RAMORINO

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ramorino: filosofia della lingua, filosofia del linguaggio – filosofia italiana – Luigi Speranza C IL LINGUAGGIO (0. TTdvxa Bela koI dvBpiIiiriva ndvxa. -- Ippocrate. 1. Chi rivolga anche un rapido sguardo alla storia della filosofia, non tarda ad accorgersi, che una delle questioni, le quali più vivamente preoccuparono la mente dei pensatori antichi e moderni, è quella che concerne la lingua come SISTEMA di SEGNI SIGNI-ficativi delle idee. E veramente è questione assai complicata e difficile: come mai il PENSIERO dell’uomo trova la sua ESPRESSIONE in un suono MATERIALE che non ha con esso alcuna palese connessione? e non solo vi trova la sua ESPRESSIONE, ma quasi non è esso stesso possibile senza la lingua – “a fact that preoccupied philosophers of yore” – H. P. Grice --? conciossiachè sia noto ad ognuno, che ogni MEDIAZIONE, quasi soli-LOQUIO interno, non può mai del tutto -- Dirà taluno: che cos’ha a fare questa trattazione della lingua collo scopo generale del lavoro, che è di far vedere i punti di contatto fra le scienze naturali e la filosofia? Rispondiamo che la filosofia della lingua, sebbene ha un largo fondamento storico, tuttavia in quanto viene a chiarire la natura intima della lingu, che è un fatto umano, fa parte delle scienze naturali. Poi, siccome il pensiero umano è la base della lingua, cosi la filosofia della lingua si lega anche intimamente colla logica; e il trattarne qui serve a far vedere come possa la filosofia avvantaggiarsi dei risultati delle scienze speciali. svincolarsi dai ceppi della PAROLA –greco PARABOLA-- ARTICOLATA. E come avviene, che, essendo unica la natura cogitativa, cosi diversi riescono le lingue? E in che modo lo spirito dell’uomo ha saputo distinguere coi termini della lingua i modi di essere e i modi di operare, e gl’enti e gl’agenti, e i loro rapporti rispettivi ? Quali saranno stati i principii di un così ben fatto tessuto di parole e proposizioni e periodi? Ecco un fascicolo di problemi, tutti di una grande importanza pel filosofo, il quale, volendo spiegare il fatto della conoscenza, deve rendersi ragione di tutto quanto si connette colla vita intellettiva. Ora di siffatte questioni sulla lingua si può dire con verità, che nessuno dei cultori della filosofia da Platone a GIOBERTI (vedasi) sa dare una soddisfacente soluzione. Presso i greci discutesi con vivo contrasto d’opinioni, se le parole fossero SIGNI-ficative delle idee per NATURA (qjùati), ovvero per ARBITRIO degl’uomini (eéaei). Eraclito sostene che ciascuna cosa ha dalla NATURA un nome speciale, non quello datole per convenzione in ogni lingua, ma uno comune a tutti, e greci e barbari. Platone nel Cratilo pure afferma il nome essere bibaaxaXiKóv ti òptavov koI bioKpiTiKóv tìV; oùalaz, uno strumento insegnativo e distintivo dell’essenza; ed essere stati i nomi imposti dal nomoteta alle cose , conformemente alla loro speciale NATURA. E volle altresì investigare egli stesso questa rispondenza dei suoni ARTICOLATI alle cose, in una serie di ETIMOLOGIE, della natura di quelle, per le quali va famosa l’antichità. Il lizio, sebbene con -- Per questa storia delle idee antiche sulla linguali Lehrs — Die Sprachphilosophie der AUen, e PEZZI (vedasi) — Introduzione alla scienza della lingua. Traduzione francese. Paris. Le idee di Eraclito sono espresse per bocca di Cratilo nel dialogo platonico da costui intitolato. Ivi si legge: KporùXo? (pqolv fibe... òvópaTo? òpeÓTHra eìvai éKcioTip tù)v óvtujv tpùoei TiecpuKUtov, kuI où toOto elvai óvopa 6 fiv xive^ Huv0ép6voi koXcìv KaXCùoi, ti)? afiTiùv (pujvfc pópiov èiriq)0ETYÓp€voi, àWà òp0ÓTriT(i riva tùiv òvopÓTUOv ireqpuKévai koì xai papfdpoi? Tf|v afiTiìv fiiraoiv. È notevole la serietà con cui l’accademia istituisce nel Cratilo questa queir acume, che gli era proprio, già avesse saputo distinguere il tono, da lui chiamato ipóqpoi;, e la voce, q>u)vn) propostosi egli pure di spiegare il rapporto della voce colle idee, era costretto di ricorrere ad espressioni vaghe ed incerte, come quando diceva: «an pèvoOvTà èv «pujvtl twv èv •tf\ vuxfl itoenpiiTiuv oùnpoXa {De interpr. L’inflessioni della voce sono SIMBOLI delle aflfezioni dell’ANIMA; ovvero chiama i nomi pinfinara, imitazioni: (jirflpEe koI <piuvà vdvTUuv nifHiTiKdiTarov tiIiv popliuv i^pTv -- Rhetor. La stessa incertezza, gli stessi errori nel portico e nei grammatici alessandrini, sebbene autori della terminologia grammaticale, che ancora è in uso presso i moderni. Nè altro di meglio fu detto dai romani; ed anche nell’età di mezzo gli scolastici si contentano di toccare la questione dell’origine della lingua o supponendola INNATO nell’uomo, o attribuendola ad un’invenzione lenta e progressiva. I primi filosofi, che con più acuto spirito di osservazione e con un corredo più copioso di fatti si accinsero a trattare le quistioni della lingua, sono quelli che vissero sul finire del secolo XVII e nel XVIII. Ma quanti errori non deturpano ancora codeste, che han dovuto ai loro tempi sembrare profonde investigazioni! VICO (vedasi) rimprovera ai dotti, che stimano cose separate le origini delle lettere e l’origini delle lingue, mentre che, secondo lui, sono per natura congiunte. Anzi crede di dimostrare egli stesso che tutte le nazioni prima parlarono scrivendo, come quelle che furon dapprima mutole ! ! Poi, meditata l’idea di un dizionario mentale da dare le SIGNI-ficazioni a tutte le lingue articolate diverse, riducendole tutte a certe unità d’idee in sostanza, ricerca. Si potrebbe dire che sia la cosa più perfetta che potesse farsi senza le leggi del metodo scientifico. E l’autore stesso alla fine del dialogo manifesta il dubbio di non aver ancora afferrato nulla di buono circa la rettezza dei nomi. Pezzi, Introduzione. Vico — Scienza nuova, Ediz. Predar!, Torino — d'atfatica a spiegare ia formazione delle lingue eroiche e volgari per mezzo delle viete e sterili teorie dell’onomatopea e delle interiezioni. Locke dedica tutto il terzo libro del suo saggio sull’intendimento umano alla questione delle parole in rapporto colle idee, e sparse la sua scrittura di molte acute e dotte sentenze. Ma non affronta le difficoltà più gravi, in cui si sono abbattuti i suoi predecessori. Leibnitz, ingegno più d’ogni altro poderoso, è il primo ad additare la via per risolvere i problemi della lingua, cioè la necessità di raccogliere e comparare i fatti glottologici per iscoprirne le leggi. Primo capì il vantaggio che si sarebbe ricavato dal paragonare lingue e dialetti; e si era accinto egli stesso a raccogliere e far raccogliere parole dalle diverse lingue, per recarle a confronto. Ma che ancora non avesse della lingua un’idea adeguata, è provato dal fatto che egli idea, sulle orme del vescovo Wilkins, e crede praticabile una lingua filosofica – el deutero-esperanto di H. P. Grice – ARTIFICIALE, fondata sulle categorie dei concetti mentali. Condillac e Rousseau supposero che l’uomo primitivo, sentita la necessità della comunicazione co’ suoi simili, inventa la parola come le altre arti -- Rénan , De l'origine du langage. A costoro va attribuita la strana distinzione fra la lingua dei gesti, detta NATURALE, e la lingua articolata, detta ARTIFICIALE, distinzione che trovasi ancora in Reid e in Stewart – Rénan -- , e nel nostro GALLUPPI (vedasi) -- Logica jnfsfa, ediz. Silvestri. Nel secolo presente Ronald, Maistre, Herder, Hamann, volendo spiegare l’origine delle lingue, si videro costretti a ricorrere di nuovo all’ipotesi della rivelazione divina, ipotesi che anche GIOBERTI (vedasi) sostenne in parecchi luoghi delle sue opere. Che più? Un filosofo francese, pure del nostro secolo, -- Lettera a Tenzel citata da Pezzi — Inlrod. trad. frane. (2J Lettera a Rkmond di Montmort presso Muller — Letture sopra la sciensa della lingua. L’Introduzione allo studio della filosofia, e filosofia della rivelazione, passim, e cfr. SERBATI — Teodicea  - e per ogni altro rispetto valente pensatore, dico Biran, non dubita di credere possibile una lingua formata de sang-froid par un ìiomme réfléchi , qui voudrait fìxer ses idées – cf. H. P. Grice, “Deutero-Esperanto” --, et s'en rendre compie ! !  3. A questo punto si ha il diritto di domandare, perchè tanti robusti pensatori, i quali nell’ altre parti della loro scienza pronunziarono belle verità, in questa non si levarono oltre i limiti d’una superficialità grossolana ? Or bene, a questa domanda, la cui forza hanno dovuto sentire i filosofi stessi da noi citati, adesso si può rispondere dicendo, che le lingue sono fatti; e a spiegare i fatti non basta tentare un’esplicazione della idea che se n’ ha a priori , ma bisogna studiarli come fatti, e coll’osservazione determinarne le leggi regolative. L’impresa di spiegare la lingua, movendo dal concetto della sua natura, anziché dalle sue positive manifestazioni, non è meno temeraria, nè puo riuscire meno infruttuosa m di quella degli antichi fisici, che volevano far la scienza del cosmo esplicando certa idea loro preconcetta. È dunque necessario, per far la filosofia della lingua umana, sostituire al metodo dapprima seguito il metodo dell’osservazione e dell’induzione, ossia raccogliere un gran numero di fatti, servendosi all’uopo dell’elemento storico, confrontarli, e notarvi quei costanti fenomeni che potessero guidare alla scoperta delle leggi, e dopo ciò, solamente dopo ciò, dar mano ai problemi della natura e dell’origine. Ora questo metodo, la cui necessità già avevano presentita -- Oeuvres philosophiques, citato da Rénàn — Orig. du lang. Ivi dopo aver accennate le parole di Turgot : « Lee lan- 0 gues ne sont pas l’ouvrage d’une raison présente à elle-méme, « soggiunge: