la causa è capace di produrre I’ effetto.
D’ altro canto ossi hanno il difetto di presupporre che ad ogni effetto
corrisponda una sola causa, © che possano essere distinti nettamente gli
effetti di ciasonna causa da quelli di tutto le altro. Perciò nella ricerca
scientifica i quattro metodi del Mill vogliono ossere integrati da norme
complementari d’indagine e dal metodo deduttivo. Cfr. J. Stuart Mill, A System
of Logio, 1865, I, o. VIII segg.; Masci, Logica, 1899, p. 410 segg. Metodo
(µετά ο 626ç in via). T. Methodo; I. Method; F. Méthode. La direzione che si
imprime ai propri pensieri per giungero ad un risultato determinato, ο
specialmente alla scoperta della verità e alla sistemazione delle conoscenzo.
Methodus nihil aliud esse videtur, dice lo Zabarella, quam habitus
intelleotualis instrumentalis nobis inserviens ad rerum cognitionem
adipiscendam. E la Logica di Porto Reale: ars bene disponendi seriem plurimarum
oogitationum. Vi è il motodo naturale, che è quello che vien suggcrito a
ciascuno nei singoli casi dalla propria intelligenza, © il motodo riflesso 0
scientifico che è una parte della logica. Questo si divide in sistematico ©
inrentivo: il primo studia le forme mediante le quali si ottiene I’ ordinamento
più utile delle conoscenze, il secondo studia i procedimenti per cui questo
conosconze si possono ostendere, passando dal noto all’ ignoto. Il primo, oltre
alla coordinazione delle conoscenze, ha anche il cémpito di determinare le
prove della dimostrazione, di analizzarne i procedimenti, studiarne il valore:
ciò costituisce il metodo dimostrativo. Il secondo può exsore analitioo 0
sintetico : quello consiste nel sopararo, in un complesso di relazioni note tra
il noto ο Y ignoto, le relazioni ignote che vi sono dissimulate ; quello nel
ricercarle al di fuori delle relazioni note © comporro con queste. Dicesi
didascalico il metodo che à volto a comunicare © insegnare altrui la verità;
deontologico quello che guida lo studioso alla ricerca del perfetto esemplare
delle cose; apologetico quello che insegna a difendere la vorità contro le
obiezioni, © elenctico quello che insegna a confutare gli errori. Dicesi metodo
maieutico quello adoperato da Socrate, consistente nel condurre gli uomini, per
mezzo di opportune interrogazioni, a scoprire i veri che tengono nascosti nelle
profondità del loro stesso spirito, a risvegliare le loro stesse idee; metodo
risolutivo © compositivo i due momenti del metodo galileano, il primo dei quali
consiste nell’investigare i processi più semplici matematicamente determinabili
e ricavarne un'ipotesi, il secondo nel mostraro deduttivamente che l’ipotesi
posta concorda con altre esperienze; metodo geometrico l'applicazione ai
problemi filosofici del processo dimostrativo euclideo procedente per
definizioni, assiomi, teoremi, corollari, applicazione fatta specialmente dallo
Spinoza nell’ Etica; metodo oritioo 0 trascendentale, per opposizione al
dogmatico, quello adoperato da Kant, consistente nell’ assumere come punto di
partenza l'indagine della forma sotto la quale i principi razionali si
prosentano di fatto, ed esaminarne il valore secondo la capacità, che essi
posseggono in sè, di essere applicati universalmente e necessariamente
all’esperienza; metodo dialettico, sin l’arte polomica che, movendo dalle
opinioni comuni intorno ad un dato oggetto, le prova al martello della oritica,
ne mostra gli errori, in modo da preparare il terreno all’ indagine
soiontifica, sia il metodo usato da Fichto e da Hegel, consistente nel
procedere per tre momenti, tesi, antitesi ο sintesi, ossia nel convertire ogni
concetto nel suo opposto ο derivare dalla loro contraddizione il concetto più
elevato, il qualo poi trova un’altra antitesi, che richiedo una sintesi ancora
più alta, così di seguito. Metodo dei rapporti chiama 1’ Herbart il proprio
metodo di eliminazione delle contraddizioni, che sono nel fondo dei nostri
concetti più generali; siccome la contraddizione deriva sempre dall’esseroi
dati come unici dei concetti i cui elementi opposti non possono realmente
pensarsi come uno, così il metodo dei rapporti consiste nel considerare il
soggetto non come uno, ma come un insieme, cioò come un sistema di rapporti;
esso si compondia in questa regola: quando una cosa deve essere pensata, © non
può essere ponsata come una, si pensi come molte. Cfr. Zabarella, Opera
philosophica, 1623, De meth., I, ο. 2; Logique d. P. Royal, IV, 2; Cartesio,
Discorso sul metodo, trad. it. 1912; Fries, System der Logik, 1837, p. 508
segg.; B. Erdmann, Logik, 1892, I, 11 segg.; Rosmini, Logica, 1853, $ 749
segg.; Masci, Logica, 1899, p. 410 sogg. (v. agonistica, dia lettica, eristica,
maieutica). Metodologia. T. Methodenlehro; I. Methodology ; F. Méthodologie.
Quella parte della logica che studia le regole generali per mezzo delle quali
le varie discipline estendono ed ordinano le proprio conoscenze. La metodologia
si divide dunque in due parti; la parte ordinativa ο sistematica, che fissa lo
norme della definizione, della divisione, della classificazione, della prova
induttiva ο dodattiva, diretta © indiretta, e la parte estensiva o inventiva,
che fissa lo norme doi metodi di ricerca, induttivi e deduttivi, propri @ ogni
scienza, Per metodologia trascendentale Kant intende la determinazione dello
condizioni formali di un sistema perfetto di ragion pura; © per metodologia
della ragion pura pratica l’arte con cui le leggi dolla ragion pratica
pura 701
Mer-Mrz possono entrare nell’ animo umano e influire sulle sue massime,
ossia l’arte onde la ragion pratica obbiettiva può anche diventare ragion
pratica soggettiva. Nel sistema dell’
Herbart, la metodologia è la prima delle quattro parti in cui distinguesi la
metafisica: ossa tratta del metodo dei rapporti, col quale si possono togliere
le contraddizioni che viziano i nostri concetti fondainentali della natura. Le
altre tre parti sono l’ontologia, la sinecologia ο 1’ idolologia. Dalla metodologia distinguesi la metodica,
che è quella parte della pedagogia che tratta in generale del metodo d’
insegnamento ; l'applicazione della metodica alle singole materio da insegnarsi
costituisce la didattioa. Cfr. Kant, Krit. d. r. Vernunft, ed. Kehrbach, p.
544; Krit. d. prakt. Vernunft, 1878, p. 181; Herbart, Einleit. in die Philos., 1834, $ 13;
Bain, Eduo. as. a science, 1% ed., p. 230-357; E. Wagner, Darstellung d. Lehre
Herbarts, 1896, $ 30 segg.; Wundt, Logik, II, 1881; Sigwart, Logik, 1890, IL. Metriopatia. La misura del piacere mediante la
ragione. Nella morale platonica la natura del bene è fatta consistere nella
metriopatia : la felicità non consiste infatti nè nel solo piacere nè nella
sola ragione. Porfirio contrappone la metriopatia all’ apatia ο alla teoria: la
prima è il cémpito delle virtù politiche, ed è propria dell’ uomo giusto, la
seconda è lo scopo delle virtù catartiche e propria dell’uomo demoniaco; la
terza è il mezzo per oui l’anima si rivolge al Noo ed è propria di Dio. Cfr.
Porfirio, Ieagoge, 1887 (v. catarsi, edoniemo, eudemoniemo, morale). Mezzo. T.
Mitte, Umgebung; I. Mean; F. Milieu. Cid che è collocato tra due o più cose, e
in special modo ciò che è ad ugual distanza tra duo estremi; tale, nol senso
aristotelico, è la virtù: µεσότης τις ἄρα ἐστιν ἡ denti. Due secoli prima
Confucio aveva detto: L’ uomo superiore si conforma alle circostanze per
seguire il mezzo... L'uomo volgare non teme di seguirlo temerariamento in tutto
e per tutto. » Talvolta adoperasi anche, in modo improprio, per Merz 702
ambiente, ad indicare 1’ insieme delle condizioni e dei fattori tra i
quali un fenomeno si produce o un essere vive. In un processo di finalità, il
mezzo è il termine intermedio o la serie dei termini intermedi, che sta fra il
termine iniziale, con cui il processo stesso comincia, ο il finale, con cui
finisce. Cfr. Confucio, Tokoung-young, trad. franc. Remusat, 1817, XI, 3, II,
2; Aristotele, Etica a Nicomaoo, II, 5, 1106 b, 27. Mezzo escluso (principio
del). Lat. Prinoipium eziusi tertii; T. Satz des ausgeschlossenen Dritten ; I.
Principle of excluded middle; F. Prinoipe de milieu ezolu. O anche principio
del terzo escluso, è uno del principî logici fondamentali © principî supremi di
ragione. La sua formula è: 4 è ο non è B; cioè tra questi due giudizi uno deve
esser vero, perchè essendo essi contradditori, non vi ha una via di mezzo, una
terza possibilità, Secondo il Fries esso si esprimo così: ad ogni oggetto
appartiene un conoetto ο il suo contradditorio. Secondo Hegel: di due prodicati
contradditori uno soltanto appartiene a un qualche cosa, 9 non si dà un terzo.
Secondo B. Erdmann: quando un giudizio affermativo è dato come vero, il suo
contradditorio negativo è falso, ο viceversa. Secondo il Rosmini: tra due note
contraddittorio non c'à alown mezzo. Contro questo principio furono mosse molte
obbiezioni. Si disse, ad esempio, che alcune volte è possibile la vis di mezzo;
così se si dicesse che un oggetto può essere © bianco ο nero, si può rispondere
che può anche esser grigio. In questo caso però le due idee sono contrarie non
contradditorie, essendo non-bianco il contradditorio di bianco, 9 non è
possibile che un oggetto colorato, se non è bianco, sia neppure non-bianco. Fu
obbiettato ancora che due giudizi contradditori possono essere entrambi falsi
quando il soggetto non esiste (es. Garibaldi passeggia Garibaldi non passeggia) ma un giudizio è
sempre formulato nell’ ipotesi che al soggetto si attribuisca una qualche forma
di realtà, anche puramente imaginativa. Cfr. Fries, 708
Mic-Mia System der Logik, 1837, p. 176; Hegel, Enoyklopädie, 1870, $
119; B. Erdmann, Logik, 1892, I, 366 ; Rosmini, Logica, 1853, § 345; Masci,
Logica, 1899, p. 56 segg.; Herbart, De principio logico exlusi medii, 1842.
Microcosmo. T. Mikrocosmos; I. Microcosm; F. Mioroccsme. Si usa generalmente in
opposizione a macrocosmo (universo) per designare l’uomo, che, considerato in
sò stesso, presenta un tutto organizzato, un piccolo universo. 1) espressione
trovasi per la prima volta in Aristotele: ἂν μικρῷ κόσμφ ylvetat, καὶ dv
neydAp. Per il Leibnitz ogni individuo è un microcosmo, in quanto ha per sò un
valore universale, contiene tutto l'universo; in ogni individuo si ha
continuità di stati, come in tutto l'universo si ha una continuità di monadi: Codesto
legame di tutte le cose create con ciascuna, e di ciascuna con tutte, fa sì che
ogni sostanza semplice ha dei rapporti che esprimono tutte le altre, © che essa
è quindi un perpetuo specchio vivente dell’ universo.... Ogni corpo risente
dunque tutto ciò che si fa nell'universo; talmente, che colui che vede tutto
potrebbe leggere in ciascnno ciò che si fa dovunque, e persino ciò che s'è
fatto ο si farà, osservando nel presente ciò che è lontano sia secondo i tempi
sia secondo i luoghi ». Cfr. Aristotele, PAys., VIII, 2, 252 b, 26; Leibnitz,
Philos. Schriften, ed. Gerhardt, III, 349; Lotze, Microcosmo, trad. it. 1911
(v. maorocosmo, monade, monadismo). Micropsia. Alterazione patologica del senso
della visione, per eni gli oggetti sono percepiti con dimensioni minori del
vero. È il contrario della megalopsia, in cui gli oggetti sono percepiti di
dimensioni maggiori del vero. Si verifica talvolta nell’ isterismo. Cfr. Pierre
Janet, Nevroses et idées fixes, 3" od. 1904, I, 277 segg. Migliorismo. T.
Meliorismus; I. Melioriom ; F. Méliorieme. O ottimismo relativo, è la dottrina
che non considera il mondo come il migliore dei mondi possibili, alla maniera
dell’ ottémismo assoluto (Leibnitz), ma sostiene che il Mir 704
mondo, pur potendo contenere un po’ meno di male, è tuttavia buono, Il
vocabolo sembra dovuto a Giorgio Eliot; fu adoperato in senso analogo dallo
Spencer (the melioriat tiew.... that life... is on the way to become such that
it will vela mor pleausure than pain) © diffuso da James Sully : con questo io
intendo la fede che afferma non solo il nostro potero di diminuire il male, ma
anche la capacità di acorescere la somma del bene positivo. Si contrappone al
pejoriemo ο pessimismo relativo del? Hartmann, il quale sostiene che il mondo
val meno che niente, l’ordine vi è continuamente turbato dalla volontà, ma vi è
un potere incosciente che tenta di ristabilirlo © vi riesce eliminandone la
coscienza; si distinguo quindi dal pessimismo assoluto (Schopenhaner) per il
quale il mondo è il peggiore dei mondi possibili e la vita non è che un pianto
continuo, essendo 1’ uno e l’altra opera di una volontà assurda. Cfr. Spencer, in Contemporary
Review, luglio 1884, p. 39; I. Sully, Pessimism, a History and Criticiem, 1877,
p. 399. Millenarismo. T.
Milleniumslehre; I. Millenarianiem, millenarian doctrine; F. Doctrine
millénariste. Dottrina cho, fondandosi sulla predizione dell'Apocalisse,
insegnava che Gesù Cristo doveva regnare temporaneamente sulla terra, insieme
ai santi, durante un periodo di mille anni, che si sarebbe chinso col giudizio
universalo. L'origine di questa credenza nel millenium, che sorse nei primi
secoli del Cristianesimo e trovò seguaci in molti Padri della Chiesa, è in
parte ebraica e in parte cristiana. Già le profezio contenute nelle sacre
scritture, promettovano agli Ebrei che Dio, dopo averlì dispersi tra le varie
nazioni, li riunirebbe un giorno di nuovo in un regno di pace e di felicità;
ora, avvicinando queste previsioni alle parole con cui Cristo annunciava il suo
ritorno e il suo regno glorioso, molti ebrei, convertiti al cristianesimo,
fondarono il millenarismo. Il quale, sebbene combattuto dai Padri che fondarono
il dogma, non scomparve mai del tutto; esso risorse verso 706
ΜΙΝ-ΜΙΟ la fine del secolo IX dell’era nostra, predicando la fine
imminente del mondo, e, più tardi, alleatosi col oomunismo, preparò, insieme con
altre sètte di esaltati, la rivoluzione inglese del 1648. In tempi ancora più
vicini a noi, il millenarismo risorge specialmente nella società inglese, ove
scrittori come Worthington, Bellamy, Towers profetizzarono per l’anno 2000
l’inizio del nuovo millennio di felicità © di giustizia, annunziato
dall’Apocalisse. Cfr.
Apooaliese, XX, 1-3; Schürer, Lehrbuch d. nontestamentlichen Zeit-Geeoh., 1881,
$ 28, 29; Towers, Illustrations of profecy, 1796, t. II, cap. I; A. Sudre, Histoire du
communisme, 1850, p. 182 segg. Mimesi. T. Nachahmung, Naohiffung ; I. Mimetiem
; F. Mimétisme. Imitazione,
Platone adopera questa parola per indicare che le cose sono un’imitazione
(µίμησις) delle idee; anche il Gioberti usò lo stesso vocabolo nello stesso
significato. Per i pitagorici invece le cose erano una imitazione dei numeri. Per mimesi o mimetismo s'intende nelle
scienze biologiche il fenomeno per cui certi animali rivestono, sia
temporaneamente sia stabilmente, il colore dell’ ambiente nel quale vivono; o
anche la somiglianza superficiale tra animali anatomicamente diversi gli uni
dagli altri, dovuta sia alle medesime condizioni d’esistenza sia ad altre
cause. Cfr. Platone, Parmen., 132 d.; Sesto Emp., Pyrr. ip, III, 18; Gioberti,
Protol., 1858, II, p. 3 segg. (v. idea). Minore. T. Unterbegrif, Untersats, Minor; I. Minor; F.
Mineur, Mineure. Nel sillogismo
dicesi minore il termine che ha l'estensione minore, e minore la premessa che
contiene, come soggetto ο come predicato, il termine minoro. Nella conolusione
il termine minore fa sempre da soggetto © viene perciò designato con la letters
8. Nel sillogismi disgiuntivi la minore è quella delle due premesse che esclude
uno dei membri disgiunti; nei sillogismi ipotetici quella che afferma la
condizione o nega il condizionato. Miopia. T. Kurssiohtigkeit; I. Myopia; F.
Myopie. Difetto della vista, determinato da eccessiva curvatura dello 45 Ranzout, Dizion. di scienze filosofiche.
Mie-Mis 706 superfici di rifrazione, o da maggior densità
dei mersi diottriei, per oui i raggi paralleli fanno foco non sulla retina,
come nell’ occhio normale, ma al disopra della retina. Quindi il punto di
lontananza, anzichè all'infinito, si trova poco lontano dall’ occhio, cosicchè
riesce impossibile distinguere gli oggetti lontani. Cfr. I. 8. Wells, Dis. of the
Eye, 1883, p. 629 (v. accomodamento, emmetropia, punto). Miracolo. T. Wunder; I. Miracle, Wonder; F. Miracle.
Originariamente, tutto ciò di cui l’uomo si meraviglia, ogni fatto che desta
sorpresa; poscia, un fenomeno che è considerato, per il suo carattere,
superiore ai poteri della natura o dell’uomo, e perciò manifestazione di una
volontà sovrannaturale, della quale è segno ο testimonianza. Que prater ordinom
communitor statutum in rebus quandoque divinitus flunt, dico 8. Tommaso. David
Hume lo definisco: la trasgressione d' una legge di natura, eseguita per una tolizione
particolare della divinità ο per la mediazione di qualche agonte invisibile.
Secondo il Le Roy la nozione di miracolo s'appoggia su questi quattro punti: 1°
non si dà il nome di miracolo che a un fatto sensibile, e a un fatto
eccezionale, straordinario; 2° non si dà il nome di miracolo che a un fatto
significativo nell’ ordine religioso; 8° perchd un fatto sia detto miracolo
deve essere inserito nella sorio fenomenica ordinaria, pur facendo contrasto
con essa; 4° perchè un fatto sia detto miracolo, bisogna che non sia nè
prevedibile nè ripetibile a volontà. Cfr. 8. Tommaso, Contra gentiles, III,
101; Hume, Eeeaia, 1790, II, p. 234 n; Le Roy, in Annales de philosophie
chrétienne, ottobre 1906 ; Μο Cosh, The Supernatural in relation to the
Natural, 1872 ; R. Schiattarella, Miracoli e profeste, 1899. Mistero. Gr.
Μιστήριον; T. Mysterium; I. Mystery; F. Mystère. Nello religioni antiche i
misteri erano un insieme di pratiche, di riti ο di dottrine di natura segreta ο
riservate agli iniziati. Nella teologia cristiana i misteri sono 707
Mis verità indimostrabili ο incomprensibili, rivelato da Dio © come tali
imposte direttamente dalla Chiesa ai fedeli. Anche nella scienza si parla
talvolta di misteri, ma in senso relativo; nel senso cioè di un ignoto qualsiasi,
che può venir conosciuto © spiegato, e non è quindi contrario alla ragione; 1’
introduzione del mistero assoluto ο religioso nella sclensa costituisce il
misticismo. Tuttavia i teologi sostengono che i misteri della religione non
sono contrari alla ragione, ma al disopra della ragione, ciod ad essa
trascendenti: la ragione non vede, con le sole sue forze, la verità che essi
esprimono, ma non vede per questo l’impossibilità di tale verità. Il concetto
del mistero cominciò infatti a determinarsi nella teologia, quando si rese
palese il dualismo tra la soienza ellenistica ο la tradizione religiosa, tra la
filosofia d’Aristotele e le dottrine specifiche del cristianosimo. Con piena
coscienza di questo dualismo, Alberto Magno cercò di dimostrare, che tutto ciò
che in filosofia si conosce mediante il lumen naturale è valido anche in
teologia; ma che l’anima umana non può conoscere pienamente se non ciò, i cui
principî porta in sò stessa, e che perciò in quei casi in cui la conoscenza
filosofica non è in grado d’arrivare a una decisione definitiva © deve restare
indecisa davanti a possibilità diverse, decide la rivelazione. Duns Scoto,
andando più in là, pose una separazione netta fra filosofia © teologia, allargò
la cerchia dei misteri della teologia, inchiudendovi persino il principio della
creazione © quello dell’ immortalità dell’ anima. Cfr. Maywald, Die Lehre von
der zweifachen Wahrheit, 1871; Sainte-Croix, Recherches hist. ot orit. eur les
myslöree du paganieme, 1817; Le Roy, Dogme et critique, 1907; I. A. Pioton, The
mystery of matter, 1873; A. D'Ancona, Le origini del teatro italiano, 1891;
Chiappelli, La dottrina della doppia verità ο i suoi riflessi recenti, Atti
della R. Acc. di Napoli >, 1902. Mistica. Scnola filosofica e teologica
sorta, sotto I’ influsso delle idee neo-platoniche, nel seno della Scolasticn
Mis 708
del secondo periodo, e importantissima perchd diede luogo, per puro zelo
religioso, alla separazione e al contrasto tra le verità di ragione e le verità
di fode, che prima si fondevano in un’ unica verità. Per la Scolastica la
rivelazione è fissata come autorità storica, per la Mistica è invece un
tuffarsi, libero da ogni mediazione esterna, dell’ individuo ‘umano nel
primitivo principio divino. La Mi distingue nella fede due elementi: la
cognizione, ossia il contenuto (fides quae oreditur) © l’affetto, ossia l’atto
soggettivo del credere (fides qua oreditur). Ora, nella fede è importante
soltanto questo secondo elemento, quindi si rende affatto inutile ogni ricerca
razionale sul contenuto della fede stessa. Tuttavia non è da disprezzare anche
la cognizione, che passa per tro gradi: cogitatio, meditatio, contemplatio; la
prima guarda il mondo con 1’ occhio del corpo, la secondn guarda in noi stessi,
la terza, che è la cognizione vera, lo affissa in Dio; questi tre gradi
corrispondono rispettivamente alla materia, all’ anima, a Dio. Sotto tal
rapporto può dirsi che la Mistica ο la Scolastica si integrano a vicenda: come
la contemplazione mistica può benissimo diventare un capitolo della dottrina
del sistema scolastico, così anche 1’ estasi mistica può presupporre I’
edificio dottrinale como suo sfondo teorico. Cfr. H. Router, Geschichte d.
religiosen Aufklirung im Mittelalter, 1875; Helfforich, Die christliche Mystik
in ihrer Entwickelung und ihren Denkmalen, 1842; H. Delacroix, Études
d'histoire et de psychologie du mystioieme, 1908; R. Steiner, Il oristianesimo
quale fatto mistico, trad. it. 1909 (v. conoscenza, credenza, fideiemo),
Misticismo. T. Mystik, Mysticismus; I. Mysticiem; F. Mysticisme. Nel suo
significato più generale è la credenza nella possibilità di conoscere Dio,
l'infinito, la verità assoluta immedistamente, senza il sussidio dell’
intelligenza, con un puro impeto di sentimento o con uno sforzo di volontà. Il
termino fu diffuso nel linguaggio religioso ο filosofico dallo pseudo Dionigi
l’Areopagita, cho, nol trat 709 Mir tato
eni nomi divini, dopo aver dimostrato che per raggiungere 1’ essere in sò
stesso bisogna sorpassare le imagini sensibili, le concezioni e i ragionamenti
dell'intelletto, afferma che codesta perfetta conoscenza di Dio risulta da una
sublime ignoranza ο si compio in virtà di una incomprensibile uniono;...
codesta assoluta ο felice ignoranza non è dunque una privazione, ma una
superiorità di scienza. Tale scienza Dionigi chiama la dottrina mistica che
spinge verso Dio e unisco a lui pev una specio d’inisiazione che nessun masstro
può insegnare. Il punto culminante del misticismo è l’estasi, stato nel quale,
essendo interrotta ogni comunicazione col mondo esteriore, l’anima ha
l'impressione di comunicare con un oggetto interno, che è l’essere infinito,
Dio. Tale fenomeno, che i teologi considerano come un effetto della grazia
divina, è spiegato dalla scienza come uno stato di monoideismo, analogo al
sonno ipnotico, ottenuto mediante la concentrazione dell’ attenzione in un
unico pensiero © spiegabile mediante la leggo psicologica notissima che: uno
stato completamente uniforme e sempre uguale conduce alla soppressione della
coscienza. Per estensione dicosi misticismo
ogni dottrina, sia filosofica che scientifica, cho si ispiri più al sentimento
e all’intuizione che alla osservazione e al ragionamento; e misticismo ancora
ogni credenza a forze, influssi © azioni impercettibili ai sensi ο tuttavia
reali. Cfr. Heppe, Geschichte der quietistischon Mistik in der katholisohen
Kirche, 1875; R. A. Vaughan, Hours with the Mystics, 3° ed.; E. Boutroux, Le
mysticieme, Bulletin do PInst. psychologique, gennaio 1902; J. Pachen,
Peychologio des mystiques chrétiens, 1909; E. Troilo, Il misticiemo moderno,
1899; Ernesto Lattes, II misticismo nelle tendenze individuali ο nelle
manifestazioni sociali, 1908; R., L' agnosticiemo nella filosofia religiosa.
(v. comoscenza). Mito. Gr. Müdoc; T. Mythus; I. Myth; F. Mythe. IL Vignoli lo
definisce come la spontanea e fantastica forma Mir 710
nella quale ’ umana intelligenza e le umane emozioni raffigurano sè, ©
lo cose tutte; © l’ obbiettivazione psico-fisica dell’uomo nei fenomeni tutti,
che egli può apprendere e percepire ». Per il Simrock il mito è la forma più
antica nella quale lo spirito popolare pagano conosce il mondo © le cose
divine». In senso generale è mito ogni racconto favoloso, d’origine popolare e
non riflessa, in cui gli agenti impersonali sono rappresentati sotto forma d’
esseri personali; in senso stretto è la descrizione d’un fenomeno naturale
considerato come l’espressione di un dramma divino, ο P incorporazione d’una
idea morale in un racconto drammatico. Nei due casi, ciò che è permanente ο
frequente nella natura o nell’umanità, è ricondotto ad un avvenimento compiuto
una volta per tutte, e il dramma, sebbene inventato, è ritenuto come reale.
Questo carattere d’ingenua credulità, per oui si tengono come reali dei fatti
puramente immaginari, è essenziale nel mito, e lo distingue nettamente dalla
favola, dall’allegoria © dalla parabola. In queste si ha pure un’ idea morale
racchiusa in un racconto drammatico; ma esse sono opera di riflessione
metodica, e non pretendono di essere credute reali, Il mito si distingue anche dalla
leggenda, che non ha per carattere necessario l’interpretazione d’un fenomeno
naturale ο l’incorporazione d’un’ idea morale, Nolla scienza contemporanea, del
mito sono date tre spiegazioni diverse: sociologica, psicologioa,
psico-sociologica. La prima, sostenuta dal Durkheim ο dalla sua scuola, si
fonda sul principio metodico fondamentale che i fatti religiosi, al pari dei
fatti giuridici, morali, economici, non sono che fatti sociali, prodotti di
stati d’ anima collettiva, spiogabili quindi non in base alla natura umana in
generale, bensì in base alla natura delle società allo quali vengono riferiti;
ogni gruppo sociale pensa, sente, agisce diversamente da quel che farebbero i
suoi membri isolati ; diotro il mito si scorge sempre il gruppo sociale che sogna,
desidera e vuole; il mondo dei miti ο degli dei non è cho
l’obbiettivazione m1 Mir del pensiero collettivo, la proiezione al
di fuori che la coscienza del gruppo sociale fa delle rappresentazioni, che
essa stessa si è formata sotto lo stimolo dei suoi desideri e delle sue
esigenze. La dottrina psicologica, sostenuta dal Tarde, sostiene invece che i
miti, al pari di tutte le altre produ» zioni sociali, sono di origine
individuale e si sono diffusi per imitazione dapprima esclusiva, poi espansiva
© proselitistica; i miti e le religioni non si compongono di altri elementi che
non siano desiderii ο credenze: il bisogno di certezza, il bisogno di sicurezza
costituiscono la duplice fonte della religiosità, il cui fine è quello di
stabilire negli individui © nei popoli un’ immense convinzione », quella
dell’esistenza di Dio, e un’ immensa speranza », quella dell'immortalità dell’
anima. Tra queste due opposte dottrine sta la dottrina intermedia, o
psico-sociologica, del Wundt, per il quale mito, linguaggio e costume sono
prodotti della psiche collettiva e ripetono, in forma più ampia ed elevata, gli
elementi tutti della vita psichica individuale; il linguaggio infatti contiene
la forma generale delle rappresentazioni viventi nell’ anima sociale, © le
leggi delle loro connessioni; il mito racchiude in sò il contenuto originario
di quelle rappresentazioni, costituito dalla concezione complessiva dell’
universo, quale la coscienza del popolo se I’ è formata sotto l’azione dei suoi
sentimenti e impulsi; il costume contiene le direzioni generali della volontà
collettiva risultanti da tali rappresentazioni ο sentimenti. Ciò che
contraddistingue il pensiero mitico è la facoltà personificatrice, che
proviene, secondo il Wundt, dalla fantasia, la quale hu due fattori essenziali
: l’appercezione animatrice », per cui si proietta nell’ oggetto la coscienza
del soggetto, sì che questi si sente uno con quello, e la forza
intensificatrice del sentimento propria dell'illusione, forza per la quale tra
tutti gli elementi di cui risulta P’intuisione di un oggetto, non quelli
obbiettivi, bene) quelli subbiettivi determinano il grado d’ intensità delle
impressioni emotive che accompagnano I’ intuizione dell'oggetto. Ciò spiega
quel carattere importantissimo delle rappresentazioni mitologiche, per cui gli
oggetti di essi appaiono come realtà immediatamente date; caraitere che
dimostrerebbe, secondo il Wundt, l'infondatezza delle teorie che considerano i
miti © come simboli o come tentativi di spiegazione dei fenomeni. Un secondo
carattere del pensiero mitologico è la sconfinata facoltà associatrice,
derivante dalla mancanza di impedimenti, che la riflessione poi oppone. Cfr. Wundt, Grundriss der
Psychologie, 1889, p. 356 segg.; Id., Fölkerpsyohologie, 1900-1909, t. Il;
Simrock, Handbuch d. deutschen Mythologie, 1869; Tardo, Les lois de
l’imitation, 1890; Durkheim, Les règles de la méthode sociologique, 1895; 1d.,
De la definition des phénomènes religieux, in Année sociologique », anno II, p.
1 segg.; Saussure, Lehrbuch d. Religiongesch., 1887-89; Bréal, Mélanges de
mythologie et de linguistique, 1877; E. Vignoli, Mito e soiensa, 1879; Edward
Clodd, Mito e sogni, trad. it. 1905; 8. Reinach, Cultes, mythes ot religions, 1905-12; E. Lamanna, Mito e
religione nelle dottrine socio-prichiohe contemporanee, Cultura filosofica »,
gennaio 1912. Mixoteismo. L’Hasckel chiama così tutte quelle formo della
credenza in Dio, che contengono mescolanze di rappresentazioni religiose di
specie diversa ed in parte direttamente contradditorie. Più che una forms di
religione teorica, il mixoteismo è una forma pratica che risulta dalle varie
influenze di natura diversa cui va soggetta la psiche religiosa dell’individuo.
Cfr. Haeckel, I problemi dell’ universo, trad. it. 1913, p. 389 segg. Mneme, T.
Mneme; F. Mnème. Termine proposto dal Semon per indicare la proprietà inerente
alla sostanza vivente di conservare, come tali ο nelle loro relazioni, I’
insieme delle eccitazioni ricevute dal mondo esteriore. Il Loeb «9 l’Ardigò
adoperano invece il termine isteresi per indicare la traccia lasciata nel
protoplasma dalle eccitazioni anteriori. Cfr. Semon, Die Mneme, 1904; Id., Die
mnemischen 13 Mxe-Mos Empfindungen, 1909; Loeb, Fisiologia
comparata del cervello, trad. it., p. 967; Ardigò, L’inoosciente, Riv. di
filosofia », maggio 1908. Mnemonica. T. Mnemonik, Gedächtnisskunst; I.
Mnemonice; F. Mnémoteohnie. L’ arte della memoria: essa consta di un insieme di
norme pratiche e processi artificiali, diretti a rendere integra, pronta,
tenace la memoria delle cose e si fonda essenzialmente sopra le leggi
dell’associazione delle idee. Il primo dei metodi mnemonici conosciuti,
inventato da Simonide, dicesi topologico : esso consiste nell’associare le idee
astratte ad altre idee, i cui modelli sono oggetti sensibili o presenti in un
medesimo tempo. Cfr. Plebani, 1) arte della memoria, 1899. Mnemotecnia. Lo
stesso che mnemonica. Mobile. T. Bewegliohes, Boweggrund; I. Moveable body, Mover; F. Mobile. Ciò che può esser mosso. Aristotele chiama ogni
cosa mobile, xivobpevoy, in quanto cangia, e motore, κινοῦν, in quanto è causa
del cangiamento. Nella psicologia
diconai mobili tutti quei fenomeni affettivi -desideri, predisposizioni,
istinti, abitudini che entrano nella deliberazione volontaria, esercitando la
loro influenza nella determinazione all’atto; si distinguono dai motivi, che
sono i fenomeni intellettuali (rappresentazioni) i quali entrano tra loro in
conflitto al momento della deliberazione. Oltrechd nell’atto volontario, il
mobile entra anche negli atti compiuti per tendenza, ed è costituito, secondo
P’Höffding, dal sentimento provocato dall’idea del fine, non dal sentimento
provocato dall'idea che la realizzazione sarà seguita per noi da un
piacere. Nell’ astronomia antica
dicevasi primo mobile la volta celeste, che credevasi solida e recante
incastrate le stelle: essa si moveva intorno alla terra, quindi nel suo giro
portava seco gli astri. Cfr. Aristotele, Περὶ φυχῆς, III, 10; Höffding, Psychologie, 1900, p. 424; P. Janet,
Traité de philosophie, 4° ed., Psychologie, o. IV, p. 311. Mos-Mop
TU Mobilismo. F. Mobiliene.
Termine proposto dal Chide e accolto dalla Società francese di filosofia, per
indicare la dottrina secondo la quale il fondo delle cose è non soltanto
individuale e multiplo (pluralismo), ma in continuo movimento, in continua via
di trasformazione e senza leggi fisse, così da rendere inefficace ogni
tentativo d’organizzazione razionale. Il Chide considera tale dottrina come la
conclusione necessaria di tutta la filosofia moderna, tendente a esoludere dal
reale ogni unità, immutabilitä e razionalità, a fare della realtà stessa una
creazione continua non diretta ad uno scopo determinato, ma avente valore per
sè, e a porre quindi la durata, il cangiamento, come la sostanza stessa delle
cose. Tre dottrine avrebbero condotto specialmente, secondo i mobilisti, a tale
posizione: la dottrina hegeliana, che colloca il movimento nel senso stesso
dell’ universo, il quale si sviluppa perciò in sintesi sempre nuove e con leggi
che forse non raggiungeranno mai la loro formula definitiva; la dottrina
darwiniana, che toglie dal cangiamento ogni finalità e pone l’irrazionale ovo
prima imperava la ragione; la dottrina bergsoniana, che libera infine il
cangiamento dalla sun ultima crosta deterministica e meccanica, facendo della contingenza,
della durata pura, la stoffa stessa del reale. Ad ogni modo tale concetto è già
espresso nel πάντα ptt di Eraclito. Cfr. Chide, Lo mobilieme moderne, 1908; Do
Sarlo, I diritti della metafisica, Cultura filosofica », luglio 1912, p. 450
segg. (v. attiniemo, attività, asione, cangiamento, encrgismo, vitaliemo).
Modali (proposizioni). T. Modal; I. Modal; F. Modales. Quelle proposizioni che
osprimono la modalità, ossia i punti di vista più generali sotto cui possono
presentarsi alla nostra intelligenza gli oggetti del pensiero. Tali punti di
vista essendo quattro, cioè la possibilità, l'impossibilità, la contingenza ©
la necessità, le proposizioni modali fondamentali, quali Aristotele stesso le
definì, sono quattro. Siccome poi ogni modo per esser affermato o negato, ad
ogni pro 715 Mop porzione modificata può
ugualmente essere affermativa ο negativa, così vi sono sedici specie di
proposizioni modali, che gli Scolastici espressero in quattro termini mnemonici
di convenzione: purpurea, iliaco, amabimus, odentuli. Le quattro proposizioni
espresse in ciascuno di questi termini sono equivalenti ed hanno lo stesso
significato: nei termini stessi A indica l'affermazione del modo e quella del
diotum; U la negazione di entrambi; ZV’ affermazione del modo e la negazione
del dictum; I viceversa. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I, 2, 24 b, 31; Logique de
Port-Royal, 2 p., o. VIII; Hamilton, Leotures on Logic, 1860, ο. XIV. La modalità
e una delle categorie del criticismo, sotto la quale si comprendono le tre
categorie subordinate della realtà, della necessità ο della possibilità. Questa
classificazione fu tojta da Kant dalla classificazione dei giudizi, che
rispetto alla modalità, cioò al modo onde è affermata o negata la relazione tra
predicato e soggetto, si distinguono in assertori (4 è B), apodittioi (A deve
esser B) © problematici (A può essere B). Gli assortori esprimono dunque la
realtà della relazione tra predicato © soggetto, i problematici la possibilità,
gli apodittici la necessità. Ora la realtà non è altro che il contenuto dell’
osperienza; la necessità, logicamente, è V inconcepibilità del contradditorio,
obbiettivamente 1’ unità delle condizioni non impedite; la possibilità dal
puuto di vista logico è la conoepibilità dei contradditori in quanto manca a
noi la ragione per decidere quale di esai sia vero, e dal punto di vista
obbiettivo è la presenza di parte soltanto delle condizioni necessarie perchè
una cosa sia. La classi ficazione dei giudizi secondo la modalità risale ad
Aristotele, ma egli non usò tal nome e nemmeno i suoi commentatori. Avendo poi
i grammatici detti modi del verbi le significazioni di realtà, possibilità e
necessità ottenute mediante modificazioni dei verbi stessi, i logici, da Boezio
in poi, tradussero con la stessa parola 1) espressione sopra Mop 716
riferita dei commentatori aristotelici.
Nella psicologia, per modalità della sensazione #’ intende, dall’
Helmholtz in poi, la natura irreducibile delle sensazioni date dai diversi
organi, per cui non è possibile il passaggio dall’ una all’altra, nd è
possibile col confronto di stabilire tra loro una maggiore o minore
somiglianza, e anche un semplice rapporto di intensità. La gualità è invece una
differenza meno profonda, cosicchè le differenze qualitative tra sensazioni
della stessa modalità non esoludono il passaggio dall’ una all’ sltra nè il
confronto per giudicare della loro maggiore o minore somiglianza e intensità
(ad es. tra i colori dello spettro). Cfr. Kant, Krit. d. r. Vernunft, ed.
Kehrbach, p. 92, 202-3; Wundt, Logik, 1893, I, 199; Trendelenburg, Logische
Untersuchungen, 1864, II, 156 segg.; Helmholtz, Physiol. Optik, 2* ed., p. 778
segg., 372 segg.; Wundt, Physiol. Poycologie, 3* ed. I, p. 491 segg. (v.
intensità, qualità). ‘Modelli (teoria dei). La dottrina, sostenuta specialmente
dai fisici inglesi (Faraday, Thomson, Lodge, Maxwell) e implicante gravi
problemi gnoseologici, secondo la quale non è possibile comprendere i fenomeni,
la natura delle cose materiali, senza formarsene una rappresentazione concreta,
senza costruire un modello meccanico che la imiti. Si oppone alla dottrina
sostenuta dal Rankine, Mach, Ostwald, Duhem, che vorrebbe invece bandire
qualsiasi imagine concreta per ridurre le teorie fisicho ad un puro sistema di
nozioni astratte ο di rapporti matematici. Il mio oggetto, dice il Thomson, è
di mostrare come si possa in ogni categoria di fenomeni fisici, che dobbiamo
considerare, ο qualunque siano questi fenomeni, costruire un modello meceanico
che soddisfi alle condizioni richieste. Quando noi consideriamo i fonomeni d’
elasticità dei solidi, sentiamo il bisogno di presentare un modello di questi
fenomeni... Io non sono mai soddisfatto finchò non ho potuto costruire un
modello meccanico dell’ oggetto che studio; se ho po 717 Mop tuto fare un modello meccanico,
comprendo; finchè non ho potuto fare un modello meccanico non comprendo; ed è
per questo che io non intendo la teoria elettromagnetica della luce». Però,
secondo altri soguaoi della stessa dottrina, il modello non consiste in un
meccanismo vero e proprio, che simula in qualche modo i fenomeni, copianfoli,
ma in una imagine simbolica del fenomeno, tale che le conseguenze logiche di
essa siano sempre le imagini delle conseguenze necessario del fenomeno nell’
ordine naturalo; cosa possibile, questa, appunto perchè esiste una certa
armonia tra la natura e il nostro spirito, come l’esperienza di tanti secoli oi
dimostra. Da noi il Pastore, applicando queste vedute alla logica, dà loro un
più largo significato filosofico: egli considera In ragione umana come un modello
tra gli altri modelli, che fanziona deducendo da certi principî tutte le
consoguenze possibili, allo stesso modo come il fisico mette in funzione il
proprio modello per scoprirne le proprietà; i modelli, una volta costruiti
ragionano, come la mente umana, sempre © solo in una maniera, dandoci quella
stessa evidenza di verità che il nostro pensiero riconosce al calcolo © alla
dimostrazione logica astratta. Cfr. Hortz, Die Princ. der Mechanik, 1899,
Einl., p. 133 segg.; Thomson, Notes of lectures on molecular dynamics, 1884, p.
131; Duhem, Les théories modernes de l'électricité, 1891, p. 16; A. Pastore,
Logica formale dedotta dalla considerazione dei modelli meccanioi, 1906 ; Id.,
Del nuovo spirito della scienza e della filosofia, 1907 (v. concetto, imagine,
empiriocritioimo). Modernismo. T. Modernismun; I. Modernism; F. Modernieme.
Quell’ insieme di tendenze ο di dottrine, filosofiche, teologiche © sociali,
che sono venute svolgendosi in questi ultimi anni dal seno del cristianesimo
cattolico ο protestante, mirando a porlo in armonia coi bisogni della vita ©
del pensiero moderno. Dal punto di vista filosofico ο teologico molte sono le
dottrine comprese sotto questa denoΜου
718 minazione (immanentismo,
fideismo, sentimentalismo, ecc.), derivate però quasi tutte dall’ idea
fondamentale del card. Enrico Newman del primato della coscienza ». L’enciclica
Pascendi dominioi grogis (8 sett. 1907) le condannò tutte in blooco,
additandole come sintesi di tutte le eresio, come prodotto di superbia e
d’ignoranza, e riassumendone gli errori in due fondamentali, I’ agnosticismo e
l’ immanenz& vitale. Per il primo la ragione umana è ristretta interamente
nel campo dei fenomeni; .... per la qual cosa non è dato a lei d’innalzarsi a
Dio, nd di conoscerne }’ esistenza, sia pure per mezzo delle cose visibili. E
da oid si deduce che Dio, riguardo alla scienza, non può affatto esserne
oggetto diretto; riguardo alla storia, non deve mai reputarsi oggetto storico
». Negata così la teologia naturale, i motivi di credibilità, la rivelazione
esterna, la religione non può trovarsi che nella vita, nel cuore dell’uomo; di
qui l’immanenza vitale: il bisogno del divino, senza verun atto previo della
mente, secondo che vuolo il fideismo, fa scattare nell’ animo già inclinato
alla religione un certo particolar sentimento ; il quale sia come oggetto sia
come causa interna, ha implicata in sò la realtà del divino e congiunge in
certa guisa l’uomo con Dio: A questo sentimento appunto si dà dai modernisti il
nome di fede, e lo ritengono quale inizio di religione ». Cfr. Ritschl,
Reokifertiguag und Versöhnung, 3° ed. 1888; C. Ranzoli, L’ agnosticismo nella
filosofia religiosa, 1912; R. Murri, La filosofia nuova e l’enciolica contro il
modernismo, 1908 ; *** Il programma dei modernisti, risposta all’ enciclica,
1908; Tyrrel, Modiosvalismo, 1909; Id., II cristianesimo al bivio, 1910;
Laberthonnière, Saggi di filosofia religions, trad. it. 1907; *"* Lettere
di un prete modernista, 1908; E. Newman, Lo sviluppo del dogma oristiano, trad.
it. 1908. Modificazione. T. Zustandsänderung, Modification; I. Modification; F.
Modification. In senso proprio, dicesi modificazione ogni modo che ha la sua
causa non nella natura 19 Mop essenziale del soggetto, ma è l’effetto
d’ uns causa esteriore o distinta dal soggetto medesimo. Perciò la
modificarione non va confusa col cambiamento, in quanto essa non cambia nd
distrugge la natura specifica della cosa, che non cos di essere quello che è.
Modo. T. Modus, Sohlusemodue; I. Mood, Modo; F. Mode. I modi ο aocidenti d’un essere
sono le qualità non essenziali ο mutabili, quelle che possono esistere, non
esistero e variare senza che per questo l'essere scompaia 0 cessi di essere
quello che è; le qualità essenziali si dicono invece attributi. L'estensione è
un attributo della materia; P aver essa una forma 0 un’altra è un modo. In
senso più generale per modo s'intende qualsiasi modificazione d’un soggetto.
Così Goclenio lo definisce come roi quadam determinatio; © Spinoza: substantia
affectiones, sive id quod in alio est, per quod etiam concipitur. Dicesi modo del'sillogismo la forma che egli
ha riguardo alla quantità ο alla qualità dolle due premesse e della
conclusione. Ora, le combinazioni della qualità e della quantità nei giudizi dànno
quattro specie di giudizi, indicati con le vocali 4, E, I, 0; queste quattro
specie dànno sedici combinazioni binarie; essendo quattro le figure del
sillogismo, si avranno sessantaquattro modi per tutte lo figure. Ma di questi,
quarantuno sono contrari alle regole del sillogismo e non dànno conclusione:
quindi i modi coneludenti ο cioè validi si riducono 8 diciannove, dei quali
quattro appartengono alla prima figara, quattro alla seconda, sei alla terza,
cinque alla quarta. Tali modi validi sono enunciati nei seguenti versi
mnemonici, che, con qualche variante, si trovano per la prima volta nelle
Summulæ logicales di Pietro Ispano: Barbara, Celarent, Darii, Ferioque,
Priors Cesare, Camestres, Festino,
Baroco Seounde Tertia, Darapti, Disamis,
Datisi, Felapton Bocardo, Ferison habet.
Quarta insuper addidit Bramantip,
Camenes, Dimaris, Fesapo, Fresison, L’artifizio di questi versi sta in ciò, che
le voMor 720 cali di ciascun vocabolo denotante un modo
indicano la qualità e la quantità delle premesse © della conclusione ; le
consonanti meno nella prima indicano, se sono iniziali, a qual modo della prima
figura quel dato modo si deve ridurre per dimostrarne la validità (così l'iniziale
di Calomes indica che deve esser ridotto a Celarent), se non iniziali (e, m, p,
ο) con quale operazione logica la riduzione relativa deve esser fatta: e cioò,
4 per conversione semplice, m per metatesi delle premesse, p per conversione
accidentale, ο per proposizione contradditoria. Cfr. Goclenio, Lezioon
philosophioum, 1613, p. 694 segg.; Spinoza, Ελίσα, def. V} Locke, Essays, 1877,
1. II, ο. XII, $4 (v. figura, premesse, termini, conclusione e le vocali 6
consonanti indicate). Molecola. T. Moleküle; I. Molecule; F. Molécule. La più
piccola porzione di materia costituita di atomi, alla quale’ si concepisce poter
giungere nella divisione d’un corpo omogeneo, semplice o composto, senza
alterarne In natura. Secondo 1’ Eucken, la molecola fa distinta nettamente
dall’ atomo per la prima volta dal Gassendi. Da Avogadro in poi si sogliono
distinguere le molecole éntegranti, che constano di atomi, dalle molecole
costituenti, cho sono gli atomi stessi; nei corpi composti le molecole
integranti constano di molecole costituenti eterogenee, nei corpi semplici di
molecole costituenti della stessa specie. Nella chimica dicesi molecola la
quantità più piccola di un corpo che possa esistere allo stato libero, © che è
chimicamente divisibile. Il Buffon chiamava molecole organiche i complessi
atomici possedenti la capacità della conservazione ο della riproduzione; con
questo presupposto, egli considerava tutta la vita organica come una attività
di tali molecole, sviluppata per contatto col mondo esterno. Più tardi il
Lamarck, elaborando questo principio, tentò di spiegare la trasformazione degli
organismi dalle forme inferiori alle superiori con la sola azione meccanica del
mondo esterno, mediante l’ adattamento all’ ambiente. Con significato ana
721 MoL-Mom logo il Verworn chiama
molecole biogene le particelle dotate di attività vitali elementari, cioè di
assimilazione, dissimilazione e riproduzione ; nella concezione monistico
meocanica della vita esse rappresenterebbero un ipotetico stadio di transizione
tra il formarsi delle sostanze proteiche, la cui molecola complessa si
costituisce attorno ad un atomo di carbonio, e il formarsi dei primissimi
organismi, costituiti appunto da una aggregazione di molecole biogene. Cfr. Eucken, Geschichte
der philos, Terminologie, 1879, p. 86; Nanmann, Über Moleküle, 1872; Würtz,
Histoire des doctrines chimiques, 1872; Th. Fechner, Über die physikal. und
philosophische Athomenlehre, 1864; Svedberg, Die Existenz der Molekille, 1912 (v.
atomica, vita, vitalismo, cellulari teorie). Molteplicità. T. Vielheit, Mannigfaltigkeit; I.
Multiplicity; F. Multiplioité. Carattere di ciò che comprende elementi diversi
e separabili. È il correlativo di unéfa, senza la quale sarebbe inconcepibile,
la molteplicità non essendo altro che il complesso di più unità, Secondo alcuni
filosofi la molteplicità è 1’ essenza della natura corporea; altri invece
distinguono la molteplicità reale dalla potenziale: la prima è accidentale,
essendo il semplice rapporto di coesistenza di più oggetti, e non è proprietà
reale della natura corporea se non quand’ è possibile imaginarla
nell’estensione continus di cui il corpo è fornito (v. pluralismo, unità,
quantità). Momento. T. Moment, Augenblick; I. Moment; F. Moment. Non è che
l'abbreviazione di movimento; e siccome la durata si misura per mezzo del
movimento, così nel linguaggio comune il momento è quella parte di durata, che
si misura per mezzo del più piccolo movimento percepibile. Però questo momento
si concepisce spesso come qualche cosa di provvisoriamente statico, che rimane
per un istante fermo: quindi l’ idea comune di momento è contradditoria. Nella
meccanica il momento di una forza rispetto ad un punto è il prodotto della
stessa forra per la 46 RANZOLI, Dizion:
di scienza Alosofichs. Mon 722 distanza da quel punto. Nella filosofia fa
nsato spesso come sinonimo di stadio, fase, periodo di una successione o
processo di fenomeni: con ciò il vocabolo fa condotto al suo significato
etimologico. Nel sistema dell’ Hegel gli elementi ο le esistenze diverso non
sono che momenti o forme transitorie del movimento universale dell’ Idea, la
quale ha tro momenti fondamentali: idea in sò, idea per sò o natura, idea che
torna in ed o spirito. Lo spirito a sua volts ha tre momenti: soggettivo ο
individuale, oggettivo o universale, assoluto ο divino. Cfr. Locke, Essay,
1877, 1. II, ο XIV, $ 10; Hegel, Enoyolopädie, 1870, $ 145 (v. dialettica, istante,
idea, pantetemo). Monade. Gr. Μονάς
unità; T. Monade; I. Monade; F. Monade. Termine antichissimo, già usato
da Pitagora, che nell’ unità fa consistere il principio e l’ essenza d'ogni
cosa: ἀρχήν μὲν ἁπάντων µονάδα. Platone lo applioò poi alle idee, Sinesio e
Sabellio a Dio, monado delle monadi ; Giordano Bruno fa della monade il minimum
indivisibile della sostanza, monas rationaliter in numoris, essentialiter in
omnibue. Ma il termine fa reso celebre dal Leibnitz. Questo filosofo,
opponendosi al dualismo di Cartesio e al monismo di Spinoza, sostenne che le
sostanze sono più d’una e tutte attive, cioò forze, che l'estensione non è
l'essenza del corpo ma un qualche cosa di derivato e suppone quindi gli
elementi dalla cui opposizione si forms. Se anche questi elementi sono estesi,
bisogna dividerli in altri, e così via via finchè si arrivi ai punti non più
fisici ma metafisici, agli elementi primi delle cose, alle monadi. La monade,
dice il Leibnitz, non è altra cosa che una sostanza semplice, che entra nei
composti; semplice, cioè senza parti. Ed è necessario esistano delle sostanze
semplici, poichè ci sono dei composti; infatti il composto non è che un ammasso
0 aggregatum di semplici. Ora, là dove non ci sono parti, non ο) è nd
estensione, nè figura, nd divisibilità possibile; © codeste monadi sono i veri
atomi della natura e 723 Mon in una parola gli olementi delle cose....
Non c'è mezzo per spiegare come una monado possa essere alterata 0 cangiata nel
suo interno da qualche altra creatura, perchè non si potrebbe trasportarvi
nulla, nd concepire in essa alcun movimento interno che possa ossoro eccitato,
diretto, aumentato ο diminuito là dentro, come può avveniro nei composti dove
c’è cangiamento tra lo parti. Le monadi non hanno finestro attraverso le quali
qualche cosa possa entrare in osse © uscire. Gli accidenti non potrebbero
staccarsi nd girare fuori delle sostanze, come facevano nel passato lo specio
sensibili degli scolastici. Così, nd sostanza nè accidento può entrare dal di
fuori in una monade. Bisogna che ciascuna monade sia differente da ogni altra;
poichd non si danno mai nella natura due essori cho siano l’uno porfettamente
como l’altro, ο dove non sia possibile trovaro una differenza interna o fondata
sopra una denominazione intrinseca ». La monade è danque una forza semplice,
originaria, differenziata in sò stessa, ο non dal di faori ; quindi noi non
possiamo sapere per esperienza quale sia questa determinazione interna di
ciascuna monade, ma soltanto indurlo per analogia, attribuendo alle monadi ciò
che troviamo nell’ anima nostra. E siccome nell’ anima noi troviamo la
percezione ο rappresentazione (vocaboli che per il Leibnitz sono sinonimi) così
ogni monade avrà una forza rappresentativa. Che cosa rappresenta? Sè, © tutte
le monadi. Sè, in quanto attiva, e tutte lo monadi in quanto limitata. Cfr.
Diogene Laer., VIII, 25; Stobeo, Kol., I, 2, 58; Goclenio, Lezicon phil., 1613,
p. 707; G. Bruno, De tripl. minimo, 1591, I, 2, 4; Leibnitz, Monadologie, 1714;
Id., Discourse de métaphysique, 1686. Monadismo. T. Monadismue; I. Monadiem; F.
Monadieme. La dottrina leibnitziana delle monadi. Essendo la monade, cioè 1’
elemento primo delle cose, un punto metafisico inesteso, una forza semplice,
originaria, differenziata in sè stessa, consogue dal monadismo il dinamismo ;
Mon 724
essendo invece I’ atomo il punto fisico, dotato di proprietà meccaniche,
la conseguenza dell’ atomismo à il meccanismo. Per monadologia «’ intende invece
qualunque trattato ο dottrina sulle monadi; tale nome fu dato dall’ Erdmann al
libro del Leibnitz nel quale era esposta la dottrina delle monadi. Mondo. Gr. Késyog; Lat. Mundus,
Orbie; T. Welt; I. World; F. Monde. In
senso generalissimo V’ insieme di cid che è, la totalità delle cose e dei
fatti. Primitivamente, il sistema ordinato costituito dalle terra ο dagli
astri. Nella teologia, la vita sociale degli uomini, contrapposta alla vita
spirituale ο religiosa, considerata come il dominio degli appetiti carnali,
della dissipazione e del peccato. Mondo sensibile dicesi 1’ insieme delle cose
che sono 0 possono essore oggetto di percezione, quale 1’ individuo se le
rappresenta anteriormente ad ogni critica; mondo intelligibile è invece l
insieme delle realtà ο essenzo corrispondenti alle apparenze sonsibili, e quali
1’ esperienza scientifica ο filosofica conduce a pensarle. Anima del mondo
dicesi il principio dell’ unità e dell'ordine del mondo, concepito per analogia
con l’ anima individuale ; fu ammessa da Platone, dagli stoici, da Plotino.
Monera. Il più semplice degli organismi viventi, s00perto e descritto dall’
Haeckel. Le monere hanno forma sferica, mobile, © risultano costituite di una
piccola masss mobile di plasma senza struttura, ο protoplasma. Si distinguono
in fitomonere, vegetali, e soomonere, animali; queste, secondo 1’ Haeckel,
deriverebbero da quelle, le quali alla lor volta sarebbero nate per generazione
spontanea. Cfr. Haeckel, I problemi dell’ universo, trad. it. 1903, p. 506 (v.
generazione spontanea, cellula, cellulari teorie). Monismo (μόνος --solo). T.
Monismus, Einkeitalehre, Monistische Weltanschauung; I. Monism; F. Monieme.
Termine molto vago, col quale si sogliono designare in genere quel sistemi
filosofici che ammettono una unità o 725 Mon identità fondamentale, e spiegano quindi
tutti i fenomeni per mezzo d’un solo principio o d’ uns sola sostanza. Fu
introdotto nella terminologia filosofica da Cristiano Wolf, che con esso
designava quelle dottrine che pongono una essenza unica di tutte le cose, sia
lo spirito puro o la pura natura: moniste diountur philosophi, qui unum
tantummodo aubstantiæ genus admittunt. In generale si oppone a dualismo, e
spesso designa la dottrina panteistica, secondo la quale il tutto è uno. Si adopera anche, in special modo nella
lingua inglese, per designare quella moderna dottrina del parallelismo
psicofisico, secondo la quale l’anima e il corpo, la coscienza © il cervello,
il mondo dello spirito e quello dei corpi, si sviluppano come espressioni
differenti di un solo e med essere: dato, da un lato, il parallelismo © la
proporzionalità esistenti tra l’ attività cosciente e l’attività cerebrale, e
riconosciuta, dall’ altro, la differenza tra queste due forme di attività, si
conchiude che entrambe devono avere per base una identità fondamentale, che si
esprime sotto una duplice forma. Il
monismo psicofisico differisce dal moniemo materialistioo, secondo il quale lo
spirito non è che una forma o un prodotto del corpo, e dal moniemo
spiritualistico, secondo il quale il corpo non è che una forma o nn prodotto d’
uno ο più esseri psichioi. Monismo
concreto chiama 1’ Hartmann la propria dottrina, secondo la quale solo gli
attributi dell’ essere sono vari ο molteplici; © moniemo energetico 0 energiemo
dicesi la dottrina dell’ Ostwald, per la quale non v’ha che una sola realtà,
l'energia, di cui materia, gravitazione, calore, elettricità e pensiero non
sono che modi. Moniemo meccanico è }
espressione con cni viene indicata la dottrina di Ernesto Haeckel, secondo il
quale la forza e la materia, in virtà della loro inseparabile unione, sono i
due principi primitivi di ogni esistenza; Dio è identico al mondo; nulla è
superiore alla natura; ogni atomo, come centro di forza, è dotato di un’ anima
costante, di movimento e di sensibiMon
726 lità: dai loro incontri
fortuiti ο dallo loro combinazioni si formano le anime-molecole (inorganiche) e
le animo dei protoplasmi molecolari (organiche) o da queste risultano le
anime-cellule; l’anima umana non è che la somma delle anime elementari delle
cellule. Con l’ espressione di monismo
concettuale vien designata la dottrina del De Roberty, secondo il quale non v’
ha alcuna distinzione fra spirito © materia, tra mondo esterno © mondo interno,
uniti da un rapporto di perfetta uguaglianza; il movimento non è che uno degli
aspetti dell’osistenza successiva © discontinua, è tempo oggettivato, coscienza
proicttata nello coso che riempiono il fuori di noi; il monismo meccanico non à
che una ripercussione del monismo logico.
Il Fouillée e il Guyau chiamano il proprio monismo immanente e
naturalista, per distinguerlo da quello dello Spencer che essi designano come
trascendente © mistico: secondo il Fouillée, il pensiero e il suo oggetto non
sono che un’ unica entità; ogni cosa contiene già il germe del pensiero o delle
volontà che in noi si manifestano; la volontà dispersa in tutto l’ universo non
ha che da riflettersi progressivamente su sè stessa, ed acquistare così una
maggiore intensità di coscienza, per divenire in noi sentimento e
pensiero. hegeliana, infine, la parola
monismo è adoperata a designare quel sistema generale di filosofia, che
concilia le antitesi in una sintesi superiore. In senso analogo, per
opposizione a pluralismo, dicesi monismo I’ idealismo inglese d’origine
hegeliana, specio quello del Bradley, che afferma l’unità del mondo,
l’esistenza dell’ assoluto, 1 intelligibilità essenziale dell’ essere, il
carattere puramente apparente e superficiale della molteplicità sensibile,
dell’individualità e della durato. In un
senso molto più largo, in quanto designa non una dottrina ma una tendenza
generale, è inteso il monismo dalla rivista The Monist », fondata nel 1900 da
Hegeler ο da Paul Carus per sostenere questi concetti: 1° sopra ogni oggetto
non esiste che, una verità 727 Mox sols, determinata virtualmente dal
principio, intemporale, indipendente da ogni desiderio e da ogni azione
individuale; 2° tutte le verità concordano tra di loro, qualunque sia il loro
dominio e la loro origine ; 3° la conoscenza scientifica © la fede religiosa
possono essere conciliate integralmente senza nulla perdere del loro contenuto
essenziale. Cfr. Cr. Wolff, Peychologia rat., 1732, $ 32; MASCI (vedasi), Il
materialismo psico-fisico; Haeckel, Der Monismus ale Band swischen Religion u.
Wissenschaft, 1893; Eucken, Die geistige Sirömungen dor Gegenwart, 1909, sez.
C, cap. I; Ostwald, Die ‚Energie, 1908; Id., Vorlesungen über
Naturalphilosophie, 1901; Güschel, Der Monismus des reinen Godankens, sur
Apologie der gegenwärtigen Philosophie, auf dem Grabe ihres Stifters, 1832;
Wartenberg, Die monistische Weltanschauung, 1900; A. Fouillée, La pensde et les
nouvelles écoles anti-intelleotalistes, 1911; Le volontarisme intelleotualiste
de M. Fouillée, in Rev. philosophique >, gennaio 1912; e in The Monist >,
Haeckel, Our monism, 1912; Morgan, Three aspects of monim, 1894; Woods
Hutchinson, The Holiness of instinct, 1896; R. Benzoni, Esame orit. del
concetto moniatico ο pluraliatico del mondo, 1888; G. Nicolosi, La psicologia
del monismo, 1899; Ardigd, Monismo metafisico e monismo scientifico, in Opere
fil., IX, p. 426 segg. (v. anima, assioma d’eterogenoità, ideo-forse,
materialiemo, spiritwalismo, 600.). Monofisiti. T. Monophyeiten; I.
Monophysites; F. Monophysites. Setta di eretici cristiani, che neguvano a Gesù
Cristo la duplice natura umana e divina, sostenendo aver posseduto soltanto la
seconda. Cfr. Dorner, Christliche Glaudenslehre, LI, 1880. Monogenismo. T.
Monogenismus; I. Monogenism; F. Monogénisme. Dicesi così, in opposizione a
poligenismo, la dottrina ortodossa che ammette che tutte le razze umane
derivano da un solo centro di produzione, e furono determinate dall’ influenza
dell'ambiente nel breve spazio di tempo trascorso dalla creazione del mondo,
conforme all’ attestaMox 728 zione della Bibbia (Genesi). Tutte lo razze
umane discenderebbero infatti da una sola coppia, Adamo ed Eva, e poi dalle tre
coppie salvate dal diluvio; ο tutte le specie animali discenderebbero pure da
un numero corrispondente di coppie salvate nello stesso tempo. Fra gli ultimi e
più autorevoli difensori dell’ unità della specie umana è da ricordare il De
Quatrefages, secondo il quale le specie zoologiche sono immutabili nel loro
tipo fisico © delimitate nelle loro circoscrizioni dal loro carattere
d’omogenesia nel proprio seno ο d’eterogenesia al di fuori; l’uomo sarobbe
stato creato, da principio, in condizioni sconosciute, per I’ intervento d’ una
volontà soprannaturale; le razze umane non sono che varietà dovute all’
influenza dell’ ambiente ο agli inoroci; per il loro posto elevato © la
religiosità che è soltanto loro propria, esse occupano nella serie zoologica un
posto a parte, il regno «mano. Col comparire successivo dolla dottrina del
trasformismo, il problema dell’ unità ο della molteplicità della specie ha
perduto ogni importanza, ο meglio, va posto in altri termini: dato che le
specie variano all'infinito passando dall’ una all’ altra per una infinità di
transizioni, © ammessa la derivazione dell’uomo da qualche forma animale
anteriore (scimmie), resta a vedere se i tipi umani elementari sono usciti da
più antenati pitecoidi o antropoidi, o derivano da un solo ceppo rappresentato
da un solo dei loro generi. I partigiani del moderno monogenismo sostengono
questa seconda ipotesi, che sembra però suffragata da ùn numero minore di prove
dell'ipotesi contraria. Col nome di monogenismo 0 monogonia si dosigna anche
quel modo di generazione animale, che consiste nella separazione dal corpo
dell'individuo generatore di una parte di esso, che si sviluppa poscia così da
dar luogo ad un nuovo individuo. Cfr. A. De Quatrefages, La spocie umana, trad. it. 1871;
Id., Rapport sur le progrès de Vanthropologie, 1867; Id., Leçons professées au
Muséum, Revue des cours scient. », 1864-1868 (v. poligenismo). 729 Mon Monoideismo. T. Monoideismus; I.
Monoideism; F. Momoïdeisme. Vocabolo cresto dall’ Horwiez, col quale si designa
quello stato psicologico, proprio del sogno, dell’ estasi € del sonno ipnotico,
in cui una sola idea ο rappresenta zione prevale, e quindi un solo ordine di
associazione mentale. Il Ribot lo adopera per indicare lo stato di concentra
zione e d’ organizzazione della coscienza intorno ad una idea dominante, che à
proprio dell’attensionc; ma si usa anche per indicare lo stato patologico dell’
ides fissa. Cfr. Pierre Janet, Nevroses ot idées fizes, 2° ed. 1904; Preyer,
Die Entdeckung des Hypnotismus, 1881, p. 14 segg., 81; A. Lehman, Die Hypnose,
1890, p. 44 segg. Monolatria. Secondo alcuni storici della religione, il
monoteismo sarobbe stato preceduto nell’ evoluzione del sentimento religioso
dalla monolatria, cio’ 1’ adorazione di un solo idolo. Monomania. T. Monomanie;
I. Monomania; F. Monomanie. Anomalia mentale, in cui l'intelligenza e |’
affottività sono alterate in un solo e determinato ordine di sentimenti e di
idee, rimanendo sane in tutti gli altri. La psichiatria moderna ha abbandonato
il nome e il concetto di monomania, dovuto dall’ Esquirol; essa la considera
come un semplice gruppo di sintomi della follia degenerativa, comprendendoli
tutti sotto il nome di passia impulsiva, o, come vorrebbe il Morselli, di
parabulie costitusionali coatte. Tra le forme più comuni sono da ricordarsi la
cleptomania, ο tendenza morbosa e irresistibile al furto; la dipsomania,
impulso a bere specialmente bevande forti od alcoliche; l’onomatomania, bisogno
imperioso di ripetere una parola sempre presente alla monte, o tendenza ad
attribuire a certe parole un significato funesto ο una influenza preservatrice
; la piromania, impulso ad appiccare incendi; la olastomania, impulso a
compiere atti di distrazione; la monomania suicida, quasi sempre ereditaria e
manifestantesi alla stessa età nei vari individui della stossa famiglia;
Mon 730
1a monomania omicida, che si attua con la mancanza di qualsiasi motivo
per spiegar l’atto ο alla quale l’ammalato, che ne comprende tutta l’orridezza,
non sempre è capace di resistere; costituite tutte da impulsi irresistibili a
fare qualche cosa senza averne chiaro motivo. Cfr. Esquirol, Des maladies
mentales, 1839; Prichard, Treat. on Insan., 1836, p. 26 segg.; Krafft-Ebing,
Psychiatrie, 1883; Ribot, Le maladies de la volonté, 1888; Morselli, Manwale di
som., t. II, p. 635; Tamburini, Monomania impulsiva, Riv. di freniatria >,
1877. Monoteismo. Gr. μόνος = solo, $aög--Dio; T. Monotheismus ; I. Monotheiem;
F. Monothéieme. La credenza in un Dio unico e solo; non è da confondersi con
l’enofeirmo, che è quel primissimo stadio della religione in oui si adorano
oggetti diversi presi a volta a volta isolatamente come rappresentazioni di un
Dio. Si oppone al dualismo orientale, che è la credenza în due principi
supremi, ugualmente primitivi e irreducibili, il principio del bene © quello
del male; © al politeismo, cioè la credenza in più divinità. Becondo aleuni il
monoteismo conterrebbe come sue spocie il panteismo, il teiemo.e il deismo;
però, quantunque la parola monoteismo non implichi nd escluda V idea della
personalità, contiene almeno l’idea di unità, e la forma più alta e più reale
di unità di cui noi abbiamo esperienza è la personalità; quindi, allorchè si
parla di monoteismo sì pensa sempre, e con ragione, a un solo Dio personale. L'
Haeckel distinguo un monoteismo naturalistico e un monoteismo antropistioo: il
primo consiste nell’ incarnazione di Dio in un fenomeno della natura solenne,
dominante su tutto (sole, luna); il secondo consiste nell’ umanizzazione dell’
ente supremo, al quale, sia pure in forma altissima, sono attribuiti
sentimenti, pensieri e attività come ul? uomo. Cfr. P. D’ Ercole, II toismo,
1884; Haeckel, I problemi dell’ unicerao, trad. it. 1908, p. 384 segg.;
Höffding, Filosofia della religione, trad. it. 1909, p. 148 sogg. (v.
elioteismo, monolatria, mosaiciemo). Il montanismo e una setta cristiana del
secondo secolo, fondata da Montano, che combinsva la credenza nella continuità
dei doni miracolosi degli Apostoli e nella ispirazione personale di Montano,
con l'attesa della prossima seconda venuta di Cristo e la pratica di un rigoroso
ascetismo. Cfr.
Bonwetsch, Geschichte d. Montaniemus, 1881. Morale. Gr. Ἠθικός: Lat. Moralis; T. Sittlich, ethisch, moralisch; I. Moral, ethical; F.
Moral. Può significare tanto ciò
cho è conforme alla morale, quanto ciò che riguarda sia i costumi, sia le norme
d’ azione ammesse in una data epoca in una doterminata società. Opposto a
fisico, materiale, corporale, indica ciò che è relativo allo spirito e alla
coscienza; opposto a logico o a intellettuale ciò che riguarda l’ azione e il
sentimento. Dicesi giudizio morale quello che si pronunzia sopra il valore
etico d’una azione; argomento morale quelle provo tradizionali del libero
arbitrio © dell’esistenza di Dio che si ricavano dall’ esigenza morale; senso
morale il particolare sentimento che fa distinguere il buono dal cattivo, il
giusto dall’ingiusto; statistica morale quel ramo della statistica che si
occupa delle azioni volontarie dell’uomo; pazzia morale una perversione
patologica della coscienza e del carattero morale, senza alterazione notevole
delle funzioni intellettuali ο specialmente senza illusioni o allucinazioni. Cfr. Cabanis, Rapports du
physique et du moral de l'homme, 1802 ; Kant, Krit. d. prakt. Fernunft, ed.
Reclam, p. 149 segg.; Quetelet, Physique s0ciale, 1869; Drobisch, Die moraliste
Statistik, 1867; F. Hutcheson, Inquiry into the original of our ideas of beauty
and virtue, 1725; Delbrück, Die pathologische Lüge, 1891; Bleuler, Über
moralische Idiotie, Vtljsch. fur gerichtl. Med. », 1898. Morale. T. Sittenlehre, Hthio; I. Ethice;
F. Morale. O filosofia morale o etica, è quella parte della filosofia che
determina le leggi della condotta umana; essa infatti ha per oggetto di
stabilire il fine verso il quale devono rivolgersi Mor 782 le
azioni degli individui, ο di giudicare in qual rapporto stiano le azioni stesse
col conseguimento di quel fine. Si definisce anche la teoria razionale del bene
ο del male; oppure la scienza della volontà e della condotta morale. Si
sogliono distinguere: la morale pura, o toorioa, 0 generale, che tratta dei
principî generali, della natura ed essenza del bene morale; la morale pratica,
o speciale, o applicata, che è l'applicazione dei principi generali ai casi
partico lari, lo studio dei mezzi atti a raggiungere il bone morale, a
mantenerlo e a svolgerlo; la morale eudemonologica, che tratta della folicità
che consegue al bene morale; la morale psicologica, che studia l’azione morale
nel suo moccanismo interno, nelle suo basi psichiche, e cioè la coscienza
morale, il sentimento morale, la volontà, il carattere e In personalità morale
; la morale sociale, che studia l’ azione stessa nelle sno basi e nei suoi
fattori esterni o sociologioi, il costume, la famiglia, le classi sociali, lo
stato, eoc. Si suole infine distinguere la morale individuale, che tratta dei
doveri verso sò stessi, dalla morale sociale che tratta dei doveri verso gli
altri, e dalla morale religiosa che tratta dei doveri verso Dio; questa parte
della morale che tratta dei doveri dicesi anche morale deontologica ο
deontologia. Quanto alla classificazione dei diversi sistemi di filosofia
morale, ricorderemo anzitutto quella acutissima del nostro Rosmini, cho
partendo dal principio che la moralità risiede nel rapporto di convenienza che
passa tra l'ordine razionale e l'ordine fisico, divide tutti i sistemi in
soggettivi e oggettivi; alla prima categoria appartengono quei sistemi che
traggono comunque il principio della morale dagli elementi costitutivi della
natura umana, siano questi le forzo fisiche, le tendenze sensitivo-animali o le
inclinazioni ο affezioni razionali (edonismo, materialismo, sensismo,
sentimentaliamo, associazionismo, utilitariemo, eudemonismo, ecc.); alla
seconda categoria appartengono quei sistemi che pongono l'imperativo della
moralità, la forza obbligante del prin 133
Mor cipio morale in qualche cosa di estraneo e superiore all’ uomo
(ontologismo, morale teologica, legiemo, ecc.). Una classifica zione meno
minuta, ma fatta con uno spirito sasai più eritico e positivo, è quella del
Wundt, che, ponendosi dal punto di vista del fine imposto alla condotta umana,
dietingue i sistemi morali in eferonomi ο autoritativi, nei qnali il fine della
condotta è imposto da un comando esteriore, © in autonomi nei quali il fine
stesso soaturisce dalle disposizioni originarie e da condizioni materiali di
sviluppo; gli autonomi si dividono alla lor volta in evolusionistici ο
eudemonistici, a seconda che 1’ azione morale fa parte di una evoluzione il cui
termine ultimo è lo scopo veramente supremo dell’ attività, ο ba invece per
scopo il possedimento di beni immediati che 1’ individuo stesso ο i suoi
compagni devono godere; infine ambidue questi sistemi si dividono in
individualisti © universalisti, a seconda che i beni o la perfezione da
conseguire si restrihgono all’agente ο si estendono a tutti i soci e all’
umanità. In questi ultimi tempi una geniale e comprensiva classificazione fu
proposta da Giovanni Vidari che, distinte le dottrine morali in metafisiche ©
scientifiche, a seconda che poggiano la morale sopra una concezione filosofica
del mondo e della vita o sullo studio dei fatti, divide le prime in
materialistiche, pantetatiche © teistiche, le seconde in
individualietiche-psicologiche © sociologiche; la concezione materialistica dà
luogo all’edonismo individuale (Epicuro, D’Holbach), la panteistica all’
edonismo universale se il panteismo è materialistico (stoici, Spinota) all’
odonirmo universale se è idealistico (Hegel), la teistica al perfarioniemo
(Leibnitz) ο all’ edonismo individuale (Paley); le concezioni individualiste
psicologiche (Bentham, 8. Mill, Bain) hanno per carattere comune di proporsi la
ricerca non della natura del bene, ma degli impulsi e dei processi dai quali la
moralità deriva; le concezioni sociologiche, allargando I’ indagine dall’ individuo
alla specto e alla società, danno Inogo al biologiemo (Spencer, Stephen)
Mor 734
al determiniemo economico (Marx, Loria) e alle dottrine
storico-psicologiche (Ardigd, Wundt, Höffding, Baldwin, Paulson, 000.) che sono
oggi le prevalenti ο cercano di stabiliro le basi scientifiche della morale
dallo studio delle condizioni storiche di sviluppo della vita associata,
considerata sotto l'aspetto psicologico. Cfr. Ständlin, Gesch. 4.
Moralphilosophie; Sidgwick, Outlines of the history of Etichs, 1886; Id., The
methods of ethics, 2* od. 1877; Lecky, History of european morale, 2* ed. 1869;
Wundt, Ethic, 2° ed. 1892; Paulsen, System der Ethio, 3" ed. 1893;
Rosmini, Principî della scienza morale, 1857; Id., Storia comparativa e critica
dei sistemi intorno alla morale, 1837; Ardigd, La morale dei positivisti, 1892;
L. Friso, Filosofia morale, 1893; Vidari, Etica, 1902 ; Marchesini, La dottrina
positiva delle idealità, 1913. Moralismo. T. Moralismus ; I. Moraliem; F.
Moraliame. Opposto a immoraliemo, il riconoscimento d’ una legge morale
obbligatoria. In senso generale, ogni dottrina o tendenza etica, che considera
la perfezione morale non soltanto come l’idealo supremo, ma anche come la
suprema renltà. Questa dottrina proviene forso dalla influenza esercitata dalla
filosofia di Kant, il quale elevò per primo la perfezione morale al di sopra di
tutte lo realtà possibili e di tutte le nozioni concepibili, ponendola come
irreducibile a tutto il resto e come fondamento di tutto il resto. Fichte
chiama la propria dottrina moralismo puro, in quanto pono a fondamento supremo
della filosofia una legge dell’ azione ο non dell’ essore. In quest’ ultimo
senso il moralismo coincide, nella speculazione contemporanea, con 1’
cnergismo, l’attivismo, l’ idealismo etico; una delle sue forme più
caratteristiche è il moralismo umanistico, il quale parte dal concetto che
l’uomo, essendo un essere sociale e morale, deve subordinare al dovere sia il
conoscere che l’agiro, pur riconoscendo la distinzione tra la verità e la
virtù, tra l’ essere e il dovere. Cfr. Krug, Handbuch. d. Philos., 1832, p.
271; Fichte, Darstellung der Wissenschaftslehre, 1801, 735
Mor $ 26; A. Fouillée, Le moralismo de Kant et l'amoralieme
contemporain, 1905; Id., Nietzsche οἱ Vimmoralieme, 2° ed. 1902 (v. attivismo,
energiemo, prammatiemo). Moralità. T. Sittliohkeit; I. Morality; F. Moralité.
Si può definire come la conformità soggettiva © spontanen all’ ideale morale;
si distingue © in parte si contrappone alla legalità, che è In conformità
oggettiva alla logge giuridica. La determinazione dei caratteri della moralità,
ο In sua distinzione dal diritto, costitnisco una dello questioni più
importanti e più discusse dalla filosofia etico-ginridica. Secondo la dottrina
di Kant, che forse è ancor oggi la più aocettata, si è nel dominio della
moralità quando si ubbidisce alla legge per un sentimento interno, che ci
spinge a compiere il dovere per il dovore, si è inveco nel campo del diritto
quando si compie nn dovere non per un impellente motivo psicologico, ma per la coazione
propria delln legge ο per altre cause. Secondo il Romagnosi la moralità non
mira, come il diritto, a rafforzare la colleganza ma a santificare la umanità;
ha una maggiore estensiono del diritto, contemplando l’uomo in tutte le sue
posizioni e relazioni; considera soprattytto gli eterni motivi doi volori umani
gli effetti buoni o cattivi che ne derivano. Secondo lo Spencer, nella sfera
della moralità impera la beneficenza positiva ο negativa, mentre in quella del
diritto domina la giustizia, che impone doveri esclusivamente nogativi; la
beneficenza, che è sempre libera e spontanen, rappresenta una leggo secondaria
e deve rimanere una funzione privata, in quanto mira ad aumentare la prosperità
sociale, mentre la giustizia rappresenta la legge primaria dell’ armonica
cooperazione sociale, e viene perciò imposta coattivamente dallo Stato. Secondo
l’Ardigò, infine, tanto ‘ la moralità cho il diritto germogliano dallo idenlitä
socia] ma mentre la giustizia propriamente detta (cioò quella esercitata dallo
Stato, con sanzione punitiva e responsabilità corrispondente) importa nell’
individuo subordinato P’idenMor-Mos
736 lità corrispondente al dorere
giuridico, la giustizia impropriamente detta (cioò quella delle reazioni della
convenienza, con sanzioni indefinite e responsabilità morale) importa negli
individui coordinati lo idealità corrispondenti al dovere morale. Cfr. Kant,
Krit. d. pr. Vern., 1878, p. 37, 39 segg.; Spencer, The data of ethics, 1879;
Romagnosi, Gemosi del diritto pubblico, 1805; Ardigd, Opere fl., I, 211 segg.,
IV, 18 segg. Morfinismo. T. Morphiumsucht; I. Morphiniem ; F. Morphinisme.
Intossicazione cronica, accompagnata da disturbi psichici 6 determinata dall’
uso continuato della morfina. L'azione paralizzante di codesto veleno sull’ apparato
neuromuscolare, modifica profondamente il carattere dei malati, indebolendone
la memoria e la volontà, rendendoli proclivi all’ ozio ο alla fantasticheria, ο
determinando talora il sorgere di allucinazioni tattili e cenestetiche ; anche
la sfera affettiva viene alterata, i sentimenti familiari ο morali si
ottundono, fino a condurre talvolta ad azioni delittuose. Cfr. Levinstein, Die
Morphiumeucht, 3° ed. 1883; Pichon, Le morphinieme, 1890; J. Finzi, Compendio
di peiohiatria, 1899, p. 84, 87. Morfologia. T. Morphologie; I. Morphology; F.
Morphologie. Scienza che studia le forme degli animali e dei vegetali, la loro
struttura, il loro significato e la loro origine. Tali forme, già spiegate o
mediante una forse soprannaturale creatrice, o per mezzo della forea vitale ο
della causa finale, si considerano nella moderna biologia evoluzionistica come
somplici fenomeni naturali spiegabili per mezzo di leggi meccaniche. Cfr.
Haeckel, Gen. Morphologie, 1868. Mosaicismo. Il monoteismo giudaico, quale fu
fondato da Mosd sedici secoli avanti Cristo, © il oui valore storico consiste
nell’aver dato origine alle due grandi religioni mediterranee che dominano il
mondo: il cristianesimo e il maomettismo. Gli studi di storia comparata delle
religioni hanno ormai assodato che anche il monotelrmo giudaico 737
Mor è il prodotto d’ una lunga evoluzione, le cui fasi pit importanti
furono prima 1’ animismo poi il politeismo. Cfr. Gruenesein, Der Ahnencultue
n. die Urreligion Yeraels, 1900; Charles, 4 critical Aystory of the doctrine of
a future life in Israel, 1900; E. Ferrière, Paganisme des Hébreux juequ'à la
captivité de Babilone, 1890. Motivo.
T. Motir, Beweggrund; I. Motive; F. Motif. In generale ciò che muove;
psicologicamente ogni impulso che produca ο tenda a produrre un'azione. Negli
antecedenti della volizione, si dicono motiri, per distinguerli dai moDili, i
fenomeni intellettivi (rappresentazioni) che entrano in conflitto e determinano
quindi l'atto volontario ; i moDili sono invece i fenomeni affettivi, che s’
accompagnano sempre, secondo alcuni psicologi, agli intellettivi. Cr. Wolf
definisco i motivi come ratio suffioiene volitionis ao nolitionis. Per Holbach
sono motivi gli oggetti esteriori o le idee interiori che fanno nascere codesta
disposizione (di volere) nel nostro cervello ». Per il Bentham sono motivi in
senso largo tutte le cose che possono contribuire a far sorgere qualsiasi
specie d'azione, o anche a presentarla »; în senso stretto qualunque cosa che,
influenzando la volontà di un essere sensitivo, è supposta servire come mezzo
por determinarlo ad agire, o per trattenerlo volontariamente dalVagire in
qualsiasi ocensione ». L’ Hüffding distinguo il motivo come forza determinante
differente da noi e dalla nostra natura, dal vero e proprio motivo volontario,
che non è che noi stessi presi sotto una forma o sotto una faccia detorminata: I
nostri motivi sono delle parti di noi stessi, che appartengono ora al nostro io
reale, ora al lato del nostro essere più vicino alla periferia ». Il Wundt
distingue i motivi attuali dai potenziali: Noi chiamiamo attuali tutti quei
motivi che raggiungono concretamente una efficacia nel volere, potenziali
invece quelli che, in quanto elementi della coscienza poveri di sentimento,
rimangono inefficaci ». Il Sergi definisce i motivi come gli stimolanti della
vo47 Raxzout, Dizion. di scienze
filosofiche. Mor 738 lizione, quando sono passati nella coscienza
dell’ agente sotto una forma psichica ». Cfr. Wolff, Psyohologia empirica, 1738, $ 887
;eBentham, Introd. to the prino. of moral, 1823, p. 161 segg.; Höffding,
Peyohologie, trad. franc. 1900, p. 450; Wandt, Etik, 1892, p. 440; Sergi, La
psyohol. physiologique, trad. frano. 1887, p. 419. Motore. T. Beweger, Bewegend ; I. Mover,
Motor; F. Moteur. In generale, ciò
che muove. Come sostantivo si usa quasi solamente per tradurre I’ espressione
aristotelica: τὸ πρῶτον κινοῦν, τὸ κινοῦν ἀκίνητον, il primo motore, il motore
immobile, cioò Dio, che è causa d’ogni mutamento ο d’ogni divenire nel mondo,
senza essero egli stesso s0ggetto ad alcun mutamento: C’ ὃ qualche cosa che
muove eternamente;... è un essere che muove sonza esser mosso, essere eterno,
essenza pura, © attualità pura. Ora, ecco come esso muove. Il desiderabile ο l’
intelligibile muovono senza esser mossi; e il primo desiderabile è identico al
primo intelligibile. Poichè l'oggetto del desiderio è ciò che par buono, e
l’oggetto primo della volontà è ciò che è buono, Noi desideriamo nna cosa
perchò ci sembra buona, piuttostochò ci sembri tale perchè la desideriamo. II
principio, qui, è dunque il pensiero; ora, il pensiero è messo in movimento
dall’ intelligibile... L'oggetto immobile muove come oggetto dell’amore, e ciò
ch’ esso muove imprime il movimento a tutto il resto. Ora, per ogni essere che
si muove ο) ὃ possibilità di cangiamento. 1 essere che imprime questo
cangiamento è il motore immobile. Il motore immobile è dunque un essere
necessario; ο, in quanto necessario, è il bene ». Diconsi centri ρείσο-πιοίογέ, o semplicemente
centri motori, o sono motrici, quelle regioni della corteccia cerebrale che
presiedono ai movimenti diversi del corpo. La loro esportazione o distruzione
determina delle paralisi, la cui estensione corrisponde all’estensione della
zona corticale distrutta. Sul’ esistenza di zone motrici distinte dalle sensorie,
sembrano concordare i fisio 739 Mor-Mov
logi, i quali però discordano circa l’ ubicazione delle zone stesse. Diconsi fibre motrici ο efferenti quelle che
trasmettono l’impulsione nervosa centrifuga ai muscoli e alle ghiandole;
sensazioni motrici ο cinestetiche le sensazioni che accompagnano i movimenti
del corpo, dovuti alla contrazione dei muscoli o alla trazione esercitata sni
legamenti muscolari ; imagini motrici le sensazioni stesse che si riproducono
senza lo stimolo periferico che direttamente le provochi; memoria motrice la
memoria dei movimenti ; imaginazione motrice, quel tipo d’imaginazione che
consiste nel predominio delle imagini di movimento ed è specialmente
caratterizzata, per quanto riguards le parole, dal fatto che l'individuo le
rappresenta sotto la forma dei movimenti d’articolazione con cui le
pronuncerebbe. Cfr. Aristotele, Metaph., III, 8; XI, 6-7; Albertoni ο Stefani,
Fisiologia umana, ed. Vallardi, p. 590 segg.; Ribot, Maladies de la colonté,
153 ed., cap. III; Haffding, Peychologio, 1900, p. 235 segg. (v.
localizzazione). Motorium commune. Per analogia al sensorium commune, alcuni
psicologi designano così quell’ insieme di centri motori cerebrali, che si
troverebbero nella parte parietale © nella posteriore della corteccia corebrale,
ο la cui stimolazione per parte dei centri percottivi ο ideativi, posti nella
parte anteriore del cervello, dà luogo ad uns corrente centrifaga, che
determina i movimenti volontari. Il motorium commune sarebbe quindi un
magazzino di movimenti virtnali organizzati. Cfr. Bastian, Le cerveau organe de
la pensee, trad. franc. 1888, vol. II, p. 169-200. Movimento. T. Bewegung; I. Morement, Motion;
F. Mourement. Cambiamento di
posizione nello spazio considerato in funzione del tempo e possedente quindi
una velocità definita, Si sogliono distinguere tre specie di movimenti : quelli
dei corpi formanti una massa più o meno coerente, che è trasportata da un luogo
dello spazio ad un altro; quelli che si prodncono nell’ interno di un corpo
Mov 740
di cui l'insieme continua ad occupare relativamente lo stesso luogo di
spazio, ma di cui le molecole e gli atomi si muovono; quelli del fiuido (etere)
che si suppone riempiro gli intervalli che separano i corpi gli uni dagli
altri, e le molecole o gli atomi di ogni corpo. Il movimento è di sua natura
continuo, poichè se un punto materiale è trasportato da una posizione ad
un’altra, deve passare necessariamento per tutti i ponti della linea che unisce
le due posizioni considerate. Il movimento dicesi assoluto quando è riferito a
degli oggetti realmente fissi nello spazio; è rélatiro se è riportato ad
oggetti considerati come fissi dall'osservatore, ma trasportati con lui in un
movimento comune. Questa distinzione è però affatto teorica, non essendo il
movimento assoluto cho un’ astrazione: infatti nell’ universo quale ci è dato
dall’ esperienza non esiste un punto realmente fisso οὗ al quale si possa
riportare In posizione degli altri punti. Dicesi movimento istantaneo quello
compiuto da un corpo solido durante un tempo infinitamente piccolo; uniforme
quello in cui gli spazi percorsi sono proporzionali ai tempi impiegati a
percorrerli ; uniformemente rariato quello in cui la velocità cresce ο decresce
di quantità proporzionale ai tempi. Il
concetto del movimento comincia ad assumere importanza nell’ esplicazione della
natura già con i primi filosofi greci, con Eraclito che lo pone come essenziale
della realtà, con la scuola eleatien ο con Zenone, che lo nega mediante
argomenti ancor oggi discussi, con Democrito, che lo considera una proprietà
originaria dell’atomo, con Platone che lo distingue dal cangiamento, infine con
Aristotele, che lo introduco a spiegare il momento del passaggio dalla potenza
all’energia. Per Aristotele il movimento non è il puro cangiamento esterno di
Inogo, ma ogni processo di passaggio dalla materia alla forma, che presuppone
però sempre, nell'incontro del fattore attivo col passivo, un mutamento anche
spaziale, cosiechè in questo senso il movimento consiste alla nl Mov fine nell’attività della forma che è
nella materia; è il movimento che fa passare 1’ essenza ο il contenuto della
materia dallo stadio della pura possibilità alla realtà. Il movimento, quindi,
è già energia, essendo il processo d’ attuazione di ciò che nella materia
esisto come disposizione ; ed è anche, per lo stesso motivo, il passaggio da
uno stato al sno opposto. Aristotele distingue poi queste specie di movimento ©
cangiamento: il quantitativo, 0 d’ accrescimento e diminuzione; il qualitativo,
ο di trasformazione d’ una sostanza © d’uno stato in un altro; e lo apasiale; ο
di traslazione, che è continuo (συνεχής) © può essere rettilineo, circolare e
misto. Gli scolastici accettarono quasi tutti la concezione aristotelica del
movimento: Movers est ezistere do potentia in actum, dice Β. Tommaso; movens
dat id quod habet mobili, inquantum facit ipsum esse in actu. Cartesio non
ammetto invece altro movimento che quello di traslazione, come proprietà della
materia sia animata sia inanimata, e lo definisce : actio qua corpus aliquod ex
uno loco in alium migrat. Egli vuol costruire con figura 6 movimento tutta la
realtà fisica, considerando quest’ultimo come il fenomeno che contiene la
spiegazione di tutti gli altri; ammettere invece delle, novembre 1899. Neutri
(stati). Gli stati psichiei caratterizzati dalla indifferenza del sentimento, e
ciod privi di qualsiasi stato di piacere o di dolore. Molti psicologi negano
l’esistenza di tali stati, poichè, secondo essi, ciò condurrebbe ad ammettere
implicitamente la discontinuità della vita psichica, la quale è invece
costituita da un flusso continuo di piaceri e di dolori. Fra coloro che
ammettono l’esistenza degli stati neutri si possono distinguere due indirizzi
diversi: gli uni sostengono col Wundt che essendo il piacere e il dolore i due
poli opposti della coscienza, si dovrà andare dall’ uno all’altro passando per
uno stadio di assoluta indifferenza; gli altri, come il Bain, si appoggiano
sull’esperienza interna, che ci attesta l’ esistenza di molti stati privi
affatto di tono e colorito sentimentale. Cfr. Reid, Intellectual Powers, 1863, p. 311;
Wundt, Grundzüge der physiologischen Psychologie, 1893; Höffding, Psychologie,
trad. franc. 1900,
p. 380 segg.; Horwiez, Psychol. Analysen, 1878, II, 2, p. 26; A. Bain, The
emotions and the will, 1865, p. 13. Nevroglia
o cemento nervoso. È un tessuto di sostegno che tiene fermi gli elementi
nervosi centrali e degli organi di senso. Consta di cellule speciali molto
ramificate: codeste ramificazioni, a forma appiattita ο filiforme, entrano fra
gli elementi nervosi ed hanno varia disposizione nelle varie porzioni del
sistema nervoso centrale o degli organi di senso. Cfr. E. W. Taylor, A
contribution to the study of human nerroglia, in J. of exper. med. », 1897, II.
Nihilismo. T. Nichilismus; I.
Nihiliem; F. Nihilisme. In generale qualunque dottrina conchiuda all’
annientamento, alla negazione, al nulla. Così si dice nihiliemo moNir 760 rale
la dottrina dell’antico buddismo, che predicava la soppressione della
sensibilità, il disperdersi della persona. lità per gli infiniti abissi
dell’essere; nihilismo logico quello di Hegel, che nelle prime categorie della
Logica afferma V identità dialettica dell’ essere e del non-essere; nihilismo
gnoseologico quello che nega la possibilità della conoscenza e della verità. L’
Hamilton dico nihiliete, per opposizione a realiste, quelle dottrine che non
ammettono una realtà sostanzialo corrispondente alle percezioni esteriori ; in
questo senso equivale perciò a solipriemo ο idealiemo soggettivo. Nel
linguaggio comune per nihilismo si suol intendere il comunismo anarchico dei
rivoluzionari russi, Cfr. W. Hamilton, Leotures on metaphysics, , I, p.
293-294; Nietzsche, Wille zur Macht, 1. I, cop. I. Nirvana. Dottrina propria
della religione buddistica; secondo le parole di Buddha stesso, il nirvana à l’esistenza
spogliata di ogni attributo corporeo e considerata come la suprema ed eterna
beatitudine ». Il nirvana non à dunque l’ annientamento, ma 1’ identificazione
dell’ io individualo col principio supremo dell’ universo, lo sprofondarsi © il
confondersi della personalità nell’ esistenza universale. Questo è il fine
supremo ο la suprema felicità cui l’uomo deve aspirare: egli non la raggiunge
subito dopo la morte, ma dopo un periodo di trasmigrazioni successive dell’
anima sua in altri corpi, periodo che è tanto più breve quanto più esso si
sottopone alla penitenza, quanto più pratica la virtà, la carità, l'umiltà, la
rassegnazione. Il vocabolo nirrana fu popolarizzato nei linguaggi occidentali
dallo Schopenhaner, che lo usò per esprimere il nulla del mondo: «I buddisti
impiegano con molta ragione, egli scrive, il termine puramente negativo di
nirevîna, che è la negazione di questo mondo (sansira). Se il nirvana è
definito come niente, ciò non significa se non che questo mondo © sansira non
contiene alcun elemento proprio, che possa servire alla definizione o alla
costruzione del nirvana... 761 NoL-Nom Noi riconosciamo volentieri, che ciò
che rimane dopo l’abolizione completa della volontà non è assolutamente nulla
per quelli che sono ancora pieni di volontà di vivere. Ma per quelli nei quali
la volontà s’ è negata, il nostro mondo, questo mondo reale con i suoi soli e
con la sua via lattea, che cos'è? Nalla ». Cfr. Max Müller, Die Bedeutung von
Nirwana, in Essays >, 1869, vol. I, p. 242 segg.; Obry, De nirvana
bouddhique, 1863; R. Davids, Buddhiem (William and Norgate), p. 170 segg.; G.
Lo Forte, Budda, 1904, p. 50 segg.; Schopenhauer, Die Welt ale IV. und. Vorat.,
ed. Reclam, 1. IV, suppl. cap. XLI (v. catarsi, metempsioosi). Nolontà. Lat.
Noluntas (Ennio, 8. Agostino, 8. Tommaso); T. Noluntas, Nolentia, Nolitia ; I.
Nolition; F. lonté. Termine poco in uso, ma proposto da alcuni filosoti moderni
per indicare non la mancanza di volontà, ma la volontaria resistenza ad una
impulsione, l'arresto d’un atto in via di compiersi se la volontà non |’
ostacolasse. Chr. Wolff: nolitio et aversio sensitiva non sunt actiones
priratiræ, sed positive. Il Renouvier la contrappone alla rertigine normale, che
nel meccanismo volitivo è l’attività spontanea sorgente del movimento
muscolare, attività diretta dall’ uomo con un’ azione di arresto, analoga a
quella @ un regolatore che apra o chiuda I’ uscita ad una energia che esso non
crea. Molti però non approvano l’ uso di
questo termine, anzitutto perchò è un duplicato inutile di inibizione, poi
perchè si oppone per la sua forma a volontà, mentre impulsione © inibizione
sono i due fattori da cui la volontà risulta. Cfr. Chr. Wolff, Philos. pratica
universalis, 1738, I, $ 38; Renouvier et Prat, Nourelle monadologie, 5* parte,
art. 91. Nominalismo s’oppone a
realismo, e designa quella dottrina secondo la quale gli universali, cioò i
generi e le specie, non hanno alcuna esistenza nella realtà, © soli reali sono
gli oggetti individuali e particolari. Vi ha un nominalismo Nom 762
medievale o scolastico, e un nominalismo moderno. Il nominalismo
scolastico, che trasse origine da un passo dell’Isagogo di Porfirio, è di due
specie: P uno, che è il nominaliemo in senso stretto, considera le idee
generali come semplici flatue vocis, ciod nomi coi quali ci riferiamo ai vari
ordini di cose, sebbene in realtà noi non possiamo mai rappresentarci che degli
individui; l’altro, che prende il nome di concettualiemo, sostiene che gli
universali, pur essendo nomi tomuni designanti qualità che non esistono che
negli individui, hanno tuttavia, in quanto concetti, una realtà nello spirito
di chi li pensa. Entrambi però si oppongono al realismo, ed hanno per motto:
unitersalia post rem. Il campione più risoluto del nominalismo fa Roscelline,
del concettualismo Abelardo. Nella filosofia moderna il problema della realtà
delle idee generali si è spostato: infatti i nominalisti moderni sostengono che
il significato del nome generale non è che un sapere virtuale, essendo la
possibilità dei singoli conoreti dalla rappresentazione dei quali risulta, e
con ciò s’ oppongono ai concettualisti, pei quali il significato del termine
generale è un concetto tuale. Fra il numero indefinito dei singoli conereti di
cui il nome richisma l’imagino, esso deve essere, secondo i nominalisti,
affermato degli uni e negato degli altri; per tal modo il suo significato non
consiste che in tendenze e ripugnauze, che risultano da una moltitudine di
associazioni anteriori. Una forma
radicale di nominalismo è sostenuta oggi in Italia dal Guastella; per esso non
esistono concetti; noi non possiamo avere altro che rappresentazioni di oggetti
o fatti particolari, determinati nello spazio © nel tempo; ciò che chiamiamo
idea generale ο concetto è semplicemente un nome che può riferirsi a più
oggetti individuali simili, un nome di classe, col corteggio delle
rappresentazioni associate, pronunciato ο inteso mentalmente ». Dicesi nominalismo scientifico 1’ insieme
delle dottrine contemporanee che, nella teoria della scienza, 763
Nom sostituiscono le idee di convenzione, di comodità, di abbreviazione
del lavoro mentale, a quelle di verità e conoscenza del reale; con l'antico
nominalismo logico esso non ha in comune che di rifiutare ogni valore
obbiettivo ai nostri concetti, e quindi alle leggi scientifiche. Dicesi nominalismo sociologico non già, come
potrebbe sembrare, la teoria che definisoe la società come una somma
d'individui accidentalmente avvicinati, ma quella dottrina che riconduce
analiticamente il fatto sociale alla relazione inter“ personale, reciproca e
consolidata. Essa fa poggiare la sociologia comparata sulla psicologia
interpersonale. Cfr. Prantl, Geschichte d. Logik im Abendiando, 1855-70, II, 78
segg.; Haureu, Histoire de la phil. soolastique, 1872-80, I, 260 segg.; Exner,
Über Nominalismus und Realismus, 1841; Köhler, Realismus und Nominalismus in
ihrem Einfluss auf die dogmatischen Systeme der Mittolalters, 1858; Woodworth,
Imagelees thought, Journal of philos., psychol. and 8. meth. », 1906, n.° 26;
Hoernlé, Image, idea and meaning, « Mind », gennaio 1907; Binet, La pensée sans
images, nel vol. L'étude exp. do l'intelligence, 1903; Le Roy, Soience ot
philosophie, « Revue de métaph, », nov. 1899; Sur la valeur objeotire den lois
physiques, « Bulletin de la Soc. de philosophie », 1901; C. Guastella, Saggi
eulla teoria della conoscenza, 1907, I, p. 78; A. Levi, La resurrezione del
nominalismo, « Cultura filos. », aprile 1907 (v. concetto, imagine, universali,
terminiemo). Nomogonia. L’Ardigd chiama così quella parte della scienza
positiva delle leggi morali, che studia la formazione storica, graduale e
progressiva, delle idealità umane. La parte puramente descrittiva, o delle
forme osservate nel presente, dicesi nomografia; la parte che studia le loro
trasformazioni relative al tempo © al luogo, dicesi nomologia. La nomografia si
divide poi in geografica e etnografica, in quanto studia la distribuzione delle
diversità nomografiche per le varietà dei luoghi e delle razze umane. Cfr.
Ardigò, La morale dei positivisti, 1892, p. 162 segg. " Nox 764
Non-essere. T. Nichtseiendes, Nicht-sein ; I. Non-being ; F. Non-être. Sinonimo di nulla, non-ente, non-reale, Inteso
in senso assoluto, è impensabile e indefinibile come non è definibile 1’ Essere
assoluto. Il nostro Bertini lo comprendeva fra le sue quattordici categorie;
altri ancora lo considerano come la categoria suprema, superiore all’ Essere.
Gli eleatici, ammettendo che ogni pensare si riferisce ad un ente, che forma il
suo contenuto, consideravano il non-essere o non-ente, τὸ μὴ éév, come tale che
non può essere © non può essere pensato; siccome però per ente essi intendevano
la materialità, lo spazio pieno, così per non-ente intendevano lo spazio vuoto,
τὸ xevév, e la loro proposizione equivaleva a ciò che lo epasio vuoto non può
essere. Gli atomisti, da Democrito a Lucrezio, ammettevano inveco l’esistenza
tanto del reale, dell’essere inteso materialisticamente come il pieno, il
solido, quanto del non-essere, cioè il vuoto, che è indefinito, e nel cui seno
turbinano gli atomi; le cose risultano da una mescolanza del reale e del
non-reale. Kant analizzd il concetto del non-essere, distinguendone quattro
specie, a seconda che rappresenta la negazione di una delle sue quattro
categorie: nell’ordine della quantità, si ha il nessuno, l’ons rationis; nella
qualità la privazione, il nihil privativum; nella relazione il vuoto, ene
imaginarium; nella modalità il contradditorio, cio il nihil κοgaticum. Per
Hegel 1’ essere puro è identico al non essere, perchè di esso non si può nulla
affermare senza con ciò negarlo, « quindi I’ essere puro è 1’ essere
assolutamente indeterminato. Ma l’essere assolutamente indeterminato è l'essere
che non è nulla, è l'essere e altra cosa che l’eswere, l’essore e ciò che non è
1’ essere, è in una parola Vessere e la sua negazione, il non-essere ». Nel
divenire, Vessere come tutt’ uno col nulla, il nulla come tutt’ uno con
l'essere, sono soltanto evanescenti (rerachwindende); il divenire coincide, mediante
la sua contradizione in sò, con l’unità nella quale entrambi sono tolti : il
suo risultato à 765 quindi l'essere determinato. Cir. Hegel,
Logique, trad. franc. Vera, $ 87 sogg.; Encykl., $ 89; Ormond, Basal concepts
in philosophy, 1896 (v. dialettica, essere, divenire, inane, nulla).
Non-euclideo. La geometria euclidea è fondata sul postalato di Euclide delle
parallele, postulato che si enuncia così: se una retta ne incontra due altre,
contenute in uno stesso piano, e forma con queste angoli interni da una stessa
parte la cui somma è minore di due retti, tali due rette prolungate
indefinitamente #’ incontreranno da quella parte ove la somma dei due angoli è
inferiore a due retti La geometria detta non-enclidea presenta idee nuove sulla
teoria delle parallele, assumendo per principio fondamentale che il postulato
di Euclide non è, in quanto tale, una verità che possa dedursi logicamente
dalle altre, ma ne è indipendente; esso quindi si può supporre falso, e da tale
supposizione si può venire alla concezione di diversi spazi possiDili, che non
hanno le proprietà dello spazio euclideo. Ctr. Helmholtz, Urprung u. Bedeutung
d. geom. Ariome, 1876; Gino Fano, La geometria non euclidea, « Rivista di
scienza », vol. IV, 1908 (v. iperapazio). Non-io v. Io. Non-me v. Io. Noo ο
Nous. È I italianizzazione del greco νοῦς. che signitica intelletto, pensiero.
Fu usato da alcuni, ad es. da Platone, indifferentemente con Logo; tuttavia
quest’ ultimo designa più specialmente il pensiero in quanto è unito alla sua
espressione verbale. Per Anassagora il vodg è il principio ordinatore e
moderatore del mondo; esso è un elemento corporeo, omogeneo in sè, increato,
imperituro, jaso in una fine distribuzione in tutto il mondo, ma diverso da
tutte le altre materie non solo per grado, essendo la più fine, la più
leggiera, la più mobile, ma anche per sostanza, essendo materia pensante, che
si muove da sù e muove gli altri elementi nel modo che si dà a conoscere nell’
ordine del mondo. Per Platone il νοῦς (ο λογιστιχὀν). Noo-Nor 766 ©
è quella delle due parti dell’anima che corrisponde al mondo dell» idee, quindi
l'elemento razionale, la sede del sapere e della virtù corrispondente. Per
Aristolele il vo5ç è l’intelletto, che può essere attivo © passito ; il primo è
la pura attività intellettuale, l’unità pura, comune a tutti gli nomini ©
fondamentale, della ragione ; il secondo invece è il materiale della
percezione, che deriva dall’ esistenza corporea dei singoli uomini, varia col
variare delle loro esperienze, e fornisce alla ragione le passibilità ο le
circostanze della sua funzione, Cfr. Platone, Fed., 97 B; Aristotele, Met., I,
3, 984 b; Simplicio, Phys., D., 38 (v. emanazione, intelletto). Noologia.
Trattato intorno alla mente; per il Crusius noologia è la psicologia, per l’
Hamilton la solenza della ragion pura, per 1’ Eucken la scienza della vita
creatrice dello spirito, per il Mentré l’analisi ο la classificazione dei
differenti tipi di spirito, la ricerca dei loro legami e dello loro
interazioni. Noologico dicesi di tutto ciò che si riferisce al pensiero, alla
intelligenza, alla ragione. Ampère distingueva le scienze in due categorie
fondamentali : noologiohe, che trattano delle cose spirituali e di tutto ciò
che ha rapporto con lo spirito; cosmologiche, che trattano delle leggi della
materia. Cfr. Reid, Works edited by sir W. Hamilton, 1848, nota A, $ V; Mentré,
Lo Spectateur, giugno 1911, p. 284; Ampère, Philosophie des scionoes, 1834.
Normale. T. Normal, gewöhnlich ; I. Normal, Customary; F. Normal. In senso
rigoroso, è normale ciò che à quale dev’ essore, cid che è conforme alla
regola, In generale è normale ciò che si verifica più frequentemente, ciò che
si presenta abitualmente col presentarsi di determinate circostanze. Nella
biologia dicesi normale un organo, una funzione, una struttura, quando, pur
rappresentando una eccezione, sia tuttavia protettiva per l'individuo ο per la
specie, risultando dall’ adattamento dell’ essere vivente all’ ambiente e alle
condizioni d’esistenza (v. anomalia, toratologia). 767
Nor Normativo, Norma. T. Vormatir, normgebend ; I. Normative; F.
Normatif. Dicesi normatiro tutto ciò che concerne una norma, o che corrisponde
et una norma, Si adopera talvolta come sinonimo di imperativo e di
obbligatorio, ma erroneamente, perchè la norma non ha di necessità carattere
obbligatorio. La norma si distingue infatti dalla legge, che esprime ed
esaurisce la natura propria della cosa, e dalla regola, che è l'enunciazione
del rapporto espresso dalla legge, ma colla trasformazione della causa in mezzo
e dell'effetto in fine, quindi col riferimento ad una attività che può
intervenire rendendo attuale il rapporto espresso dalla legge; la norma
rappresenta invece la modificazione possibile di un soggetto, la quale è
avvertita come una esigenza, come un qualche cosa di desiderabile, ma la cui
assenza non implios per sè stessa la non esistenza del soggetto alla cui
attività essa si riferisce. La norma implica, secondo il Liebmann, la libertà
del volere, ossia una potenza capace di elevarsi al di sopra del meccanismo naturale;
le stesse leggi logiche ed estetiche intanto si trasformano in legge, in quanto
il pensiero e la fantasia sono considerate in dipendenza della volontà, che si
propone di raggiungere i fini propri del pensiero e delle funzioni estetiche. Il Wundt designa con questo nome quelle
scienze le quali, come la logica, la morale e l'estetica, stabiliscono al
pensiero o all’azione una norma suprema, che è la verità per la logica, il bene
per la morale, il bello per 1’ estetica. Si distinguono dalle altre, dette
naturali ο esplicative, perchè non ricercano la causa dei fenomeni ma indagano
il fine degli avvenimenti e non hanno una applicazione che nella sfera umana,
nella quale soltanto codesti fini possono essere concepiti e raggiunti. Si
distinguono anche dalle scienze pratiche, perchò queste non si occupano tanto
di stabilire una norma suprema, quanto di dettare i mezzi per raggiungere un
determinato stato ο abilità. Cfr. W. Wundt, Ethio, 1886, $ 1 dell’ Introd.;
Id., Logik, 1893, II, 513 segg.; Nor
768 Liebinann, Gedanken und
Thatsachen, 1899; De Sarlo, Causa ο legge naturale, « Cultura filosofica »,
aprile 1908. Nota o determinazione. Gr. Texuyptov; T. Merkmal ; I. Notion,
Nota; F. Notion, Nota. Dicesi di ogni elemento che serve a costituire il
concetto. Questo infatti si definisce come la sintesi ideale o tipica d’una
cosa o d’un fatto, ottenuta mediante il confronto delle rappresentazioni e
l’astrazione delle note identiche. L'insieme delle note di un concetto
costituisce, secondo il Mill, quella che noi diciamo I’ essenza della cosa;
secondo altri |’ essenza à data soltanto dalle note permanenti dell'oggetto;
per altri ancora 1’ essenza è il complesso delle qualità primarie della cosa,
che indica quello che la cosa è nell’ordine delle altre cose e in relazione nd
esse. Fra le note del concetto si dicono comuni quello che si trovano in più
altri concetti, proprie quelle che lo distinguono dagli altri con cui ha note
comuni, disparate quelle che se si riducono a concetti a sò non presentano
alcun elemento comuno, disgiunte quelle che importano reciproca negazione.
Riguardo al valore dello singole note rispetto al concetto, si dice genere quel
complesso dello note di un concetto, che sono considerate come sostanziali
rispetto a tutte le altre; differensa la nota primaria costitutiva ed esclusiva
di un concetto; proprietà quella che non è primaria ma costitutiva ed
esclusiva; attributo quella che è soltanto esclusiva; modo quella che è
costitutiva soltanto di una particolare specificazione del concetto ; accidente
quella che può essere e non essere, contenendo il concetto soltanto la
possibilità indeterminata di essa. Ad es., nel concetto di triangolo, il genere
è la nota essere una figura chiusn rettilinea; la differenza è d'avere tre lati
e tre angoli; la proprietà è che i suoi angoli interni sommati sono uguali a
due retti ; 1’ attributo che gli angoli esterni presi insieme sono uguali a
quattro retti; il modo la proprietà pitagorica; l’ accidente l'essere grande ©
piccolo, disegnato ο reale. Dicesi deferminazione 1’ ope 769 Not-Nou razione con cui si aggiunge una nota
ad un concetto, acerescendone la comprensione e diminuendone 1’ estensione;
astrazione l operazione inversa. Cfr. Aristotele, Rethor., I, 2, 1357 b, 14; Fries,
System der Logik, 1837, p. 120 segg.; Masci, Logica, 1899, p. 105 segg. Nota
notae est nota rei ipsius. Formula esposta in più luoghi da Aristotele come
principio generale del sillogismo. Alcuni filosofi, come Kant ο Hamilton, la
opposero al principio scolastico espresso nella formula: diotum de omni aut de
nullo. Tuttavia la formula kantiana si riduce facilmente a quella scolastica,
che ciod: ciò che si dice del predicato si predica pure del soggetto,
pradicatum pradicati est pradicatum subieoti. Cfr. Aristotele, Kateg., 3, 1 b,
10; Hamilton, Leotures on Logik, 1860, app. VI, 11; Kant, Krit. d. r. Vern.,
ed. Kehrbach, 253. Noumeno (τὸ νοούμανον = ciò che è concepito dall’
intelligenza). Vocabolo reso comune dal Kant e già adoperato da Platone
parlando delle idee (voobpeva). Se io ammetto, dice Kant, delle cose che siano
dei puri oggetti dell’intendimento (Verstand) ¢ che tuttavia possono, in quanto
tali, esser dati ad una intuizione, quantunque non intuizione sensibile,...
tali cose sarebbero chiamate noumeni (Intelligibilia). Il noumeno è dunque
l’intelligibile, la cosa in sè, l'oggetto quale noi supponiamo che esista in sò
stesso, senza alcuna relazione con noi; si oppone al fenomeno, che è la
parvenza, l’oggetto quale è formato per mezzo della esperienza © quale possiamo
rappresentarcelo mediante le impressioni del senso. Però Kant distingue due
specie di noumeni: nowmeni in senso positivo, cioè gli oggetti di una possibile
intuizione intellettuale, che 1’ uomo non solo non ha, ma di cui non può vedere
nemmeno la possibilità; noumeni in senso negativo, ciod tutte le cose non
percepibili coi sensi, quali sarebbero appunto gli oggetti cui noi riferiamo le
nostre parvenze. Nè la prima nd la seconda specie di noumeni sono conoscibili,
poichè di essi non v’ ha 49 RaxzoLI,
Dizion. di scienze filosofiche. Noz
770 nd intuizione intellettuale
nd intuizione sensibile; chd sebbene il concetto del noumeno negativo si
presenti necessariamente al nostro pensiero (in quanto |’ apparenza della cosa
presuppone la cosa) esso tuttavia è affatto indeterminato, è un concetto che
serve a limitare le nostre cognizioni nella cerchia dei fonomeni. È da notare
però che Kant ed è questo il punto oscuro della sus dottrina concepisce la cosa in sò come tale, che si
trova in relazione necessaria col fenomeno, di cui è il sostrato intelligibile;
nella Critica della rag. pura egli afferma spesso « che le cose hanno una
duplice esistenza, fenomenica e noumenica; che esso esistono prima in sò
stesse, poi nei loro rapporti con noi; e che la loro esistenza noumenica è il fondamento
doi fenomeni che ce le rivelano ». Ora, ciò è fare più che un uso limitativo
del concetto di noumeno; infatti, fenomeno e nonmeno sono così posti, in un
certo senso, come una sola e medesima cosa còlta sotto due aspetti, ora quale è
in sò, ora quale appare alla sensibilità ο al pensiero. Cfr. Kant, Krit, der
rein. Vern., A 248, 287; B 334, 307; Krit. d. prakt. Vern., ed. Kirchmann, «
Beleucht. der Anal. », 114-115; Platone, Timeo, 51 D (v. agnosticiemo,
conoscenza, limite). ‘Nozione. Lat. Noscere
conoscere; T. Gedanke, Voretellung, Begriff; I. Notion; F. Notion. Ha un
significato molto vasto 9 molto vago; forse per questo è frequentemente usato
in filosofia. Può infatti adoperarsi come sinonimo di iden, di oggetto presente
nel nostro pensiero, ma del quale nulla affermiamo o neghiamo; e come sinonimo
di principio supremo di ragione, cioò di concetto esprimente una verità
universale © necessaria. Qualche volta indica l insieme delle conoscenze
elementari che si hanno intorno à un fenomeno o insieme di fenomeni. Nella
logica si adopera per designare gli elementi che costituiscono la materia del
giudizio, e che si esprimono nel linguaggio per mezzo dei termini, come il
giudizio stesso per mezzo della ΤΠ -Ne.
proposizione. L’ Helmholtz distingue nel senso della vista la intuizione ο la
nozione (Anschauung), che è la percezione accompagnata dalle sensazioni
corrispondenti, dall’ impressione (Perception), che è una nozione che non
contiene nulla di ciò che non proviene immediatamente dalle impressioni del
momento, ossia una nozione tale che potrebbe formarsi senza alcun ricordo di
ciò che prima si avrebbe veduto, e dalla rappresentazione (Vorstellung), che è
l’imagine che la memoria ci presenta di un oggetto assente; quindi una sola e
medesima nozione può essere accompagnata da sensazioni corrispondenti a
gradazioni diversisnime; 9 per conseguenza la rappresentazione e l’impressione
possono combinarsi in rapporti molto differenti per formare una nozione, Cfr.
