GRICE ITALO A-Z P PETRONE
Luigi
Speranza -- Grice e Petrone: la ragione conversazionale dei sanniti e la setta
d’Imera – il megliore dei mundi attuali
– CLXXXIII, LX LX LX I -- Roma – la scuola d’Imera -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Imera). Filosofo
italiano. A Pythagorean, who claims that the number of worlds is CLXXXIII -- arranged
in the form of a triangle: LX on each side and one at each angle. Petrone.
Luigi Speranza -- Grice e Petrone: la
ragione conversazionale del determinismo dei sanniti e dei liguri – il fato o
il caso? – l’implicatura conversazionale – la scuola di Limosano -- filosofia
molisana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Limosano). Filosofo italiano. Limosano,
Campobasso, Molise -- Grice: “I like some phrases by Petrone: ‘il mondo del
spirito,’ ‘idealista’, etc.’” Grice: “Some of his philosophese is totally
untranslatable to Oxonian, such as ‘la nostra guerra’.” Insegna a Modena e Napoli. Cerca di conciliare l'oggettivismo
dei lizij con il soggettivismo critico. Dei lincei. Collabora a “Cultura
Sociale politica e letteraria”. In “Il Rinnovamento” si espressa criticamente
sulla condenna del modernismo da Pio X. Altre saggi: “Filosofia come analisi” (Pisa,
Spoerri); “Psico-Genesi” (Roma, Balbi) – cfr. psico-genesi nella teoria della
comunicazione di Grice --; “I limiti del
determinismo” (Modena, Vincenzi); “Idee
morali del tempo” (Napoli, Pierro); “Uno stato mercantile”; “La premessa del comunismo” (Napoli, Tessitore);
“Confessioni d’un idealista” (Milano, Sandron) – cf. MAMIANI ROVERE –
Confessione d’un meta-fisico – AGOSTINO – “Confessioni” -- ; “Lo spirito” (Milano,
Milanese); “A proposito della guerra nostra” (Napoli, Ricciardi); “Etica” (Palermo,
Sandron); “Ascetica” (Palermo, Sandron); “La vita nova” (Cecchini, Roma, Storia
e letteratura); “Filosofia politica”; “La terra nell’economia capitalistica”;
“Il latifondo siciliano”; “La legge aggraria”; “Il diritto al lume
dell’idealismo critico”; “La conezione materialistica della storia” spirito”;
“L’etica come intuizione” -- – contro LABRIOLA (si veda) --. “La storia
interna” “Il valore della vita”, “L’inerzia della volonta”; “La’energia
profonda dello spirito”; “La fase della filosofia del diritto”; “I caratteri
differenziati del diritto” -Cf. Tyrrell. (cf. A. M. G. – “Tyrrell e Tyrrell”). Avevamo
già corretto le stampe di questo articolo, quando ci giunse l'ultimo numero del
rinnovamento di Milano -- pieno di tutto fiele contro l'enciclica. Nella
sostanza si accorda pienamente col programma dei modernisti, ma nella violenza
della forma e nella irriverenza del linguaggio lo passa di molto; e trascende
con P. -- L'Enciclica di Pio X -- a
stravolgimenti indegni dello spirito e del senso dell'enciclica. Ed ancora
sullo stesso periodico. Ma peggio ancora spropositò su questo punto nel
Rinnovamento mostrando di aver ben poco compreso e del modernismo e dell'enciclica
che lo condanna. Dizionario di filosofia, Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Per
saggiare a fondo il valore del realismo giuridico dell’antico DIRITTO ROMANO, è
uopo, anzitutto, indagare, se e fino a che punto esso risolva o dia
sicurtà di risolvere quei problemi che ogni ricerca del diritto, la quale
aspiri al titolo di FILOSOFICA – alla Hegel --, si propone e che non sono
del tutto ignoti alla filosofìa del dritto romano tradizionale. Tre sono i
problemi che ricorrono tuttora nella filosofia o che segnano l’intervento della
scesi filosofica bene intesa. Il primo concerne l’origine, .la portata, i
limiti del conoscere. Il secondo concerne la natura dell’ essere che è
l’oggetto del conoscere. Il terzo il valore e le leggi dell’operare. Il
primo è il problema gnoseologico e, nella filosofìa del dritto romano,
può formularsi così: quali atti e funzioni ‘psicologiche’ si richieggono
perchè si formi, rigorosamente parlando, una nozione del dritto – quale il
diritto romano? Quale ne è il criterio, il principium cognoscendi? La
ricerca induttiva dei fenomeni del dritto presuppone o no una nozione del
dritto, una serie di abiti o (li
funzioni psicologiche, che valgano come premesse e come leggi del
processo induttivo ? II secondo è il problema ontologico ed è espresso da
queste domande: in che si sustauzia il diritto romano? Quale è il la
natura che subest, che sottosta immutabile alle sue evoluzioni
fenomeniche? e, nell’ipotesi che la ricerca dell’ essere e della sostanza
sia illegittima, nella ipotesi cioè fenomenistica, quale è e donde il
nascimento del fenomeno giuridico? Il terzo è il problema etico e la
maniera onde può venir risolto corrisponde esattamente alla maniera onde si
formula e si dibatte il problema ontologico: esso si domanda, quali sono
le norme della condotta giuridica doverosa; se le disposizioni del potere
POSITIVO del Hegel sullo stato prussiano siano, semplicemente perchè tali,
dotate di valore etico-imperativo; se, invece, non vi sia un criterio
normativo, superiore ad esse e giudice di esse, ottenuto altronde; se ci
si debba limitare alla semplice accettazione delle disposizioni autoritative
ossia del DRITTO POSITIVO o se, invece, non sia legittimo e corretto
domandare il titolo RAZIONALE di esse o IL DRITTO DI QUEL DRITTO: è
insomma, a dir breve, il problema del dritto NATURALE. Il realismo
giuridico non può evidentemente sottrarsi a questi problemi che ogni uomo,
conoscendo, non che filosofando, si propone e che, per quanto egli
premediti di sviare o eludere, non si lasciano rintuzzare in verun modo.
Ed in un modo o nell’altro, di dritto o per traverso, se li propone e li
agita lo stesso realismo giuridico. Il quesito conoscitivo non è per esso
un problema, in quanto ue presuppone la soluzione che è, come tante volte
si è visto, volgarmente empirica. Gli altri due quesiti, poi,
quello ontologico e quello etico, sono (la esso piegati alle esigenze del
suo empirismo conoscitivo: il primo di essi è snaturato da problema di
essere in problema di origine ed al secondo si oppone un diniego
esplicito. Il clie per altro, non toglie che cosi quella forma speciale
onde si pone e s’ interpetra uno dei problemi, come quella esclusione o
soluzione a priori che si ritorce all’altro non sieno la
conseguenza d' una scepsi critica, sottintesa se non espressa, ed
implicita nell’ assunto fondamentale dell’empirismo, quand’ anche non
condotta di proposito deliberato da questo o quello interpetre dell’assunto
stesso. Resta solo a vedere, se il problema vada posto come vuole
l’empirismo o come vuole la filosofia, o, dove l’uno e 1’ altra lo
pongono ad uno stesso modo, se vada risolto nell’ una forma o nell’
altra. E dico a bella posta — LA FILOSOFIA— senza vermi predicato che
la determini in un senso più che in un altro e che la limiti ad una
scuola più che ad un’ altra. L’ empirismo si annunzia in antitesi non a
questa o quella filosofia, ma alla filosofia in generale, o, se si vuole,
è una forma di filosofia che si oppone a quella che fin qui era tenuta
per tale, alla metafisica, e non a questo ed a quel sistema, ma al
criterio comune a tutti i sistemi, al yenus proximum di essi. Termine di
contrapposizione all’empirismo sarà, adunque, per noi l’assunto
impersonale della filosofia, senza che le varietà individuali di essa ci
occupino punto. Il che va inteso in senso relativo e limitato a quel
possibile consenso che, traverso le lotte dottrinali, è dato
ravvisare, nella tradizione storica della filosofia, a chiunque la interpetri
con intelletto d’amore . Il criterio della esperienza ed il problema
gnoseologico della filosofia del dritto.Adunque l’esperienza, ossia la
osservazione e la comparazione dei dati fenomenici, è il criterio
conoscitivo universale del realismo giuridico, di guisa che la critica di
esso si traduce iu una critica della esperienza. Questa critica non data
veramente da oggi: essa è vecchia, nè comincia dal Kant, come si
peusa comunemente, ma risale a Platone, che primo rivendicò le
ragioni della scienza e della filosofìa contro la doxa e 1’ empirismo dei
sofisti. Per quanto vecchia, essa non ha perduto, tuttavia, la freschezza
della novità, e va rievocata oggi che il positivismo, nella forma
più matura della teoria delfassociazione e di quella dell’ evoluzione, ha
risollevato i fasti dell' empirismo. Diremo, adunque, anche a costo di
apparire noiosi ripetitori, che 1’ esperienza non è in grado, da per sè
sola, di scovrire il momento universale e necessario del dritto, nè il nesso
causale dei fenomeni .giuridici, più di quello che essa noi sia di
scoprire il momento necessario ed il nesso causale di altri ordini
di fenomeni. L’esperienza ci dice che una cosa è fotta così e non
altrimenti, ma non che la cosa non possa essere altrimenti che così. L’esperienza
ci dà la coesistenza e la successione dei fenomeni e può darci anche la legge
empirica (la cosi detta legge di conformità che impropriamente si chiama
legge) di tale coesistenza e successione, ma non ci dà nè può darci mai
la legge di necessità. Essa ci dà la ripetizione delle coesistenze e
delle successioni di dati fenomeni, ma non la legge di tale ripetizione: essa
ci dice che una cosa si ripete cento, mille, diecimila volte, ma non che
si debba ripetere .necessariamente. L’ultimo dei termini della serie
progressiva e faticosa delle esperienze non ci dice niente di più e di
meglio di quanto ci dica o ci abbia detto il primo, e l’ultima ripetizione vale
le altre. L’accrescimento del materiale della esperienza è un processo
quantitativo, dal quale nessuna alchimia trarrà una qualità nuova.
Noi chiediamo il quia, ed il quid, doveccliè i progressi della esperienza
non ci promettono che una cognizione sempre più vasta del quale. La teoria dell’associazione,
che data da Hume, si avvisa di eludere il problema, con l 7 apporre a
questa legge di necessità una portata puramente psicologica. La
necessità oggettiva, essa dice, è un inganno; la necessità è puramente
soggettiva ed è la coazione interiore verso un dato nesso o una data serie di
nessi logici delle nostre rappresentazioni. La categoria della
necessità è una oggettivazione illusoria, una proiezione al di fuori
dell’abitudine interna di un dato nesso ideale. Ma, checché si deponga in
favore di tale tesi, non si scema l l’equivoco GRICE EQUIVOCO che la
vizia. La coazione interiore può ben nascere dall’abitudine, ma la
necessità logica della ragione è ben’altra dalla coazione psicologica del
sentimento. Questa ultima, non che necessaria, è accidentale di sua
natura, perchè il dominio psicologico è il dominio del variabile, del
contingente, del casuale. Del pari l’esperienza non può colpire il
momento universale delle cose. La universalità alla quale essa può pervenire è,
tutt’alpiù, universalità sui generis, universalità relativa e
provvisoria, il che è tutt' uno che negazione della universalità
scientifica. Il maximum dello sforzo cogitativo al quale possa pervenire
l’esperienza, secondo un noto principio del Kant, è il seguente per
quello che abbiamo appreso fin qui, non si trova veruna eccezione di
questa o quella regola data » non già quest’altro questa è regola universale e
non ha veruna eccezione. E ciò, perchè le conclusioni dell'esperienza
sono limitate e condizionate quanto la esperienza, la quale è
eminentemente analitica e non assicura e non garentisce che il suo
responso immediato. L’esperienza ci dice che date coesistenze e date
successioni di fenomeni si sono ripetute fin qui, ma non ci assicura
che si ripeteranno in avvenire. È vero bensì che noi » oggettiviamo
ed universaleggiamo ogni giorno le ri sultanze di quella esigua e ristretta
esperienza per[Vedi la bella illustrazione che di questi pensieri della
critica kantiana fa il Volkelt. Erfahrung und Denken. Kritische
Grundlegung der Erkenntnisstheorie. (Hamburg Volkelt] sonale che ne è
consentito di fare e le atteggiamo sub specie aeternitatis, ma, con ciò
stesso, noi superiamo i termini della pura esperienza, noi invochiamo ed
applichiamo per la nostra cognizione un altro criterio che quello sperimentale.
