OTTAVIANO
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Ottaviano: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale nel secolo d’oro della filosofia romana sotto il principato
d’Ottaviano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. It should always be kept in mind, when
approaching the philosophy of H. P. Grice, that he enrolled at Oxford in the
only philosophy programme then available – having won a classical scholarship
to Corpus from his alma mater at Clifton. Therefore, he had first to pass
classical moderations, which he did with a first – to pursue philosophical studies
at ‘greats’ and where critical thinking of the philosophical kind was first
required. Therefore, an interest in the philosophy behind Rome’s first emperor
– or ‘prince,’ strictly – would hardly been foreign to him. Indeed, it was the
positivist creed that was taking root at Oxford – brought by whom he calls the
‘then enfant terrible,’ Ayer – which was the ‘furriner’. In Ancient Rome, there
was no clear distinction between philosophy and other branches of culture, and
Ottaviano excelled as a philosopher, if a Roman would have been so bold as to
utter’ excell’! Filosofo italiano. Il primo principe. Historia augusta, scritta
d’Ottaviano. His philosophical teachers are well known. The education of a
prince. O. lascia alla sua morte un dettagliato
resoconto delle sue opere: le Res Gestae Divi Augusti. Svetonio in particolare
racconta che una volta morto, lascia tre rotoli, che contenevano: il primo,
disposizioni per il suo funerale, il secondo, un riassunto delle opere, da
incidere su tavole in bronzo e da collocare davanti al suo mausoleo, il terzo:
la situazione dell'Impero. Quanti soldati sono sotto le armi e dove erano
dislocati, quanto denaro era nell'aerarium e quanto nelle casse imperiali,
oltre alle imposte pubbliche. Il testo dell'opera è tramandato da un'iscrizione
in latino. E incisa sulle pareti del tempio, dedicato alla città di Roma e ad
O., situato ad Ancyra -- l'odierna Ankara, la capitale della Turchia -- e
pertanto è stata denominata Monumentum Ancyranum. Altre copie, molte delle
quali sono giunte frammentarie, dovevano essere incise sulle pareti dei templi
a lui dedicati. In uno stile volutamente stringato e senza concessioni
all'abbellimento letterario, Augusto riportava gli onori che gli erano stati
via via conferiti dal Senato e dal popolo romano per i servizi da lui resi; le
elargizioni e i benefici concessi con il suo patrimonio personale allo Stato,
ai veterani di guerra e alla plebe; i giochi e le rappresentazioni dati a sue
spese; infine gli atti da lui compiuti in pace e in guerra. Il documento non
menziona il nome dei nemici e neppure quello di qualche membro della sua
famiglia, con l'eccezione dei successori designati: Marco Vipsanio Agrippa,
Gaio Cesare e Lucio Cesare, oltre al futuro imperatore Tiberio. O. e totus
politicus, fin dall'adolescenza. Forse lo rivendica egli stesso nelle sue
memorie. L'unico frammento di una certa ampiezza in cui leggiamo esattamente le
sue parole racconta di lui men che diciannovenne alle prese con una imprevista
e imprevedibile circostanza esterna, prontamente messa a frutto in termini
politici. Si tratta di un miracolo ed egli capì subito che anda capitalizzato.
Durante i giochi da lui organizzati in memoria di GIULIO (si veda) Cesare, in
un momento di massima incertezza politica, tra liberatori perplessi e cesariani
frastornati - apparve una cometa e rimase visibile per ben VII giorni. Il
fenomeno fa molta impressione. «l volgo – scrive O. nelle sue memorie -
credette -- “vulgus credidit -- che quella stella significa che l'anima di
Cesare e stata accolta tra gli dei immortali. Usando tale pretesto (quo nomine)
feci subito (mox) aggiungere quel simbolo al busto di GIULIO Cesare che fa
consacrare nel foro. Il brano è citato da PLINIO nella Naturalis Historia, il
quale commenta. Queste furono le sue parole, destinate al pubblico, ma una
gioia intima gli suggere che quella stella era NATA PER LUI e che lui nasce in
essa. L'episodio ha avuto una eco imponente nella letteratura poetica e
storiografica, coeva e successiva. La formale decisione del Senato romano - che
stabili essere GIULIO Cesare ‘divino’ - ha luogo. Divus lulins. In tal modo O.
diventa ope legis, figlio di Dio, Divi filius. C'è chi pensa che già in
concomitanza con la conquista a mano armata del consolato, O. ottene tale
prezioso riconoscimento. Ma di fatto le premesse O. le aveva poste con
l'operazione «cometa», alla quale del resto si richiama una vasta tradizione
superstite: da Seneca a Svetonio a Plutarco a Dione Cassio. Ma al benefico
astrum Caesariso fa già riferimento VIRGILIO, e ormai rinfrancato, nell'Ecloga.
La carriera d’O. e incominciata già l'anno prima, quando, neanche allora in
ottima salute, aveva raggiunto GIULIO Cesare in Ispagna per esser presente
all'ultima durissima lotta contro i pompeiani, culminata nella battaglia, fino
all'ultimo incerta, di Munda. Difficile stabilire se GIULIO Cesare lo avesse già
allora notato, se Azia - madre di O. - abbia attratto l'attenzione di GIULIO
Cesare su di lui, se O. forza la situazione superando le esitazioni materne.
Quanto ci sia di riscrittura post eventum e quanto invece di autenticamente
vero in questo passaggio, che i biografi cortigiani d’O. esaltano come
premonitore, forse non si potrà mai accertare. In ogni caso spicca la capacità
dimostrata da GIULIO Cesare di scegliere un successore. In politica non accade
quasi mai. I capi carismatici hanno, oltre che l'idea della propria
indispensabilità, anche la certezza della propria superiorità. Di qui la loro
sospettosa sfiducia verso il proprio entourage, nel quale pur debbono pescare
chi verrà dopo di loro. A sua volta O. cerca per anni, e resta tra gli arcana
delle sue ultime ore di vita se sia stato davvero pago della scelta compiuta
(Svetonio, Vita di Tiberio). E ben si comprende. GIULIO Cesare sceglie un
figlio adottivo ed erede che puo, se si e confermato capace, diventare un
capoparte; O., invece, pur avendo restaurato la repubblica cerca un successore.