Helmholtz, Physiolog. Optik, 1867; Wundt, Grundriss d. Payohol., 1896, $ 17 B; Berkeley,
Princ. of Human Knowledge, 1871, part. I, $ 142. Nulla. Lat. Nihil; T. Niohte, Nicht-sein; I. Nothing,
Non-being; F. Rien, Néant. O'non-essere; fu ammesso da alcuni filosofi e negato
da altri. Gli elesti, che primi formularono i principii d’identità e di
contraddizione, dettero a tali principii un valore ontologico, obbiettivo,
cercando di determinare con essi la natara del reale; perciò sostennero che
l’essere soltanto è, che il nulla non è possibile, © che quindi è impossibile
il mutamento e il diventare, i quali implicano la realtà del nulla. Gli
atomisti identificarono il nulla col vuoto, cioè il puro luogo ο l'estensione
pura; Platone, come ammette il correlativo oggettivo di idea, così ammette
anche la realtà del nulla (non = materia) come correlativo della idea del
nulla; gli eraclitei, infine, opponendosi agli eleati, considerano il nulla
come principio del diventare. L'antica disputa tra gli elenti © gli eraclitei
si rinnovò nei tempi moderni tra 1’ Herbart, che nega il divenire in quanto
implica In realtà del nulla, © 1’ Hegel che identifica l'essere affatto
indeterminato col nulla, « Il puro essere, dico 1’ Hegel, forma il NUM 772
cominciamento, perchè esso è così pensiero puro, come è, insieme,
l'elemento immediato, semplice © indeterminato; ο il primo cominciamento non
può essere niente di mediato e di più precisamente determinato. Ora, questo
puro essere è la pura astrazione, o, per conseguenza, è l’ assolutamente
negativo, il quale, preso anche immediatamente, è il nulla, Reciprocamente, il
nulla, considerato come codesto immediato eguale a sò stesso, è il medesimo che
l'essere. La verità dell’ essere come del nulla è perciò l’unità d’entrambi.
Questa unità è il divenire ». Ad ogni modo, si può osservare contro la teoria
eleatico-herbartiana, che il principio di continuità elimina dal divenire la
nozione del nulla introducendovi quella del differenziale, e cho d’altro canto
la realtà del divenire senza il nulla è provata dai princi, della persistenza
della forza, della indistruttibilita della materia, ece.; contro 1’ Hegel, che
il correlativo oggettivo del nulla è la negazione, e che l'essere affatto
indeterminato è una negazione satratta, la quale non si pensa nel divenire
reale, ove ogni negazione (della realtà preesistente) è un nuovo essere e una
nuova determinazione. Cfr. Sesto Empirico, Adv. Math., VI, 65, 77 sogg.;
Diogene Laerzio, IX, 44; C. Wolff, Vernitnftige Gedanken, 1738, I, $ 28; Hegel,
Eneyklopädie d. philos. Wissensoh., 1870, $ 86-88; Rosmini, Pricologia, 1846,
vol. I, p. 274-75; MASCI (vedasi), Logica. (v. essere, divenire, inane,
negazione, non-essere). Numero, T. Zahl; I. Number; F. Nombre. Data l'idea di
unità © la proprietà che essa possiede di poter essere aggiunta a sò stessa, da
questa successiva addiziono si ottiene una serie di quantità determinate, che è
il numero. Numerus est acervus ex unitatibus profueus, dice Boezio. La serie
dei numeri è #llimitata © discontinna o disoreta: illimitata perchè
l'operazione mediante la quale formiamo un nuovo numero, cioò l'aggiunta di una
unità, è sempre identica a sè stessa; discreta perchè si passa da una unità a
un’altra senza transizione, per quanto il passaggio possa 773
Num essere impiccolito mediante numeri frazionari; questo passaggio non
potrebbe sparire se non nel caso in cui l’unità su cui si opera fosse nulla, ma
ciò è contro l'ipotesi. Il numero è quindi una quantità discreta, ο perciò da
principio il numero è concepito come avente un carattere essenzialmente
conoreto; solo più tardi si concepirono numeri astratti, i cui elementi, se
sono semplici unità senza comprensione, mantengono però il loro carattere di
unità, cioè d’individualità distinta da tutte le altre. Soltanto nel calcolo
differenziale il numero è concepito come una quantità continua, colla
supposizione arbitraria d’una quantità infinitamente piccola, minore d’ogni
quantità data senza però essere nulla.
Nella storia della filosofis al numero fa ‘attribuita una importanza
metafisica, specie nei sistemi di Pitagora, di Platone e di Giordano Bruno.
Peri pitagorici i numeri non sono soltanto la forma secondo cui son fatte le
cose, ma costituiscono la vera essenza delle cose stesse, talchò tutto in
sostanza è numero; il numero dispari ο illimitato è l’imperfetto, cioè il male,
il numero pari ο limitato è la perfezione, cioè il bene; l’arinonia, cioè
l'unione dei contrari, forma le singole cose ο il mondo intero. In Platone la
teoria dei numeri non è che la traduzione della teoria delle idee; egli
distinguo i numeri sensibili, cioè le coso reali © contingenti, i numeri
matematici, immobili ed eterni, propri del mondo intellettuale, ο i numeri
ideali, ciascuno dei quali è essenza e corrisponde ad una determinata classe di
esseri; i numeri ideali generano quindi i sensibili ed i matematici, ed essendo
concreti non possono-dar luogo ai calcoli. Giordano Bruno, infine, considera
l’universo come un sistema di numeri; l’ ui verso è uno, sebbene sia infinito ©
consti d’infinite parti, in ciascuna delle quali abita la forza infinita, la
quale si presenta come triade: Potenza, Sapienza, Bontà. In ciò Bruno riflette
lo spirito del Rinascimento, nel quale, per P intlusso delle antiche dottrine
platoniche ο neo-platoniNum T4 che, i numeri @ il loro ordinamento si
ripresentano come elementi essenziali del mondo fisico, contro la dottrinn
aristotelico-stoica delle forze qualitativamente determinate, delle forme
interne degli oggetti, dello qualità occulte. Il libro della natura appare
scritto in cifre ο I’ armonia dello cose quella del sistema dei numeri; tutto è
ordinuto da Dio secondo la misura ο il numero, ogni vita è uno sviluppo di
rapporti matematici. Questo matematicismo rasionalistico -che diventa una
fantastica mistica dei numeri in Bouillée, in Cardano, in Pico, in Reuchlin non
mancò di continuatori nei secoli successivi; ancor oggi Ermanno Cohen proclama
che « il’detto profondo di Pitagora, fl numoro è la misura di tutte le cose,
rimane sempre V’ eterna guida del pensiero, perchè il numero è il principio
della produzione del contenuto, è la sorgente perenne onde scaturisce l'oggetto
». Ma nel pensiero moderno e contemporaneo, il problema del numero è un
problema essenzialmente gnoseologico, la cui soluzione è cercata ora nel
razionalismo leibniziano, ora nell’ intuizionismo kantiano. Per il Wundt il
vero sostegno dell’ idea di unità, da cni ha origine il concetto del numero, è
il singolo atto del pensiero, der einselne Denkact ; la funzione del numero non
è che una particolare manifestazione della funzione logica del pensiero, che
collega i singoli utti mentali, astraendo totalmente dal loro contenuto ; ogni
cifra rappresenta quindi una serio di atti mentali di qualsivoglia contenuto, o
che si sono realmente succeduti, 0 la cui successione si indica come un
problema, la cui soluziono deve avvenire nella stessa maniera onde il nostro
pensiero riunisce continuamente rappresentazioni singole in una aggregazione di
unità: « Il concetto di numero è ciò che rimane come costante dopo
l'eliminazione di tutti gli elementi variabili, il legame dei singoli atti di
pensiero in quanto tali, astrazion fatta da ogni contenuto ». Per il Jerusalem
l’origine del concetto di numero sta da un lato nelle proprietà ob 1% Num biettive delle cose, dal’ altro nella
funzione del giudizio; gruppi di oggetti somiglianti debbono prima attrarre la
nostra attenzione; l'osservazione di tali gruppi ci obbliga poi a ripetere un
identico giudizio denominativo; ma la ripetizione non è arbitraria, bensì è
determinata dal numero degli individui compresi nel grappo: « Ogni numero è una
sintesi. Esso consiste di unità, ma è un tutto che riunisce in sè i singoli
oggetti ο mediante tale riunione diventa un nuovo centro dinamico, nel quale
sono immanenti le forze create primitivamente con tale riunione. Ma tale
sintesi raggiunge sufficiente stabilità solo a condizione che il gruppo
permanga sempre riunito e con la ripetizione dei singoli atti giudicativi venga
di nuovo intuito ο concepito insieme come una totalità ». Per il Masci il
numero non è una intuizione ma una epicategoria, in quanto è una forma generale
della quantità senza individualità propria, una determinazione implicita nell’
idea di qualsivoglia ente reale come tale: « Tutto ciò che è reale è
numerabile, e insieme il namerare è la forma pid generale e più estrinseca
della funzione di sintesi e di analisi in cui consiste il pensare. Ma come
sintesi ed analisi estrinseca è indifferente alla qualità ¢ alla natura della
realtà. In questo carattere estrinseco, aggregativo, che distingue quel pensare
che è numerare, sta la differenza tra l’idea di numero e le altre due categorie
(di sostanze e di causa), e per questo si può dire che il numero sia una
categoria avventizia, una epicategoria ». Cfr. Aristotelo, Metaph., XIII, XIV; Alb. Magn., Summa
thool., I, qu. 42, 1; Kant, Arit. d. rei. Fern, A 143, 147, B 182, 186;
Michaëlis, Über Kants Zahlbegrif, 1884; Id., Über Stuart Mille Zahlbegriff. 1888; Helmholtz, Zahlen und Messen, in Philos.
Aufaiitze, E. Zeller gewidmet, 1887; Wundt, Logik, 1898, I, 468; Jerusalem, ie
Urteilafunotion, 1895, p. 254; Couturat, Je l'infini mathématique, 1896 ; Id.,
art. in Revue de Métaphysique, 1898, 1899, 1910; Whitehead et B. Russel,
Principia Num-0BB 776 mathomatica, 1910; A. Lalande, Letture sulla
filosofia delle scienze, trad. it. 1901, p. 66 segg.; F. Masci, Sulla natura
logica dello conoscenze matematiche, 1885 (v. infinitesimale, matematica,
quantità). ο O. Nella logica formale designa le proposizioni particolari
negative (qualche 4 non è B); nella logica dell’ Hamilton designa le
proposizioni parti-totali negative (qualche 4 non è nessun B). Obbiettivare. T.
Objektiviren; I. To objective; F. Obiectiver. Considerare il soggettivo come
oggettivo, porre fuori di noi ciò che è in noi. Obbiettivare il dato della
sensazione (percezione) significa proiettare al di fuori della coscienza le
modificazioni prodotte dai sensi sulla coscienza medesima; o in altre parole,
riferire la sensazione ad una causa oggettiva. L’allucinazione consiste
nell’obbiettivare falsamente le modificazioni della propria coscienza, nel
riferire il dato soggettivo ad una causa oggettiva che non esiste. Schopenhauer
chiama il mondo un obiettivarsi del volere, e il mondo la sua obbiettità. Cfr.
Riehl, Der philosophisohe Kriticiemus, 1876, II, 2, p. 56; Ardigò, 1 fatto
psicologico della percezione, in Opere fil., IV, 1907, p. 357 segg.;
Schopenhauer, Die Welt a. W. u. Vorst, ed. Reclam, I, $ 45, 30 (v. oggetto).
Obbiettivismo v. oggettivismo. Obbiettività. T. Objektivität; I. Objectivity;
F. Objecticité. Carattere di ciò che è obbiettivo. Designa comunemente
l'attitudine a cogliere il significato reale delle cose ο dei fatti, a
giudicare gli uomini ο gli avvenimenti indipendentemente dalle proprie
attitudini mentali, dai propri sentimenti, inclinazioni e passioni. Nella
psicologia per obbiettività della percezione s'intende il suo riferimento della
modificazione organica (sensazione) alla causa che T7 Ons
VP ha prodotta, per cui si pone come esterna al soggetto senziente la realtà di
un oggetto che agisce come stimolo. Cfr. Ardigò, Il fatto psicologico della
percesione, Op. til., IV, 1907, p. 357 segg.; Laas, Idealismus und
Positiviemus, 1884, III, p. 45-68. Obbiettivo v. oggettivo. Obbietto v.
oggetto. x u Obbiezione. T. Einwurf, Einwand; I. Obieotion; F. Objection.
Argomento che si pone innanzi per abbattere una opinione, una dottrina, ο per
dimostrarne la parziale falsità. Del suo uso nelle discussioni, dice il
Rosmini: « Chi obietta deve produrre un’ obiezione alla volta, e non passare ad
una seconda fino che la prima non è chiarita efficace ο inefficace ». Cfr.
Rosmini, Logica, 1858, $ 856. Obbligasione. T. Verpflichtung ; I. Obligation;
F. Obligation. Da principio l'obbligazione è un legame di diritto, in virtù del
quale una persona è costretta verso un’altra a fare o non fare qualche cosa:
vinoulum jurie quo necessitate adstringimur alicujus rei solvende. Dal punto di
vista morale l'obbligazione è la coscienza che l’uomo, in quanto essere capsce
di scelta tra il bene e il male, ha di dover obbedire a una norma; si suol
definire come una restrizione della libertà naturale, prodotta dalla ragione, i
cui consigli sono altrettanti motivi che determinano gli uomini ad agire in un
modo piuttosto che in un altro. L’obbligazione è dunque la necessità propria
delle leggi morali, e della massima fra tutte, la giustizia. L’obbligatorietà
propria della giustizia, è la giustizia interiore, che non differisce
sostanzialmente dalla esteriore o sociale; il rispetto che si ha dentro di sò
per la giustizia, non è infatti che un’eco del rispetto che si ha per ogni
idealità sociale che la rappresenti. Ora tale rispetto s’ impone tanto, che la
giustizia è, nell’ uomo morale, obbligatoria per sè stessa, cioò acquista un’
etticacia morale direttiva nel dominio stesso dello pure intenzioni. È, dice
l’Ardigò, Occ 778 un senso di tensione, un’espansione interna,
invincibile, un bisogno di compiere le nostre ideo mediante gli atti, senza di
che il senso di obbligazione non è perfetto e non è propriamente completo il
pensiero; la sua origine sta nella ricordanza assommata e indistinta del dolore
provato eseguendo atti che riescono di danno ai consoci, cosicchè il dovefe
morale, in ultima analisi, nasce dal dovere giuridico fino a diventare una
forma costituzionale della psiche dell’individuo. Cfr. Planiol, Traité de droit
civil, 3* ed., I, p. 678; Ardigò, La morale dei positivisti, 1892, p. 122
segg.; R. Bianchi, L’obbligasione morale, ; G. Fulliquet, Essai sur Vobligation
morale, 1898; Fred Bon, Über das Sollen und das Gute, 1898. Occasionali (cause)
v. cause occasionali. Occasionalismo. T. Ocoasionaliemus ; I. Oocasionalism ;
F. Ocoasionalisme. La dottrina delle cause occasionali, secondo la quale causa
vera e prima d’ogni accadere è Dio, mentre i singoli eventi sono soltanto
occasioni per altri eventi, ma non li producono; con essa specialmente si ceroò
di risolvere il dualismo posto da Cartesio tra l’anima e il corpo. Questa
dottrina, sostenuta dal Clanberg, Geuliner e Malebranche, si oppone a quella
cartesiana delVinflusso fisico, fondandosi specialmente sopra la ragione che,
non essendo possibile che operi chi non ha la coscienza di operare, un influsso
reciproco tra anima e corpo è impossibile, perchè I’ uomo non può averne
coscienza. D'altro canto, nessun corpo ha la forza di muovere sè stesso, e uno
spirito finito non può col mezzo della propria volontà muovere nessun corpo.
Tra spirito e corpo non c'è dunque alcun rapporto. Essi soffrono ed operano
quei cangiamenti, che in loro avvengono, ognuno da sè, nell’ambito proprio e
secondo leggi proprie. Eum, qui corpus et mentem unire roluit, simul debuisse
statuere et menti dare cogitationes, quas obsercamus in ipsa ex oocasione
motuum sui corporis esse, el determinare corporis eius ad eum 779
Occ modum, qui requiritur ad eos mentis voluntati subiciendos. Davanti
al mondo lo spirito è un inerme spettatore ; ma Dio fa sì che quando succede un
cambiamento nello spirito, cioè nel pensiero, ne succeda uno di corrispondente
nel corpo, cioè nell’estensione, e viceversa; i due orologi costruiti allo
stesso modo dallo stesso artefite ~ secondo l’imagine del Geulinox, che più
tardi Leibnitz volle rivendicare a sò 8’ accordano perfettamente ma non per
virtù loro, absque nulla oawsalitate, qua alterum hoo in altero causat, sed
propter meram depentiam, qua utrumque ab cadem arte et simili industria
constitutum est. Cfr. Clauberg, Opera philosophioa, 1691, p. 219, 221;
Pfleiderer, Leibnitz und Geulinez, 1884; La Forge, Traité de Vesprit de
l'homme, , Pp. 129; Geulinox, Opera philosopkioa, 1891, I, sez. Il, § 2;
Malebranche, De la recherche de la verità, 1712, II, 6, 7, III; L. Stein,
Antike und mittelalterliche Vorläufer des Ocoasionaliemus, (v. occasione, cause occasionali). Occasione.
T. Gelegenheit, Veranlassung; I. Oocasion: F. Oocarion. Nel linguaggio comune è
il concorso fortuito di circostanze favorevoli alla produzione di un
avvenimento. Si distingue dalla condisione, che è una circostanza senza la
quale l’effetto non si sarebbe prodotto, e dalla causa, considerata come la
produttrice diretta e necessaria dell'effetto. Il Malebranche per occasione
intendeva semplicemente l’antecedente costante di un fatto, non la causu
efficiente del fatto. L'unica causa efficiente è Dio; nel mondo sensibile o
materialo non vi sono nè forze, nè forme, nd capacità, nd vere qualità da cui
possa risultare l’effetto; vi sono soltanto occasioni che Dio fa succedere
affine di operare in questa o quella materia. Cfr. Malebranche, Entretione
métaphysiques, 1871, VII, 159 segg. Occulto. T. (ieheim, Occult; I. Ucoult; F.
Ocenlte. Si dicono occulte le
scienze, o pretese scienze, che hanno per oggetto la conoscenza del futuro, la
sua predizione, e il compimento di azioni che escono dalle leggi ordinarie
della Occ 780 natura. Si distinguono in dirinatorie, che
cercano scoprire l'avvenire mediante }’ interpretazione di certi segni ο
avvenimenti, e tali sono la mantica, la chiromanzia, l’astromanzia, ecc.; e in
taumaturgiche, quali la cabbala, la magia, l’ermetica, la demonologia, che
hanno lo scopo di allontanare il male e procurare il bene, mediante regole e
pratiche speciali. Diconsi potense ocoulte gli esseri imaginari e nascosti con
cui si spiegarono i fenomeni naturali, qualità ooculte quelle che si presentano
allo spirito come una proprietà data, irreducibile © inesplicabile, cause
occulte quelle forze inosservabili, sia sovrannaturali che naturali, con cui,
nella filosofia medievale, si credeva spiegare la natura delle cose. Ls
dottrina delle qualità occulte, delle forze qualitativamente determinate, è
caduta nel Rinasci mento, il quale, sotto l'influsso della letteratura antico,
specialmente delle opere neo-pitagoriche, sostituisce ad essa il concetto
quantitativo ο numerico : il libro della natura è seritto con cifre, l'armonia
delle cose d'quella del sistema numerico, tutto è ordinato da Dio secondo la
misura e il numero, ogni vita è uno sviluppo di rapporti matematici. Questo
principio, liberato dallo strano simbolismo che raggiunge il vertice in
Bouillé, Cardano, Pico, ece., costituirà poi la base metodica della scienza
moderna. Tuttavia, V espressione qualità ooculte è sopravvissuta per molto
tempo, e fu adoperata anche dal desismo agnostico per indicare le forze prime e
sconosciute dei fenomeni: On dest moqué fort longtemps, dice il Voltaire, des
qualités oooultes ; on doit se moquer de ceux qui n'y croient pas. Répetons cent fois que
tout principe, tont premier resnort de quelque autre que ce puisse être du
grand Demiourgor, est occulte et caché pour jamais au mortels. Ce plomb ne
deviendra jamais argent; cet argent ne sera jamais or ; cet or ne sera jamais
diamant Quelle physique corpusoulaire, quels atomer déterminent ainsi leur
nature? Voun n’en sarez rien; la cause sera éternellement occulte. Tout ce qui
vous entoure, tout ce qui est dana vous,
781 Ori-OG& est un énigme
dont il went pas donné à l’homme de deriner le mot ». Cfr. Voltaire, Œurres
complètes, 1817, t. II, par. II, p. 1471; Schopenhauer, Satz rom Grunde, 1878,
$ 20; Nettesheim, Philosophia occulta, 1510. Ofiti. Uno dei nomi col quale fu indicata la Gnosi nel
primo nascimento, e col quale si alludeva al culto del serpente, la cui
dialettica aveva talmente intrecciato il bene col male, che l'uno non poteva
distinguersi dall’altro. Dicesi
offolatria una specie della zoolatria, ο adorazione degli animali, propria di
alcune religioni dei popoli primitivi e selvaggi; essa consiste nel culto dei
serpenti, e si riscontra nell'antica religione egiziana e nelle religioni di
alcuni popoli selvaggi dell’Africa. Cfr. Honig, Die Ophiten, 1889. Oggetti
(teoria degli). 'T. Gegenstandtheorie. Espressione usata primitivamente dal
Meinong, e adottata poi dalla sua scuola, per indicare quella forma
contemporanea di razionalismo, che sostiene la necessità dello stadio dei puri
oggetti del pensiero, come le somiglianze, le uguaglianze, le diversità, i complessi,
le relazioni matematiche; ossia di quelle essenze razionali, che si possono
elaborare a priori, indipendentemente da ogni considerazione d’esistenza
obbiettiva, e che non possono quindi essere oggetto delle scienze empiriche, le
quali trattano invece della realtà esistente obbiettivamente. La teoria degli
oggetti non esistenti (tra i quali il Meinong include persino gli oggetti
impossibili, come il quadrato rotondo, la materia inestesa, ece.) ha una sfera
propria, che, tende ad allargarsi sempre più, fino a raccogliere tutte le
conoscenze a priori; queste non stanno in antagonismo con le conoscenze
empiriche, ma le integrano, come mostra la matematica applicata; ma per quanto
le due forme di conoscenza in pratica possano compenetrarsi, si devono tener
distinte teoricamente le due afere, per poter meglio elaborare e raffinare i
mezzi di ricerca, tenendo presenti i loro caratteri Oa 782
distintivi. Cfr. Meinong, Ameseder, Mally, ecc., Untersuchungen sur
Gegonstandtheorie und Psychologie, 1904; 8. Tedeschi, Un’ equivalente
aprioristica della metafisica, « Riv. filosofica », 1908, vol. XI, p. 289
segg.; Losacco, La teoria degli obietti ο il rasionalismo, « Cultura filosofica
», 1910, fasc. IV, p. 184 segg.; Aliotta, La reazione idealistica contro la
soienza, 1912, p. 372-385. Oggettivismo. T. Objektiviemus; I. Objoctiviem ; F.
Obiecticieme. Dati i vari © spesso opposti significati della parola oggetto,
anche il termine oggettirismo può essere variamente applicato. In generale
designa quei sistemi filosofici che identificano la cognizione con l’Essere, e
pongono quindi come unica la verità e la scienza nell’oggetto ο nel soggetto; e
quelle dottrine morali che ammettono che la moralità ha una esistenza propria,
al di fuori e al di sopra delle opinioni, della condotta e della coscienza degi
individui. Nel linguaggio comune, l’oggettivismo è l’attitudine a vedere le
cose come sono, a giudicarle serennmente, a non deformarle per partito preso o
per ristrettezza di spirito. Oggettivo s’oppone a soggettiro © designa tutto
ciò che riguarda I’ oggetto ο che esiste come oggetto. Avendo il termine
oggetto mutato radicalmente di signifiesto, anche il termine oggettivo assunse
significazioni diverse. Nella lingua della scolastica, da Duns Scoto in poi,
per oggettivo #’ intende non una realtà sussistente in sò stessa, bensì ciò che
costituisco una rappresentazione della coscienza; questo significato rimane
fino al Baumgarten, ma alcuni, come il Renouvier, vorrebbero continuar a
chiamare oggettivo « ciò che si offre come oggetto, ciod viene
rappresentativamente nella coscienza, e soggettivo ciò che è della natura del
soggetto, sia d’un rappresentato qualunque in quanto la conoscenza vi scorge
qualche cosa di distinto dal suo atto proprio, e d’un supposto dato în qualche 783
Oca modo fuori di essa, senza di essa ». In generale però oggi dicesi
oggettivo ciò che è esteriore alla coscienza, che è al di fuori del pensiero,
che esiste indipendentemente dal pensiero. Il metodo oggettiro nella
psicologia, si contrappone al soggettivo ο introspettico, e consiste nello
studio dei fatti psichici quali si manifestano negli altri uomini, negli
animali, nell’individuo normale e nell’anormale, nel fanciullo ο nell'adulto. Cfr. Eucken, Geschichte d.
phil. Terminologie, 1879, p. 68, 203, 134; Renouvier, Essais de Critique gen.,
Logique, cap. I; Bechterew, Les problèmes et les méthodes de la peychologie
objective, « Journal de Peychologie », nov. 1909; Kostyleff, Les travaux de
l’école peychologique russe, « Revue philosophique », nov. 1910; Liard, La
science positive οἱ la métaphysique, 1879, 1.
II, cap. I, II.
Oggetto. T. Gegenstand, Objekt; I. Objeot ; F. Objet. Si oppone a soggetto, ed è la traduzione latina del
greco ävzıxelpevoy, usato dla Aristotele. Però lo Stagirita usava questo
termine in un senso affatto opposto al nostro e ciod per designare ciò che è
pensato, ciò che è rappresentato © nella coscienza; usava invece il termine
5xoxelpevoy (che i latini tradussero subiectum) per indicare ciò che è reale,
la sostanza che è il sostrato dell’azione, l'essere unico © identico che si
manifesta nei fenomeni multipli ο mutabili. Tale siguificato si mantenne
durante tutto il medicevo ο si trova ancora in Cartesio e Spinoza. Così per
Cartesio la realtà oggettiva è quella dell’iden sola, ο della cosa in quanto
non è considerata che nel pensiero; egli chiama poi realtà formale ο attuale
quella dell'oggetto stesso delle nostre idee © realtà eminente quella che è
superiore sia all'idea che all'oggetto, e contiene in potenza ciò che in essi è
di fatto. Spinoza l’ usa nello stesso significato: « Un'idea vera deve
corrispondero esattamente all'oggetto che essa esprime, ossin (e ciò facilmento
si comprende da sè) che ciò che è contenuto oggettivamente nell’ intelligenza
deve necessariamente esistero nella naOcc *
784 tara ». E anche il Berkeley:
« I fenomeni naturali non sono che apparenze naturali, ο son dunque quali li
vediamo e li percepiamo. La loro natura reale e la loro natura oggettiva sono
dunque identiche ». Ma nel sec. XVIII ο al principio del XIX, il significato
dei due termini mutò radicalmente, ο d’allora in poi per oggetto si intese ciò
che è reale, che esist in sè, indipendentemente dal pensiero, © per soggetto
l'io che pensa, che rimane uno © identico attraverso i suoi fenomeni mutevoli e
multipli. Questo cambiamento nel significato assunto dai due termini, è dovuto
principalmente a Kant e a Fichte, col primo dei quali assunse tanta importanza
il problema della conoscenza, ossin dei rapporti tra il pensiero e la realtä. «
Spatium non est aliquid obiectivi, seu realise, dice ad es. Kant, sed eubjectioum et
ideale, et natura mentis stabili lege proficiscens ». Però la distinzione tra soggetto © oggetto deve essere
intesa come una distinzione di diritto; ossia l'oggetto non può essere, in
senso assoluto, cid che è in sò stesso, fuori del nostro spirito e d’ogni
spirito, perchè un'esistenza che non è affermata da una coscienza ο spirito è
inconcepibile; © nemmeno ciò che è rappresentato in comune da tutti gli
spiriti, perchè tale accordo può anche verificarsi per ciò che è falso; bensì,
ciò che è il fondamento stesso dell’accordo degli spiriti, ciò che è in «2
nella nostra coscienza © in tutte le coscienze, per opposizione non a ciò che è
fuori d’ogni coscienza, ma a ciò che, in una coscienza qualunque, è pura
rappresentazione contingente e passeggera. Cfr. Aristotele, De an., III, 2, 426 b, 8; Id.,
Metaph., IV. 5, 1010 b, 33 segg.; Encken, Gesch. d. phil. Terminologie, 1879, p. 134, 204; Cartesio, Medit.,
1685, III, 11; Spinoza, Ethica, 1677, 1. I, teor. xxx, dimostrazione; Berkeley,
Siri, $ 292; Kant, De mundi sensibili atque intelligibilio forma et principiie,
$ 15: Id.. Krit.
d. rein. Vern., A 780, B 808; Fichte, Grundlage d. ger. Wissenschaftelehre, 1802, p. 20-40, 131 segg.; Bulletin
de la 1785 ους soc. française de phil., giugno 1912 (ν.
conoscenza, coscienza, criticiemo, io). Olfattive (sensazioni). T. Geruchsempfindungen; I.
Sensations of emell; F. Sensations olfaotives. Hanno per organo la regione superiore delle cavità
nasali, per stimolo le particelle delle sostanze odorose trasportate dalla
corrente aerea a contatto con le superfici olfattive, per contenuto l’odore. Le
qualità degli odori sono, a differenza dei sapori, in numero straordinariamente
grande, tantochè non solo manca una vera classificazione scientifica e una
scala degli odori (la classificazione più accettata è ancora quella di Linneo)
ms non siamo neanche capaci di segnalare con appellat diversi le qualità
differenti degli odori, e per esprimerci dobbiamo servirei dei nomi delle
sostanze vegetali ο animali che li emanano. Si suol distinguere la finezza
dell'olfatto, ossia la cnpacità di distinguere le piccole differenze
d’intensità degli odori, dall’acuità olfattiva, ossia la capacità di percepire
minime quantità di sostanze odorose; quest’ultima si misura per mezzo
dell’olfattometro, determinando i valori liminali dell’eccitamento olfattivo
rispetto ai singoli odori. Dicesi ogfresologia (ὄσφρεσηις = odorato) quella
parte della psicologia che ha per oggetto lo studio delle sensazioni olfattive;
anosmia (ὀσμή =. odore) l’incapacith, congenita o aequisita, di percepire gli
odori; paraosmia le sensazioni olfattive allucinatorie; iperosmia
l'abbassamento abnorme della soglia della sensibilità dell'olfatto, per cui
possono essere avvertiti odori che normalmente non si avvertono. Una
caratteristica delle sensazioni olfattive, sta nel loro legame con la sfera dei
sentimenti; tutti gli odori che funzionano come stimoli determinanti riflessi
nella sfera della vita vegetativa e riproduttiva determinano costantemente un
sentimento di piacere. Un’altra caratteristica sta nella loro capacità di
rievocare per associazione l’imagine visiva di Inoghi e di avvenimenti. Cfr.
Cloquet, Osfresologie, 2° ediz. 1821; Zwardemaker, 50 RanzotI, Dizion. di scienze filosofiche. OLI-OnE 786
Physiologie des Geruches, 1895; Nagel, Revue scientifique, 8 « 15 maggio
1897. Oligarchia (ὀλίγος = pooo). Forma di governo, in cui il potere supremo
risiede nelle mani di pochi individui appartenenti all’aristocrazia. Platone la
distingueva però dall’aristoorasia, perchè mentre in questa una classe governa
nell’ interesse comune, nell’oligarchia governa invece nell'interesse proprio.
Cfr. Platone, Repubblica, V ο VI (v. aristocrazia, demoorasia). Omeomeria
(ὁμοιομέρεια). Elementi primitivi non percettibili, divisibili all’ infinito e
qualitativamente differenziati, con la cui aggregazione Anassagora spiegava la
formazione dei vari esseri. Le omeomerie sono dunque verse dagli atomi di
Democrito, indivisibili e privi di ogni differenza qualitativa, e diverse pure
dagli elementi di Empedocle, differenziati in quattro sole qualità primitive.
Per Anassagors ogni qualità è originariamente sostantiva: il ferro, il legno,
le ossa, il sangue, ecc., sono composti di particelle similari ed
originariamente costituite così. Da principio queste particelle erano mescolate
tutte insieme, in una specie di caos universale; perchè le diverse cose
potessero formarsi, era necessario che il movimento si introducesse nella massa
infinita e indifferenziata, distinguendo ciò che era confuso e producendo le
forme diverse; ora, la causa di questo movimento è, per Anassagora, un’altra
materia speciale e singola, più leggera e più fina degli elementi, capace di
muoversi da sè e quindi di natura peichica, autrice della bellezza e
dell’ordine del cosmo e quindi intelligente: tale materia pensante Anassagora
chiama ragiona ο intelligenza, vodg. Dal momento in cui essa penetrò nel caos,
il turbine della vita si estese in successive spirali in tutte le regioni del
mondo, continua ancora, come indica la rotazione del cielo, ο continuerà senza
interruzione. Il nome di omeomerie fu dato alle qualità primitive da
Aristotele; Anassagora le chiamava invece semi (σπέρ 787 OMN para). Cfr. Aristotele, De gen. et corr.,
I, 1; Simplicio, In Phys. Arist., {. 38; Lucrezio, De rer. nat., I, 890.
Omniscienza. T. Allwissenheit ; I. Omniscience ; F. Omniscience. Uno degli
attributi della natura divina. Si deve intendere nel senso che Dio conosce non
solo ciò che è accaduto nel passato e che socade nel presente, mn anche ciò che
accadrà nell’avvenire; e che codesta conoscenza è diretta, immediata, perchò
Dio non vede gli avvenimenti del mondo fuori di lui, come uno spettatore, ma li
conosce in sò stesso, perchè egli n'è l’autore. L’omniscienze si basa sal
principio della perfezione divina. Aristotele, infatti, aveva già detto: « Dio
non è altro che l’attualità dell’i telligenza; tale attualità presa in sò
stessa ne costituisce la vita perfetta ed eterna ». E 8. Tommaso: « Intendero e
conoscere è la essenza medesima di Dio, éntelligere Dei est sua essentia ». E
da notare però, che la concezione aristotelica di Dio come pensiero che pensa
sò stesso, come pensiero del pensiero, era stata sviluppata da alcuni suoi
discepoli nel senso, che Dio non conosce nessun altro oggetto che non sia il
suo stesso pensiero, e quindi non conosce il mondo. Contro questa illazione
insorsero prima i Padri, poi S. Tommaso, per il quale Dio, che ha distinta
coscienza di sè medesimo e delle sue perfezioni, conosce anche le cose create e
periture, vedendole però nella sua infinita essenza. L’uomo non può conoscere i
corpi se non fanno impressione sopra i suoi sensi; ma a Dio basta contemplare
ln propria illimitata potenza, perchò in lui, fonte prima ed sesoluta della
vita, tutti gli esseri si concentrano come offetti nella loro causa, unde cum
virtus divina ne estendat ad alio, eo quod ipse est prima oausa effectiva
omnium entium, necense est quod Deus alia a #2 cognoncat. Analogamente dice il
Bossuet: « Dio non intende che sò stesso, e tutto intende in sè stesso, perchè
tutto quello che egli è, ο da lui si distingue, si ritrova in lui come nella
propria causa ». Cfr. Aristotele, Metaph., XII, 9; Gerson, De consol.
theologie, in Omo 188 Opera omnia, 1706, t.1; 8. Tommaso, 8.
Yheol., I, q. 22, a. 2; Leibnitz, Essais de Théodioée, 1710, © la
Corrispondance aveo Clarke, 1715-16; Bossnet, De la connaissance de Dieu, ο.
IV, art. 8 (v. prescienza). Omogeneo. T. Gleichartig ; I. Homogeneous; F.
Homogène. Cid che è composto di parti ο elementi qualitativa mente identici ;
si oppone ad eterogeneo, che è ciò le cui parti sono di natura differente. Lo
spazio ed il tempo sono, secondo alcuni filosofi, essenzialmente omogenei,
perchè la differenza delle loro parti può essere nella grandezza non nella
qualità. Secondo lo Spencer il processo evolutivo, sia 00smologico che
biologico e sociologico, consiste in un passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo,
mediante un processo continuo di differenziazione e quindi di specificazione.
Cfr. Spencer, First principles, 1884, cap. XIV-XVIII (v. eroluzioniemo).
Omogenesia. F. Homogenesie. Il Broca chiamò così, in opposizione a
eterogenesia, quella proprietà organica in virtù della quale due germi di sesso
opposto tendono a fecondarsi reciprocamente, dato che tra di loro non
intercorra una distanza zoologica troppo pronunciata. L’ omogenesia è abortira
quando la fecondazione avviene, senza però che il feto giunga a maturità;
agenesica quando dà luogo a prodotti, i quali però sono sterili tra di loro o
con gli individui dell'una ο dell’altra razza madre; disgenerica quando i
prodotti sono infecondi tra di loro, ma fecondi con individui del’ una o
dell’altra razza madre, dando luogo a prodotti pure sterili; paragenesica
quando i prodotti sono sterili tra di loro, ma fecondi con individui dell’ una
o dell’ altra razza madre, dando luogo a nuovi prodotti indefinitamente
fecondi, così da originare una nuova razza; eugenssioa quando i prodotti sono
indefinitivamente fertili, cosicchè la nuova razza si produce direttamente.
Cfr. Topinard, L’anthropologie, 1884, pag. 382 segg. (v. ibridiemo, dimorfismo
sessuale, razza, pecie, varietà).
789 Omo-Ont Omonimia. Uno dei
sofismi verbali, che si fonda sopra l'ambiguità dei termini. Consiste infatti
nell’ adoperare una parola in più significati senza distinguerli. Tale sarebbe
il ragionamento per cui il Berkeley, basandosi sulla constatazione che una
medesima idea può sparire dalla mente ο poi tornarvi, concludeva alla esistenza
di uno spirito universale in oui tutte le idee avessero la loro sede
permanente; qui è confuso evidentemente il medesimo in quanto numero, col
medesimo in quanto specie. Cfr. Aristotele, Metaph., IV, 4; Id., Categ., 1 (v.
incosciente). Onirologia. T. Onirologie; I. Onirologg; F. Onirologie. Può
designare tanto quella parte della psicologia che si oocupa dei sogni, quanto
il discorrere che si fa sognando. Viene usata comunemente nel primo
significato, nel quale non vuol essere confusa colla omérocrisia o
oniroorifica, che è la pretesa arte di interpretare i sogni. L’onirologia, come
stadio psicologico dei sogni, si basa essenzialmente sull’osservazione
introspettiva; il suo metodo classico, divenuto tale dal Maury in poi, è quello
della notazione immediata, che consiste nel trascrivere immediatamente,
essendosi risvegliati all'improvviso, le imagini del sogno che sono ancora
fresche nello spirito. Altro metodo è quello della notasione ripetuta, che
consiste nel constatare l'evoluzione subita dal sogno nella memoria,
traserivendo il medesimo sogno a diversi intervalli di tempo. Si sono infine
proposti dei metodi che sembrano scostarsi dai precedenti, in prima linea
Vexperimento: il soggetto che si addormenta in condizioni speciali (sottoposto
alla pressione di guanti ο di nastri, ο dopo una viva impressione ottica, οσο.)
deve riempire, al risvegliarsi, un apposito questionario. Altri ha raccomandato
le inchieste; ma i risultati sono sempre scarsi, perchè i questionari
comportano solo un numero limitato di domande assai semplici, Cfr. Tissié, Les
révee, 1890; 5. Freund,
Die Traumdentung, 1900; J. Bigelow, The mystery of sleep, 1897; Jastrow, Le
subcoscient, trad. franc. 1908; Vascide, ONT
790 Le sommeil οἱ les réres, 1911; M. Foucault, Le rêve, études et
observations, 1906; De Sanctie, I sogni, studi prie. e clinici, 1899. Ontogenesi. T. Ontogenesis; I. Ontogenesis,
Untogeny : F. Ontogénèse, Ontogénie. Si adopera per opposizione a filogenesi, ο
indica lo sviluppo dell’ individuo vivente dalla sun primitiva forma
embrionaria allo stato adulto. Tale sviluppo non sarebbe altro, secondo l’
Haeckel, che una ricapitolazione, una ripetizione abbreviata dello sviluppo
della specie, ciod della filogenesi. Cfr. Haeckel, I'problemi delV universo,
trad. it. 1904, p. 81 segg.; Vialleton, Un problème de l'évolution, 1908 (v.
embriologia). Ontologia (tv, ἔντος + ciò che è, ente). T. Ontologie: I.
Ontology; F. Ontologie. La scienza che studia 1’ essere come tale, P essere
considerato in sè stesso, indipenden-temente dai suoi modi di manifestarsi. Fu
detta anche ontosofia ο filosofia prima. Il Clauberg la definisce quale
soientia que contemplatur ens quatenus ens est, hoo est, in quantum communem
quamdam intelligitur habere naturam.... (qua) omnibua οἱ singulis entibus suo
modo inest. Cristiano Wolff, più brevemente, scientia entis in genere, seu
quatenus ens est ; suo cômpito è di dimostrare que entibus omnibus sive
absolute, sito eub data quadam conatitutione oonveniunt. Spesso ontologia è
sinonimo di metafisica, quando si considera 1’ essere in sè come principio di
tutte le cose; ma per 1’ Herbart, ad es., essa non costituisce che una delle
parti della metafisica, la quale ha il cömpito generale di liberare i concetti
dalle contraddizioni. Al nome ontologia il Galluppi vuol sostituito quello di
ideologia, perchè la stessa nozione di essere, nonchè quella di esistenza, di
possibilità, di sostanza, di attributo, ecc., sono idee essenziali dello
spirito umano, delle quali si deve esaminare l’origine e il valore, per vedere
con qual diritto noi affermiamo la loro oggettivit «L'ideologia dunque non è
che l’ontologia ragionata e filosofica. È un'ontologia foggiata sopra una base
solida ». Al 791 ONT tri filosofi
soppressero l’ontologia, incorporandola nella teologia, altri ancora ridussero
la prima alla seconda. Il Rosmini, opponendosi ad entrambi, ne distingue i
domini, definendo l’ontologia la teoria dell’ essere comune, oppure la teoria
dell’ essere in tutta l'ampiezza della sua possibilità, e la teologia la teoria
dell’ essere proprio, cioè Dio stesso. Egli formula il problema ontologico in
questi cinque modi: trovare la conciliazione delle manifestazioni dell’ ente
col concetto dell’ ente ; trovare una ragione sufficiente delle diverse
manifestazioni dell’ente; trovare la equazione tra la cognizione intuitiva e quella
di predicazione; conciliare le antinomie che appariscono nel pensiero umano:
che cosa sia ente e che cosa sia non ente. L’ontologis, secondo lo stesso
filosofo, precede la cosmologia, che è la scienza dell’ ente finito, il quale è
possibile soltanto dopo la conoscenza dell’ essere in universale, oggetto della
ontologia, e si distingue dall’ ideologia, che si riferisce pure all’ essere,
ma lo considera come pura ed assoluta idea, nella quale tutte le altre si
contengono. Cfr. Clauberg, Motaphysica, 1646, cap. I, 1-2; Cr. Wolff,
Philosophia prima sive ontologia, 1736, $ 1, 8; Baumgarten, Metaphysica, 1739;
$ 41; Galluppi, Lesioni di logica e metafisica, 1854, vol. III, p. 982 segg.;
Rosmini, Nuovo saggio aull’origino delle idee, 1830, vol. II, p. 1 segg.; Id.,
Logica, 1853, $ 847 (v. essere, ente, assoluto, anoetico, possibile, filosofia,
metafisica, metodologia, eco.). Ontologico (argomento). Una delle prove a
priori dell'esistenza di Dio. Essa fu enuncista la prima volta da 8. Anselmo
d’Aosta in questo modo: quando lo stesso ateo pronuncia la parola Dio, se sa
quello che dice deve avere il concetto di nn essere del quale îl maggiore non
si può pensare (quo nihil maius cogitari potest); ma questo essere non sarebbe
tale, non sarebbe il massimo degli esseri, se fosse solamente pensato, se
mancasse di esistenza, poichè in tal caso noi potremmo pensarne un altro
esistente, ed ONT 792 esso sarebbe certo maggiore; dunque non si
può supporre che Dio non esista: « Se dunque codesto oggetto al disopra del
quale non ο) ὃ nulla, fosse solamente nell’ intelligenza, sarebbe tuttavia
tale, che avrebbe qualche cosa al di sopra di lui; conclusione che non potrebbe
essore legittima. Esiste dunque certamente un essere al di sopra del quale non
si può nulla imaginare, πὸ nel pensiero, nd nella realtà ». Descartes diede più
tardi un’evidenza matematica a questo argomento, partendo dalla nozione che
abbiamo di un Essere perfetto: come nell’ idea di triangolo è conte nuta l’idea
che la somma dei suoi angoli valga due retti, così nell’ idea d’un essere
perfetto è contenuta l’idea di esistenza, essendo l’esistenza una perfezione.
Spinoza prende l'argomento ontologico come base e proposizione iniziale del suo
sistema: Per oausam sui intelligo id, ouiue cssentia involvit existentiam, sive
id, ouius natura non potest concipi nisi eziatone. Deus sive substantia neosssario existit,
perchè posso existere potentia est; quindi de nullius rei exiatentia entis
absolute infiniti seu perfeoti, hoo est Dei. Infine il Leibnitz formulò
l'argomento così: Dio è per definizione Vessere necessario; ora l'essere
necessario esiste perchè il suo concetto racchiude necessariamente 1’ esistenza
; dunque Dio esiste. Infine l’ argomento ontologico fu criticato da Kant, il
quale, pur riconoscendolo il migliore di tutti, negò ad esso qualsiasi valore
oggettivo. L'esistenza, dice Kant, non fa parte del contenuto del pensiero, ma
bens? lo controlla © lo necessita; il possibile non contiene nulla più del
reale, e cento talleri reali nulla più di cento talleri possibili, hundert
wirkliche Thaler enthalten nicht das Mindesto mehr als hundert mögliche; se jo
penso un essere come la massima realtà, rimane pur sempre da chiedere se esso
esista 0 no: « Il concetto di un essere supremo, conchiude Kant, è un’ ides
utilissima per molti riguardi; ma appunto perchò non è che un'idea, è del tutto
incapace di estendere da sola la nostra conoscenza per rapporto a ciò che
esiste.... Codesta prova ontologica tanto vantats, che pretende dimostrare per
via di concetti l’esistenza di un essere supremo, perde dunque tutta la sua
fatica, e non si diventerà più ricchi in conoscenze con delle semplici idee, di
quello che diventerebbe ricco in denaro un mercante se, nel pensiero
d’aumentare la sua fortuna, aggiungesse alcuni zero al suo libro di cassa ».
Cfr. 8. Anselmo, Proslog., 2, 3; Cartesio, Medit., V; Spinoza, Ethica, 1. 1
def. I, teor. XI, scol. ; Leibnitz, Mém. de Trévour, 1701; Kant, Krit. d. rei. Vern., ed. Kehrbach, p. 468-475; C. Guastella,
Filosofia della metafisica, 1905, vol. I, app. al cap. VI, $ 6 (v. gli
argomenti cosmologico, fisico, ideologico, morale, storico). Ontologismo. T.
Ontologismus ; I. Ontologiem; F. Ontologisme. Non deve confondersi con
ontologia, che ha un significato più generale. Designa talvolta quella scuola
filosotica, che vuol far precedere l'ordine reale all’ ordine psicologico delle
conoscenze, ossia che i metodi e i principt della filosofia vuole siano cercati
nell’ oggetto ο non nel soggetto. Ma più comunemente il vocabolo è adoperato a
denominare la filosofia del Gioberti, che, opponendosi allo psioologismo
iniziato da Cartesio e continuato dalla filosofia moderna, sostiene che noi
dobbiamo cominciare con la suprema ed obbiettiva intuizione della mente: Ens
oreat existentias ; il prendere come punto di partenza |’ esame della coscienza
ο dei processi del conoscere, trasporta la filosofia al di là della sua sfera e
conduce logicamente al sensismo, al protestantismo, all’ ateismo, Cfr.
UeberwegHeinze, Grund. d. Gesch. d. Phil., 83 ed., II, p. 328; Cournot, Essai
sur les fond. de nos conn., 1851, t. I, p. 307; Gioberti, Introduzione allo
studio della filosofia, 1850, t. I, p. 272 segg. (v. ente, psicologismo).
Ontosofia. Sinonimo poco usato di ontologia. Opinare. T. Meinen, Vermuthen; I.
To opine; F. Opiner. Consiste nel ritenere per vero ciò che si presume soltanto
Orr 794
probabile, cid di cui non si possiedono le ragioni per essere
perfettamente certi. È quindi un atto soggettivo, che si distingue dal sapere,
che consiste nella certezza di una verità o di un ordine di verità, basste
sulla ragione o sulla esperienza; © dal credere, che consiste nell'accettare
come vero ciò che è indimostrato ο ciò che l’ autorità altrui ci impone di
considerare come vero. Quindi si hanno due forme del credere: quella scientifica,
in cui l’indimostrabilità di un dato proviene dall’ essere esso fondamento di
ogni dimostrazione (assiomi, postulati), e quella religiosa, in cui il dato
manos di ogni prova e non si accetta che per l'autorità altrni. E falso dunque
voler porre questa seconda come base della prima (v. critica, dubbio, fede).
Opinione. Gr. Δόξα; Lat. Opinio; T. Meinung; I. Opimion; F. Opinion. Non
bisogna confonderla con la conoscenza, con la oredenza, con la conrinsione. La
conoscenza è determinata da motivi sufficienti; la credenza da motivi
insufficienti, che però non tolgono la persuasione di possedere la verità; la
convinzione è una credenza spiccatamente tenace e sicura; l'opinione infine non
è che una credenza incompleta, in quanto si fonda su motivi che sono
insufficienti e si riconoscono come tali. « L’ opinione, dice Kant, è il fatto
di ritenere qualche cosa come vero, con la coscienza d’ una insufficienza
soggettiva e obbiettiva di tale giudizio ». Già prima Cicerone l’ aveva
definita imbecillam assensionem, 8. Bonaventura assenzio anime generata ex
rationibus probabilibue, ο Cristiano Wolff propositio inaufficienter probata.
L'antica sofistica aveva ridotto ogni pensiero ad opinione; se la verità è
l'opinione individuale, ogni cosa prende norma e valore dal soggetto; da ciò il
detto di Protagora: « l’uomo è la misura di tutte le cose ». A codesto
scetticismo 6’ oppose da prima Socrate, che foce consistere il vero sapere non
nell’ opinione, ma nel conoscere i concetti delle cose; poscia Platone, che,
mantenendo il divario tra l'opinione (δόξα) che deriva dai sensi 1795
OPP-ORD € la cognizione (ἐπιστήμη) che è data dai concetti, feco
corrispondere all’ opinione i fenomeni mutevoli, ai concetti ciò che v' ha di
costante nell’ avvicendarsi dei fenomeni, cioè la realtà, 1’ essenza, l’ Idea.
Cfr. Platone, Zepubl., V, 477 B, 478 B, Meno 97 E; Aristotele, Met., VII, 15,
1039 b, 33; Cicerone, Tusc. disp., IV, 7; 8. Bonaventura, In lib. sontent., 3,
d. 24, art. 2, 2; Cr. Wolff, Philosophia rationalis, 1732, $ 602; Kant, Krit.
d. r. Vern., A 822, B 850 (v. antropometrismo, concetto). Opposizione. T.
Gegensatz, Gegensetzung, Opposition; I. Opposition; F. Opposition. Una delle
tre specie principali di relazioni immediate tra le proposizioni ; essa ha
luogo tra le proposizioni identiche di contenuto, ma diverse di qualità, o
diverse di qualità e modalità insieme, potendo essere identica ο diversa la
quantità. L'opposizione può essere contraria, contradditoria ο suboontraria.
Sono opposte contrarie le proposizioni universali d’identico contenuto ma di
qualità opposta, e le proposizioni apodittica negativa e apodittica
affermativa. Sono opposte subcontrarie le proposizioni particolari d’identico
contenuto e di qualità opposta, e ngualmente le problematiche affermative e le
problematiche negative. Sono opposte contradditorie quelle d’identico contenuto
ma diverse di qualità e quantità, e ugualmente l’apodittica negativa e la
problematica negativa, Si dicono infine opposte subalterne le proposizioni d’
identico contenuto e qualità ma di diversa quantità, e ugualmente le
apodittiche e le problematiche della stessa qualità e contenuto. Cfr. Ueberweg,
System d. Logik, 1874, $ 97; Masci, Logica, 1899, p. 201 segg. (v.
contrappoxizione, conversione). Ordine, T. Oränung; I. Order ; F. Ordre. Una
delle idee fondamentali della intelligenza. Si pnd definire come la nozione o
la comprensione d'una coerenza qualsiasi, fondata sopra un rapporto
quantitativo, qualitativo, meccanico o teleologico. Il Cournot ha distinto I’ ordine logico
dall'ordine razionale: il primo consiste nell’ incatenare i ORG 796
fatti secondo I’ ordine lineare, che è quello del discorso; il secondo
nel mettere in luce la relazione secondo la quale i fatti, le leggi e i
rapporti, oggetto della nostra conoscenza, si concatenano e procedono gli uni
dagli altri. Nella logica matematica l’
ordine seriale è l’ esistenza tra più termini d’ una relazione transitiva
asimmetrica. L’ordine della natura è l’
insieme delle ripetizioni manifestate sotto forma di tipi o di leggi dagli
oggetti percepiti. 1) ordine sociale è
l'insieme delle regole alle quali i cittadini debbono conformarsi, e la
sottomissione dei citta dini a codeste regole. I giuristi distinguono l’ordine
giuridico dall’ ordine pubblico, considerando questo come un fine rispetto al
quale il primo è un mezzo; mentre, infatti, l'ordine giuridico è un sistema di
condizioni che non possono non esistere in ogni società, l'ordine pubblico è un
bene, che si ottiene © si mantiene solo a patto di osservare certe determinate
condizioni, è quello stato di cose che rappresenta la normalità della vita
collettiva di una determinata società. Cfr. Cournot, Essai sur le fond. de n. connais.,
1851, $ 17, 24, 247; L. Couturat, Les principes des mathématiques, cap. II;
Bergson, L’évolution oréatrice, 1912, cap. III, Le désordre et les deux ordres;
A. Levi, La société et l'ordre juridique, 1911; Ardigd, Opere fil., I, 88-91;
II, 263-265, 269-277. .L’organicismo
è il sistema o dottrina che spiega i fatti della vita, della sensibilità ο del
pensiero come pure funzioni organiche, senza ammettere l'intervento nd del
principio spirituale, nè del principio vitale. Gli organicisti non riconoscono
che l’esistenza della materia organizzata, provvista però di forze e proprietà
che non esistono negli esseri inorganici; ogni organo è animato da una forza
particolare che, componendosi con tutte le forze simili, mantiene la vita
totale: la vita è U’ insieme delle forze che resistono alla morte, dice il
Bichat. Questa dottrina ebbe ed ha illustri
1797 ORG sostenitori, fra oni it
Bichat, Robin, Broussais © Claudio Bernard.
Nella sociologia dicesi organicismo la dottrina secondo la quale le
società sono organismi analoghi agli esseri viventi, e la sociologia un ramo
della biologia. Platone ο Aristotele tra gli antichi, Spinoza, Herder,
Schelling ed altri filosofi della storia, raffigurarono la società come « an
corpo vivente » sottoposto alle leggi indeclinabili della nascita, della crescita
e della morte; il Comte e lo Spencer cercarono di dare una consistenza
scientifica a codesto concetto, determinando le analogie e le somiglianze tra
l’organismo individuale e quello sociale; lo Schüfie spinse l’analisi ancora
più in là, e trattò addirittura della anatomia, fisiologia, psicologia,
patologia e terapia del corpo sociale. Cfr. Snisset, Recherches nouvelles sur
l’dme, « Rev. d. denx-mondes », 15 agosto 1862; Espinas, Les sooistés animales,
1878, Introd. ; Comte, Cours de phil. pos., 1877, t. IV, p. 172 segg.; Schüfle,
ita ο struttura del corpo sociale, « Biblioteca degli economisti », serie IIT,
vol. VII; A. Rey, La philosophie moderne, 1908, p. 177-78; Novicow, Les castes
et la sociologie biologique, « Rev. philos. », 1900, II, 373 segg.; Bouglé, Le
proods de la sociologia biologique, Ibid., 1901, Il (v. anima, materialismo,
moniemo, paralloliamo, ritalirmo, meccanismo, organico). Organico. T.
Organisch, Organisirt; I. Organio; F. Organique. Tutto ciò che appartiene all’
organismo; si oppone 3 inorganico, psichico, intellettuale, eco. Ad es., una
malattia mentale presenta delle alterazioni organiche, come l’atrofia d’un
organo o la distribuzione d’un tessuto, e dei fenomeni psichici corrispondenti,
come le idee deliranti, le alIneinazioni, 900, Il concetto di organico si
contrappone a quello di inorganico: infatti, sebbene i corpi inorganici e gli
organici siano soggetti alle stesse leggi generali della materia, tuttavia gli
elementi costitutivi dei primi o sono mescolati meceanicamente 0 entrano in
combinazioni chimiche binarie, i secondi contengono principalmente comORG 798
binazioni ternarie e quaternarie con carbonio; le particelle ultime dei
primi si attengono reciprocamente sia per forza di attrazione che per affinità
chimica, quelle dei secondi sembrano invece combinate, sostenute, elaborate,
consumate, trasformate da un agente di natura diversa di quelle inorganiche,
agenti che alcuni chiamano forza organica o vitale, pure considerandola come un
semplice concetto astratto, ipotetico e provvisorio. Organico si distingue
infine da organizzato 9 da aggregato: sono organiche tutte le sostanze prodotte
dalla vita di qualche organismo e che non esistono nel mondo inorganico (linfa,
albumins, proteina, siero del sangue, ecc.); tuttavia possono essere omogenee,
indivisibili, giacenti 1’ una accanto all’ altra, cioò non organizzate ο
amorfe. I muscoli, i nervi, le glandole sono invece sostanze organiche e
organizzate insieme, perchè in essi si ha la riunione di sostanze eterogenee in
un tutto, la cui ragione sta in un tipo razionale. Infine, le particelle
aggregate di un corpo inorganico esistono semplicemente le une accanto alle
altre, senza cercare di riunirsi a vicenda, © senza cessare d’ essere quello
che sono se separate. Cfr. Cournot, Essai sur le fond. de nos connaissances,
1851, t. I, p. 269 segg.; Eucken, Geistige Strömungen der Gegenwart, 1909, sez.
B, $ 2 (v. fisiologia, generazione, cellulari teorie, duodinamismo, meccanismo,
organioismo, vita, vitaliemo). Organo. T. Organ, Werkzeug ; I. Organ; F.
Organe. Una doterminata unione di tessuti per una determinata funzione, della
quale sono strumento; la riunione di tessuti uguali per una funzione più
elevata costituisce il sistema: così si ha il teseuto nervoso, degli organi
nervosi (es. il cervello) e il sistema nervoso. Quando un organo è formato di
un solo tessuto dicesi semplice (es. alcune glandole) quando di più tessuti
composto (es. il fegato). La riunione di tutti gli organi in un tutto, capace
di vita, dicesi organismo; ora, nessun organo ha in sò la ragione della propria
esistenza, ma la trae dal tutto al quale appartiene, 799
ORI perciò il fine ultimo dell’ organo non è la sussistenza propria, ma
quella di concorrere al mantenimento dell’ intero organismo. Nella logica il termine organo o organum
significa trattato di logica. Gli antichi commentatori diedero questo nome ai
libri logici d’Aristotele, intendendo con ciò di significare che la logica è lo
strumento (ὄργανον = stromento) per la ricerca della verità. Bacone intitolò la
propris opera principale Novum Organon appunto per signiticare che egli vuol
contrapporre una nuova logica a quella aristotelica; oggetto di questa nuova
logica è, come dice il sottotitolo, I’ interpretazione della natura ossia del
regno dell’uomo (de interpretations naturae, sive de regno hominis). Kant
distinse l'organo, ossia il metodo di ogni disciplina in particolare, dai
canoni del pensiero in generale. Cfr. Kant, Krit. d. rei. Vern., ed. Kehrbach, p. 43;
Fries, System der Logik, 1837, p. 13. Orientazione. T. Urientirung ; I. Orientation; F. Orientation. In
generale, la coscienza delle relazioni spaziali del nostro corpo con gli
oggetti che lo circondano, coscienza dovuta sia alle sensazioni visive, sia
alle tattili, muscolari, uditive, eco.
Dicesi senso della orientasione la coscienza che hanno molti animali e
alcune razze umane inferiori, della direzione da seguire per recarsi attraverso
luoghi sconosciuti ad un punto noto. Questo senso avrebbe sede nei canali
semicircolari dell’ orecchio, e funzionerebbe mediante avvertimenti dati dalla
differenza di pressione dell’ endolinfa contenuta nei canali stessi. Dicesi ilusione della orientasione quell’
anomalia della coscienza normale della direzione, che consiste nel mutarsi dei
punti dello spazio circondante il soggetto, in modo da esser cambiato tutto il
suo ambiente fisico, ma senza che sia alterata la nozione dei rapporti spaziali
degli oggetti gli uni rispetto agli altri. Cfr. Cyon, Recherches sur len
fonct. des oanaux »emioiroulaires, 1878; Peychol. Rer., 1897, IV, 341, 463;
Hüfiding, Esquisse d’une paychologie, 1900, p. 256 ORI-ORO 800
segg.; Grasset, Les maladies do l'orientation et de Vequilibre, 1902. Origine. T. Ursprung; 1. Origin; F. Origine. In
generale cominciamento, prima manifestazione d’ un fatto, qualche cosa che 6’
inizia nel tempo; talvolta però significa la ragion d’ essere di un
avvenimento, il fatto elementare che ne spiega un altro. Tra i problemi
tradizionali riguardanti l'origine sono da ricordarsi i seguenti: Problema
dell’ ori gine delle idee: sono esse un prodotto di esperienza sensibile ο, le
fondamentali almeno, fanno parte della costituzione stessa del nostro spirito
e, in quanto tali, esistono a priori? Problema dell'origine della oosoiensa: è
essa un attributo dello spirito, o una proprietà dell’ organizzazione evolntiva
della materia organizzata, o la concentrazione d'una coscienza diffusa in tutto
l’ universo? Problema del. l'origine del male: se Dio esiste, donde ha origine
il male? Problema dell'origine della vita: è la vita il prodotto del semplice
gioco di reazioni fisico-chimiche, o di un principio che ha natura e leggi
proprie, diverse da quelle meocaniche? Problema dell'origine della specie: le
specie viventi, animali ο vegetali, furono prodotte tali e quali da una
creazione, e restano immutabili, ο ei trasformano in modo che rin’ unica specie
sia passata storicamente dalle une alle altre? (v. idea, oosoiensa, male, vita,
specie, innatismo, empiriemo, 600.). Orismologia (ὡρισμός definizione). Trattato intorno ai vocaboli
tecnici e alle espressioni proprie d’una data scienza ο arte. È sinonimo di
terminologia. Orottero. La linea o il punto che congiunge i punti dello spazio
che fanno imagine su punti identici delle due retine, in una data posizione
dell’ occhio. L’ esistenza dei punti identici si ammette per spiegare la
visione semplice degli oggetti, benchè le loro immagini si formino su ambedue
le retine, ed è provata dal fatto che, se si sposta l'occhio con un dito mentre
si guarda un oggetto, l’og 801 Osc-0ss
getto è visto doppio. L’ orottero varia perciò a seconda della posizione degli
occhi: così quando gli assi visuali si trovano sul piano orizzontale e sono
convergenti, 1’ orottero è rappresentato da un circolo che passa per il punto
fissato e i due centri ottici; quando invece gli assi visuali si trovano nel
piano orizzontale e sono fra di loro paralleli (come allorchè si guarda il
lontano orizzonte) l’orottero è rappresentato dal piano che passa per i
medesimi. Cfr. Tschering, Optique physiologique, 1898 (v. binoowlare, campo,
emianopsia, diplopia). Oscuro. T. Dunkel; I. Obscure; F. Obsour. Nel linguaggio
cartesiano oscuro si oppone a chiaro e si distingue da confuso: un’ idea è
oscura quando per essa non riusciamo a differenziare un oggetto dagli altri, è
confusa quando per ossa differenziamo un oggetto dagli altri, ma non abbiamo la
conoscenza degli elementi di ouf è composto. « Dico che una idea è chiara,
scrive il Leibnitz, quando è sufficiente a distinguere la cosa e riconoscerla;
così, se avrò un’ idea ben chiara di un colore, non mi avverrà di prendere un
altro colore per quello che cerco, e, se avrò l’idea chiara di una pianta, la
discernerò dalle piante consimili; e, se ciò non è, l’idea è oscura ». Gli scolastici designavano con l’espressione
obscurum per obscurius quella forma di petizione di principio, che consiste nel
dimostrare ciò che è oscuro per sè con ciò che è ancora più oscuro. Cfr. Leibnitz, Nouveaux
essais, 1704, 1. II, cap. 29, $ 2; Peirce, Comment rendre nos idées olaires, «
Rev. philosoph. », genn. 1879.
Osservazione. T. Beobachtung; I. Observation ; F. Observation. È l'atto
mediante il quale lo spirito si applica a un fatto o a un insieme di fatti,
allo scopo di conoscerli e di spiegarli. Si distingue dallo sperimento in
quanto questo è attivo, perchè sperimentando si interviene nei fatti
producendoli o modificandoli, mentre |’ osservazione è passiva, in quanto
consiste nella semplice constatazione dei fatti; la distinzione però non è
assoluta. Si diversifica anche dal51
Raxzorı, Dizion. di acienze filosofiche. Oss 802
l’attensione, perchè mentre in questa può mancare in quella è essenziale
il desiderio di una esplicazione ulteriore del fatto osservato. Si distinguono due forme d’osservazione: la
comune, abbandonata all'esercizio degli organi di senso individuali, © la
metodica, assistita da speciali mozzi che ne accrescono la portata, integrata
da ragionamenti che ne svolgono il valore, conformata a regole costanti per la
scelta degli oggetti e delle condizioni opportune d’ esame, controllata dai
risultati ottenuti da diversi osservatori.
L'osservazione può anche essere esterna e interiore © psicologica.
L'osservazione esterna è la base delle scienze fisiche ο naturali, ed è
essenziale in alcune di esse, come ad es., nell’ astronomia. L'osservazione
esterna deve essere metodica, cioè procedere regolarmente da nA oggetto
all’altro, precisa ciod fare un giusto calcolo della quantità dei fatti, esatta
ciod nulla trascurare. L'osservazione interiore © introspezione fu adoperata
nello studio dei fenomeni psichiei, primamente dalla sonola scozzese, indi
dagli eclettici francesi ο dagli associazionisti inglesi, ma fa combattuta da
A. Comte, il quale sostenne essere assurdo che si possa nello stesso tempo
essere il soggetto osservante e l'oggetto osservato. Con ciò il Comte veniva a
negare la possibilità di ogni conoscenza dello spirito per mezzo della
coscienza. Tuttavia codesta conoscenza à un fatto d’esperienza comune, ed oggi
il metodo introspettivo, aiutato fin dove è possibile dall’ esterno, è ancora
il metodo proprio della psicologia. Cfr. Senebier, L'art d'observer, 1802;
Ribot, Contemporary english psychology, 1873, p. 84, 323; Sully, Outlines of
peyohology, 2° ed. 1885, p. 6, 7; C. Bernard, Introd. à V étude de la med.
ezpor., 1865, 1. I, cap. 1; Masci, Logica, 1899, p. 402 segg.; A. Padon,
Legittimità € importanza del metodo introspettivo, « Riv. di filosofia »,
aprile 1913 (v. introspezione, riflessione, psicologia). Ossessione. T.
Besessenheit; I. Obsession; F. Obsession. La presenza nello spirito di una
rappresentazione, o d’una 803 Orr associazione d'idee, che la volontà non
riesce ad allontanare se non momentaneamente, che impedisce agli stati
antagonistici di presentarsi e intorno alla quale vengono a raccogliersi tutte
le associazioni. Si verifica spesso nella malinconia religiosa, caratterizzata
da un delirio di onsessione o di possessione, in cui l'individuo si sente
circondato da demoni o tutt’ nno con essi. Secondo il Régis e il Tamburini
tutte le varietà di ossessione si riferiscono ad un disturbo della volontà e si
possono raccogliere in due gruppi: 1° ossessioni impuleive, in cui la volontà è
lesa nella sua forza di arresto; 2° ossessioni abuliche, in oui la volontà è
less nella sua energia generale di attività. Cfr. Pitres et Régis, Les
obsessions οἱ les impulsions, 1902; Raymond et
Janet, Les obsessions αἱ la peychasthénio, 1903;
Régis, Manuel de méd. ment., 3" ed., p. 257-296; Tamburini, Riv. aper. di
Fren., IX, 1883, p. 74 ο 297; Pierre Janet,
Névroses οἱ idées fixes, 2* ed. 1904, cap. I. ο Ottimismo. T. Optimismus; I. Optimiem ; F.
Optimieme. Vocabolo usato per la prima volta dai padri gesuiti di Trevoux nel
render conto della teodicea del Leibnitz, e reso più tardi popolare dal
Voltaire col suo Candide ou Poptimismo (1758). Vi ha un ottimismo naturale © un
ottimismo filosofico. Il primo si può definire come là disposizione, quasi
sempre innata, dovuta allo stesso temperamento, a cogliere il lato buono delle
cose, a giudicare benevolmente degli uomini e degli avvenimenti. Il secondo,
che ha forse le sue intime radici nel primo, è la dottrina secondo la quale
sull'universo tutto va per il meglio e noi viviamo nel migliore dei mondi
possibili. Esso ha una data relativamente recente nella storia del pensiero, ed
è più che altro una dottrina teologica e metafisica; esso infatti consiste
nello scagionare la divinità, creatrico del mondo, dell’esistenza del male nel
mondo e nel dimostrare Ja necessità del male medesimo. Noi troviamo accennato,
è vero, il problema dell’ottimismo in alcuni filosofi antichi e Orr 804
dell’ eta di mezzo. Così, già Platone insegnava che il Demiurgo non ha
potuto creare che ciò che è più bello e più buono; Plotino che il male e il
dolore non sono che specie negativo e conducono ancor meglio al bene; 8.
Clemente che il male è solo azione, non sostanza (οὐσία), e che il mondo quale
Dio l’ha creato è perciò originariamente buono; 8. Agostino che in quantum est,
quidquid est, bonum est. Ma una trattazione compiuta del problema sotto tutti i
suoi aspetti, nelle sue relazioni con l’idea di Dio, di Grazia e di Provvidenza
divina ο di libertà umana non si ha che col Leibnitz. Secondo il filosofo
tedesco, la continuità e l'armonia che si osservano nel mondo sono prestabilite
da Dio, il quale, nell’ opera sua creativa, non ha agito a caso, ma ha scelto
tra le creature possibili quelle che corrispondevano meglio al suo fine: «
Dalla perfezione suprema di Dio consegue che, producendo l'universo, egli ha
scelto il miglior piano possibile, nel quale esista la più grande varietà col
più grande ordine; il terreno, il luogo e il tempo meglio governati; il maggior
effetto prodotto coi mezzi più semplici; la maggior potenza, la maggior
conoscenza, la maggior felicità e bontà nelle creatare che l'universo potesse
comportare. Poichè tatti i possibili pretendendo all'esistenza nell’ intelletto
divino, in proporzione delle loro perfezioni, il risultato di queste pretese
deve essere il mondo attuale il più perfetto che sia possibile. E senza di ciò
non sarebbe possibile spiegare perchè le cose siano avvenute così piuttostochè
altrimenti ». Ma se Dio ha scelto il miglior mondo possibile, perchè esiste il
male? Il male, risponde il Leibnitz, può essere metafisico, fisico o morale. Il
male metafisico è la limitazione, che non può non esistere perchè ogni monade
creata deve averla. Il male fisico è il dolore, che è pure necessario perchè
senza di esso non csisterebbe il piacere; infatti il dolore nasce dallo sforzo
per passare da uno stato all’altro, e senza questo sforzo non ci sarebbe azione
© quindi nemmeno piacere, 805 Orr-P che consiste appunto nella coscienza
dell’ azione. Infine il male morale è il peccato, ed è esso pure una condizione
indispensabile: il peccato nasco da una rappresentazione oscura; dalla
rappresentazione oscura si sviluppa la conoscenza chiara, la quale è la
condizione prima della morslità; dunque, senza il peccato non esisterebbe la
moralità, e quindi neanche il bene. Così Dio è pienamente giustificato. Oggi il
problema dell’ottimismo ο del pessimismo ha perduto il suo primitivo
significato: si è infatti riconosciuto che il bene e il male, il piacere e il
dolore sono condizioni necessarie l'uno dell’ altro; che il dolore ha un
officio biologico, in quanto ci avverte dell’alterazione degli organi, e ci è
di stimolo al perfezionamento fisico e morale. Ad ogni modo si pud dire che la
scienza moderna, essendo a base evoluzionistica, ammettendo οἱοὸ un
perfezionamento indefinito della specie e della società, è essenzialmente
ottimistica. Cfr. Platone, Zimeo, 30 A; Plotino, Enn., III, 2, 5; 8. Clemente,
Strom., IV, 13, 605; 8. Agostino, De vera relig., 21; Id., Confess., VI, 12;
Leibnitz, Prinoipes de la nat. et de la grâce, 1879; Id., Theodioea, 1710, $
416; I. Duboc, Der Uptimiemus ala Weltanschauung, 1881;Sully, Pessimism, 1877,
p. 399 segg. (v. dolore, piacere, migliorismo, pereimiemo, bene, male, armonia,
teodicea). P. Nei versi mnemonici delle tre ultime figure del sillogismo
categorico, questa lettera indica che la riduzione al modo della prima figura
deve essere fatta mediante conversione per accidente di una delle due premesse
o della conolusione ; ad es.: Darapti della terza figura si converte nel Darii
della prima mediante la conversione per accidente della minore. La stessa
lettera si usa nello espressioni simboliche delle proposizioni per indicare il
predicato, e nelle espressioni simboliche del sillogismo per PAG-PAL 806
indicare il termine maggiore, che nella conclusione fa appunto da
predicato (v. figura, modo, termini, sillogismo). Paganesimo. T. Paganismus; I.
Paganism; F. Paganisme. Termine generico per indicare tutte le religi teriori
al cristianesimo, o diverse dal cristianesimo, fatta eocezione però del
giudaismo e dell’ islamismo. Esso ebbe origine nei primi secoli del
cristianesimo, per il fatto che il politeismo romano conservava i suoi più
tenaci difensori tra gli abitanti delle campagne. Ancor oggi il termine è usato
spesso in senso dispregiativo, applicandosi a tutte le forme più basse della
religiosità, Paleontologia. T. Palsontologie; I. Paleontology; F.
Paléontologie. La scienza dei fossili. Essa ha origini recenti, da quando cioè
col Convier e col Lamarck, si cominciò a riconoscere che le impronte e le
reliquie di animali © vegetali estinti conservateci in stato pietrificato sono
veri e propri documenti per la storia degli organismi: essi infatti ci dànno
notizia della forma ο della struttura di piante e di animali, che sono gli
antenati o i precursori degli organismi ora viventi, oppure linee laterali
estinte. Prima invece s'era creduto che le pietrificazioni di piante ο di
animali non fossero che scherzi di natura (ludus naturae) o prodotto di uno
sforzo creativo (vis plastica), «ο modelli inorganici di cui si servì il
Creatore prima di creare gli esseri organici. Cfr. K. A. Zittel, Geschichte d.
Paläontologie, 1899 (v. cosmogonia, geologia). Palingenesi. Gr. πάλιν = di
nuovo, γένεσις = generazione; T. Palingenese; I. Palingenesis; F. Palingenèse.
E vocabolo proprio della filosofia religiosa e vale rinascimento,
rigenerazione. Si applica tanto all'individuo, come all’umanità e all'universo.
L'idea della palingenesi si trova nel fondo di quasi tutte le religioni
filosofiche. Così nel bramanismo il mondo passa attraverso continue alternative
di creazione e di distruzione, corrispondenti alla veglia ¢ al sonno di Brahma;
in esso Vichnou rappresenta il prin 807
Par cipio della palingenesi universale, in quanto interviene in certe
epoche per salvare il mondo da Civa, principio della distruzione: « Mentre Brahma
veglia il mondo vive e si muove; ma quando il Dio dorme, quando il suo spirito
è in riposo, l’ universo svanisce; tutti gli esseri cadono nell’inersia; essi
sono dissolti nell’ anima suprema, perchè colui che è la vita di tutto l'essere
sonnecchia dolcemente, privato della sua energia. Così, passando a volta a
volta dal sonno alla veglia e dalla veglia sl sonno, esso fa nascere
costantemente alla vita tutto ciò che ha il movimento ο tutto ciò che non l’ha;
poi esso lo annienta e rimane immobile ». Nel cristianesimo l’ umanità risorge
dalla sua caduta per opera di Gesù Cristo, © risorgerà tutta intera alla fine
dei tempi, sotto nuovi cieli e in una nuova terra; nelle antiche religioni
orientali, il male fa discendere l’nomo, dopo morto, nel corpo di nn animale
irragionevole, mentre il bene può farlo in seguito salire nelle sfere luminose
della felicità. L’ idea della palingenesi si trova anche nel sistema di
Pitagora e più in quello degli Stoici: « L'anima razionale, dice Marco Aurelio,
vaga sull’ali della speonlazione per l’ universo intero, comprende e vede che
nulla di nuovo vedranno quelli che verranno dopo di noi e che nulla di nuovo
videro mai i nostri maggiori, ma bensì che in un certo qual modo chi è giunto
alla età di cinquant’anni, per poco ingegno che abbia, può dire di avere già
visto tutte le cose passate e future, poichè esse saranno della medesima sorte
». Nei tempi moderni, Scho. penhauer ha sostenuto la rinascita degli stessi
individui nell’ umanità. In Federico Nietzsche la palingenesi eterna
costituisce ad un tempo la base e il coronamento della filosofia del superuomo,
la grande idea che Zarathoustra annuncia da prima ai discepoli raccolti intorno
a lui davanti alla caverna della montagna, e che poi rivela alle masse
convocate in festa: « Tutti gli stati che questo mondo può raggiungere, esso li
ha già raggiunti, e. non Par-Pa 808 solamente una volta, ma un numero infinito di
volte ». Alcuni scienziati moderni, ispirandosi al principio fonda mentale della
termodinamica, concepiscono la storia dell'universo come un processo ciclico di
degradazioni ο di rigenerazioni della materia e dell’ energia, processo nel
quale le identiche fasi si ripeterebbero eternamente a distanze immense di
tempo: «Se i mondi muoiono, dice il Becquerel, è sempre per far posto a dei
nuovi mondi. Diventa così possibile all'evoluzione dell’ energia, della
materia, e dei mondi, di percorrere un ciclo perpetuo, un ciclo nel quale noi
non vediamo nè cominciamento nd fine ». Cfr. M. Aurelio, I ricordi, 1. XI, 1; Schopenhauer,
Die Welt als W. und Vorst., Reclam, suppl. VI, cap. LXI; Nietzsche, Werke, 1895-97,
VII, p. 80, XII, p.122; G. Beoquerel, L’évoIution de la matière et des mondes,
« Rev. scientifique», 25 nov. 1911; 8. Arrhönius, L'évolution des mondes, 1910,
p. 218, 223; G. Le Bon, L'évolution des forces, 1907, p. 99 segg.: ©. Ranzoli, Il caso nel pensiero e nella vita,
1913, p. 169-1 (v. anamnesi, metempsicosi, nirvana, palingenetici).
Palingenetici (caratteri). Fra i caratteri ereditari, alcuni sono dovuti alle
condizioni di sviluppo o all’adattamento all'ambiente esterno, che si
manifestano negli individui di una data specie; altri invece sono dovuti ad una
trasmissione abbreviata o semplificata, e partecipano delV intima
organizzazione dell'individuo e della specie: i primi si dicono cenogenetici, i
secondi palingenetici. La denominazione è stata proposta dall’ Haeckel. Cfr.
Haeckel, I problemi dell'universo, trad. it. 1902, p. 107, 193 (v. filogenesi,
variabilità). Pampsichismo. T. Panpeychismus; I. Panpsyohiem; F. Panpsychisme.
Ha due significati fondamentali. In senso stretto, è la dottrina filosofica
secondo la quale la coscienza o psiche non è proprietà dei soli organismi
superiori, ma è comune a tutta la materia. Fra i moderni, il principale
sostenitore di codesta dottrina è Ernesto Hae 809 Pam ckel, il quale considera ogni atomo
materiale come provvisto di un’anima costante: dalle combinazioni multiple di
questi atomi si formano le anime-molecole, e le anime dei protoplasma
molecolari, organiche, da cui risultano le anime-cellule ; per tal modo tutta la
natura è cosciente, sia l’organica che l’inorganica. Questa forma di
pampsichismo si riconnette all’ iloroismo dell’antica scuola ionica. In senso
largo, ma con significato polemico, si adopra come sinonimo di monismo
epiritualistion ο idealiemo realistico, 9 indica perciò tutti quei sistemi
filosofici che considerano la materia come un complesso di fenomeni psichici,
sppoggiandosi sia sopra il concetto della subbiettività delle qualità della
materia, sia sopra 1’ impossibilità di concepire il mondo se non per analogia
con noi stessi, cioè col nostro spirito. Così il Guastella definisce come
pampsichismo ogni sistema « che afferma che la materia non esiste, ma che tutto
è spirito; che ciò che ci apparisco come mondo materiale non è in sò stesso che
un mondo di esseri psichici; che non vi hanno in realtà particole di materia e
movimenti, ma in luogo di essi spiriti e fenomeni psichici ». Inteso in questo
senso, il pampsichismo ha lo stesso punto di partenza dell’ilozcismo, in quanto
entrambi identificano la forza fisica con la psichica; ma mentre questo fa
dello spirito una proprietà costante della materia, il pampsichismo aggiunge
che la materia è una apparenza, e il realo non è che lo spirito. Si distingue
anche dall’ idealismo soggettiro © dal fenomenismo, sppunto perchè, lasciando
agli oggetti materiali un’ esistenza indipendente, afferma che non sono
materiali che in apparenza, mentre in realtà non sono che spirito. Quests forma
di pampsichismo ha, a differenza della prima, un posto assai largo nella metafisica
moderna, sopra tutto nel periodo più recente, per la cresciuta coscienza delle
difficoltà del realiamo comune ; esso è ammesso da Leibnitz, Schopenhauer,
Maine de Biran, Rosmini, Gioberti (nella seconda forma della sua filoPan 810
sofia), Lotze, Want, Clifford, Wallace, Taine, eco. Cfr. Haeckel, Naturliche
Sohopfungageschiohte, 1889, p. 20 segg.; in C. r. del Congrès de Phil. de
Genève, 1904, C. A. Strong, Quelques considérations sur le panpeychieme, Th. Flournoy, Le panpsychisme ; Guastella, Filosofia
della metafisica, 1905, t. I, p. 144 segg. (v. coscienza, anima, monismo,
peicologia cellulare). Panenteismo. Gr. x2v= tutto, iv = in, θεός = Dio; T.
Panentheismus; I. Panentheiem ; F. Panenthéieme. Vocabolo creato dal Krause per
denominare la propria dottrina, che cercava di conciliare il teismo col
panteismo. Per il Krause il mondo non è che lo svolgimento dell’ ossenza divina
impressa nelle ideo; ma queste idee sono l’autointuizione dalla più alta
personalità, in quanto l’essere di Dio non è ragione indifferente, ma il
principio personale del mondo. Al pari dello Schelling, egli considera tali
anche le forme del complesso sociale ο il cammino della storia. Oggi il termine
panentoiemo si adopera per indicare in genere quelle forme di panteismo, in cui
la sostanza divina è concepita come avvolgente il mondo, che ne è contenuto.
Cfr. Krause, System der Philosophie, 1828. Pangenosi. T. Pangenesis ; I.
Pangeneris; F. Pangenèse. L'ipotesi con cui il Darwin spiega la trasmissione
ereditaria ο eredità dei caratteri. Da tutte le cellule dell’ organismo
vivente, che sono unità biologiche, si staccano dei granuli minutissimi, detti
gemule, le quali, per la loro affinità reciproca, si riuniscono e si accumulano
negli elementi sessuali. Codeste gemule, trasmesse alle generazioni immediate,
si sviluppano e si evolvono così da costituire le cellule, i tessuti, gli
organi, o, in una parola, i nuovi individui; in tal caso si ha l’eredità
immediata. Se invece le gemule rimangono latenti per un corso più o meno lungo
di generazioni, nascoste, a così dire, nelle profondità degli organismi,
sviluppandosi poi nelle generazioni venture, si ha l’eredità atavica o
atavismo. Cfr.
Darwin, 811 Pax Animals and Plants under Domestication,
1. II, cap. XXVII; W. K. Brooks, The law of heredity, 1883 (v. eredità,
endogenesi, porigenesi, panmizia, germiplasma). Panlogismo. T. Panlogismus ; I.
Panlogiem; F. Panlogisme. Appellativo
dato a quei sistemi filosofici, che identificano, come lo stoico e l’hegeliano,
il pensiero con l’essere, la ragione (λόγος) col tutto (πᾶν). Il vocabolo fu
creato da J. E. Erdmann per denominare appunto In dottrina di Hegel « che non
pone nulla di reale se non la ragione; all’ irrazionale non accords che una
esistenza transitoria, che si sopprime da sò stessa ». Cfr. Erdmann, Geschichte
d. nou. Philos., 1853, t. III, parte 2°, p. 858 (v. logos, noo, io, panteirmo).
Panteismo. T. Pantheismus; I. Pantheiem; F. Panthéime. Il termine panteisti fa
usato la prima volta da Toland nel 1705; il termine panteismo non si trova che
nel 1709, nel suo avversario Fay. Il panteismo è la dottrina filosofica che
identifica la divinità col mondo, e concepisce l'uno e il molteplice, il finito
ο l'infinito, la natura natarata ο la natura naturante come due aspetti
differenti ma inseparabili di un essere unico, dell’ essere divino. Però questa
identificazione di Dio col mondo sostenuta dal pantelsmo, non va intesa in
senso assoluto, come accade volgarmente. Il panteismo filosofico distingue Dio
dal mondo, in quanto il primo è uno, è il principio dell’ unità delV universo,
mentre il secondo è molteplice, è una totalità di elementi diversi; in altre
parole, quello è l'essenza, questo il fenomeno, quello l’ universale, questo la
collezione dei particolari. Della nozione volgare del panteismo scrisse Hegel:
« Comunemente si ha del panteismo questo concetto: che Dio sia tutte le cose,
il tutto, 1’ universo, codesta somma di tutte lo esistenze, codesta infinita
molteplicità delle cose finite, e si fa alla filosofia il: rimprovero di affermare
che ogni cosa è Dio, cioè 1’ infinita varietà delle cose singole, non I’
universo in sò e per sè, ma le Pan
812 cose individuali nella loro
esistenza empirica, come esse sono immediatamente.... Ma questo fatto (ossia)
che una qualche religione abbia insegnato tale panteismo, è completamente
falso; non è mai capitato a nessun uomo di dire: tutto è Dio, cioè (Dio è) le
cose nella loro individualità e contingenza; tanto meno ciò è stato affermato
in qualche filosofia... Lo spinozismo stesso, come tale, © anche il panteismo
orientale, insegnano che in tutte lo cose il divino non è che I’ universale del
loro contenuto, l'essenza delle cose, ma in modo che questa essenza à
rappresentata come essenza determinata delle cose stesse >. Il panteismo si
distingue quindi tanto da quei sistemi che considerano la sostanza divina come
distinta dalla sostanza del mondo (ereasionismo, dualismo), quanto da quelli
che pongono una o più divinità personali (teismo, monoteismo, politeismo),
quanto infine da quelli che negano |’ esistenza della divinità (ateismo). Va
notato però che, storicamente, il panteismo si allea talvolta con qualcuna
delle dottrine ora nominate; così lo stoicismo, nella sua fase eclettica,
accoglie il politeismo della credenza popolare, ammettendo una schiera di
divinità inferiori, emananti dall’ unica forza divina universale, considerate
como organi intermedi e che, ciascuna nel proprio campo, rappresentavano la
forza vitale ο la provvidenza della ragione universale; e nel panteismo logico
di Scoto Eriugena, il mondo è Dio svoltosi nel particolare, con un processo
degradante di universalità logica, per cui da Dio procede anzitutto il mondo
intelligibile come Natura, che è creata © che crea, © il regno degli
universali, delle idee, che formano le forze attive nel mondo sensibile dei
fenomeni. Il panteismo assume due aspetti diversi: l’orientale, che immerge Dio
nel mondo e lo concepisce come riposo, come essere; l’occidentale, che im-
merge il mondo in Dio e lo concepisce come movimento, come processo. Si distinguono
ancora: il panteismo matertalistico, per il quale è la semplice materia
dell'universo, con 813 Pax le sue forze, la sua vita, il suo
pensiero come prodotto dell'organismo, che costituisce l’ Uno-Tutto, Dio; il
panteismo idealistico, che risolve ogni cosa, tempo, spazio, materia, forza,
divinità, in oreazioni dello spirito; il panteismo sostanzialistico, che
afferma l’esistenza di un potere spirituale operante nella forma materiale,
potere infinito ed eterno che è la ragione di tutto. Fra i più importanti
sistemi panteistici, sono da annoverarsi: 1° lo stoico, che considera 1’
universo come un vasto organismo penetrato în tutti i sensi da una sostanza
eterea finissima, che è ad un tempo la ragione seminale da cui tutti gli esseri
sono usciti, 1’ anima del mondo, la divinità; 2° l’alessandrino, secondo il
quale Dio, che è P’Ente primo e |’ Uno, genera la mente, da cui emana l’Anima
universale, che a sus volta produce le anime individue in lei contenute, e
tutte le parvenze del mondo materiale; 3° lo spinosiano, in cui il pensiero e
l'estensione non sono che due attributi di una sola sostanza infinita, Dio,
cosicchè le anime e i corpi, e ciascun fenomeno di quelle e di questi, non sono
che modi di codesti due infiniti attributi di Dio e ne esprimono in diversi
aspetti l'essenza; 4° l’Aegeliano, in cui l'assoluto, il tutto, la divinità, è
l’Idea, che per un processo di eterno divenire si sviluppa prima come potenza o
germe, poi come natura, infine come spirito cosciente. Cfr. Eucken, Geschichte
d. philos. Terminologie, 1879, p. 94; Hegel, Vorlesungen über die Philos. d.
Religion, 1840, p. 94; C. E. Luthardt, The fundamental truths of Christianity,
, p. 65; R. I. Wilbeforce, The doctrine of the Holg Eucharist, 1853, p. 423; J.
M. Cosh, The intuitions of the mind, 1882, p. 449452; Jaesche, Der Pantheismus
nach s. Hauptformen, 1826; "Schuler, Der Pantheismus, 1884; F. Hoffmann,
Theismus und Pantheismus, 1861; C. Ranzoli, Il linguaggio dei filosofi, 1911,
Ῥ. 155-174 (v. assoluto. panenteismo, emanazione, panlogiemo). Pantelismo s’adopera
talvolta per designare la dottrina di Schopenhauer, la quale considera la forza
come l’essenza dell’essere e identifica la forza stessa con la volontà; questa
volontà cosmica è da principio incosciente e cieca, ma obbiettivandosi via via
nelle gerarchie degli esseri sempre più perfetti, giunge infine alla piena
coscienza di ad, cioè all’uomo. Si può adunque dire che l’essere è un voler
essere. « La finalità, dice lo Schopenhauer, deriva essenzialmente dalla
volontà, © poichè la volontà è il fondo d’ogni essere vivente, poichè ogni
corpo organizzato non è che la volontà divenuta visibile, ne viene che codesta
volontà è coestensiva all’ essere stesso, gli è interiore, immanente. La nostra
meraviglia alla vista della perfezione infinita e alla finalità delle opere
della natura, deriva da ciò, che noi le consideriamo come consideriumo le
nostre proprie opere.... Ma le opere della natura sono invece una
manifestazione immediata, e non mediata della volontà. Qui la volontà agisce
nella sua natura primitiva, senza conoscenza; la volontà e l’opera non sono
separate da alcuna rappresentazione intermedia; esse sono una cosa sola ». Il
Guyau propone di sostituire la parola panteliemo a quella di feticiemo per
designare quella fase psicologica della evoluzione del sentimento religioso, in
cui 1’ uomo concepisce il mondo come una società simile alla sua, proiettando
in esso la propria volontà ed intenzioni. Cfr. Schopenhauer, La rolonté dans
la nature, trad. franc. 1836, p. 59; A. Guyau, Z’irreligion de l'avenir, 1887;
F. De Sarlo, Metafisica, scienza 6 moralità, 1898. Parabulia. Stato anormale della volontà, che si
verifica in alcune malattie mentali. Si distingue dall’abulia perchè il volere
non è totalmente abolito, ma incerto, vacillante, imperfetto. Però alcuni
psicopatologi preferiscono riunire sotto l’espressione di parabulie ooatte
tutte le anomalie del volere, distinguendole poi in due gruppi: 1° parabulie
coatte impulsive, costituite da impulsi irresistibili contro i quali
l’individuo sente la propria volontà impotente, e ai quali cede spesso a
malincuore (dipsomania, clep 815 Par
tomanis, onomatomania, ecc.); 2° perabulia coatta inibitoria, costituita
dall’impossibilità di decidersi ad una azione volontaria ο ad eseguirla, pur
volendola interiormente ο mentalmente. Cfr. Kraft-Ebing, Lehrbuch d. gerichtlichen
‚Psychologie, 83 ed., 1892; Ribot, Maladie de la personnalité, 2° ed., cap. II Paradigma (δείκνυµι mostrare). Si adopera talvolta come sinonimo
di arohetipo per designare le idee platoniche, esemplari o modelli immutabili e
perfetti di oui le cose singole non sono che imitazioni imperfette e
transitorie. Dicesi paradigma logico quella figura di cui si serve la didattica
per rappresentare in modo concreto e preciso un lavoro mentale, così da averne
una intuizione diretta altrimenti impossibile. Paradosso. Gr. παρά contrario a; δόξα opinione; T. Paradoze, Paradozon ; I.
Paradox; Y. Paradoze. Un’ affermazione 0 una negazione recisa e di solito
indimostrata, che contrasta colla verosimiglianza, colle credenze del maggior
numero e col così detto senso comune. Il paradosso può quindi racchiudere una
verità; esso si distingue dal sofiema, che è un ragionamento falso rivestito
dei lenocini dell’arte col fine di farlo accettare come vero; e dal
paralogisma, che è un ragionamento involontariamente scorretto e che può anche
condurre ad una conclusione vera. Dicesi
paradosso del Cournot la dottrina del caso del Cournot, in quanto essa,
riducendo il caso ad un incontro ο coincidenza di serie causali non solidali
tra loro concilia la necessità © la libertà, il determinismo e la
contingenza. Nella psicologia dicesi
eccifamento paradosso il fenomeno consistente in ciò che, in alcune zone della
pelle, il contatto dei punti pel freddo coll’ estremità di un cono metallico
riscaldato, produce sempre non dubbie sensazioni di freddo, che aumentano con
l’elevarsi della temperatura del cono al di sopra della temperatura media del
corpo; paradosso ottico di estensione il fatto che, se le due metà perPar 816 fettamente
uguali d’una linea retta orizzontale sono divise da linee angolari rivolte
all’esterno nella prima metà della retta e all’interno nella seconda metà della
stessa, la prima metà sembra più lunga e la seconda più breve. Cfr. Kiesow,
Archiv fur ges. Payohol., 1906; Botti, R. Acc. delle scienze di Torino,
1908-909; A. Pegrassi, Illusioni ottiche, 1904; P. Bellezza, Dell’uso della
voce « paradosso » specialmente nol linguaggio scientifico, « Riv. rosminiana
», V, 1912; Max Nordau, Paradossi, trad. it. 1913, Prefazione. Parafasia o
paralalia. Si distingue dall’ afasia in quanto la memoria motrice della parola
non è perduta completamente ma soltanto turbata, cosicchè l'individuo, pur
potendo parlare, adopera i vocaboli impropriamente, pronunziando a stento e
interrompendosi frequentemente. Cfr. Ch. Bastian, Le cerveau organo de la pensée, 1888,
vol. II, p. 245 segg.; G. Saint-Paul, Le langage intérieur et les paraphasies,
1904 (v. amnesia). Parallelismo
psico-fisico. T. Peyohophysicher Paraltelismue ; I. Psychophysioal Paralleliem
; F. Parallélieme peycho-phytique. Dottrina psicologica per cui si pongono in
relazione puntuale le due serie dei fatti psichici e fisici (fisiologici),
cosicchè ad ogni elemento della serie psichica corrisponde una particolaremodalità
di movimento. L'espressione sembra sia stata usata la prima volta dal Fechner:
der Paralleliemue des Geistigen und Körperlichen der in unteres Ansicht
begründet liegt (il parallelismo dello spirituale e del corporale che trova il
suo fondamento nella nostra visione delle cose). Del resto, il concetto d’ una
corrispondenza delle due funzioni c'è giù nell’occasionalismo, quantunque fatto
psichico © fatto psichico non siano causa Puno dell'altro, ma pura occasione:
Toute l'alliance de Vesprit οἱ du corps, dice Malebranche, qui nous est connue,
consiste dans une correspondance naturelle et mutuelle des pentes de Véme aveo
les traces du cerveau, οἱ des émotions de T'âme ateo les mouremente des esprito
animaux. Anche nella 811 Par dottrina leibnitziana dell’armonia
prestabilita è contenuto il concetto di un parallelismo tra spirito e corpo:
omne corpus est mons momentanea, seu carena recordatione. Più osplicitamente
tale concetto esisteva già nella filosofia di Spinoza, che pensiero ed
estensione, spirito e materia considera come due attributi paralleli di una
sola e medesima sostanza: sive naturam sub attributo extensionis, sive sub alio
quocumque concipiamus, unum oumdemque ordinem, sive unam eandemque causarum
connezionem, hoc est casdem res invicem sequi reporiens. Questa relazione tra
le due serio di fatti ο di realtà è un dato dell'esperienza, la quale ci mostra
che ovunque si abbia sistema nervoso si ha coscienza, mancando il sistema
nervoso manca la coscienza, sviluppandosi il sistema nervoso si sviluppa la
coscienza, variando o alterandosi il sistema nervoso varia ο si altera la
coscienza. Per questo suo carattere empirico, la dottrina contemporanea del
parallelismo psico-fisico si distingue dal parallelismo metafisico, spinoziano,
che importa non solo la concomitanza costante tra i fenomeni psichici e certi
fenomeni fisici, ma ancora: 1° che ogni fatto fisico ha un concomitante
psichico e viceversa; quindi non vi ha corpo senza spirito nè spirito senza
corpo, ma tutto è animato, ogni cosa vive, sente e pensa; 2° che il fisico e il
psichico sono, come dice Spinoza, due espressioni differenti di una sola e
stessa cosa, cosicchè la serie fisica e la serie psichica non si corrispondono
soltanto pei loro rapporti di concomitanza costante, ma fra i termini delle due
serie vi ha, insieme alla loro differenza, una identità parziale, come se
fossero modellati sovra un tipo comune, che entrambi rappresentano, quantunque
ciascuno in modo diverso. Invece l’attuale parallelismo psico-fisico importa:
1° 1 wmilateralità del rapporto, per cui, se al fatto psichico è concomitante
sempre ¢ necessariamente il fatto fisico, al fatto fisico non è sempre nè
necessariamente concomitante il fatto psichico; 2° il principio o assioma
d’eterogeneitä, che si può 52 Ranzott,
Dizion. di scienze filosofiche. Par
818 enunciare così: i corpi e lo
spirito, la coscienza e il movimento molecolare del cervello, il fatto psichico
e il fatto fisico, pure essendo simultanei, sono eterogenei, disparati,
irreducibili, invincibilmente due. Altre dottrine si hanno se invece si
considera l’una o l’altra delle due serie como funzione variabile indipendente
o dipendente dell’ altra. Se la funzione indipendente è la fisica, la dottrina
dicesi materialismo psico-fisico, di cui i principali rappresentanti sono lo
Ziehen e il Mach, © cui fanno anche adesione molti psico-fisiologi francesi e
italiani. Si distingue dal vecchio materialismo in quanto, a differenza di
esso, ammette la irreducibilità del fenomeno psichico al fenomeno fisico,
nonostante la dipendenza. In questi ultimi tempi molte e gravi critiche furono
rivolte contro il parallelismo, specie " da parto delle nuove scuole
idealistiche. Uno dei più importanti argomenti portati contro di esso è la
discontinuità della vita psichica e l'impossibilità di abbracciare causalmente
il passaggio da percezione a percezione, anche con la più larga applicazione
delle rappresentazioni inconsoie. Cfr. Fechner, Über die Seelenfrage, 1861, pag. 210; Id.,
ZendAvesta, 1. II, cap. XIX; Malebranche, De la rech. de la vérité, 1712, 4.
II, 5; Leibnitz, Theoria motus abetracti, 1671, IV, 230; Spinoza, Ethica, 1.
II, teor. VI, VII; Wundt, Grundries der Psychologie, 1896, p. 373 segg.; F.
Jodl, Lehrbuch d. Paychol., 1896, p. 57 segg.; Höffding, Psychologie, trad.
franc. 1900, p. 63-90; Bergson, Le
parallélisme prychophysique et la métaphysique positive, « Bulletin de In Soc.
frangaise de philos. », giugno 1911; Villa, La psicologia contemporanea, 1899;
C. Guastella, Filosofia della metafisica, 1905, t. II, p. 360 segg.; L. Chiesa,
Il parallelismo prico-fisico 9 de sue interpretazioni nelle diverse scuole
filosofiche, « Riv. stor. crit. scienze teolog. », 1908, p. 25-56; Eisler, Der
prycho-physioche Paralleliemus, 1894 (v. anima, dualismo, materialismo,
moniemo, spiritualiemo, psicologia, funzione, infuso fisico, ecc.). 819
Par Paralogismo. T. Paralogismus; I. Paralogiem; F. Paralogisme.
Ragionamento scorretto, cho si usa talvolta como sinonimo di sofiema, ma che in
realtà se ne distingue perchè, mentre il sofisma consiste in un ragionamento
falso a cui si cerca dare l’ apparenza del vero, e di far accettare come tale,
il paralogismo è invece un errore involontario, che deriva da ignoranza, da difetto
di riflessione o di raziocinio, o semplicemente da distrazione. Questa distinzione
non esisteva in greco, dove παραλογισμός e παραλσγίζεσθαι sono usati spesso in
senso cattivo. Il Masci ritiene invece che la distinzione poteva avere
importanza pei Greci, presso i quali fiorì I’ arte del falso ragionamento
(Sofistica), ma non ne ha alcnna dal punto di vista logico; perciò egli adopera
la parola sofisma per indicare il genere, la parola paralogismo per indicare
quella specie di sofismi che dipendono non dalla falsità materiale dello
premesse, ma dal cangiamento del significato ο del valore dei termini nel
procedere da essi all’illazione. Kant, in quella parte della Critica della
ragion pura che tratta della Dialettica trascendentale, chiamò paralogismo
trascendentale quello per cui la psicologia razionale, dall'unità
dell’io-soggetto considerato come uno rispetto alla molteplicità dei propri
oggetti, conclude alla unità, considerata come reale ed assoluta, del1’
io-sostanza. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 365 n; Kant, Κι. d. reinen Vern., A
341-405, B 399-427 (v. dottrina). Paramnesia. T..Paramnesia; I. Paramnesia ; F.
Paramnesie. Anomalia della memoria, in cui 1’ ignoto appare noto e si riconosce
come già veduto ο sentito ciò che in realtà si vede e si sperimenta per la
prima volta. Consiste dunque in un falso riconoscimento ed è l'opposto dell’
oblio, in cui il noto appare ignoto. Essa può verificarsi tanto nello stato
anormale che nel normale: negli alienati, infatti, accade spesso che per
settimano, per mesi ed anche per anni persistono sempre nell’ idea di trovarsi
in circostanze nelle quali per l’addietro s'erano già trovati, e di Par 820
essere anzi in istato di poter predire ciò che dovrà accadere. Ma anche
nella vita normale, specie nella gioventù, avviene spesso che in qualche
congiuntura ci si imponga improvvisamente l’idea di esserci già trovati nelle
identiche circostanze, e a questa idea e’accompagni il presentimento oscuro di
ciò che forse accadrà. Codesti fenomeni furono spiegati in vari modi: o che si
confonda il simile con l’identico; o che si ridesti una imagine da noi ricevuta
durante uno stato di subcoscienza o di incoscienza, la quale quindi non
produsse in quel momento che una modificazione fisiologica, o che l’imagine
stessa si sia avuta nel sogno. Cfr. Ribot, Maladies de la mémoire, 1885, p.
149153; Revue philosophique, serie di articoli nel 1898, 1894 ; E.
Bernard-Leroy, L’illusion de fausse reconnaissance, 1898; G. Pontiggia,
Ricerche intorno al fenomeno della paramnesia, 1899; G. Fanciulli, Intorno al
falso riconoscimento, in « Cultura filosofica », 1907 (v. amnesia, incosciente,
memoria, riconoscimento). Paranoia. T. Paranoia; I. Paranoia; F. Paranoia.
Termine creato dal Vogel (1772) e ripreso dal Kahlbaum (1863), per denominare
una forma di monomania affettante specialmente l'intelligenza. Oggi, in grazia
specialmente del Kraepelin, per paranoia s'intende una psicosi costituzionale
degenerativa, caratterizzata dal sorgere lento e graduale di un sistema di idee
deliranti e durature, senza passaggio a demenza. Da essa si distinguono gli
stati paranoidi, costituiti da deliri simili ai precedenti ma accompagnati da
allucinazioni e terminanti in demenza. Sotto il nome generico di paranoia si
comprendono dagli psichiatri numerose forme di alienazione mentale, come la
paranoia originaria, rudimentaria, primaria e secondaria, cronica, erotica,
religiosa, alcoolica, semplice, allucinatoria, persecutoria, senile, ecc. Le
idee deliranti del paranoico hanno generalmente origine da fatti veri, da
osservazioni reali, falsamente interpretate e combinate dall’ ammalato. Cfr. Wer
821 Par ner, Die Paranoia, 1891;
Kraft-Ebbing, Lehrbuoh der Paychiatrie, 1879; Ziehen, Peyohiatrie, 1894, p. 341
segg.; Morselli e Buocola, Paszia sistematiszata, 1883; Tanzi e Riva, Paranoia,
1884; Amadei e Tonnini, La paranoia e le sue forme, « Archivio it. per le
malattie nervose », 1884. Parassitismo. Il significato di questa parola, alla
quale alcuni preferiscono l’espressione di simbiosi antagonistica, non è ancora
ben precisato nelle scienze biologiche. In generale, il fenomeno del
parassitismo può considerarsi come una specie di associazione forzata,
vantaggiosa per uno solo dei componenti, il paraesita, dannosa per l’altro,
cioò l'ospite, alle spese del quale il parassita vive, senza però determinarne
la morte immediata. Alcuni animali sono parassiti soltanto in qualche stadio
della loro vita, altri invece per tutta la vita; in questi ultimi si osserva
sempre un degradamento dell’ organismo in confronto degli animali liberi,
appartenenti ai medesimi gruppi. I parassiti che vono sulla superficie dell’
ospite diconsi ectoparassiti, quelli che vivono nel sup interno endoparassiti.
Cfr. Espinas, Les societés animales, 1878 (v. mutualiemo). Parestesia. Stato
anormale della sensibilità (rapà = anormalmente), da non confondersi colla
paresia (paralisi parziale). Quando la parestesia riguarda i sensi specifici,
prende nomi diversi: se riguarda l’odorato dicesi parosmia, se il tatto
parafia, se l’udito paracusia, se il gusto parageusia. Parlamentari (sofismi).
Nome dato dal Bentham ad una specie di sofismi, che sono usati spesso nelle
discussioni parlamentari, per far trionfare interessi di partito. Tali sono i
soflemi d’ autorità, di confusione, di pericolo e di dilazione. Cfr. Bentham, Essai sur la
taotique des assomblées legislatives, 1815. Parola interiore. T. Innere Rede; I. Inner Speech; F. Parole
intérieure. Espressione divenuta comune dopo il libro di Vittorio Egger, che
reca appunto questo titolo. Essa indica il fatto generale del pensiero che si
presenta alla coPar 822 scienza sotto forma d’imagini uditive, o
uditivo-motorie, formante parole o frasi che la parola esteriore ripete con più
o meno fedeltà. La parola interiore è in tal modo una fase intermedia tra la
parola sonora e il pensiero mnto, e scorre ora più ora meno veloce. Secondo
l'Egger essa è propria di tutti gli uomini normali, ed è continuativa in
ciascuno d’essi; ma molti psicologi contemporanei sono d’opposto avviso. Cfr. V. Egger, La parole
intérieure, 1881: Ballet, Le langage intérieur, cap. V, 1886; Baldwin, Internal
speech and song, « Philos. Review », luglio 1893; G. SaintPaul, Le langage
intérieur et les paraphasies, 1904; Morselli, Manuale di semejotica, II, p. 438
segg. (v. endofasia). Parsimonia
(legge di). T. Prinzip der Sparsamkeit; I. Law of parsimony; F. Loi de
paroimonie. Detta anche legge @economia, ο del minimo sforzo, o dell'azione
minore. Essa si verifica tanto nel mondo inorganico, come nell’ organico ο nel
superorganico. Tutti i fini della natura si attuano infatti coi mezzi più
semplici, con quelli che esigono cioè la minore quantità sia di materia che d’
energia, e quindi di tempo. La sua prima formulazione, con valore
epistemologico, si fa risalire a questa formula di Occam: entia non sunt
multiplicanda praeter necessitatem. Galileo ne fece largo uso e l’espresse con queste
parole: « La natura non opera con molte cose quello che può operare con poche
». Tra gli scienziati contemporanei, il Mach le dà un valore fondamentale: « La
scienza può essere considerata come un problema del minimum, che consiste nell’
esprimere i fatti nel modo più perfetto possibile col più piccolo dispendio di
pensiero ». Ugual valore le attribuisce anche l’Avenarius, che riduce tutto lo
sviluppo della conoscenza al principio della parsimonia o del minimo consumo
d’energia, così formuluto: l’anima non impiega in una percezione più forza di
quella che kia necessaria, e, quando si trova innanzi a una pluralità di
percezioni, dà la preferenza a quella che con uno sforzo minore produce lo
stesso effetto, 823 Par © con uno sforzo uguale produce un effetto
maggiore. Nella psicologia comparata la legge di parsimonia dicesi anche
principio del Morgan: secondo esso non si devono spiegare le reazioni di un
animale con una facoltà psichica superiore (ad es. intelligenza, ragione),
quando per giustificarle basta riferirle ad una capacita psichica meno elevata
nella gerarchia delle funzioni mentali. Cfr. Galileo, Opere, VII, 143;
Leibnitz, Discours de métaphysique, 1686, $ VI; Avenarius, Philosophie als
Denken der Welt gemäss dem Princip des kleinsten Kraftmaasses, 1903, p. 3
segg.; E. Mach, Die Mechanich, 3% ed., p. 480; L. Morgan, dn introduction to
comparatire psychology, 1884, p. 53; E. Claparède, Arch. de psychologie,
giugno, 1905 (v. empiriocritioismo, tpotesi, leggo). Partenogenesi (παρθένος =
vergine, γένερις = generazione), Fenomeno assai raro, che consiste nel
riprodursi di certi animali per uova non fecondate, sia per accidente sia con
regolare periodicità. Certi artropodi, ad es., sono partenogenetici durante I’
estate, mentre nell’ autunno depongono uova fecondate. Cfr. Y. Delage,
Structure du protoplasme, Biol. gen.. 1895. PARTICOLARE è ciò che conviene ad
alcuni individui o ad alcune cose. Si oppone a universale, che è ciò che
conviene senza eccezione a tutti gli individui o a tutte le persone. Si
distingue da individuale, che è ciò che appartiene ad un solo individuo, e da
speciale, che è ciò che appartiene ad una specie. Il giudizio particolare è
quello il cui soggetto è preso solo con una parte della sua estensione. Insieme
con I’ universale e con I’ individuale è contenuto sotto il rispetto della
quantità. Il suo valore muta a seconda che la parte di estensione in cui à
preso il soggetto è deterja (molti A sono B
pochi À sono B) o indeterminata (alcuni 4 sono B). Nel primo caso può
essere un giudizio di limitazione, o di eccezione di un giudizio universale
(soltanto alcuni 4 sono B), oppure un giudizio induttivo che prepara
Par-Pas 824 un giudizio universale (almeno alouni 4 sono
B). Cfr. Eucken, Geschichte d. phil. Terminologie, 1879, p. 54; Masci, Logica,
1899, p. 175 segg. Parti-parziale. Nella dottrina di Hamilton sulla
quantifleazione del predicato, si dicono così quelle proposizioni in cui tento
il soggetto come il predicato sono presi in parte della loro estensione.
Possono essere tanto affermative es.: alcune figure equilatere sono (sleuni)
triangoli -quanto negative, ad es.: qualche triangolo non è (qualche) figura
equilatera, Cfr. Hamilton, Leotures on logio, 1860, Append. II, 283.
Parti-totale. Nella dottrina dell’ Hamilton sulla quantificazione del
predicato, si dicono così quelle proposizioni in cui il soggetto è preso in
parte della sua estensione, il predicato in tutta l'estensione. Possono essere
tanto affermative es.: alcune figure sono (tutti i) triangoli quanto negative,
ad es.: qualche figura equilatera non è (nessun) triangolo. Cfr. Hamilton, Lectures on
logio, 1860, II, 283. Parusia. Gr. παρεῖναί = essere presente; T.
Parusie ; I. Parousia; F. Parousie. Termine
usato da Platone per esprimere i rapporti tra I’ essere assoluto 0 essenza e il
mondo sensibile; esso sta in stretta relazione con la partecipazione ο metessi
(µάθεξις) © la coinonia (κοινωνία). Fu adoperato anche da Plotino per esprimere
le relazioni del‘Vanima col corpo: mediante la parusia l’ anima anima e pervade
il corpo senza confondersi con esso. Cfr. Platone, Polit., 509; Plotino,
Enneadi, VI, 4, 12. Pasigrafia. Lingua universale ed uniforme per tutte le
scienze, vagheggiata dal Leibnitz, che usava anche a tale riguardo l’
espressione di caratteristica unirersale © are combinatoria. In codesta lingua
scientifica ogni concetto doveva essere rappresentato da un simbolo grafico, ed
ogni flessione, relazione, particella da un segno. Cfr. Leibnitz, De arto
combinatoria, , Nouveaux Essais, IV, cap. VI, $ 2. 825 Pas io al limite, È un'applicazione
particolare del metodo induttivo delle rariazioni concominanti. Quando una
lunga serie di esperienze intorno a determinati fenomeni, che variano
correlativamente in modo parallelo, ha autorizzato a credere che tali
variazioni non hanno limite, si può conchiudere anche al di là dei limiti
segnati dall esperienza. Così la legge d'inerzia si considera come vera,
quantunque I esperienza non ci dia esempio di nessun movimento il quale, non
incontrando alcun ostacolo, continui indefinitamente nella stessa direzione e
colla stessa velocità. Secondo il Mill si può conchiudere col metodo del
passaggio al limite solo quando si conoscono le qualità assolute dei fenomeni
che variano correlativamente, © si sappia che il variare dell’ effetto dipende
soltanto dal variare della causa. Cfr. J. Stuart Mill, À system of logio, 1865, 1, ο. 8 segg. Passione.