Je réponds que les langues instituées ne peuvent étro l’ou- (I vrage que d’une telle raison. M. Turgot fait à Maupertuis une reproche « que je me suis attiré moi-mfime en supposant un philosophe qui forme « un langage de sang-froid. Je ne vois pas ce qu’il y a d’absurde dans « cette hypothèse. Sans la faculté de réfléchir, il n’y aurait pas d’insti- € tution du langage proprement dite. Pourquoi dono une langue ne se- 0 rait-elle pas formée de sang-froid... etc.? » Bacone e Leibnitz, fu negli ultimi tempi applicato a tutte le lingue conosciute, da una generazione di valenti uomini, ai quali non verrà mai meno la riconoscenza di chi conserva l'amore della verità. Per l’opera di costoro è creata una filosofia, con vario nome denominata glottologia o linguistica o filologia comparata; la quale in breve spazio di tempo non solo sparge una viva luce sulle questioni relative alle lingue, ma altresì corresse molte opinioni degli uomini intorno alla etnografia, alla storia dei nostri primi padri, al modo pratico di studiare le lingue. E noi affermiamo, che tutti questi risultati non devono essere sconosciuti dal filosofo. Anzi è suo dovere di nulla pronunziare intorno alla lingua considerata logicamente, se prima non l’ha studiato sotto il suo aspetto storico e positivo. Esporre pertanto con massima brevità i principali teoremi della glottologia, e chiarire, qual vantaggio se ne possa ricavare per la soluzione delle questioni logiche sulla lingua, ecco lo scopo del saggio presente, del quale noi ci dogliamo solamente, che, per la natura del lavoro di cui fa parte, debba essere racchiuso in troppo angusti confini. A spiegare la vita di ogni ORGANISMO – cf. H. P. PIROT – TALKING PIROT --, si ricerca dapprima come sia fatto, quindi come gli organi funzionino. Anche la lingua va considerato sotto un doppio rispetto, anatomico ‘e fisiologico. Cominciamo dallo studio anatomico. Intorno a Leibnitz. Di Bacone abbiamo queste parole; Cogìtatione complexi sumus gramaticam quamdam, quee non (I analogiam verborum ad invicem, sed analogiam inter verba et res, sire « rationem, sedulo inquirat: citra tamen eara quae logicse inservit, ber¬ ti meniam. Illa demum, ut arbitramur, foret nobilissima gramaticse « species, si quis in lingdis plubimis, tam eruditis quam vulgaribos exi- .< mie doctus de variis linguarura proprietatibus traetaret.» eco. (Opere, voi. III. London, 1753, p. 107). (2) Questo modo di ordinare i fatti linguistici non fu mai adoperato, ch’io mi sappia, da alcuno degli espositori di questa scienza. Pure mi sembra molto naturale per collocare nel loro vero posto, senza ommet- terne veruno, ì fatti medesimi. Ogni lingua, nel senso che si dà comunemente a questa parola, è un SISTEMA di SEGNI udibili articolati, che servono , alla espressione del pensiero. I SEGNI udibili, ossia i suoni articolati costituiscono quello che chiamasi comunemente la forma esterna della lingua; il modo vario in cui si combinano questi suoni per la espressione del pensiero, ne sono la forma interna, tolta la parola forma in largo significato. Della lingua si possono dunque cercar gl’elementi, sia che se ne'guardi la forma esterna, sia che si consideri la interna. In ordine alla prima, è noto che le parole constano di suoni semplici, risultanti dalla co-operazione di tre fattori, che sono il fiato, la vibrazione delle corde vocali, e la varia disposizione degli organi della bocca; ed è noto altresì che i suoni si classificano comunemente in VOCALI, qjiuvnevTo, SEMI-VOCALI, ^iiiiqiujva, e CONSONANTI, ficpuivo, i quali ultimi, secondo l’organo con cui si pronunziano, vanno distinti in LABIALI, gutturali, dentali, LINGUALI, nasali e spiranti, e secondo LA MANIERA del pronunziarli in tenui, medii ed aspirati – cf. H. P. Grice, “Distinctive features,” Speranza, “Unita emica”. Venendo alla forma interna, in ogni lingua si possono distinguere, chi anche lievemente consideri, due elementi, l’uno dei quali si chiama materia, l’altro forma, pigliando questa parola in stretto senso. Materia della lingua sono quelle parole o parti – H. P. Grice, ‘utterance-part’ -- di parole, che significano le idee delle cose o delle azioni, dove quelle parti che dinotano i rapporti fra le idee ne costituiscono la forma. Quando dico in latino: • con-iic- u-ere omn-es . , è facile discernere che le parti contic e omn sono materia, uere ed es sono forma. Quelle designano le idee del tacere e della totalità di numero, queste determinano il soggetto e il tempo dell’azione. E quando soggiungo : . intentique ora tenebant ■, designo ancora da un lato una -- Chi ha trattato meglio questa parte dell’analisi linguistica è Rumpelt, nell’opera intitolata: Bas natnrliche System der Sprachlaute, la cui dottrina espone Pezzi nella più volte citata Inti'oduzione. Pure Muller — Lett. cit. — qualità, un’altra azione ed una parte del corpo umano, d’altro lato attribuisco la detta qualità allo stesso soggetto di prima, gli attribuisco pure quest’altra azione col suo oggetto. Tutto ciò è ovvio, nè fa mestieri che ci dilunghiamo soverchiamente a spiegarlo. Quindi seguitiamo l’analisi degl’elementi già messi in luce; e osserviamo a mo’ d’esempio il con-tic or ora trovato. Dal confronto di altre forme come con-fundo , con- ger-o, eco., non tardiamo ad accorgerci, che il contic è composto da una particella “con,” SIGNIFICATIVA di raccolta, e da tic, forma debole di tac. Quest’ ultimo suono è irreducibile; per quanto analizziamo, non ci troveremo più nulla; esso è l’individuo, l’atomo della lingua, è la radice. Collo stesso processo applicato all’altre parole troveremmo pure in ultimo un analogo individuo, per es. da intenti, distinto il prefifsso “in” e il suf. “ti,” plurale di tus, ta, tum, che forma il participio passato passivo, ci riduciamo alla radice ten. Dunque gli elementi materiali delle lingue da noi conosciuti si riducono in ultima analisi alle radici. Gli stessi suflBssi formativi dei temi riescono pure a radici; e il medesimo è da dirsi dei pre-fissi, onde abbiamo visto due saggi nell’esempio citato. E sono le radici elementi in sommo grado pieghevoli, e per la generalità del loro significato si prestano ad una formazione qualche volta prodigiosa di nomi e di verbi. La radice “spec” -- antiquato spedo -- trovasi e nei composti, come; conspicio, circumspicio, ecc., e in: species, spedare, specta- culum, spectaUlis, spectator, auspicium, conspicuus, ecc., e nelle lingue derivate: rispetto, aspetto, ispettore, speculare, specola, speziale, ecc., ecc. Più difficile riuscì la analisi linguistica delle terminazioni formali. Ma alfine si ridussero anch’esse a radici, detti dai glottologi PREDICATIVE, per contrapposto delle altre, che si chiamano DIMOSTRATIVE, ed è opinione dei più, che esse vivessero in origine una vita indipendente, e solo più tardi siensi incorporate colle altre radici in modo da formare le parole, quali nelle lingue storiche noi le vediamo. Insomma uu numero comparativamente piccolo di radici mono-sillabiche – cf. H. P. Grice, “SHAG” – SHAGGY --, ora composte di una sola vocale, ora di una vocale e d’una consonante, ora di una vocale e più consonanti, ecco i materiali, onde è formata ogni lingua. Noi non possiamo qui accumulare le prove, ma accettiamo queste scoperte della glottologia, persuasi che il consenso dei dotti, applicatisi di proposito a questo studio, sia per noi una sufficiente ragione. Fin qui dell’anatomia della lingua. Ora veniamo a delineare per sommi tratti la VITA delle lingue. Conviene avvertire subito, che, per rilevare lo sviluppo fisiologico d una lingua non basta guardarla o quale è registrata nelle opere letterarie di una data epoca, o quale si parla da una data generazione d’uomini. Bisogna osservarla per tutto un periodo di tempo, durante il quale gl’elementi della sua vita si siano potuti esplicare. Per es. non basta guardare l’italiano come si parla ora, o com’era parlato ducent’anni fa; sebbene anche in questo breve periodo già siano avvenute mutazioni importanti; ma, perchè lo studio sia veramente proficuo, bisogna confrontare, poniamo, LA LINGUA LATINA dell’epoca augustea colla lingua italiana di qualunque secolo, ed insieme colle lingue sorelle derivate da un medesimo stipite. Studiando in questo modo le lingue, si scopre, che il loro sviluppo si compie per due vie principalmente, e sono le alterazioni fonetiche e la ri-generazione dialettale. Spieghiamo brevemente questi due fatti glottologici. E perchè la brevità non generi, come suole, oscurità, poniamo subito sott’occhio un esempio. Sia il verso virgiliano; Infandum, regina, jubes renovare dolorem -- Già gli antichi grammatici, secondo Mìlller, avevano ridotto a 1700 il numero delle radici nella lingua sanscrita; ed è anche piu ridotto il numero loro nelle singole lingue ariane. Tutte queste comune hanno una ottantina di radici, da cui si deriva un abbastanza ricca famiglia di parole. Fick, Vergleilendes Worterhuch der Indo-Germanischen Sprachen. — e ritaliano: « (tu mi) comandi, o regina, di rinnovare un inefFabil dolore •. Si scorge da sè, che all’infuori della parola regina, non è più rimasta nell’italiano alcuna voce del tutto identica col latino. Ma d’altro lato, all’infuori di jubes, sostituito dal sinonimo comandi, nel verso latino non vi è nulla che non si possa dire italiano. Vinfandum NON ESISTE più NELLA LINGUA ITALIANA nella sua forma intiera, perchè, salvo poche eccezioni, si sono perduti i participi passivi in dus da dum. Ma ne esiste la radice'ed una composizione analoga in infante, ineffàbile = in-ex-fa-bili-s. Il renovare è diventato nella lingua italiana rinnovare per due mutamenti, prima per l’indeholiinento dell’e disaccentato in i, come