In ogni giudizio che formuliamo v’ò un tacito sottinteso che precede
l’esperienza e la integra : ed il sottinteso è questo: che quella
ripetizione delle coesistenze o delle successioni, la qual ripetizione non
abbiamo osservato ancora o non potremo osservare in avvenire, è conforme
alle ripetizioni o alla serie di ripetizioni già osservate. Il processo
induttivo presuppone 1’ habitus, la funzione mentale che si formula nel
principio d ’ identità : dal quale segue che quanto si predica di una
cosa o di un rapporto già esperito va predicato, altresì, di tutte le
cose e di tutti i rapporti esperibili, le quali o i quali sieuo della
stessa natura sostanziale della prima o del primo. Ne l’esperienza è più atta a
conoscere il perchè delle cose, il cur, di quello che noi sia a
conoscerne la universalità. La successione dei fenomeni, sia pure
conforme a regola, non è causalità: e dall’esservi fra 1 fenomeni
di una serie un rapporto di prima e di poi non segue, per altro, che la mente
dell’osservatore, la quale nel supposto è tabula rasa, argomenti dal
semplice rapporto empirico di antecedente e conseguente la possibilità di quello
ideale di causa e di effetto. L’esperienza ripetuta delle stesse sequele
di un dato fenomeno e di un altro non può creare ex nihilo sui quel
rapporto di causalità che ai primi [VERA A. Melanges
philosophiques] gradi ed ai primi passi di quella esperienza era
inconcepibile. Senza dubbio, il rapporto di causalità è nelle cose (lo
scetticismo di Hume non ha chiuso il problema) ma non è una specie
impressa sulle cose, visibile e palpabile a nudo, esperibile iusomma. La
nozione di quel rapporto è, direi quasi, un’anticipazione dell’
intelletto sulla esperienza e sulla stessa natura. Ogni nesso causale che
noi formuliamo presuppone 1’ habitus, la funzione mentale del nesso
causale in quanto tale. Noi diciamo « questa cosa è effetto di
quell’ altra » solo perchè sapevamo che, risalendo la serie regressiva
dei fenomeni, ciascuno dei termini di questa serie è un effetto, ossia è
un prodotto da una causa, finché si perviene al termine primo che
non è più effetto, ma causa sui. In vero, senza questa funzione mentale,
noi avremmo uu bel discernere delle affinità e delle conformità logiche
tra l’operare di una cosa e la natura di fatto d’una altra cosa che
la segue: tra Luna e l’altra cosa noi non vedremmo mai un rapporto causale,
se a quel nesso di conformità non si associasse spontaneamente, nel
nostro pensiero, quella funzione mentale, che io chiamerei il sottinteso
della causalità. Chi analizzasse questa serie di sottintesi e questa prescienza
e vedesse quanto è facile e seducente, ad un metafisico che sia artista
ad un tempo, atteggiare quella prescienza a forma di ricordo di una vita
psichica oltremondana, vedrebbe forse che la dottrina platonica sapere è
ricordare è più presto una deformazione poetica di un sano principio filosofico,
che un principio falso di sua natura. La nostra scienza, e non è
prescienza, ha per sottinteso un certo grado di prescienza. A Corate enunciò lo
stesso principio in altra forma, quando disse « sapere è prevedere.
La previsione di un fenomeno esperibile ma non esperito è,
evidentemente, prescienza intellettiva. Un logico recentissimo della scuola
critico-positivista, il Masaryk, ci porge una indiretta conferma, che qui
ò opportuno ricordare, di questi supremi principi della critica della
conoscenza. I fenomeni particolari sono tuttora (così VA del
Saggio fri logica concreta) gli elementi costitutivi del
l’universo, come l’oggetto proprio della conoscenza umana: ma noi
sono immediatamente. Il nostro intelletto non può cogliere ed intuire di un
lampo l’unità delle cose : il suo processo è, per di tetti vità
connaturata, eminentemente astrattivo. Epperò esso conosce le cose
non per intuito diretto, ma mediante le leggi e le proprietà essenziali
che a quelle cose ineriscono. Queste leggi e proprietà sono il prins, non
il posterius della conoscenza. V’ha due generi di scienze: scienze
astratte e scienze concrete: le prime conoscono le leggi delle cose e le
seconde l’essere di fatto delle cose. Or bene le scienze astratte sono
il fondamento, il presupposto delle concrete, appunto perchè le
cose non si conoscono che per le loro leggi e proprietà essenziali. La
biologia, che è scienza astratta, perchè ha per oggetto le leggi della
vita precede ad es. la zoologia, che studia gli animali viventi, ed è la
confritio sine qua non della sua esistenza. So le scienze concrete
presuppongono le scienze astratte, è assurdo supporre che le prime forniscano
la base delle seconde. Ciò sarebbe una inversione di termini. Precisamente
l’opposto è vero. Le cose non- si intuiscono o esperimentano di un tratto solo
nel loro essere, ma si conoscono in funzione di una legge e di una
proprietà essenziale che precede e rende possibile l’esperienza. Gli è questo
che ci spiega come e perchè le scienze astratte abbiano fatto progressi
di gran lunga maggiori che le concrete. Gli è che queste sono posteriori
a quelle, onde la loro maturità segue, in ragion di tempo, il progresso
di quelle [Questi principi del Masaryk sono fondati sul vero, benché il
modo ond’egli si esprime sia tutt’altro che proprio. La sua terminologia
è mutuata dall’empirismo per formulare una nozione sovra-empirica. Quello
che egli chiama processo astrattivo va chiamato processo di sintesi spontanea
ed originaria, perchè l’astrazione presuppone la conoscenza del
concreto onde si astrae, il che contraddirebbe al supposto.
Prescindendo da ciò, resta, intanto, stabilito che non solo la filosofìa,
ma lo stesso positivismo critico ed illuminato insegnano d’ accordo che alla
conoscenza analitica delle cose particolari deve precedere la conoscenza
della specie universale, che è come una sintesi, una deduzione spontanea
ed originaria, un’ anticipazione mentale dell’ osservazione. L’
esperienza affidata alle sue forze sole è così lungi dal fornirci un concetto
scientifico delle cose, che anzi essa, senza 1’ ausilio di una virtù
intellettiva che è prima e sovra di lei, non potrebbe neanche venire
alla luce e legittimarsi come esperienza. Versucli eiiier coucreten Logik
(Wien). Or bene, ripeto quanto lio detto più su, questa difetti vità
dell’ esperienza sussiste nell’ ordine delle conoscenze giuridiche, come
iu ogni altro ordine di conoscenze. Anche ivi la nozione universale deve
precedere 1’ esperienza particolare: la scienza sintetica delle proprietà
essenziali del diritto deve precedere la scienza analitica dei fenomeni
giuridici particolari e non seguire da essa. Anche ivi una estensione, un
impinguamento del materiale di fatto può accrescere la notizia delle
cose, non la scienza, come bene afferma Hartmann. Il materiale dei fatti é il
sottosuolo, non l’oggetto della scienza. La osservazione empirica di un
fatto giuridico non ci dice nulla sul momento universale e necessario del
dritto, nulla sui nessi causali di quei fatti ed è, però, inetta ad
adempiere, non che una sintesi filosofica, ma una semplice sintesi
scientifica: di guisa che, sulla scorta di essa, neanche la fenomenologia
perverrà ad ottenere quel principio sintetico e quell’ universale logico del
dritto che, come tante volte si è visto, rappresenta il suo termine
ideale. Per dirla più [(lì Die Bereicherung an Blossem Stoff des Wissens
vermehrt uur die Kuncle, aber nicht imraittelbar die Wissenschaft. In dem
aber die Wissenschaft erst da anfiingt, wo in den Beziehuugen des Stoffs und
den allgenieinen in ihm wirkenden Kràften oder Momenten das
Gesetzmiissige, Ordnungsmiissige oder Planmàssige, logiseh oder sachlich
Nothwendige aufgesuclit wird, zeigt sich eben, dass 'der Stoff als solcher
nicht don Gegenstand selbst der Wissenschaft bildet, sondern nur
die Unterlage derselben, dass aber der eigentliche Gegenstand der
Wissenschaft dasjenige ist, was an den Beziehungen des Stofìes allgcmein
und verniinftig ist — Gesammette Studien u. Aufsiitzc] esplicitamente,
quella osservazione empirica, ammesso pure che la si estenda il più che sia
possibile, non ci darà, di per se sola, non che una filosofia,
neanche una scienza del dritto. Perchè egli è fuori dubbio che la scienza
abbia per soggetto l’universale ed il necessario delle cose. L’ACCADEMIA,
il LIZIO, e fra noi, CICERONE, hanno del pari messo fuori disamina, che
oggetto della scienza é la vóyjaig nepi òoatav e che l’esperienza, che
apprende il particolare, non va confusa con la scienza che apprende l’
universale. Gli stessi principi sintetici della fenomenologia che siamo
venuti divisando non provengono dall’ esperienza, ma dalla speculazione del
pensatore. La storia consegna al v. Ihering il fatto della lotta e
del fine interessato, ma, quando egli generalizza P esperienza di quel
fatto a momento universale del dritto, eccede i termini della esperienza,
per soddisfare ad una vocazione speculativa che è anteriore all’
esperienza. La ragione di Dahn ed il giusto del Lasson sono cosi poco
creature delP esperienza, che quella è un ricordo della opinio
necessitati della metafisica, ovvero una forni ola logica della
razionalità della Volhsbewusstsein (la quale, a sua volta, è una ipotesi
demo-psicologica che trascende ogni esperienza) e questo è P applicazione
al dritto di quel logos Hegeliano, che è P ultimo residuo di una
notomia degli atti conoscitivi, la quale ha il suo punto di partenza
nell’ esagerazione dell’ a priori. Il principio del rispetto verso la
forza [Rep. Vedi pure: Fed. ; Mat.; Mag. Mor.] imperante (Achtung) e quello
della pre volizione della norma (Anerlcennung) sono non fatti di esperienza
0o - o'0£,ti va, ma impostasi intellettive di alcuni fatti accidentali di
esperienza psicologica. Il realismo giuridico si avvisa di conoscere le
proprietà essenziali e le leggi del dritto col mero processo della
induzione e della comparazioue. Noi abbiamo visto testò il Post, nell’
analisi comparativa dei fotti particolari della vita dei popoli, fermare il
segreto del substrato universale di quei fotti e di quella vita. Ma, l’osservazione
e la comparazione non sono possibili senza una teoria preesistente, la quale ci
faccia discernere quello die va osservato da quello che non va osservato,
e che, nel materiale disordinato dei fotti, ci consenta di
sceverare quel momento che concerne e preoccupa la nostra scienza
da quegli altri momenti che non ci concernono punto e che le altre
scienze differenziano dalla nostra. Senza il filo d’Arianna della speculazione,
l’osservazione e la comparazione dei dati di fatto diventano un labirinto
inestricabile e dal quale non v’è più uscita. Se non sappiamo
prima, per un’ anticipazione intellettiva, che cosa è dritto, nè possiamo
discernere i fenomeni giuridici da quelli che non sono tali, uè negli
stessi fenomeni giuridici possiamo sceverare quello che in essi è
proprietà essenziale da quello che non lo è. Anche nell’ordine delle
conoscenze giuridiche è vero che l’intuizione è cieca senza la categoria. Vi
debbono essere, nella moltitudine dei materiali storici messi a
profitto dall' indagine e e dalla comparazione, delle quantità conosciute ehe
permettano all’osservatore di orientarsi nei suo cammino. Il che è riflesso,
nelF ordine del pensiero, di quello che, come vedremo, ha luogo nell’ ordine
delle cose. Perchè, evidentemente, nel suo processo evolutivo l’umanità deve
pure avere avuto delle soste, deve pure aver segnato delle fermate e dei punti
di riposo, nei quali momenti si è venuto deponendo, consolidando, sarei
per dire cristallizzando, il presunto fluttuare dei fenomeni. La pressura
della logica e quella che lo Schopenhauer chiamava die List der Idee
domina, del resto, gli stessi induttivisti della giurisprudenza e li trae a
smentire coi fatti quanto lian professato a parole. Dopo aver respinto 1’
a priori, essi sono ben lungi dal farne a meno: e di presupposti a priori
tolti in prestito alle nostre odierne intuizioni giuridiche o alla nostra
speculazione filosofica le loro ricerche sono piene. Tanto egli è arduo, impossibile
anzi, nel rifare a rovescio il processo della evoluzione giuridica, fare a meno
di un contrassegno ideale di quello che è dritto o di un criterio
intellettivo che ci aiuti a discernerlo dagli altri fenomeni del cosmo!
