PAOLINO
Luigi Speranza -- Grice e Paolino: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- dizionario
filosofico portatile per ginnasti – la scuola di Napoli – filosofia napoletana
-- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “In
England, we have it easy: we have Oxford and we have Oxford. In Italy, small a
country as it is, they have Bologna, Bologna, Bologna, and Nappoli, Venezia,
Roma, etc.” Autore
di quattro trattenimenti De' principj del dritto naturale, stampati a Napoli presso
Giovanni di Simone, di un supplemento al Dizionario storico portatile di Ladvocat,
ma è noto soprattutto per i due volumi della sua Istoria dello studio di
Napoli, uscita anch'essa dalla stamperia di Giovanni di Simone. Si tratta della
prima storia compiuta dell'Napoli, nella quale l'autore dimostra con buoni
argomenti (come ricorda Tiraboschi nella sua Storia della letteratura
italiana), che quello studio non e veramente fondato da Federico II di Svevia,
ma, prima di lui, dai Normanni, benché questi non le dessero veramente forma di
università e non la onorassero dei privilegi che a tali corpi convengono, cosa
che invece fu fatta da Federico, che così meritò la fama di suo vero
fondatore. Opere: Giangiuseppe Origlia,
Istoria dello studio di Napoli, Torino,
Giovanni Di Simone, Girolamo Tiraboschi. Grice: “Paolino is
a quasi-contractualist. His contractualist treatise is very accessible. Man is
the political animal, so politics is in the essence. Polis means civil, so a
man who is not civil is not a man. Paolino analyses a contract – in general, and
then the social contract in particular. This sets him to analyise such duties
which are addressed to the other members of the civitas. Paolino is alo the
author of a dictionary of antiquities, which has the nice alphabetical touch
about it, if you are into a first
thought on Julius Caesar or Cicero! He also traced the stadium tradition
to the ‘gym,’ ‘nudare’ as he notes. And notes that it started in the cities
where such as Athens or Rome where the athletes needed a place to get undress
and practice. He mentions Plato’s Academy (after Hekademos) and Aristotle’s
Lycaeum, after the statue of Apollo Liceo, reposing after extercise. It is good
to call Platonists accademici and Aristotelians liceii then. The gyms were particularly
popular in Italy – even before the great expansion of the Latins and Romans
over other ethinicities. In the South of Italy especially, due to the weather,
it is more natural for an athlete to feel the need to get undress as soon as
possible, and philosophers followed.” Di tutte adunque le società del mondo
non e ch'una ftetia l'origine, perchè tutte, giusta il vostro avviso,
nonsìmisero inpiè, nèsi formarono, se non secondo le diverse nécessità, e
bisogne degl’uomini. Anzim in tutte altre sìsi ha un istesso fine perchè non si
risguardò ad altro, se non al commodo, e dutile commune de socii. Ma quali sono
le società particolari, che sarebbero state mai nel Mondo inufo, semante nuta
si fofle ben falda, e stabile la società Universale (A )? (A) Egli è fuor di dubbio
che gl’uomini, essendo tutti in obbligo ed in dovere d'amarsi u vicenda; el'uno
come non nato, per se medesimo, dovendo non che al proprio anche all’altrui
commodo badare, quando ciò tutto esattamente osservavano, non venivano a
comporre che una società universale in guisa che niun diefi considerarsene potea
al di fuor. Quindi divero io non M. La
271 safidica l'Eineccio, il quale tutto scaglian, dosicontro il Puffendorfio,
che trattiavea, e deafai malamenge inferiti tutti gli obblighi, e gl’umani
doveri della società, soggiugneto, jto ch'era uom tenuto soddisfara tuttiquegli
che Uella,ch'è la più vera, e la più saggia, antichità del e la sola
infallibile maestra dell'umana Ginnasio Na II. Cosa fossero prudenza si lasciarono in dietro di gran
lunga ogni altra nazione. Quindi, giustache scrive Dion Crisostomo agl’Alessandrini
sull'autorità d'Anacarside, non vi fu città della Grecia, che non avesse avuto
il suo Ginnasio. Questo solo basta di presente supporre per farci sicuramente
acredere, che Napoli Città oggi dall'eterna divina provvidenza
maravigliosamente fornitadi quanto in una ben nobile, e doviziosa potrebbe mai
l'uom brą mare; e sopra tutte l'altre ben culte città dell'Europa, e per le
scienze,e per l'armi, e per lo Erano presso de Greci questi Ginnasj alcuni
grandi, stati i Ginnasi e magnifici edifizii con ampii portici, e stanze d'ogni
ca onde venifer opacità, luoghi coverti, e scoverti, ombre, ed altrepref così
deti: eso che infinite comodità, ove la gioventù ammaestravasi qual fosse la
lor forma. Oppinio non meno nell'ARTE GINNICA che nelle scienze, e nelle
fa pari celebre gran trafficodi essendo stata, come tutti fuor versia
asseriscono, fondata di ogni contro l'altre da Greci, ha anch'ella come della Grecia
il suo ginnasio finda' suoi cominciamenti Infatti STRABONE, che vise che a’ suoi
al tempo di OTTAVIANO, scrive, giorni questa città avea ancora ti che Greche
costumanze molte dell'an, come le Curie, le l'Efebeo,e altre d ital Fratrie,
fatta. E con queste ha il Ginnasio. Né v'ha scrittore al tresì osi su questo
muover di buon senno, che ombra di dubbio e ne di coloro che arti liberali; onde
sotto uno stesso tetto venivano a c o m avuto il luogo prendersi, per così
dire, due diverse accademie proprio per le, e due Scuole, ribut ta varj, e
diversi generi di Scuole, cioè: quelle dell'arte ta comefavolo- bellica, e
quelle delle scienze, e delle belle lettere. E niodi molti çe perchè a coloro, che
applicatierano alla Ginnica, e per lebri scritori. Io gran novero loro, e per
gli esercizi, che far doveano, come il corso, la lotta, il salto,il pancrazio, il
di Strab. 1.s. fco, . “γύμνοω”, det idioma, senza aggiugnimento
d'altro, semplicemente O ti Ginnasj. Per la qual cosa alcuni nel progresso del tempo
non badando che al semplice suono del vocabolom con cui chiamavansi, li
credettero non per altro essere edificati, che per un tal mestiere: opi stati esi
prima, forse il primo, Crasso presso CICERONE che porta la ne, e tra gli altri,
che in questi ultimi secoli sostennero fi furono MERCURIALE, e Pier L a però
avendo per certo, per quel, che ne scri sena. Noi Ginnica non e pove Galeno a
Trafibolo, che l'arte sta in voga nella Grecia, che alquanto prima dell'età di
Platone, e che in Grecia, come manifestamen te fi ravvisa nell'ingegnoso, ed
ammirabile poema di visselungamente prima di quel cele Omero, il qualee da
molti celebri scrittori, come bre filosofante avanti lo Lino, Filamone,
Tamiride, e altri fioriti stesso Omero, sono vị le Scuole delle belle lettere
fino da’primi tempi; stimiamo più ragionevole il credere, che s'introdussero i
giuochi Ginnici, ed Atle che dopo fatto, che amtici, I Greci altro allor non avessero
pliare que’ medesimi edifizj, fatti molto tempo prima non per altro fine, che
per le scuole, e chiamatigli per le ragioni, che testè noi accennammo, Ginnasj:poichè
Crasso steso, il quale e il primo, ed A2 inge sco, facea mestieri d'uno spazio
maggiore, e asai più grande diquello,che bisogna percoloro,che istrụi vansi
nell'arti liberali, e venivano per questo ad occupare buona parte di tali edifizii;
sono questi dal modo, con cui in es si faceansi quegli esercizj, cioè dalla
voce greca yújrow, che tanto vale quanto NUDARE nel nostro e . CICERONE De
orat. Apud Anson.Vandal differt. 8. de Gymnasiarcb. ingenuamente egli
anche lo attesta, a metter in campo un sentimento a questo del tutto opposto. Parlando
del suo tempo dà atutti a conoscere, che le pubbliche scuole delle scienze non
era allora in costume d'aprirsi in altro luogo, che ne' Ginnasi; e che per
quanto egli si studialle, non potea in niun modo fisar in cui queste erano colà
state erette. Ego alio modo interpreter (dice egli) qui primum Palæstram e
sedes deporticusetiam ipsos, Catulé, Grecos exercitationis, eg delectationis
causa, non disputationis invenisse arbitror; et sæculis multis ante gymnasia
inventa sunt, quam in his FILOSOFI garrirecæperunt; hoc ipso tem porecumomnia Gymnasia
FILOSOFI teneant tamen eo rum auditores discum audire, quam Philosophum malunt etc.
Per verità non v'e ginnasio nella
Grecia, in cui non vi fossero queste Scuole. Cosi leggiamo,che in Atene nel
“CINOFARGO”, il quale e un Ginnasio eretto molto prima del tempo di Platone,
sono vi tra l'altre Scuole, quelle della setta “cinica”, dalle quali egli anche
ha il nome, e nell'ACCADEMIA e vi l'uditorio di Platone come nel LIZIO quello
d'Aristotele. Anzi accolto, ovvero al di dentro d'alcuni celebri ginnasii
trovavansi non meno delle scuole, che delle famose, e celebri biblioteche; come
sappiamo diquello parimente in Atene, che avea dappresso la celebre BIBLIOTECA
di Pisistrato, rammentata da Girolamo, e da altri, e quello in Rodi, della cui
celebre Biblio Schol. Ariftoph. Pace Xenophont. In Hippar. Plutar. Symphofilo
vi11. q. iv. Suid. Pauf. in Artic. Hieron.de Beat. Pompbil. martyr. ep. Ad
Marcel.14. Gell. l.vi.c.17. Lucian. adverfus indo&um. Pauliin Atricis.
Ifidor. orig.hiv1.3. a Р ерос Suid. Pauf. in Attic.
Schol. Ariftoph. ad Nubes ec. Ammon. vit. Aristot. Plutarch.
De exilio. CICERONE . q. TUSCULO] teca parla Ateneo; é per questa stessa
ragione per cui sempre ai ginnasii accoppiavansi le scuole delle lettere,
troviamo che molti valenti uomini, e dotti scrittori applicarono in molti
luoghi delle lor opere questo vocabolo, a significar non altro, che queste,
quasi per eccellenza; essendo lo studio delle scienze molto più nobile, e
sublime di tutti gli esercizi ginnici. – l’archi-ginnasio di Bologna – la prima
universita --. III. che h una con quello nello stesso tempo le Scuole nide le
Scuole Atben. Biblioth. l.1. dipnofoph.c.1. Senec. epift.76. ut 0 1, Supposto
adunque pervero, come lo è infatti, Tenimonianza che Napoli, come città greca,
ha il suo ginnasio fin di Seneca, e di da' suoi primi principi, egli convien
credere anchevero, tri autori Lati . di Napoli : delle belle lettere; senza le
quali nella Grecia, come Scienze che vi abbiam detto, non si forma Ginnasio; e
certamente s'insegnarono; di queste, di cui è solo or nostro assunto il
favellare,vifiorirono. parla Senecainuna sua pistola, nella quale, come dalle
parole, che poco fa da noi fi allegarono di Crasso, con lui filagna presso CICERONE
di que’ giovani, che al meglio delle lor lezioni lasciavano i lor maestri nelle
Scuole per correre frettoloji a veder il disco, la lotta, e gl’altri ginnici
esercizi. Così egli fiduole fortemente col suo LUCILI, che nelle scuole della
nostra città visto avea far cerchio ai filosofi, giovani in nove romolto pochi
al paragone di quelli, che a calca tra ftullavansi nel Teatro, il quale, come
egli narra, e in questa Città non guari distante dello stesso ginnasio, Pudet
autem me generis humani -- scrive egli -- Quoties Scho lam intravi, prater
ipfum theatrum neapolitanum Il fcis, transeundum eft, Metro nacti spetentibus
domum lud quidem farctum est: hoc ingenti studio, quis fit Pithaules bonus,
judicatur. Habet tibicen quoque Græcus du præco concursum: at in i lo loco, in
STAL: quo ritur, in quo vir bonus discitur, paucis simisedent; et bi plerisque
videntur nibil boni negotii babere, quod agant, inepti cu inertes vocantur. i
più nobili della Città non isdegnavano neppur d'inviarvi per tal fine i propri
figliuoli; poichè egli scrive, che portatosi in Napoli con Giuliano, professor
di rettorica udito vavea un giovinetto molto riccocum utriusque lingua
magistris -- per valerci delle stesse sue parole 00 meditans, exercens ad
caul'as Roma orandas eloquentia Latina facultatem. Quanto alla Filosofia, la
dottrina dell’ORTO, la quale venne da'più dotti dell' antichità ricevuta con
applauso, e fu universalmente se guita da tutti que'grandi uomini del tempo
d'Ottaviano; e quella, che in queste medesime scuole avea MAGGIOR VOGA; come
par che si conobbe da una iscrizione,che fi rinvenne in un Cimiterio fco verto
nella Valle della Sanità, non guari distante da quella Chiesa sopra alcune
urne, che state sono per quel che n'appare, dell’ORTO.. Poichè in alcune di
quelle vedeası il nome di alcuni celebri filosofanti di questa setta, scritti
con caratteri Latini leggevasi; manonbene, e oscuramente. E come apprendiamo da
Gellio, che fa anche di questo ginnasio onorata memoranza vir bonusque. 3 DELLA
e fiori al quanto dopo Seneca; al suo tempo in queste scuole nell'istessa
guisa, che in quelle del ginnasio di Cartagine rammemorato da molti Autori,
s'istruivano i giovani non meno nelle scienze che nelle lingue; e I più
Salvion. Hieron. In Catbalog. Jone Proph. Aug. conf. fc. Celan. Giorn. 3. delle
notizie di Nap. STALLIVS.GAIVS.SEDES HAVRANVS.TVETVR EX EPICVREIO.GAVDI.VIGENTE
CHORO Quindi tra' maestri, che in tali Scuole insegnarono le lettere umane e le
lingue si conta Stazio Papinio nativo di Silta, Città dell'Epiro, che fiorì
circa al tem po dell'Imperadore Domiziano; padre di Publio Stazio; il quale,
come dal costui poema fi ravvisa espose in queste Scuole l'opere de'più celebri
poeti Greci, come Omero, Esiodo, Teocrito, ed altri di questo genere; e tra
coloro, che v'insegnarono le scienze filosofiche, deve annoverarsi senza dubbio
quel Metronatte,di cui, come prima abbiam fatto vedere, fa motto Seneca; e
fimorì molto giovine,che glifu contemporaneo, co me questi medesimo
attestainun'altra pistola diretta al lo stesso fuo Lucilio;e febbene degli
altrimaestri, e professori, che vi furono in questi, o in altri più anti chi
tempi,dato non ci siaora di tesser un ben lungo,e distinto catalogo, poichè i
lumi, e le memorie della Storia totalmente ci mancano ; non però egli è certo,
che essi furono tutti di tanto sapere adorni,e di sì rara dottrina,che
abbondando perciò laCittà digiovani let terati venne ella d’ ROMANI
concordemente non con altro titolo chiamata, che di dotta, e studiofa ; e così
per tralasciar degli altri,che cið fecero COLUMELLA in parlando di Napoli, non
con altro epiteto nominol la>,che con questo: Doftaque Parthenope, Sebethide
roscida lympha. E'l medesimo fece anche Marziale col seguente verso: bi di 00
.1 >1 li al Papir. Star. flvar. s. epiced. inpatr. Senec. ep. Er Oras.
Epod. Ad
Canid. Sil. Italib. Stor. Syluar. Ovid. Metamorpb. is. Napoli, quanto Illo
VIRGILIO me tempore dulcis alebat mente cari; ond'è,che niuna altra Città più
della loro Costantino. Sen.ritroviam nellaStoria, che avessero eglinofino nel
cadi li, che vogliomento dellor Imperio maggiormente frequentata; equel no,
aver Titali sopratuttolafrequentavano, se vogliam prestarfe in rifateleScuo-de
a Strabone che impiegavano ilpiù del lor tem le,con allega re'inpruovailpo
allostudio delle lettere, edelle scienze. marmo,cheog Et quas d o &t a
Neapolis creavit. Anzi Virgilio e riguardo scienze Parthenope, studiis
florentem ignobilis oci. E tra perquelto conto i Napoletani, e per laGin
comebenrifletteil Bembo inunasua pistola, fu mandato, e mantenuto da Augusto in
questa Città a proprie spese per farvi i suoi studj. E in fat ti nella prima
Egloga de' Buccolici, scrit ti anche in Napoli, egli riporta a' favori di quel
Principe il suo Napoletano ozio, cioè, studio con quelle parole: Deus nobis hæc
otia fecit. E confessa nella fine de'Georgici, che: che visicolei nica, la
quale nel si. lor Ginnasio esercitavano anche con vavanofofefta somma diligenza
e con tutta la magnificenza del Mon ta FREQUENTATA DA’ ROMANI; edo,divennero
universalmente agli stesiRomani somma anche dagl'Imperadori fino a gi fi
conserva Quindi LUCILIO, che fu ilprimo tra’Latini a scrive fopra la fontere
delleSatire, non solo visse, ma anche morir volle tra' .An
nunziata;mo:Napoletani, comeattefta Quintiliano,e Cicerone, il strato falso ; e
quale v’ebbe anche un'abitazione e Virgilio, dicui di che propriamente in
efoabbiam favellato, Orazio, Livio, Marziale, Silio Italico - fac cialimenzio
--, Claudiano, e tutti gli altri tra gl’antichi, ne mar che mo rapportato mercè
dellor saperelasciarono a'posteriillornome im in cuilafenzamortale, abitarono
in Napoli perpiù tempo; anzi dubbio fi parla delle Scuole . molti Bemb. lett.
27. Strab.l.3.infin. Quintil. CICERONE ep. famil. Crinit. de Poet. Latin.
Philoftr. Icon. Sil. Ital. per 9 molti,come dal Poeta Archia narra Cicerone
brama rono ben' anche di esservi ricevuti per Cittadini; cosa, che i Greci non
erano molto larghi a concedere; feb bene su ciò non tuttiusassero lastesa
moderazione: Ma non meno de’ privati CITTADINI ROMANI,visita rono questa nostra
Città glistesiImperadori ; poichè sal vo Celare, il quale, come scrisve
CICERONE inalcun tempo ebbe a sdegno i Napoletani, forse perchè infer matosi
fra esi Pompeo nelprincipio della lor guerra, gli mostrarono,come scrive
Plutarco,moltisegnid'af fezione, gli altri tutti fino a Costantino, lebbero per
le stese ragioni anche molto cari: così che eglino molte
prerogativen'ottennero. Il perchè TITO, chesuccef se a Vespasiano circa l'anno
79.. dell'era Cristiana, essendo pe'violenti tremuoti accaduti al suo tempo, a
cagione di unobengrande incendio del Monte Vesuvio rovinati molti luoghi vicini
; e traquelli, come scrivonoalcuni de'noftri Storici,in Napoli anche il
Ginnasio: egli pose ogni studio per farlo con pubblico danajo ristorare: e
comunalmente fivuole, che di questo fatto ne faccia anche oggi giorno una
chiara, e certa testimonianza quella Gre. eLatina Inscrizione, la quale
tuttaviaravvisiamoin questa città in un marmo elevato nel muro della Fonta na
dell'Annunziata, ch'è la seguente, riferita anche dal Grutero, non cheda
tuttiinostri Istorici, li quali vogliono, che in essa fi faccia parimente una
espressa memoria delle scuole, ch'esistevano nel Ginnasio. 100 Jens 1 CI, 22
> 1 00 TO са, fuz a . B Cic. pro Archia. Ezechiel. Spanhem. Orb. Roman.
CICERONE Ad Attic.l.10. ep.11. Plutar.inPomp. V. l'Autor della Stor. Civil. Del
Regn. lSueton.in Tit. cap.12.b.i. Gruter. Infcript. oper. et locor. publicor.
Capacc.ift. l. 1. c.18. Bened. di Falco Antich. Di Nap.&c. TI ΙΤΟΣ -ΚΑΙΣΑΡ
ΕΣΠΑΣΙΑΝΟΣ: ΣΕΒΑΣΤΟΣ ΚΗΣ ΕΞΟΥΣΙΑΣ ΤΟΙ OE TIIATOE TO H TEIMHTHE OETHEAE·TOT:
TYMNASIAPXHEAE ΥΜΠΕΣΟΝΤΑ ΑΠΟΚΑΤΕΣΤΗΣΕΝ NI ·F ·VESPASIANVS ·A V G
.COS.VIII.CENSOR.P. P. IBVS .CONLAPSA ·RESTITVIT Ma senza che quì noi ci
distendiamo molto nepo co in far riflettere agli abbagli, ed agli errori, che
co munalmente han preso tutti nella sposizione di questo marmo ; basta, che con
qualche diligenza per uom si legga, per dubitare se in esso si tratti del
Ginnasio; o v ver più tosto dell'antiche Terme, come più probabil cosa
essercrediamo, nel fito delle quali eglifu trovato ; ed ; il numero delpiù,il
quale si vede in esso adoperato a notare gli edifizj rifatti per ordine di
Tito,par che troppo chiaramente lo ci additi ; nè per qualunque ftu dio vi fi
faccia, potrà mai scorgervisi parola, che colle Scuole, o cogli esercizj
letterarj abbia coerenza ; onde quanto su ciò fi dice sono tutte pure,e prette
immagi nazioni de'nostri; egli v'ha però un altro marmo rife rito dal Capaccio,
ove espressamente leggasi: SCHOLAM. CVM. STATVIS ET IMAGINIBVS ORNAMENTISQVE.
OMNIBVS SVA: IMPENSA FECIT Capacc. Ift. tom.I.h.1.6.18. . E per .I. 11 E
perverità ebberoi Greci in costume di adornardi statue, e d'immagini ilor
Ginnasj, con riporre quellede più celebri Atleti, ed icoloro, che si erano più
nella Ginnica refi immortali, ne’luoghi, ove l'arte esercitasi. E quelle de’
gran FILOSOFI nelle Scuole; come del Ginnasio diTolommeo celebre in Atene narra
Pausania Per la qual cosa se non a Tito, sicuramente ad Adria no, che nell'anno
117. dell'Era volgare successe nell Imperio a Trajano. Di quanto narrasi in
questo marmo convien darsi il vanto. Poichè questo Imperadore, come scrive
Sparziano inomnibus pæne urbibus,com aliquid ædificavit,o
ludosedidit:efucotantoamatoda'Na poletani, che volontariamente lo elessero
Demarco; ch' è quanto dire Pretore della lor Repubblica. Come prug va il
Reinesio contro il Capaccio, ed altri,che cre dettero esser questo un
Magistrato:Greco;avendo avuto le colonie a fomiglianza diRoma parimente un
talMa giftrato. Orciðne fa chiaramente conoscere, che il Ginnasio, e le scuole
in NAPOLI sono ugualmente celebri di queste Scuo non meno prima, chedopo che
questa città fi: sottolefinoa Costan mise aldominio de Romani; poichè febbene i
Napole tanidall'anno diRoma,come sostienetraglial triil Reinefio finoad
Augufto, edanche molto tempo dopo, toltone il tributo, che pagano a’Romani,
essendo stati trattati da quelli con ogni piacevolezza,ed. amore,e reputati
amici anzi, che soggetti ; fossero stati dopocircail tempo di Tito,o
diVespasiano,se si vuol credere al Caracciolo, ridotti in forma di Colonia,
Paulin Attic. Cic. De finib. Spart.in Adrian. Reinef. var. le&t.
l.3.0.13. Lo Meliovariar, bection 6.3. 6.16 20 CO) 210 eto 7h OV V.
Continuazione CIT per col ied che cole :ftu. onde magi 0 rife : e refi B 2 Cih
e refi più soggetti,preso avessero a dismettere gl’antichi greci inftituti.
Tutta volta seguirono pur eglino, come manifestamentedaquantoabbiam dettoappare,adeser
citarsi nella Ginnica, e tener te loro Scuole ben ordi nate ; con mantenervi
ottimi professori in ogni genere di scienze. Ma in quale regione della nostra
città situato esse le, e del Ginna-questo Ginnasio, molto'vario è il sentimento
degli Au tori. Alcuni credettero, che le Scuole state foffero ove nel corso
degli anni edificosi la Chiela di S.Andrea; non però questa oppinione quanto
sia folle, e vana di leggieri si mostra ; poichè o fi vuole, che queste scuole
sono divise dal GINNASIO. E ciò quanto sia lungi dal Summon. le cole che di
sopra abbiam detto,bastante mente lo appalesano; o fivuol credere,che queste
era no, come in fatti furono,accoppiate,ed unite, anzi in corporate con quello;
e giammai si verrà a mostrare esservi in tal luogo apparse vestigia di tali
edifizj. E' ben vero,che essisupposero laddove fuinappresso eret to ilCollegio
de'RR.PadriGesuiti,vifossestatoun altro Teatro, diverso da quello, che di sopra
divisam mo; ma questo anche quanto sia inverisimile, anzi impossibile
chiaramente appare da quel che in tutti i noftri İftoricisilegge; come dire:
che Napoli a tempo parimente di Ruggiero Normanno dopovarj, e diversiac
crescimenti diedifizj, ediabitanti, nonera, che'una Città molto picciola,
etale,chefatta da quel Remi. surare, non li rinvenne il fuo giro maggiore, che
di pallil;onde ove:mai figurarvifi voglia notanti diversi Teatri, e Ginnasi di
quella magnificenza,ed a m piezza, ch'era solito dagli antichi edificarsi, non
po trem VI. Sito delle Scuo vero, tremmo mai concepire; senza che in sì
picciolo spazio non vi farebbe rimasto luogo per abitarvi. Seguente sillogismo.
Appare eglidicono da Platone,che: il luogo proprio per li Ginnasj esser debba
il mezzo della Gittà: aveano questi, secondo gli antichi, il più dappresso le
Terme; e come si deduce da Stazio nel Ginnasio de’ napoletani era vi un tempio
dedicato ad Ercole. Orduppo Ito, che in Napoli il Ginnasio occupasse questa
regione, veniva egli ad aver tutto ciò; perchè ella quafiil mez: zo occupava
dell'antica Città; avea nel suo distretto le chi IK er qual sopra tutti ik
prese a difenderla, avendo preso, a scrivere di questo GINNASIO, che per la morte
sopraggiun tagli, non potè terminare; fi appoggiano del tutto sul Altri
all'incontro furono di parere, che il Ginna fro occupasse propriamente quella
regione della Città, la quale per le Terme, ch'erano nelsuo distretto,
chiamossi Termense; e si vede anche dagl’antichi filosofi chia mata Erculense,
come chiamola Gregorio nelle fue pistole perloTempio,cheiviancheera inonor di
Ercole oveoggièla Cappella detta S. M. Ad Ercole e dopo fu
chiamata,comeparimente or fichiama,di Forcella. Non già come vogliono alcuni,ch'è
troppo follia il credere dalla scuola di Pittagora,che quivi era, la qualeavea
per insegna la lettera biforcata Y ;ma si bene, giusta che fu il sentimento
de'più favj, da un antico Seggio, il quale facea per avventura per sua im-.
prela, quelta lettera, che finoggimiriamo scolpita in un antico marmo sopra la
porta della Chiesa Parrocchia ledi S.Maria a Piazza; e diede ilnome a tutto il
quartiere. Quegli,che'fifostengono inquesta oppinione, come sivede da quel
dotto libro, che Pier Lalena, 1 Gregor. Terme, Terme, ed un Tempio ancora
consecrato ad Ercole. Dunque, eglino conchiudono,deve credersi di necessità,
che questo così fosse. Pur tutta volta, posto che Platone non parli di quel che
in fatti costumavasi nella Grecia al fuo tempo, ma soltanto di quel che
bramava, che si costumasse. Poichè sappiamo per certo che tutti i GINNASJ
eretti erano fuora delle porte della Città, o a can to a quelle, come
lungamente pruova Meursio, e tutti gli altri, che dottamente hanno le cose
deGreci co'lo roscrittiillustrato;e perchèleTerme esser potevano, come
realmente sono anche in altri luoghi di Napoli, e cosi pure il Tempio in onor
di Ercole, il quale ove fifuppone accoppiato al Ginnafio,figurar non fideve
moltoampio,e magnifico, ma per ben picciolo,e come un nostro Oratorio, o
Cappella; nè creder, che questo fosse stato solo, ma con esso insieme
congiunti, o dentro lo stesso ben molti altridellamedesima
formaerettiinonordiMercurio,di Apollo,di Cupido, e di altro Dio di questo
genere, del Teatro, e Somma piazza. E per verità quiviiveg gonfi!
ancheoggienellecase, che diciamo dell'Anticaglia, e in tutta quella vicinanza,
ove dopo fu eret: to il Tempio in onor de'Principi degli Apostoli S. Pie tro, e
Paolo infino al vicolo della Porta piccola della Chiesa della Vergine Avvocata,
volgarmente detta l'A nime del Purgatorio, infiniti pezzi d'opera laterizia, e
condo costume era di farsi universalmente da Greci ne' Ginnasj;
devequestosentimentoanche con tutta ragione: ributtarfi. più koNon pochi
finalmente contesero, eforsecon saldo giudizio,econ maggior fondamento,che
ilGinna fio, e 'l Teatro stati fossero in questa città in una stessa,verso
quella contrada, che anticamente dicevasi saparte fe secolo, quella di Berito e
quella di Costantinopoli eretta teflandrini;te del pra Viil Celan. notiz. di
Nap. Giorn. V.Plutar.inopusc.viramepicur. non esse beatam.Strab.l.s.&
Philostr. in Po lemon.] Spartian. In Adrian, Sueton. in vit. Claud. Gronov.
dissertat. de Museo. Juftinian. Conftitut. Ad Anteceffores $.7.6 Dioclet.
h.n.c.quietate velprofeffione fe excufat.6 l.10.c.eod. V.l'Autor della
Stor.Civile del Regnol.s. dur NON Comunque però ciò sia, rientrando in nostro
sentiero. Dopo che Costantino trasfere la sede dell’imperio dele Scuolede
nellanuova sua Città, non vihadubbio, ch'egli, echedopotraj. Lita ove crediamo
noi essere stato il Ginnasio, viene ad essere per avven tura fuor delle mura,
ovvero accanto a quelle. Continuazione quelli, che lo seguirono, tralasciaffero
perla lorlonta-dpeolrl'taItmapelraifoe de nanza, di frequentar Napoli alla
guisa, che ilorante - Costantinopoli. ceffori avean fatto; e che perciò venne
ella anche me- Womenerico da no da’ private cittadini romani frequentata. Ma
non per tempo di NERONE questo il suo Ginnasio fcemò dipregio :erano allora in
letani, eglio an di marmi Orientali di una maravigliosa bellezza,in gui fa, che
in niuna altra parte di Napoli se ne rinvenga tanta copia ; e vi si discuoprono
parimente le vestigia d’alcuni edifizj, che pajono non aver fervito che per
leTerme. Questo sentimento vien confermato oltre modo non solo da quelche
scriveSeneca a Lucilio,che come di sopra abbiam riferito,suppone in fatti ilGin
nasioaccanto alTeatro;ma benanchedalcostume di già ricevuto nella Grecia, il
quale come testé da noi notossi, e d'erigere questi Ginnasj fuora, o vicino le
1 porte della Città; poichè comunque tra levarie op 0
pinionide'scrittorifisupponga, che fosseilsitodell' anticaNapoli,questo luogo
veramente Oriente le scienze in un molto sublime grado. Per tro-rientali, accre
varsi in molti luoghi delle famose Università degli Studj, etonelIV.eV. delle
celebri Academie, di cuiquella d’Alessandria Coʻ Leterati A stimonianza dal
medesimo Costantino il Grande portavano 10-fa Agostino bilito netrai Napo 3 ita
qual cosamoltidiquesti, ed egli altri Orientali soprattutto in questi tempi,
ne'quali trovandosi la Sede dell'Imperio in Costantinopoli; rela era la‘nostra
Città a quella fu bordinata, capitando continuamente in essa; questo gran
cambiamento delle cose non solo non apporta niuno im pedimento alla letteratura
napoletana. Ma moffii Na poletani dall'emulazione di superar gli Orientali, che
è troppo naturale tra gli uomini,egli è incredibilequarto maggiormente ella
fosse venuta ad accrescerli. Ciò tanto è vero, che anche nel V. secolofiori
vano perciò in queste Scuole mirabilmente le scienze; e vi fioriva soprattutto
lo studio dell'eloquenza, come attesta Agostino, che allora altresì,vivea. Perchè scrivendo egli contro gli. Grice: “You can see the difference
between Rome and other civilisations in that the philosophical gatherings – as
Austin’s were at my St. John’s – or the Athenian dialectics’ were at the Lizio,
the Accademia, and the Cinargo – the Romans preferred to meet at Scipione’s! Call it
Roman gravitas!” DE’ PRINCIPI DEL DRITTO NATURALE. Filofofo,e Giureconfùlto
Napoletano. NAPOLI. Predò Giovanni di Simone CON HCSNZJ P*’ SVfS RIQKl.AL
MARTINO Pubblico Profeffore di Matematica ne’Regg j Studj di Napoli, &c.
LETTERA dell’autore, che serve anche cP introduzione all’opera. Questa picciòla
operetta, che ora ho rifo luto di efporre al pubblico, stimatiffimo signor mio,
fìt da me comporta, fono già quattro anni, per soddisfare al desiderio d’una
dama, che per sua propria a a i itruzione con premuro!!, ed autorevoli impubi
mi avea coftretto a darle in ileritto una chiara, e generale contezza di tutte
le parti della filosofia, di cuiella fu. Preifo che la conchiufìone. La ragione
più forte, per cui mi fono mcflb a farla comparir fola, lènza, che vi liano
unite Y altre opere fi lo fo fi che, delle quali fu parte, ella è la lpéranza
di poter col fùo mezzo, più, che colle altre contribuire in qualche parte, e
per quanto fia poffibile al profitto de’giovani, eh' è fiato fèmpre mai, e
farà’ il termine unico de' miei ardentifiìmi defiderj: poicchè conofeendo
quanto abbondevoL mente datanti valentuomini fiali • «k 4 *, travagliato a prò
de’giovani, facilitando con tante lodevoli maniere tutte le più intricate q
milioni della fcienza fìlofofica, pareami, che quella fu blimc, enobiliflìma
Tua parte della r agion Naturale, che pur contiene non men’ una buona parte
della Morale, e della Politica, che la vera origine di tutte l’umane
obbligagioni, mancale di un’ ordine facile, e proporzionato alla capacità de’
Scolari $ lo che pareami non eil’erfi fatto fin ad ora in tante Opere di
eccellenti Giureconfulti, e fapientiffimi Filofoii, che tanto bene han trattata
quella materia, eflèndo gli di loro libri certamente e foltanto adatti, e
proprj per gli uomini provetti, e molto avanzati nelle buone cognizioni . Onde
riflettendo meco fleffo a queir occulta impercettibile forza, che difpone per a
3 mezo di tanti improvifi avveni-, e fapientiffimi Filofoii, che tanto bene han
trattata quella materia, eflèndo gli di loro libri certamente e foltanto
adatti, e proprj per gli uomini provetti, e molto avanzati nelle buone
cognizioni . Onde riflettendo meco fleffo a queir occulta impercettibile forza,
che difpone per a 3 mezzo di tanti improvifi avvenimenti di -noi, e di noftre
forti, e che firn dal momento in cui giunfi in gualche modo a comprendere per '
quelche a coloro, che fon racchiufi Nel tenebrofo carcere, e nell’ombra Del
mortai velo ; vien permelfo, qualche cola dell’ordine, e del decreto
delfeterna, e di vina prò videnza, determina varai alf elercizio della lettura,
che dopo 4 tante variazioni di mia fortuna, ho profeflhto per otto anni} a ni
un’ altra cola mi ftimai obbligalo di porre maggior Studio, che in prò-»
vedermi d’idee le più chiare, e nette, come quelle che fono le più neceifarie
per ben comunicar a’ giovani gli precetti di quelle fcienze, che vogliono
apprendere, e lo e lor tutto dì s’infegnano . E perchè a ben* illuminar la
mente di coloro, ches’applicano allo Studio > delle leggi tanto nella Città
noStra coltivato, e giustamente tenuto in * pregio, utiliffima, e quafi neceflaria
pareami la notizia di tutte le rnaffime generali del Dritto Naturale, come
quelle, che fcuoprono la. vera Sorgiva delle Società, de’ commercj, de’
contratti, de* pat( ti, ed’ una infinità dì altre cole di tal fatta,
profittevoliffime all’ intelligenza delle leggi medefime, ed aj buon
regolamento della vita umana, -credetti, che non efiendovi ni un’ opera per
quel, che io mi fappia, che ne tratti, e tratti in modo, che ficuràmente dar fi
poffa in man de’ giovani, il profi tro de’ quali fopratutto ho avuto a 4 lempre
a cuore, non farebbe data fuor eli propofito la mia fatiga . Quindi proccurai
di metter ciò, che avea penfato, e fcritto per la divifata occafione nell’
ordine il più naturale, e facile, 'eh è quello de’dialoghi, come dalla tavola
de' trattenimenti, e de’ loro fommarj giunta qui da predo lì vede, Icrivendo
colla maggior polli bil chiarezza 5 febbene per tju cl, che riguarda lo Itile
delìderato 1’avrei più puro e femplice, di che farò compatito da Voi, c da
tutti coloro, che fanno in quali didurbi, e rancori io me ne viflì per più
tempo nè men dinanzi di badar a tale opera, che dopo, cd in quedo ideilo tempo,
che hò imprefo di darla alla luce 5 e con tal mia proteda gentilmente farò
altresì fcufato preffo coloro, che non fanno il tenor di mia vita. Ma comunque
ciò fi a 5 e fe nel defideriò di giovare a tutti io l’abbia fallita, pur non
farà dannevole quella mia volontà di procurare f altrui profitto, poiché colui,
che fi affàttica per il pubblico bene, ancorché non vi riefca, pus non deve
privarli del premio di effer creduto uòmo di buona volontà . Eccovi in poche
parole fvelato il mio pen fiero, e quella mia fatica quafella fiali, sì per
impul-» fo d* oflèquio al fuo merito, sì per ragion di debito per tanti buoni
infegnamenti datimi, sì per infiniti altri motivi ad altri non dovea prelèn
tarla, che a Voi Stimatilfimo Signor mio, perchè fempre con una fomma, ed
ineffabile gentilezza avete riguardato me, e favorite le mie cofe . Tanto più,
ch’eflèndo Voi dotato d’una mente fubiimc, che T avete arricchita * di tante
cognizioni coll’ indefejflò Studio, per cui liete giuftamente reputato per uomo
di profondo lupere, e.di politiflìma letteratura, di che fanno chiara
teftimorianza gli dottiffimi Libri delle • Icienze Matematiche dati alla luce,
potrete ben garantire queft’ope- j retta dalle punture inevitabili delf
invidia, eh’ elfendo la più abominevole tra tutti gli vizj,pur Tempre inforge a
mordere chiunque li arrifehia di fottoporre alla pubblica cenfura le fue
fatiche. Contentatevi di ricevere in buon grado quelT attefhto del mio rif-,
petto, c di quella profonda vene raz orazione, con cui ammiro Ja voffra virtù,
perche accurato della voffra protezione mi lulingo di non incontrar difagio, e
fac end ole riverenza mi raffermo . i Napoli. « Di V.S. ! ^ Dhotifi. Obbligati
y?. Servidore Giangiufèppe Origlia P. Èrche il Perfonaggio, chea fé 30 Voi
conviene rapprefèntar nel fl Mondò, egli altro al fin non fa r$(fe non
m’inganno) che di un Giureconfalto, o Avvocato, guitta che la voftra natura, o
inclinazione, che dir vogliamo, e l’ educaziojrede* propri Genitori, non
fAoas^4 tyòxots M Òr' aJ$j ine ’ e che non è la ‘ qt !i aIe ^ »* In/Ta*™ J l j
mh fi nza ampiezza afille,’ M“ i« alcun dì mi mortali d temi „,/ J 9 » e»trant
Jìa-,t oppojla alle fu* .Jan «**£•«* J/ r:> ikf'fr .ym^ A T * ^ .. 4 O)
InftÙ DiVro. vi. S., i 4 ; Grot. de indul^. «$•««* ' TV V *•; *.i fck» 5 4r u ¥
. ^di più oltre pafiando fi potrebbe altresì qon ogni naturalezza arguire, che
la giustizia, o ingiuftizia dell’ umane operazioni, in A4 fin fanti tà, 0
bontà, non pub a patto alcuno, dalle ojfervanze di si fatta legete in modo
veruno difobbligarci ( f ) . Il perche agevolmente quindi pojfon tutti
apprender quanto diffidi cofa fa, e malagevole il giugner per Uomo alla
cognizione non men delle leggi de 9 Romani, che più di tutte V altre barbare
Nazioni al Mondo travagliarono nello Jiadio del Dritto della Natura, che degli
fiatati, e delle confuetudini, 0 leggi della propria patria, fenza effer
fuperfdalmen te almanco di ciò frutto, eh' è la fola, e la vera guida, che aÌP
interpr et amento di quello può mai condurlo, e con divilupparne il lor Vero
Jfenfo fargli conofcere, e capire quante elle giujìef ano, 0 ingiujìe . Quindi
Ulpiano . quel che fopr atutto Jìimò nelle fue injìituta tieccjTario da faperf
per un Gìureconfulto, •* b° ni » et «qui notitiam ( 6 ), lodando Celf > 9
che defnito avea al dinanzi lui il Gius : C r ) Idem de indulg. c. a. et Uh. 1.