in quasi tutti i verbi comincianti colla sillaba re -, poi per il raddoppiamento dell’n, fenomeno proprio della lingua italiana in questi eà* altri casi simili. Per ultimo il dolorem NON HA più IL SEGNO dell’accusativo – o causativo --, per essersi perduta la differenza dei casi in tutte le lingue neo-latine. Questo è un piccolissimo saggio delle mutazioni linguistiche, e vogliamo che serva non a spiegare tutte le possibili alterazioni, rna solamente a dar un’idea dell’alterazione in genere. Del resto di siffatti mutamenti si danno più specie. Ora è un cambiamento di forma nella parola per scambio di suoni affini, come quando diciamo “vescovo” in luogo di “episcopus.” Ora è addirittura una perdita di suoni o in principio della parola, o in mezzo, o in fine, come quando diciamo “fola” in luogo di “fabula”, panno pe-c possono = possunt. Queste DUE MANIERE d’alterazioni, per dirla di passata, procedono dalla legge d'inerzia o d'infingardaggine, per cui gl’uomini cercano di facilitare la pronunzia delle parole. Questo che noi diamo qui è un saggio molto incompiuto di comparazione , bastevole tuttavia pel nostro scopo. Chi vuol vederne uno più compiuto, legga Witney, La vita e lo sviluppo del linguaggio tradotto in italiano dal D’Ovinio, Ediz. Dumoulard, Milano. Ivi l'Autore paragona un versetto degl’evangeli anglo-sassoni coll’inglese moderno corrispondente, e il Traduttore in una nota confronta i due primi versi del 2° libro delTEneide coi corrispondenti italiani. Muller — Lett. Pure una trattazione abba- - Talvolta il cambiamento o la perdita è di forme grammaticali, come avvenne nelle lingue neo-latine, le quali non conservano se non scarse reliquie della declinazione nominale e pronominale. Od anche si cambiò o perdette il significato di alcune parole j ad es. tutto il vocabolario MORALE si svolge da termini di SIGNIFICAZIONE FISICA – via metafora come implicatura conversazionale --, come già nota Locke in un passo famoso del suo saggio suU’intendimento umano. Finalmente quando si sente il bisogno di esprimere nuove idee, ogni lingua creato parole nuove, o componendole da altre già esistenti, o togliendole in prestito da altre lingue, o lasciandosi guidare dal potentissimo istinto della metafora, ed attribuendo nuovi significati – ma non SENSI – Sensus non sunt multiplicanda praeter necessitatem -- a parole e costrutti vecchi. Ecco in breve la somma delle alterazioni a cui ogni lingua, come parlato dagl’uomini, va sottoposto; e chi per poco esamini di quanto rilievo siano queste alterazioni, non si meraviglierà che vi sia tanta differenza tra forme evidentemente derivate l’una dall’altra. Resta che si dichiari, in che consista quella che Miiller chiama ri-generazione dialettale. La lingua non è già un organismo oggettivo, come è detto da alcuni, ma anzi la stanza compiuta delle alterazioni fonetiche che succedono nelle lìngue nel libro citato di Witney --  hocKE — Saggio, lib. Ili, c. 1. Un’altra cosa che può avvicinarci allo origini delle nostre conoscenze si è di osservare, come le parole di cui ci serviamo dipendono dalle idee sensìbili, e come quelle che s’adoperano a significare le azioni e i concetti RIMOTI DAI SENSI, traggono la loro origine da queste stesse idee sensibili donde sono traslate a significazioni più astruse per esprimere idee che non cadono sotto i sensi. Cosi le parole imaginare, comprendere, concepire, instillare, ecc., son tolte da operazioni di cose sensibili e applicate a certi modi del pensiero. Tutto ciò è perfettamente vero dal lato linguìstico; ed è anche certo che l’uomo non è giunto ad afferrare i concetti sovra-sensibili se non per via de’sensibili. Ma ciò non vuol dire ancora che i concetti sensibili siano gl’unici fattori di tutta la vita intellettiva, come vuole Locke; anzi affermiamo che, senza una speciale attività originaria dell’anima intelligente, non sarebbero state possibili neppure le percezioni sensitive e le voci articolate che le esprimono.  — non vive che nella bocca degl’uomini che la parlano. E come gl’uomini si dividono in nazioni, e le nazioni in provincie, e le provincie in comuni, e i comuni in famiglie, e le famiglie in individui, così una lingua piglia tante forme quante sono le provincie della nazione che la parla, anzi tante quante i comuni e persino le famiglie. È noto che OGNI INDIVIDUO HA IL SUO MODO DI PARLARE, come la sua scrittura e la sua fisionomia; ogni classe di persone ha il suo gergo, ogni riunione d’uomini il suo dialetto. La lingua vive non già nelle opere scritte, bensì nei dialetti; e i dialetti non sono altro che la lingua comune modificata dalla influenza locale del clima, del territorio, dell’indole popolare, delle abitudini. Col procedere del tempo, la tendenza propria dei dialetti, di staccarsi dalla madre lingua, si accentua sempre più, anzi ogni dialetto comincia alla sua volta a dare origine ad altre sottoforme dialettali – o idiolettai, come dice Grice, seguendo il neologismo --, e allora può dirsi che nasca una nuova famiglia di lingue. Così dal ceppo della lingua latina pullularono i diversi rami delle lingue romanze. A raccor tutto in breve, le alterazioni fonetiche e lo sviluppo dialettico, ecco i due tratti fisiologici delle lingue, dei quali deve procacciarsi una esatta notizia chi voglia discorrere dell’essenza della lingua umana. Applicando il doppio processo finora descritto, cioè l’analisi dei costitutivi e l’indagine sullo sviluppo alle varie lingue conosciute, i glottologi sono riusciti a classificarle geneticamente. Perchè egli è chiaro, che, come tutte le forme dialettiche di una lingua appaiono derivate da una stessa sorgiva, così un gruppo di lingue può manifestarsi come nascente da una lingua sola più antica, di cui le prime non fossero che altrettante forme dialettiche. Tale conclusione invero noi abbiamo sempre il diritto di fare, quando scopriamo, fra gli elementi di più lingue, evidenti rapporti di affinità sì lessicale si grammaticale – o piu precisamente morfo-sintattica --, ed è in questa parte principalmente che il metodo storico-comparativo ha dato ì migliori risultati. Ora non è più dubbio, che come i dialetti, o, se meglio piace, le lingue moderne dell’Europa meridionale-occidentale sono nate dalla lingua latina, così la lingua latina stessa e il greco e le lingue teutoniche e le slave, insieme col sanscrito e il persiano antico hanno un’origine comune, e tutte insieme costituiscono quella che si chiama la famiglia delle lingue indo-europee. Anche i rapporti diversi di maggiore o minore affinità hanno messo i glottologi in grado di affermare, in qual ordine probabilmente successero le migrazioni dei popoli ariani dall’altipiano centrale dell’Asia, lor sede nativa, e s’è potuto perfino determinare il grado di civiltà, a cui que’ nostri primi padri sono pervenuti avanti che si separassero. Gli stessi studi comparativi fatti su ejtre lingue come l’arabo, il siriaco, il caldeo, l’ebraico condussero i dotti a stabilire un’ALTRA famiglia, la semitica, di cui il carattere principale è il tri-consonantismo delle radici. E in famiglie sono pure ridotte tutte le altre lingue parlate sulla terra dai non Ariani nè Semiti, sicché Witney distingue: la famiglia scitica o urale-altaica e la mono-sillabica, comprendente il cinese, l’indiano trans-gangetico, eco., a cui vanno aggiunte le lingue malesi- polinesiache, le lingue dell’Africa e quelle dell’America. Sebbene in questa parte, per la scarsezza dei fatti potuti raccogliere, regna ancora una grande incertezza. Il confronto di tutte le lingue conosciute, reso possibile dalla detta classificazione, ha fatto scoprire un’altra verità. Si è osservato che delle lingue viventi le une esprimono i rapporti, incorporando certi suffissi e certe terminazioni insieme colle radici primitive più o meno modificate, e sono le lingue FLESSIVE. Altre aggiungono semplicemente alle radici primitive altre radici desinenziali, ma senza che le prime perdano la loro esistenza individuale, come avviene nelle flessive, e sono le lingue AGGLUTINANTI -- es. le turaniche; altre Per l’esposizione delle principali classificazioni delle lingue, fondate o sul principio della forma o su quello della materia, V. la recente opera di Muluer - Grundriss der Sprachvoissenschaft. - ìnfìoe non hanno che pure radici, le quali si possono collocare una accanto all’altra per esprimere il pensiero, ma sono sempre indipendenti, e questo accade nelle lingue isolanti e mono-sillabiche, come il cinese. Osservato questo fatto, e considerato che anche le lingue flessive, come più sopra si è detto, si compongono in ultima analisi di radici mono-sillabiche – cf. H. P. Grice, SHAG --, nacque molto naturalmente l’ipotesi che le primissime lingue parlate dall’uomo sulla terra fossero tutte mono-sillabiche; di poi, mentre alcune si fissarono in questo stadio, altre appiccando istintivamente una radice ad un’altra siano diventate agglutinanti, e alcune di queste, sottoposte ad una ulteriore trasformazione, abbiano dato nascimento alle lingue flessive. Si accetti o no questa ipotesi (1), non si potrà tut¬ tavia porre in dubbio questa verità importantissima, che tutti i linguaggi si svilupparono a poco a poco, da tenui principii distendendosi fino a creare una moltitudine innumerevole di parole e di forme, e ad esprimere le più profonde e riposte sfumature del pensiero. E i tenui principii sono le radici mono-sillabiche, SIGNI-ficanti indeterminatamente un’idea, senza DE-SIGNARE in ispeciale nè gl’enti che la concretano, nè le qualità che li accompagnano, nè l’azione che fanno, e per conseguenza capaci di essere adoperate indifferentemente o come nomi, o come aggettivi, o come verbi. Ecco