Il metodo comparativo, adunque, che si avvisa d’inferire dal semplice
raffronto dei fatti la nozione del momento giuridico di essi, è una vera
petitio prineipii. Un’ anticipazione ideale di quello che si cerca
bisogna averla per forza, se no quello che si cerca non si trova. È una
cosa molto elemen fare codesta: chi non sa quello che vuole non trarrà
mai un ragno dal buco. Ottima la ricerca delle forme storiche della
proprietà immobiliare nel mondo orientale, a mo’ d’esempio, o il raffronto tra
esse e quelle dei popoli occidentali, ma, se voi non avete prima una
nozione quale die sia della proprietà immobiliare, quella ricerca e quella
comparazione non la farete mai. La storia è pur sempre storia di
qualche cosa. L’ordinamento seriale dei fenomeni sotto il genere dritto e
sotto le specie famiglia, proprietà ec. (scelgo a bella posta l’ordinamento
seriale più facile ed elementare) e tutta la serie dei principi e delle
rubriche e delle classificazioni della giurisprudenza storica e comparativa
sono, per necessità di cose, un presupposto e non un risultato della
comparazione e della storia. Nò si opponga che il com cetto del dritto
emerge dal fondo stesso della osservazione e della comparazione ed è ottenibile
mettendo a raffronto un gran numero dato di oggetti affini tra loro,
astraendo dalle differenze indi-[fi) Schuppe. Die Metkoden der rechtsphilosophie.
Man kommt nickt von der gesckicktlickèn Betrachtung zu dem Gewordenen,
sondern gerade umgekehrt: man suckt, von diesein ausgekend, seine Erfahrung
nack ruckwarts in der Zeit zu erweitern Der Versuck, aus der Gesckichte
herauszusammenfugend zu ersckaffen, kame auf ein Mlsslingen oder eine
Selbsttausckung kinaus: es giebt nur Gesckiehte von Etwas. Wenn die sogenannte
genetiscke Metkode die vollkomneren Gestaltungen aus den unvollkomneren
sick erzeugen, so solite nie iiberseken werden, dass im Nackweise dos
Keimes das Wozu er sick entwickeln, Wessen Keiui er sein soli, sehon
vorsckwebt; nur vom vollendeten Erzeugniss fragen wir zuriick nack den
keimartigen Anflingen. Stammler. Die Metkoden der geschicktlicken Rechtstheorie]
vicinali di ciascuno e ferrnaudo quel genere, quella nota universale e
comune, in che convengono tutti ad un tempo. Imperocché, appunto perché
abbia luogo quel raffronto, si richiede un’ anticipazione sintetica
della natura sostanziale del dritto. Per discernere in che gli oggetti sono
affini, occorro che vi sia, anzi tempo, un contenuto ideale, in rapporto al
quale 1’ affinità o la dissomiglianza è concepibile. La osservazione e la
comparazione vi darà il fatto della convenienza, solo quando voi
preconoscete di avanzo, sarei per dire presentite, per una cotale
anticipazione irriftessa dello spirito, quello in che si conviene e
la ragion formale della convenienza. La nota comune è una premessa del
processo astrattivo. Bisogna degradare il fenomeno della conoscenza alla
più volgare materialità per convincersi che gli elementi, i quali in
ipotesi sono conformi, si lascino connettere in un rapporto di conformità
per una percezione immediata del loro essere di fatto. Perchè gli
elementi b. c. d. lascino vedere un elemento comune con a. e si vadano
sussumendo in un rapporto comune A. occorre almeno che a, ossia il
termine di raffronto, abbia colpito il pensatore e gli appaia come
un momento di cosiffatta natura, da servire di regolo agli altri, come a
dire un equivalente ideologico preesistente del contenuto che si ottiene
poi formulato nel rapporto A. Se l’intelletto dell’osservatore è una
tabula rasa, egli non vede nè differenze nè somiglianze nei fenomeni, nè
dritto nè torto nella storia: le differenze sono percepibili, solo
quando si sa quello da cui si differisce e. del pari, le somiglianze,
solo quando si sa quello cui l ‘ì si somiglia: in altri termini i
rapporti sono percepibili solo in finizione del loro oggetto ò della loro
ragione formale. Egli, adunque, l’osservatore, non vede che una
serie di fotti indifferenti che non sono nè il diritto, nè il suo
rovescio : di cui noi, messi al punto, non potremmo nè anche assicurare
che cosa sieno: perchè ci difetta la virtù astrattiva che sarebbe
necessaria per vedere come andrebbero le cose della nostra intelligenza
nella ipotesi di un processo anormale di questa. Alla induzione ed
alla comparazione deve, adunque, precedere un intuito speculativo del dritto.
]Sel campo della giurisprudenza, come in quello delle altre
discipline, il processo conoscitivo s’inizia da una sintesi primitiva e
spontanea, si svolge e dirama e differenzia per l’esperienza, l’analisi,
la riflessione e va a metter capo alla sintesi riflessa della deduzione.
La storia del processo fenomenico ed inventivo è un compito meramente
analitico che si esercita sopra una sintesi scientifica preesistente. Per
descrivere le fasi evolutive di una cosa bisogna già possedere il
concetto dell’ essere della cosa, ossia della sua forma definita ed
evoluta e della sua configurazione stabile e consolidata. Es ist vor Alleni
unumgiinglich, class der Entwiokluiigahistoriker das genaueste und deutlichste
Verstiindniss von der reiteri Gestalt besitze und bekunde, von welcber er
die Entwickeluug verfolgt. Die Eutwickelungsgeschichte ist steta und
lediglieli eiue analytischo Aufgabe. Scheinbar naives Aufsuchen der
Verbindungsstiicke und gliickliches Probiren, ob sie passen, ist ein ganz
eitles Unterfangen. Die Ent[La filosofìa speculativa del dritto aveva adunque
ragione. Di che una preziosa riprova ci forniscono gli stessi
empirici della giurisprudenza, la mente dei quali è munita, anzi tempo,
non che di un intuito o di un presentimento del dritto, di tutto un
corredo di conoscenze speculati ve, più o meno deformate, tolte in
prestito precisamente a quella filosofia. E senza il suo ausilio 1’
esperienza si sarta trovata a mal partito. Ciascun fatto o ciascuna serie
di fatti non malleva che se stessa: ed il filosofo dell’ esperienza non
avrebbe mai visto il lume dell’ idea. L’induzione è sempre limitata ad un
dato numero di fatti, il qual numero, lo si moltiplichi a talento,
dista pur sempre infinitamente dalla universalità -che si estende a
tutto il possibile. Gli stessi principi generali non vi sarebbero più : 1’
allgemeine Reclitslelire è un generale die, viceversa, è un particolare.
A causare tali perigli, resta che, in difetto di speculazione propria, si
usurpi l’ altrui. Ed ecco, allora, che la premessa maggiore del realismo
e della fenomenologia è una premessa metafìsica. Questi declamatori dell’
esperienza e dell’induzione sono in fondo dedutti visti. La filosofia ha
trovate alcune verità con un procedimento misto d’ intuizione di
rapporti ideali e di esperienza psicologica. Essi riprovano queste verità
con l’allegazione di fatti spe- [wickelungsgeschichte des Organismus setzt ein
hohes Stadium der Anatomie voraus, das sie alsdann erhohen kann. Aber die
Entwickelungsgeschichte kann der descriptiven Anatomie nicht voraufgeben.
Cohen. Kant’ s Theorie der Erfahrung Zw.] rimentali, quando noi facciano con nn
tessuto di raziocini. Il loro metodo è analitico e regressivo: onde
quando essi rimproverano di deduzione la vecchia filosofia, questa potrebbe dir
loro che essa della deduzione, accanto ai difetti, aveva benanche i
pregi, dovechè ad essi non restano che i difetti soli. Il criterio
storico-evolutivo ed il problema ontologico della filosofia del diritto.
Si è detto innanzi come la maniera, onde l’empirismo concepisce il problema
dell’essere del dritto, equivale esattamente alla maniera ond’ esso concepisce
il problema del conoscere. Dopo aver detto die criterio unico della
scienza è l’esperienza, logica vuole che l’empirismo dica che l’oggetto
della scienza è tale, quale bisogna che sia perchè rientri nei limiti
della esperienza, e che, quindi, il dritto non abbia altro essere che
l’essere mutabile, contingente e fenomenico, o, per dir breve, non altro
essere che il divenire. Come in tanti ordini di cose, così nel
dritto, il criterio scientifico si è venuto snaturando nel criterio
storico e, conseguentemente, il problema ontologico nel problema
genetico. Del dritto, come di altri oggetti, si studia non più la sostanza
ma la genesi, non più l’essenza ma l’evoluzione, non più il
substratum ma il processo; nè solo si studia l’una cosa e non 1’ altra,
ma si afferma come inesistente quella che non si studia, o si presume di
non studiarla, appunto perchè la si dà per inesistente. È il criterio
storico-evolutivo, che riassume il genio scientifico (lei secolo e che pervade
scienza e filosofia. Se ne volete 1’origine, dovete far capo all’ aspetto
dogmatico del fenomenismo kantiano e, più lungi ancora, alla critica
Lochi aria, alla teoria, cioè, della inconoscibilità della sostanza.
Tolta, invero, la ricerca della sostanza, non rimane che il fenomeno soletto al
lievi, al divenire, alla storia. Se questo criterio lo si proseguisse nella sua
forma logica e coerente, esso non porgerebbe ai suoi settatori un
saldo sostegno. Così coni’ è, esso è viziato dalla radice, perchè poggia sopra
una inversione del problema filosofico e perchè confonde volgarmente due
termini che vanno distinti, scienza e storia. I fenomeni particolari che registra
la storia sono non solo inesausti, ma inesauribili nel loro numero: la
umanità ha invocato sempre l’ausilio delle idee per dominare
l’universalità dei possibili, senza di che non si sarebbe mai svincolata
dalle strettoie di una perpetua ignoranza. La storia ha per oggetto
il nudo individuale; quello che sta a sè e non può predicarsi degli
altri; quello che può essere conosciuto solo per un atto di esperienza ex
professo e discontinua, e che, per essere singolo, si consuma in un
singolo atto mentale e consuma l’atto stesso; quello che non ha nesso con
altri e non può nè subordinarsi ad essi nè subordinarli a sè, e che è
incomunicabile: quello che dà luogo non ad un concetto, ma ad una moltitudine
di percezioni saltuarie, sempre esposte alla sorpresa del nuovo,
dell’imprevisto, dell’azzardo.
Schopenhauer — Die Welt u. 8 . w. — Ergiinz: L’empirismo, messo allo
stremo, li a studiato, pertanto, di sfuggire alla logica del suo criterio.
Invece di escludere la speculazione, esso fa atto di riconoscerla,
ma piegandola alle esigenze del suo criterio; nò nega la sostanza, ma la
traduce nel circolo del suo sistema, llesta, per esso, oggetto della
scienza l’essere, ma l’essere appunto sta, o si presume che stia,
nel divenire. Il suo intento non è, in fondo, negativo, ma dialettico. L’
esse della filosofia morale e giuridica è appunto il fieri della
evoluzione del costume e degl’ istituti giuridici. Quella serie di
proprietà sostanziali, quella essenza specifica della natura e della coscienza
umana non sono negate o rimosse, adunque; sono semplicemente interpetrate
in un modo diverso. Esse non sono più un a priori — della' storia, un
termine che è fuori del processo storico e che rende possibile lo
stesso processo; ma si rappresentano come un a posteriori primitivo, come
un prodotto dell’esperienza collettiva e della razza, un prodotto che si
solleva, a sua volta, a causa di nuove formazioni, di nuovi
fenomeni, ma è ab initio una formazione, un fenomeno esso stesso. Messo
da banda il flusso eracliteo i settatori del criterio storico-evolutivo si
credono licenziati ad ammettere delle proprietà specifiche della natura etica
umana, quando s’ intenda che queste proprietà sieno non un essere, ma un
divenire o, per meglio dire, un divenuto; quando si intenda che
esse sono forse un a priori a petto alla esperienza individuale dell’
uomo che si trova in uno dei momenti derivati, della evoluzione, ma sono
certo un a posteriori della esperienza delle g enei azioni preesistenti.