T. Leidenschaft, Affekt; 1. Passion; F. Passion. Non è che una emozione
divenuta irresistibile e persistente: ad es. la panra non è che una emozione,
l’ avarizia è una passione. Essa è costituita da un’ idea predominante e da
speciali movimenti organici. Così per Cartesio le passioni si possono definire
come « percezioni ο sentimenti o emozioni dell’anima che si riferiscono
particolarmente ad essa © che sono prodotte e conservate e rafforzate da
qualche movimento degli spiriti animali ». « L'impressione che viene chiamata
stato passivo dell’anima, dico Spinoza, è un’ idea confusa per la quale l’anima
afferma la forza di esistere, vale a dire la potenza di agire, maggiore o
mirlore di prima, del proprio corpo o di una delle sue parti, e che essendo
data, determina l'anima a pensare una speciale cosa piuttosto che un’altra ». Condillac la definisco un
desir qui no permet pas d'en avoir d'autres, ou qui du moine est le plus
dominant. Helvetius: les passions
sont dane la moral ce qui dans lo physique est lo mouvement, Kant: « le
passioni appartengonoalla facoltà del desiderare (Begehrungerermigen) Pas 826 e sono
delle tendenze che rendono difficile ο impossibile ogni determinazione della
volontà modiante principi ». Höffding: «la passione, al contrario dell’
emozione, è il movimento affettivo radicatosi mediante I’ abitudino e divenuto
una seconda natura ». Malapert e Ribot: « la passion est une inolination qui e'ezagère, surtout
qui s'installe à demeure. se fait centre de tout, se subordonne lee autres
inclinations et les entraine à sa suite». Il sorgere della passione può essere determinato sis da
cause esterne, come l’ ambiente, limitazione, la suggestione, sia da cause
interne, che si riducono a una sola: il temperamento e il carattere degli
individui (passionali). Essendo esagerazioni di tendenze elementari, tutte le
pnssioni si possono teoricamente ricondurre, secondo il Ribot, a queste tre
tendenze: 1° tendenze che hanno per fine la conservazione dell’ individuo, ad
es. la gola, l’alcoolismo; 2° tendenze che si riferiscono alla conservazione
della specie, ad es. l’amore, la gelosia; 3° tendenze che contribuiscono all’
espandersi dell’ individuo, alla affermazione della sus volontà di potenza, ad
es. l'ambizione, l’avarizia, la vendetta, la passione per le avventure. Le
passioni possono estinguersi per esaurimento, sia lento sia improvviso, per
trasformazione, per sostituzione, per follia, per morte. Nella storia della
filosofia molte sono le dottrine metafisiche sulla passione: ma lo studio
veramente scientifico non è stato fatto che dai psicologi moderni. Per Platone,
le passioni sono la forza che solleva il sensibile e lo conforma all’
intelligibile : vi sono le passioni inferiofi, dovute alla parte più bassa
dell’ anima, l'inidopla, collocata nel ventre; le passioni nobili ο caste,
costituenti la seconda parte dell’ anima, il θυμός, che occupa il cuore; infine
il νοῦς, impassibile, che occupa il capo; la virtù consiste non nel distraggere
le passioni, che sono indistruttibili, ma nel rispettare l'armonia essenziale
delPanima, nel mantenere l'autorità del voie sul θυμός ο sulla ἐπιθυμία. Nella
sua parte essenziale la dottrina pla 827
Pas tonica è condivisa da Aristotele, mentre invece sia gli stoici che
gli epicurei negano, per vie diverse, che lo passioni partecipino della essenza
dell’ anima, considerandole come semplici turbamenti accidentali: divengono
quindi possibili nella pratica la felicità e l’atarassia, ciod l’assenza d’
ogni turbamento, che soltanto 1’ esercizio dell’ intelligenza può procurare, 8.
Tommaso, attenendosi alla dottrina aristotelica, fa sorgere le passioni dall’
appetito, che è la facoltà dell’ anima per la quale essa è portata verso gli
oggetti esteriori come suoi propri fini; perciò tutte le passioni si
riconducono infine ad una sola, l’amore: « L'amore è naturalmente il primo
passo della volontà e dell’ appetito, conicchè da esso hanno origine tutti gli
altri atti della passione. Ognuno desidera il bene che ama, gode di esso € si
rallegra; il contrario della cosa amata produce I’ odio. Lo stesso può dirsi
della malinconia e delle altre pa tutto partono dall’amore « possono in esso
confondersi e riunirsi ». Bossuet, riepilogando più tardi la dottrina di 8.
Tommaso, dirà: « Sopprimete l’amore e tutte lo passioni spariranno, rimettetelo
al suo posto ed eccole apparire tutte di nuovo ». Nella filosofia di Cartesio
la passione ha un significato peculiare; essa è una emozione dell’ anima
originata dagli spiriti animali, © non nasce dagli oggetti esterni ma dalla
loro valutazione: « noi riferiamo all’ anima i movimenti del nostro corpo, ma a
codesto riferimento va unito il sentimento che questi moti dell’ anima non sono
voluti, ma subìti, ed è così che si forma l'idea della passione. » Cartesio
pone come c6mpito dell’ Etica il liberarsi delle passioni, che contraddicono
alle esigenze dello spirito. Tuttavia egli considera tutte le passioni come
date da natura, e tutte buone; per tal modo si contrappone per primo al
concetto ascetico e teologico, che tutte le passioni condannava come nocive, e
prepara la dottrina spinoziana e moderna sulla utilità delle passioni. Ogni
essere, secondo Spinoza, ha una tendenza n Pas
828 perseverare nel proprio
stato; questa tendenza, divenuta cosciente, dicesi oupidità, alla quale si
associano due passioni, © ciod la letizia per tutto ciò che è favorevole alla
nostra esistenza, la tristezza per tutto ciò che tendo a diminuirla. Non
diversamente nella scienza moderna è inteso l'ufficio biologico dell’
affettività in generale, ο quindi anche della passione. La quale per di più ha
il cémpito di fornire l’ eccitazione per il funzionamento delle varie serie
psichiche, così negli uomini come negli animali ; e, quando non sia smoderata ©
patologica, di conferire energia © costanza alla volontà, acutezza alla
intelligenza, forza al compimento degli ideali generosi. « Nulla di grande è
mai stato compiuto nò potrà mai compiersi, dice Hegel, senza la passione. È una
moralità morta e persino troppo spesso una moralità ipocrita quella che « eleva
contro la passione per il solo fatto che è passione ». Uguale valore
attribuisce alle passioni il Galluppi, che le considera come desideri violenti,
riconducendole tutte a due fondamentali : |’ amore e V odio, di cui le varie
passioni non sono che modifica zioni, determinate da giudizi diversi sull’
esistenza dell’oggetto amato ο dell’ oggetto odiato; quando l’amore per
l'oggetto della propria passione è maggiore dell’ amor natarale della propria
personalità, si hanno le passioni forti, senza le quali nulla vi sarebbe di
grande e di sublime nelle imprese degli uomini. Per il Rosmini le passioni sono
afSezioni che lasciano nell’ anima un’ abituale inclinazione a riprodursi ; a
lor volta le affezioni sono modificazioni generali dell’ anima, prodotte in
questa dall’ associazione di più sentimenti; nel? uomo si dànno passioni
razionali e passioni animali: le prime l’uomo ha in comune coi bruti,
quantunque ne differisoano sia perchè si associa }’ intelligenza a modificarle,
sia perchè possono esser mosse da una _ causa razionale; le seconde sono
proprie esclusivamente dell’uomo ed hanno per unica causa l'intelligenza, quali
la meraviglia, lo stupore, l'estasi, eco. Cfr. Platone, Polit.,
829 IX; Aristotele, Do An., I, 3,
407 b, II, 5, 417 segg.; 8. Tommaso, Summa theol., I, qu. XX, art. 1; Cartesio,
Des passions, 1649; Spinoza, Ethica, 1. IV, teor. II, 1. V, teor. III, VI, XVII, XX;
Condillac, Traité des sensations, 1886, I, cap. III, $ 3; Helvetius, 1758, III,
4; L. Limentani, Le teorie psicologiohe di Helvetius, 1904, p. 33 segg.; Kant,
Ærit. der Urteilskraft, 1878, p. 121 n; Héftding, Psychologie, trad. franc.
1900, p. 376 segg.; P. Malapert, Les éléments du caractére, 1898, p. 229; Hegel,
Phänomen. des Geistes, 1832, consid. sul $ 474; Ribot, Essai sur les passions,
1907 ; Boigey, Introd. à la medicine des passions, 1914; W. James, Principi di
psicologia, trad. it. 1909, ο. xxv; Galluppi, Lesioni
di logica e metafisica, 1854, vol. II;
Rosmini, Psioologia, 1848, vol. IT, p. 165 segg.; Ardigò, Opere fil., III, 84
segg., VI, 364 segg.; A. Renda, Le passioni, 1905 (v. affettivi, emozione,
sentimento, sentimentalismo, intellettualiemo). Passività. T. Passivität; I.
Passiveness; F. Passivite. Opposto ad attività, designa lo stato dell’ essere
che ricove V azione, ossia le modificazioni prodotte in un essere da un altro
essere che agisce su lui. Il concetto di attività © passività sarebbe, secondo
alcuni, puramente psicologico, e quindi non applicabile alla realtà naturale. «
Tra il dare e il ricevere, tra l’attività ο la passività, dice il Jodl, non
esiste nella coscienza alcuna separazione (Trennung), ma soltanto una
opposizione (Gegensatz) logica e concettuale ». L'uomo avverte in sò stesso delle
sensazioni, che egli'riceve dalle cose, ο perciò sotto tal riguardo considera
sè come passivo e le cose come attive; nello stesso tempo avverte la propria
azione sulle cose, che rimangono da lui modificate, e sotto questo riguardo
considera sò come attivo e le cose come passive. Proiettando al di fuori questi
due concetti, l’uomo attribuisce alle relazioni delle cose tra loro le forme di
attività e passività che ritrova in sè stesso. Ciò è, secondo alcuni filosofi,
illegittimo, anzitutto perchè la sensibilità non è recettira ma attiva, in
quanto PAT 830 il fatto esterno rimane esterno, e quindi il
soggetto ha soltanto stati propri; in secondo luogo perchè la concezione della realtà
non può modellarsi sopra un fatto assolutamente psicologico. La realtà naturale
in quanto è divenire, în quanto è unità © continuità, esclude in sd ogni
sostanziale contrapposizione. Nella
teologia la passività designa non già uno stato di dolore opposto al piacere,
nè uno stato di inerzia o indolenza, ma bensì lo stato contemplativo dell’anima
sottomessa all’azione di Dio. L'anima si trova allo stato passivo quando Dio
agisce sopra le sue potenze -pensiero, sentimento, volontà le quali non fanno
che patire, ricevere V opera divina. Cfr. F. Jodl, Lehrbuch der Psychologie,
1896, p. 105; Marchesini, Il simbolismo nella conoscenza e nella morale, 1901,
p. 295 segg. (v. attività, azione, patire). Patarini Setta di novatori
cristiani, fiorita in Lombardia © così denominata dal luogo ove si radunavano
in Milano. Essi combattevano il matrimonio del clero, il lusso degli alti gradi
ecclesiastici, e predicavano il disprezzo delle ricchezze e della gloria
mondana. Non è improbabile, a giudizio del Tocco, che ad essi si sia moscolata
la setta eretica dei Catari, allofa molto diffusa in Lombardia. Cfr. F. Tocco,
Le eresie nel medioero, 1884. Patire. T. Leiden; 1. To be passive; F. Patir.
Ricevere un'azione. In Aristotele è una categoria (πάσχειν), che si assimila a
quella dell’ agiré (roteiv), in quanto sono fra loro nello stesso rapporto del
movente ο del mosso: il mosso è anche il movente, il secante è il secato. Come
termine d'una relazione sono distinti; ma la relasione è un’ unica categoria. Cfr. Aristotele, Top., I, 9;
Id., Metaph., IV, 28, 1024 b, 9, VIII, 1, 1045, ecc. (v. passione, azione). Patologia. T. Pathologie; I.
Pathology; F. Pathologie. La scienza che ha per oggetto la conoscenza delle
malattie. Si divide în generale e speciale; quest’ultima in interna 831
Par ed esterna. Nella patologia speciale, Specht o Münsterberg hanno
distinto la patopsicologia, che studia i fatti psichici presentanti un
carattere morboso, e la psicopatologia che è propriamente quel ramo della
patologia che studia le malattie dello spirito. La patologia non divenne vera
scienza che nel secolo scorso, quanto cioè la malattia non venne più
considerata come un ente speciale, ma come un fenomeno naturale, sottomesso
alle leggi di natura. A tale risultato contribuirono specialmente gli studi
sulla patologia cellulare del Virchow, che trasportò per primo la teoria
cellulare dall’organismo sano a quello malato, dimostrando come la cansa delle
malattie risiede nell’ alterazione, più ο meno vasta, dei varii territori
cellulari. Cfr.
Münsterberg, Zeitschrift für Pathopayohologie, 1° vol., 1911; G. Storring,
Mental pathology, 1907; Lustig, Patologia generale, 1901, vol. I, p. 9 segg. Patristica. T. Patristik; I.
Patristic; F. Philosophie patristique. E il primo dei due grandi periodi in cui
dividesi la filosofia del medio evo, e comprende i primi otto secoli dell'era
volgare; il secondo è rappresentato dalla scolastica. La patristica si distacca
profondamente dalla filosofia precedente, e, in generale, da tutta la filosofia
antica, in quanto vi prevale la fede sulla ragione, ogni sforzo è ridotto alla
elaborazione del dogma, e la filosofia ha perduto il suo potere sovrano, non vi
è più considerata che un’umile ancella della religione. Si divide in tre
periodi: al primo, detto degli apologeti, appartengono principalmente 8.
Giustino, Atenagora ο ‘Teofilo, che dirigono ogni loro sforzo a difendere la
dottrina cristiana contro la filosofia e la religione pagana; il secondo, detto
dei oontroversisti, è principalmente occupato a difendere la religione
cristiana contro gli assalti della gnosi e delle ultre eresio; nel terzo periodo,
detto dei sistematici, la dottrina cristiana, che aveva vittoriosamente
combattuto lo dottrine avverse, è ridotta a sistema filosofico. QuePau 832
st’ ultimo periodo, che è il più importante, si svolge da prima in
Alessandria con Panteno e Clemente Alessandrino, ed ha per cémpito principale
di definire il dogma della Trinità; passa di poi in Occidente, ove 8. Agostino,
l’intelletto più robusto della Chiesa occidentale, costituisce il sistema
completo e definitivo della filosofia cristiana. La patristica non deve confondersi con la
patrologis. La parola patrologia cominciò ad usarsi nel secolo XVII, ο servì
allora a designare la scienza della vita © degli scritti dei Padri della
Chiesa; poi il suo significato andò sempre più allargandosi, ed oggi essa si
occupa di tutti gli scrittori ecclesiastici, ne analizza gli scritti con
particolare riguardo alle loro opinioni dogmatiche, cosicchè può dirai non
esser altro che la storia dell’ antica letteratura oristiana. Nella patrologia
i protestanti comprendono anche i libri del Nuovo Testamento e l'antica
letteratura eretica; i cattolici invece lasciano i primi alla scienza
dell’introduzione biblica e non inoludono nella patrologia gli scritti eretici
se non in quanto è necessario alla intelligenza delle opere ecclesiastiche,
Cfr. Harnack, Lehrbuch d. Dogmengeschichte, 1890; Möhler, Patrologie, 1840;
Stökl, Geschichte d. Philos. d. patristischen Zeit, 1859; F. Chr. Baur,
Vorlesungen über die ohrist. Dogmengeschiohte, 1865; Ritter, Histoire de la
phil, chrétionne, 1843; Bardenhewer, Patrologia, trad. it. Mercati, 1903;
Rauschen, Manuale di patrologia, 1905; R., L’ agnosticiemo nella filosofia
religiosa, 1912, p. 125-192 (v. dommatica, domma, neotomismo, scolastica).
Paura. T. Furcht; I. Fear; F. Peur. Fu definita come la reazione organica che
succede alla rappresentazione viva di un pericolo reale o possibile. Cicerone
la definisce: reocssus ot fuga animi. S. Agostino: perturbatio animi in
exapeotatione mali. Hobbes: aversio cum opinione dammi soouturi. Spinoza l’accosta
alla speranza, che definisco una gioia instabile, nata dall’ imagine d'una cosa
futura ο passata, del cui realizzarsi noi dubitiamo, mentre la paura è una fri
833 Pec atesza instabile, nata, del
pari, dall'imagine d'una cosa dubbia. Essa rappresenta la prima reazione
emotiva della vita, comparendo, secondo il Perez, al secondo mese di esistenza.
Vi sono due spocie fondamentali di paura: quella istintiva, che compare più
spesso nei bambini ο negli animali, e quella cosciente o riflessa, che è sempre
posteriore all’esperienza ο si fonds sopra il ricordo d’un pericolo ο d’un
dolore provati o evitati. Quando la paura è sproporzionata alla causa
efficiente, cronica, 9 accompagnata da movimenti troppo intensi, diventa un
fenomeno patologico e dicesi fobia. Cfr. S. Agostino, De cir. Dei, Il; Spinoza,
Ethica, 1. III, teor. XVI, scol. 2; Th. Ribot, Essai sur les passions, 1907; A. Mosso, La
peur, trad. franc. 1888. Peccato.
T. Sünde; I. Sin; F. Péché. Nel suo senso generale ο primitivo, il peccato è il
male morale; in senso religioso, è la trasgressione volontaria della legge
divina, © quindi l'offesa alla divinità. Il dogma del peccato originale afferma
che Dio creò l’uomo morale, libero ϱ fallibile; che per un atto della sua
libera volontà 1’ uomo disobbedì al volere divino; che l’uomo, essendo libero,
è responsabile delle sue azioni, © che quindi la sua disobbedionza ha
determinato il giusto castigo di Dio; che, infine, 1a pena del fallo è
ereditaria. Secondo l’Ardigò, il concetto del peccato originale sorse come
interpretazione dell’ esistenza del dolore, considerato da principio quale
vendetta d'una potenza superiore inclemente e capricciosa, poi quale castigo
inflitto da una divinità giusta: « In pari tempo, per la osservazione che il
dolore, ossia la punizione, si verificava anche nei non colpevoli, si dovette,
affine di liberare in qualche modo il concetto religioso fondamentale dalla
contraddizione, ricorrere allo spediente, suggerito anch’ esso da una
osservazione di fatto, del peccato originale». Cfr. I. Müller, Christl. Lehre
r. d. Sünde, δ3 ed. 1887; Ardigò, La morale doi positieisti, 1892, p. 73-74 (v.
male, ottimiemo, religione, teodicea). 58
RaNzoLI, Dirion. di scienze filosofiche. PED 834
Pedagogia. T. Pädagogik; I. Podagogios; F. Pédagogie. La scienza del
fatto della educazione; vale a dire quel sistema di cognizioni teoriche fra
loro coordinate, da cui derivano le regole pratiche che guidano 1’ educazione.
Si deve dunque distinguere la scienza pedagogica, che è un complesso di regole
derivanti da principi, dall’arte pedugogica, che è la semplice applicazione di
norme suggerite dalla pratica ο tramandate per tradizione, ο dalla dottrina
pedagogica, che è un insieme di regole delle quali non si spiegano le ragioni.
La pedagogia nel sno primo significato è ad un tempo scienza ed arte. Al pari
di ogni altra scienza, essa è passata nella sua evoluzione storica attraverso
tre grandi periodi, empirico, precsttivo 9 organico ο ideale; nel primo periodo
non è che una serie di tentativi, governati dal bisogno; nel secondo un insieme
di precetti, di aforiemi ο di leggi parziali, dettate più che altro daluito
pedagogico ; nel terzo, che è il più perfetto, le cognizioni vengono
logicamente organizzate in un tutto ideale. La pedagogia è puro © grossolano empirismo
nei popoli selvaggi © primitivi; diventa precettiva nei popoli delY Oriente,
della Grecia © di Roma, come attestano le loro leggi, le loro letterature, i
loro libri religiosi; si eleva infine a vera organizzazione ideale coi grandi
filosofi greci. Cfr. Herbart, Pädagog. Schriften, her. O. Willman, 1880;
Credaro, La pedagogia di F. Herbart, 1900; A. Angiulli, La pedagogia, 1882; A.
Gabelli, La pedagogia, lo stato e la famiglia, 1876; Ardigd, La scienza dell’
eduoasione, 1893; E. Celesia, Storia della pedagogia italiana, 1893 (v.
educazione, didattica, metodica, pedologia, ccc.). Pedologia. T. Paidologio; I.
Paidology; F. Pédologia. Vocabolo creato dal Chrisman per designare In scienza
completa del fanciullo, studiato così sotto 1 aspetto fisiologico ed antropologico,
come sotto quello psicologico e psichiatrico. Essa quindi non sarebbe che una
parte, per quanto fondamentale, della Pedagogia. Per altri la Pedo 835 PEN logia designa invece la vera scienza
sperimentale della educazione, distinta nettamente dalla Pedagogia, che è
considerata come una speculazione puramente astratta e filosofica. Per altri
ancora la Pedologia non è che una parte della psicologia individuale: come
questa ricerca ed esamins le differenze che mostrano i singoli individui nelle
diverse funzioni psichiche, così In Pedologia non studia la vita psichica
generale dell’ infanzia, ma le differenze per mezzo delle quali un fanciullo si
distingue dagli altri, sia nelle funzioni inferiori psicofisiologiche e
sensoriali, sia nei processi superiori della memoria, del ragionamento, delV
emotività, eco. Cfr. O. Chrisman, Paidologio, Entwurf zu einer Wissenschaft des Kindes,
1894; E. Blum, La pédologie, Pidee, le mot, la chose, in « Année Paychologique
», 1899; Sur les divisione et la méthode de la pédologie, C. r. del Congrès de
phil. de Genève, 1904; G. Cesca, Pedagogia ο pedologia, « Riv. di fil. ο scienze aff. », sett. 1902. Pena. T. Strafe, Bestrafung; I. Punishment; F.
Peine, Punition. Ha tre significati distinti: in senso generale esprime
qualunque dolore, o qualunque male che cagiona dolore; in senso speciale indica
un mule che si soffre per causa propria, e comprende quindi tutte le pene dette
natwrali; in un senso ancora più speciale, indica la sanzione della legge,
ossia quel male che l’ autorità civile infligge ad un colpevole per causa del
suo delitto. Secondo la maggior parte dei criminalisti, la pena, intesa in
quest’ ultimo significato, ha origine dal sentimento della vendetta, che spinse
gli uomini primitivi a infliggere un male s chi aveva ad altri recato male, ©
che fu elevato all’ altezza di un diritto, ereditario, redimibile a piacere
dell’offeso ed esclusivo dell’ offeso stesso e dei suoi familiari. In seguito,
penetrata l’idea religiosa nella penalità, al concetto della vendetta privata
venne sostituendosi quello della vendetta divina, e il diritto di infliggere ©
misurare la pena affidato al sacerdozio. Sorta infine l’idea dello Stato, a
questo fu PEN 836 affidato l’ufficio di punire, riguardandosi
il delitto non più come offesa al privato o alla divinità, ma come offesa alla società
intera, e quindi la pena come vendetta della società offesa. Quanto al
fondamento e allo scopo della pena, molto diverse sono le dottrine dei filosofi
; però, secondo una classificazione generalmente accettata, tutte codeste
dottrine si possono distribuire in tre gruppi. Al primo appartengono le
dottrine assolute, che pongono lo scopo della pena unicamente nel principio
morale e quindi non al di là della pena stessa; si punisce quia peoatum est,
perchè la pena è giusta in sd; un simile concetto fu sostenuto in Italia dal
Mamiani, ed elaborato ulteriormente nell’ idea della retribuzione giuridica dal
Pessina. Al secondo appartengono le dottrine relative, che dànno tutte alla
pena uno scopo fuori della pena stessa, ma differiscono grandemente tra di loro
nella determinazione dello scopo stesso. Così, secondo la teoria del contratto
sociale (Hobbes, Rousseau, Beccaria, Fichte), scopo della pena è l'utilità: «
La sola necessità, dice il Beccaria, ha fatto nascere dall’ urto delle passioni
ο dalle opposizioni degli interessi l’ idea della utiUtd comune, che è la base
della giustizia umana... Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere
un essere sensibile nd di disfare un delitto già commesso... ma d’ impedire il
reo dal far nuovi danni ai suoi concittadini e di rimuovere gli altri dal farne
uguali ». Secondo un’altra dottrina relativa, la pena ha per scopo tenere i
proclivi al reato; essa esercita, dice il Fenerbach, una cazione pricologioa,
ed è perciò necessario che il male della pena superi il vantaggio o il piacere
proveniente dal delitto. Analoghe alla precedente sono le teorie dette della
premonisione (la legge deve ammonire a non delinquere), della prevensione (la
legge deve distruggere la volontà inclinata al delitto), del risarcimento (il
colpevole deve risarcire, con 1’ espiazione della pena, i danni morali o ideali
prodotti col reato), del ravvedimento ο miglioramento (scopo 837
PEN della pena è specialmente di far ravvedere il colpevole ο @ impedire
quindi la ricaduta nel delitto), e della difesa. Quest’ ultima dottrina ebbe un
valido sostenitore nel Romagnosi, per il quale il diritto penale non è che
diritto di difesa, ed ha il fondamento nel diritto che hanno tatti gli uomini
di conservare la loro felicità e nell’ uguaglianza legale naturale, che passa
fra uomo'e uomo; I’ uno e Paltro diritto sono posti in moto dalla
considerazione di un male derivante dsl facinoroso; fine immediato e proprio
d’ogni pena, tanto minacciata quanto eseguita, è d’incutere timore affinchè non
si commettano delitti. Al terzo ed ultimo gruppo appartengono le dottrine
miste, che cercano di conciliare le assolute e le relative, dando alla pena un
fondamento nel principio morale e uno nella dottrina sociale. Così secondo il
Carrara, il diritto di punire riposa su tre principi, dell’ utilità, della
giustizia, della simpatia, compresi tutti nella legge dell’ ordine prestabilita
da Dio all'umanità; il fondamento è nella necessità di difendere i diritti
dell’uomo, la giustizia è il limite, la simpatia il moderatore della sua forma;
la forza tutelatrice del diritto deve esercitarsi mediante la coazione morale,
che legittima la minaccia della pena; © poichè tale minaccia non raggiungerebbe
il suo scopo se non ne seguisse Vapplicuzione, così la necessità e la
legittimità della minaccia portano seco la necessità ¢ la legittimità dell’
applicazione effettiva del castigo; non sono perciò punibili se non quei fatti,
che abbiano il doppio carattere di essere lesivi del diritto e siano riparabili
mediante la repressione. Secondo la nuova souola criminale positiva (Lombroso,
Ferri, Garofalo), essendo il delitto un prodotto di fattori antropologici,
fisici e sociali, la pena non ha carattere di colpa morale, di retribuzione
morale, di castigo; la scelta ο la misura della pena devono esser fatte in
rapporto allo speciale carattere del delinquente e alle peculiari condizioni
dell’ ambiente; lo Stato, adottato il magistero repressivo, deve agire in
PEN 838
via preventiva per eliminare o modificare e diminnire i fattori della
delinquenza (igiene sociale). Quanto allo scopo della pens, la scuola positiva
accoglie il concetto, proprio di altre scuole, della difesa sociale: la società
è un organismo che, come tale, deve vivere e conservarsi, respingendo e, ove è
possibile, prevenendo ogni lesione; si applicano le pene perchè i delinquenti
siano posti, temporaneamente ο perpetuamente, nell’ impossibilità di nuocere,
per ottenerne l’ ammenda, per trattenere altri dal delitto. Cfr. Beccaria, Dei
delitti ο delle pone, 1764; Romagnosi, Genesi del diritto penale, 1837;
Carrara, Programma di dir. oriminale, Parte generale, 1871; Feuerbach, Lehrbuch
d. gem. in Deutschland gült. peinlichen Rechte, 1874; H. Sidgwick, The elemente
of politics, 1897; Jhering, Der Zweok im Recht, 1899; Letournean, L'érolution
juridique, 1891; R. Saleilles, L'individuation de la peine, 1898; G. Tarde, La
philosophie pénale, 1890; Lombroso, L’ womo delinquente, 1896; Garofalo,
Criminologia, 1905; Ferri, La sootol. criminale, 1892: Antonini, Antropologia
criminale, 1906; Frassati, La nuora souola del diritto penale in Italia ο
all'estero, 1891; Aless. Levi, Delitto ¢ pena nel pensiero dei greci, 1903; C.
Picone Chiodo, I nuori orizzonti della soc. criminale, 1914 (v. delitto, libero
arbitrio, responsabilità). Pensiero. T. Gedanke, Denken ; I. Thought; F.
Pensée. In senso largo comprende tutti i fenomeni conoscitivi © intellettivi,
per opposizione a quelli affettivi ο volitivi. Nel suo significato proprio è
l’attività dello spirito che analizza e pono tra loro in relazione i dati
complessi della esperienza sia reale che possibile. AI pensiero è dunque da
riferire ogni maniera di conoscenza mediata, che si ottiene cioè mediante il
paragone e il riferimento cosciente de’ suoi termini; si oppone quindi alla
sensazione, alla quale si riferisce ogni maniera di conoscenza immediata. I
dati della esperienza sensibile costituiscono ciò che si dice In materia del
pensiero, mentre il modo della comprensione dei dati 839
PEN stessi ne costituiscono la forma. Quando il pensiero è opposto all’
asione, designa in genere l’attività ideale o psichica per opposizione alla
volontaria; quando è opposto alla realtà, alla cosa, designa il soggetto
conoscente come contrapposto all’oggetto conosciuto. Nel linguaggio di Cartesio
© de’ suoi seguaci, nel termine pensiero sono compresi tutti i fatti psichici;
come l'attributo o proprietà fondamentale dei corpi è l'estensione, cos)
l’attributo dello spirito è il pensiero, ο quindi tutti gli atti interni non
sono che modi del pensiero. « Tutti i modi di pensare che osserviamo in noi
stessi, dice Cartesio, possono essere riportati a due generali, l'uno dei quali
consiste nel percepire con l'intelletto, l’altro nel determinarsi con la
volontà ». Così sentire, imaginare e persino concepire delle cose puramente
intelligibili, non sono che modi differenti di percepire; ma desiderare, sentire
avversione, aaserire, negare, dubitare, sono modi differenti di volere. In
seguito il significato del vocabolo andò sempre più restringendosi e
determinandosi. Secondo Hobbes « ogni pensiero consiste in un combinare e
separare, aggiungere © togliere di rappresentazioni mentali; pensare è
calcolare (to reokon) ». Per Hume è « la facoltà di combinare, trasporre,
aumentare o diminuire il materiale fornito dai sensi ο dalla esperienza; tutti
i materiali del pensiero ci sono dati dall’ esperienza interna ο esterna, solo
la loro combinazione è opera dell’intelligensa ο del volere ». Per l’Holbach è la facoltà
che ha l’uomo @appercevoir en lui-même ou de sentir les difforentes
modifications ον idées qu'il a rogues, do
les combiner et de les δέparer, de les éteindre et
de les restreindre, de les comparer, de les renouveler. Kant considera il pensiero come giudizio, come
conoscenza mediante concetti, come l’azione di riferire una data intuizione ad
un oggetto (die Handlung, gegebene Anschauung auf einem Gegenstand zu
beziehen). Lotze considera il pensiero come « una continua critica che lo
spirito esercita sul materiale delle rappresentazioni succedentisi PEN 840
(Vorstellungeverlauf), in quanto esso separa le rappresentazioni, e le
collega secondo un rapporto non collocato nella natura del loro contenuto ». L’
Hamilton crede che Js peculiarità distintiva del pensiero in generale sia che
esso involge la cognizione d’ uns cosa mediante la cognizione di un’altra; ogni
pensiero è quindi una cognizione mediata ». Per il Galluppi, come per Cartesio,
col termine pensiero si indica qualunque atto © qualunque modificazione dell’
anima umana, modificazione che consiste nel sentire, nel conoscere, nel
desiderare © nel volere; l’ attenzione sul proprio pensiero costituisce la riflessione.
Secondo il Rosmini il pensiero è l'insieme degli atti delle facoltà
intellettive, vale a dire dell'intelletto, costituito dall’intuizione dell’
essere, ο della ragione, che è la potenza generale d’ applicare l’essere; In
legge suprema del pensiero è quindi: il termine del pensiero à l'ente; il che
equivale a dire « il pensiero è così fatto che ha per leggo primitiva di sua
natura di avere a termine l’ente, di modo che o ha Vente a suo termine ovvero
non è; l’ente considerato sotto questo aspetto è dunque la condizione a cui è
legata l’esistenza del pensiero ». Secondo 1’ Ebbinghaus il pensiero si può
considerare come un termine di mezzo tra la fuga delle idee ϱ le idee fisse, ©
consiste « in una successione di rappresentazioni, che non sono soltanto
riunite per associazione le une alle altre in elementi di una serie, ma che nel
tempo stesso sono auche coordinate ο subordinate ad un’altra rappresentazione
direttrice; quindi esse hanno tutte dei rapporti con una rappresentazione
superiore, per il fatto stesso che vi figurano come parti di un tutto ».
Drobisch lo definisce brevemente come « il compondio d’una pluralità e
molteplicità in una unità >; il Wundt come un appercepire attivo, come-«
ogni rappresentare possedente un valore logico »; l'Hüffding: « se noi
cerchiamo una definizione generale del pensiero possiamo dire: pensare è
comparare, è trovaro della diversità o della
841 PER somiglianza ». Cfr.
Cartesio, Princ. phil., I, 9; Spinoza, Ethica, 1. II, teor. I; Hume, Essais,
II, 27'segg.; Holbach, Syst. de la Nature, 1770, I, cap. VIII, p. 112; Kant,
Krit. d. r. Vern., ed. Kehrbach, p. 88, 89, 229; Lotze, Grundzüge d. Logik,
1891, p. 6, 552; Hamilton, Lectures on Logis, , t. II, p. 75; Drobisch, Neue
Darstellung d. Logik, 1887, $ 4; Galluppi, Lesioni di logica 6 metafisica,
1854, vol. I, p. 18; Rosmini, Logica, 1853, $ 36 segg., 64 segg.; Id.,
Peiovlogia, 1848, II, p. 272 segg.; Ebbinghaus, Paychologie, trad. franc. 1912,
p. 199 segg.; Liepmann, Sur la fuite d’idées, 1904; J. Dewoy, How we think,
1912; M. Stern, Das Denken w. sein Gegenstand, 1909; Wnndt, Logik, , I, 71;
Hôffding, Peyokologie, trad. franc. 1900, p. 232; Id., La pensée humaine, ses formes et sea
problèmes, trad. franc. 1911; A.
Fouillée, La pensée et les nouvelles éooles anti-intelleotwalistes, 1911; A.
Faggi, Il pensiero, « Riv. di filosofia », maggio 1912 (v. essenza, intelletto,
intelligenza, noo, logos, ragione). Percetto. T. Empirische Anschauung; I.
Percept; F. Percept. Neologismo usato talvolta, per analogia con concetto, per
designare il contenuto della percezione. Si stingue dalla percezione, in quanto
questa designa 1’ atto © il processo del percepire, mentre quello è il
risultato del processo medesimo. Il Romanes chiama percetto l’idea semplice,
recetto l’idea composta o combinazione di rappresentazioni, concetto l’idea
generale ο astratta; i recetti derivano dai percetti più o meno simili, e la
loro associazione ha carattere passivo; le somiglianze tra i percetti sono così
distinte, così cospicue © così frequentenente ripetute che, nel momento stesso
della percezione, si classificano tra di loro e, per così dire, cadono
spontaneamente nelle loro appropriate classi, senza uno sforzo cosciente da
parte del soggetto che percepisce. Cfr. Romanes, L'eroluzione mentale dell’ uomo,
trad. italiana 1907, Ρ. 33 segg. PER Percezione. T. Warknemung, Perception ; I.
Peroeption ; F. Peroeption: Uno dei vocaboli filosofici dal significato più
vario ed oscillante. Spesso è usata come sinonimo di sensazione, per designare
il fenomeno psicologico provocato dalla eccitazione d’un organo di senso; altre
volte è distinta dalla sensazione per il giudizio d’obbiettività che essa
implica, in quanto cio’, mentre la sensazione non è riferita ad un oggetto
determinante, la percezione invece è una sensazione integrata dall’ esplicito
riferimento del soggetto all’ oggetto; e vien distinta ancora dalla sensazione
perchè, mentre in questa il fatto psichico provocato dalla eccitazione di un
organo di senso ha carattere puramente afettivo, nella percezione ha carattere
intellettuale. E usata ancora come sinonimo di rappresentazione; ma da altri ne
è distinta perch’, mentre la rappresentazione è un fatto mentale, che si
rinnova nell’ assenza d’ uno stimolo esteriore che direttamente lo provochi, la
percezione non si ha che mediante l’azione su noi dell’ oggetto sensibile.
Perciò alcuni chiamano la rappresentazione percezione mediata. Alcuni
distinguono la percezione semplice dalla percezione esteriore: quella non è che
la pura coscienza delle nostre sensazioni, questa è la coscienza dell'oggetto,
cioò la nostra sensazione divenuta una qualità dell’ oggetto esteriore, Si
soglion chiamare peroesioni acquisite quelle percezioni di un senso, che
risultano non dalla eccitazione immediata che quel dato organo di senso ha
dall’ oggetto (percezioni naturali), ma dalla eccitazione di quell’organo
avvenuta mediante un altro organo di senso. Nella terminologia cartesiana per
percezione #’ intende qualunque fatto intellettuale ; essa è opposta alla
rolisione, che designa ogni atto di volontà ο di desiderio; percezioni e
volizioni costituiscono l’intero ambito dei fatti di coscienza. Ommes modi
cogitandi, quo in nobis experimur, dice Cartesio, ad duos generales veferri
possunt, quorum unus est poroeptio, sive operatio intelleotua.... Nam sentire,
imaginare ot pure intel 843 PER Ἱέροτο
sunt tantum diversi modi peroipiendi, Nella filosofia del Leibnitz la parola
percezione ha un significato pure anıplissimo, abbracciando ogni specie di
pensieri: egli chiama percezioni insensibili, o piocole percezioni, gli stati
di coscienza esistenti nel nostro spirito ma non attualmente pensati, ο in
questo stato incosciente suppone esistano tutte le idee delle cose, cosicchè lo
sviluppo delle facoltà intellettuali non consisterebbe che nel lavorio dell’
anima di rendere chiare © coscienti le idee che sono in essa quasi abbozzate.
«In ogni momento, dice il Leibnitz, esiste in noi una infinità di percezioni,
ma senza appercesione © senza rifleesione, cioè dei cangiamenti dell’ anima
stessa, dei quali non οἱ accorgiamo; perchè queste impressioni sono ο troppo
piccole e numerose, o troppo unite; per modo che esse non hanno nulla di
sufficientemente distintivo separate, ma, unite ad altre, non mancano di fare
il loro effetto, e di farsi sentire nella riunione, almeno confusamente....
Queste piccole percezioni sono assai più importanti che non si creda. Sono esse
che formano quel non s0 che, quei gusti, quelle imagini delle qualità dei
sensi, chiare nell’insieme ma confuse nelle parti; quelle impressioni, che i
corpi che ci circondano fanno su noi © che racchiudono l’infinito; quel legame
che ogni essere ha con tutto il resto dell'universo. Si può dire persino che,
dunque, il presente di codeste piccole percezioni è gravido dell’ avvenire
carico del passato, che tutto cospira © che degli occhi penetranti come quelli
di Dio potrebbero leggere nella più piccola delle sostanze tutta la serie delle
cose dell'universo ». Anche per Locke la percezione ha significato molto ampio,
essendo « la prima operazione di tutte le nostre facoltà intellettuali e Padito
(the inlet) di ogni conoscenza dentro la nostra mente ». Per Berkeley « avere
un’ idea è la stessa cosa che percepire ». Condillac: La peroeption et la
conscience ne sont qu'une même opération sous deux nome. En tant qu'on ne la
considère que comme une impresrion de l'âme, on PER 844
peut lui conserver celui de perception; en tant qu'elle avertit Vame de
sa présence, on peut lui donner celui de conscience. Il Reid distingue la percesione, che ci dà l’esistenza
e la qualità dei corpi, dalla sensazione, che sorge nel nostro spirito in
seguito alla impressione fatta sugli organi di senso dai reali esteriori; la
percezione dell’esistenza dei corpi, quantunque sorga in noi contemporaneamente
alla sonsazione, pure non ne è l’effetto, ma è bensì un giudizio istintivo
della realtà dei corpi esteriori ο delle qualità di eni ci si presentano
forniti. Per Kant la prima cosa che ci è data è il fenomeno © sensazione, che,
quando è legato alla coscienza, si chiama percezione ; quindi « In percezione à
la coscienza empirica, cioò la coscienza nella quale c’è nello stesso tempo
sensazione ». Per |’ Hamilton la percezione è soltanto una specie di
conoscenza, la sensazione una specie di sentimento: « la percezione è propriamente
la coscienza, attraverso il senso, delle qualità d’un oggetto conosciuto come
differente dall’ io; la sensazione è propriamente la coscienza dell’ affezione
subbiettiva del piacere o del dolore, che accompagna questo atto di conoscenza
». La distinzione tra sensazione e percezione è ammessa, per quanto in modi
diversi, da quasi tutti i filosofi contemporanei. Cosi lo Ziehen considera la
sensazione come il materiale greggio, la percezione come lo stesso materiale
rielaborato : « noi indichiamo come percezioni quelle. sensazioni sulle quali
s'è esercitata la nostra attenzione ». Per questa rielaborazione le percezioni
si accostano al pensiero: « Poichè la percezione, dice 1’ Höffding, riposa su
un processo che si può chiamare un confronto involontario, si presenta a noi
come una funzione del pensiero, mediante la quale ci appropriamo ciò che è dato
nella sensazione, © incorporiamo la sensazione nel contenuto della nostra
coscienza. Se dunque una funzione del pensiero si manifesta nella percezione
sensibile, è chiaro che la percezione e il pensiero non possono essere due
funzioni affatto differenti della coscienza. Non 845
PER c’è alcuna percezione sensibile che sia assolutamente passiva». Una
distinzione analoga fa il Sally: « nella sensazione la mente è, relativamente,
passiva e recipiente; nella percezione è non solo attenta alle sensazioni,
discriminandole ο identificandole, ma passa dalla impressione all’oggetto che
esse indicano o fanno conoscere ». Il Galluppi riteneva invece la distinzione
tra percezione e sensazione affatto arbitraria, una semplice astrazione che, se
fosse reale, οἱ trarrebbe allo scetticismo, in quanto condurrebbe seco la
necessità di credere ciecamente a tutto ciò che la percezione ci presenta. Egli
quindi identificava la percezione colla sensazione: ogni sensazione è di sua
natura la percezione di un oggetto esterno, © quindi la percezione dei corpi,
anzichè distinta, è inchiusa nella sensazione. Il Rosmini distingue la
percezione in sensitiva © intellettiva: quella è la sensazione stessa ο un
sentimento qualunque, in quanto si considera unito a un termine reale, questa è
un giudizio col quale lo spirito afferına sussistente qualche oggetto percepito
dai sensi, ὁ, in altre parole, è la visione del rapporto che passa tra un
sentito e l’idea di esistenza. Egli distingue ancora nella percezione dei corpi
la percezione soggettiva, che si ha sia col sentimento corporeo, per sò stesso,
sia collo sue modificazioni, e la percezione estrasoggettiva, che è fondata
sulla prima, è fornita dai sensi e ci da il sentimento dell’azione ο
l'estensione di un corpo fuori di noi. L'Ardigò distingue la sensazione pura
dalla percezione : quella è la semplice osservasione, vale a dire l’atto
psichico avvertito come proprio della coscienza individuale nel presente della
successione dei suoi atti, questa invece è l'esperimento, cioè la sensazione
stessa accompagnata da altre sensazioni e verificata per mezzo di un altro
senso: queste sono appunto le circostanze oggettivanti, per cui il dato
sensitivo è proiettato all’esterno, ossia per cui l'oggetto ci è dato come
esistente realmente fuori di noi. Il Sergi ha cercato di spiegare
fisiologicamente l’oggettività della PER
846 percezione, riconducendola ad
un’onda nervea di ritorno, cio’ alla riflessione dell’ onda centripeta che ha
dato luogo alla sensazione; mentre nella sensazione l’ onda nervosa, prodotta
dallo stimolo, va dall’organo periferico al cervello, nella percezione l’onda
stessa è riflessa dal cervello lungo la medesima fibra allo stesso organo; ciò
darebbe ragione, secondo il Sergi, della proiezione del dato sensibile e della
sua localizzazione nell'oggetto esteriore: come l’eccitaziono centripeta tende
a dare ad ogni mutazione che ne segue un carattere soggettivo, così
l'eccitazione centrifuga tende a far uscire dal soggetto la modificazione
prodotta. Il Jerusalem considera la percezione come la forma più semplice ©
primitiva del giudizio, in quanto consiste nel dar forma e obbiettività al
contenuto disordinato dejle sensazioni. Il Wundt, infine, contrappone la
percezione alla apperoesione : questa è quel fatto psichico che è da noi
percepito con uno sforzo particolare di volontà, detto attenzione, quella è
ogni fatto psichico che si trova, a così dire, situato nello sfondo della
nostra coscienza. Cfr. Cartesio, Principia, I, 32; Leibnitz, Monadologia, $ 14,
21; Id., Nouv. essais, I, passim ; Locke, An. essay cono. hum. understanding,
1705, 11, cap. 15; Berkeley, Treatise on the princ. of human knowledge, 1871,
VIL; Condillao, Essai sur l’origine des connaissances, 1746, I, sez. II, $4;
Reid, Works, ed. by Hamilton, 1863, p. 876 segg.; Kant, Krit. d. rei. Vern., B 207; Hamilton,
Leotures on Metaphysics, 1859, vol. II, p. 98 segg.; Th. Ziehen, LeitSaden dor physiol.
Peyohologie, 1893, p. 17, 170; Höffding, Peychologie, trad. franc. 1900, p. 167; Sully, Outlines of Psychology,
1892, p. 148; Galluppi, Elementi di filosofia, 1820; Id., Lezioni di logioa 6
metafisica, 1854, vol. I, p. 166 segg.; Rosmini, Nuoro saggio sull’ origine
delle idee, 1830, $ 481 segg.; Id., Logica, 1853, $ 307 segg., 701 segg.; P.
Carabellese, La teoria della percezione intellettiva di 4. Rosmini, 1907;
Ardigò, Il fatto psicologico della peroezione, Op. fil. IV, 1897, p. 347 segg.;
G. Sergi, Teoria fisiologica della
847 PER percezione, Milano, 1884;
Jerusalem, Die Urtheilefunotion, 1895, p. 219 segg.; Wundt, Grundriss d.
Peychol., 1896, Ρ. 245 sogg. (v. distanza, integrazione, rappresentazione,
cateriorità, volontà, ecc.). Percezionismo. T. Perceptionnismus ; I.
Perceptionism; F. Perceptionnisme. La dottrina della percezione immediata, che
ebbe per principali sostenitori i filosofi della scuola scozzese e dell’
eclettismo francese. Il percezionismo è una forma di realismo. Esso consiste
nell’ammettere come un fatto irreducibile il sentimento d’ obbiettività
contenuto nella sensazione e nell’ accordare a codesta credenza un valore
rappresentativo: la prova che esistono delle cose fuori di noi è data dal fatto
che la percezione ci mostra delle cose esistenti fuori di noi. Cfr. Cousin, Fragments
philosophiques, 1840, t. II, p. 30 segg.; Paul Janet, Victor Cousin et son
oeuvre, 1885, p. 73-81; Mao Cosh, The intuitions of the mind, 1882, p. 108 (v.
intermediariste, concezioniemo, conoscenza, senso comune). Perfezione. T.
Volkommeheit; I. Perfection; F. Perfeotion. Il concetto di perfezione ha subìto
non pochi mutamenti nella storia del pensiero filosofico. Per Platone è
perfetto soltanto ciò che non contiene alcuna contraddizione, alcuns
mescolanza, ciò che è assolutamente uno pur comprendendo in sè gran numero di
attributi. Per Aristotele la perfezione consiste nel corrispondere esattamente
a un concetto, a un tipo, a una norma, nell’ esser tale che non si potrebbe
concepire nulla di migliore. S. Tommaso distingne due specie di perfezione:
prima, quae est ipsum esse rei, secunda vero est eius operatio et haso est
maior quam prima; illud igitur dieitur simplieiter pefectum, quod pertingit ad
perfeotam sus operationem. Per Cartesio invece la perfezione è l'essenza stessa
della divinità; Dio è, per definizione, |’ essere assolutamente perfetto: La
substance que nous entendons être souverainement parfaite et dans laquelle nous
ne conoevons rien qui enferme quelque defaut ou PER 848
limitation de perfection, s'appelle Dieu. Spinoza considera la
perfezione © l’imperfezione come due semplici modi di pensare « ciod delle
nozioni che abbiamo l'abitudine di formulare perchè confrontiamo, gli uni con
gli altri, gli individui d’una stessa specie e d’uno stesso genere >;
perciò, egli aggiunge, io comprendo « per realtà e perfezione la stessa cosa;
noi abbiamo infatti 1 abitudine di ricondurre tutti gli individui della natura
sd un sol genere, che si chiama generalissimo; ciod alla nozione delP Essere,
che appartiene a tutti gli individui della natura senza eccezione. Così, in
quanto noi riconduciamo gli individui della natura a questo genere e li
confrontiamo tra loro e troviamo che gli uni hanno più di Essere e di Realtà
degli altri, diciamo che gli uni sono più perfetti degli altri.... Infine, per
perfezione in un genere io comprenderò la realtà, ossia l'essenza d’una cosa
qualunque, in quanto questa cosa esiste ed agisce in un modo dato ο determinato
». Il Leibnitz la concepisce quasi matematicamente come «la grandezza della
realtà positiva presa precisamente, mettendo da parte i limiti nelle cose che
ne hanno». Ad ogni modo, il concetto di perfezione è puramente astratto ο
relativo. Quando noi giudichiamo perfetto un oggetto qualsiasi, lo facciamo
riconoscendo che esso oorrisponde al fine per il quale esiste, o realizza il
tipo della specie cui appartiene; in altre parole, non facciamo che istituire
un rapporto fra due termini. Le
perfezione non va confusa con la perfettibilità: quella è statica, questa è
dinamica, quella è una realtà, o è assunta como tale, questa è una idenlitä.
L'idea della perfettibilità, è, come quella di evoluzione e di progresso,
essenzialmente moderna; nell’antichità e nell’evo medio era concetto comune che
la natura delle cose è immutabile, © che, se in qualche coss muta, codesto
mutamento è sempre peggioramento. Nè meno estranea è l’idea di perfettibilità
all’ ottimismo filosofico : se il nostro mondo è il migliore dei possibili,
cio’ 849
Per il più perfetto, non vi ha possibilità di un miglioramento
ulteriore, la perfezione escludendo la perfettibilità. Il merito di aver
introdotto il concetto e la parola di perfettibilità spetta specialmente al
Condorcet, che ne fece 1’ essenza stessa dell’uomo. Secondo alcuni la
perfettibilità è contenuta anche nella dottrina della evoluzione; ma ciò può
sembrare, secondo altri, inesatto, inquantoch® la perfettibilità dell'essere
non è illimitata, all’ evoluzione corrispondendo inevitabilmente la
dissoluzione. Cfr. Aristotele, Met., V, 16, 1021 b, 12 segg.; S. Tommaso, Contra gent.,
II, 46, 2; Cartesio, Réponses aux secondes objections, def. VIII; Spinoza,
Ethica, Prefazione al 1. IV; Leibnitz, Monadologie, $ 41, De rerum originatione
radicali, $ 3; Condorcet, Esquisse des progrès de l'esprit humain, 1794 (v.
idea, progresso). Periferia, T.
Peripherie; I. Periphery; F. Peripherie. La superficie esteriore di un corpo
solido. Sistema nervoso periferico, dicesi quello costituito dai gangli e dalle
fibre nervose, per opposizione al centrale, costituito dall’ encefalo ο dal
midollo spinale; perciò dicesi periferico qualunque fenomeno nervoso, normale o
patologico, che avvenga in un punto qualunque della fibra che unisce l'organo
esterno al suo centro cerebrale. Sensazioni periferiche, per opposizione ad
interne, diconsi quelle determinate dagli stimoli esteriori. Perigenesi. T.
Perigenese. L’ ipotesi con cui 1’ Haeckel spiega la trasmissione ereditaria o
eredità dei caratteri. Secondo questa dottrina, in ogni atto riproduttivo una
data quantità di protoplasma o sostanza albuminoide viene trastuessa dal genitore
al figlio, 9 nello stesso tempo viene trasmesso al protoplasma il movimento
molecolare individuale, che gli era proprio. In altre parole, 1’ eredità
consisterebbe nella trasmissione del movimento dei plastiduli, che costi
tuiscono il plasma. Cfr. Y. Delage, La structure du protoplaame et les théories de l'érédité,
1895 (v. eredità, endogenesi, germiplasma, pangenesi). 54 RanzoLi,
Dizion. di acienze filosofiche. PER
850 Poripatetici. T.
Peripatetiker; I. Peripatetica; F. Péripatéticiens. I seguaci di Aristotele,
così detti perchè studiavano e insegnavano passeggiando al Liceo. Fondatore
della scuola peripatetica fu Teofrasto di Lesbo, che con l'insegnamento e con
gli scritti diffuse la dottrina aristotelica, non senza allargarla,
specialmente nella scienza della natura; mantenne la separazione dell’
intelletto fatta dal maestro, ma lo vollo congenito all’ nomo (σύμφυτος), ed in
generale piegò più per la immanenza che per la trascendenza. Gli successe
Stratone di Lampsaco, che, più risoluto del predecessore, tolse di mezzo le
antinomie aristoteliche, negando l'intelletto separato ed il concorso di Dio
nella produzione del mondo; egli concepì il pensiero dell’ intelletto come un
movimento, e fa quindi condotto a negare l’esistenza d’un essere immobile, collocato
al di fuori della natura e origine d’ogni movimento. Meno importanti furono i
successori di Stratone, che seguirono a preferenza o le ricerche fisiche, o le
trattazioni morali in forma popolare (v. aristotelismo). Nella filosofia
scolastica dicevasi quantità PERMANENTE lo spazio, per opposizione alla
quantità successiva, cio il tempo. Perseità. Lat. Perseitas; T. Perseität; I.
Perseity; F. Perséité. Cid che sussiste per se, καθ᾽ αὑτό. È quindi l’attributo
della sostanza: aubstantia est per ae, dice Goclenio, accidens per aliud. La
parola perseità si adopera però quasi esclusivamente ad indicaro la dottrina
tomistica delle relazioni tra il bene e il volere divino. Secondo S. Tommaso il
volere, nella sua espressione adeguata, è mosso essenzialmente dal concetto del
bene come presente alla ragione, © ciò sia nella natura umana che nella divina:
la perseitas boni è dunque la razionalità essenziale del bene. Per Duns Scoto
invece il bene è creazione arbitraria del volere divino, che al bene è
superiore, Egli distingue due 851 PER specie di perseità: uno modo pro esse
incommunicabili, et sic per se esse cat incommunicabiliter esse; alio modo...
pro esse subristontiae, et sic per sè esse est per sè subeistere. Cfr. S. Tommaso, 8. theol., I,
2, q. XVIII segg.; Goolenio, Lez. philosophicum, 1613, p. 809. Persona. T. Person; I. Person; F. Personne.
Questo termine originariamente designava la maschera (πρόσωπον = viso, aspetto)
con eni nell’ antico teatro greco si rappresentava un dato personaggio. Quando
cadde l’uso della maschera, indicò il personaggio stesso, e così passò nell’uso
per indicare l’uomo, in quanto non è soltanto individuo, cioò unità organica di
parti solidali, ma è un essere cosciente ed intelligente, un’ unità
fondamentale di pensiero, di sentimento e d’azione. Perciò persona si oppone a
cosa; il vegetale, il minerale, l’animale, e, si può aggiungere, il demente e
l’idiota, sono cose, mentre l’nomo cosciente soltanto è persona. Dicesi persona
morale l’uomo in quanto, per le capacità del suo spirito, può partecipare della
80cietà morale e intellettuale degli spiriti; persona fisica 1’ organismo dell’
uomo, considerato come manifestazione della sua persona morale; persona
giuridica l’ uomo che possiede doveri ο diritti fissati dalla leggo. Cfr. Trendelenburg,
Zur Geschichte des Vorter Person, « Kant Studien », 1908; Eucken, Geistige
Strömungen der (Gegenwart, 1909, sez. D, § 5; C. Piat, La personne humaine, 2*
ed. 1912 (v. io, personalità). Personalismo. T. Personaliemus; I. Personaliem;
F. Personnalisme. Il Renouvier designa col nome di personalismo relatiristico
la propria dottrina della personalità, che si contrappone all’ impersonalismo
della filosofia evoluzionistica. Origine della personalità umana sarebbe,
secondo il Renouvier, lo spirito personale di Dio, che è congiunto in un
sistema fisso di relazione universale con lo personalità umane. In un senso più generale dicesi personaliemo
ogni forma d’idealisnio metafisico, che pone la realtà ultima in una coscienza
unica, universale, eterna, fondandosi spePER
852 cialmente su queste due
argomentazioni: 1° esiste una stretta analogia tra il modo di comportarsi delle
idee nella mente individuale, ο la maniera onde ciascuna mente si connette con
le altre menti; 2* il rapporto conoscitivo © pensativo por eni la mente è volta
a questo o a quell'oggetto, è un rapporto del tutto peculiare, che non si può
identificare nd col rapporto causale nd con quello di somiglianza, © che
implica la presenza, sia pure latente, dell'oggetto stesso nella
coscienza. In un senso più generale
ancora dicesi personalismo, per opposizione a panteismo, ogni dottrina che
ammette Dio come persona. Cfr. Renouvier, Le personnalieme, 1903; Feuerbach,
Das Wesen des Christenthume, 1841, p. 185; De Sarlo, I diritti della metafisica,
« Cult. filosofica », luglio 1912 (v. fenomenismo, idealiemo). Personalità. T.
Persönlichkeit; I. Personality; F. Personnalité. È la coscienza della propria
individualità distinta da qualunque altra, « La personalità è V sutocoscienza,
dice l’Herbart, nella quale l’io considera sè stesso come uno © medesimo in
tutti i suoi molteplici stati ». E il Wundt: «Come I’ io è il volere interiore
nella sua separazione da tutti gli altri contenuti della coscienza, così la
personalità è Vio che si risente con la molteplicità di quei contenuti ο in tal
modo si eleva al grado dell’autocoscienza ». La personalità presuppone dunque
la individualità, ed il principio d’ individuazione è l'organismo. Infatti il
senso organico è V elomento fondamentale della personalità, la quale muta col
mutare di quello: così si spiegano i fenomeni patologici di sdoppiamento della
personalità fisica, in oui l’individuo crode d’avere due corpi, di cui uno
cammina © l’altro sta fermo, uno è sano e l’altro è malato. A costituire la
personalità entrano anche i sentimenti e lo tendenze, cho hanno pure sede nell’
organismo ; col mutarsi e V alterarsi di quelle si muta quindi e si altera
anche la personalità. L'identità della propria persona è data dalla 853
Per continuità delle coscienze successive, dall’unificarsi dei ricordi
in un’ unica serie: Persona dicitur ens, quod memoriam sui conservat, hoc est,
so esse idem illud, quod ante in hoo vel isto fuit statu (Chr. Wolff). Se
quindi le basi organiche della memoria si alterano, può darsi che 1’ io passato
scompaia dalla memoria, e allora si hanno gli sdoppiamenti della coscienza,
costituiti da due io, da due persone distinte che s’alternano nello stesso
organismo. Dicesi appunto fenomeno delle personalità alternanti quello
sdoppiamento della personalità, nel quale all’ io primario si sostituisce un io
secondario e viceversa, in periodi successivi più ο meno durevoli; le due
personalità che si alternano sono del tntto separate rispetto alla memoria; la
personalità 4 è incapace di rievocare tutto ciò che è avvenuto durante il
periodo in cui era attiva la personalità B, ο viceversa; sono due personalità
che s’ignorano reciprocamente come se fossero separate da un diaframma
impermeabile. Per personalità morale non
s'intende soltanto quella coscienza della propria individualità che ha per base
1’ organismo, ma quella specialmente che deriva dalla propria capseità
razionale, dalle qualità che si sono acquistate con la forza del volere, che ci
dànno il sentimento della dignità nostra e ci fanno degli esseri superiori,
autonomi, liberi. Il problema della
personalità dirina è la forma assunta nel pensiero contemporaneo dalla
controversia tra teismo e panteismo, Il teismo cristiano si regge
essenzialmente sopra la credenza in un Dio personale, © codesta personalità
compete all’essere perfettissimo in quanto essa rappresenta appunto la suprema
perfezione; ma, d'altro canto, la personalità è individuazione, e
l'individuazione è limitazione nel tempo e nello spazio; di più la persona è
opposizione e relazione, in quanto è coscienza del proprio io distinto da tutto
ciò che è altro da lui e sussiste come rapporto di vari stati ad un soggetto
identico: come può dunque Dio essere persona, se è eterno, infinito, atto puro
PeR-PES 854 escludente ogni opposizione e relazione? Le
soluzioni proposte dai filosofi contemporanei sono varie, ma tutte oscillano
tra il panteismo, il teismo e l’agnosticismo. Cfr. Wundt, Ethic, 1892, p. 448;
Hamilton, Lectures on metaphysics, 1859, t. I, p. 166; Ribot, Les maladies de
la personnalité, 1885; P. Janet, Automatisme peyohologique, 1888 ; A. Binet,
Les altérations de la personnalité, 1892; Myers, The human personality, ;
Morton Prince, The dissociation of a personality, 1906; Dugas et Montier, La
dépersonalisation, 1911; Hébert, Études sur la personnalité divine, « Rov. de
métaphysique », giugno 1902 e marzo 1903; H. L. Mansel, The limits of religious
thought, 1858, p. 59 segg.; Mac Taggart, Studies in hegelian cosmology, 1901,
p. 76 segg.; Royce, Lo spirito della filosofia moderna, trad. it. , e The world
and the individual, 1904, t. I, p. 425 segg., II, p. 419 seggi; Bradley,
Appearance and reality, 1902, p. 135, 531 segg.; A. Chiappelli, La critica
filosofica e il concetto del Dio virente, « Riv. di filosofia », anno I, n. 4;
C. Ranzoli, L’agnostioiemo nella filosofia religiosa, 1912, cap. IV (v.
dissooiazione, temperamento). Persuasione, T. Ueberzeugung; I. Persuasion; F.
Persuasion. Si suole da alcuni distinguerla dalla certezza, perchè mentre
questa è fondata su motivi adeguati e conformi al vero, la persuasione può
essere anche di cosa falsa, oppure di cosa vera ma fondata su ragioni false.
Dicesi naturale la persuasione spontanea che ogni uomo ha dei principi supremi
di ragione, e riflessa quella che consiste nel riposo della intelligenza in un
assenso dato volontariamente ad uns proposizionPessimismo. T. Pessimismus ; I.
Pessimism; F. Pessimieme. Vocabolo usato la prima volta dal Coleridge per
indicare « lo stato peggiore », adottato poi nel 1819 e reso comune dallo
Schopenhauer. Può essere, come l'ottimismo a cui s'oppone, tanto naturale o
intuitivo, quanto sistematico o filosofico. Il primo è una semplice
disposizione 855 Prs dovuta sia a cause organiche ed
ereditarie sia ad una dolorosa esperienza della vita a veder tutto nero nel
mondo e nell'esistenza, a giudicare ogni cosa per il suo lato triste. Il
secondo è invece una dottrina la quale sostiene © dimostra che tutto è male
nell’universo, e che noi viviamo nel peggiore dei mondi possibili. Sebbene
questa seconda forma di pessimismo tragga spesso origine dalla prima, che è
antica quanto l'umanità, e sebbene essa esista più o meno latente nel fondo di
ogni religione in quanto l'aspirazione verso un'esistenza oltremondana è sempre
accompagnata dal malcontento dell’esistenza terrena tuttavia il pessimismo
filosofico non data che dal secolo appena scorso. Schopenhauer ne è il più
grande maestro, come Leibnitz può dirai il maestro dell’ottimiamo. Secondo
Schopenhauer, l'essenza del mondo è la volontà, la quale è stimolo di
oggettivarsi, forza cieca ed incosciente; perciò il mondo è pieno di mali; è il
peggiore dei mondi possibili. L'uomo è in sus balla, ed è, per conseguenza,
infelice: la sua vita oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia. Nè egli
può liberarsi dalla vita, perchè la vita è volontà essa pure, cioè volontà di
vivere: « Volere è essenzialmente soffrire, e poichè vivere è volere, ogni vita
è nella sua essenza dolore. Più l’essere è elevato, più esso soffre... La vita
dell’uomo non à che una lotta per I’ esistenza, con la certezza d'esser
vinto.... La vita è una caccia incessante nella quale, ora cacciatori ora
cacciati, gli esseri si disputano i brandelli d’un orribile pasto; una specie
di storia naturale del dolore che si riassume così: volere senza motivo,
soffrire sempre, sempre lottare, poi morire, e così di seguito per i secoli dei
secoli, tinchè questo nostro pianeta si frantumi in piccoli frammenti ». Unico
rimedio è che l’ uomo cerchi di negare questa volontà, rintuzzando l'egoismo
sul quale si fonda lo stimolo di continuare a vivere, © ciò potrà ottenere non
già col suicidio, ma colla vita rigorosamente ascetica e contemplativa, che
conPer 856 durrà al lento suicidio della specie umana. I
discepoli di Schopenhauer trasformarono ο alterarono il suo sistema. Il Banhsen,
più esagerato del maestro, esclude che la volontà di vivere possa in alenn modo
negare sò stessa; la volontà, essendo essenzialmente cieca, non pud
sottomettersi all’idea, e all’nomo non rimane quindi alcuna possibilità di
liberazione. Invece per l’Hartmann l’ incosciente è nello stesso tempo volontà
e idea, cosicchè, quando col tempo dominerà l’idea, quando la volontà di vivere
si sottometterà alla logica, essa rinuncerà volontariamente a sò stessa, Si
avrà allora il suicidio cosmico, dopo il quale regnerà la pace del nulla. Ai
nostri giorni il problema del pessimismo e dell’ottimismo, che è essenzialmente
metafisico, non ha più ragione di esistere: il dolore e il piacere sono la
condizione stessa della vita, la quale non è nd tutto dolore nè tutto piacere.
D’ altro canto, se questo mondo fosse davvero il peggiore dei mondi possibili,
esso non potrebbe continuare ad esistere; ma esso continua ad esistere, e la
ragione che rende la vita possibile è, dice il Gnyau, la medesima che la rende
desiderabile. Cfr. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Forstellung, ed.
Reclam, t. II, $ 162; E. Hartmann, Philosophie des Unbewussten, 1890; I.
Bahnsen, Der Widerspruch im Wissen und Wesen der Welt, 1880; Sully, Pessimiem,
1877; W. Thomson, Modern pessimism, 1878; G. Palante, Pessimieme et
individualieme, 1913 (v. dolore, piacere, ottimismo, migliorismo, incosciente,
sentimento). Petizione di principio. Lat. Petitio prinoipii; T. I Ia.; F.
Pétition de principe. E il sofisma che Aristotelo designava con le frasi τὸ ἐξ
ἀρχῆς, ovvero τὸ ἐν ἀρχῇ altetoda:. Esso consiste nel prendere come principio
di prova la tesi stessa da provare. Aristotele ne distingue cinque specie: la
prima, che si nasconde sotto le sinonimie, si ha quando si assume come
principio di prova la tesi stessa da provare, sotto altra forma; la seconda si
ha quando, dovendosi dimostrare una tesi particolare, si ritiene dimostrata la
tesi generale che la comprende; la terza è l’inversa della pre cedente; la
quarta non è che la terza estesa a tutti i casi possibili; la quinta, che è la
tipica, consiste nel provare una proposizione mediante un’altra, la quale non
può essere a sua volta provata che mediante la prima. Aristotele stesso cadde
in quest’ultima forma di petizione di principio, quando volle provare che la
terra è il centro del mondo, partendo dalla premessa che la natura delle cose
pesanti è di cadere al centro del mondo. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I, 24, 41
b, 8; Id., Τορ., VII, 19. Piacere. T. Vergnügen, Lust; I. Pleasure; F. Plaisir.
Essondo un dato immediato della coscienza, è in sò stesso indefinibile. Esso
rappresenta uno dei due poli del sentimento, il quale si manifesta sempre sotto
le due forme opposte del piacere e del dolore, collegate fra loro da un numero
indefinito di stati intermedi. A malgrado però di questa opposizione, alcune
volte i dolori intensi sono a0compagnati da un senso di piacere, dovnto alla
vivacità dello stato affettivo. In generale, il piacere è determinato dal
funzionamento normale dei differenti organi del nostro corpo, sia che
appartengano alla vita psichica che a quella vegetativa. La stessa eccitazione
che produce dolore se eccessiva, può produrre piacere se d’intensità moderata:
questo fu detto piacero positivo, 9 piacere negatiro quello che deriva dalla
cessazione del dolore. Il piacere è sempre accompagnato da aumento delle
funzioni vitali: celerità nella circolazione del sangue e nella respirazione,
abbondanza nella assimilazione delle sostanze nutritive, maggiore secrezione
delle glandole, vivacità di movimenti, ecc.; a ciò devesi forse il fatto,
constatato dalla psicometria, che il tempo di reazione delle sensazioni di
piacere è minore di quello delle sensazioni di dolore. Si distingne comunemente
il piacere fisico (ad es, quello che si prova gustando un cibo) dal morale (ad
es. quello che si prova ammirando Pia
858 un’opera d’arte). Però la
differonza tra I’ uno e l’altro non è di natura, in quanto entrambi implicano
un fatto fisico ο organico e un corrispondente fatto psichico, ma soltanto di
complessità, essendo il secondo associato ad un maggior numero di dati
rappresentativi o intellettuali. Per Aristippo il piacere, ἡδονή, #’accompagna
al movimento calmo dell'organismo, il dolore al movimento violento, l’
indifferenza al riposo; esso importa il sentimento della soddisfazione, che
deriva dall’appagamento del desiderio; la difforenza tra i piaceri non sta nel
loro oggetto, ma nella forza del sentimento di soddisfazione, forza che si
trova per lo più nel piacere sensuale, corporco, che si riferisce all’ immediato
presente. Per Aristotelo il piacere è la conseguenza e il completamento dell’
atto, il che spiega come esso sia fugace e cerchi la novità; esso completa
anche la vita degli uomini « i quali hanno dunque ragione di amare il piacere,
poichè per ciascuno d’ essi è il completamento di quella vita alla quale sono
sì fortemente attaccati ». Per Epicuro il vero piacere non si trova « nelle
gioie dell’amore o nel lusso e negli eccessi della buona tavola, como hanno
voluto insinuare alcuni ignoranti e i nemici della nostra scuola », ma nella
tranquillità dello spirito libero da agitazioni, e nella quiete del corpo
esente dal dolore:, aprile 1905; A. Lalande, Pragmatismo et pragmatioisme, «
Revue philosophique », febbr. 1906; L. Laberthonnière, Saggi di filosofia
religiosa, trad. it. 1907; A. Schinz, Anti-pragmatisme, 1909; R. Berthelot, Le
romantieme utilitaire, 1911; W. James, Lo pragmatismo, trad. frane. 1911; E.
Boutroux, William James, 1911; F. Masci, Intellettualiomo e pragmatismo, in «
Atti della R. Accademia di Scienze m. e pol. », Napoli. (v. azione, attivismo,
attualismo, antropocentrico, moralismo, umanismo). Prammatico (πραγματικός =
che si riferisco ad una azione). Ciò che si pratica per lunga consuetudine;
oppure che concerne l’azione, il successo, la vita, in opposizione sia alla conoscenza
astratta © speculativa, sia alla obbligazione morale. Dicesi anche di una
credenza che si accetta non perchè riconosciuta vera, ma perchè ritenuta utile.
In questo senso Kant chiama prammatioa una storia « quando rende pradenti, ciod
quando insegna al mondo d’ oggi come possa aver cura dei propri interessi
meglio o almeno tanto bene quanto il mondo passato »; prammatici gli imperativi
che consistono in consigli di prudenza riferentisi al benessere, distinti dai
tecnici ο regole d’abilità, e dai pratici o comandi morali. Kant chiama ancora
fede prammatica una credenza che si aunmette accidentalmente come 883
Pra fondamento ai mezzi d’un fine determinato, e fede pratica una
credenza che si ammette perchè è postulata dalla legge morale: il precetto
d’aspirare al sommo bene è obbiettivo e la sua possibilità obiettivamente
fondata, ma la credenza nei postulati che ne derivano (divinità, libertà,
immortalità) è soggettiva, quindi una fede puramente pratica della ragione che
in sò non è il dovere, ma sorge prima del sentimento morale e può quindi
diventare incertezza, ma non mai degenerare in inoredulità. Il Blondel chiama
prammatica la scienza dell’azione, in quanto questa costituisco un ordine di
realtà sui generis, l’atto, il xp&ypa, nel quale s’ uniscono l'iniziativa
dell’ agente, il concorso che esso riceve, le reazioni che subisce. Il
Windelband chiama fattore prammatico della storia della filosofia quello pro-
dotto dalla necessità interiore dei pensieri ο dalla logica delle cose, per cui
nella storia stessa si ripetono non solo i problemi capitali ma anche le
principali correnti della loro soluzione e le dottrino germogliano
incessantemente luna dall'altra. Cfr. Kant, Grundlegung sur Met. der Sitten, 2
Absoh.; Krit. d. reinen Fernunft, Transc. Met., sez. III; Blondel, L’Action,
1893, p. 206; Hermann, Der pragmatische Zusammenhang in der Geschichte der
Philosophie, 1836; Windelband, Storia della filosofia, trad. it. Zaniboni, vol.
I, D. 14 segg. (v. azione, attiviemo, pragmatismo). Pratica (πρᾶξις azione). T. Praktisch, Ausübung; I.
Practical, Praotice; F. Pratique. Come dice I’ etimologia, pratico non
significa altro che attivo; si oppone perciò tanto a teorico, che a
speculativo, i quali derivano entrambi da radici che significano mirare,
guardare, e indicano quel lavoro indagativo e osservativo della intelligenza,
che sono l'operazione propria della scienza e della filosofia. La pratica ha
per fine l’azione, quindi il bene; essa è prodotta dalla volontà ο costituisce
la materia dell’ etica. Già in Aristotele troviamo la distinzione della
filosofia in teoretica, pratica e poetica; il Wolff la distinse pure in
teoPra 884 retica e pratica, comprendendo sotto questa
la filosofia pratica generale, il diritto naturale, l'etica, la politica e
l'economia, e dandole per fine supremo il perfezionamento di sò stesso e degli
altri. In Kant la critica della ragion pratica ha per c6mpito di rispondere ai
due quesiti: che cosa io debbo fare? che cosa io posso sperare? Il primo
quesito è oggetto della analitica, il secondo della dialettica della ragion
pratica, Nell’analitica sono principî pratioi quei postulati, che contengono
una determinazione universale della volontà a cui sono subordinate regole
pratiche; essi sono soggettivi o massime, se la determinazione è riguardata dal
soggetto come obbligatoria per la volontà propria, oggettivi ο leggi pratiche
se è riconosciuta come obbligatoria per la volontà d’ogni essere ragionevole.
L’Hartmann pone come cémpito della filosofia pratica di portare a fini della
coscienza i fini dell'inconscio ; tali fini si riassumono tutti nella rinuncis
al volere, che porterà all’ annientamento dell’ universo. 11 Windelband chiama
problemi filosofici pratici quelli che hanno origine dall’ esame dell’ attività
umana rivolta ad uno scopo, problemi teorici tutti quelli che si riferiscono in
parte alla conoscenza della realtà, in parte allo studio della conoscenza; dei
pratici si ocoupano l’etica, la sociologia, l'estetica, la filosofig del
diritto, della storia e della religione. Comunemente, per sapienza pratica, o
filosofia pratica, o senso pratico della vita, 8” intende quella saggezza tutta
particolare che non si apprende studiando ma operando e riflettendo, che non
attinge alla sola ragione, ma al sentimento, alla fantasia e al raziocinio
insieme, che non è soltanto prudenza, ma, a volta a volta, prudenza ο coraggio,
ardire © cautela, temporeggiamento © decisione. In altre parole, savierza
pratica significa equilibrio, misura; essa dà quindi all’ imprevisto il posto
che gli compete nella preparazione del futuro, ma si comporta al tempo stesso
come se ogni cosa fosse esattamente prevedibile; sa quanto d’ inevitabile prema
sui destini umani, 885 PRE ma procede come se tutto dipendesse dai
decreti del nostro volere; riconosce tutta l’importanza che gli accidenti
esteriori hanno sulla nostra felicità, ma è ancora più convinte che ogni
avventura esterna si veste dei colori della nostra anima e che la pace
interiore, bene supremo, non dipende alla fin fine che da noi, Cfr. Aristotele,
Met., II, 1, 998 b, 98, VI, 1, 1025 b, 18; Chr. Wolff, Philosophia praotica
univerealie, 1738, $ 2; Kant, Krit. d. prakt. Vernunft, ed. Reclam, p. 15
segg.; Hartmann, Phil, dee Unbewussten, 1890, III, 748; Windelband, Storia
della filosofia, trad. it. Zaniboni, I, p. 25 segg.; C. Ranzoli, It caso nel
pensiero ο nella vita, 1913, p. 218 segg. (v. dottrina, dotore, imperativo,
prammatico). Precisione. T. Präcision, Bestimmthoit; I. Precision; F.
Précision. Iu senso generale, ciò che non lascia adito ad alcuna indecisione
del pensiero; si oppone a vago e si distingue da esatto, che equivale a vero
sia nell’ ordine logico che in quello obbiettivo. Con questo termine gli
scolastici designavano l'operazione logica della astrazione orizsontale ©
verticale, che consiste nel diminuire la comprensione di un concetto, di una
nozione, togliendo alcune note per ritenere soltento quella o quelle che si
vogliono cont derare. Precoce. T. Frühzeitig, Voreilig; I. Precocious; F.
Precoce. Dicesi tale un fenomeno, fisico, fisiologico, psichico o sociale, che
si manifesta prima del momento comune e normale, o anteriormente alla
previsione basata sul tempo d'azione delle cause. Gli zoologi chiamano la prole
degli uecelli precoce 0 inetta secondochè può o non può provvedere subito da sò
al proprio sostentamento, Gli psichiatri, col nome di demenza precoce designano
quelle forme, sia catatoniche, che ebefreniche e paranoidi di debolezza
mentale, che derivano da arresto di aviluppo psichico. Predestinazione. Lat. Praedestinatio
; T. Pridestination; I. Predestination; F. Prédestination. Dottrina
teoloPRE 886 gica, secondo la quale ogni individuo è
destinato, in modo infallibile ed eternamente vero, ad essere salvato o
dannato. Si collega alla dottrina della prescienza divina. Come riferisce S.
Agostino, secondo i Pelagiani presoiebat Deus. qui futuri cosent sanoti et
immaculati per libera roluntatis arbitrium et ideo eos ante mundi
constitutionem in ipsa sua prascientia, qua tale futuros esse prascivit,
elegit. Leibnitz distingue la predestinazione dalla destinazione, in quanto .
Cfr. S. Tommaso, 8. theol., I, 2, qu. X, a. 3, e q. XIII, 6, ecc.; Boursier, De l’action
de Dieu aur les creatures, Dise. prélim., I, 8; Malebranche, Réflerions sur la
prémotion physique, 1715 (v. libero arbitrio). Predeterminismo. T. Prädeterminismus; I.
Predeterminism; F. Prédéterminisme. Dottrina teologica, secondo la quale gli
eventi sono considerati come risultanti dalla prescienza e dalla onnipotenza
divina. Si distingue dal determinismo perchd in questo, a differenza di quello,
la necessità è immanente agli stessi fenomeni. Però secondo alcuni, ad es. il
Renouvier, il determinismo ben compreso si identifica col predeterminismo ed ha
la sua vera espressione nell'equazione del mondo del Léplace; data la ferrea
necessità causale che lega i fenomeni del mondo, in ogni momento della sua
esistenza sono potenzialmente contenute tutte le sue fasi successive, cosicchò
una intelligenza infinita potrebbe agevolmente calcolarle. Kant oppone il problema del determinismo a
quello del predeterminismo : il primo consiste nel domandare come la volontà
può essere libera, pur essendo determinata da una ragione sufticiente interiore
all'agente, il secondo nel ricercare in qual modo la determinazione di ogni atto
mediante ragioni anteriori e fatti che non sono più in nostro potere, possa
conciliarsi con la libertà, la quale esige che l’atto, nel momento dell’azione,
sia in potere del soggetto. Cfr. Ch. Renouvier, Histoire et sol. des probl. métaph.,
1*ed., p. 168-9; Kant, Religion inneralb der Grenzen des blossen Vernunft, ed. Rosenkranz, parte I, p. 57 (v. equazione del
mondo, fataliamo, determinismo). Predicabile. Gr. Kazyyopospevov; T.
Praedicabile; I. Predicable; F. Prédicable. Tutto cid che ad un dato soggetta
può essere attribuito. Aristotele, oltre alle dieci categorie (praedicamenta),
diede anche una classificazione di cinque categorumeni (praedicabilia), che
sono i cinque PRE 888 universali, di cui i due primi, cioò il
genere e la specie Crévog e εἶδος) riguardano la estensione delle idee, gli
altri, cioè la differenza, il proprio e I’ accidente (διαφορά, Toy, συμβεβηκός)
riguardano la comprensione. Kant chiama
predioabili della ragion pura tutti i concetti a priori, ma derivati, che
possono essere ricavati dai predicamenti © categorie, come la forza, l’azione,
la passione, la presenza, la resistenza, l’origine, la distruzione, il
cangiamento. In un senso ancora più
lontano dal primitivo, Schopenhauer chiama praodioabilia a priori le
proposizioni generali che possono essere affermate 4 priori relativamente al
tempo, allo spazio, alla materia; esse sono diciassette per ciascuna di queste
tre categorie. La prima relativa al tempo è la seguente: non v’ha che un tempo
solo, e tutti i tempi diversi sono parti dello stesso; la seconda: tempi
diversi non sono contemporanei, ma successivi. Cfr. Aristotele, Top., I, cap. 4, 101 b, 17-25;
Porfirio, Isagoge, 1; Kant, Krit, d. reinen Vern,, A 82, B 108; Schopenhauer,
Die Welt als W. u. Vorst., ed. Reclam,
Ergänzungen z. ersten Buch, cap. IV; Rosmini, Logica, 1853, § 413-418 (v.
oatogorie, oategorumeni). Predicato. T. Prädioat ; I. Predicate; F. Prédioat.
Ogni ides che può essere predicata, negata o affermata di un’altra. Logicamente
ha lo stesso valore di attributo, giacchè i latini tradussero il greco
κατηγόρηµα ο κατηγοροὺµενον tanto con praedicatum quanto con attributum ; ma
mentre il predicato non ha che un valore logico, determinato dal posto che esso
occupa nella proposizione, l’attributo è adoperato anche in un senso
metafisico, per designare quelle qualità d’una sostanza, senza le quali essa
non potrebbe essere, mentre le qualità accidentali diconsi modi. Preesistente.
T. Prüeristent ; I. Preeristent; F. Preszistent. Ciò che esisto anteriormente
ad altra cosa. Platone, ispirandosi allo dottrine teologiche dei misteri
dionisiaci, estende l’esistenza immortale dell’ anima oltre i due limiti 889 ©
Pre della vita terrena, nella preesistenza e nella postesistenza; nella prima è
da cercare la colpa per cui l’anima è ricacciata nel mondo sensibile, nella
seconda la sua sorte dipende dal grado con cui, nella vita terrena, si è resa
libera dalla cupidigia del senso e si è rivolta alla sua missione più elevata,
alla conoscenza delle idee. Anche secondo alcuni dei primi Padri della Chiesa,
come Tertulliano, Ireneo e Gregorio di Nissa, l’anima è preesistente al corpo;
la materia è pure preesistente alla divinità cosicchd queste non la crea ma la
organizza. Nella tilosofin gmostica gli coni non sono altro che spiriti preesistenti,
che giungono alla vita terrena dopo una serie di crescenti degenerazioni. Cfr. Platone, Fedr., 246 vegg.;
Id., Gorgia, 523 segg.; Id., Rep., 614 segg.; Id., Fedone, 107 segg.; 8. Ireneo, Adv. haer., V, 12, 2. Preformasione dei
germi. Dottrina ora abbandonata, secondo la quale ogni individuo vivente
conterrebbe attualmente preformati i germi di tutti i nuovi individui che
potranno sortire da lui. Codesti germi non sarebbero che individui estremamente
piccoli, ma già formati, cosicchè il loro svilupparsi non sarebbe che un
ingrandire. Ogni germe, per quanto piccolo, contiene avviluppati in sò stesso
altri germi ancor più piccoli, e questi altri più piccoli ancora e così via via
indefinitamente. Questa dottrina fu già sostenuta da Malpighi, Haller, Bonnet.
Nella sua Monadologia Leibnitz dice: « I corpi organici della natura non sono
mai prodotti de un caos o da una putrefazione, ma sempre da sementi, in cui
o'era senza dubbio qualche preformazione ». Oggi il preformismo è sostenuto dal
Weismann, nel senso però che gli organi e i caratteri ereditari degli esseri
viventi esistono nel germe allo stato di parti differenziate, quantunque non
simili agli organi e ai caratteri che produrranno. La dottrina più accettata
attualmente è quella dell’epigenesi, per cui si ammette che lo sviluppo
embrionale dell’ individuo consiste PRE ©
890 in una oatena di
neoformazioni, che si presentano per gradi ο non preesistono già formate nel
germe. Cfr.
C. Bonnet, Consideratione sur les corps organisés, 1776; Leibnitz, Monadologia,
$ 74; C. S. Wolff, Theoria generationis. 1774; A. Weismann, Das Keimplasma, eine neue Theorie d. Vererbung, 1894;
Haeckel, I problemi dell’ universo, trad. it. 1902, p. 81 (v. eredità,
endogenesi, germiplasma, pangenesi, perigonesi). Premessa. Gr. Πρότασις; Lat.
Praemissa; T. Prämisse, Vordersatz; I. Premise; F. Prémisse. Le due
proposizioni del sillogismo, che contengono il medio e da cui risulta la
conclusione. Quella che contiene il termine maggiore dicesi premessa maggiore,
quella che contiene il minore premessa minore. Circa il modo di cavare dalle
premesse la conclusione si hanno cinque regole: 13 non si conchiude da premesse
negative, perchè posto che nd il termine maggiore nè il minore convengono col
medio, non si può conchiudere nd che convengano tra loro nd che disconvengano;
2* non si conchiude negativamente da premesse affermative, perchè in tal caso
la conclusione non deriverebbe, evidentemente, dalle premesse; 3° non si
conchiude da premesse particolari, perchè il sillogismo consiste invece nel
procedere dall’ universale ; 4* la conclusione segue sempre In parte più debole
delle premesse, intendendosi per debole la proposizione negativa rispetto all’
affermativa, ο la particolare rispetto all’ universale; 5* non si conchinde da
premesse delle queli la maggiore sia particolare e la minore negativa; tale
regola si basa essenzialmente sulle precedenti. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $
545 segg.; Masci, Logica, 1899, p. 241 segg. (v. figura, modo, sillogiemo,
termini). Presciensa. T. Vorherwissen; I. Foreknowledge; F. Prescience. Uno
degli attributi della natura divina. Esso si basa sul principio dell’ assoluta
perfezione di Dio. Se Dio è perfetto, deve essere intelligente; alla sua
intelligenza nulla deve essere nascosto, nè il prosente, nd il passato, 891
Pre nd l'avvenire. La prescienza di Dio deve essere sicura, perchè se
fosse incerta potrebbe farlo cadere nell'errore, e ciò è incompatibile colla
sua perfezione; e deve essere immediata, perchè se fosse ottenuta per mezzo di
ragionamenti o di intermediari, bisognerebbo supporre che egli, almeno per un
istante, ignorasse l'avvenire, non fosse presciente, cioè fosse imperfetto. La
prescienza divina non è infatti una previsione ma una visione : da tutta
l'eternità Dio contempla tutto ciò che dovrà accadere in tutto il tempo
avvenire. La sua prescieuza è dunque una omniscienza, che abbraccia tutte le
verità simultaneamente, e, insieme al presente, al passato, all’ avvenire,
anche ciò che non fu e non sarà mai; donde la distinzione, ammessa da tutti i
teologi, tra la scienza della visione, nella quale si comprendono i futuri
contingenti, e la scienza di pura intelligenza, che si riferisce agli esseri
che non verranno mai all'esistenza. Cfr. S. Agostino, Ootoginta trium quest.,
q. 24; S. Bonaventura, Opera omnia, t. I, p. 800 segi Tommaso, Summa theol., I,
qu. XIV, art. 5,
6; Id., C. Gentes, I, dist. 38, qu. I, art. 5, e spec. Quaest. de acientia Dei, art. 12. Presentazione. T.
Präsentation, Forstellung ; I. Presentation; F. Présentation. Per opposizione a
rappresentazione alcuni psicologi adoperano questo termine a designare tutti
quegli stati di coscienza in cui un dato oggetto è presentato allo spirito;
quando lo stesso oggetto si presenta di nuovo, si ha una ripresentasione o
rappresentazione. In tal senso V Hamilton denominava presentazionismo reale la
dottrina, propria del Locke e della scuola scozzese, secondo la quale le
qualità primarie delle cose, ad es. la resistenza e la forma, sono
immediatamente da noi percepite, quindi sono realmente nei corpi quali noi le
percepiamo. Sull’utilità del vocabolo presentazione, come opposto di
rappresentazione, si è molto discusso; secondo il Bergson la parola
rappresentazione è equivoca e, in base alla sua etimologia, non dovrebbe mai
designare un oggetto intellettuale presentato PRE-PRI 892
allo spirito per la prima volta: « Bisognerebbe riserbarla alle idee o
alle imagini che recano |’ impronta di un lavoro anteriore effettuato dallo
spirito. In tal caso si potrebbe introdurre il vocabolo presentazione
(ugualmente impiegato dalla psicologia inglese) per designare in generale
tuttociò che è puramente e semplicemente presentato all’ intelligenza ». Anche
il Claparède crede all’ opportunità ‘di distinguere in tal modo gli stati
psichici a seconda che il loro contenuto è attuale ο imaginatico. Si può
osservare però che coi vocaboli sensazione 0 percezione si indica abbastanza
chiaramente l’attualità dei fatti psichici. Cfr. W. Hamilton, Dissertations on Reid, 1860, p. 825;
J. 8. Mill, An exam. of sir Hamilton'e philosophy, 3° ed. 1867, cap. LIL; J. Ward, Psychology,
Eneycl. Britannica, 1° sez.; Bergson, Bulletin de la soc. frang. de phil.,
giugno 1901, p. 102; Ed. Claparède,
Ibid., giugno 1913, p. 213; Lachelier, Ibid., p. 214. Presentimento. T. {knung,
Vorempfindung; I. Presentiment; F. Pressontiment. La previsione oscura di un
avvenimento che può accadere; non è quindi da confondersi con la previsione
scientifica, che è sicura in quanto è fondata sulla costanza ο l'uniformità
delle leggi naturali. Il Leibnits intendeva per presentimento la facoltà di
prevedere ragionando degli avvenimenti; tale facoltà proveniva, secondo lui,
dal possedere lo spirito umano la rappresentazione di tutte le cose
dell’universo, e quindi la possibilità di trarre dal proprio fondo delle verità
sia astratte che concrete. Secondo Fries ο Jacobi il presentimento (Ahnung) è
«la convinzione fondata sul solo sentimento, senza concetti determinati » a cui
corrisponde la credenza nel divino. Cfr. Fries, System der Logik, 1837, p. 423
segg. (v. percezione). Presenza v. Tarole di Bacone. Prestabilita (armonia) v.
Armonia. Primario. T. Erst, Elementar ; I. Primary; F. Primaire. In un sistema
di classificazione per ordine di generalità
893 Pri diconsi divisioni
primarie sia le divisioni che hanno l’estensione maggiore, sia le divisioni che
hanno l'estensione minore. Dicesi
formazione primaria, sia nell’ordine psicologico che in quello fisico, ciò che
è più antico, ο ciò che è composto del minor numero di elementi. Si dicono
primarie o originali quelle qualità dei corpi senza di cui i corpi stessi non
possono essere concepiti: tali |’ estensione, la figura, la resistenza.
Secondarie invece quelle che si possono sopprimere senza sopprimere al tempo
stesso la nozione della cosa: il colore, il sapore, l’odore, il suono, ecc.
Delle qualità primarie le nostre sensazioni sono, secondo il Locke, copie
fedeli di cui le cose sono gli originali: le qualità secondarie sono invece
affatto relative. Il Berkeley invece ridnce le qualità primarie alle
secondarie, dimostrando che quelle non sono meno relative di queste, entrambe
derivando dai sensi ¢ risolvendosi tutto in stati del nostro spirito: « La
volta rilucente del cielo, 1’ ornamento della terra, in una parola tutti i
corpi che compongono questo mondo, non esistono che in uno spirito che li
percepisce; essi non hanno altra esistenza che la possibilità d'essere
percepiti; quindi tutte le idee esistono attualmente in me o in qualche altro
rpirito creato, 0, se non vi esistono, non esistono affatto o esistono nello
spirito divino ». Cfr. Locke, Ess., II, cap. 8, $ 8-15; Berkeley, Principl., I,
VIII, XI (v. attributo, essenza). Primitivo. T. Ur... Grund...; I. Primitive;
F. Primitif. Si oppone tanto a secondario che a derirato, e dicesi di ciò che
sta all’origine di una serie di fatti, o che in ana cosa ha il primo luogo, ο
che si ottiene per primo. Dicesi senso primitivo quello del tatto, perchè esso
precede nella specie tutti gli altri sensi, i quali si considerano come
semplici differonziamenti subiti nel corso della evoluzione biologica dalla
sensibilità tattile, per effetto della varia natura ο del vario modo di agire
degli stimoli esterni. Il Rosmini chiama giudizi primitiri quelli dati
solamente dal senso e PRI 894 anteriori alla formazione del concetto; si dicono
primitivi appunto perchè sono i primi che noi facciamo sulle cose, e mediante i
quali delle cose stesse formiamo i concetti. Egli chiama poi sintesi primitiva
l’attività spiritnalo onde il senso fondamentale unisce la sensibilità ο l’
intelletto e ne vede il rapporto; questa attività non è altro che la ragione,
sesi considera più generalmente l’attività nascente dall’unità intima del
sentimento fondamentale, in quanto cioò l'Io è atto a vedere i rapporti in
generale: quindi la sintesi primitiva è la prima funzione della ragione. Cfr.
Rosmini, Logioa, , $ 212 segg.; Id., Psicologia, 1848, t. II, § 452 segg. Primo
o primum. T. Eret; I. First, Early; F. Premier. È tutto ciò che non ammette
alcun antecedente. Però il primo può essere anche relativo, cioè un primo
eupposto : ad es. il primo costitativo nella biologia è la molecola οοstituente
le cellule; nella fisica è I’ atomo, costituente le molecole; nella chimica la
monade eterea, componente dell’atomo stesso; e questo primo della chimica è
tale soltanto perchè esso è l’ultimo indistinto del quale non occorre sapere in
qual modo sussista, come il biologo si arresta alla molecola organica, non
occorrendogli indagarne la costituzione. Si distingue poi il primo logico dal
primo eronologioo : quello riguarda 1’ ordine del tempo, questo l’ordine della
relazione di principio a conseguenza; ad es. nel penso dunque esisto di
Cartesio, il penso è il primo logico Pesisto il primo cronologico. Dicesi primo noto quella nozione prima, dalla
quale si deducono tutte le altre idee ο principi. Nel linguaggio aristotelico-tomistico primum
e pris differiscono, in quanto quello si dice per privazione di antecedente,
questo per confronto a posterius; dicesi poi primum alterans il primo cielo, il
cui moto era ritenuto come principio di alterazione © di corruzione degli enti
terrestri, e primum mobile il primo cielo in quanto per mezzo degli altri cieli
dava moto ai corpi celesti. Primo motore (πρῶτον κινοῦν) chiama Aristotele la
divinità, causa 895 Pri iniziale immobile del movimento; la
materia, il puro possibile, è ciò che è mosso senza muovere, mentre Dio, il
puro reale, è ciò che soltanto muove senza esser mosso e senza divenire: tra i
due termini v'è tutta la serie delle cose, che subiscono o suscitano il
movimento, e il oui insieme Aristotele chiama natura. Nell’ ontologismo ai distingue il primo
psicologico che è quella qualsiasi nozione, prodotto della intelligenza, dalla
quale ogni altra deriva, dal primo ontologico, che è l’essere in sò stesso come
distinto ed opposto alle intelligenze, e il primo ideologico che è il medesimo
essere assoluto in quanto è oggetto della intelligenza umana. Nell’ innatismo o razionalismo si distinguono
i primi universali, che il nostro spirito porta con sè stesso, © che sono
quindi anteriori ad ogni esperienza, dagli ultimi universali, o principi
scientifici, i quali risultano dall’esperienza sensibile ο si formano appunto
da ciò che nell’ esperienza vi è di costante e di comune. Filosofia prima (φιλοσοφία πρώτη) chiama
Aristotele la ricerca della realtà prima e dell’ essenza immutabile delle cose;
essa poi fu detta metafisica. Causa
prima (causa sui, causa causarum, 900.) dicesi quella che non è l’effetto d'una
causa antecedente e dalla quale procedono le altre cause, dette perciò
seconde. Verità prime, primi prinoipî,
nozioni prime, ecc., sono quelle che non sono ricavate deduttivamente da
altre. Diconsi qualità prime della cosa
quelle senza di cui la cosa non potrebbe concepirei. Principio. Gr.'Apx#; Lat.
Principium ; T. Grund, Grundsatz; I. Principle; F. Principe. Ha tre significati
fondamentali, uno logico, uno normativo, l’altro metafisico ο obbiettivo. Nel
primo indica una proposizione generale dalla quale derivano e alla quale si
subordinano altre proposi zioni secondarie. Nel secondo designa una massima o
regola d’azione, chiaramente presentata allo spirito ed enunciata mediante una
formala; a seconda del loro contenuto, si hanno principi morali, religiosi,
artistici, politici, ecc. Nel terzo indica una realtà dalla quale dipendono ο
derivano altre realtà: in questo senso gli atomisti chismavano principia gli
atomi, i teologi chiamano Dio principio del mondo, e gli psicologi l’anima
principio dei fatti psichici. Una dottrina scientifica può essere allo stesso
tempo un principio logico, un'ipotesi e una legge. Così la conservazione della
materia e dell'energia è un principio, perchè in base ad esso noi cerchiamo
degli equivalenti ad ogni quanti di materia e d'energia che sembra nascere o
sparire; una ipotesi, perchè non è stato sperimentato e non potrà mai esser
sperimentato su tutti i corpi e su tutte le energie della natura; una legge,
per il gran numero di corpi e di energie riguardo a cui fu sperimentalmente
constatato. Diconsi principt logici ο
principî supremi di ragione, il principio d'identità, À è 4; il principio di
contradizione, 4 non è non-4; il principio del mezzo o terzo escluso, 4 è ο non
è B; il principio di ragion sufficiente, per cui nessuna verità esiste che non
sia giustificabile. Il principio di
individuazione è il fondamento della individualità, per cui essa è quello che
è; il principio degli indiscernibili è quello per cui due cose, per esser due,
debbono avere qualche differenza di qualità; il principio di causalità, per cui
nulla vi ha senza causa; il principio di finalità, per cui ogni essere ha un
fine. Il principio della minima azione,
o del minimo mezzo, 0 di economia, o principio di semplicità, fa formulato in
modi diversi; così per Galileo « la natura non opera con molte cose quello che
può operar con poche »; per Voltaire «la natura agisce sempre per le vie più
corte »; per Maupertuis « quando nella natura avviene un mutamento, la quantità
di azione necessaria a produrlo è la più piccola possibile ». Nel linguaggio aristotelico-tomistico diconsi
prinoipia generationis quelli di cui tutte le cose sono fatte, mentre essi
stessi non sono fatti da altri, e sono la materia, la forma, la privazione;
principia compositionis ο della cosa generata, quelli dalla cui permanenza vien
generato il corpo naturale; principia metaphysica quelli da cui si intende
composta metafisicamente ed intellettualmente la cosa; prinoipia in habitu
quelli che regolano i sillogismi senza che ne faccian parte, ad es. le coke che
convengono ad una terza convengono tra di loro. Dicesi ancora principium quod
la persona ο il supposito oui si attribuisce V operazione, o la denominazione
dell’ operante (ls persona di Tizio è il prinsipium quod delle sue volizioni);
princi pium quo ciò onde viene elicita immediatamente l’azione (la volontà di Tizio
è il principium quo delle sue volizioni). Cfr. Goclenio, Lerioon phil., 1613,
p. 870; Chr. Wolf, Philos. prima sive ontologia, , $ 866-876; Kant, Krit, 4.
reinen Vern., ed. Reclam, p. 265 segg. Privativo (termine). T. Privato; I.
Privative; F. Privatif. La privazione è, secondo Aristotele, una causa negativa
che agisce per la sna stessa assenza, Quindi il termine privativo si distingue
dal positivo e dal negativo, in quanto è l’una e l’altra cosa nello stesso
tempo; è detto privativo perchè limito, nega una qualità ο un attributo di cui
il soggetto fu possessore, ο di cui è naturalmente capace; ad es. analfabeta,
cieco, anormale, ecc. Cfr. Mill, Syetom of logio, 1865, 1. I, cap. II, $ 6 (v.
negativo, negazione). Privazione. T. Mangel; I. Privation, Want; F. Privation.
E una qualità che consiste nella’ mancanza di una qualità positiva, ed agisce
come una causa negativa per la sua stessa mancanza : cieco, mortale, povero,
ecc. Così il Wolff la definisce: defeotus aliouiue realitatie, quae esse
poterat. Secondo Aristotele la materia è, sotto un certo rapporto, la
privazione; ad es. l’uomo sarà musicista, ma non è autor tale; in questo
momento è il non musicista; il non-musicista non è una materia senza forma,
poichò è già un uomo, ma è una materia ancora privata della sua qualità;
codesta materia è dunque la privazione della qualità di musicista. Anche il
Leibnitz usò questo vocabolo 57 RaszoLI,
Dizion, di acienze filosofiche. Pro
898 ma nel senso di limitazione,
imperfesione. Cfr. Aristotele, Metaph., X, 4, 1055 b; Chr. Wolff, Ontologia,
1736, $ 273. Nella morale il PROBABILISMO – H. P. GRICE, PROBABILITY,
CREDIBILITY, DESIRABILITY -- à quella dottrina casuistica, secondo la quale per
non cadere in colpa basta agire conformemente ad una opinione approtata, ossia
che ha dei partigiani rispettabili e non è contraria all’autorita. Nella gnoseologia il probabilismo è una
dottrina che sta di mezzo tra il dogmatismo e lo scetticismo. Questo nega la
possibilità di ogni conoscenza, quello invece unifica verità e certezza,
considerando la prima come una proprietà intrin* seca delle cose e la seconda
come un prodotto della verità sullo spirito. Il probabilismo, sia antico che
moderno, crede possibile il possesso della verità, ma non di quella assoluta
bensì della verità probabile, che è in noi e per noi, della verità che nasce
dell’ accordo durevole delle nostre rappresentazioni tra di loro e con quelle
degli altri. I probabilisti sostengono che il valore di questa verità
dipendente da noi è superiore a quello della verità in 88 © per sè, poichè le
cose che da noi dipendono valgono più di quelle che non dipendono, Nella
filosofia antica la teoria del probabilismo fu sviluppata specialmente da
Carneade, che distinse tre gradi della probabiltà: il grado più basso è quello
che conviene all’ idea singola, che non si trova in nessi più larghi; un grado
più alto sppartiene all’ idea che si può unire con altre, con cui si trova in
connessione; il terzo grado è raggiunto dove un intero sistema di idee in tal
modo connesse è riscontrato nella sua perfetta armonia e nella sua conferma
sperimentale. Nella filosofia moderna il probabilismo ricompare, con tinte più
o meno scettiche, prima nel Montaigne, poi in Hume, infine nel Cournot. Cfr. Mentré, Cournot et la
renaissance du probabilieme au XXe sidole, 1908 (π. oritioiemo, prammatismo, nominaliemo). Probabilità. T. Wahrsoheinlichkeit,
Probabilità; I. Probability; F. Probabilité. La certezza che una cosa si
avveri 899 Pro è data dal suo avverarsi sempre, quando
si avverino determinate circostanze; la probabilità invece è data dal suo
avverarsi non sempre ma qualche volta. Questa dicesi probabilità qualitativa ο
filosofica, per distinguerla dalla quantitativa ο matematica, che si fonda sul
numero dei casi; si chiama anche soggettiva ο psicologica, in quanto è
l’espressione di un atteggiamento del pensiero e dell’azione, che appartiene
allo stesso dominio del dubbio, dell’ esitazione, dell'incertezza, In essa si
possono distinguere due gradi: il primo, che chiameremo probabilità volgare, è
la semplice fiducia nel verificarsi di un avvenimento, fiducia basata sa pure
impressioni e perciò indimostrabile; la seconda, che chiameremo probabilità
scientifica, è ugualmente soggettiva ma possiede un maggior fondamento
razionale. Esempio dei due gradi, il giudizio che un profano e nn medico
possono esprimere sulla probabilità che un ammalato guarisca. Matematicamente
la probabilità è espressa da una frazione, che ha per numeratore il numero dei
casi favorevoli, per denominatore il numero dei casi possibili; ciò costituisce
il calcolo delle probabilità ο teoria dei rischi Ware conieotandi degli
antichi) che si applica tanto alle questioni di pura possibilità, che sono di
natura oggettiva, quanto a quelle di probabilità, che dipendono dal non conoscere
tutte le circostanze del fatto supposto. Nella frazione che esprime la
probabilità, quanto maggiore è il denominatore rispetto al numeratore, tanto
maggiore è la probabilità ; se il denominatore è zero si ha la certezza; so è
zero il numeratore si ha l'impossibilità. Il calcolo delle probabilità non pnò
essere applicato alla probabilità filosofica, poichè essa non riguarda la
quantità ma la qualità, non il numero ma il valore dei casi. Si distingue
infine la probabilità atatietica, che sta di mezzo tra la probabilità
filosofica © la probabilità matematico ; essa è il rapporto del numero dei casi
avvenuti in passato con quelli che per estrema ipotesi avrebbero potuto
verificarsi, rapporto supPro 900 posto costante e applicabile ai casi futuri;
è quindi probabilità matematica, in quanto fondata sul rapporto dei casi reali
© possibili; probabilità filosofica perchè implica la supposizione (soggettiva)
che detto rapporto si conservera invariato nel futuro, © che i singoli casi
siano possibili in ugual grado mentre in realtà non lo sono. Cfr. Moivre, Doctrine of
chances, 1718; Cournot, Essai sur les fondements de nos connaissances, 1851, $
31; Id., Exposition de la théorie dee chances et des probabilités, 1843;
Bertrand, Caloul des probabilités, 1907; Borel, Élémonts de la thdorie des
probabilités, 1909; H. Poincaré, Calcul des probabilités, 1912. Problema (xp6 avanti; βάλλω =lanoio). T.
Problem ; 1. Problem; F. Problème. Significa originariamente una incognita da
determinare, la quale, benchè si trovi connessa dal rapporto di principio e di
conseguenza con uns conoscenza posseduta, difficilmente si può decifrare; si
contrappone quindi a teorema, che è il risultato chiaro e provato di una
dimostrazione. In senso largo, il problema è la necessità nella quale trovasi
il nostro pensiero di spiegare un fatto qualsiasi, realo o supposto. Se il
fatto che si deve spiegare è reale, il problema dicesi assoluto, in quanto
esiste indipendentemento dall’ analisi, che può risolverlo o non. Se il fatto è
supposto, il problema dicesi ipotetico, in quanto la sua validità dipende
dall’analisi che è necessaria per risolverlo. Alcuni dei problemi assoluti
possono essere anche antitetioi, quando cioè esiste opposizione tra
ragionamento e ragionamento, o tra effetto e causa. L’Avenarius considera il problema come il
segno d’un rapporto di tensione, d’una « differenza vitale » tra V individuo e
l’ambiente, determinate dalla sproporzione che esiste tra l’ energia
dell'individuo ο quella richiesta dalle eccitazioni dell’ ambiente. Se 1’
eccitazione (R) ο la energia (E) sono assolutamente corrispondenti (R = E) si
ha il massimo vitale di conservazione, l'individuo si sente a proprio agio e
pieno di fiducia nelle proprie percezioni
901 Pro © rappresentazioni. Se
invece, per variazioni dell'ambiente, si produce la situazione R> E, allora
appare un problema e l’individno trova delle divergenze, delle eccezioni e
delle contraddizioni nel dato, che gli danno I’ impressione d’essere straniero
nel mondo; ogni vero problema è una nostalgia, che fa tendere tutti i nostri
sforzi a togliere codesta impressione. Inversamente, se si produce la
situazione E> R, un problema appare per là ragione contraria: in questo caso
esiste dell’energia che non è impiegata e che, divenuta libera, esplode in
direzioni insolite, non determinate dal dato; si hanno allora le epoche
d’emancipasione, d’effervescenza, d’idealinmo pratico. Dicesi problema di Molyneux quello esposto
dal Leibnits nei Nouv. Essais (1. II, cup. IX, $ 8): « Supponete un cieco dalla
nascita, che sia ora uomo maturo, al quale siasi insegnato a distinguere col
tatto un tubo da una sfera dello stesso metallo e circa delle stesse
dimensioni... Supponete che codesto cieco venga a godere della vista. Si
domanda se, vedendoli senza toccarli, potrebbe distinguerli ο dire qual sia il
cubo e quale la sfera ». Cfr. R. Avenarius, Kritik der reinen Erfahrung,
1888-90; Id., Die menschliche Weltbegriff, 1891; B. Varisco, I massimi
problomi, 1909; Masci, Logioa, 1899, p. 451 segg. (v. economica teoria,
empiriocriticismo). Problematico (giudisio). T. Problematisch; I. Problematic;
F. Problématique. Nel linguaggio comune problematico equivale a incerto,
dubbio, affermato senza prove sufficienti e tale quindi che deve considerarsi
come rimanente in questione. Nella logica
dicesi problematico il giudizio che esprime la possibilità, cioè la
concepibilità dei contradditori per la mancanza di ragione di decidere quale
sia vero. Può essere affermativo e negativo; nel primo enso la sua formula è: 4
può esser B; nel secondo: A può non esser B. Il giudizio problematico negativo
nega infatti la necessità; la possibilità della affermazione è invece negata
Pro 902
dal giudizio apodittico negativo, la cui formala è: 4 non può esser B.
Nella classificazione kantiana i giudizi problematici appartengono, insieme
cogli assertori, 0 della realtà, © gli apodittici, o della necessità, alla
categoria della modalità. Nella
metafisica dicesi problematica quella forma di realismo, che partendo da un
dualismo realistico di soggetto e oggetto, pone tuttavia quest’ ultimo come
incerto: «noi siamo uniformemente certi, dice ad es. il Wenn, dell'esistenza
dell'idea ο del concetto nei nostri spiriti, e uniformemente incerti (da un
punto di vista logico) che un fenomeno vi corrisponda ». Alcune volte dicesi
problematico anche il realismo che meglio si direbbe ipotetico, e che lo
Spencer definisce «come la dottrina secondo la quale la realtà dell’oggetto non
può essere affermata come un fatto, ma deve essere accettata come un'ipotesi
necessaria ». A questo tipo appartiene ad es, la dottrina delV Hodgson, per il
quale la materia, pur non essendo per noi che un complesso di percezioni
obbiettivate, presuppone tuttavia una condizione reale, senza di cui le
sensazioni non esisterebbero, e una condizione dell’ esistenza della materia,
cioè Dio, la cui natura può essere inforita mediante la ragion pratica dalla
coscienza. Cfr. Kant, Krit. der reinen Vernunft, A 75-76; B 100-101; Wenn,
Symbolic logic, 2* ed. 1894, p. 150; Spencer, Principles of prychology, 3* ed.
1881, t. II, § 473; Hodgson, The metaphysio of experience, 1898, t. I, p. 296;
F. De Sarlo, La metafisica dell esperienza dell’ Hodgson, 1900. Processo. T.
Prozess; I. Process; F. Processus. Una conentenazione o serie di fenomeni
successivi, che presenta caratteristiche particolari e determinate. Dicesi
anche processo la serie dei mezzi che si mettono in opera per arrivare al
conseguimento di un fino; quando il fine è la scoperta del vero scientifico, il
processo è quasi la stessa cosa del metodo; no differisce solo in quanto le
specie del processo si desumono dalla diversità del mezzo, quelle de 908
Pro metodo dalla diversità del fine. Perciò il processo è subordinato e relativo
al metodo. Nella metatisica alessandrina
il processo o processione è 1’ atto eterno con cui Dio produce il mondo, e
l’atto pure eterno con oui l’Uno produce il Noo e questo } anima, Nel linguaggio scolastico dicesi processus
resolutions quello per cui si dimostra la causa dall'effetto, processus
oompositivus l'inverso; l’espressione esprime la natura dell’ operazione
mentale, che nel primo caso consiste nel risolvere la causa nell’effetto, nel
secondo nel comporre l’effetto con la causa, Progresso. T. Fortschritt; I.
Progress; F. Progrès. Si usa generalmente come sinonimo di evoluzione, e
designa quindi un processo di differenziazione e specificazione. Alcuni però lo
adoperano soltanto per opporlo 8 regresso ο regressione, che è il processo
inverso, ossia il ritorno di un organo, di un individuo, di una specie, di una
società ad uno stato anteriore, meno differenziato © meno specificato. Peroiò
la regressione in un organo o in un individuo è un fenomeno degenerativo
d’atavismo. Il progresso, inteso come lo svolgersi di un processo di
perfezionamento, può essere sia meccanico, sia intellettuale, sia sociale o
civile; e, in ciascuna di queste forme, può esser concepito come possibile ο
impossibile, reale o spparente, continuo o per fasi, limitato o illimitato. Per
Ruggero Bacone, ed es., il progresso del sapere umano è non solo innegabile, ma
indefinito: « L’ avvenire saprà ciò che noi ignoriamo, e si meraviglierà che
noi abbiamo ignorato ciò che esso sa. Nulla è finito nelle invenzioni umane, e
nessuno ha l’ultima parola. Più gli uomini sono di recente venuti nel mondo,
più estese sono le loro cognizioni, perchè, ultimi eredi delle età passate,
entrano in possesso di tutti i beni che il lavoro dei secoli aveva per essi
accumulato ». Anche secondo il Leibnitz non esistono limiti nel miglioramento
progressivo dell’universo spirituale, perohè, sebbene la perfezione sia stata
raggiunta in alcuni suoi elementi, nelPro
904 l'abisso delle cose restano
sempre delle parti addormentate che devono risvegliarsi e svilupparsi: « È così
che una parte del nostro globo riceve oggi una cultura che sumenterà di giorno
in giorno. E per quanto sia vero, che talvolta certe parti ritornano selvagge ο
si rovesciano e si deprimono, tale rovesciamento e depressione concorrono a
qualche fine più grande, cosicchè noi profittiamo in certa guisa del danno medesimo
». Il Turgot contrappone la stabilità della natura al progresso incessante
dell’ umanità : «1 fenomeni della natura, soggetti a leggi costanti, sono
chiusi in un ciroolo di rivoluzioni sempre uguali. Tutto rinasce, tutto
perisce, e in queste generazioni successive, onde i vegetali e gli animali si
riproducono, il tempo non fa che ricondurre ad ogni istante 1’ imagine di ciò
che ha fatto sparire. La successione degli nomini, al contrario, offre di
secolo in secolo uno spettacolo sempre diverso. La ragione, le passioni, la
libertà producono senza posa nuovi eventi. Tutte le età sono incatenate da una
suocessione di cause e d’ effetti che legano lo stato del mondo a tutti quelli
che ’hanno preceduto. I segni moltiplioati del linguaggio o della scrittura, dando
agli uomini i mezzi d’assicurarai il possesso delle loro idee e di comunicarle
agli altri, hanno formato di tutte le conoscenze particolari un tesoro comune,
che una generazione trasmette all'altra, come un’ eredità sempre accresciuta
delle scoperte di ogni secolo; © il genere umano, considerato dalla sua
origine, appare agli occhi del filosofo un tutto immenso, che ha, al pari d’
ogni individuo, la sua infanzia ο il suo progresso >. 11 Condorcet considera
il progresso sociale e morale delV umanità come svolgentesi specialmente
intorno a questi tre punti : Ja distruzione dell’ ineguaglianza tra le nazioni,
il progresso dell’eguaglianza in un medesimo popolo, infine il perfezionamento
reale dell’uomo; quest’ ultimo sarà determinato « sia dalle nuove scoperte
nelle scienze © nelle arti, e, per necessaria conseguenza, nei mezzi di
benessore 905 Pro particolare e di prosperità comune, sia
dal progresso nei principî di condotta ο di morale pratica, sia infine dal
reale perfezionarsi delle facoltà intellettuali, morali ο fisiche, che pnd
essere ugualmente la conseguenza del perfe zionarsi degli stromenti che
aumentano l'intensità di codeste facoltà o ne dirigono l’impiego, ο del
perfezionarsi dell’ organizzazione naturale dell’ uomo ». Kant deduce la legge
storica del progresso nmano dall’ ipotesi del determinismo; in qualunque modo
si concepisca il libero arbitrio, è innegabile che le azioni umane sono
determinate dalle leggi universali della natura, al pari d’ogni altro fenomeno
naturale, 9 che si può, in certo modo, considerare la storia della razza umana
come il compimento d’un piano nascosto della natura, tendente a produrre uno
stato umano perfetto, così interiormente come esteriormente: « Come la specie
umana è in continuo progresso quanto alla cultura,. che è il fine naturale
dell’ umanità, ‘così deve essere in progresso verso il bene quanto al fine
morale della sua esistenza, © se questo progresso talvolta può subire
interruzioni, non può esser mai interamente arrestato ». Fichte ha tanta
fiducia nel progresso civile ο morale dell’ umanità, da profetare un giorno in
cui persino il pensiero del male si cancellerà dalla mente degli uomini, ©
tutte le potenze della loro anima graviteranno verso il bene: « Il momento
giungerà in cui il malvagio, nella sua patria, in paese straniero, sn tutta la
superficie della terra, non troverà a chi nuocere impunemente, e si troverà
quindi spogliato della libertà e della stessa volontà di fare il male; poichè
non possiamo supporre che continuerà a amare il male, se il male dovesse aver
sempre per lui delle conseguenze faneste ». Schelling invece, pur riconoscendo
che la nozione di storia implica quella d’ una progressività infinità, sostiene
che il progresso morale dell’ umanità non può essere per noi una certezza, non
potendo essere provato nd teoricamente nd con l’esperienza, ma Pro 906
soltanto una credenza «un eterno articolo di fede dell'uomo, nel mondo
dell’azione ». Per Hegel 1’ evoluzione universale si compie col ritmo della
dialettica speculativa, «ο questo ritmo si riproduoo in tutti i dettagli, in
tutte le sfere: tutto si riproduce, si determina, si differenzia, e tutto
ritorna alla identità primitiva. E uno sviluppo continuo, che ritorna senza
posa su sò stesso, con un più alto grado di realtà determinata e di conoscenza,
una esplicazione eterna, infinita, il oui fine, per lo spirito che presiede
senza coscienza a questo movimento, è la coscienza esplicita della sua assoluta
sovranità ». Per Comte il progresso sociale dell’ umanità si compie attraverso
tre fasi : militare, giuridica e industriale, corrispondenti ciascuna alle tre
fasi intellettuali: teologica, metafisica ο soientifica e positiva; è infatti
il modo di pensare degli uomini che determina il loro modo di essere sociale, «
è per l’influenza sempre più forte dell’intelligenza sopra la condotta generale
dell’uomo e della società, che il cammino graduale della nostra spocie ha
potuto realmente acquistare quei caratteri di costante regolarità e di
continuità perseverante, che la distinguono profondamente dal movimento vago,
incoerente e sterile delle specie animali più elevate». Anche per J. 8. Mill,
la testimonianza della storia e quella della natura umana concordano nel
mostrare che, tra i fattori del progresso sociale, quello che possiede 1’
efficacia preponderante è l’intellettuale, ossia « lo stato delle facoltà
speculative della razza umana, stato manifestato nella natura delle credenze a
oui essa è arrivata per qualsiasi via riguardo sò stessa ο il mondo che la
circonda »; perciò il progresso sociale, per quanto lento, è illimitato, ο « di
fronte alle cure ο agli sforzi degli uomini tutte le principali cagioni della
sofforenza umana possono cedere in gran parte, molte possono cedere quasi
completamente ». Dicesi progresso all’
infinito (progressus in infinitum) il movimento dello spirito che, poste certe
condizioni, passa necessaria 901 Pro
mente da ciascun termine ad un termine nuovo; ad es. nella serie dei numeri o
nella ricerca delle cause efficienti. Gli scettici antichi, specialmente
Carneade e Agrippa, lo usarono come uno dei tropi o motivi di dubbio: ogni
prova presuppone, per il valore delle sue premesse, altre prove, ogni principio
altri principi più generali e così via senza poter mai raggiungere la certezza.