c. I. de jur. Bell. et pac. Pufendorf. c. ;.T. 2. §. 4. J. N. C 6 ) L.
i.de jud. Se
jur. DE’ PRINCIPJ-' fin altro non fia, che quella conformità, e convenienza,
che pofiòn mai quelle avere, o non avere con sì fatte regole naturali a tale,
che confiderate lenza un tal ri/guardo, e di per se lòie, puramente come dall*
Uomo fatte ( come che ciò fi fofiè una mera ipotefi,ed un puro liippofto )
totalmente meritino d’ averfi per indifferenti. CoGius : ars boni, et aequi :
Cosi fecondo attefa Seneca appellarono gli antichi Giare conflitti il Gius
della Natura, il perche CICERONE (vedasi) imputa a fomtno pregio, e gloria di
Sulpizio che : ad aequitatem, facilitatemque omnia referebat, et tollere
controverfias malebat, quam conftituere, per valermi delle parole del dottijfmo
Vives. Egli ha ciafcuna delP Umane azioni una tal qualità, e condizione, che
per fua natura, giujìa il fenlimento di Platone nel fuo convito, non fa in
guifa alcuna nè turpe, nè cnefa ; cosi, egli dice, è quanto adejjb noi facciamo
: il bere, per ef empio, il cantare, il difputare ; nulla di si fatte azioni
racchiude in se fconcezza alcuna, 0 onefà, I . ., ma Apud todovic. Vives
coranaent, sd lib» xtx. c. ai. Ani?;, de Civit. DvLoco . !.. xix. ] ria dal
modo filo con cui vien fatta, apprende ella il cognome, che ha, 0 di buona, 0
di cattiva ; imperocché quanto noi facciamo faggiamente, e con rettitudine egli
non è fi non buono, e onejìo ; come quanto da per noi vizìof amente fi opera
non è, che turpe, e ifconcio : T* in diverf l-oghi delle fue opere cercò
Jiabilire, e mojhare il medefmo Platone, come è molto ben noto a chi che non fa
in quelle del tutto forajìiere . Il perche /ebbene azioni veramente
indifferenti fano il dìfputare, il ragionare, il camiuare, e altre si fatte,
non fi deve però il medefmo dell* altre umane azioni afferire ; imperocché di
tutte quelle dalla cui nozione, o idea fi poffa con ogni ragione per Uom
ritrarre, e dimojìr are, che faccino, o no mai a nqfìra perfezione, e
vantaggio, o utile, eh* è quell* appunto, per cui a ciafcuna di effe V
intrinfeca bontà, o malignità s* attribuire, e imputa, non f può per niun ver
fi mai da chiunque penfi, siffatta bontà, o malignità recar in dubbiezza ;
comecché ' ( T ? A D 1 omen]co Bernino Iflor. dell’ Ercfie . Tom. i. c. a. del
leccio 2. v • C Wt } D * luogo fopra. ( ^ Heinec. v. nel luogo di fopra. • * f\
- v».* » 1 dijcorfiy e del ragionare insìangujii termi k m rijtretta ad altro
per lui frvir non varrebbe $ che a fomminifìrargli una certa Speditezza per
cosi dire, e dejìrezza vie maggiori di quella i che fi ojjerva, e nell' operar
de' bruti,eper aggrandir in ejjò in parte, « accrefcer le fue forze naturali,
«w non miga ?.. ;> per indurre nelle fite assoni, è recarvi la vera
moralità, come cofa del tutto imponìbile, fenza lo ftirito della leg0, 0 un'
infinità dii: vite dinanzi, che non incìfe in noi quella ; egli e meJHeri dall *
altro. U • lerfo, che da fernoi Jì affermi, /z Ani, che per difetto di que/fo
firgget to, che ingiufo, o malignò avjfe potuto e fervi mai, o che quefa .gi
ufi zia, o malignità aveffe pur potuto ridurre in atto, non f pofi'a quefia al
meri in afratto concepir, da queìi'ijiejfo mentre ejfer * rifiata, in cui la
fantità vi fu, e la bontà f come ccfa a quefa diametralmente, oppofìa % e
contraria ; e ciò tanto più, che non ci Jì permette in guifa alcuna dubbitare,
che l idee di tutte quejì'e cape thè qua giù noi leggiamo 4 . fiate non vi
fojjero nel divino Intelletto fin * ab eterno ; é che per . ragione in quefio
medeV fimo fi ebbe altresì accoppiata 9 e unita all - idea deir Uomo, ch\in
tempo a crtàr fi aveq 9 • come un Sacerdote proprio della natura 9 !. r idea parimente
del male, xhe quefii, cerne creatura affai imperfetta» e finita potè a, g dove
a fare . Al dinanzi però dar fine a quefio,• avvertimento, avvegnaché fii
alquanto più lungo del convenevole. y non tyalafciamo qui avvertir di vantaggi
0 » che fèbbene, que ’ motti deir*Apofiolo,da noi al di fi òpra recati',
peccatimi non cognovi, nifi per lesero &st. alcuni I interpretino per la
legge Mofaica, volendo, che in noi per lo peccato la legge della natura
ottenebrata alquanto, pria della legge di Mose JìaveJJ e ciafcun portato a
peccare fienza certa, e ferma feienza, e che di quello fiato dell Uomo
favellaffe in vqrj luoghi rApoflolo dicendo : che (\£ ) iìnejege peccata t,
fine lego erat, fine lege puniebatur : non già per al fermo perche molte delle
fu e azioni dinanzi ìa legge non erano in, guifa alcuna peccaminofiè.,
mafoltantq perche : non im . V V,./* V ’ f. ’g'ri .,A.i A V"V P9 T '-«fr r
( ré ) .Ad Ronwa.vv r. ad GopqtN.P*?.; v. ai. 4 •r«rr-r- « ygn» y yr - 1 .. .*“
' • * -& ’ - 4 » . ^ : a f| HPani-itn 1 o por meglio dire : 177.
dell’ultima edìzion' r. iG. e io. Hiftor. verer.teftàm. diili • \ ChrifolU hic.
Aug. !ib. u contra duas epift, Pe. P ecu,n Artibrofiaft. Eli. Giop «c. recati
cìaCalmet. tield. luogo. ‘ ‘ • 1 C *0 ) .Hierorj. ep.ad Hedibaro.q.S. Paraeus
gMa Caimeu d. l.> " v '"' f *' •v. a •}-*} M. Così egli è appunto
j anzi da quello nd* IV. l’ ifteflà guila parimente Ilom vede molto
manifedamente, che H dritto Civile, e il dritto pubblico, non che, quello delle
Genti, o qualunque altro, vai io, e divertì) dritto j eh 9 è tra noi, altro in
effetto e non Ira, o comprenda, che quelle ideile regole della Natura
diverfamente alle bifògne, e necefiità degli Uomini applicate, e alle lor
vàrie, e diverle operazioni adattate, cpnfiderati or come membri di una lòcietà
univerfalc, or come membri di una V - . : '*v lo f ^ \ .credere il S. Apofioln
avèffi' in quejh luogo voluto figurarci uri tlomo'at dinanzi degli anni, in cui
comincia ad ttfiar della ragioni, dìfiinguerla j e che perciò non opera tutto,
(he indifferentemente queir ifieffo, che in appreft fio, e per la ragione gli
fiàrd imputato a peccato y e a vizio y dicendo egli di lui meàejimo non guari
dopo : ego autetn fine lege vivebamt aliquando ( il ) * Onde fifa chiaro, che
Pilomo figurato da noi dopo il Grosdo, e il Puff fendorfio fienza alcun In**?
della ^oo,” r n - on fi debba aver miga in effetto, e tener per V, mcraipotefi
. ' /, . '* ( zi )• V.9. è. ep.id Rotti, «bf v. Ang. Ics contri Ju liamum c. 1
1. Hicron. &t. apud Corndium'a I «pwt o. » Vi •* . .• ù’ a focietà
particolare, or altamente in altro diverfo flato, e fortuna. D. Si bene : ma
come provarefte voi mai la V. poflìbilità, e l’cflflenza di sì fatte rei gole ?
M Egli è, vaglia il vero, colà certiflìma, e • che non li può miga per niun
verlò da Uomo, che facci di fu a ragione un buon ul& recar mai in dubbio.
Ch’ ogni un di noi nell’operare egli fia Ifw bero totalmente, e padrone della
propria volontà: e che per una sì fatta libertà nulla mai di vero, o di fermo
unqua nell! giudizi delle cofe, che naturalmente noi avertiamo, o appetiamo dal
canto noltro richiedendofi ( effondo pur il noflro intelletto affai dappoco, è
fievole ) egli fi polla per buono, e pier utile, o per onerto, e per retto, che
dir vogliamo, agevolmente eleggere da cialcuno, e avere non meu quel che in
effetto e’ fia in fe tale; m 9 altresì tutto altro, purché fi prezzi da noi, e
fi reputi come tale ( D ; . B IL Due adunque fon le verità, che qui da noi fi
propongono, e me t tonfi al dinanzi de nojtri leggitori come ben certe, e Mimo
fra Jìrabili;come che ne ’ nofiri trattenimenti fulla Metaffica fio no pur
fiate elleno dffuf amente mojìrate appieno # provateci quejìe fi è la prima la
libertà, eh' ha ciaf c un di noi da poter fare#d eleggere quanto mai gli sa
buono # gli và a grado, eh' è quello per V appunto, che da' Scolajiìci dicefi
d'ordinario indifferenza cPefer* tizio; la feconda ella è, che non da altro y
falvo dalla fodere hi a, e molto gran limitazione del noftro proprio intelletto
n avvenghi il feguir noi ben furente, ed eliggere un bene falfo del tutto, ed
apparente per un ben vero reale . Ad ogni modo per quel che può mai riguardare
alla libertà della nofira volontà, non tralafciamo qui pur di notare, ch' egli
non v' abbia a noftro credere tra le majfme pejiilenziofe, e nocivi: allo fato,
e al governo di una Monarchia, o Keppubblica y ch' ella ipeggior di quella, con
cui fi vie n quejìa a dinegare, o metterla in guifa alcuno in forfè j II perche
per niun verfo mai ciò permetter fi deve da Principi, e da Regnanti, giufia
rinveniamo, che dinanzi ogni altro fi fu l' avvi fo dell’ACCADEMIA; devendofi
di neceffttà, ciò pofio per vero, riconofcer Dio altresì per Autore, e per
propagatore de' peccati, e de ' mali degli Uomini, non che annullar total De
Republ. lib. ili . j 9 talmente, e derogar ogni legge, ed umano fa-, tuto ;
Qgindi noi queir Ere/te piu di tutte E altre offerii amo, che fatto e'aveffero
maggior guerra alla Chiefa di Dio> e recato maggior /pavento alla
Reppubblica di Chrijìo in cui una sì empia affirzione Jì //enne mai, c difefe ;
imperocché non v' ha al Mondo, vaglia il vero, chi non /oppia, per tralafciar
di far motto degli altri di tal fatta \ quanto/ fu mai quel fuoco, che v'
accefe nel primo fecole r empio Mago Simone, da cui la fetta de' Simoniaci ebbe
il fuo principio ; e quanto/ fu quello, recatovi da Carpocrate, nel fecondo
fecole, autore dell' abbominevol fetta de' Gno/i ci, non che gli agitamenti
grandi, che ella fffetfe in quell ' ijìefo fecola per un Cerdone, e per un
Alarcene; e per un Curbico, o Manes in appre/b nel terzo, Capo de' Manichei (21
); del rcjto per quelche riguarda all ’ intelletto, egli fi ha altresì altrove
moftro molto alla dijlefa>e nella nojira Meta/fica ; I.Ch' in ogni, e
qualunque azione nojtra libera non men quejìo vi abbia la fua parte, che la
volontà • non potendo/ per la volontà inguija alcuna defiar altro mai, 0 ap-\
petere, /alvo ciò che dall' Intelletto pria gli • B * 2 . . /reIl Semino nell»
Ilìor. dell ’erefie ci. Se;, ^ c. 6 . Sec. II. c. 1 ». Sec. HI. ., Ch’ a tutte
le colè qua giu create, le quali dal vero, giufto, e dritto fentiero fi
partano, faccia medieri che fi reggano in ogni tempo, e continuamente fi
regolino giuda qualche norma. Il Jt recò, e mofirò per bene e per utile ; ne da
ella evitare, o ifchifare altro mai Jappiendofì che quello, che per quejìo le
gli vene r apprestato come malo e cattivo . 11. Che non Jt pojfa Uom mai dar in
colpa, ne accagionar di altro, che delle azioni Tue libere, come quelle, che
fono le Jole che pojfono per leggi regol arf, giujia da quello, che qui al di
fopra fi diffe, ciafcuno imprende ; Il perche in quefo tutto, fenza più ci
rimettiamo noi a ciò, che n abbiamo ivi favellato . * ( E ) Chi che porrà mente
mai, e vorrà attentamente confderar le cofe del Mondo, conofcerà, fenza dubbio,
agevolmente la verità di quanto qui noi diciamo, niuna ejjendo vene in realtà
per cui Dio non abbia preferitto y e formato certe, e proprie leggi, e una
qualche norma proporzionata totalmente alla fua natura, e c^njìituzione
ifiabilito ; cofa che fopr atutto miriamo in quelle di cui qui Jt tratta,
inguìfa, che non fembra fopra ciò punir Il perche fe pur quello egli è fi vero,
e certo come noi lo abbiamo, egli fa meftieri altresì aver come tale, che tutte
1* azioni dell’ Uomo libere, e dipendenti da lui, debbano qualche norma avere,
e giuda quella per l’appunto efier mai fèmpre difpofte, e ordinate: lènza che
l’ Uomo fomigliantiflìmo a colui eflèndo, che B 3 creo! punto fia mefieri il
pili dffufamente difenderci, e di vantaggio . Per quel che ben faggiamente egli
vien notato per un autore ( 24 ) abbiam noi due ben diverfe, é- differenti
fpezìe d' lnfìtuzioni ; r una delle quali eli * è del tutta. arbitraria, e
dipendente da noi medefimi ; r altra come nella natura della cofa ijiejfa
conffente del tutto, e fondata., altro non è } che una fegvela ben molto
neceffaria di quanto f ebbe al dinanzi penfato, dove pur coll* . operar al r
over fcio totalmente di ciò, che pria fi abbia avuto in mente d'operare, non fi
voglia fe medefimo metter in /memoratine X e obblianza ; un Architetto per
efemploavve-'! gna •> 4 Pufendorf. fpecim cofltrov. Cf. Joan. &rW.ùÌ fw*
1. J. N. c# ij, *v* ‘ 5 * • » V' > --‘A l creollo dapprincipio, c a colè
infinitamen* te, c da troppo più al di fopra di quelle, che qua giù guardiamo
di detonarlo fi compiacque, e contotuirlo, egli è per al fermo una
fconvenevolezza grande oltre mifiira figurartelo, che polla mai da te, lènza
qualche norma, o legge operare, la cui ofièrvanza, o rifpetto dagli altri
animali divitendolo, gli vaglia non men per indurre nelle lue azioni, oltre l’
ordine, e decoro, molto altresì di bellezza, e di leggiadria, che per un gran
argine, e ritegno alle file sfrenate pa filoni, e alli fiioi licenziofi affètti
; cote che vie più per cer ta, e ferma deve egli averfi, che te non » • * D v.
x v * ho gnache in fio arbitrio, e potefià egli abbia dì f ridare, o non fondar
e, giufia, eh' a lui vie più aggrada un Edificio, o P alaggio, cF egli fia>
affai magnifico, ed eccellente, dopo aver «li iifpjb, e ordinato da vero
fabbricarlo fa mejiieri metta in affetto y e in punto degli materiali tutto
altrimente, che s* egli ne vo* leffe mai un mero, e puro difegno ordinare, e
difporre ; poiché fetiza fallo apparirebbe un matto univerfalmente a tutti, e
un melerfo y fe fatto, e formato et? egli ri* avejfe qufi”,vo% 2* hò delle
traveggole in sù gli occhi della mente, la libertà, che all* uomo compete come
a creatura molto è diver/à, e diffe, rente da quella afioluta, e indipendente
propria di quell’ efier fùpremo, e increato che qui quanto noi veggiamo
confòmma providenza eterna regge pel continuo, e governa . B 4 . D. Ma Puf end;
c. i . /. J. N. et Cic. de LL. lejje egli mai tenerlo per quello ; comeche tutt
avolta ciò non impedifchi punto, che la di fpofizione, e P ordine de* materiali
JteJJi non fi riguardi come un vero effetto del difegno, e del libero volere de
IP Architetto ; or dell ' ijtejfo modo appunto dir pojfiamo di Dio, e prejjò
poco per una fintile ragione lìberamente offerire, eh 1 egli febbene aveffe
avuto la libertà tutta di crear, 0 non crear P Uomo, e formarlo animale
razionale, e fociabile ; per tutto ciò dove egli fi dì fpofe pur di venir a IP
opera, e di metterlo al Mondo, non potea non imporgli, ne addoffargli tutti
quegli obblighi e doveri, che dì necejfità convenivano alla co fctuzione, e
alla natura di una si fatta creatara ; il perche dicendofi, che la legge della
natura dalla divina Inflazione ne dipenda^ do ’ -Ma le di quello mai avvenifle,
che ne il - dovefie render perfuafò un Ateo, qual modo tener fi potrebbe ? M. Egli
farebbe quefio di certo per Uomo una cofa a fare molto agevole, e facile ;
imperocché non bramandoli da noi per natura, fe non ciò, che utile ci fembra, o
buono, e tutto altro, che malo, o per noi di poco vantaggio Io fi crede, eh* e*
fìa, nulla prezzando, anzi ilcanlàndolo via to- \ talmente, ed evitandolo, non
polliamo naturalmente, e per una propria nofira inclinazione non operar quelche
riputiamo mai per noi fruttuofò, e utile, e gio. vevole: e isfiiggir all’
incontro, e ifchifare che che tale non fèmbri, efièndo non che del nofiro
appetito fènfitivo, del razionale parimente proprio, ed eflenziale rivolgerfi .
vie Tempre, verfo l’utile, edaciò, che alla natura umana pofià alquanto di con
fòr thnon è da intenderli miga di una incitazione avviti aria, come f fu
quella, da cui ne prove* ** ia n j » a, ma * ìnfiituzione fondata, epojta del
tutto nella natura medefma dell * uomo, e nella fapie n za di Dio increata,
.quale vi modo alcuno mai non pub un fine prò •' porfi, o volere 9 fenza li
mezzi altresì jg* giungervi neceJJarj . v, ap forto recare, ed alleviamento,
come della iioftra averfione al rincontro egli è l’appartarfi da tutto ciò, che
mai può a diftruggerla valere, o a nuocerle in modo alcuno ; li perche nella
natura ideila dell* Uomo, e delle colè create fi veggono mille, e mille ben
differenti ragioni", e motivi per cui a quello egli anzi vadi appreflo* e
lègua, che a quello, o a quello vie più, che a querto;ciò che per verità, è
(ufficiente, e baftevole per obbligarci, e per trarci a quello, che mai
potrebbe, o varrebbe in modo alcuno a ripolirci, e a darci una perfezione
maggiore aflài di quella, ch’or abbiamo, e tutto altro, che contrario abbiamo
mai conolciuto effèrci, e che nacevole, e di liniero abbiamo unque potuto
elperimentare, lalciar via in abbandono, ch*è quello appunto in cui confide il
dritto della Natura (c); Verità, che conolcere, e comprender fi deve da chi,
che nello Audio della Filolòfia altresì mezzanamente venghi verlàto, giufta pur
liberamente Icriffe il Maeftro della Romana eloquenza Cicerone ; fa fi: etiim
nobis, (egli dice nell* aureo fuo libro de’ Tuoi Uffici ) (d) f modo m (e)
Gr»t. Prolef. I. B. P. $. xi. VPolf, Pbilof, Zittiva/, f. t. Hrìnre.c. i. 7.
JV. $. XI 1 1. XIV, ( d) %Àb, j. ( V. l. Quante, e quali dunque fono le diverse
spe- De LL. natur. c, f. §. 17. ] fpezie d’ obligagioni, che noi abbiamo f M.
Molte moltifiime ; ma due però fono le principali : le naturali, e le divine;
poiché a quelle due lòie /pezie, come a proprj fonti e 5 par, che fi pqliòno
mai dedurre 1 * altre tutte infieme. J>. Quali: fono l’obbligagionì
naturali? M. Quel le, ch’anno pera vventura l’origire, e la dependen^a dalla
ftefia natura del i’uomo, e delle cofe create, o per meglio dire da’ motivi
nell* ifìeffà bontà, o malignità ' delle azioni confidenti . D. E quali abbiate
voi per Divine ? M. Quelle al rincontro, che ne provengono da* motivi diverfi
del tutto, e differenti da quegli, che il più gir fogliono al di dietro delle
naturali ; come fono per efomplo li favori, e le contrarietà tutte, che
diconfi, ( ma non molto piamente, anzi con gran improprietà del linguaggio
Cattolico ) della fortuna ; imperocché io mi credo, che chiunque mai fia ben
perfàafo, e certo, come pur dalla ragione, non che dalla noftra veneranda
Religione, eh’ efpreflamente lo c* infogna, imprendiamo, v neppur le foglia, e
le chiome degli alberi, e delle piante fi fouotano in modo alcuno, ofi muovano
fonza il voler divino, dine» gar egli non potrà per verità, che quanto 1 C di
di fecondo mai, e di defilo ci avventili al Mondo, o di traverfò e di fènidro *
fi rincontra, non che giuda la bontà, o malignità ifleflà delle nodre azioni da
noi il piu delle fiate fi fperimenta, come tutto dì la fperienza altresì ( G )
lo ci dimodra, da quell’ idedò immenfò, ed eterna fonte di tutte cofè non
derivi,* e confèguentemente tutti li nodri profperi, ocattivi avvenimenti
guardar fi debbano come tanti diverfi motivi, di cui accoppiati, e uniti alle
nodre azioni, o inazioni, che dir vogliamo, quell* efier fòvrano e eterno fi
vaglia ben fovente, e ferva per obbligarci di ben in meglio operare, e per
trarci a quedo anzi, che a quel genere di vivere di gran lunga vie più limile,
e conforme al fuo fànto volere ( l). T). Ma la natura delle cofe, come altresì
quella dell’ uomo provenendo da Dio, non • po ( 1 ) W' o!f. FhUtf. Prati,
Univerf. c. 3 * Nel notar qui noi, che il piu delle fiate gli uomini al Cren in
quefio Mondo vengano da Dio trattati bene, o male giufia la malignità, o bontà
delle proprie azionici fi am rattenuti alla /rafie di ÀuguJìino^ì^xumcpic %
{egli potrefcbomo noi parimente con ragione i’obbligagione naturale dir divina?
M. Senza alcun fallo nondimeno i motivi dell’ una efTendo molto differenti da
quelli, e varj, che in conflituir l’ altra concorrono, come ben voi con far
alquanto di riflefiione ne’ cafi fpeciali alli buoni, o ti idi avvenimenti, che
entrano in luogo de* motivi delle azioni noftre libere comprender potete, non
dà bene ad uomo il confonderle ; il perche molti vi fono, che sì fatte
obbligagioni naturali per difiinguerle anche totalmente dall’ eflerne, eh’
eglino C a me ( egli dice ) ( 2f ) et malis mala eveniunt ; et bonis bona
proveniunt; ma non ( femper ) tutto il giorno ; perche ben fruente Reggiani noì
% per un occulta difpofizion divina, co* avvenghi tutto al contrario, e
diverfamente, come notollo anche Seneca ( 26 ) .non che il mede fimo ( 27 ) ;
/ebbene molti /furono d' avvifio, che nella dijìt ibuzione, che fi 'fa mai tutt
’ ora dalla divina provvidenza de'benì, e de' mali tra gli Uomini ad ojfervar
fi venghi fempre e mantenere un ben perfetto, e vero equità . brio; De Civìt. 1
» 10. c. t. Senec. eie provid. t 17 ) Auguft. d. 1 . medefimi ammettono, le
dicono altresì obbligagioni interne, D. Ma fpìegatemi didimamente quali fiano
quelle alti e . 'M' Quelle che ne pofiòno mai provenire da motivi, che non fi
arredano, che nella volontà di un ente, che avendo sù di noi tutta la podefià,
e la mano, può egli, e vale a qualche cofa buona in fe \ e one ( m)
Tbo'n.if.fund.jur.Tkit.fy §.LxV'&fe£U» brio ; nondimeno convien confijjare,
che quello, che malo apparifce agli occhi ncjìri, egli non fa veramente tale, e
che quanto noi miriamo come un difordine, e un /componimento della natura, egli
Jìa in fe un ordine molto ben injìgne, ed eccellente, non potendo mai colui, che
quejìo Univerfo regge, e governa com * Ente fommamente perfetto, cE egli è, e
la fefd fapienza, eJJ'er V orìgine, e la caufa di male alcuno ; come altresì
par che fi fife fiato di fentìmento Epiteto : S> roÒis xapàt'ods, cioè
r.eVuori, e ne’petti degli uomini, fcritto, e incifo ; peroche non dobbiamo sù
ciò dar a audienza del Grozio e del Clerico, li quali detorcer trattarono
cotali motti, e prenderli, per quanto e' potettero in altro, e diverfò fenfò,
giuda, che pria d’ogni altro rinveniamo alla difHifà, che provato avefle il
Budeo ( q ). Per la qual colà fi vede e comprende chiaramente la milenfaggine
di quegli antichi Giurifti, non che di coloro, che negli ultimi tempi mifero
ogni lor ttudio, e cura in difènderli, o alla cieca fèguirli, lì quali
divifàndo il dritto Naturale in primario, e fecondano, e’ voleanoche
peravventura del primo cosipar te ( n Row. 11 . 14» Po')
Ibid. C }> ) ArK crìtit. p. 2. feci. i. c. ir. r. in flit. Thenlog.
Murai, p. 1. c. z, $ e cojìringerci di quelche al fammele all'eterno Monarca
compete, in cui in ogni tempo, e del continuo,giujìa che ben dijje V Apojìolo
agli Ateniejì (33) : vfaimm, et movemur, $ fumus ? A&. 1 7-1 v. i 5 . vero
come è in effètto ; bramando or noi, ed andando in traccia fapere qua! fia il
vero principio de! Dritto Naturale, o per mèglio dire, una verità-, o
proporzióne principale, da cui trar li debba, come da tónte pór via di giufle
conlèguenze, e difcorfi tutto quello, eh 4 è giuflo, e al’a norma della Natura
conforme, che giuda teffe noi detto abbiamo, è la volontà ideila divina, non fi
può, miga con molto buon raziocinio un cotal principio dedurre né dalla
convenienza, che può mai effèrvi fra le noffre operazioni, e la làntità di Dio
; o dall* imrinfèca bontà, e malignità, giuftizia, ed ingiultizia dell* azioni
dell* uomo; ne dal ben dubbio, e incerto coniente) delle Nazioni, o delle Genti
; o dagli precetti, di cui ne fanno, ma con una grande inventimi laudine,
l’autore Noè, giuda gl’ebrei ; o dalle diverfe, e varie convenziCH ni degli
uomini, o per meglio dir, dal Dritto, che può mai a cialcqno in guilà alcuna
Ipettarc in tutte colè, come veggiamonoi, che fatto egli abbia TObbelìo, ( t )
o dalle leggi dell* umana locietà, giu- > fla al Grozio, ed altri ; ne dallo
flato deli 4 innocenza, fecondo 1 * Alberti Teologo, e D -fi [ t > L:b . de
Ove et in Leviatb* v jo • Filosofo di Lipsia ; o finalmente da quell ordine
naturale, che il fòmmo fattor del tutto nel creare, e formar il Mondo lì può
credere, che fi àVefiè mai propofio, fecondo che dopo lo Sforza Pallavicini
fece il Codino ( u ) . Poiché quelli, e altri fcmif Pianti, e belli, e dotti
trovati tutti par. che difettino in ciò, che in qualunque di efTi aggraderà mai
> o piacerà ad alcuno contendere, che quello principio del Drit• - . • . : •
j . • to Dìflert. de Jur. Mundi. Egli r- uopo con tutta /incerila e nettezza
confejfamo, che vifi rinvengano non pòchi nella focietà degli uomini, citi non
debba premer troppo lo /ìndio delle Jcienze fpec illative, e che pojjdno in
buona fede kj ciarlo ; ma non pojfamo con ragion alcuna offerirli me deiimo
della Triorale ? della Colitica j e di oucjìafeienza del Dritto della Nat in a,
effendo ogni uom tenuto fornir fene almanco Jtn a un certo fegne^dove egli pur
voglia far buon ufo di fua ragione. Il perche conforme in quel cenere di
Jcienze alcune fottigliezze molte fia°tc fon tolerabìli, e laudevoli, purché
non nano di Soverchio fantajìiche, e fuor del cornuti ufo : così in que/ìe
ultime, non fio ncn meritano, fi tordella Natura confida, non mai egli potrà
tutti li doveri dell* uomo, come fi converrebbe veramente per far E uffizio di
vero principio, ritrarne; lènza che fon eglino ofcuri del tutto, ed incerti, ed
in nulla evidenti ; il perche lafciando in non cale (lare quanto ad uom mai
intorno quello argomento piacque dirne, o lcriverne,fenza metterci così alla
cieca l’altrui orme a legume, egli non mi pàr, che vi fii meglior mezzo per
conofcerlo e dilcoprirlo che considerar alquanto attentamente, e a fpiluzzo la
natura dell’ uomo, e tutte le lue' 'inclinazióni; perche perni fermo ciò
facendonoi, lo rinvenimmo, lènza fallo, fin dalla culla per così dire, e da’
lùoi primi anni, in cui egli è cofa alfai lieve conofcere, e vedere quejche gli
fia naturale ( x ), e da Da - qual« CICERONE (vedasi), dt fin. bonor. et
malor.lli-.z. ( tanó da veruno ejftr approvate, e lodate, ma Jì devono altresì
oliremo do fempre mai come ben fofpette, vituperare ; poiché avendo sì gran
bìfogno e necefjìta d'ijtruircene, come tejie noi diffmo ) debbono elleno con
tutta naturalezza trattarti, e /empiitila ; cofa che bajìa (fui notare per far
cono f cere ad ogni uno il mot ivo', qualche abito, o cofiumanza in lui non
provenghi, fi porti mai fèmpre verlò rutile, ne altro unqua vi fii, che quello,
che meriti con ragione, e da fènno per vero principio del Dritto della Natura
d’ ayerfì ; lènza che le vi piace paflar più oltre, e dar parimente una qualche
occhiata aerò, che n’imprendiamo dalle Sagre Carti nel mentre, eh’ e’ fi
rinveniva nello fiato dell’innocenza, il limile noi -rinveniremo, e non
altrimente ; avvegnaché allora, giufia che comunalmente fi vuole, avuto egli
non avefiè, come per al prefente il cuore di mille, e mille paffioni, e di
varj, e diverfi movimenti, e affetti ingombro, e ilmoflò . Quindi lo fiefiò Dio
alla prima fiata, che favellò all’uo> mo nel Paradiso terrefire, per
obbligarlo all’ ofiervanza de* luci divini comandamenti, altro non lappiamo noi
avergli propòfio, che l’ utile, che da ciò potea egli ’ ‘, mai EpMetus
ErXEIPlAlON c. ;S.. r t, . e la ragione, che Jì ebbe in quejìa Operetta, di non
feguir ninna deir altrui oppinioni circa al princìpio del Dritta della Natura,
fenza darci la briga di piu a dijiefo rifiutarle, c con pili, h mai trarne, e
’l danno, e difvantaggio* (2) che dal contrario operare gii farebbe unqua
avvenuto favella ufàta da lui con l’uomo altresì in ogni, e qualunque altro
‘tempo dopo il peccato, non men per mezzo de* faoi Profeti, che per Io fuo fig
Muoio, Giesù Chriflo, com’ è ben noto a chiChc abbia letto pur una fol fiata li
làgri libri; nè fappiamo noi, per al certo, altroché quello lòlo mezzo da Dio
praticato a determinar l’uoraògiufta alla fua divina vo- lontà ; anzi io non mi
credo, che tra noi fi rinvenghi perlòna alcuna, che dovendo altri pervadere, e*
naturai mente non penfi, che perciò altro meglior modo non v’abbi, o fi
rinvenghi al Mondo, che di propor;,V ; > D 3 f ; \. > gli ( 2 y Gene/, c*
z. 1 6. 17. èc ., " 1 1 * \ * pih motti impugnarle ; rinvenendojì di già,
ch'abbiano in ciò foditfatto appieno^ed appagato ciafcuno fujjicientemente
molti al dinanzi -, noi(ia)con una fomrha e rara loda veramente^ td‘ g
Puffèndof. fpecim. controver. iv. 4. iz. Henri. Coccei. drfE de jqr. omn. in
omn.Thom.fondam.f. N» I. 6. 1 8. Jurpr. Divin.
IV. 40. feq. et de fundam. defmiend. canfs. Matr. haet. recept. infufK XVllf.S.
M.de Cocceis de princ. I.N. di/T.I.q. U.$.IX. feq. et q. III. § . VlII.Petr.
Dan. Huet.q.
Alnetan. . &c. e eh * imperò prenda alcun il motivo di accagionarci,
avvegnaché Jì tratti: no pur per il dritto iltefiò delia Natura, non fia miga
da metterli in dubbio ; Ad ogni modoconvien confeflarc, 1* uomo lia totalmente
quafi incapace dell* acquilo delle vere vir;ù, le quali di vero non fon da
reputarti d’ altri proprie, che di Dio ; imperocché le l’uomo opera cola che
onefta, e giufta, o di decoro ella fia, lo fa lòlo, perche vien egli tratto a
farlo, e portato dal guadagno, e dall’ utile, eh’ egli mai riconolce poter
ritrarne, e non già per la bontà lòia e l’ oneflà dell’ Azione,* colà che per
i’ appunto è quello, che rende Tazion dell’uomo imperfetta alquanto, e
difettofa, perche della vera onefià, e della vera bontà non par eh’ ella nè
porti in effetto, eh’ affai picciol fegno, a tale, che più non fembri d’efia •
Al contrario Iddio operando con motivi infinita . * rnen tìdicofa mera
arbitraria, dì jlr alagli nza\ poiché lafciando pur da parte Jìare, che da
malti degli antichi (3 f ) tifato JiJoffe altresì in qucjìo modo, che noi f
t/Jìamo, non che ' da* C Jt ) Cic. lib. rie offic. ;• . * j mete d’ affai piu
alti dell* uomo, non fi lafcia così portare, ne trar mai le non dal giufio, e
dall’^onefto proprio dell’azione, eflèndo quello giufio medelìmo, e quello
anello, lo fteflò Dio . E così confórme l’operar dell’Onnipotente, egli è come
un acqua, che chiara, lucida, e crifiallina ifcorrendo tutt’ ora da un ben terlò,
e limpido, e polito micelio, totalmente d’ ogni lòzzura, e laidezza, monda fi
mira e netta, così quello dell* nomò al rovelcio è come un acqua torbida, e
piacevole, che da una diverlà fingente deriva S ' A ’ 1 * _ ^ . t _ j ., da'
Padri della Chiefa 5 rinviene comunalmente in quefio Jfènfo adoperato nelli
fagri libri, come per alcuni pajfi, che apprefio ne riferiremo agevole fa il
riconof cereali per che per dir tutto in un motto, non deve recar maraviglia ad
alcuno, che da noi non fi ammetta mai dell' utile dij cip agnato è dif unito
dalla pietóso fa nonefiendovi ne pii* certame pili vera di quefia gran majfima
dell' Epitteto ( 37 ) 0718 to' cvpyófop, **« to’ ìw'tfft* cioè l ubi Ut!»
" litas, ibi pietas. ) DeGivit. Iib. 19. c. ai. Si &c. EFXEIPIAION
C.3S. va, Cozza, in fé tutta € fporca, non potendo egli mai, per quanto fappia,
e vaglia, non commanicarle delle lue imperfèzzioni, e laidezze j verità, che la
conobbero, e comprefèro altresì li Gentili, fcrivendo Cicerone in parecchi
luoghi delle lue opere, e confed'ando., che nell’ uomo non s’ ileopriva altro
Gerttf.c.i, v. z6. ire, . /•; t propria, e fòia d’ un Ente lùpremo, e infinito
; poiché al certo doverebbomo noi te• ncrci pur troppo beati, e avventuro!! al
Mondo, quando ciò ottener da noi fi potette ( M ) ; Non confittendo veramente
in altro la lèmma felicità, che per T uomo fi può in quella vita avere che in
un gran agio, e deftro, da poter del continuo in tutto il corfo del viver luo
vie meglio Tempre perfezzionarfi, e giu&here con ogni aggevolezza, e lènza
intoppo a far tutto dì progreflì maggiori in ogni genere di virtù . Quindi il
non mai abbattanza lodato ( M ) Per quanto mai tratti V uomo dì ne fiegue lènza
dubbio, che dove purvo• - gliamo noi le nolìre azioni regolare a » nolìro
utile, e vantaggio, damo obbligati altresì quell’ iftelfe determinarle a gloria
di Dio, acciò chiaramente da quello apparila di conolcerlo, e quanto mai a noi
è pennellò in quella mortai vita comprenderlo, e adorarlo ; onde I* uomo è
tenuto non folo a molti obblighi e doveri verfo di le (ledo, ma altresì verlò
Dio, luo fattore, e Creatore. E per al fine elTèndo ogni uomo naturalmente
tocco da un gran piacere, e diletto - per T altrui perfezione, dove egli pur
non vengfii da ben contrari affetti impedito ; e T azioni libere dovendo Tempre
corrifpondere, e convenir totalmente con le na cofcienza godere, che maggiore
nè decelerare, nè bramar Jì potè [fé unque da uomo al Mondo, chi negar mai
potrebbe da fenno non effer ‘noi li piu felici, e benawenturati del Mondo, ne a
morte, ne a ccrruzzione alcuna fog . a etti ? poiché giufta il faggio,
Cuftoditio legum, confumatio incorruptionis eli, in C Sij). c.\n, naturali,
abBifògna conchiudere * eh’ ogni uno debba operar non meno per lo proprio Tuo
vantaggio, ed utile, che per l’altrui ; e ch’imperò abbia a conofcerlì V uomo
obbligato a molti doveri e uffizi altresì verfò gli altri. Il perche effendo
egli colà ben certa, ed infallibile, chedovepur ci aggraderà con tutta la
diligenza, e 1* accuratezza del Mondo gli enti tutti, che ci danno dappreffo, o
allo ihtorno confiderà re, non iè ne rinvengano, che quefìi e tre fòli capaci
d’ uffizi ; ciò è : Iddio, noi medefimi, e gli altri uomini, a noi per natura
totalmente uguali, e fimili ; fi può con ogni ra *• g io * incorruptio autem
facit efie proximum Deo ; cofa che fa vedere, e concfcere quanto faggio Jifrffe
il di /correre, e il raggiera?' di coloro tra gli antichi, che voleano, la vita
beata fri nella virtù fi conìengki, gjujìa Grifone, Senocrate, Speu/ìppo, e
Polentone ; come quella ydf era la fola, che un bene ben Jì abile, e fjfo, e
durevole comprende a ; come eh e Epicuro altr etì, che fcritto avea la voluttà
e/fer il fine de ’ beni, negava, che per alcuno f avejje potuto mai
giocondamente vivere fe onejìa, e /ozia mente } c con gitjìizia vivuto non
gione da per noi diftinguer T utile, e dividere in tre generi diverfi, o
fpezie, eh’ elleno fi liano molti differenti alle quali tutte e’fà meftieri,che
per uomo fi raguar> - di, dove egli brami d’ operar veramente bene, e giufia
il Dritto della Natura, imperocché fècondo.il numero degli enti, tettò
noverati, capaci di Aever da noi uffizi, altro è l’utile, e ’1 vantaggio, che
noi tragghiamo da Dio, altro quello, che abbiamo dagli uomini, e altro
finalmente quello, che provenir ne può mai dalla noftra fletta per fona .
