PETRARCA
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Petrarca: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
di Cicerone – la scuola d’Arezzo -- filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Arezzo).
Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Grice: “There are a few studies on Petrarca
and ‘filosofia’: “Petrarca platonico,” etc. – but his most important
contribution is via implicatura, as when I deal with Blake or Shakespeare.”
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CARLINI LA FILOSOFIA di P. Saggio Tipografia Editric e Cooperativa Jesi V A
SEVERINO FERRARI DELLE OPERE PETRARCHESCHE CONOSCITORE PROFONDO CON ANIMO
RIVERENTE E GRATO La tradizione platonica e religiosa nel Medio evo Caratteri
del misticismo italiano Il Cristianesimo e il Papato II pensiero religioso e la
scolastica Dante e Platone P. e Aristotele P. ed Averroe P. e Platone Il
criterio filosofico di P. è afl'atto religioso Filosofia della religione
Paganesimo e Cristianesimo Se P. è cattolico Colui che fece per viltade il gran
rifiuto Se P. è un mistico Varie specie di misticismo Il De vita solitaria II
De ocio RELiGiosoRUM Ascetismo e misticismo sano II pessimismo di P. II
pessimismo cristiano La vita umana secondo P. Il De REMEDiis UTRiusQUE FORTUNAE
- P. e Leopardi L' acedia e le contraddizioni di P. hanno radice nel suo
sentimento religioso P. non e strettamente un filosofo Ma ne’suoi scritti è un
ampio contenuto filosofico (GRICE ON ONE SENSE OF PHILOSOPHER AND ONE
IMPLICATURE) E ha ancora ingegno filosofico P. e la scienza Meriti filosofici
di P. Il rerum memorandarum Carattere morale, sociale e politico della nuova
filosofia P. e il ri-sorgimento filosofico religioso Il sentimento della natura
Carattere psicologico della filosofia di P. Le Rime II Secretum Eternità di P.
Il pensiero religioso può precedere o seguire il pensiero filosofico, secondo
che l’uomo è credente o no : sempre poi esso ' è dalla filosofia iìiseparabile^
se vtwle divenir cosciente. Questo chiamo pensiero filosofico religioso: e
penso che sia la remota cagione anche delle manifestazioni letterarie e
artistiche de' nostri grandi scrittori. Della multiforme opera petrarchesca poi
questo mi parve il segreto ; e però con amore mi misi a cercarlo. Non credo,
per le mie piccole forze, di averlo scoperto; ma spero che questo saggio sarà
poca favilla che gran fiamma seconda. Luglio Carlini. La tradizione platonica e
religiosa nel Medio evo Caratteri del Misticismo italiano - Il Cristianesimo e
il Papato. 'ift^ È ^^w ^M 'fìJS ^p^ Abelardo, w^ audio, 8uspecti»e fidei ».
PLATONE, dichiarando che Dio è il puro I essere e la materia il non essere,
scavava per primo, come anche il ^P. osservò (*), quell'abisso tra il finito e
l'eterno, tra la materia e lo spirito, tra la natura e Dio, che poi né
Aristotele né alcun altro filosofo riuscì mai a colmare. E però in rispetto a
questo grande problema il Cristianesimo ebbe il merito di tentarne per la prima
volta la soluzione con il dogma di Cristo, che é insieme uomo e Dio, l'universo
finito e l' infinito. Di qui tutta la filosofia nel Medio evo; la quale nel
pensiero platonico trovò molti addentellati sin dai primi gnostici, che diedero
Alla religione un contenuto filosofico e alla filosofia un ufficio religioso. E
Origene, succedendo nel secondo periodo della filosofia medioevale che é la
patristica, rinnovella la dottrina platonica, affermando la preesistenza delle
anime umane e l'eternità della creazione. Un'altra schiera di Padri si dedicava
intanto sopratutto alla parte pratica della filosofia cristiana, alla morale:
fra essi era Lattanzio, tanto caro a Francesco P.. Si giunge cosi ad Agostino,
al pseudo Dionigi e a Boezio, che, raccolto tutto il lavoro precedente, diedero
una meravigliosa filosofia cristiana; la quale, per l'universalità propria del
nostro genio, ninna parte trascurò della filosofia psicologica, morale^
metafisica e politica. Ma, come è noto, già è sorto con questi filosofi
fiorente il misticismo. Il misticismo per ciò non è solamente una filosofia
speculativa, ma anche una tendenza religiosa, e morale e politica. Il Bartoli,
parlando del misticismo del P., dice che esso fu « la peste bubbonica delle
anime nel gran lazzaretto del Medio evo: là frase è speciosa, ma l'affermazione
è troppo vaga. Già anzitutto il misticismo della filosofia straniera è ben
diverso dal misticismo latino: quello fu sopratutto con lo Scoto e con
l'Eckardt un'intuizione speculativa che ebbe per confine la stessa filosofia:
questo si diffonde per le migliori menti e per il popolo, e ci dà un misticismo
cristiano che è tutto psicologico e religioso, come nel De imitaUone GhHati. E
questo carattere religioso e pratico che ebbe il misticismo in Italia è il
segreto del pensiero e del sentimento italiano nel Medio evo, e sopratutto nel
1200 e nel 1300: esso, dice il Barzellotti (^), non ci apparisce bene « se non
quando lo cerchiamo nell'idea religiosa che alimenta con la irrigazione secreta
delle sue sorgenti sprizzate dal cuore del popolo tutto il sottosuolo della
vegetazione di quell'età storica ». 11 sentimento religioso poi, irrigando il
misticismo italiano, per una parte tende spesso nel silenzio de' chiostri
all'ascetismo; per l'altra va ad alimentare quella fortissima corrente, che
derivando dalla nostra latinità ereditaria dà al pensiero italiano un indirizzo
costantemente pratico e romano e sociale. Così la corrente cristiana e l'altra
pagana, riunite nel sentimento religioso, 'sboccano parimenti nel cuore del
popolo; laddove i grandi pensatori all'una o all'altra si aflBdano
maggiormente: in FranI Cesco P. poi si sogliono chiamare senz'altro misticismo
e paganesimo, e si equilibrano. » Né quest'equilibrio è cosa nuova: che nella
coscienza italiana, come il Barzellotti dimostra, è tradizionale la
contemperanza fra religione e vita, fra Dio e la natura, fra l'uomo e la
società. Così l'istituzione francescana, per esempio, oltre che religiosa è al
tutto democratica, e si diffonde fra il popolo nelle manifestazioni sue
letterarie e artistiche non solo, ma anche politiche: laonde, venute di
Germania le lotte fra guelfi e ghibellini, i comuni si chiaman guelfi, benché
in fondo non siano né guelfi né ghibellini, o meglio siano l'una e l'altra
cosa: nel senso che per una parte vogliono il ritorno all'antica grandezza,
rappresentata nel concetto, non nel fatto del rinnovato Romano Impero; e per
l'altra vogliono la vittoria della fede, rappresentata dalla Chiesa di Roma
quale avrebbe dovuta essere, non quale era. Ond'è che il popolo italiano non dà
né seguito né scuola alle speculazioni di Ioachim de Flore, l'unico mistico
astratto sorto in Italia, e fra Salimbene nella sua Cronica dà a questi mistici
visionari l'appellativo di uomini mezzo pazzi; e non dà neppure séguito né
scuola alle grandi eresie e ai moti che non agitano un'idea politica e
religiosa insieme: ond'é che Dante nella sua Divina Commedia non fa neppure
parola dei grandi eretici di que' secoli e mette Federico II all'inferno. Né
delle grandi eresie e mistiche concezioni medioevali pure Francesco P. fa
parola ne' suoi scritti (^); e Abelardo stesso, il grande maestro di Arnaldo da
Brescia che pur tanta comunione di idee doveva avere col P., passa inosservato
nel De vita solitaria^ e se ne dà la ragione con queste parole: « Abelardo, ut
audio, suspectae fidei. Da S. Benedetto, da Gregorio Magno, da Lanfranco, da
Pier Damiano a Ildebrando, ad Anselmo d'Aosta, a Pier Lombardo, a Innocenzo
III, a Tommaso d'Aquino, a Dante e a quanti altri si avvicinano più a questi,
lo spirito latino romano ha concepito il Cristianesimo più che come un ideale
nuovo di vita tutto interiore che ogni credente debba rifare a se stesso e
vivere in comunione arcana con Dio, come una forte disciplina della coscienza
sociale che prenda il suo valore principalmente dall'unità di consenso con cui
essa opera su le menti e per mezzo delle menti su le anime umane »: così il
Barzellotti; il quale molto giustaihente conclude che il. popolo italiano al
sentimento religioso congiungendo la tradizione pagana prende da quello ciò che
a questa non repugna e riesce cosi, direi, a un classicismo religioso che dà al
cattolicismo italiano un carattere profondamente diverso da quello delle altre
nazioni d'Europa, anche delle latine. Questo ci spiega perchè il Papato
proteggesse l'Umanesimo; e ci dice ancora che quella meravighosa resurrezione
delle morte cose (come scrisse il' Machiavelli) non è infine che un risveglio
intenso di un innato classicismo, e che la nuova filosofia del Rinascimento ha
cause ben più remote che la presa di Costantinopoli. Andrebbe dunque ben lungi
dal vero, chi pensasse che il pensiero religioso nel Rinascimento nostro
filosofico fosse venuto a mancare: neppure il Valla (') intese combattere il
cristianesimo più che nelle false interpretazioni che gl'ipocriti ne avevan
date. E se il Ficino e Pico cercheranno di conciliare paganesimo e platonismo
col cristianesimo, ciò non farà meraviglia più del P. che cristianeggiava
Cicerone, Seneca e Platone e credeva con quest'ultimo in un'esistenza futura di
premio delle anime nel cielo degli astri. Il pensiero religioso di Francesco P.
tende adunque per una parte, come in Francesco d'Assisi, a un idealismo
cristiano che è spesso in antitesi stridente con la Chiesa di Roma divenuta una
mitologia del cristianesimo e un potere più che una fede; e per l'altra cerca
nel classicismo un carattere sociale e politico e letterario, cristianeggiando
la filosofia antica, combattendo le scuole del suo tempo che trascuravano la
morale e l'averroismo che avversava la fede, e propugnando il sentimento
patriottico e la restaurazione della Repubblica o dell'Impero, che è la
missione a cui Roma, come Agostino aveva dimostrato, era dalla divina
provvidenza destinata. Il pensiero religioso e la Scolastica - Dante e Platone
- P. e Aristotele - P. e Averroe - P. e Platone - Il criterio filosofico del P.
è affatto religioso. Vero filosofo è soltanto il buon Criatiano. E due correnti
del pensiero religioso che Imetton fóce l'una al misticismo e al guelfismo,
l'altra al paganesimo e al ghibellinismo, confluenti nel cuore del popolo
italiano, divergono invece sempre più nelle scuole filosofiche del periodo
detto defla Scolastica. Nella quale sono perciò a distinguere due direzioni
principali: la prima condusse al Nominalismo, l'altra al Realismo; l'una fu un
rinvigorire del misticismo, la seconda del razionalismo : e dico anche del
razionalismo, perchè non bisogna scordare che nell'Italia meridionale la
tradizione filosofica antica tenne sempre in onore la speculazione
razionalistica, che fiorisce poi alla corte di Federico IL Così adunque
Bernardo di Ghiaravalle, Ugo e Riccardo di San Vittore e poi Bonaventm*a di
Bagnorea videro l'anima umana sciogliersi dal carcere del corpo e
ricongiungersi nella pura regione degli aspiriti e perdersi in Dio: il primo di
essi mostrerà nel Paradiso Dio a Dante; il quale, ritenendolo con Dionigi
TAreopagita piii che viro a dimostrargli la gloria di Colui che tutto ^ muove
che è il fine ultimo della Divina Commedia, diede a questa prima corona de'
filosofi scolastici, presieduta nel cielo del sole da Bonaventura, molto più
onore che non all'altra di cui è capo Tommaso d'Aquino. Per che (so che mi si
giudicherà eretico) io credo che la filosofia di Bonaventura, richiamante il
sentimento reUgioso italiano all'amore di una vita profondamente cristiana e
all'antica povertà francescana é al culto della dottrina platonica, ch'ei stimò
più conciliabile dell'aristotelica con quella della Chiesa; essendo per ciò
molto più vicina all'indole del pensiero italiano che non la filosofia di
Tommaso, che, come il Barzellotti notò {% « ebbe forse in se per eredità
qualche goccia di sangue normanno e tedesco »; mi pare, dico, che il pensiero
mistico e platonico trovi nella Divina Commedia un'eco molto maggiore di quella
che comunemente si crede anche da valenti filosofi. Certo essi esagerano quando
ingannati dall'onore reso nel limbo al mastro di color chs sanno, cioè al
conoscitore maggiore che fu mai, dicono che la Divina Commedia è una Somma
tradotta in versi (^). Comunque sia, è noto che Aristotele in sul finire del
Medio evo, sopratutto per colpa degli orientaU panteisti, i quali più che
commentarne i Ubri tendevano a travisarne il pensiero, apparve quale gigantesca
minaccia contro la Chiesa e il sentimento rehgioso. E già su la fine del
duodecimo e il principìo del tredicesimo secolo AiAimco di Bena e Davide di
Dinantson condannati entrambi quali eretici, e nel sinodo di Parigi nel 1909 si
decreta che sia proscritta da Parigi la lettura delle opere di Aristotele « de
naturali philosophia Sorge allora l'altra scuola della scolastica che movendo
dal mite razionalismo del credo ut intelligam di Anselmo, è tutta piena della
grande Somma del santo di Aquino. Questi, avendo vigorosamente combattuto
Averroe ("), si rivolse indi ai libri di Aristotele, di cui si procurò la
traduzione migliore che potè, e cercò di vincere anche questo grande terrore
della Chiesa, cristianeggiandone il pensiero e incatenandolo prigioniero al
trionfo del cattolicismo. In verità fu una grande vittoria; ma degenerata in
esagerazione e ridottasi la filosofia a una formula sofistica, s'inizia
l'ultimo periodo della scolastica, che cade nel tempo del lavoro massimo di
Francesco P.; il quale, visto il dissolversi del grande edificio, ne promosse
in Italia prima di ogni altro la distruzione. I maestri di Teologia si eran
ridotti a una profana e bugiarda dialettica, e imbrattavano il sacro nome di
Dio facendo gl'indovini e gl'incantatori. E la filosofia medesimamente era una
logica dicace; e come le teologia circoscriveva (dice P.) l'onnipotenza divina
con 'gonfiati sofismi e a Dio poneva stoltamente legge, così quella prese a
disputare dei segreti della natura con tanta leggerezza che parve spudorata. I
dialettici finirono col prendere sommo diletto solo della contraddizione, e non
gik di trovare il vero ma solo di altercare si proponevano; e gli scolastici in
generale erano tutti ciarlieri e vanitosi e si davan vanto di essere solo essi
filosofi: ma la loro non era la vera filosofia < che negli animi ha sede più
che ne' libri e meglio di fatti si nutre che di parole > (*^). Di qui la grande
guerra mossa ad essi da Francesco P. per tutte le sue opere, nelle quali si
mostra acerrimo nemico della filosofia contemporanea. Ma in quest'opera di
distruzione è merito grandissimo del P. l'avere salvato sempre il rispetto e il
nome di Aristotele. « O esotica dottrina (egli dice de' dialettici e degli
scolastici) (^*) e mai non sognata da quell'Aristotele di cui costoro infamano
la memoria! »; e altrove: « essi si coprono con lo splendore del nome di
Aristotele; ma Aristotele, uomo di ardentissimo ingegno, delle più sublimi cose
a vicenda e disputava e scriveva. E se così non fosse, onde sarebbero a noi
venuti tanti volumi, obietto di immensi studi e di sterminate vigilie? ) Che se
alcune volte dovè schierarsi contro la dottrina aristotelica, egli fece ciò molto
rispettosamente, come non di rado fa con Cicerone e con Seneca e con Platone
medesimo. E se si trovò a doverne diminuire la fama tanto per lui preziosa, di
eloquenza, egli premise che avendo scritto Aristotele di retorica e di arte
Qpetica valorosamente, riteneva per certo che i traduttori latini o per
pigrizia o per invidia o piuttosto per ignoranza l'avevano guastato (*®). Egli
per ciò sostenne fortemente che s'ingannavan tutti trovando tracce d'eloquenza
nelle traduzioni aristoteliche; e mise così grande desiderio di conoscere le
dottrine nel testo, come poco di poi accadde. Credo che si possa concludere che
anche per P. Aristotele è il ìnaestro di color che satino^ inteso nel senso
delle parole su citate. Ma ciò non toglie ch'egli non potesse preferire Platone
ad Aristotele per ragioni che ora vedremo. Del resto il grande colosso non era
stato debellato dal grande d'Aquino? e P. non era libero ormai di scegliere
quella filosofia che più gli piaceva? Neppiu'e nel De 8ua ipsius et multorum
ignorantia egli mosse guerra al culto delle aristoteliche dottrine, ma
all'arabo commentatore e ai presuntuosi suoi seguaci. Il grande panteista aveva
intimorito il Medio evo col suo pensiero incredulo che si rivolgeva sopratutto
contro il cristianesimo. San Tommaso lo combattè valorosamente: tuttavia la
vittoria non fu forse compiuta se alla metà del secolo XIV frate Urbano per il
suo commento ad Averroe era con titolo d'onore chiamato Averroista philosophus
8ummu8, e Pietro d'Abano esaltava Averroe nel Conciliatore. E Dante, piuttosto
che nel cerchio degli eresiarchi, perchè l'aveva collocato nel castello de'
sapienti con gli spiriti magni? Il Renan (^') non sa rendersi ragione per che
P. si schierasse contro l'averroismo. Alcuno gli ha risposto che P. confessava
di sentire ripugnanza per tutto ciò che venendo dagli Arabi tendeva ad
ecclissare la gloria del genio classico: (**) sarebbe insomma una ragione al
tutto umanistica. Mi pare che sarebbe meglio dire che egli doveva aver poca
simpatia per un popolo maomettano che con i Turchi contribuiva a tener schiave
le terre che videro il grande dramma di Cristo (^®). Ma ad ogni modo la ragione
vera non è neppur questa. L'averroismo, che rappresentò per alcun tempo la
libertà del pensiero contro le scuole teologiche, > aveva preso nell'ultimo
quarto del secolo XIV in alcuni luoghi d'Italia un significato tutt'altro che
filosofico, tentando di rovesciare non solo il cattolicismo ma ogni pensiero
religioso e di instaurare l'empietà (*^) : e contro di esso P. già vecchio combattè
una memorabile battaglia. Ma da che quella setta più che filosofica era in
alcuni luoghi, come in Venezia, divenuta scuola d'irrehgione; cosi non è poi a
far meraviglia, come molti fanno, che nel De stia ipsius egli combatta Averroe
non con argomenti strettamente filosofici, ma con pensiero essenzialmente
religioso. Né scrisse per bile, avendo preso la penna solo dopo un anno e più
da che seppe delle critiche de' quattro averroisti veneti, mentre un dì
risalendo le acque del Po si sentì annoiato del non far nulla. Da molto tempo
inoltre egli aveva pensato di scrivere qualcosa di simile, anche prima che
Donato lo spingesse a ciò ("). Quando mise alla porta quell'averroista che
in presenza sua e in sua casa bestemmiavo, di Cristo e della sacra Scrittura e
del Cristianesimo, lo accompagnò con queste parole: « Vecchia è per me questa
contesa con altri eretici pari tuoi ». E altrove scrivendo ad Antonio, figlio
di Donato, gli raccomanda di tenersi lontano dall'averroismo: « sii divoto,
cerca la scienza, ma più di quella la virtù. Averroe, nemico di Cristo sia da
te fuggito come nemico. Così che il De sua ipsius in fondo è un trattato
scritto non contro Averroe, sì bene contro l'irreligione che ne' suoi tempi
imperava sovrana ("). Ne tuttavia al P. sfuggiva che la corruzione
religiosa aveva la sua radice nel pensiero filosofico; e con tutta sincerità,
invece di far pompa di un'erudizione che a lui dopo i lavori di S. Tommaso e di
altri non doveva, credo, esser difficile procurarsi; impedito di approfondire la
sua scienza filosofica dalle molte faccende e dalla salute tristissima; scrisse
al padre Marsigli agostiniano, affinchè si preparasse con profondi studi a
scrivere: « un trattato contro quel rabbioso cane ch'è Averroe, il quale
agitato da infernale furore, con empi latrati, e con bestemmie da ogni parte
raccolte, oltraggia e lacera il santo nome di Cristo e la cattolica fede »: e
aggiungeva: <f Io, come sai, vi posi mano; ma parte per le faccende mie
cresciute a dismisura, parte per manco della necessaria scienza fui costretto a
deporre il pensiero. Se la battaglia contro l'averroismo fu fiera, benché tarda
e breve; ciò non avvenne della lotta contro i nemici di Platone, la quale
occupa gran parte della vita e dell'opera sua. Quali scritti di Platone
conosceva P.? Si suol credere che solo del Timeo tradotto da Galcidio avesse
egli conoscenza. Certo egli ne possedeva le opere in greco e alcune di. queste
conosceva almeno in parte. Contro i denigratori di Platone così egli scriveva:
« Ho io a casa sedici e anche. più (sexdecim vel eo amplius) de' libri di
Platone: ed essi dicono che ne ha scritto uno o due »; e aggiunge: « stupebunt
si haec audient >. E però il Fiorentino nota giustamente: « Una certa
meraviglia farà anche oggidì il sapere che non solo in greco, ma tradotti in
latino -aveva P. alquanti dialoghi non visti per lo avanti; perchè di questa
traduzione non han fatto menzione neppure coloro che han discorso de' platonici
libri posseduti dal gran poeta » (-^). Infatti P. afferma (*') che egli di
Platone possedeva tutto ciò che da' latini fu nella lingua patria tradotto; e
il resto egli, pur non giovandogli, tuttavia si dilettava vedere nella greca
veste; e proponeva di dedicarsi allo studio di questa lingua: « né voglio (egli
scriveva vent'anni prima di morire) al tutto deporre la speranza di fare in
questa età alcun profitto, sapendo che tanto ne fece Catone nell'estrema
vecchiezza ». Ora si noti che le lezioni di greco, da Barlaam impartite al P.,
sebbene brevi, pur non dovettero essere, io credo, un esercizio affatto
grammaticale, come a' dì nostri costuma nelle prime scuole; ma probal)ilmente
esse eran date su i testi stessi di Platone: e non è poi strano a pensare che
Barlaam stesso gli facesse de' brani principali la traduzione (*^). So bene che
di tutto questo non si può recar prove certe; ma d'altronde non posso credere
che P., il quale cita sempre le dottrine degli autori a lui cari riferendosi o
al testo o all'autorità di alcun altro che egli nomina sempre (sì che giunge,
come nel Rerum Meìuorandarum, a notare le parole e le frasi ch'egli prende a
prestito da Cicerone o da Seneca o da altri), parlasse poi più volte del
Fedone, del Critone (*^) e del Fedro e del De Repubhca e del De Legibus e
dell'Apologia senza conoscerne più o meno adeguatamente alcuna parte (^^).