Cfr. R. Bacone, Opus majus, cap. VI; Turgot, Diso. sur les progrès du genre
humain, 1750; Condorcet, Esquisse des progrès de V esprit humain, 1804; H.
Spencer, I! progresso umano, trad. it. 1907; G. Sorel, Le illusioni del
progresso, trad. it. 1910; A. Matteucci, Il progresso umano nella sua più
intima economia, 1910; A. Loria, Che è il progresso? « Riv. it. di sociologia»,
1911 (v. eredita, teratologia). Proiezione. T. Projektion: I. Projection; F.
Projection. L’atto mentale con cui si riferisce il contenuto della sensazione
ad una causa oggettiva, localizzandolo in punti dello spazio diversi da quelli
nei quali si colloca in imaginazione lo spirito pensante. Spinoza lo esprime
nel seguente teorema: « Se il corpo umano è affettato da una modificazione che
involge la natura di un corpo esteriore, qualunque esso sia, l’anima umana si
rappresenterà codesto corpo come esistente in fatto o come presente per essa
-finchè il corpo umano sia affettato da un’altra modificazione che escluda
l’esistenza o la presenza del corpo in questione ». Condillac riferisce
l’origine della proiezione alle impressioni tattili: « Come il sentimento può
estendersi al di là dell’ organo che lo prova e che lo limita? Considerando le
proprietà del tatto, si riconobbe che esso è capace di scoprire codesto spazio
e di insegnare agli altri sensi a riferire le loro sensazioni a corpi che in
codesto spazio sono distribuiti ». Ugualmente il Riehl: « La proiezione dell’
imagine non è altro che l’associazione della stessa con sensazioni
contemporanee del senso tattile ». Per l’Ardigò invece la proiezione è una
forma d’ integraPro 908 zione d’inquadramento nello schema dell’
eterosintesi o non-Io; integrazione che si compie mediante un esperimento, il
quale a sua volta consiste sia nell’ accompagnamento di altre sensazioni, sia nella
verifica per mezzo di un secondo senso. Per il Sergi la proiezione è il
ripereuotersi psicologico di un fatto fisiologico, costituito dal fatto che
l'onda nervosa centripeta, che aveva prodotto la sensazione, torna indietro per
la medesima via percorsa prima; quindi, come l'eccitazione centripeta tende a
dare carattere soggettivo ad ogni mutazione psichica che ne segue, così }
eccitamento riflesso centrifugo tende a far uscire dal soggetto la mutazione
prodotta, perchè si spinge per le vie esterne. Cfr. Spinoza, Ethica, 1. II, teor.
XVII; Condillae, Traité des sensationis, 1886, IV, cap. 8, $ 2; A. Riehl, Der
philosoph. Kriticismus, 1879, II,
2, p. 58; Ardigò, Op. fll., IV, p. 343 segg.; G. Sergi, Teoria fisiologica
della percesione, 1884. Prolepsi v. anticipazione. Propedentica. T.
Propädeutik; I. Propaedeutica; F. Propédeutique. Quell’ insieme di nozioni che
sono necessarie per prepararsi allo studio di una scienza; così l’anstomia e la
fisiologia del sistema nervoso sono la propedeutica alla psicologia; la logica
generale e speciale è, ο dovrebbe essere, la propedentica di tutte le scienze.
Cfr. Kant, Krit. der reinen Vernunft, pref. della 2° ed., $ 3. Proporsione. T.
Proportion; I. Proportion: F. Proportion. Nella logica è quel modo d’
argomentazione per cui, date tre quantità, conoscendosi il rapporto che passa
tra due, si trova il rapporto che passa tra la terza ed una quarta incognita in
correlazione con esse. Il rapporto fra dette quantità è diretto, quando col
crescere di nna cresce proporzionatamente anche l’altra; ad es. il giovane deve
saper padroneggiare sò stesso, dunque tanto più l’ adulto (col crescere dell’
età cresce il dovere di padroneggiare sò stessi). Il rapporto è inrerso quando
col crescere d’ una 909 Pro delle due quantità l’altra decresce
proporzionalmente: ad es. il ricco non deve essere imprevidente, dungue tauto
meno deve esserlo il povero (il dovere di essere previdenti cresce col
diminuire della ricchezza). Gli scolastici chiamavano la prima argomentazione a
minori ad maius, la seconda @ maiori ad minus. Nel linguaggio scolastico dicesi
ancora proportio entitatis ο commensurationie 1’ ordino d’una cosa ad un’altra
per ragione del suo essere (ad es. la proporzione tra due uomini per ragione
dell'umanità); © proportio habitudinis l'ordine di una cosa all’ altra per
ragione della loro mutua convenienza (p. es. I’ intelletto all’ intelligibile).
Cfr. Rosmini, Logioa, 1853, $ 678-679 (v. analogia). Proposizione. Gr. ᾽Απόφανσις, πρότασις; Lat. Propositio; T.
Sate, Proposition; I. Proposition; F. Proposition. Non è altro che il giudizio espresso con parole; il
giudizio è un processo mentale, la proposizione un processo linguistico che
l’esprime. Ora, 1’ espressione formale perfetta del giudizio consta di due
termini, soggetto e predicato, e del verbo o copula che esprime la loro
relazione; quando è cost costituita si ha la proposizione binaria. La quale
però non è l'unica espressione possibile di un giudizio, in quanto anche le
parole si, no, gui, rado, ecc. esprimono pure dei giudizi. Secondo alcuni
logici qualsiasi parola esprimento un concetto è, per sè stessa, un giudizio, e
ciò sia perchò il concetto è sempre il riferimento reciproco di due termini,
sia perchè quando si pensa si ha la coscienza di averlo, e quindi è
implicitamente e necessariamente l’affermazione di sò stesso. Del resto la
proposizione binaria è propria specialmente delle lingue a flessione; nelle
lingue agglutinanti basta un termine solo, e nelle monosillabiche ne sono
necessari ben più di due. Cfr. Aristotele, Περὶ éppyy., 4 ο 5, 17 a 1 segg.;
Masci, Logica, 1899, P. 149 segg. (v. concetto, giudizio, grammatica,
linguaggio). La PROPRIETÀ non va confusa colla qualità. Vi sono due specie di
qualità: quelle che costituiscono l'essenza stessg della cosa, come
l’estensione nei corpi, cosicchè non è possibile pensare quella cosa astraendo
da tali qualità; e quelle che derivano da queste, o che almeno le suppongono,
come la porosità dei corpi. Ora le prime diconsi più propriamente attributi, le
seconde proprietà. Così infatti Wolff definisce le proprietà: attributa, quae
per omnia essentialia simul determinantur, diountur propristates. E Wundt: in
senso esatto devono valere come proprietà d’un corpo solo quei predicati, che
gli appartengono stabilmente come caratteri suoi propri, non come effetti che
il corpo produce ο riceve quando sia posto in determinate condizioni. La
distinzione però non è osservata nella lingua comune, e talvolta neanche in
quella filosofica. Wolff, Philosophia rationalie; Wundt, Phil. Stud. (v.
qualità, attributo, essenza, modo). Proprio. Gr. Ἴδιον; Lat. Proprium; T.
Eigene; I. Proper; F. Prope. Il carattere ο l'insieme dei caratteri
appartenenti a tutti gli esseri d’una classe, e ad essi solo; tali caratteri
possono essere tanto essenziali quanto accidentali. Il proprio è uno dei cinque
categorumeni o predicabili, enumerati da Aristotele. Esso designa il carattere
accidentale ο essenziale, fondamentale o derivato, che appartiene ad una specie
o ad un individuo. Gli altri predicabili sono il genere, la specie, la
differenza ο l’accidente; il proprio si distingue dalla differenza, perchè
questa, oltrechè un carattere proprio, è anche sempre essenzialo e
fondamentale, e si distingue dall’ accidente, che è sempre passeggero mentre il
proprio può essere anche permanente. Aristotele distingue cinque sensi del
proprio: 1° ciò che, senza esprimere l’essenza della cosa, le appartione
tuttavia ο οἱ reciproca con essa; ad es. l'essere medico è proprio solo
dell’uomo, ο reciprocamente, solo un uomo pud essere medico; 2° ciò che
appartiene alla cosa sempre © per sò
911 Pro stessa, ma non ad essa
soltanto; ad es. I’ esser bipede all'uomo; 3° ciò che appartiene alla cosa non
per sò stessa, ma per il suo rapporto con un’altra; sd es. per l’anima di
comandare e per il corpo di servire; 4° ciò che appartiene sempre alla cosa ma
per rapporto ad altre cose dove si trova una parte del suo stesso proprio; ad
es. il proprio dell’uomo rispetto agli animali è d’essere bipedo; 5° ciò che
appartiene alla cosa, ma solo a un certo momento, e quindi in relazione ad
altri momenti 6 ad altri individui; ad es. per un uomo il passeggiare nel
ginnasio © nell’ agora. Porfirio le riassunse poi con qualche differenza. Cfr.
Aristotele, Topiei, 1. I e V; Porfirio, Isagoge, IV, 4 a 14 seg.; Logique de
Port-Royal, parte I, cap. VII; Rosmini, Logica, 1853, $ 408-416. Prosillogismo
v. polisillogiemo. Prossimo. T. Nächst, Nächste; I. Next, Neighbour ; F.
Prochain. Il più vicino. Usato come sostantivo ha significato morale, indicando
l'insieme dei nostri simili considerati come fratelli; infatti la parola
prossimo (meus prozimus) è la traduzione della parola biblica, che designa
l’uomo della stessa famiglia o della stessa tribù: « Tu non userai vendetta
contro i figli del tuo popolo, ma amerui il tuo prossimo come te stesso »
(Levit., XIX, 18). Nella logica dicesi
genero prossimo l’idea che, in duo idee o in una serie di idee disposte in
ordine discendente di estensione e ascendente di comprensione, contiene
un’altra idea (specie) che la segue immediatamente in quanto meno estesa; causa
prossima quella che precede immediatamente l'effetto; effetto prossimo quello
che segue immediatamente la causa. Es.: 1° dovendosi definire la giustizia, il
suo genere prossimo è virtù non qualità morale, perchè virtà è immediatamente
superiore a giustizia, mentre qualità morale, essendo più estesa di virtù, le è
superiore; 2° la causa immediata del dolore prodotto dalla scottatura non è il
calore del corpo che ha scottato, ma la conseguonte Pro 912
irritazione delle terminazioni nervose e la sus trasmissione ai centri
spinali; 3° l’ effetto immediato dell’ azione della luce sull’ occhio non è la
visione, ma il processo fotochimico determinato nella sostanza purpurea della
retina, al quale segue poi la sensazione visiva. Protasi. T. Fordersate ; I.
Protasis; F. Protase. Aristotele chiamava così il giudizio che serve nel
sillogismo di fondamento alla dimostrazione. Tale giudizio fu detto poi
premessa. I grammatici, per analogia, dicono protasi la prima proposizione di
un periodo. Protensivo. Si adopera talvolta in opposizione a estensiro ciò che
ha una grandezza nello spazio per
designare ciò che ha una grandezza (durata) nel tempo. L’ uso filosofico di
questo vocabolo risale a Kant: « La felicità è la soddisfazione di tutte le
nostre tendenze, sia estensive, quanto alla loro molteplicità, che intensive,
quanto al loro grado, che protensive, quanto alla loro durata ». Cfr. Kant,
Krit. der reinen Vernunft, Methodenlehre, vom Ideal des hchsten Gute, A 805, B
833. Protoestemi (xpHto¢ =primo, αἴσθσις = sensazione). Con questo nome
l’Ardigò designa le sensazioni minime o elementari, dalla cui somma ogni
sensazione, che non è un fatto semplice ma complesso, risulta. I protoestemi
sono analoghi ai singoli minimi da cui risultano per reduplicazione gli
elementi delle altre formazioni naturali: le molecole della biologia, gli atomi
della fisica, le monadi eteree della chimica. Come questi, i minimi
protoestematici sono dati ipotetici, perchè non sperimentabili direttamente; e
come questi, sono unità relative, perchè lo psicologo si ferma ad essi quale
ultimo unico, non occorrendogli di ricercare come sussistano e quale sia la
loro costituzione. Così si avvera per il pensiero ciò che avviene nella natura
‘universale, in cui nulla si trova essere solamente un tutto, e nulla solamente
una parte, ma ogni tutto per quanto grande è sempre parte di un tutto maggiore,
e ogni parte 913 Pro Per quanto piccola è sempre un tutto di
parti minori; in modo che, preso dovunque un tutto, oltre di esso se ne trova
un altro più grande, e poi un altro più grande ancora, e così via all'infinito;
e dentro di esso si trovano delle parti componenti, poi delle parti di queste
parti, ο così via all'infinito. Cfr. Ardigd, Op. fil., VII, 34 segg., 62 segg.,
80 segg. (v. elementi psichici). Protologia. T. Protologie; I. Protology; F.
Protologie. Vocabolo ormai in disuso, che può designare tanto la scienza Prima
o dei primi principi, quanto il diritto di priorità a discorrere in una
adunanza, quanto un trattato intorno ai pit semplici organismi viventi. Nell’
ontologismo del Gioberti la protologia è la scienza ο filosofia della prima
attività del pensiero, vale a dire dell'ente intelligibile intuito Per via del
pensiero immanente; peroid la protologia è scienza Pura, esclude ogni
mescolanza di soggettivo e serve anzi di regola per sceveraro nelle altre
conoscenze gli elementi soggettivi dagli oggettivi. Si differenzia dalla
ontologia, che contempla I’ ente nell’ atto secondo, cioè come oggetto della
riflessione e del pensiero successivo ; e dalla pricologia, che analizza il
pensiero successivo considerato soggettiva mente, mentre la protologia
contempla il pensiero nell’atto primo e come principio creativo e costitutivo
dello spirito, quindi nell’ intuito puro dell’ intelligibile. Cfr. V. Gioberti,
Della protologia, , t. I, p. 154 segg.; E. Pini, Saggio sulla protologia, 1870.
Protoplasma (πρῶτος = primo, πλάσσω formo).
T. Protoplasma; 1. Protoplasm; F. Protoplasme. Termine creato dal Mohl, e tosto
largamente diffuso, per indicare la materia viva fondamentale, che ha la
proprietà di contrarsi. È costituito da un insieme di sostanze organiche,
chimicamente indefinibili perchà di costituzione assai variabile. Quanto alla
sua morfologia, queste sono le prin.cipali teorie avanzate in proposito fino ad
ora: che sia formato da un reticolato di sostanza omogenea, che eser58 Raxzou, Dizion, di scienze filosofiche. Pro 914
cita la fanzione fondamentale e contiene grannlazioni non viventi; che
tali granulazioni o microsomi siuno invece gli organi elementari viventi
costitutivi d’ogni protoplasma; che sia costituito da un reticolato di sostanza
ferma, ο da una sostanza amorfa e viscosa (sostanza vitale) contenuta nelle
maglie; che detto reticolato sia formato di fibrille intrecciantisi; che il
citoplasma sia composto di piccoli alveoli le cui pareti, prementisi tra loro,
formano il protoplasma. Cfr. Schwarz, Die morphologische und chemische
Zusammensetzung des Protoplasmas, 1887; E. B. Wilson, The structure of
protoplasm, 1899; Y. Delage, La structure du protoplasma et les théories sur
U’herddite, 1895 ; Luciani, Fisiol. dell’ uomo, 8" ed. 1908, vol. I, p. 16
segg. (v. generazione, cellula, vita, organismo, pionosi). Protozoi. T.
Protosoon, einzelliges Tier; I. Protosoon ; F. Protozoaire. Gli animali dalla
struttura più semplice, simili per la loro forma e per il loro modo di vivere
agli elementi costitutivi degli animali superiori. Essi sono costituiti da una
singola cellula o da un gruppo di cellule similari. Non dovrebbero confondersi
coi protisti, nome proposto dall’ Haeckel per designare gli organismi
costitaiti da protoplasma senza nucleo. Cfr. Haeckel, General. Morphol., 1866; Calkins, The
protozoa, 1901. Provvidenza. T. Vorsehung ; I. Providence; F. Providence. La suprema saggezza e bontà di Dio, che si
esercita nella natura e nella storia; la sua azione permanente che governa il
mondo e l'umanità. Providentia totue mundus administratur, et ita nihil fit,
quod non pertineat ad opus providentiae. La Provvidenza però non esclude,
secondo la teologia cattolica, l’attività delle cose e la libertà del volere: «
Secondo certi filosofi, dice S. Tommaso, l’azione divina in ciascun essere si
deve intendere in questo senso, che cioò nessuna forza creata realmente agisca,
ma che ogni azione proceda immediatamente da Dio. E questa una teoria assurda;
prima perchè in tal caso la causalità delle
915 Pro creature verrebbe ad
essere distrutta, il che imprimerebbe alla potenza divina il carattere di
debolezza, giacchè è proprio di Dio produrre tali effetti, che siano capaci di
dare origine a degli altri; in secondo luogo perchè le facoltà attive, di cui
vediamo esser fornite le creature, invano sarebbero state a loro concesse, se dovessero
rimaner prive di ogni effetto vero e reale. Chè anzi le creature stesse, prive
di ogni operazione propria, diventerebbero inutili, poichè il fine
dell'esistenza di ogni essere è l’azione ». La Provvidenza si collega
strettamente agli altri attributi divini; infatti non è possibile concepire in
Dio una Provvidenza, se non si suppone in lui una conoscenza originaria
perfetta dell'avvenire © delle azioni libere degli uomini (prescienza); e Dio,
essendo per definizione l’essere assolutamente necessario ed esistente per ad,
non deve aver limiti nella sua potenza (onnipotenza) e tutti gli attributi
della sus essenza debbono essere assoluti o infiniti. In due modi si esercita
la Provvidenza divina: se non si considera che l’organizzazione permanente delle
cose, la costituzione di leggi fisse i cui benefici effetti sono stati previsti
ο in. ragione dei quali codeste leggi farono scelte, si ha la provvidenza
generale; l’ intervento personale nel corso degli avvenimenti suocessivi,
dicesi provvidenza particolare. Nel concetto cristiano i disegni © gli soopi
della Provvidenza sono ignoti all’ uomo: « Dio, dice 8. Agostino, distribuisce
i beni della terra ai buoni e ai malvagi secondo l'ordine dei tempi ο delle
cose, ch’ egli solo conosce >. Tale concetto fu essgerato dal Malebranche, ©
più ancora dal Bossuet, nel cui fataliamo mistico ogni avvenimento è dovato ad
un piano predeterminato da Dio, ad un ordine segreto della Provvidenza; 1’
umanità, perfettamente cieca, cammina verso una meta che non conosce, condotta
da Dio che solo vede e solo sa. Asssi diversa ο più geniale è, a tal proposito,
la dottrina del nostro Vico, il quale, pur facendo operare la Provvidenza sulla
storia dell’umanità, ne esclude PRU 916 l’azione cieca ed arbitraria nei fatti
particolari degli uomini. Secondo il Vico, la Provvidenza opera sulla natura e
sulla storia per mezzo delle cause seconde (rebus ipsis dictantibus), create da
Dio stesso colla natura loro propria e colle proprie leggi, ch'egli lascia
svolgere liberamente; la sua Provvidenza consiste quindi nel mantenerle sempre
in questa loro natura. Cfr. Gerson, De consol: theologiae, 1706; 8. Tommaso, S.
theol., I, q. XVIII, art. 4, q. CII, art. 1; Malebranche, Méditations
chrétiennes, med. VII, $ 17; Vico, Principi di una scienza nuova, ed. P.
Viazzi, 1910, p. 59 segg. (v. omniscienza, prescienza, corsi ο ricorsi,
fatalismo). Prudensa. T. Klugheit; I. Prudence; F. Prudenoe. Nel suo
significato più comune indica quella capacità di riflettere e di prevedere, per
cui si ovitano i periooli della vita © si adoperano i mezzi più acconci per il
conseguimento dei propri fini: « La prudenza, dice il Martineau, è un affare di
previdenza (foresight): il giudizio morale à inveco una questione di conoscenza
intima (insight). L'una valuta ciò che sarà, l’altra ciò che immediatamente è;
l'una decide tra condizioni future desiderabili, l’altra fra intime e presenti
sollecitazioni ». Intesa invece come una delle quattro virtù cardinali, la
prudenza (φρένησις) consiste nella forza dello spirito © nella conoscenza della
verità; da essa derivano, secondo Β. Tommaso, i precetti morali. Per Kant
invece la prudenza è « l'abilità nella scelta dei mezzi d’ ottenere per sè
stessi il maggiore benessere »; © poichè la tendenza al proprio benessere non è
un bisogno della ragione, ma esiste solo empiricamente, una morale fondata su
ossa risolve le leggi morali in tanti precetti della prudenza. Por il Rosmini
la prudenza può essere tanto una virtù, quanto una semplice « abilità di
arrivare alla conoscenza di un fine qualsiasi >; ma al all’una come
all'altra 8’ applica la suprema regola della prudenza, che si può formulare
così: opera a tenore del pensare intero e complessivo, non a tenore del pensare
astratto e parziale. Cfr. 917 Psr-Psı 8. Tommaso, S. theol., I, 33, q. LX,
art. 1 segg.; Martineau, Types of ethioal theory, 1866, vol. I, p. 65; Kant, Grundlegung sur Metaph. d.
Sitten, 1882, IV; Rosmini, Pricologia, 1848, t. II, p. 342 segg.; Id.,
Filosofia della politica, 1837, t. I (v. pratica, virtà). Psendoestesia. Falsa
sensazione, che può essere generale oppure specifica. In questo secondo caso
assume nomi diversi: quando avviene nella vista dicesi pseudoblepsia ο
pseudopia, nell’ udito pseudaooe, nel gusto pseudogeusia, nell’ olfatto
peoudoemia, nel tatto peeudafia. In generale si preferiscono lo espressioni di
allucinazione o illusione tattile, uditiva, cenestetica, gustativa, ecc.
Psiche. Gr. Ψυχή; T. Peyohe; I. Psyche; F. Payohé. Attualmente è usato come
sinonimo di anima, spirito, ο talvolta anche di coscienza, io, personalità.
Presso i greci dei tempi omerici la psiche era invece concepita come un’ ombra
simile al corpo, un soffo di natura corporea ma più tenue, più sottile, che
funzionava come principio animatore della vita e abbandonava quindi il corpo
all’ istante della morte, uscendo dalla bocca o dalla ferita, per vivere poi
una vita indipendente e libera. In seguito, codesta indipendenza della psiche
dal corpo si afferma sempre più, fino ad essere considerata come permanente nel
corpo solo per un tempo determinato, ma avente la sua vera patria oltre le
stelle e capace di lasciare il corpo anche per breve tempo, come nell’ estasi ο
nel sogno. I filosofi cosmologi primitivi 1’ identificarono col principio
animatore ο con I’ elemento originario dell’ universo : così per Anassimandro ὃ
aria, per Eraclito e Parmenide fuoco, per Diogene aria calda esalata dal
sangue, per Anassagora una parte del nous cosmico, per i pitagorici un numero,
l’ armonia del corpo, da cui però è separata, tantochd sopravvive alla sua morte
© passa da corpo a corpo (metempsicosi). Con Platone il concetto dell
indipendenza della psiche, © del suo valore etico-religioso, raggiunge la piena
espressione: come principio del penPst
918 siero la paiche è immortale
nella sua ragione, come principio del movimento è immortale nella sua attività,
come principio della virtù è immortale nella sus sensibilità. La pura essenza
della psiche è, per Platone, la ragione; la pura essenza degli oggetti le Idee;
ragione e Idee sono semplici, indissolubili, quindi immortali : noi siamo
dunque immortali nella nostra Idea e nella nostra ragione. Ma, osserva Simmia a
Socrate, la psiche non è simile all’armonia della lira, che svanisce quando la
lira è rotta? No, risponde Socrate; la psiche è piuttosto il musico invisibile
che fa vibrare la lira, alla quale preesiste, dalla quale è distinto, alla
quale sopravvive; è la sorgente e il principio del movimento; il movimento
eterno suppone quindi una psiche eterna, nella quale le nostre erano già
contenute e da cui non si sono staccate che per entrare nei corpi : la nostra
psiche partecipa dell’ eternità dell’ anima universale. Ma l’anima nostra deve
anche essere ricompensata © punita secondo il suo valore, che la giustizia
umana è incapace di giudicare; occorre dunque un’altra giustizia, occorre un’
anima che si rivolga alla nostra faccia a faccia, e pronunci la saa sentenza
con un decreto infallibile: è l’anima divina, In qual modo si compirà
l’espiazione ο la ricompensa nell’ altra vita, Platone non determina in modo
uniforme, abbandonandosi alle ipotesi ο ai miti poetici; dai quali traspare
però un’ idea dominante, V idea della Provvidenza vigile, cho dà a ciascuno
secondo le opere e dispone tutte le parti dell’ universo nell’ ordine più
proprio alla perfezione dell’ insieme. Per Aristotele la psiche è la forma, che
fa del corpo ciò che esso è; la psiche è dunque la piena realtà del corpo, la
sua enteleohia, e, como tale, ciò che ne fa un corpo vivente, la possibilità
permanente dello funzioni vitali. Questo concetto aristotelico di psiche può
anche tradursi, secondo il Siebeck, in quello di forza vitale, se si considera
quest’ ultima non come risultato della funzione organica nelle sue singole
produzioni, 919 Pat ma come causa di essa, anzi causa nel
senso che non solo da ess dipendono gli effetti organico-corporali, ma anche
gli psichici © spirituali. Quindi per Aristotele le diverse specie di funzioni
vitali sono come diversi gradi della vita psichica, che, non ostante la loro
diversità, formano nell'organismo nn tutto unico: l’anima opera sempre nell’
organismo come una determinata specie di funzione, come anima nutritiva,
sensibile, motrice, intellettiva, o come parecchie di esse insieme. Nel medio
evo la rappresentazione della psiche torna ad oscurarsi di nuovo, tantochè si
ritrovano tracce di rappresentazioni materialistiche anche nei Padri della
Chiesa. Solo con Cartesio 1’ ides della peiche come essenza puramente
spirituale torna ad acquistare la sua chiarezza: « Lo stesso rapporto che
esisteva nell’antichità tra Platone e Omero, dice 1’ Héffding, esiste nei tempi
moderni tra Descartes, che fa consistere l’ essenza dell’ anima nella
coscienza, 9 la concezione dell’ età di mezzo ». E da questognomento cominciano
a delinearsi © precisarsi lo dottrine fondamentali intorno alla natura dell’
anima: materialismo, spiritualismo monistico e dualistico, fenomenismo e
attualismo. Cfr. Platone, Fedone, 245; Id., Gorgia, 493; Id., Timeo, 41 E;
Aristotele, De An., 1, 421 a, 27 segg.; Siebeck, Aristotele, trad. it., p. 84
segg.; Id., Geschichte d. Peychol., 1880-84; Volkmann, Lehrbuch d. Pryohol., 43
ed. 1894, vol. I, p. 66 segg.; Chaignet, Histoire de la paychol. ohes les
Grecs, 1887; Cravely, The idea of tho soul, 1909; J. G. Frazer, Peyche’s task,
1909; Héffding, Psychologie, trad. franc. 1910, p. 11; G. Sergi, La peiche nei
fenomeni della vita, 1901; Ardigd, Opere fi, III, 76 segg. (v. anima, animiemo,
coscienza, io, noo, ecc.). La psichiatria è la scienza che ha per oggetto le
malattie mentali, di cui ricerca le cause ο stabilisco i rimedi. Il Morselli la
definisce ampliamente : quella parte della medicina che studia le deviazioni
della mente umana, prodotte dalle anomalie Psr
920 ο malattie primitive e
secondarie del suo fondamento (cervello), © che indica i mezzi per prevenirle e
curarle. Una definizione strettamente scientifica e materialistica è quella del
Meynert: clinica delle malattie del cervello anteriore (in quanto sembra ormai
accertato che le parti anteriori delPencefalo, e soprattutto il mantello degli
emisferi, siano la sede delle funzioni psichiche più elevate). Per lungo tempo
essa si abbandonò alle speculazioni filosofiche per cercare la natura dell’
anima umana; oggi ha abbandonata tale ricerca alla metafisica, e, constatato il
rapporto e la proporzionalità esistente tra i fatti fisici (fisiologici) e i
fatti psichici, cerca invece di stabilire la sede dei fatti psichici stessi.
Essa quindi si ricongiunge da una parte alla fisiologia, dall’ altra alla
psicologia. Si distingue dalla psicologia patologica propriamente detta, in
quanto questa non si propone lo studio della prevenzione delle malattie mentali
e dei loro rimedi. Cfr. E. Morselli, Introdusione allo studio della peiool.
patologies, 1881; Id., Manuale di somejotica delle malattie mentali, 1885-94;
Meynert, Peychiatrie, 1884; Kraepelin, Psychiatrie, 5° ed. 1896; Krafft-Ebing,
Lehrbuch der Psychiatrie, 5* ed. 1898: 8. Lugaro, I problemi della psichiatria,
1907. Psichici (fatti). T. Psychische Erscheinungen ; I. Paydhical processes;
F. Phénomènes peyohiques. Essendo semplici © primitivi sono in sò stessi
indefinibili. Solo αἱ può dire che i fatti psichici sono i fatti di coscienza,
poichè ogni fatto psichico è necessariamente avvertito dal soggetto: come le
espressioni fatto fisico e fatto meccanico si equivalgono, così pure si
equivalgono le espressioni fatto paichico e fatto cosciente, Il loro primo
carattere è dunque di casero interni ο d’ essere conosciuti immediatamente ο
direttamente; con ciò si oppongono a tutti gli altri fatti, i quali, avvenendo
fuori di noi, sono esterni e non sono conosciuti che mediatamente, ciod per
mezzo di un fatto psichico, Il secondo carattere, che si ricollega al
precedente, 921 Psi è d’ essere conosciuti direttamente solo
da colui in oui avtengono ; i fatti psichici che si svolgono in altri non sono
da noi conosciuti che mediante un ragionamento d’analogia. Terzo carattere è di
essere situati solo nel tempo e non avere dimensioni spaziali; si possono
quindi misurare nella loro durata e intensità, non nella loro estensione. Altri
caratteri secondari e derivati sono i seguenti: non Possono ridursi a
movimento, per quanto siano sempre accompagnati da un movimento; sono reali
solo quando sono attuali, presenti, giacchè anche il ricordo del passato © il
pensiero del futuro sono stati presenti della coscienza ; valgono per sò
stessi, laddove ogni fatto materiale deve essere spiegato con un altro fatto
materiale; costituiscono sempre un’ unità che non esclude la molteplicità, il
cangiamento ο la diversità, ο, inversamente, una molteplicità che non esclude
l’unità; presentano un continuo sumento qualitativo e una continua novità,
mentre i fenomeni materiali sono uniformi e regolati dal principio della
conservazione della materia e della forza; modificano il soggetto in cui si
compiono, mentre i fatti esterni, in quanto avvengono nella materia, modificano
soltano le relazioni esterne degli atomi componenti, non l’atomo in sò stesso;
essendo inestesi non possono localizzarsi, sebbene se ne possano localizzare le
condizioni fisiologiche. Del resto, il numero e la natura dei caratteri
differenziali del fatto psichico, nonchè la loro maggiore o minore importanza
sono concepite diversamente nei vari sistemi: materialismo, spiritualismo,
dualismo, parallelismo, attualismo, volontariemo, intellettualiemo,
sensazionismo, monismo, incosciente, 900. Quanto alla loro classificazione, la
più comune è quella che li distribuisce nelle categorie del sentimento, del
pensiero ὁ della volontà; gli psicologi antichi fecero di queste categorie
delle potenze spirituali (facoltà) con le quali vollero spiegare i fatti
stessi; i moderni le considerano invece come pure astrazioni. Cfr. Münsterberg,
Grundzüge der PsyohoPsi 922 logie, 1900, cap. VII; Id., Psychology and
Life, 1899, cap. X; Spencer, Prinoiples of peychol., 1881, P. VIII, ο. 2;
Baldwin, The story of the mind, 1896, p. 6 segg.; Wundt, System der
Philosophie, 2° ed. 1897, p. 305 segg.; G. Villa, La psicologia contemporanea,
1899; Id., 1) idealismo moderno, 1905, p. 29 segg.; Höffding, Peyohologie,
trad. franc. 1900, p. 37 segg.; Ardigd, L'unità della cosoienea, in Opere fll.,
vol. VII, 1898, p. 39 n; M. Pilo, La olassificasione naturale dei fenomeni
psichici, 1892; A. Baratono, Sulla olassif. dei Jatti priohici, « Riv. di fil.
», febbr. 1900 (v. anima, coscienza, elemento, facoltà, sensazione, volontà,
percezione, sostansialiemo, 600.). Psichicità. Termine generale con cui si
sogliono designare tutti i prodotti dell’ attività psichica dell’animale, dai
più semplici ai più complessi, sia dell’ ordine puramente intellettivo come di
quello affettivo. Esso ha quindi un'estensione maggiore dei termini mentalità,
sensibilità, affettività, eco. Psichico. T. Peyohiech ; I. Psyohical; F.
Payohique. Che concerne la psiche, lo spirito, inteso questo in senso empirico
come sintesi dei fenomeni mentali. Non dovrebbe mai confondersi con
peicologico, che è ciò che riguarda la psicologia, mentre psichico è ciò che
riguarda la coscienza. Si adopera anche, specialmente nel linguaggio
anglo-americano, per indicare quell’ insiome di fenomeni spirituali ancora
molto oscuri e che si presentano come una manifestazione di facoltà nuove della
coscienza (telepatia, medianiemo, divinazione, eco.); tale è il senso del
vocabolo nel nome della Society for peychioal research di Londra, ο nel titolo
dell’ opera di I. Maxwell, Les phénomènes peyohiques, 1903. Psichismo. T.
Psyohismus; I. Peyohiem; F. Payohieme. Termine molto vago, che a’ adopera
talvolta per indicare la vita psichica totale, sia nelle sue forme più alte che
nelle più basse, specialmente però in queste ultime. Altre volte il termine
psichismo è adoperato per denominare le dottrine filosofiche, le quali
trascrivono il mondo coi ca 923 Pst
ratteri dell’ esperienza psichica, ossia interpretano la realtà esterna
mediante l’analogia con la realtà interna, psicologica ed umana; in tal caso
psichismo è quindi sinonimo di idealismo realistico : « Per idealismo noi non
designamo, dice il Fouillée, nd la negazione degli oggetti esteriori, nd la
rappresentazione puramente intellettualistica del mondo; intendiamo la nozione
di tutte le cose sul tipo psichico, sul modello dei fatti di coscienza,
concepiti come sola rivelazione diretta della realtà. Da ciò, presso i filosofi
contemporanei, codesto idealismo, il cui nome sarebbe piuttosto psichismo ». È
evidente però che, in questo caso, il termine racchiude un apprezzamento
critico e un’ intenzione polemica. Cfr. Grasset, Le peychieme inférieur, 1906; G. Bohn, Le
payohismo ches les animauz inférieurs, « Riv. di scienza », 1909, vol. V, pp. 86-101; Fouillée, Le mouvement
idéaliete, 1896, p. vi; C. Ranzoli, Il linguaggio dei filosofi, 1913, p. 66-69.
Psico-dinamica. T. Peychodynamisoh; F. Peycho-dynamique. Quella parte della
psicologia che studia gli effetti dinamici dei fenomeni psichici. Già il Wundt
aveva accennato alla possibilità di misurare i fenomeni psichici per mezzo dei
movimenti che eseguiamo; il Loeb per primo ha tentato di farlo, cercando nella
forza muscolare, determinata col dinamometro, una misura dell’attività
psichica; su questa via proseguirono poi il Feré, il Lehmann, il Wolff, ece.,
estendendo le ricerche nel campo della memoria, dell’ associazione,
dell'attenzione, della stanchezza mentale, Cfr. Wundt, Phys. Payo., I, p. 6; Loeb,
Pflüger’s Archiv, XXXIX, 592; Feré, Sensation et mouvement, 1887, p. 33;
Lehmann, Die Phys. Aequiv. d.
Bewusstseinserscheinungen, 1901; Aliotta, La misura in pic. sperimentale, 1905,
p. 167-228, Psico-fisica. T. Peychophysik; I. Peychophysics; F. Paychophysigue.
Fechner designò in questo modo quel ramo della psicologia che studia
sperimentalmente i rapporti tra i fenomeni psichici e i fenomeni fisiologici.
Oggi si dice Ps 924 più comunemente peicologia sperimentale,
usando il termine psico-fisica soltanto per indicare i lavori del Fechner.
Alcuni però vorrebbero conservata la distinzione tra psicofisica ©
psico-fisiologica, la prima delle quali studierebbe precisamente i rapporti che
corrono tra i fatti psichici © i fatti fisici nel senso stretto della parola,
ad es. il grado di eccitazione neoessario per avere una data sensazione, mentre
la seconda avrebbe per oggetto i rapporti dei fatti psichici con le
modificazioni fisiologiche dell’ organismo. Cfr. Fechner, Elemente der
Peychopysik, 23 ed., 1889; Id., Revision der Hauptpunkto der Peychophysik, 1882;
Foucault, La psychophysique, 1901; Tolouse, Technique de peyoh. experimentale,
1904; A. Baratono, Elementi di peic. sperimentale, 1901; A. Aliotta, La misura
in psicologia sperimentale, 1905, p. 15-110. Psicofisiologia o psicologia
fisiologica v. peicofisica. Psicogenesi. T. Peychogencse, Seolenentwicklung ;
I. Peychogenesis; F. Peychogénèse. Origine e sviluppo della psiche, sia nell’
individuo che nella specie; questa dicesi psicogenesi filetica, quella
psicogenesi individuale ο diontioa. Secondo la legge biogenetica, stabilita
dall’ Haeckel, i due processi psicogenetici, individuale e specifico, si
oorrispondono, in quanto lo sviluppo della psiche individuale non à che una
ricapitolazione abbreviata di quello della specie. La psicogenesi filetica
sarebbe passata attraverso quattro gradi principali: 1° citopeioke ο anima
cellulare; 2° oenopsiche, o anima delle associazioni cellulari; 8° istopsiohe,
o anima dei tessuti così vegetali come animali; 4° neuropeiche, ο anima nervea,
che appare negli animali superiori e nell’uomo.
Con l’espressione psioogonesi dell’ a priori si suol indicare la
dottrina dello Spencer e del Lewes, secondo la quale le forme del pensiero
sarebbero innate nell'individuo, acquisite nella specie: tale dottrina
presuppone 1) la legge generale dell’ intelligenza, la quale implica l’ac
925 Pst cumulazione e l’organizzazione
dell’ esperienza; 2) l’eredità Psichica, la quale implica l’ esistenza di
fenomeni psichici inconsci e la correlazione tra i fatti fisici ο i psichici,
Cfr. Haeckel, I problemi dell'universo, trad. it. 1902, p. 207 segg.; Spencer,
Principles of peyohol., 1881, vol. I, p. 467 segg.; Lewes, Probl. of life and mind, 1879,
III serie, vol. II, cap. X; Ribot,
L’Aérédité, 1873, p. 72 segg., 122 segg.; F. Masci, Le forme dell intuizione,
1881, p. 121-24 (v. biogenta). Psicografia. T. Psychographie; I. Payohography;
F. Psychographie. Termine introdotto dall'Ampère per indicare quella parte della
psicologia che descrive i fenomeni della coscienza senza spiegarli. Oggi si
adopera anche per indicare l’arte di procedere alla descrizione psicologica di
un individuo; pricogramma dicesi il risultato della descrizione stessa. Dicesi pricografo uno stromento adoperato
nelle ricerche psico-fisiologiche. Ogni idea implica un movimento © tende a
continuarsi in un movimento, che si manifesta Spesso con una contrazione
debolissima dei muscoli periferici; lo psicografo è lo strumento che raccoglie
codesti movimenti esterni (delle mani, dei muscoli facciali, eco.)
corrispondenti al lavoro cogitativo interno, e li fissa con tracciati sopra la
carta affumicata distesa sopra un cilindro in movimento. Cfr. Ampère, Essai sur la
philosophie des sciences, P. LvI; Ostwald, Peychographische Studien, « Ann. der
Naturphilosophie», 1907; Baade e Stern, Uber Aufgale d. Payohographie, « Z. far
Angew. Paych. », III, 1909 (v. grafografo). Psicologia. T. Peychologie; I.
Psychology; F. Psychologie. Si
definisce comunemente come la scienza dell’ anima. Questa definizione è però
affatto provvisoria e vale solo in quanto designa la scienza di ciò che sente,
pensa e vuole, in opposizione alla fisica, che è la scienza di tutto ciò che si
muove nello spazio e lo riempie. E come la fisics non è obbligata a comineiare
collo spiegare che cosa è la materia, così la psicologia, osserva 1’ Höffding,
non è obbligata a spiegare che cosa è l’anima. Ma oltre Pst 926 la
definizione comune, accettata del resto anche da psicologi contemporanei di
grande valore, altre ve ne sono che ne differiscono sensibilmente. Così nei
trattati vecchi, e in quelli che seguono l'indirizzo del « senso interno », la
psicologia è definita come la dottrina dei fatti interni dell’uomo; per
Baumgarten è la scienza dei predicati generali dell’ anima; per Kant è la
metafisica della natura pensante; per Galluppi la scienza dello facoltà dello
spirito ; per Beneke lo studio di tutto ciò che conosciamo mediante V interna
percezione e sensazione; per Lotze 1’ oggetto della psicologia è l'insieme
delle condizioni e delle forze per le quali sorgono i singoli processi della
vita spirituale, il loro reciproco collegarsi e modificarsi così da costituire
la totalità dell’esistenza psichica; per Haeckel la psicologia non è che una
parte della fisiologia, ossia la dottrina delle funzioni e delle attività
vitali degli organismi; per Lewes è l’analisi © la classificazione delle
fanzioni e delle facoltà senzienti, rivelate dall’ osservazione e
dall’induzione, completata dalla loro riduzione alle loro condizioni d’
esistenza, biologica o sociologica; per William James la psicologia è la
scienza della vita mentale tanto nei suoi fenomeni quanto nelle sue condizioni;
per il Jodl è la scienza delle leggi e delle forme naturali del corso normale
dei fenomeni della coscienza; per il Sully è la scienza che mira a darci la
descrizione dei fenomeni mentali nelle loro molteplici varietà, e l'esposizione
delle leggi per cui possiamo spiegare tali fenomeni; per il Wundt è la scienza
della esperienza diretta, mentre le scienze naturali riguardano 1’ esperienza
indiretta; per Külpe è la scienza dell'esperienza soggettiva, ossia
dell'esperienza in quanto dipende dagli individui che sperimentano; per Schuppe
è la scienza di quei contenuti della coscienza che appartengono alla
individualità; per il Meunier la psicologia ha per oggetto lo studio di tutta
la mentalità, sia dinamica sia statica, valo a dire tanto degli stati di
coscienza instabili con cui l'organismo rea 927
Psr gisce all’ ambiente che lo circonda, quanto degli stati mentali
estra-coscienti e più stabili, che stanno in rapporto coi Primi; per Sergi 1’
oggetto della psicologia è 1’ insieme dei fenomeni organici, che hanno per
carattere predominante la coscienza della funzione, i quali fenomeni si
producono nei centri di relazione, e nello stesso tempo degli antecedenti
immediati dei medesimi fenomeni coscienti. Il nome di psicologia sembra essere
stato usato per la prima volta dal Guelenius (1594) come titolo di un libro
sulla perfezione; ma soltanto con la scuola del Leibnitz il quale usava anche
il termine pneumatologia -esso comincia ad essere adoperato per desiguare la
parte della filosofia che riguarda |’ anima, Tuttavia, se la parola è
relativamente recente, la cosa ch’esaa designa, cioè lo studio dei fatti
psichici, risale molto addietro nella storia del pensiero filosofico, Cominciata
con Socrate la distizione tra il mondo interno e l'esterno, con Aristotele la
filosofia è già distinta in quattro grandi parti: logica, etica, fisica ο
metafisica; la psicologia non è nessuna di esse, ma fa parte di tutte, in
quanto è lo studio sia delle operazioni del pensiero, sia delle attività
spirituali pratiche che si estrinsecano nella condotta morale, sia dei rapporti
che corrono tra anima e corpo, sia infine dell’ essenza, dell’ origine e del
destino dell’ anima umana. Tale fu il posto e l’ufficio della psicologia fino a
che durò l'impero della filosofia aristotelica, vale a dire fino al
Rinascimento. Con Cartesio e la sua scuola essa si costituisce come una parte
distinta della filosofia; con Hobbes e Spinoza si afferma il principio della concomitanza
dei processi organioi e psichici, e la legge d’associazione è chiamata a
ridurre la complessità della vita spirituale ai suoi elementi componenti; con
Hartley, James Mill, Condillac, Herbart ο Beneke i problemi psicologici
assumono gradualmente una forma più definita e specifica, © si viene
accumulando il materiale sperimentale per la loro soluzione; infine coi
positivieti dell’ultima metà del secolo XIX diviene una scienza Pst 928
sperimentale a sò, come la filologia e la fisica, senza alcuna dipendenza
dalla filosofia, e senza speciali rapporti con Ia metafisica, la logica e la
morale. Questa dottrina però non è oggi condivisa da tutti: molti considerano
ancora la psicologis come una parte della filosofia e le chiedono i dati
necessari alla soluzione dei problemi logici, ontologici ο morali; altri, pure
negandole la dignità di scienza pura e riconoscendola come parte della
filosofia, credono tuttavia che essa sola possa risolvere quei problemi che
stanno alla base di tutte le scienze. Cristiano Wolff divise per primo la
psicologia in empirica e razionale, © questa rimase la divisione classica della
psicologia: l’empirica è quella che si limita a studiare i fenomeni psichici e
le loro leggi, la razionale quella che si occupa della essenza stessa delP
anima e attinge i suoi principi dall’ ontologia e dalla cosmologia. Ma codesta
partizione è combattuta oggi tanto dai positivisti, per i quali non esiste che
la prinia, quanto dai metafisici, i quali sostengono che nello spirito fenomeni
© sostanze sono indissolubilmente uniti. Gli psicologi moderni s’accordeno nel
distinguere una psicologia generale, che tratta dei fatti della coscienza nelle
loro forme più generali ed astratte, 9 una speciale, che si applica a
determinare le forme ο le leggi delle differenti combinazioni dei fatti
psichici. Questa psicologia speciale si distingue a sua volta in psico-fisica ©
psicologia-fisiologica ; pricologia sociale ο collettiva; psicologia patologioa
ο oriminale; psicologia pedagogica ; psicologia storica ed etnografica ;
peicologia ontogenetica © filogenetica ; peicologia soologica o comparata;
psicologia segmentale; psicodinamica; psicometria ; psicostatistioa;
onirologia; ipnologia ; psicologia dei sensi. Da alcuni si suole distinguere
una psicologia descrittiva; che dei fatti psichici si limita a descrivere la
natura e il processo, © una psicologia esplicativa, che dei fatti stessi
rintraccia le leggi di produzione e di sviluppo. Altri distinguono invece la
psicologia soggettiva ο introspettica, che
929 Pst studia i fatti psichici
direttamente in sò stessi, dalla oggettiva (che comprende la fisiologica,
zoologica, sociale, ecc.) che si basa essenzialmente sopra un ragionamento
analogico. Cfr. Höffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 1 segg.;
Baumgarten, Metaphysica, 1739, $ 501; Kant, Krit. d. r. Vernunft, ed. Kehrbach,
p. 638 segg.; Galluppi, Elementi di fil, , vol. I, p. 141; Beneke, Lehrbuch d.
Peyohol., 1861, $ 1, 12; Lotze, Grundeiige d. Peychol., 1894, p. 5 segg.;
Haeckel, Der Monismus, 1893, p. 22; Lewes, Problemes of life and mind,
1874-1879, serie III, vol. I, p. 6; W. James, Principles of peyoh., 1890; Sully, Outlines of
peychol., 1885 ; Jodl, Lehrbuch d. Peychol., 1896, P. 5; Wundt, Grandsüge d.
physiol. Peychol.,
1893, p. 1 segg.; Külpe, Grundriss d. Paychol., 1893, p. 3-4; Sergi, La
peychol. physiologique, trad. franc. 1888, p. 12; Cr. Wolf, Psychologia
empirica, 1738, § 1; Siebeck, Geschichte 4. Peyohol., 1880-84; Windelband,
Ueber den gegenwärtigen Stand der psychologischen Forschung, 1876 ; H. Mtinsterberg,
Ueber Aufgabe und Methoden der Peychol., 1891; Id., Grundsiige der Peychol.,
vol. I, Die Prinzipien, 1900; Hartmann, Die moderne Pryohologie, 1901;
Chaignet, Hist. de la peychol= chez les Grecs, 1887; R. Meunier, Les soiences
peychologiques, leurs méthodes et leurs applications, 1912; Ardigd, La
paicologia come scienza positiva, 1870; Id., L' unità della coscienza, 1898; G.
Villa, La psicologia contemporanea, 1911. Psicologia collettiva o sociale. T. Socialpsychologio,
Vilkerpsychologie; 1. Social peicology; F. Psychologie sociale, colleotire.
Quella parte della psicologia che ha per oggetto lo studio dei fenomeni
psichici collettivi, Il fatto psichico è essenzialmente individuale, quindi per
fatti psichici collettivi devono intendersi quelli che, pur avendo per tentro
la coscienza dell’ individuo, si collegano direttamente, in sò e nel loro
processo, con P’ ambiente sociale, fuori del quale riescono inconcepibili. Tali
fatti psichici possono essere sia normali che patologici; quindi la psi59 Rawzout, Dizion. di scienze filosofiche.
Psr 930
cologia collettiva αἱ divide in normale ο patologica. Per molti autori le due espressioni psic.
sociale © psie. collettiva si equivalgono, designando entrambe lo studio delle
manifestazioni peichiche di un gruppo, di una pluralità di individui viventi
insieme. Altri invece le considerano come duo scienze distinte. La psicologia
sociale o demopsicologia ο psicologia dei popoli ha per proprio oggetto lo
studio del meccanismo o della tecnica interiore dei processi 80ciopsichici;
sorse in Germania intorno al 1860 col Lazarus e lo Steinthal, che la
concepirono come disciplina intermedia tra la psicologia e la scienza morale,
avente per scopo di spiegare i fenomeni complessi che si producono nella
società, mediante le leggi semplici della psicologia individuale; dal Wundt è
intesa invece come uno dei metodi di cui la psicologia si vale per studiare nei
suoi vari aspetti i prodotti dello spirito, ο deve occuparsi esclusivamente dei
prodotti primordiali che αἱ sviluppano nelle condizioni più semplici della
convivenza sociale (mito, linguaggio, costume); per altri invece, come
l’Ellwood, essa deve esaminare e spiegare tutti i processi psichici di gruppo,
dai più semplici ai più elevati, come le istituzioni social le tradizioni,
l’opinione pubblica, ecc. La psicologia collottiva ο psicologia delle folle ha
invece per oggetto lo studio delle riunioni di individui avventizie,
accidentali ο inorganiche; ne trattò per primo Enrico Ferri, che la concepì
come scienza intermedia tra la psicologia individualo © la sociale; fu poi
sviluppata da Scipio Sighele, specie sotto l’aspetto criminale, dal Tarde, dal
Lo Bon, «co. Cfr. Lazarus-Steinthal, Einleitende (edanken ii. Völkorpsych., «
Zeitschrift f. Wölkerpsych. und. Sprachwissenschaft », vol. I; Wundt,
Pôlkerpeychologie, 1900, parte I, p. 1-31 dell’ Introd. ; Ellwood, Prolegomena
to social Psychology, « Tho american journal of sociology », marzo-rettembre
1899; Ferri, Soc. criminale, 1900, p. 374 segg.; Sighele, La folla delinquente,
1895; Id., La delinquenza settaria, 1897;
931 Psr Tarde, Études des
peychol. sociale, 1898; Le Bon, Peych. den Soules, 1896. Psicologia comparata. T.
Ferglcichende, Psychologie ; I. Comparative paychology ; F. Psychologie
comparée. Si comprendono sotto
questo nome la psicologia zoologica, putologica, pedagogica, ccc., perchè ogni
conoscenza sulla natura psicologica dell'animale, dell’ammalato, del bambino,
oce., è possibile soltanto per mezzo della comparazione, del ragionamento analogico,
I fenomeni psichici non possono essere constatati direttamente, per mezzo
dell’osservazione intoriore, che dal? nomo adulto e civilizzato, dal psicologo
; ma stabilito il rapporto che corro tra codesti fenomeni con le struttnre
organiche cui corrispondono e con gli atti esteriori ondo si manifestano, si
può, dallo differenzo ox servate tra le strutture o gli atti negli altri esseri
(selvaggio, bambino, animale, ecc.) indurne ragionevolmente le differenze
psicologiche, Va notato però cho molti intendono por psicologia comparata
soltanto In psicologia z0ologica, altri soltanto la otnografica. Cfr, E. Claparède, La
prych. comparée est-elle légitime, « Arch. de paychol. >, giugno 1905; I. Locb,
Comparatire physiol. of brain and comparative prychology, 1902. Psicologia etnografica. Ί. Raseenprychologie; I. Race paychology: F. Psychologie
éthnographique, Paychologie des races. Per alcuni 9’ identifica con la demopsicologia ο con la psicologia
collettiva; per altri se no distingne, in quanto indien quella parte della
psicologia che ha per oggetto lo studio dei caratteri psichici dei diversi
popoli ¢ che, in quanto tale, sorve da fondamento della psicologia collettiva ο
della sociologia, 11 fatto paichico, per sè stesso, è eguale in tutti gli
uomini, in quanto tali: sensazioni, rappresentazioni, vol zioni, associazioni,
senti ece., si prodncono ο si avolgono con leggi generali identiche. Tuttavia
In vita paichic nella sua complessità ¢ nel ano dinamismo, #' intona vari Itre
parole, ogni popolo, ogni Psr 932 razza, ogni nazione, per la diversità delle
origini sue, della sua costituzione fisica, dell'ambiente geografico in cui
vive, delle vicende attraverso le quali è passato, ha un carattere © una
personalità propria, fissate nella psiche d’ogni individuo, che distinguono
tale popolo, meglio dei caratteri fisici, da tutti gli altri popoli, e che si
rivelano in ogni esplicazione della sua attività. Lo studio di tali caratteri è
l'oggetto della psicologia etnografica. Cfr. Worms, Paychol. collective et individuelle, «
Revue int. de sociol. », aprile 1899; Ch. Letourneau, La psychologie éthnique, 1901 (v.
antroposociologia). La psicologia patologica o psicopatologia è quel ramo della
paicologia che studia le affezioni morbose e le malattie mentali. Si distingue
in individuale e sociale, perchd le anomalie psichiche possono verificarsi così
nell'organismo individuale, come nell'organismo sociale (psicosi epidemiche,
folle delinquenti, ecc.). Una parte importante della psicopatologia è la
peicologia criminale. La psicopatologia non si confonde con la psichiatria, la
quale comprende, oltre lo studio delle malattie mentali, anche le norme per la
loro prevenzione, cura e guarigione. Si distingue anche dalla patologia mentale
in quanto questa ha per oggetto di costruire dei tipi clinici, di seguire
l’eziologia e il decorso, di prepararne la terapoutica, mentre lo scopo
essenzialo dolla psicologia patologica è di determinare tra i fenomeni delle
leggi elementari, che valgano così per gli stati normali come per quelli
morbosi. Lo Specht e il Miinsterberg distinguono anche la psicopatologia dalla
patopri cologia: questa ha per oggetto lo studio dei fatti psichici presentanti
un carattere morboso, quella è propriamente un ramo della patologia speciale,
ed ha per soggetto lo studio delle malattio dello apirito. Cfr. Miinsterborg,
Zeitschrift fur Pathopaychologie, 1° vol. 1911; A. Marie, Traité 933
Pst international de paychologie pathologique, 1912; G. Storring, Mental
pathology in ite relation to normal peyohology, 1907. Psicologia pedagogica. T.
Pädagogische Peyohologie ; I. Pedagogical peychology; F. Peyohologie
pedagogique. Quel ramo della
psicologia che studia il modo come si vengono formando e svolgendo le diverse
attività psichiche nel bambino, allo scopo sia di conoscere la natura primitiva
della psiche umana e rieostruirne la lenta evoluzione, sia di trarre da tali
conoscenze le norme per contribuire più efficacemente allo sviluppo psichico,
intellettuale e morale del bambino. Cfr. Perez, Les trois premières années de L’enSant, 1878;
Baldwin, Le développement mental chez Ponfant et dans la race, trad. franc. 1897; Preyer, Die Seele des Kindes, 3° ed. (v.
pedagogia, pedologia). Psicologia segmentale. Quella nuovissima parte della
Psicologia, che fondandosi sopra l'anatomia e la fisiologia segmentalo, studia
i fenomeni abnormi, subnormali ο supernormali, della coscienza umana, L'uomo,
che à al vertice della scala animale, presenta la costituzione più
profondamento unitaria di tutti i viventi, rivelata dai fonomeni del suo io e
basata specialmente sulla centralizzazione dol sistema nervoso; tuttavia anche
nell’uomo la fusione dei sogmenti (metameri), da cui originariamente deriva
l’encefalo, è lungi dall’essero porfetta dal punto di vista fisiologico, como è
dimostrato dalla moderna dottrina dello localizzazioni corebrali, mentre,
d’altro canto, i fenomeni osservabili in soggetti isterici di disgregazione o
frazionamento della personalità, lo sdoppiamento della coscienza, la scrittura
automatica, l'ipnosi sperimentale, le pratiche dell’ occultismo, la
collaborazione continua che, nell’ tome normale, esiste tra cosciente ©
subcosciento, tra io sopraliminale © io subliminale, rivelerebbero l’
incompleta fusione © coordinazione dei presunti segmenti, che concorrono a
formare la personalità unitaria. Cfr. Max Dessoir, Das Doppelt-Ich, 1896;
Myers, The human personality, 1902; BoPst
984 ris Sidis, Studies in mental
dissociation, 1902; Morton Prince, The dissociation of a personality, 1906; A.
Binet, Les altérations de la personnalité, 1892. Psicologia sociologica. Alcuni
designano in questo modo, per opposizione a fisiologica, quella parto della
psicologia obiettiva che considera In vita psichica in quanto si rivela col
movimento ϱ con l’azione, colla parola e con l’imagine. Essa ha per materia la
vita degli animali, dei fanciulli, dei solvaggi, la storia generale dell’
umanità, i poemi, le biografie. È quindi affine a quella che altri chiamano
pricologia comparata. Psicologia zoologica. T. Tierpsychologie; I. Animal prychology; F.
Paychologie zoologique. Quella
parte della psicologia cho studia i fenomeni psichici come si vengono
manifestando negli animali bruti. Essa si fonda sopra il concetto che la
coscienza non è un privilegio escInsivamento umano, ma esisto anche negli
animali, sia superiori che inferiori, nei quali si vorifica lo stesso fatto
clementare che, negli esseri superiori, si complica per nuovi processi. Essa
presuppone anche che il modo di manifestazione esteriore del fenomeno psichico
sin analogo nell’animale ο nell’nomo. Cfr. Wundt, Porlerungen über die
Monschen-und Tiersecle, 2% ed.; Lloyd Morgan, Animal life and intelligence,
1890-91; Romanes, Mental erolution in animale, 1883; F. Franzolini, I’
intelligenza delle bestie, 1899 (v. coscienza, automatismo). Psicologismo. T.
Paychologiemus; I. Paychologiem; F. Peychologisme. Vocabolo non privo di senso
dispregiativo, col qualo*sì snol designare non tanto una dottrina determi nata,
quanto il metodo o la tendenza generale cho consiste nell’ assumere il punto di
vista psicologico come unico o fondamentale, nel ridurre tutti i problemi
filosofici a problemi psicologici e quindi nell’ assorbire la filosofia nella
psicologia. Così il Gioberti denominava psicologismo la filosofia del Rosmini,
in quanto ammetteva nella psi 935 Pst
che umans la facoltà di produrre I’ ente indeterminato presente allo spirito.
Il De Sarlo lo definisce: « un orientamento o atteggiamento dello spirito, per
cui questo, rivolto su sò stesso, crede di trovare nell'esperienza interna non
soltanto le indicazioni per pronunziarei su ciò che è reale, su ciò che è
obbiettivo e su ciò che ha valore, ma unche il fondamento, la giustificazione,
la garanzia di qualsiasi affermazione e credenza. Lo peicologinmo esprime la
tendenza a cercare nella coscienza e nei suoi fenomeni i princip! esplicativi e
le norme direttive per una comprensione piena, perfetta della realtà ». Così
inteso, lo paicologismo ha le sue origini prime da Socrate, che richiamò la
mente umana a volgere lo sguardo en sò stessa; ma non diventa un metodo che con
la Rinascenza, nella quale, per il rinnovarsi della cultura ο per il richiamo
all'autorità della coscienza individuale contenuto nella protesta di Lutero, si
afferma saldamente la tendenza a porre nell’ individuo la misura dei valori ©
nella coscienza umana 1’ espressione più completa ο genuina della realtà, Nel
oogito ergo sum di Cartesio lo pricologismo ha gettato lo sue salde basi; con
Locke ο Berkeley tende a ridurre le forme più elevato dell'attività dello
spirito a quelle più semplici ο ai dati sensoriali i prodotti più complessi,
mirando a dimostrare l’unità di composizione dei fatti psichici © la perfetta
identità tra fl fatto psichico ο il suo oggetto (esse --percipi); con Hume
diventa scettico, negando tutto ciò che non sia contenuto puntuale della
cosoienza in un dato istante; con la scuola scorzese cessa di essere
fenomenistico e diventa intuizionistico ; con Kant, di fronte al sogKotto è
aimmessa una cosa in sò, di fronto alla forma si trova la materia, ma da un
canto la cosa in sò è dichiarata impenetrabile © dall’ altro la materia,
riducendori a sensazioni, è pur sempre qualche cosa di soggettivo, cosicchè
anche per Kant la realtà e l’esperienza si risolvono in fatti di
coscienza. Si possono distinguere due
forme Psr 936 di psicologismo : uno, che possiam dire
relativo 0 temperato, si appoggia sulla constatazione innegabile della
posizione centrale che la coscienza umana occupa nel mondo, per affermare
l’importanza della psicologia nella soluzione dei problemi riflettenti lo
spirito e dei suoi principali prodotti; questa forma di psicologismo è parte
integrante di tutta la cultura del nostro tempo © figura come la premessa
necessaria di qualsiasi indagine sull'attività umana e gli oggetti a oni può
esser rivolta. L’ altro, che possiam dire assoluto o metafisico, 6 che si suol
anche denominare peichiemo, 0 pampsiohismo, o idealismo realistico, ecc.,
considera la psiche come la stessa realtà, come l’ unica realtà; l’universo si
risolve per esso in contenuti delle coscienze indivi-. duali els metafisica nella
psicologia del pensiero. Lo psicologismo assoluto ha poi aspetti diversi a
seconda del campo a cui s’ applica: psicologismo gnoseologico e logico, che
riduce tutta la conoscenza alle forme date dall’ esperienza paicologica, ogni
attività del pensiero alle leggi della vita psichica; morale, che fa oggetto
della sua ricerca il dato psicologico della coscienza morale, studiandolo come
un fatto tra gli altri fatti della natura, di oui si debbano studiare le cause
e lo leggi di sviluppo con gli stessi procedimenti delle scienze ompiriche;
religioso, che spiega la religiosità come un derivato di condizioni
psicologiche particolari (senso di debolezza, bisogno di protezione) o come un’
applicazione di leggi psicologiche generali (rapporto tra desiderio, speranza,
0 aspettazione © credenza nell’ oggetto corrispondente); estetico, che spiega
la natura propria della coscienza estetica con cause psicologiche come I’
abitudine, l’ associazione, lo influenze ataviche, ece., ο fonda il valore
estotico su necessità d'ordine biologico, ο riduco l’arte al bisogno di
esplicare 1’ eccesso di energia, Cfr. Mikaltechow, Beitr. sur Kritik des
modernen Pychologiemus, 1908; Gioberti, Protologia, 1857, vol. I, p. 91 segg.;
F. De Sarlo, To psicologismo nelle sue principali forme, « Cult. filosofica
», 937
Pst marzo 1911; A. Levi, Lo paicologismo logico, « Ibi gennaio 1909.
Psicometria. T. Peychometrie; I. Peychometry; F. Peyohométrie. Nome dato dal
Wolff alla misurazione matemstica dei processi psichici, Oggi è usato per
indicare sia la psicologia sperimentale, sia i fenomeni detti parapsichici
(previsione, telepatia, eco.) sia quella parte o metodo della psicologia che
misura i fenomeni psichici nella loro intensità, frequenza, durata, eco. Quest’
ultimo significato è il solo veramente legittimo. Secondo una classificazione
dell’Aliotta la psicometria si divide in: psicofisica, peicocronometria,
psicodinamica © psicostatistica. La psicofisica ha per oggetto la misura delle
sensazioni, dell’esattezza dei giudizi sensoriali e della chiarezza delle
sensazioni ; la seconda la misura del tempo di reazione semplice e delle
reazioni complesse (tempo di ricognizione, di distinzione, di scelta, di
associazione, di giudizio); la terza la misura dinamogenica della memoria e
della forza di associazione, dell’attenzione, dell’arresto psichico, del lavoro
e della stanchezza mentale; la quarta le leggi di frequenza dei fenomeni della
vita psichica, sia normali che patologici, sia indivi duali che sociali. Cfr.
A. Aliotta, La misura in psicolo, sperimentale, 1905; Bucoola, La legge del
tempo nei fenomeni del pensiero, 1883; Münsterberg, οὐ. Aufgabe und Methoden à.
Psychologie, 1891; Binet, Introduction à la peychol. expérimentale, 1894;
Duchatel, Enquéte sur des cas de peychométrie, 1910; Clapardde, Classification
et plan des méthodes psychologiques, « Arch. de psych. », giugno 1908. Psicomonismo. Nome dato dall’ Hucckel a quella
forma estrema di idealiamo che si suol chiamare solipsismo ο semelipsismo. Cfr.
Haeckel, I problemi dell'universo, trad. it. 1902, p. 315 segg.; B. Rutkiewiks,
Il psicomoniemo, trad. it. 1912. Paiconomia. T. Psyohonomik; I. Psychonomics ;
F. Paychonomique. Vocabolo poco usato; indica la dottrina delle Psi 938
leggi che governano l’anima, o anche quella parto della scienza, che
studia le relasioni della psiche individuale col suo ambiente specialmente
sociale. Talvolta infine è adoperata per denominare quel ramo della sociologia
che tratta dei fattori © delle leggi psicologiche contenute nell’organizzazione
e nell'evoluzione sociale (v. antroposcoiologia, peicologia collettira).
Psicosi. T. Peyohose; I. Peyohosia; F. Peychose. Si nea, in senso generale, per
designare qualsiasi malattia mentale, oppure in senso ristretto per opposizione
a nevrosi, per indicare quelle anomalie della psiche di cui si ignorano le
corrispondenti lesioni organiche. Alcuni però riservano il nome di psicosi alle
così dette forme degenerative, che sarobbero specialmente le ereditarie e le
costituzionali, comprese quelle create dalle neurosi gravi; e chiamano perciò
peicopatic tutte le malattie e anomalie mentali in genere. Ad ogni modo l’uso
di questo vocabolo è assai largo nella psicopatologia, ο si trova quasi sempre
unito ad altri che lo determinano : così dicesi psicosi affottiva la
malinconia; psicosi morale i pervortimenti del senso morale; psicosi tossiche
tutte le alienazioni mentali prodotte da intossicazione; psicosi epidemiche i
disturbi mentali collettivi. Cfr. G. Ballet, Le psicosi, trad. it. 1897; G.
Sergi, Psicosi epidemica, « Riv. di fil. sciontifica », marzo 1889.
Psicostatistica. T. Peyohostatietik; I. Peyohontatistics ; F.
Payoo-statistique. Quella parte della psicologia sperimentale, 0, come vuole
l’Aliotta, della psioometria, che misura le proporzioni degli individui che
presentano nn fenomeno psicologico dato. Molti metodi della psicofisica e della
paicodinamica si fondano indirettamonte sulle determinazioni statisticho dei
casi veri ο falsi, dello sillabe appreso, degli errori commessi, delle cifre
calcolate, ecc. Un’ altra applicazione indiretta della statistica alla
psicologia, ha luogo quando dalle leggi di froquenza di alcuni fenomeni ctici ο
sociali (suicidi, omicidi, ecc.) si cerca di risalire alle interne 939
Psr cause psicologiche. Applicazioni più dirette dello stesso metodo
fece il Fechner, studiando la frequenza della udizione colorata, il Kriipelin
sul sonno ο sui sogni, il Galton sulle associazioni e sull’eredità psicologica
del genio. Cfr. Galton, Brain, luglio 1879, p. 149; Ribot, Z’heredite, 1873, p.
268; Aliotta, La misura in psicologia sperimentale, 1905, p. 233-237.
Psicoterapia. T. Psychotherapie; I. Psychotherapeutics; F. Psychothérapie. La
cura nelle malattie mentali fatta agendo direttamente sulla psiche dell’
individuo per mezzo della suggestione ipnotica o allo stato di veglia. Essa è
stata praticata presso i diversi popoli fino dalle epoche più remote; secondo
il Löwenfeld essa è anzi « la forma prima © più originaria in cui fa praticata
l’arte medica ». Ma la psicoterapia scientifica non comincia propriamente che
verso il 1884 con la « seuola di Nanoy » per opera del Liégeois e del Bernheim;
da allora ha avuto uno sviluppo sempro più rigoglioso, e all’unico metodo
originario, I’ ipnosi, si aggiunsero la suggestione allo stato di veglia, la
ginnastica della volontà, la psicoanalisi del Freud, la psicosintesi del
Bezzola, la psicocatarsi del Frank, la persuasione del Dubois, la terapia
associativa del Moll, ecc.; ο infine una curiosa riapparizione in veste
scientifica della psicoterapia religiosa per opera dell’ Emmanuel movement, per
non parlaro della mind-cure ο di altri motodi estrascientifici in gran voga in
questi ultimi anni in America. Cfr. Bornheim, De la sugyestion, 1891;
Liwenteld, Lehrbuch der gesammten Psychotherapie, 1897; P. Dubois, Les
psychonéeroses et leur traitement moral, 1909; A. Thomas, l’eyohothérapie,
1912; Portigliotti, Psicoterapia, 1903; Assagioli, Paicologia ο psicoterapia, «
Psiche », maggio 1913. Psittacismo. T. Prittaciemus; 1. Psittaciam; F.
Peitta«πο, Dal greco 4irtaxi; = pappagallo. Nel linguaggio comune designa
semplicemente l’abitudino di ciarlare a sproposito ο ripetere le stesse parole
dotte da altri. Nella Pux 940 filosofia questo vocabolo fa usato la prima
volta dal Leibnitz per designare quella forma esagerata di nominalismo, che
considera ogni idea generale ed astratta come una semplice parola, come un puro
flatus voois. Se così fosse in realtà, il linguaggio dell’uomo non differirebbe
da quello del pappagallo, il quale ripete meccanicamente una serie di suoni
insegnatigli, cho per Ini sono privi di ogni significato. Ora, se è vero che il
rapporto tra la parola e l’idea è puramente convenzionale, è anche vero che tra
una ο l’altra esiste una certa proporzionalità; la parola è infatti la
virtualità dell’ idea, ed è per meszo della parola che le idee complesse sono
fissate, illuminate ο richiamate. Ofr. Leibnitz, Nour. Essais, II, xxı, 31; M.
Dugas, Le peittaoieme et la pensée simbolique, 1896, Pref.; G. Marchesini, Il
simboliemo nella conoscenza 6 nella morale, , p. 71 segg. (v. Unguaggio,
realiemo, universali). Panto. T. Punotum, Punkt; I. Point; F. Point. Dicesi
punto fisico il minimo di spazio percepibile; punto materiale il corpo le cui
dimensioni sono supposte infinitamente piccole, restando tuttavia dotato delle
proprietà generali della materia, quali il peso e l’impenctrabilità ; punto
matematico l’indivisibile avente una posizione nello spazio, oppuro P
intersezione di due linee. Punti
metafisici chiamò Leibnitz le monadi: « Essi hanno qualche cosa di vitale 6 una
specie di percezione, e i punti matematici sono i loro punti di vista per
esprimere l'universo; ma quando lo sostanze materiali sono rinserrate, tutti i
loro organi insiome non formano che un punto fisico a nostro riguardo ». Diconsi punti di ritrovo quei ricordi che,
essendo per la loro natura automaticamente localizzati nel tempo, servono poi à
localizzaro gli altri ricordi. Essi non sono scelti arbitra riamente ma
s’impongono a noi, in quanto per la loro intensità lottano meglio contro
l'oblio, ο per la loro complessità possono suscitare un maggior numero di
rapporti entare quindi la propria capacità di riviviscenza. 941
Pur Dicesi punto di vicinanza 0 punctum prozimum il punto che segna il
limite di accomodamento dell'occhio per la vicinanza; negli occhi normali esso
trovasi alla distanza di 100 a 120 mm. dall’ occhio. Dicesi punto di lontananza
ο punctum remotum la distanza da cui debbono venire i raggi luminosi per far
foco sulla retina senza nessun sforzo d’accomodazione; negli occhi normali
questo punto trovasi al infinito, nei miopi invece a pochi metri dall’ occhio,
negli ipermetropici al di là dell’ infinito e ciod non osiste perchè soltanto i
raggi convergenti possono far foco sulla retina senza sforzo
d’accomodazione. Punto cieco dicesi
Pareola circolare della retina, priva dello strato dei coni © dei bastoncini, ©
affatto insensibile, formata dal nervo ottico dove esso sbocca nell’
occhio. Diconsi punti di pressione quelle
piccole aree della cute, che sono la sede Periferica della sensibilità tattile ;
punti termici quelli della sensibilità pel caldo e pel freddo; punti dolorifici
quelli della sensibilità periferica dolorifica. Puro. T. Rein, bloss; I. Pure;
F. Pur. Nella filosofin con questo termine, da Kant în poi, s'intende ciò cho è
a priori, indipendente dall'esperienza, spoglio d’ogni elemento dovuto alla
esperienza. « Si chiama pura ogni nosconza cho non è mescolata con nulla di
eterogeneo. Ma si dice specialmente d’una conoscenza che è assolutamente pura,
quando, in modo generale, non vi si moscola alouna esperienza o sensazione e
che, per conseguenza, è possibile interamente a priori ». Perciò per Kant
l'intelletto puro è . Cfr. Leibnitz, Monadologia, $ 60, 62; Cr. Wolff,
Vernunftige Gedanken ron Gott, 1733, I, $ 774; Mendelssohn, Morgenstunden,
1786, vol. I, 6; K. Ο, E. Schmid, Empirische Peychologie, 1791, p. 172-179;
Wundt, Grundsüge d. physiol. Psych., 3% ed., II, p. 1, 100, ecc.; Sully,
Outlines of peycho 968 Raz logy, 1885,
p. 224, e 219 nota 2; Höffding, Psychologie, trad. franc. , pp. 156-242; O.
Hamelin, Essai sur les élémente Princ. de la représentation, 1907; P. Köhler,
Der Begriff der Repr. bei Leibnitz, 1913 (v. percezione, presentazione,
riproduzione delle sensazioni). Razionale. T. Fernünftig, Rational ; I.
Rational; F. Rationnel. Ciò che fa parte della ragione. Si oppone ad
irrazionale, © talvolta anche ad affettivo, volontario, sensibile,
sperimentale, eco. Razionale si dice anche di ciò che è conforme alla ragione,
intesa come facoltà di ben gindicare, © di conoscere in modo diretto il reale e
l'assoluto, o anche come sistema di principi a priori la cui verità non dipende
dall’ esperienza. Numero razionale è quello che può esser messo sotto la forma
di un rapporto tra due numeri interi. Mecoanica rasionale è l'insieme di tutte
le questioni della meccanica, che sono trattate con metodo puramente deduttivo
partendo dalle nozioni di massa, forza, relazione, inerzia. Nel linguaggio scolastico dicesi rationale
materialiter ciò che ha in sè il principio di raziocinare, come luomo; rationale
formaliter il principio del raziocinare e la differenza costitutiva dell’uomo,
come la razionalità. Razionalismo. T. Rationalismus; I. Rationaliem; F.
Rationalisme. Ha significati molto vari. Alcune volte è usato in senso
dispregiativo, per designare V abuso che in certi sistemi filosofici si fa del
ragionamento puro, 1’ eccessiva fiducia concessa alla ragione, a scapito sia
dell'esperienza sia del sentimento e dell’ intuizione. I teologi applicano
questo nome a tutti quei sistemi nei quali è esoluso l’intervento della
rivelazione e della tradizione, e viene assunta la ragione come unico principio
di conoscenza. Nel suo significato più generale designa l’ impiego della
ragione nello studio dei problemi filosofici o religiosi; in questo senso non
si può dire che il razionalismo sia una dottrina ο un sistema, ma soltanto un
metodo, o meglio ancora, una tendenza, un indirizzo gonerale. Il razionalismo
religioso si Raz 964 contrappone al eupernaturaliemo 0
irrasionalismo, che ritiene la ragione incapace di penetrare nelle cose divine,
che po; giano essenzialmente sulla fede, unico fondamento di ogni religione:
tra lano e l’altro sta il semirasionalismo, per il quale le fonti della verità
sono due, la ragione e la fede, ma le verità di fede non sono contrarie alle
verità di ragione, bensì al di sopra di esse. L’ idealismo greco ο l’idealismo
assoluto della filosofia moderna sono razionalistiei; il cattolicismo, dopo la
sistemazione scolastico-aristotelica di S. Tommaso, è semirazionalistico; sono
irrazionalistioi tutti quei sistemi che, dentro e fuori dol cristianesimo,
credono di poter giungere alla possessione immediata del divino con altri mezzi
che non sieno la ragione, il pensiero, Y intelligenza (tradizionalismo,
autoritarismo, fideismo, ontologismo, immanentismo, sentimentalismo, ecc.). In
senso metafisico 0 ontologico, per razionalismo, ο idealismo rasionalistico, o
razionalismo panlogistico 8’ intende quella forma di spiritualismo assoluto,
che fa risultare il mondo esteriore dallo sviluppo sia di esseri pensanti, di
ragioni individuali, sia di una ragione cosciente universale, sia infine d’un
sistema di idee indipendenti dalle coscienze, incosciente almeno per le
coscienze umane, 9 che si pone come un oggetto per rapporto ad esse (Fichte,
Schelling, Hegel). Infine razionalismo si adopera per opposizione a sensiemo:
questo sostiene che le nostre percezioni, e persino le nostre idee universali ο
necessario e i principi costitutivi di ogni scienza non sono che lo sviluppo
dello nostre sensazioni ; il razionalismo invece considera i principî
fondamentali della ragione come innati e crede quindi la ragione irreducibilo
all'esperienza. Perciò opposti sono i metodi del razionalismo e del sensismo;
quello aprioristico, in quanto fa derivare da idee a priori le leggi supreme
dell’ essere e le spiegazioni ultime d’ogni scienza, questo sperimentale o
empirico in quanto si fonda sopra l'osservazione e l’esperienza, organizzandone
i materiali mediante l’induzione e la goncra 965 Raz lizzazione. Il razionalismo, come metodo
filosofico, assume nomi differenti a seconda del suo contenuto e della sua
Posizione di fronte agli altri indirizzi : così dicesi razionalismo matematico
quello dei pitagorici, per i quali le cose sono comprese solo quando è
conosciuta la determinaziono matematica che ne è il fondamento; razionalismo
teorico quello di Democrito, per il quale la conoscenza della vera realtà è
essenzialmente una rappresentazione dell’ essere costante, ma tale per cui la
realtà dedotta, conosciuta nella percezione, deve essere resa comprensibile;
razionalismo etico invece quello di Platone, per il quale la conoscenza della
vera realtà ha il suo scopo morale in sò stessa, e tale conoscenza deve essere
la virtù, che non ha col mondo dato dalla percezione se non un rapporto di
recisa limitazione; razionalismo pratico quello del Bayle, per il quale la
ragione umana, incapace di conoscere l'essenza delle cose, è provvista però
della coscienza del proprio dovere, ossia della conoscenza dei principi morali,
che sono verità eterne e immutabili. Cfr. Stäudlin, Geschiohte d. Ration. u.
Supranatur., 1816; Wundt, Einleitung in die Philosophie, 1901, Pp. 323 segg.;
F. Maugé, Le ration. comme hypothèse méthodo. logique, 1909; F. Enriques,
Scienza e razionalismo, 1912. ‘Razza. T. Rasse; I. Race; F. Race. Questo
vocabolo ha accezioni diverse, implicando la risoluzione che può farsi in modi
diversi -di altre complesse questioni della filosofia zoologica. Secondo alcuni
per razza deve intendersi un gruppo di individui nei quali si perpetua, per
eredità e indipendentemente dall’ azione attuale dell’ ambiente, un insieme di
caratteri biologici, psicologici e sociali che li distingue dagli individui
appartenenti ad altri gruppi ai loghi. « La razza, dice il Quatrefages, è l’
insieme degli individui somiglianti che appartengono ad una medesima specie ed
hanno ricevuto e trasmesso per via di generazione i caratteri d’una varietà
primitiva ». Ma la permanenza dei caratteri attribuiti all’eredità biologica, è
invece REA 966 riferita da altri alla educazione, alla
imitazione, all’ ambiente, ecc.; mentre altri ancora considerano lo varietà
come combinazioni di razze più elementari, caratterizzato da una eredità
semplice ο invariabile. La definizione più larga e nella quale tutte le scuole
possono accordarsi, è forse quella del Prichard: « sotto il nome di razza si
comprendono tutte le collezioni di individui presentanti un numero maggiore o
minore di caratteri comuni, trasmissibili per eredità, prescindendo affatto
dall’origine dei caratteri medesimi ». Cfr. Agassiz, De l'espèoe et de la classification
en zoologie, 1862; G. Pouchet, De la pluralité des races humaines, 1864; A. De
Quatrefages, La epecie umana, trad. it. 1871; P. Topinard, Anthropologie, 1884,
p. 199 segg. (v. monogenismo,
poligeninno, trasformismo, specie, varietà). Beale (rea = cosa). T. Wirklich,
real; I. Real; F. Reel. Si oppone a ideale © designa tutto ciò che è, e che per
sussistere non ha bisogno di essere pensato. Questo per ciò che riguarda il reale
oggettiro ; dal punto di vista logico e soggettivo, il reale si può definire
come il contenuto dell’esperienza. Reale si oppone anche a illusorio,
apparente, fenomenioo, e indica cid che concretamente è, ciò che agisce
effettivamente, Si opppone infine, nella conoscenza, et formale, e indien ciò
che della conoscenza stessa costituisce la materia, il contenuto. Diconsi definizioni reali, per opposizione
alle nominali ο terbali, quelle che si fanno per il genere prossimo e la
differenza specifica, ο si propongono per fine di individuare completamente il
concetto della cosa definita mediante l'indicazione del comune sostrato, che lo
collega con gli oggetti simili, e della differenza che da essi lo sopara (v.
idea, ideale, realismo, realtà). Realismo. T. Realismus; I. Realiem; F.
Realieme. Ha due diversi significati, socondochè si oppone a nominalismo 0 n
idealismo. Se si oppone a nominalismo designa quella dottrina scolastica
secondo la quale gli univereali ο ideo generali esistono realmente. Il realismo
è la prima soluzione 967 Rea data dalla scolastica al problema degli
universali, nato da un luogo dell’ Isagoge di Porfirio, nel quale erano
proposte ο non risolute queste tre questioni: gli universali hanno un’
esistenza propria o esistono soltanto nel pensiero? se hanno esistenza propria
sono corporali ο incorporali ? 66 sono incorporali sono accompagnati o
scompagnati da circostanze sensibili? Il realismo risponde che gli universali
hanno una esistenza propria; ma fra i realisti alcuni dicono, conforme alla
dottrina platonica, che gli universali preesistono alle cose individuali (ante
rem) come prototipi eterni di cui tali cose non sono che-imitazioni temporanee,
altri invece sostengono, conforme alla dottrina aristotelica, che esistono
nelle cose individuali (in re) come loro attività medesima. Quando il realismo si oppone all’ idealismo
designa tutte quelle dottrine, che ammettono la realtà obbiettiva del mondo
esteriore. Si possono distinguere in esso tre periodi ο fasi: 1° il realismo
primitico, proprio della filosofia antica, che considera lo spirito come uno
specchio sul quale si rifletta fedelmente l’imagine degli oggetti esteriori;
secondo esso vi è adunque lo spirito da una parte e la natura, il mondo esterno
dall’ altra; il problema da risolvere è quindi se entrambi siano costituiti in
tal modo, che il secondo possa essere oggetto di conoscenza per il primo; 2° il
realismo peroerionistico o naturale, proprio della scuola soozzese e
dell’eclettismo francese, secondo il quale noi abbiamo la percezione immediata
del mondo esteriore come tale; le cose esistono fuori di noi perch’ la
percezione ci mostra delle cose che esistono fuori di noi; in altre parole, il
realismo naturale pone il sentimento di obbiettività implicito nella percezione
come un fatto irreducibile, ο a tale credenza attribuisce un valore
rappresentativo; 3° il realismo moderno, nel quale il problema è posto
diversamente, în seguito sovra tutto alla critica dello Stuart Mill sulla
nozione di obbiettivita fornitaci dalla coscienza. Codesta nozione si riduce
alla obbiettivazione Rea 968 dell’ idea d’ una possibilità permanente di
sensazioni, obbiettivazione determinata anzitutto dal presentarcisi di codesti
gruppi di sensazioni possibili come permanenti, al contrario delle sensazioni
isolate che hanno un carattere fagace; secondarismente dall'azione che codesti
gruppi sembrano esercitare gli uni sugli altri secondo leggi costanti, che
appaiono indipendenti dalla nostra volontà. Sostituita così all’ idea di
sostanza quella di legge, il problema di cui il realismo ο l’idealismo
propongono due soluzioni opposte è il seguente: come spiegare la costanza 9 la
realtà di certi gruppi di sensazioni da una parte, e delle relazioni tra questi
gruppi dall'altra. ‘Tra le forme principali del realismo ricorderemo: il
realismo idealistico, che riconosce una realtà indipendente dalla conoscenza
che ne abbiamo, ma considera tale realtà di natura ideale, spiritnale; esso è
dunque una forma di moniemo epiritualistioo, ed ha il suo primo rappresentante
in Platone, che consi. dera le Idee come realtà eterne, universali, immutabili,
di cui le cose individuali non sono che il riflesso ο l’imagine. Il realismo
trascendentale, detto così perchè in esso la causalità, che ricollega la
rappresentazione alla cosa in sè, diviene una causalità trascendentale in
quanto permette appunto d’ inferire dalle rappresentazioni un oggetto che non è
oggetto di rappresentazione, l’ inconscio (Hartmann). 1 realismo
individualistico ο pluralistico, che afferma che l'essere è costituito da una
molteplicità di enti semplici ο primitivi, il cui numero è proporzionale al
numero delle nostre sensazioni, poichè ogni sensazione indica un essere
particolare (Herbart). Il realismo empirico, che pone la sostanza come distinta
dai fenomeni e da noi immediatamente conosciuta per uns intuizione positiva
(Ravaisson). Il realismo dialettico, che consiste nel realizzare le idee
generali e dedurre le une dalle altre, in modo che la catena logica continua
delle idee è anche una catena ontologica continua della realtà, 11 realismo
ontologico ο metafisico, che 969 Rra s’oppone al realismo gnoseologico, in
quanto questo afferma semplicemente l’esistenza d’una realtà esterna,
sussistente come oggetto del nostro pensiero, quello spiega la natura di
codesta realtà affermata come sussistente, e può essere tanto spirifualistico
quanto materialiatico e naturalistico. 11 realismo razionale, che ammette una
ragione assoluta la quale si manifesta così nell'esistenza delle cose come
nella coscienza dell’uomo, e per la quale all’ assoluto, che si manifesta nel
nostro pensiero, corrisponde perfettamente l'ordine esterno del vero essere
(Bardili). Il realismo ragionato (reasoned realism), che afferma la realtà di
ciò che è dato dal senso, e giustifica questa affermazione con l’indagine
filosofica o razionale dei fondamenti della conoscenza (Lewes). Il realismo
trasfigurato, che afferma |’ stenza dell’ oggetto separata e indipendente da
quella del soggetto, nonchè la corrispondenza tra i mutamenti del primo e
quelli del secondo, senza però affermare che alcun modo d’ esistenza oggettiva
«in in realtà quale a noi appare (Spencer). Il realismo problematico 0
ipotetico, che parte dall’ ipotesi che, se noi non conosciamo se non stati
mentali © soggettivi, ne inferiamo però qualche cosa di corporeo e di oggettivo. Fuori della sfera della filosofia, il
realismo significa: nella matematica l’ opinione secondo la quale le forme e le
verità matematiche non sono create dallo scienziato, ma da lui scoperte;
nell’estetioa la dottrina che all’arte impone di non idealizzare il reale, ma
di esprimerne soltanto i caratteri effettivi, oppure la tendenza artistica a
rappresentare nell’uomo specialmente i caratteri naturalistici, ancora se
bratti o degradanti ; nel linguaggio comune il senso della realtà delle cose,
la capacità di agire conforme ai dettami dell’esperienza concreta e
indipendentemente da ogni vincolo del sentimento, della tradizione, dell’
imaginazione, dei principi astratti. Cfr. E. von Hartmann, Kritische
Grundlegung des transoendentalen Realismus, 1875; J. H. Löwe, Der Kampf
zwischen Nominalismus und Rea 970 Realismus, 1876; Holt, The new realiem, 1912;
C. Ranzoli, Le forme storiche del idealismo ο del realismo, in Linguaggio dei
filosofi, 1911, pp. 59-104 (v. arte, conoscenza, intermediariste, realtà,
materia, nominalismo, pluralismo, sostanza, essenza). Realtà. T. Realität,
Wirklichkeit; I. Reality; F. Réalité. Si oppone tanto a possibilità, quanto a
idealità e ad apparensa; designa tutto ciò che esiste, che permane fuori di noi
e indipendentemente dalla conoscenza che ne abbiamo, La concezione della realtà
è passata per tre stadi principali. Da principio è identificata colla
sensibilità, ο non si concepiscono come reali che gli oggetti percepibili ed
estesi nello spazio, considerando pure come tali, ma più tenui e sottili, gli
oggetti © le cose che non cadono sotto i nostri sensi. In seguito, per
l'osservazione che i sensi ci ingannano spesso e che fra le qualità sensibili
degli oggetti alcune sono essenziali altre mutabili e faggitive, il reale si
concepisce come qualche cosa di diverso dal sensibile, e cioè come un quid
assolutamente identico a sò stesso e immutabile, che serve come di sostegno
ultimo alle qualità © che non può sparire senza che anche la cosa sparisca.
Questo quid è la sostanza, che per tal modo è considerata come la sola realtà.
Per alcuni codesta sostanza è ancora qualche cosa di conoscibile per mezzo dei
sensi (elementi, atomi, ecc.), dato che essi possano attraversare lo mutevoli
apparenze che la nascondono; per altri invece non può essere che l'oggetto di
un intuito razionale, in quanto, consistendo essa nell’ identità e nella
permanenza, tali caratteri non possono riscontrarsi nei rapporti. Si ha così,
accanto alla spaziale, un'esistenza intelligibile, che, obbiettivata,
costituisce la vera realtà (il Numero, le Idee, ecc.). Infine, col progredire
della rifiessione e col delinearsi del problema gnoseologico, le basi della
questione si spostano: si comprese che non era possibile parlare di una realtà
in sè, assolutamente fuori dello Rspirito, perchè tutto ciò che conosciamo è
interiore e non reale che in noi, e che quindi si trattava di risolvere non più
come si potesse passare dall’ apparente al reale, ma dal conosciuto al reale.
Le soluzioni date al problema sono molte e diverse: riducendosi tutto alle
sensazioni e alle loro leggi, per alcuni (Kant) queste leggi, superiori alle
nostre esperienze ed immanenti ad esse, si impongono alla materia sensibile e
multipla delle nostre impressioni come tante forme unificatrici, universali e
necessarie; per altri le leggi dei fenomeni sono esse stesse fenomeni. Per il
positiviemo non vi è altra realtà oltre quella determinata dalle scienze, e non
v'è realtà per le scienze oltre quella attinta all’esperienza diretta e
genuina, ossia all'esperienza sensoriale; sostanza, causa, efficienza,
soggetto, oggetto, essere, ecc., sono tutte aggiunte fatte dal pensiero n cui
nessuna realtà corrisponde. Due sono le forme principali assunte dalla conla
monistico-meccanica, cho risolve tutta la realtà in movimento e modalità di
movimento; la empirico-sensazionistica, che identifica la realtà ultima con la
così detta esperienza pura o radicale (sensazione), alla quale si arriva
mediante l'eliminazione di tutte le aggiunte del pensiero. Affine a quest’
ultima, anche la filosofia dell’immanenza riduce tutta la realtà
all'esperienza, identifica l’esperienza stessa col complesso degli stati di
coscienza, esclude ogni trascendenza, sia quella dell’oggetto rispetto alla
coscienza individunle, sia quella di esseri ο di cause sottostanti all’ insieme
dei fenomeni che costituiscono l’universo: essa non diversifica dall’empirismo
puro se non in quanto rileva ed accentua la cooperazione della coscienza nella
costituzione della realtà. 1 idealismo critico, che si ricollega a Kant, nega
pure ogni valore al concetto di realtà quale è posseduto dalla comune degli
uomini; le idee di essere, di sostanza, di ente sono pure escogitazioni
mentali; vi è il fare, il produrre, ma non vi è nè l'agente ο il producente e
nemmeno il prodotto come qualcosa di fisso Rea
972 e di solido. L’idealismo
etico muove esso pure dal concetto che non la realtà determina l’atto
conoscitivo, ma questo mira a costruir quella; di più spiega codesto atto
costruttivo come un'esigenza morale, affermando che non l'essere, ma il dover
essere costituisce la categoria fondamentale atta a serviroi di guida nella
costruzione del mondo; nulla esiste per sò, ma solo in quanto mezzo per
l'attuazione del dovere. Spingendosi ancora più innanzi su questa via, il
prammatismo, eliminato il correlato del dover essere, fa della realtà una
costruzione pura della volontà, un mezzo oreato per il raggiungimento di scopi
pratici, i quali poi si riassumono nella conservazione e nell’accrescimento
dell’esistenza ; non è a parlare di ‘una realtà per sè stante nd di una verità
valida, ma solo di azioni e dei loro effetti. Di fronte a questi indirizzi sta
P idealismo metafisico, che muove dal presupposto che ogni forma di realtà si
risolve in fatti mentali, appunto perchè per definirla © parlarne non si può
fare a meno di ricorrere ad elementi ideali: tali fatti mentali, che
costituiscono l'essenza della realtà, sono per alcuni la volontà, per altri il
pensiero, per altri imaginazione, per
altri ancora la rappresentazione, Le ultime forme assunte dall’idealismo
volontaristico sono: l’attualismo o mobilismo, che risolve la realtà
nell’agire, nell’energia, nel movimento, nell'evoluzione, in un processo
insomma che è libero e imprevedibile, ma che attinge valore dall’ideale che è
destinato ad attuare; il vitalismo metafisico, che concepisce la realtà come
vita, coscienza, cangiamento, durata e quindi come uns creazione continua non
diretta ad uno scopo determinato, ma avente valore per sè, rispondente solo ad
un impulso originario infinito. Cfr. Killpe, Die Philos. d. Gegenwart in
Deutschland, 3* ed. 1905; Eucken, Geistige Strömungen der Gegenwart, 1909; G.
Villa, L'idealiemo moderno, 1905; C. Ranzoli, Sullo origini del moderno
idealismo, « Riv. di fil. e scienze aff. », maggio 1906; F. De Sarlo, I diritti
della metafisica, « La cultura 973 Rka-REc filosofica », luglio 1912; 8.
Mackenzie, The meaning of reality, «Mind », genn. 1914 (v. conoscenza, rerità,
dogmatismo. scetticismo, criticiemo, empiriooriticismo, fenomenismo, realiamo,
idealiomo, peroczioniemo, semetipsismo, soggetto, oggetto. valore, vita,
vitaliemo, eco.). Reazione. T. Reaktion, Gegenwirkung; I. Reaction; F.
Réaction. Forza uguale ο contraria all’azione, che un punto materiale dato
riceve da un altro punto materiale. Il principio d’eguaglianza tra azione e
reazione, divenuto un assioma di meccanica, fu esposto e dimostrato la prima
volta da Leibnitz nei suoi Prineipf matematici della filosofia naturale. Nella
biologia la proprietà fondamentale d’ogni cellula vivente di rispondere con una
reasione propria ad una eccitazione, costituisce l’irritabilità. Nella
psicologia è roazione ogni stato di coscienza determinato da uno stimolo sia
esterno sia interno. Recettività. T. Reoeptirität, Empfanglicket ; I.
Receptirity; F. Réceptivité. L’attitudine a ricevere delle impressioni, a
provare delle modificazioni per l’azione di uno stimolo esteriore. Questo
vocabolo fu usato specialmente da Kant: «La facoltà di ricevere delle
rappresentazioni (recettività delle impressioni); la facoltà di conoscere nn
oggetto per mezzo di queste rappresentazioni (spontaneità dei concetti) ».
Reoettività è dunque sinonimo di passiritd. Secondo alcuni filosofi la
sensibilità è una recettività, perchd consiste appunto nella facoltà del
soggetto di ricevere delle impressioni. Tale dottrina ha origine dall'antica
teoria, che spiegava la sensazione col mezzo degli idoli ο delle idee, che si
portano o al cervello o all’ anima; teoria che si fondava eu semplici analogie
lontane, le quali, come mostrò il Reid, non sono neppure di alcuna utilità
nello spiegare il processo della sensazione. In realtà, se gli stati della
sensibilità si dicono passivi è perchò sono effetto di una fazione causativa;
ma non è escluso con questo che siano essi attività, poichè ogni effetto è pure
un fatto e ogni Rec 974 fatto è attivo. Cfr. Reid, Œuvres complètes, trad.
Jouffroy, 1829, t. III, cap. XIV; Kant, Krit. d. reinen Vernunft, A 50, B 74
(v. capacità). Becetto. Vocabolo
creato per analogia con concetto e percetto; designa ciò che il soggetto riceve
dall'esterno, ο, in altre parole, le modificazioni della coscienza in seguito
all’azione dello stimolo esteriore. Il Romanes dà questo nome all’ idea composta,
o combinazione di rappresenta zioni non ancora denominata ; essa deriverebbe
dalla ripetizione di percetti più o meno simili, che si associano insieme
spontaneamente, senza intenzione, tantochè si può considerare un’ astrazione
non peroepita ; il suo nome di recetto significa appunto che nel riceverlo la
mente è passiva, mentre nel concepire idee astratte ο concetti è attiva. Cfr.
Romanes, L'evoluzione mentale dell’uomo, trad. it. 1907, p. 33 segg., 376 segg.
Reciproche (teoria delle). T. Reciprok; I. Reciprocal, Converse; F. Reciprogue.
Nella logica si designa con questa espressione la teoria dei raziocinii
immediati per mutata posizione dei termini del giudizio. Il problema che tale
teoria si propone di risolvere è il seguente: dato che un soggetto abbia o non
abbia un predicato, trovare, senza bisogno di una dimostrazione speciale, entro
quali limiti si può ritenere che il predicato possa esser soggetto del suo
soggetto. Se il giudizio reciproco ha la stessa quantità del giudizio diretto,
la conversione si dico semplice: 98. tutti gli 4 sono B tutti i B sono 4; se ha quantità diversa la
conversione è accidentale: es. 4 è B
qualche B è A. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 216 segg. + Reciprocità. T.
Wechselseitgkeit, Wechselwirkung; I. Reciprocity ; F. Réciprocité. O comunità,
è uno dei termini della categoria della relazione, secondo la classificazione
kantiana. La reciprocità non è altro che l’azione di due sostanze l’una
sull’altra. Da essa il Kant fa derivare la terza delle analogie
dell'esperienza: tutte le sostanze, in quanto
975 Ren-Rec si possono percepire
come simultanee nello spazio, sono in una azione reciproca generale. Cfr. Kant,
Ærit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 170-196 (v. analogia, relazione).
Beduplicative (proposizioni). Quelle proposizioni composte e implicite, in cui
un termine, solitamente il soggetto, è ripetuto con l’espressione in guanto: ad
es. il veleno, in quanto veleno, non produce necessariamente la morte. Si può
rendere esplicita; il veleno, in quanto è soltanto veJeno, non produce
necessariamente la morte. Registro fisiologico. Sull’orientazione del pensiero,
del sentimento e del volere di ogni individuo, intluiscono in vario modo anche
le eccitazioni che provengono dall’organismo, sia centrali che periferiche.
L’insieme di queste eccitazioni, dipendente dallo stato degli organi, fu detto
dall’ Ardigò registro fisiologico, per analogia del registro (pedali) che si
trova in quel grande stromento che è Porgano di una chiesa: in questo il
suonatore, col fare agire i pedali, può far suonare a piacere l’una o l’altra
serie di canne, e ottenere suoni diversissimi sempre adoperando gli stessi
tasti. Nel registro fisiologico le canne che suonano sono i centri cerebrali, i
registri sono i visceri, e a seconda che trovansi in attività piuttosto quelli
che questi, a seconda che agiscono in un modo piuttosto che in un altro, il
concerto mentale riesce diverso. Cfr. Ardigd, Op. filosofiche, V, 93-96, VII,
276-302 (v. conestesi). Regola. T. Regel; I. Rule; F. Règle. Precetto pratico ©
specifico di condotta, formula indicante o prescrivente ciò che si deve fare in
un caso determinato. Cr. Wolff la definisce come propositio enunoians
determinationem rationi conformem. Differisce dalla norma in quanto questa ha
maggiore estensione; infatti la norma, se vien riferita al giudizio
dell'intelletto, è il criterio secondo cui questo distingue e attribuisce agli
oggetti suoi l’uno o l’altro predicato, se viene invece riferita all’opera
della volontà è la regola secondo cui questa sceglie i snoi fini, o i meszi per
Ree 976
il conseguimento dei snoi fini. Nel linguaggio teologico dicesi regola
di fede (regula fidei) la norma finale e sufficiente per la determinazione
della verità in materia di dottrina e di fede religiosa. Con 1’ espressione regulas philosophandi,
rimasta famosa, il Newton designa, nella terza parte del suo trattato sui
Prinoipf matematici di filo sofia naturale, le quattro regole nelle quali
riassume tutto il metodo della filosofa naturale. Sono: 1° non bisogna
ammettere altre cause naturali che quelle che sono vere © sufficienti a spiegare
i fenomeni; 2° bisogna assegnare, per quanto è possibile, le stesse canse agli
effetti naturali dello stesso genere; 8° le proprietà che convengono a tutti i
corpi sui quali è possibile l'esperimento, devono essere riguardate come
proprietà generali dei corpi; 4° le proposizioni ricavate dalla osservazione
dei fatti devono, non ostante le ipotesi contrarie, esser ritenute come vere o
verosimili finchè non giungono altri fatti mediante i quali divengono ο più
esatte o soggette a eccezioni (v. legge, norma, principio). Regressione. T.
Regression, Rückgang, Zurüokgehen ; I. Regression; F. Regression. Bi oppone a
progresso ed equivale a ritorno all’indietro, trasformazione in senso inverso
al progresso. Nella logica indica il processo dello spirito, © il metodo, che
consiste nel risalire dalle conseguenze ai principi, dagli effetti alle cause,
dal composto sl semplice. Nella psicologia dicesi legge di regressione il fatto
che i ricordi, quando scompaiono in seguito a un indebolirsi progressivo della
memoria, si perdono nell’ordine inverso della loro acquisizione, e cioè dal
semplice al complesso, dal presente al passato, dal vicino al lontano. Nella
biologia diconsi regressioni ataviche il ritorno di organi o di funzioni ad uno
stato più rudimentario, corrispondente cioè à fasi evolutive già trascorse;
peroid la reversione è sempre un fatto di atavismo e di degenerazione. Regresso
v. circolo solido. 977 Rrei-ReL Beintegrazione, 1 T.
Wiederherstellung; I. Redintegration; F. Rédiniégration. Termine creato
dall’Hamilton per indicare quells legge della riproduzione mentale, che
conSiste in ciò, che intorno ad un elemento della nostra vita Psicologica
anteriore, quando sta per riprodursi, tutto l’insieme dello stato di coscienza
di cui esso faceva parte tende a riprodursi integralmente. Insieme allo leggi
di associazione, di ripetizione e di preferenza, essa costituisce Per
l’Hamilton una delle quattro leggi generali della successione mentale
riproduttiva. La legge di reintegrazione è detta anche legge di totalizzazione;
secondo l'Hôffäing essa è la legge fondamentale dell’associazione, dalla quale
tutte le altre derivano. Cfr. Hamilton, Ed. of. Reid, , II, nota D“; Höffding, Psychologie, trad.
franc. 1900, p. 210 Segg. (v.
associazione, associazionismo). Relative (proposizioni). Specie di proposizioni
composte, che esprimono una proporzione o una comparazione ; ad es.: i
caratteri ereditari si trasmettono tanto più fedelmente quanto più sono antichi
; dove è virtà, ivi è felicità. La verità di queste proposizioni dipende dalla
esattezza della relazione da esse affermata. Cfr. Logique de Port-Royal, ed.
Aulard, p. 132. Belativismo. T. Relativismua; I. Relativiem; F. Relatitisme. Ogni dottrina che considera la nostra
conoscenza di sua natura relativa, in quanto è la conoscenza di un rapporto, e
nega quindi la possibilità della conoscenza della cosa in sò, ciod
indipendentemente da ogni relazione con un’altra cosa. Il relativismo ha la sua
prima formula nella celebre frase di Protagora: l’uomo è la misura di tutte le
cose. Per il sofista greco tutta la vita psichica non consta che di sensazioni;
ogni sensazione è determinata da un movimento della cosa percepita e da un
altro movimento dell’organo di senso; quindi la sensazione, prodotto
dell’incontro di due moti, non solo è diversa dall’ Sggetto sentito © dal
soggetto senziente, ma è vera solo in quel 62
Ranzout, Dizion. di scienze filosofiche. momento, cosicchè l’uomo non
conosce le cose come sono, ma come sono per lui nel momento della sensazione,
ed anche solo per lui. Il positivismo è pure relativistico; per il sno
fondatore, A. Comte, non soltanto la conoscenza umana è indirizzata ai rapporti
dei fenomeni tra loro, ma non v’ha nulla di assoluto che ne formi la base
ignota ; l’unico principio assoluto è che tutto è relatiro; soltanto, questo
relativismo (ο, come fu detto poi, correlativismo) cede alla pretensione
universalistica del pensiero naturalistico-matematico, con l’assegnare alla
scienza il cémpito di ridurre tutte le relazioni alla loro uniformità spaziale
e temporale. In un significato ancora più generale, o metafisico, per
relativismo s’ intende ogni dottrina che, negando un qualunque sostrato
permanente all’ accadere del mondo sia fisico, sia psichico, risolve la realtà
in relazioni più ο meno costanti tra i fenomeni, concependo tali relazioni come
realtà in sò stesse, distinte e indipendenti dalla conoscenza che ne abbiamo.
Cfr. Diogene Laerrio, IX, 51; A. Comte, Cours de phil. positine, 1839; C.
Ranzoli, Sul preteso agnosticismo dei presooratici, « Rend. del R. Ist.
lombardo di s. e lett. », vol. XLVII, faso. 19; A. Levi, Contributo ad una
interpretazione del pensiero di Protagora (v. attualismo, fenomeniemo,
relazione, relatività della conoscenza). Sebbene l’espressione sembri
abbastanza chiara, la RELATIVITÀ DELLA CONOSCENZA designa tuttavia dottrine
diverse, che debbono essere distinte per evitare equivoci dannosi. Nella sua
portata generale, la dottrina della relatività della conoscenza implica che
tutti gli elementi della conoscenza estesa hanno un valore soggettivo, non oggettivo,
in quanto la sensazione non è considerata che come un semplice segno della cosa
esterna, la percezione come la posizione di un rapporto tra questi segni,
l’ides come un simbolo della sensazione, cioò
979 Rel un simbolo convenzionale
d’un segno. La relatività della conoscenza è intesa in quattro modi principali:
1° ogni conoscenza è relativa al soggetto che conosce, ne è possibile la
conoscenza di alcuns cosa in sò, cioò indipendentemente dalle nostre facoltà
conoscitive; 2° ogni conoscenza consiste nello stabilire una relazione fra due
elementi © nell’appercezione della loro differenza; è dunquo impossibile
conoscere alcuna cosa in «è, cioò indipendentemente da ogni relazione con
un’altra cosa; 3° la conoscenza è relativa perchò ci dà solo il finito, il
limitato, non l’infnito, l'assoluto; 4° la conoscenza è relativa perchè non
adegua mai perfettamente la cosa, ma ne è un puro simbolo. Si può dire che
ciascuno di questi quattro modi di intendere la relatività della conoscenza
rispecchi, tolto forse Pultimo, un lato reale del processo conoscitivo. Secondo
l’Hamilton la conoscenza è relativa: 1° perchè l’esistenza non è conoscibile
assolutamente e in sò stessa, ma soltanto nei suoi modi ο fenomeni; 2° perchè
codesti modi possono essere conosciuti soltanto se stanno in una particolare
relazione con lo nostre facoltà; 3° perchè i modi, così relativi alle nostre
facoltà, sono presentati e conosciuti dalla mente solo con modificazioni
determinate dalle facoltà stesse. Lo Stuart Mill classifica in modo an poco
differente i motivi della relatività della conoscenza: 1° noi non conosciamo
una cosa se non in quanto distinta da un’altra cosa; 2° noi non conosciamo In
natura che per mezzo dei nostri stati di coscienza, il che conduce a queste due
tesi subordinate: a) non ci sono che stati di coscienza; b) vi sono delle cose
in sè, ma inconoscibili, sia nel senso di Kant e dei razionalisti, sin nel
senso degli empiristi. L’Ardigd enumera sei ragioni della relatività della
sensazione, e quindi dolla conoscenza, che è intessuta esclusivamente di
sensazioni : 13 l’oggetto stimolante è un esteso vibrante con una certa
ampiezza ο rapidità di oscillazioni delle parti componenti, mentre la
sensazione RRL 980 corrispondente è un quale assolutamente
diverso; 33 l'oggetto medesimo corrispondono forme di coscienza verse secondo
che esso stimola apparati sensitivi diversi; 83 la stessa forma specifica
propria di un dato senso si modifica, pure rimanendo identica la stimolazione,
per una alterazione che esso subisca; 4° codesta forma spocifica si può
produrre nel senso stesso anche senza la stimolazione operata da un oggetto, e
solo per irritazione endogena, il che prova che la forma stessa non proviene
dall'oggetto ma è solo il modo di funzionare dell’apparato sensibile, qualunque
sia la causa da cui dipenda; 5* le sensazioni prodotte per la stimolazione
dall’interno dell'animale sono fatti analoghi a quelle prodotte per la
stimolazione dall'esterno, cosicchè se è assurdo considerare una cosa in sè ad
es. la fame, lo è pure considerar tale ad es. il snono, © il caldo; 6° il
sensibile non è una forma apatica 6 statica, come dovrebbe essere il puro
ritratto dell’oggetto, ma è essenzialmente un certo sentimento, un certo agire,
© quindi essenzialmente una soggettività. Cfr. Hamilton, Lootures on Metaphysics, 1859, vol. I,
p. 148; Stuart Mill, Ezamination of Hamilton, 33 ed. 1867, p. 30-31; Ardigò,
Opere filosofiche, I, 160-162, II, 352-355, V, 546 segg., IX, 89 segg., 426
segg. (v. assoluto, agnosticismo,
antropometriamo, relativismo, inconoscibile, conoscenza, cosa, noumeno).
Relativo, T. Relatir, Verhältnissmässig ; I. Relative; F. Relatif. Ciò che non
sta per sè, ma dipendo da altro, esiste soltanto come relazione o in virtù
d’una relazione: si oppone ad assoluto, che è ciò che esiste per sè, che non ha
nd relazione, nd limitazione, nd dipendenza. ‘Relazione. T. Beziehung,
Relation; I. Relation; F. Relation. Essendo un’idea semplice, non è
propriamente definibile; si può dire soltanto che è quell'idea che nnisce ©
distinguo due altre idee, presentatosi simultaneamente al nostro pensiero. 11 Destutt de Tracy la
definisce cette vue de notre esprit, cet aote de notre faculté de penser
par 981
Rei lequel nous rapprochons wne idée d’une autre, par lequel nous les lions,
les comparons ensemble d'une manière quelconque. Nè sembri assurda la menzione di un rapporto che
disgiunge Poichè si tratta d’un rapporto pensativo, di natura affatto diversa
da ogni rapporto materiale. Si distinguono però delle relazioni essenziali ο
delle relazioni non essenziali ο accidentali. Le relazioni essenziali sono
costituite da elementi correlativi, tali, cioè, che a ciascuno è essenziale la
sua relazione con l’altro; ad es. bello e brutto, sopra © sotto, alto e basso,
maggiore e minore, ecc. Ora tali elementi non sono oggetti di cognizione ma
fatti di conoscenza, vale a dire concetti nostri, Invece le relazioni
accidentali sono condizionate agli elementi; ad es. questo libro è sopra il
tavolo, ma il tavolo può stare senza il libro, e il libro senza il tavolo,
mentre il sopra non può stare senza il sotto. Per Aristotele il rapporto o
relazione (πρός τι) è una categoria; tuttavia egli considera soltanto i
rapporti fondati sulla reciprocanza, e non il rapporto in sò stesso ma le cose
tra le quali il rapporto esiste. Hume distingue invece due significati diversi
nella parola relazione: l’uno designa il fattore per cui le rappresentazioni
appsiono collegate nell’imaginazione, cosicchd l’una trae seco l’altra; il
secondo indies i momenti riguardo ai quali, anche con arbitraria unificazione di
due rappresentazioni nella imaginazione, si confrontano casualmente l’una con
l’altra: il primo significato prevale nell’uso volgare, il secondo nel
filosofico; le fonti di ogni relazione filosofica sono la somigli4nza,
l'identità, lo spazio, il tempo, la quantità, la qualità, la contrarietà, la
causa, l’effetto. Per Kant l’idea di relazione è una delle categorie, ma egli
non considera che tre specie di relazione: quella della causa all’effetto,
quella della sostanza al fenomeno, quella di due cose agenti reciprocamente
l’uns sull’altra. Il Locke è forse il filosofo che ha dato la classificazione
più completa delle relazioni, ch’ egli distingue in: relazioni temporali,
ReL 982
spaziali, causali, proporzionali, che dipendono cioè dall’uguaglianza o
dal più e dal meno, naturali, fondate cioè sui leganıi stabiliti dalla natura
stessa tra le cose, d’istituzione, stabilito dall'accordo degli uomini tra di
loro, e morali, fondate sulla conformità o non delle azioni volontarie con la
regola onde le stesse αἱ giudicano. Nella filosofia moderna e contemporanea il
problema delle relazioni è un problema insieme gnoseologico e metafisico, la
cui importanza appare da ciò, che le leggi naturali sono generalmente concepito
come semplici uniformità di relazioni, e la realtà sia fisica, sia psichica è
concepita da molti come un puro tesunto di relazioni tra fenomeni, senza alcun
sostrato permanente. Si presenta quindi la domanda: le relazioni esistono come
realtà in sò stesse, indipendentemente dalla conoscenza che possiamo averne, o
non sono che una forma di conoscenza, una categoria che lo spirito, in virtà
della sua struttura, applica spontaneamente ni fenomeni? La soluzione
realistica urta contro gravi difficoltà : se si ammette che le relazioni sono
in sd quali le conosciamo, si cade nella contraddizione, in quanto le relazioni
non sono tali nel nostro pensiero che perchè noi le pensiamo ; se si ammotte
che sono in sò stesso divorse, si cade nell’ agnosticismo. La soluzione
idealistica, a sua volta, non riesco a spiegare come le relazioni, pure
categorie del pensiero, s’impongano a noi con la stessa forza © la stessa
fissità dei fenomeni: se la facoltà di giudicare del simile © del differente,
del simultaneo ο del successivo, è una legge costitutiva del nostro spirito, lo
applicazioni particolari di tale facoltà non sono regolate dagli oggetti
stessif Una, terza soluzione sembra evitare queste difficoltà, collocando le
relazioni in Dio: « Le relazioni hanno una realtà dipendente dallo spirito come
la verità, dice il Leibnitz, ma non dallo spirito degli uomini, poichè v’ ha
una intelligenza suprema che le determina tutte in ogni tempo ». Perd, anche a
questa dottrina fu obbiettato cho essa conduce al pan 983 Rew teismo e che, d'altro canto, colloca in
Dio la successione, il cangiamento e quindi 1’ imperfezione. Nel linguaggio scolastico dicesi relatio in,
ο relatio fundamentalis, quello su cui la relazione si fonda, in quanto è
inerente a quello solo, ad es. il verde d'una foglia in quanto è in quella
foglia; relatio formalis, quello stesso su cui si fonda la relazione riguardata
in quanto si riferisco ad altro, ad es, il verde d’una foglia riguardata in
confronto a quello di un’altra; relatio aoquiparantiae quella di somiglianza ο
di uguaglianza, relatio disquiparantiae quella che domina gli estremi in modi
diversi, ad es. maestro © scolaro; relatio proprie realis quella i oui termini
sono entrambi non solo realmente esistenti, ma hanno anche in sò qualche cosa
per cui si riferiscono a vicenda, ad es. la relazione tra causa ed effetto;
relatio rationis o logioa quella per cni un cosa si riferisce ad un’altra non
secondo la ragione di esistere, ma unicamente nell’ordine che |’ intelletto
pono tra i concetti delle cose. Cfr. Destutt de Tracy, Eléments d’ideologie, , I, 4, p.