l’ultimo risultato a cui ci conduce la filosofia della lingua, e tutte le cose dette fin qui non avevano altro scopo che di mettere in luce questa verità, la quale dev’essere il fondamento delle nostre ricerche ulteriori. Adesso in fatti possiamo affrontare con un poco di sicurezza quel fascio -- Fu sostenuta questa ipotesi daSchleicher e da Max-MUller (V. la lez. ìutitolata stratificazione della lingua e cfr. la vili della 1* serie), combattuta dal Pott e dal Rénan. Lo Steinthal [Zeitschrift fUr VSlkerpsych., citato da Pezzi — Introduzione, ecc. -- venne a questa conclusione, che se l’indo-germanico è stato isolante, non fu al modo del chinese, se agglutinante, non come il tartaro, ma con germi più ricchi e di piU alto valore. di problemi filosofici, di cui parlammo a principio del saggio. Considerando bene, tutti quei problemi si riducono a due soli: quale sia la natura propria della lingua, e come la lingua siasi formata. Il quid sit e il quoniodo sit. Rispetto al primo punto, dopo le cose che abbiamo dette siamo in grado di rendere più perfetta la definizione già accennata: la lingua è un SISTEMA di suoni ARTICOLATI, che servono all’espressione del pensiero. Imperocché ornai è pa- le.se, che non è la lingua una produzione derivata dal’uomo, e divenuta oggettiva, come un’opera d’arte o d’industria, bensì è qualcosa di analogo all’uomo stesso, un organismo vivente sulla terra. Un organismo vivente, dico, non nel senso che la lingua sia indipendente dall’arbitrio dell’uomo, come a taluno è piaciuto di dire, ma sì a significare, che è l’organo liberamente attivo del pensiero umano, un’évépTeia come contrapposto di Jpfov. Laonde la suddetta definizione si potrebbe tradurre in quest’altra. La lingua è l’organo sonoro del pensiero umano, o più brevemente, il suono del pensiero. Ora poniamo mano alla seconda e più difficile questione, l’origine della lingua. Veramente sono due i problemi ivi contenuti: uno è: come siansi fatte le varie lingue parlate dagli uomini sulla terra; l’altro è: come siano giunti gl’uomini primitivi ad avere LA PRIMA LINGUA. Anche qui v’é uu’analogia colle scienze biologiche, nelle quali de’ corpi orga- -- Muller sostenne che le alterazioni foniche e la ri-generazione dialettale sono INDIPENDENTI – contra Grice -- dall’arbitrio individuale; e si fonda su questa ragione per collocare la filosofia della lingua fra le scienze fisiche, non fra le storiche. È combattuto specialmente da Witney, il quale avverte giustamente che se l’individuo isolato non potrebbe sensibilmente modificare la sua lingua, gl’uomini collettivamente non solo la modificano, ma la fanno. Rispetto alla questione, se la filosofia della linguae sia una scienza storica o fisica, è opinione nostra che essa come scienza indipendente sia storica, ma che i suoi risultati applicati a spiegare il fatto presente della lingua costituiscano come un ramo delle scienze fisiche o della natura, o meglio una parte della psicologia filosofica o razionale.- nici si spiega il fieri fisiologico e il fieri embrionale. Ma del primo di questi problemi ci possiamo passare con poche parole, perchè abbiamo già accennato la figliazione dei dialetti dalle lingue, e delle lingue dalle radici. È vero che non tutte le lingue parlate dagl’uomini si son potute ridurre ad un tipo unico e ad un determinato sistema di suoni radicali, ma per noi basta, che un certo complesso di suoni radicali si trovi in fondo a tutte le famiglie di lingue; sicché la questione si riduce a indagare, come mai gli uomini siano venuti a fissare per il proprio uso un determinato sistema di radici, qualunque esso sia; e ciò non è altro se non la ricerca del fieri embrionale. Appunto per non aver ben compresa la natura di questa questione, i filosofi de’ tempi passati caddero in errori gravissimi; Imperocché essi credevano di spiegare la diflScoltà, ricercando, qual fosse la prima lingua parlata dagl’uomini; e s’afiannavano a dimostrare, che l’ebraico è la prima lingua, e indi gli altri tutti derivarono; non s’accorgendo che cosi la difiScoltà, non che risolta, non era neppure rimossa; perchè, lasciando stare quello strano tentativo di ebraicizzare tutte le lingue, rimaneva sempre a spiegare, come l’ebraico stesso fosse nato. La glottologia ci ha messo in grado di propor meglio la questione, come abbiamo fatto poc’anzi; e ciò è già molto per prepararne la soluzione. Sebbene bisogna confessare, che in questo punto la scienza non ha ancor pronunziato la sua ultima parola, e siamo costretti a fluttuare in mezzo alle opinioni soggettive. Certo è, che le ipotesi di una divina rivelazione – il Genitore di Grice come reccorso essegetico per dire ‘Dio’ – ‘Moses must have gotten more than the 10 comms from Mt Sinai -- e di una scelta ARBITRARIA -- e convenzionale degli uomini, sono ornai abbandonate da chi s’è fatto della questione una chiara idea. E come avrebbe invero potuto Dio rivelare la lingua agli uomini, se questi non avessero posseduto la facoltà di apprenderlo, o, ciò che è lo (1) V. per es. l’opera del gesuita Thomassin intitolata: Traité des langues reduites à VEehreu, di cui parla Michiels nella Histoire des idées littéraires en Franse.— stesso, se la lingua umana già non fosse esistito? Si dirà egli, che Dio infuse i germi del linguaggio nella natura dell’uomo – o PIROTE di GRICE --, e che i germi si esplicarono in seguito naturalmente? Ecco pppunto il nodo della difficoltà; vogliamo sapere in che consistano questi germi, e come si siano esplicati. Che siasi poi sostenuta sul serio l’opinione di una scelta convenzionale della lingua, per una specie di PATTO – cf. H. P. Grice – quasi-contractualist, e G. R. Grice ---- sociale fra gli uomini, e’ parrebbe incredibile, se non ne avessimo delle prove nello stesso nostro secolo; tanto si pervertiscono le idee degl’uomini, quando le loro menti non seguono la diritta via del metodo scientifico! In questo convengono adunque tutti i sapienti, che l’embrione linguistico, ossia le radici, sono state emesse ISNTITIVAMENTE dagl’uomini in un certo stadio del loro sviluppo intellettivo. Divergono poi le opinioni, quando si vuol dichiarare meglio, come e quando tal cosa possa essere succeduta. Noi, invece di raccogliere e registrare tutte queste opinioni, onde le più segnalate sono quelle di Grimm, d’Humboldt, d’Heyse, di Rénan', di Steinthal, di Miiller e di Geiger, crediamo più profittevole, e più conveniente al nostro scopo, esporre senz’altro quelle considerazioni, che possono condurci al più probabile scioglimento dell’importante problema. Per determinare a qual punto del suo sviluppo intellettuale l’uomo primitivo crea la lingua, è necessario che descriviamo brevemente i momenti successivi di questo sviluppo. E sarà un postulato, che non ci si vorrà da veruno contestare, l’uomo primitivo ha percorso nello svolgersi quella stessa via che percorre ognuno di noi dall’istante del nascere infino all’età adulta. Vi è questa sola differenza, che l’uomo moderno trova la lingua bella e fatta nella società  -- la nota (1) a pag. 16, sa Maink de Biran. Una bella rassegna di queste opinioni trovasi in Steinthal — Ber Ursprung der Sprache in zusammenhange mit den leuten Fragen alìes Wissens. Berlin. Pure Pezzi- in cui si trova, e da essa lo apprende; laddove l’uomo primitivo crea a sè stesso la propria lingua. Ma questa dififerenza non è tanto rilevante, che tolga o diminuisca la essenziale identità tra lo sviluppo lento e graduale dei popoli preistorici, e quello un po’ più accelerato, ma graduale sempre de’ nostri fanciulli – la filogenesi repette l’ontogenese e vice versa. Epperò l’osservazione dell’uno ci guida alla conoscenza dell’altro. Stando dunque ai dati dell’esperienza, e confortandoli colla riflessione, noi possiamo aflfermare, che lo spirito umano, per quel che concerne l’apprensione del sensibile, discorre per quattro principali momenti. Essi sono: 1“ un sentimento fondamentale, pel quale L’IO – cf. H. P. Grice, “Personal identitty” -- sente immanentemente sè stesso e il proprio essere e la propria vita, e acquista coscienza di tutti i fenomeni che avvengono nel nostro organismo, produttivi di benessere o malessere generale. La esistenza di questo sentimento fondamentale è dimostrata con inconcusse ragioni da SERBATI (vedasi) in varii luoghi delle sue opere, ed è pure confermata dalla fisiologia, dalla quale apprendiamo che tutto il sistema nervoso contribuisce a darci questo sentimento fondamentale. Il quale appunto per esserci dato dall’intiero sistema de’nervi, non da alcun nervo in particolare, non ha alcun valore estrasog- gettivo (nel senso dato a questa parola dal Rosmini), ma termina tutto nel soggetto senziente. In secondo luogo con¬ feriscono allo sviluppo dello spirito umano le sensazioni, le quali non sono altro che modificazioni del sentimento fonda- mentale, e nascono dall’impressione che le cose esteriori fanno sui singoli organi del nostro senso. Perchè le sensazioni si effettuano per via di nervi speciali, come il nervo ottico, l’acustico, ecc., per questo esse hanno un valore estra-soggettivo, a differenza del sentimento fondamentale. In terzo luogo un complesso di sensazioni ridotte ad unità, per una attività speciale del principio senziente, costituiscono la percezione -- Nuovo saggio sull'origine delle idee, passim ; Psicologia, ecc. — - sensitiva o intuizione delle cose. Percepire un certo cavallo – Plato’s and Saussure’s example – H. P. Grice, equus, horseness -- , vuol dire r.Vunire le singole sensazioni prodotte dalle singole proprietà della cosa, ad es. le sensazioni della forma, del colore, della snellezza delle membra, ecc. Talvolta delle sensazioni che si riuniscono, alcune non sono