Anche dal modo in cui risolse questa tormentosa difficoltà degli anni finali
viene fuori il ritratto di un politico totale dotato di una visione in cui la
certezza della propria insostituibilità' -- che rende, tra l'altro, ancor più
disperante la ricerca di un successore -- si sposa con la tenacia nel
perseguire l'attuazione di un disegno; coniugare conservazione e rivoluzione,
dare alle istanze fondamentali della rivoluzione cesariana una salda cornice di
conservazione. Il che era molto di più, e molto più complicato, di una
riproposizione aggiornata del principato di Pompeo. Gli anni della lunga pace
non sono facili. Non sono mancati, in quei lunghi anni di governo solitario,
congiure, insidie, e persino il rischio che i conflitti si riaprissero. Da
qualche cenno di Seneca si deduce che ce ne furono e non irrilevanti. E se
Seneca ne e informato vuol dire che ne trova la traccia nelle inedite Historiae
ab initio bellorum civilium che suo padre continua a scrivere e ad aggiornare
ma non se l'era sentita di pubblicare. E anche questa prudenza di uno storico
accorto, che fa a tempo a intravedere «il mondo di ieri», ci fa capire che per
O., alla fine, l'unica scelta possibile era quella della storia sacra. Perciò,
quando la lunga pace civile del suo interminabile governo non ha più bisogno di
una ravvicinata e puntuale messa a punto aderente alla quotidianità politica,
egli inventa un altro strumento che affermasse in modi essenziali e
monumentali, sperabilmente per sempre, la sua verità: il solenne e
sacralizzante ri-epilogo dei propri successi, da trasmettere a tutti i sudditi,
non soltanto ad una cerchia più o meno larga dell'élite dirigente. Così nasce
in lui l'idea delle Res gestae, diffuse su supporto durevole per tutto l'impero
e perciò salvatesi: covate e limate nel corso degl’anni, e alla fine pronte,
oltre che per l'impiego monumentale, per la lettura postuma, davanti al Senato
intimidito e allenato ormai alla servitù spontanea, attraverso la bocca
dell'erede designato, anzi, con ulteriore ricamo rituale, del figlio di lui
Druso. Per Roma e una radicale novità. E la via epigrafica alla storia sacra,
sul modello delle grandi epigrafi regie del mondo iranico -- Dario a Bisutun --
e del mondo egizio, faraonico e poi Il ruolo delle Res gestae e quello non solo
di dichiarare chiuse per sempre le guerre civili, ma di spiegare
anapoditticamente ai posteri, la perfetta riuscita di quel disegno e di fare
accettare questa verità come l'unica vera nel momento stesso in cui la
successio dinastica ne rivelava la principale crepa. Nel che risiede la loro
grandezza e, insieme, la loro fragilità. VOX AVGVSTA. Petrarca, nel secondo
capitolo del primo libro delle Res memorandae, racconta d’essergli avvenuto,
ancora giovinetto, di leggere un libriccino contenente gli epigrammi e le
lettere agli amici dell’im- peratore Cesare Augusto, conditum facetissima
gravitate et luculentissima brevitate adorno di forbita dignità di stile e di
eloquente brevità; un volumetto quasi intonso e mezzo divorato dalle tarme, che
andò per- duto, e che, per quanto disperatamente cercasse, Petrarca non riuscì
più a trovare. I dotti dubitano della veridicità della notizia, ma forse
dubitano a torto, giacchè nessuna ragione poteva avere Petrarca di men- tire la
notizia, e da nessun’altra fonte che dalla diretta lettura avrebbe egli potuto
derivare un giudizio così vero e preciso sulle doti stilistiche degli scritti
di Augusto. Non resta, dunque, che dichiararci contenti che a rivelare al mondo
la grandezza di Cesare Augusto scrittore sia stato il primo umanista d’Italia,
e che a nessun altro sia riuscito meglio che a lui di definire, in fresco e
saporoso latino, le caratteristiche dello stile del figlio adottivo di Giulio
Cesare. Molti secoli passarono prima che si ponesse di nuovo mente ad Augusto
scrittore, e solo quando fu ritrovata l’iscrizione di Ankara in Anatolia i
dotti si diedero a raccogliere i frammenti degli scritti imperiali e a
riprodurli più volte in edizioni belle e brutte, rintracciando meticolosamente
il benchè minimo frammento. Sulla iscrizione dell’ Augusteo d’Ankara storici e
filologi discutono ancora, voglio dire che ancora non si sono messi d’accordo
sulla natura e significato di uno dei quattro documenti che O. consegna,
insieme col testamento, alle vergini Vestali perchè alla sua morte fossero
letti in Senato. I quattro documenti erano le disposizioni per i funerali, il
resoconto delle sue gesta, una relazione sulla situazione militare e
finanziaria dell’Impero, i consigli a Tiberio sul modo come reggere e
amministrare la cosa pubblica. Ci è giunto intiero il secondo dei quattro
documenti: ma non già nell’esem- plare che Tiberio, obbedendo alla volontà di
Augusto, fece scolpire nel bronzo dei due pilastri collocati innanzi al
grandioso Mausoleo, che sorgeva, nella parte setten- trionale del Campo Marzio,
tra il Tevere e la via Flaminia; bensì nella copia che fu incisa nella pietra
dell’Augusteo di Ancyra, capitale della Galazia, cioè nell’Augusteo di Ankara,
capitale della nuova Turchia. Ivi, nel capoluogo di una provincia romana, le
Res gestae Divi Augusti furono incise nel testo latino det- tato
dall’Imperatore e nella traduzione greca fatta eseguire dal successore Tiberio,
perchè le parole di Cesare. O. sonassero più intelligibili alle popolazioni
orientali. Questa è l’iscrizione nota col nome di Monumentum ancyranum, da
venti anni a questa parte riprodotta in un testo sempre meglio corretto,
essendo stata rinvenuta un’altra copia dell’originale latino nella colonia
imperiale di Antiochia di Pisidia. Ma, come ho detto innanzi, i dotti discutono
ancora sul significato del documento, nel quale Augusto volle rendere pubblica
ragione delle cariche ricoperte, dei donativi elargiti e delle imprese operate.
E, purtroppo, anche in questo caso, taluni critici, per cercare di scoprire i
diversi momenti della redazione dello scritto, hanno affermato che il piano
generale dell’opera è disorganico e disordinato, che molte sono le incoerenze
di alcune parti, e che però Cesare Augusto ha redatto il documento ampliandone
uno precedente, più modesto e meglio ordinato. Insomma... una quistione
omerica, che, a parer nostro, è facilissimo distruggere nelle sue false ed
ingannevoli argomentazioni con poche parole. Il documento di Augusto non è un
bilancio, non è un testamento politico, non è un'iscrizione del tipo degli
elogia; ma è rendiconto, testamento ed elogium, perchè Augusto l’ha redatto
quando si appressava il giorno della morte. Per ciò stesso non rientra in
nessun genere. La solennità del latino del documento augusteo non è soltanto
nello stile, ma è nei fatti che vi sono esposti, e soprattutto è nel fatto che
al Senato e al Popolo di Roma parla il fondatore dell’Impero, il Padre della
Patria, Augusto, e non per esaltare la sua propria opera, ma per proclamare che
essa rimarrà in eterno legata alla fedele collaborazione del Senato e del
Popolo di Roma. Svetonio afferma che Augusto soleva scrivere tutto ciò che
dovesse dire, che scriveva perfino quello d’importante che dovesse dire a sua
moglie Livia; e che si era assuefatto a scrivere meticolosamente i suoi
discorsi al punto che, quando la troppo cagionevole gola gl’impedisse di
arringare la folla, un araldo leg- geva ad alta voce il suo manoscritto:
praeconis voce ad populum contionatus est. Perciò io dico che anche questo
documento è un discorso al Popolo di Roma: l’ultimo discorso nel quale il Padre
della Patria, Cesare Augusto, rende conto dell’opera sua. E le prove della mia
affermazione sono la presunta incoerenza e il presunto disordine scoperti e
biasimati dai critici. Ma non sono malinconicamente ridicoli quei critici i
quali cercano di dimostrare in « sede scientifica » che Cesare avrebbe copiato
da Posidonio molti capitoli di un libro dei commentarii della guerra gallica (e
sono, purtroppo, Italiani); o questi altri (e fortunatamente non sono Italiani)
che scoprono in Augusto un errore di cronologia? Giacchè, se dovessimo dar
retta a costoro, O. avrebbe commesso l’errore di menzionare alla fine del
documento i due maggiori titoli del Pater Patriæ e di Augustus conferitigli dal
Senato e dal popolo negli anni 27 e 2 avanti Cristo. Invece che nel
trentaquattresimo e trentacinquesimo paragrafo, O. avrebbe dovuto ricordarli, a
giudizio di cotesti critici, molto prima: chè insomma avrebbe dovuto fare opera
di storico mediocre e dimenticare di essere Cesare Augusto. Leggete il
documento. Esso comincia: annos undeviginti natus exercitum privato consilio et
privata impensa comparavi, per quem rem publicam a dominatione fac- tionis
oppressam in libertatem vindicavi: « all’età di diciannove anni, di mia
iniziativa e con danaro mio apparecchiai un esercito, e con esso restituii
libertà allo Stato oppresso dalla prepotenza di una fazione. E si chiude così.