51; Leibnitz, Nouveaux essays, 1. II, cup. XII, $ 3, e cap. XXX, $ 1; Locke, An essay
cono. hum. understanding, 1877, IL, cap. 12, 28, 30; Hume, Treatise on hum,
nature, 1874, I, sez. 5; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 96 segg.; Stuart Mill,
Syst. de logique, trad. franc. Peisse, 1. I, cap. III, $ 10; Boirac, L'idée du
phénomène, 1894, p. 166 segg. (v.
attualiemo, fenomenismo, sostanzialirmo). ‘Relazione (concetti, sentimenti di),
Il Drobisch chiama concetti di relazione quelli che si formano mediante una
sintesi dei singoli membri, che costruiseono un concetto. Con la stessa
espressione il Wundt designa quei concetti che hanno per contenuto lo relazioni
del pensiero logico, per essere poi trasferiti da esso all'oggetto del pensiero
; essi costituiscono gli ultimi gradi della trasformazione logica del contenuto
delle rappresentazioni, che comincia con la costruzione dei concotti empirici
individnali. Diconsi sentimenti di relazione la paura (sent. difensivo), la
collera (sent. offensivo), la solidarietà (simpatia). Il Bain e l'Hôftding
chiamano emozioni di relazione ο di relatività lo stupore e la sorpresa, il cui
carattere essenziale è d’ essere determinate dall’opposizione del nuovo
all’abituale ο, se intervengono delle rappresentazioni, dall’opposizione di ciò
che accade a ciò che si attendeva. Cfr. Drobisch, Noue Darstellung der Logik,
5° ed. 1887; Wundt, System d. Phil., 1897, p. 289; Hôfding, Peyohologie, trad.
franc. 1900, p. 731 segg. ‘Relazione (legge di). La legge psichica
fondamentale, secondo molti psicologi contemporanei. Sostituito al vecchio
concetto della sostansialità quello dell’ attualità psichica, per cui i fatti
della coscienza valgono solo in quanto esistono in un dato momento 9 non si
possono riferire ad alcun sostrato fisso di cui siano le manifestazioni ο le
modalità, la loro unità è spiegata mediante il rapporto che li unisce: tutti i
fatti psichici che formano la trama della coscienza sono in relazione tra loro,
relazione che lega i processi psichici in una connessione ininterrotta nella
coscienza individuale e conferisce loro un significato particolare a secondadel
posto che occupano e della relazione in cui stanno con gli altri. Questa leggo
di relazione, fissata già dal Leibnitz col suo principio di continuità, è però
variamente intesa dai moderni psicologi : così per il Bain essa riguarda
propriamente la parte soggettiva della coscienza, ciod i sentimenti, ο si
riconduce al carattere originario dello spirito, che è quello di cogliere una
differenza, di percepire un cambiamento ; l’Hôffding la estende tanto alla
sfera delle sensazioni come a quella del sentimento, ο distingue una relazione
simultanea, ciod fra le parti di uno stesso stato, e una relazione suocessiva,
cioè tra due stati che si determinano reciprocamente ; per lo Spencer anche la
vita psichica, come la vita in genere, consiste in un progressivo adattamento
dello relazioni interne alle esterne; per il Wund la relazione che intercede
fra i processi psichici è di causa ed effetto (osusalità peichica), © insieme alle
leggi delle risultanti e dei contrasti costituisce il gruppo delle leggi dei
rapporti psichici. Cfr. Bain, The senses and the intelloot, 3* ed. p. 8 segg.; Id., Les
émotions et la volonté, trad. franc. 1885, P. II, ο. 13; Hòftding, Peyohologie, trad. franc. 1900, p. 145
segg., 367-393, 412; Wundt, Grundrisa d. Psychologie, 1896, p. 294 segg.;
Spencer, Prino. of Peyoology, 33 ed., $ 65 (v. risultante, sintoi peichioa,
attualiemo, sostanzialimo). Relazioni
(problema delle). Uno dei problemi fondamentali della gnoseologia ο della
metafisica, che ha la aus origine dalla constatazione: che funzione
fondamentale del pensiero è quella di porre delle relazioni, di riferire I’ uno
all’altro gli elementi della realtà ο di considerare in sò codeste relazioni.
Ora, porre una relazione significa definire un elemento o un aspetto della
realtà per mezzo di un altro: in tal caso la relazione trascende o non
trascende la realtà delle cose tra le quali è stabilita? La relazione sembra
non abbia senso se non presupponendo la realtà delle cose; ma a lor volta le
cose sembrano non poter essere mai colte all’ infuori di una relazione,
cosicchè la loro realtà si esaurisce nol complesso delle relazioni di cui
possono essere termini e con cui possiamo definirlo. Tre sono le principali
soluzioni del problems: 1° le qualità delle cose si risolvono in relazioni,
perchè se le qualità 4 ο B sono quello che sono anche indipendentemente dalla
relazione che passa tra esse, la relazione medesima è arbitraria ο senza
significato per la realtà; 2* le cose si risolvono in complessi di relazioni,
cosicchè essere reale non significa altro che essere riferito; 3° la
relazionalità è il carattere della realtà fenomenics, ma al di sopra del
pensiero comune esiste una forma diversa di conoscenza, nella quale le
relazioni non hanno più senso, © che è la rivelazione della realtà metafisica.
A queste si può aggiungere una quarta soluzione, che consiste nel consiReL 986
derare la realtà come costituita di termini in 0 con relazioni, gli uni
© le altre ugualmonte reali, sebbene in diverso senso. Però anche quest’ ultima
veduta ha suscitato, come le precedenti, gravi obbiezioni. Il Bradley, ad es.,
dice che i concetti di materia, tempo, spazio, energia, essendo concetti
relativi, che caratterizzano le cose per rapporto le une alle altre, non ci
dicono nulla delle cose stesse, © conducono a delle serie infinite; infatti si
può sempre chiedere qual’ è la relazione dei membri in rapporto alle relazioni
nelle quali si trovano, e studiando i membri si vede che essi possono
collocarsi in ciascuna di codeste relazioni. Cfr. B. Russel, The principles of mathematics,
1903, p. 218 segg.; Id., À oritioal exposition of the philosophy of Leibnite,
1900, p. 12 segg.; Bradley, Appearance and reality, 1893, p. 25 segg.; Tailor,
Elemente of metaphysio, 1903, 1. II,
p. 120 segg.; G. Calò, L'intelligibilità delle relazioni, « Riv. di fil. »,
aprile 1910; R. Heller, La dottrina delle rel. nella critica della scienza
contemp., « Cultura filosofica», marzo 1911; Ladeväze, La loi d'universello
relation, 1913. Religione (dal latino religio che, secondo alcuni, ei riconduce
al termine relegore = raccogliere di nuovo, e se condo altri a religare rilegare, secondo altri ancora ad un verbo
scomparso religere, opposto a negligere. La prima etimologia è sostenuta da
Cicerone e dai moderni filologi, la seconda da Servio, Lattanzio, Agostino, Max
Müller). T. Religion; I. Religion; F. Religion. Il merito di aver compreso che
cosa sia in sò stessa la religione, indipondentemento dalle suo forme storiche,
spetta esclusivamente al pensiero moderno. Soltanto nella suola platonica
troviamo una nozione filosofica della religione. Per Platone, infatti,
l’essenza e il fino della religione à 1’ assimilazione a Dio, fondata sopra
l’unità di essenza dell’ anima umana e della divinità. Codesto concetto,
intravisto già dai pitagorici e da Socrate, domina in quasi tutta la filosofia
antica si ritrova nello stoicismo, nel giudaiamo © nel oristianesimo 987
ReL alessandrino, e nel neo-platonismo. Ma, in generale, il mondo antico
non ebbe nè poteva avere una nozione sperimentale, storica della religione in
sè, poichè per esso la religione non aveva storia. La vittoria del
cristianesimo doveva perpetuare, per ben altri motivi, codesta condizione di
cose; © infatti, data la rigorosa ortodossia della Chiesa, non era possibile
alcuna distinzione tra religione in sò © cristianesimo cattolico. Con l’aprirsi
della età moderna ο collo svincolarsi del pensiero dalle catene del dogina,
cominciano infine ad accumularsi gli elementi che dovranno più tardi servire
alla storia delle religioni; ma è soltanto col Lessing, in Germania, che
#’inizia uno studio veramento soientifico del fenomeno religioso, perchè il
lavoro compiuto s tal riguardo dai filosofi francesi del diciottesimo secolo,
non esclusi il Voltaire © il Rousseau, è più che altro negativo. Per il Lessing
la storis religiosa non è che l'educazione dol genere umano, che si eleva a
nozioni sempre più puro della divinità © del dovere; tutte le religioni hanno
quindi una relativa legittimità. Dal Lessing in poi è continuo lo sforzo dei
pensatori per rendersi un concetto adeguato del complesso fenomeno religioso ;
noi non ricorderemo qui che alcuni dei tentativi più importanti. Per Kant la
religione è il riconoscimento dei nostri doveri come ordini divini ; soltanto
la coscienza morale attesta l’universalità © la necessità nel rapporto col
sovrasensibile. Per 1’ Herbart è la credenza, teoreticamente incontestabile, in
una intelligenza suprema come fondamento dei rapporti fra gli elementi reali da
cui deriva il mondo fenomenico, la cui finalità non sapremmo altrimenti
spiegare. Per I’ Herder è 1’ appropriazione intorioro dell’ sttività divina
ordinatrice delle cose, di modo che noi οἱ suVordiniamo scientemente a codesto
ordine divino. Per Schelling non è altra cosa che la divinità che cerca sè
stessa attraverso tutta la sorie degli intermedi, che vanno dalla materia brata
allo spirito. Per Schleiermadher si riconduce Ret. 988 al
sentimento, che tutti abbiamo, della nostra dipendenza assoluta da una potenza,
che ci determina ma che non possiamo determinare. Comte e Feuerbach riducono I’
essenza di ogni religione all'adorazione dell’uomo fatta dall’uomo: dell’uomo
come specie il primo, dell’uomo come individuo il secondo. Per l’ Hegel la
religione è il sapere che lo spirito finito ha della sua essenza come spirito
assoluto. Per il Miiller è una facoltà mentale che, indipendentemente e spesso
auche a dispetto del buon senso e della ragione, rende l’uomo capace di
cogliere l’infinito sotto differenti nomi e diverse forme. Per il Guyau è una
manifestazione sociologica universale a forma mitica; per l’Hòffding è il
sentimento della conservazione dei valori dello spirito nella realtà; per il
Bontroux è la rivendicazione, allato al punto di vista della scienza, del punto
di vista del sentimento e della fede: per il Durkheim è un sistema solidale di
credenze e di pratiche relative a cose sacre, credenze e pratiche che uniscono
in una medesima comunità morale tutti quelli che vi aderiscono. Ora, nessuna di
codeste definizioni pare veramente comprensiva del fenomeno da definire.
Ciascuna di esse contiene piuttosto una parte di verità, in quanto fa risaltare
uno degli elementi costitutivi della religione. Raccogliendo ciò che esse hanno
di essenziale, si potrebbe definire la religione come la determinazione della
vita umana per mezzo della coscienza di un legame che unisce lo spirito umano
allo spirito misterioso, di cui egli riconosce la dominazione sul mondo sopra
lui stesso, ο al quale egli ama sentirsi unito.
L’antichissimo e dibattuto problema del valore conoscitivo della
religione, ossia dei rapporti tra religione e scienza, tra ragione e fode, è
risolto nella moderna filosofia della religione in sei modi principali: 1° La
religione ha un dominio a sè, fuori del controllo della scienza e della
filosofia; quella è affare di fede, queste di conoscenza. La filosofia è una
conoscenza astratta, mentre la religione è una realtà essa stessa, è una forma
di vita spi 989 Rew rituale. La scienza
osserva e collega tra loro le apparenze esterno dei fenomeni, l’uomo pio vive
in Dio e nelle anime dei suoi fratelli, prega, ama, spera. 2° Religione,
filosofia ο scienza sono tronchi germogliati da una radice comune: la fede, la
credenza non dimostrabile. La scienza è una fede perchè le sue definizioni sono
pure forme dell’ intelligenza, non abbracciano che una parte impercettibile
della realtà infinita e quindi non sono dimostrabili, non hanno che un valore
ipotetico, provvisorio. La filosofia ha bisogno non di un atto di fede, come la
scienza, ma di più: fede nell’oggettività dei simboli mentali rispetto ai
fenomeni, fede nell’ oggettività dei medesimi rispetto all'essenza, fede
nell’oggettività del sistema dei simboli mentali rispetto alla totalità sistematica
e all’unità della realtà. Dunque, nd la scienza nd la filosofia possono negare
la validità di quelV unico atto di fede, la fede in Dio, su cui la religione si
fonda. 3° Le verità religiose sono di ordine diverso dalle verità scientifiche,
ο nel loro proprio dominio non possono essere contraddette dalle verità della
scienza. La scienza, infatti, studia i fenomeni nei limiti della conoscenza
finita, la religione penetra intuitivamente nell’ essenza ultima del reale. La
scienza usa necessariamente di ideo che sono simboli di una realtà che le
sfugge; questa realtà è l'oggetto proprio della religione. 4° Ogni sapere
essendo indirizzato all’azione, la differenza tra il pensiero scientifico e il
religioso deriva dalla differenza di funzione e di finalità che essi
rappresentano. La scienza è una manifestazione della ragione umana; la
religione è specialmente una manifestazione della volontà. Ora la volontà umana
tende al di là dell’ esperienza finita, che non la appaga; quindi si dirige
verso un essere, verso una realtà, che se è adeguata alla potenza della
volontà, è inadeguata e trascendente rispetto all'intelligenza. 5° La verità
religiosa è certa per sd stessa, come verità che è una realtà vissuta, intorno
alla quale la ragione si può esercitare ma unicamente per riconoscerla
Reı. 990
non per dimostrarla. La religione si appunta necessaria mente nel
sovrannaturale, ms la necessità del sovrannaturale non è logica o causale ma
vissuta; credere significa possedere la verità sovrannaturale in modo da
introdaris nella propria vita per vivere sovrannataralmente. Il metodo della
scienza non può quindi valere nella religione: in questa vale un altro metodo,
il metodo immanente, che fa quello già adoperato da Pascal. 6° La religione in
quanto conoscenza, e per quella parte di conoscenza che solo la interessa, ciod
la concezione spiritualistica del mondo, non soggiace necessarismente alla
critica scientifica © filosofica, perchè è una specie di filosofis; e
propriamente quella che meglio corrisponde alle esigenze ideali ο morali dello
spirito umano, Fra i molti tentativi di
classificazione delle religioni, la più scientifica ci sembra quella del
Reville, il quale le divide anzitutto sotto due grandi categorie: politoiate e
monoteiste. Alla categoria delle religioni politeistiche appartengono cinque
gruppi: 1° religione primitiva della natura, cioè il culto semplice degli
oggetti naturali rappresentati come animati e infinenti sul destino umano; 2°
religioni animistee Jeticiate, che si sviluppano sulla base precedente, proprio
dei popoli rimasti allo stato selvaggio; 3° mitologie nazionali. fondate sulla
drammatizzazione della natura © supponenti tra gli esseri divini delle
relazioni uguali a quelle della vits umana; di questo grappo la mitologia
vedios rappresenta la forma più ingenua, la mitologia greca la forma più
raffinata; 4° religioni politetste-legaliate (che impongono cioè 1) osservanza
di una legge così morale come religiosa), il mardeismo, il bramanismo e le due
religioni filosofiche cinesi di Kong-fou-tzeu e di Lao-treu ; 5° il Buddismo,
religione di redenzione e, teoricamente, monoteistica, ma fondantesi nells
pratica sui politeismi locali. Alla seconds categoria appartengono tre
religioni : 1° il giudaismo, uscito dal mosaismo, legalista © nazionale; 2° }
islamiemo, legalista e interna zionale; 3° il oristianorimo, religione di
redenzione, inter 991 Rer.
nazionale. Si sogliono spesso
distinguere le religioni in due grandi gruppi, naturalistiche ο
spiritualistiche : a queste ultime appartengono le quattro grandi religioni,
giudaismo, buddismo, cristianesimo, islamismo, nelle quali il problema della
vita dello spirito, e del suo destino nel mondo, soverchia il problema della
natura ed è la sostanza della religiosità. Teoricamente si distinguono ancho
in: religioni della logge, nelle quali è recisamente affermata la trascendenza
della divinità e insieme il governo diretto del mondo dalla volontà divina
onnipotente; © religioni della redensione, nelle quali la divinità, pur
conservando la sua distinta essenza, è accostata all’uomo, e l’uomo alla
divinità, sia per natura sia per l’opera della redenzione. Nella lingua comune dicesi religione positiva
quella che consiste più particolarmente in un insieme di insegnamenti dogmatici
© nelle pratiche del culto; religione razionale quella che risulta dall'esame
razionale delle oredenze; religione flosofica quella che si fonda sopra una
interpretazione generale © metafisica del mondo e dell’ esistenza; religione
naturale l'insieme delle credenze nell’ esistenza di Dio, nella spiritualità e
immortalità dell'anima, considerate come una rivelazione della coscienza e
della luce interiore che rischiara l’uomo. Cfr. Diogene L., VII, 138, X, 123
segg.; Lnerezio, De rer. nat., IV, 38 segg., V, 1159-1238; Leibnitz, Theodicea,
pref. I, $6; Lessing, Duplik, 1778; Kant, W. W. ‚Rosenkranz, VII, 336, VIII,
508, VI, 201; Schleiermacher, Dialektik, 1903, p. 111, 157, 186-193; Id.,
Reden, 1859, p. 104 segg.; Hegel, Vorlesungen über die Philos. d. Religion,
1901; Feuerbach, Das Wesen des Christentum, 1841; Guyau, L’irreligion do
l'avenir, 1887 ; Höffding, Filosofia della religione, trad. it. 1909; Bontroux,
Science et religion, 1909; Durkheim, Les formes elementaires de la vie
religieuse, cap. I, p. 65; W. James, The varieties of religious experience,
1902; L. R. Farnell, The evolution of religion, 1905; F. B. Jevons,
Introduction to the history of religion, 1906; J. Baisssc, Les Rem 992
origines de la religion, 1899; John Caird, Introd. alla flowfa della
religione, trad. it. 1909; O. Pfleiderer, Religione e re ligioni, trad. it.
1910; S. Reinach, Orpheus, storia nat. delle religioni, 1912; C. Puini, Saggi
di storia della religione, 1882: C. Ranzoli, L'agnostiotemo nella filosofia
religiosa, 1912; F. Masci, La filosofia della religione e le sue forme più
recen 1910 (v. Dio, mito, delemo, teiemo, fideismo, panteismo, ritualiemo,
ecc.). Beminiscenza (rursus © mominissee
ricordarsi una seconda volta). T. Anamnese, Reminisoens, Naokklang ; I.
Reminisoenoe; F. Réminiscence. Non ha significato preciso. Pet alcuni designa
un ricordo confuso, che manca di ricono scimento ο di localizzazione nel
passato; in tal caso però è più esatto dire oblio. Secondo altri invece è 1’
atto con cui il nostro spirito, risalendo da una idea attuale e giovandosi di
dati frammentari, completa e ricostruisce un ricordo o una serie di ricordi. In
questo senso fa sdoperata da Aristotele, il quale la spiega mediante 1’
abitudine che riunisce nella nostra anima lo nostre idee ed impre» sioni, nello
stesso ordine con oui si sono presentate, quando esse non sian già collegate
secondo le leggi necessarie dells logica. In Platone ha un significato tutto
speciale: è una forma mitica di razionalismo, secondo oui ogni nostro potere di
conoscere la verità è il ricordo di uno stato antico nel quale, vivendo con gli
dei, noi possedevamo una visione diretta ο immediata delle idee: « L’anima
essendo immortale, ed essendo nata molte volte, ed avendo veduto ciò che accade
qui, tanto in questo mondo che nell’ altro. ο tutte le cose, non v'ha nulla che
non abbia apprese. Perciò non è da meravigliare se, riguardo alla virtà e 4
tutto il resto, essa possa ricordarsi di ciò che ha saputo: poichè, tutto
essendo legato nella natura e tutto avende l’anima imparato, nulla vieta che
ricordandoci una sola cosa, il che gli uomini chiamano imparare, possiamo tro
vare da soli tutto il resto ». Egli lo prova specialmente con 993
Rem-Res l'esempio del teorema di Pitagora, il quale mostra che la
conoscenza matematica non proviene dalla percesione sensibile, ma questa
fornisce soltanto l'occasione per cui V anima richiama alla memoria la
conoscenza proesistente in essa, cioè avente un valore puramente razionale. Per
Condillac la reminiscenza è l’atto stesso per cui si riconosce un ricordo. Il
Rosmini considera la reminiscenza e la memoria come due facoltà distinte:
questa conserva le cognizioni formate, quella le richiama in atto, rieccitando
le imagini e rinforzandone la vivezza. Invece al Galluppi « non sembra
necessario riporre la reminiscenza tra le facoltà elementari dello spirito:
essa è una imaginazione in oui si eseguisce in un certo modo la legge dell’
associazione delle idee »; per remin iscenza egli intende non la semplice
riproduzione di uno statto passato A, ma la riproduzione di A riconosciuto
mediante la riproduzione degli stati Be C, che con 4 erano associati; quindi ls
reminiscenza non è che il riconoscimento mediato. Cfr. Platone, Fedro, XXIX,
249 ο) Id., Menone, XV-XXI, 81 c segg.; Rosmini, Psicologia, 1846, p. 164
segg.; Galluppi, Lesioni di logica ο metafisica, 1854, II, p. 744 segg. (v.
anamnesi). Bemotivi (giudizi). Diconsi tali i giudizi copulativi negativi, la
oni formula può esser tanto: nè 4, nà B, nè C sono D, quanto: A non è nè B, nè
C, nè D. Nel primo caso il giudisio è remotivo nel soggetto, nel secondo nel
predicato. Essi compiono la fanzione logica di escludere alcuni gruppi di
oggetti da uns classe, mostrando che ad essi manca la proprietà essenziale a
tutti gli oggetti in quella compresi. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 182 segg.
(v. congiuntivî). Residui (metodo dei). T. Rückstandsmethode; I. Method of
residues; F. Métode des résidues. Uno dei quattro metodi di ricerca induttiva
indicati da I. F. W. Herschell, Whewell 9 Stuart Mill. Secondo i due primi,
codesto metodo consiste nel levare da un effetto, e specialmente da un effetto
numerico, la quantità che risulta da leggi già note, 68 Ramzoti, Dirion. di scienze filosofiche.
Res 994
ridurre il fenomeno ad una specie di residuo, che si es minerà per
scoprirne la spiegazione ο la legge. Per le Stuart Mill, invece, esso si fonda
su questo canone logico: se da un fenomeno si sottrae quella parte che, per
indu zioni anteriori, si sa essere effetto di certi anteoedenti, cid che resta
dei conseguenti sarà l’effetto di quello ο quell degli antecedenti che
sopravanzano. Tale metodo consiste dunque nell’ eliminazione degli antecedenti
ο dei conse guenti il cui rapporto causale è conosciuto; i conseguenti residui
saranno, in generale, effetto degli antecedenti re sidui. Molte sooperte
scientifiche sono dovute a questo metodo, il quale fu adoperato anche, ed
utilmente, a onoscere la causa ignota di un effetto residuo noto: co dalle
anomalie inesplicabili nei movimenti di Urano si arguì l’esistenza di Nettuno,
che fu poi scoperto dal telescopio. Cfr. Herschel, 4 prelim. discourse on the study of
natural philos., 1831, cap. VI, $ 158-161; Whewell, Philos. of the induotive
science, 1840, af. XLVII; 8. Mill, System af logic. 6* ed. , III, cap. VIII, $
5. Resistenza. T. Widerstand, Widerstandfähigkeit; I. Reristance; F.
Résistance. Una delle qualità
della materia, dataci dallo sensazioni cinestetiche o di movimento, e
specialmente dal senso dell’innervazione. Noi infatti comunichiamo si muscoli
l’ innervazione necessaria per produrre lo sforzo muscolare, che corrisponde
alla resistenza che deve essere superata; se il grado di innervazione non
corrisponde alls resistenza, l’azione muscolare riesce inadeguata ο eccessiva.
Nella meccanica la resistenza è uns forza misurabile, designando tutto ciò che
si oppone al movimento; essa varis col variare della velocità dei corpi, dell’
ampiezza della loro superficie e della loro forma; nei fiuidi la resistenza è
pro porzionale al quadrato della velocità del corpo in moto (v. articolare,
impenetrabilitä). Responsabilità. T. Verantwortiohkeit; I. Responsability; F.
Responsabilité. Situazione di un agente cosciente s 995
Rus riguardo degli atti che esso ha compiuti, dei quali deve dare i
motivi e attendere biasimo o lode, pena o premio, a seconda della loro natura e
del loro valore. Non va confusa con l’imputabilità: la responsabilità è infatti
la qualità dell’agente di essere capace delle conseguenze, che la legge morale
ο giuridica fa derivare dall’ atto, che gli viene imputato; l’imputasione è il
giudizio che nn determinato atto è attribuibile a quell’ uomo. Un essere è
responsabilo quando deve rispondere della propria condotta; quindi la
responsabilità implica indipendenza assoluta del volere, suppone che la volontà
si determini da sò stessa all’azione, indipendentemente da una forza che la costringe.
Ed infatti il concetto della responsabilità sorse. accanto a quello del libero
arbitrio; se da principio, nell'infanzia della umanità, essa era estesa alle
cose inanimate, agli animali, persino ai cadaveri, in seguito fu ristretta agli
esseri in cui αἱ riconosceva la facoltà di conoscere il bene ο il male e la
possibilità di scegliere tra I’ uno e l’altro. Ma anche V idea dell’assoluta
indipendenza del volere si dimostrò errones ο fu abbandonata; caddo perciò
anche il concetto di responsabilità, e se oggi il vocabolo è rimasto ha però un
significato diverso del primitivo, tanto che, forse non a torto ei proclama da
alouni la necessità di abolire una parola che non adegua l’idea ed è cagione di
equivoci. Alla responsabilità assoluta, che corrispondeva alla libertà assoluta
del volere, alonni vogliono sostituire una responsabilità limitata
corrispondente alla limitazione della libertà e distinguono una responsabilità
parziale ed una responsabilità attenuata ; per la prima un individuo è
responsabile soltanto degli atti emananti dalle sue facoltà mentali normali,
irresponsabile per quelli emananti dalle anormali ; per la seconda la
responsabilità d’un individuo debole intellettualmente e moralmente è diminuita
in ragione di tale sua debolezza. Altri tentativi furono fatti per mantenere l’
idea di responsabilità, dandole una base che potesse sostituire quella caduta
del libero arbitrio. Fra le dottrine a tal rignardo più importanti ricorderemo:
1° quella, oul #’iepira anche il codice penale zanardelliano, che pone per base
della responsabilità la volontarietà; perchè vi sia responsabilità l’atto deve
essere stato commesso volontariamente; l’azione à repntata volontaria, se
agente, compiendola, voleva realmente compierla; 2° quella che le pone per base
l'intelligenza, considerata come direttrice della volontà: è responsabile
soltanto 1) individno la cui volontà è determinate, in generale. dalle idee, e,
in particolare, dalle nozioni della religione, 8 della morale, del diritto,
della prudenza; 3° quella che le pone per base l’intimidabilità per mezzo della
pena; essendo tutti gli uomini, tolti gli ‘alienati, intimidabili, tatti
debbono essere considerati responsabili dei loro atti; 4° quella che lo dà per
base In personalità ; ogni nomo, agendo sulle circostanze, che a lor volta
agiranno su lui, può modificare la propria personalità e quindi dirigere il sno
spirito verso un dato ordine di idee e di sentimenti, distogliendolo da altre
idee e da altri sentimenti, contraendo insensibilmente l'abitudine delle azioni
e dei pensieri ai quali desidera sollevarsi; in questo potere di modificarsi ha
la sua radice la responsabilità. Ricordiamo infine la soluzione data al
problema dalla scuola criminale italiana; l’uomo, essendo la risultante fatale
di determinati fattori antropologici, sociologici, economici, tellurici, ecc.,
non è moralmente responsabile delle proprie azioni, poichè non poteva non
volerle. tutte le condizioni essendo date; ma siccome I’ uomo vive in società,
la quale ha il diritto di difendersi ο conservarsi. e siccome ogni azione umana
produce nella vita della società degli effetti e delle reazioni sia
individuali, aie sociali, che ricadono sull’antore dell’azione ο gli saranno
utili ο nocive secondo che l’azione stessa sarà stata utile o dannosa alla società,
per questi motivi l’uomo è socialmente responsabile delle proprie azioni. Come
si vede, il termine responsabilità assume qui un significato affatto diverso
dal 997
Res primitivo, e ad esso si può utilmente sostituire quello di difesa 0
reazione sociale. Comunemente si distingue la responsabilità morale, la r.
civile e la r. penale. La r. civile consiste nell’ obbligo di riparare, in una
misura e sotto una forma determinata dalla legge, il danno causato ad altri; la
r. penale è la situazione di chi può essere giustamente colpito, a titolo
penale, per un crimine o per un «delitto. Nella stessa responsabilità morale si
distinguono due forme: quella da noi definita sopra, e l’ obbligazione morale,
sanzionata o non dalla legge, di riparare al torto causato ad altri. Ad ogni
modo, il fatto fondamentale è sempre il medesimo; riunendo ciò che ν΄ ha di
comune nei diversi significati, il Calderoni definisce la responsabilità col
fatto che certi atti ; essa si attua in due processi : 1’ uno, che diocesi
riflessione astraonte, consiste nel confrontare le idee degli enti tra di loro
per fissare il più comune, che viene poi applicato agli enti stessi : l’altro,
che dicesi riflessione integrante, consiste nel confrontare le idee degli enti
con 1’ idea dell’ essere in universale. Per il Cousin la riflessione è un
ritorno sopra uno stato precedente : « se non avesse avuto Inogo alcuna
operazione anteriore, non ci sarebbe posto per codesta operazione, cio’ per la
riflessione: la riflessione non crea, ma constata e sviluppa ». Per il Galluppi
è l’attenzione sul proprio pensiero, ossia la percezione interiore volontaria;
essa ci dà la verità particolare, primitiva, indimostrabile, io penso, ciod
Ru 1004
io sono esistente nello stato di pensiero; non dove confondersi con la coscienza,
che è la percezione interiore involontaria. Dalla riflessione il Locke fa
derivare tutte le idee del nostro mondo interno, di ciò che si dice percepire,
pensare, dubitare, credere, ragionare, conoscere, volere, e di tutte le
differenti azioni del nostro spirito; dalla sensazione fa provenire le idee
concernenti il mondo esterno, tutto ciò che noi chiamiamo le qualità sensibili.
Per il Locke la rifleesione equivale all’ attenzione interna: « per riflessione
io intendo la conoscenza che lo spirito prende delle sue’ proprie operazioni, e
del modo di esse; in tal modo le idee di queste operazioni vengono a formarsi
nell’intelletto >. Per Condillac invece anche la riflessione non consiste
che in nna sensazione trasformata, e tutte le nostre ideo non hanno che un’
unica fonte: il senso. Perciò il sistema del Condillac dicesi sensiemo, quello
del Locke empiriemo. Cfr. Leibnitz, Nouveaux essais, Pref. $ 4; Cr. Wolff,
Peyoh. empirica. 1738, $ 257; Baumgarten, Metaphysioa, 1739, § 626; Kant, Kit,
d. reinen Vern., A 261, B 316; Maine de Biran, Fond. de la peych., ed. Naville, II, 225; Cousin,
Fragments de ‚Philos. contemporaine, 1846, p. 34; Hamilton, Leot. on
metaphysios, 1859, vol. I, p. 326;
Rosmini, Nuovo saggio sull'origine delle idee, 1830, II, p. 77 segg.; Galluppi,
Lezioni di logioa ο metaf., 1854, I, p. 27-83; Locke, Human understanding,
1877, II, 1, p. 4. Riflesso. T. Reflex, Reflerbewegung; I. Reflex; F. Riflere.
Detto anche atto 0 movimento riflesso. Nella sua forma più semplice e tipica, è
il seguire immediato di una sola eccitazione ad una sola contrazione. Essa
implica un organo ecoitabile per una stimolazione sia interna che esterna, un
nervo centripeto ο afferente che trasmetta l'eccitazione al centro nervoso
(ganglio spinale), un centro nervoso che trasmetta 1’ eccitazione al nervo
centrifugo ο motore, e infine an muscolo che si contragga o una glandola che
secerna. La sede centrale dei riflessi è il midollo spinale, 1005
Rie tuttavia pud intervenire nella produzione loro anche il cervello; in
questo caso si hauno i riflessi psichici ο coscienti (ad es. il soldato che in
battaglia abbassa la testa al fischiare delle palle) nel primo caso si hanno
invece i riflessi spinali ο incoscienti (ad es. il restringersi o il dilatarsi
della pupilla in seguito al crescere ο al diminnire della luce). Si dicono poi
riflessi primari quelli che nella serie filogenetica non sono mai stati
coscienti, e riflessi sscondari quelli che negli Antenati erano azioni
volontarie coscienti, ma che sono divenuti più tardi incoscienti per abitudine
o per scomparsa della coscienza. Rispetto alla complessità loro i riflessi
furono distinti in: 1° semplici, che definimmo sopra; 2° difSusi incoordinati,
che si manifestano in forma di contrazione di tutti i muscoli ed hanno per csuss
l’ aumento della eccitabilità spinale; 3° diffusi coordinati, che manifestano
un fine (ad es. i movimenti che si fanno dormendo per prendere una posizione
più comoda). Il cervello esercita una asione inibitoria sui riflessi, come
mostra il fatto che si possono talora abolire mediante la volontà, e che
l'asportazione sperimentale del cervello è seguita da esagerazione di riflessi.
Cfr. Höffding,
Psychologie, trad. frano. 1900, p. 49 segg.; Wundt, Grund. d. Psychologie,
1896, p. 227 segg.; Sully, Outlines of peych., 1885, p. 593 segg.; D. Ferrier,
The funotions of the brain, 1876, p. 16 segg. Rigorismo. T. Rigorismus; I. Rigoriem ; F. Rigorieme.
Severità eccessiva nell’ apprezzamento delle azioni umane; affettazione di
abbracciare, in fatto di morale o di fede, le opinioni più rigorose. Il termine
fu usato da Kant per designare l'indirizzo antiedonistico ο ascetico della
morale: « È in generale importante per l’ etica di non ammettere via di mezzo
per quanto è possibile, nd nelle azioni (adiafora) nd nei caratteri umani....
Quelli che s’ attengono a questa stretta veduta sono comunemente chiamati
rigoristi (nome che sembra racchiudere un rimprovero, ma che in realtà è una
lode); ο i loro opposti possono esser chiamati Rısı-Rur 1006
indifferentisti, o latitudinarii del compromesso, e possono esser
chiamati sinoretisti ». Cfr. Kant, Krit. d. prakt. Ver nunft, od. Reclam, p.
88; Id., Religion innerhalb d. Grenzen d. blossen Vernunft, 1879, p. 21 segg.
Rimorso. T. Gewissensbise; I. Remorse; F. Remords. Sentimento complesso di
dolore, che deriva dal riconoscimento d’aver violato le leggi della morale e
dal conseguente disprezzo di sò a sò stesso, da un mal dissimulato interiore
disprezzo. Per Spinoza conscientiae morsus est tristitia concomitante idea rei
prastoritae, quae practer spem evenit. Esso è la proiezione nel campo della
coscienza del fatto esteriore della punizione inflitta dalla società per la
violazione della legge positiva: osservato costantemente che nella società nn
genere di atti è seguito da una punizione, si forma nella mente una
associazione inevitabile per oui quell’ atto si pensa necessariamente come
punibile, e quindi come tale da evitarsi, cosicchè compiendolo si ha quel
sentimento che dicesi rimorso. Esso è relativo quindi al grado di moralità ο
alle abitudini mentali ο pratiche dell’ individuo ; quanto più un’azione
immorale è ripetuta, tanto minore è il rimorso che l’accompagna. Cfr. Spinoza,
Ethioa, 1. III, teor. LIX, def. 17; Ardigò, Op. filosofiche, IV, p. 120 segg.
Riposo. T. Ruhe; I. Repose, Rest; F. Repos. In senso psicologico e morale è lo
stato di calma in cui trovasi lo spirito, quando è libero dalle agitazioni che
derivano specialmente dalle passioni e dai desideri. Per Spinoza il riposo
intimo, o soddisfazione di sè stesso, è « la gioia nata dal fatto che 1’ uomo
contempla sò stesso e la propria potenza d’agire »; e poichè la vera potenza
d’agire dell’uomo, ossis la sua virtù, è la ragione stessa che l’uomo contempla
chiaramente, così « il riposo intimo può nascere dalla ragione, e solo il
riposo che nasoe dalla ragione à il massimo che possa esistere >; esso è il
supremo bene che noi possiamo sperare, è la beatitudine stessa. In senso fisico il riposo è lo stato di un
corpo che conserva la sua po= 1007 Rip-Ris sizione nello spazio. Il riporo
dicesi assoluto se il corpo è riportato a degli oggetti realmente fissi; è
relativo se i punti ai quali è riferito sono animati da un movimento al quale
questo corpo partecipa. Cfr. Spinoza, Ethica, 1. IV, teor. LIT; Appendice, cap.
IV (v. atarassia, equilibrio). Riproduzione. T. Reproduction; I. Reproduction;
F. Reproduotion. Il ripresentarsi alla coscienza degli stati ο dei processi
passati. Kant chiama legge della riprodusione quella secondo la quale le idee
che si sono presentate insieme nello spirito si richiamano V una l’altra alla
coscienza. Secondo Th. Ziegler, si riproducono soltanto quegli stati « che
armonizzano coi nostri attuali sentimenti ο stati d’ animo, mediante oni
conservano il loro stesso valore affettivo ». Il Jodi descrive la riproduzione
come quel processo paicologico mediante il quale « una primitiva eccitazione
della coscienza (sensazione, sentimento, volizione) dopo essere stata
soppiantata ο resa incosciente da un’altra eccita zione, rientra di nuovo nella
coscienza come copia o imitazione della eccitazione primitiva, per virtù della
sola energia psico-centrale, vale a dire senza causazione immediata dello
stimolo corrispondente alla eccitazione primitiva ». La riproduzione di uno stato di coscienza
passato può essere volontaria e automatics ο spontanea ; nel primo caso è
l’effetto di uno sforzo mentale, nel secondo l’effetto immediato di una
eccitazione periferica o centrale. L’ esercizio può rendere la riproduzione
volontaria sempre, più facile, fino a farla diventare automatica. Cfr. Kant,
rit. d. reinen Vern., 13 ed. p. 101; Th. Ziegler, Das Gefühl, 1893; Jodl,
Lehrbuch d. Payohologie, 1896 (v. revivisoenza). Risoluzione. T. Resolution,
Entechluse; I. Resolution; F. Résolution. Nel processo volitivo dicesi così il
momento che segue alla deliberazione © precede l’eseourione. Esso dicesi anche
scelta ο determinazione ο decisione. Tuttavia questi vocaboli designano tanti
aspetti del momento medesimo, il quale è risoluzione perchè è la forma attiva
con cui si riRis-Rir 1008 solve il conflitto dei motivi; è scelta in
quanto fra tutte le diverse possibilità una soltanto è ritenuta, mentre le
altre sono scartate dopo uns resistenza maggiore o minore; è determinazione
perchè si designa netta I’ idea fine, emergente vittoriosa dal conflitto dei
motivi. Nella logica dicesi risoluzione il processo con cui si scompone un
tutto nelle sue parti, o un giudizio in giudizi più semplici di cui è la
conseguenza; esso è l'inverso del processo di composizione ο deduzione
sintetica, e fu chiamato analisi (ἀνάλυσις
scomposizione) dagli antichi geometri greci, che lo ritenevano inventato
da Platone. Cfr.
Wundt, Grund. d. Payohol., 1896, p. 221; Höffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 430 segg.; Conrnot, Essai, 1851, cap.
XVII, $ 259. Risultante. T. Resultanten; I. Resultani; F. Réeultant. Si dice di
una forza, di una velocità, d’una accelerazione, che può da sola sostituire più
forze, velocità, e accelerazioni simultanee. Risultante di traslasione è la
risultante delle forze applicate a un sistema materiale, supposte come
trasportate in uno stesso punto dello spazio.
Nella psicologia dicesi legge delle risultanti psichiche (Wundt) la
legge per cui ogni fatto psicologico un po’ complicato è un prodotto della
congiunzione di più elementi psichici ο quindi una sintesi psichica,
analogamente a ciò che avviene nei fenomeni chimici, in cui due sostanze
congiungendosi insieme danno luogo a una nuova sostanza avente proprietà
diverse da quelle degli elementi componenti. Ad es. la rappresentazione di
spazio risulta da sensazioni muscolari, tattili ο visive, le quali non hanno
quella proprietà spaziale che è posseduta dalla rappresentazione complessiva.
Le risultanti psichiche variano naturalmente col variare dei relativi processi
e sono diverse nei diversi individui. Cfr. Wundt, Grundriss d. Payohol., 1896,
p. 375 (v. relazione, legge, ninteri psichica). Ritmo. T. Rhytmus; I. Rhythm;
F. Rythme, Nel suo significato più stretto, è una successione di impressioni
udi 1009 Rir tive che variano regolarmente
nella loro intensità obbicttiva. Wundt: « Un solo e medesimo suono può esser
reso più forte ο più debole. Quando tali aumenti e diminuzioni seguono con una
certa regolarità P’ uno all’ altro, il suono diventa articolato ritmicamente ».
In un senso più largo, il ritmo è il carattere d’ un movimento periodico, in
quanto produce un effetto di bellezza o almeno di espressione. Séailles : «
L'armonia dei colori è il ritmo d’ una azione, che mette in gioco le fibre
ottiche senza affaticarle, per uns sapiento disposizione di intervalli di
sforzo e di riparazione ». Nel suo
significato scientifico e filosofico il ritmo è il carattere periodico d’un
processo, il modo caratteristico di svolgersi d’ una funzione. Per ’Ardigd la
legge del ritmo è la legge universale, che domina nella natura e nel pensiero,
e per la quale così in quella come in questo si verifica la varietà nell’
ordine; pensiero ed organismo costituiscono un unico ritmo, il ritmo
pricofisico, che nella età del suo svolgersi riflette l’azione ritmica della
natura, da cui in ultimo risulta. Cfr. Wundt, Grundzüge d. physiol. Peych.,
1893, II, 72 segg.; Séailles, Le génie dans l'art, Paris, Alean, p. 236;
Ardigò, Op. fl, II, 227 segg., V, 232 segg., VI, 226 sogg. Rito. T. Ritual; I.
Rite; F. Rite. Un insiemo di simboli raggruppati intorno ad una idea o ad un
atto religioso, allo scopo di renderne paleso il senso ο ingrandirne il
carattere solenne. Si ha così il rito del battesimo, il rito dei funerali, ecc.
Anche il rito si ricongiunge quindi al bisogno che l’uomo prova di obbiettivare
i propri sentimenti ο lo proprie impressioni. Per ciò il rito, rispetto alla
religione, è stato paragonato alla lingua nel suo rapporto col pensiero. Fin
dal principio, dice Jevons, il bisogno e il desiderio di avvicinarsi a Dio si
sono manifestati o han trovato il loro simbolo in atti ο in riti esterni. L’
esperienza del genere umano è la prova che i riti sono indispensabili, nello
stesso modo e per la stesso ragione, che la lingua è indispensabile al
pensiero. Questo non si svilupperebbe se non vi fosse la lingua, mediante il
quale il pensiero si affina al contatto col pensiero. E la religione non si è
mai sviluppata, in nessun luogo, senza i riti ». I riti di tutte le religioni
possono dividersi in due grandi categorie: quelli-di carattere collettivo, compiuti
da un insieme di individui raccolti in assemblea (sacrifiri, danze sacre,
processioni, ecc.); quelli di carattere indiriduale, che mirano ο a propiziare
la divinità ο a conse crare la fede religiosa personale (la preghiera
individuale, il battesimo, la cresima, ecc.). Cfr. 8. Reinach, Culte, mythes et
religione, 1905-12; Jevons, L'idea di Dio nelle religioni primitive, trad. it.
1914, p. 104 sogg. (v. ri tualismo). Ritualismo. T. Ritualismue; I. Ritualiem;
F. Ritualiame. Nella storia religiosa si rivelano due tendenzo affatto opposte
rispetto alla adorazione da rendere alla divinità. L’ una consiste
nell'attribuire una grande importanza al compimento delle cerimonie simboliche,
che costituiscono il rito; l’altra nell’ abolire tutte le manifestazioni
esterne del culto, che sono considerate come profanazioni. La prima tendenza
costituisce il ritualismo ed è spiccatissima, ad es. nel? antica religio romana
© nel cattolicismo, la seconda costituisce il puritanismo ο spiritualismo
religioso. Quanto all'origine del ritualismo, secondo alcuni (Brinton) è da
ricercarsi nel mito, secondo altri (Max Mtiller e gli indianisti) sarebbo
dovuta a una trasformazione di antiche usanze e di pratiche magiche ; secondo
altri ancora (F. B. Jevons) ogni forma di rituale, sorgendo dal desiderio dell’
adoratore di rendersi accetto al suo Dio, ha le sue origini dal sacrificio, che
è appunto l’atto mediante il quale tutti gli uomini si pongono in più stretta
relazione coi loro Dei. Cfr. Mettgenberg, Ritualiemus und Romanismus, 1877; J. Marquardt, Le culte
chez les Romaine, 1889; G. d’Alviella, Croyances, rites,inatitutiona, 1911 (v.
mito, religione, rito). . 1011 Riv
Rivelazione. Lat. Revelatio ; T. Offenbarung; I. Revelation; Y. Révélation. In
generale, ogni manifestazione o comunicazione del pensiero ο della volontà
divina, operata per mezzo di agenti naturali o sovrannaturali. Dicesi
rivelazione esterna il manifestarsi della divinità sia nelle leggi ο nei
processi della natara, sia nella vita dell’ individuo ο dei popoli; rivelazione
interna il suo manifestarsi nella ragione ο nel sentimento morale degli
uomini. Secondo la dottrina cattolica,
ufficio della rivelazione è di far conoscere agli uomini i principali elementi
dell’ ordine sovrannaturale che, nel piano provvidenziale, è il fine che oceupa
il primo posto perchè tutto converge verso di esso © da esso riceve la luce. La
rivelazione coincide con l’origine del mondo ed è data e continuata parte con
parole parte con fatti, per via mediata ο per via immediata; le sue fasi sono
quattro (originaria, patriarcale, mosaica e cristiana) © quantunque si debbano
guardare come un solo tutto strettamente connesso, le tre prime non si
considerano che come fasi preparatorio dell’ ultima, la più perfetta di tutte
perchd manifestazione diretta di Dio. Così, a differenza delle rivelazioni
fatte da Dio sotto l'Antico Testamonto, la rivelazione cristiana ha por proprio
carattere l’immutabilità; essa deve rimaner tale sino alla fine dei tempi,
senza essere modificata da alcuna rivelazione pubblica ο senza subire nel sno
contenuto integrale alcuna alterazione sostanziale. Secondo Giustino, Dio si è
servito fin dall'origine di una rivelazione generale, sia esterna sin interna;
di una rivelazione speciale appare» in Mosè, noi profeti e negli uomini della
scionza greca; di una rivelazione piena ο completa mediante il Figlio suo, Con
ciò In rivelazione valo come il vero elemento razionale, che però non deve
esser dimostrato ma soltanto creduto; si cren così un’ antitesi tra rivelazione
e conoscenza razionale, che si acnisco sompre più nei Pndri successivi, i quali
insistono nel porro in Inco In necessità della rivelazione per 1’ inenRiv 1012 pacità
dell'anima umana, limitata all’ impressione dei sensi. a raggiungere da sola la
conoscenza della divinità e della sua propria destinazione. Per Tertulliano, ad
es., il contenuto della rivelazione non solo è soprarazionale, ma in certo
senso anche antirazionale, in quanto per ragione bisogna intendere l’attività
conoscitiva naturale dell’uomo; l'evangelo non solo è incomprensibile, ma è
anche in necessaria contraddizione col sapere naturale : credibile est quia
ineptum est; cortum eat quia impossibile est; oredo quia abaurdum. In seguito,
con Β. ‘Tommaso, la rivelazione è ancora affermata come superrazionale, ma però
in accordo con la ragione, della quale è l’ integrazione necessaria ; vien rive
lato ciò che In ragione non può trovare da sè, perchè di gran lunga superiore
alle sue forze. Questo concetto si regge sopra l’unità della ragione divina: in
Dio non οἡstono due ordini di verità ma una sola, che all’ uomo è partecipata
parte per mezzo della ragione, parte per mezzi della rivelazione; quindi, se le
verità rivelato sono sujxriori a quelle di ragione, in quanto emanano direttamente
dalla divinità, tra le une e le altre non può esistere contra ato, perchè
appoggiate entrambe sopra una ragione eterna, che è Dio; e pur essendo la
rivelazione l’ultima pietra di paragone della verità, la ragione può du sò
stessa preparare il cammino alla rivelazione; cos la ragione sostiene la fede,
che a sua volta conferma la scienza: Minus lumen non ofascatur per majus, dice
Β. Tommaso, sed magis augetur, ricut lumen auris per lumen solie ; et hoc modo
lumen soientiae nor offusoatur, sed magie clarescit in anima Christi per lumen
scientiae divinae. 1 Sociniani andarono ancora più in là; per essi nulla può
essere rivelato che non sia accessibile alla | conoscenza razionale, e perciò
nei documenti religiosi non si deve considerare come naturale se non oid che è
razicnalo. Con ciò la rivelazione diveniva in fondo superfina © non restava
legittima che la religione naturale: © queste infatti fu il punto di partenza
del deismo inglese, che spo 1013 Rom
gliò il Cristianesimo dei suoi misteri per ridurlo alla verità del « lume
naturale >, ossia ad una intuizione filosofica del mondo. Cfr. Liicke,
Versuch einer vollständingen Einleitung in dio Offenbarung, 1852; S. Ginstino,
Apol., II, 8; Tertulliano, De carne Chr., 5; Id., De pracsor., 7; 8. Tommaso,
C. Gentiles, I, ο. 1, 11, 111, 1V, 1X; Id., Summa theol., III, qu. IX, a. 1;
Laberthonnière, Saggi di filosofia religiosa, trad. it. , p. 264 segg:, 295
segg.; C. Ranzoli, L'agnosticiemo nella fil. religiosa, 1912, p. 30 segg. (v.
oredenza, fede, ragione, religione, fideismo, modernismo, razionalismo,
tradizionaliemo). Romanticismo. T. Romantizismus; I. Romantioiem ; F.
Romantieme. Nella filosofia si denomina così tutto il periodo della
speculazione, specialmente tedesca, che comincia col Fichte © termina con Schopenhauer.
Esso trae il suo impulso dalla convinzione, suscitata da Kant, dell’originalità
ο dell’ attivita della natura spirituale, per cui αἱ credetto possibile di
cogliere il principio unitario della realtà universale e di abbracciare in un
sistema solo la scienza, l’arte o la religione: « Simile ideale della
conoscenza, scrive 1’ Hiftding, può a buon diritto esser chiamato romantico.
Esso rimane nelle nubi e nella lontananza, risvegliando il dosiderio e
l'entusiasmo, © agisoe più con codesta sublimità che non con la prospettiva di
trovarne uns realizzaziono ra ο positiva ». Oltre all’ influsso kantiano,
contribuirono ul sorgere del romanticismo filosofico la religione, In ieuza,
gli avvenimenti politici ο specialmente la letteratura: Novalis, il rappresentante
più caratteristico della poesia romantica, considorava la poesia come l’
essenza più intima di tutte le cose e faceva della filosofia una semplice tcori
della poesia. Il metodo del romanticismo filosofico fu principalmente deduttivo
ο costruttivo; esso mise in evidenza molti problemi nuovi, ma fu inferiore per
originalità ο vigore di metodo al periodo dei grandi sistemi del secolo XVII;
inoltre la sua influenza venne diminuita dalla terminologia adoperata dalla
maggior parte dei filosofi Rom-Sac 1014 romantici, terminologia capricciosa, oscura,
che rende le loro opere difficili a chi non abbia appreso a pensare in codesto
linguaggio. Cfr.
Höffding, Histoire de la phil. moderno, trad. franc. 1900, vol. II, p. 139 segg.; R. Berthelot, Le romantisme
utilitaire, 1911; Windelband, Storia della filosofia, trad. it. , vol. II, p. 233, 327, 338; F.
Loliée, Hist. des littératures comparées, 2° ed., p. 295 segg. 8. Nelle espressioni simboliche delle
proposizioni si usa per designare il soggetto. Nol sillogismo designa il
tormine minore, che nella conclusiono fa sempre da soggetto. Nei versi
mnemonici delle tre ultime figure del sillogismo categorico, indica che la
conversione di quel modo a un modo della prima figura, si deve fare per
conversione semplice (v. figura, disamis, datisi, eco.). Sabeismo (dal siriaco
tsaba = adorare). T. Sabäismur: I. Sabeism; F. Sabeieme. Antica setta
filosofica e religiosa, sparsa nei paesi dell’ Oriente, la quale considerava
gli astri come tante divinità, governate dal sole che è la divinità suprema.
Ogni astro è costituito dall’ anima e dal corpo sì Puna che l’altro hanno
sempre csistito e sempre steranno; ma soltanto la prima è di natura divina, e
costituisce l’anima del mondo. Cfr. Ehwolsohn, Die Ssabier und der Ssabismua,
1856 (v. elioteiemo, panteismo). Saggezza. T. Weisheit; I. Wisdom; F. Sagesse.
Se non è ancora la virtù, dice il Rousseau, è almeno la via per raggiungerla.
Essa è ciò cho gli antichi chiamavano pradenza o sapienza. Per Pintone essa è
una delle virtù cardinali, sia dell'individuo sia dello Stato. Per Aristotele
esistono due specie di saggezza: la speculativa (σοφία), che è sinonimo di
scienza, così intuitiva come dimostrativa, e si rivolge alla natura assoluta
delle cose; e la pratica (¢pévyate), che ha per oggetto i dettagli della vita e
della 1015 Ban condotta, le relazioni contingenti e
particolari dell’ esperienza umana. Dopo Aristotele, uno degli argomenti più
discussi nelle scuole filosofiche fu di determinare il criterio della saggezza,
V’ ideale del saggio, ciod dell’ uomo che deve la sua virtù, e quindi la sna
felicità, soltanto al sapere; stoici, epicurei e scettici s’ aocordano nel
fissare come tratto caratteristico del saggio 1’ imperturbabilità (ἀταραξία),
vale a dire l'assenza dai perturbamenti prodotti dalle passioni. Ma per gli
epicurei l’ imperturbabilità, e quindi la saggezza, consiste in un godimento
raffinato; per gli scettici nell’astenersi per quanto è possibile dal giudicare
e quindi anche dall’operare; per gli stoici nel vivere secondo natura, ossia
conforme alla ragione, Nel suo
significato comune, non filosofico, la saggezza è equilibrio, misura,
contemperastone di prudenza e di coraggio, di ardire ο di cautela, di
temporeggiamento e di decisione ; riguarda dunque piuttosto la ragion pratica
che la ragion teorica, si basa sopra 1” esperienza del passato e la riflessione
sul presente per provvedere all’ avvenire, e consiste nel cercare, trovare ©
porre in opera i mezzi necessari e più convenienti all'adempimento della virtà.
Cfr. Sidgwick, The
methode of ethics, 2* ed. 1877, p. 229; Wiudelband, Storia della filosofia,
trad. it. 1913, vol. I, p. 208
segg.; C. Ranzoli, J2 caso nel‘ pensiero ¢ nella vita, 1913, p. 218 segg. (v.
cardinali, pratica, prudenza, virtù). Sansimonismo. T. Saint-Simonismus ; I.
Saint-Simonism ; F. Saint-Simonisme. La dottrina religiosa ο sociale di Enrico
di Saint-Simon, che ebbe molti e fervidi adepti in Francia, Il sunsimonismo
vagheggiava I’ istituzione di un ordino sociale, nel quale I’ individuo non ha
altro valore che per la fanzione che compie nello Stato, vale a dire il
sacerdozio, la scienza ο 1’ industria, e in cui il supremo potere è esercitato
dispoticamente dal padre, che è allo stesso tempo ro e sommo sacerdote, ed
assegna a ciascuno tanto la funzione che deve esercitare nello Stato, quanto la
retribuzione che San-SAT 1016 gli compete per la funzione esercitata. Cfr. Janet, Saints Simon
et le Saint-Simonisme, 1878; Charléty, Hist. du SaintSimonisme, 1896 (v.
collettiviemo, falanstero). Sanzione,
T. Sunktion ; I. Sanotion; F. Sanction. Nel suo signiticato più comune, morale
e giuridico, è la reazione con la quale la società provvede alla propria
conservazione e ai propri fini, contro quella violazione delle sue leggi di cui
gli individui si rendessero colpevoli. In questo senso la sanzione ha un valore
negativo, essendo essenzialmente una repressione. Se ne sogliono enumerare
varie forme: la sanzione naturale 0 fisica, che è l'insieme delle conseguenze
buone ο cattive, che risultano dalle azioni virtuose © viziose; ha la sua
origine nella naturale tendenza delV organismo alla propria conservazione, per
la quale reagisce col dolore a ciò che tende ad alterarlo o distruggerlo, © col
piacere a ciò che può conservarlo ; la sanzione interna © della coscienza, che
è costituita dal compiacimento pel bene praticato, © dal rimorso per la legge
morale violata; la sanzione della pubblica opinigne, che è la stima o il
disprezzo, la lode ο il biasimo che le azioni dell’ individuo gli meritano per
parte degli altri individni; la sanzione politica, 0 penale, o delle leggi, che
è preceduta dalla sanzione dell’ opinione pubblica, ed à costituita tanto
dall’insieme delle pene per chi infrange in qualche modo (prestabilito)
l'ordine morale e sociale, quanto dalle ricompense morali o materiali con cui è
premiato chi allo stesso ordine presta utile concorso; la sanzione religiosa o
superumana, derivante dai premi ο dai castighi promessi ο minaceiati dalla
roligiono nel mondo ultraterreno. Cfr. Sidgwick, Methodèn of ethics, 2* ed. 1877, p.
229; Pope, Christian theology, 1877, vol. III, p. 159; J. S. Mill, Utilitarianiem, 1879, cap. III
(v. delitto, pena, responsabilità). Sapere v. opinare. ‚turazione. T.
Sättigung; I. Saturation ; F. Saturation. Dicesi saturasione del colore il
grado secondo il quale la sen 1017 Sck
sazione scromatica, o incolora, si unisce ad una sensazione cromatica. Il grado
di saturazione è tanto maggiore quanto minore è la quantità della luce
incolore, che entra nella combinazione.
Nella scuola criminale positiva (Ferri) dicesi saturazione oriminosa la
legge per la quale in un dato ambiente sociale, con date condizioni individuali
e fisiche, si deve commettere un dato numero di renti, non uno di più, non uno
di meno, allo stesso modo con cui in un dato volume di acqua, ad una data
temperatura, si deve sciogliere una determinata quantità di sostanza chimica,
non una molecola di più, non una di meno; ciò perchè anche il delitto è un
fenomeno collegato al determinismo universale, ed ha i suoi fattori necessari
nelle varie condizioni dell’ ambiente fisico © sociale, combinate con gli
impulsi occasionali degli individui e colle loro tendenze congenite. Cfr.
Wundt, Grundriss d. Psychol., 1896, p. 68; E. Ferri, Sociologia oriminale, 43
ed. 1900 (v. delitto, pena, responsabilità). Scetticismo (σκέπτομαι esamino). T. Skepticiemus ; I. Soepticiem; F.
Soepticieme. Si adopera nel linguaggio comune per indicare la tendenza a
dubitare, o la mancanza di fiducia nella verità di una data affermazione,
dottrino, previsione, o la negazione dei principi ammessi dal maggior numero.
Ma nel suo significato preciso, esso designa il dubbioesteso deliberatamente,
sistematicamente, a tutti quanti gli oggotti della conoscenza umana, © quindi
la sospensione di ogni nostro giudizio intorno ad essi, Nella storia del
pensiero filosofico si contano varie forme di scetticismo, cominciando da
Pirrone, Protagora e Sesto Empirico, venendo fino al Montaigne; ina tutte si
fondano ugualmente sopra la tosi fondamentale della impossibilità di un
criterio assoluto della verità, essendo la ragione condannata per sun natura
alla contraddizione, e mancando ad ogni modo un qualsiasi testimonio che provi
la legittimità della ragione stessa. La conclusione di tutto lo scetticismo
antico i riassunta in quella che si disse l’ isostenia delle ragioni, ο cioò
Scu 1018
l'equilibrio e la forza uguale delle ragioni pro e contro, intorno a
qualsiasi oggetto. E il Montaigne dimostrava così l'inesistenza di un criterio
assoluto per lo conoscenze sensibili © razionali: « per giudicare delle
apparenze cho noi riceviamo dagli oggetti, ci sarebbe necessario nno strumento
giudicatorio; per verificare questo stromento ci è necessaria una
dimostrazione; per verificare la dimostrazione uno stromento.... Poichè i sensi
non possono arrestare la nostra disputa, essendo pieni essi medesimi di
incertezza, occorre che ciò faccia la ragione; ma nessuna ragiono si stabilirà
senza ragione, ο così via via all’ infinito ». Ai nostri giorni, se è possibile
lo scetticismo come tendenza dello spirito, non è più possibile come dottrina,
essendo dimostrata In possibilità della scienza a malgrado della relatività
della conoscenza, anzi in grazia di questa relatività stessa, poichò la scienza
è del relativo non delP assoluto.
Soetticiemo oritico fu detto quello contenuto nella critica della ragion
pura, o anche sostticiemo trasoendontale perchè trnpassava i limiti della pura
esperienza esterna; e scetticismo mistico quello di chi nega alla ragione ogni
possibilità di conoscere il vero, riponendola invece nella fede, nella
rivelazione sovrannaturale. Occorre però distinguere lo scetticismo dal
misticismo © dalla sofistica : tutti tre sono sistemi negativi rispetto alla
conosconza, ma mentro il primo tiene la ragione incapace della verità, il terzo
afferma la ragione indifferente alla verità, ο il socondo nega alla ragiono il
potere di raggiungere la verità suprema, trasferendo tale potere nel sentimento
ο nella fede. Cfr. R. Richter, Der Skeptiziemus in d. Phil., 1904; C. Stumpf,
Vom eblischen Skept., 1909; Credaro, Lo scetticismo degli accademici, 1889 (v.
dommatismo, dubbio, pirronismo, tropi, relatività, sokepsi, scienza, setetica).
Schema, Schematico (σχῆμα figura). T. Schema; I. Schema; F. Schöme. Per Kant
gli schemi sono quelle rappresentazioni o concetti che servono da intermedi fra
le 1019
Scu dodici categorie che non possono applicarsi direttamente ai
sensibili e i sensibili stessi. Gli schemi, forme pure del tempo e perciò di
natura sensibile, sono tuttavia omogenei alle categorio. Ed è appunto dalle
categorie e dagli schemi corrispondenti che derivano quei principî dell’
intelletto puro, coi quali noi intellettualizziamo le intuizioni empiriche,
traendone le cognizioni. Alcuni
psicologi chiamano schemi fantastici, distinguendoli dai concetti, quelle
imagini, assai povere di contenuto, le quali contengono solamente le parti
identiche di moltissime altre (ad es. l’imagine di casa, di albero, ecc.). La
loro formazione è spiegata comunemente col fatto che gli elementi comuni,
fissati dalla ripetizione e fusi in uno, si mantengono intensi e vivi, mentre
gli elementi diversi a poco a poco se ne staccano ο scompaiono. Si dicono schematiche quelle rappresentazioni
non identiche alle effettive, ma che hanno soltanto con esse maggiore o minore
somiglianza, in quanto ne raccolgono i tratti caratteristici. Servono a scopo
diduttico, poichò giovano a mettere sott’ occhio l'essenziale di una cosa,
lasciando da parte l'accessorio, che può nuocere alla chiarezza di quello che
si deve specialmente considerare e ritenere. Oltre la figura schematica
propriamente detta, si ha la figura simbolica, che ne differisce in quanto casa
rappresenta l’oggetto con un segno che può differire anche totalmente, e che ha
solo un valore convenzionale (ad es. la bandiera con oui si rappresenta la
patria). Una terza specie di rappresentazione schematica è In
simbolico-ipotetica, nella quale il simbolo rappresenta una cosa che non si è
certi che sia in realtà, ma solo si suppone. Così, ad es. il chimico
rappresenta gli atomi, che non ha mai veduto, mediante un piccolo cubo, e,
disegnandoli variamente disposti, rappresenta la molecola secondo la specio
degli atomi componenti e secondo il numero loro per ogni specie. Cfr. Kant, Krit. d. reinen
Fern., od. Kehrbach, p. 142-149; A. Riehl, Die philos. Kriticiemus, 1887, II, 11, p. 61; Ardigò, Scr 1020
La wiensa dell’ educazione, 1893, p. 151 segg. (v. simbolo,
categorumeni, conoetto, dissociazione). Lo SCHEMATISMO è la dottrina del
criticismo dell’uso dell’imaginazione truscendentale como intermedia tra la
sensibilità e l’intendimento. Il critiismo distingue i giudizi della percezione,
Wahrnemungeurteile, in cui non viene espresso che il rapporto spaziale o
temporale delle sensazioni per la coscienza individuale, ο i giudizi dell
esperienza, erfahrungeurteile, in cui un simile rapporto viene affermato come
obbiettivamento valido, come dato nell'oggetto stesso. La differenza tra lo due
specie di giudizio è provata dal fatto, che nei secondi il rapporto spaziale o
temporale è regolato per mezzo d’una categoria, ciod d’un nesso concettuale,
mentre nei primi manca. Ed è così che, di fronte al meccanismo della
rappresentazione, in cui le singole sensazioni si riuniscono o si separano a
piacero, il pensiero oggettivo, valido ugualmente per tutti, è legato con nessi
doterminati e concettualmente regolati. Questo vale specialmente per i rapporti
temporali. Tutti i fenomeni si trovano infatti sotto la forma del senso
interno, del tempo, in quanto anche i fenomeni del senso esterno appartengono
all’interno come determinazioni dell'animo nostro (Bestimmungen unsere Gemüle).
Perciò Kant dimostra che tra le forme dell’ intuizione del tempo e le categorie
c’ à uno schematismo, che solo rendo possibile di applicare le forme
dell’intelletto ni prodotti dell’intuizione, © che consiste nel fatto che ogni
categoria ha una somiglianza schematica con ogni forma particolare del rapporto
temporale. Nella conoscenza empirica noi ci serviamo di questo schematismo per
significare il rapporto temporale percepito medianto la corrispondente
categoria. Invece la filosofia trascendentale deve cercare la giustificazione
di questo procedimento nel fatto, che la categoria come regola dell'intelletto
fonda obbiettivamente il corrispondente rapvorto temporale come oggetto dell’
esperienza. Cfr. Kant, 1021 Scr-Ser
Krit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 142 segg.; W. Jerusalem, Die
Urteilsfunction, 1895, p. 170 (v. eriticiemo, intuizione). Schepsi (σχέφις =
dubbio, indagine). O anche scepsi. Designa in generale il dubbio degli
scettici. Più propriamente, secondo lo Zeller, è la neutralità fra le opposte
dottrine, ritenendo di entrambe quello che hanno di comune tanto nel principio
quanto nel termine, cioè l’ astratta individualità che vuol riposare in sò
stessa. L’ Herbart chiama schepsi la riflessione dubitativa che deve servire di
preparazione alla filosofia, e la distingue in sohepsi inferiore, che pone in
dubbio la natura delle cose, e schepsi superiore, che ne pone in dubbio anche
il dato; colla prima ci persuadiamo che difficilmente possiamo riuscire coi
nostri sensi et formarei una esatta nozione di ciò che sono le cose, colla
seconda ci persuadiamo che le forme dell’ esperienza sono date realmente, ma ci
somministrano delle idee contradditorie. Cfr. Herbart, Einleitung in die
Philorophie, 1813; Schwegler, Geschichte d. Phil., ed. Reclam, p. 386-7 (v.
dommatismo, dubbio, tropi, scetticismo). Sciamanismo, T. Schamanismus; I.
Shamaniem ; F. Chamanisme, Setta religiosa © sacerdotalo della Siberia, ai cui
misteri religiosi non si è iniziati che dopo un lungo e strano noviziato, sotto
la direzione di speciali ancerdoti (shamans). Siccome codesta religione
consiste ersenzialmente nel culto degli spiriti, così tutte le religioni
animistiche furono classificato sotto la categoria dello sciamanismo. Cfr.
Tylor, Primitive culture, 1877 (v. animismo). Scienza. T. Wissenschaft; I.
Science; F. Science. Nel suo senso generale equivale a conoscenza; in un senso
più riStretto è un insieme o l’insieme delle conoscenze logicamento coordinate.
Cr. Wolff lo definisco habitum anserta demostrandi, hoo est, ex principiis
certis et immotis per legitimam conaequentiam inferendi. Per Kant « dicesi
scienza ogni dottriua che costituison un sistema, cioò una totalità di
coScr 1022 noscenzo ordinate in base a principi ». Per
lo Spencer è «la conoscenza parzialmente unificata >. Fu definita dal
Naville come lo stato del pensiero che possiede la verità; ha per condizione il
dubbio filosofico, ossia lo spirito di esame. La scienza infatti non può essere
nò uno stato del sentimento nè uno stato della volontà; e perchè il pensiero
progredisca nel possesso della verità, è necessario che non s' accontenti delle
apparenze ma le sottometta ad essine, cioè le interpreti con la ragione; che
ogni affermazione di fatti sin sottomessa alla critica, 6 che lo dottrine
ammesso siano abbandonate quando non forniscono più una esplicazione dei dati
dell’ esperienza. Essa ha due scopi: uno teorico e speculativo, cio la
conquista e il possesso della verità, uno pratico e utilitario, ossia le
infinite sue appli-cazioni alla industria. Aristotelo fu il primo ad occuparsi
della natura della scienza, determinandone con grande chiarezza il metodo,
l'essenza e 1’ oggetto. Secondo il filosofo greco, il primo carattere della
scienza è il suo differire dalla semplico esperienza: questa è fondata sulla
sensazione, l’imaginazione © In memoria, non conosce che il particolare, non
coglie la causa e In prova dei fatti; quella ha un carattere generale, impresso
dall’ intelletto attivo agli elomenti forniti dalla sensazione all’ intelletto
passivo, per cui la scienza fornisce la prova di ciò che avanza. La prova si fa
per merzo della dimostrazione, cioè modiante il ragionamento di cui la forma è
il sillogismo. Oltre i principi generali, forniti dall’ intelletto attivo, e
dai quali ogni scienza particolare deduce le conreguenze, vi sono dei principî
che dominano tutte le scienze ο i principi di tutto le scienze: sono gli
assiomi, o verità evidenti, il più importante dei quali è il principio di
contraddizione. Oltro ad aver determinato la natura della scienza, Aristotele
fu pure ricercatore ed osservatore meraviglioso: ma sia per il fondamento
puramente deduttivo dato alla riceren wrientifien, sin por altre cause di
varia 1023 Set natura, nd l’antichità greca e latina, nd
l'età di mezzo ebbero vera e propria scienza. Soltanto nel rinascimento, caduto
il principio di autorità, sostituiti, nello studio della natura, l'osservazione,
1’ esperimento ο l’ induzione ai metodi deduttivi ο aprioristici, il sapere
scientifico potd costituirsi e progredire. Nello sviluppo del metodo delle
scienze naturali conversero allora le due direzioni dell’ ompirismo e della
teoria matematica; Bacone pose il programma della filosofia dell'esperienza,
Descartes abbracciò il movimento scientifico del sto tempo in una nuova
fondazione del razionaliemo, riempiendo il sistema concettuale scolastico col
ricco contenuto delle scoperte di Galileo. Bacone insegna come la mera
experientia, la sola scientificamente utile, debba essere depurata dalle
aggiunte erronee ond’è inquinata, come l’induzione sia il solo modo esatto
dell’ elaborazione dei fatti e col suo aiuto si debba procedere agli assiomi
generali, per potere con questi spiegare deduttivamente altri fenomeni.
Leonardo intravede che il vero ufficio delP induzione naturalistica consiste
nel trovare quel rapporto matematico, che è costante in tutta la serie dei
fenomeni di determinata misura; Keplero scopre, mediante una grandiorn
intuizione, le leggi del movimento dei pianeti, cho confermano nella
convinzione dell’ ordine matematico delVP universo; Galileo, con intuito
metodico assai più profondo di Bacone, crea la meccanica, quale teoria
matematica del movimento, investigando col metodo rieolutiro i processi più
semplici matematicamente determinabili, ο dimostrando nel metodo compositivo
che la teoria matomatica, col presupposto degli elementi semplici del
movimento, porta agli stessi risultati che presenta l’esperienza. Cartesio,
partendo dalla convinzione che Ja coscienza razionalo è la matematica, aggiunge
ai pensieri metodici di Bacone ο di Galileo questo postulato: cho il metodo
indnttivo © risolutivo debba condurre ad un unico principio di anproma ed
assolnta certezza, partendo dal quale tutta PexpeScr 1024
rienza trovi, grazie al metodo compositivo, la sua perfetta spiegazione.
Il cogito ergo sum di Cartesio ha infatti non tanto il significato di
esperienza, quanto quello di prima fondamentale verità di ragiono, la cni
evidenza è quella di una immediata certezza intuitiva; il metodo analitico
cerca qui, come in Galileo, gli elementi semplici, intelligibili per sò stessi,
coi quali tutto il resto deve esser spiegato, ma invece di trovarli nelle forme
semplici del movimento, li scopre nelle verità elementari della coscienza. Per
Kant la scienza della natura ha bisogno, oltre alla sua base matematica, d’ un
certo numero di principi universali intorno al nesso dello cose, i quali sono
di natura sintetica ο perciò non possono fondarsi sull’ esperienze, anche so
per via di questa arrivano alla coscienza; in altre parole, anche per Kant il
cémpito della scienza natarale è la riduzione galileiana dell’ elemento
qualitativo al quantitativo, in cui solo può trovarsi necessità ο validità
universale su base matematica, ma questa rappresentazione matematica della
natura è per Kant fenomeno essa pure. perchè spazio © tempo, se hanno realtà
empirica, hauno idealità trascendentale. La natura, infatti, non è un puro
aggregato di forme spaziali e temporali, ma un nesso che noi intuiamo
sensibilmente, è vero, ma che nello stesso tempo pensiamo mediante concetti; se
la natura, come oggetto della nostra conoscenza, fosso un nesso reale delle
cose indipendente dalle nostre funzioni razionali, se essa stessa prescrivesse
le eue leggi al nostro intelletto, noi non ne avremmo che una conoscenza
empirica, insufficiente ; possiamo avero invece una conoscenza universale ©
necessaria, in quanto le nostre forme concettuali della sintesi doterminano la
natura stessa, in quanto cioè è il nostro intelletto che prescrive ad ossa lo
suo leggi. Ma questa è la natura solo in quanto essa appare al nostro pensiero.
quindi una conoscenza a priori della natura è possibile solo so anche il nesso,
che noi pensiamo fra le intuizioni, 1025 Sor sia nd più nd meno che il nostro modo di
pensare la natara: anche i rapporti concettuali, in cui la natura è oggetto
della nostra conoscenza, nom possono essere che fenomeni. I concetti
riassuntivi del pensiero contemporaneo, risultato della critica kantiana,
intorno alla natura, ai limiti, all'oggetto ο al valore della scienza, possono
ridursi a tre: 1° la scienza umana riguarda soltanto i fenomeni, vale a dire il
campo del sensibile; ciò è la conseguenza della negazione della possibilità di
una conoscenza a priori trascendente l’esperienza; 2° la scienza non è una
trascrizione della realtà ma una costruzione ideale, astratta, e il suo valore
consisto nell’ essere i suoi astratti generali una trasformazione dei concreti
sensibili, dei fatti reali, per cui il mondo del senso si trasforma nel mondo
del pensiero, il particolare nell’ univorsalo; 3° il valore della scienza, © la
sua certezza, consistono appunto nell’ essere lo sue astrazioni costituite
dagli elementi dell’ esperienza sensibile, nei quali possono essere risolti e
dai quali traggono la loro verità,
Dicesi dottrina della scienza media, la dottrina con la quale il
Molinos, e i Gesuiti in generale, tentano conciliare la libertà del volere
umano con la provvidenza e la prescienza divina. Dio non conosce soltanto ciò
che è semplicemente possibile e ciò che avviene attualmente, ma conosce anche
ciò che è condizionatamente possibile, vale a dire ciò che sta fra la pura
possibilità e l'attualità: la prima è in Dio semplice intelligenza, la seconda
è visione, la terza è scienza media o condizionata. Le azioni umane sono di
questa terza specie, cioè condizionatamente possibili: tuttavia sono libere, ο
Dio, che le ha prevedute, predispone anche la grazia che spetta a ciascuna di
ease. Con l’espressione Wissenschaftslehre,
dottrina della scienza, il Fichte indicò il proprio sistema, in quanto esso è
costruito sopra una riflessione avente per oggetto le fasi immanenti di
sviluppo del sapere: « La dottrina della scienza dev’ essere una storia
pragmatica dello spirito umano ». 65
RanzoLI, Dirion. di scienze Alosoficha. Sco 1026
L’ espressione è poi rimasta nel linguaggio filosofico, ma con diverso
significato : con essa infatti si designa oggi ciò che dicesi anche
episfemologia, ossia lo studio dei principi comuni delle scienze, dei loro
oggetti e dei loro metodi. Cfr. Aristotele, Anal. post., I, 3, Τ1 a, 21; Id., Met., I, 9812, 5; Cr. Wolff, Logica, 1732, Disc. prael. $
30; Kant, Me taph. Anfangegrinde
d. Naturwissensohaft, 1786; H. Cohen, Kante Theorie à. Erfahrung, 1871; E.
Naville, Nouvelle class. des soienoes, 33 ed. 1901 ; Pearson, Grammar of
science, 33 ed. 1899; L. Favre, L'organisation de la science, 1900 ; Poincaré,
La valeur de la science, 1908; C. Frenzel, Ueber die Grudlagon d. exaoten
Naturwissenschaften, ; F. De Sarlo, Le modificazioni nella conossione della
scienza, « Cultura filosofica », maggio 1907 (v. dommatiemo, economica teoria,
empiriocriticismo, ipotesi, legge, filosofia, metafisica, classificazione dello
scienze). Boolastion. T. Scholastik; I. Soholastio; F. Soolastique. Il secondo
dei due grandi periodi in cui dividesi la filosofia medievale, e va dall’ 800
al 1400; il primo è rappresentato dalla Patristica, Questo secondo periodo, che
#’ inizia con Scoto Erigena, distinguesi nettamente dal primo, poichè mentre i
Patres eoolesiae movevano direttamente dalla rivelazione, i dootores della
Scuola prendon le mosse dal domms, vale a dire dalla rivelazione già elaborata;
mentre i primi avevano rivolto ogni loro studio nel formulare un domma solo, i
secondi mirano a organizzare l’insieme dei dommi; mentre la Patristica si
svolse massimamente tra i popoli dell’ Oriente, la Scolastica si svolse tra i
popoli dell’ Oceidente, ed ebbe per centro Parigi. Però così l'una come l’
altra dottrina s'accordano in un punto: nel prendere cioè le mosse da una
proposizione imposta e accettata como verità assoluta, Rispetto alla filosofia
dei Santi Padri quella della Scuola rappresenta, secondo alcuni, un regresso.
in quanto è ancora più schiava della religione, e fa nm parte ancora minore
alla ragione e alla scienza. Secondo
1027 Sco altri rappresenta invece
un progresso, in quanto comincia col porre una distinzione tra il domma, o
l'oggetto, e il sapere soggettivo ο il ragionamento, ο quindi tra il credere e
l’intendere: da ciò lo sdoppiamento dell’ unica verità in verità di fede e
verità di ragione, le quali, dopo essere procedute d’accordo per un certo
tempo, daranno poi luogo alla lotta che finirà con la vittoria definitiva della
ragione. La Scolastica si divide in tre periodi: il _ primo va da Scoto Erigena
a S. Anselmo di Aosta, od è caratterizzato dalla prevalenza data alla ragione
sulla fede; nel secondo, che va da S. Anselmo a Duns Scoto, è dato invece il
primato alla fede sulla ragione; il terzo va da Duns Scoto a Occam, e
rappresenta la dissoluzione della Scolastica, Più fiorente di tutti è il
secondo periodo, in cui endono le controversie tra realisti e nominalisti ed ha
per massimo rappresentante S. Tommaso d’Aquino. Cfr. Karl Werner, Die Scholastik
d. apat. Mittelalters, 1881; A. Stökl, Geschichte d. Phil. d. Mittelalters,
1864-66; B. Hauréan, Histoire de la phil, scolastique, 1872; De Wulf, Histoire
de la phil. médiévale, 4* ed. 1912. Bootismo.
T. Scotiemue; I. Scotism; F. Scotieme. Il sistema e la scuola filosofica di
Giovanni Duns Scoto; si oppone al tomismo, sistema 9 scuola di Β. Tommaso. Lo
scotismo è caratterizzato dalla tendenza a separare profondamente la teologia,
disciplina pratica, dalla filosofia, pura teoria; a porre il principio d’
individuazione non già nella materia, come Β. Tommaso e Aristotele, ma nella
forma, in quanto afferma esistere in ogni essere, distinti I’ uno dall’altro
non solo virtualmente ma formalmente, il carattero generale, lo specifico e
l’individuale, ossia ciò che lo Scoto chiama haeoceitas © che fa essere un
individuo quel tale e determinato essere. Ma ciò che distingue ancora più
profondamente lo scotismo dal tomismo è il suo indeterminismo volontaristico,
che 8’ oppone al determismo intellettualistico di 8. Tommaso, Secondo quest’
ultimo l’intelletto Sco 1028 è quello che comprende ciò che è bene, e
siccome la volontà ‘ tende necessariamente al bene, così la volontà dipende
dal1 intelletto ; invece per lo Scoto la volontà, essendo la forza fondamentale
dell'anima, non subisce la costrizione dell’intelletto, bensì determina essa lo
sviluppo delle attività intellettive, intervenendo a rendere chiare ed intense
quelle tra le rappresentazioni alle quali essa rivolge la sua attenzione: la
volontà, non l'intelletto, è sempre rivolta al bene come tale, e solo cémpito
dell’ intelletto è dimostrare dove il bene sin nel caso singolo. Cfr. W. Kahl,
Die Lekre rom Primat des Willene bei Augustinus, Dune Sootus und Descartes,
1886; H. Siebeck, Die Willenslehre bei Dune Scotus und seinen Nachfolgern, in «
Zeitschr. £. Philos. u. philos. Krit. », volume 112, p. 179 segg. (v.
indiriduazione, intollettualiemo, rolontariemo). Scotomi. Specie di
allucinazione delle vista, per cui gli oggetti appsiono di color nero ο si
vedono macchie nerastro immobili; è dovute all’alterasione di una parte più o
meno estesa della retina, In altri casi, per alterazioni centrali, si ha il
cosidetto scotoma scintillante (blindheadache degli inglesi); l’individno crede
di vedere una specie di atmosfera in movimento circoscritta da lineo speszate ©
colorate, oppure una pioggia di scintille o figure simili a ruote infuocate, ο
più spesso linee luminose a zig-zag, come oro splendonte e stendentesi a poco a
poco alla linea mediana, che di rado oltrepassano. Cfr. Wundt, Grundsüge d.
physiol, Peyohol., 1902, vol. II (v. illusione). Scozsismo. T. Soottischo
Philosophie; I. Scottish Philoaophy; F. Philosophie écossaise. O filosofia
scossese, 0 ancora filosofia del senso comune; scuola fondata nel settecento da
Tommaso Reid, e continuata dal Ferguson, Dugal Steward, Tommaso Browe e William
Hamilton (1788-1856). I concetti
fondamentali di questa scuola si possono riassumere così: gli oggetti esterni
ci sono dati da un suggerimento immediato sn cui si fonda la nostra certessa;
codesto suggeri 1029 Scu-Sec mento è il
senso comune, i cui principi sono accettati naturalmente e spontaneamente da
tutti gli uomini; la filosofia e la scienza debbono procedere con metodo
sperimentale, ο la prima si costituisce stadiando con l’introspezione le cause
e le leggi dei fatti interni. Cfr. Mac Cosh, The soottish philosophy, 1875; E.
Grimm, Zur Gesch. des Erkenntnisproblem von Bacon su Hume, 1890; G. L. Arrighi,
L'equiroco fondamentale della filosofia scozsese, « Cultura filosofica »,
maggio 1913 (v. peroasionismo, concezioniemo). Scuola (la). Talora si designa
con questo nome la filosofica scolastica, che viene anche indicata con l’
espressione filosofia della souola. Secondarie (qualità). T. Secunddren Qualitäten; I.
Secundary qualities ; F. Qualités seoundaires. Le qualità primarie dei corpi sono quelle senza le
quali i corpi non possono concepirsi, come la figura, la estensione, la
resistenza. Le secondarie sono quelle che si possono sopprimere, senza
sopprimere nello stesso tempo la nozione dei corpi, come il sapore, 1’ odore,
il colore. Secondo il Locke, le qualità primarie appartengono ai corpi in sò, ©
di esse le nostre sensazioni costituiscono le copie fedeli; le secondarie sono
invece relative, sono copie senza originali, poichè nei corpi nulla v'è di
simile. Si dicono secondarie immediate se si riferiscono a noi, e tali sono
tutte le qualità senbibili; secondarie mediate se si riferiscono tra loro, e
tali sono le forze, ciod le relazioni che intercedono tra le qualità di un
corpo e quelle di un altro. La distinzione fra le qualità primarie ο realmente
esistenti e le secondarie o relative risale agli atomisti greci. Hamilton pose
come intermediarie fra le qualità primarie e le secondarie un nuovo gruppo di
qualità, ch’ egli denominò secondo-primarie; esse sono costituite dalle
proprietà meccaniche delle cose, come la massa © la resistenza, e vengono
conosciute sia immediatamente, come oggetti di percezione, sin mediatamente
come cause di sensazioni. Cfr. Locke, Essay, 1879, IT, cap. 8, 48, 9, 10; Βκο-θκα 1030
Hamilton, Dissertations on Reid, 1863, vol. II, p. 845 seg. (v. qualità). Secundum quid. Termine
degli scolastici, con cui designavano il senso particolare o il particolare
rispetto secondo il quale un vocabolo è preso. La cosa considerata sotto un
rispetto particolare rimane limitata e ristretta, quindi ciò che convieno a
questa in quanto è così ristretta non conviene sempre alla cosa presa
semplicemento ; molti sofiemi si fondano infatti su questo cangiamento di
senso. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 1740. Segmentale (ieoria). La dottrina
fondata nel 1827 da Moquin Tandon e Dugèt, secondo la quale gli animali
risultano da una serie di aggregati morfologici complessi. zoomiti 0 metameri,
ciascuno dei quali rappresenta e ripete in compendio l’organizzazione dell’
animale a cui appartiene. Essa ha assunto oggi importanza anche psicologica.
per il fatto che si cerca di spiegare con essa i fenomeni di disgregazione
della personalità, di sdoppiamento della coscienza, d’ipnosi sperimentale,
nonchè i rapporti che normalmente interoedono in ogni individuo tra io
sabeosciente ο subliminale © io cosciente o supraliminale. La dottrina
segmontalo ha le sue basi nell’ anatomia ο nell’ombriologia: il sistema osseo ©
muscolare, il sistema nerveo © la cute dei vertebrati, presentano nei primi
stadi di sviluppo ο in tutta la vita, in alcune parti o in tutto l'organismo,
una divisione più o meno manifesta in segmenté simili disposti in serio
lineare, Salendo In scala animale I’ unificazione dei vari segmenti, operata
specialmente dal sistema nervoso, si va facondo sempre maggiore fino a
raggiungere il suo massimo nell’uomo; ma anche in esso la centralizzazione dei
segmenti da cni originariamente deriva l’encefalo, se quasi completa dal punto
di vista anatomico, è imperfettissima dal punto di vista fisiologico, come è
mostrato dalla moderna dottrina delle localizzazioni cerebrali. Questa
incompleta coordinazione funzionale dei
1031 Ska segmenti che concorrono
a formare la personalità unitaria, si rivela psicologicamente nei fenomeni
sopra ricordati, e nelle incoerenze e irregolarità di condotta e di carattere
proprie specialmente della prima gioventù, quando l’attività funzionale dell’
encefalo è ancora incompleta. Cfr. Max Dessoir, Das doppelt-Ich, 1896; Boris
Sidis, Studios in montal dissociation, 1902; Luciani, Fisiologia dell’uomo,
1913, vol. IV. Segni locali. T. Lokalzeichen ; I. Local sign; F. Signes locaux.
Lu dottrina con cui prima il Lotze, poi il Wundt cercarono di spiegare la
localizzazione della sensazione v della percezione. Ogni percezione 0
sensazione è riferita a una certa parto del corpo, se tattile o interna, e a
una certa parte del campo visuale se visiva. Perchè ciò avvenga, bisogna che
ogni punto della pelle ο della retina abbia un carattere proprio, e si
distingua qualitativamente da ogni altro punto. Ora, codesto carattere
speciale, che dà alla sensazione il posto particolare e determinato che
l’eccitazione viene a colpire, è quello che il Lotze chiama segno locale della
sensazione. Esso non è altro che una sensazione secondaria, che accompagna la
sensazione principale, e che varia col variare del punto toccato dalla
eccitazione. In quanto al tatto, i segni locali sarebbero determinati, secondo
il Lotze, dalla differenza di spessore © di tensione della pelle; per la vista
consisterebbero nelle impulsioni motrici che variano secondo ogni punto, e che
tendono a volgere l’occhio in modo che la eccitazione luminosa cada sulla fossa
centrale. Cfr. Lotze, Mikrokormus, 1884, I, 332segg.; Id., Medicinische
Psychologie, 1852, p. 296 segg.; Helmholtz, Physiol. Optik, 1886, p. 539 segg.;
Wundt, Grundriss &. Peyoh., 1896, p. 129 segg. (v. atlante). Segregazione (teoria della). La teoria che
Maurizio Wagner voleva sostituire a quella della selezione naturale, da lui
ritenuta insufficiente a spiegare I’ origine delle forme organiche. Quando un
gruppo di individui, che offrono fra loro certe particolari analogie
fisiologiche ο morfologiche, SEL
1032 emigra dalla madre patria in
altri pnesi, si forma da ουdesto gruppo una nuova specie con un processo di
segregazione ο di isolamento naturale; ciò per le diverse coudizioni di vita ο
per la necessità di riprodursi mediante unioni che sccentuano sempre più quelle
date particolarità. Più che una teoria a sè, i biologi considerano questa del
Wagnor come una integrazione della teoria darwiniana della selezione naturale. Cfr. M. Wagner, Die Entstehung
d. Arlen durch räumlichen Sonderung, 1889 (v. atlante). Selezione. T. Auswahl, Selektion ; I. Seleotion; F.
Sélection. Significa in generale scelta, in particolare il processo onde, nella
lotta per 1) esistenza che gli organismi devono sostenere per la sproporzione
completa fra il loro acerescimento e la misura del mezzo di nutrizione
disponibile, sopravvivono quelli la cui variazione è rispetto ad essi favorevole,
cioè conforme allo scopo. La selesione artificiale è la scelta con la quale gli
agricoltori e gli allevatori perfezionano le razze vegetali e animali. Essa si
fonda su due proprietà fondamentali degli organismi, la variabilità ο
l'ereditarietà : fra gli individui di una specie alcuni presentano più degli
altri la prevalenza di dati caratteri ; sciogliendo per la riproduzione
soltanto questi individui, dopo un certo numero di generazioni, in base alla
eredità che accumula € trasmette, si avranno prodotti in oni tali caratteri
sono al massimo grado spiccati. Accanto alla artificiale, Darwin ha mostrato
esistere anche una selezione naturale, determinata dalla « lotta per lu vita »
che rappresenta nella natura cid che nella selezione artificiale è rappresentato
dalla volontà deliberata dell’uomo: ogni organismo, sia animale cho, vegetale,
deve lottare per raggiungere le necessarie condizioni di esistenza; in tale
lotta sopravvivono e si riproducono soltanto gli individui più adatti, cosicchè
nella serie delle generazioni si hanno individui che presentano
progressivamente caratteri sempre più perfetti. Casi particolari della
solezione naturale sono: In selezione aresale.
1033 SEM determinata dalla lotta
fra i concorrenti per ottenere gli animali dell’ altro sesso; la selezione
omooroma, che determina in molti animali la stessa colorazione dell’ ambiente
in cui vivono; la selezione cellulare, data dalla lotta fra le cellule d’uno
stesso individuo, per cui sopravvivono i tessuti ο gli organi più adatti. Il Weismann
distingue la eelesione personale © la selezione di gruppo: la prima è il
sopravvivere di individui forniti di caratteri d’ adattamento sufficienti a
renderli capaci di sfaggire all’ eliminazione, la seconda il sopravvivere di
gruppi animali in virtù di adattamenti risultanti da relazioni coordinate nel
gruppo stesso. Il Weismann chiama selezione germinale il fatto che nella
sostanza germinale i « determinanti » di certi caratteri assorbono nutrimento
più rapidamente di quelli di altri caratteri e producono in tal modo
discendenti più forti. Il Baldwin chiama selezione funzionale il processo con
cui gli individui, mediante prove ripetute ed errori, giungono a compiere quei
movimenti con eni possono ottenere utili risultati. Cfr. Darwin, Origin of species,
1859; Weismann, Das Keimplasma, eine newe Theorie der Vererbung, 1894 ;
Baldwin, Developement and evolution, 1902; Plate Ludwig, Ueber die Bedeutung
des darwinischen Belektionsprinzip, 1903; P. Jacoby, Études sur la selection,
2* ed. 1905. Semantica o Semasiologia. T. Semantik; I. Semantice ; F.
Sémantique. Detta anche semiotica dal greco σῆμα = segno. È la dottrina del
significato storico delle parole, la ricerca sistematica delle variazioni e
dello sviluppo del senso dei vocaboli. Nella medicina semiotica ο semiologia è
la scienza dei segni ο sintomi delle malattie. Locke usò la parola semiotica in
un senso più largo, ciod quale scienza dell’uso © del significato delle parole
© dei segni in generale. Con l’espressione concezione semiotica della conoscenza
si indicano tutte le dottrine gnoseologiche, le quali non identificano la
conoscenza con la realtà, nè la considerano come un’ arbitraria costruzione
della mente, ma la rignardano come SEM
1034 un segno mentale rispetto a
ciò che è posto como indipeudente dal soggetto conoscente, segno costituito di
processi e forme logiche (concetti, giudizi) che si formano naturalmente ο in
virtà dei quali la realtà diventa intelligibile; ver tale dottrina la
conoscenza è dunque diversa da ciò cho semplicemente è, ma è connessa
organicamente con la realtà, in quanto per opera sua la realtà stessa (che è
conoscenza solo potenzialmente, civd attitudino ad essere cunosciuta) diventa
di fatto conoscenza: in altre parole la realtà, pure non assorbendosi nella
nostra rappresentazione mentale, pnd essere raggiunta solo attraverso tale
rappresentazione e deve quindi possedere certe condizioni, lo quali, trovandosi
in rapporto con la mente, dànno la conoscenza: «Il progressivo sviluppo della
conoscenza, dice il De Sarlo, è determinato dal bisogno di fissare tutto ciò
che vi ha di conforme alla ragione, o quindi di assimilabile da essa, mediante
la traduzione in rapporti razionali della realtà, presa questa nel più largo
senso... Trovare nella realtà ciò che la monte s'aspetta ed esige da essa, eoco
il eémpito della scienza nel suo divenire. Il che però non vuol dire che lu
scienza 8 misura che diviene più profonda e completa, non riconosca l’
impossibilità di risolvere la realtà nell’ intelligenza ο di cancellare ogni
differenza tra conoscenza od obbietto, tra pensiero ed essere ». Cfr. Locke,
Eway, 1877, 1. IV, cap. 21, $4; Trench, Study of words, 1888; Bréal, Essai de
sémantique, 1901; Fries, System der Logik, 1837, p. 370; Do Sarlo, 1 problemi
gnoseologioi nella filosofia contemporanea, « Cult. filosofica », novembre
1910. Semetipsismo. T. Solipsismus; F. Soliprism; F. Solipsieme. O
psicomonismo, o anche solipsismo. E 1’ esageraziono dell’ idealismo: posto che
il mondo esteriore non è altro che la rappresentazione stessa che è in noi,
posto che l’esistenza dei corpi si riduce al loro essere perecpiti, se ne
ricava la conseguenza che il soggetto pensanto non può affermare alcuna
esistenza fuori della sua 1035 SEM osistenza personale, e che anche gli
altri soggetti pensanti non esistono se non in quanto sono in lui rappresentati
ο rappresentabili. II solipsista nega quindi non la sola materialità, me anche
ogni personalità distinta dalla sua, ogni psichicità che non sia un fatto della
sua coscienza. Lo Schopenhauer cita questa formula del solipsista: Hae omnes
creaturae in totum ego sum, et praeter me one aliud non est, οἱ omnia ego
creata foci. Il Bradley espone così la posizione del solipsismo : « Io non
posso trascendero 1’ esperienza, 0 l’esperienza non può essero che la mia
esperienza. Da ciò consegue che nulla esiste al di fuori del mio io, perchè ciò
che è ospàrienza è stato del mio io >. Questa posizione è sostenuta oggi da
alcuni seguaci della filosofia dell’ immanenza, od es. dallo Schubert-Soldern,
il quale dico che guoseologicamente, non praticamente, il solipsiamo è
inconfutabile: « Per la teoria della conoscenza il mondo non è altro che ciò
cho è dato immediatamente nel complesso della coscienza
(Berusstscinezusammenkang).... È vuota pretesa quella di andar oltro.... La
coscienza è rilevabile soltanto per il contenuto; nulla è per sì, nè come cosa
nè come proprieta,... cioè come la cosa atta ad avere coscienza di altre cose
». Kant adopera il vocabolo solipsismo in senso morale, per indicare l’egoismo
pratico, 1’ amore esclusivo di sè stessi. Cfr. Schopenhauer, Parerg., 11,1,$13;
Bradley, 4ppearance and reality, 1902, p. 248 ; Schubert-Soldern, Grundlagen d.
Erkenntnistheorie, 1884, p. 64-67; Schuppe, £rkenntnistheoretische Logik, 1878,
p. 63, 69; J. Potzoldt, Dax Weltproblem vom positivistischem Standpunkt aus,
1908, p. 98; Renouvier, Les dilemmer de la métaph., 1901, p. 210; VILLA
(vedasi), L'idealiemo moderno; F. . δ. Schiller, Solipsism, « Mind », aprile
1909 (v. fenomenismo, idealismo). Semplice. Quosto vocabolo pud-csser preso in
vari siIn primo luogo è adoperato por escludere In mol-, © in questo senso
equivale ad unico; in serondo Ben
1036 luogo è preso per escludere
1’ estensione, ο in quosto senso equivale à inesteso; infine è adoprato per
escludere la materialità, ο allora equivale a incorporeo ο spirituale. Quando
si dice che l’anima è semplice, la parola è presa in tutti 9 tre questi
significati. Nella logioa diconsi tali, per opposizione ai composti, quei
giudizi i cui termini sono concetti, © che non possono quindi risolversi in
altri giudizi. Cfr. Rosmini, Psicologia, 1846, vol. I, p. 212 sogg. Sensazione.
T. Empfindung; I. Sensation; 1. Sensation. Nel suo significato preciso è il
fatto psichico elementare. © consiste nella coscienza d’ una modificazione
avvenuta nel proprio organismo in seguito ad una stimolazione interna o
esterna, Perciò è stata generalmento concepita ¢ definita come passività; così
per 8. Agostino è pasrio corporis por se ipsam non latens animam ; per
Campanella passio per quam soimus quod est, quod agit in nos, quoniam similem
sibi entitatem in nobis faoit; per Condillac l’anima « è passiva nel momento
nel quale prova una sensazione, perchè la causa che Is produce è fuori di lei».
Per Hobbes invece la sensazione è un’ imagine prodotta dalla reazione degli
organi di senso contro una impressione dall’ esterno : Sensio est ab organi
sensorti conatu ad extra qui generatur a conatu ab obiecto versus interna,
eoque aliquandiu manente per reactionem factum phantasma. Per Kant è « una
percezione che si riferisce solamente al soggetto come modificazione del suo stato
». Per il Bain è « una impressione mentale, un sentimento ο stato cosciente,
risultente dall'azione di cose esterne su qualche parte del corpo, detta per
tal ragione sensitiva ». Per il Sergi è « un fonomeno che si produce quando la
forza psichica è provocata ad agire dalla forza esteriore della natura, in un
modo che le è proprio, con una manifestazione comune e costante ». Per il Masci
« uno stato di coscienza correlativo alla eccitazione di una fibra norvosa
afferente prodotta da uno stimolo, ad esa esterno, anlla ana torminaziono, la
quale eccitazione ai pro 1037 Sen paghi
fino ai centri sensitivi della corteccia cerebrale ». Per il Wundt è « quello
stato della nostra coscienza, che non può essere scomposto in parti più
semplici »; perciò la sensazione purs è un’astrazione, ed è indefinibile come
dice anche Mae Cosh: « la sensazione non è positivamente definibile; ciò
dipende dal suo essere una semplice qualità, © dal non esservi nulla di più
semplice in cui possa essere scomposta ». Di essa si può dire soltanto che è il
primo fatto interno, conosciuto senza intermediari, accompagnato da imagini
associate che lo localizzano, eccitato da un certo stato dei nervi ο dei centri
nervosi, stato sconosciuto e che è ordinariamente provocato in noi dall’ urto degli
oggetti esteriori. Alcune volte il vocabolo sensazione è usato per designare il
fatto psichico in generale, ο quella qualsiasi modificazione dell’ io
determinata da uno stimolo sia interno ed esterno che intercerebrale: in quest’
ultimo caso si usa anche I’ espressione di sensazione riprodotta ο imagine.
Altre volte è preso in significato ristretto opponendolo @ percezione: in tal
caso per sensazione si designa sia il fenomeno affettivo distinto dal fenomeno
intellettuale, sia lo stato puramente soggettivo distinto dallo stato
conoscitivo, in cui ciod si ha I’ esplicito riferimento del soggetto
all'oggetto. Spesso si confondono le proprietà dell'oggetto (qualità sensibili)
con le sensazioni che appartengono al soggetto: così coi vocaboli sapore, odore,
suono si designa tanto una proprietà, più o meno conosciuta, dei corpi, delle
particelle liquide ο volatili, delle vibrazioni aeree o luminose, quanto le
specie ben note delle sensazioni che tali corpi, particelle e vibrazioni
eccitano in noi. Non bisogna confondere, se non si vnol cadere in un grossolano
materialismo, la sensazione col funzionamento dei nervi e dei centri nervosi
che ne sono la condizione: il primo è un fatto psicologico, il secondo un fatto
fisiologico, quello ci è noto immedistamente e completamente, questo è
constatato indirettamente, incompletamente, e ancor oggi assai SEN 1038
pooo conosciuto. Diconsi sensazioni interne 0 della cita organioa quelle
che ci avvertono di uno speciale mutamento dovuto alle condizioni interne dei
nostri organi, indipendentemente da stimoli esteriori (fame, sete, fatica,
nevralgia, eco.); sensazioni esterno ο periferiche ο obbiettire quelle che
provengono da un organo situato alla periferia del corpo ο riflottono un
cangiamento del mondo esteriore: sensazioni soggettice, quelle che provengono
da un organe esterno di senso ma riflettono un mutamento avvenuto nelP organo
stesso (scotomi, fosfeno, ecc.). Le sensazioni si distinguono anche in
sensoriali © sensitive: le prime sono quelle che hanno sede nel capo, in organi
speciali, connessi direttamente col cervello per mezzo di nervi afferenti di
breve decorso; le seconde quelle che mancano di apparati terminali delimitati,
ο i cui nervi conduttori si diffondono per il corpo, agli organi interni e alla
superficie esterna. Dicosi sero della sensazione il minimo di eccitazione
necessario a produrla; qualità della sensazione il contenuto della sensazione
stessa, suono, sapore, eco., deter. minato dalla struttura dei diversi organi,
e dalla qualità e intensità degli stimoli; quantità della sensazione
l’intensità della sensazione stessa, dipendente dall’ intensità degli stimoli;
tono o colorito della sensazione il grado di piacere ο di dolore che ncoompagna
la sensazione. Cfr. 8. Agostino, De quant. animo, 25; Campanella, Universalis philos.,
1638. 1, 1v, 1, 2; Condillac, Traité des sensations, 1886, I, cap. 11, $ 11;
Hobbes, Lev., I, 1; Kant, Krit. d. r. Ῥ.,
ed. Kebrbach. 278; Bain, Mental science, 1884, p. 27; Sergi, La Ροψολοῖ. phyeiol., trad, franc. 1888, p. 17; Wandt,
Grundries d. Payc.. 1896, p. 45; Μο Cosh, Exam. of S. Milde
philosophy, 1866, p. 71; Mach, Analisi delle eensazioni, trad. it. 1903, cap. I: Höflding, Psychologie, trad. franc. 1900, p.
129 segg.; Ma. sci, Psicologia; Ardigò, Opere fil., I, 200 segg. III, 76 segg.,
V, 50 segg. (v. eooitasione, elementi prichici, Sacoltà, stimolo, peichioi
fatti, ecc.). 1039 SEN Sensibile. T. Sensibel, Empfndlich; I.
Sensible; F. Sensible, Quando è opposto a intelligibile designa tutto ciò che
può divenire oggetto di percezione, vale a dire il mondo dei fenomeni; per
opposizione a ciò che è oggetto dell’ intendimento puro, ossia il mondo delle
idee e delle relazioni astratte. Gli scolastici distinguevano le speci
sensibili e le speci intelligibili; la specie sensibile era distinta a sua
volta in impressa ed espressa. Por specie impressa s’ intendeva Vimagind degli
oggetti, che si forma per l’azione da essi esercitata sui sensi © per
l’attività dei sensi stessi, cho aspirano al loro completo sviluppo; questa
prima imagine, agendo sul senso interno, dà luogo a sna volta ad una 80conda
imagine, espressa in qualche modo dalla prima e detta perciò espressa, ossia la
sensaziono. A questo punto termina 1’ officio della sensibilità ο comincia
quello dell’ intelletto : 1’ imagine sensibile è accolta infatti dall’
intelletto attivo, che la spoglia dalle sue condizioni materi ibuti fisici, e
la trasmette quindi, divenuta ormai specio intelligibile, all’ intelletto
passivo. Gli scolastici distinguevano
poi tre sorta di sensibili: i sensibili comuni, fonomeni che possono essere
percepiti con diversi sensi, come il movimento e la figura; i sensibili propri,
che non possono essere percepiti che da un solo senso, come il suono, il
sapore, il colore; i sensibili per accidente, che sono sensazioni risvegliate
per mezzo di altre sensazioni. Cfr. A. Stöckl, Geschichte der Phil. des
Mittelalters, 1864-66; S. Tommaso, Sum. phil., I, qu. 46, 85, 2; Id., Contra
gent., I, 46; Duns Scoto, Quaent. de rer. prine., 14, 3; Goclenio, Lex. phil.,
1613, p. 1068 segg. Sensibilità. T. Empfindlichkeit, Sensibilität; I.
Sensibility; F. Sensibilité, Nel suo significato più generale designa In
facoltà di sentire, ciod di avvertire le modificazioni che avvengono nel
proprio organismo. Sotto questo rispetto è dunque sinonimo di coscienza (nel
suo significato più largo) ο ad essa pure si connettono le questioni che ne
riguardano l’origine, lo sviluppo ο l'estensione: secondo alcuni à In Sen 1040
proprietà essenziale di ogni organismo, riconducendosi alla irritabilità
per cui la materia organica è capace di ricevere le eccitazioni e di
rispondervi con una reazione; secondo altri è una manifestazione dell’ anima o
spirito; per altri ancora è una proprietà generale dell’ essere o della
materia. Altre volte per sensibilità si intende: 1° la facoltà di provare
piacere o dolore, e in questo senso equivale ad afJettività, si oppone a
intelligenza © a volontà; 2° la facoltà non solo di sentire, ma anche di
percepire, di discriminare, di distinguere; 3° l'insieme di fenomeni complessi,
che contengono elementi intellettuali, come lo tendenze, le passioni, gli
appetiti. Dicesi sensibilità generale 1’ insieme delle sensazioni interne ο
della vita organica, © sensibilità ape ciale le sensazioni periferiche;
tuttavia molte volte per sensibilità generale o cenestesi si intende l'insieme
delle sensazioni così interne come esterne. Si suol anche distinguere la
sensibilità superficiale ο cutanea dalla sensibilità profonda o dei muscoli ©
tessuti interni; che queste due forme di sensibilità siano tra loro distinte,
e, in un certo grado, indipendenti, sarebbe dimostrato dal fatto che in alcuni
casi patologici la prina è completamente abolita mentre la seconda è
conservata, e da altri casi nei quali la sensibilità tattile e dolorifica della
cute permane mentre scompare quella dei tessuti profondi. Cfr. Wundt,
Grundstigo d,' physiol. Paychol., 8" ed., vol. I, p. 341; Beaunis, Les
sensations internes, 1889 (v. coscienza, senso, volontà, meccanismo, ilosoismo,
ecc.). Sensilli. Con questo nome vengono designati da alcuni fisiologi gli
organi specifici di senso, detti da altri esteti ο esteteri, Sensismo. T.
Sensualismus ; I. Sensationalism, Sonsualiem: F. Sensualieme. Non dovrebbe mai
confondersi nd col semsazionismo 0 sensazionalismo, nd col sensualismo. È
sensismo ogni indirizzo gnosoologico e filosofico che spiega colla sola
vansazione i fenomeni della intelligenza umana, ο fuori 1041
SEN della sensazione non riconosce altra fonte delle nostre conoscenze.
Il sensazionismo è una dottrina metafisica, che fa della sensazione 1’ elemento
costitutivo non solo della realtà psichica ma anche della realtà fisica; il
mondo è per esso un insieme di sensazioni, che stanno fra loro in determinati
rapporti, cosicchè non le sensazioni sono simVoli delle cose, ma al contrario
le cose sono un simbolo mentale per un complesso di sensazioni, le quali hanno
solo una stabilità relativa: i vari elementi di cui la realtà è costituita non
sono dunque gli oggetti, i corpi, le s0stanze, bensì i colori, i suoni, le
pressioni, gli spazi, le durate (Mach, Petzoldt, Avenarius). Per sensualismo 8’
intende invece, nella lingua italiana sia comune sia filosofica, ogni indirizzo
edonistico della morale, ogni dottrina che identifica il bene col piacere
sensibile. Il sensismo si oppone al nativiemo ο innatiemo, che considera alcune
idee fondamentali (ad es. di spazio, di tempo, di infinito, eco.) come
anteriori ad ogni esperienza sensibile, e al razionalismo, che considera i
principî supremi di ragione (ad es. quelli di causa, di sostanza, di identità,
di ragione sufficiente, eco.) come irreducibili all'esperienza. Il sensismo si
distingue dall’ empirismo, col quale è spesso confuso, in quanto questo fa
derivare tutte le nostre cognizioni da due sorgenti, e cioò dall’esperienza esterna,
ossia dalla sensazione, e dall’esperienza interna, ossia dalla riflessione; e
dal materialismo, che consiste nel negare l’esistenza dell’ anima come sostanza
spirituale, mentre nel sensismo questa negazione non è necessaria, Uno dei
massimi rappresentanti del sensismo puro fu il Condillao, il quale pure
ammettendo l'esistenza di Dio e Vimmortalita dell’anims, fa derivare dalla
elaborazione meccanica delle sensazioni tutte le attività dello spirito, che
egli riduco a due ordini: intellettive, cioè attenzione, memoria, giudizio,
raziocinio, e affettite, cioè il desiderio, le passioni e la volontà. Ma il
sensismo è dottrina molto antica ο risale alla stessa origine della filosofia.
Tutti i filosofi greci del pe66 RanzoLI,
Dizion. di sotenze filosofiche, SEN
1042 riodo cosmologico sono
sensisti. Malgrado la differenza da essi posta tra l’esperienza sensibile e la
riflessione, tra la verità © l’opinione (δόξα), non ammettono che una sola
porta dalla quale il sapere penetra nell’ uomo: la porta dei sensi: « Eraclito
non sa indicaroi, dice Windelband, una differenza psicologica tra percepire e
pensare, così recisamente in antitesi nei loro valori gnoseologici ; e tanto
meno Parmenide... Ancor più esplicitamente, Empedocle dichiara che pensare 9
percepire sono la stessa cosa; che il cambiamento del pensiero è dipendente da
quello del corpo; e considera la miscela del sangue come quella, che determina
la capacità intellettuale dell’uomo. Entrambi non esitarono a render più
evidente questa concezione mediante ipotesi fisiologiche. Parmenide, nella sua
tisica ipotetica, insegnò che l’uguale vien percepito da per tutto mediante
l’uguale, ed Empedocle sviluppò il pensiero che ogni elemento nel nostro corpo
percepisce 1’ elemento uguale nel mondo esteriore... Questi razionalisti
metafisici rappresentano tutti, nella loro psicologia, un grossolano
senewaliemo ». In seguito il sensismo ricompare con Protagora, per il quale
l’anima non è nalla fuorchè sensazione; con gli Stoici, che considerano la
coscienza come una tabula rasa che il senso riempie dei suoi caratteri; con gli
Epicurei, che fanno originare la conoscenza unicamente dalle sensazioni; con
Campanella, per il quale omnes seneus simul causant totius rei cognitionem ;
con Bacone, Hobbes, Montaigne, che sostengono pure l’origine sensibile d’ ogni
stato ο fatto della 00scienza. « La sensazione è il principio della conoscenza,
dice Hobbes, e ogni specie di sapere ne deriva. La sensane stessa non è altra
cosa che un movimento ‘di certe parti che esistono all’interno dell’ essere
senziente, © queste parti sono quelle degli organi col cui aiuto noi sentiamo.
La memoria consiste nel sentire ciò che si è sentito. Quanto alla imaginasione,
essa è la sensazione continuata, Sevolita ». Nel pensiero contemporaneo il
sensismo 1043 SEN ha un geniale rappresentante in Roberto
Ardigò, che alla sensazione riconduce così le formazioni psicologiche come i
ritmi logici © le idealità morali. Cfr. Windelband, Storia della filosofia,
trad. it. 1913, I, p. 79-81, 112, 257 sogg.; Campanella, Univ. phil., 1638, I,
194; Bacone, Nov. Org., 1, 41; Hobbes, Human καὶ., cap. X, $ 3; Locke, Essay,
1858, II, osp. I, $ 2 segg.; Condillac, Extrait raie. ed. par Lyon, 1886, p.
35-10 (v. idea, empiriooritiolemo, esperienza, nativiemo, ragione). Sensitivo.
T. Empfindlich ; I. Sensitive; F. Soneitif. Cid che appartiene alla sensibilità
generale; non va confuso con sensoriale, che designa tutto ciò che appartiene
alla sensibilità speciale; si oppone spesso a motore, che è tutto ciò che
riguardala fanzione centrifuga o efferente dei nervi. Nella classificazione dei
caratteri, diconsi sensitivi ο emotivi quelli nei quali predomina la
sensibilità, 1’ impressionabilità, simili a stromenti in perpetua vibrazione;
gli individui sensitivi vivono sempre interiormente, sono portati a provare
maggior dolore per una lieve contrarietà che piacere per una gran fortuna, e
sono quindi nativamente in 1 pessim sino. Diconsi fibre sensitive, quelle fibre
nervose che conducono le impressioni dalla periferia al centro; radioi sensitive,
le radici posteriori dei nervi rachidei ; fasoio sensitiro, quel cordone hianco
del midollo spinale che #’ interna nell’ encefalo superiore, e stendendosi
nella corona raggiante giunge fino alla sostanza grigia degli emisferi
cerebrali. Cfr. N. R. D’Alfonso, La dottrina dei temperamenti nell'antichità ο
ci mostri giorni, 1904 (v. cenestesi). Il SENSO è la facoltà di provare uno
certa classe di sensazioni. Si distinguò perciò dalla sensibilità, che è, in
generale, la facoltà di sentire; alcune volte però è usato in luogo di
sensibilità ed opposto ad intelligenza, E si distingue anche dalla sensazione
che è il fatto particolare di cui il senso è la facoltà. Faoultas sentiendi
sive sensus, dice Wolff, est facultas percipiendi obieota externa mutationem
organis sensoriis qua talibus induoentia, convenienter mutations in organo
faotac. Più brevemente Krug lo definisce la facoltà della rappresentazione
immediata; Hegel « il più semplice sistema della corporeità specificata »; H.