Nella serie dei momenti evolutivi, ciascuno di essi è un posterius delle
esperienze sociali trasmesse dal momento anteriore; solo clie
queste esperienze diventano generative di altre posteriori, a petto alle
quali esse sono un termine primitivo. L’esperienza collettiva che supera
la dispersione e la difettività dell’esperienza individuale, l’abitudine
(latamente intesa) e 1’ eredità che la trasmette e la consolida, la
tradizione storica che ne raccoglie le risultanze : ecco i supremi
presidi, con l’aiuto dei quali 1’ empirismo moderno si avvisa di superare
le difficoltà dell’antico, di trascinare l 1 essere della scienza e
della filosofia nel flusso del divenire e di evitare, ad un tempo, le
ritorsioni di quella logica inesorabile, che lo forza a dibattersi
sterilmente nell’ assurda impresa di logizzare la storia o di storizzare
la logica, di formulare e dogmatizzare il mutevole, l’evanescente, l’
individuale e di travolgere, ad un tempo, nella rapida scorrevolezza dei
fenomeni transeunti quello che è e che sta, l’eterno, l’immutabile, l’assoluto.
Se. non che, anche in questo contenuto più ricco di valore ideale che assume il
criterio storico-evolutivo, esso è ben lontano dal sottrarsi a quella
logica di sistema, . che, volente o nolente, lo rimena all’ assurdo
d’ invertire i termini del problema filosofico e di scambiare la scienza con la
storia, la sostanza col fenomeno, le facoltà e le attitudini
connaturate con le esperienze e gli abiti acquisiti. Finché, in
omaggio al paradosso, si riconosce l’ammissibilità di un processo all’ infinito
e, rifacendo la serie regressiva delle esperienze, il primo termine
di quella serie si rappresenta come una esperienza a sua volta, il vizio
radicale dell'empirismo rimano sostanzialmente lo stesso. Finché la razza
è una moltitudine d’individui, la quale moltitudine non può fornire
un elemento nuovo ehe non sia orininari amente contenuto in ciascuno degl
'individui che la compongono, finche l’abitudine e l’eredità sono
forze trasmissive e non creative, le quali, quindi, presuppongono
un quid che si ripeta o consolidi o trasmetta, la contraddizione
implicita nell’ assunto empirico rimane tal quale. L’ empirismo
allontana, risospinge indietro il problema nella storia, ma non lo
risolve. Nella serie delle fasi evolutive v’ è sempre un priuSy un termine
primitivo, che, come esso c’ insegna, non è un essere ma un divenire, non
è una sostanza ma un fenomeno, non è attitudine all’ esperienza ma
esperienza senza attitudine. Ed in questo termine primitivo rinasce il
problema elie si credeva composto: il divenire è possibile senza l’essere?
ed i fenomeni giuridici sono possibili senza l’essere giuridico"?
senza una coscienza giuridica già data, senza una facoltà connaturata del
dritto, sono possibili le esperienze giuridiche? Ogni momento
individuale dell’ evoluzione giuridica, lo si derivi pure da una serie
inferiore preesistente, non ha forse bisogno d’ un ciliquid che lo
determini e lo differenzi come tale dal momento anteriore ? e
questo aliquid non è un essere che precede e rende possibile il
divenire? Nella continuità dei fenomeni deve pure esservi, non
foss’altro, l’infinitamente piccolo di Leibnitz, che prima non era ed ora è, ed
è quindi la radice, il substratum di quello che v’ è di nuovo nel
rapporto reciproco dei termini successivi della serie, di quello cioè che
differenzia i singoli momenti della continuità. Questo infinitamente
piccolo non può essere prodotto dalla prima esperienza, se questa, per
logica di cose, lo presuppone. Come mai quelle esperienze giuridiche o quella
serie di esperienze, che saremmo impotenti a far noi ex novo, se
fossimo dello tabulae rasae, e che noi possiamo Aire, secondo il criterio
storico-evolutivo, solo perchè l’eredità e la tradizione storica ha
deposto e trasmesso nei nostri poteri psichici tutto un contenuto ideale
che tesoreggiamo di continuo, come mai, dico, quelle esperienze sarebbero
esse state possibili, senza verini possesso anteriore di una
facoltà connaturale, a quegli uomini primitivi, i quali, a quanto insegnano gli
evoluzionisti, uscivano a mala pena dalla specie inferiore dell’animalità?
Perchè, senza dubbio, proseguendo a rovescio il corso dell’evoluzione
giuridica, vi sarà seni pre un assolutamente prius die non è più specie ma
individuo, che non è più esperienza collettiva e storica ma nuda
esperienza individuale. Il criterio storico-evolutivo che, per aver
riconosciuto la legittimità dei processo all’ infinito, ha posto, come
termine primitivo delle esperienze, la esperienza stessa e, come causa
degli effetti, l’effetto o la serie degli effètti stessi, deve raccogliere
i frutti del suo inconsulto procedere e deve togliere sopra di sè
la contraddizione di un termine derivato che si postula come termine
primitivo. La filosofia tradizionale, la teoria nativistica come per
dileggio la chiama l’ Jliering, aveva adunque ragione quando poneva a
sostrato primitivo e causale la natura deir uomo e non il processo della
storia, la coscienza giuridica e non le esperienze edonistiche ed utilitarie.
Il fenomeno della evoluzione presuppone il noumeno della creazione, nella
filosofia del dritto come nella cosmologia : il divenire presuppone
l’essere che diviene e che sussiste lo stesso attraverso e non ostante il
divenire. Senza una coscienza giuridica bella e data, l’esperienze
giuridiche non sarebbero nate, perchè è la facoltà che crea le
esperienze e non le esperienze la facoltà. Ed invero, senza una coscienza
giuridica universale connaturata in ciascun membro della razza o della
specie, l’intimo consenso in certe verità giuridiche fondamentali, attestato
dalla stessa osservazione serena dei fatti, non sarebbe mai venuto alla
luce. L’esperienza, la quale procede a furia di esperimenti, di
correzioni, di prove rudimentali, incerte, provvisorie e che è sempre
varia da soggetto a soggetto, da caso a caso, non può aver potuto determinare,
per la contraddizion che noi consente l’universalità e 1’ unità della ragion
normativa e della coscienza. Si riduca questa unità e questa universalità
alle semplici proporzioni di una funzione formalo e vuota di contenuto, ebbene
non sarà mai concepibile come quella unità della forma della coscienza
inorale possa essere uscita dal fondo di esperienze soggettive, senza un
fondo comune di attitudini preesistenti, senza un addentellato di sorta.
1/ antropologia dell’ evoluzione può aver provato, si conceda per un momento,
che il contenuto della morale e della giustizia varia da popolo a popolo,
da tempo a tempo, ma non può aver provato che ne varii altrettanto la
forma. Essa, anzi, riprova indirettamente che la materia infinitamente
diversa del dritto reca in sè V impronta di una costante unità di leggi e
di funzioni, le quali sono, alla coscienza morale dell’umanità, quello che al
pensiero le leggi e le funzioni a priori della conoscenza; e che muta il
contenuto dell’ atto morale, ma immutabile ne è la ragion formale; ossia
le condizioni necessarie all’atto morale come tale sono immutabilmente
concepite e, sarei per dire, plasmate nella forma assoluta d 7 un imperativo
incondizionale, d’un dovere. Si assuma il più semplice degl’istituti
giuridici del più semplice dei Natur-Viilker, ebbene l’analisi vi scopre
sempre questa proprietà ideale : il convincimento di una legge estra-soggettiva,
che è fuori e sopra l’arbitrio individuale ed alla quale è doveroso
prestare obbedienza. La pretensione giuridica del selvaggio contiene un
elemento spirituale che è condizione comune a tutte le pretensioni
giuridiche di tutti i popoli più culti. Quella pretensione è appresa come una
legge impersonale, non solo rispetto ai soggetti presenti sui quali si
esercita, ma altresì rispetto a tutti gli altri soggetti, che sieno per
trovarsi nella stessa condizione dei primi, e, quindi, rispetto allo
stesso soggetto pretensore, ove egli in tale condizione venga a trovarsi.
Motivo etico della pretensione o del comando, quel motivo, cioè,
per cui l’una o l’altro è appreso come autorevole e fonte di obbligazione
doverosa, è sempre la conformità presunta di quella pretensione o di
quel comando ad una legge. Che la conformità presunta non sia conformità
reale importa poco: resta sempre stabilito ohe condizione necessaria
dell' atta giuridico, condizione universale e comune a tutti i
popoli della terra, è l'intuito dell'atto stesso sotto la ragion
formale del giusto. Ohe questa proprietà ideale non si trovi così
nettamente distinta e differenziata nella coscienza morale del selvaggio,
importa ancor meno. L’analisi è creatura della riflessione scientifica,
laddove l’idea del bene e del giusto è un intuito sintetico della
coscienza: 1’ assenza del l'un a è ben lungi dal provare quella
dell’altra. L’analisi rende molteplice e successivo rispetto a noi quello che è
uno e simultaneo rispetto alla natura: confondere questi due
aspetti è convertire in ipostasi reale un fenomeno della nostra
difettività conoscitiva. Senza dubbio, l’unità e la comunanza della
semplice-ragion formale del bene e del giusto non basta a fondare una
morale, nò una filosofìa del dritto. Un’etica senza contenuto è una
logica del bene e del giusto, non una nomologia. Quella unità della coscienza
si traduce in piena iudifferenza e la percezione della ragion formale del
giusto in un mero momento psicologico. Ma, se questa unità formale della
coscienza morale è poca cosa rispetto alle esigenze ed agli uffici dell’
etica positiva (e però noi non ci ristiamo a lei, ma ammettiamo un
contenuto morale, quale quello che ci detta la filosofìa
teleologico-cristiana, e sulle orme della scuola di Max Mailer vediamo,
nelle tristi condizioni morali dei Natur- Volker il prodotto di un
pervertimento derivato) è molto rispetto alla critica della sociogenesi
della evoluzione. La quale si chiarisce così contraddire apertamente non
solo alla teleologia inorale, ma benanche alla critica, più negativa e più
«pregiudicata, della ragion pratica. Come per avventura, le incerte esperienze
dei soggetti sub-umani abbiano potuto determinare l’unità della ragione e
dell’intuito formale del giusto, vale a dire quell’ unità che è il
residuo non eliminabile di un’analisi corrosiva della moralità umana:
ecco un enigma che il criterio storico-evolutivo non riuscirà a decifrare
mai. Gli è che la presunzione della tabula rasa non è meno infondata
nella sociogenesi, di quello che lo sia nella ideologia : anzi nell’ una
è più insostenibile che nell’altra, perchè il dritto è una idea cosi
complessa che anche delle scuole filosòfiche, le quali, nella serie
regressiva dei fenomeni della conoscenza, pongono come termine primo la
esperienza, hanno sentito il bisogno di concepirne l’idea e la vocazione
come connaturata nell’ uomo, come un habitus della natura. L’ atto
giuridico e 1’ atto morale non nascerebbero mai, ove nella volontà dei
soggetti non vi fosse una cotal disposizione naturale al bene e al
giusto, la qual vocazione, a sua volta, difetterebbe ove non vi
fosse un intuito originario del bene e del giusto. Ignoti (chi noi sa?)