Tra il sesto e il settimo consolato mio, dopo ch’ebbi soffocate le guerre
civili ed assunto, per universale consenso di tutti i cittadini, il supremo
potere, trasferii dalla mia persona all’arbitrio del Senato e Popolo romano il
governo della cosa pubblica. Per questa mia benemerenza, mi fu conferito, con
decreto del Senato e Popolo romano, il titolo di Augustus... Durante il
tredicesimo mio consolato, il Senato, l’ordine equestre e il Popolo romano mi
acclamarono Padre della Patria, e decretarono che questo titolo dovesse essere
iscritto nel vestibolo della mia casa e nella curia Giulia, sotto la quadriga
che per decreto del Senato fu eretta ad onor mio. Quando redigevo questo
documento, avevo settantasei anni. Comincia: annos undeviginti natus; finisce:
annum agebam septuagesimum sextum. Non dimentichiamo questa chiara e
significativa corrispondenza tra l’inizio e la chiusa del documento, nella
quale sono compresi i cinquantasette anni della vita politica di Cesare
Augusto. O sembra, forse, strano che per sublime orgoglio il primo cittadino
della Roma imperiale, acco- miatandosi per sempre dalla plebe romana, di tutti
i titoli e honores ch’egli ebbe in vita, voglia ricordare alle generazioni
avvenire il nome di Augustus e il titolo di Pater Patriæ? O. era infermo, la
morte si appressava non temuta, ma serenamente attesa, chè infatti morì di
bella morte. Egli parla per l’ultima volta al Senato e Popolo di Roma, come un
cittadino, che, amministrata la cosa pubblica, dimesso dall’ufficio, consegni
al successore l’incarico e chieda, con coscienza onesta e proba, il benservito.
C’è in questo documento un crescendo di tono, che verso la fine raggiunge il
maestoso: dal venticinquesimo paragrafo in poi esso si fa solenne come litania:
mare pacavi a praedonibus; omnium provinciarum populi romani fines auxi;
Ægyptum imperio populi romani adieci; colonias deduxi; signa militaria
reciperavi; Pannoniorum gentes imperio populi romani subieci; ad me ex India
regum legationes saepe missae sunt; ad me supplices confugerunt reges; a me
gentes Parthorum et Medorum reges habuerunt; e finalmente i due ultimi
paragrafi sopratradotti. Sui mari ha debellato i pirati, ha allargato i
territori di tutte le provincie dell’Impero, ha aggiunto la nuova provincia di
Egitto, ha fondato nelle più lontane regioni colonie di Roma, ha recuperato
bandiere e vessilli: a lui hanno fatto ricorso in atto di supplica i re di
tante nazioni, da lui le genti di Oriente hanno avuto i re che avevano
dimandati. Col trentesimo terzo paragrafo si chiude il rendiconto delle imprese
operate da Cesare Augusto; nel trentaquattresimo e nel trentacinquesimo
paragrafo risuona il ricordo del nome di Augustus e del titolo di Pater Patriæ.
Al Senato e Popolo romano, alle genti tutte dell’Impero, alle generazioni
avvenire Augusto si raccomanda e consacra, prima che la sua terrena giornata si
chiuda, con quel nome solo e solo con quel titolo. ws Cesare Augusto affida il
manoscritto alle vergini Vestali perchè fosse consegnato dopo la sua morte al
Senato e inciso sul bronzo. Il successore Tiberio fece riprodurre il testo
com’era, con una brevissima appen- dice e in ortografia un tantino diversa da
quella prefe- rita da Augusto, ma certo senza nessuna sostanziale
modificazione. Dunque, noi possediamo un’opera intera di Augusto, la quale ci
rivela la sua grande personalità di scrittore. Il latino d’O. non è QUELLO DI
GIULIO CESARE. O. scrive e parla IN PRIMA PERSONA, ma si può dire che in questo
scritto egli raggiunga la stessa efficacia dei Commentari. Non giudica, NON
AGGIUNGE NESSUN COMMENTO ai fatti che espone pacatamente e senza enfasi, ma
dalla secca enumerazione dei templi fondati, degl’edifici pubblici restaurati o
costruiti, delle somme elargite all’erario e alla plebs, delle genti
soggiogate, dei nemici sconfitti, delle terre conquistate, delle leggi
promulgate, spira il calore dell’epopea e della leggenda. La sua opera appare,
quale fu, colossale; e vien fatto di ripen- sare ai primi quattro versi della
prima epistola del secondo libro di ORAZIO (si veda). Se io tentassi di rubarti
un po’ di tempo con una lunga chiacchierata, o Cesare, peccherei contro
l’interesse dello Stato, giacchè da solo sostieni tante e così gravi cure, e
l’Italia difendi con gli eserciti, e ne incivilisci i costumi, e con leggi la
emendi. Epico è il tono di questo scritto d’O., anche là dove sono riassunte in
brevissime parole imprese che durarono anni. Colonie militari ho inviato in
Africa, in Sicilia, in Macedonia, nelle due Spagne, in Acaia, in Asia, in
Siria, nella Gallia Narbonense, in Pisidia. E l’Italia diciotto colonie
possiede; dedotte per ordine mio, le quali, per tutto il tempo ch'io vissi,
sono state assai popolose e prosperose. Leggendarie appaiono le legioni, che,
guidate da lui o dai generali suoi sotto ì suoi auspici, marciano, di conquista
in conquista, verso confini sempre più lontani; e avvolte nella leggenda
sembrano le triremi sue che fanno vela, =_= 1 -:-—=- esse poni “bi ski audaci,
verso nuovi lidi: « La mia flotta corse l’Oceano dalla foce del Reno fino al
territorio dei Cimbri ad Oriente, dove, nè per terra, nè per mare, nessun
Romano prima di allora era giunto... ». Augusto ha uno stile sobrio,
nient’affatto enfatico, e tuttavia solenne. Egli adopera vocaboli che sono
sempre esatti e tecnici, censuit, decrevit, ussit, creavit, per dire che il
Senato e Popolo romano ordinò, decretò, comandò, nominò. La collocazione delle
parole è semplicissima, lineare, chiara, antiretorica, come in questo periodo
che è uno dei più ricchi sintatticamente: nomen meum senatus consulto inclusum
est in saltare carmen, et sacrosanctus in perpetuum ut essem et, quoad viverem,
tribunicia potestas mihi esset, per legem sanctum est. Il mio nome per decreto
del Senato fu compreso nel carme dei Salii, e che inviolabile io fossi in
perpetuo, ed a vita avessi il potere tribunizio, fu per legge sancito. Non fa
mai il nome degli avversari suoi; tace quello dei congiurati che assassinarono
il padre suo Cesare: qui parentem meum interfecerunt, eos in exilium expulsi
iudiciis legitimis ultus eorum facinus et postea bellum inferentis rei publicae
vici bis acie: «Quelli che assas- sinarono il padre mio li cacciai in esilio
punendo con procedimento legale il loro delitto, e, in seguito, quando essi
portaron guerra allo Stato, per due fiate li sconfissi in campo ». E continua,
pacato e grave: « Guerre per terra e sui mari, civili ed esterne, in tutto il
mondo più volte ho combattuto, e vincitore risparmiai tutti i cittadini che
dimandarono grazia. Le genti straniere alle quali fu possibile, senza pericolo,
perdonare, preferii conservarle anzi che distruggerle. Sotto le mie bandiere circa
cinquecentomila cit- tadini romani militarono. Di essi più che trecentomila
mandai nelle colonie o feci ritornare ai loro municipi, dopo ch’ebbero compiuto
gli anni di servizio, e a tutti assegnai terre oppure donai danaro a ricompensa
del servizio prestato. Seicento navi catturai, non includendo in questo numero
quelle di tonnellaggio inferiore alle triremi. Entrai in Roma ovante, due
volte: tre ebbi trionfi solenni e ventuna volta fui acclamato imperator,
sebbene il Senato mi decretasse un maggior numero di trionfi, ai quali tutti
rinunciai. L’alloro dei fasci lo deposi in Campidoglio, e così sciolsi il voto
che avevo solennemente fatto in ogni guerra. Per le imprese felicemente da me o
dai miei generali sotto i miei auspici operate in terra e sui mari, il Senato
cinquantacinque volte decretò che si rendessero grazie agli dèi immortali.