Certo oltre il Timeo anche il Fedro era stato tradotto in latino, come attesta
Coluccio Salutati (^*); laonde si può tener per fermo che in Italia, non solo
prima della venuta de' greci, ma prima ancora che Leonardo Bruni desse
principio alle note traduzioni, Platone era stato in parte tradotto. E in ogni
modo P. conosceva la dottrina platonica più e meglio che per i libri di
Cicerone e di Agostino, nei quali essa è o monca o nascosta o trasmutata, per
il libro non inelegante di L. Apuleio Medaurense intitolato De Platone; nel
quale oltre che la vita sono esposte di Platone tutte le dottrine: « De Deo, de
Ideis, de mundo, de anima, de natura, de tempore, de stellis erraticis, de
animalibus, de providentia, de fato, de daemonibus, de fortuna, de partibus
animae et corporeo singulari domicilio, de sensibus, de figura corporis humani
ac dispositione membrorum, de divisione honorum, de virtutibus, de triplici
virtute ingeniorum, de tribus causis appetendorum honorum, de voluptate,^ de
labore, de amicitia inimicitiaque, de turpi amore, de trihus amorihus, de
speciebus culpabilium hominum, de statu et morihus atque exitu sapientis^ de
civitatibus,. de Repuhlica deque eius institutione legibusque optimis >
(^^). Come si vede sono in questo schema contenuti tutti gli scritti di
Platone, e forse esso è, direi, il riassunto che delle platoniche dottrine P.
avea fatto. Or quale fu la cagione, per la quale P. a dispetto della filosofia
contemporanea preferì Platone ad Aristotele? — Il Voigt, e dietro lui molti altri,
movendo dall'affermare che P. non conosceva le dottrine né dell'uno né
dell'altro ('^)^ danno risposte molto varie: trovando la cagione o in un innato
sentimento di simpatia; o nel desiderio di contraddire, levando il primato ad
Aristotele, alla filosofia del tempo; o nel volere P. seguire costantemente il
giudizio di Cicerone e di Agostino. Le quali cose sono tutte vere; ma oltre che
rimpiccioliscono grandemente l'opera del grande Aretino^ mi pare che non
colgano il suo pensiero principale. In tanta idolatra adorazione del nome di
Arw stotele si era arrivati al punto che un amico del P. gli scriveva
confessando candidamente di credere che Platone fosse un poeta e non un
filosofo. A lui fra meravigliato e indignato rispondeva P. f ^) : « l'universale
consenso dei dotti ha proclamato Platone principe de' filosofi. Cicerone,
Agostino ed altri mille, mentre Aristotele in tutti i loro scritti mettono
sopra gli altri filosofi, eccettuan sempre Platone: or come tu vorresti farlo
poeta? Tullio in certo luogo delle lettere ad Attico non chiamò Platone suo
Iddio? Tutti o in un modo o nell'altro dicono divino l'ingegno di Platone »; e
altrove invoca anche molte altre autorità, quali Seneca e Apuleio e Plotino «
comecché insigne aristotelico ) f ^), e Ambrogio e Agostino. Ma non l'autorità
solamente valse a fargli preferir Platone. Né d'altronde io oserò affermare che
egli per conoscenza delle dottrine platoniche e aristotehche fosse in grado di
tentar la soluzione di quell'arduo problema che poi affaticò tanti insigni
intelletti. Egli è persuaso che Platone fosse divino per ingegno e insuperato,
e che Aristotele fosse un d<iemonium di scienza: sa che alla sentenza di
CICERONE (vedasi) e di Agostino si oppone il grande Averroe che preferisce
Aristotele a Platone, ma non osa neppure di tentarne la confutazione e canta: ^
Non nostrum inter nos tantas componere litas » (^^). Che se nella questione
filosofica egli dovè confessare di non poter esser giudice, non così fu nella
parte religiosa della questione. P. aveva notato che Platone intorno a Dio e
alla creazione la pensava come i filosofi cristiani; laddove Aristotele se ne
scostava grandemente,:dicendo che il mondo non aveva avuto principio, e negando
così la, provvidenza divina che Platone aveva ammessa (®'), Spesso poi nota che
alla filosofia di Platone unus fuerit philosophandi finis et vivendi. E se nel
De remediisy oltre ad altre cosuccie, lo biasima meravigliato che vecchio
cedesse alcuna volta alla lussuria, pure (forse pensando a ciò che a lui
giovine era avvenuto) non manca di osservare che per tutto il resto il grande
Ateniese fu di ottimi costumi, e morì di ottantun anno, numero phe contenendo
due volte il nove per fattore attesta la santità della vita sua (^^). Tornando
ora alla dottrina platonica, egli ammirava quanto profondamente avesse gittato
lo sguardo nella intimità dell'anima umana, e vedesse ciò che prima era misto e
confuso divenire segregato e distinto: perocché «> seguendo la scorta della
natura » vi scoperse la triplice sede dell'anima, cioè la triplice
manifestazione sua (^^) dell'ira nel petto, della concupiscenza sotto i
precordi, della ragione nel capo come in munita rocca quasi a indicare «
l'impero e la sovranità di lei su le umane passioni » (^^). Inoltre P.
osservava acutamente che Platone per primo aveva congiunto la filosofia
naturale, appresa alla scuola italiana di Pitagora, alla morale e razionale
filosofia, appresa alla scuola di Socrate: e ne concludeva aver la filosofia
platonica per questa triplice unione quel carattere di universalità che le
altre filosofie non ebbero (*^). A questi pregi filosofici poi egli aggiungeva
un pregio tale che, tutti gli altri superando, bastava a mettere Platone molto
al di sopra di Aristotele: vo' dire l'avere veduto e dimostrato l'immortalità
dell'anima, che è il fondamento della vera morale: questo era tal punto che
diede poi travaglio anche a profondi filosofi (**). E P. lieto di ciò;
convenendo con Cicerone che nel De Republica, parlando della salita delle anime
al cielo, aveva detto che sarà tanto più agile quanto più vissero peregrine al
carcere corporeo; nota che tale è il pensiero di Platone nel Fedro: « nihil
aliud esse philosophiam nisi meditationem moriendi, ubi duae designantur
mortes, altera naturae virtutis altera, quarum primam nullatenus nec
accersendam nec timendam, sed aequo animo expectandam Non par egli di sentire
già il cantore de' Trionfi e della morte non più triste delle ascetiche
contemplazioni, ma bella nel viso di Laura? E qui P. confessa di credere con
Platone nell'esistenza futura delle anime negli astri (^^), dove è la vita di
perfetto amore: della dottrina platonica dell'amore è, si può dire, un vivo
commenta gran parte del Canzoniere. # « « Ora tutte queste osservazioni, e
altre ancora che per non uscir da' limiti importimi dal tema tralascio, io
credo che abbiano una remota e viva sorgente nel pensiero cristiano di
Francesco Petrarca, il quale credeva in un rapporto ben piti che casuale fra la
dottrina platonica e la predicazione di Cristo {''). Egli dice che Platone solo
fra tutti i filosofi antichi ebbe sentore della nuova fede: perocché ne' suoi
viaggi in Egitto avrebbe avuto notizia e conoscenza della bibbia e della
predicazione profetica. Tale credenza ch'egli derivava da Apuleio e da Agostino
era stata un tempo tema di molte dispute; tanto che alcuni eretici avevano anzi
detto che Cristo non predicasse infine che le dottrine platoniche. Agostino
stesso del resto aveva, come anche il Petrarca notò (*®), trovato ne' platonici
quasi tutto il proemio del vangelo di S. Giovanni (in principio erat verhum
etc). E P. si diffonde con evidente compiacenza su questa questione, e
conclude: « nemo dubitat quanta sit inter illìus opinionis et Christianorum
fidem paritas »; si legga, ei dice, il settimo libro delle Confessioni di Agostino,
« ubi reperietur in omnibus fere quae de verbo Dei dicuntur a nostris Platonem
consentire, praeterquam in susceptione humanae carnis, ubi non contraddixit
ille, sed siluit ). Filosofia della religione- Paganesimo e Cristianesimo - Se
P. sia Cattolico - Colui che fece per viltade il gran rifiuto. Cristo più
propizio che mai allora si dimostrò quand' era di creta ». I pare che si possa
sin d' ora concludere^ 'che il pensiero filosofico di Francesco Petrarca non si
può comprendere se non se ne cerca la radice nel pensiero religioso. Anzitutto
è innegabile che egli al pari di tutto il Medio evo, come si disse, sentì il
bisogno fortissimo di una fede; ma in lui oltre che il sentimento è anche un
manifesto concetto religioso. Nel De ocio religiosorum (^') P., prenunziando
pur lontanamente il Renan, risale all'origine e alla storia delle religioni
positive; e trova che avendo voluto i re antichi eternarsi nell'arte, i
successori ne fecero dei: sic paulatim religiones esse ' coeperunt. Vede
sorgere così nell'Egitto il culto di Iside, presso i Mauri di luba, presso i
Macedoni di €abiro, presso i Cartaginesi di Brama, presso i Latini di Fauno,
presso i Sabini di Santo, presso i Romani di Quirino, presso gli Ateniesi di
Minerva,^ in Samo di Giunone, in Pafo di Venere, in Lemno di Vulcano, in Nasso
di Libero, in Delo di Apollo. I poeti contribuirono alle leggende, e co' poeti
gli artefici, come in Grecia. Ma, egli aggiunse, questi dei furono uomini, e
Cicerone stesso nelle Tusculane questo affermò. Ma la religione vera deve
essere quella che fa capo a Dio veramente. Ed ecco presentarglisi allora le
religioni medioevali: l'ebraismo, il maomettanismo, l'averroismo, il
manicheismo e l'arianesimo; e' vistele tutte cadere nella contraddizione
conclude: « sì Christo non creditur, cui creditur? »: all'Anticristo no, perchè
egli verrà come nemico; al Messia futuro no, perchè egli è già venuto. Né
tuttavia si dissimula la difficoltà di credere all'incarnazione, alla
concezione, alla risurrezione di Cristo: « magna sunt, fateor, sed quid horum
omnium impossibile Deo est? >. Inoltre egli vedeva in tutta la religione
pagana e ne' suoi scrittori una lenta preparazione dell'idea cristiana. Le
profezie stesse della Sibilla Cumana s'accordano meravigliosamente al racconto
.de' libri santi, sì che un evangelista, dice, non avrebbe potuto parlar più
chiaramente: e un'eco degli oracoli cumani ei vide, come è noto, in Vergilio.
Ed ecco Platone essere il filosofo vero perchè in tutti i suoi libri cerca il
Sommo sd Unico bene ('**); e a Platone succedere, soltis imitator, Cicerone, al
quale P. in più di una questione presta fede maggiore che agli scrittori
cattolici (*®); e a Cicerone succedere poi Agostino che, mentre Girolamo in
sogno sentiva rinfacciarsi dal giudice eterno il nome di ciceroniano, egli al
contrarlo non solo pasceva la mente dei libri di Platone e di Cicerone, ma
confessava chiaramente avere in essi trovato gran parte della cristiana
religione e per essi dalle fallaci speranze e dalle vane contese essersi
rivolto alla contemplazione dell'unico vero (^°). Ed ecco infine P., come in
Platone l'eco delle ebraiche profezie, così in Seneca trovare tanta somiglianza
con la cristiana dottrina che non dubita il romano filosofo esser stato in
relazione epistolare con san Paolo (^*). Ed ecco dunque misticismo e
razionalismo, fede j e paganesimo fondersi nel pensiero religioso di Fran- ^
Cesco P.. Al quale è quindi inutile affatto chiedere a quale scuola filosofica
egli appartenga; perocché così risponderebbe: « io una volta sono Peripatetico,
un'altra Stoico, talora Accademico e tal'altra non sono nulla di tutto questo,
quando cioè si tratti di alcuna filosofia che alla vera e santa fede nostra sia
od anche paia essere in contraddizione. Dentro questi confini soltanto è lecito
a noi seguire le filosofiche sette, finché cioè non repugnino al vero e
dall'ultimo fine non ci allontanino. Se mai di questo si corresse pericolo, a
Platone,, ad Aristotele, a Cicerone, non ostante la sottigliezza di argomenti
eleganza di stile autorità di nome, si volgano pur le spalle. Insomma, siccome
suona il nome di filosofia, se vogliamo esser filosofi, dobbiamo amare la
sapienza: e poiché sapienza vera f di Dio é Gesti Cristo, ad essere veri
filosofi lui sopra tutto dobbiamo amare ed adorare: e in tutto e per tutto
dimostrarci cristiani. Perocché soltanto il Cristianesimo è oggi la vera
filosofia (^*). » « È egli P. nel sìw pensiero altrettanto cattolico, quanto
cristiano? La risposta è più difficile a darsi di quel che non paia. Certo se
per cattolicismo intendiamo le pratiche esterne del culto che accompagnano la
fede, egli è cattolicissimo, adempiendo scrupolosamente i propri doveri
religiosi (^^). Ma nelle sue opere egli non parla mai né di dogmi della Chiesa
né di santi né di miracoli ("): l'inferno ha perduto il suo fuoco, e il
Papato il suo entusiasmo. Non parlo delle lettere aine tiiulo <5he sprizzan
fuoco diabolico sì che il pio Fracassetti si rifiutò di tradurle perché, disse,
indegne non pur di cattolico ma di uomo ragionevole. Ma in una lettera senile
(^^) egli annovera fra le quattro tentazioni della vita cristiana le continue
crisi e le battaglie interne create dallo stato della Chiesa; lasciando così
intendere chiaramente che gli scandali del Papato potevano a ragione indurre
nella tentazione del dubbio su la veracità delle dottrine ecclesiastiche la
mente del credente. E nel De vita solitaria (^*) egli dichiara apertamente che
la cattolica fede aveva sofferta la maggiore iattura per colpa della Chiesa. E
nel Be remediis (^') ricorda che i pontefici antichi non avevano tante
ricchezze: essi erano guide del cristianesimo sacre al martirio. Oggi invece,
egli dicessi usano tutte le turpitudini per giungere al papato: « quod
sacrìlegium, pudendum vel diclu est, magnis saepe muneribus quin et pactis et
sponsionibus spes enitur sacerdotii pinguioris »; e segue: « Ghristiano homini
quomodo liceat ambire Pontificatum non video. Non modo largitione profusissima,
sed, quod non multo minus est, turpibus blanditiis atque mendaciis indignis
viro artibus sed comunibus adeo ut hasc fere iam unica sit in altum via ». «
Queste parole ci danno chiaramente la ragione della diversità del pensiero
petrarchesco da quello di Dante in una questione non priva d'importanza. Dante
guidato da un pensiero politico, aprendo rinferno vede affacciarsi per primo un
Papa: Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto (^*). 11 P., che
conosceva già l'Inferno dantesco, forse anche al verso del grande fiorentino
pensava quando nel De vita solitaria ci presentò Celestino con queste parole: «
(il suo rifiuto) vintati animi quisquis volet attribuat, licet enim in eadem re
prò varietate ingeiniorum non diversa tantum sed adversa sentire »; ma per lui
Celestino V, che non salì mai il trono pontificio, è il pontefice più grande, e
si duole grandemente per pochi anni di differenza di non averlo veduto. E si
rallegra che altri molti dell'ordine suo religioso abbiano rinunciato alle alte
cariche ecclesiastiche; e soggiunge: « irrideant igitur, qui viderunt quibus
prae fulgore auri et purpurae squailidus opum spretor et paupertas sancta
sordebat, nos hominem hunc miremur »; e finisce con acre ironia ringraziando
Iddio di aver dato al cri-^ stianesimo siffatta pusillanimità (pumllanimitatem
huiuncemodi). E non solo al papato dà sì forti rampogne, ma arriva ben anche a
inveire contro l'oro e le gemme e l'argento che adornano gli altari (^°).
Cristo, egli dice, più propizio che mai si dimostrò quando era di creta: voi
dite di far questo per onorarlo, quasi che egli non amasse maggiormente le
Spoglie dei poveri, la virtù e la devozione. E, aiutandosi oltre che col
Vangelo anche con le sentenze di Seneca, conclude: « dell'oro vostro Cristo non
sa che si fare, né delle vostre superstizioni ei punto si piace: non altro egli
chiede che buone opere, onesti pensieri, umili desideri di cuore mondo e puro.
Com'entra l'oro fra queste cose? » (^*). Né con questo io credo di aver posto
ben in chiaro il pensiero del P. su la Chiesa: so bene che occorrerebbe una più
minuta ed esatta disamina. Ma credo che non a torto Paolo Vergerlo ih Giovine e
Matteo Francowitz furon tratti ad annoverare P. fra i precursori di Lutero; e a
ragione il Fleury espresse dubbi su la ortodossia di lui. Filosoficamente poi
si può affermare che il pensiero di P. è un ritorno alle pure scaturigtini
della predicazione di Cristo, e alimenta la grande corrente di sano misticismo
che a traverso le diverse lotte filosofiche e le opposte scuole sboccò
terribile nella riforma dopo più di un secolo. Se P. sia un mistico - Varie
specie di misticismo - Il De vita solitaria - Il De ocio religiosorum -
Ascetismo e sano misticismo. « Vita Solitaria liUerarum ignaris gravior ntorte
et mortem alkUura ». L misticismo è la più alta espressione filosofica del
concetto e del sentimento religioso. È quindi necessario affrontare- questo
problema, intorno al quale molto si parla, ma poco si chiarisce nei libri che,
specialmente negli ultimi tempi, trattarono dd P.. Innanzi tutto è bene
intendersi: non credo che si possa parlare di una vera scìwla mistica in
Italia: il misticismo è una qualità comune a molti sistemi filosofici che sono
infine ben diversi, come quelli di Agostino o del pseudo Dionigi o di
Bonaventura. Poi c'è un misticismo non di sistema filosofico alcuno, ma
scaturiente dal sentimento religioso popolare: il quale assume anch'esso
infinite gradazioni, come, per esempio, nella predicazione francescana o nelle
profezie ioachimite. Negare nel P. un concetto e un sentimento mistico, come
alcuni han fatto, non mi pare che risponda a verità: e neppure io credo giusto
il considerare con disprezzo il misticismo del P.,.come il Bartoli e molti
altri fanno, quale un ritorno à forme viete di filosofia e di regresso civile.
Intanto P. già toglieva alla teologia tutta la parte arida e dogmatica, quando,
oltre che parlare con disprezzo de' teologi del suo tempo, sosteneva, anche con
l'autorità di Aristotele, non essere la teologia altro che un poema che ha Dio
per subietto (®*), e ricordava che i primi teologi furono poeti. Po i egli
nella storia dell' uman genere non vide più con Agostino tutta una
provvidenziale preparazione e una mistica rappresentazione di una futura città
di Dio: che anzi qua e là in numerosissimi passi delle sue opere comincia con
lui la filosofia e la critica della storia intesa nel senso moderno {^% e con
lui veramente si passa dalla città di Dio di Agostino alla città terrena
dell'uomo. Queste cose considerando si potrebbe forse concludere che i tanto
decantati rapporti fra P. e la filosofia agostiniana sono in verità molto
minori di quello che si crede. Si consideri infatti che, sebbene gli elogi e
gli entusiasmi del P. per Agostino siano, più che numerosi, continui; tuttavia
egli di Agostino cita sopratutto quella parte filosofica che ha rapporto con il
sentimento e il concetto religioso e cristiano (**). Inoltre prendete le
Confesaiones, che è il libro più caro al P., e voi v'avvedrete che egli mostra
appena di aver compreso che la grandezza sua è negli ultimi libri che sono
affatto metafisici, rappresentando l'ultimo volo di quella mente altissima
(®^). Più ancora egli si scosta dal misticismo più vero che è rappresentato dal
De lerumlem CoeiesUy e che nel Paradiso di Dante ha sì grande cantore {^% San
Paolo e Dante discendendo dal Paradiso si contentarono l'uno di tacere, l'altro
di cantare: vidi cose che ridire né sa né può qual di lassU discende. Lo
spirito umano, secondo Dionigi, sale a Dio, cioè alla verità, solo con l'aiuto
delle schiere angeliche, le quali mentre ne aiutano la salita, col loro
frapporsi vengono anche a ritardarla; e la natura ugualmente, pur essendo scala
a Dio, è anche l'ostacolo maggiore che ce ne toglie la visione. Al più si può
dire che alcune volte P. sale a cime tanto vicine all'idealismo che rasentano
il misticismo filosofico: così egli crede che alcuno possa aliqtw afflatu
divino divenir dotto uomo, in virtù di un maestro celeste « qui intus in anima
docet hominem scientiam »: e par un ioachimita o un* precoce ontologo. Ma chi
ben osserva s'accorge subito che egli anche una volta riduce la questione
filosofica a una questione religiosa, affermando quod hoc non solum vera
religio sentii, sed gentilis quoque consentii auctoritcts (*^). E altrove dice
che laddove delle umane cose la verità per esperienza ci si mostra, di Dio
invece nulla sappiamo se non ciò che dalle cose visibili può opinarsi (^*). * «
P. adunque liberato avendo, al dir di Carducci ("*), Yumano dai vincoli
teologici e mistici, « senti che la natura non è condannata, che non è
abominazione quello che umanamente si agita in un petto d'uomo, che il bello è
bene, che la vita ha il suo ideale, che l'anima si nobilita da sé idealizzando
se stessa ». P. infatti ne' suoi libri De vita solitaria e De ocio religioaorum
non si discosta meno che altrove dalla tendenza mistica che condusse gli
antichi asceti ne' deserti della Tebaide o a popolare i chiostri per tutte le
parti del mondo cristiano. Consideriamo brevemente il primo trattato che è
quasi prefazione all'altro, come P. stessa ci avverte. Egli sin dal principio
confessa bene di sapere che altri santi avevan scritto della vita solitaria, e
fra essi Basilio; ma non ne conosce che- il titola (De solitaria^ vita^
latidibus); e non si è dato neppure pensiero di prepararsi a scrivere con lo
studio de' predecessori suoi, fidando nella propria esperienza e nell'animo proprio.
In verità la ragione è questa, che egli avrebbe fatto una fatica inutile e
avrebbe perduto il tempo. Egli esalta la solitudine non per se stessa, ma per i
beni che arreca, fra i quali primi la libertà e Vocium. La solitudine del P.
non è una specie di misantropia come dicono, fra gli altri, il Ginguené e il
Bartoli: tutt'altro; che anzi egli non pretende di imporre una regola ad
.alcuno, convenendo che ognuno segua l'indole del proprio animo: a me, egli
dice, « non tam pròprio studio alìove monitu ut ita sentirem quam naturae
ipsius persuasione consultum est > ('^). Tanto è vero ciò che confessa di
aver scritto questo trattato non per gli altri, ma per sé ('^). Egli vedeva
nella vita solitaria l'ideale della vita letteraria: « quod vita solitaria
litterarum ignaris gravior morte et martem allatura videàtur » ('*).
Naturalmente l'uomo solitario del P. non ha che vedere con l'uomo selvaggio del
Rousseau: in primo luogo perchè egli parla non ai fanciulli né agli uomini
ignoranti, ma a chi già per educazione e per studio sa approfittare di quella
vita ("); poi perchè protesta di non volere in alcun modo andar contro
alla socialità dell'uomo; che anzi vuole che la solitudine sia rallegrata da
una eletta schiera d'amici e sia così un lavorìo collettivo fecondissimo, un
ocium operativo e utile alla società: « volo solitudinem non solam, ocium non
iners nec inutile sed quod e solitudine prosit multis. i}ui enim ociosi prorsus
eos miseros consentio, quibus nec honesti actus exercitium nec nobilium
studiorum... ». E al Patriarca di Gerusalemme, al quale aveva diretti i due
libri intorno alla vita solitaria, già si accingeva, se quegli non fosse morto,
a scriverne altri due su la vita attiva: segno questo che fra le due opere non
doveva essere contraddizione ('*). Concependo così la solitudine quale luogo in
cui l'uomo, non distratto dalle corruzioni delle città, può con lo studio
essere utile alla umanità, alla quale vuole che i propri studi sian trasmessi
("), P. giunge alla vera definizione della vita solitaria chiamandola vita
filosofica ('^). Nella solitudine infatti egli ebbe ispirazione e agio a
scrivere la maggiore e miglior parte delle sue opere ("). Nel De vita
solitaria egli ha trattato della solitudine del luogo; ma avverte che ve n'ha
un'altra: quella dello spirito, che chiama ocium: la prima è la preparazione
della seconda ('^). E scrivendo il P. in forma epistolare ai monaci della
certosa di Montrieux non è però a meravigliare che, trattando della solitudine
per quella parte che a monaci s'addiceva, la vita filosofica divenga vita
religiosa nel De ocio. E non mi par giusto dire che questo scritto sia tutto un
arido ascetismo: prima, perchè in esso si parla di molte cose che son tra
filosofiche e religiose; poi, perchè il vacate ut vacetis che è l'intonazione
del trattato va inteso nel senso di non Idborare, e il laborare è definito:
currere post concupiscentias ('^), ossia menar vita mondana e immorale. Che se
alcune volte, come nel primo libro, paia ad ora ad bra ri|:ornare il suono di
quelle parole: quid prodest liomini ecc.; e nel secondo: vanitas vanitatum
ecc.; e se P. vede gli angeli scendere dal cielo a tener dolce compagnia
all'uomo che vive in solitudine (^^): io non negherò che il misticismo di
Gersone non abbia lasciato in questi trattati alcun vestigio qua e là. Si tenga
presente che il Medio evo non era ancora passato. Inoltre io* ricorderò che P.,
scrivendo st Marco amico suo (**), che voleva farsi frate, dopo avergli
mostrato il pregio maggiore della vita politica spesa in servigio della propria
patria in confronto con la grettezza della vita claustrale, lo dissuade da tal
pensiero: e poteva citargli anche il proprio esempio. Del Secretum parleremo
più innanzi. Intanto noto che molto erroneamente seguitano alcuni a chiamarlo
De contemptu mundio e lo confrontano poi al De contemptu mundi di Innocenzo
III, che il P. forse neppure conosceva. Quest'opera del noto pontefice è
veramente un trattato ascetico, laddove il Secretum è la storia veridica
dell'animo del P., che in esso trasfuse la foga del suo cuore innamorato di
Laura e della gloria. Né il De Giovanni (^*) pure credo che colga il vero
quando lo riavvicina al De contemptu saeculi di san Bonaventura, che volle
davvero con esso persuadere gli uomini a lasciare il mondo e a ritirarsi a Dio.
Senza dire che anche questo trattato non ha, per l'argomento, che vedere con le
intitna confessioni del P. (che tale infine è il significato del Secretum); ma
basta guardare alla conclusione del filosofo serafico per persuadersi che siamo
ben lontani dal pensiero dal P. espresso nel Secretum e negli altri trattati su
detti: « Fugite et salvate animas vestras. Convolate ad urbes refugii,^ ^d loca
videlicet ubi possitis de praeteritis agere poenitentiam, in praesenti obtinere
gratiam, et fiducialiter futuram gloriam praestolari * ("). Il Petrarca
non ha mai parlato in questo modo, che è la negazione della sua solitudine e
del suo ocium, €ome abbiamo notato. Non si parli dunque di arido ascetismo. Né
tuttavia si neghi che il sentimento religioso del Petrarca non ascenda alcune
volte a un mite e sano misticismo. Imperocché anche a uno spirito sano e pur
sinceramente religioso, il quale pensi che a questa mortai vita un'altra ha a
succedere, nella quale si vedrà la vanità di ogni operazione e di ogni pensiero
che non vadano al bene, può avvenire, io penso, di scrìvere e di sentire molte
volte cose simili a queste: « Ogni volta che io per mezzo della mia ragione mi
sollevo in quell'alta rocca aerea dello spirito che al pari delle cime d'Olimpo
ci fa vedere sotto di noi le nuvole, io sento in qual tenebra, in qual nebbia
di errori noi qui su la terra ci aggiriamo Sono fantasmi che ci tormentano,
larve che ci spaventano, fulmini che ci atterrano e ci trasportano in alto come
deboli canne. Il pessimismo del P.- Il pessimismo Cristiano - La vita umana
secondo P. - Il De remediis utriusque fortunae - P. e il Leopardi - L'acedia e
le contraddizioni del Petrarca hanno radice nel suo sentimento religioso. «
Tota philosophorum vUa comtnetUcUio mortia est > m^'M o penso che con queste
parole possa bene accordarsi ancora 1' amore alla vita, alla bellezza, a ogni
grande idea umana, alla società terrena: intendendo che per un animo
naturalmente religioso Y uomo anche quaggiù ha una missione a compiere e un
ideale da conseguire. Vorremo con spregio chiamar mistici tutti coloro che
credono in Dio e nella vita futura? Forse il segreto proprio della grande anima
di Francesco P. non è il misticismo per se stesso: occorre invece ricercare
quale concetto egli avesse della vita umana. Ugo Foscolo (*^) nota che P.
inclinava a una sensibilità morbosa, malattia ch'è propria degli uomini di
genio: da questa dipendeva anche il continuo cambiamento di umore e l'animo per
natura proclive alle passioni (*^). Egli ci appare già nel trecento con i segni
del morbo di Giacomo Leopardi. Francesco P. e Giacomo Leopardi sono due nomi
che paiono contrari, e invece sono presso che sinonimi. P. per lungo tempo è
stato considerato come il più felice degli uomini della nostra letteratura; il
quale dalla generazione i cui padri avevano perseguitato e condannato
l'Alighieri, riceveva lodi e trionfi in quantità (*'). Ma chi ha letto tutte le
opere del P. può confessare, credo, che la nota fondamentale del sentimento suo
è sempreil dolore, e il pianto gli sta continuo su gli occhi. Al più egli fu
felice sino al 41; ma dal giorno della sua coronazione le sventure non gli
hanno lasciato tregua mai (**): furono morti di amici a lui più cari, dolori
domestici tanto più grandi quanto meno egli ne parla: le passioni poi dell'anima
e del corpo, che in uomo volgare non apportano grande turbamento, suscitavano
in lui tempeste grandissime; la ricerca affannosa di una felicità ch'ei non
trovava lo rendeva incapace di fermarsi in luogo alcuno. A tutto questo poi si
aggiunga l'eredità che col cristianesimo il sentimento religioso gli aveva
apportato: vo' dire il pessimismo. « È innegabile che la religione cristiana
contiene* in sé più che i germi della funesta malattia: la quale tuttavia potè
svilupparsi per un procedimento storico che, non essendo stato ancora ben
definito, sarebbe argomento di importantissimo studio. Nella, predicazione di
Cristo e ne' vangeli non c'è il disprezzo di questa vita e quel riguardare la
natura un peccato (*^). Ma in seguito il cristianesimo, aiutato in ciò dal
dogma e dalla filosofia, fonda il suo pensiero filosofico religioso su due basi
essenzialmente pessimiste: la colpa originale e la predestinazione. Certo anche
in Platone è qualche traccia dell'hoc lacrymarum valle nella dottrina del
carcere corporeo; e anche Cicerone aveva detto, come P. -spesso ricorda: haec
nostra quae diciiur vita niors est; così che anche ne' filosofi gentili egli
trovava la vita dover essere commenlatio nwrtis. Ma le religioni classiche,
greca e romana, ebbero appena un sentore della grande lotta che stava per
scoppiare fra l'umano e il divino, fra il senso e la ragione, fra l'uomo e Dio.