Ritter « la facoltà di accogliere degli stimoli ». Si soglion chiamare
specifici i cinque sensi esterni della vista, dell’ udito, del gusto, dell’
odorato, e del tatto. Quest’ ultimo vien anche designato con 1’ espressione di
senso generale, perchè è il più esteso sia nell’individuo, di cui occupa tutta
la superficie del corpo, sia nella specie, nella quale appare anche nei più
infimi gradini; ο con l'espressione di senso intellettuale, perchè esso ci
fornisce, associandosi al senso muscolare e visivo, le nozioni intellettuali di
figura, volume, estensione, distanza, 900. Il senso visivo ed auditivo vengono
anche detti sensi estetici, perchè le armonie dei colori e dei suoni ci
procurano i godimenti estetici più intensi 6 completi. I sensi specifici furono
anche distinti in mecognici e chimici, a seconda che lo stimolo agisce come
semplice movimento, oppure si trasforma mediante un'azione chimica; sono
meccanici l’udito e il tatto, chimici la vista, l'olfatto ο il gusto. Con l’
espressione sesto senso, alcuni psicologi designano talvolta il senso della
direzione, ο il senso vitale, o quello muscolare, essendo ciascuno considerato
come aggiunto alla classificazione tradizionale dei cinque sensi
specifici. La parola senso si usa anche
in luogo di significato, di accezione d’ un vocabolo ο d’una proposizione, © si
suol distinguere in senso assoInto, quando è preso semplicemente, relatito
quando la cosa significata si considera sotto un rispetto particolare,
collettivo quando si riferisce ad un insieme di cose o di individui,
distributivo quando si riferisce a ciascuna delle parti d’un tutto, diviso
quando si riferisce ad un dato soggetto mediante qualche sua qualità o
relazione, composto quando la qualità o relazione con cui si denomina la cosa
entra essa stessa a formare il soggetto della proposizione. Perciò 1045
SEN i logici dicono sofismi del senso diviso quelle fallacie di
ragionamento, che si fondano sopra una proposizione la quale, presa in quel
senso, è falsa, e soflsmi del senso composto quelli che si fondano sopra una
proposizione che è falsa presa in quel senso, Nel linguaggio scolastico si
distinguono tre significati dell’ affermazione: in sensu formali, quando si
assevera ciò che entra nel concetto e nella definizione del soggetto, di cui si
assevera, ad es.: la giustizia è virtà in Dio con cui punisce la colpa e premia
il merito; in sensu pure reali 0 in sensu identico οἱ materiali, se si afferma
quel predicato che è identico col soggetto, ma non è del concetto detinitivo di
esso, e non è predicato quale aggettivo di quel concetto, ad es.: la giustizia
di Dio è misericordia; in sonen denominativo, quando si affermano quelle cose
che non appartengono al concetto definitivo dell’ essenza metafisica del
soggetto, ma ne sono proprietà accidentali ο secondarie. Cfr. Cr. Wolff, Peychologia
empirica, 1738, $ 67; Krug, Fundamentalphilosophie, 1818, p. 166; H. Ritter,
System d. Logik, 1856, vol. I, p.
181; Hegel, Encykl. im Grundrisse, 1870, $ 401 (v. atercognoatico,
cinestesiche). Senso comune. Gr. Κοινὴ αἴσθησις; Lat. Sensus communis; T. Gemeineinn
: I. Common sense; F. Sono commun. Si può definire come il consenso di quasi
tutti gli uomini in un insieme di credenze praticamento invincibili. Tuttavia
il valore di questa espressione varid assai nella storia della filosofia.
Secondo la dottrina aristotelica, nell’ interno dell’uomo v’ha qualche cosa che
giudica delle sensazioni, ο questo si chiama senso comune, perchò non può
giudicarne se egli da solo non sente ciò che sentono tutti gli altri sensi;
anche il senso particolare sente e giudica, ma soltanto nella sfera delle cose
sensibili che da Ini possono essere percepite, ο perciò seneus proprius
participat aliquid de virtute sensus communis. Per Cicerone il consenso comune
à il criterio della verità, in omni re consensus generis humani pro ceritate
habenda est. Avicenna definisce il senso comune come Sen 1046
quella capacità quae omnia sensu porcepta rocipit et (prope corum
formas) patitur, qua in ipea copulantur. Per il Descartes è sinonimo di buon
senso e di ragione, vale a dire di quella facoltà di ben ragionare che tutti
gli uomini posseggono, almeno virtualmente; egli lo definisce anche come
potentia ® imaginatrice cognoscere. Per il Vico invece è la stessa cosa di
Provvidenza, la cui azione, che egli fa intervenire tanto spesso nella sua
Scienza nuova, consiste « nel fare delle passioni degli uomini, tutti attenti
alle loro private utilità, per le quali viverebbero da fiere bestie dentro le
solitudini, gli ordini civili per li quali vivono in umane società». Anoor più
grande è il valore dato al senso comune da Tommaso Reid e dalla scuola
scozzese. Infatti, secondo il Reid, la nostra certezza nella realtà del mondo
esteriore non ci è data nd da un ragionamento, nd da una inferenza, nd da una
abitudine, ma da un suggerimento interno, immediato, elargito a tutti gli
uomini da Dio, suggerimento che costituisce il senso comune (common sense),
innanzi alla cui autorità debbono inchinarsi tanto il filosofo che lo
soienziato. I principi suggeriti dal senso comune, secondo gli scozzesi, sono molti,
sia grammaticali che logici, matematici, morali, metafisici; di essi non è
possibile’ cercare il fondamento logico, ma si debbono accettare tal quali; la
stessa filosofia non consiste che nello scoprirli e porli a fondamento delle
nostre conoscenze. I principi metafisici, più importanti di tutti, sono tre: 1°
ogni qualità corporea ha per sostanza un corpo, ogni penaiero uno spirito; 2°
ciò che comincia ad esistere deve avere una causa; 3° dove si mostrano segni
d'intelligenza nelle operazioni, la causa deve essere non meccanica ma
intelligente. Si comprende da ciò come per il Reid « la filosofia non ha altre
radici che i principi del senso comune; da essi germoglia, da essi trae il suo
nutrimento. Staccata da queste radici, i suoi pregi avvizziscono, i suoi succhi
si asciugano, essa muore e marcisce ». Molti altri filosofi, fra cui il
Cousin, 1047 SEN il Collard, ece., cercarono poi di far
rivivere la filosofia del senso comane. Secondo il Galluppi, l’esistenza del
senso comune è incontrastabile, ma esso non è altro che la logioa naturale,
ossia la disposizione naturale dello 8 umano a dirigere le operazioni delle
facoltà di conoscere conformemente a certe leggi costanti; ma non bisogna
perciò confondere il fatto che tntti gli uomini convengano su alcune verità,
con l’altro, che l'ammissione di tali verità non abbia altro motivo legittimo
che il consenso comune, laddove, in realtà, tale ammissione avviene per motivi
personali, perchè tutti i mezzi di conoscere ci sono personali : così ogni uomo
crede nell’ esistenza dei corpi perchè i suoi sensi particolari gliela
attestano, e crede alla propria identità personale perchè ha fidncia nella
veracità della propria memoria; di più, se vi sono delle verità generalmente
ammexse, non si può dire che tutte le proposizioni generalmente ammesse siano
verità, e tutta la storia del pensiero umano dimostra anzi che vi sono dei
giudizi falsi universalmente ricevuti. L’Ardigd nega ogni valore al senso
comune, dimostrando come esso sia un fatto di mera suggestione la quale può
anche avere a fondamento il falso -che ciascuno subisce fino dall’ infanzia
dall'ambiente ove nasce, e alla quale difticilmente uno può sottrarsi; trovando
tali idee e credenze già fatte all’età della riflessione, familiari, spontanee,
consentanee fra loro e nelle applicazioni loro ai casi particolari di ogni
momento, ciascuno le crede il naturale portato del senso comune, errando in tal
modo come chi credesse che una montagna sia stata fatta addirittura come si
vede. La storia del pensiero umano mostra infatti come le credenze tradizionali
si siano venute successivamente formando ed accumulando, e di quali errori esse
siano imbevute. Cfr. Aristotele, De an., III, 1,4258, 15; Cartesio, Mod., II;
Reid, Words ed. by Hamilton, 1863, p. 101 segg.; Galluppi, Lezioni di logica e
metafisica, 1854, I, p. 222 segg.; Ardigò, Op. fil., IV, 375 segg.; F.
Harrison, The philosophy of common renne, 1907. SEN 1048
Senso fondamentale. O sentimento fondamentale, è chiamata dal Rosmini la
coscienza primitiva © perenne che l’anima ha del corpo e dei suoi organi, nello
stato in cui essi si trovano, Codesto sentimento fondamentale corporeo è
essenzialmente «no per ciascun uomo, essendo uno il principio senziente, che
con un solo atto sente contemporaneamente tutto il termine corporeo 8 sò unito;
universale, in quanto comprende tutte le parti del corpo; piacevole, come
quello che è conforme alla natura umana; immoto © infigurato, in quanto così il
moto come la figura sono relazioni esistenti solo tra le parti esterne del corpo;
uniforme, in quanto è il fondo omogeneo e indistinto sul quale spiccano i
sentimenti particolari, che seguono all’ azione degli stimoli. La vita corporea
à per I’ uomo non altro che l’incessante produzione del sentimento fondamentale
corporeo. Cfr. Rosmini, Psicologia, 1846, vol. I, p. 136 segg., vol. II, p. 69
segg.; Id., Nuovo saggio, 1880, sez. V, par. V, ο, III segg. Senso intimo. Lat.
Sensus intimus, interior; T. Innerer Sinn; I. Internal senso; F. Sons intime. O
sentimento intimo, in opposizione a senso esterno, è chiamata da alcuni
paicologi la coscienza, che ci dà la conoscenza immediata di noi stessi, © di
ciò che in noi stessi avviene: « Sensus intimns est perceptio qua mens de
praesenti suo stato admonetur. Dicitur etiam conscientia, quia per sensum
intimum anima praceentis affootionis, verbi gratia, doloris, sibi consoia est
». Perd il valore di questa espressione ha variato nel linguaggio filosofico.
Così per Cartesio non v’ha un solo senso interno, ma molti: Nempe nervi, qui ad
ventrioulum, assophagum, faucee, aliasque interiores partes, explendis
naturalibus desidertis destinatus, protenduntur, faciunt unum ex sonsibus
internis, qui appelitus naturalis vocatur; nervuli vero, qui ad cor οἱ
prascordia, quamcis perezigui sint, faciunt alium sonsum internum, in quo
consistunt omnes animi commotiones. Il Locke, con la sua distinzione tra
sensazione e riflessione, dà un nuovo aspetto
1049 SEN alla teoria del senso
interno, il quale è per Ini « la conoscenza che la mente soquists delle sue
proprie operazioni », e, in quanto tale, dà origine in noi a delle
rappresentazioni determinate, cosicchè a ragione può essere chiamato senso per
analogia con quello esterno. Analogo valore dà all’ espressione G. E. Schulze,
il quale osserva che « alla coscienza degli stati interni si dà il nome di
senso, perchè noi ci sentiamo obbligati a conoscere gli oggetti di esso, cos
come a sentire gli oggetti del senso esterno ». Per il Galluppi esso consiste
tanto nel sentimento involontario dell’ io, quanto nella riflessione volontaria
sull’io: esso ci dà la verità primitiva indimostrabile io penso, ciod io sono
esistente allo stato di pensiero, principio d’ evidenza immediata e perciò
mdimostrabile: « L’ evidenza immediata consiste nella percezione chiara della
convenienza o ripugnanza delle nostre idee fra di esse. Ora, il solo senso
intimo può assicurarci di questa percezione immediata, perciò tutti gli
assiomi, i quali non sono che proposizioni necessarie evidenti per sò stesse,
hanno per motivo immediato 1’ evidenza immediata, per motivo mediato ed ultimo
il senso intimo ». Cfr. Cartesio, Prino. phil., IV, 190; Locke, Ees., II, cap.
1, $ 4; G. E. Schulze, Psychische Anthropologie, 1819, p. 114 segg.; Galluppi,
Lezioni di logioa ο metafisica, 1854, vol. I, P. 84 segg. (v. autocoscienza,
cenestesi). Senso logico. Il Romagnosi, modificando il sensismo condillachiano,
denomina così quella funzione subbiettiva per cui siamo operatori del fenomeno;
esso è distinto dall’attenzione e dal giudizio, e anteriore alla coscienza stessa,
nella quale noi siamo soltanto contemplatori del fenomeno. Al senso logico il
Romagnosi attribuisce quella doppia fanzione differenziale e integrale, in cui
lo Spencer, venuto poi, ripone il processo dell’intelligenza. Cfr. Romagnosi,
Pedute fond. sull’arto logica, § 600 segg. Senso morale. T. Sittliches Gefühl;
I. Moral sens; F. Sens moral. Questa espressione non ebbe mai un significato
BEN 1050
preciso, se non nella scuola dei moralisti inglesi, capitanata dal terzo
conte di Shaftesbury. Secondo questo filosofo il senso morale è V insieme di
quegli affetti riflessi, per mezzo di cui si apprende il giusto e l’onesto ;
esso è nativo nell’individuo, è di natura principalmente émozionale nella sua
forma spontanes, ma, poichè esso ammette una costante educazione e uno
sviluppo, l’elemento razionale ο riflessivo diviene in esso gradualmente
prominente. « Così, per mezzo di questo senso riflesso, sorge un’ altra specie
di affesioni rispetto alle vere affezioni, che sono già state sentite, e sono
ora divenute il soggetto di un nuovo aggradimento o avversione ». L’ Hutcheson,
che appartenne pure a questa scuola, esagerò la dottrina del maestro
attribuendo al senso morale non più un’ energia riflessa, ma specifica, e
togliendogli quell’ elemento attivo, il risentimento, per cui si distingueva
dal senso estetico: « Mediante un senso superiore, che io chiamo morale, noi
proviamo piacere nella contemplazione di tali azioni negli altri (azioni
buone), e siamo determinati ad amare chi le ha cumpiute (e molto più proviamo
piacere nell’ esser consapevoli d’aver compiuto noi quelle azioni) senza alcuna
mira di ulteriore naturale vantaggio da esso ». Cfr. Shaftesbury, Inguiry conc. virtue, 1. I,
parte I, $ 9; Hutcheson, Inquiry into the orig. of our ideas of beauty and
virtue, , p. 106, 124; T. Fowler, Shaftesbury and Hutcheson, 1882 (v.
sentimentalismo, intellettualismo, volontarismo). Bensoriale.T. Sensorisch; I. Sensory; F. Sensoriel,
Soneitif. Tutto ciò che appartiene alla sensibilità speciale, ciod visiva,
tattile, olfattiva, ecc. ; si distingue da sensibile, che è ciò che appartiene
alla sensibilità generale. Il vocabolo sensorio è usato alcune volte per
designare un organo specifico di senso. Sensorium commune. O semplicemente
sensorium. Tale espressione fu già usata da Aristotele per l’organo nel quale
si riuniscono i dati di tutti gli altri sensi specifici. Più tardi fu estesa a
designare la sede non solo del 1051 SEN senso comune, ma dell'anima intera. Tale
sede, che per gli antichi era il cuore, per i moderni è il cervello, e più
precisamente la corteccia grigia del cervello. Però fra gli psicologi e
fisiologi contemporanei, alcuni, col Vulpiav, intendono per sensorium commune i
centri cerebrali della sensibilità comune, altri invece, col Mandsley, i centri
comuni della sensibilità, quali i talami ottici, i tubercoli quadrigemini, i
bulbi olfattivi, ecc. Cfr. Darwin, Expression of emotions, 1890, p. 69;
Bastian, Le cerveau drgane de la pensée; Wundt, Physiol. Psyohol., 4° ed., I,
p. 213 segg. (v. senso comune). Senso spirituale. T. Geistiger Sinn; I.
Spiritual sense: F. Sens spirituel. In generale, l’operazione con cui l’anima,
secondo alcuni filosofi, percepisce immediatamente la verità spirituale. Anche
il Rosmini usa questa espressione per indicare |’ immediata intuizione che fa
|’ intelletto della verità. Esso differisce dal senso corporeo perchè non ha,
come questo, dei termini somatici determinati e reali; ma ha un termine
spirituale e perfettamente indeterminato ; e si dice tuttavia senso, in quanto
lo spirito intuisce con esso immediatamente l’essere, allo stesso modo come
ogni altro senso riceve l'impressione del sensibile. Cfr. Rosmini, Nuovo
saggio, sez. V, p. V, ο, 111 segg.; Psicologia, 1846-48, I, p. 136 sogg., II,
p. 69 segg. (v. senso intimo, autocoscienza). Sensualismo. Τ. Sensualismus; I.
Sensualiem; F. Sensualisme. Non si dovrebbe mai, imitando i francesi, usarlo in
luogo di sensismo, che è la dottrina gnoseologica che pone la sensazione come
unica fonte delle nostre conoscenze, mentre nella lingua nostra il sensualismo
designa piuttosto una tendenza pratica o una dottrina morale, che consiste nel
considerare il piacere fisico come l’unico scopo della vita, come il solo
criterio del bene e del male. Sentimentalismo. Nella filosofia morale designa
quella dottrina che attribuisce al sentimento morale la suprema efficacia
nell'attività etica dell'uomo; si oppone all’intelSEN 1052
lettualismo, che tale officio riconosce invece alla intelligenza. L’uno
e l’altro indirizzo si svolsero specialmente in Inghilterra, dalla seconda metà
del secolo diciottesimo fino alla prima del diciannovesimo, I prineipali
rappresentanti del sentimentalismo furono David Hume, Adamo Smith e David
Hartley. Nella psicologia per sontimontalismo, in opposizione a
intellettualismo e volontarismo, si intende la dottrina che considera il
sentimento come l’attività più primifiva della coscienza, dalla quale si
svolgono tutte le altre. Tale dottrina, sostenuta dal Barrat e dal} Horwiez,
sembra essere confermata dal fatto che, fino ad un periodo avanzato
dell'infanzia, l’uomo è interamente dominato dai sentimenti di piacere e di
dolore, determinati specialmente dalle sensazioni organiche. Nella filosofia
della religione il sentimentalismo è l’ indirizzo che, opponendosi al
razionalismo, fa originare la religione da una facoltà distinta, il sentimento,
collocandola così in una sfera dello spirito diversa dalla intellettuale,
autonoma, irraggiungibile ai metodi ο ai processi del pensiero rasiocinativö.
Questo indirizzo, che riappare oggi nel modernismo cattolico e nella psicologia
prammatista, ebbe già per rappresentanti il Pascal © il Rousseau, che, sia pure
con metodi e intenti diversi, sostennero la sovranità delle ragioni del cuore,
l'autonomia della fede, l’originsrietà del sentimento ο la sua indipendenza
dalla ragione; ma il vero dialettico © teologo del sentimentalismo religioso fa
lo Schleiermacher. Egli sostenne che l’idea di Dio è fuori d'ogni possibile
conoscenza, perchd efagge così alla forma del concetto come a quella del
giudizio; Dio non è dato a noi che nel sentimento, ossia nell’ immediate
autocoscienza; il sentimento è infatti una modificazione dell’ io, dovuta
all’azione di un oggetto esterno sulla nostra coscienza, ed esprime perciò una
dipendenza; la religione è appunto il sentimento della nostra assoluta
dipendenza da Dio, 0, che è lo stesso, la coscienza di noi stessi come 1053
Sex essenti in rapporto con Dio. Cfr. Schleiermacher, Dialektik, 1903,
p216 segg.; C. Ranzoli, L’ agnosticiemo nella fil. religiosa, 1912, p. 228 segg.;
Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913, II, p. 203 segg. (v.
fidoismo, religione, sentimento). Sentimento. T.Gefükl; I. Sentiment, Feeling;
F. Sentiment. Uno dei termini filosofici di significato più vasto e più vario.
Per lungo tempo fu sinonimo di sensazione, cosicchè il Descartes classificava
fra i sentimenti la luce, il calore, il suono, l'odore, 909. Oggi si adopera
per designare sia una tendenza, accostandolo per tal modo all’appetito e al
desiderio; sia un qualanque stato affettivo, comprendendo in esso tanto i
diversi stati semplici di piacere e di dolore, quanto le emozioni e le
passioni: sia infine una conoscenza oscura la quale tuttavia ci dà la credenza
e la certezza, In quest’ ultimo significato il dominio del sentimento viene non
solo distinto, ma anche opposto a quello dell’ intelligenza © della ragione;
ciò che questa distrugge (credenze morali e religiose) quello può ricostruire
su basi incrollabili. Ma il significato più diffuso della parola sentimento, e
il più usato nella psicologia, è quello che si riferisce si diversi stati di
piacere ο di dolore, ο agli stati misti di piacere ο di dolore, che
#’acoompagnano alle operazioni così semplici come complesse della nostra
coscienza. Così il Jodl lo definisce come « un eccitamento psichico, nel quale
il valore di una mutazione nelle condizioni dell’ organismo vivente o nello
stato della coscienza, per il vantaggio ο il danno del soggetto viene
immediatamente percepito come piacere o come dolore ». Per I’ Ebbinghaus la
caratteristica dei sentimenti sta « nel rapporto delle loro cause obbiettive
col bene e col male dell’ organigmo e della vita psichica che l’anima ;
mediante i sentimenti, le impressioni che ci orientano nel mondo esteriore
ricevono una estimazione, che è necessaria affinchè la coscienza possa
impiegare convenientemente le cose obBEN
1054 biettive nella lotta per la
sua propria conservazione ». Per il Masci « il sentimento è una eccitazione
psichica, nella quale il valore di un mutamento dello stato dell'organismo © della
coscienza in rapporto al soggetto è avvertito immediatamente come piacere o
come dolore ». Secondo tale accezione, il sentimento è un fatto che pare abbia
le sue radioi nelle stesse proprietà elementari dell'organismo, rappresentando
la specificazione ulteriore della proprietà fondamentale della sostanza
vivente, detta irritabilità o anche sensibilità protoplasmatica 0 precosciente,
la quale consiste nella reazione particolare dell’ organismo ad una eccitazione
ricevuta. Appartiene dunque alla sensibilità, ma si distingue dalla sensazione
in quanto questa viene riferita al non-io, quello invece all’io, apparendo come
uno stato assolutamente soggettivo ; fra l'uno e l’altra esiste tuttavia una
certa proporzionalità, poichè 00] crescere e diminuire delV intensità della
sensazione, cresce e diminuisce anche I’ intensità del sentimento. Questo
rapporto non è però costante, potendosi persino mutare ad un certo punto la
qualità det sentimento stesso, © cio di piacere passare in dolore: in generale,
infatti, le eccitazioni moderate determinano uno stato di piacere, mentre le
eocitazioni che sorpassano il limite di adattamento dell’ individuo sono
seguite dal dolore. Ciò rivela l’officio biologico ο protettivo del sentimento,
il quale serve all’animale come guida della sua vita, come stimolo necessario a
soddisfare adeguatamente i suoi bisogni, come indice dello stato normale o
patologico dei suoi organi. Quindi, quantunque il sentimento sia relativo allo
stimolo, alla sua durata © intensità, all'individuo ed al suo stato attuale ο
precedente, segue tuttavia attraverso la specie una costante © regolare
evoluzione, affinandosi e complicandosi col perfezionarsi ο complicarei degli
organiami. Si sogliono distinguere, sebbene non da tutti i psicologi, i
sentimenti fisici ο sensitivi dai morali ο ideali, e, tra questi ultimi, i
sentimenti superiori : i ο. sociali, che variano col 1055
SEN variare delle forme di convivenza sociale, e che si esplicano nella
società evoluta col sentimento morale, e quelli della simpatia, della
solidarietà, della beneficienza; ο. intellettuali © logici, che variano,
secondo il Wundt, a seconda che accompagnano gli atti semplici del pensiero, le
concordanze o le contraddizioni, oppure gli atti complessi, la verità,
l'errore, il dubbio, e si manifestano nel piacere della ricerca del vero, nella
gioia della verità conquistata, nelle pene angosciose del dubbio, nella
avversione all'errore: s. estetici, che sono costituiti dal piacere che desta
il bello nelle sue molteplici forme, e, secondo alcuni, precedono il giudizio
estetico, secondo altri lo seguono, secondo altri ancora αἱ presentano
contemporaneamente ad esso; il e. della natura, che sorge dalla contemplazione
del bello naturale, in quanto la natura esprime nel modo più grandioso le armonie
della vita, del movimento e della materia, e i bisogni del cuore; #. religiosi,
che variano col variare delle credenze religiose, ὁ sono esaltativi
nell’individuo compreso ed ammirato dall’onnipotense e dalla grazia divina,
depressivi quando la coscienza dell'individuo è colpita dalla paura della
collera e della vendetta divina. Quanto all'origine e alla natura del
sentimento, cui sopra accennammo, si può dire che soltanto la psicologia
contemporanea se ne sia occupata : fino a quasi tutto il secolo diciottesimo,
la psicologia fu dominata dal concetto che l'intelletto, la conoscenza, fosse
la facoltà dominante dell’uomo, e sotto di essa erano collocate le altre
facoltà considerate come inferiori © comprese sotto il nome di appetiti o
facoltà desiderative, Le dottrine della psicologia contemporanea sulla natura
del sentimento si possono ridurre a cinque: la più diffusa è quella che
considera il sentimento come una funzione psichica avente origine autonoma, al
pari della intelligenza ο del volere, dai quali è indipendente, pure avendo con
essi strettissima relazione (Hòffding, Wundt, Sully, Baldwin, Külpe); secondo
gli herbartiani il sentiSER 1056 mento à invece non una attività originaria
della coscienza, me il risultato di un’azione scambievole delle rappresentazioni
(Nablowsky, Volkmann, Drobisch); per i seguaci del materialismo psico-fisico il
sentimento semplice è una qualità inerente alla sensazione (tono sentimentale)
mentre i sentimenti complessi non sono che il risultato del combinarsi di
sentimenti elementari, che accompagnano quelle sensazioni che
contraddistinguono le emozioni (Münsterberg); secondo i sentimentalisti puri il
sentimento è l’attività più primitiva della coscienza, dalla quale si svolgono
poi tutte le altre (Barrat, Horwicr); infine, secondo la scuola detta somatica
o fisiologica, il sentimento non sarebbe che la pura espressione delle funzioni
organiche, scaturente dai processi fisiologici (Ribot, James, Lange). Cfr.
Höffding, Peyohologie, trad. franc. 1900, p. 293 segg.; Sully, Psychology, 2°
ed. 1885, p. 687; Bain, Mental science, 1884, Ρ. 215-17; Külpe, Grund. d.
Peychol., 1893, p. 236; Wundt, Grund. d. Paych., 1896, p. 34-43; Volkmann,
Lehrbuch d. Peychol., 43 ed. 1894, vol. II, p. 302; Münsterberg, Aufgabe u. Meth. d. Peyohol.,
1888; Horwicz, Peychol. Anal.,
1872, II, 2, p. 1; Ardigò, Op. fil., V, 151 segg.; Masci, Peicologia, 1904, p.
114 segg.; Ebbinghaus, Peychologie, trad. frano. 1912, p. 114 segg.; W. James,
Principles of payohol., 1890, cap. XXIV; Id., La théorie de l'émotion, trad.
franc.; Lange, Les emotions, trad. franc. 1902; Ribot, La psychol. des
sentiments, 1896; Id., La logique d. sent. 1904; Th. Lipps, Vom Fühlen, Wollen
und Denken, 190: F. Rauh, De la méth. dans la payohol. d. sent., 1899; F.
Paulhan, Les phenomends affootifs et les lois de leur apparition, 1887; L.
Dumont, Il piacere e il dolore, trad. it. 1878 (v. piacere, dolore, neutri,
sentimentalismo, senso fondamentale, senso spirituale). Sermonismo. T. Sermoniemus ; I. Sermoniem; F.
Sermonisme. La dottrina di Abelardo, secondo la quale gli universalì non
esistono che nel discorso (sermo). Mentre il
1057 Srr-Sro realismo affermava
l’esistenza indipendente degli universali, ed il nominalismo non vedeva in essi
se non denominazioni collettive, Abelardo sosteneva che, se non possono essere
cose, non possono nemmeno essere semplici vocaboli; la parola (rox) come
complesso fonico è già per sè qualche cosa di singolare, può avere significato
generale solo essendo pronunciata, diventando ciod sermo. Una tale applicazione
della parola non è però possibile se non mediante il pensiero concettuale
(conceptus) che, dal confronto dei contenuti percettivi, prende ciò che per la
sua natnra si adatta ad essere espresso (quod de pluribus natum eat
praedicari). L’universale è dunque l’enunciazione concettuale (sermonismo) o il
concetto stesso (conoettualismo). Cfr. Windelband, Storta della filosofia,
trad. it. 1913, vol. I, p. 382 segg. Sfenoidale (angolo). È determinato da tre
punti: il punto basilare, il punto nasale, corrispondente al centro della
sutura fronto-nasale, il punto sfenoidale corrispondente al chiasma doi nervi
ottici. Un tempo si credeva da molti scienziati, fra cui il Welckere ο il Vogt,
che esso fosse molto importante per stabilire la misura della intelligenza, così
da servir di base alla classifienziono della specie umana; oggi invece, pure
non trascurandolo, gli si attribuisce dagli antropologi scarso valore. Cfr. C. Vogt, Mémoire sur
les microcéphales, 1867; P. Topinard, Anthropologie, 1884, p. 300 segg. Sforso. T. Anstrengung; I. Effort; F. Effort.
Sentimento intraducibile di tensione, che s’accompagna ad ogni forma di
attività volontaria. Fra le sensazioni di movimento si sogliono distinguere
quello puramente passive, d’origine periferica, derivanti dalla contrazione dei
muscoli, ο quelle attive, detto di aforzo ο d’innerrazione, di origine
centrale, derivanti dal grado di innervazione che comunichiamo ai muscoli per
produrre una data contrazione. Occorre tuttavia distinguere lo sforzo positito,
col quale si tende ad accrescere l'eccitazione o si dirigo l’attività nd un
fine, 67 Ranzota, Dizion. di acienze
filosofiche. Sro 1058 dallo sforzo negativo, che tende a diminuire
1’ eccitazione ed inibire un movimento o una tendenza. Si distingue ancora lo
aforzo muscolare, di cui parlammo, dallo sforzo mentale, diretto a promuovere
od inibire un’idea o una serie di idee, e dallo sforzo morale onde si attua I’
ideale etico contro la resistenza proveniente dal fondo del nostro io ο
dall'esterno. Ad ogni modo lo sforzo, per il dispendio di energia che richiede,
dà sempre un criterio di conoscenza del proprio valore, rivela il dinamismo
dell’essere proprio. E se, per la legge della minor resistenza, lo sforzo che
accompagna gli atti va diminuendo quanto più si ripetono, rimane pur sempre
che, qualora essi debbano assumere una direzione nuova, lo sforzo è pur sempre
necessario; 00sicchè esso è una condizione indispensabile di progresso. Secondo
il Maine de Biran, il sentimento dello sforzo è il fatto primitivo della coscienza
e da esso hanno origine le idee di causa ο di forza: « Noi troviamo impressa
profondamente in noi la nozione di causa o di forza; ma il sentimento immediato
della forza procede la nozione ed è lo stesso sentimento della nostra
esistenza, da cui quello di attività è inseparabile. Poichè noi non ci possiamo
conoscere come persone individuali, senza sentirei cause relative a certi
effetti o movimenti prodotti nel corpo organico. La causa, o forza attualmente
applicata a muovere il corpo, è una forza agente che noi chininiamo volontà. Ἡ
me #'idontifica completamente con codesta forza agente. Ma l’esistenza della
forza non è un fatto per il me che in quanto si esercita, ed essa non #’
esereita che in quanto si può applicare ad un termine resistente o inerte. La
forza non è dunque determinata o attuata che nel rapporto col suo termine
d’applicazione, come pure questo non è determinato come resistente ο inerte se
non nel rapporto con la forza attuale che le muove ο tendo a imprimergli il
movimento. 11 fatto di codesta tendenza è ciò che noi chiaminmo aforzo, 0
azione roluta, ο rolizione, e io dico che codesto sforzo è il vero fatto
primitivo del senso intimo ». Il sentimento dello sforzo appartiene, secondo il
Maine de Biran, al senso intimo, perchè si constata da sè stesso interiormente,
senza uscire dal termine della sua applica zione immediata © senza ammettere
alcun elemento estraneo all’inerzia stessa dei nostri organi; ed è anche il più
semplice di tutti i rapporti, il solo veramente fisso, invariabile, sempre
uguale a sò stesso, in quanto non ammette alcun elemento variabile straniero, è
il risultato costante dell’azione d’una sola ο medesima forza spiegata da un
solo e medesimo termine. Cfr. Sully, Outlines of peych., 2° ed. 1885, p. 109 segg.; Hòffding, Peyokologie,
trad. franc. 1900, p. 150; Bastian, The brain as an organ of mind, 1884,
Appendice p. 691; Delboef, Revue philos., t. XII, 1881; Maine de Biran, Ocurres
indites, ed. Naville. (v. cinestesiche). Billogismo (συλλογισμός da συλλέγω--metto insieme). T.
Syllogiomus ; I. Syllogiom ; F. Syllogieme. Consiste in un complesso di tre proposizioni, collegate
tra loro in modo che dalle due prime, dette premesse, se ne ricava una terza,
detta conseguenza o illazione. La parola sillogiemo trovasi già in Platone, ma
nel semplice significato di ragionamento ; con Aristotele assunso il
significato speciale che ha poi sempre conservato. Egli lo defini « un
ragionamento nel quale, poste alcune cose, si conclude necessariamente qualche
cosa di diverss, por ciò solo che quelle sono state poste ». Sembra tuttavia
che la scuola Nyaya dell’ India, fondata da Gotama sei o setto secoli a, C.,
conoscesse già il ragionamento sillogistico. Le definizioni del sillogismo date
dopo Aristotele concordano più o meno con la sua. Per Hobbes il sillogismo è
oratio, quae oonatat tribus propositionibus, er quarum duabus sequitur tertia,
como additio trium nominum ; per Cr. Wolff è una operatio mentin, qua ex duabus
propositionibus terminem communem habentibus formatur tertia, combinando
terminos in utraque diverSit soe; per
il Dühring « un rapporto di due concetti ad un terzo concetto »; per il Wundt «
una relazione mentale mediante la quale da giudizi dati proviene un nuovo
giudizio ». Il principio fondamentale su cui si basa il sillogismo fn
determinato già da Aristotele, sia sotto il rapporto dell’estensione che della
comprensione dei concetti. Sotto il primo ha avuto poi nella logica
tradizionale la formula: quidquid de homnibus valet, valet etiam de quibuadam
οἱ singulis ; quidquid de nullo valet, neo de quibusdam nec de singulis valet.
Sotto il secondo fu poi formulato da Kant così: nota notae est nota rei,
repugnans notae repugnat rei ipei. La prima formula è quantitativa, la seconda
qualitativa; contro la prima il Bain obbiettd che essa, anzichè del sillogismo,
è piuttosto la formula dell’ inferenza immediata per subalternazione; contro la
seconda, che non determina l'estensione dell'identità che afferma. Il Bain
propose questa nuova formula, che concilierebbe le due precedenti: « ciò che è
detto della classe indefinita così com’ denotata per la sun connotazione, è
vero di tutte le cose la cui connotazione speciale le rende riferibili alla
classe ». Il Lambert ammise come vera la formula quantitativa, specificandola
però variamente per ogni figura; altri fondandosi sul fatto che ogni sillogismo
esprime una identità, hanno creduto che il principio generale del sillogismo
sia quello d’ identità, ’Hamilton quello dell’egua: glianza delle parti col
tutto, lo Spencer quello della sostituzione dell’ identico. Nel sillogismo si
distingue la materia, che è o prossima, cioè le tre proposizioni, o remota,
cioè i tro termini; e la forma, cioè il nesso reciproco che hanno lo
proposizioni. I sillogismi si ripartiscono in cinque classi principali: cafegorioi
puri in cui tutte tre le proposizioni sono categoriche ; oategorico-ipotetici
in cui tutte tre le proposizioni sono ipotetiche; épotetico-categorioi in eni
la premessa maggiore è ipotetica, la minore e In conelnsione categoriche ;
categorioi disgiuntiri in cni la maggiore è di 1061 Sim sgiuntiva, la minore e la conclusione
categoriche ο catetegoriche-disgiuntive; ipotetici disgiuntiri in cui la
maggiore è ipotetico-disgiuntiva, la minore e la conclusione categoriche o
categoriche disgiuntive. Il sillogismo può avere quattro figure e
sessantaquattro modi, di cui diciannove soltanto sono validi. Oltre al
sillogismo deduttivo, del quale fin qui si è discorso, si ha il sillogismo
impropriamente detto induttivo, nel quale, in luogo del termino medio, è data
la serie completa o incompleta delle sue specie. Per lungo tempo il sillogismo
fu tenuto in grande onore; sul finire della scolastica esso era considerato
l’unica forma di ragionamento ed applicato all'espressione di ogni produzione
del pensiero. Ma coll’età moderna si ripresero le critiche contro il
sillogismo, già cominciate con gli scettici antichi: e da Lorenzo Valla,
Rodolfo Agricola, Frun«esco Bacone fino allo Stuart Mill e allo Spencer è tutta
una schiera di pensatori che, con argomenti di varin natura, cercarono negargli
ogni valore, o di ridurlo ad un semplice mezzo di controllo per chiarire i
ragionamenti oseuri o svelare i difetti d’ una argomentazione capziosa. Nè
ancora si può dire che la discussione sia chiusa. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I,
1, 24 b, 18; Id., Anal. post., I, 2,72 a, 5; Platone, Filebo, 41 C; Id., Teet.,
186 D; Id., De corp., 4 C, 1; Cr. Wolff, Logica, 1732, $ 50, § 332; Kant, Lo,
1800, $41-43; Dühring, Logik, 1878, p. 54; Wundt, Logik, 1893, I, p. 270 segg.;
Sesto Empirico, Pyrrh. Hyp., II, 194 segg.; Mar. Nizolius, De rer. prino., I,
4-7; Bacone, Nor. org., I, 13-14; Stuart Mill, Logic, 6° od. 1865, II, 3, 2;
Bain, Logic, 1870; Spencer, Prine. of. Peychol., 3% ed. 1881, II, Pp. 99; Rosmini, Logica, 1853, $ 545 segg.;
Masci, Logica, 1899, p. 278 segg.; A. Pustore, Sillogiemo e proporzione, 1910;
U. Della Seta, La dottrina del sillogismo in Aristotele, 1911 (v. conclusione,
figura, termine, modo, nota notae). Simbolismo, Simbolo. T. Symbolismus; I.
Symbolism ; F, Simbolieme. Nella gnoseologia dicesi simbolismo ogni dotSm 1062
trina che fa dell’ idea un semplice simbolo della cosa, negando quindi
che la conoscenza adegui la realtà e che il pensiero possa cogliere |’ essere
quale è in sò stesso. Nella psicologia dicesi simbolismo sensoriale il fenomeno
della trasformazione automatica in imagini uditive ο visive delle impressioni
sensoriali di modalità differente, tattili, olfattive, gustative, ecc.: in tali
casi l’imagine visiva © uditiva diviene simbolo di sensazioni di ordine
diverso. Il simbolismo sensorialo si verifica costantemente durante la voglia,
ma diviene prevalente nel sogno, perchd nel sonno le vie sensoriali ordinarie
sono chiuse, l’attenzione © Pinibizione volontaria sono torpide, cosicchè si
ve: cano in esso le condizioni proprie alla formasione di imagini simboliche,
cioò d’imagini sostanzialmente diverse du quelle che dovrebbe evocare lo
stimolo che le produce. Nella religione dicesi simbolismo la tendenza a
rappresentare per analogia con un atto o un oggetto materiale sia le forme
diverse del sentimento religioso, sia l'oggetto della credenza. Esso ha origine
dal bisogno che l’uomo prova di obbiettivare i propri sentimenti e le proprie
emozioni, specie quando esse raggiungano un alto grado di intensità. Vi sono
molte specie di simboli religiosi: e. di purificazione come l’acqua del
battesimo, la luce delle torce, le vesti bianche, ece.; a. di sottomissione,
come l’inginocchiarsi, il prosternarsi, lo scoprirsi il capo, ece.; a. di gioia
religiosa, come le danzo, i baccanali, 1’ inghirlandarsi, ecc.; a. di tristezza
religiosa, come il vestirsi di nero, il gettarsi la cenere sul capo, il
digiunaro, ecc.; mistero, como il bendarsi gli occhi, fare la penombra, ece.;
a. di imilazione, come le stimmate di Β. Francesco d'Assisi e i diversi
riti. In generale, per simbolo »’
intende un sogno il quale fissa l’idea o la rappresentazione d'una cosa ο d’un
fatto, che, convenzionalmente, a quel segno si associa. Per dirla in altre
parole, e ricorrendo alla sua otimologia, la parola simbolo designa la
connessione logica di due termini o dati, cia 1063 Sim scuno dei quali partecipa con l’altro di
un particolare rapporto. Vi sono infinite specie di simboli; tuttavia,
considerandone la finalità psicologica ο logics, possiamo col Marchesini
distinguere quattro classi: rapprosentativi, che hanno affinità ο perfetta
somiglianza con la cosa, ad es, il ritratto d’una persona: significativi che,
pur valendo a richiamare un ordine di idee, sono sostituiti da altri dati, ad
es. la parola, i numeri, gli algoritmi ; ricostruttivi che, come parte di una
cosa. o momento di un fatto, richiamano alla mente il tutto della cosa ο del
fatto, ad es. la penna in quanto richiama l’idea dell'atto di scrivere;
esplicativi, che ci danno la conclusione di una serie di operazioni, ο, nello
stesso tempo, la ragione di conclusioni nuove, ad es. una formula matematica.
Inspirandosi invece ad un criterio storico, Guglielmo Ferrero ne fece la
seguente classificazione: #. di prora, come i nostri documenti o le citazioni :
3. descrittivi, cho significano la cosa mediante la sua figara o quella d’un
oggetto affine, ad es. la leonessa di bronzo eretta dagli Ateniesi in ricordo
di Leona; 4. di sopraveitenza, al. es. l'uniforme militare di certe autorità
civili, che è il ricordo del predominio del potere militare; s. di riduzione,
ad. es. l'investitura di una proprietà per il simbolo d'una foglia di quercia;
s. emotivi, i distintivi del. l’untorità, come la corona e lo scettro; 4.
mistici, come l’incanto, che un tempo era una formula à cui si attribuiva ana
potenza superiore. Cfr. Ochler, Lehrb. d. Symbolik, 1876; G. Ferrero, I
simboli, 1892; G. Marchesini, 17 simbolismo nella conoscenza ο nella morale,
1901 (v. ritualigmo). Simile. T. .ihnlich, gleicharting ; 1. Similar; F.
Semblable. In generale due cose si dicono simili, quando presentano un corto
numero di caratteri identici e un certo numero di caratteri differenti. Nella
geometria due o più figure sono simili quando sono costituite dallo stesso
numero di parti, della stossa forma e nel medesimo rapporte; Sim 1064
le due figure sono sempre simili qualunque sia la distribuzione, diretta
o inversa, delle parti che le costituiscono, purchè il rapporto sia costante
secondo la propria forma delle analoghe parti. I filosofi greci credevano che
il similo possa essere prodotto soltanto dal simile (talis effeatus qualis
causa): da ciò derivarono molti pregiudizi popolari, ad es. che Vortica faccia
guarire l’orticaria, che il zafterano, per il suo colore, sia il rimedio contro
le itterizie, ecc. (v. somiglianza). Simmetria. T. Symmetrie; I. Symmetry; F.
Symétrie. Nel suo senso più generale è la giusta distribuzione delle parti
nella formazione di un tutto armonico. Dicesi leggo di simmetria la legge
formulate dal Bichat, secondo cui nel nostro corpo sono simmetrici gli apparati
della vita animale della riproduzione, sono invece asimmetrici quelli della
vita organica. Il piano mediano taglia il nostro corpo in duo metà simmetriche,
considerandole esteriormente ; però codesta simmetria non è perfetta, perchd lo
due motà non sono geometricamente uguali, cio se sovrapposte non si
corrisponderebbero. La causa della asimmetria mediale deve attribuirsi alla
curvatura laterale della colonna vertebrale (v. degenerazione). Simpatia. T.Sympathie;
I. Sympaty; F. Sympathie. Etimologicamente designa lu tendenza fondamentale a
dividere lo emozioni e i sentimenti altrui, interpretandoli dal loro linguaggio
esteriore. Nel suo significato più comuno è la tendenza, i cui fattori sono
spesso oscuri, ad amare una determinata persona o cosa. Nel primo caso è un
fenomeno assai complesso, mediante il quale ciascuno è solidalo delle gioie e
dei dolori de’ suoi simili; molti elementi entrano a costituirlo, fra oni
l'egoismo ὃ prevalente, anzi unico secondo degli utilitaristi. Nel secondo, che
al primo si ricollega, il fondamento è dato dal sentimento d’un certo insieme
di contrasti ο di somiglianze tra due persone, e può evolversi nell'amore e
nell’amicizia. Il Plat 1065 Sim ner
definisce la simpatia « la proprietà dell’umana natura nd accordare le proprie
sensazioni con le sensazioni di altri individui, il cui stato noi percepiamo o
pensiamo ». IBain ugualmente: « La simpatia è l’entrare nei sentimenti di un
altro © trattarli completamente come se fossero nostri. È una specie di
imitazione involontaria, o di assunzione dei sentimenti espressi in nostra
presenza, che è seguita dal sorgere dei sentimenti stessi in noi ». Secondo
l’Hôffding la simpatia suppone che « gli interessi comuni prevalgano sugli
interessi divergenti; poscia suppone che tali interessi comuni possano giungere
a manifestarsi con maggiore o minore coscienza nel campo delle rappresentazioni
dell'individuo. Se l’esperienza, l’intelligenza ο l’imaginasione sono limitate,
la simpatia sarà pure limitata. La storia ci mostra che la simpatia si sviluppa
da principio in sfere ristrette © irraggia poscia in più vaste.... Da ultimo la
simpatia deve poter estendersi a tutti gli esseri viventi, alla natura intera;
ensa finisce col prendere allora un carattere religioso e diventa ciò che
Spinoza ha chiamato l’amore intellettuale di Dio ». Anche secondo il Bastian la
simpatia ha carattere evolutivo, ο . 8. Freund, Die Traumdeutung, 1900; Id.,
Ueber d. Traum, 1091 SoL 1901; I. Bigelow, The mistery of sleep, 1897;
Myers, The human personality, 1902; A. Maury, Le sommeil et les rêves, 1878;
Max Simon, Le mondo des réves, 1888; M. Foucault, Le réce, ; I. Tobolowska,
Etude sur les illusions du temps dans les rêves, 1900; Vaschide, Le sommoil et
les réves, 1911; De Sanctis, I sogni, studi peio. e olin., 1899; Ardigò, Op.
fil., vol. IV, p. 388 segg., vol. IX, pag. 283 segg. (v. alluoinazione,
illusione, onirologia, telepatia). Solidarietà, T. Solidaritàt; I. Solidarity;
F. Solidarité. Nel senso più generale è la dipendenza reciproca che esiste sia
tra gli esseri che costituiscono l’ universo, sis fra le varie parti di un
medesimo essere, e costituisce una delle condizioni tanto della vita cosmica
come della vita individuale. In un senso più particolare è la dipendenza
reciproca tra l'individuo ο la società, tra ogni uomo e tutti gli uomini. Il
solidarismo, che forma la base dei moderni sistemi sociali e politici, è molto
antico nella filosofia ed implicito specialmente nei sistemi panteistici, che
scorgono una funzione dell’ essere assoluto nella coesistenza degli esseri
particolari, nella successione dei loro movimenti ο dei loro pensieri: da ciò
una interdipendenza completa di tutte le esistenze solidarizzate nell’ unità
cosmica. Perd sul concetto di solidarietà non tutti i pensatori sono concordi:
per il Fichte è un’ esigenza della ragione, il principio d’ intelligibilità
della nostra condotta e la condizione onde ai realizza l’ unità della ragione
nello sviluppo dell’ umanità; per Augusto Comte la solidarietà è In grande
legge naturale, che governa la generalità dei fatti sociali nella loro
simultaneità e nella loro successione, cosicchè l'individuo, il quale per sè
stesso non è che un essere biologico, diviene uomo solo in quanto partecipa
dell’ umanitd ed ha il sentimento del legame che lo unisce « ad una immensa ©
oterna unità sociale »; per Pierre Leroux, che si vanta d’avere per primo
pronunciata la parola solidarietà, traSportandola dal linguaggio ginridico in
quello filosofico, BoL 1092 la solidarietà è non solo un sentimento ma un
dovere e su essa si fonda il diritto, in quanto « l’uomo, sentendosi parte di
un gran tutto, si mette in rapporto con tutto, e arriva finalmente a
comprendere che ha diritto a tutto »; per il Bourgeois la solidarietà è un
fatto di carattere universale non solo per riguardo agli esseri inferiori ma
anche per rispetto alla società umana, cosicchè non si può prescindere da essa
nel determinare il contenuto dol concetto di giustizia, consistendo il dovore
sociale nel debito che ciascuno ha verso gli avi e verso i posteri, il diritto
nell'esigenza di ciascuno d’avere parte proporzionata nella somma degli averi e
dei benefici sociali; per il Gide non ha valore etico nd la solidarietà che
deriva dalla divisione del lavoro, nò quella che deriva dallo scambio dei
servizi e dalla concorrenza, ma quella che si compie per mezzo della
associazione cooperativa di consumo, nella quale si ha l’attuazione non tanto
della giustizia quanto della fratellonza © dell'amore. Cfr. A. Comte, Cours de phil. positire.
t. IV, lez. 48; L. Bourgeois, Keeai d’une phil. de la solid. 1902; L. Fleurant, Sur la solidarité, 1908.
Solido. Lo spazio fornito di tre dimensioni, lunghezza, larghezza e profondità.
L'idea del solido risulta psicologicamente dalle sensazioni muscolari,
associate a quelle della vista e del tatto. Infatti le tre dimensioni
corrispondono a tre specie di movimento, che sono poi relative alle
disposizioni stesse dei nostri organi, onde il concetto di spazio implica un
sopra e un sotto, una destra e una sinistra, un avanti e un indietro. Nell'uso
comune, per sotà s'intende invece la resistenza offorta dai corpi, resistenza
la quale impedisce che altri corpi occupino lu spazio di cui un corpo è
attualmente în possesso; in questo senso fu usata anche dal Locke: «.... ho
creduto che il termine solidità sia assai più adeguato ad esprimere tale iden,
non solo perchè è comunemente neato in ta! senso, ma anche perchè importa
qualche cosa di più pe 1093 SoL-Som sitivo del termine impenetrabilitd,
che è puramente negativo, © che, forse, è più nn effetto della solidità che non
la solidità atessa ». Cfr. Locke, Essay, 1877, 1. II, cap. IV, $ 1-6 (v.
spazio, iperspazio, estensione, superficie, stereognostico, distanza).
Solipsismo v. semetipsismo. Somatico (σῶμα corpo). Tutto ciò che si riferisce
al corpo; si contrappone perciò a peichico, spirituale, morale, intellettuale,
ecc. Così dicesi somatica, per opposizione a intellettualistica, quella teoria
dell’emozione che spiega l’emozione stessa come il ripercuotersi nella
coscienza di alterazioni organiche più o meno profonde; somatologia quella
parte dell’antropologia che ha per oggetto lo studio della struttura del corpo
umano, dello scheletro © degli organi interni, la proporzione delle sue parti,
il suo sviluppo, ο V applicazione dei dati così ottenuti alla differenziazione
sia dell’uomo dagli animali a lui più prossimi, sia delle differenti razze
nmane, popoli, nazioni e classi. Somiglianza, T. Aehnlickeit ; I. Likeness,
Resemblanoe; F. Ressemblance. Tu generale dicousi somiglianti due oggetti che
presentano un certo numero di caratteri identici e un certo numero di caratteri
diversi; Ja proporzione maggiore © minore dei primi rispetto ai secondi dà il
grado maggiore o minore di somiglianza. Nella psicologia dicesi legge di
somiglianza, quella per cui, quando due stati di coscienza xi rassomigliano, l
uno dei due può richiamare l’altro, È un caso della legge generale
dell’associazione, e da alcuni psicologi è ricondotta alle leggi dell’
associazione por simultaneita © per successione continua. Si distinguono varie
specie di associazione per somiglianza : la somiglianza qualitativa, che ha
luogo fra proprietà che non possono identi carsi, ma appartengono alla stessa
famiglia; lu somiglianza dei rapporti, o analogia, per la quale lu
rappresentazione d'un rapporto tra le parti o le proprietà d’un oggett« suscita
la rappresentazione d’ un altro oggetto, tra le parti Som-Son 1094 ©
proprietà del quale esiste un identico rapporto; la mmiglianza di
sovrapposizione, che è il più alto grado di ~miglianza associativa, e per la
quale una rappresentazione ne evoca un'altra che, per la coscienza, è identica
alla prima. Cfr.
Bain, The senses and the intellecte, 3* od., p. 327; Hüfding, Psychologie,
trad. franc. 1900, p. 202 segg.
(v. simile . Sommo bene v. bene. Sommolisti v. vittorini. Sonnambulismo. T.
Somnambulismus, Schlafwandeln: I. Somnambulism, Sleep-walking; F.
Somnambulisme. Stato patologico,
proprio specialmente degli isterici, e che si pe trebbe definire un sonno
parziale. Nel sonnambulismo funzionano soltanto alcuni sensi, cosicchè il
soggetto, senra svegliarsi dal suo sonno naturale, può alzarsi, lavorare.
compiere ogni sorta di atti come se fosse desto. Tali azioni non sono un
prodotto della volontà, bensì dell’ impulsività delle rappresentazioni e dell
abitudine; l’amnesia completa che si verifica al momento del risveglio, la
sorpresa ο lo spavento che coglie i sonnambuli interrotti nel corso delle loro
azioni, provano che la volontà non ha parte nello stato psichico nel quale si
trovano. Il fatto della aicurezza con cui il sonnambulo supera i pericoli, è
spiegato dal Maudsley con l’iperestesia in cui trovansi i sensi rimasti desti.
Il sonnambulismo può essere naturale e prorocato: in questo secondo caso
costituisce una delle fasi del grande ipnotismo. Cfr. Wundt, Grundriss d. Peyool., 1896, p. 321
segg.; Tuke, Sleep-walking and hypnot., 1884 (v. ipnotismoi. Sonno. T. Schlaf; I. Sleep; F. Sommeil. Stato
di incoscienza assoluta ο di subcoscienza, durante il quale l'organismo
ricostitnisco le forze esausto nelle sne relazioni col mondo esteriore. Se le
perdite e le riparazioni dell’ attività nervosa si facessero di istante in
istante, dice lo Spencer, non ci sarebbe l'alternativa tra la veglia e il
sbnno; ma siccomo ciò non avviene, e durante il giorno si ha un consumo
superiore all’approvvigionamento, così
1095 "gon si rende
necessario un periodo alterno, determinato dall'esaurimento, in cui la
provvista sia superiore al consumo. Le principali teorie sulle cause normali ed
immediate del sonno sono: quella che lo attribuisce ad uns specie di
intossioazione dell’ encefalo, dovuta ad alcuni prodotti del lavoro organico,
agenti in modo analogo agli anestetici (etere, cloroformio, ecc.); quella che
lo fa derivare da uno stato passeggero di snemia cerebrale, e quella che, all’
opposto, lo attribuisce ad uno stato di iperemia degli emisferi. Secondo il
Verworn, siccome la coscienza accompagna i processi di disintegrazione delle
cellule corticali, il sonno, che è un processo più intenso di assimilazione,
sarebbe scoompagnato dall’ inibizione dei processi dissimilativi. Secondo il De
Sanctis, la causa del sonno sarebbe non l’ esaurimento cerebrale ma il
muscolare, © la riparazione dei muscoli verrebbe favorita dal sonno perchè la
soppressione della conduzione degli stimoli esterni sopprimerebbe il cosidetto
fono chimico dei muscoli. Ultimamente duo nuove dottrine sul sonno sono state
proposte, raccogliendo molti consensi tra psicologi e fisiologi: la dottrina
istologica, sostenuta tra noi dsl Lugaro, secondo la qualo il sonno sarebbe
determinato da una retrazione dei prolungamenti centrali dei neuroni sensoriali
ο quindi dal loro isolamento dai neuroni contigui; e la dottrina biologica,
sostenuta specialmente dal Claparedo, secondo la quale il sonno è una funzione
di difesa, imposta dal principio come fenomeno di adattamento, sviluppata nella
lotta per 1) esistenza ο divenuta poi un istinto per la trasmissione
ereditaria, Le cause anormali si distinguono în organiche, come i narcotici, le
grandi altezze delle vette alpine, lo compressioni sul cervello, ecc., © in
peichiche, come la noia, l'allontanamento delle eccitazioni © la suggestione
propria © altrui, come l’ipnotismo, detto anche sonno provocato. Cfr. Preyer, Uerber die
Ursache des Soklafes, 1877; A. Marvand, Le sommeil et Pinsonnie, 1881; H.
Pléron, Le probl. Sop physiol. du sommeil, 1913; A. Mosso, Sulla
ciro. del sanguc nel cervello, 1880; De Sanctis, I sogni, studi psichioî ο
olimici, 1899 (v. incosciente, neurone, sogno). Soprannaturale. Τ.
Übernatürlioh; I. Supernatural ; F. Surnaturel. Ciò che sorpassa In natura,
ossia ciò che nel suo essere o nel suo agire trascende i poteri di quelle forze
materiali che costituiscono la natura. Il soprannaturale è quindi
essenzialmente spirituale, il regno dello spirito; la natura è materiale, ma
include lo spirito (anima umana) © può esser oggetto d’azione dello stesso
spirito infinito (miracolo). Cfr. Chr. Wolff, Vernünftige Gedanken. Il
SOPRANNATURALISMO è la dottrina che fa dipendere il mondo da un essere che
trascende, per la sua essenza e per il suo potere, la natura e che non può
essere identificato con le sue forze e le sne leggi. La dottrina che sostiene essere il cristianesimo
di origine soprannaturale, cosicchè non può essere spiegato coi soli fattori
naturali, ma riferito a Dio come suo autore.
La tendenza a sorpassare i limiti della natura, a cercare la spiegazione
del mondo oltre il mondo, a porre il fine dell’esistenza oltre l’esistenza. SERBATI
(vedasi) divide tutti i sistemi filosofici in rasionalisti e soprannaturalisti,
determinati da due opposte maniero di pensare ο di sentire: entrambe queste
tendenze sono naturali nell’uomo per quello che c'è nella sua natura, il
soprannaturalismo è naturale per quello che manca. Cfr. Stäudlin, Geschichte d.
Rationaliemus u. Supornaturalismus, 1826; Rosmini, Storia comparativa e oritioa
dei sistemi intorno alla morale, 1837 (v. natura, naturaliemo).
Sopraordinazione v. subordinazione. Soprasensibile. T. Ubersinnlich; I.
Supersensible. Può designaro tanto ciò che non può esser còlto ο conosciuto
mediante i sensi, quanto ciò che trascende per sua natura il mondo dei sensi;
nel primo caso equivale spesso a rasio 1097
Sor nale, mentale, nel secondo a intelligibile, spirituale. 11
soprasensibile non va confuso con l'ezirasensibile, che è quella parte del
mondo esterno che non ci è data direttamente dalle impressioni sensibili, bensì
da inferenze risultanti da rivombinszioni e riproduzioni delle impressioni
stesse. Cfr. H. Ritter, System d. Logik, 1856, I, p. 229 (v. extraseneibile).
Sordità. T. Taubheit; I. Deafness; F. Sourdité. Assonza del senso dell’udito,
che può dipendere da lesione o imperfezione dell’ apparecchio uditivo o del
nervo acustico, oppure da una lesione della zona di corteccia cerebrale ove
sono localizzate le sensazioni uditive; in questo secondo caso si ha la sordità
centrale ο psichica, nel primo la sordità periferica. Dicesi sordità verbale
una delle forme di amnesis parziale, che consiste nella perdita della memoria
della parola in quanto è pronunziata; quindi l’ ammalato, pur udendo le parole,
non ne comprende più il significato. Si manifesta specialmente nella demenza
paralitica, è dovuta a lesione della parte mediana della prima circonvoluzione
temporale sinistra, e va unita sempre ad altri disturbi della lettura e della
scrittura. Cfr. Bastian, Le cerveau organe de la pensée, 1888, vol. II, p. 220
segg.; Brissaud, Malattie dell’ encefalo, trad. it. 1906, pag. 100 segg. Sorite
(σῶρος acervus = muechio). T.
Kettenachluss, Sorites ; I. Sorites; F. Sorite. Una forma di ragionamento,
costituito da una catena di proposizioni collegate tra loro in modo, che il
predicato della prima fa da soggetto della seconda, il predicato della seconda
da soggetto della terza, © così via via fino a che nolla conclusione si unisce
il soggetto della prima col predicato dell’ ultima, Il sorite si può adunque
considerare come una catena o un muoohio di sillogismi, in cui sono soppresse
tutte le conclusioni e lu premesse minori intermedie; si può anche considerare
come un sillogismo solo, avente come premessa maggiore l’ultima proposizione,
come minore la prima, e come termino medio tutta la catena delle proposizioni
intermedie. Esso Sos 1098 si adopera quando non si può dimostrare,
adoperando un solo termine medio, il nesso immediato tra il soggetto e il
predicato di una tesi che ei vuol dimostrare e quindi ai devono assumere più
termini medi, procedendo per via di successive identificazioni. Es.: essere è
agire; agire è fare sforzo; fare sforzo è tendere verso un bene di cui si è
privi: tendere verso un bene di cui si è privi è soffrire; dunque essere è
soffrire. Il sorite può avere due forme: la forma regressiva o aristotelica,
quale fu definita più sopra e che è la più comune, e la forma progressiva o
goclenioa, che comincia con la premessa che contiene il predicato della
conclusione ed ha come ultima premessa quella che contiene il soggetto. Si
distinguono ancora il sorite deduttivo, a cui appartengono tunto 1)
aristotelico che il goclenico, e il sorite induttiro, costituito da una catena
di sillogismi abbreviati della terza figura. Primitivamente il sorite aveva
valore non di ragionamento logico, ma di sotisma, e si applicava a tutto ciò
che presentasse una transizione uguale e continua: così Zenone di Elea diceva
che se si toglie un grano da un mucchio di frumento, esso resta ancora un
mucchio di frumento; se se ne toglie un altro, lo stesso; e così via via finchè
si conclude che basta un solo grano di frumento per formare un mucchio; facendo
lo stesso ragionamento con l’aggiungere, diceva che un grano uon forma un
mucchio, due grani neppure, 9 così via via fino a coneludere che mille o più
grani non formano un mucchio. Gli secttici greci si valsero molto di tale forma
di sofisma, per dimostrare l'impossibilità di distinguere il vero dal falso.
Cfr. Aristotelo, De soph. elenok., 24, 179 a, 35; Cicerone, 4oad., II, 49;
Lotze, Grundzüge d. Logik, , p. 46 (v. tropi). SOSTANZA (sub = sutto, © stare =
stare: ciò che sta sotto; substantia è la traduzione esatta della parola
Sroxelpsvoy usata da Aristotele, © composta di ὑπό -= sotto, ο xetpat = stare,
giacere). E il sostrato permanente e irreducibile delle varie 1099
Bos qualità, il soggetto che persiste idontico sotto il mutare delle
qualità, come il colore, la forma, il peso, eco., ed è uno mentre i fenomeni e
le qualità sono multiple. Il pensiero filosofico si è sempre affaticato intorno
al problema della sostanza ο della sua conoscibilità. Aristotele fu il primo a
definire il concetto di sostanza, determinandola come qualche cosa che sussiste
per sè stesso ο si realizza nelle determinazioni particolari, che in parte sono
i suoi stati (πάθη), in parte i suoi rapporti con le altre cose (τὰ, πρὸς tt);
ma già in Talete ο nei presocratici si ha I’ iden di una realtà prima, ἀρχή, da
cui tutto deriva e che pure nel suo fondo rimane identica. Per Platone, le
essenze intelligibili sono le realtà sostanziali (οὐσίαι), e cioè l’unità sotto
cui si raccoglie ln moltiplicità delle cose sensibili, gli archetipi di esse.
Per gli stoici ln sostanza è l'essere, come sostrato permanente di tutti i
possibili rapporti; essa è il sostegno di proprietà stabili (ποιόν), e solo per
questo riguardo si trova sotto condizioni mutevoli ο quindi anche in rapporti
con altre sostanze. Gli scolastici la definirono ciò che per sò sussiste (ena
quod per se subsistit), ciod non per qualche altra cosa, come gli accidenti,
che sussistono nella sostanza, e quindi per la sostanza. Per Cartesio è reale
ciò che è di essenza semplice e indecomponibile, cioè il pensiero nella
coscienza, l'estensione nei corpi: Per substantiam nihil aliud intelligere
possumus, quam rem quae ita existit, ut nulla alia re indigeat ad existendum
;... Possunt autem substantia corporea, et mena, sive substantia cogitans,
creata, sub hoc communi concepta intelligi; quod aint res, quae solo Dei
concursu egent ad ezistendum. Per Spinoza non v’ha se non un’ unica sostanza,
Dio, che si mostra in due attributi, l'estensione ο il pensiero, i quali,
essendo ciascuno uel suo genere infiniti, cioò Innumercvoli, contengono a
titolo di modi (cioè come natura naturata, mentre sostanza ed attributi sono
natura naturante), tutti gli spiriti e tutti i corpi. Per Malebranche non
esiSos stono sostanze sensibili, e il
mondo esterno è percepito in Dio, nel quale è riposta l’idea di estensione;
anche | per Berkeley non esistono sostanze sensibili, ma il mond esteriore è
prodotto dall’asione di Dio sul nostro spirito. Invece la scuola scozzese,
seguendo il realismo volgare. considera la sensazione come un segno naturale
della so stanza, Noll’empirismo di Locke e nel fenomenismo di Hume. Stuart
Mill, eco., l’esistenza della sostanza è negata: ciò che noi diciamo sostanza
non è che il eubstratem, da cui supponiamo che sortano, per poi ritornarvi,
quelle sensazioni semplici che sono raggruppate insieme, cosicchè la
consideriamo come un'idea; questa però non è altro che l’unione di un numero di
idee semplici che αἱ prendono unite come in una cosa, mediante P unione di un
me in cui coesistono e di cui non si ha una ides chiara. « La nostra mente;
dice il Locke, è fornita d’un gran numero di idee semplici, recate ad ssa dal
senso ;... essa osserva che un certo numero di tali idee stanno sempre insieme:
crede perciò che appartengano ad una sola cosa, ed essendo le parole adattate
alla comprensione comune e usate per un rapido disbrigo, le chiama, così unite
in un solo soggetto, con un solo nome; per disattenzione noi siamo inclini poi
a usarla 6 considerarla come una semplice idea, mentre in realtà è un complesso
di molte; e poichè, come dissi, non imaginiamo come tali idee semplici possano
sussistere per sò stesse, ci abituiamo a supporre un qualche sostrato sul quale
sussistono e da cui risultano; tale svstrato noi chiamiamo perciò sostanza ».
Questa critica fu accettata in parte dal Kant, il quale della sostanza fa una
cutegoria © pone come prima analogia dell’ esperienza che sotto ogni mutamento
dei fenomeni permane la sostanza: in tal modo essa è come un principio a
priori, cho costituisce la base della nostra esperienza ma non ha alcun valore
fuori di essa, essendo un prodotto della nostra mente, Il problema
dell’esistenza della sostanza si subor.
1101 Sos dina donque, in tutta la
storia della filosofia, a quello della sua conoscibilità: così per Platone noi
conosciamo la sostanza mediante un intuito razionale; per Aristotele la
sostanza è la prima delle categorie, l’atto logico onde il pensiero riporta
ogni attributo ad un oggetto ; per Cartesio la sostanza è il semplice che si
soopre con l’analisi al di sotto delle qualità seconde o sensibili, colori,
odori, sapori e suoni; per Spinoza ciò che è in sò ed. è percepito per sè; per
il Leibnitz le sostanze sono molte, e tutte quante attive e rappresentative,
perchè ogni monade rappresenta con maggiore o minor chiarezza, sò © tutte le
altre monadi; per il Galluppi la nostra idea di sostanza risulta ds una analisi
riflessiva, per cui anzitutto distingniamo il nostro soggetto dalle
modificazioni di cui è fotto ο il soggetto esteriore dalle qualità particelari
di oui lo rivestiamo, poscia « paragonando queste dne nozioni di soggetto-io e
di soggetto esterno, noi scopriamo con un nuovo atto di analisi in ambedue una
nozione identica, cioù quella del soggetto, ο quest’ ultima risultato
dall’analisi è In nozione di sostanza »; per gli empiristi non è che una idea
astratta dell’impressione di resistenza, e per i fenomenisti un’abitudine
mentale determinata dall’esperienza di una costante coesione di un certo peso,
un certo colore, un certo sapore, ecc., ciascuna delle quali sensazioni evoca,
in base alla legge d’associazione, tutte le altre. Nella filosofia
contomporanea il concetto di sostanza è ancora largamonte disensso, ο si può
dire che dal vario atteggiamento di fronte a tale problema derivino le più profonde
differenze tra i vari indirizzi speculativi, per quanto nessuno, o assai pochi
tra essi, accetti l’idea tradizionale di un sostrato irreducibile e immutabile.
Il progredire delle conosconze he e chimiche ha anzi diffuso la convinzione
che, in ordine alla realtà vera ο profonda, non sia lecito parlare di sostanza,
ma solo di attività, di energia, e che il concotto di sostanza, o esprima
niente altro cho nna legge Sos 1102a
all’ equivalenza dei cangiamenti, ο sia una struzione fatta dalla mente per
comodità ο per un q siasi motivo soggettivo.
Alcuni logici chiamano sestezz: logica il sostrato al quale aderiscono
le note di un concetto, sostrato costituito dalla categoria alla quale il
concetto stesso appartiene; per tal modo, se con l’astrazione ascendente si
tolgono tutte le note di un concetto, resterà sempre in ultimo una delle
categorie. L’Ardigò chiama sostanza
psico-fisica l’iudistinto dal quale emergono, spec:ficandosi, i fatti
molteplici, materiali ο spirituali, fisici e psichici; tale indistinto è poi
null’altro che l’unità reale cosmica, intrinsecamente e infinitamente
complessa, comprendente in sò stessa quei due ordini di fatti che costituiscono
l’uno il mondo esterno, l’altro l’ interno, e che in quanto tale, può essere
pensata come sottostante ad entrambi e colla virtualità di presentarsi tanto
nell’ uno quanto nell’ altro. Con
l’espressione sostanza del sense della vista Y. Müller e H. Helmholtz designano
quelia parte della sostanza nervosa dell’ apparecchio visivo interno, la cui
eccitazione può produrre sensazioni luminose 6 di colore: essa comprende la
retina, il nervo ottico e la parte del cervello nella quale penetrano le radici
del nervo ottico. Cfr.
Aristotele, Met., VII, 2, 1023 b, 8 segg., 3. 1029 a, 1; B. Bauch, Der
Substanzproblem in der griech. Philos.
bis zu Blützeit, 1910; Cartesio, Prino. phil., I, 51-53: Spinoza, Eth., 1. I, teor. II-XIV; Leibnitz,
Phil. Seriften, ed. Gerhardt, II, 57, VI, 488; Locke, Essay, 1877, 1. II. cap.
XXIII, $ 1; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 174-192; Wundt, Logik, 1893, I, p. 483
segg.; Gallappi. Lesioni di logioa e metafisica, 1854, III, p. 1007 segg.;
Ardigò, Op. fil., VI, 153-165, VII, 446 segg., I, 184 segg. (v. essenza,
energismo, attualismo, mobiliemo, dualismo, fenomenismo, sostanzialiemo,
idealiemo, materialismo, spiritualiemo. Sostanza (principio di). Come principio
supremo di ragione si onnnein così: ogni qualità ο accidente dere arere 1108
Sos una sostanza, A questo principio alcuni riconducono quello della
conservazione della massa. La massa è il quoziente di ogni forza che si applica
al corpo diviso per l’accelerazione che esso gli imprime; questa quantità
m f/g è costante. Senza questo sostrato
solido, che rimane invariabile e serve da termine di confronto, ogni trasformazione
sarebbe inintelligibile. Allo stesso principio si riconduoe la teoria del
Lavoisier: in ogni reazione chimica la massa dei composti è uguale alla somma
della massa dei componenti. Il Rosmini riconduce il principio di sostanza a
quello di contraddizione: se l’accidente esistesse senza la sostanza, sarebbe
sostanza esso medesimo, vale a dire sarebbe accidente e sostanza nello stesso
tempo, il che è contradditorio. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 413.
Sostanzialismo. T. Substantialitàtstheorie, Substantialismus ; I.
Substantialiem ; F. Substantialisme. Ogni dottrina che ammette l’esistenza di
un reale assoluto, di una sostanza, di un soggetto che persiste identico ed uno
sotto la mutabilità e molteplicità dei fenomeni. È quindi sinonimo di realismo,
e si oppone ad empirismo, energismo, mobilinmo © fenomenismo. Nella psicologia
il soslanzialismo, ο dottrina della sostanzialità dell'anima, si oppone
all’attualismo, © dottrina dell’attualità dei fatti psichici: secondo la prima
dottrina, concepita già da Platone ma posta su basi precise solo da Descartes,
l’anima è una sostanza spirituale, immutabile, di cui tutti i fatti psichici
(pensieri, sentimenti e voleri) non sono che manifestazioni ; secondo
l’attualismo, prevalente nella psicologia contemporanea, i fatti psichici
valgono per sò soli, in quanto hanno un valore attuale e non in quanto si
riferiscono ad un ipotetico substrato, che, se è ammissibile nei fenomeni
fisici i quali rimangono immutabili nella quantità, essendo sottoposti alla
legge della conservazione dell’ energin non è invece riferibile ai processi
spsichici, cho valgono Per sè soli e sono in continuo aumento. Cfr. Hòfding,
Sos-Spa 1104 Psychologie, trad. franc. 1900, p. 79, 87; De
Sarlo, Cul. filosofica, luglio 1912, p. 438 segg. (ν. anima, sostanza.
risultanti poiohiche, vintosi). Sostrato. O substratum, si adopera talvolta per
designare la sostanza, vale a dire ciò che sta sotto agli ac cidenti, che serve
di fondamento alle qualità, ai fenomeni. Sottrasione. T. Subtraction; I.
Subtraction ; F. Soustraction. Nella logica designa quella forma di
argomentazione per cui, enumerati i caratteri di un determinato tutto. «
dimostrato che un singolo è di essi totalmente o in parte sprovvisto, si
conchiude che esso o non appartiene a quel tutto, o gli appartiene soltanto in
parte. Questa argomentazione si fonda sopra il principio dialettico che « il
residuo è uguale al tutto meno la parte ad esso tolta ». Ad es.: perchè un uomo
sia virtuoso deve amare il prossimo, praticare la giustizia, astenersi dai piaceri
dannosi, ecc.; ma Tizio nd ama il prossimo, nd pratica la giustizia, ecc.:
dunque Tizio non è virtuoso. Cfr. Rosmini, Logica, 1853. ». 225 segg. (v.
addizione, divisione). Sovrintelligenza. Nei sistemi teologici e mistici si
designa così quella funzione della ragione per cui questa, paragonando il campo
del possibile che le è dato nell’ idea al campo del reale datole dal
sentimento, vede che quello eccede infinitamente questo, e che in quella parte
di realtà non c'è la ragione suprema, che solo può esser tipo e ragione di
tnite le realtà finite. La sovraintelligenza umana è dunque l’atto per cui la
mente s’accorge che vi è qualche cosa oltre a tutto quello che essa conosce, un
al di là sconosciuto e inoonoseibile. Cfr. Rosmini, Logis, 1853. Ρ. 493 segg.
(v. agnosticiemo, misticisino). Spazio. T. Raum; I. Space; F. Espace. Secondo
il realismo lo spazio è un continuo a tre dimensioni illimitate, tutte le parti
del quale coesistono nello stesso momento; esso si ricollega strettamente col
tempo, che è un continuo illimitato avente una sola dimensione, di 1105
Bra cui noi occupiamo un punto determinato, che si sposta continuamente
nella stessa direzione. Secondo l’empirismo l’idea di spazio non è che il
rapporto dei coesistenti, in quanto implicano la distanza ο l’ estensione, e
l’idea di tempo il rapporto della suocessione dei fatti. Tanto lo spazio che il
tempo implicano molte questioni metafisiche © psicologiche, variamente risolte
nella storia della filosofia. La prima e la più importante di tali questioni è
la seguente: lo spazio esiste in sò, come luogo ove sono collocati corpi, è una
proprietà delle cose stesse, 0 è semplicemente un modo subbiettivo sotto il
quale percepiamo certe proprietà e certe relazioni dell’ essere? La filosofia.
antica, in generale, risolve la questione nel primo modo, la filosofia critica
moderna nel secondo. Così per Leucippo e per i suoi seguaci della scuola
atomistica, esiste nno spazio infinito, parte vuoto e parte ripieno di atomi;
il vuoto è lo spazio puro, che ha per proprietà essenziale l'estensione, e la
cui esistenza è provata dalla possibilità del movimento. Parmenide e gli eleati
negano l’esistenza del vuoto; l'essere occupa lo spazio in tutto e per tutto,
perchè non può venir limitato dal non-essere. Platone considera lo spazio vuoto
come la concansa (ξυναίτιον) nel non essere, che sta accanto al mondo dell’
essero ο della causa, al mondo delle idee e dell’idea del bene; per lui lo
spazio è quindi il « niente » di cui per l’iden del bene e della divinità è
formato il mondo fenomenico, Questa formazione consiste nella formazione
matematica ; egli insegna nel Filebo che il mondo della percezione à una
miscela dell'infinito dello spazio e del limite (πέρας) delle forme
matematiche, e che la cansa di questa mescolanza è l’idea del bene: per
diventar simile al mondo delle idee lo spazio assume la forma matematica. Anche
per Plotino lo spazio vdoto è il non essere, la materia, che forma la
possibilità per l’esistenza dei corpi, pur non essendo esso stesso corpo e non
essendo determinato dn 70 RanzoLI,
Dizion. di scienze filosofiche. SPA
1106 alcuna proprietà; anche per
Plotino lo spazio vale dunque come il presnpposto per la riproduzione, che le
idee trovano nel mondo fenomenico sensibile. Aristotele si oppone alla
identificasione platonica dello spasio con la msteria, osservando che la
materia e la forma sono inseparabili dalle cose, mentre lo spazio è separabile
e contiene le 0086; egli lo definisce invece come il primo limite del corpo
contenente, in quanto il corpo che vi è contenuto è sascettibile di movimento
locale; lo spazio è un vaso immobile, ma ciò che esso contiene può esser mosso,
da eni segue che non può esservi che un corpo contenuto in ur altro nello
spazio e che un corpo che non è contennto in un altro non è nello spazio; la
terra è nell'acqua come in suo Inogo naturale, l’acqua nell’ aria, l’aria
nell’etere, Vetere nel cielo, il cielo in nessun'altra cosa; per Aristotele lo
spazio è dunque qualche cosa di obbiettivo, di fisico, qualche cosa che indica
un ordino determinato nei mondo. La dottrina della realtà obbiettiva dello
spazio persiste ancora in Cartesio, Spinoza, Locke, Newton. Per Cartesio
l'estensione dei corpi, ossia lo spazio, costituisce non solo l'essenza dei
corpi, ma è infinitamente divisibik nelle sue parti; per Spinoza } estensione è
un attributo ino; per Newton lo spazio assoluto è reale, e deve considerarsi
come il sensorium, in oui Dio ha la percezione immediata dell’ universo
materiale; per il suo seguace Samuele Clarke lo spazio è una conseguenza
immediata e necessaris dell’esistenza di Dio, la proprietà d’una sostanza
incorporea, il posto non solo dei corpi ma anche delle idee. « Noi abbiamo
delle idee, come quella di eternità e di immensità, dice il Clarke, idee che ci
è assolutamente impossibile di distruggere o di bandire dal nostro spirito, e
che devono perciò essere gli attributi d’un essere necessari» attualmente
esistente.... Lo spazio è una proprietà della sostanza che esiste per sò
stessa, e non una proprietà di qualsiasi altra sostanza. Tutte le altre
sostanze sono nello Bra spazio, © lo
spazio le penetra, ma la sostanza che esiste per sò stessa non è nello spasio e
non è da esso pene trata. Essa è, per così espremirmi, il substratum dello spazio,
il fondamento dell’esistenza dello spazio ο della durata stessa ». Per il
Leibnitz lo spazio è invece null’altro che 1’ ordine delle coesistenze e quindi
non esiste indipendentemente dalle cose; è un fenomeno soggettivo, in quanto
l'estensione corporea si risolve nella rappresentazione che le monadi inestese
hanno della loro forza passiva. Per il Berkeley lo spazio assoluto è un mero
fantasma, lo spasio puro è la semplice possibilità del movimento dei corpi, ο
l'estensione, insieme con gli altri attributi sensibili della materia, una nostra
idea. Per Hume 1’ idea di spazio o di esteso non è se non l’idea di panti
visibili o tangibili distribuiti in un certo ordine, idea ottenuta mediante
sensazioni tattili ο visive e che esclude, in quanto tale, la concepibilità di
uno spazio vuoto. La dottrina della soggettività dello spazio, riconfermata poi
dal Condillac, Cr. Wolf, Baumgarten, James Mill e, infine, da Emanuele Kant, dà
origine ad un secondo problema: la nozione di spazio sorge come prodotto della
nostra esperienza sensibile, ο la troviamo insita a priori nel nostro spirito?
Secondo la dottrina empirica o genetica l'idea di spazio è un astratto, che
risulta dalla percezione di distanza (lunghezza) © di estensione superficiale
(larghesza © profondità): la prima è data specialmente da una associazione tra
le sensazioni della vista, del tatto ο del senso muscolare, la seconda dalle
sensazioni tattili cni si dssocia la rappresentazione visiva della parte
toocata; I’ idea di spazio, così ottenuta, costituisce lo spasio prioologioo o
Ottico, che è affatto relativo, e le cui parti non appaiono mai perfettamente
continue e omogenee; lo spazio assoluto, 0 spasio puro, di cui tutte le parti
sono omogenee © continue, e che non lascis alcuno spazio fuori di lui, è una
pura astrazione matematica, non una vera e propria realtà concettuale; la
pretesa infinità dello spazio non significa altro che ogni limite dello spazio
è aceidertalo e può essere superato dall’immaginazione. Second: la dottrina
nativista lo spazio è invece un dato assolutsmente a priori, che noi troviamo
nel nostro spirito e ehr applichiamo alle cose; le sue proprietà essenziali,
che sono l'omogeneità o identità perfetta delle sue parti, ll grandezza e la
divisibilità illimitata proprietà di low
natura inafferrabili alla esperienza -provano che esso è un dato naturale ο a
priori del pensiero. Così per Kant lo spazio è il molteplice @ priori come
forma del sens esterno; ogni rappresentazione di un di fuori suppone infatti
per base la nozione di spazio; l'originaria rapprsentazione dello spazio è
necessaria, perchè quantunque si possano astrarre gli oggetti dallo spazio, non
si pu però mai fare astrazione dallo spazio stesso, ed è la rap presentazione
di una quantità infinita, la quale come concetto comprende infinite altre
rappresentazioni : è dunque una visione sintetica a priori, che in sò congiunge
la realtà empirica e la idealità trascendentale. Per Hegel Ίο spazio è mera
forma, l’astrazione della esteriorità immediata; 1’ Idea come natura comincia
appunto a porsi come l’ essere che è esteriormente ed è altro: « La prima o
immediata determinazione della natura è l'universalità astratta della sus
eseriorità; la cui indifferenza priva di mediazione è lo epazio. Lo spazio è la
giustaposisione del tutto ideale, perohd è l’esser fuori di sd stesso, e
semplicemente continue. perchè questa esteriorità è ancora del tutto astratta,
e non ha in sd alcuna differenza determinata >. Per P Herbart lo spazio è
l'apparenza obiettiva prodotta dal meccaniamo della rappresentazione e
precisamente da un rapido sucoedersi di qualità, prive per sò stesse di ogni
estensione; allo spazio empirico corrisponde uno spazio intelligibile « che noi
aggiungiamo inevitabilmente col pensiero all’ andare ο al vedelle sostanzo,...
e che la metafision costruisce per le
1109 Spa mutazioni di situazione
della realtà intelligibile ». L’ Helmholtz riconduce la rappresentazione dello
spazio alla organizzazione psicofisiologica; ma oltre allo spazio apparente ©
soggettivo dobbiamo ammettero una spazio reale « perchè nella realtà devono
esistere dei rapporti di qualche genere ο dei complessi di essi, tali da
determinare il luogo dello spazio nel quale un oggetto appare »; questi
rapporti sono i momenti topogeni; i momenti ilogeni fanno sì) « che noi
crediamo di percepire in tempi differenti cose materiali diverse nei medesimi
Inoghi ». Per il Diibring lo spazio reale è « quello per il quale le cose hanno
una distanza lo une rispetto alle altre »; ora, è per virtù delle stesse forze
naturali che le distanze reciproche dei corpi e delle particelle materiali sono
come sono e non altrimenti, ο si mautanò; la posizione spazialo ο la distanza
spaziale espri mono dunque un rapporto dinamico, e le forme spaziali non
possono mai per tal guisa realizzarsi senza una grandezza determinata; l’ordine
spaziale delle parti si distingue pereid come un ordine di parti in cui gli
clementi sono gli autori di un aggruppamento schematico: « ora, lo schema, che
per tal guisa diventa percepibile, è appunto lo spazio ». Il Wundt definisce lo
spazio « una grandezza permanente, infinita, congruente in sè stessa, nella
quale il singolo indecomponibile è determinato mediante tre direzioni ». Contro
Kant egli nega la rappresentabilità di uno spazio vnoto, pure riconoscendo che
lo spazio nella forma in cui lo intuiamo non può avere realtà obiettiva; contro
le dottrine nativistiche ed empiriche dello spazio egli pone la propria
dottrina dei segni locali, in virtù della quale V intaizione spaziale apparo
come una sintesi associativa © fusione di un sistema di segni locali fissi
della retina, con un sistema di segni locali uniformi di movimento, e quindi
come un prodotto delle nostre condizioni psichiche ο dolla nostra
organizzazione fisica; ciò porta ad escludero tanto una corrispondenza fra la
nostra intuizione spazialeSpa 1110 © l’ordine esterno delle cose, quanto
l’arbitrarietà dell’intuizione stessa: « La necessità, proveniente dall’
esterno, ondo la nostra coscienza è obbligata a collocare gli oggetti in ordine
spaziale, dimostra ansi l’esistenza di fondamentali determinazioni obbiettive
sotto il cui influsso l’ intuizione spaziale è formata. Se noi designano tali
de terminazioni come spazio obbiettivo, dobbiamo considerarlo come qualche cora
di sconosciuto, che non ci è dato immedistamente, ma al quale potremmo giungere,
se riusci» simo ad eliminare i processi soggettivi, che ci hanno condotto alla
intuizione spaziale ». Il Masci ammette invece con Kant che.lo spazio non è un
concetto discorsivo ο ge nerale di rapporti delle cose, ma una pura intuizione,
anzitutto perchè il concetto è universale mentre l’intuizione ha per suo
termine l’individuale, © gli spazi singoli sono appunto intuiti come parti non
costitutive ma distributive © limitative; poscia perchè, mentre gli elementi
dello spazio (punti) non hanno ordine logico e non si esigono ma si escludono,
carattere dei concetti è di avere organisme e misura; infine perchè i concetti
sono prodotto di comparazione e astrazione, mentre gli spazi non hanno nulla di
diverso tra loro e si distinguono soltanto nello spazio: egli aggiunge ancora
che lo spazio rende conce] il principio di causalità, © non può quindi essere,
al pari di questo, un concetto, formando lo schema per cui il concetto stesso
diventa rappresentabile. Il Varisco ammette uno spazio reule, a tre dimensioni,
omogeneo, euolidev; # uno spazio puro o astratto, formatosi nella nostra mente
allo stesso modo di tutte le altre nozioni astratte, cioè per V aggruppamento
spontaneo dei dati sperimentali, con la conseguente eliminazione degli elementi
che non siano compatibili; l’esistenza dello spazio reale è provata dal fatto
stesso della ‘rappresentazione determinata, che gli uomini ne hauno, nonchd
dalla impossibilità di sostituire i simboli spaziali con altri: «
Oggettivamente, quello che ll Bra si
chiama lo spazio si risolve: primo, nell’ avere cisscun elemento materiale un’
estensione. L’ elemento non essendo composto di parti distinte, nd scomponibile
in modo alcuno, la sua estensione è assolutamente inseparabile; è uno dei
caratteri essenziali, dal cui complesso inseindibile risulta V elemento,
appunto come la sua massa, 9 la sua attitudine a essere determinato
psichicamente. Secondo, nell’ ensere gli elementi a distanza tra loro, il che
significa soltanto che le loro estensioni non si continuano ». Per l’Ardigò lo
spazio non è che l’astratto del rapporto di coesistenza, ossia dell’ ordine col
quale si presentano associati insieme i sensibili nella percezione dei corpi: «
I corpi ο le sostanze del mondo esterno, distribuiti in questo nello stesso
ordine secondo il quale sono sentiti gli organi onde li percepiamo; ossia la
proiezione, nello stesso mondo esterno, non solo dei sensibili relativi, ma
anche dell’ ordine secondo il quale li sentiamo; e la stessa proiezione di
questo ordine per la medesima legge di oggettivazione della sensazione esterna:
ecco il fondamento della idea dello spa zio ». Si tratta dunque d’un concetto
empirico, alla cui formazione concorrono insieme sensazioni visive, tattili,
muscolari, e che non richiede quindi per essere spiegato il concorso della
facoltà dell’ intelletto o del soprasensibile ; l'argomento della infinità
dello spazio, e quello soeraticoplatonico della presenza intera dell'idea dello
spazio già al principio della vita cogitativa, non valgono contro la concezione
empirica, sia perchè I’ infinità spaziale non si intuisce veramente, sis perchè
l’idea di spazio, al pari d’ogni altra ides, si va formando a poco a poco nella
nostra nente col progresso dell’ esperienza e del lavoro di associazione, di
distinzione, di costruzione logica. Cfr. Platone, Timeo, 49; Aristotele, Phys.,
IV, 5, 212 b, 27 seggi; Plotino, Enx., III, 6, 7 © 18; Cartesio, Medit., IV;
Id., Prine. ΡΜ. II, 10 segg.; Spinoza, Ethéoa, II, teor. II; Locke, Éssay, II,
cap. XIII, $ 2, 11, 21 segg.; Newton, Naturalia SPE phil. prino. math., 1687,
p. 6. II, III; Leibnitz, Op. fi. 1840, p. 602, 241; Berkeley, Dial. b. Hylas a.
Philonows, I: Hume, Treatise, 1874, II, sez. 3; Kant, De mund sesis., 1882,
sez. III, $ 15; Id., Krit. d. reinen Fern., ed. Kehrbach, p. 50e segg.; Hegel,
Enoiclopedia, trad. it. , p. 205 segg.: Herbart, Peyohol. als Wissenschaft, 33
ed., I, p. 488 segg.: Id., Allgemeine Metaphysik, 1828, II, p. 199; Helmholts,
Pàiayol. Optik, 1867, p. 442 segg.; Dühring, Logik, 1878, p. 199-201; Wundt,
Logik, 2° ed., I, p. 442-461; Id., Grundsiigo, d. physiol. Peychol., 2° ed., t.
II, p. 28 segg.: Baumann, Die Lehren von Raum, Zeit und Mathematik, 1869; B.
Erdmann, Die Aziome d. Geometrie, ; Schlesinger, Substantielle Wesenheit des
Raumes und der Kraft, 1885; 8. H. Hodgson, Time and space, 1865; G. Lachalas,
Etude aur l'évpace ot le temps, 33 ed., 1910; B. Bourdon, La perception
visuelle de Véapace, 1902; A. Covotti, Le teorie dello spario e del tempo nella
fl. greca, « Annali della R. Scuola Nor. di Pisa », vol. VII, 1899; Tocco,
Della materia in Platone, « Stud. it. filol. class. », IV, 1895; Varisco,
Soiemsa e opinioni, 1901, p. 60 segg; Masci, Le forme dell? intuizione. 1881;
Ardigd, Op. fil., II, p. 110 segg., V, 259 segg., VII, 88 segg. (v. intuizione,
iperspacio, estensione, superficie. distanea, stereognostico). Specie. T. Art;
I. Species; F. Espèce. In una serie di due o più idee subordinate le une alle
altre, le meno estese si dicono specie rispetto alle più estese, che diconsi ge
nere; © siccome l’estensione e la comprensione stanno fra loro in rapporto
inverso, così sotto il rispetto della comprensione la specie è invece maggiore
del genere, cosicchè essa comprende gli attributi del genere. E facile
comprendere che una idea può essere generica sotto un rispetto, specifica sotto
un altro: così nella serie di ossere, materia, organismo, animale, vertebrato,
uomo, l’iden animale è specifica rispetto a quelle più estose 9 meno
comprensive di organismo, materia, cescre, è gonorioa rispotto alle idee meno
cstese © più comprensive di vertebrato © uomo, Diminuendo sempre più
l'estensione, si arriva all’ idea assolutamente specifica ultima species -; compiendo l'operazione
inversa si giunge all’ idea assolutamente generica summum genus ossia all’ idea di essere, di sostanza, di
qualche cosa, ecc. Nello scienze fisicho
per specie κ’ intendono gli stati o fatti primitivi, fondamentali,
irreducibili; lo sforzo del pensiero scientifico è, a tal riguardo, di ridurre
le specie al minor numero possibile ο di eliminarle. Nella concezione meccanica
dell’ universo, le varie specie di fenomeni si fanno derivare da combinazioni e
complicazioni di movimenti, eseguiti da moviili ο regolati da un numero
limitatissimo di principi; in tal modo però l’unità e l'identità reale dei
fenomeni è raggiunta solo apparentemente, giacchè per dar ragione della
diversità occorre ammettere dello profonde differenze tra le proprietà dei
movimenti, le quali, dovendo avere anch’ esse una causa, implicano
necessariamente l’esistenza di specie diverse di condizioni. Una più profonda
unificazione raggiunge la dottrina elettromagnetica, la quale, eliminato ogni
dualismo tra materia ed etere, ponderabile © imponderabile, risolve le varie
specie di sostanze materiali che noi percepiamo in forme diverse di aggregamento
di elementi omogenei; in tal modo il fondamento delle distinzioni in specie o
in aggruppamenti di vario ordine (si tratti di sostanze semplici o composte)
non può esser posto in qualità esolurive degli elementi singoli, ma nelle
maniere di aggrupparsi © di ordinarsi di elementi identici, e quindi nelle
leggi che intervengono e spiegano la loro efficacia nei vari casi. Nello scienze biologiche la definizione dalla
specie, collegandosi alle questioni fondamentali della filosofia zoologica,
varia a seconda dei diversi autori: per il Prichard essa è una collezione di
individui somigliantisi tra di loro, discesi da una coppia primitiva, e le cui
lievi difSPE 1114 ferenze si spiegano con l'influenza degli
agenti fisici. Per il Cuvier è la collezione di tutti gli esseri organirsati,
nati gli uni dagli altri e da parenti comuni, ο da quelli che loro somigliano
tanto quanto essi si somigliano tra di loro. Per il Lamarck è la collezione
degli individui somiglianti che la generazione perpetua nello stesso stato,
finchè le circostanze della situazione non cambino sufficientemento per
cambiare le loro abitndini, i loro caratteri, le loro forme. Ad ogni modo, il
criterio prevalente è che si dicono della stessa specie gli individui che
possono inorociarsi meglio tra di loro e dar Inogo a prodotti che si perpetuano
all'infinito; invece V inerociamento fuori della specie, nel genere, o è
sterile 0, so dà luogo a riproduzione (come tra la lepre ο il eoniglio) essa
non si perpetua all'infinito. In questi ultimi tempi il concetto di specie ha
subìto però nuove modificazioni, in seguito agli studi del Heincke sullo
deviazioni dei caratteri dalla media, e più ancora del De Vries sulla
variabilità nel mondo vegetale e sull’ ibridismo. Secondo il De Vries, i
caratteri della specie presentano nell’ individno una certa indipendenza l’uno
dall’altro ed una varinbilità fluttuante ο statistica, cioò una oscillazione in
più o in meno, intorno ad un valore medio (ideale) del carattere, entro limiti
che non sono mai oltrepassati : assolutamente infondata, egli dice, l’ opinione
che la variazione lineare (in un senso ο nell’altro) di un dato carattere sia
illimitata, in modo che si possano produrre nel corso di secoli ο di millenni
trasformazioni, più importanti che non nel corso di pochi anni. Per il
miglioramento di ciascun carattere preso per sò, bastano in condizioni
favorevoM 2-3 ο per solito non più di 3-5 generazioni ». Mentre lo speoie
elementari, anche quelle più affini tra loro, non differiscono per un solo
carattere, ma in quasi tutti i loro organi e in tutte le loro qualità, nessun
essora dà in eredità ai suoi discondenti i snoi caratteri come 1115
SPE un tutto unico. Mediante procedimenti sperimentali fu possibile
separare uno o più caratteri, seguendone poi lu sorte attraverso una
generazione di ibridi. Il Rosmini chiama
specie piena, o anche esemplare dell’ oggetto, il concetto pienamente
determinato, che ha cioè la massima comprensione e la minima estensione; quando
con l’astrazione si tolgono da questa specie piena gli accidenti, lasciando la
sostanza, si ha la specie astratta sostanziale; quando si fa 1’ operazione
inversa si hanno lo specie astratte accidentali. Nel linguaggio della filosofia scolastica per
species a’ intende I’ imagine rappresentante l'oggetto. Species sensibilis è
quella della percezione, species intelligibilis quella del pensiero: « Species
sensibilie non est illud quod sentit, sed magis id quo sensus sentit. Ergo species
intelligibilie non est id quo intelligitur, sed id quo intelligit intellectus.
Per apeoiem intelligibilem fit intellectus intellegens actu, siout per apociom
sensibilem sonsus est aotu sentiene » (8. Tommaso). Species praedivabilis è la cosa atta ad esser
predicato di molte, differenti di solo numero, nella domanda quid est; ad es. animale
predicato di cavallo, pecora, eco. Species subiicibilia è il particolare che si
colloca propriamente sotto il genere e di cui si predica immediatamente il
genere in quid; ad es. animale rispetto ad un vivente. Speoies ezpressa è la
percezione © rappresentazione dell’ oggetto, detta così perchd è espressa ο
tratta fuori e dalla potenza; species impressa è la qualità prodotta dall’
oggetto quale vicaria rirtus obiecti che si imprime nella potenza e la completa
ο l’aiuta a trar fuori la percezione dell’ oggetto, cioè In specie espressa;
entrambe le specie vengon dette talora anche speoies intentionalis, perchè per
essa la potenza tendo all'oggetto. Cfr. A. Righi; La moderna teoria dei
fonomeni fisici, 1904; Hugo De-Vries, Specie ο varietà, trad. it., Palermo,
Sandron ; Raffaele, Riv. di Sciensa, anno I, n. 102; De Sarlo, La nozione di
specie, « Cult. filosofica », giugno 1908; S. Tommaso, Sum. phil., I, qu. 46;
GocleSPE 1116 nius, Lexicon philosophicum, 1613, p. 1068
segg.; Malebranche, De la rech. de la verité, 1712, III, 2, 2 (v. darwinismo,
razza, trasformismo, ibridismo, sensibile). Specifico. T. Speoifisch; I.
Specific; F. Spéoifique. oppone tanto a generico quanto a individuale; così
dicesi differenza specifica tutto ciò che serve a distinguere uns specie da
un’altra; esperienza specifica quella fatta da tutta la specie attraverso il
succedersi delle generazioni, e fissata per l'eredità nell’individuo ; memoria
specifica |’ istinto che è un insieme di atti protettivi accumulati e trasmessi
dalla eredità; legge delle energio specifiche, la dottrina, secondo la quale le
diverse modalità delle sensazioni dipendono dalla natura specifica dei diversi
organi di senso, non dalla differenza degli stimoli esterni che le eccitano (v.
energie specifiche). Specioso. Un argomento specioso non è che un ragionamento
sofistico, con cui si tende a persuadere altrui della verità d’una conclusione
falsa. Speculare. Dicesi allucinazione speculare quel fenomeno psicologico che
si verifica durante gli stati profondi del sonno ipnotico, e che consiste nella
visione interiore del proprio organismo acquistata dal soggetto e proiettata al
di fuori. Dicesi scrittura speculare o a specchio, quella che va da destra a
sinistra, come la scrittura che si legge per riflessione in uno specchio. Può
essere così istintiva come naturale (Leonardo da Vinci); nel primo osso dipende
da una anomalia, non ancora bene conosciuta, dei centri motori encefalici (v.
autosoopia). Speculativo. T. Speculativ ; I. Speoulative; F. Speoulatif. Si oppone
tanto a sperimentale, empirico, positivo, quanto a pratico © designa il sapere
astratto ο che è fine a sè stesso, e non serve quindi di mezzo a fini utilitari
o pratici. Diconsi speculative le scienze filosofiche, ο quelle, in genere,
nelle quali più che l’esperienza hanno parte la forza indagatrico della ragione
e la sua potenza dimostrativa. Dicesi ragione speculativa la ragione in quanto
ha per fine la ricerca del vero, e ragion pratica la ragione in quanto ha per
fine il bene e fornisce i principi dell’azione. Speculasione (speculari =
guardare attentamente). T. Speculation ; I. Speoulation ; F. Spéculation. E la
traduzione latina del greco θεωρία da Sewpsty, che significa osservare,
indagare. Quindi speculazione vale indagino, ricerca, ma spesse volte si
adopera per indicare il sapere puro, l’indagine razionale, per opposizione alla
ricerca sperimentale e positiva. Così per Aristotele la speculazione è la forma
più alta e intuitiva del concepire, ed appartiene anche alla divinità. Per Kant
una conoscenza teoretica è speculativa quando ha per oggetto cid che non si pud
cogliere in alcuna esperienza; la conoscenza dell’universale in astratto è
conoscenza speculativa; la conoscenza filosofica è la conoscenza speculativa
della ragione. Cfr. Aristotele, Met., VI, 1, 1025 b, 18; Kant, Krit. d. reinen
Vern., ed. Kehrbach, p. 497. Spirito. Lat. Spiritus, Mens; Τ. Goist; I. Spirit;
Ἑ. Esprit. Pnò avere vari significati. Nel senso metafisico, lo spirito è la
sostanza immateriale, distinta dal corpo ο ad enso opposta, semplice,
indivisibile, imponderabile, incorruttibile, immortale; essa non ha alcuna
forma sensibile, nessuna proprietà della materia, 9 si rivela come pensiero,
sentimento e volontà. La nozione di sostanza spirituale, intravveduta
nell'antichità soltanto da Platone, è relativamonte recente nella storia del
pensiero. Da principio per spirito si intendeva il soffio della vita, ciò che
l'essere animato sembra esalare col suo ultimo respiro, e per lungo tempo
rimase a designare non ciò che è assolutamente incorpoTeo e immateriale, ma
bensì una materia estremamente sottile, attenuata, penetrante e impalpabile
come il soffio; tale concezione materialistica si mantenne anche nella
filosofia greca, cosicchè per Anassimandro 1’ anima è gassosa, Ser 1118
per Ippone è un’ umidità, per Senofane è aria, per Eraclito, per
Democrito e per gli stoici è fuoco, per Epicuro à un corpo consistente di
materia serea ο di fuoco. Anche per Anassagora lo spirito (νοῦς) ordinatore
dell’ univers secondo un fine e moderatore del movimento, è una materia, un
elemento corporeo, omogeneo in sè, inoreato ο imperi turo, diverso da tutte le
altre materie solo per grado, in quanto è la più fine, la più leggera, la più
mobile, e per la sostanza, in quanto si muove da sò e muove gli altri elementi.
Per Tertulliano lo spirito è una particolare svstanza: epiritus enim corpus sui
generis in sua effige. Per Alberto Magno apiritus potest dici is qui active
apirat. Per Melantone vapor ex sanguine expreseus. Questo concetto durò fino a
tutto il medio evo, e la stessa religione cristiana non seppe spogliarsene,
come è dimostrato dalle pane materiali che essa infligge alle anime condannate
al fuoco eterno. Soltanto col dualismo cartesiano si distinsero nettamente le
due sostanze, che esistono entrambe per sò stesse, ma di cui una, lo spirito, è
pensiero ο attività, l’altra, la materia, è estensione e inerzia: questi due
opposti si uniscono solo in Dio, fondamento reale della conoscenza e del moto,
e nell’uomo, che è spirito e corpo, pensiero ed azione: Non autem plura quam
duo genera rerum agnosco: unum est rerum intellectualium, sive cogitativarum,
hoc est. ad mentem sive ad substantiam cogitantem pertinontins : aliud rerum
materialium, sive quas pertinent ad substantiam, hoc est, ad corpus. (Cartesio).
Una nozione ugualmente esatta dello spirito si ha nel Berkeley: « Uno spirito è
nn ee sere semplice, individuale, attivo, che si chiama intelligenza in quanto
percepisce le idee, volontà in quanto le produce o è attivo in rapporto ad esse
». Naturalmente, il materialismo ha sempre combattuto il concetto della
sostanza incorporea, dello spirito, che per l'Hobbes è una vor insignificans, ©
per i materialisti del secolo soorso uns semplice fanzione della sostanza
cerebrale; ma la critica 1119 fer più acuta fu fatta da Locke ο da Hume, il
primo dei quali dimostrò l’inconcepibilità di una sostanza in sè stessa, il
secondo sostenne che, essendo ogni idea derivata da una impressione precedente,
se abbiamo un’ idea della sostanza del nostro spirito dovremmo aver pure un’
impressione di questa sostanza, il che è inconcepibile perchè V impressione
dovrebbe esser simile alla sostanza; perciò egli risolve lo spirito in « un
sistema di percezioni diffe- renti, che sono collegate le une alle altre da un
rapporto causale e reciprocamente si producono, si distraggono, si influenzano
© si alterano ». Tale critica fa accettata da Kant, che additò i paralogiemi
nei quali onde la peicologia razionale quando vuol provare la spiritualità
dell’anima; da J. 8. Mill, che risolve lo spirito in una possibilità permanente
di sentimenti; dal Bain, che lo considera come « un residuo, che si trova
dopochè si è separato il mondo obbiettivo dalla totalità della nostra
esperienza »; dal Wundt, che ne fa un semplice soggetto logico dell’esperienza
interna; dallo Spencer, che lo pone come inconoscibile, come un simbolo di ciò
che non pnd mai cadere sotto il pensiero; dall’Ardigò, che lo considera come il
ritmo comune o generico mentale, costituito dallo reminiscenze e dalle
sensazioni interne, ritmo che ci si presenta come inesteso e immateriale,
perchè nei suoi ele«menti non apparisce il riferimento con la meccanicità del
fatto fisiologico, della quale gli elementi stessi sono la manifestazione
cosciente. Nel senso puramente
psicologioo lo spirito può designare sia 1’ insieme delle attività psichiche
dell’uomo, senza riferimento ad una sostanza permanente, © in tal caso ha il
significato generico che si attribuisce alla parola coscienza, psiche, anima,
io, eco.; ein l'insieme delle sue facoltà intellettuali, e in tal caso ha
significato più ristretto, ο si oppone alle facoltà affettive ο Volitive. Cfr.
Aristotele, Phys., VIII, 1, 250 b, 24; Diogene Laerzio, II, 3, 6; Platone,
Rep., IV, 435; Tertulliano, Spr
1190 Adv. Praz., C 7; Cartesio,
Prino. phil., I, 11, 48; Berkeley, Prino. of hum. know., 1710, XXVII; Locke,
Enquiry, 1. II,
cap. 23, $ 18 segg.; Hume, Treatise, P. IV, ses. v; J. è. Mill, La phil. de
Hamilton, trad. franc., cap. XII, pag. 228 segg.; Bain, The sonsca and the intellect, 3* od., cap. I;
Spencer, Prino. of Peychol., 1881, P. II, cap. 1, § 58; Wandt. Handbuch d.
physiol. Peyohol.,
, vol. I, p. 8; Höffding, Peychologie, trad. franc. 1900, p. 10 segg.; Tylor,
La cirilisation primitive, trad. franc, 1876, vol. I, p. 497 seggi, Lubbock, I tempi prolstorioi ο
l’origine dell’ incivilimento, trad. it. 1875, p. 557 segg.; Ardigò, Opere
fil., I, 209 segg. IX, 306 segg. (v. anima, psiche, attualiemo,
sostanzialismo). Nel suo significato più largo, lo SPIRITUALISMO è la dottrina
che ammette l’esistenza di Dio e dell'anima come sostanze immateriali, © cioè
semplici, inestese, attive, identiche a sè stesse, © che non cadono sotto i
sensi; si oppone perciò al materialismo, il quale non ammette altre sostanze
che le materiali, e nega l’esistenza di sostanze spirituali distinte dalle
sostanze materiali. Si distingue dall’idealiemo, in quanto mentre questo fa
dello spirito, come del corpo, un semplice modo del pensiero, un’ idea pura,
quello considera invece l’idea come un modo o una forma dello spirito. La
distinzione però non è sempre osservata, usandosi spesso le espressioni
idealismo realistico, o metafisico, © cosmologico, ο assoluto, per indicare il
monismo spiritualistico. Tre sono i principali argomenti dello spiritualismo
per dimostrare la necessità di un principio immateriale che produca i fatti di
coscienza: 1° la coscienza non pnd nascore dalla materia corporea, perchè
mentre questa è per sua nature molteplice e composta, quella è per sua natura
semplice ed una; 2° la coscienza, essendo dotata di ai vità spontanea e libera,
non può derivare dalla materia. cho à inerte © incapace di modificare sò
stessa; 3° la coscienza non pad derivare dall'organismo, perchd mentre essa
sente di rimanere sempre identica a sè, l’organismo si rinnova © varia
continuamente. Quest’ ultimo è l’argomento sul quale si appoggiano,
specialmente dal Lotze in poi, gli spiritualisti moderni: se nel corso della
vita psichica, nel succedersi continuo di sensazioni, rappresentazioni,
emozioni ο voleri, l'individuo si sente sempre identico a sò, sempre il
medesimo, vi deve essere nn sostrato permanente sotto la vicenda dei fatti
psichici, i quali per ciò non sono che fenomeni molteplici e variabili d’una
sostanza unica © immutabile. Ammessa l’esistenza della sostanza spirituale, due
soluzioni fondamentali αἱ rendono possibili. Si può considerare lo spirito come
unica realtà, di cui la materia non è che un semplico fenomeno, e in tal caso
si ha lo epiritualiemo puro o monistico. Si può consideraro invece lo spirito e
la materia come due principi ο sostanze opposte e irreducibili, esistenti ab
aeterno I’ una accanto all'altra, e agenti reciprocamente l’ans sull'altra, 6
in tal caso si ha lo apiritualiemo dualistico. Le principali ragioni su cui lo
spiritnalismo monistico si fonda, sono: 1° poichè l'universo non si rivela a
noi che sotto forma spirituale, devo essere di essenza spirituale; 2° poichè
l'universo è conoscibile, deve eniatere tra esso © il nostro spirito un legame
essenziale, giacchè sarebbe inesplicabile una corrispondenza tra il pensiero ο
ciò che gli è del tutto estraneo; 3° poichè nella coscienza non c'è che
coscienza, se non si vuol rinunsiare a conoscere si deve concepire l’universo
in termini di coscienza, ossia per analogia con la nostra esperienza interna. Le
varie forme del monismo spiritualistico germogliano infatti da una particolare
traserizione del mondo in termini di esperienza psicologica, sia che faccia
dell'universo un processo organico e consideri 1’ ovoluzione cosmica come In
necessaria attuazione d’unn idea immanento nella natura, sia che riduca il
divenire della realtà all'esplicarsi d’ un: tendenza impulsiva, sin che la
faccia rampollaro da un ferace istinto di reazione. Platone cho eleva ad
immutabili #1 Ranzout, Dizion. di
scienze filosofiche. Spo 1122 essenze i concetti dello spirito umano;
Fichte che vede nel processo cosmico lo sforzo perenne dell’ Io morale per
rendere efficace la sua libertà; Hegel che dà valore di realtà assoluta al
movimento dialettico del pensiero; Schopenhauer che pone al fondo delle cose la
volontà; Schelling. Froschammer, Bergson che contemplano nell’eterno dive nire
del mondo l’opera d’una fantasia inesauribile, traggono tutti dalla esperienza
interna il principio del low spiritualismo. Cfr. F. Kirchner, Grundprinzip des
Weltprezesees, 1882; Wachrot, Le nouveau spiritualieme, 1882; A. Aliotts, Linee
d’una concesione spiritualistica del mondo, « Cultura filosofica >, Anno
VII, n. 3, 8, 4-5 (v. anime, monismo, influsso fisico, neo-spiritualismo,
parallelismo, #stanza, sostanzialismo, spirito). Spontaneita. T. Spontaneitàt;
I. Spontaneity; F. Spor tandité. Leibnitz la definì brevemente contingentia
sine cos tione; Cristiano Wolff principium asse ad agendum deterninandi
intrinseoum. Nel suo senso proprio, è il potere che ha un essere di modificare
da sè stesso lo stato proprio. indipendentemente da ogni causa esterioro. Si
oppone quindi alla inersia, che è invece la tendenza di un essere a perseverare
indefinitamente nel suo stato di riposo o di movimento, finchd non sia modificato
da una causa este riore. Per Aristotele gli oggetti che costituiscono la na
tura hanno în sò stessi il principio del proprio moto, © tali oggetti sono non
solo i corpi, ma anche quelli che sono legati con corpi, come l’uomo, © quelli
che al corp? sono principio di movimento, come l’anima. Epicuro pe neva
nell’atomo una spontaneità, una determinazione individuale, per oui esso può
deviare nella sua caduta rettilines (clinamen) e produrre quegli urti con gli
altri atom. che danno origine alle cose. Anche il Leibnitz pone ln spontaneità
nella monade, che è una forza semplice, originaria, determinata in sò stessa e
non dal di fuori, Nella filosofia moderna la spontaneità è da molti considerats
essa è sostituito il determinismo cosmico, 1’ universale ο necessaria
continuità del movimento, che si trasforma in modi infiniti. Quando la
spontaneità è apposta alla recettirità, non significa più libertà: si dice
infatti che la sensibilità è una recettività, l'intelletto invece una
spontaneità, in quanto è la facoltà, dice Kant, di produrre in noi stessi delle
rappresentazioni. Cfr.
Leibnitz, Philos. Scriften, ed. Gerhardt, IV, 483, VII, 108; Kant, Krit. d.
reinen Vern. (v. caso,
contingenze, necessità). La STATICA è quella parte della meccanica razionale
che studia la composizione delle forze (indipendentemente dai movimenti che
sono capaci di produrre) considerate come grandezze riferite ad una unità di
misura della stessa specie. Statistion. T. Statistik; I. Statistica; F.
Statistique. Può designare tanto la scienza dei fatti sociali espressi con
termini numerici, quanto i termini stessi. La statistica come scienza ha per
oggetto la conoscenza della società considerata nei suoi elementi, nella sua
economia, nella sua tuazione; essa si può definire come l'osservazione e
l’induzione appropriate allo studio quantitativo dei fenomeni collettivi,
suscettibili di variare senza regola assegnabile a tutto rigore. Nei fenomeni
collettivi essa deve sceverare ciò cho v’ha di tipico nella varietà dei casi,
di costante nella variabilità, di più probabile nell’apparente accidentalità, e
decomporre, fino al limite che la natura del metodo consente, il sistema di
cause ο di forze di cni essi fenomeni sono la risultante. La statistica è
deserittica, quando si limita a raccogliere i fatti, matematica quando li
rappresenta e confronta per dedurne lo leggi. Cfr. Morpurgo, La statistica e le
scienze sociali, 1872; Gabaglio, Teoria generale della statistica, 33 ed. ; N.
Colaianni, Manuale di mtatistioa teor., 2* ed. 1907 (v. sociologia). Stato. T.
Staat: I. State; F. État. Ogni società organizzata snlle basi della giustizia;
ogni società i cui membri STA 1124 prestano abituale obbedienza ad una autorità
posta nel. società stessa e che non presta obbedienza abituale ad un autorità
esterna. Il Brugi lo definisce « un istituto che tr tela il diritto nella
società civile, induce a unità le classi > ciali, ed à il mezzo con cni si
manifesta l’azione colletti»: del popolo »; così inteso, lo Stato è distinto
dalla società ti vile, che è l’ ordinamento degli individui appartenenti a vi
dato popolo in classi fondate sugli interessi economici, tisi © intellettuali.
L'origine, la natura e le funzioni deliv Stato furono © sono spiegate in modi
diversi. Per Prots gora gli dèi hanno elargito a tutti gli nomini in misun
nguale il senso della giustizia e il timore morale (2ixr © αἴδώς) affinchd
possano conchiudere patti durevoli per i conservazione reciproca nella lotta
per la vita. Per Pis tone lo Stato ideale deve rappresentare in grande l’uomo.
ο deve perciò constare di tre parti, che corrispondono alle tre parti
dell'anima: la classe insegnante, la classe mil: tare e la classe guerriera;
solo alla prima spetta di gu: dare lo Stato, di fare le leggi e di vegliarne
l’eseenzior mentre cömpito della seconda à la conservazione dell dinamento
dello Stato, interno ed esterno; alla gran mass del popolo, operai e contadini,
che col lavoro provvedono alla creazione dei mezzi esteriori dello Stato,
s’addicono solo l'obbedienza e la moderazione. Per Aristotele l’attività morale
dell’ uomo, ζῶον zoAtttxév, non può trovare la sus perfezione se non nella vita
in comune, quindi anche per lui non e’ è nessuna moralità concreta fuori dello
Stato, come scopo essenziale del quale anche Aristotele considerava
l’educazione morale dei cittadini; ogni costituzione politica è giusta, quando
il governo ha presente, come scopo più elevato, il benessere della umanità. Cfr. Combotheern, La
conospt. jurid, de Etat, 1899; Spencer, L’individu contre?" État. trad. frane. 1885; Cavagnari, Psicologia
dello Stato, 1901:Brugi, Introd. alle acience giuridiche e sociali, 1907, p. 1
sogg. (v. contrattualismo, diritto, pena, società). sre Stereognostico (senso). Espressione
introdotta nel linguaggio filosofico dall’ Hoffmann, con la quale si designa il
senso che ci dà la nozione della forma degli oggetti e delle loro proprietà
fisiche, quali la temperatura, l’estensione, la consistenza. Più che una forma
di sensibilità semplice esso è costituito dall’associazione di nozioni fornite
specialmente dal tatto attivo ο dal senso muscolare. In generale si ammette che
la nozione della solidità e della forma degli oggetti a distanza ci è data
dalla visione bioculare, per la differenza delle due imagini retiniche prodotte
dall’oggetto solido. Perciò alcuni psicologi ritengono sia più proprio parlare
d’una percezione atereognostica piuttosto che di un senso stereognostico ;
altri lo chiamano invoce fatto attivo, 0 percezione tattile dello spazio.