Ottocentonovanta furono i giorni nei quali, per decreto del Senato,
s’inalzarono pubbliche preci. Nove re o figli di re furono nei miei trionfi
condotti innanzi al mio cocchio. Ascoltatelo quando riassume in un periodo solo
la sua opera di legislatore: « Con leggi nuove da me promulgate richiamai in
vigore le consuetudini antiche dei padri, che già cadevano in oblio nella
nostra generazione, e io stesso ho lasciato alle generazioni avvenire esempi di
molte cose, degni d’essere imitati. Sentitelo quando ricorda gli onori che il
Senato e Popolo di Roma conferì ai suoi due figli adottivi, e leggerete in un
brevissimo inciso il dolore del padre per l’immatura morte di Gaio e Lucio
Cesare, e l'umano e affettuoso compiacimento suo nel ricordare che appena
quindicenni essi furono acclamati principi della gioventù romana e designati
consoli. I due figli miei, che il destino mi strappò ancor giovani, Gaio e
Lucio Cesare, il Senato e Popolo romano per farmi onore li designò consoli
appena quindicenni, che entrassero in carica dopo cinque anni. E il Senato
decretò che dal giorno della loro presentazione nel Foro partecipassero ai
pubblici consigli. E tutti i cavalieri romani li acclamarono principi della
gioventù, e offrirono in dono scudi e lancie di argento ». E, infine,
ascoltatelo quando ricorda gli anni di Azio e dell’ultima guerra civile. Mi
giurò fedeltà l’Italia tutta intera, spontaneamente, e mi volle condottiero
della guerra nella quale vinsi ad Azio. Mi giurarono fedeltà anche le provincie
delle Gallie, delle Spagne, d’Africa, di Sicilia, di Sardegna. O. è filosofo
accortissimo, che aborre da ogni lenocinio sintattico o lessicale, ma che nel
giuoco delle congiunzioni, del polisindeto e dell’asindeto, riesce a far
leggiero o grave il tono della voce, più lento o più celere, ma non mai
concitato il movimento della frase. Abbiamo letto or ora un esempio di
asindeto, in cui le pause tra un nome e l’altro delle provincie rendono più
solenne l’immagine del mondo romano stretto nel giuramento intorno al suo Duce;
eccone, invece, un altro di polisindeto, là dove O. ricorda l’iscrizione dello
scudo d’oro offertogli dal Senato. Il testo originale dell’iscrizione era il
seguente. Il Senato e Popolo di Roma offre ad O. questo scudo per il suo valore
clemenza giustizia pietà – VIRTVTIS CLEMENTIÆ IVSTOTIÆ ET PIETATIS CAVSA – e,
naturalmente, VIRTVS sta a significare l’opera del condottiero d’eserciti, e
PIETAS il profondo ossequio alle istituzioni religiose. Ma O. riunisce più
efficacemente in due endiadi le quattro virtù, essendo le due prime proprie
dell’opera sua di condottiero, le altre due del magistrato civile e supremo
amministratore dello Stato. VIRTVTIS CLEMENTIÆ IVSTITIÆ ET PIETATIS CAUSA.
Perciò io dico che è molto difficile tradurre bene i paragrafi delle res gestae
d’O. A questa grande iscrizione, che Mommsen chiama la regina delle iscrizioni
latine, è mancato chi la traducesse nella lingua del principe, perchè è stata
rinvenuta troppo tardi. Nei tempi moderni avrebbe potuto tradurla solo
Tommaseo, ma non l’ha fatto perchè non la conosce. TOMMASEO traduce solo le
sette parole che son citate da SVETONIO nella vita d’O, ed io le ho ripetute
nella mia traduzione copiandole dal Dizionario d’estetica, e le ripeto di nuovo
con accanto il latino d’O. BIS OVANS TRIVMPHAVI ET TRIS EGI CVRVLIS TRIVMPHOS.
O entra in Roma ovante, due volte: tre volte ha trionfi solenni. Solo la
collocazione delle parole semplice ed efficace, e un raro accorgimento nella
scelta dei vocaboli e dei sinonimi potrebbero soddisfare il desiderio nostro di
una traduzione italiana che riproduce gl’effetti del latino d’O. O. e filosofo
elegante e temperato. SVETONIO riferisce che egli filosofa su molte cose,
alcune delle quali legge NELLA CONVERSAZIONE DEGL’AMICI, quasi dinanzi a un
uditorio come le risposte a BRUTO (si veda) intorno a CATONE (si veda), che
essendosi messo a leggere, giunto un pezzo innanzi, finalmente stanco dovè
farne terminare a Tiberio la lettura; l’esortazioni alla filosofia, ed alcune
notizie della sua vita che espose giungendo fino alla guerra cantabrica e non
più in là. Compone anche qualche verso. Rimane, al tempo di Svetonio, un
volumetto in esametri sulla Sicilia e un altro di Epigrammi, i quali egli e
andato COMPONENDO DURANTE IL BAGNO. Anche incomincia con grande alacrità una
tragedia, ma non essendo contento della forma la distrusce, e agl’amici che un
giorno gli dimandano che fa di bello il suo Aiace, risponde che il suo Aiace
s’e buttato non sulla spada, ma in una spugna. Spregia di fare uso di vocaboli
dotti e difficili o com’egli stesso li define reconditorum verborum fetoribus.
Ha a noia i leziosi e gl’arcaizzanti, ciascuno vizioso nel suo genere, e
talvolta li mette in derisione e sopra ogni altro il suo MECENATE (si veda) di
cui continuamente riprende i riccioli stillanti unguento, come li chiama. Non
la perdona neppure a Tiberio che anda a caccia di parole stantie, e da del
matto a Marc’ANTONIO (si veda), come colui che FILOSOFA PIÙ PER FARSI AMMIRARE
CHE PER FARSI INTENDERE. Nei discorsi, di alcuno dei quali leggesi in CICERONE
menzione entusiastica, sappiamo che O. si preoccupa di riuscire eloquente senza
mai ricorrere alla verbosità e pesante sentenziosità dell’allora decadente
oratoria. In una lettera ad Agrippina, lodando l’ingegno di lei, l’ammonisce
che si studi di non CONVERSARE in modo disgustevole e lezioso. E per riuscir
chiaro, sì che tutti potessero capire, preferiva una sintassi limpida ad una
sintassi più armoniosa e serrata, e adopera le preposizioni anche dinanzi ai
nomi di città, facendo cosa che un diligente maestro dei nostri tempi
sottolinea con frego azzurro nel compito del malaccorto scolaro. Svetonio, che
ci racconta questi particolari della grammatica e sintassi d’O, e che ha modo
di consultarne gl’autografi, ricorda anche che O non divide mai le parole in
fine di riga per terminarle nella riga seguente, ma le ripiega sotto
chiudendole con una linea curva. E aggiunge che l'ortografia d’O, abituato a
scrivere per CONVERSARE, e quella di chi scrive COME PRONUNZIA. Se dobbiamo
credere agl’antichi, d’O. restano famose le lettere. Raccolte per tempo in più
volumi e alcune di esse rimaste vaganti, non costituirono mai un vero e proprio
corpus, ma andarono a poco a poco disperse. Esse non hanno la buona e cattiva
ventura di entrare nelle scuole come libro di testo, e neppure l’altra d’essere
raccolte in antologia. Restano però i giudizi degl’antichi e alcuni frammenti
degni d’essere ricordati. O. discorre alla buona, familiarmente, sia che
filosofa di affari politici, sia che si rivolgesse ad amici e parenti.