Oliali dunque di quelli meritano il primo lu^o. M. Ettendo ciafcun di noi, per
quel chedif fimo non Jì avejfe ; fentenza veramente grave, e degna dì un vero
Filofofante, s' egli viuji a feirive CICERONE (vedasi), riferito non avejfe
alla voluttà quejio medejìmo c neramente, favi a mente, e con giujiizia; Ma che
che però di cil> y ne fi conchiudiamo con queir aureo detto di S, Augufino:
Pax noftra propria, &hic eft Tufcul. qu. 1 . 4”, Ds Civic. 1 . xix. c. 17.
fimo al dinanzi, tenuto far tutto ciò, eh" e* conolce ellèrgl i di
vantaggio., e d’ utile, e - non eflendovi Ente alcuno, Che maggior giovamento
recar gli poffà giamai, o vaglia di Dio, da cui dipende ogni noflro bene, ed
avere, e come Ente perfettiflìmo mira fino all’ interiora del noflro cuore ; ip
ogni nofira opòrazione che che /òpratutto fiam in obbligo guardare, egli fi è
qdefto Ente fupremo, ed eterno., cui con tutte le potenze del noflro fpirito
fiam obbligati nonché nell’ efierno, nell’interno ancora tutt’ ora oflequiare,
e in ogni momento compiacere, e venerare . In apprefiò perche egli è affai più
l’utile, che da noi medefimi poflìam ricogliere,di qualche da altro uom mai
ricogfiamo, egli è meftieri, che apprefso Dio nel noflro operare da ciaf un di
noi fi miri molto piu al proprio, che all’altrui commodo, o per meglio dire, •
alli diverfi doveri, che dobbiamo verfo noi E ' ' ftef • • * i .* eft cum Deo
per fidem, et in asternum erit c um ilio per fpeciem; fed hìc ftve illa
communisjfive noftra propria talis eft pax, ut fòlatium mi/èriae fit potiùs,
quam beatitudi-^ nisgaudium, . Niu T v r -A fieflì vie molto più, ch’a quel li,
che dobbiamo alla perfora altrui(N).Il perche per dir s 9 egli a fi la finità
del prrjjìmò membro traef-, come da ciò, che fin qui hò detto, e diro vi in
appreflo-potrete voi da voi medqfimo comprendere; poiché quanto da quefto mai
fè n’ inferire, ad altro infin non fi riduce, che aquefto fòlo: ciò è : Che la
perfezione dell* uomo in nuli* altro mai porta confifier, ne fondarli, che nel
temer Iddio, ed ofièrvar a /piluzzo, e con ogni efàttezza del Mondo ( giufia
Pinfègnamen* to ( e ) del Savio ) li ìuoi divini comandamenti . Il perche non
fà miga contro noi quel che difputano il Grozio, il Purtèn - dorfio, ed altri
contro Cameade, e fuoi lèguaci, da cui fi veniva il proprio utile ad ammettere
per principio del Dritto della Natura; pigliandoli da noi quefio vocabolo in
altro, ediverfo lignificato d’afiai più (ubi ime, ed eccellante ; anzi le non
vado E 3 . . erEccl. Omnia mihi licent,* at non omnia protent, (fcrive F
Apcftolo ) omnia mihi licent $ at non omnia aedificànt. Or appunto gìujìa
queflo infegnamento abbiam noi ere -fiuto, che nel mifurare F utile di ciafcuna
delle nojìre azioni guardar fi debba, e aver la mirali, alti nojìri doveri
verfo Dio, eh ' è il nojìro Vero Padre, e la ver a origine d'' ogni n offro
bene, poiché fecondo faggi amen te feri * ve Auguflino (47), fi diligenter
attendas nec ntilitas fit ulla viventium, qui vivunt impiè, ficut vivit omnis,
qui non tervic Deo ; l De Ciyit. 1 * i?.c. nulla più,* imperocché pochi giorni
fono, ch’intefi peravventura un giovine far gran pompa, e moftra delfoppihione
delì* Eineccio all’intorno quello particolare, e ' per dir il vero, come eh’
egli dille molte colè delle buone ; in nulla però valle egli a rendermi ben
perlualò, e convinto. Il coftui parere non è miga men vero, • edifettófodiquel
che lo fono, quelli degli altri, da noi poco al dinanzi cennati ; non efiendo
il Itio principio di tutte quelle qualità e condizioni ben fornito, eh’ in Un E
4 vero * r nel qual luogo Jl 'Vede il vocabolo d' utilità prefò nel medejìmo f
e nzo, e fgnijkato, che gli dbbiam noi imputato } e gì ufi a che altrove con
ben falde pruove altresì dimojira il Santo, niuna delle nojìre azzi ó ni per
giujia e buona aver .fi pojfa mai, o debba, dove ella fatta non Jìa a lode, e
gloria di colui, eh* è il no jìro bene, e che perciò le virtù de* Gentili Jt
furono realmente anzi vizj, che vere virtìt (48); lhGh J egli fra meflieri
conjxderar in apprejfo, e ben dif aminare fe /’ azione, eh * imprendiamo a fare
pojfa mai recar qualche, ' incorna De Givit. L ip. c. xi. et vero principio,
per qudch 9 egli medefimo c ^ confefia, fi richièggono; anzi è egli meftieri di
necefiHà ammetterne un 9 altro, da quello del tutto divello, da cui e’ ne
dipenda ; imperocché efièndo egli quefio _ l’amo ìncommodo, e dannaggio ad
altri, giujta li precetti vangelici, non men che naturali, e perciò fin d
Gentili per quel, che Jì notò al dinanzi affai ben noti e pale fi : e III. Che
al dafezzo Jì debba guardare fe quejie ifteffe conformi e' favo, 0 no alli
doveri, che debbiamo a noi medejìmi ; Il perche dove anche un Jì rinvenghi per
dir così povero in canna, edagrandiffma fame cojìretto, non deVe per niun
utile, cheritorne mai potrebbe, rapir il cibo all 1 altro uomo, anche che
fìfoffe qnejti un Falere, per cosi dire, un fc eteraco, un tirando, 0 un uóm
dappoco ; e tnelenfo> giujiaf fujìn il fent mento di CICERONE (vedasi);
perche in niun modo più grata, e cara a me deve effer la vita mia, che tale dìfpjìzìone
dd animo yCÌf io non nuoccia ad altri per proprio mio agio, 0 commodo •• ‘ * $)
Egli C 49 } V. Not. De ofl; 1. j. c.j. • • . . l’ amore; chi di api-mai- ad
amar una colà., o appeterla può da lènno afferire d* elferfi unqua portato,
lenza un qualche motivo,.o ragione quale per l’appunto fi farebbe la bontà
ifteflà della colà, o l’onefià, o 1’ utile ? Chi è colui, eh* operando da uomo,
ama, e delia, o quella, o quell’ altra colà, lènza che prima non la jicono(ca
in qualche foggia del fuo amore, e delle lue brame ben degna ? E lè ciò egli è
vero, come lo è in effetto, 1* amore non fi può miga in modo alcuno tener per
principio del noftro operare, ma fi benetutt’ altro da cui la noftra volontà fi
vegga, venghi mai a quello determinata tèmpre, erifòfpinta. Or e amare venne
filo da Pia • Puòftro bene,• io non sò mai comprendere i nò capire, come f
obbedirlo, non che il predargli tutt’ ora omaggio a noi non fi foffè
connaturale j imperocché lalciando da parte dare, il dritto, che a Dio compete,
sudi noi, e tutto altro, che intorno ciò fi potrebbe mai dire, confèrvandoqi
egli per lo continuo, ed in ogni momento quali che novellamente creandoci, nè
moftrandotì giamai refiio, e fchifo di beneficarci così abbondevolrnente, che
per quello conferò un Pagano medelìmo : (g ) non che provvede egli a tutte
nofire bifogne,da Jui noi, ufque in deliriti amamur ; tot ar bufi a mon uno
'modo frugifera { foggiungc egli ) tot herbce fai ut ar et, tot varictatet
ciborum, per totum annum digejia: .ut omnti rerum naturce part tributum aliquod
nobii confert ; ancorché non avefiè Seneca de Bene f. lib.iic.ydt I. r uomo
formato, ed creato ; e in con f egri erosa per unirlo, è ajjoeiarlo con qualche
oggetto, la cui con f cerna, e 7 cui amore vai effe a prò dargli qualche
felicita, e ripofo ; echéverfo quejìo egli tuttora portar f debba ed incarni
narfi \ Il perche la prima, legge dell' uomo y per quel domandato mai da noi
olTequio, o ubidienza alcuna, pur dove conofcelfimo e£ lèrgli cotanto tenuti, e
obbligati, per •, gratitudine almanco, doverebbono in tutte le noftre azzioni
fa r in modo, che non vi apparile nulla, eh* aver fi potefiè per legno di non
temerlo, o non adorarlo, nè compiacerlo incoia del Mondo. Ma di vantaggio:
febbene dubbitar noti polliamo, Dio niuna cola c’ im pónghi, re’ comandi, s*
ella nello ftelTò mentre per » v noi non fii a noftro prò, e utile ; non però
egli lèmbra,* che come tale da lui ella ci venghi comandata, o importa, mia
lòlo perchè e’ fia alla lùa làntità, e volontà confbr ’ ' • w . . enei eh' egli
crede Jl è la pia derivazione al • la ricerca, ed all' amor di quejt * ometto,
che altro unqua non pub ejfer, eh' Iddio,, eh' è il fola, che può, e naie fidi
far lo, e renderlo di tutto ben f atollo ; legge la quale, conforme egli
ferine, effendo di tutte l' umane obbligagioni P unica regola, e lo fpirito,e
il fondamento di tutti li precetti del Vangelo, è altresì di tutte l’umane
leggi bafe, fojiegnc, e principio ; anzi pere F ella obbliga tutt' uomini fenza
eccezzione alcuna di perfona a unirfi tra forme i e ip confèquenza
parcheconvenghi dire che il giufto Ila affai al dinanzi dell’ utile j M. Quello
non è men falfp e vero j imperocché niuna cofa fi può mai fingere al Mpndo, o
imagi nar da noi, nè contra,nè oppofta alla fantità divina, o al divin volere,
che parimente ella non fia d’utile, e di vantaggio per noi; e quefto in niun
conto fi può mai dalla giuftizia fèparare,e dividere, o quella da quefto ;
perchè Dio cpme en. te perfettififinao, e fàpientiffìmo, eh’ egli è, non tra
ejfi, e ad amarfi vicendevolmente, ne racchiude in f e fiefià un ’ altra, eh *
è la feconda; imperocché t fìtti noi pef natura al pojfefiò di un unico, e
foderano bene defiinati, e per li -, game si fretto e fido uniti ejfendo, che
giufta fi legge in S. Giovanni non comporremo, ne fot'maromo altro mai, che una
fila perfona (s i ) non pojfiatno giugner giamai a farci degni di unità tale
nel peffedimento del commun nofiro, ed unico fine fi non col cominciate dianzi,
e in quefia firada appunto, che per colà giugner e fiam tutti tenuti battere, ad
• • .. D fri. Balli dunque quello pef oggi ; imperocché eflendolì illòle da
gran pezza ritirato: domattino per tempifiìmo, dove vi piaccia, altresì in
quello ilìeflò luogo, tratta- remo più agiatamente quélche vi rimanga intorno
quello particolare Addio ., : de’ .1 • ’deffo ; non lafciano perb elleno di
fujfifiere, ed ejjer immobili ; t come tali far che tutte le leggi per tui la
focietà degli uomini Ji regola nel prefente fiato non fiano ^ che una ben
feguela di effe ; onde non guari egli, in quejlé> Jlabìlìfce un piano di
tutta T umana focietd . Dunque avete voi con maturezza, e diligenza le cofe, di
cui jer qui ebbomo ragionamento, tra voi me. defimo ben di laminato ? V. Senza
dubbio, e vi dico con ifchiettezza, eh* elleno mi ferr.brano regalmente, abbino
una grande aria dolce, e maefiofà di femplieità, e di naturalezza . Or via alle
corte,* oggi tratterò a tutto mio potere di farvene conolcere e comprendere 1*
applicazione, e Tufo, non che T agevolezza, e la f cilità, con cui li doveri,
gli obblighi, e gli ufrzj un, ani tutti polloni] da chi che lia mai da quelle
dedurre. Ma con qual metodo, od ordine in ciò voi procederete ? M. Elfendo pur
convenevole certamente ch’io m’ingegni favellarvi di tutto sì aperto, e
chiaramente, che niun dubbio rifletto a quello particolare d’aver mai vi
rimanghi, vi rapprelènterò 1* uomo in vari, e divel li rincontri di lùa vita, e
in ben mille, e mille differenti fùoi flati ; imperocché figurandomi io mirarlo
da pria nello fiatò naturale, or tutto fòlo, e lènza altri in compagnia, or di
brigata con tutti pii uomini, ed in una lòcietà univerfale, or con la tua
moglie, e con li fùoi figliuoli, ovver con li lùoi fervi * e con le Tue fanti,
ed or al fine con quelli tutn ti uniti infieme ; in apprellò dilcenderò, e
verrò paflò, palio a confiderarlo tra *1 riftretto, e tra li termini di una
Città, o Repubblica Ha come capo, o rettor, di quella, fia come un membro, o
inferiore ; colà che fàcendofì, le non vado errato, verrò a rìifpiegarvi molto
diffùlàmente, e trattarvi alla dillefà tutto ciò, a cui Vien ferialmente per
altri quello Dritto Della Natura diftefo, cioè * l’Etica, P Economia, e la
Politica per non lafciar colà alcuna da farvi su quello argomento offèrvare.
Che intendete voi per Etica? Una Icienza, che non (i arreda *in altro, che in
quelle fole regole, che pofTon mai - riguardar l’uomo confidcrato o folo, o di
brigata con gli altri Uomini nello dato ./ della Natura.V* Co Non v’ ha piu
laudevol co fa, nè piùfruttuofa, o piu utile in una faenza, che uom mai
imprende a trattare, d? if covrir ne da pria, e fvelarne li fuoi principi, ed
in apprejfo pajfar al particolare, che di là ne rifinita . Il perchè avendo nei
nel nojiro primo trattenimento favellato de'veri principj delle leggi naturali,
difendiamo ora alle regole, che da quegli Jfe ne pofono unqua per alcuno
inferir eycof a che varrà altresì, fenzafallo,per facilitar li ncjìri
leggitori, ed in un tempo medefmo per un ben molto acconcio modo agevolarli a
render di quelli un affai fermo, e perfetto giudizio non effendovi per quel che
noi fappiamo, per metterli in quejio fato, altro metodo, o Jìrada miglior di
quejìa . Colà è Economia ? M. Ella fi è un altra fcienza molto diver• fa
dall’antecedente, in cui'fì comprendono ’foltanto quelle regole, che apparten*
gono alla condotta dell’ Uomo nelle focietà fèmplici, non che in quelle che fi
anno per men compofie. Chiamiamo noi iòcietà fèmplici quelle, che non fi
formano, che di fole, e (empiici perfone, come la paterna, ch’è tra genitori, e
figli la coniugale tra marito, e moglie, e T erile tra padrone, e forvi ;
diciamo men compofie al contrario quelle fòcietà, che non formanfi, che delle
fole fèmplici, qual appunto fi è tra quefte la famiglia, che non vien compofìa,
che di quefie fole, di cui qui or noi favellammo, rinvenendole. ne dell’al tre
molte afiài eia quefie diverte, e differenti, e molte vieppiù compofie, perchè
non formanfi elleno, nè fi coflituifo cono, che delle fole compofie, come per
efemplo fi fono le contrade, o li borghi, che compongonfi di più famiglie unite
infieme in una fol fòcietà pe *1 comun lor mantenimento, o per la confèrvazione
de* lor dritti Gentilizi, fo per avventura e’difoefcroda un folo, ed unico
fiipide, come pur fi crede, che avvenuto mai fofiè nella prima ifiituzione di
tali fòcietà; o le Città, e le Repubbliche, o i Regai, Pane de’ quali fòrmanfi
di più. borghi, o contra le; e Paltre di più Città, rette e governate da un
folo• Difpiegatemi il termine politica? Egli appunto quello è il nome proprio
di quella facoltà, o fcienza, che infogna l’obbligo, e li doveri dell’uomo in
queff ulti me locietà . Dividete voi adunque, fe non vado errato, tutto il
Dritto Naturale in Etico, Economico, e Politico ; ma rinvengono pur per'altri
parimente quelli e tre voca. boli adoperati alla fletta guifà? M* Mai sì, come
che quelli fiano molti pochi ; poiché afsai più d’ordinario s’ ufano eglino a
fpecificare, ed a diftinguere tre, e diverle parti di FILOSOFIA, in una di cui
li tratta delle virtù Morali, nell’altra del buon governo delle colè domeniche,
e famigliati, e nella terza, ed ultima di quelle di uno Stato, o Repubblica,
giuda fi leggono, che adoperati furono da’greci, da cui travalicarono a noi ;
come che con ciò, vaglia il vero, lì venghi per poco a far il medefimo, e lì
noti lo ftefso . JD. Or via prendendo il filo di quel che dir dobbiamo-,
figurandovi al dinanzi d’ogni altro mirar Puorno lolo nello Stato di Natura,
(piegatemi quali erano mai gli obblighi, e li doveri di coftui in quello Stato
(B). j . Egli fi riducono quefti e tutti, lènza fallo, Iil.come U può di
leggier comprender da chi che penlà, a due (òli capi ; il.primo di cui lo
riguarda come a creatura, e opera di • Dio ; e il fecondo come a creatura, ma
ragionevole, che opera per la confervazion di se medefimo, e delle (ùe parti .
D. Spiegatemi didimamente gli obblighi, F 4 v e li . ^ Lo fiato d' una per fona
non confjte in altro, falvo che in alcune qualità, che rifguardandofi,ed
avendo]! come proprie fue,ven gon acofiituire la differenza, e il divario, che
v' abbia infrajei, e un altra ; tali per efemplo fi fono ì’efier di majchio, 0
di donna, di giovine,0 di vecchio, di libero, 0 dì fervo, di figlio di
famiglia, 0 dì padre, di ricco, 0 di povero, ed una infinità d'altre di cotal
fatta . Il perchè altre di quejfe ejfendo naturali, ed in nulla da noi
dipendenti, ed al tre al rincontro avventizie, e del tutto in no jìra propria
balìa, ed arbitrio, altro è lo fiato naturale,fifico, e morale di ciafcuno,
altro quello, eh' è puramente civile, od avventizio . V e li doveri del primo
capo, che tra tutti ' gli altri, cui per natura 1* uom è tenuto, giuda, che da
voi jer apprefi, fon li primi. Qual fia la baie, ed il fondamento di quelli, e
come noi li conolciamo, le voi ben vene rinvenite, alla diffhlà vi moflrai
altresì io nel ragionamento pafiàto,* il perchè dipendendo eglino totalmente da
quegli principi, che in quello per quanto valli di ftabilir m’ ingegnai, non
(limo colà molto fuor di propofito, ed infruttuosi, per voi, che pria di più
oltre paflàre* quanto ri fpetto a quella materia sì dille fe pur così vi
piaccia, mi ripetiate . D. Ecco tutto in pochi motti ; fùppofto,che fi ebbe da
voi per ben certo, e fermo I. Che l’uomo, ogni qualunque volta, che d’ operar
delia, lènza fallo, giuda la propria natura, venghi obbligato, e tento to di
regere, e regolar se medefimo in guifà, che tutt’ora col far per quanto fappia,
e vaglia, qualunque cola per menomilfima, eh’ è ila a fuo utile, e vantaggio
vie più fempre mai ottenghi, ed acquilìi della perfezzione . II. Che le da
lènno quelli portar fi voglia, e trattar in sì'fatto modo, e con aver un cotal
fine al dinanzi di se ftefio, metter e’ debba tutta la cura e la diligenza di
ragione in ordinar del continuo le proprie azioni, e regolarle sì
fattamente,^che mai fèmpre e* giungano quello Hello fine ad avere, od ottenere
4 di cui Dio, eh* è 1 * autor della Natura, per quanto noi comprender polliamo,
fi valle mai nel regolamento delle lue azioni puramente naturali, e non dipeni
denti dal lui. III. Che v La Concozicne, per ef empio, e lo fmaldimento de'
cibi, eh' in noi Jì vede far del continuo mediante il ventricolo, e f fendo '•
uri * operazione, 0 azione, che dir vogliamo f del tutto naturale, ed imperò il
farla, 0 non farla non dipendendo da noi, altro fine giu* fa, che dalla ragion
? imprende, non fi ere de, Dio avejfe avuto mai al dinanzi in or di’vi aria, e
infìituirla in ciafcun di noi, che di far per quefia firada, e con quefio
mezzo, al nofiro corpo ricoverare, e riacquifiare quel che gli era mefiieri per
poterfi ben fofienere, e mantenere al Mondo, non che per la continua tranfpir
azione, e per l' inf enfiti le trapela mento delle fue parti da momento in
momento egli veniva mai a perdere, e logorare . Al rincontro /’ ufo de ' cibi,
e della vivande y come cofa eh' è totalmente in nofira ha Che quell’ efier
fovrano l’ ultimo, e il principale fine, che fi propofe, ed ebbe mai al dinanzi
nell’ ordinanza delle noftre azioni non naturali egli fi fofie fiata la pro
balia, ed arbitrio, elP è ut? azione in tutto libera, e dipendente da noi ; Or
dove pur ci Venghi in grado, ed abbiam vaghezza, o voglia alcuna d* operar a
nojìra confervazione, ’* e di reyveref e regolar una colai ncjira azione in “
Tal fatta foggia, egli è meftieri ab • biamin ejfa quelVìfiejJb rifguardo, e
quel me defimo fine che fu quello ( giujìa la nojìra credenza ) di Dio nel
creare, e nel formar del nojiro ventricolo, cioè, la JteJJa nojìra
confervazione ; coJa> che produrrà f enza fallo ^ infra queJV azione, e
quella del nojiro ventricolo un certo concerto, ed una certa armonia tale, cui
non f vide mai da uomo altra pari ; imperocché arr.endue qnejie verranno elleno
a riguardare un medejimo fegno f ed un JiefJb fine ad ottenere ; Il perchè non
fi deve in niun modo qui pafar fitto filenzio, che propriamente azioni diconfi
da noi non men quegli movimenti, che in noi provengono da noi ovruv, /gì
ìioixiy‘itov rù oKot Koiktùf /gì S ' inaio f, v, gì (Teano v eie rivo
xeimnvKX^au, '7Ò irtifaStcu ocùvo'ts, /gì «xay ir ieri vaie ytvof/ivoie, ygi
et'xi\hòéiy ix,óvmuàf imo rijs etp Irne yyeùfjuif '/y'reXvtiìvoii . \ ale a
dire. Il lòmmo, e il principale capo deila Religione egli fi è il far opera, e
proc, curare ad ogni Ilio collo di riempier se me. defimo di buoni opinioni
intorno gli Del immortali, (parla egli da Gentile) per poter giugnere a vivere
ben perliialò,e certo, eh’ eglino di vero efiflano; che con ogni rettitudine^
giufìizia tenghino la fignorìa dell* Univerlò : Che fi debba loro preftar alla
cieca ubbedienza in tutto, e contentarli di quanto eglino ci comandano, come
proveniente da quegli, che lono di lunghi!! fimo Ipaz io vieppiù fàggi e
vieppiù intelligenti. di noi ; perchè così non oferai nel corlò del viver tuo
giamai accaggio nar (a) ErXEIPIAION cap.tf. DE’ PRINCIPJ narli di nulla, o .
rr.tr mancarti in modo alcuno, che venghi da efio loro meflo in abbandono, e
negletto. Ch’ La necejftà, ha V uomo di fod disfare a queji' obbligo, o dovere,
manifefiamente fi ccnofice da ciò, che com e egli f vedrà, Je ne ritraggono per
poco, fi filo, quafi che come una confeguenza tutti gli altri doveri, od
obblighi di qnefio genere, che lo riguardano come a creatura Quindi abbiavi
gran ragione da poter con franchezza ajjerire, che dalla negligenza, e trafcura
t agì ne grande tifata da noi in quefio, egli venghi, che fi mettano quafi, che
del tutto in non cale, e fi trofie urino tutti gli altri, come imprendiamo
altresì dair Apofiolo in uno non molto diverfo propofito. Il perche come a
Santi Uomini la contezza grande, ch'eglino ebbero, per quanto mai venne lor
permefiò, e pojjederono de' divini attributi, valje di lunghijfimo fpazio nel
Mondo per portarli ad un grado di perfezzione, in cui affai dirado uom giugne ;
così la mancanza eh' è in noi di quefia, egli è cagion fovente del noftro
operar al rovefeio, e del contrario procedere, la Ad Rom. c. i. n.zo. Sex 3, V
fi DEL, DRITTO NATURALE. 9 f IL Che gli convenghi per ogni verfò,e fia in
obbligo d’ operare, e trattar gii fia al divin volere, non che fervirfi di
qutfio prefc fo che per motivo delle lue proprie azioni efiendo cola pur troppo
certa, e fuor di dubbio, eh’ Iddio chiegga da Jui, eh’ e’ fi regga, e governi
fecondo le leggi della Natura : Quando mai pur da te fi comprende, che sì
abbiano difpofio li Dei ( dice un Gentile) sì fi facci « to'* Stois .Che fia
tenuto di neceffità amarlo^imperocche dalla cognizione delledivinè perr,
fèzioni provenendone lènza dubbio nei cuor dell* uomo f -e derivandone un cotal
‘ guftq, o diletto, che dir vogliamo e pia* cimento, che non abbia chi. lo
pareggi . quindi nafee in lui certamente della benevolenza, e dell 4 amore in.
verfò quefìo etfèr . . Supremo. Che quett’amore,e quefta benevolenza, che
Lanino è in obbligo, ed m doVer’ di porta: rea Dio,convenghi,che Tuperi di
ìunghiffimolpazio, ogni, e qualunque altroché a .cofa mortale fi può da lui .
portare i ‘ r /c G im ZX l.fupr., • .,( F ) Quefto appunto è quetV amore, che
in ptu luoghi di J agri libri (%) ci fi accomandai
Matt.ii.D^iter.c.^.é.exo3.io.icvìt.a().&c. f D £’ PRINC I V J imperocché
;1* amore, in noi provenendo . dal pi acere, e d^l diletto, eh’ abbiamo deb .
Faiv •’> * r » r f f .., •. V \ da, e con tuie motti del DECALOGO – H. P.
Grice: “Perhaps Moses brought something else from Mt. Sinai besides the 10
commandments” --: Dillges dominum Deum tuum &c. Quindi il Vive: erutti*
dicendo: ut paucis verbi s magnus il le Magister quemadmodum unicùique vivendum
fit docet, ama quem potes tnaxime, qui (òpra te eft, et non ajiter, qui prope
te eft, quam te, quod fi Feceris, tu fòlus leges omnes, juraque feies, et
fèrvabis,* quae alii magnté Ihdoribus vix difeunt . . ., * Di liges, inquit,
quid potefb effe dulcius dilezione, non metuere, non fugete, non horrere
praeceperis, (Domirium) ut fcias illuni effe reverentlum*, nam dominus eft ;,
(tuum) etfi multorum eft,tamen uniufcujufque *fit per cultum proprius . ., Ex
toto còrde diligere praeceperjs, utomnes cogitationeS tuas, ex tota anima, ut
omnem vitami tuamyex tota mente tua, utomnepi, intelle&um tuum in jllum
confèras, a quo babes ea, quae confers . Il celebre Leibnizio in un fu 0
trattai elio intitolato . Tritoti- f Tri not.ad lih.io.de CivIt.Dci c. 4. C,i
fecft. Ep.li fi ha rei voi. 1. de Recveil de dlverfcs P5ec;sfur la philpfophie,
!a Jteligion d*c. DEL DRITTO NATURALE. (bit peint
fenfibile à nos fens exteroes, il ne* laifie pas d- étre très-aimabile, et de
donner un tres-grand plaifir . NoUs voyons combien les honneurs font plaifir
aux Hotnmes, quoiqu’ils ne confiftent pokit dànsles qualitez des fens
extèrieurs . E non guari apprejfo i Gn peut méme dire, que dès à prèfent T A*
mour de Dieu nous fuit jov’ir d’un avant-goiìt de. la felicitò future .i„ CaV
il nous donne lune ’ perfaite confiance dans la bontè de notre Auteur et
Maitre, laquelle pro&uit ime vèr*table tranquilitè dè P efpric i . . Et outre le
plaifir prèfent, rien ne fauroit étre plus utile pour T avefiir, car l’amour di
Dieu remplit encore nos ef^èrances, et nous méne dans lechemin dù fopreme
Bonheur &c. ' i IOO DE’ PRINCl P ] le di tutte le create cofe, qualunque
pur elleno .fi fiy.o, coltri, che fi bene giugne a conolcerle, ed a
comprenderle, come ad nom conviene ; rincontrandovi egli un piacimento ed un
diletto difmilurato, e . grande oltre mifura, e fenza comparagiòne alcuna vie
più di quello, che nel conoIcimento delle perfezioni delle creature '• può egli
peravventura rincontrare, e a quel co l’amore proporzionatamente- Tempre mai
guagliar dovendolgegli fà mefiieri, che altresì fia tale, e non men grande ; e
; confcguentememe, che non abbi altro “ mai al Mondo,che in modo alcuna lo
lupe7 ri, o adequi . ’Ch’ogni fua follicitudirie, ed attenzione impiegar e’
debba, e collocar tuttora in * non far colà., che polla io gui là alcuna a
quello lòmmo, ed unico Bene dilpiàcere, o • /gradire, l’ amor in altro
veramente non confìftendo, che in godere, e gioir, ’ per l’altrui felicità.,
non che in paventar del continuo, e oltre modo di conv - metter colà, che
dilàggradi, p pefi all* aggetto amato ; còli che per l’ appunto^ ciò che^iù
ferialmente appellafi timor filiale ( timbr filiali: ) oppofio diametralmente
a*quello, che dicefi lervile ( metti: fervili:) che da gafiigo provenir luole,
o da DEL DRITTONI ATURALE, jot *o da fùpplicio ; irqperocche* Iddio, febbenc
altresì di quefto pei: iftimular E uòmo ad operar rettamente, e lòllecitarlo
.al' ben fare fovente fi vagii, e che dalla cofìui gravezza (pèdo (pedo quegli
atterrito, . ed ifgomentàto ; venghi da mille, e mille laidure e
tèonvenevolezze a ritraerfi; " tutta volta quello non hà vertm luogo, dove
aiutila pur dall’uomo quel amor portato vero e reale, che naturalmente
a’Genitori gli proprj figli logliono portare, e eh’ egli dev.e,e convien che
gli fi porti* y jl. Che 1* abbia altresì a riverir, e venerar lòpra tutto ; -
imperocché in grado emjnentiffimo in le contenendo, tutte le perfezioni.,- che
nelle loda nze, che da lui derivano, come effetti provenienti dalle - caule, fi
contengono» e imperò ellèndo egli * . ‘ un Ente infinitartiente perfètto,
onnipotente, giufto, e buono eftremamente, ed amabile; di ragione deve egli
preferirli - tèmpre mai * ed anteporli a che che lia nel "novero delle
colè create, nonché aili ftek : fa noftra perlòna .Ch’ in lui lòltanto mettere
e’ debba ' tutta la iùa fiducia, e confidenza, e col darli pace in tutte le
cote del Mondo, che o delire, o finiftre peravventura l’avveftgono, moflrarfi
tèmpre mai làido in G 3 lui, e tutto tempo reguiarvi ; imperocché da efiò lui
gli averi, e le fortune notf re tutte provenendo -e’ può e vale, come pur
l’esperienza loc’ infegna,che tutto dì egli facci, dove di farlo pur gli viene
aggrado, rivolgere, ^ contorcere a noftro prò, ed utile quanto mai di malo i e
di qattivo c’ avvenne, o può unqua avvenirci . Per verità egli hà troppo di
bellezza,^ di gravità, per non eflèr paflàto in filenzio quel che fcrive
Epitteto a quello propofito . C.egli dice ) wroxac'W^ « s.aì • &P*X ' as
xòv ìmrx&nSaì ire 6ÌM, * vx usti wìnov tù '• ErXEIPlAION. c. xj. Senza
fallo ; anzi egli e quello una confeguenz'a ben cej^ta, e ferma di quanto al
dinanzi noi didimo ; comeche non fia fuor di propofito, che voi dHà altresì ne
ricogiiate, che le formole, eh’ in ciò ufiamp, debbano efler da noi ben intefe,
e capite, ' e che elleno dovendo dettar in noi degli affetti, e dellarnemoria
de’ benefici diri* •-ni non fi debbano comporre, ne fòrmarda altri, che da
coloro, di’ anno un intera, e, .1 ben rara cognizione delle colè divine. D. Non
vi fono altri doveri, e altri obbli. ghi., che quelli dell 5 uomo comp crea?
tura ? • ' Altri, che quefli Hfcn riconolciamo noi ; con li lumi foltanto dèlia
Natura ; per il di più, come altresì per quel che fi richiede per determinar i
modi di bpn fodisfar ■a quelli iftefii, troppo più fi ricerca di lume, e di
cognizione ( D {toiefi* per in?>; ; -./tera S ' s Leibnizio in una re
teramente fidar qu-dloculto di ficonolcenZ a dovuta peb f uomo al vero, e
fhpremo edere, abbifogna pur., che confeflìaitk) con ingenuità; cheli lumi
della natura, lenza 1* ajuto della rivelazione, nonfiatio in niun modo di per
fé baftevoli, e lùf^cienti ; ónde fa egli intieri dériggerci, ' in ciò, e
regolarci, giufta quel che. imprendiamo da quella . : Degnatevi adunque
d’udirmi, al dinanzi, • che non fi venghi ad'altro,lè pur tutto feppi ben
comprendere ; Pobblighi, e li doveri HelP uomo, come creatura, o per meglio
dt-e, il' culto di riconolcenza, che P uom deve a Dio * egli non confille, che
nel Polo efercteio, e nelPufo di quelle aziqni, eh’ anno pur per mira, e per
motivo K di - vini attributi . Or fe quelle azioni fono elleno.* v ré fcrUta
alla PrincipeJJif^di Gali?* nel me/} diNo~)embre 1,7 if . mfirò fehza dubbio
arem dolore, ed un vivo fentimento di rama fico, chela Religìon Naturale fi vede
a da dì in dì in Inghilterra indebolire, e corrompere; Si legge nti voi. i. de
recueil de divttfos l’ieces far la l%flofophie;> el re fio io non dubbilo
eh* alcuni aver ebbero fior f e qui dejìderatò, che w favellando feMct ♦ '
ddeligies naturale mi avejjè alquanto . vie pile * difiefo, e tratto dimojirare
l'armonia maràvi' \ gfiofayChe il abbia tra quejìa, e la revelata t / Ora il
Regno della Nat ur fi, e quello della " . ì@ré&a,f£0fcjqr por mente
paratamente, e : ^fervane gcowe la natura ci vaglia per guida - v; ‘ “ alla i r
$ adoperi non meno 1’ uno, che P altro di quello culto, e che facendone ufo del
continuo, cosi coni’ e* conviene, non gli polfa di lunghifiìmo fpazio fèryire a
renderlo tranquillo, e lieto in tutto il corto del viver Tuo, ed ad accrefcerlo
da momento in momento, e vie più tèmpre aggrandirla H nelle alla Grazia, e come
quefia venghì quella a ripolire, e perfezionare valendo f ne { aggevoli cofe
Veramente tutte, e facili a mofirarfi volendo ) poiché f ebbene dalla ragione
imprender non fi pojjd il di piu, che dalla rivelazion s* imprende, vai ella d?
affai per renderci ben . certi e ficuri, che le cofe fan fatte in modo, che non
giungano ad ejfer comprefe da umano intendimento . Ma mio principal difegno
egli è di dilungarmi il men, che fa pojfbile fuor * de ’ termini, che m ’ hu io
in quefi operetta prefijffó ; e regalmente affai ben faggio reputo r avvifo di
coloro, lì quali le cofe della nofira veneranda, e fanta fede, come mirabile, e
feci al fattura della mano di Dio guardando, mentre che quefio venghi da noi
creduto Onnipotente, vogliono, che fenza metterle in ragionamento alcuno
facilifimamen '* te,e a chittfi occhi creder fi pojfano, e fi debbano i nelle
virtù, e nell’ abborrimento de’ vizj ; Ma or su fìendiamoci, fè così vi piace,
più oltre col difcorfo, e palliamo agli altri doveri, obblighi, o utfizj de 11*
uomo lòlo in quello Rato Naturale . M- Quelli altri non lòno, a mio avvilo per
IV. quelche aldi'fòpra altresì fi dille, che quegli, eh’ egli dovea, ed anche
per al prefente egli deve verlb se medefiino ; obblighi, o doveri tutti, che
diftinguere fi tio ; or.de quel gentìlijflmo Italiano Poeta ebbe motivo dì
cantare, 1 fecreti del del fol colui vede ì Che ferragli occhi, e crede. Non
eflendovi flato vie più al Mondo flcuro, e men in periglio di colui, che Jen
vive confrme le leggi della Vera pietà, e della vera virtù, imperocché, giufla
al dire di tre gran uomini, come che difofpetta fede ; cioè, dell' / reivefeovo
T illot fon, di Mr. Pafcal, . e di Mr. Arnaud ( 9 ), in queflo flato nulla vi
riman da temere di quelle tempefle, e dì quelli malori, te muti, ed af gettati
per coloro che ne fon fuor a . V. l.eìJjnìz.nelIe note alla lettera sOi l’ Entu
Ha fT. mo del vi ylord Shaftsbury. voi. z. de Recusil de diverfeS
jiìeces&c. . poflono, e divifare in tre divede, e differenti Ipezie ; cioè
in quegli, che riguardano il filo Ipirito ; in quegli, ch’anno attinenza alcuna
al fuo corpo, e in quegli, che riferilconfi ^finalmente ad alcune qualità
accidentali del tutto, e ftiperficiali, come . per elèmplo fi fon quelle, di
ricco, di povero, di nobile,.di plebejo, ed altre sì fatte in cui il Ilio fiato
efierno confifie . Per tutto ciò efièndo pur egli obbligato^ e tenuto, come voi
ben Oppiate, diriggere in sì fatto modo le file azioni, e regolarle, che
colpivano tututte ad un medefimo legno, ed ottenghino un medefimo Icopo ; cioè,
tendino al proprio vantaggio, ed utile, e alla propria perfezione; per giugnere
a ciò far di leggieri egli fa mefiieri fi tratti al dinanzi a tutto poter
acquiftar un elàtta, e perfetta contezza di ciò, che può mai giovar a se
medefimo, o no in qualunque fiato, eh’ egli fi guardi ; cofa che imponìbile
efièndo da i .poter in guilà alcuna ottenere Lenza una V. piena cognizione di
se flefiò (H), il H % fon- In quejto grufa gli antichi Filofqfi Jì riduce quaji
che tutta la Filofofta ; e fecondo fondamento, e la baie di quefti doveri, o
ulBzj che 1* uom deve in verfò se medefimo, e il primole il più principale tra
tutti egli è, fenza fallo, al meglio,^che fia pofiibile, d’ imprender un sì
fatto conofcin mento con mettere ogni Audio, ed ogni cura in conofcer, e
perfettamente fàpere il fuo fpirito, il filo corpo, e lo flato, in cui mai
peravventura fi rinviene . E bene ! quali fono li modi, e le vie da giugnervi ?