Nel Medio evo essa scoppiò terribile, e condusse il cristianesimo a parteggiare
per Dio contro l'uomo e l'umanità, per lo spirito contro il senso e la ragione,
per il cielo contro la terra. Nell'animo italiano popolare tuttavia noi abbiamo
già osservato che il sentimento religioso non portò mai il popolo nostro a
quest'ascetismo così fuori della vita umana e sociale, e che ciò fu merito
principale della tradizione classica ereditata col sangue dai nostri padri.' ^E
non ci fa meraviglia quindi che anche P., quasi inconsciamente, cercasse con la
filosofia platonica di nascondere i due punti più pessimisti del cristianesimo
su citati, credendo in un'esistenza futura delle anime negli astri e nella
bontà naturale di ogni anima (®^). Ma la lotta esisteva latente sì, ma feroce:
e P. è il primo uomo che nel Medio evo avverti il contrasto dei secoli, e nel
suo animo profondamente religioso vide concentrate tutte le guerre passate: da
una parte i padri della Chiesa e i santi del Medio evo; dall'altra i classici
latini e la tradizione italiana e la corruzione del Papato. A un amico che
aveagli chiesto qual giudizioegli facesse della vita, rispose^ ^ Sembrami la
vita essere albergo di dolorosi travagli, teatro d'inganni, labirinto di
errori, palco di giullari, deserto orribile, fangosa palude, tenebrosa
spelonca, campo pietroso, tana di belve, sonno inquieto, ridente frenesia,
speranza inutile, gioia bugiarda, riso scomposto, inutil pianto, ansia
perpetua, morbo continuo, doppia malattia, titoli infami, vaso fesso, sacco
sfondato, lusso idropico, avida stomacaggine, nausea famelica, fiore caduco,
osteria di passaggio, carcere tetro, nave senza governo, laccio traditore,
scoglio durissimo, vento impetuoso, turbine nero, pelago procelloso, sentina di
libidine, abisso d'odi, canto di sirena, onorata vergogna, velata ignoranza,
regno di demoni ecc. ecc Ed è peggiore ancora » f ^). ^ È inutile quindi
chiedergli che cosa è la morte: egli vi risponderà che è la fine di ciò che
dianzi ha detto della vita. E chi volesse su questo argomento confrontare P.
con il Leopardi troverebbe che quasi tutti i Canti di quest'ultimo hanno già la
loro ispirazione nel Canzoniere del primo. E pur tuttavia né P. né il Leopardi
hanno nulla a vedere con il pessimismo tedesco o schopenaueriano: che dalle
loro maledizioni scoppiano inconscie le benedizioni, nel pianto trovano la
gioia delle lacrime, nell'odio l'amore; i loro versi indicanti disprezzo della
vita se li metti insieme ne formano l'inno di ammirazione più bello. Ed é per
questo loro stato psicologico perenne che nei loro scritti troviamo serpeggiare
il dualismo,, come due fossero gli scrittori, e nella loro vita dominare
sovrana la contraddizione. Il pensiero della morte riempie gli scritti e la
vita loro; l'uno nel Secretum scrive: patrie iam hominem natum poeniteat (**);
l'altro nei Canti: nasce l'uomo a fati4ui, — ed è rischio di morte il
nascimento {^% E al P. e al Leopardi balena l'idea del suicidio con fiamma
solfurea; e l'uno compone a morto il proprio corpo {^% e l'altro sente già le
membra sue sciogliersi e confondersi nell'infinita vanità del tutto. In alcun
luogo P. poi osserva: « D'esser vivo non si lagna nessuno: tutti della povertà,
della fatica, della vecchiezza, della malattia, della morte metton lamenti,
quasi che men della vita fossero queste cose secondo natura » (^^). Ed ecco
balzare una concezione deUa morte tutta opposta, quella che il Carducci
ricorda, la greca eutanasia^ e divenir bella nel bel viso di Laura e il P.
desiderarla come dolcissima cosa. Anche nell'universo essi videro riflettersi
ugualmente l'odio e l'amore. P. del Canzoniere diventa scrittore del De
reniediis, che nella prefazione del secondo dialogo della fortuna avversa,
vedendo l'odio divenir legge universale, giunge inconsapevolmente alla
dichiarazione di un principio che è agli antipodi di tutta la sua filosofia: la
lotta per l'esistenza, ch'egh, precorrendo non so come lo Spencer, dimostra
lungamente per il genere minerale, vegetale, animale, umano (^^). Ma se voi poi
aprite le lettere, trovate al contrario: « Amore unisce e governa le anime e la
materia e tutto l'universo » (^^). Cosi se voi prendete il Secretum, leggete a
una pagina tutta l'esecrazione del peccato di amar Laura, e nell'altra: « nihil
pulchriua excogitari queat »; e non solo egli ama lo spirito di Laura, ma anche
il corpo: « animam cum corpore ». Quest'amore bello e umano ritorna ad ora ad
ora anche nei versi dell'infelice Recanatese. Che cosa è l'uomo? * Nil miserius
homine, nil debilius, nil pauperius »: così P.; ma intanto riconosce
l'importanza dello studio psicologico, aggiungendo: « nimis magna res est ».
Nella prefazione del primo libro del De remediis {^% considerando le umane
cose, dice che noi siamo per natura condannati all'infelicità: le cose presenti
ci annoiano, le passate ci attristano, le future ci fanno guerra. Così noi
trasciniamo una vita, il principio della quale è posseduto della cecità e
dall'obblivione, il mezzo dalla fatica e il fine dal dolore, e l'errore poi
signoreggia tutto. Ciò non accade agli altri animali, i quali cercano di
scampare solo dai mali presen^(i, di maniera che sarebbe quasi meglio che noi
fossimo privi di ragione, perchè voltiamo a nostro danno le armi della nostra
divina natura (^^). Ed egli è tanto persuaso che le ricchezze, gli onori^
gl'imperi siano grandi fatiche, più gravi della povertà e dell'esilio é della
morte, che imprende a scrivere non per dilettare, ma per far opera giovevole e
dissipare gl'inganni {^^^). E siu dal primo dialogo, parlando della gioventù,
che suol riputarsi un bene perchè più lontana dalla morte, osserva amaramente:
« se due andassero al patibolo chiamereste voi forse meno infelice il secondo,
del primo? ». Così procedendo egli arriverà in questo medesimo hbro (^^^) a
dichiarare che nessuno può quaggiù esser felice mai, neppure colui che è
virtuoso, « qui aeque miser est habendtis ». E si toglie anche ogni speranza, e
l'ultima dea fugge innanzi a questo sillogismo: * chi spera non ha, dunque lo
sperare è privazione, dunque è un'infeUcità dell'anima »; laonde P., ridendo
delle discussioni filosofiche intorno al bene, conclude: « bene sperando et
male hahendo transit vita mortalium ». Né voglio ora neppur accingermi ad
esporre il pensiero del P. intorno alla gloria e alla fama: tutti lo conoscono.
L'autore del Favini ovvero della Otaria ha ridotta in nuova forma ciò che nei
Trionfi € nel Secretum e in quasi tutte le opere petrarchesche è ripetuto
(***). Al contrario, come il Leopardi per la gloria sopratutto scrisse e visse,
P. medesimamente aveva confessato nel Secretum (*^^) di aspirare alla umana
gloria: « ut mortalium rerum inter mortales prima sit cura transitoriis »;
d'altronde, aggiunge nel De remediis {^^% tutti i più grandi uomini haii
bramata la gloria umana, benché questa sia molto grave per i continui affanni
che apporta: « durum «erte, sed tollerabile, imo et invidiosum et optabile ».
Ed ecco uscire una falange di critici poco benevoli i quali si dolgono che messer
Francesco, dispregiando tanto l'umana vita, abbia sino alla morte cercato Laura
e il dolce lauro. Certamente poi prende un grosso abbaglio il Koertiiig quando
vuol fare del pessimismo del Petrarca un anticristianesimo (*^^): esso ne è
anzi la logica conseguenza. Il pessimismo del P. e quello del Leo' pardi hanno
per comune fondament o la noia di questa vita; ma poi si discostano grandemente
in questo, che P. ha ancora un profondo concetto religioso; nel Leopardi al
contrario è succeduto il dubbio alla fede, e la religione s'è trasmutata in un
panteismo filosofico: Torquato Tasso col suo doloroso dubbio è forse, per
nascosto tramite, l'anello di congiunzione fra il trecento e l'ottocento.
Concludendo, noi intendiamo che la malattia del P. di cui si confessa egli
stesso, cioè la famosa acedia o aegrUudo animi, sia veramente quel morbo
terribile che il Cristianesimo ha lasciato in eredità alle anime che più
sentirono il bisogno di amare e di credere insieme, di accordare la ragione con
la fede, lo spirito col senso: l'ultimo grande malato di acedia, ma già
inguaribile, fu il Leopardi. Certamente dunque errano coloro che sentenziano P.
essere stato né più ne meno che uno scettico, e confrontano il Leopardi con lo
Schopenauer: essi non tengon conto dell'importanza e profondità e varietà del
pensiero religioso ne' grandi nostri. Tutte le contraddizioni di Francesco P.
si riducono infine a questo: che il suo pensiero religioso vacillava fra la
tristezza del cristianesimo e la serenità delle religioni antiche, fra
l'autorità de' libri santi e lo scandalo vivente della Chiesa di / Roma, fra il
Medio evo e il Rinascimento. Il pensiero religioso voleva in lui divenire
pensiero filosofico; e nel terribile sforzo P. ne sofferse grandemente, ma aprì
la via al quattrocento e a Telesio e a Pomponazzi e a Bruno e a Campanella. P. non è
strettamente un filosofo [cf. H. P. Grice: Two senses of ‘philosopher’:
professionally engaged in philosophical studies; disposed to provie general
reflections about life. Ma
ne' suoi scritti è un ampio contenuto filosofico - E aveva ancora ingegno
filosofico - Il P. e la scienza - Meriti filosofici del Petrarca - Il Rerum
memorancfarum - Carattere morale, sociale e politico della nuova filosofia.
Andar dobbiamo in tracce di nuove cogniMtoni indefessamente finché ci duri la
vita EL pensiero religioso adunque di Francesco P. sono da ricercarsi il
pensiero e il concetto ch'egli ebbe della nuova filosofia. Con questo non
intendo di scemare il merito suo. I suoi libri sono pieni della filosofia antica
e moderna: e credo che tutto Cicerone sia in essi trasfuso, e che Agostino e
Lattanzio e altri molti trovino in essi tanta parte delle proprie dottrine che
volendo anche solo riassumerle non basterebbe un grosso volume {^^^). Ma nel
grande crogiuolo, per così dire, della sua mente, tutto acquista uno scopo e un
carattere subiettivo proprio del P. (*^'). Il quale perciò molto liberamente
prende intorno al suo argomento le opinioni di ogni scuola che a lui sia utile,
a costo di cadere in contraddizione filosofica {^^^). Quindi (egli stesso lo
afferma) non è giusto, come molti fanno, chiamarlo né peripatetico né
accademico, né stoico; e neppure eclettico, perché l'eclettismo {^^^) e una
sapiente ricostruzione con argomenti tolti da molte filosofie, sì che formino
Town unico edificio: nel P. questo non è. Né, €ome abbiam visto, egli è
filosofo mistico né razionalista, benché misticismo e razionalismo abbiano sì
grande parte nelle opere sue (***). Dunque il Petrarca, per questo rispetto non
si può chiamare filosofo: ciò non toglie ch'egli nella storia della filosofia
non abbia diritto a un posto importantissimo. Vero é che P. aveva ingegno
filosofico e nelle sue opere sono infiniti i brani che ne dimostrano
l'acutezza. Osserviamone alcuni brevemente. A Cicerone che aveva detto gli
uomini sovrastare ai bruti per la favella, P. fa osservare che la facoltà
discorsiva presuppone l'altra intellettiva, e che se quella mancasse basterebbe
questa perché l'umana specie fosse molto al disopra dei bruti: ai quah tuttavia,
se non furon dati l'intelletto la scienza e la memoria, é da riconoscere alcun
che di simile all'intendimento e alla discrezione (^^^). E al pari di Dante che
con novità aveva nel Convito definito la filosofia un amoroso tiso di sor
pienza, egli, combattendo i cattedrari e plebei filosofi del tempo, affermò che
essendo la filosofia amore, cioè desiderio di sapienza, ogni uomo che la vuole
può amandola conseguire. Che se alcuno gli facesse obiezione che non tutti
nascono con uguale ingegno, egli risponderebbe essere necessario star contenti
fra i termini che al nostro ingegno posero Dio e la natura: « imperocché fino a
tanto che aDdremo in traccia di nuove cognizioni, e andar vi dobbiamo
indefessamente finché ci duri la vita, luoghi tenebrosi e oscuri ci si
pareranno d'innanzi ogni giorno per entro i quali cercherà invano di penetrare
la nostra ignoranza: e quindi a noi tristezza rancore e dispetto contro noi
stessi; ed ecco la scienza che ti promettevi ricca sorgente di puro diletto
fatta cagione di molestissimo affanno e della vita nostra non più fida scorta,
ma morbo micidiale. Deesi con lo studio aiutar l'ingegno, non sforzarlo dove
salire non poi^sa, che ciò facendo cade a vuoto » (**^). Anche in ciò mi pare
che il verso dantesco spesso frainteso: state contenti umana gente al quia; non
potrebbe desiderare miglior commento. Chi accuserà Dante Alighieri di avversar
la scienza, per cercar la quale egli condotto di girone in girone, di balzo in
balzo dà l'esempio più manifesto del cammino dell'umano sapere che di collo in
collo ricerca affannosamente il vero? Nelle parole del P., in quell'andar
indefesso finche ci duri la vita, è un forte sentore di quella dottrina che il
Vico e gli Enciclopedisti chiamarono dei progresso. Certo non ne mancava la
fede a chi scriveva: « Scorrano più* dopo noi altri dieci mila anni, si
accumulino secoli a secoli, mai non sarà chiusa la strada a nuovi trovati »
{^^% Evidentemente siamo ben lontani dalla filosofia del tempo che nelle scuole
insegnava ogni verità essere nei modi del sillogismo contenuta. Ma « la
dialettica (scriveva P.) è un mezzo e non un fine, come al contrario stimano
essi »; ed ei voleva non che ne lasciassero lo studio, ma che s'affrettassero
in quello, affinchè loro fosse scala a cose più alte {'''). Egli per primo nel
suo tempo diede esempio della nuova filosofia, ripristinando il metodo latino
di trattazione che già aveva fatto mirabili prove con Seneca e con Cicerone e
anche con Platone e con Agostino. Così sciolse le ferree catene che spesso nel
Medio evo tolsero le ali a fortissimi ingegni, e- ravvivato alle fonti della
natura e della vita umana il contenuto della nuova filosofia, essa potè poi
spiccare il volo alla grandezza del Risorgimento e della moderna filosofia
Quale concetto ebbe P. della nuova filosofia e a qual ufficio la destinava? Il
Rerum memorandarum doveva esserne un primo esempio, iniziando un commentario di
tutte le virtù. Ma, così come ci è giunto, non è che un insieme disordinato di
alcuni appunti: i quali paiono colonne grandiose di un tempio non più eretto.
Si comincia dalla prudentia, e dìstinguesi in memoria, intelligenza,
provvidenza: Tintelligenza, pure ch'egli definisce cognitio rerum praesentium,
distinguesi in speculativa e pratica: la perfetta è quella che <;ongiunge
pensiero e azione. Così logicamente si giunge al concetto di una filosofia che
sia medicina delle anime; e il suo ufficio è insegnar Varie di ben vivere
(**'). La stessa eloquenza diviene una parte della filosofia. Cicerone l'aveva
infatti definita: « nil aliud nisi copiose loquens sapieniia »; e Catone: «
orator est vir bonus dicendi peritus *: e P. unendo la sapienza della mente
alla bontà dell'animo arrivò al concetto della vera eloquenza, come del primo
frutto della nuova filosofia. Si comprende allora che quando spesso dice che
Platone è più eloquente di Aristotele, non fa, come comunemente si dice, una
questione retorica. E però con profonda verità afferma, sin da giovine,
studiare non per divenir dotto, ma per migliorare la propria vita (^**), E
altrove esce in queste bellissime parole che io vorrei fossero meditate da
coloro che in un modo o nell'altro oscurano la santità della vita del grande
Aretino (*^^): « Tutti non possono essere Ciceroni, Fiatoni, Omeri, Vergilii;
ma buoni sì che tutti possono divenire pur che lo vogliano. È degno di molta
stima, se buono sia, pur anche il pescatore, l'agricoltore, il pastore. Meglio
l'uomo dabbene senza il sapere che non il sapere senza l'uomo dabbene. La virtù
vera poi è quella che insegna a sentir rettamente di Dio e a operare rettamente
fra gli uomini (**®). La nuova filosofia è dunque, come egli splendidamente
dice, una cultura delVanimo (**^), intendendo a darle due uffici nuovi: Funo
educativo^ Faltro psicologico. « « In tanta barbarie e viltà ecclesiastica e
feudale si comprende bene quanto grande fosse per la coscienza italiana il
beneficio della nuova filosofia nel rispetto politico e sociale. Già il
Carducci notava che il concetto della libertà è più vivo in lui che in Dante
(*"). E in verità in tutto degna del grande Astigiano è la uscita del P.
di Parma assediata e piena di ignobili guerriglie: « Ed io fra queste strette
sentii nascermi in cuore il desiderio di quella libertà che ardentemente sempre
bramai, che fu lo scopa di tutti i miei voti, alla quale io corro di continuo
»; e coraggiosamente di notte esce tra i nemici, è assalito e attorniato, cade
e riman pesto e senza flato; si rimette in sella, solo; e sotto grandine e
pioggia, mentre dalle mura lontane s'udiva il borbottare delle nemiche scolte,,
sotto il cavallo si accovaccia e aspetta l'aurora. Ed è poi degna del Parini*
l'altra lettera con la quale, dopo aver rinunziato alla carica di Segretario
del Papa, racconta a un amico come egli causasse quel giogo d'oro con infinita
gioia: « Io non voglio aver riguardo, scrivendo, alla dignità e alle ricchezze
di chi mi legge: voglio che un papa e un re pongano nelle mie cose
quell'attenzione medesima che qualunque altro, ed anche più se son più poveri
d'ingegno. E il poeta della pace("*)cliviene poeta di guerra per la
libertà, senza la quale la pace è obbrobriosa (^*^). E scrive a Gola con
spiriti di cospiratore, e pieno dì odio alla tirannide e di fuoco ribelle in
una celebre esortatoria fa l'apologia dei Bruti (*"). Altrove contro la
tirannia additava il vero rimedio, la bontà dei cittadini: « se la patria avrà
anche un solo buon cittadino, non avrà lungo tempo un cattivo signore >.
Egli arrivò cosi, con Dante, al nuovo concetto della nobiltà, non più fondata
sul sangue ó le ricchezze, ma su la virtù e l'ingegno: e queste cose ascriveva
anche a Roberto e a Carlo IV, e aggiungeva: « tutto il sangue è d'un colore, e
qual è quel re che non viene da schiavi, o quel servo che non viene da re? »
("•). Di qui ancora la concezione di un governo al tutto democratico, tanto
che interrogato come cacciar si potesse di Roma la succeduta anarchia additò e
dìihostrò lungamente nella cacciata dei nobili tiranneggianti il solo rimedio
al male: « Via su dunque cacciate costoro e chiamate la plebe romana alla
dovuta partecipazione dei pubblici onori » (*^®), È cosa poi ben strana nel P.
un accenno alla grande utopia del filosofo dì Stilo, che dopo più dì due secoli
trovò neUa stessa isola di Taprobana la Città del Sole: « Nell'isola di
Taprobana (scrive P.) (***) che siede nell'oceano orien tale molto dì là
dall'India e per diametro opposta alla Brettagna, si elegge per arbitrio del
popolo il re, e non vi valgono o la ricchezza o la nobiltà del sangue, ma tutto
il favore si attribuisce alla virtù; di maniera che la grandezza o il parentado
non gli rimuove dalla elezione del migliore uomo: oh! santa e felice usanza che
è questa, la quale piacesse a Dio che s'usasse a eleggere i nostri re, che
forse non sarebbero succeduti per Taddietro ne' reami i figliuoli peggiori dei
padri, e i nepoti piti pessimi che i loro antichi, e non avrebbero corrotto e
guasto il mondo con la superbia e licenza loro »: là il re deve essere senza
figli, e se mentre è re ne avesse, deve subito abdicare. Quale il pensiero
politico dantesco, tale dapprima fu l'ideale politico del P.: cioè un
imperatore che fosse come arbitro di pace fra le cristiane nazioni (*^*); ed è
notevole che P. molto più chiaramente di Dante afferma doversi l'imperatore
tedesco considerare italiano (^^^). Vero è che in seguito s'accorse essere vana
ogni speranza in papi e imperatori. Allora ì due soli di Dante si oscurarono, e
le due spade che tanto avevan travagliato la mente de' Dottori medioevali egli
le vide spuntarsi. E dopo acerbissimi rimproveri a Carlo IV, finì col
dichiarare che l'Impero fu sempre l'infausto pianeta d'Italia (^^*). E il
pensiero e l'amore della grande Patria, ch'egli aveva sempre agitato, divennero
più splendenti e chiari che mai. P. per primo nelle sue canzoni italiane e ne'
carmi latini saluta c^hiaramente e dolcemente la santissima terra, la patria
Italia, cinta di due mari e altera di monti famosi, onoranda a un tempo in
leggi e in armi. E certo risuonò per molto tempo all'orecchio degli italiani
quel memorando verso: che fan qui tante peregrine spade? (*^^); perocché il
Machiavelli con quella canzone dà termine al suo Principe, e Stefano Porcari
muore recitando quei versi, e Giulio II compendierà la grande opera del P. col
grido famoso: ftiori i barbari. Chi condusse P. a tanta grandezza patriottica ?