Sollecita VIRGILIO (si veda) che gli mandas almeno l’abbozzo dei primi versi
dell’Eneide; scherza con ORAZIO (si veda) rimproverandolo che non conversa mai
di lui, e chiedendogli se per caso non crede di rimanere infamato presso i
posteri, qualora dai saggi suoi appare chiara la loro intimità. All’amico
MECENATE (si veda) un giorno scrive che essendo infermo e tuttavia indaffarato
in più cose, chiama e fargli da segretario il suo ORAZIO; lo richiama cioè dal
parassitico desco del nobile etrusco alla sua mensa di pontefice massimo.
VENIET ERGO AB ISTA PARASITICA MENSA AD HANC REGIAM ET NOS IN EPISTVLIS
SCRIBENDIS ADIVVABIT. E un’altra volta gli scrive una lettera che si chiude con
questa forbita apostrofe. Salute o mio ebano di Medullia, città etrusca, avorio
d’Etruria, laserpizio di Arezzo, perla tiberina, smeraldo dei Cilnii, diaspro
degl’Iguvini, berillo di Porsenna, carbonchio d’Adria, e, per dirle tutte in
una parola, céccolo delle meretrici. Suo nipote Gaio Cesare e da lui chiamato
in segno di affetto, asellus tucundissimus; e al figliastro Tiberio egli scrive
lettere gonfie di tenerezza e confidenza, raccontandogli come avesse passato il
giorno, quanto avesse perduto al giuoco, parlandogli dei suoi digiuni imposti
dalla cagionevole salute, e d’aver sbocconcellato in lettiga, tornando al
palazzo, un’oncia di pane e pochi acini di uva secca. E quando Tiberio, il
quale milita lontano con gl’eserciti, scrive di essere smagrito per le continue
fatiche della campagna, ei lo supplica di riguardarsi, chè, alle cattive
notizie della sua salute, et ego et mater tua (Livia), expiremus et summa
imperti sui populus romanus periclitetur. Alla figlia Giulia vuole un gran
bene, e la licenziosa vita ch’ella conduce amareggia assai l’animo suo. Sole
dire di aver DUE FIGLIE, tutt'e due DELICATISSIME, la RES PVBLICA E GIULIA. E
molto spesso nelle lettere, come riferisce il vecchio PLINIO, recrimina
penosamente la dissolutezza di lei. Umano egli e sempre e ricco di sentimento.
Qualunque cosa scrive, politica o familiare, alieno da ogni lenocinio di forma
e incline piuttosto ad accogliere espressioni còlte sulla bocca del popolo. Non
scrive die quinto ma diequinte, chè così comunemente dicevasi. E per esprimere
la celerità di un avvenimento, dice ch’esso e accaduto più prestamente che non
cuoce uno sparagio, celerius quam asparagi coquuntur. E per dir stolto adopera
baceolus che corrisponde al nostro baggeo. E per dire che sta male in salute
dice vapide se habere. Abbiamo poco dei suoi scritti, di intero la sola
iscrizione delle res gestæ in latino, e alcuni decreti ed editti in greco, non
tradotti da lui direttamente, ma certo da lui corretti e controllati. Svetonio
racconta che O., sebbene conoscesse il greco e sempre lo legge e studia,
tuttavia non si prova mai a scriverlo, chè teme di non conoscerlo abbastanza.
Studia con retori greci, i quali gli appresero cose di larga erudizione. Ma
scrittore, come ci appare nel lapidario latino della iscrizione delle res
gestæ, egli s'e formato sull’esempio di Cesare, nell’azione ed esperienza
militare e politica di tutti i giorni. Aveva innanzi tutto imparato ad evitare
non la facondia, ma la loquacità, e a reputare perciò che L’ELOQUENZA CONSISTE
NEL NON FAR MOSTRA D’ELOQUENZA: PARTEM ESSE ELOQVENTIÆ PVTAT ELOQVENTAM
ABSCONDERE -- che è poi la grande virtù della parola destinata a commuovere i
popoli e a guidarli alla vittoria e all’impero. I contemporanei lo salutarono
coi versi di VIRGILIO. Ecco Cesare Augusto, l’eroe che ci era stato promesso e
che resusciterà nel Lazio e nelle campagne d’Italia, dove in antico regnava
Saturno, l’età del- l’oro; e l’Impero di Roma amplierà fino al Fezzan e
all’India, di là dalle vie delle stelle, fin dove l’instancabile Atlante
sostiene sulle spalle lo splendente astro dei cieli. Lo avevano veduto entrare
tre volte in trionfo nelle mura di Roma, e pagare agli dèi d’Italia l’immortale
tributo dei suoi voti consacrando più di trecento templi, e fra l’applauso
della folla e i canti delle vergini e delle matrone, mentre sugli altari
fumanti cadevano immolati migliaia di tori, l'avevano ammirato, sulla soglia di
marmo e di alabastro del tempio di Apollo, ricevere dall’alto del trono i doni
dei popoli sottomessi per abbellire le magnifiche colonne del superbo
porticato. L’immagine virgiliana -- VIRGILIO (si veda) -- dell’apoteosi di
Augusto si è trasmessa, di generazione in generazione, come l’immagine della
pace romana creata dall’eroismo e dalla vittoria delle legioni, e dalla volontà
pura di uno spirito umanamente libero trasformata in religione politica e
ideale di civiltà: riformatore della costituzione, difensore del territorio,
organizzatore dell’amministrazione e della società, Cesare Augusto rappresenta
la maestosa dignità dell’Impero e il diritto fondamentale dello Stato. I
simboli del suo destino, l'adozione di Cesare, la battaglia di Filippi, la
vittoria d’Azio annunziano, nel tramonto di Roma repubblicana, la luce di Roma
imperiale; più chiaramente ancora l’annunzia il nuovo suo nome di Imperator
Caesar Augustus, che è un simbolo anch’esso e riunisce in un solo destino
l’eroe creatore e la volontà implacabil- mente lucida del fondatore
dell’Impero. Religiosa eredità fu quella di Cesare: e infatti duravano ancora
le leggi, le istituzioni e gli ordina- menti, coi quali Cesare era salito al
potere e il culto del divus Iulius e diventato il culto dello Stato, garanzia e
patrimonio dell’Impero. Ma rafforzando e difendendo la Romanità così che niente
mai potesse distruggerla, Augusto risolveva a favore dell’Occidente l’antitesi
tra l'Oriente e l'Occidente che Cesare aveva drammaticamente vissuta negli
ultimi anni della vita sua, e che s’era ripresentata, fortunosa e tragica,
nella lotta tra Ottaviano non ancora Augusto e Marco Antonio. È però costruendo
in Occidente la Roma imperiale sognata e creata da Cesare, Augusto che aveva da
Cesare ereditato la legittimità aggiunse alla grandezza del padre suo la gloria
d’aver tenuto a battesimo la civiltà europea. Insieme con GIULIO (si veda)
Cesare, O. è il simbolo della dignità imperiale, e il nome suo di imperator