nulla cupido. La volontà non è, da per sè, una legge, come volle il
RAZIONALISMO CRITICO di Kant, ma nemmeno è indifferente a qualsiasi legge,
come vorrebbe il plasticismo degli evoluzionisti. Kon è autonoma di
fronte alla Legge Suprema ed al supremo legislatore, ma è tale di fronte
al resto, à o’ dire che nella volontà umana v’ è una vocazione primitiva
verso quello che è buono e che è giusto, vocazione indipendente dalle
condizioni dell’esperienza e della storia. Dicendo ciò, non si oltrepassano i
limiti della lìlosolìa per entrare nell’orbita della teologia (benché un
rimprovero siffatto, ci affrettiamo a dirlo, sarebbe per noi un titolo di
onore). Principio conoscitivo del bene e del giusto rimane, con
tutto ciò, l’analisi della coscienza, come principio ontologico dell’uno e
dell’ altro, la NATURA UMANA. Noi siamo i veri positivisti, noi, die ci
reggiamo sul saldo sostegno della physis, ma della pliysis non deformata dalle
preoccupazioni materialistiche. Rifacendo la serie regressiva delle cause, la
filosofìa pone una causa prima che muove la natura senza esserne mossa:
intenta a discoprire V origine prima di tutte le cose che sono nel tempo,
la logica la costringe ad uscir fuori del tempo. L’evoluzionismo può
deridere questa logica, ma non rintuzzarla. L’ esclusione di un
assolutamente prius è impossibile. E ad esso, dico al positivismo, non
rimane che o attestare, con tacito assenso, la presenza del
soprannaturale, ovvero rimaneggiare con ostentazione di novità e di
maturità quella povera teoria mitologica della spontaneità creatrice degli
uomini primitivi. Quell’ assolutamente prius, quel termine
primitivo delle esperienze, se non è una creazione del SOPRANNATURALE,
deve essere una generatio aequivoca della natura primitiva : una genialità
eroica, un salto mortale degli esseri sub-umani. Per. sfuggire alle
ritorte della logica, il criterio storico-evolutivo non ha altro
spediente che quello di adagiarsi in esse, di accettarle deliberatamente,
di sistemarle anzi: quello, cioè, di bandire addirittura il problema
delle origini, facendo sorgere la risoluzione di un problema insolubile
dalla disperazione professata di risolverlo. Questa esclusione del
problema delle origini, come di cosa inconcepibile in sé, è
postulata dalla logica del divenire. La continuità evolutiva dei fenomeni dell’
universo esclude, per logica di cose, ogni nozione di principio o di
fine. Questi due termini estremi rappresentano il discontinuo, il
vacuo, il salto per eccellenza, onde sono fuori della evoluzione. L’ evoluzione
è panteistica: è 1’ eternità trasferita da Dio al mondo: ora non va
dimenticato che 1’ eternità esclude cosi l’origine come la fine. Gl’evoluzionisti
odierni lian poco compreso la portata del criterio evolutivo, perchè ad
essi ha fatto difetto quella penetrazione, metafisica che la fece
comprendere cosi egregiamente al Leibnitz: ond’ essi, pur professando la teoria
dell’evoluzione, seguono ciò non pertanto a cincischiare il problema delle
origini! Ma ciò non toglie che la loro dottrina si dibatta tra le strette di
questo dilemma: o accettare la logica dell’ evoluzione e quindi cessare
di essere positivisti e confessarsi per animali metafisici di una specie
alquanto diversa dagli avversari: o deviare da quella logica e fi)
b as Princip dor Continuitlit verbot in der Reihe der Erschein angeli
alien Unsprung. Kant. Kr. d. r. Vera. (Ed. di Ilarteustein). E lo aveva
ben compreso il v. Savigny.] zwisclien Gesclilechter und Zeitalter nur
Entwickluug aber nicht absolutes Ende uud absoluter Anfang gedacht werden
kann. Vom Beruf unsero/ Zeit u. s. w. Ili Aufl. cadere nelle contraddizioni di
un primitivo che è derivato o di un a posteriori che è primitivo. La
ritorsione del secondo corno del dilemma è stata analizzata parecchio fin Qui.
Giova solo aggiungere qualche- cosa su quella del primo. Ed anzitutto,
che i positivisti, accettando la logica del criterio evolutivo, diventino
di punto in hello metafisici non è chi noi vegga. L’ esperienza è limitata alla
condizione del tempo; l’evoluzione è, invece, fuori del tempo, è,
ripeto, la eternità trasferita dal mondo di là al mondo di qua e, nello
stesso mondo di qua, dalla sostanza ai fenomeni. Confessi, adunque, il
positivismo che il criterio storico-evolutivo è un criterio sovraem
pirico; che esso non abolisce la metafìsica ma ne fa una per suo conto;
che non elimina il SOPRANNATURALE ma converte invece ih naturale in
soprannaturale. Confessi altresì, che, quando promette di darci il
nascimento ed il processo fenomenico delle cose, esso mentisce sapendo di
mentire. Il criterio dell’ esperienza e della storia, strettamente
considerato, ci dà i termini disparati e sconnessi e non il vincolo di
quei termini, i fatti compiuti e non la legge del loro divenire. Il
continuo sfugge alla storia: essa non ci dà che una moltitudine di vacui e
di discreti, tra i quali la mente umana riconosce un ordine che
reca la impronta della metafisica che v’ è in lei, ossia di quella somma
di concetti che essa ha di già sulla natura degli esseri soggetti al
divenire storico. Ed ecco così che il realismo giuridico, la filosofia
del dritto genetica e fenomenologica vien meno del tutto al suo programma : non
solo l’essere dei fenomeni giuridici, ma e il nascimento e il divenire di
questi esseri esso ignora. Residuo positivo della critica mossa alla filosofia
è la scepsi pura nel campo del dritto; una scepsi dogmatica più cbe
quella filosofia e elie non soddisfa nò al criterio filosofico, nè alla
esperienza. li positivismo giuridico ed il problema etico della
filosofia del dritto — Il dritto NATURALE. Il dritto non è soltanto una idea ed
una sostanza, ma, altresì e soprattutto, una norma. Esso è idea
umana e, quindi, non è idea quiescente, ma forza, nè solo anticipa
l’essere, ma detta il dover essere. È una idea imperativa per eccellenza
ed, appunto perchè tale, essa, ripeto, è forza: forza ideale e virtù
morale, s’intende, e non coercizione fisiologica o psicologica. La
filosofia che attingeva lume da questi sovrani criteri riconosceva, in
correlazione al dritto positivo, un dritto ideale: questo era per lei una
legge e quello un fatto; un fatto che desume il suo valore dal
rapporto che ha a quella legge, dall’essere esso una forma di attuazione,
d’ individuazione di quella legge. Questo fatto poteva adequare, se non
in tutto, in buona parte quella legge, ma non l’adequava necessariamente:
ed, in tutti i casi, il suo valore era misurato dal limite di
approssimazione al dettato di quella legge. Astraendo il dritto positivo
da quel parziale contenuto ideale che vi sta dentro, da quello die fa sì
die esso sia non solo positivo ma dritto^ di quel diritto positivo non
rimane, per la fìlosoiìa r die il fatto bruto, indifferente, sfornito di
significazione. Così per la filosofia seguiva un doppio processo: il dritto
naturale conduceva al dritto positivopel bisogno della sua effettuazione
empirica ed il dritto 'positivo rimenava al dritto NATURALE pel bisogno
di un titulus jitris e di un sostrato razionale. L’un termine non era 1’
altro, ma aveva rapporto air altro. Erano due correlata, non due
contrari. Perchè non erano tutt’ uno, legittima era la ragion d’
essere dell’ uno e dell’altro ad un tempo, e, perchè erano tutt’ uno in qualche
cosa, in qualche rispetto, Fano dei dite non negava, non contraddiceva
assolutamente l’altro. L’ideale non era del tutto inaccessibile al reale
e, perciò stesso, intrinsecamente difettivo ed erroneo: il reale non era del
tutto contrario all’ ideale e, quindi, assolutamente ingiusto e
condannevole. Questo rapporto che era concepito tra i due termini faceva
sì che Puno conferisse all’ autorevolezza dell’altro. Il dritto positivo
attingeva la sua virtù imperativa dal dritto naturale, ossia dall’esserne
esso una varietà fenomenica,, ed il dritto NATURALE desumeva da quello la
possibilità di trasferirsi, d’individuarsi nei limiti del relativo e del
condizionato, nella storia. Così la filosofìa era tanto più vicina alla
dialettica sapiente della vita, quanto più era lontana dalla dialettica
fantasiosa della logica; e come, nell’ ordine delle idee r essa segnava
la via di mezzo tra Pottimisino ed il pessimismo, così, nell’ordine dei
fatti, tra l’umore conservativo e l’umore rivoluzionario. Il positivismo
si atteggia anche qui, anzi soprattutto qui, ad avversario reciso della
filosofia. Come nell’ ordine teoretico esso predica l’esclusione
sistematica dell’ a priori e l’ apoteosi dell’ esperienza ut sic, così
nell’ ordine pratico esso dogmatizza l’esclusione della norma doverosa e 1’
apoteosi del fatto. Ed è giusto. L’ esperienza gl’ insegna l’ essere o
l’essere stato, non il dover essere: la storia non gli dà che fatti
o, tutt’al più, che leggi empiriche di fatti. L’evoluzione gli fornisce
una legge di causalità naturale che è la negazione recisa della legge
morale: nessuno dei criteri, ai quali esso fa ricorso, gli
suggerisce la nozione del dovere. Tuttavia, poiché la necessità morale è un
rapporto che è più facile escludere tacitamente, per esigenza di sistema,
che negare di professo, e poiché il positivismo moderno é abbastanza
raffinato per lu singarsi di fare a meno dei rapporti ideali della
metafisica (benché noi sia quanto é necessario per persuadersi della loro
verità), esso si tiene ben lungi dal rassegnarsi al puro fatto del dritto
positivo ; bensì non resiste alla tentazione di interpetrare questo fatto
in funzione di una legge che gli conferisca a priori valore ideale
ed assoluto. È dritto quello che é imposto dai poteri coattivi ed é dritto in
quanto e perchè è imposto ; ma, quest’ autorevolezza giuridica, se
coincide col fatto stesso del comando, non coincide tuttavia col
fatto del comando attuale, ed è conseguenza o espressione di una virtù
presupposta nel fatto del comando abituale, del comando in quanto
comando. Il principio — EST IVS QVIA IVSSVM ed è la formula del positivismo e noi f
abbiamo veduta assentita implicitamente e per ragion di contrasto dal v.
Jheriug e dal Daliu, professata espressamente dal Lasson e dal v. Kirchmann,
idealeggi ata, in omaggio allo psichismo, dal Bierling. Quella
forinola, per quanto positiva, implica un sottinteso razionale. Ed il
sottinteso è il seguente : il fatto del comando è la sorgente appunto del
dritto: o altrimenti: l’essenza del dritto consiste nel comando. Il
positivismo lia, pertanto, anch’esso la spa massima: l’attitudine che esso
assume di fronte al fatto non è puramente passiva, o, se è tale, lo è o
si avvisa di esserlo coscientemente e razionalmente. Non v’è bisogno di
analisi minute per vedere quale e quanta conferma indiretta, (conferma formale,
s’intende) rechi questa massima del positivismo alla metafìsica del
dritto naturale. Il compito razionale del dritto naturale non è
propriamente escluso, ma applicato ed atteggiato in modo diverso che
prima; è una materia, nuova che si contrappone al contenuto antico di
quel dritto, non una nuova forma. La filosofìa aveva per criterio
conoscitivo del dritto NATURALE la ragione indagatrice dei tini dell’ universo
e della natura morale dell’ uomo: il positivismo ha per suo
criterio l’esperienza immediata dei precetti del potere positivo. La
filosofìa aveva per principio ontologico del dritto l’ordine morale della
stessa natura dell’uomo e degli stessi fini delle cose : il positivismo,
invece, il fatto stesso della coercizione potestativa, in quanto
tale : nell’ una come nell’ altro, le disposizioni positive sono un fatto
che in tanto ha valore in quanto gliel conferisce il rapporto vero o
presunto di conformità di detto fatto ad una data legge o ad una data massima.
