GRICE ITALO A-Z P PIT

 

 

Luigi Speranza -- Grice e Pitea: la ragione conversazionale della filosofia ligure -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He settles in Marseglia, and achieves fame as a philosopher.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pitodoro: la ragione conversazionale della la setta di Velia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Velia). Filosofo italiano. Velia, Campania. A pupil of Zenone – il Velino. Grice: “We know who Parmenide’s lover – beloved – was: Zenone. And P. is Zenone’s. Cf. Grice, “Aristotle – and the LIZIO – on the multiplicity of BEING.” IZZING. Nella bimillenaria tradizione filosofica occidentale il termine essere ha giocato un ruolo decisivo, e questo ha contribuito a rendere a poco a poco del tutto incomprensibile il significato originario dei frammenti che ci restano del poema di Parmenide di VELIA e suoi scolari, Zenone, e P.. Ho già notato che la contrapposizione folkloristica di  Parmenide di VELIA, guru dell'essere e d’Eraclito, guru del divenire, è degna dei giochi televisivi a quiz, ed ha lo statuto epistemologico della canzoncina della Vispa Teresa. Tuttavia, è bene ricordare al lettore almeno alcuni significati principali assunti dal  termine essere nel pensiero occidentale dalle origini ad oggi. Trascurando qui gli antichi Greci, il primo significato rilevante d’essere è  quello che lo identifica prima con l’uno dei neoplatonici e poi con il divino monoteista. Si tratta di una vera e propria onto-teologia unificata, come dice poi Heidegger. A questa onto-teologia unificata,  mirabilmente sistematizzata d’AQUINO (si veda) e dalla teologia domenicana  medioevale — che risacralizza così in forma razionale l’unità ontologica del macrocosmo naturale e del microcosmo sociale —, reagì fortemente prima il nominalismo sia laico (Abelardo) che religioso (Guglielmo di Occam), e poi il panteismo  rinascimentale (Bruno). Il periodo storico della costituzione formalistica del  soggetto, da Cartesio a Kant, è un periodo di declino storico della onto-teologia, e  questo non certo a caso, in quanto l’onto-teologia consacra in quel periodo storico il dominio simbolico delle vecchie classi signorili e tardo-feudali, e la borghesia nascente era interessata ad infrangere razionalmente il nucleo metafisico di  questa onto-teologia, e cioè l’unità delle categorie dell'essere e delle categorie del  pensiero. Il grande filosofo Kant infranse questa unità ontologica, sostituendo la  nuova religione gnoseologica borghese alla vecchia religione onto-teo-logica tardo-feudale e signorile, e si acquistò così la riconoscenza perenne di tutto il nuovo  clero universitario. La restaurazione della categoria d’essere da parte di Hegel  è basata sull’attribuzione all'essere di una genericità assoluta, che si concretizza e  si determina progressivamente mediante una logica dialettica (Scienza della logica,  ecc.). Per Marx e poi per Lukécs il termine essere non può che significare l’insieme pensabile concettualmente della totalità espressiva della società e della storia. L'uno-tutto non è però più declinato in modo religioso e bimondano - come per  Plotino ed i neoplatonici - ma è costruito concettualmente con l'intreccio della permanenza ontologica -- ciò che è, ed è eternamente -- e della determinatezza storica: il proprio tempo appreso nel pensiero. È questo l’unico possibile ritorno a  Parmenide di VELIA, non certo la ripetizione ieratica e sapienzale (più esattamente: pseudo-jeratica e pseudosapienziale) secondo cui è da pazzi (e tutto il mondo moderno  sarebbe pazzo, al di fuori di un professore universitario in pensione di Brescia)  ritenere che le cose possano mutare nel tempo. Parmenide, di cui presuppongo qui l'appartenenza alla scuola di CROTONE nella CALABRIA, già  ampiamente attestata dalle fonti classiche, pensa radicalmente un numero solo, il  numero uno. Sostenendo la cosiddetta sfericità dell'essere, non bisogna pensare  che alluda ad una sorta di palla splendente in cielo. Il termine sfairikòs significa  infatti congiuntamente sferico ed anche congiuntamente globale, totale e  “complessivo”. In greco moderno, duemila e cinquecento anni dopo Parmenide di VELIA (la  non conoscenza del greco moderno, custode semantico incomparabile dei significati originari della filosofia classica, rappresenta uno dei più pittoreschi elementi  di ignoranza dei professori europei di filosofia), il termine sfairikòs continua ad  avere lo stesso doppio significato semantico. Ssi dice, ad esempio, un'idea globale  del problema -- mia sfairikì andilipsi tou provlimatos.   