cæsar avgvstvs consacra l’identificazione dell’impero con l’occidente. Il
titolo di ‘cesare’ da il diritto di successione al trono; quello di ‘augusto’
concede la dignità imperiale: il rito iniziato dai Flavii e ufficialmente
inaugurato d’Adriano e poi consacrato nelle formule del protocollo. Creatore
dell’impero e Cesare; fondatore e O., il quale e riuscito a far sopravvivere
l’opera e la gloria di Cesare in cinquantasei anni di regno, e della santità di
Cesare fa il patrimonio e il fondamento dell’Impero. Appare dunque ricco di
conseguenze per il mondo l’atto di adozione, col quale Cesare proclama suo
erede il nipote di una sua sorella, quel giorno che, alla vigilia di una battaglia,
mentre fa tagliare un bosco per costruirvi il campo delle legioni, ordina si
risparmiasse una palma come augurio di vittoria, e quella sùbito gitta polloni
alti e fiorenti. All’albo della Rinascenza, quando si inaugura la ricerca
storica e si annunzia fecondo di civiltà il quasi voluttuoso amore del passato,
e la romanità risorge nella cultura e nell’arte nutrite dalla possente vita dei
sensi, allora i due nomi di cesare e di augusto tornano ad essere creatori
della religione dell’impero. Allora il romanticismo eroico dell’umanesimo
celebra ed esalta l’idea imperiale di Roma con tanto devota ammirazione che
gl’italiani ne trarranno motivo di orgoglio e di serena fede, quando il predone
straniero spoglia e insozza le loro terre. E da quel grido di amore per
l’antica grandezza romana nasce un appassionato libro del Risorgimento, sul
primato della nostra gente e sulla universale missione d’Italia. |Allora,
all’alba della Rinascenza, fiorirono le leggende sui monumenti che sono rimasti
segni tangibili della sua presenza, a testimonio della grandezza d’O. Ed O.
apparve garante del miracoloso destino d’Italia, come nella formula dell’impero
che saluta l’imperatore con l’augurio che fosse più fortunato di Augusto:
felicior augusto. E si divulga la fama che nel mausoleo comunemente noto col
nome di Austa sorge circondata dalle tombe un’abside, ed O. e i sacerdoti suoi
vi celebrassero sacrifizi solenni, fra sacchi di terra raccolti d’ogni parte
del mondo a perpetuo ricordo delle genti sottomesse all’impero. L’Austa divenne
una fortezza inespugnabile, la fortezza più contesa di Roma, ed e strascinato
allo campo dell’Austa il cadavere di Cola di Rienzo e là e bruciato in un fuoco
di cardi secchi, in quegl’aanni che Petrarca scopre e vaticina nella grandezza
di Roma imperiale l’ideale politico italiano, distruggendo ogni antitesi tra il
passato e l’avvenire. E dopo che il maestro Marchionne d’Arezzo ha costruita
presso il Mercato di Traiano l’alta Torre delle Milizie, allora nasce, più
suggestiva e più vera, anche l’altra leggenda: che sotto la torre e un palazzo
incantato ed O. vi riposa. E un giorno si desterebbe dal sonno e tutto armato
uscirebbe con milizie e legioni, quando Roma e pronta a reggere e guidare per
la seconda o terza volta le sorti del mondo. Ottaviano. Keywords: vox augusta.
Ottaviano. Luigi Speranza, “La ragione conversazionale: Grice ed Ottaviano,”
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “ The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza. Ottaviano.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ottaviano:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e il collettivismo
– la scuola di Modica – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Modica). Abstract. Grice: “The problem with Latin and Italian
is that Ottaviano can mean the first emperor or a Sicilian philosopher. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Modica, Ragusa, Sicilia. Grice: “Perhaps with
Holllinghurst, and Hogarth, of course, Ottaviano is one of the few who have
cherished in the analysis of ‘la curva’ or ‘la linea’ – and it has revived a
debate which should fascinate a few!” Diplomatosi a Modica, si laurea a Milano.
Straordinario di storia della filosofia a Cagliari – Grice would oppose this
Italian tendency to encapsulate philosophical disciplines in ‘chairs’ like ‘the
chair’ of ‘storia della filosofia,’ or indeed at his own Oxford, the chair of
metaphysical philosophy as opposed to the theory of moral philosophy--, poi a Napoli,
ottenne la cattedra, conseguendovi la libera docenza ne passa poi a Catania,
dove fonda e diresse l'istituto di magistero, insegnandovi. Fonda la rivista “Sophia”. Grande conoscitore della
filosofia del periodo medievale, di cui peraltro ritrova e studia molte opere
inedite, elabora una propria teoria. Delle due saggi, “Critica dell'idealismo,” Rondinella,
Napoli, e “Metafisica dell'essere parziale, Milani, Padova, la prima ma è ben
presto censurata e poi bruciata pubblicamente a causa della sua dura critica
all'idealismo di GENTILE (vedasi). Questa sua opposizione a GENTILE (vedasi),
nonché le sue critiche a CROCE (vedasi), gli valeno dure vessazioni
accademiche. Compone inoltre un ampio e comprensivo manuale di storia della
filosofia, Napoli. Membro dell'accademia d'Italia, si occupa, per primo, della
filosofia di FIORE (vedasi), esaltato d’ALIGHIERI (vedasi) nella commedia, pubblicandone
un saggio. Pubblica il codice oxoniense di “Joachimi Abbatis Liber contra Lombardum,”
che attribuisce a qualche seguace della scuola di FIORE (vedasi). Mentre
celebra, a Novara, LOMBARDO (vedasi), riprende a parlare di FIORE (vedasi),
presentandolo come un romantico ante litteram e un filosofo della nazione
italiana. Segnala pure due ignorati codici di FIORE (vedasi) della biblioteca casanatense
di Roma, occupandosi altresì della condanna di FIORE (vedasi) – Hardie: “What
do you mean by ‘of’?” -- da parte del concilio lateranense ed evidenziandone lo
sgomento suscitato. Inoltre, nella rivista Sophia, diretta da lui ed allora
edita dalla MILANI di Padova, da spazio a vari studiosi di FIORE (vedasi). Sempre
sull'argomento, ritenne dapprima FIORE (vedasi) un triteista, ma, dopo aver
visionato le tavole del liber figurarum, scoperto da TONDELLI (vedasi) propese
invece per un'ortodossia trinitaria. Fonda e diresse un partito nazionale
d'impronta social-liberale, che però non ha seguito. Saggi principali: Abelardo.