contemporanee alle altre, e devono perciò essere richiamate dall’anima per via dell’associazione. A volte succede altresì, che di molte sensazioni insieme ricevute, alcune debbano far parte di una certa intuizione, altre di un’altra; per es. se io vedo un prato fiorito e sparso d’alberi, ho un complesso di sensazioni, che debbo disgiungere e ricongiungere in maniera, da formarmi le percezioni del prato, del fiore, dell’albero. A ciò, oltre l’attività uni¬ tiva del principio senziente, si richiede eziandio una qualche espe¬ rienza, per la quale io sia impedito dallo attribuire le qualità d’un oggetto aU’altro. Per ultimo lo spirito colloca la perce¬ zione sensitiva nel novero di altre che già possiede, e che ora all’occasione e per eccitamento della prima richiama a sè dinanzi, ed allora abbiamo la percezione intellettiva o idea. Non è più l’apprensione di questo o quell’oggetto determinato, ma dell’oggetto in genere; non è più la percezione di un certo cavallo baio o di un certo cavallo bianco, bensì l’idea del cavallo, idea che può essere effettuata in un numero in¬ definito di individui simili; insomma, non è più un atto sen¬ sitivo, ma un atto intellettivo. Della tendenza dello spirito a trapassare dalla percezione sensitiva alla intellettiva, ci dà prova la quotidiana esperienza. Se passeggiamo per un lungo e dritto viale, la apparenza ci direbbe che gli alberi termi¬ nino in angolo dall’una parte, in luogo di procedere paral¬ leli ; ma noi invece non abbiamo neppure il menomo dubbio, che le due file d’alberi siano paralleli ; evidentemente perchè riferiamo la percezione presente ad altre percezioni dello stesso oggetto, già ricevute prima e verificate dall’esperienza, ossia correggiamo la percezione presente colla percezione in¬ tellettiva 0 coll’idea che già possediamo. Raccogliendo, il sen¬ timento fondamentale è immanente e soggettivo ; succedono -al¬ le sensazioni ; e dalla riunione di più sensazioni la percezione sensitiva delle cose ; diverse percezioni sensitive di un oggetto ce ne dànno l’idea; sicché, per dirla con SERBATI (vedasi), i colla intellettiva cognizione si percepisce in modo universale ciò che colla sensitiva si percepisce particolarmente . 11 processo intellettivo che segue alla formazione delle idee specifiche, cioè l’universalizzazione e l’astrazione, onde si crea tutto il mondo delle cognizioni relative alle cose finite, non ha più alcun interesse per la nostra ricerca. Noi dobbiamo fermare la nostra attenzione sul passaggio dalla intuizione all’idea, dalla percezione sensitiva aU’intellettiva, dal senso all’intel¬ ligenza. Imperocché, chi ben guardi, in questo passaggio vi è una profonda lacuna. Si comprende la sensazione complessa di un oggetto, e il percepirlo sensitivamente ; fin qui non si esce dalla dualità del soggetto senziente e dell’oggetto sen¬ ili La nostra esposizione sui momenti della vita dello spirito non dif¬ ferisce essenzialmente da quella che SERBATI (vedasi) fa nel Nuovo Saggio in diversi luoghi. Egli distingue: 1“ la ie»)sa5to««, che è una modi¬ ficazione del soggetto senziente ; 2° la percesione sensitiva, che è la sen¬ sazione stessa, e più generalmente un sentimento qualunque, in quanto si considera unito ad un termine reale ; 3“ la percezione intellettiva, per cui la mente apprende l’oggetto della sensazione idealizzato, fatto idea ; ma nello stesso tempo la percezione intellettiva comprende anche un giu¬ dizio sulla sussistenza dell’oggetto ; 4" Vttniversalizzazione por cui na¬ scono le idee di specie; 5* l'astrazione, per cui si formano lo idee dei generi. Fra le due percezioni l’Autore ripone questa differenza, che l’una non ci dù propriamente il corpo, ma una passione soggettiva, dove l’altra ci dà il corpo stesso come agente in noi ; sicché sono opposte fra loro come la passione e l’azione. Ciò avviene, perchè l’intendimento percepisce la cosa non in modo limitato ad una relazione sua, ma in sé stessa, in quantochè aggiunge l’essere, la causa all’effetto percepito col senso. Sic¬ ché la percezione intellettiva del filosofo roveretano ha un doppio ele¬ mento : prima un giudizio sulla sussistenza della cosa individua, poi una idealizzazione di ossa cosa. Nella teoria esposta nel testo noi facciamo astrazione dal primo elemento, perché crediamo che il giudizio sulla sus¬ sistenza accompagni implicitamente e inconsciamente ogni nostro contatto colla natura interiore ad esteriore, e ciò per la visione immanente dell’Ente perfetto, che splende a noi fin dai primi momenti della nostra esistenza. —  - tito; ma come può lo spirito annoverare questa percezione con quella che già possiede, senza fare un confronto? e come può farlo, se non ha un segno vicario, un termine medio in¬ torno a cui si raggruppino le percezioni sensitive? Seco una delle più gravi questioni dell’ideologia. La scuola scozzese col Reid si cojjfessava impotente a risolverla, e dichiarava il tra¬ passo dal sentire all'intendere un mistero inesplicabile. Menni filosofi credettero di aver detto abbastanza, quando aveano affermato che noi possediamo il concetto innato di Dio, e impliciti in esso i concetti degli esemplari da Lui te¬ nuti dinanzi agli occhi nella creazione delle cose, e però le idee specifiche. Ma resta sempre a spiegare, come siffatte idee si siano esplicate, e sian divenute con chiarezza e distinzione presenti alla mente; che se si attribuisce tal fatto alla coo¬ perazione dei sensi, allora rinasce precisamente la nostra difficoltà. SERBATI (vedasi), come ognun sa, opinò che il ponte, su cui lo spirito tragitta dalla region del senso nella provincia dell’intelletto, sia l’idea dell’essere possibile, innata nell’uomo, e quindi parte formale di ogni cognizione, radice di tutto il sapere, ragion sufficiente di tutte le scienze. Ma questa idea dell’essere possibile, da un lato non è sufldeiente a spiegare i concetti più essenziali alla vita intellettiva, come il concetto dell’infinito, del hello, del buono; dall’altro, nella genesi delle idee relative al mondo finito, è un presupposto gratuito. (1) SERBATI (vedasi) — Nuovo saggio, voi 1". (2) Diciamo che è un presupposto l’idea dell’essere indeterminato, perchè come tale è frutto delPultima delle asti-azioni ; gratuito, perchè non è necessaria a spiegare la formazione delle idee generali, bastando a ciò la parola, come si dimostra nel testo. E d’altra parte l’idea di es¬ sere è infeconda, e non può da sola darci quello che il Rosmini afferma. Poniamo ch’io veda per la prima volta un cavallo ; per l’idea dell’essere potrei dire il cavallo tal de' tali é. Questo vuol forse dire che ho l’idea del cavallo in genere? Perchè io possa aver quest’idea bisogna ch’io veda molti altri cavalli, e ossei-vi i caratteri simili, e no arguisca la possibi¬ lità di un indefinito numero di alti-i, oltre quello da me visto. La vera percezione intellettiva è dunque frutto di molte percezioni sensitive, messe insieme, per via di un segno comune, dallo spirito. Stando le cose in questi termini, noi cerchiamo un altro modo di sciogliere la questione, e riponiamo il termine medio fra il sentire e l’intendere nella parola. Il sentimento fondamen¬ tale, le sensazioni, le percezioni sensitive sono possibili senza linguaggio, e ne è prova tutta la vita animale ; le percezioni intellettive o le idee generali no; cotalchè affermiamo il linguaggio essere di tali idee la condizione; nè solo la con¬ dizione, ma, insieme coi dati del senso e coll’attività dell’a¬ nima, la ragion sufficiente. E l’origine del linguaggio sarà spiegata dicendo, che esso dovette spuntare necessariamente a questo punto dello sviluppo dello spirito umano. 10. Prima di dichiarare e dimostrar questa tesi, rifaccia¬ moci un po’ addietro, e guardiamo la cosa da un altro lato. Sappiamo dalla esperienza comune, e ci confermano le scienze biologiche, che, per l’intima connessione che v’è fra i nervi senzienti e i motori, certe impressioni fatte su quelli si ri¬ flettono immediatamente su di questi, e si manifestano col moto di qualche parte del corpo ; per cagion d’esempio, il riso ed il pianto sono effetti immediati d’un’impressione pia¬ cevole 0 dolorosa. Egli è pure certissimo che, ad eccitare l’azione dei nervi motori, basta anche l’idea della causa che può produrre quell’azione o l’ha altre volte prodotta ; pensare con insistenza a un piatto disgustoso può far nascere la nau¬ sea. Infine è notevole, che la più gran parte di siffatti mo¬ vimenti, detti comunemente riflessi, si esercita negli organi della voce. Di qui le grida che fanno gli animali quando ri¬ cevono un’impressione dolorosa, e le lor varie voci esprimenti diverse sensazioni; di qui anche il canto degli uccelli. I fe¬ nomeni della respirazione e della voce essendo in generale sottoposti alla volontà, almeno fino ad un certo limite, sono i più atti ad accompagnare gli atti più nobili e più complessi della vita. Applicando questi principii all’uomo primitivo, egli è pro¬ babile che fin dai primi momenti del suo esistere, in occa¬ sione delle varie sensazioni, emettesse dei suoni, che per la 3 natura de’ suoi organi erano articolati, e li emettesse in modo affatto inconscio e, per così dire, necessario. Le interiezioni, per esempio, hanno dovuto essere le prime parole pronunziate dagli uomini, come quelle che non esprimono se non l’interno stato dell’anima, e non indicano verun obbietto esteriore. In appresso, ricevendo le 'impressioni delle cose esterne, e con le impressioni delle cose la loro percezione, anche questa dovette produrre un movimento riflesso negli organi della voce, e dar cosi origine ad un suono articolato, il quale per¬ cepito a sua volta, per via dell’udito, dall’anima, si associava indissolubilmente colla percezione della cosa, e ne diventava l’esteriore espressione. Ma questo processo è troppo impor¬ tante (in fondo non è altro che il processo di nominazione), perchè non meriti di essere descritto più ampiamente. Ciò servirà ad un tempo a confortare la nostra tesi sull’origine del linguaggio. 