Il De Sanctis dice che l'amore del P. all'Italia fu un amore filosofico. Non
credo. Forse più giustamente il Bartoli notò che nel pensiero religioso è in
lui la radice del pensiero patriottico, e lo confrontò con il Lamennais. Ciò
del resto è stato sempre sentenza comune a molti filosofi politici, che sin da
Platone pensarono che vera religio est firmamentum reipUblicae. Le relazioni
fra Chiesa e Stato sono per il Petrarca quelle medesime che fra Cristianesimo e
Paganesimo, rampollando entrambi dal pensiero religioso. Quindi non l'Impero
soggetto alla Chiesa, come in san Tommaso; non la separazione della Chiesa
dall'Impero, come in Dante; ma Chiesa e Stato tendenti a un unico fine: la
grandezza politica e insieme religiosa d'Italia. Ch* i* medemmo non 90 qnél eh*
io mi voglio i A queste brevi considerazioni si può, credo, concludere che come
l'Umanesimo nel trecento, intraveduto appena da Dante, ebbe nel P. il verace
precursore; così il Risorgimento filosofico, che in Italia si fa cominciare nel
quattrocento, ebbe inizio veramente con Dante e col P.: l'uno avendo alla
filosofia dato carattere laico, l'altro avendo abbattuto le scuole del tempo e
dato gU elementi della filosofia nuova. Quali sono questi elementi? Riassumiamo
brevemente. Il Fiorentino ne' suoi studi su la filosofia del Risorgimento
osserva che la disputa su la preferenza di Platone ad Aristotele costituisce,
se non tutto il significato filosofico del quattrocento, almeno la parte più
importante. E però, laddove tuttodì si afferma che il merito di ciò spetta a
Giorgio Gemisto e agli altri greci venuti in Italia dopo la caduta di
Costantinopoli, noi troviamo molto tempo prima doverne assegnare il merito a
Francesco P. È vero: il motivo che spinse P. alla preferenza della dottrina
platonica non è punto speculativo, e però rigorosamente filosofico. Ma certo si
esagera ripetendo ch'egli seguisse in ciò non so* quale proprio istinto, che
poi sarebbe un'inesplicabile leggerezza. P., abbiam veduto, non dispregia
Aristotele: tutt'altro. Egli conosceva bene e lodava grandemente l'Etica
aristotelica, ma diceva di non trovare in essa (ciò che è in Platone) l'ardore
che la virtù conosciuta deve di sé suscitare. Poi abbiam notato che il pensiero
religioso è la sorgente na-scosta così di questa, come di altre opinioni del
P.. Ora il Fiorentino stesso osserva che le contese del quattrocento ebbero per
vero motivo la questione del cristianesimo, al quale alcuni dicevano Platone
accostarsi maggiormente, altri Aristotele. E P., che né platonico né
aristotelico né ciceroniano voleva esser chiamato, ma cristiano, vide così
chiaramente ciò che altri sentirono confusamente. Anche intorno alla dottrina
aristotelica egli precorse le accuse, che affaticarono tanti ingegni nel secolo
seguente: non avere cioè Aristotele conosciuta la provvidenza e la creazione, e
aver negata la immortalità^^d^lTanima, senza la quale nessuna vera religione
può reggersi. Certo i libri filosofici del P. dovettero avere un'efficacia
grandissima su le nuove generazioni, se Gino Rinuccini quasi con le stesile
parole, certo con il medesimo pensiero, ripete col P. che: « Platone è maggior
filosofo che Aristotele perchè in sua opennione del- i Fanirna è più conforme
alla fede ca ttolica : ma nelle ' cose ch'anno bisogno di dimostrazioni e di
pruove Aristotele è il maestro di coloro che sanno » ("*). E Colacelo
Salutati e Luigi Marsigli e tutta una valorosa coorte di pensatori si misero a
seguitare la tradizione dal P. iniziata. E l'Aretino per bocca del Niccoli
ridirà di Aristotele col P.: « se i libri aristotelici, così come corrono si
portassero allo stesso autore, ei non lì riconoscerebbe per suoi, più che
Atteone, i convertiio in cervo, non fu riconosciuto dai suoi €ani » (^^®). Così
P. distinguendo Aristotele dai traduttori e mettendo in guardia i filosofi
contro questi, suscitò grande desiderio di conoscere il pensiero genuino del
grande Stagirita. L'Aretino stesso, sebbene platonico, misesi a tradurlo, e
scorse che anche in qUesto non mancava (come P. aveva indovinato, ma
inutilmente) quell'aureo fiume di eloquenza che era il pregio più generalmente
riconosciuto in Platone. Di Aristotele i primi libri tradotti furono gli Etici
e i Politici. Nelle dispute poi di eloquenza è vero che alcune volte si
trascese a contese solamente formali, ma in generale (come P. voleva) essa fu
congiunta con la filosofia: non vi fu cattedra di eloquenza cui non fosse
aggiunto lo jsl;udio della filosofia morale (^^^). 11 problema dell'immortalità
dell'anima fu il più — Siimportante che preoccupò i nuovi moralisti latini;
finché si giunse al Pomponazzi che nel suo cele^ berrimo libro De immortalitate
animae affrontava la grande questione e concludeva non potersi quella con le
dottrine aristoteliche dimostrare: il suo libro fu abbruciato dalla Chiesa. Ciò
poi non fa che mostrare, a mio avviso, quanto il sentimento cristiano
informasse tutta Topera di questi umanisti, il Valla compreso, come si disse. E
tutto cristiano è quell'idealismo di Marsilio Ficino, il quale tiene accesa una
perenne lampada innanzi all'effigie di Platone, della cui dottrina egli fu in
quel tempo il più grande maestro. Quelli che non ebbero molta attitudine
filosofica preferirono ad Aristotele e a Platone i filosofi posteriori, dal P.
per primo messi in onore: stoici, epicurei e specialmente eclettici; Cicerone
fu il maestro di questi, che da lui si chiamarono Ci\ ceraniani: e fra essi
furono, oltre il Valla, il Nizolio^ il Vives, il Ramo ed altri. Ma in ogni modo
e i platonici e ì ciceroniani [furono ugualmente avversi alla Scolastica: i
primi per la dottrina medesima che essa insegnava, gli altri anche per la forma
barbara e per i procedi 1 menti artificiosi. Insieme alla morale filosofia P.
aveva \/ risvegliato la filosofia sociale e polìtica. Già Dante alle dottrine
scolastiche e alla concezione d’AQUINO (vedasi) del sole e della luna
(rappresentanti l'uno il potere pontificio, l'altro l'imperiale) aveva
sostituito l'altra dei due soli uguali e indipendenti fra loro. Il Petrarca
vide i due soli oscurarsi: e però nel suo pensiero religioso e patriottico egli
già prenunzia Giovanni Boccacci che deriderà finamente papi e papato, impero e
imperatori; e Marsilio di Padova che stabilirà la Chiesa essere costituita da
tutti ì fedeli, alla assemblea dei quali il papa deve essere ossequente, e,
combattendo la donazione costantiniana, proclamerà l'assoluta povertà di
Cristo. Il problema politico poi non sarà mai più abbandonato: anzi nella
pienezza del Rinascimento sarà argomento de' studi di profondi pensatori, che
son la gloria della nostra filosofica tradizione. La quale vediamo sorgere da
molteplici connubi di opposti elementi: da una parte cioè congiunge il
sentimento italiano profondamente cristiano all'odio contro la Curia e contro i
corrotti e corruttori pontefici, e assale la cupidigia e l'avarizia della
Chiesa; dall'altra tempra il misticismo inerente al cristianesimo col sano
risveglio dell'eredità latina,, sociale e politica, A tutto questo poi si
aggiunga lo spirito di libertà, del quale P. aveva dato sempre splendido
esempio, ribellandosi per primo a tutte le autorità antiche e moderne,
filosofiche e teologiche, qualora non gli garbassero. « Nihil saeculis nostris
invisius quam haec duo: veritas et libertas >: così egli scriveva; e però è
vero che dà il nome di divini filosofi a Platone, a Cicerone e ad Agostino, ma
eoa grande alterezza soggiunge: « ma rautorità di essi a me non toglie la
libertà del giudizio » (^**). E altrove, dopo di aver chiamato volgo spregevole
quelli che déiVipae dixit si facevan arma di logica, soggiunge che debbon esser
guide al filosofo: « et auctoritas et ratio et experientia . I tempi eran
maturi perchè con la voce di Martin Lutero s'elevasse anche quella di Galilei e
di Bacone. Seguitando a raccoghere nel Rinascimento italiano quelle auree fila
che nel P. hanno principio, non sono certamente da trascurarsi i due caratteri
principali che P., quasi senza avvedersene, diede al pensiero filosofico e
religioso: cioè il carattere naturalistico e l'altro psicologico: l'uno
condusse poi in filosofia al panteismo di Giordano Bruno e al naturalismo
scientifico; l'altro diede al sentimento religioso italiano una forza potente a
tradursi in grandissime manifestazioni artistiche e letterarie. II sentimento
della natura in Francesco P. è affatto nuovo, e traspare profondo da tutte le
sue opere. Leggendo la vita di questo letterato si rimane meravigliati della
quantità de' suoi viaggi e dell'intensa curiosità che lo spingeva a vedere
terre lontane e costumi stranieri. E oltre Vltinerarium Syriacum molte altre
sono le cagioni per cui egli meritamente è annoverato fra i geografi più
importanti di quel tempo. Così suscitando l'amore di nuove cose e distruggendo
pregiudizi e allargando le idee, P. preparò gli animi ai benefici effetti che
produsse la scoperta del nuovo mondo. I viaggi, dice il Kraus, hanno aperto gli
occhi a quest'uomo straordinario, e per mezzo di lui l'umanità del Medio evo
già declinante scoperse la magnificenza della natura che ci circonda. I viaggi
infatti nel Medio evo si intraprendevano per fini militari o commerciali o
religiosi; non per essere scopo a se stessi. P. superando difficoltà
incredibili e pericoli e disagi per strade spesso difficilissime viaggiava:
viaggiava per viaggiare e per vedere uomini e cose, popoli e costumi di lontane
regioni (^^^). Così egli è il primo che si recasse a un'ascensione alpina col
solo scopo di godere di lassù un'idea: la grandezza del paesaggio e dei monti.
E di lassù egli scoprì nell'infinito panorama la storia del mondo e dell'uomo e
dell'ultramondano: e al Medio evo, discesone, rivelò il nuovo pensiero. La lettura
di sant'Agostino lassù e le considerazioni mistiche che dal profondo dall'animo
gli suggerì, dimostrano quanto fortemente al sentimento della natura egli
congiungesse lo spirito religioso dell'anima sua. Ma un'altra cosa scoprì P.
dalla cima del Ventoux: scoprì che niente al mondo è più meraviglioso dello
spirito umano. Dante nella Vita Nova dà senza dubbio un esempio di psicologica
trattazione di cose umane; ma P. trovò un sentimento psicologico tutto moderno,
il quale consiste nell'irradiare fuori di sé Fanima propria con le proprie
passioni e nello stesso tempo dell'anima propria far centro di tutto
l'universo. Il fiore piti bello del pensiero petrarchesco, disseminato nelle
opere latine, è il Canzoniere. Il De Sanctis, nel suo saggio critico sul Pe-» trarca,
gli rimprovera l'abuso della riflessione nelle poesie italiane (*^*). Questo
deriva da quella finissima analisi che P. fa nel suo Canzoniere delle
sensazioni e dei sùbiti moti della propria psiche. Le canzoni specialmente sono
alcune volte una vera poesia psicologica: fra l'altre quella: i' vo pensando; è
un piccolo Secretum^ e con l'ultimo verso: E veggio 1 meglio ed al peggior
m'appiglio; ridicendo felicemente il noto: tMeo meliora prcboque, deteriora
sequor; conclude l'esame di una situazione perenne dell'animo umano: così nel
Secretum^ dopo i molti ammonimenti di Agostino, P. risponde ringraziando, ma
poco persuaso di essersi convertito. E questa lotta fra senso e ragione che nel
Petrarca è alimentata dal pensiero filosofico religioso, Jfa del Canzoniere un
romanzo, nel quale l'amore per Laiu-a, sensuale dapprima, si raffina e purifica
sempre più finché diviene sopratutto spirituale, e il poeta parla poi nei
Trionfi con l'anima della morta amica. E forse tenendo conto maggiore di questo
psicologico svolgimento non si sarebbe detto che Laura è parto fantastico del
P., o che nel Canzoniere si cantano molte Laure o una Laura al tutto ideale
(^*^). Chi sa ben leggervi^eiitro nelle Rime scorge tutto aperto il cuore del
P.; il quale, facgndo^disè specchio, ci ha descritte le piu^nrrtinie fibre del
suo seriliììreiito. Il mmidaè un accessorio per lui, per ciò che egli lo
esamina colorato e trasformato dalle proprie impressioni. Talora, dice il De
Sanctis, pare che scherzi con l'anima propria. Così, approfittando di questo
specchio che il P. ci mostra di se stesso, non sarebbe difficile, credo,
seguire nel Canzoniere lo svolgersi del sentimento filosofico religioso,
notandone la parte che il misticismo e il pessimismo e la ragione vi prendono
(^*®). Chi ha notato, per esempio, per qual tramite ascoso vengon fuori dal
cuore del poeta i confronti tra Laura e Cristo e la Vergine?. A ogni modo è
certo che il colore, dirò così, psicologico, che è il carattere vero e
novissimo del sentimento religioso del P., è a lui tutto proprio e ben diverso
da quello che è, per esempio, in Agostino. Si prenda il Secretum e si vedrà
chiaramente quanta è la differenza fra esso e le Confessioni del santo.
Agostino scrive fra la calma dello spirito, quando la passione essendo passata
egU poteva tranquillamente raccontarla: P. scrive il Secretum nel momento più
feroce della passione , e non per altro che per dar sfogo alle lacrime e
parlare con sé della passione sua (^**). Nelle Confessioni è la gioia del
convertito; nel Secretum il dolore di chi cerca di convertirsi senza volerlo
seriamente , perchè non persuaso che l'ascetismo e il misticismo siano tutta la
«vita. Nello scritto del santo la sacra Scrittura, il vangelo, la metafisica;
nel Secretum le sentenze pagane e il pensiero umano imperano. Nell'uno la
propria vita 4 narrata quasi per propaganda cristiana e a scopo polemico contro
gli eretici; nel* l'altro i fatti non servono che a indagare l'anima propria,
che appare misteriosa e profonda e tenebrosa tanto che l'occhio a fatica vi
discerne. Neppure nella Vita Nova s'arriva a tanto: essa è un commento a un
aspetto solo della grande anima dantesca e non ne cerca le profonde latebre. Il
Secretum è senza dubbio il primo vero ro* manzo psicologico, e toltane la forma
dialogica e l'aridità che qua e là deriva dal tempo e dai modi personali del
P., si potrebbe per alcuni rispetti confrontare con l'Ortis: certo non vi manca
l'amore della patria e dell'arte e di tutto ciò che è bello e gentile,
mescolato con quell'infinito dolore che si chiamò poi la malattia del secolo,
di cui l'ultimo malato fu Giacomo Leopardi. # Il Segré nel congedare, lo scorso
anno, i suoi Studi petrarcheschi (*^°) scriveva nella prefazione: L'età, di cui
P. è stato l'iniziatore, è lì, lì per chiudersi, e i fulgidi albori di una
novella, che scorgiamo disegnarsi baldi all'orizzonte, comincian di già ad
offuscare una espressione di vita spirituale che con diverse vicende domina
ormai da cinque secoli. Quella modernità petrarchesca fra breve, io credo, noi
non la comprenderemo più »: ed egli esorta ad affrettarci, finché lo possiamo
intendere, nello studio del P.. Ma (alcun frutto mi sia lecito trarre da questa
modesto scritto) così vorrei io concludere: — Come Dante diviene ne' secoli più
grande per il suo verso divino, così P. per Yumanità del suo pensiero vivrà
eterno. E sempre più necessario sarà l'interrogarlo; finché sarà continuo il
contrasto tra la ragione e il senso, tra l'elemento eterno e il caduco che
hanno loro sede nell'inteÙetto e nel cuore umano. De Odo religiosorum, I, a
pag. 307 dell'edizione latina delle opere tutte del P. stampata a Basilea nel
1554, secondo la quale sono anche le citazioni seguenti. (2) Vedi Storia della
letteratura italiana VII, Francesco P., ipsig. 55. (3) Vedi gl'importanti
lavori su Italia mistica e Italia parganay già pubblicati nella Nuova
Antologìa, ora riuniti nel volume Dal Rinascimento al Risorgimento (Sandron
1904). (4) Questa è la conclusione dello studio Italie mystique di Emilio
Gebhart. (5) Per Dante veggasi il Tocco: Quel che non c'è nella Divina
Comìuedia ossia Dante e l'eresia (Zanichelli 1899). Il P. poi nel De Odo (pag.
305) elogia Agostino perchè combattè coloro che avean predetto che il regno di
Cristo non sarebbe durato più di trecentosessanta anni: forse P. pensò che le
predizioni ioachimite e le altre fossero un seguito di quelle antiche
avversarie del Cristianesimo. Egli infatti poco oltre (pag. 508) distingue le
eresie in rispetta solo al dogma dell'Incarnazione (laddove le profezie
ioachimite riguardavano l'avvento dello Spirito Santo) in due classi: l'una
egli dice, fece di Cristo solo un Dio, l'altra solo un uomo. E (cosa ben strana
questa ignoranza in Dante e nel P. del moto ereticale contemporaneo) seguita
dicendo: ma la verità è ora divulgata tanto che neppure su r animo di una
vecchia (anicula) fa presa, perocché anche senza dottrina soio con la fede e la
semplicità essa si difende. Invece il male del suo tempo P. afferma essere un*
obiezione contro la fede, la quale, sebbene faccia molto paura a messer Francesco,
pur non è una vera eresia, ma un dubbio incredulo e (come ei lo chiama)
specioso; ed è questo: se Dio voleva salvare gli uomini poteva dar loro forza
maggiore o comandare cose men dure. Egli non confuta il dubbio, ma si rivolge
pregando a Dio, e afferma contro le predizioni in generale che è Satana che ci
tenta alla prescienza, « quae nec possibilis est homini nec necessaria profecto
nec utilis », « cita, fra altro, il De divinatione di Cicerone. E neìVEp, sen.
I, 5 a Giovanni Boccacci, a proposito della nota profezia fatta da un frate
all'autore del Decamerone, scrive di diffidare delle profezie dei viventi: «
nuovo e inusitato non è che fole e menzogne si coprano sotto il velo di
religione e di santità, e del giudizio di Dio si faccia mantello alla frode e
all'inganno ». Per il moto ereticale veggasi specialmente il lavoro del Tocco:
L'eresia nel Medio evo (Firenze 1886, Le Monnier). (6) Cfr. Vita solitaria, 1.
II, sectio VII, 1. (7) Cfr. oltre il Barzellotti: op. cit.; anche il
Fiorentino: Il Risorgimento filosofico nel Quattrocento (Napoli 1885) IV: opera
postuma a cura dell' Imbriani. (8) Cfr. La filosofia nel periodo delle origini
in Vita Italiana, primo volume. (9) Così il Conti nelle sue importanti lezioni
di storia della filosofia (S. Tommaso e Dante). Del resto questo non potè
alcuno affermare del De Monarchia, nel quale il pensiero di Dante è ben lontano
dal tomista. Cfr. anche un mìo lavoro (Del sistema filosofico dantesco -nella
Divina Commedia — Zanichelli 1902), nel quale cercai vestigia di platonismo
nella Divina Commedia. (10) Vedi Tocco: L'eresia nel Medio evo, Introduzione.
(11) Così nel De unitate intellectus contra Averroistas. (12) Cfr. De Bemediis
utriasque fortune^: I, dialogo 46 e 112. Gfr. passim scrìtti del P.. Per
esempio EpiatóloB fam, I, e XII, 3 (le cito nell'edizione del Fracassetti). (14) Ep.
fam. I, 11. (16) Ep. fam. I, 6. (16) Gfr. Rerum memorandarum, II: Aristoteles. (17) Vedi
Renan: Averroés et Vaverroisme. Essai historique. deux part. eh. II, 15 pag. 301 e segg. (18) Vedi V.
De Giovanni: Le prose morali e filosofiche di Francesco P. in Francesco P. e il
suo secolo pubbl. nel VII centenario della morte del P.. (19) Si vegga nel De
Vita solitaria II, sectio IV, % in cui dopo avere confrontato i principi
cristiani con Maometto, tratta: « De reprehensione regum et principum nostrorum
qui somno, voluptacibus, turpibus lucris, subditorum spoliationibus oc caeteris
vitiis imcumbunt, et nullus eorum Terrae Sanctae dispetti dio movetur ». (ao)
Gfr. Senili XV, 6. (21) Gosì intendendo V opera del P., essa acquista ben
maggiore importanza di quel che non parve al Voigt. (Il risorgimento dell*
antichità classica — traduzione italiana del Valbusa, Sansoni, Fireuze, Voi. I,
I.), che accusa P. di avere esagerate le note critiche mossegli dai quattro
averroisti veneziani per farsi bello con il suo libro De sua ipsius. Il Bartoli
poi (opera citata, pag. 12), certo seguendo il Voigt, dice che esse furono un
innocentissimo scherzo! Si
cfr. an^he ep. fam. V, 11 e 12. (22) Gfr. ep. sen. XV, 8. (23) Gfr. Ep. sen. V, 2;
XIII, 5. (24) Quanto all'empietà e irreligione del tempo si veggano, fra altro,
le ep. sen. Vili, 3; V, 2. (25) Gfr. oltre Sine titulo, X; Ep. sen. XV, 6 e 8.
(28) Vedi Fiorentino op. cit. Ili: il quale si fonda sul seguente brano del De
sua ipsius: « Neque graecos tantum, sed in latinum versos aliquot nunquam alias
visos (Platonis libros) aspicient... et quota ea pars librorum est Platonis,
quota ego his oculis muItoB vidi, praecipue calabrum Barlaam modemum graia
specimen sophiae, qui me eie. » (Op. p. 1054). Il periodo monco e sgrammaticato
fa pensare purtroppo a una lacuna che sarebbe importantissimo colmare. Forse
per questo il Voigt non ne parla. («) Ep. fam, XVIII, 2. (28) Veggasi infatti
la nota 26: dal periodo ivi citato pare potersi ciò dedurre. (») Il Fracassetti
nella ep, fam. III, 18 dà Fedone, e parlandosi delia morte di Catone potrebbe
darsi che s'avesse a intendere Fedone anche nella ep. fam, IV, 3. (30) Cfr.
Fiorentino: op. cit. III. ' (31) Con quanto poco pudore P. si sarebbe fatto
dire, per esempio, nel dial. II del Secretum da Agostino: « Hctec tibi ex
Platonis libris familiariter fiata sunt »/... (34) Rerum mem. 1; Plato. ' (33)
Quanto ad Aristotele dice nel De sua ipsius: « omnes morales, nisi fallor,
Aristotelis libros legi, quosdam etiam audivi ». (3*) Ep, fam. IV, 15 e 16. (35) Ep.
fam. XVIII, 2. (36) Cfr. Rerum Mem. I: Aristoteles. (37) Ho scritto creazione, ma P. non usa
questa parola che sarebbe impropria. Cfr. De ocio religiosorum I. (Op. p. 300):
4( unum fabricatorem (è il demiurgo o architetto di Platone) mundi Deum a
Platone, et a discipulo eius Aristotele unum principem ». (38) Notava poi che
Aristotele era morto di sessantatrè anni, numero infausto: intorno a questo
arino della vita climaterico cfr. anche Ep. sen. VIII, 1. (39) Dante nel canto
IV del Purgatorio non interpretando rettamente la dottrina platonica, la
condanna. (40) Ep. fam. XII, 14. (*i) Rer. Mem. loc. cit. (*2) Vedi: parte
settima di questo mio lavoro. — 99 — (*3) Vedi De OciOy II (Op. p. 316). (4t)
Anche qui nota differenza da Dante: e. IV del Paradiso. (*6) Cfr. ep. fam,
XVIII, 1; e per quel che segue sopratutto Ber, Mem. loc. cit. Inoltre come egli
alia religione conformasse tutte le sue opinioni cfr. Ep. sen. Vili, 1. (*»)
Vedi De Ocio I (Op. p. 307). Anche il Ficino notò questo, come ricorda il
Fiorentino (op. cit. II), nel Tom. 2, pag. 855. (47) Op. pag. 313 e II. (tó)
Ep. fam. XVII, 1. (*») Ep. fam. X, 5. (50) Ep. fam. II, 9. (ói) Sul preteso
cristianesimo di Seneca vedi Fieury A.: JSaint Paul et SenSque: recherche sur
Us rapporta du philo^ophe avec VApòtre. Paris, 1853. Ma oggi non ci si crede
più. (M) Ep. fam. VI, 2; e XVII, 1. (53) Ep. Sen. VII, 1; Ep. fam. XXII, 10.
(54) Ecco, per esempio, come egli spiega l'origine delle stimate di san
Francesco: « Dalle stimate di Francesco questa certamente è T origine; tanto
assiduo e profondo fu il suo meditare su la morte di Cristo, che piena avendone
Tanima, e parendogli d'essere anch' egli crocifisso col suo Signore, potè la
forza dì quel pensiero passar dall'anima nel corpo, e lasciarvene impresse
visibilmente le traccie ». Cosi nell'jg^. sen. Vili, 3. Quale differenza fra
queste parole e il pensiero che jnosse Zola a scrivere il suo Lourdes? (66)
XVI, 8. (66) il, sectio III, 4. (57) Op* p. 107. E' notevole l'umorismo, che
spesso divien •sarcasmo asprissimo, del P. quando parla dello stato della
Chiesa. Cosi nell'ep. fam. 5 del libro XVII, vituperando il matrimonio
aggiunge: del restp ci son turbe di sgualdrine «he rallegrano anche i vescovi e
i monaci ecc.. E in un'altra (XX, 2) il palafreno del Legato calcitrante contro
quello dell'imperatore, gli fa comprendere "^che il Papa era la causa vera
di tutti ì mali d'Italia e di Roma, perchè egli « è contento che Imperatore si
chiami, ma punto non si fida di dividere con lui l'impero ». E già prima (XV,
5) aveva amaramente osservato: « Ell'è gran cosa calcar la sede di Pietro» gran
cosa ell'è vedersi assiso sul soglio dei Cesari! ». (58) Su '1 significato del
verso, anche oggi variamente interpretato, vedi i commentatori; e Tocco: Dante
e V eresia. Credo che quel che sono per citare dell'opinione del P. dimostri
anche più decisamente trattarsi veramente in quel verso di Celestino V. (50)
Ep. fam. VI, 1. (flO) Il Fracassetti naturalmente (vedi in nota) disapprova le
parole del P.. (61) Forse anche il Voigt è di questa opinione, là dove dice che
P. nel De sua ipsius più che il Cristianesimo in sé difende il proprio (cfr.
op. cìt. I, pag. 95). (62) Ep. fam, X, 4, (63) Cfr. Fiorentino: La filosofia
della storia di Francesc(y P. (in Giornale Napoletano di lettere e filosofia,
1874) e mio lavoro su l'Africa di Francesco P. (Bihliot. Petr. del Biagi e
Passerini — Le Mounier 1902, pag. 73 e seguenti» e 168 e seguenti). (64) Cioè
il De vera religione citato dal P. molta spesso, e il De doctrina Christiana
ecc. (66) Cfr. Ep, sen. Vili, 6: « Negli ultimi tre libri manifesta i suoi
dubbi, e spesso ancora, per ciò che riguarda le divine scritture, la sua
ignoranza ». E dalle Confessioni egli già vecchio diceva di aver preso amore
allo studio della sacra letteratura, togliendosi alquanto dal soverchio amore
per la profana. Insomma gli ultimi libri egli li considera, in quanto sono in
seguito dei primi, sotto il rispetto tra filosofico e religioso, ma più assai
religioso che filosofico. — Delle Confessioni, per la parte psicologica,
riparleremo più oltre, a proposito del Secretum. (66) Questo forse intendeva P.
quando, parlando della Divina Commedia a un amico, avrebbe detto essere quella
opera non d'uomo, ma dello Spirito Santo. (OT) De Bem. II, 40. (68) De ócio:
Op. p. 306. (89) Presso la toniba del P. in Arquà. (70) Gfr. I seetio IV, 3. La
misantropia era contraria al carattere medesimo del P.; il quale amava molto le
liete brigate di amici, e scriveva lettere'a tutti continuamente. P. P.