La vita, le opere, il pensiero, Poliglotta, Roma; Il Tractatus super quatuor
evangelia, di FIORE (vedasi), Archivio di filosofia, Padova, Testi medio-evali
inediti. Alcuino, Avendanth, Raterio, AOSTA (si veda), Abelardo, Incertus
auctor, Olschki, Firenze; Joachimi abbatis Liber contra Lombardum (Scuola di
Gioacchino da FIORE (si veda), Reale Accademia d'Italia Studi e documenti,
Roma, Un documento intorno alla condanna di FIORE (vedasi), Rondinella, Napoli;
LOMBARDO (si veda), in Celebrazioni piemontesi, istituto d'Arte pella decorazione
e l’illustrazione del libro, Urbino; La tragicità del reale, ovvero la
malinconia delle cose. Saggio sulla mia filosofia, MILANI, Padova; CAMPAILA
(vedasi): contributo all'interpretazione e alla storia della setta di Cartesio
in Italia, introduzione e note – H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct
perception” -- Orsi, MILANI, Padova; Scarcella, Dizionario biografico degli
Italiani, Orsi, Il filosofo della quarta età: ricordo di O., quotidiano “La Sicilia”,
Catania, di. Orsi, Tra Socrate e Gesù, Sicilia, Catania, Scarcella, Dizionario biografico
degl’italiani, Istituto dell'enciclopedia italiana, Roma, FIORE (vedasi), Pace,
Info Magazine. Grice: “I love
Ottaviano: he had three main interests: philosophy, philosophy, and philosophy.
More specifically, as a Sicilian, he was not interested in Italian philosophy,
which he found too continental; he loved a mediaeval – and he loved Gentile –
he corresponded extensively with him! La
visione cristiana di Buonaiuti, Campitelli, Foligno. A proposito di un libro
sul Prepositino, Rivista di filosofia scolastica, traduzione, prefazione e note
di: Cantuariensis, Opere filosofiche, trad. pref. e note di O., Carabba,
Lanciano. Metafisica del CONCRETO. Saggi d’una apologetica del cattolicesimo,
Signorelli, Roma. Ricerche lulliane,
Estudis universitaris catalans; Otto opere sconosciute di Lullo, Rivista di
cultura; L'Ars compendiosa de Lulle, avec une étude sur la bibliographie et le fond
ambrosien de Lulle, Paris; ristampata: L'Ars compendiosa de Lulle, avec une
étude sur la bibliographie et le fond ambrosien de Lulle, O., Librairie
philosophique Vrin. Auxerre.
La vita, le opere, il pensiero, Biblioteca di filosofia e scienze, Roma. A
proposito di un libro su AOSTA (si veda), Rivista di filosofia scolastica. I
problemi del realismo, Giornale critico della filosofia italiana; Le
Quaestiones super libro prædicamentorum di Faversham, R. Accademia dei Lincei. Roma.
Traduzione, prefazione e note di AQUINO (si veda), Saggio contro la dottrina
dell’unità dell’intelletto, Carabba, Lanciano. Traduzione, prefazione e note di
AQUINO (si veda), Saggio sull'essere e l'essenza e altri opuscoli, prefazione,
traduzione e note critiche d’O., Carabba, Lanciano. Frammenti abelardiani,
Rivista di cultura, Prof. P, Loescher, Roma. Il Tractatus super quatuor
evangelia di FIORE (si veda), Archivio di filosofia, Padova. Osservazioni
critiche sui presupposti del problema della conoscenza. Il superamento
dell'immanenza sulla base della nozione di INDIVIDUO – P. F. Strawson e H. P.
Grice, INDIVIUO --, Archivio di filosofia. Il pensiero e il suo atto, Archivio
di filosofia. La riforma della logica del Lizio, Archivio di filosofia. Nota
polemica, Rivista di cultura. Le opere di Faversham e la sua posizione nel
problema degl’universali, Archivio di filosofia. Traduzione, curatela e note
di: TRACTATVS DE VNIVERSALIBVS attribuito ad AQUINO (si veda), cur. di O., Reale Accademia d'Italia, Roma. Introduzione,
traduzione, prefazione e note di AOSTA (si veda), Il Monologio, Palermo. Antologia
del pensiero medio-evale. Per le scuole medie superiori, Ires, Palermo. Testi
medio-evali inediti. Alcuino, Avendanth, Raterio, AOSTA (si veda), Abelardo,
Incertus auctor, a cura di O., Olschki, Firenze; San Vittore, la vita, le
opere, il pensiero, Lincei, Traduzione, prefazione e note di FIDANZA (si veda),
Itinerario della mente verso Dio, traduzione, prefazione e note di O.,
Antologia del pensiero medio-evale, Palermo. Il pensiero di ORESTANO (vedasi),
Ires, Palermo. Il superamento dell'immanenza in VARISCO (vedasi), Archivio di
filosofia, Traduzione e note di: Abelardus, Epistolario completo. Contributo
agli studi sulla vita e il pensiero di Abelardo, trad. it. e note critiche d’O.,
Ires, Palermo. Joachimi abbatis Liber contra Lombardum. La Scuola di FIORE, cur.
O., Reale Accademia d'Italia, Studi e documenti, Roma. Critica del principio
d'immanenza, Rivista di filosofia scolastica, Il perduto “Liber de potentia,
obiecto et actu” di Lullo in un manoscritto romano, Estudis franciscans, Un
documento intorno alla condanna di FIORE (si veda), Rondinella, Napoli, Siculorum
Gymnasium, Catania. Storia, filosofia della storia, scienza della storia,
Rivista di filosofia scolastica, Un brano inedito della Philosophia di Conches,
Morano, Napoli. Il cosiddetto riferimento necessario alla coscienza nell'idealismo,
congresso di filosofia, Padova, Novità in filosofia, Milani, Padova. LOMBARDO
(si veda), in Celebrazioni piemontesi, istituto d'arte pella decorazione e l’illustrazione
del libro, Urbino. Critica dell'Idealismo, Rondinella, Napoli, Milani, Padova, Traduzione,
prefazione e note di: Abelardo, L'origine delle monache; e La regola del
Paracleto, traduzione, prefazione e note di O., Carabba, Lanciano.
L'unica forma possibile di idealismo, Rivista di filosofia scolastica, La
scuola attualista ed Eriugena, Rivista di filosofia scolastica, Riflessioni
sulla polemica ORESTANO–OLGIATI, Rivista di filosofia scolastica, Curatela di:
CAMPANELLA (si veda), Epilogo magno, Fisiologia italiana. Testo inedito con le
varianti dei codici e delle edizioni latine, cur. O., Reale Accademia d'Italia,
Roma, Kritik des Idealismus, mit einer Einfuhrung von Rintelen:
Realismus-Idealismus?, Aschendorff, Munster. L'unità del pensiero di CARTESIO e
la setta di CARTESIO in Italia – GRICE, Descartes on clear and distinct
perception, MILANI, Padova. Scritti con giudizi della critica italiana, Agostiniana,
Roma. Panteismo o trascendenza, Humanitas; Il problema morale come fondamento
del problema politico – GRICE, politico-legal – iustizia --, Milani, Padova. L'idealismo
trascendentale e la metafisica, Rivista di filosofia scolastica; La soluzione
scientifica del problema politico, Rondinella, Napoli. Le incertezze – Grice,
Intention and uncertainty -- della scienza moderna, Padova. Progetto di un
disegno di legge per salvare la democrazia dalla dittatura, MILANI, Padova. Dalla
democrazia ingenua alla democrazia critica, MILANI, Padova. Che cosa è il
social-liberalismo, MILANI, Padova, Lineamenti programmatici per una
riforma della scuola italiana, MILANI, Padova. Presentazione di Sepinski,
Cristo interiore secondo FIDANZA (si veda), presentazione O. trad. di Orgiani,
Politica popolare, Napoli. La tragicità del reale, ovvero la malinconia delle
cose. Saggio sulla mia filosofia, MILANI, Padova. Critica del socialismo: ossia
Introduzione alla teoria della proprietà per tutti, MILANI, Padova. Introduzione
alla teoria delle proprietà per tutti, ovvero la mia soluzione al problema
economico-politico, MILANI, Padova. Didattica e pedagogia. Ovvero la mia
riforma della scuola, MILANI, Padova. La legge della bellezza come legge
universale della natura. Considerazioni teoretiche e applicazioni pratiche, MILANI,
Padova. Manuale di storia della filosofia, La Nuova Cultura, Napoli. Manuale di
storia della filosofia, La Nuova Cultura, Napoli. Appunti di pedagogia
contemporanea. Personalismo e COLLETTIVISMO. Introduzione alla teoria della
proprietà privata per tutti, Solfanelli, Chieti. CAMPAILA (vedasi): contributo
all'interpretazione e alla storia della setta di Cartesio – Grice, Descartes on
clear and distinct perception -- in Italia, introduzione e note cur. Orsi, MILANI,
Padova. Sophia: fonti e studi di storia della filosofia, Palermo: Ires, Il
complemento del titolo varia in: rivista internazionale di fonti e studi di
storia della filosofia; poi in: rassegna critica di filosofia e storia della
filosofia. Luogo ed editore variano in: Napoli, Rondinella; poi in: Padova, Milani.