‘ M. Que do S. Bernardo, ed altri Padri della Chiefa anche la Morale Cattolica,
ritingendola eglino foltanto a due foli capi ; V un di cui ri guarda la .piena
contezza di se medefmo, e V altro quella di Dio ; ad ogni modo noi pur
confejjìamo chejìa ciò cofa per uomo molto malagevole, e difficile a metterlo
in pratica j e che quindi meffo in Greco Efìodo avejjè cantato, avvegnaché fol
rifpetto al primo di quejti capi, in verji cor ri fpon denti a quefìi : £fi
nofee te ipfìrni non quidem ampia diétio, Sed tanta res fòJus, quam novit
juppiter; Ed infierì) non deve recar maraviglia ad alcuno f e un obbligo, o
dover di tal fatta molti pochi fan quegli, chef veggano che lo JodisfiriOy
Quefte diftinguer.le poftìam noi ingenerali, e particolari ; le vie, e li modi
della prima fpezie eglino fi riducono a quefti duo ; 1* un di cui egli è d’
entrar in noi medefirni, e con la maggior accura• tezza, e diligenza del Mondo
confiderar la noftra propria perfona, e V altro di(aminar bene dell* iftefiò
modo quella degli altri, con cui peravventura ufiamo riflettendo a tutto
attentamente, e bilanciando a fpiluzzio non men la diverfità delle lor getta, e
la varietà delle lor azioni, che li cambiamenti diverfi de’ lor volti, e il
divario, del lor tratto, e linguaggio, e di tutto altro, che può mai
appartenerci con trattar di comprender chiaramente Ié colè, e far della lor
bontà, emalizigquer giudizio, che fi deve. Ma vaglia il vero di quefio ultimo
mezzo 1* nomo foto, tale quale lo ci figuriamo nello fiato della Natura, non
potea farne ufo alcuno; Per tutto ciò noi, eh’ abbiam or agio da poter
valercene, come vogliamo, ne polimmo, lènza follo, ritrarre una infinità di
vantaggi . E quali fon quefti ? ]M. Egli batta, che generalmente voi lappiate,
che in cotal guitti da noi con una agevolezza grande, e fuor di mifora H 3
giugner fi polla a conolcere quanto mai vi ila di bene, e di male in noi
ftefii, e le virtù tutte di cui abbiam fommo bifògno fornircgChe fi venghi a
rifvegliare in noi, e deftare l’emulazione al bene, e rettamente ope, rareiChe
3 dilcernere fi vaglia aliai palelèmente, e in aperto la lèmma bruttezza, e la
laidezza de’ vizj,* Che venghiamo ammaefìrati, lènza nofira pena, ed alle
altrui -a Ipelè, imperocché giufta Menandro : ’2>hé7T(t T17T disivi/,' Ut
chè un intelletto tanto più fi deve per perfetto, e finato reputare quanto più
è 9 1 novero delle cofe, che da lui fi comprendono, e quanto più chiare,
dilìinte, ed adequate fon 1* idee, eh* egli ha di tali colè . Il perchè fi deve
quantunque più fi può, e fi sa riempierlo d’ ogni cognizione, e trattar che
quella Ila in noi efiremamente chiara, e diUinta ; comechè effendo rilìretti di
foverchio, e di natura limitati, ed imponibile imperò riunendoci aver di tutte
colè contezza appieno, Io Audio di quelle meriti lèmpre avere il primo luogo, ed
è ragionevole, e giudo, che fi preferilchi a qualun’ altro, di cui abbiamo nel
corlò del noftro vivere un bisógno, ed una necefiità maggiore, non che vagliono
di lunghiffimo tratto per lo dilcernimento del bene, e del male; imperocché
obbligati effóndo noi, e tenuti vietare e sfuggir l’ ignoranza, e la groffezza,
dobbiamo (òpra tutto quella i (chi fare, che rifguarda quefio particolare ; non
eflendovi ragione da poterci in ciò nò con Dio, nè col Mondo difpolpare ;
quel1’ ignoranza (òlo, e groflèzza nell’ uomo efièndo di (cufa degna, e
meritevole, che non è miga in fùa polla di poterla Icanzare . Quindi uom vede,
che il vantaggio, che fi abbia, da chi che s’invigila su quefio dovere fia di
tanto sì gran momento, che la di lui olìervanza giamai fi potrebbe ad alcuno a
luttìcienza accommandare, non potendoli in niun modo diIcerner lènza ciò
ediftinguer il buono dal malo, colà che veramente, dove anche non vi fuflè
altra ragione, per cui ciò fi richiederebbe da noi, dovrebbe ballare per
portarci a fornir il noftro intelletto, e riempierlo di tutte quelle virtù, che
gli competono, e che come proprie Tue dir fi fògliono intellettuali . Quali
fono quelle virtù ? M. Quegli abiti di cui 1* intelletto è atto e Capace di far
acquifio, e gli giovano direttamente fenza dubbio per giugnere al conolcimento
del vero, e làperlo dillinguere da ciò, che punto non Ila tale . Dinumeratemi
didimamente cotali abiti. M. Grande, ed incomparabile attenzione alle colè,
acutezza, profondità, intelligenza, Icienza, laidezza, invenzione, ingegno,
lapienza, prudenza, e arte. Z>. Che cftfa intendete per attenzione ? M \
Quella facoltà o potenza della noftra anima, mediante cui far polliamo, che
alcune idee, o alcune parti di effe fiano in noi vie più chiare, e diffinte
dell’altre . Per efemplo ; fe io miro un uomo egli è in mia libertà, ed in
propria balia trattar eh’ abbia un idea molto più chiàra, e, diftinta del fùo
vifò, o degli luoi occhi, che dell’altre parti del fuo corpo ; e fimilmente fe
per avventura molti oggetti a difeoprir fi giungono, ovver più perlòne fi odono
che favellano, egli regalmente poffò oflervar più gl* uni, che gli altri di
quegli, o udir di quelli, chi più m’ aggrada, e piace udire ; /ebbene non fi
pofià da uom altrimente a quello giugnere, fe nor* con 1* efèrcizio, c con 1*
ufo. Qual cola voi chiamate acutezza d’ intelletto ?' Quella polfibiltà, o
potenza ch’ egli può acquiltare di poter diltinguere nello fteflò mentre più
colè in un medefimo oggetto ; poicchè non potendoli miga metter in dub. bio, o
temere, ch’ella con lungo efèrcizio non polla ridurli in noi, e travolgerli .
in abito, deve lenza fallo metterli alno* vero delle virtù intellettuali ; come
che per quelche mi làppia niun fi rinvenghi, che fatto 1* abbia al dinanzi del
WolfRo . Ma qual diligenza deve mai ufarfi per acquetarla ? M Primo egli
proccurar fi deve a tutto coito .fin dalla puerizia, per così dire, di - non
avere lè non idee affai ben nette, e a difiinte delle colè, e mettendo ogni
Itudio in attentamente ponderarle, làperle sì fattamente comparare, che
comprender fi polfa la conneflìone, e la dependenza, di efiè . In apprefio lo
Audio della Geometria, e quello dell* Aritmetica vie più di qualunque altra
cola del Mondo può per verità agevolarci in quello, ed elìerci d’un eftremo
giovamento; Vero è però quel che Ipezialmente fi deve su quello particolare
commendare, e lodar oltre milura a 9 egli fia, il far acquifto d’ idee chiare,
e dii ' firnfinte del bene e del male ; imperocché ciò eflendo per 1* uomo una
delle più necèdane cognizioni, e delle più utili, e importanti, giuda, che non
una fiata fi è detto, può fèrvirgli altresì a formar un buon giudizio delle
proprie azioni,. e confequentemente valergli non meno per la quiete, e per la
tranquillità della fùa cofcienza, che di quella degli altri ; non effèndovi
altra cofà inquedavita, che va* glia maggiormente un uomo a rendere graziato, e
infelice delle riprenfioni, e rimprocci che lui medefimo fa a lui fìefib Quindi
molto a nofiro propofito fcrifle Seneca, che : Prima, et maxima peccantium ejì
peena peccojje, nec ulìum fcelin, licet illud fortuna exornet, muneribtn fuis,
licet tueatur, ac 'yindicet, impunilum ejt, quoniam fcelerii in federe
fupplicium ejì . Difpiegatemi il vocabolo intelligenza Quefta, che giuda
1’oppinion commune de’Filofòfi, e la prima delle virtù intellettuali, la fi
rienvien definita per un abi* to confidente del tutto in conofcere, affai bene,
è didinguer le cole per via de* lor principi, e col darei agio da poter fin
all’interno di effe penetrare, difvelarne, e ifeo] piHrne altresì il modo con
cui 1’une per l’altre vengano comprefè . Ad ogni modo le definizioni, e K
giudizi intuitivi elfèndo il fondamento, e la baie delle noftre cognizioni,
colui fòltanto merita veramente da riputarli fornito di una tal facoltà, che
giunto fi vede già a tal legno che fappia tutto ciò molto ben fare, e con
prontezza,* Il perchè perriufcir in quello egli è necefiario, che s’ acquifti
al dinanzi T acutezza d’intelletto; perchè le definizioni altro non eflendo in,
effètto, che nozioni difiinte complete, per ben formarle abbifogna che fi
difiingua nelle cofè, e fi vegga quanto di diverfò, e di vario vi fia, Che colà
è fcienza? Un abito da fàper ben dimofirare, e provare quanto mai da noi fi
afferma, o fi nie- Quindi egli Ji mira, che F idee, chiare delle cofe
agguardarf debbano come tanti princip] di quejta facoltà ; poiché fonerete
quefìe fbben confufe alquanto, e inordinate y potendo effer /efficienti, e
bafevoli a difinguer una cofa da un ’ altra, e denominarla nel modo, che
conviene, e col proprio vocabolo jonver tir f veggono in noi in idee difinte,
edefèrci di gran giovamento agli giudi/ intuitivi, che di quelle formiamo . ga
; onde di niun altro! alferir fi può meri- tevofmente, che abbi la le ienza di
qualche cofa, lè non.di colui, eh* in molli aria sa, e può far ufo di pruove, e
di fillogifl mi, od argomenti concatenati, ? ed uniti infieme gli uni con gli
altri in guilà, che venghino tutti a terminare, ed iftiorfi in fempli ci prem
effe non fondate, che inde-, finizioni, ed in efperienze certe totalmente, cd
evidenti, od in afliomi, e proporzioni identiche . Quindi ne viene : I. Che per
l’acquifio di cotal facoltà fia mefìieri al dinanzi fornirli d* intelligenza
per ottener la notizia delle definizioni, e degli altri principi d’ aliai
manifefii, ed indubitati, che lòno il fondamento, e la baie delle dimollrazioni
. Ch’ ella fia necefiària, ed appartenente a tutti lènza rilèrva, od eccezzion
di perfona, rinvenendofiogni un in obbligo, ed in dovere di aver un diftinto, e
perfètto conolcimento del bene, e del male * che non fi può in altro diverlò
modo da quello conièqui re. III.C he polla di lunghillimo Ipazio giovarci per f
appagamento interno di noi medefimi, e per la quiete della cofcienza ;
imperocché l’uom privo peravventura totalmente, e sfornito di feienza, per non
poter in guilà alcuna quel eh’ afferma, 0 niega dimolìrare, andando al didietro
delle maffimeì, e degli lèntimenti altrui,, il più delle fiate è in illato di
poter travedere, od errare; è perchè nulla opera (è non còti > una cofcienza
molto dubbia, ed erronea, quella che nelle lue azioni rampognalo di neghitto/o,
ed imprudente, vai per po' co in tutto ilcorfò delibo vivere, come V
efperienz.a lo c* infegna,a renderlo difgraziato, e infelice ; IV. Che
finalmente quella facoltà per elìer un abito egli fi acquifii v alla guila di
tutti gli altri, mediante feièrcizio; febbene, vaglia il vero, quello agevolar
fi polla oltremodo, e facilitare con la lettura de’ libri Icritti con un e
buono, ed ottimo metodo dimofirativo ; .trattando di Iciorre tutte le
dimofirazioni in (empiici fillogifmi per conolcerne la dipendenza, ed appieno
la lor unione, ed il lor concatenamento comprenderne, non che per attentamente
(guardare, e badar lòttilmente alla conformità, ed adórniglianza che v’ abbia
infra cotali dimolìra\ zioni, e il metodo, od ordine, che dir vogliamo, il
quale naturalmente dalla noftra mente, fi vede lèguito nel peniate ; fèn.za,
che può efsercj altresì in ciò giovevole, e di gran frutto il proccurare di
renderci per quanto fia pofiìbile, famigliari, e pronti li precetti di una
Loica, quanto t meno fi può, didìmili, e diverfi dalla Naturale A Ma fe pur
egli è così, come voi dite, che la fcienza fi fofiè un abito, come fi può ella
tra le virtù dell* intelletto, di cui abbifogna, eh’ uom venghi decorato
annoverare ? credete voi forfè, che fi polfa dagli Uomini idioti > e
groflòlani, così come dagli altri altresì molto di Ieggier confeguire? M I»
fatti quello abito agguasdar fi luole comunalmente come proprio de* Matematici,
e della gente da lettere, e di fpiritoj ma pur un tal fornimento è lènza fallo
d ? afiai lungi dal verone falfifiìmo^ imperocché, lalciando noi dare di quanto
gran ufo egli fia nella Morale, e quanto . neceflàrio in quella, e quanta
importante da più dotti tra Filofoli venghi reputato ; la Icienza, di cui, come
voi ben làpete, tutti debbano cercarne un intera contezza, e ftudiar per
quanto; vaglionod* iltruirfone; non deve a niuno recar maraviglia, o
ammirazione alcuna, giuda, che lo c’ infogna la fperienza, fo fia mai fin da
Uomini, per altro volgari, e groflì acquiftato; imperocché il metodo di ben
dimodrare | ' ^on t Hy V- Corife. Pufendorf. Locb. Vytlf. èc? convenendo del
tutto, e uniformandoli col penfar noftro naturale;può di vero avveninire, che
da quelli in ciò fi veggano avanzar di gran lunga,’ e lùperare gli eruditi
medefimj ; avvegnaché dicendo io, che di quello abito fornir fi debba ad ogni
collo, ed adornar ciafcuno, intenda ciò foltanto ’ per quel che rilguarda la
cognizione del bene, e del male ; e non già delle Icienze indifiintamente ;
come colà, che è fenza dubbio, difficile, e per poco imponìbile da ottenerli
per uomo; lènza, che come in tutte le virtù fi concepì (cono da noi alcuni
gradi, alli quali non vien permeilo a tutti ugualmente, e dejlo Hello modo il
poter giugnere ; così d’ ordina* rio parimente fi ofierva, eh* avvenghi ed
accada nelle Icienze; comechè fi debba pur con feda re, che vi fiano ; reali
mente alcuni obblighi, fiano ufficj, o doveri umani dalla cui obbligagione
molti» non avendo dalla natura que’ pregi, o quella doti, ottenuto, che gli
altri ottennero, e che per ben fòdi§farli fi richieggono, te-; * nerlè ne
debbano totalmente immuni, q lontani, non oliarne, che generalmente par« landò
e’ lèmbrano tutti obbligar, lènza ec-» cezzione alcuna V V., Spiegatemi qual
cofa dite voi folidIStà, o laidezza dell’ intelletto . /V/. Un abito da
discorrere, e ragionar con diflinzione delle cotte, ed jn mòdo che fi vegga per
ogni vertto, e fi disopra jl concatenamento, e r unione, che v’ abbia ne npttri
dittcorfi, o ragionamenti,- quindi e che per quefio fi venghi un certo grado di
virtù a cofiituire alto, ttublime, eccel/ò o perfetto vieppiù di quello,, f P
er 3 ^,enza non fi cottjtuifce comechevi fi giungaperpoco alla fletta guitta, e
per la medefima ftrada j colui folo aver dovendoli veramente per più adorno, e
maggiormente fornito di un tal abito, che apprettar fi vegga nelle pruove delle
tee premette a gli primi principi, e alle pri- / me nozioni fi avvicini • il
perchè vero e pur troppo, che non picciol contrai' legno egli fia, anzi una
gran moflra di lolidità, o laidezza d’intelletto d’ un’uom .° ’ c " e P ro
ppfizioni ammette dagli altri lenza pruove e’ vaglia a confermare, e mediante
li primi principi moflrare ; o fé checché altri con efperimenti, edocula-, .
tamente afferma, e’ con ragioni, dimóflra c per via de primi principi, febben
fi deba di maggior pregio lèmpre reputar colui, ed efiremamente lodare,
ch’abbia fonquiflato un abito di ben accoppiar, ed J 3 unir tra se molte
verità, awegnàcchè diverfè, e diffìmili, o di poterle da’ prìn-. cipj molto
lontani, e remoti con un non interrotto fri di raziocini, o fillogifmi, dedurre
; efiendo pur queflo, veramente un grado di perfezione del nofìro intelletto s
in cui affai di rado uom giugne, cola che forfè fi fu il motivo per cui nè per
Arifiotele, nè per coloro, che gli andarono dietro, o al dinanzi del
"W’olfio ne fcrifièro, confuto avendolo con la fcienza non ne fètono verun
motto, ne’l diflinfèro da quella, Z>. Qual cola chiamate voi invenzione .
'Un arte, o abito, eh’ e’ fia da poter inferir dalle verità di già divvolgate,
epale-i fi dell* altre punto non note, nè conofciute, t>. Ma quali vantaggi
fi pofiòn ritrar mai da . queflo ? JM. Queflo abito non fèto all’ intelletto
aggiugne perfezion maggiore degli altri, di cui fin ad ora abbiam noi
favellato, tn’ altresì può lènza dubbio nella vita e£ lèrci di un gran ufò,*
fòvente volte avenendo fpezialmente nelli maneggi della Repubblica, che facci
mefliere nello fleflo mentre non meno formar buon giudizio delle colè, che
rinvenir li mezzi più co* modi, ed opportuni per aflèguirle, e mandarle ad
effetto $ oltreché tutte le fcierfzq le più utili, e profittevoli, o
vantaggiolè del Mondo, che fi trattano comunalmente, e s’ infognano, non
eflendo che un fàggio, o rifiretto, che dir vogliamo di quello, per quel che
mottrò un valente uomo, egli fi può di fermo aderire, di colui, eh 5 abbia
peravventura cotal per. fèzione acquittato, che contenga in se con quefta
ìnfieme, ed unitamente le migliori feienze, o facoltà, eh’ abbiamo, o che . di
leggieri lènza foccorfo e fenza ajuto . d altri e' polla volendo conleguirie;
comechè di quell’ abito, vaglia il vero, affermar noi polliamo ilmedefimo, che
tettò fi ditte pur favellando della fèienza, cioè,’ che. febbene tutti, generalmente
parlando, fiano in obbligo, ed ih dovere di farne l’acquifio, fi debban lèmpre
tenerne dènti ed eccettuar coloro, che norv ebbero dalla natura forze baftevoli
* e fiifHcienti da farlo, X), Bene; ma avendo noi due dì ver lì modi * e vie da
poter rinvenire, e difeoprir il vero, non fi potrebbe forfè quelVabito per
quello motivo divìdere ih due differenti fpecie, l’una di cui non confitta, che
in, far degli buoni dperìmenti > e delle buo I 3 ne' T* Scbirnb4t^Jen% ^£ in
cui fi trattano d’ invenzioni, e di novelli trovati, li quali almanco fi devono
tratèorrere .Colà intèndete Voi per fàpienza ? Un abito confidente del tuttò'in
benacconciamente prefcrivere, ed afiegnar .alle fìie azioni del li giudi,, e
convenevoli fini, non che in far una buona, ed un ottima fcelta dell! mezzi,
che vi lì richieggono per mandarle addetto, ed efèguirle, con coftituire li
fini particolari, e fubordinarli in tal fatta guifà gli uni dagli altri
vicendevolmente dipendenti, che mediante li più profiìmi, e vicini giugner fi
vaglia all! più remoti, e lontani j II perchè efièndo.ella di un utile cotanto
grande, ed impareggiabile per la direzione, e per lo regolamento delle noftre
azioni, giuda le leggi della natura, che al dir di Leibnizio (w) è la vera
fcienza della felicità Umana, non fi può per niun verfò recar in quedione, che
tutti non debbano proccurarne il filo acquifto * Ma bilògna però ofièrvare,
come altresì quindi mani fefia mente s’imprende, efier dimedteri; I. Che non
fòlo il fine dell* azione d’ un uom faggio fia giudo, e buono, ma eh* altresì
li mezzi fiano tali. Il.Che quedo fine fia tèmpre mar fiibordinato, e codituito
dipendente dal principale, eh’ è la propria perfezzione . E III» m ) V. La futi
prefazione al codice diplomatico del Dr^to delle Genti. Che li mezzi, li quali
colà condur ci debbano e portare ; vi ci conduchino, e portino per la piùbrieve
* e corta ftrada del Mondo. Ma come pòfliam far noi quello acquifio ? M»
Conviene per giugnervi provederci di molte, moltiflìme colè $ poicchè
primieramente noi fornir ci dobbiamo di fcienza, non potendoli in altro modo
format buon giudizio delle azioni noftre particolari, e ' ' della vicendevole
fobordinazione ^ e di- * pendenza de* fini infra di loro * e delti mezzi, che
vi ci conducono ; In fecondo luogo fi richiede* che fi abbia un* erètta
contezza* e Un intero conofcimento non meno della malizia.* e della bontà dell*
umane azioni, che del li negozj li più necefiarj, e ùtili, od importanti alla
vita ; con trattar di aver un’abito darèperben provar tali colè * imperocché
quel che peravventura otteniamo dalla Matematica, o dalle altre fetenze egli è
d* un afiai picciol ufo, e prefiò poco di niun momen- to pel corfo del noftro
vivere tutta volta, • che fiam totalmente sforniti, e poveri di quelle materie
imcui poggiar fi dovrebbero * e fermare li nofiri aifcorfi ; In terzo luogo v*
ha mefiiéri, che fi fii profittato nell’invenzionejcome Che giovi fòprà tutto,
che fi fàppj quelche in quella materia può • mai riguardare al buono, e fàvio
modo da vivere . In ultimo abbilognà perciò aver anche dell’ ingegno e dell*
acume per gitigner sì fattamente ad ifpecular 1* altrui azioni, e meditarle,
die fi comprenda il fine, che fi ebbe in eflè, e li mezzi, che per .mandarle ad
effettto fi prelèro, non che gl* impedimenti, che intanto vi fi framefchìa*
rono, anzi tutto ciò, che vi fi operò mai di foverchio, e lènza che la bifogna
1* avelie richiedo ; comechè, vaglia il vero, non fi pofià giammai formar un
buon giudizio della Capienza d’ alcuno dal lolo evenimento delle colè; poiché.
lòvente avviene, che per gl* impedimenti, e per gl* intoppi * che non lèmpre fi
poflòno al dinanzi molto ben antivedere, nò pronofìicare, avvegnaché fi fia
operato con ogni maturezza, non abbiano avuto quel buon /uccello che fi
affettava . D. Qual colà intendete voi per prudenza ? 2\d, Quell’abito, o fia
difpofizione, del nostro intelletto, per cui fi mette in opera » e fi
elègtiifce quanto al dinanzi da fenno, e faviamente fi fu fiabilito. Vaglia il
vero, lènza quello, la lapienza è di un molto poco ulò per i’ uomo, e quali che
di ni un pregio . E quello è il motivo per cui da lui fi de-* ve a tutto cofio
trattarne 1* acquifio . D. Ma perchè in noi la prudenza, e diverfà, e
differente dalla fàviezza . M» Egli è ciò un effetto della limitaziorìe del
noftro intelletto; Quindi, fenza fallo avviene, che deliberando noi delli
mezzi, che ci / conducono ad un fine, fòltanto badiamo a ciò, che rifguarda per
all 1 . ora 1’affare, talché per la gran moltitudine, e per la gran varietà de’
contingenti * che del continuo avvengono, abbattendoci per avvefh tura ad
alcune cofe, e ad alcune particolari circoftanze, cui non così di leggieri fi
potea al dinanzi da noi guardare, e quelle rendendoci fòmmamente perpleflì, e
dubbiofì, fe mai sforniti totalmente fiam di prudenza, non lappiamo a qual
partito renderci ; Il perchè la umana pfuderza in altro non confitte, che in
fàper da se dilungare, ed allontanar gl* impedimenti x e gl’ intoppi tutti, che
fi offerifcono al dinanzi delle noftre imprefè, e ne fiurbano l’effetto (K) J e
per quella ragion da’ > PeeQuindi è; che r’ if copra fidente Una cofa bene,
e vìujlafrentefatta, ma non riga con prudenza $ e che in Dio non oblia mun *•
Poeti, i quali per inoltrarci, eh’ ella derivi in noi dalla mente, eh’ è quali
che divina, mediante cui confiderando, e badando a tutto, abbiam gli occhi
rivolti per' tutto favoleggiarono eh’ ella nata!] ìbflè dal capo di Giove,
ch’eglino chiamarono Minerva, (1 ebbe per (ignora, e donna della fortuna, e
come la lòia, che contrariar poteflè, ed opporli a’ fuoi diségni ; e di Bione
dir li lùole, che avea in eofìume di lòyente ridire, che quella in tanto
maggior preggio era d’ averfì, e flit marfi (òpra tutte l’ altre virtù, quanto
più cari devono tenerli gli occhi, e re/putarfi più degli altri lenii, comecché
tra’ Greci furono pur di quelli, che la confusero del tutto con la Sapienza ;
ed imperò Afranio dèlcjivendola con luoi ver fi non ebbe dubbio di metterle in
bocca . La memoria mi t fe % ma generata > DalP ufo ; i Greci vegli on, che
fofia, Afa fapie n za noi, eh' io Jìa chiamata » V. Ma perchè quefia virtù la
sì crede propria degli attempati, e de’ vecchi ? M Per n*. rfon le proprie
parole di cottili ) (q)^ ÒSI iroKo yvfivu^iStax, ÒSI tto\Ù ÌSj'ihv, J Si to\Ò
irivay, CSi tto\ù iffira.TÒiv-p'x&jav-, mùcu. f/sy zm Tjmpyp 'iroix.'riw, .
Dinegatemi tutto qliefio più chiaramente con gli efempli. . Af. Volete voi
Spegnere in un uomo una gran gioja, o allegrezza? Quefto affetto provenendo in
noi dall* oppinione d* un ben pre lènte ; bafta pur per aver il voftro intendimento
; che a coftui gli facciate comprendere, che quello, eh’ egli crede bene nell’
oggetto, che cotanto lo fcuote, non fia in effetto tale, ovver c’ abbia foltan
t * 1, ** X if4 tanto un ben lùperficiale, ed apparente, e quell* idea, eh* e’
crede convenirgli aliai poco, o nulla gli convenga . AI rincontro volete torlo
da qualche trittezza, o dolore ? batta che pur voi vi portiate diverlàmente ;
poiché ciò provenendo dall’ oppinione di un mal prelènte, altro non è meftieri
che fi facci, che dargli a conoscere, quello, eh’ egli crede malo non Io fia,
ovvero’ abbia fol 1* apparenza, e non le ne debba miga far quell’ idea, eh’ e’
ne forma . Allo tteflò modo 1’ amor verlò gli altri nafeendo in un uomo dal
dilcoprirvi egli in quegli peravventura, e rinvenirvi qualche colà di lùo
gufto, e piacimento, per convincerlo ed ammorzar in lui queito affetto non gli
fi deve provar altro, che quello da cui e’ riabbia quel piacere, e diletto, non
fi rinvenghi nell’ oggetto amato ; ower eh’ egli Ila tale, che dopo quello picciol
piacere e diletto apporti . del tedio, e del rincrelcimento in eftremo; comeche
potendo fovente avvenire, che non fi conolchi punto l? ragione del filo amore,
in quello calò per togliernelo al di fiiora fi potrebbe altresì trattar di
dettar in lui dell’ odio, non già verlò la perfono, ower l’oggetto amato, ma si
bene in verfo le laidezze, o li vizj di quella . L’odio ali* . lsf all*
incontro verfò qualche oggetto derivando in noi totalmente dall* increlcenza, è
dalla moleftia, che n’abbiamo, bramando vói torlo d’ akuno, non conviene, che
adoperarvi di renderlo perfùafò e convinto, che ciò che quefto produce non ila
realmente nella perfòna odiata, e fpiacevole, ower eh’ e’ fia in fè ingiufto, e
irragionevole ; (ebbene per efler quefto un affetto, vaglia il vero, di natura
pravo, e cattivo; e imperò potendo fèrvir di grande incitamento a molte azioni
prave parimente, e cattive, fi pofla di vantaggio fargli badare a tutto quello,
che fi abbia per virtuofò, e buona in altri, ed in effètto non lo fia, o che fi
reputa malo, e non fia tale ; Or quefto fteffò modo e quefto medefimo metodo
dobbiate tenere,* e ofierVare rifguardo tutti gli altri affetti ; perche fèdi
tutti favellar ne doveffì partitaménte, non ne verrei giammai a capo, e
diverrei forfè a voi fteffò non che a me nojolo, e rincrefcevole ; tutta volta
non deve lafciarfi in filenzio, che fè pur avvenghi, come può di leggieri
avvenire; uno per confùetudine, o per coftume, ovver per natura fi vegga più
verfò un affètto, che verfò un’ altro pieghevole, dove fi voglia quefto
ritrarre alle noftre voglie fia ir re DE‘ principi fia meftieri deftar in lui
anzi quell’ affetto in cui fi fcopre proclive, che un’ altro molto diverto, e
vario da quello ; Verbigrazia infingali pur, che Titio fia molto timido, e vile,
e che ci venghi a grado di ritrarlo dal male, ovver ad un’ azione buona, e
virtuofà ifiimularlo,* egli non v' ha fenza dubbio, altro miglior mezzo per
riulcirvi, che fporgli al dinanzi tutti quei mali, e quei perigli in cui
peravventura potrebbe egli incorrere operando a filo capriccio, e contro il
noftro confèglio; anzi come colà degna di fomma ofiervaggione è altresì da
notarfi, degli affetti generalmente parlando, ch’eglino tra li lor giudi, e
lecitimi termini riftretti fiano per noi d’ un utile impareggiabile e raro in
modo, che fè pur non f'ofTè così difficultofo, come egli è, di sfornircene nel
Mondo, verrebbemo con efiì a perdere parimente un infinità di agi e di co m
modi, che n’abbiamo . Annoveratemi le virtù proprie della volontà. Quelle fono:
Temperanza, cifra di fè medefimo, ovver della propria perfona, cafiità,
liberalità, modefiia, diligenza, pazienza, fortezza, amor inverto gli altri,
manfuetudine, amicizia, verità, e gùiftizia. Co .1, ir? Cominciando dalla
temperanza, ditemi che colà fia ? Ella fi è un abito, o per meglio dir una
virtù morale, che confìtte in ben determinar il noflro appetito rifguardo al
mangiare, e al bere giuda le leggi della natura ; imperocché dovendo noi ne’
cibi, e nelle bevande, così come nell* altre cole aver la mira tèmpre all*
utile, e alla notìra falute, ed imperò vedendoci tenuti badar romeno alla lor
qualità, che alla quantità, l’ obbligo, il dovere, 1* uificio d* un’uomo
temperante rifpetto a quefì’ ultimo, egli è di non appeterne tè non quanto
quello fine domanda ; vai a dire, tèi quella quantità, che per la falute, e per
la contèrvazione di fe medefimo la fi richiede,* e riguardo al primo, cioè,
alla qualità, egli è me(fieri, che fi porti da medico con lui defilò, e ponga
mente per lo continuo a tutto ciò che li può mai giovare, o nuocere ; quel cibo
tèltanto generalmente parlando, tener dovendoli per molto buono, e làno, che fi
lente di leggier ilmaldito nel noflro ventricolo, e che vaglia a promuovere il
trapelamento delle parti ; imperocché non abbiamo sù ciò delle regole filtè, e
flabili ad oflervare, ne poflìam troppo trattenerci, e di tèverchio a contègli
de* Medici, non men per non eiTèr tutte le colè comunalmente a tutti utili, e
profittevoli, che per la poca evidenza, e certezza di quelli precetti, eh’ eglino
n’ imprendono dalli libri della lor arte, come sforniti totalmente^ privi di
quelle ofièrvaggioni da cui fi ritolfero . Non credete voi $ che polla egli
llabilirli .qual quantità di cibi fi richiegga per un uom temperato, e ben
ordinato? No,* poicchè per la diverfità del corpo fè nc richiede in uno più che
in un* altro, come che per alcuni legni fi polTa lènza dubbio daciafcun
conofcer, e comprendere quando giufla ella fi fòlfe per lui, e convenevole, e
quando fi abbia ufcitodi cotali termini, Ditemi quali lon quelli incominciando
da quelli della lòbrietà . Li principali di quella fono la leggerezza, e
l’agilità delle membra dopo il no(Iro pranzo, o la cena, ed il dormir con
tranquillità, e lènza, alcun interrompU mento . E quali dimortrano il troppo
riempìmento? Gli opporti a quelli, cioè, la lafle2za delle membra dopo tavola,
e la gravezza, o fiacchezza del capo, per là mutua, ed ilcam* ; jf 9
itèambievole corri fpondenza, che v’ è tra quello, e T noflro ventricolo,*
(ebbene il ioverchio cibo ha tèmpre di meno fàrtidio per verità, e pregiudizio
per la teda di quel che lo fono gli eccelli del bere . Z>. Ma come mai per
uom fi conotèe (è il mal provenghi dalla qualità, ovver dalla quantità de* cibi
? In più modi ; porto però che fiam ben (àni, p liberi di quelle pafiìoni, che
fòvente fi veggono difordinarci, ed efièr di un grart impedimento alle
funzioni, o azioni noflrc animali ; imperocché per ciò (àpere, non tèlo
paragonar noi polliamo, e far comparagione.della quantità de’ cibi dell’ultima
cena con quella dell’ antecedente, e dello flato del noftro corpo in altri
tempi, in cui peravventura ci rimembriamo aver fatto utè> delli medefimi con
il pretènte, m’ altresì dall’ incommodità, che (èntir fi fogliono tanto in
tempo della digeftione, eome i rutti, gli ardori interni del ventricolo, i
dolori di tetta, ed altre di tal fatta, quanto dopo, e (pezialmente nell’òre
mattutine, come le languidezze, o Iaflazioni, che dir vogliamo delle membra,
dsendo tutte, e tali colè, ed altre fimill tègni certi ed evidenti della mala
qualità de’ cibi ; fcnza nulla dir delle feerie, e dell’ orine, che ito che
fògliono non che di una buona digeflione, di ciò parimente renderci ficuri, D.
Sup» Ecco qui un faggio .di quelle regole portate per regolamento della propria
fallite, in quella parte della Medicina, che comunalmente la lì dinomina
Igieine, o Dieta maggior chiarezza de ’ nojìri leggitori ridotte olii feguenti
capi, Dell' elezzione del P ària • Un aria dolce, ed amena, e temperata la il
erede la miglior del Mondo, e la più falubre perdei vita ; comecché Ji loda
pure, e Jì abbia in qualche pregio quella de ’ luoghi campejìri, o alti, e
fventolatì in modo, che agevolmente if gravar Jì pojfa, e fcaricarjì de’ fu oi
effuvj ; V altre tutte differenti da quejlejtan calde, o- fredde, fan umide, o
fecche, ofan denfe di foverebio f anno come molto nocive agli ammali e dannofe
; imperocché primieramente il troppo calore dell'aria ifeiogliendo altre sì
troppo il nofro f àngue, e con rilafciar li pori della nojìra pelle più del
convenevole fa cenD. Supporti quelli principi dunque 1 * intemperanza che fi
reputa comunalmente, e fi hà, come un vizio contrario interamente ed opporto
alla temperanza, non confìfte, eh’ in dirigere, e determinar l’appetito quanto
alii cibi, ed alle bevande in un mo L ' do cendone ifeorger al di fuor a J,
udori eccejfivi non vai chea debilitarci oltre mifura;e al rincontro il fuo
freddo eforbitante refringendo a maggior Jegno quejìi bocherattoli, ofian pori
9 e con ciò fervendo a ojì acolo, e di impedimento alla rejpir azione e ’ può
si fattamente ifpejfir gli vomori, e tonde n far li, eh' e' vengano a recarci
addoffo infiniti morbi^ciòè tutti quelli, di cui la fp effe zza fuol ejfer
cagione ; avvegnaché F eccejfo del freddo veramente fa di molto minor dannaggio
per il nojiro corpo, che non è F eccejfo del calore . In oltre la fiover chi a
umidità rila fida, e fieude in eccejfo le fibre del corpo, e con ifpigner gli
umori a gran violenza, e forza inverfo le parti efferiori fa che di legjgri vi
f accolghino, e fifa gnino, e con ciò venendo del tutto a cor rom* perfi, e
viziare, fono F origine in noi e la caufa dì varj, e diverfi affetti catarrali
; e ffl rovefeio laficcifapiu del tfi&ert cpl dijfec* ‘ care, do tutto al
roverlcio di quel che fi richiede per la noftra fàlute ; e poiché la volontà in
noi vien tèmpre niofTà da qualche motivo, 4 c per contèquente imperò deve
eflervene alcuno per cui uom brami un cibo, o una bevanda di qualità, o di
quantità anzi contraria, che confacevole a lui medefimo; altro per (corta, o
guida non avendo colui, che • ! \ w care, e rafcìugar incomparabilmente il cor*
po facendogli perdere V agilità, e la dejìezzQ delle parti lo rende inabile,
per poco e netto al moto ; (ebbene l' aria calda, e umida fa affai più
peggiore, e pregiudiziale alla folate di quefle, come quella, che piu d' ogni
altra vaglia a frodar negli animali degli fi ruccheVoli, e cont 'aggicf vomori
; e finalmente dove abbia Joverchia ifpijjezza, e denfìtà, e con quefia una
fopr abbondanza d* ejfiuvj come quella de* luoghi fotter radei, e fenza ufcita
y ifpeJfendofiH umori,e cond enfiandoli li di [pone ad una infinità- dj
rifiagn(fowtti,e di differenti malori con effer ben foverite''altresì la
cagione de Ili Affogamenti degli animali ; quindi è, che le càfe>e l* abitazioni
nonfi figliono lungamente tener iibanvCe, è Quelle fatte di ritenta v • non
‘"" che dalle leggi della natura lì diparte, che li proprj lenii ;
egli deve crederli, giuda eh* io m’ avvilo, non per altro 1* intemperante ufi
li cibi, e le bevande in qualità, o in quantità più del convenevole, e del
giudo fé non per il gufto, e per il piacere, che vi rincontra. M- Quello è ve
ri (Timo ; e vaglia il vero per muoverci ad evitar quello vizio, ed averlo
in.abbominazione e in odio, ballar dovrebbe T aver a cuore la nodra vita, e la
propria falute, rendendoci certi appieno, e peiTuafi del nocumento, e
pregiudizio grande, che ne pofiìam mai ritogliere; im L a . pe non fi abbitano
fe pria non Jiano ben diffeccate, e riafeiufte, o per via de fuoghi, e de' f
uff umigj purgate, - m 2 . * % Pelli Cibi e delle bevande, Egli fi hh quafi che
per una regola genera* fe ffavellandfi de ’ Cibi fodi, e non flùidi, che li
migliori, e lo piu f ani Jian quelli, che fi veggono meno fogge t ti a
corromperji, e a futrefarjì ; e -che quanti più f obietti vengano^ ' e Jem ?..
i*4 perocché dall’ amore, e dall* affetto, eh* abbiamo alla noftra
confèrvazione non miga disjunger potendoli e fèparare il gufto il piacere,
quanto è vie più quello e maggior di quello, che dalli cibi, e dalle bevande raccogliefi,
tanto più e, prevaler faprà in noi, C dominare portandoci ad abbonir, come
conviene, e renderci alieni da ogni, e qua-, lunque fòrta d’ intemperanza, e
ifregolatezza ; e comeche a ciò niuno giunger vaglia che pria non (àppia quello
cibo, o quella bevanda per la fca cattiva qualità, o troppe quantità li rechi
danno, aliai pochi non però fi veggono di quegli che badano que e femplicemente
al gufto preparati, cotanto piu giovino . Quindi ne Jiegue ; 1. Che V erbe f
ano migliori eftremamente pii* delle carni, comeche quelle che rin ferrano in
fe maggior copia, e abbondanza d' acqua deir altre, fi tengono in minor pregio,
e per meno falubri ^ li. Che delle carni quelle che fon d' una tejfttura non
guari ne dura, ne fr agile jorne quelle di va. Del Moto, Oltre tabu O'sa
elezzione dell* aria, e de* cibi per la J alate, egli Jì richiede altresì un
moto moderato della per fona, e fatto a tem. fOy . 1 7 r Per la qual cola infra
gli uffizj, che l’ uom deve al fuo corpo, eflendo la contervazion della propria
vita, la fanità del corpo, il fàperli ben guardare, e munire centra ritigiurie
delle ltagioni, 1* integrità delle membra * e ’1 trattar d’ acquiftar tutti gli
abiti Convenevoli al fuo (lato, e acquiftategli, efercitarli, e mette rliin
opera ; da 'chi che brama aver di fé quella cura che aver deve fà meflieri,che
ogni fio Audio, e tutto l’ intendimento rivolghi a cotali co* fe ; poiché in
ordine alla (ita vita * uopo è, che fi rifletta quanto mai reputar fi debba la
(ua perdita con ragioni prete dal fuo proprio flato, come a dire col por mente
a Ipiluzzo a tutti li beni, eh’ egli da quella po, cioè, non miga dopo pranzo ;
eh è potrebbe ejfer dP un gran impedimento alla concozion de' cibi, e in luoghi
debiti, come fon per efem pio gli aperti * 0 li campejìri, che fono li migliori
. Vaglia il vero venghìamo da tutti affé urati e ref certi, che come quejìo
ufato in quella guifa, che voi abbiam detto, giovi a confervar in moto il
fangue, e mantenerli il calore, non che per . la robujìezza, per la gagliardi,
e per V agilità delle parti, e per al-tri iere, e alla fùa famiglia* e agli
altri recare; niuno nafcendo per fe me~defimo,ma foltanto per Dio, e per gli
altronde è che ad uomo competer non pof. fa giamai dritto alcuno, ne poteftà
(òpra la propria vita ; e per nitina ragione al Mondo debba affrettar la fua
morte, effendo ciò lo (letfò che rubellarfi, e fòllevarfi contea Dio, giuda fi
moftraron di fèntimento li migliori infra gli antichi Filofòfi; ( r) come che
gli Stoici foli avellerò tutto diverfàmente fentito, in guifà che i Romani
avendo la maggior parte da Giureconfulti avuti da cotal fetta, non filo niuna
pena iftabilirono contro coloro, che volontari a (r) Cic.inCit.è de Rep. I. Vi.
p. io?. Ateneo i. 4* p. itj. Caujabm.p. 1S4. PUt.in Pbadon. Piotivi. \X.En~ nead.