Vergerlo cosi nella Vita P.e scrisse di lui: 4( Erat mirae iucunditatis
comitatisque singularis ut nulius esse cum eo moestus posset ». E anche il
colore ascetico che ha qua e là il trattato è postumo. Si vegga VEp, «en. XVI,
3, nella quale P. narra le aggiunte fatte per compiacere gli amici appartenenti
agli ordini religiosi, che con lui si dolevano di non aver egli parlato de'
santi loro fondatori: e ci fu un domenicano che voleva far comparire tra i
solitari anche san Domenico! Q^) Ep, fam, XVII, 4: « non in servigio altrui, ma
per fame mio prò, e perchè dì quell'affetto mio per il sopravvenire di nuovi
non s'abbia in me a ingenerare dimenticanza ». (72) Gfr. I seetio IV, 1. (73)
Gfr. I seetio V, 1; e II seetio IX, 7. (74) II; sect. IX, 6. Inoltre: Ep.
sen. XI, 3. (75) I; sect. IV, 9. ' (76) II, sect. II, 8. (77) Gfr, ep, fam. VI, 1: « Ghe se le
lettere famigliari come scherzando e quasi sempre nell'agitazione de' viaggi
soglio dettare, quando si tratta di comporre un libro, di solitudine di quiete
di tranquillità di assoluto e non interrotto silenzio sento bisogno ». E
Leonardo Aretino nella Vita di Francesco P.: 4c Era solito dire che solo il
tempo della sua vita solitaria poteva chiamare vita; perchè l'altro non gli era
stato vita, ma pena ed affanno ». (78) Gfr. inoltre Ep. fam.Vita Sol. I: sect.
IV, 7. (81) Ep. fam. Ili, 12. (81) Op. cit. (83) S. Bonaventura: OpuscuL (Opp.
omn. t. VII — Romae) 1596. (84) Ep. fam. XI, 3. (85) Prose (Le Mounier): saggio
sul P. pag. 34. (86) Ep. fam. II, 5: « Frattanto, il confesso, checché i
filosofi ragionino intorno al modo di soggiogare le passioni, a me per brevi
strade esse giungono e mi fanno bersaglio de* loro insulti. Che questa legge a
me fu data insieme col corpo dal di che nacqui: molto per la compagnia di esso
avere « soffrire ». E' la bancarotta della filosofia speculativa!... (87) La
causa della differenza è data dal P. medesimo in un luogo importante del Rerum
Memorandai'um (II, Dantes), nei quale (còsa, per quanto io so, non accennata pur
da gi*andi critici che trattarono della nota questione su le relazioni fra
Dante e P.) si accenna forse al vero motivo della freddezza del P. verso Dante:
« Dantes Aligherlus, vir vulgari eloquio clarissimus fuit, sed moribus parum,
per contumaciam, et oratione liberior, quam delicatis ac studiosis aetatis
nostrae principum auribus atque oculis acceptum foret >. Ma se P. fu
accetto, è a pensare che, mutati i tempi, nelle corti de' Signori si annidava,
come dice il Voigt, l'umanesimo. (88) Gfr. le epistolae: passim. Per esempio
adposterose fam. IV, 10. (8») Ho svolto questo pensiero un po' più ampiamente
in un volumetto: Il pensiero italiano e la Criovine Italia, in: A. Carlini e G.
Gasperoni: La Giovine Italia (Iesi, Tipografia Editrice Cooperativa, 1904, pag.
35). (W) Gfr. Secretum: diah I. e passim gli altri scrìtti dianzi citati. (»i)
Ep. fam. Vili, 8. (92) Dial. II. Per altri raffronti vedi mio Studio su V
Africa citato, specialmente per il raffronto fra Magone (che è il Petrarca) e
il iTeopardì (pag. 107 e seg.). (93) Canto di un pastore ecc. Ma già c'era 11
biblico: « natile homo de muliere, brevi vivens tempore ecc. ». (»*) Secretum
I, Africa I e V, Mime (ediz. Carducci e Ferrari): . Per il Leopardi cfr. Vita
Solitaria v. 34 e seg. e V Infinito ecc. (8B) Ep, fam. II, 8. (96) « Rapido
stellae obviant firmamento, contraria invicem dementa confligunt, terrae
tremunt, maria fluctuant ecc. » E seguita lungamente. Nota fra altro le fini
osservazioni dell'odio nell'atto generativo. Concludendo: * nil sine lite atque
offensipne genuit natura parens »; e: le còse più forti sono il sepolcro delle
più deboli ecc. . (97) Ep. fam. III, 11. (96) Opera di bizzarro e coltissimo
ingegno è il Le remediis. Con copia meravigliosa di esempi, detti,» fatti,
sentenze di filosofi, di scrittori, di guerrieri, di scienziati greci, romani,
sacri, antichi e moderni; con fatterelli di storia e interpretazioni di miti e
di costumi e saltuaria conoscenza di tutto lo scibile; sono qui raccolti con un
criterio morale e psicologico svariatissimi argomenti di considerazioni
diverse. Il De remediis somiglia grandemente ai Pensieri di Giacomo 1 Leopardi.
(99) E in ep. fam, IV, 16: « io non so se non sia meglio talvolta starsi
nell'errore contento, che non sempre essere triste per la conoscenza del vero
». (100) Così nella citata prefazione. Han torto coloro che si lamentano della
noia che la lettura di questo trattato produce: esso non era un'opera
letteraria, ma un vademecum, per cosi dire, di utilità morale, fatto non per i
filosofi, ma per la comune degli uomini. Cfr. Ep, sen, VIII, 3. (101) pag. 108.
(102) Il pensiero filosofico de' Trionfi è già neìV Africa: per il cfr. col
Leopardi vedi mio studio citato pag. 71 e seguenti. Nel Secretum sono anche
(come nello scritto leopardiano) già •enumerati i vari casi della fama. Per le
Epistola poi vedi qua e là diffusamente; per esempio ecco il tessuto della
prima delle familiarea (no» bisogna travagliarsi per la fama prima di morire
perchè vivendo non possiamo ottenerla): « Raro è che trovin plauso scritti e
imprese di chi ancor vive: comincian dalla morte le lodi degli uomini. Vuoi tu
che sian lodati i tuoi scritti? e tu muori. Anzi finché rimanga in vita alcuno
de* tuoi contemporanei non avrai piena la lode che assetisci. Per la molta
dimestichezza ancora ed il frequente •convivere T ammirazione degli uomini suol
venir meno. Gli «ruditi poi e i pedanti sdegnano d'indagare il merito dello
scrìtto, se credono di conoscerne Fautore. Giungono viventi a fama solo coloro
che con grida sostengono la loro gloria: ma morti perisce la fama loro. La
gloria è un flato di vento: è un fumo, un*omhra, un nulla ». Si confronti ora
questo tessuto con l'altro dello scritto leopardiano, e si vedrà che è identico
nella tesi e nello svolgimento e nella conclusione: sì ch'io credo il Leopardi
essersi ispirato al P.. Cfr. terzo dialogo. (104) II, 8S. Cfr. P. 's. Leben und
Werken (Leip. 1878, pagina 561). (106) Per questa parte basti citare i grandi
lavori di Pierre de Nolhac: P. et rhumanisme e l'altro De codicibìis et patriium
medi aevi ecc. (107) Non è giusto dunque rimproverare al P. le continue
citazioni: chi ben le intende vedrà che esse non sono vana pompa di erudizione,
ma un fenomeno artistico e filosofico importantissimo. (106) Per citare un solo
esempio, egli crede spesso con gli Stoici che la felicità vera consìsta nella
virtù sola, e nello stesso tempo li chiama crudeli e preferisce i Peripatetici
che ammettono che anche il dolore è un male (cfr. De Bem. II, 114) e poi ep.
fam. Voigt, per esempio, lo crede stoico; il Bartoli e il Koeting scettico; il
Kraus (F, P. in seinem Briefwech" .sei) sccMtico; molti accademico; molti
mistico ecc. (liO) Quanto alla parte considerevole che ha il razionalismo,
basti citare il De remediis, nel quale la E(mione da sola sostiene i dialoghi
col Gaudio e col Timore; nel Secretum Agostino che cita sempre i classici e i
pagani è 1* imagine della ragione, che egli invoca molto più spesso e
volentieri dei libri santi e dei dogmi. Cosi nelle altre opere del P.. In
conclusione egli non è mistico perchè rctgiona, non è razionalista perchè è
credente, cioè ha una fede indiscussa. Ep, fam. I, 7. Cosi nel Secretum (dial.
II) distingue il verlmm oris dal verhum mentis, (iw) De Bem. quella parte (I,
12) che forma il 1. dialogo del De Vera Sapientia (il secondo dialogo è del
Cusano). ivi. (11*) Cfr. De odo (Op. pag. 311): « Optat adversarius noster non
ut discamus, cui ignorantia nostra gratissima, scire permoléstum est ». ^p.
fam. I, 8. Ep. fam. I, 2. 'anche De Bem. II, 117: Quest'ufficio egli notava che
ebbe già la filosofia antica, e però aggiunge; « perchè non Tavrà la nuova
filosofia cristiana, la quale è somma, e vera filosofia? ». (118) Ep. fam. I,
2. (119) Non parlo di alcuni miserabili denigratori che giacciono meritamente
ignorati. Ma di numerosi critici moderni pur anche autorevolissimi, i quali
hanno iniziato un genere di critica che, per questo rispetto, è tutto fondato
su la diffldenea delle parole del P., il quale ne' loro libri diviene un
monumento di orgoglio, di vanità, di leggerezza, di menzogna, di avarizia, di
parassita, di buontempone, di lussurioso, di traditore, e via via. Insomma per
farlo uomo^ dacché prima ne avean fatto un dio, lo han fatto un po' birbante,
un birbante geniale e burlone a cui molto si può perdonare. Chi ha dato il
cattivo esempio, credo che siano stati i tedeschi. Il Voigt, per esempio, nella
sua nota. opera, monumentale opera sul Risorgimento, alcune volte mi pare
evidente che non abbia compreso Tanima italiana e lo spirito del P.. Il Kraus
(op. cit.) arriva a fare del P. un esteta né più né meno, e fuori dell*
estetica non vede. in lui nient*altro; e ragiona cosi: P. dice la tale o tal*
altra cosa? non credetegli, perchè parla per posa o per fantasia poetica.
Insomma facciamo si del P. un uomo, uomo con i suoi difetti: ma non
esageriamoli; non separiamo Tuomo dalPartista, il cittadino dal letterato,
anche perchè andremmo contro la nostra storia, la quale dimostra che da Dante
al Carducci Tonestà della vita ne* maggiori scrittori non si disgiunse mai
dalla grandezza artistica. Il Kraus del resto (op. cit. VI) non cita bene
quando dice che P. per un*idea estetica preferiva zoppicar d*un piede piuttosto
che d'un verso: il P. al contrario (cfr. Ep. fam. XVI, 14) biasima i poeti del
tempo ì quali preferivano zoppicare in morale piuttosto che in poesia. (1») Ep.
fam, XI, 3. (121) Ep. fam. I, 8. (IM) op. cit. Ep. fam. V, 10. Ep. fam. XIII, 5. Cfr. la
celebre canzone: Italia mia ecc. (i«) Cfr. De Bem. I, 105. (127) Cfr. fra altro
Varie, 48. Né era solo fuoco di paglia, come suol dirsi: che nel De Bem. (II,
118) pur riprovando il suicidio di Catone, fa l'elogio di Bruto: « patrìae
servi tus et tyranni facies potius repellenda quam morte declinanda sunt »; e
se Catone si uccise per non vedere il volto del tiranno, ci fu chi lo riguardò:
« Brutus aspexit et illius potius morte tollendum, quam sua morte fugiendum
censuit: id est enim viri opus, hoc feminae ». Dante nella Divina Commedia
approvò Catone, punì Bruto; ma non sì venga ora a dire che nel P. è minore
grandezza che in Dante, nel rispetto politico! (1») De Bém. I, 39. (1») Ep,
fam. IV, 7 ecc. Ep. fam. XI, 16 e 17. Gfr. un mio articolo sul pensiero
politico di Dante, in Giornale Dantesco (diretto da G. L. Passerini) X, 8-9.
Del resto il pensiero politico del P. è lo stesso di Gola, Quanto sbaglia il
Kraus a giudicar Gola un pazzo! Ma il Gaspary già ha avvertito che per P.
Impero e Repubblica sono la stessa cosa (cfr. Storia della lett.: P.). (1») Ep. fam.
XIX, 1. Cfr. Ep. fam. XXIII, 2; XIX, 12 e De Rem. I, 116. (134) Vedi Canzone ali*
Italia. Quanto al patriottismo del P.: per T emancipazione deiritalia dal giogo
straniero (ut corpìM italicum labe barbarica purgatum medullitus agnoscam) cfr.
ep. fam. XI, 13 e XVIII, 16; per Tunione di tutti i popoli e principi italiani,
ol^re le Bime, cfr. ep. fam. XVII, 6; XIX, 9; per la grandezza d'Italia cfr.
poi passim tutte le "opere latine e volgari, ma mi pare che nella celebre
canzone alF Italia sìa tutto riassunto mirabilmente il pensiero petrarchesco.
(135) Si noti che P. loda Roberto, nel De Ocio (1. II Op. p. 315) per una
ragione affatto religiosa: « Siculus rex Robertus sub cuius temporali regimine
aeterno regi servientes suaviter quievistis (parla ai monaci di Montrieux) ».
Cfr. Dante che chiama similmente, ma con disprezzo, Roberto re da sermone. Cfr.
Ep. sen. XIV, 1: come Dio premi l'amor di patria. Op. cit. Ili e seg. (138)
Vedi in Fiorentino, loc. cit. Fiorentino: loc. cit. (141) Ep. fam. XX, 6; III,
6. (i«) Secretum, III. (1^) Certo FHumbolt, che nel Gosmos diceva nelle lettere
del P., tranne che in quella che descrive Tascensione al Ventoux, non aver
trovato il sentimento della natura, non le lesse bene. Ecco per esempio un
bellissimo argomento di arte moderna: la festa di san 6. Battista in Colonia:
Ep. fam, I, 4: « Era la vigilia del Battista... e il sole si avvicinava al
tramonto. Tutta la riva era coperta da immensa e splendida folla di donne. Io
ne stupii: Dio buono! che belle figure, che volti, che abbigliamenti. Chiunque
avesse avuto libero il cuore da altra passione, avrebbe trovato di che
innamorarsi. Io m*era fermato in un punto alquanto piii alto, onde ben si
scorgesse quel che accadeva. Incredibile e non punto molesto era il concorso: e
le vedeva a mute a mute tutte festose, e parte aventi nel grembo erbe odorose,
rimboccate le maniche in su i gomiti, lavar nel fiume le mani e le candide
braccia, non so quali dolci parole mormorando fra loro in lingua a me ignota ».
E P. si duole di non intendere le loro parole. Per questa parte si veggano
specialmente gli articoli dello Zumbini (Il sentimento della natura e Ascesa al
Ventoux in Studi Fetrarcheechi), e il Carducci (P. alpinista) e il Pierre de
Nolhac, e il Bourckardt (la nota opera sul Risorgimento italiano, II, 74 ecc.).
Fra le altre bellissime descrizioni nelle lettere, si notino: ep. fam, XIX, 13:
una splendida e nuova pittura delle bellezze della Riviera; VIII, 5: un
freschissimo quadro delle bellezze alpine; Senili VII, 1: mirabile descrizione
del lago di Garda. Quest'ultima darebbe buon argomento a chi ne volesse fare un
confronto con la bella, ma fredda descrizione dantesca (Inferno, XX 70 e seg.),
per rilevare roriginalità e l'elemento tutto moderno proprio al sentimento
della natura del P..Affatto filosofico è il seguente sonetto: S'amar non è, che
dunque è quel chHo sento? Ma, s'egli è Amor, per Dio che cosa e quale? Se bona,
ond'è l'effetto aspro mortale? Se ria, ond'è si dolce ogni tormento? S'a mia
voglia ardo, ond'è 'l pianto e lamento? S'a mal mio grado, il lamentar che
vale? viva morte, o dilettoso male. Come puoi tanto in me, s'io no *l consento?
E s*io "l consento, a gran torto mi doglio. Fra sì contrari venti in frale
barca Mi trovo in alto mar, senza governo, sì lieve di saver, d'error sì earca,
ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio; e tremo a meeea state, ardendo il
verno, (146) L'ultimo lavoro in proposito è quello del Sicardi: Gli amori
estravaganti e molteplici di Francesco P. e l'or more unico per M. Laura de
Sade (Hoepli 1900); nel quale combatte il Cesareo e altri, e conclude Laura essere
stata runico amore del P.. Per i limiti stessi di questo scritto non ho creduto
apportuno svolgere maggiormente Pesame del Canzoniere. (147) Cfr. Bime (ed. del
Carducci e Ferrari):. (148) Cfr. ep. fam. VI, 4 e XIII, 7 nelle quali confessa
ch'egli scrive per sfogar l'animo, perchè (dice) ha bisogno di scrivere.
Firenze, Mounier. Considerato il filosofo precursore dell'umanesimo e uno dei
fondamenti della filosofia italiana, soprattutto grazie alla sua opera più
celebre, il “Canzoniere”, patrocinato quale modello di eccellenza stilistica da
BEMPO. Filosofo moderno, slegato ormai dalla concezione della patria come mater
e divenuto cittadino del mondo, P. rilancia, in ambito filosofico,
l'agostinismo in contrapposizione alla scolastica e opera una rivalutazione
storico-filologica dei classici latini. Fautore dunque di una ripresa degli
studia humanitatis in senso antropo-centrico -- e non più in chiave
assolutamente teo-centrica – P. -- che ottenne la laurea poetica a Roma – gode
la sua vita nella riproposta culturale della poetica e la filosofia antica e
patristica attraverso l'imitazione dei classici, offrendo un'immagine di sé
quale campione di virtù e della lotta contro i vizi. La storia medesima del
Canzoniere, infatti, è più un percorso di riscatto dall'amore travolgente per
Laura che una storia d'amore, e in quest’ottica si deve valutare anche l'opera
latina del Secretum. Le tematiche e la proposta culturale petrarchesca, oltre
ad aver fondato il movimento culturale umanistico, danno avvio al fenomeno del
petrarchismo, teso ad imitare stilemi, lessico e generi poetici propri della
produzione lirica volgare dell'aretino. Il padre appartene alla fazione dei
guelfi bianchi ed è amico d’ALIGHIERI, esiliato da Firenze per l'arrivo di
Valois, apparentemente entrato nella città toscana quale paciere di Bonifacio
VIII, ma in realtà inviato per sostenere i guelfi neri contro quelli bianchi.
La sentenza emanata da Gubbio, podestà di Firenze, esilia tutti i guelfi
bianchi, compreso il padre di P. che, oltre all'oltraggio dell'esilio, e
condannato al TAGLIO DELLA MANO DESTRA. A causa dell'esilio del padre, P.
trascorre l'infanzia in diversi luoghi della Toscana. Prima ad Arezzo, poi
Incisa e Pisa, dove il padre è solito spostarsi per ragioni
politico-economiche. A Pisa, il padre, che non perde la speranza di rientrare
in patria, si riune ai guelfi bianchi e ai ghibellini per accogliere Arrigo
VII. Secondo quanto affermato dallo stesso P. nella Familiares, indirizzata a
Boccaccio, a Pisa avvenne, probabilmente, il suo unico e fugace incontro con
l'amico del padre, ALIGHIERI. La famiglia si trasfere a Carpentras, vicino
Avignone, dove il padre ottenne incarichi presso la corte pontificia grazie
all'intercessione di Prato. Nel frattempo, P. studia a Carpentras sotto la guida
di Prato, amico del padre che è ricordato dal P. con toni d'affetto nella
Seniles. A questa scuola, presso la quale studia, conosce uno dei suoi più cari
amici, Sette, al quale P. indirizza la Seniles. Anonimo, Laura e il Poeta,
Arquà P. (Padova). L'affresco fa parte di un ciclo pittorico realizzato mentre
è proprietario Valdezocco. L'idillio di Carpentras dura fino ad allorché lui,
il fratello Gherardo e l'amico Sette sono inviati dalle rispettive famiglie a
studiare diritto a Montpellier, città della Linguadoca, ricordata anch'essa
come luogo pieno di pace e di gioia. Nonostante ciò, oltre al disinteresse e al
fastidio provati nei confronti della giurisprudenza, il soggiorno a Montpellier
è funestato dal primo dei vari lutti che P. affrontare: la morte della madre.
Il figlio, ancora adolescente, compone il Pangerycum defuncte matris -- poi
rielaborato nell'epistola metrica -- in cui vengono sottolineate le virtù della
madre scomparsa, riassunte nella parola latina electa. Il padre, poco dopo la
scomparsa della moglie, decide di cambiare sede per gli studi dei figli
inviandoli nella ben più prestigiosa BOLOGNA, anche questa volta accompagnati
da Sette e DA UN PRECETTORE che segue la vita quotidiana dei figli. In questi
anni P., sempre più insofferente verso gli studi di diritto, si lega ai circoli
letterari felsinei, divenendo studente e amico dei latinisti Virgilio e
BENINCASA (si veda), coltivando così i studi filosofici e la biblio-filia.
Gl’anni bolognesi, al contrario di quelli trascorsi in Provenza, non sono
tranquilli. Scoppiarono violenti tumulti in seno allo studio in seguito a LA
DECAPITAZIONE DI UN STUDENTE, fatto che spinge P., con il fratello e SETTE a
ritornare ad Avignone. I tre ri-entrarono a Bologna per riprendervi gli studi
fino all’anno in cui P. ritornò ad Avignone per prendere a prestito una grossa
somma di denaro, vale a dire 200 lire bolognesi spese presso Zambeccari. Ser
Petracco muore permettendo a P. di LASCIARE FINALMENTE LA FACOLTÀ DI DIRITTO A
BOLOGNA e di dedicarsi agli studi filosofici che lo appassionavano. Per
dedicarsi a tempo pieno a quest'occupazione dove trovare una fonte di
sostentamento che gli permette di ottenere un qualche guadagno remunerativo. Lo
trova quale membro del seguito di Colonna. L'essere entrato a far parte della
famiglia, tra le più influenti e potenti dell'aristocrazia romana, permise a P.
di ottenere non soltanto quella sicurezza di cui ha bisogno per iniziare i
studi, ma anche di estendere le sue conoscenze in seno all'élite filosofica
romana. Difatti, in veste di rappresentante degl’interessi dei Colonna, P.
compì un lungo viaggio nell'Europa del Nord, spinto dall'irrequieto e
risorgente desiderio di conoscenza umana e culturale che contrassegna l'intera
sua agitata biografia. È a Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia, e Lione.