11. La percezione di una cosa, come più sopra abbiamo detto, non è mai un atto semplice, ma ha per componenti le sensazioni delle singole proprietà della cosa, che hanno fatto impressione sull’uorao. Ora egli accade ordinariamente che le qualità d’una cosa non impressionano tutte allo stesso grado, ma quali più, quali meno ; generalmente una prevarrà su tutte le altre, e diventerà essa sola come la rappresentante della cosa stessa. Ne viene, che quando l’uomo abbia espresso quella sensazione cou un suono articolato, questo diventerà segno non solo della sensazione, ma anche della cosa. Poniamo ad es., che all’uomo primitivo si appresentasse uu fiume dall’oude rapide e vorticose. Delle molte sensazioni che tale apparizione in lui doveva produrre, per es. del colore delle acque, della larghezza, della profondità, della rapidità, eco., è possibile che una prevalesse sull’altre; probabilmente quest’una era la sensazione dieWandare continuo che fa l’acqua del fiume. Tale sensazione diventando la dominante dello spirito del¬ l’uomo, avrà prodotto in esso un suono articolato, per es. ga. Questo suono propriamente avrebbe espresso solamente la — 36 - sensazione deirandare, ma, per il predominio che questa avea sull’altre, tutta la cosa era pure espressa così, ed il fiume sarà stato daU’uomo nominato Ga (cfr. Gangd = Gange, che significa appunto 1’ andante-andante). Fin qui non c’ è per¬ cezione intellettiva, o idea generale. Ora, seguitando, può essere avvenuto, che al nostro uomo si presentasse poco dopo un altro fenomeno della natura, per es. una nuvola corrente in qualche parte del cielo. Questo fenomeno di nuovo è stato rappresentato dalla sensazione predominante dell’andare; allora l’uomo risovvenutosi del suono ga, già adoperato prima ad esprimere appunto questa sensazione dell’andare, avrà detto di nuovo ga, e avrà imposto questo nome pure alla nu¬ vola. Con simili atti ripetuti il suono ga a poco a poco si è fis.sato a designare l’andare in generale, ed ecco che è nata ad un tempo e la radice monosillaha e l’idea, la quale ora per la prima volta, mediante quel suono articolato, divenne presente allo spirito. Un altro esempio. Il nostro uomo scorge una larga pianura di neve; la qualità che più lo colpisce è la bianchezza, e quindi per esprimersi ricorrerà ad un mono¬ sillabo, che significherà la sensazione della bianchezza e in¬ sieme la neve stessa; poniamo, la chiamerà alb. In appresso contemplando il cielo sereno poco prima del levar del sole, sarà pure colpito dalla sensazione della bianchezza, e allora risovvenendosl del monosillabo già prima adoperato dirà an¬ cora alb. A poco a poco il monosillabo alb si fissa a signifi¬ care la sensazione costante della bianchezza, ed ecco nasce l’idea generale. — Nei due esempi citati i monosillabi ga e alb furono riprodotti come designanti la sensazione speciale. Poterono anche venir riprodotti come significativi della cosa stessa sentita, e dettero luogo ad un’altra categoria di idee generali. Se innanzi ad un fiume scorrente ruomo primitivo pronunziò ga, nulla vieta che abbattutosi in séguito in altro fiume, abbia anche questo designato collo stesso monosillabo, e cosi dopo simili atti ripetuti venne uasceudo l’idea di fiume, diversa dalla percezione di questo o quel fiume particolare. Ora chi sa quanti tnouosillabi avrà pronunziato l’uomo pri¬ mitivo ! chi sa quanti a designare la stessa cosa, e quanti significativi di più cose o di più qualità! Noi dobbiamo im¬ maginarci non un improvviso fissarsi di certi suoni a espri¬ mere certe idee, ma una lenta elaborazione, e forse dapprin¬ cipio una quantità sterminata di suoni, dei quali a poco a poco si eliminò il superfluo. 11 sole sarà stato variamente de¬ nominato con radici significanti trillante^ calore, oro, ge¬ neratore, distruttore, padre della luce, ecc.; e cosi va di¬ cendo d’ogni altra cosa. Una volta emesse tutte queste parole, successe tra di loro una lotta per la vita, per la quale si distrussero le parole men forti, meno felici e meno fertili, e si fini col trionfo di una sola, come nome riconosciuto e' proprio di ciascun oggetto in ogni lingua. Una conferma di questo processo di nominazione ci è of¬ ferta dalle lingue storiche, per es., dall’ariano primitivo. In¬ vero è in primo luogo una delle più belle scoperte della glot¬ tologia questa, che i nomi delle lingue a noi conosciute non sono altro nella loro origine che predicati. Gli animali, come le vacche e le pecore, detti pasu=pecus, col senso di nutritori', Yanima detta cosi dal soffiare (rad. an), quasi la soffiante ; il serpente chiamato sarpa, ossia lo strisciante (rad. sarp), oppure ahi (cfr. anguis, fx'c) = lo strozzante, ecc. (1). In se¬ condo luogo è pure un fatto che nei primi secoli di vita delle lingue ariane, per es., nel periodo vedico del sanscrito, molte parole da diverse radici erano adoperate a designare il me¬ desimo obbietto. L’Aurora vi era detta ora Ushas, la splendida (rad. ora ahdna, l’ardente, ora Saramà, ora con altri diversi appellativi. In appresso di queste molte parole pre¬ valse una, le altre o si perdettero affatto, o si conservarono con altro significato; ushas vale aurora anche nel sanscrito posteriore, Saramà divenne nella mitologia la custode delle vacche d’Indra. (1) V. Max Muller — Lett. IX della 1“ serie. È tempo ornai di riassumere il nostro ragfionamento, e trarre una definitiva conclusione. Se è vero che l’uomo primi¬ tivo abbia svolto le ingenite attività del suo spirito in quel modo che le svolge ognuno, ed è conforme aU’umana natura, do¬ vette egli giungere alla cognizione del mondo esteriore per via delle sensazioni e delle percezioni sensitive e intellettive. 11 linguaggio, che dal lato esterno fu una conseguenza della sua natura fisiologica, servì come anello di congiunzione fra la vita sensitiva e l’intellettiva, fra le percezioni sensitive delle cose e le loro idee. Sicché l’origine del linguaggio coin¬ cide coll’origine delle idee generali, e il progresso della fa¬ vella accompagnò poi sempre il progresso della riflessione, nò l’uno sarebbe stato possibile senza dell’altro. Quello che si dice dell’uomo preistorico deve pure affermarsi di ognuno degli uomini nell’età infantile. Anche i nostri bambini percor¬ rono lo stesso cammino ; anche per loro il linguaggio è scala aH’intendimento; coll’unica differenza che essi ricevono il linguaggio bell’e fatto dalla società in cui vivono, e insieme col linguaggio fanno tesoro di un considerevole patrimonio di conoscenze, molto più celeremente che i primi uomini ab- » bian potuto fare (V. nota A in fine del capitolo) (1). Nell’esposizione di questa dottrina, noi abbiamo intralasciato di accennare una questione, intorno alla quale molto si di¬ scusse fin dai tempi antichi ; e a bello studio ce ne riservammo la trattazione a questo luogo, perchè, secondo noi, la è que¬ stione perfettamente oziosa. Abbiamo detto che l’uomo tende per natura ad esprimere le sensazioni con un suono articolato. (1) Tutta questa teorica è in fondo identica a quella d^llo Steinthal esposta da lui nella sua opera più recente : Abriss der Sprachwis- senschaft, Berlin, 1871, voi. I, p. 78 e seg. Quello che noi chiamiamo sentimento fondamentale è da lui denominato Gefiìhl, la sensazione Empfindung, la percezione sensitiva o intuizione Anschauung, e la per¬ cezione intellettiva o idea Vorstellung ; ma distingue ancora l’operazione dello spirito con cui si forma l’idea, e la denomina Apperception, (V. Frib- DRICH Mullkr — Grwndr. der Sprachw., p. 24 e seg.) - cioè con un movimento degli organi della voce e del fiato. Ora si domanda : che conue.ssione v’ha egli fra l'impressioue e il suono, e po.ssiamo dire più in generale fra l’idea e la parola? Come mai il suono mà significò il misurare, gà l'an¬ dare, sad il sedere, dà il dare, mar il morire e simili? Ognun sa che molta parte del Cratilo di Platone ò un tentativo per risolvere questo problema; e viene in mente ad ognuno la risposta cl^e più generalmente si è data, cioè a dire, che i suoni articolati siano un’imitazione dei rumori fatti dalle cose; dottrina conosciuta sotto la designazione di onomatopea. Noi, senza indugiarci intorno a questa più volte confutata dottrina, non esitiamo a dichiarare, che tutti i tentativi di questo ge¬ nere fatti da Platone ad Herder sono stati opera compiu¬ tamente gittata, e non riuscirebbe mai a nulla chi imprendesse ricerche somiglianti. Perchè fra il suono articolato e la sen¬ sazione, fra la parola e l’idea non passa assolutamente altro rapporto, aH’infuoridiunaestriusecaassociazione. Se è venuto a significare l’andare, md il misurare, ecc., ciò avvenne perchè tra le numerose radici emesse collo stesso senso, queste pre¬ valsero e si fissarono , non già perchè vi sia alcun rapporto intrinseco tra l’una cosa e l’altra. Se un tal rapporto vi fosse, non potrebbe darsi tanta varietà di lingue , quanta è sulla terra, perchè gli uomini si sarebbero espressi tutti nello stesso modo, che sarebbe stato il modo conforme alla natura del pensiero. Anche in questo 1’ educazione dei bambini ci può servire di utile esempio. Il bambino impara le parole, non perchè trovi alcun rapporto tra esse ed i suoi pensieri, ma perchè le sente dagli altri, ed egli le ripete, e le ripete as¬ sociate coll’idee loro. Ed anche per l’uomo adulto, che cos’è (1) Herder ebbe due opinioni diverso suH’origine