1. Senec.ep . 70. p. tri si fatti commodi, ed agì : potendo fedirci di
vantaggio fpszialmente per un gran preferì vativo e argomento a poterci da
morbi Cro « nici liberare, non che dall’ippocondria ; e dall' etica f opra
tutto con quello del cavalca re : cosi al rincontro la f 'ua mancanza, e la
foverchia q f àe*e venendo il nofìro corpo pref. fa poco ad ifnervare, ed
qffiebolire lo renda ina - tariamone trattato avefièro ufcir di vita, ma
altresì come Validi li tefiamenti ne fofiennero,e l’ultime volontà ( s ). Anzi
alcuni non foto infognarono, ma ne diedero fin nella propria perfòna della lor
dottrina l’efèmplo; come di Caronda, di Cleanto, di Crifippo, di Zenone, di
Empedocle, di Democrito, e di pochi altri dicefi ( / ),• che nell 1 ultimi
lecoli altresì ebber di quelli, che ne prefèro le parti, e contra ogni ragion
li fèguirono;ed il medefimo fi può dire riguardo alla propria fàlute, efiendo
ogn’un tenuto por mente alli commodi, e agli agi, che da eflà fi poflòn mai
avere, e agli jncommcdi, e difàgi, che portan (èco i, mor ( f ) i {Ip'utn. D,
/. ^8. Paul. I. 39. ( c ) frodar. 1 . 1 a. p.Si .Lattant . de /alfa fapientìa .
/. 8.C.1S. ( u ) V. Alla erudlt.nd ann.iyoi. menf Maj., inabile del tutto al
travaglio, e alla fatica, e con fargli vmori foverchìo grojfolani divenire, e
che le digejìioni az/venghino fuor di tempo, infermiccio, anche e mal fano ; ma
egli è uopo avvertirebbe dopo un moto violento, e forzato non f debba tutto di
rimbalzo come egli dicono, darjì alla quiete, e al riposo, ma pajfo pajfo * acciò
mediante V infenfì bile morbi, di cui, vaglia il vero, farebbe lènza fallo, di
gran nofro giovamento, che a quefto effetto fè ne cercaffero,e fe ne
ilifcoprillerò le caule . In ordine poi all* integrità delle membra in tutto il
corfo del nofro vivere, e in ogni moto, e fito del nofro corpo, uopo è badare
attentamente alli danni, che comunalmente fi veggono alli incauti avvenire ; e
veggendofi per efperienza, che li fènfi in noi per l’ eccefiìvo, e
fìrabocchevole ufo, che ne facciamo, ven; ghino la lor virtù a perdere, ed a
(minuir di forza, cioè, che P applicar gli occhi per efemplo alle cofe minime,
e piccioliflìme, o troppo difcofie, e lontane, o vicine, d’afc fa i fracchi la
vifta, e la difminuifca; J’-oreebile trapelamento delle parti agiatamente
fatto, fi dileguino le particelle faline e fulfu • ree del j angue . * Pel
fonno, e della vegghia. Ma ninna cofa vogliono, che vagli vieppiù il nojiro
corpo a fcemar di forze e debilitarlo quanto il troppo Jìar defio, e la lunga
vegghia. ' eh' . i?f * T orecchie a rumori troppo violenti, e grandi, ovvero a
filoni foverchi vehementi efpofii perdano l’ udito ; e ’1 medefìmo egli lìa
trattandoli degli altri /enfi ; non abbifogna miga ufarvi negligenza, e tra£
curagine, In ultimo rifpetto all’ abito, e al domicilio, di cui fiam in dovere
forbirci per poterci munire, e difendere dalle fiagionijè mefiierj, che fi
oflervi non meno il decoro s e far che I* azioni libere fian Tempre mai in
concerto, che aver fa mira agli averi, allo fiato, ed alla propria dignità, eperfonaj
come che dicendo io di. efièr in obbligo provvederci d’ ab K * "2 eh'
impero il fonno Ji abbia per la nojlra confermazione a reputar £ ima ejirema
necejfitày e bifogna ; come che fi richiegga ufato pur con moderazione, e
regola % y effendovi meramente alcuni, che ne fiano piu degli altri bifogno Jì,
come quegli che fono in una continua meditazione, cioè di un temperamento molto
umidofopra tutto però Jì avverta a far buona elezzione de' luoghi per dormire,
ejjcndovi alcuni come i foverchi caldi per efetnplo, che fono meno comendabili
e f aiutati de' freddi, stemperati, V. Dal, 4’ abitazioni, e di vedimenti per
liberarci, e (campar dall’ ingiure delle ftaggioni, non intendo miga aderire
non efièrvi altro motivo per cui alPuom convenghi ciò fare ; imperocché in
ordine agli abiti, li noftri (enfi venendo modi (avente, e rifvegliati dagli
oggetti, e per mezzo di effi ponendofi (pedo in moto l’appetito, egli ogni
ragion vorrebbe, che facedìmo nel noftro corpo ufo di quegli per coprirne, • e
nalconderne quelle parti, di cui pur troppo i( tacer è bello, altresì dove non
vi avek V, Della fup effluiti, e degli efcrementù Molte fon le regole altresì
che ci vengono preferite a queflo riguardo ; ma noi non ne riferiremo, che le
principali, le quali ridar fpojfono a quejie, cioè . Che le f ape fluiti e gli
efcrement\ tutti generalmente parlando, lungamente rattenuti fano di un gran
difea* pito alla falute .Che quelli che fono fcarrichi di foverchio, q fciolti
di ventre debbano di gran lunga evi « tar il freddo del corpo, e fpezialmente
quella àe', fe alcun timore degli incommocji de’ Tempi j è rifpetto alle calè,
e abitazioni, converrebbe parimente averle per cuftodir il noflrO 1, e per
attener pio agiatamente àlle noflrebifoghe; e preparar il necelfano al noflro
foftemamento, non che le ftanche membra rìftorar col tonno . Quindi uom vede
quanto profittevole, e giovevole e’fia per ciafcuno trattar di 1 far un abito
da poter riflettere, e badar anche alle cote piccioliflìme, e di niun rilievo
per non la/ciar nulla a dietro nelle colè . grandi, e di maggior momento. ' ‘
D. Che colà è diligenza? ‘; fri. E una virtù confìflente in ben determinar la
fatiga, e’1 travaglio, non che tutti li noftri efercizj giufia ìe leggi della
natura ; imperocché efiendo colà pur cer• M • >, tiiTì, . ' . ^, de piedi .
Che lìfudorì volontari gfovwo fuor di mi fura a quelli che fon cT un
temperamene to umorofo . Che la fa Uva ef'endo d* un gran u » e ffZ\ a .
dwjjìove j e per la def rezza, e l agiltta delle fbr e non Jì déhba Jempre cacciar
via ^ e rigettar al di fuor a ; ed in ultimo eh iUoifo Venghi adoperato molto
di rado ) e moderatamente, ejfendoyi alcuni tempi come tilTìma che 1* uomo
ingegnai* fi debba in tutti modi di aver tutto ciò, che può mai abbifognargli
nella vjta per fodisfar, Com’ e* conviene al li lùoi obblighi, o ulfitj, non
puòdalènno dubbitarli, che non debba efTer afiiduo nella fatiga, e nel
travaglio, e non lalciar occafione alcuna àddietro eh* efier gli polla di
frutto, o di guadagno all* accrelcimento de’lùoi averi,* ogni volta eh* egli
polla farlo a gloria, e loda dell’ Onnipotente, e lènza 1* altrui danno, o
difeapito ; potendo egli avvenire, come il più .avviene d* ordinario, che per
vecchiezza, o per indilpofizione, o per altra contrarietà della fortuna, in
apprellò non polla s ne abbia cotàl agio, e commodo ; co Il-l I v ' ’ Vegli
effetti 3 e delle paffonì. ' > ' ’ r ’ r • • I ^ ' Ter quel che riguarda
quejìo particolare fionji ha nìunacofa di rilievo dalla medicina j onde tra per
quejìo, e perche fe ne favella /# . cofa che fa cono (cere, e comprendere ì
quanto giutfo, e’ fia, e convenevole badar per 1* avvenire * e non confumare,
di bot. to 1’acquieto ; Li vantaggi, che mai lì ritraggono dall’ elèrcizio
Coverebbero bacare a non renderci neghittofi, e pigri, m’ amanti, e vaghi dell’
abito, o Ila virtù di cui di prefente favelliamo,• come che il noftro
travaglio, e la noftra fatiga deve regolarfi lèmpre in modo, che nulla mai M a
di " ! 1 !» 1 . ! * » x sufficientemente /opra, non /limiamo ne ce far io
difenderci di vantaggio. Velie regole proprie per la falute di ciafcunoy o per
V età, o per lo fijfo, o per lo mejìiere o per lo tem per amerito. Oltre quefie
regole generali vi fono di quelle che non rif guardano, che lo /pedale ; ed
alcune perfine particolari, o per f Jtà,o per lo fife, o per lo temperamento o
per lo pro~ prio mejìiere . Incominciando a trattar delle prime, e di quelle
riguardano tonfati feto al dinan di fatata giuda teftè detto abbiamo, veru ga a
perderli, o il decoro, e la giocondità della Vita a /cerna re ; poiché non v’ è
colà lènza fallo, che fia cotanto commendabile, e lodevole, quanto d* un uomo
eh’ in tutto d’ offervar proccuri y e tenere una via di mezzo, eflèndo per poco
tutti gli eftremi vizioff. V. Che cofa è Pazienza? M, E una virtù, che ferve a
diriggere, ed ' • v fri- •: (i io ) Libo la* c. io ; . ; ftieri fòffrir
pazientemente, e patire quelf che non fi può in guife alcuna fra fto mare* e
rimetterci in tutto ài fuo divino * e fanto volere ; e ciò tanto più, che
fecondo dàlia fperienzà s’ imprende l’ impazienza ad altro mai non ferve, che a
fard 1* avverfi•; tà, e 1* infortuni vie più maggiori divenire, e intolerabili
; Avvegnaché (òpra modo giovar ci polTà per quanto fia poffibile ' il
prevenirli anticipatamente, e nelle cofe feconde, e profpere avervi mai fempre
la mira, o con applicarci a più, e più cofe trattar in effe di diftraerci nel
miglior modo primo anno da far far loro akufo de ’ cibi * e delle bevande per
non renderli infermicci in mille modi, t cagionevoli 5 anzi è bene anche /appiano
il f onere hio cullare, che fi ha in co* fiume comunalmente di far per tirar lì
ragazzi al fonnó, fovénte rechi loro un dif capilo, e un danno notabile ; vero
è però che il fonno nelli primi mefi, quanto egli è pih grande Jane to vie pitt
avér fi deVe, per meglior fegno *> e per marca di fialute, come al rincontro
la vegghia oltre P ufato è fempre fegno y e indizio di qualche morbo .
Rifguardo all'aere il temperato è il più comendabile e lodevole per ejji t e un
modo del Mondo ; di vero la vita dell’ uomo ( dice un attore Terenziano ( x )
egli è come il giocar a dadi, in cui tè quel putito - non ayviene, che tu
appetti, abbilògna che l’ arte corriga la fortuna ; onde, giuda ’ Epitteto, ( j
) perciò non v’ ha meglio, che . guardarfi di non applicare la propria
avverdone, e il proprio appetito in colè, eh* . in nuila da noi dipendono, e
rifpettòa quelle ( z ) che fon il (oggetto del nodro - amore, o del nodro
piacere, o che pur vagliono per qualche noftra bifàgna è medieri che fi
difàmini attentamente la lor natura, incominciando da quello che meno vaglia ;
imperocché fe mai un Vetro, oun pen ( X ) Adtlph. atf. IV. fc. VI ri ( y )
irXEIFIAIOR f.7. (;z ) li il. c. s. è 9. 10. 11. n. 15.14. i?. #ei I, e an
refpir, amento al meglio che fa pojfibile libero ; quindi li bagni lor Jt
credono altresì pojTono ejiremùmente giovare ; comeche tutta la diligenza e
cura deve ejfer mejja in mantenerli di ventre liberi quanto f può, e fciol-i
tip giunti jbe fi Veggono a tempo in cui toglier Jt debbano dal
latte,abbifojjia, che lungamen* . te (ì facci no ajìener non men dalle carni,
cb* eglino miga vagliono ancora allor a diggeri* M 4 re Digitized by Google
.184 DE' PRINCIPJpentolino, per efempló, avvien, che ci piaccia', e diletta,
perfiiafò vivendo noi quanto e’ fia di natura corrottibile, e fra- gilè, dove
per avventura mai e* venghi ; a frangerfi, o fiaccarli non verremo per' ciò
miga in difturbo, e perturbagione, Ei p' ìxcés-is 4- v X ee y a> y* l ' !my
i fi ir pittai viw, 5 yO(iiva>v, (lìfiJHro unKtyuv, ómìór tri v, cip 9
" O’fMKpi'itt'Wr upX'óptivos . ai xvrpav ripypi-, ont xórpcat
rtpyas.Kctntttyti* c»s yàp mùnti, « . a» * iraxhor axjrts Kcentttpr X>ji, H
yuttcùx-oc, om ausSabnrov] ’x.x.nu'piKàs «p5uuóvno M. Un abito, o virtù che
ferve a difporre, • e diriggere 1* azioni dell’ uomo nell» pericoli che fi ave
zzinole éójUtmino far tutto Ordinatamente, e con decoro, non che li lor
travagli, e li lorfiudj, cui per avventura in un età giujìa, e convenevole fi
danno, avvertendo dì vantaggio, che quefii vengano ammifurati in gnifa, che .
il lor ingegno efiremamente non fi infievolii chi, e debiliti, ' \ \ r In oltre
pafiando ad altro ; egli fi ac cornane da a vecchi figuir tuttoccib,che fono
cofiuma 1 ceflìtà, eflèndo ciò contrario del tutto . j reai mente, ed oppofto
alle leggi della Natura, e quell’ eccedo appunto, o vizio, * a cui comunalmente
diam nome di audacia, o tracotanza rOr finalmente quefti erano gli uffici, gli
obblighi, e li doveri dell* uomo fòlo nello fiato Naturale e non altri. D. Ma
perche voi favellando peravventura di quelli, che non riguardano che lo
fpirito, abbiate altresì tratto di quelli, che aveano attenenza al corpo, e
allo fiato -efierno ? M, Per . aggevole d’afiai e facile, dove pur cosi . v*
aggradi, ridurli sù quelli tre capi di cui vi feci motto fin dapprincipio;
imperoc* che qual malagevolezza-, o difficultà mai r. potrete voi rincontrare
in conofcere ; Che quanto da noi fi diflè della volontà, e del. » rieeffer una
feguela dell' applicazione e del ripofo ; .come eh e V ufo del cioccolati o di
tempo in tèmpo poffa firvir molto per fortificar loro la JìomaCo, e rimetter lì
f piriti nell'applicazione efauJtiyWn che per corrigere gli acidi del fan*
gite. Al rincontro, a quelli, che fon peravveng tura Deputati, e desinati a
travagli ^ e fattolo e pili dure i e gravo fe y fi concede feur amen* te U bere
y e il mangiare in più gran copia, ed abbondanza di quejii ultimi, ma fono
avvertiti d' effer cauti, ed avveduti di evitar del, tutto ribaldati, eh' e'
pano le bevande fredda ingenerale, potendo lor ìquefle apportar feco ricchezze,
agli abiti, ed altre così di tal fatta non abbi attenenza, che al noftro •
flato efterno ? Onde ecco pur tutto con un motto rimeflo in quello
afiertOjeordinanza che voi lo defiderate,*ed egli è cofa t in realtà di gran
rimarco oflervare,come tutto interamente quali che da fonte, o forgente trat*
to s abbia da non altro, che da quella, noflra maflima generale: cioè, che
l’uomo debba far quantunque più può, e sà a foo vantaggio e utile, fempre. mai
che far lo polfa - ‘ 'delle diarree,foccorrenze, cacajuole ed altri malorifmili
. In ultimo venendo a quel che rifguarda la diverjtia de' temperamenti,
primieramente per quegli, che di f over chiofopr abbondano di fangue ì egli
vien fommamente lodato un a e* • re molto, temperato, un vitto affai naturale,
e fempliciffmo, un cibo di groffa corffjìenza, e una gran moderatezza nel vino,
e nel fon120, non che negli affetti interni de ir animo • Secondo per li
colerici, e li biloffji approva, oltre un * aere altreiì temperato^un cibo
liquido ^ un vino acquofo, e il ripofo, e il forino „, anzi, ' m continuo e
regolar fi, • poiché quell’ azioni, che fi riftringono per efèmplo fòtto la,
temperanza vengono da quelle ifteflè leggi, dirette, e regolate, da cui fon
rette, e ordinate quelle, che fi comprendono Cotto la giuftizia, o la fortezza,
egli v’hà ogni ragione d’ affèrire, eh* in effetto per parlar con maggior
proprietà, non fia eh’ una fòla la virtù umana, e quefta altro non fia, che il
viver conforme le leggi della natura, comeche gli uomini comunalmente o per non
rinvenirti niuno infra efii,che ne fia iru teramete ben fornito, veggendofì
altri eflèr fòi * » • l ^ r ni avvenendo dinanzi il convenevole tempo, li ;*
cibi aromatici, e difeccativi Vagliano ad emendare, e corriere fe non del tutto
; almanco 1 * in parte quefio difetto ; e come colripofifi Verrebbe ad acc re
fiere, ed aumentare in efft ' il torpor delle fibre' r coi ì al r ove [ciò,
median - 4 te il travaglio fi vengono quefie a render vie >' piu ferme, e
fide ;e il [angue, che a produrr re delli mocci in abbondanza è ben acconcio,
con quefio fciogliendqfi conferva tutt ’ ora il moto . Quindi per ejfi [ervir
pofiòno e valer parimente d* un ottimo, e buon rimedio li ne gozj, e P
occupazioni le piti ferie, e fafiidiofi del ì 9 i Ibi tanto faggio, altri lòl
tanto prudente, e niuno aver in fe congiunte, e unite tutte quelle virtù
particolari, over per formarlène un adequata idea fecondo la diVerfà, e varia
applicazione, eh’ eglino a Ior divelli e varj doveri ne fanno, le diedero vari,
e diverfinomi, o vocaboli, di giufìizia, di temperanza, e di altri sì fatti,
nella guifà appunto, eh* a quelle medefime leggi, per quella ilìelTà diverlìtà
d* applicazione, or Civili, or delle Genti, or Pubbliche, ‘ r or in altro, e
diverfo modo le appellino. • ì M. Si del Mondo . Quarto f crede commendabile
fopra modo, # lodevole per li Malinconici fpe zialmente un aerfrefeo, che
vaglia, e pojja molto frvire per accufcere il trapelamelo, t V refpiro della
lor pelle, non che Per agran* dire le particelle del J angue, li cibi / alzi, e
d* Una fece a conjjjtenza, una gran moderateti ta, e temperanza nel vitto, e
negli affetti, • in cui eglino fogliano per natura difettare ; e tutte le ccfe
ifcioglienti > che vogliono piai epojfcn in ejf promuover delli e frementi,
blighi 1 e li doveri dell’ uomo confederato di brigata con gli altri
rìfèrbarolli per materia d’ un’altro ragionamento. temperamenti mijìi ci fi
ammonifce, che frati tandofi di ejfi,fi abbia fempre mai rif guarda a quel eh ’
in noi predomina, e fignoreggia, Or. \ quejio è quafi il principale di quel che
da Me» dici vien preferito per coloro, eh' efiendo in una buona fai ut e y o
difpofizione amano mante - * fiervifi ; il di pii *, volendo, fi pub come cofa
poco appartenente al [oggetto di cui fi tratta* 4 a ejfi ftejfi imprender di
leggieri . trattenimento U alunque volta per verità da me fi pon men« te, e fi
bada al diletto il quale hò io quelli dì fèntito in udirvi difcorrere delle
leggi naturali, e confiderò quanto egli fia profittevole, e vantaggiofo
all’uomo 1* averne contezza ; vera pur troppo ^ e certa mi credo, che fia l’
oppinion degli Antichi (a ) circa all* aver per indegni, e immeritevoli del
tutto dell’onore, e dei nome di Filofofi coloro, che non n’ aveano nel li lor
ammaefiramenti divilàto a lcuna colà, e mediante le proprie meditazioni cerco
ilchiarirle, e renderne ammaeftra- ti gli altri ; niuna parte realmente della
nofira vita rinvenendoli, giuda che per E appunto quegli confefiavano nè nelle
colè pubbliche, ne delle private, nè nelle fo* renfi, nè nelle domeniche, nè le
con noi ftefli alcuna cola facciamo, nè lè con altri, • chiunque egli fi fofiè
contraghiamo, in .cui elleno non debbano aver luogo, come quelle nella cui
ottervanza ogni ornamento, e fregio e porto della vita, e ogni umana virtù confifte,
e nel cui difpreggio, per quanto jer pur da voi imprefi, ogni vizio, ogni
laidezza, e ogni noftra bruttezza fi arrefta; Per la qual co là in apprertò in
me cederà ogni, e qualunche maraviglia, cd ammirazione in veder buona parte
degli miei uguali, per non dir tutti, o per propria negligenza, o defii loro
genitori 3 o di altri alla cui cura vengono peravventura commetti, o per un
comunal pregiudizio, ed afiai popolare reputando uno cotal fiudio per etti poco
vantaggio^), e utile, e nulla imperò applicandovi, sì difordinatamente Vengono
l’ altre fcienze ad imprendere, e direggere li lor efèrcizj, che dove credono
poter col tempo giovar, come devono, a (è, ed alla propria famiglia, ed alla
Patria, fi rinvengono all* ingrorto aver errato, e totalmente ingannati . Ma
cotali cofè, eh’ a noi nulla, o molto poco appartengono, falciando per al
prelènte per lèg uir il difeorfo di quello, ch^jer fi rimale a trattare, dopo
aver confederato P uomo lòlo NELLO STATO NATURALE, infingendo ora mirarlo di
brigata con gli altri, e in una focietà univerfàle, vorrei lènza
interrumpimento udirvi favellare degli uffizj, e doveri, ch’egli dovea in
quefto Rato fòdisfare. M. Quefti tutti inferir lì poflòno, fènza alcun li.
dubbio, da quefta propofizion generale : cioè, che 1’ uomo naturalmente in fe
fèntendo un infinito piacimento, e diletto dell’ altrui perfezione, 0 utile, o
vantaggio, che dir vogliamo, nulla inferiore a quello, eh* egli hà dalla
perfèzzion di fè Redo, dove dalle padroni non venghi travolto in contrario,
dirigger e’ debba, e regolar le fue azioni in guifà, che tendano non meno a
utile, e vantaggio proprio, eh* a quello degli altri,* imperocché da ciò che
reputar fi deve, e mirare per lo primo, e per lo principale di tutti gli
obblighi, o uffizi umani fcambievoli, o per meglio dir di quefto genere di cui
or trattiamo, come tanti corollari, Porifmati, e vantaggi, che dir vogliate, ne
fegue,* I. che non abbi fogni far ad altrui quel che non fi vorrebbe per fe
medefimo . II. Che fia meftieri corrifponderci tempre mai con un ifeambievoie,
e reciproco amore, imperocché dovendo noi goder dell’ altrui iene, e i'elicità,
come della propria, e averne del piacere, e della gioja, quefta non può in modo
alcuno disjungerfi, o feompagnarfì dall’amore. Cile dobbiamo in ogni- tempo operar
in modo, che N 3 niuno t abbia a grado la noftra infelicità, o miferia, e giudo
motivo di appeterla, o bramarla, purché far lo polliamo lènza muoverci un jota
contro alle leggi della Natura, la cui obbligagione è fempre mai la ftefla, ed
immutabile, eh* è quanto dire, renderci per quanto fia pofiìbile a tutti cari,
e amabili. Che non v* abbia ragion alcuna da renderci fùmofi, e altieri, o al
di fopra degli altri, ma che tutti fènza rifèrva, o eccezzion alcuna di perfora
dobbiamo infra noi tenerci per pari, ed uguali con darne con parole, e con
fatti della venerazione, e del contp in cui l’uno fia predò dell’altro fpreflò
legno al di fuora. Che non dobbiamo in niun modo metter in palefè, ed alla
(coperta 1’ altrui magagne, o difetti ; ma prender tutto quanto da altri fi fa
mai, o fi dice in buona parte, difendendo in tutto tempo, e avvocando 1* altrui
dima, e onore ; colà che fi dee far fopra tutto trattandoli de* calunniati, e
gravati a torto, non efiendovi altro meglior modo, o mezzo di quello per renderci
al Mondo ingraziati, ed amabili . Che non fi debba niuno mai offendere, nè
dannificare per niun verfo, altro non effondo in fatti, quello tutto, che
operar ad altrui dilvantaggio, e difeapito; il perche l’ off è fa, e ’I danno,
che peravventura ad altri facciamo fiam in obbligo in ogni tempo, ed in dovere
rifàrcire a ogni nofiro colto, e quello che da altri mai a noi li reca,fcanfàr
a tutto poter, ed evi. tare ; eflendo per una cotal ragione, e per quella pio
pofizion altresì principale, ch’ai di lòpracennammo, cioè, che L’ uomo far
polla Tempre quantunque più làppia, e vaglia a fuo prò, giuda e lecita in
quello calò di cui fi tratta la difefa . Che Egli è certo, ed indubbitabile,
che tutti noi fiam obbligati, e tenuti operar in guifa, che P azioni naturali
corrifpondino in tutto, e concordino fèmpre con le libere con aver un medelìmo
fine ; II perche Pappetito al coito efièndoci fiato dato dalla natura, e
concedo per la propagazione, e confèrvazione delia fiefià fpezie, ed imperò
efièndo un azione del tutto naturale, egli è mefiieri, che per quanto dipende
da noi, non lì adoperi giamai, ne s* impieghi d i ve rfa mente, o per altro
fine. D. Egli conviene adunque, che colui veramente, che fia vago d’ effer
netto, e catto sfugga, e vita a tutto potere ogni forte di congiungimento
illecito, e contro le leggi, che non abbi altro per fcopo, o per fine j che il
mero piacere e la voluttà, come li ftupri, le fornicazioni, gli adulteri, ed
altre sì fatte fòzzure, e bruttezze, con trattar parimente di dilungarli da tutto
ciò, che vaglia mai ad iftimolarlo, e portarlo a quello, e vietar tutte le
parole, le gefia, e P azioni lafcive, per cui ne pofia rifultare quel gufio, e
quella compiacenza, che il piu delle volte porta (èco al di dietro.quegli
movimenti critici, li quali con dedar in noi di fovverchio r e rifvegliar li
fenfi, fanno, che la ragione totalmente fi, addormenti • M Li, aof AI. Li
motivi per cui fpigner ci dobbiamo edilporci alfacquilìo di una cotal virtù
fono quegli fteflì per cui devono eflerci in abborrirhento, ed in odio li
piaceri ; onde di quelli avendone parlato (òpra alla diflfufa i non fa meflieri
qui ripeterli al di nuova; Comeche convenghi oltre a. quelli, che fi badi
altresì alle pene, ed agli gaflighi che in ogni ottima, e ben regolata Reppubblica
vengono dalle leggi inabiliti per - li fìupri, adulteri, e altri si fatti
delitti ; ' ed avvezzarli di buon ora a sfuggire, e vietar Ogni occalìone, che
pofTà fervi rei di motivo per portarci a qualche azione libidinosi, e cattiva.
D. Come definite voi la modeflia ? M. Per un abito della noflra volontà, o per
meglio dire, per una virtù di ben determinare, edifporre fazioni appartenenti '
all’ onore, fecondo le leggi della natura; Quindi il modello, fèbbene operi in
modo, v che Ila degno d 9 onore, e di flima, non però egli la brama, o 1*
appetifeé; ed in ciò differilce dalf ambiziolò, il quale al rin' contro brama
gli onori e gli appetilce, ed andandovi al dì dietro più del convenevole pecca
nell 9 ecceffò ; e fi diftingue altresì da colui ch’éfièndo d’ un animo vile
fòverchioj ed abbietto pecca nel difetto ; imperocche avendo noi della
compiacenza, e del piacere del conto, o (lima in cui fiamo prefio altri, ed
imperò venendo tratti dalla gloria delle noflre iflefie perfezioni, può
quefla,fenza fallo,fervircidi un gran (limolo a condurci Tempre mai e portarci
per lo dritto fenderò a grandi, ed eroiche imprefè ; II perche fi viene a
conofcere in un ifleflo mentre l* error di coloro, che confondono non meno 1*
amor proprio, che • nafce dalla virtù di fè ftefiò, con quello, che non nafce
che dal vizio, efiendo 1* uno molto vario, e diverfò dall* altro, e il pri . mo
non così come il fecondo da riprenderci, e biafimare ; che la modeflia con
quella battezza e yiltà d' animo, in guifà, che • ; per torre alcuno d*
ambizione fi fludiano a tutto potere d’ ifpignerlo jn quella, eh’ è { un vizio
per verità miga inferiore a quella, facendo che la perfòna molto poco fi caglia
delle virtù morali, e delle morali non ne fègua altro, che 1* ombra . Di Come
adunque fi può mai far un ambiziofò ufeir di fua ambizione ? E di fbmmo
meflieri ; I. Che capifea qual fia il vero onore, e come quello non dipenda
miga dalla perfòna onorata, ma fòltanto da colui, che onora, il quale abbi
fogna anche che fàppia formar buon giudizio. Ch’ intendete per amicizia? M. Un
amor vicendevole infra due o più perlòne, palelàto, e dato a conolcere altresì
con uffizj vicendevoli, giufta le leggi della Natura ; non ettèndo ad un amico,
inverfo l’altro lecito giamai, ne permetto far co fa per menoma, eh’ e’lia
contro quelle. Quindi acciò tta ferma realmente, e Itabile, e collante un
amicizia, e non ft (ciolghi cosi di leggieri egli impiegar fi deve tutta la
diligenza, e la cura del Mondo nella (celta degli amici ; comechs ettèndo in
vero co fa molto malagevole, e difficile che fi rinvenghi un amico del tutto
intero, e buono, come fi vorrebbe, e potendo di leggieri avvenire che fi fia
errato nella lecita, e che 1* amicizia contratta fi fciolghi, o perche l’amico
voglia da noi qualche cofa non ben giufta, e buona, o per altra cofa sì fatta ;
il più ficuro modo, che fi può tenere nel praticare, e converfar con 1* amico,
egli è quello, che dir Iblea Biante, celebre tra* Greci Filofòfanti, cioè, di
enervi si fattamente circofpetto e avveduto, come con colui, che col tempo può
per avventura divenirci contrario, e nemico,* del retto quefta è una virtù, ed
un abito, che fi acquitta e ottiene, come tutte P altre noftre virtù, e gli
altri noftri abiti, per via di molti atti ; come a dire : con P amare da vero
l’amico per le Tue virtuofe, ed eroiche qualità ; col praticarlo, e fìar con
etto lui, e col godere in ogni momento del bene di lui, come del proprio; A
ogni modo non mi fèmbra neceflàrio arredarmi qui in farvi vedere la neceflìtà,
che abbiamo di far un cotal acquiftojbafìa dire, che doppo la virtù, l’amicizia
pofla e vaglia a formare la nottra felicità, e che abbracci tutti gli flati,
tutte le condizioni,' e tutte le differenti noflre età ; ella giova a ricchi, e
a potenti per far ufo della lor fortuna ; a poveri, e fventurati per aver
qualche folìegno, e lòllìevo; a giovani, per aver chi lor confogli, e dirigga ;
a vecchi perche può forvir loro d’ appoggio ; e a quegli che fono nell’ età
virile,* per fornirli di favori, e di affluenze ; e lafoiando ilare, che la natura
ftefia ci porti a quella virtù, avendo altresì ne’ bruti, e negli animali
inferito certe inclinazioni, per cui quelli della medefima Ipezie fi portano
tra elfi ad accoppiàrfi,ed a unire ; nelle Città e nelle Repubbliche la
concordia, e l’amicizia de’ Cittadini fi riguarda come una parte principale, ed
effènziaìe del{a felicità pubblica . D. Ma ditemi un poco; egli dubbitar non
potendofi, che il vocabolo amicizia fia detto, e dirivi dall’ amore, e non
amandofi da noi ugualmente ogni colà, quali fono quelle cole, che fono
veramente amabili? M. Di quelle n* abbiamo tre Ipezie ; altre colè effondo
amabili, perche fono buone, o per fe llefiè, come le virtù, o relativamente, e
per qualche circoftanza, come li cibi per rilguardo della noftra làlute, o le medicine
per le malattie ; altre, per arrecarci del piacere, e della giocondità, per cui
altresì diconfi buone ; ed altre per efièr utili (blamente, e di qualche
emolumento, che le fa parimente aver per buone; Quindi ne rifùltano tre fòrti
d* amicizie $ 1* una - di cui, come fondata sù il vero bene, ed utile ( dico
utile, prendendo, quefto vocabolo giuda al noftrofignificato ) è vera, e
perfetta ; e l’altre, non riguardando, che o il bene apparente, o la
giocondità, o T utiltà volgare ; non fono che imperfette, e fecondane, ed
improprie ; come che altri v* aggiungano pur una terza, che la defini fcono per
una reciproca inclinazione e propenzione d’ animo tra uomo, e donna, fènza
alcun moto fènfibile, e la chiamano comunemente Platonica ; ma tra perche
quella dalle più delle Genti, fi hà per una amicizia attratta, e miracolo^,
negardo elleno quegli principi Platonici, mediante a cui fi (oppongono nelle
mentì create, fènza alcun opera de’ (enfi, e ifcolpite, e imprette le forme del
bello, e del buono, ed avendo per certo, che quetto: impeto, o inclinazione
come proveniente da (enfi, in etti purtt mantenghi con tutto rigore, e forza,
giuda alle naturali leggi, a mifura, che ne fian capaci ; e perche ne *
defideriamo favellarne con p'ù agio a più - convenevof tempo, non ne facciamo
neppur motto per al prelènte . D . Perche avete voi per imperfette quelle
amicizie, che riluttano dalla giocondità, e dall’utile volgare ? . M. Sì perche
una con quella fperanza cefc fando l* amore, cotali amicizie non fono di lunga
e gran durata, sì perche la vera, e perfètta amicizia, non condite in altro, le
non in voler bene all’ amico, per Pam ir co. / Quella pratica, che fecondo voi,
fìa di meltieri in tutte 1* amicizie, hà ella luogo nelle amicizie tra
fuperiore, ed inferiore ? il/. Senza fallo; a ogni modo deve efler aliai rara ;
li fiiperiori di leggieri annoiandoli degli inferiori, in modo, che farebbe
meRieri alle volte, che fi dim enticalfero del lor Rato, fe folle potàbile . Ma
con quali modi lì può mai conolcer bene e comprendere una perlòna, che li
confiderà per amica ? M. Con praticarla qualche tempo con indifferenza, ed
ofiervar elèttamente quanto ella facci, e quanto operi; come penlà, per
elèmplo, come parla, come ama, come odia, e come fi duole ; quindi giovarebbe
molto a far tali olièrvagioni particolari dove blfognarebbe, conolcer
universimente li coftumi degli uomini, e le diverfe loro inclinazioni nelle
loro diverte età, e nelli lor Itati differenti, con fàper per efèmplo I.
Riguardo all* età ; che li* Giovani eflèndo di gran lunga dominati dalle
paffioni, e principalmente da quelle del fenfò, venghino da quefte di leggieri
trafportati, e vinti, come che fèmpre variano per fazietà, e leggerezza, e
Ciano in oltre di fdegnofi, ambiziofi nelle gare, in nulla attaccati al danajo,
liberali, /empiici, aperti per la poca fperienza, anzi imperò anche creduli ;
lieti, fperanzofi per lo gran favore del lor (àngue, vergogno!] per non creder
altro lecito, fuor di quello, che apprefero dalle leggi, e dall’ educazione ;
magnanimi, vaghi più dell’onefto e della lode, che dell’utile ; e perciò amici
di compagnie, e di convenzioni, e di tutte le fòrti di amicizie gioconde ;
nemiciflimi della mediocrità nelli lor affetti, peccando mai fempre nell’
eccedo, e nel difètto, o che amino, oche odino, o faccino altro ; e come
facendo ingiuria ad alcuno, non la faccino miga per malizia, o per recar a
colui danno nella perfòna e nella roba, ma fòltanto nella dignità, e nell’
onore ; e ultimamente compafhonevoli, e pietofi, avendo ogni uno per megliore di
quelch* egli fìa in effetto ; che li vecchi tutto al Popputo, non eflèndo nel
fervore, e nell’ aumento de* /piriti, non fìanò d* ordinario /oggetti, ne*
/ottopodi a trafporti, ed operino mai /èmpre con lentezza ; e geneiaimente
/ìano malizio/!, diffidenti' per la lunga /perienza, dubbj, timidi, queruli,
fàfìidiofi per T anguftia, e povertà del lor /pinco ; avari per non riguardare,
che il commodo, e 1 * utile proprio; di gran memoria, ed imperò garruli, facili
a /degnar/!, comeche non duri il lor {degno per il freddo dell’ età, morti
nella concupi/cenza, e volti del tutto al guadagno ; e dove avvien che faccino
mai dell’ ingiurie, e delle /convenevolezze, le faccino veramente per malizia;
Infine e’ fiano mi/èricordiofi come li giovani, febben quefii per umanità, e
quegli per imbecillità ; malinconici, proverbiofi, e di un animo molto badò, e
rifiretto ; e che quegli, che (ono in un età virile, e di mezzo fiano di
cofiumi temperati, come a dire eglino non fiano ne troppo audaci, ne troppo
timidi, non credano, ne difcredano ; e il mede/imo fia dell* altre pa/Tìoni ;
li. con cono/cer rifpetto allo fiato, che li Nobili per e/emplo fiano
ambiziofi, fumo/!, morbidi, tenaci de’ proprj tituli, e che vadi. no apprettò
più ali' apparenza, che alla lòtta n-iìanza ; che li ricchi, per 1* abbondanza
fiano ingiurio!], fuperbi, vaghi di Juflò, e di delicatezza, arroganti, ed alle
volte anco incontinenti, fe mai divenirono ricchi di frelco ; e che li potenti
abbiano coltomi pretto, che limili a quelli, come che lor moderi in parte la
gloria, e li tenghi al dovere; e così degli altri, che fi giungono di leggieri
da quelli fieflì a comprendere . Ch’ è quello, che ci rende amica una perlòna?
• M. Il farle bene, V ettèr amico de’ lùoi, il corri pattlonar la, 1* ettèr
verlò lei liberale, modello, temperante-, gentile, trattabile, faceto ; e in
una parola la virtù, ci può rendere cari a tutti, ed amabili, giufta che
potette apprendere, dà quel, che al dinanzi notato abbiamo, parlando delle colè
amabili . Come dunque ai consèrva l’amicizia? [cf. Grice, the apory of
friendship in the LIZIO. Col mezzo della BENEVOLENZA (other-love –
conversational benevolence), o del volerli bene Icambievolmente, non che con la
concordia, o con la fede vicendevole nelle co fe agibili ; e con la beneficenza,
o liberalità. Cont. L’ amicizia perfetta ammette ella moltitudine ? Fil. Mai
nò, tra perche in ella fi ricerca un amor del dritto naturale. 2 i 14. C g )
Dei ih 9. 1 . 1. . /. . f. de pani s Grot. in fior, fpitrf. PbUoJìr. de vii.
Apoll. nurn. 5?. Dsuter. . P/trullp. ^ I J ?2C *16 d e* p'R in c i p j -r '
grandi Grettézze, e bifogne, {botanti motivi, che mover ci doverebbero ad effei
ne veramente amanti, e farne un continuo ufo, oltre lepromefie, che a veri li
moli ni eri nelli Sagri libri della noftra Santa, e Veneranda Religion rivelata
fatte fi rinvengono. Che intendete per verità ?. JM. Un Abito di ben diriggere
lenoflre azioni conforme le leggi della Natura nel com - municàre, e ridir ad
altri li noftri fonti - menti: imperocché colui, eh’ è veramente amante, e vago
del vero, non men fogge, ed ha in abbon imento il falfo, che la \ fìmolazione,
e la bugia. D. Difpiegatemi quelli ultimi vocaboli: fimulazione, e bugia . M.