Particolarmente importante è allorché, nella città di Lombez, P. conosce
Tosetti e Kempen, il Socrate cui vede dedicata la raccolta epistolare delle
Familiares. Poco dopo essere entrato a far parte del seguito di Colonna, prende
gli ordini sacri, divenendo canonico, col fine di ottenere i benefici connessi
all'ente ecclesiastico di cui è investito. Nonostante la sua condizione di
religioso -- è attestato che P. è nella condizione di chierico – ha comunque un
figlio nato con una donna ignote, figlio tra cui spiccano per importanza, nella
successiva vita del poeta. Secondo quanto afferma nel Secretum, P. incontra per
la prima volta, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, 7, che cadde di
lunedì, la donna che è l'amore della sua vita e che è immortalata nel
Canzoniere. La figura di Laura suscita, da parte dei critici letterari, le
opinioni più diverse. Identificata da alcuni con una Laura de Noves coniugata
de Sade -- morta a causa della peste. Altri invece tendono a vedere in tale
figura un senhal dietro cui nascondere la figura dell'ALLORO filosofico --
pianta che, per gioco etimologico, si associa al nome femminile -- suprema
ambizione del filosofo P.. P. manifesta già durante il soggiorno bolognese una
spiccata sensibilità filosofica, professando una grandissima ammirazione per
l'antichità romana. Oltre agli incontri con Virgilio e Pistoia, importante per
la nascita della sensibilità filosofica di P. è il padre stesso, fervente
ammiratore di CICERONE e di tutta la giurisprudenza latina. Difatti ser
Petracco, come racconta P. nella Seniles dona al figlio un manoscritto
contenente le opere di VIRGILIO e la Rethorica di CICERONE e un codice delle
Etymologiae di Isidoro e uno contenente le lettere di s. Paolo. In quello
stesso anno, dimostrando la passione sempre crescente per la Patristica, P.
compra un codice del De Civitate Dei di Agostino e conosce e comincia a
frequentare Sepolcro, professore di teologia alla Sorbona. Il professore regala
a P. un codice tascabile delle Confessiones, lettura che aumenta ancor di più
la passione del Nostro per la spiritualità patristica agostiniana. Dopo la
morte del padre e l'essere entrato a servizio dei Colonna, P. si buttò a
capofitto nella ricerca di nuovi classici, cominciando a visionare i codici
della biblioteca apostolica -- ove scoprì la Naturalis Historia di PLINIO il
Vecchio -- e, nel corso del viaggio nel Nord Europa, P. scopre e ri-copia il
codice del Pro Archia poeta di CICERONE e dell'apocrifa “Ad equites romanos”,
conservati nella Biblioteca Capitolare di Liegi. Oltre alla dimensione di
explorator, comincia a sviluppare le basi per la nascita del metodo filologico
moderno, basato sul metodo della collatio, sull'analisi delle varianti e quindi
sulla tradizione manoscritta dei classici, depurandoli dagl’errori dei monaci
amanuensi con la loro emendatio oppure completando i passi mancanti per
congettura. Sulla base di queste premesse metodologiche, lavora alla
ricostruzione, da un lato, dell' “Ab Urbe condita” di LIVIO. Dall'altro, della
composizione del grande codice contenente le opere di VIRGILIO e che, per la
sua attuale locazione, è chiamato Virgilio ambrosiano. Da Roma a Valchiusa:
l'Africa e il “De viris illustribus”; Marie Alexandre Valentin Sellier, “La
farandola di P.”, olio su tela, Sullo sfondo si può notare il Castello di
Noves, nella località di Valchiusa, il luogo ameno in cui trascorse gran parte
della sua vita fino all’anno in cui lasciò la Provenza per l'Italia. Mentre
porta avanti questi progetti filosofici, P. intrattene con Benedetto XII, un
rapporto epistolare -- Epistolae metricae -- con cui esorta il pontefice a
ritornare a Roma e continua il suo servizio presso Colonna, su concessione del
quale poté intraprendere un viaggio a Roma, dietro richiesta di Colonna che desidera
averlo con sé. Giuntovi nella città eterna P. puo toccare con mano i monumenti
e le antiche glorie dell'antica capitale dell'impero romano, rimanendone
estasiato. Rientrato in Provenza, P. compra una casa a Valchiusa, appartata
località sita nella valle della Sorgue nel tentativo di sfuggire all'attività
frenetica avignonese, ambiente che lentamente comincia a detestare in quanto
simbolo della corruzione morale in cui è caduto il Papato. Valchiusa -- che
durante le assenze di P. è affidata al fattore Chermont -- è anche il luogo ove
P. puo concentrarsi nella sua attività filosofica e accogliere quel piccolo
cenacolo di amici eletti -- a cui si aggiunse il vescovo di Cavaillon, Philippe
de Cabassolle -- con cui trascorrere giornate all'insegna del dialogo
filosofico colto – “un gruppo di gioco”. Più o meno in quello stesso periodo,
illustrando a Colonna la vita condotta a Valchiusa nel primo anno della sua
dimora lì, P. delinea uno di quegl’autoritratti manierati che diventeranno un
luogo comune della sua corrispondenza: passeggiate campestri, amicizie scelte,
letture intense, nessuna ambizione se non quella del quieto vivere. È in questo
periodo appartato che, forte della sua esperienza filosofica, incomincia a
stendere i due saggi che sarebbero dovute diventare il simbolo della rinascenza
classica: l'Africa e il De viris illustribus. Il primo saggio, in versi intesa
a ricalcare le orme virgiliane, narra dell'impresa militare romana della
seconda guerra punica, incentrata sulle figure di SCIPIONE l'Africano, modello
etico insuperabile della virtù civile della repubblica romana. Il secondo
saggio e un medaglione di XXXVI vite di uomini illustri improntata sul modello
liviano e quello floriano. La scelta di comporre un'opera in versi e un'opera
in prosa, ricalcanti i modelli sommi dell'antichità nei due rispettivi generi e
intesi a recuperare, oltre alla veste stilistica, anche quella spirituale
degl’antichi, diffusero presto il nome di P. al di là dei confini provenzali,
giungendo in Italia. L'ALLORO con cui P. è incoronato ri-vitalizza il mito del
filosofo laureato, figura che diventerà un'istituzione pubblica in paesi quali
il Regno Unito. Il nome di P. quale uomo eccezionalmente colto e grande
filosofo è diffuso grazie all'influenza della famiglia Colonna e SEPOLCRO. Se i
primi hanno influenza presso gl’ambienti ecclesiastici e gl’enti a essi
collegati -- quali le Università europee, tra le quali spiccava la Sorbona --
SEPOLCRO fa conoscere il nome dell'Aretino presso la corte del re di Napoli
Roberto d'Angiò, presso il quale è chiamato in virtù della sua erudizione.
Approfittando della rete di conoscenze e di protettori di cui disponeva, pensa
di ottenere un riconoscimento ufficiale per la sua attività filosofica
“innovatrice” a favore dell'antichità, patrocinando così la sua incoronazione
filosofica. Difatti, nella Familiares, confide a SEPOLCRO la sua speranza di
ricevere l'aiuto del sovrano angioino per realizzare questo suo sogno,
intessendone le lodi. La Sorbona fa sapere al Nostro l'offerta di una incoronazione
filosofica a Parigi. Proposta che, nel pomeriggio dello stesso giorno, giunge
analoga dal senato di Roma. Su consiglio di Colonna, P., che desidera essere
incoronato nell'antica capitale dell'impero romano, accetta la seconda offerta,
accogliendo poi l'invito di re Roberto di essere esaminato da lui stesso a
Napoli prima di arrivare a Roma per ottenere la sospirata incoronazione. Le
fasi di preparazione per il fatidico incontro con il sovrano angioino durarono,
P., accompagnato dal signore di Parma Azzo da Correggio, si mise in viaggio per
Napoli col fine di ottenere l'approvazione del colto sovrano angioino. Giunto
nella città partenopea è esaminato per III giorni da re Roberto che, dopo
averne constatato la cultura e la preparazione filosofica, acconsentì
all'incoronazione a filosofo in Campidoglio per mano del senatore Anguillara.
Se conosciamo da un lato sia il contenuto del discorso di P. – la collatio
laureationis --sia la certificazione dell'attestato di LAUREA da parte del
senato romano – il privilegium lauree domini Francisci Petrarche, che gli
conferiva anche l'autorità per insegnare filosofia e la cittadinanza romana --
la data dell'incoronazione è incerta. Tra quanto affermato da P. e quanto poi
testimoniato da BOCCACCIO (si veda), la cerimonia d'incoronazione avvenne in un
arco temporale. In seguito all'incoronazione incomincia a comporre l'Africa e
il De viris illustribus. Gli anni successivi all'incoronazione filosofica sono
contrassegnati da un perenne stato d'inquietudine morale, dovuta sia a eventi
traumatici della vita privata, sia all'inesorabile disgusto verso la corruzione
Avignonese. Subito dopo l'incoronazione filosofica, mentre P. sosta a Parma, sa
della scomparsa dell'amico Colonna, notizia che lo turba profondamente. Gl’anni
successivi non recarono conforto al filosofo laureato. Da un lato le morti
prima di SEPOLCRO e, poi, di re Roberto ne accentuarono lo stato di sconforto.
Dall'altro, la scelta da parte del fratello di abbandonare la vita mondana per
diventare monaco nella Certosa di Montreaux, spinsero P. a riflettere sulla
caducità del mondo. Mentre soggiorna ad Avignone, conosce Cola di Rienzo --
giunto in Provenza quale ambasciatore del regime repubblicano instauratosi a
Roma -- col quale condivide la necessità di ridare a Roma l'antico status di
grandezza politica che, come capitale dell'antica Roma le spetta di diritto. È
nominato canonico del Capitolo della cattedrale di Parma, mentre è nominato
arcidiacono. La caduta politica di RIENZO, favorita specialmente dalla famiglia
Colonna, è la spinta decisiva da parte di P. per abbandonare i suoi protettori.
Lascia ufficialmente, l'entourage di Colonna. A fianco di queste esperienze
private, il cammino del filosofo P. è invece caratterizzato da una scoperta
importantissima. Dopo essersi rifugiato a Verona in seguito all'assedio di
Parma e la caduta in disgrazia dell'amico Correggio, P. scopre nella biblioteca
capitolare le epistole ciceroniane “ad Brutum”, “ad Atticum” e “ad Quintum
fratrem.” L'importanza della scoperta consistette nel modello epistolografico
che esse trasmettevano: i colloquia a distanza con gl’amici, l'uso del tu al
posto del voi proprio dell'epistolografia medievale ed, infine, lo stile fluido
e ipotattico indussero l'aretino a comporre anch'egli delle raccolte di lettere
sul modello ciceroniano e senecano, determinando la nascita delle Familiares
prima, e delle Seniles poi. A questo periodo di tempo risalgono anche i Rerum
memorandarum libri, l'avvio del De otio religioso e del De vita solitaria.
Sempre a Verona, P. ha modo di conoscere Alighieri, figlio d’ALIGHIERI, con cui
intrattenne rapporti cordiali. La vita, come suol dirsi, ci sfugge dalle mani.
Le nostre speranze furon sepolte cogli amici nostri. Ci rese miseri e soli.
Delle cose familiari, prefazione, A Socrate. Dopo essersi slegato dai Colonna,
P. comincia a cercare altro patrone presso cui ottenere protezione. Pertanto,
lascia Avignone, col figlio, giunge a Verona, località dove si è rifugiato
l'amico Correggio dopo essere stato scacciato dai suoi domini, per poi giungere
a Parma, dove stringe legami con il signore della città, Luchino Visconti (si
veda: “Morte a Venezia”). È, però, in questo periodo che inizia a diffondersi
per l'Europa la terribile peste nera, morbo che causa la morte di molti amici
del P.: i fiorentini BENE (si veda), Casini, e Albizzi; Colonna e il padre,
anche Colonna; e quella dell'amato ALLORO, di cui ha la notizia. Nonostante il
dilagare del contagio e la prostrazione psicologica in cui cadde a causa della
morte di molti suoi amici, P. continua le sue peregrinazioni, alla ricerca di
un protettore. Lo trova in Carrara, suo estimatore che lo nomina canonico del
duomo di Padova. Il signore di Padova intese in tal modo trattenere in città il
filosofo il quale, oltre alla confortevole casa, in virtù del canonicato
ottenne una rendita annua di 200 ducati d'oro, ma P. utilizza questa abitazione
solo occasionalmente. Difatti, costantemente in preda al desiderio di
viaggiare, è a Mantova, a Ferrara e a Venezia, dove conosce Dandolo. Prende la
decisione di recarsi a Roma per lucrare l'indulgenza dell'Anno giubilare.
Durante il viaggio accondiscese alle richieste dei suoi ammiratori fiorentini e
decide di incontrarsi con loro. L’occasione è di fondamentale importanza non
tanto per P., quanto per colui che diventerà il suo interlocutoreL Boccaccio.
Il filosofo e novelliere, sotto la sua guida, incomincia una lenta e
progressiva conversione verso una mentalità ed un approccio più umanistico alla
filosofia, collaborando spesso con il suo venerato praeceptor in progetti
culturali di ampio respiro. Tra questi ricordiamo la la scoperta di antichi
codici classici romani. P. risiedette prevalentemente a Padova, presso Carrara.
Qui, oltre a portare avanti i progetti letterari delle Familiares e le opere
spirituali riceve anche la visita di BOCCACCIO in veste di ambasciatore del
comune fiorentino perché accetta un posto di docente presso il nuovo studio
fiorentino – meno prestigioso dall’antichissimo di Bologna -- Poco dopo, e
spinto a rientrare ad Avignone in seguito all'incontro con Talleyrand e
Boulogne, latori della volontà di papa Clemente VI che intende affidargli
l'incarico di segretario apostolico. Nonostante l'allettante offerta del
pontefice, l'antico disprezzo verso Avignone e gli scontri con gli ambienti
della corte pontificia -- i medici del pontefice e, dopo la morte di Clemente,
l'antipatia d’Innocenzo VI -- gl’indussero a lasciare Avignone per Valchiusa,
dove prende la decisione definitiva di stabilirsi IN ITALIA. Targa
commemorativa del soggiorno meneghino di P. situata agli inizi di Via Lanzone a
Milano, davanti alla basilica di S. Ambrogio. P. inizia il viaggio verso la
patria, accogliendo l'ospitale offerta di Visconti, arcivescovo e signore della
città, di risiedere a Milano. Malgrado le critiche degl’amici fiorentini -- tra
le quali si ricorda quella risentita del Boccaccio -- che gli rimproveravano la
scelta di essersi messo al servizio dell'ACERRIMO NEMICO DI FIRENZE. P.
collabora con missioni e ambascerie -- a Parigi e a Venezia; l'incontro con
l'imperatore Carlo IV a Mantova e a Praga -- all'intraprendente politica
viscontea. Sulla scelta di risiedere a Milano piuttosto che nella natia
Firenze, bisogna ricordare l'animo cosmopolita proprio di P.. Cresciuto ramingo
e lontano dalla sua patria, P. non risente più dell'attaccamento medievale
verso la propria patria d'origine, ma valuta gl’inviti fattigli in base alle
convenienze economiche e politiche. Meglio, infatti, avere la protezione un
signore potente e ricco come Visconti e Galeazzo II, che si rallegrerebbero di
avere a corte un filosofo celebre come P.. Nonostante tale scelta discutibile
agl’occhi degl’amici fiorentini, i rapporti tra il praeceptor e i suoi
discipuli si ricucino. A ripresa del rapporto epistolare tra P. e Boccaccio
prima, e la visita di quest'ultimo a Milano nella casa di P. situata nei pressi
di S. Ambrogio sono le prove della concordia ristabilita. Nonostante le
incombenze diplomatiche, nel capoluogo lombardo elabora la sua filosofia, dalla
ricerca erudita e filologica alla produzione di una filosofia fondata da un
lato sull'insoddisfazione per la cultura contemporanea, dall'altra sulla
necessità di una produzione che puo guidare l'umanità verso i principi
etico-morali filtrati attraverso l’accademia e il portico. Con questa
convinzione, P. porta avanti gli scritti iniziati nel periodo della peste: il
Secretum e il De otio religioso; la composizione di opere volte a fissare
presso i posteri l'immagine di un uomo virtuoso i cui principi sono praticati
anche nella vita quotidiana -- le raccolte delle Familiares e, l'avviamento
delle Seniles -- le raccolte poetiche latine -- Epistolae Metricae -- e quelle
volgari -- i Triumphi e i Rerum Vulgarium Fragmenta, alias il Canzoniere.
Durante il soggiorno meneghino P. inizia soltanto il dialogo “De remediis
utriusque fortune” in cui si affrontano problematiche morali concernenti il
denaro, la politica, le relazioni sociali e tutto ciò che è legato al
quotidiano. Per sfuggire alla peste, P. abbandona Milano per Padova, città da
cui fugge per lo stesso motivo. Nonostante la fuga da Milano, i rapporti con
Visconti rimanono sempre molto buoni, tanto che trascorse tempo nel castello
visconteo di Pavia in occasione di trattative diplomatiche. A Pavia seppelle il
piccolo nipote di due anni, figlio della figlia, nella chiesa di S. Zeno e per
lui compose un'epigrafe ancor oggi conservata nei Musei Civici. Si reca a
Venezia, città dove si trovava il caro amico Albanzani e dove la Repubblica gli
concesse in uso Palazzo Molin delle due Torri sulla Riva degli Schiavoni in
cambio della promessa di donazione della sua biblioteca, che era allora
certamente la più grande biblioteca privata d'Italia. Si tratta della prima
testimonianza di un progetto di bibliotheca publica. La casa veneziana è molto amata
da P., che ne parla indirettamente nella Seniles, quando descrive, al
destinatario Bologna, le sue abitudini quotidiane. Vi risiede stabilmente --
tranne alcuni periodi a Pavia e Padova -- e vi ospita Boccaccio e Pilato.
Durante il soggiorno veneziano, trascorso in compagnia degli amici più intimi,
della figlia sposatasi con Brossano, decide di affidare a Malpaghini la
trascrizione in bella copia delle Familiares e del Canzoniere. La tranquillità
di quegli anni è turbata dall'attacco maldestro e violento mosso alla cultura,
all'opera e alla figura sua da IV filosofi averroisti che lo accusarono di
ignoranza. L'episodio è l'occasione per la stesura del saggio “De sui ipsius et
multorum ignorantia”, in cui P. difende la propria "ignoranza" in
campo del LIZIO a favore della filosofia dell’ACCADEMIA, più incentrata sui
problemi della natura umana rispetto alla prima, intesa a indagare la natura
sulla base dei dogmi del filosofo di Stagira. Amareggiato per l'indifferenza
dei veneziani davanti all’accuse rivoltegli, P. decide di abbandonare la città
lagunare e annullare così la donazione della sua biblioteca alla Serenissima.
La casa di P. ad Arquà P., località sita sui colli Euganei nei pressi di
Padova, dove vive il filosofo. Della dimora P. parla nella Seniles. Dopo alcuni
brevi viaggi, accolge l'invito dell'amico ed estimatore Carrara di stabilirsi a
Padova, in Via Dietro Duomo a Padova, la casa canonicale di P., assegnata a lui
in seguito al conferimento del canonicato. Il signore di Padova dona poi una casa
situata nella località di Arquà, un tranquillo paese sui colli Euganei, dove
poter vivere. Lo stato della casa, però, a abbastanza dissestato e ci vollero
alcuni mesi prima che potesse avvenire il definitivo trasferimento nella nuova
dimora. La vita di P., che è raggiunto dalla famiglia della figlia, si alterna
prevalentemente tra il soggiorno nella sua amata casa di Arquà e quella vicina
al duomo di Padova, allietato spesso dalle visite dei suoi amici ed estimatori,
oltre a quelli conosciuti nella città veneta, tra cui si ricorda Seta, che
daveva sostituito Malpaghini quale copista e segretario del filosofo laureato.
Si mosse dal padovano soltanto una volta quando e a Venezia quale paciere per
il trattato di pace tra i veneziani e Carrara. Per il resto del tempo si dedica
alla revisione delle sue opere e, in special modo, del Canzoniere. Colpito da
una sincope, muore ad Arquà mentre esaminava un testo di VIRGILIO (o CICERONE),
come auspicato in una lettera al Boccaccio. Peraga è scelto per tenere l'orazione
nel funerale, che si svolge nella chiesa di S. Maria Assunta alla presenza di
Carrara e di molte altre personalità laiche ed ecclesiastiche. Per volontà
testamentaria le spoglie di P. sono sepolte nella chiesa parrocchiale del
paese, per poi essere collocate dal genero in un'arca marmorea accanto alla
chiesa. Le vicende dei resti del P., come quelli di ALIGHIERI, non sono
tranquille. La sua tomba espezzata all'angolo di mezzodì e vennero rapite
alcune OSSA DEL BRACCIO DESTRO. Autore del furto e Martinelli, un frate da
Portogruaro, il quale, a quanto dice una pergamena dell'archivio comunale di
Arquà, venne spedito in quel luogo dai fiorentini, con ordine di riportare seco
qualche parte del suo scheletro. La veneta repubblica fa riattare l'urna,
suggellando con arpioni le fenditure del marmo, e ponendovi lo stemma di Padova
e l'epoca del misfatto. I resti trafugati NON SONO MAI RECUPERATI. La tomba,
che versa in stato pessimo, venne sottoposta a restauro dato lo stato pessimo
in cui il sepolcro versa. Il restauro però, a seguito di complicazioni
burocratiche e di conflitti di competenza e questioni anche politiche, e
addirittura processato con l'accusa di violata sepoltura. Avennero resi noti i
risultati dell'analisi dei resti conservati nella sua tomba ad Arquà P.. Il
TESCHIO, peraltro ridotto in frammenti, una volta ricostruito, è riconosciuto
come femminile e quindi non pertinente a P.. Un frammento di pochi grammi del
cranio esaminato con il metodo del radiocarbonio, consente di accertare che il
cranio ritrovato nel sepolcro è femminile. A chi sia appartenuto e perché si
trovasse nella sua tomba è ancora un mistero, come un mistero è dove sia finito
il suo proprio cranio. Il resto dello scheletro è invece riconosciuto come
autentico. Riporta alcune costole fratturate. Ferito da una cavalla con un
calcio al costato. Nello studio, affresco murale, Reggia Carrarese, Sala dei
Giganti, Padova. P. manifesta sempre un'insofferenza innata nei confronti della
cultura a lui coeva. La sua passione per i classici latini liberate dalle
interpretazioni allegoriche lo pone pongono come l'iniziatore dell'umanesimo
italiano. In “De remediis utriusque fortune”, ciò che interessa maggiormente a
P. è l'”humanitas”, cioè l'insieme delle qualità che danno fondamento ai valori
più umani della vita, con un'ansia di meditazione e di ricerca tra erudita ed
esistenziale intesa ad indagare l'anima in tutte le sue sfaccettature. Di
conseguenza, pone al centro della sua riflessione filosofica l'essere umano,
spostando l'attenzione dall'assoluto teo-centrismo all'antropo-centrismo
moderno. Fondamentale nella sua filosofia è la riscoperta dei classici, sopra
totto di CICERONE – E LIVIO (“Ab urbe condita”) e PLINIO (“Historia
naturalis”). Già conosciuti, sono ati oggetto però di una rivisitazione che non
tene quindi conto del contesto storico-culturale in cui le opere erano state
scritte. Per esempio, la figura di VIRGILIO è vista come quella di un
mago/profeta, capace di adombrare, nell'Ecloga IV delle Bucoliche, la nascita
di Cristo, anziché quella d’Asinio Gallo, figlio del politico romano Asinio
Pollione: un'ottica che ALIGHIERI accolse pienamente nel Virgilio della
Commedia. P., rispetto ai suoi contemporanei, rifiuta il travisamento dei
classici operato fino a quel momento, ridando loro quella patina di storicità e
di inquadramento culturale necessaria per stabilire con essi un colloquio
costante, come fa nel libro delle Familiares. Scrivere a CICERONE o a Seneca,
celebrandone l'opera o magari deplorandone con benevolenza mancanze e contraddizioni,
è per lui un modo filosoficamente tangibile -- e per noi assai significativo
simbolicamente -- di mostrare quanto a loro dovesse, quanto li sentisse,
appunto, idealmente suoi contemporanei. Oltre alle epistole, all'Africa e al De
viris illustribus, opera tale riscoperta attraverso il metodo filologico da lui
ideato e la ricostruzione dell'opera liviana – LIVIO (si veda) -- e la
composizione del Virgilio ambrosiano. Altro aspetto da cui traspare questo
innovativo approccio alle fonti e alle testimonianze storico-letterarie si
avverte, anche, nell'ambito della numismatica, della quale P. è ritenuto il
precursore. Per quanto riguarda la prima opera, P. decise di riunire le varie
decadi (cioè i libri di cui l'opera è composta) allora conosciute in un unico
codice, l'attuale codice oggi detto l’Harleiano. P. si dedica a quest'opera di
collazione, grazie ad un lavoro di ricerca e di enorme pazienza. Prende la III
decade, correggendola e integrandola ora con un manoscritto veronese vergato da
Raterio, ora con una lezione conservata nella Biblioteca Capitolare della
Cattedrale di Chartres, il Parigino Latino acquistato da Colonna, contenente
anche la IV decade. Quest'ultima è poi corretta su di un codice appartenuto al
preumanista padovano Lovati. Infine, dopo aver raccolto anche la I decade, P.
puo procedere a riunire gli sparsi lavori di recupero. L'impresa riguardante la
costruzione del Virgilio ambrosiano è invece molto più complessa. Iniziato già
quand'era in vita il padre, il lavoro di collazione porta alla nascita di un
codice composto di fogli manoscritti che contene l'omnia virgiliana (Bucoliche,
Georgiche ed Eneide commentati dal grammatico Servio), al quale sono aggiunte
quattro Odi di Orazio e l'Achilleide di Stazio. Le vicende di tale manoscritto
sono assai travagliate. Sottrattogli dagli esecutori testamentari del padre, il
Virgilio ambrosiano si recupera solo quando P. commissiona a Martini una serie
di miniature che lo abbellirono esteticamente. Il manoscritto finisce nella
biblioteca dei Carraresi a Padova, tuttavia, Visconti conquista Padova ed il
codice è inviato, insieme ad altri manoscritti di P., a Pavia, nella Biblioteca
Visconteo-Sforzesca situata nel castello di Pavia. Sforza ordina al castellano
di Pavia di prestare il manoscritto allo zio Alessandro signore di Pesaro, poi
il Virgilio Ambrosiano torna a Pavia. Luigi XII conquista il Ducato di Milano e
la biblioteca Visconteo-Sforzesca si trasfere in Francia, dove si conserva
nella Bibliothèque nationale de France, circa CCCC manoscritti provenienti da
Pavia. Tuttavia il Virgilio Ambrosiano è sottratto al SACCHEGGIO FRANCESE da
Pirro. Sappiamo che si trova a Roma, di proprietà di Cusani, poi acquistato da
Borromeo per l'Ambrosiana. Il messaggio petrarchesco, nonostante la sua presa
di posizione a favore della natura umana, non si dislega dalla dimensione
religiosa. Difatti, il legame con l'agostinismo e la tensione verso una sempre
più ricercata perfezione morale sono chiavi costanti all'interno della sua
produzione letteraria e filosofica. Rispetto, però, alla tradizione medievale,
la religiosità petrarchesca è caratterizzata da tre nuove accezioni prima mai
manifestate: la prima, il rapporto intimo tra l'anima e Dio, un rapporto basato
sull'autocoscienza personale alla luce della verità divina. La seconda, la
rivalutazione della tradizione morale e filosofica classica, vista in un
rapporto di continuità con il cristianesimo e non più in chiave di contrasto o
di mera subordinazione; infine, il rapporto "esclusivo" tra P. e il
divino, che rifiuta la concezione collettiva propria della Commedia dantesca.