del linguaggio. Nella sua prima opera intitolata Abhandlung iiber den Ursprung der Sprache, sosteneva l’invenzione umana del linguaggio e lo attribuiva all’onoma- topeja. (V. Max Mullbr, 1* lett., p. 363-4.) Solamoute negli ultimi tempi della sua vita, gettossi in braccio dei mistici e sostenne la rivelazione divina del linguaggio. — 39 — l'iraimrare uua lingua straniera, se non rapprendere un certo numero di suoni insieme col loro significato? È bensì vero che nelle lingue flessive vi sono intere famiglie di parole, che per avere un’ origine comune, ossia perchè derivano dalla stessa radice, hanno significati analoghi, sicché paia proce- tlauo di cousei'va la mutazione fonetica e lo sviluppo dell’idea. Ma questo proviene dall’essersi fissati tenacemente certi suoni primitivi come segno di certi concetti, nè è perciò meno vero quello che ripetiamo ancora una volta, non intercedere tra le parole e la loro significazione altro rapporto, da quello infuori di un’estrinseca associazione (1). Tali sono le conclusioni a cui si pervenne, dopo avere stu¬ diato con giusto metodo i linguaggi degli uomini. Noi siamo lontani dal credere, che non vi sia più alcun dubbio, che siano sciolte tutte le questioni possibili intorno al linguaggio. In qual parte dello scibile non v’è più ombra di misterio per ruomo ? Certo è, che, come la glottologia ha risposto a molti perchè, abbiam ragione di sperare, che arrivi quando che .sia a soddisfare anche agli altri. Frattanto riconosciamo i benefizi ch’ella ha recato come ad altre scienze, così special¬ mente alla filosofia, perchè ci ha aperto la via a risolvere difficilissime questioni di ideologia e di logica. D’ora in avanti non sarà più il linguaggio pel filosofo un sistema di segni artificiali, del quale basti dire che furono inventati per la comunicazione de’ pensieri, ma dovrà con più cura investi¬ garne la natura intima, e, conosciuta l’efficacià dei segni sulle idee, e di queste su quelli, tener sempre dinanzi all’occhio presenti le mutazioni delle parole, quando studia le mutazioni delle idee, ed e converso; persuaso che le leggi deH’umauo pensiero in uessuu’altra cosa riflettano meglio la loro luce, che nello specchio fulgentissimo della parola articolata. (1) Questa è ornai l’opinione di tutti i linguisti, e fu sostenuta con spe¬ ciale insistenza dal Witney. (V. Fbied. Muller, op. cit., p. 16 e seg.) — 40 — NOTA A. La teorica esposta suU’origine del linguaggio, come un elemento necessario alVintelletto, e prodotto istintivamente in quel punto della vita deH’anima, ch’ella passa dalla percezione all’idea, può essere combattuta con gravissime obbiezioni. In fondo la nostra dottrina, non diversa punto da quella di Adamo Smith, sulla quale Dugald Stewart e la scuola scozzese fon¬ darono la loro spiegazione dell’origine delle idee. Ecco infatti le parole di Adamo Smith (Dissertazione sull’origine delle lingue, citata da Rosmini — Nuovo saggio, voi. I, p, 85); « L’assegnazione di nomi particolari a denotare oggetti particolari, cioè l’istituzione di nomi sostantivi, probabilmente sarebbe uno dei primi passi verso la for¬ mazione del linguaggio. Due selvaggi che non furono mai ammae¬ strati a parlare, ma furono allevati lunge dalla società degli uomini, naturalmente principierebbero a formare quel linguaggio col quale studierebbonsi di fare i loro mutui bisogni intelligibili l’uno all’altro, profferendo certi suoni ogni volta che disegnassero denotare certi oggetti. Questi oggetti soli che furono ad essi famigliari, e che ebbero occasione più frequente di ricordare, avranno avuto dei nomi speciali a loro assegnati. La particolare spelonca, al cui co¬ perto si difendevano dalle intemperie, il particolare albero onde il frutto saziava la loro fame, la particolar fontana la cui acqua estin¬ gueva la sete, saranno stati per la prima volta nominati coi nomi di spelonca, albero, fontana, o con qualunque altra appellazione poterono pensare per notarli. Di poi quando una più larga espe¬ rienza li ebbe condotti a osservare, e le loro necessarie occasioni li obbligarono a ricordare altre spelonche, altri alberi e altre fon¬ tane, naturalmente avranno assegnato a ciascuno di questi nuovi oggetti lo stesso nome con cui furono accostumati ad esprimere i simili oggetti, di che acquistarono la prima volta la conoscenza. I nuovi oggetti per sè medesimi non avevano alcun nome di proprio, ma ciascun di essi rassomigliava esattamente ad un altro oggetto avente cosiffatta appellazione. Era impossibile che quei selvaggi potessero rimirare i nuovi oggetti senza ripensare ai vecchi, e ai nomi dei vecchi coi quali i nuovi avevano cotanto stretta somi¬ glianza. Quando ebbero occa.sione di menzionarli, o di notare l’uno fra gli altri molti di tali oggetti, naturalmente avranno profferito il nome del vecchio corrispondente, del quale'l’idea non poteva in quell’istante non presentarsi alla loro memoria nella più forte e più vivace maniera. E cosi quelle parole che furono in origine nomi proprii di individui diventarono nomi comuni d’una moltitudine. Quest’applicazione del nome d’un individuo ad una gran moltitu¬ dine di oggetti, di cui la rassomiglianza naturalmente richiama l’idea di quell’individuo e del nome che lo esprime, sembra aver dato occasione in origine alla formazione di quelle classi e colle¬ zioni che nelle scuole si chiamano generi e specie ». Ora ognun sa, che il Rosmini sottopose questo passo dello Smith ad una severissima critica nel primo volume deWIdeoloffia, con- chiudendo che non era altro che un tessuto di errori vestiti di quella maschera di semplicità, che inganna gli inesperti. Quella critica si può muovere pure alla dottrina da noi esposta, e perciò se noi non tentassimo di prevenirla, questa correrebbe rischio di essere soffocata in sul primo suo nascere, e in luogo di generare persua¬ sione nell’animo di chi legge, potrebbe lasciare il dubbio anche sulle altre parti della glottologia, su cui si fonda. La critica dunque che il Rosmini fa dell’ipotesi di Adamo Smith si può ridurre ai seguenti capi: 1° Lo Smith intende per nome comune quello che significa una collezione d’individui. Ora questa definizione è inesatta, perchè non ogni parola indicante collezione d’individui è un nome comune; per es. non son comuni i nomi numerali, quelli indicanti un nu¬ mero indoterminato, come pochi, troppi, molti, quelli detti col¬ lettivi, come popolo, nazione, tribù, che non si possono applicare a’ singoli membri della collezione, e infine quelli indicanti una qua¬ lità astratta, come bianchezza, durezza, umanità; 2° Il nome comune non designa una collezione d’individui, ma un individuo che ha una qualità comune con altri. Per es. uomo vuol diro un individuo che ha con altri comune l’umanità. Al nome comune si contrappone il proprio che designa l’individuo come tale, nella sua individualità; 3° Rettificati i concetti di nome comune e di nome proprio, torna evidente che nessun nome proprio può diventare comune, perchè l’individualità è incomunicabile, e così la parola che la de¬ signa. Si potrà per pura convenzione dare un nome proprio a più individui, ma non per questo quel nome proprio diventa comune. Un padre, per es., può dare il nome Pietro a dieci suoi figliuoli; non cessa Pietro d’essere nome proprio; e però è impossibile la trasformazione di nome proprio in nome comune; 4° Siccome è più facile cogliere delle cose le qualità comuni, come quelle che ci impressionano più vivamente, così i nomi co¬ muni hanno dovuto essere anteriori ai nomi proprii. Anzi osservando quei nomi che si considerano come proprii, si vede che non sono altro che nomi comuni applicati a un individuo. Così Adam vuol diro uomo o ente di terra; Abele=vanità, Èva=vi- vificaute) Seth=ente sostituito, Enoch—dedicato, ecc., Gli uomini hanno cominciato con imporro nomi generalissimi; poi a poco a poco, spinti dal bisogno di distinguere, vennero a nomi più speciali,' e solo ad un avanzato grado di civiltà furono inventati i nomi prop’rii. Difatto i nomi proprii sono rarissimi anche nelle lingue moderne, e i comuni sono invece in grande abbondanza; 5° Dunque il nome comune è anteriore al proprio; e imporre un nome comune'non vuol dire estendere un nome proprio a un certo numero d’individui, ma dar nome a tutti quegli individui che hanno una qualità comune. Del resto, siccome il nome comune im¬ porta: r l’idea di una qualità; 2’ l’idea dell’attitudine che ha questa qualità di essere partecipata da un individuo ; 3” l’idea della possibilità che quella qualità sia partecipata da individui di numero indefinito, cosi, ammesso pure che si potesse cambiare un nome proprio in comune, si richiederebbe a ciò un’operazione dello spi¬ rito, che 1“ rivolgesse il nome a indicare una qualità comune, mentre prima indicava la individualità, 2 annettesse a quella qua¬ lità il concetto ch’essa possa parteciparsi dagli individui indefini¬ tamente. Evidentemente in tale ipotesi lo spirito possederebbe già le idee, e queste farebbero possibile il valor del nome, anzi che il nome render possibile il loro nascimento. Questa critica, bisogna confessarlo, ò molto acuta dal lato filo¬ sofico, ma il Rosmini non l’avrebbo fatta, se avesse conosciuto più dappresso la storia dei linguaggi. Noi concediamo al filosofo di Roveredo che i nomi comuni sono di gran lunga i prevalenti nelle lingue; anzi andiamo più in là, e affermiamo a dirittura che veri nomi proprii nel senso dato dal filosofo a questa parola non sono mai esistiti nello lingue naturalmente viventi; e solo si potrebbero citare alcuni nomi proprii inventati e proposti da alcuni uomini per esprimere cose non prima significate. Per es., verso il 1600 d. C., il chimico