Col primo intendo quel difeorfo, che vien fatto tutto al rovefeio di quello, che
in noi fentiamo, ma fenza alcun danno altrui, o noflro proprio ; e col fecondo
quello medefimo, ma accoppiato, ed unito col pregiudizio proprio, o degli al•
tri . Qujndi è, che il dir il falfo, e la fimolazioné fia fogno propriamente d’
uom fonza cofcienza, come colui, che proferi> foe delle parole contra
quello, che in se 'fonte; comecché la bugia fia una còfa affai ; più
deteftabile, e biafìmevQle della fimolazione, aniuno ettendo permetto offènder
se medefimo, e gli altri ; anzi quella ogni volta che fi vegga effèr 1* unico
mezzo per giovar a noi, ed a gli altri, può fenza fallo divenir lecita, e
permetterli, non ottante che per legge Naturale rechidendofi, che vadino fèmpre
mai in accordo le azioni in. terne con 1* etterne, fèmbra fèmpre per se mala,
eù illecita . II perchè fi vede altresì, che non fi debba giamai far ufo del
noflro difeorfò, e della nottra favella, fè non cattando per mezzo di elio
nulla fi venghi a notti i uffìzj, o doveri a mancare, eh’ è quello in cui
confitte il filenzio : virtù che, fi potrebbe a gran ragion ditti ni re, per un
abito di non proferir cos’ alcuna contraria a nottri doveri . E vaglia il vero,
ella non -è men comendabile di tutte P altre virtù, potendo fervi rei di gran
lunga a vietare mille, e mille inimicizie, che potrebbono forfè dal contrario
operare, provenire, e per molte earriche nella Repubblica, che conferir non fi
fògliono a chi ne fia sfornito, e privo ; oltre una infinita d’ altri vantaggi
. Ma diam propriamente noi nome di conteftazionì alle parole, che fi prò feri
feono in fegno, ed in tettimonio della fin* cerità, e fchiettezza del nottro
animo : avvegnaché fu mettieri notarli, che non .dovendofi nulla fare, fènza la
ragion /ufficiente, dove non fi dubbiti di noi, nè fi metta in forfè quei che
noi diciamo, ma fol quando per efler creduti, abbifogna, e conviene . Per tutto
ciò quelle, che infra quefte meritano più dell’ altre la nofira ' attenzione, e
rifl^flìone fono li giuramenti ; imperocché quefti effendo un* invocazione, che
per noi vien fatta di Dio in vendetta del falfo, che diciamo, credendolo autore
d’ogni noflro bene, e vendicator del male, che commettiamo pe'r Io rifpetto,
che dobbiamo alla Maeftà divina, non fi devono per niun verfb proferire fe non
in colè di gran momento, effèndo i cofà fòmmamente fàg rilega, ed ingiufia
invocarlo in cofè leggieri, e di affai picciol preggio. Q/iid ejijurare (dice
S. Augurino nifi j us reddere Deo, quando per Deum j i/ras ; jut filili tui:
reddere, quando per filios tuo: jura : . Quod autem ju: debentù : falliti
nofira, filiis nofiris, Deo riofìro ; nifi charitatis, feritati :, è" non
falfitati: ? eum dicit quifque per meam falutem, falutem fuam Deo obigat :
quando dicit per fillio: fuo:, oppignorar t)eo fillio: fuo :, ut hoc vcniat in
caput ipfo rum i ' /pud Groi.'m fparfjioribi rum, quod erit de ore ipfiui ;
fiverum,, Z'trum, fi falfum, falfum,* cum ergo fi /iosjuoty Vd caput Juum, S'f/
falutem fuam quifque in Muramento nominata quicquid nominat obligat Deo .
Oltrecchò Epiteto ancora ( n ) con ii foli lumi della Natura, vieta (dice) a
tutto tuo potere, totalmente 1 è mai può eder il giuramento, o fe ciò non puoi
avvenire, tratta ufarlo quantunque piq di rado fia poUTbile . Ipxov vtpiÙTnat,
« {iti tuorrt, ài St che Venga con A Jd ua h nói) fummo noi medefimi gli autori
del no* Uro inganno: o non fi fian tali, che fciorre non fi pofiono inguifà
alcuna lènza il » dannose il pregiudizio dell’ altro • III. Che qualche ejlerno
fegno dichiarato, o che queflo conffla in parole, o in fatti ; avvegnacchè n n
fa fuor di propofto far qui avvertire, che per Dritto Naturale non f conofca
quel divario o quella diverftà, che le leggi Romane ammettano infra Jìipulq, e
patto femplice, e infra V obbligatimi, che fciolgonf per Inr di- » fpofzione (
ipfò jure ) fòlutione, in fòlutum, datione, acceptilatione, o con altri sì
fatti modi : e quelle, che terminane per Infoia • equità, o eccezzione . Li
mezzi più femtilici, e piti acconci a torci d* impaccio dogni obbli • gagione,
giujìa il Dritto Naturale, o che provenga da què' patti, che la producon
pfltanto da un lato detti, o di anelli, che la producono da ambo de * lati,
detti «T iirwpx, o f tratta di quegli in cui fe ne viene a / tabi lire una
nuova, fa da una Parte fola, fa da tutte le parti, che li Dottori nominano,
pacìa obbligatoria, o d'vquelli in cui quella, che dinanzi ffl abili f toglie
via, e diconf pacta liberatoria, o nafca ella da altri patti sì fatti, clafcun
promettendo con condizione, che ^li fia dall’altra parte ofièrvata la
promefifa, fe vi, fia mai qualche motivo da dubitarne, di ragione coftringer la
polfa, ed obbli egli non fono, che quefiì ; cioè ; la fola zio ne, 10 sborfo,
il pagamento di quello, chi è do • vitto al creditore, il rilafcì amento
volontario gratuitamente fatto al debitore dal medejìmo creditore, il mutuo con
f enfi de ’ contraenti, che concorre, e fi unifce a fciorre un obhligagio ne
che fia dell 9 uno, e deir altro lato, il ri-compenfamento, che mai fi pub far
di debbilo, con debbi to, /’ inejìfienza della condizione, con cui fi è fatta
rébbi igagicne;La morte di alcuno de ’ contraenti, dove /’ obbligagione fi fu
contratta colla fola mira a lui, ed alle fue qualità per fonali, /*
efiinguimento della cofa per cui fu fatto il contratto, la novazione, eh’ è
quando fi rilafcia a uno, e gli fi rimette quel che egli dee, ed in luogo di
quello fi riceve nuova obbligagione, e fifa nuovo contratto \ • ed infine
altresì la delegazione, eh ' ' è quando 11 debitore conviene col creditore e fi
concorda di cojiituir in fua Vece chi, ebe a cofiui più* aggrada, e piace ;
egli fembra ragionevole r attener ci in quefie femplicit à, finza affollar.
]binarla a ciò fare al dinanzi, che non fi complica da lui, o almanco indurla a
dar ficurtà, e cautela di (òdisfarla . IV. Che li patti fatti non potendofi in
apprefio da uom fciorre lènza il conièniò dell’ altro, eflendo ogni un* in
obbligo, ed in dovere allontanar da se il danno, che gli può di altri intra
venire, ed incogliere, egli fia mefiieri, che pria ben fi confideri, e fi
ponteri quel che uòm promette, o faccia. V. Che adempiutefi da ciafcuji delle
parti le promefle, s’intenda altresì adempiuto il patto, e ceffi l* uno d*
efler all’altro obbligato, e tenuto ; anzi fe mai avvenghi 1’uno li mofiri
contento, che l’ altro non adempia la fila prometta, merita d’ averfi altresi per
fòdisfatta, e la fiia obbligagione per fpirata, ed efiinta. VI. Che
nell’interpretazione de* patti le parole, e li vocaboli pigliar fi debbono
giuda, che fono comunalmente in ulò, non efièndovi ragion alcuna in contrario ;
e dove le parole fiano d’un \ 1 di faverchio le nojìr e oj/ervazioni, che
pojjbno contro delnojiro intendimento feivir anzi d’imparaccio y e di confusone
per li principianti 9 thè per /chiarirli CQme conviene . DEL DRITTO NATURALE.
d’ UN SIGNIFICATO AMBIGUO, O DUBBIO, INTERPRETARSI DEBBANO in guisa che non
vengano in se niuna RIPUGNANZA O CONTRADIZIONE AD AVERE e CONCORDINO mai tèmpre
col fine, che giuda ogni credenza, ebbero i loro autori, non potendoli già mai
uom cotanto tèiocco, o tèimonito rinvenire, c* abbia voglia contradire, e
ripugnar a se fiefiò con azioni con tra rie, ed oppofte al foo fine ; Comechè
per difiinguer cotali obbligagli, che non ne provengono, che dà quelle di cui
fin ad ora abbiam fatto parola, par che cpn ogni ragione dir fi potrebbero
quelle condizionali, e ippotetiche, e quelle a dolute. Af. Checché fiane di
ciò, vaglia il vero egli è un grolfo errore, ed un abbaccinamento di coloro,
che andando alla cieca dietro alGrozio, e al Puffendorfio, e patti, e
contratti, e dominj confondendo, cd aflfafiellando infieme in uno, trattano a
lor potere renderci perfoafi, e cèrti, che tali cotè punto non diflferilcano,
ne variano, e tutti ebbero una medefimaiorigine, cioè, derivarono dall’efièr
ellinto infra gli uomini quel fervore di carità, e di amore, con cui fi amarono
fin dapprincipio ; ed avendo li Romani Giureconfulti il nome di contratti
propriamente a quelle convenzioni dato * che far, fi fogliono circa quelle
colò, che fono in commercio, e paflàr pofiòno ? o debbono nell’altrui dominio ;
e patti' a 1, rincontro chiamate quelle, che fi fanno in colè di una natura
totalmente differente dalle prime, e che fon fuori d’ ogni commercio ; fi
credettero cotal differenza efièr propria del Dritto Romano, e ignota al
Dritto. Naturale; penfàndo, che fè gli vomini fi avefièro mai corri fpofto con
quel • reciproco affetto, ed amore giuffa che fon in dovere corrifponderfi, li
patti farebbero fiati infra effì di niun.ufo;imperocchè,gli uomini in quefìo
fiato, avvegnaché por' tati fi folfero, come eglino dicono, ^volontariamente a
far quell’ iftefiò, che op Icambievolmente fi obbligano fòdisfàr con quelli, da
quefto però non v’ha miga ragion di conchiudere, che fiati fi fòffèro all’ ora
invalidi, ed inutili ; fenza che giu. ffa ben fovente detto abbiamo, eflendovi
. molti uffizi >* che naturalmente fiam tenu'/ ti fodisfàre inverfo tutti'
gli uomini, e nort . verfò quefti,«o quell’ altro in fpezialtà r rifguardato in
quefto, o quello fiato, egli fi potea altresì nello flato naturale dpve gli
uomini .fi fodero amati con un Santo ., e .. caffo amore ritrarre dalli patti,
e dalle t xpromeflè quefto vantaggiosi determinare, e ye e relìfingere quelli
generi d* uffizj generali inveriti quella, o quell* altra perlòna in
particolare. Che intendete voi per contratti? Quelli patti, che vengon peravventura
V. a» tarli per lo trasferimento de* dominj delle cole . V. Come s’
introduttero mai quelli dominj, nel Mondo? M. Ellinto tra gli uomini quello
Ipirito, e quel fervore di carità, e di amore con cui dapprincipio
corrifpondeanfi,e lì manteneano lungi da ognidittènzione e difcordia, la
communione delle colè, che era tra ellì, divenuta un occalìon continua di ride,
e . di piati, e da dì in dì rendendofi vieppiù Tempre moietta, e difficile, fi
pensò aliatine venire ad una divisone in modo, che ciafcuv no contentato fi
fotte del Ilio, e n’ avelie potuto dilporre a lùo arbitrio, non difcoprendo
altro miglior mezzo per provedere alla commun làìute, ed al commodo genneral di
tutti, e far, che a niuno mancato a vette il bilògnevole per fòdisfare a’
propri doveri; Imperocché per lo dominio di Egli è fuor di dubbio, che dap •
prifj di una colà altro d’ intender non bramiamo, che un dritto, ed un potere
da poterli di quella lèrvire in guilà, che ad altri non fìapermeflò farne quel
medefimo ufo, che noi ne facciamo . D. Aduti principio giujìa che comunalmente,
da tutti Jì confeffa, o dalla maggior parte de ' dotti egli è almanco offerito,
le coffe tutte del Mondo Jt furono in una communione negativa, cioè del tutto
communi a ciaffcuno, e fuor di qualunr quejìgnor aggio, e dominio ; imperocché
effendo al ffommo, Onnipotente, Eterno Monarca piaciuto trear gli uomini, egli
non miga potea loro negar F affò di quello, ffenza cui il dono della vita ad
effìconceffa sfarebbe fiata drittamente piu toffo di gran imbar azzo jh e di
qualche preggio, e valore, e che dopo F amore, e la carità infra efft, eh' era
il ffojìegno di una \ì fatta communione, intiepidita alquanto, e
diminuita,refela dà affai malageJ vole, e difficile, e di mille, e mille incom
modi, e diffagi abbondante y Jì foffe paffuto ad una certa tale quale
imperfetta dìgijìonc ; 9 per meglio dire nella communion pofftiva, facendo, che
qualunque delle create cof e fata Jì J offe foltanto commune a piti perfine, e
noi ? già - X?.Adunqu®-fi può con tutta ragione da queflo conchiudere, I. Che
tutte quelle cofèda cui provvenir non ne pofTòno quegli inconvenienti, e
difòrdini per riparamento de’ quali, a voftro avvifò, s’introduflero al • Mondo
i dominj, come fon per pfempi :> • 1’acquaci! aria, ed altrd$òfe si fatte, non
. . CL' fia gìà di tutte * fecondo ch 'era al dinanzi, e ih co tal guija il
Gènere Umano con fa vatofi fcf fe, e mantenuto,Jlnc9e\ finalmente fpettta
totalmente la carità tra ejìó, e non apparendoci più alcuna J cincillà dì
qftelV' amor primiero, ma piatì, riffe, odj, e nemijià continue, fu meJUeri per
provvedere al beri, commune, ed alla fai ut s lìniverfale venir alla totale, e
perfetta divisione delle cnfe, e fiabìlìrne i dominj ; imperocché con forme al
colpo delle virtù giammai uomjì porta di ordinario tutto di ttnfubbìto, ma
paffo paffo,/? da grado, in grado ) cosi parimente egli procede ne ’ vizj ', e
nel male fecondo V ejperierrza lo d infogna ; comechè quelle cofe quali erano b
ajì ovoli, e fo- ‘ # vrabondanti a tutti, e per cui rtafcer non ne poteano
delle controverfe, o con ì’ altrui danno, quefti abbia poterti .’•* e dimoftro,
che quejìa podefà, e quefio dominio, c* ha ciaf uno del fuo, non f dfebba
impiegar mai in danno d* altri, e che ciò, che non f defdera, che f faccia a
noi, non f debba neppure ad altri fare, non jfembra, che pojìì per veri tali
principi * e c oncejf debba averjt, ragione di approvarla ; ejfendo ella del
tutto come ogni un sa malefa^e noe cedole a'debbitori ; * « il perchè poco
giova il foggfugnere in contrario, che ne* primi tempi della Repubblica.
Dcjur.nat.&gent.lib.i.cap.i3.f.j73.Hert.a4Ptt ^ fcntfor.V.io. 14 ^ ( 1 \ :
dall’efperienza s ? im prende, ben rovente taccia meftieri il dominio di’ una
cotà da uno paflar in un’ altro. Che non potendo niuno da altri richieder mai,
nè dimandare quel.che ridonda al coftui utile, e vantaggio, niuno fia in
obbligo, e in dovere di sfornirti, o itpogliurfi del dominio di ama co. H"
11. ; ca Romana fi ne fojfi fatto in quella del con - _ finito ufi, non
potendojì per niuno unqua a fi ferire, che i cofiumi de * Romani, 0 d' alcuna
altra Nazione del Móndo, 0 viujli, 0 ingiuJH, che fi furono, fi debbano aver
per norma delle nojire azionile mirar come tale\eà imperò noi vediamo, che gli
ultimi Impera dori del tuttofa riprovarono, e tra le antiche leggi Romane, per
cui Veniva permefid ì non f erono, che di ella vi fojje rimafio neppur un orma
( 4 ) 0 vejiigio > : e dello fiejjò modo fi mai fi corifìdera il Dritto
Antitetico, egli fi rinvenir à, che dove fia fatto a tempo, fia egli ben giuflo,
ed equo, ma non già fi egli fia in perpetuo, e continuo . Che non fi richieggo
molto per comprendere, der I’aggevolezza, e la facilità con cui voi favellate
di tali colè,• ad.ogni modo egli è colà di formilo rimarco notare, che Ebbene
dove la lòcietà degli uomini folle Hata tra pochi, la permutazioné farebbe Hata
baftevole, e fufficiente per Io trasferimento det dominio, avendoli potuto di
leggier con ella non men ragguagliar il prezzo delle colè, che fcanzar ogni
inganno . r » ^ 1 gliam dire, o il Dritto di poterla dopo morto, adir e, non
potendofi negare, e recar in quifiione, che ciafcano non pojjà il dominio delle
co fe fue dt prefente, o in futuro, tra ferirlo in uf? altro, ofide he viene,
1. Che le fuccejfio ni per Dritto Naturate regolandrfi mediante^ i pattile din
quejti richiedendoli il confenfo dell' una, e dell* altra parte, non
riconofcain modo alcuno un colai Dritto gli Eredi necejjar j, di sui favellano
te leggi Romane IL Che non. offa miga ne repugna difporre in parte a. tutto,
dell * eredità ? giufiq il fentimento de* Romani Qìureconfultì . III. Che V
erede, dato 'eh* egli abili a il confenfo, non pojfq in modo alcuno ripudiare*,
e rifiutar 1* eredità . E 11C Che fe il teflatore fi ha riferiate il dritte di
rivocare, ed annullare, T 1, afr no, ed ogni frode, che vi poteatqai
incorrere,* poiché r uno avendo deir altro bifògno, molto aggevolmente
rinveniva a permutar quelch’e* voleii ; non però nej progrefTò del tempo
aumentato che fu di . gran lunga 1’ Uman Genera, e crefciuto cotanto, qual, voi
di prefènte lo vedete, s avendo la fperienza fatto conofcere a’ mor’ » tali • r
• . '—- 11 ; 1 1 ' ' la fua di fp opzione, pojja e vaglia molto ben a farlo (7
) ; Il perde uom vede manifepa mente, thè da quejio dritto non pano inniun modo
lodati, o approvati i tejiamenti, fendo per verità fomma ripugnanza, e
contradizziòne, che un uomo voglia in tempo che non può nulla volere, e che
traferìfca il dominio di una cofa, quando non ne fa piu padrone, e f gnor £ ; e
poco gli giova fe V abbia, o quejìi, o quelV altrp ; fenza che il pii* delle
volte in quel punto ejìremo della vita, rinvenendoli ciafcuno in un Oceano di p
afoni, e turbamenti interni \p fanno delle difpojìzioni, che dove veniJJ'e mai
permejjò peravvetotura r arretrarf, ed ejfere in buon JennOyf ave rebbe del
pentimento, ejt vorrebbefertza fai io.. più affai degli altri projjìmi, /’
eredità pajft di mano in mano dagli uni agli altri, cioè, pria in quegli in cui
V affetto del morto fi ere de che fiato foJJ'e affai grande, e maggiore, e dopo
in mancanza di quefii negli altri, ver fio cui quello fi crede chefia fiato
minore, e cosi di grado in grado, efiempre verifimile il credere, che in tal
guifia gli uomini ri/petto a ciò fi convennero, ed accordarono dal momento, in
cui introdufi'ero i dominj, vedendofi utt tal modo di fiuccedere in ufio
apprefib le più antiche Nazioni del Mondo, quali fiotto gli Ebrei ed altri di
tal fiatta (io). Comecché rii petto afigli egU vifia un'altro motivo, oltre ìl
di già qui recato, per cuìfiano da anteporfi ' . ; . 1 ; ‘ ‘ . . nel . ' Num.i
7 . 5 . feq. Genéf.if.j.j.tf. et 4S.; i.Deut.ij; 1 6. 1 7. 1 .Reg. 1
.jf,Xenoph.Gycrop, 8.7.Taci t.de mor-Germ. cap.zo ' v 1 ' . s J tutto ciò, che
gli può mai efièr di meftieri per le neceflità, e bifògne della Tua vita Ma per
ritornar col dilcorlo cola J donde ci dirpartimmo, e favellarvi di nuòvo de’
contratti, eglino non efiendo, che meri patti, in elfi vien richièdo Hconfenló
delle parti dell* iftcfl'o modo, che li domanda in quelli, e fono invalidi, e
di niun vigo- ' re per le medelìme ragioni, come perelem pio', fe vengon mai
fatti per timore, per inganno, o fistio in altra forma contrarj al Dritto della
Natura . Quello però, che tra quelli reputali per Io continuo ulò, ‘che gli
uomini ne fanno il più celebre egli è ilcontratto di vendita, e di compra,, con
cui per una determinata quantità di danajo fi trasferire in altri il dominio di
cma qualche colà ; Quindi è fi. Chetraf* : ferendoli il dominio del noftro in
un altro • . v t • con nelle fuccefftOni de* loro padri a ogni, e qualanche altro,
cioè V ordine divino \ e h legx * ere del Signore Iddio, per cui venne
Jìabihlo, ed % ordinato, che quegli ottengano > e abbiano per mezzo di
quejìi la vita, e in confequenzu altreù li beni, fenza cui quella non potrebbe
ejjèr a lor riguardo d alcun ujo » . a/ 9 con patto, e condizione, che quelli
ci paghi una certa fomma, non li debba mai conlègnar la cofa per cui fi è fatto
il contratto al dinanzi, che quella non lì abbia . Che doveper lo dilatamento
del pagamento provenghi danno al venditore, que-?. ‘ fto aver polla il
contratto per invalido, e ' nullo, e farlo con chi più gli fia a grado . Che
dove il compratore lòdisfa, ' e paga il prezzo della cofa, giufta la
convenzione al dinanzi fatta, il venditore fia in obbligo, c in dovere
confegnargliela, perdendo con ciò il dominio, che pria vi avea ; IV. Che le fi
abbia mai convenuto di pagare dopo un certo tempo, richieder non fi polla il
prezzo, o domandare, pria che quello non giunga V. Che venuto il tempo in cui
fi convenne pagare j ilcomperatore fia tenuto, ed obbligato farlo, altamente
debba per la dilazione, il danno, che peravventura ne proviene al vendito• re,
rifarcire . VI. Che tutte le condizioni unite, ed accoppiate a quello contratto
dicompra,*e di .vendita fia di mefiieri lòdisfarle ogni volta, che fian giufie,
eque, e * conformi al Dritto Naturale . VII. Che rilàrcir lì debba aduom^tutto
il danno, che per quello contratto gli fi reca . Vili. Che fe la colà venduta
venga calvalmente R a danneggiata molto ^emp° prima, che fia . confegnata al comperatore,
come che fi fia il contratto di già ben fermato, fi debba il Hanno rifornire, e
rifar da colai, da cui fimanc£; e fè la di (azione^ nacque da ambe le parti,
ambe altresrfon in obbligo di rifornirlo.; anzi quindi fè n’ inferire, che ]’
uomo efiendo tenuto di far ad altri qyell* ifiefiò, eh’ è obbligato far a se
medefimo, debba l’ ufo del lùo, purché non abbia bifognb e necellità ad altri,
che ne fia mai bifògnofo, concedere ;avvegnacchè in quello cafo dandoli ad un
altro il Co Io ufo della, Gli non è fuor di propofito il credere, che gii
uomini tutti per natura Obbligati di vicendevolmente gli uni promuovere, ed
accrelcere il ben degli altri * ed in ogni, c qualijnque cofa badar non meno al
pi oprio, che al. pubblico »commodo, e TéiW za difparità di Volere, o diverfità
di confcnfo,o co^ volger vieppiù ad uno che ad un altro lo (guardo, amarli, fé
a quello obbligagione mai, come lor conveniva, (lu' disto avedèro (odisfare, ed
imperò, mantenuti fi fodero (èmpi e in una una (òcietà universe, ed in quella,
che dicono com» rnunion negativa delle colè (.b\ > non fi /farebbero Vidi
miga bifògnofì portagli a coftituir delle (òcietà particolari, d ’ alcune poche
in fìiora, npn volendo noi con quello vocabolo di (òcietà altro intendere, eh’
un •patto da due, o più perlone fatto per qukl’/ che fine, o per meglio dire,
per poter con le forze dell’ uno, unite ^ e congiunte a quelle dell* altro,
procacciarli qualche commune utile, ò vantaggio ; irpperócchò dal momento,
ch’ulàrono eglino, ed ardirono di mancar a quedo, quella primfera communion
delle cole tra edì, e’quella (òcietà dilciolta, per non poter nell’ edèr Uro
più aver (ùdìftenza alcuna, fi (labili in (ho luogo la communion pofitiva^ e
non guari dopo queda altresì, per aver la fpeliienza datala parimente a
conolcere abbon- . dante di mille, e mille incommodi, e di ‘ ' . fa V. tratt. u
i i . V, tratt. 3 f. . fagi difmefia, e lateia da parte dare, s’introdufiero,
come voi ben fàpete i domici. E in apprefiò per riparare fé non in tutto in
parte almanco alle brfogne v e alle necefiìtà, in cui ciafcuno, per quel
primiero difòrdine, e per quella poca carità, che l’uno all* altro portava,
quali in profondo, e tempeftofò mare nuotar fi vidde, non 'che immerfo,
conforme lì ordinarono de' commerci, e de’ contratti, così parimente mille, e
mille fòcietà diverte, e varie giuda I* umane bifògne metter in piè fi viddero,
ed apparire ; Il perchè dopo aver noi rifguardato p uomo belli partati jioftri
trattenimenti, pria telo nello dato Naturale, e dopo di brigata con gli altri
in una fòcietà univerfaJe, veniamo or finalmente a veder i fòoi obblighi, e
doveri In quelle ultime, con confiderar al dinanzi la natura della fòcietà in
generale, ed in ap • prertò difcendendo al particolare trattar a fpiluzzo di
quelle, che tra tutte tengono * il primato, come infra le templici la con-*
jugafce, la paterna, e quella eh' è di padrone e tervo comporta ; ed infra le
meno comporte le famiglie, come ‘infra le più cómpoftede Città fono e le
Reppubbliche . V- tratt.i.n.f. ì . *?f D, Di tutte adunque le' fodera del Mondo
non lu eh’ una lìdia l’origine, perchè tutte, giuda il voftro avvilo, non
sìmifero . in piè, nè fi formarono, (è non fecondo le diverfe neceffità, e
bifogne degltuomini ; anzi in tutte altresì fi ebbe uniitefiò fine, perchè non
fi rifgtiardò ad altro, fe non al commodo, ed utile commune de’ feci. Ma quali
feno le fecietà particolari, che farebbero fiate mai nel Mondo in ufo, fe
mantenuta fi fofiè ben falda, e fiabile la fòdetà Univerfale? Egli è fuor di
dubbio, che gli uo^ mini, ejjendo tutti in obbligo, ed in dovere d ì amorfi a
vicenda ; e /’ urto come noti nato per se medefmo, dovendo non che approprio,
anche all ’ altrui commodo badare,. quando cib tutto efat tornente ojfervavano,
non venivano a comporre che una focietà univerfale jj fa f dica V Eineccio, il
quale tutto /cagliando}! contro il Puffendorfo, che tratti avea, e d* affai
malamente inferiti tutti gli obblighi, egli umani dover ide Ila focieta/f oggi
tigne tofo ch\ era ucm tenuto foddisfar a tutti quegli che Là coniugale, e la
paterna, fe pur efièr non Vogliate del fèntimento de’ ftoici, che, come
racconta Lattanzio, che fi credevano,^ gli uomini vitti fi foderò dapprincipio
. fpuntar fuor della terra, 4 come or veggiaino nafcere li funghi ; onde per
aver un v idea ben chiara, e netta delle focieta, diftinguer fi debbono alla
ftefià guifa, che fatto abbiamo de* patti, in quelle che provennero dalla
mancanza di fcambievole affetto, ed amor infra gli uomini, ed in quelle, che
furono in ulò per al dinanzi, come da ciò, che apprefiò ne diremo aggevole fia
il comprendere . Or che riguardavano la giufiizia, V umanità e la benevoglienza
anche fe Jtato foffe pior di cotal focieta ; imperocché fecondo la definizione
della focieta, che qui fopra abbiam noi recato, e eh ’ egli non mette in
dubbio, fi gli uomini ciò fatto avefièro,come conveniva, fenza difeordar punto
tra efii lorojhe altro eglino venivano a comporre, fe non una focieta ? anzi da
quel che noijquì fopra dello fiato Naturale abbiamo mojiro, fi viene parimente
a conofeere la mel'enf aggine di colobo, chef credettero gli uomini in quello
fiato vivuto avef f>'° * 7 * £>. Or per verità ne’voftri principi
rinvengo, .jj li. lènza alcuna pena, la natura della focietà in generale ;
imperocché ogni focietà non efi - fendo, eh’ un patto fatto da più fedone unite
infieme perpcocacciarfi tutti cori un concorde volere qualche ben commune, o -
4 utile, fi può cop tutta ragion conchiùdere . I. Che la felicità della focietà
in altro non confitta, che in non rinvenire ottacolo alcuno, o intoppo in far
quell* acqui S tto,* - fero • allo 9 uifa delle fiere, e degli animali Jelvagai
; e che • Nec commune bonum poterant (pelare, necullis • ^ Moribus inter fe
feiebant, nec legibus uti. Comecché quanto ne feriva il Puffepdorfio y ( a ) ed
Obbes ( 3 ), non fa dì minor fojle gno : perche molti malori, come la povertà,
la fame, ed altri sì fatti, di cui eglino dico no, che fopr abbondati fojjero
quegli, che vif fero in quella età primiera f veggeno altresì Jòvente nelle
focietà civili, in cuborS è divi fi 1 (0 Lucret. I. 4 . v.jr?.,De oft‘. hom. et
civis II. 1. 9. (Ó DeCiv. dt in Leyiath. Js ‘, ito, per cui fu Inabilita . II.
Che fi debba da’ fòcj metter ogni cura, e ftudio in far tutto ciò ; che può mai
efiér per la lor fociem di qualche utile, o vantaggio con anteporre mai Tempre
il bene proprio al ben commune . III. Che non, fi polla (cior i ih niun modo d’
alcuny di quegli,• che vi ; « tòno al di dentro^fenza il contento degli altri,
purch’ egli non vi fia fiato introdotto o per forza, o per inganno, o per
timore, o non fia élla contro ildritto, e l’equità Naturale, ovver da'ciò a’
compagni non avvenga alcun danno . IV. Ch 9 ogni focietà fi finifcha, ottenuto
che fi ebbe il fine,per.cui fu fatta", come .ogni patto eh 9 è fia, vien
che un uomo è obbligato inverfo !’ altro uomo; e che conforme due, o piu
perfone aflocciar fi pofiòno, ed unir tra dì. loro per comporre una focietà,
così due, o pm focietà unite per un medeCmo fine ne poflon far un’altra. Ma
pollo per vero tutto ciò, eh a ogni focietà appartiene, venendo a quella di cui
voi vi fietc propofio tenerne meco un particolar fermane, come detemte di
grazia la focietà coniugale ? per una lòcietà molto femphee, ni. ta da un
mafchjó, ed una donna a fin eli poter procreare, e generar della prole, ea
affai ben edurcarla. Vaglia il vero per favellare fecondo li vroftri principi
fazioni noftre Naturali facendo meflitr, che convengano fempre, e concordino,
con quelle che fono in noftra balia, e arbitrio (/) e il coito degli ammali, o
fia la congiunzione tra rnafemo, e femina, efTendo fiata dalla Natura indi
tuita, ed ordinata per la propagazione, e consèrvazione della fpezie (g ), e
per ciò adoperar dovendoli dall’uomo, per quel che da lui dipende, per quefta
ifiefià ragione, quella lòcietà, dove non f»a formata che per quello riguardo,
non v’ha dubbio Tt’AttfX.n^ Traf / chV fia lina delle fòcietà conforme del
tutto a’principi della Natura; ma effondo ciafcun in dovere, ed in obbligo d*
amar 1* altro non meno di lui medefimo ( h ), ed imperò convenendo, che di
quelli, che fi veggono di recente u/cir ( alla luce del Mondo, e che non fanno
se medefimi educare fi abbia tutta la cura, e la diligenza pofiibile ; cui
quella fpetta di ragione ? .AUi medefimi loro genitori, poicchè effondo quelli
in vita, non v* ha ragione alcuna perchè una cotal briga addolfar fi debba ad
altri;onde la procreazione di nuova prò. • * le, non potendo in modo alcuno,
fopararfi dalla di lei educazione, in quefta fòcietà coniugale aver fi deve
nonmen 1* una che T altra ( B ) per fine ; avvegnacchè come da quello ifiefiò,
che detto abbiamo altresì ben fi comprende, quegli foli fiano tenuti li padri
educare, clje nafcono da congiun- / zioni befl certe, e leggitime, e di cui
vivon S $ fi» (h) Tratt.i.Hsi. (B) Quindi •viene, che fiano inabili, a formar
una tal focietà tutti, coloro, che non fono atti non meri per la propagazione
de? fi gli che per la lo* educazione . •V r, / DE* pRI*r C I*P J ' ficuri eh’
eglino fteftj fi furono, gli autori . V. Credete voi, che per un uotno pofla
ba” fiar una donna c per una donna un uomo? M. • Efiendo il fine di un? tal
fòcietà la procreazione, quello egli non è miga da met • terfi in dubbio,
pqtendofi in cotal guilà • lènza alcuna malaggevolezza ottener un cotal fine.
Ma vi è modo da /ciotte sì fatta lòcietà ? M. Nò ; imperocché ogni fòcietà
difeiorfi • non potendo pria, che fi abbia ottenuto il fine per cui fu
inabilita', comeabbiam noidetto al dinanzi, ed in quella efiendo me1 {lieti non
folo 'procrear della prole j m* al' tresì adoperarli di ben educarla-, e perciò
fare, e ridurla in un fiato, che non abbia neceflìtà alcuna de’ genitori,
abbifognandoviilcorfò di più, e più anni continuo, e’ convien che fi mantenga
da’ lòcj lunga-• mente, anzi fi conferva fin- alla Ior morte, > e lalcino
quella erede de’ proprj averi, Co-me Una lèquela della vita, che per mezzo di
efiì ottenne . Dunque quefia lòcietà naturalmente è in(òlubile ? • M.
Infòlubilifiìma • non efièndovi altro, che’l’adulterio commefiò da un de’
coniugati, che render pofià giufto in qualche modo, e ragionevole il luo
fcioglknento ; cioè, le la t la donna, o l’ uomo, venga mai a concek ' dcr ad
altri, che ne fia al di fuora Tufo del filo coi^o, e della fiia carne ;
imperocché in quello calò lòlo da un di quelli venendoli .contro' il patto
fatto nella foci età ad operare, e .ogni patto intendendofi fatto • con
condizione di adempierlo, dove F altro, con cui vien fatto non manca dal filo
canto altresì far il medefimo, quello (la la donna, lià 1* uomo, cui non fi
oflerva la fede non è in dovere neppur dalla fua par- te di olfervàrJa ( C ) ;
in guilà che fe ciò non avviene, egli s’intende la lòcietà di nuovo contratta,
ed inabilita . D. Of il di più, che mai appartiene alla natura di quella
focietà io ritrovo, lènza durar fatiga', negli flelfi volìri principi
imperocché da quegli vengo naturalmente a comprendere . I. Ogni focietà altro
in realtà non effendo, eh’ un patto,* e nelli ... S 4 pat*» Qui favelliamo
foltanto fecondo li lumi della Natura ; imperocché la nojìra J^e~ ne randa, e
Santa Religione neppur in quejìa cafo permette un vero e perfetto fcioglimento
l ma foltanto una femplite fepar azione di marito, e moglie, quo ad thorum . ]
patti richiedendofi di neceffìtà il confènlò di coloro, da cui fon fatti, non
fi pofià quella lòcietà coniugale cofiituire in modo alcuno fenza il conlènfò
di coloro, che la contragono; o che qualunque volta quello fi fu dato Iciorre
non fi debba in anprefi. fo da una delle parti, fenza il conlènio dell’ altra;
ed al rincontro dove quello manca o vien dato forfè per inganno, o per timore,
o per altra sì fatta guilà,’fia invalida, • e di niun valore, come ogni patto
fatto in . quello forma ( i ) . IL Ch’ efiendo ogni uno, eh’ è nella focietà
obbligato promuo- . Vere il vantaggio e l’utile di quella inficine con l’
altro, ed impiegarvifi dal canto Ilio, quanto più vaglia, debbano il marito, e
la moglie operar dheoneerto fèmpre a lor prò commune, e de’ lor proprj figli
con trattar del continuo, lènza mai celiare di augumentare, ed accrefcere
quelche può efier mai necellàrio per li bifogni,e per • gli aggi non meno
proprj, che di quegli, pur che far lo pollano lènza mancar in nulla agli
obblighi,e doveri, cui naturalmen* te e’ fon tenuti lòcjisfare . III. Che per
quella médefima ragion per cui conviene ch’ i focj operino concordemente tutt*
ora . per Tratt.i liutai . i8r per il bene della lòcietà, 1* uno rimetter
dovendoli al confèglio, ed al parer dell’ altro, ogni volta che quefto fi
conofcd più vanta ggielo, e profittevole del luo per quella, faccia mefticri
che la donna nella lòcietà coniugale per torre, e levar di mezzo ogni materiali
rifie, e di piati lègua il coniglio dell* uomo, e l’ ubbedilca in tutto,
efièndo quefto il* più delle volte di lunghi^ fimo Ipazio vie più di lei di
buoni conigli abbondante, e d' ottimi efpedienti fecóndo, come che non fia cola
miga fuor di propofito, quando bilògna, eh’ ella altresì ammoniltha il marito,
purché far lo.làppia a luo tempa, e luogo, lènza moftra alcuna d’ autorità, o
d’ impero IV. Che non potendofi aver per perfètta, e compiuta l’educazione, lè
non dopo, che i. figli aver poflòno un’ intera cura di se me* defimi, fiano
tutti li Genitori obbligati di locare, e maritar lé figlie con una dote
congrua, e proporzionata al proprio flato . V. Ch’ ogni lòdo efièndo mai lèmpre
il' padrone di quelche del luo abbia nella lòcietà portato, e non perdendone
egli quel dominio, eh’ al dinanzi n* avea, nè di quello all* altro lòdo
competer potendo mai nell* altro, làlvo che 1* ulq frutto, non pofià il marito
nella, lòcietà coniugale de’ beni t Noft. Att.] :. obbligo di far in modo, che
P azioni de* proprj figli fiano regolate, e rette giufta al dritto della
Natura, egli è meftieri da buon ora P avezzino e P accoftumino in guifa che non
manchino mai di foddisfare . a tutti gli uffizi, obblighi, e doveri che devono
inverfo.Dio, inverfò se ftefiì, ed in vetfò gli altri, ed acquietino in.ciò col
tempo P abito ; apzi per far che non abbiano tuttora bifogno di loro, e badar
pofifano eoi tempo a tutte le bifogne, e le necef . principio imbuta paternis
fèminis concretiotie, ex matris etiam corpore, et animo recentem indolem
configurat ; Neque in hominibus id fòlum, fèd in pecudibus quoque animndverfum,
nam fi ovium laéte haedi, aut caprarum agni alerentur, conftat fcrme«in his
lanam duriorem, inillis capilium gigni tèneriorem . In arboribus etiam, et
frugibus major plerumque vis, et poteftas eft,ad eorum indolem, vel
detreèfandam, vel augendam, aquarum, atque terfarum quae alunt, quam ipfius,
quod jacitur fèminis . Che empietà £ qi/efìa egli figgi ugne ì che modo dì
madre imperfetta ? peperifie, ac flatim ab fefè abjeciffe ? aluifie in utero
fàn gui * r » # v •# i» tut •* » • Jw \ proprio arbitrio efièndo fiato dato
a’padri per non faper quefii da se fiefli ben reggere i* J • ‘ ..* tutti, e
come cofa che richiede molto dipendenza, molto malagevole afarf. Egli vie n 1
riferito da Xenofonte, fecondo che fcrive Cicerone (14), Hercole tantofo, che
principiò a fare la prima barba, tempo, che fu a cìafcuno dalla natura dato
proprio per, elegger f qual fato di vii a f debba tenere, efer gito in un certo
luogo f alitar io., ed ivi.pff *a federe, aver molto tra te, e lungamente,
dnbbitato in qual delle due frade, che egli avea dinanzi, dove a muovere il
piede, e fe per quella del piacere, 0 della virtù j dato, eh' una tal podefià
tratto avejjì /* orichè quelli, che per quanto intefi comunalmente, fi nominano
tutori, Succedendo realmente in luogo di quelli, è meftieri, eh’ abbiano di
necefiìtà quell* ifiefiò penfiero, e quella fiefla cura delle perfòne, le quali
vengono lor commeflè > o per meglio dir de’ pupilli, che n’aveano quegli
vivendo, e ne amminiftrino gli avveri lafcia* ti loro; ed al rincontro egli è
colà d’ affai convenevole, che i pupilli inverfò i tutori fi gì ne dal dritto
delle Gentile ''me che non fia miriore quello del Obbejio^e del Vuff'endor fio
grattala quejìì dalla focietà, e quegli dalla oc c libagione ; vagliti il vero
è di gran lunga vieppiù -ragionevole V oppinion di coloro, chevo* gliono ^ cF
ella provenga totalmente da Dio ; ^perchè quefìi volendo che i figliuoli fi
conservino in vita, e ciò non effendo co fa che poffa in alcun- m r do avvenire
fenza V educazione de * loro padri, egli fi crede, che Dio voglia, alt r eiì
che li padri badino attentamente a quefìo, ed in conjeggienza abbino tutta
quella pode/tà che naturalmente a ciò Jì richiede, non effe n dovi alcuno, che
voglia un fine, fenza thè 9. elio Jìeffo mentre non voglia parimente i mezzi,
che a giu gner vi, e\ reputa nedffarj . . 2 9r •* fi portino in quello ifiefià
guifà, eh* e* fi portavano inverfò i proprj padri ; quindi conforme i contratti
de’ figli di famiglia fènza il confènfo paterno fon nulli, ed invalidi, così
altresì quelli de’ pupilli, fènza 1’ efprefiò, e tacito voler de’ tutori ; e
come per li benefizi, che i figli dalla buona, e ottima educazion de’ padri
ritraggono, devono efièr in verfò quegli fèmpre. mai riconofcenti, e grati,
così li pupilli per la medefima ragione ogni fòrte di gratitudine devono
inverfo i tutori ufare, ed ‘ amarli, e temerli, edubbedirli, come a quegli appunto
faceano; (ebbene non competendo a’ tutori de’ beni de* lor pupilli al-, * tro,
che 1* amminiftragione, e la podefià v di confumar de’ frutti, quanto può efièr
mai necefiàrio, ed utile alla lor buona educazione, alienar non pofibno degl’
immobili nuli’ altro, (alvo quello, che perciò fi richiede, e che non alienato,
0. (mal? dito, farebbe fènza fallo per quelli di un gran nocumento, e
difeapito; colà che, ‘mi crederei, nello fiato della Natura pria non fi
facefiè, che refi non fè ne fofièro fidenti, e confàpevoli gli agnati, e gli
parenti ; ed in difetto di coftoro quegli della medefima contrada, o vicinato,.