Comunanza tra valori classici e cristiani La lezione morale degli antichi è
universale e valida per ogni epoca. L’umanita di CICERONE non è diversa da
quella di Agostino, in quanto esprimono gli stessi valori, quali l'onestà, il
rispetto, la fedeltà nell'amicizia e il culto della conoscenza. Sul legame
degl’antichi è significativo il celebre passo della morte di Magone, fratello
di Annibale che, nell'Africa ormai morente, pronuncia un discorso sulla vanità
delle cose umane e sul valore liberatorio della morte dalle fatiche terrene che
in nessun modo si discosta dal pensiero cristiano, anche se tale discorso fu
criticato da molti ambienti che ritenevano una scelta infelice porre in bocca
ad un pagano un pensiero così Cristiano. Ecco un passo del lamento di Magone:
Edizione dell'Africa stampata a Venezia, nella stamperia di Manuzio. Nel
particolare, l'Incipit del poema. Heu qualis fortunae terminus alte est! Quam
laetis mens caeca bonis! furor ecce potentum praecipiti gaudere loco; status
iste procellis subjacet innumeris, et finis ad alta levatis est ruere. Heu tremulum
magnorum culmen honorum, Spesque hominum fallax, et inanis gloria fictis illita
blanditiis! Heu vita incerta labori
dedita perpetuo, semperque heu certa, nec unquam Stat morti praevisa dies! Heu
sortis iniquae natus homo in terris! Vista del Mont Ventoux dalla località di
Mirabel-aux-Baronnies. Infine, per il suo carattere fortemente personale,
l'umanesimo cristiano petrarchesco trova nel pensiero di sant'Agostino il
proprio modello etico-spirituale, contrario al sistema filosofico
tolemaico-aristotelico allora imperante nella cultura teologica, visto come
alieno dalla cura dell'anima umana. A tal proposito, REALE (si veda) delinea lucidamente
la posizione di P. verso la cultura contemporanea. La diffusione
dell'averroismo, col crescente interesse che suscitava per l'indagine
naturalistica, sembra a P. che distragga pericolosamente da quelle arti
liberali, che sole possono dare la sapienza necessaria per conseguire la pace
spirituale in questa vita e la beatitudine eterna nell'altra. La sapienza
classica e cristiana, che P. contrappone alla scienza averroistica, è quella
fondata sulla meditazione interiore attraverso alla quale si chiarisce a sé
stessa e si forma la personalità del singolo uomo. L'importanza che Agostino
ebbe per l'uomo P. è evidente in due celebri testi letterari del Nostro: il
Secretum da un lato, in cui il vescovo d'Ippona interloquisce con lui
spingendolo ad un'acuta quanto forte analisi interiore dei propri peccati;
dall'altro, il celebre episodio dell'ascesa al Monte Ventoso, narrato nella
Familiares, IV, 1, inviata seppur in modo fittizio a DSepolcro. La forte vena
morale che percorre tutte le opere petrarchesche volgare tende a trasmettere un
messaggio di perfezione morale: il Secretum, il De remediis, le raccolte
epistolari e lo stesso Canzoniere sono impregnati di questa tensione etica
volta a risanare le deviazioni dell'anima attraverso la via della virtù. Tale applicazione
etica negli scritti (l'oratio), però, deve corrispondere alla vita quotidiana
se l'umanista vuole trasmettere un'etica credibile ai destinatari. Prova di
questo binomio essenziale è, per esempio, “Delle cosa familiar”, indirizzata a
CICERONE. Esprime, in un tono di amarezza e di rabbia al contempo, la sua
scelta di essersi allontanato dall'otium letterario di TUSCOLO per addentrarsi
nuovamente nell'agone politico dopo la morte di GIULIO CESARE e schierarsi a
fianco d’OTTAVIANO contro MARC’ANTONIO, tradendo così i principi etici esposti
nei suoi trattati filosofici. Ma qual furore a danno di MARC’ANTONIO ti mosse?
Risponderai per avventura l'amore alla repubblica, che dicevi caduta in fondo.
Ma se codesta fede, se amore di libertà ti sprone come di sì grand'uomo stimare
si converrebbe, ond'è che tanto fosti amico di OTTAVIANO? Io ti compiango,
amico, e di sì grandi tuoi falli sento vergogna. Oh, quanto era meglio ad un
filosofo tuo pari nel silenzio dei campi, pensoso, come tu dici, non della
breve e caduca presente vita, ma della eterna, passar tranquilla vecchiezza. La
declinazione dell'impegno morale nella vita attiva delinea la sua vocazione
civile. Tale attributo, prima ancora di intendersi come impegno nella vita
politica del tempo, dev'essere compreso nella sua declinazione prettamente
sociale, quale suo impegno nell'aiutare gl'uomini contemporanei a migliorarsi
costantemente attraverso il dialogo e il senso di carità nei confronti del
prossimo. Oltre ai trattati morali si deve però anche registrare che cosa
significa per lui nella sua stessa vita, l'impegno civile. Il servizio presso i
potenti di turno – Colonna, Correggio, Visconti, e Carrara -- spinse i suoi
amici ad avvertirlo della minaccia che tali regnanti avrebbero potuto
costituire per la sua indipendenza intellettuale. Però, nella “Epistola ai
posteri” ribadì la sua proclamata indipendenza dagli intrighi di corte. I più
grandi monarchi dell'età mia m'ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a
loro, né so perché. Questo so che alcuni di loro parevan piuttosto essere
favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che
dall'alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi
ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l'amore della mia libertà, che da chiunque
di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano. Nonostante
l'intento autocelebrativo proprio dell'epistola, P. rimarca il fatto che i
potenti vollero averlo di fianco a sé per questioni di prestigio, facendo sì
che il poeta finisse «per non identificarsi mai fino in fondo con le loro prese
di posizioni». Il legame con le corti signorili, scelte per motivazioni
economiche e di protezione, getta pertanto le basi per la figura del
cortigiano. Se ALIGHIERI, costretto a vagare per le corti dell'Italia soffre
sempre per la lontananza da Firenze, fonda, con la sua scelta di vita, il
modello del cosmopolita, segnando così il tramonto dell'ideologia comunale
fondamento della sensibilità d’Alighieri prima, e che in parte è propria di
BOCCACCIO. La sua caratteristica è l'otium, vale a dire il riposo. Parola
latina indicante, in generale, il riposo dei patrizi romani dalle attività
proprie del negotium, la riprende rivestendola però di un significato diverso:
non più riposo assoluto, ma attività intellettuale nella tranquillità di un
rifugio appartato, solitario ove potersi concentrare e portare, poi, agli
uomini il messaggio morale nato da questo ritiro. Questo ritiro, come è esposto
nei trattati ascetici del De vita solitaria e del De otio religioso, è vicino,
per sensibilità del P., ai ritiri ascetico-spirituali dei Padri della Chiesa,
dimostrando quindi come l'attività letteraria sia, nel contempo, fortemente
intrisa di carica religiosa. P., con l'eccezione di due sole opere poetiche, i
Triumphi e il Canzoniere, scrisse esclusivamente in latino, la lingua di quegli
antichi romani di cui voleva riproporre la virtus nel mondo a lui
contemporaneo. Egli credeva di raggiungere il successo con le opere in latino,
ma di fatto la sua fama è legata alle opere in volgare. Al contrario
d’ALIGHIERI, che aveva voluto affidare la sua memoria ai posteri con la
Commedia, P. decise di eternare il suo nome riallacciandosi ai grandi
dell'antichità. P. -- a parte una letterina in volgare -- scrive sempre in
latino quando deve comunicare, anche privatamente, anche per le annotazioni AI
MARGINI dei libri. Questa scelta del latino come lingua esclusiva della prosa e
della normale comunicazione scritta, inserendosi nel più ampio progetto
culturale che ispira P., si carica di valori ideali (Guglielmino-Grosser). P.
preferì usare il volgare nei momenti di pausa dall'elaborazione delle grandi
opere latine. Difatti, come più volte definì le liriche che confluiranno nel
Canzoniere, esse valgono quali nugae, cioè quale elegante divertimento dello
scrittore, a cui dedicò senza dubbio molte cure, ma a cui non avrebbe mai
pensato di affidare quasi per intero la propria immortalità letteraria. Il suo
volgare, al contrario di quello d’Aligheri, è caratterizzato però da
un'accurata selezione di termini, cui il poeta continuò a lavorare, limando le
sue poesie -- da qui la limatio petrarchesca -- per la definizione di una
poesia aristocratica, lemento che spingerà il critico Contini a parlare di
monolinguismo petrarchesco, in contrapposizione al pluristilismo dantesco.
ALIGHIERI e P.. Dalle considerazioni fatte, emerge chiaramente la profonda
differenza esistente tra P. ed ALIGHIERI: se il primo è un uomo che supera il
teocentrismo medievale incentrato sulla Scolastica in nome del recupero agostiniano
e dei classici depurati dall'interpretazione allegorica cristiana indebitamente
appostavi dai commentatori medievali, ALIGHIERI mostra invece di essere un uomo
totalmente medievale. Oltre alle considerazioni filosofiche, i due uomini sono
antitetici anche per la scelta linguistica cui legare la propria fama, per la
concezione dell'amore, per l'attaccamento alla patria. Illuminante sul
sentimento che P. nutrì per l'Alighieri è la Familiares, scritta in risposta
all'amico Boccaccio, incredulo delle dicerie secondo cui lui odia Alighieri.
Afferma che non può odiare qualcuno che conosce appena e che affronta con onore
e sopportazione l'esilio. Prende le distanze dall'ideologia, esprimendo il
timore di essere influenzato da un così grande esempio se avesse deciso di
scrivere liriche in volgare, liriche che sono facilmente sottoposte allo
storpiamento da parte del volgo. L“Africa” è un poema epico che tratta della
seconda guerra punica e in particolare delle gesta di SCIPIONE. Costituito da
dodici egloghe, gli argomenti del “Bucolicum carmen” spaziano fra amore,
politica e morale. Anche in questo caso, l'ascendenza virgiliana è evidente dal
titolo, che richiama fortemente lo stile e gli argomenti delle Bucoliche.
Attualmente, la lezione del Bucolicum petrarchesco è riportata dal codice
Vaticano lat. Dedicate all'amico Sulmona, le Epistolae metricae sono lettere in
esametri, di cui alcune trattano d'amore, mentre per la maggior parte si
occupano di politica, morale o di materie letterarie. I Psalmi penitentiales ne
accenna nella Seniles, a Sagremor de Pommiers. Sono una raccolta di sette
preghiere basate sul modello stilistico-linguistico dei salmi davidici della
Bibbia, in cui chiede perdono per i suoi peccati e aspira al perdono della
Misericordia divina. Il “De viris illustribus” è una raccolta di biografie di
uomini illustri dedicata a Carrara signore di Padova. Nell'intenzione originale
dell'autore l'opera doveva trattare la vita di personaggi della storia di Roma
da ROMOLO a Tito, ma arriva solo fino a Nerone. In seguito P. aggiunse
personaggi di tutti i tempi, cominciando da Adamo e arrivando a Ercole. L'opera
rimase incompiuta ed è continuata dall'amico e discepolo padovano di P., Seta,
fino a Traiano. I Rerum memorandarum libri sono una raccolta di esempi storici
e aneddoti a scopo d'educazione morale in prosa latina, basati sui Factorum et
dictorum memorabilium libri del filosofo latino VALERIO MASSIMO (si veda).
Iniziati in Provenza, furono continuati allorché P. scoprì le orazioni
ciceroniane a Verona, e ne fu indotto al progetto delle Familiares. Difatti,
furono lasciati incompiuti dall'autore, che ne scrisse soltanto i primi 4 libri
e alcuni frammenti del quinto libro. Il “De secreto conflictu curarum mearum” è
una delle sue opere più celebri e fu composta, anche se in seguito fu riveduta.
Articolato come un dialogo tra lui stesso e un santo alla presenza di una donna
muta che simboleggia la Verità, consiste in una sorta di esame di coscienza
personale nel quale si affrontano temi intimi del poeta, da cui il titolo
dell'opera. Come emerge però nel corso della trattazione, Francesco non si
mostra mai del tutto contrito dei suoi peccati (l'accidia e l'amore carnale per
Laura): al termine dell'esame egli non risulterà guarito o pentito, dando così
forma a quell'irrequietezza d'animo che contraddistinse la sua vita. "La
vita solitaria” è un trattato di carattere religioso e morale. L'autore vi
esalta la solitudine, tema caro anche all'ascetismo medioevale, ma il punto di
vista con cui la osserva non è strettamente religioso: al rigore della vita
monastica P. contrappone l'isolamento operoso dell'intellettuale, dedito alle
letture e alla scrittura in luoghi appartati e sereni, in compagnia di amici e
di altri intellettuali. L'isolamento dello studioso in una cornice naturale che
favorisce la concentrazione è l'unica forma di solitudine e di distacco dal
mondo che P. riuscì a conseguire, non considerandola in contrasto con i valori
spirituali cristiani, in quanto riteneva che la saggezza contenuta nei libri,
soprattutto nei testi classici, fosse in perfetta sintonia con quelli. Da
questa sua posizione è derivata l'espressione di "umanesimo
cristiano" di P. . Il “De otio religioso” è un'esaltazione della vita
monastica, dedicata al fratello Gherardo. Simile al “De vita solitaria”, esalta
però soprattutto la solitudine legata alle regole degli ordini religiosi,
definita come la migliore condizione di vita possibile. Il “De remediis
utriusque fortunae” è una raccolta di brevi dialoghi scritti in prosa latina.
Basata sul modello del De remediis fortuitorum, trattato pseudo-senechiano
composto nel Medioevo, l'opera è composta da scambi di battute tra entità
allegoriche: prima il "Gaudio" e la "Ragione", poi il
"Dolore" e la "Ragione". Simile ai precedenti Rerum memorandarum
libri, questi dialoghi hanno scopi educativi e moralistici, proponendosi di
rafforzare l'individuo contro i colpi della fortuna sia buona che avversa. Il
De remediis riporta anche una delle più esplicite condanne della cultura
trecentensca da parte di P., vista come sciocca e superflua. Ut ad plenum
auctorum constet integritas, quis scriptorum inscitie inertieque medebitur
corrumpenti omnia miscentique? Cuius metu multa iam, ut auguror, a magnis
operibus clara ingenia refrixerunt meritoque id patitur ignavissima etas hec,
culine sollicita, literarum negligens et coquos examinans, non scriptores.
Perché persista pienamente l'integrità degli scrittori antichi, chi tra i
copisti guarirà ogni cosa dall'ignoranza, dall'inerzia, dalla rovina e dal
caos? Per il timore di ciò si indebolirono, come prevedo, molti celebri ingegni
dalle grandi opere, e quest'epoca indolentissima permette ciò, dedita alla
culinaria, ignorante delle lettere e che valuta i cuochi, e non i copisti.
L’occasione per la sua “Invectivarum contra medicum quendam libri IV,” una
serie di accuse nei confronti dei medici e la malattia che colpe Clemente VI.
Nella Familiares gli consiglia di non fidarsi dei suoi archiatri, accusati di
essere dei ciarlatani dalle idee contrastanti fra di loro. Davanti alle forti
rimostranze dei medici pontifici nei confronti di P., questi scrisse quattro
libri di accuse, una copia dei quali fu inviata poi al Boccaccio. Il “De sui
ipsius et multorum ignorantia” e composta in seguito alle accuse di ignoranza
che quattro lizij gli rivolgeno, in quanto alieno dalla terminologia e dalle
questioni delle scienze naturali. In quest'apologia dell’umanismo risponde come
lui e interessato alle scienze che interessassero il benessere dell'anima
umana, e non alle discussioni tecniche e dogmatiche proprie del nominalismo.
Invectiva contra cuiusdam anonimi Galli calumnia -- di carattere politico, e
una nvettiva rivolta ad Hesdin, sostenitore della necessità che la sede del
viscovo di Roma e Avignone. Per tutta risposta sostenne la necessità che il
viscovo di Roma appartiene a Roma, sua sede diocesana e simbolo dell'antica
gloria romana. Di grande importanza sono le epistole latine in prosa, in quanto
contribuiscono a costruire l'immagine autobiografica idealizzata che offre di sé
e quindi la sua eternizzazione. Basate sul modello di Cicerone, ricavato dalla
scoperta delle “Epistulae ad Atticum” compiuta da lui a Verona, le lettere sono
aggruppate in quattro raccolte epistolari: le Familiares (o Familiarum rerum
libri o De rebus familiaribus libri), epistole dedicate a Socrate; le Seniles,
epistole dedicate a Nelli; le “Sine nominee” -- epistole politiche in un libro;
e le epistole “Variae”. È rimasta intenzionalmente esclusa dalle raccolte
l'epistola “Ai posteri”. Le lettere spaziano dagli anni bolognesi sino alla
fine della sua vita e sono indirizzate a vari personaggi suoi contemporanei,
ma, nel caso d’un libro delle Familiares, sono rivolte fittiziamente a
personaggi dell'antichità. Sempre delle Familiares è celebre l'epistola incentrata
sull'ascesa al Monte Ventoso. Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono / di
quei sospiri ond’io nudriva ’l core in sul mio primo giovenile errore quand’era
in parte altr’uom da quel ch’i’ sono. P., Voi ch'ascoltate in rime sparse il
suono, prima quartina della lirica d'apertura del Canzoniere). Il “Canzoniere”
è la storia poetica della sua vita interiore vicina, per introspezione e
tematiche, al Secretum. La raccolta comprende 366 componimenti (365 più uno
introduttivo. Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono: sonetti, canzoni,
sestine, ballate e madrigali, divisi tra rime in vita e rime in morte di Laura,
celebrata quale donna superiore, senza però raggiungere il livello della donna
angelo della Beatrice d’Alighieri. Difatti, Laura invecchia, subisce il corso
del tempo, e non è portatrice di alcun attributo divino nel senso teologico
stilnovista-dantesco. Anzi, la storia del “Canzoniere,” più che la celebrazione
di un amore, è il percorso di una progressiva conversione della sua anima. Si
passa, infatti, dal giovanil errore (l'amore terreno) ricordato nel sonetto
introduttivo Voi ch'ascoltate in rime sparse, alla canzone Vergine bella, che
di sol vestita in cui affida la sua anima alla protezione di dio perché trovi
finalmente pietà e riposo. L'opera, che gli richiese anni di continue
rivisitazioni stilistiche -- da qui la cosiddetta limatio petrarchesca -- prima
di trovare la forma definitiva sube ben varie fasi di redazioni. I
"Trionfi" e un poemetto allegorico in volgare toscano, in terzine
dantesche, compost a Milano -- è ambientato in una dimensione onirica e irreale
(strettissimo, per scelta metrica e tematica, è il legame con la Comedia).
Viene visitato d’Amore, che gli mostra tutti gl’uomini che cedeno alle passioni
del cuore. Annoverato tra questi ultimi, P. verrà poi liberato da Laura,
simboleggiante la Pudicizia (Triumphus Pudicitie), che cadrà poi per mano della
Morte (Triumphus Mortis). P. scoprirà dalla stessa Laura, apparsagli in sogno,
che ella si trova nella beatitudine celeste, e che egli stesso potrà
contemplarla nella gloria divina soltanto dopo che la morte lo avrà liberato
dal corpo caduco in cui si ritrova. La Fama poi sconfigge la morte (Triumphus
Fame) e celebra il proprio trionfo, accompagnata da Laura e da tutti i più
celebri personaggi della storia antica e recente. Il moto rapido del sole
suggerisce al poeta alcune riflessioni sulla vanità della fama terrena, cui fa
seguito una vera e propria visione, nella quale al poeta appare il Tempo
trionfante (Triumphus Temporis). Infine il poeta, sbigottito per la precedente
visione, è confortato dal suo stesso cuore, che gli dice di confidare in Dio:
gli appare allora l'ultima visione, un «mondo novo, in etate immobile ed
eterna, un mondo al di fuori del tempo dove trionferanno i beati e dove un
giorno Laura gli riapparirà, questa volta per sempre (Triumphus Eternitatis).
Già quand'era in vita fu riconosciuto immediatamente quale maestro e guida per
tutti coloro che volevano intraprendere lo studio delle discipline umanistiche.
Grazie ai suoi numerosi viaggi in tutta Italia, gettò il seme del suo messaggio
presso i principali centri della Penisola, in particolar modo a Firenze. Qui,
oltre ad aver conquistato alla causa dell'umanesimo Boccaccio (autore, tra
l'altro, di un De vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia),
trasmise la sua passione a C. Salutati, cancelliere della Repubblica di Firenze
e vero trait d'union nella generazione petrarchesco-boccacciana. Coluccio,
infatti, fu il maestro di due dei principali umanisti: Bracciolini, il più
grande scopritore di codici latini del secolo ed esportatore dell'umanesimo a
Roma; e Bruni, il più notevole rappresentante dell'umanesimo civile insieme al
maestro Salutati. È Bruni a consolidare la fama di P., allorché redasse una Vita
di P., seguita da quelle di Villani, Manetti, Sicco Polenton e Vergerio. Oltre
a Firenze, i soggiorni del poeta in Lombardia e a Venezia favorirono la nascita
di movimenti culturali locali desti declinare i princìpi umanistici a seconda
delle esigenze della classe politica locale: a Milano, dove operarono letterati
del calibro di Decembrio e Filelfo, nacque un umanesimo cortigiano destinato a
diventare il prototipo per tutte le corti principesche italiane; a Venezia si
diffuse, invece, un umanesimo educativo destinato a formare la nuova classe
dirigente della Serenissima, grazie all'attività di Giustinian, di Barbaro, e
di Barbaro. Bembo e il petrarchismo Magnifying glass icon mgx2. svg Pietro
Bembo e Petrarchismo. Se P. è visto soprattutto come capostipite della
rinascita delle lettere antiche, grazie al letterato e cardinale veneziano
Bembo divenne anche il modello del cosiddetto classicismo volgare, definendo
una tendenza che si stava progressivamente già delineando nella lirica
italiana. Difatti Bembo, nel dialogo Prose della volgar lingua, sostenne la
necessità di prendere come modelli stilistici e linguistici P. per la lirica,
Boccaccio invece per la prosa, scartando Dante per il suo plurilinguismo che lo
rendeva difficilmente accessibile: «Requisito necessario per la nobilitazione
del volgare era dunque un totale rifiuto della popolarità. Ecco perché Bembo
non accettava integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non
apprezzava le discese verso il basso nelle quali noi moderni riconosciamo un
accattivante mistilinguismo. Da questo punto di vista, il modello del
Canzoniere di P. non presentava difetti, per la sua assoluta selezione
linguistico-lessicale.» (Marazzini) Contini, grande estimatore di P. e suo
commentatore. La proposta bembiana risultò, nelle diatribe relative alla
questione della lingua, quella vincente. Già negli anni immediatamente
successivi alla pubblicazione delle Prose, si diffuse presso i circoli poetici
italiani una passione per le tematiche e lo stile della poesia petrarchesca
(stimolata anche dal commento al Canzoniere di Vellutello), chiamata poi
petrarchismo, favorita anche dalla diffusione dei petrarchini, cioè edizioni
tascabili del Canzoniere. A fianco del petrarchismo, però, si sviluppò anche un
movimento avverso alla canonizzazione poetica operata dal Bembo: allorché
letterati come Berni ed Aretino svilupparono polemicamente il fenomeno
dell'antipetrarchismo; poi, nel corso del Seicento, la temperie barocca, ostile
all'idea di classicismo in nome della libertà formale, declassò il valore
dell'opera petrarchesca. Riabilitato parzialmente da Muratori, P. ritorna
pienamente in auge in seno alla temperie romantica, quando Foscolo prima e
Sanctis poi, nelle loro lezioni tenute dal primo a Pavia, e dal secondo a
Napoli e a Zurigo, furono in grado di operare un'analisi complessiva della
produzione petrarchesca e ritrovarne l'originalità. Dopo gli studi compiuti da
Carducci e dagli altri membri della Scuola storica, il secolo scorso vide, per
l'area italiana, Contini e Billanovich tra i maggiori studiosi del P.. P. e la
scienza diplomatica Magnifying glass icon mgx2.svg Diplomatica. Benché la
diplomatica, ovvero la scienza che studia i documenti prodotti da una
cancelleria o da un notaio e le loro caratteristiche estrinseche ed
intrinseche, sia nata consapevolmente con Mabillon, nella storia di tale
disciplina sono stati individuati dei precursori che, inconsapevolmente, nella
loro attività filologica, hanno analizzato e dichiarato l'autenticità o meno
anche di documenti oggetto di studio da parte della diplomatica. Tra questi,
infatti, vi furono molti umanisti e anche il loro precursore e fondatore, P.
Ifatti, l'imperatore Carlo IV chiese al celebre filologo di analizzare dei
documenti imperiali in possesso di suo genero, Rodolfo IV d'Asburgo, che
sarebbero stati stilati da Giulio Cesare e da Nerone a favore dell'Austria che
dichiaravano tali terre indipendenti dall'Impero. P. rispose con la Seniles in
cui, evidenziando lo stile, gli errori storici e geografici e il tono (il tenore)
della lettera (tra cui la mancanza della data topica e della data cronologica
propria dei diplomi), negò la validità di questo diploma. Onorificenze Laurea
poeticanastrino per uniforme ordinario. Laurea poetica — Roma. A P. è
intitolato il cratere P. su Mercurio. L'epistola, scritta in risposta a una
missiva in cui l'amico Boccaccio gli chiedeva se fosse vera l'invidia che P.
nutriva per Dante, contiene l'accenno all'incontro, in età giovanile, con il
più maturo poeta: «E primieramente si noti com'io mai non ebbi ragione alcuna
d'odiare cotal uomo, che solo una volta negli anni della mia fanciullezza mi
venne veduto.» (Delle cose familiari). La critica, se l'incontro sia da
attribuirsi a Pisa o ad altre località, è divisa: Ariani e Ferroni, nota 6 propendono
per la città toscana, mentre Rico-Marcozzi pensano a un incontro avvenuto a
Genova quando la famiglia di ser Petracco si stava dirigendo in Francia. Pacca4
opera un'interpretazione intermedia tra le due città, benché ritenga che sia
più probabile Pisa come luogo effettivo dell'incontro. Dello stesso parere,
infine, anche Dotti. Si legga il brano dell'epistola, in cui P. ricorda il loro
primo incontro e il piacevolissimo periodo trascorso nella località francese:
«e noi fanciulli ancora impuberi partimmo in un cogli altri, ma fummo con
speciale destinazione per imparare grammatica mandati a scuola a Carpentrasso,
piccola città, ma di piccola provincia città capitale. Ricordi tu que' quattro
anni? Quanta gioia, quanta sicurezza, qual pace in casa, qual libertà in
pubblico, quale quiete, qual silenzio ne' campi! (Lettere Senili). P. mostrò,
nei confronti di tale scienza, sempre un'avversione innata, come è esposto
nella Familiares, in cui P. scrive a Genovese che a Montpellier prima e a
Bologna poi «ben altro in quegli anni fare io poteva o in se stesso più nobile
o alla natura mia meglio conveniente: né sempre nella elezione dello stato
quello ch'è più splendido, ma quello che a chi lo sceglie è più acconcio
preferire si deve.» (Delle cose familiari). Come però ricorda Wilkins, la
scelta di P. di entrare a far parte della Chiesa non fu soltanto dettata dalla
cinica necessità di ottenere i proventi necessari per vivere. Nonostante non
avesse mai avuto la vocazione per la cura delle anime, P. ebbe sempre una profonda
fede religiosa. A sviluppare la tesi dell'identificazione di Laura con tale
Laura de Sade è la stessa testimonianza di P. nella Familiares, II, 9 a Giacomo
Colonna, il quale cominciò a mostrarsi dubbioso sull'esistenza di questa donna
(si veda Delle cose familiari, Più precisamente, nella Nota, Fracassetti fa
riemergere la vita della presunta amata del P.: «Da Odiberto e da Ermessenda di
Noves nobile famiglia di Avignone nacque una fanciulla, cui fu dato il nome di
Laura. Fa fatta per man di notaio la scritta nuziale fra Laura ed Ugo De Sade
gentiluomo Avignonese. Due anni più tardi nella chiesa di S. Chiara di questa
città, a quell'ora del giorno che chiamavano prima, P. allora di poco più che
ventidue anni la vide» Si legga l'episodio di come fossero stati dati alle
fiamme dei libri di VIRGILIO e CICERONE, cosa che suscita il pianto in P.. Al
che il padre, vedendolo così affranto «d'una mano porgendo Virgilio, dall'altra
i rettorici di Cicerone: "tieni, sorridendo mi disse, abbiti questo per
ricrearti qualche rara volta la mente, e quest'altro a conforto e ad aiuto
nello studio delle leggi".» (Lettere Senili Il codice, dopo la morte di P.
passa nelle mani di Francesco Novello da Carrara, nuovo signore di Padova.