olandese Van Helmont propose la parola gas per designare lo stato aeriforme della materia, ed ecco un nome vera¬ mente proprio e convenzionale. Ma queste sono eccezioni ; di regola non esistono nelle lingue che nomi comuni, sebbene non tutti i nomi, considerati nell’uso come proprii, si siano potuti ricondurre alla loro sorgente, dalla quale apparirebbe la loro primitiva natura. Noi concediamo ancora al filosofo, che i nomi detti comuni furono i primi inventati dagli uomini, o, per esprimerci più esattamente, i primi suoni articolati emessi dall’uomo designavano le cose se¬ condo le lor qualità generali, come quelle che esercitano un’azione più viva sui nostri sensi. Ma che dall’uomo siano stati fin da prin¬ cipio imposti alle cose i nomi comuni colla chiara coscienza delle idee che tali nomi importano, ecco ciò che ricisamente neghiamo. Per noi i suoni furono prima pronunziati a esprimere le sensazioni prodotte dalle singole cose concrete, poi ripetendosi le stesse sen- — 43 - sazioni furono ripetuti gli stessi suoni, e cosi intorno a questi venne raggruppandosi un certo numero di sensazioni prodotte da altret¬ tanti concreti; onde a poco a poco si chiaiì allo spirito la possibilità di un indefinito numero di concreti simili, e con ciò stesso la loro idea. Il suono adunque che prima designava un solo individuo, si applicò in appresso a un numero indefinito di altri individui simili ; ed è solo in questo senso che noi affermiamo la possibilità, anzi la necessità della trasformazione di nomi proprii in comuni. Nulla vieta poi che il nome comune per figura di sinecdoche trapassi di nuovo a designare un individuo. Supponiamo che quando Van Hel- mont inventò la parola gas, non si conoscesse che un sol corpo aeriforme, la storia di questa parola sarebbe un bellissimo esempio del processo onde parliamo. Chi l’ha inventata avrebbe designato col suono gas quel certo corpo aeriforme in quanto avente questa qualità. In appresso trovatisi altri corpi aeriformi, si sarebbero chiamati tutti gas; ed ecco il nome proprio diventar comune. Più tardi fra i vari gas, avrebbe potuto acquistare speciale importanza uno, ad es., quello che serviva a dar luce, e, chiamato aneh’esso col medesimo appellativo, ecco il nome comune trapassiir di nuovo a designare una cosa individua. Questo fatto ultimo succedette real¬ mente, il primo ha tutti i contrassegni della probabilità. Qui il Rosmini potrebbe ribattere, come fa al Dugald Stewart (p. 134 e seg.). Perché si possano afferrare dallo spirito più con¬ creti come simili, cioò come aventi un rapporto reciproco di so¬ miglianza, è necessario che lo spirito possieda un criterio per giu¬ dicare di questa somiglianza, e questo criterio non può consistere che nell’idea di quella qualità che essi hanno comune: dunque si presuppone quel che si vuol spiegare. Noi rispondiamo, che la so¬ miglianza di duo concreti nasce dall’avere una qualità comune , e quindi dal produrre nei nostri sensi la stessa impressiono. In forza deU’identità dell’Io, che sente o intende (identità tante volte invo¬ cata dal Rosmini), e perchè le impressioni che riceviamo lasciano dentro di noi una traccia per cui alla prima occasione si ripresen¬ tano al nostro spirito, ne viene che quando noi proviamo una certa sensazione, ci ricordiamo aver provato la stessa sensazione altra volta, e per la legge dell’associazione la esprimiamo colla stessa parola, con cui quella prima avevamo significata. Si dirà forse, che non possiamo avere coscienza della somiglianza delle due sensa¬ zioni, senza paragonarle all’idea'della lor qualità comune? In tal caso la qualità comune non può consistere in altro, che nell’im- pressionare il senso nella stessa maniera, e l’idea di tal qualità nella coscienza della possibilità di indefinito numero di impressioni identiche; ma intorno a queste si potrebbe fare lo stesso ragiona¬ mento, e cosi in infinito. Il vero è che quando siamo arrivati alla sensazione, non abbiamo bisogno d’altro; l’identità di una sensa- — 44 — zione con un’altra essendo un dato della coscienza. Il difetto, che è capitale, secondo che ci pare, nella critica surriferita del Rosmini sta appunto nel non tener abbastanza conto della parte di noi sen¬ ziente, per voler troppo (e troppo poco poi per altro rispetto) at¬ tribuire aH’intelligenza. Pub essere che qui non tacciano ancora le opposizioni. I più robusti pensatori, si dirì^, da Aristotele a Leibnitz, sostennero l’anterio¬ rità cronologica dei nomi comuni ai nomi propri, e l’anteriorità logica delle idee generali ai nomi comuni, essendo manifesto che non si può assegnare il nome a cosa di cui non si ha l’idea, ed ogni idea essendo di sua natura universale. Aristotele nel lih. I, c. 1 delle cose fisiche, dice i nomi comuni essere stati inventati manifestamente dagli uomini prima dei propri ; prova questo fatto, che il fanciullo chiama col nome di padre tutti gli uomini che vede, finché non ha imparato a discernere il padre suo da tutti gli altri uomini; onde si vede che il nome ch’egli dà a suo padre, è per lui un nome comune del quale non restringe il significato, se non quando riconosce l’error suo del prendere il padre per un uomo qualunque. Il Leibnitz {Nouceaax Èssais, lib. Ili, c. 1, p. 297), pure: I fanciulli, e quelli che non conoscono se non ben poco della lin¬ gua che s’attentano a parlare, o ben poco del subietto sopra cui vorrebbero adoperarla, fanno uso di termini generali, come cosa, pianta, animali, invece di usare i nomi propri, dei quali son privi. Ed egli ò certo che tutti i nomi propri individuali sono stati in origine nomi appellativi o generali. Che più? soggiungerà il nostro avversario, lo stesso Max Mailer, in cose di glottologia intenden¬ tissimo, anzi maestro ed autore, ha affermato che le idee generali precedono le radici, e che queste furono escogitate dall’uomo ap¬ punto per esprimere quelle. Noi non neghiamo che sia di un grandissimo peso l’autorità di questi filosofi , e non li vogliamo neppure contraddire; solamente affermiamo, che avanti che i nomi comuni come tali sieno adope¬ rati nel linguaggio, v’è uno stadio della vita dello spirito, nel quale non vi sono ancora idee generali, e vi son già dei nomi indicanti cose concrete e individuali. Questi nomi, col ripetersi dell’impres- sion dei concreti, diventan comuni e fanno nascere l’idea generale. Cosi nel fatto accennato da Aristotile, il bambino avendo imparato a chiamar babbo l’uomo di casa (v. Rosmini, Psie., 2° voi., p. 283), tutti gli altri uomini che vede, perchè simili al primo, chiama pure collo stesso nome. Ecco che mentre prima applicava il nome ad un individuo solo, venne poi ad applicarlo a più individui ; in appresso lo si fa avvisato dell’errore, e tiene quella parola come nome proprio di quel certo uomo e di nessun altro. Quanto alla teoria di Max Mailer {Letture sopra la scienza del ling., 1* ser., let. IX) sull'origine del linguaggio, fu censurata appunto perchè — 45 — confonde due momenti diversi della vita delle radici, quello nel quale significavano idee generali, che è posteriore, e quello in cui significavano cose concrete, che è anteriore. Dunque stiamo fermi nella nostra teoria, la quale spiega nel modo più probabile l’origine del linguaggio, e ad un tempo la for¬ mazione delle idee. Del resto lo stesso Rosmini accetta la necessità e'la sufilcienza del linguaggio a far nascere nella mente del fan¬ ciullo le idee astratte {Ideologia, 2°, p. 92). Ecco le sue parole : « L’atto immanente, che consiste nella visione continua dell’essere, non dà spiegazione alcuna di quell’attività colla quale lo spirito si applica agli enti particolari e ai modi (astratti) di questi. Onde sarà dunque mossa la ragion nostra ad astrarre? Dai segni. Un’i¬ dea astratta non è che parte di un’idea. Per ispiegare dunque quell’attività colla quale il nostro spirito si forma lo idee astratte, bisogna additare una tal ragione, per la quale esso ha mosso a sospendere la sua attenzione dal tutto della idea, e a limitarla e concentrarla in una sola parte, escludendo a dirittura lo altre. Quest’attività colla quale lo spirito nostro presceglie da una sua idea un qualche elemento, e lo considera da sè, ha bisogno d’una ragione, d’una causa, dalla quale sia mosso e condotto. Per es., il senso presta all’intendimento la materia da percepire uomini reali; ì'umanità, questa nozion generale priva di tutti gli acci¬ denti dei singoli uomini, non cade sotto i sensi, nè ha in sè nulla di sensibile. Siccome ciò che tira il nostro spirito all’atto del per¬ cepire sono i termini che a lui si presentano, e perchè Vumanità non presenta nulla, si vede la necessità di un segno vicario che svegli l’idea... Siffatto mezzo (che è il linguaggio) è idoneo ad ec¬ citare l’attenzione del fanciulletto, a trovare il significato dei suoni che i parenti gli ripetono, e infra i varii significati, a trovare anche le idee di qualità separate o di relazioni che vengono pure continuamente da quelle voci nominate od espresse... La giorna¬ liera esperienza dimostra come i fanciulletti prima intendano i vo¬ caboli che esprimono le cose sussistenti e reali, ed appartengono ai loro bisogni, istinti, affetti ; e pervengono a intendere anche il linguaggio tutto perfettamente, e a parlarlo altresì. Il che non lascia dubbio sull’attitudine del linguaggio a chiamar l’attenzione dell’uomo nello idee astratte, ciò che equivale a un formarsele ». La nostra teorica applica questo modo di vedere non solo alle ideo astratte, ma anche alle idee generali.C. Keywords: lingua, linguaggio, H. P. Grice, pirotese, pirot, deutero-Esperanto -- Nome compiuto: Felice Ramorino. Ramorino.

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