Non avrei fatto questa deviazione semantica se non avessi voluto sottolineare il fatto che il termine parmenideo di sfericità dell'essere non allude ad un  gigantesco pallone aerostatico in cielo, ma metaforicamente connota semanticamente e concettualmente lo stesso oggetto teorico che Hegel e Marx (senza contare anche Adorno,  Marcuse e Lukacs) hanno più tardi connotato in termini di totalità espressiva. Certo,  sarebbe sbagliato attualizzare eccessivamente questa analogia, perché da un lato  Parmenide di VELIA non puo ancora isolare l'essere sociale dall'essere naturale, ma li  pensava in strettissima unità ontologica -- questo isolamento, parzialmente anticipato dal LIZIO, dovve aspettare l’illuminismo borghese per poter essere concettualizzato e sviluppato -- e dall'altro non puo  ovviamente ragionare sulla base della distinzione kantiana e della successiva ridefinizione hegeliana di intelletto – Verstand -- e di ragione -- Vernunft. È quindi chiaro  che il concetto di sfericità di Parmenide di VELIA ed il concetto di totalità in Hegel e  Marx non ricoprono esattamente lo stesso spazio teorico. E tuttavia, pur non ricoprendolo, sono largamente comparabili, e questa comparabilità deve essere messa  alla base del ragionamento.   Ma qual è l'esatta natura storico-genetica ed ontologico-sociale del concetto parmenideo d’essere? Di quale sfericità, cioè di quale totalità è il riflesso  astrattizzato? Ammetto che non possiamo saperlo con certezza. Non possiamo arrivarci con il metodo deduttivo diretto, e neppure con il metodo induttivo indiretto. Dovremo arrivarci con quello che Peirce chiama il metodo abduttivo, e cioè  non il metodo del LIZIO -- la deduzione -- o il metodo di Mill -- l’induzione --, ma  il metodo di Sherlock Holmes e di Hercule Poirot. Succede X, un fatto straordinario  ed inesplicabile. Se però Y è vero, X smette di essere straordinario ed inesplicabile,  e diventa invece razionalmente spiegabile.   L'essere di Parmenide di VELIA è un tipico esempio di sfida all'abduzione. È infatti straordinario decidere di chiamare essere la totalità sferica di tutto ciò che  può essere pensato. È allora plausibile che ci sia un sostrato sociale che fa da riferimento materiale a questa concettualizzazione ideale. Si tratta di discutere spregiu- [L'Essere di Parmenide come metafora della stabilità e della permanenza nel tempo della buona legislazione] dicatamente tutte le ipotesi che ne possono essere date, scartare le meno plausibili,  ed accettare la più plausibile. Rethel, che è stato uno dei grandi fondatori del metodo della deduzione sociale delle categorie filosofiche (e che appunto per questa ragione è oggi  trascurato e dimenticato), cerca di dare una spiegazione materialistica della  categoria parmenidea di’essere. Rethel nota acutamente che il concetto d’essere in Parmenide di VELIA è caratterizzato da una totale genericità indeterminata -- è infatti indeterminato come l’apeiron d’Anassimandro --, e si chiede allora che cosa possa  aver causato questa indeterminatezza astratta assoluta. Se infatti io penso in modo  astratto — sostiene Rethel — ci vorrà qualcosa di astratto che faccia sì che io  pensi astrattamente. E Rethel ritiene di individuare la sorgente materiale e  sociale di questa astrattezza nella moneta coniata, moneta coniata originatasi  prima in Lidia, poi passata dalla Lidia alle isole greche di Chio e di Egina, e progressivamente diffusasi in tutto lo spazio economico e culturale greco. La moneta  implica il passaggio dal baratto concreto allo scambio astratto, perché con una  moneta si possono comprare le cose più diverse, indipendentemente dai materiali  con cui sono costruite.  Non c'è dubbio che la moneta, insieme con la fusione dei metalli (e del ferro  in particolare), abbia giocato un ruolo decisivo nella costituzione materiale della  civiltà greca a VELIA, nella CAMPANIA d’ITALIA. La moneta è stata anche un fattore primario per il sorgere dell’economia schiavistica antica, perché ha permesso di comprare gli schiavi come si comprano tutte le altre merci, mentre prima ci volevano guerre di conquista di tipo  assiro-babilonese. E tuttavia a mio avviso Rethel si sbaglia. E si sbaglia di  grosso, nonostante il fatto che almeno ci ha provato, e gli sciocchi che continuano a proporre un concetto indefinibile, ieratico, sapienziale, sacerdotale e falsamente profondo, come dice Hegel, d’essere non gli arrivano neppure alle  caviglie. Chi ci prova può sbagliare, ma chi non ci prova neppure rest asempre  a pestare sul