o gli amici del trapalato per dilungar da se, e tor T 4 re re ogni qualunque
cattivo „ e finiftrotò/petto, che altri mai formar nè potefiè; poiché in realtà
al Mondo non bada miga che fi operano da noi, e fi facciano delle colè ben
giufie,ed eque,* m’abbifògna altresì, che tutti 1* abbiano per tali ; H perchè
non è del tutto fuor di propofito per 1* iftefia ragione creder parimente, che
in quello ifiefiò fiato i tutori portati fi folfero a render un ben efatto
conto, e ragione della lor amminiftragione in un tempo fiabile, e certo,* come
a dire, compita, che fi avea la tutela a quefti ifieffi, che al dinanzi
cennammo ; c che non fiando bene danneggiar veruno, ed imperò dove avveniva,
che li tutori rendeano qualche danno a’pupilli, effondo tenuti di ri fa rio,
quando di ciò fi avea qualche fofpetto, niuno lènza il contentò di quegli
conveniva prefo avelie una sì fatta amminiftragione.Tuttavolta non elfondovi
alcuno in obbligo gratuitamente, e lènza mercè alcuna d’impiegarfi per
un’altro, dove peravventura avviene, che li pupilli, per una buona, e foggia
condotta de’ tutori vengono^ farli vieppiù ricchi,ed abbienti, egli fembra, che
debbano in ogni modo, abbordando delli flutti dj quelli beni, che quegli
amminifirano, compenforli in qualJ che parte al manco, te non in tutto della
I05, àft efatta diligenza ; avvegnaché in fatti do • ve quefti frutti*, o beni
che fiano, non baftano per la buona educazione, egli è di vero una colà molto
ingiufta, ed iniqua, il j ciò pretendere . Finalmente comunque ciò fia,da
quefti medefimi voftri principi fi ritrae, giunti, che quefti fi veggono a
fàper ben diriggere, e regolar se medefimi, Fin» compenza de’ tutori termina, e
viene a fine, come nello fletto mentre a terminar verrebbe, e finire la podeftà
de’ padri, il luogo di cui eglino, come noi abbiam tefiè detto, occuparono . Ma
(è per avventura al figlio nello flato Naturale il padre lafciato non avette
tutore alcuno, chi credete voi che ne dovea imprender la cura? Gli agnati, e li
più profiìmi, ed in mancanza di coftoro gli amici del morto, o gli più vicini,
cui fecondo che voi fàggiamente detto abbiate, da* tutori dar fi dovea conto
della lor amminiftragione, fèndo ogni uno in obbligo, ed in dovere per quelche
v* hò più fiate moftro, far per gli altri, quelch* e’ vorrebbe, che quefti
fàceflèro per lui,* anzi quindi ne fiegueparimente, che dopo il total
dipartimento delle colè, coftoro altresì fiano in obbligo ed in dovere di
fomminifttar a* pupilli il Accettano per la lor educazione, e » •> t r •i
iòfientamemp fé gli averi de’ Ior genitori, non fian perciò rhrga' (ufficienti,
e bafievoli, o di quelli affatto nulla fe ne rinveniffe. Spiegatemi 1* origine
della lèrvitù, ed in Vl.che confida la lòcietà, che fi forma di padrone, e
fervo. v M. Molte moltilfime fiate abbiam di già noi detto, che introdotte le
fignorie, e li domini delle colè, gli uomini per meglio poter (occorrere, e
(ovenir alle lo r gravi neceflìtà, e bifogne, portati fi fodero ad inftituire,
e rinvenire una infinità di ben differentrcommercj per permutar a vicenda tra
di lóro non Che quelle cofe, con quelle, una fpezie altresì/) un genere di
travaglio con un’altra (pezie,o genere molto divel la; Or tuttociò foppofto per
vero, egli e verifimile, che facendo quello, rinvenuti fi forièro pur infra di
elfi di quegli, che fi convennero in modo, gli uni agli altri fonami-. niftrato
aveffero, e dato il vitto, 1* abito,' ed ogni altra colà dsl Mondo necedaria al
proprio foftentamento, ovver qualche giu» Ha mercede, e quefti per quegli
intanto impiegati fi fodero con tutta l’ induftria e la diligenza podìbile in
colè lecite totalmente, ed onefte,* e che così paffj padò - introdotta fi foffe
tra il Genere Umane) quella sì fatta -focietà, che fi forma di padrone, e fervo
; poiché con ciò in fin noi altro intender non vogliamo *, che un patto in tal
guilà, e con quello fine, da due, o più perfòne fatto y fervi propriamente
giuda la commune favella coloro nominandofi, o ferve, che per altri impiegano
il Ior travaglio, e padroni, e (ignori al rincontro quegli in utile, ed in
vantaggio di cui lo s’ impiega, e che fon in obbligo ed in dovere di
fomminifirare a quegli quanto allor foftentamento fi richiede; comecché oltre
quello genere de’ forvi refi tali dalla natura (leda, che foggetta mai Tempre
il peggiore al migliore, egli ve n’ abbia un’altro diverfo, eh’ è di quelli,
che divennero - tali per legge, come per 1* appunto fon tutti li (chiavi di
guerra, che fervono lènza aver fatto al dinanzi col padrone patto alcuno. * v'
. D* Li doveri dunque, ‘e gli obblighi de’ forvi, e de’ padroni, riduconfi
tutti a quello* cioè, che formando eglino una focietà, la quale non confitte in
altro in fin, che in un patto, e li patti tutti conforme al dritto della natura
dovendofi ottèrvare, debbano i forvi efoguire tutto ciò,ch’ è lor impo1 Ilo, ed
ordinato da’ padróni; e non è nè alle leggi, nè al patto fatto con etti opp;
fio o contrario; ed quelli fiano in obbligo al rincontro, e in dovere di fomminiftrar
loro tuttociò, che può lèrvire in qualche modo per le lor perlòne, giuda la lor
prometta ; in un motto il bene di un lòcio in ogni lòcietà preferir dovendoli,
ed anteporfi a quello d’un* altro, che n’ è al di fuo. ra, devono i fervi per
li padroni, e quelli per quelli far tutt’ ora quantunque più poflòno, e
vagliono con preferirli e anteporli a qualunque altro del Mondo ; e per che non
v' è patto che fcior li pofia d’alcuno lènza il confenfò dell’altro tra cui
intervenne, non può in niun modo nè F uno lalciar 1* altro al dinanzi del tempo
(labi* lito, e fidò, nè l* altro I* uno ; Ma come • volete voi che i fervi
impieghino in tal • guifa la lor induftria peri padroni, che del tutto non
badino al proprio ? M. Senza difbbio quando fono in ozio, e lenza occupazione
alcuna di rimarco de* lor padroni, pottòno far quelehe vogliono. non potendo
ciò per quelli ettèr d’ alcun nocumento ; ma ettendo occupati, ed in negozj
gravi diltraer non lì pottòno in nulla, fenza aver il lor conlènlò. D.
Perquelche rilguarda gli Schiavi, fon eglino al tri/ come li fervi tenuti di
dar elocuzione agli ordini, ed alti comandi de’ padroni ; purché quegli fian
giufti, ed onefti, ed abbiano eglino forzg bafievoii, e luffi1 denti -per
efeguirli ; differilcono però molto quelti da fervi in ciò, ch$ a* padroni in
elfi competendo quell’ ifteflo dominio, che anno nell’ altre colè loro, eglino
vagliano ad alienarli e venderli altresì, come quelle; comecché un cotal
dominio efiendo molto limitato e riflretto dal dritto Naturale, e non convendo
in modo alcuno appartarli da quello, non venga mi ga lor permeilo, come di
tutte l’altre colè, Rabbuiartene; quindi è che proveder li devono di tutto
quello, che al lor follencamento fi richiede, e rattenerfi da impor foro delle
cole luperiori, e al di lòpra delle lor forze, o che ridondino in qualche modo
in dilcapito della lor fallite ; Il perche altresì dove quelli peravventura fi
molìrafièro redi, e ripugnanti a’ commandamenti de’ padroni, lèbbene ufàr fi
pofiono contro, loro tutti li mezzi poffibili del Mondo pgr ritraerli all*
ubbedienza, ed all* ofièquio a quelli dovuto, non però mi credo, che metter fi
debba in obblio,ch’eglino fiano uomini come a noi, e per conlèquenza mancar
all’ amore, eh’ agli altri fi deve . Ma vaglia il vero promuover dovendo ogni
uno la felicità, ed il commodo altrui non meno eh’ il proprio ; perche lo flato
d’ una fefvitù perpetua, ed illimitata porta feco molti, moftillìmi jncommodi,
poi. che è di leggieri converter fi può e palìàr in abbuiò, non fi deve
permetter molto volentieri, 0 sì indifiintamente, che vi fi lafci>no marcir
coloro, che liberi potrebbero di lunghiflìmo fpazio giovar a le ed agli altri.
D. Reputate voi del tutto inutili li /chiavi rer una Reppublica, o per una
Nazione? Nìa;( H ) anzi ne potrebbe ella dedurre molto utile e vantaggio, con
ritraerne una infinità d’abbitati per le colonie,e farne altri buoni ufi; ma
farebbe egli meftieri, che da legislatori fi raddolcifiè in qualche modo lalor
{chiaviti!, e fi trattali renderne la idea, alquanto più dilettevole ; con pro
# veder perefcmplo alla durezza de’ lor padroni, con afficurarli del notrimento
in tempo di vecchiezza, o infermità, con fa. vorir'li lor matrimoni, e con
altri sì fatti . modi, per non incorre in quegli inconvenienti, eh’ incorlèro
rilpetto a quefto particolare I ROMANI. Vedrebbe • altresì per alcuni la
fobiavitùfervir d’un gran mezzo per dilungarli dal male. Veniamo ora a trattar
della famiglia. M. Quella come noi dicemmo, è un corpo, o VII. una fòcietà
comporta di quefie fòcietà per l’appunto, di cui abbiamo fin adora
favellato;comecche porta fòrmarfi ella di tut1 te, e tre quelle unite in uno, o
di due fòltanto ; e nel primo calò T abbiamoci realmente per aliai ben intera,
e perfetta, nel fecondo per imperfatta. A cui credete voi ; che appartenga di
ragione il governo di una sì fatta focietà ? ÌM. Al padre, e alla madre di
famiglia, che fono quegli rteflì, che nella fòcietà coniugale portano il nome
di marito, e moglie, nella paterna di madre, e padre, e nella fòcietà,-che fi
compone di fervo, e padrone, eglino fi nominano padrone, e padrona. Riguardo al
padre di famiglia io ben mi perfùado, che convenga egli fia il capo della
famiglia, per la rtefia ragione, che Vuole il marito fia il capo della fòcietà
coniugale, il padre della paterna, r ed il padrone in quella che fi compone di
lui e fervo ; ma per quelche s’ appartiene alla madre, io non comprendo, perche
vogliate altresì, che fia fatta ella partefice di quella fòvranità? flf,
Dubbitar non potendoci, che alla madre non competa naturalmente parte della
podefià, e dell’ autorità, eh’ al padre com. pete ne’ figli, e come padrona
parte di quella, che ha il padrone ne’ fervi, e nelle ferve ; e che poflà ella
altresì quando convenga ben configliare, e ammonire il tuo marito, egli è certo
che debba altresì di ragione efler fatta partefice del comando, eh* hà il
padtedi famiglia, o per efpreflò, o per tacito confenfò di coftui. Quali sono
li doveri e gl’ obblighi di un padre di famiglia? Ogni focietà avendo un certo
fine proprio, per cui fù inftituita, ed ordinata, e dovendofi in effa
attentamente Tempre mai a quefto badare, ed aver l’occhio, dove far fi può
lènza contrariar in nulla alle leggi naturali j in ogni famiglia tutta la
diligenza, e tutto lo Audio impiegar fi deve in far, che 1* azioni di ciafeuno
ficrno in tal fatto modo regolate, ^ rette, che il fine d’una focietà s’
ottenga fen za edere di danno alcuno, o pregiudizio all’ altra j e
confequentemente il dovere, e l’obbligo d’ nn padre, o d’una madre di famiglia,
che camanda in nome di quello, cui sì fi deve tutta la poteflà, confifter deve
in fare, che tutte l’ azioni de’ Tuoi domeftici colpifca_ no concordemente, e
con ordine un mede mo moline; cioè rifguardino univerfàlmente all* utile, e al
commodo di tutti fenza riferva, o eccezzion alcuna di perfòna; quindi dove
abbia peravventura una fol fiata quelche far fi debba a ciafcuno importo, e
ordinato, e non deve a patto alcuno impunemente lafciare, e fenza galligo
quelche fi opera, è fi fa in contrario; e perche ogni fòcietà fi rifguarda come
una fòla perlòna, e il commodo, e 1* utile di ciafcun de 9 focj merita pofporfi
a quello di tutta la focietà,egli fi deve nella famiglia tanto dal padre,
quanto dalla madre di famiglia anteporre fèmpre la fàlute di tutti ir» .
generale a quella d 9 alcuno in particolare ; come che trattandoli d 9 eflranei
preferir fi debbano a quelli ed anteporre tutto tempo quegli, che non fian
tali. D . Quali fono gli obblighi, e li doveri de* domeftici ? M- Per dir tutto
in un fòi motto, eglino ingegnar fi devono di non lafciar occafione alcuna
addietro fènza non promuovere il commodo, e l 9 utile cominunedi tutti della
famiglia, e di ciafcuno in particolare. V. Or in fine palliamo alla fòcietà
civile, e VlII.procurate in ogni modo, eh 9 io n’ abbia una idea d 9 aliai ben
chiara, e netta. jW. Qjicfla nonè a eh 9 una sòcietà comporta C V di X f - di
più famiglie congiunte, ed unite tutte in uno a poter inlìeme vie meglio
promuovere, e portar avanti il lor ben comune, e per mettelli in iftato da
poter con magior aggevolezza difenderfi, e liberarli dagli inibiti, ed aflalti
de 9 proprj nemici ; imperocché edinto, che li viride infra gli uomini quel
cado, e fànto amore, e quella carità fraterna, e lènza elèmpIo,che giuda più, e
più fiate dicemmo, l'uno all’altro dapprincipio vicendevolmente portava, prefo
avendo ogni uno di gir a lèconda delle lue proprie voglie, e delle fue
isregolatezze, con aver in odio, ed in abbonimento il compagno, l 9 amico, e
fian anche il più a lui congiunto di languc, o di patentato, e perche 1* obbligagione
di quelle fante leggi che indentro a fe portavano, e nel proprio feno
ilcolpitc,ed imprefie,non badavano in modo alcuno a rattenerli, ne a
reprimerli, e per efièr tutti uguali di natura e pari, ne Giudicp, ne Magidrato
rinvenivafi dinanzi cui metter termine fi potelTe, o dar fine alle lor contefe,
da per ogni parte, non ufandofi altro, che forza, e furore, e fovente imperò
venendo P innocenza opprefia,eogni giudizia sbandita e lafciata jn un cantone;
rare volte, o non mai rinvenendoli una famiglia in idato da poter opporsi e far
farsa alle violenze, che da* fuoi contrai] fin nel fa 0 proprio, e nazitf
albergo l’ erano a tutto poter commefie, molte moltiflìme famiglie in cui
allora veniva devi fa il Mondo, per torfi da tanti, e sì gravi rifchi e perigli
li unirono, e fi obbligarono di difenderli ; e rilèrvandofi la libertà di poter
dire il lor fantimento nelle rilòluzioni delle cofe di magior rilievo, che fi
prendevano jn nome di tutta la communità, diedero per lor maggior pace, e
quiete, il governo della lor facietà, e P amminifi ragione a uno, o più per
fanne, d’ affai più prudenza, e coraggio degli altri. Vi è farle noto quando
cominciarono quelle focietà al Mondo? fll- Nò comeche abbiam ogni ragion di
credere che per un lungo tratto di tempo, non vi fòdero fiati delle Monarchie,
e degli Principati di gran valliti, ed eftenzione ; imperocché quanto più in
dietro fi mira, e fi pon mente alla ftoria de / V a priCosi appunto rifurono le
Reppubbliche de%li Oriti, e dì molti altri apprejjo U, Diluvio, come j *
-imprende dalla Storia del vecchio tejlamento.] primi tempi, tanto più fi
rinvengono degli fiaùmolto, piccioli, e in gran novero, che non erano guarì gli
uni dagli altri dittanti, e che non aveano molto pena ad unirfi quando
bilògnava, e facea lor mettièri di tener conlèglio de’communi intereffi, ovvero
ilcampievolmente (correrli ' contro le violenze de’ lor nemici . Egli è il
vero, che comunalmente 1* Impero degli Attiri fi abbia per la prima Monarchia
del Mondo ; ma non per quello fi può egli aderir di fermo, che quella fi fù la
prima focietà compolla di più, e più famiglie, non potendoli da lenno per alcun
dubbiare, che ella ringraridir non fi vidde, ne gingner a quello fiato pria di
non afiòrbir in le, e divorare per così dire, un infinito numero di picciole
lòcietà, o Principati, pome la Storia lo c’infegna . Spiegatemi diftintamente,
e fenza alcuu IX. interrumpimento quelche appartiene al buon regolamento di
quella focietà . yVf, Ragionando fecondo li flefiì nollri principj, egli è
certo; Che avendo quella per fine il ben comune, e la ficurczza di tutti
quegli, che la compongono, ottèrvar vi fi debba come legge fondamentale di non
far colà alcuna contraria, od oppofla alla làlute, ed alla tranquillità
pubblica; quindi formar dovendoti giudizio dell’ azioni de* particolari
Soltanto riguardo a tutta la (òcietà, ed a quello fine ; molte moltiffime cote
avvegnaché giufte, e permeile dal Dritto Naturale, (ovente efler pofiono in
efià ingiufie, e irragionevoli . II. Ch’ogni una di quelle (òcietà Civili,
(ècondo che noi dicemmo favellando della (òcietà in generale, non
confiderandofi nello (lato Naturale, che come una perfona, E uffizi dell* una
inverfò 1 T altra fian realmente pii (ledi di quegli d’ un uom inverfò 1* altro
uomo. Che acciò non v ’ abbia in quelle (òcietà chi diflurba, o inquieta in
modo alcuno il ben pubblico, ne venga niuno impedito, o diftolto, anzi fian
tutti aggevolati a foddisfare a lor obblighi,' doveri, g uffizi ed òttenghino
elleno (ledè il lor fine, ‘ abbilògna che di tutto ciò fè ne commetta V 3 la
Per quejìo ir ogni Città, 0 Rep pubblica in tutti modi gajtigar si devono, e
punir coloro, che operano in contrariamoti ufar tutti mezzi pofìbili in far che
le lor arti non siano di difcapito, 0 di nocumento alcuno al pubblico la cura a
certe perfone, e fi obblighino gir altri a far dal conto loro quanto a tale
effetto venga mai da coftoro ordinato, e ^abilito; ed in fatti ogni fiato,
Regno, o Reppubblica par che fiiftìfta per un cotal patto, fia efprefib, o
tacito infra coloro, che la reggono, come capri, e n’anno il comando, fiano
Principi, Magifirati, o altri, ed infra quegli, che ubbedifcono, e vi fono in
luogo de* luciditi, o di tanti membri, IV. che tutti li patti conforme al
dritto Maturale dovendofi offervare, quefti altresì, che efprefiì, o taciti fi
fanno, infra fòdditi, e Regnanti dar fi debbano ad effetto . V. Ch’ a tutti i
Regnanti appartenendo la cura di tutto ciò, che mai riguarda la pubblica
tranquillità, e fàlvezza e’non, meno aver debbano una piena contezza de* mezzi
necefiàrj per poter a ciò pervenire, che un voler fermo, ed affai ben coftante
di non comandare ne far altro, che quello, che può unqua per quefto valere ; e
perch’ egli è impoffibile che a quefto giungano lènza una efàtta ofiervanza
delle leggi Maturali, fono in obbligo ed in dovere altresì d’ inviggilare su
quefto, e far che niuno de’ lor fudditi manchi sù quefto* parti- . colare ;
onde nello fteflo mentre veniamo a conofcere che tutta la noftra felicità in
quello Mondo ottener non potendoli in altro diverto modo diverto da quello (/)
fi debba da Regnanti a tutto potete in tutte colè aver la mira a non altro, che
alla fé licita di tatti coloro che reggono, e governano . VI. Efièndo quelli
tenuti, come dicemmo di fare che niuno Ila impedito di fòddisfàr a’iùoi doveri,
e tocco ire re, ed abitar ciatouno a farlo ben più volentieri, con cofiringere
e gaftigare, chi che ricula \ di farlo, egli abbisogna che faccino quanto polla
non meno torvi r di mezzo a ciaficuno per compir qvelch 1 egli deve, m’ altresì
facilitarne l 5 efecuzione, e l’effetto. Poiché il fine d’ogni tocietà non è
che di promuovere il ben commune, e difenderli dagli infiliti de’lùoi nemici
fia uopo fare, eh* il numero de’ludrìiti in una Città, o Reppubblica, non fia
minor di quello, che perciò fi richiede, affinché non Vi manca il bitognevole,
ed il neceffario per la vita, o altra cola avvenga contraria in qualche modo
alla tranquillità pubblica . Vili. Ogni Città, o Reppubblica in fin non effendo
ch’una tocietà, ed a nino lòdo convenendo partirli di quella tocietà, in cui
peravventura fi rinviene con danno altrui, oon fi deve unqua (offrire, eh’ al V
4 ' cimo Tratt. x. riuvn.xi i. ] cuno Ce nè parta, e vada ad abbitare in altro
luogo con un gran di lei difcapito ; e conforme un fòcio, che danneggia
un’altro fòcio è in obbligo, ed in dovere rifàrcirglielo, così altresì
riconofcer fi deve quefti per ben obbligato di rifar quello, che mediante la
fùa lontananza ha la Città, o Reppubblica ricevuto, IX. Gli avveri, e le
ricchezze efiendo di un fòmmo medi eri per lo foftentamento, per Io decoro, e
per la giocondità della vita dell’ uomo, devono coìprche Regnano proccurar in
ogni mo * do, che i lor fudditi ne fian tfen forniti ; X- La fpcrienza dandoci
tutto dìaconoicere, e vedere, quanti vizj, e malori ne provengono dall* ozio,
ed imperò abbifognando, che ogni uom fatichi e travaghi per ricchi filmo eh’ e*
Cia; in ogni fòcietà Civile è meftieri dar in vegghia per far che non manchi
giammai il travaglio a coloro che lo chiedono * e che ^abilito fi abbia perciò
un commodo, e giudo prezzo, non (ì fofferifea, eh’ alcuno fi confuma, e
totalmente fi perda nell’ozio . XI. nonrinvenofi al Mondo alcuno, che che non
fia in ohbligo, ed in dovere fòddisfar a molti obblighi, doveri, o uffizj in
verfo la Maefià Divina, inverfo Ce medefimo* ed inveì* • lò gli altri, in ogni,
e qualunque Città, o Reppubblica metter fi deve ogni Audio » ® ogni cura per
riempier l’animi di tutti di quelche e’ devono foddisfàre ; e perche non tutti
di tali, e d’ altre sì fatte cognizioni fon abbili renderne gli altri
ammaeftrati, quegli eh’ anno un ingegno vie più degli altri elevato, ed
eminente, e che a farlo fi conofcono eflèr naturalmente più acconci, in tutti
modi poflìbili ajutar fi devono, e foccorrere, affinché da fe far pollano ben
volentieri tutti progredii, e avanzamenti del Mondo nell’ arti, e nelle
fcìenze, e proccurar eh’ i padri con ogni agevolezza educhino i lor proprj
figliuoli, e s’ingegnino di far lor ottener quella perfezzione, che ad uom abbi
fogna, acciò loItener poflono col tempo e rappretentare con fomma lor loda e
riputazione nel mondo, e nella propria padria, quel persònaggio, eh’ il sopremo
architetto delle cole hà riabilito, ch’e’rapprefèntino. Non efiendo miga colà
convenevole che un uomo danneggi un’ altro uomo, e quel danno eh’ egli
peravventura gli da, effondo • tenuto di rifàrcirlo; in quelle ifiefiè focieti
civili fi deve proccurar altresì, che niuno. venga offofo, o danneggiato in
colà alcuna, e eh’ in ogni forte di contratti fi olforvi a minuto, ed
elettamente ogni giustizia, ed equità ed lì rifacci ad altri quel danno, che
gli fi reca. Dovendoli da tutti noi vietare ogni e qualunche periglio della
vita, e conlèrvar la noftra fàlute, e E integrità delle membra con adoperarci
mai Tempre di non cadere in morbo alcuno, e dove peravventura vi fi cada
riftabiHrci ( m ), egli è di dovere, e di obbligo in una Reppubblica, o Città,
metter ogni diligenza in far che niuno fi elponga a pericolo alcuno, o venga a
far perdita della fua làlute, o delintegrità dellefue membra, con vitare, e
sfuggire tutto ciò che mai ne può efiere la cagione, come per elèmplo farebbe
l’ebbriezza, eci altri vizj di tal fatta ; e che abbia in pronto tutti li mezzi
proporzionati alla fuga de’ morbi, ed alla cura di quegli, che
ilgra.;ziatamente v’incorrono, ne (òfifrir mai che uno dea la morte a fè
medefimo, o ad altri XIII. Non dovendoli nelle fpefe necelfarie a farfi,
permettere cofa per ni mimiche fi fòlle contraria ed oppofta a’ luoi doveri, e
1’ acquifiato dovendoli tutto tempo conlér vare per le neceflità e le bilògne,
che pofion mai avenirci, egli è uopo che nelle focietà Civili fi provegga anche
con diligenza sù quello, con non permea . ' ter ** a Trcti . i l.vu n» J* i . 3
1 r ter neppur la foverehia fòntuofità dell’ abitazioni ; come che dall’altra
parte la mediocrità ufàta nella di loro venufià e bellezza Ila oltre modo
commendabile, potendoci recar molto di piacere, e di diletto ; e con ciò fèrvir
non meno per un gran aumento della nofira fàlute, e per accrefcere di gran
lunga la nofira autorità fpezialmente appreflò il vuolgo, che altro il più
delle volte non ha per guida, che li proprj fènfi, che rendere pompofa e
magnifica e fuperba la Città, e dare una gran oppimene de’ Tuoi agli ftrani .
XIV. ogni uno e£ fèndo in obbligo prezzare, ed onorare chiunque e* fra di
preggio,e di lode degno, e non potendoli ciò da altri fare, che da quegli, che
può fender giudizio, e ragion ne delle azzioni altrui, ‘.affinché tutti fiano
tali in ogni Città, o Reppublica bifògna badar di rinvenire, o iitabilire certi
titoli, certi legni d’ onore, e certe prerogative, per darle a quegli, che fè
ne rendono meritevoli, XV. Per mantener ben fèmpre fiabile e in piè la pubblica
quiete, e tranquillità, ed evitare a tutto potere gp incommodi, e li difàgi che
mai deriva- > no dalle private Vendette, far fi deve, che gli offèfi fi r
imanchino pur contenti delle pubbliche, e che colui, eh’ egli è punito c
gadigato non abbia ardire, ne o(ì privatamente di nuovo vendicai^. In dove in
una.Reppubblica, o Città, è lì vede, che non bada 1* obbligagion naturale a;
rattener ciafcuno tra li fuoi obblighi, o doveri, a quelle leggi naturali, la
cui inoflervanza può in qualche modo, e vale a difturbar la pubblica quiete,
abbilògna, che vi (I accoppia una nuova obbligagione, cioè che fi propongano a
quelli, .che le trasgredirono delie pene, ed a quelli, che l’oflervano degli
premi, eh* è quello che condituilce l* obbligagione, che noi perdidinguerla
dalla naturale diciam per l’appunto Civile, e nominar altresì fi potrebbe umana
; e per la della ragione le le leggi naturali- lòn troppo generali, ovvero
fòverchi© indeterminate, e di doppio /ènlò per torre ogni letiggio, e ogni
piato di mezzo, che quindi ne potrebbe mai rifbrger è d* uopo-ch* in quede
medefime società fi determinano, e fi redringano in tutti modi, con decidere
che che fi debba tener in ofièrvanza • e non potendoli realmente da Regnanti
ogni colà antivedere, dove quelche una fiata credettero per li lor lùdditi
utile, e giovevole ftabilire, la Iperienza lor da a cònofiere efler inutile, e
poco per quelli profittevole, lafciar non lo devono in modo alcuno di
corrigerlo, ed emendarlo. Non mai uom potendo la lue azioni conformar alle
leggi di cui egli non ha contezza alcuna, quanto fi ordina, e fi ftabilifce in
una Reppublica da que’ che governano in tutti que’ cali da noi tede cennati non
può aver forza, ne vigor alcuno pria, che non ha promulgato . E (Tèndo giuda
quelli noftri principi proprio de’ Regnanti il far leggi, l’obbligar i fudditi,
e far ed ordinare tutto ciò che può mai (èrvire per la pubblica làlvez- * za, e
tranquillità, ed in qnefto appunto confluendo ciò, che nominiam noi podellà 0
fuprema, aderir poflìam con ogni ragione che quella fia propria di effi loro,
ne unqua polla ad altri appartenere, comecché non potendo eglino in niun modo
obbligar i fiidditi ad azioni contrarie al dritto naturale ed a que’ patti, che
fecondo noi dicemmo, fifoppone, eh’ intervennero tra Regnanti, e ludditi, fia
ella in Un certo modo molto limitata, e riftretta. Ogni e qua > (L ) 'Quindi
si comprende in guai casi sia mejìieri, eh* in una Reppublica sijaccino delle t
nuove faggi, e delli nuovi regolamenti c. qualunque Regnante, avendo una cotal
podeftà d’obbligar i (uddjti,egli hà altresì quella di ftabilir delle pene
contro a’ pre« variatori, ed a trafgrefiòri delle leggi 9 delle pene, dico,
intendendo anche delle capitali, dove 1’ altre non badino, e fjan infufficienti
alla quiete, e tranquillità pubblica, cui eglino (òn tenuti tutt’ ora di
badare, e per cui anno ottenuta una tal podeftà. Eftendo le fpefè a’ Regnanti
(òmmamente neceflarie per la pubblica quiete, ed imperò dovendofi elle da*
(udditi fomminidrare egli ha anche facoltà d* impor a codoro degli tributi, e
delle collette, o gabelle, ed altre (òrti di contribuì zioni ; Ma metter non potendod
in efecuzione quelche bilògna per lo ben pubblico, lènza che non da abbia della
potenza* cioè una certa poflìbilità, o agilità, per così dire a poter tutto ciò
fare, quefta è parimente perciò da rifguardirfi lènza fallo come propria di
coloro che governano, C confcguentemente appartiene a’ Regnanti al- • Ecco qui
la ragione per cui a * Regnanti compete il giu: di morte, e di vita ih de lor
fu àditi, 3 tf ti altresì il dritto di poter codringere* ed obbligar gli proprj
ValTàlli a fòmminiftrare, e dar tutto ciò, che fi richiede per quelche fi deve
fare,* il dritto di codituire, e rimuovere i Magifirati . necefiarj per
efèguire le leggi Civili, e giudicare e indurre ogni uno a lafciar all* altro
quelche gli fi deve, non potendo tali cofe giugnere a far da fè medefimi ; il
dritto di conferire, « i pubblici pefi, e le carriche, e le dignità Civili ; il
dritto di far leva, feelta, o rollo de* fòldati, che alla quiete tanto interna,
quanto edema della Città fon necefiàrj,• e mille altri dritti di tal fatta,
lènza cui li lor ordini non fi poflono dare ad effetto ; e perche quella
podefià, e quella potenza che di necellìtà fi richiede, giuda che fi è modro,
ne* Regnanti e quella in cui confine per f appunto la lor Maefià,* in qualunque
Città, o Reppubblica gadigar fi deve feveramente chiunque ardilce in modo
alcuno d* offenderla, ed aggravarla ; come che potendo ella eflèr varia e
diverfàmente oltraggiata, varj, e diverfi altresì intorno ciò fian le pene, e i
gadighi, che fi ftabiJilcano . In ultimo per dir tutto in un motto l* utfizio,
l’ obbligo, e,il dove de* Regnanti elfendo, come più volte abbiam detto, e
ridetto promuover in tutto la pubblica quiete, e tranquillità, e difender i lor
fudditi dall' ingiurie de’ nemici lì sìdomeftici, che pubblici, eglino devono
tutta la lor attenzione impiegare in badar minutamente a tutto quello, che a
quefto può mai pi (guardare, con corriggere, e rattener ne’ lor principi fin le
picciole novità, non lòflrir le inimicizie private, e le gare, che infòrger
poflòno ifpezialmente tra Grandi, e qualunche difprezzo, che venga fatto mai
della lor perfòna ; impedir ogni ingrandimento flraordiuario de* particolari ;
rinovar di tratto in tratto ordini, e leggi ; e ridurre tutte le colè alla
finceri tà, e ilchittezza de’ lor principi : venendoci col corlò del tempo a
formar ne’ corpi Civili, alla fteflà guilà, che ne’ naturali, tèmpre mai
qualche aggregato d’umori cattivi, ch’hà bilògno di purga • e perche non dico
egli ha malagevole, ma quafiche imponibile, che fappiano da le foli, o faccino
tutto, egli è di gran lunga giovevole che fi fervano fòvente dell’ altrui
faviezza, e prudenza, o coniglio, per non far cofa per menoma eh’ e’, ha
contraria, ed oppofta al ben pubblico, efTendo molto irragionevole, e come
contro ogni ragione del tutto mal fondato, ciocche ne Icrivono l’Obbegio, e il
Macchiavello, che non dubbitarono fin le cofòienze de* fòdditi, e la Religione
fteflà fottoipettere a’ Regnanti. Del refio ri/petto a i lor (ùdditi quefti
elsendo cornei padri fono rifguardo a i figli, con tutta agevolezza tutti gli
obblighi, gli uffizi,e i doveri de’Genitori inverfo i lor fijgli,e quegli di un
padre di famiglia in verlò i Tuoi domefiici, generalmente parlando, applicar fi
pofiòno alla lor perfora, come que’ de figli inverfo i lor padri, e de
domefìici inverfo de’ padri de famiglia, a lor . * fudditi . jp. Per verità
y’hò intefo fin ad ora con pia X. cere, fenza ardir d’ interrompervi ; ma pria,
che palliate ad altro, dinegatemi alcune co fe più paratamente, e
incominciando, ditemi quante forte di Reppubbliche, e di governi divertì vi
abbiano? Perche fecondo noi abbiam detto 1* amminiftragione delle cofe può
elfer data o ad una perfona fòla, o a più, o od una intera moltitudine, fi
rinvengono tre fòrti di Reppubbliche regolari, l’una di cui si nomina
Monarchia, Regno, o Principiato; la seconda Aristocrazia; e la terza
Democrazia; le quali di leggieri cambiar fi pofiòno, e tramutare in altre e tre
vizìofè, r ed irregolari ; imperocché il governo di una Reppubblica o fi
rinvenga in man di X uno, odi piu, o di tutti, ciò non faccndofi, fecondoche
noi dicemmo, fè non col confenfò medefimo de 1 Concittadini, e per la podefià /
che da quegli s*òti tende ; èd- imperò ingiuftamente coloro tutti comandando,
cui gli altri miga non fi fòmmifèro, o egli fia quefto un f uom folo, che regni
in cotal forma, e il fuo governo ncm è più Monarchia, ma Tirannico,o tòno
foltanto pochi nobili, e non tutti,' e verranno eglino a coftituire non già una
Arifiocrazia, ma un Oligarchia ; ovvero in vece di tutto il Popolo regna, e
governa la plebaglia, e la feccia del Popolaccio, che quanto fà e’ rifòlve a
capriccio e quefta noi diciam propriamentè Olhocrazia. Egli vi mette qualche
divario nella perfona di un Monarca, confiderato rifletto a ’ un altro
monarcati Titolo di Re, Imperadore, o Principe ? No. Qualunche di quefii titoli
egli abbia è tèmpre il medefimo; non offendo egli rifguardo ad un altro
Monarca, che uguale, e nello fiato Naturale, lènza fuperiore alcuno ; comecché
ogni prudenza voglia, che » * nè coftringere, nè obbligar potendofi l’altre
Reppnbbliche, e gli altri Principi a onorario con quel titolo, eh 9 egli brama,
pria, che Io s’ imputa convenghi con effi loro sù quello . D. Volete, che fia
necefiario regalmente per un Monarca udir ilconfeglio altrui? M. CertifllmÒx;
imperocché febben polla egli operar tutto a Ìlio arbitrio, non potendo colà
alcuna far contraria, od oppo. fta al fine della focietà, eh’ hà in governo;
tutto al roverlcio del Tiranno, che non riguarda, che 1* utile, e la làlvezza
propria non può egli da fé conofcer tutto-Non efiendo in ifiato di operar tutto
in un ifiefi lo modo, e penfar da voi ( dicea molto faggiamente, e con prudenza
a’ fiioì Miniftri per quel che s’inarra un Soldano) non tralafcate giamai dar
orecchie, nè ributtate per qualche gelofia, o (lima,che poffiate mai aver di
voi medefimi quelch’ altri penfano, con averlo per goffagini, e fpropofiti, non
per altro, che per non efier fiato dinanzi da voi antiveduto,, poiché lòvente
fiate avviene, che fi ritolga del profitto, e fi rabbia del utile dall’
operazioni le più chimeriche, ed iftravaganti del Mondo ; e per verità è aliai
più lodevol colà, e di maggior momento fàper di‘ ftinguere il buono, ed
elèguirlo, che prima penlàrloda (è medefimo ; lòvente volte egli avviene, che
ad un Monarca convemga far paragone delle diverte aderenze, e circoftanze de*
tempi; o conolcer la for> za degli abufi, e difàminar attentamente le leggi
antiche,* ffabi lire, e far degli regolamenti, e degli ftatuti per li Collegi,
e per Partefeci ed altre sì fatte cote,le quali egli è predo che imponìbile,
che far 11 pollano da un telo .Nell’Ariftocrazia e nella Democrazia per prender
gli efpedienti neceflàrj alla pace, ed alla tranquillità pubblica, qual colà
credete, che far fi debba ? eltendo nella prima il governo in man de’nobili,e
nella teconda in poter del Popolo, egli determinar non fi può nell’ una,cofa
alcuna, lènza il contente de* nobili, e nelP altra, lènza quello di tutti ; e
come nell* Ariftocrazia v’ abbitegna un luogo, dove i nobili fòvente fi convengano,
e prendano gli efpedienti necefiarj per quella, non che un certo tepo (labile,
e fiftò in cui fi raguni il Senato ; (alvo che nelle colè improvilè, e gravi,
nelle quali èmeftieri, che fi raduni fuor d’ordine ; così nella Democrazia di
necedìtà egli vi fi richiede un luogo per li comizi, ea un tempo certo, e fidò
da poterli convocare ; con aver per fermo, e ftabile Ila in quella, fia in
quella, quelche venga dalla maggior parte determinato ; ma vaglia il
vero,quefte e tre fòrti di Reppubbliche irregolari, perche di leggieri, come da
noi fi difie, pofiòn cambiar natura, e divenir difettofe, e mofìruofè, molto
ben di rado fi veggono, avendo la maggior parte unite o tutte, e tre quelle
fórme in uno, o almanco due in guifa, che Puna vaglia per rattener l’altra in
uffizio, ed imperò fi dicono vuolgarmente mille ; (ebbene vi fiano per al
prelènte alcune altre (òcietà compone o di molti Regni dipendenti da un capo, o
di molte Città confederate, che componendo un certo fiftema, dir fi poffòno con
gran ragione, fòcietà fiflematiclie ; avvegnacche di queffi Regni, che fian
retti daunlòlo, altri lèguendo, ciò non o (tante pur ad oflervar le leggi
fondamentali, come egli è or 1’ Ungaria, e la Boemia, e non avendo altro di
conamune, che la fòla perlòna del Principe, aver . non fi debbano al novero di
tali fòcietà ; altri effondo in tal modo uniti, che quelli, che fi furono
(òggiocati, non guardandoli che come Provincie, l’uno neppur coll’ altro viene
acoftituire (Ulema alcuno, come fi fu un tempo ia Macedonia, la Siria, c X, 3
l’Egitto lòtto Y IMPERO ROMANO, ed altri finalmente fon in tal guifacon le
fòrze uniti ed accoppiati per difènderli, che non vengono, che fòltanto una fòl
fòcietà a cortituire ; e quelli di vero formano un firtema, e quello di cui or
trattiamo . Ma la piu parte de’Regni fi cambiano col tempo, giufia dalla Storia
s’ imprende, di forma, e di figura j quindi quella dell’ Impero di Germania, hà
sì fattamente travaT gliato i Scrittori tutti, del dritto pubblico, che quanti
eglino più fono, cotanto è • diverfo il numero dell’ oppinioni, e delle ^
(èntenze, che intorno quefìo particolare abbiamo ( n); imperocché alcuni
rifguar; dando foltanto alti titoli, all* onore, e al • l’infegne di Monarca,
che dar fi fogliono • all’ Imperadore, fi credono quello Impero • del tutto
Monarchico ( po crefciuta appoco, appoco l’autorità degli Stati, e fpezialmente
dal Regno d’ OTTONE (si veda) in poi, e dalla morte di Frederico II. quella
oltremodo aggrandita, mirata non fi fofie giammai in appreffò la podeftà
imperiale in quel fplendore e in quel 4 gola- .( q ) Jlufwlin. ad A. B.
diJJ’ert. i.$. 1i.pag.y6. Buecìer. notit. Imptr. lib. zz. c. 3. p. zSS. ( r )
Limnxus ad J.C. lib. j. c. io. Arnifav. lib. x, f* 6 .Conriag. decapitai» C».