Varia solo il contenuto della massima e della legge, che nella filosofìa
è sintetico, dovechè nel positivismo è analitico : perchè nell? una è
attinto altronde e nell’ altro è spremuto dal fatto stesso delle
disposizioni positive o, che è lo stesso, pre-implicato, con dialettica a
priori, nel fondo di esso fatto. E che la massima del positivismo si
traduca in un’ analisi vuota, in una petizione di principio, non v’
è dubbio alcuno. La forza coattiva del comando è criterio del dritto,
solo perchè il dritto si è preconcepito come forza e forza fisiologica; solo
perchè la nozione di una potenza spirituale del dritto in quanto
dritto, ossia in quanto norma di ragione, si è anticipatamente esclusa,
come nozione che trascende l’esperienza, solo perchè si è posto o postulato,
anzi tempo, il principio che la forza, che noi intendiamo morale,
degl’ imperativi giuridici non si differenzia dall’ attuazione materiale
e dal successo di fatto; solo perchè si è stabilito antecedentemente che
la condotta dell’uomo non può essere determinata che dai motivi
empirici e psicologici della sanzione positiva ; solo perchè si è presupposto
che il dritto non è una idea, ma un fatto e che l’assenza dell’attuazione
del dritto è sempre ed in tutti i casi assenza del contenuto e della
virtù imperativa del dritto stesso. Ed invero, se la coincidenza della
forza, etica con la forza fisica, del dritto col fatto, non fosse
un presupposto, onde e come il positivista si farebbe a provarla ? Con l’esperienza
? Ma l’esperienza gli consegna il fatto semplice e nudo, la nuda e
semplice forza fìsica ; se e fino a che punto 1 uno e l’altra sieno dritto o
forza morale, 1’ esperienza non lo dice e non lo può dire, perchè ignora
che è dritto e che è forza morale. ]STè lo suffraga la storia, la quale
può provare concludentemente la presenza o meno dell’attuazione di fatto del
dritto, non la presenza o meno deila necessità di tale attuazione. Il
positivismo deve, per necessita di cose, far capo alla
speculazione, per dimostrare il suo assunto; se non che, è appunto
la speculazione che ne denunzia l’illegittimità, perchè, se il dritto positivo
ed il dritto NATURALE sono termini semplicemente correlativi, il fatto ed
il dritto, la forza bruta e la forza morale sono termini addirittura
contradditori, tra i quali non vi è presunzione di coincidenza o di
accordo che tenga. Portando poi la questione in altro campo, è bene por
mente che, per tacciare di sterilità la idea ed il dritto e per predicare
come sola forza viva delle cose il potere coattivo e materiale (ed il
convincimento radicato di quella sterilità è il motivo psicologico che persuade
al positivismo il culto del potere coattivo) occorre aver dimenticato, o non
aver conosciuto e compreso giammai, quanto la forza spirituale di talune idee
universali, di alcune esigenze morali, di alcuni canoni giuridici sia stata
superiore, nel corso della storia, alla forza materiale dei poteri
dominanti e quanti trionfi sulla tenacità di resistenza dei tatti
abbia ri portato tuttora la forza ideale del dritto. Le quali conferme di fatto
la filosofia le accetta e le oppone
sorte di agli avversari, senza, per altro, vincolare alla esse la
sua, perchè (è bene ripeterlo) la forza ideale, la virtù imperativa del dritto
è, per essa, indipendente dal successo di fatto o dall* osservanza
<ìgì soggetti. Il (lovorG g dovere, clie lo si adoni pia « no; e la
violazione è un mero fatto che opera si elie 1’ idea non divenga un
fatto, ma non sì che l’ idea cessi di essere idea. Doveehè il positivismo
da questa confusione tra idea e fatto prende le mosse e questa
confusione solleva a sistema. Suo assunto è il seguente: 1’ idea non è
idea perchè non è un fatto: o altrimenti: l’ idea non esiste in quanto
idea, perchè non esiste in quanto fatto. Il qual paradosso non può
essere legittimato che da un sottinteso non meno paradossale:
l’idea non esiste come idea, se non in quanto non è più idea. Se,
adunque, il secreto tentativo di conferire a priori alla nuda forza
materiale valore e contenuto ideale cade nell’ insuccesso, vien meno
altresì quel1’ apparenza di legittimità, onde il positivismo si face bello. La
logica delle cose rimuove quella pretesa dialettica del dritto con la forza,
denudando quest’ ultima di quell’ involucro spirituale nel quale si
veniva dissimulando. Ed allora ai positivisti si pone un dilemma dal
quale non vi è via di uscita: o riconoscere la legittimità della nozione
del dovere e, quindi, rientrare nei termini della filosofìa del
dritto naturale, o professare apertamente l’immoralismo della forza.
Perchè tra l’una cosa e 1’ altra [ Ist clas Recht nur Recht, uutorschieden von
Willkiihr mici Gewa.lt, wenn and soweit es eine dea Willen
vcrjìjlichtcnde Kraft in sich triigt, so Htellt sichjeder; der von Recht
spricht nnd Weiss was er sagt, auf dem ethischcn Stand]) nuli, aut doni
Boden des Scimollenden. Alle naturalistischen nnd miterialistificlien
Doctrinen kdiìnen daher nur durch Iuconsequenz, dureli Urklarheit und
Confusion oder durch sophistische Rrsclileichun-, gen vor der
Identifìcirung von Recht und Gewalt siedi scliiitze n — Vìvici — Natur recht
non v’è via di mezzo che tenga; il contrapposto tra la physis ed il
nomos, tra la necessità fìsica e la necessità morale, è irriducibile: chi
non voglia assentire alla logica della seconda non può, ov’egl’abbia
mediocremente a cuore la coerenza filosòfica, rinunziare alla logica
della prima. E, quando si confessi apertamente che il titolo che fonda la
legittimità esclusiva del diritto storico e positivo è laforza materiale
dei poteri governanti, allora noi non avremo più alcunché da opporre e ci
terremo paghi di darci per vinti. Il problema, allora, non è più da
dibattere, nè da risolvere, perchè difetta quel consentimento in un prius
della ricerca, che pure è necessario per sostenere una polemica qualsiasi.
Il positivismo potrà, a buon dritto, millantare il privilegio che godono
tutte le forme di scepsi assoluta, tutti i sistemi negativi, tutte le
demolizioni dottrinali della verità e della natura: il privilegio di
esser fuori della critica, perchè si è fuori della coscienza umana. Se non che,
di questa logica di sistema non tutti sono accorti; ne sono, anzi, ignari
pressoché tutti. Ed è forse questa ignoranza il motivo della loro
tenacità. Essi usurpano, senza volerlo deliberatamente, le esigenze ed anche
un po’ le soluzioni del dritto naturale, lieti che una materia presa d’altronde
risparmi ad essi la fatica ed il dolore di saggiare a londo la
insostenibilità del loro assunto originario. Del resto questa apoteosi
del dritto di fatto e della forza non è il sèguito di un proposito meditato e
rigorosamente positivo, ma di una esigenza tutta/ negativa che domina i
nostri positivisti. La esclusività che essi appongono al dritto positivo, è la
conseguenza della esclusione clic essi Inni fatto dianzi di alcune forme
storiche del dritto naturale; forme storiche che essi hanno scambiato sul serio
con la sostanza stessa del dritto NATURALE, in orna irgio a quel vecchio
espediente solistico di fare un fascio della scienza e degli scienziati,
della idea e delle applicazioni, dell’uso e dell’ abuso, della realtà
oggettiva e della percezione soggettiva. E di sistemi o di concepimenti
individuali o collettivi di dritto naturale ve ne ha parecchi e di
diversa natura; onde la impresa d’ insinuare i propri criteri
positivisti tra una critica e l’altra di questo o quel sistema
sbagliato di dritto naturale sembra larga prò metti tri ce di successi.
Se non che, alla prima analisi cui si sottoponga (e parlo di un’ analisi
elementarissima e superficiale) quel termine polisenso che è il diritto NATURALE,
i successi del positivismo, come di ogni cosa che poggia sovra un equivoco
GRICE EQUIVOCO, si dissipano d’un tratto.V’ha anzitutto una forma di
dritto NATURALE, la quale, benché prenda le mosse dallo schematismo universale
della NATURA UMANA e dalla premessa dello STATO DI NATURA, ha tuttavia
carattere e tendenze originariamente empiriche e si presenta non già
come una dottrina creativa di dritti o di esigenze morali in contrapposto
al dritto positivo, ma piuttosto come una semplice astrazione ed
elaborazione concettuale del dritto storico vigente. V’ ha, indi, una [Ciò è
messo discretamente in luce da Bergòohm risprudenz u Rechtsphilosophie.
Ju-] altra forma di dritto NATURALE, quella ohe, per abusata
terminologia si chiama diritto NATURALE (NATURRECHT) per antonomasia, ed è il
diritto NATURALE dell’AuJhUirung e DELLA RAGIONE, di cui è conosciuta la
storia assai più, forse, che il carattere e l’indole vera, che è
razionalista nel metodo, subiettivi sta nei criteri, anti-storico nelle
esigenze, umanitario nel contenuto; che e la scuola in cui il diritto nou è pi
11 astrazione o generalizzazione dell’esperienza storica, ma un
lofjo della ragione creativa, e nel quale lo STATO DI NATURA è (almeno in
quanto ha di meglio) meno una premessa di fatto storico, che un mito (H. P. GRICE),
una ipotesi razionale postulata a legittimare una data serie di
obbligazioni giuridiche o la possibilità stessa di una obbligazione
giuridica: che ha nel suo attivo e nel suo passivo, ad un tempo, la
dottrina (atteggiata in modo particolare) dei dritti dell’uomo e la
grande rivoluzione. V’ha, poi, il dritto NATURALE della filosofia
perenne; che non è forma ma sostanza delle forme; che è anteriore, per ordine
di tempo, così al NATUR-RECHT empirico come al NATUR-RECHT RAZIONALISTICO e che
non è nè l’uno nè l’altro, benché l’uno e l’altro nella lor parte migliore si
approssimino ad esso; che emerge dalle profondità della coscienza umana
iu qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo e che la cultura romana antica
(CICERONE) specula non meno che la cultura moderna; che non è patrimonio
di questa o quella filosofìa personale, ma della tradizione storica ed
impersonale della filosofia; che non è contrario sistematicamente al
criterio storico, ma non lo è nemmeno al criterio speculativo; che
rifiuta la ragione, come virtù creativa delle cose, ma la tieu salda come
potenza conoscitiva dei rapporti ideali e delle norme mperative; che supera
il subiettivismo assoluto dell’AujMarung, ma non ne trae argomento
a rinnegare le esigenze oggettive della coscienza umana come tale ; che è
illuminato da una concezione teleologica dell’universo e della vita, ma non
profana per questo il suo finalismo nelle aberrazioni del panteismo ottimista e
del pietismo storico; che si rappresenta i dritti dell’uomo circoscritti
dalla funzione correspettiva del dovere, ma non sconosce la sostanza ed
il valore imperativo dei dritti attinenti all’uomo come tale, anzi questi
diritti rivendica tuttora e consacra. Ora è *questo* dritto NATURALE che, in
nome della filosofia, si oppone oggi al positivismo, perchè è esso
che segna il sostrato permanente delle forme storiche particolari; e
questo dritto NATURALE è così lungi dall’ essere posto a mal partito
dalla critica che i positivisti oppongono a questa o a quella forma
onde questo o quel filosofo, ovvero questa o quella scuola di
filosofi lo ha concepito: che anzi taluna di quelle critiche se la
potrebbe appropriare esso stesso, senza infirmare per questo il suo
contenuto sostanziale. E dico a bella posta: taluna: perchè parecchie, la
maggior parte, di quelle critiche, sono del tutto infondate. Quelle, in
specie, che si dirigono al dritto naturale razionalisti co, ossia al dritto NATURALE,
sono sì arbitrarie e, ad un tempo, sì pretensiose che si rende urgente il
bisogno di rintuzzarle in nome della sana e serena filosofìa. Di già quel
dritto naturale non ha avuto ancora, nella lotta delle dottrine, quella
piena giustizia, della quale i torti innegabili, ina pur sempre largamente
compensati non gli scemano la legittima aspettazione. Dagl’avversari, che lo
fraintendono o lo giudicano con criteri unilaterali, agl’amici (cito tra
questi Spencer del The nxan versus thè stette e della Jnstice) che ne
appropriano quello che esso ha di men buono, è tutta una gara ad abbuiarlo, a
rimpicciolirlo, a deformarlo: alla quale non poca parte confermai suoi
tempi, lo Stalli, per aver voluto, in omaggio alla sua dialettica
possente, predicare della sostanza del dritto naturale le note e le
categorie applicabili al solo panlogismo hegeliano, che si traduce, a sua
volta, in un sistema intrinsecamente realista e positivista. È di moda,
ad es., tacciarlo di astrazione concettuale, abusando del doppio senso della
parola astrazione, e non si pensa che esso rappresenta precisamente il
contrapposto di ogni astrazione concettuale della realtà empirica,
differenziandosi, appunto per questo, da quel dritto naturale che
immediatamente lo precede. L’ astrazione non è punto un
procedimento trascendentale e sovra-empirico, come si crede comunemente: essa
è, anzi, una delle tappe del processo induttivo. L’astrazione è,
propriamente, un processo di semplificazione logica dei dati empirici,
non un criterio conoscitivo che trascenda i dati stessi. Assumere la
parola Parrebbe averlo egli stesso confessato, là dove (Geschichte der
Rechtsphilosophie) illustra lo aspetto empirico del natur-recht dichiarando
apertamente che solo con 1 Hegel può dirsi “der ununterbrochene Faden
logischer Forderung durchgefuhrt. Aastrazione nel senso di una intuizione
sovra-empirica è assurdo. Bisogna aver dimenticato così l’etimologia del
vocabolo, abstrahere, come fi analisi del processo conoscitivo. L astrazione è
la via traverso la quale si perviene all’universale logico: il quale universale
logico è l’unico sforzo cogitativo che si possa consentire l’induttivismo
e l’empirismo Se, adunque, astrazione non significa che questo, non è arduo
vedere quanto arbitraria sia la censura mossa al diritto NATURALE.