suo quadratino di terra, come un tempo facevano i soldati nel cortile  delle caserme. Rethel sbaglia perché proietta nel lontano passato della CAMPANIA dell’ITALIA – a VELIA -- l’importanza che  la forma merce— e quindi il denaro come merce astratta per eccellenza - ha  assunto nell’Europa, importanza che ha determinato prima  l'economia politica di Smith e poi la critica dell'economia politica di Marx. Per gl’anticihi, ed in particolare per i Greci del tempo di Parmenide di VELIA, ciò che  conta non era la forma astratta del valore di scambio e della moneta coniata  che ne era la portatrice astratta, ma era proprio l'esatto contrario, e cioè la buona  legislazione comunitaria che ne permette la limitazione e la sua sottomissione al  metron. Come si vede, la realtà storica e concettuale è invertita rispetto a come se la  rappresenta Rethel.   Il concetto generale ed astratto d’essere, infatti, presumibilmente non deriva  dalla proiezione della funzione mercantile-astratta della moneta coniata, la cui  introduzione nel mondo greco equivale appunto (e qui Sohn-Rethel ha ragione)  all’irruzione del Nulla nel mondo dell'essere, ma proprio al contrario, e cioè dal concetto di buona legislazione comunitaria, che essendo “buona” è pensata come non  migliorabile e non modificabile, e quindi eterna, stabile e permanente. Parmenide  allude certamente alla sua polis di VELIA, ed i suoi frammenti descrivono proprio le  cavalle che salgono sulla akropolis della sua città per un sentiero erto e difficile. E  sono queste cavalle concrete le portatrici materiali del concetto astratto d’essere  inteso come proiezione metafisica della buona legislazione comunitaria, dotata  per ciò stesso di stabilità e di permanenza, e quindi d’eternità.   Riflettere su Parmenide di VELIA in modo ieratico-sapienziale, destoricizzato, desocia-  lizzato (e quindi privato di ogni chiave di interpretazione semantica) e pomposo-  giornalistico non serve a niente, se non ad incrementare quella particolare forma  di idiozia presente in molti filosofi di professione fondata sull'idea che meno ci  si fa capire, più si è profondi. Se invece ci si accosta a Parmenide di VELIA in modo storico-genetico ed ontologico-sociale, allora si guadagnano molti punti di vista illumi-  nanti, nuovi ed inediti.   In primo luogo, che i filosofi classici pensano in modo sferico, sulla base cioè  dell'idea di totalità espressiva, e questo modo sferico è esattamente quello che  verrà poi restaurato in forma storica da Hegel e da Marx. In secondo luogo, che  la permanenza e la stabilità eterna della buona legislazione comunitaria sta alla  base dell'idea sociale d’eternità della cultura occidentale. In terzo luogo, che  tutte le forme di sensismo e di empirismo non possono giungere a questo tipo di  comprensione, e nonostante si presentino come più concrete sono paradossalmente molto più astratte della stessa idea d’essere, perché questa idea allude  alla cosa più concreta di tutte, e cioè all'idea della coesione sociale e comunitaria,  mentre l’empirismo sacralizza invece concettualmente la dispersione caotica degli  atomi sociali individualizzati. In quarto luogo, infine, che il concetto d’uno non  ha bisogno necessariamente di un supporto teologico per essere pensato (il Dio  monoteistico), perché l’uno stesso è del tutto au-  tonomo ed autofondato in modo logico ed ontologico. Bisogna quindi rispettare l'onto-teo-logia, ed io la rispetto mille volte di più  dell’empirismo e del sensismo, ma essa non può essere l’ultima parola di una  trattazione ontologica dell’essere. In quanto a Parmenide di VELIA (ed affermo volutamente una cosa paradossale e provocatoria!) la sua trattazione dell'essere socia-  le del suo tempo è filosoficamente del tutto omogenea alla trattazione che ne farà  Lukécs (e sulla sua scia, ma più modestamente, chi scrive) nel suo tempo. In entrambi i casi, l'essere sociale è pensato in modo unitario con una categoria sferica. La differenza ovviamente sta nel fatto che in Parmenide di VELIA non può esistere  la storia, intesa come concetto universalistico di tipo trascendentale-riflessivo  (concetto sorto nell’Europa sulla base di una genesi ideologica borghese), e per questa ragione la buona legislazione comunitaria,  concepita in modo pitagorico, viene rappresentata nella forma della stabilità, della  permanenza e della eternità temporale. Oggi, sulla scorta d’Eraclito, sappiamo  invece che il polemos non si può esorcizzare.  Pitodoro. Keywords: VELIA, VELINO. Pitodoro.

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