Brumem. in estam. jur. pubi. e\ i.f.f. 3 a* di cui fi tratta alle leggi, e
giudicarne » > lènza che pria ben non fi difitminano, egli r . è meftieri
che deano udienza a tutti indi' fintamente, e li Tentano ben volentieri e con
ogni placidezza III. ogni uomo e (fendo in obbligo di amar l’altro,febbene
odiar e’ debbono, ed aver a male il cattivo procedere de’ delinguenti e
malefattori, devono amar (èmpre però quelli ed averli cari ; IV. per non
aggravare li poveri, e miseri litiganti di (peé, e di tedio, ingegnar fi devono
con ogni Audio di (pedir predamele tutti i Giudizj, tanto civili, quanto
criminali^ V. finalmente abbifogna che pr occura no di confervar in tutto la
autorità propria, e de’Regnanti che rapprdèntano con rederfi agli occhi di
tutti perirreprenfibili, e lènza macchia. Per tutto ciò efièndo egli colà
certa, ed indubitata, che qualunche occupazione, o aff’ar di fiato e* fia
guidar fi polfa, e condurre afiài bene, giuda un fifiema particolare, e
proprio, farebbe fenza dubbio di un efìremo giovamento per tutto il Minifìero,
fi fòrmaflè un fiftema generale di tutte le parti del governo sù mallìme
fondamentali fofienute da una ben lunga elperienza, e da profonde meditazioni
di tali colè ; divifoe (iiddivilò in modo, che ciafcun minifiro vaglia da (è
solo a formartene uno, che fervir gli potere per una gran guida alla Tua
incottipenza, e per condurlo ficuramente, giuda certi principi al luo oggetto
principale, come che molte parti della legislazione fian cotante dubbie, che
niun può in modo alcuno viverne ficuro, non ottante gli gran lumi, eh’ egli
n’abbia dalle teienze, come quelle, che dipendono aflài poco dall’umana
prudenza . D. Qual cola volete voi, che fi fàccia da’ Regnanti per far che
quelli non fi abufino delia lor autorità ? M. Eglino devono ingegnarli di non
eligger per quello le non perlòne ben degne, e, meritevoli ; avvegnaché alcuni
Politici sì per confervar in tutto 1’ uguaglianza, e sì per temperar in parte,
ed impedire lo ttrabocchevole impeto, e l’ impazienza, che, quali necettà
riamente accompagna i gran talenti, credono necettàrio melcolar con quelli alle
volte lì meno abili ; e far che li Magiftrati non fiano fòverchio lucro!!
Ipeziaimente ne’ Sgoverni, che fi partecipa dell’ Oligarchia ; poiché in tal
fatto modo i poveri per una tterile ambizione punto non curerando d’ abbandonare
li lor privati interefli, e li ricchi averanno del pia• cere dominare giufta la
lor paffione, e lì s. terranno occupate più, e più perfòne a di* *erfione dell
5 ozio ; a ogni modo nelle materie gravi, e di/gran momento, giulta ' T
oppinion d* Arinotele, non (la bene, che quegli che confìgliano, altresì
deliberano, potendo avvenir, che quelli di leggieri regolino li lor conlègli
con fini, ed affetti privati ; Quindi in Atene il colleglegio de 5 privati avea
soltanto la consultiva, e al Senato, e al Popolo si lasciava la deliberativa ;
D. Ma in che crede finalmente voi che con XII. fidano i veri vantaggi d’una
Reppubblica, o di un Stato? Nel commercio . Ch 5 intendete per quello ; Ai. Una
facoltà di permutare il fùperfluo per il necefiario che non abbiamo, e
trafportarlo da un luogo in un altro . X>. Come confiderate voi quello
commercio. M. In interiore, ed elìeriore, o maritimo. D. Quale di quelli
abbiate per lo più nèceffario ? M. V interiore, come quello che cofiituifce il
ben attuale di un R egno, - o di un stato. In che egli confilìe ? M,
Nell’agricoltura, nell 5 indulìria de’proprj terreni, e nella diverfa utilità
de travagli A Come dunque credete, che mantener fi poflà in fiore un cotal
commercio ? M. Con la protezzione, con la libertà, e con la buona fède. Quali
persone meritano la protezzione? Egli abbifogna pria che si proteggano
gl’agricoltori e li lavoratori della terra; in apprefiò gli Artidi, e dopo gli
altri,* con raddolcire il travaglio d* ogni uno, e far . che P induftria de*
Cittadini tutt' ora s’aumenti, cd aggrefea, non lafciando a, patto alcuno
impunità la pigrizia, e l’ozio, - eh’ è la (ùrgente di tutti vizj,* imperocché
l’ immaginazione umana avendo continuo bifogno di notritura, ogni volta che le
mancano degli oggetti ben veri, e (labili, ella formandofene di quelli, che non
fono, che larve, e chimere, deriggerfi lafoia totalmente dal piacere, e dall’
utile momentaneo ; quindi la Monarchia la più foggia, e meglio regolata del
Mondo rincontra* rebbè tutta la pena pofiìbile in fòftenerfi, (è parte di
quelli, eh* abbitano nella Capitale, altro non dico, marcifiero unqua nell ?
ozio ; fenza che qual cofa è mai altro in effetto il cercar da vivere lènza
travaglio, e fatiga, che un furto, o latroneccio, ‘che dir vogliamo fatto per
lo continuo alla Nazione ? e confequenteraente un delitto che merita la sua
pena. D. Mà’impiegate, ch’abbia un Regnante gli uomini neceflarj alla cultura,
alla guerra, e all 5 arti, come voi dite, del redo che volete, eh’ e’ ne faccia
? M. Egli fi deve occupare in opere di ludo, anzi, che lalciarlo in una vita
tiepida, e neghi ttòlà. Non farebbe colà megliore, e più commendabile mandar
tutti quelli a popular nuovi Paefi, ed a ftabilir un nuovo Dominio fùbordinato
totalmente, e fòttopodo a quello, che lor fornì di un sì fatto afilo, efsedo a
mio avvilo quello il più bel modo del Mondo da far conquide lènza perdita di
dati, e de* Cittadini, e lènza efporfi a molti perigli militari, e alla gelofìa
de’ vicini e alli folletti di una lòverchia edenzion di dominio, o di qualche
oltraggio, od onda, che potrebbero mai eflì ritorne? Mai nò; poiché lèmpre mai
fi è elperimentato per più vantaggiolò, e di maggior 'profitto per un dato
redringere per quanto vieppiù fia polfibile li Cittadini al 1 luogo della lor
propria dominazione in cui realmente rinvenir fi devono le forze di una
Nazione, che inviarli fuora, ed in lontani paefi ; ne di un cotal elpediente a*
Regnanti cpnvien l’ulò, (alvo chejn ultima necefiìtà e bifogno, e quando di
Vero il lor Popolo veggono eftremamente ag-grandito ; imperocché una Nazione,
che lì difpopola per gir ben lungi a Itabilirli delle nuove abitazioni per
ricca che ella ha, e poflènte divien ben tolto debole, e Ipofc fata, da per
tutto, ed in illato di perdere una con quelle 1* antiche, come dalla Storia
s’imprende. D. Ma qual colà voi intendete per ludo ? M. Tutto quello che può
mai lèrvirci per un maggior commodo della vita, c che non confitte, che in
drappi lini, tele, ed altre colè di tal fatta ; imperocché non è in mio
intendimento perfùavervi per lodevo-, le e commendabile l’ufo de’diamanti,
delle pietre preziolè, ed altre colè tali, che non Valendo che per aggravar una
tetta, e per tener imbarazzate, ed impedite le dita, non già per ifparambiarci
di travaglio alcuno, o per liipplire ad altra cofa necefc faria al
noftrofoftentamento,fi doverebbero con ogni ragione in ogni ben’regolata
Reppubblica vietare, e vero però è ch s alcuni confondendo quello diverfo
genere di lufc io con il primo, anno lenza diftinzione alcuna l’uno e l’altro
riprovato, ma fenza molto gran lènno ; imperocché non baciando per dilungar gli
uomini da vizj nè la purità delle malfìme della noltra veneranda Religione nè.
il dovere, e Tobbliga. gione propria lènza le leggi ;e tutti lènza riferva d 1
alcuno veggendofi portati dalle \ paflloni, e dagli affetti, il faggio
legisla-, tore non può, nè conviene,' eh altro fàccia, che maneggiar cotafi
paflìoni, ed affètti, che fon la caula della cattiva condotta de’ fìioi, in
modo, che ridondano a utile j e vantaggio della fòcietà, che compongono; così
per ragion d’efèmplo vedendo egli, > che Tambizione renda l’uom militare
d’af ' fai valorofo, e prode ; la cupidigia in * duca il negoziante al
travaglio, e tutti Cite tadini generalmente vi fi portino per lo luffe e per la
fperanza di un maggior/.com- modo, che altro vài egli a fare, che metter ogni
ffudio, e ogni cura in trovar modo, come quelli affetti giovar mai potrebbero
alla focietà di cui egli è capo ? L 5 autorità grande, e la rigidezza de 5
Lacedemoni non fu di maggior conquito la caggione, di quelle che agli Ateniefì
recarono le. delizie, e i maggior commodi della vita, nè il governo degli uni
fù-per quello ' molto differente modo di vivere un punto: megli ore di quello
degli altri ; o quegli ebbero degli uomini illufìri, ed eccellenti - v «ffai
più di quelli ; imperocché al novero di coloro di cui favella Plutarco eglino
non vi fi veggono, che quattro Lacedemoni^ fette Ateniefi, lènza un minimo
motto di Socrate, e di Platone peravventura lanciati in obblio ; e lo ftedf
giudizio far conviene delle leggi contrarie di Licurgo, non effondo elleno^
miga degne di maggior attenzione di quella, che lo fono 1* altre lue leggi, con
cui cercò egli d’ opprimere, e tor vìa totalmente da’ Tuoi il rofibre ;
imperocché come potea darfi mai a fperare, che la dia comunità, che non
affettava ricompenfà alcuna eterna, confervato avefle lo fpirito d’ ambizione
di far delle conquide, efpoda a un' infinita di fatiche, adenti, e perigli
fenza aver picciola fperanza da poter accrefoere i fùoi averi, o diminuire, e
foemar in parte il fuo travaglio, dove fi mirò la gloria fenza tali
vantaggi,chevalfe per dimoio della moltitudine ? fenzacche egli è certo, e fuor
di dubbio che quello, che fembrò ludo a nodri avi, non lo fia per al prefènte,
e quelche or lo è per noi, non lo farà forfè per quegli, che ci fègui ranno ; e
che l' ignoranza de* maggiori commodi lo refe a molti Popoli per nojofo, e
(piacevole ; quindi le oodre leggi fontuarie foemarono di numero, e predo che
andarono in difùfo, sècondo la noftra Politica fi andò da dì in dì vieppiù
perfezzìonando,anzi molte non ebbero neppur una fiata 1* elocuzione ;
imperocché al dinanzi che fi foffe una fòggia tralafciata udendone un’ altra di
maggior lufiò della prima, e facendo, che quella di Ieggier fi obliafle, elleno
non aveanoin che Ìuflìftere ; e come fi può da chi fia di Ieggier oflervare,
non altro che il iùfiò ha quali che dalle Città tolto 1* ubriachezza, e
portatala nelle campagne. Perche volete voi, che gli agricoltori, fiano li
primi da proteggerti ? àd. L’agricoltura, e l’induftria de’ terreni effendo le
baie fondamentale di quello commercio, lafciar non fi può in un Reame, lènza
una dilmilùrata perdenza ; imperocché non valendo il terreno da le a produrre
colà alcuna lenza una buona, e perfetta coltura, nella fcarfezza, e penuria di
quello, eh è d’ una neceflità afioluta per la vita dell’ uomo, qual appunto è
quella . delle biade, prò veder non fi può, nè remediare ad accidente, o
inconvenienza veruna, con quella medefima facilità, e aggevolezza eh* s*
incontra, trattandoli dell* altre colè ; quindi egli fi hà per una massima
fòmmamente vera, ed incontrafiabile, - che le forze d’ un Regno allor fiano
superiori'. 9 e maggiori a quelle d’ un’ altro quando maggior quantità egli
abbia di quel che è d’ una neceffità realmente afiòluta per la vita,e per lo
lòftentamento de Cittadini ; effendo colà, feoza fallo d’afv fai lungi dal vero
il credere * c he i paefi ricchi in Miniere fiano li piu graffi 9 e ab•
bondevoli del Mondo, tutto dì facendoci . la fperienza conolcere, che in quelle
li richiegganoun numero aliai gradedi perlòne, che occupato, in altro farebbero
al padrone di maggior vantaggio, e utile, Ma come vorrefle che s*
incoraggifchino mai quelli camperecci, o forefi applicati alla coltura» ù Per
veriità non vorrei già che lori! pro- ponellèro perciò al dinanzi quanti
Confusi * e Senatori, e Dittatori Romani, quanti Re fi tratterò dall’ aratro, e
dalla vanca, o lor fi mottrafle quanto quello medierò fi fù feriale a tutti e
comunale Quand' era ciba il latte Del pargoletto Mondo, e culla il bofeoi
imperocché con la filza di quelle, e altre sì fatte ciancie di cui compongonfi
da Rettorici le lor itlampite, non fi verrebbe di vero altro a fare, che cantar
a porri ; ed il più delle fiate lor diverrebbomo ilpiacevoli, e nojoli ; ma il
miglior modo, che lì può in quefto da uom tenetegli nonè-amio credere, che
prometterli, e ridurli in speranza d’una buona raccolta 9 e foccorregli, ed
aiutarli quando abbi fogna. Venendo al fecondo mezzo, eh 'abbiamo per i (labi 1
ir quefto commercio interiore, ch’è la libertà, (piegatemi quefta in che
confitta. M. Quefta, che è aftai più neceftària della medefima protezione,
potendo la fola forza del commercio efler in luogo di quella, non confitte che
in una certa facoltà data a’ Cittadini da poter cambiare e permutar il
foperfluo per quel che lor abbi fogna ? e trafportarlo da un luogo in un altro,
onde ella per verità accoppiar fi deve sempre mai congiungere con la facilità,
ed agevolezza degli tralporti, e de 5 viaggi, dipendenti del tutto dalle vie,
dalli canali, e dalle riviere; comecché con quefto vocabolo di libertà, che
malamente prefo hà mille, e mille fconcerEi recato nella Religione, e • nello
Stato, non intendo, che operar fi debba a capriccio e contro il comun vantaggio
della focietà,• ed imperniò reftringer fi devefoltanto a quel che riguarda il
trafporto di quello, che avanza non men al padrone, che al luogo, da cui quefto
vien fatto. D» Senza dir nnl la della fedeltà, richieda in quefto commercio,
avendone a fiufficienza favellato al dinanzi, palliate al commercio efteriore,
o maritimo . M. Inquerto oltre quelle colè, che fi richiedono per lo
ftabilimento del commerciointeriore ad avvilo d’unlnglefè, fèguito dal Signor
Mellon, da cui imprefi quanto or vi dico intorno quello particolare egli è
neceflàrio; I. L’aumento, o aggrandimento del novero degli abitanti y II. La
moltiplicazione de’ fondi del Commercio. III. Il render queflo commercio
agevole, e neceflario, IV. L’ ingegnarli che fia dell’ interefTè delle Nazioni
negoziar con noi ; Nel terzo egli reflringe non meno il tra (porto de’ debiti,
e de’ dritti de’ Mercadanti, che le fpefè necefiàrie ' * perii Doganieri, e i
buoni regolamenti intorno a’ cambj, e Tafficuranze maridme,che porte in ufo
dagli Olandefi, 1 * an no oggi gl’ Inglesì diftefe fin alle per/òne flefie, che
vanno con le merci; e nel quarto e’ comprende tutti i tratatti di commercio con
le Nazioni. ZhPofto per vero,che l’aumento degli abitanti fia cotanto
neceflario e utile quanto voi dite per un Stato, e per una Reppubblica, colà
credete che far fi debba per querto? JM, I. Egli è necertàrio, che fi
proteggano i maritaggi con privi leggi, e foflìdj con ceffi a genitori di una
numerofa prole, e con là diligenza ufàta irr ben educare, ed allevar gli
orfanelli, ed i putti efjxjfii alla vétura IL Convien (palleggiar i poveri iti
guifà, che non fi confumino nell’ozio, e nelle miferie, e fìan perciò coftretti
d’ abbandonar il lor \ Paefe . III. Egli fi deve con tutta aggevolezza ammetter
i Ara ni eri IV. Abbi fogna che s’ abbia ogni cura de’Camporecci, e di quelli
che firn muojono nelle Campagne per le foverchie mitene . V. Egli ò medieri
proccurar di aggrandire quanto fia poffibile f indufìria, e perfezzionar farti,
e i meftieri, poiché con ciò venendofi a tenervi minor quantità di perfòne
occupa* . te, il di più fi guadagna . VL fi doverebbe altresì trattare di non
tenervi in quefio più di quelli che vi fi richiegono ; comecché non fiuebbe
(bordi propofit© con una legge torre la facoltà a oiafcuno di difporre ideila
foa libertà al dinanzi, che non abbia quella da poter difporre de’ (boi beni.
V. In molte oceafioni dunque fia per fàper quelli che per travagliar fian
buoni, fia ; per lo fiabiiimento., o leva di nuove impone, fia per conoteere li
differenti progreffi della moltiplicazione degli uomini, fia per altra co fa sì
fatta fon neceflàrie in un Regno le numerazioni degli abitanti. *M. Certifiìmo
anzi alcuni ti fon ingegnati fino di calcolare quanto un agricoltore, o un
artifla fi£ d’ utile allo flato,- vaglia il w vero la colà ha molto del
malagevole, e . del difficile,* a ogni modo non vi difgraderà un modo in ciò
ufàto dal Cavalier Peti ; t.ti t, cheto ci propone Mellon,• comex che
fèftfpr&'fia mólto più fpecolativo, che o pratico ^imperocché fòppoflo,
ch’egli ha - per vero ; f. Che nella Scozia, è nell* Ini» gh interra .non v’
abbiano che fèi milioni c à? ahbitariti . If. Ch’ogni uno di quefti fpenda 7;
lfre fterline, che nel corfo d’un fi anno 1 vengono a far 4*. milioni di Ipe/è
; e xlfl, Che l’entrate de’territori non fia altro che otto tflilioni, e quelle
delle Carri multiplicando li milioni d-* utile per li 20. in cui fi ri» •
ftringe tùtta la vita dell’ uomo ; e vedendo:che con ciòd venga a far la
fommadi 480. milioni, la quale divifà per li lèi milioni d’abitanti, per
quotienfte fi rinvetica che abbia 80. lire (ieri ine, egli vuole -- eflèr
appunto quella la valuta di ciafeun di quegli 2 } $). Ma risguardo al trafporto
delle merci . maritime, porto che quelle fiano 1* avanzo -di quel che abbi
fogna iti un stato, volete che permetter fì debba indiftintamente, r e lènza
dirtinzione? M. Per altro giufta la libertà generale del Commercio permetter
fidoverebbe qualunche reciproco tralporto ; imperocché in una cotal guilà
quelche in una merce li perderebbe da una Nazione, fi guadagnarcele
nell’altra,* ma uòpo làrebbe ch’in ciò f concorrere, e girte dj concerto tutta
l’Euro, pa ; colà che per li grandi, e lèmmi pregiudizi di cui ella abbonda è
preflo che imponìbile, non che malagevole; quindi li vede, che molte nazioni
per particolari interelfì v’abbian una infinità di termini, e di rellrizioni
intramelfe. Ma non làrebbe egli un un maggior vantaggio j e utile per noi, che
gl’altri veniffero da noi anzi, che noi ne gifiìmo ad ef - - ? Ditèoveritimi il
voftro fèntimento intorXlir. no la guerra ?* 2kf. Così noi domandiamo quello
Stato di una Reppubblica mediante cui, ella obbliga un’ altra a lòmminilìrarle
quanto 'brama . R* ella per dritto Naturale permeila ? Senza fai lo -imperocché
le Reppubbliche, conforme noi dicemmo efiendo alla guilà di tante perlòne nello
fiato della NATURA; v e dovendo ogni uomo a tutto poter icànzàr che che di male
gli può mai per colpa altrui intraveni re, con adoperare in ciò tutti mezzi
poffibih del Mondo, egli è di ragióne, che l’una badi al rifàreimento del
danno, ricevuto dall’altra, e tratti con mezzi conyenieriti r ed anche con la •
forza, dove tutto manca, ripararvi. Che cosà è pace? Egli è quello flato di uno
Reppubblica i ' eh’ è ben ficuro, e libero dalla violenza, e dalla forza de
stranieri. A noftro avvilo dunque nello flato Naturale, in cui fi conliderano
le Reppubbliche, eflendo peravventura permeilo d’ufar la forza, o violenza
contro la forza, o violenza, fòltanto dove non vi fiano degli altri rimedj, la
guerra reputar non fi deve, che come uno eflremo remedio, a cui non bifogna
venir giammai, fé non in *;• calò dilperato, e dopo aver tentato tutti gli
altri i II perchè ebbe tutta la ragione Livio di aderire che : jujìum bellum,
qui- * bui necejjarium, # pia arma, quibui nulla, nijiin armi 1 relwquitur fpei
. M. Per verità da Iperienza maeftra di tutte le colè, da tutto di
adimprendere, comecchè lènza alcun profitto de’ Regnanti, che fia lèmpre
vieppiù il danno * ed il dilèapi* toy che recanò le guerre, che l’utile. Quindi
quelli metter dovendo, tutto lo - Audio, e la cura in promuovere in quahmque
modo la falvezza, e il bene della Reppubblica, egli conviene, che in un fido,
calò fi portino a guerreggiare; cioè, quando lùpera di Iunghifllmo spazio, e .
lènza comparagione eccede la speranza del guadagno il timor del danno, per
valermi del detto d’OTTAVIANO e dopo adoperati tutti gli altri mezzi pofiibili
; come a dire dopo, che perii Legati fi è di già - ammonita la parte contraria
± e nemica a lafciar 1’offefà, ed a rifar il danno, parte con la dolcezza, e
parte con l’afprezza; ovvero dopo averle recato qualche danno uguale al di già
(offerto, ed ufàto delle fcorrerie, o finalmente dopo proccurato terminar le
controverfie mediante gl’arbitri,' o altra colà di tal fatto ; il perchè da
quefto fi comprende quelche ad uom mai vien permeffo di far nella guerra, rioè
tutto quello lènza cui il nemico coftringer non fi varrebbe, e obbligare in
modo alcuno a quelche fi vuole, nè polliamo unque per l’avvenire viver ficuri,
ch’egli le ne rattenga ; poicchè nello fiato Naturale, come a voi è ben noto
fèrvir ci polliamo di tutti li mezzi, che fi poflono mai avere per riparar al
male, che è per avvenirci, e frenar colui, che n’è l’autore, fìcchè non damo
certi, che non ci danneggi in avvenire ; e perchè le guerre, q fon offensive, o
difenfive; diciam noi guerre offertfive, quelle che fi fanno per riparar il
danno, che fi può mai avere ; e difensive, al rincontro nomeniam quelle, che
mai fi fanno per eflèr rifatti di quel danno, che fi è di già avuto, o per Schifar
quello, che altri tratta d’apportarci; non meno nell* une, che nell’ altre dove
fi vengono a terminare, fi deve totalmente alla parte offèlà rifarete tutto il
danno, eh’ ella ha /offerto, e darle malievaria, e ficurtà di non danneggiarla
mai più inappreffò, con fòmminiftrarle parimente tutte le fpelè, che nella
guerra ella ha fatto, pur che egli fia colà ageyole a noi e non imponìbile a
farlo; del refto, eh* ogni Regnante nello fiato della Natura fia tenuto dar
fòccorfò, ed ajuto all’ altro invaiò ingiuftamente, ed affali to, e che non fi
rinviene in fiato di poter difenderli, egli non lèmbrerà affatto Arano a chi
che è ben perfuafo dell’ obbligagione, e del dover degl’uomini di lòccorrerfi a
vicenda. Quanti e quali fono li modi propri per acquistar un Impero? Due:
l’elezzione, e la successìone, giuda dalli medesimi nostri principi si deduce ;
non potendofi da niuno aver in altro modo il governo nelle mani, le non
mediante il confenlò ffeffo di coloro, che governa, e ciò che quelli anno una
volta flabilito; comecché per verità fi poffà altresì ottenere con l’armi, e
per conquida ma di quello ultimo modo non abbiamo colà di ririmarco da dinotare
per aJ prefente; fé non che cotali Regni dipendano del tutto dal capriccio, e
dalla volontà di colui, che li conquida. Che intendete per elezzione? M \ Un
certo particolare, e lòlendo atto, mediante il quale, o tutto il popolo, o
foltanto una parte, cui quello concede il dritto, e la podeftà di eleggere,
conferì fce il governo di una Reppubblica a chi più gli piace. Quando l’mpero è
successivo? Ogni volta che li conferì perawentura a una famiglia, con patto e
condizione, che si elegga sèmpre mai qualch’unodi quella per lo fuo governo. Il
perchè egli può in quello cafo avvenire, che lì fii di già {labbilito, e
determinato altresì chi fi debba di quella all’altro anteporre ; cioè per
esemplo, cheli primogeniti fiano preferiti fèmpre mai V secondi, e quelli alle
femine, o che in altro modo venghi la succeflìon determinata; ovvero eh’ e
concedo fi fu con facoltà di difporne a lùa voglia in ' teflamer.to, e fuora ;
comecché vi fìa risguardo a quello nella Germania altresì r ufo de’ patti
fòccefiorj tra alcune famiglie de’principi, e Signori; come adif- ilefò
oflèrvar polliate da voi, dove vi piaccia negli Scrittori del gius pubblico y,
(x) (ebbene per quelche,(èmbra non (è ne rinvenca etemplo dinanzi all*
Imperador Ridolfo. Egli è il vero, che non meno quelli, che entrano nel Regno
per fuccef(ìone, che quegli che 1* ottengono mediante l’elezzione cofiumano di
ferii coronare ; ma ciò non effondo in fatti, che una congerie di più atti
(blenni- per v cui non già fi accrefce, in qualche modo, o fi aumenta la.
podeftà de 9 Regnanti, ma fi viene foltanto a rifiabilire, e confermar quella,
che di già anno, ed a render la lor perfona nota a tutti, e palefo come quello,
che non è fondato, che in un’usanza, non merita la noftra attenzione. Avendo i
Regnanti una (bmrna obbligagione di riempiere gli animi de loro fodditi delle
vere mafiime di Religione ; il governo del loro Stato rifguardo a queflo
particolare credete voi che in effetto appartenga ad efii? L’ obbligagione de’
Regnanti rifpettoa ciò non è altro, che trattar d 9 introdurre e proteggere a
tutto potere nel lor stato -n la vera religione, con dar a coloro, cui lpetta
largo campo da poterla efercitarej e delle sue fonte ma/iime riempierne gli
animi de’ lor fodditi ; appunto come per far che quelli foddisfino al dover,
che la natura lo rimpone di confervar la lor folute, e trattar, dove avviene,
che peravventura incorrono in qualche malore di riffabilirfi, non fon miga
tenuti farla da’medicanti, ma far foltanto che nel lor Regno vi fieno degli ben
efperti, e pratici in quello meftiere, o quandoabbifogniano non manchino;
imperocché lo Ipii ito della Religione, e la politica temporale d’un stato
eiìendo infra se cofe molto diverte, e differenti ; trattando il primo di
ftabilire, e mantener tra gli uomini un ordine perfetto, e una pace solida e
ben ferma, ch’e’fia effètto d’ una unione de’cuori e di un vero amore
dell’unico e soverano bene eh’ e’dio, mediante un gran difprezzo, e
diftaccamento dall’amore de’ beni temporali, di cui non nè permette, che un ufo
d’ affai fòbrio, e parco, e il fecondo non ri /guardando altro, che l’efleriore
degl’uomini a fin di mantener la pace e la tranquillità pubblica ; ed imperò
fòddisfar non potendofi da una fleflà pedona, inùnffeffò tempo agli ebbi jghi,
o doveri, o uffizi d’un principe spirituale e temporale, egli eoo viene di
neceflìtà,che si dividino a due differenti persone, e fi cofiituifohìno, e formino
due diverse potenze, comecché quelle amenrìue tenute effondo totalmente di
congiungere, ed unir gl’uomini nel culto del divino, e nell’osservanza di tutti
gli obblighi e doveri, che insegna lor la religione, e riguardando perciò
quaficchè un medefinio fine, non poflòn effor tra se giammai di vifo, e l’una
contraria in modo alcuno all’altra, salvo che per la disunione e discordia di
coloro che l’eforcitano e bramano dar all’una un’eftenfione su dell’altra che
in guisà alcuna non può competerle. Quindi conforme quegli che sono proposti al
Ministiero spirituale, sono in obbligo d’ispirar a tutti gl’uomini ed infognar
loro il dover dell’ubbedienza alle potenze temporali, e l’osservanza delle
leggi e degl’ordini de lor regnanti; così altresì coloro, cui Dio ha fidato e
commesso il governo temporale d’un fiato, fon tenuti d’ ordinar a tutti lor
fodditi l’ ubbedienza alle potenze spirituali e coftringergli agli obblighi, e
doveri, che porta foco una tal ubbedienza in tutto quelch’e può mai dipendere
dall’ufo della propria potenza j ciò che comprende il dritto di proteggere,
difendere, e far mettere elocuzione alle leggi della chiefa; punir e castigar
chi che opera in contrario, e cerca iturbar l’ordine efieriore, con far altresì
delle leggi per quello effetto, quando mai v’abbifògnano. Vivon tutti ben
persùasi e certi di quella verità? Venendoci ella altresì nel vangelo fpre£
famer.te infegnata non fi legge giamai da’ cattolici messa in questione. A ogni
modo i filosofi del dritto pubblico infetti il più ed ammorbati di Refia, e
ripieni di falle mafiìme, oppofle, e contrarie non meno alla rtoftra santa
religione, che alla buona ragione trattano comunalmente a tutto potere di
pervaderci il contrario. Ma su quali pruove, e ragioni fondano il lor discorso?
Secondo dicono con farli altrimente egli fi viene a sostener una divisione ed
unfcifhla continuo nello stato e nel regno, essendo molto malagevole e
difficile che due potenze diverse operino concordemente in tutto, e l’una non
s’ingelofifca punto dell’altra e venga a diffidenza. Nello fiato NATURALE tutto
ciò effondo fiato proprio de’ padri di famiglia, instituite che furono le
sòcietà civili, passa a’ capi di quelle, cioè a 9 regnanti. Ili, rr Essendo il
principal dover di quelli proccurar in tutto di mantenere la pubblica quiete
della società e niuna cosà valendo cotanto qùefta a disminuire quanto le
controversie, eh avvengono intorno la religione, egli si deve per questo tutto
ciò che rilguarda questo punt, confìderar altresì come proprio di elfi loro. Ma
di quelli e d’altri sì fatti folleggiamenti, non si deve da chi che pensa far
conto alcuno. Imperocché per rispondervi con confonanza. Dove a ognuna di
quelle potenza gli lì dà quell’eftenzione che gli conviene PER NATURA, e viene
in quel modo che noi detto abbiamo esèrcitata, non v’ha niun feifma da temerli
in un stato o regno. Sebben egli fia vero, che ne’ primi tempi 1’elercizj della
religione, non si faceano che da capi di famiglia, perché quefio fàcevasi per
una pura necelfità, non efièndovi allor altro da cui efèrcitar si potefiero,
non ne possiam noi, che siamo in un altro stato inferirne niuna cosà di buono,
in guisa che quantunque e’ Aggiungano di vantaggio che da quelli pafiàti fodero
nell’ instituzione delle società civili a’ regnanti, ciò come colà che non è da
altro sostenuta che da conghietture non deve far in noi niuna impresone.
Imperocché dalla lezzione della storia egli s’imprende al contrario che tutte
le nazioni del mondo, e tutti i popoli della terra salvo alcuni pochi che non
fi vaifero della religione, che per frenar la plebe e per teziar la lor
ambizione, ebbero due potenze diverte, l’una per lo buon regolamento di quelle
cose, che a questa apparteneano, e l’altra per lo buon governo di quelle che
riguardavano teltanto l’ellerior della lor tecietà. E III. Finalmente
avvegnaché i diflui bi, e le rivolte molte in alcun regno tetto pretefio di
religione siano fiate le più perniciofe del Mondo ; a ogni modo, come la fipria
lo c’integna, la caute, e il motivo principale di quelle, non fu, che l’ambizione,
e le pafiìoni de’cittadini; Chi averebbe mai teguito nella Germania, per parlar
de’tempi a noi più profiìmi, l’anfanie di LUTERO e la sua malvaggia ‘dottrina’,
se pur ella è meritevole di un cotal nome, te buona parte della plebaglia dal
guadagno e dal buttino ed alcuni principi dall’odio eh’ e portavno alla casa
d’Austria, non vi fofier tratti, ovvero dalla libertà di coteienza e dalla
lascivia rifpinti? Ma egli mi tembra aver di già trateorte te non tutto,
almanco il più importante di quel, che ci propofòmo da trattare, il perchè non
essendo più ora da favellarne, riterbaremo il tettante ad un’altra più agiata
opportunità. EMINENTISSIMO SIGNORE. f G T ?^^TV M TP a ? re in ^ tede. nfìima
Citta, fupplicando efpone a Voftra Eminenza, come dentiera lampare un libro eh’
ha n* r titolo: De principj J e l Dritto ^aiutale di Giano.’uleppe Origlia, P.
j e perciò fupplica cornar terne la nvdione, e l’averà a grazia, ut Deus &c
Reverendiis Dominiti D.Januarius Verelius e ri' C.thfaUs Vicari, C.ra,T“lcfrt
refirT{ COea,t EX ‘,m ‘" a ‘ ar Siedali, rcvidear, £ 7 ... Dat x l ; m,
Napoli J DepZ. NlCO aUS 7 ° rntts E W C - ^chadiopof: Canon. EMINENTISSIME
PRINCEPS. 0 P xr ’ qU ? d inCcrlb ^ur, Trinchi del Dritta di quod^fideì^ ’ at f
ente ..! e §i > nihijque in eo expenq od ndei, vel moribus adverletur Ano a
typis volgari polTe cenfeo . a£IVerIetUr • de re £ J^tum Napoli fe c£iZ" m
&££. Napoli Deput. 1 TornttS fy’fc- drchadiopol. Canon. S.R.M. Sa Ra Ma
Giovanni di Simone Stampatore supplicando umilmente efpone a V. M», come
defidera (lampare un libro intitolato: De * Principi ilei Dritto Naturate,
Trattenimenti JV. di Giangiufeppe Origlia, Panlino; Ricorre per tanto da V.M. e
la (applica degnarli concedergliene la licenza, e Pavera a grazia, ut Deus etc.
Vtriufque Jurìs DoBnr Jofephus Cyrillo in hac Regia Sttùlorum Vniverfìta/e
rrofejjor revide at 9 é*. jn fcriptis referat. Napoli C. GALIANUS ARCHIEP.
THESSAL. ILLUSTRISSIMO SIGNORE. NeI saggio di D Giangiufeppe Origlia
De’prìncipi del Dritto NATURALE; non è cosa, che offenda i diritti del Rs,o’l
buono e cìvil coftume: anzi riluce in esso la pietà non meno che l’ingegno del
dotto autore; onde stimo che si possa pubblicar colle stampe se altrimenti non
istima V. S. 111 e Rever e le bacio col debito ofl’equio le mani . Di Casali
Degnifis. ed Obbhgatifs. Servidore Giuseppe Pasquale Cirillo, Napoli. Viso
regali refcripto fub die ?o. proximi elapfi menfì ac approbatione fatta ordine
S.R^M.de commijjìone Reverendi Re gii Cappellani Afa joris a magnìfico V.J. D.
D.JoJepho Pafcbali Cyrillo. Pepali! Camera Santta Clara providet, decerni t,
ntque mandat, qund imprimatur cum infertafor ma prafentis fupplicis libelli,
ópou, V. not. not. N. e per via e’ per, ETXEIPIATÒR, * 4 p. ETXEIPIAION Non che
imaginano non è che, ìfcorger, pag. 161. ricorrer, e. netto, pag. 162. inetto,
li pefi li pefci e doloro ibid. elfo loro azzioni azioni metter liin metterli
in; da Giureconfulti de dal del cónvengha convenga, didelfo diftefo, delle
morali, pao. della buona morale, fia fia, obbligo obbligo, dimenticàffero
dimenticaflsro fi fi, quel che noi diciamo ma fol quando nói tex: ur ° a, ™ n
°Deo Dio obìgat, ilici, oblìgAt, quid erìt de exit de, Confifterla confifter la
prima, t ed un altro ad un piantai giammai. fi (labili fi flabill . di altri da
imparaccio Imbarazzo foprabondanti foprabbondanti, oltre modo altro modo flato
d’ occafione è flato, paragonandole quelle a quelle venga venga in una in una
focietà in una focietà Lattanzio che fi Lattanzio fi ammonifcha, ammonifea in
nulla ad offender,nulla offendere Qualiier mulìer mulier liiber mulier liberi
dos dicit di ci tur, leggi contrarie fontuarie per veruta verità. Tempre mai
congiungere e congiungere „ avende avendo, dilcoprj difeopri Non abbiam notato
qui, che gli errori li pit\ essenziall e Cll m aooìrkr rim *% a 1. come doppi
punti etc. non polli dove lì doveano, lì fpera che ilmrttfe leggitore non averi
difficultà di plrdo- [AVVISO DELLO STAMPATORE al lettore. l’autore oltre molte
altre varie, e diverse opere, eh’ ha intendimento di dar al pubblico di vario,
e diverte genere di letteratura, e tra l’ altre una, eh’ ha per titolo: Jurii
Canonici ac civilis praleBiones criticai in duóbtti voluminibus congejìa;
incorni ncerà ora l’edizione d’un altra intitolata: Varti, e mejlieri
deferitti, con ogni efattezM tofpbile, e ridotti a lor veri e proprj principi.
Opera utilissìma per coloro che bramano coltivare la teienza dell’ arti ed
averne di tutte una qualche cognizione. il collo diciateun Tomo, che conterrà
de’ Rami, per l’afiociati farà di carlini 7 e per gl’ altri di. Giovanni
Giuseppe Origilia Paolino. A. Paolino. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Paolino” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Paolino.
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