La ragione del NATURRECHT è così poco ragione astratta da una serie di concreti
preconosciuti, che anzi essa è una creazione, una conoscenza ex novo ed
intuitiva. Il diritto NATURALE è, nel fondo, ont elogistico: ond’esso ha
per suo criterio l’intuito creativo della ragione, anziché l’esperienza
del reale, fi analisi, la riflessione, l’astrazione. Il genus proximum
dell’ uomo, ossia del soggetto dei dritti connaturati, è, ivi, meno un
residuo dell’astrazione dalle differenze specifiche, ossia dalle varietà
contiagibili e storiche, che una speculazione a priori e so vraem pirica
delfi università reale della natura umana. E dico che è tale nella sua
esigenza e nel suo interesse filosofico, senza punto giudicare se
quella esigenza o quell’ interesse siano stati sempre e coerentemente
soddisfatti. Ed è appunto dall’essere fi intuizione, l’Anschauung, il suo
processo ed il suo criterio, che segue la sua virtualità, sarei per
dire la sua impulsività etica. L’ astrazione è puramente logica; è
negazione esplicita della vita, della forza, delfi attività, delfi ethos.
Carattere del dritto NATURALE è, invece, la sua potenza attiva, la sua
forza suggestiva di riforme e creativa di rivolgimenti: suo prodotto immediato
è quella obsessione spirituale che investi l’umanita, tiascinandola in
quel salto dal pensiero all’azione, dalFideale al reale, dalla
natura alla storia, vero salto nel buio, che fu la rivoluzione. V’ lia
bensì l’astrazione concettuale anche nel dritto naturale: ma questa astrazione,
anziché essere il prodotto d’ una esigenza sovra-empirica come si crede dai
piu, è più presto la conseguenza naturale di quella iuiìltrazioue empirica che
vi si venne formando, allorché i suoi cultori, non contenti di aver
annunziato una serie di principi e di averli speculati a priori, il che,
metodicamente parlando, era perfettamente giusto, vollero fare un
passo più oltre e costruire, per via di un'analisi concettuale di
quei principi, la serie degli atteggiamenti concreti della vita giuridica. Per
una simile costruzione logica miglior presidio non si offeriva ad
essi che 1’ astrazione, ossia la semplificazione logica dei
concreti ottenuti dall’ esperienza. L’intuizione non poteva servire alla
bisogna, perche è propriodell’intuizione cogliere i rapporti ideali e 1’
universale delle cose o, più brevemente, le idee, non i concreti od i
fenomeni. Essi, adunque, travagliati da una esigenza empirica, fecero
capo all’astrazione; e dal mondo reale e dalle condizioni sociali ed
economico-politiche del tempo loro astrassero tutto un contenuto storico e
particolare, il qual contenuto essi hanno predicato dell’ umanità
intiera, jiervertendo,. così, in universale logico, l’universale reale e,
nella indifferenza dialettica, 1’ unità della natura umana. E qui
che la critica dello Stali! e degli altri acerbi rampognatoli coglie, senza
dubbio, nel segno, ina non già perchè il dritto naturale sia caduto nelle
speculazioni a priori della ragione, bensì perchè esso è caduto nel
circuito dell’analisi e dell’empirismo, o, se l’astrazione si voglia
assumere, per un momento, nel senso che le conferiscono i nostri avversari,
non perchè essi abbiano astratto troppo, ma perchè anzi hanno
astratto troppo poco. La natura traccia le linee fondamentali. I dettagli
dell’ esecuzione li lascia alla stòria ed alla volontà positiva. Il vero
dritto NATURALE ci dà una serie di criteri o di principi del dritto, i
quali sono, bensì, un dritto, ma un dritto ideale e potenziale. Essi,
quei criteri o quei principi, sono un prerequisito del dritto fenomenico,
ma non sono ancora, propriamente parlando, un dritto fenomenico bello e
dato; il qual dritto è la risultante complessa di condizioni empiriche,
nelle quali quei principi e quei criteri s’individuano ma non si
consumano. Questo principio è eflicacemente illustrato, uon senza per
altro un po’ di formalismo, da Feuerbach, Das Reclitsgesetz, obgleìch
durch sich selbst aUc/emcinf/ultig. kanu dennoch als blosses Vernini
ftgesetz nicht allgemeingeltend werden. Soli es wirklioh herrsclien, so muss
dieses Reehtsgesetz aus dem Reicke des Vernunft in das Reich der Erfahrung,
aus der intelligiblen Welfc in die Welt der Sinne hiniibergetrageu werdeu.
In dem Gesetze des Reehts erkenne idi nodi nicht dio Reclite selbst, in
ihm habe ich nur das Princip und das Criterium ihrer Erkenntniss; dio
Frage ; worin besteht das rechtliche uberhaupt; nicht aber die Frage: was
Rechtens sei uuter diesel oder jener Bedingung, in diesem odor jenem
Vorhiiltnisse. Ueber Philosophie und Empirie in ihrem Verliiiltnisse zur
positiven Rechtsvnssenschaft=Landshut. L’ esigenza empirica che deforma il
dritto NATURALE sta appunto in questo, nel serbarsi infedele al suo
assunto, nel sottoporre quello che dovrebbe essere una speculazione del dritto
naturale a quella serie di condizioni alle quali è sottoposta la
conoscenza del dritto fenomenico, nel trasferire alla nozione di quello le note
che sono pertinenti alla nozione di questo; di guisa che essi muovano come
da un sottinteso: il presunto dritto naturale va trattato alla stregua
del dritto fenomenico. Ad essi è mancata quella potenza o, forse meglio,
quella tenacità di tensione intellettiva che era necessaria per
comprendere che il dritto naturale deve anzi tutto rimanere dritto
naturale, e che il giudizio sulla esistenza di esso non deve essere
sottoposto al regolo o al criterio moderatore dei giudizi sull’esistenza del
dritto positivo. Anche qui, adunque, essi sono in colpa non già per aver
voluto far troppo di dritto NATURALE, ma per averne fatto troppo poco; e
chi ha meno dritto di rampognarli di ciò è il positivista. Ai principi
del dritto NATURALE si potrebbe, a buon dritto, torcere quel rimprovero
che fa il LIZIO alle idee di dell’ACCADEMIA: essi, quei principi, sono
ipostasi intellettive delle realità fenomeniche individuali. Di qui 1’
aspetto malsano del dritto naturale : la realtà della storia contorta in
un falso schematismo logico: quello che sarebbe dovuto essere storico
relativo provvisorio, rifuso in una forma logica universale e
rappresentato come eterno, assoluto, immutabile: la storia, insomma, negata
come storia e riaffermata come speculazione logica. Così, quel
subiettivismo, che era la realtà di fatto del tempo dell’ AujUiirung si
predica come natura dell’ uomo in tutti i tempi. Alla proprietà ed al
contratto si conferisce quel contenuto rigidamente individualistico
che corrisponde alle mire secrete del sistema economico che si veniva
affermando in quell’ ambiente storico, del sistema capitalista. La nozione dei
dritti connaturati alterata e deformata dalla miscela inconsulta di
elementi positivi e di pretensioni e di attribuzioni acquisite. Gli
si appone a colpa, altresì, la nozione dello stato di natura. Ma, se lo
assumere uno stato primitivo della umanità governato da una legge spontanea
di natura e non da una legge o da un sistema di leggi umane positive,
se, dico, assumere questo stato di natura a rigore di fatto storico può
essere ed è un abuso della mitologia, assumerlo, invece, come una
ipotesi lìlosohca, è, fuori dubbio, un processo rigorosamente scientifico
e fors’ anco metodicamente necessario. Ogni pensatore che voglia
differenziare mediocremente il contenuto della vita sociale, che
voglia sceverare quello che è permanente da quello che è
transitorio, il substratum dai fenomeni, che voglia discernere nettamente
quello che in una data associazione di persone va attribuito alla natura
originaria di ciascuno dei membri da quello che vi si è venuto
soprapponendo per la reciprocità d’ influsso dei membri tra* loro e per
tutto il tessuto dell’ azione sociale, ogni pensatore, dico, che voglia
fare tutto questo, deve porre lo stato di natura e contrapporgli [Cfr. il nostro saggio ‘La terra nell’ odierna
economia capitalistica’ (Roma) lo stato sociale sopra v vegnente, deve
distinguere limpidamente l’uomo della natura dall’uomo della storia. È
superfluo qui ricordare Spencer, il quale a questa astrazione dell’ uomo
della natura dall’ uomo della storia (che per lui, naturalista reciso, si
converte in un’astrazione dell’ unità biologica dall’unità sociale) ha
reso omaggio non solo nelle opere ultime nelle quali egli restaura di
professo il dritto NATURALE, ma anche nelle opere anteriori, le quali segnano
il climax del suo pensiero filosòfico. Il convincimento, anzi,
della legittimità di una contrapposizione dell’unità biologica alla unità
storica, o, che per noi è lo stesso, della legittimità di una ipotesi
dello stato di natura, è, forse, l’anello di congiunzione del suo
novissimo dritto naturale con la sua sociologia ed in genere con
tutta la sua filosofia sintetica, 1’ addentellato dell’ uno nell’ altra.
Ricordo, poi, un illustre positivista, come Kirchmann, il quale ha
esplicitamente riconosciuto la necessità che le scienze morali, prive
come sono del sussidio dell’esperimento, invochino 1’ ausilio di ipotesi
scientifiche per sopperire a quel difetto, e, tra queste ipotesi,
rivendica, di proposito deliberato, quella dello STATO DI NATURA). Non [Es ist
die Wissenschaft der Sittlichen genothigt, nicht bloss aut die
sifctlichen Zustande der rohen und attesten Volker mit besouderer
Sorgfalt einzngehen, sondern sie muss noch hinter die àltesten
gesehiclitliclien Zustande zuriiekgehen und durcli Hypothesen die
einfachsten Zustande zu ermitteln suchen. Diese Hypothesen kdnuen in ein phautastisches und fur
die Wissenschaft nutzloses Spiel ausarten. Allein mit Vorsicht
geiibt, ersetzen sie das Hulfsmittel der Experimente in der
Naturwissenschatt und sind nicht zu entbehren. Daher erklart es 8ich, das8 8chon LIZIO und
spdter die Begriinder des Natur. ] L’uso di questa ipotesi va, adunque,
rimproverato al dritto naturale, ma l’abuso : ossia non la ipotesi
come ipotesi, ma la maniera particolare onde la si atteggia. Quanto
poi all’altra nozione del contratto sociale, che è quella che più si rimprovera
al dritto NATURALE (e, tenuto conto delle conseguenze logiche di essa, a
buon dritto) va notato che nei più grandi cultori di quel dritto (cito ad es.