Quando questa città verrà conquistata da Visconti, anche il patrimonio
bibliotecario petrarchesco passò nelle mani dei duchi milanesi, che lo
conservarono nella loro biblioteca di Pavia. Fu poi sistemato nella Pinacoteca
Ambrosiana, grazie all'intervento del suo fondatore, il cardinale Federigo
Borromeo arcivescovo di Milano. Si veda: Cappelli. Da questo momento in avanti,
P. non esitò a chiamare Avignone la novella Babilonia di apocalittica memoria,
come testimoniato dai celebri sonetti avignonesi facenti parte del Canzoniere.
Oltre a motivazioni di carattere morale, ci fu anche la profonda delusione che
suscitò la decisione di Benedetto XII di non recarsi a prendere possesso
ufficialmente della sua sede vescovile e ristabilire così pace in Italia
(Ariani). P. scrisse, riguardo alla morte del vecchio amico e protettore, due
lettere commoventi: la prima, al fratello di Giacomo, il cardinale Giovanni
(Delle cose familiari; la seconda, all'amico Tosetti, soprannominato Lelio
(Delle cose familiari, traduzione di Fracassetti). Nella Nota alla prima
Fracassetti ricorda come P., nella Familiares, avesse avuto, in sogno, il
presagio della morte del Vescovo di Lombez venticinque giorni prima della sua
effettiva scomparsa. Cappelli 55. Significativa la ricostruzione
storico-letteraria compiuta da Amaturo, ove si rievocano le figure di
intellettuali che si legarono alla biblioteca capitolare veronese (Matociis,
Dante e Pietro Alighieri, Benzo d'Alessandria, Vincenzo Bellovacense) e le
rarità che essa conteneva (codici contenenti le lettere di PLINIO il Giovane;
parte dell'Ab Urbe condita liviana che P. utilizzò per la ricostruzione
filologica del codice Harleiano; le orazioni ciceroniane citate; il Liber
catulliano). Boccaccio esprimerà la sua indignatio nell'Epistola X indirizzata
a lui, ove, grazie alla tecnica retorica dello sdoppiamento e a topoi
letterari, Boccaccio si lamenta col magister di come Silvano (il nome
letterario usato nella cerchia petrarchesca per indicare il poeta laureato)
avesse osato recarsi presso il tiranno Visconti (identificato in Egonis):«Audivi,
dilecte michi, quod in auribus meis mirabile est, solivagum Silvanum nostrum,
transalpino Elicone relicto, Egonis antra subisse, et muneribus sumptis ex
pastore castalio ligustinum devenisse subulcum, et secum pariter Danem peneiam
et pierias carcerasse sorores». Inoltre, bisogna ricordare che la scelta di
risiedere a Milano era anche uno schiaffo alla proposta delle autorità
fiorentine di occupare un posto come docente nello Studium, occupazione che gli
avrebbe concesso di rientrare in possesso dei beni paterni sequestrati.
L'arcivescovo Giovanni II Visconti, difatti, proseguì la politica
espansionistica dei suoi predecessori a danno delle altre potenze dell'Italia
centro-settentrionale, tra le quali spiccava Firenze. Le ostilità tra Milano e
Firenze perdureranno fino a quando salì al potere come duca dello Stato
lombardo Francesco Sforza, che intraprese una politica di alleanza con Firenze
grazie all'amicizia personale che lo legava a Cosimo de' Medici. Durante
l'epidemia di peste milanese, morì il figlio Giovanni (Pacca), nato da una
relazione extraconiugale. I rapporti con il figlio, al contrario di quanto
avvenne con la secondogenita Francesca, furono assai burrascosi a causa della
condotta ribelle di Giovanni (Dotti) accenna all'odio che Giovanni provava
verso i libri, «quasi fossero serpenti»). Come ricordato nella Familiares. Si
separa dal figlio Giovanni, che tornò ad Avignone in seguito a non precisati
dissapori (Familiares); tre anni dopo sarebbe tornato a Milano. (Rico-Marcozzi)
Il ravennate Malpaghini fu presentato da Donato degli Albanzani a P. che,
rimasto colpito dalle sue qualità letterarie e dalla sua pronta intelligenza,
lo prese al suo servizio quale copista. La collaborazione tra i due uomini,
durata appunto si interruppe il 21 aprile di quell'anno, quando il Malpaghini
decise di lasciare l'incarico presso l'Aretino. Per maggiori informazioni
biografiche, si veda la biografia di Signorini. P., nella Seniles informa il
fratello Gherardo, tra le altre cose, anche della sua nuova dimora sui colli
Euganei, dandone un quadro piacevole e ameno: «E per non dilungarmi di troppo
della mia chiesa, qui fra i colli Euganei, non più lontano che dieci miglia da
Padova mi fabbricai una piccola ma graziosa casina, cinta da un oliveto e da una
vigna che dan quanto basta a una non numerosa e modesta famiglia. E qui,
sebbene infermo del corpo, io vivo dell'animo pienamente tranquillo lungi dai
tumulti, dai rumori, dalle cure, leggendo sempre e scrivendo. Lettere Senili.
La lettera non può essere considerata "reale", ma piuttosto una
rielaborazione voluta dal P.. Difatti, a quell'altezza, il giovane P. non era
ancora entrato in contatto con il padre agostiniano, e la scelta della data
(corrispondente al Venerdì Santo) e del luogo (la salita al monte rievoca
l'immagine della Passione di Gesù sul Calvario) rendono ancora più
"mitica" l'ambientazione. Si veda, per quanto riguarda la
ricostruzione filologica e cronologica dell'epistola, il saggio di Giuseppe
Billanovich, P. e il Ventoso, in Italia medioevale e umanistica, Roma,
Antenore, Il ventiquattresimo libro delle Familiares è composto da lettere
indirizzate a vari personaggi dell'antichità classica. Per P., infatti, gli
antichi non sono lontani e irraggiungibili: la costante lettura delle loro
opere fa sì che CICERONE, ORAZIO, Seneca, VIRGILIO vivano attraverso queste
ultime, rendendo i rapporti tra P. e i suoi ammirati scrittori classici vicini
per la comunanza di sentimento. L'Otium degli antichi romani non consisteva
unicamente nel riposo dagli impegni quotidiani, indicati sotto il sostantivo di
negotium. Per CICERONE, l'otium non era soltanto il riposo dalle attività
forensi e politiche, ma soprattutto il ritiro nella propria intimità domestica
col fine di dedicarsi alla letteratura (De officiis). In questo caso, il
modello petrarchesco è affine a quello stoicheggiante dell'oratore romano. Si
veda il riassunto operato da Laidlaw, che ripercorre la concezione all'interno
della letteratura latina. Per CICERONE, nello specifico si vedano le pagine Laidlaw,
Termine di origine catulliana, P. lo prende in prestito per descrivere le
liriche come diversivo, passatempo. La questione delle nugae volgari e, più in
generale, delle opere latine, è esposta nella Familiares (Delle cose familiari)
Guglielmino-Grosser I testi sono raccolti nel codice Vaticano Latino come
ricordato da Santagata, Bisogna ricordare che Il Canzoniere non raccoglie tutti
i componimenti poetici del P., ma solo quelli che il poeta scelse con grande
cura: altre rime (dette extravagantes) andarono perdute o furono incluse in
altri manoscritti (cfr. Ferroni). L'inquietudine petrarchesca nasce, quindi,
dal contrasto tra l'attrazione verso i beni terreni (tra cui l'amore per Laura)
e l'aspirazione all'assoluto divino, propria della cultura medievale e della
religione cristiana, come ricordato da Guglielmino-Grosser. P. mantenne,
nell'ambito della lirica volgare, quell'aristocraticismo stilistico-lessicale
prima accennato, in cui si rifiutano molti usi lemmatici presenti nella
tradizione poetica italiana e che P. rifiuterà, accogliendone un preciso gruppo
ristretto ed elitario. Come ricorda Marazzini, Si delinea una tendenza del
linguaggio lirico al 'vago', inteso nel senso di una genericità antirealistica
(al contrario di quanto accade nel corposo realismo della Commedia),
testimoniato anche dalla polivalenza di certi termini, i quali, come
l'aggettivo dolce, entrano in un numero molto grande di combinazioni diverse.
Eppure la lingua di P., selezionata e ridotta nelle scelte lessicali, accoglie
un buon numero di varianti canonizzando un polimorfismo...in cui si allineano
la forma toscana, quella latineggiante, quella siciliana o provenzale...» Di
Benedetto170. Si ricorda anche che, seppur in forma minore, era presente nel
mondo letterario italiano del '400 anche un'ammirazione verso il P. volgare,
come testimoniato dalle edizioni a stampa del Canzoniere e dei Trionfi uscite
dalla bottega dei padovani Bartolomeo Valdezocco e Martino de Septem Arboribus
(cfr. Ente Nazionale P., Culto petrarchesco a Padova.). Riferimenti
bibliografici la notte Casa P. Arezzo, Regione Toscana Wilkins Ariani21. Più
specificamente Bettarini. Dopo essere stato accusato di aver falsificato un
istrumento notarile è così condannato al pagamento di 1000 lire e al taglio
della mano destra. Dotti Bettarini e Pacca Per informazioni biografiche, si
veda la voce Pasquini. Il ricordo di P. al riguardo è riportato in Lettere
Senili, Pasquini. Quanto a P., il magistero di Convenevole si colloca
indubbiamente. La Casa di P., su arqua P..com. Pacca Si legga il brano della
Lettere Senili, Il brano è ricordato anche da Wilkins Ariani Wilkins
Rico-Marcozzi. Si recò a studiare a Bologna, seguito da un maestro privato; e
Wilkins in cui si ritiene che questo maestro avesse «l'incarico, almeno per Francesco
e Gherardo, di fungere in loco parentis. Ariani Ariani, Wilkins, Dotti
Bettarini. Cappelli Pacca Rico-Marcozzi; Ferroni Wilkins, Wilkins,
Rico-Marcozzi. Colonna reclutò P. per la sua corte vescovile di Lombez, in
Guascogna: ne avrebbero fatto parte il cantore fiammingo Ludovico Santo di
Beringen e l'uomo d'armi romano Lello di Pietro Stefano dei Tosetti, che P.
battezza in seguito, rispettivamente, Socrate e Lelio. Ferroni Pacca Alinari,
su alinariarchives La distinzione tra le due scuole di pensiero emerge in
Ferroni, Ariani ricorda che il primo sostenitore del filone
allegorico-letterario fu il giovane Giovanni Boccaccio nel suo De vita et
moribus domini P.. Ariani. Dotti, specifica che questo san Paolo è acquistato
per procura a Roma e che il volume proveniva da Napoli. Ariani. Per maggiori
approfondimenti biografici, si veda la biografia di Moschella. Moschella,
Suggello ideale dell'amicizia tra i due fu il dono, da parte di Dionigi, di una
copia delle Confessiones di s. Agostino.Billanovich, Wilkins e Pacca Wilkins;
Wilkins Rico-Marcozzi. Nel frattempo aveva raggiunto Roma accolto da fra
Giovanni Colonna al termine di un avventuroso viaggio, e dove nella sua prima
lettera contemplando dal Campidoglio le rovine dell’Urbe, manifestò la
meraviglia per la loro grandezza e maestosità, dando forma a quella riscoperta
dell’antichità classica e al rimpianto per la sua decadenza che divennero i
cardini etici, estetici e politici dell’Umanesimo. Pacca Dotti, Dotti Mauro
Sarnelli, P. e gli uomini illustri, Treccani). Ariani Certo il privilegio
toccava, del tutto straordinariamente, a un poeta che ancora non aveva
pubblicato molto per meritarselo: ma la protezione dei potenti Colonna e la
rete di estimatori che aveva saputo intessere per tempo sono evidentemente
bastate a valorizzare al massimo le epistole metriche, la fama dell'Africa. e
del De viris, le rime volgari già note...» Dello stesso avviso anche Pacca e
Santagata. Moschella. Dionigi fa ritorno in Italia; dopo un breve soggiorno a
Firenze, giunse a Napoli (cfr. P., Familiares), dove l'aveva voluto il re
Roberto d'Angiò, che per l'agostiniano nutriva una profonda stima, oltre a
condividerne gli interessi per l'astrologia giudiziaria e per i classici
latini. Wilkins. La conoscenza dell'antica tradizione e delle due o tre
incoronazioni celebrate da singole città in tempi moderni, insieme
all'aspirazione a diventare famoso, accese inevitabilmente in P. il desiderio
di ricevere a sua voglia quell'onore. Egli confidò dapprima il suo pensiero a
Dionigi da Borgo San Sepolcro e a Giacomo Colonna, e ne venne a conoscenza
anche qualche persona che aveva legami con l'Parigi. Si legga il brano della
lettera dove inizia la decantazione delle lodi nei confronti del re napoletano:
«E chi dico io, e lo dico con pieno convincimento, in Italia, anzi in Europa
più grande di re Roberto Delle cose familiari, traduzione di Fracassetti)
Wilkins; Rico-Marcozzi. Sulla base dei contraddittori racconti di P. si
dovrebbe dedurre che nello stesso giorno questi avesse ricevuto l’invito a
cingere la corona sia dal Senato di Roma sia da Parigi e avesse chiesto
consiglio al cardinal Colonna decidendo di scegliere Roma (IV 5, 6), per
ricevere la laurea "sulle ceneri degli alti poeti che ivi dimorano".»
Difatti P. riteneva che l'ultima incoronazione a Roma fosse stata quella di
Stazio e che quindi, se vi fosse stato incoronato, sarebbe stato direttamente
un successore degli antichi poeti classici da lui tanto amati (Pacca). Cfr., ad
esempio, Rico-Marcozzi; Wilkins, Ariani, Pacca74. Rico-Marcozzi. Sono le date
fornite da P. ([Familiares]), e la più probabile sembra essere la seconda;
tuttavia Boccaccio situa l'evento il 17 e il documento ufficiale, il
Privilegium laureationis, almeno in parte redatto dallo stesso P., reca la
data. Lacultur, biografia di P., su lacultur.altervista.org. Wilkins; Dotti.
«In Avignone egli vedeva simbolicamente la corruzione della Chiesa di Cristo e
l'intollerabile esilio di Pietro.» Paravicini Bagliani. Moschella. Petrucci.
Wilkins, Così Ariani, Wilkins sostiene invece che Cola sia giunto ad Avignone a
Wilkins4 «Cola si intrattenne parecchi mesi e in quel periodo strinse amicizia
con P.. Cola era ancor giovane e poco noto; ma i due uomini avevano in comune
un grande entusiasmo per la Roma antica e cristiana, una grande preoccupazione
per lo stato presente della città e una grande speranza per la restaurazione
dell'antica potenza e dell'antico splendore.» Il Mondo di P. Ariani, il quale
ricorda, a testimonianza della rottura coi Colonna, Bucolicum carmen, VIII, intitolato
Divortium (cfr. Bucolicum carmen. Santagata ricorda inoltre come i legami tra
P. e il cardinale Giovanni non fossero mai stati buoni come con il fratello di
lui Giacomo. A differenza di Giacomo, il cardinale resta sempre il dominus.
Rico-Marcozzi. Pacca e Cappelli. Dotti, Wilkins, Ariani. Troncarelli. Waley.
Pacca, Padova, sRico-Marcozzi: «Giacomo II da Carrara, signore di Padova, che
gli fece ottenere un ulteriore e ricco canonicato da 200 ducati d'oro l'anno e
una casa nei pressi della cattedrale». Ariani. Una prospettiva generale del
rapporto tra P. e Boccaccio è esposto in Rico, Branca87. Rico-Marcozzi. Solo in
autunno si trasferì ad Avignone, per scoprire (almeno secondo quanto affermato
in Familiares) che gli si offriva la segreteria apostolica, già a suo tempo
rifiutata, e un vescovado». Ariani, Ferroni; D. Ferraro, P. a Milano. Le
ragioni di una scelta, Rinascimento; Firenze: Olschki, Viscónti, Galeazzo II,
su treccani. Pacca, Amaturo. Ma è fuor di dubbio che tra il poeta e i suoi
nuovi signori si istituiva come un patto di mutuo interesse: da un lato egli si
avvantaggiava della posizione di prestigio che gli offriva l'amicizia dei
Visconti; d'altro lato acconsentiva tacitamente a essere adoperato in missioni
diplomatiche, non numerose invero, né discordanti con i suoi ideali civili.
Ariani Cappelli La riflessione petrarchesca si indirizza sempre più ad hominem
e ad vitam, all'uomo concreto nella sua circostanza concreta, si nutre di
meditazione interiore, progetta un'opera capace di delineare una parabola
esemplare in cui lo scrittore propone se stesso e la cultura di cui è portatore
come modello capace di confrontarsi su tutti i terreni.» Rico-Marcozzi: «il
Secretum...composto in tre fasi successive. Ferroni Ariani Cappelli Wilkins
Vicini Retore originario di Pratovecchio, Donato degli Albanzani fu intimo
amico sia di P. che di Boccaccio. Per quanto riguarda i rapporti con il primo
si ricordano, oltre le missive indirizzategli dall'Aretino, anche alcune
egloghe del Bucolicum Carmen, in cui è chiamato con il senhal di Appenninigena.
Si veda la voce biografica Martellotti. U. Dotti, P. civile: alle origini
dell'intellettuale moderno, Donzelli Editore, Wilkins, espone dettagliatamente
le trattative tra P. e la Serenissima, citando anche il verbale del Maggior
Consiglio con cui si procedette all'approvazione della proposta petrarchesca.
Per ulteriori informazioni, si veda Gargan, Lettere Senili, traduzione di G.
Fracassetti, Si ricordi la visita dell'amico Boccaccio, quando però P. si era
recato momentaneamente a Pavia su richiesta di Galeazzo II. Nonostante
l'assenza dell'amico, Bocca ccio trovò una calorosa accoglienza da parte di
Francescuolo e di Francesca, trascorrendo giorni piacevoli nella città lagunare
(Cfr. Wilkins, Rico-Marcozzi -- fece ritorno a Venezia dove fu raggiunto dalla
figlia Francesca maritata al milanese Francescuolo da Brossano. Pacca,
Ma...bisogna dire che il vero valore del De ignorantia consiste nella vigorosa
affermazione della filosofia morale sulla scienza naturale. Ed è questo il
motivo della sua inferiorità rispetto a scrittori come Platone, CICERONE e
Seneca; perché per P. la cultura "è subordinata alla vita morale
dell'uomo. Casa del P., Arquà. Wilkins Ariani Wilkins, Billanovich. P.
designacon indicazioni esplicite anche per noi remoti quale loro custode un
letterato padovano, Lombardo della Seta, mediocre per ingegno e per dottrina,
ma cliente premuroso del maestro, di cui in una intima familiarità negli ultimi
anni aveva lentamente conosciuto le abitudini e filialmente soddisfatto i
desideri. Così...era promosso subito a buon segretario. Ariani Baldi, Razetti,
Zaccaria, Dal testo alla storia, dalla storia al testo, Paravia Wilkins La
tomba di P.. Canestrini e Dotti, Millocca, Francesco, Leoni, Pier Carlo, in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Si
veda Analisi Genetica dei resti scheletrici attribuiti a P.. Si veda inoltre
P.il poeta che perse la testain The Guardian sulla riesumazione dei resti di
P.. Ricchissima la al proposito: si ricordino i libri citati in, tra cui
Cappelli, L'umanesimo italiano da P. a Valla; i saggi curati da Billanovich
(tra cui l'opera sua più importante, Billanovich, P. letterato, uno dei
maggiori studiosi di P.; i libri di Pacca, Ariani e Wilkins. Pacca e Cappelli,
Garin. Si veda il lungo articolo di Lamendola al riguardo, in cui si espone
anche la chiave di lettura dei classici latini nel corso dell'età medioevale.
Dotti, Nassar, Numismatica e P.: una nuova idea di collezionismo, Il
collezionismo numismatico italiano. Una storica e illuminata tradizione. Un
patrimonio culturale del nostro Paese., Milano, Numismatici Italiani
Professionisti, Billanovich Per la datazione cronologica, cfr. Billanovich. Il
P. formò tra i venti e i venticinque anni il Livio Harleiano»; Le scoperte e i
restauri degli Ab Urbe condita eseguiti dal P. sul palcoscenico europeo di
Avignone; Cappelli, Billanovich, Billanovich, Un riassunto veloce è esposto
anche da Ariani63. Cappelli42 e Ariani62. Cappelli, Albertini Ottolenghi,
Albertini Ottolenghi. Significativo il titolo del settimo capitolo di Ariani.
Lo scavo introspettivo. Ferroni10. Ferroni, Ferroni e Guglielmino-Grosser. P.,
Africa, Cappelli e Guglielmino-Grosser Dotti,: I versi vennero infatti
riconosciuti bellissimi, ma tali da non convenirsi alla persona cui erano posti
in bocca, in quanto degni piuttosto di un personaggio cristiano che di uno
pagano.» Santagata. Il gesto di fastidio con il quale si liberò quasi sùbito
delle superfetazioni scolastiche ha il suo esatto corrispettivo nel rifiuto
dell'imponente edificio logico e scientifico della filosofia Scolastica a
favore di una ricerca morale orientata, con la guida determinante
dell'agostinismo, verso il soggetto e l'interiorità della coscienza. Delle cose
familiari, Guglielmino-Grosser, confrontando Dante, il quale non ha trasmesso
ai posteri dati biografici della propria vita, e P,, afferma che quest'ultimo
«fornendoci una grande quantità di informazioni dettagliate sulla sua vita
quotidiana, vere o false che siano, mira a trasmettere di sé un'immagine
concreta. Dotti, sulla base della Familiares delinea il senso del messaggio
umanistico lanciato da P.: parlare con il proprio animo non serve. Bisogna
affaticarsi ad ceterorum utilitatem quibuscum vivimus, per l'utilità di coloro
con i quali viviamo in questa terrena società, ed è certo che con le nostre
parole possiamo giovare: quorum animos nostris collucutionibus plurimum
adiuvari posse non ambigitur (Familiares). Il colloquio umano è dunque lo
strumento dell'autentico processo umanistico. Sua mercé si saldano e si
congiungono gli spazi più lontani...I comuni principi morali, dunque, e
l'indagine costante e irreversibile sono la molla di un processo che non può
aver fine se non con la morte dell'umanità medesima, e il discorso, il
colloquio e la cultura ne sono il filo conduttore. Viaggi nel TestoAutori della
letteratura Italiana, su internetculturale. Si ricordino i celebri versi di Pd
in cui l'avo Cacciaguida gli profetizza la durezza dell'esilio: Tu proverai sì
come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per
l'altrui scale Guglielmino-Grosser Guglielmino-Grosser Marazzini Santagata. La
riforma di P. consiste nell'introdurre entro l'universo senza regole della
rimeria coeva la disciplina, l'ordine, la pulizia formale, lo stesso
aristocraticismo propri delle più compatte 'scuole' duecentesche. Luperini, Il
plurilinguismo di Dante e il monolinguismo di P. secondo Contini. Delle cose
familiari, traduzione di G. Fracassetti, Pulsoni Pizzimentig Opera: Altichiero,
San Giorgio battezza Servio re di Cirene; Si veda, per maggiori informazioni,
Pacca, Per maggior informazioni, si veda il saggio di Fenzi. Si veda il saggio
di Dotti sulle Epistolae metricae. Pacca, Pacca, Ferroni. Amaturo, Cappelli
Ferroni, Pacca; Santagata; Amaturo, Le epistolae retrodatate furono, secondo
Santagata, probabilmente scritte ex novo perché fossero aderenti al progetto
culturale-esistenziale idealizzato da P.. Guglielmino-Grosser; Ferroni; Ariani;
Dionisotti. Salutati e dopo la morte del P. e del Boccaccio, il più autorevole
umanista italiano, unico erede di quei grandi.» Dionisotti. Dopo lungo
intervallo, Boccaccio compose in volgare una succinta vita di Alighieri cui
fece seguire un'assai più succinta vita del P. e un conclusivo paragone fra i
due poeti. Cappelli, Di Benedetto. Si veda la voce enciclopedica curata da Praz
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plurilinguismo di ALIGHIERI e il monolinguismo di P. secondo Contini, Pacca.
Catalogo dei Compositori e delle opere Musicali sulle rime di su Artemida. Le
tre corone fiorentine della lingua italiana. Francesco Petrarca. Petrarca.
Keywords: implicature, cicerone, I lizij, lucrezio, filosofia Latina, filosofia
romana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Petrarca.” Luigi Speranza, “Il dialogo
filosofico – Platone, Cicerone, Petrarca e Grice.”
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