Dicesi storeoagnosia il fenomeno psichico, che consiste nella perdita del
riconoseimento della forma degli oggetti: sembra dovuta ad una rottura delle
fibre d’ associazione leganti il contro sensoriale muscolo-tattile col centro
dello imagini visive delle forme. Cfr. Helmholtz, Physiol. Optik, 2° ed. p. 782
segg.; Wundt, Physiol. Paychol., 4° ed., vol. II, p. 227; E. B. Titchener,
Exper. psychol., 1901, I, p. 257 segg.; Bourdon, La perception visuelle de
l'espace, 1902; Id., «Inndo peyohologique, , p. 65 segg. Stereoscopic. T. Sterooskop; I. Stereoscope; F.
Stéréoscope. Stromento col quale le figure piane sembrano solido, valo a dire a
tre dimensioni. Esso si fonda sulla constatazione che l'apprezzamento della
solidità dei corpi è dato dalla visione bioculare, per il fatto che l’imagine
di un dato corpo solido, proiettata su una retina, non può essere ngnale
all’imagine che lo stesso corpo proietta nel medesimo tempo sull’altra retina.
Esistono vario forme di stereoscopi, di cui il primo è dovuto al Weastone.
Mediante questo stromento si fw cadere sopra una retina il disegno dell’imagine
che un dato corpo solido proietterebbe su essa, e sui punti identici dell’altra
retina il disegno delSTE-STO 1126 l’imagine che il medesimo corpo proietterebbe
contempo raneamente su di essi; quindi, benchd ciascun disegno sia
rappresentato da una superficie a due sole dimensioni, si ba la stessa
sensazione che si avrebbe guardando il corpo solido, che tali disegni
rappresentano, con le sue tre dimensioni (lunghezza, larghezza, profondità). Se
i due disegni sono uno nero © l’altro bianco si ha la sensazione dello
splendore. Cfr.
Weastone, Philos. Transact., 18%: Stolze, Die Stereoscopie und das
Storeorscop., 1894 ; Breuster. The
stereosoope, 1857 (v. retina, peeudoscopio, spazio, risire. solido,
stereognostico). Stereotipia. Sintomo di alcune malattie mentali, com la forma
catatonica della demenza precoce, 1’ imbecillità. l’idiotismo. Consiste nella
ripetizione continua degli stesi movimenti e delle stesse frasi, nella
monotonia del tono di voce, nel ritorno incessante dei medesimi periodi ο delle
medesime parole quando l’ammalato scrive. Cfr. J. Finzi. Compendio di
psichiatria, 1899, p. 101,123 (v. ecolalia, stupore). Stimolo. T. Keiz; I.
Stimulus; F. Stimulus, excitant. Tutto ciò che produce lo stato di eccitazione
d’una cellula, d'un tessuto o d’un organo. Senza l’azione dello stimolo
l'attività funzionale della cellula, e quindi del tessuto o dell'organo, non si
produce. L'intensità della eccitazione prodotta è, generalmente, proporzionale
all’intensità dello stimolo. Ogni organo reagisce allo stimolo in quel modo che
è conforme alla sua struttura. Gli stimoli della cscienza si distinguono in
esterni, che agiscono sugli organi situati alla periferia del corpo, interni,
che provengono da una modificazione inerente agli organi, ο inferoerebrali, che
consistono nell’ irradiarsi della eccitazione nervosa da vu centro superiore ad
un altro (v. eccitazione, aubminimali). Ston (στοά = portico). Grecismo usato
talvolta per designare lo stoicismo, dicendosi la filosofia dello Stoa, o
seuplicemente lo Stoa. La filosofia stoica ebbe infatti la sus prima sedo nel
Portico pecile. 1127 STO Stoicismo (στοά -= portico). T. Stoiciemus;
I. Stoiolem; F. Stoicieme. Sonola filosofica fondata da Zenone di Cizzio, in
Cipro. Il suo nome le venne dall’essere stata aperta, tre secoli a. C., nello
Stoa pecile, un portico ornato di pitture del celebre Polignoto. Essa ebbe più
di cinque secoli di vita rigogliosa, durante i quali attraversò due periodi
nettamente distinti l’uno dall’altro: il primo ha per centro esclusivo Atene,
il secondo si svolge specialmente a Roma, ove conta fra i suoi seguaci i
cittadini più illustri. Mentre nella prima fase l'insegnamento originario di
Zenone è conservato intatto, nella seconda esso tende all’eclettismo, specie
con Cicerone, Seneca, Marco Aurelio, che attinsero largamente alla filosofia
platonica. I caratteri fondamentali della filosofia stoica sono, a giudisio
dello Zeller, il materialismo in quanto essa pone Dio e l’anima come sostanze
corporee; il dinamismo perchè considera come inseparabili la materia ο la
causa, cioò il principio passivo e l’attivo; il pantelsmo perchè il principio
attivo è uno solo, ed è Dio. Secondo gli stoici la filosofia non è che lo
studio della virtà, ed ha per centro la vita morale dello spirito; tuttavia
essa si distingue in tre parti: logica, fisica, ed etica. Di ciascuna di queste
parti sono date sufficienti notizie in questo vocabolario alle parole
anticipazioni, anima nel mondo, anapodittioi, ecpirosi, mantica, adiafora,
tabula rasa, noo, logos, catalettico, visa, eco. La parola stoicismo si adopera
anche in opposizione ad epicureisino, per designare tutti quei sistemi di
morale che pongono come norma suprema della condotta il dovere. Cfr. H. Arnim, Sloicorum
voterum fragmenta, 1903-1905; L. Stein, Die Psychologie der Stoa, 1886-88; A.
Dyrof, Die Hthik der alten Stoa, 1897; P. Ogereau, Le syatime philos. des
Stoiciens, 1885; 8. Talamo, Le
origini del cristianesimo e il pensiero aloico, 1892. Storia. T. Geschiohie; I.
History; F. Histoire. Può ossere intesa come fatto, 0 come dottrina o
disciplina. La Sto 1128 storia come fatto può a sua volta esser
intesa in tre sensi: generalissimo, generale 6 particolare. Nel primo per
storia s'intende l'evoluzione di tutto l’universo fisico ο morale, in quanto
tntto ciò che esiste, essendo soggetto a cangiamento, esiste nel tempo ed ha
quindi una storia; in questo sonso si usano le espressioni storia della terra,
storia della specie, storia dei mondi, ecc. In un senso meno generale per
storia s'intende lo spirito umano nel suo movimento, ossia 1’ evoluzione
complessiva dell’ umanità, nelle suo istituzioni politiche ed economiche, nelle
ane forme giuridiche, religiose, morali, eco. In senso partioolare, e più
comune, per storia s'intende lo svolgimento di quegli avvenimenti umani, che
hanno esercitato una azione visibile sul corso generale della società. La
storia come dottrina ο storiografia, è la ricostruzione, la narrazione e
l’interpretazione di tali avvenimenti; in’ modo più rigoroso è, come la
definisce il Bernheim, « la scienza degli sviluppi degli uomini nella loro
attività come esseri sociali », sebbene questa definizione inchinda nella
storia anche la sociologia. La storiografia è passata attraverso quattro fasi:
13 primitiva o mitioa, in cui mancano i mezzi di fissazione degli eventi
sociali, che sono raccolti dall’imaginazione fervida del popolo ο trasformati
in miti e leggendo; 2° istruttica o prammatica, che ba per mira non tanto la
ricostruzione fedele del passato, quanto la determinazione delle regole e degli
insegnamenti morali, politici o religiosi, che dal passato si possono ricavare,
per guidaro i contemporanei e illuminare il futuro: la storia è dunque la
maestra della vita; 3% medievale ο religiosa, in cui, per il prevalere del
pensiero cristiano, la suocessione dei fatti storici è considerata come lo
svolgersi d’un piano provvidenziale rivolto a fini lontani 6 imperserutaDili;
4* moderna ο naturalistica, in cui la storia è considerata come sapere naturale
di puri fatti umani, nei loro rap porti di causalità reale, indipendentemente
da qualanqne 1129 Sto preoccupazione morale, politica o
religiosa. Ma intorno alla vera natura della storia regnano profonde divergenze
tra i pensatori moderni, alcuni dei quali la considerano scienza vera ο
propria, «altri arte, altri disciplina a sè, distinta così dalla scienza come
dall’arte. Per i primi i fatti storici sono causali, ed è quindi possibile
ricavarne delle leggi che, al pari di quelle scientifiche, non varranno
soltanto a interpretare il passato, ma anche a prevedere il faturo storico e
sociologico; la storia adotta lo stesso metodo positivo delle altre scienze, e
le sue spiegazioni si ottengono per via deduttiva; alcuni credono anzi
possibile dedurre tutte le leggi storiche da uno o de pochi principi generali,
come il fattore economico, l'analogia biologica, l'interesse, la simpatia,
l'influsso dell’ ambiente, dell'eredità, della lotta per la vita. Per i secondi
i fatti storici non sono causali, cosicchè la costruzione di leggi storiche è
impossibile, e il passato, anzichè interpretato scientificamente, può essere
soltanto artisticamente ricreato o rifatto; però a tale conclusione gli uni
arrivano collocando l’accidentalità nella storia, perchè in essa molto può il
fattore individuale, e da cause lievi possono derivare grandi effetti, e
effetti molto diversi derivare da cause simili, gli altri collocandovi invece
la libertà, in quanto nel divenire peichico, di cui il divenire storico è un
riflesso, si ha una vera © propria creaziono continua di valori, una varietà
incessante dovuta all’eterogenesi dei fini, ai contrasti e alle sintesi
psichicho. L'indirizzo intermedio nega che la storia sia arte, al pari della
musica o della poesia, perchè mentre l’arte ha per fine il bello ο crea essa
stessa la propria realtà, sin puro imitandola dalla natura, la storia invece ha
per fine il vero, per quanto brutto possa essere, © ricerca ln propria realtà
servendosi di processi che le arti ignorano totalmente; e nega che la storia
possa essere scienza, ciod un sistema di leggi, perchè mentre legge significa
univerSTO 1130 salità © ripetizione, storia significa
individualità e muiazione, mentre la legge è lo stesso fatto esteso oltre i
limiti dello spazio e del tempo, la storia è I’ individua zione dei fatti nello
spazio e nel tempo, e mentre infine le soienze della natura sorgono ο si
sviluppano solo in quanto ciascuna può prescindere dal rapporto di solidarietà
che unisco il proprio oggetto con quello di tutte le altre, la storia umana è
un frammento della storia cosmica e il suo procedere è interrotto ed
accresciuto ad ogni istante dal confluire di innumerevoli fattori esterni, che
non si possono, in quanto tali, calcolare in base alla pura conoscenza dei
momenti precedenti. La storia è dunque una particolare disciplina, la quale,
per l’irreducibile singolarità dei fatti che formano il suo oggetto,
singolarità dovuta all’ infinita complessità del loro determinismo. devo
procedere da caso a caso, rinunziando ad ogni generalizzazione mediante le
leggi; nell’aocertamento critico doi fatti essa segue il metodo positivo di
tutte le scienze ο doi sussidi che la glottologia, l'archeologia, la
paleografia, l'antropologia, ecc. possono offrirle; ma poichè l'oggetto della
storia non à la realtà inconscia, bensi la stessa coscienza umana nel suo
movimento, essa richiede in chi la coltiva quell’ intuito psicologico e quelle
virtù di prosatore, che sono indispensabili per indagare lo spirito del passato
ο per farlo rivivere. Cfr. Bernheim, Lehrbuch d. historischen Methode, 1903;
Simmel, Problem der Geschiohtsphilosophie, 1907; Flint, History of the
philosophy of history, 1893; Bourdeau, Z’histoire et les historiens, 1888;
Lavolléo, La morale dans Vhistoire, 1892; Langlois et Seignobos, Introd. aux
éludes historiques, 1898; Altsmira, La inseianza de la historia, 1891; Croce,
It concetto della storia, 33 ed. 1896; Crivellucci, Il concetto della storia,
in «Studi storici », fasc. I ο II, 1899; Ant. Labriola. 11 problema della
filosofia della storia, in Scritti varî, 1906: A. Rava, It valore della storia
di fronte alle scienze nat.. 1131 Sro-STR 1910; C. Ranzoli, Il caso nel
pensiero ο nella vita, 1913, Ρ. 199 segg. : Storicità. La caratteristica del
fenomeno sociale secondo alcuni filosofi. 11 Comte la designa come « una
successione © filiazione di stati e momenti storici, come intluenza graduale ©
continua delle generazioni le une sulle altre ». Il Littré, precisando il
pensiero del Comte, fa consistere la storicità
per la quale il passato determina il prosente, © il presente l'avvenire
nella accumulazione, nella preservazione © trasmissione dei prodotti, sia
matoriali sia immateriali, dell'attività sociale, nella creaziono di un fondo
comune di cose da apprendere, fatto questo esolusivamente sociologico, che non
trova riscontro di sorta in biologia (v. estetismo, istoriemo). Storico
(argomento). Alcuni teologi chiamano così quella fra lo prove a posteriori
dell’esistenza di Dio, la quale, dalla constatazione che la religiosità è
propria di tutti i popoli in tutti i tempi e in tutti i gradi di civiltà,
conchiude all’osistenza di un Ente supremo che risplende nella intelligenza
umana. Questo argomento perderebbe ogni valore qualora fosse mostrato che vi
sono o vi furono popolazioni prive affatto di religiosità; alcuni antropologi
infatti lo sostennero, altri lo negarono, nd può dirsi che la questione sia
definitivamente risolta in un senso o nell’ altro (v. gli argomenti ontologico,
ideologioo, morale, fisico, metafisico). Stratonismo. T. Stratonismus; I.
Stratonism ; F. Stratonisme. L’indirizzo naturalistico © panteistico della
filosofia aristotelica, iniziatosi prima con Teofrasto e poscia più
energicamente con Stratone. Secondo quest’ultimo, l'intelletto ο l’attività
rappresentativa costituiscono un tutto unico: come non v'è pensiero senza
intuizione, così non v'è percezione senza la cooperazione del pensiero; tutt'e
due uppartengono all’unica coscienza. Applicando lo stesso concetto all’analogo
rapporto metafisico, Stratone insegna che STR-SUB 1132
la coscienza o ragione della natura non può esser considorata come
qualche cosa di separato da essa: Dio non può essere pensato trascendente, come
non può essere pensato il voîg. Così esso nega il monoteismo dello spirito, ed
insegnando che non si può pensare la semplice materia © nemmeno una forma pura,
respinge l’elemento platonico della metafisica aristotelica, che era rimasto
nella separszione della ragione dalla materia, e lo respinge tanto lungi, che
ridiventa ‘libero l’ elemento democriteo: nel divenire universale lo
stratonismo vede soltanto la necessità immanente della natura e non più
l’effetto di una causa spirituale, fuori del mondo. Cfr. Cicerone, De nat.
deorum., I, 13, 35; H. Diels, Beriohte der Berliner Akad., 1893, p. 101 segg.
Stroboscopio v. cinetoscopio. Stupore. T. Stupor; I. Stupor ; F. Stupeur. Nel
suo significato comune designa lo stato di immobilità peichica, a così dire, in
cui trovasi chi è colpito da qualche cosa di meraviglioso © d’inaspettato.
Nella psicologia patologica designa un rallentamento delle espressioni motorie
portato al massimo grado. Esso non è per sò una malattia, ma una sindrome che
comparisce frequentemente nello malattie mentali: se è accompagnato da paralisi
psichica si ha lo stupore epilettico, se da intima serenità lo stupore maniaco.
se da tensione interna © da stato di ansin lo stupore melanconico, se da
negativismo o da intoppo psichico lo stapore catatonico. Cfr. Whitwell, 4 study of
stupor, « Journal of ment. scie. », 1889, XXXV, p. 360 segg. (v. atereotipia, confusione). Subalterne
(ὑπάλληλαι). Due proposizioni che hanno lo stesso soggetto e predicato sono
subalterne quando hanno la stessa qualità ma differiscono nella quantità del
soggetto, di cui l’uno è universale l’altro è particolare : ossia 4 ed I, E ed
O. La proposizione particolare dicesi subalternata, Vuniversale subalternante.
Dalla verità della universale si inferisce la verità dolla particolare, ma
dalla 1133 Sup falsità della universale non #’ inferisce
la falsità della particolare. Inversamente, dalla verità della particolare non
8’ inferisce la verità dell’universale, ma dalla falsità della particolare si
inferisce la falsità dell’universale. Tutti i ragionamenti a fortiori, sia di
prova che di refutazione, hanno il loro principio fondamentale in questi due
ragionamenti, che ne costituiscono il tipo più semplice. Cfr. F. Ueberweg,
Syst. der Logik, 1874, § 95 (v. conversione, inferenza). Subcontrarie
(ύπεναντίαι). Due proposizioni che hanno lo stesso predicato sono subeontrarie
quando sono particolari ed apposte nella qualità: ossia I ed O. Possono essere
entrambe vore ma non entrambe false. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 225 segg.
Subcosciente. Τ. Halbbewusst, unterbewusst; I. Subconscious; F.Subconeoient.
Parola d’uso recente nella psicologia, ma di valore molto incerto, tantochè
Morton Prince ne espone sei significati differenti. Alcuni psicologi moderni
chiamano così quegli stati particolari di oscuramento psichico o di semisogno
determinati da una diminuita fanzionalità dei processi corticali ο
manifestantisi frequentemente nella pazzia nei quali le impressioni del mondo
esterno sono raccolte con difficoltà ο imperfettamente obbiettivate. Si dicono
anche stati orepuscolari, e possono estendersi a tutta la vita sensitiva, o ad
alcune parti di essa soltanto. Vi sono però molti psicologi che non ammettono
tali stati di subcoscienza, e li considerano o come stati di osonramento
psichico o come semplici processi fisiologici senza il loro correlativo
psicologico. Por subcosciente 0
conoosoiente e intende anche l’attività psichica dissociata dalla personalità
ma provvista di coscienza, ossia l'insieme dei fenomeni psichici rappresentanti
la manifestaziono di coscionzo secondarie che coesistono accanto alla
principale. Secondo alcuni psicologi contemporanei, il subcosciente, così
inteso, avrebbe larga parte nella vita psichica norSus 1134
male e anormale: la nostra condotta, le nostre opinioni. il nostro
umore, i nostri sentimenti sarebbéro grandemente influenzati da una quantità di
fattori psichici di cui moi non siamo coscienti, ma si quali non si può negare
una coscienza, come provano ad es. i fenomeni della scrittura automatica e come
è rivelato dalla stessa introspezione, che ci testimonia il persistero di una
attività coordinata ο intelligente, dalla quale abbiamo distolto I’ attenzione.
Maggiore efficacia ancora avrebbe il subcosciente nella produzione degli stati
psichici anormali 6 supernormali, come gli sdoppiamenti della personalità,
l’ipnotismo, la telepatia, il medianismo.
R. Assagioli propone di adoperare le espressioni : subcosciente, por
designare in generale ed in blocco tutto ciò che esiste e si svolge nella
nostra psiche senza che noi no siamo coscienti ; attività psichica concoacionte
ο dissociata per indicare l’attività psichica dei centri secondari di
coscienza; coscienza latente (6, secondo i casi residui psichici latenti,
patrimonio psichico latente, ecc.) per designare tutti i nostri ricordi, idee,
ece., accumulati ed a nostra disposizione, ma fuori del campo della nostra coscienza
attuale. Cfr. Gross, Die cerebrale Sekundärfunction; W. Hellpach, Unbewusstes
oder Wechseheirkung, « Zeitschrift für Psych. », XLVIII, p. 238; Morton Prince,
The aubconscious, VI* Congr. int. de psych, Geneve, 1910, p. 71 sogg.; Id., The
dissociation of a personality, 1906; Myers, The human personality, 1902; Janet,
L’automatieme payohoique, 1889, p. 84 segg., 223 segg., 316 segg.; Patini
Concienza, aubooscienza, incoscienza ο apeichla, « Riv. di psicologia applicata
», , VI, p. 24; R. Assagioli, It eubcosciente, « Rivista di filosofia », aprile
1911, p. 197-206: C. Ferrari, Le emozioni e la vita del eubcosciente, 1911: J.
Jastrow, La suboonscience, trad. franc. 1908 (+. confusione, incosciente).
Sublime, T. Erhaben ; I. Sublime; Ε. Sublime. Un valore ‘tico che, in tutte lo
ste sottospecie (terribile, tragico, SUB orrido, solenne, grandioso), è
prodotto dalla percezione o rappresentazione dell’immensità nel tempo ο nello
spazio, © della potenza fisica o morale. Già Enrico Home determinò il sublime
come il bello quando è grande, e Edmondo Burke lo intese come ciò che con un
brivido di benessere οἱ ‘incute terrore, mentre noi stessi ci sentiamo lontani
dal pericolo d’un dolore immediato, distinguendolo dal bello, che è ogni cosa
atta a suscitare piacevolmente i sentimenti dell’amore umano in generale; ma il
merito di aver fatto l’analisi di questo sentimento spetta a Emanuele Kant, che
pose l’essenza del sublime in una convenienza dell’azione degli oggetti col
rapporto tra la parte sensibile e la soprasensibile della natura umana. Il
sublime, come il bello, si rivolge alle due principali facoltà dello spirito,
l’imaginazione e l'intelletto; ma mentre nel bello queste facoltà agiscono
d’accordo, nel sublimo si trovano in contrasto |’ una coll’ altra. Infatti l'oggetto
non è sublime che perchd colpisce i sensi, ma i sensi o l’imaginazione si
sentono impotenti a raggiungerlo, como di qualche cosa che sorpassi
infinitamente la sfera sensibile e che soltanto l’intelletto può comprendere.
Dinanzi al sublime il selvaggio fugge perchè in esso teme la divinità. L’ uomo
civile non fugge, perchè nulla ha a temere; tuttavia egli non può sottrarsi ad
un senso d’ angoscia, perchè il sublime gli fa sentire tutta la sua pochezzu
materiale; l'emozione del sublime è quindi, nel suo ini depressiva. Ma al senso
primitivo di terrore segue poi un senso di intima soddisfazione, perchè il
sublime desta in noi il senso della nostra morale grandezza; è così che da
depressiva l’emozione diviene esaltativa, e dall’angoscia passiamo all’
entusiasmo. « Delle roccie sospese audacemente nell’ aria e quasi minaccianti,
dice Kant, delle nubi procellose che si ammassano nel cielo tra lampi ο tuoni,
dei vuleani che scatenano tutta la loro potenza di distruziono, degli urngani
che seminano la distruzione, l’ oceano immenso solSUB 1186
levato dalla tempesta, la ostoratta d’un gran fume, sono cose che
riducono ad una insignificante piccolezza il nostro potere di resistenza,
confrontato con tali potenze. Ma l’aspetto ne è tanto più attraente quanto più
è terribile, purchè noi siamo al sicuro; e noi chiamiamo volentieri queste cose
sublimi, perchè elevano le forze dell’ anima sopra la loro mediocrità
ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi un potere di resistenza di specie
al tutto diversa, che ci dà il coraggio di misurarei con l'apparente
onnipotenza della natura.... Il sublime non risiede dunque in alcun oggetto
della natura, ma solo nel nostro spirito, in quanto possiamo avere la coscienza
d’ essere ‘superiori alla natura che è in noi, ο per tal via anche alla natura
che è fuori di noi (in quanto essa ha influenza su noi). Tutte le cose che
eccitano questo sentimento, e ad esse appartiene la potenza della natura che
provoca le nostre forze, si chiamano allora sublimi ». Vi hanno due forme di
sublime: il matematico, dato dallo spettacolo della grandezza sotto la forma
della estensione, ed il dinamico datooi dallo spettacolo della potenza. Questa
distinzione, già fatta da Kant, è accolta dalla grande maggioranza degli
estetici; alcuni però ammettono invece tre forme di sublime: il naturale, a cui
assegnano le tre forme subordi nate dell'estensione, della successione, della
forsa; il sublime intellettuale, che e’ inizia col sentimento di una sorta di
annientamento intellettuale davanti ad un oggetto del pensiero, che non
riusciamo ad abbracciare nella sua complessità, ο si completa col sentimento
della riscossa, della reazione incalzante doll’ intelligenza ο della fantasia
che la sostiene; il sublime morale, che ha origine dall'idea della libertà consapevole
che s’inchina al dovere, ο se ne fa l'organo nella vita © nella storia. Cfr. Home, Elements of
criticism, 1761; Burke, Esgay on the sublime and beautiful, 1756; Kant, Krit.
d. Urteilekraft, 1878, $ 23 seggi; Herart, Lehrbuch ©. Payoh., 1850, p. 99;
Ribot, Peychol. den 1137 Sur sentiments, 1896, p. 339 segg.; Hüffding,
Paycologie, trad. franc., p. 282 segg., 393 segg.; Masci, Pricologia, 1904, Pp.
396 segg. Subliminale e
supraliminale. I. Subliminal, supraliminal. Con l’espressiono io subliminale,
diffusa nella terminologia filosofica e religiosa dal Myers, #' intende un io
suboosciente, dotato di meravigliose proprietà fra cui quella di essere
indipendente dal corpo e di sopravvivere ad eso; con esso si spiegherebbero i
fenomeni estranorınali della telepatia, dell'ipnotismo, del medianismo, della
ispirazione geniale. Senza accettare le vedute mistiche del Myers, molti
psicologi ammettono l’esistonza di stati subliminali, o subeoscienti, 0
concoscienti, che sarebbero provati sia dai fenomeni normali del sogno, delle
disposizioni innate, ece., come da quelli anormali della dissociazione della
personalità, dell’ automatiamo psicologico, della pazzia, ecc. Io mpraliminale
o stati supraliminali sarebbero quelli della coscienza principale, dell’io empirico.
Cfr. Myers, The human personality and its survival to bodily death, 1902;
Janet, L’automatisme peichologique, 1889; R. Assagioli, 11 subcosciente, un’arena spianata: abrasa, aequalio mentis
arena. Per il Rosmini la tavola rasa è l’idoa indeterminata dell'ente, che è +
in noi dalla nascita. Cfr. Plutarco, Plac., IV, 11; Locke, Essay, 1. 1, cap. 1,
$2; Rosmini, Nuoro saggio sull'origine delle idee, 1830, II, p. 118 (v. a
priori, empirismo, natirismo, sensismo). Talento v. ingegno. Tattile
(sensazione). T. Tastempfindung; 1. Touch senvation; F. Sensation tactile. Le
sensazioni tattili si distinguono in sensazioni di pressione, per cui si
avverte la pressione e il contatto degli oggetti sugli organi tattili; ο
sensazioni di luogo 0 di spazio, per cui si avverte la località del corpo che
viene compressa; dalla associazione di queste due specie di sensazioni
risultano le nozioni della forma e della consistenza dei corpi. Perchè sia
possibile una sensazione di pressione, è necessario che il peso del corpo sia
almeno da 2 milligrammi a 5 centigrammi; perchè si possa avvertire il crescere
della intensità della sensazione stessa è necessario che gli stimoli successivi
stiano fra loro in rapporto come di 1 ad 1 +1}; ciò costituisce la legge di
Weber, che fu poi estesa a tutte lo altro spocio di sonsazioni © suona nel modo
seguente: la sensazione cresce più lentamente dello stimolo, crescendo di
minima differenza quando gli eccitamenti crescono di quantità proporzionali; ο,
in modo più preciso: In sensazione sta allo stimolo che la determina come il
logaritmo sta al suo numero. Quanto alla localizzazione delle sensazioni
stesse, essa è tanto più perfetta quanto minore è la distanza in cui devono
trovarsi le dne punte di ‘an compasso (compasso di Weber) per produrre duo
sensazioni distinte; la Tas-Tau
1146 massima sensibilità si trova
sulla punte della lingua, la minima sul dorso, le braccia e le coscie: in
quella, per ottenere due sensazioni distinte, le due punte del compasso devono
distare di 0,5 linee di Parigi, in queste di 30 linee. Gli organi del tatto
sono le terminazioni nervose contenute nel derma ; nel capo il senso tattilo è
esercitato dal 5° paio dei nervi cerebrali, nel resto del corpo dalle fibre
sensibili dei nervi spinali. Nel
linguaggio aristotelico-tomistico dicesi taotue quantitatie quello per il quale
una cosa si unisce con un’altra in modo che le parti aderiscono tra loro;
tactus virtutis quello per il quale una cosa opera sopra un’altra. Cfr. Wundt,
Grundzüge d. phys. Psych., 3* ed., II, p. 10 segg.; Hüfiding, Peychologie,
trad. franc. 1900, pag. 137, 199, 255 segg. (v. circoli tattili, corpuscolo,
estesiometro, distanza, spazio, superficie, stereognostico, ecc.). Tassonomia.
T. Taxonomie; I. Tazonomy; F. Tazonomie. Dal greco τάξις = ordine, νόμος =
legge. Le leggi e i principi della classificazione degli oggetti naturali;
quella parte della scienza che tratta della classificazione. Dicesi tassonomica
ogni classificazione fatta per tipi astratti; ad essa si contrappone lu
classificazione genetica, nella quale gli oggetti sono invece disposti secondo
la loro genesi formativa o il principio causale della loro formazione.
Tautologia. T. Tautologie; I. Tautology; F. Tautologie. Del greco taité =
medesimo, λόγος = discorso. Si dicono così quelle definizioni erronee, in cui
il concetto da definirsi è contenuto, sia palesemente sia copertamente, nel
definiente. Così la comune definizione del giudizio l'atto mentale per cui si
afferma o nega è una tautologia, perchè ciò che costituisce il giudizio è
appunto l’affermare o il negare. Secondo alcuni logici la definizione
tautologica non sempre è illegittima, essendo in alconi cusì l’unico modo di
determinare un concetto primitivo (v. circolo vizioso, diallelo, petizione di
principio). 1147 Tav-Tkc Tavole di Bacone. Sono in numero di
tre, di pre senza, di assenza o declinazione, di comparazione o gradazione;
corrispondono rispettivamente ai tre metodi di concordanza, di differenza e
delle variazioni concomitanti dello Stuart Mill. Codeste tavole hanno lo scopo
di rappresentare il risultato complessivo delle ricerche fatte iutorno alle
cause di un dato fenomeno. Quella di presenza riunisce tutti i fatti nei quali
si trovano le cause presunte; in quella di assenza sono enumerati i casi in cui
una di queste cause sarà mancata; in quella di comparazione sono indicate le
variazioni corrispondenti degli effetti e delle cause. Come esempio delle tre
tavole, Bacone si propuno di ricercare la causa dal calore: nella prima espone
tutti i casi conosciuti nei quali si osserva produzione di calore; nella
seconda enumera i casi in cui manca il calore pur essendovi la luce (luna,
stelle © comete); nella terza indica i casi in cui il calore cresce o
diminnisce col crescere © diminuire del volume dei corpi, del loro movimento,
della distanza dalla sorgente di calore, ecc. Cfr. Bacone, Nov. organum, 1856,
1. II, XI segg. Tecnica La tecnioa d’una scienza sperimentale non è che
l'insieme delle operazioni manuali che le esperienze richiedono ; il metodo è
invece l'insieme delle norme logiche proprie della scienza medesima.
Tecnologia. I. Technologie; I. Tecnology; F. Technologie. La scienza che si
oceupa delle regole pratiche, delle arti ο tecniche che si osservano nelle
società umane adulte e provviste d’un certo grado di civiltà. Alcuni la
distinguouo dalla prazeologia, cho ha un senso più generale e riguarda tutte lo
manifestazioni collettive del volere, sin spontanee che riflesse. La tecnologia
comprende tre sorta di problemi: 1° la descrizione analitica delle arti, le
loro varie specie, la loro classificazione sistematica in un piecolo numero di
tipi essenziali; 2° la ricerca delle leggi per eni ogni gruppo di regole appare
© dello cause cui Tri-TEL esse devono la loro efficacia pratica; 3° lo studio
del divenire di osse, sia in uns data società sia nell’ intera umanità, dalle
più semplici alle più complesse, attraverso lo alternative di tradizione ο d’
invenzione. Teismo. T. Theismus; I. Theism; F. Theisme. Consiste nell’
ammettere l’esistenza di una divinità personale, liDera od intelligente, cui
devesi la creazione © la conservazione del mondo e la provvidenza. J! deista,
dice Kant, credo in Dio, il teista oredo in un Dio viento (summam
intelligentiam). Perciò ei distingue non solo dal deismo, ma anche dal
panteismo, dal politeismo, dal dualismo religioso, ecc. Secondo lo Zeller, il
fondatore del teismo fu Aristotele, per il quale Dio è pura forma, pensiero doi
pensieri, primo motore immobile. Ma più che un essero dotato di volontà © di
personalità, il Dio aristotelico è ancora un semplice concetto astratto, un
pensiero teorico. Il vero teismo religioso si ha nelle tre grandi religioni,
giudaismo, islamismo, oristianesimo e più spiccatamente in quest’ ultima;
infatti nello due prime domina la tendenza ad affermare l’unità e la trascendenza
divina, a scapito degli attributi personali, mentre nel cristianesimo la
personalità divina è il concetto fondamentale, che ne informa così il contenuto
dottrinario come quello pratico. Cfr. A. Campbell Fraser, Philosophy of Theiem,
1903; P. D'Ercole, Il teismo,1884; C. Ranzoli, 1) agnostioiemo nella filosofia
religiona, 1912, p. 193 segg. (v. Dio, personalità, deiemo, religione).
Telegonia. T. Telegonie; I. Telegony; F. Télégonie. Il trasmettersi nella prole
di un dato maschio doi caratteri propri di un altro maschio antecedentemente
accoppiatosi con la stessa fomminn, per la supposta modificazione stabile
apportata dal primo alla matrice di questa. La telogonia è uno dei fonomeni più
oscuri ο incerti dell’ eredità. Alcuni casi osservati in animali inferiori ο in
pianto attesterebbero la possibilità del fenomeno. Cfr. J.C. Ewart, The
Penyouik erper., 1899. 1149 TEL Telencefalo. Nella divisione dell’
encofalo adottata dalla Commissione per la nomenclatura anatomica divisione
basata sugli abbozzi embrionari dell’ encefalo stesso = il telencefalo è tutto
il cervello anteriore, ο comprende V’iufandibolo, l’ipofisi, il tratto ottico,
il chiasma, il corpo striato, il setto lucido, i ventricoli laterali e il
mantello cerebrale. Insieme al diencefalo, 0 cervello intermedio comprendente i
corpi mamillari, i talami, i corpi genicolati, il corpo pineale e il terzo
ventricolo costituisce il prosenogfalo,
corrispondente ad una delle tre vescicole cerebrali primitive. Le altre due
vescicole dànno luogo al mesencefalo, o cervello medio, e al rombencefalo, che
si divide alla sua volta in metenoefalo ο cervello posteriore, e mielencefalo ο
retrocervello. Teleologia. T. Teleologie; 1. Teleology: F. Téléologie.
Etimologicamente significa: scienza dei fini. Per Kant è la scienza che si
occupa della finalità di quegli oggetti naturali, ch'egli chiama fini di
natura, i quali non si possono pensare realizzati se non secondo un concetto
finale; tali oggetti sono gli esseri organici. Qualche volta la parola
teleologia è anche adoperata ad indicare la finalità di un carattere ο di un
avvenimento, la proprietà di un essere o di un oggetto in rapporto alla causa
finale: così dicesi teleologia del sentimento il suo carattere protetticioè il
suo ufficio di conservazione dell'esistenza animale. Più spesso designa quella
parte della filosofia che si applica allo studio sia dello scopo finale delle
cose, sin del fine d’ogni essere particolare. In generale, però, per teleologia
non s'intende nè una scienza a sè nè una parte distinta della filosofia, ma
soltanto il sistema di esplicazione dei fenomeni dell'universo mediante le
cause finali o intelligenti, © in questo senso ai oppone a meccanismo, à
fataliemo © talvolta anche a casualimno. Così intesa, la teleologia ο
teleologismo 8) inizia nella storia della filosofia con Anassagora, celebrato
anche da Platone o da AristoTer
1150 tele come il primo che, con
la sua dottrina del vo5g ordinatore del mondo, elevasse teoreticamente il
concetto di valore della bellozza e della perfezione a principio di
spiegazione. Una orientazione diversa ha In teleologia in Socrate: mentre in
Anassagora essa si riferisce all’armonia del mondo celeste, non alla vita
dell’uomo, le osservazioni che sono attribuite a Socrate, specialmente da
Senofonte, fanno dell’ utile dell’ uomo norma dell’ammirazione dell’ universo.
Quindi la teleologia socratica à tutta esterna, riferendo ogni cos al bene
dell’ uomo come al suo fine supremo. Nella morale Socrate si rappresenta la
sapienza che deve regolare l’attività umana como una riflessione tutta esterna
sulla utilità degli atti particolari; non altrimenti, la sapienza divina che ha
formato il mondo, ha regolato ogni cosa per il vantaggio dell’ uomo, il sole
per rischiararlo di giorno, la luna e lo stelle per rischiararlo la notte, gli
animali per nutrirlo, eco. Più profonda è la teleologia di Platone: come causa
finale di tutto |’ accadele egli pone le idee, ma specialmente l’idea più
elevata, a cui tutte le altre si subordinano come meszo, l’iden del bene, che è
contrassegnata poi come ragione del mondo (νοῦς), come divinità. Le cose
partecipano del bene perchè sono ombre, imitazioni, copie delle idee, e le idee
mettono capo tutte all’idea suprema del bene, che è Dio stesso. Lo spirito di
Socrate e di Platone rivive in Aristotele, nel quale la teleologia ha pure
grande importanza: il passaggio dalla potenza all’atto, dalla materia
indeterminata alla forma determinata, non può effettuarsi che per mezzo del
moto d’una causa efficiente, la quale nella sua azione tende a raggiungere un
fine; causa efficiente © causa finale sono dunque i due principi che, insieme
alla materia ο alla forma, ci dànno un'adeguata spiega zione delle cose e della
natura. Adeguata, ma non per fetta: come spiegare il moto incessante verso il
meglio che agita tutto le cose della natura? Se ο) ὃ moto, dice 1151
TRL Aristotele, dovrà esserci un principio primo da cui il moto derivi,
un motore, che senza esser mosso muova il tutto: questo primo motore immobile è
Dio, la forma più alta ο il fine più alto, che, appunto perchè tale, muove il
mondo per l’irresistibile attrattiva della sua bellezza, por l'inestingnibile
desiderio che suscita di sè nelle cose. La teleologia di Aristotele durò
attraverso tutta l'età di mezzo accanto a quella cristiana, nella quale a Dio e
alla sua provvidenza è fatto risalire il mondo e tutto ciò che in esso accade,
e fu combattuta insieme con questa dal meccanismo naturalistico del
Rinascimento. Leibnitz prima, © Lotze più tordi, tentarono di conciliare 1’
intuizione meccanica e la concezione teleologien del mondo; Kant sostenne che
la scienza della natura non può essere se non meccanica, ma che, d’altro canto,
vi sono dei limiti oltre i quali la spiegarione meccanica non può andare, dei
punti nei quali è innegabile l'impressione della finalità, e questi sono la
vita © le leggi spoviali della natura, che necessitano per essere comprese di
una considerazione teleologica; per Fichte il problema della dottrina della
scienza è di comprendere il mondo come una connessione necessaria di attività
razionale, e la soluzione si ottiene da ciò, che la riflessione della ragione
filosofica riconosce il proprio fare e quel che per esso è necessario, cosicchè
la necessità che prevale in questo sistema della ragione non è cansale ma
teleologica ; per Schelling In spiegazione causale-meccanica della natura è una
pura mppresentazione intellettualistica, mentre l’unità del piano che la natura
segne nella serio degli esseri viventi è l’espressione di una graduale
realizzazione dello scopo. Ogni forma di idealismo realistico o spiritualismo
monistico è, del resto, teleologica; il suo problema fondamentale è appunto di
dimostrare come le leggi meccaniche formulato dalle scienze della natura
possano essere il veicolo o la rivelazione del realizzarsi dei fini. Lo Stuart Mill adopera questo termino
TEL 1152
per designare l’arte della vita, cho comprende tre branche distinte: la
morale, la politica e l'estetica, ο cioè l’onesto, l’opportuno e il bello nelle
azioni e nelle opere dell’uomo. Cfr. Senofonte, Memorabili, IV, 7, 6; Platone,
Rep., VI, c. 19, VII, ο, 3; Id., Leggi, X, ο. 8, 10, 11; Aristotele, De aa.,
MI, 12, 434 a, 31 sogg.; Id., Metaph., I, 3, 983 a, 31 segg.; Leibnitz, Phil. Schriften, ed. Gerhardt, IIT,
p. 607; Kant, Krit. d. Urteilskraft, 1878, II, $ 61; Schelling, Fom Ich als
Princip der Philos., , p. 206 segg.; Windelband, Storia della filosofia, trad.
it., II, 310 segg. (v. causa
finale, finalità, fino). Teleologico (argomento) v. fisico. Tolepatia. T.
Telepathie; I. Telepathy; F. Télépathie. Neologismo introdotto nel linguaggio
psicologico e comune da Gurney e Myers per caratterizzare la loro posizione
indipendente di fronte sia agli spiritisti sia agli scettici. Significa,
etimologicamente, sentire a distanza: ma oggi si designano specialmente con questo
nome tutti quei casi nei quali un individuo percepisce, o crede percepire, a
distanza, e senza il concorso dei sensi ordinari, ciò che accade ad un altro
individuo da lui più o meno lontano. Il fenomeno può avvenire tanto nel sonno,
sotto forma di sogno, quanto allo stato di veglia, sotto forma di visione.
Alcune volte è lo stesso individuo, oggetto della visione, che sppare innanzi
al veggente, non come fantasma ma come essere reale; altre volte è il veggente
stesso che si sente come trasportato ad assistere alla scena. che si svolge
nello stesso tempo, lontano; altre volte ancora è un avvenimento inatteso e
inesplicabile, che si produce d’un tratto ο sembra essere il simbolo telepatico
del fenomeno che si svolge da lungi. Quanto al valore dei fenomeni telepatici,
una inchiesta promossa dalla Società per le ricerche psichiche di Londra e
comunicata al terzo Congr. int. di psicologia del 1896, condusse alla
conclusione che vi è un caso di coincidenza reale ogni 65; 1’ 1158
Tel chiesta, condotta con tutte le precauzioni atte a garantire l
autenticità delle testimonianze, fu estesa a 17,000 persone, îl che dà una
proporzione di coincidenza circa 292 volte maggiore di quella che si potrebbe
prevedere come la più probabile so fossero dovute soltanto al caso. Ammessa la
realtà dei fatti, resta da ceroarno la spiegazione. Alcuni, come il Lodge, si
mantengono in una prudente riserva: « Qual’è il mezzo per cui si fa la
comunicaziono a distanza? È l’aria, come pel diapasont è l'etere como per la
calamita? è qualche cosa di non fisico ο d’esclusivamente psichico Nessuno può
dirlo.... Intanto è chiaro che la telepatia ci si presenta come la
manifestazione spontanea di quella intercomumicazione di spirito a spirito (ο
di cervello a cervello) che in mancanza di una miglior denominazione, chiamiamo
trasmissione del pensiero... Qual’è il significato di questa risonanza
inattesa, di queste ripercussioni sintoniche tra intelligenze? Si deve pensare
che esse siano il germe di un nuovo senso, di qualcosa che la razza umana è destinata
a ricevere, nel corso della sua evoluzione, in una più forte misura? Oppure è
il residuo di una facoltà posseduta dai nostri antenati animali prima che
esistesse il linguaggio? Io non desidero faro delle speculazioni, io non voglio
nulla affermare se non ciò che ritengo esser fatti solidi © verificabili », Più
andace, il Myers rigetta l’ipotesi fisica delle vibrazioni intercerebrali e di
qualsiasi forma imaginabile di ondulazioni © radiazioni materiali o etereo
capaci di mettere in rapporto organismi distanti; ogli afferma che la telepatia
è una intercomunicazione diretta delle anime, che certi segmenti della
personalità subliminale, dissociati dal resto e distaocati dall'organismo,
possono talora impressionare a distanza un’altra personalità, che la
comunicazione può avvenire, anche tra viventi e defunti cosicchè, infine, la
telepatia diventa la legge universale, che riunisce tutti gli esseri, incarnati
e disincarnati, viventi in questo o in altri mondi, 73 Ranzors, Dizion. di scienze filosofiche. |
Τατ ΤΕΝ 1454 in uno splendido universo di vita spirituale
e morale. Cfr.
Gurney, Myers, Podmore, Phantarms of the living, 1886; Id., Census of
allucination, 1890-96; R. Osgood Mason, Telepathy and the subliminal Self,
1897; Myers, The human personality and ite survival to bodily death, 1902; Th. Flournoy, Eeprite ot
mediums, 1911; O. Lodge, La survivence humaine, trad. franc. 1913; G. B. Ermacora, La telepatia, 1898;
Enrico Morselli, I fenomeni telepatici, 1898. Telesiologia. Con questo nome I’
Ampère designava la morale normativa o pratica per distinguerla da quella
puramente descrittiva indicata col nome di Etica. Temperamento. T. Temperament
; I. Temperament : F. Tempérament. Vien dal latino temperiss, che significa
umore; infatti gli antichi credevano che l'indole varia degli individui
dipendesse dal prevalere nell’ organismo di uno dei quattro umori principali:
sangue, bile, flegma e atrabile. Da ciò la olassificazione ippocration dei
temperamenti, accettata ‘in tutta l’antichità, nel medioevo e anche ai giorni
nostri, in: sanguigno, bilioso, flemmatico © melanconico. In questo senso,
carattere e temperamento sono sinonimi; l’uno e l’altro indicano la differenza
caratteristica nella struttura congenita organico-psichica degli individui,
differenza che si rivela nel modo abituale di reagire agli stimoli, di
comportarsi nelle circostanze della vita. Codesta differenza è tanto maggiore
quanto più largo è il differenziamento psichico delle individualità; negli
animali inferiori il temperamento d’un individuo è quello stesso della specie,
negli animali superiori apparisce già il differenziamento individuale, che
nell’ uomo civile e colto acquista il più alto grado. Ma dal temperamento si
suol distinguere il carattere morale, che non è, come quello, greditario, ma
piuttosto acquisito, e formato dall’ insieme di quelle qualità psichiche e
morali, che ἄληπο una particolare impronta così agli individui, come alle
famiglie © alle razze. Nella moderna psicologia, la classificazione Tem ippocratioa dei temperamenti è accolta
nel sonso, che le diversità dei temperamenti dipendono dalla diversa forza,
celerità © vivacità con cui le impressioni sono ricevute, conservate, e viene
ad esso roagito; ma che, a sua volta, questo stesse funzioni nervose e
psicologiche possono essere modificate secondo che uno degli umori indicati da
Ippocrate (sangue, flemma, bile) sovrabbondi o sia in difotto nell'organismo.
TI temperamento sanguigno dipenderebbe dall’abbondanza dei globuli rossi del
sangue, dalla ricchezza di materiali assimilabili dai tessuti, dalla buona
salute, ο sarebbe caratterizzato dalla vivacità ο dalla instabilità della
reazione agli stimoli, da vita interiore varia ο ricca, manifestantesi anche
nella mobilità della persona. Il malinconico risponderebbe alle condizioni
fisiologiche opposte, e sarebbe caratterizzato da una certa lentezza percettiva
e sensitiva, debolezza della vita interiore e quindi scarsa partecipazione al
mondo esteriore. Il collerico dipenderebbe invece dalla sovrabbondanza della
hile, dal versamento di essa nel sangue, dal quale sarebbe portato ai tessuti,
specie al nervoso, sul quale agirebbe come stimolo eccitatore di reazioni
violente e subitanee. Il flemmatico, infine, dipenderebbe dalla scarsezza dei
globuli rossi del sanguo e dalla abbondanza dei tessuti inerti (liquido
linfatico, tessuto connettivo, grasso), i quali, abbassando it potere
funzionale degli elementi nervosi, determinerebbero negli individui la matura
riflessione delle deliberazioni, e la reazione lenta ms misurata e adeguata.
Cfr. Galeno, De temp., I, 5, 8; Seneca, De ira, II, 18, 19; Holbach, Syst. de
la nat., 1770, I, p. 121; Kant, Anthrop., II, § 87; Volkmann, Lehrbuch. d.
Peycol., 1894, p. 206; Wundt, Grundziige d. phys. Peyohol., 3° ed., IT, p. 421
segg.; Masci, Paicologia, , p. 459 segg.; N. R. D’Alfongo, La dottrina dei
temp. nell'antichità e ai nostri giorni, 1902 (v. etologia). Temperansa. Τ.
Mäwigkeit; 1. Temperance ; F. Tempirance. Una dello quattro virtà cardinali,
cho consiste Tr 1156 nella moderazione delle passioni ο dei
desideri, specialmente sessuali. Comunemente si fa sinonimo di sobrietà, ma
questa è una virtà più particolare, subordinata alla temperanza. 8. Tommaso,
fra le virtà che ne dipendono, annovera: l'astinenza, la sobrietà, la decenza,
il pudore, la modestia, eoc. I filosofi pagani non l’intendevano diversamente;
così per Aristotele la temperansa è una via di mezzo fra la sregolatezza e
l’insensibilità per i piaceri, © Cicerone la fa consistere nell’ordine e nella
misura che si deve osservare in tutto ciò che si fa ο si dice. Cfr. G. Grote, Aristotele,
1880, p. 581; Stephen, The science of cthics, 1882, p. 190 segg. (v. cardinali). Tempo. T. Zeit; I. Time; F.
Temps. La forma misurabile della continuità di ogni processo reale; ο, più
precisamente, un continuo illimitato sd una sola dimensione, di cui noi
occupiamo un punto determinato, che si sposta costantemente nella medesima
direzione. Esso è inconcepibile distinto dallo spazio, essendo le due idee
correlaοἱ infatti l’idea di coesistenza, che à il carattere dello spazio, non
può formarsi se non supponendo l’idea del tempo, il quale a sua volta si fonda
sulla sucoessione, che richiede le idee di direzione e di dimensione. La natura
del tempo, come quella dello spazio, fu concepita nolla storia della filosofia
in due modi fondamentalmente diversi, e cioò come una realtà puramente
soggettiva ο come una realtà oggettiva; se si considera come una semplice idea,
rimane da risolvere la questione se tale idea sia a priori o un prodotto della
nostra esperienza sensibile. Tra i filosofi greci il tempo, come riferisce
Plotino, era concepito in tre modi: come moto, sis în generale sia quello delle
sfere celesti; come la stessa sfera celeste moventesi; come una determinazione
del moto, © più specialmente come estensione del moto per gli stoici, come
numero del moto per Aristotele, come accompagnamento del moto in generale per
Epicuro. Secondo la concezione 1157 Tem aristotelica, la più importante, il tempo
è infatti qnalcho cosa di numerato, contenente cioè distinzioni interne che
posson essere calcolate © sommate, prodotte dal movimento considerato in
rapporto alla successione delle suo parti; per movimento (κίνησις) egli intende
non tanto il cangiamento qualitativo, come quello quantitativo, cioè il
cangiamento di posizione nello spazio; In continuità del tempo deriva dalla
continuità del moto, che, a sua volta, dipende dalla continuità dell’
estensione corporea. Secondo Platone, seguito poi da Plotino e da Giamblico, il
tempo è una creazione del Demiurgo, è generato della assidus energia dell’
anima che cerca di esprimere nella materia l’infinita ed eterna pienezza dell’
essere, e poichè ciò non può fare d’un tratto, è forzata ad una serie
successiva di atti; il tempo è questa vita dell’anima, mentre l'eternità è la
vita dell’ essere intelligibile nella sua totalità piena, assoluta, immutabile.
Con S. Agostino il tempo si interiorizza, trasferendosi dall'anima del mondo
al” anima umana; egli crede, con Platone, che il tempo è obbiettivo, essendo
stato creato da Dio con la creuzione del mondo, ma con felice contraddizione
sostiene poi che esso è il solo presente misurato dalla coscienza: c’è un
presente di cose presenti, un presente di cose passate, e nn presénte di cose
future, il primo nell’ attenzione, il secondo nella memoria, il terzo nella
aspettazione. Nell’ età di mezzo, la formula aristotelica che il tempo è una
relazione o un aspetto del movimento, vale a dire il numero del movimento
secondo il prima e il poi, è generalmente accettata, quantunque per gli scolastici
esso sin considerato più che altro come la base obbiettivamente valida della
costruzione mentale del tempo. Gli scolastici distinsero anche il tempo, a cui
è essenzialo la succes sione, dalla durata che, applicata a Dio ο agli angeli,
non ha tale carattere; tale distinzione ricompare poi in Cartesio, che
considera il tempo come derivato dal confronto delle durate di certi movimenti
regolari, e più ancora in Leibnitz, per il quale ogni cosa ha la propria
durata, ma non il proprio tempo, essendo questo esteriore alle cose, delle
quali serve a misurare la durata. Secondo il Leibnitz il contenuto del tempo
non è fatto di cose, ma di percezioni di cose; non è dunque che una relazione,
un ordine di successione delle nostre percezioni; esso ci appare come infinito,
ma tale suo carattere gli deriva dal non avere noi alcuna ragione di limitare
il numero delle successioni possibili. E il Kant, spingendosi ancora più oltre,
considera codesta successione delle nostre percezioni esser data dalla
costituzione stessa del nostro spirito, non da un’ asione snocessiva delle cose
sullo spirito stesso: il tempo non è, come lo spazio, che una forma a priori
della nostra sensibilità, la forma cioè nella quale intuiamo i dati del senso
interno, valo a dire i fatti psichici ©, indirettamente, quelli fisici; quindi
il tempo come lo spazio, ha una realtà empirica in quanto è la condizione a
priori di ogni esperienza possibile, ο una idealità trascendentale in quanto
non ha alcun valore obDicttivo al di là della esperienza. La concezione del
tempo come realtà indipendente fu invece sostenuta da Newton, per il quale il
tempo assoluto, matematico, è qualche cosa che fluisce uniformemente per sò
stesso e per sua propria natura, senza nessuna relazione con qualche cosn di
esteriore e senza alcun legame col cangiamento; ma sia i filosofi inglesi
anteriori a Kant, come Hobbes, Locke, Berkeley, Hume, sia i filosofi tedeschi
posteriori a Kant, come Fichte, Schelling, Herbart, Hegel, ece., sostengono
invece la concezione soggettivistica, riguardando il tempo © come l’astratto
mentale del rapporto di successione dei fatti, o come un prodotto dell’
attività del soggetto al quale ogni esperienza è relativa. Uno svolgimento
originale della concezione soggettivistion di Kant ha dato il ‘Teichmiiller;
egli considera Vordine temporale obbiettivo
1159 TEM come una veduta
prospettiva della coscienza, dell’ io sostanziale per sò fuori del tempo, e la
durata come una pura misurazione immanente di codesto ordine; l’intera serie
dei fenomeni dell’ universo, press assolutamente, deve essere considerata come
tutta attuale in una sola volta; se noi facciamo astrazione dalla natura
prospettiva della coscienza © dal confronto, mediante l’aspettazione ο la
memoria, di parte del suo contenuto ideale con altre parti, ogni disposizione
cronologica e ogni durata temporale scompare; il concetto puro del tempo non ha
in sè nessuna dimensione, o grandezza, 1’ ora e il secondo sono identici. Per
il Galluppi il tempo non esiste indipendentemente dalle cose ed ha per corrispondente
obbiettivo lu causalità, mentre la sun valutazione soggettiva è il numero; la
causalità è l’oggettivo del tempo perchè essa implica un prima e un poi,
identificandosi la nozione di ciò che incomincia ad esistere con la nozione di
ciò che è prodotto; esso si misura col moto, appunto perchè il moto è la
produzione di uno spazio, e misurando uno spazio generato si ottiene un numero
di effetti, cosicchò si attua anche qui l’assioma matematico, che la misura
deve essere omogenea al misurato; il numero, infine, non ceiste che nello
spirito, in quanto è quell’operazione montale con cui si uniscono în una idea
differenti unità considerate. Per il Rosmini il tempo non esiste nelle cose
materiali, essendo la successione segnata gradustamente dal principio senziente
sulla durata; la successione, poi, suppone una serie di più avvenimenti appresa
come tale dal principio senziente; ma perchè questo apprenda come suo termine
più avvenimenti successivi, è necessario che cssi rimanendo in qualche modo in
lui, si renduno contemporanei, perchè è evidente che se dopo averne appreso
uno, questo passasse del tutto, © ne venisse un altro, gli avvenimenti
apparirebbero singolari come sono in sò stessi; il tempo implica dunque la
memoria, la percezione di eventi reali e il giudizio sugli eventi che
precedono, cossistono e succedono. Nella moderns psicologia il tempo è
considerato generalmente come uns idea di origine empirica, che risulta da
questi due olementi : 1° la coscienza del cangiamento, ossia della successione;
essa si produce per opposizione a una sensazione costante, o sentimento fonda
mentale; 2°la rappresentazione di certi stati profondamente impegnati nella
coscienza ; il riconoscimento di questi stati rende possibile uns certa misura
e un certo aggrnppamento nella serie delle modificazioni. L'esistenza d’un
sentimento costante sotto il variare degli stati psichici successivi,
costituisce come il fondo relativamente fisso per opposizione al quale la
variazione e la successione possono nettamente risaltare; la sola suocessione
della sensazione, © il semplice sentimento costante, non sarebbero sufficienti
a formare I’ idea di tempo. Cid dà ragione dell'incertezza della valutazione
del tempo fondata soltanto sulla variazione dei nostri stati interni: i momenti
di dolore intenso, ο di nois, ci sembrano più lunghi che quelli passati fra il
succederei di avvenimenti diversi ο complessi ο sotto il dominio di una idea
intensa che ci assorbe; retrospettivamente, invece, ci sppare più lungo il
tempo in cui furono più varié, intense e numerose le sensazioni, più breve
quello în cui furono rade e uniformi. Una nuova concezione
paicologico-metafisioa del tempo, che sembra conciliare la veduta
obbiettivistica e la soggettivistica, è sostenuta oggi dal Bergeon, per il
quale la realtà totale, così interna come esterna, è essenzialmente tempo,
durata pura, corrente di vita. Sviluppando le ideo già formulate dal Guyau,
egli sostiene che la vera durata, quale possiamo coglierla in noi stessi con
uno sforzo d’ introspezione, è l’eterogeneità pura, cioè una successione di
cangiamenti qualitativi che ei fondono, si conglobano, si penetrano, senza
contorni precisi, senza alcuna tendenza a esteriorizzarsi gli uni rispetto agli
al 1161 Tem tri. Ma, ossessionati dell’
idea di spazio, noi l’ introduciamo senza accorgercene nella nostra
rappresentazione della successione pura; sovrapponiamo i nostri stati di
coscienza in modo da percepirli simultaneamente, non più l’uno nell’altro; in
breve noi proiettiamo il tempo nello spazio, esprimiamo la durata in
estensione. La soienza non fa diversamente, in quanto definisce il tempo
mediante la sua misura e ogni misura implica traduzione in estensione. Per
comprendere la nostra realtà profonda, e, in analogia con essa, la realtà
evolutiva esteriore, noi dobbiamo dunque riconvertire il tempo in durata,
pensare noi stessi ο le cose come una evoluzione melodica di momenti, di cui
ciasouno contiene la risonanza dei precedenti ο annuncia quello che sta per
seguire, come un arricchimento che non #'arresta mai e una apparizione perpetua
di novità, come un divenire indivisibilo, qualitativo, organico, straniero allo
spazio, refrattario al numero. Cfr. Platone, Timeo, 97 c, 38 d; Aristotele,
Phys, IV, 11, 219 b, 2 segg.; Plotino, Enn., III, 7,7; 8. Agostino, Civ. Dei,
XI, 5; Id., Conf., XI, 14; Cartesio, Pr. phil., I, 57; Leibnitz, Nouv. Kee, 1, cap. 14, $ 15
segg.; Kant, De mund. sens., $ 14; Id., Krit. d. reinen. Vern., ed. Kehrbach, p. 60
segg., Schelling, Syst. d. tr. Idealiemue, , p. 213 segg.; Hegel, Naturph., 1834,
p. 52 segg.; Herbart, Allgemeine Metaph., 1828, p209; Teichintiller, Met.,
1874, $ 287 segg.; Bain, Sennes and intellect, 1870, p. 371 segg.; Shadworth
Hodgson, Time and space, 1865, p. 121 segg.; G. S. Fullerton, The docirine of
space and time, 5 articoli in « Philos. Rev. », 1901; I. Royce, The world and the individual, 1901, vol. II, p.
109 segg.; Galluppi, Lezioni di logica ο metaf., 1854, III, p. 1068-97;
Rosmini, Pricologia, 1848, II, p. 189 vegg.; Ardigò, Op. fl, vol. II, p. 110
segg., V, 259 segg., VII, 88 segg.; Guyau, La genèse de l’idée de temps, 1902;
Borgson, Essai sur les données imm. de la conscience, 1904, p. 57 segg.;
Covotti, Le teorie dello spazio e del tempo nella fil. greca fino ad
Aristotele, Pisa, 1897 (v. durata, intuisione, iatante, momento, spasio,
tempuscolo). Tempo di reazione. T. Keaktionseit; I. Reaction time: F. Tempe do
réaction. O tempo peicologico ; è l'intervallo di tempo che intercede tra
l’avvertire una impressione e il rispondere ad essa con un movimento, o, in altre
parole, il tempo necessario perchè 1’ individuo reagisca con un movimento
all’impressione ricevuta. La reazione si compone per tal modo di tre momenti:
1° 1’ onda nerYous che trasmette dalla periferia al centro l'eccitazione: 2° la
coscienza di essa che sorge nel centro medesimo, e l impulso volitivo al
movimento; 3° l'onda nervosa che trasmette l’ impulso dsl centro ad un muscolo
periferico, che si contrae e determina il movimento. Le reazioni possono essere
semplici e composte. Si dicono semplici quelle costituito soltanto dei tre
momenti accennati; esse hanno luogo quando l’individuo risponde sempre con uno
stesso movimento ad una stessa impressione (visiva, uditiva, ecc.). Sono
composte quelle in cui, rimanendo il primo e il terzo dei momenti accennati, il
secondo, quello οἱοὺ relativo alla funzione centrale ο cosciente, viene
complicato, Tale complicazione si può produrre facendo reagire il soggetto, ©
soltanto quand’abbia distinto la differenza di qualità © quantità fra due ο più
stimoli contomporanei; 0 quando abbia riconosciuto a quale delle sensazioni
provate antecedentemento lo stimolo attuale debba riferirsi; ο quando abbia
scelto fra due possibili reazioni quella impostagli per ogni determinato
stimolo; o, infine, quando abbia associato all’ impressione attuale una imagine
mentale che ad essa si collega. I risultati di tutte queste esperienze,
ottenuti nei diversi laboratori di psico-fisiologia, sono sssai oscillanti; ciò
dipende non solo dall’attitudine ο dalla pratica maggiore o ininore degli sperimentatori,
dalla perfezione degli apparecchi, dal numero delle esperienze, ece., ma anche
da altro influenze modificatrici, che sono: la
1163 Tem-Ten maggiore o minore
intensità degli stimoli; le condizioni organiche ο psichiche del soggetto;
l’aspettazione o non dell’impressione; la durata maggiore o minore
dell’attenzione aspettante; gli stimoli diversi che distraggono il soggetto,
ecc. In base 9 ciò si distinguono varie specie di reazione: la r. erronea,
quando il soggetto non risponde all’impressione stabilita, ms sd un’altra
prodottasi casualmente; la r. anticipata, quando il soggetto reagisce prima che
lo stimolo abbia realmente agito; la r. muscolare, quando l’attenzione del
soggetto è rivolta massimamente all’azione muscolare da compiere in risposta
all’ecoitazione; la r. sensoriale, nel caso inverso. Cfr. Wundt, Physiol,
Ροψολοὶ., 4° ed. , vol. II, p. 305-390; Jastrow, Time relations to mental
phenomena, 1890; Flournoy, Arch. d. scie. phys. ot nat., XXVII, p. 575, XXVIII,
Ρ. 319; Buecola, La leggo del tempo, 1880; Patrizi, Rio. aperim. di
prichiatria, XXIII, 257; A. Aliotta, La misura in psicologia sperimentale, 1905
(v. equazione personale). Tempo psicologico v. tempo di reazione. Tempuscolo.
Nello scienze fisico-matematiche si suol designare in questo modo un tempo
infinitamente piccolo, vale a dire non valutabile. Una quantità dicesi
infiuitamonte piccola, o semplicemente un infinitosimo, quando il suo valore è
minore di qualunque quantità assognabile, per quanto si voglia piccola. Ora,
noi possiamo valutare il tempo fino a 1/15.000.000 di minuto secondo: il
tempuscolo, o tempo infinitesimo, sarà dunque un tempo infinitamente più
piccolo di codesto che sappiamo valutare. Tendenza, T. Tendens; I. Tendenoy; F.
Tendance. Nel linguaggio comune indica uno stato complesso della coscienza
appetitiva, che vien designato volta per volta con nomi diversi, per i vari
aspetti coi quali può rivelarsi: cioò le tendenze positive si chiamano amore,
propensione, desiderio, bisogno, speranza; le tendenze neTeo 1164
gative avversione, odio, ripuguanza, disagio, timore. In senso stretto,
la tendenza è un fatto primitivo, costituito da uno stato di coscienza che, in
quanto rivela i bisogni dell'organismo eccitato dallo stimolo, è rivolto a
cercare © conservare il piacere, a fuggire o allontanare il dolore. Ogni
piacere ed ogni dolore mettono più o meno l’organismo in movimento, la forma
del quale è determinata dalla struttura originaria dell’ organismo stesso, e
che si manifesta con uno sforzo per allontanarsi ο avvicinarsi all'oggetto, a
seconda che è conosinto piacevole o doloroso. Quando codesto inizio
involontario del movimento è sentito dalla coscienza con una certa
rappresentazione del fine al quale esso conduce, si ha la tendenza. Essa ha
dunque per condizione l'associazione al sentimento presente della
rappresentazione di ciò che può aumentare il piacere o diminuire il dolore
attuale. Si distingue dalPatto riflesso ο dall’istinto, nei quali manca la
rappresentazione del fine; si distingue dal desiderio, in cui la rap
presentazione del fine è chiara, distinta ο sccompagnata dalla coscienza della
distanza che separa la semplice rappresentazione dell’ oggetto dalla sua
possessione ο realizzarione; si distingue infine dalla volontà, in quanto
questa comprende non una ma più rappresentazioni antagoniatiche, al prevalere
d'una delle quali, concopita come fine, si associano, coordinandosi, i meszi
per raggiungerla. Cir.
Spinoza, Ethica, 1. III, teor. IX, scol.; Höffding, Pay chologie, trad. franc.
, p. 422 segg. Teodicen. ‘I. Theodioss; I. Theodicy; F. Théodicée. Dal greco Θεός -Dio, e δίκη stizia. Parola creata dal Leibnitz, che la usò come titolo di
un’ opera nella quale cerca di giustificare la divinità dell’esistenza del male
nel mondo, e di conciliare la libertà umana con la prescienza e la provvidenza
di Dio. Ma come cosa, se non come nome, la teodicea esisteva da molto tempo.
Per Platone ο per Aristotele l’esistenza del male à giustificata 1165
Tro riportandola alla resistonza del non ente ο della materia; per gli
stoici, veri creatori della teodicea, i mali fisici non sono tali in sè stessi,
ma tali diventano per colpa degli nomini © spesso sono punizioni inflitte dalla
provvidenza per il miglioramento degli uomini, mentre il male morale, cioè il
peccato, è necessario perchè solo dal contrasto con esso risnita il bene; per i
neo-platonici il male non è per sè stesso qualche cosa di esistente
positivamente, ma è la mancanza del bene, il non-essere; per Giordano Bruno il
mondo è perfetto perchè è vita di Dio, fino ad ogni particolare, © colui
soltanto si lagna che non può sollevarsi all’ intuizione del tutto, nella cui
bellezza scompaiono le imperfezioni ο i difetti spparenti. Dopo il Leibnitz il
significato della parola si esteso fino a designare quella parte della teologia
ο della metafisica, che si 00caps di difendere la suprema sapienza di Dio
contro le accuse elevate dalla ragione alla vista dei disordini del mondo. Come
tale essa si divide, per il Kant, in tre parti che hanno per oggetto di
giustificare Dio: la prima nella sua santità, in presenza del male morale; la
seconda nella sua bontà, in presenza del male fisico ; la torza nella sua
giustisia, davanti al disaccordo che esiste tra il bene e la virtù. Ma oggi la
teodices ha assunto una estensione ancora maggiore, e comprende non solo la
giustificazione delle opere di Dio, ma anche le prove della sua esistenza, la
dimostrazione dei suoi attributi, la ricerca dei suoi rapporti con l’anima
umana e con l'umanità, Cfr. Platone, Timeo, 42 D; Seneca, Quaest. nat., V, 18,
4; Id., Kpistulae, 87, 11 segg.; Plotino, Enneadi, II, 9; Leibnitz, Essai de
théodioée, 1710; Kant, W. W., VI, 77; J. Young, Evil and good, 1861; Rosmini,
Teodicea, 1846; Benedict, Theodioaea,
(v. male, peseimismo, ottimismo). In senso generale, la TEOFANIA è il
manifestarsi della divinità nel mondo attraverso le sue opere; in questo senso
tutto il mondo Tro può considerarsi,
secondo il cristianesimo, una teofania. In significato più ristretto, il
presentarsi della stessa divinità. Thoophanias autem dici visibilium et
invisibilium species, quarum ordine et pulchritudine cognorcitur deus esso.
Cfr. G. Scoto, De div. nat., III, 19. Teologia. T. Theologie; I. Thoology; F.
Théologie. Nel sno significato più generale, è la scienza di Dio ο delle cose divino.
Aristotele fa il primo a considerarla come scienza, ponendola a capo delle
scienze speculative; avanti di lui essa non era che una descrizione poetica
dell’ origino delle cose © della natura degli dei. Nel mondo pagano la teologia
ebbe un carattere particolare: come la religione aveva un'importanza politica,
ed era ignota affatto così ai Greci come ai Latini ogni idea della rivelazione,
così non v'ebbe alcuna distinzione fra teologia naturale ο positiva, ma si
aveva invece, secondo la classificasione di Varrone e del pontefice Muzio
Scevola, una teologia poetica, di cui parlammo sopra, una teologia fisica, che
è prodotto di ragione e fa parte della filosofia, © una teologia civile,
fondata dai legislatori e rivolta agli interessi dello Stato. Col cristianesimo,
innalzatasi tra la ragione e la rivelazione una barriera insormontabile, fu
distinta la teologia naturale, che è prodotto della ragione, dalla positita
opera della rivelazione: quella è una scienza le cui verità hanno bisogno di
essere dimostrate, mentre le verità di questa debbono essere aocettate per
fede. Dalla teologia positiva si distingue la razionale, svoltasi specialmente
in Germania, e il cui fine è di controllare pet mezzo della ragione i dati
della rivelazione, con l'esame © l’interpretazione delle sacre scritture, della
tradizione, dei monumenti religiosi. Colla teologia positiva non è da
confondersi l’affermativa, che è l'affermazione in grado sommo (via eminentiae)
nella divinità di tutto l’essere che esiste nelle creatnre ; essa si oppone
alla teologia negatira, che consiste nel tentativo di ginngere alla nozione del
1187 Tro l'essere supremo o assoluto,
rimovendo da lui (ria remotiomis 0 negationis) tutto ciò che non possiede
l’essere che in senso negativo. Codesta distinzione fa posta da Nicol Casano;
ma i due metodi erano già noti © usati dai primi Padri, © la via negationie
sale a grande onore specialmente con lo pseudo Dionigi Areopagita. Teologia
dogmatica è il sistema della dottrina teologica sviluppato dogmatica mente,
cioò con un metodo che si appella alla sutorità, sia della sola scrittura, sia
della scrittura ο delle tradi. zioni combinate insieme. Il Comte chiama teologico il primo dei tre
grandi stadi attraversati dalla intelligenza umana nel suo cammino secolare ;
gli altri due sono il metafisico ο il positivo. In questa prima fase dominano i
concetti mistici, e i fenomeni naturali sono attribuiti alla volontà arbitraria
6 capricciosa di enti imaginari o forze naturali personificate. A questo
indirizzo mentale corrisponderebbe, dal lato sociale, lo stato militare, poichè
le differenze di religione generano le guerre tra i popoli. Cfr. Aristotele,
Metaph., III, 4, 1000 a, 9; Diogene Laerzio, VII, 1, 41; 8. Clemente, Stromata,
V, ο. XI; Dionigi Areop., De mystica theol., I, 3; Id., De div. nom., 7, 3; C.
Billot, De Deo uno et trino, 1854 (v. teosofia, teodicea, ontologia).
Toologismo. T. Theologismus ; I. Theologiem ; F. Théologisme. Termine molto
vago, con cni si designano quei sistemi filosofici che #’ ispirano essenzialmente
alla tradizione teologica e al sentimento religioso. Teomania. Delirio
religioso, che oggi più propriamente dicesi pnranoia religiosa. È costitnita da
una serie di illusioni ο allucinazioni, aia visive che uditivo, riferentisi ad
armonie celesti © visioni divine, intramezzate dn periodi di estasi ed episodi
erotici. L’ ammalato crede di essere destinato da Dio a redimere gli uomini dal
pecesto e pregusta le gioie che per la compiuta missione gli verranno largite,
non badando alla propria tranquillità ο ai propri interessi materiali, non
esitando nemmeno a Tro 1168 sacrificare la libertà ο la vita. Non pochi
riformatori ο fondatori di religioni potrebbero, secondo alcuni psichiatri,
essere legittimamente classificati tra i teomani; tale Emanuele Swedenborg,
fondatore della setta degli illuministi, tale pure italiano Davide Lazzaretti,
il più tipico esempio, forse, di paranoico allucinato che abbia potuto, durante
l’ultimo mezzo secolo, dare origine ad un moto rivoluzionario
mistico-socialistico. Cfr. Lombroso, L'uomo di genio, 63 ed., p. 507 segg.; G.
Ballet, Le peicosi, trad. it. , p. 300 segg.; G. Barzellotti, Davide
Lassaretti, i suoi seguaci ο la sua leggenda, 1885; Id., Santi, solitari,
filosofi, 1887; A. De Nino, II Messia degli Abruszi, 1890. Teorema. T. Theorem,
Lehrsatz; I. Theorem ; F. Théorème. Come mostra l’origine etimologica della
parola (Δεορέω = esamino), significò da principio quello che si contempla, che
è soggetto d'esame; poi la verità che è il risultato dell’ esame, della
dimostrazione. In questo secondo senso si contrappone a problema, che è invece
una incognita difficilmente decifrabile, quantunque sia congiunta dal rapporto
di principio e di conseguensa ad nna conoscenza attuale, Teoretico. T.
Thooretisch; I. Theoretical; F. Theoretique. Ciò che si riferisce alla teoria,
mentre il teorieo è ciò che fa parte della teoria; nell’uso però i due termini
si confondono. Si oppone a pratico © à fecnioo; mentre la teoria ha per solo
fine il vero, la pratica ha per fine l’azione ο la tecnica è l’insieme delle
norme con cui si applica la nostra conoscenza delle cose. Si oppone anche a
storico © a empirico, perchè mentre in questi è il fatto che prevale, in quello
prevale il ragionamento. Perciò si hanno le espressioni di filosofia teoretica,
pratica e storia della filosofia; sapere teorico, speculativo e pratico; morale
teorica e morale normativa o pratica; intelligenza teorica, speculativa e
pratica, ecc. Cfr. Kant, De mund. sens., sect. II, § 9, n. 1. 1169
Tro Teoria. T. Theorie; I. Theory; F. Theorie. Nel suo significato più
largo designa la sintesi comprensiva delle conoscenze, che una scienza ha
raccolto nello studio di un dato ordine di fatti. In un senso più ristretto è
un insieme di ragionamenti collegati fra loro e diretti a spiegare, provvisoriamente
o definitivamente, una data questione. In questo senso si oppone alla pratica,
la quale non è che l'applicazione della teoria. Nel primo significato si
distingue dall’ipotesi, che è più spesso l’anticipazione che non il risultato
delle esperienze, e dalla dottrina, che ha un’ accezione più vasta, risultando
da un insieme di teorie. Quando la sintesi coordinatrice delle esperienze
raccoglie sotto di sò ordini differenti di fenomeni, allora si ha qualche cosa
di più esteso della dottrina, cioè il sistema. La teoria non differisce per
natura dalla legge scientifica, ma soltanto per grado: la teoria è infatti una
generalizzazione così astratta da non mostrare un addentellato diretto ed
esauriente con la realtà, ma si fonda tuttavia sulle leggi, ο in tanto ha
valore in quanto costituisce la massima approssimazione alla realtà e la
massima potenzialità di contenere in sè un certo numero di leggi accertate.
Tuttavia nell’ uso comune queste distinzioni non sempre sono possibili, perchè,
se da un lato è difficile valutare il grado di estensione d’un dato insieme di
conoscenze, non è facile dall'altro l'apprezzamento degli elementi certi e
degli ipotetici che vi si mescolano. Cfr. Wundt, Logik, 1880, vol. I, p. 407;
Masci, Logica, 1899, p. 72 segg. (v. dottrina, principio, prammatica, pratica).
Teosofia. T. Thoosophie; I. Theosophy; F. Theosophie. Si distingue dalla
teologia, in quanto designa quella scienza che si pretende ispirata dalla
stessa divinità, dalla quale deriverebbe, senza però essere oggetto di una
rivelazione positiva. Questa scienza si svolse specialmente in Germania nei
secoli XV e XVI, per opera di Cornelio Agrippa, Paracelso e Giacomo Bihme. Le
dottrine dei vari teosofi 74 Banzout,
Dision. di scienze filosofiche. Teo
1170 diversificano molto tra di
loro, specie perchè, mentre alcuni fanno prevalere la teologia sulla filosofia,
altri dànno la prevalenza alla ragione e alla filosofia sulla fede ο enlla
teologia. Però tutti si accordano nella tendenza ad unificare la scienza di Dio
con quella della natura. Uno dei più interessanti tentativi di risuscitare, nei
tempi moderni, la teosofia, è quello dello Schelling, spinto sulla via
delV’irraionaliemo dall’ assunzione del motivo religioso nelVidealismo
assoluto. Se l’assoluto era concepito come Dio, se il principio divino e quello
naturale . delle cose erano distinti, sicchè alle idee eterne come forme dell’
auto-intuizione divina veniva assegnata un’ osistenza speciale accanto alle
cose finite, la trasmutazione di Dio nel mondo diventava un problema; tale
problema lo Schelling ha cercato di risolvere sulla via della teosofia, con una
teoria mistico-speculativa nella quale i concetti filosofici sono tradotti in
intuizioni religiose. Per lo Schelling le idee sono imagini riflesse, in cui
l’assoluto rispecchia sè stesso, sono partecipi dell'autonomia dell’ assoluto;
in ciò sta la ponsibilità della caduta delle ides da Dio, della loro
sostantivazione metafisica, per oni diventano reali, empiriche, cioè finite. Il
contenuto della realtà è quindi divino, perchò sono le idee di Dio quelle che
ivi sono reali; ma il loro proprio esser reale è caduta, peccsto ©
irrazionalità. Però l'essenza divina delle idee tendo di nuovo all’ origine e
al prototipo, © questo ritorno delle cose in Dio è In storia, l’epos composto
nello spirito di Dio. Il Rosmini intendo per teosofia la teoria dell’ ente
nella sua totalità, ossia delle ragioni supreme che si trovano nel tutto
dell'ente; essa si distingue sia dalle altre scienze, che riguardano Vente solo
in quanto è diviso o dalle limitazioni naturali o dallo sguardo della mente,
sia dalle altre parti della filosofia, che cercano il principio da cui la
scienza dell’ ente deriva (ideologia) e somministrano le condizioni formali e
materiali (logica e psicologia) del passaggio della 1171
Ter mente speculativa dal sapere ideologico al sapere teosofico. Cfr. L.
Judge, The ocean of theosophy, 1893; A. Besant, Teosofia e nuova psicologia,
trad. it. 1909; E. P. Blawataki, Introd. alla teologia, 1910; Schelling,
Religion und Philosophie, 1804; Rosmini, Teosofia, 1859 (v. ideologia,
metafisica, ontologia). Teratologia. T. Teratologie; I. Teratology; F.
Tératologie. Ramo della patologia e dell’ antropologia, che studia quelle
anomalie di sviluppo, congenitali e irrimediabili, che diconsi mostruosità.
Esse sono costituite da arresto, eccesso 0 perversione di sviluppo ; possono
dipendere da predisposizione ereditaria, da nna malattia del feto, ο da un
accidente sopraggiunto alla madre; alonne sono incompatibili colla vita, altre
compatibili. Tra queste importanti la polidattilia, ο dita in soprannumero,
l’ermafroditismo, 9 ΙΑ diplogenesi, in cui vi ha duplicazione più o meno
completa del corpo intero (v. anomalia, degenerazione, reversioni).
Termestesiometro. Strumento usato nelle ricerche psicofisiologiche per misurare
la sensibilità cutanea sotto l’azione del calore. Termiche (sensazioni). T.
Temperaturempfindung ; I. Temperature sensation ; F. Sensation de temperature.
Le sensazioni di ‘caldo e di freddo. Possono essere di due specie: interne,
quando hanno origine da uno stato affatto soggettivo (ad es. il calore o il
brivido della febbre), ed esterne, quando sono prodotte dal contatto di un
corpo qualsiasi sopra la pelle o sulle mucose che confinano con essa. Si ha la
sensazione di caldo quando il corpo che tocca la pelle ha una temperatura più
elevata della pelle stessa, di freddo quando ha una temperatura più bassa,
nessuna quando ha la stessa temperatura. Quando il corpo ha una temperatura
superiore a + 47° e inferiore a 10°, non
produce sei sazioni termiche ma dolorifiche, che sono tanto più ii tense quanto
maggiore è la differenza fra la temperatura
1172 del corpo e quella dell’
organismo e quanto più estesa è la superficie cutanea che col corpo si trova a
contatto. Sembra esistano degli organi periferici distinti per il senso del
tatto, per il caldo e per il freddo; infatti la sensibilità termica non è
uguale in tutte le località della pelle, ed in alcune di esse sono possibili
soltanto sensazioni di freddo, in altre soltanto sensazioni di caldo, se
toocate con una punta fredda o calda. Cfr. Wundt, Physiol. Peychol., 4* ed., vol. I, p. 385,
415; Titchner, Lab. manual, 1901, cap. III; Kiesow, Zeitschrift für Peyool., vol. 35, 1904; Id., Arch, it. d.
biol., T. XXXVI, 1901; N. Marotta, Le sensazioni termometriche, « Riv. di fil.
e scienze affini », agosto 1899. Termine. Lat. Terminus; T. Terminus; I. Term;
F. Terme. I termini del giudizio sono le nozioni che lo compongono; i termini
della proposizione sono i nomi che esprimono codeste nozioni. I termini si
distinguono in generali, collettivi, astratti, concreti o singolari, positivi,
negativi, privativi e correlativi. Nel
sillogismo si hanno tre termini: il maggiore, che ha l’estensione maggiore e compare,
soggetto o predicato, nella premessa maggiore; il minore, che ha estensione
minore, e compare come soggetto o predicato nella premessa minore; il medio,
che ha estensione media e si trova in entrambe le premesse. Nella conolusione
il termine maggiore fa da predicato, il minore da soggetto, il medio è escluso.
Il sillogismo non può avere più di tre termini, perchè il termine medio deve
esser preso almeno una volta universalmente. Il termino maggiore e minore non
debbono esser presi nella oonelnsione più universalmente che nelle premesse,
perchè ciò sarebbe contro il principio del sillogismo, che procede sempre
dall’universale. Nella terminologia scolastica dicesi terminus actionis ciò che
si compie coll’arione medesima, t. denominationie ciò che prende una nuova
denominazione per l’azione, f. a quo quello onde incomincia il moto, t. ad 1173
TER quem quello dove il moto finisoe; termini pertinentes duo termini
tra loro opposti contrari, o di oui l’uno porta in sò l’altro, t. impertinentes
due termini che non sono contrari ma non si richiamano per conseguenza diretta
(ad es. il rosso © il buono); terminus intrinscous unionis quell'estremo del
composto nel quale non si riceve l’ unione, che pei peripatetici era una entità
distinta dagli estremi, nè da esso si trae o si sostenta: così la forma del
composto è il £, intrinseous dell’ unione della materia colla forma, la quale
unione ai riceve nella materia, ossia le aderisco, ed è sostenuta da questa, e
non aderisce nò è sostentata dalla forma. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I, 1, 24
b, 16; Goclenio, Lezioon phil. (v. figura, modo, collettivo, correlative,
generale, eco.). Terminismo. T. Terminismus; I. Terminiem; F. Torminieme. Forma
del nominalismo, nella quale gli universali sono considerati soltanto come
termini ο segni. Genera οἱ epooies, dice Buridano, non sunt nisi termini apud
animam ezistentes vel ctiam termini vocales aut soripti. Il terminismo, come
dottrina che considera i concetti quali segni subbiettivi per le cose singole
realmente esistenti, compare nel secondo periodo della filosofia medievale,
specie con Guglielmo di Oooam. Riappare poi nella filosofia dell’ Aufklärung ο
nel sensismo di Condillac, per il quale ogni conoscenza consiste nella
coscienza dei rapporti delle idee, le quali, con l’aiuto dei segni e,
rispettivamente, della lingua, si decompongono nei loro elementi ο si
ricompongono di bel nuovo: ogni lingua è un metodo per V analisi delle idee, ed
ognuno di questi motodi è una lingua, e le diverse specie di segni danno
diversi dialetti (le dita, la favella, le cifre, ecc.) della lingua umana. Cfr. ‘Prantl, Geschiohte
d. Logik, 1885, IV, 16; Condillac, Langue des oalouls, 1798. Teromorfle ο atavismi. Furono dal Wirchow
chiamate così alcune varietà anormali che si riscontrano talTes un = volta
nell’uomo (muscolo sternale, osso interparietale, eco.), che sono disposizioni
permanenti negli animali inferiori. Le teromorfie diconsi dirette quando
riproducono le forme di animali più vicini all’ uomo, indirette 0 remote quando
i caratteri riprodotti sono propri di animali più bassi, che non si considerano
come gli avi diretti (v. degenerazione, reversioni, teratologia). Tesi. T.
These; I. Thesis; F. Thèse. In generale significa proposizione, cioÿ qualsiasi
giudizio espresso con parole; ma si adopera più propriamente per designare una
proposizione che deve essere dimostrata vera. Per Aristotele la tesi si
distingue dall’assioma in quanto, mentre questo è universale e necessario,
quella invece è stabilita temporaneamente e per un oggetto determinato. Nel
giudizio ipotetico (se À è B è) dicesi tesi la seconda parte di esso, che
contiene la posizione del predicato (8 2), mentre la prima parte (ss A è) che
contiene la posizione del soggetto, dicesi ipotesi. Quando alla tesi è opposta un’altra proposizione,
che sebbene contradditoria può esser dimostrata con argomenti di ugual valore,
questa seconda dicesi antitesi, ed insieme con la prima costituisce la
antinomia. Quando invece la tesi e l’antitesi possono essere conciliate in un
principio superiore che entrambe le comprende, si ha la sintesi. Testimonianza.
T. Zeugniss, Zeichen; I. Tostimony: F. Témoignage. Lo scienziato non può
osservare personalmente tutti i fatti ch’egli afferma, nè sottomettere alla
prova sperimentale tutte le dottrine ch’egli ammette, ma fatti è dottrine deve
in buona parte accettare sopra la testimonianza altrui. Se così non fosse, se
ogni scienziato dovesse ricominciare ab ovo le sue ricerche e considerare come
vero soltanto ciò che ha sperimentato, il progresso della scienza sarebbe
impossibile. D'altro canto, vi sono slenno scienze, come la geografia, la
storia, ecc., le quali si fondano quasi completamente sopra le
testimonianze 1115 Tes-Ter altrni. La necessità del principio
d’autorità nella scienza impone dunque allo scienziato di fare la oritioa delle
tertimonianzo (le cui norme generali sono fissate dalla logica), per
determinare in quale misura esse possono esser ritenute degne di fede, Cfr.
Masci, Logioa, 1899, p. 468 segg. Testo. T. Probe, Prüfung; I. Test; F. Test,
Epreuve. Diconsi testi mentali, ο prove, o saggi, le determinazioni che la
psicofisica e la psicofisiologia cercano di ottenero del funzionamento dei
sensi ο dei processi mentali. Si hanno quindi testi della capacità sensoria,
visiva, uditiva, tattile; testi della capacità muscolare, della capacità percottiva,
della vivacità ο prontezza mentale; testi della memoria e dei processi mentali
più complessi, come l’associazione, l’attenzione, l’imaginazione, il giudizio,
Per determinare l’acutezza della visione sogliono adoperarsi lettere di varia
dimensione e forma, poste a diversa distanza; per l'udito le casse di risonanza
e l’audiometro, per il tatto l’estesiometro, per la capacità muscolare il
dinamometro, per la percezione degli intervalli di tempo il eronosoopio di
Hipp, ecc. Cfr. Binet e Henri, La peychologie individuelle, « Année payool. »,
; Report of committee on testa, « Psychol. Rev.; Wiseler, Correlation of mental and physical
teste, 1901. Tetici (giudizi). Quei
giudizi contratti, detti anche di posizione © esistenziali (Herbart) che sono
ordinariamente riferiti a giudizi ipotetici, se l'ipotesi afferma una
condizione di estensione relativamente illimitata. Essi possono avoro anche la
forma copulativa, remotiva, disgiuntiva, oppure una forma propria, in cui, in
luogo dell’ ipotesi, è usato un avverbio o una particella localo (v. composti,
congiuntivi, copulativi). Tetralemma. Argomentazione costituita di quattro
membri, da ciascuno dei quali si ricava una conclusione medesima e contraria
all'avversario, che per ciò non ha più via d'uscita. Nella sua forma tipica è
espresso meTeu-Tir 1176 diante un sillogismo ipotetico-disgiuntivo,
che, al pari del dilemma, può avere due modi, uno affermativo o ponente,
l’altro negativo ο tollente; nel primo la premessa. maggiore enumera i quattro
casi possibili che conducono ad un’ unica consegaenza, la minore afferma non
esservi altri casi oltre quelli enumerati dalla maggiore, la conclusione
afferma la conseguenza; nel secondo la maggiore espone le quattro conseguenze
che dipendono da un’ unica condizione, la minore nega la verità delle
conseguenze, la conclusione nega quindi la verità dell'ipotesi (v. dilemma). Teurgia v. snagia. Timpano. T.
Trommelfoll; I. Tympanum; F. Tympan. La cavità del timpano è uno spazio scavato nell’osso temporale, e
comunica con la faringe mediante un canale dotto tromba uditiva o d’
Eustacchio. E limitata lateralmente dalla membrana del timpano, che è una
lamina sottile e trasparente, tesa © fissata al solco timpanico, a forma
ellittica. Le onde sonore, urtando contro la membrana, la pongono in
vibrazione; tale vibrazione è comunicata agli ossicini, da questi all’
endolinfa e alle terminazioni nervose dell’ acustico, che trasmette 1’
eccitazione al centro cerebrale relativo. Cfr. J. K. Kreibig, Die fünf Sinne
des Menschen, 1907, p. 52 sogg.; Nuvoli, Fisiologia dell’ organo uditivo, 1907.
Tipo. T. Typus; I. Type; F. Type. Nel sno significato generale, un tipo è an
individuo di un genere che risssume in sè stesso, nel modo più spiccato, i
caratteri del genere cui appartiene; tali caratteri sono tanto maggiormente
netti ο palesi, quanto minore è la rilevanza dei caratteri individuali. In
senso logico e astratto per tipo s'intende l’ insieme dei caratteri essenziali
d’ una specie. ‘Tuttavia nelle definizioni scientifiche l’idea di tipo non è determinata
ο costante: alcune volte è presa come tipica una proprietà formale, che
distingue una classe dall’altra. come ad es. la distinzione che molti filologi
fanno 1177 Tom delle lingue in agglutinanti, isolanti, ο
flessive ; altre volte è presa come tipica un’astrasione morfologica, come ad
es. la teoria di Bronn sulle forme geometriche dei corpi animali; altre volte è
assunta come tipica la forma più semplice, come il dado e I ottacdro per la
oristallogratis, © altre invece la forma più completa, come ad es. la forma
tipioa dei mammiferi assunta dal Cuvier. Va ricordato, infine, che alcune volte
il tipo fu assunto platonicamente dagli scienziati, ad es. l’Agassiz ο il
Cuvier, quasi come un'entità reale, a sò, causa delle forme ο della
approssimazione delle forme. Nella psicologia diconsi tipi mentali certe
precise differenze di costituzione mentale, 0 certi modi di fanzionamento
mentale, che caratterizzano gruppi di individui; tali caratteri sono dunque
tipici, piuttostochè individuali. In questo stesso senso si parla di tipo
criminale, tipo visivo, tipo sensitivo, ecc. Cfr. C. B. Davenport, Statistical
metods, 1900 ; Zeitschrift für Peychol., 1899, XXII, 13 (v. archetipo,
entelechia). Tomismo. T. Thomiemus; I. Thomiem; F. Thomisme. La sonola e la dottrina
di 8. Tommaso d’ Aquino, i cui seguaci si reolutavano specialmente, vivo ancora
l’ Aquinate, nell’ordine dei domenicani; ebbe per avversari i francescani, che
seguivano le dottrine di Duns Scoto. L’opposizione tra le due scuole riguardava
specialmente il valore della volontà e le sue relazioni con l'intelletto: per i
tomisti la volontà teneva dietro all’ intelletto, per gli scotisti era invece
il contrario (voluntas superior intellectu). Ciò era una conseguenza della
teorica sul principio di individuazione, poichè, mentre i tomisti, seguendo la
dottrina del loro maestro, sostenevano cho la forma intellettualo, informando
un dato organismo corporeo, ne determinava la individualità, gli scotisti
riponevano invece il principio di individuazione nel profondo stesso della
ossenza, in un'ultima realitas che sfugge ad ogni conoscenza. Cfr. Harper, The
metaphysics of the School, ; FrohTom-ToN
1178 schammer, Thomas von Aquino,
; C. Jourdain, La filo sofia di δ. Tom. d'A, trad. it. 1860, p. 243-372 (v.
ecceità, quiddità, individuazione, intollettualirmo, volontarismo, scotismo,
neo-tomismo). Tomo. Alcuni scienziati chiamano così l infinitamente grande, per
opposizione all’ atomo che è l’infinitamente piccolo. Una grandezza che
diminuisce continuamente fino a divenir zero, prima di sparire nello zero
passerà per uno stato nel quale essa nulla ha di più piccolo sotto di sò, ©
questo è l'atomo; una grandezza che aumenti continuamente fino all’ infinito,
prima di sparire nell’ infinito passerà per uno stato nel quale essa non ha
nulla di più grande sopra di sò, © questo è il tomo. Il tomo non ha quindi dei
multipli, come l’atomo non ha dei sottomultipli : e siccome neppure lo zero ha
dei multipli, così vi ha completa analogia fra il tomo e l’ infinito da una
parte, l atomo © lo zero dal’ ultra (v. atomiemo, divisibilita, infinito).
Tono. T. Ton; I. Tone; F. Ton. Nel suono è dato dal numero dello vibrazioni; il
tono principale è sempre accompagnato da ipertoni ο toni secondari, di minore
intensità; il timbro del suono è dato dal numero e dalla altezza degli ipertoni
che accompagnano il tono. Dall’ Helmholtz in poi dicesi tono differenziale il
terzo tono distinguibile tra due toni, costituito da un numero di vibrazioni
uguale alla differenza di quello dei due toni primari; e tono addizionale il
tono più sento, risultante dalla somma delle vibrazioni dei toni primari. Dicesi tono muscolare il grado di tensione in
cui trovansi normalmente i muscoli; esso diponderebbe da sensazioni subcoscienti,
mantenute dalle molteplici vie afferenti, che sono direttamente o indirettente
in rapporto col cervelletto e col bulbo.
Nella sensazione il tono ο colorito è il grado di piacere o di-dolore
che accompagna ogni sensazione o fatto psichico. Esso può dipendere sis dallo
stato organico, sia dalla qualita della sensazione, sia dalla intensità degli
stimoli, sia dal 1179 Tor-Tor
l'esperienza dell’ individuo e della specie. In generale, il tono delle
sensazioni è in ragione inversa della loro oggettività, ossia del loro
riferimento agli oggetti, ed è maggiore a misura che questo riferimento è più
diretto e più evidente; a sua volta l’ evidenza del riferimento dipende dal
carattere spaziale della sensazione, perchè 1’ oggetto à per noi essenzialmente
il reale esterno, Secondo alcuni peicologi, il tono è essenziale alla
sensazione, in quanto, essendo fondamentale la tendenza al piacere, ogni
sensazione sarà concepita come concorde con questa tendenza, e quindi
piacevole, o come contraria, e quindi dolorosa; se molti stati psichici
appaiono indifferenti, ciò dipende dalla tenuità del tono che li accompagna.
Altri invece ammettono l’esistenza di stati psichici assolutamente indifferenti
o neutri. Cfr.
Kant, Krit. d. Urt., $ 3; Helmholtz, Die Lehre von den Tonempfindungen, 1863;
C. Stumpf, Tonpeychologie, 1890; Th. Ziehen, Leitfaden d. physiol. Peychol., 2°
ed. 1893, p. 95; Wundt, Grundr. d. Peyohol.; Sergi, La psyohol. physiologique,
trad. franc.; MASCI (vedasi), Psicologia. (v. neutri stati, piacere, dolore, sentimento). Topica
(da τόπος luogo, ove si trovano gli
argomenti). Nella logica antica, la Topica era la ricerca e l'esposizione degli
argomenti che si possono esporre sopra ogni cosa. I Topici sono quei libri
logici di Aristotele dove si espongono i sillogismi ipotetici o verosimili.
Metodo topico, per opposizione al metodo critico di Cartesio, chiamò Vico il
metodo che cousiste nella ricerca delle idee: « non si giudica bene, egli dice,
se non si è conosciuto il tutto della cosa; © la topica è l’arte in ciascheduna
cosa di ritrovare tutto quanto in quella à ». Cfr. Aristotele, Τορ., I, 1, 100
a, 1; Küstner, Topik oder Erfindungswissensch., 1816 (v. luoghi comuni).
Totaliszazione (legge della). L’Hoffding designa con questo nome la tendenza
che noi abbiamo, dato un parTor
1180 ticolare elemento
psicologico, a riprodurre lo stato totale, di cui codesto, o un altro
somigliante, formava una delle parti. Codesta legge costituisce 1 essenza di
ogni forma d’ associazione mentale; infatti gli elementi singoli d’un medesimo
stato di coscienza non esistono separati, ma come unità di somma, e da ciò
nasce la tendenza a rievocare la somma quando sia data una delle sue unità. Il
Galluppi aveva già ammesso, come fondamento dell’ associazione psichica, la
legge per cui la percesione passata ritorna tutta allorchè ne torna una parte;
con tale legge egli spiegava anche il fatto del riconoscimento. Cfr. Höffding,
Peychologie, trad. franc. 1900, p. 211 segg.; Ebbinghaus, Uober das
Godächiniss; Galluppi, Lesioni di logioa ο metaf., 1854, II, p. 742 segg. (v.
sintesi psichica). Totemismo. T. Totemismus ; I. Totemism; F. Totémisme.
‘l'ermine introdotto da J. Long (1791) e rimasto nell’ uso per indicare l’
adorazione di oggetti materiali ο percepibili, animali, piante, eco., fatta da
tutti i membri di una tribù ο clan, che per tal modo si sentono legati
socialmente tra di loro. Il totemismo, assai diffuso nei popoli primitivi e tra
le razzo inferiori, si distingue dal feticismo sia per il suo carattere
sociale, sia perchè 1’ adorarione si rivolge a tutti gli oggetti di una classe,
considerati come capaci di esercitare un potere sull’ esistenza umana, mentre
nel feticismo questo potere è attribuito ad un oggetto solo. Il totemismo
involge anche là credenza che la tribù ο clan sia discesa per miracolo o
mistero dall'oggetto ο animale totemico; perciò esso è considerato come sacro,
ne è proibito l’uso come alimento © come vestimento, spesso è anche vietato di
guardarlo © di nominarlo, è adorato, rispettato, presiede le cerimonie che
riguardano la nascita, il matrimonio, la morte. Cfr. Pikler u. Somlo, Der
Ursprung d. Totemismus, 1900; Frazer, Totemism, 1887; Durkheim, Les formes
élémentaires de la vio 1181 ToT-Tra religionse, p. 141 segg.; F. B.
Jovons, 1) idea di Dio, trad. it. 1914, p. 85-93. Toto-parsiali, Si dicono così,
nella dottrina dell’Hamilton sulla quantificazione del predicato, quelle
proposizioni in cui il soggetto è preso universalmente, il predicato solo
particolarmente. Possono essere tanto affermative es. tutti i triangoli sono
(alcune) figure quanto negative: es. nessun triangolo è (qualche) figura
equilatere. Toto-totali. Si dicono così, nella dottrina dell’Hamilton sulla
quantificazione del predicato, quelle proposizioni in oui tanto il soggetto
quanto il predicato sono presi in tutta la loro estensione: es. tutti i
triangoli sono (tutti i) trilateri. Nella loro forma negativa il predicato è
escluso totalmente dalla estensione e comprensione del soggetto: es. nessnn
triangolo è (nessun) quadrato. Tradizionalismo. T. Traditionaliemus; I.
TraditionaKem; F. Traditionalisme. In generale designa qualunque indirizzo
scientifico, filosofico, religioso, letterario che vuol tenersi ligio alla
tradizione e ad essa e’ ispira. Nella religione dicesi tradisionalismo la
dottrina che sostiene che le snpreme verità religiose, © specialmente I’
esistenza di Dio, nonchè le verità fondamentali di ordine metafisico, morale e
religioso, non si possono conoscere se non in grazia della rivelazione
primitiva conservata ο diffusa dai testi encri ο dalla tradizione, essendo la
ragione umana impotente a raggiungerle. In particolare dicesi tradisionaliemo
1’ indirizzo filosofico rappresentato in Francia dal Chatenubriand, dal De
Maistre e specialmente dal De Bonald, indirizzo caratteriszato da una energica
reazione contro la filosofia della rivolazione (illuminiemo). L'errore di
quest’ultima, secondo il De Bonald, è d’aver creduto che la ragione possa da sò
stessa trovare la verità e indirizzare la società, mentre invece tutta la vita
spirituale dell’uomo, essendo fondata sul linguaggio, è un prodotto della
tradisione storioa; il lingnagTRA
1182 gio è stato donato all’nomo
da prima come rivelazione, e la « parola » divina fonte di tutte le verità, ha
per unica depositaria nella tradizione la Chiesa, la cui dottrina è dunque la
ragione universale data da Dio ο trapiantata a traverso i socoli come il grande
albero, su cui maturano i frutti schietti della conoscenza umana. Concetti
analoghi, quasi contemporaneamente al Bonald, sostenne il Lamennais, per il
quale alla nostra incapacità di raggiungore il vero, sia per mezzo dei sensi,
sis per mezzo della ragione, supplisce il consenso comune, I’ autorità del
genere umano, che diventa il punto d'appoggio delle nostre conoscenze: «
Esiste... per tutte le intelligenze un ordine di verità ο di conoscenze
primitivamente rivelate, ossia ricevute originariamente da Dio, come condizioni
della vita o meglio come la vita stessa... E come la verità è la vita, com
l'autorità, ossia la ragione generale manifestata con la testimonianza o con la
parola, è il mezzo necessario per giungere alla conoscenza della verità, ciod
alla vita dell’ intelligenza >. I tradizionalisti si divisero in due gruppi:
i primi, col Lamennais a capo, costituirono l’école menaieienne, che fu dette
anche fideista per P ufficio esclusivo attribuito alla fede, all’ antorità
della rivelazione divina, nell’ acquisto della vera certezza; i secondi, più
temperati (Bonetty, Ventura, Laforêt e i professori di Lovanio) ammettono una
potenza nativa della ragione umana, indebolita però dal peccato originale e
bisognosa quindi d’un aiuto intellettuale esteriore, cioè della rivelazione,
per arrivare alla conoscenza distinta delle verità razionali, morali e
metafisiche. Nella sociologia dicesi
tradizionalismo quell’indirizzo il quale considera le vario formazioni sociali,
quali la costituzione politica, il regime economico, il diritto, eec., come
fondati non sopra idealità ο principi astratti, ma sopra una tradizione, e
s0stiene quindi che non possono essere mutati in base a criteri puramente teorici.
Cfr. Kleugten, La philosophie scola 1188
TRA stique, 1868, t. I, diss. 482-455 ; Lamennais, Essai sur
Vindifférence, 1820, t. II, ο. 13; Vacant, Études théologiques, 1895, I, p. 120
segg., 329 segg.; C. Ranzoli, II tinguaggio dei filosofi, 1911, p. 219-223.
Traducianismo. T. Traducianismus: I. Traducianiem ; F. Traducianisme. O
generazioniemo, è la dottrina con la quale alcuni filosofi e teologi,
Tertulliano, 8. Agostino, Lutero, Leibnitz, ece., spiegano l’origine delle
anime individuali, imaginando che siano esistite tutte in germe in Adamo, e si
propaghino ora per generazione fisica come il corpo. « Intorno all’ origine
delle forme, entelechie ο anime, dice il Leibnitz, i filosofi sono stati in
grave imbarazzo; ma oggi, avendo riconosciuto mediante ricerche esatte compinte
sopra le piante, gli insetti ο gli animali, che i corpi organici della natura
non sono mai prodotti dal caos o dalla putrefazione, ma sempre da sementi nelle
quali esisteva indubbiamente qualche preformazione, oggi si è giudicato che non
solo il corpo organico vi era già prima della concezione, ma anche un’ anima in
questo corpo e in una parola l’ animale stesso, e che, per mezzo della
concezione, esso è stato solamente disposto ad una grande trasformazione per
divenire un animale di un’ altra specie ». Questa dottrina fu respinta dagli
ortodossi ed è oggi combattuta dal neo-tomismo, come contraria al dogma della
spiritualità. Cfr. Tertulliano, De an., 9; Leibnits, Monad., 74. Trance. Τ.
Verzückung, Entzückung; I. Tranoe ; F. Trance, Eztase. Fenomeno psicologico,
caratterizzato da una grande insensibilità per gli stimoli e uno stato di
incoscienza © subcoscienzs rispetto agli avvenimenti esteriori ; la personalità
del soggetto è profondamente alterata, le sue funzioni automatiche in parte
interrotte, e i suoi pensio possono essere concentrati in un determinato ordine
di idee. Spesso però la parola trance è adoperata ad indicare gli stati di
estasi, di letargia, di sonnambulismo ipnotico Cfr. Surbled, Spiriles et
mediums, 1901; A. Vissni-Scozzi, La medianità, 1901. Transitivo. T.
Transgredient; I. Transiont; F. Transitif. Dicesi forza o azione transitiva,
per opposizione a immanente, quella che passa da un essere ad un altro; la
forza o causalità immanente è invece quella che risiede e rimane nell’ essere.
Dicesi anche transitiva, per opposizione ad immutabile, un’ entità che consiste
in una successione continua di stati; immutabile è invece 1’ entità che non
comporta cangiamento. Nel meccanismo la forsa è concepita come transitiva, nel
dinanismo come immanente. Nella dottrina della creazione e del demiurgo
l’azione della divinità sul mondo è transitiva, mentre è immanente nel
panteismo. La psiche, ’ io, la personalità sono concepite, nel sensismo e nell’
empirismo, come smo, sostansialità).. Transustanziazione.T. Transubstantiation;
I. Transubstantiation ; F. Transubstantiation. Dottrina teologica, formulata
dall'abate Pascasio Radberto, e accettata poi dalla Chiesa. Essa consiste
nell’ammettere che il pane e il vino nel Sacramento dell’altare, pur rimanendo
gli stessi negli accidenti, sono però convertiti nella sostanza nel corpo e nel
sangue di Gesù Cristo. Trascendentale. T. Transscendental; I. Transcendental;
F. Transcendental. Kant designa in questo modo una cognizione o sciensa, la quale
non si occupa direttamente di oggetti, ma di una nostra maniera di conoscerli,
in quanto essa deve essere possibile a priori; ossia si occupa della facoltà di
conoscere a priori gli oggetti, ©, insiemo della validità dei suoi limiti e
delle sue condizioni. Quindi trascendentale si oppone ad empirico, che è ciò
che è dovuto all'esperienza sensibile. La Critica della Ragion pura, ricercando
tutti gli elementi a priori della conoscenza speculativa, stabilisce tutti i
concetti ο i prinoipt trascendentali; tutto ciò che appartiene alla Critica
costituisce dunque la filosofia trascendentale. Vi ha perciò una estetica
trascendentale, che è la scienza dei principi del pensiero puro e della
conoscenza razionale, onde consideriamo gli oggetti assolutamente a priori;
un’analitica trascendentale, che è il sistema dei concetti © dei principi dell’
intendimento puro; una dialettica trascendentale, che cerca scoprire
l'apparenza dei giudizi trascendentali per evitare che essi ci ingannino. Nello
stesso senso dicesi realismo trascendentale quello dell’ Hartmann, in quanto
pur affermando l’idealità del mondo esterno in quanto tale, riconosce però alle
forme dell’ intuizione e alle categorie del pensiero una validità anche nel
dominio della realtà in sò stessa; idealismo trascendentale quello di H. Cohen,
E. König ecc., che afferma l’immanenza del mondo esterno nella coscienza. Cfr. Kant, Krit. d. reinen
Vern., ed. Kehrbach, p. 262 segg.; Id., Proleg., $ 40; Schelling, Vom Ich als
Princ. der Philosophie, 1795, p. 113 (v. trascendente). ‘Trascendentalismo. T. Transscendentalismus; I.
Transcendentaliem ; F. Transcendentalisme. Nel suo senso più generale si oppone
ad empirismo, e indica ogni sistema o indirizzo filosofico che fa appello alle
capacità intuitive, supersensibili dello spirito. In un senso più ristretto
designa l’indirizzo dei successori di Kant, che, eliminata ο trasformata la
cosa in sò, unificato il soggetto ο l'oggetto della conoscenza, conferito un
valore completo e non puramente fenomenico ai concetti di assoluto ο di
pensiero puro, affermarono la dipendenza del mondo dell’esperionza
dall'attività della ragione; in tal modo è tolta la differenza stabilita da
Kant fra trascendentale e trascendente. Nel primitivo senso kantiano, che è il
più limitato, il trascendentalismo è l'affermazione della possibilità della
conoscenza a priori degli oggetti, e della costruzione dei concetti, che
possono così essere applicati. Nella filosofia
della religione per trascendentalismo s’ intende talvolta ogni religione che
ammette la trascendenza ontologica © logica della divinità; altre volte indica
l’ insieme dello dottrine, che considerano la sorgente delle verità religiose
come un organo o un processo di apprensione trascendente le forme ordinarie, e
chiamato visione mistica, estasi, intuizione, coscienza religiosa, ecc. Dicesi trascendentalismo logico quell’
indiriszo, rappresentato dallo Spir, dal Windelband, dal Rickert, che partendo
da una particolare interpretazione delle concezioni kantiane, considera la
funzione logica come un quid che, oltrepassando l’esperienza, serve come
criterio per apprezzarla. Cfr. Frothingham, Transcendontalism in New England, ;
A. Levi, Il trascendentaliemo logico, « Cultura filosofica», luglio 1911.
Trascendente. T. Transscendent ; I. Transcendent ; F. Transcendant. Si oppone
ad immanente © designa ciò che non risiede nell’ essere, che sorte da un
determinato soggetto, che supera determinati limiti. Nella gnoseologia designa
ciò che supera le nostre facoltà conoscitive, © semplicemente ciò che si eleva
al disopra delle idee è credenze comuni. Kant applica questo termine a ogni
conoscenza, che noi crediamo poter ottenere senza il soccorso dell’ esperienza,
e che perciò è interamente chimerica, « Chiameremo immanenti, egli dice, le
proposizioni fondamentali il cui impiego rimane completamente nei limiti
dell’esperienza possibile, trascendenti quelle che tali limiti sorpassano ».
Gli scolastici dicevano trascendenti le nozioni universali, come l’unità e
l'essere, che a’ applicano a tutto e non sono propriamente dei generi. Cfr.
Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 262; Prantl, Geschichte d. Logik,
1885, III, p. 8-9, 114, 245; A. Richi, Der philos. Kriticismus, 1887, t. Il, v.
2, p. 168 (v. transitivo, trascendentale). Trasformismo. T. Tranaformalignetheorie
; I. Transformism ; F. Tranaformieme. La dottrina secondo la quale le specie
naturali non sono fisse, ma si sviluppurono gradatamente attraverso il tompo,
procedendo dalle forme più semplici verso quelle più complesse. Essa si oppone
all’altra dottrina, fondata già da Linneo, che considera le specie come
costanti 6 tante quante ne cred Dio fin dal principio. Intuita anche
nell'antichità, la dottrina del trasformismo fu scientificamente esposta e
difesa per la prima volta dal Lamarck, il quale attribuì ls graduale
trasformazione delle specie alle condizioni esterne della vita, all’ abitudine
e all’ uso e disuso degli organi. Più tardi il Geffroy ripiglieva il concetto
lamarchiano della discendenza delle specie viventi da altre che le hanno precedute,
attribuendo però la massima importanza all’azione dell’ ambiente; finchè Carlo
Darwin poneva il concetto dell'evoluzione su basi ancor più solide, aggiungendo
ai fattori di essa, già riconosciuti dal Lamarck e dal Gefîroy, la
sopravvivenza del più adatto (elezione ο selezione naturale) necessaria
conseguenza della rapida riproduzione degli organismi e della lotta per In
vita. Fra i-moderni sostenitori del trasformismo alcuni, col Weismann, negano
l'eredità dei caratteri acquisiti, esagerando V opera dell’ elesione naturale
(noo-darwiniani) ; altri, con lo Spencer, attribuiscono la maggiore efficacis
all’infinenza dell’ambiente ο agli effetti dell’ uso © disuso degli organi
(neo-lamarokiani). Il trasformismo si distingue dal darwinismo, che è la stessa
dottrina trasformistica quale fu intesa ed esposta dal Darwin, ο dall’
evolusioniemo, che è il trasformismo applicato a tutti i fenomeni naturali,
inorgonici, organici e superorganici. Cfr. R. Schmidt, D. darwinsche Theorie, 1876; H. F.
Osborn, From the Greeks to Darwin, 1894; Hendley, Problems of evolution, 1901 ;
Th. Ribot, La peychol. anglaise
contemp., 1875, p. 160-247; Delago ο Goldamit, Les théorier de l’érolution,
1910; E. Clodd, 1 pionieri dell'evoluzione, trad. it. 1909 (v. adattamento,
conrergenza, divergenza, credità, lotta, selezione, specie, variabilità, cco.).
Tra-Trı 1188 Trasmissione. 1. Ucberlieferung, Foripfansung
: I. Tran mission; F. Transmission. Nella biologia indica il passagyric dei
caratteri degli ascendenti nei loro discendenti (eredità). Nella
psico-fisiologia l’espressione conduzione ο trasmissione nervosa indica il
fenomeno che si compie lungo il cilindro asso delle fibre nervose, per la loro
attitudine di enbire delle particolari modificazioni in seguito ad uno stimolo,
e di trasmetterle dal punto stimolato verso le estremità della fibra. Affinchè
la trasmissione si possa compiere, è necessario che non sia avvenuta alcuna
discontinuità anatomica lungo la fibra. La eccitazione di una fibra nervosa non
si comunica alle vicine, sia la fibra stimolata di senso © di moto: ciò
costituisce la legge della trasmissione isolata (G. Müller); se non esistesse
questa legge, non sarebbe possibile nè di provocare la contrazione di alenni
determinati muscoli soltanto, nè di localizzare le sensazioni. Le fibre che
servono ai vari sensi, se stimolate, dànno sensazioni ad essi relative; le
fibre motrici dànno sensazioni muscolari e seoretorie. Cfr. J. Müller, Handb.
d. Physiol., 1885; Setschenow, Pfliiger’s Arch., , XXV (v. eccitazione, fibra).
Traumatopio. Strumento che serve a dimostrare le proprietà delle imagini
consecutive negative. Con esso si fanno vedere a brevissimi intervalli delle
figuro umane o animali, nelle posizioni successive di un dato movimento, e, in
conseguenza, sembra di vedere realmente una persona che eseguisca quel
movimento. Tricotomia. T. Dreitheilung; I. Trichotomy ; F. Trickotomie. La
divisiono logica i cui membri dividenti sono in numero di tre. Di questi membri
dividenti due sono generalmente opposti, uno intermedio; ad es. : i sentimenti
umani sono egoistici, altruistici ο egoaltruistici. Per tale ragione alcuni
preferiscono la tricotomia alla dicotomia, nella quale i membri dividenti
costituiscono una perfetta contrarietà, che le dà simmetria ed csattezra
logira, ms Tro la ronde in molti casi inapplicabile. Dicesi anche tricotomia Vantica dottrina,
contenuta in germe nel Nuovo Testamento ancora sostenuta da slouni teologi
tedeschi, secondo la quale la natura dell’uomo si distingue in corpo (soma),
anima (psyche), e spirito (pneuma). Cfr. J. B. Heard, The tripartite nature of man, 1870;
Masci, Logica, , p. 304 segg. (v.
divisione, diootomica). Tropo. Dal greco τρόπος
attitudine, indole, modo di pensare. Nella retorica è una figura per cui
ad una parola si dà un significato diverso dal suo proprio; nella storia della
filosofia designa gli argomenti o motivi di dubbio, adoperati dagli scettici
contro i dogmatici. Per Pirrone tali argomenti erano dieci, ma si risolvevano
poi tutti nell’unico comune argomento delle illusioni dei sensi. Per Agrippa,
invece, erano cinque, e in essi trovasi riassunto in forma precisa tutto quanto
lo scetticismo aveva prodotto di essenziale in pareochi secoli di speculazione.
Il primo tropo di Agrippa è la contraddizione: non essendovi alcun principio
che non sia stato negato, appenn il dogmatico pronunoierà un giudizio si potrà
opporgliene uno opposto. Egli cercherà allora di dedurre il proprio principio
ds uno più generale, ma anche a questo si potrà fare la stessa obbiezione; ne
cercherà un altro più generale, poi un altro ancora, © così via vis senza poter
vincere l’obbiezione. Egli cadrà dunque nel secondo tropo, il progresso
all'infinito. Ma può darsi ch'egli creda d’essere arrivato a cogliere un
principio che non ha bisogno a appoggiarsi eu altri, che è evidente per sò
stesso; ma in tal caso gli si risponde, che è evidente ciò che pare vero ad uno
spirito, mentre agli altri può parer faluo : è il terzo tropo della relativita.