il Kant) il contratto sociale non è già un fatto storico, ma una ipotesi RAZIONALE
evocata a legittimare l’ordine giuridico dei rapporti umani, anziché a
scuoterlo e corroderlo. La teoria del contratto sociale è la risultante
di due fattori : del sottinteso o presupposto contrattuale, secondo il
quale unica fonte legittima di obbligazione autorevole è il consenso
dello stesso obbligato; e della esigenza, che animava i cultori del dritto NATURALE,
a legittimare il vincolo o la serie dei vincoli sociali, anche quelli che
non lasciavano trapelare o supporre la presenza di un consenso
preesistente. Il CONTRATTO sociale è quel di là dell’esperienza attuale,
quell’ assolutamente prius della storia, che sopperisce al difetto del
consenso attuale, con l’allegare una specie di consenso abituale, una
Anerkenmmg, direbbe il Bierling, una mas- [rechts nùt TJrzmtanden des Memchen
beginnen, welche uber die Geschichte hinausreicheii. Der oft dagegen erhobene
Tadel trifffc nicht das Verfahren an sich, sondern nur den damit
getriebenen Missbrauch. Es karrn desshalb auch hier dieses Mittel nicht
uiibeimtzt bleiben: aber die Vorsieht gebietet, es auf das Nothwendige
und Gewissere zu beschriinken. Grimdbegrifte
sima dell’assenso. Il contratto sociale esprime quindi la
dialettica che il pensiero dei cultori del dritto naturale ebbe tentato
tra la premessa logica del contrattualismo e le esigenze della
conservazione sociale, tra la invincolabilità assoluta della libertà
naturale, postulata come principio, ed il complessodei vincoli sociali,
riconosciuti come fatto. Il che si deve al fatto, riconosciuto dallo
stesso Stalli, che essi, se per la logica, sarei per dire per la
consequenziarità, del loro principio erano, o meglio avrebbero
dovuto essere, rivoluzionari, nel fondo del loro pensiero e della
tendenza loro erano, invece, conservatori: senza dubbio degl’ingenui
conservatori. Ohe se si voglia porre a carico loro appunto il non aver
compreso che il vero STATO NATURALE dell’ uomo è lo STATO SOCIALE, che non v’
ha bisogno di una ipotesi razionale quale che sia per legittimare vincoli
sociali i quali si legittimano da sè, che si pensi, almeno, che il torto
innegabile [Das NATURRECHT ist nachgiebig, wo es die Wirklichkeit gegen sich
hat, es liisst sich jeden Zustand gefallen und sucht ihu dnrcli
IJnterlegung einer stillschweigenden Einwilligung zu rechtfertigen, uni sein
theoretisches Interesse zu befriedigcn : die Revolution, dagegen, will die
Macht der Wirklichkeit brechen, sie vernichtet jede Einrichtung, die uicht
aus ihreu reineu Vernunftbegriifen folgt. Ienes erdichtet fiir jede
Verfassung, die Mensehen liiitten sie gewollt, darait es sich als frei
denken kdnne, diese duldet keine Verfassung, die sie niclit gewollt,
dainit sie wirklich frei seyen. — Gesch. d. R. phil. Quest’ antitesi del
dritto naturale alla rivoluzione è licondotta dallo Stalli ad una causa
diversa che da noi. Ma ciò non conta: importa che quell’ antitesi sia
stata riconosciuto da quel profondo intelletto.] del dritto naturale va dovuto,
in buona parte, alla difficoltà di discernere i vincoli sociali, che sono
davvero conformi alle leggi della natura umana, da quegli altri
vincoli clic non sono tali. L’errore loro, sarei per dire, è, in parte,
un errore delle cose. Niente più naturale all’ uomo dello stato sociale e
pure niente, ad un tempo, più violento di esso (antitesi questa che deve
essere stata colta da MANZONI, non ricordo più in qual punto delle
sue opere): perchè lo stato sociale, accanto ad una serie di
obbligazioni perfettamente legittime, perchè perfettamente naturali, reca
pure con sè (è il suo lato debole come di ogui cosa di questo mondo) un
cumulo di coercizioni arbitrarie, giacobine, irrazionali che la natura
convellono, incatenano, deformano. Che meraviglia, dopo ciò, che il dritto
naturale abbia colto questo secondo aspetto delle cose soltanto e niun
conto abbia tenuto del primo, di guisa che si sia reputato in dovere di legittimare
quello che non sembrava legittimo a prima giunta e di costruire con
la volontà quello che non forniva la natura °ì Nei fenomeni di questo nostro
mondo, che non adempie in sè la perfezione e l’ideale, ma della
perfezione del di là è soltanto un baleno, v’è tante e così aspre
antitesi! ed è così facile invertire un solo dei termini dell’antitesi
nella realtà tutta intiera! Il dritto NATURALE può avere molti
torti, ma questi sono compensati ad usura dal molto di buono che vi è
dentro: da quella nozione di un dritto indipendente dalla sanzione positiva e
superiore ad essa, che si attiene all’uomo in quanto uomo, che è
patrimonio ind6Ì6bil6 della sna natura, quello appunto die costituisce il suo
essere di uomo, la sua umanità. E l’umanità-, ecco l’aspetto sano del
diritto naturale; che in esso è, fórse un universale logico e formale,
una formula del razionalismo dell’Aujklàrung, ma (die si deve ad esso se sia
potuto divenire nella mente dei contemporanei e dei posteri un universale
reale. Prima che esso ravvivasse il culto della personalità individuale,
si vedeva questo o quelV uomo, in questo o quel ceto, in questa o
quella condizione economica e sociale: grazie ad esso si vide Tuo
ino. Esagerò il suo assunto e cadde nello individualismo: ma 1’ umanità
gli deve saper grado di questo individualismo, se da esso ha potuto
sprigionarsi, con un processo di auto-correzione, la sana individualità,
ossia la dignità umana. In questo il dritto naturale razionalistico si
confonde col dritto naturale assoluto della filosofia tradizionale; ed è
la espressione di quel dritto che ogni uomo possiede come la parte
più sacra di se stesso, che l’uomo sente pria di conoscere ed aspira nell’atto
stesso di conoscerlo, che non si sa se sia più un sentimento od un
intuito, una idea od una volizione. Il dritto naturale rientra, allora,
nei termini della dottrina cristiana, perchè il dritto dell’uomo è
l’espressione della preziosità inestimabile dell’ umana persona redenta
da Cristo; e, come tale, è inoppugnabile, e rimane tale senza fallo, finche non
declini la coscienza morale dell’ umanità. ^è io saprei per qual modo il
positivismo, il quale si è travagliato e si travaglia nella critica del
dritto naturale, possa col labile sostegno dei suoi angusti criteri
oppugnarlo davvero. Un sistema die predica V esperienza, come criterio
scientifico esclusivo, non lia altro argomento da opporci clic Questo: il
vostro preteso dritto naturale 1’ esperienza non ce lo attesta; nessuno
ci lia fatto toccar con mano la sua esistenza nel passato, o nel
presente; si può metter pegno che nessuno ce ne farà toccar con
mano V esistenza nel futuro: il vostro dritto NATURALE, adunque, non
esiste. Orbene questo argomento è cosi innocuo che esso non tocca nemmeno
il dritto NATURALE, nè i suoi cultori. I quali potranno ben rispondervi:
sapevamcelo ! ma il nostro dritto NATURALE è quello che è, appunto perchè noìi
è fenomenico, ossia oggetto di esperienza. Koi siamo si poco scossi dal
vostro raziocinio che lo abbiamo prevenuto: il dritto NATURALE è, per
noi, una idea e non necessariamente un fatto, un dover essere e non
un essere, una necessità morale e non una cosa empiricamente esistente.
Ohe il dritto naturale sia esistito o meno nelle condizioni dell’
esperienza e della storia, che sia stato attuato o individuato da 'questo
o quel dritto positivo, a noi importa, a rigor di termini, poco;
perchè il nostro quesito non è se esso esista o sia esistito
davvero, ma se debba esistere: onde l’inesistenza di fatto di esso non è
argomento contrario alla nostra teoria, come non le sarebbe argomento
favorevole la sua esistenza. Quando, in nome del criterio sperimentale,
si esclude la nozione del diitto NATURALE, si cade in una petizione di
principio. Si dà per provato quello che si doveva appunto provare: che
unico criterio conoscitivo della esistenza delle cose sia l’esperienza,
o, meglio ancora, che non vi sia altra forma di esistenza che la
esistenza empirica. Ed in questa petizione di principio si risolve tutta
la critica esercitata dal positivismo sul dritto naturale. Gli
studi di filosofìa del dritto di Wallaschek e più di tutto il saggio di
Bergbolim, nel quale è condotto un esame molto accurato del dritto NATURALE,
sono piene di argomentazioni suppergiù del contenuto e del valore della
seguente, tormolata dal primo di quegli scrittori: Ausser dem
bestehenden Rechi gìebt es Icein anderes Recht, demi es ist ein
Widerspnich, anzunelimen, dass, ausser dem bestehenden Recht, nodi ein
Rcclit bestelit, das nicht bestelit. É chiaro che un simile modo di
ragionare è il portato logico della ideologia positivista, come è chiaro
che ivi si confondono malaccortamente duo cose, che vanno divise o distinte, o,
almeno, sulla diversità o pluralità delle quali volgeva appuntò il
quesito. L’ esistenza empirica delle cose va distinta dalla esistenza
metafìsica delle cose stesse. Ora è appunto a questa esistenza metafisica
che fanno accenno i rivendicatori del dritto NATURALE. Ai quali
inopportunamente si fa rimprovero di assurdo paradossale, con una proposizione
sofìstica diquel genere, dove il verbo essere vien preso in un membro in
un senso e nell’altro in un altro. Line andere ivichtige Frage bleibt ja
immer, ob das Recht, das bestelit, aneli bestehen solite, aber der
Begriff des Rechtes, das sein soli, darf nicht verwechselt werden mit dem, das
thatsàchlich vorhanden ist, und nur dieses letztere ist Recht, das
erstere soli es sein. Ma, di grazia, quando mai il dritto NATURALE ha
preteso di affermare la sua esistenza empirica di fatto, ossia la sua esistenza
di diritto positivo? Esso ha sempre preteso di essere quello che è,
e quando ha detto: io sono: intendeva dire, non già: io esisto davvero:
ma: io debbo esistere. L’essere del dritto NATURALE è precisamente il
dover essere: il dritto NATURALE è una norma ed è come norma, cioè
a dire come dover essere. Che non sia punto un fatto, il primo ad esserne
persuaso è esso stesso. Appunto perchè non esiste necessariamente
nelle leggi positive, esso rivendica il suo dritto di esistere. Ed
in questo dritto ad esistere, non già nell’esistere davvero è riposto il
suo essere. È veramente deplorabile che questi principi così elementari debbano
essere ribaditi quando pareva che nessuno potesse dubitarne! L’empirismo
è così scarso di prove contro il dritto NATURALE, ch’esso non può neanche
fermare assolutamente che quel dritto non sia possibile nelle
stesse condizioni future dell’ esperienza. Vale a dire, esso non solo non
ha autorità di asserire che il dritto NATURALE non sia ovvero non debba
esistere, ma non ne ha nemmeno per assicurare che esso non possa
esistere. Perchè il possibile ed il futuro eccede il potere dell’ esperienza,
la quale è limitata al passato ed al presente; il poter essere o il sarà
sono quasi così lungi dal poter essere affermati e negati dal
positivismo che aspiri ad essere logico, quanto lo è il dover essere. Esclusa,
così, la possibilità di uno di quei richiami al futuro che sono tra i
ripieghi prediletti dell’ empirismo, toltogli il modo di dettar
legge alla storia, ad esso non resta che contenere le sue negazioni nella
sfera del presente. Allora la scepsi che esso esercita sul dritto NATURALE
va formolata nella tesi seguente: il dritto NATURALE non esiste come dritto NATURALE,
perchè non esiste come dritto positivo: una tesi sbalordi toia che
presuppone, in chi la . sostiene, il difetto assoluto della più elementare
analisi ideologica e che segna, mi si lasci dire la parola, la vera
bancarotta del positivismo giuridico. Stammler. Igino Petrone. Petrone. Keywords: determinismo, l’eroe, Ennea, eroe
stoico, l’eroe sannita, il sannio, la lega sannitica, spirito, inerza della
volonta, due direzioni dell’inerzia della volonta, contro Gentile, contro
Nietzsche, umano, non sovrumano, filosofia del diritto, lo spirito, liberta
dello spirito, il limite della pscogenesi della morale, il principio dell’amore
proprio, il principio della benevolenza, amore proprio conversazionale,
benevolenza conversazionale, il sentimento morale, filosofia del diritto,
communismo giuridico, la simplificazione di labriola, contro labriola,
criticismo, idealism critico, meditazioni di un idealista, GENTILE contro Petrone.,
Croce contro Petrone; l’identita sannia, psicologia del sannita, i romani
contro i sannita, la prima guerra sannita, la seconda guerra sannita, la terza
guerra sannita; la repubblica romana, l’espansionismo dei romani nell’Italia, I
romani contro i sanniti; bassorilievo dei sanniti, i liguri e i sanniti, le
popolazione italiche, economia e psicologia del Molise, il sannio, la
complessità dello spirito della filosofia italiana; il linguaggio sannita; il
linguaggio umbro, il linguaggio osco; il linguaggio falisco, limosano, musanum,
limosanum; un stato mercantile chiuse, Fichte contro Marx, Nietzsche, il valore
della vita, il problema morale, la filosofia del diritto, diritto positivo,
diritto naturale, la filosofia politica nel criticismo, azione, l’etica e
l’ascetica, l’etica dell’eroe come azione, l’energia dello spirito contro
l’inerza della volonta – l’inerza della volonta nell’elezione dei fini;
l’inerza della volonta nell’elezione dei mezzi; il spirito contro la volonta, i
limiti dei determinismo, l’indeterminismo dello spirito, la causa dello
spirito, causa spirituale dell’agire umano, lo spirito umano. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Petrone” – The Swimming-Pool Library. Petrone.
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