Alcuni dei saggi più significativi da O. per Sophia: Le rationes
necessariae in AOSTA (si veda), in Questioni e testi medievali, Sophia, Novità
abelardiane, in Questioni e testi medievali, Sophia; Storicismo attualista,
Sophia, Storicismo attualista, seconda puntata, Sophia; Controversie medievali.
A proposito della paternità tomistica AQUINO (si veda) di un “Tractatus de
universibus, e della data del De unitate intellectus, Sophia, Intorno al congresso
di filosofia di Padova, Sophia; Intorno alla critica dell'immanenza, Sophia,
Critica del principio di immanenza, Sophia, A proposito della storia, Sophia. I
grandi idealisti, Sophia. L'idealismo sulla via di Damasco, Sophia. Contraddizioni
idealistiche, Sophia. La fondazione del realismo, Sophia. Postilla alla difesa
del principio di immanenza, Sophia; Postilla a Immanenza, idealismo e realismo,
Sophia. Idealisti per forza, Sophia, Ancora sulla fondazione del realismo,
Sophia; Fanatismo idealista, ovvero l'agonia dell'idealismo, Sophia; Illustrazione
del documento intorno alla condanna di FIORE (si veda). Postilla, Sophia; Intorno
all'idealismo e al realismo, Sophia, Postilla a CHIOCCETTI (vedasi): “A
proposito dell'idealismo d’O., Sophia; Anti-moderno – Grice: MODERNISTI E NEO-TRADIZIONALISTI,
Sophia; Intorno alla critica all'idealismo, Sophia; Intorno alla valutazione
della filosofia, Sophia; La teoria delle species e l'idealismo immanentistico,
Sophia; La natura della SENSAZIONE – Grice, “Some remarks about the SENSES” -- e
la fondazione del realismo, Sophia; Referendum ai nostri Lettori in occasione
della ripresa delle Rivista, Sophia, Sophia, Il vero significato della
relatività di BONAIUTO-GALILEI nel movimento, Sophia. Natura pura e
soprannaturale – Grice, TRANSNATURALIA --, Sophia. I fondamenti logici della
relatività, Sophia. Gl’argomenti probativi dell'evoluzionismo, Sophia, Intorno
al significato storico dell'idealismo italiano, Sophia; Intorno alla legge di
conservazione dell'energia, ossia del MATERIALISMO – una delle duodici bestie
nere di Grice --, Sophia, Intuizionismo e logicismo in matematica, Sophia,
Intorno alla gratuità dell'ordine soprannaturale – Grice TRANSNATURALIA, Sophia;
Postilla a Riverso, Aporie e difficoltà del positivismo logico, Sophia; Valutazione
critica del pensiero di CROCE (vedasi). L'estetica, Sophia, Valutazione critica
del pensiero di CROCE (vedasi); Lo storicismo assoluto, Sophia, Bilancio di CROCE
(vedasi), Sophi. Einstein filosofo – la fisica, Sophia, Giudizio intorno alla logistica,
Sophia, Logica, matematica, poesia, Sophia, Crolla l'idolo einsteiniano,
Sophia, Il compagno Scioccherellov, ossia la tragi-commedia del comunismo,
Sophia, M’intrattengo ancora con il compagno Scioccherellov, Sophia, “Individui
di tutto il mondo unitevi”, ossia Critica della democrazia come idea-forza,
Sophia, Giudizio su CROCE (vedasi) come uomo politico, Sophia. L'assalto alla
diligenza, ossia la scuola privata ecclesiastica e laica all'assalto del tesoro
della stato, Sophia, Difesa della scuola statale, ossia l'anti-stato contro lo stato,
Sophia, L'ordine della scuola italiana, Sophia, In difesa dell'umanità Abbasso
gli scienziati, viva i filosofi!, Sophia. Come integrare la dottrina
relativistica di Einstein, Sophia, O. nella filosofia, Atti dei convegni tenuti
a Milano e Catania, cur. Rando e Solitario, Prometheus, Milano. Cartia,
Tempo, memoria e infinito. I temi del tragico nell'opera di O., cur. Ghisalberti e Rando, Prometheus, Milano Bontadini,
Dall'attualismo al problematicismo, Brescia. Coniglione, Sophia. Nel segno d’O.:
una rivista a tutto campo, in La cultura filosofica italiana attraverso le
riviste, cur. Giovanni, Angeli, Milano, Croce, Conquiste filosofiche a passo di
carica e a suon di tromba, Critica, Orsi,
Il filosofo della quarta età: ricordo d’O., Sicilia”, Catania, Orsi, O: Tra
Socrate e Gesù, Sicilia”, Catania, Orsi, Appunti auto-biografici ed evoluzione
filosofica d’O., Archivium historicum mothycense, Orsi, Metamorfosi di un'opera
quale compendio di una vita filosofica, Introduzione a O., CAMPAILLA (vedasi).
Contributo all'interpretazione e alla storia della setta di Cartesio – Grice,
“Descartes on clear and distinct perception” -- in Italia, introduzione e note
a cura di Orsi, MILANI, Padova, Noce, Il problema dell'a-teismo, Teismo e A-teismo
politici: postulato del progresso e postulato del peccato, Mulino, Bologna, Noce,
Gentile, Mulino, Bologna, Tommasi, Compendio di una vita filosofica: O,, in
Voci, cur. di Pozzoni, Limina Mentis, Villasanta Ferro, L'anti-moderno – Grice:
modernisti e neo-tradizionalisti -- di O., Rivista di filosofia scolastica, GARIN
(vedasi), Cronache di filosofia italiana, Laterza, Bari, Mathieu, La filosofia
italiana, Le Monnier, Firenze Mazzantini, La riduzione ad absurdum
dell'immanenza gnoseologica, Rivista di filosofia scolastica, Vita e Pensiero,
Milano. Mazzarella, Il contributo di O. agli studi di filosofia, Sophia,
Mazzarella, Tra finito e infinito. Saggio sul pensiero di O., Milani, Padova, Mignosi,
O., Tradizione, Minazzi, Il principio di immanenza nel dibattito filosofico
italiano: il confronto tra PRETI (vedasi) e O., Protagora, Aspetti e problemi
della filosofia italiana, cur. Quarta, Scarcella, O. in Dizionario biografico
degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Sciacca, Di una
recente critica del principio di immanenza, Ricerche filosofiche, Sciacca, Il
secolo XX, Bocca, Milano. Carmelo Ottaviano. Ottaviano. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice ed Ottaviano” – The Swimming-Pool Library. Ottaviano.
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