Se egli obbietta che il sno principio non ha prove, cade nel quarto che è
l'ipotesi, © se vuol tentare la dimostrazione cade nel quinto che è il
diallelo, poichè la dimostrazione presuppone il valore della ragione, che
pretendo dimostrare. Cfr. Sesto EmpiTur
rico, Pyrr. Hyp., I, 38 segg., 164 segg., II, 194 segg.; Id.. Adv.
Math., VIII, 316 segg. (v. epoca, dicotomia, isostenia). Tutto. Gr. Τὸ ὅλον;
Lat. Totum; T. Ganze; I. Whole: F. Tout. Per Cristiano Wolff, unum, quod idem
est cum multie, dicitur totum. Il Rosmini lo definisce pure come il complesso
di quelle cose che insieme formano uno. Come I’ uno è correlutivo del
molteplice, così il tutto è correlativo della parte. Perd tra il concetto di
tutto e il concetto di uno, vi ha la differenza che questo, in quanto è
applicato a molte entità, ha in 8 la relazione per la quale un'entità esclude
le altre, mentre quello ha in sè la relazione di abbracciare le parti, che
compongono la medesima entità e di negare che ce ne siano altre, che concorrano
a comporla. Ad ogni modo il tutto si può predicare dell’ uno © di ogni uno si può
predicare il tatto, cosicchè le due proposizioni « ogni tutto è uno » e «ogni
uno è tutto» sono dialetticamente convertibili. Furono distinte tre specie di
tutto: il totum ante partes (BAov πρὸ τῶν μερῶν), che è quello senza parti, o
quello che la mente concepisco con un solo atto senza guardare allo parti; il
totum ex partibus (ὅλον dx τῶν μερῶν), che è quello che si riguarda come un
composto di parti; e il totum in partibus (Άλον ἓν τοῖς µέρεσι), che è l'uno
possibile considerato nelle parti, il tutto riguardato nel complesso delle
parti como esistente nella sus materia, Si dice poi tutto fisico quello che è
costituito di parti congiunte in modo da fo mare una sola natura, come il
composto di materia e di forma; tutto metafisico ciò che è composto di genere e
di differenza, di comune ο di proprio; tutto matematico ciò che è composto di
parti juzta positae; tutto sillogiatico quella specie di tutto che risulta dal
legame che hanno fra loro due cose affermate, l'una delle quali trae seco
l'esistenza dell'altra; tutto logico una nozione universale, ad esempio il
genere, che nel suo seno contiene virtaalmente altre nozioni meno estese, come
le specie. Nel lin 1191 Tuz-Upr guaggio
della scolastica il totum per so è quello che consta di parti ordinate a
costituirne l'essenza; il totum per aocidens ciò che consta di più enti in atto
0 completi, ad es. un mucchio di grano; totum essentiale ciò che risulta da
parti costituenti fisicamente e metafisicamente la sua quid„dit, ad es. l’uomo
che consta fisicamente di corpo ο d’ anima, metafisicamente di animale e
razionale; totum perfeotibile è detto il genere perchè della cosa esprime il
materiale © il più comune, totum perfootivum la differenza, che esprime il
formale della cosa, © totum perfeotum la spécie perchè esprime il formale ο il
materiale della cosa. Cfr. Platone, Teoteto, 204 E; Aristotele, Metaph., V, 26,
1023 %, 26; C. Wolff, Philos. prima sive ontologia, 1786, $ 341; Rosmini,
Logica, 1853, $ 571 segg. (v. molteplicità, unità). Tusiorismo (tutior = più
sicuro). Il Rosmini chiama così la dottrina morale che egli considera come la
prima forma sotto cui si mostra l'agire etico nella storia dell'umanità
-secondo la quale, quando I’ individuo trovasi dubbioso sulla determinazione da
prendere, deve scegliere sempre la via più sicura. Essa si compendia tutta nel
priucipio: in dubio tutor pare eat eligenda. Cfr. Rosmini, Storia comparativa ο
oritica dei sistemi intorno alla morale, 1897. Uditive (sensazioni). "I. Hörempfindungen;
I. Hearing sensations ; F. Sensations auditives. Hanno per organo l’orecchio, per stimolo le vibrazioni
dell’aria rispondenti alle vibrazioni di un corpo, per contenuto il suono, che
è dato da una serie di vibrazioni regolari © periodiche, ο il rumore, che
corrisponde a vibrazioni irregolari. Le vibrazioni sono raccolte dal padiglione
dell’ orecchio, trasmesse alla membrana del timpatio, comunicate da questa agli
ossicini dell’orecchio medio, che alla lor volta le trasmettono alla perilinfa
© all’ endolinfa dell’ orecchio interno, ove Usu 1192
sono raccolte dalle terminasioni dei nervi nonstici. Per produrre una
sensazione uditiva le onde sonore devono succedersi almeno colla frequenza di
15-40 per secondo © non oltrepassare la frequenza di 16,000-41,000. L’altessa
del suono dipende dal numero delle vibrazioni in un minuto secondo; l'intensità
dall’ ampiezza dell’ onda di vibrazione; il timbro o metallo delle note dalle
differenze qualitative fra una medesima nota; la consonanza si ha quando le
onde di due suoni si combinano in modo da produrre un suono formato da onde più
ampio ma tutte uniformi. La direrione del suono viene argomentata dalPindividuo
in base alla differenza fra le sensazioni percepite per meszo dell’ uno e
quelle percepito per mezzo dell’altro orecchio, e in base alla differenza fra
l'intensità delle sensazioni percepite dallo stesso orecchio, mentre osso si
trova in questa ο quella posizione. Cfr. J. K. Kreibig, Die funf Sinne des
Menschen, 1907, p. 51 segg.; Helmholtz, Die Lehre von don Tonempfindungen, 5
ed. 1896; F. Besold, Die Funktionsprüfung des Ohres, 1897; C. Stumpf,
Tonpsychologie, 1890; Bain, Mental soienoe; P. Bonnier, L’ Audition, 1901 (v.
aousma, biauricolare, timpano, potere risolutivo). Uguaglianza. T. Gleicheit,
Gleichung; I. Equality: F. Egalité. Dicesi uguaglianza logios di due
proposizioni © classi il loro reciproco implicarsi o contenersi, di due
concetti l'avere la medesima estensione.
Uguaglianza politica è il principio in base al quale i diritti politici,
i gradi ο le dignità pubbliche sppartengono a tutti i eittadini senza
distinzione di classe o di fortuna; uguaglianza giuridica il principio in baso
al quale lo prescrizioni, le proibizioni 9 le pene logali sono identiche per
tutti i cittadini senza eccezione di nascita, di situazione ο di fortuna; l'una
e l’altra specie di uguaglianza αἱ anol dire formale, per contrapposto alla
reale ο materiale, che intercede tra due ο più uomini che hanno identica la
fortuns, 1193 Uau l'intelligenza, la cultura, la salute,
ecc. Il liberalismo, nella sua forma pura, consiste nel respingere l’
uguaglianza materiale, che non si realizza in alcuna società, e assumere come
regola la realizzazione dell'uguaglianza formale. « Spesso esiste un grande
intervallo, dice il Condorcet, tra i diritti che la legge riconosce ai
cittadini e i diritti di cui essi hanno il reale godimento, tra l’ uguagliansa
stabilita dalle istituzioni politiche e quella che esiste tra gli individui.
Queste differenze di stato hanno tre cause principali: l’ inuguaglianza della
ricchezza, l’ inuguaglianza di stato tra quello i cui mezzi di sussistenza,
assicurati da lui stesso, si trasmettono alla sua famiglia, e quello per cui
tali mezzi sono dipendenti dalla durata della sua vita, o piuttosto dalla parte
della sua vita nella quale è capace di lavoro; infine } inuguaglianza di
istruzione.... Queste tre specie di inugnaglianza reale possono diminuiro
continuamente senza tuttavia annullarsi, poichè hanno delle cause naturali e
necessarie, che sarebbe assurdo e pericoloso voler distruggere ; non si
potrebbe nemmeno tentare di farne sparire interamente gli effetti, senza aprire
delle sorgenti di disuguaglianze più fecondo, senza portare ai diritti degli
uomini dei colpi più diretti e più funesti ».
Nella matematica si chiama uguaglianza l’espressione algoritmica,
numerica o letterale, la quale consta di due membri separati tra di loro dal
segno = (uguale); noll’uno dei due membri il valore è il risultato delle
operazioni eseguite nell'altro; ad es.: b + 2
8; a (b + d) = ab + a d. Nella
meccanica due forze si dicono uguali, quando con una stessa forza si può fare
equilibrio all’ una © all'altra. Nella
geometria, due figure si dicono nguali quando sono costituito di parti
rispettivamente sovrapponibili; così due triangoli sono uguali, quando le
parti, cioè gli angoli e i lati dell’ uno, sono rispettivamente sovrapponibili
agli angoli e ai lati dell’ altro, sicchè, quando le due figure sono
sovrapposte, ne formano idenULT-Uma
1194 ticamente una sola. Ciò però
soltanto riguardo alle figure piane; poichè, quanto alle solide, può darsi che
siano costituite di parti sovrapponibili, se prose separatamente, ma non
sovrapponibili se prese tutte insieme, a causa della loro diversa distribuzione;
ad es. le due mani dell’uomo sono costituite di parti perfettamente uguali, ma
poichè queste sono diversamente distribuite, esse mani non sono sovrapponibili.
In tal caso P uguaglianza delle figuro vien detta uguaglianza di simmetria, e
le figure son dotte figure simmetriche. Se poi si hanno due figure identiche
per le loro misure, ma non per la forma, esse si dicono equivalenti; nel caso
inverso si dicono simili. Rousseau, L'origine de l'inégalité parmi les hommes;
Condorcet, Progr. de l'esprit humain, 1804 (v. equazione, identità, geometria,
simile). Ultimo. T. Letste, End-;
I. Ultimate; F. Dernier, ultime, final. Ciò oltre di cui non si pnd andare:
fine ultimo è quello che non è alla sua volta mezzo di un altro fine: la
ragione ultima quella che non abbisogna di un’altra ragione o spiegazione;
speoie ultima (ultima ο infima species) quella che non è a sua volta genere
rispetto ad altre specie, ‘e non contiene che termini singolari (v.
inconcepibile. inoonoscibile, supremo, primo). Umanismo. T. Humanismus; I.
Humanism; F. Humanisme. Nel suo significato più generale 1’ smanismo è quel
movimento degli spiriti col quale s’apre il Rinascimento, caratterizzato da uno
sforzo per rialzare la dignità dello spirito umano e metterlo in valore,
ricollegando, sopra il medioevo e la scolastica, la cultura moderna all’
antiea: esso giunge circa fino al 1600 e abbraccia la fine della tradizione
medievale per opera dell’ellenismo puro. Il secondo periodo, il naturalismo,
abbraccia i principi della nuova seienza della natura, liberi d’ogni schiavitù,
e, al loro seguito, i grandi sistemi metafisici del secolo XVII. Però i due
periodi, umanistico e naturalistico, costitui 1195 Uma scono nel loro insieme un tutto solo;
infatti il motivo interiore del movimento umanistico è la stessa aspirazione ad
una conoscenza affatto nuova del mondo, che si realizzd poi con lo sviluppo
delle soienze naturali; ma il modo e le forme intellettuali come ciò avvenne,
si presentano dipendenti dagli impulsi scaturiti dall’ accoglimento della filosofia
greca. Il fermento essenziale del movimento umanistico fa il contrasto tra la
filosofia medievale, già in dissoluzione, e le opere originali dei pensatori
greci, che si cominciarono a conoscere col secolo XV. Da Bisanzio, attraverso
Firenze ο Roma, sopraggiunge una nuova corrente di cultura, che fece deviare il
cammino del pensiero occidentale; gli umanisti si ribellarono alle diverse
interpretazioni mediovali della metafisica greca, alla deduzione autoritaria
dei concetti presupposti, alla durezza inelegante del latino monastico, e la
loro opposizione ottenne una rapide vittoria con la meravigliosa restituzione
del pensiero antico, con la fresce percezione di una generazione amante della
vita, con la finezza ο lo spirito di un tempo ricco di cultura artistica. Nel suo significato più ristretto, l’umanismo
è quell’ indirizzo filosofico contemporaneo, molto affine al prammatiemo, che
fa capo a F. C. 8. Schiller, il quale gli diede appunto questo nome. Esso si
riattacca, secondo lo Schiller, alla massima protagoren che l’uomo è la misura
di tutte le cose, 6 ha questo tesi fondamentali: una proposizione è vera o
falsa a seconda che le sue conseguenze hanno o non hanno valore pratico, quindi
la sua verità o falsità dipende dallo scopo a cui si tende; tutta la vita
mentale suppone degli scopi; questi scopi, non potendo essere, per noi, che
quelli dell’essore che noi siamo, ne segue che ogni conoscenza è subor nata in
ultimo alla nature umana e ai suoi bisogni fondamentali. Per tal modo «
l’umanismo è puramente il rendersi conto che il problema filosofico rignarda
degli esseri umani aforzantisi di comprendere un mondo d’espeUma 1196
rienza umana coi meszi della coscienza umana ». L’umanismo,
diffondendosi, ha assunto forme diverse. Per il Le Danteo la scienza è una
serie di constatazioni fatte sulla soala umana; le ipotesi non hanno altro
scopo che « preparare delle esperienze utili: un'ipotesi si giudicherà dalla
sus fecondità >; la logica «fa parte del meccanismo umano allo stesso titolo
delle braccia o delle gambe »; «luomo non conosce che dei rapporti di cos con
l’uomo; ciò che noi chiamiamo le cose, sono gli elementi della desorizione
umana del mondo ». Con maggior larghezza, il Troiano concepisce l’umanismo come
«un sistema autropocentrico del sapere filosofico, sul fondamento d’una teoria
delle attività, delle renzioni ο dei prodotti dello spirito, studiato nella sua
realtà di fatto, immediata ο storica », il quale sistema deve culminare in «uns
concozione del mondo, quale appunto I’ uomo, conscio della sua centralità
teoretica e apprezzativa, in connessione di tutto il sno sapere, può
oriticamente formarsi »; esso perciò assume l’uomo come materia e spirito nel
tempo stesso, come sensibilità, istinto, bisogno, coscienza conoscitrice ©
valatatrice, nd pretende identificare spirito e natura, ud toglie valore alle
esigenze corporee, nd sacrifica ad osse i diritti dello spirito; e, nell’
interno dello stesso organismo psichico, non intende ridurre le esigenze dol
pensiero a quelle della vita morale, nd viceversa. Il movimento umanistico
contemporaneo è certo una manifestazione caratteristion del pensiero
filosofico, uno sforzo di costituire una teoria dei primi principî della vita
intellettuale ο della vita morale, assumendo l’uomo, realtà vivente, immediata
ο storica, come centro teoretico e apprezzativo del mondo; esso supera ad un
tempo il panteismo trascendente ο il solipsismo gnoseologico, cercando nella
consenziente soggettività degli spiriti il tratto @’ unione dell’individualismo
e dell’ univerealismo. Cfr. J. Burckhardt, Die Kultur der Renaissanoo in
Italion, Uma-Umo 1886, trad. it.
Valbuss, 1899; Mar. Carrière, Die philosophische Woltanschauung der
Reformationszeit; F. Fiorentino, Il risorgimento filosofico del quattrocento;
F. C. Β. Schiller, Humaniem, philosophioal essays, 1908 ; Id., Studies in
Humanism, 1907; F. Le Danteo, Les lois naturelles, Introd. p. x; P. R. Troiano,
Le basi dell’umanesimo, ; G. M. Ferrari, L’umanesimo filosofico, « Riv.di fil.
v. pragmatismo. Umanità. T. Humanität, Menscheit, Menschlichkeit; I. Humanity,
Mankind; F. Humanité, Oggettivamente indica quella vasta famiglia, moralmente
unita, nella quale entrano tutti gli uomini per la loro comune natura;
soggettivamente designa quell’ insieme di caratteri spirituali, cho distinguono
la stessa natura umana, elevandola sopra ogni altra categoria di esseri,
compresi i bruti. In questo secondo senso, l’umanità è concepita sotto due
aspetti diversi nella società greco-romana ο nella cristiana: in quella 1’
Άνπιαnitas è riguardata specialmente nelle sue facoltà intellettuali ed
artistiche, in questa nelle sue doti morali, nella carità, nella benevolenza e
nel perdono. In entrambi i sensi il vocabolo fa adoperato da Augusto Comte, per
il quale l'umanità è sia l'essere collettivo costituito dalP insieme degli
uomini, sia l'insieme dei caratteri costituenti «l’ascensione crescente della
nostra umanità sulla nostra animalità, per la doppia supremazia dell’
intelligenza sulle tendenze e dell’ istinto simpatico sull’istinto personale
>; in un terzo senso, più ristretto, l’umanità è per il Comte soltanto 1
insieme degli uomini che hanno effcacemente contribuito allo sviluppo normale
delle qualità proprinmente umane, e in questo senso egli chiama 1’ umanità il
Grand’ Essere. Cfr. A. Comte, Cours de philosophie positive, , lez. 59; Lévy-Bruhl, La
philon. d'A. Comte, p. 389-391 (v.
cosmopolitismo, solidarietà). Umorismo. T. Humoriemus; I. Humorism ; F.
Humoriame. È una forma del sentimento del comico, dal quale Umo 1198
però si distingue sia per un grado maggiore di finezza e @
intellettualita, sia per la mancanza d’ogni elemento dispregiativo. Secondo 1’
Hòffding esso è «il sentimento del ridicolo avente per base la simpatia »; può
svilup parsi fino a diventare un modo di comprendere la vita, una disposizione
fondamentale a considerare con simpatia tutto ciò che vive e a confidare nelle
forze che trionfano nella natura e nella storia: « La concezione umoristica
della vita s'è adattata all’esperienza, la quale ο insegna che anche il grande
ο il sublime hanno i loro limiti, il loro aspetto finito, e se essa ride di ciò
che v ha di piccolo e di ristretto, non dimentica che è la forma d’un
contenuto, che ha il suo valore. Essa #’ è adattata ai miti della grandezza
come all’ imperfezione della folicità e sa per esperienza che, sotto apparenze
piccole e meschine, può nascondersi un gran tesoro ». Per il Masci l umorismo è
la forma superiore della comicità, « con esso la comicità diventa abituale, e
si estende ad una parte maggiore o minore della realtà »; esso è ingenuo o
consapevole, gaio o triste, e va dalla forma che è schietta comicità a quella
che è una forma filosofica del dolore umano, che è riflessione comica sulla
realtà in generale; se è alleato col sentimento di simpatia, se trova ancora
del buono nelle cose, |’ umorismo è benevolo; se invece la simpatia è spenta e
la condanna è assoluta, 1’ umore è l’espressione dello spirito che nega, l’
irrisione tragica dell’ esistenza. Secondo il Momigliano 1’ umorismo sta fra Y
ironia pura e la satira, non avendo πὸ il carattere scherzoso della prima, nd
lo scopo correttivo della seconda; egli ne distingue varie forme, la
sentensiosa, ad cs. quella del Manzoni; la drammatica, nd es. quella del
Dikens; V umorismo che consiste tutto nell’ avvicinar U’ insignificante al
grave, ad os. quello del Pulct; 1’ umorismo ottimistioo, che non contrappone il
male al bene, ma il bene al male; quello indulgente, che rileva un difetto
ridendo; quello 1199 melanoonicamente rassegnato, nel quale la
dolorosa vu del male è bensì mitigata dal sapere che esso è inevitabile, ma è
mista con un mite rimprovero alla sorte degli uomini ; l’ umorismo pessimistico
0 tragico, che esagera il compiacimento con cui si rileva il male proprio ο
quello sparso nel mondo; il serio, che non è che un sorriso di dolore, la
voluttà triste ma tranquilla che 1’ umorista prova nel profondarsi lentamente
nella malinconia, e00.; egli compendin queste forme definendolo « quella forma
di comicità, in cni si rileva inaspettatamente, senz’ alcuno scopo correttivo e
con un compiacimento più o meno visibile, un difetto o un contrasto, fondendo
elementi seri con elementi scherzosi, oppure mescolando il compi mento colla
simpatia © colla rassegnazione, oppure rivelando I’ abitudine di considerare il
corso generale delle cose con una penetrazione superiore 9 con un senso
filosofico della vita». Cfr. Lotse, Geschichte d. Aesthetik in Deutschland,
1868, p. 375-377; Höffding, Peychologie, trad. franc. 1900, p. 390 segg.;
Baldensperger, Les definitions . de l'humour, in Études d’hist. littéraire;
Masci, Psicologia del comico, 1889; A. Momigliano, L’ori-! gino del comico, «
Cultura filos. », sett. ; Pirandello, L’ umorismo, (v. comico, ironia). Unicità. La qualità di
ciò che è unico; si distingue dalla unità, che è la qualità di ciò che è uno.
Così il monoteismo à la dottrina dell’ unicità di Dio, l’enoteismo In dottrina
dell’ unità di Dio. Uniformitä. T. Einförmigkeit, Gleichförmigkeit; I.
UniSormity; F. Uniformité. Può essere statica e dinami „prima consiste nel
fatto che due o più individui d’ una classe posseggono caratteri essenziali
identici, la soconda nel riprodursi degli stessi fatti col riprodursi delle
stesse condizioni. La prima specie di uniformità dà il tipo delle scienze
staticho, la seconda la legge delle dinamiche. Nel postulato della uniformità
della natura sono comprese enUnt
1200 trambe le specie, ma più
precisamente la seconda; poichè è su questa che è fondata la costruzione induttiva
delle leggi e la loro applicazione deduttiva alla esplicazione dei singoli
fatti. Nella stessa vita pratica, ogni nostra azione in vista di un fine, in
quanto è conformata all’ esperienza precedente, presuppone come condizione
necessaria l’uniformità statica ο dinamica, ossia di coesistenza © di sequenza,
dei fenomeni naturali, Unità. T. Zinhoit; I. Unity; F. Unité. È la qualità di
ciò che è uno, montre I’ unicità è la qualità di ciò che è unico. Quindi
l’unità non esclude, ma implica la molteplicità, della quale è concetto
correlative © senza di cui sarebbe inconcopibile. Quanto all’ origine dell’
idea di unità, secondo alcuni filosofi è innate, secondo altri è un prodotto di
esperienza sensibile, secondo altri risulta dall’ esperienza interna. Per il
Fénélon essa è innata, in quanto non può derivare nò dal senso interno, nè dai
sensi esterni, che ci presentano sempre dei composti © dei molteplici : « Io
concepisco un esseré, che non cambia mai affatto di pensiero, che pensa sempre
tutte le cose insieme, ed in oui non si può trovare alcuna composizione 6 tanto
meno successione. E senza dubbio questa idea della perfetta ο suprema unità,
che mi fa tanto cercare qualche unità negli spiriti ed ancora nei corpi. Questa
idea incessantemente presente nel fondo di me stesso è nata con me; essa è il
modello perfetto sul quale io cerco dappertutto qualche copia imperfetta dell’
unità, Questa idea di ciò che è uno, somplice ed indivisibile per eocellenza,
non può esser altro che l’iden di Dio ». Per Spinoza l’ unità non è una
proprietà delle cose, ma ciò che è compreso in uu atto mentale: Unitaten....
onti nihil addere; sed tantum modum cogitandi esse, quo rem ab aliis separamus,
quae ipti similes sunt, rel oum ipsa aliquo modo conveniunt. Invece per il
Leibnitz essa è una proprietà oggettiva, tantoohd ce qui n'est pas
réritablement un ostre, n'est pas non plus véritabloment um estre. UNI Per C.
Bonnet è una semplice idea, che l’anima si forma « considerando in ogni oggetto
soltanto I’ esistenza ο facendo astrazione da ogni composizione e da ogni
attributo ». Per il Locke, « fra tutte le nostre idee, non ve n’ ha alcuna, che
ci sis suggerita da un più gran numero di mezzi di quella di unità, sebbene non
ve ne sia alcuna più semplice. Non v’ ha nessuna apparenza di varietà o di
composizione, in questa idea: ed essa si trova unita a ciascun oggetto che
colpisce i nostri sensi, a ciascuna ides che si presenta al nostro
intendimento, ed a ciascun pensiero del nostro spirito ». Per Berkeley l’ unità
è una semplice astrazione, senza corrispondente obbiettivo; per Kant è «
l’unità formale delle coscienza nella sintesi della molteplicità delle
rappresentazioni » © sorge dalla identità delVautocoscienza. Il Galluppi
distingue tre specie d’anità, la sintetica, la metafisica ο la fisica. L'unità
sintetica risultada una operazione del nostro pensiero, ed è perciò condizi
nale; l’unità fisica è la stessa unità sintetiea che il nostro pensiero
attribuisce agli oggetti corporei; l’una e l’altra derivano dall’ unità
metafisica, che, essendo la stessa unità dell’ anima, è assoluta, invariabile,
non risulta dalla congiunzione di diversi elementi, non dipende da alcuna
condizione: « Senza l’unità metafisica non è possibile 1’ unità sintetica del
pensiero, ο senza 1’ unità sintetica del pensiero non è possibile l’unità
sintetica fisica ». Il Rosmi la definisce come quella qualità del soggetto, per
la quale esso è indiviso in sè stesso, © diviso, ossin separato, da ogni altro;
quando questa qualità si predica del soggetto, allora essa, prendendo la forma
di predicato, dicesi uno. Per il Wundt il concetto di unità è puramente la
funzione della concezione logica presa nel contenuto concettuale, ο da esso ba
origine l’unità rappresentativa delle cose. Si distinguono varie specie di
unità: quella «pirituale, vale a dire l’unità della coscienza, sia essa un’
unità sostanziale © puramente dinamica ed empirica; quella logica, che
con76 RanzoLI, Dirion. di scienze
filosofiche. Um 1202 siste nell’ unificarsi del molteplice
particolare nel generico astratto, assunto come tipo comune; quella numerica ο
matematica, che è una delimitazione nel tempo e nello spazio, © da cui
originano le nozioni di numero e di grandezza; quella fisica ο materiale,
risultante da un insieme di parti indivise formanti un tutto; quella
trascendentale, che consiste nella individualità degli elementi costitutivi di
una cosa, ad es. l’uomo è uno sebbene abbia un’ anima ed un corpo organico. Gli
scolastici chiamavano unitas per se quella che nasce da una essenza o natura,
sia semplice o composta, come l’unità della natura divina o dell’ uomo; unitas
per accidens quella che nasce da diverse nature, di ordine o predicamento
diverso, come un mucchio di pietre; unitas materialis o individualis 1’ entità
di ciascun individuo, in quanto esprime incomunicabilità e indivisione in più
inferiori ; unitas formalis o essentialis quella della specie o del genere in
quanto si distinguono rispettivamente da ogni altra specie o genere; unitas
semplicitatis quella di un ente indivisibile in atto e in potenza, unitas
compositionis quella invece di un ente che è uno numerioe ma è composto di
parti distinte e potenzialmente divisibili; umitas rationia quella per cui, con
un atto mentale, di più individui si fa una specie sola o di più generi un solo
genere; unitas #0Utudinte l'unicità in una data natura, ad es. l’unità divina.
Aristotele Met.; Spinoza, Cogit. metaph., I, 5; Leibnitz, Philos. Sorhiften,
ed. Gerhardt, II, 97; Wolff, Ontologia, 1736, $ 238 © 239; Bonnet, Essai de
peychol., , C 14; Berkeley, Princ., XII; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed.
Kehrbach, p. 119 segg.; Genovesi, Metaph. lat., parte I, cap. 5, def. 42; GALLUPPI
Lezioni di logica e metaf..; Wundt, Syst. der Phil., , p. 227 (v. individuo,
numero, quantità, tutto, uno). Universale. Lat. Universalis; T. Allgemein; I.
Univertal; F. Unirersel, Che si estende a tutto l'universo, o ap 1208 Uni partiene a tutti gli uomini, o non soffre
alcuna eccezione; cost si dice, nel primo senso, causalità universale, nel
96condo consenso universale, nel terzo le leggi di natura sono universali.
Dicesi giudizio universale quello in cui il concetto che fa da soggetto è preso
in tutta la sua estensione; la sua formula è: tutti gli A sono B, oppure,
nessun 4 è B. I giudizi universali sono la formula del pensiero scientifico,
perchò esprimono i principî, le leggi ο le conoscenze universali. Secondo
alcuni logici anche i giudizi individuali sono universali, perchè anche in essi
il concetto del soggetto à preso nella massima estensione : infatti, essendo il
soggetto un individuo, cioò qualche cosa che è indiviso ο che si suppone tale,
non può evidentemente esser preso in parte della sua estensione, Ma altri
logici respingono codesta identificazione, opponendo che nel giudizio
universale il concetto del soggetto non è preso come indivisibile, mn come un
tutto diviso in parti, delle quali si predica quello stesso che si predica del
tutto. Diconsi nozioni universali © principi universal i principi supremi della
ragione, perchè essi sono veri non già per un determinato numero di casi ο per
un determinato ordine di cose, ma per tutti i casi e tutte le cose senza
eccezione alcuna. La loro universalità si rivela anche nella identità con cui
si manifestano in tutte le intelligenze (v. generale, individuale, singolare).
Universali (universalia). Le idee generali, che Aristotele aveva classificato
in numero di cinque: genere, specie, differenza, proprio, accidente.
Considerati dal punto di vista della estensione, cioò dell’insieme delle cose
individuali alle quali si applicano, si distinguono tra gli universali i generi
e le specie; considerati dal punto di vista della comprensione, cioè
dell’insieme dei caratteri ο delle qualità che designano, si distinguono la
differenza, il proprio e 1’ accidente. Aristotele, che, al pari di Platone,
ascriveva all’ universale un più alto valore conoscitivo che non all’ individuale,
intendeva con esso ciò che appartiene ad una molteplicità Uni 1204
di cose, © che, quindi, non è una cosa in sè ma sussiste nelle cose;
concettualmente e secondo l’ essenza, 1’ universale è anteriore, quantunque sia
posteriore per noi, per la nostra conoscenza. Platone invece aveva attribuito
agli universali, alle Idee, un’ esistenza autonoma, indipendente dal ponsiero
degli uomini. Il problema degli universali, che fu oggetto di tante discussioni
nel periodo della scolastica, riguardava appunto la questione, già proposta ma
non risoluta da Porfirio, se gli universali hanno sussistenza propria o sono
soltanto nel pensiero, Le scuole che sostenevano la primi ipotesi furono dette
realiste, quelle che sostenevano la seconda concettualiste 0 nominaliste, a
seconde che consideravano gli universali come concetti 0 come puri nomi.
Universalia ante rem dicevansi gli archetipi eterni in Dio; #. in reo a parte
rei l'essenza delle cose moltiplicata negli individui; w. post rem il concetto
della nostra mente che unifica le ragioni essenziali 0 quidditative e le
predica dei singoli individui. Universale in obbligando ciò che è nno e obbliga
molti, come la legge; w. in causando ciò che è uno ο cagiona molte cose; u. in
signifioando © repraesentando quello che essendo uno significa o rappresenta
molte cose, come il vocabolo uomo; u. in essendo © praedicando ciò che è uno ed
è adatto ad esser molti e predicarsi di molti; u. physioum la natura reale
esistente nei singoli individui, come la natura umana di Socrate; #.
motephysioum la natura reale considerata nello stato di solitudine, cioè non
considerate le condizioni individuanti, come la natura umana considerata senza
la socraticità; u. logioum uno che è adatto ad essere inerente a molte cose, e
a predicarsi di molti per Videntica ragione, ad es. la sostanza rispetto alla
materia e allo spirito ; #. inoomplezum quello che è semplice ed esprime
Vordine di molte cose, ad es. la virtù rispetto alla giustizia e alla
temperanza; u. complerum una proposizione generale, postulato o assioma, da cui
si possono dedurre più particolari. Cfr. Aristotele, De interpret., VII, 17 a,
39; Id., Met., VII, 1205 Uni 1018 b, 33; AQUINO (vedasi), Sum. theol.,
I, qu. 79, art. 5; J. H. Löwe, Der Kampf zwischen Nominalismus und Realiemus in
Mittelalter; Prantl, Gesch. d. Logik,
(v. concettualismo, nominalismo, realismo, terminismo). Universalismo.
T. Universaliemus; I. Universaliem; F. Universalisme. Nella morale si oppone a
individualismo, ο indica ogni dottrina che considera la comunità, ad es. lo
Stato o la Nazione, come l'oggetto dello sforzo morale. Nella religione è la
dottrina della salvazione finale di tutti gli uomini, fondata sopra la bontà
essenziale di Dio, lo scopo illimitato della redenzione di Cristo ο la
perfettibilità della natura umana. Cfr. Thayer, Thool. of universaἨσπε, . Universo. T. Weltall; I. Universo; F. Univers. L'insieme di tutto ciò che esiste, la collezione di
tutte le cose, coesistenti e successive, tra di loro connesse. Cristiano Wolff
lo definisce series entium finitorum tam simultancorum, quam suocessicorum
inter se connezorum. Quale sia poi la sua natura intima, se spirituale o
materiale, unica 0 molteplice, statica o evolutiva, ecc. le risposte sono tante
quanti i vari sistemi filosofici. Cfr. Cr. Wolff, Cosmologia generalis, 1737, $
48. ‘Univoco. Parola introdotta nella logica da Boezio, sebbene con significato
alquanto diverso dal presente. Univoro si oppone ad equivooo, e designa un
attributo che può essere applicato a più soggetti nel medesimo significato,
mentre è equivoco quando può essere applicato in più significati allo stesso
soggetto. Si dicono quindi univoche le coso che hanno comune il vocabolo ο
l'essenza, equivoche quelle che hanno comune il vocabolo ma non l'essenza. Gli
sculastici, oltre le unirooa ed aequivoca, distinguono anche le analoga, ossia
le cose ad una delle quali conviene un predicato propriamente, ad un’altra
impropriamente, come uomo vivo © nomo dipinto; queste si dicono anche
anaUma 1196 rienza umana coi mezzi della coscienza umana
>. L’umanismo, diffondendosi, ha assunto forme diverse. Per il Le Danteo la
scienza è una serio di constatazioni fatte sulla soala umana; le ipotesi non
hanno altro scopo che « preparare delle esperienze utili: un’ ipotesi si
giudicherà dalla sua fecondità »; la logica «fa parte del meccanismo umano allo
stesso titolo delle braccia ο delle gambe >; « l’uomo non conosce che dei
rapporti di oose con l’uomo; ciò che noi chiamiamo le cose, sono gli elementi
della deecrisione umana del mondo ». Con maggior larghezza, il Troiano
concepisce l’umanismo come «un sistema antropocentrico del sapere filosofico,
sul fondamento d’ una teoria delle attivitä, delle reazioni ο dei prodotti
dello spirito, studiato nella sus realtà di fatto, immediata e storica >, il
quale sistema deve culminare in « una concezione del mondo, quale appunto
l’uomo, conscio della sua centralità teoretica e apprezzativa, in connessione
di tutto il sno sapere, può oriticamente formarsi »; esso perciò assume l’ uomo
come materia e spirito nel tempo stesso, come sensibilità, istinto, bisogno,
coscienza conoscitrice © valutatrice, nd pretende identificare spirito ©
natura, nd toglie valore alle esigenze corporee, nd sacrifica ad osso i diritti
dello spirito; e, nell’ interno dello stesso organismo psichico, non intende
ridurre le esigenze del pensiero a quelle della vita morale, nd viceversa. Il
ınovimento umanistico contemporaneo è certo una manifestazione caratteristica
del pensiero filosofico, uno sforzo di costituire una teoria dei primi principî
della vita intellettuale © della vita morale, assumendo l’uomo, realtà vivente,
inmediata e storica, come centro teoretico © apprezzativo del mondo; esso
supera ad un tempo il panteismo trascendente e il solipsismo gnoseologico,
cercando nella consenziente soggettività degli spiriti il tratto d’unione dell’
individualismo ο dell’ universaliamo. Cfr. J. Burckhardt, Die Kultur der
Renaissance in Italien, Uma-Umo 1886,
trad. it. Valbusa, 1899; Mar. Carrière, Dio philosophische Weltanechauung der
Reformationeseit, 2* ed. 1887 ; F. Fiorentino, Il risorgimento filosofico del
quattrocento; F. C. 8. Schiller, Humanism, philosophical essays; Id., Studies
in Humaniem; F. Le Danteo, Les lois naturelles, Introd. p. x; P. R. Troiano, Le
basi dell’umanesimo, 1906; G. M. Ferrari, L’umanesimo filosofico, « Riv. di
fil. », novembre 1918 (v. pragmatismo). Umanità. T. Humanität, Menscheit,
Menschlichkeit; I. Humanity, Mankind; F. Humanité, Oggettivamente indica quella
vasta famiglia, moralmente unita, nella quale entrano tutti gli nomini per la
loro comune natura; soggettivamente designa quell'insieme di caratteri
spirituali, che distinguono la stessa natura umana, elevandola sopra ogni altra
categoria di esseri, compresi i bruti. In questo secondo senso, l’ umanità è concepita
sotto due aspetti diversi nella società greco-romana e nella cristiana: in
quella l’Aumanitas è riguardata specialmente nelle suo facoltà intellettuali ed
artistiche, in questa nelle sue doti morali, nella carità, nella benevolenza e
nel perdono. In entrambi i sensi il vocabolo fu adoperato da Augusto Comte, per
il quale l'umanità è sia |’ essere collettivo costituito dall'insieme degli
uomini, sia l’insieme dei caratteri costituenti « l’ascensione crescente della
nostra umanità sulla nostra animalità, per la doppia supremazia dell’
intelligenza sulle tendenze e dell’ istinto simpatico sull’istinto perso nale
>; in un terzo senso, più ristretto, l’umanità è per il Comte soltanto
l'insieme degli uomini che hanno efficacemente contribulto allo sviluppo
normale delle qualità propriamente umane, e in questo senso egli chiama I’
umanità il Grand’ Essere. Cfr. A. Comte, Cours de philosophie positive, lez. 59;
Lévy-Brahl, La philon. d'A. Comte,
p. 389-391 (v. cosmopolitiemo, solidarietà). Umorismo. T. Humorismus; I.
Humorism ; F. Humorismo. E una forma del sentimento del comico, dal quale
Umo 1198
però si distingue sia per un grado maggiore di finezza ο d’
intellettualità, sia per la mancanza d’ogni elemento dispregiativo. Secondo 1’
Hüffding esso è «il sentimento del ridicolo avente per base la simpatia »; può
svilupparsi fino a diventare un modo di comprendere la vita, una disposizione
fondamentale a considerare con simpatia tutto ciò che vive e a confidare nelle
forze che trionfano nella natura e nella storia: « La concezione umoristica
della vita s'è adattata all'esperienza, la quale ο) insegna che anche il grande
© il sublime hanno i loro limiti, il loro aspetto finito, e se essa ride di ciò
che v’ ha di piccolo e di ristretto, non dimentica che è la forma d’un
contenuto, che ha il suo valore. Essa s’ è adattata ai limiti della grandezza
come all’ imperfezione della felicità © sa per esperienza che, sotto apparenze
piccole e meschine, può nascondersi un gran tesoro ». Per il Masci l umorismo è
la forma superiore della comicità, « con esso la comicità diventa abituale, e
si estende ad una parte maggiore o minore della realtà »; esso è ingenuo ©
consapevole, gaio ο triste, © va dalla forma che è schietta comicità a quella
che è una forma filosofica del dolore umano, che è riflessione comica sulla
realtà in generale; se è alleato col sentimento di simpatia, se trova ancora
del buono nelle cose, l'umorismo è benevolo; se invece la simpatia è spenta e
la condanna è assoluta, 1’ umore è l’espressione dello spirito che nega, l’
irrisione tragica dell’ esistenza. Secondo il Momigliano I’ umorismo sta fra Y’
ironia pura ο la satira, non avendo nd il carattere scherzoso della prima, nè
lo scopo correttivo della seconda; egli ne distingue varie forme, la sentenziosa,
ad os, quella del Manzoni; la drammatica, ad es. quella del Dikons; PP umorismo
che consiste tutto nel’ avvicinar U insignificante al grare, ad cs, quello del
Pulci; 1’ umorismo ottimistico, che non contrappone il male al bene, ma il bene
al male; quello indulgente, che rileva un difetto ridendo; quello 1199
Uni melanconicamento rassegnato, nel quale la dolorosa coscienza del
male è bensì mitigata dal sapere che esso è inevitabile, ma è mista con un mite
rimprovero alla sorte degli nomini; 1’ umorismo pessimistico 0 tragico, che
esagera il compiacimento con cui si rileva il male proprio o quello sparso nel
mondo; il serio, che non è che un sorriso di dolore, la voluttà triste ma
tranquilla che 1’ umorista prova nel profondarsi lentamente nella malinconia,
eco.; egli compendia queste forme definendolo « quella forma di comicità, in
cui si rileva inaspettatamente, senz’ alcuno scopo correttivo e con un
compiacimento più o meno visibile, un difetto o un contrasto, fondendo elementi
seri con elementi scherzosi, oppure mescolando il compiacimento colla simpatia
e colla rassegnazione, oppure rivelando 1’ abitudine di considerare il corso
generale delle cose con una penetrazione superiore e con un senso filosofico
della vita». Cfr. Lotze, Geschiohte d. Aesthetik in Deutschland, 1868, p.
875-377; Höffding, Psychologie, trad. frane.; Baldensperger, Les definitions de
l'humour, in Etudes d’hist, littéraire; © Masci, Psicologia del comico; A.
Momigliano, 1 origino del comico, « Cultura filos. », sett. 1909; Pirandello, 1)
umorismo, 1908 (v. comico, ironia). Unicità. La qualità di ciò che è unico; ai
distingne dalla unità, che è la qualità di ciò che è uno, Con il monoteismo à
la dottrina dell’ unicità di Dio, P enoteiamo la dottrina dell’ unità di Dio.
Uniformita. T. Einförmigkeit, Gleichförmigkeit; I. UniJormity: F. Uniformite.
Può essere station ο dinamica: In prima consiste nel fatto che due ο più
individui d’nna ‘elasse posseggono caratteri essenziali identici, la soconda
nel riprodursi degli stessi fatti col riprodursi delle stesso condizioni. La
prima specie di uniformità dà il tipo delle scienze statiche, la seconda la
legge delle dinamiche. Nel postulato della uniformità della natura sono
compreso enUni 1200 trambe le specie, ma più precissmente la
seconda ; poichè è su questa che è fondata la costruzione induttiva delle leggi
e la loro applicazione deduttiva alla esplicazione dei singoli fatti. Nella
stessa vita pratica, ogni nostra azione in vista di un fine, in quanto è
conformata all’ esperienza precedente, presuppone come condizione necessaria
l’uniformità statica ο dinamica, ossia di coesistenza ο di sequenza, dei
fenomeni naturali. Unità. T. Einkeit; I. Unity; F. Unité, E la qualità di ciò
che è uno, mentre l’unioità è la qualità di ciò che è unico. Quindi l’unità non
esclude, ma implica la molteplicità, della quale è concetto correlative © senza
di cui sarebbe inconcepibile. Quanto all’ origine dell’ idea di unità, secondo
alcuni filosofi è innata, secondo altri è un prodotto di esperienza sensibile,
secondo altri risulta dall’ esperienza interna. Per il Fénélon essa è innata,
in quanto non può derivare nd dal senso interno, nd dai sensi esterni, che ci
presentano sempre dei composti ο dei molteplici: « Io concepisco un esseré, che
non cambia mai affatto di pensiero, che pensa sempre tutte le cose insieme, ed
in cai non si può trovare alcuna composizione © tanto meno successione. E senza
dubbio questa idea della perfetta © suprema unità, che mi fa tanto cercare
qualche unità negli spiriti ed ancora nei corpi. Questa idea incessantemente
presente nel fondo di me stesso è nata con me; essa è il modello perfetto sul
quale io cerco dappertutto qualche copia imperfetta dell’ unità. Questa idea di
ciò che è uno, semplice ed indivisibile per eccellenza, non può esser altro che
l’iden di Dio ». Per Spinoza l’unità non è una proprietà delle cose, ma oid che
è compreso in un atto mentale: Unitatem.... enti nihil addere; sed tantum modum
cogitandi esse, quo rem ab aliis separamus, quae ipoi similes sunt, vel oum
ipsa aliguo modo conteriunt. Invece per il Leibnitz essa è una proprietà
oggettiva, tantochò ce gui n'est pas τόritablement un estre, n’est pas non plus
véritablement un estre. Per Bonnet è una semplice ides, che l’ anima si forma; ORESTANO,
I valori umani; ARDIGÒ, La nuova filosofia dei valori, Riv. di filos.; MASCI, La
filosofia dei valori, R. Ace. dei Lincei. Variabile. T. Pariabel; I. Variable;
F. Variable. Due quantità, z e y, sono dette variabili quando l’uns, poniamo #,
è legata all’altra,, per modo che variando z varierà anche y in modo
perfettamente determinato, ma diverso a seconda dei casi: perciò 2 à detta
variabile indipendente, y rariabile correlativa. Questa proprietà si enuncia
anche dicendo che y è una funcione di z, ο ai indica colla formula: y=-=S"().
Variabilità. T. Vordndorlichkoit; I. Variability; F. Fariabilité. L’ attitudine
intrinseca che ha ogni organiamo di acquistare nuove proprietà nella sua forma
e attività vitale, in seguito all’ influenza dei vari elementi del clima,
dell’alimentazione, delle condizioni topografiche, del contatto e delle
relazioni con gli altri organismi. Essa può concepirsi como la forza
innovatrice antagonistica dell’eredita, che è la forza conservatrice dei
caratteri ο tende a trasmetterli immutati. La variabilità può essere indiretta
ο diretta. La variabilità indiretta ο potenziale consiste in cid, che certe
variazioni dell'organismo che dipendono dalle condizioni esterne d’ esistenza,
rimangono potenziali nell’individuo in questione, e si manifestano, cioè
divengono attuali, soltanto nei discendenti; invece nella diretta le
modificazioni si manifestano immedintamente nell’ indivi duo stesso, Cfr. De
Rosa, La ridusione progressiva della variabilità, 1899 (v. darwinismo,
trasformismo, ibridiemo, monogenismo, ecc.). Variazionale (psicologia). T.
Variationspeychologie; 1. Variational peycology; F. Psychologie rariationnelle.
Talvolta si chiama così quel ramo della psicologia che tratta delle variazioni
mentali; tale denominazione ha il vantaggio di accogliere in un solo vocabolo
le varie parti della psicologia tra loro affini, come la psicologia
individualo, etnografica o dei popoli, eco. Tra i principali problemi oggetto
della psicologia variazionale sono da ricordarsi: lo studio della psiche del
delinquente, nei suoi tipi diversi e nelle suo correlazioni coi fattori
antropologici, Var economici, sociali ; lo studio del genio ; lo studio
statistico delle variazioni mentali in rapporto a quelle biologiche e
sociologiche; lo studio delle origini delle variazioni e modificazioni mediante
l'eredità, l'educazione, 1’ ambiente fisico © sociale, ecc. Cfr. Stern, Ueber
Psychol. d. individuellen Differensen, 1900. ‘Variazioni concomitanti (metodo
delle). I. Method of concomitant variations. Uno dei quattro metodi di ricerca
induttiva proposti dallo Stuart Mill. Esso si fonda sul seguente canone logico:
un fenomeno che varia in una data maniera tutte le volte che un altro fenomeno
varia alla stessa maniera, è una causa ο un effetto di questo fenomeno, 0 è ad
esso collegato da un qualche rapporto di causalità. In altre parole, quando due
fenomeni variano correlativamente in qualità o quantità, I’ uno è causa e I’
altro effetto. Questo metodo ripara alle imperfezioni del metodo di concordanza
e sostituisce quello di differenza nei casi in cui non è applicabile. Con esso
si stabiliscono i rapporti tra le funzioni psichiche © le cerebrali, tra
l’ambiente e la moralità, tra l’ascendere c il discendere del mercurio d’un
termometro e la temperatura, ecc. La concomitanza può essere innersa, ad es.
tra il volume dei gas e la pressione, e diretta, ad es. tra l'attrazione e le
masse. Quando una larga esperienza conferma che le variazioni parallele non
incontrano limiti, si può conchiudere, col metodo delle variazioni, oltre i
limiti della esperienza, © tale operazione dicesi passaggio al limite. Cfr, J.
S. Mill, System oflogio, 6* ed. 1865, 1. III, cap. VII. Nelle scienze
biologiche si designa coll nome di varietà -- Varietàt; variety; variété -- un
insieme di individui, che presentano caratteri comuni e si distinguono per tal
modo da altri insieme di individui, aventi altri caratteri comuni. La varietà
può essero permanente, © passeggera ed accidentale. Nel primo caso essa non si
77 Ranzout, Dizion, di scienze filosofiche.
distingue dalla specie, per i seguaci del trasformiamo ; nel secondo caso è
data dalla varietà determinata dall’ influenza dell’ ambiente, e dalla varietà
teratologica. Per le scuole non trasformiste la varietà permanente non sarebbe
che una varietà accidentale, fissatasi per eredità, mentre la specie sarebbe
sempro esistita o almeno discenderebbe da ana prima coppia unica. Cfr. Darwin,
Origin of species, 1883; Davenport, Statistical methods in biology, 1900 (v.
rassa, specie, tipo, variabilità). Velocità. T. Schnelligkeit; I. Velocity; F.
Velocità, vitesse. Nel movimento variato, la velocità, alla fine di un tempo
dato, è la derivata dello spazio considerato come una funzione del tempo;
invece nel movimento uniforme è lo spazio che il mobile percorre in un secondo,
o che percorrerebbe se il movimento avesse questa durata. Dicosì relooità
dell'adattamento rifrattivo il tempo che l'occhio impiega per adattarsi alla
visione degli oggetti vicini e lontani; secondo alcuni psico-fisiologi 1’
adattamento alla visione da vicino si compie più lentamente che l’adattamento a
distanza, secondo altri non v'è differenza sensibile di velocità. Dicesi
relocità media la velocità d’un movimento uniforme, che si dovrebbe sostituire
al movimento reale d’un punto materiale, perchò lo spazio totale fosse percorso
nello stesso tempo totale. Diconsi relocità virtuali gli spostamenti simultanci
e infinitamente piccoli, che si possono attribuire ai differenti punti
materiali componenti un sistoma dato, senza alteraro i legami stabiliti tra
questi differenti punti. Vera causa. L'espressione famosa del Newton, con la
qualo il grande scienziato intendeva significare, che la causa assognata ad un
fenomeno non deve solamente esser tale che, ammettendola, essa spiegherebbe i
fenomeni, ma deve anche essere suscettibile di venir provata mediante altr
ragioni. Sembra provato, del resto, che il Newton stesso non avesso wna idea
precisa della massima onunciata con queste parole, che egli stesso poi
palesemente violò con la sua teoria ottica. Cfr. I. Newton, Naturalis
philosophiae principia mat. (v. ipotesi). Veracità. T. Wahrhaftigkeit; I.
Veracity; F. Péracité. La
disposizione abituale d’ una persona a dire il vero; non va confusa con la
verità, che è il carattere del giudizio. Per Leibnitz la veracità è la verità
morale: la vérité morale est appelée veracité. Dicesi dottrina della reracità
dirina quella con cui Cartesio, dopo aver provato l’esistenza del pensiero e di
Dio, prova l’esistenza del mondo esteriore: delle idee che noi abbiamo, alcune
le troviamo in noi, e sono innate, altre le produciamo noi, e sono fattizie,
altre nd le troviamo nd lo produciamo, e sono arventizie: a queste appartengono
lo rappresentazioni dei corpi, che talvolta succedono nostro malgrado, dunque
noi non ne siamo causa; dire che esse sono causate in noi da Dio non può stare,
perchè se così fosse Dio ci ingannerebbe, facendocene cercare In causa nel
mondo esterno; ora, Dio, essendo sommamente perfetto, non può în alenn modo
voleroi ingannare; dunque esistono i corpi esteriori corrispondenti alla idea
che noi ne abbiamo. Descartes, De meth.; Leibnitz, Nouv. Ees.. Proposizioni verbali
sono quelle che non pongono un rapporto tra due cose distinte, ma indicano
soltanto una classe o spiegano una parola. Dicendosi ad es., che il
quadrilatero è una figura a quattro lati, non si è fatto altro che spiegare il
significato della parola quadrilatero. Qualche volta le proposizioni verbali
possono essere utili per indicare o ricordare proprietà del soggetto da altri
ignorate ο dimenticate. Masci, Logica. Verbalismo, o anche filosofia verbale, designa
quel modo di argomentare e di filosofare nel quale le parole tengono il luogo
delle ides e il vocabolo asservisce il pensiero, di guisa cho, mutato le
convenzioni verbali, il ragionamento non potrobbo più sussistere. Verificasione.
T. Bewährung, Bestitigung; I. Verification; F. Vérification. È il terzo momento
del processo di ricerca scientifica: constatati i fatti mediante l’
osservazione e l'esperimento, supposti dei principi per spiegarli, occorre
verificare se i principi supposti (ipotesi) siano veri. Ora la verificazione
può avvenire in tre modi: se il principio supposto era di ordine puramente
razionale (es. un teorema di geometria), esso diviene certo quando lo si
colleghi logicamente con verità precedentemente stabilite; se era di ordine
puramente sperimentale, diviene certo quando lo si colleghi coi dati della
esperienza; se era d’ordine sperimentale e razionale ad un tempo, la sua
veriticazione consiste sia nel dedurne le conseguenze logiche, sia nel
confrontare codeste deduzioni coi dati dell’esperienza. Però non è sempro
possibile la verificazione completa dell'ipotesi, specie se riguardi la causa
di un fenomeno o il suo modo d'azione; può darsi che la causa non sia
verificabile nò con l'osservazione nd col ragiona mento, 9 che il suo modo
d'azione non renda conto di tutti i fenomeni, pur non essendo in contraddizione
con alcuno di essi. Il Comte voleva non fosse ammessa alcuna ipotesi incapace
di verificazione completa; ma anche la vorificazione incompleta può essere
sufficiente, se permette delle previsioni sul futuro. Del resto, la
verificazione incompleta può avere dei gradi, che vanno dalla pura possibilità
alla probabilità fino quasi alla certezza; le differenze dipendono dalla copia
dei fatti coi quali è dimostrato l'accordo, perchè la probabilità è in ragione
diretta della prima, inversa della seconda. Comte, Cours de phil, positive,
1830, vol. I, lez. 28; Wundt, Logik, 1898, vol. I, p. 404 segg.; Masci, Logica. Definire la natura
della Verità -- wahrheit; truth; vérité -- è stata sempre una delle più impor
tanti o dibattute questioni filosofiche, collegandosi ess con tutti gli altri
problomi della conoscenza e della realtà. Le molte dottrine sulla verità
possono ridursi a tre fondamentali; 1° la teologica ed ontologica, secondo la
quale la verità assoluta è Dio’o V essere assoluto, che è allo stesso tempo }
esemplare della verità della nostra conoscenza; questa soluzione, sostenuta da
Platone, da 8. Agostino, dagli Scolastici, da Hegel, Rosmini e Gioberti, ha il
difetto di identificare 1’ essere con la verità, mentre ο vero e falso non sono
già nelle cose ma nella nostra conoscenza di esse; 2° la realistica, sostenuta
dal Leibnitz, la quale, pur distinguendo essere dal conoscere, fa consistere la
verità nella concordanza tra le nostre idee delle cose 9 le cose stesse come
sono fuori di noi; ma con ciò si viene a negare la possibilità della
conoscenza, perchè, essendo questa relativa, dandoci cioè soltanto dei
fenomeni, codesto confronto tra la cosa come la conosciamo e la cosa in sè non
è in nessun modo possibile; 3° la Sonomentstioa, sostenuta da Hobbes, Locke,
Spencer, ecc., secondo la quale la verità consiste nell'accordo della
conoscenza coi fenomeni, che sono l’unico oggetto della conoscenza; quindi
secondo questa dottrina, la verità spetta soltanto al giudizio e consiste
nell’equivalenza tra due termini della proposizione. Come esempio della prima
dottrina si possono citare le parole di 8. Agostino: non iudicium veritatis
constitutum in sensibus;... deum, id est veritatem ;... erit igitur veritas,
etiamei mundus intereat. Di Cartesio: sequitur ideas nostras sive notiones, cum
in omni eo in quo sunt clarae et distinotae, entia quaedam sint, atque a Deo
procedant, non possa in co non esse veras. Di Hegel: « L'oggetto della
religione come della filosofia è la verità eterna nella sua stessa
obbiettività, ciod Dio e nient’ altro che Dio e la spiegazione di Dio.... E in
quanto la filosofia si occupa della verità eterna, della verità che è in sò ©
per sè, costituisce la stessa sfera d'attività della religione ». Come esempio
della dottrina realistica, lu breve definizione del Leibnitz: « l'accordo delle
rappreVER sentazioni esistenti nel
nostro spirito con le cose »; © quella di Cr. Wolff: oonsensus iudioii nostri
cum obieclo seu re repraesentata. Come esempio della fenomenistica, quella
dell’ Hobbes: Forum οἱ faleum attributa sunt non rerum sed orationis; © le
parole del Locke: «la verità ο l’orrore risiedono sempre in una affermazione o
in una negazione, sian esse nel pensiero o nelle parole, e perciò le
rappresentazioni non sono false prima che il nostro spirito se no sia servito
in un giudizio, ossia fino a che le abbia negato ο affermato ». A questi tre
indirizzi fondamentali si possono ricondurre la maggior parte delle dottrine
sulla verità della filosofia contemporanea, Così, per il Lotze, ogni contenuto
dei nostri pensieri viene diretta mente o indirettamente dall’esperienza, ma le
leggi che dirigono l’attività dell'intelletto ο in virth delle quali noi
stabiliamo la nostra concezione del mondo e la nostra nozione della verità,
provengono dalla natura stessa della nostra essenza spirituale; la verità
consiste appunto nel fatto che tali leggi generali sono confermate, senza
eccozione, in un numero dato di rappresentazioni, ogni qualvolta tali
rappresentazioni appaiono nella nostra coscienza ; e poichè le leggi stesse
sono identiche per tutte le coscienze, ne viene che i legami tra le
rappresentazioni sono veri quando seguono i legami del contenuto rappresentato,
legami che sono veri per ogni coscienza cho ha lo rappresentazioni. Per Giulio
Bergmann la nozione della verità ha la sua base in quella della realtà; un
giudizio è vero quando corrisponde al suo oggetto, falso quando lo contraddice;
un giudizio il cui oggetto non esiste, non è nd vero nè falso. Nella filosofia
dell’immanenza la verità è concepita come un puro rapporto tra stati di
coscienza; così Schubert-Soldern e Schuppe la definiscono como l’ associazione
e la concordanza universale di tutti i pensieri tra di loro, nonchè di quelli
che sono puramente nostri con quelli che abbiamo d’altri esseri.
Nell'empirioeri VER ticismo, la verità
è la qualità di quelle tra le nostre idee che presentano dei vantaggi per la
nostra conservazione, in altri termini, di quelle che ci possono servire, che
sone utili, frequentemente applicabili ed applicate, e quindi solide ; la
verità e l'errore, dice il Mach, hanno la stessa sorgente psichica © solo le
conseguenze possono farle discernere l’una dal’ altro, ma un errore chiaramente
conosciuto è, in quanto correttivo, produttivo di conoscenza al pari della
conoscenza positiva. Anche per il prammatismo, la verità delle idee non può
riconoscersi che dalle conseguenze pratiche che possono risultarne; « la verità
© le nostre conoscenze della realtà, dico F. C. 8. Schiller, sono stabilito e
verificate mediante i loro risultati; prima © poi esse sono condotte alla prova
certa di esperienze che riescono o falliscono, cioò che danno o riftutano
soddisfaziono a qualche interesse umano ». Il Bradley, pure ammettendo il
rapporto tra la verità delle nostre idee ο la loro capacità di soddisfare la
nostra natura, considera però come vero solo ciò di cui il pensiero non pud
dubitare, ciò che, per il pensiero, è coorcitivo © irresistibilo; la verità ha
un carattere provvisorio ed evolutivo, oosicchè non y’ha alcuna verità che sin
completamente vera ο nessun errore che sia totalmente falso. Il Venn intendo
per verità la concordanza tra le nozioni e lo testimonianzo del senso; per John
Veitch la verità è l'armonia tra il fatto © la conoscenza che no abbiamo; per
il Renouvier V unica verità immediatamente còlta, ο in cui l'oggetto ο il
soggetto, identificandosi nella coscienza, pongono le basi d’ una certezza
rigorosa, è il fenomeno in quanto tale © nel momento stesso in cui è percepito;
per il Fouillée la verità non può stare nd nella sensazione sola, nd nel
ponsiero puro, ma nella sensazione congiunta all’azione, nell’ efficacia che i
miei stati di coscienza possono avere sopra altri esseri che sentono e vogliono
come me; per il Delboeuf la verità risulta dall’accordo della ragione VER 1224
con sd stessa, cosicchè è vero ogni sistema, dottrina o idea che non
raochiuda contraddizione, è vero ogni gi dizio la cui esattezza sia confermata
dall’ insieme di tutti gli altri giudizi, che ad esso si collegano come
premesse © come conseguenze. Per l’Ardigò il vero è un fatto, ο precisamente
quel fatto che dicesi fatto psichico ο di coscienza: come l’ osservazione
distinta del fatto della luce assicura della realtà della luce, e basta ds sola
alla affermazione di esso fatto, per la stessa ragione l’ osservazione distinta
del fatto di uno stato di coscienza assicura che uno stato della coscienza è
una realtà ο basta ds sola alla affermazione di esso. Codesta affermazione
include quella della consapevolezza e della realtà assoluta della
consapevolezza dello stato medesimo; ora, essendo un vero per sò ogni dato che
per sò ed assolutamente afferma in modo indubitabile un reale, così uno stato
della coscienza è un vero assolutamente tale o per sè stesso, Con l’espressione dottrina della duplice
verità si designa la dottrina medievale, che considera come affatto distinte la
verità teologica ο la verità filosofica, cosicchè può esser teologicamente vero
ciò che non è tale filosoficamente, © viceversa; essa resistette per tutto il
tardo medioevo, quantunque non si sia mai bene chiarita l’origine di tale
formula, ed ebbe per banditori audaci dialettici come Simone di Tournay o
Giovanni da Brescia. Si soglion
distinguere le verità razionali, che sono universali e necessarie, dalle verità
sperimentali, che sono contingenti e relative; le prime sono immutabili © il
loro contraddittorio è inconcepibile, le seconde sono invece mutabili ο si può
pensarne il contraddittorio. Le prime si dicono anche terità di diritto, le
secondo rerità di fatto; le prime si esprimono coi giudizi apodittioi, le
seconde con gli assertori. Si distingue
anche la verità logica ο formale, dalla reale ο materiale: la prima risulta
dall’ esatto rapporto delle idee tra di loro, ossia dall’obbedienza del
pensiero alle sue proprie leggi; la seconda dall’ adequazione delle idee con le
cose, ossia della loro obbiettiva applicabilità. Agostino, Solilog., De div.;
Cartesio, De meth.; Hegel, Forlesungen ü. d. Philos. d. Religion; Leibnitz,
Nouv. Ess.Wolf, Philosophia prima, Philosophia rationalis; Hobbes, Leviathan,
I, 4; Locke, Ess.; Lotze, Logik; Bergmann, Grundsiige d. Logik; Schuppe,
Erkonntnéatheoretiache Logik; Mach, Erkenntnise und Irrtum, Schiller, Mind,
Bradley, Appearance and reality; Wenn, Principles of logio, Veitch, Institutes
of logic, Renouvier, Ess. de critique, Fouil160, Psych. des idées-forces,
Maywald, Dio Lehre von der swoifachen Wahrheit, Chiappelli, La dottr. della
doppia rerità e à suoi riflessi recenti, Atti della Acc. di scienze mor. e
pol., Napoli; Bouty, La verité scientifique, Paulhan, Qu'est oo que la vérité,
in « Rev. phil., James, L'idée de la vérité, trad. franc.; ARDIGÒ, Il vero,
Padova, e Op. fil.; A. Lantrua, Verità formale e verità reale, Cult. filosofica
(v. criterio della verità, conoscenza, contingenza, necessità, dommatismo,
scetticismo, criticismo, solipsismo, veracità, certezza, evidenza, relatività
della conoscenza, fenomenismo, ecc.). Vero e falso. T. Wahrheit und Falsohheit;
I. Truth und falsity; F. Vérité et fausseté. Dicesi metodo dei casi veri ο
falsi quello usato nella psicometria, per misuraro sin il potere di
discriminazione, sia il minimum di eccitamento necessario per produrre la
coscienza, sia le inflnenze provenienti dalla sede dell’eocitamento. Sia, ad
es. da determinare la soglia della coscienza per le sensazioni di pressione: si
producono nel soggetto varie sensazioni di peso, senza seguire alcun ordine
prestabilito; il soggetto deve annunciare ogni volta se prova nna qualsiasi
sensazione. Ripetendo la prova un buon numero di volte, si giunge a calcolare
il numero di risposte giuste date per ogni grado di eccitamento. A questo modo,
ripetendo più volte le ricerche, si riesée a eliminare ciò che può esservi di
uocidentale nell’esperimento ο di preconcetto in chi all esperimento è
sottoposto. Cfr. Cattel, Mental teats and ‘measurements, « Mind », 1890;
Aliotta, La misura in prie. sperimentale, 1905. ‘Verum ipsum factum. Il vero si
converte col fatto; il vero è lo stesso fatto. È il famoso aforisma del Vico,
contenuto nel De antiquissima Italorum sapientia, e che il filosofo napoletano
contrapponeva al cogito ergo sum di Cartesio, Il Vico voleva significare con
ciò che si può avere vera conoscenza, © quindi scienza, di una cosa, soltanto
quando si è causa di essa; quindi, mentre Dio conosco tutto perchè fa tutto,
l’uomo conosce soltanto le astrazioni di oggetti reali, cioò di forme e di
numeri, che noi generiamo per mezzo del punto © dell’ xno. Con tal criterio
egli riconosce come vere scienze soltanto le matematiche, la filosofia della
storia e la metafisica, la quale tratta dei punti reali ο metafisici, che
generano i corpi senza essere corpi, come l’uno e il punto generano,
rispettivamente, i numeri e le estensioni senza essere nè numero nè estensione.
VICO, De antiquissima Italorum sapientia, 1710; Id., Prinoipî d’ una scienza
nuova; Werner, Vico als Philosoph., CROCE, La filosofia di VICO (v. conoscenza,
cogito, matematica, verità). Virtù. T. Tugend; I. Virtue; F. Vertu. Nel sno
significato etico è l'abitudine di fare il bene diventata una seconds natura.
In origine non designava che la forza e il coraggio, quali si manifestano
specialmente nella guerra: ina poichè anche per resistere al male sono necessari
la forza e il coraggio, passò poscia ad indicare la pratica abituale del ben.
Per Socrate la virtù è sapere, e l’osatta conoscenza di sò stesso e delle cose
la base di tutte le virtù; perciò la virtù si può insegnare. Per Antistene la
virtù è la saggia condotta della vita; essa sola rende felici, non già per le
sue conseguenze, ma per sè stessa, © quindi rende l’ uomo indipendente dalle
vicende del mondo; da ciò segue che la virtù risiedo, in ultimo, nella
soppressione dei desideri ο nella limitazione dei bisogni al minimo possibile,
ossia nel ritorno ad un ideale stato di natura. Per Aristippo, al contrario, la
virtù è la capacità di godere; ognuno, certamente, può e sa godere, ma solo VP
nomo colto ο intelligente, il virtuoso, sa goder bene perchè sceglie i propri
piaceri ο li domina, non ne è doininato. Per Platone il sommo bene consiste
nella conoscenza delle idee ο di quella più alta di tutte, V idea del bene;
perciò la virtù non può consistere per lui che nel raggiungimento del cémpito
proprio d’ ogni parte della nostra anima, ossia la parte razionale nella
sapienza, la parte animosa nell’energia della volontà, la parto appetitiva
nella padronanza di sò stesso, © infine nel giusto rapporto di questo parti,
rapporto nel quale consiste dunque la virtù complessiva dell’ anima, la
rettitudine, In giustizia. Per Aristotelo la virtù è un abito, che implica una
scelta doliberata, in accordo con la retta ragiono; sno oggetto e contenuto è
il giusto mezzo tra gli estremi, tra l'eccesso e il difetto. In base a questo
criterio Aristotele enumera la serie delle virtà morali, che sono il coraggio,
la temperanza, la liberalità, la modestia, la giustizia, l'amicizia, eco.; ma
oltre a queste esistono anche le virtù intellettuali ο dianoetiche, che
derivano dell’esercizio dell'intelletto attivo, e sono la sapienza speculativa,
che ha per oggetto la natura assoluta delle cose, ο la prudenza, che ha per
oggetto le condizioni relative e mutevoli della condotta umana. Per gli
scettici la virtù è l'assenza di pertnrbazioni, la calma dello spirito,
l’atarassia; è virtuoso colui che, sspendo che non si può Bir niente intorno
alle cose, 9 non si può accogliere nessuna opinione, si astiene per quanto è
possibile dal giudizio e quindi anche dall’azione, salvandosi in tal modo dagli
affetti ο dal falso operare. Per gli epicurei la virtà non è un bene in sò
stesso ma un bene in quanto ci procura piacere; essa è tuttavia inseparabile
dal vero piacere, nè può esservi vita piacevole senza virtù, nd virtù senza una
vita piacevole. Per gli stoici è virtù, in senso largo, ogni forma di
perfezione, e in tal senso anche la salute © la forza entrano nel numero delle
virtù; ma la vera virtù, o virtù morale, consiste al contrario in una forza
dell’anima, che ha il principio nella ragione, e in una direzione invariabile
del carattere, che non soffre nd più nè meno e per la quale l’anima, durante
tatto il corso della vita, è d’accordo con ad stessa; e poichd tale direzione
del carattere ha il sno principio nella conoscenza razionale, essi chiamavano
teorematioa la virtù morale, per opposizione alla virtù fisica, che è senza
intelligenza. I moralisti del medio evo seguirono, in generale, la dottrina
aristotelica; ma dal punto di vista sociale la virtà subisce un regresso, che
il cristianesimo, per il quale 1’ umiltà è la prima delle virtü, riuscì solo in
parte ad attenuare. Tra le dottrine medievali, grande importanza storica ha
quella di S. Tommaso; egli accetta letteralmente la definizione aristotelica
della virtù come giusto mezzo (virtus moralis in medio consistit), e distingue
le vità in morali propriamente dette, che riguardano il destino terrestre
dell’uomo, © leologali, cho riguardano il suo destino sovrannaturale. Le prime
si riducono tutte alle quattro virtù cardinali, prudenza, giustizia, temperanza
e fortezza: « Ogni virtà, che al bene è spinta da un motivo ragionevole, dicesi
prudenza; ogni virtù tendente a rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto, e a
fare ciò che è giusto, dicesi giustizia; ogni virtà che modera e frena le
passioni, dicesi temperanza; ed ogni virtù, che fortifica l’anima contro le
passioni di qualsiasi specie, dicesi coraggio. Dalla pradenza derivano i
provetti ; la giustizia regola i rapporti fra gli eguali ; la temperanza modera
le concupiscenze della carne; il coraggio fortifica contro i pericoli della
morte. Le teologali sono la fede, la speranza © la carità; la prima completa le
nozioni elementari della intelligenza, mediante la conoscenza delle verità
inaccessibili senza una rivelazione divina; la speranza ci agevola il cammino a
quel fine divino, che vince di gran lunga le forze naturali; per la carità il
volere si unisce a quel fine, quasi assumendo la medesima forma. Nella
filosofia moderna e contemporanea il concetto di virtù è variamente definito,
quantunque spesso rivivano le antiche dottrine aristoteliche, platoniche e
stoiche; può dirsi in generale che In virtù è oggi intesa specialmente come
virtù di cittadino, come predominio costante delle idealità socinli sopra gli
istinti e le tendenze egoistiche, predominio che si traduce nella pratica
costante delle buone azioni compiute con una chiara ο perfetta consapevolezza.
La virtù germoglia e si matura nel seno della società alla quale appartiene; ma
il suo carattere essenziale © più saliente sta nell’ essere essa praticata
indipendentemente da ogni vantaggio egoistico e dn ogni minaccia; perciò essa
ragginnge la massima sua perfezione quando il suo esercizio non richiede più
alcuno sforzo soggettivo. Cfr. Platone, Tim.; Aristotele, Eth, Nio.; Diogene
Laerzio; AQUINO, Summa theol.; F. Paulsen, System der Ethik; Mairhend, The
elemente of ethics; Martineau, Types of ethical theory; Sidgwick, Metods of
ethics; ARDIGÒ, Op. fl,; Tarozzi, La virtà contemporanea; Marchesini, La
dottrina positiva delle idealità. Virtuale. T. Firtuell; I. Firtual; F.
Virtuol. Ciò che osiste in potenza, che è semplicemente possibile; si oppone
quindi a reale, attuale, effettivo. È dunque virtuale un fonomeno quando esisto
soltanto una parte delle condizioni necessarie a produrlo, o quando, pur
esistendo tutte, sono complicate accidentalmente con una o più circostanze
contrarie. Cos) dicesi che una idea, quando non è più pensata, esiste nel
cervello allo stato virtuale. Quando si tratta di energia, invece di virtuale
usasi il termino potenziale. Il Rosmini chiama virtuale « ciò che il pensiero
vede contenuto in un altro, dal quale per sè non si distingue, ma che può
esservi distinto dallo stesso pensiero, o anche ricevere un'esistenza a ad
separata da quella dell’ altro in cni indistinto si trova. Così nell'estensione
illimitata dello spazio si possono pensare comprese tutte le figure geometriche
di qualunque grandezza e forma si voglia, benchè in essa non siano distinte, ο
queste figure stesse si possano anche pensare senza l’estensione illimitata,
Cfr. Rosmini, Logica; Psicologia. Dicesi virtualismo -- Firtualismus; 1.
Virtualism; virtualisme -- assoluto la dottrina di Bouterwek, così da lui
stesso denominata perchè concepisce la conoscenza, che abbiamo immediatamente
di noi stessi ο mediatamente delle cose, come effotto della resistenza che
sperimentiamo da parte dello cose medesime, « La forza, in noi o fuori di noi,
è una realità relativa. La resistenza è realtà opposta, contrastante, quindi
roaltà relativa. Entrambe unite sono virtualità.... L’assoluta realtà non è
altro appunto che questa virtualità, che è in noi, come noi siamo in essa ».
Così il sentimento dell’ ostacolo, contro il quale urta la forza della nostra
volontà, confuta il puro soggettivisme © solipsismo; ma questo sapere relativo
delle forze speciali del reale si completa con la coscienza della nostra
propria volontà soltanto per la scienza empirica. Il virtualismo del Bouterwek
ebbe influenza specialmente sul Maine de Biran, la cui dottrina si basa appunto
sul fatto fondamentale che noi, nel volere, viviamo immediatamente la nostra
propria attività e la resistenza del non-moi (anzitutto del nostro corpo); la
riflessione della personalità sn questa sua propria attività forma, secondo il
Maine de Biran, il punto di partenza di tutte le filosofie, ai concetti delle
quali l’esperienza interna fornisce la forma, l’esperienza di ciò che resiste
la materia. Peroiò al cogito ergo sum di Cartesio, egli sostituisce il rolo
ergo sum; il concetto dell’ esperienza interna, sens intime, è per lui In base
chiara e per sè stessa evidente di tutta la vita dello spirito, il cui
principio fondsmentalo è l’ autocoscienza della personalità volente. Cfr. Bouterwek, Idee einer
“Upodiktik; Maine de Biran, Memoire sur l'habitude; Id., Rapports du physique et
du moral. Virtualità. Ha lo stesso
significato di potenza, nel linguaggio di Aristotelo ο degli scolastici:
designa dunque la semplice possibilità ο capacità di produrre certi effetti.
Perciò gli scolastici dicovano che l’effetto è contonuto nella causa virtualiter,
quando nella causa non si trova la natura dell’eftetto; ad es. la statua à
contenuta virtualiter nella mente dello scultore. Dicevano invece che l’effotto
è contenuto formaliter nella causa, quando in essa se ne trova la natura, come
il calore nel fuoco; e eminenter quando la causa è molto più perfotta dell’
oftetto, del quale non ha le imperfezioni, come Dio rispetto al eronto. Visa (i
reduti). Gli stoici romani chiamavano così una delle due anticipazioni o
prolepsi: l’altra ora la comprensione dei veduti. Codesti veduti degli stoici
non sono altro che i sentiti; essi dicovano che quella parte dell’ anima che li
apprende è la principale a cui appartiene l’assenso. Da ciò parrebbe invece che
i visa degli stoici fossero non puramente sentiti, ma anche percepiti
intellettivamente. La comprensione dei veduti era una operazione della
intelligenza, che apprendeva il sentimento e compieva la percezione
intellettiva, o la conservava in dominio della mente (v. anticipazioni,
eullepei). Visive (sensazioni). T. Gesichtsompfindungen ; I. Visual sensations;
F. Sensations de la vuo, visuelles. Hanno per organo l'occhio, per stimolo le
vibrazioni dell’ etere, per centro psichico i tubercoli quadrigemini. Il centro
periferico © il centro psichico sono collegati fra loro dal nervo ottico, che
alla base del cervello si decussa formando il ολίασπια. La parte dell'occhio
sensibile alla Ince è la retina, formata dalle terminazioni del nervo ottico, e
nella quale trovasi il punto della massima visione, detto fossa centrale.
L'apparecchio che fa concentrare in questo punto i raggi luminosi dicesi
apparecchio diottrico; è in questo modo che le sensazioni visive possono venir
riferite in un determinato punto del campo ottico ο precisamente nella
diresione dei raggi che entrano nell’ occhio. Le sensazioni visive sono
oromatiohe o aoromatiche: le prime sono date dai colori dello spettro (rosso,
arancio, giallo, verde, turchino, indaco, violetto), le seconde non
corrispondono alla scala cromatica e soltanto psicologica mente sono colori
(nero, bianco, grigio, purpureo). L'azione dello stimolo nelle sensazioni
visive è chimica: infatti sotto l’aziono della luce, la porpora retinica
scompare rapidamente, e la retina si imbianca passando per gradi intermedi di
colore bruno e giallo. Cfr. Helmholtz, Handbuch d. physiol. Optik; Abeladorff, Das Ange des
Menschen, 1907; Wandt, Philos. Stud.;
Parinaud, La rivion; Höffding, Psyohologie, trad. franc. (v. bicowlare, raggio
visiro, orottero, campo, contrasto, consecutive, adattamento, accomodazione,
miopia, ipermetropia, omianopsia, diplopia, astenopia, disoromatopria,
daltonismo, aoromatiemo, stereosoopio, retina, eco.). Vita -- Leben; life; vie
-- Come di tutti i fenomeni complessi, così anche della vita fu dato un gran
numero di definizioni, che diversificano sia per la prevalenza attribuita ad
alonni caratteri sugli altri, sia per il punto di vista da cui è considerata.
La vita è la gravitazione della forza cosmica su sè stessa è un principio
interiore d’azione è l’attività dei corpi organizzati è, secondo il Richerand,
una collezione di fenomeni che si succedono l'un l’altro durante un tempo
limitato in un corpo organizzato secondo Kant, la facoltà di una sostanza di
agire in virtà d’un interno principio, una organizzazione meccanicamente
inesplicabile perchè la sua essenza sta nell'essere il tutto determinato dalle
parti, e le parti dal tutto, e ogni membro causa ed effetto del tutto secondo
lo Schelling, la tendenza alla individuazione. Il Bichat la definì: l'insieme
delle funzioni che resistono alla morte; lo Stahl: il risultato degli sforsi
conservativi dell'anima; il Lavoisier: una funzione chimica; il Lewes: una
serie di mutamenti definiti ο successivi, sia di struttura che di composizione,
che s’operano in un individuo senza distruggerne l'identità; lo Spencer:
l’accomodamento continuo delle condizioni interne alle condizioni esterne. Da
tutte queste definizioni traspaiono evidenti i due modi . fondamentali ed
opposti con cui, sia i filosofi che i biologi puri, considerarono sempre la
vita: per gli uni, infatti, non è che una serie di fenomeni meccanici, chimici,
termici, elettrici, ecc. dovuti all’azione ο alla trasformazione delle diverse
forze cosmiche; gli altri, invece, considerano le forze della materia vivente
non solo come distinte, ma anche come opposte a tutte le altre forze della
natura, e spiegano i fenomeni biologici con l'intervento sia d’un principio
vitale, sia dell’ anima, sia della forza plastica ο formatrice. Dal punto di vista morale il problema della
vita è quello dell'impiego cosciente e voontario della vita; con esso si entra
nel regno sconfinato dei fini, nel quale può trovar posto ogni più diversa
interpretazione, valutazione e direzione pratica della vita, i più diversi modi
di concepirla ο di volerla, per le inesauribili varietà umane, storiche ed
ideali. Non solo è incredibilmente grande il numero dei modi in cui la vita è
stata già conoepita e vissuta; ma a questa varietà non è possibile assegnare
teoricamente un limite, à essa non è un semplice prodotto di riflessione
teorica ma dipende dal vario prevalere ο combinarsi di questa ο quella tendenza
costitutiva dello spirito umano. Cfr. Moleschott, Kreislauf dee Lebens;
Spencer, Principles of biology; Loeb, La dynamique des phénomènes de la vie; L.
Bourdeau, Le problème de la vie; Lodge, Vita ο materia, trad. it.; Gemelli,
L'enigma della vita; F. Orestano, It problema della vita, in Gravia Loria (v.
generazione spontanea, cellula, cellulari teorie, organico, organiomo,
animismo, vitalismo, meccanismo, duodinamismo, protoplasma, ecc.). Vitale,
Senso vitale ο organico è un’ espressione generica con cui si designano le
sensazioni interne, che hanno sedo in qualche regione interna dell’ organismo,
specie negli organi viscerali: la fame, la sete, i dolori dei di. versi organi,
900. Principio vitale, è, secondo i segu del vitalismo, una forza speciale che
risiede nella materia organizzata, dirigendo in essa tutte quelle operazioni
che costituiscono la vita vegetativa: essa è essenzialmente distinta non solo
dal corpo ma anche dall'anima, la quale presiede soltanto alle funzioni del
sentimento ο del pensioro. Spiriti vitali furon detti doi supposti fluidi
finissimi che, dal sangue, scorrendo lungo i nervi, arrivano al cervello,
doterminandovi ο stimolandovi l’attività dell’anima. Cfr. Bacone, Nov. Organon;
Cartesio, Pass. r an.; I. Frohschammer, Phantasie als Grundprinsip d.
Weltprozesses. (v. vita, vitalismo, organismo, ecc.).' Vitalismo. T.
Pitalismus; I. Vitaliom; F. Vitalisme. Termine molto generale e indeterminato,
con cui si comprendono tutte quelle dottrine scientifiche e filosofiche, che
spiegano ogni funzione della vita come il prodotto di speciali forze e
proprietà, che risiedono nella materia organizzata, e sono affatto distinte
dalle altre forze fisiche, chimiche e meccaniche. Secondo il vitalismo,
adunque, la vita ha origini e leggi particolari, che non si possono spiegare
con le leggi comuni agli esseri non viventi; con ciò è posta una antitesi
fondamentale tra ln natura organica e quella inorganica, tra i processi
meccanici e quelli vitali, tra la forza materiale ο la forza biologica, fra
corpo e anima. Si distingue un vitalismo animistico 0 animismo, uno organistico
o organicismo e uno dualistico ο duo-dinamismo. Il primo, già sostenuto in
parte da Platone e da Aristotele, considera tutti i fenomeni della vita come
dovuti ad una forza intelligente, ciod all’anima; esso risorge nei tempi
moderni col Leibnitz e con lo Stahl, i quali sostengono che le operazioni
vitali interne, sebbene nulla abbiano di comune con le operazioni coscienti e
intelligenti, sono tuttavia effetti dell’anima, Il secondo considera la vita
come una risultante © non come un principio, e crede di trovare le cause della
vita nelle proprietà degli organi, ritenuti come elementi indipendenti del
corpo vivente; ogni organo è animato da una forza particolare che, componendosi
con tutte le forze simili, mantiene la vita totale; la vita dunque, dice il
Bichat, non è che l'insieme delle forze che resistono alla morte. Il terzo, che
s’inizia col Barthez e In scuola di Montpellier, pure continuando ad affermare
che i fenomeni della vita non possono essere dovuti che a una causs speciale,
la riconducono ad una forza vitale, differente ad un tempo dall'anima o dalle
forze materiali. Tutte tre queste dottrine sono finalistiche, in quanto
ammettono che l’essere vivente si sviluppa in una direzione determinata, verso
nno scopo, una finalità che gli è propria; però codesta finalità non è posta
come esterna, ma come interiore allo stesso essere, come azione reciproca tra
il tutto ο le parti, cosicchè queste non possono esistere senza quello, nd
quello senza queste. Appunto per il loro immanente finaliemo, le dottrine
vitalistiche subirono un grave colpo dall’imporsi del meccanismo darwiniano; ma
in questi ultimi tempi esse sono risorte e col nome generico di neo-vitalismo
vanno estendendosi tra i filosofi ο gli scienziati. Tra i precursori immediati
dell'odierno vitalismo, grande importanza hanno: Baer, che sostene, contro la
teoria meccanica dell'evoluzione, che i processi vitali non si possono derivare
dalle leggi fisico-chimiche, ma hanno una legge propria di sviluppo; il von
Hanstein, che verso il 1880 dimostrava non potersi spiegare la connessione
delle diverse parti se non ammettendo una forza coordinatrice specifica
(Eigengestaltungekraft) che domini © diriga le energie materiali; Edmondo
Montgomery, che fondaudosi sull’ analisi dei movimenti del protopinsma, delle
contrazioni muscolari, della divisibilità degli infasori, ecc., proclama la
necessità di ammettere un principio autonomo interno regolatore dello sviluppo
e una rostanza vivente specifica, che si distingun dagli altri aggregati
chimici per il suo potere di controllo sopra In organizzazione ο di sintesi
della complessa struttura in una individualità organica; 1 Ehrhardt, che
sostiene In possibilità logica di una teoria vitalistica, in oni la considlerazione
teleologien abbia il suo legittimo posto accanto al puro meccanismo; Gustavo
Wolff, che cerca di mostrare sperimentalmente ln necessità dolla veduta
teleologica contro il darwinismo, provando ad es. come noll’oochio della
salnmandra la lente del cristallino estirpata possa rigenerarsi dal margine
anteriore dell’ iride, cioò da un tessnto che non corrisponde a quello onde si
genera nello sviluppo normale. Oggi tra i vitalisti si contano Lodge, Dreyer,
Morgan, Ostwald, Reinke, ecc. ; ma quello che ha dato un maggior impulso al
rinnovamento della dottrina è senza dubbio Driesch, che seguendo un metodo
essenzialmente critico 9 positivo e fondandosi sopra una solida base
sperimentale, afferma una finalità propria dei fenomeni vitali, che non è
ridncibile al gioco delle energie fisiche ο chimiche, ma presuppone una
attività specifica, alla quale egli dà il nome di entelechia: esso non ha il
carattere spaziale ο quantitativo delle altre forze della natura, ma regola e
dirige le forze naturali al conseguimento dei fini della vita. Una forma
affatto distinta, metafisica, di neo-vitalismo è quella sostenuta oggi dal
Bergson ο dai suoi seguaci: per essi la realtà è durata, cangiamento, tifa,
ossia creazione incessante non diretta ad uno scopo determinato, ma avente un
valore per sè, rispondente solo a un impulso originario infinito,
differensiantesi o detorminantesi variamente fino a produrre un movimento in
senso inverso, la materia; in tal modo, non la materia precede la vita, ma è il
torrente della vita che si insinua nei fenomeni materiali, deviandoli dalla
legge fatale e meccanica che seguirehbero senza di essa © utilizzandoli per i
suoi scopi particolari. Cfr. Bergson, L'évolution creatrice; Reinke, Die Welt
ale Tat, ; Philosophie der Botanik; Driesch, Die organischen Regulationen; Der
Vitaliemue als Geschichte und als Lehre; Aliotta, Il vitalismo, Cult.
filosofica; Sarlo, Vitalismo ed antivitaliemo (v. archeiemo, vita, organiemo).
Vittorini sono una scuola di filosofi scolastici, detti così dal chiostro di Β.
Vittore, fondato fuori di Parigi, da Guglielmo di Campean. I Vittorini
rappresentano il misticismo teorico, distinguendo nella fede la cognizione
(Aides quas oreditur), dall’ atto soggettivo del credere (idee qua creditur), e
ponendo come veramente essenziale soltanto il secondo. Ai Vittorini si
contrappongono i Sommolisti, il cui più grande rappresentanto fu Pietro
Lombardo (v. scolastica). Visio. T. Laster; I. Pico; F. Vice. Come la virtà è
Pabitudine del bene, così il vizio è la pratica del male: come una sola azione
buona non rende l’uomo virtuoso, così un’azione cattiva non lo rende vizioso.
Il vizio può dirsi perfottamente organizzato nella paiche individuale, quando
la pratica di esso non suscita più alcun rimorso nd determina alcun tentativo
di reazione da parto dell’individuo; allo stesso modo la virtù raggiunge la
massima perfezione quando il sno esercizio non richiede più alcun sforzo (v.
abitudine). Volisione -- Wollen, Volition; Volition ; Volition -- designa
1’atto singolo o totale di volere, i cui momenti successivi sono:
deliberazione, determinazione, esecuzione. La volontà -- Wille; will; volonté
--, insieme al sentire e al pensare, costituisce uno dei tre aspetti
fondamentali sotto cui si manifesta la vita psichica. Essa è quindi considerata
diversamente a seconda dei modi diversi con cui si spiegano lo funzioni della
psiche. Mentre nella vecchia psicologia in genere, il sentimento, la conoscenza
e la volontà sono considerate come tante parti o facoltà distinte dell'anima,
la psicologia contemporanea, «dominata dal concetto dell’ unità della psiche,
ammette invece che esso siano tra loro così intimamente întreocinte, da
costituire un organismo nel quale ogni parte non può funzionare senza il
concorso delle altre. Uno dei problemi più dibattuti dalla psicologia e dalla
filosofia nel passato era appunto quello dei rapporti tra la volontà ©
l'intelligenza; esso fu discusso specialmente durante tutto il secondo periodo
della filosofia medievale, dapprima sotto forma di controversia psicologica, tendente
a decidere se nel corso della vita spirituale sis maggiore la dipendenza della
volontà dall’intelletto ο viceversa, poscia sotto forma metafisica ο teologica,
per l'applicazione sus al concetto di libertà morale. Per 8. Tommaso
l’intelletto è quello che determina la volontà, perchè esso solo comprende
l’idea del bene 6 conosce in particolare cid cho è bene; quindi intelleotus
altior et prior roluntale ; la libertà come ideale etico è quella necessità che
si fonda sul sapere, e la libertà di scelta è' solo possibile se l’intelletto
offre al volere diverse possibilità come mezzi per lo scopo. Contro questo
determinismo intellettualistico, che pone l'intelletto come supremue motor
della vita psichica, si erige l’indeterminismo di Enrico di Gand, di Duna Scoto
ο più tardi di Occam, per i quali invece la volontà è la forza fondamentale
dell’ anima e determina lo sviluppo delle attività intellettive. Poluntas
imperans intelleotui cat causa euperior respeotu actu eins, dice lo Scoto
dell’uomo e di Dio; la rappresentazione non è mai se non la causa occasionale
(causa per accidens) del volere singolo, ma la vera decisione è sempre affare
della volontà; la quale è la forza fondamentale dell'anima, tantochè ὃ essa che
determina lo sviluppo delle facoltà intellettive, rendendo distinte ο perfette
solo quelle tra le rappresentazioni, alle quali rivolgo In sua attenzione. La
stessa controversia ai trasporta poi nel campo teologico e metafisico: per i
tomisti, la volontà divina è legata alla sapienza, nd essa superiore, di Dio,
mentre per gli scotisti ciò costituirebbe una diminuzione di potenza dell’ens
realissimum, la cui volontà è veramente sovrana perchè scevra d’ogui
determinazione, superiore ad ogni ragione, tantochà Dio, essi insegnano, ha
creato il mondo per arbitrio assoluto © avrebbe potuto, volendo, crearlo ancho
diversamente ; per i tomisti Dio comanda il bene perchè bene, e perchè è
conosciuto como tale dalla sua natura, per gli scotisti che quello è bene solo
perchè Dio l’ha voluto e comandato; per i tomisti la beatitudine eterna è uno
stato intellettuale di visione o intuizione diretta dell'essenza divina, stato
che Dante espresse con somma bellezza, per gli sootisti la felicità
ultraterrena è uno stato della volontà e precisamente della volontà tutta
rivolta a dio, ossia dell’amore. Nei secoli successivi il problema, perduto il
suo apparato teologico, è variamente risolto. In Spinoza, ad es., troviamo
l'affermazione della inscindibilità dell'intelletto e del volere, voluntae οἱ
intellectue unum et idem sunt, non essendo la volontà che un certo modo del
pensiero come l'intelligenza. Per Kant intelligenza ο volontà sono in noi due
forze fondamentali, di cui la seconda, in quanto vien determinata dalla prima,
è la facoltà di produrre qualche cosa conformemente a una idea, che dioesi
fine, cosicchè l'intelletto è il vero legislatore e governatore della
coscienza; per lo Schopenhauer la volontà non solo è superiore
all'intelligenza, ma è la forza suprema così nell’ uomo come nel mondo, la vera
ed unica realtà in ed stossa « ciò di cui tutte le rappresentazioni, tutti gli
obbietti sono il fenomeno, l'evidenza, 1’ obbiettivita; essa è ciò che v’ha di
più intimo, il nocciolo d’ogni singolo e quindi del tutto; essa appare in ogni
cieca forza naturale che agisca; per 1’ Hartmann l’essenza del reale è invece
1’ Incosciente, che è ad un tempo idea e volontà, dalla prima viene la natura
delle cose, della seconda l’esistenza, cosicchè con |’ Hartmann torna in onore
il problema sul primato della volontà o della intelligenza, che aveva già
attratto così vivacemente l’acume dialettico degli scolastici. Per Galluppi la
volontà è la facoltà di volero; il volore a sua volta è un atto semplice,
indefnibile, la cui nozione non pnd esserci data che dal sontimento interiore,
il quale ci insegna che, in seguito ad alcuni voleri cominciano, continuano o
cessano alcuni pensieri nel nostro spirito, e cominciano anche, continuano 0
cessano alcuni moti del nostro corpo. Per il Rosmini la volontà è quella virtù,
che ha il soggetto, di aderire ad una entità conosciuta, mediante interno
riconoscimento ; quando la cosa conosciuta sia qualche bene che l’uomo non ha
ancora, consegue un decreto col quale la volontà si propone di procacciarselo e
quindi di mettere in uso i mezzi necossari per arrivare a tal fine; quando il
bene si possedeva già, consegue un affetto sensibile, che non è altro se nonun
aumento o perfozione del piacere, ο a cui tengon dietro dei movimenti corporei.
A quattro ai possono ridurre le principali teorie contemporanee della volontà:
1’ intellettualistica, la materialistica, 1a sentimentaliatioa ο quella che
attribi sce alla volontà un carattere specifico proprio. La prim sostenuta
quasi unicamente dagli herbartiani (Drobisch, Lipps, Volkmann) considera la
volontà come il somplice risultato di uno sforzo che una rappresentazione fa
per conservarsi, impedendo che altre rappresentazioni la s0praffaceiano. La
seconda, sostenuta dai psicologi fisiologisti, nega l’esistenza del volere come
fatto psichico, facendolo consistere unicamente nei processi fisiologici che V
accompagnano; tale può considerarsi la teoria di Spencer, che definisce la
volontà come « la rappresenta zione psichica di un atto che poi realmente si
compie », e quella del Minsterberg, che la riduce all’ atto riflesso
uccompagnato dalle sensazioni muscolari relative. La terza considera l’atto del
volere como il risultato dello svolgersi del sentimento, senza spiegare in che
modo, da un processo puramonte passivo quale il sentimento, derivi un fatto
essenzialmente attivo quale la volontà. 1 ultima, che per contrapposto alle
precedenti può dirsi porilira, riconosce nella valontà un fatto sui generis,
οτί! mente diverso dalle rappresentazioni o dal sentimento. Il maggior
rappresentante di questo indirizzo è oggi il Wundt, che considera la coscienza
come composta di due elementi, uno obbiettivo che è dato dalle
rappresentazioni, e l’alVor tro subbiettivo, dato dal sentimento ο dal volere;
nell’atto del volero, più ancora che nel sentimento, si munifesta la
spontaneità della coscienza, sia che esso sia esterno (movimenti del corpo) sia
che sia interno (scelta tra le impressioni esterne, modificazione nel corso
delle rappresentazioni). Assai più completa e positiva è a tal riguardo la
dottrina dell’Ardigd, che riconduce la volontà al potere impulsivo ο inibitorio
delle rappresentazioni, le quali stimolano o trattengono a seconda del loro
tono: ma codesto potere delle rappresentazioni non è, a sua volta, che il
potere dinamico degli organi centrali, cosicchè, se una rappresentazione ne provoca
un’altra, è perchè il movimento fisiologico corrispondente alla prima provoca
il movimento fisiologico corrispondente alla seconda. Tali stati ο le
corrispondenze verificatesi tra gli apparati impollenti delle rappresentazioni
© i motivi dei voleri corrispondenti, si fissano poi e si accumulano nella
psiche, così da dar Inogo ad una somma virtuale di voleri; la volontà non è
dunque altro che la somma di quegli stati di coscienza che nel doppio aspetto
fisico-psichico della propria attività (dinamogonetica e inibitoria)
determinano l'individuo ad un atto, rappresentato prima come fine. Con l’espressione buona volontà ο volontà
buona Kant intende la volontà razionale pura, che non è rivolta ai singoli
oggetti ο ai rapporti dell'esperienza, nd da essi è determinata © dipende, ma
che è determinata soltanto da sè stessa od è rivolta necessariamente al dovere:
La volontà buona non trae la sua bontà dai suoi effetti ο dai suoi resultati,
nò dalla sua attitudine a raggiungere questo © quello scopo proposto, ma solo
dal volere, ciod da sò stessa; e, considerata in sò stessa, deve essere stimata
incomparabilmente superiore a tutto ciò che mediante essa si può compiere a
profitto di qualche propensione, © persino di tutte le propensioni riunite. Se
anche una sorte avversa o l’avarizia d’una natura matrigna privassero tale
volontà di tutti i mezzi per eseguire i propri disegni, se i suoi più grandi
sforzi non approdassero à nulla, e se non rimanesse che la buona volontà
sola,... essa brillerebbe ancora di sua propria luce, come una pietra preziosa,
poichè ricava da sè stessa tutto il proprio valore ». Con l’espressione rolontà di potenza,
Nietzsche intonde che i forti devono acquistare sui deboli un predominio
assoInto, e, spezzando ogni legame con la tradizione ο il ουstume, devono
celebrare il trionfo d’ una nuova concezione etica della vita; per il Nietzsche
la libertà ideale dell’uomo è nel massimo grado dell’ espansione della vita,
che può essere espansione cieca, orgiastica, dionisiaca, ma ancho apollinea, cioè
regolata dallo spirito della conquista e dol dominio; conviene dunque, per
salvare la dignità umana, invertire i valori morali tradizionali, © porre al di
là del bene e del male un ideale etico improntato alla potenza, alla forza, al
valore individaale, Con la formula
volontà di oredere, usata la prima volta da William James ο divenuta comune nel
pragmatismo, nell’umanismo, nol fideismo, ecc., si esprimo l'efficacia
dell’azione dei fattori non intellettuali, delle raisons de coeur, nel
fondamento della fede; però, mentre James invoca l’aiuto della volontà e del
sentimento solo a supplire alle deficenze dell’ intelletto, la formula fu poi
allargata fino ad esprimere la sostituzione della volontà ο del sentimento all’
intelletto; così, per Schiller il pensiero puro e la logica formale non esistono.
Ogni ragionamento si fonda sopra una credenza più o meno sentimentale, sopra un
bisogno affettivo, ogni cognizione, per quanto teorica, ha un valoro pratico cd
è per ciò potenzialmente un atto morale, la natura stesu della realtà è
determinata dal desiderio e dalla volontà di conoscere. Kahl, Die Lehre vom Primat den
Willen bei Augustinus, Dune Scotur und Descartes; IT. Siebeck, Die Willenslehre
bei Dune Scotua und seinen Nachfolgern. « heitserift für Philos.; O. Külpe, Die
Leh. v. Will. in die Peycol. d. Gegenvart, « Philos. Studien; Kant, Grundlegung
sur metaph. der Sitten; Nietssche, Jenseits ton Gut und Bose; W. James, The
will to believe; Orestano, Le idee fondamentali di Nietzsche; Villa, La peicol.
contemporanea; Ardigò, Op. fil. Dandolo,
Le integrazioni peichiche ο la volontà, Marucci, La volontà secondo i recenti
progressi della biologia ο della filosofia; Ribot, Le malattie della volontà,
trad. it. (v. autonomia, motore,
motorium, motivo, mobile, decisione, deliberazione, rolontarismo). Volontarismo
-- Voluntarismus; I. Voluntariem ; F. Volontarisme – è, nel senso suo più
generale, ogni dottrina che ammetta il primato della volontà. Se la volontà è
posta come la realtà essenziale di tutte le cose, come il principio primo delV
universo, si ha il volontariamo metafisico; se come fattore originario e
fondamentale della coscienza umana, il volontarismo psicologico. Ὦ chiaro però
che codesta distinziono è affatto relativa e nen sempre storicamente
applicabile, in quanto il volontarismo psicologico appare come un corollario
del metafisico, e questo a sua volta, non potendo avere le sue radici che
nell'esperienza psicologica, ha il suo punto di partenza nel primo. In entrambi
i sensi si oppone all’ intellettualismo e al razionalismo; nel secondo anche al
sentimentalismo. Il volontarismo metafisico, per quanto abbia origini lontane,
raggiunge la sua completa espressione solo con lo Schopenhauer, che sviluppa la
dottrina kantiana del primato della ragion pratica sopra la ragion pura. Da
questa dottrina uscirono due forme di volontarismo metafisico: il v. moralistico,
ο moralismo, del Fichte, por il qualo il mondo attuale, con la sua attività,
non è che il materiale per l’azione della ragion pratica, il mezzo con cui il
volere raggiunge la completa libertà © realizzazione morale; il v.
irrazionalistico dello SchopenVou hauer, che fa del volere la cosa in sò,
manifestantesi in varie fasi nel mondo della natnra come forza fisica, chimice,
magnetios, vitale ο più che tutto nel mondo animale come volontà di vivere, che
s’esprime nella tendenza ad affermare sò stesso nella lotta per i mezzi
d’esistenza ο per la riproduzione della specie. Questo è un volere inconscio,
irrazionale, non si propone alcuno scopo nelle sue obbiettivazioni; da ciò
deriva nel mondo la prevalenza dol malo sul bene. Naturalmente, qui la parola volere
assume un «significato particolare, che lo stesso Schopenhauer ha posto in
rilievo: « Ho scelto la parola Volontà in mancanza di meglio, come denominatio
a potiori, attribuendo al concetto di volontà un estensione maggiore di quella
posseduta fin qui.... Non 6’ era riconosciuto, fino ad oggi, 1’ identità
essenziale della volontà con tutte le forze che agiscono nella natura, 6 le cui
varie manifestazioni appartengono a dolle specie di cui la volontà è il genere.
Si erano considerati tutti questi fatti come eterogenei. Non poteva quindi
esistere alcun vocabolo per esprimere questo concetto. Ho quindi denominato il
genere secondo la specie più elevata, secondo quella della quale noi abbiamo la
conoscenza immediata in noi, che ci conduce alla conoscenza immediata degli
altri. Il volontarismo psicologico, che costituisce forse V indirizzo
prevalente della psicologia contemporanea, ha le sue origini lontane in S.
Agostino, per il quale sia gli uomini che la divinità nihil aliud quam
voluntates sunt, in. Duns Scoto e nei suoi seguaci, per i quali pure tota
animae natura voluntas est; le sue origini prossime nel Fichte ο nello
Schopenhauer, per i quali, como vedemmo, 1’ cs senza dell’uomo sta nella
volontà. Il Beneke sviluppò forma scientifica questo concetto, risolvendo la
vita psichica in processi attivi elementari o impulsi, i quali, divenuti
originariamente attività per opera degli stimoli, devono, nell’ irrigidirsi del
loro contenuto e nel loro reciproco accomodamento per l’incessante prodursi di
nuove forze, realizzare Vapparente unità sostanziale dell’ animn. Il Fortlage
ha poi rielaborato il volontarismo del Beneke con elementi tratti dalla
filosofia del Fichte; anch’ egli concepisce l’anima, e con essa puro la
connessione delle cose, come un sistema d’impulsi, o forse nossuno come lui hu
trattato così acutamente il concetto dell’ atto sonza substrato come fonte
dell’ essere sostanzialo; l'essenza del divonire spirituale risiede per Ini in
ciò, che da funzioni originarie scaturiscono contenuti immanenti medianto uno
sviluppo sintetico, donde nascono le forme della realtà: psichica. Wundt,
valendosi del concetto di Fichte e di Fortlage, dell’atto senza substrato,
considera il mondo come una connessione attiva di individualità volitive, ο
limita l'applicazione del concetto di rostanza alla teoria naturalistica;
l’azione reciproca tra le attualità volitive produce negli esseri organici
unità volitive più elevate, e quindi gradi diversi di coscienza centrale, ma
l’idea di una volontà e di una coscienza assoluta del mondo, la qualo si svolga
secondo il principio regolatore, è al di là dei limiti della facoltà
conoscitiva umana. Wundt si arresta a questo punto; altri arrivano all’
affermasione del volere come fondo ultimo della realtà, trasformando di nuovo
il volontarismo psicologico in metafisico 6 incontrandosi con una dottrina che,
sotto varie forme, ha larghissima fortuna ai giorni nostri: Pattualiemo, per il
quale la realtà non è che energia, divenire, movimento, evolnzione. L' essenza
del volontarismo psicologico, che si limita ad una interpretazione dei fatti di
coscienza, ci sembra Done espressa in queste parole dell’ Höffäing: « Se una di
quoste tre specie di elomenti (sentimento, intelligenza, volontà) vuol essere
considerata come la forma fondamentale della vita cosciente, questa è senza
dubbio la volontà, L’attività è una proprietà fondamentale della vita
cosciente, poichè bisogna costantomente supporre una forza, cho mantonga
insiemo i diversi elomenti della coscionza, © ne fneVor via, per la loro unione,
il contenuto d’una sola e medeSima conoscenza... Se dunque prendiamo la volontà
nel Senso largo, come designante ciod ogni specie di attività legata al
sentimento e alla conoscenza, si pnd diro che tutta la vita cosciente è
raccolta nella volontà conte nella sua espressione più completa. Schopenhanor,
Welt ala Wille u, Vorst.; Beneke, Neue Grundlegung zur Metaphysik; Dio noue
Peychologie; Fortlage, Beiträge zur Psychol.; Wundt, System d. Philos.; W.
James, The will to believe; Sollier, Le volontarieme, Rev. phil.; Höffding,
Peychologie, trad. franc. (v. attivismo, srrazionalismo, mobilismo, volontà). Secondo
alcuni dei primi filosofi, il VORTICE -- Wirbel; vortex, tourbillon -- ο
rotazione ciolica, la δίνη, è la forma fondamentale del movimento cosmico. Per Empedocle
di GIRGENTI (vedasi) essa è prodotta dalle forze attive fra gl’elementi,
dall'amore e dall'odio. Per Anassagora incomincia dalla materia razionale e
finalisticamente attiva, per proseguir poi con consecuzione meccanien. Per
Leucippo à il risultato particolare dell'incontro di più atomi. Così il principio
del meccanismo, rivestito ancora miticamente in Empedocle e in Anassagora, è
con Lencippo pienamente elaborato: gli atomi, che volano senza regola nell’
universo, #'ineontrano qua e là, dando così luogo, secondo la necessità
meccanica, a un movimento complessivo rotatorio prodotto da vari impulsi dei
singoli atomi, movimento che attrac a sè i singoli atomi o complessi di atomi
vicipi, talvolta anche mondi interi; un tale sistema in continuo rivolgimento
si suddivide in sò stesso, essendo gli atomi più fini lanciati alla periferia,
mentre i più pesanti si raccolgono al centro; in tal modo hanno origine in
diversi tempi e in diversi luoghi dell’ universo infinito diversi mondi, ognuno
dei quali si muove in ad per leggo mecanica, finchò per un urto con un altro
mondo vien forse distrutto o attratto e assorbito nella rotazione di un mondo
più grande. La teoria dei vortioi risorge con CARTESIO, che con essa volle dare
un fondamento alla concezione copernicana del mondo, e si giorni nostri, in
sèguito specialmente alle nuove scoperte sulla radioattività della materia.
Tolta ogni differenza tra ponderabile ο imponderabile, ridotta la materia ad un
equilibrio instabile di elementi eterei, l’origine di ogni sistema siderale si
fa risalire alVetere, per il differenziarsi nel seno di esso di vortici animati
da movimenti sempre più rapidi, fino ad agglomerarsi in gruppi atomici, in
nebnlosa sferica, in mondi, con una serie di fasi evolutive analoghe a quelle
descritte da Lencippo. Cfr. Aristotele, Physioa; Platone, Timeo; Plutarco, Plac. phil.;
Fontenelle, Entretiena sur la pluralité des mondes; S. Arrhenius, L'évolution
dee mondes, trad. franc.; Bocquerel, L'év. de la matièro et des mondes, « Revue
scientifique. Vuoto.
Gr. Kevév; Lat. Vacuum; T. Leere; I. Empty; F. Fide. Lo spazio puro, ciod lo spazio penetrabile, privo della
materia, L'esistenza del vuoto fu sostenuta tenacemente dagli Atomisti contro
gli Eleatici: questi dicevano essere incomprensibile l’idea del vuoto e affatto
inconciliabile con quella di essere; il vero reule, infatti, è uno ο
immutabile, o non ammette quindi nd pluralità, nd diilità, nè movimento, che ha
per condizione il vaoto. Gli Atomisti invece non ammettevano che due principi
gli atomi e il vuoto, cioè In materia e lo spazio, ο l’esistenza del vnoto
dimostravano mediante il movimento, la compressione di cui vari corpi sono
suscettibili e con vart esperimenti inventati da Leucippo. La proprietà del
vuoto è l'estensione, la quale è infinita, nd vi si può distinguere alto ©
basso, metà ed estremità; il sno ufficio è puramente passivo, e cioè di rendero
possibile il movimento e la pluralità degli esseri, dividendo la materia con la
sua sola presenza. L'idea del vuoto fa combattuta vivacemente da Aristotele,
che avendo concepito lo spazio come qualche cosa di reale, © cioè come il
limite del corpo contenente in quanto il corpo contenuto è suscettibile di
movimento locale, non poteva ammettere uno spazio senza contenuto; la sua
principale obbiezione è appunto che il vuoto, anzichè rendere possibile il
movimento, lo renderebbe inconcepibile, perchè nel vuoto non c'è nè alto nd
basso, mentre ogni movimento natnrale sì fa in questi dne sensi. Cfr.
Aristotele, Phye., De coelo (v. inane, eusere, direnire. nulla, spazio). Zero.
Dicesi zero della sensazione l'intensità minima della modificazione della
coscienza, che corrisponde alla intensità minima della eccitazione. Dicesi più
comunemente soglia della coscienza. Più frequente è invece, l’espressione punto
zero fisiologico 0 zero della sensazione termica; qualainsi temperatura degli
organi nervosi termici che sorpassa tale punto è percepita come caldo,
qualunque temperatura al disotto come freddo; ogni temperatura propria degli organt
nervosi percepita come caldo, condiziona uno sposta mento in alto dello zero,
percepita come freddo uno apostamento in basso: quando per effetto dello
spostamento dello zero, questo coincide con la temperatura propria delV organo
nervoso, ogni sensazione di caldo ο di freddo cossa. Cfr. Hering, Sitzungsber.
d. Wien. Ak. (v. aubminimali). Si suol chiamare talvolta col nome di zetetica –
Zetetik, Zététique -- lo scetticismo, che consiste appuuto in una ricerca, ζήτησις
ricerca, incessante in tutte le questioni, senza uscire dul dubbio, senza venir
mai ad ans conclusione, positiva ο negutiva. Gli scettici, furon, detti Zoo
anche efettioi ο aporetioi da ἀπορέω
essere inoerto, imbarazzato, dubitare (v. dubbio, dogmatismo,
conoscenza). Zoofobia. Fenomeno psicologico, che consiste in una paura morbosa
6 irragionevole degli animali. Fa parte delle biofobie, paure morbose
concernenti i rapporti con gli altri esseri viventi, e può aver per oggetto i
ragni, i topi, i cani, ecc. Germanico non poteva vedere nè sentire i galli; il
maresciallo d’Albret sveniva non appena vedeva la testa di un cinghiale; Enrico
III non poteva sopportare In vista di un gatto. Cfr. Friedmann, Ueber den Wakn,
1894; Gélineau, Les peurs morbides. La zoolatria o zooteismo – Zootheismus, Zootheism,
Zoothéieme – è un fenomeno religioso che consiste nell’adorazione degl’animali
e si rivela nei più infimi gradini del sentimento religioso; più precisamente,
il, zooteismo è la rappresentazione e l'adorazione della divinità sotto forma
di un animale, che è considerato non come il simbolo della divinità, ma come
attualmente abitato da essa. Secondo lo Spencer la zoolatria avrebbe la propria
origine nell’abitudine, che regna in certi popoli selvaggi e primitivi, di
designare gli individui col nome degli animali ; il coraggio del leone,
l’astuzia della volpe, la velocità dello sparviero, ecc., sono riconosciute in
questo o quell’ eroe della tribù, il quale per tal guisa vien simboleggiato col
nome stesso dell’animale delle cui virtù caratteristiche è adorno. Succede poi
che codesti popoli, adorando i loro defunti, finiscono, dopo un certo tempo,
col non avor prosente di essi che il solo simbolo verbale; confondono la cosa
con la parola; attribuiscono al leone, alla volpe, allo sparviero, ecc. le
gesta degli eroi che ne portarono il nome, e tributano quindi a codesti animali
il culto che aspettava agli uomini. Una particolarità della soolatria è la
ofiolatria, ο culto dei serpenti. Cfr. Spencer, Principi di sociologia, trad.
it. Zoologia. T. Thierlehre; I. Zoology; F. Zoologie. Nel senso più generale, è
la scienza che studia lo forme, la struttura, la genesi e lo sviluppo degli
animali e le relazioni nelle quali essi stanno fra di loro e col resto della
natura nel tempo © nello spazio. Così intesa la zoologia è scienza
eminentemente sintetica, che ha le sue radi in tutte quante le scienze
biologiche, come ls citologia, la paleontologia, l’embriologia, la teratologis,
la fisiologia © specialmente l'anatomia comparata. Ofr. A. Giardina, Le
discipline zoologiche e la scienza generale delle forme organizeate, 1906.
Zoomonera. Secondo |’ Haeckel, l'origine della vita, nelle sue manifestazioni
anche più complesse, si deve ricondurre alle monere, che sono le forme viventi
più sem- plici che siano state osservate. Le monere sono di due specie:
zoomonere, composte di zooplasma, e fitomonere, composte di fitoplasma; dalle
prime hanno origine gli ani- mali, dalle seconde le piante. Siccome il
fitoplasma pos- siede la facoltà di produrre sinteticamente il plasson, traen-
dolo dai composti anorganici, e di trasformare la forza viva della luce solare
‘nella tensione chimica di combina- zioni organiche, così bisogna ammettere che
il zooplasma - che tali proprietà non possiede e si nutre per assorbi- mento di
plasma degli altri organismi - sia nato dal fi- toplasma, le zoomonere dalle
fitomonere, le quali alla loro volta sarebbero nate per autogonia o generazione
sponta- nea da combinazioni anorganiche. Cfr. Haeckel, Phylog. aystem. (v.
generazione, vita, organismo, vitale, vitalismo, organioismo, animiemo).
Zoomorfismo. T. Zoomorphiemus; I. Zoomorphism; F. Zoomorphisme. Dottrina della
metamorfosi dell’uomo in animale, propria di alcune religioni primitive,
specialmente dell’egiziana. Cfr. Le Page Renouf, Lectures on the origin of
religion. (v. metempaicosi). ZOROASTRISMO-- Lehre von Zoroaster;
Zoroastrianiem; Zoroastrisme. Il ZOROASTRISMO e la religione persiana, fondata
da Zoroastro e carattorizzata dal dualismo tra il principio del bene e quello
del male. Per essa il mondo, essendo una mescolanza di luce e di tenebre, di
vero e di falso, di pensiero e di materia, presuppone l’esistenza di due
principi, in lotta tra loro nell'universo, dei quali l'uno, Ormuzd, è il
principio del bene, il dio della verità e della luce, l’altro Ahriman, il
principio del male, il dio della menzogna e delle tenebre. Nel Zend- Avesta, i
libri sacri del zoroastrismo, è detto. Al principio, Ormuzd, elevato al di
sopra di tutto, era con Is scienza sovrana, con la purezza, nella Ince del
mondo. Questo trono di luce, questo luogo abitato de Ormuzd, è ciò che si
chiama la luce prima; e codesta scienza sovrana, codesta purezza, produzione
d’Ormuzd, è ciò che si chiams la Legge. Ormuzd non ha prodotto direttamente gli
esseri materiali e spirituali di cui l’universo si compone, ma li ha generati
con l'intermediario della parola, il verbo divino. Il puro, il santo, il pronto
verbo, io te lo dico chiaramente, ο saggio Zoroastro, è prima del cielo, prima
dell’acqua, prima della terra, prima delle greggi, prima degl’alberi, prima del
fuoco, codesto figlio d’Ormusd. Ormuzd ed Abriman hanno ls medesima potenza. Ma
Orinuzd, con la sua onniscienza, prevede tutto ciò che dovrà accadere, mentre
Ahriman non può caloclare le conseguenze delle proprie azioni che nel momento
stesso in cui agisce. Il vantaggio della prescienza assicura ad Ormuzd la
vittoria dopo un certo numero di migliaia d'anni. Cfr. Lehmann, Lehrbuch d.
Religionsgesch.; Zend- Avesta, trad. Anquetil. Ranzoli. Keywords. Parole
chiave: implicatura, lessicologia filosofica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Ranzoli.”
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